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ESISTENZA E INESISTENZA DI DIO : ANNOTAZIONI LOGICHE


Claudio Pizzi
Dip. di Filosofia Università di Siena
via Roma 47-53100 Siena
Abstract - The arguments for and against God's existence may have or lack factual premises. In a
priori arguments the theist tries to derive God's existence as a logical consequence of God's
properties,while the atheist tries to show that such properties are jointly inconsistent. In a
posteriori arguments, the plausibility of factual premises conditions the plausibility of the
argument itself. The most important a posteriori argument,the cosmological argument, is considered
here in its causal and not-causal variant. After criticizing the common confusion between causal and
explanatory relations, attention is called on the factual premise of the argument in the form
"something real exists". After a suitable definition of the notion of (real) existence, it is shown that this
premise turns out to be provable in a modal system containing plausible axioms for modalities
and quantifiers. It is argued that any logical result of this kind, destroying the factual character
of the premise, undermines any theistic argument looking for an explanation of it.

_1. L'analisi logica degli argomenti avanzati a favore dell'esistenza di Dio può
senza dubbio ricevere un arricchimento dal confronto con gli argomenti avanzati
a favore dell'inesistenza di Dio. Una prima banale osservazione in proposito è
che tanto negli argomenti del primo tipo - che chiameremo teisti - quanto negli
argomenti del secondo tipo - che chiameremo ateisti - è riconoscibile una
differenza strutturale tra argomenti a priori (privi di premesse fattuali) e
argomenti a posteriori (in cui tali premesse compaiono essenzialmente ).
Seguendo un' utile convenzione terminologica chiameremo argomenti ontici
tutti gli argomenti cosi caratterizzati: (i) la premessa asserisce che un certo
insieme di proprietà soddisfa un certo insieme di condizioni (ii) la conclusione
asserisce che esiste qualcosa che esemplifica quell' insieme di proprietà. Gli
argomenti ontici verranno detti ontologici se la conclusione dell' argomento
asserisce l'esistenza di una o più divinità _.
Come è noto, gli argomenti ontici che mirano a dimostrare l'esistenza di oggetti
astratti (per esempio l'esistenza di un insieme di cardinalità più che numerabile)
stabiliscono la conclusione mostrando che la proprietà in questione è
consistente, cioè non contraddittoria. Ma nel caso degli argomenti ontologici la
mera consistenza non è di solito ritenuta sufficiente a stabilire la conclusione. A
differenza degli enti matematici, la divinità è di solito ritenuta un ente concreto,
non un ente astratto. Se invece della contrapposizione tra enti astratti e concreti
consideriamo quella tra enti fittizi ed enti reali allora è altrettanto chiaro che la
divinità non è un ente fittizio ma un ente reale. Come vedremo nell' ultimo
paragrafo, il problema di definire correttamente la nozione di esistenza di un ente
reale non è banale e condiziona la validità stessa di molti argomenti teisti e
ateisti.
Gli argomenti ontologici non esauriscono la classe degli argomenti a priori,
anche se ne rappresentano il prototipo. Si pensi a un argomento come questo:
(4) Necessariamente tutto ciò che un arcangelo può dire è vero
(5) Un arcangelo può dire che Dio esiste
(6) E' vero che Dio esiste
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L'argomento è a priori dato che la premessa (5) non asserisce un fatto


reale ma un fatto possibile e che (4) asserisce una verità necessaria.Ma
l'argomento è debole in quanto non c'è giustificazione sufficiente per (4) e (5).
L'ateista potrebbe facilmente costruire un argomento parallelo in cui al
posto di (5) si ha
(5') Un arcangelo può dire che Dio non esiste
e quindi concludere , a parità di ragionamento, che Dio non esiste.
Negli argomenti ontologici questa arbitrarietà della premesse è annullata dalla
scelta dell'assortimento dei predicati che si vuole dimostrare esemplificata da
almeno un ente. Si pensi per esempio a un argomento ontologico che parte
dell'insieme di proprietà
(4){Esistenza necessaria, Essere diverso da un numero, Essere degno di
adorazione}.
E' difficile sostenere che questo insieme di proprietà sia esemplificato da almeno
un ente. Viceversa, come è noto, si è più volte ritenuto valido l'argomento
ontologico nella linea Anselmo-Descartes che parte dall'analisi
dell'insieme di proprietà
(5) {Esistenza Necessaria, Perfezione}
e conclude dimostrando che questo insieme è necessariamente esemplificato da un
ente.
Una variante dell' argomento ontologico di Anselmo sviluppata da Alvin
Plantinga parte dall'analisi dell' insieme di proprietà
(6) {Esistenza Necessaria, Onnipotenza, Onniscienza, Perfezione Morale}
e conclude non con l'esistenza di Dio ma con la razionalità della credenza in
Dio_.
Gli argomenti ateisti sono, di solito, speculari a quelli ontologici in questo
senso: mentre gli argomenti ontologici derivano l'esistenza della divinità partendo
da un insieme di proprietà, gli argomenti ateisti derivano l'inesistenza della
divinità cercando di mostrare che tale insieme di proprietà è contraddittorio.
Secondo ateisti come Smart, la nozione stessa di esistenza necessaria è
contraddittoria_. Altri argomenti ateisti riguardano l'incoerenza intrinseca di
proprietà come quella di onnipotenza e onniscienza. Le contraddizioni che si
presumono generate da queste proprietà derivano dal loro carattere infinitario,
e quindi si possono porre nella categoria dei paradossi dell'infinito. La pretesa
estremistica di Pier Damiani nel De divina Omnipotentia secondo cui Dio,
essendo onnipotente, è in grado di modificare il passato, dà origine a quelle che
sono vistose contraddizioni che Damiani giustifica ponendo Dio al di sopra delle
leggi della logica.
Ma anche definizioni di onnipotenza più deboli di quella avanzata da Pier
Damiani prestano il fianco al paradosso. Se Dio è onnipotente, si è sostenuto,
deve essere in grado di creare una pietra cos pesante da non poterla sollevare,
ragione per cui non può essere onnipotente_. Ancora più semplicemente: se Dio è
onnipotente, deve essere in grado di creare un corpo perfettamente immobile; in
tal caso però non è in grado di muoverlo, quindi non è onnipotente.
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Quanto all'onniscienza, è ben noto che essa pone problemi ai logici quando
attribuita non solo a Dio ma a qualsiasi soggetto conoscente ideale_ . Appare
inoltre esserci una difficoltà intrinseca nello stesso concetto di "insieme di tutte
le verità" , confrontabile con quelle generata dal concetto di "insieme di tutti
gli insiemi"_ .
Una fonte di difficoltà è data non solo dalle singole prefezioni divine ma dal
loro rapporto. E' stato sostenuto, per esempio, che l'onnipotenza implica
l'onniscienza: se Dio non fosse onnisciente, non potrebbe scegliere tra i vari stati
di cose quelli che desidera attuare o impedire: la sua libertà d'azione sarebbe
limitata dalla sua ignoranza_ . In tal caso qualsiasi contraddizione implicita nel
concetto di onniscienza diventa automaticamente una critica al concetto di
onnipotenza. Stando così le cose, potrebbe esserci onniscienza senza
onnipotenza. L'idea di un Dio parzialmente potente è stata a volte sostenuta (p.es.
da Stuart Mill), ma non coincide con quella condivisa dal teismo classico. Si può
addirittura sostenere che Dio, potendo creare ogni stato di cose logicamente
possibile, potrebbe anche creare uno stato di cose che sfugge al suo stesso
dominio, trasformando quindi se stesso da ente onnipotente a ente con sovranità
limitata.
E' degno di nota che un argomento ateista praticabile consiste proprio nel
negare la compatibilità tra onnipotenza e onniscienza. Anche concedendo che
onnipotenza e onniscienza sono proprietà indipendenti e singolarmente coerenti,
si può sostenere che l'insieme di proprietà {Esistenza Necessaria, Onnipotenza,
Onniscienza} non è esemplificato da nessun ente in quanto è incoerente. Per fare
un esempio, si potrebbe sostenere che, se Dio è onnipotente, può creare un libro
cos lungo da non essere in grado di leggerlo, e quindi non è onnisciente. Un
esempio molto più convincente di questa stessa difficoltà è prodotta dalla
presenza del libero arbitrio degli uomini o del "libero arbitrio" dell'elettrone. Se
Dio è onnipotente può creare
( o di fatto ha già creato!) enti il cui movimento è essenzialmente imprevedibile, e
quindi tali da rendere impossibile in linea di principio a sua stessa onniscienza.

_2. Rispetto agli argomenti a priori, gli argomenti teisti o ateisti dotati di
premesse fattuali appaiono meno stringenti perchè dipendenti da premesse fattuali
dotati di maggiore o minore plausibilità. Naturalmente, se la premessa fattuale è
incontrovertibile, anche l'argomento eredita questa qualità. Non è facile trovare
una premessa fattuale incontrovertibile se l' asserto in questione è di tipo
generale.
Si guardi per esempio questo argomento ateista.
(7) Se Dio esiste, allora esiste qualcosa di perfetto
(8) Non esiste nulla di perfetto
(9) Dio non esiste.
Qui la premessa fattuale (8) è altamente plausibile ma ha il difetto di non essere
ottenuta dall'osservazione diretta ma per estrapolazione induttiva. Come è noto,
però, ci varie regole induttive che autorizzano conclusioni con diverso grado di
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generalità. Una conclusione induttiva più determinata di (8) e quindi


induttivamente più corretta potrebbe essere
(8') Non esiste nessun ente corporeo che sia perfetto
Da ciò si deriva non (9) ma
(9') Se Dio è corporeo, Dio non esiste.
e (9'), come è chiaro, non è in contrasto con le credenze di nessun teista.
Un altro esempio potrebbe essere questo:
(10) Se Dio esiste, allora ci sono tracce osservabili di Dio nel nostro universo
(11) Non ci sono tracce osservabili di Dio nel nostro universo
(12) Dio non esiste
Qui (10) può essere condivisa dal teista, mentre (11) potrebbe essere considerata
opinabile, e tale opinabilità si trasmette all'intera argomentazione.
Ci sono premesse fattuali su cui teisti e ateisti possono concordare, le quali
sono plausibili almeno quanto (10). E' difficile per esempio negare la verità di un
asserto come
(13 ) Il male esiste.
L' ateista ritiene che ci sia una contraddizione tra il sostenere (13) e il
sostenere, congiuntamente a (13), anche
(14) Dio esiste
(15) Dio è onnipotente
(16) Dio è onnisciente
(17) Dio è infinitamente buono
che sono pure sottoscritte dal teista. Ma la forma che deve prendere l'argomento
ateista non è immediatamente ovvia, dato che è necessaria qualche premessa
supplementare che sia vera_. Con speciali premesse aggiuntive si può costruire
un argomento come questo:
(18) Se Dio è infinitamente buono, il nostro universo è il migliore possibile
(19) Se esiste un grande ammontare di male, il nostro universo non è il migliore
possibile
(20) Esiste un grande ammontare di male
(21) Il nostro universo non è il migliore possibile
(22) Dio non esiste.
L'argomento sembra corretto, ma naturalmente il teista può contestare le
premesse supplementari. In particolare, potrebbe opporsi a (20) osservando che
nei piani di Dio il male presente è compensato da un certo ammontare di bene
futuro che gli esseri umani non sono in grado di scorgere per la loro limitatezza.
L'ateista ritiene, a difesa di (20), che non possa esserci nessuna compensazione
possibile a immense sofferenze umane quali lo sterminio di intere popolazioni
innocenti dovuto a guerre o a catastrofi naturali. Per contrastare questa obiezione
il teista, postulando l'esistenza di una seconda vita dopo la morte corporea, può
sostenere che le stesse persone che ricevono un danno ottengono una ricompensa .
Come è chiaro, l'ateista ha diritto di ritenere assurda la critica del teista a (20)
e può sostenere che, anche se la conclusione del suo argomento non è cogente,
è purtuttavia altamente plausibile in funzione della plausibilità di (20). In tal modo
ha però l'onere di indicare dei criteri per la valutazione della plausibilità
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che siano oggettivi. Se per "grado di plausibilità" intende "grado di probabilità"


e aderisce a un punto di vista soggettivista circa le probabilità, allora dire che una
conclusione è altamente plausibile si riduce a dire che il soggetto che la ritiene
tale ha un alto grado di credenza in essa. Il soggettivismo rende tautologica
qualsiasi affermazione circa la plausibilità delle proprie credenze, e quindi in
effetti rende inutile qualunque disputa circa la plausibilità dei ragionamenti con
premesse fattuali_.

_3. Nel capitolo del suo Primary Philosophy dedicato all'esistenza di Dio
Michael Scriven distingue diciassette argomenti teisti a posteriori. In tredici
di questi la forma dell'argomentazione consiste nel concludere che l'esistenza di
Dio è la migliore spiegazione dei fatti enunciati nelle premesse, mentre in altri
quattro l'esistenza di Dio è considerata come la migliore spiegazione di
"alleged facts"_ .
Gli "alleged facts" enumerati sono: il consensus gentium, l'occorrenza di
miracoli, la rivelazione di Dio ad alcuni individui privilegiati, la maggiore
felicità dei convertiti. Gli argomenti basati su queste premesse vanno posti
dunque sullo stesso piano degli argomenti con premesse opinabili visti nel
paragrafo precedente. Quelli che Scriven qualifica semplicemente come fatti sono
invece dati empirici di cui nessuno può ragionevolmente dubitare, quali per
esempio il fatto che qualcosa si muove e il fatto che alcune evidenti ingiustizie
non sono mai risarcite nel corso della vita. Trattandosi di premesse
incontrovertibili, la loro presenza garantisce la tenuta dell' argomento
complessivo.
Gli argomenti a posteriori considerati nel paragrafo precente e in questo
danno forza alla tesi che, se un argomento è logicamente corretto, la sua
plausibilità risulta, in senso lato, proporzionale alla plausibilità delle sue premesse
fattuali. Ciò che intendiamo sostenere nelle pagine seguenti è però che è che ci
sono limiti entro cui questa proporzionalità cessa di valere : se la premessa fattuale
è "eccessivamente certa", al punto di essere collocabile sullo stesso piano delle
verità logico-analitiche, questo status non rafforza l' argomento a posteriori ma
lo distrugge. La linea comune ai più diffusi argomenti teisti a posteriori ,
infatti, consiste nell'arrivare alla conclusione che Dio esiste presentandola
come la miglior spiegazione di un certo insieme di dati di fatto incontrovertibili.
Ma se tali dati di fatto risultano autoevidenti o logicamente certi, per ciò
stesso non hanno bisogno di nessuna spiegazione naturale o sovrannaturale _ .
Andiamo tuttavia con ordine, seguendo la linea espositiva di Scriven. L'
argomento teistico a posteriori pi frequentato è l'argomento cosmologico. L'
argomento cosmologico in effetti costituisce una famiglia di argomenti di uguale
struttura, le cui premesse asseriscono alcuni fatti generali circa il mondo.
Per semplicità seguiremo Scriven nel distinguere due versioni diverse dell'
argomento cosmologico, una causale e una non-causale.
La versione causale più citata corre così.
(24)Tutto ciò che conosciamo è causato da qualcosa di diverso da sè.
(25)Non può esserci una catena infinita di cause
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Quindi
(26) Il mondo come un tutto è causato da qualcosa di diverso da sè.
Ma, per (25), la catena di cause deve terminare con una Causa Prima non
causata o autocausata (Dio).
L'asserto (24) è il cosiddetto Principio di Causalità, che oggi nessuno può
sottoscrivere senza restrizioni alla luce del Principio di Indeterminazione di
Heisenberg. Ma supponiamo pure, per amore di discussione, che il principio
valga per la sfera dei macrofenomeni. C' è indubbiamente qualcosa di strano in
un argomento che parte dalla premessa asserente che tutto ha una causa diversa da
se stesso per concludere che c'è qualcosa che è o privo di causa o è causa di se
stesso, che è per l'appunto la negazione della premessa. Si può osservare che
sarebbe analogamente strano un argomento che partisse dalla premesse eraclitea
che tutto scorre per concludere che c'è qualcosa che non scorre.
Per il teista la conclusione dell'argomento causale è invece resa cogente dalla
seconda premessa (25) , secondo cui non può esistere una catena infinita di
cause. Ma la premessa (25) è in effetti opinabile. Come è stato ripetutamente
osservato, non c'è nessuna contraddizione nel fatto che possa esistere una catena
infinita di cause. Si noti che questo potrebbe sostenere non solo entro un
intervallo infinito di tempo ma anche entro un intervallo finito: ogni piccolo
movimento di una palla da bigliardo in un intervallo finito I è causa del
movimento successivo della stessa palla, e ha un senso preciso dire tanto che ci
sono infiniti movimenti della biglia entro I e anche infinite cause entro I.
La via d'uscita del teista alla critica sopra esposta potrebbe essere quella di
sostituire un enunciato generico come "Tutto ha una causa diversa da sè" con
"Ogni fatto naturale ha una causa diversa da sè". Questo ci lascia liberi di
concludere senza contraddizione che esiste un ente sovrannaturale che è causa del
mondo. Resta comunque, se non la contraddizione, la delusione per il risultato
dell'argomento. Come Scriven osserva, spiegare il mistero dell'origine
dell'universo con l'intervento di un ente sovrannaturale sostituisce un mistero
con due misteri e cioè: 1)il mistero circa la causa (provenienza, origine) della
Causa Prima 2)il mistero circa i motivi e i modi della creazione dal nulla_ .
C'è poco da aggiungere al molto che è stato scritto sull' argomento della
Causa Prima, ma forse può essere utile un commento: chi volesse sostenere a
oltranza la bontà dell'argomento della Causa Prima dovrebbe in primo luogo
esplicitare correttamente il concetto di relazione causale. La nozione di causa si
segnala per essere pervasiva ma anche sfuggente, intuitiva ma anche mal
-definita. Il primo ostacolo che si incontra nella definizione delle relazioni causali
è il problema dei relata causali, cioè della definizione della sorta di enti tra cui
è detta appropriatamente intercorrere la relazione causale. Se ci si chiede quali
sono tali oggetti e si opera una ricognizione sul linguaggio ordinario e
scientifico si incontrano almeno le seguenti risposte possibili: oggetti fisici, forze,
proposizioni, fatti, eventi singolari(token-eventi), eventi generici (tipi di eventi),
aspetti, variabili . Il criterio per scegliere come relata una classe di enti piuttosto
che un'altra è dato dalla maggiore o minore capacità di parafrasi che questa
garantisce. Da un esame comparativo di questi concetti risulta plausibile
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credere che gli enti che rendono possibili le parafrasi più efficaci sono gli eventi
singolari, e questo spiega la scelta preferenziale di questi relata da parte di molti
epistemologi contemporanei _.
Una volta acclarato che gli eventi singolari sono gli enti sortalmente corretti
per le relazioni causali, si apre il non facile problema di definire questi oggetti e
di distinguerli da enti affini come i fatti e gli stati di cose. La teoria più condivisa
degli eventi oggi è quella di J. Kim _. In virtù di questa concezione un evento
singolare è una tripla [Pn , an , t] dove Pn è un predicato a n posti, an è una n-pla
di oggetti, t è l'istante di inizio. Questa nozione si può generalizzare a [Pn , an , I
] dove Pn e an sono come sopra mentre I è un intervallo. La nozione di
occorrenza di un evento, anzichè essere assunta come primitiva, si può definire in
termini della verità dell'enunciato Pnan e dell' esistenza degli enti della n-pla in
questione: in particolare, asserire che un evento occorre implica asserire l'esistenza
reale, nel periodo I, di almeno uno degli enti a1.... an, mentre la non-occorrenza
di un evento è implicita nell' inesistenza di tali enti. In tal modo si pone in
evidenza l' importanza di disporre di una nozione di esistenza reale, come
contrapposta a nozioni più deboli di esistenza, su cui torneremo
dettagliatamente in seguito.
Dalle considerazioni precedenti segue dunque che qualsiasi relazione causale
intercorre tra eventi singolari che hanno inizio nel tempo, coinvolgono un
insieme finito di enti e hanno proprietà definite.
Una seconda precisazione necessaria circa le relazioni causali riguarda la
presenza di un ritardo temporale tra causa ed effetto. Per una serie di motivi che
non ha importanza evidenziare qui, ci sono ragioni molto forti per stipulare che,
se l'evento singolare A è causa dell'evento singolare B, l' istante iniziale di A
precede strettamente l'istante iniziale di B.
Una volta definite le proprietà distintive delle relazioni causali, resta solo da
aggiungere che la più grave fonte di confusione è dovuta al fatto che nel
linguaggio ordinario c'è una pluralità di nozioni causali apparentemente
scollegate. Queste nozioni, tuttavia, hanno un nocciolo comune costituito dal
fatto che ciascuna relazione causale (a due posti) implica che l'antecedente è
conditio sine qua non del conseguente. Nel caso della relazione tra due eventi A
e B effettivamente verificati questo rapporto prende le forma di un condizionale
controfattuale di questa forma:
(27) Se non si fosse verificato A non si sarebbe verificato B .
Fissate queste premesse teoriche, cerchiamo di riconsiderare l'affermazione
secondo cui un ente sovrannaturale è causa dell' universo. Perchè questa
affermazione abbia un senso è giocoforza parafrasarla in un' affermazione
implicante un controfattuale circa due eventi singolari distanziati da un certo gap
temporale. Ora, anche trascurando ogni considerazione circa la natura
dell'evento -causa, non è concepibile la riduzione dell'universo a un token evento
o una congiunzione finita di token-eventi. Dire che l'universo è un token-evento
è un errore categoriale perchè presuppone una collocazione spazio-temporale
dell'universo, mentre l'universo è per l'appunto qualcosa che consente di dare una
collocazione spazio-temporale ai token-eventi. Con una prospettiva leggermente
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diversa, si potrebbe anche vedere l'errore in questione come un caso particolare


della fallacia della composizione. Come è noto, questa ci porta da affermazioni
sortalmente corrette come
( 28 ) Ognuna degli orchestrali aveva un figlio
ad affermazioni sortalmente scorrette come
( 29)L'orchestra aveva un figlio_ .
Naturalmente sarebbe diverso chiedersi se qualche evento che si ritiene
all'origine della storia dell'universo, poniamo il Big Bang, abbia o no una causa.
Qui entra in gioco il fatto che deve essere un intervallo temporale tra
l'evento-causa e l'evento-effetto. Se si ritiene che con il Big Bang abbia origine il
tempo stesso, allora l'affermazione è priva di senso. Alternativamente, si potrebbe
distinguere tra origine del tempo e origine del cambiamento, identificando il Big
Bang non con l'origine del tempo ma con l'origine del cambiamento. Certo è
logicamente possibile che si dia un tempo senza cambiamento_ , ma in tal caso
la creazione ex nihilo , pur avvenendo nel tempo, non può più essere considerata
un cambiamento in qualsiasi senso intelligibile del termine.
Uno dei grossi nodi da sciogliere nella filosofia della causalità, che purtroppo
emerge prepotentemente anche nella questione dell'esistenza di Dio, è la
persistente confusione tra relazioni causali e relazioni esplicative. Questo
confusione è stata a volte codificata come una esplicita riduzione delle prime alle
seconde. Nella teoria della spiegazione più studiata, quella di di
Hempel-Oppenheim la relazione causale viene ridotta alla relazione che
intercorre tra elementi dell'explanans (fattori esplicativi)e l'explanandum_.
Chiameremo esplicazionismo causale questa particolare forma di riduzionismo,
che ha avuto larghissimo seguito fino alla fine degli anni '60.
L'esplicazionismo causale deve far fronte alle seguenti gravi conseguenze:
i) gli elementi che costituiscono l'explanans sono proposizioni, mentre le cause
sono token-eventi.
ii) la relazione tra fattori esplicativi ed explanandum è quella di condizione
sufficiente o parzialmente sufficiente e non di condizione necessaria o
parzialmente necessaria.
iii)la relazione causale esige la precedenza temporale stretta delle cause, mentre
questo non vale per le relazioni esplicative. Ne consegue che l'esplicazionsta non
può escludere la possibilità della causalità simultanea o della retrocausazione.
iv) i fattori esplicativi che sono condizioni parzialmente sufficienti dell
'explanandum risultano a volte indizi o cause spurie dello stesso, senza che la
teoria di Hempel indichi i correttivi sufficienti ad eliminare gli errori di
attribuzione causale.
Con tutto ciò, non c'è dubbio che la concezione esplicazionista della causa è più
consona all'idea aristotelico-tomista di causa di quanto non lo sia la concezione
controfattuale sopra esposta: basti pensare che le cause finali e formali di
Aristotele sono reinterpretabili in chiave esplicazionista semplicemente perchè
Hempel non pone il vincolo della precedenza temporale dei fattori esplicativi. Il
teista che sottoscrive l'argomento cosmologico ha certo il diritto di negare la
teoria della causa come conditio sine qua non e di riformulare l'argomento della
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causa prima in termini esplicazionisti. Ma si noti che questo non risolve il


problema di fondo dell'argomento cosmologico. Allo stesso modo in cui non c'è
nessuna contraddizione nell'assumere un regresso infinito di cause, non c'è
nessuna contraddizione nell'assumere un regresso infinito di fattori esplicativi.
Inoltre, per le restrizioni imposte da Hempel sui rapporti logici da explanans ed
explanandum _ nessun fattore esplicativo può spiegare se stesso. Si può sostenere,
naturalmente, che la volontà creativa è un fattore esplicativo che resta
inesplicato. Ma se si deve ammettere qualcosa di non esplicato, non si vede perchè
non accettare l'idea più semplice secondo cui l'Universo, o la nascita della prima
particella, è un fattore esplicativo a sua volta inesplicato. L'idea di un fattore
esplicativo sovrannaturale è una spiegazione di obscurum per obscurius.

_4. Resta da esaminare la seconda variante dell'argomento cosmologico esposta


da Scriven (corrispondente alla Terza Via di Tommaso D'Aquino) . Secondo
la versione tradizionale di questo argomento ogni ente viene preliminarmente
classificato come contingente (nel senso che la sua esistenza dipende da
qualcos'altro) o come necessario (nel senso che la sua esistenza non dipende da
qualcos'altro). Per il resto, la struttura dell'argomento è analoga a quello causale:
poichè è impossibile che tutti gli enti siano contingenti, si conclude che ci deve
essere qulche ente non contingente, cioè necessario, identificato con Dio.
La versione tradizionale sopra esposta rischia di sembrare inintelligibile ai
logici contemporanei, abituati a pensare che necessarie siano le proposizioni e non
gli enti. Le parafrasi che si possono tentare di affermazioni come "Dio è un ente
necessario" sono problematiche . Se si intende dire con ciò che è inconcepibile
l'inesistenza di Dio entriamo nel regno dell'opinabile se è vero, come osservava
Hume, che "whatever we conceive as existent , we may conceive as non-existent"
(Dialogues concerning Natural Religion, _ IX). In effetti, i contemporanei trovano
più chiara la versione che dell'argomento offre Locke : "If ...we know there is
some real being, and that nonentity cannot produce any real being, it is...evident
that from eternity there has been something; since what was not from eternity had
a beginning; and what had a beginning must be produced by something else "
(Essay Concerning Human Understanding, Book IV, Ch.10)
Qui la premessa da cui parte Locke è
(30) Esiste qualcosa di reale.
mentre in altre versioni dell'argomento invece di questa premessa abbiamo
(30') Il mondo esiste.
E' chiaro che nessuna di queste due affermazioni descrive un evento singolo, e
quindi la domanda-perchè che si applica a (30) e (30') è inequivocabilmente di
tipo esplicativo e non causale.Ma, come è stato osservato, (30) e (30') non sono
equivalenti e danno orgine a richieste di spiegazione non equivalenti: la domanda
"perchè il mondo esiste?" non equivale alla ben nota domanda metafisica "perchè
esiste qualcosa anzichè il nulla?", che è una domanda contenente la richiesta di
una spiegazione di (30). Secondo Munitz la prima domanda è più corretta
della seconda _ . Ma, quale che sia l' argomentazione a favore di (3O'), non si
può negare che (3O') , qualunque cosa essa significhi, implica (30): ne segue che
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una domanda-perchè vertente su (30') implica una domanda-perchè circa (30).


Sembra lecito concludere che la sensatezza di una domanda circa (30') comporta
la sensatezza di una domanda circa (30). (30),inoltre , ha dalla sua il merito di non
chiamare in causa costrutti concettuali complessi come quelli descritti dal
termine "mondo". Non c'è spazio sufficiente qui per esaminare la questione
della sensatezza delle domande, che è in parte oggetto della cosiddetta logica
erotetica. Basti solo ricordare l'affermazione di R.Nozick secondo cui la celebra
domanda metafisica "perchè esiste qualcosa piuttosto che nulla?" è una
domanda che si presenta come un caso limite di domanda sensata _.
Ritorniamo dunque alla cruciale premessa di Locke secondo cui esiste
qualcosa di reale. Per valutare appieno questa affermazione e le sue
conseguenze dobbiamo chiarire preliminarmente che cosa bisogna intendere per
esistenza. Non è possibile qui riepilogare nemmeno sommariamente il
dibattito circa la nozione di esistenza che ha avuto luogo tra logici e filosofi
della logica. Si possono ricordare tuttavia alcuni punti fermi.
In qualsiasi logica contenente come primitivo il quantificatore universale
(d'ora in avanti simbolizzato da (x)) il quantificatore esistenziale è definito come
duale del primo:
(31)∃ xA =Df -(x)-A.
Se vogliamo leggere ∃ xA come "esiste un x tale che A" questa affermazione
esistenziale di fatto equivale ad una affermazione non esistenziale contenente un
quantificatore universale. Per esempio, affermare che "esiste un x che è in
movimento" non significa niente di più e niente di meno di "non tutti gli x sono
immobili".
E' noto che ci sono filosofi come Quine che sostengono che "esistere"
significa semplicemente "essere valore di una variabile vincolata
esistenzialmente" . Se vogliamo introdurre una notazione speciale per il
predicato di esistenza E!, allora dal punto di vista quineano deve valere la
definizione
(32) E!a = Df ∃ x(x=a)
Ma dall' identità
(33) a=a
che vale ovviamente per qualunque nome a, si ottiene il banale teorema
(34) ∃ x(x=a)
Di conseguenza, il lato destro della definizione ( 32) è una verità logica e
quindi E!a è una verità logica per ogni a_ .
Inutile dire che in questa prospettiva si dimostra facilmente non solo
l'esistenza di Dio ma quella di Satana, di Santa Claus e di qualsiasi personaggio
immaginario: questa soluzione del problema ontologico, porta a concludere non
solo che "qualcosa esiste" ma che "esiste tutto"!. Per Quine la selezione tra gli
esistenti è operata solo dalle teorie scientifiche vere, che delimitano il campo su
cui prendono il loro valore le variabili. Per ragioni pragmatiche la scienza può
amplificare l'ontologia per semplificare la teoria, e sempre per ragioni
pragmatiche si scelgono lo teorie migliori eliminando le altre: in ultima analisi,
dunque, il dominio dell'esistenza per Quine dipende da una scelta pragmatica.
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C'è da aggiungere che la posizione di Quine dipende da una particolare


interpretazione dei quantificatori nota come "interpretazione oggettuale dei
quantificatori". In altri termini si assume, conformemente alla semantica di
Tarski, che ∃xPx significhi che esiste un ente del dominio di riferimento che gode
di P. Ma questo, come si sa, non è l'unico modo per intendere i quantificatori:
∃xPx potrebbe essere letto semplicemente come asserente che c'è qualche
esempio -per-sostituzione di Px che è una proposizione vera. In questa
interpretazione - detta "interpretazione sostituzionale dei quantificatori"- i
quantificatori esistenziali perdono qualunque sottinteso ontologico. Non c'è
neppure nessun problema nella quantificazione su predicati (osteggiata da Quine),
in quanto affermazioni come ∃PPx significano semplicemente che qualche
variabile predicativa Q sostituita a P in Px è una proprietà che x effettivamente
possiede.
D'ora in avanti assumeremo senza ulteriore discussione una lettura
sostituzionale nei quantificatori tanto per individui che per predicati. Per
ritornare al punto centrale, dunque, il problema è come discriminare l'esistenza
"puramente quantificazionale" dall'esistenza nel senso pieno del termine. Come
abbiamo già accennato, per provare l'esistenza degli enti astratti o matematici è
sufficiente dimostrare la coerenza delle proposizioni che li descrivono. Ma gli
individui che sono parte del mondo non sono affatto enti astratti: quando
asseriamo che qualcosa è un ente reale intendiamo sicuramente qualcosa di più
del fatto che l'esistenza di questo qualcosa è priva di contraddizioni.
Il rifiuto dell' esistenza quantificazionale ci porta a concludere che l'esistenza (o
l'inesistenza) è un predicato? Kant, come è noto, lo negava, e faceva poggiare su
questa negazione la sua critica all'argomento ontologico. Ma Kant
verosimilmente non pensava che il predicato di esistenza potesse essere un
predicato definibile stipulativamente in termini di nozioni più semplici, come è
esemplificato - per citare l'esempio più banale- dal quineano (32). Tutto
sommato, ha un senso preciso dire che il mostro di Loch Ness, che si pensava
esistente, è realtà inesistente, mentre, viceversa, qualche razza di animali che si
pensava inesistente è in realtà esistente.
Diverse definizioni di esistenza "reale" sono reperibili nella letteratura
logica. Non è stata sviluppata a fondo l'interessante proposta di Prior secondo cui
"esiste a" significa "ci sono fatti intorno ad a "_ . Tuttavia un' idea molto simile è
quella sviluppata da H.Leonard in un saggio che ha avuto meritata risonanza.
Conveniamo di dire che a ha una proprietà contingente P quando è vero che a
ha P (Pa) e che non è necessarimaente vero che a ha P (in simboli: -[]Pa ) o
equivalentemente è possibile che sia falso Pa (in simboli: ◊-Pa).
(35) E!a. = EP(Pa &-[]Pa)_
Allora dire che a esiste realmente significa dire che a possiede effettivamente
qualche proprietà contingente P. Per semplici passaggi l'inesistenza risulta essere
cos caratterizzata
( 36 ) -E!a = (P)(Pa ⊃[]Pa)
Soffermiamoci sulla proposta di Leonard. Il presupposto della sua definizione
è che gli enti fittizi hanno solo proprietà "necessarie" , cioè proprietà che gli enti
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possiedono definitoriamente. Le proprietà di Santa Claus , per esempio, sono


solo necessarie : non esiste, per esempio, un mondo possibile in cui Santa Claus
non porti regali ai bambini, perchè in tal caso Santa Claus non sarebbe Santa
Claus. Come è implicito in (36), gli enti inesistenti sono quelli dotati solo di
proprietà necessarie. L'idea che gli enti astratti (p.es. gli enti matematici) siano
inesistenti è stata considerata da alcuni poco intuitiva. Una controproposta di
Rescher per esempio è
(37) E!a = ∃P(Px & ◊∃y -Py)
Ma anche (37) non è sostenibile, come ha notato Englebretsen_. Dovremmo dire
che Amleto è esistente solo perchè c'è una proprietà (p.es. "essere maschio") che
Amleto ma qualcun altro potrebbe non avere.
Una possibile critica a Leonard è che, definendo Dio come un ente le cui
proprietà sono solo proprietà necessarie, allora la sua definizione dà un vantaggio
eccessivo all'ateista in quanto proverebbe banalmente la sua inesistenza. Ma
questa critica sottovaluta il fatto che a Dio sono freqeuntemente attribuite tanto
proprietà necessarie che proprietà contingenti, cioè proprietà che Dio ha ma
potrebbe non avere. La creazione del mondo, per esempio, si è verificata in un
momento determinato ad opera di un atto di volontà che avrebbe potuto anche non
verificarsi. In tal modo si mette l'accento sull'immanenza di Dio, cioè sulla
sua capacità di interagire con il mondo ( che nel panteismo stretto porta
all'identificazione tra Dio e mondo). In questa prospettiva il problema della
dimostrazione dell'esistenza di Dio si potrebbe risolvere purchè si dimostrasse la
verità di qualche proposizione Pa, dove P è contingente ed è una proprietà di Dio.
Per esempio, se si provasse che Dio agisce causalmente nel mondo causando
almeno un evento singolare (per fare un esempio, la stesura di un libro da lui
ispirato) si potrebbe giustificare il seguente argomento informale a posteriori:
(38) L'evento A è causato da Dio
(39) L'evento A è contingente
(40) L'evento A avrebbe potuto non occorrere
(41)L'evento A è qualcosa che Dio avrebbe potuto non causare.
(42) La proprietà di aver causato A è una proprietà che Dio ha ma avrebbe potuto
non avere.
(43) Dio esiste.
Una volta eliminata questa difficoltà, non si vuole affatto intendere che la
definizione di Leonard sia priva di problemi. Non è difficile far vedere che se non
si pongono restrizioni sul tipo di proprietà contingenti che vengono quantificate
esistenzialmente la definizione è banalizzabile. La proprietà di essere maschio è
certo una proprietà che Amleto possiede in modo non contingente. Ma la
proprietà di essere creduto maschio da qualcuno è una qualità di Amleto che è
certo contingente, in quanto potrebbe non esserci nessuno che crede maschio
Amleto. Allo stesso modo, la proprietà di essere creduto onnipotente è una
proprietà che Dio di fatto ha ma potrebbe non avere, dato che potrebbero non
esserci affatto dei credenti. Altre proprietà banalizzanti si possono facilmente
trovare nel repertorio di predicati come "fittizio", "immaginario" ecc. Possiamo
chiedere inoltre che i predicati in questione siano determinati sotto un
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determinabile, escludendo predicati "goodmaniani" come non-rosso,


rosso-o-verde, rosso-prima-del-2000 o verde-dopo-il 2000. ecc . Supponendo di
aver individuato tutte le restrizioni opportune, chiameremo ottimali tutti i
predicati contingenti che qualificano gli enti esistenti. In conclusione, la
definizione di Leonard va corretta in questo modo:
(46)E!a =Df ∃P((Pa & -[]Pa) (P ottimale).
Alla luce di quanto si è stipulato, una versione alternativa della definizione è
(47)E!a =Df ∃P((Pa & ◊-P a) ( P ottimale). _
Dobbiamo ora fare dire qualcosa circa gli assiomi della logica modale che
intendiamo assumere come presupposti. La cosiddetta Formula Barcan
consiste nella implicazione
(48)◊∃ x Px⊃∃ x ◊ Px (BF1)
e, nel caso di quantificatori su predicati,
(49) ◊∃ PPx⊃∃ P◊Px (BF2)
Su BF1 si sono accese vivaci dispute filosofiche in quanto la formula è stata letta
come tale da asserire che il passaggio dalla possibilità all'esistenza. Ma questa
lettura "quineana" è respinto dalla stessa Ruth Barcan, che ha dato il suo nome alla
formula. Se interpretiamo i quantificatori nel senso sostituzionale, come abbiamo
sopra suggerito, la formula (48) non fa altro che asserire il banale truismo che
qualche esempio per sostituzione di ◊Px è vero purchè qualche esempio per
sostituzione di Px sia logicamente possibile_. Una lettura analoga vale
naturalmente per (49).
La parte proposizionale del sistema che adotteremo è equivalente al sistema
S4 in quanto è assiomatizzata aggiungendo al calcolo standard i due seguenti
assiomi
(49)p⊃◊p (T)
(50) ◊◊p⊃ ◊p (4)
e la regola |-A _> |-[]A.
Inoltre disporremo di regole di introduzione-eliminazione per i quantificatori
del primo e del secondo ordine con le abituali restrizioni.
Un' ultima assunzione concerne l'affermazione che sia logicamente possibile
l'esistenza reale di qualcosa:
(51) ◊∃x E!x. (◊E)
Si noti che la negazione di (51) equivale a [](x)(P)(Px⊃ []Px) (per P
ottimale) e quindi implica il cosiddetto collasso delle modalità Px⊃ []Px per una
classe infinita di enunciati elementari, che annulla la sensatezza stessa degli
operatori modali per tale classe_ .
In definitiva, dunque, il sistema adottato come presupposto è una versione al
secondo ordine di S4 esteso con BF1, BF2 e E . Ora ciò che si può vedere è che,
dato questo insieme di presupposti, non è difficile sviluppare una dimostrazione
(riportata nell'Appendice) della seguente formula:
(52) ∃ x E!x
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(52)asserisce che c'è qualcosa che ha un'esistenza reale, e quindi qualcosa esiste
attualmente - e, come si ricorderà, questa è precisamente la premessa
dell'argomento cosmologico nella versione "alla Locke".

Naturalmente il ragionamento qui proposto può essere attaccato , come


sempre accade, attaccando i presupposti logici da cui muove (lettura
sostituzionale dei quantificatori, formula Barcan, teoremi di S4, assioma ◊E ). Ma
rinunciare a questi presupposti sottintende scelte strettamente logiche che
devono avere motivazioni indipendenti dal teismo o dall'ateismo. Anche
ammesso che le premesse abbiano un certo di convenzionalità, resta comunque il
fatto che l'affermazione che qualcosa ha un esistenza reale può essere oggetto di
una dimostrazione strettamente logica e quindi non è più classificabile come una
premessa fattuale. In tal modo si rende implausibile la richiesta di una sua
spiegazione fisica o metafisica, per non dire che si attenua il senso di meraviglia o
"mistero" che secondo i metafisici sta all'origine della ricerca del trascendente_ .
L' affermazione più forte "il mondo esiste" naturalmente può essere soggetta
a considerazioni diverse, che esorbitano dal nostro ambito di discussione. Ma si
noti che, quale che sia il senso che si voglia dare ad affermazione altamente non
costruttive come "il mondo esiste", non si può escludere che l'argomento
precedente si presenti come uno schema per la dimostrazione logica anche di
questo secondo asserto_ .

APPENDICE. Nella dimostrazione che segue indichiamo con un asterisco il


predicato ottimale Q* introdotto per applicazione dell' esemplificazione
universale.
1) ◊∃ x E!x. Assioma ◊E
2) ◊∃x ∃P((Px & ◊-Px) & P è ottimale) 1), Def E!
3) ∃x ◊∃P((Px & ◊-Px) & P è ottimale) 2), BF1
4) ◊∃P ((Pa & ◊-Pa) & P è ottimale) 2) Esemp.
esistenziale (x/a)
5) ∃P◊ ( (Pa & ◊-Pa) & P è ottimale)
4),BF2
6) ◊ (Q*a & ◊-Q*a & Q* è ottimale) 5), Es.
esistenziale
7) (◊ Q*a & ◊◊ -Q*a) & Q* è ottimale) 6), S4
8) ◊ Q*a & ◊ -Q*a) & Q* è ottimale)
7) ,S4
9) ◊Q* a ⊃◊-Q*a & Q* è ottimale 8), PC
10) (Q*a ⊃◊Q*a ) ⊃ (Q*a⊃◊-Q*a ) 9), PC
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11) (Q*a ⊃◊-Q* a ) 10),S4, Modus


Ponens
12) (Q*a⊃ (Q*a &◊-Q*a)) & Q* è ottimale 9),11),PC
13) Q*a ⊃ ∃x∃P((Px &◊P-x) & P è ottimale) 12) Gener. Esistenziale
14) (-Q*a ⊃◊-Q*a ) ⊃ (-Q*a ⊃◊ Q*a ) 9),PC
15)(- Q* a ⊃◊ Q* a ) 14), S4,
Modus Ponens
16)(-Q*a ⊃ (-Q*a &◊ Q*a )) & Q* è ottimale 12),15),PC
17)-Q*a ⊃∃x∃P(Px &◊P-x) & P è ottimale) 16 ) Gen. esistenziale
18) ∃x∃P((Px &◊P-x) & P è ottimale) 13),17), PC
16) ∃xE!x 18) Def . E!

N.B. Leonard dimostra che (v.nota 25 ) dalla premessa


(ø) ◊Px & ◊-Px
si ottiene sempre, per ogni x
(øø)E!x
Ma, senza restrizioni su P, si trova sempre un predicato P che soddisfa la
premessa(ø) : vale quindi sempre (x) ∃P(◊Px & ◊-Px)e pertanto si ottiene sempre
(x)E!x, e cioè la spiacevole conclusione che tutto esiste realmente. Ma il nostro
assioma ◊E, ossia ◊∃x ∃P((Px & ◊-Px) & P è ottimale) non consente di derivare
(x) ∃P(◊Px & ◊-Px). Inoltre, anche ammesso che questa formula si possa ottenere
come conseguenza di altre premesse, non consegue da essa la clausola
supplementare da noi richiesta che P sia un predicato ottimale. L'affermazione
(x) ∃P(◊Px & ◊-Px & P è ottimale) è in effetti falsa dal nostro punto di vista in
quanto ciò che è vero è proprio la sua negazione ∃x(P)
((◊Px &◊ -Px) ⊃P non è ottimale). Gli x che godono di proprietà che, se
contingenti, non sono ottimali, sono precisamente gli enti fittizi.

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