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Illustrazione di copertina: Franco Rivolli

Progetto grafico: Lorenzo Pacini


Impaginazione: Giovanni Bartoli

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Via Dante 4 - 20121 Milano - Italia
Prima edizione: ottobre 2007
Ristampa Anno
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Stampato presso Giunti Industrie Grafiche S.p.A. - Stabilimento di Prato
Cecilia Randall

HYPERVERSUM
IL FALCO E IL LEONE

Romanzo
Ai miei genitori,
a Lorenzo,
con tutto il cuore.
Capitolo 1
Daniel si scostò con la mano i capelli biondi e si voltò. «Sei pronto?» domandò
piano. Seduto sulla poltrona imbottita dall'altro lato della camera da letto, vicino
al computer, Ian Maayrkas alzò la testa e annuì.
«Prontissimo» rispose, senza esitare. Nei suoi occhi azzurri si rifletteva la stessa
agitazione dell'amico, ma erano molto più evidenti l'ansia e il desiderio di cominciare.
Sulla scrivania, lo schermo del computer mostrava una scritta luminosa.

«Non è detto che funzioni, lo sai» ammonì Daniel. «Io ci ho provato in continuazione
in tutto questo tempo e non è mai accaduto niente».
«Questa volta funzionerà» rispose Ian, asciutto. «Deve funzionare per forza, prima o
poi» aggiunse, quasi parlando a se stesso, eppure nella sua voce c'era una nota di timore.
Daniel lo scrutò senza farsi notare troppo, mentre andava a sedersi davanti al
computer.
Hyperversum era un simulatore di avventure storiche virtuali e consentiva ai giocatori
di trovarsi in qualsiasi periodo passato semplicemente con l'aiuto di un visore 3D, cuffie,
e guanti in fibra ottica. All'inizio anche Daniel si era divertito a immaginarsi un ladro del
XIII secolo... finché, un , il videogioco non l'aveva catapultato nel Medioevo vero alla
sua ragazza Jodie, a Martin e a tre amici, Ian , Donna Barrat e Carl White: tutti quelli che
in quel momento stavano giocando con lui alla stessa partita. Com'era potuto succedere?
Nessuno lo aveva scoperto.
Dopo la laurea, Daniel era persino diventato ricercatore al Laboratorio Nazionale di
Fisica Elettromagnetica e, dalla ime quell'assurda avventura, due anni e mezzo prima,
non aveva mai smesso di giocare, sperando di capire come e perché Hyperversum avesse
trasportati indietro di otto secoli.
Niente, nessuna risposta.
Era accaduto, punto e basta.
Un prodigio. Un miracolo. Magia.
Senza possibili spiegazioni logiche o scientifiche.
Di sicuro non era stata un'allucinazione collettiva, poiché erano rimasti segni tangibili
di quanto era successo.
Ian era rimasto più toccato di tutti da quell'avventura, e non solo nell'anima. Portava
addosso i segni delle frustate che un cavaliere inglese, Jerome Derangale, gli aveva fatto
impartire per pura crudeltà, aveva cicatrici che si era procurato in battaglia. Eppure lui,
come anche l'amica Donna, aveva scelto di rimanere nel passato. Una scelta che,
inconsapevolmente, gli era stata negata dallo stesso nemico che l'aveva marchiato con la
frusta.
Fin dall'inizio Ian si era integrato meglio di tutti gli altri nel mondo medievale perché,
laureato in storia, ne conosceva bene gli usi e i costumi e perché, dimostrando il
coraggio di un vero cavaliere, aveva saputo guadagnarsi la stima dei signori di
quell'epoca.
Il potente conte francese Guillaume de Ponthieu, signore di Piccardia e fedelissimo di
re Filippo Augusto, l'aveva presentato a corte come suo fratello, complice il fatto che Ian
parlasse un francese perfetto, e gli aveva dato in moglie la donna di cui Ian si era
perdutamente innamorato: dama Isabeau de Montmayeur.
Per tutti Ian era diventato così il conte cadetto Jean Marc de Ponthieu, il cavaliere del
Falco d'argento, e avrebbe potuto vivere la sua vita serenamente accanto alla sua sposa...
se solo il suo nemico, prima di morire in battaglia, non avesse dato l'ordine di
assassinarlo.
Ferito quasi a morte, in un modo che nessun medico del Medioevo avrebbe mai potuto
curare, Ian era stato trascinato Daniel fuori da Hyperversum, mondo contemporaneo, là
dove un'operazione chirurgica d'emergenza gli aveva salvato vita. Ma una volta
interrotta la partita incredibile che aveva tutti nel Medioevo e li aveva riportati a casa,
Hyperversum funzionato sempre e solo come un normale . Non c'era stato più modo di
rifare il salto nel , di ripetere il prodigio.
Ian era rimasto intrappolato nel ventunesimo secolo, separato per sempre dalla sua
amata Isabeau.
Almeno questo era ciò che avevano creduto tutti fino a tre giorni prima.
Daniel si infilò i guanti dopo aver indossato il visore 3D. «Da dove cominciamo?»
domandò a Ian, che si stava a sua volta preparando.
«Da dove ci siamo interrotti. Dal monastero di Saint Michel, la sera dell'agguato»
rispose l'amico.
Daniel digitò luogo e data nei parametri della nuova partita che stava per iniziare. Sul
video e nei visori apparve una scheda luminosa con numeri e parole:

«Come faccio a sapere l'ora giusta?» domandò Daniel, nervosamente. «Allora non
avevamo gli orologi per misurarla, adesso potremmo sbagliarci a ricordarla».
La risposta di Ian gli arrivò in parte anche attraverso le cuffie del visore.
«Erano già trascorsi i vespri, si stava facendo buio, non poteva essere prima delle
ventidue, in quella zona della Francia in piena estate. Ho fatto ricerche su internet».
«E se invece arriviamo là troppo presto? Sai, le solite storie da fantascienza del
viaggio nel tempo: ammettiamo che il passaggio funzioni davvero ma che torniamo
indietro al momento sbagliato, incontriamo noi stessi senza volerlo, ci roviniamo la vita
e cose simili...»
«Vuoi deciderti a cominciare?» sbuffò Ian. «Non ci succederà niente del genere. Ho
già tenuto mezz'ora di margine di sicurezza. E se invece il passaggio non funziona, ime
dei problemi».
Daniel rinunciò a obiettare oltre, sentendo il tono dell'amico che saliva per
l'impazienza. «Carica parametri partita» ordinò al computer.
Un ronzio più intenso segnalò che la macchina stava facendo girare il CD su cui Ian
aveva impostato e salvato lo scenario, basandosi sui ricordi che gli erano rimasti del
Medioevo e sulle sue conoscenze storiche.
E Ian di conoscenze e ricordi ne aveva tanti, ma, cosa più importante, aveva una
certezza.
Diventato un acclamato medievalista e professore universitario, benché solo
trentenne, aveva trovato solo allora il coraggio per cercare notizie su chi si era lasciato
alle spalle, per indagare nelle cronache storiche cosa ne fosse stato di sua moglie
Isabeau, e aveva fatto una scoperta sorprendente. Isabeau era incinta quando l'aveva
lasciata e avrebbe in seguito partorito un figlio maschio, ma non solo: pochissimi anni
dopo avrebbe avuto da suo marito anche un secondo figlio. I ritratti di Marc e Michel de
Ponthieu erano riprodotti sulle pagine di un prezioso codice miniato e la somiglianza di
entrambi con il padre era tale da non lasciare adito a dubbi.
Così Ian aveva avuto la certezza che in qualche modo sarebbe tornato al suo castello e
aveva deciso di ricominciare a Hyperversum.
Quella che stava per iniziare era la sua prima partita.
Il visore s'illuminò con un contatore alla rovescia.
«Hai letto qualche altra informazione su quel tuo libro?» domandò Daniel, mentre i
numeri del contatore calavano in fretta. «Mi sentirei meglio se avessi la conferma che il
tuo ritorno a casa è descritto in quel codice esattamente come lo stiamo progettando».
Ian si liberò i lunghi capelli neri legati a coda di cavallo per mettere l'elastico in tasca.
«Non voglio più riaprire quel libro, te l'ho già detto. Non voglio sapere in anticipo il mio
futuro più di quanto non lo sappia già. È innaturale».
«Se non avessi già scoperto parte del tuo futuro, non avresti mai saputo di poter
tornare indietro e ora non saresti qui a giocare».
«Daniel, per favore. fa paura, d'accordo? Le cronache non sono come le nostre
registrazioni all'anagrafe. vanno sempre in ordine cronologico esatto e non mettono date
e nomi, ma anche descrizioni e dettagli. Non voglio per sbaglio qualcosa che non voglio
sapere».
«Ma...»
«Il mio ritorno non può essere più semplice di così: riprendiamo da dove abbiamo
lasciato, fingeremo che i sicari non mi abbiano ferito così gravemente come sembrava e
tutto sarà a posto. Mi procurerò una nuova ferita quando sarò di là e così la storia sarà
credibile».
Daniel rabbrividì all'idea, «Davvero ne sarai capace?»
«Per riabbracciare Isabeau sarei capace di qualsiasi cosa» rispose Ian con decisione
assoluta.
Il contatore finì e scomparve.
«Carica personaggi» ordinò ancora Daniel facendo ricomparire un altro countdown.
«Sicuro che la nostra idea per giustificare la sparizione di Jodie, Martin e Carl
funzioni?» domandò nel frattempo.
«I sicari hanno appiccato il fuoco al monastero per coprirsi la fuga, no? Ci sarà il caos
e tutti saranno in ansia per me. In tutta quella confusione, tu forgerai di portare via gli
altri, verso un posto più sicuro, poi ti dileguerai. Al buio, con gente che corre in ogni
direzione, nessuno si renderà conto dell'inganno. A confondere le tracce penserò io».
Poi ti dileguerai. Ecco la parte triste di quell'avventura stava per cominciare. Daniel
sentì un peso crescere nel petto: se tutto funzionava, avrebbe accompagnato Ian nel
Meper poi lasciarlo là, da solo. E da solo sarebbe poi tornato a casa.
«E quando la notizia della tua mancata morte si diffonderà, non pensi che gli Inglesi
possano riprovarci?» chiese.
«Prenderò le mie precauzioni, ma comunque Jerome Derangale ormai è morto, non
credo che i sicari tentino una seconda volta di loro iniziativa».
«Se lo dici tu...»
I visori divennero bui, poi fecero apparire la scritta:

In sottofondo rimase una musica medievale, un po' troppo forte.


Daniel abbassò il volume con fastidio, ma poi esitò a continuare. «Come spiegherò la
tua sparizione ai miei? A questo non abbiamo ancora pensato».
Ian tacque a lungo. Da quando aveva sedici anni era diventato parte integrante della
famiglia di Daniel e la sua scomparsa improvvisa sarebbe stata un vero trauma per i
coniugi Freeland, ancora all'oscuro di quanto era accaduto due armi e mezzo prima.
«Non sappiamo se funzionerà oggi o domani o tra mille partite... non sapevo come
preparare il terreno per la mia par» si giustificò infine Ian con dolore. «Se davvero
Hyperversum , se passiamo di là ora, al tuo ritorno potrai che sono partito per la Francia
improvvisamente per motivi accademici, ma poi...» S'interruppe e tacque, non sapendo
altro dire.
«Poi mi inventerò qualcosa» concluse Daniel, per tagliare quell'argomento che lo
metteva a disagio. «Papà diventerà una belva e mamma... be', non voglio pensarci.
Almeno hai già salutato Jodie e Martin. Loro sono preparati a ciò che accadrà».
Ci fu ancora silenzio per un po'.
«In alternativa, potremmo ancora tentare di spiegare la ve rità» disse Daniel, ma si
vedeva che non era convinto di ciò che diceva.
Ian scosse la testa. «Ne abbiamo già parlato: come facciamo a spiegare senza troppi
clamori una cosa del genere? Fintanto che il gioco non funziona, nessuno ci crederà mai
e se invece dovesse funzionare... tuo padre vorrebbe di sicuro indagare fino in fondo,
capire cosa e come succede, chiedere a scienziati ed esperti. E un colonnello
dell'esercito, so come ragiona e lo sai anche tu. Non voglio rischiare che questa cosa
finisca nelle mani dei militari. Le conseguenze potrebbero essere inimmaginabili e anche
la tua vita ne uscirebbe sconvolta. Preferisco non spiegare niente, assumermi la
responsabilità di fare la figura dell'ingrato con i tuoi genitori, partire senza salutare e non
farmi più vivo».
L'ultima frase lasciò un silenzio ancora più profondo, unito a un grande dolore.
«Ci salutiamo per sempre, allora» disse Daniel.
«Non è detto che il passaggio funzioni solo una volta e basta. Forse potrai sbloccarlo
di nuovo in futuro» buttò li Ian, quasi sottovoce.
Daniel scosse la testa, amaro. «Quando giocavo da solo non ha mai funzionato. Se
adesso funziona davvero, allora sei tu la chiave di tutto e se tu rimani di là non potrai
aiutarmi mai più».
Ian abbassò la testa e non aggiunse altro per un bel pezzo. «Voglio tornare a casa,
Daniel» sussurrò alla fine.
L'amico allungò la mano verso di lui per stringergli il braccio fraternamente. «Start»
ordinò poi al computer.
Le scritte scomparvero dai visori per lasciare il posto a un'immagine accurata prima
della Terra, poi dell'Europa e infine della Francia.
Come arrivando in volo, il campo visivo dei due giocatori si restrinse sempre più fino
a centrarsi su una zona di boschi e prati verdi, nel mezzo della quale si estendeva un
piccolo agglomerato di edifici bassi ma inconfondibili. Una cinta di mura in mattoni, una
chiesa, un chiostro, un refettorio, la biblioteca, i dormitori... Un monastero isolato tra i
boschi, illuminato da una luce irregolare e sinistra, diversa da quella ormai fioca del sole
tramontato.
Il visore si spense qualche secondo per lasciare apparire un'ultima scritta:

Un contatore del tempo cominciò a scorrere minuti e secondi.


Con il cuore che accelerava, Daniel non fece quasi caso alle scritte che sparivano.
Appuntò subito la sua attenzione sulla scena che invece il visore gli mise davanti: uno
spiazzo deserto e semibuio, circondato di edifici bassi, umili, costruiti in legno e pietra.
Daniel rimase immobile, rigido, temendo anche solo di fare un respiro di troppo.
Non riconosceva il posto, doveva essere un angolo del monastero che non aveva mai
visto, oppure un'invenzione del computer.
Benché ricostruito con la massima perfezione, tutto aveva la leggera patina di
artificiosità dei paesaggi digitali.
Non è successo niente, pensò Daniel con un sentimento indi delusione e sollievo, ma
solo a fatica cominciò rilassarsi. Si guardò addosso attraverso il visore e vide che il
simulava sul suo personaggio abiti identici a quelli davvero indossava il giorno
dell'agguato al monastero: una scura, brache chiare, stivaletti di camoscio. Hyperversum
averli ricavati dai parametri dello scenario che aveva ricostruito con la massima
attenzione, eppure anche era solo un'illusione ottica. Sulle mani Daniel sentiva ancora
chiaramente i guanti in fibra ottica e i sensi gli dicevano che stava in posizione seduta,
sulla sedia davanti al computer, non in piedi come il gioco stava simulando.
«Non funziona. È solo un'altra partita» disse infine il giovane, ad alta voce, mentre
ancora si guardava le mani. Nelle cuffie gli arrivò solo un suono ovattato di sottofondo.
Il volume, ricordò Daniel e azionò il comando per ripristinare il sonoro della partita.
Il suono stavolta gli rimbombò nelle orecchie e lo fece sobbalzare, tanto aveva i nervi
tesi. Daniel imprecò solo a metà, perché di colpo provò una violenta vertigine. Il peso
del corpo gravò sulle gambe all'improvviso e gli fece perdere l'equilibrio.
Emettendo un'esclamazione di sorpresa, il giovane si ritrovò a terra con la faccia nella
polvere.
Il contatto con quella superficie ruvida lo fece tossire e allo stesso tempo fu come una
scarica elettrica.
Daniel si risollevò subito in ginocchio, spaventato, incredulo, eppure conscio di ciò
che era appena accaduto.
Si toccò le mani, il viso, gli abiti. Il visore non c'era più, i guanti spariti...
Tutto come quel giorno... si disse Daniel mentre un brivido lento gli percorreva la
schiena. Solo che stavolta Hyperversum impiegato meno di cinque minuti per train una
porta verso il passato.
Ian chiamò in quel momento, con la voce scossa per l'emozione.
Daniel girò su se stesso e vide l'amico seduto a terra a poca distanza da lui, con il
volto pallido e gli occhi dilatati in cui si specchiava una folla di sentimenti inesprimibili.
Anche Iail indossava abiti medievali, ma leggermente più aristocratici di quelli di
Daniel: gli abiti scuri del conte Jean Marc de Ponthieu, il Falco d'argento, ricostruiti dal
computer ma diventati più realistici.
Molto realistici: la tunica blu era lacerata sul ventre, poco al di sopra della cintura.
Daniel si sentì gelare.
Ian si accorse infine del suo sguardo e si guardò addosso. D'istinto toccò lo strappo
sulla tunica esattamente là dove il pugnale dei sicari lo aveva raggiunto due anni e
mezzo prima, ma quando ritirò la mano non c'era sangue.
Daniel si trovò a sospirare di sollievo. Che idiota, rimò nel frattempo, per essersi tanto
spaventato. Ovvio che non è ferito. Sono passati due anni e mezzo...
Attraverso lo choc, si fece infine strada il rumore che risuonava ovunque. Daniel e Ian
si voltarono contemporaneamente verso l'altra estremità dello spiazzo, là dove gli edifici
si separavano per lasciar intravedere il resto del cortile e del monastero.
Davanti a loro si stagliavano le fiamme rosse dell'incendio contro il cielo nero della
notte ormai prossima.
Capitolo 2
Il monastero di Saint Michel bruciava, sollevando turbini di fumo, cenere e scintille. Il
legno dei tetti gemeva e si spaccava per il rogo con un rumore agghiacciante che si me
scolava alle grida disperate dei monaci e dei servi, provenienti da ogni direzione. Le
campane lanciavano richiami d'allarme nella notte.
Ian e Daniel rimasero impietriti, a guardare col cuore in gola il complesso del
monastero che veniva divorato dall'incendio. In controluce correvano le sagome nere di
tutti quelli che si affannavano invano per domare il fuoco gettando acqua, schiacciando
le fiamme con fascine e scope, allontanando drappi, arredi e tutto ciò che poteva essere
infiammabile.
Il vento portava ovunque l'odore acre del fumo, in una scena da girone infernale.
«Oh, Signore...» mormorò Ian con sgomento.
Era sconvolto, aveva il respiro accelerato per la violenta emozione. Dopo così tanto
tempo era di nuovo lì, nel Medioevo, ad assistere al finale del giorno in cui sarebbe
dovuto morire.
Fino ad allora aveva considerato quel giorno come il mo mento in cui tutto era finito.
Adesso in quello stesso giorno tutto ricominciava. Jean Marc de Ponthieu stava per
tornare a casa.
Anche Daniel taceva impressionato. «Ha funzionato...» mormorò alla fine. «Ha
funzionato davvero...»
Lentamente si alzò e indietreggiò fino a nascondersi nel l'ombra che il tetto spiovente
gettava sul muro di una stalla. Ian lo imitò, ancora troppo stordito per poter fare altro.
Era una cosa incredibile, inverosimile, eppure il muro dietro le loro spalle era
tangibile, il fumo intenso irritava i polmoni e lasciava un gusto aspro in bocca.
Quello intorno a loro era un mondo vero e non più una partita.
«Non è giusto» protestò Daniel a mezza voce. «Io ho provato e riprovato a giocare per
un'infinità di volte e non è mai successo niente. Adesso invece arrivi tu...»
Non completò la frase perché gli mancarono le parole. Scosse la testa. «Non c'è una
sola spiegazione fisica, logica o plausibile per tutto questo» mugugnò.
Si voltò, sentendo Ian tacere, e vide che l'amico manteneva lo sguardo rivolto alle
fiamme dell'incendio, quasi ne fosse ipnotizzato. «Dobbiamo toglierci di qui» gli
sussurrò alla fine.
Ian annuì meccanicamente.
Un movimento vicino, diverso dagli altri, attirò la loro attenzione e li fece trasalire. Si
appiattirono nel buio e trattennero il fiato.
Tre monaci stavano fuggendo dall'incendio, gli unici apparentemente incuranti di ciò
che accadeva intorno a loro. Ian e Daniel videro i tre sbarazzarsi rapidamente del saio e
rivelare gli abiti scuri che portavano sotto. Sui loro fianchi brillarono le fibbie metalliche
delle cinture in cui erano infilati i pugnali. Si guardavano le spalle di tanto in tanto,
mentre si allontanavano in fretta, inosservati in tanta confusione.
Ian si riscosse di colpo. «Eccoli, i bastardi!» ringhiò, serrando i pugni.
Li aveva riconosciuti subito. Stavano abbandonando il campo, certi di aver compiuto
la loro missione. Erano i sicari che avevano tentato di assassinarlo, che l'avevano
pugnalato sotto gli occhi di Isabeau e costretto per due anni e mezzo a una vita in esilio.
Due anni e mezzo consumati giorno dopo giorno, cercando un motivo per andare
avanti quando credeva di aver perso tutto per sempre.
La rabbia cancellò di colpo ogni altro sentimento, compresa la prudenza.
Adesso ve la faccio pagare, pensò Ian di getto e fece un avanti. Il Falco d'argento era
risorto e quei maledetti se sarebbero accorti a loro spese.
Non fece un passo in più. Daniel l'agguantò con forza, nonostante Ian fosse più alto e
muscoloso di lui, e lo tirò dentro il portone della stalla. All'interno gli animali si
agitavano, spaventati dall'incendio poco distante, e se anche i due americani produssero
rumore, questo si perse nel tramestio generato dalle bestie nervose.
Trascinato via contro la sua volontà, Ian provò a protestare, ma Daniel gli ingiunse a
gesti di stare zitto. Ian non osò lottare con lui, anche se sentiva l'istinto di ribellarsi.
I due rimasero immobili a lungo, con le orecchie tese per captare anche il minimo
rumore. Quando Daniel fece capolino fuori, vide il luogo deserto: i sicari erano
scomparsi.
Si rivolse a Ian, arrabbiato. «Che cosa volevi fare, incosciente?! Siamo disarmati e
loro erano in tre!»
«Hanno tentato di uccidermi e adesso stanno scappando!» protestò l'amico.
«Già e tu esattamente come pensavi di fermarli? A parole? Oppure volevi soltanto dar
loro occasione di finire l'opera? Lasciali andare, non puoi prenderli! Penserai a loro più
tardi, adesso devi pensare a Isabeau!»
Nel buio fitto, Ian si stava dominando a fatica. Fece un respiro profondo, perché si
rese conto di aver rischiato di mettere in pericolo anche Daniel con il suo colpo di testa.
«Hai ragione» ammise a denti stretti e poi si costrinse a distogliere la mente dai sicari in
fuga per oltrepassare la porta e voltarsi verso gli edifici in fiamme. «Andiamo via da
qui» disse, conscio che in quegli stessi istanti i suoi assassini si stavano dileguando alle
sue spalle impuniti, probabilmente per sempre.
Insieme a Daniel, attraversò il cortile, tenendosi al riparo dal buio e dalle ombre
distorte che le fiamme gettavano sugli edifici, badando bene a non farsi notare. Fu facile,
perché tutti gli abitanti del monastero si affannavano intorno agli edifici in fiamme, non
guardando nient'altro che non fosse il pericolo incombente dell'incendio.
Ian fece strada lungo il lato più lontano del cortile e si di resse verso la zona del
complesso normalmente riservata agli ospiti di rango. Conosceva bene il cammino
poiché era già stato in quel monastero due volte, la prima delle quali per molti giorni.
Ben presto il pensiero dell'incendio e persino quello dei si cari in fuga abbandonarono
del tutto la sua mente per lasciare il posto solo a un intenso batticuore.
Stava per rivedere Isabeau. Dopo una separazione infinita stava per riaverla tra le
braccia.
A ogni passo il cuore accelerava come se stesse per esplodere.
Il porticato del chiostro apparve davanti a lui di colpo, dietro l'angolo di un edificio.
Ian si bloccò.
Eccolo, il cortile in cui era stato aggredito, contornato dalle colonne di pietra chiara,
decorate semplicemente. Ian ne ricordava ogni dettaglio così come lo rivedeva adesso
davanti ai suoi occhi. L'aveva rivisto così spesso nei suoi incubi da poterlo disegnare a
occhi chiusi. Tutto era esattamente come l'ultima volta che l'aveva visto.
Ian avanzò piano, passo dopo passo, quasi tremando. Gli sembrò di entrare
nell'incubo. L'emozione lo stava sopraffacendo. Come un sonnambulo, mise piede nel
prato basso e curato fino a un punto preciso. Un punto che aveva ancora scolpito nella
memoria.
Attirato da qualcosa, Ian abbassò lo sguardo a terra. L'odore del sangue gli arrivava
alle narici, nonostante quello onnipresente del fumo. L'incendio era già arrivato fin lì,
divorava alcune camere poste sotto il porticato e le fiamme illuminavano sinistramente
l'erba.
Daniel andò cautamente dietro a Ian, senza notare che si era fermato nel mezzo del
cortile, poiché era troppo impegnato guardarsi intorno. Non c'era anima viva sul posto, a
parte loro , eppure Daniel si sentiva in pericolo. Perché questo lato del monastero
brucia? domandava allarmato, scrutando le fiamme che partivano da una stanza per
propagarsi a quelle vi, dietro le porte già spaccate dal calore.
Il chiostro non era a contatto con gli altri edifici in fiamme e il fuoco non ardeva sui
tetti ma in basso tra le porte di legno: non era stato portato dal vento e allora come?
L'epicentro era una stanza ben precisa, che Daniel ricordava molto bene.
Qualcuno ha appiccato il fuoco anche qui? sospettò il giovane, sempre più in ansia.
Raggiunse Ian per metterlo a dei suoi timori e notò in quel momento che l'amico era e
guardava in terra. Anche da dietro, Daniel lo vide in modo evidente.
Ian si accorse appena di lui. Guardava la macchia scura ai suoi piedi, ampia nella terra
e nell'erba. Era sangue, il suo sangue ancora fresco caduto nel luogo in cui era stato
pugnalato. Gli ultimi ricordi che aveva del mondo medievale l'odore di quella terra e di
quell'erba, intrise di sangue, il buio che piano piano inghiottiva ogni cosa.
Daniel si accostò per prendere il braccio dell'amico in silenzio. «Ian...» esordì.
«Va tutto bene» l'interruppe l'altro a bassa voce, imponendosi di controllare i propri
sentimenti. «Tutto bene».
Daniel annuì piano e lo lasciò andare. «Il fuoco. Laggiù» gli disse indicando le stanze
in fiamme sotto il chiostro.
Ian si riscosse dal suo stato di trance per alzare gli occhi. «Quella era la mia stanza...
mia e di Isabeau» disse alla fine. «Dovevamo dormire lì la notte dell'agguato».
Qualcuno, una figura sottile, arrivò di corsa sotto il chiostro, provenendo da una zona
laterale ancora al sicuro dal fuoco. Arrivò alle stanze in fiamme e si fermò. Rimase a
fissarle, ma pur nell'immobilità tradiva comunque una tremenda agitazione. Sembrava
non sapere che fare.
«Donna!» chiamò Ian.
L'ombra sotto il chiostro trasalì, spaventata come se fosse stata sorpresa a compiere un
crimine. Guardò verso il prato, arretrò di un passo con un'esclamazione soffocata, poi
però corse in avanti. «Ian! Daniel!» invocò.
Donna Barrat attraversò il cortile in un lampo, tenendosi, la gonna lunga con una
mano. Aveva i capelli rossi scarmigliati sul viso bianco e lucido di sudore. Anche nella
semioscurità si notavano le macchie di sangue sul suo vestito ricamato. Lo stesso sangue
che bagnava l'erba. Lei però odorava di fumo.
Si abbracciarono in tre con forza, come ritrovandosi superstiti dopo un naufragio.
Donna era sull'orlo delle lacrime. Continuava a ripetere i nomi degli amici, quasi volesse
con vincersi di ciò che vedeva. Si staccò da loro per guardare solo Ian. Gli afferrò la
tunica, poi le braccia, le spalle, il petto ampio, come per accertarsi della sua presenza
fisica. Gli posò le dita sul ventre all'altezza della ferita, temendo di fargli male.
Attraverso gli abiti lacerati trovò la cicatrice. «Sei vivo..!» sussurrò.
Il suo stato di tensione era evidente e la faceva tremare.
«Io... ho dato fuoco alla tua stanza, volevo far credere che fossero stati i sicari!»
continuò la ragazza tutto d'un fiato. «Perché se tutto fosse bruciato, nessuno si sarebbe
insospettito per la sparizione del tuo cadavere, ma poi ho pensato che corpo non si
consuma completamente, che si sarebbero inlo stesso, non trovando resti, e allora sono
tornata , ma non sapevo che fare...»
«Donna, calmati. Calmati» le disse Ian, interrompendo quel fiume di parole agitate e
senza pause. La prese per le spalle e chinò su di lei per guardarla negli occhi alla luce
delle . «Hai già avuto abbastanza presenza di spirito per salla vita. Senza la tua l'idea di
portarmi fuori subito da Hyperversum, quest'ora sarei morto» continuò con la stessa
nella voce incrinata. «Adesso non hai più bisogno di niente, io sono qui. Dov'è
Isabeau?»
Donna gli prese il volto tra le mani. Lo guardava con gli occhi dilatati per la profonda
tensione, scrutandolo incredula se alla luce avesse visto qualcosa che non aveva notato .
«Quanto... quanto tempo è passato?» domandò in un soffio.
«Due anni e mezzo» dovette ammettere Ian.
Donna era sgomenta. «Due anni e mezzo...» ripeté. «Siete usciti e rientrati dal gioco...
in due anni e mezzo!»
«Non siamo riusciti ad attivarlo prima di oggi. Temevamo di non riuscirci più, è stato
un miracolo» spiegò Daniel.
«Dov'è Isabeau?» insisté Ian, ma Donna continuava a guardare ora lui ora Daniel in
silenzio impressionato. «Ecco perché siete così cambiati...» disse alla fine.
Daniel e Ian si osservarono a vicenda, sorpresi.
Cambiati? No, nessuno dei due era cambiato, ne erano certi, né loro né nessun altro
tra gli amici e i familiari aveva notato cambiamenti. Di umore, forse, o di atteggiamento,
ma non un cambiamento fisico.
Ian però fu colpito da un pensiero che lo mise a disagio: dopo il ritorno nel mondo
moderno la sua vita era stata più frenetica, più impegnata. Aerei presi spesso, orari
assurdi, pasti saltati... e notti in bianco passate a tormentarsi per ciò che era stato.
Una vita del genere poteva averlo cambiato davvero fisica mente, senza che lui se ne
rendesse conto?
Daniel si scostò d'istinto dal viso i capelli, diventati di recente tanto ribelli.
«Per voi sono passati due anni e mezzo, per me meno di un'ora» insisté Donna, che
aveva colto i dubbi negli sguardi degli amici. «Se non vi siete mai persi di vista, non
avrete notato il cambiamento, ma io lo vedo! Siete invecchiati di due anni in un colpo!»
«Invecchiati... andiamo, Donna, non essere così drastica...» tentò Daniel.
«Voglio vedere Isabeau» disse invece Ian, mentre lo spiacevole senso di disagio
aumentava.
Il ragionamento di Donna stava portando il discorso in una direzione terribile e
precisa e lui non gliel'avrebbe consentito. Alzò lo sguardo verso il punto dal quale era
arrivata l'amica; la però gli afferrò più forte un braccio, indovinando le sue . «Aspetta!
Non puoi presentarti da lei così! Sei dimagrito, sei diverso! Che cosa vuoi raccontarle
per giustificare una cosa del genere? Lei ti ha visto in fin di vita solo poco fa!».
«Mi procurerò un'altra ferita e le diremo che non era così grave come si pensava. Se tu
mi aiuti, lei ci crederà».
«Ma non basta questo a giustificare tutto il resto!»
«Io... le spiegherò tutto, lei capirà. Adesso voglio vederla!» esclamò Ian, trattenendosi
a stento dal liberare il braccio in modo davvero sgarbato.
«Non puoi darle uno choc del genere!» si oppose però Donna in modo altrettanto
deciso.
«Ho passato più di due armi d'inferno credendo che non l'avrei mai rivista, non mi
terrai lontano da lei un minuto di più!» scattò Ian, questa volta con rabbia.
Daniel si mise in mezzo per calmare l'amico.
«Non voglio tenerti lontano da lei, ma non posso permetterti di mettere a repentaglio
la nostra vita qui!» esclamò Donna e la sua frase ebbe l'effetto di bloccare Ian, almeno
per qualche istante.
«Ti prego, ragiona» insisté la ragazza. «Ammesso che tu riesca a spiegare tutto a
Isabeau e che lei lo accetti, che cosa racconterai al conte di Ponthieu? E agli altri
cavalieri? Come spiegherai davanti a loro il tuo cambiamento improvviso?»
Ian esitò. Non si aspettava una situazione del genere, non era preparato.
Si sentì in trappola.
Cosa avrebbe potuto dire a Guillaume de Ponthieu? Era troppo acuto, troppo
sospettoso, non avrebbe mai creduto a una spiegazione che non fosse più che plausibile e
accurata.
Non posso raccontare la verità anche a lui, capì Ian.
E nemmeno a tutti quelli che avrebbero notato il cambia mento come Donna.
Niente doveva intaccare agli occhi del mondo la sua identità di Jean Marc de
Ponthieu: le conseguenze sarebbero state potenzialmente catastrofiche e non solo per lui,
anche per Donna che era legata a lui dallo stesso segreto.
Daniel gli si accostò, vedendolo in difficoltà. «Ehi» lo chiamò. «Calmati, cerchiamo
di ragionare. Tu conosci il tuo futuro, no? Sai che andrà tutto bene, hai visto i tuoi figli:
vuol dire che una soluzione c'è».
Ian annuì piano, cercando di mettere ordine tra le idee agitate.
«Quali figli?» domandò Donna con gli occhi spalancati.
«Isabeau è incinta» rivelò Ian. «Io... ho visto i miei figli sul codice che riporta la
cronistoria del casato. Il primo nascerà tra poco più di sei mesi».
Donna si portò la mano alla bocca d'istinto.
«Arriva qualcuno!» avvertì Daniel in quel momento.
«Di qua, presto!» esortò Donna e fece strada, portando gli amici nel buio fitto delle
colonne del chiostro, correndo nella direzione da cui era arrivata solo poco prima.
Raggiunse una stanza, l'aprì in fretta e vi fece entrare gli altri, poi li seguì e si chiuse la
porta alle spalle e rimase in attesa, trattenendo il fiato.
«Ma questa è...» esordì Daniel e non finì la frase, riconoscendo la grande camera in
cui i monaci avevano ospitato lui, Jodie e Martin l'ultima volta che erano stati al
monastero.
Fuori, qualcuno attraversò il cortile, correndo e gridando. Le voci chiamavano
disperatamente il nome del conte Jean Marc de Ponthieu e ben presto ad esse si
aggiunsero i tonfi di colpi battuti sulle porte poco lontane.
«Sono i servi che ci hanno accompagnati fin qui. Cercano il loro signore, non sanno
ancora cosa è successo» sussurrò Donna con l'orecchio teso verso l'esterno.
Daniel annuì e rimase a sua volta ad ascoltare attentamente.
Ian invece non badava ai rumori provenienti da fuori, aveva lo sguardo fisso verso
l'interno della stanza e il letto su cui era adagiata una figura immobile, appena visibile
alla luce di una lampada accesa.
Il respiro gli si fermò.
Isabeau sembrava un angelo fragile, scolpito nella cera. Giaceva priva di sensi, con i
lunghi capelli biondi scomposti intorno al viso. La mano sottile che pendeva dal letto era
sporca di sangue come il vestito.
Ian non la ricordava china su di sé dopo l'agguato, ma il sangue che la macchiava era
il suo. Ebbe una stretta al cuore al pensiero che la fanciulla avesse assistito a quella
scena orribile.
Andò da lei lentamente e si inginocchiò accanto al letto, con la voglia straziante di
prenderla tra le braccia per stringerla forte, e invece esitò anche solo a toccarla.
E se si fosse svegliata in quel momento? Come avrebbe reagito nel vedere il suo sposo
improvvisamente guarito e così cambiato?
Ian deglutì. Donna aveva ragione: non poteva dare a Isabeau uno choc simile. Era
stato un idiota a pensare di poter risolvere la cosa così approssimativamente, come se
Hyperversum semplice da spiegare.
Già, spiegare... che cosa? Nemmeno lui capiva perché, o come, Hyperversum con le
loro vite in tal modo... poteva spiegarlo a chi era nato e cresciuto nel Medioevo? la
tecnologia? Con la magia?
Per Isabeau, come per Guillaume de Ponthieu e i pochissimi medievali a conoscenza
della sua identità segreta, Ian Maayrkas era uno straniero venuto da una terra
lontanissima, che il conte aveva sfruttato per nascondere la morte del fratello minore e
salvare il casato dagli intrighi dei nemici politici.
Nessuno di loro si immaginava neanche lontanamente la verità sulle sue origini e,
d'altra parte, come avrebbero potuto? L'idea di un viaggio nel tempo era completamente
fuori dalla loro portata, quanto poteva esserlo un marziano. Nell'ipotesi più rosea
avrebbero pensato a un miracolo, nella peggiore a una manifestazione di stregoneria.
Di colpo un terrore profondo assali Ian, facendolo fremere. La Storia diceva che
sarebbe tornato nel Medioevo per vedere nascere un primo e un secondo figlio, ma nelle
poche righe lette per caso non c'era scritto nulla a proposito dell'atteggiamento che gli
altri avrebbero avuto nei suoi confronti.
Ian capì che il suo ritorno poteva cambiare irrimediabilmente la sua vita in quel
mondo antico, a seconda di quanto fosse traumatico o plausibile. E se la sua reputazione
fosse stata in qualche modo compromessa da sospetti, maldicenze o qualsiasi altra
insinuazione fuori dall'ordinario, anche Isabeau ne sarebbe rimasta inevitabilmente
coinvolta.
Non poteva permetterlo. Doveva trovare a tutti i costi un altro modo per tornare da lei
senza arrecarle danno e ulteriori sofferenze.
Con dolore, con chiarezza, si rese conto che solo il tempo poteva aiutarlo. Il suo
cambiamento fisico poteva essere accettabile soltanto dopo una lunga assenza.
Si accorse di avere gli occhi pieni di lacrime. Prese tra le sue le dita di Isabeau
sentendole gelide e viscide per il sangue non ancora rappreso. «Mi dispiace, amore
mio...» mormorò, stringendola come un fragile tesoro.
Daniel guardava dalla porta in silenzio, commosso.
Sobbalzò, quando qualcuno bussò violentemente all'uscio dietro le sue spalle. Le
stesse voci disperate che poco prima chiamavano da lontano adesso risuonavano
vicinissime.
«Messieurs! Où étes-vous?1»
«Répondez-nous, pour l'amour de Dieu!2»
«Mesdames! Répondez! Vous étes en danger!3»
Andate via da qui! ordinò Donna agli amici, con gesti si.
Daniel corse da Ian e lo tirò in piedi con la forza. Lo trascinò verso la finestra sulla
parete opposta alla porta e lo costrinse a scavalcare il davanzale.
Senza neanche capire appieno cosa stesse facendo, Ian si ritrovò seduto a terra, con le
spalle al muro, nascosto sotto la finestra, trattenendo il fiato nell'udire i rumori
provenienti dalla stanza.
Daniel, invece, fece solo in tempo a voltarsi per vedere i servi affannati entrare dalla
porta che Donna non aveva chiuso a chiave.
«Monsieur, grazie al cielo siete qui!» esclamò il primo di , riconoscendolo.
Gli altri invece gettarono grida di sgomento nel vedere Isabeau insanguinata ed
esanime sul letto.
«Hanno aggredito il conte Jean!» urlò Daniel, prevenendo ogni domanda per puntare
il dito verso il cortile fuori dalla porta. Dopo tanto tempo usò di nuovo il francese e la
sua stessa voce gli suonò estranea. «L'hanno portato via! Dobbiamo inseguirli!»
aggiunse comunque, cercando una qualsiasi idea che potesse sviare gli uomini e farli
allontanare. Mentalmente ringraziò il fatto che la luce della lampada fosse troppo fievole
e i servi troppo spaventati perché qualcuno notasse i cambiamenti del suo aspetto.
Gli uomini vociarono ancora di più, concitatamente, alcuni corsero fuori.
«Portate le dame al sicuro!» ordinò ancora Daniel a quelli che erano rimasti accanto a
Isabeau. Donna gli si buttò tra le e sembrò che invocasse aiuto da lui. «Mandali a cer care
Jodie, Martin e Carl, dobbiamo giustificare anche la loro scomparsa!» esclamò invece,
approfittando del fatto che nessun altro intorno a loro capiva l'inglese. «Di' loro che Carl
se li è tirati dietro scappando, che li ho visti io».
«Scappando? E dove?!» domandò Daniel, trasecolando.
«Non lo so, inventerò qualcosa. D'altra parte quel vigliacco di Carl potrebbe essere
scappato anche senza avere una meta precisa, solo perché in preda al panico, non è certo
la prima volta che lo fa».
Daniel fu colpito dal tono di rabbia che udì nella voce di Donna. Dovette riflettere sul
fatto che per lei non era passato tempo come per lui: i sentimenti della prima
lunghissima dentro Hyperversum ancora ben vivi e forti, tra tutti il rancore per Carl che
nel Medioevo l'aveva abda sola al primo segnale di pericolo.
«Adesso vattene via anche tu!» esortò Donna, afferrandogli i vestiti. «Prendi Ian e
trova il modo di sparire. Non farlo tornare qui prima di qualche mese. Hai inventato che
i sicari l'hanno portato via: diremo che è stato prigioniero».
«Ma prigioniero di chi e dove? Dobbiamo elaborare un piano, non possiamo andare
allo sbaraglio! Se non ci mettiamo d'accordo, cosa racconteremo al nostro ritorno?»
obiettò Daniel con ansia.
«Non c'è tempo per parlare adesso! Tra un po' qui ci sarà una folla di gente: a ogni
minuto aumenta il rischio che ci scoprano» lo zittì Donna. «Se è vero che nel libro di Ian
c'è scritto tutto ciò che succede, troverete là anche la spiegazione per la sua assenza. Ora
1 Signori! Dove siete?!
2 Rispondeteci, per l’amor di Dio!
3 Mie signore! Rispondete! Siete in pericolo!
vai!»
Daniel annuì e si staccò da lei. Aveva le idee in subbuglio, il cuore in gola.
Mentalmente pregò di fare la cosa più giusta. «Aiutatemi a trovare gli altri! Fuori!
Presto!» ordinò in francese ai servi che avevano assistito a tutta la scena senza capire una
sola parola, pieni di paura per ciò che stava accadendo. «E voi portate madame de
Montmayeur al sicuro!» disse ai due più vicini.
Gli uomini si affrettarono a eseguire: avvolsero Isabeau in una coperta e il più robusto
dei due la sollevò con cautela tra le braccia. Daniel prese la mano a Donna per un attimo
carico di tensione. «Ci rivediamo tra qualche mese» le disse sottovoce. «Tornate qui, al
monastero. Farò in modo di lasciarvi notizie su ciò che accadrà nel frattempo» rispose
lei.
Daniel si fece di lato per lasciar passare il servo che trasportava Isabeau, nel contempo
non poté fare a meno di alzare gli occhi verso la finestra aperta, conscio che Ian era
ancora là sotto, che doveva aver sentito o almeno capito in gran parte ciò che era
accaduto nella stanza.
«Digli che avrò cura io di Isabeau fino al suo ritorno» disse Donna con un cenno
incoraggiante del capo.
Daniel si decise a uscire.
Oltre la finestra, Ian era ancora seduto sotto il davanzale, con le ginocchia vicine al
petto e le spalle al muro. Aveva seguito con il cuore in gola ciò che era accaduto, diviso
in due tra l'istinto di rientrare nella stanza e la prudenza che gli impediva di farlo. Sentì i
servi portare via Isabeau e il petto farsi di piombo, eppure non osò alzarsi.
Si prese la testa tra le mani e rimase immobile ad ascoltare i rumori che si spegnevano
dietro la finestra per lasciare solo il clamore lontano dell'incendio.

***

Daniel tornò da lui dopo un po' di tempo, un'ora, forse più, Ian non seppe giudicarlo.
Era ancora là, paralizzato nel buio sotto la finestra, quando l'amico lo raggiunse e si gettò
seduto accanto a lui. Ansava come se avesse corso per un bel tratto. «Li ho seminati»
esordì, nel riprendere fiato. «Li ho spediti a cercare nelle direzioni più disparate e poi mi
sono dileguato. Crederanno che io sia ancora sulle tracce dei sicari. I monaci hanno
notato il sangue sul prato, alcuni temono che gli uomini di Derangale, invece di portarti
via, abbiano gettato il tuo cadavere nel fuoco per spregio. Tutte queste congetture ci
serviranno per depistarli un po' finché non torneremo». Tacque per inumidirsi le labbra e
aggiunse: «Vorrei proprio sapere come spiegheremo tutto questo pasticcio. Spero
davvero che nel tuo libro ci sia scritto come ne veniamo fuori: avremo bisogno di un
alibi a prova di bomba».
«Io non me ne vado da qui» disse Ian con voce roca, senza rialzare la testa.
«Cosa?» Daniel spalancò gli occhi.
«Io non me ne vado» ripeté Ian. «Non voglio».
«Sei matto? Lo sai anche tu che è l'unica cosa da fare, per il momento».
Ian non rispose e rimase con la testa tra le mani.
Daniel provò pena per lui, ma si riscosse. «Andiamo, non fare il bambino adesso. Il
fuoco adesso avanza anche da questa parte e prima o poi qualcuno verrà a tentare di
spegnerlo. Se rimaniamo ancora qui, ci scopriranno e allora sì che sarà difficile spiegare
tutto» continuò e alzò una mano davanti a sé. «Help» chiamò.
Sulle sue dita comparve una mela verde fosforescente che fluttuava nell'aria. Una
mela virtuale. L'icona di Hyperversum.
Ian trasalì a quel bagliore e rialzò la testa di scatto.
«Toccala» esortò Daniel, porgendogli la mela luminosa senza bisogno di sfiorarla.
«Funziona così, lo sai no? Te l'ho spiegato: per uscire dalla partita devi toccare l'icona
anche tu, poi io chiuderò tutto».
Ian si appiattì contro il muro d'istinto e non disse niente. Era il ritratto dell'angoscia.
«Se non ti muovi, ti trascino fuori dal gioco di peso» minacciò Daniel per riscuoterlo.
«L'ho già fatto una volta e posso rifarlo. Non comportarti da idiota e non costringermi».
Ian gli lanciò un'occhiata risentita, ma l'amico prevenne ogni obiezione mettendogli la
mano sulla spalla con fare fraterno. «Lo so che è dura, ma pensa che lo fai per Isabeau».
Seguì il silenzio, poi Ian cedette lentamente. «Lei soffrirà comunque, come ho
sofferto io, giorno dopo giorno, da sola in una casa vuota» rispose alla fine, piano. Era
un pensiero insopportabile.
«Ma lei avrà la speranza del tuo ritorno, sarà Donna a dargliela. Pensa invece che,
restando ora, metteresti in difficoltà la tua vita qui e di conseguenza anche la sua. Ciò
che fai adesso è per il vostro futuro insieme».
Ian si ripeté quelle parole per convincersi, eppure Daniel dovette prendergli il braccio
per fargli alzare la mano verso l'icona di Hyperversum. «Coraggio, cavaliere. Hai
superato ben più dure, puoi affrontare anche questa»:
Ian chiuse gli occhi quando sentì un violento senso di vertigine staccargli i sensi dal
corpo. Si aggrappò a qualcosa e capì che erano i braccioli della poltrona imbottita su cui
sedeva quando aveva cominciato a giocare.
Era tornato di là.
«Chiudi partita» sentì dire da Daniel.

***

Si ritrovarono nella stessa stanza da cui erano partiti. Sul l'orologio del computer
erano trascorsi solo pochi minuti dall'inizio del gioco.
Daniel si sbarazzò del visore e dei guanti, quasi come se scottassero. Cercando di
calmare il cuore, rimase per qualche istante a guardare il monitor, sul quale si stavano
chiudendo in successione tutte le schermate del gioco, poi si voltò a cercare Ian.
L'amico era accasciato sulla poltrona imbottita, con la testa reclinata all'indietro sullo
schienale. Si era già tolto il visore e lo teneva nella mano ancora col guanto. Guardava il
soffitto e respirava in fretta, come se avesse appena sostenuto un grande sforzo.
«Tutto bene?» domandò Daniel.
Ian gli indicò il computer. «Riprogrammiamo la partita. Spo stiamo la data avanti e
ricominciamo».
Daniel si alzò in piedi, sapendo di andare incontro a una di scussione potenzialmente
molto difficile. «Non adesso» rispose.
Ian rialzò la testa dalla poltrona e lo guardò. «Come sarebbe?»
«Questa volta dobbiamo organizzarci bene. Per prima cosa dobbiamo leggere il
codice miniato e poi tra un giorno o due...»
«Io non aspetto un giorno o due!» reagì Ian, improvvisa mente con rabbia. «Ho atteso
già troppo, voglio ricominciare quella partita. Adesso!»
«No» s'impose Daniel. «Stavolta facciamo come dico io. Tu non sei lucido abbastanza
per decidere, in questo momento. Io capisco, però devo costringerti a pianificare ogni
dettaglio di ò che diremo o faremo quando torneremo di là. E poi,» agin fretta, vedendo
che Ian stava per obiettare di nuovo «adesso che sappiamo che il passaggio funziona
davvero, prima sparire devi aiutarmi a sistemare le cose. Tu parti, ma io qui: non puoi
lasciarmi difficili spiegazioni per i miei genitori. Io per te l'ho fatto. Ti ho aiutato quando
sono partito dal e ho preso ogni precauzione per non insospettire tuo , il conte Guill».
Tutte le obiezioni sembrarono morire sulle labbra di Ian a quel discorso serio.
Il giovane tacque per un bel pezzo, infine sospirò. «D'accordo» si arrese. «Hai
ragione. Scusami, ho davvero perso la testa per questa storia».
«Dai, su di morale» lo incoraggiò Daniel. «Sistemeremo tutto, vedrai».
Ian riuscì a fare un mezzo sorriso.
Capitolo 3
Ci volle quasi una settimana. Ian presentò le sue dimissioni all'università, sistemò le
sue cose, infine annunciò alla famiglia Freeland la sua intenzione di trasferirsi
definitivamente in Francia per unirsi a una fantomatica spedizione archeologica, che
l'avrebbe portato in giro per il mondo senza fissa dimora.
Non fu facile sostenere quella discussione in famiglia, specie con il colonnello John
Freeland, il padre di Daniel, ma Ian non poteva e non voleva tornare indietro sulle sue
decisioni. Si lasciò malamente con l'uomo che era stato il suo tutore da quando aveva
sedici anni e la cosa lo ferì in profondità.
Era molto nervoso quando si sedette davanti al computer di Daniel per riprendere la
partita di Hyperversum l'amico rispettò il suo silenzio, evitando di fargli domande
sull'argo.
Quel venerdì sera i suoi genitori avevano accompagnato Martiri alla sua prima partita
di baseball in trasferta e non sarebbero ritornati prima della domenica pomeriggio. Per
quella data però, Ian sarebbe già stato molto lontano e non avrebbe più fatto ritorno. Non
ci sarebbe stato modo per lui di risanare la frattura che si era creata con il colonnello
Freeland.
Anche Daniel si sentiva male all'idea del litigio che per la prima volta in tanti anni
aveva turbato l'armonia della famiglia. Era già stato molto triste vedere Martin e Jodie
piangere, anche se in privato, al pensiero di salutare Ian per sempre.
«Hai preparato lo scenario?» domandò alla fine Daniel, piano.
Ian gli tese un CD in silenzio.
Daniel iniziò a impostare la partita coscienziosamente. «Di quanto sposto la data in
avanti? Sei mesi bastano?»
«Due bastano e avanzano» replicò Ian, secco.
Daniel lanciò un'occhiata torva all'amico. «Non è plausibile, se è vero che sei
cambiato così tanto».
«E io voglio vedere mio figlio nascere» protestò Ian con decisione.
I due si guardarono per un po', ciascuno meditando sui propri pensieri.
«Che dice il codice miniato?» domandò Daniel alla fine.
Ian fece un gesto vago. «Non indica una data precisa. Dice solo che il conte Jean
Marc de Ponthieu è rimasto prigioniero dei suoi nemici per mesi e con l'inverno è tornato
a casa».
«Inverno, eh? Ok, allora prendiamo gli inizi dell'anno per il tuo ritorno a casa. 10
gennaio, sei d'accordo? In questo modo saranno passati quasi cinque mesi dall'agguato.
Non troppo, non troppo poco».
Ian sospirò, ma rinunciò a obiettare. Avrebbe voluto abbreviare il più possibile il
tempo che Isabeau doveva passare da sola ad attendere il suo ritorno, ma sapeva di non
poterlo fare più di tanto, ne andava della credibilità del suo alibi. «Va bene» disse alla
fine. «Per tutto il resto, siamo d'accordo?»
«Ho imparato a memoria le istruzioni che mi hai mandato per e-mail. Farò quello che
devo per non intralciare il tuo alibi» rispose Daniel.
Ian annuì, ma sembrava molto teso. «Speriamo davvero che vada tutto bene».
Daniel non lo prese come un segno di sfiducia nei suoi confronti: anche lui sarebbe
stato agitatissimo al pensiero di dover a raccontare al conte di Ponthieu una storia
inventata, è studiata nei minimi dettagli.
Guillaume de Ponthieu gli aveva sempre ispirato una soggezione tremenda, per non
dire addirittura timore, e dubitava a distanza di anni la cosa fosse cambiata. Per giunta il
conte, perspicace com'era, avrebbe sicuramente notato ogni dettaglio della messinscena
di Ian: un motivo in più per che fosse davvero a prova di bomba.
«Sicuro di aver interpretato bene quello che c'era scritto sul codice?» domandò Daniel
nervosamente.
«Direi di sì. I dettagli però erano veramente scarni».
«Nessun cenno su di me?»
«No, te l'ho detto». Ian evitò di aggiungere che non si era spinto a leggere più in là
della parola esatta che confermava il suo ritorno al monastero di Saint Michel. Sapeva
come la pensava l'amico riguardo al ricavare notizie da quel codice miniato e su questo
erano decisamente in disaccordo. Daniel avrebbe esplorato ogni singola pagina di quel
codice pur di trovare tutti i riscontri alla teoria che stavano mettendo in piedi; Ian era
restio anche solo a leggere la riga successiva per evitare anticipazioni sul suo avvenire.
Era una cosa che lo spaventava molto di più che andare a raccontare una menzogna a
Guillaume de Ponthieu.
Alla fine aveva fatto a modo suo: aveva letto lo stretto necessario per capire come si
sarebbero svolti i fatti e tanto bastava. Il resto del suo futuro gli sarebbe stato rivelato col
tempo, come accadeva a tutti i normali esseri umani.
«Potresti anche dire ai tuoi monaci amanuensi di essere più esaurienti quando
scrivono le cronache» sbuffò Daniel.
«Andrà bene lo stesso, vedrai» tagliò corto Ian. «In fondo quella sulla cronaca è solo
la trascrizione di ciò che sto per andare a raccontare, quindi deve corrispondere per forza
a quello che ho inventato adesso».
Daniel fece finta di farsi convincere.
Il computer, nel frattempo, aveva terminato di caricare tutti i parametri della partita.
«Si comincia» disse Daniel.

***

Li accolse il pendio di un bosco buio e freddo. Ian non aveva voluto rischiare di
comparire dal nulla in pieno giorno, benché in un posto isolato fuori dal monastero, e
così la scelta del momento di arrivo era ricaduta sul finire della notte, a poche ore
dall'alba, quando di sicuro tutti gli abitanti della zona, monaci, contadini, cacciatori,
pastori e viandanti erano ancora ben al riparo tra quattro mura, in attesa di riprendere le
attività al mattino.
Il vento sibilava a tratti tra le fronde e i tronchi neri, creando suoni e fruscii sinistri.
Tra i cespugli ormai spogli non si muoveva nemmeno un animale. Gli alberi erano
spettrali e privi di foglie: solo qualche conifera qua e là formava una macchia di fronde
in un paesaggio desolato, intriso dell'odore di terra bagnata e foglie marce. La luce di
una luna velata consentiva a fatica di orientarsi tra i tronchi.
Daniel rabbrividì. «Si gela qui». Si spostò in un anfratto tra le rocce del pendio che
offriva riparo dal vento, ma anche in quella specie di piccola grotta la temperatura non
migliorava granché. Il fiato si condensava in nuvolette bianche a ogni re.
«È per questo che stavolta, con i vestiti del tuo personaggio, ho dato anche un
mantello pesante» rispose Ian, cercando di scaldarsi sfregandosi le braccia. A differenza
dell'amico, indossava gli stessi abiti della partita precedente, solo più sgualciti, e la
tunica blu era sempre lacerata sull'addome.
«Potevi prenderne uno anche tu» osservò Daniel.
«Io sono quello che è stato prigioniero fino a oggi, tu no. Per questo ho cambiato i
tuoi abiti ma non i miei. Tu puoi stare comodo, io devo mantenere le apparenze».
Daniel fece un mezzo fischio. «Bel lavoro, Sherlock. Hai pensato ai minimi dettagli».
«Dovevo, se non voglio insospettire nessuno. La fregatura più grossa è che
Hyperversum ci lascia mai altro equia parte i vestiti e quindi non sapevo cosa inventare
per giustificare la tua eventuale presenza, disarmato e nemmeno un cavallo. Per questo
non posso portarti con adesso. Dovrai fare la massima attenzione perché nessuno veda
mentre io vado al monastero, recito la mia parte e torno ».
«Non importa. Fai quello che devi, la messinscena viene prima di tutto».
Ian rimuginò ancora un po'. «Per te sarebbe stato tutto più facile se non avessi insistito
tanto per accompagnarmi fino a Chàtel-Argent. Potevi semplicemente farmi arrivare qui
e poi ripartire, anzi potresti farlo già adesso».
Daniel scosse la testa, infastidito. «Ne abbiamo già parlato e non intendo discuterne
ancora: sarò la tua ombra finché non ti vedrò oltrepassare il ponte levatoio di Chatel-
Argent. Quindi a costo di aspettarti qui fino a mettere radici, io faccio il viaggio con te».
Si rese conto di aver risposto in modo sgarbato, ma non poteva farci niente. La sola
idea di dover salutare Ian per sempre lo faceva innervosire, perché lo addolorava.
Avrebbe dato qualsiasi cosa per ritardare quel momento il più possibile.
«Ci vorranno quasi due giorni per arrivare al castello. Come farai a spiegare la tua
assenza a casa?» domandò Ian e si vide che evitò di insistere sull'argomento precedente
per non irritare di più l'amico.
«Il tempo scorre diversamente di qua e di là da Hyperversum, l'ho notato anche
nell'altra partita. Siamo stati via più un'ora e l'orologio del computer aveva contato
invece solo minuti. Anche la prima volta che siamo passati di qua è lo stesso. Siamo stati
via mesi e per il computer invece erano passate solo ore. Farò in tempo a uscire prima
che i miei con Martin e comunque tutti e tre staranno via a domenica sera».
Ian rimase a guardare il bosco, mentre si stringeva le spalle con le mani per scaldarsi.
«Abbiamo pensato a tutto, allora».
«Direi proprio di sì». Daniel tacque per un po', ma poi cercò di tirare fuori un'aria
risoluta. «Coraggio, facciamo il necessario per riportare a casa il conte Jean Marc de
Ponthieu».
Ian gli comunicò tutta la sua gratitudine con un sorriso commosso. «Vado e torno.
Cercherò di metterci il meno possibile».
«E io, appena fa luce, scenderò verso la strada. Ti aspetterò nascosto là vicino»
replicò Daniel.
«Sicuro di farcela?»
«Non è mica la prima volta che viaggio da solo nel Medioevo! So cavarmela, sta'
tranquillo».
«Se qualcosa si mette male, te ne torni a casa di filato attraverso Hyperversum: ».
«Promesso. Non temere».
Ian non si sentiva proprio del tutto tranquillo, ma finse di esserlo.
«Te ne vuoi andare?» lo esortò Daniel. «Se davvero ti preoccupi tanto per me, cerca di
sbrigarti. Prima vai, prima torni e io la smetto di stare rintanato qui al freddo! Certo, se il
signor conte avesse deciso di tornare in primavera, sarebbe stato molto più
confortevole».
«Se fosse stato per me, sarei arrivato qui l'autunno scorso, visto che non sono potuto
rimanere in piena estate. Sei stato tu a insistere per far passare qualche mese in più e
quindi adesso è inverno» ribatté l'amico, facendo qualche passo fuori dall'anfratto per
cominciare la sua discesa verso il monastero. «E comunque, smettila di lamentarti, fa
soltanto un po' freddo e sei al coperto. Poteva andare peggio: la prima volta che abbiamo
fatto il salto di qua ci siamo ritrovati bagnati fradici».
In quel momento, il sibilo del vento si fece più forte e l'aria più umida,
sorprendendolo. Qualcosa ticchettò sui rami spogli e sulle foglie dei sempreverdi, poi
iniziò a scrosciare.
Da dentro la piccola grotta, Daniel guardò Ian e i suoi vestiti che si inzuppavano
rapidamente. L'amico preferì non dire niente e si limitò a cercare un sentiero che
portasse fuori dal bosco, a testa bassa.
Daniel lo guardò sparire tra gli alberi e poi si sporse dalla grotta per alzare gli occhi
verso il cielo scuro e la pioggia che cadeva fitta. «Questo gioco ce l'ha con noi» sospirò.
Si ritrasse per evitare di bagnarsi e andò a sedersi a terra, stringendosi il mantello
intorno al corpo con un senso di disagio dovuto non soltanto al freddo.
Lì da solo, al buio, in pieno Medioevo, non si sentiva affatto sicuro come aveva
voluto far credere. Ma questo era meglio che Ian non lo sapesse.

***

Ian impiegò parecchio per scendere il pendio e arrivare in vista del monastero. La
pioggia aveva reso scivoloso il terreno e, dopo aver rischiato di cadere almeno un paio di
volte, il giovane si era deciso a rallentare il passo per non rischiare di farsi male.
Bagnato fino al midollo, si presentò al portone del monastero ancora chiuso per la
notte. La pioggia non ne voleva sapere di smettere e il buio era ancora fitto, ma alcune
luci si vedevano già dietro i vetri della chiesa. Un breve rintocco di campana annunciò
che il monastero si preparava per le preghiere del mattutino prima del sorgere del sole.
Ian bussò più volte al portone e attese con pazienza sotto la pioggia che qualcuno
venisse ad aprire.
Un vecchio guardiano socchiuse il battente tenendo in mano una lanterna che sollevò
verso il giovane infreddolito. «Che cosa volete?» domandò sospettoso. «Non
distribuiamo cibo fino a mezzogiorno e il monaco erborista è stato chiamato ieri nella
città vicina. Non abbiamo nessuno che possa vedere i malati o i feriti».
Ian si fece avanti verso l'uomo per farsi riconoscere alla luce. «Fatemi entrare, per
amor del cielo» esordì. «Sono Jean Marc de Ponthieu e non avete idea di quello che ho
passato prima di arrivare qui. Datemi asilo, l'abate mi conosce e potrà garantire per le
mie parole».
Il vecchio custode sgranò gli occhi e quasi trattenne il fiato. Alzò la lanterna ancora di
più e osservò la statura imponente del suo interlocutore. Ian ricordò che la sua altezza
era diventata inconfondibile in quel mondo antico e drizzò le spalle d'istinto. Ottenne
l'effetto voluto senza fatica.
«Signor conte..! E un miracolo..!» balbettò infatti il vecchio guardiano e si fece più
volte il segno della croce mentre si affrettava a spalancare la porta.
Ian ebbe un moto di sollievo.
Bastò che il guardiano chiamasse il foresterario perché l'intero monastero si mettesse
in agitazione, come una voliera in cui fosse stato gettato un sasso all'improvviso.
Arrivarono prima il vicario e poi il priore, portando altre lanterne, infine l'abate in
persona. Insieme a loro, molti monaci e servi si affacciarono dalla chiesa e nel porticato,
incapaci di dissimulare la curiosità per una notizia tanto straordinaria.
«Signor conte! Che sollievo rivedervi vivo! Rendiamo grazie al cielo per questo
miracolo» esclamò l'abate, andando verso Ian con le mani tese in un gesto d'accoglienza.
Era sinceramente commosso. «Abbiamo pregato tanto per voi e il Signore, nella Sua
infinita misericordia, ci ha ascoltati».
I monaci mormorarono tra loro, quando il loro superiore di mostrò di riconoscere
davvero l'ospite inaspettato, piombato al monastero in quella fredda notte d'inverno. Era
vero: il conte cadetto di Ponthieu era ancora vivo e presto la notizia sarebbe rimbalzata
in ogni angolo del feudo. Tutti si immaginavano già lo scompiglio e la festa che la cosa
avrebbe suscitato.
Ian si lasciò stringere le mani dall'abate, sentendo un'enorme emozione nell'essere
accolto al riparo del parlatorio da quell'uomo che non vedeva più da due anni e mezzo.
Era davvero tornato a casa. Ora lo sapeva con certezza.
«Reverendo padre, non sapete che gioia sia per me essere di nuovo qui dopo così
tanto tempo» rispose e non dovette fingere mentre lo diceva. «Avevo quasi perso le
speranze».
Dallo sguardo sollevato dell'abate trapelava comunque la preoccupazione. «Vi
credevamo morto, scomparso nell'incendio. E' passato così tanto tempo da allora... Che
cosa vi è accaduto? Siete così pallido e smagrito... cosa vi hanno fatto?»
Ian ringraziò mentalmente Donna e la sua presenza di spirito che l'aveva costretto a
ritardare il suo ritorno di qualche mese. La ragazza non aveva esagerato nelle sue parole:
il cambiamento era così evidente da non sfuggire nemmeno a un occhio estraneo.
«E' una storia lunga» sospirò Ian. E adesso scopriamo se è anche credibile, pensò in
aggiunta, con una certa tensione, a cominciare.
L'abate dovette invece pensare che il conte non volesse par lare davanti a tanta gente
perché si affrettò a dare ordine ai servi di preparare una stanza appartata in cui l'ospite
avrebbe potuto asciugarsi e avere cibo e ristoro. «Venite, seguitemi» aggiunse facendo
strada, quindi condusse l'americano attraverso il complesso del monastero.
Con profondo disagio, Ian osservò le mura annerite, circondate dalle impalcature dei
carpentieri e dei muratori che stavano effettuando i restauri. Pochi edifici si erano salvati
e solo la chiesa era rimasta del tutto intatta: ovunque nel resto del monastero si vedevano
tetti di fortuna, finestre riparate alla meglio e muri consolidati provvisoriamente in attesa
delle vere riparazioni.
Che disastro... Ci credo che mi credevano scomparso nell'incendio, considerò Ian tra
sé cupamente. «Quante vittime ci sono state?» chiese invece all'abate.
Il religioso si fece il segno della croce. «Undici» rispose addolorato. «In due casi i
corpi non sono ancora stati ritrovati tra le macerie e la cenere. Credevamo che la stessa
cosa potesse essere accaduta anche a voi».
Undici vittime, si ripeté Ian, indignato. Undici persone per il complotto architettato
contro di lui.
I responsabili avrebbero pagato per quello, giurò a se stesso. Avrebbero pagato molto
caro.
I servi stavano già accendendo il camino, quando Ian fu accomodare in una grande
stanza, meno danneggiata delle altre.
Il giovane poté togliersi la casacca e la camicia bagnata per asciugarsi davanti al
fuoco e i monaci solerti gli portarono un panno per scaldarsi. Nel contempo fu preparata
la tavola sui cui venne disposta una rapida cena.
«Non ho bisogno di quello» disse Ian ai servi che si stavano affaccendando per
preparare anche il letto. «Non voglio dormire, intendo ripartire subito per Chàtel-
Argent».
«Non vi riposate nemmeno qualche ora?» si preoccupò l'abate.
«Sì, solo fino all'alba, ma mi basta uno scranno. Voglio ritornare dalla mia famiglia
prima possibile» rispose Ian, e nel contempo pensò anche a Daniel che lo stava
attendendo fuori al freddo.
L'abate comprese la sua ansia di rimettersi in viaggio subito verso casa e, quando tutto
fu sistemato, fece cenno ai monaci e ai servi perché li lasciassero soli. Il priore e il
vicario si allontanarono insieme agli altri con malcelata delusione.
Ian seppe che era arrivato il momento delle spiegazioni, ma preferì prendere ancora
tempo, fingendo di aver bisogno di ristorarsi col cibo. Doveva capire cosa fosse successo
durante la assenza e pensò al modo meno sospetto per ottenere le che gli servivano. Si
accomodò alla tavola e per cosa si versò del vino. L'abate declinò l'offerta di un
bicchiere, ma si sedette comunque e rispettò il silenzio dell'ospite. fece domande, ma
parlò per primo. «La vostra famiglia è dal vostro ritorno, signor conte. Ora più che mai
ha della vostra presenza».
«È accaduto qualcosa?» si allarmò Ian d'istinto, ma si rilassò immediatamente al
sorriso che l'abate gli fece scuotendo la testa.
«Non dovete temere, per nessuno dei vostri cari. Il Signore voluto ricompensarli,
piuttosto, dopo tante sofferenze. la nascita del vostro erede. Vostra moglie ormai è al
termine della gravidanza».
«Un figlio!» esclamò Ian, simulando sorpresa, ma la sua emozione fu comunque
fortissima.
Mio figlio Marc, si disse commosso e ricordò il ritratto del cavaliere che aveva trovato
sul codice miniato. Ne conosceva con certezza anche la data di nascita. Ormai
mancavano pochi mesi.
«Vostra moglie ha pregato tanto perché sia un maschio a cui dare il vostro nome»
continuò l'abate, felice di poter comunicare una notizia così bella al suo interlocutore.
«Sono sicuro le sue preghiere saranno ascoltate anche questa volta, così sono state
ascoltate quando imploravano il vostro ritorno. Il Signore premierà generosamente tanta
fede».
«Ne sono certo anch'io» rispose Ian a bassa voce, tenendo gli occhi fissi sulla coppa
stretta tra le mani sul tavolo, per coni sentimenti che affollavano nel cuore. Si accorse
l'abate lo stava osservando in silenzio, in attesa che fosse a continuare il dialogo, ma non
riuscì a ricambiare il suo , tanto si sentiva turbato. «Che altre notizie potete della mia
famiglia?» domandò alla fine.
«La dama di compagnia di vostra moglie viene qui a pregare per voi ogni mese,
adempie un voto al posto della sua signora, che non può viaggiare nelle condizioni in cui
è, e ci tiene informati» rispose il religioso.
Donna ha mantenuto la promessa di farmi avere notizie, pensò Ian. Davvero ha
trovato un modo ingegnoso per non insospettire nessuno.
«Vostro fratello gode di ottima salute» continuò l'abate. «Ha preso in moglie dama
Alinor de Dreux tre mesi fa. La vostra famiglia è ora legata al casato reale».
Ian annuì piano, ascoltando senza rialzare gli occhi, meditando su ogni singola parola.
Sapeva già anche quella notizia: la conosceva da anni, da prima ancora di arrivare nel
Medioevo. Guillaume aveva meritato tanta fiducia dal parte del re Filippo Augusto,
l'aveva meritata più di chiunque altro per la fedeltà incrollabile dimostrata verso la
corona francese.
«Il conte di Ponthieu amministra la regione dal momento della vostra scomparsa»
aggiunse l'abate e il suo tono si fece più grave. «Non ha smesso un istante di dare la
caccia ai vostri assassini e alla fine li ha trovati. O almeno ne ha trovati due. Sono stati
giustiziati sulla pubblica piazza una settimana fa, che il cielo abbia pietà delle loro
anime». L'uomo si fece di nuovo il segno della croce.
Questa volta, Ian rialzò gli occhi, nervoso. Quella era una notizia che non si aspettava.
«Raccontatemi cos'è accaduto esattamente».
L'abate fece un gesto vago. «Non conosco proprio tutti i dettagli, ma so che i
condannati erano un inglese e un fiammingo. Sono stati catturati e interrogati in tempi e
luoghi diversi dagli ufficiali di vostro fratello, prima di essere processati al castello di
Auxi».
La residenza abituale di Guillaume, pensò Ian.
«L'inglese ha proclamato sfrontatamente e fino alla fine che eravate stato ucciso al
monastero per ordine del cavaliere Jerome Derangale. Il fiammingo invece, davanti alla
minaccia del boia, ha raccontato una storia diversa. Ha giurato di aver convinto gli altri a
risparmiarvi e di essere poi fuggito, pentito della sua complicità al vile agguato. A
sentire lui, vi aveva lasciato nelle mani degli altri complici, però poi non ha saputo dare
alcuna indicazione sul luogo della vostra prigionia. Gli ufficiali che hanno fatto ricerche
non hanno mai trovato nulla» continuò ancora l'abate.
Per salvarsi il collo ci si inventa davvero qualsiasi cosa, si disse Ian.
«Alla fine vostro fratello si è convinto che quell'uomo stesse solo cercando di salvarsi
la vita con una storia inventata, approfittando del fatto che nessuno aveva ancora visto il
vostro cadavere. Tutti noi, come il conte, abbiamo creduto che l'imputato mentisse. Tutti
tranne la vostra sposa e la sua dama di compagnia. Entrambe hanno continuato a
sostenere che voi eravate ancora in vita e a pregare per il vostro ritorno, benché
tentassimo di convincerle che eravate scomparso nell'incendio che ha divorato ogni cosa.
Sembrava la spiegazione più plausibile». L'abate adesso si era leggermente proteso in
avanti, come per indurre una confidenza. «Voi, invece, vi siete salvato davvero».
Ian fece un bel respiro prima di esordire: «Sì, come potete vedere, io mi sono salvato
davvero». Mentalmente, ringraziò la sorte che aveva fatto confessare a uno dei sicari una
storia inventata che andava ad aiutare il suo personale alibi per i mesi di assenza.
Si rigirò la coppa di vino tra le mani. «Non ricordo molto della sera dell'agguato»
continuò, mettendo cautamente una parola dopo l'altra. Si era ripetuto quelle frasi mille
volte, analizzandole da ogni angolazione per individuare i possibili punti deboli, e si era
convinto che fossero credibili. Ora, alla prova dei fatti, poteva solo sperare di non aver
sbagliato nel valutare.
«Tre uomini mi avvicinarono, erano vestiti da monaci e mi colpirono a tradimento.
Devo essere svenuto, perché poi ricordo solo il buio. Sono stato ferito, ma non
gravemente come credevo oppure un miracolo deve avermi salvato, non so come
spiegarlo altrimenti. Mi sono svegliato in un luogo scuro e chiuso, fatto di pietra, e li
sono rimasto fino a qualche giorno fa. I carcerieri mi portavano il cibo ogni tanto e io
chiedevo loro spiegazioni per la mia prigionia, ma nessuno mi ha mai risposto. Alla fine,
dai discorsi che sono riuscito a carpire, mi sono convinto che quegli uomini non agissero
più per ordine di qualcuno. Il mio nemico li aveva mandati ad assassinarmi, ma i sicari
invece hanno pensato di poter ricavare un profitto dalla mia prigionia. Credo che
volessero chiedere un riscatto a mio fratello, ma devono aver esitato ad agire a causa
della caccia scatenata contro di loro o forse hanno litigato tra loro, non so. Comunque
erano una piccola banda. Forse, quando i complici sono stati giustiziati, i superstiti si
sono spaventati; quel che è certo è che hanno rinunciato al loro piano e che nessuno ha
interceduto per me. Volevano eliminarmi e fuggire, io sono riuscito a convincerli a
lasciarmi in vita in cambio della mia parola che li avrei protetti da mio fratello, se
fossero stati catturati».
«Quegli uomini non hanno dunque alcuna vergogna per i loro crimini e si fanno beffe
della legge» s'indignò l'abate.
«Ho garantito loro l'impunità. Non ne sono fiero, ma non avevo scelta» disse Ian.
«Voi avete agito per il meglio, signor conte» si affrettò a dire l'abate. «Vi siete salvato
la vita ed è questo che importa. Quei criminali potranno forse sfuggire alla legge degli
uomini, ma la giustizia divina li attende alla fine della loro vita e li condannerà, se non
mostreranno pentimento».
Ian annuì piano. «I miei carcerieri mi hanno condotto fuori da quella specie di
prigione, bendato in modo che non potessi riconoscere la strada. Mi hanno trasportato su
un cavallo per un bel pezzo, per abbandonarmi nel mezzo della boscaglia e sparire. Ho
camminato più di un giorno prima di trovare un'anima che mi aiutasse. Un vecchio
pastore mi ha fatto riposare nel suo capanno: grazie a lui ho potuto mangiare qualcosa e
ripulirmi almeno in modo da riassumere un aspetto umano». Ian si passò la mano sul
viso che non si era rasato apposta da due giorni. «Grazie a quell'uomo sono riuscito a
orientarmi e con un altro giorno di cammino sono arrivato qui».
«Un lungo viaggio a cavallo e un cammino ancora più lungo... i vostri carcerieri vi
avevano portato lontano, dunque!»
«Oltre i confini del mio feudo, per questo immagino che mio fratello non sia mai
riuscito a trovare tracce».
L'abate era sinceramente impressionato. «Che esperienza terribile» commentò.
«Grazie al cielo è finita bene, almeno per voi».
«Che volete dire?» domandò Ian, di nuovo in allarme.
«Purtroppo, non abbiamo più avuto notizie del vostro amico, monsieur » dovette
confessare l'abate con tri. «Anch'egli è sparito la notte dell'incendio e temiamo la sua
vita e quella di suo fratello e della sua promessa . Voi non sapete ancora l'altro fatto
terribile accaduto voi siete stato aggredito. Madame ha assistito ogni cosa e ha potuto
raccontarcelo: l'altro uomo che era con , quello che credevamo amico vostro e di
monsieur , l'informatore che ha guidato i sicari fino a qui. A misfatto compiuto, è fuggito
trascinandosi dietro il giovane Martin e madame come ostaggi. Monsieur ovviamente è
all'inseguimento, ma poi non è più tornato».
Ian rimase a bocca aperta. Donna aveva dato tutta la colpa a Carl White... di certo era
un bel modo di vendicarsi per quello che lui le aveva fatto passare.
«Mi dispiace dovervi dare una così brutta notizia» disse l'abate, ingannato dallo
stupore che vedeva nell'espressione del suo interlocutore.
Ian si riscosse, sapendo di dover dire qualcosa. «Sono state fatte tutte le ricerche?»
domandò.
L'abate annuì. «Vostro fratello non ha risparmiato tentativi, ma senza successo. Anche
i prigionieri sono stati interrogati più volte su questa faccenda, ma hanno sempre negato
di conoscere l'informatore forse perché, se catturato, quell'uomo avrebbe potuto smentire
le loro confessioni».
«Sono sicuro che Daniel stia bene e così suo fratello Martin e madame Jodie. Non
voglio nemmeno pensare che sia accaduto loro qualcosa di grave» rispose Ian, dicendosi
nel contempo che prima di arrivare a Chàtel-Argent doveva aggiustare un paio di dettagli
per giustificare anche quella parte della storia. «Comunque sia, farò di tutto per chiarire
questa faccenda. Ci volessero mesi o anni, scoprirò cosa è accaduto davvero».
«Vostro fratello vi aiuterà con tutte le sue forze» lo rassicurò l'abate.
È proprio quello che voglio evitare, pensò Ian.
In quel momento due servi bussarono discretamente alla porta per consegnare vestiti
nuovi per l'ospite e i catini d'acqua calda per lavarsi.
«Abbiamo solo abiti semplici da offrirvi, ma sono confortevoli e puliti, spero che vi
siano graditi» disse l'abate e ne approfittò per prendere congedo e lasciar riposare
l'ospite. «Vi rivedrò all'alba. Adesso voi sarete molto stanco e io vi ho già rubato troppo
tempo» aggiunse prima di allontanarsi. «Se me lo permettete, farò preparare tutto ciò di
cui avrete bisogno per il vostro viaggio di ritorno».
Ian si alzò a sua volta, per rendere omaggio al religioso e accompagnarlo alla porta.
«Grazie per il vostro aiuto, reverendo padre».
«È mio dovere ed è un onore».
I due si sorrisero nel salutarsi.
«Credete che madame ritorni al monastero nei giorni?» domandò Ian come ultima
cosa.
L'abate scosse la testa. «A venuta la settimana scorsa, non tornerà prima di un mese,
anzi a questo punto credo che non tornerà affatto: arriverete prima voi al castello e sarete
la prova vivente che il suo voto è stato esaudito».
Anche Ian provò gioia al pensiero della sorpresa che il suo ritorno avrebbe portato a
Chàtel-Argent. «Ritorneremo il mese a rendere grazie per ciò che è stato: accompagnerò
personalmente madame a qui» disse con emozione. «Farò una donazione ogni anno al
monastero in ricordo di questo giorno».
«Siete molto generoso, signor conte» ringraziò l'abate chinando il capo. «Salutate
madame da parte mia e ditele la sua fede è un esempio che non dimenticherò mai. La
rivedrò con piacere quando tornerete. Salutate anche il cavaliere di Sancerre che di
recente l'accompagnava sempre».
Ian tornò a buttarsi sulla sedia, dopo aver chiuso la porta, e liberò un sospiro di
profondo sollievo. Si sentiva alleggerito un peso enorme e allo stesso tempo stanco,
come se avesse. quel peso sulle spalle per un viaggio infinito.
Era andato tutto bene, la storia inventata aveva retto all'esame. Adesso era davvero
pronto a tornare a casa.
Ancora in subbuglio per quanto appena accaduto, si ritrovò a pensare a Donna in
compagnia del conte Etienne de Sancerre, l'uomo di cui lei si era innamorata.
Era sinceramente felice di averlo sentito nominare: voleva dire che le cose stavano
andando come Donna sperava, che il suo desiderio si stava avverando.
Anche il mio sta per avverarsi, pensò di riflesso. silenzio si ripeté la frase, quasi
incredulo.
Capitolo 4
L’alba era appena spuntata e Ian era già nel chiostro a osservare il sorgere del sole.
Aveva smesso di piovere e una luce debole filtrava dalle nuvole ancora grevi per il
luminare il paesaggio. Ian era pronto a proseguire il suo viaggio di ritorno. Si sentiva
addosso un'energia che non provava più da mesi, anni.
Appena una giornata lo separava da Isabeau e dal resto della sua vita, e non vedeva
l'ora di cominciarla.
Si era lavato, rasato e cambiato; aveva mangiato qualcosa, non per fame ma per
ingannare l'attesa e recitare fino in fondo la parte dell'ostaggio appena sfuggito alla
prigionia, e adesso era ansioso di rimettersi in marcia.
Per prima cosa doveva raggiungere Daniel sulla strada. Ormai si erano separati da più
di tre ore.
Quell'idea gli causò un lieve senso di ansia. Come se l'era cavata l'amico durante
quell'ultima parte della notte, da solo in mezzo al bosco? Era andato tutto bene?
Ian soffocò a forza tutte le paure, per ripetersi che Daniel avrebbe potuto in qualsiasi
momento tornare a casa grazie a Hyperversum, però era del tutto improbabile che si
fosse in pericolo in quel lasso di tempo.
Comunque sia, meglio raggiungerlo subito, decise, per del tutto tranquillo.
L'abate aveva fatto approntare un cavallo nel cortile, equipaggiandolo con il
necessario per un breve viaggio. Appesi alla sella c'erano anche un pugnale e una spada,
benché un po' antiquati.
«Molti anni fa, alcuni soldati rinunciarono al mondo per farsi monaci. Le loro armi
sono rimaste qui da allora» spiegò l'abate ai suoi ospiti. «Alla fine, alcune sono tornate
utili».
Ian prese subito la spada per allacciarsela in cintura: non poté resistere alla tentazione
e gli sembrò di rinascere cavaliere in quel momento.
L'abate gli tese una piccola borsa con un po' di denaro.
«È troppo, reverendo padre, non ce n'era bisogno» disse il giovane, cercando di
rifiutare, ma il religioso non volle sentire ragioni. «Era il minimo che potessi fare per
voi. Almeno per rendere confortevole l'ultima parte del vostro viaggio di ritorno a casa.
Così potrete fermarvi a mangiare qualcosa di caldo lungo la strada. Non dovete abusare
troppo delle vostre forze, intraprendendo un viaggio senza soste».
«Grazie per questa ennesima premura» rispose Ian. «In effetti, mi sento ancora molto
debilitato».
In realtà, più che altro erano due anni e mezzo che non saliva più su un cavallo e men
che meno si era fatto vedere in una palestra, troppo preso com'era dalla sua frenetica vita
accademica e dai mille spostamenti aerei di stato in stato. Sapeva che un'intera giornata
in sella l'avrebbe sfinito e Daniel non poteva certo contare su un allenamento migliore
del suo. Meglio spezzare il viaggio almeno con una pausa, come diceva l'abate, per
mangiare qualcosa e non arrivare distrutti a Chatel-Argent.
«Troverete una locanda lungo la strada, appena prima del piccolo villaggio di Lunes,»
aveva intanto detto l'abate «ma io vi consiglio di proseguire almeno fino al villaggio. La
locanda è piuttosto spartana, a quanto so. Vi troverete meglio in paese».
Ian conosceva il villaggio di Lunes, poiché vi era passato un paio di volte, pur senza
fermarvisi mai, e sapeva che era circa a metà strada. Annuì, facendo mentalmente un
calcolo delle ore necessarie per compiere tutto il tragitto. Avrebbero impiegato tutta la
giornata per arrivare in vista del castello, quindi un posto in cui mangiare, in paese o
fuori, sarebbe stato sul cammino giusto all'ora di pranzo.
«Vi ringrazio per i consigli» disse Ian alla fine, montando in sella.
L'abate lo salutò. «Dominus vobiscum4» augurò, benedicendolo.
Ian si fece il segno della croce. «Et cum spiritu tuo5» con gratitudine. «Ci rivedremo
presto» aggiunse.
Un attimo dopo, era già lontano.

***

Daniel sbucò dalla vegetazione accanto alla strada, non appena Ian comparve dietro la
curva.
Quest'ultimo si sentì decisamente sollevato e tutti suoi timori svanirono per lasciare
spazio solo alla gioia.
Con un sorriso identico, Daniel arrivò sul ciglio della strada e tese il braccio con il
pollice alzato, facendo scherzosamente l'autostop. «Me lo date un passaggio, signor
conte?» domandò da lontano.
Ian fece fermare il cavallo. «Dipende da dove andate, messere».
Dal basso Daniel osservò l'amico fieramente in sella e provò una segreta stretta al
cuore. Con le redini in mano e la spada al fianco sotto il mantello scuro che gli era stato
dato dai monaci insieme agli abiti puliti, Ian sembrava un vero cavaliere, come se non
fosse mai stato altro in vita sua. Senza neanche rendersene conto, era di nuovo Jean
Marc de Ponthieu.
Daniel dissimulò il dispiacere che gli diede quel pensiero. Ian era tornato alla sua vita,
al mondo a cui aveva scelto di appartenere, e vi sarebbe rimasto. Presto sarebbe arrivato
il momento dei saluti definitivi.
Il giovane cercò di interessarsi al cavallo, per distrarre la testa da quei pensieri tristi.
«Ti hanno dato una bella bestia» osservò.
«Abbiamo anche un po' di denaro, così potremo fermarci a pranzo» rispose Ian senza
accorgersi del turbamento dell'amico.
«Ottimo, perché ho già fame» replicò Daniel.
Ian smontò di sella per parlare meglio con lui, mentre procedevano un po' a piedi.
«Com'è andata nel bosco?» «Benissimo. C'era freddo, ma il mantello ha fatto il suo
dovere». Daniel glissò sul fatto che per tutto il tempo dell'attesa ogni rumore nel buio
l'aveva fatto sobbalzare e sfoggiò la sua aria più spavalda. «A te com'è andata?»
«Tutto ok. La recita ha superato l'esame, ho convinto tutti». Ian era davvero sollevato
mentre lo diceva.
Sembrava alleggerito, notò Daniel e fu felice per l'amico. Il momento della sua
riunione con Isabeau si avvicinava.
Mentre camminavano, Ian raccontò il dialogo che si era svolto con l'abate, compresa
la trovata di Donna riguardo a Carl White e il suo ruolo nella sparizione di Martin e
Jodie.

4 Il signore sia con voi.


5 E con il tuo spirito.
Daniel rimase colpito dalla storia quanto Ian.
«Be', a questo non avevo proprio pensato» commentò alla fine. «Come facciamo
adesso a tranquillizzare tutti e a farli smettere di cercarmi? Nella nostra idea originale, tu
dovevi semplicemente far credere che avevo portato gli altri al sicuro la notte
dell'incendio».
«Ci ho pensato e credo che approfitterò della tua presenza per aggiungere qualche
dettaglio in più alla messinscena, se tu sei d'accordo» rispose I. «Secondo me, una lettera
dovrebbe essere sufficiente a spiegare tutto. Se scrivi due righe prima di arrivare a
destinazione, poi potresti fingerti un viandante e consegnare la missiva a qualcuno che
va verso Auxi-le-Château, così sarà recapitata al castello dei Ponthieu tra qualche tempo.
Guiaume si metterà il cuore in pace e la faccenda si chiuderà».
«Una missiva dopo mesi?» obiettò Daniel.
«Basterà retrodatare la lettera a un paio di mesi fa. Scriverai che subito hai portato
Jodie e Martin al sicuro e poi hai impiegato un bel po', esempio due mesi, a dare la
caccia a Carl per fargli la festa. L'hai trovato e tutto si è concluso. A giustizia fatta, hai
scritto la lettera».
«Giusto, tanto Ponthieu sa che il mio paese natale è in capo al mondo e non si stupirà
se la lettera ci ha messo altri due mesi e più per arrivare» concluse Daniel. «Aggiudicato.
Dove trovo carta e penna per scrivere al conte?»
«Al villaggio di Lunes ci sarà di sicuro qualcuno che potrà darti entrambe le cose e
anche qualche mercante che potrà recapitare la missiva. Basta che non ci facciamo
vedere insieme e nessuno farà caso a te o ti riconoscerà».
Daniel ebbe un sorrisetto. «Ideare tanti sotterfugi mi fa sentire un agente segreto».
Ian ricambiò. «Prendilo come un gioco di ruolo».
«Hyperversum è un gioco di ruolo» sottolineò Daniel «e noi per chiudere un'avventura
rimasta aperta da un bel . Carl suderebbe freddo se sapesse che a distanza di così tempo
è ancora rinomato da queste parti!»
Ridacchiavano quando Ian montò in sella e tese la mano al l'amico per aiutarlo a salire
dietro di lui.
Il cavallo cominciò docilmente a percorrere la strada battuta.
«Mi dispiace solo che con tutta questa recita, tu non abbia modo di incontrare Isabeau
o Guillaume un'ultima volta: sarebbero stati felici di rivederti» riprese Ian dopo un po'.
Si era fatto serio.
«Lo sarei stato anch'io, ma pazienza». Daniel sospirò.
Ian non disse niente, preso per un attimo dalla stessa tristezza.
I pensieri cupi li accompagnarono per un po'.
«Chissà cosa ha raccontato Donna a Isabeau, per farla stare tranquilla in questi mesi»
continuò Daniel. «Lei sa che i sicari non ti hanno portato via quando ti hanno aggredito.
Ci ha visti tutti insieme prima di svenire».
«Non lo so». Ian non sapeva davvero cosa immaginarsi al riguardo. Una sola cosa lo
confortava: sapere dal racconto dell'abate che sua moglie aveva sempre fatto fronte
comune con Donna nel preparare la strada del suo ritorno a casa, che aveva pregato tanto
per la sua salvezza e scelto di dare il suo nome al nascituro.
Qualunque cosa Donna avesse rivelato a Isabeau de Mont mayeur, lei vi aveva
creduto e non se ne era lasciata spaventare. Mentalmente, Ian rivolse tutta la sua
riconoscenza alla sua sposa, in attesa di potergliela ripetere all'infinito quella sera.
«Coraggio, acceleriamo il passo» lo esortò Daniel, come se gli avesse letto nel
pensiero. «Il tuo castello ti aspetta».

***

La giornata si fece più umida, nonostante il salire del sole dietro le nubi. Si
prospettava altra pioggia, ma i due amici in viaggio non si davano pensiero per le
condizioni atmosferiche. La loro mente era già avanti, alla fine della strada, al castello di
pietra d'argento che era la loro meta.
Cavalcarono con energia per un paio d'ore in silenzio, assaporando l'eccitazione del
galoppo sulla via deserta che tagliava il bosco, poi però le prime proteste dei muscoli, e
anche la fatica del cavallo, consigliarono loro di rallentare. Da allora si limitarono a
seguire il tracciato battuto nell'erba e si presero il tempo di godersi il viaggio.
I prati aperti cominciarono ad alternarsi alle zone di bosco fitto e, quando gli alberi si
aprivano, l'orizzonte compariva a tratti.
Il paesaggio era bello, nonostante l'inverno, e sui prati umidi volteggiavano gli uccelli
in cerca di cibo. C'era una leggera nebbia tra i boschi spogli e le colline dietro gli alberi
sembravano sagome di carta velina contro il cielo grigio.
Ian contava le miglia, una alla volta, con il cuore sempre più leggero. Chatel-Argent si
avvicinava. Entro sera avrebbe finalmente riavuto Isabeau tra le braccia.
«Ehi, Romeo» lo chiamò Daniel, battendogli sulla spalla. «Tu vivi d'amore, ma io ho
fame! Che ne dici di fermarci a mangiare qualcosa?»
Ian rise. «Hai ragione, scusami. L'abate ha detto che c'è una locanda prima del borgo
di Lunes» rispose, indicando la strada che spariva di nuovo nel bosco dopo alcune curve.
«Consigliava di non fermarsi perché a parer suo è un posto spartano, ma credo che sia
più prudente non farsi vedere insieme in paese, dove c'è più gente».
«Meglio, perché la mia schiena non regge fino a Lunes e neanche il mio stomaco»
sospirò Daniel.
«Da quando sei diventato così rammollito?» lo canzonò Ian. «Non fare il fenomeno
con me: anche tu sei già stanco, me ne sono accorto» lo zittì l'altro.
Ian dovette ammettere che l'amico aveva ragione. Dopo l'intera mattinata passata sulla
sella di un cavallo, aveva la schiena a pezzi e anche le gambe non erano messe meglio.
Così imparo a smettere di andare in palestra per passare tutto il tempo dietro una
cattedra, si rimproverò in silenzio.
«Speriamo che si mangi decentemente, nonostante quello che ha detto l'abate» disse
invece ad alta voce.
«Basta mettere qualcosa sotto i denti! Giuro che non mi lamenterò».
«Invece di pensare al cibo, hai controllato che Hyperversum?» continuò ancora Ian.
«Mi mette ansia il fatto di tein giro con me, mentre potresti già essere a casa».
Daniel alzò la mano destra. «Help» chiamò.
La mela fosforescente apparve docile al suo comando, a una spanna di distanza dalle
sue dita, e rimase a fluttuare pigramente nell'aria. Si spostava piano piano, seguendo il
trotto del cavallo.
«Visto? Tutto ok, non c'è niente da temere» disse Daniel, facendo scomparire l'icona
così com'era apparsa. Rimase pensoso per un po' e poi aggiunse: «Non ho mai capito
perché posso farlo solo io e tu no».
«E chi lo sa?» Ian si strinse nelle spalle. «Un altro di quei misteri che non capiremo
mai, immagino».

***

Trovarono la locanda dopo un'ora appena, un piccolo luogo di sosta nel mezzo del
niente, giusto prima del borgo di Lunes aveva preannunciato l'abate. Era più che altro
una fattoria quasi sulla strada, costruita in uno spiazzo disboscato in cui erano stati
ricavati un orto, un recinto per capre e vacche, un fienile, alcuni abbeveratoi e una
staccionata a cui legare i cavalli.
In quel momento c'erano almeno dieci animali, fermi accanto alla staccionata e a poca
distanza da un carretto, che sembrava appartenere alla locanda.
I due americani osservarono l'edificio da lontano, badando bene a tenersi fuori dalla
visuale delle sue finestre.
«C'è gente. Allora non si mangia poi così male» commentò Daniel allegramente, nello
scendere di sella.
«Al momento, mi basta solo sedermi da qualche parte» replicò Ian, stirandosi la
schiena dopo aver messo piede a terra. «Sicuro che non vuoi con te anche il pugnale,
oltre al denaro per il cibo?» aggiunse poi, indicando l'arma ancora appesa alla sella
all'amico in procinto di allontanarsi.
Daniel fece un gesto nervoso. «No, te l'ho già detto. Non mi serve. Vado solo a
mangiare, non mi capiterà niente».
In realtà non aveva alcuna voglia di impugnare di nuovo un'arma, neanche per
mettersela in cintura. Aveva già avuto modo di tenere in mano una lama, in guerra con i
francesi a Bouvines, e il ricordo di quei giorni sanguinosi lo svegliava ancora di tanto in
tanto di notte. «Ci vediamo a pranzo» disse a mo' di saluto, incamminandosi.
L'edificio della locanda era grezzo, di legno e pietra, con una grande stanza sul
davanti, arredata da un enorme camino, da un bancone per la mescita del vino e da
quattro tavolacci appena sbozzati.
Entrando, Daniel vide un gruppo di uomini vestiti da viaggio e seduti a tre tavoli
vicini. Stavano già mangiando e bevendo, mentre scambiavano alcune parole tra loro.
Sembravano viaggiatori con una certa fretta, alcuni non si erano nemmeno tolti i
mantelli e uno aveva addirittura il cappuccio tirato sulla testa. Molti erano armati, come
nell'uso dell'epoca.
Daniel andò a sedersi a un tavolo libero, più piccolo e appartato, grato di poter
sciogliere i muscoli stanchi dopo le ore passate a cavallo. Anche lui si era tirato il
cappuccio del mantello sulla testa prima di entrare, come precauzione aggiuntiva e,
vedendo che anche uno degli altri viaggiatori lo teneva alzato, decise di fare lo stesso. Si
mise seduto nell'angolo più lontano da tutti gli altri e restò in attesa.
Ian entrò dopo qualche minuto, come arrivando per caso. Si guardò intorno, vide che
tre dei tavoli erano completamente occupati e andò a prendere posto all'altro capo di
quello di Daniel, fingendo però di non conoscere l'amico. I due si lanciarono appena
un'occhiata divertita per quella recita fatta a beneficio di chi li circondava.
La locanda non sembrava brillare per efficienza e infatti passarono molti minuti prima
che un garzone svogliato si decidesse a farsi vedere per servire i nuovi clienti. I due
locandieri, una coppia di marito e moglie sulla cinquantina d'anni, andavano e venivano
tra la cucina, il bancone e i tavoli, lanciando sguardi sospettosi agli ospiti dei tavoli più
grandi.
All'interno della stanza c'era un tepore confortevole e il grande camino non faceva
fumo: Ian e Daniel si presero il tempo di godersi un po' di riposo, mentre attendevano il
cibo e il vino che avevano ordinato separatamente. Il garzone comunque si era fatto
subito più amichevole con Ian, dopo che il giovane aveva scambiato alcune parole con
lui, facendogli vedere nel contempo la grossa moneta d'argento con cui avrebbe pagato il
cibo e i servigi del cameriere.
«Simpatico, eh?» sussurrò Daniel con sarcasmo, senza farsi notare da nessuno. Con
lui il garzone era stato decisamente più brusco.
«L'abate l'aveva detto che era meglio proseguire oltre» rispose I sempre sottovoce.
Si guardarono intorno, per ingannare il tempo mentre attendevano il cibo, e si resero
conto che l'atmosfera tra gli altri ospiti non era delle più allegre. Gli uomini parlavano di
rado e tenevano per lo più gli sguardi sul tavolo. Quello a capotavola, con il cappuccio
tirato ancora sul viso, beveva in silenzio ed era seduto in posizione tale da avere il muro
dietro la schiena e una panoramica dell'intera sala davanti a sé. Sembrava molto stanco o
debilitato, almeno a giudicare dalle spalle curve. Gli altri intorno a lui gli facevano da
scudo e lo tenevano separato persino dal garzone e dai locandieri che a turno venivano a
portare il cibo. A parlare con lui e per lui era un uomo armato che gli stava seduto
accanto: un guerriero navigato, dal volto deciso e i capelli striati di grigio. Forse un
cavaliere, se si prestava fede agli speroni che indossava insieme alla spada.
«Sembrano reduci da un funerale» osservò Daniel, indicando a Ian la scena, senza
farsi vedere.
L'amico annuì e nel contempo tese l'orecchio per captare le parole rade di quella cupa
compagnia di uomini. «Sono stranieri» notò alla fine. «Parlano uno strano dialetto».
I due tacquero perché il garzone verme in quel momento a servire il cibo anche sulla
loro tavola. «Fiamminghi» disse a Ian con una smorfia di spregio, accennando agli altri
ospiti e lanciando anche un'occhiata sospettosa a Daniel. «Ce ne sono ancora fin troppi
in giro, nonostante la guerra sia finita da un pezzo».
Parlava con evidente disprezzo e non si era reso conto che anche l'uomo a cui si
rivolgeva era straniero, poiché Ian, a differenza di Daniel, si era rivolto a lui con il suo
impeccabile francese. I due americani si scambiarono un'occhiata segreta e nervosa,
sentendo nominare i nemici fiamminghi e la guerra appena conclusa.
«Mi chiedo quanti ne sbucheranno fuori dalle nostre prigioni» brontolò ancora il
garzone, sicuro di trovare appoggio nel suo interlocutore. «Ma, d'altra parte, sono solo
dei pezzenti che non hanno certo il denaro per pagare il riscatto dei loro prigionieri. I
nostri hanno fatto un magro affare catturandoli: dovranno mantenerli nelle galere per i
prossimi vent'anni prima di potersene liberare».
Daniel lanciò a Ian un messaggio con gli occhi, non appena garzone si fu allontanato.
«Vuoi del pane, amico?» domandò l'altro americano, inventando un pretesto per
iniziare una conversazione con il presunto sconosciuto compagno di tavola, e gli tese un
tagliere su cui stava una pagnotta tagliata.
«Che stava dicendo?» s'informò Daniel sottovoce non appena ebbe il modo di parlare
senza insospettire nessuno. «Che prigionieri? Quale riscatto?»
«Prigionieri di guerra» spiegò Ian, sbirciando nel contempo gli ospiti seduti ai due
tavoli. «E così che funziona nel Me. I vincitori hanno il diritto di catturare i vinti e di
chiedere un riscatto per la loro liberazione. I prigionieri di rango ovviamente valgono di
più, i soldati molto meno, ma comunque riguadagnare la libertà solo dopo un pagamento
in denaro in ricchezze o dopo aver prestato lavoro servile».
«E quindi quelli lì...»
«A quanto pare sono ex-prigionieri. Forse non tutti: alcuni devono essere gli uomini
venuti a pagare il riscatto per i compagni. Saranno sulla via del ritorno, per questo sono
qui. La che va da Saint Michel a Chàtel-Argent si collega anche strade che portano in
Fiandra, se percorsa in direzione opposta».
Daniel bevve qualcosa dalla sua coppa. «Adesso si spiega la faccia da funerale. Dalla
fine della guerra sono passati mesi, non dev'essere stato un bel periodo per loro».
Ian annuì mentre mangiava.
Non doveva essere stato davvero un bel periodo per chi aveva passato mesi in qualche
segreta francese, dopo un'ignominiosa sconfitta come quella che in luglio a Bouvines
aveva chiuso le ostilità tra Francia da un lato e Fiandra, Impero e Inghilterra dall'altro.
Dovevano essere molti i prigionieri di guerra appena rilasciati, in transito sulle strade
francesi in quel periodo, meditò ancora Ian. A quanto ricordava dai testi di storia,
Giovanni Senza Terra aveva definitivamente abbandonato la Francia in novembre, con
ciò che restava del suo esercito sconfitto. Tutti i suoi cavalieri e i soldati rimasti nelle
mani dei nemici dovevano aver atteso ancora di più per poter essere liberati, in cambio
di riscatti provenienti dalla Fiandra o dall'Inghilterra. Alcuni, probabilmente, languivano
ancora nelle carceri.
Chissà da quale castello provenivano quegli uomini seduti ai tavoli e quale feudatario
li aveva tenuti in catene. Ian ricordava che non vi erano prigionieri di guerra nei castelli
dei Ponthieu-Montmayeur dopo Bouvines, quindi quei viaggiatori dovevano aver fatto
un percorso più lungo. Una strada dura, che si aggiungeva a una prigionia di mesi.
Forse le loro famiglie non avevano più denaro dopo la grande tragedia della guerra,
forse il loro carceriere aveva preteso un riscatto oltre le loro possibilità: l'uno o l'altro
motivo poteva averli tenuti in cella per tutto quel tempo. Non c'era da stupirsi se le loro
espressioni erano così cupe e il contegno tanto scontroso, specie notando la malagrazia
con cui i locandieri osavano trattarli.
Lo stesso Ian si sentì irritato dal modo con cui i francesi sta vano servendo i
fiamminghi. Quegli uomini avevano già sofferto abbastanza per essere umiliati ancora, e
in più senza motivo. Pensò sulle prime di intervenire, ma si trattenne perché non voleva
annunciare la sua identità in quel momento e tanto meno
rischiare di coinvolgere Daniel. Mangiò per un po' in silenzio, tenendo d'occhio la
situazione da lontano, per quanto poteva.
«Non immaginavo che ci fossero ancora nemici sulle strade e la cosa non mi piace per
niente» disse Daniel, interrompendo i suoi pensieri.
«Non sono più nemici, solo ex-nemici» lo corresse Ian. «La guerra è finita e non c'è
più motivo di ostilità tra Inglesi, Francesi e Fiamminghi».
«Già, ma loro lo sanno? Da quel che vedo mi pare che i rapporti siano ancora
piuttosto tesi» obiettò Daniel.
«Il rancore è duro da mettere a tacere» sospirò Ian. «Purtroppo, da adesso e per un bel
pezzo a venire, le guerre tra Inghilterra e Francia saranno quasi continue. Ci vorrà
l'epoca moderna per mettere definitivamente pace tra le due nazioni».
Un tonfo fece sobbalzare i due americani che si voltarono in contemporanea.
Uno dei fiamminghi si era alzato in piedi e aveva estratto la spada sbattendola con
violenza sul tavolo. La lama era entrata di taglio nel legno, sollevando schegge.
Il garzone che aveva appena servito l'ospite aveva fatto un balzo indietro
rovesciandosi addosso uno dei piatti che aveva in mano.
«Basta così, insolente» ringhiò il fiammingo, nel suo francese dall'accento aspro. «Hai
finito di insultarci».
Il garzone si fece indietro, spaventato, senza sapere che cosa dire di fronte all'uomo
armato che lo affrontava in modo decisamente ostile.
«Che cosa succede qui?» esclamò l'oste arrivando dalla cucina, seguito a ruota dalla
moglie. «Non vogliamo seccature, sia chiaro».
«Sì, andate fuori di qui se dovete creare confusione» rincarò la donna.
I due persero ben presto la loro aria arrogante, quando un secondo fiammingo si alzò
in piedi sguainando la spada, imitato da un terzo compagno e poi da un altro ancora.
«No, sia chiaro che non tollereremo oltre di essere trattati come cani in questa
miserabile locanda» disse l'uomo che aveva reagito per primo. «Che cosa credete? Di
poter insultare impunemente dei soldati solo perché pensate di essere i vincitori della
guerra?»
«Dei miserabili plebei come voi non hanno nemmeno mai visto un campo di battaglia
e adesso pensate di avere il diritto di umiliarci» aggiunse un compagno con rabbia.
«Abbiamo già conosciuto più che abbastanza l'ospitalità francese nelle carceri di
Soissons, ma qui non siamo prigionieri e voi non siete i signori del feudo. È ora che
impariate il rispetto».
L'ostessa si ritirò precipitosamente dietro le spalle del marito, che a sua volta era
sbiancato. «Ma miei signori...» tentò di dire l'uomo, ma venne zittito da una lama di
spada che gli sventolò sotto il naso.
«Adesso questo plebeo ci chiama "miei signori"!» disse uno degli armati, con un
ghigno sarcastico. «Ci disprezzano perché siamo fiamminghi, però rispettano sempre le
nostre spade».
«Anche il nostro denaro» aggiunse un compagno. «Quello ai francesi non fa mai
schifo». Si accostò di più all'oste, che adesso tremava come una foglia, e concluse:
«Quando ti abbiamo pagato in anticipo per il cibo, non sembravi tanto schizzinoso nei
nostri confronti. Ora mi piacerebbe pagarti il conto anche con il ferro, oltre che con
l'argento».
Ian capì che la situazione stava degenerando e rischiava di diventare pericolosa per
tutti, lui e Daniel compresi. Non poteva permetterlo, eppure per un istante si fermò a
chiedersi quale fosse il modo migliore per intervenire. Valutò le ipotesi e capì che
difficilmente avrebbe potuto ottenere qualcosa senza imporre l'autorità dovuta al suo
titolo. Decise comunque di fare un tentativo. «Signori, vi prego, mettete via le armi»
disse ad alta voce. «Non è il caso di far finire nel sangue una questione simile. Sono
sicuro che i gestori di questa locanda sapranno trattarvi con rispetto, da ora in poi».
Daniel sbirciò l'amico per un istante, teso, ma si impose di stare zitto e non fece una
sola mossa per intervenire, sapendo che l'amico non avrebbe mai voluto.
Gli sguardi di tutti si girarono verso il tavolo appartato e si appuntarono su Ian. I
locandieri avevano l'aria di chi si sente preso tra due fuochi quando invece si aspettava
un aiuto, i fiamminghi non si rabbonirono affatto.
«Ti conviene farti gli affari tuoi, francese» sbottò uno di loro, rivolto a Ian. «Mangia il
tuo cibo e taci: potresti andarci di anche tu, se ci fai arrabbiare».
L'approccio amichevole non serviva. Ian fece un bel respiro, restio a passare ai modi
più autorevoli eppure conscio di non altra scelta. Adesso veniva la parte più difficile per
lui, perché doveva tenerne fuori Daniel a tutti i costi. Per una, avevano furto di non
conoscersi quando erano entrati.
Non farlo! pensò Daniel d'istinto, intuendo ciò che stava accadere. Eppure sapeva
bene che Ian non si sarebbe tirato indietro di fronte a quello che sentiva essere il suo
dovere cavaliere.
Sotto lo sguardo sempre più teso dell'amico, Ian infatti si alzò in piedi. «Temo che
tutto ciò che accade qui sia affare mio, signore,» continuò con maggior severità
«compreso un eventuale, inutile tafferuglio da taverna. Non voglio guai, ma non posso
permettere che ne accadano in mia presenza, per questo vi consiglio ancora una volta di
mettere via le armi, prima che la cosa finisca male per tutti. Da soldati non dovreste
abbassarvi a reagire, come sgherri qualunque».
I fiamminghi si risentirono per il rimprovero. Due di loro si scostarono dal tavolo con
aria minacciosa. «Con che autorità osi farci la predica, plebeo?»
«Con l'autorità che mi è data dal diritto» rispose Ian senza esitare. «Sono il conte Jean
Marc de Ponthieu e queste terre sono sotto la mia giurisdizione».
L'annuncio fece impressione e l'intero gruppo ebbe un moto di sorpresa. Alcuni
uomini si guardarono tra loro, altri valutarono la statura di Ian adesso con maggiore
incertezza. I locandieri e il servo sobbalzarono. Daniel era teso come un elastico eppure
continuò a rispettare la volontà di Ian e fingere di essere solo un semplice spettatore.
«Impossibile» disse infine uno degli armati in piedi. «Il conte Jean Marc de Ponthieu
è morto, lo sanno tutti. Il feudo è stato in lutto fino a qualche tempo fa».
«Sei un volgare mentitore» sentenziò l'uomo brizzolato, ma nel contempo sbirciò il
compagno incappucciato seduto vicino a lui, a capotavola. Quest'ultimo era rimasto
immobile e in silenzio, con le mani appoggiate sul tavolo una sopra l'altra, dietro il suo
boccale di vino.
Ian sostenne gli sguardi di tutti con una serietà che difficilmente poteva essere
equivocata. «Io non mento, signore, e voi bene a badare alle vostre parole, prima di dirne
una di troppo».
«Se sei chi dici di essere, come mai viaggi senza un seguito? Non si è mai visto un
conte in giro da solo, senza servi o soldati» domandò uno degli armati, oscillando la
spada in modo per nulla amichevole.
«Ho i miei motivi, non vi riguardano. Posso dirvi però che non accetterò disordini
nella mia terra. Per questo vi consiglio di riporre le armi o sarò costretto a chiamare i
soldati di Lunes, che mi riconosceranno, e allora vedremo se dubiterete ancora della mia
parola».
I fiamminghi guardarono ora Ian ora il loro compagno silenzioso seduto a capotavola.
Ian e Daniel non fecero fatica a intuire che era lui il capo del gruppo, nonostante fosse
rimasto in disparte fino ad allora.
«Finite il pranzo con calma, riprendete la vostra strada e non vi saranno fatti altri
sgarbi, ve lo prometto» insisté Ian, sperando di convincerlo. «Non voglio altra violenza,
ce n'è già stata troppa in queste terre. Andate in pace e dimentichiamo l'incidente».
L'uomo lo stava scrutando dall'ombra impenetrabile del suo cappuccio calato sul viso.
Non disse nulla ancora per qualche istante, infine allontanò da sé il boccale, spostandolo
di lato lungo la tavola.
Il suo attendente brizzolato sembrò interpretare quel gesto come un segnale e si alzò
in piedi.
Il movimento spaventò il garzone, che reagì in modo inconsulto. Gettò il piatto tenuto
in mano addosso all'uomo che gli stava più vicino e tentò la fuga verso la porta aperta.
Non arrivò molto lontano: il fiammingo sporcato dal cibo lo raggiunse in un balzo e gli
piantò la spada nella schiena. «Te la sei cercata, verme!» ringhiò con disprezzo.
I locandieri urlarono di terrore. Daniel balzò in piedi. «Fermatevi!» esclamò Ian,
sconvolto. Non ebbe la prontezza di riflessi di estrarre la spada, raggelato com'era dalla
vista del sangue del garzone, che si stava allargando in una pozza sul pavimento.
Lo stesso ordine venne ripetuto in contemporanea dal capo dei fiamminghi e fu la
parola di quest'ultimo a riportare l'immobilità totale nella sala.
L'assassino del servo si ritirò con soggezione, sotto lo sguardo adirato del suo signore.
L'uomo sembrava davvero molto contrariato dall'incidente. «Chiudeteli in cucina e
assicuratevi che non fuggano» ordinò ai suoi uomini, indicando con un cenno del capo i
locandieri tremanti. «Non voglio altri plebei in mezzo ai piedi. Se fiatano, uccideteli».
La locandiera strillò quando due armati le andarono incontro con le spade spianate. Il
marito fu buttato a sua volta oltre la porta senza nemmeno aver modo di aprire bocca.
«Non toccateli!» protestò Ian, ma gli altri fiamminghi gli puntarono contro le armi e
gli impedirono di sguainare la sua spada per intervenire. Si posizionarono in modo da
sbarrare ogni via d'uscita.
Vedendo il luogo trasformarsi in una trappola, Daniel scattò, afferrò uno sgabello e lo
brandì verso i fiamminghi, ma si trovò davanti almeno tre lame affilate. Con paura vide
che non avrebbe mai potuto avere ragione di loro e mentalmente si maledì per non aver
voluto prendere il pugnale che Ian gli aveva offerto.
Anche Ian aveva capito che non c'era modo di combattere. «Che cosa volete fare?
Siete dei criminali!» accusò fremendo.
I fiamminghi entrati in cucina con i locandieri uscirono e sprangarono la porta. Dietro
di loro era rimasto solo un silenzio agghiacciante.
Daniel si sentì tremare le mani. Ian era diventato cereo.
Il capo dei fiamminghi lo indicò ai suoi uomini. «Prendetelo».
«NO!» esclamò Daniel, ma fu zittito da un pugno che lo gettò contro il muro. Si
accasciò seduto a terra, con un gemito strozzato, e rimase li, sotto le lame che gli furono
puntate contro dall'alto.
Gli altri fiamminghi avevano già agguantato Ian. L'immobilizzarono e lo disarmarono,
mentre il loro capo si alzava in piedi. L'uomo incappucciato arrivò di fronte
all'americano e senza preavviso gli afferrò i vestiti. Glieli aprì sbrigativamente all'altezza
dell'addome e gli osservò il torace come se stesse cercando qualcosa. Individuò quasi
subito la cicatrice lasciata dal pugnale a sinistra dell'ombelico. Poi mollò la presa.
«Contro il muro» ordinò.
I suoi uomini costrinsero Ian a girarsi con la forza, lo spinsero con la faccia contro la
parete e ve lo tennero con la minaccia di una lama puntata alla nuca.
Stringendo i denti, Ian si sentì sollevare tunica e camicia sopra le spalle per mettere in
mostra la schiena nuda. Serrò i pugni sul muro, ma non poté muoversi oltre.
Dietro di lui si fece silenzio.
Daniel rabbrividì nel rivedere per la prima volta dopo più di due anni i segni lasciati
dalla frusta su Ian. Allo stesso tempo però, poté notare che i fiamminghi adesso
guardavano il loro capo con un'espressione molto seria.
«È lui» dovette ammettere alla fine l'uomo incappucciato e fece un cenno con la mano
ai suoi uomini perché consentissero a Ian di girarsi, sempre tenendolo sotto le lame delle
spade.
L'americano lo affrontò, furibondo. «Siete soddisfatto adesso? Sapete chi sono, quindi
mettete giù le armi e io farò in modo che solo l'assassino paghi per il crimine che ha
commesso».
L'uomo non gli rispose subito. Si era voltato a guardare in faccia Daniel per qualche
secondo, poi si abbassò il cappuccio e andò incontro a Ian fino a fermarsi viso a viso con
lui.
A Ian sembrò quasi un suo coetaneo: un guerriero di qualche anno più giovane e più
basso in statura, ma con il corpo temprato dall'addestramento militare. Il volto era
pallido e reso affilato da quella che doveva essere stata davvero una dura prigionia,
eppure aveva uno sguardo di ghiaccio in occhi chiarissimi. Una cicatrice sottile gli
attraversava verticalmente il sopracciglio sinistro per andare a nascondersi tra i capelli
castani, tagliati corti in modo rude, forse durante la detenzione.
«Un ricordo di torneo» disse il giovane a Ian, notando il suo sguardo sulla cicatrice, e
inaspettatamente usò l'inglese, con un accento perfetto da vero anglosassone. «La devo
al tuo amico Sancerre».
Ian spalancò gli occhi, colto del tutto di sorpresa. «Tu chi sei? Io non ti conosco».
Daniel trattenne il fiato, con un orribile presentimento.
«Anch'io credevo di non conoscerti quando ti ho visto poco fa, ma mi sbagliavo.
D'altra parte, non ci eravamo mai incontrati senza elmo e armatura» replicò l'inglese a
Ian. «E dopo Bouvines ero sicuro che non avrei più avuto l'occasione di rivederti. Ero
convinto che in qualche modo ti avessero ucciso. Pugnalato, dice la gente qui in giro, e
poi bruciato insieme al monastero di Saint Michel».
Ian trattenne quasi il fiato. «Hai mandato tu i sicari...»
«No, ma ero presente quando fu dato quell'ordine. Ero là quando Jerome morì
pronunciando le sue ultime volontà e ordinando la tua morte».
Ian sentì un brivido violento quando fu scandito quel nome. Jerome.
Derangale.
In un lampo capì chi era l'uomo che gli stava di fronte. «Geoffrey Martewall...»
mormorò e ricordò il formidabile cavaliere nero con lo stemma del Leone che aveva
combattuto al torneo di Béarne e poi a Bouvines, al fianco dello sceriffo inglese.
Daniel fu certo in quel momento che il cavaliere aveva riconosciuto anche lui
dall'occhiata che gli aveva rivolto poco prima.
«Barone di Dunchester» completò il capo dei fiamminghi, confermando la sua
identità. «Ci incontriamo di nuovo, Falco d'argento. Mai avrei immaginato di uscire da
una cella per trovarti sulla mia strada».
Si protese in avanti e abbassò il tono di voce perché solo Ian potesse udirlo quando
aggiunse: «E adesso sono molto curioso di sapere da che parte sta la verità. Se dalla tua
quando affermi di essere Jean Marc de Ponthieu o dalla parte di Jerome quando
sosteneva che tu non lo fossi affatto».
Capitolo 5
Ian e Daniel si ritrovarono legati mani e piedi, con un sacco infilato in testa e gettati
come balle di fieno nel carretto rubato alla locanda, che sobbalzava sulle buche della
strada sterrata. Le corde di ciascuno di loro erano annodate ai bordi opposti del carretto,
per evitare che i due prigionieri si avvicinassero l'uno all'altro e potessero liberarsi a
vicenda. Sopra i bordi alti del carretto, inoltre, erano state tirate delle coperte da stalla, in
modo che nessuno potesse sbirciarvi dentro.
Daniel imprecò quando l'ennesimo scossone gli provocò un dolore lancinante alla
schiena, probabilmente già piena di lividi. Tentò invano di sfilarsi il sacco dalla testa mi
riuscì soltanto a rotolare bocconi sul fondo del carretto. Le braccia legate dietro la
schiena cominciavano a far male per la posizione scomoda. «Adesso mi ricordo perché
odio Hyperversum!» protestò e nella frase mise anche due colpi di tosse, provocati dal
sacco impolverato. «Perché ogni volta che finiamo di qua deve capitarci questo?!»
In realtà era molto spaventato, anche se faceva di tutto per non darlo troppo a vedere.
La scena appena vista alla locanda gli aveva ricordato quanto brutale potesse essere il
mondo del Medioevo e l'aveva precipitato di nuovo in un incubo che credeva di essersi
lasciato alle spalle da due anni e mezzo. Quello che era iniziato come un gioco si era
trasformato di nuovo in un'avventura tremenda e potenzialmente mortale.
Stramaledetto videogame! si ripeté Daniel mille e mille volte, con rabbia e angoscia.
Accanto a lui, e non in migliori condizioni, Ian stava provando a liberarsi i polsi ma
dovette rinunciare quando sentì la corda ferirgli la pelle. Frustrato, rimase rannicchiato
sul fianco ad ascoltare i rumori del carretto che procedeva veloce. Da fuori provenivano
il suono degli zoccoli dei cavalli al trotto e le rare voci confuse dei fiamminghi, che ogni
tanto si scambiavano indicazioni. Forse pioveva, perché di tanto in tanto, attraverso i teli
che coprivano il carretto, sgocciolava dell'acqua.
Dove ci stanno portando? si chiese Ian per l'ennesima volta. Da quando erano stati
catturati, il carretto non aveva fatto altro che procedere molto spedito e doveva aver
percorso già un bel tratto di strada in chissà quale direzione.
Purtroppo, a Ian venivano in mente solo risposte terribili alla sua domanda: il feudo
dei Montmayeur confinava con l'Impero e con la Fiandra e, nonostante la guerra appena
vinta dai Francesi, era più che probabile che Martewall potesse contare ancora su ottimi
appoggi appena al di là del confine, specie in Fiandra. I suoi compagni, inoltre, erano
fiamminghi.
«Che cosa vuole da te quel maledetto?» domandò Daniel in quel momento, dando
voce al secondo interrogativo che tormentava Ian da un pezzo. «Che cosa ti ha
bisbigliato alla locanda?»
L'altro americano cercò di girarsi in modo da potergli parlare col tono più basso
possibile. «Per cominciare, vuole la verità».
Daniel impiegò un paio di secondi a capire. «La verità su cosa...?» iniziò a domandare
per poi interrompersi subito. Imprecò sonoramente. «E lui cosa diavolo sa di questa
faccenda?»
«Non lo so. Non ho idea di quanto sia coinvolto. Non al cento percento, credo,
altrimenti non avrebbe bisogno di risposte da me. Però Derangale deve avergli confidato
i suoi sospetti. Martewall adesso vuole avere conferme o smentite».
Daniel tacque, scosso da un orribile brivido lungo la schiena. Cercò di non chiedersi
come avrebbe fatto il cavaliere inglese a procurarsi da loro le informazioni che voleva
ottenere, non appena fosse stato in un luogo abbastanza sicuro in cui poter agire
indisturbato. «Che cosa facciamo adesso?» domandò nervosamente.
«Riesci a chiamare Hyperversum?» chiese Ian, invece di rispondergli.
«No, se non vedo niente. Se invoco l'icona ma non riesco a toccarla non ho modo di
attivare i comandi del gioco».
«Prova lo stesso».
Daniel si girò sul fianco. «Help» chiamò. Nessun rumore si aggiunse a quelli del
carretto in movimento. Nessuna sensazione estranea sfiorò i prigionieri.
«Senti qualcosa?» domandò Daniel a Ian.
«No» dovette ammettere l'amico.
«Uscita di emergenza» disse ancora Daniel.
Niente.
Al buio del sacco calato sulla testa, Daniel mosse le mani a tentoni per quanto gli fu
consentito dalle corde e dalla posizione scomoda. Sotto le dita incontrò solo l'aria.
Quella dannata icona è di sicuro da qualche parte ma non riesco a percepirla, pensò e
maledisse in silenzio Hyperversum e le sue mele solo virtuali.
«Non mi azzardo a dare qualche altro comando, così alla cieca» sbottò alla fine.
«Senza vedere quello che faccio, potrei mandare in blocco il gioco, spegnere tutto o
attivare chissà quale scenario alternativo».
«Preferisco non finire in un periodo storico a caso, grazie» replicò Ian con un sospiro.
«Non sono sicuro che un'era barbarica sarebbe peggio della situazione in cui siamo»
mugugnò Daniel e di nuovo tentò di muovere le mani. «Scommetto che quella maledetta
mela è quì e io non riesco a prenderla!»
E se non la tocchiamo non riusciremo mai a uscire da qui, pensò in aggiunta.
Grugnì, sentendo i muscoli delle braccia irrigidirsi per lo sforzo e si abbandonò sul
fianco, in preda ai crampi.
«Annulla» ordinò comunque per precauzione. L'ultima cosa di cui aveva bisogno era
che i fiamminghi, aprendo il carretto, si trovassero davanti una mela fosforescente che
fluttuava nell'aria sopra di lui. Allora sì, un bel rogo per stregoneria non gliel'avrebbe
levato nessuno e Martewall sarebbe stato l'ultimo dei suoi problemi.
Si rigirò sulla schiena cercando invano una posizione comoda. Impossibile; finché le
mani legate gli stavano esattamente sotto le reni.
«Dovrò riprovare quando ci toglieranno questi sacchi dalla testa» sospirò alla fine.
«Bisogna aspettare l'occasione giusta: speriamo che mi capiti prima che quel maledetto
decida cosa fare di noi».
Ian non rispose. Visto che per il momento la speranza di attivare Hyperversum era
svanita, e con essa la possibilità di fuggire senza colpo ferire, si chiedeva come avrebbe
agito Martewall per ottenere ciò che voleva. Ma la vera domanda era un'altra: cosa
voleva ottenere esattamente Martewall? Aveva preso due prigionieri che non gli
sarebbero serviti a molto, se dimostrava la falsa identità di Ian. A meno che Martewall
non volesse con questo intaccare la posizione di Guillaume de Ponthieu alla corte
francese. Ma gli conveniva poi? Cosa ne avrebbe ricavato?
D'altra parte, se invece l'inglese si fosse convinto che Ian era davvero il fratello di
Ponthieu, doveva fare i conti col fatto di avere imprigionato un conte, un nobile di grado
superiore al suo. Un cavaliere non poteva essere tenuto prigioniero senza un motivo
molto serio, visto che la cattura non era avvenuta su un campo di battaglia. Se Martewall
avesse voluto chiedere un riscatto, avrebbe dovuto giustificare il suo operato per non
incorrere nelle rappresaglie legittime dei Francesi. Ponthieu avrebbe potuto appellarsi
direttamente al re Filippo Augusto e per Martewall non sarebbe stato facile difendere la
sua posizione.
Un pensiero fece rabbrividire Ian: l'inglese non si era fatto riconoscere dai padroni
della locanda e quindi nessuno lo sarebbe andato a cercare se la notizia della cattura del
redivivo Jean Marc de Ponthieu arrivava in qualche modo a orecchie amiche. D'altra
parte, Ian non era nemmeno certo di cosa fosse accaduto davvero ai locandieri, unici
testimoni di quanto accaduto.
In ogni caso, se Martewall manteneva il segreto, nessuno avrebbe mai reclamato i suoi
prigionieri. E il cavaliere inglese questo lo sapeva bene.
Era semplicemente questo lo scopo di Martewall? Niente riscatti o giochi politici ma
solo tenere segretamente prigioniero il responsabile della morte del suo amico Derangale
e fare di lui ciò che voleva? Era la vendetta ciò che cercava?
Ian ricordò di colpo le righe scarne che aveva letto sul manoscritto miniato riguardo la
sua prigionia durata un numero imprecisato di mesi, prima del ritorno a casa. Ora
cominciava a temere che non fosse semplicemente la trascrizione della menzogna
inventata per coprire la sua assenza. E se si fosse trattato invece della realtà?
L'idea spaventò Ian profondamente. La Storia diceva che Jean Marc de Ponthieu
sarebbe vissuto abbastanza da generare un secondo figlio dopo quello che doveva ancora
nascere, ma trascorrere i prossimi mesi nella segreta di un castello, in balia di chissà
quali aguzzini, era comunque una prospettiva terribile.
Martewall inoltre poteva rovinargli la vita: sospettava qualcosa, avrebbe potuto
indagare o interrogarlo con i mezzi più brutali fino a scoprire indizi compromettenti su
di lui.
Jean Marc de Ponthieu sarebbe sopravvissuto a quella prova, ma a che prezzo e in che
condizioni?
E c'era di peggio. Se Ian aveva la certezza di non morire prima di generare un secondo
figlio che sarebbe nato nel luglio del 1218, non aveva però alcuna notizia riguardo il
destino di Daniel.
Che cosa ne sarebbe stato dell'amico, ora prigioniero come lui? Sarebbe sopravvissuto
a Martewall? Ian non poteva saperlo e si maledisse per non aver voluto leggere fino in
fondo il codice miniato su cui avrebbe trovato tutte le risposte, per essersi fermato alle
sole righe che confermavano il suo ritorno al monastero di Saint Michel.
Se solo fosse andato più avanti sarebbe stato preparato a ciò che stava accadendo...
avrebbe potuto impedirlo...
Decise in quel momento che doveva far fuggire Daniel a tutti i costi, qualsiasi fosse il
prezzo da pagare in prima persona.
Peccato però che non avesse la minima idea di come riuscire a mettere in pratica
questo suo proposito.
Quel pensiero tremendo lo accompagnò per un tempo infinito, per ore, mentre il
carretto continuava la sua corsa verso chissà quale meta.
Anche Daniel non parlò più per un bel pezzo, con l'angoscia nel cuore. Era di nuovo
tutta colpa sua: ora non riusciva a smettere di pensare a quell'idea.
Se due armi e mezzo prima aveva contagiato gli amici con la sua passione per
Hyperversum e li aveva trascinati tutti in un'avventura in cui avevano rischiato la vita,
adesso era di nuovo colpa sua se Ian, se tutti e due erano finiti sulla strada di Martewall.
Era stato lui a scegliere la data da impostare nei parametri della partita: se fosse stato
per Ian sarebbero arrivati nel Medioevo in un giorno diverso e non avrebbero mai
incrociato i nemici lungo la strada.
Accidenti a me e alle mie idee balzane! si maledisse Daniel disperatamente.
I due amici restarono per lungo tempo ad ascoltare i rumori delle ruote e il dolore che
cresceva nelle loro braccia anchilosate, ciascuno perso nei suoi tetri pensieri.
Finalmente il carretto si fermò. Ian trattenne il fiato d'istinto e sollevò la testa. Anche
Daniel sobbalzò, in agitazione. I due amici tesero l'orecchio per ascoltare i fiamminghi
che parlottavano tra loro e, presumibilmente, scendevano da cavallo.
Passarono alcuni minuti e il carretto fu scoperchiato. Mani sgarbate staccarono dai
bordi le corde che immobilizzavano i prigionieri per poi trascinare fuori Daniel di peso.
Ian non ebbe nemmeno il tempo di fare eco alle proteste dell'amico, perché fu prelevato
a sua volta e portato fuori con la forza. I fiamminghi lo condussero lontano dal carretto e
lo gettarono in ginocchio sull'erba, prima di levargli il sacco dalla testa. Ian emise
un'esclamazione soffocata per il dolore che l'urto gli provocò ai muscoli indolenziti.
Scrollandosi i capelli dal viso, si trovò davanti Geoffrey Martewall, seduto su un tronco
caduto.
Ian si guardò intorno, Daniel non c'era: i carcerieri lo avevano portato da un'altra
parte.
Era ormai il tramonto.
Si trovavano in un bosco abbastanza fitto, attraversato solo dalla strada di terra battuta
sulla quale era rimasto il convoglio formato dal carretto che trasportava i prigionieri e
dai cavalli del signore e dei suoi uomini. I rami degli alberi e i cespugli luccicavano per
una pioggia leggera appena finita. La vegetazione era immobile e silenziosa.
Gli armati di Martewall erano scesi di sella per sgranchirsi le gambe, ma non erano
tutti in vista. Ian immaginò che alcuni fossero con Daniel, da qualche parte oltre gli
alberi fitti. Riportò la sua attenzione sul cavaliere inglese che gli stava di fronte. «Dove
ci state portando? Questo è un rapimento, lo sai vero? Non la passerai liscia» minacciò e
usò volutamente il francese per farlo.
Geoffrey Martewall fece un cenno ai suoi uomini perché si allontanassero. «Il viaggio
è stato troppo scomodo? Dovrai abituartici, durerà ancora un bel pezzo» rispose, una
volta rimasto solo con il suo prigioniero, ignorando del tutto la frase precedente per
esprimersi in inglese. Si era sistemato sul tronco avvolgendosi il mantello intorno al
corpo per ripararsi dal freddo. I capelli gli si incollavano bagnati alla fronte. Il volto era
stanco, benché mantenesse un'espressione dura.
«Voglio sapere dove ci state portando!» ripeté Ian con rabbia.
«E io voglio sapere tante altre cose da te» rispose gelidamente Martewall. «Avremo
modo di parlare durante il tragitto. Non abbiamo che da scegliere in che lingua farlo».
Ian si rassegnò a passare all'inglese a sua volta: gli sarebbe stato più facile cogliere
ogni sfumatura del discorso. «Parlare di cosa? Io non ho niente da dirti».
«Ma io ho domande da farti».
«Domande inutili, come chiedermi: chi sono? Perché sprechi il fiato? Sai già la mia
risposta».
«Non credo che sia la risposta giusta».
«Ti piaccia o no, è l'unica che avrai».
Per un lungo momento, i due giovani si affrontarono in silenzio con sguardi ostili.
«Jean Marc de Ponthieu» disse infine Martewall, quasi sillabando il nome, come se lo
stesse confrontando con l'uomo che aveva davanti per decidere se si adattasse davvero al
suo viso. «Mi chiedo se continueresti a essere tanto caparbio se usassi con te le cattive
maniere».
Ian serrò i pugni legati dietro la schiena. «Puoi distorcere le parole di un uomo con la
violenza, ma non distorcere la verità.
Non cambierai ciò che sono, per quanti tentativi tu possa fare».
Il cavaliere inglese non rispose, ma rimase a scrutare il prigioniero negli occhi. «Se
sei veramente chi dici di essere, perché tutti ti danno per morto? Sono passati mesi
dall'agguato e in queste terre ti piangono ancora».
Ian ebbe un fremito al pensiero del dolore di Isabeau. «Sono quasi morto davvero»
rispose brusco. «Mi sono salvato per miracolo».
«Già. E poi? Hai avuto una convalescenza così lunga? Senza dare notizie di te a tuo
fratello?» insinuò l'inglese, scettico. «Dove sei stato fino ad ora?»
«Prova a immaginarlo da solo. Io non ti devo spiegazioni». «Me le darai. Fosse
l'ultima cosa che dici. In alternativa, potrei ottenerle dal tuo amico».
Furente, Ian si protese verso Martewall. «Lui non ha niente da dirti. Non lo toccare o
te la vedrai con me!»
L'altro cavaliere non rispose, ma Ian vide con paura che aveva preso nota della
reazione istintiva del suo prigioniero. Martewall aveva scoperto un punto debole di cui
poter approfittare.
Ian si maledisse per il passo falso e tacque per non peggiorare la situazione.
«Mi sono ricordato di lui quando l'ho guardato meglio» continuò Martewall. «Curioso
che facesse finta di non conoscerti. A Bouvines era il tuo scudiero e mi minacciò con il
suo arco».
Un vero peccato che non abbia anche tirato, pensò Ian d'istinto, ma preferì non dirlo.
«Adesso è cavaliere» rispose invece. «E non è neppure francese. Lascialo andare, lui non
ti ha fatto niente».
Martewall fece spallucce. «Francese o no, poco importa: se voleva evitare noie, non
doveva accompagnarsi a te. Ha fatto la sua scelta di campo. Peggio per lui se non è stata
una scelta felice».
Ian detestò il suo interlocutore con tutte le sue forze, eppure lesse nel suo sguardo non
solo astio, ma anche molti interrogativi irrisolti. «Perché tanto accanimento contro di
me? Che cosa speri di ottenere?» insisté. «Non avrai vantaggi dal tuo piano, qualunque
sia».
«Vantaggi? Credi forse che io sia un volgare bandito?» si risentì Martewall.
«Lo sei. Io non sono forse un ostaggio rapito per strada?» Il cavaliere inglese si alzò
in piedi, infastidito. «Io voglio capire!»
Ian lo guardò avvicinarsi fino a quando l'altro giovane non torreggiò su di lui.
Martewall lo squadrò dall'alto con ferocia. «Jerome era coinvolto in un enigma di cui
tu sei il centro. Ti tratterrò finché non avrò capito ogni cosa e userò ogni mezzo per
arrivare alla verità. Mi capisci? Ogni mezzo. Non è detto che alla fine tu rimanga in vita
e la cosa in realtà non m'importa, tanto nessuno verrà mai a chiedermi dite».
Ian si sedette lentamente sui talloni, ma cercò di mantenere gli occhi in quelli
dell'inglese, senza distoglierli mai. «Quale enigma?» domandò piano, teso.
Martewall interpretò il suo tono più basso come un segno di paura e sollevò il mento,
soddisfatto di essere riuscito nella sua intimidazione.
«Perché Jerome era così ossessionato da te? Ha gettato via il suo onore, ordinando la
tua morte. È arrivato al punto di accusarti di falsa identità davanti al re di Francia. Non
avrebbe mai pronunciato un'accusa tanto assurda, se non fosse stato certo di quello che
diceva».
Martewall non è a conoscenza dell'intrigo ideato da Derangale con Dammartin e il
vero Jean de Ponthieu, pensò Ian in un lampo e trattenne un sospiro di sollievo. Adesso
aveva un margine di manovra in più.
«Forse il tuo degno amico non sapeva come giustificare il tentato rapimento della mia
futura sposa e il trattamento che mi aveva riservato senza motivo a Cairs. Non hai
pensato a questo? Non poteva spiegare, se non mentendo, le frustate che mi marchiano
ancora la schiena. A me, un conte di Francia».
Il volto pallido di Martewall s'irrigidì. «Jerome non era un bugiardo».
«Ma un rapitore sì, eh? E anche un violento e un assassino: oltre a ordinare la mia
morte, al torneo di Béarne tentò di uccidere il conte di Grandpré solo perché era un mio
compagno di fazione».
«Non ti permetto di insultare in questo modo un cavaliere d'Inghilterra!» ringhiò
Martewall. «Era mio amico e tu l'hai ucciso. Non osare infangare la sua memoria!»
«Anche tu c'eri. Non puoi negare ciò che accadde a Béarne. Se lo fai, sei un assassino
al pari di Derangale» rispose Ian con uguale durezza.
Fu zittito da un manrovescio in pieno viso, che quasi lo gettò a terra. Ian si piegò sotto
il colpo con un'esclamazione strozzata, ma poi rialzò gli occhi, furibondo. «Riprovaci e
te ne pentirai» minacciò.
Martewall sembrò sul punto di rispondergli in maniera ancora peggiore, ma si limitò,
minaccioso, a puntargli contro il dito perché il suo gesto violento aveva messo in allarme
gli uomini poco lontani. «Ne riparleremo» disse fremendo, poi chiamò gli armati.
«Dategli da mangiare e rimettetelo dentro» ordinò loro seccamente, indicando il
prigioniero.

***

Daniel era già di nuovo legato e incappucciato nel carretto quando udì che Ian veniva
buttato dentro accanto a lui. «Ehi!» protestò, sentendo l'amico gemere quando lo
cacciarono avanti contro il bordo per annodare lì le corde che lo stringevano. «Che cosa
ti hanno fatto?» domandò con ansia, non appena gli uomini di Martewall si furono
allontanati e il carretto rimesso in moto.
Ian tossì sotto il sacco prima di rispondere. Il viso gli faceva male là dove l'inglese
l'aveva colpito. «Niente. Per il momento, almeno. Tu come stai?»
Daniel cercò di sistemarsi il meglio possibile. «Sto bene, non mi hanno fatto niente.
Mi hanno dato da mangiare, da bere e... be', mi hanno lasciato soddisfare le mie
necessità».
Ian sospirò. «Idem. Prima però ho fatto due chiacchiere con Martewall».
«Che ti ha detto?»
«Mi ha minacciato, più che altro. Temo che non mollerà la presa finché non avrà le
sue risposte ed è disposto a usare ogni mezzo per ottenerle».
«Ma non può farlo! Voglio dire: siamo in casa tua, nelle tue terre! Nessuno può osare
toccarti qui!»
«Al contrario: basta solo far sparire con più cura ogni traccia dopo il misfatto».
Daniel rabbrividì, sapendo che l'amico aveva ragione.
« È per questo che ci stanno tenendo nascosti con tanta precauzione» continuò Ian.
«Nessuno sa che è stato Martewall a prenderci. Finché mantiene il segreto, può fare ciò
che vuole indisturbato». Tacque un attimo ma poi aggiunse: «Non credo che sarà gentile
con noi, anzi temo che ci abbia presi proprio per questo. Non è un intrigante calcolatore
come Derangale. Martewall sta improvvisando sul momento, non ha piani prestabiliti e
vuole vendetta per il suo amico morto».
«Bastardo» mugugnò Daniel.
Ian cercò di girarsi verso di lui. «Ascolta: la prossima volta che ci fermeremo e ti
toglieranno quel sacco dalla testa, devi chiamare Hyperversum e sparire da qui di corsa».
«Senza di te? Neanche morto!»
«Stammi a sentire, Daniel! Tu devi andartene prima che sia troppo tardi».
«Non ti lascio nelle mani di quell'aguzzino!»
«Io sopravviverò, la Storia lo dice. Tu invece rischi la vita! Ti voglio fuori da qui
appena possibile».
«Se me ne vado senza di te, non potrò tornare! Hyperversum funziona solo quando
iniziamo la partita insieme: se adesso esco dal gioco da solo, non riuscirò ad avviare
un'altra partita! Non ci rivedremo mai più!»
Ian sentì una stretta al cuore. «Non importa» rispose piano. «L'unica cosa che importa
adesso è la tua vita. Sapevamo che ci saremmo dovuti separare, prima o poi. Mi basterà
sapere che sei al sicuro e dovrà bastare anche a te».
Daniel non disse più niente, amareggiato.
Il carretto ricominciò a muoversi lungo la strada.

***

Quella notte fece freddo e i due prigionieri la vissero in dormiveglia sul carretto, in
bilico tra un sonno esausto e i trasalimenti provocati da ogni sobbalzo improvviso.
Martewall non fece più fermare il convoglio: evidentemente aveva fretta di arrivare alla
sua meta, ovunque fosse. Doveva essere quasi l'alba quando i prigionieri crollarono del
tutto. Più tardi si risvegliarono e in lontananza cominciarono a udire rumori confusi di
gente e di movimento.
«Che cos'è?» domandò Daniel sottovoce.
Ian era teso in ascolto di ogni suono, ma impiegò un po' di tempo per capire a cosa si
stessero avvicinando. « È un villaggio... siamo in un villaggio o una città!»
Non poté dire altro, perché uno degli armati di Martewall s'infilò nel carretto e si
sistemò accanto a loro. Ian sentì il sibilo di un pugnale che usciva dal fodero e subito
dopo, il freddo della lama sul collo.
«Fate un grido e vi taglio la gola» minacciò l'uomo a bassa voce, ma facendo in modo
che anche Daniel lo udisse bene.
Maledetti! Hanno paura che i francesi li scoprano con noi legati qui dentro! pensò
Daniel furioso.
L'idea che là fuori, a portata di voce, ci fosse qualcuno che poteva aiutarli e
l'impossibilità di farsi sentire, lo facevano impazzire di rabbia. Eppure non tentò una sola
mossa, sapendo che l'armato era proprio lì accanto, pronto a tutto.
Per lungo tempo il carretto attraversò, lento, strade movimentate. Quando finalmente
si fermò, alle orecchie di Ian arrivò un suono nuovo tra gli altri, prima indistinto, poi
sempre più chiaro.
Un suono che gli fece sentire il ghiaccio nel cuore. «Il mare..!» mormorò il giovane
con sgomento.
Anche Daniel alzò la testa, allarmato. «Cosa?!»
«Silenzio!» minacciò il loro carceriere.
Ian si morse le labbra, con il pugnale che premeva di più sul collo. Non disse altro, ma
i suoi pensieri si rincorrevano affannosamente.
Erano arrivati al mare. Gli uomini di Martewall li avevano condotti sulle rive della
Manica. Da lì il loro viaggio avrebbe senz'altro preso una direzione ben precisa.
Ci stanno portando in Inghilterra!
Ian ebbe paura a quell'idea. Non voleva nemmeno immaginarsi cosa avrebbe atteso
due cavalieri dell'esercito francese come lui e Daniel una volta arrivati nei territori dello
sconfitto re Giovanni Senza Terra. E la disfatta di Bouvines era ancora troppo recente
perché gli animi potessero essersi calmati. Specialmente quello del sovrano inglese e dei
suoi cavalieri, umiliati. Lo dimostrava fin troppo bene l'atteggiamento di Martewall e dei
suoi compagni fiamminghi.
Se Ian poteva nutrire una minima speranza di trovare aiuto e di evitare una lunga e
brutale prigionia in Francia, quella speranza svaniva ora che con tutta probabilità stavano
per trasferirlo sul suolo nemico. In territorio inglese persino Filippo Augusto avrebbe
avuto difficoltà a reclamare la restituzione di un prigioniero. E di certo spariva la
possibilità che Ponthieu potesse intervenire in prima persona a liberare un fratello di cui
non conosceva nemmeno il rapitore.
E Daniel... Daniel rischiava la vita ogni minuto di più, man mano che l'Inghilterra si
avvicinava. Febbrilmente, Ian cercò di pensare a una via d'uscita, ma non la trovò.
Il carretto ricominciò a muoversi dopo un'attesa snervante. Come temeva, Ian udì le
ruote rimbombare su quello che doveva essere un pontile di legno. Il rumore del mare
adesso era ancora più forte.
«Oh, Signore...» invocò sottovoce Daniel, arrivato autonomamente alle stesse
conclusioni di Ian.
Il carceriere gli allungò una gomitata nelle costole per farlo tacere.
Le voci francesi degli scaricatori di porto risuonarono tutto intorno per un bel pezzo,
mentre il carretto subiva altri scossoni. Si udirono il nitrito dei cavalli che venivano
condotti via e il grido dei gabbiani che volavano alti. Poi, una a una, le voci si
allontanarono. L'oscillazione violenta del carretto si quietò per lasciare il posto a una più
lieve e ritmica. Il rumore del mare ora risuonava amplificato dalle pareti di legno di una
stiva.
Il fiammingo armato ripose il pugnale e scivolò fuori dal carretto. «Adesso potete
anche urlare, se volete, tanto qui non vi sente più nessuno» disse beffardo, prima di
allontanarsi.
Daniel e Ian, in silenzio angosciato, ascoltarono la nave mollare gli ormeggi per
prendere il largo.
Capitolo 6
La nave rimase in mare aperto per un tempo che sembrò infinito. In realtà non passò
nemmeno una giornata, poiché i carcerieri trasferirono i prigionieri sopracoperta una
volta sola, per il cibo e le altre necessità, quando il sole cominciava ad abbassarsi sul
mare.
Per non doverli sostenere a ogni passo, i fiamminghi avevano tolto i cappucci ai due
ostaggi e Ian e Daniel capirono di aver attraversato la Manica quando videro la costa
nebbiosa davanti alla nave.
Il vento gonfiava la vela sospingendo l'imbarcazione a un'andatura sostenuta. Le onde
s'infrangevano con un rumore ritmico sulle fiancate di legno e si fondevano poi nella
scia bianca che spumeggiava dietro il timone.
Ci sarebbe voluto ancora un po' per arrivare, la Francia però era ormai invisibile alle
loro spalle, nella nebbia che si infittiva in fretta.
«Tu. Di là» ordinò un fiammingo a Daniel, facendogli cenno di proseguire verso
l'altro lato della nave, dov'erano alcuni compagni. «E voi, signor conte, sedetevi senza
protestare» aggiunse, calcando con scherno sul titolo nobiliare.
Ian lo guardò di sbieco, ma non reagì, limitandosi a sedersi nel punto che gli era stato
indicato, benché con fatica a causa delle mani, ancora legate dietro la schiena. Il
fiammingo rimase accanto a lui in piedi, con i pollici nel cinturone che reggeva spada e
pugnale.
Daniel venne preso in custodia e sospinto avanti da altri due armati senza aver tempo
di dire una parola, ma almeno gli furono liberati i polsi. Ian capì che i carcerieri
volevano occuparsi di loro uno alla volta, probabilmente per non distogliere uomini dal
governo della nave.
Non riusciremo mai a fuggire, se continua così, rimuginò Ian con rabbia, studiando il
luogo in cerca di una possibile via d'uscita.
Purtroppo, nel bel mezzo del mare era piuttosto improbabile trovarne una. L'ideale
sarebbe stato scomparire insieme dalla nave, infischiandosene di ciò che Martewall e gli
altri medievali potevano pensare. In fondo, chi mai avrebbe creduto alle loro parole, se
avessero dovuto raccontare la fuga dei prigionieri? Per fare questo, però, i due amici
dovevano rimanere soli, vicini e senza quel maledetto sacco in testa per qualche minuto
almeno. Solo così si poteva chiamare l'icona di Hyperversum e toccarla senza
impedimenti, cosa che finora non erano riusciti a fare.
Il guaio era che Daniel non poteva nemmeno scappare da solo, finché stavano in
mezzo al mare. Dileguandosi "per magia" avrebbe lasciato Ian in una posizione davvero
difficile da sostenere.
I due amici ne avevano già discusso durante le lunghe ore passate nella stiva: per far
fuggire almeno Daniel era necessario attendere che la nave si avvicinasse un po' di più
alla costa e inscenare un'evasione credibile.
Speriamo che questa bagnarola arrivi in porto in fretta, si disse Ian, fissando
l'orizzonte per capire a che velocità si avvicinasse. Prima o poi dovranno farci scendere
da qui e non potranno tenerci sempre sott'occhio a tempo pieno!
La nave su cui erano imbarcati era tozza e tondeggiante, non doveva superare i cento
piedi di lunghezza e non era più larga di trenta 6. Aveva un unico albero con una vela
rettangolare e nessun banco per i rematori; sul ponte erano ammassate le merci che non
avevano trovato posto nella stiva. Per il resto era spartana ma in buone condizioni,
benché non nuova.
Non essendo un esperto, Ian non seppe riconoscere il tipo di imbarcazione, ma
sospettò che fosse un mercantile adatto ai tragitti non troppo lunghi, visto che non
disponeva di una stiva imponente né di alloggi attrezzati per passeggeri o marinai. Nel
vano di carico in cui era stato imbarcato il carretto aveva trovato a malapena posto metà
dei cavalli degli uomini di Martewall oltre a merci e casse di legno. Se la nave poteva
disporre anche di un secondo vano identico, considerate le sue proporzioni, di sicuro non
c'era spazio per ospitare provviste, e soprattutto acqua potabile per un lungo viaggio. Al
massimo qualche giaciglio di fortuna tra le merci, i bagagli e il resto degli animali.
Ian calcolò che fossero imbarcati circa trenta uomini a bordo, tutti inglesi o
fiamminghi e tutti alleati di Martewall, almeno a giudicare dal fatto che nessuno si era
stupito nel vedere sul ponte due prigionieri legati e guardati a vista. Da parte loro non
poteva certo sperare in un aiuto.
Sospirò. Non restava che attendere di arrivare a terra e cercare nel frattempo di
rilassarsi in modo da non sprecare energie. Così, lasciò passare una decina di minuti,
completamente inerte. Dopo l'intera giornata con la testa in un sacco di tela, fu almeno
grato di poter finalmente respirare aria pura e di sentire il vento sul viso, guardandosi
intorno.
Martewall era seduto a prua su alcuni rotoli di corda, con il dorso appoggiato contro
una cassa, isolato da tutti e imbacuccato nel suo mantello pesante. Non si muoveva,
aveva gli occhi chiusi: forse dormiva, eppure sul ponte della nave faceva decisamente
freddo e il cavaliere sembrava soffrirne, a giudicare almeno dalle labbra esangui.
Poteva trovarsi un posto sottocoperta, al caldo con i cavalli, pensò Ian, poi però
considerò il sollievo che lui stesso stava provando nel trovarsi all'aperto dopo tanto
tempo passato al chiuso, con l'aria stantia e l'odore degli animali. Da quanto aveva
capito, Martewall aveva trascorso mesi in una segreta francese, ben peggiore di qualsiasi
carretto o stiva: pensando a quello, non c'era da stupirsi che adesso preferisse evitare i
luoghi chiusi, a costo di congelare all'aperto.
Una fine che io non intendo fare, si ripromise Ian, cercando di togliersi dalla testa
l'immagine di una prigione medievale costruita nelle viscere buie di chissà quale
castello.
L'uomo brizzolato, che aveva imparato a riconoscere come il luogotenente di
Martewall, andò dal cavaliere in quel mo mento, chinandosi su di lui per dirgli qualcosa,
ma era troppo lontano perché Ian potesse udirlo. Martewall riaprì gli occhi e rialzò la
testa per guardare oltre la prua della nave, verso la costa sempre più visibile e vicina. In
quello stesso istante i marinai cominciarono a darsi da fare al timone e alla vela con più
impegno.
L'imbarcazione piegò leggermente e poco alla volta la terraferma si spostò alla sua
sinistra.
Ian seguì la manovra con occhio attento. Viriamo, pensò.
Da che parte stiamo andando?
Era deluso e in ansia: se la nave si metteva a costeggiare la riva senza avvicinarsi mai,

6 Circa trenta metri per dieci.


si allungava il tempo di attesa per una qualsiasi occasione buona di fuga.
Il giovane si voltò quando i carcerieri riportarono Daniel verso di lui. L'amico aveva
di nuovo le mani legate dietro la schiena, ma gli rivolse una muta domanda con gli occhi
e un cenno del capo rivolto ai marinai che lavoravano: che sta succedendo?
«Seduto» ordinò uno dei fiamminghi, indicando a Daniel un punto accanto a Ian, poi
si fermò a parlare con il suo commilitone. Anche l'uomo che sorvegliava Ian si scostò di
qualche passo per raggiungere i compagni.
«Credo che stiamo oltrepassando Dover» bisbigliò Ian a Daniel nell'unico momento in
cui si trovarono l'uno accanto all'altro e i carcerieri scambiavano due parole tra loro.
«Stiamo proseguendo verso nord».
«E questo è un bene o un male?» domandò Daniel.
«Non ne ho idea». Ian si guardò intorno sconsolato, nell'aria fredda e nebbiosa.
«Che cosa c'è a nord lungo la costa?» chiese ancora Daniel.
Ian scrutò l'orizzonte grigio, cercando invano un punto di riferimento. «C'è Londra,
credo, o meglio c'è la foce del Tamigi. Poi, più su, non so».
«Il feudo di Martewall?»
«Probabile. Non ho idea di dove sia Dunchester».
«Dimmi che quel nome ti ricorda qualcosa di buono» insisté Daniel, vedendo l'amico
tacere pensoso dopo l'ultima frase. Ian scosse la testa. «Qualcosa. Forse. Il nome mi
sembra familiare, ma non mi viene in mente niente di preciso adesso».
Daniel mugugnò una frase del tipo "Allora, a che ti è servito studiare tanto?" ma
tacque quando i carcerieri si accostarono, infastiditi dal confabulare dei prigionieri.
«Che avete da brontolare?» domandò uno di loro, sgarbatamente.
«Fa freddo» gli rispose Daniel con lo stesso astio.
«Nelle segrete di Dunchester farà più caldo, ma non credo che lo apprezzerete!» rise
l'uomo, sarcastico, poi fece cenno a Ian.
«Signor conte, se volete seguirmi, il vostro pranzo è pronto, anche se con un po' di
ritardo».
Rassegnato, Ian ubbidì senza protestare.

***

Il resto del pomeriggio non portò miglioramenti.


Ian e Daniel vennero rinchiusi di nuovo nella stiva e fu risparmiata loro la tortura del
sacco sulla testa, ma i due dovettero sedere l'uno di fronte all'altro, lontani, separati da
alcuni degli uomini armati che, non volendo stare al freddo sul ponte, si stesero lì a
riposare.
Così, rispetto a quando erano imprigionati nel carretto, venne tolta ai prigionieri anche
la possibilità di parlare, perché gli armati reagivano in modo ostile ogni volta che uno
dei due tentava di aprire bocca.
La fuga era decisamente fuori questione.
Dal boccaporto aperto proveniva una luce fredda che consentiva almeno di vedere
l'ambiente e così i due amici poterono valutare meglio il luogo in cui erano tenuti
prigionieri.
Il carretto, a cui erano state smontate ruote e stanghe, era leggermente spostato
rispetto al boccaporto e lasciava spazio alla scala a pioli mobile che consentiva l'accesso
dei marinai alla stiva. I cavalli, invece, erano in fondo al vano, su uno strato di paglia che
assorbiva gli escrementi e poteva poi essere gettato fuori bordo da un portello sulla
fiancata. Erano sei, legati col muso rivolto verso la parete di legno, apparentemente
tranquilli, anche se ogni tanto qualcuno di loro sbuffava per il dondolo della nave.
Nel resto del vano erano ammucchiate casse di legno, sia piene sia vuote. Dove c'era
spazio libero, gli armati di Martewall avevano sparso un po' di paglia pulita per stendersi
e dormire.
Di qua non si esce. Sconsolato, Daniel guardò Ian e ricevette in cambio un cenno di
diniego con la testa. Si abbandonò con la schiena contro la parete, aspettando. Non
poteva fare altro, solo aspettare. Il dondolio della nave era quasi ipnotico, e così il
rumore delle onde.
Il giovane si svegliò di soprassalto quando udì alcuni tonfi sordi contro la fiancata.
Che cosa è stato? si domandò confusamente, mentre capiva di essersi addormentato
senza accorgersene. Si guardò intorno, in allarme.
La luce adesso era così fioca da rendere appena distinguibile ciò che era nella stiva,
ma Daniel poté ugualmente vedere che anche Ian era vigile e stava guardando verso il
boccaporto ancora aperto. Il rettangolo di cielo si era fatto scuro, ormai era il tramonto.
La nave dondolava molto meno di prima e i marinai si gridavano ordini da lontano.
Siamo fermi? fu il pensiero che attraversò la mente di Daniel. Il cielo nuvoloso ma
immobile gli diede conferma del suo sospetto. La nave aveva attraccato da qualche parte.
Qualcuno dall'alto portò una lampada, illuminando sagome nere. La scala a pioli
cigolò, traballando leggermente. Martewall scese nella stiva per primo.
Daniel si mise sul chi vive, ma il cavaliere inglese si limitò a lanciare ai prigionieri
un'occhiata torva e si rivolse invece ai suoi uomini, che, al suo arrivo, si stavano
svegliando uno dopo l'altro. Il luogotenente con la lampada seguiva Martewall per fare
luce all'interno dell'ambiente.
Martewall chiamò quattro nomi e altrettanti uomini si alzarono subito. «Preparate i
cavalli» ordinò loro il cavaliere, poi si rivolse al luogotenente. «Hector, ti lascio il
controllo della nave, vi raggiungerò a Dunchester domani».
L'uomo brizzolato annuì. «Contate su di me, signore».
Gli uomini si erano messi al lavoro senza altre domande: due sellarono i cavalli, uno
raccolse gli equipaggiamenti, un altro andò ad aprire il portello laterale mentre i
compagni restanti sollevavano da terra la passerella di legno.
«Togliti dai piedi» ordinarono a Daniel, che si trovava sul tragitto.
Il giovane obbedì in silenzio per andare a sedersi dall'altra parte, accanto a Ian, sotto
lo sguardo attento di Martewall e del suo luogotenente.
Quando il portello si aprì, i due prigionieri poterono vedere un pontile di legno
proprio accanto alla nave.
Gli uomini cominciarono a condurre fuori dalla nave cinque dei sei cavalli,
scortandoli scrupolosamente sulla passerella perché non facessero movimenti inconsulti
e potenzialmente pericolosi durante il trasferimento. Martewall stesso s'incamminò,
fermandosi però ancora qualche istante a scambiare alcune parole con il suo
luogotenente. L'uomo annuì e poi salutò. Martewall scomparve dalla vista, oltre il
portello.
«Ritirate la passerella e chiudete. Dobbiamo riprendere il largo prima che faccia buio»
ordinò il luogotenente, poi lasciò la lampada nelle mani di uno dei suoi sottoposti e risalì
la scala per tornare sul ponte.
«Possiamo approfittarne» sussurrò Ian a Daniel, nel momento di momentanea
disattenzione dei carcerieri, e accennò in modo eloquente al portello aperto sulla fiancata
e agli uomini che vi stavano lavorando. «Martewall se n'è andato con metà dei suoi, non
avremo mai occasione migliore. Sta' pronto: cercherò di creare un diversivo prima che la
nave ritorni in alto mare. Se non dovessimo farcela insieme, vattene da solo».
Daniel non rispose. Sentiva il disagio crescere all'ipotesi di scappare lasciando Ian
nelle grinfie di Martewall. Certo, appena la nave ripartiva, poteva simulare una fuga
gettandosi in mare dal portello laterale. Gli sarebbe bastato sottrarsi dalla vista quel tanto
che bastava per chiamare Hyperversum e toccare l'icona che gli avrebbe aperto la porta
del ritorno. Gli uomini di Martewall lo avrebbero cercato invano, pensando che si fosse
salvato nuotando oppure che fosse affogato nel tentativo.
Sì, la fuga poteva essere davvero a portata di mano, eppure Daniel tentennava. Ora
che il momento si avvicinava, sentiva crescere la paura per Ian. Che ne sarebbe stato di
lui, se fosse rimasto da solo in terra nemica? Al solo pensiero, Daniel si sentiva male.
«Non devi esitare» insisté l'amico, intuendo i suoi pensieri agitati. «Promettimelo».
Daniel annuì, cupo.
«Silenzio, voi due!» li apostrofò l'uomo con la lampada. «E tu ritorna al tuo posto,
avete già chiacchierato abbastanza» continuò rivolto a Daniel.
Il giovane si trattenne a stento dal rispondergli per le rime, consapevole di non poter
fare neanche una mossa avventata, ora che stavano progettando di evadere. Si alzò per
tornare a sedersi dove era prima, ma ebbe cura di sistemarsi più vicino al portello.
Ian finse di cercare una posizione più comoda e a sua volta si spostò un po', pur senza
alzarsi in piedi. Tra i due amici, seduti di nuovo uno di fronte all'altro, adesso c'era la
scala a pioli che scendeva dal boccaporto.
L'uomo con la lampada attese che gli altri finissero il lavoro e accudissero anche il
cavallo rimasto nella stiva, poi fece luce sulla scala per consentire ai compagni di salire e
consegnò la lampada all'ultimo. «Portami qualcosa da mangiare quando ritorni» gli
disse, poi si sedette sugli ultimi pioli, di guardia.
La nave fece tutti i preparativi per riprendere il mare. Passò una buona mezz'ora prima
che i rumori del molo si spegnessero e si intensificasse quello delle onde. Il dondolio più
accentuato dello scafo disse ai prigionieri e al loro guardiano che la costa si era
allontanata di nuovo.
Il fiammingo si alzò, rassicurato dal fatto che la nave fosse ormai in marcia e andò a
stendersi sulla paglia. Dopo una decina di minuti di immobilità quasi totale, Ian e Daniel
furono certi che l'uomo si era appisolato.
Il buio ormai era molto fitto nella stiva e consentì a Daniel di muoversi finalmente
inosservato. Cauto, muovendo un muscolo alla volta, il giovane riuscì a far passare sotto
le cosce i polsi legati. Ancora un piccolo sforzo e sarebbe riuscito a portarseli davanti al
petto. Anche Ian stava facendo altrettanto, ma fu bloccato dal rumore che sentì provenire
da sopracoperta. Alzando gli occhi, vide una luce avvicinarsi al boccaporto: il compagno
del fiammingo stava ritornando a portare da mangiare come gli era stato richiesto.
Ian abbandonò la sua manovra per rotolare semisdraiato ai piedi della scala a pioli,
fuori dalla vista di chi arrivava, sistemandosi su un fianco per fare leva con più efficacia.
Daniel cercò di affrettarsi a portare le braccia in una posizione utile senza svegliare il
carceriere poco distante. Ci riuscì nel momento stesso in cui la scala cominciò a gemere
sotto il peso dell'uomo che scendeva tenendo la lampada in una mano e un fagotto di tela
sotto il gomito.
Ian agì nel medesimo istante: diede un calcio ai piedi della scala e questa fu spinta
indietro con tale violenza da perdere l'appoggio contro il bordo del boccaporto. Cadde
fragorosamente. Ian la evitò per un soffio, mentre l'uomo che vi stava sopra precipitò
con un grido di sorpresa.
La lampada si spaccò sul pavimento, spargendo fiamme e olio sulla paglia, che subito
avvampò.
Daniel balzò addosso all'altro fiammingo, svegliatosi di soprassalto, e lo colpì in
pieno viso con entrambi i pugni legati. Lo rigettò a terra e poi gli si buttò sopra mentre
era ancora stordito, cercando il suo pugnale per liberarsi le mani.
«Sbrigati!» gli urlò Ian, sovrastando i nitriti del cavallo che scalpitava spaventato dal
rumore e dal fuoco, che si espandeva rapidamente divorando la paglia e attaccando le
casse di legno delle merci. Ian dovette appiattirsi al suolo per evitare le zampe micidiali,
poi riuscì a mettersi fuori portata.
Mentre tentava di rimettersi in ginocchio, l'uomo caduto dalla scala lanciava gemiti
strozzati, stringendosi il braccio destro al petto. Ian lo fece svenire con un calcio, ma
dall'alto del boccaporto stavano già provenendo grida allarmate e rumori di passi.
Qualcuno si affacciò per guardare giù e cercare di capire, attraverso il fumo, cosa stesse
accadendo.
Daniel, messo definitivamente fuori combattimento il suo avversario, si liberò le mani
e corse da Ian per fare altrettanto.
Il cavallo stava diventando incontrollabile: scalciava e strattonava violentemente la
corda che lo teneva legato, finché l'anello di ferro non si staccò dalla parete della stiva.
«Giù!» esclamò Daniel e buttò Ian di lato prima di tuffarsi altrettanto in fretta. Non fu
abbastanza veloce: l'animale terrorizzato lo speronò con tale violenza da svuotargli i
polmoni per l'urto e il giovane si ritrovò a terra, tossendo stordito.
Il cavallo si mise a girare furiosamente nella stiva senza via d'uscita, mordendo e
calciando tutto ciò che trovava sulla sua strada. Travolse un uomo appena saltato
dall'alto del boccaporto e costrinse un secondo a mettersi precipitosamente a distanza di
sicurezza. Anche Ian dovette ripararsi di nuovo, nella confusione ormai totale.
Un terzo e un quarto uomo piombarono dal ponte attraverso il boccaporto per correre
a spegnere le fiamme che ormai dilagavano ovunque. Non badarono subito ai due
prigionieri perché, vedendoli a terra in mezzo al fumo, non si erano resi conto che erano
liberi dalle corde. Nessuno dei nuovi arrivati sembrava aver ancora capito che si trattava
di un tentativo di evasione e non di un semplice incidente. Tentavano di fermare il
cavallo e soffocare il fuoco; uno di loro apri il portello laterale per gettare i materiali in
fiamme fuori bordo, a partire dalla paglia e dalle casse aperte e vuote, che non
contenevano merci da salvare.
Vedendo gli uomini e i marinai moltiplicarsi nella stiva, Ian però capì che presto
avrebbero ripreso il controllo della situazione e non ci sarebbe più stata possibilità di
fuggire. «Vattene ora!» gridò a Daniel, ma l'amico era a parecchi passi di distanza da lui
e faticava a rialzarsi anche solo sui gomiti.
Ian imprecò disperato. Individuò a terra il pugnale con cui Daniel gli aveva liberato le
mani e corse a impadronirsene. Solo allora gli uomini della nave, vedendolo, capirono la
situazione. Uno di loro gli andò incontro con la spada sguainata eppure esitò ad
attaccare.
Non vuole rischiare di uccidermi perché Martewall mi vuole vivo, capì Ian e con quel
vantaggio si lanciò all'attacco per primo, con un affondo di pugnale, che però venne
evitato facilmente.
Il fiammingo si fece indietro senza reagire. Ian fu aggredito alle spalle da un altro, che
tentò di immobilizzargli le braccia. L'americano però era più alto e robusto di lui e riuscì
a liberarsi dall'aggressore, piazzandogli una gomitata nelle costole e un sinistro in pieno
viso.
Daniel riuscì finalmente a risollevarsi in piedi, snebbiandosi la testa stordita. Vide un
uomo piombare su di lui e si difese con la forza della disperazione: lo mise fuori
combattimento dopo una breve ma rabbiosa colluttazione e riuscì a guardarsi intorno.
Il portello laterale adesso era incustodito: l'uomo che vi stava lavorando era lo stesso
che ora gemeva dolorante ai piedi di Daniel.
La via di fuga era libera.
Ian però era impegnato in un confronto con un avversario armato di spada e, a poca
distanza da lui, un altro fiammingo, col naso e la bocca insanguinati, stava snudando la
sua arma. In due avrebbero certamente sopraffatto l'avversario, armato solo di pugnale.
Gli altri uomini, quelli che non erano feriti, stavano quasi riuscendo a bloccare il
cavallo impazzito e spegnere il principio d'incendio.
Daniel valutò la situazione in un istante. Ian gli aveva ordinato di andarsene e stava
trattenendo i nemici proprio per dargli quell'occasione di fuga... Si sarebbe sacrificato
per lui, come aveva sempre fatto in passato, nel loro primo viaggio in quel mondo
medievale.
Questa volta no, decise Daniel.
Afferrò una cassa di legno vuota trovata a terra e la scaraventò contro l'uomo
sanguinante che stava per attaccare Ian di lato. Lo centrò in pieno e lo abbatté. Ian e
l'altro suo avversario fecero un balzo indietro, separandosi, colti del tutto di sorpresa.
Daniel corse dall'amico per agguantarlo e spingerlo verso il portello aperto.
«Che cosa fai?!» protestò Ian.
Daniel non poté rispondergli perché fu intercettato dai fiamminghi, che non
intendevano lasciargli portare a termine un piano fin troppo evidente. Lo afferrarono da
dietro, cercando nel contempo di raggiungere Ian, ma Daniel oppose resistenza.
Ian non poté intervenire perché l'amico si trovava tra lui e i fiamminghi e lottava per
liberarsi da più mani. Invece di voltarsi verso i nemici, Daniel individuò il portello
aperto: era esattamente alle spalle di Ian, che aveva dovuto indietreggiare ancora.
«Io me la caverò, tu sai come» disse all'amico.
Ian spalancò gli occhi. «Cosa?!»
Non poté aggiungere altro: Daniel, puntellandosi contro i nemici che lo tenevano, gli
piantò un piede sul petto e lo spinse indietro verso il portello aperto. Ian perse
l'equilibrio e di colpo sentì il vuoto sotto di sé.
Daniel fece in tempo a udire il tonfo nell'acqua, prima di venire trascinato via con
violenza dalle mani dei fiamminghi.
Capitolo 7
L’impatto con l'acqua gelida fu mozzafiato. Ian si trattenne a stento dal boccheggiare,
mentre persino la vista gli si oscurò per qualche istante a quella temperatura freddissima.
Confusamente vide il chiarore allontanarsi sopra la sua testa e si mise a nuotare verso
quella direzione con tutte le forze che aveva. Il primo pensiero razionale che gli
attraversò la testa, però, fu indirizzato con rabbia a Daniel.
Ian riemerse inspirando convulsamente e cercando nel frattempo di guardarsi intorno
con gli occhi che bruciavano per l'acqua salata. La prima cosa che vide fu la paglia,
disseminata tra le onde, poi alcune casse di legno che galleggiavano davanti e dietro di
lui, spinte dalla corrente. La nave era già distante e procedeva spedita. Ian fece in tempo
a cogliere il convulso movimento che si agitava sul ponte e il bagliore rossastro del
fuoco nella stiva, ma subito sibili fin troppo noti nell'aria lo fecero sussultare. La
superficie dell'acqua si frantumò in schizzi, quando i dardi di balestra la colpirono.
I tiratori stavano mirando quasi a caso dal ponte della nave, ostacolati dal buio ormai
fitto, ma Ian lanciò comunque un mezzo grido di spavento nel sentire una freccia
passargli accanto a un orecchio: prese fiato come poté, ingoiò più acqua che aria e si
immerse di nuovo. Un ultimo dardo gli mancò di poco la spalla, fortunatamente
rallentato dall'attrito dell'acqua.
Ian nuotò in apnea finché glielo consentirono i polmoni, cercando di cambiare
direzione per confondere i tiratori che stavano sicuramente osservando il mare per
individuarlo, poi però capì che molto presto avrebbe dovuto tornare in superficie per
respirare.
Una delle casse di legno galleggiava non troppo lontano da lui: vi passò sotto e,
riemerso al riparo della sua sagoma, vi si aggrappò per tenersi a galla.
Aspettò in silenzio, con tutti i nervi tesi, ma il sibilo delle balestre non si udì più.
Anche il clamore che proveniva dalla nave era ormai ovattato.
Cautamente, Ian si sporse di lato per osservare la situazione.
La luce della luna trapelava a tratti dal cielo ingombro di nuvole, riflettendosi sul
mare calmo.
La nave di Martewall era ormai molto lontana, ma stava compiendo un giro ampio. I
marinai si stavano affannando per virare e ritornare indietro e Ian capì che se fossero
riusciti nella manovra lo avrebbero raggiunto in fretta. Doveva sbrigarsi, tanto più che il
freddo si stava facendo rapidamente insopportabile e lui non aveva idea di quanto
sarebbe stato in grado di resistere ancora in acqua, prima di perdere i sensi.
Si guardò alle spalle e individuò la costa e le rare luci di quello che doveva essere il
porto.
Era lontanissimo e Ian si stava chiedendo con sgomento come fare a raggiungerlo a
nuoto, quando alla sua sinistra notò una luce più alta e molto più vicina di tutte le altre:
un fuoco che bruciava in cima a quella che sembrava una torre.
Un faro, capì il giovane e sentì rinascere la speranza.
Nel Medioevo un fuoco di quel genere, oltre a servire per le comunicazioni a distanza
con il porto, segnalava ai marinai la presenza di un punto insidioso, di un fondale basso
o di scogli affioranti in prossimità di un approdo: se Ian fosse riuscito ad arrivarvi prima
che la nave di Martewall lo raggiungesse, avrebbe avuto un bel vantaggio perché nessun
marinaio medievale, che navigava per lo più a vista e senza strumenti, avrebbe mai
rischiato di avvicinarsi a un fondale pericoloso col buio.
Il faro bruciava a parecchie bracciate di distanza e Ian doveva sbrigarsi, se non voleva
cedere al freddo. La corrente portava verso riva e quindi lo aiutava a nuotare, ma in
compenso gli abiti che aveva addosso lo rendevano più pesante. Ian sapeva di non
potersene sbarazzare: non avrebbe saputo come fare senza, una volta giunto a terra. Non
poteva andarsene in giro scalzo e semisvestito, facendosi così notare da tutti, comprese
le guardie che sicuramente prestavano servizio al porto e nei dintorni.
Poteva però approfittare della cassa a cui stava aggrappato: con fatica e ingoiando non
poca acqua salata riuscì a togliersi gli stivali e la tunica e a gettarli dentro il contenitore
di legno, fortunatamente vuoto. Poi, spingendolo avanti, cominciò a nuotare verso il
faro.
Fu un tragitto breve ma estenuante, compiuto col cuore in gola, il corpo sempre più
intirizzito e la paura che gli inseguitori trovassero il modo di raggiungerlo.
Ian era quasi congelato quando la cassa di legno urtò contro qualcosa di solido. Fece
appena in tempo a rendersene conto che la risacca lo buttò direttamente sugli scogli, per
fortuna senza troppa violenza. Si ferì comunque un po' dappertutto, le mani, i gomiti, le
ginocchia, ma poté aggrapparsi alla roccia prima di rotolare oltre quella superficie
tagliente e riuscì persino a non perdere la cassa.
Era quasi a riva. Il faro sorgeva poco lontano, su un piccolo promontorio di roccia che
non doveva distare più di due miglia via terra dal porto vero e proprio. Non era
altissimo, ma poiché tutto intorno non c'erano alberi il suo fuoco era abbastanza visibile
anche a grande distanza.
Ian si voltò indietro: la sagoma nera della nave di Martewall era ancora là,
minacciosa. Aveva quasi compiuto la sua manovra per ritornare in direzione del porto.
Tremando vistosamente per il freddo, Ian s'inerpicò sugli scogli e li scavalcò,
trascinando la cassa. Aveva la pelle quasi insensibile quando scese dall'altra parte e
allungò le gambe nello specchio d'acqua calma che si estendeva tra le rocce e la
terraferma su cui sorgeva il faro. Toccò quasi subito il fondo coi piedi: l'acqua dietro la
barriera di scogli gli arrivava appena alla cintola e così, arrancando, poté raggiungere la
spiaggia.
Crollò con la cassa di legno sulla sabbia e i ciottoli, là dove la risacca non riusciva ad
arrivare e vi rimase qualche istante a riprendere fiato e riordinare le idee confuse. Si
rannicchiò su se stesso e, con le mani, cercò invano di sfregarsi i muscoli per generare
calore.
Guardò il mare.
La nave inglese era ancora al largo e Ian adesso sapeva che, nonostante tutte le
manovre, i nemici non avrebbero più potuto raggiungerlo. Almeno non per quella notte.
Vi ho fregato, bastardi! pensò d'istinto come prima cosa. Subito dopo però la sua
mente fu occupata da ben altri pensieri. Era andato tutto al contrario di come si
aspettava: lui era fuggito e Daniel era rimasto sulla nave. Ian ebbe paura al pensiero di
ciò che poteva essere accaduto all'amico e allo stesso tempo era conscio di non poterlo
aiutare in nessun modo. Non poteva tornare indietro e in ogni caso sarebbe stato
pressoché inerme, da solo e disarmato contro gli uomini di Martewall.
Purtroppo poteva solo sperare che l'idea di Daniel funzionasse fino alla fine e che
l'amico avesse la possibilità di dileguarsi attraverso Hyperversum come aveva progettato.
Ce la può fare, si ripeté più e più volte, per convincersi. Basta che lo lascino da solo
per un minuto, non gli ci vuole di più per chiamare l'icona e sparire.
Il fatto però di non potersene accertare di persona lo metteva in un'agitazione
tremenda, difficile da quietare.
E se i fiamminghi avessero ucciso Daniel per vendicarsi della fuga del suo amico?
No, non è possibile, si disse Ian, cercando di scacciare quell'idea orrenda. Martewall
voleva i suoi ostaggi vivi, tutti e due, altrimenti poteva tranquillamente sbarazzarsi di
Daniel già alla locanda.
I fiamminghi non avrebbero mai osato eliminare un prigioniero prima di ricondurlo
dal loro signore, Ian ne aveva avuto la riprova durante il breve combattimento sulla
nave, quando nessuno degli armati aveva osato affondare colpi mortali.
Daniel contava su quello e perciò si aspettava di essere rinchiuso da qualche parte per
il resto del tragitto fino a Dunchester. A quel punto poteva fuggire in qualsiasi istante.
La nave era sempre là, nera come un avvoltoio. I bagliori dell'incendio si erano spenti
e anche il fumo era quasi sparito.
Ian l'osservò da lontano, cercando invano qualsiasi indizio che potesse confermargli la
fuga dell'amico e allo stesso tempo indirizzando a Daniel un pensiero furente per essere
stato tanto avventato e aver agito di testa propria.
Se si fosse tuffato, invece di perdere tempo ad aiutarmi, a quest'ora avrei la certezza
della sua fuga e del suo ritorno a casa, invece di essere qui a macerare nel dubbio,
pensò con rabbia.
La brezza gelida del mare gli ricordò perentoriamente che ora doveva pensare a sé, o
tutto ciò che l'amico aveva fatto per lui sarebbe stato vano. Doveva mettersi in salvo, il
che voleva dire innanzitutto trovare un nascondiglio dove potersi asciugare prima di
prendere una polmonite o di congelare.
D'istinto, Ian si voltò verso il faro.
Per bruciare tutta la notte, quel fuoco aveva bisogno di un guardiano, che sicuramente
aveva un cavallo, o un qualsiasi altro animale da trasporto, per arrivare fino lì dal porto.
Ian aveva bisogno di tutte e tre le cose: del fuoco per il suo calore, del guardiano per
le armi, il cibo e il vino che poteva avere con sé e del cavallo per potersi allontanare più
in fretta possibile da quel luogo.
Stringendo i denti, Ian si risollevò, indossò tunica e stivali fradici, abbandonò la cassa
di legno e s'incamminò verso il faro.

***

I fiamminghi si erano vendicati brutalmente per la fuga di Ian.


Quando legarono Daniel e lo buttarono al buio in un angusto vano di carico, privo di
qualsiasi apertura a parte il boccaporto, il giovane quasi non aveva più la forza di
reggersi in piedi da solo. Tra soldati e marinai, c'erano stati sei feriti nel trambusto
scoppiato nella stiva, con il fuoco, il cavallo impazzito e l'evasione in atto; uno degli
uomini aveva addirittura un braccio rotto: se non fosse stato per l'ordine ribadito a gran
voce dal luogotenente di Martewall, gli altri soldati inferociti avrebbero ucciso il
prigioniero senza tanti complimenti. Impossibilitati a farlo, si erano sfogati nel dargli
una lezione, prima che il loro capo venisse a togliere loro l'ostaggio dalle mani per farlo
rinchiudere al sicuro.
Daniel si ritrovò al buio in uno spazio stretto e impregnato dall'odore di muffa. Si
rannicchiò sul pavimento e vi rimase immobile per molto tempo, a occhi chiusi,
sentendo dolore anche solo a respirare. In bocca aveva il sapore del sangue e per un
attimo temette di perdere conoscenza. Lottò con tutte le forze per rimanere sveglio.
Perché Hyperversum mi fa questo? si chiese, sfinito, ma subito dopo trovò conforto al
pensiero che Ian fosse in salvo. Doveva essere così perché la nave ormai si era quietata e
le urla rabbiose dei marinai e degli armati avevano lasciato il posto a un silenzio privo di
soddisfazione. Questo poteva soltanto significare che la preda era sfuggita agli
inseguitori, nonostante tutti i loro sforzi.
Adesso Daniel era solo e, costringendosi a ignorare il dolore, cercò di raccogliere le
ultime energie. Doveva completare il suo piano e uscire dalla partita.
A casa non sarebbe stato facile spiegare le contusioni che aveva dappertutto, ma con
un po' di fortuna sarebbe riuscito a mascherare le più evidenti, prima di farsi scoprire dai
suoi genitori. Nel frattempo si sarebbe consolato col pensiero delle facce incredule dei
suoi carcerieri, quando avrebbero riaperto il boccaporto per scoprire che il loro secondo
ostaggio era svanito nel nulla.
Vi faccio vedere io chi è il mago dell'evasione, altro che Houdini, pensò con una
smorfia di dolore. Voglio proprio vedere che scuse racconterete al vostro padrone,
quando glielo dovrete spiegare. Chissà se lui sarà gentile con voi quanto lo siete stati
con me.
Impiegò qualche minuto, prima di giudicare di avere forze sufficienti per agire.
Doveva fare in fretta o sarebbe crollato del tutto. Si passò la lingua sulle labbra,
cercando invano di rimediare alla sete. «Help» chiamò, nel piegare le gambe per mettersi
in ginocchio.
Si sentì ancora peggio nel pronunciare quella parola, sapendo che il momento tanto
temuto era arrivato. Stava per separarsi da Ian per sempre e non aveva nemmeno avuto
modo di salutarlo.
Abbi cura di te e buona fortuna, gli augurò col pensiero, ma con la morte nel cuore.
Rialzò la testa per individuare l'icona fosforescente a forma di mela.
Nel vano non c'era nemmeno una luce.
Incredulo, Daniel si guardò intorno, con il respiro che improvvisamente accelerava.
«Help» ripeté.
Nulla apparve.
Daniel ricadde a sedere sui talloni e guardò di nuovo tutto intorno a sé, adesso con
paura. «Uscita di emergenza» scandì. Niente.
Il buio sembrò di colpo stringersi fino a diventare soffocante. Nella morsa del panico,
Daniel capì che Hyperversum non gli rispondeva più.
Solo perché Ian non è qui con me? si domandò il giovane con sgomento. No, non era
possibile: la prima volta che erano finiti nel Medioevo l'uscita dal gioco aveva mostrato
di attivarsi anche quando Ian non era presente.
E allora perché? Era accaduto qualcosa al computer?
«Help! Uscita di emergenza! Andiamo, maledetto, rispondimi!» esclamò Daniel con
furia, ma senza risultato. Nel contempo cercò di liberarsi dalle corde che gli stringevano
i polsi e il torace, ma ottenne soltanto di ravvivare il dolore con lo sforzo violento.
La testa cominciò a girare. Daniel ricadde sul fianco, ansando sfinito, ed ebbe paura.
Era in trappola. Era rimasto solo.
Ian credeva che lui fosse fuggito tramite Hyperversum e non poteva certo immaginarsi
che tutto fosse andato storto. A casa, se il computer si era veramente rotto o fermato,
nessuno avrebbe mai creduto che un videogame fosse la causa della sua sparizione e se
anche Jodie o Martin avessero convinto qualcuno della verità, non era affatto detto che
riuscissero poi ad attivare Hyperversum, visto che nemmeno Daniel vi era riuscito finché
Ian non era stato con lui.
Che cosa faccio adesso? si domandò il giovane, disperato e tremante non solo per il
dolore e la debolezza.
La nave, lentamente, continuava il suo viaggio.

***

Il faro era una piccola costruzione in pietra a base quadrata, fatta di tre livelli
concentrici, uno più piccolo dell'altro man mano che si saliva in altezza. Al piano terra
c'era solo una porta di legno; al primo piano si aprivano quattro finestre, una in ogni
direzione; all'ultimo una sorta di terrazza merlata, coperta da una tettoia di legno, teneva
il fuoco al riparo dalla pioggia e ne consentiva la visione a trecentosessanta gradi.
Ian girò intorno alla costruzione, tenendosi cautamente basso. C'era una grande
baracca di legno proprio ai piedi dell'edificio, vicino alla porta: era aperta sul davanti e
divisa in tre scomparti al suo interno. Custodiva una catasta di legna, attrezzi, un carretto
e un cavallo. Intorno non c'erano altri animali e Ian si augurò che un solo cavallo stesse
anche a significare la presenza di un solo guardiano del faro.
Andò alla catasta della legna, esaminò gli attrezzi e vi trovò una ramazza, una pala, un
rotolo di corda e un'accetta. S'impadronì di quest'ultima, saggiandone il peso e la
robustezza, poi guardò di nuovo verso il faro, cercando di pensare al da farsi, cosa che
gli risultava sempre più difficile man mano che le dita perdevano sensibilità e il freddo
gli ghiacciava le ossa.
In quelle condizioni il faro gli sembrò inespugnabile e si sentì un indiano nudo e con
l'ascia di guerra, in procinto di assaltare il fortino del Settimo Cavalleggeri.
Come entro lì dentro? si domandò, poi però pensò che forse poteva ribaltare il
problema.
Lo scalpitare del cavallo, innervosito per la presenza estranea, gli diede l'idea.
Ian andò verso l'animale e prima si assicurò che fosse ben legato per non doverlo
rincorrere chissà dove, poi girò intorno alla baracca e ne colpì le pareti con tutta la forza
che aveva, usando la parte piatta della lama dell'accetta per fare più rumore e niente
danno.
Il fracasso dei suoi colpi rimbombò nel buio e ad esso si unirono i nitriti del cavallo
spaventato, che strattonò la corda ma non riuscì a fuggire.
Ian si appiattì contro la baracca, dal lato opposto rispetto alla torre del faro e, nascosto
li dietro, guardò in alto. Come si aspettava, vide subito la sagoma nera di un uomo
affacciarsi dalla terrazza merlata per guardare giù e capire cosa stesse accadendo.
L'uomo indossava un elmo da soldato ma era solo. Nonostante il prolungarsi dei nitriti
e dello scalciare del cavallo, nessun altro si fece vedere agli altri piani del faro, né nei
dintorni.
C'è solo un guardiano, pensò Ian con sollievo.
Il soldato di guardia si ritrasse dal parapetto. Ian abbandonò subito il suo nascondiglio
per correre alla porta della piccola torre e sistemarsi proprio accanto all'apertura, con
l'accetta pronta a colpire. Udì il rumore degli stivali sui gradini interni del faro, poi la
porta si aprì e comparve per prima la lama di una spada snudata. Quando anche la testa
del soldato fu visibile, Ian colpì usando la testa di ferro dell'accetta e non la parte
affilata.
L'elmo produsse un clangore metallico. Il soldato si accasciò a terra svenuto, senza un
grido.
«Spiacente» disse Ian, laconico, ma si rese conto di avere il respiro accelerato per la
forte tensione.
Si chinò sull'uomo e per prima cosa lo imbavagliò con una striscia di stoffa della sua
stessa divisa, poi lo trascinò verso la baracca. Lo legò a uno dei pali che sostenevano il
tetto, usando la corda che aveva visto tra gli attrezzi; prima però lo perquisì e gli
sottrasse il cinturone con il pugnale e il fodero della spada e la scarsella in cui trovò
alcune monete d'argento. Il soldato era molto più basso e gracile di lui e perciò Ian non
poteva indossare la sua cotta di maglia o il suo corpetto di cuoio, ma poté almeno
prendergli il mantello lungo di lana pesante con il cappuccio.
Il giovane si sentì a disagio mentre lo faceva: gli ripugnava agire come un bandito, ma
non aveva altra scelta. Per mettere a tacere parte della sua coscienza, gettò sull'uomo
legato una coperta da cavallo trovata nel carretto, per evitargli almeno il freddo più
intenso della notte.
Al momento però era lui che stava congelando a causa dei vestiti fradici. Il respiro gli
si condensava in nuvolette bianche che sparivano in fretta.
Il cavallo si era calmato. Tutt'intorno c'era il silenzio totale.
Ian si accertò dell'assenza di eventuali pericoli, abbandonò l'accetta per raccogliere la
spada rimasta a terra e poi s'infilò nella porta aperta del faro.
Salì cautamente la scala a chiocciola che portava di sopra, ma non trovò nessuno. I
piani erano pressoché vuoti: c'erano pile di legna e otri di olio combustibile al piano
terra, un giaciglio e una cassapanca nel piano di mezzo, polvere e ragni un po' ovunque.
Attraverso una botola, Ian arrivò in cima per trovare il grande braciere di ferro battuto
in cui ardeva il fuoco. Occupava buona parte della terrazza ed era contornato da altre
pile di legna pronta all'uso. C'erano anche un otre d'olio, torce spente e bandiere per la
segnalazione marittima.
Il giovane si guardò tutto intorno prima di riuscire ad allentare un po' la tensione. Il
calore che riverberava dal braciere lo abbracciò e allo stesso tempo gli tolse le ultime
forze. Crollò seduto lì davanti, scoprendosi sfinito più di quanto si fosse reso conto. I
muscoli tremavano incontrollabili e doloranti per l'improvviso sbalzo di temperatura, le
gambe non lo reggevano più.
Senza nemmeno sapere come, Ian si spogliò degli abiti bagnati per metterli davanti al
fuoco, poi si coprì con il mantello di lana e si accoccolò con le braccia intorno alle
ginocchia per calmare il tremito. Per qualche minuto non riuscì a fare altro se non
rimanere immobile ad assaporare il calore. Come un animale ferito, si leccò le abrasioni
sulle mani e le braccia, che bruciavano per l'acqua salata.
Fu quando capì che quella posizione immobile l'avrebbe fatto presto scivolare nel
sonno che si costrinse a fare qualcosa per rimanere vigile. Allora cominciò a sfregarsi i
capelli per asciugarli e poco dopo, su una catasta di legna, individuò anche la bisaccia di
tela in cui il guardiano teneva una razione di pane e formaggio e una piccola fiasca di
vino.
Non poteva indugiare a lungo in quel posto, col rischio di essere scoperto e
intrappolato da un eventuale cambio della guardia, ma non sarebbe ripartito prima di
aver recuperato almeno un po' le forze e soprattutto non prima di avere abiti
assolutamente asciutti, perciò si concesse di bere e mangiare mezza razione di vino e di
cibo, conservando il resto per l'indomani, e poi si voltò a scrutare il mare.
Per precauzione rifornì di legna il fuoco e vi infilò per metà anche un ramo lungo,
accertandosi che sporgesse con l'altra metà fuori dal braciere. In quel modo, quando la
fiamma ne avesse consumato la prima estremità, la seconda sarebbe caduta sul
pavimento di pietra, producendo rumore. Una precauzione in più nel caso che, stremato,
avesse ceduto alla stanchezza e si fosse addormentato.
In quella posizione, però, il parapetto della terrazza gli impediva la visuale. Ian allora
si spostò fino ad appoggiarvisi con la schiena: così poteva sbirciare tra i merli di pietra,
pur rimanendo seduto al riparo dal vento freddo.
Individuò subito la nave di Martewall nel mezzo della baia. Indugiava tra le onde,
senza potersi avvicinare né agli scogli né al porto, ormai quasi completamente buio.
Ian l'osservò compiere manovre ampie, cambiando direzione almeno due volte senza
avere apparentemente una meta precisa, e quel dettaglio gli sembrò di buon auspicio. Se
a bordo si era creata confusione per la fuga di un prigioniero, il caos poteva essere
diventato totale se anche il secondo si era dileguato senza lasciare traccia.
Daniel è scappato, sperò Ian con trepidazione, e gli uomini di Martewall non sanno
più che pesci pigliare.
La nave stava pattugliando un ampio braccio di mare, forse intendeva rimanere al
largo durante il buio e arrivare in porto alle prime luci dell'alba.
Di sicuro, i seguaci di Martewall avrebbero fatto qualsiasi cosa per non affrontare il
loro signore con la notizia di aver perso entrambi gli ostaggi, a costo di rimanere sul
posto e setacciare ogni palmo di mare e di costa.
Sì, Daniel era fuggito davvero. Era tornato a casa. Ian ne fu un po' più certo, anche se
non riuscì del tutto a far tacere il senso di ansia che si agitava nel profondo.
Di colpo fu assalito dalla consapevolezza di essere rimasto solo.
Aveva compiuto la sua scelta e questa volta era definitiva. Non sarebbe più tornato nel
mondo moderno, non avrebbe più rivisto Daniel e nemmeno Martin, Jodie, John e Sylvia
Freeland e tutti quelli che erano stati suoi amici. Aveva tagliato i ponti alle sue spalle per
vivere la sua nuova vita in un mondo del tutto diverso.
Non rimpiangeva la sua decisione, ma non poteva fare a meno di sentirne il peso.
Cercò di farsi forza con il pensiero di Isabeau e del figlio che avrebbero visto nascere
insieme, ma l'idea di non rivedere Daniel mai più gli provocava un vuoto doloroso nel
cuore, come se avesse perso un fratello.
Appoggiò anche la testa al parapetto di pietra.
«Saluta gli altri da parte mia e di' loro che mi mancheranno» mormorò, in un ipotetico
colloquio con l'amico che non poteva più sentirlo. «Mi mancherete tutti».
Capitolo 8
I1 ramo bruciato a metà cadde sul pavimento con un rumore secco. Ian riaprì gli
occhi. Doveva essere trascorsa quasi un'ora e lui era crollato, addormentato con la testa
appoggiata al muro.
Intorno c'era ancora un silenzio rassicurante, a parte il crepitare dei fuoco e il
mormorio del mare, e il giovane poté stendere i muscoli con calma, uno alla volta, per
riprendersi dal torpore del brevissimo sonno.
Per prima cosa, guardò oltre il parapetto.
La luna si era spostata nel cielo, emergendo in parte dalle nuvole e illuminando di
bianco la nebbia bassa e le curve sinuose delle onde.
Il mare adesso era deserto.
Ian si risollevò subito sulle ginocchia per guardare meglio, esplorò con gli occhi
l'orizzonte e la baia, ma non trovò traccia di vele o di scafi. Dove sono andati? si
domandò con ansia improvvisa, cercando invano la nave di Geoffrey Martewall.
Per un attimo temette che i fiamminghi avessero sbarcato qualche compagno,
mandandolo a caccia dei prigionieri fuggitivi, e nel frattempo avessero spostato la nave
al largo, oltre la baia. Si rassicurò ricordando di non aver visto, prima di fuggire,
scialuppe o lance da ricognizione, con le quali i marinai e i soldati potessero raggiungere
la costa senza che la nave dovesse approdare per farli sbarcare.
Non potevano nemmeno aver raggiunto la riva a nuoto, perché questo voleva dire
rinunciare alle armi, alle cotte di maglia e a qualsiasi altro strumento di difesa.
E allora dove si erano diretti?
La scomparsa della nave lo impensierì, riempiendolo di dubbi. La spiegazione più
plausibile era che i seguaci di Martewall avessero rinunciato alla ricerca dei fuggitivi per
proseguire verso Dunchester, dove sarebbero stati raggiunti dal loro padrone.
Certo però, per essere soldati che si sono appena fatti scappare ben due ostaggi
importanti, hanno abbandonato in fretta ogni tentativo di rimediare alla loro
negligenza, pensò Ian, corrugando la fronte.
Forse Dunchester era meno lontana di quanto lui si aspettasse e quegli uomini
speravano di trovare rinforzi al loro arrivo per iniziare un pattugliamento a tappeto della
zona. In fin dei conti, non potevano fare nulla finché erano relegati al largo comunque
nessuna nave sarebbe partita prima dell'alba, quindi gli armigeri erano sicuri che i
fuggitivi francesi sarebbero rimasti imprigionati sulla terraferma fino ad allora. Dalla
nave potevano segnalare una situazione di allarme al loro castello tramite le torce o le
lampade e, chissà, forse persino farsi raggiungere da un'imbarcazione leggera che
consentisse ad alcuni di loro di correre a spiegare l'accaduto a chi poteva intervenire.
I segnali luminosi: a quelli Ian non aveva pensato.
La nave poteva anche aver tentato di comunicare con il faro e lui, addormentato, non
se n'era reso conto. Se fosse stato così, adesso gli uomini di Martewall sapevano che al
faro c'era qualcosa che non andava. Forse lo sapevano già anche al porto, dove doveva
esserci una torretta di guardia identica, che poteva aver assistito alla fallita
comunicazione.
Adesso forse sanno dove iniziare a cercare, si allarmò Ian. E se convergono verso il
faro da due direzioni diverse, battendo tutta la zona circostante...
In fretta si alzò e andò a recuperare i vestiti. Erano asciutti la sensazione della stoffa
calda sulla pelle dava un grande conforto, ma il giovane non indugiò a godersela. Si
allacciò il cinturone della spada, poi il mantello, infine raccolse il fagotto che conteneva
il cibo e il vino e corse giù per la scala.
Nella baracca ai piedi del faro udì distintamente i mugoli di protesta del soldato che
aveva legato e imbavagliato e che doveva aver ripreso i sensi, ma non si fermò ad
ascoltarli. Sellò invece il cavallo e lo condusse fuori. Non era un animale eccezionale,
ma sembrava robusto, in grado di correre per un bel tratto senza fatica.
Un minuto dopo cavallo e cavaliere erano già in fuga.
La luna era sufficiente a illuminare il promontorio, stretto e quasi spoglio di
vegetazione, e rendeva visibile la strada di terra battuta che lo attraversava tutto. Era una
landa spettrale, abbracciata dal mare su tre lati e popolata solo da cespugli contorti, ma
almeno non sembrava nascondere pericoli. Ian si allontanò in fretta dal faro e in una
decina di minuti arrivò alla fine del promontorio, là dove la lingua di terra si
congiungeva alla terraferma. Lì però trovò un bivio e dovette decidere da che parte
andare.
La strada del promontorio confluiva in quella principale che correva lungo la costa,
anch'essa libera da alberi che potessero proiettare ombra al suolo. Una boscaglia fitta
iniziava a un centinaio di passi di distanza e si estendeva verso l'interno dell'isola, nera e
immobile; dall'altra parte della strada la terra spoglia terminava con un lieve
scoscendimento che portava alla spiaggia e al mare.
Arrivato al bivio, Ian si fermò un istante per decidere la direzione da tenere. Aveva
due scelte: proseguire verso il porto visto dall'alto del faro e nel quale anche Geoffrey
Martewall era sbarcato o andare nella direzione opposta, che però portava verso la casa
del barone inglese.
Ian considerò l'ipotesi che Martewall fosse ancora al porto, che magari era una sua
roccaforte: era un rischio ma non aveva modo di accertarsene. Sperò che la frase "vi
raggiungerò domani a Dunchester" volesse dire che il barone si era messo subito in
viaggio per chissà quale tragitto alternativo.
Comunque fosse, la prima cosa che Ian doveva fare era sottrarsi all'eventuale caccia
dei nemici, ma doveva anche rimanere in prossimità della costa, se voleva trovare prima
o poi un passaggio su una nave che lo riconducesse in Francia. Di sicuro non poteva
rischiare di inoltrarsi nella boscaglia e perdersi proseguendo verso l'interno.
Ian non aveva idea di come si chiamasse il porto poco lontano ma, ricordando la rotta
che la nave aveva tenuto durante il tragitto, sapeva che era sulla strada per Dover, là
dove la Manica era solo un braccio di mare poco più ampio di venti miglia.
Mi aspetteranno là o a un porto qualsiasi nelle vicinanze: sanno che cercherò una
nave per tornare a casa, pensò Ian, ma non aveva altra scelta se non proseguire in quella
direzione. Non poteva andare verso Dunchester e la tana del nemico, col rischio di
incrociare gli sgherri del cavaliere inglese e tutti quelli che Martewall avrebbe
sicuramente sguinzagliato alla sua ricerca non appena informato della sua fuga.
Di certo, il suo nemico avrebbe provveduto anche ad allertare tutti i porti perché
controllassero con il doppio dello scrupolo i viaggiatori in partenza. Se solo avesse fatto
circolare la descrizione del fuggitivo, per Ian sarebbe stata la fine: non erano molti gli
uomini con la sua statura nel Medioevo e lui non aveva modo di nasconderla più di
tanto.
No, non sarebbe stato affatto facile abbandonare l'Inghilterra, sfuggendo ai controlli, e
Ian sapeva di avere poco tempo prima che l'ordine di dargli la caccia si diffondesse a
macchia d'olio.
Uno scalpitio di zoccoli in avvicinamento lo fece sobbalzare. Stava arrivando
qualcuno dalla direzione del porto e andava di gran carriera: a quell'ora della notte erano
inevitabilmente solo soldati o briganti. Ian non aveva nessuna intenzione di incontrarli.
In cerca di un nascondiglio, il giovane fece compiere al cavallo un giro su se stesso.
La strada era completamente vuota e gli alberi erano troppo lontani da raggiungere prima
che gli sconosciuti fossero in vista.
Ian spronò il cavallo verso il mare, e quando fu più vicino, scese di sella e convinse
l'animale a percorrere lo scoscendimento che portava alla spiaggia. La strada era
sopraelevata rispetto al livello del mare: arrivato giù, Ian condusse il cavallo fino a un
punto in cui il dislivello era più ripido e si appiattì con l'animale contro la roccia.
Fortunatamente, la luna gettava ombra proprio in quella direzione e si stava velando
di nuovo per lasciare solo un buio fitto.
Il rimbombo degli zoccoli si fece sempre più vicino e frenetico. Ian lo sentì passare a
poca distanza dalla sua testa, così forte da fargli franare addosso mandate di terra e sassi.
Il cavallo strattonò le redini, impaurito, ma il giovane riuscì a tenerlo buono e a
impedirgli di nitrire.
Gli sconosciuti passarono oltre senza vederlo.
Non erano in molti, meno di una decina, giudicò Ian dal rumore dei cavalli.
Abbandonarono la strada principale per svoltare verso il faro, quindi non erano briganti
ma soldati, e non stavano di certo andando a fare una visita di cortesia o il cambio della
guardia, vista la furia con cui correvano.
Ian attese di sentir svanire lo scalpitare degli zoccoli nel buio, poi riportò il cavallo
sulla strada e rimontò in sella.
Adesso aveva una sola direzione possibile, la direzione contraria a quella dei
cacciatori.
Con impeto spronò il cavallo verso il porto.

***

La città portuale era circondata da una solida cinta di mura in pietra. Sentinelle armate
sorvegliavano le porte chiuse e lo spiazzo tutto intorno era ampio e privo di ripari.
Non c'era modo di entrare in città di nascosto e Ian lo sapeva bene, prima ancora di
poterne vedere i suoi dettagli da lontano. Infatti tutte le città medievali erano simili e le
vie d'accesso, chiuse e ben custodite durante la notte, venivano aperte al sorgere del sole,
quando le guardie e i gabellieri si posizionavano per registrare l'ingresso dei viandanti in
città.
Per non farsi scorgere dalle sentinelle, Ian abbandonò presto la strada e compì l'ultima
parte del tragitto in mezzo alla boscaglia buia, cercando di non perdere di vista la costa
che correva parallela, per non smarrirsi, girare in tondo e finire in braccio agli
inseguitori.
Quando arrivò vicino alla città, fermò il cavallo a distanza di sicurezza e smontò.
Rimase al riparo della vegetazione e si rassegnò ad aspettare. Faceva freddo, ma il
giovane cercò di scaldarsi camminando per il bosco mentre tendeva tutti i sensi per
captare il minimo segnale proveniente dalla strada.
Era intirizzito fino al midollo e la luna aveva compiuto gran parte del suo giro nel
cielo, quando un cavallo ritornò al galoppo verso la città. Ian si strinse alla sua
cavalcatura e osservò la scena con la massima attenzione.
Il soldato a cavallo si fece riconoscere dalle sentinelle e fu fatto entrare in città. La
porta si chiuse alle sue spalle.
Ian sapeva quale notizia era venuto a portare quell'uomo. Ecco, adesso tutti sanno
cosa è successo al faro, si disse con ansia, ma nonostante l'attesa snervante nessun altro
soldato si aggiunse al primo arrivato. Ian s'immaginò che il resto della squadra avesse
iniziato le ricerche intorno al luogo in cui il guardiano del faro era stato aggredito; presto
avrebbe allargato il cerchio.
Con un po' di fortuna, i soldati non avrebbero trovato le sue tracce prima della luce
dell'alba; con molta fortuna, le avrebbero perse subito dopo nel fitto della boscaglia.
Ian decise di confondere le acque ancora di più. Tirandosi dietro il cavallo, s'inoltrò
tra le piante e compì il giro della città per quanto poté, senza mai uscire allo scoperto.
Arrivò in vista di un'altra porta e dovette fermarsi. Aspettò, logorandosi, finché non sentì
la campana della chiesa suonare le laudi. Erano le tre del mattino. Diverse ore dopo, il
cielo cominciò a schiarire a oriente.
Sulla strada iniziò a esserci movimento e Ian si mise sul chi vive, ma si rilassò quando
vide che quelle sagome in arrivo non erano soldati, bensì viandanti e contadini che si
avvicinavano alla città per potervi entrare appena le porte fossero state aperte. Erano a
piedi o con muli e carretti, portavano carichi di merci da vendere o scambiare al mercato
del porto, o ceste vuote da riempire con gli acquisti.
Le sentinelle si diedero il cambio sulle mura e infine fu spalancato l'ingresso in città:
altre carovane e viandanti uscirono dalla porta per incamminarsi verso il contado e così
fecero uomini e donne con roncole e attrezzi per andare a fare legna nel bosco o
accertarsi che gli orti e i frutteti creati negli appezzamenti di terra rubati alla boscaglia
non fossero stati danneggiati da freddo, pioggia o animali.
Ian lasciò andare e venire un po' di gente, poi nascose la spada sotto il mantello, si tirò
il cappuccio sulla testa e si aggregò a quelli che entravano in città.
Condusse il cavallo a mano, tenendosi leggermente curvo e vicino alla testa
dell'animale per dissimulare la sua altezza. Si mise dietro un gruppo di altri uomini, che
procedeva con muli, cavalli e ceste senza merci, e finse di farne parte; era gente che
andava al porto per acquistare e non per vendere o partire.
Nessuno lo fermò mentre varcava la porta. Ian sbirciò nervosamente le sentinelle, ma
queste stavano osservando la strada e guardavano soprattutto i carri in transito, quelli che
dovevano pagare la gabella all'ingresso in città. Non facevano caso a chi non trasportava
merci e doveva semplicemente farsi registrare al posto di guardia senza passare dal
banchetto dei doganieri.
Piuttosto tenevano d'occhio gli uomini che camminavano da soli senza portare niente,
con il chiaro intento di individuare borseggiatori, ladri o un qualsiasi comportamento
sospetto.
I doganieri avevano un banchetto proprio a lato della porta di ingresso e fermavano
tutti quelli che trasportavano merci. Erano soldati con abiti di due tipi diversi, notò Ian:
quelli che fermavano i mercanti per farsi pagare il dazio avevano divise blu a righe
bianche come il guardiano del faro, mentre due erano senza colori distintivi.
Sembravano supervisori, uno in piedi ad osservare la scena e l'altro seduto ad annotare
scrupolosamente ogni soldo incamerato.
I soldati in divisa non parevano molto contenti di averli accanto, osservò ancora Ian,
anzi erano decisamente insofferenti nei loro confronti, pur manifestandolo solo con
occhiate di sbieco.
L'americano si convinse sempre più di assistere a un'ispezione di qualche genere da
parte degli uomini senza insegne.
Saranno gli agenti del tesoro, incaricati di controllare che non ci siano truffe ai
danni dell'erario, pensò passando loro davanti, senza che nessuno lo guardasse.
Il gruppo di uomini a cui si era accodato si fermò invece dopo una trentina di passi e
lasciò che uno di loro si mettesse in fila per andare a parlare per tutti con i soldati del
posto di guardia. Qui gli armati avevano solo le cotte blu e bianche.
Ian prima si fermò con il gruppo, poi, fingendo di non voler intralciare chi passava per
la strada, si spostò di lato un passo alla volta e continuò a farlo fino a togliersi dalla
visuale delle guardie e mischiarsi al traffico cittadino. Da quel momento accelerò il
passo e svoltò subito dietro un angolo insieme al cavallo.
Nessuno lo notò, né lo richiamò.
Ian cambiò direzione almeno due volte, per accertarsi di aver fatto perdere le tracce e
poi si rilassò un po', congratulandosi con se stesso per l'abile colpo di mano. Percorse
comunque le vie più affollate, dove il via vai indaffarato poteva mimetizzarlo meglio;
nel frattempo cercò la via per arrivare ai moli.
Non era facile orientarsi perché la città era un dedalo di strade senza alcun piano
urbanistico, composto per la quasi totalità da case simili tra loro, con la struttura di legno
e le pareti di cannicci e argilla. Le finestre erano strette e coperte da pelli di pecora o di
capra. Dai tetti senza comignoli uscivano fili di fumo grigio.
Gli edifici erano disposti lungo viottoli non pavimentati e disseminati di pozzanghere
e quasi tutti ospitavano una bottega al piano terra. Le vetrine erano costituite da persiane
orizzontali ribaltabili: quella che si apriva verso il basso era il bancone su cui erano
disposte le merci in vendita, quella che si ribaltava verso l'alto fungeva da veranda e da
tetto allo stesso tempo.
Dappertutto c'erano uomini, donne e ragazzi in movimento, che trasportavano ceste,
attrezzi, mercanzie o conducevano animali da tiro. Le voci, i richiami e i rumori delle
botteghe e dei carretti formavano un unico sottofondo sonoro che risuonava ovunque.
Una rocca fortificata dominava l'agglomerato urbano e Ian la sbirciò con ansia: una
torre spiccava tra le altre, più basse, e da essa saliva una robusta colonna di fumo. Era il
faro del porto ed era posizionato in modo da poter tenere d'occhio senza alcun
impedimento l'altro faro della baia.
Con la luce del sole, Ian poteva vedere il pennacchio di fumo salire anche da
quest'ultimo e si chiese se davvero durante la notte ci fosse stata una mancata
comunicazione tra i due fari e la nave di Martewall. Il fatto che uomini a cavallo si
fossero precipitati a indagare, quasi sorprendendo il fuggitivo lungo la strada, sembrava
confermarlo. Al porto dovevano aver notato qualcosa di strano ed erano corsi a
controllare.
Avranno trovato il guardiano legato e imbavagliato e adesso staranno battendo il
bosco palmo a palmo, pensò Ian, guardandosi intorno con ancora più nervosismo di
prima. Chissà se erano riusciti a trovare le sue tracce e a seguirle fino in città.
Una cosa sola confortava il giovane: il fatto che da nessuna parte, né sulle divise dei
soldati né sugli stendardi della rocca e nemmeno tra la gente, ci fossero i colori di
Martewall. Non aveva ancora visto il leone d'oro in campo nero del cavaliere inglese e
sulla rocca sventolava semplicemente uno stemma blu a righe bianche. Qualunque fosse
il nome di quel porto, non era sotto la giurisdizione del barone di Dunchester.
Non che faccia grande differenza, se mi prendono, si disse Ian, ma almeno questi
soldati impiegheranno più tempo prima di conoscere la mia descrizione fisica e scoprire
che stanno cercando un nemico francese.
Adesso doveva trovare un qualsiasi modo per imbarcarsi su una nave diretta in
Francia. Saggiò con la mano il peso della scarsella che aveva in cintura sotto il mantello
e si domandò se le monete d'argento fossero sufficienti a pagare il viaggio. Forse non
bastavano per pagare anche il trasporto del cavallo, ma di quello poteva tranquillamente
fare a meno. Avrebbe lasciato il cavallo al porto o l'avrebbe venduto, se necessario, poi
si sarebbe arrangiato per il resto del viaggio. Gli bastava soltanto rimettere piede in
patria per trovare un aiuto, in un modo o nell'altro.
Lo colpì il pensiero di aver appena chiamato "patria" il suolo francese e più
precisamente i territori di Ponthieu o di Montmayeur, dove sperava di approdare.
Non aveva trascorso nel Medioevo nemmeno un anno della sua vita eppure sentiva di
appartenervi anima e corpo.
Si era trasformato, comprese, e capì anche quando il processo era iniziato: un marchio
a fuoco gli era stato impresso il giorno in cui Guillaume de Ponthieu l'aveva reso
cavaliere.
Il giorno in cui mi accettò come fratello, aggiunse Ian mentalmente e, come sempre
quando pensava al conte, provò un profondo sentimento di gratitudine.
Con quei pensieri in testa, girovagò fino a trovare il pozzo pubblico, dove si fermò a
osservare la situazione.
Notò subito una via finalmente dritta che dalla piazza del pozzo arrivava fino alla
spiaggia: Ian poté vedere un piccolo tratto di azzurro proprio alla fine della strada e
immaginò che i moli fossero nella stessa direzione. Notò anche che all'orizzonte c'erano
già alcune vele. Molti pescherecci e navi da trasporto avevano preso il largo,
cominciando la giornata di lavoro alle prime luci dell'alba.
Se ho fortuna, potrei anche trovare un imbarco prima di mezzogiorno, si disse
rinfrancato.
Aveva sete, ma invece di fermarsi in qualche locanda, preferì conservare le monete
per il viaggio in nave e tenere da parte anche la mezza razione di cibo e di vino per
qualsiasi evenienza. Per il momento si sarebbe accontentato dell'acqua del pozzo e
perciò si mise in fila ad attendere il suo turno per attingerne un po'.
Nel frattempo tenne le orecchie ben tese per captare i discorsi di chi gli stava intorno,
per lo più vecchi o donne. Il ritrovo del pozzo era sicuramente il luogo migliore per
carpire i pettegolezzi che giravano in città e anche le ultime notizie.
Come si aspettava, sentì quasi subito nominare il guardiano del faro.
«... legato e imbavagliato nella capanna degli attrezzi» stava dicendo un vecchio,
fermo a fare capannello con alcune donne e altri uomini della sua età, tutti con otri o
secchi già pieni d'acqua. «Gli hanno preso le armi, il denaro e il cavallo e poi sono
scappati».
Ian s'irrigidì e guardò d'istinto il cavallo tenuto per le briglie. Nessuno però sembrava
aver fatto caso all'animale o averlo riconosciuto. Fortunatamente era un cavallo
anonimo, di un normalissimo color marrone e senza pregi particolari che lo
distinguessero da tanti altri.
«Quanti erano?» domandò un secondo uomo al vecchio che teneva banco.
«Per me, non più di due o non avrebbero potuto fuggire con un cavallo solo».
«Non è detto, magari erano uomini di una banda e avevano già i cavalli che
servivano».
«E allora cosa se ne facevano di un ronzino come quelli che hanno le guardie del
faro? No, ve lo dico io: erano due oppure addirittura uno solo».
«Un disperato in cerca di un qualsiasi bottino per mangiare» convenne l'altro uomo.
«Non sarebbe il primo, con la miseria che c'è».
Il sollievo che Ian aveva provato nel sentir parlare al plurale degli aggressori del
guardiano sparì subito, sostituito da una nuova ansia.
«Ieri sera c'era anche una nave in difficoltà nel porto, me l'ha detto mio figlio»
intervenne una donna.
«Sì» confermò il vecchio. «Alcuni dicono che avesse un incendio a bordo, poi
domato. Ha girato per parecchio tempo in mezzo alla baia e ha segnalato "pericolo" e
anche "un uomo in mare" prima di andarsene».
Ian trattenne il fiato.
Quasi tutti i presenti si fecero il segno della croce. «Povero diavolo» disse un'altra
donna. «Caduto in mare al buio, con quell'acqua gelata».
«Se i suoi compagni non sono riusciti a vederlo e a ripescarlo in fretta, sarà morto
affogato. I nostri marinai ne ritroveranno il cadavere al largo» aggiunse un uomo. «Il
mare in inverno non perdona».
«Ah, no, io non credo che sia morto» disse invece il vecchio, con l'aria saputa di chi
sta per fare una rivelazione clamorosa. «Io vi dico invece che l'incidente sulla nave e
l'agguato al faro sono collegati. Le sentinelle qui da noi hanno visto tutto dall'alto: la
nave prima ha domato l'incendio, poi ha girato in tondo come se cercasse qualcosa e
infine ha segnalato "pericolo" e "uomo in mare". Dal faro però non ha risposto nessuno.
Non può essere una coincidenza».
Gli ascoltatori si guardarono l'un l'altro con aria preoccupata.
«Ehi, se non volete prendere l'acqua, fatevi da parte».
La frase brusca fece sussultare Ian, che si voltò. Una pescivendola lo stava
squadrando dal basso con aria irritata e due cesti di pesce in braccio.
Ian si rese conto che toccava a lui attingere dal pozzo, ma si era distratto ad ascoltare i
discorsi e non aveva più badato alla fila. Adesso in molti lo guardavano spazientiti.
«Scusate» rispose alla bene e meglio e si affrettò a spostarsi, tirandosi dietro il cavallo.
La pescivendola brontolò qualcosa e si mise al lavoro, appoggiando i cesti a terra per
poi inondarne il contenuto con due secchi d'acqua.
Ian si allontanò in fretta, senza più badare alla sete, con la testa completamente in
subbuglio. Le notizie appena sentite gli avevano riempito il cuore di paura, svegliando
dubbi che solo a fatica era riuscito a mettere a tacere durante la notte.
La nave di Martewall aveva segnalato "un uomo in mare" prima di andarsene.
Un uomo. Uno solo.
Se Daniel fosse riuscito a scomparire, i fiamminghi non avrebbero mai potuto
immaginare la verità e avrebbero invece pensato che anche il secondo prigioniero fosse
riuscito a evadere e a gettarsi in acqua.
Avrebbero dovuto segnalare "due uomini in mare", si disse Ian con ansia.
Il giovane non aveva idea di come funzionassero i segnali medievali fatti con torce e
lampade. Forse non erano in grado di esprimere concetti articolati come un plurale, forse
potevano segnalare "qualcuno in mare" e niente di più, si disse, cercando di
tranquillizzarsi.
"Qualcuno" era un concetto generico: poteva voler dire "uno" come "due" o "dieci".
Ma se invece non fosse stato così?
Se davvero gli uomini di Martewall avessero segnalato con precisione la fuga di uno
solo dei due ostaggi, semplicemente perché l'altro non era mai fuggito?
Se Daniel fosse rimasto nelle loro mani per chissà quale motivo?
Forse era svenuto dopo il tafferuglio scoppiato a bordo, forse Hyperversum non aveva
funzionato come doveva, forse i soldati avevano ferito l'ostaggio in modo grave nella
foga della lotta oppure...
A Ian vennero in mente mille ipotesi, una peggiore dell'altra, e nonostante tutti i suoi
sforzi non riuscì più a calmarsi.
S'incamminò meccanicamente lungo la strada diretta ai moli, ma la sua testa ormai era
lontana mille miglia dalle navi che vi erano attraccate o dall'imbarco che vi avrebbe
potuto trovare. Pensava a Daniel, a cosa poteva essere accaduto, e al fatto che l'amico
potesse davvero essere rimasto nelle mani di Martewall al posto suo.
Hyperversum funzionava ieri, non c'è motivo per cui abbia smesso proprio adesso, si
diceva per rassicurarsi. Forse Daniel non ha potuto scappare subito, ma può averlo fatto
in un secondo momento. Ciò che la nave ha segnalato non vuol dire niente. È un
messaggio troppo vago per dedurre che i fiamminghi abbiano ancora un ostaggio in
mano.
Ian comunque non poteva avere la sicurezza che l'amico si fosse messo in salvo e
quell'idea lo rodeva dentro come un tarlo.
Devo scoprire cos'è successo, pensò d'istinto, ma sapeva di non poterlo fare senza
andare a controllare di persona, il che voleva dire inseguire la nave di Martewall via
terra fino alla dimora del barone, con gli enormi rischi che questo comportava.
Se Daniel è scappato davvero e io resto in Inghilterra per niente, mi farò catturare
come un imbecille, si disse ancora il giovane. Tutto ciò che lui ha fatto per me sarà stato
inutile.
Per un attimo immaginò Daniel a casa, al sicuro, e tutti i rimproveri che l'amico gli
avrebbe rivolto, se solo avesse scoperto che rischiava di mettersi in pericolo per un
sospetto. Subito dopo, però, quell'idea venne sostituita dalla paura che Daniel fosse
imprigionato senza aiuto da qualche parte.
A Dunchester, nelle mani di un nemico giurato come Martewall.
Il dubbio era ossessionante e così l'incertezza. Ian continuava ad arrovellarsi sulle
scarse informazioni udite vicino al pozzo e sugli indizi che aveva potuto vedere dall'alto
del faro la notte prima, senza riuscire ad arrivare a una conclusione.
Si accorse troppo tardi delle tre guardie armate che stavano in fondo alla strada, una in
sella al cavallo, due a piedi accanto ai rispettivi animali, a guardare il traffico cittadino
con occhio attento.
Ian si bloccò di colpo e capì allo stesso tempo di aver commesso un errore. La sua
reazione allarmata non era sfuggita a una delle guardie a piedi che lo fissò con più
attenzione, in attesa di vedere la sua prossima mossa.
Ian s'impose di non fare altri gesti bruschi e finse di fermarsi a valutare la merce
esposta nella bottega di un falegname li accanto. Nel frattempo teneva d'occhio le
guardie: la prima continuava a fissarlo. Il soldato notò anche il cavallo, il suo colore e i
suoi finimenti, e Ian ne ebbe la certezza quando lo vide bisbigliare qualcosa agli altri due
armati che subito si voltarono a osservarlo.
Le cose promettevano male. Ian iniziò a ritornare con calma simulata nella direzione
da cui era venuto, ma contemporaneamente colse il movimento delle guardie che
montavano a cavallo per mettersi in marcia dietro di lui.
Ian sentì il cuore accelerare. Cosa faccio adesso?
Se si fosse messo a correre, i soldati non avrebbero più avuto alcun dubbio e si
sarebbero lanciati all'inseguimento. Non ce l'avrebbe mai fatta a fuggire dalla città senza
che le guardie o i loro compagni lo catturassero.
Se avesse finto di essere un semplice viandante e si fosse fatto raggiungere, le guardie
l'avrebbero interrogato di sicuro e avrebbero scoperto che non si era fatto registrare
all'ingresso in città, prima di accorgersi probabilmente che il cavallo era quello
scomparso al faro.
In un modo o nell'altro lo avrebbero arrestato.
Se mi catturano, sono finito, si disse Ian con angoscia. Svoltò per un viottolo laterale,
con la certezza che i suoi inseguitori avrebbero fatto altrettanto.
La via era meno trafficata e, dal tanfo che vi regnava, Ian dedusse che fosse la strada
riservata ai macellai o ai conciatori di pelle. La sua idea fu confermata da alcuni robusti
garzoni che stavano scaricando pelli di pecore e capre da un carretto proprio davanti a
lui. Altre pelli erano stese poco più lontano da II, su un'impalcatura di travi davanti a una
bottega, e sgocciolavano un liquido denso nel fango della strada.
Ancora più in là c'era un'altra bottega, davanti alla quale stavano legati alcuni muli e
due cavalli. Un fornitore aveva appena finito di legare il suo cavallo grigio per entrare
nell'edificio trasportando un cesto preso dalla soma dei muli. I garzoni lo stavano
aiutando con sollecitudine a trasportare altre ceste, poiché il carico sembrava molto
pesante.
Ian raggiunse la bottega calibrando il passo in modo da arrivarvi quando tutti,
fornitore e garzoni, vi fossero entrati. Si guardò intorno con ansia e approfittò del fatto
che in quel momento il fornitore stesse dando istruzioni ai garzoni e al loro padrone per
posare i cesti nei modi opportuni: legò il suo cavallo marrone accanto agli altri due,
slegò quello grigio e lo condusse con sé lungo la strada.
Le pelli stese ad asciugare lo aiutarono a nascondere le sue manovre e a passare
inosservato.
Ian si scoprì il capo, slacciò il mantello e lo gettò indietro sulle spalle per mettere in
mostra la tunica di colore diverso, poi camminò spedito imo a un altro vicolo laterale per
svoltare.
Fece in tempo a veder comparire le guardie che lo stavano cercando: in un attimo i tre
uomini controllarono il vicolo con lo sguardo e individuarono il cavallo marrone che Ian
aveva lasciato legato accanto alla bottega.
Ian li vide puntare verso l'edificio e il cavallo, senza far caso a lui, che si stava
allontanando tenendosi mezzo coperto dietro un animale di colore diverso.
Il giovane non attese di sapere cosa sarebbe successo quando i tre armati fossero
entrati nella bottega a chiedere spiegazioni. Appena fuori dalla visuale, aumentò
l'andatura, pur senza mettersi a correre per non dare nell'occhio e apparire sospetto, e si
mescolò alla gente indaffarata.
Anche questa volta cambiò direzione più volte, per depistare gli eventuali inseguitori,
ma la sua meta adesso era uscire dalla città il prima possibile.
Percorse un bel tratto di strada, sempre con l'ansia di sentirsi richiamare o di udire
comunque segnali d'allarme alle sue spalle, ma intorno a lui rimase soltanto il vivace
rumoreggiare del porto.
Trovò e attraversò il mercato, sempre guardandosi intorno. Incontrò anche un'altra
guardia armata, ma questa volta individuò la divisa blu e bianca da lontano e mantenne
un atteggiamento tranquillo. Il soldato non lo degnò nemmeno di un'occhiata.
Dopo una mezz'ora, lunga un'eternità, Ian vide finalmente le mura di pietra svettare
sopra i tetti delle case e poco dopo raggiunse la porta aperta verso il contado. La varcò
con un enorme sospiro di sollievo, senza che nessuno lo fermasse, e s'incamminò verso
la campagna.
Appena fu fuori, montò in sella e tagliò per i frutteti spogli per togliersi al più presto
dalla visuale delle sentinelle e ritornare sulla strada molto più avanti. Lì spronò il cavallo
al galoppo e solo quando fu ad almeno un miglio dalla città si fermò per guardarsi
indietro.
Aveva il respiro affannato e il cuore che a fatica si calmava per il pericolo corso.
C'era mancato poco che lo scoprissero e la situazione non sarebbe di certo migliorata
con il passare delle ore, man mano che l'allarme per la sua fuga si fosse diffuso.
Riprendendo fiato, Ian si chiese cosa avrebbe fatto adesso.
I messaggeri di Martewall stavano arrivando, ne era certo. Se la nave dell'inglese era
già approdata in un porto qualsiasi, soldati con la sua descrizione e l'ordine per la sua
cattura si stavano sicuramente mettendo in marcia per andare a comunicare la notizia a
tutte le città del circondario e presto sarebbero arrivati anche lì.
Se voleva fuggire dall'Inghilterra doveva precederli e correre a cercare un imbarco il
più lontano possibile dalla zona in cui si trovava.
E tuttavia Ian aveva un dubbio in testa che non gli dava pace. Guardò il porto e poi a
sud e a nord lungo la costa, verso Dover o verso Dunchester, la salvezza o la casa del
suo nemico.
Il dubbio era troppo assillante. Non lo avrebbe lasciato in pace per il resto dei suoi
giorni. Ian prese la sua decisione.
Se Daniel è a casa, penserà che sono un idiota e avrà mille volte ragione, si disse, ma
era deciso a mettere a tacere le sue paure una volta per tutte e accantonò ogni altro
rimuginare.
Lungo la strada stavano arrivando due contadini diretti verso la città su un carro
trainato da buoi, portando un carico di legna e fieno.
Ian andò loro incontro a trotto leggero, li salutò e si fermò un istante accanto al carro
che fece altrettanto. «Perdonate, quale strada devo percorrere per arrivare a
Dunchester?» domandò, tenendo nel frattempo le orecchie tese per sentire eventuali
allarmi o uomini in arrivo alle sue spalle.
Il più vecchio dei due contadini accennò al porto. «State andando nella direzione
sbagliata: Dunchester è a nord, dovete tornare indietro e passare da Glenhaven, ma se
non volete riattraversare la città potete tagliare per il bosco. Dovrete fare più attenzione
perché è una strada solitaria e poco battuta, ma è anche più breve rispetto a quella che
costeggia il mare».
«Se è più breve, sarà perfetta» rispose Ian, che non aveva affatto intenzione di tornare
verso il porto e il faro. «Vorrei arrivare il prima possibile e attraversare il bosco non mi
spaventa».
Specie se quella strada è poco frequentata da gente e, soprattutto, da soldati,
aggiunse tra sé e sé.
Il contadino indicò la direzione dietro il carro e una via di terra battuta, che si
diramava dalla strada principale per inoltrarsi nel folto della boscaglia verso nord,
evitando la città portuale. «Allora prendete quella strada e proseguite per mezza giornata
fino al crocevia sorvegliato dalla cappella di San Giorgio, da lì proseguite verso
settentrione. Non arriverete a Dunchester prima di domani: quando avvistate il villaggio
di Aversly, fermatevi per la notte e poi chiedete di nuovo la strada. Da quel punto in poi
i boschi sono ancora più intricati e rischiereste di perdervi se qualcuno del luogo non vi
indica la strada con precisione».
Ian salutò i due contadini, con un cenno riconoscente del capo. «Grazie, Dio vi renda
merito per il vostro aiuto».
«Dio vi accompagni e buona fortuna» risposero entrambi gli uomini.
Temo che ne avrò molto bisogno, si disse Ian, incitando il cavallo.
Capitolo 9
Una mano riscosse Daniel dal suo torpore, afferrandogli una spalla. L'americano aprì
gli occhi a fatica, chiedendosi quanto tempo fosse passato. Non molto, a giudicare dal
dolore che gli davano ancora i lividi.
Doveva essere crollato oppure svenuto dopo aver fatto la scoperta terribile di non
poter più tornare a casa e aver quasi perso la voce a forza di chiamare Hyperversum.
Dovette invece convincersi che fosse passato più tempo di quanto immaginava,
poiché vide la luce del giorno pieno attraverso il boccaporto aperto e riconobbe il
luogotenente di Martewall, quello che l'inglese chiamava Hector, chino su di lui.
L'uomo aveva un volto molto cupo e sembrava notevolmente contrariato. Non con il
prigioniero però, poiché si limitò a esaminare le sue condizioni e si rialzò per
allontanarsi senza rivolgergli una parola.
Daniel lo sentì lanciare un paio di ordini aspri all'arrivo sopracoperta e poco dopo due
armati scesero nell'angusto vano di carico per prelevare l'ostaggio. Lo fecero in silenzio
e con molta meno durezza del solito, anzi lo aiutarono a risollevarsi in piedi, anche se si
vedeva che non erano felici di farlo. Si accertarono che non cadesse dalla scala mentre
saliva e Daniel capì che il loro capo avrebbe fatto loro pagare ogni eventuale nuovo
livido sul prigioniero.
Non aveva per nulla gradito l'iniziativa dei suoi compagni, pensò il giovane. Forse
perchè non ha avuto modo di partecipare, si disse anche, con amaro sarcasmo.
Abituando gli occhi alla luce del sole sopracoperta, Daniel vide che la nave era
arrivata a un nuovo porto e che in fondo al molo erano già allineati i cavalli. Capì anche
che uno di quei cavalli era là per lui.
Era a destinazione.
La cittadina portuale sembrava poco più di un villaggio addossato alla costa e
dominato da una piccola rocca quadrata. Accanto alla rocca sorgeva una torre di pietra,
su cui ardeva un fuoco per la segnalazione marittima. Daniel però appuntò subito lo
sguardo sui soldati che erano fermi poco distanti e sorvegliavano il porto dalle selle dei
loro cavalli: indossavano tutti le divise nere con il leone d'oro sul petto e avevano un'aria
nervosa.
L'americano non ebbe modo di guardarsi intorno più di così: i carcerieri lo spinsero
avanti e lo condussero dal luogotenente Hector, che stava parlando con qualcuno sul
ponte. Quando Hector si spostò, dopo aver sentito il prigioniero arrivare, Daniel si trovò
davanti Geoffrey Martewall.
Il cavaliere doveva essere appena sopraggiunto, in tempo per essere informato di ciò
che era accaduto sulla nave durante la notte. Indossava ancora gli stessi abiti del giorno
precedente e aveva la barba non fatta, segno che il suo breve viaggio via terra gli aveva
concesso solo un riposo spartano, forse addirittura all'aperto.
Martewall fissò in silenzio eloquente prima Daniel e poi Hector. Quest'ultimo abbassò
lo sguardo senza dir nulla, in un chiaro atteggiamento di vergogna.
Martewall aveva un'espressione furente negli occhi chiari. Nemmeno lui doveva aver
apprezzato ciò che i suoi uomini avevano fatto in sua assenza, e non solo con il
prigioniero rimasto: più di tutto doveva bruciargli il fatto che si fossero lasciati sfuggire
la preda più importante. Al suo fianco, il luogotenente aveva l'aria contrita di chi ha già
subito una ramanzina coi fiocchi da parte del padrone.
«Quando sono partiti i primi messaggeri?» gli domandò Martewall alla fine,
cupamente.
«Al rintocco delle laudi. Siamo riusciti a farci raggiungere da una barca al nostro
arrivo in porto prima del levar del sole» rispose il luogotenente «ma abbiamo segnalato
il pericolo anche a Glenhaven subito prima di ripartire. La guarnigione si sarà messa in
azione subito».
Il cavaliere inglese non commentò e si limitò a squadrare Daniel con aria torva,
rimuginando.
«Mi spiace. A quanto pare, dovrai accontentarti di un solo ospite. Spero che questo
non renda la compagnia più noiosa» lo provocò l'americano con ostentata ironia. Aveva
solo le parole per ferire il nemico e la rabbia per ciò che aveva dovuto subire fino a quel
momento era così forte da non lasciare spazio alla prudenza, che avrebbe consigliato un
comportamento remissivo.
Martewall non raccolse la provocazione. «Lo riprenderemo, stanne certo» rispose,
gelidamente e non ebbe certo bisogno di specificare a chi si stesse riferendo.
«L'Inghilterra ha il grande vantaggio di essere un'isola. Non è facile arrivare ed è ancora
più difficile partire, a meno che il tuo amico non sia in grado di attraversare la Manica a
nuoto come i pesci. Nel frattempo, noi due avremo modo di ingannare il tempo
chiacchierando: non ti farò annoiare, te l'assicuro».
Daniel sentì freddo a quella frase, ma lo nascose. «Rimarrai deluso: non sono un buon
conversatore con chi non mi sta simpatico».
Martewall non cambiò espressione davanti alla sua spavalderia simulata. «Ma io so
essere persuasivo, quando voglio. Vedrai che saprò trovare gli argomenti per farti
diventare più loquace. Abbiamo tante cose di cui parlare e tutto il tempo per farlo, in
attesa che monsieur Jean Marc si aggiunga alla nostra conversazione».
Daniel gli augurò mentalmente tutto il male possibile, ma l'altro non lo degnò più di
una parola e si girò per abbandonare la nave. Scese a passi ampi la passerella che portava
al pontile, raggiunse la sua cavalcatura e montò in sella.
I suoi uomini condussero Daniel nella stessa direzione.
II prigioniero fu aiutato a salire su un altro cavallo e presto il seguito di Martewall
prese la forma di un gruppo ben organizzato, mentre i marinai rimanevano alla nave per
gli ultimi lavori.
Il piccolo porto era indaffarato sotto un cielo grigio e umido. Composto da una
manciata di case e da altrettante botteghe, era ben sorvegliato. Daniel notò molte divise
nere sparse qua e là tra la gente, a cavallo oppure a piedi. Pattugliavano la costa e la
palizzata di legno che circondava l'agglomerato urbano, ma la popolazione sembrava
non essere turbata da tanto spiegamento di forze, al contrario, uomini e donne salutavano
i soldati quando li incrociavano.
Adesso gli uomini di Martewall non temevano più di essere fermati per via del loro
ostaggio. Avevano aperto con orgoglio il vessillo del loro signore sulla punta di una
lancia e la gente faceva largo prontamente al loro passaggio, lasciando strada al leone
d'oro in campo nero del barone di Dunchester.
Forti del fatto di essere ormai intoccabili, i fiamminghi abbandonarono le precauzioni
mantenute in Francia per poter procedere più speditamente nel loro cammino. Il
prigioniero poté continuare il tragitto sempre con le mani legate dietro la schiena e una
corda al collo assicurata alla sella perché non potesse gettarsi giù dalla cavalcatura. Per
lo meno, gli fu risparmiato il sacco sulla testa e Daniel poté guardarsi intorno durante il
cammino, studiando ogni dettaglio alla ricerca di una via di fuga, mentre il gruppo di
armati attraversava le strade, tra gli abitanti che fissavano sospettosi il prigioniero
scortato con tanto scrupolo.
Daniel fece un respiro profondo e provò a sciogliere i muscoli del collo e delle spalle
indolenzite, cercando di ignorare quegli sguardi ostili e di non pensare a quale sarebbe
stata la reazione della gente se qualcuno avesse rivelato che il prigioniero in questione
era un cavaliere del re francese.
Passando per il centro del borgo, nella piazza del mercato ingombra di bancarelle,
scorse il patibolo e si affrettò a distogliere lo sguardo.
Fortunatamente l'agglomerato urbano finì presto e il viaggio continuò lungo la costa,
lontano da gente potenzialmente ostile.
Fuori dal borgo portuale il paesaggio era incolto e occupato solo da brughiera e da
bosco fino all'orizzonte, greve di foschia. La strada che Martewall e i suoi avevano
imboccato evitava la vegetazione per seguire la linea del mare e assecondava le curve
della scogliera, tenendole alla sua destra.
Il drappello a cavallo procedette a passo lento per un bel pezzo, in silenzio.
Quando la foschia del primo mattino si sollevò, lo sguardo di Daniel poté spaziare
lungo una curva della costa che circondava una baia e vedere il panorama ancora coperto
di boschi fitti. La curva terminava con una salita e una punta a strapiombo sul mare
grigio. La terra laggiù era disboscata e proprio all'inizio della salita sorgeva un borgo
fortificato. Daniel scorse la linea ininterrotta delle mura più esterne, che dividevano quel
lembo di costa dall'entroterra e risalivano lungo il pendio per chiudere con un
semicerchio la sommità del promontorio.
Nel punto più alto sul mare si ergeva una costruzione ancora avvolta dalla nebbia: un
potente maniero scuro e quadrangolare, racchiuso in una seconda e più alta cinta di
mura. Aveva torri tozze e rotonde ai quattro angoli e un mastio frontale ugualmente
poderoso rivolto verso i boschi. Torri più piccole ma più alte affiancavano come rinforzo
le torri principali e su di esse svettavano gli stendardi neri.
Dunchester, capì Daniel, il castello di Martewall.
Inghiottì a vuoto, d'istinto: con la luce fredda del sole d'inverno e la nebbia che
faticava ad abbandonare le torri scure, quel maniero sembrava spettrale quanto quello di
un vampiro. Di certo non era un luogo da cui un uomo potesse evadere facilmente,
specie se era totalmente sprovveduto come lui.
Daniel ebbe l'orrendo presentimento che da quella fortezza non sarebbe uscito mai
più. Con paura, in silenzio si trovò a pregare per un aiuto qualsiasi, sentendosi del tutto
impotente.
Anche Martewall aveva gli occhi fissi sul maniero in lontananza, ma Daniel notò che
non sembrava felice o sollevato nel vederlo. Non aveva l'aria commossa di chi ritorna a
casa dopo tanta assenza. Era sorpreso, piuttosto, o preoccupato. Il suo volto diventava
sempre più teso man mano che i dettagli della costruzione si definivano con il diminuire
della distanza.
Il suo contegno fece allarmare Daniel più di quanto non si sentisse già.
Cosa c'è che non va? si domandò l'americano, spostando lo sguardo alternativamente
dal castello al suo padrone ma, pur scrutando quelle torri merlate una a una, non riuscì a
darsi risposta.
Eppure il castello sembrava intatto e agguerrito, gli stendardi sventolavano alti, le
torri e le mura interne erano sorvegliate da guardie a ogni palmo.
Anche troppe guardie, realizzò Daniel, con ansia sempre maggiore. Cosa ci fa tutta
quella gente lassù?
Gli uomini sulle mura sembravano lavorare alacremente, ma a cosa? Fuori dal borgo
fortificato c'era solo un paesaggio tranquillo, privo dell'attività straordinaria che ferveva
all'interno.
Daniel sapeva che qualcosa in quella situazione gli stava sfuggendo: Ian sarebbe
sicuramente stato in grado di interpretare meglio i segnali che provenivano dal castello,
lui invece era del tutto impreparato.
Martewall era sempre più scuro in volto e rigido sulla sella del suo palafreno.
«Signore...» lo chiamò il luogotenente Hector e si sentì che aveva sulle labbra una
domanda preoccupata, ma il barone lo ignorò, diede di sprone e anticipò tutti lungo la
strada. I suoi uomini si guardarono tra loro, nervosi, poi affrettarono un po' il passo dei
cavalli per stare dietro a Martewall. Sembravano tutti sorpresi quanto il loro signore e
osservavano il castello con sempre maggiore intensità, man mano che si avvicinavano.
Sì, decisamente qualcosa non va, pensò Daniel. Non aveva idea di cosa stesse
succedendo, ma d'istinto sapeva che non era niente di buono.
Strinse i pugni legati e continuò a scrutare con ansia crescente il maniero che si
avvicinava.
Qualcosa gli diceva che stava per cadere dalla padella nella brace.

***

Ian aveva cavalcato tutta la mattina seguendo la strada che gli era stata indicata dai
due contadini sul carro. La boscaglia era intricata come gli era stato preannunciato, ma i
rami spogli della gran parte degli alberi lasciavano trapelare la luce fioca e consentivano
di individuare agevolmente la pista di terra battuta e le buche che si nascondevano in
mezzo al fango e alle foglie marce.
In quel luogo deserto, Ian fu dapprima felice di non incontrare nessuno che potesse
rappresentare un potenziale pericolo, poi però, dopo tante ore nella più completa
solitudine, cominciò a sentirsi sperso e indifeso. Non c'era un segno di vita civile in
alcuna direzione, a parte rade tracce di carri o di cavalli che però erano state lasciate
chissà quando e chissà da chi.
Ian non incrociò anima viva durante tutta la mattina. Il giorno avanzava in fretta e
l'incrocio che i contadini gli avevano preannunciato non compariva mai lungo il
cammino.
Speriamo di non aver sbagliato strada, pensò Ian e allo stesso tempo si chiese con
ansia cosa avrebbe fatto non appena fosse diventato buio. L'idea di trascorrere la notte da
solo in quel bosco senza alcun riparo non lo allettava neanche un po', senza contare il
fatto che non era certo esperto come un qualsiasi uomo medievale nell'accendere un
fuoco senza fiammiferi o nel procurarsi il cibo e l'acqua in un bosco deserto.
Quando ormai non ci sperava più, la strada ne intersecò un'altra, sbucata dal nulla tra i
tronchi neri. Una piccola costruzione in pietra sorvegliava il rudimentale incrocio: era il
segnale che Ian si aspettava di trovare.
Finalmente. La cappella di San Giorgio, pensò il giovane con sollievo e fermò la sua
cavalcatura per scendere a sgranchirsi le gambe e la schiena.
Lasciò il cavallo legato a un albero perché non fuggisse e si avvicinò alla cappella per
guardarvi dentro. Era una struttura piccola, vecchissima e lasciata in evidente
abbandono; l'arco d'ingresso, privo di porte, era più basso di Ian e il tetto era di poco
fuori portata del suo braccio alzato. La pietra grezza era ricoperta di muschio là dove il
sole non arrivava mai e alcuni rampicanti si erano già fatti strada fin quasi alla cupola
rotonda.
Ian si chinò per entrare. Sotto la volta c'era una pittura sbiadita e ingenua, ma
riconoscibilissima: un cavaliere armato di lancia, intento a trafiggere un animale che
sembrava un incrocio tra un serpente e una lucertola gigante. A terra sotto l'effigie c'era
una lampada spenta e coperta da tempo da uno strato di polvere, terra ed erba secca.
Senza neanche sapere perché, Ian sentì l'istinto di inginocchiarsi davanti a quella
pittura antica e rimanervi per qualche minuto, dopo essersi fatto il segno della croce. Era
stanco, si sentiva solo e non sapeva che fare quando fosse arrivato a Dunchester. Finora
aveva pensato solo al miglio successivo davanti agli zoccoli del cavallo, cercando di
rimanere incolume e libero. Aveva agito d'istinto, improvvisando, ma presto non sarebbe
più bastato.
Cosa avrebbe fatto allora? Ian non sapeva rispondersi e rivolse quella domanda al
santo, dipinto forse da più di un secolo nella cappella grezza. Cavalieri entrambi, il santo
e il postulante, uno così agguerrito contro il drago, l'altro bisognoso di conforto in mezzo
a un bosco sconosciuto...
Mi basterebbe la metà della tua forza, pensò Ian con un sospiro segreto, guardando il
santo in armatura, disegnato in una posa ardita. Si sentiva del tutto inadatto ad affrontare
quell'avventura ignota in terra straniera e, nonostante il titolo di cavaliere che portava
sulle spalle, aveva il timore di non esserne all'altezza. Antiche paure si rifacevano vive,
come anni prima al momento delle sue prime prove da guerriero.
Fuori dalla cappella, qualcosa sembrò muoversi tra i cespugli e i rovi, all'improvviso.
Ian si girò di scatto su un ginocchio per brandire la spada in direzione del rumore, con
una scarica di adrenalina lungo la schiena.
Per stanchezza aveva abbassato la guardia, si rimproverò, frugando la vegetazione con
lo sguardo in cerca del rumore che l'aveva allarmato, ma questo non si ripeté più e il
bosco rimase perfettamente immobile.
Con tutti i sensi all'erta, Ian si alzò per uscire cautamente dalla cappella e guardarsi
intorno in ogni direzione: di colpo aveva la sensazione di essere stato osservato da occhi
invisibili mentre si trovava in ginocchio davanti a san Giorgio, ma dovette ricredersi
quando percepì solo un silenzio totale. Non c'era nessuno tra gli alberi, forse si era
trattato di un animale di passaggio.
Un lupo? Una volpe? si domandò Ian, per poi chiedersi se le volpi potessero davvero
essere in giro in quei mesi d'inverno.
Il cavallo, comunque, non aveva fatto nemmeno uno scalpito.
Mi sono immaginato tutto? pensò ancora Ian. Di certo, aveva i nervi fin troppo tesi e
la stanchezza per la notte insonne non aiutava a mantenere la lucidità e la tranquillità.
Ian si rilassò lentamente e si mise a sedere sulla soglia della cappella. Appoggiò la
spada li accanto, prese il fagotto che portava a tracolla e finì ciò che gli restava del cibo e
del vino, prima di raccogliere le forze e rialzarsi in piedi.
La strada era ancora lunga. Non poteva sprecare tempo a indugiare, ma si concesse
comunque qualche minuto di riposo e guardò l'incrocio e le strade che vi confluivano.
La strada nuova mostrava molti più segni di transito rispetto a quella che aveva
percorso fino a quel momento: alcuni segni erano molto recenti e indicavano il passaggio
di parecchi cavalli e di almeno due o tre carri. Per Ian fu un segnale incoraggiante perché
significava che non era lontano da un qualsiasi luogo abitato dove, con un po' di fortuna,
avrebbe potuto trovare riparo per la notte e qualcuno che gli indicasse come proseguire il
viaggio.
Forse riesco davvero ad arrivare a Dunchester domani, si disse, ma si chiese anche
dove fosse il confine che indicava l'inizio delle terre di Martewall. Probabilmente era già
nei domini del suo nemico, oppure vi sarebbe entrato presto. Da quel momento in poi
doveva essere ancora più prudente, anche se dubitava che il barone s'immaginasse che la
sua preda si stava dirigendo proprio a casa sua.
Questo potrebbe danni un piccolo vantaggio, meditò Ian. Martewall non verrà mai a
cercarmi sotto il suo castello.
Ormai era ora di incamminarsi di nuovo. Il giovane andò a liberare il cavallo e montò
in sella. Individuò il nord grazie al muschio che cresceva nella parte in ombra della
cappella e ripartì, imboccando la strada che proseguiva verso settentrione.
L'animale era stanco e perciò dovette mantenerlo al passo. Anche lui cominciava a
essere decisamente sfinito e non avrebbe retto per molto a una corsa al trotto o al
galoppo. Si rassegnò dunque a procedere con calma, almeno per qualche tempo,
cercando di risparmiare le sue forze e quelle della cavalcatura.
Per un altro bel pezzo non incontrò nessuno per strada, poi però, quando il sole ormai
si avviava verso il tramonto, avvistò un movimento davanti a sé. Aguzzò la vista e si
rese conto dopo poco di essere preceduto da un ragazzino a piedi e, un po' più avanti, da
un carretto trainato da un mulo, su cui sedeva un uomo robusto.
I due viaggiatori non sembravano essere compagni poiché si ignoravano
completamente. L'uomo era vestito di panni grezzi e pesanti e trasportava legna appena
tagliata sul suo carretto. Il ragazzino invece non portava niente con sé, a parte una
bisaccia, e si limitava a giocare con un bastone che doveva aver raccolto nel bosco. Ogni
tanto si voltava indietro, però, e fu lui il primo a scorgere Ian in arrivo alle sue spalle.
Non si allarmò, anzi rallentò il passo e aspettò che l'americano lo raggiungesse,
sfoderando nel frattempo un bel sorriso.
La reazione incuriosì Ian, che osservò meglio il ragazzino mentre gli si avvicinava.
Aveva una zazzera di capelli rossi completamente spettinata, il naso cosparso di
lentiggini e un viso da furetto che la sapeva lunga. Non doveva avere più di tredici anni,
valutò Ian, gran parte dei quali passati a scorrazzare all'aperto, almeno a giudicare
dall'aspetto abbronzato e un po' selvatico, dagli abiti rammendati in più punti e dagli
stivaletti decisamente consumati.
Fu proprio il ragazzo a salutare per primo. «Avete un bel cavallo, signore» aggiunse
con zelo.
Ian rispose al saluto con un po' di perplessità: nemmeno con tutte le migliori
intenzioni del mondo si poteva definire "bello" l'animale rubato a Glenhaven che
montava in quel momento.
Prima però che l'americano potesse dire altro, intervenne l'uomo del carretto, che si
era voltato indietro nel sentire le voci. «Lasciate perdere quel perditempo» esclamò da
lontano, rivolto a Ian. «E un ladruncolo e un vagabondo: cercherà in un modo o nell'altro
di spillarvi qualche moneta».
Ian guardò l'uomo e poi il ragazzino. Quest'ultimo si offese e si fece di lato,
scontrosamente, per rimanere indietro rispetto agli altri. Ian proseguì fino a raggiungere
il carretto in movimento.
«Datemi retta, amico, quel ragazzo vi farà solo perdere del denaro o, nel migliore dei
casi, del tempo» disse l'uomo, con il volto rubizzo e una folta barba grigia sotto il
cappello di feltro. Doveva essere un boscaiolo, infatti trasportava un'ascia robusta sul
carretto insieme alla legna.
«Lo conoscete? Non mi sembrava un cattivo soggetto» domandò Ian, accennando al
ragazzino imbronciato che li seguiva a distanza.
L'uomo lo guardò da sotto in su con un'occhiata curiosa. «Siete straniero? Da dove
venite? Non avete l'accento delle nostre parti».
«Sono originario delle isole oltre la Scozia» rispose Ian, riprendendo la stessa
menzogna che aveva inventato la prima volta che era arrivato nel Medioevo, per
difendersi da domande potenzialmente pericolose sulle sue origini. «Sto ritornando a
casa dopo essere stato sul continente».
«In guerra?» Lo sguardo dell'uomo era caduto sulla spada che Ian portava al fianco.
«No. L'ho evitata per quanto ho potuto, ma non è stato facile. Ho comunque preso
l'abitudine di viaggiare armato» mentì l'americano. «Ho lavorato in vari luoghi, ma alla
fine la nostalgia di casa mi ha riportato indietro. Sul continente la vita non è meno dura
che qui, non avevo motivo di restare».
«Buon per voi, se avete potuto evitare di combattere. Brutta faccenda la guerra»
commentò l'uomo, cupamente, e sembrò rimanere pensoso per un po', poi però si
riscosse. «Mi chiamo Thomas Bull» si presentò.
«Ian Maayrkas» ricambiò l'americano con un sorriso.
«Siete diretto ad Aversly? Ormai non manca molto».
«Sì. Vorrei fermarmi per la notte, se possibile. Poi domani cercherò di raggiungere
Dunchester per cercare un amico».
Un amico che spero di non trovare, aggiunse Ian mentalmente prima di terminare
dicendo: «Da lì poi proseguirò il viaggio».
«Vi conviene davvero fermarvi. La strada per Dunchester è ancora lunga e il bosco è
fitto» disse il boscaiolo. «Di notte vi perdereste e poi fa troppo freddo. Aversly non ha
locande, ma è un villaggio di brava gente. Troverete di sicuro un fienile o una stalla in
cui dormire al riparo. Io abito lì e, se volete, vi indicherò a chi potete rivolgervi».
«Vi sono grato, il vostro aiuto è davvero provvidenziale». Ian si sentì sollevato per
quel colpo di fortuna. Una notte al caldo era la benvenuta, dopo le ore travagliate appena
vissute, e un po' di fieno su cui dormire sarebbe stato comodo quanto il migliore dei letti.
«Non dovete ringraziarmi, non ho fatto niente di speciale» rispose l'uomo, cordiale.
Ian tornò ad accennare al ragazzo che seguiva cavallo e carretto, stuzzicando i
cespugli con il suo bastone. «Che mi dite di lui?»
Bull scrollò le spalle. «Gironzola qui intorno di tanto in tanto e, quando succede,
spariscono uova o galline oppure verdure dagli orti. E un buono a nulla che non ha
voglia di lavorare. Alla sua età non ha mai nemmeno tentato di imparare un mestiere».
«Come si chiama?» domandò ancora Ian, sbirciando indietro. Il ragazzino ricambiò il
suo sguardo, anzi, fissava quasi esclusivamente lui.
«Non so il suo vero nome. Tutti lo chiamano Coda di volpe» disse Bull.
Perché è rosso di capelli e ruba negli orti, dedusse Ian. «Ha famiglia?» chiese invece.
«Abita con sua madre fuori dal villaggio di Willingham, a circa cinque miglia da
Aversly, verso Dunchester. Una donna da cui stare alla larga» replicò l'altro uomo. «Ha
una brutta reputazione» aggiunse laconico, sotto l'occhiata interrogativa di Ian. «Forgia
amuleti in rame e chissà quale altra diavoleria e non ha mai avuto un marito. Non c'è da
stupirsi se suo figlio è già su una cattiva strada».
Ian non chiese altro e si limitò a proseguire il cammino accanto al carretto. Di tanto in
tanto si girava indietro e sbirciava Coda di volpe. Il ragazzino lo seguiva passo passo e
s'illuminò quando Ian gli fece un mezzo sorriso da lontano. Fece una breve corsa e
raggiunse i due uomini per poi mettersi seduto sul pianale del carretto con un balzo
agile, come se fosse stato invitato.
«Ehi!» protestò il boscaiolo. «Scendi subito da li!»
«Oh, andiamo! Di che avete paura? Pensate forse che possa rubarvi la legna?» lo
rimbeccò il ragazzino. «Fatemi fare solo un po' di strada sul carretto, che vi costa?
Cammino da stamattina e mi fanno male i piedi, voi invece ve ne state seduto
comodamente e vi fate scarrozzare».
Bull mugugnò qualcosa, ma poi vide l'occhiata supplichevole di Ian, che perorava in
silenzio la causa del ragazzino, e rinunciò a protestare oltre.
Coda di volpe notò lo scambio di occhiate e sorrise al suo inaspettato sostenitore.
«Davvero siete stato sul continente?» gli chiese. «Anche in Francia?» Evidentemente
aveva tenuto le orecchie ben tese per carpire i discorsi dei due uomini.
«Anche in Francia» ammise Ian, ignorando il brontolio di ammonimento di Bull che
gli consigliava di non incoraggiare il ragazzo. Si sentì a disagio, piuttosto, perché
insieme al resto, Coda di volpe doveva aver sentito anche la pessima opinione che il
boscaiolo aveva di lui e di sua madre.
Il ragazzino tuttavia sembrava non avervi dato peso, forse perché non doveva essere la
prima volta che udiva commenti simili e vi aveva fatto il callo. «Come sono i cavalieri
francesi? Li avete visti?» continuò invece.
«Ho avuto modo... di incontrarne qualcuno, sì» disse Ian, cercando le parole adatte,
senza sbilanciarsi.
«Da quando ti interessano i Francesi?» domandò Bull al ragazzino, senza girarsi.
«Io li detesto, i Francesi» ribatté Coda di volpe, brusco. Andiamo bene... pensò Ian.
«Volevo solo sapere se è vero che hanno timore di combattere e che sarebbero
scappati dal campo di battaglia in Fiandra se il loro re non avesse fatto distruggere il
ponte dietro di loro per impedire che attraversassero il fiume» continuò il ragazzino e
guardò solo Ian, pendendo dalle sue labbra per avere una risposta.
«Veramente, mi risulta che re Filippo di Francia abbia fatto allargare e consolidare il
ponte di Bouvines il giorno prima della battaglia proprio per consentire all'esercito di
passare più comodamente» replicò Ian, nascondendo sotto un tono da conversazione il
fatto di essere irritato per quelle accuse contro i cavalieri francesi.
Aveva studiato abbastanza le cronache medievali successive a Bouvines da sapere che
mille calunnie si erano diffuse in Inghilterra per minimizzare la vittoria del nemico, ma
questo non gli impediva comunque di sentirsi offeso direttamente.
In testa aveva vivido il ricordo di quel giorno sanguinoso, violento e sconvolgente: gli
era servito tutto il suo coraggio per affrontarlo e sopravvivere e nessuno adesso poteva
accusarlo di vigliaccheria in quell'occasione in cui aveva dato così tanto di sé.
«I Francesi non si aspettavano di essere attaccati di domenica, nel giorno del Signore,
e sono stati sorpresi in marcia dalle truppe imperiali mentre stavano andando a prendere
quartiere per la battaglia che preparavano per l'indomani. Sono stati costretti a
combattere e si sono difesi. Quando li ha visti vicini alla vittoria, l'imperatore è fuggito,
abbandonando l'esercito insieme a molti dei suoi» continuò a raccontare, per poi ritenere
più prudente attenuare le sue parole. «Almeno così dice chi ha assistito alla battaglia».
«Oh». Il ragazzino spalancò gli occhi, sorpreso.
«Credimi, la nazionalità di un cavaliere non significa niente, come per tutti gli
uomini» proseguì Ian, per dissimulare ulteriormente il suo stato d'animo. «Valenti e
incapaci, coraggiosi e codardi si trovano in ogni paese».
«Sacrosanto». Thomas Bull annuì.
Il ragazzino invece sembrò ripetersi quelle parole in silenzio, rimuginandoci sopra.
Ian lo scrutò senza farsi notare e si chiese a cosa stesse pensando. Aveva un'aria
piuttosto assorta.
«Però è vero che i Francesi si stavano ritirando» riprese Coda di volpe. «Stavano
tornando verso sud e Parigi quindi scappavano davanti all'esercito imperiale».
«Oppure cercavano un luogo che fosse più favorevole per combattere. Da quello che
so, erano soltanto la metà degli imperiali» considerò Ian.
«Non c'è niente da dire: i mangiarane si sono meritati la vittoria stavolta. Se la sono
meritata ampiamente» intervenne Bull, a sorpresa. «Il loro re è una maledetta vecchia
volpe, astuta e stratega. Tutto ciò che fa è frutto di un piano ben meditato. Non si lascia
prendere dalla paura, quello. Se anche andava a sud, non stava scappando: aveva
qualcosa in testa, una trappola, e gli imperiali e i Fiamminghi ci sono cascati come idioti,
tirandosi dietro i nostri».
«Le vostre parole mi sembrano esperte» osservò Ian, colpito.
«Sono stato soldato. Ero in Francia con re Riccardo. Ho smesso di combattere quando
è morto. Non ne valeva più la pena e io sto diventando vecchio» rispose il boscaiolo,
laconico.
«Quindi avete avuto re Filippo di fronte sul campo di battaglia».
«Sì e tutti i miei commilitoni sapevano quanto fosse scaltro. Alcuni ufficiali erano
stati in crociata, quando ancora re Riccardo e il francese erano amici e alleati contro i
mori, e ci raccontavano com'era laggiù. Il francese era dannatamente bravo e solo uno
come il Cuor di Leone poteva metterlo in ombra. Se avessimo ancora re Riccardo,
adesso i Francesi sarebbero in lacrime e le nostre bandiere sventolerebbero su Parigi».
L'uomo scosse la testa. «Con un re inetto come il Senza Terra, invece, i nostri hanno
perso nerbo e conosciuto solo la sconfitta».
«I nostri non si sono rammolliti!» protestò Coda di volpe.
«Abbiamo buoni condottieri, ma sono pochi, troppo pochi» rispose Bull, amaramente.
«E il Senza Terra li ha sparpagliati su due fronti diversi senza alcun discernimento. Con
gli imperiali c'era soltanto William Lunga-Spada e non ha potuto fare niente se non
rimediare come ha potuto alla vigliaccheria dell'imperatore».
«Il conte William di Salisbury è un valoroso» convenne Ian e ricordò il condottiero
che aveva visto da lontano sul campo di battaglia. Uno dei pochi ad aver atteso a piè
fermo l'orda dei Francesi alla riscossa e a mantenere la posizione, mentre Ottone IV
fuggiva lasciando il suo esercito allo sbando. Solo grazie all'intervento del conte inglese
e dei suoi cavalieri, l'imperatore era uscito vivo dal campo di battaglia. Salisbury era
rimasto a combattere fino all'ultimo, fino alla cattura o alla morte, come aveva fatto il
fiammingo Ferrand de Fiandre con gli ultimi dei cavalieri al suo servizio, Jerome
Derangale e Geoffrey Martewall compresi.
«Ha pagato il suo coraggio con la prigionia in mano francese. Almeno il Senza Terra
ha avuto il buon gusto di trattare subito per il suo riscatto mentre si affrettava a
supplicare una tregua dal Delfino di Francia, a differenza di quanto ha fatto anni fa con
suo fratello legittimo Riccardo» brontolò Bull.
Già, è vero: William Lunga-spada è il fratellastro di Giovanni Senza Terra, ricordò
Ian dopo quel discorso.
Nel frattempo notò che per tutto il tempo della conversazione Thomas Bull non aveva
mai chiamato Giovanni con l'appellativo di "re" o "Sua Maestà". Dal tono dei suoi
discorsi non traspariva certo alcun rispetto nei confronti dell'attuale sovrano
d'Inghilterra.
Coda di volpe, invece, aveva ascoltato avidamente ogni dettaglio del discorso e si
vedeva che adesso fantasticava di battaglie e di guerrieri. «Anch'io voglio andare in
battaglia, un giorno» disse infatti. «Vorrei portare la spada e...»
«E cosa? Diventare condottiero?» lo derise Bull. «Uno come te al massimo può fare il
furiere per la truppa».
«... e vorrei conoscere almeno un vero cavaliere» riprese il ragazzino, offeso. «Vorrei
vedere i cavalieri battersi e vincere con onore». Nel dirlo alzò gli occhi verso Ian.
«Io mi accontento di vedere i cavalieri vincere in torneo, è molto meglio che vivere
l'esperienza di una guerra» rispose l'americano, con l'appoggio di Bull. «Ma comunque ti
auguro di poter soddisfare la tua curiosità senza dover andare su un campo di battaglia.
Sei giovane e hai tempo davanti: prima o poi incontrerai un cavaliere, ne sono certo»
aggiunse con naturalezza.
Il ragazzino non disse nulla e rimase pensoso a giocherellare con il suo bastone,
lasciandolo penzolare dal carretto per disegnare ghirigori nel fango della strada.
I tre improvvisati compagni continuarono il tragitto per un po' senza parlare,
guardando avanti nel bosco quieto.
Ian cominciava a sentire la stanchezza. Il caracollare ritmico del cavallo lo stava
cullando verso il sonno e il silenzio dei due accompagnatori non contribuiva certo a
tenerlo sveglio. La sua cavalcatura pensava da sola a seguire la strada, procedendo
accanto al carretto senza bisogno di alcuna guida, e il giovane poté lasciar vagare i suoi
pensieri stanchi dietro alla preoccupazione per l'indomani.
Per prima cosa, doveva riuscire ad accertarsi che Daniel fosse fuggito attraverso
Hyperversum per tornare a casa. Saputo quello, non aveva più ragione di restare a
Dunchester a rischiare di essere riconosciuto e catturato; poteva finalmente riprendere la
sua strada verso Chatel-Argent e Isabeau.
Ma se invece Daniel era ancora nelle mani di Martewall...
Ian non sapeva ancora cosa avrebbe fatto in quel caso. Continuò a rimuginare mille
ipotesi, sempre più stanco, finché queste non si confusero tutte in un'unica inquietudine
sfinita, senza né capo né coda.
Si riscosse quando si rese conto che qualcosa gli faceva pizzicare la gola e gli occhi.
Alzò la testa per accorgersi di essere quasi in dormiveglia e di aver perso il conto del
tragitto compiuto fino a quel momento. Adesso tra la vegetazione spoglia aleggiava un
odore penetrante.
«È fumo?» domandò Ian, allarmato.
Anche Thomas Bull scrutava avanti a sé con un'espressione rigida. Coda di volpe si
era messo in ginocchio sul carretto per voltarsi verso la strada.
C'era davvero fumo nel bosco spoglio, se ne sentiva l'odore sempre più pungente ad
ogni passo.
«Che cosa brucia?» chiese Ian, con inquietudine crescente. «C'è Aversly, là davanti»
rispose Coda di volpe.
Il bosco si diradò per lasciare intravedere in lontananza prima i tetti e poi le case di un
villaggio ricavato in un'ampia zona quasi priva di alberi.
C'erano pochi edifici, poco più che baracche di legno e sassi, un paio di fienili e di
stalle, radi orti dissodati, alcuni alberi da frutto e recinti vuoti per pecore e capre.
Era soprattutto la dimora di pastori, boscaioli e cacciatori, capì Ian.
E nel mezzo del villaggio una casa bruciava, lanciando una colonna di fumo nero nel
cielo freddo.
Capitolo 10
Daniel non voleva credere ai suoi occhi. Gli uomini sugli spalti del maniero di
Dunchester stavano costruendo le bertesche. Ian gli aveva spiegato a cosa servivano:
erano piattaforme in legno che venivano montate intorno alle torri, fuori dai merli, per
consentire ai soldati di colpire più facilmente e con minor pericolo chiunque si trovasse
sotto le mura.
C'era una sola ragione al mondo per cui le mura di un castello dovessero essere
munite di bertesche.
Dunchester si stava preparando a un assedio.
No, non ci voglio credere... si ripeté Daniel, allibito.
Dopo un viaggio a cavallo di qualche ora, il gruppo di Martewall aveva raggiunto il
borgo fortificato e aveva abbandonato la costa per girare intorno al fianco delle mura e
arrivare alla porta principale, quella orientata verso i boschi.
Così Daniel aveva potuto vedere che la cinta muraria più esterna, una barriera fatta a
semicerchio che tagliava il promontorio, non era del tutto completa: le torri erano
costruite solo a metà e per l'altra metà erano ancora circondate da impalcature. Il fossato
era appena tracciato nella terra; il muro alto poco più di un uomo e la porta soltanto un
arco di blocchi massicci. Nessuno però vi stava lavorando.
Il borgo era in espansione. All'interno delle mura in costruzione lo spazio non era
completamente occupato, c'erano ancora ampi prati verdi e vuoti, mentre le case del
villaggio erano raccolte tutte insieme, come un gregge di pecore in un recinto, addossate
alla seconda cinta di mura, quella che racchiudeva il castello vero e proprio.
Il maniero era invece in completa efficienza e le torri frontali davano un senso di
imponenza e di forza.
Qui il movimento era più frenetico: decine di uomini lavoravano sulle mura merlate e
sulle torri, inchiodando assi di legno e trasportando materiali.
Daniel capì che tutti gli uomini utili erano al lavoro sulla seconda cinta di mura e non
fece fatica a comprenderne il motivo. La cinta esterna era troppo incompleta per essere
messa in condizioni di resistere a un eventuale attacco e quindi era inutile lavorarvi.
Dunchester puntava a organizzare l'intera difesa sulle mura interne.
Ma difesa da chi? si domandava Daniel e non riusciva a darsi risposta.
Il piccolo gruppo a cavallo guidato da Martewall fece il suo ingresso nel borgo,
passando prima tra i prati recintati, poi lungo la strada principale del borgo addossato
alle mura.
L'agitazione aumentava tra gli abitanti, man mano che il gruppo procedeva. I primi
contadini avevano riconosciuto da lontano lo stemma del leone che uno dei fiamminghi
portava sulla lancia e ben presto la voce si sparse di bocca in bocca: la gente chiamò
altra gente, i bambini corsero a vedere il gruppo che passava e lo seguirono vociando.
Ben presto, intorno a Martewall e ai suoi si era formata un'ala di folla che salutava con
emozione e sollievo il signore di ritorno a casa.
Sembravano tutti molto in ansia o spaventati, notò Daniel, e invocavano il barone
inglese come se si aspettassero da lui la protezione da un pericolo incombente.
Martewall rispondeva a tutti, ma i suoi occhi fuggivano costantemente verso la rocca
e gli spalti su cui si affaccendavano i carpentieri e gli operai. Anche lui stava cercando di
capire una situazione inaspettata, glielo si leggeva nello sguardo.
Con la sua seconda cinta di mura, il castello sorgeva sopra un ulteriore rialzo del
terreno. Una rampa di pietra consentiva la salita dello scoscendimento fino ad arrivare
allo stesso livello del maniero, al quale era collegata dal ponte levatoio.
Martewall condusse i suoi al di là del ponte e del duplice cancello fortificato costruito
nel barbacane: qui l'accoglienza si fece militaresca ed esultante.
I soldati vestiti di nero acclamavano il loro signore, alzando le lance e le spade,
lanciando grida di benvenuto a chi tornava dalla guerra dopo tanta assenza e una lunga
prigionia. Martewall non si fermò nella corte esterna, ma proseguì attraverso una
seconda porta fortificata addossata al mastio ed entrò nel complesso del castello,
disposto intorno a una corte interna pressoché quadrata. Qui il gruppo a cavallo alla fine
si fermò.
Alcuni servi corsero a prendere le briglie del cavallo del barone inglese e del suo
luogotenente, mentre i due smontavano di sella.
Sul cortile si affacciavano molte finestre e porte, quasi tutte le aperture delle sale del
castello rivolte prudentemente verso l'interno. C'erano persino un piccolo giardino, un
orto recintato e il pozzo. Anche qui i servi erano al lavoro, ma trasportavano soprattutto
sacchi o materiali.
Il complesso era più piccolo e molto più spartano rispetto a Chàtel-Argent ma
suscitava ugualmente un'idea di aristocratica fierezza, considerò Daniel nel guardarsi
intorno. Se non altro, visto dall'interno e con l'aumentata luce del giorno, il castello non
appariva più spettrale, anche se continuava a incutere molto timore.
Tutti gli uomini scesero da cavallo e anche l'americano fu fatto smontare per poi
essere tenuto sott'occhio, mentre i servi conducevano via gli animali verso le stalle.
Hector guardò il suo signore per ricevere ordini in merito al prigioniero, ma Martewall
aveva appena aperto bocca quando fu distratto da un movimento poco lontano. Fece un
cenno sbrigativo con la mano al suo luogotenente per rimandare ogni questione a dopo e
si girò verso chi gli stava andando incontro provenendo dall'interno del castello.
Anche Daniel appuntò la sua attenzione in quella direzione e vide un uomo anziano
sopraggiungere appoggiandosi a un bastone e a una ragazza poco più che ventenne.
Camminavano in fretta, per quanto era concesso loro dall'età del vecchio uomo e dalla
sua infermità che lo rendeva claudicante, e si vedeva che erano spinti dal sollievo e
dall'emozione.
Daniel non ebbe dubbi nell'identificare quei due personaggi: l'uomo aveva i capelli e
la barba quasi bianchi ma anche il portamento fiero di un leone ferito e un cinturone con
una spada da cavaliere allacciato sopra gli abiti curati; la ragazza era una delicata
figurina di porcellana, preziosa e altera. Entrambi, il vecchio e la fanciulla, somigliavano
a Geoffrey Martewall in modo troppo evidente per non essere suoi consanguinei.
«Padre! Leowynn!» chiamò il cavaliere inglese e, per la prima volta da quando Daniel
lo conosceva, la sua voce suonò incrinata dalla commozione.
Il vecchio si staccò dalla ragazza per alzare il braccio in un gesto d'accoglienza e fece
qualche passo verso suo figlio, che gli corse incontro. Lo abbracciò forte con la mano
libera dal bastone e per un attimo sembrò vicino alle lacrime. «Grazie a Dio, sei tornato»
disse, ma poi si controllò e, sempre tenendo la mano sulla spalla del giovane, si fece
indietro per guardarlo in volto. «Sei tornato» ripeté. «Temevo che ti avrei rivisto
cadavere, come i tuoi fratelli».
«Sono vivo, padre» rispose Martewall con emozione e poi si rivolse verso la fanciulla
che si era avvicinata. Lei gli si gettò nelle braccia, appena il vecchio padre glielo
consentì spostandosi, e si sciolse in un pianto di sollievo. «Geoffrey, finalmente! Ho
avuto tanta paura per te!»
Il cavaliere la baciò sulla fronte e le accarezzò i lunghi capelli castani.
«Che cosa ti hanno fatto?» continuò la ragazza, sfiorandogli il volto provato con
entrambe le mani. Era terribilmente scossa e tentava di accertarsi che il giovane non
fosse ferito o malato.
«Niente che non abbia potuto sopportare, sorella mia» replicò il cavaliere per
rassicurarla e le prese le mani tra le sue.
La ragazza continuava ad avere gli occhi colmi di lacrime, nonostante tentasse di non
farsi sfuggire un singhiozzo. «Quei maledetti Francesi! Credevo che avrebbero ucciso
tutti i miei adorati fratelli... Dopo Richard, dopo Peter, temevo che sarebbe accaduto
anche a te!»
Qui si mette male... pensò Daniel, sempre più sulle spine. Tutto si immaginava tranne
che quella famiglia avesse già perso due figli nelle guerre con i Francesi.
Adesso l'idea che i Martewall volessero sfogarsi su di lui gli parve tutt'altro che
remota. Decisamente, la sua posizione di "prigioniero francese" diventava sempre più
precaria man mano che passava il tempo.
In un unico pensiero, Daniel maledisse Hyperversum, i suoi inventori e l'avventura in
cui quel dannato gioco l'aveva catapultato di nuovo.
«Non ho avuto che incubi in questi mesi, pensandoti rinchiuso in chissà quale segreta,
in balia di chi avrebbe potuto ucciderti in qualsiasi momento, per puro capriccio!» aveva
intanto continuato la ragazza.
«È finita, Leowynn, non pensarci più. Basta con le lacrime» le disse il fratello,
stringendole le mani più forte.
Lei annuì, poi si asciugò le guance, cercando contemporaneamente di assumere un
atteggiamento più forte e dignitoso.
Geoffrey Martewall si rivolse di nuovo a suo padre con aria cupa. «Sono stato sulla
tomba di Peter, ieri. Perché l'avete fatto seppellire in quel monastero perso in mezzo ai
boschi? Il suo posto era qui, accanto a Richard».
Il vecchio scosse la testa. «Peter avrebbe voluto così. Se fosse stato per lui, avrebbe
preso i voti, lo sai. Quando Richard morì in guerra dodici armi fa, Peter dovette fare il
suo dovere di secondogenito, nonostante la vita secolare non fosse la sua vocazione. Ora
che anche lui è morto in quest'ultima, maledetta guerra, ho voluto esaudire il desiderio
che non ha potuto realizzare. Mi consola pensare che riposerà per sempre nello stesso
monastero in cui avrebbe voluto vivere cantando le lodi al Signore».
Geoffrey Martewall rimase in silenzio per qualche istante, meditando. «Ora, di tre
figli maschi, vi sono rimasto solo io» disse alla fine.
«Abbiamo rischiato di perdere anche te a causa delle assurde guerre del Senza Terra»
intervenne la ragazza di getto, per poi pentirsi di aver detto troppo, sotto l'occhiata
sorpresa e severa del fratello.
«Tu erediterai Dunchester» disse invece il padre, rivolto al cavaliere. «Sarai un buon
signore, nonostante non ti sia addestrato al governo in questi anni. Non potevi
immaginare che un giorno sarebbe toccato a te, ma ora avrai i diritti e i doveri che
sarebbero stati dei tuoi fratelli e, quando io non ci sarò più, porterai il nostro feudo fuori
dai tempi bui».
Anche da lontano, Daniel vide che Martewall stava soppesando le sfumature di quel
discorso con tensione crescente. Qualcosa lo innervosiva, era chiaro, e l'americano
immaginava che fosse la stessa cosa che impensieriva lui. Il rumore dei martelli e degli
utensili dei carpentieri che montavano le bertesche arrivava distintamente anche in quel
cortile e sembrava voler sottolineare le parole "i tempi bui".
«Che cosa sta succedendo, padre?» domandò infatti il cavaliere. «Perché il castello si
prepara alla battaglia? Chi ci minaccia ora?»
Il vecchio signore di Dunchester fece un ampio gesto del braccio, come a voler
includere tutte le terre sotto il suo dominio. «L'inverno ci minaccia e così la povertà e la
carestia» rispose, con una fiammata di rancore nella voce. «La nostra gente vive di stenti
perché ha dovuto dare anche l'ultimo dei suoi averi in tasse. Ho aperto in anticipo i
granai del castello per consentire a tutti di avere il pane, ma così le scorte forse non
arriveranno a primavera. Non abbiamo quasi più risorse e io ho deciso che non sprecherò
ciò che ci resta per pagare tributi irragionevoli a un folle che non merita la corona».
Daniel rimase a bocca aperta a quell'ultima frase. I fiamminghi e il luogotenente
Hector si scambiarono sguardi attoniti.
Geoffrey Martewall si era irrigidito di colpo. «Per tutti i santi... che cosa avete fatto?»
domandò, temendo la risposta.
«Ho rifiutato di pagare le tasse al Senza Terra. Dal giorno del Santo Natale ho iniziato
a cacciare dalle nostre terre tutti quelli che venivano a esigere i tributi» rispose il vecchio
barone duramente. «Gli ultimi che hanno osato venire qui a minacciarmi in nome del re,
li ho fatti accogliere a frustate. Sono scappati strisciando. Da allora non si sono più fatti
vedere».
«Avete cacciato a frustate gli esattori di Sua Maestà!» esclamò Martewall, sconvolto.
«Vi rendete conto di cosa accadrà ora?!»
Il padre sollevò il mento senza alcun timore. «Quando arriverà, l'esercito mi troverà
pronto ad affrontarlo».
Geoffrey Martewall fece un passo avanti. «Ma questa è sedizione!»
Leowynn sollevò le mani d'istinto verso il fratello per calmarlo. «Tu non sai com'è
stata la vita qui durante la tua prigionia. Gli esattori arrivavano ogni mese a pretendere
denaro. Non era rimasto niente a furia di pagare tributi sempre nuovi» cercò di spiegare,
con un'espressione di dolore e risentimento sul bel viso. «Per mettere insieme il tuo
riscatto ci sono voluti mesi. Ti sapevamo in catene e non potevamo pagare la tua libertà.
Abbiamo dovuto vendere persino gli ultimi gioielli di nostra madre...» La voce le si
spezzò e il pianto rischiò di incrinare il contegno che la ragazza si era imposta.
«Ho già pagato un tributo di sangue al Senza Terra, con la vita di due figli e quasi
anche con la vita del terzo» intervenne il vecchio barone, con rancore. «Ho pagato con le
sofferenze della nostra gente, che ha dovuto subire angherie e vessazioni. Ho visto
spogliare il mio feudo. Ora questo re indegno non avrà altro da me se non il ferro delle
spade e il legno delle frecce. Dunchester ha già sofferto troppo a causa sua».
«Ma in questo modo condannate Dunchester alla distruzione!» ribatté Martewall,
furibondo. «Il re manderà qui il suo intero esercito!»
Daniel si guardò intorno, guardò il piccolo maniero con la cinta muraria più esterna
ancora in costruzione e si scoprì a sudare freddo.
Quella roccaforte non sarebbe durata per molto contro un esercito e il giovane
americano non poté fare a meno di immaginarsi i soldati di re Giovanni Senza Terra che
irrompevano all'interno delle mura e facevano strage di tutti quelli che incontravano sul
loro cammino. Compreso un eventuale cavaliere di Francia trovato prigioniero nelle
segrete.
«Io non temo questo esercito che non ha più niente di inglese, dopo la morte dei nostri
valorosi nelle inutili guerre in Francia» stava intanto dicendo il vecchio barone. «Sono
soltanto schifosi mercenari a ingrossare le sue fila, anche questi ricompensati con il
denaro che il re estorce a noi. Abbiamo pagato per le sue sconfitte, abbiamo pagato per
la sua politica irragionevole, adesso paghiamo anche gli uomini che vengono ad
angariare la nostra gente. Nei villaggi, chi non può pagare le tasse viene punito a frustate
e se è recidivo la sua casa viene data alle fiamme. La nostra autorità di baroni non vale
nulla né i nostri soldati possono in qualche modo intervenire a fermare l'operato degli
esattori, anzi ne devono subire l'autorità. Siamo servi nella nostra stessa patria per colpa
di un sovrano inetto e vigliacco che ci ha trascinati tutti nella sconfitta e nel disonore
della fuga».
«Basta con queste calunnie, le ho sentite fin troppo! Re Giovanni non è un vigliacco e
nessun cavaliere inglese si è disonorato in guerra!» esplose Martewall. «L'Impero ha
abbandonato il campo di battaglia ma non l'Inghilterra! Nessuno di noi è fuggito!»
«In Fiandra forse, perché là non c'era il re a darvi ordini. In Anjou, invece, e lungo
tutto il fronte meridionale è stato lo stesso Senza Terra a dare l'esempio per primo e ad
abbassare le armi. Ha ordinato di ripiegare davanti al Delfino Luigi di Francia e, così,
tanti nostri cavalieri si sono sacrificati per coprirgli la ritirata. Tuo fratello Peter era tra
loro e me l'hanno riportato in un sudario».
Martewall tacque per qualche istante e dovette passarsi la mano sul viso per tentare di
calmarsi. «Questa storia è una follia» disse infine, con voce comunque vibrante. «Voi
non potete sfidare la corona da solo. Cercate di rinsavire, per l'amor di Dio, e implorate il
perdono del re o ci farete ammazzare tutti».
«Bada a come parli: sono tuo padre e mi devi rispetto» l'ammonì il vecchio con
durezza.
Martewall fu costretto a rimangiarsi il resto del discorso.
«Non sono solo. Tutti la pensano come me» continuò suo padre a sorpresa. «Ne
abbiamo discusso e abbiamo deciso: questo re deve moderare le sue pretese oppure
rinunciare al trono».
Martewall spalancò gli occhi. «Tutti... chi?» domandò, trasecolando.
«Tutti i baroni. Ci siamo riuniti a Bury St. Edmunds prima di Natale e abbiamo
formulato una decisione. Il Senza Terra deve concederci la libertà che ci spetta e
smettere di opprimere i nostri feudi con tasse impossibili o noi non lo riterremo più
adatto a governare».
«Tradimento!» Martewall impiegò alcuni istanti prima di poter pronunciare quella
parola. «Voi avete osato cospirare contro il re!»
Il vecchio padre non fu nemmeno sfiorato dall'accusa. «Il tradimento si consuma
nell'ombra, mentre noi agiamo alla luce del sole» replicò. «Un documento formale con le
nostre richieste è stato presentato al re. Pretendiamo da lui il rispetto delle promesse
fatteci dai suoi predecessori Stefano ed Enrico e la restaurazione dell'autorità e dei diritti
che ci ha rubato con la forza».
«E se il re non dovesse accettare?»
«Allora perderà la corona, dovessimo anche togliergliela con le nostre stesse mani.
Finora il re ci ha ignorato e nessuno di noi è passato dalle parole ai fatti. Se io dovrò dare
l'esempio per primo, non mi tirerò indietro».
«NO!» quasi urlò Martewall. «Non vi permetterò di fare nulla del genere! Io ho
giurato, voi avete giurato fedeltà al re: la nostra famiglia non diventerà spergiura o
traditrice!»
La giovane Leowynn trasalì davanti all'ira del fratello maggiore, il vecchio barone
invece affrontò suo figlio con uguale durezza. «Io ho giurato fedeltà al trono
d'Inghilterra e non a un folle che sta portando quel trono alla rovina e al disonore».
Geoffrey Martewall serrò i pugni. «Io, Richard e Peter abbiamo combattuto per questo
re, voi non renderete vana la morte dei miei fratelli e tutte le mie battaglie rinnegando
colui che abbiamo seguito in guerra».
«I miei figli non hanno combattuto perché la loro patria subisse l'umiliazione, la loro
casa venisse spogliata di tutto e la gente che avrebbero dovuto governare e proteggere
fosse ridotta quasi in schiavitù» replicò il vecchio barone fermamente. «Puoi tu in
coscienza dire che il tuo re ha meritato il sacrificio fatto per lui? Che la morte dei tuoi
fratelli o le tue sofferenze in catene sono servite a qualcosa? Guarda com'è ridotta
l'Inghilterra: Giovanni ha sprecato tutto ciò che suo fratello Riccardo e suo padre Enrico
avevano conquistato e ora la nostra gente muore di fame e viene derisa dai Francesi. Non
è degno del suo retaggio reale e quindi non merita nemmeno la fedeltà».
Martewall stava quasi tremando d'indignazione. «Io non rinnego un mio giuramento,
nemmeno se l'uomo a cui l'ho fatto si dimostra immeritevole. Non tradirò il mio onore di
cavaliere e non combatterò contro il re! Se insistete a proseguire in questa follia, mi
avrete nemico».
Tutti i presenti, Daniel compreso, trattennero il fiato a quella minaccia irata.
Tutti tranne il signore del castello, che picchiò a terra con la punta del suo bastone.
«Tu resterai al mio fianco perché mi devi obbedienza e perché è tuo dovere. Il tuo primo
giuramento di cavaliere è stato quello di difendere i deboli e gli oppressi: non
abbandonerai la tua gente per continuare a servire un tiranno che si fa scudo dietro un
esercito mercenario, pagato col pane che toglie ai tuoi sudditi. Il tuo orgoglio non vale la
loro vita».
Un silenzio carico di gelo e di tensione scese nel cortile, mentre padre e figlio si
fronteggiavano, entrambi con i pugni serrati. Tutti fissavano Geoffrey Martewall
attendendo la sua prossima parola e il cavaliere alla fine dovette sentire sulle spalle
quegli sguardi ansiosi, perché si voltò indietro infastidito.
Fu in quel momento che vide Daniel e si accorse che il prigioniero aveva seguito
l'intera conversazione senza perdere una sillaba. Preso dalla foga della discussione, si era
completamente dimenticato di lui, lasciandosi osservare senza difese in un momento
tanto delicato.
Daniel capì che quel pensiero fece perdere del tutto le staffe al cavaliere.
«Portatelo via!» ordinò infatti Martewall ai suoi uomini, indicando il prigioniero con
un gesto violento. «Andate tutti fuori da qui!»
I fiamminghi sobbalzarono e si affrettarono a obbedire. Uno di loro afferrò Daniel per
un braccio, ma l'americano si divincolò, opponendo resistenza, anche perché sentì il
vecchio padre chiedere al cavaliere: «Chi è quell'uomo, Geoffrey? Perché è tuo
prigioniero?».
«Lasciami andare, Martewall!» esclamò Daniel, tentando il tutto per tutto. «Hai già
abbastanza guai a cui pensare, non tirartene addosso altri! Lo sai cosa accadrà, quando il
mio signore tornerà a casa e poi verrà a pretendere la mia libertà!»
Ian non si immagina nemmeno che io sono ancora qui, non verrà mai a cercarmi, si
disse contemporaneamente, disperato, ma sperò che il bluff funzionasse e servisse a
mettere il cavaliere inglese abbastanza sotto pressione da convincerlo ad abbandonare
ogni progetto su di lui.
Martewall però era così furioso da non sentire ragioni. «Hector, ti ho detto di portarlo
via!» ruggì.
Il luogotenente agguantò Daniel e lo trascinò verso il lato del cortile, con l'aiuto di un
altro uomo.
«Te ne pentirai!» minacciò l'americano rivolto a Martewall, mentre lo conducevano
via. «Lasciami andare, finché sei in tempo!»
Le sue proteste caddero nel vuoto.
Martewall si era girato verso il padre e la sorella e, anche da lontano, Daniel capì che
aveva messo fine a tutte le domande sul prigioniero con qualche risposta brusca.
Il giovane fu sospinto oltre una porta di legno e poi condotto giù per una buia rampa
di scale illuminata sul primo gradino da una torcia tremolante che il luogotenente Hector
prese con sé per fare luce sul cammino.
Daniel non fece fatica a capire dove lo stessero conducendo. Anche se aveva temuto
quel momento per tutto il viaggio, le segrete di Dunchester gli fecero una profonda
impressione perché gli sembrarono una catacomba. Si sentì mancare l'aria e la cosa
peggiorò quando si trovò davanti a una parete di sbarre di ferro che chiudeva una cella
ampia ma spoglia e vuota, a parte un pilastro nel bel mezzo, un pagliericcio steso in un
angolo e orrende catene appese alla parete di fondo, esattamente di fronte alle sbarre.
Hector gli liberò le mani dalle corde, poi lo spinse dentro senza rivolgergli nemmeno una
parola.
Quando la porta fu richiusa alle sue spalle e i carcerieri si allontanarono portando con
sé la torcia, Daniel si sentì sepolto vivo.
Fece un respiro profondo per non lasciarsi sopraffare dal panico e cercò di abituarsi
alla luce scarsissima che proveniva da una feritoia di poche spanne appena, posta nel
muro di fronte alla cella, all'altezza del soffitto.
Doveva esserci una via d'uscita da quel luogo. Doveva.
La prospettiva di attendere la morte in quella gabbia era troppo spaventosa e rischiava
di farlo impazzire, se non occupava la mente con altri pensieri.
Per qualche attimo il giovane rimase in ascolto. Il luogo sembrava completamente
deserto poiché non si udivano rumori, a parte quelli lontani che provenivano dalla
feritoia che dava fuori.
«Ehi, c'è nessuno qui?» chiamò Daniel, facendo un tentativo, ma non ebbe alcuna
risposta.
Doveva essere l'unico prigioniero, ipotizzò e non seppe se considerare quel fatto
positivo o negativo. Da un lato, le segrete vuote lasciavano sperare che il padrone del
castello non fosse un uomo che incarcerava la gente con leggerezza, dall'altro la cosa
poteva semplicemente significare che i prigionieri venivano giustiziati senza tante
cerimonie. Quell'ultima idea fece diventare ancora più pressante la necessità di fuggire.
«Uscita di emergenza» disse Daniel, alzando la mano a mezz'aria, ma ovviamente
Hyperversum non diede segno di voler rispondere all'ordine.
E ti pareva, pensò il giovane.
Esplorò ogni angolo con lo sguardo, cercando nella semioscurità più e più volte, ma
non trovò niente che potesse aiutarlo. La cella non conteneva nulla, se non ciò che
serviva a soddisfare le necessità basilari di un prigioniero, e di certo non aveva oggetti
che potessero favorire la sua fuga.
Il suo viso assunse una smorfia sarcastica. Nei film al cinema l'eroe trovava sempre
qualche rimedio improbabile che lo aiutava a uscire dalla prigione in cui era stato
rinchiuso, sia che fosse una spada nascosta o elementi chimici che, miscelati insieme, gli
consentivano di fabbricare la polvere da sparo.
A me questa fortuna non sta capitando di certo, pensò Daniel e allo stesso tempo si
rimproverò. E andiamo! Ho una laurea in fisica, anni di studi sui materiali! Devono pur
servire a qualcosa per uscire da qui!
Nonostante la sua rabbia, però, la situazione rimaneva disperata e, dopo aver frugato
invano tutta la prigione, Daniel si ritrovò aggrappato alle sbarre, impotente e spaventato.
Lo sfinimento stava prendendo il sopravvento su di lui e sulla sua determinazione a
reagire.
Daniel scivolò seduto sul pagliericcio e raccolse le braccia intorno al torso per
scaldarsi.
Con la mente corse a Ian, chiedendosi dove fosse l'amico in quel momento.
Qualunque cosa stesse facendo, non poteva certo immaginare cosa gli stava accadendo e
forse non l'avrebbe nemmeno mai saputo.
Si augurò comunque che fosse in salvo e che avesse potuto lasciare l'Inghilterra
incolume per tornare dalla sua Isabeau. Almeno uno dei due doveva uscire vivo da
quell'avventura assurda, pensò, ma poi dimise l'idea con un estremo impeto d'orgoglio.
Tutti e due usciremo vivi da questo maledetto gioco, si corresse e rivolse quel pensiero
rassicurante anche a Ian.
Anche io ce la farò, lotterò come tu hai sempre fatto, aggiunse.
Non era la prima volta che viveva quell'incubo, ci era già passato e ne era uscito vivo,
benché fosse più giovane e inesperto.
Non ero da solo quella volta, rammentò però subito dopo, ma si costrinse a soffocare
anche quel brivido di timore.
Aveva una famiglia che lo aspettava a casa, un fratello, i genitori, una futura moglie.
Il pensiero di Jodie lo scaldò e gli diede la forza per non abbattersi, per resistere fino
all'ultimo.
In qualsiasi modo, sarebbe uscito da quella gabbia e non vi sarebbe morto, decise,
stringendo i pugni. Sarebbe sopravvissuto e prima o poi avrebbe anche piegato
Hyperversum ai suoi voleri. Non sapeva come, ma ce l'avrebbe fatta.
Jodie, ti giuro che tornerò a casa, stava ancora ripetendosi, mentre la scarsa luce della
feritoia si spegneva col tramonto.
Capitolo 11
Un’immobilità spettrale aleggiava sul villaggio di Aversly. Non si vedevano uomini o
animali tra le case fatte di tronchi sbozzati e cannicci, cresciute come funghi di sordinati
nella radura. L'unico movimento era dato dalla colonna di fumo che saliva nel cielo da
qualche costruzione ancora nascosta dietro le altre.
Ian percepì immediatamente la sensazione di pericolo: fu un suggerimento dell'istinto,
inequivocabile. Qualcosa gli diceva che quel fuoco non era scaturito da un semplice
incidente. Ne ebbe la conferma quando udì Bull imprecare tra sé e sé a bassa voce:
«Maledetti! Di nuovo qui!».
«Che cosa succede?» domandò Ian, mentre la mano destra gli scivolava
automaticamente sulla spada sotto il mantello.
«Meglio se non vi fate notare» lo ammonì subito il boscaiolo, notando il gesto. «Non
se la prenderanno con voi, se rimanete in disparte».
«Sono venuti per i soldi, come sempre» disse Coda di volpe e si alzò in piedi sul
carretto per tentare invano di vedere qualcosa da lontano, ma Bull zittì anche lui, brusco.
«Sta' buono tu! Con tutti i furti che fai, sei quello che si deve far notare meno di tutti».
«Io non rubo!» protestò il ragazzino, smentito però immediatamente dal rossore che
gli colorì anche le orecchie.
Bull fece deviare il carretto per girare intorno alle case e non entrare nel centro del
villaggio seguendo la strada.
Ian lo seguì a cavallo, sempre più in tensione. Adesso sentiva anche voci alterate
provenire dalla direzione del fumo, ma non riusciva a capire le parole e a identificare il
numero dei presenti.
Bull proseguì per un po', poi s'inoltrò tra le case e infine fece fermare il carretto
accanto a una costruzione in legno. Era una casa rudimentale e spartana, composta da un
solo piano e da due vani al massimo, a giudicare almeno dalle finestre. Una tettoia
prolungava il tetto di paglia per tenere al coperto un piccolo deposito di legna, tagliata in
cataste ordinate, e il ricovero per il mulo.
Il boscaiolo smontò dal carretto per slegare l'animale. Coda di volpe balzò a terra
nello stesso momento e s'intrufolò di corsa tra le altre case, per andare a vedere cosa
stesse accadendo.
Anche Ian scese di sella e legò il suo cavallo a un palo della tettoia, tenendo però gli
occhi fissi nella direzione in cui era sparito il ragazzino.
Bull gli fece cenno di seguirlo. «Andiamo a vedere anche noi» disse cupamente.
La scena che si stava svolgendo nel centro del minuscolo villaggio colpi Ian di
sorpresa.
Il piccolo agglomerato di Aversly formava un anello intorno a uno spiazzo sterrato
che ospitava il pozzo, dal quale partivano sentieri, più che vere e proprie strade, che
consentivano di camminare tra una casa e l'altra.
Tutti gli abitanti erano riuniti ai bordi di quello spiazzo, spaventati, rigidi. Pastori,
boscaioli, cacciatori, gente povera, vestita sobriamente e abituata al lavoro duro; una
sessantina di anime in tutto.
Una casa bruciava proprio dalla parte opposta rispetto a dove Ian si trovava: era una
casa semplice, come quella di Bull, con un piccolo orto ormai completamente calpestato
e un pollaio ridotto in pezzi. Le galline giacevano morte una sull'altra, ammonticchiate
vicino al pozzo.
Un gruppo di quattro uomini, senza divise ma armati, era proprio lì accanto, con aria
spavalda: uno di loro aveva la spada sguainata e guardava la gente del villaggio con un
sogghigno sarcastico, come a voler sfidare qualcuno a farsi avanti. Altri due stavano
trascinando a forza un uomo in camicia verso il pozzo, dove li attendeva il quarto
compagno.
Una donna piangeva disperata a pochi passi dalla casa in fiamme, tenendosi stretta
alla gonna un bambino poco meno che decenne.
Ian capì in un lampo cosa stava per accadere, perché i suoi occhi furono attirati come
una calamita da un dettaglio di quella scena violenta: l'armato vicino al pozzo teneva in
mano una frusta.
Un brivido gli attraversò ogni singolo muscolo. La mano corse di nuovo alla spada e
la strinse così forte da farsi male.
Si trattenne a fatica, all'ultimo istante, ma si morse le labbra a sangue, mentre riviveva
in quella scena l'orrore del supplizio che lui stesso aveva subito in prima persona. Era un
incubo che non l'aveva mai abbandonato, che lo svegliava a volte di notte e lo riempiva
ancora di rabbia cieca anche a distanza di anni dall'accaduto.
Ian cercò di respirare a fondo, per calmare il cuore che adesso gli martellava nelle
orecchie. Doveva dominarsi, non doveva fare gesti avventati, non doveva esporsi, si
ripeté più e più volte. Capì però che gli sarebbe servita tutta la sua forza di volontà per
mantenere quel proposito.
La gente del villaggio guardava la scena con paura, senza osare fare nulla,
chiaramente terrorizzata dagli armati che spadroneggiavano nella piazza.
Il prigioniero stava invocando pietà dai suoi aguzzini. «Datemi solo qualche giorno in
più! Non ho guadagnato niente questo mese e dovevo sfamare la mia famiglia» gemeva.
«Vi giuro che troverò i soldi in qualche modo, dopodomani, subito dopo il mercato a
Glenhaven!»
«L'avevi detto anche il mese scorso, pezzente! E anche quella volta siamo dovuti
venire a ricordarti di pagare» ribatté l'uomo con la frusta, con un chiaro accento straniero
nel suo inglese. «E ora che tu impari a rispettare le scadenze. Ne abbiamo già abbastanza
di te».
Il prigioniero venne gettato contro il pozzo, per essere legato a uno dei pali di legno
che formavano la struttura, tra il mormorio angosciato della gente e il pianto disperato
della moglie col bambino.
«Maledetti banditi!» mugugnò Thomas Bull fermo al fianco di Ian, con un fremito di
rabbia nella voce bassa. «Vivono con i soldi che ci spremono ogni mese, come se
fossimo vacche da mungere! Avevamo già abbastanza problemi anche senza essere
sottomessi a questi strozzini stranieri».
Ian non riusciva a staccare gli occhi dagli uomini armati.
Banditi, strozzini, li aveva chiamati Bull, una banda di delinquenti capaci di
spadroneggiare solo perché erano i più forti: briganti di quel genere ce n'erano in ogni
tempo e ogni paese.
Ian sentì la rabbia montare. «Perché nessuno fa niente?» domandò, mantenendo a
fatica la voce bassa.
«E cosa dovremmo fare?» rispose il boscaiolo amaramente. «Nessuno di noi ha
denaro abbastanza per pagare al posto di un altro».
«Dovreste chiamare i soldati della città, altro che pagare a testa bassa!» esclamò Ian.
Bull scosse il capo. «I soldati non vengono fino a questo buco in mezzo al bosco. E se
anche venissero, non farebbero niente».
«Ma è inverosimile!» Ian stava arrivando al limite del suo autocontrollo.
«Se anche protestassimo o li denunciassimo, domani ne arriverebbero di più e allora
tutto il villaggio sarebbe dato alle fiamme».
«Non si può vivere così» replicò Ian, furente.
Bull annuì, piano. «No. Non si può» ammise. «Questa non è vita, è schiavitù».
Gli armati stranieri intanto avevano terminato di legare il loro prigioniero,
costringendolo ad abbracciare il palo del pozzo per offrire la schiena al supplizio.
«E smettila di frignare!» lo derise quello con la frusta, avanzando verso di lui.
«Comportati da uomo, altrimenti la prossima volta verremo a pretendere il pagamento da
tua moglie!»
I suoi compagni sghignazzarono, mentre andavano a raccogliere le galline morte da
terra per buttarle nei sacchi della soma di un mulo poco distante. L'animale era legato
vicino a quattro cavalli con bei finimenti e portava già un carico considerevole che
doveva essere il bottino appena razziato al villaggio e, presumibilmente, anche in
qualche altro luogo.
Lo straniero con la frusta stracciò la camicia sul dorso della sua vittima, poi fece di
nuovo un passo indietro.
Ian vide sulla schiena del prigioniero cicatrici inconfondibili, recenti, appena
rimarginate. Il ricordo della scadenza del mese precedente, come avevano detto gli
aguzzini.
Ian conosceva bene quelle cicatrici, perché ne portava addosso di simili e ricordava
ancora fin troppo il dolore e l'umiliazione che le avevano accompagnate.
Il sangue gli sali agli occhi.
«Che serva come ammonimento a tutti quelli che non pagano!» annunciò a tutti
l'armato, spavaldo, srotolando la frusta.
Il suo braccio si alzò ma non ricadde. L'uomo si trovò faccia a faccia con Ian, che
l'aveva afferrato per il polso.
«Bastardo, metti giù questa frusta o giuro che la userò per impiccarti al primo albero»
ringhiò l'americano allo straniero attonito e, trattenendolo per il braccio, gli piantò una
ginocchiata in pieno ventre. L'armato si piegò in due con un'esclamazione strozzata di
dolore e si afflosciò a terra.
In un solo istante, Ian gli strappò la frusta dalle mani e la gettò al suolo, poi ruotò su
se stesso per affrontare con la spada sguainata gli altri tre avversari, difendendo il
prigioniero. «Vi ha detto che non ha i soldi, non avete capito?» esclamò. «Quindi
toglietevi dai piedi!»
I tre erano stati colti di sorpresa dall'intervento improvviso e non ebbero tutti la stessa
prontezza di riflessi per reagire. Era evidente che non si aspettavano che qualcuno
potesse minacciarli e impiegarono qualche secondo prima di capire di essere stati sfidati
davvero.
«Come osi, bifolco?!» intimò alla fine quello che aveva già la spada in pugno e si fece
avanti per primo, ma Ian lo stava aspettando e gli si lanciò contro velocissimo. Lo
impegnò, fece pressione su di lui, lo costrinse a indietreggiare.
Fu come se l'addestramento da cavaliere riaffiorasse di colpo, mai dimenticato, dopo
un lungo letargo. Ian non dovette pensare a come muovere la sua spada, il corpo reagiva
da solo con scioltezza, nonostante gli anni di mancato allenamento. La spada
lampeggiava temibile nell'aria fredda.
Il suo avversario era più basso, più goffo, soprattutto non era furioso quanto lui. Ian lo
ferì quasi subito, prima al fianco, poi al braccio. Lo disarmò, poi lo scaraventò a terra
con un calcio. L'uomo rotolò fin quasi ai piedi dei presenti, che si fecero indietro con un
mormorio agitato.
Ian si voltò rapido per intercettare un movimento che sentì provenire alle spalle. Un
secondo nemico stava tentando di aggredirlo da dietro, ma si fece meno agguerrito
quando vide l'americano parare la sua spada facilmente. Ian lo incalzò, furente, lo
respinse e lo ferì. Con un'esclamazione strozzata, lo straniero si mise precipitosamente a
distanza di sicurezza per riprendere fiato.
Ian si trovò di fronte un altro avversario. «Non ne avete avute abbastanza?» gli
esclamò contro. «Andate via e non fatevi più rivedere!»
Ci fu un fischio nell'aria. Il nemico gettò un grido e cadde all'indietro, mentre il volto
gli si copriva rapidamente di sangue.
Ian si girò di scatto e vide Coda di volpe chino tra le gambe della gente del villaggio.
Aveva in mano una fonda formata da una lunga striscia di cuoio e stava già cercando a
terra un'altra pietra da lanciare. «Andate via, maledetti!» ripeté con sfida, rivolto ai
quattro tormentatori. «Via o sarà peggio per voi!»
Il suo grido fu come un segnale che riscosse l'intero villaggio dalla sua spaventata
immobilità. Gli abitanti cominciarono a inveire violentemente contro gli stranieri armati,
prima alzando soltanto i pugni in aria, poi gettando sassi.
«State indietro, pezzenti! Come osate?!» intimò uno degli armati, brandendo la spada
verso la gente, ma si sentì che la sua voce adesso non era più spavalda come prima.
Aveva paura e la folla lo capì in un lampo. Le grida si fecero più minacciose. L'uomo
puntò la spada a destra e a manca, non sapendo da che parte voltarsi per fronteggiare
tutti quelli che lo fissavano pericolosamente.
Ian gli si parò davanti. «Hai sentito cosa dicono: dovete sparire e non tornare mai più»
sibilò feroce e attaccò per ricacciare lo straniero dai suoi compagni.
Ritti gli armati stavano indietreggiando per tenere la gente a distanza, ma nel
contempo gli abitanti del villaggio stringevano il cerchio, esasperati da mesi di
vessazioni. Alcuni avevano impugnato i bastoni e la cosa spaventò i loro aguzzini, che si
sentirono in trappola. Uno di loro cominciò a mulinare la spada verso la folla e, spinto
dal panico, commise l'irreparabile.
Un robusto pastore gli si era avvicinato troppo, armato di bastone; lo straniero reagì
con violenza e affondò la spada. Il pastore cadde trafitto con un grido e la sua casacca si
tinse rapidamente di sangue.
«No!» esclamò Ian, ma la sua voce si perse nel ruggito che si levò tra gli abitanti.
La gente si gettò in avanti. L'uomo armato si difese invano per qualche secondo:
venne letteralmente inghiottito da un'onda di mani, corpi e gambe e sparì dalla vista nella
calca.
«Fermatevi!» ordinò Ian, accorrendo per intervenire, ma, così facendo, perse di vista
gli altri tre nemici.
Fece appena in tempo a cogliere con la coda dell'occhio qualcosa saettare verso di lui
e alzò il braccio sinistro per proteggersi. Sentì un dolore atroce e urlò, mentre la frusta
gli si avvinghiava all'avambraccio, ma ebbe comunque la prontezza di afferrare con la
mano quella striscia di cuoio spesso e intrecciato e di bloccarla, arrotolandola intorno al
polso. Il nemico che teneva l'altra estremità era cinereo di paura, perché vide
l'espressione d'odio feroce disegnarsi sul volto di Ian.
«Non osare alzare una frusta su di me» scandì quest'ultimo, fuori di sé per l'ira, poi
strattonò la treccia di cuoio e trascinò l'uomo verso la punta della sua spada tesa.
Ebbe la lucidità all'ultimo istante di deviare la lama e non colpire a morte. Trafisse la
gamba del nemico da parte a parte e lo inchiodò a terra nella polvere. L'uomo gridò, Ian
gli si chinò sopra, pesando sull'elsa con tutta la sua statura. «Ve ne dovete andare, lo
capite o no?» ansimò, suo malgrado sconvolto. «Via da qui o morirete tutti!»
Ritrasse la spada, lasciò il nemico a terra, poi si voltò per correre a fermare la gente
prima che linciasse gli altri. «Basta!» urlò, mentre lottava per sottrarre una preda dalle
mani degli abitanti inferociti. Qualcuno lo aiutò, Ian vide accanto a sé la figura robusta
di Thomas Bull.
Insieme, i due trascinarono via lo straniero ormai coperto di lividi e sangue e lo
buttarono accanto a quello che era rannicchiato a terra con la gamba ferita. Fecero
altrettanto con un terzo nemico mentre alcuni altri abitanti venivano a dare loro man
forte. Per l'ultimo, invece, era troppo tardi.
Ian rimase a guardare impotente il cadavere steso a terra, dopo essere riuscito a farsi
largo tra la gente. Accanto ad esso c'era anche il corpo del pastore che aveva ucciso con
la spada solo pochi minuti prima.
«Maledizione...» imprecò Ian a bassa voce, passandosi la mano sul viso tirato.
Alcuni accorsero verso il pastore morto, gridando di dolore. Tra loro c'erano una
donna e due ragazzi giovani. Singhiozzavano, confortati invano dagli altri compaesani,
che sollevarono il corpo per portarlo via. Le grida e i pianti continuarono a risuonare
anche da lontano.
Ian sentì il cuore farsi di piombo.
Non doveva unire così. Non doveva. La responsabilità di essere stato il primo a
iniziare quella specie di piccola sommossa popolare lo assalì e lo fece star male. C'erano
stati due morti e, benché non avesse mai voluto che accadesse, se ne sentiva colpevole.
«Maledizione!» ripeté, pieno di costernazione e di rabbia verso se stesso, e si strinse
al petto il braccio dolorante.
Passato il momento d'isteria collettiva, adesso anche la gente del villaggio guardava il
cadavere dell'armato straniero con sentimenti diversi: apprensione e senso di colpa, ma
anche rabbia e rancore. Alcuni tacevano spaventati, altri commentavano l'accaduto tra
loro, concitatamente. Quasi tutti però guardarono Ian almeno una volta, come se si
aspettassero una decisione da lui.
«Date anche a lui una sepoltura onorata» disse infime il giovane e si segnò. «Che il
Signore ci perdoni per tutto questo».
Tutti si fecero il segno della croce con lui, poi alcuni uomini si chinarono a
raccogliere il corpo.
Ian si ritrovò all'improvviso davanti la moglie dell'uomo che stava per essere frustato.
«Signore, grazie! Grazie!» esclamò la donna in lacrime, prendendo le mani del giovane e
stringendole forte. Era sconvolta e non smetteva di tremare. «Questa volta mio marito
non sarebbe sopravvissuto! Dio vi renda merito per averlo salvato!»
Il bambino piangeva ancora, aggrappato alla sua gonna, con gli occhi dilatati per
quella scena che non avrebbe mai dimenticato.
Ian non seppe che altro dire, se non qualche parola per calmare la donna e nel
frattempo accarezzare la testa del piccolo, scosso dai singulti.
Il prigioniero era stato liberato dai suoi compaesani e poté correre ad abbracciare la
moglie e il figlio con sollievo. Anche lui ringraziò mille e mille volte Ian per averlo
difeso. «Vi sarò grato per sempre» aggiunse e aveva la voce ancora spezzata per
l'emozione violenta.
Ian vide che l'uomo aveva il volto contuso, segno di inequivocabili percosse. «Era la
vostra casa?» domandò cupo, accennando all'edificio che bruciava ancora.
L'uomo annuì, con un nodo in gola. «Sì. Ora non ci è rimasto niente». Guardò prima
la casa poi la sua famiglia che gli si stringeva addosso. «Ma siamo ancora vivi»
continuò. «Ricominceremo da capo da un'altra parte».
Alcuni abitanti si accostarono per testimoniare la loro solidarietà. Gli uomini
stringevano la spalla al marito, le donne si rivolgevano alla moglie e al bambino per
consolarli. Offrirono aiuto, cibo e riparo alla famiglia ormai ridotta in miseria.
Ian si sentì appena un po' confortato, poi si voltò verso Bull che gli faceva cenno da
lontano. Il boscaiolo era fermo con alcuni robusti compaesani a sorvegliare con i bastoni
i tre ex-aguzzini rimasti nelle loro mani, feriti e doloranti.
Ian s'incamminò in quella direzione e si trovò subito Coda di volpe alle costole.
Il ragazzino aveva lo sguardo acceso per l'eccitazione. «Siete stato incredibile!»
esclamò, fissando Ian come se fosse san Giorgio redivivo. «Dove avete imparato a
battervi così? Ne avete affrontati quattro senza alcuna paura!»
«È stata incoscienza» brontolò Ian, rivolgendosi quel rimprovero mentalmente altre
venti volte mentre lo diceva. «Come la tua bravata con quella fionda».
Il ragazzino roteò la sua arma, per nulla toccato dal rimbrotto. «Posso colpire una
lepre in corsa» si vantò.
Ian non aggiunse altro e andò da Bull con aria torva.
I tre prigionieri seduti a terra lo guardarono con paura e rancore, ma nessuno di loro
osò un fiato, mentre gli abitanti del villaggio li tenevano d'occhio con i loro bastoni.
«Dobbiamo abbandonare il paese, tutti quanti» annunciò Bull, non appena il giovane
gli fu a portata di voce «e voi fareste bene a far perdere le vostre tracce appena partito da
qui. Non vogliamo uccidere questi bastardi, ma quando li lasceremo andare torneranno
con i rinforzi e daranno la caccia a voi con particolare accanimento».
«Voi potete difendervi» obiettò Ian. «Non dovete rinunciare alla vostre case per paura
di questa gentaglia».
Il boscaiolo scosse la testa e anche i suoi compaesani si mostrarono d'accordo con lui.
«No, abbiamo passato il segno e non riusciremo più a vivere qui. Non ce la faranno
passare liscia. D'altra parte, l'illusione di poter abitare ad Aversly in pace era svanita da
un pezzo. Molti di noi se n'erano già andati alla fine dell'autunno perché non ce la
facevano a continuare». Con la mano indicò alcune case intorno alla piazza.
Ian vide che erano chiuse e in abbandono.
«Possiamo andare a morire di fame altrove, niente ci lega a questo posto» aggiunse un
altro uomo, amaramente. «La vita non sarà più facile, ma forse troveremo un luogo dove
gli esattori del re sono tenuti più a freno».
Il cuore di Ian mancò un palpito.
«Gli esattori... del re?» ripeté il giovane, folgorato dalla rivelazione e guardò i
prigionieri con gli occhi sgranati. Gli altri però stavano già discutendo tra loro sul da
farsi e non lo udirono. Piano piano, intorno a loro si stavano raccogliendo anche molti
compaesani.
«Dobbiamo radunare tutti e dire loro di raccogliere le cose prima dell'alba» diceva
Bull. «Poi ciascuno deciderà dove andare».
«Noi andremo a ovest» annunciò uno degli uomini. «Mio fratello abita a tre giorni da
qui. Darà asilo a me e ai miei».
«Dobbiamo andare a Dunchester» intervenne invece un altro. «Ho sentito dire che
hanno bisogno di braccia per espandere la città e il signore di quel luogo ci difenderà.
Lui non ama gli esattori del re, al contrario del nostro barone».
«Nemmeno sir Murrow ama gli esattori del re, ma è un ragazzino: che potrebbe mai
fare?» disse un terzo.
«Di sicuro non difende i suoi sudditi, cioè noi» brontolò Bull. «I mercenari qui hanno
avuto mano libera fino ad ora».
Il discorso aveva fatto alzare gli occhi a Ian, strappandolo momentaneamente dai suoi
pensieri turbati. «Il signore di Dunchester? Intendete il barone Geoffrey Martewall?»
«Il figlio più giovane? No, per quanto ne so è ancora prigioniero di guerra» rispose
l'uomo che aveva menzionato per primo Dunchester. «Parlo di sir Harald Martewall, suo
padre».
«Ho sentito dire che ha cacciato i mercenari del re dalle sue terre, di recente» osservò
Bull, pensoso.
«E vero: ha fatto cacciare gli esattori a frustate» confermò Coda di volpe con un
sorriso orgoglioso. «Da allora non sono più tornati».
«E tu che ne sai?» gli domandò Ian.
«Willingham, dove abita il ragazzo, è nel feudo di sir Martewall» spiegò Bull. «Il suo
territorio comincia a qualche miglio da qui».
«Forse dovremmo davvero chiedere asilo a lui» meditarono gli altri uomini.
«Potete scappare dove volete, tanto vi ritroveremo!» minacciò uno dei prigionieri, con
rancore. «Tutti quelli che si mettono contro di noi pagheranno prima o poi la loro
insolenza, voi come quel vecchio pazzo di Dunchester!»
«Noi siamo la legge! Vi porteremo tutti al patibolo per ribellione!» aggiunse un altro,
prima di essere zittito da una pedata nella schiena.
«Portate via questi tre corvi!» esclamò Bull e nella sua voce risuonarono i vecchi
modi burberi da soldato. «Li terremo rinchiusi da qualche parte finché non saremo pronti
a partire, così non potranno andare a dare l'allarme ai loro degni compari».
I più giovani dei suoi compaesani non si fecero ripetere l'ordine e legarono i tre
prigionieri con corde robuste, prima di farli alzare per spingerli via pungolandoli con i
bastoni. Uno di loro dovette essere sorretto per camminare poiché appoggiava a fatica il
peso sulla gamba ferita, fasciata alla bell'e meglio con un lembo di stoffa della sua stessa
camicia.
Gli uomini si dispersero per andare a formare capannelli sparsi con gli altri abitanti,
uomini, donne e bambini, che discutevano su cosa fare. La minaccia dei prigionieri
aveva però colpito Ian, già in preda a un turbamento profondo. Il giovane guardò i tre
esattori scomparire tra le case, scortati sgarbatamente da quelli che erano stati le loro
vittime fino a poco prima. Non aveva capito nulla della situazione, ora se ne rendeva
conto appieno. Si era slanciato in avanti, convinto di avere a che fare con un branco di
canaglie senza legge, e invece aveva aggredito i soldati del re.
Parlano con accento straniero, sono senza segni di riconoscimento, non potevo
sapere che fossero mercenari al soldo di Giovanni Senza Terra, cercò di giustificarsi,
ma allo stesso tempo si rimproverò di non aver ricordato gli uomini senza divise che
stavano accanto ai gabellieri al porto di Glenhaven. Già allora aveva sospettato che
quegli uomini fossero agenti del tesoro e si diede dell'idiota adesso per non aver
associato quelle figure agli armati che aveva visto spadroneggiare nel villaggio.
Per avventatezza, per incoscienza, aveva puntato la spada contro gli esattori del re.
Quella frusta mi ha fatto perdere la testa, si accusò.
Non che si fosse pentito di aver dato una lezione a quei delinquenti. Nemmeno una
corona poteva legittimare le angherie a cui avevano sottoposto quel villaggio, angherie
che si protraevano da lungo tempo. Ian però adesso sapeva di aver messo in grave
pericolo la gente di Aversly, perché l'aveva spronata a ribellarsi all'autorità.
Bull aveva ragione nel dire che dovevano andarsene tutti al più presto possibile. Prima
che gli armati del re arrivassero con i rinforzi e il doppio della ferocia.
«Fatemi vedere la vostra spada» lo distrasse Coda di volpe, tirandolo per una manica.
«Credete che anch'io potrei imparare un giorno a battermi come voi?»
«Ma non hai visto abbastanza sangue per oggi?!» scattò Ian, con una durezza che non
gli apparteneva ma che non riuscì a trattenere. «Vattene a casa da tua madre, è quello il
posto per un bambino come te! Impara un mestiere serio e non a sventolare una lama!»
Coda di volpe fece un balzo indietro, spaventato, poi però rivolse a Ian uno sguardo
ferito e offeso, girò sui tacchi e scappò via.
Ian si pentì di essere stato tanto ruvido, ma non richiamò indietro il ragazzo. Meglio
così, si disse, meglio che se ne vada il più lontano possibile da qui prima che la
situazione degeneri del tutto.
Thomas Bull disse una frase molto simile ad alta voce. «Un giorno quel ragazzino si
metterà nei guai davvero» aggiunse. «Avete fatto bene a mandarlo via, perché si
ricorderanno della pietra che ha lanciato per primo. Stanotte dormirà con sua. madre e
sarà più al sicuro che qui».
«Anch'io devo andare» disse Ian, agitato. «Ho già fatto abbastanza danno per
rimanere».
«State scherzando?» si oppose Bull. «Ormai è buio e voi non conoscete la strada. Vi
perdereste nel bosco per morire di freddo. Ve ne andrete domattina dopo aver riposato».
«Ma».
«Non dovete sentirvi in colpa. Avete salvato una famiglia e avete solo dato l'esempio
di ciò che noi avremmo dovuto fare mesi fa, io per primo».
«Per colpa mia però adesso dovete rinunciare alle vostre case» obiettò Ian, costernato.
Il boscaiolo scrollò le spalle. «Quante ne abbiamo già ricostruite? A volte per le
intemperie, a volte per altri motivi». Indicò con un gesto eloquente la casa data alle
fiamme dai mercenari. «Questo sarà solo un altro trasloco».
Ian guardò a sua volta la costruzione ormai ridotta in cenere, ma non sentì alcun
conforto per i suoi sensi di colpa.
Bull lo notò. «Sarebbe accaduto ugualmente, prima o poi, solo ci sarebbero stati più
morti, senza la vostra spada a mettere in difficoltà quei maledetti. Abbiamo abbassato la
testa come pecore fin troppo» insisté, per convincere il suo interlocutore. «Siamo
uomini, non bestie. Nemmeno un re può trattarci in questo modo, men che meno un re
disonorato come il Senza Terra».
Ian alla fine annuì, ma senza dir nulla, con la testa persa dietro mille pensieri
burrascosi.
Bull lo distrasse, perché lo stava sbirciando con aria pensosa. «Combattete bene. Voi
non avete evitato la guerra» buttò li.
«No» ammise Ian, sulle spine. «Purtroppo, l'ho vista molto da vicino e ne provo
ancora orrore».
Il suo tono fu tale da far capire a Bull che era meglio sorvolare sull'argomento e, da
parte sua, anche l'ex-soldato sembrò felice di non rivangare vecchi ricordi sanguinosi.
Fece un mezzo sorriso comprensivo. «Allora, vorrà dire che ti darò del tu» riprese
semplicemente. «Potresti essere mio figlio e sei un commilitone, non c'è ragione di
tenere tante formalità tra soldati. Vieni, è ora di assaggiare un po' di birra insieme. E da
quando la mia vecchia è morta e i nostri figli se ne sono andati che non bevo più in
compagnia».

***

Bull trovò a Ian un posto in cui dormire nel fienile di alcuni vicini. Gli aveva anche
offerto di rimanere nella sua casa e di cedergli persino il letto, ma il giovane non aveva
voluto sentire ragioni. Aveva accettato un po' di cibo e di birra, poi si era ritirato a
dormire, lasciando il boscaiolo a discutere con gli altri abitanti i preparativi per
l'evacuazione dell'indomani. Aveva bisogno di stare da solo, di meditare su tutto ciò che
era accaduto e capire cosa avrebbe portato il futuro. Già, il futuro. Ancora una volta si
trovava nella condizione di sapere cosa sarebbe accaduto nei prossimi mesi: gli
avvenimenti di quella giornata convulsa gliel'avevano ricordato di colpo.
Il 1215 era l'anno in cui re Giovanni Senza Terra sarebbe stato costretto a concedere la
Magna Charta Libertatum, la Carta delle Libertà, ai suoi baroni in rivolta: un documento
famoso perché era considerato da molti storici la base delle moderne costituzioni. Quel
documento sanciva i diritti e i privilegi dei baroni e le libertà della Chiesa nei confronti
della corona e avrebbe portato riforme importanti nella giustizia, come la garanzia di
processi con una giuria.
A giugno, con l'estate alle porte, il re si sarebbe piegato alle armi dei suoi vassalli
ribelli e avrebbe firmato quel documento per interrompere le ostilità con i suoi feudatari.
L'Inghilterra si stava avviando verso la guerra civile e quello che Ian aveva visto nel
villaggio era solo una delle prime avvisaglie.
Perché non ci aveva pensato prima? Perché non l'aveva ricordato?
Seduto nella paglia del fienile, il giovane si passò le mani sul viso, ancora incredulo.
I baroni inglesi dovevano essersi già riuniti in un luogo chiamato Bury St. Edmunds
per decidere insieme la linea da tenere contro il loro sovrano: stavano per imbracciare le
armi e dopo qualche mese di combattimenti, a primavera, avrebbero strappato al re quel
documento che era una pietra miliare del diritto costituzionale.
Il 15 giugno 1215 era una data cruciale nella storia d'Inghilterra.
Mancavano solo pochi mesi.
Ecco perché la gente del villaggio era tanto esacerbata, perché aveva reagito con
violenza in un istante, come se stesse aspettando un segnale. La rivolta stava per
scoppiare, forse addirittura in quello stesso mese di gennaio. Presto il malcontento per la
tirannica politica di Giovanni Senza Terra avrebbe preso il sopravvento in quasi metà del
paese e i baroni, spogliati della loro autorità dal re, l'avrebbero pretesa di nuovo con la
forza, occupando persino Londra. Gli abitanti della città, esasperati dalle tasse e dalle
angherie del loro sovrano, avrebbero aperto le porte ai ribelli di buon grado, cacciando
con forconi e bastoni i soldati reali.
Prima e dopo la conquista di Londra, però, ci sarebbero state battaglie, rivolte
sanguinose e distruzioni, nelle campagne e in molti villaggi e città.
Adesso le suggestioni che nella testa di Ian accompagnavano il nome di Dunchester
assumevano sfumature ancora più sinistre, eppure il giovane continuava a non
rammentare quale vicenda fosse legata a quel feudo sui libri di storia.
Una battaglia? Una rivolta? Un trattato?
Che cosa, dannazione? Perché non ricordo? si ripeté Ian ancora una volta, stringendo
le mani una nell'altra. Perché non ho studiato meglio la storia d'Inghilterra?
Il braccio sinistro faceva male e lo distrasse dai suoi pensieri. Ian si arrotolò la manica
per guardarsi alla luce della luna che entrava da una botola aperta del fienile.
L'avambraccio mostrava un segno violaceo, che partiva dal polso, arrotolandosi fino al
gomito. La frusta non aveva lacerato gli abiti né la pelle, ma la contusione era comunque
dolorante e gonfia.
Ian l'esplorò cautamente con le dita e sospirò prima di chiudere la botola e lasciarsi
cadere sdraiato nella paglia, affondandovi per coprirsi e stare caldo, nel buio.
Dunchester continuava ad aleggiare nella sua testa come un fantasma foriero di
sventura ma, qualunque cosa fosse legata a quel nome, Ian aveva una certezza.
Devo andarmene dall'Inghilterra il prima possibile.
Capitolo 12
La luce dell'alba aveva appena iniziato a filtrare attraverso la feritoia, quando una
torcia arrivò a illuminare la segreta buia nelle viscere del maniero di Dunchester. Daniel
era già sveglio e la vide arrivare con un misto di paura e sollievo.
Aveva fame e sete. Dal pomeriggio precedente era stato lasciato solo e completamente
dimenticato in quel buio opprimente e, durante un momento di sconforto, aveva persino
temuto di finire i suoi giorni così, d'inedia, in quella cella fredda.
Adesso l'arrivo di qualcuno rompeva finalmente la spaventosa solitudine che il
giovane aveva vissuto nelle ultime ore, portando però anche il timore che quella novità
annunciasse qualche orribile sviluppo nella prigionia.
La luce della torcia impiegò tempo a scendere le scale. Mentre Daniel osservava
l'avvicinarsi e l'intensificarsi del suo riflesso sul muro, udì distintamente il rumore di un
bastone sui gradini di pietra e seppe chi stava arrivando.
Il vecchio barone Harald Martewall fece la sua comparsa nella segreta, accompagnato
e sorretto da un giovane servo che teneva la torcia alta per illuminare il cammino.
Daniel si alzò in piedi in silenzio, osservando da lontano il signore del castello.
Il barone arrivò fino di fronte alle sbarre della cella, senza mai distogliere gli occhi da
quelli del prigioniero, poi abbandonò il servo e gli fece cenno di allontanarsi. «Aspettami
ai piedi delle scale» gli disse.
Il servitore annuì, infilò la torcia in un supporto apposito nella parete di fronte alla
cella e poi si ritirò in disparte nel buio, scomparendo dalla vista.
Harald Martewall si appoggiò con entrambe le mani al suo bastone davanti a sé.
Incuteva rispetto, nonostante la sua posa tradisse l'infermità.
«Mio figlio non ha voluto spiegarmi chi ha condotto prigioniero fino a qui» esordì con
voce seria. «E ostinato, irrispettoso persino. Crede di avere il diritto di tenere un segreto
con me, in casa mia».
Daniel non disse niente, ma si limitò ad accettare l'esame silenzioso a cui il barone lo
stava sottoponendo con gli occhi.
«Ditemi il vostro nome» continuò il vecchio, pacatamente.
Daniel non aveva ragione di tacere o di essere meno che sincero, anche perché
Geoffrey Martewall avrebbe comunque potuto smentire immediatamente qualsiasi
menzogna avesse voluto inventare.
Si presentò dunque con nome e cognome e aggiunse, non senza un certo timore delle
conseguenze: «Sono un cavaliere di re Filippo Augusto di Francia».
Sir Harald però non batté ciglio nel sentir nominare il sovrano che aveva appena
sconfitto l'Inghilterra. «Non siete stato catturato in duello o in battaglia, è così?»
domandò invece.
«Infatti» rispose Daniel, studiando le reazioni del barone. «Sono stato preso in
ostaggio mentre ero in viaggio verso sud. Catturato in una locanda dove cercavo cibo e
riposo».
Una nuvola passò sulla fronte austera del vecchio. «Mio figlio forse ha dimenticato gli
obblighi d'onore di un cavaliere» commentò, cupo. «La guerra può operare molti
cambiamenti in un uomo, ma non tutti sono giustificati».
Tacque per qualche istante, perso dietro pensieri impenetrabili, poi continuò: «Perché
Geoffrey vi considera suo nemico?».
«Vostro figlio non voleva me, ma il mio signore. È lui quello che considera il suo
nemico. Ci aveva catturato insieme, io però sono riuscito a far fuggire il mio compagno
di viaggio. Vostro figlio ha dovuto accontentarsi dell'ostaggio meno importante».
«Chi è il vostro signore?»
«Il conte Jean Marc de Ponthieu, feudatario di Montmayeur».
Inaspettatamente, il barone annuì e poi abbassò lo sguardo sulle mani che teneva una
sopra l'altra sul bastone. «Jean de Ponthieu» ripeté, meditando. «Mi rammento di lui, lo
conoscevo».
Daniel s'irrigidì, con sorpresa, temendo il peggio. Com'è possibile? si domandò
spaventato.
Sir Harald però sembrava rincorrere memorie lontane. «Lo ricordo sul campo di
battaglia, in Terrasanta. Lui seguiva re Filippo, io il buon re Riccardo ed eravamo
compagni contro i mori. Aveva due figli piccoli quando partì per la crociata. Il più
giovane si chiamava proprio come lui, il maggiore invece...»
«Guillaume de Ponthieu» lo aiutò Daniel e contemporaneamente tirò un profondo
sospiro di sollievo. Aveva dimenticato che il padre di Jean de Ponthieu portava il suo
stesso nome e per un attimo aveva temuto che il vecchio stesse invece parlando proprio
dell'uomo che Ian aveva sostituito alla corte francese. Se così fosse stato, il barone
avrebbe potuto facilmente smentire la falsa identità che Ian aveva assunto agli occhi del
mondo.
Falso allarme, si disse Daniel, ringraziando il cielo.
Nel contempo, dopo la frase "il buon re Riccardo" aveva capito ulteriori motivi per la
dichiarata avversione del barone nei confronti di Giovanni Senza Terra: non era uno
storico come Ian, ma aveva visto abbastanza film su Robin Hood da sapere che chi era
fedele seguace di Riccardo Cuor di Leone odiava senza mezzi termini il fratello minore
Giovanni. Il fatto poi che il primogenito del barone si chiamasse Richard, esattamente
come il defunto re, era un'altra prova a conforto delle sue teorie.
«Guillaume, sì» aveva intanto ripetuto sir Harald. «Jean padre era un valoroso e morì
ad Ascalona, sacrificandosi per molti di noi. Spero che i suoi due figli siano diventati
degni di lui».
«Più di quanto immaginiate» replicò Daniel con sicurezza. «Chiunque li abbia
incontrati sul campo può testimoniarlo».
«E dunque perché mio figlio odia il vostro signore al punto da dimenticare il rispetto
che si deve a un avversario valente?»
Daniel cercò di riflettere in fretta, per non commettere errori. «Questo, credo dovreste
chiederlo a lui» rispose, cauto. «Niente, né in battaglia né in torneo, può averli resi
nemici, perché nessuno dei due è mai venuto meno all'onore. C'era un uomo, però, che
era nemico giurato del mio signore e amico di vostro figlio. Credo sia lui la chiave di
tutto. Si chiamava Jerome Derangale».
Il barone si accigliò. «Il signore di Hansbury? Mi ricordo anche di lui» disse. «Con
Geoffrey erano amici da ragazzi, anche se poi si sono persi di vista per alcuni anni. Fu
Derangale a chiamare mio figlio in Fiandra poco prima della guerra: stava organizzando
un reparto di cavalleria per il conte Ferrand de Flandre e voleva il mio ultimogenito
come campione per un torneo».
«Non conosco questi dettagli. Io vidi vostro figlio per la prima volta al torneo di
Béarne, quando ero ancora scudiero. In quell'occasione si comportò bene, a differenza
del suo compagno che dimostrò più di una volta di essere sleale».
«Sleale!» esclamò il barone, quasi offeso. «Un compagno di mio figlio accusato di
essere un fellone!»
«Era un uomo indegno» rincarò Daniel. «Non meritava di essere chiamato cavaliere e
le sue ultime azioni prima di morire lo dimostrano. Diede ordine ai suoi sicari di
assassinare il conte Jean Marc a tradimento nelle sue stesse terre. L'agguato ebbe luogo
in un monastero. Il mio signore si salvò per puro miracolo».
Sir Harald era impressionato. «Questa è un'accusa molto grave».
«Non sono io a farla, la ripeto soltanto. Alcuni dei sicari che presero parte al
complotto sono stati catturati e hanno confessato».
Il vecchio barone fece per dire qualcosa, ma fu distratto e si voltò. Una presenza
leggera era comparsa in fondo alla scala, la stessa ragazza aristocratica e sottile che
Daniel aveva visto il giorno precedente nel cortile del castello. Il servo che prima
scortava il barone adesso accompagnava lei dal fondo della scala, per impedirle di farsi
male finché non fosse arrivata in un luogo più illuminato.
Leowynn Martewall si stringeva una mantella sulle spalle, sopra il vestito ricamato, e
andò subito dal barone. «Padre, ma cosa fate qui?» esclamò preoccupata. «Fa freddo e
voi non dovete affaticarvi!»
«Che cosa fai tu, qui, figlia mia. Questo non è il posto adatto a una fanciulla» le
rispose il padre, ma senza asprezza nella voce.
La ragazza in effetti sembrava intimorita dal luogo tetro e buio, come se lo vedesse
per la prima volta. «Non vi trovavo più, mi stavo preoccupando» disse, cercando di
nascondere il disagio. «Poi ho capito che sareste venuto da quell'uomo». Da lontano
scoccò un'occhiata ostile a Daniel, chiuso nella sua cella.
Il giovane sostenne quello sguardo senza alcuna vergogna e alla fine fu lei a dover
distogliere gli occhi. «Venite, torniamo nel salone, la colazione è pronta e voi dovete
prendere il vostro infuso» si affrettò a dire, porgendo la mano al padre con un gesto
d'invito, ma il barone scosse la testa. «Va', io ti raggiungerò presto. Devo prima sapere
alcune cose da questo cavaliere».
«E un nemico di Geoffrey, che altro c'è da sapere?» sbottò la ragazza, sempre più
innervosita, ma nella sua voce c'era forse anche una nota di timore. «Andiamo via prima
che prendiate un raffreddore».
Un rumore di passi risuonò lungo la scala: Leowynn si voltò quasi di soprassalto.
Erano i passi decisi di più uomini. Il signore del castello rimase in silenzio ad attendere il
loro arrivo.
Daniel, allo stesso modo, diventò attento, scosso da un brivido spiacevole lungo la
schiena.
Geoffrey Martewall fece la sua comparsa nella segreta, seguito dall'onnipresente
Hector con una torcia e da due dei suoi compagni fiamminghi. Il cavaliere indossava ora
abiti degni del suo rango, di colore nero, forse perché era la tinta dominante sul blasone
dei Martewall oppure, semplicemente, per celebrare il lutto per il fratello appena
scomparso, come non aveva potuto fare durante la prigionia.
Era temibile con quegli abiti scuri e la spada cinta al fianco. Il volto perfettamente
sbarbato sembrava due volte più ostile e la cicatrice che aveva sul sopracciglio dava al
suo sguardo una sfumatura feroce.
L'attenzione di Daniel, però, fu attirata senza scampo dalle corde e dalle verghe che i
fiamminghi avevano in mano e il giovane capì che ciò che più lo spaventava stava per
avverarsi: era arrivato il momento delle domande e delle risposte, ottenute con le buone
o con le cattive maniere.
Fece un passo indietro dalle sbarre d'istinto, sentendosi in trappola, mentre i
fiamminghi si disponevano nella segreta in attesa di ricevere ordini dal loro signore.
Anche Leowynn appariva spaventata da quegli uomini armati.
«Padre, voi non dovreste essere qui, vista la fatica che fate a camminare» esordì
Geoffrey Martewall, ma si capiva che non era affatto sorpreso di trovare il genitore in
quel luogo. Rivolse un'occhiata eloquente anche alla sorella e non attese di sentire le sue
giustificazioni. «Accompagna nostro padre di sopra. Deve riguardarsi di più» le disse,
cupamente.
Leowynn annuì, ma sir Harald la tenne a distanza con un gesto, mostrando di non
avere alcuna intenzione di allontanarsi. Guardava solo Martewall e con rimprovero
evidente. «Ho saputo cose molto gravi, figlio mio».
«Cose che vanno giudicate nella cornice di un quadro più ampio, prima di dare credito
illimitato alle parole di un prigioniero» l'interruppe il cavaliere, secco. «E quello che
intendo fare. Quindi vi prego di lasciarmi solo».
«Ti si accusa di essere complice di un fellone e, forse, di averne adottato i modi»
insisté il vecchio.
Leowynn quasi sobbalzò e guardò prima il fratello con incredulità, poi Daniel con
indignazione per una tale accusa.
Martewall, invece, mantenne la sua pericolosa calma. «Sarà la verità a discolparmi.
Fino a quel momento, tutta questa faccenda rimarrà affar mio. Voi restatene fuori».
«Dovresti prima provarmi di aver catturato quest'uomo con legittima causa e non
come se tu fossi un bandito di strada» ribatté il barone. «Ma temo che questo tu non lo
possa fare».
«Non può nemmeno smentire il tentato assassinio del mio signore, perché sa che è
vero» intervenne Daniel, prima che Martewall potesse replicare. «Lui stesso ha ammesso
di aver udito quell'ordine».
Uno dei fiamminghi colpì con violenza le sbarre della cella con il rotolo di corda che
teneva in mano. «Sta' zitto tu!» minacciò.
Daniel sobbalzò e si ritrasse.
Sir Harald stava guardando suo figlio con sdegno crescente. «È vero?» domandò,
mentre Leowynn si torceva le mani bianche fino a farsi male.
«Se anche fosse?» fece Geoffrey Martewall, duramente.
Il padre lo fulminò con un'occhiata incollerita: era più basso di suo figlio e la malattia
lo costringeva a rimanere curvo sul bastone, ma in quel momento la sua ira era tale da
farlo sembrare pari in statura al giovane che gli stava di fronte. «Un cavaliere non può
tollerare che si ordisca una simile infamia davanti ai suoi occhi!» tuonò.
«C'era la guerra, padre: in quel momento avevo altre cose a cui pensare, durante e
dopo la battaglia» replicò Martewall, sarcastico. «Ad esempio: tenere in vita i miei
compagni, rimanere vivo io stesso e infine sopportare le catene con cui sono stato
trascinato fino a Soissons. Non ho avuto tempo di badare troppo a ciò che Jerome stava
dicendo».
«Adesso però, sembra che tu voglia proseguire la sua infamia».
«Padre!» gemette Leowynn.
Lo sguardo di Martewall ebbe un lampo. «Era un amico ed è morto. Non vi permetto
di insultante la memoria».
«Io giudico ciò che tu stai facendo» replicò sir Harald, severamente. «Non sei più in
guerra e tieni prigioniero un cavaliere senza giustificazioni. Se è vero che l'hai catturato
in mezzo alla strada senza nemmeno un duello, devi lasciarlo andare».
Daniel sentì un palpito di speranza.
«Oppure posso dimostrare la sua colpa e impiccarlo» obiettò però Martewall, aspro.
«Se l'uomo che lui serve è un impostore, come io credo, allora lo è anche costui ed è
complice di un crimine come la frode o la mistificazione. Tanto basta per trattarlo da
criminale e mandarlo alla forca».
Daniel si fece pallido. Sir Harald spalancò gli occhi. «Un impostore!»
«È ciò che Jerome sosteneva ed è quello che io intendo scoprire».
«Il conte Jean Marc non è un impostore, faresti bene a rassegnarti» si difese Daniel
con rabbia disperata. «La parola del tuo amico non vale quanto quella dell'intera corte di
Francia. Il mio signore è chiamato "il Falco del re", tutti lo sanno, anche tu: credi che re
Filippo Augusto accetterebbe di avere un impostore al suo fianco?»
Martewall si voltò verso di lui. «Io credo che Jerome non avrebbe mai inventato una
simile accusa, perciò doveva essere convinto di avere ragione. C'è una recita in atto e io
non so ancora per quale motivo».
«E io dico che Derangale ha diffuso calunnie solo per giustificare il suo
comportamento da brigante!»
«Bada a come parli!» scattò uno dei fiamminghi, indignato, ma Martewall alzò la
mano e gli fece cenno di restare in disparte. «Vedremo» disse, rivolto a Daniel.
«Chiariremo ogni dettaglio nella nostra prossima conversazione».
Daniel serrò i pugni, conscio di non avere via di scampo.
Sir Harald si mise in mezzo. «Geoffrey, non puoi interrogare quest'uomo sulla base di
qualcosa che solo tu sostieni senza alcuna prova né certezza. La tua è vendetta, e non
ricerca della verità».
Martewall fece spallucce. «Non temete, con lui non sarò più sgarbato di quanto i suoi
amici francesi siano stati con me in questi ultimi mesi».
Il vecchio barone era esterrefatto dall'atteggiamento spietato del suo figlio minore.
«Non è questo che ti ho insegnato. Non a comportarti da aguzzino invece che da
cavaliere!»
L'espressione di Geoffrey Martewall divenne dura come la pietra. «Sono un uomo e
non più un bambino. Il tempo delle prediche è finito. Su questa faccenda non accetto
interferenze».
«Invece risponderai a me del tuo comportamento. Sei ancora in casa mia!» esclamò il
vecchio, protendendosi minaccioso sul suo bastone, ma il figlio non indietreggiò di un
passo. «Volete cacciarmi? Siete libero di farlo. Decidete, signore: o mi tenete qui a
difendere Dunchester con la spada, come voi non siete più in grado di fare, oppure mi
lasciate libero e io me ne andrò con i miei uomini e il prigioniero. Se mi volete, però,
dovete accettarmi così come sono».
Leowynn si portò la mano alla bocca. Daniel trattenne il fiato.
Sir Harald era impallidito. «Tu mi ricatti?!»
«Semplicemente vi dico che intendo comportarmi a modo mio in ogni caso. Sta a voi
decidere se potete accettarlo oppure no. Il problema è soltanto vostro».
Il vecchio barone sembrò fare più fatica a sostenersi in piedi, davanti a tanta durezza.
Guardava suo figlio con occhi dilatati. «Io non ti riconosco più» disse, a voce bassa.
«Non posso farci niente» tagliò corto Martewall e oltrepassò suo padre per dirigersi
verso Hector, mostrando di considerare chiuso l'argomento.
«Geoffrey!» insisté il vecchio.
Martewall si voltò di scatto, con un'espressione feroce nello sguardo. «Che cosa
volete da me?! Mi accusate di essere un infame e allo stesso tempo mi usate per
rimediare al danno che avete fatto, costringendomi a diventare spergiuro!» esclamò. «La
mia condotta vi interessa soltanto finché non va contro ciò che voi decidete!»
«Geoffrey, basta, ti prego!» implorò Leowynn, ma il fratello la ignorò per ritornare
indietro verso il padre. «Ho sempre fatto solo il mio dovere e ho perso l'onore proprio a
causa di quelli a cui dovevo la mia fedeltà! Ho combattuto lealmente e fino all'ultimo, ho
pagato la sconfitta con la prigionia, per poi scoprire al mio rilascio che il mio nome è
associato a un amico ritenuto un fellone e a un sovrano giudicato vigliacco; ritorno in
patria per finire sulla lista dei traditori a causa vostra! Sono costretto a subire le ultime
due accuse, ma la prima... quella almeno intendo togliermela di dosso e con qualsiasi
mezzo mi potrà essere utile. Tanto, ho già perso la dignità di cavaliere e voi siete l'ultimo
che può rinfacciarmelo, visto che mi avete dato il colpo di grazia».
Sir Harald vacillò a quell'accusa spietata. «Io non ho mai voluto disonorarti e
nemmeno usarti...»
«E quale scelta mi avete dato, se non finire ciò che voi avete cominciato, e seguirvi
nel tradimento? Avete esposto la nostra gente a un pericolo mortale e io mi vergognerei
di vivere se non dessi anche il mio ultimo respiro pur di difenderla. Quindi vi obbedirò e
sarò il vostro braccio armato contro il mio re, ma non accetterò altre imposizioni da parte
vostra. E non vi perdonerò mai, per avermi tolto anche l'ultimo brandello di onore che mi
rimaneva».
Davanti a quel muro di risentimento, il vecchio barone non ebbe quasi più la forza di
dire niente. Improvvisamente sembrò molto vecchio e stanco, eppure non chinò la testa.
«Sei il mio ultimo figlio e io ti amo anche più degli altri. Non avrei mai voluto perderti
in questo modo» mormorò soltanto e la voce s'incrinò sulle ultime parole, senza che
l'uomo riuscisse a impedirlo.
Leowynn gli prese il braccio per confortarlo o forse per cercare conforto da lui,
spaventata dalla collera del fratello.
Martewall ignorò ostentatamente il dolore di entrambi, chiamò il giovane servo
rimasto sempre in disparte e questi si affrettò ad accorrere.
«Mio padre è malato, non deve affaticarsi oltre» gli disse il cavaliere, duro, e quella
frase era una sentenza che chiudeva definitivamente la conversazione. «Accompagnalo
nel salone e assicurati che gli venga approntato uno scranno davanti al camino. Ha già
preso abbastanza freddo per oggi».
«Sì, signore» si affrettò a dire il servo. Il vecchio barone si lasciò condurre via senza
opporre resistenza.
«E tu seguili» continuò Martewall, rivolto alla sorella. «Questo non è posto per te e io
non desidero che tu assista oltre a questa conversazione».
La ragazza lo guardò con gli occhi pieni di timore, ma non osò dire altro. Si strinse
nella sua mantella e accompagnò il padre e il servo verso le scale, girandosi solo
un'ultima volta indietro prima di scomparire. Daniel vide che guardava non solo il
fratello ma anche lui.
I fiamminghi aprirono le sbarre.
Daniel arretrò di nuovo, vedendoli avvicinarsi, ma non aveva spazio che per fare
pochi passi.
I nemici lo agguantarono, lo trascinarono col dorso contro il pilastro che si ergeva
nella cella e lo legarono, con le braccia tese e immobilizzate dalle corde dietro la
colonna.
Gli fecero male e il giovane protestò con rabbia, ma poi cercò di tenere la bocca
chiusa e di raccogliere tutto il coraggio che poteva, anche se aveva il cuore in gola. Serrò
i pugni legati, mentre sentiva gli spigoli della pietra squadrata piantati contro i muscoli.
Un fiammingo era rimasto alle sue spalle, dietro il pilastro, e Daniel capì che teneva
una verga infilata tra i nodi delle corde stretti sui polsi per aumentarne la tensione e di
conseguenza il dolore.
Si morse le labbra per dominare la paura crescente. Si sentiva già indolenzito e
l'interrogatorio non era nemmeno cominciato.
L'altro fiammingo era a due passi da lui in attesa di ordini. Hector era fermo a braccia
incrociate, dopo aver dato la sua torcia al servo che aveva scortato sir Harald e Leowynn
su per le scale.
Solo a quel punto Martewall si girò verso la cella e vi entrò, facendosi consegnare una
verga.
Daniel si preparò al peggio, perché sapeva che in quel momento il suo nemico era un
animale ferito con il quale era improbabile riuscire a ragionare. «Andiamo, possiamo
parlare da uomini civili» tentò ugualmente.
Martewall gli si fermò di fronte. «Di colpo hai deciso di collaborare? Hai paura?»
«Ovvio che ho paura!» replicò Daniel con rabbia. «Hai altre domande intelligenti o
vogliamo parlare di ciò che accadde?» «Voglio la verità» ammonì Martewall.
«Io te l'ho sempre detta, la verità, tu non la vuoi ascoltare. Non è colpa mia, se non ti
piace ciò che ho da dirti».
Martewall arcuò leggermente la verga tra le mani. «Insisti nella tua versione?»
«Il conte Jean Marc non è un impostore e questo è un dato di fatto».
«No, è quello che volete far credere».
«Se vuoi che ti racconti una menzogna, posso inventarmi che il mio signore viene
dalla luna: è più credibile questa versione per i tuoi gusti?» replicò Daniel con sarcasmo,
senza poterselo impedire.
Aveva appena terminato la frase, quando vide la verga calare con violenza proprio
all'altezza del suo viso. Si lasciò sfuggire un'esclamazione e spostò la testa per quanto
poté. Udì uno schiocco secco accanto all'orecchio destro. Il dolore però non arrivò.
Daniel riaprì gli occhi per accorgersi che Martewall aveva colpito di proposito il fianco
del pilastro, evitando lui.
«La mia pazienza è già finita, non sfidarmi oltre» sibilò il cavaliere, terribile.
Daniel sostenne il suo sguardo di ghiaccio. «Resteremo qui fino a notte, se ti ostini a
contestare la prima frase che dico» rispose, pur con il respiro accelerato. «Piuttosto,
ammetti che non t'interessa sapere la verità e impiccami subito, tanto mi hai già
giudicato e condannato senza nemmeno ascoltarmi».
Si aspettò una risposta secca o una reazione peggiore, ma Martewall invece si limitò
ad avvicinarsi di più, fermandosi per un attimo faccia a faccia con lui. Abbassò
momentaneamente la verga. «D'accordo: raccontami tutta la storia e cerca di
convincermi. Dopo parleremo seriamente della verità e di tutti i dettagli che non avrai
saputo spiegarmi e se nel frattempo il mio umore sarà peggiorato, dovrai solo
rimproverare te stesso e pagarne le conseguenze».
La minaccia faceva paura, ma Daniel era deciso a non lasciarsi scoraggiare. Ne
andava non solo della sua vita, ma anche del futuro di Ian. Respirò per calmare il cuore e
mettere ordine alle idee e iniziò da capo, pregando di non commettere passi falsi.
Non voleva neanche immaginarsi cosa avrebbe potuto fare Geoffrey Martewall se
fosse passato dalle minacce ai fatti; sapeva solo che avrebbe avuto ben poche probabilità
di resistergli, nonostante la sua forza di volontà.
Raccontò quella che col tempo era diventata la menzogna ufficiale fatta circolare dal
conte Guillaume e da re Filippo Augusto in persona per difendere il casato dei Ponthieu
e la stessa Francia dagli intrighi dei nemici: che Ian era il conte Jean Marc de Ponthieu;
che Jerome Derangale non si era accorto della sua identità poiché il giovane non si era
fatto riconoscere in occasione del loro primo incontro, sapendo che l'inglese stava dando
la caccia a Isabeau de Montmayeur, in quel momento con lui sotto mentite spoglie.
Era l'unica invenzione di quel racconto, poiché tutto il resto era sinistramente vero.
Daniel ricordò il primo tentato rapimento di Isabeau, il supplizio a cui Ian era stato
sottoposto a Cairs, la fuga successiva per evitare un'esecuzione senza processo e
l'agguato ignobile, mesi dopo, sul luogo sacro dell'abbazia di Couronne, in cui Ian e
Isabeau per la seconda volta avevano rischiato la vita. Non menzionò mai i complici che
Derangale aveva avuto in terra francese per portare a termine i suoi intrighi, primo tra
tutti il vero Jean de Ponthieu, ucciso da Ian in quei giorni convulsi ma, anche senza quel
dettaglio, la condotta del cavaliere inglese apparve chiara in tutta la sua infamia.
«Quando Derangale scoprì di aver sempre avuto a che fare con il conte Jean Marc, si
trovava ormai in udienza davanti a re Filippo, troppo tardi per fare marcia indietro e
trovare una giustificazione al suo operato» concluse Daniel. «Doveva salvarsi la faccia e
così continuò a sostenere la sua calunnia contro il mio signore».
Martewall aveva mantenuto fino ad allora un'immobilità spaventosa. «Io conoscevo
Jerome e non era un simile bandito» disse alla fine, fremendo. «Ti avverto: con le tue
parole non stai riuscendo a convincermi e il mio umore peggiora».
Udendo la voce del suo signore salire di tono, il carceriere dietro a Daniel torse le
corde.
L'americano sentì i polsi serrati in una morsa tremenda e il dolore propagarsi
lancinante alle braccia strappandogli un singulto sorpreso. «Tu non eri in Fiandra a
quell'epoca, tuo padre me l'ha detto. Non puoi negare i fatti solo perché non eri lì ad
assistervi!» insisté tuttavia. «Chiedi ai tuoi compagni, piuttosto. Sono fiamminghi, no?
Avranno sicuramente sentito qualcosa di ciò che racconto. Che parlino, se hanno il
coraggio di farlo!»
Martewall si guardò intorno. Hector si strinse nelle spalle e scosse la testa con
sincerità. «Ero di servizio a nord del paese, prima che voi arrivaste» spiegò.
Il fiammingo accanto a Daniel, invece, si era mosso con disagio.
«Hai qualcosa da dire?» lo apostrofò Martewall, accorgendosi della sua reazione.
«Sono stato per un certo periodo nella guarnigione della fortezza di Les Corbes,
vicino a Cairs, e ricordo che un giorno vi venne condotta una dama francese» dovette
rispondere l'uomo. «La trattavano con riguardo ed era chiaro a tutti che fosse un ostaggio
importante. Non so altro, se non che un giorno venne il conte di Ponthieu a pretendere
l'ostaggio senza riscatto. Dovettero consegnargli quella donna, poiché si scoprì che non
si trattava di una dama ma di un'ancella senza alcun valore strategico».
«Già: tutto accadde a marzo, l'armo scorso» aggiunse Daniel, trionfante per quella
prima conferma al suo racconto. «Quella donna era un'ancella di dama de Montmayeur,
rapita per errore al posto della sua signora, che in quel momento era in fuga con me e
con il conte Jean. Posso immaginare chi avesse la giurisdizione sulla fortezza in cui
l'ostaggio era rinchiuso...»
«Lo sceriffo Jerome Derangale» ammise il fiammingo, controvoglia.
Daniel guardò Martewall con sfida. «Il tuo amico non era bravo a riconoscere le
persone» lo provocò, nonostante il dolore crescente alle braccia. «Fu costretto ad
ammettere davanti a re Filippo di non aver riconosciuto dama Isabeau proprio quando
l'aveva sotto il naso. E abbastanza per dubitare della sua capacità di riconoscere un
impostore o ti serve altro?»
Martewall non replicò, ma la sua tensione era eloquente quanto il suo silenzio. La
verga gli si spezzò in due tra i pugni serrati e lo colse quasi di sorpresa, strappandolo dai
suoi pensieri.
Il cavaliere ne gettò via i pezzi con ira. «Non mi hai ancora spiegato perché il tuo
sedicente signore è ancora dato per morto nelle sue stesse terre. Che cosa ci faceva in
giro come un vagabondo, quando avrebbe dovuto essere al suo castello, al posto che gli
spettava? Si nascondeva forse?» riprese con ostentata durezza, ma Daniel capì
ugualmente che aveva cambiato argomento perché messo in difficoltà.
«Era reduce da una lunga prigionia, almeno quanto te» gli rispose, calcando di
proposito sulla frase, e proseguì raccontando ciò che Ian aveva già detto all'abate di Saint
Michel per giustificare i lunghi mesi di assenza.
Ancora una volta, Martewall non poteva smentire, poiché non aveva assistito ai fatti,
anzi era stato tagliato fuori dal mondo per tutto quel tempo, prigioniero a Soissons. Non
poteva negare però che Derangale avesse ordinato l'assassinio di Ian e quindi mandato
dei sicari a cercarlo.
Dopo un lungo silenzio, Daniel concluse: «Io incontrai il mio signore sulla strada per
il monastero di Saint Michel, dove stavo andando a pregare per lui, e per me fu un
miracolo vederlo vivo, perché ormai avevo perso le speranze. Viaggiavamo in incognito
quando ci avete presi. Temevamo di fare brutti incontri e non ci sbagliavamo, a quanto
pare».
Martewall continuava a tacere, ma gli si leggevano negli occhi sentimenti violenti e
diversi, originati dal quadro che Daniel gli aveva dipinto davanti agli occhi: frustrazione,
sdegno, impotenza, rabbia.
Soprattutto, il dubbio.
«Jerome Derangale era un criminale, è questa la verità e io ho tutte le prove che vuoi
per dimostrarla» sentenziò l'americano, implacabile. «Tu invece ti ostini a difenderlo
solo perché non vuoi ammettere di essere stato ingannato e manovrato da lui».
«Non è vero» ringhiò Martewall, furente nel doversi difendere, ma Daniel proseguì
imperterrito: «Posso capire se hai voluto chiudere gli occhi su chi consideravi un buon
amico, ma se ti ostini a negare le sue colpe, anche ora che sai tutto, diventi davvero suo
complice e senza possibilità di riscatto. Sarai un criminale, come lui».
Martewall era bianco in volto come la cera, con la mascella serrata e un'ira spaventosa
negli occhi. Estrasse la spada con un gesto rabbioso e la puntò contro il prigioniero.
Daniel s'irrigidì, aspettando da un momento all'altro di sentirsi la lama addosso, ma si
costrinse a non chiudere di nuovo gli occhi davanti al suo nemico.
Gli istanti si allungarono, nel silenzio totale.
Martewall continuava a minacciare il prigioniero, ma senza decidersi ad affondare la
lama, eppure lo fissava come se volesse trapassarlo anche solo con gli occhi. Il dubbio
nel suo sguardo però diventava sempre più forte.
«Signore...» esordì alla fine Hector cautamente, spezzando quel momento di
immobilità.
Il cavaliere inglese sbatté le palpebre, scuotendosi dalla sua furia silenziosa. Respirò a
fondo, mentre si aggiustava lievemente la spada nella mano, poi però si costrinse ad
abbassare il braccio lungo il fianco.
Daniel continuava a non distogliere lo sguardo dal suo, conscio che quel confronto
senza parole poteva essere decisivo. Anche Hector lo capì e non osò parlare ancora.
Infine, Martewall ringuainò la spada e abbandonò la segreta a grandi passi. Non si
voltò più indietro, lasciando i suoi uomini a guardarsi incerti.
Daniel impiegò parecchio prima di azzardarsi a provare sollievo. Martewall se n'era
andato davvero: lo capì solo quando udì Hector dire "slegatelo" e si ritrovò appoggiato al
pilastro a riprendere fiato, a massaggiarsi le braccia doloranti e i polsi feriti dalle corde.
I fiamminghi lasciarono la cella uno dopo l'altro, ignorando il prigioniero per
rivolgersi sguardi cupi.
L'ultimo fu Hector, che chiuse di nuovo le sbarre e portò via con sé la torcia, per
lasciare solo il buio, il freddo e il silenzio.
Capitolo 13
Quando Ian abbandonò il fienile per ritornare nella piccola piazza nel centro di
Aversly, il sole era già alto e tra le case ferveva il movimento. Uomini e donne
caricavano muli e carretti e radunavano le bestie da cortile. I bambini aiutavano senza
risparmiarsi e qualcuno tra i più piccoli teneva a bada il cane di casa.
Guardandosi intorno, Ian si rimproverò di aver fatto tardi: aveva dormito troppo e non
avrebbe dovuto né voluto, ma la sera precedente era crollato per la stanchezza,
nonostante tutti i buoni propositi. Si era risvegliato solo quando l'attività del piccolo
villaggio si era fatta così intensa da fare rumore.
D'altra parte, nessuno era andato a svegliarlo, neanche fosse un ospite di riguardo che
non doveva essere disturbato. Da quando aveva affrontato spada in pugno e senza alcuna
esitazione gli emissari del re, tutti al villaggio lo guardavano con rispetto, o forse
cautela, in ogni caso tenendolo a una prudente distanza. Era straniero, per nulla
intimorito dai militari e per dì più abile con la spada: ce n'era quanto bastava per non
comportarsi troppo espansivamente con lui e aspettare le sue decisioni restando a
guardare da lontano.
Figuriamoci poi se sapessero che sono cavaliere e per giunta conte, si disse Ian,
notando che tutti lo sbirciavano mentre passava. Lui stesso era il primo a non essere
abituato al titolo altisonante che portava sulle spalle e si sentiva ancora a disagio ogni
volta che veniva trattato con deferenza da chi gli stava intorno. Quel misto di timore,
rispetto e sottomissione che i medievali tributavano agli appartenenti ai ceti superiori lo
faceva sentire fuori posto, poiché riteneva di non avere nulla per meritare tanta deferenza
nei suoi confronti.
Arrivando al pozzo, trovò Bull impegnato a dare istruzioni a chiunque gli passasse a
tiro. Il vecchio soldato sapeva come organizzare una truppa e non lesinava ordini per
rimettere in riga i più sprovveduti.
«Buongiorno» salutò, quando vide Ian avvicinarsi. «Se hai fame, laggiù troverai latte,
pane, burro e pancetta arrostita» aggiunse, indicando la tettoia di una casa dove alcune
donne avevano approntato una sorta di colazione comune per tutti quelli che lavoravano.
«Se hai freddo, ti consiglio di aggiungerci anche un buon sorso di idromele».
Ían sorrise. Bull era l'unico che lo trattava da pari a pari dopo quanto accaduto con gli
emissari del re, perché si sentiva ancora soldato e lo considerava alla stregua di un
commilitone.
«Mi bastano il cibo e il latte, grazie» rispose il giovane, rimpiangendo che nell'Europa
del Medioevo non esistesse ancora il caffè. Si sfregò le mani per scaldarle nell'aria gelata
del mattino e guardò i preparativi del villaggio. «Posso essere utile in qualche modo?»
domandò. «Vorrei ricambiare l'ospitalità».
Bull scosse la testa. «Non ce n'è bisogno e comunque abbiamo braccia più che a
sufficienza. Ormai siamo quasi pronti».
«Siete sicuri di voler partire?»
«Ne abbiamo parlato a lungo ieri sera e nessuno se la sente di restare. D'altra parte,
molti avevano già pensato di cercare un altro posto in cui vivere, perché l'inverno si sta
facendo rigido e qui c'è rimasto veramente poco con cui tirare avanti. Diciamo che
quello che è successo ieri ci ha dato la spinta per prendere la decisione».
«Che ne farete degli esattori?»
«Li lasceremo qui. Per ora sono legati dentro una stalla e lì rimarranno. Ci vorrà un
po' prima che i loro compagni vengano a cercarli, anche un giorno o due, e questo ci darà
un po' di vantaggio. Nel frattempo quei bastardi inganneranno il tempo a contare i
ragni».
Ian annuì pensoso, mentre osservava i carretti e i muli che venivano caricati.
Non ce n'era abbastanza per tutti, anche sfruttando i cavalli e il mulo degli esattori, e
perciò mezzi e animali sarebbero stati riservati solo al trasporto delle cose più pesanti e a
quello degli anziani e dei bambini. Uomini e donne adulti avrebbero invece fatto il
viaggio a piedi e portato le loro cose sulle spalle in sacche o fagotti.
Era una scena triste, pensò Ian, rabbuiato nel vedere quella povera gente costretta ad
abbandonare le case in pieno inverno. Nessuno tuttavia sembrava lamentarsi, anzi si
davano una mano l'un l'altro.
«Avete deciso dove andare?» domandò il giovane infine.
«Ci separiamo». Bull fece un gesto ampio. «Alcuni giovani vanno a Glenhaven, tre
famiglie hanno parenti sparsi qui in giro e cercheranno asilo da loro. Gli altri invece
andranno a Dunchester».
«Forse vi converrebbe andare tutti a Glenhaven» disse Ian, con un certo disagio.
«Dunchester non mi sembra un buon posto».
«E perché?» domandò Bull, perplesso.
Ian si strinse nelle spalle. «Non so, non mi piace il nome. Ha l'aria di essere un luogo
ostile».
Si rese conto di aver dato una spiegazione ridicola, ma non sapeva che altro dire per
giustificare il suo pessimo presentimento. Non poteva certo raccontare di aver
probabilmente letto quel nome sui testi di storia ma di non ricordare perché vi fosse
menzionato. Voleva semplicemente che quella gente non andasse a cacciarsi in una
situazione peggiore di quella che stava lasciando.
«Nessun luogo è amichevole, qui nei dintorni» gli disse però Bull, cupo. «Sir Murrow
di Glenhaven non sarà affatto felice di sapere che un intero villaggio sotto la sua
giurisdizione si è ribellato agli esattori del re e se arrivassimo là in gruppo saremmo
identificati immediatamente. Dovremmo fare i conti anche con il feudatario oltre che con
i soldati della corona. No, credimi, molto meglio andare a Dunchester, li almeno il
barone non avrà un motivo specifico per prendersela con noi. A quanto ricordo, sir
Martewall era un fedele seguace del Cuor di Leone in Terrasanta e in Francia; pare
addirittura che re Riccardo in persona abbia posto il leone d'oro sul blasone nero della
famiglia, come ricompensa per i servigi resi: il vecchio barone sarà indulgente con chi ha
subito angherie da Giovanni Senza Terra».
E del giovane barone che non mi fido, pensò Ian e quello era un altro motivo per cui
Dunchester non gli piaceva affatto. «Anche tu pensi di andare là?» domandò invece al
suo interlocutore.
«Sì, credo che andrò in quella direzione anch'io. Ho girato tanti feudi nella mia vita,
ma li non mi sono mai fermato. Vedremo se la vita sarà veramente diversa».
«Avevi detto di avere figli, non pensi di raggiungerli?»
Bull fece una mezza smorfia. «Ho due maschi, tutti e due muratori. Sono a Londra a
costruire chiese e io proprio non me la sento di andare a lavorare con loro in un cantiere
in città. Dunchester invece è una zona selvaggia, più adatta a me. Laggiù costruiscono
ancora le case coi tronchi e strappano i campi dai boschi, un taglialegna come me farà
sempre comodo».
«Capisco». Ian tacque per un po', meditando.
«Tu ci accompagni?» domandò Bull, distraendolo. «Stavi andando verso Dunchester,
no?» gli ricordò. «Tanto vale unirti a noi e fare il viaggio insieme».
Ian rifletté sulla proposta. Da un lato sentiva la responsabilità di essere stato la causa
per cui gli abitanti di Aversly dovevano abbandonare le loro case e mettersi in marcia e
avrebbe perciò voluto scortarli nel cammino per assicurarsi che non corressero altri
pericoli; dall'altro però doveva assolutamente arrivare a Dunchester il prima possibile se
voleva in qualche modo intercettare la nave, avere notizie e mettersi il cuore in pace
sulla sorte di Daniel. Inoltre, più il tempo passava più aumentava il rischio che i soldati
di Martewall e tutti quelli che il cavaliere inglese gli aveva senz'altro sguinzagliato dietro
riuscissero a scovarlo e a raggiungerlo.
«Quanto ci vorrà per arrivare? Dunchester è molto lontano da qui?» s'informò il
giovane per valutare meglio la sua decisione.
«Se andiamo di buon passo, arriveremo a destinazione entro sera» gli disse Bull.
Ian rimase deluso. Un'intera giornata di cammino era davvero troppo per le sue
necessità e non poteva proprio permettersi di ritardare tanto. Senza contare il doppio
pericolo che gli uomini di Martewall se la prendessero anche con la gente di Aversly a
causa sua e che gli esattori del re catturassero lui insieme agli abitanti del villaggio.
«Tu dovresti in ogni caso fermarti là per la notte» continuò Bull, vedendo la sua
perplessità. «Proseguendo verso nord non c'è un altro luogo abitato a meno di un giorno
di cammino e non ce la faresti a raggiungerlo nemmeno se ti rimettessi in viaggio
subito».
A malincuore, Ian scosse la testa. «Vorrei accompagnarvi, ma non posso. Devo
andare. Davvero. A Dunchester mi aspetta una nave, non posso arrivare troppo tempo
dopo il suo attracco».
«Una nave? Ah, ma allora le cose cambiano!» disse Bull a sorpresa. «Le nostre strade
si dividono comunque».
«Il porto e il castello non sono nello stesso luogo?» si stupì Ian. A quell'evenienza
proprio non aveva pensato.
«No, li separano alcune miglia. Ti insegnerò da che parte andare. Per un breve tratto
percorrerai la nostra stessa strada, poi prenderai il sentiero che scende a sud mentre noi
proseguiremo verso settentrione e il castello».
Ian rifletté rapidamente. Se il castello e il porto erano separati e distanti tra loro forse
si riducevano ancora di più le probabilità di incontrare Geoffrey Martewall sul suo
cammino: forse il cavaliere inglese aveva proseguito subito per il suo castello. In ogni
caso era improbabile che si fosse attardato al porto, visto che ritornava finalmente a casa
dopo tanta assenza, e così Ian avrebbe potuto muoversi con minor pericolo e minori
precauzioni.
Le cose andavano meglio di quanto sperava. Forse da Dunchester avrebbe addirittura
trovato un imbarco per tornare in Francia, una volta accertatosi dell'effettiva partenza di
Daniel dal Medioevo.
«Allora vi accompagnerò fino al bivio» decise, felice di aver trovato una soluzione
che accomodava tutto. Poteva scortare almeno un po' quella gente senza troppi rischi.
Anche Bull fu soddisfatto. «Perfetto. Inganneremo il tempo chiacchierando un po',
prima di salutarci. Adesso va' a mangiare qualcosa. Io sistemo il carico su un paio di
muli e poi saremo pronti a partire. Ti spiegherò la strada lungo il cammino».

***

La gente di Aversly si mise in viaggio in una piccola carovana ordinata, salutò quelli
che andavano in una direzione diversa e intraprese il cammino verso Dunchester a passo
lento ma deciso. In pochi si voltarono indietro a guardare le case che lasciavano e la cosa
alleviò di poco il senso di colpa che Ian continuava a provare. Se non altro, nessuno,
nemmeno i più malinconici, guardava lui con rimprovero, anzi tutti lasciarono che
prendesse la guida della carovana insieme a Bull.
In realtà Ian seguiva il boscaiolo, più che condurre il gruppo insieme a lui, poiché non
conosceva la zona, ma nel frattempo aveva modo di tenere d'occhio il bosco e assicurarsi
che non ci fossero ostacoli o pericoli lungo la strada.
Bull era ugualmente vigile, seduto sul carretto dove aveva caricato le sue poche cose e
dato ospitalità ad alcuni bambini. Scrutava il cammino e faceva tenere il passo alla
carovana come se fosse un piccolo esercito, ma nel frattempo chiacchierava come aveva
promesso, raccontando soprattutto di sé, dei suoi due figli ormai grandi e della moglie
morta di malattia tre anni prima. Non entrò mai nei dettagli della sua vita da soldato né
fece domande a Ian, che gliene fu grato.
In compenso i bambini sul carretto guardavano l'imponente giovane, la sua spada e il
suo cavallo con tanto d'occhi.
Era tarda mattina ormai quando la carovana incrociò un sentiero seminascosto tra
cespugli intricati.
Bull fece fermare da parte il carretto. «Ecco, qui ci separiamo» annunciò mentre il
resto della gente lo superava. «In realtà il vero bivio ché va al porto è più avanti, ma
questo sentiero ti farà risparmiare tempo e strada, anche se è più disagevole. Non hai un
carro da tirarti dietro e il cavallo ce la farà benissimo anche se non c'è una vera strada
battuta, basta che tu stia attento ai rami bassi. Troverai la via maestra per il porto più
avanti».
«Andrà bene» disse Ian. «Per me l'importante è arrivare a destinazione il prima
possibile, cercare il mio amico e ripartire subito».
«Hai voglia di tornare a casa di corsa, eh?» commentò il boscaiolo con un sorriso
complice. «Ti aspetta la tua bella? E magari anche qualche marmocchio».
«Non ancora, ma speriamo di veder nascere il primo molto presto» rispose Ian con
emozione e pensò a Isabeau che l'attendeva.
Bull si mise a ridere, perché notò il suo stato d'animo evidente. «Allora hai tutte le
ragioni di correre da lei!»
Si separarono dopo qualche minuto, giusto il tempo per scambiarsi gli auguri di buona
fortuna, poi Ian salutò la gente di Aversly e intraprese la sua strada da solo.
Viaggiò veloce finché poté, badando bene a ripararsi dai rami bassi come aveva detto
Bull, poi però dovette risparmiare il cavallo e rallentò.
«Non sei un gran campione, eh?» disse all'animale grigio che sbuffava nel rallentare il
passo. «Speriamo davvero che tu ce la faccia a percorrere il sentiero fino in fondo».
Il cavallo sembrò quasi capirlo, scrollò la criniera e proseguì con un'andatura un po'
più impettita.
Ian fece un mezzo sorriso e riprese a guardarsi intorno con attenzione, per individuare
i punti di riferimento che l'avrebbero dovuto guidare nel cammino.
Faceva freddo, ma almeno non pioveva e il giovane riuscì a difendersi abbastanza
bene dalla bassa temperatura, stringendosi nel suo mantello. Il bosco era silenzioso e
umido, avvolto nel profumo di muschio, di abeti e di terra bagnata.
Orientarsi non era facile, perché il sentiero era contorto e spesso si perdeva in
pozzanghere di fango semighiacciato e foglie cadute. Bull però era stato minuzioso nello
spiegare e Ian riuscì comunque a seguire la direzione nel bosco sempre più fitto. Lasciò
passare il mezzogiorno senza fare soste, ma poi, quando la fame si fece sentire
perentoriamente, dovette decidersi a fermarsi per rifocillarsi.
Scese di sella, lasciò riposare il cavallo e si sedette su una pietra asciutta sotto un
albero per mangiare quello che aveva portato con sé: una focaccia, un po' di carne salata,
del vino. Mentre apriva il fagotto che conteneva il cibo, guardò la strada appena
percorsa, quasi mimetizzata nella vegetazione.
A quell'ora la carovana partita dal villaggio aveva probabilmente già fatto sosta per il
pranzo e doveva essere poi ripartita. Bull aveva detto che dovevano camminare spediti
per arrivare a Dunchester entro sera e Ian era sicuro che il vecchio soldato non avrebbe
lasciato la sua improvvisata truppa a oziare per molto.
Un vero sergente, si disse Ian con un sorrisetto, ma allo stesso tempo trovava
rassicurante che ci fosse Bull al comando del gruppo, poiché un ex-soldato era una guida
adatta ed esperta per portare quella gente al sicuro.
Passando da un'idea all'altra, Ian si trovò a pensare a Coda di volpe. Chissà se il
ragazzino era tornato a casa e si era tenuto fuori dai guai. Lo sperava davvero, sapendo
che l'Inghilterra si avviava verso un periodo burrascoso.
Ian s'incupì. Tutti coloro che aveva incontrato in quel breve viaggio in terra inglese
avrebbero conosciuto momenti difficili e molto presto, a causa della guerra imminente.
Il silenzio del bosco era malinconico e sottolineava quel pensiero triste, nato dalla
totale solitudine.
Per riscuotersi almeno un po' Ian si mise a mangiare, ma quel pasto frugale e solitario
non lo aiutò molto a rallegrare i pensieri.
Prima o poi riuscirò a mangiare di nuovo a casa mia, si trovò a pensare e ricordò il
grande salone di Chàtel-Argent, con il suo camino, il grande tavolo, gli arazzi alle pareti
e le finestre orientate strategicamente per ricevere la luce piena del sole durante buona
parte della giornata.
Immaginò l'intero castello e gli stendardi bianchi e azzurri con lo stemma del falco
d'argento, alti sulle torri chiare, e per un attimo la nostalgia lo punse nel profondo.
Aveva iniziato la partita di Hyperversum per poter tornare a quella che sentiva essere la
sua casa e invece non era riuscito ancora nemmeno ad avvicinarvisi, come se qualche
misteriosa forza del destino facesse di tutto per intralciargli la strada.
Pensò a Isabeau, che lo attendeva da mesi mentre sentiva crescere il loro bambino da
sola, senza poter condividere le ansie e le aspettative che quella nascita ormai prossima
portava con sé.
Sto arrivando, ti prego aspettami ancora qualche giorno, le promise Ian col pensiero
e una voglia infinita di riaverla tra le braccia. Ti giuro che sarò accanto a te molto prima
che nostro figlio nasca e poi non ti lascerò mai più.
Formulò quell'ultima promessa mentre terminava la razione di cibo e
contemporaneamente decise che era ora di ricominciare il suo viaggio e di rimontare in
sella.
Il sentiero proseguiva in lieve salita e sfociò dopo poco in una strada più ampia e
soprattutto battuta, che veniva da nord. Ian capì che, come aveva preannunciato Bull,
quella era la via maestra per il porto.
Proseguì per quasi un'ora. La strada, ora in salita, era molto più visibile del sentiero e
la vegetazione si diradava, lasciando sgombro il terreno. Ian, soddisfatto, poté accelerare
il passo.
D'un tratto, un rumore cupo arrivò alle sue orecchie, portato dal vento.
La salita era quasi terminata e lasciava intravedere l'orlo dello scoscendimento che
riportava alla pianura: Ian rallentò e guardò in alto attraverso i rami ormai radi, ma nel
cielo sgombro non trovò una sola nuvola che potesse aver originato un tuono.
Si fece più attento. Il rumore non veniva dall'alto, ma dal basso e non s'interrompeva
mai.
Ian rallentò ancora e trattenne persino il fiato pur di ascoltare meglio. Conosceva quel
rumore, l'aveva già sentito, e il solo ricordo gli gelò il sangue nelle vene.
Scese di sella, tenne il cavallo per le briglie e s'inerpicò a piedi fino al bordo del
pendio ormai vicino, tenendosi basso tra la vegetazione. Arrivò a un punto in cui
riusciva ad avere una certa visuale tutto intorno e guardò giù.
Si vedeva il mare, da quella posizione: una baia semicircolare che aveva a
un'estremità un piccolo porto e all'altra un promontorio su cui sorgeva un castello scuro.
Ian capì che quei due agglomerati urbani erano il porto e il castello di Dunchester, ma
la sua attenzione cadde subito dopo sul movimento alla sua sinistra, in lontananza.
Anche laggiù il paesaggio era ricoperto dal bosco, ma in mezzo agli alberi si
scorgevano divise rosse e uomini armati a piedi o a cavallo.
Ian vide il luccicare delle cotte di maglia e delle lance, sentì il nitrire delle bestie e il
cigolare dei carri.
Rabbrividì e non per il freddo: un intero reparto d'esercito in assetto di guerra era in
marcia ad alcune miglia da lui e si stava dirigendo dritto verso il castello di Dunchester.
In testa portava i vessilli rossi con tre leoni d'oro.
Lo stemma del re! pensò Ian e capì che quello non era un semplice spostamento di
truppe, ma il preludio di una battaglia.
Ecco la guerra civile, si disse ancora, con angoscia crescente.
Come dicevano i manuali di storia, Giovanni Senza Terra mandava i suoi uomini a
piegare con la forza i baroni che sfidavano la sua autorità. Il vecchio Martewall di
Dunchester, a quanto pareva, era stato tra i primi a tirare troppo la corda e adesso quelle
truppe erano in marcia per lui.
Subito dopo, Ian pensò alla carovana di Aversly, in cammino proprio nella stessa
direzione dell'esercito.
Finiranno dritti nelle mani dei soldati, si disse ed ebbe paura al solo pensiero di ciò
che sarebbe accaduto a quella povera gente.
Tornò di corsa sui suoi passi, tirandosi dietro il cavallo e rimontò in sella non appena
fu certo di non essere più visibile dal basso. Si lanciò al galoppo per la strada da cui era
appena arrivato, pregando di fare in tempo. Doveva raggiungere Bull e i suoi e far loro
cambiare direzione prima che fosse troppo tardi.
Il cavallo nitrì di protesta sotto gli speroni, ma Ian non poteva fare altro se non cercare
di spingerlo alla massima velocità possibile. Gli chiese mentalmente perdono e lo spronò
di nuovo.
Col cuore in gola e il respiro mozzo quasi quanto il cavallo, ritornò al punto in cui
strada e sentiero si congiungevano, ma proseguì lungo la via più ampia, dirigendosi a
nord senza rallentare. Se aveva fortuna, se era abbastanza veloce, forse poteva
raggiungere la carovana di Aversly o addirittura precederla e avvertirla del pericolo,
sfruttando la disposizione a triangolo delle strade. Nel frattempo pregava che la gente si
fosse fermata più del previsto a mangiare e a riposare, ritardando il suo cammino verso il
nemico.
Dietro una curva della strada, in pieno bosco, lo accolsero i soldati in divisa rossa.
Ian tirò le redini all'ultimo istante, trovandoseli davanti all'improvviso, e imprecò di
sorpresa.
I soldati lo individuarono subito. Erano una decina appena, tutti a cavallo. Esploratori,
ma armati fino ai denti, con spade e soprattutto archi e balestre. Si erano messi in allerta
nel sentir arrivare il cavallo al galoppo e alcuni avevano già imbracciato le armi.
«Altolà!» ordinò uno di loro, alzando la mano in un gesto eloquente e minaccioso. Gli
altri puntarono le balestre.
Ian vide di essere sotto tiro, ma piantò gli speroni nei fianchi del cavallo e riuscì a
fargli fare uno scarto. Si lanciò tra gli alberi, prima che quegli uomini potessero prendere
la mira con precisione. Mentre fuggiva, sentì il sibilo delle frecce attraversare l'aria tra i
rami. Lo mancarono ampiamente, ma il rumore dei tronchi colpiti al posto suo gli fece
accapponare la pelle. Incitò con più urgenza il cavallo, ma l'animale era ormai stanco e
non era capace di stare al passo di quelli potenti dei soldati già lanciati all'inseguimento.
Ian sentì gli armati esortarsi a vicenda ad accelerare il passo.
«Fermo!» gli intimò qualcuno rabbiosamente, ma il giovane non si voltò indietro
nemmeno un istante.
Non posso farmi catturare adesso! si ripeté più e più volte con angoscia, ma il bosco
che gli sfrecciava accanto non aveva alcun nascondiglio e i soldati guadagnavano
terreno.
Le frecce sibilarono sempre più vicine; l'ultima si piantò in un tronco a poche spanne
di distanza da lui.
Ian capì che doveva fermarsi. Era in trappola. I soldati l'avevano ormai raggiunto e
fuggire non aveva più senso.
Fece girare il cavallo e si fermò, col cuore in gola per la corsa e la tensione. Sguainò
la spada.
Un soldato gli era già addosso e lo puntò con la lama tesa. Ian deviò l'assalto con la
propria arma e l'urto che accompagnò il clangore metallico delle due lame gli fece male
al braccio, strappandogli un'esclamazione. Lasciò che l'uomo lo superasse in velocità
senza impegnarlo ulteriormente, cercando di aggiustarsi la spada nella mano. Il soldato
fece qualche metro al galoppo, girò il cavallo e si fermò a guardare l'americano, ma non
ritentò l'attacco.
Ian percepì con chiarezza le altre presenze alle sue spalle. Controllò in uno sguardo
tutto ciò che gli stava intorno e vide che due soldati gli erano già dietro. Gli ultimi
sbucarono dalle piante per fermarsi a poca distanza. Tre lo tenevano sotto tiro
minacciosamente con le balestre.
«Getta le armi e scendi da cavallo!» ordinò quello che sembrava il loro capo,
puntando la sua spada contro il giovane.
Ian esitò, cercando una via d'uscita che non c'era.
Non poteva fuggire né nascondersi e non poteva nemmeno ingaggiare battaglia,
perché sarebbe stato sicuramente sopraffatto.
Sono in troppi per affrontarli da solo, si disse. Non aveva altra scelta che obbedire
all'ordine e farsi catturare senza più opporre resistenza. Non temeva di morire, ma non
aveva alcuna intenzione di finire prigioniero da qualche parte con una ferita da balestra
in un punto qualsiasi del corpo.
Riluttante, buttò la spada davanti a sé, poi scese da cavallo, badando bene a non fare
gesti bruschi che potessero indurre i soldati a tirare davvero. Tenne la mano sinistra
serrata sulle briglie del cavallo e la destra bene in vista.
«Togliti anche la cintura!» continuò il caposquadra con più asprezza, forse temendo
che vi fosse nascosto un pugnale.
Ian obbedì in silenzio e lasciò cadere la cintura a terra.
Due soldati smontarono di sella per farsi avanti, minacciosi. Uno dei due raccolse la
spada e la cintura, l'altro spinse avanti il prigioniero verso i compagni, pungolandolo con
la lama della sua arma.
I soldati abbassarono le balestre e alcuni avanzarono. Guardavano tutti Ian con ostilità
e sospetto, pronti a punirlo come meritava per aver osato sfidarli.
«Adesso fatti riconoscere» ordinò il caposquadra.
Ian cercò di riflettere rapidamente per cercare di salvarsi dalla situazione almeno a
parole, ma sapeva di non poter trovare giustificazioni abbastanza plausibili da alleggerire
la sua posizione. Per giunta non era facile concentrarsi, così su due piedi, mentre una
decina di soldati armati fino ai denti non aspettava altro che passarlo a fil di spada.
Con la coda dell'occhio scorse un altro movimento e si fece attento: la vegetazione si
era mossa dietro gli armati. Lì per lì pensò di essersi ingannato, ma poi il movimento si
ripeté e non erano altri soldati in arrivo, ma qualcosa di furtivo e silenzioso.
«Chi sei? E perché scappavi? Cos'hai da nascondere ai soldati del re?» lo interrogò il
caposquadra.
Ian lo ascoltò con un orecchio solo. Cercava di non farlo notare, ma la sua attenzione
era tutta rivolta alla vegetazione che continuava a muoversi inosservata dietro gli armati.
Dai cespugli comparve una punta di freccia.
«Allora? Sei sordo o muto?!» ringhiò il soldato, spazientito.
L'armigero dietro Ian lo pungolò di più, fino a graffiargli la schiena con la punta della
spada. Non aveva notato il movimento tra gli alberi, forse perché era troppo impegnato a
fissare il prigioniero oppure semplicemente perché aveva la vista ostacolata dalla sua
statura imponente.
Ian però aveva ormai davanti agli occhi un arciere che stava prendendo di mira i
soldati. Un secondo comparve dietro un tronco, un terzo da un altro cespuglio più
lontano.
Tutti con gli archi tesi.
Il giovane lanciò un'esclamazione e si gettò a terra nel momento stesso in cui li vide
scoccare.
Le frecce abbatterono tre soldati quasi contemporaneamente. I superstiti si girarono,
del tutto colti di sorpresa, ma altri tre di loro caddero falciati dai nemici sconosciuti
prima ancora di poter capire da che parte arrivava l'attacco.
Steso a terra sull'erba, Ian individuò la sua spada caduta sotto il corpo del soldato che
gliel'aveva requisita. La recuperò subito, si rimise in piedi e affrontò il primo armato che
gli capitò davanti, impedendogli di tirare con la sua balestra per colpire i nemici
sconosciuti.
L'uomo tentò di difendersi dal suo assalto, ma poi fu trafitto da due frecce e cadde
immobile nell'erba.
La brevissima colluttazione durò appena qualche minuto. Ian si ritrovò solo,
circondato da cadaveri, mentre dalla vegetazione tutto intorno comparivano arcieri con
le frecce ancora incoccate sugli archi. Il giovane fece un giro su se stesso, controllando
gli sconosciuti uno a uno, senza sapere se rilassarsi o temere il peggio.
Scattò, in guardia, quando qualcuno gli corse incontro sbucando da un cespuglio alla
sua destra. Rimase esterrefatto quando si vide raggiungere da Coda di volpe, armato
della sua fionda.
«Ci si rivede!» lo salutò il ragazzino con un gran sorriso e senza attendere risposta si
girò verso gli arcieri. «Io lo conosco!» esclamò indicando il giovane. «Ieri ha cacciato da
solo gli esattori del re da Aversly!»
Ian era sbalordito. «E tu cosa ci fai qui?» domandò come prima cosa, per poi
aggiungere subito: «Non inventarti storie, ieri non ho fatto tutto da solo».
Coda di volpe però non badò alla sua protesta per continuare a sorridere orgoglioso
agli arcieri sbucati dal bosco, come se il fatto di conoscere l'americano fosse un
privilegio da mostrare con vanto ai suoi amici.
Ian capì che il ragazzino conosceva molto bene quella specie di banda armata. «Tu
non ci sai proprio stare lontano dai guai, eh?» sospirò.
Gli arcieri intanto si erano fatti avanti con cautela. Erano vestiti comunemente, senza
divise o colori distintivi, e sembravano semplici cacciatori: gente comune abbigliata con
panni grezzi, pelli e berretti di lana o di feltro. Quasi tutti portavano un carniere o una
bisaccia a tracolla. Da quella di Coda di volpe spuntavano le penne di almeno due uccelli
uccisi.
Ian capì che quegli uomini non erano un gruppo organizzato militarmente quando li
vide accostarsi ai cadaveri dei soldati con un certo nervosismo, tenendoli sotto tiro come
se si aspettassero di vederli rialzarsi di nuovo.
«Sono dappertutto questi maledetti!» esclamò uno di loro, smuovendo un corpo con
un piede.
«Be' questi non andranno più da nessuna parte» replicò un altro sprezzante e andò a
recuperare le sue frecce. «Spero che tra loro ci siano anche quelli che mi hanno bruciato
la casa».
Un terzo guardò Ian. «L'avete scampata bella, amico» gli disse. «Non vi conviene
rimanere da queste parti, tira una brutta aria. Andatevene finché potete».
«Ma lui non ha paura, ha affrontato quattro mercenari con la sua spada!» replicò Coda
di volpe per Ian.
«Zitto. So rispondere da solo» lo ammonì l'americano, ma riprese finalmente fiato nel
sentirsi fuori pericolo. «Chi siete?» domandò.
«Gente senza casa» gli risposero amaramente. «Abitavamo a Willingham, prima che
arrivasse l'esercito del re».
«Cos'è successo?» si allarmò Ian e guardò prima Coda di volpe e poi di nuovo quegli
uomini.
«Hanno bruciato l'intero villaggio. Per fortuna uno dei nostri boscaioli li ha visti
arrivare da lontano e ci ha avvertito in tempo. Siamo riusciti a far fuggire donne e
bambini prima che arrivassero le truppe armate, ma molti di noi sono morti mentre
cercavano di salvare gli animali e le provviste per l'inverno. I superstiti si sono rifugiati
nei boschi».
Ian rimase impressionato dalla notizia, immaginandosi l'esercito visto solo poco prima
abbattersi su un piccolo villaggio per razziare ciò che trovava e punire in modo
esemplare la popolazione. «Tu stai bene?» s'informò subito da Coda di volpe.
Il ragazzino fu sorpreso nel sentirsi rivolgere quella domanda sinceramente
preoccupata, ma poi s'illuminò di piacere. «Sto bene. Quando l'esercito è arrivato io non
c'ero, stavo ancora tornando da Aversly e ho incontrato gli altri in fuga. Adesso aiuto gli
uomini. Andiamo a caccia per procurare da mangiare a tutti e perlustriamo il bosco per
proteggere i nostri dai soldati che sono in giro». Aveva un'aria fiera mentre lo diceva, da
piccolo guerriero.
«E tua madre cosa ne dice?» domandò Ian, accigliato.
Il ragazzino scrollò le spalle. «Non è tanto d'accordo, ma non mi dice niente finché
non mi faccio male».
Cioè segui i cacciatori di nascosto e finché non ti fai male tua madre non lo viene a
sapere, tradusse Ian mentalmente. «Avete trovato un riparo sicuro per tutti?» domandò
invece agli arcieri.
«Abbiamo passato la notte nel bosco poi stamani siamo tornati a Willingham, ma non
possiamo rimanervi a lungo» spiegò uno di loro. «Non è rimasta in piedi una sola casa,
abbiamo poco cibo e i soldati sono dappertutto. Speravamo di poter portare almeno le
nostre famiglie a Dunchester e chiedere asilo al castello, ma le truppe si stanno dirigendo
proprio in quella direzione».
«Ascoltate, c'è un gruppo di gente in arrivo da Aversly» ricordò Ian con ansia.
«Anche loro stanno andando a Dunchester con donne e bambini, ma finiranno nelle mani
dei soldati se nessuno li avverte!»
Gli uomini di Willingham si guardarono tra loro. «Andiamo noi» disse uno di loro,
indicando se stesso e due compagni. Scomparvero in fretta nel bosco.
«Non abbiamo visto nessuno passare finora, a parte voi e i soldati» spiegarono gli
altri. «La carovana di cui dite deve essere ancora indietro, lungo la strada. Faremo in
tempo ad avvertirla».
Grazie al cielo. Ian si passò la mano sul viso per lo scampato pericolo.
«Siete anche voi di Aversly?» gli domandò uno dei cacciatori.
«No, lui ha viaggiato molto, arriva fin dal continente. Ad Aversly è arrivato solo ieri»
rispose l'esuberante Coda di volpe, prima che Ian potesse zittirlo con un'occhiataccia.
«Ho lasciato il gruppo questa mattina» spiegò il giovane. «Stavo andando al porto, poi
ho visto l'esercito e volevo tornare indietro per avvertire gli altri del pericolo».
«Adesso potete stare tranquillo per loro, eviteremo noi che facciano una brutta fine».
«Grazie» disse Ian con riconoscenza.
«Pure a voi conviene cambiare strada» lo ammonì un altro arciere. «Il porto di
Dunchester non è più sicuro, le truppe si stanno dirigendo anche là».
Ian, tornato dal suo cavallo, si fermò prima di salire in sella. «Ne siete certi?»
«Le hanno viste alcuni dei nostri. Una guarnigione di mercenari si è staccata dal resto
dell'esercito per dirigersi a sud. Andrà a reclamare il controllo del porto in nome del re».
Maledizione, pensò Ian.
«È un brutto affare» continuò l'uomo. «Se prendono possesso anche del porto, il
castello sarà circondato. Sir Martewall non riuscirà mai a organizzare una difesa
efficace: ha cuore e coraggio, ma è vecchio e malato e non è certo in grado di sostenere
un assedio».
«Ma suo figlio è tornato, no?» intervenne Coda di volpe. «Finalmente i Francesi
l'hanno lasciato andare».
I cacciatori annuirono. «Già, grazie a Dio, sir Geoffrey è tornato...»
«Però...?» li esortò Ian a continuare, vedendoli tacere pensierosi. Aveva sentito un
segreto tuffo al cuore nel sentir nominare il suo nemico e la sua attenzione era
raddoppiata.
«Però era con pochi uomini e lui stesso sembrava molto provato» spiegò un arciere.
«L'ho visto passare ieri sulla strada che portava al castello. Dev'essergli accaduto
qualcosa durante il viaggio».
«Perché dite questo?» domandò Ian, in allarme.
«Perché almeno un uomo era ferito seriamente, aveva un braccio al collo. Un altro
invece aveva le mani legate come se fosse prigioniero».
Ian provò un brivido profondo. «Un... prigioniero?»
«Sì. Chissà che cosa aveva fatto. Eppure sembrava uno dei nostri».
Ian si appoggiò al cavallo, ormai senza più alcuna intenzione di montare in sella.
Uno dei nostri, si ripeté, in silenzio disperato, e non ebbe bisogno di altra descrizione
per capire chi fosse il prigioniero in questione. Già, perché Daniel era biondo e aveva
decisamente un'aria anglosassone. Tutti i suoi timori divennero certezza in quel
momento: Daniel non era riuscito a fuggire e adesso era a Dunchester, in un castello che
stava per affrontare l'esercito di re Giovanni Senza Terra.
Come lo tiro fuori di là? si domandò per prima cosa Ian, con angoscia.
Coda di volpe gli toccò il gomito per richiamare la sua attenzione. «Cosa farete
adesso?» gli chiese, tutto interessato. «Al porto non potete più andare».
Ian non sapeva davvero cosa rispondere. Già, che cosa faccio adesso?
Purtroppo aveva una sola scelta possibile.
«Proseguirò per il castello di Dunchester» disse alla fine lentamente. «Anche se non
so come farò a entrare».
Coda di volpe lo guardò con gli occhi sgranati.
«È come gettarsi nella bocca del lupo» commentò un cacciatore, scuotendo la testa.
«Lasciate perdere e cambiate aria».
«Non posso». Ian era sconsolato. «Devo raggiungere un amico a ogni costo.
Viaggiava con sir Geoffrey, sulla stessa nave, e se il giovane barone è tornato al suo
castello allora anche l'uomo che cerco è andato con lui».
«Non ce la farete mai a oltrepassare l'esercito del re» sentenziò l'uomo e Ian dovette
concordare con lui. «È vero» mormorò. «Non so proprio come farò».
Guardò il cielo che cominciava ad assumere i colori del pomeriggio e poi si voltò
verso la direzione in cui si trovava il castello. Il tempo scorreva in fretta e lui si sentiva
del tutto impotente.
I cacciatori intanto si stavano rimettendo in cammino per tornare dalla loro gente.
«Venite con noi per stasera» propose uno di loro, vedendo il giovane in difficoltà. «Non
vi conviene accamparvi da solo, qui nei boschi e comunque per adesso non potete fare
niente altro. Se è vero che siete bravo a combattere e non amate i mercenari di re
Giovanni, a Willingham sarete il benvenuto».
Coda di volpe, che aveva osservato l'americano attentamente per tutto il tempo, fece
un sorriso entusiasta. «Sì, venite con noi!» insisté, eccitato dalla proposta, e prese Ian per
la manica con una mano e le redini del suo cavallo con l'altra, deciso a convincere il
giovane con i fatti oltre che con le parole.
Rassegnato e senza alternative, Ian si lasciò guidare per il bosco.
Capitolo 14
Willingham era un villaggio fantasma,. ridotto ormai a una distesa di rovine
carbonizzate, alla luce del tramonto ormai prossimo. Come il vicino Aversly, doveva
essere stato composto solo di case di legno e paglia, poiché non era rimasto un mattone
in mezzo alla cenere, solo assi spezzate e annerite e travi spaccate dal fuoco. Ovunque il
suolo era calpestato selvaggiamente da uomini e cavalli e, tra le foglie cadute di uno
spiazzo poco lontano, si scorgeva bene la terra smossa di molte sepolture fresche,
almeno una decina.
I superstiti dell'incursione della notte precedente avevano eretto un piccolo
accampamento di fortuna nel centro del paese, intorno a ciò che restava del pozzo, e
avevano cercato di costruirsi ripari sfruttando ciò che rimaneva ancora in piedi delle case
e dei materiali risparmiati dalla devastazione. Faceva troppo freddo per passare la notte
all'addiaccio e nessuno aveva potuto accontentarsi di una semplice tenda o di un falò.
Gli uomini che non erano a caccia e non erano feriti in modo grave si stavano dando
da fare per rendere quei rifugi il più possibile confortevoli e l'aria risuonava del rumore
ritmico di qualche raro martello o di un'accetta. Le donne, invece, si prendevano cura dei
bambini e dei feriti, avevano acceso alcuni fuochi per cucinare e si aiutavano tra loro a
recuperare le poche pentole e le ciotole ancora intatte.
Gli unici animali che si aggiravano tra le case erano due cani infangati. Il silenzio
greve era rotto solo da discorsi sommessi o dal pianto soffocato di chi aveva perso una
persona cara durante la notte. Era uno spettacolo che stringeva il cuore e Ian non poté
fare a meno di osservarlo con compassione.
Anche Coda di volpe taceva e sembrava aver perso la sua esuberanza. Procedeva
accanto a Ian rigido, a testa alta.
I cacciatori furono accolti con sollievo perché portavano il cibo di cui il villaggio
aveva bisogno. Le donne andarono loro incontro e alcune abbracciarono i mariti che
erano nel gruppo. I cacciatori vuotarono i carnieri e le bisacce e misero a disposizione le
prede che erano riusciti a uccidere nel bosco. Poca cosa, rispetto al numero di affamati,
ma sempre meglio di niente. Le donne erano riuscite a recuperare un po' di pane e di
formaggio, pulendoli dalla cenere dopo averli estratti da alcune dispense rimaste intatte,
e avrebbero cercato di mettere insieme una cena per tutti.
«Anch'io ho preso qualcosa» annunciò Coda di volpe, facendosi avanti tra i cacciatori
con un certo orgoglio, e tolse dalla bisaccia i due uccelli che aveva abbattuto, grossi
almeno come piccioni.
«Ben fatto, ragazzo» approvò un'anziana donna, mettendo i due pennuti insieme alle
altre prede.
Coda di volpe si fece tutto impettito, estremamente soddisfatto di ricevere
quell'apprezzamento.
Forse perché non vi è abituato, pensò Ian, ricordando l'opinione negativa che Thomas
Bull aveva espresso sul ragazzo.
Eppure non mi sembra davvero un cattivo soggetto, si disse ancora, osservandolo.
Il suo sguardo non passò inosservato a Coda di volpe, che, ignaro dei veri pensieri
dell'americano, si sentì in dovere di precisare: «Il fatto è che d'inverno non si trovano
scoiattoli, altrimenti avrei potuto portare anche più cibo».
Ian fece finta di annuire in modo comprensivo. «Certamente» disse, ma in segreto fu
felice di potersi evitare una zuppa di scoiattoli come menu del giorno.
I cacciatori intanto raccontavano a tutti quello che era accaduto nel bosco, suscitando
l'ansia generale. In molti si preoccuparono del fatto che i soldati del re fossero ancora
così vicini, ma i cacciatori cercarono di tranquillizzare gli animi.
«Faremo dei turni di guardia stanotte» disse uno dei più anziani. «Non credo che i
soldati torneranno in questa direzione, ma non si sa mai».
«Ma dove andremo domani?» chiesero da più parti e le voci si fecero concitate.
«Non abbiamo più né cibo ne case e se Dunchester non ci può più accogliere come
sopravvivremo all'inverno?» «Abbiamo vecchi e bambini: moriranno tutti!»
Le domande preoccupate si susseguirono per un bel pezzo, senza trovare risposta.
Alla ime il cacciatore alzò le mani per quietare le voci e farsi ascoltare. «Aspettiamo di
riunirci per la cena e poi decideremo il da farsi» annunciò ad alta voce. «In qualche
modo, insieme, troveremo una soluzione».
La gente annuì a quelle parole, che portarono una relativa calma. Tutti rinunciarono a
discutere per ritornare alle occupazioni più impellenti e si separarono a gruppetti di due
o tre, scambiandosi di nuovo solo parole basse e meste.
Alcuni cacciatori si rivolsero a Ian, che aveva assistito a tutta la scena in silenzio.
«Accampatevi pure dove volete» gli dissero. «Se volete vi aiuteremo a prepararvi un
rifugio per la notte, poi mangeremo tutti insieme».
«Ce l'ha già un rifugio, se vuole. Può restare con me e mia madre» s'intromise subito
Coda di volpe e guardò Ian, speranzoso. «Vero?» gli domandò per sottolineare il
concetto. «Abbiamo posto più che a sufficienza da noi».
Ian intercettò l'occhiata significativa degli uomini che l'ammonivano di rifiutare
l'invito, ma non ebbe cuore di deludere il ragazzino. «Prima sentiamo cosa ne pensa tua
madre» gli disse tuttavia.
«Oh, lei sarà d'accordo senz'altro!» esclamò Coda di volpe, raggiante, e senza più
badare ai due cacciatori, s'incamminò tirando con sé il cavallo di Ian.
«Ci rivediamo a cena, se doveste cambiare idea» disse un cacciatore al giovane
americano, poi si allontanò insieme all'altro per tornare entrambi dalle rispettive
famiglie.
Ian seguì Coda di volpe senza più dar peso alla questione. Aveva in testa
preoccupazioni ben maggiori del luogo in cui passare la notte e si arrovellava su come
poter entrare a Dunchester per salvare Daniel.
Che cosa sarà successo? continuava a domandarsi con ansia e non si riferiva solo a
Hyperversum e al suo probabile mancato funzionamento. Pensava soprattutto a
Martewall e a ciò che il cavaliere poteva aver fatto all'unico ostaggio che gli era rimasto
tra le mani: lo aveva semplicemente imprigionato, magari interrogato, forse addirittura
torturato... o peggio. Ian cercò di scacciare quelle idee orrende dalla testa, ma la verità
era che Daniel rischiava la vita a ogni istante che passava nelle mani dell'inglese
desideroso di vendetta.
Maledetto... fagli del male e giuro che me la pagherai cara! promise il giovane in
silenzio, all'indirizzo del suo nemico.
I suoi pensieri agitati s'interruppero quando Coda di volpe si fermò davanti a una
capanna di assi, costruita alla bene e meglio un po' distante dalle altre, come se volesse
tenersi in disparte. C'era davvero spazio sufficiente per ospitare più persone, ma il tetto
era decisamente traballante, le pareti sconnesse e la rudimentale stuoia di rami che
fungeva da porta non doveva essere granché efficace per contrastare il freddo.
Coda di volpe cercò comunque di presentare l'alloggio sotto la sua luce migliore. «Nel
tetto c'è il buco per far uscire il fumo, così possiamo tenere il fuoco acceso anche quando
siamo chiusi dentro!»
Sperando che non vada tutto quanto in fiamme per una scintilla vagante, si disse Ian
in silenzio, ma si guardò bene dal far notare quel dettaglio al suo interlocutore. Lo zelo
con cui il ragazzino cercava di farsi apprezzare da lui era troppo sincero per non
suscitare simpatia e scacciare qualsiasi pensiero di mortificarlo.
Coda di volpe legò il cavallo a un albero. «Più tardi cercherò un riparo anche per lui»
disse e poi andò a sbirciare nella capanna. «Mia madre non è tornata. Starà ancora
cercando le erbe per la cena o la legna per finire la casa».
«L'aspettiamo qui senza far niente?» domandò Ian, indicando la soglia della
cosiddetta "casa". «Possiamo andare anche noi a recuperare qualcosa di utile».
«Dall'incendio di ieri abbiamo salvato alcune coperte e con le foglie secche abbiamo
fatto i pagliericci. Più di così non possiamo fare» spiegò il ragazzo, convinto, sedendosi
su una pietra.
«Quand'è così...» Ian si rassegnò a guardarsi intorno, di nuovo perso in cupi pensieri.
La gente del villaggio continuava ad andare e venire tra le altre capanne, portando
materiali e attrezzi, cercando tra la cenere ciò che restava delle vecchie case. Ogni tanto
qualcuno guardava nella direzione di Ian, osservando lo straniero e il ragazzino che gli
stava seduto vicino.
«Potremmo accendere un fuoco qui per scaldarci un po' mentre aspettiamo» riprese
Coda di volpe dopo qualche minuto di silenzio. «Tutto sommato, io ho freddo».
«Giusto» convenne Ian e nel dirlo si sfregò le mani, scoprendole intirizzite.
Misero insieme in pochi minuti un mucchietto di rami per un piccolo falò e lo
delimitarono con un cerchio di pietre. Quando ebbero finito, Ian si sedette su un altro
sasso quasi di fronte al ragazzo e l'osservò darsi da fare con la pietra focaia che teneva
nella bisaccia. Il fumo cominciò quasi subito a levarsi dai rami umidi.
«Sei bravo» disse Ian, ammirato, sapendo che lui non sarebbe mai stato capace di fare
altrettanto senza usare fiammiferi o un accendino.
«Ho imparato a quattro armi» gli sorrise Coda di volpe. «A quell'epoca qualche volta
mi chiamavano "Scintilla", perché ero piccolo ma bravo ad accendere il fuoco e per via
del mio colore di capelli».
«E adesso ti chiamano "Coda di volpe", ma ce l'hai un nome vero oppure no? Non ti
avranno battezzato così sul serio, spero» domandò Ian.
Si accorse di aver toccato senza volerlo un punto spinoso, quando vide il ragazzino
rabbuiarsi.
Coda di volpe non rispose subito alla sua domanda e si limitò a sistemare un ramo nel
fuoco, come se volesse prendere tempo. «Che importanza ha?» disse alla fine. «Tanto
nessuno mi chiama mai per nome».
«Be', no di sicuro, se tu non glielo dici» replicò Ian e studiò le reazioni del ragazzino.
Adesso era incuriosito da quella strana reticenza. «Volevo semplicemente completare le
presentazioni tra noi due. Tu sai già come mi chiamo».
«Ognuno si presenta come vuole. A me piace di più il mio soprannome» mugugnò
Coda di volpe.
«Lui si chiama Beau» disse una voce a sorpresa.
Ian si voltò per trovarsi davanti una giovane donna con un paniere e una fascina di
rami in braccio e un sorriso sicuro sulle labbra. Era vestita con abiti comuni e pesanti e
portava urta mantella di lana grezza sulle spalle, ma sfoggiava un'indubbia e sensuale
bellezza. I capelli rossi, sciolti, avevano lo stesso colore di quelli di Coda di volpe e
anche gli occhi verdi erano identici.
«Il mio piccino è stato battezzato con un bel nome francese, ma si vergogna di
portarlo, per questo non lo vuole dire» continuò la giovane, con un tono ironico nella
voce morbida. «Preferisce di gran lunga farsi chiamare con il nome di un animale
selvatico e comportarsi anche allo stesso modo».
«Madre!» protestò il ragazzino, offeso.
È questa sua madre? si domandò Ian, sorpreso, mentre si alzava per salutare, eppure
la somiglianza tra i due non lasciava dubbi.
Fu colpito dal fatto che la donna avesse dato a suo figlio un nome francese e per un
attimo si chiese se anche lei lo fosse, ma poi si soffermò a considerare la sua giovane età.
La donna doveva avere meno di trent'anni, quindi aveva concepito il figlio quando era
adolescente, quasi una ragazzina a sua volta.
Di colpo, Ian capì che non era una buona idea accettare l'ospitalità da quella famiglia
e non per i motivi ancora sconosciuti che potevano addurre gli abitanti di Willingham,
ma solo perché la madre, giovane e bella, si sarebbe senz'altro esposta alle chiacchiere
malevoli dell'intero villaggio se avesse ospitato per la notte uno sconosciuto, per giunta
quasi suo coetaneo.
Lei sembrò capire uno a uno tutti i suoi pensieri e il suo sguardo fu così penetrante da
far quasi arrossire il giovane per l'imbarazzo. Eppure non mutò il suo sorriso, anzi si fece
avanti fino ad arrivare così vicino a Ian da dover piegare la testa all'indietro per
guardarlo negli occhi. «E voi siete un novello Carlo Magno?» domandò, divertita.
«Dicono che lui fosse alto sette volte il suo piede 7 e voi di sicuro arrivate molto vicino a
quella statura».
«Mi chiamo Ian Maayrkas» si presentò l'americano, chinando il capo in un saluto
cortese.
«Brianna Foxworth» ricambiò lei. «Benvenuto a ciò che resta di Willingham».
«Grazie» replicò Ian. «Sono onorato di conoscervi e di conoscere te, Beau». aggiunse,
guardando Coda di volpe mentre sottolineava il suo nome con il tono.
Il ragazzino gli fece un cenno incerto con il capo e non disse niente. Sembrava temere
qualcosa dal suo interlocutore, forse una frase o una reazione, ma si rilassò quando vide
che Ian, se anche aveva curiosità da soddisfare, non faceva né domande né commenti.
Il giovane si voltò piuttosto a seguire la madre con lo sguardo, mentre lei lo
oltrepassava con il suo carico per andare verso la capanna. «Posso aiutarvi?» disse,
indicando la fascina di rami.
«Madre, può rimanere da noi per la notte? È lo straniero che ha salvato Aversly dagli
esattori del re!» domandò invece Coda di volpe, scuotendosi dal suo teso silenzio.
«No, è meglio che io mi trovi un altro luogo per dormire» gli disse però Ian, serio.
«La tua offerta è generosa, ma non posso accettare. Tua madre sarà senz'altro d'accordo
con me».
Alzò gli occhi per cercare appoggio dalla donna e mitigare la delusione del ragazzino,
ma vide che lei continuava a sorridergli divertita.

7 Carlo Magno era alto 1,93 m.


«A dir la verità, uno alto come voi mi farebbe proprio comodo per riparare il tetto»
rispose la giovane, tranquillamente. «Non sono brava come carpentiere e poiché sono
sola potrei contare sulle vostre braccia robuste per rendere un po' più confortevole il
nostro riparo».
Ian fu preso in contropiede dalla proposta. «Vi aiuterò con piacere, se lo desiderate»
dovette rispondere alla fine, sotto lo sguardo sornione della sua interlocutrice.
«Perfetto, allora mi ripagherete l'alloggio per stanotte con un po' di lavoro» decise lei,
mettendogli tra le braccia la fascina per tenere in mano solo il paniere.
«Se la cosa non vi dà disturbo...» replicò Ian, titubante, e osservò alternativamente
madre e figlio, entrambi soddisfatti, mentre si aggiustava il peso del legname sulle
braccia. «Da dove comincio?»
«Di qua». Brianna porse il paniere a suo figlio perché lo tenesse e guidò l'americano
verso la capanna indicandogli il tetto. «Vedete? È lassù che proprio non riesco ad
arrivare. Ieri un paio di anime buone mi hanno aiutata a montare le assi, ma durante la
notte le fascine della copertura si sono spostate e né io né mio figlio siamo capaci di
rimetterle al loro posto».
Ian guardò prima fuori e poi fece capolino dentro la capanna per individuare il punto
che aveva ceduto. Era davvero un rifugio costruito in fretta e con poca maestria, tenuto
insieme da corde e rami intrecciati, alcuni dei quali facevano da puntello per le pareti. Il
tetto poggiava su due assi parallele che fungevano da travi e sostenevano le fascine di
rami secchi usate come copertura. Nel mezzo era rimasta un'apertura abbastanza grande
per far uscire il fumo, come aveva detto Coda di volpe, ma si vedevano anche zone
completamente scoperte, là dove le fascine si erano spostate col vento.
Quel rifugio malandato doveva comunque essere costato molta fatica, pensò Ian
notando anche le mani della giovane donna, ferite e macchiate dal lavoro necessario per
domare i rami.
Io non avrei saputo nemmeno da che parte cominciare, si disse ancora, nell'osservare
il tetto e contemporaneamente si chiese come evitare di fare la figura dell'incapace e
riuscire a riparare il tetto come gli era stato richiesto.
Poggiò i rami a terrà, si tolse mantello e bisaccia per essere più libero e, chinandosi,
entrò nel rifugio, badando bene a evitare il rudimentale focolare, fatto con un cerchio di
pietre nel mezzo del pavimento di terra battuta. Il tetto era a portata delle sue braccia
alzate e il giovane ne studiò la fattura per trovare ispirazione.
Non poté fare a meno però di notare anche ciò che stava all'interno della capanna,
mucchi di foglie come pagliericci, alcune coperte piegate una sull'altra, qualche utensile
da cucina e da lavoro ripuliti al meglio possibile dalla cenere, stracci, una scatola di
legno mezza bruciata e senza coperchio, in cui rilucevano alcuni ninnoli in rame e
metallo.
Anche loro hanno perso tutto dopo la razzia dell'esercito, pensò Ian tristemente.
Chissà come faranno a tirare avanti adesso.
«Beau mi ha parlato di voi, ieri sera» disse d'un tratto Brianna e Ian si rese conto che
la giovane lo stava osservando attentamente dalla soglia. «Devo dire che, vedendovi, non
si fa fatica a credere che siate un valoroso».
«Vostro figlio tende a sopravvalutarmi, e molto» replicò Ian, di nuovo in imbarazzo, e
tornò fuori dalla capanna per cominciare a lavorare dall'esterno. «Quello che è accaduto
ieri ad Aversly non ha niente di eroico e, purtroppo, è anche costato la vita a due
uomini».
«Ma è stata una grande battaglia!» esclamò Coda di volpe, eccitato solo al ricordo.
«No, è stato solo un tafferuglio inutile, che poteva essere risparmiato» lo raffreddò
subito Ian.
«Sprecate il fiato» commentò però Brianna. «Mio figlio non fa che sognare armi,
battaglie e avventure di eroici cavalieri. Non lo convincerete mai che la vita quotidiana è
molto più monotona e che prima o poi dovrà rassegnarsi a guadagnare il pane con l'umile
lavoro quotidiano come tutti quanti noi».
«Non c'è niente di male a sognare» brontolò Coda di volpe, imbronciato.
«Sì, se si sognano solo cose impossibili, come attraversare la Manica per andare a
sconfiggere uno a uno tutti i cavalieri di Francia» sospirò Brianna con un tono ironico.
Ian sbirciò madre e figlio, studiandoli. C'era una certa tensione tra i due, anche se lei
sorrideva sempre, e il giovane se ne accorse, ma ritenne opportuno non indagare.
«Davvero non siete curioso di saperlo?» domandò Brianna, sorprendendolo.
Ian si riscosse. «Che cosa?»
«Perché mio figlio porta il nome del nemico» continuò lei tranquillamente.
«Se non l'ha chiesto è perché non gli interessa» sbottò Coda di volpe, di nuovo teso
come se temesse qualcosa, ma sua madre lo ignorò per guardare solo Ian, sempre con
quell'aria sorniona.
«Non voglio intromettermi in faccende personali» replicò il giovane, serio. «E per
quanto mi riguarda, non decido mai chi mi è amico o nemico dal nome che porta, che sia
straniero oppure no».
«Sagge parole» convenne la donna. «Sarebbe bello se anche mio figlio imparasse a
ragionare in questo modo, invece di riservare solo il suo disprezzo a chiunque abbia a
che fare con la Francia, a partire da suo padre».
Questa volta guardò il ragazzino, che non rispose. Coda di volpe sembrava preso in
contropiede dall'affermazione di Ian e il suo cipiglio si era fatto più incerto.
«Mettiamoci al lavoro» decise infine la madre per sbloccare quel silenzio immobile.
«Tu porta il paniere alle altre donne. Sono tutte le radici e le erbe che sono riuscita a
trovare. D'inverno non è facile e il terreno è duro».
Il ragazzino esitò ancora e si vedeva che voleva essere lì per evitare che l'argomento
spinoso di poco prima fosse approfondito in sua assenza, ma poi capì dal tono che non
poteva disobbedire a sua madre e si rassegnò ad allontanarsi in silenzio. Brianna sospirò
di nuovo, ma questa volta il suo sorriso tradì una lieve tristezza. «Quando era bambino
era tutto molto più facile. Adesso sta crescendo e io comincio proprio a non sapere più
cosa fare con lui per togliergli dalla testa certe idee ostinate».
Ian non seppe se la giovane si stesse rivolgendo a lui o solo a se stessa e
nell'incertezza non replicò, ma decise di darsi da fare per sistemare il tetto. Brianna
comunque non aggiunse altro e tornò da lui ad aiutarlo, porgendogli i rami uno alla volta
perché li intrecciasse alle fascine e riempisse i buchi vuoti.
Lavorarono per un po' in silenzio. Ian aveva la costante sensazione di sentirsi studiato
in ogni movimento. La cosa lo mise sulle spine, perché si sentì giudicato mentre
lavorava. S'impegnò a fare del suo meglio e gli parve anche di essere riuscito a ottenere
un buon lavoro, almeno fino quando l'intreccio di rami che credeva di avere fatto a
immagine e somiglianza di quelli sul tetto non si disfece miseramente, precipitando
all'interno del rifugio e lasciando un buco più grande di quello che doveva coprire. Ian
soffocò un'imprecazione frustrata.
Brianna però rise. «Non avete mai intrecciato rami in vita vostra, eh?» commentò e
andò nel rifugio per recuperare i legni caduti, portarli fuori e ricominciare il lavoro da
capo. «Vi insegno io. Voi allungatevi a mettere tutto al suo posto» disse a Ian che si era
già accostato per aiutarla.
Ricominciarono in modo diverso con la giovane che dirigeva i lavori e Ian che le
faceva da garzone.
«Molto meglio, direi» commentò Brianna, quando ebbero finito e Ian ne convenne.
Adesso il tetto era senza buchi e sembrava persino un po' più solido.
«Volete che cerchiamo di sistemare anche le pareti?» domandò Ian, ma Brianna
scosse la testa e si strinse di più nella sua mantella di lana. «C'è poco da fare per quelle.
Bisognerebbe tappare le fessure con l'argilla ma non saprei davvero dove andarla a
scavare adesso, col freddo che fa. Comunque non si asciugherebbe mai. Useremo gli
stracci dove si potrà e per il resto faremo senza, tanto non resteremo qui a lungo.
Almeno spero».
Andò a sedersi sulla pietra dove poco prima stava suo figlio e ravvivò il falò per
scaldarsi le mani. Adesso che il lavoro era terminato, anche Ian scoprì di avere freddo e
tornò verso il fuoco. Recuperò bisaccia e mantello, ma porse quest'ultimo alla giovane
perché si scaldasse.
«Sono già riparata abbastanza, vi ringrazio per la premura» rifiutò però lei con un
sorriso. «Indossatelo voi, la vostra tunica non è sufficiente a tenervi caldo».
In effetti, Ian sentiva le spalle gelate. Si copri con il mantello e si sedette su un'altra
pietra. Porse a Brianna il vino che gli era rimasto nella bisaccia dal pranzo. «Non è
molto, ma è meglio di niente. Sembrate stanca e vi farà bene».
«Questo lo accetto volentieri». La giovane assaporò con calma i pochi sorsi che erano
nella fiasca e la tese vuota all'americano. «Vorrei dirvi di me e di Beau» continuò poi
inaspettatamente.
«Non siete tenuta a darmi spiegazioni» obiettò Ian. Brianna scrollò le spalle.
«Preferisco raccontarvi le cose in
prima persona, tanto comunque le verreste a sapere ugualmente e con parole più
spiacevoli della verità» replicò, accennando in modo eloquente agli abitanti indaffarati
del villaggio. «E voglio che sappiate tutto prima di accettare davvero l'invito di mio
figlio. Così sarete libero di decidere con più consapevolezza se volete rimanere a
dormire da noi o cercarvi una sistemazione più conveniente».
Ian si fece molto serio. «Non vedo come dicerie malevoli potrebbero farmi diventare
scortese con voi che mi avete dimostrato tanta ospitalità».
La giovane aggiunse un ramo nel falò con calma. «Il padre di Beau era un cavaliere
francese e non era mio marito» esordì, senza tanti preamboli. «Eravamo ragazzi
entrambi, ma lui, con un titolo della piccola nobiltà sulle spalle, era molto più importante
di me, semplice figlia di un calderaio ambulante. Eppure ci amavamo. Lui aveva
promesso di sposarmi, anche andando contro la volontà della sua famiglia, ma fu
mandato in guerra e morì. A me rimase nostro figlio. Da allora ho viaggiato per molte
regioni».
Ian era colpito. «La famiglia di quel cavaliere non ha voluto accettare il bambino?
Avrebbe potuto provvedere almeno a lui, era suo dovere».
«Beau non era ancora nato quando il mio Mathieu morì. La sua famiglia non mi volle
nemmeno vedere, arrivò a mettere in dubbio la paternità di mio figlio e io tornai in
Inghilterra».
«E tuttavia avete voluto battezzare vostro figlio con un nome francese».
Brianna ebbe un'espressione sognante per un attimo. «In onore di suo padre, sì, perché
era un ragazzo gentile e bello. Il était si beau!8 diceva la sua gente e lui lo era davvero.
Quando portava l'armatura sembrava san Michele». Spostò lo sguardo di nuovo su Ian e
la sua espressione si era fatta fiera. «E mi amava» ribadì.
«Ne sono certo» rispose Ian, sostenendo i suoi occhi con sincerità.
La giovane lo indagò per qualche secondo, poi ritornò ad occuparsi del fuoco. «Be',
qui non sono in molti a pensarla come voi. In più ci si è messa la guerra e quindi potete
immaginare i commenti di tutti su di me e su mio figlio. Lui naturalmente è quello che
ne soffre di più».
E per questo rinnega il suo nome e si impegna a odiare tutto ciò che è francese,
concluse Ian tra sé e sé. Deve dimostrare di non essere diverso dagli altri.
«Ho dovuto guadagnare il pane facendo molti mestieri» continuò Brianna. «Mio padre
mi aiutò finché poté, mi insegnò anche il suo lavoro, poi però rimasi sola e dovetti
arrangiarmi a tirare avanti. Non è stato facile né lo è adesso, ma nonostante tutte le
dicerie che possono circolare su di me, non ho mai fatto nulla di disonesto. Questo ve lo
posso giurare sul Vangelo».
«Risparmiate i giuramenti per i maligni, io non ne ho bisogno» le rispose Ian. «Posso
solo ammirarvi per la forza con cui avete avuto cura di vostro figlio, nonostante tutto».
Brianna meditò sulle sue parole, poi finalmente gli sorrise di nuovo. «Mi pare di
capire che vi avremo ospite, allora».
«Solo se la cosa non vi crea ulteriori difficoltà» puntualizzò Ian.
«Non credo». Brianna ebbe una breve risata. «Il lato positivo di avere una pessima
reputazione è essere liberi di fare ciò che si vuole in barba alle convenienze!»
Ian dovette sorridere con lei, ma si chiese nel frattempo quanto dovesse aver già
sofferto quella donna, nonostante tutta la sua spavalderia. La gente certo non era stata
generosa con una ragazza sola e madre di un figlio illegittimo e l'atteggiamento di tutti
verso Brianna e Beau Coda di volpe era ancora più che eloquente.
Il ragazzino ritornò in quel momento, di corsa. «È arrivata la gente di Aversly!»
annunciò, indicando a Ian l'agitazione improvvisa nel centro dell'accampamento.

8 Era così bello!


Capitolo 15
Non c'era niente da fare, Daniel dovette rassegnarsi. Aveva esaminato mille volte ogni
singola pietra della sua prigione, ma senza trovare la benché minima idea per evadere.
Le sbarre erano solide, la serratura della porta inattaccabile senza strumenti adatti. La
pietra non aveva aperture, a parte il foro sul pavimento che serviva da latrina.
Bisognerebbe essere un topo per uscire da qui, concluse Daniel con rabbia e si ributtò a
sedere sul pagliericcio per l'ennesima volta, sfregandosi le braccia doloranti.
Martewall non era più tornato, eppure dall'interrogatorio era trascorsa quasi una
giornata intera.
Daniel non sapeva se essere felice o preoccupato di quell'assenza: il cavaliere inglese
poteva essersi convinto di aver commesso un atto grave e ingiustificabile nel tenere
prigioniero chi in realtà era innocente da ogni colpa, oppure più semplicemente poteva
aver deciso di far impiccare il suo ostaggio senza più interrogarlo perché si era persuaso
di non poter ottenere niente di utile da lui.
Se uscirò mai vivo da qui, spero che mi capiti tra le mani, pensò Daniel con rancore,
guardandosi i segni sui polsi lasciati dalle corde dei suoi aguzzini.
Se non altro, almeno i carcerieri gli avevano portato da mangiare e da bere. Un
soldato in divisa nera era comparso dopo l'interrogatorio e aveva aperto la cella per
posare in terra una pagnotta e una ciotola d'acqua, che non passava attraverso le sbarre
fitte. Poi se n'era andato senza rivolgere una sola parola al prigioniero, chiudendosi la
porta alle spalle. Naturalmente, insieme al cibo non era stata portata alcuna posata che
potesse in qualche modo essere utile per una fuga.
Daniel estrasse da sotto il pagliericcio l'estremità della verga spezzata che Martewall
aveva gettato in terra e poi dimenticato lì quando se n'era andato. Era riuscito a staccarne
e nasconderne un pezzo, prima che il soldato arrivasse, e aveva lasciato il resto sul
pavimento per non insospettire nessuno con la sua sparizione, nel caso gli uomini di
Martewall se ne fossero ricordati.
Il soldato infatti ne aveva raccolto i pezzi senza osservarli, gettandoli fuori portata
oltre le sbarre, e poi se n'era andato. Non si era accorto che alla verga mancava una
piccola parte.
Daniel osservò il frammento che gli era rimasto in mano: era lungo un po' più di una
spanna ma era legno troppo leggero per poter servire a qualcosa contro la serratura o le
sbarre di ferro, eppure era l'unico oggetto che avesse a disposizione.
Tante precauzioni per nasconderlo e adesso cosa me ne faccio? si domandò,
cupamente, rigirandosi il frammento nelle mani per poi abbandonarlo li accanto.
Frustrato, si sdraiò sul pagliericcio a guardare il soffitto. Per puro scrupolo, ma senza
alcuna aspettativa, tentò di chiamare Hyperversum. Il gioco, naturalmente, non gli
rispose.
Vorrei tanto capire perché, si disse Daniel per l'ennesima volta e lasciò ricadere la
mano con stizza.
Qualcosa gli causò dolore, facendolo sobbalzare.
Il giovane si sollevò su un gomito per accorgersi di aver colpito col palmo della mano
il frammento di verga. Il bordo irregolare, là dove la verga era spezzata, gli aveva
procurato una ferita piccola ma netta e fastidiosa.
Daniel imprecò mentalmente, poi si leccò la ferita che aveva iniziato a sanguinare.
Nel frattempo, però, riportò la sua attenzione sul pezzo di legno e lo riprese in mano.
Aveva un bordo tagliente, notò, passando la punta di un dito lungo la parte scheggiata.
Corrugò la fronte, mentre un'idea gli aleggiava nella testa. Sfregò il legno sulla pietra
ruvida del pavimento e vide che riusciva a limarlo senza che si frantumasse. L'idea prese
corpo. Forse, con un po' di fatica e molta attenzione, avrebbe potuto dare a quel pezzo di
verga la forma che gli serviva.
La luce calava d'intensità attraverso la feritoia sul muro di fronte alle sbarre,
indicando che la giornata stava per finire.
Daniel guardò il buio avanzare e continuò a sfregare il legno sulla pietra.

***

Intorno ai falò di Willingham si era fatto scuro. Solo gli uomini erano rimasti seduti a
discutere, mentre le donne si erano ritirate nelle capanne con i bambini a dormire,
sperando di difendersi dal freddo.
L'arrivo della carovana di Aversly aveva aggravato il problema dei ripari per la notte,
troppo pochi per l'aumentato numero di persone dell'accampamento, ma almeno aveva
alleviato quello del cibo poiché gli abitanti dell'altro villaggio avevano potuto portare
con sé le loro scorte e le avevano divise con i vicini.
I cacciatori avevano raggiunto il gruppo guidato da Bull in tempo per avvertirli di non
andare verso Dunchester e così la carovana era arrivata a Willingham, formando un
unico accampamento di sfollati senza più dimora. Si erano dati tutti da fare per rimediare
il più possibile alle condizioni davvero disagevoli e lavorando sodo vi erano in parte
riusciti, costruendo qualche capanna in più e adattando alla meglio quelle già presenti.
Erano riusciti anche a mettere in piedi un rudimentale riparo per gli animali da soma e da
tiro e anche il cavallo di Ian era stato ospitato insieme agli altri, per proteggerlo meglio
dal freddo.
Infine, dopo aver lasciato mangiare donne e bambini per primi, gli uomini erano
rimasti soli a finire la cena e, soprattutto, a decidere cosa fare l'indomani, che si
prospettava incerto.
Thomas Bull sedeva accanto a Ian, sulle pietre poste vicino ai falò come sedili.
Il boscaiolo era stato molto felice di ritrovare l'americano e l'aveva salutato con
calore, contento di rivederlo sano e salvo e riconoscente perché grazie a lui tutta la gente
di Aversly aveva potuto evitare di finire sulla strada dei soldati del re.
Adesso i due erano seduti fianco a fianco, consumando la cena insieme agli altri
uomini e ascoltando i loro discorsi cupi.
Coda di volpe, naturalmente, era accoccolato a poca distanza da entrambi e non
perdeva una sola parola della discussione in atto.
Non era più un bambino, aveva ricordato a sua madre quando Brianna aveva cercato
di convincerlo ad andare a dormire con lei, e perciò si era ostinatamente seduto ai piedi
di Ian, senza più ascoltare ragioni. Alla fine Brianna aveva dovuto rassegnarsi, ma aveva
ceduto solo perché Ian le aveva promesso di non far andare il ragazzino a dormire troppo
tardi. E così Coda di volpe mangiava in silenzio accanto agli uomini, come un cucciolo
desideroso di imparare e avido di ascoltare i loro discorsi.
La discussione era tetra e verteva su un solo argomento: i soldati del re, la razzia della
notte precedente e la battaglia che stava per abbattersi su Dunchester. Gli uomini erano
preoccupati perché non sapevano in che direzione portare le loro famiglie per metterle al
sicuro.
Ian ascoltava i discorsi con poca attenzione mentre mangiava la zuppa calda che gli
era stata offerta in una ciotola, totalmente perso dietro il suo pensiero principale. Per lui
non si poneva il problema di scegliere in che direzione andare poiché non poteva fare
altro che dirigersi verso Dunchester e raggiungere Daniel in qualche modo, prima che gli
accadesse il peggio. Peccato però che l'amico fosse tagliato fuori dal mondo, visto che
era rinchiuso in un maniero con un intero esercito intorno.
Da solo non ce la farò mai, fu la conclusione lucida a cui giunse alla fine. Doveva
trovare un aiuto esterno, ma proprio non sapeva dove né come.
«Io dico di andare al castello e aiutare sir Martewall nella difesa».
Quelle parole, pronunciate da uno dei cacciatori proprio in quel momento, fecero
alzare gli occhi a Ian, strappandolo dalle sue considerazioni. Il giovane vide che
l'opinione non era isolata tra gli uomini e che in molti annuivano, nonostante le facce
spaventate degli altri.
Coda di volpe aveva già drizzato le orecchie con interesse estremo.
«Sir Martewall ci ha protetti dai mercenari del re finché ha potuto, adesso tocca a noi
fare fronte comune per difendere Dunchester» continuò il cacciatore. «Se il castello si
salverà, allora anche le nostre famiglie potranno trovarvi riparo e sopravvivere».
«Dunchester non si salverà» obiettò però un altro uomo. «Come potrebbe, da solo
contro l'esercito del re?»
«L'esercito del re è poca cosa, dopo che i Francesi l'hanno decimato. I suoi soldati
sono quasi tutti prezzolati, mentre i nostri cavalieri sono ancora prigionieri di là dalla
Manica oppure sono tornati ai loro feudi dopo la sconfitta. Non molti di loro
risponderanno al richiamo alle armi del Senza Terra che li ha umiliati».
«Di sicuro non verranno per combattere un altro barone inglese. Non se la sentiranno
di alzare le armi contro chi porta sul blasone il leone di re Riccardo» aggiunse Bull e il
suo intervento fece voltare Coda di volpe, con gli occhi brillanti di aspettativa.
«Voi dite davvero?» domandò eccitato il ragazzino.
«Puoi scommetterci» gli rispose l'ex-soldato. «Il Senza Terra assalterà Dunchester, ma
lo farà senza l'appoggio degli altri baroni».
Probabile, visto che in molti hanno già deciso di rivoltarglisi contro, pensò Ian, in
silenzio cupo. Il re comunque ha forze più che sufficienti per mettere a ferro e fuoco il
castello e farla pagare cara ai suoi difensori.
«I mercenari sono farabutti inaffidabili» stava dicendo un secondo cacciatore. «Non
combattono più, se trovano una resistenza decisa. A loro importa solo di essere pagati e
non rischiano la pelle quando possono evitarlo».
«Tu che ne dici?» domandò Bull a Ian, mentre gli altri discutevano animosamente.
Coda di volpe pendeva dalle labbra di entrambi.
«Sarà un massacro» rispose il giovane americano, cupo, deludendo il ragazzino. «Non
avete armi adeguate e nemmeno un addestramento militare, come pensate di poter
combattere contro mercenari esperti? Molti di voi moriranno».
«Molti di noi sono già morti» lo corresse però duramente un uomo che l'aveva udito.
«Io ho perso mio fratello stanotte e altri hanno visto morire un padre o un amico».
Da quella frase si levò un susseguirsi di storie, che ricordavano i cari e i conoscenti
uccisi in guerra o dagli sgherri del re e le infinite angherie subite dopo la scomparsa di
Riccardo Cuor di Leone. La discussione si generalizzò e diventò più accesa. Le voci
ostili ebbero il sopravvento su quelle spaventate o prudenti.
«Dobbiamo difenderci anche con le armi. Abbiamo già sofferto abbastanza!»
«Vendichiamo i nostri morti!»
«Il re non può trattarci come animali!»
«Meglio morire che vivere da schiavi!»
Ian si ritrovò circondato da quelle voci e capì che non era in suo potere dissuadere
quella gente dall'andare verso la ribellione armata e la guerra civile. Avevano tutti
sofferto già troppo e la Storia voleva che ponessero un freno con le armi al dispotismo di
re Giovanni. Bull continuava a guardare il giovane, aspettando una sua decisione e così
faceva Coda di volpe, quasi trattenendo il fiato.
«Verrò con voi» disse Ian alla fine. «Sarei andato a Dunchester comunque. Spero che
il mio aiuto, per quanto povero, possa esservi utile in qualche modo».
«Sì!» esultò Coda di volpe.
Ian non gli badò, stava riflettendo sull'ironia della sorte che lo portava a difendere il
castello del suo nemico.
Ma non ho scelta, se voglio sperare di avere almeno un'occasione di entrare a
Dunchester, si disse amaramente. Se mi mischio alla gente di Aversly e Willingham,
forse Martewall non mi noterà e io riuscirò a raggiungere Daniel in qualche modo.
Anche così però rimaneva l'incognita di come uscire poi dal castello, ma Ian preferì
ignorare quel pensiero. Poteva affrontare solo un problema insolubile alla volta e trovare
Daniel era l'obiettivo principale nella sua testa. Per il resto si sarebbe affidato alla
fortuna e alla Provvidenza, quando sarebbe stato il momento.
La riunione intanto si era trasformata del tutto naturalmente in un consiglio di guerra.
«Abbiamo solo poche spade, quelle prese ai soldati uccisi, ma di archi e fionde ce ne
sono in abbondanza e ne possiamo preparare altri» ricordò Bull a tutti. «Non possiamo
attaccare i mercenari corpo a corpo, ma possiamo tenerli sotto tiro da lontano. Non si
aspetteranno di essere assaliti da dietro o dai fianchi, non sanno che ci stiamo
organizzando e non ci temono».
«Arcieri rapidi a tirare possono tenere in scacco un numero notevole di fanti e persino
di cavalieri» aggiunse Ian e parlava per esperienza. Aveva già visto cosa potevano fare
nugoli di frecce ben tirate sui guerrieri a piedi o a cavallo, per quanto protetti, ed era un
ricordo di guerra agghiacciante. Cercò di scacciare dalla testa la memoria dei sibili
striduli che piovevano dal cielo per falciare uomini e bestie tutto intorno a lui a Bouvines
e continuò: «Se tra di voi ci sono balestrieri, ancora meglio. Potranno tirare più frecce e
con maggiore efficacia, li useremo per mirare agli ufficiali e ai cavalieri, visto che
avranno più possibilità di trapassare le cotte di maglia».
Accanto a lui, Bull annuì, approvando le sue parole. Da ex-soldato doveva aver avuto
fin troppo l'esperienza diretta di ciò che Ian spiegava. «Purtroppo non abbiamo un
numero infinito di frecce e non riusciremo a prepararne molte di più prima della
battaglia. Dovremo usare con attenzione quelle che abbiamo disponibili e badare bene a
non sprecarle. Per le pietre da fionda, invece, non credo che ci saranno problemi».
«E quelli di noi che non hanno archi o balestre, ma solo armi da taglio?» domandò
qualcuno.
«Dovranno procurarsi armi da lancio oppure rassegnarsi a rimanere nelle retrovie ad
aiutare i tiratori finché sarà possibile» disse Ian. «Non potete affrontare in campo aperto
soldati bene armati e protetti dalle cotte o dai corpetti: vi fareste solo ammazzare
inutilmente. Aiutate gli arcieri o i frombolieri piuttosto, perché non restino mai senza
frecce o pietre. È fondamentale che le raffiche delle vostre armi siano sempre costanti,
perché non appena i mercenari si accorgeranno di voi, vi si getteranno contro e, se non
riuscite a tenerli a distanza, sarà una carneficina».
«Dobbiamo trovare il modo di rimanere al riparo il più possibile» aggiunse Bull.
«Qualcuno conosce la conformazione esatta del castello di Dunchester e del territorio
che vi sta intorno?»
In molti tra gli uomini di Willingham risposero affermativamente, poiché avevano
avuto modo spesso di andare al castello per vendere o comprare cibo e merci. In breve si
riunirono intorno al falò più grande, quello che proiettava più luce, e con rami, sassi e
solchi sul terreno disegnarono una rudimentale piantina dei castello.
Coda di volpe andò a gattoni a guardare da vicino. Anche Ian si protese verso la
mappa, ascoltando con attenzione la descrizione che gli uomini facevano ad alta voce.
«Il castello è ancora in costruzione?» domandò sorpreso, quando gli fu detto che la cinta
di mura esterna non era ancora stata completata.
«È in via di ampliamento» gli risposero. «Era una rocca piccola, ma re Riccardo
concesse alla città lo statuto di porto mercantile e quindi si iniziarono i lavori per
ingrandire il borgo sul mare e quello intorno al castello. Poi però il Cuor di Leone mori
e, da quando suo fratello salì al trono, divenne sempre più difficile avere il denaro
sufficiente per terminare i lavori sulle mura. Alla fine sir Martewall ha preferito che gli
uomini si dedicassero a coltivare la terra e allevare bestiame, piuttosto che terminare
l'ultima cinta muraria».
Anche perché non si aspettava di doversi un giorno difendere dal suo stesso re,
immaginò Ian.
«È un grosso problema per il castello, ma almeno avvantaggia noi» disse Bull. «Le
truppe del re avanzeranno direttamente fin sotto le torri principali, ma anche noi potremo
entrare dietro di loro senza fatica e prenderli di sorpresa. Saranno presi tra due fuochi e
non potranno disperdersi perché non potranno scavalcare tanto facilmente il cerchio
delle mura in costruzione, specie con i cavalli».
Una trappola, pensò ancora Ian, studiando la conformazione del castello, e cercò di
immaginarsi cosa avrebbe proposto il conte Guillaume de Ponthieu se fosse stato al
posto suo. In quel momento avrebbe davvero avuto bisogno della sua esperienza da
stratega. «La porta frontale delle mura esterne è senza cancelli o portoni, giusto?»
domandò.
«Sì. Non c'è nemmeno un vero fossato. Da quella parte le mura sono alte poco più di
un uomo e le torri hanno le impalcature».
«Quindi le truppe del re entreranno dalla porta e proseguiranno dritte per il castello,
senza dover perdere tempo a occuparsi della prima cinta» continuò Ian. «Noi però
potremmo salire sulle mura e bersagliare i mercenari da lì. Visto che la parte costruita
non è tanto alta, possiamo arrivarvi sotto da fuori e scalarla, poi le impalcature
proteggeranno i tiratori. Prenderemo i soldati di sorpresa di lato».
«E se dovessero tentare di attaccarci potremmo scappare balzando giù dalle mura e
mettendoci in salvo nel bosco prima che i soldati a piedi possano arrampicarsi per
scavalcare il muro, o quelli a cavallo fare il giro per uscire dalla cinta attraverso la porta.
Non è male come idea, potrebbe anche funzionare» approvò Bull, grattandosi il mento
ispido mentre rifletteva.
Il piano di battaglia prese corpo per suggerimenti successivi, mentre gli uomini
aggiungevano dettagli e proposte e decidevano come dividersi il lavoro per preparare
tutto il necessario. Dovevano fare in fretta poiché l'esercito del re senza dubbio avrebbe
attaccato l'indomani, probabilmente dopo aver tentato di negoziare un'improbabile resa
con i signori del castello.
Ci sarebbe stato da lavorare per buona parte della notte.
Ian lasciò discutere gli altri, delegando il ruolo dell'organizzatore a Bull, mentre tra sé
e sé cercava di studiare il resto del piano, quello che coinvolgeva solo lui. Con gli occhi
fissi sulla mappa del castello di Dunchester si chiedeva come fare per poter proseguire
oltre durante la battaglia e varcare anche il ponte levatoio che divideva il maniero dal
resto dell'agglomerato urbano. Doveva entrare al castello in qualche modo, ma non
poteva farlo fintanto che il cancello fortificato del maniero fosse rimasto chiuso.
Doveva sperare che la battaglia dell'indomani si risolvesse con la sconfitta dei
mercenari, solo così forse i difensori del castello avrebbero aperto i portoni per inseguire
i nemici in fuga e, probabilmente, accogliere gli sfollati all'interno del castello.
Il suo pensiero andò automaticamente a Daniel. Giuro che ti tirerà fuori da lì, in un
modo o nell'altro.
«Allora domani ci sarà battaglia» lo distrasse la voce di Coda di volpe.
Ian rialzò gli occhi per vedere che il ragazzino era tornato accanto a lui e lo guardava
trepidante. Quello che notò nel suo sguardo non gli piacque affatto e lo mise in allarme.
«Sì, ci sarà battaglia, ma non per te» replicò Ian, severo. «Tu resterai con tua madre e
il più lontano possibile da Dunchester».
L'espressione di Coda di volpe si trasformò immediatamente per la delusione. «Ma io
sono un buon tiratore, voi lo sapete! Posso esservi utile!» protestò.
«No. Tu non verrai con noi. E adesso te ne vai a letto». «Ma...»
«A letto. Ora». Ian indicò le capanne con un gesto che non ammetteva repliche.
Coda di volpe guardò prima Ian poi tutti gli altri uomini, che si erano
momentaneamente interrotti nell'udire il tono dell'americano farsi d'acciaio in quella
piccola discussione.
«Gli adulti devono discutere e i bambini vanno a dormire» disse Thomas Bull, in
risposta alla muta richiesta d'appoggio che il ragazzino rivolse con gli occhi intorno a sé.
In molti annuirono e Coda di volpe capì che non sarebbe mai riuscito a farsi ascoltare.
Si alzò in piedi, offeso e arrabbiato, con i pugni serrati.
«Se non ti trovo a letto quando torno, te la vedrai con me, oltre che con tua madre»
minacciò Ian, deciso a tutto pur di allontanare il ragazzino da quella riunione di guerra,
che gli aveva già messo in testa troppe fantasie pericolose.
Coda di volpe non osò replicare, ma gli lanciò uno sguardo furioso e poi scappò via di
corsa.
«Sì, testa calda com'è, quel ragazzino prima o poi si metterà davvero in guai seri»
commentò Bull di fianco a Ian.

***

Quella notte, molto tardi, quando Ian entrò piano nella capanna dove avrebbe dormito,
fu sollevato nel vedere che Coda di volpe era davvero lì e dormiva rannicchiato sul
pagliericcio accanto a sua madre. Il ragazzino aveva un'espressione scontenta anche nel
sonno e Ian riuscì a vederla alla luce sommessa del falò che ancora ardeva nel cerchio di
pietre al centro della capanna.
Il giovane chiuse con cura la porta fatta con i rami intrecciati e si sedette sullo strato
di foglie che era stato destinato a lui per dormire.
C'era anche una coperta ripiegata li vicino e Ian vi si avvolse ancora prima di
sdraiarsi. Mise anche qualche ramo in più nel fuoco perché durasse ancora qualche ora,
almeno fino all'alba.
La temperatura era tutto sommato accettabile all'interno della capanna e avrebbe
consentito di dormire abbastanza tranquillamente.
Ian si passò la mano sul viso stanco, mentre rimaneva seduto per qualche minuto.
Dormire, sì, ne aveva un bisogno assoluto, specie pensando alle incognite
dell'indomani.
La riunione tra gli uomini era finita dopo aver deciso i turni di guardia intorno
all'accampamento, aver preparato archi e frecce in più e recuperato dalle case distrutte
ogni attrezzo che potesse trasformarsi in un'arma. Si erano divisi gli uomini che
sarebbero andati in guerra da quelli che invece sarebbero rimasti a proteggere le famiglie
e l'accampamento. In tutto, una cinquantina di uomini armati si sarebbe diretta a
Dunchester alle prime luci dell'alba, lasciando indietro pressoché solo i più anziani e i
feriti.
Thomas Bull, naturalmente, era tra quelli che sarebbero andati a combattere e,
nonostante avesse lasciato la vita da soldato da molto tempo, sembrava prontissimo a
buttarsi in una battaglia.
A Ian invece sembrava di non esserlo affatto.
Eppure sono cavaliere, dovrei essere preparato, si disse il giovane, ma allo stesso
tempo ringraziò il cielo di non essere ancora abituato a vedere morti e feriti, violenza e
sangue, e sperò di non arrivare ad abituarvisi mai.
Guardò Coda di volpe, che invece era tanto desideroso di partecipare a una guerra,
con l'ingenua esuberanza dei suoi tredici anni.
Sta' alla larga più che puoi da tutto questo, pensò Ian e si allungò oltre il falò, nella
piccola capanna, per aggiustare la coperta sulle spalle del ragazzino che dormiva. Nel
farlo, si accorse che Brianna era sveglia e lo guardava. La luce del fuoco si rifletteva
negli occhi verdi.
«Grazie» gli fece capire lei, muovendo solo le labbra e accennò in modo eloquente al
figlio addormentato al suo fianco.
Ian le sorrise e annuì, poi si sdraiò per dormire.
Capitolo 16
L’alba arrivò prestissimo, o almeno così parve a Ian, che vide il buio schiarire
attraverso le fessure nelle pareti sconnesse della capanna.
Il fuoco si era quasi spento e nel rifugio cominciava a fare freddo. Il giovane si
risollevò su un fianco per ravvivare le fiamme con gli ultimi rami e poi si alzò, piano per
non svegliare Brianna e Coda di volpe che dormivano ancora, rannicchiati l'uno nelle
braccia dell'altra.
Fuori, anche il resto del villaggio era addormentato e solo qualche uomo passava
come un'ombra tra le capanne, tornando dai turni di guardia.
Il sole non era ancora apparso nel cielo, ma le nuvole si erano già orlate di rosa e le
cime degli alberi emergevano dal buio. La temperatura era decisamente bassa e Ian si
strinse sulle spalle la coperta che aveva tenuto addosso, per sfruttarne il calore ancora un
po'.
Si ravviò i capelli con la mano e poi se la passò sulle guance, sentendole pungere.
Aveva una voglia disperata di lavarsi, ma non era certo il caso di trovarsi un fiume in cui
fare il bagno, col freddo che faceva. Si sarebbe accontentato di un secchio d'acqua,
nonostante la temperatura.
Andò verso il pozzo deserto e attinse l'acqua che poi rovesciò nel truogolo in cui il
giorno prima avevano fatto abbeverare gli animali. C'erano anche alcuni stracci lì
accanto, Ian ne scelse uno pulito e infine, raccogliendo il coraggio, si spogliò a torso
nudo.
Il freddo gli morse la pelle e lo fece rabbrividire, ma il giovane immerse ugualmente
lo straccio nell'acqua e cominciò a lavarsi coscienziosamente.
Lo fece come se fosse una specie di rito, cercando di concentrarsi su ogni singolo
gesto, nel silenzio dell'accampamento ancora mezzo addormentato.
Con il pensiero della battaglia incombente, sentiva l'assoluta necessità di prepararsi,
per affrontare il suo ritorno alle armi. Il suo vero ritorno nella pelle di un cavaliere.
Quando ebbe finito, rimase per un attimo appoggiato al truogolo a fissare il proprio
riflesso nell'acqua, alla luce dell'alba ormai iniziata. Aveva la pelle gelata, ma una
grande determinazione dentro e la totale consapevolezza di quello a cui stava andando
incontro.
Sarebbe stato un giorno di sangue, ma l'avrebbe affrontato con tutta la forza d'animo
che aveva.
Sono pronto, si disse.
«Quelle sì che sono cicatrici».
Ian si voltò di scatto verso la voce che l'aveva colto di sorpresa alle spalle. Vide
Brianna con un secchio sottobraccio e un sorriso astuto sulle labbra: veniva a prendere
l'acqua al pozzo, ma in quel momento sembrava interessata a tutt'altro.
Ian si drizzò per andare a coprirsi, ma tra lui e gli abiti lasciati sul bordo del pozzo si
era spostata la donna. Lei appoggiò il secchio a terra per andargli incontro. Gli prese una
spalla con la mano e lo costrinse a ruotare il torso. «Come ve le siete procurate?»
domandò, senza alcun turbamento. Sembrava semplicemente curiosa. «È opera di una
frusta».
«Sì» ammise Ian, a disagio. «E stato tanto tempo fa». Si spostò con decisione per
andare a recuperare la camicia e la tunica e finire di vestirsi.
«Che avete fatto per meritarvi una cosa del genere?» domandò ancora lei, sempre con
quel suo sorriso sornione. «Non siete il tipo da commettere crimini: ho l'occhio fino, io,
nel giudicare gli uomini».
Ian capì che non si sarebbe liberato di lei semplicemente cercando di evitare
l'argomento. «Mi sono messo contro uno sceriffo per difendere una ragazza e lui me l'ha
fatta pagare» riassunse, mentre si allacciava i vestiti.
«Uno sceriffo. Nientemeno». Brianna aveva notato che lui non la guardava negli
occhi mentre lo diceva, così come aveva colto il suo disagio. Non chiese nomi, dettagli o
luoghi, ma nemmeno si allontanò. «Avete messo in salvo la ragazza, almeno? Vi è stata
riconoscente? Sì, lo sarà stata senz'altro, con un bel cavaliere come voi» domandò e si
rispose da sola, con malizia.
«Io non sono un cavaliere» replicò Ian, stavolta girandosi, in allarme.
«Oh, sì che lo siete. Non ho dubbi». Brianna ebbe una risatina. «Che altro potreste
essere? Un uomo con un corpo muscoloso come il vostro: dovrei credere che è un
contadino? Un artigiano? Chissà, magari un impagliatore, vista l'abilità che avete con
rami e fascine!»
«Oppure uno scrivano. E se vi dicessi che sono uno storico?»
«Riderei. Vi smentisce quello che avete fatto ad Aversly e poi nel bosco prima di
arrivare qui a Willingham».
«Nel momento del pericolo chiunque può brandire una spada e difendersi» tentò
ancora di obiettare Ian, ma aveva già capito che Brianna non avrebbe mai abbandonato
la convinzione a cui era giunta. Aveva uno sguardo troppo saputo negli occhi chiari.
«E quanti uomini, a parte quelli di spada, s'inginocchiano a venerare san Giorgio?»
insinuò la giovane.
A quel punto, Ian ebbe la certezza di essere stato spiato due giorni prima, nella
cappella in mezzo al bosco.
«Me l'ha detto Beau» confermò Brianna, intuendo il suo sospetto. «Vi ha visto mentre
pregavate».
Si accostò ancora a Ian per allacciargli la tunica al posto suo. Quando ebbe finito però,
gli lasciò le dita posate sul petto. Alzò gli occhi per cercare quelli del giovane, così più
alto di lei. Sorrideva sempre e in quel momento aveva un fascino felino.
«Da tanto tempo non vedevo un cavaliere così da vicino. E così bello, poi. La cosa mi
fa un certo effetto».
Seguì un silenzio denso di significato. Ian prese un bel respiro. «Vi prego, fermiamoci
qui, Brianna».
«Perché? Non mi ritenete adatta a voi, forse? Oppure non sono abbastanza bella?»
replicò lei, ma non era offesa e nemmeno scoraggiata. La sua mano era calda anche
attraverso la stoffa della tunica, proprio sul cuore. «Non temete: non vi chiederei mai un
impegno che non potreste mantenere. Non sono più la ragazzina che sogna il grande
amore e mi sento ormai troppo libera per adattarmi a un legame. Però mi piacerebbe
avere un po' di compagnia e un uomo come voi in casa farebbe bene anche a Beau».
Ian le prese la mano per allontanarla, pur senza essere rude. «Voi meritate il migliore
degli uomini e siete bellissima. Mentirei se dicessi che non vi trovo attraente. Ma non
posso ascoltare queste vostre parole: sono sposato e amo mia moglie».
Brianna piegò leggermente il capo di lato, imperturbabile. «E quella ragazza, vero?»
«Sì». Ian sentì come sempre una fitta struggente di nostalgia al pensiero di Isabeau.
«Non la vedo da un tempo infinito».
«E siete sicuro che lei vi sia rimasta fedele?» insinuò Brianna. Non lo disse con
cattiveria: giocava, divertendosi a stuzzicare il suo bersaglio.
Ian la guardò, serio. «Con che diritto potrei chiederle di essermi fedele, se io per
primo vengo meno alla promessa fatta davanti all'altare?»
Il sorriso si allargò sul volto di Brianna. La giovane liberò la mano da quella di Ian.
«Siete un uomo d'onore, tutto d'un pezzo: devo rassegnarmi, a quanto pare» commentò,
divertita.
Tacque per un po', mentre per gioco lisciava la tunica dell'americano come si fa con
gli abiti dei bambini quando glieli si aggiusta addosso. Il suo sorriso si era fatto pensoso.
«Vi ringrazio, sapete? Con il vostro comportamento mi date una speranza» aggiunse alla
fine. «Se tra i cavalieri ci sono uomini come voi, allora posso davvero credere che anche
il mio Mathieu fosse sincero, quando diceva che mi sarebbe rimasto sempre fedele,
nonostante tutto».
«Avrebbe mantenuto la sua parola, io ne sono certo» rispose Ian.
Brianna s'illuminò con riconoscenza, prima di lasciarlo. Andò a raccogliere il suo
secchio per riempirlo con l'acqua attinta al pozzo. «Non temete: potete continuare a far
credere agli altri ciò che volete, io terrò la bocca chiusa su tutto» disse, prevenendo ogni
richiesta.
«Grazie. E molto importante per me» le rispose Ian, con sollievo.
Lei si voltò un'ultima volta a guardarlo. «Ditemi solo una cosa: è morto, almeno?»
«Chi?»
«Lo sceriffo che minacciava la vostra bella e che vi ha marchiato la schiena a
frustate».
Un'ombra scura passò negli occhi di Ian. «Sì. E' morto. L'ho ucciso io».
Brianna s'incamminò, leggera. «Non avevo dubbi. Siete un uomo che dà molte
soddisfazioni, sir Ian».
L'americano la guardò ritornare al rifugio, poi però si voltò verso il rumore furtivo che
aveva appena udito tra due capanne li vicine. «Sei un ficcanaso» disse ad alta voce, ma
senza troppa durezza, ponendosi le mani sui fianchi.
Da dietro le costruzioni fece capolino Coda di volpe, rosso in faccia come lo era nei
capelli.
«Mi hai spiato anche stavolta» accusò Ian.
«Non l'ho fatto apposta, giuro! Passavo di qui per caso...» si difese il ragazzo, ma le
sue giustificazioni gli morirono sulle labbra sotto l'occhiata severa dell'americano.
«Eri passato per caso davanti alla cappella di San Giorgio ieri l'altro, questo te lo
concedo» continuò Ian. «Ma oggi non hai scuse».
Il ragazzino era sempre più rosso. Eppure era divorato dalla curiosità e glielo si
leggeva negli occhi. «Siete davvero un cavaliere!» disse, incapace di nascondere la sua
voglia di avere altri particolari.
«Sì, ma ricorda ciò che ha promesso tua madre. Nessuno deve saperlo».
Adesso l'accampamento si stava svegliando e tra le capanne cominciava a muoversi
gente. Ian si guardò intorno, come per assicurarsi che nessuno fosse a portata di voce.
«Terrò anch'io la bocca chiusa, lo giuro!» si affrettò a rispondere il ragazzino.
«Tu giuri un po' troppo spesso». Ian gli lanciò un'occhiata burbera, poi si ributtò sulle
spalle la coperta e s'incamminò. Coda di volpe gli andò dietro. «Allora, se siete
cavaliere, venite dalla guerra! Siete stato in Francia, non potete averla evitata... Quello
che raccontavate della battaglia di Bouvines, l'avete visto di persona!»
«Basta con le domande» l'interruppe Ian subito. «Non intendo parlare oltre di me
stesso, sono stato chiaro?»
Coda di volpe abbassò gli occhi subito, mortificato, e per qualche istante non parlò.
«Anche mio padre era un cavaliere, ma è morto prima che nascessi e io non l'ho mai
visto» mormorò alla fine.
Ian si pentì di essere stato tanto brusco. «Non conoscerai tuo padre attraverso me, per
quante domande tu mi possa fare» continuò, cercando di rimediare.
Coda di volpe non disse niente.
Un pensiero colpì Ian: anche mio figlio sarebbe cresciuto con lo stesso rammarico, se
io non fossi mai riuscito a tornare di qua attraverso Hyperversum?
Il giovane si fermò a guardare Coda di volpe negli occhi.
«Io non so chi fosse tuo padre, ma tu non puoi giudicarlo solo sulla base del paese a
cui apparteneva e delle dicerie che girano sui Francesi dopo la guerra. Era un cavaliere e
ti deve bastare. Devi essere fiero di lui e dell'amore che aveva per tua madre. Anche lei
lo amava e sapeva che uomo era: devi fidarti di ciò che lei ti dice».
Il ragazzino sollevò il mento, cercava di mostrarsi forte ma nel frattempo si mordeva
il labbro. «Anch'io voglio essere coraggioso e forte come un cavaliere».
Ian capì dove voleva andare a parare e gli prese le spalle tra le mani. «Lo farai quando
sarai abbastanza grande, adesso è troppo presto e comunque tu non devi dimostrare
niente a nessuno, lo vuoi capire?»
«Io sono già abbastanza grande» tentò di obiettare Coda di volpe.
«No, non lo sei e non hai la minima esperienza né la preparazione per affrontare una
battaglia. Vuoi davvero dare questa angoscia a tua madre? Lei adesso ha solo te. Se ti
dovesse succedere qualcosa, ne morirebbe».
Il ragazzino lo guardava con gli occhi lucidi, diviso tra due sentimenti.
«Un vero cavaliere sa quando può o non può affrontare una battaglia» insisté Ian.
Coda di volpe annuì e abbassò di nuovo la testa, senza più dire altro.
Ian si sentì chiamare. Era Thomas Bull.
«Pronto a partire?» gli domandò l'ex-soldato da lontano. Il giovane annuì. «Sì.
Prontissimo».
«Allora mangiamo qualcosa e andiamo».
Ian si voltò un'ultima volta verso Coda di volpe. «Torna da tua madre. Proteggila. E
questo il tuo dovere adesso».
Poi si allontanò per andare ad armarsi.

***

Daniel aspettava i passi del carceriere ormai da un paio d'ore, da quando aveva visto il
buio attenuarsi attraverso la feritoia nel muro di fronte alla sua cella.
Non si mosse da dov'era e rimase in attesa.
La notte era stata agitata per il castello: persino Daniel se n'era accorto, perché durante
tutte le ore del buio aveva udito voci, ovattate ma distinte e concitate, chiamarsi e darsi
ordini da lontano. C'erano stati rumori, di cavalli, di utensili e di lavoro frenetico, e passi
di molti stivali pesanti sul piazzale di pietra.
Tutto quel trambusto non era un buon segno e il, giovane aveva tentato invano di
capire cosa stesse succedendo per mettere tanto in allarme tutto il maniero.
Poi, all'alba, era sceso un silenzio totale.
La quiete prima della tempesta? si era chiesto Daniel, con ansia, teso a captare suoni
che non arrivavano più. Poco dopo aveva udito i primi passi del carceriere in arrivo.
Una luce si avvicinò e illuminò prima la scala e poi il pavimento.
Apparve un soldato allampanato, con la divisa nera; portava una torcia nella mano
destra e la solita ciotola d'acqua nella sinistra, sulla quale era appoggiata in equilibrio
una pagnotta.
Daniel l'osservò dalla sua posizione, seduto ai piedi del pilastro che stava esattamente
in mezzo alla cella, strategicamente vicino alla porta, ma non abbastanza da sembrare un
pericolo e mettere sul chi vive il carceriere.
Il soldato poteva essere una recluta perché non sembrava affatto a suo agio in quella
segreta. Era nervoso e lo si vedeva chiaramente, forse spaventato da qualcosa. Daniel
notò che teneva l'orecchio teso verso la feritoia e il silenzio che proveniva da essa, come
se temesse di sentire un rumore o un segnale da un istante all'altro. Infilò la torcia nel
solito supporto nella parete e poi andò verso la cella.
Daniel continuò a studiarlo, con tensione crescente, eppure non si mosse né quando il
soldato aprì le sbarre, tenendolo sospettosamente sott'occhio, né quando le richiuse dopo
aver appoggiato a terra il cibo e l'acqua.
Aspettò che abbassasse gli occhi sulla serratura e si alzò in piedi. «Si può sapere cosa
sta succedendo là fuori?» domandò con calma tutta apparente.
Il soldato sobbalzò e quasi perse la chiave con cui stava chiudendo la cella. Si diede
subito un contegno e si affrettò a terminare il suo lavoro, senza rispondere.
Daniel nel frattempo si era spostato più vicino a lui, ma senza metterglisi di fronte o
accostarsi alla porta. Si chinò invece a prendere la ciotola d'acqua con la mano sinistra e
ne bevve un sorso con una simulata aria stanca sul viso. «Andiamo: vorrei solo una
risposta» insisté, mentre spostava la destra dietro le reni con apparente noncuranza,
come se volesse alleviare un dolore o la tensione alla schiena. Con le dita invece
armeggiò per andare a impugnare ciò che aveva nascosto dietro, infilato nella cintura.
«Voglio sapere se devo preoccuparmi che il castello mi cada sulla testa mentre sono
chiuso qui dentro».
A quelle parole il soldato guardò di nuovo verso la feritoia, nervosamente, e Daniel si
preoccupò davvero.
La situazione fuori è davvero così grave? si domandò, ma capì che doveva sfruttare al
meglio l'occasione.
Raddrizzò le spalle e fece un passo avanti, sempre tenendo in mano la ciotola
dell'acqua. Con le dita dietro la schiena strinse più saldamente la presa e sfilò cautamente
dalla cintura l'oggetto nascosto.
«Soldato, ti ho fatto una domanda. Io sono un cavaliere ed esigo una risposta»
esclamò, calcando di proposito il tono autoritario.
Come si aspettava, l'uomo scattò, definitivamente innervosito. «Io non prendo ordini
da un prigioniero...»
Non terminò la frase.
In un unico istante, Daniel gli gettò in faccia la ciotola dell'acqua, poi protese la mano
sinistra attraverso le sbarre e agguantò il soldato per la divisa, tirandolo verso di sé con
violenza. La ciotola si spaccò con un rumore secco. L'uomo andò a sbattere con il volto
contro la gabbia e lanciò un'esclamazione di sorpresa e di dolore, poi tentò di puntellarsi
contro le sbarre con le mani per tirarsi indietro, ma si bloccò all'istante non appena
Daniel gli mise una punta affilata sul collo.
«Fermo o giuro che ti taglio la gola» minacciò l'americano con tutta la ferocia che
riuscì a simulare e tenne saldamente l'uomo contro le sbarre per impedirgli di reagire.
Soprattutto, per impedirgli di vedere che ciò che il prigioniero aveva in mano non era
un pugnale ma un semplice pezzo di verga, sagomato in modo da sembrare una lama.
Daniel stesso sentiva il cuore battere impazzito per la tensione: la sua idea sembrava
funzionare davvero e l'acqua aveva fatto l'effetto sperato. Con la pelle bagnata e fredda,
il soldato non aveva potuto rendersi conto che ciò che aveva contro la gola non era
metallo ma semplice legno, per giunta tenero.
Daniel ringraziò il cielo per il fatto che il frammento limato non si fosse rotto a metà
durante la brevissima colluttazione. «Ascolta, non ti voglio uccidere» continuò, rivolto al
soldato e cercando di controllare il respiro che accelerava per la tensione. «Adesso apri
la serratura e non ti succederà niente».
L'uomo inghiottì a vuoto e non rispose, chiaramente spaventato. Aveva ancora le
chiavi nella mano destra e sulle prime le sollevò verso la porta, ma poi esitò.
Daniel intuì che il soldato stava pensando di gettar via le chiavi per impugnare la
spada e lo strattonò con violenza, costringendolo a guardarlo dritto negli occhi. «Non
provarci nemmeno» ringhiò. «Non tentare scherzi: ti ho detto che non voglio ucciderti,
ma lo farò se mi costringi. Forse io resterò qui dentro, ma tu morirai di sicuro, perché ti
scannerò come un agnello».
L'uomo rabbrividì vistosamente e il suo scarso coraggio si dissolse con quella
minaccia decisa. Abbandonò ogni intenzione di reagire e si affrettò a infilare la chiave
nella serratura.
Daniel lo trascinò dentro la cella non appena sentì il meccanismo scattare nella porta
che si apriva verso l'interno. Lo spinse faccia avanti verso il pilastro e lo tenne lì contro,
sempre sotto la minaccia del suo finto pugnale puntato alla nuca. Disarmò l'uomo
togliendogli la cintura con la spada e solo allora gettò via il moncone di verga, per
sguainare un'arma vera.
«Togliti la divisa» ordinò, pungolando il suo ostaggio con la punta della lama, là dove
il corpetto di cuoio non lo proteggeva, alla base del collo.
Il soldato obbedì, senza fiatare e senza girarsi, e lasciò cadere a terra l'elmo e la cotta
nera.
«E adesso fatti una dormita» concluse Daniel e sferrò un colpo brutale con l'elsa della
spada sulla nuca dell'uomo, che cadde svenuto.
Per qualche istante Daniel dovette riprendere fiato, quasi sopraffatto dalla tensione di
quel colpo di mano riuscito meglio di qualsiasi aspettativa.
Ian, sono diventato bravo quasi quanto te, pensò rivolto all'amico lontano, ma poi
capì che non poteva indugiare a lungo, se voleva salvarsi davvero.
Il corpetto di cuoio del soldato non gli si adattava, ma la divisa nera sì e perciò Daniel
la raccolse e si vestì, allacciandosi la spada in cintura, poi uscì dalla cella e chiuse la
porta a chiave accuratamente. Prese la -torcia dal suo supporto e si voltò per affrontare le
scale.
Fece un respiro profondo.
Adesso viene la parte più difficile, si disse con maggiore ansia.
Mise il piede sul primo gradino e ascoltò attentamente, ma dall'alto della rampa buia
non provenivano rumori allarmanti. Forse non c'era nessuno.
Forza e coraggio, si esortò Daniel. Si calcò meglio l'elmo sulla testa e intraprese la
salita con cautela.

***

Furono istanti lunghissimi, ma alla fine Daniel vide il rettangolo luminoso della porta
spalancata che dava fuori.
Abbassò la torcia istintivamente, trovò il supporto in cui andava infilata, proprio
all'inizio delle scale, e ve la lasciò per essere più libero nei movimenti.
Fuori il mattino aveva ormai rischiarato il panorama e solo poche nuvole
punteggiavano il cielo grigio e freddo. Sarebbe stata un'altra giornata senza pioggia e
anche il vento proveniente dal mare taceva.
Con uno sguardo, Daniel controllò l'intero piazzale della corte interna e vide subito
che sulle mura i soldati si erano moltiplicati. Erano anche più tesi e più armati e
guardavano tutti in un'unica direzione, fuori dal maniero.
All'interno del cortile invece, c'era solo il solito movimento di servi indaffarati, che si
affrettavano a entrare e uscire dalle porte, trasportando ceste e materiali. Alcuni stavano
accompagnando verso una costruzione bassa cavalli bardati con gualdrappe di vari
colori.
Daniel capì che il problema che aveva messo in allarme il castello per tutta la notte
era fuori da Dunchester, sotto le mura, e in silenzio pregò che non fosse ciò che temeva,
ma aveva il pessimo presentimento che non sarebbe stato esaudito.
Varcò la soglia che lo riportava nel cortile, cercando di darsi un contegno da soldato,
ma tenendo la spada bene a portata di mano.
Non che la cosa lo facesse sentire più sicuro. Erano due anni e mezzo che non
prendeva in mano una spada e anche in passato si era sempre allenato meno di Ian: non
sarebbe stato in grado di affrontare uno scontro protratto nel tempo e quindi doveva
cercare di evitarlo a tutti i costi. Non doveva farsi notare o sarebbero stati guai seri per
lui e il suo tentativo di evasione sarebbe finito sul nascere.
Camminò spedito, evitando di attraversare il piazzale per restare in disparte vicino
agli edifici. Con gli occhi teneva sotto controllo quella che era la sua meta e allo stesso
tempo una potenziale fonte di pericolo: il cancello aperto tra la corte interna e l'esterna.
Il passaggio era una sorta di tunnel buio, che attraversava il bastione frontale del
maniero a ridosso del mastio prima di sbucare nello spazio racchiuso nella cinta muraria
intermedia. Era sovrastato all'ingresso da un cancello poderoso, fatto di travi di legno e
rinforzi di ferro, tenuto sollevato in alto come una gigantesca mannaia dalle catene
laterali.
Daniel sapeva che all'altra estremità del tunnel vi era un cancello identico, pronto a
chiudersi di schianto, e in quel momento nulla gli fece più paura dell'idea di essere
scoperto mentre fuggiva e rimanere intrappolato tra i due cancelli come un topo. Eppure,
se voleva uscire, non aveva altra scelta che passare di là.
Si rimproverò per essere tanto spaventato e si fece forza. Si staccò dall'edificio
accanto al quale si era fermato per osservare la situazione e si diresse verso il cancello.
In quello stesso istante, un drappello di tre soldati arrivò di corsa dal tunnel.
Daniel si ritirò subito di lato. Temendo il peggio, indietreggiò e poi si spostò verso
l'edificio più vicino, ma fortunatamente i soldati non fecero caso a lui o, se lo videro, non
gli badarono abbastanza da rendersi conto che non era uno di loro.
Contemporaneamente, il giovane sentì un rumore di zoccoli potenti giungere dalla
parte opposta della corte rispetto al cancello.
Provò un brivido quando vide Geoffrey Martewall in sella a un poderoso destriero da
battaglia, con lo scudo imbracciato, la spada cinta al fianco e l'elmo sotto l'altro braccio.
Cavallo e cavaliere erano completamente rivestiti con gualdrappa e cotta, nere con il
leone d'oro; Martewall indossava l'usbergo e aveva il camaglio già alzato sulla testa.
Daniel aveva quasi dimenticato quanto potessero essere impressionanti i cavalieri
medievali armati di tutto punto e rimase a guardare l'inglese con un misto di timore e di
rispetto. In quel momento Geoffrey Martewall gli sembrò la personificazione della forza
guerriera, terribile nella sua livrea nera.
Allo stesso tempo Daniel lo ricordò come l'aveva visto al torneo di Béarne: esperto,
rapido, preciso. Un avversario da tenere in considerazione con estrema cautela.
A differenza di quella volta, adesso il cavaliere portava un lambello rosso sul petto e
sul blasone, il simbolo dentellato che lo annunciava al mondo come futuro erede del
casato, dopo la morte dei fratelli maggiori. Il leone d'oro era più grande e importante, la
cotta d'armi e lo scudo avevano i profili rossi.
Il cavaliere inglese non era solo: lo accompagnavano altri tre guerrieri, vestiti con
colori diversi ma tutti ugualmente armati e pronti a combattere. Uno di loro, in verde e
oro, era il fidato luogotenente Hector.
«Signore!» chiamarono i soldati, non appena videro il giovane barone, e corsero da lui
immediatamente.
Anche da lontano Daniel li sentì annunciare: «Gli ufficiali del re vogliono
parlamentare con voi».
Martewall annuì e poi alzò lo sguardo verso il cancello. «Immagino già cosa vogliono
da me» rispose laconico e poi fece riprendere il cammino al suo destriero, con calma
greve. Uscì dalla corte interna seguito dai suoi compagni.
Non appena lo vide sparire, Daniel abbandonò la sua posizione defilata e si diresse in
fretta verso le mura. Il cancello era troppo trafficato, percorso da soldati e cavalieri, e
quindi il giovane abbandonò per il momento l'idea di attraversarlo.
Non voleva trovarsi nella corte esterna insieme a Martewall, là dove il cavaliere
poteva anche aver riunito tutti i suoi soldati. Doveva farsi un'idea di cosa stava
accadendo fuori, prima di avventurarsi in una fuga che si preannunciava rocambolesca.
Individuò la scala di pietra che saliva fino al camminamento sulle mura e la percorse
tutta.
Nessuno fece caso a lui, visto che indossava la divisa nera come tutti gli altri soldati e
le sentinelle, e così poté arrivare ad affacciarsi tra i merli senza difficoltà.
Quello che vide all'orizzonte gli tolse il fiato.
Una moltitudine di divise rosse era schierata appena fuori dal borgo di Dunchester, a
pochi passi dalla cinta muraria esterna incompleta. Non era un vero esercito, ma le
truppe erano più che sufficienti a cingere d'assedio il piccolo maniero.
Daniel guardò giù e vide che la corte interna del castello era gremita non di soldati
bensì di gente spaventata: erano gli abitanti del borgo, fatti evacuare dalle loro case
indifendibili per trovare asilo e riparo nelle mura interne. Le guardie di Dunchester si
stavano dando da fare per incanalare quelle persone verso i fianchi e il retro del maniero
e trovare loro una sistemazione che fosse più confortevole possibile e allo stesso tempo
non intralciasse le operazioni militari nello spazio angusto tra le due cinte di mura del
castello. Si sentivano voci spaventate e pianti di bambini, mescolati agli ordini lanciati
dai soldati.
Fuori dalla cinta di mura, non si muovevano nemmeno i fili d'erba dei prati incolti.
Tra il castello e le truppe con le divise rosse adesso c'era solo un villaggio disabitato,
spettrale e immobile, avvolto ancora dalla foschia del primissimo mattino.
Geoffrey Martewall attraversò la corte interna, invocato dalla gente di Dunchester e
salutato dai suoi soldati, e uscì nel villaggio vuoto insieme ai suoi tre compagni. Nessun
altro lo accompagnò e Daniel capì che stava andando a parlamentare quando vide quattro
cavalieri uscire dalle fila delle divise rosse per andare incontro al padrone di casa. Con
loro portavano uno stendardo con tre leoni d'oro, identici a quello che Martewall
mostrava sullo scudo e sul petto della cotta nera.
Daniel riconobbe lo stemma del re d'Inghilterra, già visto sul campo di battaglia a
Bouvines; afferrò la situazione e previde senza fatica cosa sarebbe accaduto
nell'immediato futuro.
Gli ufficiali del re avrebbero intimato la resa del castello, Martewall l'avrebbe
rifiutata, come senz'altro gli era stato ordinato dal padre, dopo di che si sarebbero aperte
le ostilità.
Quelle divise rosse erano là fuori per occupare il castello a ogni costo.
Non resisteranno molto a lungo sotto l'assalto di tanti nemici, pensò Daniel,
valutando l'esiguità delle forze di Dunchester a paragone di quelle della corona.
Il giovane sapeva che, in un assedio, il vantaggio stava sempre dalla parte degli
assediati, poiché per combattere dall'interno delle mura bastavano molti meno uomini
rispetto a quelli necessari agli assedianti, eppure la situazione del ca stello gli apparve
assolutamente precaria. All'interno vi era gente innocente da difendere, alloggiare e
sfamare, la stagione era fredda e per ammissione dello stesso sir Harald Martewall le
scorte erano già state intaccate.
Come pensano di poter resistere più di qualche giorno? si chiese Daniel. E io come
faccio a uscire da qui? si domandò però subito dopo, sgomento.
Capitolo 17
Ian osservò lo schieramento delle divise rosse da lontano, tenendosi al riparo del
bosco. Dalla posizione in cui era poteva vedere di lato il futuro campo di battaglia: alla
sua sinistra il maniero e lo strapiombo che dava sul mare, alla sua destra le truppe reali,
pronte ad entrare nella prima cinta di mura, del tutto incustodita e accessibile.
Accanto al giovane, tra gli alberi, erano disseminati gli uomini di Aversly e
Willingham, tutti con diversi gradi di emozione, coraggio e paura dipinti sui visi, ma con
le armi già in pugno, pronte per essere usate. C'erano archi, balestre, fionde, le poche
spade prese ai soldati uccisi il giorno prima, lance e giavellotti rudimentali ricavati da
rami e arnesi da lavoro, asce, roncole, forconi e persino martelli. Un arsenale eterogeneo
eppure efficace, che avrebbe consentito di fare qualche danno. Su alcuni muli erano
caricati i rifornimenti di frecce e pietre per le armi da lancio.
«Dobbiamo aspettare che i mercenari entrino nel borgo, poi potremo avanzare fino
alle mura in costruzione e arrampicarci» disse Thomas Bull, fermo accanto a Ian.
Il giovane annuì e contemporaneamente osservò le torri alte e ornate di stendardi,
studiandole per trovare un qualsiasi indizio che gli indicasse come fare ad entrare nel
cuore del maniero.
Purtroppo non aveva modo di capire l'esatta conformazione del castello, finché non
fosse entrato almeno nella prima cinta di mura. Gli abitanti del luogo gli avevano
descritto la pianta della costruzione nel dettaglio, ma per quanto accurate, le parole non
potevano valere come un'osservazione diretta, e comunque nessuno di quei semplici
contadini era mai entrato nella parte del castello riservata solo al signore, ai suoi
familiari, guerrieri e servi.
Un suono di corno lacerò l'aria, suscitando un mormorio teso tra gli uomini nascosti
nel bosco.
Ian aguzzò la vista e vide alcuni cavalieri dalle gualdrappe colorate uscire dal borgo
per ritornare dalle divise rosse. Erano gli stessi cavalieri che una ventina di minuti prima
si erano avventurati all'interno della prima cinta di mura portando con loro lo stendardo
reale e l'americano aveva capito senza fatica che erano andati a parlamentare con il
padrone del castello.
Il negoziato non era finito bene, a quanto pareva, poiché con il ritorno dei cavalieri,
tutti i mercenari e i soldati avevano iniziato a serrare le fila e a preparare le armi.
«Si comincia» disse Ian cupamente.
Tra le truppe di re Giovanni, le voci e gli ordini avevano iniziato a risuonare ovunque,
rimbalzando di squadra in squadra. Nelle retrovie, là dove si erano fermati i carri più
pesanti, cominciarono a comparire scale di legno molto lunghe, montate e poi portate a
braccia da decine di uomini robusti. Cavalli e muli furono condotti avanti, trasportando
nelle loro some i rifornimenti per le armi. Gli arcieri si riunivano in squadre organizzate,
pronte a prendere posizione alle spalle dei fanti. I cavalieri rimanevano in attesa, lancia
in pugno, di poter combattere in campo aperto. I genieri montavano le armi da lancio. Il
tutto accadeva in un movimento concitato e frenetico ma per nulla casuale, scandito
piuttosto dai segnali perentori dei corni e dagli ordini gridati dai sergenti.
Ian osservava la scena affascinato e impressionato allo stesso tempo. Aveva già avuto
modo di vedere un esercito medievale che si preparava alla battaglia, ma non aveva mai
assistito, se non al cinema, all'assedio di un maniero e i preparativi lo facevano stare col
fiato sospeso.
Quando vide gli assedianti preparare bacili di ferro in cui ardeva la pece per le frecce
e i proiettili incendiari, capì che il momento dell'attacco era ormai prossimo. Gettò
un'occhiata sulle mura della seconda cinta, là dove le divise nere di Dunchester si
stavano affannando altrettanto nei loro preparativi, e vide salire anche in quella direzione
il fumo denso della pece o dei fuochi che arroventavano l'olio, la pece o l'acqua che
sarebbero stati gettati dalle caditoie sui malcapitati ai piedi delle mura. Anche all'interno
del castello riecheggiavano segnali minacciosi di corni.
Sì, sarebbe stata davvero una giornata sanguinosa, pensava Ian. Sguainò la spada e la
strinse forte, per darsi coraggio.
Intorno a lui gli uomini di Aversly e Willingham si bisbigliavano frasi nervose,
indicandosi a vicenda lo schieramento dei mercenari e poi il castello.
Il segnale dell'attacco arrivò come previsto, eppure fece sobbalzare tutti gli uomini
nascosti nel bosco, tanta era la tensione che cresceva con l'avvicinarsi della battaglia.
Ian alzò un braccio d'istinto con un ordine muto, per tenere i suoi improvvisati
compagni fermi e al riparo della vegetazione, e rimase a guardare le truppe mercenarie di
Giovanni Senza Terra, spronate dal rullare dei tamburi, lanciarsi in avanti con grida
selvagge.
Entrarono nella cinta incompleta di mura, scomparendo dalla vista dei ribelli nascosti
nel bosco, ma tutti capirono quando gli assedianti arrivarono a portata di tiro perché
dalle mura di Dunchester si sollevò un'impressionante nuvola di frecce che ricadde verso
il basso dopo aver compiuto una traiettoria ad arco nel cielo.
Le grida allora cambiarono di tono e, insieme a quelle che incitavano alla battaglia, si
udirono i lamenti dei feriti e dei moribondi.
Il massacro era cominciato.
Ian rabbrividì, nonostante avesse cercato accuratamente di prepararsi a quel momento.
Tutto il fronte degli assedianti si stava spostando, per penetrare nel borgo deserto di
Dunchester. Le squadre di arcieri e di genieri erano corse in avanti insieme ai fanti e
rispondevano al fuoco nemico bersagliando le mura con raffiche quasi ininterrotte di
proiettili, falciando senza pietà chiunque si affacciasse dai merli di pietra.
Non potendo vedere gli arcieri del re, a causa della barriera formata dalla cinta
muraria esterna, Ian tenne d'occhio il punto di partenza delle raffiche e vide che si
avvicinava al castello, inesorabilmente. Gli assedianti stavano guadagnando terreno
verso le mura.
«Sono avvantaggiati dalle case del villaggio» commentò Thomas Bull cupamente.
«Possono nascondersi in mezzo agli edifici e mettersi al riparo dalle frecce degli
assediati».
«Possibile che a Dunchester non abbiano pensato a una contromossa per annullare il
vantaggio del nemico?» domandò Ian.
La risposta gli arrivò con la salva di frecce incendiarie che si abbatté sugli invasori. In
pochi istanti vampate di fumo denso cominciarono a salire dal borgo, contorcendosi
nell'aria gelida.
«Bruciano le case» disse Bull, protendendosi avanti più che poteva per cogliere i
dettagli della battaglia. «Così distruggono col fuoco i possibili ripari dei nemici e
ostacolano i loro tiratori con il fumo».
Anche Ian aveva raddoppiato la sua attenzione: le case di Dunchester, come quelle
degli altri villaggi, dovevano essere di legno e paglia e quindi facilmente infiammabili. Il
giovane però si chiedeva quanto potessero essere efficaci le frecce incendiarie su
materiali che sicuramente erano umidi per il freddo della notte invernale.
«Non ce la fanno» riprese in quel momento Bull, come rispondendo al suo pensiero.
«Gli arcieri del castello non riescono a tirare con sufficiente costanza ed efficacia. Ogni
volta che si affacciano dai merli vengono abbattuti».
«E allora, andiamo noi a dar loro una mano» propose Ian. «Non abbiamo niente con
cui appiccare il fuoco efficacemente» obiettò Bull.
«Ma possiamo cogliere di sorpresa i tiratori degli assedianti e costringerli a smettere
di attaccare» gli rispose Ian. «Da Dunchester faranno il resto, se potranno affacciarsi
dalle mura indisturbati».
L'ex-soldato meditò qualche istante sulla proposta e poi annuì. «D'accordo. Dobbiamo
avvicinarci di più, però».
«Dobbiamo salire sulle mura in costruzione come avevamo già deciso. Se ci
spostiamo di lato ancora un po' attraverso il bosco, arriveremo non visti. Gli uomini del
re sono ormai completamente dentro la prima cinta di mura e non potranno vederci».

***

Daniel si appiattì dietro il parapetto, quando le frecce cominciarono a sibilargli


intorno. Imprecò, sentendo lo schiocco secco delle sottili ma micidiali aste di legno che
si frantumavano in migliaia di schegge contro la pietra del castello, e solo dopo molti
istanti osò riemergere per guardare fuori.
Gli assedianti si stavano avvicinando pericolosamente: adesso i loro proiettili
arrivavano addirittura alla cinta di mura più interna, quella più alta di tutte, scavalcando
quella intermedia, e mietevano vittime nel castello, benché con meno precisione rispetto
alle frecce che miravano ai bersagli più vicini. Gli arcieri reali non potevano vedere
distintamente i difensori schierati sui bastioni più interni, ma le loro frecce arrivavano a
nugoli, bersagliando ogni palmo di muro e inevitabilmente trovavano uomini da colpire
sulla loro traiettoria. I genieri completavano l'opera con le armi pesanti.
Di questo passo, tra poco i soldati del re saranno sotto le mura intermedie, pensò
Daniel, osservando con ansia gli uomini di Dunchester davanti a lui, sulla linea più
avanzata del fronte, approntare i calderoni d'olio da riversare attraverso le caditoie. Si
stavano preparando all'assalto diretto lungo i bastioni e dalla concitazione dei loro gesti
si intuiva che i nemici erano ormai prossimi alla scalata dei bastioni.
Nella corte esterna, stretta tra la seconda e la terza cinta muraria, i soldati si
affrettavano anche a spegnere i rari principi di incendio provocati dai proiettili incendiari
del nemico. I tetti degli edifici racchiusi in quello spazio erano stati coperti di terra
umida durante la notte, per offrire resistenza al fuoco, ma le fiamme si attaccavano
comunque alle pareti di legno e gli uomini dovevano correre a spegnerle con secchi
d'acqua e di sabbia prima che diventassero pericolose.
Dalla posizione in cui era, Daniel poteva vedere anche Martewall che, abbandonato il
suo destriero da battaglia, era salito sulle mura più esposte per guidare personalmente gli
uomini alla difesa. Sfidava le frecce dei nemici con ammirevole coraggio, eppure il suo
usbergo non poteva proteggerlo completamente dai dardi, specie quelli di balestra. Più di
una volta, infatti il cavaliere dovette ripararsi dietro lo scudo nero e dovette staccare a
colpi di spada le frecce che vi si erano piantate. Gli attacchi tuttavia non lo facevano
indietreggiare. Nemmeno le frecce incendiarie che tentavano di trafiggergli lo scudo lo
spaventavano: il cavaliere si sbarazzò anche di quelle con uguale freddezza.
La sua presenza in prima linea era un segnale forte per i suoi uomini, li spronava e
infondeva loro la determinazione necessaria per non cedere all'impeto del nemico.
Era stato Martewall a dare l'ordine di iniziare il lancio di proiettili incendiari sui tetti
delle case del borgo esterno, per ostacolare col fumo e col fuoco l'avanzare degli
assedianti, ma nonostante i numerosi tiri, gli edifici stentavano a bruciare. Eppure quei
tetti erano stati strategicamente cosparsi di pece e olio infiammabile, a giudicare almeno
dalle vampate di fuoco che si sprigionavano là dove le frecce toccavano il bersaglio.
Purtroppo gli arcieri in divisa nera non potevano affacciarsi dai merli per più di
qualche istante consecutivo, senza essere presi a bersaglio come fantocci di paglia.
Con raccapriccio, Daniel ne vide cadere molti dalle mura, feriti o agonizzanti, dopo
essersi esposti per tentare di compiere il loro dovere.
Giù nella corte esterna, erano allineati già molti cadaveri e i feriti venivano
prontamente portati al riparo.
Che massacro... pensò il giovane, immaginandosi che fuori dalle mura il numero dei
caduti fosse almeno il doppio.
E la battaglia era solo agli inizi.
«Ehi, tu! Che cosa stai facendo li?!»
Daniel sobbalzò a quella voce irata e si girò di scatto, mano alla spada. Si trovò
davanti un ufficiale, tarchiato ma robusto almeno il doppio di lui, con la spada già
sguainata e un'espressione sdegnata sul volto. Si sentì in trappola.
L'uomo notò immediatamente il gesto di difesa del giovane e gli sventolò contro la
sua arma per fermarlo. «Razza di imbecille, che cosa fai con quella spada?» lo apostrofò,
ancora più arrabbiato. «Credi forse di trovare i nemici da questa parte delle mura?! Sono
là fuori quelli che ci attaccano! Cerca di darti da fare invece di stare qui a guardare oltre
il davanzale, nervoso come una verginella!»
Daniel, già pronto a impegnare battaglia anche con le unghie e coi denti, si bloccò
subito a quella ramanzina inaspettata e dovette far uso di tutta la sua prontezza di spirito
per non reagire in modo da rovinare il provvidenziale equivoco in cui era caduto
l'ufficiale inglese.
Alla bene e meglio, cercò di darsi un contegno militaresco e abbassò la testa con aria
contrita. «Sì, signore...» rispose, impacciato.
«"Sì, signore" cosa?» lo zittì l'ufficiale. «Esattamente come pensi di renderti utile qui
sopra con solo una spada? Va' a recuperare un arco e una faretra di frecce, sempre
ammesso che tu sia più sveglio a tirare che a parlare!» Con la mano gli indicò gli arcieri
già armati che si stavano organizzando lungo il camminamento di ronda.
«Sì, signore» ripeté Daniel, scattando sull'attenti, e ci mancò poco che facesse
all'ufficiale un saluto militare storicamente del tutto fuori luogo.
«Muoviti!» abbaiò l'inglese, spazientito.
Mentre correva via, Daniel ringraziò in silenzio ma con infinita riconoscenza la divisa
nera che aveva indossato fuggendo dalla segreta, specie quando sentì l'ufficiale
imprecare ad alta voce contro tutte le "dannate reclute inesperte, più dannose che utili al
momento del bisogno".
Non osò voltarsi indietro per timore che l'uomo si rendesse finalmente conto di aver
parlato con un prigioniero evaso invece che con una delle sue reclute. Si presentò agli
altri soldati e pregò di riuscire a recitare anche con loro la stessa commedia.
«Mi è stato ordinato di unirmi agli arcieri» esordì, indicando col pollice l'ufficiale,
lasciato indietro lungo le mura, conscio che l'uomo lo stava probabilmente tenendo
d'occhio da lontano.
Gli altri soldati squadrarono l'americano da capo a piedi, ma prima che qualcuno
potesse commentare la richiesta, una nuova raffica di frecce uccise due uomini e
costrinse tutti gli altri a gettarsi al riparo dei merli.
Daniel si lasciò sfuggire un'imprecazione poiché un dardo gli mancò il collo di una
spanna appena. Si tuffò a terra e si coprì anche la testa con le mani. Nelle orecchie sentì
mescolati insieme il sibilo delle frecce e il battito frenetico del suo stesso cuore.
Quando la raffica finì, nessuno dei soldati aveva più in mente gli eventuali commenti
su quella impacciata, nuova recluta che si era appena aggiunta al gruppo. Consegnarono
a Daniel le armi che aveva chiesto e poi gli indicarono un punto sguarnito tra le mura.
«Da quella parte» gli dissero, sbrigativamente.
Seguendo il loro cenno, Daniel vide una postazione rimasta vuota dopo che l'arciere
che l'occupava era stato abbattuto dal fuoco nemico.
Perché finisco sempre in grane come questa? si domandò, furioso con se stesso e
soprattutto con Hyperversum.
Non solo doveva continuare a recitare la parte del soldato, se non voleva essere
scoperto e imprigionato di nuovo, ma soprattutto doveva difendersi da quelli che, fuori
dalle mura, erano anche nemici suoi.
Se le truppe di Giovanni Senza Terra avessero conquistato Dunchester, l'avrebbero di
sicuro fatta pagare cara a tutti gli armati che vi avrebbero trovato dentro e un cavaliere di
Filippo Augusto come lui non avrebbe certo fatto eccezione, anzi, probabilmente
avrebbe subito la sorte peggiore di tutti, perché non aveva molte possibilità di tenere
segreta la sua identità.
Per quanto poteva, doveva aiutare Dunchester a non cedere, almeno finché da qualche
parte non si fosse rivelata una qualsiasi via di fuga possibile.
Maledicendo insieme Hyperversum e il re d'Inghilterra, Daniel corse alla sua
postazione, tenendosi basso tra i merli per non essere raggiunto dalle frecce che avevano
ricominciato a sibilare nell'aria. Si accucciò al riparo e appoggiò prima la faretra in
posizione favorevole, poi impugnò l'arco, lo incordò e scelse una freccia da incoccare.
Indugiò ancora qualche istante, cercando di imporsi la calma necessaria per tirare
efficacemente, consapevole che questo voleva dire uccidere di nuovo altri uomini.
Un orrore che credeva di non dover più rivivere.
Chiuse gli occhi d'istinto. Intorno a lui il frastuono della battaglia riempiva l'aria e la
testa di sibili, schianti, grida, imprecazioni, lamenti e suoni di corno.
Non ho scelta, si ripeté Daniel mentalmente.
Poco lontano da lui, sentì l'ufficiale di poco prima urlare a tutti di disporsi al tiro. Gli
arcieri si prepararono a scoccare una raffica all'unisono contro i tiratori nemici.
Daniel riaprì gli occhi e si alzò in piedi, quando venne dato l'ordine di tirare.
Mirò e scoccò.
La sua freccia si mescolò alle altre che fendettero il cielo per abbattersi dall'alto sulle
schiere avversarie.
Daniel vide molti uomini in divisa rossa cadere di schianto. Non poté capire se anche
la sua freccia fosse andata a segno, poiché da quella distanza non era possibile prendere
di mira un nemico preciso, ma solo sfruttare la forza del numero e confidare che molte
frecce avrebbero comunque raggiunto i bersagli.
In bocca sentì un sapore amaro, eppure incoccò un'altra freccia e fece un secondo tiro
insieme agli altri, quando gli fu ordinato, poi dovette di nuovo acquattarsi al riparo dalla
salva di ritorno.
L'operazione venne ripetuta dieci, quindici volte, forse più, Daniel non seppe tenere il
conto. Si alzava prontamente a ogni ordine, mirava e scoccava la sua freccia. I nemici in
divisa rossa, cadevano poco lontani dalle mura con grida terribili. Arcieri in divisa nera
cadevano di tanto in tanto ai due lati di Daniel, lanciando urla molto simili.
Quando l'orrore fu troppo per essere sopportato, Daniel si accasciò a sedere dietro il
parapetto di pietra, a riprendere fiato e a massaggiarsi il braccio che tendeva l'arco e che
aveva iniziato a fargli male per lo sforzo inusuale. Soprattutto, a riprendere il controllo
dei propri sentimenti sconvolti.
Si tolse l'elmo per asciugarsi il volto sudato con le mani.
Così facendo si trovò girato verso il cortile interno del maniero, e fu colto di sorpresa
dalla voce femminile che sentì provenire da quella direzione.
Guardò giù e vide Leowynn Martewall, attorniata da alcuni servi, accanto a un
cavaliere nero su un destriero da battaglia. Il cavaliere non era suo fratello Geoffrey,
perché sul blasone non portava il lambello e sopra il leone d'oro sfoggiava una croce di
uguale colore.
Incredulo, Daniel riconobbe sir Harald Martewall, pronto in sella nonostante l'età e la
malattia. L'anziano cavaliere crociato prendeva coraggiosamente parte a quella che
poteva essere la sua ultima battaglia e si era fatto aiutare dai servi a montare sulla sua
cavalcatura, probabilmente per poter essere più libero di muoversi da una parte all'altra
della linea del fronte, più che per sperare di combattere davvero corpo a corpo contro i
nemici.
La figlia stava cercando di dissuaderlo dal suo proposito temerario, lo si capiva bene
dai gesti e dal tono, anche se la distanza e il rumore rendevano impossibile cogliere le
esatte parole.
Il vecchio padre però non l'ascoltò e, anzi, diede ordine ai servi di scortarla al sicuro.
Lei si oppose, poi dovette cedere alle pressioni e rassegnarsi, ma prima di allontanarsi
gettò un ultimo sguardo angosciato alle mura del castello, oltre le quali si udiva il
frastuono della battaglia.
In quel momento, i suoi occhi incrociarono quelli di Daniel. Un brivido corse lungo la
schiena del giovane quando capì che la fanciulla forse l'aveva riconosciuto. Vide la
sorpresa dipingersi sul volto di Leowynn, ma non attese di scoprire se davvero la ragazza
avesse capito chi era. Si rimise l'elmo, balzò in piedi e si allontanò di corsa lungo le
mura, tirandosi dietro le armi.
Sentì subito il fischio agghiacciante delle frecce sibilargli intorno, ma molta più ansia
gli mise l'eco della voce allarmata di Leowynn che si lasciò alle spalle.
A quel punto, il giovane fu certo che la fanciulla aveva scoperto la sua fuga. Era solo
questione di minuti prima che si aprisse la caccia al fuggitivo, nonostante l'infuriare della
battaglia.
Senza nemmeno sapere dove stesse andando, Daniel corse per un bel pezzo, passando
accanto ad altri soldati, sorpresi ma troppo impegnati a difendersi dal fuoco nemico per
fare realmente caso a lui.
Che cosa faccio adesso? si chiese mentre correva e l'unica cosa che gli venne in
mente era mimetizzarsi il più possibile in mezzo alle altre divise nere per guadagnare
tempo. Prima o poi, però, Geoffrey Martewall sarebbe stato informato della sua fuga e
Daniel lo sospettava capace di mettersi alla sua ricerca personalmente, anche rivoltando
ogni angolo del maniero in pieno assedio.
Dove posso fuggire? si domandò ancora Daniel, ma non seppe darsi risposta e
continuò semplicemente a correre.
Alla fine, si rese conto di avere davanti a sé una delle torri d'angolo del maniero.
In quel punto, proprio sotto la torre, la cinta di mura intermedia e quella più interna
erano alte uguali e così vicine da poter essere messe in comunicazione diretta tramite un
ponte mobile di legno, che sarebbe stato abbattuto prontamente nel caso che il nemico
avesse conquistato le mura più esposte. Dalla torre, un manipolo di soldati armati di
balestre teneva d'occhio il ponte e la situazione della battaglia.
Per il momento la passerella di legno era attraversata da uomini che si spostavano in
entrambe le direzioni, Per dare man forte a quelli che stavano in prima linea o per
portare ordini e notizie verso il castello.
Daniel non indugiò a chiedersi se ci volesse un permesso speciale per spostarsi da una
parte all'altra delle mura e passare quel ponte. Lo attraversò in un lampo, temendo da un
istante all'altro di udire i richiami minacciosi delle sentinelle, ma fortunatamente nessuno
gli sbarrò il passo, nemmeno a parole. Il giovane arrivò così sulle mura intermedie, là
dove queste erano orientate verso il bosco che dominava la maggior parte del territorio
circostante, e si fermò per un istante a riprendere fiato e guardarsi intorno.
Le mura, poco più avanti, compivano un angolo verso sinistra e si trasformavano nella
prima linea del fronte, lungo la quale infuriava il combattimento.
La scena sanguinosa della battaglia in corso apparve così davanti agli occhi del
giovane in tutti i suoi orribili dettagli.
Il villaggio di Dunchester era in parte avvolto dal fumo: alcuni tetti bruciavano, ma gli
altri si limitavano a lanciare nubi grigie verso il cielo. Sotto le mura, ogni cosa sembrava
rossa per il colore delle divise degli assedianti e quello del sangue dei feriti e dei
morenti. Le truppe del re si affollavano come ondate di marea sotto il castello,
calpestando i corpi dei caduti per avvicinarsi sempre più.
Daniel vide comparire le scale: una a una, si sollevarono dal suolo per poggiarsi
pesantemente sulle mura, superando il terrapieno su cui sorgeva il castello. Le divise
rosee cominciarono la scalata, le divise nere rovesciarono l'olio bollente e la pece,
insieme a sassi e macigni, poi gettarono le torce. Un'intera zona del fronte avvampò in
un unico rogo, ingoiando i malcapitati che vi si trovavano in mezzo. All'odore del fumo
se ne aggiunse un altro ben più raccapricciante, mentre i nemici più fortunati fuggivano
o si contorcevano al suolo con le vesti in fiamme.
Daniel tentò invano di deglutire, con la bocca completamente riarsa.
Su quella scena da girone infernale dominava la figura nera di Geoffrey Martewall, in
piedi tra i merli di pietra avvolti dal fumo scuro. Immobile, spada sguainata, guardava
giù verso la devastazione, mentre il vento causato dal rogo gli gonfiava la funerea livrea
da battaglia.
A Daniel sembrò un cavaliere dell'Apocalisse, fermo a poche centinaia di passi da lui,
sullo stesso camminamento di ronda.
Le scale dei nemici, tuttavia, non erano state distrutte tutte. In alcuni punti della linea
di difesa erano state semplicemente rovesciate a terra, ma gli assedianti le stavano
prontamente rimettendo in piedi, altri uomini sostituivano quelli morti e sembravano non
finire mai.
Non si fermano , pensò Daniel col cuore in gola.
D'un tratto, le truppe nemiche subirono uno sbandamento. Molte divise rosse caddero,
nelle linee più arretrate, senza preavviso. I loro tiratori furono decimati a sorpresa da un
attacco che non proveniva dal castello.
Con gli occhi sgranati, Daniel vide molti uomini senza divise comparire sulla cinta di
mura più esterna del borgo per bersagliare gli assedianti con frecce, pietre da fionda e
giavellotti. Erano pochi, forse una cinquantina, ma tiravano sui bersagli in rapida
successione, abbastanza in fretta da non consentire ai nemici di riaversi dalla sorpresa.
Chiunque fosse, chi li comandava aveva sufficiente preparazione militare per
conoscere i tempi adatti all'attacco. Daniel riuscì a individuare un uomo che dava il ritmo
alle raffiche con il gesto del suo braccio alzato, ma non poté vederlo chiaramente, poiché
era riparato dalle impalcature intorno alle mura in costruzione.
Anche i difensori di Dunchester si erano accorti degli inaspettati alleati e lanciarono
feroci grida di giubilo, mentre i nemici continuavano a cadere, prima ancora di potersi
organizzare in una qualsiasi difesa.
Passarono minuti di raffiche incrociate e le truppe in rosso riuscirono finalmente a
rispondere al fuoco, ma in modo molto meno efficace dei ribelli, poiché gli uomini senza
divisa si nascondevano appena possibile tra le impalcature e le parti di muro ancora
incompleto.
I soldati del re fecero comunque vittime con le balestre e gli archi, ma nel frattempo
gli arcieri di Dunchester avevano potuto affacciarsi in massa tra i merli, non più tenuti
sotto tiro dai nemici, e preparare una nutrita scarica di frecce incendiarie.
Martewall diede l'ordine con la sua stessa spada, alta e scintillante nell'aria.
Le frecce piovvero a decine sui nemici e sul villaggio, che finalmente avvampò.
Il fumo ora alto e denso, impedì anche agli ultimi arcieri del re di prendere a bersaglio
i bastioni. Le divise nere, ormai sicure di potersi affacciare con poco rischio,
raddoppiarono i loro tiri e decimarono i nemici rimasti a combattere senza protezione
sotto le mura.
Le prime case del villaggio, quelle che bruciavano da più tempo, cominciarono a
cedere, divorate dal fuoco, e costrinsero molti assedianti a spostarsi per non essere
coinvolti nel crollo. Così facendo, però, gli armati venivano a trovarsi spesso allo
scoperto ed erano abbattuti senza scampo.
Il nemico, stretto da più parti dai difensori del castello, dagli uomini senza divisa e
dall'incendio, per la prima volta vacillò e dovette arretrare. Le ultime scale furono
abbandonate e distrutte, i soldati che si trovavano sotto le mura fuggirono tirandosi
dietro i feriti, mentre i cavalieri che li guidavano si ritirarono per mettersi al riparo.
Sulle mura di Dunchester gli assediati esultarono. Martewall, invece si girò verso la
corte in cui stavano ammassati al riparo fanti e cavalli e gridò di preparare il suo
destriero, poi si diresse correndo verso la scala che portava giù.
Daniel guardò la scena dall'alto, col fiato sospeso.
In pochi minuti, i due cancelli all'ingresso e all'uscita del barbacane vennero alzati, il
ponte levatoio cadde in avanti sulla rampa che scavalcava il terrapieno e una piccola, ma
agguerrita, schiera di cavalieri eruppe fuori dal castello, puntando lancia in resta verso il
nemico in difficoltà.
La guidava Martewall in persona, con un pennacchio nero sulla punta della sua lancia
di uguale colore. Accanto a lui, il fedele Hector e gli altri cavalieri che erano nel cortile
del castello prima della battaglia. Dietro i guerrieri a cavallo venivano i fanti a piedi e la
lotta presto abbandonò le mura per spostarsi nel villaggio in fiamme.
Daniel vide il ponte calato e si rese conto che quella poteva essere la sua via di fuga.
Senza perdere di vista la battaglia, si lanciò di corsa verso la scala centrale, dalla quale
anche Martewall era sceso per uscire dal maniero.

***

Ian esultò insieme agli uomini di Aversly e Willingham, quando vide il barbacane di
Dunchester aprirsi per lasciare uscire i difensori, ormai quasi padroni del campo di
battaglia. Eccola, la via d'accesso al castello, la sua unica possibilità di avvicinarsi al
luogo in cui Daniel era tenuto prigioniero. Il giovane aveva visto il cavaliere nero
guidare tutti gli altri compagni verso il nemico in fuga e aveva riconosciuto Martewall
nonostante il blasone e la livrea leggermente diversi da quelli che l'inglese indossava in
Francia. Il castello perciò era momentaneamente privo del suo signore: non c'era
momento migliore per tentare la sortita all'interno.
«Ce l'abbiamo fatta!» esclamò Thomas Bull al fianco dell'americano, alludendo alla
ritirata ormai disordinata delle divise rosse.
«Sì, ce l'abbiamo fatta» ripeté Ian, ma pensando a tutt'altro.
«Bel lavoro, comandante» gli sogghignò l'ex-soldato con aria complice. «La tua
tattica ha funzionato a dovere».
«Non è stato merito mio, ma di tutti» si schermì Ian.
Anche gli altri uomini gridavano di soddisfazione e in molti scesero dalle mura in
costruzione per correre dietro il nemico e incalzarlo con le armi verso la fuga.
«Aspettate, incoscienti!» gridò Bull, tentando invano di trattenere i suoi compaesani.
«Si faranno ammazzare» brontolò con rabbia quando le sue parole caddero del tutto nel
vuoto, inascoltate. «Grazie al cielo ormai quei maledetti mercenari hanno perso coraggio
e non lottano quasi più».
Ian gli mise una mano sulla spalla, gli occhi sempre rivolti al barbacane aperto, al di
là delle case in fiamme e della battaglia in corso. «Anch'io devo andare» annunciò. «È
stato un onore combattere al tuo fianco».
Bull sgranò gli occhi. «Dove vai?!» esclamò, ma Ian era già balzato giù dal muro per
lanciarsi di corsa attraverso il campo di battaglia.
Il giovane non badò ai richiami che l'ex-soldato gli lanciò dietro. La sua meta era
soltanto l'entrata del castello e niente l'avrebbe fermato.
Un mercenario in rosso se lo trovò davanti e tentò di sbarragli il passo. Ian lo impegnò
subito con la spada, in un corpo a corpo serrato. Scambiò con lui colpi feroci, ma aveva
un'altezza superiore su cui contare e forse persino una maggiore abilità. Il mercenario se
ne accorse, ma non desistette dal combattimento. Tentò di ferire l'americano più volte,
non vi riuscì. Ian lo evitò abilmente, allontanò da sé la spada che cercava di arrivargli al
petto e alla gola, infine ebbe uno scarto e affondò la sua lama. Il mercenario fu trafitto a
morte e cadde in terra con un ultimo gorgoglio strozzato.
Per Ian fu come riprendere coscienza di sé, dopo minuti in cui il combattimento aveva
del tutto assorbito i suoi pensieri. Per qualche istante rimase a fissare il corpo immobile
ai suoi piedi e la lama gocciolante e rossa per il suo rinnovato battesimo del sangue.
Anche ora, come la prima volta che aveva ucciso un uomo, lo stomaco gli si chiuse in
un crampo convulso.
Il combattimento però infuriava ancora e non concedeva a nessuno di abbassare la
guardia per cedere alle proprie emozioni, pena la morte.
Riscuotendosi, Ian vide altre divise rosse corrergli incontro, ai suoi fianchi però
stavano sopraggiungendo cacciatori e boscaioli armati e pronti alla lotta.
Il giovane americano alzò di nuovo la sua spada. Con un grido rabbioso e insieme
liberatorio si gettò in avanti e ingaggiò battaglia.

***

Daniel sentì il cuore fermarsi per un istante.


Interruppe la sua corsa. Guardò meglio.
C'era un uomo insieme ai ribelli senza divise. Combatteva bene, da cavaliere, spada in
pugno. Scuro di capelli, aveva un portamento inconfondibile.
Ian! lo riconobbe Daniel, incredulo, e allo stesso tempo fu quasi sopraffatto
dall'emozione.
Ian era là. Era venuto a prenderlo.
Ora Daniel sapeva chi comandava gli uomini sbucati dal bosco per prendere di
sorpresa i soldati del re.
Non si fermò a chiedersi come avesse fatto l'amico a scoprire che lui era prigioniero a
Dunchester: aveva il petto gonfio di riconoscenza e in testa una sola idea. Senza più
pensare alla scala che portava giù, sollevò l'arco, incoccò una freccia e prese la mira.
Uno dei mercenari di fronte a Ian cadde trafitto e un secondo fece la stessa fine pochi
istanti dopo.
Daniel vide l'amico guardarsi intorno per capire da che parte arrivasse il
provvidenziale attacco, ma senza accorgersi di lui. Se anche lo vide, non capì chi era,
scorgendo solo una divisa nera uguale a tutte le altre tra i merli del castello. Le frecce di
Daniel e la spada di Ian fecero il vuoto molto rapidamente nell'ampio tratto di terra
battuta che divideva il ponte levatoio dalle prime case del borgo in fiamme.
Ian vide la strada quasi libera e vi si diresse correndo. Daniel capì l'intenzione
dell'amico e fece per muoverglisi incontro.
Una figura nera emersa dal fumo del campo di battaglia lo bloccò e gli provocò un
brivido.
Geoffrey Martewall stava ritornando verso il castello in sella al suo destriero. Era solo
e non portava più la lancia, ma aveva la spada sguainata, rossa di sangue fino all'elsa.
Forse aveva lasciato il suo luogotenente e i suoi cavalieri a terminare la cacciata degli
invasori dal borgo in fiamme ed era tornato indietro per riprendere il suo posto di
comandante al maniero o per assicurarsi che i nemici non avessero architettato sorprese
alle sue spalle.
Comunque fosse, era là e con sgomento Daniel lo vide tirare le redini di colpo, non
appena si accorse della figura solitaria e senza divisa che si stava dirigendo verso il
ponte levatoio abbassato.
Ian si avvide del cavaliere inglese quasi allo stesso momento e si fermò dov'era, colto
di sorpresa.
«No!» gridò Daniel, quando Martewall spronò il destriero verso il suo nemico a piedi.
Capitolo 18
Geoffrey Martewall era sbucato dal fumo e dal fuoco, all'improvviso. Ian si arrestò di
colpo, ormai vicino al ponte levatoio, in un punto completamente scoperto e privo di
ripari. Non si aspettava che il cavaliere inglese ritornasse così presto, non aveva modo di
nascondersi per non farsi vedere.
Martewall infatti lo notò subito. Frenò il destriero, rimase immobile un attimo e il suo
sbalordimento fu palese nonostante l'elmo gli coprisse completamente il volto.
Fu però solo un attimo.
«TU!» ruggì l'inglese e, con un feroce colpo di speroni, puntò dritto sull'altro giovane
a spada tesa.
Ian sostenne l'assalto con la sua lama e deviò l'attacco mentre il destriero gli
sfrecciava accanto al galoppo. Soffocò un'esclamazione di dolore, quando l'urto gli
percosse i polsi e le braccia, ma ruotò su se stesso e si preparò ad affrontare il secondo
passaggio del nemico.
Martewall si girò eppure non ritentò l'assalto. Si stava riavendo dalla sorpresa e
impiegò qualche istante per valutare la situazione e decidere come agire.
Ian era rimasto in guardia, pronto a tutto, conscio di essere in svantaggio rispetto al
nemico a cavallo. Martewall però scese di sella, si tolse l'elmo, lo gettò via insieme allo
scudo e si abbassò il camaglio. Almeno due frecce gli fischiarono intorno, nella mischia
del combattimento che ancora infuriava dappertutto, ma lui non vi badò. Venne avanti
con la spada insanguinata e tesa, per affrontare il suo nemico faccia a faccia, da pari a
pari.
Ian se lo trovò addosso come una furia e dovette impegnarsi fino all'ultima fibra per
sostenere l'assalto.
Martewall era bravo, veloce e pericoloso. Poteva contare su un'esperienza da cavaliere
che l'americano non avrebbe mai potuto avere e combatteva per uccidere. Sul volto
aveva dipinta una ferocia spaventosa, unita a un evidente desiderio di rivalsa e di
vendetta.
Ian dovette indietreggiare sotto il suo assalto. Si difese come poté, ma la lama del
nemico sembrava sfuggire alla vista, tanto era veloce. Martewall sgusciò sotto la sua
difesa e mirò al cuore. Non lo raggiunse, ma Ian barcollò con un'esclamazione di dolore
quando la punta affilata gli sfregiò il petto, aprendogli uno squarcio nella tunica fino alla
spalla sinistra.
Fece un balzo indietro, coprendosi con la mano libera la ferita che aveva iniziato a
sanguinare, e si mise a distanza di sicurezza.
«Non scappare!» gli urlò Martewall, incalzandolo.
Ian affrontò il suo attacco con più fatica. Il dolore però lo rese furioso e gli diede
nuova forza per reagire.
«Ne ho abbastanza di te!» esclamò il giovane. Impegnò la spada del nemico, tentò di
strappargliela via. Non vi riuscì, ma poté tentare un secondo affondo dall'alto.
Martewall si difese ancora una volta, parando, ma la forza del colpo che gli piombò
addosso fu tale da piegargli il braccio. L'inglese si sbilanciò, in parte scoperto. Ian colpì
di taglio il fianco rimasto indifeso.
La sua lama lacerò la cotta nera e trovò l'usbergo. La maglia metallica stridette ma
resse e difese il suo padrone. Martewall gridò di dolore, eppure poté indietreggiare senza
ferite, benché con il respiro spezzato e la sinistra premuta sotto le costole.
Questa volta fu Ian a incalzarlo, facendo pressione senza consentirgli di riprendere
fiato. Martewall barcollò sotto l'assalto fino a dover quasi piegare un ginocchio a terra
per non cadere.
Ian affondò la lama di punta, ma non trovò il bersaglio.
Con un estremo guizzo, Martewall riuscì a sottrarsi, si spostò di lato e replicò
all'attacco. Fortunatamente la sua spada fu resa imprecisa dalla concitazione e dalla
fatica, altrimenti avrebbe tagliato in profondità, raggiungendo l'avversario alle reni.
Conscio dello scampato pericolo, Ian si girò per mettersi il nemico di fronte e
indietreggiò.
In quel momento, tre mercenari in divisa rossa scaturirono dalla cortina di fumo e
polvere per attaccare il signore del castello, individuato nella confusione della mischia
grazie alla sua livrea nera con il leone d'oro.
Due si gettarono su Martewall con spada e mazza, il terzo impegnò Ian, dopo averlo
riconosciuto come uno dei ribelli che avevano attaccato dal fianco durante l'assedio.
Il giovane americano si trovò a difendersi contro un avversario armato d'ascia e quasi
la spada gli si spezzò sotto i fendenti micidiali che ricevette. Evitò d'un soffio la lama
puntata alla testa, poi un secondo attacco che gli avrebbe staccato un braccio, se solo
l'avesse raggiunto.
Il mercenario era basso ma robusto e colpiva con esperienza. Ian dovette far uso di
tutta la sua forza per tenergli testa e alla fine lo superò in velocità. Deviò l'ascia con la
spada, poi si disimpegnò e colpì.
Il mercenario cadde senza un grido.
«In guardia!» intimò invece una voce selvaggia.
Col fiato corto, Ian fece appena in tempo a girarsi per ricevere l'assalto di Martewall e
pararlo alla bell'e meglio.
Il cavaliere inglese aveva lasciato in una pozza di sangue i due mercenari che avevano
osato attaccarlo ed era di nuovo pronto a terminare il suo duello. Gli occhi chiari
lampeggiavano quanto l'acciaio della sua spada.
I due avversari si scambiarono colpi micidiali per alcuni minuti, ciascuno mirando alla
vita del suo nemico, ma nessuno dei due arrivò al bersaglio.
Ian alla fine fu costretto a indietreggiare di nuovo, senza più fiato e con la ferita che
faceva male.
Anche Martewall però era a corto d'aria, stancato dal maggior numero di nemici che
aveva dovuto affrontare e dal peso dell'usbergo, e allo stesso modo fece un passo
indietro.
I due rimasero a studiarsi con odio, mentre riprendevano fiato, con la guardia alta.
Ian sentiva il sangue colargli lungo il costato, dal taglio aperto sul lato sinistro del
petto. Era una ferita superficiale, ma bruciava in modo intollerabile.
Martewall, da parte sua, aveva un braccio sanguinante per l'attacco dei mercenari e
continuava a tenere la mano contratta sul fianco che Ian gli aveva colpito pochi minuti
prima. C'era mancato poco che il colpo del nemico gli spezzasse le costole e il cavaliere
dovette stringere i denti per controllare il dolore.
«Giuro che ti ammazzo» minacciò tuttavia, alzando di nuovo la spada.
«Vieni a provarci, se vuoi lasciare la testa sul terreno» replicò Ian e si preparò a
ricominciare lo scontro.
Il duello però aveva alla fine attirato anche gli uomini di Dunchester. I soldati in
divisa nera, prima alcuni, poi sempre di più, si erano accorti che il loro signore era a
piedi, senza elmo e senza scudo, l'avevano visto assalito dai mercenari e in molti adesso
stavano accorrendo verso di lui da ogni parte per proteggerlo e aiutarlo. Si gettarono
come lupi sulle ultime divise rosse che ancora incontrarono lungo il loro cammino, poi
proseguirono verso Martewall e il suo sfidante.
Ian valutò la situazione con uno sguardo e capì che sarebbe stato presto circondato.
Imprecò, ma seppe di non avere scampo e attese a guardia alzata l'assalto che l'avrebbe
inevitabilmente sopraffatto.
«Non vi intromettete!» gridò però Martewall ai suoi uomini. «Non ho bisogno di
voi!»
I soldati in nero si fermarono subito, presi in contropiede. Tutti tranne uno, che alzò
l'arco con la freccia incoccata e
lo puntò sul barone inglese, nello sgomento generale.
«Non ci provare: te l'ho già detto a Bouvines» minacciò l'arciere distintamente.
Martewall si bloccò con la spada alzata, senza poter portare a termine il suo attacco.
Ian ebbe quasi un sobbalzo. Si girò e vide infine il volto di quello che credeva un soldato
come gli altri. «Daniel!» esclamò, incredulo.
È vivo e incolume! pensò subito dopo, elevando un ringraziamento al cielo,
nonostante il momento di pericolo.
Tutti i soldati intanto avevano reagito per intervenire: alcuni imbracciarono le balestre
e le puntarono sui due americani.
La scena si congelò in un momento carico di tensione, in cui nessuno osava muoversi
per paura che i nemici fossero più veloci a tirare.
«Martewall, lasciaci andare!»
Fu Ian il primo a spezzare il silenzio. Adesso che aveva ritrovato Daniel non voleva
per nessuna cosa al mondo metterlo in pericolo di nuovo e perciò tentò una soluzione
che non fosse quella dettata dalle armi. «Ci ammazzeremo a vicenda, se continuiamo
questa lotta: lasciaci tornare per la nostra strada e finirà bene per tutti!»
Il cavaliere inglese lo stava studiando con occhi incandescenti, ignorando del tutto la
freccia che Daniel gli teneva puntata contro. «Sei tornato per lui!» disse alla fine,
realizzando l'idea.
«Credevi che l'avrei abbandonato nelle tue mani?» replicò Ian, sdegnato.
Daniel si sentì colmare di riconoscenza, ma la dissimulò, per non abbassare la guardia
e tenere Martewall sotto tiro.
«Per me è come un fratello, mi interessa solo la sua salvezza. Lasciaci andare e le
nostre strade non si incroceranno mai più» continuò Ian.
L'inglese non rispose. I soldati in nero attendevano con le armi spianate il suo ordine,
pronti a sopraffare i due americani, ma allo stesso tempo temendo che un loro gesto
costasse la vita al loro signore, minacciato dalla freccia.
«Ti ho aiutato a difendere il tuo castello: questa vittoria, la devi agli uomini del
contado, ma anche a me» incalzò Ian, indicando in modo significativo il punto da cui era
arrivato l'attacco dei ribelli di Willingham e Aversly. «Adesso devi lasciarmi libero
insieme al mio compagno d'armi. Se hai onore, me lo devi».
Martewall tacque qualche istante ancora. «E tu credi davvero di potertene andare da
qui così?» disse alla fine.
I soldati strinsero le armi, pronti al peggio.
«Non puoi tenerci prigionieri!» esclamò Ian, alzando la spada nel vedere che ogni sua
parola cadeva nel vuoto.
Daniel tese un po' di più l'arco, pronto a scoccare. «Ti assicuro che tu non resterai
vivo abbastanza per goderti la nostra prigionia, fosse l'ultima cosa che faccio» minacciò
rivolto a Martewall, con rabbia disperata, conscio a sua volta che la situazione non
lasciava scampo né a lui né a Ian.
Il cavaliere inglese, però, lo guardò senza la minima paura. Ian si rese conto troppo
tardi che molti soldati avevano alzato gli occhi verso qualcosa alle spalle sue e di Daniel.
«Basta così!»
Una voce perentoria spezzò la scena in quel momento.
Daniel sentì una lama gelida posarsi sul collo da dietro. S'irrigidì, con sgomento
terribile, ma sapendo di non poter fare più nulla. Chiunque fosse, il nemico l'aveva
sorpreso e reso inerme con un solo gesto.
Mentalmente, il giovane si maledisse mille volte per non averlo sentito arrivare.
Ian si era girato di scatto verso la voce per trovarsi di fronte un destriero, sopraggiunto
alle sue spalle senza che lui potesse notarlo, tra la confusione del campo di battaglia e la
tensione del confronto in corso.
Sulla sella c'era un cavaliere nero con una croce d'oro sulla fronte dell'elmo e sul petto
della cotta nera, là dove sfoggiava anche il leone dei Martewall.
Ian non l'aveva visto passare prima insieme a Geoffrey Martewall e ai suoi compagni
e dedusse perciò che il cavaliere sconosciuto arrivasse dal castello attraverso il
barbacane aperto. Lo scortavano almeno dieci soldati a cavallo, ora fermi a poca
distanza, con le lance pronte.
Dalla scorta e dal blasone, Ian capì di avere a che fare con un uomo importante del
casato di Dunchester.
Sir Harald Martewall lo studiò dall'alto per un lungo momento, poi rivolse il suo
sguardo ai soldati. «Adesso abbassate le armi. Tutti quanti» ordinò e il suo tono fu
autoritario anche attraverso l'elmo.
Daniel dovette obbedire, sotto la minaccia della spada puntata alla nuca. Ian fece
altrettanto, sconfitto.
I soldati di Dunchester respirarono di sollievo e, abbassate le armi, fecero per
avvicinarsi e prendere in consegna i prigionieri, ma il loro signore li fermò all'istante.
«No» ordinò, secco. «Prima voglio sapere con chi ho a che fare».
Daniel si tolse l'elmo per liberarsi d'istinto il viso, ma sapeva che l'anziano barone non
si stava riferendo a lui con il suo discorso.
Sir Harald, infatti, ringuainò la spada e fece fare al suo destriero qualche passo verso
Ian.
Il giovane lo guardò arrivare e sostenne il suo sguardo a fronte alta. «Sono il conte
Jean Marc de Ponthieu, signore di Montmayeur e vassallo di Filippo Augusto di
Francia» si presentò.
La rivelazione suscitò scalpore e ostilità tra i soldati in nero. Alcuni di loro alzarono
d'istinto le spade verso il nemico francese, ma poi non osarono fare nulla senza un ordine
diretto del loro signore.
A differenza dei soldati, sir Harald non si mostrò sorpreso. «Lo immaginavo»
commentò infatti. «Avete la stessa statura di vostro padre e gli stessi capelli scuri».
«Lo conoscevate?» domandò Ian, con un segreto brivido di timore a quella frase
inaspettata.
Quest'uomo conosceva il padre di Guillaume e Jean de Ponthieu? si domandò con
allarme, temendo il peggio. Guardò Daniel, quasi cercando aiuto, e vide l'amico fargli un
lieve cenno di incoraggiamento per rassicurarlo.
«Eravamo compagni di crociata, benché sotto bandiere diverse» rispose sir Harald,
semplicemente.
Ian stentò a tranquillizzarsi, nonostante l'espressione di Daniel gli facesse intuire che
il segreto della sua identità non era in pericolo. Dovette convincersi che il cavaliere nero
non sembrava mettere in dubbio il nome e il titolo che aveva appena udito, prima di
allentare almeno un po' la tensione che gli percorreva i muscoli.
Sir Harald valutò entrambi gli americani ancora per qualche attimo, poi si rivolse a
suo figlio Geoffrey, rimasto in cupo silenzio fino ad allora.
«Padre, non sareste dovuto uscire dal castello, è troppo pericoloso» disse il giovane
freddamente, prevenendo ogni parola.
«Quest'uomo» sir Harald indicò Ian «è venuto a mettersi in pericolo per liberare un
suo cavaliere».
«L'ho notato» replicò Martewall, aspro.
«E davanti a tanta lealtà e coraggio, tu insisti nei tuoi propositi di vendetta?» proseguì
l'anziano barone con tono accusatorio.
Daniel scambiò un'occhiata speranzosa con Ian.
«Non cerco vendetta, solo la verità» si difese Geoffrey Martewall, sdegnato.
«Ma le tue azioni sono mosse dal rancore, che ti spinge a negare anche i fatti più
evidenti» sentenziò il vecchio barone. «Se anche tu avessi preteso un'ordalia sulle parole
di quello che consideri il tuo nemico, non avresti avuto risposta più chiara di così. Quanti
impostori avrebbero rischiato tanto, se avessero potuto mettersi in salvo invece di sfidare
la morte? Benché avesse ben poche probabilità di non incrociare la tua spada, questo
cavaliere ha rischiato la vita per arrivare fino a qui ed è riuscito a ricongiungersi al suo
compagno in pericolo. Questo per me è evidente quanto un giudizio di Dio sulla sua
sincerità d'animo».
«O sulla sua incoscienza» replicò Martewall, con un'occhiata furente rivolta a Ian. «Se
costui pensava sul serio di poter uscire vivo da Dunchester, ha davvero confidato troppo
sulla sua fortuna».
Ian ricambiò il suo odio con uno sguardo identico, colmo d'indignazione. «Tu non hai
alcun diritto di minacciarmi».
«Comunque sia, non puoi togliergli la libertà» aggiunse sir Harald. «Non fosse altro
che per l'aiuto che ha dato nella difesa della nostra casa. E, a quanto ho saputo, il suo
compagno d'armi non è stato da meno».
Martewall serrò la mano sull'impugnatura della spada, con violenza. «Non l'hanno
fatto di certo per aiutare noi, ma solo perché serviva ai loro scopi, cioè alla fuga».
«Ciò nonostante, hanno combattuto i nostri stessi nemici, limitando le nostre perdite
in battaglia, e se tu non provi riconoscenza per questo, io invece ne devo a tutti e due!»
Un moto di nervosismo passò tra i soldati, sentendo il tono dell'anziano barone salire
con accusa crescente verso suo figlio.
«Non potete frenare la mia spada per questo motivo!» esclamò Martewall.
Il padre torreggiò su di lui dall'alto del suo destriero. «Il tuo onore dovrebbe trattenere
la tua spada dal commettere ulteriori ingiustizie! Dimostra a te stesso che non ti è stato
tolto del tutto, che non sei stato privato della dignità: le azioni degli altri non potranno
mai disonorarti quanto le tue».
Geoffrey Martewall vacillò per la prima volta davanti a sir Harald e non trovò subito
le parole per ribattere. «Perché mi fate questo?» protestò, ma a voce più bassa e vibrante.
«Perché sono tuo padre. Tu mi accusi di aver contribuito al tuo disonore e io sono
stato debole, ti ho lasciato fare ciò che dettava il tuo rancore, ma adesso non ti consentirò
di commettere altre azioni indegne di te, dovessi anche trattenerti con la forza. Mio figlio
non rinnegherà per rabbia il codice cavalleresco».
Martewall tacque, questa volta a lungo. Infine, sotto lo sguardo di suo padre, abbassò
leggermente la spada.
Ian e Daniel non osarono fare nemmeno un gesto per timore di interrompere quel
confronto tra i due Martewall.
All'improvviso, richiami laceranti di corni risuonarono all'esterno del borgo di
Dunchester. Si levarono nuove grida, rullarono molti tamburi. A questi fecero eco altri
corni con segnali d'allarme.
Ian sobbalzò e così fecero Daniel e i soldati, i quali alzarono subito gli occhi verso la
direzione da cui proveniva il clamore.
Anche attraverso la polvere e il fumo della battaglia ormai languente, si videro
sventolare nuovi vessilli fuori dalla cinta muraria incompleta. Altre truppe stavano
arrivando dietro quelle rosse ormai allo sbando. Ne arginavano la ritirata, ne
ricompattavano le fila. Presto i mercenari smisero di indietreggiare.
«Ma che...» esclamò Daniel a metà, trattenendo il fiato davanti a quella scena
inaspettata. Ian non seppe dire una parola. Martewall padre e figlio erano gli unici a non
mostrarsi sorpresi dall'allarme improvviso.
«Suonate la ritirata!» urlò Geoffrey Martewall ai suoi uomini. «Tutti dentro le mura,
subito!»
I soldati non si fecero ripetere l'ordine. Molti scattarono a diffondere le istruzioni e
presto il suono del corno risuonò anche tra le mura del castello. Nel borgo ormai
devastato il movimento degli armati invertì direzione.
Ian e Daniel videro arrivare al galoppo un cavaliere in verde e oro. Daniel sapeva che
era Hector, poiché l'aveva visto senza elmo nel cortile prima della battaglia.
«Mio signore, arrivano!» annunciò il fiammingo, fermando il destriero accanto a
Geoffrey Martewall appena prima di accorgersi dell'identità dei due americani in mezzo
ai commilitoni e irrigidirsi per la sorpresa.
«Come si stanno disponendo?» s'informò Martewall, senza lasciargli tempo di fare
domande.
Hector riportò l'attenzione sul suo signore. «Circondano le mura esterne, dieci uomini
ogni cento passi. Sorvegliano tutto il perimetro. Davanti a noi, invece, ci sono già
almeno quattrocento uomini. Portano un ariete e le baliste».
Daniel non aveva idea di cosa fossero le baliste, ma sapeva fin troppo bene cos'era un
ariete e il solo sentirlo nominare gli fece correre un brivido freddo lungo la schiena. Vide
che Ian era pallidissimo e intuì che la situazione era, se possibile, ancora peggiore di
quanto si immaginasse.
Martewall accolse le notizie del suo luogotenente in funereo silenzio. «Venderemo a
caro prezzo le nostre vite» decise alla fine.
Sir Harald non commentò. Era rivolto verso l'orizzonte e guardava il nemico arrivare.
Sulle sue spalle adesso sembrava calato un peso che lo schiacciava.
I nuovi vessilli avanzavano in fretta e divennero presto distinguibili. Erano blu con sei
leoni d'oro rampanti in bella mostra.
Ian sentì un brivido lungo la schiena, riconoscendo quello stemma già visto in guerra.
«William Lunga-Spada...» mormorò.
«Cosa?!» esclamò Daniel con gli occhi sbarrati.
Martewall guardò entrambi con amaro sarcasmo. «Non ve l'aspettavate? Eppure le
mie sentinelle avevano avvistato le sue truppe ieri sera. Temevo il suo arrivo da un
momento all'altro. Non avrete pensato davvero che si potesse conquistare
il mio castello solo con un manipolo di mercenari inaffidabili».
I mercenari erano soltanto la carne da cannone, si disse Ian dopo quel discorso e capì
che tutti a Willingham, lui per primo, avevano fatto un clamoroso errore di valutazione,
pensando che nessun feudatario avrebbe mai risposto all'appello di re Giovanni per
attaccare uno di loro: avevano dimenticato chi era più legato al re che agli altri nobili,
William Lunga-Spada, conte di Salisbury e fratellastro di Giovanni Senza Terra. Un
condottiero temibile ed esperto, che aveva fatto tremare più di un campione sul campo di
battaglia.
Siamo in trappola, pensò Ian disperatamente. Smarrito, guardò Martewall, che gli fece
una smorfia di commiserazione.
«Messieurs, benvenuti a Dunchester. Vi avevo avvertito che non sarebbe stato facile
allontanarsi da qui: vostro malgrado la vostra permanenza dovrà protrarsi ancora per un
po'» disse il cavaliere inglese, abbassando definitivamente la spada.
Capitolo 19
Le truppe del conte di Salisbury presero quartiere nei prati incolti entro la prima cinta
di mura di Dunchester. Non attaccarono. Da condottiero esperto, William Lunga-Spada
attese pazientemente che l'intero villaggio davanti al castello bruciasse, riducendosi in
cenere, e non mandò avanti uno solo dei suoi uomini, approfittando piuttosto delle
ultime ore di luce a disposizione per far erigere il suo accampamento, fuori portata da
qualsiasi tipo di arma da lancio degli assediati.
Gli uomini di Dunchester si erano ritirati in fretta ma ordinatamente all'interno del
castello, portandosi dietro i feriti e cercando di trasportare anche qualsiasi materiale che
potesse essere utile nel prossimo futuro, recuperandolo da ciò che rimaneva nel borgo
ormai distrutto.
Il ponte levatoio venne alzato, i due cancelli del barbacane ricaddero come mannaie
da un lato all'altro del tunnel.
Dunchester fu di nuovo isolato dal resto del mondo, asserragliato sullo strapiombo che
dava sul mare.
Ai suoi difensori non rimase altro che guardare impotenti dagli spalti gli assedianti
che si organizzavano per passare la notte e riprendere le ostilità l'indomani.
La giornata finì così, in un cupo silenzio.
Ian e Daniel trovarono rifugio dove meno se l'aspettavano: al maniero dei Martewall,
insieme a tutti i superstiti dell'attacco di quella mattina, compresi gli uomini venuti da
Aversly e Willingham.
I ribelli dei boschi erano stati costretti a ripiegare dentro le mura, completamente
tagliati fuori da qualsiasi via di fuga dalle nuove truppe reali che avevano circondato il
perimetro esterno. Quelli che avevano tentato di scappare verso il contado erano stati
catturati subito dai soldati di Salisbury e di loro non se n'era avuta più notizia.
Per quanto avevano potuto sapere i rifugiati nel maniero, nessuno era riuscito a
sfuggire alla cattura per ritornare dalle famiglie accampate a Willingham.
Ian e Daniel vennero invece presi in consegna subito dai soldati di Martewall e furono
scortati con estremo sospetto all'interno del castello, al seguito dei padroni di casa.
Passando attraverso la corte esterna, Ian poté scorgere Thomas Bull tra i rifugiati e si
sentì sollevato nel vederlo vivo e incolume, ma non ebbe modo di dirgli nemmeno una
parola.
Tutti facevano largo con deferenza all'arrivo del piccolo corteo guidato da sir Harald
in persona. Dietro di lui cavalcavano il figlio Geoffrey e il cavaliere fiammingo Hector,
poi venivano i soldati a piedi e gli sguardi cupi degli armati tenevano a distanza
chiunque.
I soldati, d'altra parte, non consentivano ai due sorvegliati speciali di allontanarsi dal
gruppo nemmeno di un passo.
Ian guardò Bull da lontano, ma non riuscì a fargli un solo cenno d'incoraggiamento,
né ne ricevette in cambio. L'espressione dell'ex-soldato era fin troppo sbalordita e Ian
sapeva che la sua identità di Jean Marc de Ponthieu, conte e nemico francese, era già
circolata di bocca in bocca, veloce come il vento. Sentiva sussurrare il nome con
incredulità al suo passaggio e non gli fu facile sostenere tutti quegli sguardi sulle spalle.
Cercò di immaginarsi cosa potessero pensare gli improvvisati compagni che avevano
combattuto accanto a lui fino a poco prima e sapeva che si sentivano ingannati e traditi.
Provò un cupo senso di colpa, benché non avesse mai voluto imbrogliare nessuno con
il suo comportamento dettato dalla necessità.
Daniel gli camminava a fianco in silenzio, guardando avanti, sopportando gli sguardi
ostili a cui si era dovuto abituare ormai da qualche giorno. Gli stringeva il cuore l'idea di
aver trascinato Ian verso una probabile prigionia e un futuro che si prospettava del tutto
precario; allo stesso tempo si sentiva vergognosamente in colpa perché la vicinanza
dell'amico gli suscitava un grande sollievo e lui era felice di averlo di nuovo accanto.
Seguì i soldati, rivolgendo di tanto in tanto un'occhiata furtiva a Ian per studiarne
l'espressione mesta.
Il gruppo armato si fermò solo quando fu nel cortile interno del castello.
Lì i servi corsero prontamente da sir Harald e lo aiutarono a scendere di sella, poi
portarono via i cavalli, compresi quelli di Geoffrey Martewall e di Hector.
Daniel adocchiò con ansia la porta massiccia che da quel cortile conduceva nelle
segrete dov'era stato rinchiuso fino a quella mattina, ma nessuno dei soldati vi si
avvicinò né fece cenno a lui di dirigersi da quella parte. Gli intimarono tuttavia di
togliersi e riconsegnare la divisa nera indossata sopra i vestiti, come se il solo portarla la
disonorasse in modo per loro intollerabile. Daniel obbedì in silenzio e si vide sequestrare
anche la spada sottratta al soldato di guardia insieme alla cotta.
Sir Harald nel frattempo si era tolto l'elmo e, appoggiandosi al bastone portatogli
subito da un servo, andò a fermarsi davanti a Ian.
I soldati s'innervosirono d'istinto, poiché il giovane aveva ancora la sua spada in
cintura, ma il vecchio barone sembrò non farvi nemmeno caso e si accostò senza timore.
Ian lo studiò in silenzio e fu colpito nel vederlo così anziano e infermo. Non se
l'aspettava, avendolo conosciuto con l'armatura addosso e la spada cinta al fianco. Allo
stesso tempo, però, provò un istintivo rispetto per quell'uomo tanto solenne e agguerrito.
Anche il vecchio barone l'osservava attentamente.
«Monsieur de Ponthieu, voi mi date la vostra parola che non farete nulla che possa
minare la difesa della mia casa, nonostante l'inimicizia che corre tra voi e mio figlio?»
domandò alla fine.
«Non ho alcun motivo né intenzione di danneggiare Dunchester, ve lo giuro su ciò che
mi è più sacro» replicò Ian, sostenendo con uguale serietà lo sguardo del barone. «Farò
tutto ciò che posso per non coinvolgere mai più altri nella questione personale pendente
tra me e vostro figlio».
L'uomo approvò la sua risposta con un cenno del capo. «Molto bene».
«Spero, signore, che da parte vostra vi sia lo stesso impegno a lasciar fuori da questo
dissidio chi non c'entra» aggiunse Ian, ma guardò direttamente Geoffrey Martewall,
fermo in silenzio a qualche metro di distanza. L'allusione a ciò che era accaduto a Daniel
fu chiara a tutti, benché lasciata inespressa.
Il cavaliere inglese scoccò al suo avversario il più ostile degli sguardi, in risposta a
quell'accusa implicita. «Se non scapperai un'altra volta, ce la vedremo personalmente io
e te, puoi starne certo» replicò, aspro.
«Vieni a cercarmi da uomo a uomo e non con dieci sgherri a spalleggiarti e mi
troverai quando vuoi» lo rimbeccò Ian, con uguale durezza.
I due si affrontarono in silenzio, entrambi con i pugni serrati.
Daniel assistette a quel confronto con ansia, sentendo la tensione salire.
«Ci sono già state abbastanza ostilità per oggi, non desidero che ve ne siano altre»
intervenne sir Harald, fermo ma senza alzare il tono, e la sua frase mise un freno al
crescere del contrasto. «Vi prego entrambi di rispettare la mia richiesta e di portarvi il
dovuto rispetto finché sarete nella mia casa» aggiunse, lanciando un'occhiata
significativa soprattutto a suo figlio.
Ian si piegò al desiderio del barone chinando lievemente il capo per assentire.
Martewall dovette fare lo stesso, in silenzio contrariato.
«Monsieur de Ponthieu, mi aspetto di avervi ospite a cena con il vostro compagno
d'armi» concluse sir Harald. Si girò verso i servi e ordinò loro di preparare una stanza
per gli ospiti. «Fate in modo che abbiano ciò di cui hanno bisogno, dopo tante peripezie»
aggiunse, prima di allontanarsi con passo ormai affaticato.
I servi si affrettarono a obbedire senza discutere. I soldati invece si guardarono l'un
l'altro, come se fossero sorpresi di essere rimasti senza ordini. Rivolsero a Geoffrey
Martewall un'occhiata interrogativa e il cavaliere fece cenno a tutti di ritornare alle
postazioni sulle mura dove sarebbero stati più utili. Soltanto due soldati rimasero nel
cortile, chiamati in disparte da Hector.
I servi invitarono Ian e Daniel a seguirli.
«Mio signore» chiamò però Ian, rivolto al vecchio barone, già lontano di qualche
passo. «Gli uomini che erano con me, venuti dai boschi, hanno lasciato le loro famiglie
per difendere il castello. Che ne sarà di loro adesso?»
Sir Harald si fermò e si voltò con un sospiro stanco. «Non abbiamo modo di
raggiungere quelle famiglie e comunque, credetemi: saranno più al sicuro fuori da qui.
Gli uomini rifugiati tra queste mura saranno trattati con tutti i riguardi, non dovete
preoccuparvi. Farò in modo che abbiano anche loro cibo, cure e tutto ciò che serve, per
quanto possibile, vista la situazione».
«Grazie, signore» disse Ian e fece un breve inchino di riconoscenza.
Il vecchio barone lo studiò ancora una volta, da lontano, prima di allontanarsi. «Siete
un giovane premuroso e umile, milord. Non me l'aspettavo, conoscendo la fierezza di
vostro padre».
Quel discorso e il titolo onorifico pronunciato a sorpresa fecero di colpo ricordare a
Ian la sua posizione nella scala gerarchica. All'improvviso il giovane prese coscienza di
essere l'uomo più altolocato di tutta Dunchester e la cosa lo spiazzò per qualche istante.
Tecnicamente, portava un titolo nobiliare superiore a quelli degli stessi signori del
castello e come conte poteva portare in Inghilterra il nome di "lord".
Si sentì fuori posto nell'essere chiamato con quell'appellativo altisonante dall'anziano
Martewall, sicuramente degno più di lui del titolo nobiliare che portava, ma sapeva di
doversi adeguare all'uso dell'epoca e perciò cercò di nascondere il suo disagio. Si chiese
piuttosto se non avesse già detto o fatto qualcosa di inadatto alla figura aristocratica che
doveva interpretare davanti agli occhi del mondo. Forse un vero conte si sarebbe
atteggiato in modo diverso davanti a dei semplici baroni.
Ian non poté fare a meno di rivolgere un'ennesima occhiata a Geoffrey Martewall,
spettatore muto di tutta la scena, e si chiese cosa stesse pensando.
«Da questa parte, signori». I servi lo distrassero perché indicarono a lui e Daniel di
proseguire nella stessa direzione in cui si era incamminato sir Harald.
I due americani capirono che sarebbero stati alloggiati nel mastio per volere
dell'anziano padrone di casa e si scambiarono un'occhiata sorpresa, prima di sbirciare le
reazioni di Geoffrey Martewall.
Il cavaliere inglese non aggiunse una sola parola al suo silenzio, anche se la sua
espressione era più eloquente di mille discorsi. Si girò e si allontanò per tornare con
Hector verso la corte esterna.
I due soldati rimasti nel cortile, invece, si incamminarono con i servi e gli americani
verso il maniero.

***

Gli ospiti forzati vennero condotti in un stanza situata al secondo piano, la cui
finestra, come tutte quelle dei locali posti nei piani bassi del complesso del castello, era
rivolta verso l'interno del cortile.
Vi era un camino, acceso in fretta dai servi, una cassapanca con alcuni sgabelli e un
letto spartano ma grande, in cui avrebbero potuto dormire anche più persone, secondo
l'usanza medievale. I servitori portarono catini d'acqua, tutto il necessario per lavarsi e
persino abiti puliti. Poi si dileguarono senza una parola. Fuori dalla porta chiusa si
misero di guardia i due soldati armati.
Rimasti finalmente soli, i due amici si scambiarono un abbraccio d'infinito sollievo
per essersi ritrovati.
«Ho avuto paura» confessò Daniel con emozione. Ian lo strinse forte, fraternamente.
«Anch'io».
Per qualche minuto non ebbero bisogno di ulteriori parole, poi la stanchezza ebbe il
sopravvento e i due si sedettero sulla cassapanca e su uno sgabello, uno di fronte
all'altro, a raccontarsi nei dettagli i fatti avvenuti in quei giorni di separazione obbligata.
Quando il racconto di entrambi finì e i due ebbero nel frattempo ripreso un po' le forze,
Ian si scoprì la ferita per poterla medicare.
«È grave?» si allarmò subito Daniel.
«Solo un graffio» lo rassicurò l'amico, ma con una smorfia di dolore. «Per fortuna non
sanguina quasi più». Si guardò intorno in cerca di qualcosa con cui fasciare la ferita, ma
non trovò nulla di utile.
In quel momento qualcuno bussò alla porta e subito dopo entrò, senza aspettare di
essere invitato. Ian rimase sorpreso nel veder comparire una fanciulla, vestita
sobriamente ma con l'eleganza di una dama, accompagnata da una serva più anziana con
in braccio un paniere e un cofanetto. La ragazza aveva un'espressione decisamente ostile,
anche se controllata in modo ferreo.
Daniel si alzò in piedi, riconoscendo Leowynn Martewall. «Dama Leowynn è la figlia
del padrone di casa» annunciò a Ian, per chiarire subito la situazione.
L'altro americano, già alzatosi per rendere omaggio alla ragazza, si riprese
prontamente dalla sorpresa e fece un inchino con grande deferenza.
«Madonna, è un onore» la salutò.
«Mi è stato detto che siete ferito» replicò lei, gelida, e fece cenno alla serva perché
disponesse sulla cassapanca le cose che teneva in braccio.
La donna appoggiò il cofanetto e lo aprì, rivelando boccette e vasetti di medicamenti.
Nel paniere, invece, aveva bende e una fiaschetta di quello che doveva essere vino caldo
per disinfettare, a giudicare almeno dall'odore alcolico che si spanse nell'aria quando il
contenuto venne versato nel più piccolo dei bacili d'acqua presenti nella stanza.
Ian capì le intenzioni delle due e si schermì subito. «Non c'è bisogno che vi disturbiate
tanto per me, posso fare da solo, ve l'assicuro, signora».
Leowynn gli rivolse un'occhiata ancora più dura. Si vedeva che avrebbe preferito
mille volte essere altrove piuttosto che lì, eppure mise mano ai medicamenti senza
esitare. «Sono io che mi occupo dei malati e dei feriti qui a Dunchester e voi non farete
eccezione, signor conte. Prima mi lasciate fare e prima potrò tornare da tutti gli altri che
hanno bisogno».
Pronunciò il titolo onorifico come se fosse un insulto e Ian ritenne più opportuno non
contrariare la dama. Si risedette sullo sgabello che la ragazza gli aveva indicato con un
gesto della mano, aristocratico ma perentorio, e attese in silenzio.
Leowynn Martewall lo odiava, era evidente: probabilmente in lei c'era il riflesso dei
sentimenti di suo fratello, ma soprattutto il diffuso rancore degli Inglesi nei confronti di
tutti i Francesi, accentuato dall'esperienza di chi ha sofferto molto a causa della guerra
appena conclusa.
Ian sapeva di non avere argomenti per poter alleviare quell'ostilità nei suoi confronti.
Si lasciò denudare il torace sul lato sinistro, il petto, la spalla e il braccio, e subì la
medicazione senza un fiato.
Leowynn fu coscienziosa ed efficace, nonostante tutto. Cercò di non provocare più
dolore del necessario, anche se non batté ciglio quando il ferito s'irrigidì sotto il lavoro di
sutura. Lavò, disinfettò e ricucì la ferita in silenzio e con mano esperta, senza mai
guardare negli occhi il paziente, come se non esistesse nemmeno e lei si stesse
dedicando a un semplice lavoro di ricamo. Daniel, però, dall'angolo in disparte in cui si
era seduto per non essere d'intralcio, la vide corrugare la bella fronte e sbiancare
leggermente quando, passando dietro a Ian per andare a riporre gli unguenti, notò,
almeno in parte, le cicatrici lasciate dalla frusta di Derangale.
Leowynn, comunque, non commentò e, subito dopo, andò direttamente da Daniel.
«Fatemi vedere anche le vostre ferite, sir».
«Sono solo lividi, signora, non c'è bisogno di niente» tentò di obiettare il giovane, ma
la fanciulla gli prese le mani e gli arrotolò le maniche per mettere a nudo le braccia sui
cui erano evidenti le lacerazioni dovute alle corde e i lividi dell'interrogatorio.
Questa volta fu Ian a rabbuiarsi, vedendo le ferite e -i segni violacei evidenti sugli
avambracci, estendersi sotto le maniche verso le spalle, ma non disse niente, preferendo
attendere di rimanere solo con l'amico.
Leowynn operò la sua medicazione ugualmente in silenzio, sempre con l'aiuto della
serva che le porgeva le bende. Non alzò gli occhi nemmeno su Daniel, ma la sua
espressione sembrava più turbata e, forse, in parte colpevole.
«Siete ferito in qualche altro punto?» domandò alla fine la fanciulla, indicando il
torace del giovane, ma Daniel fece un deciso cenno di diniego. «Avete già fatto il
necessario, signora, non preoccupatevi oltre. Andate da chi ha più bisogno di me, io sto
bene».
Lei lo indagò un attimo negli occhi, poi ripose ogni cosa nello scrigno e lo chiuse con
cura. Si congedò con un inchino freddo.
«Ci rivedremo a cena» disse semplicemente e sparì oltre la porta insieme all'anziana
serva, senza aspettare replica.
Ian si lasciò sfuggire un sospiro, non appena le due se ne furono andate. «E socievole
quanto suo fratello, ma posso capirla» disse accennando in modo eloquente a Leowynn.
«Era nella segreta con Martewall e suo padre. Mi era sembrata molto spaventata da
quello che stava accadendo» replicò Daniel.
«Immagino». Ian non aggiunse altro per qualche istante. «Sei sicuro di stare bene?»
domandò poi, accennando cupamente ai lividi che l'amico esibiva ancora sulla braccia
scoperte.
«Ne ho degli altri addosso, se è questo che vuoi sapere, ma è roba vecchia, ormai»
sospirò Daniel e si decise ad alzarsi dallo sgabello per andare a lavarsi in un catino.
Quando si tolse anche la camicia, Ian poté vedere le contusioni che l'amico portava sul
torace. «Martewall me la pagherà per quello che ti ha fatto» promise a Daniel con
indignazione.
«Questi lividi non sono opera sua. Probabilmente non avrebbe mai voluto che
accadesse» replicò l'altro con onestà. «Lui non c'era e i suoi uomini hanno fatto di testa
loro. Per un attimo ho temuto che mi ammazzassero, se non interveniva il vice di
Martewall, Hector, a fermarli».
«Martewall mi pagherà comunque tutto il resto» brontolò Ian, restio a concedere delle
attenuanti al suo nemico.
Daniel non gli rispose e cominciò a lavarsi, grato di poterlo finalmente fare.
Stancamente, anche Ian lo imitò e quasi un'ora dopo i due si ritrovarono entrambi
seduti a terra davanti al caminetto acceso ad asciugarsi i capelli al calore del fuoco, dopo
aver indossato gli abiti puliti che erano stati fatti recapitare loro dal padrone di casa.
«Un'idea del vecchio Martewall, immagino. Non credo proprio che dobbiamo questa
cortesia a suo figlio» commentò Daniel con una smorfia sarcastica.
Ian fu d'accordo con lui. Anche la visita di dama Leowynn era sicuramente stata
imposta dall'anziano signore del castello.
«Che cosa accadrà adesso?» domandò Daniel, guardando l'amico alla luce del camino.
«Dunchester subirà l'assedio e temo che non potrà resistere per molto» rispose Ian,
strofinandosi pensosamente i capelli. «Purtroppo non credo che gli altri feudatari
verranno ad aiutare i Martewall contro il re. Non subito, almeno».
«Tu conosci già il futuro» intuì Daniel da quel discorso. «Che cosa sai?»
«Non sono proprio esperto di questa guerra» dovette ammettere Ian. «I testi dicono
che la rivolta scoppia all'inizio del 1215, cioè l'anno in cui ci troviamo, ma non so con
esattezza quando né dove. Forse tra poco, forse tra un mese o due, qui o dall'altra parte
dell'Inghilterra, chi lo sa? Quello che so io è che i baroni arriveranno a prendere persino
Londra dopo mesi di battaglie, ma questo accadrà solo verso l'estate. Il fatto è che qui
noi non dureremo a lungo».
«Nessun indizio utile su Dunchester? Avevi detto che il nome forse ti ricordava
qualcosa».
Ian scosse la testa. «Ci ho pensato e ripensato almeno mille volte, ma non mi viene in
mente niente. Eppure so di aver già letto il nome da qualche parte, però poteva anche
essere un avvenimento di un periodo diverso del Medioevo. Ne ho studiati tanti, di libri,
chissà dove ho trovato il nome di Dunchester».
«E che mi dici di questo conte di Salisbury, William Lunga-Spada? Io me lo ricordo a
Bouvines: era un bravo condottiero».
«Già. Purtroppo è anche un alleato di Giovanni Senza Terra, almeno per il momento.
Combatterà con il re per tutta la durata della guerra civile, anche se con poca
convinzione, salvo poi correre a omaggiare Luigi di Francia, quando ormai la situazione
sarà compromessa».
Daniel spalancò gli occhi. «Luigi di Francia? Il principe Luigi, intendi? Il figlio di
Filippo Augusto?»
Ian annuì. «Sì, proprio quello che stava tenendo in scacco l'esercito inglese nel sud
della Francia mentre noi eravamo a Bouvines. La futura guerra civile inglese si svolgerà
così: prima i baroni, capeggiati da un tale sir Robert Fitz-Walter, si faranno firmare con
la forza la Magna Charta Libertatum da re Giovanni...»
«La... cosa?»
«Magna Charta Libertatum: immaginala come una specie di costituzione, in cui
vengono stabiliti uno per uno i limiti del potere del re nei confronti dei suoi baroni.
Questo documento verrà firmato a giugno, dopo che i baroni ribelli avranno conquistato
Londra. A quel punto la guerra civile si fermerà. Poi però Giovanni Senza Terra
rinnegherà ciò che lui stesso ha firmato e i combattimenti riprenderanno. La guerra
durerà più di un anno e nel frattempo i baroni inglesi chiederanno aiuto al principe di
Francia. Arriveranno addirittura a offrirgli la corona d'Inghilterra e il principe accetterà.
Sbarcherà personalmente a Dover tra più di un anno, nel maggio 1216. Solo a quel
punto, con re Giovanni ormai sconfitto, William Lunga-Spada accoglierà il principe
Luigi insieme a molti altri notabili d'Inghilterra, compreso il re di Scozia».
«E un principe di Francia salirà al trono inglese?» Daniel era sbalordito.
«No. Gli inglesi si rivolteranno anche contro di lui, non appena re Giovanni morirà, e
metteranno sul trono Enrico III. E solo un bambino, perciò i baroni potranno fare il bello
e il cattivo tempo per un bel pezzo, manovrando il piccolo principe a loro piacimento per
fargli emettere leggi a loro favore. La monarchia inglese non sarà mai più la stessa».
«E dietro tutto questo intrigo c'è William Lunga-Spada?»
«In gran parte credo di sì. È uno degli uomini più potenti d'Inghilterra e di sicuro è
uno che sa come muovere le pedine sulla scacchiera a suo assoluto vantaggio. Uno di
quelli che restano sempre a galla, insomma».
«Ma re Giovanni non è suo fratello? Lo abbandona così appena le cose si mettono
male?»
«Giovanni è il suo fratellastro e tieni presente che non deve essere un soggetto molto
affidabile, visto che ha praticamente tentato di usurpare il trono del suo legittimo fratello
Riccardo appena ne ha avuta l'occasione. In ogni caso, William Lunga-Spada fa tutto ciò
che deve per mantenere il trono in mani inglesi. La sua fedeltà va alla nazione più che al
singolo uomo che porta la corona sulla testa».
Daniel rimuginò sulle informazioni per un altro po', in silenzio. «Noi cosa possiamo
fare?» chiese alla fine.
«Hai provato a chiamare Hyperversum?» gli domandò Ian a sua volta.
«Non ne ho avuto modo, nelle ultime ore».
«Tenta adesso. Siamo insieme, forse il passaggio funziona». Daniel eseguì.
«Help» pronunciò distintamente ma, come si aspettava, nulla accadde.
«Niente da fare» sospirò il giovane, dopo aver tentato per scrupolo tutti i comandi che
conosceva e lasciò ricadere la mano.
I due amici si guardarono a vicenda in silenzio, sapendo che senza Hyperversum le
loro possibilità di fuga si riducevano praticamente a zero.
«Non ci resta che aiutare la difesa di Dunchester come possiamo, almeno per
guadagnare tempo, mentre speriamo che qualcuno ci aiuti davvero» disse alla fine Ian.
«Se finiamo nelle mani di William Lunga-Spada e quindi del re, la nostra posizione può
solo peggiorare. Per loro siamo francesi, lo sai, e per giunta siamo i cavalieri che li
hanno sconfitti e umiliati a Bouvines».
«Martewall ci accetterà mai a combattere accanto ai suoi uomini? Parlo di Geoffrey
Martewall, ovviamente. Anche per lui e per tutti i suoi siamo i nemici che li hanno
umiliati».
«Cercherò di convincere suo padre, lui mi ascolterà, almeno spero. Se mi riesce, farò
leva sui vecchi legami di guerra che aveva con i Ponthieu».
«D'accordo» annuì Daniel.
«Nel frattempo, voglio che tu continui a cercare di attivare Hyperversum, ogni volta
che ne hai la possibilità. Non rinun ciare mai. Lo sai cos'è accaduto la volta scorsa: ha
ricominciato a funzionare quando meno ce lo aspettavamo».
«Lo farò, contaci».
Ian rifletté ancora qualche secondo. «Vorrei tanto sapere perché si è bloccato
all'improvviso».
«E chi lo sa?» sospirò Daniel. «Mi rifiuto di pensare a un'altra catastrofe di qualche
genere. Spero sia un problema del computer. Magari è solo un black-out, almeno così mi
auguro».
I due tacquero ancora, ciascuno rimuginando sul futuro. «Mi dispiace» disse d'un
tratto Ian e aveva gli occhi bassi. «Mi dispiace infinitamente».
«Di cosa?» si stupì Daniel.
«Ti ho messo di nuovo in pericolo. Non me lo perdonerò mai». Ian si passò la mano
sul viso, con dolore. «Se tu non fossi stato con me, se solo ti avessi convinto ad
andartene quando potevi farlo...»
L'altro giovane si protese d'istinto verso di lui per stringergli una spalla con la mano.
«Io ti ho messo in pericolo» l'interruppe con commozione. «Se tu non fossi venuto a
cercarmi, a quest'ora saresti libero e in salvo da Isabeau. È colpa mia, se adesso sei
intrappolato qui».
«Non avrei mai potuto vivere tranquillo, senza essere sicuro che tu fossi in salvo.
Dovevo accertarmi che tu fossi riuscito a fuggire» protestò Ian.
«E io dovevo accertarmi che tu arrivassi sano e salvo a Chatel-Argent, per questo ti
avrei accompagnato nel viaggio a qualsiasi costo, nonostante tutto quello che potevi
dire» replicò l'amico.
Seguì di nuovo il silenzio, poi entrambi i giovani si sorrisero mestamente, sapendo
che le cose non sarebbero potute andare in modo diverso.
«Ne usciremo insieme» disse alla fine Daniel.
«Sì» annuì Ian.
Un servo bussò alla porta per avvertire che la cena era servita.

***

Un momento di silenzio ostile accolse i due stranieri quando fecero il loro ingresso
nell'edificio che fungeva da sala di riunione e da pranzo per buona parte della
popolazione del maniero.
A differenza di Chàtel-Argent e dei castelli che Ian e Daniel avevano potuto vedere in
Francia, Dunchester non aveva un torrione centrale nel quale erano riuniti tutti gli
ambienti necessari alla vita quotidiana, ma era composto da edifici distinti anche se
contigui, spesso non comunicanti tra loro e disposti in modo da formare un quadrato
intorno al cortile centrale. La sala grande era un edificio posizionato in un angolo del
quadrato e collegato ai locali della cucina. Aveva il tetto a spiovente, sorretto da archi e
travi di legno, due enormi camini alle due estremità opposte e tre alte finestre senza
imposte, chiuse da finte vetrate fatte con lamine di osso levigato, abbastanza trasparenti
da lasciar passare il sole quando era giorno.
In quel momento le numerose torce accese gettavano luce sui tavoli di legno ai quali
sedevano almeno centocinquanta persone, per lo più soldati, cavalieri e funzionari. In
fondo alla sala vi era il tavolo del padrone di casa, posto in modo da dominare con lo
sguardo l'intera stanza.
Seguiti dall'ostilità generale, Ian e Daniel vennero scortati fino al punto in cui sedeva
sir Harald e fatti accomodare ai posti riservati agli ospiti, appena accanto a quelli
destinati alla famiglia del signore.
I soldati che li avevano accompagnati insieme al servo andarono a sedersi insieme con
i commilitoni, in un angolo della sala.
Geoffrey Martewall era alla destra di suo padre e accolse con il solito gelido rancore i
due ospiti. Leowynn non alzò nemmeno gli occhi dal tavolo e si limitò a bere dalla sua
coppa.
Intorno alla stessa tavola vi erano anche Hector e almeno uno dei fiamminghi che
accompagnavano Martewall in Francia, più altri uomini armati di spada, una dozzina in
totale, di età diverse.
Ian dedusse che quelli seduti intorno al signore fossero tutti i cavalieri di Dunchester,
mentre gli armati agli altri tavoli dovevano essere gli ufficiali di grado inferiore e i
soldati non impegnati nelle ronde. In aggiunta, nella salavi erano i funzionari del castello
e, in alcuni casi, le mogli.
I servi stavano già portando il cibo e la birra e quindi presto il brusio della cena
riprese a risuonare nella sala. Erano discorsi cupi e bassi, senza risa o toni squillanti.
Sull'intera sala aleggiava la consapevolezza del nemico acquartierato fuori Dunchester,
paziente, sicuro e mortale come il ragno nella sua tela.
«Perdonate la semplicità di questa cena, ma al castello adesso abbiamo molte bocche
da sfamare e le scorte andranno razionate. Voi mi capirete» annunciò sir Harald ai due
ospiti, quando si furono seduti.
«Siamo abituati a pretendere molto meno di così da una cena» rispose Ian per
entrambi. «Vi siamo grati per la vostra ospitalità».
I servi portarono carne alla brace, pane e birra con un po' di frutta essiccata.
All'anziano e malato padrone di casa venne servito con premura anche un piatto di uova
arricchite con burro, erbe e spezie come zafferano, timo e zenzero.
I due amici iniziarono a mangiare con gli altri, in silenzio, sentendosi indesiderati a
quel tavolo. Di certo, a parte sir Harald, nessuno disse una parola per alleviare il disagio.
Gli altri cavalieri ignorarono semplicemente gli stranieri e ricominciarono a parlare tra
loro.
Erano discorsi vaghi, però, notò Daniel. Nessuno parlava apertamente del nemico o
della battaglia che sarebbe ricominciata l'indomani e il giovane non fece fatica a capire il
perché: non si fidavano a parlare di strategia con due potenziali nemici e spie al loro
tavolo.
Gli bastò uno sguardo per condividere quel pensiero con Ian e l'amico annuì. Terminò
la carne che gli era stata messa nel tagliere, bevve un sorso di birra e infine prese la
parola, approfittando di un momento di pausa del discorso.
«Signore, vorrei che consideraste l'ipotesi di accettare il nostro aiuto nella difesa di
Dunchester» esordì rivolto a sir Harald, sotto gli sguardi attoniti di tutti.
Il silenzio gelò la tavolata e si propagò in un istante in tutta la sala, man mano che la
notizia arrivò alle orecchie di tutti.
Se avesse annunciato che voleva dar fuoco al castello, avrebbe suscitato meno
scalpore, pensò Daniel, bevendo nel frattempo la birra dalla sua coppa per nascondere la
tensione e fingere tranquillità.
«No!» scattò immediatamente uno dei cavalieri inglesi, il primo a riaversi dalla
sorpresa, e si alzò addirittura in piedi mentre anche gli altri rumoreggiavano, ma poi fu
ripreso dall'occhiata gelida di Geoffrey Martewall, che costrinse tutti alla calma.
«No» ripeté comunque il cavaliere, sedendosi di nuovo rigidamente sulla panca,
mentre anche il brusio nella sala ricominciava, passato il momento di sbalordimento.
«Non possiamo accettare un aiuto simile» aggiunse l'uomo, rivolto al signore del
castello, senza più guardare Ian.
«Perché?» gli domandò però il giovane, inducendolo a voltarsi per rispondergli.
«Perché siete un francese» fu la prima, ovvia risposta.
«E nemico di Giovanni Senza Terra, esattamente come voi in questo momento»
aggiunse tuttavia Ian, calmo. «Ditemi che non avete bisogno di due cavalieri in più per
difendere il castello e io ritirerò la mia proposta».
«Non abbiamo bisogno di due nemici in più» intervenne un inglese più giovane, con
rabbia, approvato dal primo compagno. «Chi ci dice che non approfitterete dell'assedio
per distruggerci?»
Daniel lo fulminò con un'occhiata sdegnata, mentre posava la sua coppa sul tavolo
bruscamente.
«Se io e il mio compagno fossimo catturati dal re d'Inghilterra, credete che avremmo
sorte migliore della vostra?» rispose però Ian prima di lui. «Non è un motivo sufficiente
per desiderare che Dunchester resista il più a lungo possibile?»
«E la vostra inimicizia con il nostro signore è più che sufficiente per desiderare la
rovina della sua casa» replicò il cavaliere, mentre il compagno anziano annuiva.
«Sir Kerwick, calmatevi» disse però Harald Martewall, severo «e anche voi, sir Ewen.
Monsieur de Ponthieu ha dato la sua parola d'onore di non nuocere in alcun modo a
Dunchester. Non vorrete accusarlo di spergiuro».
Lo sguardo del vecchio barone percorse i cavalieri uno a uno e nessuno osò formulare
apertamente una tale accusa. In molti però guardarono Geoffrey Martewall, aspettando la
sua opinione in merito.
«Io non combatterò accanto al signor conte, qualunque cosa decida chi è seduto a
questa tavola» disse a tutti il cavaliere, sprezzante, e poi si rivolse solo a Ian per chiarire
senza mezzi termini il suo pensiero. «Potrebbe venirmi voglia di ammazzarti mentre ti
ho a portata di spada e domani non potrò permettermi di distrarmi nemmeno un istante
dalla difesa del castello».
Ian aveva già una risposta altrettanto tagliente sulla punta della lingua, ma tacque per
non far degenerare il discorso in un'inutile discussione, che non l'avrebbe certo aiutato a
perorare la sua causa. Si limitò a promettere col pensiero a Martewall che il confronto
diretto tra loro due era solo rimandato.
L'inglese capì al volo il suo messaggio silenzioso e lo ricambiò con uno sguardo
identico.
«Io dico invece che siamo troppo in inferiorità numerica per rifiutare l'aiuto anche di
un solo uomo in più» intervenne sir Harald e la sua frase suscitò un moto di indignazione
tra tutti i cavalieri seduti al tavolo. Anche Leowynn guardò il padre con gli occhi
spalancati, pur non osando intervenire. Geoffrey Martewall, invece, si limitò a bere,
tetro.
«Nonostante questo» continuò il vecchio barone, alzando leggermente la mano per
quietare le prime proteste, «non accetterò la vostra proposta, monsieur de Ponthieu. Non
metto in dubbio la vostra lealtà né il vostro valore, ma il rancore che tutti i miei uomini
provano nei confronti di voi Francesi è troppo radicato per permettervi di combattere al
loro fianco. Preferisco contare su due cavalieri in meno, piuttosto che minare la difesa di
Dunchester con veleni e inimicizia».
I cavalieri furono soddisfatti in modo evidente dalla decisione. Geoffrey Martewall
posò la coppa con calma gelida per ricominciare a mangiare, sempre in silenzio.
Leowynn sorrise lievemente.
«Ma...» tentò invece di intervenire Daniel per la prima volta.
«Vi permetterò di assistere alla battaglia dai bastioni, ma niente di più» l'interruppe
subito il barone. «Vi prego di accettare questa mia decisione o sarò costretto a farvi
rinchiudere nel vostro alloggio».
Daniel guardò Ian, impotente.
«Signore, voi ci chiedete di restare a guardare una battaglia che deciderà anche delle
nostre vite e di lasciare il nostro destino nelle mani di uomini che, per vostra stessa
ammissione, ci odiano» disse Ian, fremendo.
«Difenderanno con le loro stesse vite Dunchester e chi vi ha cercato riparo, quindi
difenderanno anche voi con lo stesso impegno» replicò il vecchio barone, fermamente.
«Come non ho permesso che si dubitasse della vostra lealtà, così non permetto che si
dubiti di quella dei miei uomini, anche se comprendo la vostra voglia di combattere».
Ian capì che non c'era più spazio per discutere. «In crociata i Ponthieu e i Martewall
erano uniti contro lo stesso nemico» tentò comunque di obiettare.
Sir Harald posò lo sguardo mesto sulla coppa da cui si accingeva a bere. «I tempi sono
cambiati da allora».
Ian dovette rassegnarsi a terminare la sua cena, in cupo silenzio, imitato da Daniel.
Capitolo 20
Vista dall'alto, l'armata di William di Salisbury incuteva timore anche più delle truppe
in rosso che il giorno prima avevano assalito il castello.
L'alba non era ancora sorta, il cielo era buio e senza luna, ma il panorama intorno a
Dunchester era punteggiato di decine e decine di fiammelle lontane: le torce accese
dell'accampamento nemico.
Gli assediati non potevano vedere ciò che succedeva laggiù, ma molte torce erano in
movimento, segno inequivocabile che le truppe del re stavano lavorando alacremente per
prepararsi alla battaglia.
Ogni tanto si poteva scorgere un movimento furtivo anche all'interno della prima
cerchia di mura, tra le rovine e la cenere di quello che era stato il borgo del castello, e
soprattutto si sentivano suoni camuffati provenire dal basso, in punti diversi sotto i
bastioni. Le sentinelle sulle torri, però, non riuscivano a identificare chi o cosa si
muovesse e le frecce scagliate quasi alla cieca cadevano sempre nel vuoto. Dall'alto delle
mura, purtroppo, le torce non gettavano abbastanza luce da illuminare il terreno
sottostante più lontano di qualche metro e le sentinelle venivano prese a bersaglio dai
nemici nascosti nel buio, che invece potevano individuare facilmente i bersagli se si
esponevano vicino alle luci.
E così, del tutto impotenti, gli uomini di Dunchester erano consapevoli che il nemico
stava lavorando contro di loro, protetto dall'oscurità, e attendevano che la luce del sole
rivelasse il risultato dell'opera.
Tutto ciò che avevano potuto fare era stato dare una sepoltura irrispettosa ai morti,
gettandoli in mare avvolti nei sudari, dall'alto delle mura a picco sullo strapiombo,
poiché non c'era abbastanza spazio all'interno del castello per scavare le tombe. Il
vecchio sacerdote del borgo aveva benedetto le onde, nel cupo silenzio generale, prima
che la popolazione del maniero, esausta, potesse concedersi un po' di riposo nelle scarse
ore che la separavano dal riaccendersi delle ostilità.
Dopo un sonno breve e agitato, anche Ian e Daniel si trovarono sui bastioni più
esterni, immersi in quella scena buia, temendo ciò che avrebbe portato l'alba.
«Che cosa staranno macchinando?» domandò Daniel, osservando invano il
movimento delle torce lontane per coglierne il senso.
«Niente di buono per noi, purtroppo» replicò Ian, appoggiato al riparo dei merli.
Lontano da loro, sulla stessa cinta di mura, potevano vedere Geoffrey Martewall e i
suoi cavalieri, distanziati strategicamente per tenere il controllo di tutto il fronte e degli
uomini che li difendevano. Non sapendo da che parte sarebbe arrivato il primo attacco, si
erano divisi il perimetro delle mura accessibili via terra, pronti a riunire e concentrare le
forze là dove ce ne sarebbe stato bisogno. Alla luce delle torce accese i loro usberghi
mandavano riflessi rapidissimi sotto le cotte di stoffa.
«Lo sai? Da un lato sono sollevato di non dover combattere, ma dall'altro lato è
terribile essere qui a guardare senza poter fare niente» continuò Daniel, dopo aver
guardato i cavalieri per un po'. «Mi sento come sul ciglio del baratro ad aspettare che
cada la frana».
Ian annuì in silenzio.
Per ordine di sir Harald, ai due stranieri era stato concesso di muoversi abbastanza
liberamente all'interno del castello, benché Ian fosse sicuro che mille occhi li
sorvegliassero con scrupolo e sospetto. Ai due non era stata lasciata alcuna arma, né data
una minima protezione da indossare, per dissuaderli ulteriormente dal tentare di
intervenire in qualsiasi modo nella battaglia futura.
Senza spada Ian si sentiva quasi nudo e rimuginava tra sé e sé su quella sensazione,
inspiegabile se si considerava il fatto che durante tutta la sua vita aveva cinto la spada
soltanto per pochi mesi, dopo essere stato fatto cavaliere.
Adesso, dopo averla potuta portare per qualche giorno, l'esserne privato gli dava un
senso di disagio profondo, ma non perché si sentisse indifeso. Essere con o senza spada
non avrebbe fatto gran differenza davanti alla forza bellica che il conte di Salisbury
aveva dispiegato sotto Dunchester.
No, il sentimento era diverso ma ancora indecifrato, era una menomazione invisibile
che toccava soprattutto l'orgoglio e si faceva sentire di più alla vista degli altri cavalieri
completamente armati.
Ian sbirciò Daniel, meditando anche sul fatto che l'amico non sembrava toccato
quanto lui da quella sensazione strana. «Albeggia» disse d'un tratto Daniel.
Ian spostò lo sguardo a oriente per vedere un minuscolo punto luminoso emergere dal
mare plumbeo ed estendersi lentamente in una linea lungo l'orizzonte.
Sulle mura il movimento si fece più concitato, cominciarono a echeggiare richiami da
una parte all'altra del castello, i soldati corsero a prendere i loro posti di combattimento.
Martewall e i suoi cavalieri sguainarono le spade, quasi all'unisono.
La luce aumentava e lasciava emergere il panorama in tutti i suoi dettagli.
L'armata di William Lunga-Spada era già schierata e pronta all'assalto. Le divise blu
si alternavano a quelle rosse dei mercenari in squadre ben organizzate dietro i vessilli del
re d'Inghilterra e del conte suo fratellastro.
Ian spostò l'attenzione dalle truppe nemiche per guardare giù e impallidì. «Santo
cielo...» mormorò, sgomento.
«Che cosa c'è?» si allarmò subito Daniel, affacciandosi prudentemente per sbirciare
nella stessa direzione.
Rimase senza fiato quando vide che il dislivello sotto la rampa che conduceva al
ponte levatoio alzato non esisteva più: era stato colmato durante la notte con terra, sassi
e detriti di legno. Adesso il salto nel vuoto tra la rampa e il castello era sostituito da una
salita scoscesa ma ampia e percorribile a piedi fino ad arrivare a toccare con mano la
superficie di legno del ponte sollevato.
Di fronte alla rampa, al di là della spianata ancora coperta dai cadaveri del giorno
precedente, era stato fatto spazio nel villaggio ridotto in cenere. Daniel vide tre macchine
di legno, non ingombranti ma terribili nell'aspetto, posizionate fuori dalla portata degli
arcieri di Dunchester: sembravano balestre giganti, montate su piattaforme lunghe
quanto un carro e provviste allo stesso modo di ruote. Incoccavano arpioni di ferro così
lunghi e pesanti che sarebbero serviti due uomini per trasportarli. Ogni arpione aveva
una lunga fune collegata all'estremità posteriore. Ogni macchina era attorniata da almeno
una dozzina di soldati.
«Sono quelle le baliste..?» domandò Daniel in un soffio.
«Sì» rispose Ian, disperato. «Sono carrobaliste, per la precisione. Cercheranno di
sfondare il ponte levatoio o di arpionarlo per tirarlo giù. Poi arriverà l'ariete per i cancelli
di ferro del barbacane. Per questo hanno riempito il terrapieno: per poter spingere l'ariete
fin sotto le mura. Devono aver lavorato tutta la notte per questo».
«Ma li abbiamo sentiti anche in punti diversi dei bastioni...»
«Hanno fatto rumore apposta per distrarre le sentinelle e non far capire loro quando
stavano lavorando sotto il ponte. Anche se di sicuro Martewall si aspettava una cosa del
genere».
«Si può fermare un attacco così organizzato?» chiese Daniel, ma la risposta era già
chiara.
«Non da qui» disse infatti Ian «e non senza perdite terribili. L'ariete sarà molto ben
protetto e le carrobaliste nel Medioevo sono più o meno l'equivalente dei cannoni
moderni. Affrontarle da vicino vuol dire farsi fare a pezzi».
Per qualche secondo Daniel non seppe cosa aggiungere, impressionato. «Avranno
altre diavolerie del genere a disposizione, nascoste da qualche parte?» domandò alla
fine.
«No, non credo. Non è facile trasportare macchine d'assedio nei mesi invernali, con il
terreno fangoso, buche e pozzanghere dappertutto. Temo però che anche solo quelle che
hanno a disposizione siano più che sufficienti ai loro scopi contro un castello così
piccolo». Ian inspirò a fondo e concluse: «Credo piuttosto che abbiano già montato e
nascosto l'ariete da qualche parte, probabilmente dietro ciò che resta delle case bruciate».
Il temuto suono di corno annunciò l'inizio della seconda giornata di sangue.
Ci fu ancora quasi mezz'ora di tregua, mentre alcuni cavalieri si facevano avanti dalle
schiere nemiche come il giorno precedente, per parlamentare con gli assediati e
ingiungere la resa. Da Dunchester, però, nessuno uscì per andare loro incontro.
Geoffrey Martewall non si mosse dal suo posto al centro della linea frontale delle
mura, come indubbiamente era stato ordinato dal padre.
L'intimazione alla resa non venne nemmeno presa in considerazione.

L'attacco si rovesciò sul maniero come un colpo di martello. Di nuovo i mercenari in


divisa rossa si fecero avanti verso le mura per bersagliare con raffiche ininterrotte di
frecce i bastioni e i difensori, che furono costretti a gettarsi al riparo per non essere
falcidiati dall'attacco. Ian e Daniel con loro.
I nemici questa volta non tentarono nemmeno di arrivare a ridosso delle mura come il
giorno precedente. Le baliste entrarono in azione quasi subito e lanciarono tre arpioni
verso il ponte levatoio. Le gigantesche frecce affondarono nel legno con un rumore
raccapricciante, staccando schegge lunghe un braccio, e rimasero saldamente incastrate.
I soldati in blu spinsero in avanti altre strutture di legno coperte di cuoio e pelli, semplici
ma efficaci tettoie sotto le quali si riparavano dalle frecce e dai proiettili dei nemici.
Sotto quelle strutture condussero buoi e cavalli e arrivarono ad aggiogarli alle funi
collegate alle estremità degli arpioni, poi cominciarono a tirare.
Dal ponte levatoio scaturì un gemito agghiacciante, mentre la struttura veniva
sottoposta a una tensione terribile, da un lato tirata dalle funi e dall'altro trattenuta nella
sua sede dalle catene, dalle carrucole e dalle cerniere che ne consentivano il movimento.
Dall'alto delle mura i difensori provarono invano a distruggere le testuggini sotto le
quali si riparavano i nemici: erano fuori portata dai lanci di pietre e dei liquidi
combustibili e le frecce incendiarie non riuscivano a intaccarne le strutture coperte
appositamente di fango e pelli bagnate. Gli arcieri che si affacciavano per tirare dall'alto
cadevano uno dopo l'altro, morti o feriti sotto il fuoco nemico.
«Il ponte cederà!» esclamò Daniel, nel frastuono della battaglia, sentendo il legno
gemere più forte.
«Non così in fretta, spero!» replicò Ian e dalla posizione in cui era si arrischiò a
guardare giù.
Una delle funi tese era in fiamme, colpita di striscio dalle frecce incendiarie. Si
consumò rapidamente e poi si spezzò a metà. Un arpione cedette sotto la tensione della
fune e si staccò dal ponte per piombare al suolo, trascinandosi dietro almeno mezza trave
tra quelle che formavano la struttura del ponte. Rimase una sola fune a tirare il ponte
levatoio verso il basso.
Gli uomini di Salisbury, però, stavano già ricaricando le baliste con nuovi arpioni.
Una nuova scarica di frecce, costrinse tutti i difensori a buttarsi al riparo.
Daniel imprecò sonoramente, mentre i dardi sibilavano ovunque, e lo fece di nuovo
quando alcuni arcieri inglesi gridarono con malagrazia a lui e a Ian di togliersi di mezzo
mentre si spostavano per trovare una posizione migliore per tirare.
La battaglia si concentrava ormai completamente sulla linea frontale del maniero,
sottoposto a un attacco incessante.
«Vieni via, qui siamo del tutto inutili!» disse Ian all'amico e insieme lasciarono spazio
a chi poteva combattere come a loro non era concesso di fare.
Si spostarono sul lato nord-occidentale, ripercorrendo la strada che Daniel aveva fatto
solo il giorno precedente quando era passato dalla cinta di mura interna a quella
intermedia che rappresentava la linea del fronte.
Lì il tiro nemico si attenuò: le frecce non arrivavano fino a quella distanza e il fianco
del castello che dava verso il bosco a nord-ovest non era tenuto sotto tiro alla stessa
maniera. Anzi, non era praticamente sorvegliato dai nemici, ora riuniti sul fronte del
maniero, dopo essersi assicurati che sui fianchi non ci fossero possibili vie di fuga per gli
assediati e nemmeno uscite che consentissero loro di fare una sortita imprevista e
arrivare in massa ad attaccare dai lati come il giorno precedente.
Anche i difensori di Dunchester si erano raccolti prontamente nella parte centrale e
frontale delle mura e la battaglia si era fatta sanguinosissima davanti e ai lati del
barbacane.
Il castello non poteva permettersi di disperdere le proprie forze di difesa su un tratto
molto ampio della cinta muraria e perciò la zona non sottoposta ad attacco diretto era
momentaneamente sorvegliata da pochi soldati distanziati tra loro e soprattutto da civili
armati di archi e balestre. Vedette armate di corni sostavano agli angoli delle mura,
pronte ad avvertire in caso di pericolo e chiamare i rinforzi.
Allontanatisi dalla linea del fronte, i due americani poterono riprendere fiato e
affacciarsi dai merli con minore rischio. Gli inglesi di guardia, civili o soldati, li
osservarono passare con malcelata ostilità, ma non dissero loro niente. Sentendosi
indesiderati, i due amici si fermarono in un punto relativamente deserto a metà del muro
nord-occidentale e si rassegnarono ad aspettare e a guardarsi di nuovo intorno.
«Quanto durerà, quest'incubo?» domandò Daniel più a se stesso che all'amico.
Ian non seppe rispondergli. Si sentiva del tutto impotente e la mancanza di una spada
o di un'arma diventava sempre più fastidiosa. Voleva combattere in qualsiasi modo,
liberarsi da quell'inerzia forzata che lo costringeva a guardare una battaglia la cui posta
in gioco lo toccava molto da vicino. Non aveva i mezzi per farlo, poteva solo rimanere
uno spettatore inerte: l'idea era esasperante.
Osservò dall'alto tutta la corte e si soffermò a considerare l'ingresso principale del
maniero.
Laggiù molti uomini si stavano affannando a preparare tutto il necessario per
rinforzare la difesa, alla fine del tunnel buio che attraversava il barbacane per sfociare
sul ponte levatoio chiuso.
Il ponte continuava a scricchiolare in modo preoccupante, lo si udiva anche da quella
distanza. Poteva cedere da un momento all'altro.
I difensori del maniero si stavano preparando al peggio: a respingere con qualsiasi
mezzo un'invasione del nemico nella corte esterna. Alcuni soldati dirigevano i lavori, ma
i manovali erano semplici abitanti del castello, tutti quelli abbastanza robusti per dare
una mano nelle zone di pericolo. Alcuni erano solo ragazzini.
A Ian venne in mente Beau Coda di volpe.
Grazie al cielo è lontano da questo posto e da questo orrore, si disse, ricordando la
foga con cui il ragazzo aveva insistito per partecipare a tutti i costi alla battaglia.
Per fortuna, era riuscito a dissuaderlo dal seguire gli uomini di Willingham e Aversly
in quella sortita a Dunchester che aveva condotto tutti in trappola. Adesso,
sperabilmente, Coda di volpe si stava dirigendo verso qualche posto sicuro insieme a sua
madre, lontano dalla guerra.
Col pensiero, Ian augurò a entrambi buona fortuna.
I civili sotto il barbacane ammassavano pietre e travi, ma anche sabbia e secchi
d'acqua per contrastare gli eventuali principi d'incendio scatenati dagli attacchi del
nemico. Le frecce infuocate potevano arrivare da un istante all'altro per intaccare tutti gli
edifici in legno che riuscivano a colpire.
La grata più interna tra le due che chiudevano il barbacane era sollevata: soldati
andavano e venivano correndo attraverso il tunnel per controllare e portare notizie dello
stato del ponte sottoposto all'attacco violento delle baliste.
Per il momento il ponte reggeva, ma quanto sarebbe durato? Ian non sapeva proprio
immaginarselo e si sentì sempre più inutile. Daniel aveva ragione: era come stare ad
aspettare la frana, sapendo che presto o tardi sarebbe caduta esattamente sulla loro testa.
«Non ne posso più di stare a guardare con le mani in mano» disse Daniel in quel
momento, mentre osservava come Ian la scena nei pressi del barbacane. «'Andiamo a
dare una mano laggiù? Questo almeno ce lo consentiranno, spero».
«Ho idea che diventerebbero tutti nervosi nel vederci avvicinare al portone
principale» commentò Ian, con un sospiro. «Suscettibili come sono, potrebbero anche
pensare che stiamo cercando di aprirlo per il nemico».
«Possono anche andare al diavolo tutti quanti, con i loro sospetti» mugugnò Daniel.
Ian fu d'accordo con lui e di nuovo si chiese cosa fare per rendersi utile. Spostò lo
sguardo lungo le mura verso il mare e il retro del castello e osservò gli uomini senza
divisa sparsi lungo il camminamento a sorvegliare la parte del castello non sottoposto
all'attacco nemico. Anche laggiù, chiunque fosse in grado di brandire un'arma era stato
messo di sentinella, per non sottrarre combattenti validi alla difesa principale. Tra quegli
uomini di ogni età sostavano i soldati, distanti una cinquantina di passi l'uno dall'altro,
per tenere d'occhio la situazione e mantenere la disciplina, specie quando le urla e il
fragore della battaglia facevano volgere la maggior parte degli sguardi verso la linea del
fronte.
In mezzo ai civili Ian individuò una figura robusta, tarchiata e nota. Era Thomas Bull,
fermo insieme ad alcuni altri venuti da Willingham.
Il giovane fece un gesto di saluto in quella direzione, ma non ricevette in risposta che
un cenno risentito dal boscaiolo e la totale indifferenza degli altri.
Non mi hanno ancora perdonato di avergli nascosto chi sono, pensò Ian con dolore e
rimuginò sul destino che lo portava quasi costantemente a recitare un'identità o un'altra
in quella sorta di gioco di ruolo infinito che l'aveva fagocitato. Sospirò, desiderando che
la sua vita fosse più semplice.
Un movimento attirò la sua attenzione. Fece appena in tempo a cercare di capire che
cosa fosse quando tre uomini scomparvero oltre le merlature, senza un grido.
Non tutti i superstiti se ne accorsero subito. Ian sentì un brivido quando ne vide altri
cadere allo stesso modo trafitti dalle frecce che arrivavano di lato. I primi a essere presi
di mira erano i soldati in divisa.
«Attaccano dal bosco!» urlò Daniel.
«Thomas, attento!» fece eco Ian e indicò da lontano a Bull di guardarsi alle spalle.
L'ex-soldato trasalì al suo gesto e si voltò nello stesso istante in cui gli altri uomini
lanciavano grida di spavento per l'assalto improvviso e inaspettato. Le loro voci si
persero nel frastuono della battaglia e non arrivarono subito alle sentinelle che dall'alto
delle torri stavano tenendo disperatamente sotto tiro il nemico che avanzava sul fronte
del castello.
Molti tra i civili di guardia furono presi dalla paura, vedendo gli altri morire. Si
gettarono al riparo dei merli, alcuni tentarono di replicare all'assalto ma vennero colpiti e
uccisi senza pietà.
Ian corse a sporgersi dalle merlature di lato per veder arrivare sotto le mura un'intera
squadra di armati. Quegli uomini portavano due lunghe scale e sbucarono dal bosco,
dove si erano tenuti al riparo fino a quel momento, per tentare una sortita di sorpresa,
mentre gli arcieri li proteggevano con un fuoco sostenuto e micidiale. Con sgomento Ian
vide che molti di quegli uomini indossavano la divisa nera di Dunchester.
Per confondersi tra i difensori una volta arrivati sulle mura! capì in un lampo.
I soldati del re dovevano aver tolto le divise ai caduti del giorno precedente, quelli che
erano rimasti insepolti fuori dal castello sul campo di battaglia: un trucco subdolo ma
efficace, che poteva permettere ad alcuni di loro di arrivare praticamente inosservati fino
al cuore del maniero. Probabilmente fino al barbacane, per aprirlo dall'interno.
«Sta' giù, incosciente!» urlò Daniel, tirando Ian al riparo prima che una nuova raffica
di frecce spazzasse l'aria.
Si ritrovarono entrambi seduti a terra, mentre le frecce si frantumavano contro la
pietra e mietevano nuove vittime.
«Approfittano del fatto che la difesa è concentrata sul fronte del castello!» spiegò Ian
concitatamente. «Se riescono a scalare le mura, siamo finiti!»
Allo stesso tempo si rese conto che gli uomini messi di guardia da quel lato del
castello non sarebbero stati in grado di respingere un attacco deciso. Erano stati colti di
sorpresa e non erano addestrati militarmente: non sapevano come reagire a un assalto del
genere, così deciso e spietato. I pochi soldati veri che erano tra loro tentarono di
riorganizzarne le fila, ma erano presi a bersaglio e inevitabilmente cadevano vittime dei
nemici. Quelli che oltrepassarono i due americani per correre verso i compagni in
difficoltà fecero la stessa fine. Alcuni civili si diedero alla fuga precipitosamente.
Per qualche attimo, Ian rimase a guardare la scena senza sapere che fare, colto di
sorpresa come tutti gli altri.
Bull aveva avuto il buonsenso di mandare subito a chiamare i rinforzi, ma mentre un
paio di uomini correvano verso le torri e i soldati di Dunchester, la vedetta che avrebbe
dovuto dare l'allarme con il corno venne abbattuta da un tiro micidiale che gli trafisse i
polmoni.
Gli uomini del contado tentarono una difesa con archi e balestre, ma la loro mira, resa
imprecisa dalla concitazione, permise loro di uccidere solo pochi nemici.
La prima scala si appoggiò alle mura e gli invasori la salirono in fretta. I difensori
civili, presi dalla paura, cominciarono ad arretrare e il loro movimento intralciò il
sopraggiungere dei rinforzi poiché non c'era abbastanza spazio sul camminamento per
consentire ai soldati più esperti di superare il blocco e affrontare gli invasori, finché
erano ancora in pochi.
Le divise nere si moltiplicarono in fretta sulle mura, ma non erano amiche. Ian capì
che, se nessuno riusciva a fermare gli aggressori travestiti, questi si sarebbero fatti strada
presto fino alla corte. Mescolandosi ai veri difensori, avrebbero causato un danno
irreparabile. Dovevano essere fermati subito, prima che diventassero troppi per essere
controllati.
D'istinto, il giovane prese la sua decisione. «Tu mettiti al riparo!» ordinò a Daniel e
scattò in avanti.
«Che stai facendo?!» gli urlò dietro l'amico, ma poi dovette appiattirsi di nuovo sotto i
merli perché le frecce sibilavano minacciose nell'aria. Un soldato cadde quasi addosso al
giovane, trafitto al petto.
Ian raggiunse di corsa il punto in cui la scala si era appoggiata alle mura e balzò
addosso al primo nemico che si trovò sul cammino. L'uomo non se l'aspettava: era già
impegnato a combattere uno dei pochi difensori che avevano provato a resistere e finì a
terra quando l'americano gli si gettò addosso da dietro con tutto il suo peso. Ian gli
piantò una ginocchiata nelle reni, poi gli prese la spada e lo scaraventò nel cortile di
sotto. Il nemico attutì la sua caduta su un cumulo di sabbia ammassata per spegnere gli
incendi, ma fu subito raggiunto e ucciso dalle frecce che piovevano dalla torre
soprastante. I soldati di Dunchester si erano accorti del tafferuglio scoppiato sulle mura
laterali e avevano iniziato a bersagliare gli invasori dall'alto. Molti di questi, però,
avevano già potuto guadagnare la sommità delle mura e da lì risposero al fuoco con le
balestre.
«Non scappate! Dobbiamo ricacciarli indietro!» urlò Ian ai civili che gli stavano
intorno e per primo impegnò un altro invasore che gli si era parato davanti.
Fortunatamente, il cammino di ronda dietro i merli non era abbastanza ampio da far
passare più di due nemici alla volta. Ian riuscì a tenerli a bada per qualche istante, ma poi
la pressione lo costrinse a indietreggiare.
La seconda scala si appoggiò alle mura e nuovi nemici con le divise nere
cominciarono a salire, armati fino ai denti.
Ian si trovò per un istante preso in mezzo e dovette difendersi da entrambi i lati.
I nemici che lo incalzavano, però, caddero sotto le frecce di Daniel.
L'altro americano aveva potuto recuperare un arco sottraendolo al soldato senza vita
accasciato accanto a lui e con esso mise a segno almeno altri due colpi micidiali. Poi fu
costretto ad agguantare una spada, poiché il nemico avanzava troppo in fretta per poter
essere preso di mira con un arco.
«Vattene via da lì!» gli gridò Ian, vedendolo quasi solo e senza aiuto, al di là del
gruppo di avversari che aumentava sempre più di numero. Altri difensori erano accorsi
dietro a Daniel, ma erano troppo pochi per essere veramente efficaci. Ian li vide cadere
sotto le spade e le frecce dei nemici. Temendo per Daniel, tentò disperatamente di farsi
strada verso di lui, ma era troppo impegnato a difendersi dagli assalti che arrivavano da
ogni parte per potergli correre incontro.
La preoccupazione per l'amico lo distrasse un secondo di troppo dalla battaglia che
stava conducendo. Si trovò davanti all'improvviso un nemico armato d'ascia e con
spavento lo vide già pronto a colpire. L'uomo però cadde sotto la spada di Thomas Bull.
«Buttiamoli giù!» gridò l'uomo agli altri compaesani, mentre impegnava di nuovo
battaglia al fianco di Ian.
L'esempio dei due americani e dell'ex-soldato inglese spronò tutti gli altri uomini a
buttarsi avanti, con grida selvagge. I nemici vennero aggrediti con maggior foga, i civili
smisero di arretrare e, benché subissero perdite feroci, combatterono con tutte le forze
per non cedere nemmeno un palmo di terreno.
L'invasione delle mura subì un arresto, anche se i nemici continuavano a salire le due
scale che erano riusciti a erigere. Ian, Bull e gli altri uomini crearono una barriera
abbastanza solida per alcuni minuti, ma poi non poterono fermare tutti gli aggressori.
Alcuni di essi si aprirono la strada con la forza lungo il camminamento, verso le scale
che portavano alla corte sottostante.
Ma non finiscono mai! pensò Daniel, disperato, presto costretto a indietreggiare col
fiato corto. Aveva già esaurito tutte le mosse di spada che conosceva e cominciava a
temere il peggio. Davanti a lui gli invasori avanzavano lungo le mura, agguerriti, dopo
aver avuto ragione dei soldati che avevano tentato di fermarli e il giovane si ritrovò ben
presto solo, ad affrontare un feroce corpo a corpo. Alle sue spalle, la scala che
conduceva nel cortile avrebbe lasciato via libera a chiunque avesse voluto da li
raggiungere il barbacane.
Le spade dei nemici si facevano sempre più vicine. Per fortuna gli invasori potevano
farsi avanti al massimo in due alla volta, ma Daniel capì ugualmente con terrore che
ormai per lui era solo una questione di secondi prima di essere sopraffatto e ucciso.
Mulinò la spada senza neanche sapere come, nel disperato tentativo di tenere a bada gli
aggressori, ma poi dovette fare un balzo indietro per evitare una lama che gli sfrecciò a
un soffio dalla gola.
Barcollò, sbilanciato dal movimento frettoloso. Il nemico lo incalzò e arrivò a
lacerargli la tunica lungo tutto il braccio. Per puro miracolo non lo ferì, ma Daniel
dovette indietreggiare di nuovo, ormai incapace di opporre una difesa adeguata.
Sono spacciato! pensò con lucidità.
All'improvviso si sentì prendere per una spalla per essere spinto di lato. Girandosi di
soprassalto, si vide superare da un cavaliere armato da capo a piedi e coperto dalla livrea
verde e oro. I rinforzi erano finalmente arrivati. Li guidava il fiammingo Hector.
Dall'interno della corte, intanto, altre scale erano state appoggiate al cammino di
ronda per consentire ai difensori di salire in fretta, aggirando il blocco causato
dall'ammassarsi degli uomini. Il primo a salire fu sir Kerwick, il più giovane dei due
cavalieri inglesi che tanto avevano osteggiato l'offerta di alleanza di Ian alla cena della
sera precedente. Insieme a lui arrivarono soldati armati e inferociti.
La situazione si capovolse in fretta a favore degli assediati, con l'arrivo dei rinforzi. I
nemici vennero respinti, le loro scale abbattute. Gli assalitori furono costretti a ritirarsi
nel bosco da dove erano venuti. Gli arcieri del re coprirono loro le spalle mentre
fuggivano, ma riuscirono solo in parte a limitare i danni.
Un ruggito di giubilo percorse quel tratto di mura, mentre gli uomini, sconvolti ed
esaltati dalla furia della battaglia, inveivano contro i nemici respinti e liberavano nelle
urla la paura e la tensione.
Daniel andò ad agguantare Ian per la tunica, con rabbia. «Tu sei un maledetto
incosciente!» gli ringhiò, furibondo ed esausto. «Buttarti alla cieca in quel modo, per
giunta disarmato! Volevi farci ammazzare?!»
«Tu non dovevi seguirmi! Avresti dovuto metterti al riparo come ti avevo detto!» lo
rimbeccò Ian, anche lui teso, sudato e col fiato corto.
«Non dare la colpa a me! Sei tu quello che si è buttato allo sbaraglio, senza nessuna
protezione! Hai rischiato il collo e io dovevo lasciarti fare, secondo te?!»
«Per me è diverso, lo sai: ho un futuro già scritto! E qualcuno doveva pur provare a
fermarli! Ho pensato che non avrei rischiato più di tanto e dovevi saperlo anche tu!»
«Già, bel lavoro, eroe! E non hai pensato invece che potevano staccarti una gamba o
un braccio o spezzarti la schiena?! A quest'ora non saresti morto, ma mutilato o invalido
sì!»
Ian abbozzò appena una reazione, ma si bloccò subito, poiché adesso in troppi gli si
stavano accostando e non voleva farsi sentire mentre parlava di qualsiasi cosa
riguardasse il futuro.
Passato il momento del pericolo, molti uomini si stavano raccogliendo intorno a Ian,
consapevoli che il suo intervento era stato provvidenziale per spronare i difensori a
reagire e soprattutto a reggere l'assalto fino all'arrivo dei rinforzi.
Per primo, Ian si trovò accanto Bull, che lo guardava con aria burbera.
«Be', sei un maledetto mangiarane, ma hai coraggio da vendere, devo ammetterlo» gli
disse l'ex-soldato, brontolando, e la sua frase riassunse il pensiero di tutti.
Ian si sentì in imbarazzo per il complimento, sapendo che non era del tutto meritato.
«Grazie...»
«E lui è l'amico che cercavi, immagino» stava già continuando il boscaiolo, nel
guardare Daniel. «Nemmeno lui è da meno in quanto a coraggio».
«Su questo non c'è dubbio» disse Ian, mentre l'amico gli lanciava un'occhiata furente
per avvertirlo di non essere affatto rabbonito e che la discussione a due era soltanto
rimandata alla prima occasione, in privato.
Ian simulò di non vederlo e fece le presentazioni tra l'amico e l'ex-soldato di Aversly.
«Piacere» disse Daniel, squadrando l'uomo con la stessa cautela con cui anche Bull
stava guardando lui.
Anche i civili armati ebbero parole di ammirazione e congratulazioni per i due giovani
e i più espansivi allungarono pacche sulle spalle a entrambi. Il gruppo però si divise
subito per lasciar passare Hector.
Il cavaliere fiammingo aveva lasciato i suoi soldati a riprendere il controllo e la
sorveglianza totale delle mura per raggiungere Ian e Daniel e fermarsi davanti a loro.
Dapprima posò lo sguardo sulle spade insanguinate che, come lui, entrambi i giovani
avevano ancora nel pugno. Poi però fece un inequivocabile cenno di rispetto, chinando
lievemente il capo. «Milord, sir Daniel: grazie» disse loro, asciutto ma sincero.
I due amici accettarono il saluto con uguale rispetto. Da lontano, impegnato a
riorganizzare gli uomini sulle mura, anche sir Kerwick fece un gesto di riconoscenza.
Il titolo di "lord" pronunciato così apertamente da un cavaliere di Dunchester fece fare
largo intorno a Ian, come se quelli vicini a lui si sentissero all'improvviso in soggezione.
Solo Bull non si spostò e non mutò la sua aria burbera.
«Dovrò proprio fare l'abitudine al fatto che sei anche un dannatissimo conte» disse,
squadrando Ian con una mezza smorfia.
«Non c'è ragione per cui i rapporti tra noi debbano cambiare tono» tentò di
rispondergli Ian, ma gli sguardi di tutti erano già stati attirati verso il basso. Mentre gli
uomini chinavano il capo per salutare con deferenza qualcuno giù nel cortile, Ian si voltò
e vide sir Harald Martewall, armato da capo a piedi, in sella al suo destriero da battaglia.
Il vecchio barone era sopraggiunto a controllare la situazione, dopo essere stato
evidentemente avvertito dai suoi uomini dell'allarme sulle mura nord-occidentali. C'era
un ufficiale accanto a lui, a piedi, e lo stava rapidamente informando dell'accaduto.
Quando il racconto dell'ufficiale finì, il barone non disse niente, ma guardò Ian e
Daniel dal basso e fece loro un cenno di ringraziamento e di omaggio con la propria
spada sguainata.
I due americani ricambiarono il saluto con rispetto.
«Non sarà facile far finta che tu non sia nobile» disse Bull, sarcastico, al fianco di Ian.
Capitolo 21
Quella sera il sole sembrò tramontare più tardi del solito. Ai difensori esausti parve
che fosse trascorsa un'eternità dall'alba all'arrivo dell'oscurità e quando le ostilità
finalmente cessarono nessuno riuscì a provare sollievo, chiedendosi dove trovare le forze
per sostenere un altro giorno simile l'indomani.
Ian e Daniel rimasero per tutto il tempo della battaglia sulle mura nordoccidentali, ad
accertarsi insieme a Bull e a un nuovo gruppo di soldati e civili che il nemico non
tentasse una seconda sortita da quella parte. Anche sir Kerwick rimase a poca distanza
dai due americani, ma non per sorvegliarli: aveva cambiato atteggiamento dopo quanto
era successo. Benché rimanesse a debita distanza, non aveva più fatto mosse o
pronunciato parole ostili nei confronti dei "francesi", impegnandosi piuttosto con loro a
sorvegliare l'eventuale ritorno del nemico.
William Lunga-Spada però non aveva più tentato un assalto da quel lato, dopo aver
scoperto a sue spese che era ben difeso nonostante le apparenze.
Ogni tanto arrivavano messaggeri per portare notizie a sir Kerwick. Li mandava
Hector, che invece aveva lasciato il luogo per ritornare insieme al vecchio Harald
Martewall sulla linea principale della battaglia. Le notizie furono sempre le stesse per
tutta la giornata: il ponte levatoio era sottoposto all'attacco delle baliste, ma non cedeva.
Salisbury continuava a tenere i suoi lontano dalle zone più pericolose del fronte e
mandava avanti i mercenari per sfinire i difensori del barbacane.
«Ci guarda e aspetta» disse Ian a Daniel, nell'udire anche da lontano l'ennesimo
rapporto del messaggero a sir Kerwick.
«Non vuole sprecare uno solo dei suoi uomini. Sa che non resisteremo a lungo».
Daniel non replicò, cupo.
Quando la battaglia s'interruppe col finire del giorno, un silenzio quasi innaturale
rimase per alcuni minuti su tutto il castello. Poi il vento cominciò a soffiare piano, come
se avesse ripreso fiato, e dal cielo plumbeo arrivarono radi fiocchi di neve, che però
sparirono quasi subito.
I difensori interpretarono quel fatto come un segno avverso del cielo: se solo la neve
fosse caduta abbondante, avrebbe reso la vita molto più difficile agli assedianti, costretti
a vivere nelle tende dell'accampamento, al contrario degli abitanti del castello che
potevano contare su mura solide e tetti di pietra per ripararsi al caldo. Fino ad allora,
però, le condizioni atmosferiche non avevano minimamente aiutato e dal cielo ghiacciato
non era caduta nemmeno una goccia di pioggia che potesse almeno rendere il terreno
fangoso o inzuppare le tende e spegnere i fuochi. Al contrario, il gelo aveva reso la terra
più dura e più facilmente percorribile dai carri e dalle macchine d'assedio.
Stretti nei mantelli e negli abiti pesanti di pelli e di lana, i difensori di Dunchester
guardarono muti l'accendersi tranquillo dei falò nell'accampamento nemico, prima di
ritirarsi a loro volta al riparo.
Al castello si ripeté la triste scena della conta dei caduti e dei feriti e di nuovo il
sacerdote benedisse le acque del mare in cui vennero gettati i corpi avvolti nei sudari.
Ian e Daniel abbandonarono le mura al seguito di sir Kerwick, mentre i soldati ancora
in forze rimanevano a fare il primo turno di guardia.
Ian avrebbe voluto che Bull restasse in loro compagnia, ma il boscaiolo rifiutò la
proposta per tornare dai suoi compaesani. C'erano stati molti morti, quel giorno, e l'uomo
si sentiva in dovere di andare a pregare per loro, insieme ai superstiti.
«Ci rivedremo domani, signor conte. Non penserai di andartene tanto lontano da qui,
nei prossimi giorni, no?» disse Bull con un sorriso amaro, prima di salutare.
Ian gli diede una mesta pacca sulla spalla e proseguì il suo cammino con Daniel.
Nella corte incontrarono Geoffrey Martewall, di ritorno dal barbacane insieme a
Hector.
Il cavaliere inglese guardò i due americani e le spade che entrambi portavano in mano
ma non fece nessun commento, anche se era stato sicuramente informato dal suo
luogotenente di quanto era accaduto.
Aveva il volto ancora più pallido e tirato del solito e un'espressione cupa che tradiva
solo preoccupazione, la mano contratta sul braccio ferito il giorno prima. «Il ponte è
stato spaccato dalle baliste. Domani cederà del tutto» annunciò laconico, accomunando
nel suo annuncio tanto i suoi uomini quanto i suoi ex-prigionieri. «Prepariamoci ad
affrontare l'ariete».
Non disse altro e proseguì a piedi verso il castello e il cortile, dove lo attendeva suo
padre.
Ian e Daniel lo seguirono in silenzio, insieme agli altri cavalieri.

Anche quella sera a cena gli occhi di tutti seguirono i due "francesi" quando fecero il
loro ingresso nella sala grande. Erano sguardi differenti, tuttavia, anche se non ancora
amichevoli. La notizia del combattimento sulle mura nord-occidentali si era diffusa
ovunque nel maniero, insieme alla consapevolezza che senza la presenza di spirito dei
due stranieri la giornata si sarebbe forse conclusa in modo molto più tragico. Questo
aveva almeno attenuato il sospetto nei confronti dei due e il rancore, che tutti ancora
nutrivano nei confronti dei Francesi, si era mescolato a una sorta di rispetto che
riconosceva il valore e il coraggio di quei due francesi in particolare.
Nemmeno i cavalieri ebbero reazioni ostili quando Daniel e Ian si sedettero al loro
tavolo. Sulle panche vi erano tre posti vuoti, ma erano stati comunque apparecchiati per
rispetto verso i caduti di quel giorno.
Il silenzio gravò a lungo sul cibo che tutti consumarono con gli occhi bassi sui
taglieri. I cavalieri sembravano aspettare l'inizio di un discorso ben preciso, con tensione
crescente. Fu Geoffrey Martewall a esordire, posando la sua coppa di birra vuota sul
tavolo. «Domani, William di Salisbury verrà di nuovo a chiederci la resa».
«Che venga pure. Noi gli risponderemo con il silenzio e le spade come abbiamo fatto
oggi» rispose subito sir Harald con decisione che non ammetteva repliche.
Ian notò che cavalieri si guardarono l'un l'altro.
Martewall si aspettava la reazione e non tentò di obiettare. «Allora dovremo
cominciare a preoccuparci delle bocche inutili da sfamare» aggiunse tuttavia.
«Arriveremo presto al limite critico delle scorte. Se vogliamo resistere più a lungo
possibile, non possiamo permetterci di nutrire donne, vecchi e bambini e tutti quelli che
non possono più combattere».
«Che cosa dici, fratello?!» esclamò Leowynn, scandalizzata, e anche Daniel rimase
esterrefatto da quel ragionamento apparentemente così spietato, ma poi si rese conto che
nessun altro a quel tavolo era colpito quanto lui e dama Leowynn.
Persino il vecchio barone taceva e si era fatto più tetro. «Non abbiamo modo di
allontanare tutta quella gente dal castello senza farla passare attraverso le linee nemiche»
disse amaramente.
Il silenzio che seguì fu più terribile di qualsiasi altro commento.
Daniel trasecolava: stavano davvero pensando tutti quello che a lui era sembrato di
capire?
«Non vorrete farmi credere che l'esercito di Salisbury sarebbe pronto ad attaccare
civili indifesi che abbandonano il campo di battaglia!» disse, senza potersi impedire
d'intervenire in quella discussione di guerra in cui in teoria non aveva alcuna voce in
capitolo. «Sono inglesi anche loro: non vorranno sterminarli tutti!»
«No, semplicemente non li faranno scappare e ce li rimanderanno indietro» gli rispose
laconicamente Geoffrey Martewall. «Sanno che loro sono il nostro punto debole. Se li
facessimo uscire dal castello, Salisbury sbarrerebbe loro la strada e metterebbe noi nella
condizione di scegliere tra riprenderli indietro ed esaurire più in fretta le nostre scorte di
cibo e combustibili oppure lasciarli fuori alla fame e al freddo, tra noi e il nemico, e
vederli morire tutti».
Daniel rimase a bocca aperta, ma vide anche che Ian non alzava gli occhi dal cibo,
quasi con aria colpevole.
«Non è una tattica nuova né inventata da Salisbury» continuò Martewall in tono
tagliente, notando il suo sconcerto. «Il vostro re ne sa qualcosa».
Daniel si rivolse a Ian con gli occhi per avere spiegazioni.
«Anche re Filippo Augusto fece lo stesso in guerra, molti anni fa, non ricordo sotto
quale castello» disse l'amico piano. «In quell'occasione morirono molti civili, di fame e
di stenti, perché l'esercito del re non li lasciò fuggire e i difensori del castello non li
ripresero tra le mura, abbandonandoli fuori».
«Io non condannerò la mia gente a una simile fine» disse sir Harald, deciso. «Sfamerò
tutti e li terrò al riparo finché mi sarà possibile».
«Allora non resisteremo più di una settimana» sentenziò Geoffrey Martewall, ma
senza asprezza. Stava semplicemente constatando con lucidità un dato di fatto.
«Non ci piegheremo in così poco tempo» lo contraddisse però suo padre con un
impeto d'orgoglio, stavolta spalleggiato anche da alcuni cavalieri. «Razioneremo
ulteriormente le scorte, combatteremo anche senza cibo. Resisteremo finché sarà
necessario».
«Necessario per cosa?» ribatté il figlio. «Che cosa possiamo aspettarci dal futuro?
Non c'è via di scampo alla nostra situazione, nessuna via d'uscita che possa aprirsi
semplicemente resistendo a oltranza e aspettando».
«Aspetteremo che gli altri baroni vengano in nostro aiuto» rispose sir Harald,
caparbio. «Abbiamo mandato messaggeri prima di rinchiuderci qui dentro nell'assedio.
Presto arriveranno anche le risposte al nostro appello».
Martewall scosse la testa. «Gli altri baroni non verranno. Non si metteranno
apertamente contro il re, non vi seguiranno in questo vostro colpo di testa».
«Non è vero. A Bury St.Edmunds eravamo tutti uniti contro il re...»
«A parole è facile essere uniti, padre. È quando si devono sostenere le parole con i
fatti e le armi che la compattezza viene meno. Finora non abbiamo ricevuto un solo
messaggio in risposta alle vostre richieste di appoggio. La verità è che siamo soli e che
non avremo alcun rinforzo».
Ian non disse niente, ma in segreto fu d'accordo con Geoffrey Martewall: il cavaliere
inglese parlava per sfiducia e amarezza, ma l'americano sapeva che aveva pienamente
ragione. I baroni non si sarebbero mossi contro il re in due o tre giorni e davvero non
sapeva immaginarsi che cosa avrebbe potuto farli decidere a scendere in campo
apertamente.
Il nome di Dunchester continuava a ronzargli in testa insieme a reminiscenze confuse
di vecchi studi.
Forse la disfatta di questo castello è un evento importante della guerra civile? si
domandò il giovane e allo stesso tempo si augurò che la scintilla del conflitto imminente
non fosse proprio l'eccidio perpetrato ai danni del maniero in cui lui e Daniel si
trovavano in quel preciso istante.
Comunque fosse, Martewall era nel giusto quando diceva che non dovevano aspettarsi
rinforzi nel breve periodo e che Dunchester non poteva reggere a lungo. Qualsiasi cosa
prevedesse il futuro corso degli eventi, il maniero sarebbe caduto presto.
«Domani, quando Salisbury verrà a pretendere la resa, forse dovremmo andare ad
ascoltare le sue parole» terminò in quel momento Martewall.
«E mostrare che abbiamo paura di lui, dopo solo due giorni di combattimenti? Questo
mai!» esclamò sir Harald.
«Nostro padre ha ragione» approvò Leowynn, benché fosse cerea in viso.
I cavalieri invece si divisero a metà tra le due opinioni del giovane e del vecchio
barone.
«Non è paura, è buonsenso» ribatté Martewall con la stessa durezza del padre. «Se
volete davvero proteggere la nostra gente, abbiamo il dovere di tentare almeno un
negoziato per la salvezza dei civili. La nostra condanna è certa, perché il re non
risparmierà mai dei traditori quali siamo, ma gli innocenti non devono subire la nostra
stessa sorte e soffrire più di quanto stiano già facendo. Mi diceste giorni fa che il mio
orgoglio non valeva la vita dei miei sudditi, adesso io vi rammento che nemmeno la
vostra ostinazione vale le loro vite. Se arrendendoci ora potremo risparmiare loro di
finire a fil di spada o impiccati per tradimento, allora l'umiliazione ne varrà la pena».
«Oppure, proprio perché ci arrenderemo così facilmente, Salisbury non avrà pietà per
la nostra gente» insisté sir Harald, fermo sulle sue posizioni. «Dimostriamogli invece
che dovrà sacrificare anche il suo ultimo uomo per prendere questo castello e allora
verrà a più miti consigli!»
«Non abbandonerà mai la battaglia, questo potete scordarvelo».
«Ma si spaventerà e ci concederà un negoziato più favorevole e forse persino gli altri
baroni si convinceranno a impugnare le armi dopo il nostro esempio».
L'opinione convinse anche molti dei cavalieri che prima avevano condiviso il parere
del giovane Martewall.
Ian li capì. Nessuno di loro voleva accettare l'idea di arrendersi e qualsiasi speranza,
sia pure fievole, che consentisse loro di rimandare il momento amaro della resa, era la
benvenuta.
«I nostri caduti, di ieri e di oggi, non ci perdonerebbero mai se ci arrendessimo senza
aver combattuto fino all'ultimo» disse sir Kerwick e il suo commento aggiunse peso alla
decisione di sir Harald di non cedere a nessun patto.
«Infliggeremo a Lunga-Spada tali perdite che sarà costretto a trattarci con rispetto!»
continuò il più anziano sir Ewen e altri cavalieri gli fecero eco con frasi sempre più
agguerrite.
Si innescò una sorta di reazione a catena, in cui tutti si davano coraggio e forza a
vicenda. Persino Daniel fu contagiato da quella rinnovata speranza e determinazione che
adesso animava i cavalieri, perché anche lui voleva negare fino all'ultimo la prospettiva
terribile che si profilava all'orizzonte. Non intervenne a parole, ma sembrava più deciso.
Ian invece sbirciò Geoffrey Martewall e lo vide rimanere in un silenzio cupo, mentre
l'idea di patteggiare con Salisbury l'indomani veniva ormai accantonata del tutto, con
orgoglio.
Nell'ostentata esaltazione generale, Leowynn prese la sua coppa piena e si alzò in
piedi. «Ai nostri valorosi caduti, al nostro coraggio e alla resistenza di Dunchester!»
esclamò, invitando al brindisi.
Tutti i cavalieri e l'intera sala si alzarono in piedi prontamente per rispondere al suo
spavaldo appello. Sir Harald si unì a loro da seduto, perché impedito dalla malattia, ma
mescolò la sua voce a quella degli altri con tono sicuro.
Anche Daniel si era alzato e Ian non osò essere da meno, ma a differenza dell'amico
non aprì bocca per unirsi alle acclamazioni generali. Mentre si alzava, vide però che
Geoffrey Martewall era rimasto seduto accanto al padre, in silenzio e con gli occhi fissi
sulla coppa che stringeva in mano ma che non aveva ancora sollevato.
Sa che si stanno tutti illudendo e che Dunchester va verso la disfatta, pensò,
condividendo silenziosamente l'angoscia che il suo nemico doveva provare in segreto e
come lui sentì la paura al pensiero di cosa sarebbe potuto accadere ai suoi cari nel
prossimo futuro.
Nel suo caso specifico, Ian temeva per la vita di Daniel, quando il castello sarebbe
caduto nelle mani di William Lunga-Spada.
E allo stesso tempo temeva per Isabeau, lontana, in Francia: se l'assedio finiva in
disfatta, se lui fosse stato catturato e imprigionato dagli uomini del re, sarebbero passati
mesi o forse anni prima di rivedere la luce fuori da una segreta. Non avrebbe mai potuto
essere accanto a Isabeau il giorno della nascita del loro figlio Marc e lei avrebbe dovuto
affrontare quel momento supremo da sola...
In quel momento Martewall si accorse dello sguardo di Ian, come se lo percepisse
sulla pelle, e rialzò gli occhi. Forse vide la compassione negli occhi dell'altro giovane,
perché subito si alzò in piedi e levò in alto la sua coppa, con un moto di orgoglio.
«Al nostro coraggio» ripeté ad alta voce, nella soddisfazione generale dei presenti, e si
unì al brindisi. Non lo condivideva, ma non si sarebbe mai mostrato sfiduciato, né
avrebbe lasciato scoperti i suoi sentimenti davanti agli occhi dell'odiato "francese" che
sedeva alla sua tavola.
Con quella stessa fierezza sarebbe andato incontro alla morte, se necessario. Avrebbe
guidato i cavalieri senza esitare e fino all'ultimo come suo padre voleva, pur non
condividendone le idee.
Ian rispettò la sua scelta e distolse lo sguardo, cercando a sua volta di nascondere le
paure sotto una maschera di decisione. Al nostro coraggio. Non ci resta altro, si ripeté in
silenzio, bevendo dalla sua coppa.
Capitolo 22
Dunchester combatté strenuamente per altri sette giorni. Sette giorni spaventosi, di
sangue, freddo e violenza, durante i quali le perdite furono pesanti da entrambi i lati.
Ogni mattina all'alba Salisbury mandava i suoi cavalieri a chiedere la resa e ogni volta da
Dunchester nessuno prendeva in considerazione l'offerta e usciva dal castello per
parlamentare.
Martewall rispettava in modo ferreo la decisione di suo padre, anche se soffriva in
modo evidente per i caduti che ogni sera venivano inghiottiti dalle acque dei mare.
Le scorte vennero razionate sempre più, i fuochi accesi solo quando la temperatura si
faceva troppo bassa per poter essere sopportata. L'acqua fortunatamente non mancava,
grazie al pozzo interno del castello, ma a volte ghiacciava nei secchi e allora doveva
essere scaldata al prezzo di nuova legna. Si cercò allora di tenere i secchi vicini ai forni
che cuocevano il pane, per evitare di dover sprecare combustibile prezioso. Tutti gli
uomini in grado di brandire un'arma, anche quelli feriti, furono impiegati sulle mura per
sostenere l'assalto del nemico. Ian e Daniel erano tra loro. Nessuno aveva più osato
mettere in dubbio la buona fede dei due stranieri e comunque nessuno pensava
minimamente a rinunciare a due combattenti validi sulle mura, in un momento tanto
disperato.
Così Ian e Daniel ricevettero armi e cotte di maglia, da indossare sopra le tuniche
imbottite, e poterono unirsi ai difensori del castello e fare la loro parte per salvare le loro
vite con esso.
Il ponte cedette al terzo giorno di assedio, come aveva previsto Martewall, e allora fu
la volta dell'ariete che sostituì le baliste nell'attacco e fu spinto contro i cancelli di ferro
del barbacane.
Daniel lo vide arrivare lungo la salita con una poderosa rincorsa e inghiottì a vuoto,
d'istinto. L'ariete era una costruzione di legno su ruote, coperta da un tetto di pelli e terra
bagnata per resistere al fuoco e alle frecce. Dalla tettoia tuttavia sbucava l'estremità
rivestita di ferro di un enorme palo.
Almeno trenta uomini spingevano la macchina verso il barbacane, protetti da nugoli di
frecce che i loro compagni scagliavano su chiunque osasse affacciarsi dai merli e dalle
bertesche per tentare di colpire l'ariete. I proiettili dei difensori erano inefficaci sopra la
copertura della macchina: gli orci di olio infuocato fatti gettare dall'alto per ordine di
Hector e di Ian non sortirono alcun effetto. Le fiamme sfrigolarono e si spensero una
dopo l'altra.
L'ariete colpì il cancello, causando un rimbombo agghiacciante nel barbacane. Il
cancello tuttavia resistette. Era robusto ed era stato fortificato con travi, pali, massi e
catene di ferro. Gemette, ma non crollò. Il ferro delle sue sbarre si deformò sotto gli urti,
ma non si spaccò. I pali si danneggiarono, le travi si ruppero e furono sostituite con altre,
le catene vennero raddoppiate. Il cancello resisteva.
Per due giorni interi il micidiale ariete si avventò con ferocia contro i cancelli, poi i
difensori riuscirono finalmente ad appiccarvi il fuoco, con le ultime scorte di liquidi
combustibili. Dal barbacane si levarono le grida di esultanza dei difensori, ma si
spensero subito, coperte dallo stridio metallico del cancello che cedeva. L'ariete era
distrutto, ma la prima grata di ferro era ormai danneggiata irreparabilmente e venne
divelta dalla sua sede.
Gli invasori sciamarono nel tunnel del barbacane per scardinare anche il secondo
sbarramento, ma furono accolti da frecce e pietre scagliate attraverso le feritoie chiamate
"assassine", costruite apposta nei muri e nel soffitto del tunnel.
In molti morirono sotto la volta del barbacane e l'impeto dei mercenari del re fu presto
domato dalle perdite sanguinose. Lasciarono in fretta il barbacane per ritirarsi verso le
retrovie e riprendere l'assalto l'indomani.
Era passato il quinto giorno di assedio e Dunchester resisteva ancora.
Ian e Daniel si ritrovarono come gli altri, esausti e sfiniti, a guardare dall'alto il
nemico che si riorganizzava nel suo accampamento.
Erano quasi incolumi entrambi, nonostante i combattimenti feroci, anche se Ian aveva
un graffio da balestra su un braccio e Daniel un ennesimo livido sotto la cotta di maglia.
«E pensare» ansò il giovane, massaggiandosi con la mano la parte dolente «che
Hyperversum non è nemmeno un gioco vietato ai minori di quattordici anni».
Ian non gli rispose e continuò a guardare in silenzio le tende del campo avversario alla
luce ormai fioca del tramonto.
Il giorno successivo il nemico si ripresentò sotto i bastioni, ma con minore impeto dei
giorni precedenti.
Salisbury era sempre restio a mandare avanti i suoi uomini e le divise blu con i leoni
d'oro infatti continuavano a non arrivare mai troppo vicine alle mura. I mercenari però
erano ormai decimati, avevano perso nerbo e combattevano con meno foga. Era molto
meno facile controllarli e convincerli a fare il loro dovere, persino i difensori se ne
accorsero. Le truppe che avanzavano per combattere in prima linea erano meno
numerose e, nel corso della giornata, si rese necessario l'apporto delle truppe di Salisbury
per mantenere una linea di combattimento efficace. L'assalto però venne portato con
poca convinzione e finì presto, non appena il fratellastro del re si rese conto che il
barbacane non sarebbe caduto nemmeno quel giorno.
«Lunga-Spada esita! Comincia ad avere paura!» era la frase che circolava di bocca in
bocca a Dunchester, con sempre maggiore frequenza, e tutti erano disposti a credere a
quelle parole, aggrappandosi a qualsiasi speranza.
Tutti tranne Geoffrey Martewall, che non si univa mai a quei discorsi, ma faceva il
conto delle perdite e diventava sempre più cupo.
La sala grande era sempre meno affollata, giorno dopo giorno. Adesso al tavolo dei
cavalieri vi erano cinque posti vuoti.
«Che ne pensi tu?» domandò Daniel a Ian quella sera, sottovoce per non farsi sentire
dagli altri cavalieri seduti alla stessa tavola. «Credi davvero che Lunga-Spada abbia
paura di continuare l'assedio?»
«No» Ian scosse la testa. «Non so perché Salisbury esiti tanto ad affondare il colpo di
grazia, ma sono d'accordo con Martewall: Dunchester non durerà ancora a lungo».
«Martewall non ha più detto una cosa del genere in questi giorni» obiettò Daniel,
incapace di rassegnarsi a quell'idea terribile. «Ha combattuto senza esitare un secondo».
«Lo fa perché deve, perché gliel'ha imposto suo padre, ma credimi: lui è il più lucido
di tutti e sa quali sono le potenzialità del suo castello meglio di suo padre, che non vuole
ammettere la verità. A meno di un miracolo o di rinforzi, Dunchester non vincerà questa
battaglia».
Daniel rimise il naso sul suo tagliere e ricominciò a mangiare senza più ribattere.
«Ascolta» continuò Ian, gravemente. «Quando le cose si metteranno al peggio, cerca
di confonderti tra i civili o tra i feriti. Chiedi. aiuto a Thomas Bull, se necessario, lui ti
coprirà. Forse riuscirai a trovare una via di fuga quando il castello verrà evacuato dopo
la conquista».
«E tu che farai?»
«Io non posso passare inosservato: sono troppo alto. Chiunque mi abbia visto
combattere mi può riconoscere anche in mezzo alla gente comune. Resterò insieme ai
cavalieri e aspetterò il mio destino. Comunque vada, so che tra qualche anno potrò
ritornare in Francia».
«Sì, ma in quali condizioni?» domandò Daniel, con una stretta al cuore.
Ian sostenne il suo sguardo con dolore. «Non lo so» ammise. Daniel restò in silenzio
ancora per qualche minuto.
«Tu lo sai che io resterò con te qualunque cosa tu possa dire
o fare per impedirmelo, vero?»
Ian annuì e abbassò la testa. «Sì, ma dovevo comunque tentare di convincerti a
metterti in salvo».
Per il resto della cena non ci furono altre parole.

L'alba del settimo giorno fu livida e piena d'angoscia. Quando il sole sorse a
illuminare il paesaggio, nuovi vessilli
si erano aggiunti a quelli di William Lunga-Spada ed erano gli stessi, di colore blu e
bianco, che Ian aveva visto sulla rocca al porto di Glenhaven.
Sir Nigel Murrow, il barone confinante con il feudo dei Martewall, aveva imbracciato
le anni ma non per soccorrere il vicino in difficoltà.
Al contrario, le sue truppe si schierarono in prima fila sotto Dunchester e William
Lunga-Spada le lasciò andare all'attacco, limitandosi a coprire loro le spalle con i suoi
formidabili arcieri. Aveva trovato un valido rimpiazzo per i mercenari ormai ridotti di
numero e le truppe di sir Murrow sembrarono mettere molto impegno per compiacere il
conte di Salisbury e fare bella figura davanti ai suoi occhi.
Il voltafaccia di Murrow fu un grave colpo per i difensori di Dunchester, che seppero
di non avere più scampo.
«Dannato avvoltoio! Spera di allargare il suo feudo conquistando le nostre terre!»
esclamò quel giorno sir Harald Martewall, con furia disperata. «Siano maledetti lui e la
sua stirpe per i secoli a venire, per averci pugnalato alle spalle in questo modo!»
«Ha atteso di vedere se Salisbury riusciva a piegarci ed è entrato in campo quando
ormai il lavoro era già quasi fatto» commentò Geoffrey Martewall, tetro, e s'infilò l'elmo
per andare a combattere sui bastioni. «Ora siamo tutti condannati».
Ian e Daniel si scambiarono uno sguardo impotente prima di portarsi a loro volta sulle
mura.
Nonostante tutto, il castello resistette ancora per altri due giorni, con la forza della
disperazione. Sir Murrow pagò a caro prezzo l'aver mandato i suoi a tentare la conquista
di Dunchester e forse si pentì di essere andato in rinforzo a Salisbury perché i suoi
uomini morirono a decine sotto i bastioni e altrettanti furono i feriti che dovettero essere
portati via a braccia dal campo di battaglia.
Alla fine però, il barbacane cadde.
L'ultimo cancello saltò, divelto dalla furia del nemico.
Le truppe fedeli al re dilagarono nella corte esterna senza che nessuno potesse più
fermarle.
Vedendo dall'alto del camminamento di ronda quell'orda armata irrompere nel castello
e travolgere chiunque trovasse sulla sua strada, Daniel aprì la bocca ma non riuscì
nemmeno a formulare la preghiera che gli era venuta alle labbra.
«Vieni via! Subito! O saremo intrappolati qui!» gli urlò Ian e si girò per ripetere
l'esortazione a quelli che gli stavano intorno. «Via tutti! Ripiegate verso il castello!»
Thomas Bull era a poca distanza da lui e diffuse ulteriormente l'ordine, come anche
tutti gli ufficiali e i cavalieri, consapevoli che non era più possibile continuare la difesa
sulle mura intermedie ormai conquistate. Nel caos di grida e rumore, si udirono i corni
del castello chiamare disperatamente tutti uomini alla ritirata.
I difensori abbandonarono in fretta le loro posizioni per correre verso la terza cerchia
di mura, quella del maniero stesso, e difendere con la vita l'ultimo ingresso al castello.
Trasportavano con loro i feriti oppure si fermavano a combattere per proteggere la fuga
dei compagni in difficoltà.
Ian e Daniel si trovarono a dover combattere per conquistarsi ogni metro di cammino
verso il maniero, con i nemici che incalzavano da ogni parte e le frecce che piovevano
dal cielo e mietevano vittime indiscriminatamente.
Un dardo si piantò nella terra a soli pochi passi da Daniel, un secondo mancò Ian di
poco mentre il giovane era impegnato a difendersi da un soldato in divisa blu. Altre
frecce provenienti da ambo le parti colpirono invasori e difensori. Daniel dovette
letteralmente scavalcare un corpo che gli era caduto davanti mentre correva verso il
cancello ormai vicinissimo.
Accanto a lui, però, Bull lanciò un grido e cadde, trafitto alla spalla.
«Thomas!» chiamò Ian con angoscia, ma fu Daniel a raggiungere il boscaiolo per
primo e a risollevarlo da terra.
«Sto bene...» rantolò l'uomo con una smorfia di dolore e strinse i denti per rimettersi
in piedi, ma barcollava in modo evidente e non riusciva a camminare da solo. Non ce
l'avrebbe mai fatta a mettersi in salvo senza aiuto.
«Pensa tu a lui!» gridò Ian a Daniel mentre teneva a bada l'ennesimo aggressore.
«Portalo dentro!»
«Tu che vuoi fare?!» esclamò Daniel con paura.
«Vi copro le spalle e vi raggiungo subito! Ora sbrigati!» Ian non poté aggiungere
altro: il nemico lo incalzava e il giovane dovette fare uso di tutto il fiato che gli era
rimasto per difendersi.
Daniel esitò solo un istante, poi corse dentro il cancello sorreggendo Bull.
Ian rimase con gli ultimi cavalieri, Martewall compreso, a ritardare il più possibile
l'avanzata del nemico e consentire così a più uomini di trovare rifugio nel castello.
In molti morirono durante quella ritirata terribile. Quelli che poterono salvarsi si
asserragliarono dietro l'ultimo muro, là dove per precauzione erano già stati condotti gli
indifesi, donne, vecchi e bambini, ora stipati nel cortile interno, senza più spazio
sufficiente per poter sopravvivere alle gelide condizioni atmosferiche.
I feriti furono adagiati ovunque, ma non c'era abbastanza acqua e vino per medicare
tutti, né abbastanza legna per accendere fuochi e scaldarli.
I cavalieri e i soldati di Dunchester cedettero il terreno un passo alla volta e i nemici
dovettero spendere molto sangue per conquistarsi la strada fino al cancello. Infine,
quando la pressione fu insostenibile e il castello aveva ormai accolto tutti quelli che
potevano raggiungerlo, anche gli ultimi difensori abbandonarono la battaglia per correre
al riparo.
Solo Geoffrey Martewall rimase fuori, combattendo come una furia, e per qualche
minuto ignorò del tutto le grida dei suoi uomini che lo esortavano a rientrare per mettersi
in salvo. Fu Ian ad agguantarlo con la forza, vedendolo sordo a ogni richiamo, e lo
trascinò di peso dentro il duplice cancello fortificato.
Dietro di loro le grate di legno e di ferro furono abbassate di schianto e sbarrarono
definitivamente la strada al nemico, chiudendolo fuori a inveire invano contro i difensori
che gli erano sfuggiti. Il cancello fu infine sigillato con ulteriori pannelli di legno, adatti
a bloccare le frecce che potevano essere scoccate attraverso il tunnel.
Martewall si divincolò brutalmente dalla presa di Ian non appena i due furono nel
cortile. «Lasciami!» ringhiò e d'istinto brandì la spada contro l'altro giovane. Ian però si
fece indietro subito e non accennò a voler reagire.
«Andiamo! Adesso è il momento giusto!» lo aggredì Martewall a parole, facendo un
cenno inequivocabile di venire avanti. «È il momento di regolare i conti, Falco
d'argento! Tra poco moriremo tutti e non ce ne sarà più l'occasione!»
Ian non raccolse l'invito: in quel momento Martewall era animato da una furia cieca e
l'americano non aveva alcuna intenzione di sprecare energie e risorse a battersi con lui
per una questione d'importanza del tutto secondaria rispetto al momento critico del
maniero.
Attraverso la confusione generale che invadeva il cortile, si fece strada Hector.
«Signore!» chiamò, accorrendo verso Martewall. «Che cosa facciamo? Gli uomini
aspettano ordini!»
Il giovane barone non gli rispose subito. Aveva il respiro accelerato, gli occhi accesi
d'ira, sostituita però molto presto dalla consapevolezza che non era rimasto niente altro
da fare. Con un supremo sforzo di volontà il cavaliere si dominò, riprese il controllo di
sé, abbassò la spada. «Segnalate al nemico che ci arrendiamo. E finita» disse, in tono
basso ma distinto.
Hector s'irrigidì. «Mio signore..!» tentò di obiettare, ma lo sguardo di ghiaccio di
Martewall lo bloccò immediatamente.
«E , Hector. Non ci resta altro che consegnare le armi risparmiare almeno ai civili la
morte per spada. Diffondi il mio a tutti. Esponete la bandiera bianca, non abbiamo più
per poter patteggiare, adesso. Avremmo dovuto prima».
«Ma noi possiamo ancora resistere!» cercò di dissuaderlo il luogotenente.
«NO!» ruggì Martewall, esasperato. «E inutile, lo volete capire tutti quanti?! Se
continuiamo a oltranza, il nemico espugnerà il castello ed entrerà comunque con la
forza! E a quel punto non ci sarà salvezza per le donne e per i bambini, finché i
mercenari non ne avranno avuto abbastanza! Dobbiamo arrenderci ora: fermiamo il
combattimento, lasciamo entrare Salisbury in pace e senza colpo ferire, solo così
possiamo mettere al riparo la nostra gente dalle rappresaglie indiscriminate. Noi traditori
sconteremo come meritiamo l'ira del re».
Hector lasciò cadere lungo il fianco il braccio che impugnava la spada, impotente,
sconfitto. Rimase in silenzio a lungo, poi però dovette piegarsi alla decisione di
Martewall. Anche lui sapeva che non c'era altro da fare per evitare un massacro di
innocenti all'interno del castello. Con le poche forze che rimanevano forse potevano
rimandarlo di un giorno, forse addirittura di due, ma poi il nemico avrebbe sfondato
anche l'ultima difesa e allora si sarebbe avventato con raddoppiata ferocia su chiunque
gli fosse capitato a tiro.
«Porterò gli ordini agli uomini» disse infine il cavaliere fiammingo e ogni parola
sembrò costargli sangue.
Martewall annuì in silenzio senza guardarlo mentre si allontanava. Spostò gli occhi su
Ian. «E così, alla fine, non potremo chiudere la nostra contesa, noi due» disse con una
smorfia amara. «Non avrei mai immaginato che sarebbe andata a finire in questo modo.
Non so quale sarà il tuo destino e probabilmente non vivrò abbastanza per vederlo
compiersi. Mi auguro almeno che lo spettacolo della mia esecuzione ti soddisfi».
«Come puoi pensare che la morte, fosse anche quella di un nemico, possa darmi
soddisfazione?» replicò Ian, sdegnato.
Martewall non gli rispose e si limitò a studiarlo con rancore. «Comunque sia, vieni
pure a vedere l'epilogo della storia. Il minimo che possa fare per te è lasciarti assistere
alla disfatta della mia casa e alla rovina della mia famiglia».
Si girò e s'incamminò verso il mastio senza più voltarsi indietro, di nuovo con la mano
sul braccio dolorante.
Ian lo seguì in silenzio.
Lungo la strada venne raggiunto da Daniel, che gli corse incontro con enorme
sollievo. «Meno male, sei qui! Non ti avevo più visto e temevo che fossi rimasto fuori!»
disse l'amico.
«Come sta Thomas?» domandò Ian in cambio.
«Non è in pericolo. I suoi compagni hanno estratto la freccia e fasciato la ferita. Se la
caverà».
«Meglio così».
«Che sta succedendo?» domandò ancora Daniel, adesso preoccupato, accennando a
Martewall ormai lontano.
«È il momento che tu vada a raggiungere i civili e tenti di nasconderti in mezzo a
loro» replicò Ian.
L'altro giovane alzò lo sguardo verso le mura e vide una strana concitazione passare
tra i soldati come un'onda per poi spegnersi in un'innaturale immobilità. Uno alla volta,
gli uomini abbassavano le armi, sgomenti, ammutoliti.
Daniel capì che era finita. Fece un respiro profondo, poi si voltò verso Ian e aveva
negli occhi un'espressione decisa. «D'accordo, hai fatto ciò che dovevi per convincermi a
lasciarti solo. Non ci sei riuscito, quindi rassegnati. Dove andiamo adesso?»
«Seguimi» disse Ian cupamente.

Gli ultimi cavalieri si erano asserragliati nelle stanze private della famiglia, decisi a
tutto pur di proteggere fino all'ultimo sir Harald e Leowynn dal nemico. Erano rimasi in
quattro, di cui uno ferito lievemente, e il loro ultimo bastione di difesa era la grande sala
in cui di solito sir Harald concedeva le udienze e si occupava dell'amministrazione del
feudo. Era un luogo abbastanza ampio, al primo piano del mastio, comunicante con le
stanze da letto della famiglia ma difeso da un poderoso portone che poteva essere
sprangato dall'interno all'occorrenza. Le finestre, strette e alte, prive di vetri ma con
robuste imposte, erano facilmente difendibili dall'interno. L'arredo era unicamente
composto da un grande camino, uno scranno, un leggio, un tavolo e alcuni sgabelli.
Quando Geoffrey Martewall arrivò, seguito a distanza da Ian e Daniel, l'accoglienza
fu quasi ostile.
«Noi non ci arrenderemo» fu la prima cosa che sir Kerwick pronunciò all'indirizzo del
giovane barone. Gli altri tre che erano con lui, tra i quali sir Ewen, furono d'accordo
senza riserve.
«Voi farete ciò che vi ordino, poiché siete miei vassalli e mi dovete obbedienza»
replicò Martewall con uguale durezza.
«Con tutto il rispetto, signore, voi non siete ancora il padrone del castello. La nostra
obbedienza va prima di tutto a vostro padre» obiettò sir Ewen.
«Allora potrete morire qui da soli, perché il castello si è già arreso per ordine mio. I
soldati hanno esposto la bandiera bianca».
«Tu hai fatto una cosa simile! Tu, mio figlio!» esclamò sir Haraid, indignato e
disperato insieme. «Come hai potuto?!»
«Ho voluto e dovuto salvare delle vite innocenti! Quanti ancora devono morire per la
vostra assurda ostinazione?» lo zittì Martewall, furente. «Dunchester ha già pagato la
vostra ribellione con la vita di decine di uomini. Non pagherà anche con quella delle sue
donne e dei suoi bambini! Non pagherà con la vita di mia sorella! Noi siamo condannati,
ma voi non trascinerete anche Leowynn nella stessa rovina. Vi arrenderete con me e con
tutti gli altri e le risparmierete la violenza del nemico!»
Sir Harald non rispose subito a quel discorso. Gli altri cavalieri si guardarono l'un
l'altro, ora incerti.
«Non voglio essere la causa della vostra resa! Piuttosto preferisco morire qui!»
protestò Leowynn, disperata, vedendoli esitare.
«Salisbury ti prenderà in consegna, sarai suo ostaggio e non correrai alcun pericolo. È
un uomo d'onore e non permetterà che ti venga torto un capello» le disse Martewall,
troncando le sue proteste. «Potrai continuare a vivere con onore, anche se probabilmente
lontana da qui. Se invece costringiamo il nemico a fare irruzione in queste stanze con la
forza, cosa credi che ti accadrà quando noi saremo morti tutti?»
Leowynn tremò vistosamente. Si appellò a tutti con lo sguardo, persino a Ian e a
Daniel che assistevano in silenzio alla scena, ma nessuno poté trovare una parola per
smentire il quadro terribile prospettatole dal fratello.
Daniel provò pena per lei, perché vide lo smarrimento totale nei suoi occhi chiari.
Intanto Martewall si era voltato di nuovo verso sir Harald. «Padre, se voi l'amate,
avete il dovere di evitarle un simile destino» insisté. «Almeno lei, l'ultima della nostra
famiglia, deve uscire incolume da questa disfatta».
L'argomentazione sembrò togliere al vecchio barone anche le ultime forze. L'uomo si
curvò, come se il peso dell'usbergo fosse diventato di colpo intollerabile sulle spalle.
Lentamente andò a raggiungere lo scranno che stava nel mezzo della stanza e vi si
sedette.
I suoi cavalieri gli si strinsero intorno, angosciati nel vederlo tacere. «Signore!» lo
chiamarono, cercando di rianimarlo, ma sir Harald non guardò più nessuno di loro e gli
uomini capirono che non c'era più nulla da discutere, se non la resa.
Uno dopo l'altro, abbassarono le spade, tenute fieramente in mano fino ad allora.
«Quali sono i vostri ordini, mio signore?» domandò sir Kerwick, piano.
Il vecchio barone accennò con una mano a Ian e Daniel, ancora silenziosi in disparte.
«Disarmate monsieur de Ponthieu e il suo compagno» ordinò con voce atona.
Ian s'irrigidì, del tutto colto di sorpresa. «Signore!» protestò.
«Perché?!» fece eco Daniel ed era così sbalordito da quell'improvviso voltafaccia da
non tentare nemmeno di difendersi quando i cavalieri di Dunchester raggiunsero lui e
Ian, con le spade pronte a ogni evenienza.
Il vecchio barone alzò uno sguardo stanco su entrambi i giovani. «Vi prego, non
opponete resistenza e lasciate che i miei cavalieri facciano ciò che chiedo» continuò. «La
mia non vuole essere ingratitudine nei vostri confronti, al contrario, credetemi. Mio
figlio ha ragione nel dire che Salisbury è un uomo d'onore: vi risparmierà la vita, se io vi
consegnerò direttamente a lui come ostaggi. È l'unica cosa che posso fare per alleggerire
forse il destino ingiusto che vi aspetta».
Ian non replicò ulteriormente davanti a tanta disperata fierezza. Si lasciò disarmare in
silenzio. Daniel fece altrettanto.
I due amici furono presi in disparte dai cavalieri inglesi, mentre Martewall guardava
la scena in silenzio.
Sir Harald guardò suo figlio. «Chiama Hector e digli di accompagnare qui il nuovo
padrone di Dunchester» disse, tetro.
«Padre, che cosa dite?! Cosa volete fare?!» esclamò Leowynn, inginocchiandosi
accanto allo scranno per stringere il braccio del genitore, quasi a supplicarlo.
Il vecchio le pose una mano sulle sue e fece un sorriso amaro. «Mi preparo ad
accogliere il vincitore della battaglia, figlia mia. Aspetterò l'arrivo del conte William di
Salisbury e gli consegnerò il castello e la mia spada».
Capitolo 23
William Lunga-Spada, conte di Salisbury, fece il suo ingresso nella sala nemmeno
un'ora più tardi, seguito da altri cinque cavalieri con livree di vari colori. Faceva loro
strada Hector, silenzioso, con l'elmo sottobraccio.
Quando vide quel gruppo arrivare, Ian diventò attento e da lontano, dall'angolo in cui
era con Daniel, sorvegliato da sir Kerwick, studiò l'uomo dal quale ora dipendevano i
destini di tutti.
Salisbury era un cavaliere di media statura, dall'aria agguerrita e fiera. Portava i
capelli lunghi e aveva il volto quadrato e colorito, segno che la sua prigionia in mano
francese era stata più breve e meno dura di quella toccata a Geoffrey Martewall. Alla
cintura della cotta blu e oro portava appesa una spada temibile, più lunga e più pesante
del normale, senza dubbio adatta alle sue spalle taurine.
Ian ricordava di aver visto Salisbury da lontano, sul campo di battaglia a Bouvines,
quando il conte inglese era intervenuto con i suoi cavalieri a salvare l'imperatore Ottone
IV, ormai circondato dai Francesi. La sua era stata una mossa da maestro e aveva
consentito all'imperatore di fuggire da una situazione disperata, scampando alla prigionia
e forse addirittura alla morte.
Ian rammentava anche il rispetto con cui tutti i Francesi parlavano di William Lunga-
Spada, riconoscendone l'abilità guerriera.
Adesso che poteva vederlo da vicino, il giovane si rese conto che quell'uomo doveva
essere altrettanto navigato ed esperto nei confronti politici come in quelli della spada:
aveva esattamente lo stesso sguardo penetrante di Guillaume de Ponthieu ed era più
vecchio di qualche anno.
Un soggetto da trattare con cautela, si disse Ian in silenzio.
Gli altri cavalieri al seguito di Salisbury non gli fecero invece particolare effetto,
tranne quello che portava addosso i colori di Glenhaven. Era soltanto un ragazzo di
quattordici anni o poco più, dall'aria sussiegosa e insieme insicura: si atteggiava a
cavaliere, ma sembrava un pesce fuor d'acqua accanto ai veterani di Salisbury, anche se
portava addosso un blasone nobiliare. Il suo disagio si notò ancora di più quando dovette
affrontare gli sguardi ostili e accusatori degli sconfitti.
Sir Nigel Murrow, lo riconobbe Ian, benché non l'avesse mai visto prima. Ricordava
ancora la frase con cui la gente di Aversly l'aveva definito "un ragazzino".
Un ragazzino pericoloso, se pensa di poter giocare alla guerra con i grandi, si disse
ancora Ian e cercò di immaginare se la decisione del giovanissimo Murrow di attaccare
Dunchester alleandosi con Salisbury fosse stata presa dal ragazzo in persona o invece
suggerita da qualche ambizioso consigliere. Di certo, a farne le spese erano stati i soldati
dello stesso Murrow, mandati in prima linea insieme ai mercenari, mentre Salisbury
teneva i suoi in retroguardia.
Chissà cosa avrebbe fatto Lunga-Spada, se Murrow non fosse arrivato ad offrirgli
altra carne da cannone al posto dei mercenari decimati? si chiese Ian. Non sembrava
tanto voglioso di combattere, ma non poteva nemmeno tergiversare a oltranza sotto il
castello.
Nel frattempo, i cavalieri di Dunchester avevano accolto i vincitori con un silenzio
teso.
Solo quando Salisbury si fermò di fronte a loro, Geoffrey Martewall diede l'esempio e
s'inchinò a lui con rispetto. «Milord» salutò e la sua voce suonò vibrante di sentimenti
diversi.
William Lunga-Spada gli si piazzò davanti e non rispose subito, ma si voltò invece a
fissare Harald Martewall, seduto sullo scranno.
Leowynn si teneva dietro il padre con entrambe le mani serrate sullo schienale a cui
era appoggiato, bianca in volto e silenziosa.
«Perdonate se non mi alzo per rendervi omaggio, milord» disse il vecchio barone.
«Purtroppo, la malattia mi rende molto più debole di quanto vorrei».
«Non vi ha impedito comunque di farvi mettere sulla sella di un destriero e di guidare
i vostri uomini alla ribellione» ribatté il conte, con asprezza, accennando all'usbergo che
il vecchio aveva addosso. «Credetemi: avrei voluto che la malattia vi rendesse molto più
debole di così».
Si voltò verso Geoffrey Martewall e appoggiò nel frattempo la mano sull'impugnatura
della sua poderosa spada. «In quanto a voi, mi meraviglio che abbiate potuto
assecondare un'idea tanto folle» l'apostrofò. «Da voi non mi sarei mai aspettato un simile
gesto d'ingratitudine verso il nostro re».
Martewall subì l'accusa senza reagire. «Non ho parole a mia discolpa, signore» disse
semplicemente, ma era bianco in viso.
«Non dovreste averne, infatti!» sbottò Salisbury. «Quello che avete fatto va al di là di
qualsiasi possibilità di giustificazione. Avete tradito il re, la sua fiducia e il vostro
giuramento di lealtà verso la corona. Sapete cosa vi aspetta per questo?»
Leowynn strinse convulsamente le dita sullo schienale di legno dello scranno, quando
suo fratello rispose: «Ne sono consapevole».
«Allora non ho niente altro da dirvi» sentenziò Salisbury ma, mentre lo diceva, spostò
lo sguardo sui cavalieri in disparte nella sala e soprattutto su Ian e Daniel, in apparenza
sorvegliati da sir Kerwick.
Ian si sentì osservato attentamente e quegli occhi indagatori lo misero sul chi vive.
Salisbury aveva ben presto distolto la sua attenzione da tutti gli altri per guardare solo
lui. In un'occhiata lo aveva misurato da capo a piedi e nella sua espressione comparve
una sfumatura che il giovane non riuscì a decifrare.
«Sir Martewall, mi aspetto che mi consegnate il castello senza alcuna condizione»
continuò il conte inglese, rivolgendosi di nuovo al vecchio barone.
Sir Harald annuì, sconfitto, e tese la spada che si era già slacciato dalla cintura.
«Dunchester è vostro, milord». Leowynn soffocò a fatica un singhiozzo.
Salisbury prese la spada.
Il ragazzo cavaliere vicino a lui si fece avanti per riceverla, ma William Lunga-spada
ignorò il suo gesto per consegnare l'arma a uno degli uomini del suo seguito.
«Non è un po' presto per pensare di mettere le mani su Dunchester, sir Murrow? Solo
tre mesi fa eravate qui, ospite ed amico, al banchetto di compleanno per dama Leowynn»
disse sir Kerwick al ragazzo, in tono di disprezzo.
Il ragazzo arrossì visibilmente, ma cercò di darsi un contegno. «Anche voi dovreste
consegnare le vostre spade, dal momento che siete sconfitti» replicò brusco,
accomunando nella risposta tutti i cavalieri di Dunchester.
«Basta così, vi prego. Il momento della battaglia è finito» intervenne sir Harald, per
calmare i suoi uomini. I cavalieri mugugnarono, ma rimasero in silenzio e ai loro posti.
«Signore, insieme al castello io vi consegno due ostaggi» continuò il vecchio barone,
di nuovo rivolto a Salisbury, e indicò Ian e Daniel, ma Lunga-Spada interruppe il suo
discorso con un cenno. «Ne parleremo tra poco» disse, sbrigativo.
Sorpreso, il barone tacque, in attesa di sapere come continuare.
«Mi garantite che i vostri uomini non tenteranno colpi di testa?» gli domandò
Salisbury.
«Sono pronti a sottomettersi alla vostra giustizia».
«Vedremo». Il conte inglese valutò i cavalieri di Dunchester per qualche attimo e poi
si rivolse a Murrow, sempre al suo fianco «Prendete in consegna questi uomini e fateli
condurre in cella».
«Sì, milord» si affrettò a dire il giovanissimo barone e con un cenno imperioso indicò
agli altri cavalieri dietro di lui di eseguire l'ordine.
«Che non venga arrecato loro danno od offesa finché io non avrò deciso come
giudicarli» ammonì però Salisbury in tono significativo e Ian vide che il discorso
dell'uomo era rivolto soprattutto ai cavalieri più anziani accanto a Murrow, che gli
indirizzarono un eloquente sguardo di assenso.
L'americano capì al volo la situazione: William Lunga-Spada si serviva del ragazzino
tenendolo buono con falsi compiti importanti, mentre in realtà tutto era deciso da lui e
dai suoi uomini.
Povero ingenuo, non puoi competere con uno squalo simile, pensò Ian, osservando lo
zelo con cui il barone adolescente si impegnava a fare la sua parte, credendola rilevante.
Geoffrey Martewall intanto si era fatto avanti di un passo verso il conte di Salisbury.
«Io vi imploro, milord: abbiate clemenza per gli innocenti».
«Non sarà fatto loro alcun male» lo rassicurò Lunga-Spada. «Tutti gli innocenti
saranno liberi di abbandonare il castello non appena avrò valutato le loro singole
posizioni nei confronti del re».
Fece una pausa significativa e concluse: «Farò in modo che anche vostra sorella non
abbia a soffrire più del necessario in questa spiacevole vicenda».
«Ve ne sono riconoscente» rispose Martewall.
Anche Leowynn fu costretta a inchinarsi al conte, dopo un simile discorso.
«Grazie, mio signore» dovette rispondere, con voce spezzata.
Murrow nel frattempo era prontissimo a condurre personalmente in cella i cavalieri
prigionieri. «Seguitemi» disse, baldanzoso, facendo strada verso la porta.
«Voi no» disse però Salisbury a Hector. «Desidero che restiate qui con gli ostaggi
finché non avrò chiarito alcune cose con sir Martewall. Quando avrò finito, vi
congederò».
Ian e Daniel si scambiarono un'occhiata tesa e restarono fermi nel loro angolo, senza
incamminarsi dietro sir Kerwick come stavano per fare. Hector li raggiunse in silenzio,
non meno perplesso di loro.
Sorpreso, Murrow si trovò a condurre fuori dalla sala solo quattro prigionieri, scortato
da due cavalieri di Salisbury. Il conte inglese infatti aveva ordinato agli altri due di
rimanere nella sala. Questi ultimi andarono a chiudere accuratamente la porta, non
appena Murrow e tutti gli altri si furono allontanati, e vi rimasero accanto, come di
guardia.
Ian notò che entrambi gli uomini portavano sulle livree stemmi derivati dal blasone di
William Lunga-Spada e ne dedusse che dovevano essere suoi fedelissimi. Si fece più
attento, perché capì che il conte inglese voleva avere intorno solo ca valieri affidabili,
forse per trattare la questione degli ostaggi, rimandata poco prima.
Sospetta qualcosa di noi, si disse Ian, trepidante, ricordando lo sguardo con cui
l'uomo l'aveva soppesato.
Nel silenzio che seguì, Salisbury fece qualche passo nervoso nella stanza, meditando.
Quando si fermò, affrontò direttamente il vecchio Martewall. «Sir Harald, voi siete un
pazzo se pensavate di ottenere qualcosa con questa vostra impennata di arroganza».
«Milord, io ho agito solo ed esclusivamente per difendere la mia gente dalle
vessazioni che già da troppo tempo sta patendo» rispose il barone, senza timore.
«Riconosco di aver sbagliato, ma solo nel non aver radunato più guerrieri e nell'aver
confidato troppo nella solidarietà degli altri baroni. Non mi pento di essermi opposto a
un re tiranno e rifarei ciò che ho fatto, pur avendone viste le conseguenze. Spero soltanto
che il mio esempio possa esortare gli altri baroni a reclamare i loro diritti con più forza
di quanto abbia fatto io».
Bella risposta, pensò Daniel. Di sicuro il vecchio barone ha del coraggio a parlare
così ai vincitori.
Guardò Ian per vedere cosa ne pensava e notò che l'amico era concentratissimo su
Salisbury. Lo stava studiando mossa per mossa.
«E voi pensate davvero di aver dato un contributo alla causa!» aveva intanto
esclamato Lunga-Spada, sprezzante. «Quando Dunchester fosse stata rasa al suolo e
ridotta in cenere, pensate forse che gli altri baroni avrebbero osato ribellarsi? Che
avrebbero impugnato le armi e rischiato la stessa fine per i loro feudi? Non vedete che il
vostro vicino ha già colto l'occasione per venire a banchettare sul vostro cadavere?»
«Nigel Murrow non era con noi a Bury St.Edmunds, quando i baroni si sono riuniti
per discutere la politica del re».
«Robert Fitz-Walter invece c'era e anche Reginald Cornhill di Rochester. Avevano
ricevuto le vostre richieste di aiuto. Entrambi però sono venuti da me, a chiedere
consiglio, e non qui a combattere per la vostra causa».
Il tono duro di Salisbury mise a tacere il vecchio barone, che non seppe più cosa
replicare. «Codardi» disse soltanto a mezza voce, sconfitto.
Ian invece aveva avuto un sussulto. Un nome pronunciato da Salisbury l'aveva colpito
come una sassata: Rochester.
Un intero mondo di ricordi gli si aprì davanti e finalmente il giovane trovò ciò che da
tempo stava inseguendo tra le reminiscenze dei suoi studi.
Era Rochester e non Dunchester il luogo nominato nei libri di storia: nomi simili per
castelli che avevano avuto destini simili durante la guerra dei baroni inglesi. Rochester
era, anzi, sarebbe stata presto una delle roccaforti in cui i baroni ribelli avrebbero
opposto maggiore resistenza alle truppe di re Giovanni. Come Dunchester, anche
Rochester sarebbe caduta dopo un feroce assedio, ma solo nel 1216, nella fase più
cruenta della guerra.
E sir Robert Fitz-Walter, invece...
Prenderà la guida della rivolta armata tra pochissimo, si disse Ian, incredulo. Perché
mai il futuro capo della ribellione e il suo alleato di Rochester sono corsi a parlare con
Salisbury invece di venire ad aiutare un altro sicuro alleato come Martewall?
Erano andati "a chiedere consiglio", così aveva appena detto Salisbury. Ma consiglio
su che cosa?
Un dubbio incredibile colse Ian, che mise d'istinto la mano sulla spalla di Daniel.
Possibile? si domandò, con il cuore improvvisamente accelerato. Che anche lui sia
d'accordo con loro in segreto?
Daniel guardò l'amico, sorpreso, ma non riuscì a capire il suo gesto né i pensieri che
passavano sul suo viso.
Ian teneva costantemente gli occhi fissi su Salisbury, con triplicata attenzione. No,
non può essere. I libri di Storia dicono che William Lunga-Spada resterà fedele a re
Giovanni per tutta la durata della guerra, pensava, eppure il dubbio lo rodeva. A meno
che...
Ripensò all'esitazione con cui Salisbury aveva condotto l'assedio in quei giorni. La
Storia diceva che Lunga-Spada avrebbe combattuto con poca convinzione anche nei
mesi futuri, per poi affrettarsi a patteggiare con Luigi di Francia, non appena questi fosse
sbarcato in Inghilterra. Come mai un valente condottiero come William Lunga-Spada era
diventato all'improvviso tanto pavido?
A Bouvines il conte inglese era stato la personificazione della determinazione
guerriera; a Dunchester invece aveva mostrato un atteggiamento del tutto diverso,
perché?
Ian non si era mai posto la domanda, prima di quel momento, attribuendo il
cambiamento di Salisbury a una sua precisa strategia per evitare perdite inutili contro un
nemico in trappola. Adesso, forse aveva una risposta diversa. L'incontro tra Salisbury e i
futuri capi della ribellione gli suggeriva una motivazione precisa, benché incredibile.
... a meno che la sua cosiddetta fedeltà al re non sia solo una facciata di convenienza
politica, sospettò. Di sicuro questo era un altro motivo per togliersi di torno Nigel
Murrow e tenersi vicine solo orecchie fidate in qualsiasi fase di discussione politica.
È lui che manovra le pedine, senza mai compromettersi? Ian era senza parole, eppure
cominciò a riflettere più rapidamente di prima. Se davvero era così, la situazione poteva
avere risvolti completamente nuovi di cui approfittare.
«Sapevo che eravate tra i più accesi fautori della rivolta, ma non avrei mai
immaginato che sareste arrivato a ribellarvi apertamente e da solo» aveva intanto
proseguito il conte inglese, nel suo discorso con il vecchio barone e si voltò con accusa
verso Geoffrey Martewall. «Contavo almeno su di voi perché lo faceste ragionare e
invece avete solo peggiorato la situazione».
Il cavaliere ebbe un fremito. «Io ho tentato, milord, ma poi, dovendo scegliere tra mio
padre e il re, ho scelto mio padre».
«Fosse solo questo, comprenderei la vostra avventatezza, anche se sono costretto a
giudicarla come impone la legge della corona! Ma io temo invece che abbiate gettato
olio sul fuoco» esclamò William Lunga-Spada e, senza preavviso, indicò Ian e Daniel.
«Volete spiegarmi questo, ad esempio?»
Ian capì dove si stesse dirigendo il discorso e si convinse che Salisbury aveva intuito
molte cose fin da quando aveva visto gli ostaggi entrando. Ad esempio, aveva sospettato
l'identità del più alto dei due, combinando insieme le descrizioni che circolavano tra la
gente e i racconti dell'inimicizia tra Derangale, amico di Martewall, e i Ponthieu. Forse si
ricordava addirittura del Falco d'argento dopo averlo visto a Bouvines.
Ian si fece avanti, attirando volutamente su di sé l'attenzione perché sapeva cosa
Salisbury avrebbe chiesto adesso. Era il momento di giocare la partita e scoprire se le
carte coperte di Salisbury valevano più delle sue.
Daniel lo seguì con lo sguardo, trattenendo il fiato, ma senza capire quali sospetti
passassero per la testa dell'amico.
William Lunga-Spada valutò di nuovo la statura di Ian come se fosse una conferma ai
suoi peggiori dubbi. «Posso sapere chi siete?» domandò, rivolgendo a lui la domanda
che avrebbe fatto a Martewall.
«Jean Marc de Ponthieu, signore di Montmayeur» rispose il giovane con solennità.
Salisbury non sembrò sorpreso, ma s'irrigidì palesemente.
«Le Faucon du Roi.9»
Ian s'inchinò per salutare e confermare. «C'est un honneur de vous rencontrer vis à
vis, Monsieur le Comte10»
Salisbury s'inchinò a lui con uguale rispetto, ma poi si voltò verso Geoffrey
Martewall. «Questa è opera vostra. Vostra e del vostro amico Derangale» accusò. «Vi
rendete conto di cosa avete fatto?»
«Milord...» tentò di obiettare Martewall, colto del tutto di sorpresa da quell'attacco
verbale.
«In Francia stanno piangendo da mesi la morte di quest'uomo e invece lui era qui,
vostro ostaggio! Voi sapete chi è suo fratello, sì? Sapete che è imparentato con re Filippo
tramite la sua nuova moglie? Il conte Guillaume de Ponthieu ha fatto fuoco e fiamme per
vendicare la scomparsa del fratello cadetto, se adesso scopre che è sempre rimasto nelle
vostre mani...»
«Non è stato mio ostaggio, io stesso ero prigioniero in Francia fino a pochi giorni fa»
tentò di difendersi Martewall. «Allora devo presumere che sia stato imprigionato da altri
comunque collegati a voi e al defunto Jerome Derangale. Immagino che il Falco del re
francese non sarebbe qui oggi, se non fosse stato perpetrato da parte vostra qualche atto
ostile nei suoi confronti. Non mi direte che è venuto a farvi una visita di cortesia in
onore dei vecchi tempi!»
Martewall si trovò in difficoltà a ribattere, ma d'altra parte Ian aveva già risposto per
lui, dicendo: «Sono stato prima tenuto prigioniero in Francia da una banda di sicari
mandati da Derangale per uccidermi e poi sono stato trascinato in Inghilterra dagli
uomini di sir Geoffrey Martewall contro la mia volontà, insieme al mio compagno
d'armi, il cavaliere Daniel Freeland».
Salisbury era furente. «E ancora peggio di quanto mi aspettassi» commentò e parlò di
nuovo a Martewall. «In quanti sanno questa storia?»
«Tutta Dunchester sa che io sono qui adesso» sottolineò Ian, prima del giovane
barone, e nel dirlo fissò Salisbury dritto negli occhi.
Non pensare neanche di sbarazzarti di noi in segreto, lo sfidò in silenzio, con uno
sguardo eloquente. Non metterai tutto a tacere semplicemente facendoci sparire.
Alle sue spalle, Daniel era teso in ogni muscolo, ma non osava parlare.
Il conte di Salisbury capì perfettamente il sottinteso di Ian e capì anche di avere le
mani legate, poiché in un modo o nell'altro la notizia della presenza a Dunchester
dell'importante ostaggio francese sarebbe trapelata, anzi probabilmente si stava già
diffondendo dai vinti ai vincitori. «E una catastrofe» mormorò. «Quando Guillaume de
Ponthieu lo verrà a sapere, aizzerà l'intera corte francese contro di noi e se questo
dovesse accadere...»
Tacque di colpo e Ian ebbe la certezza che si fosse interrotto per non aggiungere

9 «Il Falco del Re».


10 «È un onore incontrarvi faccia a faccia, signor conte».
qualcosa di inopportuno.
I suoi sospetti presero ulteriore corpo.
Salisbury si voltò verso i Martewall, Geoffrey in particolare. «Adesso vi rendete conto
di cosa avete fatto?»
Il cavaliere strinse i pugni. «I Francesi non arriveranno a scatenare un'altra guerra solo
per lui, se è questo che temete! Quest'uomo non è così importante come voi dite...»
«Milord, voi non dovreste essere tanto preoccupato. Un incidente diplomatico con la
corte francese andrebbe solo a vostro vantaggio» intervenne Ian prontamente. «Se re
Filippo arrivasse a minacciare rappresaglie a causa mia, nemmeno i baroni più convinti
se la sentirebbero di ribellarsi e lasciare il paese indifeso davanti al nemico, quindi il
trono di re Giovanni ne uscirebbe rinforzato».
La frase troncò le parole di Martewall e bloccò la scena all'improvviso. Tutti si
voltarono verso Ian, compreso Daniel, che guardò l'amico con gli occhi spalancati.
Salisbury invece aveva avuto un sussulto, come se fosse stato colpito a tradimento.
«Oppure devo credere che la vostra preoccupazione sia proprio questa?» continuò Ian,
cogliendo al volo quell'indizio.
William Lunga-Spada era diventato cinereo. «Come potete insinuare una cosa del
genere?!»
Ian non lasciò trasparire nemmeno un istante il timore di aver completamente
sbagliato le sue valutazioni. Si era buttato in una partita a carte coperte e adesso era
fondamentale che il suo bluff funzionasse. «Ho osservato il vostro comportamento fino a
ora, milord, e non è quello di un uomo votato a punire gli avversari della corona. Per
essere un alleato del re, avete troppa esitazione nel combattere i suoi nemici e troppi
rimpianti nel giudicarli».
L'accusa fece fremere l'intera sala.
Ma sei impazzito? pensò Daniel, con paura. Così ci mandi al patibolo per
direttissima!
Ian però non distolse gli occhi da William Lunga-Spada un solo istante.
«Io dovrei mettervi a tacere nel sangue, per una simile frase» disse il conte inglese e
portò la mano alla spada in modo eloquente.
Nonostante tutto, però, non sguainò la lama e Ian sostenne il suo sguardo, ostentando
una totale sicurezza. «Non posso impedirvelo. Se ho sbagliato a valutarvi, allora non ho
altri argomenti per trattenervi dall'uccidermi».
Salisbury non disse più nulla per molti istanti. Stava riflettendo e taceva per non
compromettersi, capì Ian, ma era stato colto del tutto di sorpresa dal discorso e non ebbe
la prontezza di riflessi di trovare subito un modo per ribattere.
Alla fine però, il suo silenzio fu una rivelazione per tutti. Daniel provò un brivido,
quando capì le implicazioni di quella scoperta.
Hector e i Martewall erano rimasti completamente spiazzati dall'improvvisa piega
presa dalla discussione. I cavalieri di guardia vicino alla porta si mossero nervosi.
«Milord, ma voi...» esordì sir Harald e allo stesso tempo non osò portare a termine la
frase.
Salisbury trattenne a stento un gesto frustrato e Ian seppe di avere colto nel segno.
Lunga-Spada guardò i Martewall. «Capite ora davvero cosa avete fatto?» riprese,
secco. «In un solo colpo manderete all'aria l'accordo tra la maggioranza dei baroni,
ottenuto con tanta fatica in tutti questi mesi, e aizzerete i Francesi contro di noi. Ecco il
risultato del vostro colpo di testa».
È davvero coinvolto anche lui! Daniel era senza parole. Guardò Ian e vide un lampo
di soddisfazione passare nei suoi occhi azzurri. Si complimentò con lui in silenzio Sei un
genio.
Un vero occhio di falco, come dice Ponthieu.
«Se solo mi aveste lasciato parlamentare in tutti questi dannatissimi giorni!» continuò
Salisbury. «Vi avrei detto di pazientare, perché nessuno degli altri baroni era ancora
pronto a intervenire, perché molti vogliono tentare ancora la diplomazia. Vi avrei chiesto
di sottomettervi momentaneamente per aspettare tempi maturi. Ma voi non vi siete
nemmeno degnato di incontrare i miei messaggeri!»
Con quel discorso, Ian vide confermati tutti i suoi pensieri.
Era vero: Salisbury aveva esitato a mandare i suoi all'attacco, ma non per i motivi che
tutti immaginavano. Non aveva avuto paura, ma semplicemente non voleva sacrificare
uomini da entrambe le parti, sapendo che in segreto condividevano la stessa causa.
I tempi non erano ancora maturi per la ribellione armata dei baroni, anche Ian lo
sapeva e lo sapeva con certezza assoluta. Era ancora presto, ma mancava poco,
pochissimo. Prima i baroni dovevano riconoscere in Fitz-Walter la loro guida, poi
trovare la volontà di combattere insieme per la causa comune. Forse bastava solo un
pretesto perché tutto iniziasse forse no, quel che era certo adesso era che William Lunga-
Spada, lungi dall'essere totalmente estraneo alla rivolta, la favoriva in segreto e temeva
che un contrattempo imprevisto causasse una catastrofe.
Anche i Martewall erano senza parole per quanto stava rivelando il conte.
«Milord, io non potevo immaginare...» si giustificò sir Harald.
«D'accordo con Fitz-Walter e Cornhill sono corso qui non appena ho saputo che
Giovanni aveva incaricato i suoi mercenari di venire a darvi battaglia» continuò il conte,
ignorando il tentativo di intervento. «Avrei parlamentato con voi se solo avessi fatto in
tempo, ma i mercenari sono arrivati prima di me e voi non mi avete dato altre occasioni
per parlare. Alla fine, ho dovuto fare quello che il mio ruolo impone e cioè combattere
per conquistare Dunchester, specie quando è arrivato Murrow con la sua voglia di
mettersi in mostra. Adesso dovrò fare miracoli per evitare il peggio, sempre che sia
ancora possibile».
«Ma perché tanti sotterfugi? Voi potevate schierarvi apertamente! Sotto il vostro
comando i baroni avrebbero risposto all'appello e preso coraggio contro re Giovanni!
Potreste essere anche adesso la loro guida...»
«E fare cosa? Reclamare la corona? Io, un figlio bastardo del vecchio re, senza alcuna
forza militare alle spalle se non quella del suo stesso feudo? E voi baroni mi accettereste
o mi abbandonereste non appena io vi avessi sbarazzato del re più scomodo?» ribatté
Salisbury, tagliente. «Un uomo nella mia posizione non può mirare a un trono e voi siete
un pazzo, se pensate che io voglia mettere in pericolo la mia famiglia per un'utopia.
Giovanni è il mio fratellastro e volente o nolente abbiamo familiari in comune; mia
moglie e i miei figli vivono a corte: cosa credete che accadrebbe loro se io dessi anche
solo il sospetto di volermi ribellare al re? Giovanni era pronto a sacrificare nostro
fratello, suo fratello Riccardo per avere il trono: credete che proverebbe scrupoli a
sbarazzarsi di parenti tutto sommato illegittimi come i miei familiari? E come credete
che io potrei mai metterli al sicuro, allontanandoli dalla corte senza insospettire nessuno?
No, sir Harald, io non li metterò a repentaglio per la vostra guerra. Finché Giovanni avrà
la corona sulla testa, non avrà mai alcun dubbio sulla mia fedeltà a lui».
E nemmeno gli storici, pensò Ian. Lunga-Spada reciterà davvero bene la sua parte,
visto che nessuno nei secoli futuri sospetterà mai questo suo segreto. Anche quando
omaggerà il principe Luigi di Francia, crederanno che il suo sia solo opportunismo
politico, visto che ormai re Giovanni avrà già perso tutto.
Il conte inglese adesso stava guardando lui con rancore. «E questo mi riporta al
problema di cosa fare di tutti i presenti, voi compreso, monsieur de Ponthieu».
Ian si preparò a giocare l'ultima carta, sperando che fosse davvero buona come
credeva. «Se mi permettete ancora una parola, lord Salisbury, in questi ultimi giorni io e
sir Geoffrey Martewall eravamo arrivati a un accordo per evitare disastrose conseguenze
su tutti».
Martewall sobbalzò e Daniel fece altrettanto.
Salisbury valutò Ian con rinnovata sorpresa. «Cosa dite, monsieur?»
«Siamo arrivati a un accordo» ripeté Ian deciso, fulminando allo stesso tempo
Martewall con gli occhi, per intimargli di stare zitto. «La situazione di Dunchester ha
convinto sir Geoffrey a mettere da parte le nostre questioni personali per pensare a ciò
che era più conveniente per il suo feudo. Gli avevo proposto di liberarmi in cambio di un
aiuto politico e militare e lui aveva accettato l'offerta. Ci saremmo lasciati senza ulteriori
ostilità, ma l'assedio mi ha impedito di allontanarmi in tempo».
Ma che cosa stai inventando? pensò Daniel, badando bene a non lasciar trapelare quel
pensiero.
Salisbury guardò prima Ian e poi Martewall. L'inglese però, benché fosse sbalordito,
aveva avuto almeno la prontezza di riflessi di rimanere in silenzio, in attesa di capire
dove volesse andare a parare il discorso di Ian, che sembrava in qualche modo
difenderlo.
Non ottenendo spiegazioni dal giovane barone, Salisbury si rivolse di nuovo
all'americano. «Quindi voi e Dunchester adesso sareste alleati!»
Ian annuì. «Contro il nemico comune, re Giovanni. Lo dimostra il fatto che io sia qui
a parlarvi e non chiuso in una cella. Se in questo momento non sono armato è perché sir
Harald Martewall sperava di alleggerire la mia prigionia in mano vostra consegnandomi
come un ostaggio».
Salisbury valutò una a una quelle informazioni con evidente sospetto eppure con
estrema attenzione. Qualcosa non lo convinceva, ma il conte non lo disse apertamente.
«Perché mi raccontate tutto questo?»
«Perché intendo farvi la stessa proposta fatta ai miei precedenti carcerieri: garantitemi
la libertà immediata e la salvezza per me e il mio compagno d'armi e io vi aiuterò ad
avere gli appoggi che cercate contro re Giovanni. Avevo promesso a sir Geoffrey l'aiuto
personale del mio casato per Dunchester; a voi, milord, posso promettere un aiuto più
ampio: la neutralità della corte francese durante un'eventuale rivolta dei baroni. Posso
arrivare al Delfino e al re e placare gli animi: non tenteranno atti ostili contro
l'Inghilterra, questo ve lo posso garantire».
Ian poteva davvero fare una simile promessa, perché sapeva dalla Storia che la corte
di Francia non avrebbe mai attaccato l'Inghilterra in modo da ostacolare la rivolta dei
baroni, anzi, al contrario, avrebbe mandato truppe proprio per assecondarla.
Con quell'idea in testa, decise di tentare un affondo più deciso. «Potrei anche offrirvi
di più, se lo desiderate» continuò. «Sono disposto a perorare la vostra causa a corte, se
voleste chiedere alla famiglia reale di Francia un appoggio diretto».
Come si aspettava, Salisbury spalancò gli occhi, come se fosse stato colpito in un altro
punto segreto. «Come potete propormi una cosa simile?»
Perché conosco già il futuro, pensò Ian, ma invece disse. «Se ve lo propongo è perché
immagino le vostre valutazioni della questione. Io posso parlare a vostro nome, se non al
re almeno al Delfino. È un combattente energico e ardito: offritegli qualcosa per cui
valga la pena combattere e lui accetterà di aiutarvi».
I Martewall, Hector e persino Daniel stavano passando di sbalordimento in
sbalordimento. Daniel, in particolare, si sentiva completamente sulle spine mentre
osservava l'amico condurre quell'incredibile gioco strategico con tanta apparente
sicurezza.
«Come potete proporre..?! Voi parlate del principe Luigi di Francia!» esclamò sir
Harald.
Geoffrey Martewall fissava Ian come se fosse impazzito. «Cosa stai farneticando?!»
«Il Delfino potrebbe aspirare ad avere un ruolo di potere in Inghilterra, non è così? Le
due famiglie reali sono imparentate. La vostra regina Eleonora 11 era francese e sua
nipote12 ora è la moglie del nostro Delfino. I vostri re e i nostri hanno legami in comune
e il principe Luigi non è un figlio bastardo, senza nessun appoggio militare alle spalle»
continuò Ian, fissando però Salisbury mentre citava le sue parole di poco prima. «Posso
immaginare che un politico esperto come voi abbia già pensato a tutto questo e abbia
valutato attentamente le implicazioni del caso. D'altra parte, l'attuale casato reale inglese,
la vostra famiglia, viene dal mare: è dal regno di Guglielmo il Conquistatore che i re
d'Inghilterra hanno sangue francese nelle vene e i baroni sono in gran parte normanni:
potrebbero seguire in battaglia un principe normanno quanto loro e forse persino
preferirlo come guida al figlio bambino del tiranno attuale».
Salisbury era colpito, eppure mantenne una compostezza ammirevole. «La vostra
proposta è quasi scandalosa».
«Ma è vantaggiosa per tutti, tranne che per Giovanni Senza Terra, e voi lo sapete
bene».
Salisbury faceva sempre più fatica a nascondere il suo turbamento. Ora guardava Ian
quasi con paura. «Pretendete di leggermi nel pensiero, monsieur?»
«Faccio solo le mie deduzioni logiche, come voi le vostre» replicò Ian, fingendo
impassibilità assoluta. Le mie però sono suggerite dai testi frutto di ottocento anni di
studi storici sull'argomento, aggiunse tra sé e sé.
William Lunga-Spada impiegò parecchio per riprendersi dalla sorpresa, ma poi si
rilassò impercettibilmente. Era sconfitto e lo riconosceva. «Devo ammettere che le
dicerie sulla scaltrezza dei Ponthieu non sono affatto esagerate. Voi siete una volpe
pericolosa, Monsieur le Comte13» disse.
«Esattamente come voi, milord, anzi devo farvi i complimenti perché nessuno ha mai
avuto sentore che anche voi foste concorde con i baroni di Bury St.Edmunds» replicò
Ian.
E nessuno lo sospetterà mai nemmeno in futuro, concluse mentalmente e con
ammirazione sincera. Se lui infatti aveva recitato un bluff, sfruttando scorrettamente le
conoscenze del futuro per far credere di avere chissà quali talenti di osservatore e di
11 La regina Eleonora d'Aquitania.
12 La principessa Bianca di Castiglia, poi regina di Francia.
13 Signor conte.
stratega politico, Salisbury invece stava giocando le sue mosse con il solo ausilio della
sua astuzia, dell'esperienza politica e dei suoi informatori veri, che alla fine gli avrebbero
permesso di uscire del tutto indenne da quel periodo travagliato.
William Lunga-Spada rimase in silenzio ancora a lungo, guardando Ian intensamente.
«L'ipotesi che voi avete accennato è ardita e non si può sapere se diventerà mai realtà.
Molti baroni potrebbero non essere convinti di avere un simile alleato» riprese, cupo, ma
poi fece un gesto conciliante. «Tuttavia è un'ipotesi che vale la pena sondare. E va bene,
monsieur de Ponthieu, accetterò la vostra offerta di mediazione. Vedremo cosa frutterà».
Ian esultò in silenzio, pur sforzandosi di mantenere un atteggiamento deciso. «Ne
sono felice, lord Salisbury».
Daniel trattenne a stento un gesto di giubilo.
«Ma è una follia!» esclamò invece Geoffrey Martewall.
«No, non lo è» rispose Salisbury. «Le alleanze politiche cambiano a seconda della
direzione da cui soffia il vento: gli ultimi decenni ce l'hanno dimostrato più volte e i
nostri re, da Enrico a Riccardo a Giovanni, hanno sempre avuto alleanze con i re di
Francia, tramutate in discordie, poi tramutate in nuove alleanze. Forse è il momento di
trasformare ancora l'inimicizia in accordo».
«Farò tutto ciò che posso perché ciò accada» disse Ian, ma si sentì un ipocrita
nell'assumersi parte di un merito che non era affatto suo, ma della Storia. Davanti agli
occhi sbalorditi dei Martewall, però, mantenne un contegno assolutamente sicuro di sé.
Salisbury lo fissava sempre, con quei suoi occhi indagatori, nei quali si agitavano
domande senza risposta.
«Ditemi, monsieur» gli disse alla fine, «per voi sono davvero così trasparente da
essere letto come un libro aperto? Io stento a credere che voi abbiate intuito tutto con il
solo spirito d'osservazione».
«Non ho mai avuto certezze, solo sospetti» replicò Ian. «Ho giocato d'azzardo e ho
rischiato molto. La posta era alta. Ne valeva la pena».
A fatica, Salisbury accettò la risposta. «Spero di non avervi mai più come avversario
in un confronto strategico».
Nemmeno io, pensò Ian, dissimulando con tutte le proprie forze l'emozione profonda
che quella partita mortale gli aveva lasciato dentro. «Io spero di avervi come alleato, da
ora in poi» rispose.
«Così sembra» replicò Salisbury. «Voi capite però che la mia alleanza dovrà rimanere
assolutamente segreta. Impedirò con ogni mezzo, anche estremo, che questa
conversazione diventi di dominio pubblico».
«Lo capisco, signore».
«Perciò comprendete anche che non posso lasciarvi andare così, alla luce del sole,
visto che in troppi sanno della vostra presenza a Dunchester. Non posso certo
accompagnarvi alla prima nave in partenza per la Francia, perciò temo che dovrete
organizzarvi da solo e senza coinvolgermi pubblicamente».
Ian se lo immaginava già. «Non sarà un problema, se i vostri uomini saranno
compiacenti».
Salisbury fece un mezzo sorriso. «Se fosse solo per i miei uomini, non mi
preoccuperei. Ma là fuori ci sono anche i mercenari di Giovanni e gli zelanti soldati di
sir Murrow e a loro non posso certo dare l'ordine di abbassare un po' la guardia per
consentirvi di fuggire indisturbato».
«Quindi ne deduco che sarà tutto più difficile».
«Oh, niente che non sia all'altezza della vostra fama. So che siete bravo a tirarvi fuori
dalle situazioni peggiori. Conosco anch'io le leggende che vi circondano, riguardo le
vostre rocambolesche avventure, e dopo avervi conosciuto di persona sono propenso a
credere che non siano affatto esagerate».
Ian respirò per imporsi la calma. «Non intendo rischiare la mia vita e soprattutto
quella del mio compagno d'armi per mantenere alta la mia fama».
Salisbury fece qualche passo, fino a fermarglisi di fronte. «Se è di questo che vi
preoccupate, posso garantirvi che lui non rischierà alcunché durante la vostra fuga. Lo
terrò qui sotto la mia custodia, finché voi non avrete fatto la vostra ambasciata e io avrò
ricevuto notizie rassicuranti da oltremanica».
Daniel trasalì. «Dovrei restare qui!» esclamò, mentre il suo sollievo di poco prima
spariva all'istante.
Questa volta anche Ian era stato preso in contropiede da una mossa che non si
aspettava. «Questo è un ricatto! Non vi fidate forse della mia parola? Non potete tenere
il mio compagno in ostaggio!» protestò, indignato.
«Monsieur, io non mi fido nemmeno dei miei stessi familiari e la posta in gioco è
davvero troppo alta perché io possa commettere un errore d'ingenuità, specie con una
volpe come un Ponthieu» replicò Salisbury con fermezza. «Se volete andarvene da qui,
dovrete accettare le mie condizioni. Vi darò un ostaggio in cambio e così saremo tutelati
entrambi. Sir Geoffrey vi accompagnerà nel viaggio e allo stesso tempo sarà il portavoce
dei baroni in Francia».
«Cosa dite?!» esclamò Martewall.
«Mio figlio, di nuovo nelle mani dei Francesi!» fece eco sir Harald. Leowynn si portò
la mano alla bocca. Hector s'irrigidì, teso.
«Lo preferireste al patibolo per tradimento?» replicò Salisbury, secco. «Con lui non
potrei essere indulgente, mentre con voi posso sempre prendere a pretesto la vostra
vecchiaia e la vostra malattia, per risparmiarvi la vita e condannarvi semplicemente alla
reclusione, nonostante la legge imponga la pena capitale».
«Non accetterò mai uno scambio del genere» intervenne Ian, ora furioso. «Niente di
ciò che potete propormi può valere la vita di Daniel. Non lo lascerò qui prigioniero,
nemmeno se sarete voi in persona a tenere le chiavi della cella».
«Non resterà chiuso in una cella, questo posso garantirvelo, e non correrà alcun
pericolo perché sarà sotto la mia protezione. Semplicemente non abbandonerà il
maniero, ma resterà con i miei cavalieri. Lo farò passare per un mio ostaggio personale,
nessuno avrà da ridire né oserà recargli offesa».
«E come giustificherete tanta clemenza verso un cavaliere francese?»
«Quando ero prigioniero in Francia, sono stato trattato con altrettanto riguardo.
Credete che adesso io voglia essere peggiore dei miei carcerieri?» si risentì Salisbury.
«Inoltre, se capisco bene dal nome e dall'aspetto, il vostro compagno d'armi non è
francese di nascita, quindi questo metterà a tacere buona parte delle obiezioni nei suoi
confronti».
Ian tacque, valutando con rabbia la proposta del conte. «No» disse alla fine. «Non
posso comunque accettare una cosa del genere».
Allo stesso tempo però, Daniel riprese la parola. «Va bene» disse invece, rivolto a
Salisbury.
«No!» protestò Ian, esterrefatto.
Daniel gli si accostò senza indecisione. «Tu devi ritornare libero e raggiungere al più
presto il conte Guillaume. Questa faccenda non si risolverà senza il suo aiuto».
Ian capì che l'amico lo faceva soprattutto per mettere in salvo almeno uno dei due.
«Allora invertiremo le parti» replicò e guardò di nuovo Salisbury. «Io resterò qui in
ostaggio e il mio compagno porterà l'ambasciata al posto mio in Francia».
«No» si oppose Daniel.
«No» disse Salisbury in contemporanea. «Capisco il vostro generoso intento,
monsieur de Ponthieu, ma la vostra presenza fisica a casa di vostro fratello varrà a
placare la sua ira mille volte di più delle parole che potrebbe portare un messaggero,
senza contare che vi siete impegnato personalmente a parlare con il Delfino per conto
dei baroni. Io nel frattempo farò in modo che la vostra idea circoli tra i nostri feudatari
per vedere le loro reazioni».
Daniel prese per il braccio Ian, che avrebbe voluto obiettare ancora. «Tu e io non
abbiamo lo stesso peso politico, lo sai» gli disse a bassa voce. «E poi, se c'è qualcuno
che può trattare con tuo fratello Guillaume quello sei tu, io non ne sarei capace. Non
sono bravo quanto te a parlare e rischierei di compromettere ogni cosa con una frase
avventata».
Quelle parole, "ogni cosa", così sottolineate nel discorso fecero capire a Ian che
Daniel non voleva prendersi la responsabilità di dover spiegare tutta quell'intricata
faccenda al conte di Ponthieu, a partire dalla menzogna raccontata all'abate di Saint
Michel per giustificare i lunghi mesi di assenza. Una sola parola sbagliata poteva
compromettere tutto. Ne andava del futuro di Ian in quel mondo medievale, dove tutta la
sua vita si reggeva su un delicatissimo gioco di inganni.
Daniel aveva ragione: rischiava meno a rimanere al castello sotto la protezione di
Salisbury che a tentare una fuga col pericolo di essere ucciso durante la strada da uno
qualsiasi di coloro che inevitabilmente si sarebbero lanciati all'inseguimento. Inoltre, se
per un qualsiasi miracolo del destino Hyperversum si fosse deciso a funzionare di nuovo,
Daniel avrebbe potuto dileguarsi da Dunchester e lasciare tutti con un palmo di naso.
Con la morte nel cuore, Ian capì che non aveva altra scelta se non separarsi di nuovo
dall'amico e assecondare il piano di Salisbury. «D'accordo» si arrese. «Ma ritornerò a
prenderti».
«Io non abbandonerò Dunchester per scappare come un vigliacco» intervenne però
Geoffrey Martewall a pugni serrati. «Non obbedirò al vostro progetto, lasciando la mia
famiglia e la mia gente in prigionia senza condividerne il destino».
«Voi obbedirete perché ho io il controllo su Dunchester adesso e perché sarò io ad
avere cura della vostra famiglia in vostra assenza» replicò Salisbury, aspro. «Ritenetevi
fortunato che io sia diverso da Giovanni e non proceda alle esecuzioni sommarie dei
traditori come lui aveva ordinato di fare ai mercenari che ha mandato qui. Dovrei
sterminare i vostri cavalieri e i vostri ufficiali, ma io non farò una tale strage. Finché sarà
sotto il mio governo, Dunchester non subirà simili atrocità e io vi prometto che la
prigionia di vostro padre sarà adeguata alle sue condizioni di salute e che vostra sorella
non dovrà patire umiliazioni. Voi, in cambio, farete ciò che io vi ordinerò e seguirete
monsieur de Ponthieu come ambasciatore e ostaggio. Siete stato anche voi causa di
questo disastro e contribuirete a rimediarvi, che vi piaccia o no. Porterete al Delfino la
notizia che i baroni potrebbero anche essere disposti a trattare un premio molto alto in
cambio dell'aiuto militare contro Giovanni e gli direte che Dunchester potrà essere un
punto d'incontro per parlamentare... o per organizzarci e agire. Se, quando sarete là, il
conte di Ponthieu vorrà rivalersi su di voi per vendicare quanto sofferto da suo fratello
minore a causa vostra e del vostro defunto amico Derangale, potrete solo accettare il
vostro destino e sottomettervi, poiché raccoglierete quanto avete seminato».
Martewall strinse i pugni così forte da farsi sbiancare le nocche, ma sapeva di non
avere alcuna possibilità di ribellarsi. Era legato mani e piedi da quell'intrigo progettato a
suo discapito e non poteva venirne fuori senza rischiare gravi conseguenze per la sua
famiglia e la sua gente.
Sei in mano mia adesso. Le parti si invertono, pensò Ian con un amaro senso di
rivalsa, ma la cosa non gli diede alcuna soddisfazione, visto che a lui invece toccava
lasciare Daniel in una posizione altrettanto precaria.
Martewall gli stava rivolgendo uno sguardo d'odio come se avesse voluto incenerirlo
con gli occhi, ma poi dovette accettare gli ordini che gli erano stati impartiti. «Andrò in
Francia» disse alla fine, sconfitto.
«No!» singhiozzò Leowynn e corse dal fratello per prendergli le mani e stringerle
forte. «Non andare! I Francesi ti imprigioneranno di nuovo! Ti uccideranno per
vendetta!»
«Morirei comunque anche restando qui, sul patibolo come traditore» le rispose
Martewall, ricambiando la sua stretta. «Se con la mia morte potrò tenere al sicuro nostro
padre e te, allora ne sarà valsa la pena».
Leowynn si accasciò in ginocchio ai suoi piedi, piangendo con il viso sulle sue mani.
«Non fare così, ti prego» l'implorò Martewall, chinandosi su di lei per rialzarla.
Anche Salisbury si era proteso in avanti per soccorrere la dama. «Non piangete,
madonna. Vostro fratello è un uomo di valore, saprà affrontare il suo destino come si
conviene per il bene di tutti».
Leowynn si risollevò e si fece indietro, rifiutando l'aiuto del conte, come se non
volesse farsi toccare da lui. Lo guardò invece con occhi furenti e inondati di lacrime e
rivolse lo stesso sguardo d'accusa e d'odio anche a Ian, eppure non si lasciò sfuggire più
nemmeno una parola. In silenzio tornò verso lo scranno di sir Harald e gli si fermò
accanto. Il vecchio barone le prese la mano per confortarla.
Salisbury intanto aveva chiamato il più anziano dei suoi due cavalieri fidati, rimasti
fino ad allora ad assistere in disparte. «Sir Gorvenal, organizzate la reclusione di sir
Geoffrey e monsieur de Ponthieu in una qualsiasi parte del maniero che sia utile per i
nostri scopi e trovate il modo di creare un provvidenziale diversivo per coprire la loro
fuga durante il trasferimento».
«Sì, signore» replicò il cavaliere con un leggero inchino.
«Andate alla torre nord» suggerì sir Harald e guardò suo figlio con dolore. «C'è il
vecchio passaggio che porta nella corte esterna. Da lì dovreste riuscire a raggiungere la
postierla sul mare».
Martewall annuì cupamente. «Conosco la strada».
«Spiegatela anche a me, ora» disse il cavaliere che Salisbury aveva chiamato col
nome di Gorvenal e si avvicinò per avere dal vecchio barone i dettagli e organizzare al
meglio la finta evasione.
«Sir Hector de Wrist, voi siete disposto a coprire le spalle al vostro signore?»
domandò invece Salisbury al luogotenente di Martewall.
«Anche a costo della vita» rispose Hector senza esitare. Geoffrey Martewall gli
rivolse un'occhiata riconoscente. «Allora conteremo anche su di voi» decise Salisbury.
«Adesso muoviamoci, prima che questa nostra piccola riunione privata insospettisca
qualcuno. Monsieur de Ponthieu, mi aspetto notizie da voi al più presto».
«Le avrete, siatene certo» replicò Ian, cupo. «E io mi aspetto di ritrovare sir Daniel
nelle stesse condizioni in cui lo lascio ora, sotto la vostra protezione».
«Non correrà pericoli» replicò Salisbury, secco.
Speriamo, pensò Ian, per nulla quietato. Lo sguardo di Daniel tradì lo stesso pensiero,
ma il giovane coraggiosamente non aprì bocca.
Il secondo cavaliere di Salisbury riaprì in quel momento le porte della sala per
chiamare i soldati.
Martewall andò a prendere congedo dalla sua famiglia. «Padre, abbiate cura di
Leowynn» disse con emozione. «E tu abbi cura di lui» aggiunse rivolto alla sorella.
Sir Harald si alzò a fatica dallo scranno per abbracciare suo figlio. «Sei un cavaliere e
un uomo d'onore, non metterlo mai più in dubbio» gli disse con voce spezzata. Leowynn
abbracciò entrambi piangendo.
Ian guardò Daniel con enorme tensione, non sapendo che dire. «Tornerò presto»
promise per rassicurare soprattutto se stesso.
L'altro giovane gli strinse forte la spalla. «Sii prudente». Ian ricambiò il gesto. «Anche
tu».
Nella sala arrivarono i soldati per prendere in consegna i prigionieri.
Capitolo 24
All'arrivo dei prigionieri nel cortile, in molti fecero silenzio, sgomenti. I civili erano
stati fatti sgomberare in fretta per ricondurli agli alloggi nella corte esterna, ma i servi
del castello, i soldati, gli ufficiali e i funzionari di Dunchester erano stati trattenuti per
ordine dei vincitori. I conquistatori volevano mostrare a tutti come i padroni del castello,
ora sconfitti, venivano incarcerati per i loro crimini, in attesa di subire il giudizio del re.
Molti tra i mercenari guardavano in cagnesco i signori di Dunchester, tratti in
prigionia e disarmati. In disparte da un lato, il giovanissimo Murrow osservava la scena
con un'espressione a metà tra la soddisfazione e il disagio.
I prigionieri erano stati divisi in gruppi separati, per volere di William Lunga-Spada.
Davanti a tutti camminava sir Harald Martewall, accompagnato e sorretto dalla figlia
Leowynn. Daniel veniva dietro di loro, sorvegliato dalle stesse guardie e dal più giovane
tra i due cavalieri fidati di Salisbury.
Il secondo gruppo di soldati, capitanato da sir Gorvenal, scortava strategicamente
Geoffrey Martewall, Ian e Hector.
Gli altri cavalieri di Dunchester, presi in consegna poco prima, non erano più nel
cortile, notò Ian. Probabilmente, Murrow non aveva perso tempo prima di farli
rinchiudere nelle segrete.
Il barone adolescente infatti andò incontro anche ai due gruppi provenienti dal
maniero e nel contempo fece un cenno ai soldati che sorvegliavano l'ingresso ai
sotterranei, ma Gorvenal gelò subito il suo zelo. «Questi prigionieri non saranno
rinchiusi insieme agli altri, è troppo rischioso» annunciò, fermandoglisi davanti.
«Saranno tenuti in torri separate e non sarà permesso loro di comunicare con gli altri in
alcun modo.
Io e i miei uomini li sorveglieremo personalmente e ci accerteremo che il volere del
conte di Salisbury sia rispettato».
Il ragazzo rimase sorpreso da quella frase che, di fatto, l'esautorava da ogni autorità
sui prigionieri principali del castello. «Ma...» tentò di obiettare.
«A sir Harald Martewall, vista la sua età e la sua malattia, sarà concesso di dimorare
in una stanza accogliente, accudito dalla figlia, l'unica ad avere il permesso di entrare a
visitarlo» continuò Gorvenal, senza dargli tempo di parlare, come se non avesse
nemmeno preso in considerazione l'ipotesi che il ragazzo potesse avere qualcosa da dire.
«A dama Leowynn non sarà recata offesa in alcun modo: è sotto la protezione del nostro
signore e ogni insolenza ai suoi danni sarà giudicata e punita direttamente dalla Lunga-
Spada».
L'uomo indicò Daniel a un paio di soldati con la divisa di Salisbury e questi
separarono prontamente il giovane dagli altri, prendendolo in consegna.
Daniel non poté fare a meno di rivolgere un'occhiata ansiosa a Ian, ma non oppose la
minima resistenza.
«Questo cavaliere» continuò Gorvenal «è un ostaggio importante del nostro signore,
perciò resterà sotto la mia personale sorveglianza».
Con un ultimo gesto indicò Martewall, Ian e Hector. «I comandanti della difesa del
castello saranno invece imprigionati nella torre a nord e isolati da qualsiasi contatto con
il resto del castello. Attenderanno là il giudizio che li aspetta per aver osato sfidare il
nostro re».
Il cavaliere guardò Murrow e i mercenari, quasi ad accertarsi con la sua posa
autoritaria che nessuno mettesse in dubbio ciò che aveva appena annunciato. «Questo è
il volere di William Lunga-Spada, conte di Salisbury, e non è oggetto di discussione»
sottolineò.
Il giovanissimo barone sembrò diventare ancora più piccolo davanti al suo
interlocutore. «Non avevo alcuna intenzione di discutere gli ordini di milord» si affrettò
a puntualizzare, rinunciando a ogni obiezione.
I mercenari invece non sembravano altrettanto remissivi. «Questi uomini sono gli
ostaggi più importanti del castello.
Il riscatto di almeno alcuni di loro ci spetta di diritto» obiettò il loro comandante, con
malcelata ostilità.
«Discuterete di questo con lord Salisbury, non con me» lo liquidò Gorvenal. «I riscatti
non sono affare mio, questi uomini invece sì e resteranno sotto il mio controllo e quello
dei miei compagni fino a ordine contrario del nostro signore».
Di malavoglia, il comandante dovette accettare la risposta, ma esitò a farsi da parte.
«Se temete che la nostra sorveglianza non sia sufficiente, vi concedo di mandare due
dei vostri uomini con noi a verificare i luoghi dove i prigionieri saranno rinchiusi. Così
sarete sicuro che i vostri preziosi riscatti non andranno sprecati» aggiunse il cavaliere
con un chiaro tono di disprezzo.
Ian e Daniel ne ammirarono la scaltra prontezza di spirito, intuendone il piano.
Un'evasione e una fuga non sarebbero state credibili senza un tafferuglio armato e
Gorvenal non aveva alcuna intenzione di sacrificare gli uomini del suo signore per
rendere più veritiera la messinscena che doveva consentire a Geoffrey Martewall e a Ian
di abbandonare il castello. Qualche vittima tra i mercenari, invece, era un prezzo
trascurabile da pagare.
«Sta bene». Ignaro di quanto si tramava alle 'sue spalle, il capo mercenario accettò
l'offerta e mandò due uomini con ciascun gruppo.
«Adesso conducete via i prigionieri» concluse Gorvenal e fece un cenno d'intesa al
suo compagno che scortava sir Harald e Leowynn.
Ian sentì una stretta al cuore, vedendosi separare definitivamente da Daniel, che
rimaneva nel cortile sorvegliato dai soldati di Salisbury.
Buona fortuna, si augurarono vicendevolmente i due amici con lo sguardo, provando
la stessa ansia.
Ian, Martewall e Hector vennero condotti verso la torre nord, senza che fosse
consentito loro di dire una sola parola. Sir Gorvenal li seguì.
Daniel rimase a guardare Ian finché non scomparve nell'edificio, con la paura
tremenda di non rivederlo più, poi dovette girarsi verso i soldati in divisa blu e oro, che
gli ordinarono di sedersi senza protestare in attesa del ritorno di sir Gorvenal.

***

La torre nord era stretta e dava verso il mare. Come tutte le altre torri del maniero era
affiancata da una seconda struttura circolare più piccola ma più alta, contenente la scala
a chiocciola che metteva in comunicazione i vari piani tra loro e questi ultimi con i
camminamenti di ronda.
Era una torre fredda, perché le sue finestre non godevano mai della luce diretta del
sole, e per questo era semivuota, sfruttata pressoché solo come magazzino, oltre che per
la difesa.
Alla sua base, infatti, era stato aggiunto un edificio recente, basso e rettangolare,
occupato da sacchi di granaglie che prima dell'assedio dovevano essere molto più
numerosi. La fitta penombra del tardo pomeriggio era tagliata solo dalla luce che entrava
da feritoie nei muri ad illuminare il pavimento polveroso e da una porta rialzata e aperta
sui primi gradini della scala a chiocciola, in fondo al vano.
Entrando, Ian provò un senso d'ansia e di oppressione. Quel luogo non gli sembrava
offrire molte uscite e il giovane si trovò a pregare che Gorvenal e Martewall avessero
davvero pensato bene a ciò che facevano quando avevano scelto la via di fuga. Cercò
con gli occhi il vecchio passaggio nominato da sir Harald, quello che doveva condurre
verso una postierla nella corte esterna, ma non lo vide da nessuna parte.
Mentalmente ripassò la conformazione del castello, divenuta abbastanza nota in quei
giorni di battaglia: la torre nord era nel lato posteriore del castello, quello che si
affacciava sul mare, ma non sorgeva esattamente sopra lo strapiombo che nel suo punto
massimo raggiungeva un'altezza di una decina di metri. Era piuttosto spostata verso il
lato digradante della costa, là dove questa diminuiva in altezza rapidamente per
ricongiungersi con i prati. Da quel lato la pianta a diamante del castello presentava solo
due cinte murarie, poiché le mura più esterne formavano solo un semicerchio che
tagliava il promontorio. Perciò una postierla nella cinta intermedia avrebbe consentito
un'uscita diretta sul mare.
Il problema però era arrivarci. Ian continuava a non capire come l'entrare in un
magazzino senza finestre potesse avere a che fare con una fuga in mezzo ai boschi.
La sensazione spiacevole aumentò ancora quando il gruppo proseguì il cammino, salì
i gradini fino alla porta rialzata ed entrò nel piano terra della torre.
Lì Ian trovò un vano vuoto e semicircolare con mura più solide e feritoie ancora più
strette. Nemmeno in quel luogo si vedeva un passaggio che potesse portare fuori, ma una
botola era invece aperta nel pavimento di legno. Come molte torri medievali, anche la
torre nord di Dunchester aveva una segreta costruita nel piano interrato.
Un muro e un'altra porta aperta dividevano invece quel vano da uno spazio identico,
occupante l'altra metà del piano.
Il gruppo armato si fermò proprio in prossimità della botola.
Ian deglutì, guardando il rettangolo buio che si apriva quasi davanti ai suoi piedi.
Come si esce da lì? pensò con ansia crescente.
Sbirciò Martewall e vide che era cupo ma controllato. Decise di interpretare
quell'espressione come un segno incoraggiante e cercò di imporsi la calma. Lo teneva
sulle spine però il fatto di non sapere cosa ci si aspettasse da lui nel prossimo futuro.
Ci sarebbe stato da combattere, probabilmente, ma con quali strumenti, visto che i
prigionieri erano stati disarmati prima di arrivare nel cortile per fare in modo che la
messinscena fosse credibile a tutti?
«Procuratemi una torcia e una scala» ordinò sir Gorvenal a due dei suoi soldati. «E
voi andate ad accertarvi che nel resto della torre non ci siano sorprese di qualche genere»
aggiunse rivolto agli altri.
I soldati si divisero: due andarono nel magazzino accanto a procurare ciò che il loro
comandante aveva chiesto, il terzo salì a controllare il piano superiore e il quarto
perlustrò la stanza adiacente.
Quest'ultimo soldato ritornò quasi subito. «Di là non c'è nulla, signore» annunciò.
«Solo un vecchio pozzo chiuso». Ian vide che Martewall e Hector si scambiavano uno
sguardo d'intesa. Si fece più teso, perché capì che il momento di agire era prossimo.
«Bene» rispose Gorvenal al soldato. «Adesso va' anche tu al piano di sopra. Esplorate
la torre anche da fuori, dal cammino di ronda qui intorno».
«Sì, signore». L'uomo scomparve in fretta su per le scale.
La tensione di Ian aumentò. Gorvenal si stava sbarazzando dei suoi uomini uno a uno,
allontanandoli con le scuse più plausibili, e il giovane americano non fece fatica a
capirne il motivo. Il momento di agire sarebbe arrivato quando intorno ai prigionieri
sarebbero rimasti solo i mercenari sacrificabili per la messinscena della fuga.
Ian cercò di prepararsi a intervenire, ma senza sapere come.
Gli altri due soldati tornarono con una scala a pioli di legno e una torcia accesa.
Gorvenal indicò loro la botola. «Assicuratevi che anche là dentro non ci sia nulla, poi vi
rinchiuderemo i prigionieri».
I soldati obbedirono coscienziosamente. Infilarono la scala nella botola e scesero per
perlustrare il luogo. Il primo dei due portava la torcia accesa per fare luce.
Sir Gorvenal attese appena per un minuto che i soldati fossero spariti dalla vista, poi
estrasse un pugnale dalla cintura. Non parlò, non tradì la minima emozione: con una
mossa fulminea pugnalò il primo mercenario a portata di braccio.
Il secondo mercenario ebbe un'esclamazione di sorpresa, ma fu agguantato al collo da
Hector. Il rumore secco di un osso che si spezzava fece rabbrividire Ian, un attimo prima
che anche il secondo mercenario si afflosciasse al suolo senza vita.
Martewall attirò l'attenzione dell'americano allungandogli un colpo sul braccio. «La
scala!» gli ordinò. Ian corse con lui alla botola aperta e afferrò la scala di legno.
La tirarono fuori in tempo, prima che i soldati da sotto potessero raggiungerla, e la
gettarono sul pavimento. Dalla segreta gli uomini gridarono invano con rabbia,
impossibilitati a salire. Per maggior precauzione, comunque, Martewall chiuse la botola
sopra di loro e la sprangò con l'apposito chiavistello.
Hector intanto stava recuperando le armi dai due mercenari uccisi. Prese una spada e
lanciò la seconda a Martewall.
«Buona fortuna, signore» augurò, scambiando col giovane barone un'occhiata
preoccupata. Poi corse su per la scala per intercettare gli ultimi due soldati rimasti nei
paraggi e impedire loro di scendere al piano terra a vedere cosa stesse succedendo.
«Buona fortuna anche a te» mormorò Martewall in risposta, ma il suo luogotenente
era già troppo lontano per udirlo.
«Da qui in poi è lavoro vostro» disse sir Gorvenal a Ian, a bassa voce, e gli diede la
sua spada. «Io fingerò di essere stato preso a tradimento e di non essere riuscito a
fermarvi. Nessun testimone può smentirmi».
«Grazie di tutto» replicò l'americano.
«Di qua. Non c'è tempo da perdere» disse Martewall sbrigativo, passandogli accanto
per andare nella stanza adiacente. Nel farlo consegnò a Ian un pugnale sottratto a uno dei
mercenari morti, il secondo, invece, se l'era infilato nella cintura.
Lasciarono il cavaliere di Salisbury a fare ciò che doveva per confondere le acque il
più possibile e si chiusero alle spalle la porta che separava i due vani della torre. Ian si
guardò intorno, in quella che sembrava solo una stanza vuota e senza uscite.
Martewall corse al pozzo.
Era formato da una struttura quadrata in pietra, alta poco più del ginocchio di un
uomo. L'apertura era sprangata da una solida grata di ferro, fissata con lucchetti
altrettanto pesanti.
Martewall appoggiò la spada al muretto di pietra. «Adesso si scende» annunciò,
afferrando la grata con entrambe le mani.
Ian spalancò gli occhi quando vide la griglia di ferro sollevarsi senza alcuna difficoltà.
I lucchetti erano sempre saldamente serrati nelle loro sedi, ma le cerniere dall'altro lato
della grata, invece, erano solo in apparenza fissate alla pietra e si staccarono senza
nemmeno un rumore.
Martewall fece ruotare la grata intorno ai lucchetti chiusi, fino ad appoggiarne
l'estremità al suolo. «Dentro» ordinò, indicando il pozzo mentre iniziava a slacciarsi
l'usbergo, a partire dal camaglio.
Ian esitò, con un tuffo al cuore. «Stai scherzando, spero». Non aveva la minima idea
di come fare a scendere attraverso un pozzo, senza una corda, senza rompersi l'osso del
collo o, peggio, precipitare di sotto e annegare.
E poi, anche se fosse riuscito a scendere senza ammazzarsi nel tentativo, che cosa
avrebbe dovuto fare una volta giù? Proseguire a nuoto forse? C'era un passaggio
nell'acqua? E come avrebbe fatto a nuotare con la temperatura bassissima e il peso della
cotta di maglia?
«C'è una scala nascosta e poi una galleria da percorrere a piedi» spiegò Martewall,
intuendo i suoi pensieri. «In poco tempo saremo nella corte esterna. Adesso muoviti».
Ian non era affatto convinto. Per quanto ne sapeva, Martewall poteva anche tentare di
buttarlo disotto con un tranello. «Precedimi» rispose alla fine. «Fammi vedere come si
scende e io ti seguirò».
«Non è il momento di farsi prendere dalla paura del buio» replicò Martewall con
impazienza. «O invece temi il puzzo di muffa? Eppure voi Francesi non sembravate
tanto sensibili agli odori quando ci avete rubato Chàteau-Gaillard 14»>
«Non faresti meglio a risparmiare il fiato per la discesa?» lo rimbeccò Ian con una
smorfia. «Se cadi in acqua con tutto l'usbergo, io non vengo a ripescarti».
«Questo lo immaginavo già». Martewall gettò il camaglio nel pozzo, poi fece
altrettanto con i gambali e le maniche di maglia di ferro, slacciandoli dall'usbergo per
rimanere con la tunica, le brache di panno pesante e gli stivali.
In fondo al pozzo si udì il tonfo che i pezzi di maglia metallica provocarono quando
caddero in acqua.
«Peccato, era un usbergo ben fatto» commentò Martewall, amaro, guardando giù.
«Ma è molto meglio non lasciare tracce che svelino da dove siamo passati».
Si tolse anche la livrea nera con il leone d'oro, ma non la gettò. La rovesciò in modo
da nascondere lo stemma e la indossò di nuovo piegando i lembi più lunghi per stringerli
nella cintura in cui infilò anche la spada. Adesso sembrava vestito di anonimi panni scuri
sopra la cotta di maglia che proteggeva il torace, esattamente come Ian.
«Forse dovremmo toglierci anche tutto il resto del ferro che abbiamo addosso»
considerò quest'ultimo.
Il rischio di precipitare in acqua con alcuni chili di maglia di ferro sulle spalle lo
spaventava quasi altrettanto del pozzo buio, spalancato come una bocca nel pavimento.
14 Le cronache medievali riportano che nel 1204, durante la guerra tra Giovanni Senza Terra e Filippo Augusto, i
Francesi conquistarono a sorpresa il castello di Château-Gaillard grazie a un soldato che s'inerpicò per il condotto di una
latrina, imo al cuore del maniero.
«Fa' come vuoi, ma quando là fuori cominceranno a bersagliarti con le balestre,
rimpiangerai di non avere del ferro addosso» replicò Martewall, poi guardò il suo
sgradito compagno di fuga e gli indicò il pozzo aperto. «Se però pensi di non farcela a
scendere senza cadere, meglio che tu vada per primo».
Ian non accennò a muoversi. «Sei tu il padrone di casa, fai pure strada».
«E tu non perderti mentre mi segui» replicò Martewall.
Il pozzo era stretto, buio e scivoloso. Martewall scavalcò il bordo con una gamba e
cercò qualcosa con il piede. Lo trovò e doveva essere un appiglio costruito apposta,
perché grazie ad esso il cavaliere riuscì a girarsi, scavalcando il parapetto anche con
l'altra gamba, e a tenersi contemporaneamente aggrappato al bordo con le mani, poi
scese cauto e scomparve dalla vista.
«Sbrigati. E ricordati almeno di chiudere la grata quando scendi» ordinò la sua voce
smorzata dal buio, poi non si udì più nulla.
Ian esitò prima di imitare l'altro cavaliere.
Nel fondo invisibile del pozzo si udiva sempre il mormorio dell'acqua e la cosa non
gli piaceva per niente. Il giovane si figurò tunnel bui e canali viscidi scavati nelle viscere
del maniero e immaginò se stesso in balia della sua sgradita guida, costretto a fidarsi
delle sue indicazioni per non perdersi e ritornare alla luce del sole.
Si protese a guardare nel pozzo. Subito sotto il bordo iniziava una sorta di scala ben
mimetizzata, composta da appigli di ferro scuro, piantati nella roccia e impossibili da
vedere finché la grata del pozzo rimaneva chiusa. A Ian quella scala ricordò quelle che
nei tempi moderni si vedevano nei silos delle fabbriche. Questa però sembrava mille
volte più precaria e il ferro arrugginito degli appigli aveva l'aria di voler cedere da un
istante all'altro.
Chissà se reggerà il mio peso? si domandò Ian. Ma perché Hyperversum rende
sempre le cose così difficili? Protestò mentalmente in aggiunta, ma poi, nonostante il
senso di disagio e le incognite di quella via di fuga, dovette decidersi. I rumori
provenienti da fuori gli dicevano che la situazione stava degenerando in fretta. Presto
tutta la torre nord sarebbe stata setacciata palmo a palmo dagli inseguitori.
Reprimendo a forza l'ansia, il giovane infilò la spada nella cintura. Scavalcò il bordo
del pozzo e allungò una gamba per cercare l'appiglio su cui appoggiarsi.
Lo trovò dopo qualche istante, vi posò il piede e cautamente vi spostò sopra tutto il
suo peso. Reggeva e Ian si accorse di aver trattenuto il fiato fino a quel momento.
Scavalcò del tutto il parapetto di pietra e vi si tenne aggrappato, così come aveva fatto
Martewall.
Guardò giù, ma non vide altro che un buio fondo, freddo e assoluto, dal quale
proveniva solo l'eco dell'acqua.
Martewall non si vedeva e non si udiva più, nonostante Ian rimanesse in ascolto
attentamente per qualche istante.
Per un attimo l'americano fu sfiorato dall'idea che l'altro cavaliere potesse essere
caduto di sotto. Cercò di rassicurarsi ricordando di non aver udito né un grido né il
rumore di un corpo che cadeva, ma non servì granché. Quello sarebbe capace anche di
cadere e morire in silenzio pur di mettermi in difficoltà, pensò con rabbia.
Restava comunque il fatto che lui non poteva evitare di scendere attraverso quel
pozzo, se voleva fuggire da Dunchester.
Temendo di scivolare, Ian si decise a scendere un piede alla volta, fino a rimanere con
il bordo del pozzo all'altezza del petto. Allora si protese e riuscì ad afferrare la grata con
una mano. Era pesante, ma non al punto da essere inamovibile con la forza di una mano
sola. Facendo leva col braccio, Ian la sollevò per richiuderla sopra di sé nello scendere.
Con un gemito la grata ritornò al suo posto docilmente, come se non fosse mai stata
aperta.
Ian ebbe l'impressione spiacevole di essersi appena chiuso in una gabbia con le sue
stesse mani, ma in quello stesso istante udì voci rabbiose provenire da fuori. Sobbalzò e
si ritirò nell'ombra il più velocemente possibile.
Nel rettangolo di luce della bocca del pozzo comparve il mezzobusto di un soldato
con la divisa rossa dei mercenari. Ian s'immobilizzò.
«Qui non ci sono!» esclamò una voce fuori campo, appartenente senza dubbio a un
altro armato presente nella sala.
«Non ci sono uscite da questa stanza, non possono essere passati da qui» aggiunse una
terza voce rabbiosa.
Il mercenario guardò nel pozzo e Ian si sentì perduto. Non mosse un solo muscolo, col
fiato sospeso, ma l'uomo scrutò verso il basso e poi si rivolse di nuovo ai compagni con
un'espressione di rabbia. Con il cuore che martellava nelle orecchie, Ian si rese conto di
non essere stato visto. Il buio nel pozzo era troppo fitto e l'aveva protetto dagli sguardi.
«Il pozzo è sigillato, non possono essersi nascosti nemmeno qui dentro» disse il
soldato e Ian sentì dal rumore che l'uomo stava strattonando i lucchetti chiusi della grata
senza accorgersi che le cerniere dall'altro lato non erano fissate alla pietra perché i chiodi
erano finti.
Il soldato si ritrasse dal pozzo.
Ian udì più lontana la voce furiosa di sir Gorvenal che richiamava gli uomini.
«Smettetela di perdere tempo da quella parte, è un vicolo cieco! Cercate fuori o li
perderemo del tutto!»
I passi frettolosi dei soldati uscirono dalla stanza, poi rimase solo il silenzio.
Senza perdere altro tempo, Ian riprese a scendere verso il fondo del pozzo.
Capitolo 25
La discesa non fu lunga ma fece comunque impressione. A Ian parve di infilarsi in
una catacomba. L'aria era più umida, fredda e salmastra, l'eco dell'acqua molto più
vicina. Eppure la bocca del pozzo era ancora un quadrato pallido ben visibile sopra la
testa, anche se la luce si abbassava in fretta con il procedere del tramonto fuori dal
castello.
La scala finì relativamente presto e Ian trovò con lo stivale un pavimento di pietra.
Sotto il pozzo si apriva un ambiente non misurabile con gli occhi al buio, ma abbastanza
ampio da ospitare un uomo in piedi e all'asciutto.
Ian sospirò di sollievo, perché non aveva alcuna voglia di immergersi nell'acqua
gelata. Rimase fermo per abituare gli occhi all'oscurità e anche per calmare il cuore.
La discesa era stata comunque difficile su quegli appigli precari, specie con il peso
della cotta di maglia sulle spalle e il corpo dolorante per le ferite e i lividi dei giorni di
battaglia. Ian riconobbe che Martewall aveva fatto bene a sbarazzarsi del- l'usbergo
prima di scendere, tanto più che l'inglese aveva un braccio ferito da alcuni giorni.
Pensando a Martewall, l'americano si guardò intorno, tenendosi sempre aggrappato
alla scala. Dove sarà finito? si chiese, ma non osò chiamarlo in quel silenzio pesante.
Saggiò col piede il pavimento e si rese conto che era un gradino strettissimo, che
consentiva di camminare solo restando rasenti al muro. Subito dopo iniziava il vuoto. Il
pozzo proseguiva verso il basso. L'eco dell'acqua invisibile proveniva da ancora più giù,
a chissà quale profondità.
Ian rabbrividì e cercò di non pensare a cosa sarebbe accaduto se fosse precipitato di
sotto.
Il gradino continuava in un'unica direzione ed entrava in un arco di pietra scavato
nella roccia. Ian lasciò la scala e percorse con la faccia incollata alla parete umida la
breve distanza che lo separava da quell'apertura, poi proseguì in una sorta di tunnel
angusto, trovato subito dopo l'arco. Camminò un passo alla volta, nel buio più totale,
aiutandosi con le mani per evitare eventuali ostacoli o percepire un improvviso vuoto
intorno a sé, e contemporaneamente desiderò di avere almeno una torcia. Non aveva mai
avuto paura del buio, ma in quel momento gli sembrava di essere una talpa sotto terra e
la sensazione era orrenda.
Per fortuna il cammino non durò molto e Ian trovò un'improvvisa fonte di chiarore
davanti a sé: il tunnel sboccava sotto una specie di ampia volta di pietra e Ian vide una
porta socchiusa in modo da lasciar filtrare una striscia di luce fioca. Ferma proprio lì
accanto c'era una sagoma umana.
«Ce ne hai messo di tempo per arrivare» disse Martewall, quando sentì Ian fermarglisi
accanto.
«Ci hanno mancati per un soffio» disse Ian. «I soldati sono arrivati al pozzo, ma per
fortuna non si sono accorti del passaggio».
«Per fortuna non ti hanno trovato ancora lì a guardare giù mentre decidevi se scendere
oppure no» replicò Martewall, secco. «Ti avevo detto di sbrigarti e avevo buoni motivi
per farlo».
«Che posto è questo?» domandò l'americano, per cambiare argomento. Non aveva
affatto voglia di sentirsi rimproverare dal suo nemico, specie sapendo che aveva ragione.
Esplorò il luogo con gli occhi. Al chiarore della porta socchiusa poteva intravedere
una discesa di pietra, abbastanza ampia, che dal piano compiva un angolo e proseguiva
ulteriormente verso il basso, scomparendo nel buio. Là in fondo, il rumore dell'acqua era
ancora più forte.
«Prima che io nascessi il castello aveva anche un accesso diretto dal mare» spiegò
Martewall. «C'era una grotta sulla scogliera collegata a questa galleria. Le barche piccole
potevano arrivare fino alla base della rampa e attraccare. Poi da li a piedi si saliva fino
alla corte esterna, attraverso questa porta».
«E il pozzo?»
«E stato costruito per due motivi: da un lato consente di attingere l'acqua del mare,
non è buona da bere ma in casi di incendio fa sempre comodo. Dall'altro lato è un
passaggio segreto, adatto per evenienze come questa. Inizialmente conduceva qui e poi
al molo sul mare, poi però la parte di galleria che perfora la scogliera è crollata e non è
più stato possibile ripristinarla. La via dal mare è ostruita e adesso vi filtra solo l'acqua.
Il passaggio del pozzo ora conduce solo fino alla corte esterna».
«Peccato, ci avrebbe fatto comodo fuggire dal mare» commentò Ian.
«Dovremo arrangiarci. Sei tu quello delle fughe avventurose, no? Fatti venire un'idea
quando saremo fuori da qui».
Ian sospirò seccato. «Tu portami fuori dalla postierla di cui parlava tuo padre e poi
capirò il da farsi».
«Ho i miei dubbi» disse Martewall, lapidario, ma poi socchiuse la porta e uscì alla
luce.
Li accolse una costruzione in legno, nella quale regnava un odore penetrante e
inusuale. La luce filtrava da piccole finestre con grate fittissime e dalle fessure tra le assi
del tetto. Ian vide i trespoli e le alcove imbottite di paglia e capì di essere nella falconaia
del castello. Fu sorpreso di trovarsi in un ambiente chiuso e non direttamente nella corte
esterna dei maniero, ma poi comprese che, una volta venuta meno la funzione ufficiale
del tunnel che portava al mare, i padroni del castello si erano premurati di nascondere a
occhi estranei l'ingresso di quello che ora era unicamente un passaggio segreto.
L'americano notò anche che non c'erano falchi sui trespoli né uova o femmine nelle
alcove. Sulle prime pensò che i vincitori fossero già passati da lì a fare razzia senza
accorgersi della porta segreta, ma poi, valutando meglio le condizioni dell'ambiente, si
accorse che la falconaia doveva essere vuota da tempo, forse da anni.
«Mio fratello Peter non amava la caccia, come tutte le altre attività da cavaliere» disse
Martewall all'improvviso e aveva il tono di chi si abbandona per un istante ai ricordi.
«Mio padre invece è malato da troppo tempo per andare a caccia col falcone. Desideravo
riempire di nuovo questa falconaia, ma non avrei mai immaginato che saresti stato tu il
primo falco a entrare qui dentro».
C'era una nota molto amara nella sua voce, per questo Ian non replicò. Cercò di
immaginarsi invece cosa dovesse provare il suo accompagnatore, costretto a fuggire e
abbandonare la sua casa in mani nemiche, senza sapere quando vi avrebbe fatto ritorno.
Ian conosceva bene la sensazione di vuoto che si provava al pensiero di aver perso
tutto ciò che è caro e la riconobbe nel tono di Martewall.
Assurdamente, provò un sentimento di compassione istintiva per il suo nemico. Poi lo
cacciò, scuotendo la testa: l'ultima persona al mondo per cui voleva provare compassione
era proprio Geoffrey Martewall. Non dopo tutto quello che aveva fatto a lui e a Daniel.
«Se hai finito con la nostalgia e i ricordi, possiamo anche uscire da qui. Ci stanno
sempre dando la caccia» esortò, brusco.
Martewall gli rivolse un'occhiata furente, ma non replicò.
La falconaia dava sulla corte esterna attraverso un semplice portone di legno. Dal
momento che non c'erano animali all'interno, la porta non era sprangata e perciò cedette
a una lieve pressione della mano.
Martewall sbirciò fuori per primo.
Oltre il portone si estendeva la corte esterna del maniero, striata da ombre lunghe. Il
tramonto era ormai avanzato e la luce si affievoliva in fretta. Presto sarebbe stato buio
completo.
In condizioni normali, il castello sarebbe andato via via quietandosi con il calare del
sole, per rimanere nel silenzio totale durante la notte, in quel momento invece si udivano
in lontananza richiami agitati, insieme al rumore di uomini armati in movimento.
La notizia della nostra fuga si è diffusa, osservò Ian e nel contempo si chiese se
Hector fosse sopravvissuto o si fosse sacrificato per coprire le spalle a Martewall. Di
certo aveva dato prova di grande fedeltà al suo signore.
Il pensiero gli corse d'istinto a Daniel, anche lui rimasto al castello, in ostaggio, per
consentire al suo compagno d'armi di fuggire.
Per il momento, l'allarme sembrava ancora lontano da quella zona del castello. I
vincitori non avevano scoperto l'esistenza del passaggio segreto e perciò stavano
sicuramente cercando i fuggitivi nel cortile interno e nella torre nord, chiedendosi come
avessero fatto a scomparire.
Da dove si trovava, fermo dietro le spalle di Martewall, Ian scorgeva un ampio tratto
della cinta muraria intermedia e vide che sugli spalti, almeno in quel punto, non c'erano
ancora sentinelle. Cinque soldati, però, sostavano nella corte, armati di tutto punto.
Sembravano aver terminato una perlustrazione, perché erano riuniti a scambiarsi
informazioni e di tanto in tanto alzavano gli occhi a controllare le mura e le torri. Tutti
indossavano le divise rosse dei mercenari del re.
Per qualche attimo Ian sperò che i soldati si convincessero che in quella zona della
corte non c'era nulla di sospetto e se ne andassero, ma rimase deluso. Da dov'era poteva
vedere chiaramente una postierla nelle mura e quindi i soldati erano lì di guardia. Non
avrebbero lasciato incustodita quell'uscita, specie ora che si sentivano suoni allarmanti
provenire dal resto del castello.
«Presto qualcuno verrà a informarli della nostra fuga» disse Martewall sottovoce.
«Dobbiamo muoverci adesso, prima che ne arrivino altri».
Ian annuì, rassegnato all'inevitabile. Meglio due contro cinque che due contro venti, si
disse come magra consolazione.
Martewall si armò con la spada nella mano destra e il pugnale nella sinistra.
Ian fece altrettanto.
I soldati erano ancora fermi in gruppo, a parlare tra loro indicandosi a vicenda punti
diversi del maniero. Ascoltavano con preoccupazione i suoni che sentivano provenire da
lontano, ma non tenevano d'occhio la falconaia. In quella zona della corte erano presenti
altri edifici di servizio, tutti costruiti in legno, per lo più magazzini di fieno e altre
risorse, e la falconaia era soltanto una porta in più tra le altre.
Approfittando delle ombre fitte gettate dal sole ormai bassissimo, Martewall uscì
dall'edificio, corse per un breve tratto tenendosi basso e rasente alle costruzioni, poi
scattò veloce.
I soldati lo videro arrivare in quell'istante: alcuni ebbero esclamazioni di sorpresa,
quelli di spalle si girarono. Martewall piombò addosso al primo e gli sferrò un colpo
violento al braccio destro che stava per impugnare la spada. L'uomo gridò e barcollò
all'indietro, tenendosi con l'altra mano il braccio sanguinante, ormai inservibile.
I rimanenti quattro soldati avevano potuto alzare le loro armi, spade e asce, ma nel
frattempo era arrivato anche Ian.
L'americano si lanciò sui nemici con il coraggio della disperazione. Tenne a bada le
loro armi con la spada e il pugnale e per qualche istante riuscì ad affrontare due
avversari contemporaneamente.
Martewall non fu da meno e impegnò altri due avversari.
I soldati però non avevano intenzione di rischiare contro due cavalieri. Quello col
braccio ferito abbandonò presto la mischia per correre verso la parte centrale della corte,
oltre l'angolo del maniero, là dove sicuramente erano riuniti i compagni e i soldati di
Murrow.
«Allarme! I prigionieri stanno fuggendo!» gridò, poi la sua voce si spense in un
rantolo, quando il pugnale di Martewall lo raggiunse alla schiena con un lancio
impeccabile, piantandosi nella carne fino all'impugnatura.
Il soldato cadde bocconi e non si rialzò più. Il cavaliere inglese si girò per affrontare
gli altri due soldati, dai quali era riuscito a disimpegnarsi per un istante.
Ian tenne a bada a stento i due che lo incalzavano, la sua spada stridette sotto i colpi
dei nemici. Tentò di fermare un fendente che gli arrivò di lato, ma la spada si spezzò a
metà, troncata di netto da un colpo brutale d'ascia.
Il giovane riuscì a fare un balzo per evitare di essere colpito al fianco, nel contempo
dovette difendersi dal secondo soldato che tentò di assalirlo dall'altro lato. Lo tenne
indietro con un colpo di pugnale vibrato alla cieca, poi schivò un ennesimo affondo
dell'altro avversario, che mirava alla testa. Si chinò, lasciando che l'ascia gli sfrecciasse
sopra, poi si rialzò di scatto e sferrò un violento sinistro sul volto dell'uomo, con la mano
che ancora stringeva l'impugnatura della spada spezzata.
Il soldato vacillò e perse la sua arma, mentre Ian lanciava un grido strozzato per il
dolore lancinante che gli attraversava mano e polso. Lasciò cadere il moncherino della
spada, ma ebbe comunque la prontezza di riflessi di affondare il pugnale. Il nemico
crollò al suolo con una ferita mortale in pieno petto.
L'altro soldato però aveva potuto farsi sotto, approfittando del fatto che Ian era
impegnato a tenere a bada il compagno. L'americano se lo trovò davanti all'improvviso e
non poté evitare la sua lama. Fortunatamente la cotta di maglia resistette e gli riparò il
fianco, eppure il colpo respinse comunque indietro il giovane, impedendogli di usare il
pugnale per difendersi. Ian strinse i denti e sferrò dal basso un calcio al braccio
dell'uomo, che tentava un nuovo affondo. Con un'esclamazione di sorpresa, il soldato si
vide strappare di mano la spada, che volò in aria tracciando un arco.
Una figura nera l'afferrò al volo, comparendo all'improvviso nel campo visivo, poi
compì un guizzo con la spada del soldato incrociata a lama di forbice insieme a quella
che teneva già nell'altra mano.
Uno stridio rapido, metallo su metallo.
La testa del soldato cadde rotolando fino ai piedi di Ian.
Il giovane tentò invano di deglutire, mentre la gola gli si strozzava a quel macabro
spettacolo. Alzò gli occhi e vide Martewall con una spada in ogni mano, fermo a fissare
il corpo del soldato senza testa.
Come Ian, anche l'inglese ansava pesantemente e aveva il volto sudato per lo sforzo,
ma alle sue spalle c'erano solo cadaveri.
Tutti i soldati erano morti.
I due cavalieri si scambiarono un'occhiata, in silenzio, e Ian si rese conto
all'improvviso che Martewall era armato più di lui ed aveva dato prova di un'abilità
eccezionale con quell'ultimo colpo. Se avesse deciso in quell'istante di regolare i conti
con il suo sgradito compagno di viaggio, Ian avrebbe avuto la peggio.
L'americano vide lo stesso pensiero passare negli occhi grigi del suo nemico, che però
abbassò le spade.
Ian nascose un sospiro di sollievo e mantenne un'ostentata sicurezza. «Complimenti»
disse, accennando con un certo ribrezzo al soldato senza testa e alla pozza di sangue che
si stava allargando al suolo.
«Andiamo via» replicò Martewall per tutta risposta e lanciò a Ian una delle due spade,
prima di recuperare un pugnale e un fodero per la spada dai soldati uccisi e girarsi verso
la postierla. Ian notò che l'inglese si stringeva con la mano il braccio dolorante da giorni.
Anche lui però fece una smorfia di dolore quando si chinò per procurarsi a sua volta
un fodero per la spada. Il fianco colpito faceva male, ma ancor più doleva la mano
sinistra. Il dito medio e l'anulare formicolavano, quasi intorpiditi, e Ian si rese conto di
muoverli con difficoltà. Spero che non ci sia niente di rotto, si augurò, ma con poca
fiducia, considerato il dolore che gli pulsava anche nel polso.
Si allacciò con fatica il fodero in cintura e vi infilò la spada, poi corse dietro a
Martewall, che era già accanto alla postierla: un piccolo ma solido portone di legno e
ferro, appena sufficiente a lasciar passare un paio di uomini alla volta e senza cavalli.
«Renditi utile» ordinò l'inglese e accennò alla pesante sbarra che sprangava il portone,
infilata in due appositi supporti di metallo sporgenti dal muro. La sbarra era grossa
quanto un giovane tronco, sbozzato in forma quadrata, e sembrava pesantissima. Un
uomo solo non sarebbe mai riuscito a smuoverla e Ian si augurò che due uomini fossero
sufficienti a farlo, altrimenti la fuga avrebbe conosciuto una fine prematura.
Martewall afferrò una parte della sbarra, Ian fece altrettanto, ma gli sfuggì
un'imprecazione istintiva quando il dolore gli si propagò nella mano e nel polso sinistro,
costringendolo a mollare la presa. Ignorando lo sguardo indagatore di Martewall, il
giovane americano cambiò posizione per chinarsi sotto la sbarra e spingere verso l'alto
con la spalla senza usare la mano dolorante.
I due dovettero fare uso di tutta la forza di cui disponevano, ma alla fine la sbarra si
sollevò dalla sua sede e uscì dai supporti cigolando. La lasciarono cadere a terra con un
mugugno dovuto allo sforzo. Poi Martewall tirò il portone e lo apri, rivelando un tunnel
buio che entrava nelle mura.
«Speriamo che la seconda sbarra sia meno pesante da spostare» brontolò Ian, sapendo
che l'altra estremità del tunnel era sicuramente chiusa da un portone identico a quello
appena aperto con tanta fatica, e nel contempo si strinse il polso dolorante nell'altra
mano. «Che hai da guardare?» domandò poi, brusco, a Martewall, fermo sulla soglia del
tunnel.
«Niente» replicò l'inglese. «Notavo solo che, per essere un francese, imprechi d'istinto
nella mia lingua con molta naturalezza: si vede che le parole sassoni ti vengono meglio
di quelle normanne, quando sei adirato».
Ian sentì un brivido segreto a quell'osservazione, sapendo di aver fatto un passo falso
che poteva tradirlo. Martewall comunque non gli diede tempo per ribattere perché
s'infilò nel tunnel dietro la postierla e scomparve nel buio.
Maledicendo lo spirito d'osservazione dell'inglese, Ian gli andò dietro, attento a non
commettere altri errori.
Il tunnel era stretto e soffocante, completamente immerso nell'oscurità. I due fuggitivi
dovettero procedere a tentoni con il solo ausilio della luminosità scarsa che veniva dalla
postierla aperta alle loro spalle.
Non avevano il tempo per cercare e accendere una torcia e, d'altra parte, non
sarebbero riusciti a chiudere la postierla dall'interno sprangandola in modo da non far
notare ai nemici la loro via di fuga, perciò si affrettarono il più possibile ad arrivare in
fondo al tunnel per trovare la seconda porta.
Il soffitto era così basso da sfiorare la testa di Ian. Il giovane rabbrividì d'istinto nel
vedere sopra di sé alcune sottili strisce più luminose: erano le assassine, aperte nel
soffitto per consentire alle guardie di tirare con le balestre sui malcapitati che si fossero
trovati nel tunnel indesiderati.
Per qualche istante il giovane temette di sentir sibilare i dardi, ma per fortuna il
cammino rimase silenzioso fino a destinazione.
Il secondo portone era più solido del primo e sprangato con due sbarre poste ad
altezze diverse. Maledicendo in silenzio anche quello, Ian si diede da fare con Martewall
per liberare la strada. Spinsero e tirarono per molti secondi, poi la prima sbarra cadde a
terra.
La seconda invece non ne voleva proprio sapere.
«Da quanto tempo non viene più aperta questa porta?» domandò Ian, ansando, e non
solo per lo sforzo. Passare tanto tempo in quel tunnel angusto e buio gli dava un'ansia
profonda, accentuata dalla consapevolezza che i nemici potevano arrivare da un istante
all'altro e intrappolare i due fuggitivi come topi.
«Da almeno quindici anni, credo» ansimò Martewall in risposta.
«E non era il caso di fare manutenzione un po' più spesso?» Non ci fu replica dopo
quel commento sarcastico.
I due giovani continuarono a spingere e tirare con tutte le forze ancora per
interminabili secondi, poi dovettero desistere, senza più fiato.
«Dannata porta!» esclamò Martewall, aggiungendo furente una sequela di improperi
contro la sbarra recalcitrante. Tentò di sollevare l'ostacolo da solo, con una spallata, ma
ottenne soltanto di farsi male. Ricadde seduto ai piedi della porta con un grugnito di
dolore, massaggiandosi la spalla.
«Rompersi un osso non sarà d'aiuto» lo redarguì Ian, anch'egli seduto a riprendere
fiato.
Martewall respirò a fondo alcune volte prima di rispondergli e nel buio la sua voce
rabbiosa tradì una nota d'angoscia. «Non abbiamo altra via d'uscita se non questa».
«Lo so». Ian tacque qualche istante, poi raccolse le forze e si rialzò. «Riproviamo».
Si rimisero al lavoro, raddoppiando l'impegno, stringendo i denti per avere la meglio.
Quando ormai non ci speravano più, la sbarra si spostò leggermente dalla sua sede.
«Sta cedendo!» esclamò Ian, speranzoso.
Nello stesso istante, dal portone aperto sulla corte interna arrivarono grida lontane e
concitate.
«Ci hanno scoperti!» esclamò Martewall a mezza voce.
Ian sentì il cuore accelerare di colpo. «Forza o siamo finiti!» esortò disperatamente,
ricominciando a spingere la sbarra per smuoverla.
Martewall lo imitò subito.
Sotto i loro sforzi combinati, la sbarra si sollevò ancora un po'.
Le grida, fuori, si avvicinavano. I soldati avevano visto i cadaveri a terra. Da lontano
si urlavano ordini e informazioni. Stavano arrivando.
Apriti maledetta porta! pensò Ian, quasi nel panico.
La sbarra cedette di colpo, uscì del tutto dai supporti e quasi cadde sulle gambe dei
due disperati fuggitivi, che dovettero fare un balzo indietro, poiché non erano preparati a
reggere il suo peso tutto d'un tratto.
Martewall tirò il portone con tutte le sue forze e riuscì ad aprirlo.
Un balzo e i due giovani furono fuori.
La postierla dava sullo scoscendimento che portava al mare, là dove il maniero non
era più protetto dalla terza cinta di mura ma dalla conformazione del terreno, ostacolo
naturale e difesa dall'arrivo di nemici organizzati. Il terreno infatti era così scosceso da
essere impraticabile per i cavalli o qualsiasi altro animale da tiro o da soma. Non
permetteva però nemmeno a due fuggitivi a piedi di allontanarsi di corsa dal castello.
Ian si fermò appena oltrepassata la postierla. «Ma dove diavolo si va da questa
parte?!» esclamò con ansia. «Là davanti c'è solo il mare!»
«Non c'è solo il mare, sbrigati!» Martewall era già corso verso l'inizio della discesa. Si
fermò solo sul ciglio e guardò giù per individuare la strada migliore per scendere.
Ian fece per raggiungerlo, quando avvertì un movimento sopra la sua testa, sulle mura.
Alzò la testa e scorse i soldati affacciarsi dai merli di pietra.
«Giù!» urlò a Martewall, correndogli incontro. L'inglese si voltò in tempo per vedere i
soldati armare le balestre e l'americano gettarsi su di lui con un tuffo disperato. Poi
entrambi finirono rotolando giù dallo scoscendimento.
Fortunatamente il pendio era composto in gran parte da terra friabile, sabbia e ciottoli,
e attutì la caduta. Ian e Martewall si ritrovarono quasi sulla spiaggia, uno sull'altro e
completamente coperti di terriccio e di lividi, ma pressoché incolumi. I dardi di balestra
erano passati fischiando sopra di loro, mancandoli per andare a perdersi nel paesaggio
ormai semibuio.
Tossendo, Martewall sputò la sabbia che gli era finita in bocca. «Rompersi l'osso del
collo non sarà d'aiuto!» protestò, citando il rimprovero rivoltogli da Ian poco prima.
L'altro giovane lo spinse di lato sgarbatamente, per sbarazzarsi del peso che gli
gravava ancora addosso, e si risollevò. «Perdonami se sono stato un po' sbrigativo. La
prossima volta, ti lascerò li a fare da bersaglio» replicò mentre si rialzava e si ripuliva gli
occhi e il volto dal terriccio che anche lui aveva dappertutto.
Avrebbe anche rincarato la dose, ma si trattenne quando vide che Martewall faceva
davvero fatica a rimettersi in piedi e teneva la mano contratta sul braccio ferito. La
sabbia che si era incrostata sulla manica nera della tunica aveva un inconfondibile colore
rosso sangue.
«Ce la fai?» domandò Ian, serio, e d'istinto tese la mano per aiutare il compagno di
fuga.
Martewall esitò un istante, ma poi si risollevò da solo, senza aiuto. «Ce la faccio»
mugugnò a denti stretti.
Ian lasciò ricadere la mano. «Da che parte adesso?»
«Di qua, e in fretta». Martewall si diresse verso sinistra, prima zoppicando, poi,
quando ebbe ripreso sufficiente fiato, correndo. Ian gli tenne dietro e fece in tempo a
sentire le voci dei soldati arrivare sul bordo della discesa appena percorsa a ruzzoloni.
«Ci sono addosso!» disse a Martewall, raggiungendolo dopo una breve corsa.
«Devono ancora scendere alla spiaggia e non credo che saranno disposti a farlo
rischiando qualche frattura come noi due» replicò l'inglese senza voltarsi indietro. «Nel
frattempo noi ci dilegueremo».
«Spiegami come» disse Ian, scettico.
Anche se l'oscurità cresceva in fretta e le ombre diventavano fitte tra i meandri della
costa, la strada continuava a essere accidentata e non consentiva di correre se non per
brevissimi tratti, interrotti da buche e cumuli di terra e pietre. Ogni tanto, inoltre, le onde
del mare arrivavano fino a li a spazzare la sabbia: cancellavano le orme, ma
contemporaneamente rendevano il suolo più cedevole e vischioso e i due giovani vi
affondavano con gli stivali.
«I mercenari di re Giovanni o i soldati di quel cane di Murrow non possono conoscere
questa spiaggia meglio di me, che sono cresciuto qui» continuò Martewall, sempre con
gli occhi fissi davanti a sé come per individuare qualcosa. D'un tratto abbandonò la
spiaggia per inerpicarsi di nuovo su per il pendio, aiutandosi con le mani, nonostante il
braccio ferito.
«Dove stai andando?!» esclamò Ian, senza perdere terreno. Seguì l'inglese su per i
cumuli di pietre e stava per insistere e farsi dare una risposta quando si rese conto che
una delle ombre sulla discesa era diversa dalle altre. Dal basso non era possibile
distinguerla, ma si trattava dell'ingresso di una cavità naturale nella roccia, forse una
piccola grotta.
Ian ne ebbe la certezza quando vide Martewall infilarsi dentro quell'ombra e
scomparire dalla vista. Lo imitò e trovò l'inglese sdraiato supino, ansante, in quella che
era davvero una cavità ben mimetizzata nella parete affacciata sul mare.
La grotta non aveva altre uscite e non consentiva a un uomo adulto di stare in piedi in
posizione eretta, ma dal basso era praticamente invisibile per chi non ne conoscesse
l'esistenza e Ian capì che Martewall voleva usarla come rifugio temporaneo per sottrarsi
all'inseguimento dei soldati.
«Io e i miei fratelli ci siamo nascosti qui mille volte quando volevamo sfuggire alla
verga di nostro padre» spiegò l'inglese, senza aspettare altre domande. Si guardò intorno
e aggiunse con un sospiro: «A quell'epoca però, questo posto mi sembrava molto più
grande di così».
Ian si guardò intorno e convenne che il luogo poteva essere un buon nascondiglio, ma
allo stesso tempo non poté fare a meno di pensare che, se malauguratamente qualcuno
l'avesse notato dal basso, quello stesso nascondiglio poteva tramutarsi in una trappola
senza uscita. Non ebbe però il tempo per esprimere a parole quel pensiero, perché dal
basso udì provenire rumori, voci e passi rabbiosi.
Il giovane si accucciò su un ginocchio e trattenne il fiato. Anche Martewall aveva
rialzato la testa e la sua mano era corsa alla spada.
Attesero in silenzio assoluto, con i nervi tesi.
I soldati passarono correndo sulla spiaggia, vociando, imprecando, e proseguirono
oltre. Quando le loro voci si spensero in lontananza, i due fuggitivi ricominciarono a
respirare normalmente.
Martewall riappoggiò la testa a terra e chiuse gli occhi per qualche istante.
«Prima o poi capiranno che ci hanno persi lungo la strada e torneranno indietro a
guardare meglio» osservò Ian.
«Per allora si sarà fatto buio e dovranno munirsi di torce per continuare a cercarci»
rispose l'altro giovane e si risollevò sui gomiti con uno sforzo. «E comunque, io ho fatto
il mio dovere, ti ho portato fuori dalla postierla, adesso tocca a te» sfidò sarcastico. «Sei
l'uomo dalle mille risorse, no? Adesso inventati qualcosa per portarci in Francia».
Pronunciò l'ultima parola come se gli bruciasse la lingua, ma Ian non raccolse la
provocazione e non commentò. Stava pensando piuttosto a come fare per avere aiuto e la
priorità di quel momento era trovare un riparo sicuro, insieme a qualcosa da mangiare.
Anche qualcosa per medicare le ferite, ricordò Ian, sentendo il polso fargli male in
modo perentorio. Martewall era messo anche peggio di lui, nonostante ostentasse un'aria
sprezzante.
Solo dopo aver soddisfatto le prime necessità si poteva pensare a come trovare un
imbarco per lasciare l'Inghilterra e ritornare in Francia. Certo, se Salisbury non avesse
avuto tanto a cuore la segretezza delle sue intenzioni riguardo la ribellione contro re
Giovanni, tutto sarebbe stato molto più facile e i due in fuga avrebbero potuto contare su
un aiuto in più per poter abbandonare incolumi l'isola britannica.
Il pensiero di Salisbury ravvivò per analogia l'ansia per Daniel, rimasto ostaggio nelle
mani di un personaggio tanto calcolatore. Ian non aveva dubbi che, se le cose si fossero
messe male per loro durante la fuga, Salisbury si sarebbe sbarazzato di Daniel senza
pensarci due volte, pur di non compromettere la sua posizione davanti al trono di
Giovanni Senza Terra.
Il giovane si passò la mano sul viso, cercando di trovare la determinazione e la
lucidità necessarie per continuare la fuga senza commettere un solo passo falso.
Niente deve andare storto, si ripeté più e più volte, ma gli fu difficile mettere a tacere
la paura che gli si agitava nel profondo. Si concentrò sui primi problemi da risolvere, per
trovare una soluzione. Nascondiglio sicuro, cibo, medicamenti: al resto avrebbe pensato
subito dopo.
«Dobbiamo arrivare in qualche modo al porto di Dunchester. Solo là posso sperare di
trovare marinai compiacenti che ci imbarchino senza storie sulla loro nave» disse in quel
momento Martewall. «Gli abitanti ci copriranno, quando mi riconosceranno».
«Ma è anche il primo posto dove i nemici andranno a cercarci e puoi stare certo che
terranno d'occhio ogni nave in partenza» obiettò Ian. «Non possiamo presentarci là senza
un piano preciso. Ci staranno già aspettando al varco e io non passo inosservato».
Martewall brontolò qualcosa di incomprensibile, ma poi rimase a rimuginare in
silenzio, per risolvere il problema.
Anche Ian meditò su tutte le possibili evenienze e gli fu chiaro che comunque
avevano bisogno di alleati. Da soli non sarebbero andati molto lontano, stanchi e feriti
com'erano, senza contare il fatto che rischiavano di morire di freddo durante la notte, dal
momento che non potevano nemmeno accendere un fuoco per timore di essere avvistati.
Ian ripensò a come era riuscito a entrare al porto di Glenhaven unendosi a un gruppo
di comuni abitanti del contado che andavano a fare compere al mercato della città.
Subito dopo pensò a come aveva trovato nei giorni precedenti cibo e riparo sempre
grazie ad altri abitanti dei dintorni.
Gli venne un'idea.
«D'accordo. So cosa fare» disse alla fine.
Martewall lo guardò incredulo. «E cioè?»
Ian si risollevò in piedi, tenendosi curvo sotto la volta bassa della grotta. «Per prima
cosa, andiamo a Willingham».
Capitolo 26
Daniel aveva visto tornare sir Gorvenal nel cortile, preceduto di corsa da un soldato.
«I prigionieri sono fuggiti!» aveva annunciato quest'ultimo, trafelato, e nel cortile si
erano alzate voci concitate e di toni opposti tra di loro. I soldati del re avevano imprecato
di rabbia e subito si erano organizzati per cominciare la caccia, i vinti avevano esultato
sfrontatamente, inneggiando al giovane signore di Dunchester che aveva beffato i
vincitori.
Daniel era balzato in piedi, con un tuffo al cuore.
Sir Gorvenal gli aveva lanciato un'occhiata da lontano, ma poi si era rivolto a Nigel
Murrow, che gli era corso incontro. «Geoffrey Martewall e gli altri due sono riusciti a
scappare. Voglio tutti i vostri uomini a disposizione per inseguirli!» gli aveva detto,
brusco, prevenendo ogni domanda. «Non possono essere ancora usciti dal castello:
setacciate ogni angolo!»
«Ma come hanno fatto a...!» aveva esclamato il barone adolescente, esterrefatto.
«Vi volete muovere?! Non c'è tempo per le spiegazioni adesso!»
Murrow si era messo quasi sull'attenti ed era corso a dare gli ordini ai suoi uomini.
«Questo vale anche per voi!» aveva aggiunto Gorvenal, rivolto ai mercenari che lo
fissavano con rabbia e accusa.
Tutti gli armati si erano subito messi in azione e in breve il cortile era stato
sgomberato dagli ultimi prigionieri, ancora riuniti, per lasciare spazio alle operazioni dei
soldati. I servi e i funzionari di Dunchester erano stati spinti dentro il maniero, gli
ufficiali e i soldati sconfitti legati saldamente per essere condotti nella corte esterna e
rinchiusi da qualche parte.
«Tenete d'occhio costui con particolare attenzione» aveva ordinato Gorvenal ai soldati
che sorvegliavano Daniel. «Non voglio perderlo di vista un solo istante».
I soldati avevano sguainato le spade, pronti a tutto. Gorvenal si era allontanato per
andare a riferire a William Lunga-Spada quanto era accaduto.
Daniel aveva dovuto sedersi di nuovo sul gradino alla base del pozzo, aspettando,
ascoltando con trepidazione ogni suono d'allarme proveniente dal maniero.
Erano trascorsi così molti minuti, senza novità, in bilico tra l'ansia per Ian e la
speranza che ce l'avesse fatta davvero a fuggire.
Quando ormai Daniel cominciava a sentirsi confortato dalla mancanza di notizie, un
grido di esultanza si propagò per il cortile.
«Ne abbiamo preso uno!»
Daniel balzò di nuovo in piedi, ma non poté fare un passo, minacciato dai soldati che
lo sorvegliavano ancora.
Anche sir Murrow era ricomparso nel cortile insieme ad alcuni armati, attirato dal
clamore.
Con il cuore in gola, Daniel vide un gruppo di mercenari trascinare qualcuno di peso
verso il giovane barone. Ringraziò il cielo quando capì che non era Ian, ma subito dopo
riconobbe Hector e vide con angoscia che l'uomo era coperto di sangue.
I mercenari lo buttarono nella polvere con violenza. Il cavaliere era ancora vivo, ma
non aveva più la forza di risollevarsi nemmeno sulle braccia. Era stato ferito con un'arma
da taglio, poiché aveva una lacerazione evidente su una spalla, ma addosso portava
anche i segni di un pestaggio violento.
«Questo cane ha finito di correre!» esclamò uno dei mercenari con sarcasmo,
allungando un calcio nel fianco al prigioniero sfinito.
Hector emise un gemito strozzato ma non poté reagire.
Sir Murrow fece un passo indietro con raccapriccio, senza sapere che dire.
«Basta!» intimò al suo posto Daniel, rabbiosamente.
Uno dei soldati che lo sorvegliavano lo afferrò per un braccio per impedirgli di fare
mosse impreviste. Daniel esitò una frazione di secondo, ma poi lo sdegno fu dieci volte
più forte della prudenza.
Il giovane affrontò il soldato con ferocia. «Toglimi le mani di dosso! Sono un
cavaliere e un ostaggio importante del tuo padrone. Toccami di nuovo e ti farò staccare
le mani».
La minaccia così decisa fece impressione e il soldato mollò la presa d'istinto.
L'approccio a muso duro funzionava e Daniel capì di avere una minima, insperata
autorità. Se non altro, almeno gli uomini di Salisbury gli dovevano rispetto per via della
sua posizione di ostaggio speciale.
«E qualcuno fermi quegli aguzzini!» ordinò il giovane agli altri soldati che gli stavano
intorno. «O volete stare a guardare mentre massacrano un uomo indifeso?! Siete tutti
bastardi o vigliacchi?!»
Gli armati si guardarono l'un l'altro, ma poi si voltarono verso Murrow, i suoi uomini
e i mercenari.
«Lasciate stare il prigioniero. Lo prendo sotto la mia custodia» si affrettò a ordinare il
giovane barone ai mercenari.
Questi mugugnarono ma non infierirono più su Hector. Uno di loro sputò a terra con
spregio.
Daniel si staccò dal pozzo per raggiungere i mercenari con decisione. I soldati di
Salisbury gli rimasero incollati alle costole con le spade pronte, ma nessuno osò fermare
il giovane quando si chinò su Hector per risollevarlo da terra.
Persino i mercenari furono costretti a farsi di lato, perché i soldati di Salisbury fecero
loro capire con le lame di dover stare alla larga da Daniel. L'americano s'inginocchiò per
aiutare Hector a mettersi almeno seduto, ma l'uomo gli ricadde sfinito sul petto e dovette
sorreggerlo per non farlo cadere.
La ferita alla spalla era molto brutta e perdeva sangue copiosamente. Serviva un
medico e anche molto in fretta, capì Daniel, trovandosi le mani completamente bagnate.
«Ordinate che qualcuno venga a curarlo, non vorrete lasciarlo morire dissanguato!» disse
il giovane a Murrow.
«Avete sentito? Chiamate qualcuno per curarlo!» ripeté il ragazzo ai suoi soldati,
ritrovando lo zelo.
Imbecille, pensò Daniel.
Hector tossì debolmente tra le sue braccia, poi rialzò gli occhi su di lui. «... ils soni
hors du chàteau15...» disse sottovoce, nel suo francese aspro di fiammingo. Lo sguardo
ebbe un lampo di soddisfazione, nonostante il dolore.
Daniel annuì. «Grace à votre sacrifice.16»
Con le ultime forze, Hector fece un mezzo sorriso.
Speriamo ne sia valsa la pena, si augurò Daniel, correndo col pensiero a Ian in fuga e

15 «... sono usciti dal castello...»


16 «Grazie al vostro sacrificio».
a tutto ciò che poteva aspettare lui e Martewall fuori dal maniero.

***

I soldati del re stavano battendo palmo a palmo tutto il circondario, con torce, cavalli
e cani.
Fortunatamente la deviazione lungo la spiaggia costantemente battuta dalle onde aiutò
i due fuggitivi a far perdere le tracce sottraendosi all'olfatto dei cani, ma il tratto che
dovevano percorrere per allontanarsi dal maniero era comunque circoscritto, dal
momento che la via per mare non era praticabile senza una barca.
I nemici erano consapevoli di questo fatto e si erano sparpagliati a ventaglio su tutto il
tratto di terraferma che da Dunchester proseguiva verso l'interno del paese, perlustrando
con accanimento ogni anfratto.
La posta in gioco era troppo alta: i due fuggiaschi erano troppo importanti e di sicuro i
mercenari del re o sir Murrow non volevano fare la figura meschina di lasciarsi scappare
proprio il giovane padrone di casa, dileguatosi sotto il loro naso insieme a un inaspettato,
maledetto intruso francese.
Ian e Martewall abbandonarono la piccola grotta sulla costa solo dopo essersi accertati
che i soldati non fossero più nei paraggi: li sentirono tornare indietro al calare
dell'oscurità per andare a procurarsi torce e rinforzi, poi i rumori si spensero di nuovo.
Quando furono certi che fuori non ci fosse più nessuno, i due lasciarono la grotta per
inerpicarsi fino alla sommità dello scoscendimento e raggiungere il prato aperto.
Ormai il sole era calato del tutto dietro l'orizzonte per lasciare solo un cielo nero con
nuvole lattiginose, poche stelle e una luna sbiadita. La temperatura, sempre più bassa e
rigida, congelava il fiato e penetrava le vesti fino alla pelle; i due fuggitivi non avevano
mantelli pesanti per ripararsi.
Raggiunta la campagna pianeggiante, i due giovani si acquattarono dietro alcuni
cespugli per osservare il luogo prima di inoltrarsi allo scoperto.
Sullo sfondo della notte, Dunchester era illuminato su tutte le mura da torce irrequiete,
che andavano e venivano in modo concitato. Era spettrale, visto da lontano, ma ancor più
incutevano timore i rumori dei gruppi di soldati che si muovevano per la brughiera, quasi
invisibili nel buio.
Ian esplorò con preoccupazione tutto l'orizzonte per cercare di capire da che parte
arrivassero gli inseguitori. Vide fuochi muoversi nel prato buio, con l'inconfondibile
movimento dovuto al trotto dei cavalli, e sentì l'abbaiare dei cani. «Non dirmi che sono i
segugi di casa tua, quelli che ci danno la caccia» disse a Martewall, ma la sua voce era
più ansiosa che sarcastica.
«Probabilmente sì. Non credo che si siano portati anche i cani da caccia insieme
all'esercito» replicò Martewall, laconico. «Non hanno fatto un grande affare, comunque.
I soli tre segugi rimasti a Dunchester sono vecchi decrepiti e non hanno più il naso
buono».
«Speriamo» mugugnò Ian, per nulla rassicurato.
I due s'inoltrarono per il prato, umido di rugiada, e lo percorsero più in fretta che
poterono, tenendosi bassi tra gli sterpi e i cespugli per non farsi scorgere da lontano.
Fortunatamente la luna era così fioca da non consentire la visibilità a più di qualche
metro di distanza e questo aiutò i fuggitivi a raggiungere il bosco non visti.
In mezzo ai tronchi neri, Ian rallentò momentaneamente il passo per orientarsi ed
esplorare il luogo con lo sguardo. Aveva una vaga idea della direzione da tenere per
tornare al villaggio distrutto di Willingham, ma si rese anche conto di non poter ritrovare
la strada esatta senza l'aiuto di chi conosceva il luogo. All'andata aveva seguito Bull e i
suoi compaesani, ma adesso era in difficoltà a orientarsi nel dedalo di piante e di
cespugli contorti. Nel fitto del bosco, inoltre, il buio era più intenso e rendeva ancora più
difficile il cammino.
Ian si fermò, impotente, temendo di dirigersi dalla parte sbagliata, in bocca agli
inseguitori. «Da che parte si trova Willingham? Tu riesci a orizzontarti?» domandò a
Martewall, quando fu certo di non riuscire a proseguire.
«Che c'è, non trovi più il sud?» L'inglese prese la guida del cammino e gli fece cenno.
«Da questa parte».
S'inoltrarono tra gli alberi in fretta, cercando di fare meno rumore possibile, anche se
sapevano di non poter evitare di lasciarsi alle spalle tracce che sarebbero state senza
dubbio identificate dai cani, vecchi o no che fossero, se solo questi avessero avuto la
ventura di trovarle sul loro cammino.
«Vorrei che si mettesse a piovere, per una volta. Non ho mai visto un inverno così
secco come questo» brontolò Martewall, sapendo che solo la pioggia avrebbe potuto
depistare l'olfatto dei cani in modo irrimediabile.
Anche Ian si trovò a pregare ardentemente per un po' di pioggia, ma le nuvole che si
intravedevano tra le fronde degli alberi sembravano congelate nel cielo e non lasciavano
cadere nemmeno una goccia.
Il buio del bosco era soffocante e spaventoso: a ogni passo si spezzavano sterpi o
scricchiolavano sassi sotto gli stivali e il rumore sembrava echeggiare ovunque tra le
foglie, amplificato dall'ansia di avere gli inseguitori sul collo.
Il latrato dei cani si udiva di tanto in tanto, portato dal vento leggero, e ogni volta
faceva sobbalzare i due in fuga. Per fortuna rimase sempre un suono lontano e poi, alla
fine, non si udì più.
I due giovani corsero finché poterono, poi camminarono, infine arrancarono per un
tempo che sembrò loro infinito. ' Il freddo si fece opprimente, insieme alla stanchezza.
Ian si trovò a rabbrividire sempre più spesso, e sempre più violentemente, nonostante
continuasse a camminare senza sosta, con le gambe pesanti. Cercò di sfregarsi le braccia
con le mani per generare calore, ma il dolore al polso sinistro gli strappò una smorfia. Le
due dita centrali della mano erano quasi insensibili e si piegavano a stento.
Devono essere rotte davvero, pensò Ian con lucida consapevolezza, ma continuò ad
andare avanti, sempre seguendo Martewall.
Il cavaliere inglese non parlava più da un bel pezzo. Adesso si teneva la mano
costantemente premuta sul braccio ferito e il suo passo era sempre più faticoso.
Su entrambi i giovani, la cotta di maglia pesava come un macigno.
Ian perse la cognizione del tempo, sostituita dall'angoscia di essere braccato. Quando
ormai non ci sperava più, sentì aleggiare tra la vegetazione scura l'inconfondibile odore
di cenere e materia carbonizzata.
Ringraziò il cielo in silenzio, nello stesso istante in cui Martewall riprendeva energia e
allungava il passo, dicendo: «Siamo arrivati a ciò che resta di Willingham» .
Subito dopo, alcune ombre armate sbucarono minacciose dalla vegetazione, sbarrando
la strada ai due.
Ian sobbalzò, portò la mano alla spada, ma qualcosa fischiò nell'aria e lo colpì con
precisione e violenza alla spalla. Con un'esclamazione di dolore, il giovane si piegò su se
stesso, barcollando.
Martewall aveva potuto sguainare la sua spada, ma si trovò un forcone puntato sul
petto prima di poter anche solo alzare il braccio.
«Non un passo in più, maledetti!» intimò una voce autoritaria, ma indubbiamente
femminile.
Ian si rese conto in quel momento che la sua cotta di maglia non era lacerata sulla
spalla, nonostante il dolore feroce provocato dall'attacco inaspettato. Non era stata una
freccia a colpirlo ma una pietra. Una pietra da fionda.
Ian aveva riconosciuto anche la voce che aveva intimato l'alt. «Beau! Brianna! Fermi,
per l'amor del cielo!» invocò, intuendo alla fine la situazione.
La donna che minacciava Martewall col forcone spalancò gli occhi attraverso il buio,
quando riconobbe Ian. «Il bel cava liere!» esclamò e subito indietreggiò di un passo,
abbassando la sua rudimentale arma.
Tutto intorno, anche le altre ombre nere fecero altrettanto e si scambiarono sguardi e
frasi sbigottite. Erano uomini e donne di Willingham, armati con bastoni e attrezzi da
lavoro, evidentemente di guardia intorno a ciò che era il loro accampamento per evitare
sgradite sorprese.
Dai cespugli, infine, sbucò Coda di volpe, che corse incontro a Ian, preoccupatissimo.
«Sir Ian! Siete voi?!»
Il giovane americano stava muovendo la spalla per attenuare il dolore dovuto al colpo
di fionda. «Tu e quel tuo dannato aggeggio farete dei guai seri un giorno o l'altro»
brontolò.
Il ragazzino mormorò delle scuse mortificate, quasi nascondendo la fionda dietro la
schiena.
«Cosa fate qui?» aveva intanto domandato Brianna, ma la sua voce era stata coperta
dalle esclamazioni di sorpresa di almeno due compaesani, che avevano riconosciuto chi
stava con Ian.
«Sir Geoffrey Martewall!» disse uno di loro, incredulo. Brianna e Coda di volpe
rimasero senza parole.
La rivelazione fece fare un passo indietro agli altri compaesani. I primi a riprendersi
dalla sorpresa s'inchinarono con rispetto e soggezione.
«Datemi aiuto e asilo per il vostro signore» annunciò Ian a tutti, indicando Martewall.
«I soldati del re ci stanno braccando!»
La frase mise immediatamente in azione il piccolo gruppo di guardie improvvisate.
«Correte a svegliare tutti!» esclamò Brianna. «Dobbiamo nascondere questi due
cavalieri prima che li trovino i nemici!»
«Penso io a far sparire le tracce!» si offrì subito Coda di volpe. «Spargerò molta
cenere sul terreno per confondere il fiuto dei cani. Conosco anche qualche altro piccolo
trucco che dovrebbe funzionare».
Senza aspettare risposta, corse verso il villaggio distrutto, dove avrebbe trovato senza
difficoltà ciò che gli serviva.
«Torniamo anche noi verso i rifugi» esortò Brianna, rivolta ai compaesani. «Per
stanotte raddoppieremo i turni di guardia».
Ian osservò le donne e gli uomini armati ritornare obbedientemente verso Willingham.
«Siete diventata il loro capo, adesso?» domandò a Brianna con ammirazione.
Lei scosse la testa. «Ci mancherebbe. Ve li immaginate gli altri a prendere ordini da
una come me? Ma il fatto è che quasi tutti gli uomini sono partiti con voi verso
Dunchester, sono rimasti solo i vecchi, i feriti e i codardi, e qualcuno doveva pur
rimboccarsi le maniche e organizzare le cose per tirare avanti. Io, mio malgrado, sono
stata anche troppo abituata a farlo».
«Che cosa è successo in questi giorni?» si preoccupò Ian.
«Questo dovrei chiederlo io a voi». La donna guardò entrambi i cavalieri
alternativamente. «La nostra vita non è stata più dura del solito, a parte la fatica per
trovare da mangiare e la paura che i soldati del re tornassero a fare razzie o rappresaglie.
A Dunchester invece non dev'essere andata bene, se voi siete qui, da soli».
Guardò Geoffrey Martewall e aggiunse: «Mi aspetto notizie molto brutte da voi,
signor barone».
Il cavaliere, dovette annuire, con un fremito nella voce. «Dunchester è ora nelle mani
del re. Io non sono più signore di nulla».
Brianna osservò il suo rabbioso dolore. «Capisco» disse alla fine. «E gli uomini del
nostro villaggio? E quelli di Aversly?»
«Sono rimasti intrappolati al castello» rispose Ian. «Molti sono morti durante
l'assedio».
Brianna accettò la notizia, di nuovo in silenzio, e abbassò gli occhi a terra.
«Se vostro marito era tra loro, non ho parole per esprimere il mio rammarico»
aggiunse Martewall, sincero.
La donna scosse la testa e gettò indietro la massa di capelli color fuoco con un gesto
brusco. «Il mio uomo è morto molto prima di ora, non preoccupatevi per me. Al
villaggio comunque troverete molte altre famiglie, mogli e figli, a cui spiegare l'accaduto
ed esprimere tutto il rammarico che vorrete».
«Lo farò, anche se non potrò mai farmi perdonare il fatto di essere stato incapace di
difendere la mia gente» replicò il cavaliere con onta.
Brianna non replicò. «Venite a farvi curare, signor barone, state sanguinando» disse
semplicemente. «Anche voi, sir Ian, vedo che avete una mano gonfia. Poi penseremo al
da farsi».
Prima di seguire la donna, Martewall lanciò un'occhiata cupa all'altro giovane. «"Sir
Ian", eh?» disse, ripetendo l'epiteto usato solo un attimo prima anche da Coda di volpe.
«Davvero tu cambi pelle come un serpente. Ne mostri una diversa a chiunque ti
incontri».
Ian non gli rispose nemmeno e s'incamminò dietro a Brianna.

***

La stanza al secondo piano del mastio in cui Daniel venne condotto era la stessa che il
giovane aveva condiviso con Ian nei giorni precedenti. L'unica differenza fu che la porta
venne sprangata dall'esterno e controllata dai soldati di William Lunga-Spada.
Rimasto solo, l'americano andò a guardare fuori dalla finestra stretta e priva di vetri,
che dava sul cortile.
Il luogo adesso era quasi silenzioso, illuminato solo dalle torce che le sentinelle
tenevano con sé. Anche dall'alto e con quella scarsa luce, però, Daniel poteva vedere il
punto in cui il terreno era sporcato da una macchia scura, causata dal sangue di Hector.
Speriamo che stia meglio, si trovò ad augurarsi Daniel, pensando al cavaliere e
gettando lo sguardo verso la porta che dal cortile conduceva nelle segrete del maniero,
ora sorvegliata da uomini con le divise rosse o blu.
Per ordine di Murrow, il luogotenente di Martewall era stato rinchiuso nei sotterranei,
nonostante le sue condizioni critiche, e Salisbury non aveva obiettato troppo,
probabilmente per non concedere ulteriori favoritismi ai prigionieri e rendersi sospetto
agli occhi di tutti quelli che lo credevano un leale servitore di re Giovanni.
Daniel però aveva insistito per assistere alla medicazione a cui era stato sottoposto il
fiammingo ferito e non si era lasciato condurre via finché non era stato sicuro che la
ferita fosse ricucita a dovere, con tutte le cure necessarie per impedire che si infettasse.
Aveva ottenuto che Hector fosse almeno rinchiuso nella stessa cella con Kerwick e
Ewen, perché i suoi compagni potessero prendersi cura di lui, e quando era stato
costretto a lasciarli aveva ricevuto le occhiate riconoscenti dei cavalieri di Dunchester.
Adesso Daniel si ritrovava solo, a rimuginare su cosa avrebbe riservato il futuro.
Su un tavolino gli era stata portata la cena, ma il giovane non vi badava. Guardava
fuori e avrebbe dato qualsiasi cosa per poter vedere il panorama oltre il castello.
Chissà dov'era Ian e se stava riuscendo davvero a sfuggire alla caccia serrata degli
inseguitori. Il fatto che per ora nessuna novità fosse venuta turbare il silenzio nervoso del
castello sembrava confermare l'ipotesi.
Daniel fece un rapido conto mentale: per arrivare in Francia, raggiungere Chàtel-
Argent e ritornare indietro ci sarebbero voluti alcuni giorni, forse addirittura una
settimana.
Che cosa faccio io nel frattempo? si domandò nervosamente Daniel.
La relativa remissività con cui Salisbury aveva accettato la sorte di Hector non gli era
piaciuta affatto: gli aveva fatto capire che il conte inglese non avrebbe alzato un dito per
i prigionieri, se questo poteva mettere in pericolo le sue trame segrete.
Il giovane non aveva dubbi che, se solo il pericolo fosse diventato troppo alto, Lunga-
Spada non avrebbe esitato a sacrificare anche i cosiddetti "ostaggi importanti",
nonostante ciò che poteva aver promesso a Ian.
E io sono qui intrappolato senza poter fare niente, si disse Daniel con rabbia e guardò
giù. Da quella finestra isolata e senza appigli non c'era modo di fuggire inosservato,
tanto più che si affacciava proprio su uno dei punti più sorvegliati del castello.
Frustrato, si ritirò dalla finestra e ne chiuse l'imposta accuratamente, rimanendo con la
sola luce della lampada. Andò a sedersi sul letto e alzò una mano aperta davanti a sé.
«Help» chiamò sottovoce, badando bene a non farsi sentire dai soldati fuori dalla porta.
Hyperversum non diede il minimo segno di risposta.
Per puro scrupolo, Daniel tentò tutti i comandi che conosceva, prima di lasciar
ricadere la mano e chinarsi ad appoggiare i gomiti sulle ginocchia.
Il pensiero gli corse a casa, a quello che poteva essere successo se la sua famiglia
aveva scoperto la sua sparizione. Di là forse erano passate solo ore, forse nessuno aveva
ancora scoperto niente. Forse, invece, avevano scoperto tutto, ma non potevano fare
nulla per lui.
Intrappolato di qua per sempre. L'idea lo sfiorò e, come ogni volta, gli fece paura.
Lui non era come Ian, non avrebbe mai fatto la stessa scelta e non voleva finire i suoi
giorni nel Medioevo.
Soprattutto, aveva lasciato dall'altra parte la donna che amava. Sentì prepotentemente
la mancanza di Jodie e capì più che mai cosa doveva aver provato Ian quando credeva di
essere stato separato per sempre da Isabeau. Era un vuoto atroce nel petto.
Daniel strinse i pugni con tutta la forza che trovò. Maledetto gioco, non mi separerai
dal resto della mia vita, promise con la rabbia dettata dall'angoscia. Giuro che troverò il
modo di farmi obbedire da te, a qualsiasi costo! Uscirò da qui e tu non avrai più potere
sul mio destino!
Un suono di corno, fuori dalla finestra, annunciò il cambio della guardia sulle mura.
Capitolo 27
L'arrivo al villaggio semidistrutto di Willingham svegliò il resto degli abitanti chiusi
al riparo dei rifugi. La notizia aveva fatto il giro dell'accampamento con scalpore, anche
in piena notte: Dunchester era caduta nelle mani dei re, il giovane barone era fuggito e
ora cercava salvezza tra i suoi sudditi.
L'arrivo al villaggio semidistrutto di Willingham svegliò il resto degli abitanti chiusi
al riparo dei rifugi. La notizia aveva fatto il giro dell'accampamento con scalpore, anche
in piena notte: Dunchester era caduta nelle mani dei re, il giovane barone era fuggito e
ora cercava salvezza tra i suoi sudditi.
Martewall e Ian furono accolti da quasi tutti gli abitanti; quelli che si erano svegliati si
stavano radunando da ogni lato dell'accampamento.
Ian salutò le facce più note e si sentì osservato con sbalordimento. La gente del
villaggio l'aveva riconosciuto subito, ma nessuno di loro si aspettava di rivederlo con
tanto di cotta di maglia addosso e per giunta in compagnia del barone di Dunchester.
Non erano servite parole per rendere chiaro a tutti che lo straniero era un cavaliere.
Martewall si guardava intorno con sentimenti diversi dipinti sul viso. Osservava
soprattutto i rifugi di fortuna eretti tra le macerie di quelle che erano state le case del
villaggio e i segni ancora evidenti della rappresaglia dei mercenari del re.
«Maledetti... Come hanno osato fare una cosa simile?» lo sentì dire Ian, sottovoce ma
in tono furente.
Anche l'americano provava rabbia, nonostante avesse già potuto vedere in passato la
situazione del povero villaggio. Nei pochi giorni trascorsi da quando l'aveva lasciato, la
gente si era data da fare per migliorare i rifugi e le capanne, ma non era riuscita a fare
molto. Il rigore dell'inverno aveva reso più insopportabile il clima e più scarse le risorse,
inoltre mancavano le braccia maschili per i lavori pesanti. Adesso, facce spaurite
fissavano i due cavalieri fuggiaschi, soprattutto Martewall, con un misto di
preoccupazione e disperazione. Sape vano che il loro signore non poteva più aiutarli e
temevano per il futuro.
«Alla fine abbiamo deciso di rimanere qui. E dove altro potevamo andare?» spiegò
Brianna ai due cavalieri. «Mio figlio e alcuni ragazzi hanno arrischiato un paio di sortite
verso Dunchester per scoprire cosa stesse accadendo laggiù, ma per poco non sono stati
scoperti e catturati dai soldati del re e perciò abbiamo proibito loro di andare. Per fortuna
hanno avuto il buonsenso di ascoltarci».
Per fortuna davvero, pensò Ian, considerando la situazione critica che si era venuta a
creare intorno al maniero conquistato.
«Ora a Dunchester non si combatte più» rivelò il giovane. «Il castello è nelle mani del
conte di Salisbury e di sir Murrow».
«Sir Murrow di Glenhaven? Il barone confinante?» domandò Brianna, sorpresa, e la
notizia suscitò grande apprensione, specie tra gli abitanti di Aversly, che era appunto
sotto la giurisdizione di Murrow.
«Davvero non ha perso tempo prima di farsi avanti» considerò ancora Brianna.
«Un vero avvoltoio» convenne Ian. «Ha pugnalato alle spalle Dunchester che, da
quanto ho capito, è sempre stato suo alleato».
Martewall non aggiunse nulla a quel commento, ma la sua espressione era scura in
modo eloquente.
«Quel ragazzo se ne pentirà prima o poi» disse Brianna, riferendosi a Murrow. «Ha
lasciato un alleato leale per scegliersene uno infido: re Giovanni concede e toglie i suoi
favori a seconda dell'umore».
Ian rimase in silenzio ma era d'accordo con lei, specie sapendo cosa avrebbe portato la
futura rivolta dei baroni.
Nel centro del villaggio era stato acceso un grande falò per fare luce e generare calore.
I due fuggitivi furono fatti accomodare su alcune pietre poste come sedili li accanto e
ricevettero subito acqua e pane con un po' di formaggio per rifocillarsi.
«Possiamo uccidere una gallina e arrostirla per voi, signore» propose con premura una
vecchia donna mentre porgeva da bere a Martewall, ma il cavaliere rifiutò. «Tenete il
cibo per chi ne ha più bisogno. A noi basterà un po' di pane».
Un'altra donna si era invece accostata per prendersi cura del braccio sanguinante del
giovane. Martewall si lasciò scoprire la spalla e la ferita che si era riaperta nelle ultime
ore travagliate. Nel contempo gli altri abitanti, quasi tutti donne, vecchi e feriti, si
affollavano intorno a lui per avere notizie dell'assedio e dei compaesani, amici e
familiari rimasti intrappolati a Dunchester.
Ian seguì la conversazione in silenzio, lasciando che fosse Martewall a spiegare alla
sua gente quanto era accaduto e cosa li avrebbe attesi nel prossimo futuro.
Lo sentì cercare di tranquillizzare i più spaventati, consolare chi temeva per la sorte di
un fratello, di un marito o di un figlio partito per la battaglia, e assicurare a tutti gli altri
che Salisbury sarebbe stato un signore giusto e clemente, che non avrebbe permesso
ulteriori rappresaglie contro la popolazione.
«Almeno così mi auguro» concluse amaramente Martewall. «Il conte di Salisbury è
un uomo d'onore e non è un sanguinario, non perseguiterà i vinti».
Ian non disse nulla, sperando che Martewall avesse davvero ragione. Come quasi tutti
gli abitanti del villaggio, aveva anche lui una persona cara intrappolata a Dunchester, per
la quale temeva.
«Ma voi, signore, cosa farete adesso?» domandò un vecchio tra gli altri.
Martewall esitò prima di rispondere e lanciò un'occhiata in tralice a Ian.
«Per ora sono costretto all'esilio» replicò, vago. «Se Dio lo vorrà, un giorno ritornerò
alla mia casa».
Ancora una volta, Ian non disse niente. Lasciò che gli abitanti del villaggio lo
guardassero con occhi interrogativi, ma non fece trapelare nulla. Anche Martewall glissò
sull'argomento e non rispose più a ulteriori domande.
Gli abitanti si rassegnarono quindi a ritornare sull'argomento dell'assedio e della
conquista di Dunchester da parte di William Lunga-Spada, sperando di capire cosa
avrebbe riservato il futuro. La discussione andò avanti parecchio, mentre tutti si
sentivano in dovere di esprimere la loro opinione e i loro timori in proposito.
«E voi che parte avete in tutto questo?» domandò Brianna a Ian, in disparte,
distraendolo dalla conversazione. La giovane si era seduta accanto all'americano e aveva
con sé una ciotola d'acqua e un piccolo fagotto di tela.
«Devo accompagnare sir Martewall nel suo viaggio» rispose Ian.
«Non dovevate cercare un amico a Dunchester?»
«L'ho trovato, infatti». Lo sguardo di Ian s'incupì. «E ho dovuto lasciarlo nelle mani
del nemico. Spero di poter tornare al più presto a liberarlo».
«È in ostaggio?» Il tono di Brianna si fece più basso, per non farsi sentire da qualcuno
intorno.
«Purtroppo sì. Ora devo trovare il modo di negoziare il suo riscatto, ma non posso
farlo qui. Devo trovare una nave per attraversare la Manica».
«Andate in Francia?» domandò Brianna con un guizzo d'interesse negli occhi verdi.
«Sì, ma vi prego, non domandatemi di più» rispose Ian, un attimo prima di avere un
sussulto di dolore improvviso.
Brianna gli aveva preso il polso sinistro tra le mani e stava esplorando con fare
esperto la mano e le dita gonfie. «Fa male?»
Ian strinse i denti. «Se non mi vergognassi a farlo, urlerei» ammise.
«Le dita non sono rotte e questa è una buona notizia» prosegui lei, senza alzare gli
occhi dal suo lavoro.
«Meglio cos...»
Ian terminò la frase con un'esclamazione di dolore assoluto, quando Brianna gli
manovrò il dito medio in modo improvviso, facendolo scricchiolare.
«La brutta notizia è che devo rimettervi a posto anche l'altro dito allo stesso modo»
continuò lei, tenendo saldamente la mano del giovane nelle sue per impedirgli di
sottrarsi alle cure.
La seconda volta fu anche peggio della prima, perché Ian se l'aspettava. Si morse le
labbra a sangue pur di non gridare e alla fine si ritrovò con le lacrime agli occhi per il
dolore e la mano immersa nella ciotola d'acqua gelata, mentre Brianna gliela
massaggiava con fare sapiente.
«Presto andrà meglio» lo rassicurò lei, aprendo il fagotto di tela che aveva con sé per
estrarne un vasetto di unguento e alcune foglie. Asciugò la mano di Ian, la spalmò
coscienziosamente con l'unguento, poi arrotolò le foglie intorno alle dita doloranti e
fasciò il tutto con una striscia di tela. «Non togliete la fasciatura per un paio di giorni. Il
dolore diminuirà molto prima del gonfiore».
«Grazie» mugugnò Ian.
Lei lo sbirciò, notando il tono offeso. «Vi ho trattato troppo rudemente? Un cavaliere
grande, grosso e valoroso come voi?»
«Cavaliere o no, fa male e voi non mi avete nemmeno avvertito» protestò il giovane a
mezza voce, per poi rabbonirsi davanti al sorriso ironico della donna. «Scusate, sorto un
ingrato. Grazie, davvero. Sento che va già un po' meglio» disse con riconoscenza
sincera.
«Domani andrà ancora meglio. L'importante è che stiate attento a come usate la mano.
Non fate sforzi per qualche giorno».
Mentre Brianna riponeva i medicamenti, Ian mosse cautamente la mano e vide che
adesso riusciva a piegare almeno un po' le dita. Il polso era sempre dolorante, ma meno
contratto.
«Mangiate qualcosa, adesso» gli disse Brianna e gli porse il pane e il formaggio.
Ian annuì e, mentre mangiava, notò che a Martewall era stata cambiata la fasciatura
sul braccio ed erano serviti anche altri punti di sutura per chiudere la ferita riaperta.
L'americano vide anche che l'inglese ricambiava il suo sguardo, di tanto in tanto, al di
sopra del falò, e capì che vi era un discorso sottinteso tra loro due, solo rimandato.
Martewall l'avrebbe affrontato senza dubbio quando si fossero trovati soli e senza
orecchie indiscrete intorno.
Ian non aveva dubbi su quale sarebbe stato l'argomento: le fasi concitate della fuga
non avevano consentito ai due improvvisati compagni di viaggio di scambiare troppe
parole tra loro, ma Martewall sicuramente voleva dire la sua riguardo l'intrigo che Ian
aveva messo in piedi davanti a William Lunga-Spada, invischiandovi fino al collo sia il
conte di Salisbury sia i baroni di Dunchester.
Ha tutte le ragioni di farmi domande, gli ho ribaltato il mondo sotto il naso, pensò Ian
e faticava ancora a credere di essere riuscito a tanto.
Passò forse una mezz'ora, durante la quale tutti i discorsi via via si quietarono. Gli
abitanti di Willingham ottennero da Martewall tutte le informazioni che riuscirono ad
avere, poi capirono che il giovane barone non voleva più parlare e non osarono più
disturbarlo. In molti si sentirono a disagio a rimanere lì a fissare i due cavalieri mentre
mangiavano e perciò ritornarono ai loro rifugi per riposare qualche ora prima dell'alba.
Intorno all'accampamento vennero raddoppiate le sentinelle e alcuni ragazzi volontari si
allontanarono per sorvegliare un ampio tratto di bosco e avvistare in anticipo gli
eventuali nemici in arrivo. Intorno al fuoco rimase una decina di persone appena.
«Anche a voi converrebbe dormire qualche ora, almeno fino all'alba» disse Brianna a
Ian.
«Non possiamo rimanere qui a lungo» rispose il giovane, di comune accordo con
Martewall. «I soldati del re ci cercano e, anche se momentaneamente siamo riusciti a
sviarli, prima o poi arriveranno fin qui. Molto meglio per voi se scompariamo prima che
ci trovino».
«Ci basterebbe un cavallo per raggiungere in fretta il porto di Dunchester» intervenne
Martewall.
«È il primo luogo in cui vi aspetteranno» obiettò Brianna.
«Ma purtroppo è anche l'unico da cui possiamo fuggire con una nave. Glenhaven è
terra nemica e laggiù avremmo molte più difficoltà».
La donna tacque, meditando. «Potrebbe scortarvi qualcuno del villaggio. Se arrivate al
porto come un gruppo di contadini per il mercato, sarà più facile passare i controlli.
Potremmo travestirvi ad arte».
«Confesso che ci speravo, anche se non osavo chiedervelo» intervenne Ian. «Però sarà
molto rischioso: chiunque voglia aiutarci, deve valutare attentamente i pericoli a cui va
incontro».
Gli uomini rimasti intorno al falò si dichiararono disposti a tutto per aiutare Martewall
a mettersi in salvo, ma Ian accolse le loro offerte temporeggiando per valutare i soggetti
più affidabili. Non voleva mettere in pericolo chi, pur animato da buona volontà, non
aveva forze sufficienti per affrontare un'eventuale situazione critica, ma nemmeno
voleva affidarsi a chi, nonostante le parole spavalde dettate dal momento presente, non
aveva avuto il coraggio di andare a combattere a Dunchester con i ribelli.
«Lasciateci pensare, per ora» disse il giovane a tutti. «Entro domattina decideremo
cosa è meglio fare».
Martewall non aggiunse nulla, dando la sua silenziosa approvazione alla frase.
Mentre la conversazione si divideva e proseguiva a gruppetti di due o tre intorno al
fuoco, Coda di volpe tornò, sbucando dal buio. «Non vi troveranno mai!» annunciò
spavaldo, ripulendosi le mani e persino la faccia da una polvere scura dall'inconfondibile
odore pungente di bruciato. «Tra le altre cose, ho sparso cenere per un bel tratto tutto
intorno al villaggio. Se i cani arriveranno a mettervi il naso sopra cominceranno a
starnutire come matti».
«Con la luce del giorno però i soldati si accorgeranno del trucco e prima o poi
arriveranno fin qui, a chiedervi spiegazioni» obiettò Martewall.
«Per questo ho scelto solo la cenere più scura» si vantò il ragazzino, con aria fiera.
«Entro domattina, si sarà già inumidita abbastanza da confondersi col terriccio del
sottobosco e non si noterà più».
Il cavaliere dovette ammettere che era un buon stratagemma. «Sei un ragazzo sveglio»
commentò.
Coda di volpe gonfiò il petto per la soddisfazione di quel complimento. Andò a
sedersi accanto a Ian e a sua madre, divorato dalla curiosità. «Allora, raccontatemi: cosa
è successo a Dunchester?»
«Niente che sia divertente da raccontare» replicò Ian cupamente. «L'assedio è costato
molte vite e molto sangue».
Il ragazzino si fece serio. «Mastro Bull è ancora vivo, vero?» domandò. «Era partito
con voi, ma non è tornato».
Ian si domandò come stesse il vecchio soldato, che aveva lasciato ferito a Dunchester.
Con tutto quello che era successo non aveva avuto modo di rivederlo, però almeno aveva
saputo da Daniel che non era in pericolo di vita, nonostante la ferita. «Spero che stia
bene. È rimasto intrappolato con gli altri al castello».
«L'ultima volta che sono stato vicino a Dunchester, ho visto divise rosse e blu
dappertutto» continuò il ragazzino, impressionato.
«E vero. Riempivano tutto il borgo tra le mura».
«E voi come avete fatto a fuggire?»
«Questi sono segreti che devi lasciare al padrone del castello, non ti pare?» Ian lanciò
al ragazzo un'occhiataccia ammonitrice. «Tu sei troppo curioso».
Coda di volpe tacque per un po', poi si accostò di più all'americano, come per
confidare un segreto. «Non mi avevate detto che conoscevate il barone» sussurrò,
approfittando del fatto che Martewall sembrava occupato a mangiare la sua razione di
pane con gli occhi pensosi fissi sul fuoco.
Anche Ian sbirciò Martewall al di sopra delle fiamme del falò. «Anche questa è una
storia lunga, ma non è il caso di raccontarla adesso».
«Voi non mi raccontate mai niente!» sbuffò il ragazzino, deluso da quella
conversazione col contagocce.
«Non lo fa solo con te». La voce cupa di Geoffrey Martewall interruppe Ian e Coda di
volpe, attirando la loro attenzione.
«Sir Ian è sempre molto reticente quando deve parlare di sé» continuò l'inglese, con
una certa nota di sarcasmo. «E un uomo molto riservato. Il bello è che, quando apre
bocca, rivela sempre cose sensazionali. Imprevedibili, oserei dire».
Ian notò che i pochi rimasti intorno al falò stavano smettendo di parlare tra loro per
prestare orecchio alla conversazione del barone con il ragazzo. «Se parlo poco è perché
ritengo che certe cose vadano dette solo quando è opportuno» intervenne in tono
significativo.
Martewall colse l'ammonimento sottinteso e vi rimuginò sopra in silenzio.
Coda di volpe invece era stato stuzzicato ancora di più nella sua curiosità. «Oh, io
sono certo che sir Ian sia un cavaliere sensazionale» continuò con sincero entusiasmo.
«Ho visto cosa è in grado di fare! Combatte senza paura, come un eroe».
«Basta così, per favore» lo redarguì Ian, temendo gli sviluppi di quel dialogo, ma
Martewall si era già incupito pericolosamente. «No, tu non hai la minima idea di cosa sia
in grado di fare davvero quest'uomo» rispose l'inglese al ragazzo. «E da temere. Molto
più quando usa le parole di quando usa la spada».
«Io ottengo risultati parlando al momento giusto» ribatté Ian. «Mi pare che il mio
ultimo discorso sia stato vantaggioso per tutti».
«Il tuo ultimo discorso è stato una somma di eresie». La sentenza colpì tutti per
l'asprezza del suo tono.
Ian capì che non avrebbe potuto evitare la discussione. Martewall nutriva troppa
rabbia e non sarebbe stato facile fermarlo adesso che aveva iniziato l'argomento.
L'americano sperò di riuscire almeno a tenerlo dentro un dialogo fatto per allusioni.
«Non la pensava come te chi mi ha ascoltato, anzi, sembrava piuttosto colpito» obiettò.
«Al punto di voler verificare se quelle "eresie" potevano diventare realtà».
A Martewall sfuggì un gesto nervoso. «Si pentirà di averti dato ascolto quando tu, in
qualche modo, cambierai le carte in tavola e lo befferai come hai beffato me, io ne sono
sicuro. Tu coinvolgi nel tuo gioco chiunque ti stia attorno, persino me».
L'accusa fece fremere Ian e gli accese un lampo nello sguardo. «Non c'è nessun
gioco».
«Tu mi hai trascinato nei tuoi intrighi per i tuoi scopi» l'interruppe Martewall, ormai
inarrestabile.
Ian fu sul punto di perdere le staffe. «E tu hai trascinato me e il mio compagno d'armi
in una situazione ben peggiore, solo per la tua insensata vendetta. E colpa tua se ci
troviamo a questo punto».
I presenti mormorarono, sorpresi e spaventati, sia nel sentire il tono della
conversazione che saliva sia nell'udire Ian prendersi tanta confidenza con il barone di
Dunchester, in quel discorso di sottintesi di cui stavano capendo ben poco. Anche Coda
di volpe e Brianna spalancarono gli occhi.
Martewall stava fremendo di rabbia sempre più evidente. «Non era vendetta. Io...»
«Tu, cosa? Osi dire che vuoi giustizia? Non ti conviene iniziare questo argomento. Io
sono sempre stato leale. Mi sono difeso e ho fatto ciò che dovevo in guerra. Non sono io
quello che ha arruolato sicari per assassinare il nemico». Ian tentò con tutte le forze di
dominare la collera. Non era quello il momento per una discussione violenta con
Martewall, però il rancore covato per tutti quegli interminabili giorni di pericolo e di
paura stava montando inesorabilmente, insieme alla voglia di avere finalmente
soddisfazione per quanto patito.
«La parola "leale" non ti si addice. Non si è leali quando si nasconde parte della verità
solo per i propri comodi» sibilò Martewall.
«E non si è giusti quando ci si ostina a ignorare parte della verità solo perché è
spiacevole da sentire». Per Ian era sempre più difficile trattenersi. «Peccato che tu non
abbia avuto lo stesso amore per la verità quando eri in Fiandra. Se tu avessi chiesto
qualcosa in più al tuo amico Derangale, avresti scoperto prima le sue trame criminali».
«Non insultare un morto!» minacciò Martewall.
«E tu non far pagare ai vivi i tuoi errori» lo zittì Ian. «Non è colpa delle vittime, se tu
ti sei trovato dalla parte dell'assassino. Sei diventato complice di un farabutto e di certo
non sono stato io a spingerti. Incolpa te stesso, piuttosto, per essere stato tanto cieco».
L'inglese balzò in piedi, furioso. «BASTA!» esclamò e sguainò la spada con un
movimento secco. «Vieni a parlare con la lama, maledetto!»
Intorno al fuoco, tutti sussultarono con un mormorio di spavento, e trattennero il fiato
nel fissare l'arma che il cavaliere puntava verso l'altro. Coda di volpe quasi balzò in
piedi. Brianna lo afferrò subito per un braccio, per tenerlo seduto accanto a sé.
Anche se dovette controllarsi con tutta la sua forza di volontà, Ian non abbandonò la
sua posizione, seduto con i gomiti sulle ginocchia.
«Metti giù quella spada» ordinò a Martewall, fremendo.
«Non voglio arrivare allo scontro con te, ho già visto troppo sangue in questi giorni».
«Non mi spaventa vederne un po' di più, specie se si tratta del tuo!» ringhiò l'inglese
in risposta.
Ian gli rivolse un'occhiata di avvertimento. «Non puoi uccidermi, rassegnati. Lo sai
cosa c'è in gioco e perché nessuno rischi io devo rimanere vivo fino alla meta. Quindi
siediti e cerca di darti una calmata».
Martewall era furente, sapendo bene di essere con le spalle al muro. Continuò a
brandire la spada, ma solo come sterile minaccia, senza poter compiere un qualsiasi,
ulteriore gesto ostile. «Non darmi ordini» scandì, letteralmente infiammato dalla collera.
«Posso essere costretto a seguirti, ma tu non sei il mio padrone! Sarò morto prima che io
mi faccia dare ordini da uno come te, francese o no che sia».
Ian s'irrigidì, mentre tutti gli occhi si puntavano su di lui. Coda di volpe aveva avuto
un trasalimento. «Francese?!» esclamò con voce quasi strozzata. «Non è vero!»
Ian non seppe come difendersi da quello sguardo che lo ferì e il suo silenzio fu
un'ammissione che fece rimanere a bocca aperta il ragazzino.
«Vero, non vero: chi lo sa?» continuò Martewall, con rabbia che ormai andava oltre la
prudenza. Prima si era lasciato sfuggire una parola di troppo, spinto dalla furia, ma ora
aveva capito di avere almeno un'arma con cui ferire il suo interlocutore al posto della
spada. «Cambia molte maschere costui e io non so ancora quale sia la sua faccia. Lui
sostiene che sia quella di Jean Marc de Ponthieu».
I presenti ebbero sussurri scandalizzati quando Ian replicò, piano: «E la verità».
Coda di volpe balzò in piedi, senza che sua madre potesse più trattenerlo. «Un
cavaliere francese!»
«Un conte francese» rincarò Martewall. «Il suo presunto fratello è un feudatario
maggiore di Francia, parente di re Filippo...»
«E vincitore a Bouvines, è questo che volevi aggiungere?» l'interruppe Ian di getto.
«Vuoi rimarcare meglio il fatto che io sia uno dei nemici che vi ha umiliati in guerra?
L'estate scorsa, quando tu eri in catene, io sventolavo lo stendardo della vittoria».
Martewall si fece pallido, ma Ian si alzò in piedi, ora davvero furioso. «Perché non
vuoi lasciarmi in pace?! Cosa vuoi da me, Martewall? Per quanto incomprensibile possa
sembrarti, la mia esistenza sta salvando la tua famiglia e la tua gente. Ho salvato la vita
persino a te, finora! Ma se vuoi davvero regolare i conti lasciati in sospeso da un
bastardo morto che mi ha torturato a frustate, ha cercato di rapire mia moglie e di
uccidere me, mio fratello e i miei amici, allora d'accordo: battiamoci ora e chiudiamo la
questione!»
Gli abitanti del villaggio ebbero un moto di paura, nel vedere il cavaliere tanto
infuriato e pronto alla lotta. Fecero un passo indietro precipitosamente, quando anche
Martewall sollevò di nuovo la sua spada, accecato dalla sfida.
«Fermatevi! Basta!» Brianna si alzò per mettersi in mezzo ai due. «Avete nemici
dappertutto, volete davvero battervi tra di voi? Che senso ha? Per ora siete nella stessa
situazione e perciò se volete uscirne vivi siete alleati, quindi lasciate perdere il resto.
Regolerete i vostri conti più tardi. Visto che avete coinvolto anche noi nella vostra fuga,
adesso non createci altre difficoltà».
Il rimprovero colpì Ian che, sia pure a fatica, tolse la mano dall'impugnatura della
spada, sentendosi colpevole.
Anche Martewall, però, sembrò trovare un freno alla sua ira e si trattenne dall'andare
oltre. Con un gesto esasperato rinfoderò la spada e abbandonò il campo. Non disse nulla
mentre si allontanava nel buio.
Ian rimase accanto al falò, fissato da tutti.
«E voi che avete da guardare?» sbottò Brianna. «Non avete mai visto un francese
prima di oggi? Be', io invece li conosco bene e vi assicuro che non hanno piedi caprini
dentro gli stivali e non si trasformano con la luna piena. Perciò smettetela di fissarlo
come se fosse il diavolo in persona. E un uomo come tutti gli altri».
Il discorso acceso troncò sul nascere qualsiasi obiezione. Gli ultimi rimasti intorno al
falò si dispersero uno dopo l'altro, mormorando tra loro.
«Forse non proprio "come tutti gli altri"» commentò Brianna a mezza voce, gettando
un'occhiata a Ian.
Il giovane non rispose.. Stava sostenendo lo sguardo accusatore di Coda di volpe e si
sentiva sempre più a disagio.
«Perché non me l'avete detto? Mi avete ingannato» accusò il ragazzino, a pugni stretti.
«Beau, ascolta...» provò Ian.
«Io mi chiamo Coda di volpe!» scattò il ragazzo e scappò via prima che Ian potesse
tentare qualsiasi giustificazione.
Brianna si sedette in silenzio accanto al falò, sulla pietra dove stava prima. Ian fece
altrettanto, mortificato. Per qualche istante si sentì solo il crepitare del fuoco.
«Et donc, vous étes franrais17» disse infine Brianna, alzando gli occhi per indagare a
fondo il giovane che le stava accanto.
Ian si scostò i capelli dal viso, stancamente. «Oui. Pardonnez-moi, si je ne votis l'ai
pas dit.18»
«Parlate sassone, bel cavaliere. Non sono poi così brava nella vostra lingua»
l'interruppe Brianna con un mezzo sorriso ironico. «Mathieu mi parlava nella mia. Era
abbastanza bravo, lui, anche se certo non come voi. Non conosceva tutte le parole e il
suo accento francese si sentiva molto. Voi invece avete solo una strana inflessione,
diversa dalla nostra».
«Volevo dirvi che mi dispiace di aver tenuta nascosta la verità» ripeté Ian, tornando
all'inglese. «Non volevo ingannare nessuno, tantomeno Beau, dovete credermi. Volevo
solo evitare guai inutili».
Brianna annuì, mentre gettava pensosamente un ramo nel fuoco. «So cosa significa
essere accolti con ostilità e io sono una semplice donna senza valore. Voi invece siete
addirittura un uomo importante, a quanto pare».
«Vorrei non esserlo e di sicuro non mi sento tale» replicò Ian, guardando a terra.
«Ma lo siete e non potete cambiarlo. Siete uno dei vincitori della guerra, per giunta.
Molti cavalieri inglesi sarebbero pronti a incrociare la spada con voi per questo».
«Tutti i cavalieri inglesi, temo» sospirò Ian. «Per questo volevo che nessuno sapesse

17 «Allora, siete francese».


18 «Sì. Perdonatemi se non ve l'ho detto».
chi sono. Non ero venuto per combattere».
«Ma per cercare il vostro amico, lo so bene» terminò Brianna. «Anche lui è francese
come voi?»
«No, è un sassone delle isole del nord. Ma per me è come se fosse un fratello».
«La storia che avevate accennato giorni fa, ora credo di averla capita» continuò
Brianna. «Lo sceriffo di cui parlavate era un amico del barone».
Ian annuì. «Sì. Tra noi c'è rancore da allora».
«Eppure adesso siete alleati».
«Non abbiamo scelta, se vogliamo salvare chi ci è caro dagli uomini del re».
«Per questo andate in Francia?»
«A cercare l'appoggio e l'aiuto di mio fratello, il conte Guillaume de Ponthieu».
Brianna fece un'espressione di meraviglia. «Non avrei mai immaginato che voi foste
coinvolto in una trama così grande».
Ian non disse niente. Rabbrividì di freddo, avrebbe voluto sfregarsi le mani davanti al
fuoco, ma il dolore alla mano sinistra glielo impedì. Se la strinse al petto faticosamente.
Brianna si alzò. «Venite a dormire da noi» propose. «Sir Martewall non farà fatica a
trovare ospitalità per la notte, ma temo che voi non sarete bene accetto, dopo quanto si è
saputo».
Ian scosse la testa. «Resterò qui, davanti al fuoco. Nemmeno vostro figlio mi
accetterebbe ed è meglio che anche voi non abbiate più a che fare con un francese come
me o vi renderò la vita ancora più difficile di quanto lo sia già».
«Ma si gela qui fuori» obiettò Brianna.
«Sono solo poche ore da adesso all'alba. Mi arrangerò, non temete».
Brianna si rassegnò ad assecondare il giovane. «Buonanotte, allora».
«Buonanotte». Ian rimase solo davanti al falò acceso.
Faceva davvero molto freddo, ma il giovane si costrinse a non badarvi. In silenzio
rimuginava su quanto era accaduto, sentendosi terribilmente solo, ora che la rabbia era
svanita.
Brianna tornò senza preavviso. Portava in braccio una coperta grezza e si chinò a
metterla sulle spalle di Ian. «Per tenervi un po' più caldo» spiegò con un sorriso sincero.
La premura confortò Ian. «Grazie» disse, riconoscente.
Lei continuò a sorridergli mentre si allontanava nel buio.

***

La notte si fece fonda, il silenzio assoluto.


Ian sedeva sempre davanti al falò, aggiungendovi legna di tanto in tanto. Teneva la
coperta ben stretta addosso, coprendosi anche le gambe che aveva avvicinato al petto.
Pensava. Cupo, esausto, con gli occhi fissi sul fuoco.
Rialzò la testa, quando Martewall arrivò dal buio. Raddrizzò le spalle, preparandosi a
un altro confronto, ma l'inglese si limitò a sedersi dall'altro lato del falò, aggiustandosi
addosso una coperta simile a quella sotto la quale anche Ian cercava di scaldarsi. «Ho
sentito in giro discorsi che non mi piacciono» disse a mo' di spiegazione per il suo
ritorno. «Molti non gradiscono l'idea che tu sia francese e il buio della notte offre fin
troppe tentazioni per i codardi. Meglio se non ti lascio solo e ti tengo d'occhio. Con me
qui, anche le teste più calde gireranno alla larga».
«Potresti lasciarle fare, invece. Ti risparmieresti la mia compagnia e probabilmente
qualcun altro ti risolverebbe lo sgradito problema della mia esistenza» replicò Ian
freddamente.
Martewall gli lanciò un'occhiata irata al di sopra delle fiamme. «Io risolvo da solo i
miei problemi, non ho bisogno che qualcuno lo faccia al posto mio. In ogni caso,
purtroppo per me, sarebbe un problema molto maggiore se tu morissi, perciò sono
costretto a fare in modo che non capiti. Almeno non prima che tu abbia mantenuto la tua
parola di aiutare Dunchester».
«Ho la guardia del corpo, allora, posso dormire sonni tranquilli: tu mi proteggerai»
commentò Ian, sarcastico. «Strano, prima non mi pareva che tu fossi così ben disposto
verso di me».
«Prima ho perso la testa come un idiota, non accadrà più» rispose l'inglese, cupo.
«Adesso devo solo pensare alla salvezza della mia famiglia».
Ian perse la voglia di fare dello spirito perché l'ansia nascosta di Martewall era la
stessa che provava anche lui. «Io ho promesso di aiutare Salisbury e non Dunchester, di
questo ti rendi conto, vero?» continuò, cupo. «La verità è che io posso offrire tutto ciò
che è in mio potere a William Lunga-Spada ma è lui che tiene in mano le vite di chi ci è
caro e può decidere di farne ciò che vuole quando vuole, nonostante tutto quello che
posso promettere io».
«Lo so benissimo». Martewall annuì. «Ma non mi resta altro che il tuo stratagemma
per sperare di salvare i miei, perciò sono obbligato ad assecondarti. Goditi quindi la tua
vittoria su di me, tanto sai di avermi in pugno completamente. Sono persino costretto a
ringraziarti per non aver detto davanti a tutti che sono tuo ostaggio: hai risparmiato
almeno il mio onore».
«Ma tu credi davvero che mi interessi vendicarmi dite, con tutto quello a cui devo
badare adesso?» replicò Ian, brusco. «Tu o il tuo onore siete gli ultimi dei miei pensieri,
rispetto a ciò che può accadere a Daniel se tutti i miei sforzi falliscono».
Martewall tacque per gettare altra legna nel fuoco e l'osservò mentre bruciava.
Qualcuno passò tra i rifugi ed entrambi i cavalieri ne seguirono le ombre con gli
sguardi. Nessuno tuttavia si avvicinò al loro falò.
«Come hai fatto?» domandò alla fine Martewall, riprendendo il discorso. «Come hai
fatto a scoprire il segreto di Salisbury così, senza nemmeno aver mai incontrato il conte
faccia a faccia prima di oggi? Chi ti ha passato informazioni che nemmeno noi baroni
sapevamo? Voi Francesi avete spie tra di noi, non c'è altra spiegazione».
No, io ho una sfera di cristallo tutta particolare per leggere il futuro, pensò Ian di
getto, ma sapeva di non poter dare una spiegazione del genere. «Che tu mi creda o no,
non ho nessun informatore. Magari l'avessi: mi sarebbe stato utile in questi giorni, specie
se con le sue informazioni avessi potuto scongiurare l'assedio» rispose. «Non posso
affermare in assoluto che non ci siano spie francesi tra i baroni, questa è una cosa che
anch'io ignoro. Se esistono, io di certo non ho contatti con loro e non avrei potuto
averne, visto che sono stato tagliato fuori dal mondo per alcuni mesi».
«Già, dimenticavo. La storia della prigionia in mano alla banda di sicari» sbuffò
Martewall. «Il tuo amico me l'ha raccontata».
«E tu farai bene a crederci, visto che è vera».
Ancora una volta, l'inglese non rispose.
Il suo sguardo diffidente irritò Ian del tutto. «Ascolta: io ho già sprecato abbastanza
fiato per raccontarti la verità su di me. Non ripeterò per la millesima volta le stesse cose.
Peggio per te, se non vuoi convincerti. Vedrai con i tuoi occhi ciò che sono quando
arriveremo in Francia».
«Temo che non mi basterà neanche quello, perché su una cosa sono d'accordo con
Salisbury: tu sei una volpe che lavora ad alti livelli» replicò Martewall. «Sei bravo,
molto bravo, forse troppo. Forse ti sopravvaluto: non puoi aver creato davvero un gioco
di maschere così complesso, fino al punto di rendere in qualche modo complici tutti
quelli che ti stanno intorno e l'intera corte francese, e quindi forse tutto ciò che dici è la
pura e semplice verità. Io però non riesco a togliermi dalla testa la sensazione che tu stia
prendendo in giro il mondo intero».
«Tieniti pure le tue sensazioni, non mi interessano. Adesso voglio riposare un po'»
tagliò corto Ian, ma fece fatica a nascondere il disagio provocato da quell'ultima frase,
poiché era vera.
Sto davvero ingannando il mondo intero, fingendo di essere ciò che non sono, si disse
Ian con dolore e si sdraiò sotto la coperta per fingere di dormire. Pensò istintivamente a
Isabeau e a Guillaume de Ponthieu: nemmeno loro conoscevano tutta la verità su di lui e
non l'avrebbero mai saputa perché non poteva spiegargliela. Avvilito, arrabbiato, chiuse
gli occhi cercando di togliersi dalla testa Martewall e le sue spiacevoli insinuazioni.
Capitolo 28
Il sole non era ancora sorto, quando un cigolio di ruote svegliò Ian. Il giovane rialzò la
testa sentendo tutti i muscoli far male. Si era addormentato davvero, anche se forse per
nemmeno due ore di fila. Il falò era ancora acceso ma il freddo gli era comunque
penetrato nelle ossa e gli aveva irrigidito i muscoli. Ian li stirò faticosamente con una
mezza smorfia, specie quando il movimento gli risvegliò il dolore alle dita, ancora
gonfie.
Guardò Martewall e lo vide riprendersi da un torpore simile al suo, con la stessa
fatica. Anche l'inglese alla fine doveva aver ceduto al sonno e alla stanchezza per
riposare almeno un'ora.
Adesso il cavaliere stava guardando qualcosa alle spalle di Ian.
L'americano si voltò e vide un carretto abbastanza maneggevole tirato da un cavallo
grigio. Era il carretto di Thomas Bull e Ian lo riconobbe, così come riconobbe il cavallo
rubato a Glenhaven che aveva condotto lui fino a Willingham.
Sul carretto erano caricati due fagotti, ma soprattutto vi era seduto Coda di volpe, con
un'aria imbronciata. Brianna conduceva il cavallo tenendolo per le redini.
«Siete pronti a partire?» domandò la giovane. «Non è prudente rimanere più a lungo,
con il rischio che i soldati vengano a cercarvi fino a qui. Ormai si saranno persuasi che
non siete andati subito verso la costa, quindi cambieranno direzione delle ricerche».
Ian si alzò in piedi, imitato da Martewall. «Brianna, cosa volete fare? Cosa significa
quel carretto?» domandò con sorpresa ma anche con preoccupazione, intuendo la
risposta.
«Metto in pratica il piano a cui avevamo già accennato» rispose lei tranquillamente e
aprì il primo dei due fagotti rivelando alcuni indumenti. «Vi creo una copertura per
arrivare
al porto facendovi notare il meno possibile. Reciteremo la parte della famigliola
felice».
Tese gli indumenti ai due cavalieri, Martewall per primo. «Voi signore, sarete mio
fratello minore: con i capelli corti come portate e sporcandovi il viso appena un po',
potrete passare senza fatica per un contadino o un pastore, con rispetto parlando».
Sbalordito, Martewall si trovò in mano un cappellaccio di feltro, una casacca di pelli e
di lana grezza e un mantello rattoppato.
Brianna era già andata da Ian, per mettergli in mano un'altra casacca rudimentale e un
mantello col cappuccio. «Voi invece sarete il mio povero marito malato, abituatevi alla
parte» continuò, non senza una punta di malizia.
«Un altro personaggio da recitare. Tanto, maschera più, maschera meno...» commentò
Martewall a mezza voce.
Ian lo guardò male, ma parlò solo a Brianna. «Perché malato?» domandò, senza
capire.
«Perché così, divorato dalla febbre che vi consuma, ve ne potrete stare sdraiato sul
carretto e nessuno noterà quanto siete alto» replicò Brianna in tono leggero. «Se ci
inventiamo una malattia abbastanza contagiosa, le guardie non si accosteranno al
carretto a meno di venti passi, potete starne certo. un piano perfetto. All'ingresso in città
diremo che siamo venuti a cercare il medico o il farmacista. Poi, appena saremo fuori
dagli sguardi indiscreti, potremo andare a cercare una nave in partenza. Sono sicura che
sir Martewall non farà fatica a trovare un capitano disposto ad aiutarlo ad attraversare il
mare».
Ian guardò la donna, poi il carretto e infine Coda di volpe, che lo ricambiò con uno
sguardo astioso. Era chiaro che il ragazzino non condivideva affatto il "piano perfetto"
ideato dalla madre e gli portava ancora rancore per la sua identità tenuta accuratamente
nascosta.
Ian tese i vestiti a Brianna per restituirglieli. «No, è troppo rischioso. Se qualcosa va
storto, i soldati se la prenderanno anche con voi e non baderanno al fatto che siete una
donna e un bambino. Non voglio farvi correre un pericolo simile».
«Non sono un bambino e non ho paura dei soldati!» sbottò Coda di volpe. «Non mi
lascio spaventare da così poco, io. Se voi avete paura di provare questo piano, non
prendetemi a pretesto per rinunciare».
«Ragazzo» ammonì Martewall a sorpresa. Bada a come parli, suggerì il suo tono
severo. «Lascia giudicare chi è coraggioso e chi è vigliacco a chi ha combattuto in
guerra. Quando avrai conquistato anche tu il diritto di portare una spada, allora potrai
distinguere il coraggio dalla paura e l'eroismo dall'avventatezza».
Coda di volpe si fece piccolo a quel rimprovero e non osò ribattere.
«Vero, signora: questo piano è troppo rischioso. Nemmeno io posso permettere che vi
esponiate con vostro figlio a un simile pericolo» continuò poi Martewall.
«Ma è l'unico modo per dare a voi qualche possibilità in più di farcela» ribatté
Brianna. «I soldati senza dubbio terranno d'occhio con particolare attenzione gli uomini
che entrano in paese, siano essi da soli, in due o accompagnati da altri uomini che
abbiano l'aria di saper combattere. Una famiglia con una donna e un bambino attirerà
molto meno l'attenzione e non insospettirà le guardie all'ingresso del borgo».
Come Martewall, anche Ian scosse la testa. «No, troveremo un altro modo» tentò di
opporsi.
«Ascoltate» insisté però lei. «Non c'è tempo da perdere in chiacchiere inutili: i soldati
sono sulle vostre tracce e, dopo quanto hanno scoperto sulla vostra identità di francese,
qui a Willingham sono molti meno quelli disposti ad aiutarvi, nonostante la compagnia
di sir Martewall. Qualche incosciente potrebbe tentare un colpo di testa ai vostri danni,
magari in città, e allora tutto sarebbe compromesso. Dobbiamo partire subito e dobbiamo
fare come vi ho suggerito, non c'è una strada migliore».
I due cavalieri si guardarono l'un l'altro, restii ad assecondare Brianna. Purtroppo, le
argomentazioni della giovane erano più che fondate.
«Hai avuto tu l'idea di venire a cercare aiuto qui e di sicuro non è colpa mia se sotto le
cento maschere che hai c'è un dannatissimo francese» disse Martewall con una mezza
smorfia, ma il suo tono era solo apparentemente sarcastico e nascondeva invece una
sincera preoccupazione per la coppia di madre e figlio che stava per essere coinvolta nel
piano di fuga.
Ian esitò ancora, pur sapendo di avere poca scelta.
«Portateci via da qui, magari in Francia» tentò di convincerlo Brianna. «Non abbiamo
più niente per cui restare, solo violenza e soprusi. Voi siete conte e quindi un uomo di
potere, basterà la vostra parola per trovarci un luogo tranquillo in cui ricominciare la
nostra vita, lontani dalla cattiveria degli uomini».
C'era una nota di dolore nella voce ferma della donna e Ian provò compassione per lei
e per la vita difficile che aveva dovuto affrontare fino a quel momento.
«Vorrei che bastasse la mia parola per proteggervi dalle maldicenze, ma io temo che
in Francia sarete comunque trattati da estranei» rispose con dolore.
«Non come qui in Inghilterra» replicò Brianna, amara. «In questi anni nessuno ti
perdona l'aver fatto un figlio con un francese e la verità, prima o poi, mi raggiunge
sempre».
Lo sguardo di Martewall tradì un lampo di sorpresa, ma Brianna lo sostenne a fronte
alta, senza mai distogliere gli occhi.
Coda di volpe, invece, aveva abbassato la testa.
«Perché mostri vergogna?» lo apostrofò però Martewall. «Non sai distinguere
l'inimicizia dal disonore? Se tuo padre non era un criminale, non hai motivo di
vergognarti di lui, anche se era un nemico francese».
Il ragazzino rialzò la testa di scatto. «Mio padre era un cavaliere e non un criminale».
«Un motivo in più per portargli rispetto» sentenziò Martewall e Ian vide in lui per un
attimo il riflesso del padre Harald. In quel momento Geoffrey Martewall dimostrava la
stessa intransigenza del genitore e Ian non fece fatica a immaginarsi la versione
giovanile di sir Harald, come doveva essere stato quando aveva trent'anni. Decisamente,
Martewall era il frutto compiuto del vecchio barone, per aspetto e insegnamenti.
Coda di volpe non aveva aggiunto nient'altro, colpito dal rimprovero.
«Allora, vogliamo andare?» esortò Brianna. «L'alba sta per arrivare, meglio sparire
prima che si svegli tutto il villaggio».
Martewall iniziò a indossare sopra la livrea i panni che la giovane gli aveva porto. Ian
lo imitò di malavoglia, restio a esporre Brianna e Coda di volpe a tanto rischio, ma
ugualmente consapevole di dover approfittare dell'occasione se voleva tornare in Francia
al più presto e trovare rinforzi che lo aiutassero a salvare Daniel.
Un'altra idea, sia pure spiacevole, lo aveva convinto ad assecondare Brianna: la
consapevolezza che presto l'Inghilterra sarebbe stata percorsa dalla guerra civile.
Forse posso tenere Brianna e Beau lontani almeno da quel pericolo, si consolò Ian,
ma con una certa ansia.

***

Si misero in cammino spediti, prima ancora che il sole sorgesse; su consiglio di


Brianna non salutarono nessuno e si allontanarono in fretta, quando ancora il villaggio
era addormentato.
Gli unici che li videro partire furono i compaesani di guardia nel bosco, che rimasero
completamente sorpresi. Uno di loro corse al villaggio, ma se anche andò a diffondere la
notizia, nessuno degli altri abitanti si svegliò in tempo per assistere alla partenza.
Brianna non si voltò indietro nemmeno una volta.
Percorsero più di metà cammino nel pieno del bosco, a passo spedito, seguendo un
sentiero sconnesso, con i sensi tesi a captare qualsiasi movimento o suono allarmante.
Fortunatamente la bassa temperatura aveva reso il terreno durissimo e sulla strada non
rimanevano quasi segni del passaggio del piccolo veicolo. Solo gli zoccoli dei cavalli
scalfivano il fango solidificato. Gli stivali invece non lasciavano alcuna orma.
Per non affaticare inutilmente il cavallo, Ian e Martewall fecero tutto quel tratto di
cammino a piedi, con le spade pronte sotto i mantelli grezzi in cui si erano avvolti.
Martewall aveva il cappello calato sulla fronte per fare ombra al viso e non essere
riconosciuto da lontano, Ian si era alzato il cappuccio del mantello sulla testa.
Nessuno parlò per un bel pezzo, nemmeno Coda di volpe, che si era seduto sul retro
del carretto e guardava costantemente indietro, giocherellando nervosamente con la
fronda strappata a un cespuglio.
Il sole era sorto da un po' quando Martewall fece fermare il carretto nel mezzo della
boscaglia. «Siamo quasi alla strada principale. Meglio non correre rischi e dare
un'occhiata, prima di procedere oltre allo scoperto».
Ian fu d'accordo. «Vado a fare una ricognizione» propose, ma fu superato
sgarbatamente da Coda di volpe, balzato giù dal carretto.
«Vado io» disse il ragazzino a Martewall, senza rivolgere una sola occhiata a Ian.
«Sono stanco di questo viaggio noioso e comunque io passo più inosservato».
«Fa' attenzione» si raccomandò Brianna, ma Coda di volpe non si voltò nemmeno
indietro prima di sparire tra i cespugli.
Brianna sospirò. «Ce l'ha con me. Gli ho praticamente imposto di venire, anche se lui
non vuole abbandonare l'Inghilterra».
«No, è arrabbiato con me perché gli ho nascosto la verità» disse Ian, amaro.
«Direi che è un buon modo per cominciare il viaggio» commentò Martewall,
guardando entrambi. «Siete sicuri che non si metta nei guai? Un ragazzo arrabbiato di
solito è anche un ragazzo molto imprudente».
«Spero di no», disse Brianna «ma a me non dà ascolto».
«Tu non provare neanche a seguirlo o peggiorerai le cose» disse Martewall a Ian, già
sul punto di intervenire. «Possiamo solo aspettare che torni e mostrare di avere fiducia in
lui».
Ian non obiettò e si rassegnò a restare al suo posto.
Trascorse una mezz'ora, poi Coda di volpe fece ritorno, appena un po' trafelato. «Non
c'è nessuno, ma sono passati da poco» annunciò. «Ci sono impronte di cavalli sulla
strada e anche molto recenti. Andavano al galoppo e quindi hanno lasciato segni
profondi anche se la terra è dura».
«Quanti erano? Hai potuto capirlo?» domandò Martewall.
«Secondo me almeno una decina. Ma le impronte vanno in entrambe le direzioni della
strada: forse ci sono due diverse squadre di soldati».
«Non stanno risparmiando forze per cercarci» osservò Ian e Martewall annuì. «Noi
però non abbiamo scelta se non andare avanti e raggiungere il porto».
«Se sono appena passati, non torneranno indietro subito. Forse ce la facciamo a
percorrere la strada fino al bivio per il porto» intervenne Brianna.
«Tentiamo» decise Martewall e riprese le redini del cavallo per condurre il carretto
verso la strada.
«Sei stato un ottimo esploratore» disse Ian a Coda di volpe, mentre il ragazzo gli
passava accanto per tornare verso il fondo del veicolo. Coda di volpe gli lanciò
un'occhiata arrabbiata eppure insieme incerta, ma poi non accorciò le distanze e andò a
sedersi senza una parola. Ian nascose un sospiro e proseguì il cammino accanto al
carretto.
Arrivarono sulla strada principale in una decina di minuti e, poco più avanti, Ian
riconobbe il luogo. Era la stessa strada percorsa solo pochi giorni prima, quando aveva
tentato di tornare da Thomas Bull e dalla carovana di Aversly per avvertirli dell'esercito
del re, invece di raggiungere il porto di Dunchester.
Proseguirono lungo la strada per circa un'ora, carica di tensione, poi Martewall fece
deviare il carretto per tornare nel bosco più fitto che cresceva ai due lati della strada.
C'era un altro sentiero sconnesso tra gli alberi e il giovane lo conosceva: fece proseguire
il cammino ancora un po' poi si fermò di nuovo. «Da adesso in poi c'è solo terra scoperta
fino al porto» annunciò, nervoso. «Se vogliamo proseguire, dobbiamo mettere in atto la
nostra messinscena e sperare che funzioni».
«Abbiamo forse altra scelta?» disse Ian.
«Purtroppo no» replicò Martewall, calandosi ulteriormente il cappellaccio sulla fronte.
In silenzio Brianna si sedette meglio sul carretto, aggiustandosi la gonna.
Coda di volpe si mosse nervoso e scese sul sentiero. «E se ci sono i soldati lungo la
strada?»
«Non devono esserci o non scamperemo mai ai loro controlli in piena campagna»
replicò Martewall. «Dobbiamo sperare di arrivare fino al borgo senza che nessuno ci
fermi, poi ci occuperemo delle guardie all'ingresso».
Il ragazzino annuì, ungendo risolutezza, ma era bianco come la cera e tormentava il
suo bastone nelle mani. Si allontanò di qualche passo nervoso, vagando per i cespugli
come se cercasse il coraggio in mezzo alle foglie.
Martewall guardò Ian. «Cominciamo la recita» esortò. «Fammi vedere quanto sei
bravo. Sdraiati nel carretto e cerca di essere un ammalato credibile».
«E tu fa' il bravo contadino» replicò Ian, piccato, ma si avvolse nel mantello per non
intralciarsi nei movimenti e sali sul veicolo come gli era stato ordinato.
«Già che vi calate nella parte, siate anche un marito credibile» aggiunse Briarma con
un sorriso malizioso, scavalcando il sedile per raggiungere Ian nel fondo del piano di
carico e aiutarlo a sdraiarsi e a sistemare panni e mantello. Nel farlo si chinò si di lui e
gli rubò un bacio dalle labbra.
Ian rimase completamente spiazzato da quel gesto. Sentì un gran calore sul viso e allo
stesso tempo provò vergogna. Cercò di protestare, ma non trovò le parole.
«Non c'è niente di male in un bacio tra marito e moglie» gli disse Brianna,
prendendosi gioco del suo imbarazzo e della sua sorpresa. «E poi rende più credibile la
messinscena».
Lasciò Ian a rimuginare invano una qualsiasi obiezione e si sedette di nuovo alla
guida, richiamando Coda di volpe che nel frattempo si era allontanato.
«Non posso baciare anche voi, mi dispiace: siete mio fratello, non sta bene» disse la
giovane a Martewall, sbalordito dalla scena quasi quanto Ian.
Il cavaliere assunse di nuovo la sua espressione scontrosa. «Se avete finito con le
smancerie di coppia, possiamo anche muoverci» disse, sbrigativo.
Ian avrebbe voluto rispondergli per le rime, ma lo trattenne l'arrivo dell'ignaro Coda di
volpe. Ingoiò le parole insieme all'imbarazzo, ma si ripromise di mettere bene in chiaro
un paio di cose con Martewall, non appena ne avesse avuta l'occasione.

***

Ebbero fortuna e non incrociarono un solo soldato del re nell'ultima parte del tragitto
che li condusse al porto di Dunchester. Si era fatto ormai giorno pieno e lungo la strada
c'era solo qualche raro viandante, per lo più boscaioli o contadini, che si dirigeva al
mercato del porto o se ne stava allontanando dopo aver sbrigato le sue commissioni.
Nessuno salutò il gruppo con il carretto e nessuno si fermò a scambiare una parola; tutti
proseguirono oltre frettolosamente.
Il clima freddo non invogliava né le soste né il cammino, nuvole grigie minacciavano
pioggia o neve, ma soprattutto la notizia di quanto successo il giorno precedente, cioè la
conquista di Dunchester da parte del re, teneva nelle case la maggior parte della
popolazione e rendeva sospettosi tutti quelli che si trovavano per strada.
Dovendo compiere l'ultima parte del tragitto sdraiato nel carro, Ian passò il tempo a
guardare le nubi e a tendere le orecchie per captare eventuali rumori che gli indicassero
l'arrivo di qualche minaccia, ma non udì altro che il cigolare delle ruote.
I suoi compagni di viaggio non parlavano. Alzando lo sguardo Ian poteva vedere solo
il dorso di Coda di volpe e quello di Brianna, accarezzato dalla fluida massa dei capelli
color fuoco, fin oltre la cintura, addirittura fino ai fianchi...
Ian distolse gli occhi, sentendosi colpevole per aver anche solo guardato. Brianna era
una donna molto bella, non poteva negarlo, ma quella semplice ammissione gli sembrò
un torto fatto a Isabeau. Per giunta c'era stato quel bacio rubato. Ian si sentiva raggirato e
confuso come un ragazzino e la cosa lo mandava su tutte le furie.
Nessuna donna era riuscita ad avvicinarsi a lui durante gli ultimi due anni e mezzo,
nonostante più d'una ci avesse provato. Ian era rimasto orgogliosamente fedele al suo
amore, pur essendo convinto di non poterlo riavere mai più, ed era fiero della sua
decisione, fiero di appartenere a Isabeau e a lei soltanto. Adesso aveva appena scoperto
di poter tornare da lei, forse era davvero sul punto di rivederla, e Brianna lo aveva colto
di sorpresa con un gesto che non si sarebbe mai aspettato. Ian si sentì un idiota nel
provare tanto imbarazzo per quell'inezia, per di più estorta contro la sua volontà, ma allo
stesso tempo non poteva negare di aver provato in quel momento una sensazione fisica
molto coinvolgente, oltre all'imbarazzo.
Come uno studentello al suo primo bacio, brontolò con se stesso e giurò che non gli
sarebbe capitato mai più. Non avrebbe mai più abbassato la guardia in presenza di una
donna, specie se quella donna era Brianna.
«I soldati non si vedono da nessuna parte. Forse hanno smesso di cercarvi» disse,
rompendo il silenzio, Coda di volpe, in un tono che ne manifestava le speranze.
«Non credo proprio» ribatté Martewall, sempre a piedi accanto al cavallo. «Se non
sono lungo la strada, hanno senza dubbio un motivo valido».
«Dite che ci stanno aspettando da qualche parte?» domandò Coda di volpe con più
ansia.
«Senza dubbio. Non hanno bisogno di perlustrare ancora questa zona, l'avranno fatto
durante tutta la notte. Ci staranno cercando verso l'interno adesso, ma di sicuro avranno
lasciato truppe a sorvegliare tutti gli agglomerati urbani lungo il mare».
«Il porto di Dunchester per primo» aggiunse Ian, sollevandosi su un gomito per
intervenire. «Sanno di me e quindi immagineranno che cercherò di tornare in Francia.
Non lo posso fare senza una nave, perciò staranno presidiando tutti i porti con
attenzione».
«Perché il fatto che tu sia francese continua a procurarci tante grane?» brontolò
Martewall.
«Sei tu ad aver iniziato questa faccenda, quindi non scaricarmi addosso colpe che non
ho» lo zittì Ian, infastidito. «Non sarei qui se tu non mi ci avessi portato e senza di me tu
probabilmente saresti in prigione a Dunchester».
Il cavaliere inglese incassò la risposta senza obiettare oltre.
Ian si accorse che Brianna e Coda di volpe stavano seguendo la conversazione in
silenzio nervoso e preferì abbandonare l'argomento prima di dire di nuovo qualcosa di
troppo.
Si sdraiò e si rimise a guardare il cielo. Non avrebbe comunque avuto l'occasione di
continuare a lungo la discussione perché dopo appena qualche minuto Martewall si
fermò e disse: «Ci siamo. Ecco il porto».
Questa volta, Ian si risollevò abbastanza da sbirciare sopra il bordo del carretto.
Rivide lo stesso panorama di alcuni giorni prima: la linea plumbea del mare, staccata
di netto da quella grigia del cielo, il piccolo agglomerato del porto alla sua destra e il
maniero di Dunchester sul promontorio alla sua sinistra. Il castello era ancora avvolto
nella foschia, nonostante il sole fosse già alto. Nel guardare le sue torri nere, Ian pensò a
Daniel.
Anche Martewall aveva indugiato per qualche istante a fissare da lontano la sua casa,
poi però aveva riportato l'attenzione davanti a sé. «Sono in tanti» disse, cupo. «C'è
un'intera guarnigione laggiù».
Ian vide che sulla palizzata del porto c'erano molti uomini armati. Le sentinelle erano
almeno il doppio del normale e non erano vestite con i colori dei Martewall ma con
quelli di Murrow.
«Che si fa?» domandò il giovane, anche lui nervoso.
Martewall ricominciò a condurre il carretto verso il borgo fortificato. «Tentiamo il
tutto per tutto. Anche rimanendo nelle campagne, prima o poi ci prenderebbero».
Brianna si sistemò sul sedile per l'ennesima volta, nervosamente. «Lasciate fare a me.
Andrò dalle guardie a farci registrare e andrà tutto bene».
«No» replicò Martewall. «Andrò io a registrare il nostro ingresso in città».
«Ma sei impazzito?» esclamò Ian. «Quelli stanno cercando proprio te! Tanto vale che
ti consegni direttamente ai soldati».
«È troppo pericoloso, signor barone» aggiunse Brianna con ansia.
Coda di volpe guardò tutti uno dopo l'altro, con paura crescente.
«No, è il modo migliore per non creare sospetti» replicò Martewall. «Cosa diranno le
guardie, se vedono arrivare una famiglia intera e l'unica donna va a sbrigare le
incombenze burocratiche mentre gli uomini stanno a guardare? Il "signor marito" può
anche essere ammalato e incapace di alzarsi dal carretto, ma io? Sono adulto e in perfetta
salute: che scusa avrei per mandare "mia sorella" a parlare con le guardie al posto mio?»
Brianna tacque, sapendo che con buona probabilità le guardie si sarebbero
insospettite. Nervose come dovevano essere in quel momento, avrebbero probabilmente
insistito per fare dei controlli in più sulla famiglia di nuovi arrivati.
«Non si aspetteranno mai che io mi presenti di persona davanti a loro e comunque la
maggior parte dei nemici non conosce la mia faccia» continuò Martewall, rivolto anche a
Ian. «Molti non mi hanno mai visto e gli altri mi hanno conosciuto quasi tutti con l'elmo
sul viso. Non è detto che mi riconoscano, specie ridotto come sono ora».
Ian dovette convenire che non era facile identificare a colpo d'occhio il cavaliere
inglese, con il volto stanco e sporco, la barba non fatta e il cappellaccio calato sulla
fronte. Certo, però, il rischio a cui Martewall si esponeva ed esponeva tutti rimaneva
elevatissimo.
«Se qualcosa va storto...» esordì Ian, incerto.
«Allora, Dio ci aiuti» concluse Martewall, senza mezzi termini.
Il carretto si rimise in marcia verso il porto.
Capitolo 29
Impiegarono una mezz'ora ad arrivare, ma a Ian parve un'eternità. Sdraiato sul fondo
del veicolo, poté vedere l'architrave della porta cittadina passargli sopra la testa e seppe
che erano entrati nel borgo. Da sotto studiò le guardie armate fino ai denti che passavano
sul camminamento di ronda e vide con mezzo sollievo che quasi tutte avevano gli
sguardi puntati verso l'esterno a osservare la campagna. Qualcuna di loro lanciò
un'occhiata al carretto e vi guardò dentro dall'alto, ma mai per più di qualche istante e
comunque nessuna diede segno di allarme.
Ian, però, non osava provare sollievo. Entrare è stato facile, sarà andarsene da qui la
cosa più complicata, pensò.
Si raggomitolò nel mantello, simulando un'aria ancora più sofferente, ma stringersi
addosso i panni del suo travestimento lo aiutò soprattutto a controllare la tensione. Sentì
la mano sinistra protestare con dolore a quello sforzo.
Il carretto si fermò. Ian capì che era arrivato il momento di registrarsi dalle guardie.
«Tieni le briglie» sentì dire da Martewall a Coda di volpe. «Se si mette male, cercate
di scappare».
O la va o la spacca, pensò Ian con il cuore che accelerava. Brianna lo raggiunse per
andare a sedersi al suo fianco. Gli prese la mano destra, stringendosi quasi a lui.
«Non è il momento!» protestò il giovane sottovoce, sentendo risvegliarsi il senso di
disagio a quel contatto tanto confidente, ma poi si rese conto che la giovane lo teneva
forte, tradendo la paura. Non aveva alcuna espressione maliziosa sul bel volto, anzi era
pallida e aveva costantemente gli occhi fissi verso un punto preciso.
Ian capì che stava osservando da lontano le mosse di Martewall. «Che cosa sta
facendo?» le domandò sottovoce, condividendo la stessa ansia.
«E in fila per registrarsi. Ha un contadino davanti» rispose Brianna con un filo di
voce.
«Quanti soldati ci sono?» chiese ancora Ian per figurarsi la situazione. Avrebbe voluto
portare la mano alla spada nascosta sotto i panni da contadino, ma Brianna continuava a
tenergliela forte tra le sue. Con quel gesto gli chiedeva coraggio e Ian non se la sentì di
negarglielo.
«Ci sono sette soldati» rispose Brianna. «Due sono seduti al banchetto, un terzo fa da
gabelliere. Gli altri quattro scrutano i passanti».
Sono troppi per poterli affrontare apertamente, pensò Ian, preoccupato. Se ci
scoprono non riusciremo a combattere.
Brianna gli strinse la mano ancora più forte. «Ecco, adesso è il suo turno!»
Ian s'irrigidì, aspettando il peggio da un momento all'altro.
Brianna non disse nient'altro per parecchio tempo. Ian stava quasi per domandare
informazioni, incapace di macerare oltre in quell'attesa, ma proprio allora la giovane si
chinò su di lui. Aveva un sorriso sulle labbra, troppo tirato per essere sincero. «Resisti
ancora un po', amore mio, presto potremo andare dal medico» disse a voce chiara, ma il
tono era tremolante.
Ian capì che stava arrivando qualcuno e si tese ancora di più. Socchiuse gli occhi, si
tirò il cappuccio del mantello sul viso come per ripararsi dalla luce e si raggomitolò
ancora. Sopra il bordo del carretto vide comparire la faccia di un soldato vestito di rosso.
Ebbe un sussulto istintivo e Brianna lo assecondò prontamente, come se quel gesto
fosse un sintomo della febbre o della malattia. «Tra poco starai meglio, vedrai» gli disse
e si chinò di più su di lui. Gli prese l'altra mano, quella sinistra, fasciata, gonfia e
chiaramente contusa e fece in modo di esporla allo sguardo del soldato con apparente
casualità.
Ian ammirò senza riserve la prontezza di spirito della giovane e la sua ammirazione
crebbe ancora quando si rese conto che la mantella di lana che Brianna aveva sulle spalle
non le si era aperta inavvertitamente, con il movimento, come sembrava a prima vista.
Lo capì quando vide lo sguardo del soldato spostarsi dal malato alla casta scollatura
della presunta moglie, sostando sul seno morbido e indubbiamente affascinante.
L'uomo indugiò a guardare sfrontatamente tanta bellezza, poi sparì dalla vista, senza
più degnare di un'occhiata Ian dentro il carretto.
Il giovane ricominciò a respirare, quando udì di nuovo la voce di Martewall, vicina.
«Ci sono cascati. Siamo liberi di andare».
Il carretto riprese a muoversi.
Ian sentì Brianna sussurrare una preghiera di ringraziamento e infine rilassarsi.
Continuava a tenergli la mano, ma con molta meno forza di prima. Adesso però il suo
seno era fin troppo sotto gli occhi di Ian e il giovane sentì il disagio ritornare
prepotentemente.
Brianna dovette accorgersene perché si scostò un po' e si strinse di nuovo nella
mantella, in apparenza per ripararsi dal freddo. Passata la paura, però, con il suo sguardo
verde rivolse un'occhiata maliziosa a Ian, con l'aria di chi la sa lunga.
L'americano si rimise a fissare il cielo. «Ce l'abbiamo fatta, per ora» disse, cercando
una frase qualsiasi per togliersi dall'imbarazzo.
«Così pare» rispose Brianna con un sospiro.
Il cammino proseguì tra vicoli stretti in cui i tetti delle case quasi si toccavano e il
carretto passava appena. Quando trovò uno spiazzo lontano dagli sguardi dei soldati,
Martewall fece fermare il gruppo. «Fin qui ci siamo arrivati» commentò, legando il
cavallo a una staccionata. «Adesso cerchiamo una nave».
Ian poté finalmente scendere dal carretto e rimettersi in piedi. Lo fece con un senso di
liberazione, come se il carretto fosse stato una gabbia fino ad allora. «Sai già a chi
rivolgerti?» domandò a Martewall.
«Forse sì, ma devo andare da solo» gli rispose l'inglese. «Dovrò girare un po' e
un'intera famiglia che si sposta da una parte all'altra del borgo non passerebbe
inosservata. Meglio che mi aspettiate, mentre io trovo l'uomo giusto».
«Potrei aiutarti nella ricerca, se tu mi facessi sapere a chi devo rivolgermi» obiettò
Ian, che in realtà non si sentiva affatto tranquillo a lasciare l'intera faccenda nelle mani
dell'inglese.
«Potrei, ma poi tu come faresti a convincerli? I capitani a cui sto pensando mi
conoscono: non si metterebbero mai in pericolo solo sulla base delle parole di uno
sconosciuto, ma accetteranno di farlo se glielo chiederò di persona, spiegando la
situazione. Spero di trovare almeno uno di loro alla locanda o ai moli».
«Sei sicuro che invece non ti tradiranno?» obiettò Ian, nervosamente.
«Sì, per quanto si può essere sicuri della parola di un altro uomo».
La risposta non tranquillizzò affatto Ian. «E noi cosa dovremmo fare nel frattempo?»
domandò il giovane, restio a cedere.
«La famiglia felice, già che ci avete preso gusto» replicò Martewall con un mezzo
sorriso sardonico. «Fatevi un giro al mercato e cercate di non dare nell'occhio. Ci sarà
molta gente quindi sarà più facile confondersi in mezzo a loro. Ci rivediamo là non
appena avrò trovato ciò che cerco».
Non attese risposta e piantò in asso i suoi compagni di viaggio, scomparendo tra le
case e i viottoli angusti.
Ian sospirò seccato. Aveva le mani legate, costretto a fidarsi del suo nemico, e la cosa
non gli piaceva per niente. Cercò di tranquillizzarsi ripetendosi che Martewall non aveva
alcun interesse a mettere in pericolo i suoi compagni di fuga, persino il più odiato di
tutti, ma l'idea di dover rimanere ad aspettare con le mani in mano senza poter
controllare di persona lo svolgersi degli eventi lo innervosiva.
«Ci muoviamo anche noi? Se rimaniamo qui impalati più a lungo attireremo
l'attenzione» disse Brianna. Si stava legando un fazzoletto sulla testa, nel quale raccolse
e nascose abilmente la lunga chioma rosso fuoco, per non farsi notare in mezzo alla
gente. Terminato il lavoro, tolse dal carretto il fagotto rimasto, nel quale aveva riunito i
suoi pochi averi, e poi prese sottobraccio Ian con un sorriso. «Che ne dite, signor marito?
Andiamo al mercato?»
Il giovane non seppe sottrarsi a quel gesto scherzoso per timore di essere scortese.
«Io vado a farmi un giro da solo» sbottò però Coda di volpe, chiaramente infastidito.
«Ci rivediamo al mercato più tardi».
«Aspetta! Non allontanarti!» esclamò Ian, ma il ragazzino non si voltò nemmeno
indietro e scomparve per i vicoli.
Brianna ebbe un sospiro addolorato. «Proprio non vuole calmarsi».
«Si metterà nei guai» s'impensierì Ian, pur sapendo che Coda di volpe era abituato a
bighellonare da solo in qualsiasi luogo, per molte ore al giorno.
«No, conosce la posta in gioco e starà attento» lo rassicurò Brianna, ma aveva una
voce molto triste. «Mi preoccupa piuttosto il fatto che sia tanto arrabbiato con me. Lo sto
costringendo a venire in Francia, ma non so se vorrà rimanere. Sta diventando grande e
io non posso più controllare le sue scelte. Per colpa mia ha sempre avuto una vita
difficile: temo che, quando si stancherà, mi lascerà per proseguire la sua strada da solo».
«È arrabbiato, ma vi ama e non vi abbandonerà» la consolò Ian, colpito da quel
discorso così amaro. «Non è un figlio ingrato. Potrete contare sempre su di lui, io ne
sono certo».
Brianna annuì, ma non disse niente, persa nei suoi pensieri. Si riscosse solo per
stringere un po' di più il braccio di Ian e imporsi un sorriso. «Facciamo un giro anche
noi, volete?» propose. «Come se fossimo una coppia vera che fa acquisti al mercato.
Lasciatemi fingere solo per un po' di essere ancora amata da un bel cavaliere francese.
Non vi disturberò più con gesti impertinenti, ve lo giuro. Vostra moglie non avrà motivi
di adirarsi con me».
Ian ebbe compassione di lei, della sua solitudine e del suo dolore, nascosti così bene
dietro una maschera di fierezza. «Andiamo al mercato» le disse, sorridendo per
confortarla, e le prese il fagotto dalle mani.

***

Si confusero facilmente tra la gente del mercato. Il porto di Dunchester era piccolo,
ma in quel momento della giornata buona parte della popolazione era riunita proprio al
mercato per gli acquisti, soprattutto per il cibo e l'acqua. Non vi erano praticamente
soldati in vista e i pochi presenti portavano ancora le divise nere dei Martewall.
Sostavano lontani dalla gente, con facce cupe, e guardavano solo distrattamente il
movimento del mercato.
Ian sapeva che il porto era stato occupato senza battaglia, prima ancora che le truppe
del re ponessero l'assedio a Dunchester, e perciò non trovò strano che i soldati di quel
borgo non fossero stati imprigionati come quelli che avevano combattuto al castello. I
vincitori non erano abbastanza numerosi da controllare tutto il territorio e avevano altre
incombenze più importanti a cui badare, specie da quando si era diffusa la notizia della
fuga di Geoffrey Martewall. Così avevano lasciato i problemi di normale
amministrazione e di ordine pubblico ai soldati in nero, arrogandosi invece il diritto di
sorvegliare le mura del borgo e le vie d'accesso e di fuga, come le strade e i moli.
Al vecchio signore se ne sostituiva uno nuovo, ma buona parte delle organizzazioni
del feudo rimaneva invariata, compresa la bassa manovalanza dei militari. Presto quegli
stessi uomini avrebbero indossato nuove divise, non appena fosse stato deciso
ufficialmente quale signore avrebbe avuto giurisdizione sul luogo.
Ian si sentì leggermente rassicurato quando capì che nessuno faceva caso a lui e a
Brianna nella piazza del mercato. La gente andava e veniva frettolosa, senza guardarsi
intorno, con facce preoccupate e timorose insieme. Come gli abitanti di Willingham,
anche quelli del porto si chiedevano come sarebbe cambiata la loro vita, ora che i vecchi
signori del feudo erano stati sconfitti. Temevano il dominio di Salisbury o di Murrow,
come si teme tutto ciò che è ignoto, perché non sapevano immaginarsene le
conseguenze.
Nemmeno i soldati in nero facevano caso alla gente che passava. Parlavano spesso tra
loro a voce bassa e avevano sui visi le stesse preoccupazioni che si specchiavano nella
gente.
Brianna condusse Ian tra i banchetti dei mercanti, fingendo di interessarsi alle merci.
Sembravano davvero una coppia affiatata di marito e moglie, mentre lui portava il
fagotto di tela e lei abbandonava il suo braccio solo per andare a curiosare più da vicino
tra le merci esposte sui banchi. Nonostante la tensione del momento, Ian vide Brianna
sorridere e ne fu felice. La giovane meritava un po' di sollievo dopo tutto quello che
aveva passato. Si augurò che in Francia l'aspettasse una vita migliore, per lei e per suo
figlio. Di certo, lui avrebbe fatto tutto il possibile perché fosse così.
Aveva giurisdizione su Montmayeur, avrebbe trovato una sistemazione adeguata
all'esigua famigliola, decise.
Ricordò di avere ancora alcune monete nella scarsella, quelle rubate alla guardia del
faro parecchi giorni prima. Nonostante tutto quello che era successo, non le aveva perse
né aveva avuto bisogno di usarle. Pensò di farlo ora, per un acquisto spontaneo. Un
mercante vendeva piccole formelle di pietra scolpite con immagini di animali
beneauguranti, da appendere sulle soglie delle case. Ian ne trovò una raffigurante una
volpe, fatta in modo particolarmente grazioso, e la comprò, approfittando del fatto che
Brianna fosse a sbirciare su un altro banco.
Tese l'acquisto alla giovane, quando lei gli ritornò accanto. «Il primo pezzo della
vostra nuova casa» le disse.
La giovane s'illuminò di gioia. «Grazie» rispose, tenendo la formella tra le mani.
«Siete un uomo davvero adorabile. Dite a vostra moglie di tenervi ben stretto».
«Non avrà bisogno di preoccuparsi per questo» sorrise Ian. Brianna ricambiò il sorriso
in silenzio.
«Mi avete preso in parola a quanto pare».
Una voce vicina interruppe i due, facendoli voltare. Martewall li aveva raggiunti
attraverso la gente.
«Quando dicevo di venire al mercato, non pensavo che veniste sul serio a fare
compere» continuò l'inglese, accennando ironicamente alla formella che Brianna aveva
in mano. Da lontano doveva anche aver visto Ian mentre porgeva il dono alla giovane
perché aggiunse: «Ci avete preso gusto davvero a fare la coppia felice, voi due».
«Che c'è, sei geloso?» lo rimbeccò Ian, piccato. «Se ti secca così tanto che lei stia in
mia compagnia, avresti dovuto rimanere con noi invece di andare a fare l'agente segreto
da solo». Martewall lo guardò senza capire. «A fare cosa?»
Ian si morse la lingua per non dire altre cose inusuali. «Lascia perdere» tagliò corto.
«Hai trovato chi cercavi, piuttosto?»
«Sì. Ho avuto fortuna e ci ho messo meno del previsto. Il capitano su cui facevo più
affidamento era proprio ai moli». L'inglese lasciò perdere il sarcasmo per farsi serio. Era
chiaramente soddisfatto. «La sua nave ci aspetterà alla baia tra un'ora». Con il pollice
indicò una direzione alle sue spalle, oltre la palizzata del porto.
«Perché non partiamo dai moli?» domandò Ian.
«Perché il capitano mi ha detto che i soldati di Murrow stanno perquisendo tutte le
navi in partenza e controllano marinai e passeggeri uno a uno. Non riusciremmo mai a
passare inosservati. Quindi il piano è questo: la signora e suo figlio s'imbarcheranno da
qui, poi la nave prenderà il mare e verrà a raccogliere noi due alla baia. Non potrà
arrivare troppo vicino alla costa, ma tanto tu sai nuotare, no?»
C'era di nuovo sarcasmo nell'ultima frase e a Ian venne voglia di rispondere per le
rime. «Sì, nuoto meglio di quanto i tuoi uomini sappiano fare la guardia ai prigionieri».
«Allora non ci saranno problemi» concluse Martewall, fingendo di non aver colto la
provocazione.
«Sei sicuro che questo capitano sia un uomo davvero fidato?» continuò Ian, con una
certa apprensione. «Non vorrei che tra un'ora alla baia ci aspettassero gli uomini di
Murrow al gran completo».
«Avrei avuto timori con qualsiasi altro, ma non con quest'uomo» replicò Martewall.
«Lo conosco da molto tempo: è stato in guerra con mio fratello maggiore Richard, poi
con la sua nave accompagnò l'altro mio fratello Peter in Francia e riportò indietro il suo
cadavere. Non tradirebbe mai la mia famiglia. Piuttosto si farebbe ammazzare lui
stesso».
La sicurezza dell'inglese era tale che Ian dovette accettarla. Non obiettò altro e lasciò
che Martewall si rivolgesse a Brianna. «Dovete andare ai moli e cercare una mezza galea
dalle vele grigie» disse il barone. «Chiedete di Ned Stone, è il capitano di cui vi parlavo.
Lui vi aspetta già».
«D'accordo» annuì Brianna. Tese la mano a Ian perché le riconsegnasse il piccolo
fagotto con i suoi averi e vi ripose dentro la formella di pietra.
«Dov'è il ragazzo?» domandò Martewall, guardandosi intorno.
«In giro da qualche parte» rispose Ian, un attimo prima di essere distratto da alcune
voci concitate