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Indice

Il libro
L’autrice
Frontespizio
LA SEDUZIONE DI UN HIGHLANDER
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Copyright
Il libro
Sempre fedele al fratello maggiore e al suo clan, Alaric McCabe accetta
di sposare, per il bene della sua gente, Rionna McDonald, figlia di un loro
prezioso alleato. Durante il viaggio per raggiungere la promessa sposa, Alaric
viene attaccato e ferito gravemente e si salva solo grazie al miracoloso
intervento di un angelo delle Highlands: Keeley McDonald, infatti, è
coraggiosa e abilissima nell’arte dell’erboristeria e della medicina. Il fascino
indomito della ragazza seduce i sensi del guerriero, risvegliando in lui
un’ardente passione. Tra cospirazioni e pericoli, l’amore proibito di Alaric e
Keeley mette così a dura prova il senso del dovere del valoroso highlander
finché…
L’autrice
Maya Banks, autrice di più di una cinquantina di romanzi di successo,
sia erotici sia di romance contemporaneo o storico, vive in Texas con il
marito e tre figli e ama andare a pesca e a caccia con la sua famiglia.
Maya Banks
LA SEDUZIONE DI UN
HIGHLANDER
Traduzione di Giuliano Acunzoli
LA SEDUZIONE DI UN HIGHLANDER
a T.S.J.
1
Alaric McCabe contemplava le aspre terre del suo clan, lottando contro
l’incertezza che lo tormentava. Prese un lento respiro e alzò lo sguardo verso
il cielo. Quel giorno non sarebbe nevicato, ma non mancava molto.
L’autunno era sceso sulle Highlands, portando con sé i primi freddi e
accorciando di molto le giornate.
Dopo anni di stenti e fatiche, Ewan, suo fratello maggiore e signore dei
McCabe, aveva compiuto enormi progressi nella lunga battaglia per riportare
il clan alla gloria di un tempo. Quell’inverno non avrebbero patito la fame, né
i bambini sarebbero stati costretti ad affrontare il freddo senza abiti adeguati.
Adesso toccava a lui fare qualcosa per il clan. Era in partenza per il
maniero dei McDonald, dove avrebbe chiesto formalmente la mano di Rionna
tenendo così fede all’accordo stretto settimane prima. Laird McDonald
voleva che vi restasse un po’ di tempo, in modo da conoscere coloro che
avrebbe governato dopo il matrimonio con la sua unica figlia ed erede.
Voltò la testa e studiò il cortile del maniero, che ferveva di attività
mentre un drappello di armigeri McCabe si preparava a scortarlo nel viaggio.
Ewan avrebbe voluto assegnargli i migliori guerrieri, ma lui aveva
rifiutato. Mairin, la sua sposa e la loro castellana, correva ancora dei gravi
pericoli, soprattutto adesso che era incinta. Finché Duncan Cameron fosse
stato in vita, la minaccia ai McCabe non sarebbe mai cessata. Cameron
bramava ciò che la giovane lady portava in dote: la fortezza di Neamh Alainn
che, grazie al lascito disposto dal padre, il defunto re di Scozia, sarebbe
passata sotto il loro controllo non appena avesse messo al mondo il primo
figlio.
Nel frattempo, vista la minaccia posta da Cameron non solo alla fragile
pace nelle Highlands ma al trono stesso di re David, Alaric aveva accettato un
matrimonio destinato a cementare l’alleanza con il clan loro vicino. Un clan
le cui terre si trovavano proprio tra il territorio su cui sorgeva Neamh Alainn
e quello dei McCabe.
Era un buon matrimonio. Rionna McDonald era giovane e di
bell’aspetto, nonostante fosse una strana ragazza che preferiva i doveri e le
armi di un guerriero ai privilegi di una nobildonna. Inoltre, lui avrebbe
ottenuto ciò che gli era precluso se restava con i McCabe: le terre, un clan, la
possibilità di trasmettere al proprio erede lo scettro del comando.
E allora, perché non si sentiva affatto ansioso di montare a cavallo e
andare incontro al suo destino?
Si voltò sentendo dei passi. Mairin risaliva il pendio con tutta la fretta
permessa dalle sue condizioni mentre Cormac, il guerriero che le faceva da
scorta quel giorno, la seguiva con aria esasperata. Era avvolta nello scialle,
ma le labbra le tremavano comunque per il freddo.
Alaric tese la mano e Mairin la prese, appoggiandosi a lui mentre tirava
il fiato.
— Non dovevi salire fin qui — la rimproverò. — Rischi di congelarti.
— No, non doveva — concordò Cormac. — Se il laird lo scopre, andrà
su tutte le furie.
Mairin alzò gli occhi al cielo e poi guardò Alaric preoccupata. — Hai
preso tutto ciò che ti serve per il viaggio?
Lui sorrise. — Ma certo. E Gertie ci ha dato tante di quelle provviste che
basterebbero per un tragitto lungo il doppio.
Mairin gli diede un colpetto sul dorso della mano, poi tornò a stringergli
le dita. D’istinto prese a carezzarsi il ventre arrotondato, guardandolo con
occhi tormentati. Alaric l’avvicinò a sé, in modo da ripararla dalla brezza
gelida.
— Non pensi che sarebbe meglio rinviare la partenza? Ormai è quasi
mezzogiorno. Forse dovresti aspettare e metterti in viaggio domattina
all’alba.
Lui trattenne un sorriso. A Mairin non piaceva l’idea che partisse.
Ormai si era abituata al ruolo di lady e voleva tutti i membri del clan
esattamente dove dovevano trovarsi: sulle terre dei McCabe. E adesso che il
viaggio non poteva più essere rimandato, dava voce sempre più spesso alla
sua insoddisfazione e ai suoi timori.
— Non resterò via a lungo — le ricordò. — Solo qualche settimana.
Poi tornerò e rimarrò qui fino al matrimonio, quando dovrò trasferirmi al
maniero dei McDonald.
Lei fece una smorfia a quelle parole, che ribadivano la decisione di
Alaric di lasciare i McCabe e diventare un McDonald a tutti gli effetti.
— Mairin, non mettere il muso. Non fa bene al bambino. Né gli fa bene
il fatto che tu stia quassù al freddo.
Mairin sospirò e lo abbracciò. Alaric mosse un passo indietro e scambiò
un’occhiata divertita con Cormac. Quella ragazza era diventata ancora più
emotiva adesso che la gravidanza giungeva al termine, ma i membri del clan
avevano ormai imparato ad aspettarsi i suoi improvvisi slanci d’affetto.
— Mi mancherai, Alaric. E so che mancherai anche a Ewan. Non dice
nulla, ma è molto pensieroso.
— Anche voi mi mancherete — replicò lui solennemente. — E puoi star
certa che sarò qui quando metterai al mondo mio nipote.
A quelle parole il volto di Mairin s’illuminò. Si scostò di un passo, poi
gli carezzò la guancia. — Sii buono con Rionna. So che tu ed Ewan pensate
che abbia bisogno di una mano più ferma ma, a dire il vero, io credo che le
serva solo amore e comprensione.
Alaric sbuffò, sentendosi a disagio. Non poteva credere che sua cognata
volesse discutere d’amore con lui.
Lei rise. — Vedo che ti ho messo in imbarazzo. Ma ti prego, ascolta le
mie parole.
— Milady, il laird vi ha vista e non sembra compiaciuto — l’ammonì
Cormac.
Alaric si voltò e vide Ewan in piedi nel cortile, le braccia incrociate e
l’espressione contrariata. — Vieni, Mairin — le disse, prendendola a
braccetto. — Meglio che ti riporti da lui prima che decida di venirti a
prendere.
Mairin borbottò qualcosa tra sé, ma lo seguì lungo il pendio.
Quando entrarono nel cortile, Ewan le lanciò un’occhiataccia prima di
rivolgere la sua attenzione al fratello. — Hai preso tutto?
Alaric annuì.
Caelen, il più giovane dei tre fratelli McCabe, raggiunse il laird. —
Davvero non vuoi che ti accompagni?
— Sei più utile qui — gli rispose Alaric. — Soprattutto adesso che
Mairin si avvicina al parto. La prima neve cadrà da un giorno all’altro e
sarebbe tipico di Cameron attaccarci quando nessuno se lo aspetta.
Sentì Mairin rabbrividire e si voltò. — Abbracciami, cognata, e rientra
nel maniero prima di morire di freddo. I miei uomini sono pronti e non voglio
vederti in lacrime mentre partiamo.
Come si aspettava, Mairin gli lanciò una dura occhiata ma poi lo strinse
forte. — Che Dio ti accompagni — gli mormorò.
Alaric le diede un’ultima, affettuosa carezza sui capelli e poi la sospinse
verso il maniero. Ewan le indicò il portone con aria severa e lei alzò gli occhi
al cielo, gli fece la linguaccia ma si avviò insieme a Cormac.
— Se hai bisogno di me, manda un messaggero e partirò subito — disse
Ewan.
I due fratelli si guardarono in silenzio. Ewan gli porse la mano e, come
si usava tra i guerrieri delle Highlands, si strinsero vigorosamente gli
avambracci. Quando si lasciarono, Caelen diede ad Alaric una gran pacca
sulle spalle e lo accompagnò al cavallo.
— Questo matrimonio è la cosa migliore che poteva capitarti — affermò
convinto mentre l’altro montava in sella.
Alaric guardò il fratello e sentì una vaga soddisfazione farsi strada.
— Sì, è vero — ammise, tirando un profondo respiro per poi stringere le
redini. Avrebbe avuto le sue terre e il suo clan. Sarebbe diventato laird. Sì, in
effetti, non poteva andargli meglio.
Il drappello, composto da una dozzina di giovani guerrieri, cavalcò di
buona lena per tutto il pomeriggio. Ma essendo partiti così tardi si dovevano
fermare per la notte e il viaggio, che richiedeva un giorno pieno, si sarebbe
concluso solo l’indomani.
Sapendo questo, Alaric non forzò la marcia e diede ordine di fermarsi e
preparare il campo appena dopo il tramonto. Accesero soltanto un falò,
tenendolo basso perché non si vedesse da lontano.
Una volta consumata la cena preparata da Gertie, Alaric divise gli
uomini in due gruppi e ordinò ai primi sei guerrieri di montare la guardia.
Con occhio esperto individuò i punti migliori attorno all’accampamento, in
modo da tener d’occhio i dintorni e consentire agli altri di dormire tranquilli
per qualche ora.
A lui spettava il secondo turno, ma non riuscì comunque ad
addormentarsi. Giaceva sveglio sulla nuda terra, guardando il cielo stellato.
La notte era limpida e gelida, con il vento del nord che prendeva forza
annunciando un cambiamento nel tempo.
Sposato. Con Rionna McDonald. Per quanto duramente ci provasse,
riusciva appena a ricordare com’era fatta. Unica eccezione, gli splendidi
capelli color oro. Era sempre tranquilla, cosa che in effetti costituiva un
pregio per una moglie. D’altro canto, Mairin non era certo una fanciulla
tranquilla e obbediente, ma lui la riteneva una donna adorabile e sapeva che
Ewan non avrebbe cambiato nulla di lei.
Mairin, però, era una vera lady. Caparbia, certo, ma anche dolce e
premurosa mentre Rionna era un’amazzone sia nei modi sia
nell’abbigliamento. Eppure era molto bella, cosa che rendeva un mistero la
sua passione per attività completamente inadatte a una fanciulla.
Quello era un punto che avrebbe affrontato subito.
Un leggero fruscio fu tutto il preavviso che gli venne concesso, ma bastò
perché riuscisse a spostarsi di lato. Una lama gli affondò nel fianco, lacerando
gli abiti e la carne. Il dolore, acuto e lancinante, non gli impedì di afferrare la
spada e balzare in piedi. I suoi guerrieri fecero altrettanto e la notte si riempì
dei rumori della battaglia.
Lui combatteva contro due aggressori, con il clangore delle lame tanto
forte da assordarlo. Le mani vibravano per i colpi mentre parava e affondava
la spada. Ma dovette comunque arretrare verso il perimetro creato dagli
uomini di guardia e quasi inciampò su uno dei suoi guerrieri, steso a terra con
una freccia nel petto. La prova di quanto furtivo era stato l’agguato.
Altri nemici emersero da dietro le rocce. Si ritrovavano in evidente
inferiorità numerica e anche se i guerrieri McCabe potevano affrontare e
vincere chiunque ad armi pari, in quella situazione doveva ordinare subito la
ritirata. Non c’era modo di respingere l’attacco quando ognuno di loro
doveva combattere contro sei avversari.
Gridò agli uomini di raggiungere i cavalli, poi trafisse il nemico che
aveva davanti e si affrettò verso il suo destriero. Aveva una profonda ferita al
fianco e l’acre odore del sangue si levava nell’aria gelida, riempiendogli le
narici. Già la vista cominciava a indebolirsi e sapeva che se non fosse riuscito
a raggiungere il cavallo, la sua sorte sarebbe stata segnata.
Fischiò e il destriero lo raggiunse proprio mentre un altro nemico si
lanciava contro di lui. Sentendosi sempre più debole, lo affrontò senza la
disciplina che Ewan gli aveva insegnato. Rischiò parecchio mentre
combatteva senza alcuna cautela, ma lottava per salvarsi la vita.
Con un ruggito, il suo avversario si buttò in avanti. Lui afferrò la spada
con due mani e la roteò di fronte a sé, trovando un varco. Il colpo si abbatté
sul collo del nemico, decapitandolo di netto, ma Alaric non perse un solo
istante ad assaporare la vittoria. Già un altro guerriero si lanciava contro di
lui; facendo appello alle sue ultime forze, balzò in sella e spronò il cavallo,
spingendolo al galoppo.
Vide molti guerrieri a terra mentre si allontanava e sapeva che pochi
erano nemici. Con un tuffo al cuore, si rese conto che la sua scorta era stata
annientata.
— A casa! — ordinò raucamente al cavallo.
Premette la mano sul fianco e cercò valorosamente di non perdere i
sensi, ma a ogni potente falcata del destriero sentiva le forze abbandonarlo.
Il suo ultimo pensiero consapevole fu che doveva tornare subito indietro
per avvisare Ewan. Sperava solo che anche il maniero dei McCabe non stesse
respingendo in quel momento un’orda di aggressori.
2
Keeley McDonald si alzò prima dell’alba per attizzare il fuoco e
prepararsi per la giornata, ma a metà strada tra la legnaia e la porta di casa
ricordò quant’era assurdo comportarsi come se l’attendesse un giorno pieno
di attività e di doveri.
Si fermò all’angolo del cottage e contemplò la valle sottostante, che si
stendeva fino ai monti lontani. Sottili pennacchi di fumo si levavano dal
maniero e dalle case vicine, disperdendosi nell’aria come oziosi sussurri. Che
ironia godere di una tale vista dell’unico luogo che le era precluso. La sua
casa, il suo clan. Ma adesso non lo erano più. Le avevano voltato le spalle,
non la consideravano più una di loro. Era stata bandita.
E per aggiungere crudeltà a ingiustizia, vedeva ogni giorno la casa in cui
era nata, apparentemente così vicina eppure irraggiungibile.
Sapeva di dover ringraziare il Signore per il fatto di avere almeno un
tetto sulla testa: potevano cacciarla, lasciarla senza un posto dove vivere e
condannarla a vendersi per guadagnarsi il pane. Ma strinse comunque i denti
e piegò le labbra in una smorfia.
Era un veleno per il suo buonumore soffermarsi su quei pensieri che la
riempivano solo di rabbia e amarezza. Non c’era nulla da fare, poiché non si
poteva cambiare il passato. Le spiaceva solo di non aver ottenuto giustizia per
l’odioso misfatto di quel bastardo di McDonald.
E per quello della moglie: la castellana conosceva la verità, glielo
leggeva negli occhi, ma aveva scelto di punire lei per coprire il peccato del
marito.
Catriona McDonald era morta ormai da quattro anni, però Rionna non
l’aveva mandata a chiamare. Anche la sua più cara amica d’infanzia si era
dimenticata di lei. Non l’aveva invitata a tornare, sebbene sapesse com’erano
andate davvero le cose.
Sospirò, tornando a dirsi che non serviva a nulla restare lì impalata a
pensare alle ingiustizie passate e alle speranze deluse. Era stata un’ingenua a
credere che, una volta scomparsa la madre di Rionna, il clan l’avrebbe
riammessa com’era giusto.
Lo sbuffare di un cavallo la spinse a voltarsi. Lasciò cadere a terra la
legna che portava tra le braccia quando lo vide uscire dalla boscaglia e
avanzare lentamente verso di lei. Era madido di sudore e la luce atterrita che
aveva negli occhi faceva intendere che qualcosa di molto grave doveva essere
successo nella notte.
Il suo sguardo andò al guerriero accasciato sulla sella e al sangue che
cadeva in grosse gocce sul terreno. Fece per raggiungerlo e aiutarlo, ma
l’uomo crollò a terra con un tonfo. Lei gemette; santo cielo, una simile caduta
faceva un male terribile.
Il destriero si scostò di lato, lasciando l’uomo ferito ai suoi piedi.
Lei si chinò e spostò la tunica per capire da dove usciva tutto quel
sangue. Vide un grosso strappo nel tessuto e quando scostò i lembi, trasalì e
si portò la mano alla bocca.
L’uomo aveva un taglio enorme sul fianco, che andava dall’anca
all’ascella. Un unico taglio profondo quanto un dito: per sua fortuna non di
più, altrimenti sarebbe stato senza dubbio mortale.
Quell’uomo andava subito curato. Lei sapeva come chiudere la ferita
con i punti, ma poi si poteva solo pregare perché non suppurasse, causando
una febbre che l’avrebbe ucciso comunque.
Ansiosamente, passò le mani sull’addome duro come il ferro. Era un
guerriero molto forte, agile e muscoloso. Mostrava altre cicatrici, una sul
ventre e un’altra sulla spalla, ma si trattava di vecchie ferite e non
sembravano gravi come quella che lo stava uccidendo.
Doveva portarlo nel cottage, ma come fare? Si voltò e guardò la porta
d’ingresso mordendosi il labbro inferiore. Era un gigante e una donna minuta
come lei non sarebbe mai riuscita a trascinarlo dentro.
Doveva inventarsi qualcosa per risolvere il problema.
Si alzò ed entrò frettolosamente in casa, tolse il lenzuolo dal letto e corse
fuori, con le estremità del grezzo tessuto di lino che svolazzavano al vento.
Lo stese a terra accanto al guerriero, posandovi dei sassi per evitare che una
folata lo spazzasse via, quindi si piazzò accanto a quel gigante e spinse forte
per farlo rotolare sul lenzuolo.
Era come cercare di spostare un masso.
Strinse i denti e riprovò, mettendoci ancora più forza. Riuscì a
muoverlo, ma non a voltarlo. — Svegliati e aiutami! — esclamò frustrata. —
Non posso lasciarti fuori con questo freddo. Oggi potrebbe nevicare e hai
perso molto sangue. Non t’importa della tua vita?
Lo scosse per svegliarlo e quando lui restò immobile gli affibbiò uno
schiaffo.
L’uomo si mosse e una smorfia di dolore gli contorse il volto. Poi emise
un ringhio che quasi la fece fuggire in casa a gambe levate, ma si fece
coraggio e si chinò in modo che potesse sentirla. — Sei cocciuto, a quanto
pare, ma scoprirai presto che io lo sono ancor di più. Questa è una battaglia
che non puoi vincere, guerriero. Ti conviene arrenderti e aiutarmi a fare ciò
che devo.
— Vai via — rispose lui senza aprire gli occhi. — Non ti aiuterò a
trascinarmi all’inferno.
— L’inferno è proprio dove andrai se non la smetti. E adesso muoviti!
Lui bofonchiò qualcosa, ma con sua sorpresa rotolò sul lenzuolo quando
lo spinse.
— Ho sempre saputo che l’inferno è pieno di donne — borbottò il
guerriero. — Ovviamente siete qui per creare a noi uomini le stesse difficoltà
che ci create in vita.
— Sono davvero tentata di lasciarti fuori a congelare — replicò Keeley.
— Sei un miserabile ingrato e le tue opinioni sulle donne sono deplorevoli
come i tuoi modi. Ma non mi stupisce il tuo risentimento verso di noi, visto
che probabilmente nessuna ti ha mai fatto avvicinare tanto da permetterti di
cambiare idea.
Sorprendendola di nuovo, il guerriero rise e poi gemette per il dolore che
la risata causò. Molta dell’irritazione di Keeley si dissolse quando vide il suo
volto diventare terreo, con la fronte che s’imperlava di sudore. Soffriva
terribilmente e lei stava lì a discutere.
Scuotendo la testa, afferrò le estremità del lenzuolo e le sistemò sulle
spalle. — Signore, dammi la forza — implorò. — Altrimenti non riuscirò mai
a trascinarlo dentro.
Strinse le labbra, digrignò i denti, poi tirò. Ma solo per ricadere
all’indietro, rischiando di finire per terra. Il guerriero non si era neppure
mosso.
— Ebbene, immagino che Dio non doni facilmente una forza
straordinaria — borbottò. — Ma forse esaudisce con più generosità le
richieste ragionevoli.
Contemplò il guerriero steso sul lenzuolo e poi posò gli occhi sul
cavallo, fermo poco lontano a pascolare. Con un sospiro rassegnato lo
raggiunse e afferrò le redini; all’inizio il destriero non si mosse, ma lei puntò
i piedi, gli parlò, tirò e implorò. — Non sai cos’è la lealtà? — lo accusò
infine. — Il tuo padrone giace a terra mezzo morto e tu pensi solo a riempirti
la pancia?
Il cavallo non parve molto impressionato da quel rimprovero, ma alla
fine la seguì con indolenza verso il guerriero caduto. Quando lo raggiunsero,
chinò la testa e provò a smuoverlo col muso, ma lei lo trascinò via.
Se riusciva a legare le estremità del lenzuolo al pomolo della sella, il
cavallo l’avrebbe trascinato nel cottage. Non che l’allettasse l’idea di far
entrare in casa un animale sporco e puzzolente, ma al momento non
sembravano esserci alternative.
Le occorse diverso tempo, ma alla fine riuscì a sistemare tutto a puntino.
Dopo aver legato le estremità sia alla sella sia al guerriero per assicurarsi che
il lenzuolo non gli scivolasse via da sotto mentre il cavallo tirava, incitò
l’animale verso la porta.
E con sua grande delizia funzionò! Il cavallo trascinava senza sforzo il
padrone sul terreno: lavare il lenzuolo sarebbe stata un’impresa titanica, ma
almeno stava portando dentro quel gigante.
Il cavallo entrò in casa. C’era spazio a malapena per muoversi, ma in
qualche modo lei riuscì a slegare gli angoli del lenzuolo dalla sella.
Poi cominciò a spinger fuori il cocciuto animale, che però non ne voleva
sapere di lasciare il tepore dell’interno per uscire al vento gelido. Le occorse
quasi mezz’ora per rimandarlo a pascolare, ma finalmente poté chiudere la
porta e tirare un bel respiro. Perché non ricordava mai che le buone azioni
portavano spesso guai a non finire?
Era esausta, ma doveva curare il suo guerriero se voleva che vivesse.
Il suo guerriero?, si domandò sbuffando. La sua spina nel fianco era una
definizione molto più calzante. Meglio non coltivare stupide fantasie: se
moriva, quasi certamente avrebbero biasimato lei.
Adesso che lo vedeva bene, si accorse che non era un McDonald. Si
accigliò, chiedendosi se poteva essere un nemico. Non che dovesse alcuna
lealtà al clan che l’aveva bandita, ma purtroppo i loro nemici erano anche i
suoi. Stava cercando di salvare la vita a un uomo che rappresentava una
minaccia?
— Oh, avanti — borbottò tra sé. Capitava spesso che le sue
fantasticherie virassero drammaticamente sull’assurdo. Le storie che le
giravano in testa avrebbero reso banali persino i racconti dei bardi.
Non conosceva i colori del guerriero, ma solo perché non era mai uscita
dalle terre dei McDonald.
In ogni caso, visto che non aveva speranza di trascinarlo fino al letto
fece la cosa più ovvia: portare da lui il giaciglio. Lo coprì, poi gli infilò il
cuscino sotto la testa in modo che stesse comodo. Quindi aggiunse altra legna
nel camino, visto che la casa si era raffreddata, e controllò le provviste. Per
fortuna si era appena rifornita al villaggio; aveva tutte le erbe officinali che le
servivano e, nel caso mancasse qualcosa, se lo sarebbe procurato nella foresta
come al solito.
La sua profonda conoscenza della medicina le aveva sempre permesso
di sopravvivere. Pur avendola bandita dal clan, i McDonald non si facevano
scrupoli a cercare il suo aiuto per farsi curare. Aveva ricucito i tagli alla testa
di bambini caduti dalle scale e le ferite di guerrieri che si erano fatti
sorprendere durante gli allenamenti. Al maniero c’era un’erborista, ma stava
diventando vecchia e la sua mano non era più abbastanza ferma da apporre
dei punti. Tutti dicevano che faceva più danni che altro quando infilava l’ago
nella carne.
Se fosse stata più vendicativa li avrebbe cacciati come loro avevano
cacciato lei, ma grazie ai soldi che le davano per i suoi servizi riusciva a
mangiare quando la caccia andava male, oltre ad acquistare ciò che non
riusciva a trovare nei dintorni.
Miscelò le erbe e le pestò, aggiungendo la poca acqua che bastava per
formare un impasto. Quando fu soddisfatta della consistenza, mise da parte il
mortaio e cominciò a preparare le bende strappando un vecchio lenzuolo
pulito che teneva da parte per simili emergenze.
Poi tornò dal guerriero e s’inginocchiò accanto a lui. Non aveva più
ripreso i sensi, constatò sollevata: l’ultima cosa di cui aveva bisogno era un
uomo grande il doppio di lei che diventava combattivo.
Immerse un panno nella bacinella e cominciò a lavargli con cautela la
ferita. Sangue fresco riprese a uscire quando rimosse il fango e le croste, ma
era inevitabile perché doveva eliminare ogni traccia di sporcizia prima di
apporre i punti. Era un taglio profondo e dai bordi frastagliati: avrebbe
lasciato una grossa cicatrice, ma il guerriero alla fine sarebbe guarito se non
lo avesse ucciso la febbre.
Dopo aver deterso meticolosamente la ferita, premette sulla pelle per
riavvicinare i bordi e prese l’ago. Trattenne il fiato quando lo affondò per la
prima volta nella carne, ma il guerriero non si mosse e lei si affrettò a
concludere il lavoro, pur assicurandosi che i punti fossero ben stretti e
soprattutto vicini. Quando mise l’ultimo punto, sedette per terra e tirò un gran
sospiro di sollievo. Il più era fatto.
Adesso doveva solo bendarlo e assicurarsi che la fasciatura restasse al
suo posto.
Esausta, si tolse i capelli dal viso e si alzò, decisa a fare quattro passi per
lavarsi e sgranchirsi le gambe indolenzite. In casa faceva un gran caldo e il
freddo dell’esterno fu un toccasana. Raggiunse il torrente vicino al cottage e
si inginocchiò sulla sponda per lavar via il sudore. Poi riempì una bacinella e
tornò indietro; lavò di nuovo la ferita e applicò l’impasto, per poi dedicarsi
alla monumentale impresa di fasciarlo.
Dopo qualche tentativo di passare la benda sotto il busto, capì che
l’unico modo di riuscirci era metterlo seduto. S’inginocchiò dietro di lui, gli
alzò la testa, poi la posò sulle proprie gambe e fece forza con tutto il corpo
fino a sollevarlo. Ma il guerriero cadde in avanti e la ferita riprese a
sanguinare; sapendo di dover fare presto, Keeley lo fasciò energicamente e
poi lo adagiò con tutta la delicatezza possibile.
Solo allora gli lavò la faccia, tirandogli indietro i capelli e strofinando
tra le dita la treccia che gli cadeva dalla tempia.
Tratti spigolosi e molto mascolini emersero dal fango che li copriva.
Attratta dalla bellezza di quel volto, gli passò il dito sullo zigomo
scendendo fino alla mascella. Era un uomo davvero notevole, dal fisico
perfetto e i muscoli potenti. Un guerriero forte, forgiato dal fuoco di mille
battaglie: chissà di che colore aveva gli occhi, si chiese, augurandosi che
fossero blu, perché con quei capelli così scuri il blu sarebbe stato ipnotico.
Ma poteva anche averli castani.
Come per rispondere alla sua curiosità, lo sconosciuto aprì le palpebre. Il
suo sguardo era annebbiato, ma lei trattenne il fiato vedendo iridi verde
chiaro circondate da ciglia scure che lo rendevano ancora più bello di quanto
già non fosse.
Bello. Forse doveva usare una definizione più appropriata, perché
probabilmente lui si sarebbe offeso di essere apostrofato bello.
Affascinante andava meglio? Secondo i canoni sicuramente sì, ma non
bastava neppure alla lontana a descrivere l’uomo che aveva davanti.
— Angelo — gracchiò il guerriero. — Sono andato in paradiso. Non
può esistere altra spiegazione per una bellezza come la tua.
Keeley provò un indubbio piacere, ma poi ricordò che solo un’ora prima
la considerava un demone dell’inferno. Con un sospiro gli posò una mano sul
viso, sentendosi pungere dalla barba non rasata.
D’istinto, si chiese che effetto le avrebbe fatto sentire quella barba su
altre parti del corpo.
Accorgendosi di arrossire, si affrettò a scacciare quel pensiero. — No,
guerriero, non sei in paradiso. Sei ancora a questo mondo, anche se
probabilmente stai soffrendo le pene dell’inferno.
— Soffro, ma so di non essere all’inferno. Perché non è possibile che un
angelo come te risieda tra le fiamme della dannazione eterna — replicò lui
con la voce impastata.
Keeley sorrise e gli carezzò la guancia. Il guerriero voltò la testa e
affondò il naso nel palmo, chiudendo gli occhi mentre un’espressione
deliziata gli compariva sul viso.
— Adesso dormi — sussurrò lei. — Hai bisogno di riposo per riprendere
le forze.
— Non lasciarmi solo, angelo.
— No, guerriero, non ti lascerò da solo.
3
Alaric si rese sempre più conto del bruciante dolore al fianco a mano a
mano che riprendeva conoscenza. Divenne così forte da non poter stare fermo
per la terribile pena.
— Non muoverti, o strapperai i punti.
Quella dolce voce femminile venne accompagnata da mani gentili che
marchiavano la sua pelle già bollente. Anche il caldo era insopportabile, ma
obbedì perché non voleva che quell’angelo smettesse di toccarlo. Era l’unico
piacere a cui poteva aspirare.
Soffriva le pene dell’inferno e al contempo veniva vezzeggiato da un
bellissimo angelo. Com’era possibile? Forse si trovava sospeso tra i due
mondi in attesa del giudizio divino. — Acqua — disse con voce roca,
passandosi la lingua sulle labbra riarse. Quanto bramava anche solo un sorso
d’acqua.
— Sì, ma poca. Non voglio vederti rimettere sul mio pavimento — disse
l’angelo, passandogli un braccio sotto la nuca e sollevandogli la testa. Era
debole come un gattino e constatarlo lo riempì di vergogna.
Non sarebbe neppure riuscito a bere senza quella presa così ferma.
Sentì il bordo di una tazza contro le labbra e bevette avidamente,
inalando quasi l’acqua fredda. Deglutirla gli diede un brivido, tanto era gelida
e rinfrescante. Il contrasto fu persino doloroso, come se una miriade di
piccoli aghi di ghiaccio gli si conficcassero nella gola consumata dalle
fiamme.
— Ecco fatto — affermò l’angelo. — Per adesso basta così. So che stai
soffrendo e ti preparerò una tisana che renderà un po’ più facile dormire.
Lui però non voleva dormire. Voleva restare così, tra le braccia di quella
fanciulla e con la testa appoggiata al suo petto. Un petto assai allettante, per
quanto poteva capire, morbido e procace. Voltò la testa e affondò il naso in
quella morbidezza, inalandone il profumo e sentendo placarsi le fiamme
dell’inferno. Una grande pace lo avvolse: ah, sicuramente aveva compiuto un
passo verso il paradiso.
— Come ti chiami? — le chiese. Che nomi avevano gli angeli?
— Keeley, guerriero. Il mio nome è Keeley. E adesso smetti di parlare.
Devi riposarti per riacquistare le forze. Non ho fatto tutta questa fatica perché
tu prenda ad agitarti e muoia tra le mie braccia.
No, lui non sarebbe morto. Doveva fare delle cose troppo importanti,
anche se adesso la sua mente annebbiata non ricordava quali fossero.
Tuttavia, lei aveva ragione: doveva riposare ancora un poco e magari, quando
si fosse risvegliato, sarebbe riuscito a dare un senso a tutto questo.
Prese un respiro profondo e sentì il corpo rilassarsi. Si rese vagamente
conto del momento in cui il suo angelo gli abbassò la testa e allora inspirò di
nuovo, crogiolandosi nella fragranza di lei. Era come ambrosia; un caldo,
dolce ronzio gli corse nelle vene, cullandolo e placandolo.
Smise di lottare. Il suo angelo non avrebbe permesso alla morte di
ghermirlo.
— No, guerriero, non permetterò alla morte di ghermirti.
Morbide labbra gli sfiorarono la fronte, soffermandosi sulla tempia.
Lui voltò il viso, chiedendo un bacio sulla bocca. Era certo che sarebbe
morto se non lo baciava davvero.
Vi fu un attimo di esitazione. A lui parve un’eternità, ma alla fine quelle
morbide labbra sfiorarono le sue. Un bacio leggero, innocente quanto il bacio
di un bambino; gli strappò un ringhio basso e profondo, perché che fosse
dannato se si accontentava di un semplice bacetto.
— Baciami davvero, angelo.
Più che sentire il suono esasperato che lei emise, lo percepì. Poi udì un
sospiro e un soffio d’aria calda gli sfiorò le labbra. Un dolce profumo lo
avvolse: era vicina. Molto vicina.
Gli occorse tutta la sua forza, ma riuscì ad alzare un braccio e ad
affondarle le dita nei capelli, per poi stringerle la nuca e tenerla ferma.
Quindi voltò la testa e le loro labbra s’incontrarono.
Santo cielo, era così dolce. Il sapore di lei gli scivolava sulla lingua
come miele. Premette con impazienza contro le sue labbra, chiedendole di
aprirle, e con un sospiro l’angelo lo accontentò, permettendogli di entrare. La
invase senza remore, saggiando e gustando ogni angolo della sua bocca.
Sì, doveva essere in paradiso. Perché se quello era l’inferno, nessun
uomo in tutta la Scozia avrebbe più seguito la retta via.
Le forze lo abbandonarono e lui ricadde pesantemente con la testa sul
cuscino.
— Ti sei affaticato troppo, guerriero — lo rimproverò lei con voce
rugginosa.
— Ne valeva… la pena — le sussurrò in risposta.
Credette di vederla sorridere, ma la luce era così fioca da non poterne
essere certo. Poi si rese conto che si stava allontanando, ma non aveva la
forza di protestare. Un attimo più tardi ritornò, premendogli di nuovo sulle
labbra il bordo della tazza.
Stavolta però non conteneva acqua, bensì qualcosa di amaro. Lui tossì,
ma l’angelo non si arrese e continuò a versargli in bocca quel liquido
disgustoso fino a quando non ebbe altra scelta che deglutire o soffocare.
Quando finì, lei gli appoggiò di nuovo la testa sul cuscino e gli passò le
dita sulla fronte. — Dormi adesso — lo esortò.
— Resta qui, angelo mio. La pena è più sopportabile quando sei vicino a
me.
Vi fu un fruscio, poi la fanciulla si sdraiò premendo il corpo contro il
fianco sano. Era morbida e calda, uno scudo contro il freddo che s’insinuava
sempre più dentro di lui.
Il suo profumo lo avvolgeva. Sentirla così vicina attenuava le selvagge
fiamme del dolore. Respirare divenne più facile e una grande pace lo invase.
Sì, lei era il suo dolce angelo, venuto a salvarlo dalle porte dell’inferno.
Temendo che lo lasciasse non appena si addormentava la cinse con un
braccio, avvicinandola a sé. Poi voltò la testa fino a quando i capelli di lei gli
solleticarono il naso, inspirò profondamente e si arrese alla tenebra che
incombeva su di lui.
Keeley aveva un problema. Sì, era intrappolata contro il guerriero, con il
braccio di lui che la stringeva come una banda d’acciaio. Era così da ore:
sperava che una volta addormentato allentasse la presa, invece continuava a
tenerla ancorata al suo corpo.
Sentiva i tremori che lo scuotevano, un chiaro segno della febbre che
stava salendo. Spesso borbottava nel sonno e allora lei gli passava la mano
sul torace, fino a carezzargli il volto nella speranza di calmarlo. Poi gli
sussurrava qualche parola senza senso, a bassa voce per offrirgli più conforto.
E quando gli parlava, lui sembrava ascoltarla e tornava a rilassarsi.
Posò la testa sulla sua spalla, toccando con la guancia quel torace
possente. Commetteva un peccato crogiolandosi in quel modo nel contatto
con lui, ma nessuno la vedeva e senza dubbio Dio l’avrebbe perdonata se
fosse riuscita a salvare la vita del guerriero.
Un’occhiata alla finestra la fece trasalire. Il giorno si stava stemperando
nella sera e nel cottage faceva sempre più freddo.
Doveva alzarsi per coprire la finestra e attizzare il fuoco se volevano
trascorrere la notte al caldo. Inoltre, doveva pensare al cavallo del guerriero,
sempre ammesso che non si fosse allontanato. Poche cose facevano infuriare
un uomo come sapere che il suo destriero era stato trascurato. Probabilmente
lui le avrebbe detto di lasciar stare la ferita e di badare al cavallo: gli uomini
avevano le loro priorità, per quanto assurde.
Sospirò e con rammarico cercò di sciogliersi da quel ferreo abbraccio.
Non era facile, visto che lui sembrava deciso a trattenerla.
S’incupì nel sonno e borbottò delle cose che la fecero arrossire, ma alla
fine riuscì a liberarsi e si alzò in piedi. Si stiracchiò per rilassare i muscoli
irrigiditi, poi raggiunse la finestra e la chiuse con la tenda di pelliccia. Il
vento soffiava forte, fischiando contro il tetto di paglia. Se quella notte non
fosse nevicato, ne sarebbe rimasta sorpresa.
Prese lo scialle e se l’avvolse attorno alle spalle, poi uscì in cerca del
cavallo. Sgranò gli occhi quando lo vide accanto alla finestra, come se desse
un’occhiata ogni tanto per vedere come stava il suo padrone. — Suppongo
che tu sia abituato a trascorrere la notte al coperto, ma purtroppo non ho una
stalla dove metterti — gli mormorò, carezzandogli il collo. — Pensi di poter
affrontare la neve in arrivo?
Il cavallo sbuffò e mosse la testa su e giù, soffiando aria calda dalle
narici. Era un animale enorme e sembrava molto intelligente. Senza dubbio
aveva trascorso all’addiaccio notti ben peggiori e comunque lei non poteva
certo portarlo in casa.
Gli diede un’ultima carezza, poi andò a prendere la legna. I ceppi già
tagliati stavano finendo; l’indomani avrebbe dovuto spaccarne altri per tener
vivo il fuoco.
Rabbrividì per una folata tanto forte da scostarle lo scialle e costringerla
a chinarsi in avanti per mantenere l’equilibrio. Si affrettò a rientrare e posò la
legna accanto al camino. Dopo essersi accertata che la porta e la finestra
fossero ben chiuse, gettò qualche ceppo sul fuoco e smosse le braci fino a
quando le fiamme tornarono a divampare.
Un gorgoglio allo stomaco le ricordò che non mangiava nulla da quella
mattina. Preparò il baccalà che aveva messo a mollo il giorno prima, prese un
tozzo di pane e sedette a gambe incrociate accanto al guerriero, consumando
la cena al calore del fuoco.
Mentre masticava, guardava il volto dello sconosciuto illuminato dal
chiarore dorato delle fiamme. Sempre pronta a fantasticare, la sua mente si
riempì di sogni a occhi aperti. Sogni quanto mai piacevoli: un sospiro le
sfuggì quando immaginò di essere sposata a quel guerriero.
Sedevano a tavola dopo una dura giornata di lavoro. Anzi, ancora
meglio, una mattina lo vedeva tornare a casa da una fiera battaglia e gli dava
un caldo benvenuto. Naturalmente lui tornava da vincitore e quindi meritava
l’accoglienza di un eroe. Sarebbe stato così felice di rivederla da cingerla tra
le braccia e salutarla con un bacio mozzafiato, dicendole quanto gli era
mancata e quanto spesso aveva pensato a lei.
Un lieve sorriso suscitato da ricordi lontani le riempì il cuore di dolore.
Lei e Rionna fantasticavano spesso sul giorno in cui avrebbero sposato i loro
guerrieri. Sogni che le erano stati strappati brutalmente, insieme a
un’amicizia che pareva incrollabile nel tempo.
E adesso, anche solo l’idea di sposarsi sembrava preclusa. Il suo clan
l’aveva bandita e non conosceva nessuno fuori dalle terre dei McDonald.
Tuttavia, ritrovarsi un bellissimo guerriero ferito sulla porta di casa
doveva essere un segno del destino, giusto? Forse era la sua possibilità… ma
più probabilmente sarebbe servito solo ad alimentare le sue malsane fantasie
fino a quando lui sarebbe guarito e se ne sarebbe andato. Comunque fosse,
intendeva trarre il massimo da quella situazione anche se le fantasie restavano
tali. A volte, i sogni erano l’unica cosa che la sosteneva.
Un nuovo sorriso le illuminò il volto. Lui la chiamava “angelo”. La
vedeva bellissima. Ah, lo doveva senz’altro alla febbre. Ma il pensiero che un
uomo così virile avesse compiuto un tale sforzo per baciarla la riempiva di
gioia.
Si toccò le labbra, ricordando ancora il formicolante calore suscitato da
quel bacio. Doveva ammettere di non aver provato a resistergli in alcun modo
e forse questo la rendeva una sgualdrina proprio come la chiamavano i
McDonald. Ma non aveva intenzione di sentirsi in colpa.
Ormai, nessuno pensava bene di lei e quindi non aveva più una
reputazione da difendere.
Messa in quel modo, la licenziosità di cui aveva dato mostra non
sembrava poi così peccaminosa. Il sorriso si tinse di malizia: avrebbe fatto il
suo dovere curando il guerriero. E se nel frattempo lui voleva rubarle qualche
bacio, chi l’avrebbe mai saputo? Né i baci, né tantomeno una testa piena di
sogni potevano nuocere a qualcuno, non nella sua situazione. Da anni si
ripeteva che le sue idee sull’amore erano solo sciocchezze senza senso. Era
stufa di stroncare sul nascere le sue speranze.
Si pulì le mani sulla gonna, lanciò un’occhiata al guerriero addormentato
e decise che il modo migliore di controllare le sue condizioni era sdraiarsi
accanto a lui proprio come aveva fatto prima.
Tornò a spostargli il braccio e si rannicchiò contro il suo corpo
muscoloso. Subito il guerriero la strinse, poi voltò la testa come se la stesse
aspettando anche nel sonno.
Si sentì scaldare dalla testa ai piedi quando le sussurrò: — Angelo.
Con un sorriso, si avvicinò ancora di più per farsi avvolgere dal suo
calore. — Sì — gli disse. — Il tuo angelo è tornato.
4
Quanto rapidamente l’angelo si trasformò nel diavolo. Il giorno dopo,
mentre si dibatteva consumato dalla febbre, il guerriero alternò le peggiori
maledizioni ai più dolci complimenti, definendola ora una serva del demonio
venuta a trascinarlo nelle viscere dell’inferno, poi un angelo giunto per
accompagnarlo in paradiso.
Lei era esausta, anche perché non sapeva mai se avvicinandosi lui
l’avrebbe afferrata per darle un bacio ardente oppure avrebbe preso ad
agitarsi per cacciarla via. Poteva solo ringraziare il cielo che fosse tanto
debole da non costituire una minaccia, visto che il massimo che riusciva a
fare nei momenti di rabbia era muovere scompostamente un braccio.
Soffriva vedendolo così. E provava in ogni modo ad aiutarlo,
calmandolo con suadenti parole, asciugandogli il sudore, carezzandogli i
capelli e baciandogli la fronte. A lui piacevano quei baci.
Una volta era riuscito a sorprenderla reclinando la testa, cercando le sue
labbra e poi baciandola fin quasi a farle perdere i sensi. Senza dubbio era un
uomo dotato di un sano appetito per le donne, perché quando non la
malediceva non faceva altro che baciarla. E con sua grande vergogna, lei non
si negava in alcun modo. Dopotutto, era un uomo che lottava contro la morte:
quella era la scusa che adottava dentro di sé, rifiutandosi anche solo di
contemplare un’altra ipotesi per quel suo atteggiamento libertino.
Nel pomeriggio, prese un po’ di brodo dal bollito di selvaggina che stava
preparando. Si era sentita molto compiaciuta quando un cacciatore che aveva
curato si era presentato alla sua porta per donarle metà della cacciagione
catturata quella mattina. L’avrebbe nutrita per diversi giorni con pasti
soddisfacenti e sostanziosi.
Tenendo tra le mani la scodella sbreccata con il brodo, s’inginocchiò
accanto al guerriero chiedendosi quanto avrebbe dovuto lottare per farglielo
bere. Per fortuna lui non era combattivo in quel momento, visto che era
tornato a ritenerla un angelo. Bevette come se gli venisse offerta
dell’ambrosia, e forse nella sua mente ottenebrata dalla febbre era proprio
così.
Ma quasi gli rovesciò il brodo addosso quando bussarono alla porta. La
paura le strinse le viscere mentre si guardava attorno, cercando un posto dove
nascondere il guerriero. Rinunciò subito.
Nascondere un uomo così? Occupava metà del pavimento!
Posò la scodella e provò a blandire il guerriero con una dolce carezza
sulla guancia. L’ultima cosa che poteva permettersi era che si mettesse a
gridare oscenità mentre lei si liberava del visitatore.
Dopodiché si alzò e raggiunse la porta, socchiudendola appena. Era
quasi il tramonto e il sole sembrava un disco pallido sospeso sopra le vette
lontane. Una gelida folata le agitò i vestiti, facendola rabbrividire.
Tirò un sospiro di sollievo vedendo che si trattava della moglie di un
mezzadro che risiedeva nei paraggi. Ma poi trattenne il fiato, ricordando
l’enorme destriero che si aggirava attorno al cottage.
Uscì con un incerto sorriso sulle labbra, guardando a destra e a sinistra.
Ma del cavallo non c’era traccia. Dov’era andato?, si chiese accigliata. Il
guerriero non sarebbe stato felice di perdere un animale così imponente.
Possibile che l’avessero rubato mentre lei cercava di salvare il suo padrone?
Non poteva certo farsi in due: o curava il cavallo, oppure l’uomo che lo
montava.
— Scusa se ti disturbo in una giornata così fredda, Keeley — cominciò
Jane McNab.
Lei tornò a guardare la donna e abbozzò un sorriso. — No, nessun
disturbo, ma non avvicinarti troppo perché ho preso il raffreddore.
La donna sgranò gli occhi e arretrò subito di un passo. A lei spiaceva
mentirle, ma non aveva altre scuse per tenerla fuori dal cottage.
— Mi chiedevo se hai ancora quell’impiastro per la tosse di Angus.
Gli è ritornata e tossisce forte. Succede ogni volta che cambia il tempo.
— Ma certo — rispose Keeley. — Ne ho preparato altro giusto qualche
giorno fa. Se aspetti, vado a prenderlo.
Rientrò e prese a rovistare nell’angolo in cui teneva i suoi medicamenti.
Aveva preparato un paiolo pieno di quell’impiastro perché molti soffrivano
della medesima tosse che affliggeva Angus.
Prese una tazza e la riempì della spessa poltiglia. Sarebbe durata una
settimana circa; soddisfatta, tornò fuori e la porse a Jane, che la aspettava
tremando per il freddo.
— Grazie, Keeley. Pregherò perché anche tu guarisca presto — disse
Jane, mettendole in mano una moneta. E prima che lei potesse rifiutare, la
vicina se ne andò.
Stringendosi nelle spalle, Keeley rientrò e mise la moneta con le altre
nel fagotto di lino in cui custodiva i suoi magri risparmi. Con l’arrivo
dell’inverno, le sarebbero serviti per comprare il cibo che i campi e la foresta
non le avrebbero più fornito.
Il suo guerriero era tranquillo e riposava, sebbene tra acute fitte di
dolore. Si muoveva e gemeva nel sonno, ma almeno non delirava.
Keeley tirò un sospiro di sollievo, consapevole di non aver dovuto
fingere per convincere Jane di non sentirsi bene. Era esausta e pallida come
un cencio. Avrebbe dato chissà cosa per una bella dormita.
Si chinò su di lui e gli posò una mano sulla fronte, allarmata per quanto
era calda. Lo vide rabbrividire, i muscoli si contrassero e si tesero nel
tentativo di scacciare il freddo. Keeley diede un’occhiata al camino e si rese
conto di dover uscire un’altra volta per prendere la legna necessaria a
scaldare la casa durante la notte. Il vento soffiava forte, infiltrandosi nelle
fessure tra le imposte e agitando la misura di pelle che usava per coprire la
finestra.
Sapendo che era meglio sbrigare subito l’incombenza per poi chiudersi
nel cottage e trascorrere al caldo la serata, si avvolse nello scialle e si
avventurò fuori per prendere la legna.
Quando tornò indietro, la forza del vento le aveva strappato di dosso lo
scialle, che sventolava come una bandiera tra le terribili folate costringendola
a tenerlo per un angolo perché non volasse via. Entrò, chiuse la porta e posò
alla meglio la legna accanto al camino, per poi attizzare il fuoco fino a
quando le fiamme lambirono la cappa.
Aveva fame, ma era troppo stanca per cucinare. Voleva solo sdraiarsi e
chiudere gli occhi, ma prima guardò il guerriero e soppesò le probabilità di
riuscire a dargli una pozione per farlo dormire. Alla fine decise di provarci,
sia per riuscire anche lei a riposare sia perché agitarsi così non gli faceva
bene alle ferite. Inoltre, non aveva voglia di essere svegliata di soprassalto a
causa delle allucinazioni che la febbre sembrava fornirgli in abbondanza.
Chiedendosi quando sarebbe andata a dormire, preparò la pozione e poi
s’inginocchiò accanto al guerriero, passandogli il braccio sotto la nuca e
alzandolo il più possibile. Quindi prese con la mano libera la scodella posata
per terra. — Bevi — gli mormorò con voce suadente.
— Ti donerà un sonno senza sogni. Hai davvero bisogno di dormire
tranquillo.
E anch’io ne ho gran bisogno!
Lui bevette senza fare storie, limitandosi a piegare le labbra in una
smorfia quando dovette deglutire. Lasciando uscire il fiato che tratteneva,
Keeley gli appoggiò la testa sul cuscino, lo coprì per tenerlo al caldo e poi si
sdraiò accanto a lui, appoggiando la testa sulla sua spalla.
Non era certo una sistemazione decorosa. Se qualcuno l’avesse vista,
sarebbe stata bollata come una sgualdrina senza pudore. Ma c’erano solo lei e
il guerriero, e che fosse dannata se intendeva permettere a qualcuno di
giudicarla in casa sua. Inoltre aveva disfatto il letto per lui, non poteva certo
dormire al freddo e quindi doveva per forza condividere la coperta.
E con essa, il calore del suo corpo.
Il tremore che scuoteva il guerriero parve diminuire quando si distese
accanto a lui. Sospirò soddisfatto, si voltò e, sebbene avesse gli occhi chiusi,
la cinse con il braccio poderoso, aprendo la mano sulla sua schiena,
premendogliela sulle scapole. Poi la tirò a sé come per ripararla con il corpo,
costringendola ad appoggiare la testa tra la spalla e il collo.
Era come essere avvolti dalle fiamme. Il caldo le penetrò fin nelle ossa,
sciogliendo i muscoli irrigiditi dal gelo. Keeley fece attenzione a non toccare
la ferita, anche se fremeva per abbracciarlo a sua volta.
Invece si accontentò di mettere una mano tra i loro corpi, posandola sul
torace di lui e sentendo il battito del suo cuore sotto le dita.
— Sei bellissimo, guerriero — gli sussurrò. — Non so da dove vieni o
se sei un amico o un nemico, ma sei l’uomo più bello che abbia mai
incontrato.
E mentre scivolava nel dolce sonno, con il calore di lui che l’avvolgeva
come un manto, il guerriero sorrise nell’oscurità.
5
Un’inquietante sensazione assalì Keeley un attimo prima di aprire gli
occhi. Annaspò e avrebbe gridato, ma una grande mano le tappò la bocca.
Abbietto terrore la travolse quando vide degli uomini armati aggirarsi in
casa. Non parevano affatto felici, anzi, la studiavano con aria implacabile. Lei
notò che due di loro assomigliavano molto al suo guerriero.
Non ebbe il tempo di pensarci, però, perché venne afferrata e messa
brutalmente in piedi da un guerriero che impugnava una spada così grande da
tagliarla in due con un solo fendente. Fece per chiedere che cosa volessero,
ma poi deglutì e si morse la lingua davanti all’occhiata che lui le lanciò.
A quanto pareva, erano loro a fare le domande.
— Chi sei e cosa gli hai fatto? — ringhiò lo sconosciuto, indicando con
la punta della spada il ferito steso a terra.
Keeley sgranò gli occhi e non riuscì a trattenere un sussulto
d’indignazione. — Io? Nulla, mio buon cavaliere. Cioè, tranne salvargli la
vita, cosa non proprio insignificante.
Il guerriero la guardò con occhi socchiusi, poi la strattonò,
avvicinandola a sé e stringendole tanto il braccio da strapparle un grido di
dolore.
— Lasciala andare, Caelen — ordinò quello che sembrava il loro capo.
Caelen si accigliò, ma poi la spinse via con tanta forza da farla sbattere
contro uno dei suoi compari. Lei fece per lanciarsi verso la porta, ma dita
d’acciaio tornarono a stringerle il braccio, anche se più gentilmente.
Il capo si chinò sul ferito, in volto una grande preoccupazione. Gli posò
la mano sulla fronte, poi sul torace e le spalle, come per cercare la causa della
febbre che lo consumava. — Alaric! — chiamò con una voce tanto imperiosa
da risvegliare un morto.
Alaric? Un nome perfetto per un uomo così. Ma Alaric neppure si mosse
e il capo tornò a guardare lei. Aveva occhi verdi molto simili a quelli del suo
guerriero, ma freddi e tempestosi. — Che cosa è successo? Perché non si
sveglia?
Lei si voltò e lanciò un’occhiata di fuoco al barbaro che la tratteneva,
quindi posò lo sguardo sulle dita che le stringevano il braccio fino a quando
quello non colse il messaggio e la lasciò. Quindi si affrettò a raggiungere
Alaric, decisa a difenderlo per impedire che quegli intrusi, chiunque fossero,
approfittassero delle sue condizioni per fare i prepotenti.
— Sta molto male — balbettò, cercando di tenere a bada la paura.
Un’impresa non facile, circondata com’era da uomini enormi e
minacciosi.
— Questo lo vedo da me — replicò il capo. — Cosa è successo?
Keeley strinse i lembi della tunica strappata di Alaric e li spostò per
mostrare a tutti loro la ferita che aveva al fianco. I guerrieri inorridirono e
Caelen, ovvero il bruto che le aveva stretto tanto il braccio da spezzarle quasi
l’osso, avanzò per dare un’occhiata da vicino.
— Non so cosa sia successo — disse lei sinceramente. — Il suo cavallo
l’ha portato qui ed è caduto di sella davanti alla mia porta. Ho dovuto
ricorrere a tutta la mia inventiva per trascinarlo dentro, in modo da potergli
medicare la ferita. Ha solo quello squarcio sul fianco: gli ho pulito la ferita,
poi ho messo i punti e da allora lo sto curando.
— È stata brava a ricucirlo — borbottò cupamente Caelen.
Keeley avvampò, ma di nuovo si morse la lingua. Cosa non avrebbe
dato per prendere a calci quell’orco! Il braccio le faceva ancora male per la
sua stretta.
— Sì, è stata brava — concesse il capo. — Vorrei solo sapere come si è
ridotto così. Questa non è una ferita da poco. — Si voltò e trafisse Keeley con
lo sguardo, come se si chiedesse se era stata del tutto sincera.
— Se lo sapessi ve lo direi — borbottò lei. — Ho temuto che morisse.
Dev’essere caduto in un’imboscata, oppure è stato colpito a tradimento.
Sembra un guerriero in grado di tener testa a chiunque.
Un lampo attraversò gli occhi del capo e per un attimo Keeley ebbe la
sensazione che trattenesse un sorriso. — Io sono laird McCabe e Alaric è mio
fratello — le disse.
Lei abbassò lo sguardo ed eseguì la riverenza. Non era il suo laird, ma il
titolo meritava rispetto anche se il vecchio McDonald aveva fatto di tutto per
farglielo scordare.
— Tu chi sei, ragazza? — chiese il laird con impazienza.
— Io? Keeley — balbettò lei. — Keeley… ecco, solo Keeley. — E
non mentiva, visto che il suo clan l’aveva ripudiata.
— Bene, solo Keeley, si direbbe che debba ringraziarti per aver salvato
mio fratello.
Lei si sentì arrossire come se le guance andassero a fuoco. Si mosse a
disagio, per nulla abituata ai complimenti.
Il laird prese a dare ordini per riportare Alaric nelle terre dei McCabe.
Lei capiva il fatto che volessero curarlo nel loro maniero, ma un grande
sconforto l’assalì al pensiero che quell’uomo così bello diventato ormai il
centro della casa non avrebbe neppure saputo che volto avesse il suo angelo.
— Il cavallo era qua fuori, ma poi è scomparso. Stupido animale —
borbottò, per nulla disposta a prendersi la colpa. — Non avevo una stalla
dove metterlo.
Di nuovo, qualcosa che parve pericolosamente simile a un sorriso balenò
sulle labbra di laird McCabe. — Quello stupido animale è tornato da noi e ci
ha condotti qui.
Keeley sbatté gli occhi e tacque, ascoltando distrattamente il laird che
organizzava la partenza. Quasi non si accorse che parlava anche di lei. Poi la
menzionò di nuovo, un comando imperioso che la riguardava fin troppo da
vicino.
Si voltò di scatto, ritrovandosi davanti Caelen che era ovviamente un
altro dei fratelli McCabe. Assomigliava molto ad Alaric anche se, per essere
oneste, il suo guerriero era molto più bello. Il fratello invece mostrava un tale
cipiglio da far fuggire a gambe levate qualunque donna potesse mai pensare
di andargli vicino.
— Ma io non voglio venire con voi — protestò, certa di aver sentito
male.
Caelen neppure rispose, né parve impressionato dal suo rifiuto. Si limitò
ad afferrarla e a gettarsela in spalla, per poi incamminarsi verso la porta.
Keeley fu talmente oltraggiata da quel trattamento da restare
ammutolita. Ma mentre marciavano verso i cavalli, la paura le ridonò la
parola e le energie. Cominciò a dimenarsi e poi a scalciare; Caelen le affibbiò
una pacca sul sedere, ma dovette posarla a terra per poi torreggiare su di lei
con un’aria profondamente annoiata.
Keeley prese a massaggiarsi vigorosamente il fondoschiena e gli lanciò
un’occhiata di fuoco. — Mi avete fatto male!
Il guerriero alzò gli occhi al cielo. — Ascolta, ragazza, hai due scelte: o
monti in sella senza fare storie, oppure ti ci scaravento io legata e
imbavagliata.
— Non posso andarmene così! Che diavolo vi salta in mente? Non ho
fatto nulla a vostro fratello. Gli ho salvato la vita e voi mi ringraziate in
questo modo? Qui c’è gente che si affida a me per essere curata.
Caelen la studiò, guardandola con un rispetto del tutto nuovo. — Se
conosci la medicina, c’è bisogno di te al maniero dei McCabe — le spiegò
con calma. — Sei stata brava a ricucire mio fratello e a tenerlo in vita.
Continuerai a farlo sulle nostre terre.
Lei gli lanciò un’occhiataccia, anche se dovette reclinare la testa
all’indietro per riuscirci. — Comunque sia, non voglio cavalcare con voi —
gli disse, incrociando caparbiamente le braccia per dare più enfasi al rifiuto.
— Davvero? Meglio così.
La sollevò di nuovo e marciò verso uno dei guerrieri già a cavallo.
Poi, senza preavviso, la posò sulla sella davanti a lui, costringendolo ad
afferrarla per non farla cadere. — Contenta adesso? Cavalcherai con Gannon.
Che però non sembrava affatto lieto di quel compito.
Keeley avvampò e poi decise di dire a Caelen esattamente cosa pensava
di lui. — Siete un barbaro. Uno zotico ottuso e prepotente! Vi odio!
Lui fece spallucce, lasciando chiaramente intendere che se ne infischiava
del suo giudizio. Ma poi, Keeley poté giurare di averlo sentito bofonchiare un
“niente male” mentre se ne andava, raggiungendo gli altri che preparavano la
barella su cui trasportare Alaric.
— Dev’essere comoda e sicura, altrimenti rischiate di strappare i punti!
— gridò loro, sporgendosi in avanti e rischiando così di cadere da cavallo.
Ma Gannon subito la trattenne, rimettendola in sella.
— Vi conviene stare ferma — le consigliò. — È una bella caduta per
uno scricciolo di donna come voi.
— Io non voglio andarmene da qui — ribadì lei.
Gannon si strinse nelle spalle. — Il laird dice che dovete venire al
maniero e se fossi in voi non farei troppe storie. I McCabe sono un buon clan.
E abbiamo davvero bisogno di un’erborista, dato che la nostra è morta
qualche settimana fa.
Lei tirò il fiato e stava giusto per gridare a tutti loro che non potevano
andare in giro a rapire la gente quando il significato di quelle parole si fece
strada nella sua mente. Un nuovo clan. Dove avrebbe ricoperto un ruolo
importante. Era davvero così facile?
Storse il naso a quella domanda. Che cosa l’attendeva dai McCabe?
Il rispetto dovuto a un’erborista o il disonore della prigionia? E se
l’avessero tenuta con loro fino a quando Alaric non fosse guarito e poi
l’avessero cacciata senza darle neppure un mulo per tornare a casa?
E se Alaric non fosse guarito? Che cosa le avrebbero fatto se fosse
morto?
No, si disse, il suo guerriero non sarebbe morto. Lei intendeva fare tutto
il possibile per salvarlo. Aveva preso quella decisione fin dal momento in cui
era caduto da cavallo davanti alla porta del suo cottage, ma non aveva
previsto un lungo viaggio al gelo. Un brivido la scosse e istintivamente si
rannicchiò contro Gannon in cerca di un po’
di calore. Il vento soffiava forte e lei non indossava i vestiti adatti per
una cavalcata che poteva durare giorni.
Dietro di lei, Gannon imprecò. — Date alla ragazza qualcosa per
ripararsi dal freddo — gridò. — Altrimenti congelerà prima di arrivare alle
nostre terre.
Uno dei guerrieri gli lanciò una coperta e Gannon l’avvolse con cura
attorno a lei. Keeley afferrò le estremità e le strinse forte a sé, restando
comunque vicina a lui anche se era il suo rapitore e lei una prigioniera.
No. Non era Gannon il suo rapitore. E sembrava contrariato quanto lei
per ciò che stava accadendo. Era il laird il responsabile di tutto. E
anche Caelen.
Li guardò sdegnata per chiarire che non le piaceva affatto la loro
prepotenza, ma nessuno dei due le prestò attenzione, occupati com’erano con
la barella del fratello.
— Bene, siamo pronti — annunciò alla fine il laird, studiando i guerrieri
che si preparavano a partire. — Dobbiamo stare molto attenti. Non sappiamo
chi abbia attaccato il drappello, ma tutti sono stati trucidati tranne Alaric. Non
faremo pause fino a stasera.
Keeley rabbrividì di nuovo sentendo quelle terribili parole. Alaric
viaggiava scortato, ma qualcuno era riuscito a sorprendere lui e i suoi uomini.
Chi poteva aver compiuto quella strage?
— Non preoccupatevi, Keeley. Non permetteremo a nessuno di farvi del
male — la rassicurò Gannon, male interpretando il suo brivido.
Per qualche motivo, lei gli credette. Anche se pareva assurdo riporre la
sua fiducia in quei barbari che la stavano rapendo, sentiva che sarebbe stata al
sicuro finché fosse rimasta con loro.
Si rilassò contro Gannon e appoggiò la testa al suo torace mentre
partivano al passo. Le notti insonni in cui aveva curato Alaric si fecero sentire
quasi subito. Era stanca, affamata e infreddolita e non poteva porvi rimedio in
alcun modo. Per cui, fece la sola cosa che sembrava sensata.
Dormire.
6
— Potevi almeno trovare una ragazza più accomodante da portare con
noi — borbottò Caelen a Ewan.
Lui sorrise e si voltò, studiando la barella e gli uomini che la
trasportavano. Alaric non si era mai svegliato e questo lo preoccupava, ma si
vedeva che quella gatta selvatica l’aveva curato a dovere, e quindi era
perfetta per i compiti che intendeva assegnarle.
— Conosce la medicina e solo questo conta — tagliò corto, per nulla
intenzionato a sorbirsi una delle filippiche di Caelen contro le donne.
Poi tornò a voltarsi, guardando Gannon e la ragazza seduta davanti a lui.
Dormiva con la testa appoggiata al torace del guerriero, che doveva tenerla
tra le braccia per evitare che cadesse. Aveva un sonno così profondo da non
accorgersi di nulla e questo gli strappò un sorriso. — Vedi quant’è stanca?
Chiaramente non ha dormito per curare Alaric ed è proprio della sua
dedizione che abbiamo bisogno.
Con Mairin così vicina al parto, ci serve qualcuno con esperienza: non
voglio correre alcun rischio con mia moglie e mio figlio.
Caelen non disse nulla e si limitò ad annuire.
Poco dopo, Gannon dovette rallentare il passo perché Keeley si era
girata nel sonno rischiando di cadere. Riuscì ad afferrarla all’ultimo istante e
lei aprì di scatto gli occhi, per poi sistemarsi meglio sulla sella.
La sua aria irritata fece venire a Ewan una gran voglia di ridere. Sì, era
davvero una gatta selvatica e non pareva per nulla felice dell’onore che lui le
stava riservando. Perché si sentisse tanto legata al miserabile cottage in cui
viveva sola come un cane era un mistero, soprattutto considerando il
rispettabile ruolo che le stava offrendo tra i McCabe.
— Avete esperienza come levatrice? — le chiese ad alta voce.
Lei si voltò. — Qualche bambino sono riuscita a farlo nascere —
borbottò.
— Avete esperienza o no? — insistette Ewan.
— Sono sopravvissuti tutti, se proprio volete saperlo — replicò Keeley
in tono acido.
Ewan fermò il cavallo e alzò il pugno per indicare a Gannon di fare
altrettanto. Poi si avvicinò e trafisse Keeley con tutta la forza del suo sguardo.
— Ascoltatemi bene, piccola strega. Due persone che per me sono più
importanti della mia stessa vita hanno bisogno di voi. Mio fratello è
gravemente ferito e mia moglie mi darà un figlio quest’inverno. Voglio la
vostra esperienza, non la vostra arroganza. Vi sto offrendo una posizione
rispettabile, ma ricordate sempre che tra i McCabe la mia parola è legge. Mi
accetterete come vostro laird, oppure verrete cacciata e affronterete l’inverno
nel vostro tugurio con il poco cibo che riuscirete a trovare.
Keeley serrò le labbra, si morse la lingua e annuì.
— State attenta a non irritare il laird, ragazza — le sussurrò Gannon
all’orecchio. — È fuori di sé per la preoccupazione con lady McCabe così
vicina al parto. Tutto il nostro clan dipende dalla nascita di quel bambino.
Lei deglutì, provando un vago rammarico per la petulanza che aveva
mostrato. Tuttavia, non si sentiva in colpa. Era stata prelevata con la forza
dalla sua casa per essere portata tra i McCabe. Nessuno le aveva chiesto
nulla, né le era stata offerta la possibilità di scegliere. Se il laird le avesse
parlato con chiarezza prima di trascinarla via, probabilmente avrebbe
accettato con gioia di trasferirsi in un altro clan, ma così…
Troppe cose erano sfuggite al suo controllo. Troppe volte non aveva
avuto scelta riguardo al suo destino.
— Ho fatto nascere oltre venti bambini, laird McCabe — ammise
controvoglia. — E tutte le volte ho salvato sia la madre sia il nascituro.
Farò del mio meglio con vostra moglie e non lascerò morire vostro
fratello. Ho deciso che l’avrei salvato non appena l’ho visto e scoprirete
presto che non sono tipo da arrendermi facilmente.
— Lo immagino. Un’altra donna testarda come un mulo — borbottò
Caelen. — Lei e Mairin andranno d’amore e d’accordo.
Keeley aggrottò la fronte. — Mairin?
— La nostra lady — chiarì Gannon.
Lei studiò il laird con rinnovato interesse, perché era evidente che aveva
detto la verità. Suo fratello e sua moglie significavano molto per lui. Vedeva
la preoccupazione sul suo volto e il cuore romantico che le batteva nel petto
ebbe un sussulto.
Quant’era dolce un laird che riportava a casa una levatrice da una terra
lontana per assicurarsi che la sua lady partorisse in sicurezza quando fossero
arrivate le doglie!
Quasi gemette a quel pensiero. Quant’era ridicolo coltivare poetiche
speranze sul romanticismo del capo di un clan! Lui l’aveva rapita, numi del
cielo: Keeley avrebbe dovuto gridare così forte da farsi sentire in tutta la
valle, non soffermarsi sospirando sull’evidente affetto che quell’uomo nutriva
per la moglie.
— Sei una sempliciotta — borbottò tra sé.
— Come dite? — sbottò Gannon, palesemente offeso.
— Non dicevo a voi. Mi riferivo a me stessa.
Lo sentì borbottare qualcosa sulle assurdità delle donne, ma non ne era
sicura e quindi non gli rispose. — Quanto dista il vostro maniero, laird? —
chiese invece.
Ewan si voltò e la guardò. — Poco meno di un giorno a cavallo, ma
dovendo trasportare Alaric ci metteremo di più. Viaggeremo più velocemente
possibile e faremo il campo vicino ai confini delle nostre terre.
— E dopo che avrò curato vostro fratello e fatto partorire vostra moglie,
mi lascerete tornare a casa?
Lui la studiò con occhi socchiusi. Caelen invece sembrava pronto a
gridarle di sì.
— Ci penserò, promesso. Ma il nostro clan ha bisogno di una buona
erborista.
Keeley si accigliò. D’altro canto era sempre meglio di un netto rifiuto.
Annoiata e inquieta per la lentezza della marcia, si appoggiò al torace di
Gannon senza curarsi del decoro. Non aveva chiesto lei di essere rapita e
sicuramente non aveva chiesto lei di passare da un guerriero all’altro come un
maleodorante sacco di rifiuti.
Anche se lentamente, si stavano allontanando dalle terre in cui Keeley
era nata e cresciuta. Per distrarsi cominciò a guardare il panorama, sperando
che bastasse a infonderle un po’ d’entusiasmo, ma non sembrava poi così
diverso da quello a cui era abituata. Colline verdi e spoglie, con rocce sparse
ovunque. Poi cominciarono a scendere e attraversarono un fitto bosco; fu il
primo di una lunga serie, poiché valli e colline si susseguivano su uno sfondo
di montagne già innevate.
Era molto bello, doveva ammetterlo, ma non esotico come aveva
immaginato.
Quando giunsero a un fiume che univa due specchi d’acqua, il signore
dei McCabe fermò il drappello e ordinò di montare il campo.
E come se si fossero allenati a lungo, i guerrieri obbedirono con grande
efficienza, dedicandosi ognuno a un compito diverso. Presto vennero erette le
tende, accesi i fuochi e stabiliti i turni di guardia.
Non appena Alaric venne adagiato accanto al fuoco, lei si affrettò a
raggiungerlo. Gli toccò la fronte per controllare la febbre, poi si chinò e
appoggiò l’orecchio sul suo torace. Il fatto che non avesse ripreso i sensi la
preoccupava sempre più; non si era mosso nemmeno per gli scossoni del
viaggio. Respirava piano, il petto si alzava appena, e scottava parecchio. Era
anche disidratato, viste le labbra secche e screpolate; conscia che i suoi
fratelli la stavano guardando, si voltò e disse cupamente: — Dobbiamo farlo
bere. Portatemi dell’acqua e state pronti ad aiutarmi.
Caelen andò a prendere l’acqua mentre il laird la raggiunse, si chinò e
passò il braccio sotto le spalle di Alaric. Ma lo alzò solo quando vide il
fratello tornare indietro con una tazza di metallo.
Keeley la appoggiò delicatamente alle labbra di Alaric, ma quando la
inclinò e gli versò un po’ d’acqua in bocca, lui non deglutì e un rivolo cadde
sulla coperta.
— Smetti di fare i capricci, guerriero — lo rimproverò. — Bevi, così
dormiremo tranquilli. Ho passato abbastanza notti insonni a causa tua.
— Demone — borbottò Alaric.
— Chiamami come ti pare, ma bevi quest’acqua.
— Cos’hai fatto al mio angelo? — biascicò lui.
Vedendo che aveva aperto la bocca, Keeley ne approfittò per rovesciare
un bel sorso d’acqua. Alaric tossì e sputacchiò, ma ne mandò giù la maggior
parte.
— Ecco, così. Ancora un po’. Ti farà sentire meglio — lo blandì,
versando piano altra acqua. E Alaric bevette senza fare storie; quando fu
soddisfatta, Keeley posò la tazza e fece cenno al laird di rimettere giù il
fratello, poi si strappò un lembo della gonna già lacera, lo immerse nell’acqua
rimanente e lo posò sulla fronte sudata del suo guerriero, vedendolo rilassarsi
e poi sorridere.
— Dormi, adesso — gli mormorò.
— Angelo — mormorò lui in risposta. — Sei tornata. Temevo che
quella serva del demonio ti avesse fatto del male.
Keeley sospirò. — E così, adesso sono di nuovo un angelo.
— Resta accanto a me.
Keeley si lanciò un’occhiata alle spalle e vide Caelen incupirsi, mentre il
laird la studiava divertito. Socchiuse gli occhi, sfidandoli entrambi a
commentare. Volevano che loro fratello vivesse? Per riuscirci, bisognava
anzitutto evitare che si agitasse e se questo significava dormire accanto a
lui… ebbene, che fosse.
Il laird si avvicinò. — Farò portare delle coperte in modo che stiate
comoda. Apprezzo davvero il vostro sacrificio, Keeley.
In quel momento, lei si disse che il signore dei McCabe non poteva
essere poi così cattivo. Su Caelen si riservava il giudizio, ma il laird sapeva
che era imbarazzata anche se decisa a svolgere fino in fondo il proprio
dovere. Per questo esprimeva un assenso, per farla sentire a suo agio.
Anche così, lanciò un’occhiata agli altri guerrieri per studiare la loro
reazione. Nessuno di loro ridacchiava o pareva pronto ad affibbiarle il
marchio infamante della prostituta. Anzi, due di loro portarono le coperte, poi
il più giovane ne piegò una perché le servisse da cuscino. — Tenete — le
disse, porgendoglielo. — Così il terreno sarà meno duro.
Sorpresa da tanta premura, lei sorrise. — Grazie. Come vi chiamate?
Il guerriero le restituì il sorriso. — Cormac, signorina.
— Allora vi ringrazio di cuore, Cormac. Ho trascorso le ultime notti
dormendo sul pavimento e devo ammettere che apprezzo un vero cuscino.
Con le altre coperte arrangiò un giaciglio, poi si sdraiò accanto ad Alaric
stando però attenta a mantenere una rispettabile distanza. Con il cuscino sotto
la testa, le coperte stese sul terreno e tutte le altre che avvolgevano lei e il suo
guerriero, scoprì di stare piuttosto comoda.
Nonostante il pisolino fatto durante la cavalcata cominciò a sbadigliare,
ma si voltò per controllare che anche il suo guerriero fosse coperto. Era
importante non fargli prendere altro freddo.
Per un po’ tenne gli occhi aperti, contemplando la notte. I fuochi si
abbassarono, ma alle sentinelle non sfuggiva nulla e una di loro venne a
riattizzarli. Alla fine, il sonno vinse e lentamente Keeley scivolò nel
dormiveglia.
Un attimo prima di addormentarsi si disse che l’indomani sarebbe
cominciato un nuovo capitolo della sua vita. E che ancora non sapeva cosa
pensare al riguardo.
7
Quando Keeley aprì gli occhi, vide solo l’ampio torace di un uomo.
Sentiva un gran caldo e due bande d’acciaio l’avvolgevano. Poi si
accorse che erano le braccia del suo guerriero e un sospiro esasperato le
sfuggì: pensava davvero di poter mantenere una dignitosa distanza da Alaric
McCabe? Durante la notte lui l’aveva avvicinata tanto a sé che nulla sarebbe
passato tra di loro.
Rassegnata, liberò un braccio, gli posò la mano sulla fronte e trasalì.
Scottava troppo, si disse, stringendo le labbra. Davvero troppo per i suoi
gusti.
Muovendosi piano, riuscì a girarsi verso i guerrieri che cominciavano a
smontare il campo. Il cielo era una cupa distesa grigio ferro appena
rischiarata dalle prime luci dell’alba; quando vide passare laird McCabe, lo
chiamò a bassa voce e poi gli disse: — Dobbiamo sbrigarci. Ha bisogno di
stare al caldo e di un letto vero.
Un’altra giornata al freddo potrebbe ucciderlo: scotta molto più di ieri.
— Tra poco partiremo. Non siamo lontani dalle nostre terre. Entro le
dieci saremo al maniero.
Mentre si allontanava, lei si rilassò e sentì sulla pelle il calore del corpo
muscoloso del suo guerriero. Era piacevole giacere tra le sue braccia, doveva
ammetterlo. Con un sospiro, gli posò la mano sul torace.
— Devi guarire, Alaric — mormorò. — Il tuo clan cambierebbe subito
idea su di me se non riesco a rimetterti in piedi. Ho passato troppi guai nella
vita e ti confesso che mi piacerebbe sistemarmi tranquilla per un po’.
— Signorina, noi siamo pronti a partire — annunciò Cormac.
Keeley si voltò e guardò l’uomo in piedi accanto a lei e Alaric.
L’impazienza che mostrava la irritò: credeva forse che volesse star lì
sdraiata tutto il giorno? Con un cenno indicò le braccia che la stringevano e
Cormac, aiutato da Caelen, si diede da fare per liberarla, per poi sistemare
Alaric sulla barella.
Lei fece per alzarsi, ma venne afferrata e passata a Gannon, già in sella
al suo destriero. — Vorrei che la piantaste di gettarmi qua e là come un
tronco — disse, sbuffando irritata quando sbatté contro il torace del guerriero.
— Posso montare a cavallo anche da sola, sapete?
Gannon sorrise alla menzione del tipico gioco delle Highlands. — Così
facciamo prima, ragazza. Voi restate dove vi mettiamo e vedrete che andrà
tutto bene.
Sdegnata, Keeley si sistemò sulla sella e si preparò per il resto del
viaggio. Il vento soffiava senza sosta, carico dell’odore di neve. Lei scrutò il
cielo, dove nuvole basse e gonfie si rincorrevano in attesa di scaricare i loro
candidi fiocchi: rabbrividì e Gannon la avvolse nella coperta, poi spronò il
cavallo e la marcia cominciò.
Lentamente si lasciarono alle spalle la lingua di terra tra i due laghi.
Gannon la aiutava a tener chiusa la coperta con una mano, mentre con
l’altra governava l’animale. Lei stringeva forte gli angoli, addossandosi a lui
il più possibile per assorbire il calore del suo corpo.
Dopo alcune ore, il laird ordinò a Cormac di precederli al maniero per
avvisare tutti del loro arrivo. Un grido di giubilo si levò dai guerrieri: erano
entrati nelle terre dei McCabe. — E assicurati che mia moglie resti al caldo
nel salone — concluse, secco e imperioso.
Cormac sospirò, ottenendo dagli altri un’occhiata comprensiva.
Incuriosita, Keeley si voltò verso Gannon e lo vide ridacchiare. — Il
laird gli ha assegnato un compito impossibile, e lui lo sa — le spiegò.
— Quindi, lady McCabe non è sempre accomodante verso i desideri del
marito?
Attorno a loro, parecchi guerrieri risero. Persino Caelen parve divertito
da quella domanda. — Sarebbe sleale da parte mia rispondere — affermò
Gannon solennemente.
Lei fece spallucce. Sapeva per esperienza che quando portavano un
bambino in grembo, le donne tendevano a diventare più caparbie.
Ritrovarsi rinchiusa notte e giorno in un maniero avrebbe fatto
impazzire qualunque donna incinta, quindi non poteva certo biasimare lady
McCabe di volere un po’ di libertà di quando in quando.
Un’ora dopo giunsero in cima a un’altura e Keeley contemplò le acque
scure di un lago che si estendeva tra ripide colline. Annidato in un’ansa
sorgeva un maniero che mostrava i segni di una ricostruzione in corso, o
magari erano le conseguenze di un attacco, ma era chiaro che i McCabe
lavoravano sodo per sistemare le mura.
Sembrava proprio che quel clan stesse attraversando un momento
difficile. Lei non poteva certo dirsi ricca, ma almeno riusciva a mettere
insieme il pranzo con la cena.
Come se avesse percepito i suoi pensieri, il laird si voltò e la trafisse con
occhi d’acciaio. — Non vi mancherà nulla nelle nostre terre. Fino a quando
svolgerete con dedizione i compiti per cui vi ho portata qui, verrete
ampiamente ricompensata con un posto dove vivere e cibo sulla tavola.
Lei quasi sbuffò. Faceva sembrare tutto così civilizzato, come se
l’avesse assunta dopo una trattativa. Ma essere portata via da casa senza poter
dire la propria non era certo equo!
— Continuerete a lavorare anche in inverno? — gli chiese mentre
iniziavano a scendere, puntando verso il ponte che attraversava il lago fino ai
cancelli del maniero. Ma lui non rispose: guardava davanti a sé, studiando
ogni dettaglio come se cercasse qualcuno.
Quando furono abbastanza vicini, Keeley vide il cortile all’interno delle
mura. Guerrieri e armigeri erano raccolti in un grosso gruppo, i loro volti
colmi di preoccupazione. Dietro c’erano le donne e i bambini, che
aspettavano anch’essi in silenzio.
Non appena varcarono i cancelli, il laird storse le labbra e poi emise un
gran sospiro. Lei seguì il suo sguardo e vide una donna visibilmente incinta
farsi largo tra l’armata che aspettava sull’attenti.
Dietro di lei c’era un guerriero, che la rincorreva con aria esausta.
— Ewan! — gridò la donna. — Cos’è successo ad Alaric?
Il laird smontò proprio mentre la donna raggiungeva la barella. —
Mairin, ti avevo ordinato di restare al caldo nel salone. Non solo qua fuori si
gela, ma non è sicuro.
Mairin alzò la testa e incontrò lo sguardo del marito con un’espressione
decisa quanto quella di lui. — Dobbiamo portarlo subito dentro. Ha un
aspetto terribile.
— Ho portato qualcuno che si prenderà cura di lui — la blandì Ewan.
Mairin si voltò bruscamente per studiare i guerrieri che stavano
smontando di sella attorno a Keeley. Poi, il suo sguardo si posò su di lei, e
allora trasalì per la sorpresa. — Com’è giovane. Sei sicuro che sia capace di
curarlo?
A quella domanda, Keeley raddrizzò la schiena e prese a dimenarsi per
liberarsi dalla stretta di Gannon. Non appena lui la posò a terra, si avvicinò
alla donna e si parò sbuffando davanti a lei.
— Sappiate, milady, che sono piuttosto ricercata per le mie capacità di
erborista. Inoltre, non volevo venire qui. Sono stata costretta e nessuno mi ha
chiesto nulla! — sbottò. — E adesso vi chiedete se sono in grado di curarlo?
Certo che lo sono. Ma la domanda che dovreste porvi è se sono felice di
curarlo qui!
Mairin sbatté gli occhi e la guardò a bocca aperta. Poi aggrottò la fronte,
palesemente confusa, voltandosi verso il marito che stava incenerendo Keeley
con lo sguardo.
— Ewan! È vero quello che dice? Hai rapito questa donna?
Il laird piegò le labbra in una smorfia rabbiosa. Poi avanzò verso
Keeley, che strinse le gambe sotto la gonna per impedire che le ginocchia le
cedessero. Non intendeva mostrarsi intimorita, anche se tremava come una
foglia per la paura.
— Non tollero questa mancanza di rispetto — ringhiò. — Avete due
possibilità: accettare il vostro destino, oppure morire di stenti. E
se mostrate di nuovo una tale arroganza verso mia moglie, ve ne
pentirete amaramente. Non c’è tempo per la vostra petulanza: la vita di mio
fratello è a rischio e quindi lo curerete senza lamentarvi. Sono stato chiaro?
Keeley strinse le labbra e si morse la lingua per non dire ciò che pensava
di lui e di quella situazione. Poi annuì seccamente.
Lo sguardo della lady passò da lei al marito. Sembrava sperduta. —
Ewan, ma non puoi portarla via da casa sua! Non pensi alla sua famiglia, ai
suoi parenti? Senza dubbio deve esserci un altro modo.
Il laird le posò una mano sulla spalla con una gentilezza che Keeley non
mancò di notare. La sua espressione arrivò persino ad ammorbidirsi: amava
davvero la moglie.
Keeley avrebbe sospirato, ma si trattenne.
— Mentre noi siamo qui a discutere, Alaric peggiora sempre più.
Fai preparare la sua camera, in modo che i guerrieri possano portarlo
dentro. Inoltre, Keeley avrà bisogno di medicamenti e acqua calda: chiedi alle
donne di portarle tutto ciò che le serve e assegnale la stanza accanto a quella
di Alaric, così potrà stargli vicino.
C’era una palese esasperazione nella sua voce, ma l’espressione restava
fredda.
Lady Mairin le lanciò un’occhiata dispiaciuta, poi si voltò ed entrò nel
maniero, chiamando a squarciagola una certa Maddie.
Keeley la guardò allontanarsi, conscia delle tacite scuse che le aveva
porto con lo sguardo. Ma non ebbe il tempo di pensarci, perché non appena la
moglie sparì, laird McCabe si rivolse di nuovo a lei, l’espressione cupa come
non mai. — Voi mi obbedirete senza discutere e farete il possibile per salvare
mio fratello e aiutare mia moglie quando arriverà il momento del parto.
Lei deglutì e annuì di nuovo.
Il laird le diede le spalle come se la questione fosse chiusa e fece cenno
ai guerrieri di portare Alaric nel maniero. Incerta sul da farsi, Keeley non si
mosse ma Gannon le diede un colpetto sul gomito e le indicò il portone. Poi
camminò un passo dietro di lei mentre attraversavano l’atrio e salivano per
una stretta scala a chiocciola; la trattenne fuori da una porta per permettere ai
guerrieri di sistemare Alaric sul letto senza intralci. Quando gli uomini
uscirono, la invitò a proseguire.
Lady McCabe e una donna di mezza età la aspettavano in piedi davanti
al camino. La stanza era gelida, quindi il fuoco era appena stato acceso.
Accanto al letto c’era il laird, che le fece cenno di avvicinarsi con
impazienza.
— Questa è Maddie e vi procurerà tutto ciò di cui avete bisogno —
spiegò, indicando la donna. — Adesso controllate la ferita e assicuratevi che i
punti non si siano strappati.
Keeley tornò a mordersi la lingua per non rispondergli che sapeva cosa
fare senza bisogno che lui glielo dicesse. Quindi annuì e si fece bruscamente
largo fino a raggiungere il letto dove giaceva Alaric.
Gli posò il palmo sulla fronte, traendo conforto dal fatto che non
scottava più come prima. Ma naturalmente le conseguenze del freddo che
aveva preso durante il viaggio dovevano ancora palesarsi e quindi, pur
essendo finalmente al caldo e in un letto, lei si aspettava che la febbre sarebbe
tornata a salire.
— Ce la farà? — le chiese lady Mairin, preoccupata.
— Sì, ce la farà — rispose Keeley, voltandosi. — Non mi accontenterò
di nulla di meno.
Maddie aggrottò la fronte. — Siete arrogante per essere così giovane.
— Arrogante? — replicò lei, guardando la donna con genuina sorpresa.
— Non parlo mai a vanvera quando la vita di un’altra persona dipende da me.
Mi limito a fare umilmente il mio dovere e ho sempre paura che sia troppo
poco. Ma sono caparbia e da questo deriva la mia sicurezza. Mi rifiuto di
lasciar soffrire qualcuno se posso evitarlo e non m’importa se questo viene
considerato arrogante.
La lady sorrise e colmò la distanza che le separava, poi le prese la mano
e gliela strinse con affetto. — Non m’importa se è arroganza o sicurezza.
Importa solo il fatto che, quando vi guardo, vedo una tale determinazione nei
vostri occhi da sapere che non lascerete morire Alaric. Per questo vi
ringrazio, signorina. Vi sarò grata per sempre se riuscite a restituirlo a tutti
noi.
Lei si sentì arrossire per le lodi di lady Mairin. — Vi prego, milady,
chiamatemi Keeley.
— E voi chiamatemi Mairin.
Keeley scosse la testa. — Oh no, milady, non sarebbe appropriato. E
a vostro marito non piacerebbe affatto.
Mairin ridacchiò. — Ewan abbaia forte, lo so, ma raramente morde.
Può mostrarsi scontroso e autoritario, ma sotto sotto ha un grande cuore.
Keeley sollevò un sopracciglio e non disse nulla.
Mairin arrossì. — Ciò che ha fatto è ingiustificabile. Non so cosa gli sia
passato per la testa, ma credo proprio che la preoccupazione per Alaric
l’abbia accecato.
— In tal caso, le sue preoccupazioni riguardano anche voi — commentò
Keeley.
— In che senso?
Lei posò lo sguardo sul suo ventre prominente. — Vuole che resti per
assistervi nel parto, milady.
— Oh, santo cielo — mormorò Mairin. — Quell’uomo non finirà mai di
stupirmi. Non può andare in giro a rapire la gente perché si preoccupa per la
mia sicurezza. È una follia.
Keeley sorrise. — Perlomeno è un buon marito, visto che tiene molto a
sua moglie. Sapete, dopo avervi conosciuta vi dirò che sono felice di restare
qui questo inverno per aiutare voi.
— Avete un buon cuore, Keeley — intervenne Maddie. — Qui c’è
bisogno di un’erborista esperta. Lorna ci ha lasciati qualche settimana fa e,
pur sapendo ricucire le ferite, il laird non ha esperienza di erbe officinali, né
tantomeno di parti e gestazioni.
Keeley aggrottò di nuovo la fronte. — Il laird sa ricucire le ferite?
— Sì, certo. È stato lui a mettermi i punti quando sono stata colpita da
una freccia — spiegò Mairin. — E ha fatto un ottimo lavoro.
— Adesso diteci di cosa avete bisogno, Keeley — la incalzò Maddie.
— Farò in modo che tutto vi venga portato prima possibile.
Lei ci pensò mentre esaminava il guerriero ferito. Le servivano
soprattutto erbe in grado di prevenire le infezioni, ma le avrebbe raccolte da
sola. Non voleva affidare ad altri un compito così delicato: potevano
sbagliare, o tagliarle in modo inappropriato.
A Maddie chiese solo acqua calda e bende, oltre a un po’ di brodo per
nutrire Alaric. Era importante mantenerlo in forze: un uomo indebolito non
combatteva la febbre con la stessa tenacia di un guerriero nel pieno del
vigore. Lo spiegò alle due donne, poi istruì Maddie su cosa fare mentre lei
non c’era.
— Dove volete andare? — chiese Mairin, perplessa.
— A cercare le erbe e le radici che mi servono. Bisogna raccoglierle
subito, perché domani potrebbe essere troppo tardi.
— A Ewan non piacerà affatto — mormorò Mairin. — Ha dato ordine
che nessuno esca dalle mura del maniero.
— Se vuole che salvi suo fratello, dovrà fare un’eccezione.
Maddie sorrise. — Si direbbe che il nostro laird abbia incontrato
qualcun altro in grado di tenergli testa.
— In ogni caso, stavolta ha ragione — affermò Mairin pensierosa.
— Uscirete con una scorta, Keeley. Verrei con voi, perché solo Dio sa
quanto desidero prendere una boccata d’aria e fare una passeggiata, ma Ewan
si metterebbe a gridare non appena apro bocca.
— Non vi è permesso fare neppure una passeggiata fuori dal maniero?
— chiese Keeley incredula.
Mairin sospirò. — No, ma non perché Ewan voglia limitare la mia
libertà. È preoccupato, poiché i McCabe hanno molti nemici e finché non
metterò al mondo questo bambino, io sono un bersaglio.
Vedendo che Keeley continuava a guardarla perplessa, Mairin sospirò.
— È una lunga storia. Forse potrò raccontarvela stasera, mentre vi aiuto a
curare Alaric.
— Oh no, milady. Non spetta a voi vegliarlo. Lasciate che ci pensi io e
andate a dormire presto. Una donna nelle vostre condizioni ha bisogno di
riposo.
— Sì, certo, resterò comunque un po’ con voi stasera. Se non altro mi
aiuterà a passare il tempo, visto che la preoccupazione per Alaric
m’impedirebbe comunque di dormire.
Keeley sorrise. — Come volete. Ma adesso è meglio che vada, finché è
giorno pieno.
— Maddie, occupati di Alaric e procura tutto ciò che Keeley ha chiesto.
Io scenderò con lei in cortile e dirò a Gannon e Cormac di scortarla. Ewan
non le permetterebbe mai di uscire da sola, ne sono certa.
L’anziana donna rise. — Vedo che conoscete bene il nostro laird,
milady — commentò, per poi uscire dalla stanza. Keeley restò ancora un
attimo con Mairin per dare ad Alaric un’ultima occhiata, poi insieme scesero
nel salone.
Com’era logico aspettarsi, il laird si oppose fino a quando Keeley lo
informò che se non raccoglieva subito le erbe necessarie per curarlo, il
fratello avrebbe corso gravi rischi. A malincuore le assegnò una scorta di tre
uomini, che non parvero felici dell’incarico.
— Ai guerrieri non piace mai far da scorta alle donne — le sussurrò
Mairin. — Io sono la loro spina nel fianco, visto che devono sempre
scortarmi ovunque.
Keeley sorrise. — Ho sentito parlare anche di voi durante il viaggio,
sapete?
— Davvero? — Mairin storse le labbra. — È sleale parlare di me alle
mie spalle.
— Ebbene, più che parlare di voi c’è stato qualche accenno — si
corresse lei. — E quando ho chiesto informazioni, Gannon si è rifiutato di
rispondere, affermando che non voleva essere sleale.
Mairin rise, cosa che le fruttò un’occhiata sospettosa da parte dei
guerrieri.
— Bene, signorina — intervenne Gannon, rassegnato. — Se dobbiamo
recarci nella foresta è meglio muoversi, così torneremo quando c’è ancora
luce.
— Sì, ma non comportatevi come se vi avessi condannato al patibolo —
borbottò lei.
Mairin rise piano. — Vi aspetterò nella camera di Alaric. Mentre voi
siete via, mi accerterò che beva il brodo e che venga curato come ci avete
detto.
Lei annuì e si avviò, seguita dai guerrieri. Nonostante l’irritazione per il
fatto di non potersi nemmeno fare una passeggiata da sola nella foresta, le
dava una strana euforia sapere di essere considerata così importante da
meritarsi la scorta di tre uomini. Non si era mai sentita così sicura: a testa
alta, varcò il cancello e con i suoi nerboruti accompagnatori s’incamminò
verso gli alberi che si vedevano in lontananza.
Forse, finire con i McCabe non era il disastro che pensava. La moglie
del laird era molto diversa da come si aspettava e nonostante le scintille
volate al suo arrivo, non poteva certo lamentarsi del trattamento che le veniva
riservato. Cominciava a credere che fosse davvero possibile rifarsi una vita
come erborista del maniero.
Dopotutto, non aveva alcun clan da cui tornare, no?
Ma dopo un attimo, strinse le labbra e scosse la testa. Stava di nuovo
mettendo il carro davanti ai buoi e doveva smetterla di sognare a occhi aperti.
Il laird non l’aveva certo portata lì per un atto di buon cuore. Non gli
interessava che si sentisse a casa, né che diventasse uno stimato membro del
clan. Gli servivano solo le sue capacità di erborista e lei doveva sempre
tenerlo bene in mente, perché il giorno in cui non gli sarebbe più servita
poteva anche ritrovarsi per la strada.
Una cosa le avevano insegnato le traversie: nella vita, tutto poteva
cambiare da un giorno all’altro e la lealtà non esisteva. E se era stato il suo
clan a impartirle quella lezione, che cosa poteva mai aspettarsi da degli
sconosciuti?
Annuì cupamente dentro di sé e tornò a dirsi che doveva scendere dalle
nuvole e vedere le cose con più obiettività.
Era una prigioniera e nulla più. Dimenticarlo avrebbe significato solo
andare incontro a un’altra feroce delusione.
8
Rientrarono al maniero sul calar della sera. Keeley era infreddolita fino
al midollo, oltre che stanca e dolorante per la lunga camminata e per tutte le
volte che si era chinata. Però la raccolta era stata un successo: quella foresta
abbondava di erbe e radici officinali e adesso aveva il grembiule pieno
mentre attraversava lentamente il cortile.
Rabbrividì e tenne stretti gli angoli del tessuto per non far cadere i frutti
delle sue fatiche. Aveva i geloni alle dita e non riusciva nemmeno più a
sbattere i denti. Persino il mento era ghiacciato.
Inciampò sulla scala dell’ingresso e Cormac la afferrò per il gomito per
sostenerla. Lei borbottò un ringraziamento e proseguì, dando il benvenuto al
calore dell’atrio. — Sta arrivando un gran freddo — commentò Gannon. —
Stanotte nevicherà.
— Sono due giorni che dovrebbe nevicare — obiettò Cormac.
— Gannon ha ragione, domattina sarà tutto imbiancato — intervenne lei
mentre salivano al piano di sopra, dove si trovava la camera di Alaric.
— Grazie a Dio i magazzini sono pieni — affermò Gannon. — Ci siamo
preparati a un lungo inverno. Sarà un sollievo non dover uscire a caccia
quando il gelo morderà davvero.
Keeley si fermò sulle scale e guardò dietro di sé. — Che cosa è successo
qui? — chiese ai due guerrieri. — Il maniero è in cattive condizioni e tutti
parlate di tempi difficili.
Gannon fece una smorfia. — Sono chiacchiere senza senso e io ho
parlato senza pensare. Al laird non piace che i suoi guerrieri spettegolino
come delle vecchie.
— Non vi ho chiesto di rivelarmi dei segreti di guerra — obiettò lei.
— Credo di aver diritto di sapere cos’è successo al clan per cui lavoro.
— Sì, ma ormai non ha importanza — intervenne Cormac. — Tutto va
bene adesso che il laird ha sposato lady Mairin. Grazie a lei il nostro clan è
tornato a prosperare: il suo arrivo è stato una vera benedizione per noi.
Keeley sorrise per l’affetto che sentiva nella sua voce. Mairin McCabe
era una donna molto fortunata, perché non solo il marito l’amava
teneramente, ma tutto il clan la teneva in grande considerazione.
— C’è un motivo per cui state chiacchierando sulle scale mentre mio
fratello ha bisogno d’aiuto? — li interruppe stizzito Caelen dal pianerottolo.
Lei si voltò e gli lanciò un’occhiata a dir poco funesta. — E c’è un
motivo per il vostro atteggiamento così rude? Ho passato l’intero pomeriggio
nella foresta a cercare erbe e radici. Sono infreddolita, affamata e non dormo
da giorni. Eppure, riesco ancora a comportarmi meglio di voi. Provate a
chiedervi perché.
Caelen sbatté gli occhi e immediatamente s’incupì, proprio come Keeley
si aspettava. Poi aprì la bocca per ribattere, ma la chiuse subito.
Allora aveva un po’ di sale in zucca: sapeva di non intimidirla e che lei
non intendeva accettare la sua villania. Meglio ricordarglielo, perché era
davvero esausta e l’ultima cosa che voleva era qualcuno che la seguiva a ogni
passo, pronto a criticare tutto quello che faceva.
Riprese a salire, lo superò lanciandogli un’occhiata dura quanto la sua.
Quindi entrò nella camera di Alaric e si chiuse bruscamente la porta alle
spalle.
— Keeley, siete tornata — disse Mairin, china sul ferito.
Lei la guardò e vide che stava posando un panno umido sulla fronte
sudata di Alaric. Il fuoco ardeva nel camino, con le fiamme che
scoppiettavano grazie all’aggiunta di nuova legna. Lei si avvicinò per
assorbire tutto il calore possibile.
— Lasciate che prenda io le erbe — disse Maddie, avvicinandosi per
aiutarla. — Volete che cominci a separarle o preferite farlo voi?
Lei studiò le erbe e le radici raccolte nel grembiule. — Ci penserò io non
appena ricomincerò a sentire le mani. Voi andate a prendere qualche scodella,
un mortaio e un pestello per le erbe.
— Hai sentito l’erborista? — disse Mairin a Gannon, fermo sulla porta.
— Vai a prendere quello che ha chiesto, avanti.
Il guerriero non parve felice di ricevere ordini da due donne ma si avviò,
anche se il suo malumore traspariva con chiarezza.
Mairin si voltò e studiò Keeley. — Siete sicura di voler vegliare Alaric
stanotte? Sembrate esausta e tremate dal freddo.
Lei fece un pallido sorriso. — Mi scalderò presto. Ma se avete qualcosa
da mangiare ve ne sarei grata. È tutto il giorno che non metto nulla sotto i
denti.
— Gertie sta preparando la cena. Vado a prendere qualcosa — annunciò
Maddie.
Mentre lasciava la stanza, incrociò Gannon che tornava indietro dalla
sua commissione. Keeley depositò le erbe e le radici in una grossa scodella,
poi si lisciò le gonne. Quindi tornò davanti al camino e tese le mani
finalmente libere verso il fuoco, trasalendo per il bruciore quando le dita
iniziarono a riacquistare sensibilità.
— Vi servono abiti pesanti — constatò Gannon con tono burbero.
— Lo dirò al laird non appena lo vedo.
— Oh, Gannon, hai ragione! — esclamò Mairin dispiaciuta. — Dovevo
pensarci prima. Non avete portato nulla con voi, visto che mio marito vi ha
prelevata all’improvviso da casa vostra. Ne parlerò alle donne e troveremo
senz’altro una soluzione.
Keeley si sentì a disagio sotto i loro sguardi. — Grazie. È gentile da
parte vostra. Apprezzo molto questo riguardo.
— Avete bisogno d’altro? — domandò Gannon.
Keeley scosse la testa. — No. Grazie per il vostro aiuto. Ho tutto ciò che
mi serve.
Il guerriero s’inchinò in segno di rispetto e uscì.
Lieta di avere finalmente un po’ di tranquillità, Keeley si lasciò cadere
sullo sgabello accanto al letto. Mairin restò in disparte mentre lei si chinava
ed esaminava il fianco di Alaric, tastando i bordi della ferita e accigliandosi
per quant’erano rossi e gonfi. Poi chiuse gli occhi e imprecò tra i denti.
— Cosa c’è, Keeley? — chiese Mairin. — Sta peggiorando?
Lei riaprì gli occhi e guardò la ferita infettata. — Devo togliere i punti e
liberare il taglio dagli umori che lo impregnano. Poi lo laverò con cura e lo
chiuderò di nuovo. Non è un lavoro facile, ma bisogna farlo.
— Volete che rimanga per aiutarvi?
Keeley guardò quella donna così sottile e il suo grande ventre
arrotondato, poi scosse la testa. — Non voglio rischiare che vi facciate male
se Alaric diventa combattivo. Preferirei che ci fosse uno dei suoi fratelli,
casomai ci fosse bisogno di trattenerlo.
Mairin sospirò e guardò Alaric. — Se comincia ad agitarsi, ci vorrà più
di un uomo per tenerlo. Forse dovrei chiamare sia Ewan sia Caelen.
Quando la vide storcere le labbra, Mairin rise piano. — Caelen è
migliore di quanto sembri, ve l’assicuro. Anch’io ero pronta a giurare che
fosse sempre cupo e scorbutico, ma non è poi così terribile se uno si abitua ai
suoi modi.
— Modi? — borbottò lei. — A me pare che ne abbia uno soltanto.
Mairin la guardò con occhi divertiti. — Mi piacete, Keeley… — Si
accigliò, poi tornò a guardarla. — Qual è il vostro nome di famiglia?
Lei trasalì e rifiutò d’incontrare lo sguardo della lady. Si sentiva
osservata, avvertiva il peso di due occhi attenti che la squadravano da capo a
piedi. Nervosamente, prese a torcersi le mani in grembo. — McDonald —
mormorò. — Un tempo ero una McDonald, ma adesso non più. Adesso sono
solo Keeley.
— McDonald? — domandò Mairin sgranando gli occhi. — Numi del
cielo, mi chiedo se Ewan sa di aver rapito l’erborista del clan di cui Alaric
diventerà laird.
Keeley rialzò di scatto la testa. — Laird? — chiese incredula. — Ma i
McDonald hanno già un laird. — E lei lo sapeva bene, visto che le sue
disgrazie si dovevano solo a quel verme. Ma se gli era successo qualcosa,
perché nessuno le aveva detto nulla? Doveva vivere per sempre senza una
famiglia? Non sarebbe più stata riammessa nel suo clan, bandita anche dal
cuore dei suoi cari?
Lacrime amare le punsero gli occhi, ma che fosse dannata se avrebbe
permesso anche solo a una di scendere. Che tutto il suo clan marcisse
all’inferno. Soprattutto Gregor McDonald.
— È una lunga storia — disse Mairin sospirando. — Il matrimonio tra
Alaric e Rionna McDonald è stato combinato mesi fa. Si stava recando al
loro maniero per chiedere la mano di lei e rendere ufficiale il fidanzamento.
Laird McDonald non ha eredi e vuole che il genero gli subentri quando sarà
troppo vecchio per guidare la sua gente.
Sposato a Rionna. Sua cugina. La sua unica, vera amica. Ma anche lei le
aveva voltato le spalle, proprio come tutti gli altri. Ormai avrebbe dovuto
essere abituata a quell’idea, invece continuava a soffrire. Le voleva molto
bene: Rionna occupava un posto speciale nel suo cuore e le mancava
terribilmente.
Lanciò un’occhiata al guerriero addormentato. Il suo guerriero? No, il
guerriero di Rionna. Non era forse ironico che l’uomo su cui aveva
fantasticato tanto le fosse proibito? Se uno dei McDonald veniva a sapere che
aveva ospitato Alaric sotto il suo tetto, le accuse sarebbero tornate a colpirla.
— Ho detto qualcosa di sbagliato? — chiese Mairin a bassa voce.
Keeley scosse la testa. — Quindi Alaric deve sposare Rionna.
— Sì, questa primavera. Vi confesso che odio l’idea di vedere Alaric
lasciare le nostre terre, ma è un’ottima opportunità per lui. Finalmente avrà
qualcosa per sé: un clan da governare, terre da amministrare, figli a cui
trasmettere il titolo.
Era davvero sciocca, ma non poteva evitare di sentirsi affranta anche se
sapeva di avere solo dei sogni a cui aggrapparsi.
Fantasticherie su un guerriero forte e valoroso che irrompeva nella sua
vita miserabile e la portava via da tutto.
— Farò bene a dire a Ewan chi siete — affermò Mairin con una certa
preoccupazione. — Deve riportarvi subito a casa.
— No! — esclamò Keeley, balzando in piedi. — Non faccio più parte
dei McDonald. Nessuno sentirà la mia mancanza, ve lo assicuro.
È vero che conosco la medicina e che curo la gente del mio clan, ma non
vivo più tra le loro mura. Sono libera di andare dove voglio, e preferisco
restare qui.
Mairin la guardò incuriosita. — Considerando le vostre capacità,
sarebbero degli sciocchi a lasciarvi andare. Perché non vi considerate più una
McDonald?
— Non è stata una mia scelta — mormorò Keeley. — Non sono stata io
a voltare le spalle al mio clan. Loro mi hanno bandita.
L’arrivo di Maddie con una grossa scodella interruppe la conversazione.
— Ecco, ragazza — disse, posandola sul tavolo. — Mangiate pure tranquilla.
Dovete tenervi in forze per vegliare Alaric stanotte.
Nonostante la fame che aveva provato rientrando dalla foresta, Keeley
scoprì di aver perso l’appetito alla notizia del matrimonio di Alaric con
Rionna. Tuttavia si costrinse a mangiare, rendendosi conto che il gustoso
stufato e il pane appena sfornato costituivano il pasto migliore che avesse
consumato da tempi immemorabili.
— Vado a chiamare Ewan e Caelen — annunciò Mairin. — Vieni,
Maddie. Lasciamo cenare Keeley in pace. La aspetta un compito molto duro.
Le due donne uscirono e lei si ritrovò da sola con Alaric. Per un istante
lasciò correre lo sguardo sui tratti snelli e forti di quel corpo possente, poi un
sospiro le sfuggì. — Perché non appartieni a un’altra?
— gemette. — Rionna è come una sorella per me, anche se mi ha
tradita. Non dovrebbe ferirmi il fatto che vi sposerete, lo so, e tuttavia la
delusione è così forte da risultare insopportabile. Non ti conosco, guerriero,
ma hai fatto presto a conquistarti un posto nel mio cuore.
Alaric si mosse e aprì gli occhi, sorprendendola per quant’erano verdi e
lucidi. Per un attimo la guardò come se non capisse chi era e cosa ci facesse
accanto a lui, poi sussurrò qualcosa così piano da costringerla a chinarsi per
sentire.
— Angelo. Sei il mio angelo.
9
A Keeley parve di aver appena appoggiato la testa sul cuscino quando
venne svegliata da un colpo imperioso alla porta. Aprì gli occhi e sbatté le
palpebre, guardandosi confusamente attorno mentre cercava di riordinare le
idee.
Poi, i ricordi riaffiorarono. Doveva essere l’alba. Aveva passato la notte
riaprendo la ferita di Alaric, per poi pulirla con cura e richiudendola con
l’aiuto dei due fratelli McCabe. Aveva gli occhi gonfi e quasi non si reggeva
in piedi quando si era messa a letto nella camera a lei assegnata.
Avrebbe volentieri infilato la testa sotto il cuscino e ignorato chiunque
stesse bussando, ma prima che potesse davvero farlo, la porta si aprì
sbattendo. Keeley reagì tirandosi le coperte fino al mento anche se era vestita,
per poi incenerire l’intruso con lo sguardo… o meglio, gli intrusi, visto che si
trattava del laird e di Caelen.
Stranamente, parevano entrambi dispiaciuti quanto lei per
quell’irruzione fuori programma.
— Alaric vuole il suo angelo — spiegò Caelen disgustato.
Lei sbatté gli occhi e posò lo sguardo sul laird. — Sapete bene quanto
me che tra due minuti diventerò la serva di Satana.
Ewan sospirò. — Si sta agitando troppo. Temo che possa strappare i
punti e che la ferita riprenda a sanguinare. Dobbiamo calmarlo e farlo
riposare: purtroppo si direbbe che l’unico modo è che voi dormiate insieme a
lui.
Keeley lo guardò a bocca aperta. — Ciò che suggerite non è affatto
decoroso. Anche se mi avete portata via dalla mia casa senza alcun riguardo,
non vi permetterò d’infangare ancor di più la mia reputazione. L’ultima cosa
di cui ho bisogno è che il vostro clan mi ritenga una donna senza morale.
Ewan alzò la mano per placarla. — Il mio clan non dirà nulla, perché
nessuno lo saprà. Solo io e mia moglie potremo entrare nella camera di Alaric
o nella vostra, e questo vi metterà al riparo dai facili giudizi. Non ve lo
chiederei se non fosse importante, Keeley, ma farei qualunque cosa per
calmare mio fratello.
Lei si alzò su un gomito e si passò stancamente la mano sul volto.
— Ma io ho bisogno di dormire. Non chiudo occhio da quando Alaric è
arrivato ferito al mio cottage. Se vado nella sua camera, promettete di non
svegliarmi più? — chiese, consapevole dell’irritazione che le riempiva la
voce. Ma non le importava: da giorni sognava una lunga dormita e se doveva
dividere il letto con il suo guerriero per averla, allora era pronta a farlo. —
Anzi, a dire il vero preferirei restare sola mentre curo Alaric. Se avrò bisogno
di qualcosa ve lo farò sapere. Che ne pensate?
Un angolo della bocca del laird si piegò all’insù. — Nulla da obiettare.
E non temete, Keeley, potrete dormire quanto volete.
Nessuno vi disturberà e noi passeremo a vedere i progressi di Alaric solo
nel pomeriggio. Avete la mia parola.
Lei tirò indietro le coperte e gettò le gambe giù dal letto, stando attenta
che il suo lacero vestito la coprisse il più possibile. Poi si alzò e si tolse dal
viso i capelli aggrovigliati. — Bene. Allora andiamo — borbottò.
Trascinando i piedi raggiunse la camera di Alaric e trovò le coperte
accatastate ai piedi del letto. Lui aveva le braccia alzate e la fronte imperlata
di sudore. Muoveva la testa da una parte all’altra e mormorava parole
incomprensibili. Keeley avvicinandosi notò che tutto il suo corpo era madido
di sudore, mentre i punti si tendevano quando si agitava.
Sopprimendo un’imprecazione si chinò ed esaminò la ferita passandovi
cautamente le dita. Subito Alaric si fermò; aprì gli occhi e posò su di lei lo
sguardo annebbiato dalla febbre. — Angelo, sei tu?
— Sì, guerriero, sono il tuo angelo venuto a calmarti. Dimmi una cosa:
riposerai se resto accanto a te?
— Sono felice di vederti — disse Alaric con voce roca. — Quando non
ci sei, le cose peggiorano subito.
Keeley provò una stretta al cuore. Intenerita da quelle parole, si chinò su
di lui e si lasciò toccare il braccio da quella mano che la cercava a tentoni. —
Stavolta non me ne andrò, guerriero. Resterò sempre con te.
Alaric le cinse i fianchi, avvicinandola fino a farla sedere sul letto.
— Stavolta sono io che non ti lascerò più andare — giurò.
Lei rifiutò di guardare gli altri due McCabe. L’ultima cosa che voleva
era vedere l’irritazione o la condanna sul volto di Caelen: di critiche ne aveva
già ricevute tante da bastarle per una vita intera. E se qualcuno si permetteva
di dirle qualcosa dopo averla trascinata giù dal letto, si sarebbe preso un
ceffone e al diavolo le conseguenze.
Per fortuna, nessuno proferì parola. Solo il rumore della porta che si
chiudeva annunciò la dipartita del laird e del fratello.
Lei si sdraiò accanto ad Alaric e posò la mano aperta su quei potenti
addominali. — Adesso dormi, guerriero. Il tuo angelo resterà con te, lo giuro.
Con un suono di apprezzamento, Alaric smise di agitarsi e si rilassò,
come se avesse perso le forze, non prima di averla avvicinata ancora a sé,
stringendola e aggiustandola fino a farla aderire tutta al proprio corpo.
Si addormentò subito ma, anche se era esausta, Keeley restò sveglia per
parecchio tempo, assaporando la sensazione di ritrovarsi stretta tra le braccia
del suo guerriero.
Quando riaprì gli occhi, il sole entrava copioso dalle fessure tra le tende.
Il fuoco si era spento e solo le braci ardevano nel camino. Ma nonostante il
gelo della stanza, lei era immersa in un calore delizioso.
Era così accogliente e confortevole che restò ferma senza muovere un
muscolo.
Alaric la cingeva con un braccio, tenendola saldamente contro di sé.
Lei aveva dormito con la testa appoggiata sulla sua spalla; gli passò la
mano sul torace e gli toccò la guancia, tirando un sospiro di sollievo quando
si accorse che la febbre era scesa rispetto alla sera prima. La pelle sembrava
idratata e ogni traccia di sudore era scomparsa: d’impulso si liberò dal suo
abbraccio e si alzò su un gomito, intenzionata a osservarlo bene.
Non appena lo guardò, trasalì vedendo che aveva gli occhi aperti.
Due splendide pozze verde chiaro la studiavano, del tutto prive della
confusione generata dalla febbre. Poi un sorriso gli piegò le labbra e, con sua
immensa sorpresa, braccia forti la strinsero, tirandola giù fino a farla sdraiare
su di lui.
— Siete impazzito? — gli sibilò, aggiustandosi un poco per non urtare il
lato ferito. — Così strapperete i punti. Ci ho messo due ore per ricucirvi!
— Allora il mio angelo esiste davvero — mormorò lui, impedendole
però di sfuggire alla sua stretta.
— Solo fino a quando non tornerò a essere la serva di Satana —
borbottò Keeley.
Alaric rise e poi trasalì per il dolore.
— Visto? Dovete star fermo, non trascinarmi sopra di voi — disse lei
esasperata.
— Ma a me piace stringerti, ragazza — bisbigliò lui. — Mi piace molto.
Infatti, adesso sento a malapena la ferita, distratto come sono dalla tua
morbidezza. I seni che mi premi sul torace fanno autentici miracoli.
Keeley si sentì arrossire fin sulla punta dei capelli. Evitò di incontrare il
suo sguardo e si concentrò invece sulla sua spalla.
— Sai cosa mi farebbe stare ancora meglio? — riprese Alaric con voce
roca.
Lei si azzardò a guardarlo. La studiava intensamente, con gli occhi che
rilucevano alla scarsa luce che filtrava dalle tende. — Cosa? — gli chiese con
diffidenza.
— Un bacio.
Keeley scosse la testa e cercò di liberarsi, ma lui la tenne stretta e poi
tese la mano libera, stringendole il mento. Quindi, sordo a ogni protesta,
l’avvicinò e le coprì le labbra… e allora nessuno avrebbe più capito chi aveva
la febbre e chi era sano. Un’ondata di calore attraversò Keeley da capo a
piedi: era una sensazione meravigliosa, ottenebrante, peccaminosamente
dolce.
La testa prese a girarle e lei si sentì leggera, come se avesse preso il volo
e stesse vagando tra le nuvole. Con un sospiro, sprofondò contro di lui e si
lasciò travolgere.
Alaric le posò una grande mano sulla schiena, muovendola lentamente,
poi salì fino alla nuca e affondò le dita nei capelli, avvicinandola ancora per
poi approfondire il bacio.
— Alaric… — gli sussurrò.
— Mi piace sentirti pronunciare il mio nome. Adesso dimmi il tuo, così
saprò come chiamare il mio angelo.
Un nuovo sospiro le sfuggì, stavolta esasperato per quanto facilmente
quell’uomo riusciva a superare tutte le sue difese. — Keeley. Mi chiamo
Keeley.
— Un nome originale — sussurrò Alaric. — Perfetto per una fanciulla
come te.
— Io… dovete lasciarmi andare — gli disse, decisa a mantenere le
distanze. — I vostri fratelli arriveranno da un momento all’altro. Sono molto
preoccupati per voi e devo controllare la ferita per accertarmi che i punti
tengano. Poi, se ve la sentite, potreste anche mangiare qualcosa.
— A dire il vero preferirei baciarti.
Visto che con la gentilezza non otteneva nulla, Keeley chiuse la mano a
pugno e lo colpì sul torace. Con sua sorpresa lui rise, ma la lasciò andare.
Subito lei balzò in piedi, lisciando il vestito stropicciato e aggiustandosi i
capelli. Santo cielo, doveva avere un aspetto terribile. Probabilmente
sembrava una poveraccia scaraventata vestita nel lago e poi trascinata a riva
con un cavallo.
Purtroppo, lo sguardo le continuava a tornare su quel possente torace
nudo. Non che il corpo di un uomo costituisse un mistero per lei: come
erborista e chirurgo, negli anni le era capitato di curare ferite un po’
dappertutto. Ma Alaric le toglieva il fiato: era perfetto.
Magnifico.
Se lo mangiò con gli occhi ancora qualche istante, poi si rese conto di
quanto indiscreta doveva sembrare. Poteva solo augurarsi che la febbre e il
dolore gli impedissero di notare la sua avida attenzione.
— Devo controllare la ferita — disse, maledicendo il suono rauco della
propria voce.
Alaric abbassò lo sguardo, poi si voltò sul lato sano per mostrargliela. —
Voglio ringraziarti, Keeley. Non ricordo molto della notte in cui sono stato
ferito, ma so che sarei morto se non avessi trovato subito soccorso. Quando
ho aperto gli occhi e ti ho vista, ho pensato che Dio mi avesse mandato uno
dei suoi angeli.
— In tal caso, mi spiace molto deludervi — replicò lei scherzosa. —
Non sono un angelo, ma solo una donna come tante altre che ha appreso
l’arte della medicina. Ma non da Dio in persona, bensì da altre donne che
l’hanno praticata prima di me.
— No, non è vero — obiettò lui, allungando la mano e afferrandole il
polso, per poi portarsi le sue dita alle labbra. Piccoli fremiti di eccitazione le
risalirono lungo il braccio a ogni bacio che le dava, mentre il respiro si fece
irregolare per il piacere.
Difficile non sorridere al prestante guerriero che usava le belle parole
con la stessa abilità con cui maneggiava la spada, ma con uno sforzo gli alzò
il braccio e glielo posò sulla testa. Dopodiché si chinò per osservare da vicino
la ferita: sollevata, constatò che il gonfiore era scomparso e che non c’era più
traccia degli umori dell’infezione che le aveva dato un inquietante aspetto
violaceo.
— Allora, qual è il verdetto? Vivrò? — chiese Alaric divertito.
— Sì, guerriero, vivrete una vita lunga e prospera — scherzò lei. —
Siete forte e sano, cosa che aiuta sempre a guarire in queste situazioni.
— Lieto di saperlo.
Non appena gli permise di abbassare il braccio, lui si passò la mano
sullo stomaco e fece una smorfia.
— Fame?
— Sì. Sto morendo di fame.
— Un altro segnale incoraggiante — affermò lei con un cenno di
approvazione. — Chiederò subito che vi venga portato da mangiare.
— No. Non andartene.
Lei aggrottò la fronte, perché non suonava come una richiesta bensì
come un ordine.
— Per favore…
Davanti all’implorazione nascosta in quelle due parole, Keeley si sentì
di nuovo sciogliere. — Va bene, resterò.
Lui la ricompensò con un bel sorriso, ma faticava a tenere gli occhi
aperti. Sbatté le palpebre, lottando contro il sonno, e Keeley gli posò la mano
sulla fronte. — Adesso riposate un poco. Io chiederò di portarvi subito del
brodo.
Si alzò dal letto e si lisciò di nuovo la gonna, rammaricandosi del
proprio aspetto così miserabile. Poi andò verso la porta e stava per aprirla
quando qualcuno abbassò la maniglia dall’esterno. Allora arretrò e studiò
l’intruso con aria severa, in modo da fargli capire che non apprezzava la sua
presenza.
Caelen la guardò con il solito cipiglio, come per dirle che la sua ira non
lo impressionava affatto. — Come sta? — le chiese.
Lei indicò il letto. — Controllate da voi. Era sveglio fino a un minuto fa
e dice di essere affamato.
Senza perdere un istante, Caelen la superò e si fermò accanto ad Alaric.
Lei gli fece una boccaccia dietro le spalle, poi si voltò per uscire e quasi andò
a sbattere contro il laird.
— Suppongo che abbiate visto e non vogliate lasciar correre — gli
borbottò.
Il laird sorrise divertito. — Visto cosa?
Keeley annuì e quindi uscì, senza davvero sapere dove andare ma certa
di dover prendere un po’ d’aria. Sentiva ancora le labbra di Alaric sulle sue…
e il sapore di quel bacio continuava a scaldarla.
10
Alaric mantenne lo sguardo sulla fanciulla fino a quando sparì in
corridoio, poi lanciò ai suoi fratelli una dura occhiata. — Volevate qualcosa?
— chiese loro, irritato.
— Sì — borbottò Caelen. — Per esempio sapere se sei vivo.
— Vivo e vegeto. Perché non tornate a fare qualunque cosa stavate
facendo?
Ewan scosse la testa e sedette sullo sgabello accanto al letto. —
Dimentica la ragazza per adesso. Ci sono cose più importanti. A cominciare
da chi ti ha ridotto così.
Alaric sospirò. La ferita faceva male, la testa pulsava come se si fosse
scolato un barile di birra, moriva di fame ed era di pessimo umore. L’ultima
cosa di cui aveva bisogno era un interrogatorio.
— Non lo so — disse onestamente. — Ci hanno attaccati nel cuore della
notte. Erano molti più di noi ed è stato un massacro. In qualche modo, sono
riuscito a montare in sella e a fuggire: non ricordo nulla della cavalcata, ma
quando ho riaperto gli occhi mi sentivo ardere dalle fiamme dell’inferno. Per
fortuna c’era un angelo accanto a me.
Caelen sbuffò. — Mi piacevi di più quando la chiamavi serva di Satana.
— Deliravo. Lei mi ha salvato la vita — disse piano Alaric.
— Su questo non ci sono dubbi — concordò Ewan. — Ha un grande
talento per la medicina. Voglio che resti qui per aiutare Mairin a partorire.
A quelle parole un piacere inaspettato, misto a una feroce eccitazione,
invase Alaric, accendendo un desiderio che non provava da tempo per una
donna. Tresche ne aveva parecchie, rotolarsi nella paglia con una ragazza
costituiva il suo passatempo preferito, ma Keeley gli infiammava i sensi
come nessun’altra. Se adesso era così teso e irritabile, si doveva solo al fatto
che lei si era dovuta allontanare. — Quindi, ha accettato di venire qui al
maniero e di diventare la nostra erborista?
Caelen ridacchiò. — Non proprio.
Lui gli lanciò un’occhiataccia. — E questo cosa significa?
— Significa che non le abbiamo dato scelta. Tu dovevi essere curato.
Mairin partorirà tra poco: l’abbiamo presa e portata qui — spiegò Ewan con
un’alzata di spalle.
Tipico di suo fratello. Prendeva una decisione e poi agiva senza alcun
riguardo per nessuno. Anche se gli piaceva l’idea che Keeley restasse al
maniero, odiava scoprire che i suoi fratelli l’avevano costretta ad andarci.
Forse era per questo che a volte lo trattava bruscamente.
— Dimentica quella donna — disse Caelen. — Caso mai te lo fossi
scordato, è Rionna McDonald che devi sposare.
No, non se l’era scordato. Aveva solo accantonato quel pensiero, ma non
poteva certo dimenticare il motivo che l’aveva spinto a imbarcarsi in un
viaggio che era costato la vita a una dozzina dei loro guerrieri più valorosi.
— Ho ricevuto una missiva da Gregor McDonald qualche ora fa —
riprese Ewan. — È preoccupato dal tuo mancato arrivo, ma ho pensato bene
di non rispondergli fino a quando non sentivo da te cos’era successo.
— Purtroppo non lo so — rispose stancamente lui, alzando la mano e
massaggiandosi la fronte dolorante. — Ci siamo accampati al tramonto. Ho
messo sei uomini di guardia. Nel cuore della notte siamo stati aggrediti con
una tale rapidità e ferocia da ricordarmi l’attacco subito dal nostro maniero
otto anni fa.
— Quindi è stato Cameron — sibilò minacciosamente Caelen.
Ewan lasciò uscire il fiato lentamente, gli occhi scuri come nubi di
tempesta. — E chi altri? Per quale motivo qualcuno dovrebbe lanciare un
attacco così sanguinario? Qui non c’era nessuna intenzione di chiedere
riscatti, ma solo di uccidere.
Caelen si appoggiò alla parete e strinse le labbra pensieroso. — Ma
perché attaccare Alaric? Cameron vuole Mairin e Neamh Alainn.
Uccidere te avrebbe senso, Ewan, perché potrebbe servirgli per
riprendersi Mairin, e con lei la sua eredità. Ma eliminare Alaric non
servirebbe ai suoi scopi.
— Tranne impedire che tra noi e i McDonald venga stipulata una salda
alleanza — gli fece notare Alaric. — Anche questo lo preoccupa, visto che
controlleremmo un territorio molto vasto e gli altri clan si affretterebbero a
trattare con noi.
— Scriverò a Gregor e gli spiegherò cosa è successo, in modo che stia in
guardia contro un possibile attacco di Cameron. Poi stabiliremo cosa fare
riguardo il tuo matrimonio con Rionna.
Caelen annuì. — Per ora dobbiamo concentrarci sulla sicurezza di
Mairin e sul parto. Tutto il resto può attendere.
Anche Alaric annuì, sentendosi così sollevato da avere le vertigini.
Sapeva che il suo clan aveva bisogno dell’alleanza con i McDonald: il
loro futuro dipendeva dalla solidità dei patti che stringevano con i clan vicini
e qui si parlava di subentrare a un laird. L’idea lo allettava, ma non per
questo aveva fretta di lasciare tutto ciò che gli era caro. Né tantomeno si
sentiva ansioso di sposare una donna per la quale non provava nulla.
Forse questo poteva spiegare la sua irragionevole attrazione per Keeley.
Non solo gli aveva salvato la vita, ma il fatto che gli fosse rimasta sempre
vicina unito alla sua ritrosia a sposarsi giustificavano senz’altro il desiderio
che lei riusciva ad accendere. Era una distrazione. Sì, una distrazione e nulla
più.
Sentendosi meglio adesso che si era spiegato la strana lusinga che quella
ragazza esercitava su di lui, tornò a concentrarsi sui suoi fratelli. — Non
resterò fuori combattimento a lungo — dichiarò. — È
solo un taglio sul fianco. In men che non si dica tornerò ad allenarmi
come sempre, e allora penseremo a come far pagare a Cameron questo nuovo
attacco a tradimento.
Caelen sbuffò. — Solo un taglio sul fianco? Sei quasi morto per quel
taglio, lo sai? Devi riposare e fare tutto ciò che dice Keeley, anche a costo di
legarti al letto.
Lui gli lanciò un’occhiata di fuoco. — Taglio o no, sono sempre in
grado di darti una lezione.
Caelen fece per rispondere, ma Ewan li zittì entrambi con un imperioso
gesto della mano. — Basta così. Smettetela di fare i bambini.
— Ha parlato l’uomo saggio e sposato — lo schernì Alaric.
Caelen ridacchiò e annuì, per poi fare un gesto alle spalle di Ewan che
lasciava chiaramente intendere che Mairin lo teneva per i testicoli.
Alaric rise, poi gemette per la fitta di dolore che gli attraversò il costato.
— Mi sembra evidente che per parecchi giorni dovrai restare a letto —
commentò cupamente Ewan. — Caelen ha ragione. Se devo legarti per tenerti
buono, lo farò senza esitare. Non costringermi, Alaric.
Lui sbuffò. — Non c’è bisogno di coccolarmi così, Ewan. Mi alzerò
quando sarò pronto, va bene? In effetti non ho alcuna fretta. Preferisco star
qui a farmi curare amorevolmente da Keeley.
— Non capisco che diavolo ci trovi in quella ragazza — borbottò
Caelen, scuotendo la testa. — Per me, ha il fascino di un porcospino.
— Bene. Allora non dovrò tenerti d’occhio — commentò Alaric con un
sorriso.
— Non scordarti i tuoi doveri e il matrimonio che ti attende — lo
ammonì Ewan.
Alaric tornò serio. — Non faccio altro che pensarci, Ewan. Non temere.
Ewan si alzò. — Adesso ti lasciamo riposare. Keeley dovrebbe tornare
da un momento all’altro con qualcosa da mangiare. Poi, falla andare in
camera sua per dormire tranquilla. Ti ha curato per giorni senza mai chiudere
occhio.
Lui annuì, ma non aveva alcuna intenzione di lasciarla andare.
Poteva dormire tranquilla anche con lui, tra le sue braccia.
Mentre i suoi fratelli uscivano, Keeley comparve sulla porta con una
scodella in una mano e un boccale nell’altra. Alaric guardò il suo volto
arrossato. Sì, sembrava stanca. Anzi, completamente esausta. Si era
impegnata a fondo per salvarlo, ma adesso che stava meglio intendeva
prendersi cura di lei. Non poteva fare molto, visto che nonostante le sue
vanterie si sentiva debole come un gattino, ma le avrebbe perlomeno offerto
un po’ di sano riposo.
Keeley guardò Ewan e Caelen con irritazione, cosa che divertì parecchio
Alaric. Si fece largo e senza più degnarli di uno sguardo andò subito da lui.
— Ho portato una scodella di brodo e un boccale di birra. Avevo chiesto
dell’acqua, ma la vostra cuoca insiste a dire che un rude guerriero deve bere
birra se vuole riprendere le forze.
— Gertie ha ragione. Una buona birra d’orzo cura praticamente tutto.
Lei storse il naso, ma non si oppose. — Riuscite a mettervi seduto?
Alaric voltò la testa, piantò il gomito sul materasso e cautamente si
diede la spinta necessaria. Ma non appena fece forza, una fitta lancinante
partì dal fianco ferito, togliendogli il fiato. Restò fermo, respirando piano
mentre una nebbiolina rossastra gli offuscava la vista.
Keeley gridò allarmata e si precipitò a soccorrerlo, cingendolo tra le
braccia, avvolgendolo nella sua fragranza. Il dolore si attenuò e allora lui tirò
un corroborante respiro, appoggiandosi al suo morbido petto.
Lei sistemò alcuni cuscini contro la testiera, poi ve lo adagiò con
cautela. — Con calma, guerriero. So che fa male.
Alaric sprofondò nel morbido schienale, la fronte imperlata di sudore e
lo stomaco contratto dal dolore. Per qualche istante temette di vomitare: Dio
dei cieli, certo che quel “taglio al fianco” poteva fargli soffrire le pene
dell’inferno.
Fece per protestare quando la vide allontanarsi, ma prima che aprisse
bocca Keeley tornò con la scodella e il boccale. Gli porse la birra e poi
sedette sul letto, con il fianco prosperoso che gli toccava il ginocchio. —
Bevete piano, perché lo stomaco deve abituarsi — gli mormorò.
Come faceva a sapere che aveva le viscere strette in una morsa era un
mistero, ma le diede retta. Con molta cautela prese un sorso, poi un altro; al
terzo le restituì il boccale con una smorfia. — Devo ammettere che avevi
ragione, Keeley. Era meglio l’acqua. La birra mi brucia lo stomaco.
— Ecco — disse lei, posando il boccale e prendendo la scodella. —
Bevete il brodo e vediamo se va meglio. Io intanto scenderò a prendervi
l’acqua.
— No, non muoverti. — Alaric reclinò la testa e chiamò Gannon a pieni
polmoni, facendo sobbalzare Keeley. — Scusa, ragazza — le disse. — Non
volevo spaventarti.
Dovettero attendere giusto un attimo prima che la porta si aprisse e
Gannon facesse capolino. Lei lo guardò sorpresa; Alaric ridacchiò. —
Immaginavo che Ewan gli avesse ordinato di restare in corridoio, caso mai mi
servisse qualcosa. E infatti, eccolo qui.
— Cos’era, una prova? — mugugnò il guerriero.
— No. Ho bisogno di una brocca d’acqua e non volevo che Keeley
scendesse a prenderla. È stanca e ha già fatto quelle scale fin troppe volte.
— Torno tra un attimo — annunciò Gannon, ritirandosi.
— Bene. Se avete finito di urlare, potreste anche bere il brodo.
Alaric sorrise per il suo tono seccato. — Non saprei. Temo di aver
bisogno del tuo aiuto. Mi sento così debole!
Lei alzò gli occhi al cielo ma poi si sporse in avanti, prese la scodella da
sotto e gliela avvicinò alla bocca. — Prendete solo un sorso — gli ordinò. —
Lentamente, in modo che vi apra lo stomaco prima di berne ancora.
Alaric obbedì e si gustò il forte sapore del brodo caldo prima di
deglutire. Ma più della sostanziosa pietanza, lo confortava la vicinanza di
Keeley e il tenero riguardo che lei gli riservava, un balsamo per i sensi che
leniva persino il dolore al fianco.
Con le nocche gli sfiorò le labbra mentre si aggiustava sul letto per
avvicinarsi ancora. Poi si sporse in avanti, permettendogli così di sbirciare
nella superba valle tra i seni. Carne tenera e bollente spuntava sotto l’orlo
della scollatura, incatenandogli lo sguardo; lui trattenne il fiato, aspettando
solo di scoprire se il movimento successivo le avrebbe abbassato il corpino
ancora un poco.
Già sentiva in bocca il suo sapore. A stento si trattenne dallo sporgersi in
avanti e affondare il volto in quella magnifica abbondanza.
Una mano piccola e decisa gli strinse il mento, rialzandogli la testa fino
a quando i loro occhi s’incontrarono. Lei li aveva castani, ricche pozze
marrone chiaro con macchioline verdi e oro. Ciglia lunghe e folte li
circondavano, rendendoli più grandi e decisamente esotici.
— Pensate al brodo — ringhiò.
Accettando volentieri di lasciare a lei il controllo, fece tutto ciò che gli
diceva. Ma quando Keeley gli sfiorò la guancia inclinando la scodella, si
sentì tendere in un modo persino fastidioso. Non pensava che il membro
arrivasse a inturgidirsi, vista la sofferenza che lo tormentava senza tregua, ma
ogni movimento che generava un contatto involontario e la fragranza di quel
corpo così femminile lo portò ben presto al limite. Gli ribolliva il sangue per
l’eccitazione; dolore e desiderio si alternavano in un modo insopportabile.
Finì il brodo senza accorgersene. Keeley annuì, poi scostò la scodella e
con essa la mano. Quando la vide tirarsi su, Alaric protestò d’istinto con un
roco borbottio.
— Ne volete ancora? — chiese lei.
— Sì — sussurrò.
— Allora avviso Gannon.
— No.
— Come no? — domandò Keeley, perplessa.
— Non parlavo del brodo.
Lei lo guardò con occhi che brillavano, scivolando lentamente con lo
sguardo sul suo volto. — E allora di cosa parlavate, guerriero?
Alaric tese la mano e incrociò le dita con quelle di lei. Poi le alzò, se le
posò sul volto e sfregò la guancia su quel piccolo palmo, muovendo piano la
testa fino a quando il desiderio minacciò di esplodere. — Ti voglio qui con
me — le mormorò.
— Infatti resterò a curarvi — lo schernì lei.
La porta si riaprì e Alaric imprecò quando Keeley balzò in piedi,
allontanandosi da lui. La vide aggiustarsi nervosamente la gonna, poi andare
verso il tavolo per posare la scodella mentre Gannon, ignaro di tutto, si
avvicinava e gli porgeva un bicchiere d’acqua.
Alaric bevve avidamente, deciso a mandarlo via prima possibile.
Appena finito, gli restituì il bicchiere. — Assicurati che nessuno ci
disturbi. Keeley deve riposare.
— Io? — sbottò lei, stupefatta. — Se non sbaglio, siete voi il ferito
grave.
Alaric annuì. — Certo. Ma non dormi da giorni per curarmi.
Keeley sbatté gli occhi e lui sorrise per la stanchezza che le segnava il
volto. Era davvero dedita al suo lavoro, ma era anche esausta e non poteva
più ignorare il bisogno di riposarsi.
Visto che non protestava, Alaric fece cenno a Gannon di avvicinarsi. —
Falle preparare un bagno — gli mormorò. — Porta qui la tinozza e sistemala
in quell’angolo, così avrà un po’ di riservatezza.
Gannon aggrottò la fronte, ma non protestò. Si voltò, uscì e Alaric si
appoggiò tranquillamente ai cuscini, felice di guardare Keeley che rassettava
la stanza nel chiaro tentativo di stargli lontana.
Quando qualcuno bussò di nuovo alla porta, Keeley si accigliò ma andò
ad aprire. Alaric sorrise quando la vide arretrare per far entrare due reclute
con la tinozza, seguite da una fila di donne con fumanti secchi d’acqua calda.
Keeley lo guardò. — Non potete fare il bagno. I punti devono restare
asciutti.
— Infatti non è per me.
— E per chi sarebbe, allora? — gli chiese, subito sospettosa.
— Per te, ragazza.
Lei sgranò gli occhi, poi tornò a guardare la tinozza come se non sapesse
più che dire. Quando aprì la bocca, Alaric si portò un dito alle labbra per
invitarla a tacere ma naturalmente non servì; Keeley marciò attraverso la
stanza e si fermò accanto al letto, torreggiando su di lui.
— Non ho nessuna intenzione di lavarmi qui!
— Non guarderò, promesso — le disse con aria angelica.
Keeley lanciò una nuova occhiata alla tinozza, adesso colma di acqua
calda e profumata. L’idea di un bagno la tentava, ma non avrebbe ceduto.
— Se aspetti troppo, l’acqua si raffredderà — le fece notare lui.
In quel momento Gannon entrò tenendo sottobraccio quelli che
sembravano degli spessi pannelli di quercia. — Ho preso in prestito il
paravento di milady — annunciò.
Alaric lo incenerì con lo sguardo, ma Gannon gli dava le spalle.
— Paravento? — ripeté Keeley, guardando perplessa quello strano
oggetto.
— È un aggeggio che milady si è fatta costruire — spiegò Gannon,
posandolo a terra e cominciando ad aprire i pannelli. — Serve a lavarsi e a
cambiarsi in privato.
Lei sorrise deliziata quando il paravento venne aperto, coprendo
completamente la vista della tinozza. — È perfetto!
Gannon ricambiò il sorriso, poi le porse un fagotto. — Milady vi manda
anche un abito nuovo. Mi ha chiesto di dirvi che domani ne sarà pronto un
altro, appena cucito dalle nostre donne.
Keeley sentì le guance scaldarsi e gli occhi diventare lucidi. —
Ringraziate milady e tutte le donne del maniero da parte mia — rispose
piano.
Annuendo, il guerriero seguì le donne in corridoio e chiuse la porta.
Keeley tastò il morbido tessuto del suo nuovo abito con un’espressione
estasiata, poi si voltò verso Alaric. — Cercherò di fare in fretta.
— Non è necessario — replicò lui scuotendo la testa. — Mi sento molto
meglio con lo stomaco pieno, quindi mi metterò comodo e aspetterò.
Cominciò a sudare freddo non appena lei scomparve dietro il paravento.
Poco dopo, il suo lacero vestito venne gettato in cima ai pannelli e lui deglutì.
Era nuda dietro quei pezzi di legno e maledire Gannon gli venne spontaneo,
perché adesso poteva soltanto immaginare le gambe lunghe e snelle, quei seni
perfetti, quei fianchi sinuosi e l’allettante triangolino di ricci tra le cosce,
probabilmente scuri come i suoi capelli.
Chiuse gli occhi quando la sentì entrare nella tinozza. Il sospiro
sognante che lei emise gli fece contrarre i testicoli; il membro eretto balzò in
alto, tanto duro e turgido da fargli temere che la pelle si lacerasse.
Scese con la mano e allentò frettolosamente i lacci dei calzoni. Le dita
urtarono il membro, allora lo afferrò dalla base stringendo forte.
Poi prese ad andare su e giù, gemendo quasi per il perverso sollievo.
Da dietro il paravento, Keeley iniziò a canticchiare. Lui la immaginò
mentre alzava una gamba, la insaponava e poi la sciacquava lasciando cadere
l’acqua dalle mani chiuse a coppa, passando quindi all’altra gamba.
Numi del cielo, non poteva farle questo.
Col cavolo che non poteva. Si sarebbe lavato con l’acqua del bagno,
adottando come scusa la necessità di rinfrescarsi un po’. Lei aveva fatto un
ottimo lavoro anche tenendolo pulito. Gli aveva persino lavato i capelli e lui
ricordava ogni istante di quel momento delizioso.
Mai una donna l’aveva curato con tanta devozione: avrebbe dato chissà
cosa per sistemarsi dietro di lei e ritornarle il favore, passando le dita in
quella serica cortina scura e poi su ogni centimetro del suo corpo perfetto.
Strinse forte l’erezione, muovendo la mano fino alla punta per poi
aumentare la stretta e scendere di nuovo. Il respiro si fece rapido e affannato;
chiuse gli occhi e la immaginò inginocchiata davanti a lui, le labbra schiuse
mentre si preparava a prenderglielo in bocca.
Lui le affondava le dita nei capelli e la teneva ferma mentre guidava il
membro nel vellutato calore della sua bocca.
Entrava il più possibile, poi cominciava ad andare avanti e indietro, con
lei che gli passava la lingua sulla punta facendolo impazzire.
Una vampata partì dall’inguine. Lo scroto si contrasse fino a fargli male,
il seme gli ribolliva nei testicoli come acqua in un calderone. Lo sentiva
risalire lungo il membro mentre muoveva la mano sempre più rapidamente.
Poi, ignorando il dolore al fianco, inarcò la schiena e si chinò in avanti,
piegando le dita dei piedi mentre il seme gli inondava il ventre.
Il piacere fu così intenso da farlo soffrire, il più potente orgasmo mai
avuto in vita sua. E non l’aveva neppure toccata: se fosse affondato nella sua
stretta, umida passera o in quella bocca calda e allettante, l’esplosione
sarebbe stata tanto forte da impazzire.
Uno scroscio d’acqua lo avvisò che Keeley era uscita dalla tinozza.
Con un gemito, si ripulì alla meglio e poi si sistemò i pantaloni,
trasalendo quando la ruvida stoffa sfregò sulla carne sensibile.
Un attimo dopo, la testa di Keeley spuntò da dietro il paravento. — Va
tutto bene? Mi è sembrato di aver sentito un gemito.
— Sì, va tutto bene — gracchiò lui. — Se hai finito, vorrei lavarmi
anch’io. Starò attento a non bagnare i punti, promesso.
Lei aggrottò la fronte, ma non disse nulla. Scomparve di nuovo dietro
quei maledetti pannelli di legno e lui sentì il fruscio del tessuto mentre finiva
di asciugarsi e si vestiva. Pochi minuti dopo ricomparve nel suo abito nuovo,
le guance rosse per il bagno caldo. I capelli le cadevano umidi sulla schiena,
tanto lunghi da arrivarle quasi ai glutei.
— Mentre vi lavate, io mi asciugherò i capelli davanti al fuoco — gli
annunciò.
Alaric fece per alzarsi, ma si fermò non appena la ferita iniziò a
protestare.
Keeley si affrettò a raggiungerlo, tendendo la mano per stringergli il
braccio. — Lasciate che vi aiuti. Aggrappatevi a me e vi tirerò su piano fino a
mettervi in piedi.
A lui non servivano altri inviti per stringerle i fianchi e affondare il volto
in quel ventre morbido. Inalò il suo profumo fresco e pulito, avvertendo una
vaga fragranza di rose. Era il sapone di Mairin, ma sentirlo sulla pelle di
Keeley faceva un effetto del tutto diverso.
— Ancora uno sforzo — lo incoraggiò lei con la sua voce dolce e
leggermente rugginosa, tirandolo in avanti. Alaric la aiutò, dato che pesava
troppo perché riuscisse a sorreggerlo, poi sedette sul bordo del letto e posò i
piedi a terra, aspettando un attimo per raccogliere le forze prima di darsi la
spinta finale.
Non appena si alzò, tutto prese a girare e le ginocchia minacciarono di
cedere. Dovette fare appello al proprio orgoglio per non crollare a terra e, non
appena il capogiro passò, si rese conto di un pressante bisogno.
— Devo usare il vaso da notte — borbottò. — Forse fareste meglio a
uscire. — Non aveva alcuna voglia di disgustarla facendo i suoi bisogni
davanti a lei.
L’espressione di Keeley si ammorbidì, poi gli sorrise. — Chi credete che
vi abbia aiutato a fare le vostre cose in questi giorni?
Lui sentì le guance scaldarsi e temette di essere arrossito come una
ragazzina. — Farò finta di non aver sentito, va bene?
Keeley rise e si spostò da sotto il suo braccio. — Siete sicuro di farcela?
Aspetterò qui fuori. Chiamatemi se avete bisogno di aiuto.
Alaric annuì e la guardò raggiungere la porta. Ma prima di aprire, lei si
voltò e gli rivolse un sorriso timido che gli scatenò un fremito di eccitazione
lungo la schiena. Poi Keeley uscì e si chiuse la porta alle spalle.
Sentendosi come un vecchio decrepito, fece quello che doveva e poi si
dedicò all’impresa di entrare nella tinozza. Non fu così difficile, ma doveva
restare in ginocchio per non bagnare i punti. In vita sua, non aveva mai capito
che piacere ci trovasse la gente in un bagno.
Preferiva di gran lunga un tuffo nel lago quando doveva lavarsi: le
tinozze erano troppo piccole per un uomo grande e grosso come lui.
Non poteva muoversi senza picchiare i gomiti da qualche parte.
Purtroppo, per come stavano le cose doveva accontentarsi. Si lavò il
meglio possibile e quando finì posò le mani sui bordi della tinozza e fece
forza con un gemito.
— Alaric?
La voce di Keeley echeggiò da dietro il paravento. Lui si fermò, poi tese
la mano e afferrò il panno per asciugarsi. — Sì?
— Va tutto bene? Devo aiutarvi?
Per un attimo fu seriamente tentato di risponderle di sì, ma non poteva
mostrarsi così meschino. — Guarda nel baule ai piedi del letto.
Dovrebbero esserci dei pantaloni puliti.
Poco dopo, la mano di lei spuntò da dietro il paravento porgendogli i
calzoni. — Siete sicuro di riuscire a infilarli? — gli chiese dubbiosa.
— Mi arrangerò.
Dopo diversi, penosi minuti emerse da dietro il paravento, certo di
apparire pallido come un cencio. Keeley gli lanciò un’occhiata e subito si
avvicinò, passandogli un braccio attorno alla vita per sostenerlo. — Avreste
dovuto permettermi di aiutarvi — lo rimproverò. — Soffrite ancora troppo.
Faticosamente raggiunsero il letto e Alaric si sdraiò, sistemandosi sulla
schiena. Non aveva più forze, ma riuscì a tendere la mano verso di lei. —
Sdraiati con me, Keeley. Abbiamo entrambi bisogno di riposo. Dormo meglio
se mi resti accanto.
Un lampo le attraversò gli occhi, poi arrossì, ma alla fine mise la mano
sul palmo di lui e si fece trascinare sul materasso. — Devo ammettere di
essere esausta — gli sussurrò.
— Lo immagino. E ne hai tutti i motivi.
Le posò la mano sulla schiena e prese a massaggiarla piano, posando il
mento sulla sua testa. Pian piano la sentì rilassarsi, fino a giacere languida e
morbida accanto a lui.
— Keeley?
— Cosa c’è? — rispose lei insonnolita.
— Grazie per il tuo aiuto e per essere venuta qui con i miei fratelli per
curarmi.
Keeley tacque, poi mise la piccola mano nella sua. — Non c’è di che,
guerriero.
11
Keeley sospirò e si rannicchiò ancora di più in quel calore delizioso.
Sbadigliò pigramente e quasi cominciò a fare le fusa per la grande mano
che sentiva muoversi con indolenza sulla schiena. Che splendido modo di
svegliarsi.
Poi ricordò di essere a letto con Alaric McCabe e capì che quella mano
forte e callosa poteva essere solo la sua. Alzò lo sguardo e si accorse che la
stava osservando. La mano salì fino alla testa e iniziò a massaggiarle
dolcemente la nuca; lei esitava a parlare, a rompere la quiete che imperava
nella stanza.
Una soffice luce entrava dalle fessure tra le tende e il fuoco si era ridotto
a un letto di braci ardenti. Alaric stava appoggiato sul gomito, con i lunghi
capelli che gli ricadevano sulle spalle. Aveva un aspetto deliziosamente
selvaggio e sembrava contento. Nei suoi occhi non c’era più alcuna
sofferenza; una luce completamente diversa vi si leggeva e le bastò guardarli
per sentire la pelle formicolare.
Una calda eccitazione prese a farsi strada in lei. Si leccò nervosamente
le labbra e lo sguardo di lui si scurì ancora di più, fino a quando il verde delle
iridi divenne un’aureola sottile attorno alle pupille. Poi, lo vide schiudere la
bocca e respirare con affanno. Le sue dita le strinsero la nuca e prima che lei
intuisse le sue intenzioni, l’avvicinò a sé e chinò la testa coprendole le labbra.
Fu un bacio gentile, poco più di una carezza, ma quanto dolce le
sembrò! Poi Alaric tornò all’assalto, stavolta baciandole l’angolo della bocca.
La solleticò con la punta della lingua, calda e ruvida, poi leccò la fessura tra
le labbra, invitandola a schiuderle per lui.
Incapace di negargli alcunché, Keeley sospirò e gli permise di entrare.
Lui la sondò piano, come per assaporare il primo contatto tra le loro lingue.
In una danza delicata le punte si toccarono, ritirandosi e avanzando con
spavalderia sempre maggiore fino a dare inizio a un duello ottenebrante.
— Hai un sapore così dolce — mormorò lui.
Quel tono caldo e rugginoso le scatenò un fremito lungo la schiena, ma
al contempo la rese consapevole di ciò che stava facendo. Giaceva nel suo
letto, si stavano baciando e Alaric si rivolgeva a lei come a un’amante.
Perché era fidanzato con Rionna.
Ricordarlo fu come una secchiata d’acqua gelida.
— Keeley? Cosa c’è?
Lei uscì dal suo abbraccio per mettere un po’ di distanza tra loro,
restando però nel letto. — Non possiamo — gli mormorò. — Non è giusto.
Voi siete fidanzato con un’altra.
Alaric trasalì. — Chi ti ha detto questo?
— Non importa chi — replicò lei duramente. — È vero e questo mi
basta. Voi sposerete un’altra donna. Non dovete baciarmi, né tantomeno
stringermi così.
— Io non sono ancora fidanzato.
Keeley sospirò. — Questa è una scusa indegna e lo sapete benissimo.
Oppure pensate di non sposarla più?
Lo vide stringere le labbra, poi scosse la testa. — No. Devo sposarla. Ma
è un matrimonio combinato, un’unione necessaria per suggellare l’alleanza
tra noi e i McDonald.
Keeley si rendeva conto che era assurdo sentirsi ferita da una cosa che
sapeva già. Dopotutto, cos’era Alaric per lei? Solo un guerriero che aveva
bisogno del suo aiuto. I baci rubati non significavano nulla: senza dubbio,
non pensava di essersi innamorata di lui.
Scosse la testa per scacciare quell’idea. Rionna era figlia di un laird.
Lei non era nessuno. Non aveva nulla da portare a un matrimonio tranne
se stessa. Nessuna alleanza, nessuna dote. Non aveva neppure il sostegno del
suo clan.
— In ogni caso, temo proprio che stiate baciando la donna sbagliata —
gli disse, provando a scherzarci sopra.
Alaric sospirò e tornò a sprofondare la testa nel cuscino. — Non puoi
chiedermi d’ignorare l’attrazione che esiste tra di noi, Keeley.
Non ci riuscirei neppure volendo. È il sentimento più forte che abbia mai
provato per una donna! Io ardo per te, non vedi?
Lei chiuse gli occhi. Un groppo le strinse la gola e lei deglutì per cercare
di scacciarlo. Quando riaprì gli occhi, vide sul volto di Alaric un tormento
pari al suo.
— Ditemi, guerriero, che ne sarà di me? — gli chiese piano. — Devo
concedermi a voi per poi vedervi sposare un’altra? Che cosa mi succederà
quando diventerete il genero del signore dei McDonald?
Lui tese la mano e le carezzò la guancia. — Farò in modo che tu venga
trattata con rispetto. Non mi dimenticherò di te, lo giuro. E non farei mai
nulla che possa gettare vergogna o disonore su di te.
Un lieve sorriso le piegò le labbra. Vergogna e disonore era tutto ciò che
aveva avuto negli ultimi anni. — Se davvero tenete a me, allora promettetemi
di non cedere più all’attrazione che esiste tra di noi.
Alaric si incupì, ma prima che potesse obiettare lei gli posò un dito sulle
labbra in un gentile rimprovero. — Il sole sta sorgendo. Abbiamo dormito
tutta la notte. Devo controllare la ferita, poi scendere di sotto per chiedere che
vi portino qualcosa da mangiare. E già che ci sono, andrò a cercare il laird
per sapere qual è davvero il mio posto tra di voi.
— Ewan farà in modo che tu sia trattata al meglio — replicò lui con
voce tesa. — Altrimenti dovrà vedersela con me.
Lei ritirò la mano, si alzò e poi si tenne occupata ispezionando la ferita.
— Il gonfiore è quasi scomparso e i punti tengono perfettamente —
annunciò. — Ancora qualche giorno e vi permetterò di alzarvi, sempre che
non andiate a combattere nel momento stesso in cui metterete piede fuori
dalla stanza.
Il tentativo di alleggerire l’atmosfera non funzionò. Alaric continuava a
guardarla, gli occhi vuoti e pieni di rimpianto. Lei distolse lo sguardo e si
allontanò dal letto.
Raggiunse la finestra e aprì le imposte per far entrare l’aria fresca del
mattino. Per un attimo restò immobile, maledicendo il Fato e i suoi ineludibili
disegni; poi strinse il davanzale così forte da farsi venire le dita bianche e
alzò il volto verso il sole con tutta la tristezza e il rammarico che le
riempivano il cuore.
La sua vita, il suo destino erano sempre stati decisi dagli altri.
Aveva giurato a se stessa di fare tutto il possibile perché non accadesse
più, ma adesso che aveva stabilito da sé la strada da prendere si sentiva solo
insoddisfatta.
Eppure aveva fatto la cosa giusta, preso l’unica decisione che l’avrebbe
protetta. Ma da che cosa? Dall’infelicità? Dalla vergogna?
Comunque fosse, mai avrebbe pensato di sentirsi così. Invece di provare
orgoglio per una scelta che le riconsegnava le chiavi del suo destino, provava
un vuoto terribile in cui aleggiavano una miriade di desideri repressi.
Lanciò un’altra occhiata ad Alaric e lo vide con gli occhi chiusi, la testa
immobile sul cuscino. Sì, aveva fatto bene. Lui non sarebbe mai stato
davvero suo. E accettare ciò che le proponeva, diventare la sua amante, le
avrebbe solo causato un gran dolore quando l’avrebbe lasciata. Meglio non
conoscere le gioie della loro intimità.
Tirò un bel respiro, raddrizzò le spalle e puntò verso la porta. Era giunto
il momento di prendere pienamente in mano il suo destino.
Ewan McCabe aveva rapito la persona sbagliata. Se voleva che restasse
per assistere la moglie nel parto, doveva spiegarle cosa aveva in mente e
offrirle delle garanzie.
Uscì e quasi inciampò su Gannon, che dormiva seduto per terra con la
testa appoggiata al muro. Il guerriero aprì gli occhi e subito si alzò; Alaric
non esagerava dicendo che sarebbe rimasto sempre in corridoio, nel caso
avessero avuto bisogno di lui.
— Posso fare qualcosa per voi? — le chiese educatamente.
Lei scosse la testa. — No, grazie. Alaric sta bene e io vado di sotto a
chiedere alla cuoca di preparargli una sostanziosa colazione. Poi andò in
cerca del laird.
Un’espressione preoccupata riempì il volto di Gannon. — Forse sarebbe
meglio se andassi io dal laird per riferirgli le vostre richieste.
Keeley gli lanciò un’occhiataccia anche se era molto più grande e più
forte di lei. — No, non credo sia meglio. Se volete rendervi utile, potreste
andare voi dalla cuoca e portare ad Alaric la colazione. Io sarò con il laird,
caso mai vi fosse bisogno di me.
Senza dargli il tempo di rispondere, raggiunse le scale e scese
frettolosamente. Giunta nella sala grande, studiò incuriosita l’andirivieni di
donne che sbrigavano le faccende del mattino.
Nonostante la sicurezza mostrata a Gannon, non sapeva dove cercare il
laird. E si sentiva nervosa, anche se con il guerriero aveva fatto la spavalda.
— Keeley! Posso aiutarvi in qualche modo?
Lei si voltò e vide Maddie uscire dalle cucine. — Sì. Dov’è il laird?
Maddie sbatté gli occhi. — In cortile ad allenarsi con gli armigeri.
— Grazie. — Keeley sorrise e fece per andarsene.
— Al laird non piace essere disturbato durante gli addestramenti —
l’ammonì Maddie.
— Ah sì? E a me non piace essere disturbata a casa mia mentre dormo
nel mio letto — borbottò lei. Ma questo non aveva impedito al signore dei
McCabe di entrare, prenderla e portarsela via.
Giunta all’entrata del cortile, però, si fermò sorpresa per la scena che si
ritrovò davanti. Centinaia di armigeri si allenavano con spade e bastoni. Gli
arcieri scoccavano le loro frecce verso una fila di bersagli e i guerrieri
galoppavano in una sorta di torneo. Il baccano era assordante ma, tappandosi
le orecchie con le mani, proseguì e, tenendosi vicino alle mura, si mise a
cercare il laird. Un fiocco di neve le bagnò il naso; alzò lo sguardo verso il
cielo e vide che finalmente cominciava a nevicare, ma questo non sembrava
avere alcun effetto sugli uomini che si stavano addestrando.
Rabbrividendo per il freddo, raddrizzò le spalle e continuò la sua ricerca.
Giunta dall’altra parte del cortile vide il laird e suo fratello, intenti a
osservare con le braccia conserte il risultato di tutte quelle fatiche.
Caelen si accigliò non appena si accorse di lei, e anche il laird la guardò
duramente. — C’è qualcosa che non va? — le chiese subito. — Come sta
Alaric?
— Bene. La ferita sta guarendo e non ha più febbre. Non sono qui per
parlare di lui.
— Adesso sono occupato — tagliò corto il laird. — Qualunque cosa
dobbiate dirmi, ne parleremo dopo.
Quando lo vide voltarsi e darle le spalle come se fosse solo una piccola
seccatrice, Keeley esplose. — No, non aspetterò! — disse, battendo il piede a
terra e alzando la voce per farsi sentire sopra il frastuono.
Lui s’irrigidì e tornò lentamente a voltarsi. Attorno a loro, i
combattimenti cessarono. Spade e bastoni vennero abbassati mentre tutti si
giravano a guardarla.
— Cosa avete detto? — le chiese il laird con la voce pericolosamente
bassa.
Caelen la studiò incredulo, poi si voltò verso il fratello come per
chiedergli conferma del fatto che lei avesse osato sfidarlo. Ma Keeley alzò il
mento, non aveva intenzione di piegarsi, anche se le tremavano le ginocchia.
— Ho detto che non aspetterò.
— Davvero? Bene, allora dite pure. Cosa c’è di così importante da
interrompere l’addestramento dei miei armigeri? Avete tutta la nostra
attenzione. Non siate timida.
— Mai stata timida — replicò seccamente lei. — E questa cosa così
importante riguarda solo il fatto che non ho idea di quale sia il mio posto qui.
Mi avete prelevata da casa mia per curare vostro fratello e assistere vostra
moglie nel parto. E dopo? Mi rifiuto di essere trattata come una prigioniera.
Voglio sapere che ruolo avrò nel vostro clan.
Ewan aggrottò le sopracciglia. — Non vi ho forse trattata con tutti i
riguardi finora? Vi assicuro che i miei prigionieri non hanno una camera
privata in cui ritirarsi, né possono chiedere ciò che vogliono ai miei servi o ai
miei guerrieri. Ho delle splendide segrete in cui dar loro il benvenuto.
Lei non permise a quelle parole e al tono tagliente con cui vennero
pronunciate di intimidirla. Incontrò il suo sguardo e raddrizzò la schiena. —
Voglio solo sapere cosa farò qui, laird, in modo che dopo non vi siano
malintesi. Sono stata costretta a rinunciare alla mia casa, un luogo sicuro
dove potevo vivere con i miei mezzi rispondendo solo a me stessa. Obbedire
ciecamente agli editti altrui mi viene assai difficile.
L’espressione del laird si scurì a tal punto da farle temere che sarebbe
esploso. Ma poi, con sua somma sorpresa, lui gettò indietro la testa e rise. —
Ditemi, Keeley, avete per caso parlato con mia moglie?
C’è lei dietro tutto questo?
Attorno a lui, i guerrieri cominciarono a ridacchiare. Persino Caelen
perse per un attimo il suo feroce cipiglio. Keeley si ritrovò momentaneamente
spaesata. — Perché pensate che mi abbia mandato vostra moglie? Non l’ho
ancora vista stamattina.
Ewan alzò le spalle in un sospiro esagerato. — Signore, aiutami tu.
Ho qui due donne che si divertono a sfidarmi ogni volta che vogliono.
— Ricorda che sei stato tu a portarle qui. Tutte e due — borbottò
Caelen.
Il laird alzò la mano per far smettere le risate che si erano levate dai suoi
uomini. Keeley lo guardò con ansia. Sembravano convinti che fosse solo uno
scherzo, mentre lei era assolutamente seria. E la faceva infuriare il fatto che
ridessero davanti alle ragionevoli richieste di una donna che era stata portata
via dalla sua casa e costretta a rinunciare alla sua indipendenza.
Con il volto teso e i denti stretti, si voltò e marciò verso il maniero.
Voleva salire da Alaric e sfogare con lui la sua rabbia e la sua
frustrazione, ma sarebbe servito solo a causare discordia tra i fratelli e quella
era una cosa che non poteva permettersi.
Era quasi arrivata al portone quando una mano forte le strinse la spalla e
la fece voltare. Lei chiuse le dita e colpì. Caelen sgranò gli occhi, ma fu
abbastanza lesto da spostarsi e mandare a vuoto il pugno.
— Santo cielo, ragazza. Calmatevi.
— Toglietemi subito le mani di dosso — gli ringhiò.
— Keeley, ho deciso di ascoltarvi — disse Ewan con voce cupa.
— Sapete ciò che voglio e credo che abbiate già risposto, laird.
— No, quella non era una risposta. Venite dentro. Parleremo nella sala
grande mentre facciamo colazione. Mangeremo con mia moglie, visto che si
sarà appena svegliata. Dorme molto di più adesso che il bambino sta per
nascere.
Lei annuì e attese che il laird la precedesse nel maniero. Caelen si ritirò
e, dopo averle lanciato un’ultima occhiata, tornò dai guerrieri per riprendere
gli allenamenti.
Quando entrarono nella sala grande, i tavoli erano apparecchiati e
Mairin sedeva al tavolo alto. Il suo volto s’illuminò quando vide il marito;
fece per alzarsi, ma lui glielo impedì. — No, tesoro, resta seduta — le disse,
posandole una mano sulla spalla. Si chinò per darle un bacio sulla tempia, poi
le elargì un sorriso che quasi strappò un sospiro a Keeley. Quindi sedette e le
fece cenno di accomodarsi alla sinistra di Mairin.
— Buongiorno, Keeley — salutò la lady con un sorriso.
— Buongiorno, Mairin — rispose lei.
— Come sta Alaric?
Keeley le rivolse un rassicurante sorriso. — Molto meglio. La febbre è
quasi scomparsa e gli ho annunciato che tra qualche giorno potrà alzarsi.
— Una splendida notizia. Ed è tutto merito vostro — disse Mairin.
Ewan si schiarì la voce e guardò Keeley mentre le donne portavano loro
i taglieri con la colazione. — Anche se le circostanze del nostro incontro non
sono state molto piacevoli, vi chiedo di restare qui almeno fino a quando
Mairin avrà partorito. Lei significa molto per me e voglio che venga assistita
il meglio possibile.
— Il vostro riguardo è ammirevole, laird. Vostra moglie è una donna
fortunata ad avere un marito che si preoccupa tanto per lei.
— Tuttavia, percepisco una grande perplessità nel vostro tono —
commentò Ewan.
— Voglio delle garanzie sul mio ruolo tra i McCabe — spiegò lei. — E
poi voglio poter andare e venire come mi pare.
Il laird si appoggiò allo schienale e la studiò per un lungo istante. — Se
vi concedo questa libertà, promettete di non uscire dalle mie terre?
Keeley inspirò rumorosamente dal naso. Lei aveva una parola soltanto:
se prometteva, avrebbe trascorso l’inverno con i McCabe.
Sarebbe stata sempre vicina ad Alaric e non era certa di poter resistere
alla tentazione che rappresentava.
Ma poi il suo sguardo si posò su Mairin. Pareva così stanca e delicata e
non le era certo sfuggita la preoccupazione con cui il laird la guardava.
Amava davvero la moglie e temeva per la sua salute. Se lei riusciva ad
allentare quella preoccupazione e a far sì che il parto avvenisse senza
incidenti, si sarebbe sentita fiera di se stessa.
— Sì, laird. Avete la mia parola.
Ewan annuì. — È importante che sappiate che la vostra libertà avrà dei
limiti. Non potrete uscire senza scorta dalle mura. Abbiamo dei nemici che
non si fermano davanti a nulla pur di colpirci.
— È una limitazione con cui posso convivere.
— In tal caso, Keeley, vi offro una posizione rispettabile e riverita nel
nostro clan. Anche se vi ho portata qui per curare Alaric e assistere mia
moglie, la verità è che non abbiamo un’erborista nel maniero e che la mia
gente ha bisogno delle vostre cure. Spero che accada il meno possibile,
naturalmente, ma dovrete ricorrere al vostro talento anche per loro. Se
accettate, verrete trattata come una McCabe, e questo significa sedersi alla
nostra tavola e dividere con noi tutto ciò che abbiamo.
Il suo tono era schietto e sincero. Non sembrava tipo da rimangiarsi la
parola quando gli conveniva. No, Ewan McCabe era un uomo d’onore, se lo
sentiva nelle ossa. — Se le cose stanno così, accetto — mormorò.
Mairin batté le mani deliziata. — Ma è splendido! Sarà bello avere
un’altra donna nel maniero. E forse potreste insegnarmi a preparare le pozioni
più semplici, Keeley.
— Come se non avessimo già abbastanza donne nel maniero — borbottò
Ewan. — E poi ci sei tu, sempre pronta a far impazzire gli uomini di scorta!
Mairin si coprì la bocca con la mano, ma i suoi occhi brillavano divertiti
quando lanciò un’occhiata a Keeley. — Dopo colazione andremo a vedere i
nuovi abiti cuciti per voi. Poi vi mostrerò il maniero e vi presenterò al clan.
Saranno tutti così sollevati sapendo che è arrivata una nuova erborista!
Lei le sorrise radiosa. — Grazie. Spero di non deludervi mai.
Ewan, intanto, aveva finito di mangiare. Si alzò e si chinò per dare a
Mairin un bacio sulla guancia. — Devo tornare dai guerrieri.
Assicurati che Gannon e Cormac siano sempre con voi quando porterai
Keeley in giro per i cottage.
Mairin alzò gli occhi al cielo e sospirò mentre il marito se ne andava.
— Ti ho sentita, Mairin — borbottò lui senza voltarsi.
Mairin sorrise e liquidò la cosa con un gesto della mano. — Dovete
tornare da Alaric prima di cominciare? — chiese a Keeley.
— No, non è necessario — rispose lei. — Riposava tranquillo quando
sono uscita e Gannon stava per portargli la colazione. Lo vedrò dopo.
Mairin annuì e si alzò faticosamente dalla sedia. — Andiamo, allora.
Comincerò col presentarvi alle altre donne.
12
Per tutta la durata della visita al maniero e ai cottage che punteggiavano
le pendici della collina subito dietro le mura, Mairin non fece che parlare. A
Keeley girava la testa, ma cercò di stare attenta ogni volta che le faceva
conoscere qualcuno.
Mairin la presentava solo come Keeley, senza specificare il clan di
appartenenza; molti reagivano con diffidenza, ma altri si rivelarono
comunque cortesi e ospitali. Tra questi c’era Christina, una ragazza più
giovane di lei di qualche anno dal temperamento vivace, gli occhi brillanti e il
sorriso sempre pronto. Keeley fu felice dell’immediata complicità che
s’instaurò tra loro, poi si ritrovò a sopprimere un sorriso per l’evidente
attrazione tra Christina e Cormac. Nessuno dei due riusciva a staccare gli
occhi dall’altro, ma entrambi si ostinavano a fingere il disinteresse più
completo.
Giunte sul retro del maniero, trovarono dei bambini che provavano
valorosamente ad ammucchiare la poca neve rimasta sul terreno. I fiocchi
avevano già smesso di cadere, ma un’occhiata al cielo grigio disse a Keeley
che la nevicata poteva ricominciare da un momento all’altro.
Uno dei ragazzi alzò lo sguardo e non appena vide Mairin lasciò i suoi
compagni di giochi e si precipitò verso di loro. — Mamma!
Mamma! — gridò, abbracciandola forte. Lei lo strinse con affetto e
Keeley la guardò incuriosita, visto che sembrava decisamente troppo giovane
per avere un figlio di quell’età.
Alla fine Mairin scompigliò scherzosamente i capelli del ragazzino e poi
si voltò verso Keeley con un sorriso indulgente in volto. — Crispen, voglio
presentarti una mia amica. Si chiama Keeley ed è un’erborista molto esperta.
Per un po’ di tempo resterà con noi.
Lei tese la mano con aria solenne. — Piacere di conoscerti, Crispen.
Il ragazzo la studiò, poi lanciò un’occhiata a Mairin. Keeley notò l’ansia
che gli riempiva gli occhi quando tornò a guardarla. — Siete venuta per
aiutare la mamma a partorire?
Keeley sentì il cuore ammorbidirsi per la preoccupazione che gli sentiva
nella voce. Che bravo ragazzo. Avrebbe voluto abbracciarlo a sua volta e
dirgli che non c’era nulla da temere; Mairin sembrava sul punto di fare la
stessa cosa. — Sì, Crispen. Sono anche una levatrice e ho fatto nascere tanti
bambini, quindi assisterò tua madre.
Un evidente sollievo comparve negli occhi del ragazzo, poi un bel
sorriso gli illuminò il volto. — Allora sono contento che siate qui. Io e papà
vogliamo che tutto vada bene. Mamma porta in grembo il mio fratellino o la
mia sorellina!
Keeley sorrise. — Proprio così. Tu cosa preferisci, un fratello o una
sorella?
Crispen arricciò il naso, poi si voltò verso i suoi amici che lo
chiamavano a gran voce. — Ebbene, una sorellina non mi dispiacerebbe,
sempre che non sia come Gretchen. Ma preferirei un fratello, perché sarebbe
più divertente per giocare.
Mairin ridacchiò. — Abbiamo già stabilito che Gretchen è una ragazza
unica nel suo genere, no? E adesso, torna a giocare. Io devo mostrare il
maniero a Keeley.
Dopo un nuovo, tenero abbraccio, Crispen corse dal rumoroso gruppo di
bambini. Keeley lanciò a Mairin un’occhiata incuriosita, chiedendosi come
porle le domande che le ronzavano in mente; la moglie del laird sorrise, poi
scosse la testa. — Gretchen è una ragazzina dalla volontà di ferro che senza
dubbio governerà il mondo quando sarà grande. È la spina nel fianco di
Crispen e degli altri maschietti, perché insiste a dire che un giorno diventerà
una guerriera e intanto li batte tutti nei giochi di guerra.
Keeley sorrise, individuando subito la ragazzina nel gruppo. Aveva
appena atterrato un maschio e, seduta sopra di lui, lo teneva fermo
premendogli i polsi a terra. Il poveretto si dimenava e le gridava di lasciarlo,
ma lei non sembrava intenzionata a mollare la presa.
— Crispen invece è il figlio di primo letto di Ewan — riprese Mairin. —
Sua madre è morta quand’era piccolo.
— Chiaramente vi vuole molto bene.
Il volto di Mairin si addolcì. — Porto un bambino in grembo, ma
Crispen resta comunque il primogenito. Pur non essendo frutto del mio
ventre, occupa un posto molto speciale nel mio cuore. Mi ha fatto conoscere
Ewan, visto che è stato lui a condurmi qui, e quindi gliene sarò sempre grata.
D’impulso Keeley tese il braccio e strinse le dita di Mairin. — Siete una
donna molto fortunata. È evidente che il laird vi ama e vi rispetta.
— Vi prego, smettetela o mi metterò a piangere — rispose Mairin
tirando su col naso. — Ultimamente piango per le cose più insignificanti e
questo, oltre a far impazzire Ewan, preoccupa parecchio gli uomini della mia
scorta. Hanno sempre paura di dire o fare qualcosa che mi possa far scoppiare
in lacrime.
Keeley ridacchiò. — Non siate troppo dura con voi stessa. Tante donne
diventano emotive durante la gravidanza, soprattutto quando il parto si
avvicina.
Proseguirono lungo le pendici della collina fino a tornare nel cortile.
All’inizio Keeley non badò più di tanto agli armigeri che continuavano
duramente ad allenarsi. Era la vita dei guerrieri, visto che ogni clan doveva
tenersi pronto a difendere le proprie case e le proprie terre in ogni momento.
Ma poi, un certo guerriero catturò la sua attenzione. Non si stava
allenando. Non impugnava neppure la spada. Si limitava a osservare accanto
al laird gli uomini che combattevano con lunghi bastoni. — Stupido
incosciente — borbottò tra sé.
— Come dite? — chiese Mairin sorpresa.
Ignorando sia lei sia Cormac, Keeley marciò come una furia nel cortile
sentendo la rabbia crescere a ogni passo che faceva. — Che uomo
impossibile, ignorante e idiota!
Non si accorse che gli armigeri si erano fermati nel momento stesso in
cui l’avevano vista, né che le sue parole volavano nell’aria come frecce.
Ewan alzò gli occhi al cielo come per chiedere la forza di star calmo, mentre
Alaric sorrise e mise le braccia avanti quasi temesse di vederla balzare su di
lui.
— Cosa dicevi? — le chiese con voce angelica quando lei si fermò.
— Che diavolo vi salta in mente? — sibilò Keeley. — Vi avevo detto di
restare a letto. Questo significa riposare nella vostra stanza, non uscire nel
cortile con questo freddo. Non dovreste neppure stare in piedi! Come posso
curarvi se mi disobbedite non appena mi volto?
Non avete un po’ di buonsenso?
Alaric sospirò mentre Caelen rise, guadagnandosi un’occhiataccia dal
fratello. — Direi che la ragazza ti sta accusando di non avere un briciolo di
sale in zucca — affermò. — Forse mi sono sbagliato su di lei. Chiaramente,
ha un buon intuito.
Alaric si voltò, la mano chiusa a pugno. Ma Keeley si mise in mezzo, gli
afferrò il polso, poi si voltò verso Caelen e il laird. — Lui non è l’unico a non
avere sale in zucca. Perché non lo avete rimandato subito a letto? Volete che
guarisca oppure no?
— Non è più un bambino che bisogna sgridare — borbottò Ewan.
— Quindi, smettete subito con le vostre offese.
— Qui non è questione di bambino o meno. Vostro fratello non sa
neppure cos’è meglio per lui! E spetta a voi far rispettare gli ordini, visto che
siete il laird. Permettereste agli altri guerrieri d’ignorare gli ordini
dell’erborista del maniero? Se fossero tutti troppo malati per combattere,
giustifichereste una sconfitta in battaglia dicendo che non erano bambini da
sgridare?
— Non ha torto — intervenne Caelen. — Infatti, anch’io ti ho detto che
sei un pazzo per esserti alzato dal letto.
Ewan si accigliò. Chiaramente non gradiva che una donna lo
riprendesse. Ma la sua espressione si fece ancora più severa quando vide
Mairin e Cormac avvicinarsi. — Mairin, cosa fai qui fuori al freddo? — le
chiese duramente.
Keeley lo guardò a bocca aperta per l’indignazione. — Ah. Quindi
riprendete vostra moglie per essere uscita, ma non vostro fratello.
Ebbene, laird, sappiate che milady è sana come un pesce, mentre Alaric
fino a ieri delirava per la febbre. Ha un profondo taglio al fianco e ci
vorranno ancora molti giorni prima che riprenda pienamente le forze.
— Dio mio, aiutami tu — gemette Ewan.
Keeley tornò a guardare Alaric. — E voi, state cercando di uccidervi?
Non v’importa nulla di guarire? — gli chiese, picchiettandogli il dito sul
torace e poi alzandosi in punta di piedi per guardarlo dritto negli occhi. — Se
strappate i punti, non ve li rimetterò. Potete anche sanguinare fino a morire, o
magari morirete d’infezione. Sapete come accade? La carne si gonfia e si
riempie di umori purulenti e allora nessuno potrà più aiutarvi, stupido,
irritante guerriero!
Lui le posò entrambe le mani sulle spalle e strinse piano. — Keeley, per
favore, calmati. Mi sento abbastanza bene, anche se il fianco mi fa molto
male. So di non essere guarito, ma se restavo ancora un attimo dietro quella
porta chiusa sarei impazzito. Avevo solo bisogno di prendere una boccata
d’aria.
— Bene, direi che l’hai presa — borbottò Ewan. — Adesso torna a letto,
così noi potremo continuare gli allenamenti. — Liquidato Alaric, il suo
sguardo si posò su Mairin e Keeley. — E voi due rientrate subito nel
maniero. Ti ho dato il permesso di uscire per presentare Keeley al clan,
Mairin, non per girovagare su e giù per le colline.
Mairin sorrise serenamente, per nulla intimidita dal marito.
— E voi — riprese Keeley, indirizzando la sua irritazione verso Gannon
che seguiva tutto in doveroso silenzio accanto ad Alaric — non avevate forse
il compito di sorvegliare il mio paziente? Era vostro dovere impedirgli di
uscire.
Gannon trasalì e fece per ribattere, ma poi pensò che fosse meglio
tacere. Lanciò un’occhiata al laird in cerca di supporto, ma Ewan era troppo
impegnato a scuotere la testa.
Senza perdere altro tempo, Keeley prese Alaric sottobraccio e lo trascinò
verso la scala d’ingresso del maniero. Lui rideva, ma almeno la seguiva senza
fare storie; certa che non si rendesse bene conto del pericolo che correva, gli
fece una bella predica e, quando arrivarono in camera, gli indicò il letto e poi
chiuse la porta. — Insomma, spero che adesso vi rendiate conto di aver fatto
una follia. Avanti, toglietevi gli stivali. Mi chiedo come avete fatto a infilarli:
dev’esser stata un’agonia dall’inizio alla fine!
Alaric sedette sul bordo del letto, poi tese una gamba verso di lei.
— Dovrei toglierveli io? Potete scordarvelo. Voi li avete infilati e voi li
toglierete.
— Ti hanno mai detto che hai la lingua più lunga, sfacciata e intrigante
di tutta la Scozia?
Keeley pose fine alla filippica e lo guardò stupefatta. — Io… voi…
Cosa?
Lui sorrise e una fossetta comparve all’angolo della bocca. Santo cielo,
quell’uomo era davvero irresistibile!
— Vieni qui — le ordinò, piegando il dito.
Troppo confusa per protestare, Keeley obbedì fermandosi davanti a lui.
— Così va meglio — mormorò Alaric. — E adesso avvicinati ancora.
Sorprendendola, la prese tra le braccia e la tirò a sé fin quasi a sfiorarle i
seni con la bocca. La reazione del suo corpo la sorprese ancora di più: i
capezzoli, divennero duri come sassi, sfregando contro la stoffa del corpino e
formicolando come se chiedessero un’infinità di baci ardenti.
— Non ti permetterò d’ignorarmi e di fingere che non ci sia —
l’ammonì Alaric. — Non voglio essere escluso dalla tua vita.
Lei gli posò le mani sulle spalle e lo guardò costernata. — Ed è per
questo che siete uscito in cortile?
— Era il solo modo di farmi notare da te — rispose lui con indolenza.
— Credi davvero che abbia lasciato questa stanza solo per prendere una
boccata d’aria? Si gela là fuori. E hai ragione, infilarmi gli stivali mi ha quasi
ucciso.
Keeley sentì qualcosa smuoversi dentro di lei e non riuscì a evitare di
scuotere la testa. — Alaric, voi mettete a dura prova la mia pazienza. Avevo
diversi impegni stamattina, tra cui spingere vostro fratello a riconoscere
pubblicamente il mio ruolo. Lui l’ha fatto, poi Mairin si è offerta di
accompagnarmi in giro per presentarmi al clan. È
importante che conosca la gente che dovrò curare.
— La tua priorità è curare me, ragazza. Ho scoperto che detesto i
momenti in cui mi lasci solo. Sei diventata importante come l’aria che respiro
e quindi vedi di non assentarti così a lungo, se non vuoi che mi vengano in
mente delle strane idee.
Lei sospirò. — Per me, siete solo viziato. E scommetto che non sono la
prima a dirlo.
— Probabilmente no, ma al momento non riesco a ricordare chi può
avermelo detto.
— Continuerò a curarvi e vi resterò vicina, guerriero. Non mi lasciate
altra scelta, visto che la vostra incoscienza rischia di uccidervi.
Il trionfo che vide negli occhi di Alaric le mandò un fremito lungo la
schiena. Lui l’avvicinò ancora, poi salì con le mani fino a stringerle la nuca e
spingerla a chinarsi, portando così le loro bocche a contatto.
— So che mi hai detto di non baciarti più, Keeley. Ma come hai
constatato, non sono molto bravo a obbedire agli ordini.
13
Sentì la resa di Keeley dopo una breve esitazione e ne approfittò
appieno, avvicinandola ancora fino a quando le loro labbra si toccarono. Per
un attimo non si mosse, assaporando quella bocca deliziosa; poi partì
all’assalto, muovendo sensualmente le labbra, premendo con intensità sempre
maggiore fino a quando entrambi annasparono per un po’ d’aria.
Si nutrì del fiato di lei, gustandolo con gioia, poi glielo ritornò. Era
come se la respirasse dentro di sé, assorbendola e rendendola una parte viva e
fremente di lui.
Leggere e delicate, le mani di Keeley gli scivolarono sulle spalle per poi
stringergli la nuca. Che se ne rendesse conto o meno, era lei adesso a
trattenerlo e a invitarlo a entrare. Lo baciava avidamente, alimentando
l’incendio già fuori controllo che ruggiva dentro di lui.
Con la punta della lingua, Alaric tracciò il contorno del labbro superiore
e poi scese un poco per stuzzicare la fessura della bocca.
Keeley la schiuse e cautamente lo leccò; con un gemito, lui avanzò
ancora e l’ardente duello cominciò, giocoso all’inizio e poi sempre più
esplicito, come se nessuno dei due si sentisse pienamente soddisfatto e
chiedesse di più.
Le strinse il volto con le mani, poi la tenne ferma addentrandosi con le
dita nei capelli. Sapeva di bloccarla, di esercitare una presa troppo ferma, ma
non riusciva a lasciarla. La desiderava da impazzire e si prendeva tutto ciò
che poteva, divorandola, saccheggiandola, avanzando e arretrando con la
lingua in una perfetta imitazione di ciò che voleva fare con il membro. Per
quanto dolce e deliziosa fosse quella bocca, per quanto paradisiaca fosse la
sensazione che gli dava, fremeva al pensiero di affondare in lei, stretta e
bollente, nell’umido calore con cui gli avrebbe dato il benvenuto.
Dovette interrompere il bacio, conscio di quant’era prossimo ad
afferrarla e scaraventarla sul letto per poi alzarle le gonne e prenderla lì e
subito. Ma trattarla così sarebbe stato indegno. Keeley meritava un lungo,
gentile corteggiamento. Meritava i baci e le dolci parole di un amante, di
sentirsi dire quant’era bella e di come riusciva ad ammaliarlo. Con lei, si
sentiva l’unico uomo al mondo: come poteva anche solo contemplare l’idea
di farla sua con tanta brutale oscenità?
Gli pulsavano le tempie quando si tirò indietro, lasciando quelle labbra
sopraffine. — Ah, ragazza, che cosa mi fai? — sussurrò, la voce sofferta per
il groppo che gli stringeva la gola. Gli sembrava di aver inghiottito una
manciata di schegge di vetro. Sentiva la pelle tirare. Il corpo pareva
appesantito, il membro minacciava di strappargli i pantaloni e la ferita gli
faceva provare le pene dell’inferno. Ma continuava a volerla fino all’ultimo
respiro.
Questo non era da lui. Il desiderio per Keeley sfiorava l’ossessione.
No anzi, era già diventato un’ossessione. Era quasi impazzito mentre la
aspettava. Si era alzato, sudando e soffrendo a ogni movimento, per poi
mettersi a camminare avanti e indietro, guardar fuori dalla finestra, ascoltare
da dietro la porta i rumori nel maniero sperando solo di sentire i suoi passi
svelti e leggeri.
Fino a quando l’ansia si era fatta insopportabile. Non era più riuscito a
resistere rinchiuso in quella camera. Aveva bisogno di uscire, respirare,
tornare a essere se stesso, e scuotersi dalla follia che lo assaliva ogni volta
che pensava a lei.
Tutto questo doveva finire.
Lei lo rendeva peggio di uno sbarbatello innamorato, lo riduceva a un
ragazzino che non sapeva come affrontare la potenza delle sue pulsioni.
— Non possiamo continuare così, Alaric — mormorò Keeley. — Ti
prego, lasciami stare. Quando mi baci, non riesco più a negarti nulla.
Emozioni di ogni sorta le accendevano gli occhi, rendendoli brillanti
come non mai. Pentimento. Desiderio. Le macchioline color oro splendevano
sulle iridi castane, mentre le sottili sopracciglia erano quasi unite per la
costernazione che le segnava il volto. Aveva abbandonato le formalità,
pronunciato le parole che lui sognava di sentire, ma con tanta sofferenza da
serrargli il cuore in una morsa.
Sembrava che stesse per piangere e questa fu la sua rovina.
Maledicendo il Fato, i suoi doveri e tutto ciò che cospirava per
allontanare Keeley da lui, l’abbracciò teneramente accontentandosi di tenerla
il più possibile vicina.
— Mi spiace, Keeley. A quanto pare, anch’io non riesco a negarmi il
piacere del tuo tocco. So bene che hai ragione. Ascolto le tue parole e ti
capisco, ma poi ti guardo e ogni pensiero se ne va. E allora, se non ti bacio e
ti accarezzo rischio d’impazzire.
Lei gli strinse il volto tra le mani e lo guardò con tanta tristezza da farlo
vergognare di se stesso. — Le tue parole sono così dolci e le mie orecchie
così pronte ad ascoltarle. Mi arrivano dritte al cuore e mi riempiono di gioia,
però mi rendo conto che ogni sentimento nato tra di noi non ha speranza. Tu
non sarai mai mio, guerriero. E io non sarò mai tua. Continuare a tormentarci
in questo modo è una follia!
— Ma io non voglio, non posso accettare il fatto che anche un tenue
momento di felicità ci sia negato — le sussurrò, ardente e disperato. — Un
momento non è forse meglio di niente? Un assaggio di ciò che di più dolce
può riservarci la vita non è forse meglio di anni interi trascorsi nel rimpianto?
— No, perché questa è come una ferita. Meglio curarla subito e liberarsi
dal dolore che lasciarla suppurare fino a quando si trasforma in agonia.
Alaric chiuse gli occhi davanti a tanta sicurezza. Keeley credeva
davvero in ciò che diceva. Senza dubbio aveva senso, ma non poteva darle
ragione. Ogni istante in cui si crogiolavano nella passione era prezioso, ma a
quanto pareva spettava a lui convincerla.
Con riluttanza la lasciò. — Va bene, vai… ma solo per adesso. Non
voglio assillarti e l’ultima cosa che desidero è vederti triste. Preferisco di gran
lunga quando mi sgridi o mi dai degli ordini con quel tuo sorriso
impertinente. Per cui sorridi, Keeley. Sorridi per me.
Lei alzò gli angoli della bocca, ma gli occhi tradivano tutta la tristezza
che anche lui provava. Era pura follia. Mai aveva mancato di prendersi ciò
che voleva. Mai una donna l’aveva rifiutato. Ma Keeley era diversa. Andava
conquistata con pazienza e per questo si tirava indietro, perché la voleva
consenziente. Voleva la sua resa più completa.
— Se abbiamo finito di parlare di cose a cui non dovremmo neppure
pensare, potresti anche metterti a letto — disse lei, ogni traccia di tormento
scomparsa in un baleno. Ma nonostante la decisione sul suo volto, gli occhi
raccontavano una verità ben diversa.
Loro non mentivano mai.
— Sì, mia guaritrice, penso proprio che andrò a letto — replicò
scherzoso. — Temo proprio che tutta questa attività mi abbia lasciato senza
forze.
Si adagiò cautamente e posò la testa sul morbido cuscino. Poi chiuse gli
occhi, preda di un’improvvisa quanto innegabile stanchezza, ma dopo un
attimo sentì il fiato di lei carezzargli il viso, quindi la calda pressione delle
labbra sulla fronte.
— Dormi, guerriero — gli sussurrò. — Io sarò qui quando ti sveglierai.
Sorridendo, Alaric sprofondò in un dolce sonno, tenendo nel cuore
quella semplice promessa.
14
Avere Keeley così vicino lo portava ai limiti della sopportazione.
Anche se lei stava attenta a mantenere le distanze, il semplice fatto di
vederla aggirarsi nella stanza o di mangiare insieme al tavolo alto costituiva
già una prova di resistenza.
La ferita guariva lentamente e con il passare dei giorni Keeley divenne
una vera esperta nell’erigere barriere tra di loro. Più riprendeva le forze e più
lei sembrava allontanarsi, inventandosi scuse di ogni tipo per evitare di
trascorrere troppo tempo con lui nella stessa stanza. Fino a quando fu proprio
quello a dargli la spinta necessaria, perché rimettersi in piedi significava
perlomeno incrociarla in giro per il maniero.
Soffriva ancora molto. Il fianco gli doleva e voltarsi troppo rapidamente
significava venir ricompensato con una fitta lancinante nel diaframma. Ma
non voleva trascorrere altri giorni guardando il soffitto, vittima inerme della
malia che lo tormentava notte e giorno.
Anche in quel momento, mentre sedeva con i suoi fratelli nel salone
cercando di seguire il filo del discorso, il suo sguardo andava di continuo alle
donne raccolte davanti al camino. Cucivano i vestitini per il figlio di Mairin;
fuori, la neve cadeva abbondante e tutti avevano trovato rifugio nel maniero o
nei loro cottage. Ai tavoli, i guerrieri bevevano birra e parlavano di guerra, di
alleanze e del loro odiato nemico Duncan Cameron.
Ma Alaric non sentiva nulla di tutto questo. Vedeva solo Keeley ridere
con occhi che brillavano di gioia mentre chiacchierava con le donne sedute in
cerchio davanti al fuoco.
Anche Ewan lanciava di quando in quando un’occhiata alla moglie.
Alaric l’aveva notato e, ogni volta che Mairin voltava la testa e
incontrava lo sguardo del marito, lui si ritrovava a invidiare il fratello per ciò
che aveva conquistato. Il loro amore risultava evidente quanto il riguardo che
mostravano uno per l’altra e questo accresceva in modo insopportabile la
pena che gli riempiva il cuore. Fino a che doveva alzarsi e andarsene.
— Alaric, smettila di sognare a occhi aperti.
Lui sbatté le palpebre e poi incenerì Caelen con lo sguardo per quella
ruvida intrusione nei suoi pensieri. — Che diavolo vuoi da me?
— Che presti attenzione. Parliamo di cose importanti e tu pensi solo a
fare gli occhi dolci alla ragazza.
Alaric chiuse le mani a pugno, ma non reagì alla punzecchiatura di
Caelen.
Lo sguardo severo di Ewan passò da uno all’altro. — Stavo dicendo che
ho ricevuto una missiva da laird McDonald. Ciò che è accaduto lo preoccupa
molto. Vuole siglare la nostra alleanza prima possibile, poiché teme che
uomini di Cameron si siano infiltrati nei territori di confine tra le nostre terre
e le sue. Lo stesso vale per gli altri clan vicini: tutti temono Cameron e
guardano a noi per aiuto e sostegno.
Alaric incontrò lo sguardo di suo fratello, provando un crescente
disagio.
— Di conseguenza, propone di non aspettare la primavera per unire i
nostri clan attraverso il matrimonio. Sa bene che io non lascerò il maniero
con Mairin in queste condizioni e quindi si è offerto di venire lui da noi
subito dopo il parto. Viaggerà sotto scorta e porterà Rionna con sé, in modo
che le nozze vengano celebrate qui.
Lui si sforzò di non reagire. Restò così immobile da sentire il cuore
battergli forte nel torace. Si trattenne anche dal guardare Keeley: meglio non
pensare a ciò che voleva davvero, visto che era in gioco il futuro dell’intero
clan.
— Cosa ne pensi, Alaric? — chiese Ewan.
— Se McDonald è disposto a venire qui con Rionna, tanto meglio —
replicò lui con tono piatto. — Così non dovremo sguarnire il maniero, né
sottrarre altri uomini alla guarnigione perché mi scortino da lui.
Abbiamo già perso una dozzina di giovani guerrieri.
Suo fratello lo guardò dubbioso. — Quindi sei d’accordo ad andare fino
in fondo con questo matrimonio?
— Non credo di aver mai detto nulla che possa averti fatto pensare il
contrario.
— Non è questo il punto — affermò Ewan con calma, indicando le
donne con un cenno del capo. — Alaric, sappiamo tutti che la desideri.
Lui si sforzò di non guardare Keeley. — Ciò che voglio non ha
importanza. Ho accettato di sposare Rionna McDonald e non mi rimangerò la
parola data.
Un profondo rammarico comparve per un attimo sul volto di Ewan
prima che riprendesse il controllo e abbassasse lo sguardo. Poi, tornò ad
affrontare i suoi fratelli. — È fatta, allora. Scriverò a laird McDonald e gli
dirò che saremo lieti di accoglierlo dopo il parto. Probabilmente tu e la tua
sposa dovrete trascorre qui il resto dell’inverno: il viaggio diventa molto duro
con la neve e non c’è motivo di affrontarlo prima del disgelo.
L’idea di sposare Rionna gli faceva venire l’amaro in bocca, ma quella
di vivere come marito e moglie per mesi lì al maniero, sotto gli occhi di
Keeley che li avrebbe incontrati di continuo, risultava davvero insopportabile.
— Alaric, sto pensando di mandare via Keeley dopo il parto — gli
mormorò Ewan.
Lui rialzò di scatto la testa. — No! Non puoi cacciarla così, nel bel
mezzo dell’inverno e senza un posto dove andare. Le ho promesso che i
McCabe si sarebbero presi cura di lei. Giurami che potrà restare qui fino a
quando lo vorrà.
Ewan sospirò. — Va bene, lo giuro.
— Alaric, ti stai torturando senza alcun motivo — intervenne Caelen. —
Vuoi la ragazza? Prendila. Portala a letto e liberati da questa ossessione.
Sazia i tuoi appetiti e quando McDonald arriverà, vedrai che il desiderio per
lei non ti avvelenerà più il sangue.
Alaric posò su di lui due occhi vuoti. — No, Caelen. Temo proprio che
non mi libererò mai del desiderio che nutro per lei. È troppo profondo, troppo
potente. Inoltre, mi rifiuto di usarla in un modo così indegno. Le devo la vita,
ricordi?
Suo fratello scosse la testa ma non replicò. Prese il boccale, finì la birra,
poi lo posò sul tavolo e puntò lo sguardo sul camino, borbottando tra sé.
Dall’altra parte del salone, Mairin si alzò portandosi la mano sulla
schiena. Appariva molto stanca, cosa che non sfuggì a Ewan che lasciò il
tavolo alto e in pochi istanti la raggiunse, per poi chinarsi e mormorarle
qualcosa all’orecchio. Lei sorrise, salutò le altre donne e quindi si avviò verso
le scale insieme al marito.
Alaric afferrò il suo boccale e guardò la birra che vi era rimasta. Poi lo
posò sul tavolo, senza trangugiarne il fondo ormai tiepido.
— Detesto vederti così — borbottò Caelen. — Vai a cercarti una donna
disposta a scaldarti il letto senza fare tante storie. Ne conosci parecchie, no?
Passa la notte con una di quelle e dimentica Keeley. È
da stupidi concedere a una ragazza tutto questo potere su di te.
Alaric gli rivolse un pallido sorriso. — Chiaramente non hai mai
desiderato una donna come io desidero Keeley.
Lo vide incupirsi, poi abbassare gli occhi e allora si pentì di quel
commento fuori luogo. Anni prima, Caelen si era profondamente invaghito di
una donna. Le aveva dichiarato il suo amore e sarebbe morto per lei, ma la
piccola serpe li aveva traditi vendendoli a Duncan Cameron. Il clan era stato
decimato, il maniero incendiato; il padre era stato trucidato e lo stesso valeva
per la giovane moglie di Ewan. Da allora, Caelen non permetteva più a
nessuna donna di far breccia nel suo cuore. Alaric non sapeva neppure se
ogni tanto si portava a letto qualche ragazza. Se lo faceva, era estremamente
discreto.
— Ti chiedo scusa. Ho parlato senza pensare — aggiunse.
Caelen alzò il boccale e fissò impietrito il fuoco. — Non importa.
Che i miei errori ti servano da monito: mai permettere a una donna di
tenerti al laccio.
Alaric sospirò. — Non tutte le donne sono come Elsepeth. Guarda
Mairin: è la moglie perfetta per nostro fratello. È decisa e leale, vuole molto
bene a Crispen e morirebbe per Ewan.
— Mairin è una donna fuori dal comune — replicò Caelen
caparbiamente. — Ewan è fortunato. Tanti uomini cercano per tutta la vita
una donna che si cura più degli altri che di se stessa, ma pochi riescono a
trovarla.
— Allora io sono uno di loro. Keeley mi ha portato nella sua casa per
curarmi! Come sapeva che non ero un mostro, una carogna che l’avrebbe
picchiata e violentata non appena avessi ripreso le forze?
Anche dopo che è stata costretta a lasciare il suo cottage per vivere tra
degli sconosciuti, ha continuato a curarmi giorno e notte.
Caelen sbuffò disgustato. — È chiaro che sei invaghito di lei, quindi
nulla di ciò che dirò potrà mai convincerti. Ma voglio darti un consiglio,
fratellino: stai alla larga da quella donna. Presto avrai una moglie e nulla di
buono verrà da una simile tresca. Questi sono tempi bui e non possiamo
permetterci di offendere i McDonald. Ci serve una grande alleanza per
spazzar via Cameron dalla faccia della terra.
Anche se siamo forti, non possiamo agire da soli con Mairin così vicina
al parto. Ma quando metterà al mondo l’erede di Neamh Alainn,
convinceremo i clan delle Highlands a unirsi in una formidabile armata
capace di annientare non solo Cameron ma anche Malcolm, visto che
sembrano decisi ad allearsi per spodestare re David dal trono.
L’irritazione di Alaric fu immediata. Suo fratello si comportava come se
lo considerasse un idiota. — Non hai alcun bisogno di ricordarmi cosa c’è in
ballo, Caelen. Conosco bene le implicazioni del mio matrimonio con Rionna,
e ho già detto che farò ciò che devo.
Quante volte devo ripeterlo?
Caelen annuì. — Scusami. Non tornerò più sull’argomento.
— Bene — borbottò Alaric, finendo la birra e poi piegando le labbra in
una smorfia per quant’era acida. Aveva lo stomaco a pezzi e un solo boccale
bastava per fargli girare la testa. Tuttavia, incapace di resistere, lanciò
un’altra occhiata a Keeley proprio mentre lei voltava leggermente la testa
verso di lui.
I loro sguardi s’incontrarono, restando incatenati. Immobile come un
cerbiatto pronto a fuggire nel bosco, lei lo studiava con grandi occhi e per un
attimo Alaric vi vide tutto ciò che cercava disperatamente di nascondergli. La
sua stessa brama. Il suo stesso desiderio. Il suo medesimo rimpianto.
Distolse lo sguardo e imprecò tra sé. Poi afferrò il boccale, lo alzò e fece
cenno a una delle donne di portargliene un altro. Adesso non voleva più
smettere di bere. Voleva ubriacarsi e forse allora non avrebbe più provato
quella terribile pena che gli si agitava nelle viscere, gonfiandosi fino a
stringergli il torace in una morsa.
Non si beveva forse per dimenticare?
15
Keeley si strinse nello spesso mantello di pelliccia mentre avanzava
nella neve verso il cottage di Maddie. Il sole del pomeriggio splendeva nel
cielo azzurro, riempiendo il manto bianco di cristallini riflessi che le ferivano
gli occhi.
A Mairin era stato proibito di uscire dal maniero, un editto del laird che
la giovane lady non gradiva affatto. Keeley si sentiva un po’
sleale, ma stavolta concordava con Ewan. Mairin poteva scivolare sul
ghiaccio e farsi male, grossa e impacciata com’era. Aveva già rischiato due
volte di cadere dalle scale facendo quasi venire a Cormac, che la scortava
ovunque, un mezzo colpo apoplettico. Di conseguenza, la poveretta non
poteva nemmeno più salire di sopra senza qualcuno che l’aiutasse.
Confinata nel salone in quella splendida giornata e annoiata a morte,
Mairin le aveva chiesto di andare da Maddie e da Christina per vedere se
potevano farle compagnia. Una richiesta che lei aveva accettato con
entusiasmo: la lady e le due donne erano diventate le sue migliori amiche,
trascorreva con loro le serate rammendando davanti al fuoco e tra una
chiacchiera e l’altra prendevano in giro Christina, sempre più infatuata di
Cormac.
Per fortuna, nessuna sembrava essersi accorta di ciò che era successo tra
lei e Alaric. Forse fingevano solo di non saperne nulla, ma comunque non ne
parlavano e questo la faceva sentire davvero grata.
Cormac aveva cominciato ad adottare scuse di ogni tipo per restare nel
salone fino a tardi. Beveva e chiacchierava con i guerrieri, ma la sua
attenzione andava soprattutto a Christina. Quei due sembravano giocare al
gatto e al topo, cosa che divertiva molto Keeley. Non erano espliciti come lei
e Alaric, ma d’altro canto che cosa avevano portato a loro due i baci e le
carezze che si erano scambiati? Solo pena e rimpianto, ecco la verità.
Bussò al cottage di Maddie e poi soffiò sulle dita per scaldarle. La porta
si aprì e la donna sgranò gli occhi. — Keeley! Non state lì al freddo. Venite
davanti al fuoco.
— Grazie — disse lei, entrando e fermandosi davanti al camino.
— Cosa vi porta a casa mia in una giornata così gelida?
Lei sorrise. — Mairin è al limite della sopportazione. Mi ha mandata a
chiedervi se volete raggiungerla con Christina per tenerle compagnia. Il laird
le ha proibito di metter piede fuori dal maniero.
— E ha fatto bene — affermò Maddie annuendo. — Milady non deve
camminare in giro con il ghiaccio e la neve. Potrebbe scivolare e far male a se
stessa e al bambino.
— Infatti lei non ha protestato, ma si annoia comunque. Se non siete
troppo occupata con le vostre faccende, verreste con me nel salone?
— Ma certo. Devo solo infilarmi gli stivali e prendere lo scialle. Ci
fermeremo da Christina mentre torniamo verso il maniero.
Poco dopo, le due donne s’inoltrarono nella neve e nel vento gelido.
— Avete tutte le erbe che vi servono per i medicamenti dell’inverno?
— le chiese Maddie.
Keeley scosse la testa. — Purtroppo no. Dovevo ancora raccoglierne
diverse. Adesso bisognerà scavare nella neve, ma per fortuna so sotto quali
alberi cercarle. Con questo freddo, molti prenderanno la tosse e avranno male
ai bronchi, ma c’è un unguento in grado di curarli. Sarà utile averlo questo
inverno, soprattutto per i bambini.
Maddie ci pensò un attimo. — E quando pensavate di raccoglierle?
— Non prima che smetta di nevicare e il vento si addolcisca un po’
— replicò lei con un timido sorriso. — Adesso fa troppo freddo per
andare nella foresta.
— Avete ragione. Assicuratevi però di portare con voi un paio di uomini
di scorta quando uscirete. Abbiamo molti nemici che…
— Parlate come il laird — constatò Keeley, scherzosa. — Sì, conosco
quell’editto.
Maddie si fermò e bussò alla porta di Christina. — Il laird è un uomo
saggio. Non è certo un’offesa essere paragonata a lui.
Keeley alzò gli occhi al cielo. — Non volevo certo offendere nessuno.
La porta si aprì e il volto di Christina s’illuminò quando le vide.
Non appena le dissero che milady chiedeva un po’ di compagnia, colse
immediatamente l’occasione.
— Adoro mia madre — spiegò loro mentre si affrettavano verso il
maniero. — Ma che Dio mi perdoni, a volte mi fa impazzire. Oggi, per
esempio, non ne potevo più di stare in casa con lei.
Maddie ridacchiò. — Non fa che lamentarsi del tempo, suppongo.
— Se non è il tempo siamo io o mio padre, o magari qualche malattia
immaginaria. Si lamenta sempre — sbottò Christina. — Stavo per urlare
quando avete bussato alla porta.
Keeley sorrise e le strinse affettuosamente la mano. — Capisco. E
sono certa che l’opportunità di rivedere Cormac non vi sia mai passata
per la testa.
Christina arrossì e Maddie rise sonoramente. — Non è difficile capirti,
ragazza.
— Pensate che proverà mai a baciarmi? — domandò timidamente
Christina.
Maddie storse le labbra. — Io direi che se non si fa avanti, forse dovresti
prendere l’iniziativa e baciarlo tu.
Christina la guardò a bocca aperta, gli occhi sgranati per la sorpresa. —
Oh, ma non potrei mai! Sarebbe troppo audace. E lui mi riterrebbe una…
una… — balbettò, chiaramente incapace di dar voce alla parola che le girava
in testa.
— Secondo me, sarebbe troppo sorpreso persino per pensare — borbottò
Maddie. — Alcuni uomini hanno bisogno di un incoraggiamento extra. Un
bacio rubato non farebbe di te una sgualdrina, a prescindere da ciò che dice
tua madre — sentenziò.
— Sono d’accordo con Maddie — intervenne Keeley.
— Davvero? — Christina si voltò e la guardò mentre entravano nel
maniero, accolte da un tepore delizioso. — Voi… avete mai baciato un
uomo? — le chiese, per poi chiarire con la voce ridotta a un sussurro: —
Voglio dire, l’avete mai baciato perché lui non vi baciava?
— Sì — rispose lei senza esitazione. — Ho baciato e sono stata baciata,
Christina. Non c’è nulla di cui vergognarsi. Cormac è un brav’uomo e non si
spingerà troppo oltre. Ma se dovesse approfittarne, lanciate un grido e io
arriverò di corsa per affibbiargli un bel calcione tra le gambe.
Maddie scoppiò a ridere mentre Christina la guardava così allibita da
spingere Keeley a chiedersi se la ragazza aveva bisogno di qualche
insegnamento sugli uomini. Ma poi lo stupore lasciò posto a un’espressione
assorta; non ebbero il tempo di approfondire solo perché Mairin venne loro
incontro non appena si affacciarono nel salone.
— Grazie al cielo siete arrivate. Sto impazzendo per la noia. Ewan non
mi permette di uscire, ma tutte le donne del maniero sono impegnate nelle
loro mansioni — dichiarò, tacendo per un attimo e studiandole incuriosita. —
Sta succedendo qualcosa? — domandò. — Christina, perché hai quella strana
luce negli occhi?
Maddie ridacchiò. — Perché sta cospirando.
— Davvero? — Mairin aggrottò la fronte. — Questa voglio proprio
sentirla. Sediamoci davanti al camino e raccontatemi tutto. Se preparate
qualche intrigo, voglio farne parte.
— Basta che il laird non se la prenda con noi per avervi coinvolta —
mugugnò Keeley.
Con un sorriso consapevole, Mairin sedette e posò le mani sul pancione.
— Ewan non se la prenderà mai con voi, almeno non fino a quando nascerà il
bambino.
— È dopo che dovete preoccuparvi — scherzò Maddie.
Keeley abbassò lo sguardo, perché dopo il parto di Mairin il suo futuro
restava assai precario. Se il laird la cacciava non aveva neppure un posto
dove andare, perché la sua repentina scomparsa doveva aver sollevato ogni
sorta di speculazioni e probabilmente il cottage era già stato occupato da
qualcun altro. Lei non aveva nessuno che la difendesse nel reclamarlo
indietro, poiché a dire il vero non era suo, ma del clan McDonald.
— Abbiamo detto qualcosa di sbagliato? — chiese Mairin perplessa.
— Sembrate così triste, Keeley.
Lei reagì con un intrepido sorriso. — Non è nulla. Mi chiedevo solo
cosa sarà di me dopo che vi avrò aiutata a partorire.
Le tre donne la guardarono sgomente.
— Sicuramente non finirete sulla strada! — esclamò Maddie.
Mairin si voltò sulla sedia e strinse affettuosamente le mani di Keeley.
— Ewan non lo permetterebbe mai. Lo sapete anche voi, vero?
— Per adesso, so solo di non avere idea del futuro che mi aspetta —
rispose lentamente lei. — Purtroppo non ho neppure una casa dove tornare. Il
cottage dove vivevo non era mio.
— Non vi piace stare qui? — domandò Christina.
Keeley esitò. La cruda verità era che quando Alaric avesse sposato
Rionna, rimanere tra i McCabe l’avrebbe allontanata da lui più che tornare
dai McDonald, dato che probabilmente sarebbe stata chiamata al maniero per
assistere la sua ex amica nel parto del loro primo figlio.
Il figlio di Alaric e Rionna. Che pensiero sconfortante! Ma purtroppo
doveva rassegnarsi a vederli insieme, perché non poteva evitare d’incrociarli
nel cortile o nella sala grande dopo che Rionna sarebbe arrivata con il padre.
Era una situazione senza via d’uscita, che l’avrebbe lasciata con il cuore a
pezzi qualunque cosa avesse fatto.
— Sì, mi piace stare qui — disse infine. — Non mi ero mai resa conto di
quanto fossi sola prima di ridere e scherzare insieme a voi.
— Keeley, perché non ci raccontate che cosa vi è successo? — disse
Mairin pacatamente. — Se la cosa non ci riguarda, sentitevi libera di dirlo.
Ma non posso evitare di chiedermi perché non portate più il nome dei
McDonald e perché insistete a dire che il vostro clan vi ha voltato le spalle.
— E questa è una vergogna — affermò Maddie. — La famiglia è la
famiglia. Il clan è tutto ciò che una persona possiede. Se non vi aiutano loro,
chi vi aiuterà?
— Già. Chi mi aiuterà? — ripeté lei mestamente, sedendosi con un
sospiro. Era sorpresa dalla rabbia che continuava a provare dopo tanto tempo.
Il risentimento ribolliva sottopelle, cercando solo un taglio da cui uscire.
— Sono cresciuta con Rionna McDonald — cominciò. — La sola figlia
del laird.
Mairin trasalì. — Rionna di Alaric? — chiese subito.
— Sì, proprio lei. — Le occorse uno sforzo per tener ferma la voce e
continuare. — Per me era normale trascorrere le giornate nel maniero vicino
a laird e lady McDonald. Mostravano molta pazienza con noi bambine e ci
permettevano di giocare in tutto il maniero. Ma quando crebbi, diventando
una giovane donna, il laird cominciò a guardarmi.
E presto, le sue occhiate divennero talmente lascive da spaventarmi.
— Vecchio porco — borbottò Maddie.
— Mi sentivo così a disagio che cominciai a evitarlo, anche a costo di
passare meno tempo con Rionna all’interno del maniero. Ma un giorno,
mentre andavo nella sua stanza per chiamarla, il laird mi sorprese da sola in
un corridoio e cominciò a dirmi delle cose orribili.
Poi mi baciò e io ne fui inorridita. Gli dissi che avrei gridato e allora mi
rispose che nessuno si sarebbe messo contro di lui. Era il signore dei
McDonald e quindi poteva fare ciò che voleva. Chi avrebbe sfidato il suo
potere?
Mairin la guardò costernata. — Oh, Keeley!
— Ero terrorizzata, perché sapevo che non parlava a vanvera. Mi
avrebbe violentata, ma grazie al cielo in quel momento arrivò sua moglie.
Pensai che il peggio fosse passato, ma dovetti dolorosamente ricredermi —
affermò con un sussurro. — Lady McDonald prese subito le difese del
marito, chiamandomi sgualdrina e accusandomi di voler sedurre il laird.
Venni bandita dal maniero e dal villaggio, condannata a non tornare più.
Suppongo di essere stata fortunata quando mi permisero di stabilirmi nel
cottage sulla collina, ma era un’esistenza triste e solitaria per una ragazza.
— Ma è orribile! — esclamò Christina. — Come hanno potuto farvi
questo?
Tutte e tre la guardavano sgomente e Keeley provò un vago
compiacimento. Era bello sapere che qualcuno si sentiva oltraggiato quanto
lei da quell’ingiustizia.
— Ma la cosa che più mi fece male fu perdere l’amicizia di Rionna.
All’inizio non sapevo se aveva creduto a ciò che dicevano di me, ma
quando lady McDonald spirò e lei non fece nulla per vedermi o per farmi
riammettere nel clan, capii che tutti erano convinti della mia colpevolezza.
Mairin si alzò con molto impaccio e l’abbracciò, stringendola tanto da
toglierle il fiato. — Allora non potete più tornare dai McDonald.
Resterete qui con noi: non cacciamo i membri del nostro clan e
sicuramente non manderemmo mai via una giovane donna per i peccati di un
vecchio vizioso. Laird McDonald ci ha fatto visita qualche mese fa: mi spiace
di non aver saputo allora della vostra storia, perché gli avrei sputato in un
occhio.
Keeley scoppiò a ridere e una volta cominciato non riuscì più a smettere.
Le tremavano le spalle mentre immaginava Mairin che sputava al laird:
guardò Maddie e Christina sghignazzando e presto tutte iniziarono a ridere
sonoramente.
— Grazie per il vostro sostegno. Non immaginate quanto mi faccia bene
— confessò infine. — Questa è la prima volta che racconto a qualcuno la
causa del mio disonore.
— Non è il vostro disonore, ma quello di laird McDonald — obiettò
convinta Mairin.
Maddie annuì, mentre Christina, tornata seria, guardava Keeley
rammaricata.
— Quindi, resterete qui — annunciò Maddie. — Non siete una McCabe
di nascita, ma lo diventerete vivendo con noi. Le vostre conoscenze di
medicina sono necessarie in questo maniero e nessuno oserà mai trattarvi
come hanno fatto i McDonald. Il nostro laird non tollererebbe una simile
ingiustizia.
— Sono stata così furiosa per tanto, tanto tempo — ammise Keeley.
— Parlarne a voi è come una liberazione. Grazie per non avermi
giudicata.
— Gli uomini sono tutti dei porci — borbottò Christina. Tutte e tre si
voltarono verso la ragazza, guardandola sorprese. Era rimasta zitta mentre
Keeley raccontava la sua storia, ma adesso aveva le guance rosse e le
brillavano gli occhi per la rabbia. — Non capisco come facciamo noi donne a
sopportarli.
Mairin rise. — No, non sono tutti dei porci. Cormac è un uomo di buon
cuore.
— Forse è vero, ma perché non ha ancora cercato di baciarmi?
Maddie scosse la testa. — Te l’ho già detto, ragazza mia. Se lui non si fa
avanti, allora devi pensarci tu per tutti e due. Forse Cormac è solo titubante:
ha paura di fare un passo falso, teme di offenderti o di spaventarti. Gli uomini
hanno degli strani timori a volte.
Mairin gemette. — Non farti coinvolgere da Maddie in un discorso sugli
uomini. Se chiama Bertha a darle manforte, dovrai tapparti le orecchie.
— Forse è vero… però, milady, anche a voi e al laird non sono
dispiaciuti alcuni dei nostri consigli — replicò Maddie compiaciuta.
Mairin divenne paonazza e agitò la mano per liquidare la faccenda.
— Non stiamo parlando di me. Christina, sono d’accordo con Maddie:
dovresti baciare Cormac e vedere come reagisce.
Tutti quei discorsi di baci e intimità facevano soffrire Keeley sempre
più. Vedere la giovane Christina così innamorata, così piena di gioia e
curiosità, serviva solo a farle desiderare tutto ciò che non poteva avere.
Christina si sporse in avanti sulla sedia, con lo sguardo che saettò
diffidente a destra e sinistra. — Ma quando potrei farlo? Nessuno deve
vederci, questo è chiaro: se mia madre viene a saperlo, saranno guai! Come
minimo, non smetterà più di farmi prediche.
— Se il bacio avrà l’effetto che speriamo, non dovrai più ascoltare le
prediche di tua madre — dichiarò Maddie sorridendo. — Potrebbe spingere
Cormac a chiedere la tua mano.
Un timido sorriso pieno di speranza illuminò il volto di Christina.
Le brillavano gli occhi al bagliore del fuoco. — Lo credete davvero?
Keeley e Mairin si scambiarono un’occhiata e sorrisero. — Perché no?
— disse Mairin. — È evidente che tiene molto a te. Mostrati coraggiosa. E se
ti respinge, lo schiaffeggerò e davanti a questo camino si pronunceranno
insulti di ogni genere verso gli uomini.
Un gran sorriso illuminò il volto di Keeley, mentre Maddie si piegava in
due dalle risate. Christina invece palpitava per l’eccitazione. — Devo ancora
capire come fare. Dobbiamo essere solo noi due.
— Questo non è un problema. Stasera, quando i guerrieri saranno seduti
ai tavoli a bere e a vantarsi, chiederò a Cormac di mostrarsi così gentile da
accompagnarti a casa — disse Mairin. — Sta a te cogliere il momento in cui
siete ancora vicini al maniero ma nascosti dalle sentinelle sugli spalti. Prima,
però, manderò qualcuno da tua madre per dirle che stasera cenerai con me
nella sala grande.
— Oh, sono così nervosa! — esclamò Christina.
— Non devi, ragazza. Cormac sarà già abbastanza nervoso per tutti e
due — scherzò Maddie. — Salterà sulla sedia non appena milady gli chiederà
di accompagnarti a casa, vedrai.
— Mairin. — La voce di Ewan irruppe dall’ampia arcata dell’ingresso.
— Vi sentiamo ridere fin dal cortile. L’idea che stiate complottando qualcosa
terrorizza tutti noi.
Lei si voltò e gli rivolse un sorriso sbarazzino. — Infatti stiamo
complottando, marito mio. Riferiscilo pure ai guerrieri, se devi.
Ewan si accigliò. — Scherzi? Se dicessi loro una cosa del genere,
correrebbero subito a nascondersi come delle vecchie!
Mairin sorrise con innocenza, mentre le altre tre cospiratrici tenevano lo
sguardo sul camino. — Ricorda che non tollero “complotti” che
interferiscano con la disponibilità dei guerrieri. Li voglio tutti in servizio,
sono stato chiaro? — disse Ewan con voce dura.
— Sì, certo, lo so. Non preoccuparti — lo rassicurò lei.
Con un’ultima, sospettosa occhiata a tutte loro, il laird annuì e tornò
verso il portone. Ma prima ancora che uscisse nel cortile, un altro coro di
risate femminili echeggiò dietro di lui.
16
La cena si rivelò molto vivace, visto che i guerrieri di Alaric mangiarono
con lui nella sala grande. Il fuoco ardeva nel camino e le tende alle finestre
erano tutte chiuse, con le fessure imbottite di stracci per bloccare gli spifferi.
Keeley sedeva alla sinistra di Mairin, con Christina che occupava il
posto accanto a lei. Cormac era stato strategicamente sistemato dalla parte
opposta del tavolo e vedere quei due far di tutto per ignorarsi, lanciandosi
però occhiatine di nascosto quando una pensava che l’altro non guardasse,
era sia toccante sia divertente.
Accanto a Cormac sedevano Alaric da un lato e Caelen dall’altro.
Nonostante si sforzasse in ogni modo di evitarlo, anche Keeley posava
continuamente lo sguardo sul suo guerriero. Prima, Ewan aveva parlato del
matrimonio che si sarebbe celebrato a breve e le era occorsa tutta la sua forza
d’animo per restare seduta, sorridere e comportarsi come se non avesse la
minima preoccupazione al mondo.
Aveva le guance indolenzite a furia di sorridere. E la testa le pulsava
ferocemente.
Alleanze, legami, piani per la guerra: nulla le importava, tranne il fatto
che Alaric avrebbe sposato Rionna per poi trasferirsi nel maniero dei
McDonald. Il cibo, sempre delizioso, le sembrava asciutto e insapore.
Mangiava solo per non tradirsi: un boccone, un sorriso, un cenno a Christina
e una risata per una battuta di Mairin. Guardava Caelen cupo come sempre e
finalmente un’occhiata ad Alaric.
Sospirò e fece passare lungo la tavolata il vassoio con la selvaggina.
Non vedeva l’ora che la cena finisse, in modo da poter salire in camera e
dimenticare tutto nell’oblio del sonno.
Studiò Alaric di sottecchi e tirò bruscamente il fiato quando lo vide
guardarla a sua volta. Lui però non si voltò, non fece finta di aver posato per
caso lo sguardo su di lei. Quelle iridi verde chiaro superarono le sue difese,
minacciando di mandarla in frantumi.
Non le sorrise, anzi in quegli occhi vide riflesso tutto ciò che lei
provava. E tuttavia non riuscì a distogliere lo sguardo: no, se lui accettava
l’idea di mostrarle il suo tormento, lo stesso poteva fare lei.
Con Alaric non aveva senso fingere.
Mairin si schiarì la voce e lei ruppe subito quell’illecito contatto visivo,
anche se nessuno sembrava essersene accorto. Tutti gli occhi si posarono
sulla castellana, che sorrise e disse: — È stata una cena molto piacevole, ma
adesso è tempo che Christina torni a casa altrimenti sua madre comincerà a
preoccuparsi. Cormac, saresti così gentile da accompagnarla? Detesto l’idea
che rientri da sola con questo tempo da lupi.
Per un attimo, il guerriero parve aver ingoiato la lingua. Quindi rivolse
una rapida occhiata a Christina e si alzò. — Ma certo, milady.
Ewan studiò la moglie con aria sofferta, mentre Caelen sembrava cupo
come sempre. Cormac girò attorno al tavolo e offrì il braccio alla ragazza.
L’intera tavolata, per non dire l’intera sala, guardò silenziosamente la coppia
mentre, con qualche imbarazzo, il guerriero conduceva la sua bella verso
l’ampia arcata dell’ingresso. Non appena uscirono, il laird sospirò e trafisse
Mairin con lo sguardo.
— Che cosa ti sei inventata adesso? — le domandò rassegnato.
Lei sorrise e scambiò un’occhiata cospiratrice con Keeley, poi tornò ad
affrontare il marito. — Avresti mandato a casa Christina da sola?
Potrebbe scivolare sul ghiaccio e farsi male, e allora cosa diremmo a sua
madre? Che al laird non importa se una fanciulla deve affrontare la bufera
senza nessuno che l’accompagni?
Ewan alzò gli occhi al cielo. — Già. Perché mai te l’ho chiesto?
— Avanti, marito mio, prendi un’altra birra e raccontami cosa hai fatto
oggi — disse Mairin con un sorriso innocente.
— Lo sai benissimo cosa ho fatto oggi. Ne ho parlato per una buona
mezz’ora.
— Hai mandato una missiva a laird McDonald per dirgli che accettiamo
la sua proposta? — chiese Caelen, guardando ostentatamente Keeley. Lei
sostenne la sua occhiata a testa alta, per non mostrare che quelle parole la
ferivano.
— Sì, due giorni fa — replicò Ewan. — Ma non mi aspetto di ricevere
una risposta fino a quando la bufera passerà e smetterà di nevicare.
— Arriverà ben prima della fine dell’inverno, vedrete — insistette
Caelen. — E porterà Rionna per celebrare subito il matrimonio.
— Caelen.
Alaric pronunciò solo il nome del fratello, ma con un tono gelido come
il vento che soffiava all’esterno. Lo avvisava di smetterla d’immischiarsi, ma
questo non migliorò affatto l’umore di Keeley.
Caelen la stava ammonendo. Sapeva dell’attrazione tra lei e Alaric.
Avrebbe voluto sparire sotto il tavolo e morire di vergogna, ma invece
alzò il mento e guardò il più giovane dei fratelli McCabe come se fosse un
fastidioso insetto che era in procinto di schiacciare. Quel paragone la
risollevò parecchio: in effetti, avrebbe dato chissà cosa per spiaccicare Caelen
contro il muro.
Lui alzò un sopracciglio come se fosse sorpreso dalla sua forza d’animo.
Keeley socchiuse gli occhi e continuò a guardarlo per fargli capire che sapeva
esattamente dove voleva arrivare.
Con sua grande sorpresa, un lieve sorriso gli piegò gli angoli della
bocca. Poi Caelen afferrò il boccale e tornò prontamente a ignorarla.
Keeley stava per alzarsi e congedarsi quando Cormac rientrò nel salone.
Pareva agitato; lei alzò un sopracciglio e guardò Mairin, che sorrise deliziata
per poi stringerle la mano sotto il tavolo.
Cormac urtò contro la sedia mentre riprendeva posto a tavola.
Aveva il viso arrossato e i capelli spettinati. Il sorriso di Mairin si fece
più largo.
Ewan grugnì disgustato e Caelen alzò gli occhi al cielo. Alaric invece
guardò Keeley fino a quando lei sentì le guance colorirsi.
— Laird, ho bisogno di parlarvi — disse Cormac sottovoce. — È una
faccenda della massima importanza.
Ewan studiò la moglie con aria rassegnata, poi annuì a Cormac. —
Avanti, parla.
Il giovane guerriero si schiarì la gola e guardò nervosamente i
commensali ancora seduti al tavolo. La maggior parte dei convitati si erano
ritirati; oltre a Mairin e Keeley, restavano solo i tre fratelli McCabe e
Gannon. — Domando licenza di corteggiare Christina e chiedere la sua mano
— disse d’un fiato.
Mairin sobbalzò quasi sulla sedia, mentre Keeley non riuscì a trattenere
un sorriso davanti all’espressione sorpresa del laird.
— Capisco. Ci hai pensato bene? — chiese Ewan. — Sei certo che
Christina sia la donna che vuoi sposare? E sei sicuro che lei voglia sposarti?
— Sì, laird. Anzi, Christina mi ha detto che non mi permetterà più di
baciarla fino a quando non saremo formalmente fidanzati.
A quelle parole, Mairin e Keeley non riuscirono a trattenere le risate.
— Dio ci scampi dalle cospirazioni femminili — borbottò Ewan,
guardandole. — Fosse per voi, non faremmo che celebrare matrimoni in
questo maniero. Va bene, Cormac, ti concedo il permesso di parlare a suo
padre. Ma questo non deve distrarti dalle tue mansioni: sei responsabile della
sicurezza di mia moglie, ricorda. Se manchi anche solo una volta di compiere
fino in fondo il tuo dovere, ti sostituirò.
— Ma certo, laird. La mia lealtà va anzitutto a voi e a milady — rispose
Cormac.
— In tal caso, prepara il discorso per suo padre. Farò chiamare un prete
non appena il tempo lo permette, sempre che la famiglia di Christina non
abbia nulla da obiettare.
Cormac trattenne un sorriso, ma Keeley si sentì sciogliere davanti al
sollievo e alla felicità che gli lesse negli occhi. Deglutì la pena e l’invidia che
per un attimo provò, perché era davvero felice per Christina. Sarebbe stata
radiosa quando il guerriero dei suoi sogni avrebbe chiesto la sua mano.
Guardò Mairin e si accorse che provava il suo stesso entusiasmo.
Poi, la castellana si sporse verso di lei e sussurrò: — Domani dobbiamo
interrogare Christina su questo bacio.
Keeley si portò una mano alla bocca per celare un sorriso. — Dev’esser
stato un bacio da ricordare per tutta la vita — mormorò.
— Qualcuno è capitato anche a me — affermò Mairin con aria sognante.
Poi guardò il marito e si corresse. — Anzi, ben più di qualcuno.
Keeley stava per confidarle che anche lei era stata baciata fino a perdere
il senno, ma si trattenne. Lanciò un’occhiata ad Alaric e lo scoprì intento a
studiarla con una tale intensità da sentire il suo sguardo come una carezza.
Fu come se qualcosa le avesse stretto improvvisamente la gola.
Ogni respiro le costava fatica, fino a quando il petto cominciò a dolere
per lo sforzo. Distolse lo sguardo e si alzò all’improvviso, poi si voltò verso
Ewan ed eseguì una traballante riverenza.
— Con il vostro permesso, laird, vorrei ritirarmi in camera. Sono molto
stanca stasera.
Ewan annuì e riprese a conversare con Alaric.
Lei si voltò verso Mairin. — Buonanotte, milady. Ci vediamo
domattina.
Mairin le lanciò un’occhiata comprensiva, facendole così capire che
anche lei si era accorta di ciò che stava accadendo con Alaric.
Keeley si affrettò verso l’uscita, sentendo su di sé tutto il peso dello
sguardo di Alaric. Non vedeva l’ora di fuggire dalla curiosità di coloro che
ancora sedevano al tavolo alto. Si era resa ridicola lanciandogli tutte quelle
occhiatine durante la serata. Gli altri avrebbero dovuto essere ciechi per non
accorgersi di nulla.
Le scale parvero interminabili e la sua camera era gelida quando entrò.
Tremando, corse a ravvivare il fuoco ridotto ormai a timide braci. Sistemò
altra legna e quando le fiamme tornarono a divampare, allungò le mani per
scaldarle. Poi si alzò e andò a controllare la finestra; dopo essersi accertata
che le imposte fossero ben chiuse, tirò la tenda, indossò la camicia da notte e
s’infilò sotto le coperte.
L’unica luce nella camera era il vibrante chiarore arancione che veniva
dal camino. Riempiva i muri di ombre e la faceva sentire sola come non mai.
Fuori, il vento urlava e gemeva come un vecchio che piangeva il suo destino.
Lei si avvolse perbene nelle coperte e guardò i riflessi del fuoco che
danzavano sul soffitto.
Se solo rubare un bacio avesse risolto anche la sua situazione. Se solo
avesse potuto prendere in mano le cose come aveva fatto Christina. Un triste,
ironico sorriso le piegò le labbra. Se solo l’amore avesse potuto curare i mali
del mondo!
Cormac e Christina si amavano, si erano baciati e adesso un nuovo e
luminoso futuro si apriva per tutti e due. Lei non aveva un futuro, non con
Alaric… però scopriva di amare sempre più il ricordo dei pochi momenti
trascorsi tra le sue braccia.
Trasalì dentro di sé mentre quel pensiero metteva radici. Il fiato le restò
nei polmoni e allora si portò le mani alla gola, massaggiandola come per
sciogliere il groppo che le impediva di respirare.
E se, come Christina con Cormac, fosse stata lei ad andare da Alaric?
Difficilmente avrebbe rovinato la sua reputazione, visto che già passava per
una donna senza virtù.
Chiuse gli occhi e scosse la testa in un fervido tentativo di cancellare la
tentazione. Ma non poteva neppure usare la scusa di non voler tradire
un’amica. Rionna l’aveva tradita per prima, le aveva voltato le spalle senza
pensarci un solo istante. E poi, nessuno sarebbe mai venuto a saperlo.
Solo una notte.
Era possibile?
Alaric la desiderava. L’aveva chiarito più che a sufficienza. E lei lo
voleva con ogni fibra del suo corpo, lo bramava a tal punto da soffrire
fisicamente.
Che effetto le avrebbe fatto sentire su di sé quelle grandi mani calde? E
quel corpo muscoloso che si muoveva su di lei?
Sapeva che avrebbe sofferto ancora di più il giorno in cui avrebbe
dovuto rinunciare a lui. Una singola notte di passione era troppo poco, troppo
breve, ma cominciava a pensare che Alaric avesse ragione. Un dolce assaggio
era meglio di anni interi da passare nel rimpianto. E lei avrebbe amaramente
rimpianto l’occasione di donarsi all’unico uomo che era mai riuscito a
conquistarla. Non voleva arrivare vergine al suo freddo sepolcro.
Per tanto tempo aveva tenuto stretta la sua virtù. Così stretta da non
badare ad altro. Era l’unica cosa che dimostrasse la sua innocenza, e tuttavia
che giustizia le aveva portato? Il marchio della sgualdrina affibbiatole dai
McDonald sembrava indelebile. Nessuno aveva preso le sue difese, né
l’avrebbe mai fatto in futuro. Solo lei conosceva la verità, ma questo non la
aiutava in nessun modo.
Quanto conforto recavano la virtù e la verità nelle gelide notti
d’inverno?
Quasi scoppiò a ridere constatando fin dove si spingeva la sua mente per
giustificare il desiderio di giacere con Alaric.
Il suo guerriero. Per sempre. Non ufficialmente, no, ma nel suo cuore
non c’era nessun altro. Né vi sarebbe mai stato.
— Avanti, smettila di mostrarti così melodrammatica e debole, Keeley
— mormorò a se stessa. — Se continui così, finirai per aprire quella finestra e
gettarti di sotto solo per romperti una gamba nella neve.
Avrebbe riso, ma lacrime amare le riempirono gli occhi. Le asciugò
rabbiosamente con la manica, poi si disse che quello non era il momento di
coltivare sciocchi e idilliaci sogni a occhi aperti. Doveva essere realistica e
decidere cos’era meglio fare senza pensare agli altri, ma solo a se stessa. Per
una volta, avrebbe anteposto i suoi desideri a tutto il resto, perché se non
provvedeva lei alla sua felicità nessun altro l’avrebbe fatto.
Una notte tra le braccia di Alaric.
Dopo aver contemplato l’idea, scacciarla si rivelò impossibile. La
consumava. La tentava e la eccitava come nient’altro riusciva a fare.
Aveva mentito a Christina. Fino all’arrivo di Alaric non era mai stata
baciata, fatto salvo per il brutale assalto di laird McDonald. Ma quello non lo
considerava un bacio, perché un bacio era una reciproca promessa e il laird
aveva preso e basta. Non gli avrebbe mai concesso nulla, non
volontariamente.
Si coprì gli occhi con le mani e affondò le dita nei capelli.
Ormai era troppo tardi per tornare indietro. Non si trattava più di un
sogno a occhi aperti, ma di un’idea che aveva messo solide radici.
Splendeva tanto nella sua mente da farle capire che non sarebbe riuscita
a comportarsi normalmente l’indomani se non sfogava l’insopprimibile
passione nata tra lei e Alaric.
E quella notte, contava di sfogarla.
17
Alaric si alzò e guardò contrariato fuori dalla finestra, vagando con lo
sguardo nella notte. La tormenta era cessata e la luna splendeva nel cielo,
donando un magico chiarore alla neve che copriva ogni cosa. In lontananza il
lago riluceva come una gemma, le acque così fredde e dense che neppure
un’onda ne increspava la superficie.
Era una vista idilliaca, ma dentro di lui imperversava il caos.
Le parole di Caelen non facevano che tornargli in mente, come una
gramigna che una volta piantata aveva subito messo radici. Si vergognava di
se stesso per la debolezza che mostrava, ma più passavano i giorni e più la
tentazione cresceva. “Vuoi la ragazza?
Prendila, portala a letto e liberati da questa ossessione.”
Ma non poteva. Perché si rendeva conto che il suo desiderio non nasceva
da una semplice ossessione. Da cosa nascesse era un mistero, perché non
aveva mai provato nulla di simile. Sentiva crescere dentro di sé qualcosa di
allarmante e al contempo incredibilmente eccitante; era come se si accingesse
a combattere e il sangue gli pulsasse forte nelle vene per l’anticipazione.
La desiderava, certo. Su questo non c’erano dubbi. Ma non voleva
prenderla contro la sua volontà. Il solo pensiero di farle del male lo
inorridiva. Già il ricordo del tormento che le vedeva negli occhi a causa sua
lo turbava come mai aveva ritenuto possibile.
Il cigolio della porta che si apriva lo spinse a voltarsi di scatto.
Chiuse la mano a pugno, pronto a colpire chiunque osasse entrare senza
bussare. Ma quando vide Keeley in piedi nel buio, con sul volto
un’espressione d’incertezza, si scordò persino di respirare.
— Credevo fossi a letto — disse lei, un sussurro a malapena percettibile.
— È tardi. Tutti e due ci siamo ritirati ore fa.
— E tuttavia siamo ancora svegli, incapaci di dormire. Come mai,
Keeley? — le chiese piano. — Vogliamo ancora negarci ciò che entrambi
desideriamo?
— No.
Alaric restò immobile. Così immobile che la stanza precipitò nel
silenzio, rotto solo dal sibilo del vento. Gelidi spifferi entravano dalla
finestra, spazzando via il poco calore che veniva dal camino. Keeley
rabbrividì e si strinse nelle braccia: sembrava così vulnerabile che ogni suo
istinto gli gridò a gran voce di proteggerla, di amarla con tutta la pazienza e la
comprensione che albergavano in lui.
Imprecò quando una nuova folata fece entrare spifferi così forti da far
tremolare il fuoco nel camino. Si voltò e raggiunse la finestra, chiuse le tende
e poi tornò da lei, stringendola tra le braccia per scaldarla.
Tremava da capo a piedi e il cuore le batteva forte nel petto. — Vieni,
siediti sul letto e avvolgiti in una coperta mentre metto altra legna sul fuoco
— le disse con gentilezza, conducendola verso il letto.
Non appena lei sedette, si premurò di coprirla e poi le baciò la fronte.
Resistere gli costò un grande sforzo, ma si limitò a carezzarle i capelli.
Non poteva assaggiare le sue labbra: se cominciava non si sarebbe più
fermato e Keeley gelava dal freddo.
Mentre ravvivava il fuoco, si accorse che anche a lui tremavano le mani.
Posò un ceppo sulle braci, poi aprì e chiuse le dita, ma non servì. Era scosso
nel profondo e così timoroso di fare qualcosa di sbagliato da sentirsi incerto
su tutto. Ma una cosa andava chiarita: si voltò verso di lei e quando la vide
sgranare gli occhi, la raggiunse e cadde su un ginocchio. — Sei sicura di ciò
che stai facendo, Keeley?
Lei tese la mano e gli posò le dita sulle labbra, passandogliele
lentamente sulla bocca e poi sulla linea della mascella. — Ti desidero.
Non riesco più a ignorarlo, a negare ciò che è nato tra di noi. So che il
tuo destino è sposare Rionna McDonald e diventare un giorno il loro laird; è
un nobile destino e io lo accetto. Ti chiedo solo una notte. Una notte tra le tue
braccia per tenermi stretto almeno il ricordo quando lascerai questo maniero.
Lui le prese la mano e se la portò alla bocca, posando le labbra sul suo
palmo. Le baciò la pelle sensibile, poi baciò ogni dito sfiorando teneramente
il polpastrello. — Anch’io ti desidero, Keeley. Ti voglio a tal punto da
soffrire. E voglio incidere dentro di me il ricordo di quando ti ho stretta tra le
braccia fremente di piacere, in modo che possa consolarmi quando sarò
vecchio e stanco.
Lei sorrise, ma aveva una grande tristezza negli occhi quando gli
carezzò la guancia. — Allora prendiamoci questa notte. Così il ricordo ci
accompagnerà per sempre.
— Sì, Keeley. Una notte di passione che varrà una vita intera.
Con questo fece per rialzarsi, ma lei lo trattenne posandogli una mano
sulla spalla. — Prima di spingerci oltre, c’è una cosa che devi sapere.
Lui inclinò la testa, vedendola diventare sempre più nervosa.
Allora alzò la mano e le tolse i capelli dal viso, per poi affondare le dita
nelle lunghe ciocche cercando di placare la preoccupazione che le disegnava
piccole rughe sella fronte. — Dimmi. Ti ascolto.
Keeley distolse lo sguardo, poi posò di nuovo gli occhi su di lui. La loro
bellezza era smorzata dall’angoscia… e dalla vergogna. — Alaric, è
importante che tu lo sappia: io sono stata bandita dai McDonald.
Erano loro la mia famiglia. Quello è il clan da cui provengo.
Lui raddrizzò la schiena e la guardò confuso mentre ragionava su quelle
parole. Una McDonald? Non si era mai chiesto quanta strada aveva percorso
quella notte. L’intera fuga non era altro che uno sfocato ricordo e i suoi
fratelli non gli avevano mai detto quanto vicino si trovava alla sua
destinazione quando erano venuti a prenderlo.
E lei era stata bandita? Una rabbia improvvisa lo assalì. Le strinse il
mento, che tremava per le lacrime represse, e le alzò il volto fino a incontrare
i suoi splendidi occhi. — Perché, Keeley? Perché il tuo clan ha deciso di
cacciarti?
— Perché il laird era ossessionato da me quand’ero solo una ragazza,
una bambina appena diventata donna. Sua moglie è arrivata mentre cercava di
violentarmi e mi ha chiamata sgualdrina. Sono stata bandita per aver cercato
di sedurre il laird.
Alaric restò senza parole. Lentamente ritirò la mano mentre realizzava le
implicazioni. — Dio mio — sussurrò. Ma poi, si sentì avvampare. Strinse i
denti e sputò fiamme dalle narici mentre immaginava Keeley, giovane e
innocente, che lottava contro un uomo molto più vecchio e più forte di lei. Il
solo pensiero gli dava la nausea.
E lo rendeva furioso.
— Ma non era vero, Alaric — riprese lei con un fiero sussurro. — Lo
giuro su…
— Lo so — la interruppe, per poi carezzarle la guancia. — Non c’è
bisogno di dirlo, poiché ti assicuro che non l’ho mai pensato. Ma sono
rabbioso per l’ingiustizia che hai subito, per il fatto che sei stata tu a pagare
per i peccati di quel vecchio. Il suo compito è proteggere il clan: questo deve
fare un laird per meritare l’onore del comando.
Approfittare di un’ignara fanciulla va contro tutti i principi che ha
giurato di onorare.
Lei chiuse gli occhi mentre il sollievo scacciava la vergogna. Alaric
provò una stretta al cuore per ciò che Keeley aveva dovuto sopportare. Ma
più che altro, provava una gran voglia di precipitarsi da McDonald e dargli
una tale lezione da fargli passare la voglia di molestare di nuovo una donna.
Il pensiero di aver persino cenato con lui nella sala grande, di avergli dato il
benvenuto sulle terre dei McCabe e di considerarlo già non solo un alleato ma
un suocero bonario gli faceva venire il voltastomaco. Ma la cosa peggiore era
constatare che non poteva fare nulla: riportare a galla la faccenda, annullare il
matrimonio, significava gettare al vento l’alleanza e forse inimicarselo.
Rischiava di trovarsi in una posizione maledettamente complicata.
Decise di non arrovellarsi per qualcosa che non poteva cambiare, rivolse
invece la sua attenzione a Keeley e al tenero, prezioso momento che stavano
per condividere.
Le carezzò la serica pelle del viso, soffermandosi col pollice sulle labbra
carnose e sulla leggera fossetta che le segnava il mento. Poi scese sul collo
lungo e sottile fino a fermarsi appena sopra il seno.
Sentì il leggero fremito che la scosse e il secco respiro che tirò quando
scese ancora e chiuse le dita sul morbido emisfero, coperto solo dalla sottile
camicia da notte.
— Mi chiedo se ti rendi conto della tua bellezza, Keeley. Hai la pelle
liscia e candida come il chiaro di luna sulla neve. Non un singolo difetto ne
macchia la perfezione: potrei trascorrere una vita intera semplicemente
carezzandoti.
Lei sospirò e si avvicinò ancora, riempiendogli il palmo di carne
ardente. Il capezzolo s’indurì sotto il suo pollice e lui continuò a sfregarlo,
fino a ridurlo a un roseo sassolino.
Le loro bocche erano ormai vicine. Alaric le carezzò il volto con lo
sguardo, incontrando la struggente bellezza degli occhi di lei proprio mentre
le loro labbra s’incontravano. E stavolta, l’intensità del bacio lo sorprese. Era
come baciare la luna e ritrovarsi avvolto da una miriade di raggi argentei.
Pura bramosia gli corse sottopelle, diffondendosi ovunque e riempiendo ogni
movimento di sofferta voluttà.
Le passò la lingua sulla bocca e affondò nella fessura tra le labbra,
perdendosi nella dolcezza che trovò. Calda e seducente, così peccaminosa da
mandargli fremiti d’intenso desiderio in tutto il corpo, lei rispondeva a ogni
assalto. E quando si ritrasse respirava con affanno, secchi, rapidi sbuffi che
gli solleticavano il viso. — Devo dirti anche un’altra cosa — gli sussurrò. —
Non ho mai giaciuto con un uomo. Né qualcuno mi ha mai toccata come mi
stai toccando tu.
Lo guardava con occhi che brillavano, iridi punteggiate di verde e d’oro
che gli ricordavano i prati delle Highlands in primavera. Un istinto
primordiale e possessivo si risvegliò dentro di lui a quella confessione,
accompagnato però da una grande tenerezza e dalla determinazione a donarle
una notte che non avrebbe più scordato.
— Sarò gentile con te, tesoro mio. Lo giuro.
Lei sorrise e gli prese il volto tra le mani, avvicinandolo. — Lo so,
guerriero.
Alaric la strinse tra le braccia, intrappolandola contro di sé. Il profumo
di lei lo raggiunse, così leggero e delicato, così profondamente femminile.
Affondò col naso nel suo collo per sentirlo meglio, poi prese a mordicchiarla
sentendola fremere ogni volta che serrava con cautela i denti.
— Hai un sapore delizioso, ragazza. Il più dolce che abbia mai gustato.
Sentì il sorriso di lei contro la tempia. — E tu hai la lingua vellutata,
guerriero. Mai ho sentito parole tanto convincenti.
— Non parlo così solo per sedurti — protestò Alaric. — Ti sto dicendo
la verità.
Keeley gli passò un braccio attorno al collo e aderì a lui con un sospiro.
— Adoro quando mi baci, ma qualcosa mi dice che l’amore carnale è molto
di più.
Lui sorrise e le sfiorò la fronte con un bacio. — Sì, credo proprio che tu
abbia ragione. C’è molto di più e conto di mostrartelo in ogni dettaglio.
Le loro labbra s’incontrarono di nuovo, stavolta su iniziativa di Keeley.
Alaric sentì sulla lingua il suo lieve sospiro e lo deglutì, come per
impossessarsi profondamente della sua essenza. Poi le cedette il controllo del
bacio, permettendole di prendersi tutto ciò che voleva.
Un tempo adorava i rapporti carnali veloci e impetuosi. Le donne che si
portava a letto erano sempre bollenti e passionali, ma con Keeley intendeva
assaporare ogni momento. Voleva che durasse per sempre e perciò si sarebbe
preso tutto il tempo necessario per introdurla alle delizie della carne… e del
cuore.
La spinse indietro sul materasso, posando quindi le mani accanto alla
sua testa. Folti capelli scuri si aprivano a ventaglio, una serica massa che il
chiarore del fuoco faceva brillare come tanti fili d’oro. Lui ci passò le dita,
scivolando tra i chiaroscuri e i riflessi multicolori che la facevano diventare
ancora più splendente.
Keeley lo guardava con occhi luminosi e pieni di fiducia. Si sentiva
onorato dal fatto che stesse per donargli ciò che non aveva mai donato a
nessun uomo. L’idea che si fidasse tanto di lui lo lasciava senza fiato.
La vide muoversi per aggiustarsi meglio e tendere le braccia in un invito
impossibile da rifiutare. Con gentilezza le prese le mani e le baciò le nocche,
per poi abbassarle fino a posargliele sul ventre.
Quindi salì con le dita in una fervida carezza, fermandosi sulle spalline e
abbassandole lentamente. Non appena le denudò le spalle, si chinò a baciarle
la pelle cremosa, tracciando con le labbra un bollente percorso fino al collo.
Un fremito la scosse, facendole venire la pelle d’oca. Lui ridacchiò
quando le prese tra i denti il lobo dell’orecchio e la sentì fremere di nuovo,
stavolta più forte.
— Hai una bocca peccaminosa, guerriero.
— Ho appena cominciato.
Le abbassò la camicia da notte fino a lasciarla precariamente appesa ai
capezzoli duri e contratti. Una vista che gli tolse il fiato: il corpo si tese come
la corda di un arco, il membro s’inturgidì premendo contro i calzoni, aveva
l’acquolina in bocca al pensiero della dolce ricompensa che l’attendeva. Ma
poi imprecò tra sé e strinse i denti, ansimando mentre lottava per mantenere il
controllo.
— C’è qualcosa che non va?
Alaric alzò lo sguardo, vide la preoccupazione sul suo viso e allora la
baciò, un bacio lungo e bollente che scacciava ogni timore. — No, tesoro. Va
tutto bene. Anzi, direi che non potrebbe andare meglio.
Poi le mordicchiò piano il mento mentre scendeva verso il petto. Si
fermò appena sopra la dolce valle tra i seni, poi vi affondò il volto
abbassando così l’orlo della scollatura. L’indumento le scivolò lungo il busto,
raccogliendosi sui fianchi, e lui contemplò i capezzoli eretti, rosei sassolini
così allettanti da costituire un insopprimibile richiamo.
E stavolta, si scoprì del tutto incapace di resistere.
Ne leccò uno e lei gridò, la voce rauca. Poi gli strinse le spalle,
affondando le unghie nella pelle, e quando passò all’altro capezzolo s’inarcò,
offrendosi tutta a lui.
Era così tesa, con il busto arcuato e le unghie affondate a tal punto nella
carne da fargli male. Quando tirò indietro la testa, ponendo fine al lauto
banchetto, lei ansimò e si dimenò inquieta.
— Calmati, tesoro. Abbiamo appena cominciato. Mettiti comoda e
lascia che ti ami.
Con questo arretrò fino a posare di nuovo i piedi a terra. Quindi afferrò
la camicia da notte e gliela sfilò dalle gambe, denudandola al suo avido
sguardo.
Dovette deglutire. Mai aveva visto una donna più bella. La sua candida
pelle riluceva al chiarore del fuoco, liscia e cremosa, priva di qualsiasi
imperfezione. E aveva un corpo da mozzare il fiato, con i fianchi sinuosi, il
ventre leggermente arrotondato e i seni generosi, una delizia per le mani e la
bocca di un uomo.
Ardeva al pensiero di affondare la lingua in quel piccolo ombelico, ma
lo sguardo andò subito al triangolino di ricci seminascosto tra le cosce, che
custodiva l’innocenza di lei e la dolcezza che attendeva solo di venire
esplorata.
Non credeva che il membro potesse inturgidirsi ancora di più, ma si
sbagliava. Premeva contro i calzoni e pulsava tanto da farlo uscire di senno.
Non voleva spaventarla, ma se non si spogliava subito avrebbe finito per
strapparsi i vestiti di dosso.
— Aspettami giusto un attimo mentre mi spoglio — le mormorò con
voce greve.
Keeley sgranò gli occhi mentre lui armeggiava con i lacci dei calzoni.
Non appena li abbassò, il membro balzò fuori, dandogli un sollievo così
acuto da farlo quasi cadere in ginocchio. Poi afferrò la camicia, la sfilò e la
lanciò dall’altra parte della stanza; quando posò di nuovo lo sguardo su di lei,
si accorse che teneva gli occhi fissi sull’erezione. Impossibile dire se fosse
inorridita o solo curiosa: la sua espressione era una strana miscela di
entrambi.
Avanzò tra le gambe di lei e Keeley alzò entrambe le mani come per
fermarlo. Allora le strinse i polsi, trattenendola mentre le carezzava i palmi
con i pollici.
— Non aver paura. Non ti farò del male. Sarò tenero come un agnellino.
E anche a costo di morire per il desiderio represso, avrebbe mantenuto la
promessa.
18
Keeley trattenne il fiato fino ad avere un capogiro, come se stesse per
svenire. Quando lo lasciò andare, uscì con un impeto che la scosse nel
profondo.
Contemplava un uomo, un guerriero, che non aveva eguali. Era forgiato
dal fuoco di mille battaglie, tutto muscoli e cicatrici, senza un filo di carne in
eccesso. Torreggiava su di lei e la sua forza era una cosa tangibile nello
spazio ridotto della stanza. Avrebbe potuto farle ciò che voleva, eppure si
fidava ciecamente di lui. Il rispetto che le mostrava placava ogni timore e la
faceva fremere d’incontrastato desiderio.
Ma dopo avergli guardato il basso ventre, con quell’“appendice”
che si ergeva dritta come l’asta di una bandiera, dovette alzare gli occhi
e lanciargli un’occhiata dubbiosa. — Sei sicuro che… che quello possa
entrare?
Quasi gemette per l’umiliazione. Come poteva atteggiarsi a donna
adulta, che da anni provvedeva a se stessa, se poi inorridiva davanti alla vista
del membro maschile? Non era nulla di nuovo, non per chi curava dei
guerrieri feriti, ma in quelle occasioni il membro era sempre a riposo, non
certo eretto come un’ascia di guerra. Com’era possibile che quella parte del
corpo tanto morbida e irrilevante potesse diventare così grande e apparire
così minacciosa?
Alaric rise sommessamente, con gli occhi che brillavano divertiti. —
Entrerà, te lo assicuro. Accogliermi è un tuo dovere.
Lei alzò un sopracciglio per tanta arroganza. — Un mio dovere?
Chi si è inventato questa regola, guerriero?
Un bel sorriso gli illuminò il volto. — Ti ammorbidirai e diventerai
umida. E fare in modo che accada è un mio dovere.
— Dici davvero? — Cercò di non sembrare troppo incerta e confusa, ma
quella domanda uscì d’un fiato, rauca e persino eccitata.
Alaric si avvicinò e si chinò su di lei, tanto vicino da sentire il suo calore
penetrarle nelle ossa. — Sì, dico davvero. E m’impegnerò a fondo perché
accada — le mormorò, salendo sul letto e coprendola col proprio corpo,
scaldandola ancora di più mentre aderivano uno all’altra. I ricci che gli
coprivano il torace le solleticarono i seni, mentre i lunghi capelli scuri
caddero in avanti coprendole le spalle.
— Non è giusto che un uomo abbia dei capelli così belli — gli
mormorò.
Alaric si alzò sui gomiti e la guardò perplesso. — E a me non sembra
giusto che un uomo venga lodato per i suoi capelli.
Lei sorrise. — Oh, ma io adoro affondarvi le dita. Ricordi quando li
lavavo mentre eri ancora nel mio cottage? Poi li asciugavo e li spazzolavo a
lungo prima di rifarti le trecce alle tempie. Sono come seta, i più soffici che
abbia mai toccato.
— Ricordo una fata che mi carezzava i capelli con le sue piccole mani.
Era un sogno da cui speravo di non svegliarmi mai.
Keeley alzò una mano e affondò le dita tra le ciocche, avvolgendole sui
polpastrelli. — Anche questo è un sogno, e anch’io spero di non svegliarmi
mai — gli sussurrò.
Un bacio sigillò quelle parole, ma non fu gentile come prima. Fiero e
bollente, Alaric le prese la bocca e le rubò il fiato, muovendosi sopra di lei
con frenetica urgenza, tendendosi quando le loro gambe s’incrociarono e
marchiandole la pelle con il suo calore. Dura e sfacciata, la sua erezione
premette contro la giuntura tra le cosce; Keeley aprì le gambe, poi sobbalzò
quando la turgida carne scivolò tra le sue pieghe più intime.
Sensazioni indescrivibili presero a correrle lungo i nervi quando lui
mosse il bacino, passando e ripassando il turgido bastone sul bocciolo
all’apice delle pieghe. Piegò le gambe, chiedendo di più, ma lui si tirò
indietro e cominciò a scendere a suon di baci lungo il busto.
Lei avrebbe protestato, ma Alaric prese a stuzzicarle l’ombelico con la
lingua e allora lasciò stare, dimentica di tutto tranne che di quella bocca
peccaminosa. Ma quando lo sentì proseguire, alzò la testa e lo guardò
allarmata.
Si ritrovò a contemplare due occhi scintillanti, fin troppo simili a quelli
di un predatore che sta per balzare sulla preda. Un fremito le corse in tutto il
corpo per la fiera intensità di quello sguardo.
Impossibile non cogliere la promessa che vi era contenuta.
Lentamente, Alaric chinò la testa e poi le imprigionò le cosce con una
presa decisa, aprendole le gambe con gentilezza e al contempo con tanta
risolutezza da smorzare sul nascere ogni protesta. E quando le appose un
bacio sul tenero monticello coperto di ricci, Keeley sentì il ventre tremare per
il piacere che provò.
Pensieri morbosi, densi di lussuria e assolutamente deliziosi, le
riempirono la mente all’idea che adesso l’avrebbe omaggiata con la lingua in
quel punto così intimo. Sentiva la pelle formicolare e tutto divenne così
annebbiato da darle l’impressione di fluttuare in limpide acque azzurre
scaldate dal sole estivo.
— Oh! — gemette quando le sue dita ruvide divaricarono cautamente le
pieghe. Poi, il pollice cominciò a premere sul sensibile bocciolo, mentre
l’indice scese fino a stuzzicare la tenera carne accanto all’apertura.
Quando la lingua sostituì il pollice, saettando e leccando, sensazioni
sorprendenti e assolutamente spettacolari partirono dall’inguine per
diffondersi in tutto il corpo. Il ventre s’irrigidì per un piacere quasi
insopportabile, che subito le tese tutti i muscoli fino a farla tremare per lo
sforzo. Alaric omaggiava la sua carne più intima e femminile in una danza
lenta e decadente, lappando, baciando e succhiando come se lei fosse un
dolcetto.
Le tremavano le gambe e i sensi minacciavano di esplodere, ma tutto
quello che riuscì a fare fu tendere le braccia e affondargli le dita nei capelli.
Respirava con affanno, secchi, rapidi respiri che le bruciavano la gola prima
di echeggiare nel silenzio.
— Alaric!
Lui rise e continuò tranquillamente a banchettare, affondando la testa tra
le sue cosce, baciando e leccando fino a quando lei lo implorò di smettere,
poi di non smettere. Voleva di più, ma non aveva idea di cosa le stava
accadendo o di cosa dovesse fare. Poteva solo affidarsi al suo guerriero e
mettere da parte tutte le sue paure e le sue riserve.
Mai aveva immaginato che nell’amore carnale tra uomo e donna vi fosse
posto per qualcosa di così meraviglioso. Sapeva come si svolgeva l’atto in sé,
ma aveva sempre creduto che fosse una cosa più rozza e soprattutto più
essenziale. Una rapida penetrazione e magari qualche coccola alla fine, non
certo quel bollente esempio di lussuria.
Alaric la esplorava con la lingua, con la bocca e con le mani, svelando
anche il più intimo segreto. Omaggiava e carezzava con tanto fervore da farla
singhiozzare, disperata com’era per raggiungere un picco che pareva appena
al di là della sua portata.
— Sssh, tesoro — mormorò lui mentre tornava a risalire, sistemandosi
di nuovo tra le sue gambe aperte. — Sei pronta. Adesso fidati di me.
All’inizio farà un po’ male, ma non spaventarti. È un dolore che passa subito,
mi dicono, e comunque farò piano.
Lei avvertiva una strana, intensa pulsazione tra le cosce. Una voglia non
saziata che la rendeva languida e insieme irrequieta. Si mosse, rendendosi
conto che aveva bisogno di qualcosa di più. Gli posò le mani sui pettorali,
implorandolo in silenzio di fare ciò che doveva per placarla.
Il volto di Alaric si tese, ogni lineamento s’indurì. Inserì la mano tra i
loro corpi e afferrò il membro, guidandolo. Sentire la dura carne che le
divaricava le pieghe le mandò ondate su ondate di squisito godimento in tutto
il corpo.
Lui si fermò e i loro occhi s’incontrarono, restando incatenati. I potenti
bicipiti si gonfiarono mentre si abbassava su di lei. — Stringiti a me, Keeley
— le mormorò. — Tienimi forte e non lasciarmi mai.
Con gioia lei gli gettò le braccia al collo, tirandolo giù per prendergli le
labbra. E mentre si baciavano, lui avanzò un poco; Keeley sgranò gli occhi
sentendo gli intimi muscoli che si tendevano, cedendo un po’ alla volta.
— Ti faccio male?
Lei scosse la testa. — No. È una sensazione indescrivibile. Ed è
meraviglioso. Finalmente siamo uniti!
Un bel sorriso gli illuminò il volto. — Sì, tesoro, siamo uniti.
Spinse ancora e lei gli piantò le unghie nella schiena. — Ancora un
attimo e il peggio sarà passato — la blandì.
— Il peggio? Ma finora non mi hai fatto alcun male — gli rispose.
Alaric sorrise e poi la baciò. Quindi si ritrasse, alleviando la pressione;
quando tornò a invaderla, lei assaporò appieno quel senso di completezza,
quella sensazione di averlo dentro di sé. Adorava quel momento. Voleva
riviverlo ancora e ancora.
— Adesso, Alaric — gli mormorò all’orecchio. — Fammi tua.
Lui gemette e chinò la testa, posando la fronte su quella di lei. Le loro
bocche erano vicinissime e i loro sguardi incatenati. E quando spinse ancora,
le coprì le labbra smorzando il grido di dolore che inevitabilmente le sfuggì.
Keeley sentiva il corpo cedere, sentiva quel palo d’acciaio avanzare
lacerando
la
sua
verginità.
Quell’improvvisa,
bruciante
manifestazione di possesso la scosse nel profondo, ma poi si accorse che
lui le mormorava dolci parole all’orecchio, lodandola per il suo coraggio,
dicendole che era unica e bellissima.
— È passata, Keeley. Adesso sei mia — le mormorò, la voce calda e
rugginosa. — Da settimane sogno questo momento, la notte in cui mi avresti
accettato dentro di te.
Restava fermo, aspettando che lei si adattasse al suo possesso. Poi la
guardò negli occhi e tra un bacio e l’altro le chiese: — Stai bene?
Non fa più male?
— È stato solo un po’ di bruciore — lo rassicurò. — Adesso sento solo
il piacere.
Con un gemito lui si ritirò e un sospiro le sfuggì sentendo gli umidi
muscoli che lo stringevano come per non lasciarlo andare. Sottili ondate
d’intenso piacere le correvano nelle vene, scaldandola fino a rendere la stanza
persino soffocante. Poi Alaric tornò ad affondare, guardandola tutto il tempo
come se si preoccupasse di farle ancora male.
Lei gli gettò le braccia al collo e lo avvolse con le gambe. — Il dolore è
passato. Prendimi, ti prego. Ho bisogno di te.
Dovevano essere le parole giuste, perché Alaric si appoggiò sui gomiti,
la strinse forte a sé e poi affondò con incredibile vigore, sbattendo i fianchi
contro le sue natiche per la potenza della spinta.
Keeley chiuse gli occhi e si arrese a quella danza ottenebrante,
muovendosi in perfetta sintonia. La tensione tornò a crescere, senza però
calare bruscamente come prima, quando lui aveva smesso di omaggiarla con
la lingua. Tra loro non c’era più la minima distanza e solo i fianchi e i glutei
di Alaric si muovevano mentre la riempiva ancora e ancora, sempre più forte
e più a fondo. Lei si sentiva inumidire e questo facilitava il suo passaggio:
l’attrito era dolcissimo, ma la spingeva disperatamente a cercare qualcosa di
cui non era certa.
L’orgasmo. Era a un passo dall’orgasmo. Ma come raggiungerlo?
— Non resistere, tesoro. Stringimi forte e lasciati andare. Fidati di me.
Quel roco mormorio placò la crescente ansietà. Keeley si rilassò e fece
ciò che le diceva, arrendendosi a lui, donandogli tutta la sua fiducia.
Sempre più rapidamente scalarono un picco che sembrava senza fine. E
proprio quando lei cominciava a pensare di non poter più resistere e di
dovergli chiedere di smettere, si sentì scagliare in alto, verso le stelle e il cielo
infinito.
Il mondo si dissolse. Spasmi su spasmi le tesero il corpo, poi ondate
d’incredibile piacere le ottenebrarono la mente. Con un grido si strinse tutta a
lui, sentendosi dissolvere in un lampo di accecante delizia.
La stretta di Alaric si rafforzò. Affondava come un ossesso, ma poi si
fermò, si tese e si ritrasse. Subito Keeley lo trattenne, temendo che stesse per
lasciarla, ma lui le crollò addosso e in quel momento sentì sul ventre il calore
del suo seme.
Per un istante restarono così, ansanti e sudati. Keeley sentiva i polmoni
bruciare a ogni respiro; non riusciva a capacitarsi, la sua mente sembrava
incapace di accettare l’accaduto. Tutto questo era normale? Accadeva ogni
volta che un uomo e una donna facevano l’amore? Sicuramente no, altrimenti
nessuno si sarebbe più alzato dal letto.
Alaric tornò a stringerla e si sdraiò su un fianco, trascinandola con sé. In
quel modo non la schiacciava più con il suo peso, pur tenendola ben stretta
tra le braccia. Lei sentiva il membro pulsare tra di loro, poi si accorse di avere
il ventre caldo e colloso e finalmente capì cos’era successo.
La riempiva di gratitudine e al contempo la faceva sentire molto triste.
Lui si era premurato di non fecondarla, in modo da non condannarla alla
vergogna di portare in grembo un figlio quando l’avrebbe lasciata per sposare
un’altra donna.
Tuttavia, l’idea di tenersi una parte di lui, un figlio, prezioso sebbene
illegittimo, aveva un sapore agrodolce. Dopo Alaric, non si sarebbe più
concessa a un altro uomo. E quindi, non avrebbe mai avuto dei figli.
Con un sospiro, si accoccolò nel suo abbraccio. Forse era la sua indole
drammatica a ispirarle quei pensieri. Forse, una volta perduto Alaric, avrebbe
cambiato idea riguardo alla possibilità di sposare un altro uomo. Il tempo
curava ogni ferita, ma una vita intera di solitudine non era certo il modo
migliore di curare un cuore spezzato.
Per ora, però, non poteva farci nulla. Dopo quella notte di meravigliosa
intimità, la sola idea di giacere con un altro le era insopportabile.
Alaric l’avvicinò ancora e le baciò la fronte. — Ti ho fatto male, tesoro
mio?
Lei scosse la testa contro il suo torace. — No, guerriero. Hai fatto
l’impossibile per mantenere la promessa. Sei stato gentile e ho sentito solo un
po’ di bruciore quando mi hai fatta tua.
— Non sai quanto ne sono felice. L’ultima cosa che vorrei è causarti
pena.
Keeley sentì il cuore sanguinare per quelle parole, perché sapeva che
nonostante le migliori intenzioni di Alaric, il suo matrimonio con Rionna le
avrebbe causato una pena insopportabile.
Ma di nuovo si disse che quello non era il momento d’indulgere in simili
pensieri. Posò la testa sulla sua spalla, poi baciò il pettorale muscoloso e gli
sorrise. — Dimmi, Alaric, quante volte è possibile amarsi in una notte?
Lo sentì tendersi, poi le alzò il mento con un dito, costringendola a
guardarlo. Gli occhi brillavano di lussuria e il calore che vi leggeva le fece
battere forte il cuore.
— Per quanto mi riguarda, ti amerò non appena dici ancora.
— Ancora — sussurrò lei.
19
Alaric si alzò su un gomito, sbatté gli occhi per scacciare il sonno e
guardò Keeley, che stava sistemando un ceppo sul fuoco. In silenzio la vide
sedersi sulla panca, il corpo nudo ben delineato dai bagliori giallo arancione,
lo sguardo perso tra le fiamme mentre lui la osservava compiaciuto.
Era bellissima. Forte e al contempo molto femminile. Era morbida e
procace, ma possedeva anche uno spirito che non smetteva mai di
sorprenderlo. Non molte fanciulle sarebbero riuscite a cavarsela dopo essere
state bandite dal loro clan, non senza ricorrere ai mezzi di cui lei era stata
accusata. Una donna giovane e bella non aveva altri modi per sopravvivere da
sola, e tuttavia lei ce l’aveva fatta.
Keeley si gettò i capelli dietro la schiena, poi si voltò e lo guardò.
Sgranò gli occhi quando lo vide sveglio, quindi un timido sorriso le
illuminò il volto.
Alaric faticò persino a deglutire. Era una visione così paradisiaca da
stringergli il cuore in una morsa. — Vieni qui — le disse, tendendo una
mano.
Lei si alzò e si coprì i seni con le braccia in un goffo tentativo di
mantenere la modestia. Timida e adorabile, scostò le coperte e si sdraiò con
eleganza accanto a lui.
Subito la strinse, adorando il modo in cui i loro corpi si adattavano.
— Come ti senti?
Keeley gli premette il naso sul collo, poi gli appose un bacio sulla gola.
— Molto meglio adesso.
— E poi accusi me di avere la lingua vellutata.
Lei inclinò la testa e sorrise. — Sì, certo. E in ogni senso, a quanto pare.
— Sono lieto di aver soddisfatto la mia lady.
— Sì, guerriero, sono soddisfatta. Mi hai reso davvero felice.
Alaric la baciò. Intendeva ritirarsi subito, ma non ci riuscì. Il silenzio
della stanza si riempì del rumore dei loro baci mentre le lingue duellavano;
stavolta lei sembrava molto più sicura e passionale, pronta a incontrarlo a
metà strada e a prendersi ciò che voleva.
— Mancano diverse ore all’alba. Giaci ancora con me, Keeley. Non
sprechiamo il poco tempo che ci resta.
Il sorriso che lei gli rivolse parve illuminare l’intera stanza. Poi gli occhi
le brillarono e la sua espressione si tinse di malizia. Gli strinse le spalle, poi
lo sospinse all’indietro fino a farlo sdraiare sul letto. — Ammetto di non
avere molta esperienza al riguardo — gli mormorò — ma direi che anch’io
potrei prenderti con la stessa facilità con cui mi prendi tu.
Un lampo gli attraversò lo sguardo, poi Alaric alzò un sopracciglio.
— Questa è un’affermazione assai spavalda, ragazza. Secondo me, va
supportata con i fatti.
Lunghe ciocche le caddero come una cortina sulle spalle quando salì
cavalcioni su di lui. Il membro s’indurì all’istante, entusiasta di tanta
arroganza. L’idea che stesse per accoglierlo in quel modo, prendendo
l’iniziativa e cavalcandolo con le sue morbide curve, metteva a dura prova la
disciplina e il controllo che ancora gli restavano. Si era sempre considerato
un uomo paziente, ma adesso provava l’insano desiderio di afferrarla,
metterla sotto e affondarle tra le cosce fino a far urlare entrambi di piacere.
Lentamente fece scorrere lo sguardo su di lei, cercando di assimilare
ogni dettaglio del suo splendido corpo. Il ventre piatto, i fianchi snelli, il seno
procace e il volto angelico; il membro reagì premendo tra i ricci che lo
solleticavano. Alaric trattenne il fiato, poi lo lasciò andare con un gemito
strozzato quando una piccola mano si chiuse sulla sua erezione.
Meravigliata, Keeley prese a carezzarlo. Dita delicate partirono dalla
base per arrivare fino alla punta. La coprì con la pelle, poi scese e risalì,
continuando fino a renderla grossa e gonfia per tutto il sangue che vi affluiva.
Era quasi doloroso. Ogni carezza lo faceva impazzire, anche se lei era
squisitamente gentile, quasi temesse di fargli male. Alla fine, Alaric non
riuscì più a sopportare quella dolce tortura. — Così — le disse, stringendole
le dita e posandole sulla base, per poi muovere su e giù le loro mani unite
fino a quando una gocciolina inumidì la punta. — Ah, Keeley, tu mi rendi
folle di passione.
— Ed è una buona cosa, spero.
— Ma certo. È la cosa migliore che puoi farmi.
Sempre stringendolo con quelle dita snelle, si chinò un poco e i seni gli
danzarono davanti agli occhi come mele mature. Poi avanzò con i fianchi,
apparentemente incerta sul da farsi. Aveva una grande iniziativa, ma nessuna
esperienza. Non che a lui dispiacesse, visto che lo deliziava nel profondo
darle le istruzioni giuste. Keeley era sua.
Non aveva mai giaciuto con un altro uomo e quindi spettava a lui
insegnarle ciò che doveva sapere per portare entrambi alla vetta del piacere.
Le afferrò i fianchi e l’aiutò ad alzarsi. — Si comincia così, ragazza.
Semplicemente così — le disse, raddrizzando il membro e poi facendola
abbassare piano.
Entrambi sobbalzarono quando lui cominciò a penetrarla. Keeley si
fermò e si morse nervosamente il labbro mentre gli umidi muscoli si
contraevano attorno al membro invasore.
Alaric alzò una mano e le carezzò i capelli, desideroso solo di scacciare i
suoi timori. — Con calma. Scendi piano e senza fretta — le mormorò.
Tremando, lei ricominciò a muoversi. Era l’agonia più straziante che
Alaric avesse mai provato, così pregna di piacere da rischiare di ucciderlo.
Keeley lo avvolgeva tutto, lo ustionava col suo calore. La sua vellutata
morbidezza lo afferrava e lo risucchiava dentro, carezzandogli il membro
come seta liquida mentre lo accoglieva fino in fondo.
Alla fine lei arrivò a posare sulle sue cosce il piccolo fondoschiena sodo.
Alaric era dentro fin dove poteva, ma ancora non bastava.
Fremeva in tutto il corpo. Era come se una miriade di formiche gli
corressero sottopelle e dovesse muoversi per fermarle; il sudore gli imperlava
la fronte, scivolandogli sul viso e sulle labbra, mentre il respiro era rotto,
affannato e irregolare.
Pelle liscia e morbida gli deliziò le dita quando le accarezzò la schiena
sinuosa, per poi afferrarle i glutei. Ma non la sollevò, deciso a darle il tempo
necessario per abituarsi all’idea di essere lei sopra.
Keeley si mosse incerta e lui gemette. Allora si fermò, guardandolo
preoccupata. — No, tesoro, continua. Ti prego, non fermarti. È
meraviglioso.
Lei gli posò le mani sul torace e salì un poco, facendo scivolare il
membro tra gli umidi muscoli. Poi scese, accettandolo di nuovo fino in fondo,
premendogli i glutei sul pube e sulle cosce e quindi ruotando piano i fianchi.
E intanto lo guardava con occhi che brillavano di gioia.
— Sei una seduttrice — disse Alaric in un gemito rauco.
— Quindi non sarei più il tuo angelo? Sono tornata a essere la serva di
Satana?
— No, sei un angelo tentatore, il meglio che un uomo possa chiedere —
le rispose, mettendosi seduto e stringendola tra le braccia.
Una posizione che gli permetteva di affondare tutto in lei. — Sarai
sempre il mio angelo.
Keeley aderì a lui e inclinò la testa, cercando le sue labbra per un bacio
selvaggio che gli tolse il fiato. Era fieramente possessiva, come se lo
considerasse suo. E in quel momento era così. Nessun’altra donna esisteva
più per lui; onestamente, dubitava che ne sarebbe mai esistita un’altra.
Scese con le mani e le afferrò i fianchi. Aveva bisogno di lei. Aveva
bisogno di riempirla tutta, in modo da ricordarle ancora il suo possesso. La
sollevò un poco, poi s’inarcò e spinse. Entrambi gridarono mentre i fianchi di
lui le sbattevano sui glutei.
Piccole dita frenetiche si aggrapparono alle sue spalle in cerca di
sollievo. Con una sorta di ringhio, lui le morse il collo, baciando e
succhiando la pelle morbida. Keeley gemette e s’inarcò, premendogli i seni
sul torace. Un altro grido le sfuggì quando Alaric tornò a spingere, tenendola
ferma e impalandola ancora e ancora.
— Credevo di essere io a doverti prendere — protestò lei senza più
fiato.
— Oh sì, mi prendevi e mi stai prendendo, però ho deciso di partecipare
attivamente perché se lascio fare a te mi ucciderai.
Un fremito le corse in tutto il corpo. — Alaric! — chiamò d’un fiato.
— Io… sto per venire. Non posso…
— Fai quello che vuoi — la incitò.
Keeley si appoggiò a lui e fece forza, alzandosi e abbassandosi per poi
tornare a risalire. Lo cavalcava con potenza adesso, sicura come se montasse
il suo cavallo. Incapace di restare seduto, Alaric tornò a sdraiarsi,
sprofondando nel materasso per l’impeto con cui lei si muoveva. Provò ad
aiutarla, a contenerla e indirizzarla, ma era una piccola gatta selvatica tra le
sue mani e continuava ad andare su e giù oscillando con i fianchi.
Mai una donna era riuscita a eccitarlo così. Mai aveva trovato una donna
tanto bella e generosa. Mai aveva voluto una donna accanto a sé come voleva
la sua Keeley.
Il seme sembrava ribollirgli nei testicoli. Lei non era l’unica a ritrovarsi
sul punto di venire. Si sentiva ardere, dissolversi, e sapeva che non sarebbe
durato.
Allungò una mano tra i loro corpi, trovò le pieghe umide e prese a
stuzzicare il bottoncino del piacere, fremendo quando la sentì contrarsi
attorno a lui.
— Non posso più resistere! — esclamò.
— E allora lasciati andare — rispose Keeley, riecheggiando ciò che lui
le aveva detto prima. Poi si chinò in avanti e gli strinse il volto tra le mani. —
Io sarò qui per prenderti, guerriero.
La sua dolcezza gli riempì il cuore. Con un gemito strozzato, allentò le
redini e s’inarcò. Fece appena in tempo ad afferrarla per i fianchi e a uscire da
lei prima di erompere in una serie di poderosi schizzi, con Keeley che gli
strinse il membro e lo tenne contro il ventre mentre lui veniva. Pulsava e si
muoveva contro quella morbida pelle, incapace di star fermo mentre il
piacere lo scuoteva.
Quando tornò lentamente a rilassarsi sul materasso, Keeley allentò la
presa e poi scostò la mano. Ma continuò a studiare incuriosita il membro
semieretto, per poi passare il dito su una gocciolina che imperlava la punta,
portarselo alla bocca e leccare voluttuosamente il polpastrello.
Alaric gemette. Lei sollevò un sottile sopracciglio, mentre il membro si
contraeva tornando subito eretto. — Mi chiedevo che sapore hai — gli spiegò
con voce roca. — Quello che ho fatto ti ha eccitato — constatò, inclinando la
testa. — Sai, pensavo a prima, a quando mi assaggiavi con la bocca e con la
lingua. È una cosa che piace anche agli uomini?
— Oh, sì — replicò lui d’un fiato. — La sola idea della tua splendida
bocca attorno al mio uccello è più di quanto possa sopportare.
— Davvero? È una cosa che non avrei mai immaginato.
Lui ridacchiò. — Lo spero bene. Tra l’altro, come avresti fatto a
saperlo?
Un lento sorriso le piegò le labbra. — Sono bastate poche ore insieme a
te per trasformarmi in una spavalda libertina. Le altre donne fanno queste
cose?
— Non m’importa di cosa fanno le altre donne — mormorò lui. —
M’importa solo di cosa fa una certa donna. E sono molto compiaciuto delle
idee che le frullano in testa.
— Ma non è troppo presto? — chiese Keeley, esitante. — Se vuoi
aspettare…
— Lascia solo che mi lavi. Poi tornerò a sdraiarmi, così starai più
comoda.
Lei si appoggiò su un gomito e lo guardò mentre attraversava la stanza
completamente nudo e si fermava davanti alla bacinella. Era molto eccitante
guardarlo mentre lavava con cura il membro, ma poi abbassò lo sguardo e si
accorse che anche lei doveva lavar via il seme colloso dalla pancia.
Alzò la testa e fece per muoversi, ma Alaric tornò indietro con un panno
umido. Si sdraiò accanto a lei e con grande gentilezza la pulì. Il membro era
di nuovo duro e turgido, ma lui pareva a disagio. Forse gli aveva fatto male?
La punta era arrossata e un po’ gonfia, come se fosse infiammata.
Incerta, Keeley tese la mano e carezzò la turgida erezione. Alaric
sobbalzò, poi emise una sorta di gemito strozzato. — Sei sicuro di volerlo?
— gli chiese. — Non so neppure come si fa. Potrei sbagliare e farti male.
Lui sorrise e le carezzò la guancia. — Ti assicuro che è difficile
sbagliare… a meno che tu non lo morda.
Keeley ridacchiò e poi salì con la mano lungo l’addome e il torace.
— Comunque sia, mi sentirei più sicura se tu mi dessi qualche consiglio.
Alaric la baciò, poi le mordicchiò l’angolo della bocca. — Come vuoi.
Adesso ti mostrerò come fare e poi morirò felice nella tua splendida bocca.
Scese dal letto e le porse una mano. Quando Keeley la prese, la fece
sedere sul bordo del materasso e poi allargò le gambe, piantando saldamente i
piedi a terra. Lei afferrò subito il concetto, visto che in quella posizione aveva
il membro davanti alla bocca; Alaric tese il braccio, le strinse la nuca e le
piegò la testa in avanti.
— Apri le tue belle labbra, tesoro. Fammi entrare.
Con la mano libera prese la verga eretta e fece un passo avanti,
addentrandosi tra le labbra schiuse e quindi nella bocca.
La sensazione la lasciò di sasso. Era incredibilmente duro, caldo e
invasivo. Tuttavia la pelle era morbida come seta e il sapore davvero
inebriante.
— Rilassati, fidati di me e respira con il naso.
Solo quando lo sentì pronunciare quelle parole si accorse di essere
incredibilmente tesa. Seguendo le sue istruzioni, si sforzò di calmarsi e
cominciò a respirare dal naso. Lui rinsaldò la presa sulla sua testa e poi la
tenne ferma mentre avanzava ancora un poco. Gli tremavano le dita, un
chiaro segno che non era certo immune alle attenzioni che gli stava
riservando.
Mai aveva pensato che esistesse un atto tanto esplicito. Pareva volgare,
un servizio da prostituta, qualcosa che una donna di classe non avrebbe mai
fatto. Tuttavia la eccitava, voleva compiacerlo ed era disposta a tutto per
riuscirci. Inoltre, il suo corpo reagiva in un modo molto strano: le
formicolavano i seni, mentre le parti più intime e femminili pulsavano e si
bagnavano a tal punto che sarebbe bastata una lieve carezza di Alaric per
farle perdere il controllo.
Il sapore di lui era mascolino quanto il suo odore. Forte, intenso, con un
accenno di legna e fuochi da campo. Prese un profondo respiro, decisa a
inciderselo nella memoria. E quando un lieve schizzo le finì sulla lingua,
l’assaporò e poi lo usò per lubrificare le spinte più profonde, leccando intanto
la punta fino a lavarla completamente.
Alaric si alzò in punta di piedi, piegandosi in avanti e rafforzando la
stretta delle dita sulla nuca. — Fammi entrare ancora. Rilassati e fai un bel
respiro. Sì, Keeley, proprio così. Prendilo tutto.
Lei deglutì e lo accettò fino in gola. Per un attimo lottò per respirare, ma
poi Alaric si aggiustò meglio e allora fu più facile. Era dentro di lei. Tutto ciò
che gustava, respirava e vedeva era il suo membro sempre più gonfio. E
quando lui si ritirò, era talmente affannato da riempire il silenzio della stanza
con respiri tormentati.
Per un lungo istante restò fermo con il membro vicinissimo alle sue
labbra. Anche lei respirava con affanno, eccitata e bramosa; poi, raucamente,
Alaric le ordinò di voltarsi.
Confusa, Keeley sbatté gli occhi e guardò dietro di sé. Era seduta sul
letto. Che cosa doveva fare esattamente?
— Mettiti carponi sul materasso, voltata dall’altra parte — le spiegò.
Mentre gli obbediva incerta, lui l’aiutò a sistemarsi sulle mani e le
ginocchia, con la faccia rivolta verso la parete. Poi la tirò un po’
indietro, allargandole le gambe sul materasso fino a quando i piedi non
sporsero fuori dal letto.
Non appena fu soddisfatto della sua posizione, le strinse i fianchi e posò
le dita sui glutei. Le faceva uno strano effetto ritrovarsi così. La sua mente si
riempì delle immagini più sconce, ma non era certa che fosse possibile fare
quelle cose.
Alaric affondò le dita nei morbidi emisferi, quindi scese e le divaricò le
pieghe. Passò l’indice sulla carne umida e gonfia, poi la penetrò senza alcun
preavviso. L’invasione del dito la colse di sorpresa, ma si mosse comunque
per venirgli incontro.
— Vorrei prenderti così, Keeley, come uno stallone che copre la
giumenta. Credi che ti piacerebbe?
Lei chiuse gli occhi e chinò la testa, per calmarsi. — Proviamo — gli
rispose, anche se le tremavano le gambe e doveva allargare completamente le
dita per non cadere in avanti. Si sentiva molto vulnerabile in quella posizione,
priva di ogni possibilità di difesa. Lui poteva farle ciò che voleva, prenderla
come più gradiva, e non vi sarebbe stato modo di fermarlo.
Di nuovo una mano callosa le carezzò il fondoschiena, omaggiandola e
deliziandola fino a quando le sfuggì un sospiro.
Allora Alaric le afferrò un fianco con la mano per tenerla ferma e la
grossa punta si fece strada tra le pieghe violandola giusto un poco. Si ritirò e
un attimo più tardi affondò di nuovo in lei, riempiendola con una sola, lunga
spinta fino all’elsa della spada.
Keeley gettò indietro la testa e avrebbe urlato se lui non fosse stato
pronto a coprirle la bocca con la mano. — Sssh. Rilassati, tesoro — la blandì.
Ansimò forte quando Alaric spinse ancora. Non sembrava possibile che
riuscisse a penetrarla così profondamente. Si sentiva tendere tutta, tanto
stretta attorno a lui da provare quasi dolore.
— Adesso ti prenderò davvero, Keeley — le disse in una sorta di
ringhio. Aveva la voce bassa e rugginosa, come se fosse a un passo dal
perdere il controllo. — Stai ferma e lascia fare a me. Starò attento, promesso.
Lei gli credeva, ma si rendeva conto di non avere scelta. Crollò con la
testa sul materasso e allargò le braccia, afferrandosi forte alle coperte. Solo le
ginocchia la sostenevano quando lui cominciò a muoversi avanti e indietro.
Immagini di ogni sorta le riempirono la mente. Che aspetto avevano
mentre Alaric la possedeva in quel modo? La bocca le si asciugò
completamente e chiuse gli occhi mentre il piacere le invadeva ogni fibra del
corpo.
Lo sentiva tutto dentro, molto di più delle volte precedenti. Ed era anche
più sensibile dopo aver già sperimentato la sua invasione. Ogni spinta le
causava sia dolore sia piacere, crudo, tagliente piacere.
Ma dopo qualche istante anche quel piacere si dissipò, lasciando solo le
brucianti fitte causate da ogni affondo. Lui era troppo duro, troppo grosso,
troppo implacabile in quella posizione. Quando la riempì di nuovo, e con
tanta forza da sbattere i fianchi contro i glutei, lei si rialzò di scatto, gridò e
annaspò per allontanarsi.
Alaric si fermò subito. Poi si ritirò cautamente, ma anche questo le
strappò un grido di dolore. — Keeley, cosa c’è? Ti faccio male?
La prese per i fianchi e la voltò, mettendola seduta sul letto e
abbracciandola forte. Poi le baciò la fronte e le carezzò i capelli, guardandola
preoccupato.
Lei fece una smorfia. — Credo di essere un po’ infiammata.
Gli sfuggì un’imprecazione. — Hai appena perso la verginità e io ti ho
convinta a fare cose degne delle donne più esperte. Ho sbagliato e ti chiedo
scusa. Ti desidero così tanto da scordarmi completamente delle tue necessità.
Keeley sorrise e gli carezzò teneramente la guancia. — Anch’io ti
desidero tanto da scordarmi ogni cosa. Ma non è stato nulla di grave, solo un
po’ di dolore.
Alaric scosse la testa. — Avresti bisogno di un bel bagno caldo per
lenire il bruciore che sicuramente proverai. Farò portare una tinozza nella tua
stanza, così potrai restare immersa quanto vuoi.
Di nuovo lei sorrise, poi si chinò in avanti per cercare le sue labbra.
— Un bagno caldo è quello che ci vuole, ma manca ancora un’ora
all’alba e voglio trascorrerla tra le tue braccia. Non possiamo dormire insieme
per il poco tempo che ci resta?
Lui la guardò teneramente, poi le tolse dal viso una ciocca di capelli. —
Sì, certo. Non chiedo altro che poterti stringere. E quando sorgerà il sole farò
portare la tinozza nella tua stanza, così non patirai conseguenze per ciò che è
successo questa notte.
— Non m’importa delle conseguenze — replicò Keeley d’un fiato,
stringendogli le mani. — Ero pronta a tutto pur di trascorrere questa notte con
te e adesso so di aver fatto la scelta giusta. Accada ciò che deve accadere,
Alaric: io non ho paura.
— E lo stesso vale per me. Se mai un giorno vi saranno conseguenze per
questa notte, le affronterò a testa alta. Non mi pentirò mai di ciò che abbiamo
fatto. Il ricordo di noi due sarà sempre nel mio cuore.
Insieme si sdraiarono sul letto, Alaric recuperò le coperte e coprì
entrambi. Poi sprofondarono in un caldo abbraccio, carezzandosi e
baciandosi.
— Svegliami se mi addormento — sussurrò Keeley. — Non voglio
perdere un solo istante se posso trascorrerlo con te.
Alaric le baciò la fronte e le scostò dolcemente i capelli. — Non fingerò
mai di non averti amata, Keeley. In pubblico starò attento a non portare
alcuna vergogna su di te, ma in privato non ti aspettare che mi comporti come
se tu non mi avessi donato la tua virtù.
Un mesto sorriso le piegò le labbra. — No, Alaric, neppure io fingerò
che non sia successo nulla. Ma faremo bene a non coltivare inutili speranze.
— Basta parlare di queste cose. Mi riempiono il cuore di tristezza.
— Allora stringimi forte e baciami, guerriero. Scaldami fino a quando
dovrò alzarmi per tornare nel mio letto.
— Ah, mia guaritrice. Avevo in mente di fare proprio questo.
20
Le prime luci dell’alba tingevano il cielo, portando con loro la straziante
consapevolezza che la notte era finita. Keeley giaceva addormentata accanto
a lui, con la testa appoggiata nell’incavo della sua spalla. Lo cingeva
possessivamente con il braccio e gli premeva i seni contro il fianco.
Lentamente le carezzò la spalla nuda, inspirando il profumo dei suoi
capelli. Adorava toccarla. Adorava la fragranza che sempre l’avvolgeva,
adorava sentirla così vicina. Era una sensazione che voleva provare per una
vita intera e invece era costretto a pensare a un’altra donna. Un’estranea che
non possedeva la dolcezza e la passione di Keeley. E neppure la sua
caparbietà, senza dubbio irritante, ma che lo divertiva oltre ogni descrizione.
Si voltò e la strinse forte, affondando il volto nei suoi splendidi capelli.
Lei si mosse e poi si stiracchiò, inarcando la schiena.
Mentre si tirava un po’ indietro per guardarla, lei si produsse in un
grande sbadiglio. Poi sbatté le lunghe ciglia e aprì gli occhi; all’inizio lo
studiò assonnata, poi il torpore si dissolse e un caldo sorriso le illuminò il
viso.
Incapace di resistere, Alaric le carezzò la guancia con il dorso della
mano. Quando arrivò alla bocca si fermò e lei gli baciò le nocche prima di
tornare a guardarlo.
— Buongiorno — le mormorò.
Keeley si rannicchiò contro di lui. — Il giorno non è ancora cominciato
e già lo odio.
L’apprensione gli strinse la gola. — Anch’io. Ma devi affrettarti a
tornare nel tuo letto prima che qualcuno ti scopra.
Lei sospirò e si sollevò sul gomito, con i capelli che le caddero a coprire
i seni prosperosi. Ma quando accennò ad alzarsi, lui la prese per i fianchi e la
riportò a letto, rotolando in modo da sistemarla sopra di sé. Poi le catturò le
labbra, così piene e dolci, morbide come la seta più pregiata. La baciò come
non aveva mai baciato nessuna donna, mettendo in ogni assalto tutto il
desiderio e il rammarico che provava.
Fu Keeley a tirarsi indietro, negli occhi le medesime emozioni che
laceravano anche lui. Sentendosi morire dentro, Alaric le carezzò di nuovo la
guancia e poi affondò le dita nella folta cortina di capelli. — Sei una donna
speciale, Keeley. Voglio che tu sappia che per me non hai eguali.
Keeley sorrise e si chinò per dargli un altro bacio. — Anche tu non hai
eguali, Alaric McCabe. Ti porterò sempre nel cuore.
Con gli sguardi incatenati, sospirarono. Era giunto il momento di
separarsi. Lei doveva tornare in camera prima che il maniero si svegliasse e i
corridoi si riempissero di gente. — Vestiti, tesoro — le disse. — Io darò a
Gannon qualche istruzione extra.
Mentre Keeley si affrettava a rivestirsi, lui andò alla porta e la schiuse
giusto un poco. Nel corridoio ancora immerso nel buio c’era solo Gannon.
Non una torcia ardeva, né si sentiva alcuna voce. — Gannon — chiamò con
un sussurro.
Abituato a svegliarsi al minimo rumore, il guerriero aprì gli occhi e
balzò in piedi. — C’è qualcosa che non va? — gli chiese.
— No, ma ho bisogno del tuo aiuto.
Gannon attese.
— Sposta la tinozza da questa camera a quella di Keeley, poi chiedi alle
donne di portarle l’acqua calda per un bagno. Assicurati che nessuno sappia
dove ha trascorso la notte: mentre tu sei di sotto, io l’accompagnerò nella sua
stanza.
Lo vide annuire e si voltò per accertarsi che Keeley fosse vestita.
Anche così, non voleva che si sentisse in imbarazzo quando Gannon
entrava e dunque la nascose col suo fisico massiccio mentre il guerriero
prelevava la tinozza e la portava via.
Keeley appoggiò la guancia al suo torace e lui le baciò teneramente la
testa. Quando la porta si richiuse, Alaric fece un passo indietro e le strinse le
spalle. — Vieni, ti accompagno in camera. Mettiti subito a letto e restaci fino
a quando arriveranno le donne con l’acqua calda, così sembrerà che ti sei
appena svegliata.
Lei si morse il labbro e annuì. Prima di cedere alla tentazione di
abbracciarla ancora, Alaric la condusse verso la porta e poi nel corridoio.
Quando raggiunsero la stanza, Gannon stava uscendo; lui alzò un dito per
chiedergli di aspettarlo, poi entrò con Keeley.
Sedette sul letto e la guardò in silenzio mentre si spogliava e s’infilava
sotto le coperte. Poi si chinò e le diede un bacio sulla fronte.
— Ricorderò la nostra notte per sempre — le disse.
— Anch’io — sussurrò Keeley. — Ma adesso vai, ti prego.
Indugiare ancora rende solo più difficile lasciarsi.
Alaric deglutì e si alzò bruscamente, conscio che lei aveva ragione.
Più indugiava e più cresceva la tentazione di mandare tutti al diavolo.
Uscì senza neppure voltarsi e trovò Gannon ad attenderlo.
Sforzandosi di tener ferma la voce, gli diede le altre istruzioni.
— Mentre fa il bagno, assicurati che non venga disturbata. Anzi, fai
circolare la voce che non sta molto bene e che deve dormire ancora.
Per oggi, è meglio che non svolga alcun lavoro.
— Come vuoi — rispose Gannon con un cenno.
Alaric lo guardò allontanarsi, poi rientrò nella sua stanza. Chiuse la
porta e vi si appoggiò pesantemente, con il cuore che batteva così forte da
sembrare il rumore di un’ascia che colpisce un tronco.
Giacere con Keeley era stato il più dolce dei piaceri. Ma dopo averla
resa sua, sapere che in realtà non poteva averla era un’agonia più dolorosa di
qualsiasi ferita.
Keeley si accovacciò nell’acqua e avvicinò le gambe al petto. Il bagno
caldo era un toccasana per il corpo, ma non poteva nulla contro la pena che le
stringeva il cuore.
Scosse la testa e si chinò, posando la guancia sulle ginocchia. Le ore
trascorse con Alaric erano state le più belle della sua vita. Avrebbe ricordato
per sempre la loro notte, rivivendo ogni parola, ogni carezza, ogni fervido
bacio.
Ma non poteva permettersi di cedere allo sconforto, anche se non era
facile tenere a bada la tristezza.
Qualcuno bussò alla porta e lei chiuse gli occhi, stringendo forte le
gambe. Se non rispondeva, forse l’avrebbero lasciata in pace. Lo sperò
ardentemente per un attimo, ma con suo grande orrore la porta si aprì. Subito
cercò qualcosa per coprirsi, ma poi Maddie fece capolino e la guardò
preoccupata.
Keeley si accasciò contro il bordo della tinozza e tirò un sospiro di
sollievo. — Ah, siete voi. Mi avete fatto venire il crepacuore.
— Ho sentito che oggi non state bene e mi chiedevo se posso aiutarvi.
Lei sorrise, o meglio ci provò. Ma ottenne solo il risultato di sentirsi
pungere gli occhi; tirò su col naso e si sforzò di trattenere le lacrime, ma la
prima le scivolò lentamente sulla guancia e allora fu perduta.
Maddie la guardò sgomenta, poi la sua espressione si riempì di pena. —
Oh no, ragazza, cosa è successo? Avanti, non piangete e lasciate che vi aiuti a
uscire da quella tinozza. Si aggiusterà tutto, ne sono certa.
Keeley le permise di aiutarla e poi, avvolta in morbidi panni di lino,
sedette davanti al fuoco mentre la donna le spazzolava i capelli.
— Che cosa vi agita tanto? — chiese l’anziana con gentilezza materna.
— Non è da voi piangere così.
— Oh, Maddie, temo proprio di aver commesso un grave errore.
Ma vi confesso che non me ne pentirò mai.
— E questo grave errore ha qualcosa a che fare con Alaric McCabe?
Lei la guardò con occhi pieni di lacrime. — È così evidente? Tutti sanno
del mio disonore?
Maddie la cinse tra le braccia. — No, non preoccupatevi. Nessuno sa
nulla — le rispose, dondolando avanti e indietro.
— Ho giaciuto con lui — sussurrò Keeley. — Deve sposare un’altra, e
io mi sono concessa comunque. Ma non riuscivo più a resistere!
— Voi lo amate.
— Sì. Lo amo.
Maddie annuì con grande comprensione. — Non è una vergogna giacere
con l’uomo che si ama. Tuttavia, devo chiedervelo: lui ha approfittato di voi?
La diffidenza con cui pronunciò quelle parole colpì Keeley come una
stilettata. Dimenandosi, si liberò dal suo abbraccio. — No! Lui è tormentato
quanto me. Sapevamo entrambi che deve sposare Rionna e abbiamo fatto di
tutto per ignorare ciò che è nato tra di noi. Sono stata io ad andare nella sua
camera ieri sera.
Maddie le passò affettuosamente le dita tra i capelli. — È sempre
difficile tenere a bada le pulsioni del cuore. Non so cosa dire per alleviare la
vostra pena, ma di una cosa sono certa: voi siete una brava ragazza, Keeley.
Non dovete permettere alla cattiveria che ha segnato il vostro passato
d’influenzarvi adesso. Non siete una sgualdrina.
Avete uno spirito forte e leale e noi siamo fortunati ad avervi trovata.
Keeley sprofondò di nuovo nel materno abbraccio di Maddie e la strinse
forte. — Grazie. Voi e le altre donne del maniero siete le migliori amiche che
potevo sperare di trovare. Non dimenticherò mai la vostra gentilezza e la
vostra comprensione.
Maddie le carezzò i capelli ricambiando l’abbraccio. — Gannon ha detto
a tutti che siete stanca e sofferente. Persino il laird afferma che avete fatto
molto da quando siete qui. Per cui, se siete d’accordo, adesso scenderò e
chiederò a Gertie di prepararvi qualcosa da mangiare. Se volete resterò a
tenervi compagnia, ma forse preferite mangiare da sola e poi tornare a letto
per una lunga e riposante dormita.
Annuendo, Keeley si sciolse lentamente dall’abbraccio. — No, non
voglio restare da sola. Ma vi confesso che sono molto stanca e soprattutto
molto triste. Non ho la forza di scendere di sotto, sorridere e far finta che non
sia successo nulla.
Maddie le diede un colpetto sulla mano. — Allora andate a letto e
lasciate fare a me. E non preoccupatevi per il vostro segreto: non lo dirò a
nessuno, neppure a milady. Dopotutto, spetta a voi decidere chi deve saperlo.
— Grazie, Maddie — ripeté Keeley.
L’anziana donna si alzò e indicò il letto. — Adesso mettetevi sotto le
coperte e state tranquilla. Ah, suppongo che vogliate una razione abbondante:
dopo una notte di passione, avrete una fame da lupi.
Keeley arrossì e rise. — Sì, ho davvero una gran fame.
Sorridendo, Maddie uscì e si chiuse la porta alle spalle. Keeley infilò la
camicia da notte e poi si rimise a letto, coprendosi il più possibile. La
giornata era gelida e nonostante il fuoco che scoppiettava nel camino, lei
rabbrividiva comunque per gli spifferi.
Mentre aspettava si mise a fissare il soffitto, grata di non dover
trascorrere la giornata da sola. Il cuore le sanguinava già abbastanza senza
aggiungervi il peso della solitudine. A volte, solo le amiche potevano curare
certe ferite. Le mancavano così tanto gli anni spensierati trascorsi con
Rionna!
Per tanto tempo aveva vissuto isolata dal mondo, ma adesso che aveva
ritrovato l’amicizia e il cameratismo di altre donne, l’idea di tornare nel suo
cottage freddo e solitario era più di quanto riuscisse a sopportare.
Voleva diventare una McCabe. Anche se era doloroso ripudiare il
passato, anche se avere Alaric vicino sarebbe stata una tortura, non poteva
più tornare indietro. Non era mai stata una codarda, né una donna che davanti
alle ingiustizie si nascondeva in un angolino a leccarsi le ferite. Ma era stanca
di essere sola.
Voleva un clan. Voleva sentirsi parte di un gruppo.
Poco dopo, Maddie ritornò non solo con Mairin, ma anche con
Christina. Tutte e tre entrarono nella sua stanza con un caldo sorriso sulle
labbra, pronte a sostenerla e a tenerle compagnia.
Christina non stava più nella pelle per la felicità mentre parlava della
proposta di matrimonio di Cormac. Maddie lanciò un’occhiata a Keeley e poi
tese la mano per stringere la sua. Lei ricambiò la stretta e poi sorrise con
affetto alla sua amica.
Si lasciò contagiare dalla gioia di Christina, provando un conforto di cui
aveva disperatamente bisogno. Seduta sul letto con la schiena contro il
cuscino e le coperte fino al mento, guardò Maddie che aggiungeva un ceppo
al fuoco. Poi arrivò il pranzo e presto le chiacchiere e le risate delle quattro
donne riempirono il corridoio, echeggiando fin nella sala grande.
Fermo sulla porta della sua camera, Alaric sentì la cristallina risata di
Keeley. Chiuse gli occhi, si sfregò la radice del naso, poi si voltò e si diresse
verso le scale, ignorando il pulsante dolore al fianco.
21
— Keeley! Keeley!
Keeley si voltò e vide Crispen correre verso di lei nella sala grande.
Allora piantò i piedi a terra e si preparò all’impatto, abituata al modo in
cui il figlio del laird la “salutava”.
Il ragazzino si lanciò su di lei, facendole quasi perdere l’equilibrio.
Solo il fatto che se lo aspettava risparmiò a entrambi una caduta
imbarazzante. — Crispen — disse ridendo, per poi scostarlo un poco da sé.
— Cosa c’è di così urgente?
— Vieni a giocare nella neve con noi? Mamma non può, perché papà le
ha vietato di uscire dal maniero. A lei non piace, ma Maddie dice che è giusto
perché potrebbe scivolare sul ghiaccio visto che è così impacciata e rotonda
come una zucca.
Lei aggrottò la fronte, trattenendosi dal ridere per quella raffica di
parole.
— La bufera è passata e splende il sole. È una bellissima giornata e papà
si sta allenando con i guerrieri dall’alba. Mi ha dato il permesso di giocare
sulla collina a condizione che portiamo Cormac e Gannon con noi.
— Va bene, ma adesso calmati — disse Keeley sorridendo. — In effetti,
prenderei volentieri un po’ d’aria.
Il volto di Crispen s’illuminò. — Allora verrai? Davvero? — Era così
contento da mettersi a saltellare tra i tavoli.
— Dammi solo il tempo d’indossare qualcosa di più caldo. Ci vediamo
nell’atrio tra qualche minuto.
Guardò Crispen precipitarsi fuori dal salone, poi scosse la testa e si
avviò verso le scale. Quando scese, Cormac e Gannon la attendevano accanto
al portone circondati da un folto gruppo di bambini. Lei gli sorrise, e i
guerrieri risposero con un’occhiata rassegnata. Si tennero in disparte mentre i
piccoli McCabe la salutavano con entusiasmo, abbracciandola uno dopo
l’altro e baciandole la guancia. Dopodiché uscirono, con il chiassoso gruppo
che precedeva i tre adulti nel cortile innevato.
Keeley sentì il freddo penetrarle fin nelle ossa, provocandole la pelle
d’oca. — Si gela oggi!
— Sì, c’è da morire assiderati — borbottò Cormac. — Specialmente se
bisogna star fermi nella neve a sorvegliare i bambini.
Lei gli rivolse un sorriso incoraggiante. — Credo che Christina ci
raggiungerà presto.
Il volto del giovane guerriero s’illuminò, ma poi lanciò un’occhiata a
Gannon e la sua espressione tornò a farsi impassibile.
— Forza, andiamo! — li spronò Crispen, prendendo Keeley per mano e
trascinandola sul pendio verso la zona riservata ai giochi dei bambini. Qui il
drappello si divise in due squadre, e lei gemette quando capì che il gioco
consisteva nel tirarsi palle di neve fino a quando uno dei gruppi si arrendeva.
Per sua fortuna, Keeley finì nello stesso gruppo di Gretchen, che si
dimostrò un asso nel centrare i bersagli. Gli avversari gridavano oltraggiati
quando la ragazzina li colpiva in faccia, fino a che, stanchi per il gran correre
e con le dita gelate, i bambini concordarono unanimi una tregua.
Mentre soffiava sulle mani per scaldarle, Keeley vide Crispen e
Gretchen parlottare e lanciare rapide occhiate a Gannon e Cormac.
— Chiedilo tu — borbottò Crispen.
— No, tu — replicò Gretchen. — Sono i guerrieri di tuo padre. Se glielo
chiedi tu, non potranno rifiutarsi.
Crispen mise le mani sui fianchi. — Ma tu sei una ragazza. Tutti sanno
che le ragazze ottengono sempre ciò che vogliono.
Gretchen alzò gli occhi al cielo e poi gli diede un colpo secco alla spalla.
— Ahi! — gridò Crispen, fulminandola con gli occhi e massaggiandosi
il braccio. — Facciamo così: lo chiediamo insieme.
La ragazzina sorrise, annuì e insieme corsero da Gannon. Keeley seguì
la scena con interesse quando vide il guerriero trasalire. Poi Cormac lo
raggiunse, ascoltò la richiesta dei bambini e anche lui aggrottò la fronte, ma
Crispen e Gretchen non sembravano intenzionati a cedere.
Alla fine, dopo aver provato in tutti i modi, Gretchen parve rinunciare.
La sua determinazione si mutò in pena, poi grosse lacrime le rigarono le
guance. I guerrieri si guardavano a disagio e Keeley sospirò. — Poveretti.
Adesso non hanno più scampo.
Passi nella neve la spinsero a voltarsi. Christina li stava raggiungendo,
assistendo a sua volta alla scenetta con occhi divertiti.
— Gretchen sa bene come usare le arti femminili per ottenere ciò che
vuole — disse. — È la ragazzina più sveglia che abbia mai conosciuto.
Se non riesce a vincere con le armi, allora ricorre alle lacrime.
— Sono proprio curiosa di scoprire cosa vogliono con tanta insistenza.
— Qualunque cosa sia, sembra proprio che la otterranno.
Cormac alzò lo sguardo e i suoi occhi s’illuminarono quando vide
Christina. Gannon si avviò verso il maniero, mentre i due bambini tornarono
con Cormac verso il gruppo.
— Gannon sta andando a prendere lo scudo! — esclamò Crispen al
colmo della gioia.
— Lo scudo? — chiese Keeley.
— Sì, per usarlo come slitta — spiegò Gretchen.
— È un peccato mortale usare uno scudo in quel modo — borbottò
Cormac.
— Però è divertente, e nessuno si fa male — concluse Crispen con voce
squillante.
Poco dopo Gannon ricomparve in lontananza, con il sole che si rifletteva
sul grosso scudo metallico che teneva in mano. Quando raggiunse il gruppo, i
bambini lo accolsero esultando ma lui li zittì con un cenno. — Gli arcieri si
stanno allenando, quindi non potete scendere verso il maniero — chiarì
subito. — Pertanto, visto che da questo punto rischiate di finire nel lago,
dobbiamo spostarci sull’altro versante.
Con una certa sorpresa di Keeley, i bambini batterono le mani per la
gioia. — Sì! — gridarono. — Il pendio è ancora più ripido da quella parte.
Avanzando nella neve fresca, il gruppo raggiunse il versante opposto. —
Prima io! — gridò Robbie non appena si ritrovarono a contemplare la
candida discesa sotto di loro.
— No. L’idea è stata mia e sono andata io a chiedere a Gannon di
prendere lo scudo — protestò Gretchen. — Quindi è giusto che vada io per
prima.
— Lasciala andare — mormorò Crispen all’amico. — Così aprirà la
pista e se c’è qualche masso sepolto dalla neve, sarà lei a schiantarsi.
Robbie sorrise. — Già — rispose. — Va bene, Gretchen. Vai tu per
prima.
La ragazzina li studiò sospettosa, ma poi sedette con un gran sorriso
sullo scudo che Gannon aveva appoggiato sulla neve. — Tieniti forte alla
cinghia — le raccomandò Christina con ansia. — Sistema la gonna tra le
ginocchia e resta in equilibrio.
— Sei pronta? — chiese Cormac.
— Sì. Datemi una spinta — esortò Gretchen, gli occhi grandi per
l’eccitazione.
Il guerriero spinse piano, ma il lucido scudo metallico era perfetto come
slitta. Gretchen prese subito velocità e nel tratto più ripido parve quasi volare
sulla superficie scintillante. Poco prima di concludere la discesa, si voltò
verso i suoi spettatori e lanciò un grido di gioia, per poi rimettersi in perfetto
equilibrio sfruttando il proprio peso e fermarsi a poca distanza dalla foresta
che si apriva nel fondovalle.
— È una ragazzina in gamba — commentò Gannon con una certa
rassegnazione. — Meglio per lei, visto che da grande comanderà un’armata.
Christina e Keeley si scambiarono un’occhiata divertita.
Intanto Gretchen cominciava a risalire, trascinando lo scudo dietro di sé.
Agitò la mano per indicare al gruppo che era tutto a posto, ma bastava
guardare il suo sorriso per capirlo. Quando giunse a metà del pendio, Gannon
scese ad aiutarla: prese lo scudo, poi la afferrò con il braccio libero e la
sollevò, riportandola in cima in pochi istanti.
Crispen scese dopo di lei, gridando e ridendo per tutta la pista. La sua
voce cristallina echeggiò nella neve e una volta raggiunta la spianata davanti
alla foresta, riuscì persino a girare lo scudo per poi fermarsi con un’ampia
derapata sul ghiaccio.
Adesso toccava a Robbie, che gridò il suo affronto quando lo scudo
rimbalzò e poi si rovesciò, facendolo volare nella neve a metà del pendio.
Incapace di fermarsi, il ragazzino continuò a rotolare in una serie inarrestabile
di capriole, ma quando arrivò sul piano si rialzò ridendo a crepapelle e
spolverandosi la neve dai vestiti.
Fu l’inizio di un nuovo gioco. I bambini si guardarono e poi, guidati
come sempre da Gretchen e Crispen, rotolarono giù per il pendio.
— Volete provare anche voi, Keeley? — le domandò Gannon, indicando
lo scudo.
La prima risposta che le venne in mente fu un netto rifiuto, ma poi notò
il divertimento sul volto del guerriero. La stava sfidando?
Socchiuse gli occhi e gli lanciò un’occhiataccia. — Mi ritenete troppo
paurosa per accettare, vero?
Gannon reagì con un’alzata di spalle. — In effetti, sembra una discesa
troppo ripida per una ragazza striminzita come voi.
Christina tossicchiò e si coprì la bocca con la mano.
— Allora non mi sbagliavo: si tratta di una sfida. Bene, Gannon, accetto.
Ma a una condizione: se arrivo fino in fondo senza cadere dallo scudo, voi e
Cormac scenderete dopo di me.
Cormac s’incupì. — Non è dignitoso per un guerriero giocare come un
bambino.
— Ebbene, se avete paura… — commentò lei con innocenza.
— Mettete in dubbio il nostro coraggio? — le chiese Gannon incredulo.
— Sì, lo metto in dubbio. E adesso cosa farete?
Gannon gettò lo scudo sulla neve e lo tenne fermo con un piede. —
Salite, allora, e preparatevi a fare una figuraccia.
Keeley alzò gli occhi al cielo e sedette sul gelido metallo. — È tipico di
un uomo farsi accecare dall’orgoglio davanti a una sicura sconfitta.
Prima che potesse aggiungere altro, Gannon le diede una poderosa
spinta giù per il pendio. Lei si piegò all’indietro e strattonò forte la cinghia
per mantenere l’equilibrio mentre lo scudo scivolava rapidissimo sul pendio
innevato.
Santo cielo, era molto più difficile di quanto ricordasse. Ma conosceva
un paio di trucchi e si augurava che bastassero per arrivare fino in fondo
senza dare a quei due la soddisfazione di vederla cadere bocconi nella neve.
Ai piedi del pendio, i bambini la aspettavano strillando e ridendo.
Grida di trionfo si levarono quando lei raggiunse con successo la zona in
piano; peccato solo che filasse tanto da non riuscire a fermarsi e così li
superò, raggiunse il margine della foresta e proseguì ancora, inoltrandosi tra
gli alberi.
Chiuse gli occhi e alzò le braccia per ripararsi proprio mentre lo scudo
urtava qualcosa, scagliandola in aria. Atterrò in un cumulo di neve, che le
riempì gli occhi e la bocca costringendola a sputacchiare e a pulirsi il volto
con la manica.
Grazie a Dio non era finita contro un tronco.
— Keeley! Keeley!
Tutti la stavano chiamando, si voltò e vide Crispen addentrarsi nel bosco
insieme a Gretchen; in lontananza, i due guerrieri scendevano frettolosamente
il pendio dopo aver detto a Christina di restare dov’era.
Uno strano brivido le corse lungo la schiena. Sentì rizzarsi i capelli della
nuca, poi un ramo si spezzò. Si voltò di nuovo verso il bosco e vide un
gruppo di sconosciuti correre tra gli alberi, puntando proprio verso di lei e i
bambini.
— Allarmi! — gridò. — Ci stanno attaccando!
Incuriosito dal fatto che Gannon avesse prelevato un vecchio scudo dalla
catasta di armi che andavano riparate, Alaric lo seguì su per l’altura verso
l’area in cui in genere giocavano i bambini. Solo che non vedeva nessuno;
sapeva che Keeley era andata con Crispen e gli altri ragazzini, perché Ewan
aveva dato a tutti loro il permesso di uscire dal maniero scortati, ma
evidentemente si erano spostati dal punto stabilito.
Accelerò il passo e quando arrivò in cima vide Keeley, Christina e i due
guerrieri molto più avanti sul versante opposto. Allora capì a cosa serviva lo
scudo: Gretchen sedette nella parte concava, poi partì a gran velocità lungo la
discesa fino ai piedi della collina. Con un sorriso proseguì: anche lui da
bambino usava un vecchio scudo come slitta e ricordava ancora le risate che
si faceva con gli amici.
Mentre marciava nella neve fresca, sbatté gli occhi vedendo Keeley
sedersi nello scudo e poi Gannon darle una gran spinta. Un po’ troppo forte
per una fanciulla minuta come lei: infatti Keeley partì a rotta di collo e poté
solo tenersi alla cinghia mentre volava sul pendio senza alcun controllo,
destinata senza dubbio a finire in qualche guaio.
La slitta sparì nella foresta proprio mentre Gannon e Cormac si
voltavano, vedendolo fermo nella neve a pochi passi di distanza.
I due si gettarono correndo giù per il pendio, inciampando e scivolando.
I bambini erano già scomparsi tra gli alberi quando lui cominciò più
cautamente la discesa.
Il grido di Keeley li fece trasalire tutti. — Allarmi! Ci stanno
attaccando!
Senza perdere un solo istante, tutti e tre sguainarono le spade.
Cormac si voltò e rilanciò l’allarme verso il maniero sperando che gli
armigeri sugli spalti lo sentissero, poi gridò a Christina di correre a cercare
aiuto.
Non appena si addentrarono nel bosco, i bambini vennero loro incontro
guidati da Robbie e Gretchen. Tutti erano in lacrime — Hanno preso Crispen
e Keeley! — gridarono. — Dovete sbrigarvi.
Hanno dei cavalli.
— Dannazione! — imprecò Alaric. — Non li prenderemo mai a piedi
nella neve fresca.
Usando le spade per sostenersi, avanzarono faticosamente tra gli alberi
fino a trovare le tracce dei cavalli. Puntavano verso il cuore della foresta e
una morsa di rabbia e paura strinse Alaric alla gola, soffocandolo. L’anno
prima avevano quasi perso Crispen. Nessuno pensava più di ritrovarlo vivo. E
adesso non solo rischiava di perdere il nipote che adorava, ma anche la donna
a cui teneva più della vita stessa.
Stringendo i denti, proseguirono e presto arrivarono in un punto in cui la
foresta era particolarmente fitta. Poco oltre si apriva una radura e mentre
studiavano le tracce, Crispen sorprese tutti spuntando da dietro un cespuglio e
gettandosi tra le braccia di Alaric. — Zio, devi fare qualcosa! Hanno rapito
Keeley e pensano che sia mia madre. Non appena si renderanno conto
dell’errore, la uccideranno!
— Come hai fatto a liberarti? — gli chiese lui. Quei bastardi erano
convinti di aver messo le mani sulla moglie e il figlio di Ewan, ovvero coloro
a cui il signore dei McCabe teneva di più al mondo. Cameron li avrebbe
pagati a peso d’oro e quindi non poteva credere che avessero lasciato andare
Crispen di proposito.
— Keeley ha colpito due di loro tra le gambe e mi ha gridato di fuggire.
Anche lei stava per farcela, ma poi un terzo è spuntato dagli alberi e l’ha
afferrata per i capelli.
— Quella ragazza ha salvato Crispen — mormorò Cormac.
Alaric annuì. — Si direbbe che salvare i McCabe sia diventata
un’abitudine per lei — commentò, per poi stringere Crispen per le piccole
spalle. — Stai bene, ragazzo? Ho bisogno che tu corra al maniero e avverta
tuo padre di cosa è successo. Digli che abbiamo bisogno di uomini a cavallo.
Deve organizzare le ricerche senza però sguarnire gli spalti. Potrebbe essere
una trappola e bisogna proteggere tua madre a tutti i costi.
— Vado subito — replicò Crispen, il giovane volto fiero e determinato.
Non sembrava più un bambino, ma un piccolo guerriero pieno di furia
combattiva.
— Bravo. Noi invece proseguiamo — ordinò Alaric a Gannon e
Cormac. — È importante non perdere la pista. Seguiremo a piedi le loro
tracce fino a quando gli altri ci raggiungeranno a cavallo, poi daremo il via
alla caccia.
22
Dopo lunghi minuti, Ewan emerse al galoppo dal bosco portando il
cavallo di Alaric. Guidava un grosso gruppo di guerrieri, protetti dalle
armature e con le spade sguainate.
Sebbene fosse la prima volta che montava in sella dal giorno in cui era
stato ferito, Alaric balzò vigorosamente in groppa al suo destriero ignorando
le fitte lancinanti che partirono dal fianco. Gannon e Cormac montarono i
loro cavalli e il drappello ripartì, inoltrandosi nel folto della foresta.
Ignorando gli ordini di Ewan, Alaric spronava furiosamente il cavallo
incurante di sassi e buche. Precedeva il gruppo lungo la pista lasciata dai
fuggitivi per poi aspettare gli altri scalpitando. — Sii prudente — lo
rimproverò il laird. — Potrebbe essere un’imboscata.
Lui lo guardò irritato. — Sono convinti di aver rapito Mairin. Mi
consiglieresti di stare attento se ci fosse davvero lei nelle mani di quei
tagliagole?
Ewan fece una smorfia, ma non disse nulla.
— Non possono pensare di andare lontano con questa neve — riprese
Alaric, studiando il terreno. — Hanno rischiato il tutto per tutto.
— Lo penso anch’io. Hanno visto l’occasione e si sono affrettati a
coglierla senza pensare al resto.
Caelen guidò il cavallo nel letto di un torrente ghiacciato. — Neppure
noi dovremmo spingerci lontano — affermò. — Meglio restare in vista del
maniero, nel caso Cameron si prepari ad attaccare.
Mairin e il bambino contano più di ogni altra cosa.
In quel momento, Alaric l’avrebbe colpito se solo fossero stati
abbastanza vicini. Dovette lottare per non cedere alla tentazione di smontare
da cavallo, afferrarlo e trascinarlo a terra: solo la consapevolezza che ogni
attimo perduto rendeva più arduo ritrovare Keeley gli impedì di sfogare la sua
rabbia.
— Basta così — ordinò Ewan. — Il maniero è ben difeso e solo un folle
tenterebbe un assedio in pieno inverno. Keeley è importante per Mairin e il
bambino, quindi faremo tutto ciò che possiamo per salvarla.
— Allora andiamo — tagliò corto Alaric. — Cameron è un pazzo
sanguinario. Dobbiamo trovarla prima che sia troppo tardi.
Un’angoscia insopportabile lo attanagliava, offuscandogli la ragione. Se
quelle carogne riuscivano a portarla da Cameron, Keeley era spacciata. Il
laird si sarebbe subito accorto che lei non era Mairin e a quel punto nessuno
poteva dire che cosa le avrebbe fatto. Perseguiva i suoi obiettivi con una
spietatezza senza pari e non si fermava certo davanti all’idea di uccidere o
fare del male a un’innocente.
Spronò il cavallo nonostante la crescente debolezza, conscio che era
l’unico modo di recuperare lo svantaggio.
— Non dovresti essere qui. È una follia — ringhiò Caelen, arrivandogli
a fianco. — Non hai le forze per condurre un cavallo nella neve, né
tantomeno per affrontare uno scontro.
Lui guardò suo fratello in cagnesco, sentendo la rabbia ribollirgli dentro.
— Se non combatto io per lei, chi lo farà?
— Io non la lascerò a Cameron — disse Caelen. — Non capisco che
cosa ci trovi in quella ragazza, ma non l’abbandonerò a un destino orribile.
Torna al maniero.
Alaric lo ignorò e proseguì la marcia, alzando la neve in grandi sbuffi.
Più durava l’inseguimento e più si sentiva disperato. Era già passata un’ora,
forse due. Il senso del tempo l’aveva abbandonato, ma il sole stava calando e
presto sarebbe tramontato. Al buio, tutto diventava più difficile: anche con le
torce, seguire le tracce nella foresta si annunciava molto arduo.
Continuarono in silenzio, scrutando nel sottobosco in cerca degli
aggressori.
Anche così, rischiavano di passare accanto a Keeley senza vederla.
Caelen fu l’unico a insospettirsi per un’insolita gobba nella neve.
Tirò bruscamente le redini e il cavallo s’impennò; non appena l’ebbe
calmato, smontò e prima che Alaric capisse cosa stava succedendo, prese a
scavare freneticamente nella candida coltre.
— Eccola! L’abbiamo trovata.
Ewan balzò a terra e Alaric fece altrettanto, sentendo però le ginocchia
cedere per l’acuto dolore che gli trafisse il fianco. Annaspò, coprì la ferita
premendo il braccio sul corpo e scacciò ogni pensiero dalla mente tranne
quello di Keeley.
Intanto Caelen l’aveva estratta e spazzolava via con le mani la neve che
ancora la copriva. Alaric lo raggiunse e s’inginocchiò accanto a lei.
Aiutò suo fratello a ripulirla, poi la strinse forte a sé. — Keeley? —
chiamò. — Keeley! — ripeté a voce alta quando lei non reagì.
Era fredda. Aveva la pelle ghiacciata. Si chinò in avanti, avvicinò
l’orecchio al suo naso e provò un sollievo immenso sentendola respirare,
anche se debolmente. Quindi si rialzò, intenzionato a esaminarla in cerca di
ferite, ma Caelen l’aveva preceduto.
— Sanguina dalla testa — disse suo fratello, guardandolo cupamente. —
O meglio, sanguinava. Il freddo ha bloccato l’emorragia.
— Forza, sbrighiamoci — intervenne Ewan. — I rapitori potrebbero
essere nei paraggi e tra poco calerà la notte.
Non appena accennarono ad alzarsi, lei si mosse e una smorfia di dolore
le contrasse il volto. Poi sollevò le palpebre e li guardò con occhi annebbiati.
— Alaric!
— Sì, Keeley, sono io. Grazie a Dio stai bene. Mi hai fatto perdere dieci
anni di vita per lo spavento!
— Allora devi ritrovarli, guerriero — scherzò lei. — Se ne perdi dieci,
chi può sapere quanti te ne restano?
L’angoscia che lo attanagliava svanì d’incanto. Il sollievo era tale da
dargli le vertigini, ma la tenne forte e poi si alzò, tornando verso il cavallo. —
Più tardi ci racconterai com’è andata — le disse. — Adesso dobbiamo
riportarti al maniero.
In silenzio, Caelen prese Keeley dalle braccia di Alaric per permettergli
di montare in sella. Poi la sollevò un poco e lui l’afferrò, sistemandola
davanti a sé. Infine, sorprendendo tutti, Caelen prelevò una coperta dalla sua
bisaccia e la porse al fratello, che subito vi avvolse Keeley per tenerla al
caldo.
— Grazie, Caelen — disse lei, la voce rauca e tremante.
Il guerriero annuì e montò a cavallo, e senza attendere oltre lo fece
voltare e prese la strada del ritorno. Alaric trottava dietro di lui, mentre Ewan
si faceva carico della retroguardia. Superarono un’altura e videro un
contingente di armigeri McCabe andare loro incontro. I due gruppi si
riunirono e guidati dal laird e dai suoi fratelli tornarono al maniero.
Non appena entrarono nel cortile, Caelen smontò e tese le braccia verso
Keeley.
— Posso camminare — gli fece notare lei.
Caelen non disse nulla. Si fece passare Keeley da Alaric, poi si accigliò
quando anche lui scese da cavallo e provò a riprenderla. — Vai avanti. Riesci
a malapena a stare in piedi: come puoi portarla dentro? Riaprirai quel
maledetto taglio, ora che è quasi guarito.
Poco propenso a discutere con Keeley che tremava per il freddo, Alaric
si affrettò a entrare mentre Ewan dava ai guerrieri le istruzioni.
Anche Caelen prese ad abbaiare ordini, e tutti si affrettarono a obbedirgli
correndo qua e là. Portò Keeley nella sua camera e diverse donne entrarono
per attizzare il fuoco e aggiungere altre coperte al letto.
Quando la adagiarono, lei era in preda a brividi che la scuotevano da
capo a piedi. Batteva forte i denti e Alaric spinse Caelen di lato per sistemarsi
nel letto accanto a lei. La prese tra le braccia, poi fece cenno alle donne di
avvolgerli entrambi nelle coperte.
— FFreddo — balbettò Keeley. — Un freddo… terribile.
Alaric le sfiorò la fronte con un bacio. — Lo so, tesoro. Stringiti forte a
me. Ti scalderemo in un attimo, vedrai.
— Crispen! — esclamò lei, allarmata. — È salvo? L’avete trovato? E
gli altri bambini?
— Stanno tutti bene grazie a te. Ma ora dimmi: come hai fatto a fuggire?
Con una certa sorpresa di Alaric, lei sorrise anche se batteva i denti.
— Pensavano che fossi Mairin, ma poi si sono accorti dell’errore e
volevano uccidermi.
Caelen la studiò con occhi socchiusi. — Tuttavia, siete viva. Erano degli
incapaci?
— Purtroppo per voi, lo erano davvero — replicò seccamente lei. —
Suppongo che il fatto di avermi ritrovata viva vi deluda parecchio, ma li ho
convinti di essere una strega e ho minacciato di maledirli dall’aldilà insieme
ai loro figli se mi uccidevano.
Caelen s’incupì. — Non ho mai desiderato la vostra morte, Keeley.
Mi state accusando ingiustamente.
Lei alzò un sopracciglio.
Alaric intervenne con impazienza. — Una strega? E ti hanno creduta?
— Sì. Già li avevo sorpresi lottando come una furia. Per tenermi a bada
non hanno potuto inseguire Crispen, poi ho morso il bandito che mi portava
via a cavallo. Erano già convinti che fossi un demone dell’inferno quando ho
minacciato di maledirli.
Caelen rise. — Siete una donna ingegnosa. È incredibile che siate
riuscita a pensare una cosa del genere mentre vi rapivano. Saranno fuggiti
con la coda tra le gambe.
Lei si accoccolò tra le braccia di Alaric e chiuse gli occhi.
— No, tesoro, devi stare sveglia — la esortò lui, per poi guardare Caelen
allarmato. — Dille qualcosa. Litiga, offendila o prendila in giro. Fai quello
che ti pare, basta che la tieni sveglia fino a quando non riusciremo a scaldarla
e a curare la ferita.
Preoccupato a sua volta, Caelen si sporse verso di lei. — In ogni caso,
mi pento di aver perso tempo a portarvi in camera vostra, Keeley. Volevo
essere gentile e mi avete trattato a pesci in faccia. Siete peggio di una vecchia
bisbetica, lo sapete?
Lei aprì un occhio e gli lanciò uno sguardo funesto. — Non ho
intenzione di morire, Caelen, quindi potete anche risparmiare il fiato.
Ma se proprio volete saperlo, vi preferisco arcigno e taciturno: almeno
so chi ho davanti, mentre adesso non ho idea di chi siate veramente.
Anzi, comincio a temere di essere morta, perché vedervi compiere un
atto di gentilezza va oltre la mia comprensione.
Caelen gettò indietro la testa e rise. — No, voi siete troppo acida e
cocciuta per morire, ragazza. Suppongo che sia un punto in comune tra noi
due.
— Che il cielo mi aiuti — borbottò Alaric. — L’ultima cosa di cui ho
bisogno è che voi due abbiate dei punti in comune.
— Allora pensate di essere più gentile con me? — mormorò Keeley
insonnolita.
— Solo se restate sveglia e la smettete di preoccupare mio fratello —
replicò lui. — Alaric sembra una chioccia col suo pulcino.
— Vi state di nuovo comportando bene. Sono morta e questo è l’aldilà,
vero?
La sua voce diventava sempre più fioca e questo preoccupava Alaric a
non finire. Dov’erano le donne con l’acqua calda? Dov’erano il brodo e gli
abiti asciutti?
Guardò Caelen allarmato, poi suo fratello si alzò, andò alla porta e
lanciò un tale grido alla servitù da far sobbalzare Keeley tra le braccia di
Alaric.
Un attimo dopo Maddie arrivò con Bertha e Christina. Con loro c’era
anche Mairin e Alaric gemette. — Cosa fai qui? Vai a riposare e lascia a noi
il compito di badare a Keeley.
— Ah, taci, Alaric McCabe — replicò lei, puntandogli contro un dito.
— Keeley è mia amica e ha salvato mio figlio. La aiuterò come posso fino a
quando non sarò certa che si rimetterà.
Altre donne arrivarono con la tinozza e i secchi d’acqua calda. Gli
uomini vennero perentoriamente invitati a uscire, ma Alaric si alzò con
riluttanza. Non voleva lasciarla, ma la sua presenza avrebbe sollevato delle
domande e reso le cose assai imbarazzanti per Keeley.
Pertanto aspettò in corridoio, rifiutandosi di scendere fino a quando non
ne avesse saputo di più sulle sue condizioni. Caelen restò con lui e presto
Ewan li raggiunse.
— Suppongo che mia moglie sia là dentro — disse rassegnato.
— Sì. Stanno scaldando Keeley nella tinozza — spiegò Alaric.
— Ho fatto raddoppiare la guardia e ordinato che i bambini restino
sempre all’interno delle mura. Nessuna donna potrà uscire dal maniero senza
scorta.
Caelen annuì il suo accordo. — Quando arriverà la primavera, avremo
già formato la grande alleanza delle Highlands. Allora marceremo contro
Cameron. I McCabe non conosceranno mai una vera pace finché lui vivrà.
Alaric deglutì e appoggiò la testa alla parete. Sapeva che sposare Rionna
McDonald diventava sempre più urgente. Prima si celebrava il matrimonio,
meglio era per tutti. E tuttavia, temeva quel giorno con ogni fibra del suo
corpo. Pregava per il più duro degli inverni, con nevicate frequenti e
abbondanti che convincessero i McDonald a restare al caldo tra le loro mura.
La porta si aprì e Mairin uscì in corridoio. Ewan la cinse
immediatamente con un braccio e lei appoggiò la testa alla sua spalla, ma
guardò Alaric quando parlò: — Keeley sta un po’ meglio.
L’abbiamo scaldata e adesso è a letto. I rapitori l’hanno colpita alla testa,
procurandole un taglio, ma non è molto profondo. Non serve neppure
metterle i punti.
Un’ondata di sollievo lo travolse. Guardò in silenzio le altre donne
uscire, ignorando l’occhiata che Maddie gli lanciò. Quando la processione
finì, si voltò per entrare.
Sulla porta, si fermò e guardò i suoi fratelli. — Fate in modo che
nessuno ci disturbi.
23
Keeley aprì gli occhi e vide Alaric in piedi accanto al letto con
un’espressione preoccupata e pensierosa. — Come stai? — le chiese.
— Bene. Il freddo è passato, finalmente.
Ma proprio mentre parlava, un brivido l’attraversò da capo a piedi dando
il via a una nuova serie di incontrollabili tremori.
Borbottando un’imprecazione, Alaric si sdraiò accanto a lei e la prese tra
le braccia. Fu un vero balsamo: Keeley si sentiva come una pietra scaldata in
un forno. Aderì a lui il più possibile e assorbì il suo calore fin nelle ossa. Era
una sensazione tanto squisita da strapparle un gemito.
— Ti faccio male? — si affrettò a chiedere lui.
— No. È meraviglioso. Sei così caldo che non vorrei muovermi più.
Alaric le baciò la fronte e poi le carezzò la guancia. — Se dipendesse da
me, non ti alzeresti mai da questo letto.
— Posso dormire adesso? Maddie dice che la ferita alla testa non è
grave. Non riesco più a tenere gli occhi aperti.
— Sì, Keeley, dormi. Io resterò qui a vegliare su di te.
Quella promessa le riempì il cuore di gioia, scacciando per un attimo il
freddo. Anche se sapeva che Alaric non sarebbe dovuto restare lì, non aveva
le forze né la volontà di mandarlo via.
Sfregò la guancia sul poderoso torace di lui e sospirò per la
soddisfazione. Anche quella notte apparteneva a loro e non aveva intenzione
di sprecare un solo istante lamentandosi di ciò che era impossibile cambiare.
Invece si sarebbe crogiolata nella sua presenza, finché poteva, rinviando tutto
il resto all’indomani.
Nel cuore della notte, Alaric venne svegliato dal continuo agitarsi di
Keeley. Ancora addormentato, gli occorse qualche istante per capire che si
rigirava così nel sonno.
Si alzò su un gomito e la osservò nella tenue luce della notte voltarsi
ancora e ancora. Preoccupato, le posò una mano sulla fronte e trasalì.
Dannazione, scottava come una fornace!
— Fa freddo — mormorò lei. — Non riesco a scaldarmi. Per favore,
alzate il fuoco. Fa troppo freddo qui dentro.
Un brivido la scosse in tutto il corpo. Calda com’era, sembrava
congelare. E quel gelo non veniva dalla stanza, ma dal suo stesso corpo.
— Sssh, tesoro. Sono qui. Ti scalderò io.
Pronunciò quelle parole e poi ricordò di aver sentito che scaldare un
ammalato poteva far salire la febbre. Che cosa doveva fare?
Spogliarla e togliere le coperte? Immergerla nell’acqua fredda? Non
bastava passarle sulla fronte un panno umido?
Un senso d’impotenza lo assalì. Non aveva idea di come curarla.
Lui era un guerriero: conosceva le arti della guerra, sapeva combattere,
uccidere e difendersi. Ma davanti a una ferita, per non parlare della malattia,
era completamente perso.
Con gentilezza si divincolò dal suo abbraccio e scivolò giù dal letto.
Tirò un respiro di sollievo nel fresco della stanza, perché sotto le coperte
era un forno. Keeley irradiava un calore allarmante e ciononostante
continuava a tremare.
Si chinò e le sfiorò la fronte con un bacio. — Torno subito. Te lo
prometto.
Il lieve gemito che le sfuggì gli strinse il cuore, ma si voltò e uscì dalla
stanza. Il corridoio era buio e immerso nel silenzio. Tutti dormivano, protetti
dalle guardie sugli spalti. Lui si avviò di fretta fino a raggiungere la camera di
Ewan.
Bussò piano, sapendo che il fratello aveva il sonno leggero. Ma non
entrò, conscio che poteva anche irrompere in un momento coniugale molto
riservato tra il laird e la sua lady. Solo quando sentì una voce rugginosa
echeggiare da dentro aprì il battente e infilò la testa nella fessura. — Ewan,
sono io — mormorò.
Ewan si sedette sul letto, attento a coprire Mairin.
— Alaric? — chiamò lei insonnolita. — Cosa c’è? Keeley si sente male?
— Dormi — la esortò Ewan gentilmente. — Hai bisogno di riposare.
Penserò io a tutto.
— Keeley sta bene — la tranquillizzò Alaric. — Devo solo dire una
cosa a mio fratello.
Ewan si vestì di fretta e lo raggiunse in corridoio. — Che succede?
— Non volevo parlarne davanti a Mairin per non agitarla, ma Keeley sta
male. Ha una febbre da cavallo e non so cosa fare.
— Vengo a vedere — disse Ewan.
I due uomini si avviarono verso la camera di Keeley. Quando entrarono,
Alaric vide che lei aveva scalciato via le coperte e si agitava senza sosta,
lamentandosi piano ogni volta che si girava.
Ewan la guardò preoccupato, poi si avvicinò. Si chinò, le posò la mano
sulla fronte, sulla guancia e sul collo. — Arde di febbre — disse cupamente.
Una morsa di terrore strinse il cuore di Alaric. — Com’è possibile una
cosa del genere? Non ha ferite, giusto quel piccolo taglio alla testa.
— È rimasta nella neve per diverse ore — gli ricordò Ewan. — A volte
basta questo per far ammalare il più forte dei guerrieri.
— Quindi ha solo preso freddo.
Ewan sospirò. — Non voglio darti false speranze, Alaric. Non so quanto
sia grave. Solo il tempo potrà dircelo. Per adesso dobbiamo cercare di
raffreddarla anche se lei si sentirà gelare. Dirò di portare qui una bacinella
d’acqua e dei panni puliti per rinfrescarle la fronte, ma può darsi che tu debba
immergerla in una tinozza d’acqua fredda.
Nostro padre usava sempre questo metodo per curare la febbre alta, per
quanto strano possa sembrare. Ricordo una volta che ordinò di riempire di
neve una tinozza per un guerriero che delirava per la febbre ormai da quattro
giorni. Di sicuro non fu un’esperienza piacevole per lui, ma lo salvò. Quel
guerriero è ancora vivo.
— Sono pronto a fare tutto ciò che serve per salvarla.
Ewan annuì. — Sì, lo so. Resta con lei. Io scenderò di sotto per la
bacinella. Preparati a una lunga notte, Alaric. Una notte che potrebbe durare
giorni.
— Keeley mi ha curato quand’ero in fin di vita — spiegò lui
pacatamente. — E io farò altrettanto per lei. Non ha nessuno al mondo: siamo
noi la sua famiglia ed è nostro dovere fare il possibile per salvarla proprio
come accadrebbe per qualsiasi membro del clan.
Ewan esitò solo un istante prima di annuire di nuovo. — Le devo molto
per aver salvato prima te e poi mio figlio. E il debito crescerà ancora se aiuta
Mairin a partorire. Non posso far altro che aiutarla in ogni modo.
Quelle parole diedero sollievo ad Alaric. L’ultima cosa che voleva era
entrare in conflitto con suo fratello. Ma per fortuna, Ewan aveva capito che,
anche se lui teneva a Keeley come alla vita stessa, accettava il fatto che per
loro non vi fosse alcun futuro.
Non appena Ewan uscì, lui rivolse di nuovo l’attenzione a Keeley.
La crisi sembrava passata: giaceva tranquilla nel letto e sembrava
profondamente addormentata.
Si sdraiò con delicatezza accanto a lei e le carezzò la spalla e quindi il
collo. Keeley sembrò sentirlo e si voltò sul fianco; aveva la pelle calda e
asciutta e le labbra screpolate per la febbre. Si accoccolò contro di lui e
intrecciò le gambe con le sue, come per assorbire ogni oncia di calore
emanata dal suo corpo.
— Freddo — mormorò. — Fa tanto freddo.
Alaric le strinse la nuca, l’avvicinò ancora e quando lei gli affondò il
volto nel collo le baciò la tempia. — Lo so, tesoro. So che hai tanto freddo.
Ma io mi prenderò cura di te, costi quel che costi. Anche se dovessi
maledirmi con tutto il fiato che hai in corpo, non mi tirerò indietro.
Lei sospirò contro la pelle sensibile del collo, mandandogli un fremito
lungo la schiena. Poi lo baciò, la bocca calda ed erotica contro la vena che
pulsava. Alaric si sentì tendere in tutto il corpo e Keeley si mosse inquieta
contro di lui, alzando la gamba e passandogli il ginocchio sul membro.
Un’imprecazione gli sfuggì quando lo sentì indurirsi.
— Adoro il tuo sapore — gli mormorò. E come per ribadirlo tornò a
baciargli il collo, con la piccola lingua che saettava avanti e indietro mentre
Alaric sentiva il sangue pulsare forte nelle vene.
Non appena provò a districarsi dal suo abbraccio, lei si alzò e gli catturò
le labbra, fondendo le loro bocche, baciandolo con una tale dolcezza da
togliergli il fiato. Allontanarsi divenne impossibile, tanto era preso dal
profumo e dalla passione di lei.
Era lasciva ed esigente. Lo copriva di baci bollenti elargiti a bocca
aperta, mandando in frantumi il suo controllo. Sicuramente Dio lo stava
mettendo alla prova in quel momento. Per un attimo gli parve persino di
sentire le fiamme dell’inferno lambirgli le caviglie mentre contemplava l’idea
di voltarla, farsi strada tra quelle cosce lunghe e snelle e dare a entrambi la
delizia che disperatamente volevano.
Ma non poteva approfittare di lei in un momento come quello.
Keeley non era in sé; inoltre, Ewan sarebbe tornato da un momento
all’altro.
Lei stava per salirgli sopra e baciarlo fino allo svenimento quando Ewan
rientrò con due secchi d’acqua fredda e una pila di panni puliti.
— Spogliala completamente e coprila solo con il lenzuolo. Nulla deve
intrappolare il calore dentro di lei o crearne altro.
Alaric lo guardò sgomento.
— È necessario — tagliò corto suo fratello. — Se ti preoccupa la mia
presenza, ricorda che sono profondamente innamorato di mia moglie.
Non m’interessano le altre donne.
Con questo si voltò e andò alla bacinella. Mentre la riempiva per poi
inumidire i panni, Alaric cominciò a sfilare a Keeley la camicia da notte. Una
cosa di cui lei non fu affatto felice, tanto che prese a lottare e a dimenarsi. —
No! No! — gridava, la voce roca per la febbre, le lacrime che scorrevano
copiose. — Vi prego, lasciatemi! Non potete farlo. È un peccato mortale!
Mentre gridava agitava le mani. Colpì più volte Alaric al volto, ma
grazie al cielo era debole come un gattino. — Calmati, Keeley. È
necessario per curarti, altrimenti non lo farei. Sono Alaric, non mi
riconosci? Sono io, il tuo guerriero.
Quando tentò di nuovo di sfilarle l’indumento, lei cominciò a piangere
in silenzio. Era completamente immobile adesso, l’espressione rassegnata
come se si fosse arresa a qualunque demone evocato dal delirio.
— Ma… e la mia casa? — chiese all’improvviso, la voce rotta dal
pianto. — Non potete cacciarmi dalla mia casa. Io non ho fatto nulla, lo
giuro.
Una vampata di rabbia strinse Alaric alla gola quando capì che la febbre
le stava facendo rivivere il momento in cui McDonald tentava di violentarla e
quello in cui sua moglie la bandiva dal clan. Una ridda di emozioni lo
travolse: più che sposare Rionna, avrebbe voluto marciare contro di loro e
ammazzarli tutti, uno a uno.
— Di cosa sta parlando? — chiese Ewan alle sue spalle.
— Delle ingiustizie che ha subito — rispose lui con voce tesa. — Tante
di quelle ingiustizie da chiedere vendetta. E se fosse per me, gliela offrirei su
un piatto d’argento.
— Alaric… — Ewan si voltò e lo guardò cupamente, poi riprese a
strizzare i panni umidi. — Non lasciare che s’innamori di te. Sarebbe crudele.
Tra voi c’è qualcosa, chiunque lo capirebbe, ma non devi incoraggiarla. Le
farà solo più male quando vedrà che sposi un’altra.
Se le vuoi bene, se davvero tieni a lei, risparmiale questa devastante
umiliazione.
— Mi stai chiedendo l’impossibile, Ewan. Io non posso… non riesco a
rinunciare a lei solo perché è la cosa più conveniente da fare. So che hai
ragione, e ti assicuro che non voglio far soffrire né Keeley né Rionna, anche
se non so nulla della figlia di McDonald. Farò ciò che devo, stanne certo, ma
non riuscirò mai a soffocare ciò che mi dice il cuore.
— Questa faccenda non finirà bene — commentò Ewan. — Che si tratti
di te, di Keeley o di Rionna, qualcuno piangerà lacrime amare se non poni
fine a questa follia.
— Tu riusciresti a rinunciare a Mairin? Se il re ti chiedesse di ripudiarla
per poterla dare in sposa a un altro uomo e sigillare così un’alleanza con la
Corona, chineresti la testa e accetteresti l’editto senza lottare?
— Cosa stai blaterando? È un esempio ridicolo.
— Io non sto dimenticando i miei doveri verso il clan, ma fino a quando
potrò, rifiuto di fingermi indifferente quando la vedo aggirarsi per il maniero.
Keeley è la luce dei miei occhi e intendo approfittare di ogni istante che
trascorrerò con lei, in modo che quando dovremo separarci avremo almeno il
ricordo di noi due.
— Pazzo! — tuonò Ewan. — Stai alla larga da lei. Poni fine a tutto
questo prima che entrambi ne veniate travolti. È l’unico modo.
Alaric sorrise tristemente. — Purtroppo arrivi tardi. Siamo stati già
travolti.
— Allora devi lasciarla. Non possiamo permetterci di offendere Gregor
McDonald. Non sarà granché potente come alleato, ma è la chiave per
formare un’alleanza con tutti gli altri clan.
— È lui che deve stare attento a non offendermi — sibilò Alaric. —
Quell’uomo ha dei gravissimi peccati da confessare sul letto di morte.
E io ce lo manderei volentieri per ciò che ha fatto a Keeley!
In quel momento lei riprese ad agitarsi, gemendo e borbottando parole
incoerenti. Ewan lanciò ad Alaric uno dei panni umidi e lui glielo posò sulla
fronte. Per un attimo Keeley si calmò, ma poi prese a tremare quando lui le
sistemò un altro panno umido sul collo.
— Fa freddo. Ti prego, Alaric, ridammi le coperte.
— Non posso, tesoro, lo sai. Ma resterò qui vicino a te.
— Pensi di aver bisogno di aiuto? — domandò Ewan.
Lui scosse la testa. — No. Mairin potrebbe allarmarsi se si sveglia e non
ti trova. Torna da lei. Se ho bisogno di qualcosa, chiederò a Gannon o a
Cormac.
Ewan annuì, gli strinse una spalla e poi se ne andò. Alaric tornò a
occuparsi di Keeley, premendole il panno gelido sul corpo. A ogni passata,
lei rabbrividiva ed emetteva un lieve gemito. Aveva la pelle d’oca per il
freddo e l’espressione tesa e sofferente.
Alla fine, Alaric non riuscì più a sopportare quella vista. La febbre
sembrava scesa, la pelle era fresca; continuare significava esporla al rischio di
morire di freddo. Senza rivestirla, si sdraiò accanto a lei e la prese tra le
braccia. Era ghiacciata, ma le sue piccole mani si mossero, carezzandogli
incerte il torace mentre si accoccolava contro di lui in cerca di un po’ di
calore.
Solo allora sospirò, posando la testa sulla sua spalla e affondandogli il
volto nel collo. Un po’ alla volta i tremori cessarono; Alaric prese una coperta
e coprì entrambi, attento a lasciar scoperti i lati per far uscire il caldo.
Poi le baciò la fronte e sussurrò: — Dormi, tesoro. Io sono qui per
vegliare su di te.
— Mio guerriero — mormorò lei.
Alaric sorrise. Era il suo guerriero. E lei il suo angelo.
24
Keeley si svegliò con un macigno che le schiacciava il petto. Persino
respirare faceva male. La testa pesava tanto da non riuscire ad alzarla e iniziò
a tremare come una foglia appena provò a riempire d’aria i polmoni.
Aprì la bocca, accorgendosi così di avere le labbra screpolate e la lingua
secca come se avesse mangiato sabbia. Poi, commise l’errore di provare a
muoversi.
Emise un lamento e gli occhi le si riempirono di lacrime. Com’era
possibile che stesse così male? Che cosa le era successo? Lei non si
ammalava mai. Si era sempre vantata della sua incrollabile salute.
— Keeley, tesoro, non piangere.
La voce profonda di Alaric, sempre calma e rassicurante, le ferì le
orecchie come il clangore di due spade che cozzavano con forza. Con gli
occhi pieni di lacrime, riuscì a malapena a distinguere il suo volto quando si
chinò su di lei. — Malata — gracchiò.
— Sì, ragazza. Ti sei ammalata.
— Non ho mai la febbre.
Lui si sporse un po’ più avanti e le sorrise. — Adesso sì.
— Chiedi a Maddie di prendere il mio unguento per il torace. Farà
passare il bruciore ai polmoni.
Alaric le carezzò la guancia e la sua mano le parve così fresca sulla pelle
da spingerla a muovere la testa avanti e indietro.
— Non preoccuparti. Maddie è già stata qui tre volte stamattina.
Adesso si sta agitando come una chioccia, perché Mairin ha ordinato di
lasciarti in pace e lei dà voce al suo dispiacere con chiunque le capiti a tiro.
Keeley provò a sorridere, ma anche quello faceva male. — Ho fame —
lamentò.
— Gertie sta per portarti un po’ di brodo di carne.
Lei sbatté le ciglia nel tentativo di mettere a fuoco il suo volto, ma la
vista restava sfocata. Vide però i suoi occhi, i suoi splendidi occhi verde
chiaro.
Un sospiro le sfuggì. — Adoro i tuoi occhi.
Alaric sorrise e lei trasalì. — L’ho detto a voce alta?
— Sì, perché? — replicò lui con voce divertita.
— Perché allora ho ancora la febbre. È l’unica spiegazione per la mia
lingua ribelle.
— Sì, hai ancora la febbre. E molto alta, direi.
Keeley si accigliò. — Però non ho più freddo. Il sintomo della febbre è
il freddo. Invece ho caldo.
— Scotti ancora e hai gli occhi lucidi. Tutti affermano che è un buon
segno il fatto che non hai più i brividi, però sei ancora molto malata.
— Non mi piace avere la febbre.
Sapeva di comportarsi come una bambina petulante, ma non riusciva a
evitare di mettere il broncio. Era abituata a curare i malati, non a essere uno
di loro.
Alaric sorrise e la strinse tra le braccia.
— Perché sei tu a curarmi? — gli chiese, la voce attutita dal torace di
lui. — Non è per nulla decoroso.
— Ma noi non siamo mai stati decorosi — le mormorò Alaric.
Lei sorrise, ma poi tornò seria. — Che cosa penserà la gente? Che cosa
diranno?
— Se tengono a loro stessi, non diranno nulla. Che pensino ciò che
vogliono: non possiamo certo impedirglielo.
Keeley sbuffò. Sapeva che Alaric aveva ragione. Ma sapeva anche che
le maldicenze facevano presto a diffondersi, generando accuse e azioni
ignobili.
Lui le baciò la testa e allora chiuse gli occhi, sprofondando nel suo dolce
abbraccio. — Ewan vorrà sapere cos’è successo. Te la senti di rispondere alle
sue domande?
A dire il vero avrebbe preferito affrontare una folla furibonda che la
prendeva a sassate piuttosto che ricordare gli eventi del giorno prima con la
testa che pulsava e la gola infiammata. Tuttavia, sapeva che il laird aveva
bisogno di tutte le informazioni che poteva dargli. Aveva una moglie e un
figlio da proteggere. Doveva badare a un intero clan.
— Sì, me la sento. Però portami un po’ d’acqua.
— Gli chiederò di non affaticarti troppo — la blandì Alaric.
La porta si aprì e Maddie fece capolino. Pur sapendo che l’anziana
donna era al corrente della relazione tra lei e Alaric, Keeley si ritrasse in
fretta e furia. Lui la sostenne con un braccio e l’adagiò contro i cuscini, per
poi far cenno a Maddie di entrare.
— Vi ho portato un brodo caldo e una brocca d’acqua. Il brodo vi farà
passare il mal di gola, mentre l’acqua aiuterà contro la febbre. È
importante che beviate molto, Keeley.
Alaric prese la scodella con il brodo e con cautela l’avvicinò alle labbra
di Keeley. — Fai piano. Scotta parecchio.
Grata del sostegno che le offriva, Keeley ne prese un piccolo sorso.
Si sentiva debolissima e la scodella le sarebbe certamente caduta dalle
mani se lui non l’avesse tenuta. Era molto paziente e la aiutava a bere
inclinando il recipiente, ma deglutire faceva male, come se la gola fosse
gonfia e coperta da una miriade di graffi.
Quando non riuscì più a sopportare il dolore, si appoggiò al braccio di
Alaric e chiuse gli occhi.
— Tornerò dopo, Keeley — disse Maddie con tono dimesso. — Se nel
frattempo avete bisogno di qualcosa, mandatemi pure a chiamare.
Sarò subito da voi.
Lei riuscì appena ad annuire. Il semplice atto di consumare quel brodo
l’aveva privata delle forze. E doveva ancora parlare con il laird.
Chiuse di nuovo gli occhi e si concentrò sulla respirazione per evitare
che la stanza cominciasse a girare. Alaric le appose un lieve bacio sulla
tempia e la strinse teneramente a sé. La sua forza e il suo calore le arrivarono
fin nelle ossa e a lei sfuggì un sospiro. Da quando si era svegliata, non si era
mai sentita così bene.
Gemette quando qualcuno bussò alla porta. L’invito di Alaric a entrare
suonò lontano, come se parlasse da sott’acqua. O forse era lei a trovarsi
sott’acqua: comunque fosse, era chiaro che qualcosa non andava con l’udito.
Si rialzò quando sentì la voce pacata del laird, ma poi si accigliò.
Alaric stava discutendo con il fratello. Voleva che la lasciasse stare e
rinviasse l’interrogatorio all’indomani. — No, voglio sbrigare subito questa
faccenda — dichiarò lei. Pronunciare quelle poche parole le fece male alla
gola e così si portò una mano al collo per massaggiarla piano.
Ewan sedette sul letto, cosa che lei trovò inappropriata. D’altro canto era
pur sempre il laird e in quanto tale poteva fare ciò che voleva.
Lo vide sorridere. — Proprio così, Keeley. È uno dei vantaggi di essere
laird: posso fare quello che voglio.
— Io… non volevo dirlo a voce alta — borbottò in risposta.
— Vi sentite abbastanza in forze da dirmi com’è andata? Ho parlato con
Crispen e con gli altri bambini, ma ognuno di loro racconta una storia
diversa.
Lei sorrise, ma gemette perché persino quello faceva male. — Non
capisco perché mi senta così ammalata — disse, cercando di non sembrare
troppo seccata. Ma almeno in parte fallì, a giudicare dal divertimento che
vide sui volti di Alaric ed Ewan.
Ma poi il laird tornò serio e si chinò in avanti. — Non è la prima volta
che devo ringraziare qualcuno per aver salvato la vita di mio figlio. Crispen è
un vero esperto nel cacciarsi nei guai. Mi ha detto che avete lottato come una
furia per lui. Vi devo un favore che non potrò mai ripagare.
Lei scosse debolmente la testa. — Non è vero. L’avete già ripagato.
— E come, ragazza? — chiese il laird, guardandola perplesso.
— Il vostro clan — spiegò Keeley. — Mi avete accettata nel vostro clan.
Questo ripaga ogni cosa.
Alaric rafforzò la stretta con cui le cingeva le spalle, poi le carezzò il
braccio per farle forza. Ewan, per contro, la guardò ammirato. — Questa sarà
la vostra casa fino a quando lo desiderate, avete la mia parola.
Lei si leccò le labbra secche e si rannicchiò ancor di più contro Alaric. Il
freddo stava tornando e le ossa le dolevano. — Temo però di non potervi
essere di grande aiuto — disse. — Tutto è successo così rapidamente! Mi
avevano scambiata per vostra moglie ed erano euforici per avermi rapita. Vi
definivano un ingenuo per avermi lasciata uscire dal maniero senza scorta, tra
l’altro in compagnia di vostro figlio.
Ewan s’incupì per quelle parole, con l’espressione che si fece nera come
nubi di tempesta. — Hanno detto altro, per esempio chi erano?
Ricordate che colori portavano?
Lentamente, lei scosse la testa. Poi però corrugò la fronte. — Ricordo
che parlavano di Cameron. Dicevano che li avrebbe coperti d’oro per il loro
bottino. Poi però si sono accorti che non ero incinta e allora volevano
uccidermi per evitare che li riconoscessi.
— Mercenari — ringhiò Alaric. — Cameron deve aver promesso una
lauta ricompensa a chiunque gli porti Mairin.
Ewan imprecò più volte, e con tanta veemenza da far trasalire Keeley.
— Non mercenari, ma banditi senza terra e senza clan che non hanno nulla da
perdere cercando di rapire mia moglie e mio figlio.
Purtroppo, ce ne sono tanti in giro.
— Se erano dei semplici briganti, non avranno un posto dove rifugiarsi
— fece notare Alaric. — Quindi, è possibile che si trovino ancora nei
paraggi.
Le labbra del laird si piegarono in una smorfia letale. — Sì, è possibile
— concesse con occhi che sputavano fiamme. — Credo sia tempo di andare a
caccia.
— Vado subito a prepararmi.
Ewan strinse le labbra, poi scosse la testa. — Meglio di no — rispose,
guardando Keeley e quindi suo fratello. — Qualcuno di noi deve restare al
maniero per tener d’occhio Mairin. Chiamala qui perché tenga compagnia a
Keeley. Io andrò con Caelen.
Detto questo si alzò, poi tornò a guardare Keeley e chinò la testa in
segno di rispetto. — Di nuovo, vi porgo i miei ringraziamenti per aver salvato
Crispen. Spero che vi rimettiate presto in piedi.
Lei mormorò qualcosa di appropriato, trattenendo uno sbadiglio mentre
il laird usciva dalla stanza. Ricominciava a tremare e voleva un’altra coperta.
Perché Alaric gliel’aveva portata via?
Si rannicchiò nel suo abbraccio, sentendosi coccolata e protetta. — Sai,
non ho mai avuto tanta paura — ammise lui. — Quando ho capito cosa stava
succedendo e non ti abbiamo più trovata, non riuscivo neppure a pensare. È
una sensazione che non voglio provare mai più.
— Io ero sicura che saresti venuto a salvarmi.
— La tua fede in me mi onora.
Keeley gli carezzò il torace con dita leggere. Un giorno, molto presto,
Alaric avrebbe dovuto proteggere Rionna. E anche i loro figli.
Questo significava che non poteva più affidarsi a lui per affrontare le
difficoltà della vita. Dopo tanti anni che combatteva da sola, era stato
meraviglioso avere accanto un uomo come Alaric a sostenerla e difenderla.
— Adesso devi riposare, Keeley. Ti sento ardere di febbre.
Ma lei si stava già appisolando, cullata dal fragrante calore del suo
guerriero.
Alaric passeggiava avanti e indietro nella sala grande, avvolta nel buio.
Ewan era partito sulle tracce dei banditi con Caelen e un contingente di
armigeri. Ma era quasi l’alba, le sentinelle non annunciavano ancora il loro
ritorno e lui si sentiva sempre più nervoso.
Restare indietro quando bramava la battaglia non gli faceva bene.
Perché non aveva modo di sfogare la rabbia che lo infiammava: non
c’era solo il fatto che quei briganti avessero osato toccare ciò che considerava
suo, perché Keeley era sua, ma anche la frustrazione per ciò che il Fato gli
negava. Non poteva sposare la donna che amava: esisteva forse una condanna
peggiore per un uomo come lui?
Purtroppo, per come stavano le cose poteva solo aspettare il ritorno dei
suoi fratelli e dei guerrieri. Intanto, il maniero si stava svegliando.
Voleva salire a dare un’occhiata a Keeley, ma Maddie era già con lei,
poiché l’aveva vegliata per tutta la notte mentre lui si accertava che gli spalti
fossero sempre strettamente sorvegliati.
Il fuoco si stava spegnendo nel camino, ma invece di chiamare qualcuno
per aggiungere dei ceppi lo fece lui. Le fiamme avvolsero subito il legno
asciutto e presto tornarono a ruggire.
Un grido si levò dagli spalti e lui alzò la testa di scatto. Si affrettò a
raggiungere il portone, poi uscì nella gelida aria del mattino. Ewan e Caelen
condussero il drappello nel cortile e Alaric contò silenziosamente gli uomini.
Non mancava nessuno all’appello; la caccia doveva essere stata infruttuosa,
oppure i McCabe non avevano subito alcuna perdita nello scontro.
Ewan smontò e si passò distrattamente una mano sul mantello,
lasciandovi una striscia insanguinata. Alaric si affrettò a raggiungerlo.
— Sei ferito?
Suo fratello guardò la macchia e sorrise. — No. Stanotte non è stato
versato il nostro sangue.
— Quindi li avete trovati.
— Sì — rispose Caelen con voce cupa. — Non daranno più fastidio a
nessuno.
Lui annuì. — Ottimo.
— Non hanno parlato, però, e ti confesso che non sono stato molto
paziente con le domande — riprese Ewan. — Ma erano gli stessi che hanno
rapito Keeley e Crispen, e lei era sicura che volessero portarli da Cameron.
Per quanto mi riguarda, è stata una prova sufficiente.
— Per quanto ancora dovremo aspettare? — chiese Alaric con calma.
Attorno a loro, i guerrieri tacquero. Tutti guardavano Ewan, con la
medesima domanda negli occhi. Volevano la guerra, volevano combattere e
vincere. Odiavano Cameron e fremevano per vendicare il male che il potente
laird aveva fatto al loro clan. Nessun McCabe avrebbe dormito tranquillo
fino a quando Cameron e i suoi alleati non fossero stati spazzati via dalla
faccia della terra.
— Non molto — fu la laconica risposta di Ewan. — Ma dobbiamo avere
pazienza. Dopo la nascita di mio figlio o di mia figlia, reclameremo Neamh
Alainn com’è nostro diritto. Uniremo tutti i clan delle Highlands grazie al
matrimonio di Alaric con Rionna e poi passeremo a fil di spada Duncan
Cameron.
Un boato si levò nel cortile. Agitando le torce e le spade, i guerrieri
ribadivano la loro fedeltà a laird McCabe. Poi presero a battere le spade sugli
scudi, mentre i cavalli nitrivano e scalpitavano.
Alaric incontrò gli sguardi dei suoi fratelli nel bagliore delle torce.
Gli occhi di Ewan brillavano di determinazione e, per la prima volta, si
vergognò della frustrazione che provava riguardo al suo matrimonio.
Ewan aveva dato tutto per il clan. Rinunciava alle sue razioni per
permettere alle donne e ai bambini di mangiare a sufficienza, metteva la sua
gente davanti a qualunque cosa. E dopo anni di sofferenze, stavano
finalmente per diventare uno dei clan più potenti della Scozia… se solo lui
avesse compiuto fino in fondo il suo dovere. Lo doveva ai suoi fratelli, a
Mairin che stava salvando la loro famiglia dall’estinzione, a tutti i McCabe. E
quindi, l’avrebbe fatto. Senza tante storie e con orgoglio.
Porse la mano a Ewan e lui la strinse, guardandolo negli occhi.
Sangue e sudore gli impregnavano i vestiti. I muscoli di entrambi si
gonfiarono per il vigore della stretta e una profonda comprensione si dipinse
sui loro volti.
Caelen rinfoderò la spada e poi ordinò ai guerrieri di smontare e ritirarsi
nei loro alloggi. Quindi si voltò verso i fratelli. — Che ne direste di una bella
nuotata?
25
Keeley si svegliò con un cerchio alla testa, come se avesse bevuto
boccali su boccali di birra. Deglutì, ma la bocca era terribilmente asciutta;
schioccò la lingua, poi si leccò le labbra nel vano tentativo di inumidirle un
poco.
Provò a voltarsi, ma un gemito le sfuggì. Anche muoversi faceva male.
Era fiacca e dolorante, con la pelle appiccicosa per il sudore. E poi era
nuda. Completamente. Non aveva addosso neppure le coperte, visto che le
aveva scalciate via fino ad ammassarle ai piedi del letto.
Un terribile imbarazzo la assalì. Probabilmente era paonazza. Dio solo
sapeva chi era entrato e uscito dalla stanza mentre lei era in preda alla febbre.
Gemette di nuovo per lo sconforto, ma poi piegò le labbra in una
smorfia rabbiosa. Ora basta! Quanto patetica voleva ancora dimostrarsi?
Aveva già perso troppo tempo a letto comportandosi come una ragazzina
malaticcia. Da quanti giorni dormiva chiusa in quella camera? Non era da lei.
Alzò una mano, ma poi la lasciò cadere mollemente sul materasso.
La gola bruciava ancora, ma la febbre sembrava passata anche se si
sentiva molto debole.
A proposito, doveva assolutamente visitare Mairin per vedere come
procedeva la gravidanza. E questo significava alzarsi: le occorsero diversi,
penosi istanti prima di riuscire a sedersi sul bordo del letto. Avrebbe dato
chissà cosa per un bagno caldo, ma non aveva le forze per immergersi in una
tinozza.
Si trascinò verso la bacinella e inumidì un panno. Poi, con calma, si lavò
per rendersi almeno presentabile. Era tentata di farsi un tuffo nel lago, anche
se fuori si gelava davvero.
Quando ebbe finito, prese uno dei suoi abiti nuovi e lo guardò come se si
stesse preparando a una battaglia. Con un mesto sorriso, si disse che era così:
le occorsero tutte le sue forze per indossarlo e una volta chiusi lacci e bottoni,
dovette sedersi di nuovo sul letto per riprendere fiato.
Quando raggiunse le scale, si sentì orgogliosa del fatto che non era finita
lunga e distesa per terra. Ma adesso doveva scendere: per sua fortuna, più si
muoveva e più il torpore sembrava passare. Arrivò lentamente fino al
pianoterra e poi, sfinita ma compiaciuta, raggiunse la sala grande per vedere
chi c’era.
Mairin sedeva davanti al camino con i piedi appoggiati su uno sgabello.
Lei sorrise e la raggiunse, vedendola sobbalzare non appena si accorse della
sua presenza. — Keeley! Cosa fate qui? Siete stata molto malata e dovreste
restare a letto. Quante volte avete dato ad Alaric una bella tirata d’orecchi per
essersi alzato troppo presto?
Lei sedette sulla sedia accanto a Mairin. — È vero, lo ammetto: sono
una pessima paziente e al contempo un guaritore severissimo. Ma mi aspetto
che la gente segua i miei consigli, non il mio esempio.
Mairin scoppiò a ridere. — Ebbene, almeno lo ammettete apertamente.
— Poi tese la mano e le strinse le dita. — Come vi sentite? Sembrate ancora
pallida.
Lei fece una smorfia. — La gola fa male e la testa mi pulsa da
impazzire, ma non potevo restare a letto un attimo di più. Mi sento meglio
adesso che mi sono alzata.
Mairin si spostò sulla sedia e sistemò i piedi sul cuscino che copriva lo
sgabello. — Io, invece, sono davvero tentata di tornare a letto. Il bambino mi
pesa sulla schiena e mi affatico persino a fare qualche passo.
— Allora farete bene a sdraiarvi. È importante non affaticarsi nelle
vostre condizioni.
Mairin le rivolse un sorriso divertito. — Siete così materna, eppure siete
la prima a non prestare ascolto ai vostri stessi consigli.
— È la prerogativa di una guaritrice — scherzò Keeley.
Entrambe si voltarono quando Ewan entrò con passo deciso, seguito da
un uomo che recava i colori della Corona. Incerta su come mostrare il dovuto
rispetto al messo reale, Keeley si alzò frettolosamente dalla sedia e restò a
guardare con la schiena dritta il laird e l’importante ospite mentre Alaric e
Caelen entravano a loro volta nella sala.
Mairin intanto cercava faticosamente di alzarsi. — Ewan?
Lui la raggiunse e le fece cenno di restare seduta. — No, stai pure
comoda — le disse, guardando Keeley e indicando anche a lei la sedia.
Ma poi si accigliò, come se si stesse chiedendo che cosa ci faceva alzata;
dopo un attimo, liquidò la cosa lanciandole un’occhiata e tornò a dedicare la
sua attenzione al messo reale.
— Laird McCabe, vi reco una missiva del sovrano. Mi ha chiesto di
attendere la vostra risposta — riferì il messaggero.
Ewan annuì e lo invitò ad accomodarsi al tavolo alto, per poi chiedere
che venissero portati dei rinfreschi. Dopodiché sedette, srotolò la pergamena
e la lesse in silenzio prima di alzare lo sguardo e posarlo su Alaric. —
Riguarda il tuo matrimonio.
Lui aggrottò la fronte e lanciò una breve occhiata a Keeley prima di
posare nuovamente gli occhi sul laird.
— Il sovrano esprime la sua soddisfazione per lo sposalizio ed è lieto
dell’alleanza che sigillerà. Annuncia il suo arrivo per presenziare alla
cerimonia e ci chiede d’invitare tutti i clan a noi vicini, in modo da sentire di
persona il loro giuramento di fedeltà.
L’intera sala cadde nel silenzio.
Keeley sentì una morsa stringerle il cuore. Non osava guardare Alaric,
perché sapeva che si sarebbe tradita. Chinò la testa e fissò lo sguardo sulle
mani che teneva in grembo, in modo da celare a tutti il suo sconforto.
— È un grande onore, Alaric — affermò Ewan con pacatezza.
— Lo so. Ti prego di esprimere al sovrano tutto il mio apprezzamento
per l’onore che mi riserva — affermò Alaric formalmente.
— Il re mi chiede d’informarlo non appena verrà stabilita la data del
matrimonio.
Con la coda dell’occhio, Keeley vide Alaric annuire.
Accanto a lei, Mairin tirò un secco respiro. Keeley la guardò, si accorse
del dispiacere nei suoi occhi e allora le sorrise con coraggio, poi alzò il
mento.
— Ho sempre voluto incontrare il re.
Non fu per codardia che Keeley si ritirò nella sua camera non appena
finì di cenare. Arrossiva di vergogna pensando a che aspetto avesse. Sapeva
di apparire esausta e affranta, tanto che Maddie le aveva promesso di portarle
di sopra l’acqua per un bagno.
Solo l’idea d’immergersi in una tinozza colma di acqua calda e
profumata la faceva sospirare di piacere. Faticosamente salì le scale, tanto
stanca da trascinare i piedi. Quando entrò in camera, si sentì così grata alle
donne che già stavano riempiendo la tinozza da farsi venire le lacrime agli
occhi.
Maddie entrò qualche attimo più tardi. Sorvegliò il lavoro delle altre con
le mani sui fianchi, poi si voltò verso Keeley e sedette sul letto accanto a lei.
— Vi serve aiuto per entrare nella tinozza? — le chiese.
— No, grazie — rispose Keeley sorridendo. — Siete meravigliose a fare
tutto questo per me. So quant’è faticoso portare i secchi d’acqua su per le
scale.
Maddie le batté la mano sul ginocchio. — È il meno che possiamo fare
per la nostra erborista. Se non ci prendiamo cura di voi e non vi manteniamo
forte e in salute, come possiamo pretendere che curiate i nostri ammalati?
Insieme guardarono la donna che entrò con l’ultimo secchio, poi l’acqua
che veniva versata nella tinozza. Il vapore si alzava in soffici volute e Keeley
chiuse gli occhi e sospirò mentre immaginava di entrarci.
— Bene, adesso vi lasciamo al vostro bagno. Gannon aspetterà in
corridoio, per cui chiamatelo se avete bisogno di qualcosa.
Keeley sentì le guance scaldarsi. — Gannon? Ma non posso chiamarlo.
Entrerebbe e non è affatto decoroso. Inoltre, il suo dovere è badare alle
necessità di Alaric.
Maddie ridacchiò. — No, Gannon non entrerà, a meno che non tema per
la vostra vita e in tal caso non importerebbe se siete vestita o no. Ma se lo
chiamate, lui avvertirà subito me o Christina.
— Ah — esclamò lei, sollevata.
Maddie rise e se ne andò. Senza perdere tempo, Keeley si sfilò la veste
dalla testa e la lanciò attraverso la stanza, poi si affrettò verso la tinozza. Ogni
movimento le costava fatica, ma con cautela riuscì a immergersi
completamente. Quando l’acqua le arrivò al mento, si appoggiò di schiena
alla tinozza e sospirò.
Si sentiva in paradiso.
Chiuse gli occhi e rilassò i muscoli stanchi e doloranti. Non pensava a
nulla, solo al piacere del bagno. Se qualcuno vi avesse versato una secchiata
d’acqua bollente ogni tanto, sarebbe rimasta immersa per giorni. Anche
perché si sentiva così fiacca da non essere neppure certa di riuscire a tirarsi
fuori.
Sospirò e posò le braccia sui bordi della tinozza, poi reclinò la testa.
Il calore che veniva dal camino acceso a pochi passi da lei le lambiva la
pelle e la rilassava ancora di più. Si stava quasi addormentando quando sentì
la porta aprirsi; sorpresa, riaprì gli occhi e vide Alaric dall’altra parte della
stanza, avvolto dalla penombra. Le poche candele accese erano tutte vicine
alla tinozza e all’angolo in cui si sarebbe rivestita, mentre i bagliori del fuoco
non raggiungevano il punto in cui si trovava lui.
Per un lungo istante Alaric si limitò a guardarla e lei ricambiò lo
sguardo, aspettando mentre si rendeva conto del famelico appetito che lui
aveva negli occhi. C’era qualcosa di molto insolito nel suo atteggiamento. In
genere era allegro e scherzoso. Prima di fare l’amore avevano riso insieme e
spesso parlavano degli eventi della giornata.
Ma adesso la sua espressione era fiera e gli occhi scintillavano
pericolosamente. Keeley deglutì quando lo vide avanzare, con lo sguardo che
non la lasciava mai. Si sentiva vulnerabile e questo la eccitava. La forza di
Alaric sembrava palpabile, tanto intensa da spandersi nella stanza come una
cosa viva.
Si fermò accanto alla tinozza e i suoi occhi le scivolarono sul corpo
nudo come una carezza, intensi e possessivi. D’istinto lei accennò a coprirsi i
seni con le braccia e allora lui s’inginocchiò, stringendole delicatamente i
polsi.
— No, non nasconderti. Stanotte sei mia. Solamente mia.
Appartieni a me e a nessun altro e io voglio prendermi ciò che possiedo
per apprezzarlo e venerarlo.
Lei sentì il mento tremare e strinse le labbra per tenere a freno il
nervosismo. Ma non provava timore, anzi era eccitata. Più di quanto lo fosse
mai stata fino a quel momento, tanto eccitata da voler balzar fuori dalla
tinozza.
Alaric prese il panno appoggiato lì accanto, lo immerse nell’acqua e
glielo passò sul collo. Nonostante il caldo, Keeley sentì piccoli fremiti
correrle sottopelle, raccogliersi nei seni e indurirle i capezzoli fino a
trasformarli in sassolini mentre lui cominciava a lavarle con gentilezza le
spalle.
Un profumo di rose si levò nell’aria. Alaric prese il sapone, lo passò sul
panno fino a formare una schiuma densa, poi tornò a guardarla. — Chinati in
avanti — le ordinò.
Quel tono così tranquillo e sensuale la fece fremere di nuovo. C’era
un’oscura promessa nella sua voce che le arrivava dritta al cuore, tendendola
a tal punto da farle temere di esplodere.
Quando si fu sistemata come lui voleva, Alaric le passò il panno sulla
schiena con lenti movimenti circolari.
— Oh — gemette Keeley. — Ma è meraviglioso.
La lavò ovunque, risalendo fino alle spalle per massaggiargliele
delicatamente e quindi scendendo piano lungo la spina dorsale fino alla
fossetta appena sopra la fessura tra le natiche. Keeley assaporava ogni
momento tenendo gli occhi chiusi, con la testa che ciondolava mentre una
dolce letargia mista a piacere le correva nelle vene. Ma non appena Alaric
tornò a salire, passando il panno su un fianco per poi lavare il ventre e i seni,
aprì di scatto gli occhi e il suo respiro si fece affannoso.
Alaric si fermò, poi strinse i dolci emisferi con le mani stuzzicandole i
capezzoli coi pollici. Avanti e indietro, ancora e ancora, fino a quando ogni
passata le mandò dardi di piacere cristallino nel ventre e tra le cosce.
Trasalì, ma non per il pudore bensì per un lampo di pura estasi quando
lui le appose un bacio sulla nuca. Era un semplice contatto delle labbra sulla
pelle, ma le fece lo stesso effetto di un fulmine.
La doppia sensazione del pollice che le sfiorava i capezzoli e delle
labbra che si muovevano sensualmente sul collo le ridusse le ossa in gelatina.
Era indifesa. Completamente alla mercé di Alaric, e questo la eccitava da
impazzire.
— Sei così bella — le sussurrò sul collo. — Ti guardo e mi sento
travolto dal fuoco che arde dentro di te, dalla tua gentile bellezza, dal tuo
coraggio e dalla tua determinazione. Per me, nessuna donna può eguagliarti.
E nessuna ti eguaglierà mai.
Keeley sentì il cuore gonfiarsi di felicità e un groppo stringerle la gola,
rendendo impossibile parlare. E comunque, che cosa avrebbe potuto dire?
— Dopo tutto ciò che hai fatto per me, stanotte sarò io a prendermi cura
di te.
Il suo rauco sussurro le echeggiò nelle orecchie, dandole un fremito per
le immagini che evocava.
Lui le bagnò i capelli e li lavò ciocca dopo ciocca, passandovi le dita e
frizionando la densa schiuma. Poi la invitò a reclinare la testa e li sciacquò
con cura, versando l’acqua calda con la ciotola e prestando attenzione a non
mandarle il sapone negli occhi. Quando ebbe finito, si rialzò e le porse la
mano.
Keeley posò le dita nel palmo aperto e lui la fece alzare. L’acqua le
scivolò lungo il corpo, rendendo la sua pelle lucida e brillante alla tenue luce
delle candele. Fremendo, attese mentre Alaric la guardava, con quegli occhi
intensi che la scaldavano ovunque si posassero.
Poi, chinò la testa. Lei trattenne il fiato quando lo vide avvicinare la
bocca a un capezzolo. Lo prese tra le labbra, poi succhiò; a Keeley cedettero
le gambe e sarebbe ricaduta nella tinozza, se lui non l’avesse sostenuta
passandole un braccio attorno ai fianchi per poi avvicinarla a sé e tornare a
banchettare.
— Ti sto bagnando i vestiti — gli disse, annaspando.
— Non importa.
Passò all’altro seno e la sua lingua tornò a saettare, picchiettando il
sensibile bocciolo e mandandole fremiti di pura delizia lungo la schiena.
Keeley era estasiata dall’immagine che offrivano, con i loro corpi
avvolti dal caldo bagliore del fuoco, la bocca di Alaric sui seni e lei
completamente nuda che riluceva alla luce delle candele. Era l’incarnazione
dei suoi sogni più romantici: lui era il suo guerriero e anche se all’inizio era
stata lei a salvarlo, adesso Alaric la salvava giorno dopo giorno.
Il suo guerriero. Il suo amore.
— Amami, Alaric — le sussurrò.
— Sì, ti amo, Keeley. Ti amo e ti amerò per sempre. Ma stanotte è la
mia notte. Tu sei mia per amarti come voglio. Mai più ti sentirai così venerata
e così amata.
La lasciò per un istante e prese un grosso panno per asciugarla.
Non appena lei uscì dalla tinozza, ce la avvolse per poi condurla verso il
fuoco. Poi, con grande cura, le strizzò i capelli e prese il pettine; quando
cominciò a districarle i nodi, Keeley sospirò per la delizia.
Nessuno l’aveva mai trattata così. Era una sensazione meravigliosa. Si
sentiva importante, come se fosse la lady del maniero e venisse amata e
onorata dal suo laird.
Alaric tornò a posarle le labbra sulla nuca e la baciò con fervida
passione. — Stanotte obbedirai ciecamente ai miei comandi.
Soddisferò tutti i tuoi desideri perché lo voglio, ma sarai comunque mia
e farai ciò che ti dico.
Le sue mani salirono e scesero lungo le braccia e la sua bocca si spostò
verso il collo. — Credi che riuscirai ad accettare il fatto di non dirmi mai di
no?
Keeley sentiva la tensione crescere in modo insopportabile e il respiro
farsi così affannoso da avere un capogiro. La forza e la sensualità che gli
sentiva nella voce la eccitavano a dismisura.
Possibile che lui non lo sapesse? In momenti come quelli, non poteva
negargli nulla.
Annuì, incapace di parlare per il groppo che le stringeva la gola.
Lui le voltò la testa in modo che i loro sguardi s’incontrassero. I suoi
occhi la incatenarono, e la sua espressione fiera rivelava l’animo indomito del
guerriero delle Highlands. — Dillo a voce alta, Keeley.
Voglio sentire le parole.
— Sì, lo accetto — sussurrò lei d’un fiato.
26
Alaric la sollevò e tenendola saldamente tra le braccia andò verso il
letto. Il panno in cui l’aveva avvolta si aprì e cadde a terra, lasciandola di
nuovo nuda. Lui l’adagiò sul materasso e fece un passo indietro, con lo
sguardo che non la lasciava un solo istante.
Sentendosi intensamente vulnerabile, Keeley deglutì nervosa ed eccitata
mentre lo guardava spogliarsi in tutta calma. I bicipiti e le spalle si
gonfiarono e si flessero mentre si toglieva la camicia. Lei posò lo sguardo
sugli addominali scolpiti: le prudevano le dita per la voglia di toccarli, per il
desiderio di esplorare ogni dura linea del suo corpo.
— Apri le gambe per me, Keeley. Lasciami guardare la tua parte più
intima e più morbida.
Arrossendo, lei rilassò le gambe e lentamente le allargò. Alaric tese le
mani, le prese le caviglie e poi le spinse indietro, facendole piegare le
ginocchia fino ad affondare i talloni nel materasso. Una posizione che la
esponeva completamente al suo sguardo, lasciandola aperta e bramosa del
suo tocco.
Lui s’inginocchiò accanto al letto e passò un dito tra gli umidi petali,
soffermandosi sull’entrata per poi violarla giusto un poco.
Keeley annaspò e poi inarcò i fianchi, chiedendo di più. Alaric ritirò il
dito e poi si chinò su di lei.
Keeley trattenne il fiato fino ad avere un capogiro. Ogni fibra del suo
corpo si tese per l’attesa mentre aspettava il caldo contatto delle sue labbra.
Ma non furono le labbra a toccarla: Alaric tornò a violarla con la punta della
lingua, per poi salire dall’apertura al sensibile bocciolo nascosto dalle pieghe
della pelle.
Un grido le sfuggì e lei si dimenò sul letto. Lui le strinse le cosce e la
tenne ferma mentre continuava imperterrito a leccare. Le ruvide passate della
lingua generavano lampi di piacere che partivano dal ventre per infrangersi
nei seni, indurendole i capezzoli in modo insopportabile.
Gentilmente lui succhiò il piccolo bottone e poi prese a picchiettarlo con
la lingua, facendo indurire anche quello in modo insopportabile.
Era troppo. Semplicemente troppo. Una vampata di piacere la ridusse in
mille pezzi, che presero a disperdersi come foglie sparpagliate dal vento. E
dopo tutta quella pressione e quell’insostenibile tensione si sentì così leggera
da fluttuare, fino a quando cadde verso il basso in una dolce spirale.
Stupefatta dalla potenza dell’orgasmo, Keeley alzò la testa e lo guardò.
— Alaric? — gli sussurrò.
Ma lui non le rispose. Invece la fece girare a pancia in giù, poi le afferrò
un braccio e glielo mise dietro la schiena. Con sua immensa sorpresa, le legò
una striscia di tessuto attorno al polso, poi avvicinò l’altro braccio per
bloccarle le mani.
Uno sciame di farfalle prese a svolazzarle nello stomaco. Le ginocchia
tremavano in modo incontrollabile.
Quando Alaric ebbe finito, controllò il nodo e poi la afferrò per i fianchi,
facendola alzare sulle ginocchia in modo che affondasse il viso nel cuscino.
Era davvero alla sua mercé, completamente esposta a lui e con le mani legate
dietro la schiena.
Lo sentì tirarsi indietro, poi le carezzò i glutei con entrambe le mani. Ma
un attimo più tardi li strinse e li allargò, esponendola ancora di più. — Ti ho
fatto male in questa posizione la sera in cui ti ho deflorata. Ma stavolta ci sarà
solo piacere, te lo prometto.
Una mano si scostò, poi sentì le sue nocche sfiorarla mentre posizionava
il membro contro l’apertura. Quindi spinse e dura carne la riempì, tendendo
muscoli sensibili che subito lo strinsero.
Lei gemette piano. Era meraviglioso sentirlo avanzare. Fremeva nel
profondo e il piacere si diffondeva a ondate; quando lo sentì ritrarsi, i delicati
tessuti protestarono e involontariamente tornò a stringerlo, umida e bramosa.
— Ti faccio male? — le chiese.
— No — gli sussurrò.
Alaric spinse di nuovo, stavolta più forte, Keeley non si era mai sentita
così aperta e così piena. Dopo essersi assicurato che lei riuscisse ad
accettarlo, cominciò ad affondare con potenza. Poi afferrò la corda che le
legava i polsi e la tirò, costringendola a rialzarsi, tenendola stretta mentre la
penetrava ancora e ancora.
Lo schioccante rumore delle cosce di lui che le sbattevano contro i glutei
echeggiò con forza nella stanza. Se prima era gentile, adesso la possedeva
con vigore. Dava il ritmo che più gradiva e non mostrava alcuna
compassione.
Sempre più veloce, sempre più duro e più profondo… e poi si fermò,
dentro di lei fino all’elsa della spada. Keeley era completamente in balia del
suo possesso, indifesa verso qualunque cosa lui volesse farle. Ma invece di
spaventarla, questo aumentava la sua eccitazione a dismisura. Si dimenò con
impazienza, ma Alaric la tenne ferma mentre restava affondato fino in fondo.
Poi arretrò e spinse di nuovo, stavolta con più lentezza e regolarità.
Pareva esercitare un ferreo controllo su di sé, ogni affondo misurato e al
contempo deciso e implacabile. Si ritirava e la riempiva piano, fino a quando
lei iniziò a implorarlo. Voleva di più. Aveva bisogno di spinte più rapide,
secche e profonde. Aveva bisogno del dolce attrito.
— Non ti avevo detto che stanotte devi obbedirmi? — le chiese con
voce roca. — Sono io a dare gli ordini, ragazza. Tu non puoi dire nulla, solo
accettare tutto ciò che ti chiedo.
Keeley chiuse gli occhi e strinse i denti in dolce agonia mentre lui la
riempiva con una spinta particolarmente dura come per rafforzare quelle
parole. Sì, era lui al comando. Lei non aveva alcun controllo.
Dovette mordersi un labbro per non protestare quando lo sentì ritrarsi
dalla ferma stretta del suo corpo. Alaric la mise in piedi e la sostenne fino a
quando non la vide ben ferma sulle gambe, poi le posò le mani sulle spalle e
la fece inginocchiare sul pavimento.
Aveva il membro potentemente eretto davanti a lei. Riluceva della sua
umidità e la pelle era tesa attorno alla grossa punta. — Apri la bocca, Keeley
— ordinò, stringendole la nuca con una mano e afferrando al contempo la
base del turgido bastone.
Lei prese tra le labbra la carne soda e Alaric spinse. All’inizio non fu
facile accettarlo, ma lui attese con pazienza che si abituasse e cominciasse a
respirare con il naso.
Desiderosa di compiacerlo, Keeley provò a fagocitarlo tutto, ma lui la
trattenne per i capelli. — No. Resta ferma — le mormorò.
Tenendole la testa con entrambe le mani, cominciò a spingere e a
ritrarsi. All’inizio si mosse piano, scivolando sulla lingua fino in gola.
Quando lei si rilassò divenne più esigente, spingendo fino in fondo e poi
restando fermo per un attimo prima di ritrarsi in modo che lei potesse
respirare.
Gli unici rumori nella stanza divennero quelli della fellatio, grevi,
intensi, umidi, e il respiro affannoso di lui mentre affondava ancora e ancora.
Poi Alaric gemette e un lieve schizzo le finì sulla lingua, salato e pungente.
Lei si preparò a un nuovo schizzo, ma bruscamente lo sentì ritrarsi e allora
aprì gli occhi, vedendolo afferrare il membro e muovere freneticamente la
mano avanti e indietro.
Seme caldo le finì sul petto mentre Alaric gemeva rafforzando la stretta
sulla sua nuca. Poi restò immobile, i piedi piantati a terra, il respiro rotto e
affannoso mentre anche Keeley riprendeva fiato. Mai aveva immaginato che
un uomo e una donna potessero amarsi in quel modo. Evocava qualcosa di
atavico dentro di lei, si sentiva una proprietà del suo guerriero. Gli
apparteneva e lui poteva prenderla come e quando gradiva. Mai aveva
desiderato con tanta forza che fosse vero.
Lui si chinò e le baciò la testa, poi la aiutò a rialzarsi. Quindi la
condusse alla bacinella e con gentilezza lavò via il seme che le era finito
addosso. Poi si lavò a sua volta e, quando ebbe finito, Keeley costatò sorpresa
che era di nuovo eretto. Non poteva dirsi un’esperta al riguardo, ma a quanto
ne sapeva una cosa del genere non era normale.
Senza slegarle i polsi, Alaric la riportò verso il letto. Accatastò i cuscini
sul bordo, poi la fece chinare in modo che vi posasse il busto.
Keeley si ritrovò comodamente appoggiata sulla pancia, le gambe aperte
e i piedi piantati sul pavimento.
Stavolta quando la prese da dietro non diede mostra dell’urgenza di
prima, come se si fosse saziato almeno in parte e volesse mostrarsi più
paziente. Spingeva e si ritraeva con calma, un ritmo lento e costante che
sembrava più adatto a saggiare che a possedere. Le stringeva le natiche con
dita avide, muovendole mentre il membro affondava dentro di lei ancora e
ancora.
Continuò così fino a quando Keeley cominciò a reagire, inarcandosi per
accettarlo tutto e fremendo di piacere. Sentiva il ventre contrarsi per un
bisogno disperato. Annaspava e intanto chiudeva e apriva le dita, dimentica
persino dei polsi legati.
Poi Alaric inserì la mano tra lei e i cuscini e trovò con il dito il sensibile
bocciolo all’apice delle pieghe. Premette e poi prese a stuzzicarlo con rapidi
movimenti circolari, facendola impazzire.
Intanto continuava a riempirla, senza mai deviare dal ritmo che si era
dato.
Keeley quasi piangeva per il bisogno di sfogarsi. Sentiva tendersi tutti i
muscoli. La pressione era così intensa da risultare persino dolorosa.
Ma Alaric continuava ad affondare e ritrarsi, toccandola intanto tra le
cosce con infinita pazienza, tendendola come la corda di un arco pronto a
scoccare la freccia. Fino a quando la tensione esplose tutta insieme, un
accecante, squisito lampo di piacere che cancellò ogni cosa. La vista si
offuscò, il mondo intero si dissolse. Keeley lo chiamò gridando per nome
finché anche il fiato le manco, e poi sentì solo i propri gemiti.
Una nuova ondata la travolse e poi un’altra ancora. L’estasi pareva
infinita questa volta, tanto intensa da annichilirla. Sprofondò tra i cuscini,
sentendosi come se stesse fluttuando. Per lunghi istanti perse ogni cognizione
mentre lui continuava a riempirla ancora e ancora.
Poi, gradualmente, tornò a sentire i ritmici schiocchi della carne sulla
carne e si rese conto che Alaric era ancora dentro di lei. La possedeva con
incredibile potenza, ma le mancavano persino le forze per venirgli incontro.
Poteva solo star lì immobile mentre lui la saccheggiava… fino a quando, con
sua sorpresa, sentì l’eccitazione fiorire nuovamente, poi crescere spinta dopo
spinta.
Lui era molto meno paziente adesso. Le afferrò i fianchi, piantando le
dita nella carne, poi cominciò ad affondare come un maglio, apparentemente
deciso a darle un nuovo orgasmo.
Era più duro, più rapido e più intenso questa volta. Lo sentì chiamarla
per nome con un roco mormorio, poi si chinò in avanti, con le ispide cosce
che le sbattevano contro i glutei con bruciante intensità.
— Sei mia — gemette Alaric. — Mia. Tu appartieni a me. Nessun altro
uomo ti avrà mai come io ti ho posseduta questa notte.
Una vampata di caldo la attraversò da capo a piedi, raccogliendosi nel
ventre. No, nessun uomo poteva mai sperare di possederla come lui, si disse,
arrendendosi alla corrente, alla forza della loro passione.
Non chiedeva altro alla vita che appartenere al suo guerriero e gridò
quando la tensione tornò a esplodere, fremendo tutta mentre si apriva a lui
per accettarlo fino in fondo.
Poi, Alaric si ritirò di scatto, facendole quasi male per quanto sensibili
erano diventati i teneri muscoli. Un attimo più tardi sentì il suo seme sulla
schiena, quindi il calore del suo corpo quando crollò su di lei ansante e sudato
per lo sforzo.
Le baciò il collo, sussurrando dolci parole che Keeley non riuscì
neppure ad afferrare.
Per un lungo istante restò così, il suo peso su di lei, il membro che
pulsava tra i loro corpi. Poi lentamente si rialzò; le slegò i polsi, quindi li
massaggiò dolcemente fino a quando il formicolio scomparve.
— Aspetta — le disse, allontanandosi dal letto.
Tornò un attimo più tardi con un panno caldo e poi, con amorevole
premura, la ripulì dal suo seme passandoglielo sulla schiena e sulle natiche.
Alla fine, la strinse e insieme crollarono sul letto, poi la avvolse nel suo
abbraccio.
— Mai mi sono comportato così con una donna — ammise,
carezzandole i capelli. — Dentro di me c’è qualcosa di barbaro che vuole te.
Che ti ritiene mia, si ribella all’idea che non potrai esserlo e così insiste per
lasciarti almeno il marchio del mio possesso.
Keeley sorrise e si accoccolò contro di lui. Si sentiva deliziosamente
dolorante e del tutto appagata. — Mi piace l’idea di essere marchiata da te.
Non ho mai immaginato che potesse esistere qualcosa del genere tra un uomo
e una donna.
— Neppure io — disse Alaric mestamente. — Ma tu sei una grande
fonte d’ispirazione.
Lei ridacchiò e poi sbadigliò. Alaric le baciò la fronte e l’avvicinò a sé
ancora di più. — Che cosa stiamo facendo? — gli sussurrò. — Doveva essere
una notte soltanto.
Lui le passò le dita tra i capelli, poi posò la guancia sulla sua fronte.
— Prendiamola come viene, giorno per giorno, e assaporiamo ogni
momento che trascorriamo insieme. Così, quando dovremo dirci addio,
avremo le nostre notti da ricordare e sapremo almeno di aver esplorato la
nostra passione fino in fondo.
27
Keeley era convinta che la nascita del figlio di Mairin fosse benedetta
non solo dal clan McCabe, ma anche da Dio in persona. In gennaio, quando
l’inverno era al culmine, un clima insolitamente tiepido avvolse le Highlands
giusto due settimane prima della data prevista per il parto, come se non solo
gli uomini ma anche le schiere celesti attendessero con gioia l’arrivo
dell’erede di Neamh Alainn.
Certo, faceva ancora freddo, ma non nevicava più e il vento aveva
smesso di fischiare. Il sole splendeva alto nel cielo per le poche ore in cui si
alzava e le notti non parevano poi così buie.
Mairin era sempre più agitata. Nelle lunghe sere, Keeley stava con
Maddie, Bertha e Christina e tutte insieme le tenevano compagnia per
distrarla dal parto ormai imminente. A volte anche il laird si univa a loro e
capitava spesso che sedesse con la moglie davanti al camino nella sala
grande. Era un periodo tranquillo e Keeley si sentiva sempre più parte della
sua nuova famiglia.
Anche se lei e Alaric stavano attenti a mantenere al minimo i contatti in
pubblico, le notti erano solo per loro. A tarda sera, quando lui si ritirava, la
raggiungeva nella sua camera e una volta a letto si amavano con dolce
passione fino a quando le prime luci dell’alba tingevano il cielo.
Dopo la malattia, non aveva più cercato di respingerlo. Non ne era
capace, anche se restava sempre acutamente consapevole che il tempo a loro
concesso stava per finire. Pensarci le riempiva il cuore di dolore, ma mai si
sarebbe pentita di aver giaciuto con lui. Era una gioia destinata ad
accompagnarla per il resto della vita.
Quella mattina erano rimasti a letto più a lungo del solito. In genere
Alaric rientrava nella sua camera prima che il maniero si svegliasse, ma non
quel giorno. L’aveva stretta forte a sé e le aveva carezzato pigramente un
braccio mentre lei giaceva accoccolata contro il suo torace.
— Dovrei alzarmi — le sussurrò, apponendole un bacio sulla tempia.
— Sì, dovresti.
Lui, però, non si mosse. — Mi viene sempre più difficile lasciarti, lo
sai?
Keeley chiuse gli occhi per celargli la pena che quell’ammissione le
procurava. Aveva pensato che Alaric si sarebbe stancato presto di quella
situazione e quindi si era rassegnata a cogliere ciò che poteva dai momenti
trascorsi assieme e a non fare storie quando lui doveva andarsene. Ma nelle
ultime settimane l’aveva raggiunta a letto sempre più spesso, fino a quando
era diventato normale trascorrere la notte insieme. — Oggi non devi
allenarti? — gli chiese scherzosa.
Alaric sbuffò. — Sì. Ogni giorno. È importante non diventare grassi e
pigri durante l’inverno. Inoltre, più il parto si avvicina e più cresce il rischio
di subire un attacco a sorpresa.
Lei sospirò. — Questa non è vita. Povera Mairin.
Per alcuni lunghi istanti restarono in silenzio, poi Alaric si voltò e le
catturò le labbra in un bacio famelico e carnale. La colse di sorpresa e prima
che riuscisse a reagire era salito sopra di lei, sistemandosi tra le sue gambe.
Non le usò alcuna gentilezza. Se prima era stato infinitamente adorabile
e paziente, adesso era diretto e imperioso. Le ricordava la notte in cui aveva
preteso la sua completa obbedienza, per poi prenderla ancora e ancora.
Il membro si fece strada tra le sue pieghe e poi affondò in profondità.
Keeley annaspò per il travolgente senso di pienezza e sgranò gli occhi per
l’espressione selvaggia di lui. Era fiero e potente, un predatore concentrato
solo sulla preda. Le afferrò le gambe e poi le alzò, appoggiandole sulle spalle
e aprendola così completamente al suo possesso.
Keeley si tenne a lui, affondandogli le unghie nella carne mentre Alaric
si muoveva sopra di lei. Lo sentiva ansimare con forza, un suono che le
echeggiava nelle orecchie eccitandola ancora di più. — Non ne avrò mai
abbastanza di te. Continuo a dirmi che è l’ultima volta, ogni notte mi ripeto
che è l’ultima notte, e invece non riesco a starti lontano — le mormorò. —
Non mi stancherei mai di amarti, mia guaritrice.
Una morsa le strinse il cuore per la pena che gli sentiva nella voce.
Passava tanto di quel tempo a piangere la propria sorte, a temere il
momento in cui si sarebbero dovuti lasciare, da dimenticare che anche lui ne
soffriva giorno e notte.
Tese le mani, stringendo la forte linea della mascella per poi tirarlo a sé
fino a quando le loro bocche si sfiorarono. Con dita tremanti gli carezzò gli
zigomi, poi le guance, le labbra e il mento. — Ti amo — gli sussurrò. — Mi
ero detta che non avrei reso le cose più difficili, che non avrei mai
pronunciato queste parole, ma adesso non riesco più a tacere. Devo dirtelo,
anche se non volevo che tu lo sapessi.
Lui trattenne il fiato e i suoi occhi si riempirono d’angoscia. Si fermò
dentro di lei, poi la guardò con una tale tenerezza da farle venire le lacrime
agli occhi. Ma non appena aprì la bocca per risponderle, Keeley gli premette
una mano sulle labbra.
— Non dire nulla. Non ne hai bisogno. Sento il tuo cuore dentro di me.
Mi avvolge ogni volta che siamo insieme e mi accompagna ovunque vada.
Per cui, non parlare di cose che a noi sono precluse.
Lascia che l’amore resti un peccato solo mio.
Alaric la strinse così forte da soffocarla, poi rotolò sul letto e la sistemò
sopra di sé. La baciò fino a toglierle il fiato, divorandole le labbra, la guancia,
il collo e di nuovo le labbra. Keeley rispose con eguale frenesia e i baci
divennero vulcanici. Si amavano con passione disperata, come se non si
vedessero da tempo e fossero famelici, come se fosse la loro ultima volta
insieme. Lei non sapeva da dove nascesse quell’urgenza, ma non fece nulla
per smorzarla.
— Cavalcami — le mormorò lui. — Prendimi e fammi tuo. Lascia che ti
stringa tra le braccia e ti guardi volare: per me, non c’è vista più bella.
Deglutendo il groppo alla gola, Keeley gli posò le mani aperte sul torace
e prese a muoversi sopra di lui, ardente e sensuale, guardandolo negli occhi
mentre lo accoglieva fino in fondo.
Un caldo sorriso gli piegò le labbra mentre la studiava con occhi che
brillavano d’incontrastato desiderio. Sì, Alaric le apparteneva.
Nessuno poteva più portarglielo via. Un’altra donna poteva prendere il
suo nome e dargli dei figli, ma lei avrebbe sempre avuto le chiavi del suo
cuore proprio come lui avrebbe sempre avuto la certezza che lo amava.
La potenza del suo corpo la ipnotizzava. Le linee e i movimenti dei suoi
muscoli, l’ampia distesa del torace, gli addominali scolpiti. Era
completamente uomo, muscoloso, implacabile e bellissimo.
Si alzò sulle braccia, poi scese e si chinò per passargli la lingua sul
torace, proprio in mezzo tra i pettorali gonfi. Lui si tese e trattenne il fiato
quando arrivò fino al collo; lo mordicchiò giocosamente, poi affondò i denti
nel grosso tendine sotto l’orecchio.
Con un gemito, Alaric la prese tra le braccia e la tirò contro di sé, per poi
inarcare i fianchi e penetrarla con forza ancora e ancora.
— Ti amo. Ti amo — ripeté lei, una litania sulle sue labbra, una canzone
che nasceva dalle profondità del cuore. Grosse lacrime le riempirono gli
occhi e le rigarono le guance mentre crollava ansante su di lui.
Braccia forti la strinsero come bande d’acciaio, tenendola stretta mentre
la tempesta si gonfiava attorno a loro. Keeley sentiva il picco avvicinarsi, ma
stavolta l’ondata era dolce e colma di tristezza, del tutto diversa dal crescendo
impetuoso che tante volte l’aveva spazzata via. E quando lo raggiunse, un
piacere tenero e agrodolce si diffuse dentro di lei, tendendola fino a quando
esplose in una miriade di minuscoli frammenti.
Quando l’onda si ritirò si accorse delle carezze di Alaric sulla schiena,
poi delle dita che le affondava nei capelli mentre le sussurrava all’orecchio
dolci parole.
Per lunghi istanti restò sopra di lui, sprofondata nel suo abbraccio
mentre Alaric continuava a coccolarla. Sapeva che era tardi, molto più tardi
di quanto doveva essere. Presto lui se ne sarebbe andato, perché non poteva
evitarlo.
Come se stesse pensando le stesse cose, Alaric si mosse. L’afferrò e la
mise sotto di sé, ancora affondato fino in fondo nel suo corpo. I loro sguardi
s’incontrarono; ciò che Keeley vide in quegli occhi scuri e sinceri le tolse il
fiato.
— Anch’io ti amo. Non posso darti altro, ma lascia almeno che ti doni
queste parole.
Lei si morse il labbro per trattenere tutte le lacrime che minacciavano di
scendere. Poi lo baciò, un unico, reverenziale, amorevole bacio sulla bocca.
— Adesso vai — gli sussurrò. — Se no ci scopriranno.
— Sì, hai ragione. Ma tu resta qui e riposati. Se Mairin ha bisogno di te
ti manderò a chiamare, ma fino ad allora promettimi che riposerai.
Keeley sorrise e annuì, tornando a coprirsi mentre lui scendeva dal letto.
In silenzio Alaric si vestì, poi uscì dalla stanza fermandosi un istante sulla
porta per lanciarle un’ultima, focosa occhiata.
Solo dopo che se n’era andato Keeley si accorse che stavolta era venuto
dentro di lei.
Chiuse gli occhi, sentendo la speranza e il timore crescere di pari passo.
Non voleva che suo figlio o sua figlia soffrissero il disonore di venire
chiamati bastardi, ma sapeva che se era rimasta incinta, quello era l’unico
figlio che avrebbe mai messo al mondo.
Si voltò su un fianco e premette forte le coperte sul seno. — Non so cosa
fare — mormorò in lacrime. — Lo amo. Lo desidero. Vorrei dargli dei figli,
ma lui mi è precluso.
Lacrime amarissime iniziarono a scorrere, bagnando le coperte.
Aveva giurato a se stessa di non piangere. Si era ripromessa di affrontare
la loro separazione con coraggio. Ma adesso si rendeva conto di essersi illusa.
Perché il giorno in cui Alaric avrebbe sposato Rionna, lei sarebbe
semplicemente morta dentro.
28
Keeley si prese tutto il tempo per vestirsi. Non aveva alcuna fretta di
scendere e affrontare la dura realtà dopo le lacrime appena versate.
Canticchiando tra sé, si spazzolò i capelli e li raccolse nella treccia. Poi
si alzò e rifece il letto; dopo aver dato il colpetto finale al cuscino, si voltò e
uscì dalla stanza.
Era tardi, ma si concesse comunque un pigro sbadiglio mentre scendeva
le scale. La giornata sembrava perfetta per restare in casa e godersi la
compagnia delle altre donne, anche se Mairin diventava sempre più inquieta a
mano a mano che passavano i giorni.
Stava per giungere in fondo alle scale quando sentì voci concitate levarsi
dal salone. Perplessa, appoggiò la mano al muro e sbirciò dietro l’angolo per
capire cosa stava succedendo.
— Laird McDonald si avvicina ai nostri cancelli — riferì una sentinella
a Ewan, che ascoltava in piedi e con le braccia conserte.
Lei trasalì e scese gli ultimi scalini senza neppure accorgersene.
Rigida come una statua, guardò nella sala grande e vide Alaric
avvicinarsi al fratello insieme a Caelen.
— Porta con sé sua figlia e chiede di essere accolto da alleato.
Ewan annuì. — Sì. Mandategli subito un messaggero. Lo accoglierò
personalmente nel cortile — dichiarò, voltandosi e cominciando a dare
ordini. Le donne si sparpagliarono da tutte le parti mentre si affrettavano a
preparare i tavoli per il rinfresco.
Keeley fissava la figura di Alaric come intontita. Le sembrava che il
mondo intero le fosse crollato addosso. Poi lui si voltò e i loro sguardi
s’incontrarono.
Aveva occhi selvaggi che riflettevano appieno il caos che ribolliva
dentro di lei.
Keeley sapeva di dover essere forte, una persona migliore che riusciva a
sopportare senza batter ciglio quella terribile notizia. Ma non ci riusciva:
l’idea di affrontare la sua amica d’infanzia la addolorava, quella di rivedere il
laird che l’aveva aggredita la riempiva di rabbia. Ma su tutto dominava la
pena di dover cedere proprio a loro l’uomo che amava.
Si coprì la bocca con la mano per soffocare un singhiozzo, poi si voltò e
fuggì su per le scale.
Alaric vide Keeley precipitarsi piangendo in camera e si girò verso
Ewan, lottando per non cedere all’impulso d’inseguirla. — Perché McDonald
è venuto adesso? — sibilò. — Credevo che gli accordi fossero chiari, che il
matrimonio andasse celebrato solo in primavera dopo la nascita di tuo figlio.
— Non lo so — rispose Ewan cupamente. — Ma intendo scoprirlo.
Può darsi che anche lui abbia ricevuto una missiva dal sovrano e che sia
ansioso di accontentarlo.
Alaric si passò la mano tra i capelli. Sentiva il cappio stringersi e si
rendeva conto di aver vissuto quegli ultimi mesi negando la realtà.
Aveva scacciato dalla mente il pensiero del matrimonio, felice di godere
ogni notte tra le braccia di Keeley. Ma adesso, il suo dovere era
prepotentemente tornato alla ribalta. Rionna era il futuro. Keeley…
ebbene, lei andava relegata nel passato.
— Meglio sbrigare subito questa faccenda — mormorò Ewan.
Alaric si sentiva avvilito, ma raddrizzò la schiena e soppresse la terribile
angoscia. — Bene, allora andiamo a salutarlo — disse con calma.
Ewan prese Mairin per mano, poi la strinse in un abbraccio. — Resta
qui, tesoro, dov’è caldo e confortevole. Se hai bisogno di qualcosa, chiedi
alle donne. Altrimenti, fai in modo che non ti disturbino. — Le carezzò il
ventre prominente, poi le diede un tenero bacio e si voltò verso Alaric.
Mairin fissò Alaric con occhi colmi di tristezza quando i tre fratelli si
diressero verso il portone per accogliere i McDonald.
Mentre usciva, lui si chiedeva come avrebbe fatto a fingere di non odiare
quel bastardo. Come poteva salutarlo con il sorriso sulle labbra, abbracciarlo
e promettergli di prendersi cura di sua figlia e del suo clan quando il vecchio
laird si fosse deciso ad abdicare? Avrebbe solo voluto sputargli in faccia e
passarlo a fil di spada non appena fosse sceso da cavallo. Un uomo che aveva
cercato di stuprare una ragazza appena diventata donna. Un uomo che aveva
permesso alla moglie gelosa di rovesciare la colpa sulla poveretta e bandirla
dal clan.
Meglio non pensarci, perché la sua furia diventava sempre più grande a
ogni passo che faceva.
— Perché hai quella faccia? — chiese Caelen. — Sembri pronto a
uccidere qualcuno.
— Sì, lo sono, per vendicare il torto fatto a Keeley.
Caelen lo guardò perplesso e i due fratelli si fermarono davanti al
cancello aperto, in attesa delle avanguardie dei McDonald. — Di che torto
stai parlando?
Lui scosse la testa. — Lascia stare. Non ti riguarda.
— Sì, invece. Voglio sapere che razza di uomo ho davanti prima di
allearmi con lui.
— Non è il vecchio McDonald l’uomo con cui ti alleerai, bensì con tuo
fratello — intervenne Ewan. — O ti sei già scordato che Alaric diventerà il
signore dei McDonald? — Il suo sguardo andò ad Alaric.
— So che tieni molto a Keeley, ma quest’alleanza è troppo importante
per noi. Non deluderci, poiché l’alternativa è la guerra.
Con questo fece un passo avanti, dato che l’avanguardia dei McDonald
aveva superato le colline. Alaric stava per raggiungerlo, ma Caelen lo
trattenne. — Dimmi che torto ha fatto Gregor a Keeley — sibilò imperioso.
Lui avvampò, ma poi strinse le labbra. — L’ha molestata quand’era
poco più di una ragazzina. Sua moglie è arrivata proprio mentre lui stava per
violentarla, ma invece di proteggerla l’ha chiamata sgualdrina per poi
bandirla dal clan. Da allora, Keeley ha dovuto provvedere a se stessa da sola,
dimenticata e umiliata da tutti.
Caelen impallidì. Un muscolo della mascella si contrasse, ma non disse
nulla e guardò avanti verso i cavalieri che si avvicinavano al galoppo.
Alaric prese un respiro profondo per cercare di calmarsi quando
McDonald e la figlia varcarono il cancello. Rionna fu la prima a smontare da
cavallo e lui aggrottò la fronte quando vide che indossava abiti maschili. Era
scandaloso per una donna vestire così, e tuttavia lei non sembrava prestarvi la
minima attenzione.
Rionna incontrò spavaldamente il suo sguardo, con gli occhi dorati che
scintillavano al sole. Intanto Gregor McDonald scendeva sbuffando da
cavallo, le labbra strette in una smorfia di riprovazione mentre si avvicinava
alla figlia. — Ewan — salutò con un cenno di rispetto.
— Gregor — replicò lui.
— Conosci già mia figlia, ma dai una buona occhiata alla donna che
presto sposerai, Alaric — disse il vecchio laird al futuro genero.
— Rionna — salutò Alaric chinando rispettosamente la testa.
Lei reagì con un’impacciata riverenza, poi lanciò un’occhiata a Ewan e
Caelen.
Conscio che tutti si aspettavano di vederlo corteggiare Rionna mentre
sarebbe stata al maniero, anzi, fino a che non l’avesse sposata, Alaric allungò
la mano verso di lei.
Per un attimo Rionna lo guardò con genuina confusione, poi un vago
rossore le colorì le guance e mise la mano nella sua. Alaric se la portò alle
labbra e le sfiorò le nocche. — È un piacere avervi qui con noi, milady.
Lei si schiarì la gola e ritirò la mano, chiaramente imbarazzata.
— Mia moglie freme per rivedervi, Rionna — disse Ewan. — Vi aspetta
nella sala grande. Il parto è ormai vicino e deve riposare, ma mi ha chiesto di
dirvi che, se volete, potete raggiungerla non appena lo riterrete opportuno.
— Vi ringrazio, laird McCabe. Anch’io sono ansiosa di rivederla —
rispose Rionna a bassa voce. Quindi si diresse verso il portone del maniero,
lanciando ad Alaric un’altra occhiata colma d’imbarazzo.
Ewan si voltò verso Gregor non appena Rionna entrò. Incrociò le
braccia, poi studiò dall’alto in basso il vecchio laird. — Non ci hai avvertiti
del tuo arrivo. A quanto ne sapevo, dovevi venire dopo il parto di mia moglie.
Gregor ebbe la grazia di apparire sconcertato per la schiettezza di Ewan.
— Vista la pausa che ci concede l’inverno, mi è parso sensato anticipare il
viaggio. Il tempo potrebbe sempre peggiorare, costringendoci a celebrare il
matrimonio in primavera. E io voglio sigillare la nostra alleanza il prima
possibile — affermò, sbuffando piano per poi lanciare a Ewan un’occhiata
preoccupata. — Si dice che Cameron stia assoldando dei mercenari e che
abbia stretto un’alleanza con Malcolm. Re David non ha le forze per
sconfiggere l’armata che insieme potrebbero creare e, se marciano su di noi,
non potremo resistere a lungo. Per questo tutte le Highlands attendono con
ansia la nascita dell’erede di Neamh Alainn: quando voi McCabe ne
prenderete possesso, avremo una fortezza inespugnabile a difendere i nostri
territori. E davanti alle nostre armate unite sotto un’unica bandiera, persino
Cameron dovrà rinunciare alle sue pretese.
Alaric ascoltava le parole di Gregor con il cuore colmo d’angoscia.
Erano vere, purtroppo. Il suo matrimonio con Rionna era cruciale non
solo per sigillare l’alleanza tra i loro clan, ma anche per convincere tutti i clan
vicini a farne parte. L’alternativa era frammentare le Highlands, spingendo
qualcuno a sottomettersi a Cameron e qualcun altro a schierarsi con loro per
difendere la Corona.
— Quindi sei venuto da noi per anticipare il matrimonio.
Gregor annuì. — È importante celebrarlo prima possibile.
— Rionna è d’accordo? — incalzò Ewan.
L’anziano laird storse le labbra. — Rionna è mia figlia. Conosce i suoi
doveri.
Ewan lanciò una lunga occhiata ad Alaric, quasi volesse entrargli nella
testa e scoprire i suoi pensieri più profondi. — Tu che ne pensi, Alaric?
In quel momento, lui lo detestò. Odiava sapersi compatito dai suoi
fratelli. Deglutì e chiuse le mani a pugno, poi guardò il suo futuro suocero,
l’uomo che gli avrebbe trasmesso il titolo di laird. Parlare gli costò uno
sforzo immane, ma Ewan, Mairin, il suo clan e persino la Corona
dipendevano dalla decisione che avrebbe preso.
— Per me va bene — disse, pronunciando così le parole destinate a
escludere per sempre dalla sua vita l’unica donna che avrebbe mai amato.
29
— No, non voglio vederla!
Keeley si voltò e guardò fuori dalla finestra, ignorando i gelidi spifferi
che penetravano nella sua stanza.
Maddie sospirò e la raggiunse, passandole un braccio attorno alle spalle.
— So che per voi è doloroso, ma non otterrete nulla nascondendovi. Prima o
poi dovrete scendere; inoltre, Mairin può partorire da un giorno all’altro. Non
ha senso restare chiusa in camera.
— Già è terribile il fatto che un tempo fossimo amiche, ma adesso devo
farmi da parte e guardarla mentre sposa Alaric. E laird McDonald? — chiese,
rabbrividendo e chiudendo gli occhi. — Come posso ignorarlo dopo ciò che è
successo?
Maddie la prese per il braccio e la fece voltare. — Venite, sediamoci.
Vorrei dirvi due parole.
Frastornata, Keeley la seguì fino al letto e sedette sul bordo. Maddie si
sistemò accanto a lei e le prese le mani. — Voi non avete fatto nulla di
sbagliato, quindi non avete nulla di cui vergognarvi. È stato il laird ad
aggredirvi e questo è un peccato di cui risponderà davanti a Dio.
— Io non dovrei essere qui — gemette Keeley. — È una situazione così
intricata! Mi sono concessa a un uomo che non posso avere, pur sapendo che
era destinato a sposare la donna che un tempo consideravo come una sorella.
E tuttavia eccomi qui, piena di rabbia verso di lei e verso suo padre: come
vedete, anch’io non sono senza colpe quando si parla di scelte sbagliate.
Maddie l’abbracciò e prese a dondolare avanti e indietro. — È vero che
vi ritrovate in un ginepraio, nessuno lo nega. Ma dovete sapere che il nostro
laird non permetterebbe a nessuno di farvi del male. E
neppure Alaric. Qui siete al sicuro. Laird McDonald non può toccarvi ed
è molto probabile che finga addirittura di non conoscervi.
— So che avete ragione — rispose Keeley. — Ma ho paura lo stesso.
Maddie le carezzò affettuosamente i capelli. — Su, avanti. Capisco i
vostri timori, ma adesso potete contare su un intero clan. E se davvero volete
bene ad Alaric, facilitategli le cose il più possibile. Non fategli capire quanto
soffrite. Aggiungerebbe solo altro dolore al peso che già porta sulle spalle.
Lei si tirò indietro e si asciugò le lacrime. — Avete ragione. Mi sto
comportando come una bambina viziata.
Maddie sorrise. — No. Vi comportate come una donna innamorata che
sa di non poter vincere. Io dico che la vostra reazione è assolutamente
normale.
— Domani ce la farò — promise Keeley con un triste sorriso. — Ma
stasera, ho davvero bisogno di restare da sola in camera mia.
— Mi sembra giusto. Spiegherò io a milady perché non siete scesa a
cena e lei capirà. Si preoccupa molto per voi.
— Chiamatemi se ha bisogno di me. Arriverò subito.
Maddie annuì e poi si alzò. Non appena uscì, Keeley si lasciò cadere sul
materasso fissando il soffitto. Solo quella mattina, aveva giaciuto con Alaric
in quel letto. Si erano confessati il loro amore per poi indulgere di nuovo
nella bollente passione che li univa.
Lacrime amare le scivolarono sul viso, bagnandole i capelli. Quello non
doveva essere il loro ultimo giorno. Avrebbero dovuto sapere con largo
anticipo dell’arrivo di McDonald, in modo da potersi dire addio.
Giacere insieme per l’ultima volta. Trascorrere l’ultima notte nel calore
dei loro abbracci.
Chiuse gli occhi e le lacrime presero a scorrere copiose.
— Ti amo — sussurrò. — Ti amerò per sempre.
Mairin McCabe si aggiustò per la centesima volta sulla sedia e trattenne
uno sbadiglio così grande da slogarle la mascella. Suo marito ascoltava
educatamente laird McDonald, il quale non faceva che ripetere storie di
valorosi guerrieri già sentite decine di volte. Lei, per contro, studiava di
nascosto Alaric e Rionna.
Si erano scambiati solo qualche parola durante tutto il banchetto.
La distrazione di Alaric la preoccupava molto, tuttavia Rionna sembrava
persino felice di avere accanto un futuro marito che non diceva nulla.
Le poche volte che lei aveva cercato d’imbastire una conversazione con
quella fanciulla, si era scontrata con un muro di educato silenzio.
Eppure la conosceva bene e sapeva che poteva mostrarsi molto più
amichevole, almeno quand’erano da sole. I McDonald erano già venuti a far
visita al maniero e Rionna si era fatta benvolere da tutte le donne McCabe.
Alaric, dal canto suo, sembrava… infelice. Certo, lo nascondeva bene e
nessuno avrebbe pensato che era diverso dal solito, ma lei lo conosceva a
fondo. Non era freddo come Caelen, né aveva l’abitudine di mostrarsi fiero
come Ewan. Si poteva sempre contare su di lui se una conversazione
languiva, perché aveva un carattere molto socievole. Ma quella sera sedeva in
tetro silenzio e piluccava la carne come se non avesse il minimo appetito.
L’assenza di Keeley spiccava parecchio, ma lei non poteva certo
biasimarla. Non doveva essere facile vedere l’uomo amato corteggiare
un’altra donna; inoltre, le circostanze per cui era stata bandita dai McDonald
bastavano e avanzavano per tenerla lontana dal vecchio laird e dalla figlia.
Se ci pensava, sentiva montare una tale rabbia da aver voglia di alzarsi,
afferrare un vassoio e tirarlo in testa al loro illustre ospite. Se solo fosse
riuscita a muoversi tanto rapidamente da eludere la sorveglianza di Ewan, ci
avrebbe persino provato.
— Se ti agiti così cascherai dalla sedia — le mormorò lui. — Cos’hai?
Non ti senti bene?
Mairin vide la preoccupazione negli occhi del suo esasperato consorte.
— Vorrei ritirarmi. Ma posso salire in camera da sola, quindi resta pure con i
nostri ospiti.
Ewan scosse la testa. — No, credo che salirò anch’io. Così permetterò
ad Alaric di parlare in privato con Gregor e magari con Rionna, se lo desidera
— le disse. Poi, senza aspettare la sua risposta, si voltò verso il vecchio laird
e lo interruppe con educazione. — Ti chiedo scusa, Gregor, ma mia moglie
vorrebbe ritirarsi. Si stanca facilmente in questo periodo e non voglio
lasciarla in camera da sola.
Mairin non riuscì a trattenere una smorfia di disgusto quando gli occhi
di laird McDonald brillarono lascivi. — Ma certo, capisco benissimo. Se
avessi una moglie graziosa come la tua lady, anch’io non la lascerei in
camera da sola.
Lei rabbrividì. Povera Keeley, doveva essere stato orribile ritrovarsi tra
le grinfie di quell’uomo quand’era ancora così giovane. Gregor McDonald
era un dissoluto. E mangiava troppo. Gertie non gli aveva mai perdonato
l’ultima visita che aveva fatto al maniero. La dispensa non era certo piena
come adesso, ma lui aveva mangiato a quattro palmenti svuotandola del tutto.
— Vieni, tesoro — le mormorò Ewan, aiutandola ad alzarsi.
Mairin si tenne stretta a lui. Era vero che si sentiva stanca, ma capitava
sempre in quel periodo. A volte le sembrava di dover portare in grembo quel
bambino per l’eternità: era particolarmente attivo di notte e allora lei
svegliava Ewan, e insieme lo guardavano muoversi e scalciare.
Si fermò a metà delle scale, già a corto di fiato. Il laird la sostenne e
aspettò che lei fosse pronta a proseguire.
— Mi sembra di essere incinta da una vita intera — si lamentò Mairin
mentre entravano in camera.
Lui sorrise e l’aiutò a svestirsi. — Non ne avrai ancora per molto.
Pensa a quanto sarà bello tenere in braccio nostro figlio o nostra figlia.
Mairin sospirò. — Ci penso sempre.
Non appena indossò la camicia da notte, sedette sul bordo del letto.
Dall’altra parte della stanza, Ewan si spogliò e lei sentì il suo sguardo su
di sé mentre la raggiungeva. — Cosa c’è, Mairin? — le chiese, sedendosi a
sua volta. — Sembri preoccupata. Hai dei timori per il parto?
Mairin sorrise e si voltò verso di lui. — No. Mi fido ciecamente di
Keeley.
— E allora cos’è che ti preoccupa?
— Keeley. E Alaric — gli rispose d’un fiato.
Lui sospirò e fece per voltarsi, ma Mairin lo trattenne per un braccio.
— Sono così infelici, Ewan. Non puoi fare qualcosa?
Suo marito fece una smorfia e le carezzò la guancia. — No, tesoro.
Quest’alleanza è troppo importante. Alaric è un uomo adulto e ha preso
la giusta decisione.
Mairin sbuffò esasperata. — Sai bene che ha preso questa decisione solo
per sigillare l’alleanza con i McDonald. Alaric ha un grande cuore. Farebbe
di tutto per te e per il clan.
— È la sua possibilità di diventare laird — obiettò lui. — Se resta qui,
non l’avrà mai. Questa è un’opportunità per lui e a noi serve assolutamente
questa alleanza.
— Ma abbiamo davvero bisogno dei McDonald? — chiese lei incredula.
Non le sembrava logico che fosse necessario legarsi a un clan molto più
debole, considerando le capacità militari dei McCabe.
— Sì. Qui non contano le forze in campo — le spiegò Ewan
pacatamente. — È una questione politica, e infatti il sovrano stesso vuole
questo matrimonio a tutti i costi. Non dirlo a nessuno, ma sia noi sia il re
temiamo che McDonald possa schierarsi con Cameron, e questo sarebbe un
disastro perché le sue terre ci dividono da Neamh Alainn.
Mairin storse il naso. — Quindi sarebbe una mossa dettata dalla
strategia, più che dal bisogno di avere i suoi guerrieri al nostro fianco.
Ewan annuì. — Rischiamo di dover affrontare un’armata potente,
Mairin. Molti clan ne hanno paura e quindi esitano a schierarsi da una parte o
dall’altra. Temono la vendetta di Malcolm e Cameron se risulteranno
vittoriosi nella battaglia per il trono. Per questo dobbiamo dare l’impressione
di poter creare un esercito ancora più potente. È come un gatto che si morde
la coda: più clan convinceremo a unirsi a noi e più ne arriveranno.
Lei sospirò. — Tu parli di politica, mentre io voglio solo la felicità di
Alaric e Keeley.
— Non dare per scontato che Alaric sarà infelice con Rionna — replicò
suo marito, prendendola tra le braccia. — È una fanciulla capace e molto
bella. Ha una grande personalità e gli darà figli sani e forti.
— Ma che ne sarà di Keeley?
— Resterà con noi e diventerà l’erborista dei McCabe. Godrà di una
posizione privilegiata e vedrai che tanti uomini proveranno a corteggiarla.
Chiunque sposi quella ragazza può considerarsi fortunato.
— Riesci a far sembrare tutto così semplice — mormorò Mairin. —
Penseresti le stesse cose se ti fosse stato proibito di sposarmi?
Ewan si tirò indietro, in volto un’espressione rabbuiata. — Nessuno, né
in cielo né in terra, avrebbe mai potuto impedirmi di sposarti.
— Lo so, e ti amo per questo — replicò lei con calma. — Ma non pensi
che Alaric potrebbe provare lo stesso sentimento per Keeley?
30
Keeley era in piedi all’alba e guardava di malumore fuori dalla finestra.
La neve si era sciolta quasi completamente per il caldo di quei giorni, del
tutto inaspettato in gennaio. Lei aveva trascorso una notte insonne e aveva gli
occhi rossi e gonfi.
I consigli di Maddie erano stati preziosi. Sapeva di dover prestare
ascolto alle sue sagge parole: non aveva senso nascondersi in camera, anche
perché non era più una giovane fanciulla terrorizzata dall’idea di essere sola
al mondo dopo aver perso la propria casa e il proprio clan. Adesso aveva i
McCabe a sostenerla. Aveva amici sinceri e leali.
Gregor McDonald e Rionna non potevano più farle alcun male.
E dunque, pur sentendosi morire dentro, avrebbe sorriso al matrimonio
di Alaric. Gli avrebbe augurato ogni bene con tutto l’amore che sentiva nel
cuore, ma senza versare una lacrima per lui.
La ferita restava, ma alcune cose andavano tenute segrete. Anche se
avrebbe voluto gridare al mondo intero che lo amava, era meglio soffrire in
silenzio e non dare a nessuno un’arma da usare contro di lui.
Sentendosi un po’ meglio dopo aver festeggiato l’arrivo di Rionna
piangendo per tutta la notte, si lavò la faccia e si sistemò i capelli. Poi fece un
bel respiro e uscì, intenzionata a scendere nella sala grande.
Dopo… ebbene, non aveva idea di cosa fare quel giorno. Nelle ultime
settimane, lei e le donne del maniero si erano riunite per tenere compagnia a
Mairin, ma visto l’arrivo degli importanti ospiti le altre sarebbero state
occupate. In ogni caso, si sarebbero dovute ritirare in un angolo più tranquillo
del salone per le loro chiacchiere.
Non appena scese, capì che la maggior parte dei guerrieri era ancora a
letto dopo la notte di festeggiamenti per l’arrivo degli ospiti.
Un insolito silenzio gravava sul maniero, rotto solo dall’andirivieni delle
serve. Allora decise di sfruttare l’occasione per fare una passeggiata in
cortile, visto che il laird aveva proibito a chiunque di avventurarsi senza
scorta fuori dalle mura.
Si fermò in cucina per far visita a Gertie e chiederle se le erano avanzate
delle erbe che lei poteva usare per i suoi medicamenti. Ma la cuoca sbuffò e
la mandò via, borbottando qualcosa contro i seccatori che la distraevano
dall’organizzazione della giornata.
Sorridendo, perché questo era tipico di Gertie, Keeley salutò e uscì in
cortile. Venne accolta dalla fredda brezza del mattino, alla quale diede il
benvenuto. Prese un altro bel respiro e chiuse gli occhi: l’aria sembrava più
limpida in inverno, tanto pungente da solleticarle i polmoni. Quando espirò, il
fiato le uscì in una nuvoletta di vapore.
Ridacchiando come una bambina, si incamminò lungo le mura fino a
raggiungere il lato più alto del maniero. Arrivò in cima e guardò il lago alla
sua sinistra. L’acqua era così immobile da sembrare vetro; il sole si rifletteva
sulla superficie, ricordandole uno scudo che veniva alzato durante una
battaglia.
Era così rapita dalla vista da non accorgersi della fanciulla che si stava
avvicinando fino a quando non si sentì chiamare. — Keeley?
Keeley McDonald, sei proprio tu?
Lei si voltò di scatto, il cuore in gola. Ferma a pochi passi di distanza,
Rionna la guardava stupefatta.
— Sì, sono io — borbottò, facendo un passo indietro.
Un profondo dolore si dipinse sul volto di Rionna. I suoi occhi dorati si
scurirono fino a perdere ogni luce, diventando color ambra.
— Temevo fossi morta. Quando mi hanno detto che non c’eri più, ho
mandato qualcuno a cercarti. Ho aspettato e aspettato, ma visto che non
ritornavi ho pensato che ti fosse successo qualcosa.
Lei la guardò, perplessa e confusa. — Chi ti ha detto che non c’ero più?
— Quelli che mandavo al cottage per assicurarmi che stessi bene.
Come sei arrivata qui? Cosa fai con i McCabe? Sono passati mesi
dall’ultima volta che qualcuno ti ha vista.
Keeley studiò con diffidenza la sua ex amica, incerta su come
rispondere. — Sono con i McCabe perché qui mi sento benvenuta.
Nuovo dolore comparve sul volto di Rionna. Fece per parlare, ma un
guerriero McDonald spuntò nel cortile e la chiamò per nome.
— Lady Rionna, il laird vi sta cercando. La colazione sta per essere
servita ed esige la vostra presenza al tavolo alto.
Rionna strinse le mani a pugno. Il suo sguardo passò dal guerriero a
Keeley. — Adesso devo andare, ma vediamoci più tardi. Ho tante cose da
spiegarti.
Senza aggiungere altro, si voltò e si affrettò verso il maniero. Keeley la
guardò allontanarsi, sentendo una morsa stringerle le viscere.
Caotiche emozioni le ribollivano dentro: una parte di lei l’avrebbe
abbracciata così forte da soffocarla, per poi dirle che le era mancata
terribilmente e riempirla di complimenti per quant’era diventata bella.
Un’altra, però, esigeva almeno una spiegazione. E recava con sé quel
dolore che era convinta di aver sepolto mesi prima, tanto forte da farle
dubitare che sarebbe stata in grado di perdonare coloro che le avevano
sottratto la sola vita e le sole certezze che conosceva.
Sospirò e tornò a guardare il lago, contemplando le acque cristalline.
Adorava l’acqua. Assorbiva gli umori e i capricci della natura e li trasferiva
in superficie. Era qualcosa di liberatorio. Nessuna finzione, nessuna pretesa,
solo il riflesso di ciò che avveniva in profondità.
Restò immobile a contemplare l’azzurra distesa per un tempo che le
parve infinito, persa nei suoi pensieri e nella pena che le faceva sanguinare il
cuore.
— Stamani fa troppo freddo per rimanere fuori così a lungo.
Un’erborista come voi dovrebbe saperlo.
Era la voce di Gannon. Lei si voltò, sorpresa dalla presenza del
guerriero. Non l’aveva sentito avvicinarsi, ma era troppo distratta da altre
faccende.
Un lieve sorriso le piegò le labbra. — A dire il vero, mi ero scordata del
freddo.
— Allora è ancora peggio, perché potreste ammalarvi senza neppure
accorgervene.
Lei voleva chiedergli se era stato Alaric a mandarlo, ma poi si morse la
lingua. Non voleva pronunciare il suo nome. Aveva giurato di affrontare la
realtà a testa alta, anche se probabilmente l’avrebbe uccisa.
— È una splendida mattina — disse invece, il tono colloquiale. — La
neve si è sciolta. È strano che faccia così caldo in questo periodo dell’anno.
— Sì, ma l’aria resta comunque troppo fredda per uscire senza vestiti un
po’ più caldi.
Keeley sospirò e lanciò una nuova occhiata al loch. Quella calma leniva
la sua pena come nient’altro poteva fare. Le donava una grande pace anche se
dentro si sentiva a pezzi. Se solo avesse potuto avvolgerla attorno a sé come
un manto. Un’armatura così resistente che nulla poteva trapassarla.
— Sapevate che i McDonald erano il mio clan?
Pronunciò quelle parole con spavalderia, il tono diretto e persino
insolente. Non sapeva perché gli avesse posto quella domanda.
Gannon non era certo un tipo con cui confidarsi. Anzi, probabilmente
preferiva perdere un braccio piuttosto che star lì ad ascoltare le chiacchiere di
una donna.
— Sì, lo sapevo — le rispose.
C’era una strana nota nella sua voce, un tono che lei non riuscì a
definire. — Ebbene, adesso non lo sono più.
Lui annuì. — No. Adesso siete una McCabe.
Keeley sorrise. Non riuscì a evitarlo, perché sentirlo dire da un guerriero
come lui le metteva una gran voglia di abbracciarlo e stringerlo con tutte le
sue forze. Ma l’emozione le giocò un brutto scherzo: una lacrima le scivolò
sulla guancia, Gannon la guardò inorridito e lei rise. — Grazie per avermelo
ricordato. Ne avevo un gran bisogno stamattina — ammise. — Io… ebbene,
non ero pronta per il loro arrivo.
— Questo non è un buon motivo per piangere — replicò Gannon con
voce burbera. — Un McCabe non piange mai. Affronta le avversità con la
schiena dritta e non permette a nessuno di mettergli i piedi in testa.
Stavolta l’impulso fu troppo forte. Si lanciò contro di lui e lo strinse in
un abbraccio, senza lasciarlo neanche quando Gannon fece un passo indietro.
— Che fate? Cosa vi prende? — protestò il guerriero, tenendola ferma
per non rischiare di perdere l’equilibrio e restando immobile come una statua
quando lei lo strinse di nuovo. Ma poi sospirò. — Tra voi e lady McCabe,
questo maniero sta diventando troppo sdolcinato — bofonchiò.
Lei rise di nuovo. Sotto il tono burbero c’era un affetto impossibile da
non notare. Lo lasciò, arretrò un poco e gli sorrise tra le lacrime. — Però ci
volete bene, vero?
— Io? — borbottò lui, alzando gli occhi al cielo. — Mai detto nulla del
genere.
— Ammettetelo, avanti. Ci volete bene.
— In questo momento no, non vi voglio bene.
— Ah. Però prima sì, giusto?
Stavolta lui si accigliò ferocemente. — Dovreste rientrare nel maniero,
non stare qui a dire assurdità.
— È vero, Gannon. Ammetto di non sentirmi molto in forma stamattina.
— Tornò a guardarlo e fu tentata di abbracciarlo di nuovo, ma lui parve
intuire le sue intenzioni e si affrettò a tirarsi indietro.
Keeley tornò a sorridere. — Sono una McCabe e adoro il mio clan. Voi
conoscete bene l’importanza della lealtà, dell’amicizia e della famiglia.
Gannon parve persino risentirsi. — Certo che la conosciamo bene.
Non esiste clan più leale dei McCabe, né un laird più giusto del nostro.
— Sono così felice di essere qui — disse Keeley a bassa voce mentre si
avviavano verso il portone.
Gannon esitò per un istante, poi le lanciò un’occhiata di sbieco. — E
io sono felice che siate qui, Keeley McCabe.
31
Incoraggiata dalla presenza di Gannon, Keeley entrò quella sera nella
sala grande stando bene attenta a non guardare né Rionna né suo padre. Il
guerriero l’accompagnò fino al tavolo alto e lei sedette al suo solito posto
accanto a Mairin.
Gannon occupò la sedia accanto e Keeley gli sorrise con gratitudine,
mentre Mairin le strinse la mano sotto il tavolo.
Evitò di posare gli occhi su Alaric, che sedeva diversi posti più in giù tra
Rionna e laird McDonald. Invece, Keeley si concentrò su Mairin e su
Christina, seduta dall’altra parte del tavolo accanto a Cormac. Il nervosismo
tornava a farsi sentire, chiudendole lo stomaco come un sacco vuoto. Senza
dubbio Rionna aveva detto al padre della sua presenza al maniero. Che cosa
doveva aspettarsi dal vecchio laird?
L’avrebbe chiamata sgualdrina davanti ai McCabe? Avrebbe cercato di
rovinare anche la posizione che si era conquistata tra di loro? E cosa doveva
spiegarle Rionna di così misterioso?
Mangiò in silenzio, annuendo ogni volta che Mairin parlava. A un certo
punto, Gannon si sporse verso di lei e le sussurrò: — Avete appena annuito
quando milady vi ha chiesto se secondo voi il parto tarderà ancora sei mesi.
Keeley chiuse gli occhi e si trattenne dal battersi la mano sulla fronte.
Poi si voltò verso Mairin, guardandola con grande imbarazzo.
— Scusatemi.
Mairin sorrise e scosse la testa. — Stavo solo prendendovi in giro.
Sapevo che eravate distratta perché annuite a tutto ciò che viene detto —
spiegò, chinandosi verso di lei. — Coraggio, è quasi finita. Nessuno si è
accorto che siete così a disagio.
Lei ricambiò il sorriso con gratitudine, ma quando tornò a voltarsi vide
laird McDonald che la guardava. La studiava perplesso e Keeley si accorse
del momento in cui la riconobbe: i suoi occhi divennero più grandi, poi si
voltò a guardare Rionna con aria risentita. Alla fine tornò a fissare lei, ma non
c’era rabbia né tantomeno sorpresa sul suo volto.
C’era bramosia e questo spaventò Keeley più che vederlo alzarsi e urlare
“sgualdrina”.
Tutto il terrore e l’impotenza che aveva provato allora, quand’era stata
certa che l’avrebbe violentata, riaffiorarono.
L’impulso di alzarsi e fuggire fu così forte da spingerla quasi a balzare
in piedi. Solo allora si rese conto che stava permettendo a qualcosa accaduto
anni prima d’influenzarla: con la stessa rapidità con cui aveva ceduto al
panico, sentendosi debole e tremante, una rabbia incontrollata le corse nelle
vene. Si appoggiò allo schienale e aprì le mani chiuse a pugno. Non era più
una ragazza appena diventata donna. Era un’adulta e sapeva difendersi.
Stavolta, il vecchio laird non avrebbe avuto davanti una vittima inerme.
— Non siete sola — le mormorò Gannon.
Lei non voleva mettere entrambi in imbarazzo scoppiando in lacrime,
ma tuttavia aveva gli occhi lucidi quando lo guardò. — No, non sono sola.
Non più.
Il guerriero annuì e sorrise. — Se avete finito, vi accompagno di sopra.
Keeley tirò un sospiro di sollievo. Sapeva che McDonald o Rionna non
potevano alzarsi all’improvviso per seguirla, non senza suscitare delle
domande, ma non voleva comunque attirare l’attenzione scusandosi per poi
ritirarsi in fretta e furia.
— Grazie. In effetti, anche se è presto, non vedevo l’ora di salire in
camera.
Mairin, che stava ascoltando, si sporse verso di lei e le posò una mano
sul braccio. — Sì, Keeley, forse è meglio che andiate a riposarvi.
Lei si alzò il più tranquillamente possibile, ma nonostante i suoi sforzi
per passare inosservata il tavolo alto parve quietarsi. Poi, tutti si voltarono.
Rionna, Alaric e il vecchio McDonald la guardavano con espressioni
molto diverse. Alaric pareva preoccupato, e un lampo gli attraversò lo
sguardo quando Gannon le porse la mano. Negli occhi di Rionna c’era
qualcosa che ricordava un profondo dolore, mentre il laird la studiava con
avido interesse, squadrandola da capo a piedi fino a quando lei fremette per il
disgusto.
— Venite — disse Gannon a bassa voce.
Keeley si voltò e il guerriero la condusse verso le scale. Salirono in
silenzio e quando raggiunsero la sua camera, Gannon attese educatamente
che lei aprisse.
— Se avete bisogno di qualcosa, sarò qui fuori — le disse.
Keeley lo guardò sorpresa. — Ma il vostro dovere sarebbe tornare al
tavolo alto.
— È vero. Però il laird non ha bisogno di me adesso. Voi sì.
A Keeley occorse solo un attimo per capire che Gannon sapeva
dell’aggressione che lei aveva subito da ragazza. Sentì le guance scaldarsi e
d’istinto abbassò lo sguardo, incapace d’incontrare gli occhi del guerriero.
— Grazie — mormorò. E prima che lui potesse risponderle, entrò,
chiuse la porta e vi si appoggiò pesantemente.
Era un orribile ginepraio. Non vedeva l’ora che Rionna e suo padre se ne
andassero dal maniero dei McCabe, ma quando fossero partiti, Alaric avrebbe
viaggiato con loro come marito di Rionna.
Con un sospiro cominciò a spogliarsi, poi si mise a letto. Restò sveglia a
lungo, con gli occhi fissi sulle fiamme nel camino e una sola domanda che le
ronzava in testa.
Anche Alaric stava pensando a lei in quel momento, oppure stava
corteggiando la sua promessa sposa?
Si svegliò nel cuore della notte, balzando di scatto a sedere. Il cuore le
batteva così forte da dolerle. Poi si accorse che la porta era aperta e allora
cedette al panico, immaginando che laird McDonald la studiasse dalla soglia
con quegli occhi avidi e bramosi.
— Keeley, sono Ewan. Vestitevi, presto. Mairin ha le doglie!
Lei sbatté gli occhi per scacciare il terrore e pian piano l’immagine del
vecchio laird si mutò in quella di Ewan. C’era lui in piedi sulla soglia e la
guardava preoccupato mentre aspettava una risposta.
— Sì, certo. Vengo subito — balbettò, scendendo dal letto e prendendo
la veste, per poi stringerla al petto mentre aspettava che il laird chiudesse la
porta.
Si vestì in fretta e furia, inciampando quasi sull’orlo della gonna quando
si voltò per uscire. Ma poi si fermò e si batté la mano sulla fronte. —
Calmati, Keeley. Devi pensare. Questo non è il momento di agitarsi.
Appena uscì, Gannon emerse dalla penombra del corridoio. — Posso
esservi d’aiuto? — le chiese.
Lei si massaggiò la fronte, accorgendosi solo allora che aveva appena
avuto un incubo. Era l’unica cosa che poteva spiegare l’assurdo timore che il
vecchio laird la sorprendesse nel sonno: Gannon faceva la guardia fuori dalla
sua porta. Nessuno sarebbe mai potuto entrare senza che lui lo vedesse.
Rendersene conto la tranquillizzò. Chiuse gli occhi e fece un profondo,
corroborante respiro. — Sì, grazie. Svegliate Maddie e Christina e dite loro di
portare acqua calda e panni puliti. Io prenderò i miei strumenti e andrò subito
da Mairin.
Gannon annuì e si avviò lungo il corridoio, mentre Keeley rientrò nella
sua stanza per prendere la sacca con gli strumenti da levatrice.
Poi raggiunse gli alloggi del laird: la porta si aprì non appena bussò ed
Ewan si parò davanti a lei con espressione fiera.
— Chi è, Ewan? — chiese Mairin. — Keeley, siete voi?
Lei passò davanti al laird e quando vide Mairin le rivolse un sorriso
incoraggiante. — Sì, sono io. Siete pronta a far nascere questo bambino?
Mairin sedeva sul letto, le mani posate sul ventre prominente. La
camicia da notte era raccolta sulle ginocchia e aveva i capelli scompigliati,
ma la tensione sul viso si alleviò quando la vide. — Direi proprio di sì. Sono
stanca di portarlo in grembo. Voglio tenerlo tra le braccia, non nella pancia.
Lei rise. — L’ho sentito dire parecchie volte quando cominciano le
doglie — rispose, posando la sacca sul tavolo per poi avvicinarsi al letto e
sedersi davanti a Mairin. — Avete già le contrazioni? Quando sono
cominciate?
Mairin sospirò, poi guardò Ewan con aria rammaricata. — Stamani
sentivo qualcosa, ma andavano e venivano e non facevano troppo male.
Lui si accigliò ed emise una sorta di ringhio. — Dovevi dirmelo subito,
non aspettare fino a stanotte.
— Abbiamo degli ospiti e non potevo restare a letto tutto il giorno —
borbottò Mairin.
— Non è nulla di grave — intervenne Keeley, per poi prendere la mano
di Mairin e stringerle le dita per farle forza. — Quando le contrazioni sono
diventate più forti e regolari?
— Un po’ prima di cena e da allora si sono fatte molto più ravvicinate.
— È difficile dire quanto durerà questo stato — spiegò Keeley,
alzandosi. — A volte i bambini nascono in poco tempo, altre sembrano decisi
a far aspettare il mondo intero.
Mairin rise. — Mi auguro che il mio abbia fretta.
Ma la risata morì e un gemito le sfuggì dalle labbra. Poi si chinò in
avanti e si strinse il ventre con una smorfia di dolore.
Ewan la raggiunse immediatamente, tenendole le spalle e carezzandola.
— Mairin! Stai bene? Fa male? — Il suo sguardo si posò su Keeley. — Che
cosa possiamo fare? C’è un modo per aiutarla?
Era chiaro che il laird avrebbe fatto impazzire tutte e due se fosse
rimasto. Keeley diede una nuova stretta alle dita di Mairin, poi si alzò.
— Aspettate giusto un attimo — disse, tornando verso la porta. Come
immaginava, trovò Gannon in corridoio quando aprì. — Mi spiace, ma
dovete svegliare anche Caelen oppure Alaric. Dite loro di venire qui per
convincere il laird ad aspettare nel salone. Che beva qualche birra, se serve a
calmargli i nervi, ma senza esagerare.
Gannon ridacchiò. — In altre parole, dobbiamo levarvelo di torno.
Keeley sorrise. — Sì. Lo manderò a chiamare quando il bambino sta per
nascere.
Non appena Gannon si avviò, Keeley tornò da Mairin ed Ewan. Si era
appena seduta quando Maddie e Christina entrarono con l’acqua e i panni
puliti. Mairin parve molto sollevata nel vederle e il suo volto si rilassò
parecchio.
— Per esperienza, milady, direi che ne avete ancora per un po’ —
commentò Maddie non appena fu messa al corrente di come procedevano le
doglie.
Mairin s’incupì.
Ewan, per contro, sembrava assai sperduto mentre si aggirava nella
camera ormai piena di donne. Era chiaro che si chiedeva se darsela
dignitosamente a gambe oppure se restare per sostenere la moglie.
L’arrivo di Caelen e Alaric lo salvò dall’ardua decisione e dopo un
breve parlottio, Mairin ordinò a tutti gli uomini di andarsene. Anche così, i
suoi fratelli dovettero afferrarlo e trascinarlo fuori per convincerlo a uscire.
Sulla soglia, Alaric si fermò e cercò lo sguardo di Keeley. Poi piegò le
labbra in un lieve sorriso e lei fece altrettanto. La porta si chiuse, ma dopo un
attimo si riaprì e Gannon guardò dentro. — Se avete bisogno di qualcosa, io
sarò qua fuori.
Mairin sorrise. — Grazie, Gannon — rispose. Ma poi il suo volto tornò
a contrarsi in una smorfia di dolore e il guerriero si affrettò a ritirarsi e a
chiudere la porta.
— Finalmente — commentò Maddie, annuendo soddisfatta. — Meglio
tenere gli uomini ben lontani dalle partorienti. Diventano come dei bambini
quando vedono le loro donne soffrire.
Christina ridacchiò e Mairin annuì il suo accordo. — Ewan voleva
restare. È importante per lui — disse piano.
— Ma noi lo faremo rientrare. Ho chiesto a Gannon di dire agli altri di
non farlo bere troppo — scherzò Keeley. — Mairin, a questo punto non
possiamo far altro che aspettare. Mettetevi comoda e cercate di agitarvi il
meno possibile.
Per alcune ore le donne chiacchierarono e scherzarono con Mairin,
sostenendola durante le fitte, asciugandole il sudore dalla fronte e
confortandola il più possibile.
— Gesù, fa caldo qui dentro — lamentò Mairin quando Christina le
asciugò la fronte per la decima volta.
— Io invece trovo che sia piuttosto fresco — replicò Maddie. — Ma al
momento buono alzeremo il fuoco. Non vogliamo certo che il bambino
prenda freddo quando lascerà il calore del grembo materno.
— Forse faremo bene a spogliarvi e a farvi sdraiare — intervenne
Keeley. — Le contrazioni diventano sempre più frequenti e devo controllare
che il bambino sia nella posizione giusta.
— E se non lo è? — chiese Mairin con ansia.
— Provvederemo. Non c’è nulla di cui preoccuparsi — la tranquillizzò
Keeley.
Aiutarono Mairin a svestirsi, poi la avvolsero in lenzuola pulite. Era una
donna assai snella ma aveva i fianchi larghi, constatò Keeley con sollievo. Se
il nascituro non era troppo grosso, probabilmente non avrebbe avuto grandi
difficoltà.
Mezz’ora dopo le contrazioni erano regolari e molto vicine. Keeley,
inginocchiata davanti al letto tra le gambe aperte di Mairin, alzò lo sguardo.
— Andate a chiamare il laird — disse con calma. — È quasi l’ora.
Christina sgranò gli occhi. — Vado io — disse. E prima che Keeley o
Maddie potessero risponderle, era già fuori dalla porta.
Meno di un minuto dopo, Ewan entrò di corsa nella stanza. Guardò la
moglie, poi s’inginocchiò accanto al letto e le tenne la mano. — Mairin,
tesoro, come stai? — le chiese ansiosamente. — Fa molto male?
— No, niente affatto — rispose lei stringendo i denti. — Fa male come
le fiamme dell’inferno!
— Vedo la testa — annunciò Keeley. — Mairin, alla prossima
contrazione dovete fare un respiro, trattenerlo e poi spingere. Non troppo
forte, giusto una spinta decisa.
Mairin annuì e strinse forte la mano di Ewan. — Oooh — gemette.
— Sì, proprio così — la incoraggiò Keeley.
Quando Mairin lasciò uscire il fiato per poi crollare sul letto, Keeley la
guardò. — Adesso riposate mentre aspettiamo la prossima contrazione.
Quando arriverà, dovete fare la stessa cosa.
— È assurdo — mormorò Ewan. — Perché il bambino non è uscito?
Maddie alzò gli occhi al cielo. — Tipico degli uomini. Dev’essere
sempre tutto pronto quando arrivano.
Per i lunghi minuti successivi, Mairin e Keeley lavorarono insieme.
Mairin inspirava quando Keeley glielo chiedeva, poi spingeva quando
veniva esortata a farlo. Una piccola testa uscì, sorretta dalle mani in attesa di
Keeley.
— È quasi fatta, Mairin! — esclamò lei con entusiasmo. — Ancora una
spinta e avremo finito.
Mairin si alzò un poco e, sorretta da Ewan, tirò il fiato, lo trattenne e
spinse, chiudendo gli occhi per la concentrazione.
Il piccolo scivolò tra le mani di Keeley, tenero, appiccicoso e grazie a
Dio sano e salvo. — È una femmina! — esclamò. — Avete una figlia,
Mairin!
Gli occhi di Mairin si riempirono di lacrime e anche quelli di Ewan
divennero stranamente lucidi mentre guardava la moglie. — Una figlia —
ripeté.
Keeley stava già tagliando e annodando il cordone ombelicale.
Appena finito, cominciò a lavare la bambina e il primo vagito echeggiò
nella stanza.
Entrambi i genitori parvero ipnotizzati da quel tenue lamento.
Guardavano Keeley come storditi mentre lei finiva di sistemare la
bimba, per poi avvolgerla in una calda coperta e posarla sul petto di Mairin.
— È bellissima — mormorò Ewan, baciando la fronte sudata della
moglie e togliendole delicatamente i capelli dal viso. — Bella come sua
madre.
Mairin si portò la bambina al seno e la coccolò fino a quando non la vide
attaccarsi per poi prendere debolmente a poppare.
Lacrime di gioia offuscarono la vista di Keeley quando Ewan si chinò su
di loro e avvolse moglie e figlia in un caldo abbraccio mentre la bambina
faceva la sua prima poppata. Entrambi i genitori avevano occhi solo per la
piccola creatura che Mairin teneva tra le braccia.
— Complimenti, Keeley — le sussurrò Maddie, abbracciandola forte. —
Non ho mai visto un parto procedere così bene.
Lei le sorrise, poi le fece cenno di aiutarla a raccogliere i panni sporchi.
Lavorarono in silenzio, in modo da non disturbare il tenero momento del
laird con la sua famiglia, ma quando andarono verso la porta Ewan si voltò e
si alzò dal letto. Si fermò davanti a loro, guardandole con occhi che
brillavano di gioia e di sollievo.
— Grazie. Mia moglie significa tutto per me. Non avrei potuto
sopportare la sua perdita o quella di nostra figlia. E voi, Keeley, avete la mia
eterna riconoscenza: ciò che vi devo non potrà mai essere ripagato.
Lei tornò a sorridere. — Tornerò più tardi per controllare che tutto
proceda bene.
Ewan annuì e si affrettò a raggiungere Mairin, sedendo sul letto accanto
a lei.
Non appena le due donne entrarono nella sala grande, Caelen, Alaric e
Gannon andarono loro incontro. — È andato tutto bene? — chiese Caelen.
Keeley annuì. — Sì, certo. E adesso siete lo zio di una splendida
bambina.
— Una bambina? — ripeté Alaric ridacchiando. — Ottimo. Mi chiedo
quanto ci vorrà prima che la piccola faccia impazzire Ewan esattamente come
la madre.
Anche Gannon ridacchiò. — Farà impazzire lui e tutti noi, nessun
dubbio.
— E Mairin? Sta bene? — domandò Caelen.
Keeley alzò un sopracciglio. — Caelen, non ditemi che dopotutto avete
un cuore! Sì, Mairin sta bene. Adesso è con Ewan, ha la bambina tra le
braccia e noi abbiamo deciso di lasciarli soli in un momento importante come
questo.
Caelen si accigliò e borbottò qualcosa, ma si vedeva che era molto
sollevato.
— Adesso scusateci, ma dobbiamo andare ai lavatoi per mettere a mollo
questi panni. Una boccata d’aria fresca ci farà senz’altro bene — disse
Keeley.
Senza aspettare la risposta, le due donne proseguirono verso i lavatoi.
Ma a metà strada, Maddie insistette per prendere anche il fagotto di Keeley.
— Datelo a me — affermò tassativa. — Penso io a lavarli. Voi andate a fare
una passeggiata nel cortile. È stata una lunga notte e credo proprio che ne
abbiate bisogno.
Lei non protestò e puntò verso il cortile, ansiosa di sentire l’aria fredda
sulle guance. Appena fuori, sedette sui gradini e chiuse gli occhi. Era esausta
ma felice, perché i parti la preoccupavano sempre.
Troppe donne morivano a causa d’inspiegabili complicazioni: finora a
lei non era successo ed era decisa a fare il possibile per evitarlo. Ma per
fortuna, Mairin non aveva mai corso alcun rischio. Anzi, era stato uno dei
parti più facili che avesse visto. Anche così, il sollievo era tale da farle
tremare le ginocchia.
Seduta in perfetta solitudine, prese un bel respiro e si gustò privatamente
la sua gloria.
— E tu come stai, Keeley?
Lei si voltò di scatto e vide Alaric in piedi nell’ombra. Il cuore accelerò
subito il battito mentre lasciava correre lo sguardo su di lui.
Era strano, considerando che l’aveva visto poco prima, ma non poté
evitare di assorbire la sua bellezza con la stessa avidità di una pianta assetata
che assorbe la prima pioggia dell’autunno.
— Io? Benissimo, direi — mormorò.
Alaric fece un passo avanti, ma si fermò a una decorosa distanza. —
Keeley, io…
Lei si alzò, commossa dallo sconforto che gli sentiva nella voce. Si
fermò davanti a lui e gli posò un dito sulle labbra. — No, non dirlo —
sussurrò. — Ho sempre saputo quel era il tuo destino e il mio. Sei destinato a
fare grandi cose e non devi avere rimpianti. Sarai un buon laird, Alaric. I
McDonald possono considerarsi davvero fortunati. E
anch’io, poiché sono orgogliosa di averti potuto ritenere mio, anche se
solo per un breve periodo.
Alaric le carezzò la guancia, poi si chinò lentamente e le diede un tenero
bacio sulla bocca. Durò solo un istante, un dolce e fugace istante, ma lei lo
sentì fin nell’anima.
— Anche tu sei destinata a fare grandi cose, Keeley McCabe — le
mormorò mentre si ritraeva. — Il mio clan è fortunato ad averti trovata.
Keeley sprofondò nel suo abbraccio e alzò la testa, chiedendo un altro
bacio. Poi chiuse gli occhi, assaporando fino in fondo il contatto tra le loro
labbra. Inspirò e permise a quel fervido assalto di spazzar via la fatica della
notte, insieme al dolore che provava.
Alla fine fu lei a ritrarsi, facendosi forza contro la pena che
l’attanagliava. — Adesso è meglio che vada. Devo visitare Mairin e la
bambina per accertarmi che non ci siano problemi.
Alaric le tolse i capelli dal viso e poi le posò una grande mano sulla
guancia. — Ti amo. Ricordalo sempre.
Lei coprì la mano con la sua e gli rivolse un triste sorriso. — Non me lo
scorderò mai.
Lentamente Alaric si ritrasse e si spostò, in modo da permetterle di
rientrare nel maniero. Lei si avviò senza voltarsi, ma purtroppo sentì le
guance inumidirsi ancor prima di aver raggiunto la scala dell’ingresso.
32
Laird McCabe si presentò la mattina dopo in cima a quelle stesse scale,
tenendo alta la bambina tra le grandi mani perché tutti la vedessero.
— Ecco mia figlia! — esclamò davanti all’intero clan riunito.
Un boato di gioia accolse quelle parole. I guerrieri alzarono le spade, poi
presero a batterle sugli scudi. Era un giorno di gran festa per tutti i McCabe.
Poi Ewan tornò ad appoggiare la bambina sul braccio poderoso,
guardandola con una tale miscela di orgoglio e tenerezza da far venire a
Keeley le lacrime agli occhi. Un groppo le strinse la gola e avrebbe pianto se
Maddie, felice e sorridente accanto a lei, non le avesse tirato la manica per
poi stringerle affettuosamente la mano.
— Cosa fate? Non osate piangere! Questo è un giorno speciale per tutti
noi — le disse. Ma già mentre parlava tirò su col naso, poi si voltò mettendo
sospettosamente mano al fazzoletto.
Calda commozione travolse Keeley quando si rese conto che la gioia dei
McCabe era anche la sua. Faceva parte del clan adesso e i loro trionfi erano
anche i suoi. Mai avrebbe pensato di poter provare ancora una tale gioia. Si
sentiva accettata, aveva nuovi amici e tutti le volevano bene. Esisteva forse
una sensazione migliore a questo mondo?
Ewan rientrò con la figlia nel caldo del maniero e pian piano i
festeggiamenti si spensero. Tutti tornarono alle loro mansioni e quando
Maddie annunciò di doversi recare in cucina, Keeley decise di visitare
nuovamente Mairin. Tutto procedeva bene, ma era meglio essere prudenti.
Salì al piano di sopra canticchiando tra sé. Nel corridoio non vide
nessuno e questo la sorprese, visto che Gannon era diventato una presenza
costante fuori dalle camere da letto. Saperlo nei paraggi la confortava molto e
a dire il vero si era abituata alla sua burbera presenza. Le piaceva la sua
compagnia.
Non aveva fatto neppure due passi quando una mano uscì dal nulla,
afferrandole il polso e trascinandola in una camera. Prima che riuscisse a
gridare, a difendersi o anche solo a capire cosa stava succedendo, un’umida
bocca le coprì le labbra in un bacio brutale e disgustoso. Poi la porta sbatté e
lei venne scaraventata di schiena contro il massiccio pannello di quercia;
l’impatto fu così forte da toglierle il fiato.
Nonostante la paura che le ottenebrava la mente, capì subito una cosa:
stava accadendo di nuovo. Solo che stavolta il vecchio laird non provava
neppure a blandirla con complimenti e promesse come aveva fatto quando era
solo un’ingenua e inesperta fanciulla. Non gli importava di farle male, né
tantomeno del suo rifiuto.
Non appena lui si scostò, Keeley cominciò a urlare. Ma la mano del
vecchio le tappò la bocca con tanta forza da farle sbattere la testa contro la
porta.
— Non credevo ai miei occhi quando ti ho vista seduta a quel tavolo —
le disse ansimando. — Questo è destino, Keeley. Ho sempre saputo che
appartieni a me. E ti ho aspettata per anni, per anni! — esclamò. — Ma
stavolta non riuscirai a dirmi di no.
Lei lo guardò con orrore. Era pazzo, folle! Come pensava di aggredirla e
passarla liscia nel maniero dei McCabe?
Il vecchio laird alzò l’altro braccio e le premette dolorosamente il seno.
La mano che le tappava la bocca si spostò, ma prima che Keeley potesse
tirare il fiato per urlare, lui tornò a baciarla.
D’istinto lei alzò un ginocchio e lo colpì tra le gambe con tutte le sue
forze. McDonald si chinò per il dolore e quando la lasciò per coprirsi con le
mani il basso ventre, lei gli diede una gran spinta che lo fece incespicare e poi
cadere a terra seduto.
Subito Keeley si voltò e abbassò disperatamente la maniglia, ma la porta
restò chiusa. Allora gridò chiedendo aiuto: ci riuscì solo una volta, perché
dita d’acciaio le strattonarono i capelli per poi scagliarla dall’altra parte della
stanza.
Keeley finì a terra con un tonfo. Il vecchio laird balzò su di lei, il volto
contratto in una smorfia, gli occhi accesi di rabbia e lussuria.
Aveva le labbra bianche di saliva e le guance arrossate per la collera.
— Lurida sgualdrina, pagherai caro ciò che hai fatto!
Una furia senza pari travolse Keeley, dandole la forza di rialzarsi e
avventarsi su di lui. Lo colpì con forza e lo vide arretrare, con un’espressione
sorpresa in volto. Chiuse la mano a pugno per colpirlo di nuovo e il vecchio
laird alzò un braccio per tenerla lontana, ma nulla poteva più fermarla adesso.
Quello sciatto, piccolo bastardo le dava il voltastomaco. Per anni l’aveva
visto come un diavolo dell’inferno, grande e potente, più forte della vita
stessa. Aveva vissuto nel terrore di ritrovarselo di nuovo davanti, schiava
dell’idea che si era costruita di lui.
— Siete solo un patetico verme che approfitta di fanciulle innocenti —
gli sibilò prima di colpirlo con un diretto poderoso. Un terribile dolore le
esplose nelle nocche quando gli colpì al naso. Un fiotto di sangue gli imbrattò
il vestito e la testa del laird schizzò all’indietro mentre si copriva il volto con
quelle luride mani.
Ma poi, McDonald urlò di rabbia e si scagliò su di lei con un poderoso
manrovescio. Keeley cercò di scansarsi per evitarlo, ma non fu abbastanza
rapida. Il colpo la raggiunse alla guancia e lei barcollò, arretrando fino a
cadere sul letto.
— Proprio dove devi stare — ringhiò McDonald, tornando ad avanzare.
Nell’attimo che seguì, molte cose accaddero insieme.
Un tonfo assordante risuonò dalla porta, che si aprì sbattendo. Il vecchio
laird si voltò, gli occhi spalancati dal terrore. E poi, Keeley lo vide volare
attraverso la stanza, finendo contro il muro con un sordo rumore.
Stupefatta, guardò Caelen avanzare verso il laird con il corpo massiccio
che fremeva di rabbia. Allora lei si rifugiò sul letto, rannicchiandosi sul
materasso per non perdere nulla di ciò che stava accadendo.
Caelen afferrò il laird, lo mise in piedi e poi lo stese di nuovo con un
pugno. Lei non aveva mai visto nessuno così furioso: se non fosse
intervenuta, l’avrebbe ucciso. Non che le importasse molto del destino di
quella carogna, ma le conseguenze sarebbero state devastanti.
Ignorando il dolore al viso e lo choc che cominciava a ottenebrarle la
mente, corse dal fratello di Ewan e gli afferrò il braccio. — Caelen!
Smettetela, vi supplico.
Lui lasciò andare McDonald e si voltò di scatto, con gli occhi che
saettavano rabbia. — Lo state difendendo?
Keeley scosse la testa, pericolosamente vicina alle lacrime. — No, ma
dovete smetterla. Vi prego, pensate a quello che fate. Pensate alle
conseguenze!
Lo sguardo di Keeley andò al laird, immobile e raggomitolato su se
stesso, e tutto il suo corpo fremette dal disgusto. La consapevolezza del
rischio che aveva corso la assalì e le ginocchia le cedettero.
Barcollò e sarebbe caduta se Caelen non l’avesse presa in tempo: la
sollevò tra le braccia, poi uscì dalla stanza e si avviò spedito lungo il
corridoio.
Si fermò solo davanti alla porta della camera di Keeley, che aprì con un
gomito per poi entrare e depositarla con gentilezza sul letto. — Volete che
chiami Maddie o Christina? — le chiese con voce tranquilla.
Lei scosse la testa e si massaggiò la mascella dolorante.
— Lo ammazzerò per questo — ringhiò Caelen tra i denti.
Keeley scosse di nuovo la testa, troppo stordita per fare altro.
Caelen imprecò e si alzò. — Vado ad avvisare Alaric.
A quelle parole, lei balzò giù dal letto e lo trattenne, tirandolo indietro e
chiudendo la porta. — No! Vi prego! Caelen, non dovete dire nulla a
nessuno.
Lui la guardò incredulo.
— Pensateci bene — insistette lei. — Se lo dite ad Alaric, lui si
infurierà. Già detesta McDonald per ciò che è successo anni fa. Se viene a
sapere che mi ha aggredita anche qui, non possiamo sapere ciò che farà.
— Farà solo ciò che è giusto. Un vero uomo non può tollerare un simile
atteggiamento verso una donna! — esclamò Caelen. — Quel verme merita la
morte. Ha recato offesa a tutti i McCabe ed Ewan sarebbe il primo a
giustiziarlo.
— Proprio per questo non dovete dir nulla a nessuno! Questa alleanza è
troppo importante per il vostro… — Si fermò appena in tempo e raddrizzò
orgogliosamente la schiena. — Per il nostro clan.
Come pensate che reagirebbe Alaric se venisse a saperlo? Non potrebbe
neppure permettersi d’insultare il padre della sua futura sposa. Lui, che deve
diventare laird del clan McDonald. Lo attende un grande destino. Ma se gli
dite cosa è successo, la sua furia non conoscerà limiti e allora tutto sarà
perduto.
Caelen si passò una mano tra i capelli, poi emise un ringhio di
frustrazione. — Quindi dovrei tacere e non fare nulla? — le chiese con voce
strozzata, come se fosse sul punto di esplodere.
Lei alzò lo sguardo, gli occhi lucidi di lacrime. Sentiva il controllo
sfuggirle di mano, era a un passo dalla crisi isterica. Voleva ridere, voleva
piangere, e non sapeva quale dei due impulsi avrebbe vinto.
Caelen sospirò e la portò verso il letto, sedendo sul bordo insieme a lei.
Esitò e poi, circospetto, la strinse in un caldo abbraccio.
— Se volete piangere, vi capisco — le disse con voce burbera.
Keeley affondò il volto nel suo torace e scoppiò in lacrime.
Singhiozzava forte e lui provava a consolarla con degli impacciati
colpetti sulla schiena. Lei continuò a piangere fino ad avere gli occhi gonfi e
il mal di testa; quando smise, le venne un terribile singhiozzo.
Si tirò indietro e si pulì la faccia con la manica. Poi, cominciò a ridere.
Caelen la lasciò andare e si tirò indietro, guardandola con gli occhi sgranati.
Lei non poteva certo biasimarlo: probabilmente pensava che fosse impazzita.
— Gli ho rotto il naso — spiegò tra le risate.
Caelen sorrise. — Ho visto. Davvero impressionante. Siete una ragazza
coraggiosa.
— Gli ho anche tirato una ginocchiata tra le gambe.
Stavolta Caelen gemette, ma annuì approvando. — Che resti tra di noi:
non credo che dopo il vostro trattamento abbia ancora voglia di molestare una
donna. E probabilmente non ha più neppure il vigore.
— Sarebbe giusto — commentò Keeley disgustata. — Pur sapendo che
non possiamo ucciderlo, mi auguro di cuore che soffra per il resto della vita.
Caelen ridacchiò.
Sospirando, Keeley lo guardò. — Grazie di tutto. Mi spiace di essermi
sfogata su di voi. La vostra tunica è zuppa di lacrime.
— Non importa. E non dovete ringraziarmi: è il minimo che potevo fare,
visto ciò che voi state facendo per il clan — rispose lui tranquillamente. —
Lo ammetto, all’inizio non mi piacevate. Poi ho pensato che l’infatuazione tra
voi e Alaric fosse destinata a portarci solo guai, ma ora capisco che lui aveva
visto giusto. Persino adesso che sarebbe facile mandare a monte il suo
matrimonio con Rionna, voi pensate anzitutto a ciò che conviene a tutti noi.
Siete una donna in gamba, Keeley McCabe.
Nuove lacrime le riempirono gli occhi. — Oh, basta, smettetela.
Perché vi confesso che rischio di piangere ogni volta che mi chiamano
così.
Caelen le posò un dito sotto il mento e le alzò un poco il volto. — Come
vi sentite? Quel colpo vi fa male?
— I miei colpi gli hanno fatto molto più male. È riuscito a darmi un
manrovescio, e ammetto che non è piacevole, ma per il resto sto bene.
— Meglio così. Ora, volete che vi mandi Maddie o Christina?
La guardava così speranzoso da costringerla a sopprimere un sorriso. —
No, non preoccupatevi. Voi avete già fatto tutto ciò che avrebbero fatto loro.
Lui si accigliò, cosa che la divertì ancora di più.
— Sto scherzando. Ma seriamente, vi ringrazio con tutto il cuore.
Per me, significa molto il fatto che siate accorso in mio aiuto.
Caelen sembrò incupirsi ancora di più. — Mi spiace sentirvelo dire.
Chiaramente, vi ho dato un’impressione sbagliata di me.
Lei sospirò e si alzò dal letto, ma barcollò sulle gambe. Caelen la
sostenne, poi la guardò severamente. — Dovreste mettervi sotto le coperte e
riposare. Avete subito una brutta aggressione.
— Devo visitare Mairin e la bambina, vedere come stanno. Devo fare
qualcosa, altrimenti crollerò sul materasso e scoppierò di nuovo a piangere.
— Non appena avrete finito con Mairin e la piccola, tornerete qui e vi
metterete a letto — ordinò Caelen imperiosamente. — Altrimenti dirò ad
Alaric cos’è successo.
Lei lo guardò con un cipiglio feroce quanto il suo. — Va bene. Mi
ritirerò non appena avrò finito con Mairin.
Caelen la guardò uscire dalla stanza, notando il suo passo incerto.
Gli spiaceva molto, ma Keeley era un’ingenua se pensava che davvero
non avrebbe detto nulla a nessuno. Ewan doveva sapere che razza di serpe
avevano in seno. L’avrebbe accontentata tacendo con Alaric, ma solo perché
lei aveva ragione. Non vi sarebbe stato modo di placare l’ira di suo fratello se
avesse saputo che Gregor l’aveva aggredita di nuovo. Tra loro e i McDonald
sarebbe scoppiata la guerra e questo significava perdere tutto ciò per cui i
McCabe lavoravano da anni.
Per la prima volta, provò pena per Alaric. Era chiaro che teneva molto a
Keeley, un sentimento che lei ricambiava appieno. Il fatto che non fosse
balzata sull’opportunità di rovinare il matrimonio con Rionna era
ammirevole, e meritava tutto il suo rispetto.
No, Alaric non doveva sapere nulla di quanto era appena successo.
Ma qualcuno doveva proteggere Keeley dal vecchio laird e lui si
sarebbe assunto quel compito fino a quando i McDonald non avessero
lasciato il maniero. Prima accadeva e meglio era per tutti, perché che Dio gli
fosse testimone, non sarebbe più riuscito a posare gli occhi su Gregor senza
ripensare al volto in lacrime di quella povera fanciulla. E
allora, la voglia di ucciderlo si sarebbe fatta sentire, diventando presto
incontrollabile fino a trascinarli tutti nel baratro.
33
— Keeley! Che cosa vi è successo al viso? — chiese Mairin.
Lei si toccò la mascella dolorante. — Si vede molto?
Mairin la studiò. — C’è un livido. Ma l’ho notato solo quando vi siete
girata verso la luce. Che cosa è successo?
— Oh, nulla di grave — replicò Keeley con un sorriso. — È tutta colpa
della mia sbadataggine. Camminavo sovrappensiero ed ecco il risultato. Mi
sento così imbarazzata! Per fortuna nessuno mi ha vista.
Mairin non parve molto convinta, ma per fortuna lasciò cadere la
questione.
— Bene, adesso ditemi: come vi sentite?
— Stanca, ma direi piuttosto bene. Sento ancora male, ma non vedo
l’ora di alzarmi dal letto — rispose Mairin, guardandola con occhi imploranti.
— Ewan mi sta facendo impazzire. Gli ho detto che innumerevoli puerpere si
sono già rimesse in piedi a quest’ora, ma lui non vuole sentir ragioni.
Keeley sorrise. — In effetti, fare due passi per sgranchirvi un po’ le
gambe non vi farebbe male.
— Vorrei allattare Isabel davanti al camino. Non ne posso più di star
sdraiata.
— Allora l’avete chiamata Isabel? È un bellissimo nome.
Amore e orgoglio illuminarono il viso di Mairin quando guardò il
fagottino addormentato sul suo seno. — Sì. Ewan lo annuncerà non appena il
re sarà qui.
Keeley deglutì e distolse lo sguardo, poi cominciò a sistemare delle cose
che non avevano alcun bisogno di essere sistemate. — Il sovrano arriverà
presto?
— Penso di sì. Ewan gli ha inviato un messaggero prima che Isabel
nascesse. Il re vuole presenziare al matrimonio di Alaric, e aspettiamo i messi
reali da un giorno all’altro che annuncino il suo arrivo.
Sforzandosi di restare impassibile, Keeley prese la bambina. — Lasciate
che la metta a dormire nella culla e poi vi aiuterò a raggiungere la sedia
davanti al camino. Anzi, visto che sono qui, volete che vi dia una mano a
lavarvi e a cambiarvi?
— Oh, sarebbe magnifico — mormorò Mairin.
Dopo aver sistemato Isabel nella culla, Keeley fece sedere Mairin sul
bordo del letto. Poi la aiutò a togliersi la camicia da notte e quindi a lavarsi;
una volta che ebbe indossato un’altra camicia da notte fresca di bucato, le
porse la mano e con uno sforzo la mise in piedi.
— Niente male — commentò Mairin trionfante. — Non mi sento affatto
debole.
— Moglie, così mi costringi a mettere una guardia alla porta ogni volta
che non ci sono per assicurarmi che tu non faccia follie — commentò Ewan
dalla soglia.
Mairin sobbalzò per la sorpresa e Keeley rafforzò la presa per evitare
che cadesse, poi si voltò verso il laird. — Entrate pure, ma chiudete la porta.
E abbassate la voce, perché Isabel sta dormendo.
Ewan non parve affatto lieto di ricevere ordini da lei, ma entrò senza
commentare e chiuse la porta. Quindi avanzò verso di loro, fermandosi a
pochi passi di distanza per poi incrociare le braccia.
— Oh, non guardateci così — disse Keeley esasperata. — Aiutate vostra
moglie a raggiungere il camino, piuttosto. Vuole allattare Isabel seduta e al
caldo.
— Potrebbe anche sedersi sul letto — rispose Ewan con voce burbera,
prendendo però Mairin a braccetto e portandola verso il camino. La fece
sedere sulla sedia imbottita e Keeley si accertò che la puerpera fosse
adeguatamente coperta, poi andò a prelevare Isabel dalla culla e gliela
sistemò tra le braccia.
— Non fare quella faccia, marito — tagliò corto Mairin. — Sto bene, te
lo assicuro. Ma se resto un altro giorno a letto, credo proprio che impazzirò.
— Mi sto solo preoccupando per te — borbottò lui. — Voglio che tu e
Isabel siate forti e in salute.
Mairin sorrise e gli diede un colpetto sul braccio. — Lo so, ma stiamo
bene entrambe — gli ripeté, per poi portarsi Isabel al seno.
Ewan sedette sul bordo del letto e la guardò mentre allattava, gli occhi
colmi d’amore, l’espressione meravigliata. Keeley provò una stretta al cuore
per quella scena così tenera.
— Ah, quasi scordavo il motivo per cui sono venuto da te — disse Ewan
dopo un po’. — Vederti alzata mi ha preoccupato tanto da dimenticare tutto il
resto.
Mairin sorrise. — In tal caso, credo proprio che mi alzerò più spesso.
Lui le lanciò un’occhiata ammonitrice. — Il re arriverà tra due giorni. Il
nostro messaggero lo ha incontrato a metà strada. È ansioso di celebrare il
matrimonio di Alaric e di promuovere la nostra alleanza. Inoltre, intende
proclamare qui l’assegnazione di Neamh Alainn a nostra figlia come stabilito
dal lascito disposto da tuo padre.
Keeley trasalì, ma continuò a rifare il letto dopo aver cambiato le
lenzuola.
— Allora devo alzarmi. Non posso certo accogliere il sovrano in
camicia da notte — gemette Mairin.
— Invece sì, se è necessario. Non devi affaticarti — replicò Ewan
fermamente.
— Non voglio mancare al matrimonio di Alaric, anche a costo di farmi
portare di peso giù per le scale. È assurdo dover restare a letto per così tanti
giorni.
— A quanto vedo non dovrebbero esserci problemi se scendete di sotto
per un po’, a condizione che siate ben riposata — intervenne Keeley.
Ewan guardò Mairin aggrottando vistosamente un sopracciglio.
Mairin si voltò verso Keeley. — Traditrice — le sussurrò.
Qualcuno bussò alla porta ed Ewan si accigliò. Poi andò ad aprire e si
ritrovò davanti Rionna; Keeley la vide e s’irrigidì, poi d’istinto si voltò,
dandole le spalle anche se sapeva che era assurdo. Rifiutarsi di guardarla non
la rendeva certo invisibile.
— Perdonatemi, laird McCabe — disse Rionna con tono formale. —
Speravo di vedere vostra moglie e vostra figlia, se sono in condizioni di
ricevere visite.
Mairin guardò rassegnata sia il marito sia Keeley.
— Bene, allora vi lascio soli — disse Keeley ad alta voce. — Qui ho
finito. Tornerò più tardi per vedere come state, milady. — E con questo
eseguì la riverenza e andò di fretta verso la porta.
Rionna tese la mano e le afferrò un braccio. — Keeley, ti prego.
Voglio solo parlarti.
— Non ce n’è bisogno — replicò lei con un sorriso. — Non abbiamo
nulla da discutere. Ho sentito che il re arriverà dopodomani e rinnovo i miei
auguri per il vostro matrimonio. Dovete essere molto eccitata, lady Rionna.
Poi si voltò e si avviò lungo il corridoio, seguita per tutta la strada dallo
sguardo tormentato di Rionna.
Alaric roteò la spada con grande forza, poi colpì e lo scudo
dell’avversario volò via. Era il quarto guerriero che mandava nella polvere in
altrettanti minuti, ma si voltò comunque, cercando un nuovo avversario.
Nessuno però si fece avanti. Tutti lo guardavano in silenzio, restando a
debita distanza.
Fu Caelen ad avanzare, fermandosi davanti a lui e giocherellando con la
spada come per prenderlo in giro. Una sfida bella e buona. — A quanto pare
sei in cerca di guai, fratello. E ti confesso che non vedo l’ora di accontentarti.
Alaric digrignò i denti. — Non sono dell’umore giusto per le tue
spacconerie.
— Spacconerie? — Caelen aggrottò un sopracciglio. — Ti sbagli.
Noi due vogliamo la stessa cosa, quindi alza la spada e fatti sotto.
Senza neppure chiedersi perché Caelen fosse tanto ansioso di
combattere, Alaric balzò in avanti e affondò la spada. Caelen balzò di lato,
quindi parò il colpo con un abile movimento del polso. Le lame cozzarono,
con un clangore che echeggiò nel cortile strappando agli astanti un eccitato
mormorio. In pochi istanti, intorno a loro si formò un crocchio di guerrieri;
poi, sia i McCabe sia i McDonald si disposero in cerchio attorno ai fratelli
che giravano in tondo studiandosi come due lupi.
Alaric stava ancora prendendola con calma. Misurava i passi e tratteneva
i colpi, ma presto divenne chiaro che Caelen non era lì per allenarsi. Lo
guardava con occhi che rilucevano di rabbia e stringeva tanto i denti da
tendere i muscoli della mascella ogni volta che affondava un colpo.
Con un grido selvaggio e soddisfatto, Alaric si lanciò anima e corpo nel
duello. Tutta la frustrazione che da una settimana montava nel suo cuore
esplose e lui fu lieto di poterla sfogare sul fratello. Sapeva di non doversi
preoccupare, perché la rabbia di Caelen, qualsiasi ne fosse la causa, lo
rendeva solo più forte e attento. Colpo su colpo, ben presto i due si
trasformarono in ringhianti gladiatori.
Le scommesse cominciarono a fioccare, con i guerrieri che puntavano
sul loro campione per poi incoraggiarlo con grida e consigli. Il frastuono
divenne insopportabile quando gli affondi si fecero serrati, ma nessuno dei
due aveva la meglio e la battaglia continuò.
Fermo a poca distanza, Ewan seguiva il duello in silenzio. Non aveva
alcuna intenzione d’intervenire, perché non era pazzo. I suoi fratelli avevano
gli occhi iniettati di sangue: sapeva che non sarebbero arrivati a uccidersi, ma
per le ferite era tutt’altra faccenda. Per questo non si metteva in mezzo,
perché non voleva rischiare un brutto taglio o una frattura.
Restava il mistero di cosa avesse scatenato la furia di Caelen. Ma a
tempo debito, l’avrebbe scoperto.
Era notte e ormai da qualche ora nessun rumore echeggiava nel maniero.
Keeley però giaceva nel suo letto completamente sveglia, pensando e
ripensando agli eventi di quel giorno. Era stata una lunga e faticosa giornata e
lei non sapeva per quanto ancora sarebbe riuscita a sopportare la tensione
senza crollare in un pianto isterico.
Per fortuna non erano scoppiate controversie riguardo laird McDonald,
quindi Caelen aveva mantenuto la parola e l’aggressione subita quella mattina
era rimasta un segreto tra di loro.
Chiuse le mani a pugno e dovette sforzarsi per rilassarsi e ignorare la
rabbia che le avvelenava il sangue. Quanto le sarebbe piaciuto ammazzare
quel bastardo. La sua unica consolazione consisteva nel fatto che non era
riuscito a sopraffarla e che lei non si era ritrovata così paralizzata dal terrore
da non riuscire neppure a difendersi.
Si sarebbe gettata dalla finestra pur di non permettere al vecchio laird di
violarla.
E adesso doveva lottare contro l’impulso di alzarsi, raggiungere la
camera dove quel bastardo era rimasto rinchiuso tutto il giorno e aggredirlo
nel sonno.
Un lieve battito risuonò dalla porta, e lei si ritrovò bruscamente seduta
sul letto. Afferrò la vestaglia e si coprì, per poi affrettarsi ad aprire temendo
che fosse successo qualcosa a Mairin o alla bambina.
Sgranò gli occhi quando si ritrovò davanti Rionna. Era avvolta nel buio
e la guardava con un’espressione indecifrabile.
— Tu? — mormorò.
— Salve, Keeley — salutò Rionna a bassa voce. — Posso entrare?
Lei strinse la maniglia così forte da farsi venire le nocche bianche.
Non voleva parlare con Rionna. Non aveva nulla da dirle. Già le bastava
sapere che avrebbe sposato Alaric un paio di giorni dopo.
Tuttavia, non poteva rimandare per sempre l’inevitabile. Meglio
affrontare la questione in privato, eliminando così la possibilità che qualcun
altro le sentisse.
Rilassò le dita e aprì un po’ di più la porta. — Va bene, entra.
Rionna entrò e Keeley chiuse, poi attraversò la stanza e sedette sul bordo
del letto. Non intendeva dare alla sua ex amica alcun vantaggio, quindi non
voleva farle sapere quanto la turbava quella visita.
Rionna si passò le mani sui pantaloni che tanto amava indossare, poi
piegò le dita tradendo il nervosismo. — Ci sono tante cose che devo dirti,
Keeley. A cominciare dal fatto che sono felice di saperti contenta e in salute.
Avevo così paura che ti fosse capitato qualcosa di terribile!
Un’amarezza insopportabile travolse Keeley, spingendola a rispondere
senza neppure pensare. — È strano sentirti parlare così, visto che mi avete
costretta a lasciare la mia casa e a sopravvivere per conto mio.
Rionna scosse la testa, gli occhi dorati pieni di pena. — No. Non sei mai
stata per conto tuo.
Keeley si alzò dal letto e l’affrontò con le gambe che tremavano. — Non
mi hai mandata a chiamare neppure dopo la morte di tua madre, Rionna.
Eppure sapevi la verità. Sapevi com’era andata veramente.
Rionna chinò la testa. — Sì, lo sapevo. L’ho sempre saputo. E ti assicuro
che è terribile per una fanciulla sapere quanto disgustoso sia il proprio padre.
Perché pensi che insistessi tanto per giocare fuori dal maniero, lontano da lui?
Mi ero accorta del modo in cui ti guardava, Keeley. Sapevo tutto e lo
disprezzavo per questo.
Lei la guardò a bocca aperta, tanto sorpresa da quelle parole da non
poter neppure elaborare una risposta coerente.
Rionna le toccò il braccio. — Ti prego, siediti e ascolta ciò che devo
dirti.
Keeley esitò.
— Ti supplico — sussurrò Rionna.
Keeley crollò sul letto e Rionna sedette accanto a lei, anche se a debita
distanza. Per un lungo istante non disse nulla, limitandosi a giocherellare
nervosamente con le dita. Poi, puntò lo sguardo sulla parete e cominciò.
— Ero distrutta quando mia madre ti ha chiamato sgualdrina e ti ha
bandita dal clan. Sapevo com’erano andate le cose e l’ho detestata a lungo per
aver gettato la croce su di te. Purtroppo era una donna molto orgogliosa e
sarebbe morta pur di nascondere a tutti la verità.
Ma questo non giustifica certo ciò che ha fatto: ho continuato a
detestarla fino al giorno in cui è morta, perché avrebbe dovuto proteggerti
esattamente come aveva protetto me.
Keeley deglutì il groppo che le stringeva la gola. C’era così tanta pena,
così tanta vergogna nella voce di Rionna. In quel momento avrebbe messo
tutto da parte per abbracciarla e consolarla.
— E invece, si comportava come se tu non fossi mai esistita — riprese
Rionna addolorata. — Io passavo le notti insonni preoccupandomi per te,
chiedendomi cosa stessi facendo e come saresti sopravvissuta.
— Però non hai fatto nulla neppure dopo la morte di tua madre — ripeté
Keeley amaramente.
Rionna sospirò, l’espressione colma d’infelicità. — La gente che veniva
da te per farsi curare, coloro che ti pagavano con una moneta o ti portavano la
cacciagione… ero io a mandarli. Era l’unico modo per essere sicura che stessi
bene e avessi di che vivere.
Keeley combatté il dolore crescente e strinse le mani a pugno, cercando
di non crollare. — Ciò di cui avevo davvero bisogno era il tuo affetto e il tuo
sostegno. Era la vicinanza e l’aiuto del mio clan. Hai idea di cosa significhi
essere cacciata e sapere di non poter più ritornare? Sapere che la mia
famiglia, coloro che mi hanno cresciuta e amata, mi consideravano morta?
Rionna tese la mano e timidamente le prese la sua, quasi temesse di
vederla alzarsi e fuggire in corridoio. — Non potevo farti tornare, Keeley.
Lei voltò la testa e guardò confusa sua cugina. — Perché?
Una profonda vergogna riempì gli occhi di Rionna, poi lei distolse lo
sguardo, con le lacrime che cominciavano a scendere.
— Perché lui era ossessionato da te. Non ti avrebbe mai lasciata stare. Il
solo modo in cui potevo proteggerti era assicurarmi che stessi ben lontana da
mio padre. Non saresti mai stata al sicuro con lui nei paraggi.
Keeley provò un tuffo al cuore. La verità di quelle parole la colpì con la
potenza di un pugno. Ricordò la bramosia con cui il vecchio laird l’aveva
guardata al tavolo alto. Ricordò la disperazione che aveva percepito in lui.
Nella sua follia, era come se quegli ultimi anni non fossero mai esistiti e
infatti aveva cercato di molestarla ancora alla prima occasione.
— Oh, Rionna — mormorò.
— Anche per questo ho accettato senza discutere di sposare Alaric
McCabe — continuò Rionna. — Sapevo che quando lui fosse diventato laird,
avrei potuto riaccoglierti nel clan. I McCabe sono gente di parola, e Alaric
non permetterebbe mai a mio padre di farti del male.
Saremmo tornate quelle di un tempo, amiche e sorelle per la vita.
Keeley sentiva le lacrime pungerle gli occhi. Aveva il cuore colmo di
dolore e dentro di sé piangeva per l’innocenza perduta di due giovani
fanciulle.
— Io non ti ho mai dimenticata, Keeley. Ti pensavo ogni giorno ed ero
preoccupata a morte. Ti ho sempre voluto bene come a una sorella, ma so che
hai ragione a detestarmi. Non ti biasimo se non riuscirai mai a perdonarmi,
ma voglio che tu sappia che ho fatto la sola cosa in mio potere per tenerti al
sicuro.
Keeley si sporse verso di lei e la strinse tra le braccia. Per lunghi minuti
restarono così, abbracciate e in silenzio, lottando contro le lacrime che
minacciavano di scendere. Lei non sapeva più cosa dire: aveva covato il
dolore e la rabbia per tanto, tanto tempo senza mai immaginare che Rionna
potesse aver sofferto le sue stesse, terribili pene.
— Quando ho saputo che eri sparita dal cottage mi sono sentita morire
— riprese Rionna, tirandosi indietro. — Come sei finita tra i McCabe?
Un profondo rimorso si fece largo dentro di lei. Come poteva dire a
Rionna di Alaric e di ciò che era nato tra di loro? Rivelarle che il suo futuro
marito amava un’altra significava ferirla a morte. Pertanto, non si sentì in
colpa per la bugia che imbastì in gran fretta.
— Laird McCabe aveva bisogno di un’erborista e anche di una levatrice,
visto che sua moglie si avvicinava al parto. Mi ha incontrata per caso, e
quando mi ha offerto una casa e una posizione nel suo clan, mi sono detta che
era un’opportunità troppo preziosa per lasciarmela sfuggire.
Gli occhi di Rionna si riempirono d’ansia. — Ed è stato di parola?
Sei felice qui?
Lei sorrise e le prese la mano, stringendola tra le sue. — Sì, lo sono.
I McCabe sono diventati la mia famiglia.
— Sono così contenta — commentò Rionna. — Quindi, sarai qui
quando sposerò Alaric. Non riesco a immaginare nessun’altra vicino a me
quando si terrà la cerimonia.
Keeley dovette fare appello a tutta la sua forza d’animo per non crollare
davanti all’innocente affermazione di Rionna.
Impulsivamente, la sua amica tornò ad abbracciarla forte. — Non voglio
perderti di nuovo, Keeley. Promettimi che verrai a trovarci e che sarai tu la
mia levatrice quando partorirò il nostro primo figlio.
Stavolta non devono passare anni prima di rivederci.
Lei chiuse gli occhi e strinse forte Rionna a sua volta. — Sì — gracchiò.
— Te lo prometto.
34
Keeley guardava dalla finestra di camera sua Alaric che passeggiava con
Rionna lungo la riva del lago. Non era certo il più riservato dei
corteggiamenti: sia i guerrieri McCabe sia quelli McDonald montavano la
guardia nei dintorni mentre la coppia faceva conoscenza.
Anche se il clima restava fresco, l’insolito tepore di quei giorni
permetteva di stare fuori e infatti il cortile ferveva di attività. C’erano i
preparativi per il matrimonio e quelli per accogliere degnamente il sovrano;
inoltre, la notizia dell’alleanza si era sparsa a macchia d’olio e numerosi clan
avevano già raggiunto il maniero, montando il campo fuori dalle mura.
Gertie e le altre donne lavoravano senza sosta per preparare le razioni
necessarie a sfamare tutti quegli ospiti. Era come se le Highlands fremessero
per l’attesa: con l’approssimarsi della guerra, tutti i clan volevano essere certi
di allearsi con i vincitori. Il sovrano avrebbe benedetto di persona il
matrimonio tra Alaric e Rionna, per poi chiedere obbedienza a tutti i clan.
Con la formale consegna di Neamh Alainn alla figlia di Ewan e Mairin, i
McCabe sarebbero entrati in possesso della fortezza più imponente di Scozia,
dopo quelle appartenenti alla Corona.
Sarebbe stato un giorno da ricordare per molti anni a venire.
Il suo sguardo si posò su Alaric, che ascoltava attentamente Rionna.
A dire il vero, sembrava quasi che sua cugina gli stesse facendo una
predica.
Lei aveva subito compreso che Alaric era destinato a fare grandi cose.
Come laird dei McDonald, avrebbe lottato accanto a Ewan per difendere il
trono e il proprio clan.
In quel momento, Alaric alzò lo sguardo e la brezza agitò le trecce che
portava alle tempie. Keeley sentì le dita formicolare per la voglia di
affondarle in quella folta massa di capelli. I loro sguardi s’incontrarono e una
grande sofferenza gli comparve sul viso.
Lei si tirò subito indietro, in modo da evitare che qualcuno si accorgesse
della sua presenza. Non intendeva gettare in alcun modo il disonore su
Rionna, anche se il cuore le sanguinava notte e giorno.
Un discreto battito alla porta interruppe la lacrimevole svolta che
stavano prendendo i suoi pensieri. Andò ad aprire di buon passo, grata per la
distrazione, e con sua sorpresa si ritrovò davanti Caelen.
— Ho pensato che poteva farvi piacere… — cominciò lui, a disagio
quanto lei per quella situazione. — Voglio dire — si corresse, rabbuiandosi
un poco — dopo quello che è successo, ho pensato che era opportuno
accompagnarvi di sotto per la cena.
Keeley aggrottò la fronte. — Vi preoccupate per me?
Lui si rabbuiò ancora di più. — Sì, certo. So che sarà difficile per voi,
visto che si parlerà soprattutto del matrimonio di domani, ma non credo che
vi faccia bene trascorrere la serata da sola nella vostra stanza.
L’espressione di Keeley si ammorbidì. Poi gli sorrise.
— Basta che non vi mettiate a piangere — mugugnò Caelen.
Lei trattenne una risata. — Sono felice di accettare la vostra scorta.
Caelen le porse il gomito e la guardò, con il solito cipiglio.
Il banchetto fu festoso, con chiacchiere, risate e vanterie che
echeggiarono nella sala grande fino a tarda sera. Al tavolo alto sedevano i
laird dei clan vicini, tutti ansiosi di guadagnarsi i favori del re. Rionna,
annoiata e inquieta, occupava il posto tra suo padre e Alaric; anche Mairin
pareva sul punto di addormentarsi ogni momento, fino a quando Ewan la
cinse con un braccio e l’avvicinò a sé, infischiandosene chiaramente
dell’etichetta.
Caelen invece sedeva accanto a Keeley e seguiva in tranquillo silenzio il
chiacchiericcio attorno a loro. Nonostante la sua indole cupa e taciturna, si
chinò più volte verso di lei per chiederle come si sentiva.
La sua preoccupazione la commosse. Mairin aveva ragione: sotto la dura
scorza del guerriero, c’era un uomo leale e onorevole. Keeley non aveva idea
del motivo per cui era diventato così freddo e diffidente verso le donne, ma
adesso sapeva che una volta conquistata la sua fiducia si poteva sempre
contare su di lui.
— Sono preoccupata per Mairin. Mi chiedo se non cominci ad avvertire
il peso di questa serata così lunga e rumorosa — gli mormorò. — So che non
ammetterebbe mai di essere stanca, perché con la presenza del sovrano e
degli altri laird vuole restare accanto a suo marito come ogni buona
castellana, tuttavia…
Caelen lanciò un’occhiata a Mairin e annuì. — Ewan avrebbe dovuto
ordinarle di ritirarsi almeno da un’ora.
— Potrei convincerla dicendo che Isabel ha bisogno.
— Buona idea. Io verrò con voi, così Ewan non dovrà lasciare il tavolo
alto.
Keeley sorrise. — Non sapete quanto sono felice di avervi come scorta.
— Quel verme non avrà mai più occasione di aggredirvi — giurò
Caelen, guardando con disprezzo laird McDonald.
Keeley si alzò, evitando accuratamente di guardare il vecchio laird,
riuscendo però a catturare l’attenzione di Rionna e a rivolgerle un sorriso. Ma
poi lo sguardo si posò su Alaric e allora voltò subito la testa, temendo che la
propria espressione potesse tradirla.
Accompagnata da Caelen andò verso il re, seduto accanto a Ewan, e gli
porse omaggio con una perfetta riverenza, poi si rivolse al signore dei
McCabe.
— Laird, con il vostro permesso accompagnerei milady di sopra.
Non vorrei che si affaticasse troppo, visto che ha partorito solo pochi
giorni fa.
Parlava con tono formale a beneficio di tutti quelli che erano seduti al
tavolo alto. Ewan la guardò con gratitudine, poi si alzò per aiutare la moglie.
Persino Mairin non ebbe nulla da obiettare, anzi parve sollevata mentre
prendeva il gomito che Caelen le offriva.
Stavano per andare quando il re li fermò alzando una mano. Keeley
trasalì, incerta sul da farsi. Lo aveva offeso interrompendo un colloquio
importante?
— Ewan mi ha detto che siete voi la levatrice che ha assistito mia nipote
durante la gravidanza per poi aiutarla a partorire.
— Sì, Vostra Maestà — rispose lei con una voce così tremula da
chiedersi se aveva parlato in modo comprensibile.
— Sembra che abbiate delle grandi qualità e che conosciate bene la
medicina. Mi dicono che avete anche salvato la vita ad Alaric McCabe.
Stavolta Keeley si limitò ad annuire, sempre più a disagio perché tutti
avevano smesso di mangiare per seguire quello scambio.
— I McCabe sono fortunati ad avervi con loro. Se Ewan non fosse un
alleato così prezioso, gli chiederei di privarsi di voi per portarvi a Corte.
Lei sgranò gli occhi, poi deglutì. — Grazie, Vostra Maestà. È un onore
per me sentirvi parlare così.
Re David liquidò la cosa con un cenno della mano. — Adesso andate.
Mia nipote ha chiaramente bisogno di riposo. Vi affido la sua salute e quella
della mia pronipote.
Keeley si produsse in una nuova riverenza, ringraziando il cielo per non
aver barcollato rendendosi ridicola agli occhi del sovrano. Poi si incamminò
con Caelen e Mairin verso le scale.
— Come vi sentite, Keeley? — le chiese Mairin non appena si
ritrovarono da sole negli alloggi del laird.
Lei la guardò con occhi di rimprovero. — È di voi stessa che dovete
preoccuparvi. A cena sembravate sempre più esausta a ogni ora che passava.
Mairin fece una smorfia. — Sì, lo ero. E non sapete quanto vi sono grata
per essere venuta in mio soccorso — le rispose, sedendosi pesantemente sulla
sedia davanti al camino. Keeley prese Isabel dalle braccia della balia
incaricata di curarla e gliela portò. Mairin congedò la donna con un cenno e
quando la porta si richiuse tornò a guardare lei. — Ciò non toglie che non mi
sia chiesta come state. Non dev’essere facile per voi.
Keeley si sforzò di sorridere. — No, non lo è. Ma tutto sommato mi
sento bene. Ho avuto occasione di parlare con Rionna e adesso so che in
questi anni ha sofferto quanto me. Noi due siamo sempre state come sorelle.
Non voglio recarle altro dolore.
— E dunque, avete deciso di soffrire voi al posto suo — commentò
Mairin a bassa voce.
Keeley sospirò. — Voglio che Rionna sia felice. E lo stesso vale per
Alaric. Penso che con lei possa esserlo, perché è una brava ragazza e gli sarà
leale. Inoltre è sana e forte e gli darà degli splendidi figli. In breve, è
un’ottima scelta per un giovane laird.
— Lo stesso si può dire di voi, Keeley — osservò tranquillamente
Mairin.
Lei sorrise imbarazzata. — Forse un giorno troverò anch’io un laird da
sposare — disse, già sapendo mentre parlava che nessuno avrebbe mai potuto
sostituire Alaric nel suo cuore.
— Restate un po’ con me — le chiese Mairin. — Ewan farà tardi questa
notte. Anzi, mi meraviglierei se salisse prima dell’alba.
Keeley accettò, perché l’idea di ritirarsi nella sua camera triste e solitaria
le risultava insopportabile. Ormai sapeva che non c’era nulla come la
compagnia di una buona amica per alleviare la pena che provava. Sorridendo,
sedette con Mairin e insieme presero a vezzeggiare la bambina addormentata.
Un lieve battito alla porta della sua camera la fece sedere di scatto sul
letto. Si sfregò gli occhi e si guardò confusa attorno: non era neppure l’alba e
lei si era appena addormentata, dopo aver trascorso gran parte della notte in
compagnia di Mairin.
Augurandosi che non fosse successo nulla di grave, scese dal letto e
socchiuse la porta. Ma quando vide chi era, aprì senza esitare. — Caelen?
Cosa c’è? Mairin sta male?
Lui le fece cenno di tacere portandosi un dito alle labbra, poi si chinò
verso di lei e le sussurrò: — È stato Alaric a mandarmi. Vuole vedervi, ma
non si fidava di venire qui.
Keeley deglutì. — Dov’è?
— Mettetevi degli abiti caldi. È sulla riva del lago, più o meno dove
Crispen e i suoi amici fanno a gara a tirare i sassi nell’acqua.
— Aspettatemi qui. Ci metterò solo un minuto.
Si vestì di fretta e tornò da Caelen. Poi scesero di sotto, ma a metà della
scale Keeley si fermò. — Ci ho pensato solo adesso — gli mormorò — ma se
qualcuno dovesse vederci uscire di soppiatto, penserebbe che stiamo… che
tra di noi c’è…
— Sì, lo so — rispose lui con calma.
Keeley si morse il labbro e insieme ripresero a scendere. Caelen le fece
protettivamente scudo con il corpo mentre uscivano dal maniero e puntavano
verso il lago, avvolto nel buio. Si addentrarono tra gli alberi e uscirono in un
punto della riva in cui i massi spuntavano dalle acque placide e profonde.
— Grazie, Caelen — disse Alaric, andando loro incontro.
— Aspetterò Keeley nascosto tra gli alberi — annunciò Caelen,
ritirandosi.
Lei si voltò nervosamente verso Alaric. Le sembrava passata un’eternità
dall’ultima volta che si erano parlati. Quanto le mancavano i suoi baci e le
sue carezze!
Con un sorriso triste, lui le prese entrambe le mani. — Dovevo vederti
questa notte. È l’ultima volta, domani pronuncerò il giuramento. Quando
l’avrò fatto, vi terrò fede fino in fondo. Non tradirò mai mia moglie o il mio
clan.
Lacrime amare le punsero gli occhi mentre guardava l’uomo che amava
più della vita stessa. — Sì, lo so.
Alaric si portò le sue mani alle labbra e le baciò. — Volevo solo dirti
che ti amo, Keeley McCabe, e che ti amerò per sempre. Voglio vederti felice.
Voglio vederti cercare un uomo che ti ami quanto ti ho amata io e che ti doni
la splendida famiglia che ti meriti.
Le lacrime vinsero, rigandole le guance nonostante i suoi sforzi per
tenerle a bada. — Anch’io voglio che tu sia felice, Alaric. Rionna è una brava
ragazza. Sarà un’ottima moglie e quindi cerca di amarla. Lei merita di essere
amata.
Alaric la prese tra le braccia e l’avvicinò a sé, stringendola forte e
posando la guancia sulla sua testa. — Sai bene che farò tutto ciò che vuoi,
Keeley.
— E allora, sii felice — gli sussurrò lei. — E ricordami con affetto,
poiché io non dimenticherò mai i giorni trascorsi insieme a te. Ti porterò
sempre nel cuore perché sei un uomo meraviglioso e un prode guerriero. I
McDonald fioriranno sotto la tua guida.
Alaric deglutì, poi arretrò lentamente e Keeley capì che era giunto il
momento di dirsi addio. Il petto le doleva tanto che anche respirare era
un’agonia. Ma si fece forza, decisa a mostrarsi coraggiosa e a ritirarsi con
dignità nell’ombra. Alaric lo meritava. E l’ultima cosa di cui aveva bisogno
era un’ex amante isterica la notte prima di sposarsi.
Tese la mano e gli carezzò il viso, seguendo con dita leggere le forti
linee della mascella e gli zigomi alti. — Sii felice, amore mio, e governa a
lungo e con saggezza.
Lui le prese la mano e le diede un bacio sul palmo. Quando Keeley la
ritirò, la sentì umida di lacrime. Era più di quanto riuscisse a sopportare. Mai
avrebbe pensato di veder piangere anche il suo guerriero per la fine del loro
sogno.
Si voltò e si avviò verso gli alberi. — Caelen — chiamò.
— Eccomi — rispose lui, emergendo dall’ombra.
— Vi prego, torniamo dentro — gli disse con la voce più ferma che
riuscì a imbastire.
Caelen la prese a braccetto e la riportò verso il maniero. Ma a ogni
passo, la pena si faceva sempre più insostenibile, fino a farle pensare di
morire.
Rientrarono nel più completo silenzio. Nessuno li aveva visti.
Caelen la accompagnò di sopra, poi le aprì la porta. Per un attimo, lei
guardò come stordita la camera vuota. Si sentiva così distrutta da non esser
certa di riuscire a camminare fino al letto.
— Keeley? State bene? — le chiese Caelen, preoccupato.
Quando lei non rispose, la condusse dentro e chiuse la porta. Poi la prese
tra le braccia, per farle forza. — Ecco, ragazza. Piangete pure se volete.
Nessuno lo saprà tranne il sottoscritto.
Keeley affondò il viso nella sua tunica e lasciò scorrere le lacrime.
35
— Keeley, dovete sbrigarvi! Il prete sposerà me e Cormac prima di
celebrare il matrimonio di Alaric e Rionna nel cortile a mezzogiorno — disse
Christina.
Keeley si sfregò gli occhi stanchi, sperando che non fossero rossi e
gonfi. Non era riuscita a dormire dopo l’incontro con Alaric, e doveva
ammettere di non avere alcuna voglia di lasciare la sua camera.
D’altro canto non voleva neppure rovinare la felicità di Christina.
Era così eccitata dall’idea di sposare il suo amato da rischiare di
strappare lo splendido abito da sposa confezionato per lei da Maddie e
Bertha.
Guardò Christina e le sorrise. — Siete davvero splendida, sapete?
E non mentiva: la giovane McCabe era radiosa, con le guance color
pesca e un sorriso che non la lasciava mai.
— Grazie — rispose Christina. — E adesso andiamo. Non voglio far
aspettare Cormac.
Con questo la prese per mano e la trascinò verso le scale. Keeley si era
vestita con cura e aveva raccolto i capelli in una lunga treccia, raccogliendola
quindi sulla nuca. Nessuno avrebbe mai pensato che dentro si sentiva morire.
In effetti, Cormac stava già aspettando la sua sposa e il sollievo che gli
si dipinse in viso quando le vide entrare strappò a Keeley un sorriso. Ewan
faceva il testimone dello sposo e Christina la trascinò verso l’altare.
— Mairin sta riposando per poter assistere al matrimonio di Alaric e
Rionna. Volete essere la mia damigella d’onore? — le chiese.
Keeley le strinse affettuosamente la mano. — Ma certo.
Christina si avvicinò timidamente a Cormac, che la guardò con orgoglio
quando le prese la mano. Poi si voltarono verso il sacerdote e la cerimonia
cominciò. Keeley ascoltò con trepidazione il giuramento che li avrebbe legati
per sempre come marito e moglie. Il loro amore fu evidente quando entrambi
pronunciarono il giuramento guardandosi negli occhi. In quel momento non
esisteva altro, per nessuno dei due.
Quando il prete invitò Cormac a baciare la sposa, un’ovazione riempì la
sala. Rossa in viso, Christina si voltò per ringraziare, e Keeley esitò per un
istante, in modo da permettere agli sposi di raggiungere gli amici che
fremevano per congratularsi con loro.
Sorrise quando li vide stringere mani e accettare baci sulle guance, poi
cominciò discretamente ad aggirare il gruppo, intenzionata a tornare in
camera sua.
— Keeley, aspettate un attimo — le disse Ewan quando gli passò
davanti, facendole cenno di seguirlo in un angolo appartato. Lei lo guardò
perplessa e obbedì, chiedendosi che cosa voleva dirle di così urgente.
— Caelen mi ha parlato dell’aggressione di laird McDonald.
Keeley trasalì. — Non avrebbe dovuto!
— Sì, invece. Mi spiace per quanto è successo. Non tollero che un
membro del mio clan subisca un’aggressione così vile. Gregor verrà bandito
da questo maniero.
Lei annuì. — Allora vi ringrazio.
— No. Sono io che devo ringraziarvi per non averne parlato ad Alaric
— continuò Ewan a bassa voce. — So quanto tiene a voi, ma questo
matrimonio è troppo importante. Caelen mi ha riferito che lo avete implorato
di non andare da lui, perché temevate la sua reazione.
Così facendo, avete probabilmente salvato l’alleanza tra i nostri clan.
Keeley deglutì e tacque.
— Avete fegato, ragazza. Più fegato di quanto abbia mai visto in una
fanciulla così giovane. Mia moglie vi tiene in grande considerazione e lo
stesso vale per tutti noi. Se posso fare qualcosa per rendere più felice la
vostra vita qui, dovete solo dirmelo.
— Accettandomi nel vostro clan, mi avete già reso felice — rispose lei.
— Sono fiera di potermi considerare una McCabe.
Ewan sorrise. — Andate pure, adesso. Non voglio trattenervi oltre.
Lei eseguì la riverenza e si affrettò ad andarsene, puntando però verso il
cortile. S’inoltrò tra la folla e lentamente si fece strada verso il pendio che
sovrastava l’altare davanti al quale Alaric e Rionna si sarebbero sposati.
Quando raggiunse il sentiero che s’inoltrava tra i campi coperti di neve
fino a poche settimane prima, si avvolse nello scialle per tenere a bada il
freddo e cominciò a salire. La brezza le carezzava il viso, placando un poco la
pena che le stringeva il cuore. Il sole splendeva alto nel cielo, scaldandola:
era un giorno perfetto per sposarsi. E
quell’anticipo di primavera sarebbe stato preso come il segno che anche
il Cielo benediva l’unione destinata a dare inizio a una grande alleanza tra i
clan delle Highlands.
Tutto il maniero sembrava ronzare in grande aspettativa. I vessilli di una
dozzina di clan garrivano al vento e gli accampamenti si estendevano a
perdita d’occhio. I guerrieri fraternizzavano e le note festose dei musici si
levavano nell’aria.
Quel giorno, tutti gli occhi sarebbero stati puntati su Alaric e Rionna. Un
sorriso affettuoso le piegò le labbra ricordando i tempi in cui lei e sua cugina
non erano altro che due ragazzine perse in romantici sogni sui loro prodi
guerrieri. Fantasticavano su matrimoni da favola senza sapere che, per una di
loro, le fantasie si sarebbero trasformate in realtà. Ma Rionna lo meritava. Le
sue nozze sarebbero state benedette dal sovrano e Alaric l’avrebbe resa felice,
poiché era il miglior marito che potesse chiedere.
Era così immersa nei suoi pensieri da non accorgersi che la gente si
stava radunando nel cortile. Dal punto in cui si trovava, poteva osservare
meglio di chiunque altro ogni fase della cerimonia.
Trattenne il fiato quando Alaric avanzò tra la folla, vestito come si
conveniva a una grande occasione. Indossava una tunica di velluto blu con lo
stemma dei McCabe ricamato sui bordi. I capelli gli cadevano sulle spalle e le
trecce si muovevano al vento, conferendogli un aspetto deliziosamente
scapigliato.
Si fermò davanti al sacerdote e attese l’arrivo di Rionna. Dopo qualche
istante, anche lei emerse dalla folla. Keeley provò un moto d’orgoglio per la
bellezza di sua cugina. Splendeva come il sole e i suoi capelli color oro
rilucevano di mille riflessi alla forte luce di quel giorno. Indossava un abito
ricco e molto elaborato, con uno strascico così lungo da richiedere
l’assistenza di due damigelle per tenerlo alzato. Un’aria regale l’avvolgeva:
sembrava una regina.
Mentre si avvicinava ad Alaric, lui voltò la testa e guardò verso l’altura.
Per un lungo istante non si mosse e Keeley capì che l’aveva vista.
Lentamente, lei si portò le dita alle labbra e poi le chiuse a pugno, posandole
sul cuore.
Alaric alzò la mano in un gesto impercettibile, poi anche lui la posò sul
cuore. Quindi si voltò, guardando Rionna che si avvicinava con il sorriso
sulle labbra.
Quando le prese la mano e insieme si voltarono verso il sacerdote,
Keeley si sentì morire. Ecco, era giunto il momento. Alla fine della
cerimonia, sarebbe stato sposato a sua cugina e lei l’avrebbe perso per
sempre.
I dodici tamburi allineati accanto agli sposi cominciarono a rullare, un
tributo del sovrano all’importanza di quell’unione. Le loro note sovrastarono
ogni altro rumore, echeggiando ben oltre le mura del maniero.
Un movimento catturò l’attenzione di Keeley, facendola accigliare.
Si schermò gli occhi con la mano e vide un armigero sdraiato sugli
spalti, proprio alle spalle della folla riunita.
Cosa stava facendo? Perché si era sdraiato?
Poi, si rese conto che aveva qualcosa in mano. Un riflesso brillò al sole:
scomparve dopo un attimo, ma bastò per farle capire che quell’armigero
impugnava una balestra.
Balzò in piedi e cominciò a gridare, ma lontana com’era non aveva
speranza di farsi sentire sopra il rullare dei tamburi. Allora cominciò a
correre, certa che non sarebbe mai arrivata in tempo. Non sapeva neppure
quale poteva essere il bersaglio: poteva essere il re, così come Ewan o
Mairin.
Sapeva solo che, in qualche modo, doveva avvertirli del pericolo prima
che fosse troppo tardi.
Il rullare dei tamburi echeggiava con forza nelle orecchie di Alaric.
A ogni battito, l’angoscia che gli stringeva il cuore cresceva sempre di
più, fino a quando persino respirare divenne difficile.
Guardò la sua sposa, poi le loro mani unite. Sì, lei era bellissima.
Fiera e bellissima. Sarebbe stata una buona moglie. Gli avrebbe dato
figli sani e forti. E poteva sicuramente contare su di lei per governare al
meglio il suo nuovo clan.
Poi, lo sguardo andò a Ewan, che sedeva con Mairin accanto al sovrano.
Suo fratello, che aveva affrontato ogni sorta di sacrifici per assicurare la
sopravvivenza dei McCabe. Come poteva deluderlo non facendo altrettanto?
Chiuse gli occhi e tremò dentro di sé. Signore onnipotente, non ci
riusciva. Non poteva farlo, semplicemente non poteva.
I tamburi tacquero e il silenzio che seguì fu così intenso da stupirlo.
Poi sentì un grido. Qualcuno lo chiamava per nome.
Rionna si voltò bruscamente e lui fece altrettanto. Giusto in tempo per
prendere Keeley tra le braccia: aveva gli occhi grandi e il volto contratto in
una smorfia di dolore. La vide aprire la bocca, poi richiuderla e annaspare
mentre impallidiva mortalmente.
Per un attimo non capì che cosa stava succedendo, ma sentì le urla
levarsi dalla folla. L’inconfondibile rumore di molte spade sguainate tutte
insieme le sovrastò, poi qualcuno gridò un ordine ai guerrieri.
Lui però vedeva solo il viso sofferente di Keeley mentre la teneva tra le
braccia. Poi le ginocchia le cedettero e allora si accorse del dardo che le
spuntava dalla schiena. Quella rivelazione lo colpì come un pugno nello
stomaco. La consapevolezza di ciò che lei aveva fatto l’assalì con tale forza
da farlo barcollare; cadde in ginocchio, tenendola stretta tra le braccia per poi
stringerla disperatamente a sé.
— Keeley! No, ti prego. Non è possibile. Perché l’hai fatto? Keeley, no,
no, no!
Gridava e singhiozzava, ma non gli importava nulla. Non aveva orgoglio
né vergogna. Lei aveva perso ogni colore e aveva negli occhi la luce della
morte: l’aveva vista troppe volte negli occhi dei guerrieri colpiti mortalmente
in battaglia.
Rionna cadde in ginocchio accanto a lui, il volto pallido quanto quello di
Keeley. — Cugina? — sussurrò, la voce tremula e piena del medesimo
terrore che attanagliava Alaric.
Attorno a loro scoppiò il caos. Tutti gridavano e i comandanti
chiamavano i loro uomini alle armi. Ewan portò subito Mairin e il sovrano al
sicuro nel maniero, mentre Caelen e Gannon presero posizione davanti ad
Alaric e Rionna, pronti a difenderli con le spade in pugno da ogni ulteriore
minaccia.
— Keeley, non lasciarmi. Amore mio, ti prego — sussurrò Alaric. —
Resisti. Io ti salverò proprio come tu hai salvato me.
E Keeley riaprì gli occhi, poi lo guardò con un pallido sorriso. —
Dovevo farlo. Tu sei destinato a grandi cose. Non potevo… — S’interruppe
per uno spasmo che la scosse in tutto il corpo. — Non potevo permettere che
in questo giorno ti uccidessero.
Alaric le tolse i capelli dal viso e la strinse con gentilezza a sé,
dondolando avanti e indietro. Poi la guardò negli occhi, in quegli splendidi
occhi che sembravano offuscarsi sempre più a ogni respiro che a fatica le
usciva dal corpo.
Le strinse il mento e la obbligò a guardarlo. Poi le prese la mano e
incrociò le dita con le sue in una stretta che nulla poteva spezzare.
— Io, Alaric McCabe, prendo te, Keeley McDonald ora McCabe come
mia sposa. Ti sarò sempre fedele, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella
malattia, e ti amerò per tutti i giorni della mia vita.
Lei lo guardò stupefatta. Aprì la bocca, ma non riuscì a parlare.
— Dillo anche tu, Keeley. Pronuncia il giuramento. Onorami con le
parole che avrei tanto desiderato sentire da te. Sposami qui e adesso, davanti
ai testimoni. Che il cielo mi perdoni, ti amo così tanto!
Una lacrima le scivolò sulla guancia. Chiuse gli occhi come per
raccogliere le forze, poi li riaprì e nuova determinazione scintillò in quelle
calde profondità.
— Io, Keeley McDonald ora McCabe, prendo te, Alaric McCabe, come
mio sposo. Ti sarò sempre fedele, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella
malattia. Ti amerò per tutti i giorni della mia vita…
La sua voce si faceva più bassa a ogni parola, ma aveva pronunciato il
giuramento. Erano uniti davanti a centinaia di testimoni: lei era sua moglie,
appartenevano uno all’altra finché Dio li avrebbe ritenuti degni di una simile
grazia.
Alaric si chinò e le baciò la fronte, semisoffocato dalle grida di dolore
che minacciavano di sfuggirgli a ogni momento.
— Ti amo — le sussurrò. — Non lasciarmi, Keeley, Non adesso che ho
trovato il coraggio di fare ciò che è giusto.
— Alaric?
La voce pacata di Rionna si fece largo nel suo dolore.
Guardò la donna che stava per sposare e non vide alcuna offesa nei suoi
occhi, né pena o risentimento. Vide solo un terrore pari al suo e lacrime che
scendevano copiose rigandole le guance.
— Dobbiamo portarla dentro. Forse riusciremo a salvarla.
Lui strinse forte Keeley tra le braccia e poi si alzò. Il dardo le sporgeva
dalla schiena, un cupo ricordo del sacrificio che lei aveva fatto per
proteggerlo.
— Di qua, Alaric! — esclamò Ewan. — Presto, bisogna intervenire
subito.
Il mondo pareva girare vorticosamente attorno. Gli sembrava di
camminare così piano, come se il tempo avesse rallentato. Caelen e Gannon
facevano strada, fendendo la calca e brandendo le spade per tenere lontana la
gente.
Il ronzio che gli echeggiava nelle orecchie gli impediva di capire che
cosa dicevano i guerrieri. Avanzava barcollando verso il maniero, mentre il
sangue di Keeley cadeva in grosse gocce sul terreno.
Chiuse gli occhi ed elevò una silente preghiera: “Ti prego, Signore, non
portarmela via. Non può essere troppo tardi per fare ciò che è giusto. Dammi
la possibilità di fare ammenda…”.
36
La camera di Keeley era piena di gente quando Alaric entrò. Ewan lo
aspettava accanto al letto, l’espressione cupa. Accanto a lui c’erano Mairin e
Maddie, gli occhi rossi dal pianto. Cormac consolava Christina, mentre
Gannon e Caelen montavano la guardia alla porta fremendo di rabbia e
preoccupazione.
Alaric adagiò Keeley sul letto, stando attento ad appoggiarla sul fianco
in modo da non far penetrare ulteriormente il dardo. Poi guardò suo fratello,
il cuore stretto in una morsa di dolore e di paura.
— Puoi fare qualcosa, Ewan? Puoi salvarla?
Ewan si chinò, studiando la ferita e il dardo. — Ci proverò, Alaric.
Ma voglio che tu sappia che la situazione è disperata, perché la punta è
penetrata in profondità e potrebbe aver trapassato un organo vitale.
Alaric chiuse gli occhi e si sforzò di controllare la furia che gli
ottenebrava la mente. Keeley aveva bisogno che restasse calmo, non che si
mettesse a urlare e a imprecare come un pazzo furioso.
— Cominciamo a estrarre il dardo — stabilì Ewan. — Poi vedremo.
Un trambusto alla porta spinse Alaric ad alzare la testa. Rionna, priva
del magnifico abito da sposa, veniva tenuta indietro da Caelen ma non
sembrava disposta ad arrendersi.
— Lasciatemi entrare! — tuonò. — È mia cugina e la mia miglior
amica. Voglio aiutare!
— Lasciala, Caelen — disse Alaric, guardandola mentre si precipitava
accanto a Keeley. — Potete aiutarla? Sapete qualcosa di medicina?
— Non molto, ma ho la mano ferma e una buona resistenza. Non sverrò
alla vista del sangue e sono decisa a non lasciarla morire.
— Fatela restare qui, allora. Può aiutarmi — disse Ewan. Poi guardò
Caelen. — Portalo via da qui. Questa non è una cosa a cui dovrebbe assistere.
Per un attimo, Alaric non si rese conto che suo fratello parlava di lui.
Solo quando Gannon e Caelen cercarono di afferrarlo capì che volevano
portarlo fuori dalla stanza. Balzò indietro e sguainò la spada, puntandola
contro Caelen. — Ucciderò chiunque provi ad allontanarmi. Non la lascerò
da sola!
— Alaric, cerca di ragionare — intervenne Ewan. — Qui sei solo un
peso.
— No, non me ne andrò — ringhiò lui.
— Alaric, ti prego — lo implorò Mairin andando da lui. Aggirò la
spada, poi gli posò la mano sul petto. — Vieni con me. So che la ami e lo sa
anche lei. Per questo devi permettere a Ewan di fare il possibile per salvarla.
Non l’aiuterai affatto aggirandoti per tutta la camera come un selvaggio. Sarà
terribile vederla e sentirla mentre Ewan estrae il dardo: non torturarti
inutilmente.
Lui guardò sua cognata e vide le lacrime che le riempivano gli occhi, la
pena che le sfigurava il volto. — Non posso lasciarla — mormorò. — Non
voglio che muoia da sola.
— Dannazione, Alaric, levati dai piedi! — tuonò Ewan. — Se succede
qualcosa ti manderò a chiamare. Ma se vogliamo salvarla, devo cominciare
adesso!
Mairin gli prese la mano, poi lo guardò. — Vieni, Alaric. Lascia che
Ewan e Rionna facciano ciò che devono.
Lui chiuse gli occhi e abbassò la spada. Poi si voltò verso Keeley e
cadde su un ginocchio accanto al letto. Le toccò la spalla, poi carezzò
gentilmente la pelle morbida prima di chinarsi in avanti e darle un bacio sulla
fronte pallida. — Ti amo, Keeley. Sii forte. Devi vivere.
Fallo per me.
Caelen e Gannon lo presero per le braccia e stavolta lui si fece condurre
fuori dalla stanza. Uscì incespicando, con il cuore che gli batteva nel petto
come un maglio.
La porta si chiuse, gettando il corridoio nella penombra. Lui si voltò e
diede un terribile pugno al muro. — No! Maledizione, no!
Caelen lo afferrò con entrambe le braccia e lo trascinò per tutta la strada
fino alla sua camera. Poi aprì la porta con un calcio e lo scaraventò dentro. —
Non fai alcun bene a Keeley comportandoti così — gli disse con occhi che
brillavano di rabbia.
Alaric guardò la mano gonfia e il sangue che colava dalle dita e dalle
nocche. Voleva colpire qualcos’altro. Voleva il bastardo che aveva scoccato
quel dardo.
Si voltò verso Caelen, sentendo un gran freddo entrargli nelle ossa.
— Avete catturato il traditore che ci ha fatto questo?
— Sì — disse Gannon dalla porta. — È incatenato nelle segrete.
— Ha agito da solo? — chiese Alaric.
— Non lo sappiamo. Il laird deve ancora interrogarlo.
Alaric tirò un profondo, rabbioso respiro. — È mio. Voglio ucciderlo io.
Caelen sedette sul letto accanto al fratello. — Sì. Una volta che ci avrà
confessato tutto, lo consegneremo a te. Nessuno può negarti questo diritto.
— Keeley mi ha salvato di nuovo — gemette Alaric tormentato. — Quel
dardo era per me, ma lei mi ha fatto scudo con il corpo. Era pronta a dare la
sua vita per la mia!
— È una donna molto coraggiosa. E ti ama.
Che Caelen parlasse d’amore senza una nota di derisione era una vera
sorpresa. C’era solo ammirazione.
Alaric si coprì il volto con le mani. — Dio mio, ho combinato un tale
disastro!
— Non tormentarti così, Alaric. Eri in una situazione impossibile.
Tu e Keeley l’avete gestita al meglio, ma troppe cose dipendevano dal
tuo matrimonio con Rionna.
— E invece ho sposato Keeley — affermò lui pacatamente.
— Sì, ti abbiamo sentito. Siamo noi i tuoi testimoni.
— Non mi reca un grande conforto, visto che sta morendo qualche porta
più in là.
Caelen lanciò un’occhiata a Gannon, poi tornò a guardarlo. — Non è
detto, Alaric. Keeley è una donna molto forte. Non è una che si arrende
facilmente: ti confesso di non aver mai incontrato una fanciulla come lei. Si è
guadagnata il mio rispetto e la mia lealtà.
Alaric si alzò. — Non posso stare qui senza sapere cosa sta succedendo
in fondo al corridoio. Se lei è stata tanto coraggiosa da prendersi un dardo al
posto mio, io devo starle accanto mentre lotta contro la morte. È il minimo
che posso fare: so che Ewan è mosso dalle migliori intenzioni, ma lei ha
bisogno di me e io non la deluderò.
— Se fosse la mia donna, non permetterei a nessuno di mandarmi via —
dichiarò Caelen deciso.
Gannon annuì il suo accordo.
Alaric tornò verso la porta, ma poi si fermò e si voltò verso il fratello. —
Non ti ho ancora ringraziato per esserle stato vicino in questi giorni. È stata
dura per lei, lo so. Avrei dovuto esserci io al posto tuo, ma adesso non
ripeterò l’errore.
Caelen sorrise. — Non ringraziarmi. È stato un piacere. Quella ragazza
mi diverte.
La bocca di Alaric si piegò agli angoli per un mezzo sorriso, ma poi
annuì e lasciò la stanza, marciando lungo il corridoio. Si fermò davanti alla
camera di Keeley, timoroso di aprire la porta. Da dentro non si sentiva alcun
rumore: niente grida di dolore, nulla che lasciasse intendere che lei fosse
ancora viva.
Mormorando una preghiera, aprì ed entrò.
Ewan era chino su di lei, la fronte corrugata per la concentrazione.
Rionna le sedeva accanto, carezzandole la testa e mormorandole parole
di conforto. Entrambi si voltarono sentendolo entrare, ma senza fermarsi.
Quando Alaric si avvicinò ancora, vide che suo fratello stava allargando con
un coltello la ferita per poter estrarre il dardo.
C’era sangue dappertutto. Il letto e gli abiti di Keeley ne erano
impregnati, così come le mani, le braccia e la tunica di Ewan.
— Lascia che la tenga io, così potrai concentrarti sul dardo — mormorò
lui a suo fratello, faticando persino a riconoscere la propria voce.
— Tienila ferma. Non deve muoversi — replicò Ewan.
Alaric annuì e con cautela salì sul materasso. Keeley giaceva sul fianco
dall’altra parte del letto, voltata di schiena per permettere a Ewan
d’intervenire sulla ferita. Suo fratello attese che si sistemasse accanto a lei e
che le stringesse il fianco, per poi passarle il braccio libero sotto la testa e
toglierla dal grembo di Rionna. Solo allora ricominciò a incidere.
— Rionna, venite qui ad asciugare il sangue, così vedrò dove affondo la
lama — chiese Ewan alla giovane McDonald.
Il respiro di Keeley era poco più di un fievole alito sul collo di Alaric.
Quando Ewan tagliò ancora, lei s’irrigidì e si lamentò piano.
— Sssh, amore mio — le mormorò Alaric. — Sono qui con te. Ti tengo
forte. So che fa male, ma devi lottare per me. Resisti come mi dicevi di
resistere tu.
Ewan continuò a tagliare più rapidamente possibile. Ma temeva che
Keeley perdesse troppo sangue e quindi procedeva con calma, estraendo
lentamente la punta del dardo. Quando finalmente riuscì a rimuoverlo dalla
sua schiena, imprecò con forza vedendo il sangue scorrere a fiotti.
Keeley aveva perso i sensi già da tempo e non si era neppure mossa
mentre Ewan le toglieva il dardo dalla carne. Il sangue continuava a uscire,
colando sul pavimento anche se sia Ewan sia Rionna premevano con forza
dei panni puliti sulla ferita.
Alaric ignorò l’espressione rassegnata di suo fratello e si concentrò sul
volto di Keeley. Pregava perché continuasse a respirare. Voleva che vivesse
con ogni fibra del suo corpo.
Occorsero due ore per chiudere il profondo taglio. Mettere i punti era
stato impossibile finché non erano riusciti a fermare la copiosa perdita di
sangue. Non appena l’emorragia era diminuita, Ewan aveva cominciato a
ricucire la ferita e quando ebbe finito, sedette sul pavimento con il volto
esausto per la tensione e la fatica.
— Continuate a premere — disse a Rionna. — Non sanguina quasi più,
ma a dire il vero non so se siamo riusciti a fermare l’emorragia oppure se non
ha più sangue in corpo.
Con dita tremanti, Alaric sentì le pulsazioni alla gola. Erano debolissime
e fluttuavano come le ali di una farfalla, ma per fortuna lei era ancora viva.
Rionna si alzò dopo aver bendato la ferita e si passò stancamente un
braccio sulla fronte. — Dobbiamo pulirla molto bene, Alaric. Va spogliata e
lavata, poi tenuta al caldo con coperte pulite. Anche le lenzuola devono
essere cambiate.
— Ci penserò io — rispose lui tranquillamente. — È mio dovere starle
accanto. Non la lascerò da sola.
La donna che aveva quasi sposato lo guardò con occhi colmi di
stanchezza e di dolore. — Mi dispiace, Alaric. Non sapevo che l’amavate, né
che lei vi amava.
— Adesso andate a riposare — le disse lui con gentilezza. — Penserò io
a Keeley.
Dopo che Rionna fu uscita, Ewan andò a lavarsi le mani nella bacinella
e poi restò a contemplare il fratello. — Abbiamo fatto tutto ciò che potevamo,
Alaric — disse infine. — Il resto è nelle mani di Dio.
— Sì, lo so.
— Adesso devo andare. Ci sono altre cose che richiedono la mia
attenzione.
Alaric annuì. — Grazie per averla salvata.
Un lieve sorriso piegò le labbra di Ewan. — La tua fiducia nelle mie
capacità mi onora, ma se Keeley riuscirà a vivere sarà solo grazie alla sua
forza e alla sua caparbietà.
Mentre Ewan lasciava la stanza, Maddie arrivò di gran fretta. Alaric
ringraziò il cielo per il suo aiuto. Insieme cambiarono le lenzuola, poi
spogliarono e lavarono Keeley. — Sì, è meglio non rivestirla — affermò
Maddie quando lui le riferì ciò che Rionna aveva detto. — Ha una ferita
grande e profonda sulla schiena che deve prendere aria.
Inoltre bisognerà controllarla spesso, quindi dobbiamo lasciarla sdraiata
sul fianco e sistemare dei cuscini dietro di lei per impedire che si volti.
Alaric fece ciò che Maddie aveva detto e quando fu sicuro che Keeley
non potesse voltarsi e stesse comoda, si sdraiò accanto a lei e la prese tra le
braccia. Poi, chiuse gli occhi e le diede un lieve bacio sulla fronte.
— Ti amo — le sussurrò.
37
Per tre giorni Alaric non lasciò Keeley un solo istante. Lei non riprese
mai conoscenza, nonostante i disperati tentativi di svegliarla. Lui la implorò,
la scosse, la minacciò. Arrivò a prometterle la luna, ma non servì a nulla. Lo
preoccupava soprattutto il fatto che non mangiasse nulla. Dopo aver perso
tutto quel sangue doveva nutrirsi, ma neppure la fame la svegliava.
E poi arrivò la febbre. La sua pelle divenne secca e calda, davvero
troppo calda. Si agitava senza sosta e demoni di ogni sorta parevano
tormentarla senza pietà. Lui la stringeva e cercava di calmarla. La lavava e un
giorno arrivò a immergerla nella tinozza, tenendovela a lungo nel tentativo di
abbassare la temperatura e vincere la malattia.
Una settimana dopo l’attentato, Alaric cominciava a perdere le speranze.
Keeley diventava sempre più debole e giaceva così immobile da sembrare
morta, anche se il suo corpo rifiutava di cedere.
Quel giorno stesso, Ewan e Caelen salirono a prenderlo. Occorsero i loro
sforzi congiunti per trascinarlo fuori dalla stanza; Rionna e Maddie presero il
suo posto, mentre i due fratelli, con l’aiuto di Gannon e Cormac, portarono
Alaric di peso fuori dal maniero.
— Lasciatemi! Cosa volete da me? — gridò lui furioso, cercando di
liberarsi.
I quattro uomini neppure risposero. Lo trascinarono sulla sponda del
lago, poi ve lo gettarono dentro vestito.
Il contatto con l’acqua gelida lo colpì come uno schiaffo. Sprofondò
come un masso, con l’aria che gli uscì tutta insieme dai polmoni in una
colonna di bolle. Quanto sarebbe stato facile respirare e unirsi così a Keeley.
Il pensiero che lei vagasse tutta sola nelle tenebre, morta ma non ancora
morta, lo stava uccidendo.
Ma quando il gelo cominciò a penetrargli nelle ossa, l’istinto riprese il
sopravvento e allora lottò per tornare in superficie. Quando riemerse, si
riempì i polmoni con un lungo e tormentato respiro.
— Lieto che tu abbia scelto di restare con noi — gridò Ewan dalla
sponda.
Alaric tossì e sputò, poi incenerì i suoi fratelli con lo sguardo. — Che
diavolo vi salta in testa? Siete impazziti?
— No, tu sei impazzito. Ti stai rovinando inutilmente. Non esci dalla
camera di Keeley da una settimana. Non mangi. Non ti lavi. Non ti sei
neppure cambiato: se non sarà la febbre a ucciderla, ci penserai tu con la tua
puzza — gli gridò Caelen.
Alaric tornò a riva con quattro poderose bracciate e poi si mise in piedi
torreggiando come un gigante. Scosse la testa per scrollarsi l’acqua dai
capelli, poi si lanciò contro Caelen.
I due fratelli caddero a terra con un tonfo e Caelen sbuffò quando
l’impatto gli tolse il fiato dai polmoni. Ma fu svelto a riprendersi e allora
rotolò sul terreno, afferrando Alaric per il collo e mettendolo sotto. Ma lui
riuscì a liberare una mano e lo colpì al viso con un tremendo pugno,
mettendolo fuori combattimento. Poi si rialzò, ma prima che riuscisse a
voltarsi fu Ewan a caricarlo, lanciandosi su di lui a peso morto e colpendolo
con una spallata nello stomaco.
— Dannati bastardi, volete uccidermi? — gridò Alaric mentre Ewan lo
bloccava a terra.
— No. Vogliamo solo instillare un po’ di buonsenso in quella zucca
vuota — gli ringhiò suo fratello. — Ci ascolti oppure dobbiamo legarti per
tenerti buono?
Alaric alzò di scatto la testa e gli affibbiò una tremenda testata al naso,
poi lo afferrò e si voltò, mettendolo sotto. — Un tempo non ti saresti fatto
sorprendere così. Stai invecchiando — lo schernì.
Ma Caelen si era rialzato e si gettò selvaggiamente su di lui. La lotta
riprese, con i tre fratelli che si scambiavano pugni su pugni urlando e
imprecando. Ah, era magnifico potersi finalmente sfogare con qualcuno!
Molti minuti dopo, tutti e tre giacevano a terra pesti, sanguinanti ed
esausti, ansimando furiosamente.
— Oh no — gemette Ewan.
Alaric si alzò su un gomito e vide Mairin che li guardava con le mani
piantate sui fianchi.
— Cosa fai qui? Dovresti riposare — la riprese Ewan.
— E voi dovete finirla di picchiarvi fino a ridurvi in polpette! —
esclamò Mairin. — Abbiamo degli ospiti. È uno scandalo.
— Tu dici? Invece, scommetto che gli ospiti si sono divertiti quanto noi
— replicò Caelen, steso a terra e senza fiato.
Alaric cominciò lentamente a rialzarsi. — Come sta Keeley? Ci sono
novità?
L’espressione di Mairin si ammorbidì. — No. Però adesso dorme
tranquilla.
Alaric chiuse gli occhi e poi tornò a voltarsi verso il lago. Forse una
bella nuotata gli avrebbe schiarito le idee. Ewan aveva ragione: marcire
accanto a Keeley non giovava a nessuno.
— Ewan, il re e i laird stanno diventando impazienti — riprese Mairin.
— Vogliono sapere cosa intendi fare.
— Lo so da me, Mairin. — C’era una nota di rimprovero nella voce di
Ewan, come se non gradisse parlare di quell’argomento davanti ad Alaric.
Lui li ignorò e prese a spogliarsi, per poi tuffarsi nell’acqua gelida.
Sapeva bene che il sovrano e i laird aspettavano solo che Keeley
morisse, in modo che lui potesse sposare Rionna e sigillare così l’alleanza.
Gannon gli lanciò un pezzo di sapone e sedette su un masso, aspettando
che lui finisse di lavarsi. Ewan e Caelen tornarono al maniero con Mairin,
mentre Cormac restò con Gannon per assicurarsi che Alaric non facesse
follie.
Ma lui non era ancora impazzito dal dolore. Purtroppo, quell’ ancora era
la chiave per comprendere il suo stato.
Quando tornò al maniero mezz’ora dopo, Rionna gli andò incontro con
gli occhi rossi dal pianto. Il cuore gli finì in gola, poi prese a battere nel petto
come un maglio. — È successo qualcosa? — le domandò.
— Venite subito in camera. Keeley vi chiama senza sosta. Sta molto
male, Alaric. Temo che possa morire da un momento all’altro. È così debole
da non riuscire a tenere gli occhi aperti e la febbre è salita tanto da farla
delirare.
Lui si precipitò su per la scala e attraversò correndo la sala grande,
ignorando le decine di persone che la riempivano. Quando entrò nella camera
di Keeley, una gelida morsa gli strinse le viscere vedendola immobile: per un
attimo, temette di essere arrivato troppo tardi, ma poi lei mosse le labbra e
con un filo di voce lo chiamò.
Si affrettò a raggiungerla e s’inginocchiò accanto al letto. — Eccomi,
Keeley. Sono qui, amore mio.
Le carezzò il viso per farle sapere che era lì. Voleva che sentisse il suo
tocco e capisse di non essere sola. Era così fragile, debole e preziosa! L’idea
che la morte potesse strappargliela in ogni momento stava uccidendo anche
lui.
— Alaric — sussurrò di nuovo lei.
— Sì, tesoro, sono qui.
— Fa così freddo. Non sento più alcun male, ma solo un freddo terribile.
Un brivido d’allarme gli corse lungo la schiena.
Keeley si voltò come per guardarlo. Schiuse leggermente le palpebre,
ma non parve vederlo. Aveva gli occhi vitrei come se guardasse un baratro
immerso nella tenebra.
— Ho paura.
Quell’ammissione fu come una pugnalata. Lui la prese tra le braccia e
sentì gli occhi bruciare per le lacrime. Il fatto che Keeley, la donna che non
temeva nulla, gli confessasse di avere paura era più di quanto Alaric riuscisse
a sopportare.
— Sono qui con te, amore mio. Non aver paura. Non ti lascerò mai, lo
giuro.
— Portami… — Non riusciva a parlare, anche se la sua voce era ridotta
a un sussurro.
— Sì, tesoro. Dove devo portarti?
— Al lago… dove ci siamo detti addio. Dove mi hai baciata… per
l’ultima volta.
Alaric la strinse forte e pianse.
— Ti prego.
Dio dei cieli, non voleva che lo implorasse ma quella richiesta l’aveva
distrutto. — Sì, Keeley, scusami. Ti porterò al lago. Ti porterò dove vuoi.
Un lieve sorriso le piegò le labbra e poi chiuse gli occhi, come se
sussurrare quelle poche parole le avesse tolto completamente le forze.
Con grande cautela Alaric passò le braccia sotto quel corpo piccolo e
snello e la sollevò, appoggiandola al torace e baciandole la fronte.
Grosse lacrime scendevano incontrollate, rigandogli il volto mentre
scendeva le scale. Quando s’inoltrò nella sala grande, tutti lo guardarono ma
nessuno provò a fermarlo. Mairin e Rionna piangevano, Maddie si accasciò
sconvolta su una panca e Gannon chinò la testa, profondamente addolorato.
Sulla grande scala dell’ingresso c’era Caelen, che li guardò in silenzio
stringendo i pugni. Lentamente li riaprì e tese un braccio, carezzando i capelli
e il volto di Keeley per poi chinarsi e baciarle teneramente la fronte. Era la
prima volta che Alaric lo vedeva mostrare affetto per una donna: non era mai
successo da quando la fanciulla che amava aveva tradito tutti loro molti anni
prima.
— Che la pace sia con te, Keeley McCabe — mormorò. Poi si tirò
indietro e bruscamente se ne andò, travolto dal dolore.
Tutti uscirono dalle loro case mentre Alaric attraversava il cortile,
procedendo attraverso i cottage e quindi sul sentiero che portava al lago.
Raggiunse gli alberi dove aveva atteso Keeley e si fermò sulla sponda,
sedendo con lei tra le braccia su un grande masso.
— Ecco, Keeley, siamo arrivati. Senti la brezza sul viso? Oggi è fresca e
pulita.
Lei sbatté piano le ciglia e prese un respiro profondo. Ma bastò questo
per causarle una fitta di dolore e il suo volto si contrasse per la sofferenza.
Per lunghi istanti restò inerte tra le sue braccia, con il petto che si alzava e si
abbassava per lo sforzo.
— Sì — gli disse infine. — È meraviglioso sentire il sole sul viso.
Sono stanca, Alaric. Ho lottato con tutte le mie forze, ma sono troppo
stanca.
Alaric sentiva il dolore nella sua voce, la consapevolezza di essere a un
passo dalla morte.
— Voglio che tu sappia che morirò felice. Tutto… tutto quello che
chiedevo era diventare… tua moglie. Anche se per poco, sono stata tua e tu
sei stato mio.
Lui guardò il cielo terso, sentendo la pena schiacciarlo come un
macigno. — Sei sempre stata mia, Keeley, fin dal giorno in cui ho aperto gli
occhi nel tuo cottage. Non c’è mai stata una fanciulla che mi abbia catturato
come hai fatto tu, anima e corpo, e non ve ne sarà mai un’altra. Avrei dovuto
sposarti subito e darti la sicurezza che meritavi, ma alla fine sono riuscito a
fare ciò che era giusto.
— Stringimi — sussurrò lei. — Resta qui con me e stringimi fino a
quando arriverà il mio momento. Sento le forze abbandonarmi. Non credo
che ci vorrà molto.
Un urlo di agonia eruppe dal torace di Alaric. Si sentiva bruciare dentro
come se avesse ingoiato braci ardenti. Le mani gli tremavano tanto da
rischiare di farla cadere. — Sì, Keeley, resterò con te e ti stringerò forte. Non
ti lascerò sola. Staremo qui e insieme guarderemo il sole tramontare sul lago.
E intanto, ti racconterò tutto ciò che ho sempre sognato per la nostra vita
insieme.
Lei sorrise e tremò tra le sue braccia, poi si rilassò completamente come
se avesse speso tutte le forze che le restavano per dirgli ciò che doveva. Per
un lungo istante restò immobile, ma poi sembrò riprendersi quanto bastava
per dirgli ancora una cosa.
— Tu sei il mio sogno, Alaric McCabe. Ti amo. E ti ho amato fin dal
momento in cui sei caduto da cavallo davanti a me. Ho vissuto così a lungo
piena di rabbia e risentimento, ho passato tanto di quel tempo a maledire il
mio clan, ma adesso so che non cambierei mai il mio passato, perché alla fine
mi ha portato te e il tuo amore.
Lui le strinse il volto tra le mani e poi chinò la testa. Le loro lacrime si
mischiarono, con il sale che scivolò sulle loro lingue mentre Alaric le baciava
teneramente le labbra.
Poi cominciò a cullarla. Presto, la breve giornata invernale terminò; il
sole calò sul lago in una miriade di riflessi dorati e la brezza divenne gelida.
Gannon uscì con delle coperte e le avvolse in silenzio attorno a loro, per poi
rientrare lasciandoli di nuovo soli.
Il maniero si stava già preparando al lutto. Nessuno si aspettava che
Keeley rivedesse di nuovo l’alba.
Alaric sistemò le coperte e si mise comodo contro il masso, quindi prese
a raccontare a Keeley tutto ciò che amava di lei. Il modo in cui lo divertiva
con il suo temperamento e la sua acuta intelligenza. Il modo in cui affrontava
Ewan e Caelen, tenendo loro testa in ogni occasione.
Poi le parlò delle sue speranze sui figli che gli avrebbe dato, di come
voleva delle bambine belle e fiere come la madre e dei bambini che avessero
la forza e il coraggio che lei aveva sempre dimostrato.
Calò la notte e il cielo si riempì di stelle fino a quando la luna sorse dal
lago. Piena e luminosa, rischiarava le acque con la sua luce argentea; Alaric
descriveva tutto a Keeley, tenendola stretta e pregando Dio di non
portargliela via.
Lei non parlava più. Alaric sentiva il cambiamento nel suo corpo,
sentiva le forze abbandonarla. Distrutto dal dolore, posò la guancia sulla sua
testa e chiuse gli occhi. Voleva solo riposare un attimo, ma quando li riaprì il
cielo si stava tingendo dei primi colori dell’alba.
Sobbalzò allarmato, guardando Keeley con il cuore in gola. Come aveva
potuto addormentarsi? Lei giaceva tra le sue braccia, il volto nascosto dalla
coperta. Aveva paura di spostarla, di scoprire come stava. E se era morta
mentre lui dormiva? Come poteva perdonarsi?
— Keeley? — sussurrò, alzando lentamente lo spesso lembo di lana.
Con sua sorpresa, lei gemette e si mosse. Aveva la fronte imperlata di
sudore: con dita tremanti le toccò la guancia e sentì la pelle appiccicosa.
Scottava molto meno. Possibile che la febbre fosse scesa?
Signore onnipotente, non riusciva a pensare. Non riusciva a muoversi,
né a gridare. Ma doveva riportarla subito al maniero, farla vedere a Ewan,
anche se a dire il vero temeva di cadere faccia a terra se solo avesse provato
ad alzarsi.
Con dita frenetiche le toccò il collo, il volto, persino le palpebre. —
Keeley! Svegliati tesoro. Guardami e dimmi qualcosa. Qualunque cosa.
Lei schiuse le labbra giusto un poco ed era evidente che cercava di
parlare, ma le mancavano le forze. Gli occhi si aprirono, ma poi si richiusero.
— Non importa — le disse. — La febbre è scesa. Mi senti? Non scotti
quasi più. È un ottimo segno, Keeley! Ma adesso non morirmi tra le braccia
mentre ti porto dentro, chiaro? Non fare brutti scherzi.
Hai lottato a lungo e duramente, e guai a te se non guarisci dopo avermi
dato questa speranza.
Keeley mormorò qualcosa, ma troppo piano perché lui potesse capire. Si
chinò in avanti e avvicinò l’orecchio alle sue labbra. — Cos’hai detto?
— Barbaro — gli sussurrò.
Alaric chiuse gli occhi e rise. Non poteva evitarlo: era una cosa così
meravigliosa, così inattesa, da non riuscire più a fermarsi fino a quando
lacrime di sollievo presero a rigargli le guance.
— Alaric! Che succede?
Lui si voltò e vide Ewan fermo a poca distanza. Lo guardava con
circospezione, preoccupato e ansioso. Il suo sguardo andò alla forma inerte di
Keeley, poi tornò a studiarlo in volto. Fu allora che vide le lacrime.
— Oh no. Mi dispiace. Non sai quanto, Alaric.
Ma lui lo sorprese con un gran sorriso. — È viva, Ewan. Viva! Non
scotta quasi più e mi ha chiamato barbaro. Senza dubbio è segno che non ha
alcuna intenzione di morire.
Anche Ewan sorrise. — È comunque un buon segno. Se ha dato mostra
di tanto buonsenso da insultarti, allora è sulla strada della guarigione.
— Ewan, non mi fido ad alzarmi con lei — ammise Alaric. — Sono così
stanco e intirizzito da aver paura di cadere.
Suo fratello si affrettò a raggiungerlo e gli prese Keeley dalle braccia.
Ad Alaric occorse qualche istante, ma alla fine riuscì ad alzarsi sulle gambe
tremanti e a tornare al maniero con Ewan.
— Tutti pensano che sia morta — gli spiegò Ewan. — Ieri sera non si è
parlato d’altro che di te che la portavi al lago per farla spirare in pace.
— È un miracolo, Ewan. Un miracolo! Non riesco a spiegarmelo, ma
sono così grato al Cielo! Stava morendo. La sentivo perdere le forze mentre
la stringevo a me, parlandole senza sosta, raccontandole i miei sogni su di noi
e sui bambini che avremo. Poi mi sono addormentato e al risveglio l’ho
trovata coperta di sudore. Non scotta più! È ancora debole come un gattino,
ma è riuscita a vincere la febbre.
— Darò un’occhiata alla ferita non appena la metteremo a letto —
promise Ewan. — Poi affronteremo la questione dell’alleanza coi McDonald.
Il sovrano aspetta, così come gli altri laird venuti qui per assistere al
matrimonio. Non possiamo tenerli a bada ancora a lungo.
Alaric lo guardò con tutto il timore che gli riempiva il cuore. Poi annuì,
conscio che spettava a lui affrontare la questione. L’alternativa era la rovina
dei McCabe.
— Non appena avremo sistemato Keeley, andrò a parlare con il re —
disse piano.
38
Alaric affidò Keeley a Maddie e Christina. Mairin passava a sincerarsi
delle sue condizioni non appena poteva, mentre Cormac montava la guardia
davanti alla porta.
Maddie piangeva per la gioia mentre lui parlava del miracolo avvenuto
sulla riva del lago. — Adesso ce ne occuperemo noi, Alaric.
Tu vai a fare ciò che devi. La nutriremo, la laveremo e faremo tutto il
possibile perché si riprenda mentre non ci sei, te lo assicuro.
— Lo so, Maddie — rispose lui con un sorriso, chinandosi su Keeley e
sfiorandole le labbra con un bacio. Poi uscì, pronto a tornare nella sala grande
dove tutti lo aspettavano. Ma giunto in fondo alle scale, Caelen gli andò
incontro.
— È vero quello che si dice? Keeley sta meglio?
Un sorriso illuminò il volto di Alaric. — Sì, è vero.
— Voglio che tu sappia che puoi contare su di me, qualunque cosa si
decida oggi.
Alaric annuì. — Grazie, Caelen. Il tuo sostegno significa molto per me.
— E adesso, andiamo a sentire cos’ha da dire re David.
Lui precedette Caelen nella sala grande e non appena lo videro, tutti
tacquero. La scena era davvero impressionante: al tavolo alto sedevano Ewan
e il sovrano, insieme a Gregor McDonald e a Rionna.
Ai lati della pedana, due tavoli erano stati sistemati per il lungo, uno di
fronte all’altro, per accomodare i laird.
Re David si alzò e fece cenno ad Alaric di avvicinarsi.
Lui avanzò a testa alta nello spazio tra i tavoli, fermandosi davanti al
sovrano. — I miei omaggi, Vostra Maestà — salutò con un rispettoso
inchino.
— Si direbbe che abbiamo un problema, Alaric McCabe. Un problema
insolubile — cominciò il re. Lui restò in piedi a testa alta, le gambe divaricate
e le braccia conserte mentre ascoltava le parole di David. — Ci ha molto
colpiti il fatto che abbiate sposato la donna amata dopo che lei vi ha salvato la
vita. Ma pensavamo che la poveretta spirasse stanotte tra le vostre braccia,
mentre adesso ci giunge voce che si sta riprendendo.
— È vero, Maestà — affermò Alaric pacatamente. — E guarirà presto.
— In tal caso, avete sposato la donna sbagliata.
Gregor si alzò e batté il pugno sul tavolo. — Tutto questo è assurdo! È
un’offesa a ogni McDonald! L’accordo era che Alaric McCabe sposasse mia
figlia Rionna, non una sgualdrina bandita dal nostro clan molti anni fa.
Alaric ringhiò e fece per avventarsi su di lui, ma Caelen lo precedette.
Balzò sulla pedana, afferrò McDonald per la collottola e lo scaraventò sulla
sedia: il vecchio laird chiuse subito la bocca, lanciando a Caelen un’occhiata
intimorita.
Sorpreso, Alaric li guardò. Cos’era successo tra quei due? Caelen pareva
furioso e laird McDonald sembrava temerlo come la morte stessa.
— Tacete, McDonald! — esclamò il re con aria severa. — La sgualdrina
di cui parlate ha salvato per due volte la vita ad Alaric e ha assistito con
grande perizia mia nipote mentre metteva al mondo l’erede di Neamh Alainn.
Tutti noi le dobbiamo molto e io farò in modo che non le manchi mai nulla.
Liquidato il vecchio laird, il sovrano tornò a rivolgersi ad Alaric. —
Come ho detto, siamo davvero colpiti dalla vostra lealtà verso di lei.
Ma purtroppo dovete ripudiarla, poiché non esiste altro modo per
sposare Rionna McDonald e siglare l’alleanza. Accanto a voi siedono una
dozzina di laird pronti a giurare fedeltà alla Corona e a unire le loro forze con
quelle dei McCabe, ma a condizione che voi teniate fede ai patti e subentriate
un giorno a laird McDonald alla guida del suo clan.
Alaric guardò il sovrano faticando a credere alle sue orecchie.
Come si poteva invitare con tanta calma un uomo a ripudiare la donna
amata per procedere con un matrimonio di convenienza? Posò lo sguardo su
suo fratello per capire cosa ne pensava, ma l’espressione di Ewan restò
indecifrabile. Anche lui credeva che avrebbe tradito Keeley per legarsi a
Rionna?
Pensò a tutto ciò che significava quel matrimonio. La sicurezza del suo
clan, dei suoi fratelli, di Mairin e della piccola Isabel. L’unione tra i clan
delle Highlands, la creazione di un’armata in grado di sconfiggere Cameron e
salvare la Corona. E tutto questo semplicemente sposando Rionna? Scosse la
testa e disse: — No, non la ripudierò.
Re David sgranò gli occhi. Nella sala scoppiò il caos. I laird gridavano
la loro offesa e la loro rabbia. Velate minacce si levarono e Gregor McDonald
parve prossimo a un colpo apoplettico.
Poi Alaric gridò imperiosamente a tutti di tacere. Quando la sala tornò
silente, lasciò correre lo sguardo sui laird riuniti. — Solo un uomo senza
onore ripudierebbe la donna amata per sposarne un’altra.
Solo un uomo senza onore tradirebbe una donna che ha rischiato di
morire per salvarlo. Io non sono un simile uomo. Sono un guerriero e la amo.
Le devo la mia lealtà e la mia fedeltà. Keeley McCabe merita la mia
protezione e tutta la felicità che riuscirò a darle per il resto della vita.
Poi, si rivolse direttamente a Ewan e al re. — So bene che questo mi
costerà la stima dei miei fratelli, del mio clan, della mia famiglia e del mio
sovrano, ma non sarei l’uomo che tutti conoscete se accettassi una proposta
come questa. Deve esistere un altro modo di stipulare l’alleanza. Non è
possibile che tutto dipenda dal matrimonio tra me e lady Rionna.
Il re emise un tribolato respiro, poi lo guardò con occhi che brillavano di
rabbia. — Pensate bene a ciò che fate, Alaric McCabe.
Cameron ha quasi annientato il vostro clan otto anni fa. Questa è la
vostra opportunità per finirlo una volta per tutte.
— Con o senza l’alleanza, Cameron è un uomo morto — replicò Alaric
con voce minacciosa. — Ciò che voi volete, Maestà, è un’armata che
sconfigga anche Malcolm, in modo che non costituisca più una minaccia per
la Corona. State usando il nostro clan per raggiungere il vostro scopo!
Re David divenne cupo, tremando per la rabbia.
— Non posso farlo — riprese Alaric, guardando Rionna con rammarico.
— Mi spiace molto, ma non posso umiliare voi e me stesso sposandovi in
questo modo. Meritate di meglio di un marito che ama un’altra. Questo
matrimonio non verrà celebrato.
— Sì, invece, perché la sposerò io.
Nella sala cadde un silenzio di tomba. Alaric si voltò, certo che quelle
parole non potessero venire da Caelen. Ma quando vide che era stato davvero
suo fratello a farsi avanti e a parlare, poté solo sbattere gli occhi stupefatto.
Rionna trasalì e si portò la mano alla bocca, guardando Caelen
incredula.
— Non credo di aver sentito bene — intervenne Ewan, alzandosi e
studiando Caelen.
— Ho detto che sposerò io lady Rionna — ripeté lui. — È la soluzione
più semplice. Un McCabe diventerà comunque laird dei McDonald.
L’alleanza verrà siglata. Giureremo fedeltà alla Corona contro Cameron e
Malcolm e Alaric resterà sposato alla donna che ama. Tutti ottengono ciò che
vogliono.
— Tranne te — gli mormorò Alaric.
Caelen sorrise. — Dovrò pur sposarmi un giorno o l’altro. Se lei mi darà
dei figli, la prenderò in moglie volentieri.
Rionna era impallidita e studiava Caelen accasciata sulla sedia.
Accanto a lei, Gregor McDonald si voltò oltraggiato verso il re. —
Maestà, non potete permetterlo. L’accordo era che mia figlia sposasse Alaric,
non il fratello minore!
Ma re David già si sfregava il mento, valutando la questione. — Ewan,
voi cosa ne pensate?
Ewan studiò Caelen con attenzione, ma nell’espressione di suo fratello
vide solo caparbietà e decisione. — Penso — cominciò — che potrebbe
essere una soluzione ragionevole se tutte le parti sono d’accordo.
— Io non sono d’accordo! — tuonò laird McDonald.
— Padre, ora basta — intervenne Rionna, la voce tagliente come il filo
di una spada. Poi si alzò e con calma regale scese dalla pedana, avvicinandosi
ad Alaric e al fratello. — Ponete delle condizioni? — chiese a Caelen.
— Visto? È una donna in gamba — mormorò lui ad Alaric, per poi
tornare a guardarla. — Sì, pongo delle condizioni. Vostro padre deve lasciare
immediatamente questo maniero e non mettervi più piede finché Keeley
McCabe resterà qui. E quando torneremo nelle terre dei McDonald, dopo il
matrimonio, abdicherà subito e trasferirà a me i suoi poteri.
— Questo è un oltraggio! — tuonò di nuovo il vecchio laird. I suoi
comandanti balzarono in piedi e presto grida rabbiose echeggiarono nella
sala.
Con grande sorpresa di Alaric, però, Rionna non si era unita a loro.
Taceva riflettendo e osservando Caelen.
— In effetti, direi che non sono condizioni ragionevoli — osservò
pacatamente il re.
Caelen reagì con un’alzata di spalle. — Ragionevoli o no, vanno
accettate.
— Abdicare subito non rientrava nei patti! — tornò a gridare laird
McDonald. — Secondo gli accordi, ne avremmo discusso dopo la nascita del
primo figlio di Rionna.
Lui si produsse in un sorriso indolente. — Vi assicuro che vostra figlia
partorirà nove mesi dopo il matrimonio. Che differenza fanno per voi nove
mesi in più o in meno?
Rionna divenne paonazza e suo padre esplose quasi per la collera.
Ma Caelen si voltò verso il sovrano. — Avevo promesso di non riferire
un vile episodio avvenuto qualche giorno fa. Ma il motivo che mi spinse a
giurare non esiste più e voglio far capire a voi e ai laird qui riuniti che uomo
è Gregor McDonald. Quando lo saprete, capirete perché esigo che si faccia da
parte nel momento stesso in cui sposerò sua figlia.
Re David si accigliò. — Parlate, allora. Vi libero dal giuramento.
— Quando Keeley era una fanciulla, faceva parte del clan McDonald.
Non solo: è cugina di Rionna e nipote di Gregor. Ma un giorno, lui l’ha
aggredita in un angolo appartato del maniero e ha cercato di violentarla. Lo
zio che insidia una bambina appena diventata donna — constatò disgustato.
— Sua moglie lo ha sorpreso, ma invece di difendere Keeley, l’ha chiamata
sgualdrina e l’ha bandita dal clan. E così, lei ha dovuto vivere da sola e
procurarsi da sé il cibo nella foresta, un terribile destino per una ragazza così
giovane.
Nessuno l’ha aiutata, non ha avuto alcuna protezione. È un miracolo che
sia sopravvissuta.
— Chiacchiere senza senso — sbottò subito il vecchio laird. — È
andata come ha detto mia moglie. Lei ha cercato di sedurmi!
Rionna si voltò e trafisse il padre con una tale occhiata da farlo
impallidire.
— Ma questo non è tutto — riprese Caelen. — Quando laird McDonald
è arrivato qui, ha riconosciuto Keeley e, nonostante lei fosse diventata una
McCabe, ha aspettato che passasse davanti alla sua camera e poi l’ha
trascinata dentro, ha chiuso la porta e ha cercato nuovamente di violentarla.
Alaric balzò sulla pedana con un grido, poi si lanciò attraverso il tavolo
contro il vecchio laird. L’impatto rovesciò la sedia e fece cadere entrambi a
terra, con il tonfo che risuonò con forza nell’attonito silenzio caduto nella
sala.
— Lurido verme! — ringhiò Alaric. — Hai osato toccarla di nuovo?
Ti ucciderò!
Afferrò McDonald per il bavero e lo mise in piedi, per poi affibbiargli
un tale pugno da fracassargli il naso e fargli sputare due denti. Poi fece per
colpirlo ancora, ma Caelen gli trattenne il braccio e riuscì a tirarlo indietro.
— Basta così — gli disse con calma. — Un pugno te l’ho concesso
perché è giusto, ma adesso laird McDonald è un mio problema e penserò io a
risolverlo.
— Sei stato tu a scoprirlo, vero? — gridò Alaric. — Perché non mi hai
detto nulla? Keeley è mia. Io devo difenderla! Spettava a me riparare
all’offesa.
Caelen sorrise. — Tua moglie se l’è cavata benissimo da sola. Gli ha
spaccato il naso e temo l’abbia castrato con un calcione nei testicoli. Io ho
solo finito il lavoro per lei.
Il sovrano si alzò, guardando il vecchio laird con un’espressione cupa
come nubi di tempesta. — È vera questa accusa, Gregor McDonald? Avete
cercato di violentare una giovane che confidava nella vostra guida e nella
vostra protezione? E poi l’avete aggredita di nuovo qui, nel maniero dei
McCabe?
Gregor non proferì parola, intento com’era a tamponare il sangue che
usciva a fiotti dal naso e dalla bocca.
— Sì, è vera — dichiarò Rionna con calma. — Io posso testimoniarlo.
— Figlia ingrata! — tuonò il laird. — Sei una sgualdrina come lei!
Caelen si avvicinò minacciosamente a lui. — State insultando la donna
che intendo sposare. Da adesso in poi, vi consiglio di tenere a freno la lingua
quando vi rivolgete a lady Rionna.
Il sovrano si sfregò stancamente la radice del naso. — Ewan, voi cosa ne
pensate di tutto questo? — mormorò. — Abbiamo qualche speranza di
salvare questa alleanza? E gli altri clan si uniranno a noi dopo quanto hanno
sentito?
Lui alzò un sopracciglio e poi lasciò correre lo sguardo sui tavoli a cui
sedevano i laird, che avevano seguito in silenzio il discorso di Caelen e tutto
ciò che era successo dopo. — Perché non lo chiedete a loro? — rispose.
Re David ridacchiò. — Ottima idea, Ewan.
Alzò la mano per chiedere silenzio, poi si rivolse ai laird. — Che cosa
ne pensate della proposta di Caelen McCabe? Se sposa Rionna McDonald,
l’alleanza tra i due clan verrà comunque stipulata e i McCabe avranno
accesso a Neamh Alainn passando dalle terre dei McDonald. Vi basta per
unire le vostre forze alle nostre nella lotta contro Malcolm e Duncan
Cameron?
A uno a uno i laird si alzarono, pronti a farsi avanti per dichiarare le loro
intenzioni.
— Maestà, io rifiuto di allearmi con un vile che aggredisce la giovane
nipote! — esclamò il primo laird. — Ma se Caelen diventa laird subito dopo
aver sposato lady Rionna, allora rivedrò il mio giudizio e unirò le mie forze
alle vostre e a quelle dei McCabe.
Gli altri laird annuirono ed espressero a gran voce il loro accordo.
— Aspettate! — gridò Caelen. — C’è ancora una cosa da chiarire.
Quando tutti gli occhi si posarono su di lui, Caelen si voltò verso
Rionna, ferma in piedi al centro della sala con la schiena dritta e il volto
pallido.
— Accettate di sposare me e non mio fratello, Rionna McDonald?
— le chiese.
Rionna guardò suo padre e scosse la testa, umiliata e rabbiosa, poi si
voltò verso Caelen e incontrò il suo sguardo con accattivanti occhi giallo oro.
— Sì, Caelen McCabe, accetto. Vi siete dimostrato un amico valoroso e
leale verso Keeley e un fratello degno di Alaric.
— E siete d’accordo sul fatto che vostro padre abdichi in mio favore non
appena saremo sposati?
Stavolta lei non esitò un istante. — Sì, se lo bandirete dalle nostre terre.
Un vociare stupefatto si levò dai laird a quelle parole. Gregor McDonald
impallidì e poi provò di nuovo a darsi un contegno. — Tu, figlia ingrata!
Dove dovrei andare?
— Non m’importa. Ma non voglio più vederti nelle terre dei McDonald.
Caelen aggrottò la fronte per la sorpresa, poi scambiò un’occhiata con
Alaric. Nessuno dei due si aspettava una cosa del genere. Già nelle precedenti
visite del vecchio laird era parso chiaro che tra lui e la figlia non corresse
buon sangue, ma lo spietato verdetto di Rionna lasciava tutti a bocca aperta.
— È fatta, allora — annunciò il re. — Nonostante tutto, si direbbe che
abbiamo un matrimonio da celebrare.
39
Alaric incontrò il fratello proprio mentre stava per rientrare nella camera
di Keeley. — Falle i miei auguri e dille che non ho mai dubitato neppure per
un attimo che si riprendesse — gli disse Caelen con aria divertita.
— Contaci. Io, invece, volevo ringraziarti. Non so neppure cosa dire, ma
ti sarò eternamente grato per ciò che hai fatto. Grazie al tuo intervento, hai
salvato tutti noi. Io e Keeley abbiamo un debito con te che non potremo mai
ripagare.
Caelen sorrise. — Ho imparato molto da tua moglie, Alaric. Non ho mai
incontrato nessuno così leale e altruista. Volevo dirti dell’aggressione che ha
subito, ma lei mi ha scongiurato di non farlo perché sapeva come avresti
reagito e temeva le conseguenze. Sapeva quant’era importante per i McCabe
il tuo matrimonio con Rionna e, visto che ci considera la sua famiglia, ha
fatto ciò che riteneva giusto per non mandarlo a monte. E se lei ha messo da
parte i suoi sogni e i suoi desideri per permetterci di creare questa grande
alleanza, come potevo io dimostrarmi da meno?
— Sii paziente con Rionna — gli disse Alaric. — Mairin temeva che io
fossi troppo duro con lei. E se si preoccupava di me, chissà cosa sta pensando
di te.
Caelen sbuffò.
— Mairin sembrava convinta che intendessi trattarla con una mano
troppo ferma, schiacciando quella parte di lei che la rende speciale — chiarì
Alaric, stringendosi nelle spalle. — Non ho capito cosa intendeva, ma è così.
Credo si riferisse al fatto che Rionna ami vestirsi da guerriero e sappia
cavalcare e maneggiare la spada come un veterano.
— Mia moglie farà quello che le dico — tagliò corto Caelen.
— Ecco una cosa che mi piacerebbe vedere.
— Adesso vai. La tua donna ti aspetta. Anzi, tua moglie — si corresse
Caelen.
Alaric lo salutò con una pacca sulle spalle e poi entrò. Con sua sorpresa
trovò Gannon seduto sul letto accanto a Keeley. Le rinfrescava la fronte con
un panno umido e non sembrava affatto offeso per quel compito.
Quasi rise. Keeley aveva conquistato tutti. Non si sarebbe sorpreso se
l’intero clan aveva stabilito dei turni per curarla notte e giorno.
Gannon si voltò e lo guardò. — Maddie ha accompagnato Mairin di
sotto per allattare la piccola. Io mi sono offerto di prendermi cura di Keeley
fino al suo ritorno.
Alaric annuì e poi gli fece cenno di alzarsi. — Come sta? Ha ripreso
conoscenza?
— Suda molto, ma è la febbre. A un certo punto è diventata così calda
da spingere Maddie ad aprire la finestra per far entrare aria fresca. Ha anche
ripreso conoscenza, ma poi ha richiuso gli occhi. Mi sembra che dorma, però,
e non che perda i sensi.
Alaric tirò un respiro di sollievo, sentendone il dolce sapore sulla lingua.
— Puoi andare, adesso. Mi prenderò io cura di lei.
Il guerriero si allontanò, ma giunto alla porta si voltò. — Che cosa è
successo là sotto? Si dice che il re ti abbia ordinato di ripudiare Keeley.
Alaric sorrise. — Sì, è vero.
Gannon s’incupì e gonfiò il petto, tanto indignato da rischiare di
esplodere.
— Però ho rifiutato.
— Hai disobbedito al sovrano? — chiese Gannon, stupefatto.
— Sì — rispose Alaric, fingendosi contrito. — È stato più facile di
quanto immaginassi.
— E adesso cosa succederà?
— Oh, quella è un’altra lunga storia. Se vai a cercare Caelen, sono certo
che lui sarà lieto di raccontartela. Io, invece, credo proprio che mi prenderò
cura di mia moglie, e non appena aprirà gli occhi le dirò che l’amo.
Gannon sorrise e lasciò la stanza in tutta fretta.
Alaric invece si sdraiò accanto a Keeley e la strinse forte a sé. Lei parve
accorgersene, perché si accoccolò contro di lui deliziandolo ancora una volta
con la morbidezza di quella pelle liscia e delicata.
Sembrava così piccola, così calda e fragile contro il suo corpo molto più
massiccio e muscoloso.
Lei era un miracolo. Il suo miracolo. Uno per il quale avrebbe
ringraziato Dio ogni giorno della sua vita.
— Alaric? — gli sussurrò.
— Sì, amore?
— Davvero il re ti ha chiesto di ripudiarmi? Perché, onestamente,
sarebbe orribile dopo ciò che ho fatto. E ti dirò che stavolta non intendo
tacere: tu sei mio marito e non permetterò a nessuno di portarti via da me per
costringerti a sposare un’altra.
La petulanza del suo tono gli strappò una risatina. Suonava molto irritata
e addolorata al pensiero che una cosa del genere fosse possibile.
Le diede un bacio sul piccolo naso e posò la guancia su quella di lei.
— Non temere, tesoro mio. Purtroppo per te, resti legata al sottoscritto.
Certo, per riuscirci ho dovuto sfidare il re di Scozia, Ewan e una dozzina di
laird, per non parlare di quel verme di McDonald che, a quanto pare, ti ha
aggredita di nuovo senza che tu me lo dicessi.
— Però! E hai fatto tutto questo per me? — gli chiese — Sì, certo.
Sentì Keeley sorridere contro il suo collo. — Ti amo. Sai, a un certo
punto ho davvero temuto di morire, ma non sopportavo l’idea di non vederti
più, persino se tu avessi sposato un’altra donna.
Alaric la guardò severamente, poi le sollevò piano il mento per
costringerla a guardarlo. — Non dire mai più una cosa del genere.
Non devi neppure pensarla, intesi? Ti proibisco di morire.
— Bene, se me lo proibisci ti dirò che intendo rimettermi pienamente in
forze. La ferita fa molto male e ti giuro che ho paura di vomitare ogni volta
che faccio un movimento sbagliato, ma tra una settimana sarò in piedi e
quindi farai bene a prepararti.
Lui ridacchiò per quelle parole arroganti, poi la zittì con un dolce bacio
sulle labbra.
— Ti amo, Keeley McCabe. Adesso sei una McCabe a tutti gli effetti.
Siamo sposati agli occhi di Dio e degli uomini e dobbiamo solo consumare il
matrimonio.
Keeley gemette. — Temo che questa parte debba aspettare.
Alaric la strinse a sé con tutta la cautela di cui era capace e la tenne così,
crogiolandosi nella gioia di saperla viva, nella felicità di saperla sua, nella
possibilità di gridare al mondo intero che l’amava.
— Aspetterò tutto il tempo necessario. Abbiamo una vita intera per
consumare il matrimonio. Anzi, credo che dovremmo stabilire una regola: lo
consumeremo ogni giorno, a partire da quando ti rimetterai in piedi.
Lei sospirò e gli premette la guancia sul torace. — Ti amo, Alaric. E
ti dirò che potremmo fare una prova di questa nuova regola già la
settimana prossima, se lo vuoi.
Con una risata, Alaric chinò la testa per catturarle le labbra in un bacio
lungo e delizioso. — Se lo voglio? Ragazza, non c’è nulla che desidero di più
di una vita piena d’amore, di risate e di bambini.
Lei sbadigliò e chiuse gli occhi. Alaric la guardò addormentarsi con la
testa appoggiata al suo torace e in quel momento fu certo che non esistesse al
mondo vista più preziosa. Né esisteva una consapevolezza più dolce del fatto
che fosse davvero sua… e fino alla fine dei loro giorni.
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La seduzione di un highlander
di Maya Banks
Titolo originale: Seduction of a Highland Lass © 2011 by Maya Banks
This translation published by arrangement with Ballantine Books, an
imprint of Random House, a division of Penguin Random House LLC
© 2018 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Ebook ISBN 9788852085673
COPERTINA || GRAPHIC DESIGNER: VALENTINA CANTONE | ©
JON
PAUL
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Il libro
L’autrice
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LA SEDUZIONE DI UN HIGHLANDER
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Il libro
L’autrice
Frontespizio
LA SEDUZIONE DI UN HIGHLANDER
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