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Il Neoclassicismo

Il Neoclassicismo fu un movimento artistico e culturale sviluppatosi nella seconda metà del ‘700 in
Europa. Il suo nome indica la volontà da parte degli artisti di recuperare i valori estetici dell’arte
classica, in antitesi con le caratteristiche dell’arte barocca e rococò. Questo cambio di gusti si originò
per due motivi: uno politico, legato alla caduta dell’ancien regime, celebrato dal barocco e dal rococò,
e quindi dal bisogno di una nuova arte per una nuova società; uno culturale, dato dalle novità
portate alla luce dagli scavi di Pompei ed Ercolano. Oltre alle caratteristiche estetiche, dell’arte antica
si cercava di imitare la capacità di veicolare messaggi politici e di educare la popolazione. L’arte
neoclassica, a differenza di altri movimenti artistici che in altre epoche si ispirarono alle opere
antiche, fu indissolubilmente legata a un’opera di teorizzazione: nacque l’estetica, ovvero la
disciplina filosofica intenta a definire cos’è il bello. Per gli artisti neoclassici, come per i greci, il bello
era la ricerca di forme ideali, date dalla sintesi di ciò che di più bello è stato creato dalla natura;
questo processo in Grecia veniva chiamato mimesi. In questo periodo fu la scultura la disciplina più
praticata, in quanto di pitture d’epoca antica non rimanevano che frammenti.

Antonio Canova (1757-1822) fu il più importante scultore neoclassico italiano. Nato a Possagno,
vicino a Treviso, fin da piccolo si cimentò con la creta poiché suo nonno realizzava altari. Fu mandato
a studiare all’Accademia a Venezia, successivamente si trasferì a Roma, città classica per eccellenza.
Il suo metodo di lavoro gli permetteva di realizzare varie copie delle sue statue, sia di marmo che di
gesso, queste ultime conservate nella Gipsoteca di Possagno. Partiva da schizzi di disegni, che
dotava poi di accurate misure, le accademie; realizzava anche dei bozzetti in creta o argilla, che spesso
non cuoceva. Realizzava poi il modello a grandezza naturale in creta da cui ricavava un modello in
gesso in cui misure erano date da dei chiodi che vi piantava, le refere. Grazie a questo poteva ricopiare
a piacimento le opere misurando la posizione delle refere.

Le sue prime opere erano legate all’estetica barocca, e solo dal ‘Teseo trionfante sul minotauro’ (1781)
iniziò a scolpire nel modo che lo rese famoso. Quest’opera raffigura il momento successivo alla lotta
dell’eroe con il mostro, quando lo ha già ucciso e la violenza è scemata. La malinconia dello sguardo
di Teseo si posa sul Minotauro steso per terra, cui solo la testa è animalesca.

‘Teseo trionfante sul minotauro’

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‘Amore e Psiche giacenti’ è il capolavoro di Canova. Realizzato tra il 1787 e il 1793, trae il suo soggetto
da un mito contenuto nelle Metamorfosi dello scrittore latino Apuleio. Amore, figlio di Venere, si
innamorò perdutamente dell’umana Psiche, che lo ricambia. Per poterlo sposare deve dimostrare a
Venere di essere degna di lui, e deve compiere varie imprese. Infine, Zeus le donò l’immortalità e
poté sposare il proprio amato. La scultura illustra uno dei momenti salienti del mito, quando Amore,
dopo aver risvegliato Psiche dal sonno in cui giaceva, si china per baciarla. La composizione è
estremamente controllata: Amore si sta chinando su Psiche, che gli circonda la testa con le braccia. I
loro corpi hanno tratti adolescenziali; il primo è raffigurato alato, con la faretra per le frecce su un
fianco, la seconda ha la vita coperta da un leggero velo. I canoni estetici neoclassici sono qui rispettati
grazie alla cristallizzazione dell’attimo vissuto dai due amanti. Non è un sentimento travolgente
quello rappresentato, bensì dolce e delicato.

‘Amore e Psiche’

Canova realizzò varie sculture per la famiglia Bonaparte: un busto di Napoleone, una scultura di
Napoleone nelle vesti di Marte e una scultura della sorella. ‘Paolina Borghese come Venere vincitrice’,
realizzata tra il 1804 e il 1808, raffigura la sorella di Napoleone nelle vesti della dea della bellezza e
dell’amore. È ritratta nuda, coperta dalla vita in giù da un velo, sdraiata di lato su un divano, con il
braccio posato sulla sponda più alta. In mano tiene il pomo della discordia, donatole da Paride.
Spicca lo spiccato realismo dei dettagli come i cuscini e il materasso; ciò fa risaltare di più
l’impossibile perfezione della donna.

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Jacques-Louis David (1748-1825) fu un pittore neoclassico francese. Nato a Parigi da una famiglia
benestante, a ventisette anni ottenne il Prix de Rome, una borsa di studio che gli permise di recarsi a
Roma per studiare l’arte italiana. Qui abbandonò il suo stile legato agli stilemi rococò per abbracciare
l’arte rinascimentale. Tornato a Parigi si dedicò a pitture di soggetto mitologico e classico, dove
esaltava virtù civili grazie ad esempi storici di eroismo. Dopo la Rivoluzione Francese assunse
grande importanza, e finirono nelle sue mani la direzione dell’Accademia e l’organizzazione delle
mostre d’arte.

‘La morte di Marat’ è un dipinto realizzato da David nel 1793, per celebrare la memoria di Marat, uno
degli eroi della Rivoluzione francese, assassinato in quell’anno. Fu ucciso mentre si trovava nella
vasca da bagno; l’assassina si fece ricevere col pretesto di dovergli consegnare una lettera e lo
pugnalò. Il quadro rappresenta il cadavere dell’uomo quando l’assassina è già uscita di scena.
Riverso nella vasca da bagno, tiene in una mano la supplica e nell’altra una penna d’oca. L’acqua
della vasca è sporca di sangue, e il coltello con cui è stato pugnalato giace a terra. A destra è presente
uno scrittoio di legno grezzo, sopra cui il pittore ha scritto la propria dedica. La scelta cromatica di
David è minimalista: lo sfondo nero e indefinito, su cui spiccano il bianco del lenzuolo e della
carnagione del cadavere e il color legno dello scrittoio. Questo quadro mostra l’ispirazione del
soggetto iconografico della Pietà, trattato da Michelangelo, Raffello e Caravaggio.

‘La morte di Marat’

Successivamente al periodo rivoluzionario, David divenne il pittore ufficiale di Napoleone, di cui


realizzò molti ritratti. ‘Bonaparte al Gran San Bernardo’, realizzato nel 1801, è uno dei più famosi ritratti
del giovane Napoleone. Su uno sfondo alpino, il condottiero è raffigurato a cavallo, con un braccio
indicante l’orizzonte e lo sguardo rivolto verso l’osservatore. Incarna insomma la figura dell’eroe
romantico fremente di agire. Nelle rocce in primo piano è inciso il suo nome assieme a quello di altri
due grandi condottieri, Annibale e Carlo Magno. Il soggetto, oltre che ispirato alle sculture equestri
romane, guarda al ‘Ritratto di Carlo V a cavallo’ di Tiziano.

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Bonaparte al Gran San Bernardo

Jean-Auguste-Dominique Ingres (1780-1867) fu un pittore neoclassico francese. Allievo di David,


continuò a dipingere seguendo gli ideali del maestro anche quando il gusto artistico cambiò con
l’arrivo del Romanticismo. Visse per vent’anni a Roma. Qui realizzò il quadro ‘La bagnante di
Valpinçon’, del 1808. Opera di grande equilibrio compositivo, raffigura intimamente una donna
seduta mentre si appresta a calarsi nella vasca da bagno. È nuda, a parte per un asciugamano che
tiene in mano e per un foulard che le avvolge i capelli raccolti. Secondo i canoni di bellezza classici
il corpo di questa donna non è bello, avendo i fianchi troppo larghi. La tavolozza cromatica di questo
quadro è molto raccolta, e le tonalità dominanti sono il bianco dei lenzuoli e della tenda e il rosa
chiaro dell’incarnato della donna.

‘La bagnante di Valpinçon’

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