Sei sulla pagina 1di 9

1

Don Tonino Bello: Buona Pasqua.

Cenere in testa e acqua sui piedi: tra questi due riti si snoda la strada della Quaresima. Una strada
apparentemente poco meno di due metri, ma in verità molto più lunga e faticosa, perché si tratta di partire dalla
propria testa per arrivare ai piedi degli altri. A percorrerla non bastano i quaranta giorni che vanno dal
Mercoledì delle Ceneri al giovedì santo. Occorre tutta una vita, di cui il tempo quaresimale vuole essere la
riduzione in scala.
Pentimento e servizio sono le due grandi prediche che la Chiesa affida alla cenere e all'acqua, più che alle
parole. Non c'è credente che non venga sedotto dal fascino di queste due prediche. Le altre, quelle fatte dai
pulpiti, forse si dimenticano subito. Queste invece no, perché espresse con i simboli che parlano un linguaggio a
lunga conservazione. È difficile per esempio sottrarsi all'urto di quella cenere. Benché leggerissima, scende sul
capo con la violenza della grandine e trasforma in un'autentica martellata quel richiamo all'unica cosa che
conta: “Convertiti e credi al vangelo”.
Peccato che non tutti conoscano la rubrica del Messale, secondo cui le Ceneri debbono essere ricavate dai
rami d'ulivo benedetti nell'ultima Domenica delle Palme. Se no, le allusioni all'impegno per la pace,
all'accoglienza del Cristo, al riconoscimento della sua unica signoria, alla speranza di ingressi definitivi nella
Gerusalemme del cielo, diverrebbero itinerari ben più concreti di un cammino di conversione. Quello shampoo
alla cenere, comunque, rimane impresso per sempre, ben oltre il tempo in cui, tra i capelli soffici, ti ritrovi
detriti terrosi, che il mattino seguente, sparsi sul guanciale, fanno pensare per un attimo alle squame già cadute
dalle croste del nostro peccato. Così pure rimane indelebile per sempre quel tintinnare dell'acqua nel catino e la
predica più antica che ognuno di noi ricordi. Da bambini, l'abbiamo udita con gli occhi pieni di stupore, dopo
aver sgomitato tra 100 fianchi, per passare in prima fila e spiare da vicino le emozioni della gente.
Una predica, quella del giovedì santo, costruita con 12 identiche frasi, ma senza monotonia, ricca di
tenerezze, benché articolata su un prevedibile copione. Priva di retorica pure nel ripetersi di passaggi scontati:
l'offertorio di un piede, il levarsi di una brocca, il frullare di un asciugatoio, il sigillo di un bacio. Una predica
strana perché a pronunciarla senza parole, genuflesso davanti a 12 simboli della povertà umana, è un uomo che
la mente ricorda in ginocchio, solo, davanti alle ostie consacrate. Miraggio o dissolvenza? Abbaglio provocato
dal sonno o simbolo per chi veglia nell'attesa di Cristo? Una tantum della sera dei paradossi o prontuario
plastico per le nostre scelte quotidiane? Potenza evocatrice dei segni.
Intraprendiamo, allora, il viaggio quaresimale sospeso tra cenere e acqua. La cenere ci bruci sul capo come
fosse appena uscita dal cratere di un vulcano. Per spegnere l'ardore mettiamoci alla ricerca dell'acqua da versare
sui piedi degli altri; pentimento e servizio, binari obbligati, su cui deve scivolare il cammino del nostro ritorno a
casa.
Cenere e acqua: ingredienti primordiali del bucato di un tempo, ma soprattutto simboli di una conversione
completa, che vuole afferrarci finalmente dalla testa ai piedi.

I piedi di Pietro.
Tra le cose forti, che oggi stanno emergendo nella coscienza cristiana, c'è il convincimento che i piedi dei
poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale. Abbiamo capito un po’ tutti, cioè, che quando Gesù si
curva sulle prosaiche estremità dei suoi discepoli, più che offrirsi il buon esempio dell'umiltà, vuole soprattutto
farci vedere, attraverso i moduli espressivi del servizio, verso quali basiliche avremmo dovuto ormai indirizzare
i nostri pellegrinaggi. Se, però, almeno in teoria non si fa più fatica ad ammettere nel povero la presenza
privilegiata di Dio, stentiamo ancora a capire che i piedi di Pietro sono il primo santuario, dinanzi al quale
dobbiamo cadere in ginocchio. In termini di servizio è ovvio, non in termini di ossequio, che di questo anzi ce
n'è fin troppo nei confronti del pescatore. Sì, ce l’ha fatto capire Gesù: anche Pietro è un povero, oggi più che
mai. Anzi, per usare la terminologia corrente, appartiene alla classe degli ultimi. Noi non ce ne accorgiamo più,
a furia di difendere la tesi del primato di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quel ultimato
di poveri, verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale. Sta di fatto comunque che, benché gli
accoliti gli lavino ostentatamente le mani nei pontificali solenni, i piedi però non glieli lava nessuno, o, almeno
sono rimasti in pochi, quelli che riservano per lui l'amoroso gesto del Signore, dettato da amicizia senza
lusinghe e suggerito da tenerezza senza adulazioni. I più gli baciano la scarpa, o la sagra pantofola, come si
diceva una volta. In tanti vanno anche ai piedi dell'Apostolo, magari provoluti per dirla alla latina, ma senza
brocca, catino e asciugatoio. Del resto come farebbero a portare di questi arnesi del servizio, se provoluti è un
termine di raffinata cortigianeria, che tradotto in italiano significa striscianti nella polvere.
2
Povero Pietro, forse sta scontando ancora gli effetti di quella iniziale resistenza, quando, sottratto l'umido
calcagno alla presa del Maestro, contestò caparbiamente: “Non mi laverai mai piedi”. La sua voleva essere
un'affettuosa protesta rivolta al Maestro, ed è divenuta un'amara profezia rivolta al popolo dei suoi con-
discepoli.
Carissimi fratelli, se vi dico queste cose è perché temo che a Pietro oggi non gli si voglia molto bene. Come
se non bastasse il peso del mondo, gli incurviamo le spalle sotto il fardello delle nostre risse fraterne. Anche se
in teoria non viene discusso il suo prestigio, la sua parola non viene sempre accolta con l'attenzione e con
l'obbedienza che merita colui che ha ricevuto da Cristo l'incarico di confermare i fratelli nella fede. E non
avviene di rado che urtando le nostre barche sui fondali dell'accomodamento, i suoi inviti a prendere il largo
vengono interpretati come involuzioni e chiusure.
Cadiamo una buona volta ai piedi di Pietro, non per adorarlo, come fece il centurione Cornelio ma per
lavarglieli quei piedi, oggi specialmente che sono così stanchi per il tanto camminare sulle strade del mondo.
Facciamogli sentire il tepore dell'acqua, prendiamo l'asciugatoio, che ha i profumi casalinghi dello spigo e delle
mele cotogne. Forse, mentre lo rinfrancheremo dalle sue fatiche con i gesti della tenerezza, cadute certe teorie
puritane sullo spreco delle sue itineranze, ripeteremo pure noi i versetti di Isaia: Come sono belli i piedi dei
messaggeri, che annunciano la pace.
Facciamoci raccontare, attorno a deschi fraterni, le meraviglie operate dal Signore sulle piazze come
accadeva un tempo, quando la gente accorreva da ogni parte conducendo gli ammalati, perché al passaggio di
Pietro anche solo la sua ombra coprisse qualcuno di loro.
Diamo cadenze d'amore, d'amore trepido, alla nostra implorazione come avveniva un tempo, quando era
tenuto in prigione e una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui. Stiamogli vicino a questo
fratello ultimo, che forse più di ogni altro ha bisogno della nostra carità, forse mentre l'acqua tintinnerà nel
catino e gli proverà tanto ristoro dalla nostra appassionata premura, che ci mormorerà all'orecchio, come quella
sera fece con Gesù: Non solo i piedi, ma anche le mani e il capo.

I piedi di Giuda
È più facile parlare delle labbra di Giuda che dei suoi piedi, tutto a causa di quel bacio, naturalmente. Dagli
affreschi di Giotto alle tele di Salvatore Fiume, infatti, gli artisti allungandole come due ventose hanno
adoperato quelle labbra come simbolo del tradimento. Un tradimento che suscita reazioni emotive, che allude
una vigliaccata, insomma che non lascia estraneo nessuno. Un mistero d’iniquità, che provoca processi di
identificazione e che, comunque, induce a riflettere. Non c'è che dire quelle di Giuda sono due labbra scomode
per tutti, se non altro perché stanno a ricordarci che anche noi ci portiamo sulla bocca la possibilità di darlo
ogni giorno un bacio infame del genere.
I suoi piedi, invece, benché sospesi sul vuoto di un crepaccio, non destano emozioni. Provocano solo
ribrezzo, gonfi nella tragedia del suicidio, sembrano il punto fermo di un discorso, che ha finito di coinvolgere
l'interlocutore. Più che l'ultima propaggine di un corpo ancora caldo di vita, sono l'epilogo di una esistenza
sbagliata, il fotogramma finale di una storia infelice, l'estremo dettaglio di una prova fallita.
Eppure quei piedi sono stati lavati da Gesù con la stessa tenerezza usata per Pietro, Giovanni, Giacomo.
Sono stati asciugati dalle sue mani col medesimo trasporto d'amore espresso per tutti, senza neppure l'ombra di
pose scenografiche, che accentuassero i contrasti a beneficio dei posteri. I piedi di Giuda, come i piedi degli
altri, anche se più degli altri per paura o per imbarazzo, hanno vibrato sotto lo scroscio dell'acqua. Gesù se n'è
dovuto accorgere, tant'è che qualche istante più tardi ha fatto riferimento a quei piedi: Colui che mangia il pane
con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ebbene, quel calcagno già levato nell'atteggiamento proditorio
del calcio, e ciò nonostante investito dall'acqua ristoratrice del Maestro, rimane per tutti noi l'emblema di un
angoscioso bisogno di redenzione, che chiede il nostro servizio e non il rigore della nostra condanna. Non
importa quale sia l'esito della lavanda; così come non importa sapere se il destino finale di Giuda sia stato di
salvezza o di perdizione: sono affari del Signore, l'unico capace di accogliere fino in fondo il mistero della
libertà umana e di comporne le scelte, anche le più assurde, nell'oceano della sua misericordia.
A noi tocca solo entrare nella logica del servizio, di fronte alla quale non esiste ambiguità di calcagni che
possa legittimare il rifiuto o la discriminazione.
Carissimi fratelli, se Giuda è il simbolo di chi nella vita ha sbagliato in modo pesante, il gesto di Cristo
curvo sui suoi piedi ci chiama a rivedere giudizi e comportamenti nei riguardi di coloro che, secondo gli schemi
mentali in commercio, sono andati a finire sui binari morti di una esistenza fallimentare, di chi è finito fuori
strada per colpa propria o per malizia altrui, di chi ha calpestato i sentimenti più puri, di chi ha ripagato la
3
tenerezza con l'ingratitudine più nera, di chi ha deviato dalle rotte di una fedeltà promessa, di chi ha infranto le
regole di un'amicizia giurata, di chi ha spezzato i legami di una comunione antica, di chi non ce l'ha fatta a
seguire Gesù fino al Calvario, di chi dai chiarori del cenacolo è precipitato nella notte della strada, di chi non ha
avuto fortuna e ha abdicato per debolezza o per ingenuità ai progetti della gioventù. Sui piedi di questi fratelli,
col divieto assoluto di sollevare lo sguardo al di sopra dei loro polpacci, noi protagonisti di tradimenti al
dettaglio e all'ingrosso, abbiamo l'obbligo di versare l'acqua tiepida della preghiera, dell'accoglienza e
dell'accredito generoso di mille possibilità di ravvedimento.
Lavare e asciugare i piedi di Andrea, che se n'è andato con un'altra donna, lasciando moglie e figli, senza far
sapere più nulla e ora è disperato; lavare e asciugare i piedi di Marisa, che ha smesso di studiare, è scappata di
casa, si buca sistematicamente, si è ammalata di aids e ha prostrato la famiglia nella vergogna; lavare e
asciugare i piedi di Mario, che ha fatto un bidone agli amici, e ora che si è pentito, non gli crede più nessuno,
perché bollato come infame per tutta l'eternità; lavare e asciugare i piedi di Damiano, anzi il piede di Damiano,
perché uno glielo hanno amputato per cancrena, rubava, si ubriacava, colpiva alle spalle, e ora tutti gli dicono
che ben gli sta, purificati da un lavacro d'amore quei piedi, sia pure per carreggiate sconosciute, non potranno
fare a meno di orientarsi verso la casa del Padre.
Ringraziamo il Signore, perché al cappio della disperazione che stringe la gola, ci fa sostituire il cappio di un
asciugamano che stringe i fianchi, col nodo scorsoio della speranza.
È proprio un arrampicarsi sugli specchi voler trovare nei singoli beneficiari della lavanda dei piedi, operata
da Gesù la sera del Giovedì Santo, altrettanti simboli delle diverse condizioni umane, sulle quali egli per
impegnarci in un servizio preferenziale di amore ha inteso richiamare la nostra attenzione.
Ed è proprio fuori posto vedere in Giovanni l'emblema di quel mondo ad alto rischio, che si chiama
gioventù, e che oggi nonostante il gran parlare che se ne fa, e nonostante il timore non sempre reverenziale che
esso incute, tarda ancora a divenire il referente privilegiato della nostra diaconia ecclesiale.
Ed è proprio una forzatura concludere che il Maestro piegato sui piedi di Giovanni, il più giovane della
compagnia, è l'icona splendida di ciò che dovrebbe essere la Chiesa invitata da quel gesto a considerare i
giovani come ultimi, non tanto perché ai gradini più bassi della scala cronologica della vita, quanto perché ai
livelli più insignificanti nelle graduatorie di coloro che contano. Penso proprio di no. Anzi se qualcuno,
fuorviato dal chiasso che fanno, dovesse giudicare demagogica l'affermazione che i giovani oggi non hanno
voce, mostra di aver frainteso il senso delle tenerezze espresse da Gesù verso quel mondo, che ha sempre fatto
fatica a farsi ascoltare: la figlia di Giairo, il servo del centurione, l'unigenito della vedova di Nain, il giovane
ricco, il figliol prodigo, sono indice di uno sbilanciamento del Signore nei confronti di coloro che, pur essendo
oggetto di invidia struggente, hanno da sempre accusato un deficit pesantissimo in fatto di accoglienza. Ma
torniamo ai piedi di Giovanni come motivo iconografico, ma anche come suggestione omiletica non hanno
avuto molta fortuna. E dire che la mattina di Pasqua, nella corsa verso il Sepolcro, si sono dimostrati di gran
lunga più veloci di quelli di Pietro, aggiudicandosi a un palmo dalla tomba vuota la prima edizione del trofeo
“fede, speranza e carità”. Ma al di là dello scatto irresistibile del giovane sull'affanno impacciato del vecchio,
quei piedi non sono entrati nell'immaginario della gente. La spiegazione è semplice: la testa del discepolo,
ricurva sul petto del Maestro, ha distratto l'attenzione dal capo del Maestro, chino sui piedi del discepolo. È una
riprova ulteriore di come anche nella Chiesa le lusinghe emotive della teatralità prevaricano spesso sulla
crudezza del servizio terra terra.
Che cosa voglio dire? Che noi ci affanniamo sì a organizzare convegni per i giovani, facciamo la vivisezione
dei loro problemi su interminabili tavole rotonde, li trasformiamo con l'abbaglio dei meeting, li mettiamo anche
al centro dei programmi pastorali, ma poi resta il sospetto che, sia pure a fin di bene, più che servirli ci si voglia
servire di loro. Perché, diciamocelo con franchezza, i giovani rappresentano sempre un buon investimento,
perché sono la misura della nostra capacità di aggregazione; è il fiore all'occhiello del nostro ascendente
sociale, perché se sul piano economico il loro favore rende in termini di denaro, sul piano religioso il loro
consenso paga in termini di immagine. Perché comunque è sempre redditizia la politica di accompagnarsi con
chi, pur senza soldi in tasca, dispone di infinite risorse spendibili sui mercati generali della vita.
Servire i giovani invece è tutt'altra cosa. Significa considerarli poveri con cui giocare in perdita; non
potenziali ricchi, da blandire furbescamente in anticipo. Significa ascoltarli, deporre i panneggi del nostro
insopportabile paternalismo; cingersi l'asciugatoio della discrezione per andare all'essenziale. Far tintinnare nel
catino le lacrime della condivisione e non quelle del disappunto per le nostre sicurezze predicatorie messe in
crisi. Asciugare i loro piedi non come fossero la protesi dei nostri, ma accettando con fiducia che percorrano
altri sentieri, imprevedibili, e comunque non tracciati da noi. Significa far credito sul futuro senza garanzie e
4
senza avalli. Scommettere sull'inedito di un Dio che non invecchia; rinunciare alla pretesa di contenerne la
fantasia; camminare in novità di vita verso quei cieli nuovi e quelle terre nuove, a cui si sono sempre diretti i
piedi di Giovanni, l'apostolo dagli occhi di aquila, che è morto ultracentenario senza essersi stancato di credere
nell'amore.
Servire i giovani significa entrare con essi nell'orto degli ulivi, senza addormentarsi sulla loro solitudine, ma
ascoltandone il respiro faticoso e sorvegliandone il sudore di sangue. Significa seguire, sia pure da lontano, la
loro Via Crucis e intuire come il cireneo fatto con Gesù che anche quella dei giovani, abbracciata insieme, è una
croce che salva. Significa soprattutto essere certi che dopo i giorni dell'amarezza c'è un alba di Risurrezione
pure per loro, e c'è anche una Pentecoste, la quale farà un rogo di tutte le scorie di peccato, che invecchia nel
mondo, e attraverserà la schiena della terra adolescente con un brivido di speranza. Saremo capaci di essere una
Chiesa così serva dei giovani, da investire tutto sulla fragilità dei sogni?

L'altro giorno ho ricevuto questa lettera. Caro vescovo, io non sono né marocchino, né tossicodipendente, né
sfrattato. Temo, perciò, di non avere udienza presso di te, perché ho l'impressione che oggi se non si appartiene
a quel campionario di umanità, che ha a che fare con la violenza, con la prostituzione, con la miseria economica
e morale, non si è in possesso dei titoli giusti per entrare nel cuore di Dio. Ma è colpa mia se la casa io ce l'ho e
il lavoro anche? Devo farmi uno scrupolo se non ho mai rubato e in tribunale non ci sono entrato, neppure come
testimone? Mi devo proprio affliggere se grazie a Dio non ho grossi problemi di salute, né soffro di solitudine?
Quando ti sento parlare degli ultimi e affermi che la Chiesa, a imitazione di Gesù, deve esprimere un amore
preferenziale verso coloro che sono precipitati nell'avvilimento del vizio e dell'alcol, io che per giunta sono
astemio, mi sento quasi un escluso. È mai possibile, mi chiedo, che il Signore mi scarti solo perché non
frequento le bettole e la sera mi ritiro a casa in orario? Debbo proprio ritenere una disgrazia il fatto che nella
graduatoria, sia pure effimera, dell'estimazione pubblica, invece che gli ultimi posti occupo posizioni di tutto
rispetto?
Ricco non sono, ma non mi manca il necessario per tirare avanti con una certa tranquillità. Non ho mai
tradito mia moglie, i miei figli, che non sono né malati di aids, né disoccupati, mi danno tantissime
soddisfazioni. Mi reputo fortunato e sarei l'uomo più felice della terra, se da un po' di tempo a questa parte a
seguito di certi discorsi che ascolto in chiesa e a certe lettere che scrivi tu, non mi fosse venuto il dubbio che
senza un certificato di emarginazione di stato, magari dalle patrie galere, mi sarà difficile l'ingresso nel regno di
Dio? Dimmi vescovo, ma un po' d'acqua nel suo catino Gesù Cristo non ce l'avrebbe anche per me?
Non ho ancora dato riscontro a questa lettera. Ma siccome so che gli stessi interrogativi sono condivisi da
più di qualcuno, ho pensato bene di rispondere per così dire ad alta voce.
Mi viene in aiuto la figura evangelica di Natanaele, identificato dalla maggior parte degli studiosi col figlio
di Tolomeo e detto perciò Bartolomeo. Era un uomo così pulito e trasparente, che quando Gesù lo vide la prima
volta esclamò: “Ecco davvero un israelita in cui non c'è falsità”. Secondo l'evangelista Giovanni questo
apostolo simbolizza addirittura tutta una categoria di persone e cioè gli israeliti fedeli che non hanno tradito mai
il Dio dell'alleanza. Si sono mantenuti irreprensibili fino alla venuta del Messia e da lui sono stati invitati a
entrare nella sua nuova comunità.
Ebbene, la sera del Giovedì Santo Gesù si è curvato a lavare anche i piedi di Bartolomeo, l'uomo onesto nei
cui occhi un giorno, mentre si trovava sotto il fico, egli il Maestro aveva visto specchiarsi il cielo limpido della
rettitudine. Anche quel cielo però aveva la sua piccola nube: quando infatti Filippo gli andò a dire che Gesù di
Nazaret era il Messia, lui l'israelita integerrimo, il galantuomo, aveva replicato: “Da Nazareth può mai venire
qualcosa di buono?”
Carissimi fratelli onesti, Bartolomeo è la vostra immagine. Non abbiate paura, perciò, di essere discriminati
dal Signore. Egli nel suo catino l'acqua ce l'ha pure per i vostri piedi, che se si sono contaminati è solo per la
polvere della strada percorsa per andarlo a trovare. Li lava e asciuga con la stessa tenerezza, perché vi vuol
bene da morire; anzi vorrei aggiungere che egli sulle vostre estremità indugia di più, così come si indugia di più
a detergere un cristallo di Boemia che a lavare un bicchiere di creta, carico di tartaro. I vostri piedi li lava e li
asciuga con identico amore, anche perché, forse, tra gli alluci si nasconde una piccola macchia difficile a
scomparire: la riluttanza a ricevere.
Dite la verità: “Non avete mai affermato pure voi che cosa può venire di buono da Nazareth?” Forse questo è
il vostro peccato, piccolo quanto volete, ma che vi colloca tra gli ultimi. Pure voi vi siete esercitati solo a dare, a
ricevere no: da un drogato può mai venire qualcosa di buono? Da una prostituta, da un avanzo di galera; che
cosa può dare mai un marocchino, se non un pericolo di infezioni? Forse questa è l'unica colpa che obbliga
5
Gesù a inginocchiarsi dinanzi a voi e che spinge la Chiesa a fare altrettanto: non voler ammettere, sia pure per
raffinate ragioni estetiche, che i poveracci abbiano qualcosa da insegnarvi in termini di crescita umana. Sicché
gli emarginati sono quasi lo spazio, dove esercitare le virtù della generosità, ma solo nella direzione del dare e
mai dell'avere.
Non abbiate paura, fratelli irreprensibili e buoni, Gesù Cristo si piega anche su di voi, se non altro per dirvi
che non serve a nulla svuotare la casa per gli infelici, se poi non sapete introdurre qualcosa che essi possano
offrirvi, sia pure un souvenir. A me e a tutti voi, che apparteniamo alla confraternita dei galantuomini, conceda
il Signore di capire che metterci sulla pelle la camicia dei poveri vale più che lasciarci scorticare vivi per loro,
come san Bartolomeo appunto.

Gli uni i piedi degli altri


Ve lo confesso: è stata una scoperta pure per me. Non avevo mai dato troppo peso, infatti, a quell'espressione
pronunciata da Gesù, dopo che ebbe finito di lavare i piedi ai discepoli: “Anche voi dovete lavarvi i piedi gli
uni gli altri”. Gli uni gli altri, a vicenda, cioè scambievolmente. Questo vuol dire che la prima attenzione, non
tanto in ordine di tempo, quanto in ordine di logica, dobbiamo esprimerla all'interno delle nostre comunità,
servendo i fratelli e lasciandoci servire da loro. Spendersi per i poveri va bene; abilitarsi come chiesa a lavare i
piedi di coloro che sono esclusi da ogni sistema di sicurezza e che sono emarginati da tutti i banchetti della vita
va meglio; ma prima ancora dei marocchini, degli handicappati, dei barboni, degli oppressi, di coloro che
ordinariamente stazionano fuori del Cenacolo, ci sono coloro che condividono con noi la casa, la mensa, il
tempio. Solo quando hanno asciugato le caviglie dei fratelli, le nostre mani potranno fare miracoli sui polpacci
degli altri senza graffiarli, e solo quando sono stati lavati dà una mano amica, i nostri calcagni potranno
muoversi alla ricerca degli ultimi senza stancarsi.
Della lavanda dei piedi, in altri termini, dobbiamo recuperare il valore della reciprocità, che è l'insegnamento
più forte nascosto in quel gesto di Gesù. Finora, forse, ne abbiamo fatto un po' troppo un esercizio eroico di
conquista; l'abbiamo scambiato per uno stile di accaparramento di benevolenze mondane; l'abbiamo inteso
come un espediente missionario, capace se non di provocare la fede almeno di vincolare le emozioni dei
cosiddetti lontani. Un bel gesto insomma, di quelli che fanno immagine, soprattutto per quel gioco di contrasti,
perché quanto più Gesù sprofonda fino a terra, tanto più emerge l'altezza del suo messaggio. Invece con quella
frase “gli uni gli altri”, espressa nel testo greco da un inequivocabile pronome reciproco, siamo chiamati a
includere che la brocca, il catino e l'asciugatoio, prima che essere articoli di esportazione, vanno adoperati
all'interno del Cenacolo. Non vanno collocati fuori della Chiesa, quasi per essere offerti come ferri del mestiere
a coloro che, terminate le loro liturgie, escono nel mondo. No, non c'è un'Eucaristia dentro e una lavanda dei
piedi fuori. L'una e l'altra sono operazioni complementari, da esprimere ambedue negli spazi dove i discepoli di
Cristo si radunano e vivono. Fuori, semmai, c'è da portare la logica di quei doni, frutti che maturano in pienezza
solo al calore della serra evangelica.
In conclusione, brocca, catino e asciugatoio devono divenire arredi da risistemare al centro di ogni
esperienza comunitaria, con la speranza che non rimangano suppellettili semplicemente ornamentali.
Che cosa significa tutto questo per noi? Che, ad esempio, un sacerdote difficilmente potrà essere portatore di
annunci credibili, se nell'ambito del presbiterio non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri e a lasciarsi lavare
i suoi da ognuno dei confratelli. Anzi c'è di più o di peggio: è l'intero presbiterio che manca di credibilità, se nel
suo grembo serpeggia rifiuto o il riserbo sdegnoso o il fastidio, a tal punto che i piedi ognuno se li deve lavare
per conto suo.
Non si tratta di essere mondi cioè puri, anche gli apostoli dell'ultima cena lo erano: “Voi siete mondi”, aveva
detto Gesù. Il problema è essere servi. Perché gli uomini accettano il messaggio di Cristo non tanto da chi ha
sperimentato l'ascetica della purezza, quanto da chi ha vissuto le tribolazioni del servizio. Altro che gesto
sentimentale quello di Gesù, da incorniciare magari nell'album dei buoni esempi. La logica della lavanda dei
piedi è eversiva, a tal punto che grida all'ipocrisia, quando in una associazione ecclesiale lacerata dalle risse e
dilaniata dalle rivalità si pretende di organizzare il pediluvio alla gente. Ma a chi andiamo a raccontarla? Il
servizio agli ultimi, che stanno fuori, non purifica nessuno quando si salta il passaggio obbligato del servizio
agli ultimi, che stanno dentro. Anzi, si ritorce come condanna perfino su chi crede che gli basti la
riconciliazione procuratagli dai sacramenti, quando poi snobba quella grande riconciliazione con la vita, che si
raggiunge lavando i piedi del prossimo più prossimo.
Gli uni gli altri a partire dalle famiglie, che non possono dirsi cristiane se non assumono la logica della
reciprocità, perché se il marito smania di lavare i piedi ai tossici, la moglie si vanta di servire gli anziani e la
6
figlia maggiore fa ferro e fuoco per andare nel terzo mondo come volontaria, ma poi tutti e tre non si guardano
in faccia quando stanno in casa: la loro è soltanto una contro-testimonianza penosa, che danneggia perfino i
destinatari di un servizio apparentemente così generoso. Ce n'è abbastanza, perché la ripetizione rituale della
lavanda dei piedi che, tra la commozione generale celebreremo la sera del Giovedì Santo, ci metta nell'anima
una voglia struggente di servizio, di accoglienza e di pace. Verso tutti, a partire dai più vicini. E ci manda in
crisi più che mandarci in estasi, perché, visto che siamo così lenti a convertirci, quella brocca è esposta al
sacrilegio non meno della stessa Eucaristia.

I piedi del Risorto


Io non so se nell'Ultima Cena, dopo che Gesù ebbe ripreso le vesti, qualcuno dei 12 si sia alzato da tavola e
con brocca, catino e asciugatoio, si sia diretto a lavare i piedi del Maestro, probabilmente no. C'è da supporre,
comunque, che dopo la sua morte, ripensando a quella sera, i discepoli non abbiano fatto altro che rimproverarsi
l'incapacità di ricambiare la tenerezza del Signore.
Possibile mai, si saranno detti, che non ci è venuto in mente di strappargli dalle mani quei simboli del
servizio e ripetere sui suoi piedi ciò che egli ha fatto con ciascuno di noi? Dovette essere così forte il disappunto
della Chiesa nascente per quella occasione perduta, che quando Gesù apparve alle donne il mattino della
Risurrezione, esse non seppero fare di meglio che lanciarsi su quei piedi e abbracciarli.
Testuale: avvicinatesi, gli cinsero i piedi e lo adorarono. Ce lo riferisce Matteo nell'ultimo capitolo del suo
vangelo: gli cinsero i piedi, non gli baciarono le mani o gli strinsero il collo. No, gli cinsero i piedi. Erano già
bagnati di rugiada, glieli asciugarono allora con l'erba del prato e glieli scaldavano col tepore dei loro mantelli,
quasi per risarcire il Maestro sia pure a scoppio ritardato di un'attenzione che la notte del tradimento gli era
stata negata.
Gli cinsero i piedi. Fortunatamente avevano portato con sé i profumi per ungere il corpo di Gesù. Forse ne
ruppero le ampolle di alabastro e in un rapimento di felicità riversarono sulle caviglie del Signore gli oli
aromatici, che furono subito assorbiti da quei fori, profondi e misteriosi come due pozzi di luce.
Gli cinsero i piedi. Finalmente, verrebbe la voglia di dire, ma chi sa in quel ritardo ci doveva essere anche
tanto pudore. Forse la Chiesa nascente, rappresentata dalle due Marie, prima di cadergli davanti nel gesto
dell'adorazione, aveva voluto aspettare di proposito che Gesù riprendesse davvero le vesti, non quelle che aveva
momentaneamente deposto prima della lavanda, ma quelle veramente inconsutili del suo corpo glorioso.
Carissimi fratelli, oggi voglio dirvi che la Pasqua è tutta qui: nell'abbracciamento di quei piedi. Essi devono
divenire non solo il punto di incontro per le nostre estasi di amore verso il Signore, ma anche la cifra
interpretativa di ogni servizio reso alla gente e la fonte del coraggio per tutti i nostri impegni di solidarietà con
la storia del mondo.
Non c'è da illudersi: senza questa dimensione adorante, espressa dal gruppo marmoreo di donne prostese
dinanzi al Risorto, saremo capaci di organizzare solo girandole appariscenti di sussulti pastorali. Se non
afferriamo i piedi di Gesù, lavare i piedi ai marocchini o agli sfrattati o ai tossici non basta; non basta neppure
lavarsi i piedi a vicenda tra compagni di fede. Se la preghiera non ci farà contemplare speranze ultramondane,
attraverso quei fori lasciati dai chiodi, battersi per la giustizia, lottare per la pace e schierarsi con gli oppressi
può rimanere solo un'estenuante retorica. Se, caduti in ginocchio, non interpelleremo quei piedi sugli
orientamenti ultimi per il nostro cammino, giocarsi il tempo libero nel volontariato rischia di diventare ricerca
sterile di sé e motivo di vanagloria. Se l'adorazione dinanzi all'ostensorio luminoso di quelle stigmate non ci
farà scavalcare le frontiere delle semplici liberazioni terrene, impegnarsi per la promozione dei poveri potrà
sfiorare perfino il pericolo dell'esercizio di potere.
Non basta avere le mani bucate, ci vogliono anche i piedi forati. Per questo che quando Gesù apparve ai
discepoli la sera di Pasqua mostrò loro le mani e i piedi e poi, quasi per sottolineare la simbologia di quei due
moduli complementari, che senza l'uno o l'altro ogni annuncio di Risurrezione rimarrà sempre mortificato,
aggiunse: “Guardate le mie mani ai miei piedi, sono proprio io”.
Mani e piedi, con tanto di marchio. Ecco le coordinate essenziali per ricostruire la carta d'identità del
Risorto. Mani bucate, richiamo a quella inesauribile carità verso i fratelli, che si fa donazione a fondo perduto.
Piedi forati, appello esigente a quell'amore verso il signore, che ci fa scorgere il senso ultimo delle cose,
attraverso le feritoie della sua carne trasfigurata.
Buona Pasqua.
7
044/03/2018 III Dom Quaresima, anno B, Gv 2,13-25 Pizzaballa
Dopo aver iniziato la Quaresima con il Vangelo di Marco, oggi cominciamo a seguire fino alla domenica
delle Palme brani del vangelo di Giovanni. Il brano di oggi (Gv 2,13-25) narra l’episodio di Gesù che entra nel
tempio, vede venditori e cambiavalute e li caccia fuori. Siamo all’inizio del Vangelo (cap. 2).
Per comprendere meglio questo brano partiamo un po’ da lontano.
Ogni evangelista inizia il proprio racconto con un “rovesciamento”, con un evento o con delle
parole capaci di dire tutta la novità che sta irrompendo nella storia.
Tutti gli evangelisti pongono alla base della loro narrazione alcuni elementi comuni e quindi pensiamo anche
fondanti: le scritture si sono compiute; il Regno di Dio si è fatto vicino; sta iniziando un tempo nuovo, in cui
Dio opererà la salvezza gratuita per tutti i poveri. Per entrare in questo Regno è necessario non fare altro se non
convertirsi, lasciare un modo vecchio di vivere la relazione con Dio, per aprirsi ad un nuovo modello di
relazione con Lui.
Matteo, ad esempio, dopo i racconti dell’infanzia in cui il Messia atteso accoglie l’adorazione dei pagani, fa
iniziare la vita pubblica di Gesù con il grande discorso della Montagna, una sintesi di tutta la novità di vita che i
chiamati al Regno possono vivere da quel momento in poi.
Marco racconta che Gesù viene in mezzo agli uomini e annuncia che Dio si è fatto vicino.
Anche Luca racconta gli eventi della nascita di Gesù, e con il Magnificat mette sulla bocca di Maria il
grande rovesciamento della storia, che Maria vede con i propri occhi nella propria carne (“ha rovesciato i
potenti dai troni, ha innalzato gli umili” Lc 1,52). E dopo il battesimo e le tentazioni, Gesù inizia il suo
ministero a Nazareth, dove un sabato entra nella sinagoga e pronuncia il suo discorso programmatico, che da
subito gli crea grande ostilità. E in questo discorso dice che si è aperto l’anno di grazia del Signore, anno di
misericordia per tutti gli ultimi della storia.
In Giovanni questo rovesciamento è addirittura fisico, concreto, plastico.
Questo evento della “purificazione” del tempio, che tutti i sinottici mettono alla fine del Vangelo, dopo
l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, Giovanni lo pone qui, all’inizio.
Dopo l’incontro con il Battista e la chiamata dei primi discepoli, Gesù inizia il suo ministero in due
luoghi strategici: a Cana, in una casa in cui si celebrano delle nozze, e nel tempio di Gerusalemme.
A Cana dona in abbondanza il vino nuovo per l’alleanza nuova, di cui è giunta l’ora.
Nel tempio di Gerusalemme, Gesù pone un gesto simbolico importante: afferma che quel modo di celebrare
il culto, con compravendite e denaro, non è un culto a gradito Dio, ma un mercato, un’idolatria. È mercato e
idolatria qualsiasi relazione con Dio, in cui si pensi che la salvezza debba essere acquistata.
Gesù dice che è finito questo tempo, questo modello di culto, e inizia un nuovo modo di vivere la fede: il
capovolgimento è completo, come i banchi dei cambiavalute che Gesù rovescia a terra (Gv 2,15).
È capovolto il rapporto tra sacro e profano, è capovolta l’immagine di Dio, è capovolto il senso del culto, del
sacrificio e del tempio, che viene riportato alla sua originaria dimensione di gratuità.
Nel gesto che Gesù compie vi è un richiamo all’ultimo versetto del Libro del profeta Zaccaria (14,21) in cui
si parla dei tempi messianici come tempi in cui “non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli
eserciti”. Non stupisce dunque che i capi del popolo chiedano un segno (Gv 2,18) che dia a Gesù la legittimità
del suo comportamento, ritenuto da essi scandaloso.
Cosa, dunque, rende legittima questa pretesa di Gesù di inaugurare un tempo nuovo?
Gesù risponde parlando della sua passione. Sarà essa a rendere definitivo il gesto di oggi, perché allora il suo
corpo glorioso, risorto dopo tre giorni dalla distruzione (Gv 2, 19), sarà davvero il nuovo tempio, nuovo luogo
di incontro tra Dio e l’uomo, ogni uomo.
È normale che i capi del popolo e i farisei non capiscano. Neppure i discepoli capiscono, e si inaugura così
una dinamica di fraintendimenti che percorrerà tutto il vangelo di Giovanni.
Se non capiscono, però, non significa che il discorso di Gesù sia inutile: Giovanni anticipa già ora che, dopo
la risurrezione di Gesù, i discepoli ricorderanno (Gv 2,22) queste parole e questo gesto, e crederanno.
Sarà la resurrezione l’evento chiave che renderà i discepoli finalmente capaci di comprendere, e sarà lo
Spirito Santo (Gv14,26) a far loro ricordare le cose in modo nuovo.
Il cammino di Quaresima si sta dunque facendo impegnativo: non perché ci sia chiesto di fare qualcosa in
più, ma piuttosto di lasciare che il Signore operi anche in noi quel rovesciamento che ha operato con i banchi
dei mercanti, nel tempio di Gerusalemme…
8
04/03/2018 III Dom Quaresima, Anno B, Gv 2,13-25 Ronchi
Se mercanteggiamo con lui, Dio ci rovescia il tavolo

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi,
pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del
tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di
colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli
si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli
dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre
giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in
tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. [...]

Gesù entra nel tempio: ed è come entrare nel centro del tempo e dello spazio, nel fulcro attorno al quale tutto
ruota. Ciò che ora Gesù farà e dirà nel luogo più sacro di Israele è di capitale importanza: ne va di Dio stesso.
Gesù si prepara una frusta e attraversa la spianata come un torrente impetuoso, travolgendo uomini, animali,
tavoli e monete. I tavoli rovesciati, le sedie capovolte, le gabbie portate via mostrano che il capovolgimento
portato da Gesù è totale.
Vendono buoi per i ricchi e colombe per i sacrifici dei poveri. Gesù rovescia tutto: è finito il tempo del
sangue per dare lode a Dio. Come avevano gridato invano i profeti: io non bevo il sangue degli agnelli, io non
mangio la loro carne; misericordia io voglio e non sacrifici (Os 6,6). Gesù abolisce, con il suo, ogni altro
sacrificio; il sacrificio di Dio all'uomo prende il posto dei tanti sacrifici dell'uomo a Dio.
Gettò a terra il denaro, il dio denaro, l'idolo mammona, vessillo innalzato sopra ogni cosa, installato nel
tempio come un re sul trono, l'eterno vitello d'oro è sparso a terra, smascherata la sua illusione.
E ai venditori di colombe disse: non fate della casa del Padre, una casa di mercato. Dio è diventato oggetto
di compravendita. I furbi lo usano per guadagnarci, i devoti per guadagnarselo. Dare e avere, vendere e
comprare sono modi che offendono l'amore. L'amore non si compra, non si mendica, non si impone, non si
finge.
Non adoperare con Dio la legge scadente del baratto dove tu dai qualcosa a Dio perché lui dia qualcosa a te.
Come quando pensiamo che andando in chiesa, compiuto un rito, accesa una candela, detta quella preghiera,
fatta quell'offerta, abbiamo assolto il nostro dovere, abbiamo dato e possiamo attenderci qualche favore in
cambio.
Così siamo solo dei cambiamonete, e Gesù ci rovescia il tavolo. Se crediamo di coinvolgere Dio in un gioco
mercantile, dobbiamo cambiare mentalità: Dio non si compra ed è di tutti. Non si compra neanche a prezzo
della moneta più pura. Dio è amore, chi lo vuole pagare va contro la sua stessa natura e lo tratta da prostituta.
«Quando i profeti parlavano di prostituzione nel tempio, intendevano questo culto, tanto pio quanto offensivo di
Dio» (S. Fausti): io ti do preghiere e offerte, tu mi dai lunga vita, fortuna e salute.
Casa del Padre, sua tenda non è solo l'edificio del tempio: non fate mercato della religione e della fede, ma
non fate mercato dell'uomo, della vita, dei poveri, di madre terra. Ogni corpo d'uomo e di donna è divino
tempio: fragile, bellissimo e infinito. E se una vita vale poco, niente comunque vale quanto una vita. Perché con
un bacio Dio le ha trasmesso il suo respiro eterno.
(Letture: Esodo 20,1-17; Salmo 18; 1 Corinzi 1,22-25; Giovanni 2,13-25)
9