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Seminario di Letteratura francese

Prof.ssa Sanna
Sarah Marini
Paul Valéry et la Grèce
“L'object essentiel de l'esprit est l'esprit”
Paul Valèry

Il giovane Valéry e l'antico: approcci e influenze

Fu un autodidatta e uno studente, a sua detta, mediocre e scarsamente reattivo ad elevare un protrettico alla
frequentazione dei classici, il grembo della nostra essenza di europei. E' un fatto oggettivo e non solamente
un'intuizione analogica che il mondo ellenico ed ellenistico antico sia un orizzonte di riferimento costante
nell'esecuzione poetica di Paul Valery, un profeta a cavallo fra “800 e “900 di quella che sarà il moderno
concetto di Europa quale inconfutabile unione etnica ma soprattutto storica e culturale. Ancor prima che
suggestione letteraria la Grecia rappresenta per l'autore una delle tre principali matrici, “les trois influences”¹
che hanno forgiato l'identità dell'uomo europeo: è un'istanza genetica innata, a cui Valery si sente
intrinsecamente legato e a cui aderiscono secondo una linea ereditaria diretta tutti I popoli connotati
etnicamente e culturalmente come mediterranei. Per costituire il ritratto completo e riunire I tasselli che
assemblati restituiscono nella sua interezza la nostra coscienza europea è essenziale e imprescindibile
l'antenato greco: senza di esso quel sentiment de l'ordre publique et le culte de la cité et la justice temporelle, impresso
dal ceppo latino e dalla conquista romana e la profondeur de nos ames che il misticismo e la speculazione
spirituale del cristianesimo ci ha impartito resituirebbero un'immagine di noi amputata e incompleta. La
civiltà greca è la culla di un amplificazione dell'acume delle nostre intelligenze, è come un laboratorio di
raffinazione delle nostre capacità mentali, che prima, come sottolinea Valery, sans doute il existait, ma che
giacevano come non completamente espresse nelle loro complete potenzialità. Il grande merito di cui è
investita la civiltà greca è l'aver ricondotto il baricento del pensiero umano all'uomo stesso, un principio che
Valery aveva filtrato già da un altro umanista da lui amato ed impregnato di pensiero classico, Leonardo da
Vinci, ed è come se il nostro autore avesse riunificato le suggestioni dello scienziato e del suo bagaglio di
letteratura e poesia ellenica e le avesse assurte a grande chiave di volta del suo sistema socio-culturale.
Quest'umanesimo ante litteram che rappresenta la Grecia nel suo système de références è stato il presupposto
dello svilupparsi delle Scienze in Europa: per far sì che la scienza avesse un suo sviluppo autonomo il a fallu
qu'un modèle relativemente parfait lui fut proposè, qu'une première oeuvre lui fut offerte comme Idéal, qui présentat toutes les
précisions, toutes le garanties, toutes les beautès, toute les solidités, et qui definit une fois pour toute le concept méme de science
comme construction pure et séparée de tout souci autre que selui de l'édifice lui meme. In ultima analisi ciò di cui l'uomo
necessitava per costruire il suo metodo scientifico era la categoria dell'idea, della perfezione come un
traguardo a cui tendere indefinitamente, un principio intellettuale dunque che per la sua stessa inafferrabile
natura spinge l'uomo ad una crescita e ad una ricerca costante e incessante, che non si ferma con la sua
generazione ma è perpetuata dalle generazioni a lui successive. Senza il miraggio della perfezione artistica e
morale l'uomo non avrebbe potuto dilatare la circoscrizione dei suoi confini, sarebbe rimasto ancorato al
mondo finito dell'esperienza senza trascenderlo.
La geometria greca ha costituito modello delle funzioni logiche del mondo europeo ed universale nell'arte e
nelle scienze: ma come nota Valery, sappiamo per certo che è possibile sostituire altri assiomi e postulati a
quelli introdotti dai nostri antenati greci e ottenere una geometria altrettanto coerente e fisicamente
applicabile. La grande novità ellenica consiste non tanto nel progresso scientifico in sè ma risiede nei suoi
mezzi speculativi, nella sua visione della natura delle cose filtrata attraverso alla bellezza e alla purezza
dell'idea, l'orizzonte di un cosmos definito e preciso al centro del quale l'uomo ha una precisa collocazione.
Tale ordine riflette la sua proiezione oltre che nella geometria delle scienze nella geometria dell'architettura
e del sistema linguistico: le potenzialità espressive della lingua greca trovano precise corrispondenze nella
solenne compostezza dei templi, nella logica stringente degli assiomi socratici, e infine nell'assoluta
compiutezza comunicativa ed evocativa della poesia e dell'uomo in quanto logos, termine che
significativamente è vox media di parola, ragionamento, calcolo.

Per un analisi dell'incisività della forma mentis greca all'interno del pensiero e della poetica di Valery non
possiamo prescindere da un esame delle sue effettive conoscenze letterarie e storiche di quel mondo di cui
ci da descrizione tanto precisa e tanto consapevole e profonda. Di certo Valery non aveva dimostrato una
grande attitudine in giovinezza nei confronti dello studio in generale e in particolare verso quello
dell'antichità a causa di una certa avversione per la rigidità dell'istruzione accademica ed un' inclinazione per
la riflessione autodidatta:

Je n'ai jamais été en Grèce, et quant au grec, je suis malheureusement demeuré un écoulier des plus
médiocres, qui se perd dans l'original de Platon et le trouve dans le traductions terriblement long et souvent
ennuyeux².

Dichiarazione curiosa, che ci spinge ad indagare i suoi mezzi e le modalità effettive attraverso cui è
pervenuto, nonostante una propensione personale inizialmente reticente e forzata, ad una visione così
precipua e nitida del pensiero greco. Possiamo effettuare un parallelismo interessante con un autore coevo,
Charles Peguy, che si distanzia dal nostro autore per soli tre anni di differenza nel percorso didattico,
esempio vivente che ai tempi di Valery era possibile acquisire una solida cultura classica e che I programmi
degli studi avanzati comprendevano una visione sufficientemente vasta e completa dell'intero range della
didattica greco-latina. L'adolescente nativo di Sète era estraneo a quel revanscismo proletario che accendeva
l'entusiasmo di neofita di Peguy, uno stimolo di lotta di classe che trattava la padronanza della cultura
classica come il baluardo di un egualitarismo impossibile sul piano materiale ma rivendicabile sul piano
intellettuale: il giovane Valery, dalla mente più duttile alle scienze che alle lettere, non trovava nel greco che
un interesse episodico e incostante. Più che frutto di techne, di uno studio più o meno finalizzato
politicamente delle lettere classiche, pare che l'interesse di Valery per il mondo ellenico fosse una sorta di
richiamo interiore, un'ammirazione e una consonanza di anime che esulava dalla conoscenza pragmatica ma
che era insita nel suo stesso essere. L'elemento greco aveva su di lui la forza del legame di una parentela
filiale, impossibile da rinnegare e non modificabile, che è sempre presente nel suo orizzonte interiore,
nonostante lo accudisca sporadicamente e senza continuità. Egli dice riferendosi all'apprendimento del
greco e del latino e di tutte le materie che in qualche modo costituiscono “i corpi del nostro spirito”: Ce
n'est point la quantitè qui importe, tant que l'activitè qu'elles peuvent prendre dans l'etre meme qui les a retenues. ³
Parafrasando, non conta quantitativamente quanto siamo intrisi di scienza dell'antichità e di nozionismi
precisi, ciò che davvero ci è indispensabile, non tanto in quanto intellettuali ma in quanto umani , è l'essere
partecipi di quell'attività interiore alla quale partecipavano coloro che ne erano I primi ideatori. É il salto di
qualità, quell'affinità di spirito che è essenziale per affacciarci nella piena consapevolezza alla nostra identità
europea e di uomini.

L'eredità ellenica di un “profano” dell'ellenismo

A dispetto delle recusationes di conoscenza approfondita della lingua greca, negli scritti giovanili di Valery e
nei cahiers fanno spesso la loro comparsa citazioni in greco antico e parole translitterate in alfabeto greco.
Effettivamente la sua sensibilità per la ricerca etimologica, che lo porta spesso a citare la radice greca di una
parola, si accorda bene con l'attenzione che ha Valery per la precisione del linguaggio, una costante
potremmo dire strutturale della sua poetica. Inoltre un'altro punto a favore della naturale inclinazione verso
la scoperta di questo mondo arcaico a dispetto della prematura reticenza è il gusto nostalgico che permea in
quel periodo gli ambienti colti con cui il poeta si confronta e che lo coinvolgono direttamente: la
fascinazione che ha in sè il manoscritto antico, depositario diretto delle memorie del passato, la seduzione
di un alfabeto differente da quello abituale, le parole scritte a china ignare della stampa, unico tramite
rimasto fra noi e il loro artefice. Sono elementi che apparentemente sembrano esulare dall'ambito della
produzione poetica ma che in Valery hanno rapporti ben delineati fra loro: aldilà del significato della parola
è importantissimo il significante, non solo il materiale fonetico che costituisce la stringa verbale, ma anche
soprattutto come si presenta la parola sulla carta, la sua posizione nel foglio, I caratteri tipografici, se essi
siano maiuscoli o minuscoli, le sottolineature. Svelati questi dettagli, queste gemme preziose che vanno a
cesellare e ad ornare l'effetto finale del prodotto poetico, si comprende chiaramente le conseguenze che
poteva comportare la transliterazione di una parole nella sua lingua madre, la ricollocazione di quel
determinato fossile ereditario nella sua posizione originaria e precisa.
Un'altra dichiarazione dello stesso Valery contribuisce a chiarificarci ulteriormente il suo rapporto con la
grecia:
Je ne suis pas Helléniste” protestait Valéry
Si l'on savait combien peu j'ai lu Platon – et en traduction! J'ai fait cependant des dialogues socratiques.

 La preminenza della “forme”

Alle sue lacune Valery adduce varie ragioni, in anzitutto una motivazione di ordine estetico, istanza verso
cui lui rivolge primariamente le sue ricerche:

C'est la forme qui m'intéresse, écrit-il en 1941, le fond de la pensée n'est rien- et les théories qui n'aboutissent
pas à des procédés. Lesquels jugent les thèses, ne me font aucun effet .

Ovvero la scienza del mondo antico non interessa Valery se non incidentalmente, sotto il rispetto della
forma, e del resto la pretesa di una qualsiasi ricostruzione storica di un mondo perduto come quello delle
civiltà classiche contraddice la sua stessa teodicea letteraria, volta a demistificare la scrittura realista a lui
coeva: la realtà storica ci sfuggirà inesorabilmente e sempre, nessuna fonte potrà condurci direttamente alla
precisa visione del passato e ogni pretesa di rimpossessarsene è illusoria e frustrata.
In un' intervista rivolta a Valery da André Lafons, che lo interrogava sul suo ellenismo e sul ruolo delle
antichità greche nei suoi scritti, risponderà:

-Purement imaginaire, J'estime que, dans ces matières, la grandeur des erreurs que nous commettons non
informés est sensiblemente la meme que celles que commettent les plus informés. Reconstituer une certaine
Grèce avec un minimum de données et de conventions homogènes n'est pas plus critiquable que de la
reconstituer au moyen d'une quantité de documents d'autant plus contradictoires qu'ils sont plus nombreaux.

Nel nichilismo conoscitivo di Valery, paradosso per chi affermava di cogliere solo la forma e mai le tesi del
pensiero, c'è molto di platonico: lo stesso filosofo greco rigettava le possibilità conoscitive della storia e di
qualsiasi genere letterario ricorresse alla mimesis, all'imitazione della realtà: da un punto di vista gnoseologico
e ontologico l'imitazione letteraria non è altro che la copia di ciò che è già una copia, la riproduzione
terrena della forma-idea perfetta dell'iperuranio. L'imitazione non fa che allontanarci sempre di più dalla
conoscenza del vero, in quanto già il mondo sensibile da cui trae ispirazione soffre già dell'impurità del
dualismo mondo reale-mondo ideale. Benchè Valery si discosti programmaticamente dal pensiero filosofico
e da qualsiasi tentativo di ingabbiare la molteplicità del mondo nella rigidità di sistema astratto, anch'egli
con Platone rinnega la validità conoscitiva ed ontologica dell'imitazione della realtà, e in particolare della
storia, la meno scientifique delle scienze. La ragione di tale presa di posizione non è quindi frutto di
un'istanza speculativa, è il rigetto di un concetto di letteratura sottomessa alla rappresentazione fittizia del
reale, intrapreso già da Mallarmè e perseguito dal suo discepolo: la realtà è linguaggio, la poesia è realtà.
Tutto il resto è una demistificazione, tutto si risolve in questo circuito che esclude la realtà empirica
concreta, che alla poesia può prestare tutalpiù le sue immagini per significare altro. La scienza storica come
la scienza del mondo antico non ha alcuna pretesa di validità, benchè affascinante e irresistibile è
semplicemente una ricostruzione fallace. Il suo Faust, nella sua biblioteca che Mefistofele gli fa scoprire,
osserva un volume di Eraclito, accanto ad altri di Pindaro e di Virgilio, e commenta:
Ils sont de glorieux silences. Personne au monde ne sait plus chanter leurs chants, prendre leur voix. Tous
vos savants n'en font que parodies

E in merito alla storia dice: Alexandre n'est pas moins imaginaire que Thésée, et Napoléon vaut Hercule,
n'etant plus ni l'un ni l'autre que du papier noirci...

Questo biunivoco interesse per l'antico sebbene subisca come un moto pendolare che oscilla da un
apprezzamento e un debito dichiarato nei confronti della Grecia antica ad un sospetto nei confonti di una
sua possibile ricostruzione scientifica ed esaustiva, anche solo vicina alla realtà, è indubitabile che sia nutrito
di ampie letture. Secondo la stessa dichiarazione dell'autore abbiamo visto come tale bagaglio culturale sia
solo marginalmente derivato dai programmi scolastici e si sia prevalentemente accumulato grazie alla sua
personale curiosità di autodidatta. Queste acquisizioni limitate e incomplete della cultura ellenica si
completano con la genialità e la propensione alla riflessione e alla rielaborazione di Valery: invece di far
violenza alla propria mente per guidarla all'appropriarsi di un sapere inerte e privo di possibilità di verifica
diretta preferisce ridestare la saggezza antica attraverso la creatività personale.

J'ai écrit sur la danse sans l'aimer, sur la politique sans y tremper, sur l'histoire sans la connaitre- ne me
servant que de ce moi.

Questa piena fiducia nelle potenzialità critiche della propria mente trova preciso riscontro nella totale
sfiducia nelle capacità gnoseologiche di un qualsiasi tipo di scienza che lavori su dati che trascendano
l'osservazione empirica diretta. Del resto è molto debitore di Aristotele, e al testo della Poetica in queste
affermazioni: il filosofo del Peripato riconosce nella poesia una superiorità ontologica rispetto agli altri
generi letterari, in quanto essa è la sola che, nutrita per sua natura di vaghezza, tende all'universale, e
trascende ad esempio la storia che è connessa al particolare. Il baricentro del proprio giudizio intellettuale
resta il proprio io pensante, e le proprie capacità intuitive e deduttive. Il passaggio successivo che ci occorre
chiarificare è la contraddizione esistente fra il rifiuto di un una conoscenza sistematica di un mondo che
continuerà sempre a sfuggire al poeta di Séte e il cui studio gli si è sempre rivelato ostico e un'intima
consonanza di valori unita ad una viva ammirazione. Il suo contatto con la Grecia è, come abbiamo
sottolineato, un fatto di identità culturale che accumuna le popolazioni etnicamente connotate come
mediterranee: ma c'è di più. Le corrispondenze che lo legano a questa civiltà del passato sono similarità
della sua stessa personalità, che lo accostano e gli chiarificano le istanze della mentalità ellenica antica e lo
rendono vicino più per sentire comune che per sapienza. La scienza passa in secondo piano: la sua
conoscenza schematica del mondo antico cede il passo all'affinità ontologica che egli sente verso il pensiero
antico.

La lettura dei Cahiers rivela di fatto una continuità nell'interesse di Valery per il pensiero antico e per l'arte
greca: troviamo citati 109 volte autori greci, 127 volte personaggi mitologici o divinità del pantheon greco-
latino. Le varie tipologie di citazione rivelano una predominanza per I filosofi, in primo luogo di Platone e
Aristotele, ma anche dei presocratici, dei matematici o geometri greci, tutte personalità con cui Valéry
condivideva l'interesse per la riflessione metafisica, per l'arte, per la scienza dei nomi, e , soprattutto, per il
mare in tutte le sue forme e quello stesso desiderio di dominio del mondo attraverso le leggi dello spirito.
In particolare nel periodo alla fine del secolo, con Il dilagare negli ambienti colti di un interesse
preponderante per le scienze occulte, Valéry ricercherà in Platone e Plotino, filosofo spiritualista e mistico,
la conferma delle tesi esoteriche che agitavano gli spiriti della nuova generazione. Del resto il pensiero di
Plotino non rimarrà estraneo agli scitti della maturità del poeta: il concetto di un cosmo armonioso e
intellegibile, il valore dei corpi, da cui l'anima riceve tutti gli impulsi sensoriali, la teoria del Bello, e del Bene
che si confode con il Bello. Tuttavia nel 1932 l'autore di Eupalinos rifiuterà tutta l'influenza della filosofia: «
Quant à l'influence de la métaphysique, elle a été très superficielle – fort heuresement– et sourtout verbale. Ce qu a
véritablement existé, c'est une sorte de mysticisme esthétique, parfois très prononcé». Un altro passo è rivelatore di
quest'aspetto del pensiero di Valéry:
Il ya des analogies entre le choses ; les sentiments sont latents sous des objets, mer, ciel. Ces analogies sont
réelles. Il y en a aussi entre des choses d'ici et des intuitions merveilleuses. D'où ésotérisme. Dégager l'essence
mystique des choses. L'Eden était l'original parfait d'où sont tirées les grossières épreuves que nous voyons.
C'était le rêve pur de Dieu. Si nous ètions dieux nous aurions de tels yeux que nous verrions le monde actuel
comme l'Eden.

In questo costante sguardo retrospettivo del poeta senz'altro si innestò l'influsso degli ambienti intellettuali
e delle sue amicizie. Un ruolo essenziale ebbe senza dubbio l'amico Pierre Louÿs, conosciuto nel 1890 e
con cui condividette una lunga corrispondenza intellettuale, uno scambio culturale redditizio e di
straordinario supporto per il giovane provinciale di Montpellier, ai margini fino a quel momento della
pulsante vita intellettuale dell'epoca. Louÿs nutriva un'autentica passione per la Grecia, e anch'egli come
l'amico mutuava da essa la predilezione per la forma sulla scienza in un culto estetico del Bello. Nell'
epistolario fra I due giovani scrittori spesso l'argomento è questa follie per la Grecia e la sua cultura, ma di
fronte all'entusiasmo di Louÿs, Valéry si mantiene estremamente riservato e mitigato in merito. Alle
amicizie della giovinezza occorre aggiungere un incisivo invito ad approfondire lo studio dell'ellenismo da
parte di Chaterine Pozzi, conosciuta nel giugno 1920, autrice dallo stile semplice, limpido, dalle fatture
estremamente classiche e grande conoscitrice del greco e della letteratura arcaica. Può darsi fu lei a rivelare
a Valery I versi di Pindaro posti ad epigrafe del Cimitière marin, che non figurano nella prima edizione della
poesia del 1 giugno 1920, ma fanno la loro comparsa nel 31 agosto 1920, allorchè Valery aveva iniziato la
sua frequentazione con Chaterine. Aldilà di queste possibili congetture, è stato rilevato da numerosi
studiosi che il personaggio di Euridice sia stato approfondito grazie all'arricchimento da parte dell'amante
dell' interpretazione di Valery e che I più bei versi dei Fragments de Narcisse abbiano ricevuto suggestione
dalla loro relazione.

 Contro il mondo attuale: «Un robinson du monde antique»

Un altro fatto interiore che spingerà Valery a intrecciare la sua strada con quella del mondo dell'antichità
sarà l'avversione crescente per il mondo a lui contemporaneo: rivolgerà con apprensione il suo sguardo
sull'«esprit nouveau» nel quale egli rintraccia segnali inquietanti che preluderanno alla I guerra mondiale. A
dispetto dell'incredibile impulso tecnologico e scientifico di questo periodo, riguardo al quale Valery, uomo
di scienza qual'era, non si asterrà dal manifestare la più viva ammirazione, l'incalzare dei programmi
futuristi e dadaisti che proponevano una tabula rasa di tutti gli ideali, le istituzioni, e infine anche del
concetto tradizionale di arte, lo metteranno in allarme. Il poeta e la sua fede nelle possibilità creatrici
dell'intelletto si troveranno a essere partecipi della morte di tutte le verità, del naufragio di ogni certezza e
dell'unitarietà stessa dell'io, a cui andranno incontro tutte le personalità intellettuali di quell'epoca. Valéry
percepisce l' attuale estranietà del suo tempo ai valori antichi, il mondo della macchina, dove l'automatismo
sopprime anche lo sforzo di ragionare, il mondo della futilità e dei facili piaceri dispensati dal cinema, il
mondo della crudeltà, dello stillicidio rivolto al massacro, delle superstizioni più folli. Queste sono le
nostalgiche frasi con cui Valery descrive la attuale definizione di progresso in Propos sur l'Intelligence:

Adieu, travaux infinitement lents! […] Adieu, perfections du langage, méditations littéraires. […] Nous voici
dans l'istant, vouès aux effets de choc et de contraste, et presque contraints à ne saisir que ce qu'illumine une
excitation de hasard, et qui la suggère. Nous recherchons et appécions l'esquisse, l'ébauche, les brouillons. La
notion même d'achèvement est presque effacée.

É un epoca per Valery che ha perso ogni consapevolezza di sè stessa e soprattutto ha rinnegato la
percezione della profondità delle cose, che resta in superficie, aggrappata a false certezze abbozzate e
sbiadite: inutile commentare la modernità e l'attualità di affermazioni del genere. I desideri indotti e
artificiali instillati dal progresso tecnologico rischiano di deragliare l'uomo dal contatto con la propria
essenza, annullando sé stesso in nome delle istanze del nuovo culto della macchina.

Nous perdons cette paix essentielle des profondeurs de l'être, cette absence sans prix pendant laquelle les
éléments les plus délicats de la vie se rafraîchissent et se réconfortent

L'aumento del tempo libero che subiscono le vite per mezzo dell'evoluzione della meccanica e insufficiente
al benessere dell'anima, poichè I valori di cui necessità sono decaduti e resi obsoleti, e poterli sostituire con
un nuovo sistema si rivela un'impresa impensabile. Il progresso della tecnica è l'aumento smisurato dei
mezzi non sono stati corrisposti da un adeguato interfacciarsi delle categorie mentali dell'uomo, non
avendo sviluppato gli strumenti necessari a supportare un così repentino cambiamento di vite. Secondo
Valery l'unico espediente per rimediare al crollo di ogni baluardo della mente contro la deriva valoriale è
una riappropriazione delle culture morte fondatrici della nostra civiltà. E l'artista in tutto questo che ruolo
ha? La sua posizione è precaria e si accompagna ad una generale indifferenza nei confronti delle opere dello
spirito: l'arte è diventata un lusso e l'artista è un modesto artigiano dalle condizioni di vita spesso difficili,
che gli ostacolo di garantirsi una libertà nell'ispirazione. Anche sotto questo aspetto risulta immediato il
confronto con il mondo dell'antichità, quando il poeta era acclamato, incoronato ed onorato dalla città,
dove ogni manifestazione dell'uomo e delle sue qualità veniva esaltata come consacrata all'eternità. Egli
come il cantore primitivo “mastica esametri”, tiene desta l'identità culturale della sua epoca nel baratro
della perdita di ogni riferimento.
L'atteggiamento di interesse per il mondo ellenico non rimase un luogo del pensiero, vagheggiato da un
poeta nostalgico, ma fu foriero di una partecipazione attiva di Valéry alla sua preservazione: nel marzo 1930
si occupò di scrivere un discorso per il Centenario dell'Indipendenza della Grecia. Nell'aprile 1932 si trova
a Nîmes davanti ai membri dell' Association G. Budé per tenere una conferenza dal titolo Hellas et Nous.
Dal 1934 al 1938 vediamo il nostro poeta a capo del Comitè France-Grèce, un'associazione che aveva come
finalità il rafforzamento dei legami di amicizia fra la Francia e la Grecia e volta ad un intenso scambio
culturale fra I due paesi. E ancora nel luglio del 1933 il ministro dell'Educazione Nazionale Anatole de
Monzie nomina Valery amministratore del Centre Méditerranéen de Nice. Questa serie di benemerenze
non potevano che essere attribuite all'ideatore di un nuovo concetto salvifico di Europa, che lasciava uno
spiraglio aperto sulle possibilità di un recupero dei valori tradizionali ai quali la culla della civiltà occidentale
doveva la sua esistenza, in primis l'Ellade e la sua matrice intellettuale. É Valéry, un profano per sua stessa
affermazione, mediocremente informato sull'antichità, a prendere la parola di fronte a tanti eminenti
ellenisti. Lui stesso si dichiara stupito (non senza una certa ironia) di come fosse stato concesso l'onere di
un tale incarico proprio a lui , che si considerava «béotien», e tuttavia veniva considerato più rivelatore dei
più eruditi specialisti.

Ce que vous devez à la Grèce, Messieurs, qui en possédez si intimement la langue, qui avez consacré vos
travaux à son hisoire et à ses œvres, est peu de chose –j'oserai le dire– auprès de ce qui doivent ceux qui la
conaissent vaguement et même ceux qui n'en ont jamais entendu parler. Il y a en somme un Gréce infuse,
chachée et bien vivanant dans tout homme d'Europe.
Qualques-uns savent le grec, mais tout en vivant.

Il mondo antico è specchio in cui si riflette una realtà che ha perduto le sue coordinate di riferimento, è
un'identità da cui il Progresso si è emancipato, ma è anche, in rapporto di causa- effetto a questo circuito
concettuale, il luogo dove lo spirito si rifugia da un'esistenza che non gli appartiene più: l'antichità diviene
così per Valéry e per molti suoi contemporanei il paradiso perduto e l'ideale a cui tendere, una radice
irrecuperabile e inaccessibile alla quale allo stesso tempo rivolgiamo l'anelito delle nostre anime. Questo
ritorno all'antico che per le prese di posizioni ideologiche che abbiamo già illustrato ci appare paradossale
avviene in realtà secondo modalità che rispecchiano l'essenza della poetica di Paul Ambroise: sempre nel
solco della sua conoscenza parziale di un' antichità inaccessibile, inconoscibile come la forma originaria
delle rovine dei templi erosi dal tempo, facendosi guidare dall'eredità che gli è stata trasmessa in forma
indiretta di quell'universo. Ecco che ancora una volta l'essenza prevale sulla scienza, la ricezione è lo stadio
fondamentale di un processo ormai concluso, quello della trasmissione dei valori del mondo ellenico, ma
che ha la necessità di perpetuarsi: pena la morte dell'unità del nostro essere. La ricerca da parte di Valéry di
una fuga dal mondo reale in quello ideale dell'antichità del mito c'era già stato nel 1914 : La Jeune Parque é
nata da una solitudine, dalla volontà di indirizzare le sue energie intellettuali vacanti verso un qualcosa di
impegnativo, che lo distogliesse dal vuoto interiore. I commentatori più moderni sottolineano questa sua
caratteristica che lo accompagna sin dall'infanzia, l'inclinazione alla solitudine, un bisogno di isolamento in
un paradiso da lui forgiato con l'aiuto del suo sapere ma anche dei suoi sogni e delle sue aspirazioni segrete.
La spinta che lo accosta alla scrittura e le stesse modalità in cui essa avviene, nelle ore silenziose dell'alba,
le sole in cui il poeta può ritagliarsi l'intimità con sé stesso, recano in sè questa tendenza all'astrazione e
all'estraniamento, che in un momento così delicato fra I due conflitti mondiali lo porterà a trovare un
referente oggettivo a cui agrapparsi nell'antico. A proposito di quest'esigenza di separazione dell'io dal
mondo dirà il suo Monsieur Teste:

Je suis un misérable Robinson dans un île de chair et d'esprit tout environnèe d'ignorance, et je me crée
grossiérement mes ustensiles et mes arts. Je m'appaludis quelquefois d'être si pauvre et si incapable de trésors
de conaissance accumulée. Je suis pauvre, mais je suis roi: et sans doute, comme le Robinson, je ne régne que
sur mes singes et mes perroquets intérieures; mais enfin, c'est régner encore...

Per Valèry la Grecia è molto più di un'arricchimento intellettuale, è un 'isola interiore difficilmente
ripristnata attraverso poche suggestioni e I rudimenti dell' unica scienza in cui può trovare valido supporto,
il pensiero. Ecco che a dispetto delle testimonianze precedenti di rifiuto e di presa di distanza da un confine
invalicabile e da una materia a lui impenetrabile, compare nei Cahiers una nuova positiva definizione del suo
ellenismo:

Je passe pour nourri des Grecs, et je me sent maintenant grec d'une certaine époque. Je ne sais se
l'herédité y a quelque part. Mais voici comme il faudrait interpréter cet héllenisme que rien ne préparait,
puisque je n'ai pas de culture grecque. Supponons un quantum héréditaire grec trés ancientement
inséré dans ma généalogie. Il se trouve en 1911, que mes pensées, recherches, soient telles qu'elles fassent
RÉSONER cette virtualité imperceptible. Il arrive que l'obligation de travaux renforce cette résonance. Et
voici que je suis envahi par elle.

Da queste poche righe appare evidente il tipo di rapporto con l'antico di Valéry, l'unico a lui possibile, un
legame di parentela che rigetta l'erudizione ma utilizza il dna di miti e di immagini che in sè reca.

 Ma Grèce de cristal: contro la storia

Il suo ruolo di conferenziere sollecitato e ricercato dagli ambienti intellettuali e al centro del dibattito
culturale dell'epoca, insieme agli importanti incarichi già citati di cui fu investito quale mediatore
dell'ellenismo in Francia, non poterono prescindere da un approfondimento e un'intensificazione di
interesse intellettuale per la materia dell'antichità. Un contatto diretto o mediato con un tipo di conoscenza
non approssimativa, dei suoi studi liceali, ma con quella esatta e precisa, di professionista e umaniste, ci
dovette essere. Le sue affermazioni in materia di letteratura antica ci stupiscono per la loro pertinenza ed
esattezza, e dovettero avere come base un'esperienza, seppur filtrata e mediata, consapevole ed esaustiva.
Brillante, ad esempio, è la sua interpretazione della Battaglia di Salamina quale momento cruciale della
storia dello spirito antico che trova spazio all'interno della conferenza Hellas et Nous, che rivela disinvoltura
e dimestichezza nei riguardi della materia e la conoscenza puntuale del testo di Erodoto. È vero d'altronde,
come adducono alcuni studiosi, che un discorso introduttivo in una conferenza non richieda particolare
specializzazione e che nei suoi scritti dell'epoca riflessioni sul greco non appaiono che sporadicamente.
Tuttavia I suoi giudizi sull'antico, benchè privi di un ricco sostrato erudito, possiedono incredibile
originalità di vedute, rigore nella loro formulazione, arte nel cogliere l'essenziale e nella sintesi concettuale,
caratteri che rendono il trattato Hellas et Nous uno dei più illuminanti che ci è dato di leggere sul nostro
rapporto con il mondo dell'antico. Non ci resta che domandarci: qual'è il modo di procedere di Valéry,
attraverso sentieri da lui percorsi solo liminarmente e con il criterio di un interesse puramente amatoriale e
formale? Le nostre conoscenze al riguardo sono di natura prevalentemente ipotetica per quanto riguarda un
contatto diretto con i testi. Sappiamo che nella composizione di molti suoi scritti sull'antichità chiese
volentieri il consiglio di personalità competenti in materia: per Stratonice interpellò l'amministratore della
Bibliothèque de l'Arsenal nel 1930, e nel 1934 contattò un addetto ai lavori del Musée Cernuschi mettendo
insieme una bibliografia sulla storia dei Seleucidi, che comprendeva sia opere di saggistica che fonti antiche
quali Plutarco, Appio e Luciano. Nonostante questo tipo di documentazione scientifica e rigorosa, egli
precisa in merito alla sua opera teatrale Semiramide:

La Sémiramis, dont j'ai donné le nom à un spectacle de l'Opéra, n'emprunte à fable assez connue que l'on
trouve dans les contes de l'Antiquité, que ce nom même et quelques traits fort gros. Il m'a suffi pour mon
dessein que ce fût une reine guerrière et une femme voluptueuse. Il fallait aussi que je pusse en user
librement avec elle, et lui prêter un certain visage et un certain caractère sublime qui permît de coordonner
aussi poétiquement que possible les divers arts du théâtre.

Del resto anche la Jeune Parque non ha delle Parche della mitologia altro che il nome: i miti vengono estratti
dal loro contesto di riferimento e rielaborati in un processo che più che emulativo-imitativo è di libera
rivisitazione analogica, che ha tuttavia l'effetto finale di far restare intatti i caratteri salienti delle fonti
originarie. Come suggeriscono diverse testimonianze, molto spesso il nostro autore attingeva da fonti di
seconda mano, metodo che sottende pienamente alla sua finalità di cogliere globalmente le influenze del
pensiero greco all'interno della società contemporanea. Per gettare uno sguardo il più ampio possibile sulle
tematiche principali del mondo antico doveva servirsi di una conoscenza accessibile e comune a tutti, per
usare un'espressione di Suzanne Larnaudie,“mondaine”, alla quale poteva pervenire con facilità giorno per
giorno, attraverso la rete di amicizie che la sua posizione gli aveva procurato. Fra le sue carte sono stati
trovati materiali che ci chiarificano questo sistema e ci svelano in parte il criterio di creazione delle proprie
riflessioni autonome sul mondo antico: corrispondenze con professionisti dell'antichità dell'epoca, articoli
di giornale, dossiers. Per citare un solo esempio, per la realizzazione di una riflessione sulla religione greca
Valèry si srevì di un articolo trovato fra I suoi scritti, pubblicato da Le Figaro il 19 maggio 1932, che
riassumeva un'esposizione di Ernest Seillière, membro dell'Istitute, dal titolo «Le mysticisme dans la Gréce
antique» . Si tratta di un riassunto della visione di Bergson sull'Antichità in Les deux Sources, che tratta del
ruolo di Dioniso all'interno del ricco pantheon del politeismo greco, il dio straniero dell'ebbrezza e
dell'irrazionalità bacchica, in netta antitesi con la serenità delle divinita olimpiche: ecco che alla concezione
di Valéry della divinità dionisiaca perviene alla sua analisi critica filtrata attraverso sue passaggi, la lettura
fornita da Bergson e quella data da Seillière, ma in questa operazione di diffusione da un tessuto all'altro dei
confini cognitivi la verità resta residuo fisso, e il nostro poeta non smarrisce l'autentiticità delle
problematiche che tratta. In filigrana si coglie l'originale unità del pensiero dell'autore e la piena padronanza
critica dell'argomento. Ecco illustrato quello che doveva essere il metodo seguito da Valéry, per nulla
accademico e convenzionale, che mirava dritto al fulcro del pensiero senza smarrirsi nella selva delle
minuzie antiquarie e obsolete. Attraverso questo salto che va dalla scienza all'essenza, Valèry si emancipa
dalla labirintica e sempre approssimativa ricerca di un mondo che ha perduto la sua concretezza, o meglio
che l'ha conservata unicamente in quegli aspetti che esulano dall'approccio scientifico e storicistico e che
non sono appannaggio di un'elitè intellettuale ma a portata di tutti: sono I concetti appartenenti alla nostra
contemporaneità, quanto di residuo è rimasto in noi del pensiero antico, che ci chiarifica ciò che I
documenti e I manoscritti non hanno il potere di fare. Ciò che non risiede già innato alla nostra cultura è
inconoscibile e per nulla pertinente a un nostro oggettivo miglioramento.
Un altro fatto che ci fa riflettere sulla concezione della Grecia nel pensiero valeriano come la mitizzazione
di un bacino ancestrale dal quale la sua anima inconsapevolmente aspira a ritornare, è il suo astenersi da
una visita a quei luoghi reali nei quali si è celebrato il mito e dove era possibile ancora ammirarne I
simulacri sopravvissuti al tempo. Nonostante il Pèlegrinage aux sources fosse una consuetudine molto diffusa
negli ambienti colti dell'epoca Valèry non vedrà con la vista degli occhi I resti di quel paradiso perduto.

Il est infiniment probable que mon «hellénisme» de fantaisie résisterait mal à une conaissance expèrimentale
de la Grèce. Le contact briserait ma Gréce de cristal. L'archéologie et la philosophie sur place corrompaient
mon idée fausse, qui m'est chère, qui m'est utile e précieuse, au profit d'une quantitè de «vérités», de celles
dont on peut faire bien des livres, mais qui n'intéressent pas du tout l'acte même de l'esprit....
Je voudrai bien, moi aussi, voir l'Acropole. Mais avec mes yeux d'ignorant.
Il me faudrait aller en Grèce comme j'irais dans un pays de fruits délicieux et d'excellents bains de mer. Il se
trouverait qu'il y ait sur mon passage, au cours d'une promenade sans but, telle ruine merveilleusement
éclairée. Je ne saurais ce qu'elle fut, ni de quel temps. Que si elle m'arrêtait sur ma route, c'est qu'elle me
parlerait assez. Si elle fût assez intellegible aux yeux, peut-être prendrais-je quelques notes. Et il ne serait pas
impossible que ce note n'eût, à la lire, aucun rapport apparent avec la chose vue. Voilà que j'aurais trouvé ma
Grèce. Tout le reste est littérature.

Valèry e la Grèce: I due mondi a confronto

Mi sono accostata alla poesia e al pensiero di Valéry con la stessa estraneità di profana con la quale il poeta
si affacciò al mondo dell'antichità. I miei studi, o forse quell'essenza greca che alberga nel mio appartenere
all'etnia “mediterranea” di europea , mi portano a filtrare I fatti letterari attraverso le categorie dell'antico,
presunte o reali, che costituiscono la mia formazione liceale ed universitaria. É tuttavia curioso come ad
una prima lettura di Cimitiére marin e di altri componimenti di Charmes la prima impressione che ho avuto
è stata quella di forte affintà con il sentire greco e latino e, aldilà della mia personale deformazione
professionale, di avvertire la presenza di un tessuto di analogie e di una riconversione di immaginari
letterari antichi adattati e resi duttili dalla sensibilità di Valéry. La precisione dell'adesione e dello scarto di
questo mosaico di richiami alla realtà poetica testimonia a mio avviso la validità del metodo di conoscenza
della mentalità greca di Valèry e che il suo procedere attraverso gli atti dello spirito ancor prima che dal
fatto letterario nella sua corenza linguistica e filologica abbia come prodotto una verità oggettiva,
dall'efficacia comunicativa oserei dire superiore a quella delle rovine del pantheon. Mi pare fondamentale
osservare nello specifico questo processo di costruzione e decostruzione dell'immaginario antico all'interno
del pensiero di Valèry e allo stesso tempo chiarificare le differenze filosofiche e antropologiche che I
moderni studi antichistici ci hanno permesso di portare alla luce.

Una premessa filosofica: saggezza antica e moderna

Una delle costanti di riferimento intellettuali di Valéry è altresì uno dei più giganteschi debiti che l'uomo ha
nei confronti delle civiltà del passato: il metodo. La metodologia è un ambito della gnoseologia che consiste
nell'indagine delle procedure attraverso le quali l'uomo può pervenire ad un sapere considerato valido.
Presupposto di questa riflessione è la natura della conoscenza umana del mondo, se essa sia possibile
oppure no, e nel primo caso entro quali limiti e attraverso quali strumenti, se mediante I sensi e
l'osservazione diretta dei fenomeni o per una forma di innatismo, per cui siamo depositari nella nostra
stessa essenza di quel sapere che andiamo cercando. Esiste tuttavia un'ambiguità di fondo nella nozione di
metodo che è determinata dalla sua stessa etimologia: il termine deriva dal greco metà hodos, espressione che
oscilla da una traduzione “in compagnia di”, “per mezzo di”, ma che a fianco del suo significato
strumentale-sociativo è connotato da valenza topica spaziale, “la via verso, attraverso”: il metodo è la strada
da cui passare per pervenire alla verità ma è anche un percorso che va compiuto a contatto con la verità e
in compagnia di essa, lasciandoci guidare dal sapere. Dev'esserci in questa strada un punto di partenza, sia
esso l'esperienza dei dati verificabili e misurabili attraverso I sensi, qual'è il metodo sperimentale
leonardiano e galileiano, fautore dello sviluppo delle scienze, sia esso l'evidenza di prinicipi logici razionali,
o in ultima analisi una rivelazione divina, come suggerisce la teologia cristiana. Di fatto il cammino del
metodo per questa sua intrinseca bipolarità rischia di diventare circolare a causa dell'impossibilità di
distinguere il soggetto della ricerca dal suo oggetto, facendo così dissolvere il problema stesso del punto di
partenza: l'uomo è infatti radicato nell'Essere che cerca di indagare e la netta distinzione fra l'io pensante e
il fenomeno fondamenale nel processo conoscitivo pare dissolversi. Per l'uomo greco non esiste questa
separazione cartesiana fra io e cosmo: l'uomo non è disgiunto dall'universo ma è emanazione di esso, è, per
usare un'espressione felice di Vernant, “spontaneamente cosmico”. Il cogito Cartesiano è tanto lontano dalla
percezione che l'uomo greco ha di sé quanto al suo confronto col mondo: entrambi questi rapporti non
sono dati alla sua coscienza soggettiva. L'interiorità è una dimensione tutta moderna: nonostante
l'introduzione del concetto platonico di anima si ponga al centro della concezione antica di identità
individuale, l'uomo continua ad aderire al mondo, e la psyche non esprime la singolarità del nostro essere la
sua fondamentale originalità, al contrario in quanto daimon essa è impersonale o sovrapersonale e pur
essendo in noi essa è aldilà di noi. La massima delfica “gnòthi seautòn” non è un invito all'analisi di sè,
all'introspezione, in una consapevolezza dell'io in quanto puro atto di pensiero, ma il precetto di essere
consapevoli della propria umanità e dei confini che delimitano l'umano e il divino. In questo compenetrarsi
di soggetto e oggetto esiste un'evidenza inconfutabile, ovvero che l'occhio non può vedere se stesso: gli è
sempre necessario appuntare il raggio dello sguardo su un oggetto collocato all'esterno. Allo stesso modo il
nostro volto ci è visibile in quanto tratto distintivo della nostra identità unicamente attraverso lo sguardo
degli altri. Ascoltiamo le parole che Socrate dice ad Alcibiade:

Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell'occhio di chi sta di faccia, come
in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla perchè è quasi un'immagine di colui che la guarda.
È vero.
Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell'occhio, con la quale anche vede
vedrà sé stesso. … Ora, caro Alcibiade, anche l'anima se vuole conoscere sè stessa, dovrà fissare un'altra
anima,e soprattutto quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell'anima, la sapienza, e fissare altro a cui
questa parte sia simile. (Alcibiade,133a-b)

Vedersi vedersi: la luce e la vista dall'uomo greco a Valéry

Facciamo un piccolo passo indietro e torniamo a considerare il motto delfico: il punto di partenza per una
conoscenza di sè è il vedersi riflesso. Abbiamo avuto modo di sottolineare come tale esortazione non fosse
volta ad un'io delimitato nei suoi confini ma a una condizione universale, dell'essere umano, che
sovradetermina e trascende l'Io. Per citare un' espressione duìi N. Celeyrette-Pietri “l'incontro con lo
specchio è l'esperienza fondamentale e uno dei grandi riti valeriani. “All'inizio di un Io sta un fenomeno
d'ottica”. Tale processo cognitivo che si esplica attraverso il medium materiale dello specchio, del vetro, dello
sguardo altrui, porterà Valèry all'estremizzazione di un processo “centrifugo” dell'io, che, come la luce, si
difraziona in miriadi di possibilità e di forme d'essere. In definitiva le conclusioni di Valèry non distano
molto da quelle della mentalità greca: probabilmente l'io non esiste, leggiamo ad esempio in un appunto
redatto fra 1905 e 1906, “forse è soltanto ottica [peut-être n'est-il qu'optique]. Mentre per l'uomo greco l'io
non è mai esistito, sfumava per così dire nel cosmos che permeava l'universo, in Valèry l'io muore, è pura
luce-vista. É un tipo di indagine questo dai contenuti assai moderni, che chiama in causa la neuro-biologia (
pensiamo ai “neuroni-specchio”, che possiedono pochissimi animali oltre l'uomo e che permettono di
riconoscere sè stessi su una superficie riflettente), la psicologia, e infine la letteratura (l'immagine di Narciso
che ricerca sè stesso nel riflesso è un mito che Valèry prende in prestito, ancora una volta dall'antichità).
Il “vedersi vedersi”, l'analisi di sè stessi e la percezione che abbiamo del nostro io sono interessi salienti di
Valéry, così come la riflessione sul metodo e l'interesse per il sapere scientifico, in cui egli si rivela erede di
Cartesio. Se sul piano delle scienze esatte e del progresso il poeta appare come un un convinto sostenitore
delle capacità gnoseologiche e della possibilità di pervenire ad un sapere oggettivo nell'ambito di quei
fenomeni direttamente misurabili e quantificabili, nel campo degli eventi storici, del passato e di ciò che
non è osservabile direttamente da ciascuno ma deve necessariamente affidarsi ad una testimonianza
mediata e per sua natura parziale, non è fonte di un sapere valido. Un fatto storico, un avvenimento dello
spirito di una nazione, non è misurabile, non è quantificabile ed è quindi soggettivo, fluttuante e pertanto
non può costituire una verità affidabile. Ciò che a Valèry interessa e che di fatto costituisce l'unico oggetto
possibile degli avvenimenti del passato è l' “atto dello spirito”, e l'unico modo per poter pervenire ad esso è
la dissoluzione dell'estraneità di soggetto e oggetto, rendere noi e il nostro spirito il destinatario e il
referente della nostra ricerca. Può il soggetto conoscere se stesso, ossia svolgere contemporaneamente
anche la funzione di oggetto? È una questione che si ripresanta per tutta la durata della vita di Valèry, e acui
si rifiuta di dare risposta filosofica o in qualche modo sistematica. La sostanziale identità fra soggetto e
oggetto lungi dall'essere un ostacolo diventa nei fatti della Grecia antica e del passato tout-court per il
nostro poeta l'unico strumento possibile della conoscenza, che può cogliere dall'interno la realtà indagata in
un lavoro che non è già spiegazione ma comprensione e interpretazione. Per usare un'espressione intrise di
tecnicismi filosofici, che di certo Valèry non avrebbe condiviso, la coscienza della nostra grecità ha un
valore ontologico maggiore rispetto alla sua conoscenza effettiva. L'unico sapere possibile è quello dato
dalla visione diretta: ecco che Valèry ritorna sui passi dei greci, ecco che la vista si carica del suo valore
conoscitivo sapienziale del passato.

“Come potremmo noi oggi vedere la luna con gli occhi di un greco?”, si chiede Jean Pierre Vernant,
professore onorario del Collège de France nonchè uno dei più grandi studiosi contemporanei del mondo
greco. Una domanda che, seppur formulata in altri termini e ricorrendo a differenti metafore, deve essersi
posto anche Valéry, radicale sostenitore dell'impenetrabilità di quel mondo. Aldilà di queste considerazioni
programmatiche e innegabili empiricamente, le scienze dell'antichità, meno estremiste e nichiliste del
pensiero valeriniano ma ugualmente caute nel formulare le loro conclusioni, hanno conosciuto
un'incredibile sviluppo nel corso del “900 e sono in grado oggi di rappresentarci se non l'uomo greco come
realmente era un'idea scientificamente fondata e corretta di chi egli dovesse essere. Nel contesto della
nostra analisi del rapporto di Valéry con l'antichità ho inteso operare un esempio concreto di come il
nostro autore stabilisca degli importanti e originali contatti con la concezione greca del mondo, nonostante
la non pretesa di scientificità e di rigore nelle rappresentazioni della sua Gréce de cristal. Allo stesso tempo
avremo modo di sottolineare le differenze sostanziali fra il sentire moderno e il sentire antico e la
fondatezza della presa di distanza operata da Valéry. La luce all'interno della poietica del nostro autore ha
una valenza molteplice ed è densa di implicazioni scientifiche, filosofiche ed estetiche ricorrenti nei Cahiers
e in vari scritti. Per l'uomo greco la luce era un concetto altrettanto essenziale e rivestiva uno statuto
prvilegiato, una posizione egemone fra le funzioni corporee. Se è vero che le modalità d'espressione
linguistica corrispondono a modalità precise di interpretazione dei concetti della realtà, nella
rappresentazione mentale dell'antichità greca il vedere e il sapere sono un tutt'uno: idèin (vedere) e eidènai
(sapere) sono due forme di diverso grado apofonico di una stessa radice verbale, da cui idea, il prodotto del
processo visivo nel suo concludersi, il conoscere dopo aver visto. La vista dunque appare uno stadio
essenziale e imprescindibile del processo cognitivo, il sapere è filtrato dall'analisi autoptica e sensoriale della
realtà. In secondo luogo la vista appare intimamente connessa con la vita: per essere vivi bisogna vedere la
luce e essere allo stesso tempo visibili agli altri. Le anime dei defunti sono “ombre” mentre il tratto saliente
dei viventi è il poter vedere la luce.

La poesia , la luce, la vista

Nella poesia di Valèry la luce ha importanti richiami con la concezione ellenica della vista e del sole, un
debito che l'autore di Cimitière Marin ha nei confronti della letteratura e del pensiero greco, non solo nelle
suggestioni letterarie o nell'eredità simbolista, ma che sono frutto di analogie interiori con lo spirito e il
sentire mediterraneo. Il momento favorito da Valèry nella gamma cromatica di gradazioni luminose del
ciclo solare è l'alba: il nascere del Sole è connesso in un intreccio concettuale di richiami all'atto ancestrale
della creazione, il miracolo della genesi sembra rinnovarsi ad ogni nuovo sfumare della notte nella luce
dell'astro diurno. Nel componimento La jeune Parque, la divinità ctonia protagonista, creatura
dell'oltretomba e padrona, secondo la mitologia, della vita e della morte, per lo scarto dell'analogia viene
associata alla notte-morte ed è celebrato come un ritorno alla vita- luce dell'incipit del giorno. La poesia è
un “farsi di una coscienza”, la presa di consapevolezza dell'io delle proprie terminazioni fisiche, delle
proprie funzioni mentali, e infine il riappropriarsi della propria identità.

Un miroir de la mer se leve

Il sole è uno specchio, proprio come l'occhio della giovane parca si schiude in un movimento lento e
continuo, ed esattamente come l'organo della vista è una superficie riflettente che restituisce un'altro
sguardo, in quel circuito visivo che secondo Valèry si costruisce la nostra stessa identità. In quest'atmosfera
arcana evocata attraverso il riferimento alla mitologia e alle divinità antiche ecco che rileviamo due caratteri
fondamentali che distinguono la valenza essenziale della luce per I greci: la vita e la visione. La divinità,
come nella lirica arcaica, è sempre presente, “tutto è pieno di dei” dice Eraclito, e nella poesia antica come
nella poietica di Valèry l'elemento del trascendente e dell'immortale è sempre presente. In Cimitier Marin il
sole si manifesta nel mezzogiorno abbacinante che, mentre nell'ora dell'aurora modella le forme e crea il
paesaggio, dissolve gli oggetti nella brutalità del suo chiarore accecante. La scabra flora della macchia
mediterranea acuisce I contrasti di un luogo arido e brullo, la stessa natura indocile che caratterizza I
paesaggi liguri di Montale. Il sole ritorna ad essere celebrato come una divinità demiurga, in un senso di
rinnovato sentimento di stupore di fronte alla creazione del mondo:

Midi le juste y compose de feux

L'associazione del sole alla giustizia è anch'esso un retaggio ellenico-egizio, e ritorna piu avanti nel carme (v.
38): il termine oltre che a riferirsi alla posizione geometicamente precisa e allineata del mezzodì
nell'orizzonte carica l'astro del giorno di una valenza ancestrale, come divinità ordinatrice che tutto vede e
tutto illumina con eguale intensità ed equilibrio di giudizio inflessibile ( aux armes sans pitié). L'utilizzo di
questi moduli ci rende palpabile il sentimento di meraviglia di fronte al creato che Valèry sente e che lo
rende fratello del poeta primitivo, che scorge il sorriso della divinità nel ordine cosmico.

Ouvrage purs d'une éternelle cause,


Le temps scintille et le songe est savoir.
Il paesaggio composto dal mezzogiorno diviene fonte di sapere, la luce e la vista rendono possibile, per
l'uomo antico come per quello moderno, la conoscenza.
Stable trésor, temple simple à Minerve,
Masse de calme, et visible réserve,
Eau sourcilleuse, Oeil qui gardes en toi
La vista diviene il tramite necessario per cui il soggetto possa percepire la natura attorno a lui e
“conoscere” e insieme è lo sguardo creatore della divinità: l'occhio della divinità rivolto contro quel toi
universale rende possibile il farsi dell'identità dell'umano, uno sguardo che si diffraziona nel mare
“palpebrante”, che restituisce come uno specchio la luce- vista della divinità solare. L'organo ottico crea un
legame e una reciproca determinazione delle tre istanze che costituiscono la realtà per il poeta: Corp,
Esprit, Monde,a cui si aggiunge la potenza divina, che è nel mondo e lo trascende. Il poeta attraverso lo
sguardo del sole che si riflette nel mare viene coinvolto in questo processo di conoscenza intima e
reciproca e il suo io sfuma e si ritrova nel paesaggio: il suo sguardo diventa marino ( mon regard marin).
Molto del pensiero greco è trasfuso in questi pochi versi, e ne è degna epigrafe la citazione di Pindaro che,
come già abbiamo menzionato, compare a suggello del carme: bisogna chiedere agli dei solo ciò che si
addice alla misura umana, consapevoli di tutto ciò che è alla nostra portata, senza ambire alla vita
immortale e tentare solo le vie del fattibile. Nonostante il contesto sia molto distante dall'ispirazione del
Cimitier, Pindaro parafrasa compiutamente il precetto delfico, che permea tutta l'etica dell'uomo greco:
accetta I tuoi limiti di mortale e non aspirare a ciò che non pertiene alla tua natura. Lo stesso termine greco
brotòs, mortale, deriva da un differente grado apofonico del verbo meiromai, che significa “ ricevere la propria
parte, ciò che spetta”, ed è legato al termine moira, la sors latina. Mortale è colui al quale vine assegnata la
sua “parte”, ciò che gli spetta ed è confomre alla sua identità, ovvero l'unico destino che rende uguali e
accomuna tutti gli uomini: la morte. Tale frase compendia l'idea dominante della provvisorietà del vivere
che domina la lirica di Valèry e che trova conferma nell'explicit del carme:
Il faut tenter de vivre
Il gioco di riflessi e I circuiti visivi che coinvolgono sole-io-paesaggio si declinano per l'intero
componimento, in uno scarto fra interno-esterno, fra fusione con la luminosità e la percezione della sua
estraneità: inizialmente, come abbiamo osservato, lo sguardo del poeta viene colorato dall'elemento marino,
successivamente l'io invita il sole a posare il suo sguardo su di lui, direttamente, senza il filtro del riflesso del
mare (v 31 Beau ciel, vrai ciel, regarde-moi qui change!). Alla strofe successiva il soggetto esorta il dio-Sole a sua
volta a riflettersi nei suoi occhi: l'identità della divinità scaturisce attraverso lo sguardo del mortale, anche il
dio come il poeta ha bisogno di percepire la propria alterità attraverso il suo contrario, l'ombra dell'uomo.
Je te soutiens, admirable justice
De la lumière aux armes sans pitié!
Je te tends pure à ta place première,
Regarde-toi! . . . Mais rendre la lumière
Suppose d'ombre une morne moitié.
L'esistenza della luce, portatrice del valore allegorico di vita-divinità-vista, per essere concepita ha bisogno
della sua alterità, dell'ombra, così come l'essere ha bisogno del non essere, in un retaggio di memoria
parmenidea. Da questo appello di riconoscimento di sé nello sguardo dell'altro inizia la fusione:
inizialmente il bagliore della luce entra nel poeta, in una sorta di “indiamento” (v43 O pour moi seul, à moi
seul, en moi meme) e successivamente la divinità porta in sè l'io dell'umano:
Tête complète et parfait diadème,
Je suis en toi le secret changement.
Tu n'as que moi pour contenir tes craintes!
Mes repentirs, mes doutes, mes contraintes
Sont le défaut de ton grand diamant! . . .
(vs77-81)
Questa percezione della luce come fonte di conoscenza di vita e di giustizia è, come abbiamo sottolineato,
preminente anche nella letteratura greca. “La luce del sole era associata alla nascita dell'uomo”, dice
Vincenzo di Benedetto, un'associazione dalla quale non siamo immuni, quando nasce a una nuova vita
usiamo l'espressione “dare alla luce”. Allo stesso modo la morte nei poemi omerici è descritta dal verso
formulare: “ e la tenebra gli calò sugli occhi”.
Αὐτάρ ἐπεὶ δὴ τόν γε μογοστόκος Εἰλείθυια
ἐξάγαγε πρὸ φόωσδε καί ἠελίου ἲδες αὐγάς
(Il. XVI 188)
“Ma quando Ilizia, stimolatrice del parto, lo ebbe portato alla luceed egli vide i raggi del sole...”(Trad.
G.Cerri)
μὴ δή μοι τελέσωσι θεοὶ κακὰ κήδεα θυμῷ,
ὣj ποτέ μοι μήτηρ διεπέφραδε, καί μοι ἒειπε
Μυρμιδόνων τὸν ἂριστον ἒτι ζώοντος ἐμεῖο
χερσίν ὕπο Τρώων λείψειν φάος ἠελίοιο.
(Il. XVIII 9-11)
“Che gli dei non procurino dolori amari al mio cuore,come prevedeva mia madre, e mi diceva che il più forte
dei Mirmidoni, me ancora in vita, avrebbe lasciato la luce del sole per mano dei Troiani.”
La luce solare e l'elemento visivo sono una suggestione da cui attingere le metaforiche di vita e morte ed
un ambito centrale per l'interpretazione della mentalità ellenica e mediterranea. Del resto le terre bagnate
dal sole che si affacciano sul bacino del Mare Nostrum favoriscono le associazioni nei prodotti della
letteratura delle civiltà che le popolano, il paesaggio diventa paesaggio interiore, qualità fissa dell'uomo
contemporaneo di Valèry e dell'uomo greco.

§Bibliografia§

Edizioni:

 Paul Valéry, Oeuvres, édition étabilie et annotée par Jean Hytier, Gallimard, Paris, c1957-c1960
 Platone, Opere complete, Biblioteca universale Laterza, Roma- Bari 1993
 Omero, Iliade, trad. di G.Cerri commento di Antonietta Gostoli, BUR, Milano, 1999
Studi:

 “Paul Valéry et la Gréce” Suzanne Larnaudie, Genêve, Droz, 1992


 “Vedersi vedersi: modelli e circuiti visivi nell'opera di Paul Valéry”, Einaudi, Torino, 2002
 “L'uomo greco” a cura di J. P. Vernant, Bari, Laterza, Roma, 1991
 “Storia Europea della Letteratura Francese II. Dal Settecento all'età contemporanea, a cura di
Lionello Sozzi, Einaudi

Traduzioni:
 Paul Valéry, “Quaderni” volume I, premessa di J. R. Valéry, Milano, 1985
 Paul Valéry, “Il Cimitero marino e altre poesie” Trad. di G. Contigia, Introd. Di V. Magrelli, grafica
studio Baroni, Roma, 1995

Commenti:

- Pindaro, “Le Pittiche”, Fondazione Lorenzo Valla, a cura di B. Gentili, Milano, 1995