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OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA

Alfredo Sgroi

«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

In punto di morte Rosmini, a Manzoni che gli chiedeva angosciato «adesso che
faremo?», rispondeva: «adorare, tacere e godere». L’episodio, riferito da Cesare
Cantù ma non confermato da Tommaseo, impressionò il sempre sensibile Savinio,
che a Manzoni dedicò alcune lucide pagine del suo volume Ascolto il tuo cuore,
città1. Il più «inibito degli scrittori italiani» veniva fantasiosamente rappresentato
nell’oltretomba nella medesima posa con cui l’aveva raffigurato Hayez: «Nei Campi
Elisi Manzoni siede in poltrona come nel ritratto che gli fece Francesco Hayez, la
destra sul bracciolo, nell’occhio l’ostentata indifferenza di un presidente del consi-
glio conservatore, che ascolta l’interpellanza di un deputato dell’estrema sinistra»2.
È un ritratto dissacrante e bonario, innervato d’ironia, ma che mirabilmente rap-
presenta la fisionomia psicologica dello scrittore, il suo riserbo distaccato. Distacco
mantenuto a lungo anche nel rapporto intrecciato con Rosmini, fino al momento cru-
ciale della fine, quando il sacerdote trasmette il suo laconico testamento intellettua-
le. La lapidarietà scolpita nei tre verbi rappresenta in effetti un messaggio di straor-
dinaria profondità: a Manzoni Rosmini raccomanda di continuare ad «adorare» Dio
e il creato; a «tacere», trovando nel silenzio la profondità della riflessione filosofica;
a «godere», continuando ad essere poeta ispirato del bello artistico.
Risale al 1826 il primo incontro tra Manzoni e Rosmini. Ma in verità i due si
conoscevano già: mancava solo il crisma dell’incontro ufficiale, avvenuto proprio
nel 1826, sotto l’egida di Niccolò Tommaseo. Si creò, a partire da questo momento
cruciale nella vita di Manzoni, il presupposto per una svolta destinata a segnare non
solo la tarda produzione filosofica dello scrittore, come è stato da tempo sottolinea-
to, ma anche quella letteraria.
In effetti, l’influsso del pensiero rosminiano, che comincerà ad operare su Man-
zoni nei tardi anni Venti dell’Ottocento, per diventare sempre più profondo nel
decennio successivo, determina non soltanto un sensibile mutamento delle scelte

1
A. Savinio, Ascolto il tuo cuore, città, Milano, Adelphi, 1984, pp. 317 e ss.
2
Ivi, p. 319.

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estetiche manzoniane, sempre più attratto nell’orbita della riflessione teoretica del
Rosmini, ma incide anche sulla sua stessa produzione artistica.
Le tracce di questi influssi possono essere individuate non soltanto nelle opere
canonicamente citate (la seconda parte delle Osservazioni sulla morale cattolica; il
dialogo Dell’invenzione, l’abbozzo Del piacere); le affinità tra i due spaziano dall’e-
stetica alla filosofia morale, per giungere alla riflessione linguistica. Si tratta quindi
di una interferenza ad amplissimo raggio, che investe per intero la produzione matu-
ra del Manzoni.
In principio vi è la Lettera allo Chauvet (1820). In essa l’autore aveva fondato la
sua visione estetica sul concetto di «vero storico», concepito come elemento fondan-
te di quello «poetico», e quindi come cardine dell’arte3. L’artista, con la sua attività,
si pone quindi come il mediatore tra «invenzione» e «riflessione». Egli è, insomma,
un demiurgo che plasma il «materiale» rintracciabile nel grande serbatoio della ve-
rità storica.
Nel contesto della concezione estetica di Manzoni e Rosmini, oltre al fitto epi-
stolario e alle testimonianze coeve, alcuni testi hanno un’importanza speciale. Anzi-
tutto lo scritto rosminiano Saggio sull’idillio e sulla nuova letteratura italiana, edito
nel 18274, che si colloca in una posizione intermedia all’interno dell’arco cronologi-
co segnato da una parte dalla Prefazione al Carmagnola e dalla lettera Sul romanti-
cismo (1823)5, dall’altra dalla dissertazione Del romanzo Storico6, per giungere infi-
ne ai dialoghi Dell’invenzione e Del Piacere. Senza dimenticare le Osservazioni sul-
la morale cattolica, specie nella redazione ultima7.
Alla base della convergenza Rosmini-Manzoni, chiariamolo preliminarmente, vi
è certamente la centralità, riconosciuta da entrambi, del «vero», inteso come ele-
mento fondante dell’arte. Rosmini definiva non a caso quell’idea dell’essere su cui
si fonda il suo sistema filosofico «forma della verità».
Se il vero è il fondamento dell’arte, è del tutto evidente che l’arte stessa non
deve in alcun modo deviare dagli accadimenti storici. Citando le parole di Rosmini:
«Sarà dunque letteratura bellissima quella [...] che non si farà lecito di mutare gli
umani avvenimenti»8. Gli fa eco Manzoni: «A chi dicesse che la poesia è fondata
sulla immaginazione e sul sentimento e che la riflessione la raffredda, si può rispon-

3
Cfr. A. Manzoni, Lettre à M. Chauvet, in A. Manzoni, Opere varie, Milano, Stabilimento Redael-
li, 1870, 2ª edizione, pp. 409-472.
4
Cfr. A. Rosmini, Saggio sull’idillio e la nuova letteratura italiana, in Opuscoli filosofici, Milano,
Pogliani, 1827, vol. I, pp. 301-406. Rist. Milano, Guerini e Associati, 1994. Citeremo dall’edizione ori-
ginale.
5
Cfr. A. Manzoni, Lettere, a cura di C. Arieti, Milano, Mondadori, 1970, vol. VII, pp. 315-345.
6
Cfr. A. Manzoni, Del romanzo storico[1845], in Opere, a cura di R. Bacchelli, Milano-Napoli,
Ricciardi, 1953, pp. 1053-1114.
7
Per questi ultimi testi citeremo da A. Manzoni, Scritti filosofici, a cura di R. Quadrelli, Milano,
Rizzoli, 2002.
8
A. Rosmini, op. cit., p. 307.

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dere, che più si va addentro a scoprire il vero nel cuore dell’uomo più si trova poesia
vera»9.
Prima di entrare nel merito dell’analisi delle reciproche influenze, però, è bene
partire dalle date. Il primo snodo cruciale, perché presupposto del successivo incon-
tro-sodalizio tra Manzoni e Rosmini, è in realtà il 1819. È allora che Tommaseo
incrocia per la prima volta Antonio Rosmini10. Nel successivo 1825 lo stesso Tom-
maseo arriva a Milano e conosce Manzoni11. L’amicizia si rinsalderà durante il sog-
giorno dello stesso Manzoni a Firenze nel 1827. In mezzo c’è il già ricordato 1826,
anno in cui Rosmini conosce ufficialmente Manzoni, già intento a comporre il ro-
manzo12.
Probabilmente, nonostante la testimonianza di Tommaseo, che attribuì a se stes-
so il merito esclusivo dell’incontro, un ruolo determinante lo ha avuto in queste
vicende anche il conte Melleri13.
In effetti, già l’anno prima Rosmini si era soffermato in una sua lettera a Tom-
maseo sulla figura dell’ammirato autore del Carmagnola. Il roveretano chiedeva al
giovane interlocutore maggiori notizie sull’opera manzoniana, di cui certo conosce-
va anche gli Inni sacri e le tragedie. Manzoni, frattanto, aveva avuto dal Degola una
copia dei Sei giorni sul Calvario di Rosmini. Ciò significa che i due conoscevano la
rispettiva attività ben prima del 1826, «indirettamente e grazie alla loro rispettiva
notorietà»14.
Nel 1823 Rosmini aveva suggerito a Taparelli D’Azeglio il nome di Manzoni
come possibile collaboratore della rivista «Amico d’Italia»15. Significativamente lo
stesso D’Azeglio sarà destinatario di quella Lettera sul Romanticismo che influirà in
modo determinante sulle teorie estetiche di Rosmini.

9
Cfr. A. Manzoni, Scritti di estetica, Milano, Edizioni Paoline, 1967, p. 506. Innumerevoli le
dichiarazioni rosminiane che vanno nello stesso senso. Non è questa la sede per elencarle.
10
«Tale era passato di poco il sedicesim’anno, quando conobbi Antonio Rosmini che studiava di
teologia l’anno quarto quand’io il secondo di legge». Cfr. N. Tommaseo, Memorie poetiche, in Opere, a
cura di M. Puppo, Firenze, Sansoni, 1963, pp. 71-364, cit., p. 88. A Rosmini Tommaseo dedicherà
anche il saggio Antonio Rosmini, composto subito dopo la morte dell’amico. Cfr. ivi, pp. 389-510.
11
N. Tommaseo, Memorie poetiche, cit., p. 123. Sui rapporti tra i due scrittori è fondamentale N.
Tommaseo, Colloqui col Manzoni, ivi, pp. 511-640. Notazioni interessanti si leggono in R.M. Mona-
stra, I peccati di Tommaseo, Palermo, Sellerio, 2004, pp. 15-63.
12
Ne serba traccia la lettera che Rosmini scrive il 7 maggio a don Antonio Soini: «Col Manzoni
abbiamo parlato di voi. Che bontà di questo sommo poeta! Che affabilità! Che anima sparsa in sul volto
tutto e in sulle labbra! Egli lavora nel suo romanzo assiduo». Cfr. Carteggio fra Alessandro Manzoni e
Antonio Rosmini raccolto e annotato da Giulio Bonola, Milano, Cogliati, 1901, p. 188.
13
L’ipotesi è ricordata in P. Di Sacco, Arte e fede nel Manzoni, Casale Monferrato, Piemme, 1986,
p. 64.
14
P. Di Sacco, op. cit., p. 65.
15
È l’anno stesso in cui, secondo la testimonianza del biografo Francesco Paoli, Manzoni legge
con entusiasmo l’opuscolo rosminiano Dell’educazione cristiana. Cfr. P. Di Sacco, op. cit., p. 78.

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Lo stesso roveretano l’anno seguente sollecitava Tommaseo a pubblicare un sag-


gio manzoniano sulla medesima rivista. Ancora nel 1824 Manzoni riceve e probabil-
mente legge il saggio di Rosmini Dell’educazione cristiana16.
Esattamente il successivo 4 marzo del 1826 Rosmini arriva finalmente a Milano
e dopo qualche settimana viene accompagnato da Tommaseo in casa di Manzoni. Un
parziale resoconto dell’accaduto si legge in una lettera del 7 maggio che Rosmini
invia a don Soini.
Trascorsi pochi mesi la frequentazione tra i due diventa più assidua, e cresce la
confidenza reciproca. Tanto è vero che lo stesso Rosmini è tra i pochi privilegiati
ammessi alla lettura delle bozze del romanzo a cui Manzoni lavorava assiduamente.
Poco importa se, sul piano epistolare, la comunicazione tra i due resti ancora relega-
ta nella sfera di una corrispondenza laconica, e molto formale, come attestano tra
l’altro due biglietti (più che vere e proprie lettere) che Manzoni invia a Rosmini17.
A questo punto si verifica però un’importante cesura, o se si vuole uno spartiac-
que tra il «primo tempo» del rapporto Manzoni-Rosmini, preludio di una fase di
stanca che dura alcuni anni, e il «secondo tempo», in cui si ha la piena condivisione
di ideali e valori.
Entro l’arco temporale che spazia tra il 1819 e il 1827 vengono dunque pubbli-
cati alcuni testi che certificano una sostanziale convergenza di vedute tra i due inter-
locutori, quanto meno sul piano della concezione della funzione e dello scopo del-
l’arte. Manca ancora quella profonda complicità spirituale, che sfocerà in seguito in
un vero e proprio sodalizio filosofico. Per adesso, le più cospicue convergenze ri-
guardano la visione estetica; Manzoni comincia solo adesso a metabolizzare, e con
fatica sinceramente confessata, gli elementi essenziali della metafisica rosminiana.
Nell’ambito della filosofia estetica è Manzoni ad assumere, malgré lui, la posta-
zione di comando. Sono infatti le sue due Lettere del 1823 ad influire sul saggio
rosminiano Sull’idillio18. Ad esse occorre aggiungere la Prefazione al Conte di Car-
magnola, in cui Manzoni insiste sui temi della «verosimiglianza» e dello «scopo
morale» dell’arte, che si rintracciano anche nel citato Saggio di Rosmini19.
Poco dopo è la volta della Lettera allo Chauvet, nella quale, nuovamente,
l’autore indugia sulla «question speciale de la vraisemblance».

16
Cfr. ora A. Rosmini, Dell’educazione cristiana, Roma, Città Nuova Editrice, 1994. A don Giu-
seppe Brunati Rosmini scrive: «Il libretto Della educazione cristiana fu aggradito. Il Manzoni mi fece
dire un mondo di gentilezze». Cfr. Carteggio fra Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini, cit., p. 181.
17
Cfr. A. Manzoni, Lettere, cit., pp. 399-400.
18
In realtà, come è noto, la Lettera allo Chauvet era stata redatta nel 1820, pur essendo poi stata
pubblicata soltanto nel 1823. Cfr. M.L. Scelfo, Le teorie drammatiche nel romanticismo, Catania,
Cuecm, 1996, p. 29. Sull’influenza esercitata soprattutto dal Manzoni della Lettera allo Chauvet sul
saggio di Rosmini si sofferma brevemente, senza scendere nel dettaglio, P. Di Sacco, op. cit., p. 80.
19
Cfr. A. Manzoni, Prefazione al Conte di Carmagnola, in Le poesie e le tragedie secondo la re-
dazione definitiva, Firenze, Sansoni, 1961, pp. 53-63.

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Mentre Manzoni imbastiva le sue teorie estetiche con lucidità e solidità di argo-
menti, indicando la propria via realistica al Romanticismo, Rosmini si era in prece-
denza lasciato affascinare dalle teorie estetiche di retroguardia del padre Cesari.
L’impatto con l’estetica manzoniana ebbe per lui il significato di un’autentica rivela-
zione, che lo spinse a sostenere le medesime posizioni «realiste» del poeta, pur con
differenti sfumature, dettate da una (ovvia) sensibilità teologico-speculativa.
È indispensabile comparare i testi teorici di Manzoni con il saggio di Rosmini
per cogliere appieno questa convergenza.
La lettera a Cesare D’Azeglio20, già menzionata, è stata composta nel 1823, ma
pubblicata soltanto nel 1846 sulla rivista «Ausonio» senza il permesso dell’autore21.
Non è possibile affermare con certezza che Rosmini abbia avuto effettivamente mo-
do di conoscerne il contenuto. Ma, considerate le evidenti convergenze con il Saggio
sull’idillio, si potrebbe ipotizzare un diretto scambio di vedute sul tema, avvenuto
nel corso dei colloqui del 1826, oppure, ipotesi ancora più probabile, in modo indi-
retto, tramite lo stesso D’Azeglio, il quale intratteneva cordiali rapporti d’amicizia
anche con Rosmini. Potrebbe dunque essere stato sia il D’Azeglio che Manzoni, o
entrambi, a fare conoscere al sacerdote roveretano i contenuti della riflessione man-
zoniana sul Romanticismo prima che essa fosse ufficialmente pubblicata22.
Non è questa la sede per effettuare un’analisi dettagliata della «lettera», peraltro
già ampiamente realizzata da altri. Ci limiteremo a mettere in rilievo quei passaggi
concettuali che suggestionarono sicuramente Rosmini23.
Anzitutto è condivisa dallo stesso Rosmini la condanna senza appello dell’arte
«pagana», e dell’annessa mitologia, che Manzoni sostiene nelle prime battute della
lettera a D’Azeglio, ossia in quella sezione dedicata alla focalizzazione della «parte
negativa» di quel «sistema romantico» che si è collocato in aperto antagonismo con
quello ostinatamente difeso dai classicisti.
Per Manzoni merito peculiare del Romanticismo è quello di avere liquidato la
pesante eredità mitologica, che come un fardello pesa sulla «letteratura moderna».
Al fondo dell’opportunità di tale rimozione è il principio fondamentale, a cavallo tra
estetica e morale, per cui «è una cosa assurda parlare del falso riconosciuto come si
parla del vero».

20
Cfr. A. Manzoni, Lettere, Milano, Mondadori, 1970, vol. VII, pp. 315-345.
21
Ivi, pp. 856-857.
22
Questa circostanza non è presa in esame in P. Prini, Introduzione a Rosmini, Roma-Bari, Leter-
za, 1997, pp. 31-36. Lo studioso, peraltro giustamente, sottolinea le convergenze tra il Saggio sull’idil-
lio di Rosmini e la lettera a D’Azeglio, ma, appunto, senza tenere conto della sfasatura cronologica qui
rilevata.
23
Sulla questione, ed in particolare sulla uniformità del contesto in cui vedono la luce i testi teorici
di Manzoni, dalla Prefazione al Carmagnola, fino ai cosiddetti Materiali estetici, si rimanda al saggio
di N. Sapegno, La «Lettre à M. Chauvet» e la poetica di Manzoni, in Ritratto di Manzoni, Roma-Bari,
Laterza [1961] 1992, pp. 63-86.

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Il «falso» coincide con l’arte pagana, là dove il «vero» è solidamente ancorato


alla religione cristiana, che impronta la «poesia moderna» più viva e originale. Oc-
corre quindi bruciare i ponti con il repertorio mitologico, fatto di «stolte fandonie»
che nulla hanno da spartire con la vita reale e, soprattutto, con la sensibilità moder-
na, inestricabilmente connessa con la visione cristiana del mondo. Da qui la recisa
affermazione che se la mitologia non è morta è «ferita mortalmente», e la connessa
profezia dell’imminente eclisse del mondo dorato dei pagani, fatto di «veneri» e altri
dei, artificialmente tenuti in vita dai classicisti.
L’uso della «favola» mitologica è, nell’ottica manzoniana, «detestabile», perché
devia dal «vero» (cristiano), alimentando un’inaccettabile «idolatria». Insomma,
nulla può salvarsi in un’arte, come quella classicista, che resta ancorata alle «fole»
pagane, traviando dal santo «vero» il pubblico. E quindi rendendosi responsabile di
una degradazione morale prima che estetica.
Da qui scaturisce l’affermazione secondo cui «l’effetto generale della mitologia
non può essere che di trasportarci alle idee di quei tempi in cui il Maestro non era
venuto»24. «Irragionevole», di conseguenza, inoculare nella «letteratura moderna»
dosi venefiche di mitologia, e modi e pose della letteratura pagana, tradendo l’alto
magistero morale (e religioso) dell’arte, che deve invece trasmettere i valori morali e
religiosi del cristianesimo. Il contrario si verifica quando ci si ostina a riproporre il
repertorio mitologico; allora alla ribalta, accanto ai personaggi mitici, è posta una
morale falsa, foriera di «[...] false idee di vizio e di virtù, idee false, incerte, esagera-
te, contraddittorie, difettive dei beni e dei mali, della vita e della morte, di doveri, di
speranze, di gloria e di sapienza»25.
A tutto questo Manzoni oppone il concetto della centralità della morale «nelle
cose letterarie». Nel senso che la componente etica è ciò che dà sostanza e vigore
all’arte, che ne giustifica l’esistenza e la dignità, pena il suo scadimento a mero tra-
stullo per anime viziose e oziose. Perciò bene hanno fatto i «romantici» a scardinare
la mitologia, spianando la strada all’avvento di una letteratura non più pagana o
paganeggiante, che incanta senza ammaestrare e che, peggio ancora, corrompe il
gusto e la morale.
Superare questa condizione di impasse si può a patto di dare vita ad una lettera-
tura che, nella celebre formulazione manzoniana, abbia «l’utile per iscopo, il vero
per soggetto e l’interessante per mezzo».
La nuova letteratura deve quindi saldare il momento estetico con quello gnoseo-
logico-religioso («il vero») e morale («utile»). Per ottenere questo scopo essa non
può che essere «realista» e non, come quella paganeggiante, «favolosa». Il suo rap-
porto con il reale deve essere positivo, nel senso che celebrando la veridicità essa,
contemporaneamente, esalta l’opera di Dio.

24
A. Manzoni, Lettere, cit., p. 321.
25
Ivi, p. 326.

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Il «bello», che è la qualità specifica dell’arte, è espressione di una concezione


estetica che trae la sua linfa vitale dalla religione cristiana:

In ogni argomento [la letteratura] debba cercare di scoprire e di esprimere il


vero storico e il vero morale, non solo come fine ma come più ampia e perpetua
sorgente del bello [...] il falso può bensì dilettare, ma questo diletto, questo inte-
resse è distrutto dalla cognizione del vero; è quindi temporario e accidentale26.

L’arte pagana è per Manzoni, oltre che immorale, tematicamente evanescente.


Essa non può reggere alla prova del fuoco dell’esame razionale. Perché quando
interviene la razionalità si diradano le nebbie della finzione e il diletto procurato dal-
la mitologia rivela tutta la sua vacuità. Di conseguenza, la scelta dei classicisti è
insensata sul piano logico, ingiustificabile su quello morale, ed infine corrosiva per
l’arte stessa, che si riduce ad una spoglia morta, ad un sistema di poesia che ha per
base instabile «il falso non creduto». Deve essere perciò soppiantata da una lettera-
tura ancorata a quel «vero» cristiano propagandato dalla Chiesa27.
Sulla stessa scia si collocano gli altri scritti teorici manzoniani. In questo conte-
sto un ruolo sicuramente di rilievo deve essere attribuito ai cosiddetti Materiali este-
tici, nonché a opere solo abbozzate, come la Traccia del Discorso sulla Moralità
delle Opere Drammatiche. O ancora, agli appunti intitolati Dello scopo morale e
della perfezione estetica della Tragedia, in cui sono condensati in forma aforistica i
principi essenziali dell’estetica manzoniana:

Distinzione di bello poetico e di vero morale, assurda.


Punto dove coincidono questi due attributi in un componimento dell’arte.
La Verità, la quale è sommamente piacevole, e sommamente perfeziona-
trice.
Verità nella rappresentazione dei fatti dell’animo. Ciò che è fatti, ciò che
dovrebb’essere conati, desiderj.
Verità nell’eccitamento degli affetti. Simpatia al bene.
Verisimiglianza mezzo unico per arrivare a queste due. Verità storica tipo
della verisimiglianza28.

Fin qui Manzoni. Se si sposta il campo d’indagine sulla riflessione rosminiana,


in particolare sul menzionato Saggio sull’idillio, si ha la sorpresa di trovarsi di fron-
te una riflessione fortemente influenzata dallo stesso Manzoni.
Anche Rosmini, infatti, sostiene la necessità di dare vita ad una «arte cristiana»
che deve essere opposta, ontologicamente ed eticamente, a quella «pagana». Egli

26
Ivi, p. 338. Sulla stessa linea anche Niccolò Tommaseo. Cfr. R.M. Monastra, Niccolò Tommaseo
e la crisi del Romanticismo, Bari, Laterza, 1978, p. 8.
27
«Il vero che debbe trovarvisi dappertutto, et même dans la fable» (ivi, p. 340).
28
Cfr. A. Manzoni, Scritti di estetica, a cura di U. Colombo, Roma, Ceschina, 1973.

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prende le mosse dalle opere di Manzoni per potenziarne la «rivoluzione» estetica


radicalizzandone le implicazioni etiche; e formula la sua proposta estetica con una
più robusta sostanza speculativa. Finisce così per influenzare a sua volta lo scrittore,
innescando un fecondo processo di interferenze e scambi reciproci, in cui si realizza
una vera e proprio osmosi di idee e principi.
Rosmini, infatti, sarà decisivo per spezzare il teorizzato equilibrio tra «invenzio-
ne» e «riflessione», portando alla ribalta ciò che inizialmente era ancora implicito
nelle riflessioni manzoniane: l’artista non gode di alcuna speciale prerogativa, se
non quella di cogliere quella bellezza che, in forma ideale, sussiste eternamente nel-
la mente di Dio, che è l’unico, autentico «Creatore».
Il sacerdote-filosofo in effetti recupera e potenzia la visione manzoniana della
letteratura, formulando una riflessione filosoficamente più rigorosa e sistematica sul
medesimo tema affrontato nella lettera a D’Azeglio, nella persuasione che il motivo
dominante di una riflessione sullo statuto della «letteratura moderna» non possa pre-
scindere dal postulato che solo il cristianesimo è sorgente di verità, mentre il paga-
nesimo è fonte dell’inganno.
Posto che proprio questo è il «motivo dominante» del saggio di Rosmini29, si
comprende perché per l’autore il superamento dell’arte pagana è un momento essen-
ziale del più ampio processo di rimozione del paganesimo.
Alla sublimazione mitologica nella finzione, che è pura evasione in un mondo
fittizio, il sacerdote roveretano contrappone un’arte che ritrova il gusto della verità
del mondo; un’arte che non ha alcun bisogno di evadere nella finzione, giacché il
mondo, nell’ottica cristiana, recupera una valenza positiva, in quanto campo d’azio-
ne della Provvidenza divina30.
Con l’avvento del cristianesimo, argomenta Rosmini, il rovesciamento dei valori
pagani è totale:

E questo ancora fa sì, che la poesia non sia più costretta d’andare mendi-
cando il diletto dal favoloso, ma che ritrovi degno subietto ai suoi canti una
verità non rigida né malinconiosa: appunto non è più costretta di dipingere una
felicità imperfetta né impossibile31.

In questo brano, inserito nell’iniziale dedica a Don Giuseppe Taverna, Rosmini


esprime un’evidente convergenza con le teorie manzoniane. Non solo perché anche

29
Cfr. P. Prini, op. cit., p. 31. Commenta Di Sacco: «Ciò avrà un’influenza decisiva sulla riflessio-
ne di Manzoni, perché permetterà al teorico del ‘vero’ di legittimare le proprie antiche e recenti intui-
zioni estetiche su una base saldamente ontologica» (p. 79). Spunti interessanti si leggono anche in M.
Cristaldi, Rosmini antiromantico, Catania, Giannotta, 1967.
30
Parafrasando Manzoni, Rosmini ribadisce il legame tra bello e vero: «Perciocché rendesi vana e
perduta una bellezza incredibile: e gli uomini sdegnano di mirare in ciò che credono assurdo e impossi-
bile, eziandio che fosse bellissimo in se medesimo». Cfr. Saggio sull’idillio e sulla nuova letteratura
italiana, cit., p. 309.
31
A. Rosmini, Saggio sull’idillio e sulla nuova letteratura italiana, cit., p. 307.

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«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

per lui il «vero» è la fonte della poesia, ma soprattutto perché egli imputa all’avven-
to del cristianesimo (come Manzoni), con il lascito delle sue dottrine morali e della
sua visione del mondo, una rivoluzione radicale del rapporto uomo-natura, di cui
l’arte deve farsi espressione.
Il mondo è diventato il luogo della speranza, il campo d’azione della Provviden-
za, e l’artista in esso, nella sua corposa realtà, deve rintracciare il sigillo della stessa
divinità. Dilettarsi, che resta l’obiettivo dell’arte, diventa allora contemplazione rea-
listica del mondo: visione dell’ordine reale delle cose, dono di Dio, dalla cui con-
templazione scaturisce «il diletto». Rosmini rinnega così (come Manzoni) l’edoni-
smo superficiale e artefatto dei classicisti, sostituendovi l’onesto piacere che solo la
contemplazione di una realtà con cui l’uomo si è riconciliato può garantire. Anche
per lui, dunque, la «verisimiglianza» deve essere la qualità essenziale della nuova
letteratura, coniugata strettamente alla «bellezza» e alla «facilità», ossia alla ricerca
di ciò che più si adegua ai modelli ideali posti da Dio, da una parte, e dall’altra alla
rinuncia agli inutili orpelli retorici.
Posto che il verosimile è «l’argomento interno» alla «verità delle cose», l’arte ha
l’alto compito di celebrare con la sua espressività il senso eterno del reale, ossia
l’impronta di Dio in esso. Il verosimile, argomenta Rosmini, è ciò

pel quale coloro a cui il poeta si volge, intendano subitamente, per l’inte-
riore natura della cosa cantata dal poeta, che quella verità che dalle cose egli
liba e sfiora è realmente nelle cose, non è il parto di sregolata immaginazione32.

Rappresentare il vero implica la disponibilità dell’artista a riprodurre nella pagi-


na anche gli aspetti viziosi e malvagi del reale. Il male è non un elemento da esorciz-
zare: al contrario, la raffigurazione del vizio ha un alto valore estetico e morale. Essa
è funzionale alla comprensione del disegno provvidenziale che governa il corso del-
l’esistenza. Con la perdita dell’innocenza originaria l’uomo inclina verso il male, e
l’artista non può esimersi dal tenere in debito conto questo dato oggettivo.
Se la storia è il regno della Provvidenza, essa è anche il luogo in cui il male agi-
sce tra le pieghe del bene. L’artista non deve raffigurare un utopistico mondo edeni-
co; deve invece, in nome della verosimiglianza, mescolare nella sua creazione mi-
metica vizio e virtù; male e bene.
La nuova letteratura cristiana vagheggiata da Rosmini (e da Manzoni) non tra-
scura quindi alcun elemento presente nel mondo, proprio perché vede nel reale il
campo d’azione della Provvidenza. Questa concezione è probabilmente derivata dal-
la lettura della «Ventisettana»33.
Rosmini recupera dunque il formulario e i temi agitati dal Manzoni polemico
analista dei due contraddittori «sistemi» artistici (quello «storico» e quello «ideale»),

32
Ivi, p. 328.
33
Così sostiene P. Prini, op. cit., p. 34.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 167


Alfredo Sgroi

per approdare alla nota opzione «romantica» e antimitologica; ma è indubbio che


egli ha rielaborato i medesimi temi, declinandoli alla luce della sua impostazione
filosofica eminentemente platonica, e che guarda anche alla prospettiva totalizzante
di Hegel. Così l’antinomia tra il sistema storico e quello ideale è in Rosmini risolta
in una «sintesi» (hegeliana, appunto) data dal concetto superiore di letteratura cri-
stiana.
In altri termini, tesi e antitesi dialetticamente contrapposte si saldano in un uni-
cum, il cui collante è dato dalla superiore prospettiva cristiana, «realistica» in quanto
rifugge dalla parzialità per approdare alla visione totalizzante ed onnicomprensiva
del tutto: «il sistema storico e l’idealistico debbono avvicinarsi e immedesimarsi in
un solo sistema».
L’artista cristiano, che ambisce alla rappresentazione integrale del «vero», se
opera coerentemente scanserà i pericoli insiti nel sistema ideale, il quale pretende di
ridurre l’arte ad un vano sogno, in cui il reale è raffigurato non come esso è ma come
dovrebbe essere. Insomma, conclude Rosmini, non è giustificabile la pretesa di cor-
reggere ciò che la Divinità nella sua imperscrutabile sapienza ha decretato.
Una hybris, questa, inaccettabile per il sacerdote, come già per il poeta, che in
nome della medesima sensibilità, sia pure non espressa con il medesimo vigore filo-
sofico, aveva energicamente rigettato l’opzione classicista.
Sulla necessità di trasporre nella pagina anche la rappresentazione del vizio si
registra un’altra significativa affinità tra le concezioni estetiche manzoniane e quelle
di Rosmini. Lo attesta un passo del saggio Sull’idillio che è stato considerato una
sorta di «giustificazione logica del capolavoro manzoniano»34. Questo il brano:

Ma dove i vizi o i difetti morali, intellettuali o fisici delle cose sieno in tal
modo condotti, che giovino ad ottenere qualche gran fine della Provvidenza,
ad aumentare la virtù fra gli uomini, a far risplendere la forza prevalente della
giustizia; ove insomma non si considerino isolati e quali sono in se stessi, ma
nella relazione che hanno con le perfezioni opposte, sicché da quelli a queste la
mente trovi un rapido e consolante passaggio, allora que’ vizii stessi, quelle
stesse imperfezioni che s’allontanano dalla bellezza dell’ideale naturale,
diventano parti necessarie alla bellezza dell’ideale intellettuale e morale35.

Il perno teorico intorno al quale ruota il programma realistico di Rosmini è dun-


que frutto di un recupero attento delle riflessioni. Ma egli fa un passo ulteriore, prefi-
gurando soluzioni che solo in seguito lo stesso Manzoni condividerà integralmente36.

34
Cfr. ivi, p. 35.
35
A. Rosmini, op. cit., p. 380.
36
Scriveva Borgese: «Il Manzoni ed il Rosmini, penetrando con maggiore sicurezza nel ginepraio
del romanticismo di Milano, lo sfrondarono compiutamente e lo ridussero ad uno storicismo o verismo
cristiano» (cfr. G. A. Borgese, Storia della critica romantica in Italia, Milano, Treves, 1920, p. XVIII).

168
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

Dal principio realistico e cristiano, che implica e giustifica la rappresentazione


del vizio, Rosmini prende infatti l’abbrivio per rimarcare lo scopo morale della lette-
ratura. Essa, in quanto connessa alla storia, che è un «impasto» di vizi e virtù, deve
imitare il bello «naturale» e quello «intellettuale» per approdare ad una bellezza più
piena e compiuta: quella morale37. È dunque vano tentare di contrapporre utile e
diletto, indugiando sulla leziosa questione della priorità dell’uno sull’altro. L’arte
autentica deve avere infatti come fine sia il diletto che l’utile morale38, poggiando
sul vero. Altrimenti, come aveva già chiarito Manzoni nella Lettera a D’Azeglio,
essa ricade nei medesimi vizi già riscontrati nel classicismo paganeggiante, la cui
vacuità è svelata dall’esame razionale:

Furono ritenute dilettose quelle narrazioni fino che furono credute: cessata
la credenza alle medesime, non valeva la bellezza stupenda, la grandezza por-
tentosa delle cose narrate a trarre a sé l’attenzione degli uomini39.

Resta fermo che la fede è la sorgente unica della verità, e dunque dell’arte.
Anche per Rosmini il fondamento della «verosimiglianza» è dato dai fatti storici ma,
come per il Manzoni della Lettera allo Chauvet, egli si preoccupa di marcare netta-
mente i confini tra arte e storia, e nello stesso tempo di riaffermare la necessaria sal-
datura (nelle distinzione) tra «sistema ideale e sistema storico».
Il «bello», secondo Rosmini, è nell’idea, mentre la verosimiglianza può scaturire
solo dallo «storico». Pertanto la letteratura non può essere legittimata da sé stessa:
essa rimanda ad una superiore nozione di verità, in cui bello poetico e vero morale si
identificano. Per questo motivo la creazione artistica deve essere ancorata alle cer-
tezze date dal mondo della storia, e l’arte, sempre in sintonia con la lezione manzo-
niana, deve «completare» la storia stessa40.
Che Rosmini sia debitore di Manzoni è chiaro in più luoghi del Saggio sull’idil-
lio. D’altra parte, lo stesso autore ammette esplicitamente di essersi ispirato alle teo-

37
A. Rosmini, op. cit., p. 388. Sul tema del «male» nel pensiero di Rosmini si vedano, tra gli altri,
G. Rizzo, Il problema del bene e del male e la Teodicea di Rosmini nella storia della filosofia, Milazzo,
SPES, 1965; L. Turiello, Persona e società civile nel pensiero di Rosmini, Roma, Citta Nuova, 1982.
38
«S’esse non apportassero il nobile diletto che nasce dall’aspetto della bellezza non si potrebbero
chiamare belle arti. L’uomo però debbe usare delle belle arti, come di tutte l’altre cosa con ragione e
virtù; e perciò debbe far servire ogni diletto a più nobile fine». Cfr. Saggio sull’idillio e sulla nuova let-
teratura italiana, cit., p. 309.
39
Ivi, p. 310. Analoga convergenza si rintraccia nella considerazione della moralità come qualità
essenziale dell’arte. Come già Manzoni, anche Rosmini afferma infatti: «Se nessuna cosa si può imma-
ginare menomamente bella senza che prima s’immagini vera, non si può immaginar bella perfettamen-
te, senza che s’associi a quel più sublime ordine della morale virtù» (ivi, p. 313).
40
«Ma questo è il punto, secondo mio avviso, ove si dipartono insieme il poeta e lo storico; mentre lo
storico usar debbe gli argomenti esterni nella sua narrazione, senza bisogno che le cose sieno verosimili
purché le pruovi vere [...] all’incontro il poeta presume non di convincere con peso di autorità [...] ma
intende di muovere soavemente a credere l’animo degli ascoltatori» (cfr. A. Rosmini, op. cit., p. 320).

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 169


Alfredo Sgroi

rie formulate dallo scrittore nella sua Lettera allo Chauvet, di cui sono riportati ampi
stralci nel Saggio stesso41.
Tale ammissione tradisce un’ammirazione sconfinata nei confronti dell’opera
dello scrittore. L’elogio al «nome caro all’Italia», all’artista capace di dare «i precet-
ti dopo gli esempii», non è frutto di superficiale piaggeria, d’altronde impensabile in
Rosmini. C’è di più: c’è la consapevolezza di una totale sintonia sulla necessità di
rifondare «l’italiana letteratura» sulla scorta dell’ideale «morale della bellezza».
C’è, specialmente dopo la lettura della prima redazione del romanzo, la coscienza
che Manzoni ha saputo tradurre le sue idee estetiche in un capolavoro, nel quale
Rosmini scorge il primo frutto maturo della rinascita cristiana della moderna lettera-
tura italiana. E a suggellare questa convinzione, quasi volendo consacrare senza pos-
sibili ambiguità I Promessi Sposi come il modello a cui deve uniformarsi l’artista
cristiano, Rosmini afferma:

Sarà dunque letteratura bellissima quella, che si leverà ad essere espres-


sione della Provvidenza, e che non si farà lecito mutare gli umani avvenimenti,
perché non si farà lecito di sostituire un ideale migliore a quello di Dio: e que-
sta sola bellissima letteratura potrà apportare quello stabile ed intero piacere,
che già si rese al mondo cristiano necessario42.

Il Saggio sull’idillio, nelle intenzioni dell’autore, avrebbe dovuto rappresentare


soltanto una prima tappa, non compiuta, di un percorso che doveva portare alla
costruzione di un «sistema» estetico inquadrato all’interno del più ampio contesto
della filosofia rosminiana. Perciò il sacerdote roveretano progettò e abbozzò altri
testi, che poi non vennero in realtà completati. Ciò è quanto accadde nel caso del
trattato Sul bello, rimasto appunto allo stato di semplice abbozzo.
Rosmini dedica comunque al medesimo tema estetico anche il capitolo Della
bellezza, inserito all’interno della Teosofia43. Su quest’ultima monumentale opera, in
otto volumi ed incompleta, il filosofo spenderà gli ultimi dieci anni della sua esisten-
za. Il che ne attesta l’assoluta importanza. E il fatto che egli abbia deciso di tornare
nella piena maturità sulla questione estetica conferma che ad essa attribuiva un ruolo
strategico.
Nella Teosofia Rosmini inserisce in effetti alcune significative novità rispetto al
giovanile Saggio sull’idillio. Egli sostiene adesso che sono cinque gli elementi che
compongono la bellezza: l’oggettività, che rende la bellezza contemplabile dall’in-
telletto, consentendo una chiara distinzione rispetto al piacere; l’unità; la pluralità,
che conferisce alla bellezza l’armonia; la totalità; il «plauso mentale», che consente
al soggetto di distinguere la bellezza dall’ordine.

41
Ivi, pp. 374-376.
42
Ivi, p. 374.
43
Cfr. A. Rosmini, Teosofia, Roma, Edizioni Roma, 1938-1941 (Libro III cap. X), pp. 376-377.

170
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

Per potere acquisire il consenso del pubblico, ovvero «il plauso mentale»,
l’opera d’arte deve dipanarsi seguendo un percorso ordinato. Esso procede attraver-
so tappe ben precise: inizialmente l’opera è assimilata al titolo di un tema: l’artista
concepisce mentalmente «l’essenza astratta» di ciò che vuole realizzare. Tale «es-
senza» consente di distinguere un ente dall’altro. Essa è, in termini platonici, l’es-
senzialità di un ente, ossia ciò che rende possibile pensare l’ente stesso.
L’essenza contiene in potenza gli sviluppi successivi dell’opera d’arte, restando
tuttavia, almeno inizialmente, priva di determinazione. L’artista, nella prima fase
della sua attività, è come l’alunno che si trova di fronte al titolo di un tema. Egli non
conosce ancora quale ne sarà lo svolgimento.
Il secondo momento è quello dell’esecuzione (o realizzazione). In esso l’essenza
astratta acquista concretezza e determinazione. Il tema sarà però svolto efficacemen-
te solo se l’esecuzione sarà in armonia con l’archetipo «ideale»44.
Il «diletto» (termine cruciale che rimanda alle posizioni manzoniane nella Lette-
ra a D’Azeglio) è il sentimento che l’uomo prova di fronte allo spettacolo della bel-
lezza. Non tutti gli uomini, però, sono in grado di apprezzare la bellezza nella mede-
sima misura: essi fruiscono del sentimento del bello in proporzione alle loro doti
naturali e all’educazione ricevuta. La letteratura non può quindi avere come destina-
tari tutti gli uomini.
L’artista autentico opera estraniandosi dall’ambiente in cui si trova, in preda ad
una sorta di estasi mistica: «trasportato in un altro mondo, opera sua e attualissimo,
il mondo reale gli si è per immenso spazio lontanato, né egli intende più il parlar
comune, né gli altri uomini intendono oggimai più il suo»45. Il distacco si risolve
non nel ripudio del reale, ma in un percorso positivo di ascesi, nel quale l’anima si
congiunge con il bello ideale.
L’opera d’arte più imponente è il creato nella sua interezza. Esso è l’esecuzione
di un «tema» presente nella mente di Dio, ed è insito nella mente dell’uomo nella
qualità di idea innata dell’essere46. Tuttavia l’uomo, in quanto relegato in una condi-
zione di imperfezione, può contemplare il «tema» presente nella mente divina come
un’essenza astratta e indefinita. Per focalizzarlo e approdare ad una maggiore de-
terminazione egli deve raccogliere con i sensi i brandelli della realtà («esecuzioni
frammentarie del tema»), riflettere sulla loro natura, ed infine paragonarli all’arche-
tipo generale. Solo allora nella mente dell’artista balenerà la bellezza dell’universo.
Considerato che queste sono le riflessioni rosminiane più mature sul tema del-
l’arte, si pone un’altra questione decisiva per valutare l’ampiezza dell’influsso di
Rosmini sulla Weltanshauung manzoniana: quanta filosofia era parte del bagaglio
culturale del Manzoni prima dell’incontro con il sacerdote roveretano?

44
Il «plauso mentale», o consenso, è l’ultimo elemento che completa la bellezza, definita da Ro-
smini «l’esecuzione perfetta di un tema mentale, ossia d’un’essenza astratta». Cfr. A. Rosmini, Teoso-
fia, a cura di M.A. Raschini e P. P. Ottonello, Roma, Città Nuova, vol. 2, n. 1097, p. 420.
45
Ivi, p. 462.
46
Ivi, p. 464.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 171


Alfredo Sgroi

Certamente Manzoni non era un neofita sprovveduto, come tenta di fare credere
allo stesso Rosmini. Egli ha già composto e pubblicato, tra l’altro, le Osservazioni
sulla morale cattolica, e da tempo ha avviato la lettura di testi filosofici di Platone,
Pascal, Cartesio e dei principali esponenti della filosofia settecentesca. Alcuni do-
cumenti ne danno conferma.
A Cousin, il 18 maggio del 1824, Manzoni scrive di essere al corrente di uno
scambio di vedute tra lo stesso Cousin e Visconti sulla filosofia platonica, aggiun-
gendo, significativamente «j’attends Descartes avec une grande impatience»47.
Rosmini, da fine psicologo qual era, si rese conto che le remore di Manzoni nei
confronti della filosofia erano ingiustificate. Il 23 novembre del 1826 egli comunica
entusiasta all’amico Alessandro Paravia:

Leggo di questi giorni il romanzo del Manzoni, che parmi una meraviglia.
Egli mel comunica per sua gentilezza: io me ne inebrio, e penso che all’Italia
apparirà come cosa nuova: e a sì limpido lume novellamente acceso, a lei parrà
esserle accresciuto il veder della mente. Che cognizione dell’uman cuore! Che
verità! Che bontà!, la quale ovunque trabocca da un cuor ricolmo!48

L’enfasi della lettera, oltre ad esprimere entusiasmo per la bellezza del romanzo,
evidenzia pure la lucidità con la quale Rosmini intuisce la portata rivoluzionaria del-
l’opera. E soprattutto la piena condivisione della scelta realistica, coniugata all’in-
tento morale: verità e bontà sono infatti esplicitamente evocati come i due elementi
essenziali dell’opera manzoniana. Nell’ottica di Rosmini, dunque, il romanzo con-
tiene le componenti proprie di un’arte compiutamente cristiana, ossia aderente al
vero ed edificante sul piano morale.
Difficile, su questa base, sostenere senz’altro l’ipotesi che Rosmini abbia effetti-
vamente influito sulla redazione della «Ventisettana». È però poco probabile, dato
che la frequentazione con il Manzoni era ancora troppo recente.
Frattanto continua, sempre più fitto e denso, lo scambio epistolare. Significativa-
mente, soprattutto da parte di Rosmini, si insiste su questioni filosofiche che spaziano
dall’etica all’economia. A conferma del fatto che egli è sempre più persuaso di avere
trovato in Manzoni un interlocutore dotato di una potenziale vocazione filosofica.

47
Cfr. A. Manzoni, Lettere, cit., vol. VII, p. 353. Nel febbraio dello stesso anno Manzoni aveva
confidato la natura «eclettica» della sua visione del mondo a Padre Luigi Tosi (cfr. ivi, p. 350). L’in-
contro con Cousin risale al 1819, al tempo del soggiorno francese del Manzoni. In seguito Cousin si
stabilì a Milano per qualche tempo, e rinsaldò l’amicizia con lo scrittore. Ma i dissensi filosofici tra i
due crebbero, specie quando Manzoni cominciò a subire l’influenza di Rosmini, il quale imputava a
Cousin di avere confuso platonismo e pensiero cristiano. Documento del dissenso è la celebre lettera
che Manzoni compose tra il 1829 e il 1830, dopo la lettura degli Opuscoli filosofici di Rosmini, in cui è
espresso il dissenso dello scrittore nei confronti del «sistema» del filosofo francese (cfr. A. Manzoni,
Scritti filosofici, Milano, Rizzoli, 2002, pp. 325-372).
48
Cfr. Carteggio fra Alessandro Manzoni e Antonio Rosmini, cit., p. 198. Dello stesso tono una
lettera del 27 giugno del 1827 indirizzata all’abate Soini (ivi, p. 206).

172
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

Nella lettera che Rosmini invia allo scrittore il 6 febbraio del 1827 si fa cenno ai
colloqui tenuti in casa Manzoni, che nella fattispecie avevano avuto come tema il
rapporto tra economia e morale49. Rosmini vi sostiene che la fonte principale del
male è l’avidità, a cui si può porre riparo soltanto con le virtù etiche.
Bisogna però aspettare il 1828 per potere disporre di documenti epistolari più
densi e significativi, in cui finalmente i due illustri interlocutori abbandonano il tono
formale delle prime missive, e soprattutto cominciano ad affrontare questioni più
ardue. Il primo marzo del 1828 Rosmini, dopo avere descritto le delizie del suo ritiro
spirituale, conclude chiedendo al corrispondente:

Ella m’aiuti con le sue orazioni, perché non finisca tutto il bene del mio
ritiro in un gusto vano, in una delizia data all’umanità. La lettera a Goethe sarà
forse al suo termine: ed avrà certo fissate con essa delle idee importanti in let-
teratura, importanti alla verità e perciò anche alla religione. Se fossi costì so
che quella Sua bontà a cui io tanto debbo, non ricuserebbe forse di mettermene
a parte: e sento a dir vero la privazione della conversazione festiva di cui io mi
onorava50.

Il tono, come si vede, è quello confidenziale di chi si sente ormai pienamente


legato da una solidarietà intellettuale e umana al suo interlocutore.
Pochi mesi dopo, nel novembre del 1828, Rosmini comunica a Mellerio di avere
affidato un compito delicato a Manzoni, segno evidente che egli già considerava lo
scrittore un potenziale filosofo: «Al Manzoni do il libro a leggere volentieri per più
titoli: egli mi può suggerire in tempo alcuna buona cosa»51.
In effetti, Manzoni non tradirà la fiducia dell’amico: sarà proprio lui, ad esem-
pio, a suggerirgli una corposa scarnificazione del sottotitolo. E il suggerimento verrà
pienamente accolto da Rosmini52. Questi è sempre più convinto che Manzoni possa
diventare una straordinaria risorsa per la filosofia italiana moderna, giungendo addi-
rittura ad anteporlo, almeno per le sue potenzialità, a Pasquale Galluppi53.

49
«Mi permetta che io ristringa in poche linee l’opinione da me manifestata venerdì scorso quando
ebbi l’onore d’esser da Lei richiesto sulla questione accidentalmente insorta intorno ai vantaggi morali
che è atta per se stessa ad apportare la scienza della politica economia. La questione proposta si può
ridurre, parmi, alla seguente: ‘Se i progressi della scienza economica dispongano gli uomini al miglio-
ramento morale’». Cfr. la versione digitale Carteggio A. Manzoni-A. Rosmini, Roma, Biblioteca Italia-
na, 2008, lettera 3. Il testo di riferimento è Carteggio Alessandro Manzoni-Antonio Rosmini, a cura di
P. De Lucia, Milano, Centro Studi Manzoniani, 2003. Una versione recente è: Carteggio Manzoni-
Rosmini, a cura di G. Bonola, Stresa, Centro Studi Rosminiani, 1996.
50
Cfr. Carteggio, cit., lettera 4.
51
Ivi, p. 10.
52
Su questa vicenda cfr. P. Di Sacco, op. cit., pp. 67-68. Lo studioso nota tra l’altro: «Fu la lettura
del Nuovo Saggio ad avviare in Manzoni un assiduo e fecondo processo di riflessione filosofica» (p.
68). A nostro avviso, come si è detto, in realtà questo processo è iniziato qualche anno prima.
53
Cfr. la lettera al Mellerio del 7 dicembre 1830. Cfr. Carteggio, cit., p. 27.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 173


Alfredo Sgroi

Il 1828 è, giova ricordarlo, un anno cruciale: Manzoni ha da poco pubblicato la


prima edizione del romanzo ed ha compiuto il decisivo viaggio a Firenze. La que-
stione della lingua è sempre più centrale nella sua riflessione e, come testimonia
Tommaseo, essa diventa il principale argomento dei suoi colloqui, compresi quelli
ben presto riavviati con lo stesso Rosmini.
Il 26 marzo del 1830, da Roma, il sacerdote roveretano scrive nuovamente all’a-
mico per chiedergli una composizione in lode di padre Cesari, pungolandolo a conti-
nuare il suo febbrile lavoro creativo:

Sodisfatto all’altrui desiderio ora io penso ad eseguire un mio dovere rin-


graziandola dell’aver voluto leggere i due primi volumi del Nuovo Saggio sul-
l’origine delle Idee (al quale secondo il suo suggerimento ho mutato frontespi-
zio) e con estrema gentilezza parlarne. Le dirò finalmente che qui i Promessi
Sposi sono applauditissimi dal fiore di Roma, e quelli che non la cedono a nes-
suno in commendarli e in proporli alla gioventù sono i Gesuiti. Chi sa che Ella
ha della bontà per me mi dimanda con tutta curiosità di che Manzoni si occupi
presentemente, e vorrebbe pure sentir prossima la pubblicazione di qualche
lavoro54.

La risposta dello scrittore arriva a stretto giro, dopo pochi giorni. Essa è cortese
nella forma, ma rigetta seccamente la richiesta di Rosmini, rimarcando nettamente la
distanza esistente tra le proprie scelte linguistiche e quelle malamente sostenute, a
suo dire, proprio da quel padre Cesari che gli si chiede di incensare. Il tono muta
però bruscamente nella seconda parte della missiva: Rosmini ha da poco pubblicato
il Nuovo saggio sull’origine delle idee, e Manzoni avanza alcune obiezioni che sono
il sintomo di una lettura attenta, e capace di scandagliare fino in fondo i concetti
essenziali della speculazione rosminiana. Non convince perciò la nuova protesta di
incompetenza, e il dichiararsi «digiuno» di filosofia, profano e dilettante sprovvedu-
to in questioni che altri (Rosmini) ha meditato a lungo. Ma le sue parole sono quelle
di un lettore tutt’altro che alieno dalle complesse questioni gnoseologiche trattate
nel saggio di Rosmini. La sua lunga lettera è in questo senso esemplare:

Sono poi lietissimo d’avere una occasione di esprimerle quella ch’io Le


debbo per la permissione ch’Ella m’ha data di leggere i due primi volumi del
Saggio, e di esprimerle insieme l’ammirazione e la gioia che ho provato (mas-
sime nel primo volume che, per essere in villa, ho potuto legger di seguito e
senza frastorni) tenendo dietro a quella analisi così penetrante e così sicura,
che non perdona nulla, e che non ha nulla da farsi perdonare; esaminando e
giudicando, colla scorta di Lei, i più singolari e potenti e ostinati sforzi dell’in-
gegno umano intorno a una quistione così alta e così curiosa: e dico giudican-
do; ché, al modo che le opinioni e gli argomenti de’ filosofi sono esposti, va-
gliati, cimentati, e messi, per dir così, alle mani fra loro, il non voler giudicare

54
Ivi, lettera 5.

174
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

con Lei mi par che sarebbe piuttosto ostinazione che modestia; vedendo tanto
sapere e tanto acume retto sempre da un pensiero religioso, e sentendo come
da quel pensiero vien la forza a tutto; vedendo tanta debolezza e tanta contra-
dizione nei sistemi staccati dalla religione, e toccando, per così dire, con mano
lo spauracchio [...] ma i gerundi non avrebber fine s’io avessi a dirle tutto ciò
che sento su questo proposito. Questo che Le ho detto intanto, mi pare ch’Ella
lo abbia a contar per qualche cosa; perché alla fin fine io rappresento una gran
classe, quella degli ignoranti in filosofia: e piacere un libro di seria filosofia ad
un ignorante che l’abbia letto, non vuol dir poco. Rimango ansiosissimo,
com’Ella può credere, di vedere il seguito: e, per quanto sia cosa rara e diffici-
le cavar fuori e mettere in netto verità non avvertite o non ben dichiarate in un
punto così primario di quella benedetta materia, mi sembra pure che da un tale
principio si abbia a promettersi gran cosa, e che chi disfà a quel modo abbia a
far qualche cosa che non si possa disfare. Da questo lavoro a quello di cui Ella
ha la bontà di parlarmi, c’è un salto mortale. Pure, col dirmi che v’ha chi pensa
che esso possa produrre un pochin di bene, Ella me lo solleva assai; e siccome
codeste son notizie sempre consolanti, io ringrazio ben di cuore Lei e le perso-
ne che gliene hanno comunicato un così benevolo giudizio55.

L’onestà intellettuale spinge Manzoni a rifiutarsi di lodare Cesari, ma non a sot-


trarsi alla prova del fuoco del confronto dialettico con il ben più esperto filosofo. La
sua risposta non è superficiale o peregrina, ma è formulata in modo articolato e in
forme tali da sottintendere l’esistenza di colloqui precedenti sul medesimo argomen-
to. E, soprattutto, in essa si insiste sulla convergenza tra l’elemento speculativo e
quello religioso, che scaturisce da una lettura consapevole del Saggio («esaminando
e giudicando»).
Manzoni coglie prontamente, da lettore attento qual è, la tensione unitaria del-
l’ontologia rosminiana, e ne individua lucidamente il perno nella religione.
In effetti, Dio è, nel sistema di Rosmini, il garante ultimo di quell’idea dell’esse-
re che fonda la gnoseologia e le diverse diramazioni del pensiero, nonché della poie-
sis umana. Non convince neppure la finale excusatio dello scrittore, il quale ribadi-
sce la sua scarsa dimestichezza con la filosofia con argomenti tanto logori quanto
deboli. Peraltro clamorosamente smentiti nella successiva lettera a Cousin del 24
aprile, in cui accredita Rosmini e il suo ultimo lavoro presso l’illustre filosofo fran-
cese, e comunica al filosofo francese di avere ricevuto un saggio sulla filosofia di
Locke, che intende leggere a breve56.
Si può quindi affermare che a questo punto i semi della «conversione filosofica»
di Manzoni stanno già germogliando. Rosmini, con arguzia e prontezza, se ne rende
subito conto, ed incalza l’interlocutore, rintuzzando le false dichiarazioni di mode-
stia nella lettera che gli invia il 17 maggio del 1830:

55
Cfr. A. Manzoni, Lettere, cit., pp. 596-597.
56
Cfr. ivi, pp. 598-599.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 175


Alfredo Sgroi

La lettera ch’Ella mi ha voluto scrivere è tanto piena di gentilezza e di


manzoniana cordialità che mi parrebbe di mancare alla debita gratitudine se
non Le dessi segno del sentimento che ha in me destato e commosso di vivissi-
ma riconoscenza ed anche di confusione per le cose che dice a proposito del
Saggio e non la ringraziassi di questo nuovo effetto della Sua antica bontà per
me. Ella dee certo poter imaginarsi quanto per me il Suo giudizio sia di confor-
to ed argomento di sperar bene per la ragione opposta appunto appunto a quel-
la che Ella dice cioè non perché Ella rappresenti la classe più numerosa, ma
perché anzi mi rappresenta la classe de’ pochissimi, la quale in questa materia
(almeno per ciò che riguarda il metodo e l’esposizione scientifica delle dottri-
ne) fa la legge alla classe dei più57.

La schermaglia è appena agli inizi. Trascorrono pochi mesi e, nell’ottobre dello


stesso 1830, Rosmini, dopo avere annunciato la visita del suo maestro di filosofia
(l’abate Orsi) in casa Manzoni, soddisfa la richiesta avanzatagli dallo scrittore, a
nome di Cousin, circa la diffusione del platonismo nel Tirolo. Manzoni si colloca
quindi come elemento di raccordo tra le riflessioni di Rosmini e Cousin, continuan-
do il suo faticoso apprendistato filosofico con cautela, ma sempre in sostanziale sin-
tonia con il sacerdote roveretano. Questi, come testimonia tra l’altro Tommaseo,
offriva l’esempio di una filosofia costruita sulla lezione del «divino Platone»58, co-
me faceva Manzoni in quegli anni: praticando un arioso eclettismo, che saldava il
meglio delle dottrine filosofiche antiche all’interno dell’unitaria cornice cristiana.
La lettera di Rosmini era accompagnata dai quattro volumi del saggio Sull’origi-
ne delle Idee, in cui il fondo platonico è il terreno fertile su cui si innesta in modo
originale il pensiero cristiano.
La soluzione proposta al problema individuato nel titolo del Saggio coniuga
infatti spunti platonici, che si possono cogliere nella riflessione sullo statuto delle
idee, con la visione cristiana: l’origine delle idee è ridotta alla diramazione dall’idea
originaria, assoluta e unitaria: quella dell’Essere (coincidente con Dio). Manzoni ne
fu subito impressionato, pur mostrando qualche reticenza riguardo al presupposto
innatista sostenuto da Rosmini.
L’ontologia rosminiana diventa a questo punto uno dei temi più controversi nella
feconda discussione tra i due interlocutori. Lo confermano le lettere di questo perio-
do e diverse testimonianze. Il problema estetico sembra quindi apparentemente ac-
cantonato. Si può dire che è ormai Rosmini a guidare il giuoco, e a spingere Manzo-
ni a cimentarsi in questioni più squisitamente teoretiche, anche forzandogli la ma-
no59. Lo scrittore, almeno inizialmente, si mostra riluttante a seguirlo su questa stra-

57
Cfr. A. Manzoni, Carteggio, cit., lettera 7.
58
Assaporando «il platonico miele». Cfr. N. Tommaseo, Antonio Rosmini, cit., pp. 404 e 411.
59
Lo conferma un passo della ricordata lettera di Rosmini a Mellerio del 7 dicembre del 1830: «Se
il Manzoni mi scrivesse egli medesimo la risposta a questa mia dimanda ne giubilerei come di un
trionfo; poiché spererei che dopo aver egli messo penna in carta su queste materie; non la leverebbe più
fino che non avremmo una filosofia italiana».

176
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

da, di cui teme i rischi. Egli si sente ancora inadeguato a cimentarsi nella nuova pro-
va. La sua vocazione filosofica, egli pensa, non è ancora compiuta; ritiene di poter
disputare intorno ad ardue questioni speculative, come quella ontologica, da sempli-
ce dilettante, che non ha alle spalle un adeguato apprendistato filosofico e che non
possiede alcuna inclinazione autentica per la disciplina. Ma è soltanto una posa, o
meglio una prudente esibizione di modestia.
Il 10 luglio del 1831 Manzoni può scrivere una notissima lettera a Rosmini, nella
quale esibisce una sensibilità filosofica e una finezza critica impensabili in un «esor-
diente». Il sacerdote gli ha appena inviato i suoi Principii della scienza morale, sol-
lecitandolo ad addentrarsi nei congegni complicati del suo sistema filosofico. E
Manzoni risponde da par suo: coglie immediatamente il senso generale dell’opera
rosminiana, e soprattutto non esita, sia pure con il consueto tono prudente, ad ester-
nare le sue perplessità sull’innatismo sostenuto dal Rosmini:

Ringrazio poi Don Antonio del magnifico esemplare dei Principii della
Scienza Morale. L’amore, anzi la cupidigia delle copie distinte d’opere distinte
è in me una vecchia passione: a mano a mano che m’è andata crescendo la
famiglia, mi son fatto sempre più spesso coscienza di soddisfare questa passio-
ne; ma quando, salva la coscienza, essa ottiene qualche soddisfazione, e sopra
tutto una come questa, Le so dire che me la godo davvero. La vo studiando
quest’opera, e mi trovo ad ogni istante istruito, illuminato da importanti,
recondite e non meno evidenti verità speciali; come mi pare d’intendere e di
gustare il principio generale, e mi par pure che lo gusterò sempre più andando
innanzi; tanto più che la parte che vi fa l’idea dell’essere mi sembra indipen-
dente dalla questione della sua origine; questione della quale Ella ha mostrato
l’importanza, mostrando le singolari anzi uniche relazioni di questa idea con
tutte le operazioni della mente; ma che, per me, come Ella ha potuto vedere, è
rimasta, se non piuttosto è diventata questione. E dico per me; giacché veggo
benissimo come questo modo d’intendere possa esser soggettivo, e mutarsi
anche, quando il degno soggetto arrivi ad intendere più e meglio60.

L’obiezione di Manzoni punta al cuore dell’ontologia di Rosmini e, separando


acutamente la questione dell’idea dell’essere da quella della sua origine, mette in
crisi un caposaldo del sistema rosminiano. Improbabile ritenere che egli non ne fos-
se cosciente.
Significativo è poi il riferimento, presente nella parte conclusiva della medesima
lettera, al pensiero di S. Agostino. In questo caso Manzoni si conferma conoscitore
di questioni filosofico-teologiche, dotato di notevole perizia, anche filologica, e
soprattutto erudito quanto basta per individuare le fonti da cui attingeva il suo inter-
locutore61.

60
Cfr. Epistolario, cit., p. 637.
61
Il passo in questione è il seguente: «Mi sono, a questi giorni, cadute sott’occhio alcune parole di
S. Agostino, le quali, intese con discrezione, mi par che riscontrino assai bene colle idee da Lei esposte

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 177


Alfredo Sgroi

È sul tema dell’innatismo dell’idea dell’Essere (o Dio) che si arena il sodalizio


intellettuale tra i due: Rosmini non può non ribadire la sua posizione, poiché la
rinuncia alla teoria innatista metterebbe in crisi i fondamenti del suo sistema filoso-
fico; Manzoni, a sua volta, non sembra disposto a cedere sulla «questione»62.
La tensione tra i due interlocutori sale sensibilmente. Rosmini riceve presumi-
bilmente la lettera del 10 luglio dopo qualche giorno. La risposta, «a caldo», è datata
14 luglio. Troppo presto per non pensare che le parole di Manzoni non abbiano ferito
il sacerdote roveretano, spingendolo a rispondere senza alcun indugio. Allo scrittore
Rosmini chiede conto delle sue perplessità circa l’origine dell’idea dell’Essere:

L’origine dell’idea dell’essere dic’Ella «è rimasta se non più tosto è dive-


nuta per me una questione». Or a me premerebbe moltissimo di sapere che
cosa sia ciò che Le fa sostenere l’assenso dal metterla rimasta: ci dee avere
qualche parte che non prova, qualche passo falso o alieno dal proposito in
quelle dimostrazioni che mi persuasi di dare nel Saggio. Qual è questa parte
debole, questo anello mancante o non raggiunto bene colla catena della dimo-
strazione?63

Rosmini sospetta in realtà che in Manzoni sedimenti un residuo di filosofia


empiristico-illuminista, assorbita al tempo del soggiorno francese, e alimentata dalla
recente lettura delle opere di Locke, che nel suo Saggio sull’intelletto umano (1690)
aveva recisamente rigettato l’ipotesi innatista. E che dunque si muovesse lungo il
sottile crinale che può spingere allo scetticismo, nel senso che il rifiuto dell’innati-
smo può minare le basi di quella filosofia cristiana, fondata sulla tradizione della
Patristica (si pensi all’argomento ontologico, pienamente recuperato da Rosmini),
che il sacerdote aspira a costruire. Egli tenta perciò di incalzare l’interlocutore, di
stanarlo dal suo riserbo ponendogli delle domande insidiose. Manzoni, ricevuta la
lettera, dedica alcuni giorni alla meditazione, e quindi risponde calibrando con ac-
cortezza le sue argomentazioni. La lettera in questione risale al 31 luglio del 183164.
Per la sua rilevanza ne riportiamo il testo quasi integralmente:

Nulla di più facile che renderle ragione di quella mia frase, e dirle il per-
ché io non mi risolvo intorno all’origine dell’idea dell’essere; ma la materia di
considerazione, l’occasione di nuovo svolgimento della dottrina, ch’Ella vor-
rebbe trovare in questo perché, non ce n’è punto, Don Antonio mio: è un per-
ché d’ignoranza e di debolezza semplicemente. M’era scappato dalla penna

ne’ Principii: e quantunque, testi di Padri, Ella non abbia certo bisogno che altri gliene ponga innanzi, e
forse questo Le sarà presente, lo trascrivo qui, come gliene parlerei, se avessi la consolazione di parlar-
le» (ivi, p. 637).
62
Cfr. P. Di Sacco, op. cit., pp. 69-70.
63
Cfr. Carteggio, cit., lettera 12.
64
Cfr. A. Manzoni Lettere, vol. VII, cit., pp. 638-640.

178
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

che la era rimasta per me una questione; ma, riflettendo che questo era come
dire ch’io ci avessi pensato prima ch’Ella mi ci facesse pensare, soggiunsi che
piuttosto ell’era divenuta questione; giacché il Suo Saggio è quello che me
l’ha fatta avvertire per la prima volta, e non a me solo, in fede mia. E invero, il
dimostrare, come mi par ch’Ella faccia mirabilmente la non-derivabilità di
questa idea né dalle sensazioni, né da alcun’altra idea, e oltracciò come tutte le
idee sieno una derivazione o piuttosto un’applicazione di questa, come essa sia
di necessità l’anziana, l’iniziatrice e per dir così l’anima di tutte, forzerebbe
l’intelletto a sospettare, ad avvertire una question singolare di cominciamento,
di nascita per questa idea, quando anche Ella non avesse a questa dimostrazio-
ne fatto succedere un sistema per risolverla. Ma che è che non mi lascia assen-
tire a codesta soluzione? Ahi! è il non intenderla, il non poter farmi una idea
d’una idea assolutamente indeterminata, e necessariamente non avvertita. Sen-
to a maraviglia quanto questo non-intender mio sia lontano dall’importare
non-intelligibilità della cosa: la mancanza di cognizioni anteriori necessarie
all’intelligenza di essa, e il mio esser così nuovo a queste materie debbono
averci gran parte di necessità, e può esser benissimo che il meditarvi sopra di
nuovo me la renda chiara; e certo ci tornerò sopra, col Suo libro alla mano,
s’intende, o, quel che è meglio, disputandone con Lei, giacché Ella ha la santa
pazienza di parlarmi di questi argomenti, e d’udirmi parlarne, che è più! Intan-
to, Ella mi domanda s’io lascio nel mio me la questione così pendente, oppure
se, come si usa volentieri, io mi rispondo qualche cosa, tanto per tenermi quie-
to. Io credo d’avergliene già toccato un motto, ma in verità mi vergogno di
scriverne, tanto è cosa in aria. E so anch’io che rabbia (se in Lei potesse aver
luogo un tal sentimento) ma via, che fastidio dia quel sentirsi dire ciò che pas-
sa per la testa d’un uomo che non ci ha pensato il millesimo di quel che si
doveva, sopra un soggetto al quale s’è pensato assai assai. Ma poich’Ella vuol
pure di queste sentenze, Le dirò o Le ridirò ch’io vo sospettando, arzigogolan-
do, chimerizzando che la parola, con quella virtù sui generis con la quale
move la nostra mente ad atti che senza questo mezzo essa non potrebbe pro-
durre, la porti anche a quel primo ed universale concetto dell’ente65.

Il tentativo di smorzare la possibile polemica è nello stile manzoniano: prudente


nella forma ma fermo nella sostanza. L’ultimo passo è in questo senso illuminante.
In esso lo scrittore, dopo l’ennesima proclamazione della sua ignoranza nelle que-
stioni filosofiche, lancia la stoccata finale: ipotizza che l’approdo al concetto univer-
sale dell’essere avvenga attraverso un artificio linguistico.
Rosmini non demorde, e si dimostra tutt’altro che disposto a prestare fede alle
dichiarazioni di Manzoni. Le proteste di scarsa competenza gli sembrano argomenti
pretestuosi, quasi un maldestro tentativo di sfuggire alle sue incalzanti sollecitazio-
ni. E allora non esita a tornare alla carica dopo pochi giorni, esattamente il 16 ago-
sto. Scrive allora una lunghissima lettera a Manzoni – una sorta di compendio del
Saggio – nella quale dichiara il «sospetto» che l’idea dell’Essere possa essere ridotta

65
Cfr. A. Manzoni, Lettere, cit., pp. 639-640.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 179


Alfredo Sgroi

ad una pura e semplice entità linguistica. Le conseguenze, se così fosse, sarebbero


molto gravi per il suo sistema filosofico.
Per chiarire la «questione» al suo interlocutore Rosmini fa allora ricorso alla pla-
tonica metafora della luce, assimilando l’idea dell’Essere proprio ad una sorgente di
luce che illumina tutte le altre, ponendosi come la loro unica sorgente sul piano
ontologico. Manzoni, aggiunge ancora Rosmini, non può certo sostenere l’ipotesi
scettica secondo cui dell’idea dell’Essere non si possa avere alcuna cognizione. Né
negare che a tale idea si possano attribuire molte qualità. La conclusione, quindi, è
obbligata, e ad essa Manzoni non giunge soltanto perché non riesce (o non vuole)
trarre le inevitabili implicazioni del suo stesso ragionamento:

Ella d’altro lato non solo concede che si possa predicar molte cose di que-
sta idea, molte prerogative eccellenti, singolari, anzi uniche, ma concede anco-
ra che sia l’anima di tutte l’altre idee, il che viene a dire la loro luce, quindi
l’idea non solo chiara, ma evidente, l’evidenza stessa, di cui prendono e parte-
cipano la loro chiarezza tutte l’altre idee che splendono perciò d’una luce non
propria, ma mutuata. Se non basta ciò, se si potesse ancor dubitare che pure El-
la ammette l’esistenza, e quindi la cognizione di questa idea, io addurrei a mo-
stra del contrario questo, ch’Ella stessa tenta di spiegarne l’origine con una
virtù particolare ch’Ella attribuisce al linguaggio. Io conchiudo da tutto ciò
ch’Ella non può voler dire, che dell’idea dell’essere non se n’abbia, o anche
non ne abbia la minima cognizione, il che sarebbe tutt’uno col negarne l’esi-
stenza66.

Il fatto che il soggetto non sia consapevole dell’idea dell’Essere non può impli-
care la non esistenza di essa e delle altre idee. Rosmini può anche riconoscere che
gran parte delle idee restano nel limbo dell’incoscienza, ma nega che da ciò si possa
desumere la soluzione scettica sostenuta dalla «scuola scozzese» (chiaro il riferi-
mento a Hume).
Per convincere il suo interlocutore, e metterlo in guardia dal pericolo, propone
un esempio di cui Manzoni si ricorderà nel suo dialogo Dell’invenzione: quello del-
l’agricoltore incolto in cui è possibile suscitare l’idea dell’Essere, sia pure in modo
indeterminato67.

66
Carteggio, cit., lettera 14. E ancora: «Certo l’idea dell’essere non si avverte né conosce, se non a
quella condizione, che si avvertono e conoscono tutte l’altre idee; a condizione che si rifletta sopra di
essa; non si può parlare di lei se non a condizione, ch’essa sia in noi avvertita; nessun privilegio per
essa, nessuna prerogativa speciale in questo punto sopra l’altre idee. E perché l’idea dell’essere in uni-
versale non si avverte, se non coll’uso dell’astrazione sulle idee complete o sulle percezioni, perciò
nessuna cognizione, nessun’avvertenza, nessun ragionamento di questa idea innanzi l’uso della facoltà
d’astrarre: indi nessuna meraviglia se il bambino non sa dire d’aver questa idea, e sebben mostri adope-
rarla in tutte le sue operazioni, tuttavia non dà indizio alcuno d’averla avvertita in sé stesso, poiché non
giunse ancora a fare quell’atto di ultima astrazione onde questa idea si trova e fissa in noi».
67
Cfr. A. Manzoni, Dell’invenzione, in Scritti filosofici, cit., p. 451.

180
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

Rosmini non trascura neppure di rintuzzare la ventilata riduzione dell’Essere ad


una semplice espressione verbale. Lo fa ribadendo il carattere «reale» delle idee
(compresa quella dell’Essere), che sono «il lume col quale la mente conosce le cose»,
e differenziando nettamente il piano verbale da quello ontologico delle idee stesse:

Medesimamente l’osservare, che le idee astratte si formano coll’aiuto del-


le parole, non leva, né muta la difficoltà, perché la parola non è che un segno
dell’idea, non già l’idea stessa; e non fa che stimolare, e guidare l’attenzione
della mente a pensare ad una parte più tosto che al tutto delle idee complete, o
delle percezioni da cui si astrae: sicché l’oggetto dell’attenzione, nell’idea
astratta non è la parola, ma è una parte dell’ente percepito (il quale perciò è
supposto nella mente) una parte che resta indeterminata appunto perché, è una
parte; il che basta a provare, che la mente può benissimo avere per termine del
suo atto un’idea indeterminata nel senso spiegato di questa parola68.

La risposta di Rosmini lascerà il segno: il rapporto epistolare con Manzoni si


interromperà bruscamente. Seguiranno alcuni anni di imbarazzato silenzio, durante i
quali Rosmini non smette di chiedere notizie sull’amico, mentre Manzoni mantiene
uno stretto riserbo. Soltanto nel 1836 il filo del sodalizio riprende il suo corso, per
conoscere nuovi e più fruttuosi sviluppi. Essi si possono cogliere, come si vedrà,
nella revisione a cui è sottoposto il testo delle Osservazioni sulla morale cattolica,
che avviene sicuramente all’insegna della più consapevole metabolizzazione, da
parte dell’autore, del pensiero di Rosmini.
Negli anni Quaranta e Cinquanta lo scambio epistolare diventa ancora più fitto e
denso di riferimenti ai «colloqui» che i due illustri interlocutori scambiavano a Stre-
sa. Il 14 febbraio del 1843 Manzoni si conferma lettore acuto delle opere di Rosmi-
ni, e soprattutto dimostra che il suo apprendistato filosofico è ormai pienamente
compiuto. A Rosmini annuncia infatti di avere letto attentamente altre sue opere e di
averne ammirato lo spessore speculativo, oltre che le sottigliezze dialettiche69.
Pochi giorni dopo i ruoli si rovesciano e tocca a Rosmini vestire i panni del di-
scepolo diligente, pronto a riconoscere la superiorità del magistero manzoniano sul-
la questione della lingua. Così, il 25 febbraio, scrive all’amico:

68
Carteggio, cit., lettera 14.
69
«Con viva riconoscenza, e con ugual piacere, ho ricevuto la nuova parte delle Sue opere; ho let-
to gli opuscoli filosofici che non conoscevo ancora; e ho ammirato, secondo il solito, codesta Sua dia-
lettica così acuta nello scoprir gli errori dell’obiezioni, e, ciò che è più, ma molto più, così profonda
nello scoprirci l’omissioni. Anzi non è soltanto più; è altro; e lì la dialettica non è che un’attenta, agile e
robusta serva». Cfr. Lettere dal 1833 al 1853, cit., p. 278. All’inizio del 1843 a Milano, presso la tipo-
grafia Pogliani, Rosmini aveva pubblicato il secondo volume delle Prose ecclesiastiche, gli Opuscoli
morali e il secondo volume della Filosofia del diritto. Gli «opuscoli filosofici» a cui fa riferimento
Manzoni sono in realtà proprio gli Opuscoli morali. Le altre opere, evidentemente, erano già a lui note.
Ricordiamo per inciso che quest’opera ravvivò ancora di più la polemica tra Rosmini e i Gesuiti (si
vedano le lettere di Rosmini a Manzoni del 28 febbraio e del 3 marzo), tanto che il mese successivo
Gregorio XVI fu costretto ad intervenire d’autorità per troncare ogni disputa.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 181


Alfredo Sgroi

Mi fu riferito che Ella ebbe la bontà di consegnare al Sacerdote Cusani per


me un esemplare della magnifica Sua edizione de’ Promessi Sposi: è ancora a
Milano non volutosi arrischiare al viaggio pel tempo acquazzoso: ma l’aspetto
per impararvi molte cose di lingua, se pur saprò; giacché sento troppo che a
poter imparare di lingua non si dovrebbe essere a Stresa fra questa lingua par-
lata e il detto latino teologico; dall’una e dall’altro de’ quali è difficile lo scher-
mirsi70.

Lo scambio epistolare prosegue regolare negli anni successivi, alimentando un


sodalizio sempre più stretto e che, soprattutto a cavallo dei tumultuosi avvenimenti
del 1848, si incentra principalmente su questioni di filosofia pratica.
Dopo il 1848, che vede Rosmini impegnato in una febbrile attività per tentare di
scuotere la secolare inerzia papale e trascinare il Pontefice a fianco del Regno di Sar-
degna nella guerra contro l’Austria, mentre Manzoni mantiene la consueta posizione
di discreto riserbo, il tema etico-politico si eclissa, mentre tornano in primo piano le
disquisizioni filosofiche71. Manzoni, in questa fase, arricchisce le sue conoscenze,
muovendosi con la guida sicura del sacerdote roveretano, che gli suggerisce letture e
temi, che poi puntualmente agiranno nei dialoghi filosofici degli anni Cinquanta.
Tra lo scorcio finale del 1849 e l’inizio del 1850, sempre sotto l’egida di Rosmi-
ni, Manzoni avvia dunque intense ricerche filosofiche, e i suoi studi orbitano intorno
al pensiero platonico. Lo confermano alcune lettere di questo periodo72, in cui Ro-
smini è sempre più prodigo di consigli, trovando finalmente nel suo interlocutore
quella piena adesione in precedenza, e a più riprese, messa in discussione. Il Manzo-
ni non più recalcitrante può così accogliere pienamente quanto il sacerdote gli sug-
gerisce il 13 novembre del 1850. Rosmini lo invita a dedicarsi alla composizione di
un dialogo Sul piacere (quello sull’Invenzione è già pronto), nonché alla trattazione
sistematica, ma sempre nella congeniale forma dialogica (sul modello platonico),
del tema «dell’unità delle idee». Insomma, Rosmini ha finalmente trovato in Manzo-
ni il geniale propagatore delle sue teorie filosofiche. Per questo motivo lo invita in

70
Lettere, cit., p. 817. Cfr. pure Carteggio, cit., p. 65. Sulla questione della lingua Rosmini si sof-
fermerà in una lunga lettera del 14 ottobre del 1843, nella quale, facendo riferimento al saggio manzo-
niano Della lingua italiana, dichiara di condividere sostanzialmente la soluzione «fiorentina», sia pure
con qualche cautela («pare dover essere più facile [...] il volere cooperatori nella formazione di questa
lingua tutti gl’italiani e principali i fiorentini, anzi che affidar tutta l’opera ai fiorentini». Cfr. Carteg-
gio, cit. Il testo Della lingua italiana si può leggere in A. Manzoni, Scritti non compiuti, a cura di M.
Barbi e F. Ghisalberti, Milano, Casa del Manzoni, 1950, pp. 223-267. Sulla questione cfr. G. Beschin, Il
linguaggio e la questione della lingua nel carteggio Manzoni Rosmini, in AA.VV., Il pensiero di A.
Rosmini a due secoli dalla nascita, Brescia, Morcelliana, 1999.
71
Sulle posizioni politiche di Rosmini Cfr. M. Cuciuffo, Morale e politica in Rosmini, Milano,
Marzorati, 1967, in particolare pp. 101-113.
72
Si vedano le lettere del 20 novembre del 1849 e del 6 gennaio del 1850. Nella prima Manzoni
annuncia l’intenzione di visionare il Fedone di Platone, nella successiva ringrazia Rosmini per le «noti-
zie platoniche» che egli gli ha trasmesso. Cfr. A. Manzoni, Lettere, cit., pp. 496-499.

182
«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

modo pressante a dedicarsi proprio alla cruciale questione dell’unità delle Idee, che
rappresenta un perno fondamentale del suo sistema filosofico73.
Lo scrittore è però, in questo periodo, molto impegnato nella revisione delle
Osservazioni della morale cattolica, una revisione dispendiosa, e ben più cospicua
di quanto egli avesse preventivato, ma proprio perché le nuove prospettive filosofi-
che maturate grazie a Rosmini impongono una diversa strategia compositiva. Il
sacerdote roveretano ne è entusiasta, e in una lunga lettera del 24 gennaio del 1851
dichiara di pregustarne la profondità.
In realtà, la rielaborazione delle Osservazioni sarà molto più lunga e tribolata del
previsto. Alla fine dello stesso 1851, quindi a distanza di un anno, Manzoni lo con-
fessa apertamente:

Avendo poi dovuto metter mano alla correzione della Morale Cattolica, ho
anche dovuto avvedermi subito, che la correzione non poteva essere semplice-
mente tipografica; ed eccomi ingolfato in un continuo e minuto lavoro. Questo
m’ha stornato anche dal pensare al dialogo che disegnavo; e devo ora, per dir
così, rifarmelo in mente, per presentargliene un sunto, e in parte un saggio, affine
di sentire da Lei se ci sia il fondamento bono, e d’essere avvertito degli sproposi-
ti che avrei potuti mettere anche sul bon fondamento, e delle cose utili che
potranno così facilmente essere sfuggite a me, come venire in mente a Lei74.

In effetti, debbono trascorrere ancora tre anni prima che Manzoni possa comuni-
care al suo interlocutore di esser giunto ai due terzi del lavoro di revisione75. Nel

73
Cfr. Carteggio, cit., pp. 135 e ss. Nella stessa lettera Rosmini si spinge ad immaginare un ulte-
riore dialogo Sul mondo metafisico, o se non piacesse questo titolo Sulla relazione del reale coll’ideale.
Per inciso, la dimostrazione dell’unità delle idee risale al Platone del Parmenide e del Sofista, testi che
Manzoni ben conosce e ammira, tanto da apporre come epigrafe del dialogo Dell’invenzione proprio un
passo tratto dal Sofista.
74
Cfr. A. Manzoni, Lettere, cit., p. 564. A proposito dei suggerimenti di Rosmini: «Il dialogo sul-
l’unità dell’idea, se mai mi trovassi nella o vera o falsa fiducia di poterlo fare passabilmente, potrebbe
avvenire tra i due interlocutori già messi in campo. La fretta di SECONDO, che non vorrebbe fare la
strada lunga dello studio, per arrivare alla questione già accennata nell’altro dialogo, potrebbe sommi-
nistrare il pretesto d’un novo, e un pretesto drammatico. Ma, con l’intenzione manifestata di studiare
insieme, il dibattimento tra que’ due non potrebbe esser tirato più in lungo, senza stiracchiamenti. Intro-
durrei dunque un TERZO, uomo non di studi sistematici, ma di lettura varia e occasionale, il quale,
avendo letto di fresco l’opuscolo del Verri «sull’indole del piacere», anderebbe da PRIMO, per sentire
cosa ne pensi. Ci si troverebbero l’interlocutore e il testimonio, dell’altro dialogo. PRIMO, allegando
d’aver letto l’opuscolo una volta sola, e da un pezzo, ne farebbe parlare il novo interlocutore. Si passe-
rebbe in fretta e d’accordo sul vizio essenziale della definizione del Verri, che pone l’essenza del piace-
re in una negazione. TERZO citerebbe, senza però mostrarsene persuaso, tre altre definizioni confutate
dal Verri, una del Descartes, l’altra del Wolf, l’altra del Sulzer: sulle quali si passerebbe ancora breve-
mente, ma non inutilmente per la discussione avvenire» (ivi, pp. 564-565). Segue l’articolato canovac-
cio dell’ipotizzato dialogo sull’unità delle idee.
75
Cfr. la lettera a Rosmini del 18 febbraio 1854, in A. Manzoni, Lettere dal 1854 al 1873, Milano,
Mondadori, 1970, pp. 4-5. Utile G. Beschin, Il dialogo Manzoni-Rosmini: un itinerario verso la verità,

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 183


Alfredo Sgroi

marzo dello stesso anno lo scrittore può finalmente trasmettere il testo completa-
mente rivisto a Rosmini76, il quale risponde a stretto giro lodando la tempestività
della riedizione del saggio manzoniano:

Non c’è libro più opportuno in questi momenti pel Piemonte delle Osser-
vazioni sulla Morale Cattolica, e c’è persona di bone intenzioni che vorrebbe
sapere, se l’autore ne permetterebbe una ristampa in forma piccola ed econo-
mica da farsi dopo che l’opera fosse uscita intera. Qui l’eresia si rimove tutta
per far proseliti; e la Morale cattolica non solo combatte l’eresia, ma fa cono-
scere collo stesso discorso la religione cattolica, a cui solo nuoce l’essere pur
troppo ignorata da moltissimi: non solo distrugge, ma edifica. Si bramerebbe
dunque sapere se Donn’Alessandro ne darebbe la licenza. Io ho letto il fascico-
lo con novo piacere, e non provai altro scontento che d’arrivare alla fine così
presto, ma mi consolai colla promessa stampata sulla coperta77.

La nuova edizione delle Osservazioni non delude, quindi, le aspettative di


Rosmini, che vede nell’opera l’ulteriore conferma della piena assimilazione del suo
magistero da parte dello scrittore.
Si può dire che le diverse correzioni apportate rispetto alla prima edizione irro-
bustiscono sensibilmente la componente speculativa del saggio. Il che rende ancor
meno giustificabile il noto preambolo dell’opera, nel quale Manzoni, già nella prima
edizione, si definiva «debole, ma sincero apologista d’una morale il cui fine è l’a-
more». E precisava poco oltre: «Non è questa una discussione speculativa»78.
Questa dichiarazione di intenti tradisce però il vero significato delle Osservazio-
ni, che non può essere riduttivamente considerato soltanto un testo apologetico: si
tratta infatti di un vero e proprio saggio filosofico, in cui la densa speculazione etica
si arricchisce di implicazioni estetiche e gnoseologiche, ancor più dopo il processo
di rielaborazione.
Le Osservazioni sono un’opera che presenta una complessità molto più accentua-
ta di quanto l’autore non voglia far credere. Soprattutto nella redazione definitiva,
quella del 1855, in cui l’impronta del pensiero rosminiano è manifesta non solo nelle
tante varianti introdotte rispetto alla prima redazione, ma anche nelle corpose aggiun-
te79. A cominciare dalla fondamentale Appendice al capitolo III, di straordinaria den-

in AA.VV., Rivisitazione manzoniana. Attualità del messaggio, Olginate (LC), CE.I.S.L.O., 1998, pp.
201-225.
76
Lo testimonia una lettera del 14 aprile 1854. Cfr. ivi, p. 8.
77
La lettera è del 21 maggio del 1854. Cfr. Carteggio, cit., p. 171. Un anno dopo, il 5 luglio 1855,
Rosmini morì assistito da Manzoni e Tommaseo.
78
Cfr. A. Manzoni, Osservazioni sulla morale cattolica, cit., p. 54.
79
La storia del passaggio dalla prima alla seconda redazione è stata ricostruita a suo tempo da A.
Lupi, Le «Osservazioni sulla morale cattolica». Studio sulla loro formazione, dai manoscritti alle due
edizioni, in «La Rassegna», n. 47, 1939, pp. 1-23, 93-117 e 216-227.

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«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

sità filosofica, che costituisce un vero e proprio saggio a sé stante, peculiare per lin-
guaggio e metodo argomentativo. Frutto, appunto, della piena assimilazione del pen-
siero di Rosmini e di un attento processo di rielaborazione tematica e formale80.
L’argomento del terzo capitolo delle Osservazioni è: Sulla distinzione di filoso-
fia morale e di teologia81. Si tratta di un problema particolarmente importante sul
piano squisitamente filosofico: in esso Manzoni si cimenta in una critica serrata di
quelle filosofie moderne che, sulla scia del Montesquieu, erano approdate alla kan-
tiana proclamazione dell’assoluta autonomia della morale. Il che, dal suo punto di
vista, contrasta con l’assunto secondo il quale:

È evidente che non si può prescindere dal Vangelo nelle questioni morali:
bisogna o rigettarlo, o metterlo per fondamento. Non possiamo fare un passo,
che non ci si pari davanti: si può far le viste di non accorgersene, si può schi-
varlo senza urtarlo di fronte; non essere con lui, senza essere contro di lui; si
può, dico, in parole, ma non in fatto82.

La morale, insomma, o è rigidamente fondata sulla concezione cristiana espressa


nei Vangeli o scade in un inaccettabile relativismo, moltiplicandosi in mille rivoli
alimentati da un soggettivismo esasperato.
Per Manzoni, invece, la morale deve essere una, universale e oggettiva. E per
essere tale deve restare nell’alveo della religione cristiana. In questo senso essa è
riconducibile ad un insieme di regole che sono impresse nell’anima del soggetto
direttamente da Dio. Si tratta, quindi, di norme innate, che hanno come sorgente uni-
ca e infallibile la divinità. Perciò occorre rigettare il soggettivismo morale, con la
sua pretesa di sganciare l’etica dalla religione cristiana, ma anche la corrosiva critica
all’innatismo condotta da Locke e dall’empirismo illuminista. Il rovesciamento di
prospettiva rispetto al passato è dunque radicale.
Proprio la denuncia dei pericoli di una morale scristianizzata e l’attacco frontale
all’antiinnatismo rappresentano i momenti in cui più forte si avverte l’influsso della
lezione di Rosmini. Non a caso, a margine di questa argomentazione, Manzoni ag-
giunge una nota esplicativa nell’edizione del 1855, nella quale riconosce apertamen-
te il debito contratto nel frattempo con il sacerdote-filosofo, indicando pure le opere
in cui lo stesso Rosmini ha costruito l’edificio di una scienza morale autenticamente
cristiana, ed indispensabile, si può aggiungere, alla costruzione di un’arte «morale»
e veramente fondata sull’unica verità:

Il filosofo che ha data alla morale razionale la forma rigorosa di scienza,


dimostrando la sua derivazione da una legge evidente e illimitatamente appli-

80
L’elenco delle correzioni è in O. A. Mencacci, Le correzioni alle Osservazioni sulla morale cat-
tolica di Alessandro Manzoni, Perugia, Università Italiana per Stranieri, 1989.
81
Cfr. A. Manzoni, Scritti filosofici, cit., p. 69.
82
Ivi, p. 70.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 185


Alfredo Sgroi

cabile, e dimostrando di più il nesso naturale e necessario di questa legge col


principio supremo e universale d’ogni verità (Rosmini, Princìpi della scienza
morale), è anche quello che, con un’altezza e vastità d’argomenti dalla quale
sono troppo lontani questi nostri cenni, ha dimostrata la deficienza naturale di
questa scienza riguardo all’idea intera e perfetta della moralità, e la sua impli-
cita dependenza dalla morale soprannaturale e rivelata, nella quale sola può
trovare il suo compimento. Le quali due conclusioni, cioè verità e imperfezio-
ne della morale naturale, non che contradirsi, sono intimamente connesse e
dedotte da uno stesso principio; giacché, è appunto per mezzo dell’idea intera
e perfetta della moralità quale c’è manifestata dalla rivelazione, che si dimo-
stra come la morale naturale ne sia e un’applicazione legittima, e un’applica-
zione inadequata e tronca. V. specialmente la Teodicea e l’Introduzione alla
filosofia (I, II, III e IV); e per l’uno e l’altro argomento, la Storia comparativa
de’ sistemi intorno al principio della morale, del medesimo autore83.

Che le Osservazioni non siano un’opera esclusivamente apologetica lo conferma


una feconda contraddizione dell’autore, che fin dal primo capitolo getta le basi di
una sostanziale convergenza dell’aspetto apologetico, comunque innegabilmente
presente, con quello propriamente speculativo. Si consideri il passo seguente: «Cer-
to la fede include la sommissione della ragione: questa sommissione è voluta dalla
ragione stessa [...]»84.
La saldatura e la continuità tra la religione, e quindi l’apologia, e la razionalità è
poi accentuata nel passaggio alla redazione del 1855.
Sono numerosi i passi che attestano questo dato, come ha dimostrato in un luci-
do saggio Francesco Bruni85. In questi casi Manzoni contempera la lezione dei «gran
moralisti» del Seicento (da Bossuet a Bourdaloue) con quella rosminiana, mantenen-
do sostanzialmente il tono stilistico della prima edizione, ma ampliando le parti filo-
sofiche fondate sulla attenta lettura della principali opere di Rosmini, a cominciare
dal Nuovo Saggio sull’origine delle idee86.
A mutare è dunque il lessico intellettuale e la prospettiva filosofica, che assume
una connotazione spiccatamente razionalista, tesa, sempre sulla scorta della lezione
rosminiana, a rimarcare la «ragionevolezza» del cristianesimo. Il che, sul piano eti-

83
A. Manzoni, Scritti filosofici, p. 83. L’influsso di Rosmini è ancora più evidente nell’Appendice,
in cui è preso in esame il «sistema che fonda la morale sull’utilità» (ivi, pp. 213-257). In questo caso
Manzoni ripropone le argomentazioni del Rosmini politico e moralista, preoccupato di ricondurre la
dimensione sociale (politica e morale) dell’uomo all’unità dell’ente divino.
84
Vale dunque la notazione di Fabris, per il quale «Per Manzoni la religione non era che la conti-
nuazione della filosofia». Cfr. C. Fabris, Memorie manzoniane, Firenze, Sansoni, 1959, p. 24.
85
Cfr. F. Bruni, Prosa e narrativa dell’Ottocento, Firenze, Franco Casati Editore, 1999, pp. 60 e ss.
86
È stato opportunamente ricordato che le scelte stilistiche che caratterizzano le Osservazioni, cal-
cate dai moralisti francesi, si rintracciano anche all’interno del romanzo, in particolare nel celebre epi-
sodio dell’incontro tra Federigo Borromeo e don Abbondio. Cfr. G.I. Ascoli, Scritti sulla questione del-
la lingua, Torino, Einaudi, 1975, pp. 50-55.

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«L’amicizia più fraterna»: Manzoni e Rosmini

co, si traduce in una più chiara convergenza tra ragione e morale, tra intelletto e
volontà.
Lo conferma il confronto tra passi paralleli, in cui il passaggio dalla prima alla
seconda edizione evidenzia la nuova attenzione di Manzoni nei confronti del nesso
sopra ricordato. Ad esempio, quando scrive: « Ogni sistema ha una parte di fondamen-
to nella natura umana, cioè nella ragione, o nel sentimento», il medesimo passo diven-
ta poi: «Ognuno di quei sistemi ha una parte di fondamento nell’una o nell’altra ten-
denza della natura umana, cioè o nella stima della virtù, o nel desiderio della felicità».
L’impronta rosminiana è prevalente anche nel trattato Del Romanzo Storico, nel
quale non solo Manzoni ricalca di fatto in ampi tratti lo schema dialogico mutuato
dal modello platonico-rosminiano, ma riprende metodi e argomentazioni che il sa-
cerdote roveretano ha definito nei suoi saggi di estetica. Lo attesta il noto brano in
cui, dopo avere rintuzzato le possibili obiezioni sullo statuto ambiguo del romanzo
storico, Manzoni ribadisce la centralità della sua scelta realistica:

L’arte è arte in quanto produce, non un effetto qualunque, ma un effetto


definitivo. E, intesa in questo senso, è non solo sensata, ma profonda quella
sentenza, che il vero solo è bello; giacché il verosimile (materia dell’arte)
manifestato e appreso come verosimile, è un vero, diverso bensì, anzi diversis-
simo dal reale, ma un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlar con più
precisione, irrevocabilmente: è un oggetto che può bensì esserle trafugato dal-
la dimenticanza, ma che non può essere distrutto dal disinganno87.

Il momento culminante dell’assimilazione del pensiero di Rosmini coincide cer-


tamente con il dialogo Dell’invenzione, composto a Lesa tra il 1849 e il 1850, ed
infine pubblicato nel IV fascicolo delle Opere varie edite dalla tipografia milanese
Redaelli88. In esso il problema estetico viene riformulato alla luce delle teorie rosmi-
niane, assumendo un’impostazione e un carattere decisamente diverso rispetto a
quello presente negli scritti precedenti. Adesso Manzoni riduce l’invenzione artisti-
ca al rinvenimento di un’idea che, in quanto tale, è unica, eterna, immutabile. E,
soprattutto, collocata ab aeterno nella mente di Dio, là dove è rintracciata dall’arti-
sta, il quale nulla «crea», ma solo «ri-trova» attingendo alla sorgente divina e cer-
cando sempre più di ritornare ad essa. Arte e religione, logica ed etica, si congiungo-
no perciò insieme inestricabilmente, dando vita ad un edificio unitario e piramidale,
al cui vertice si colloca Dio89.

87
Cfr. A. Manzoni, Del romanzo storico, in Opere, Napoli, Ricciardi, 1963, pp. 1055-1114, cit., p.
1062. La stessa argomentazione si ritrova formulata, quasi con le medesime parole, nel dialogo Dell’in-
venzione.
88
Cfr. A. Manzoni, Opere filosofiche, cit., pp. 419-482. Il dialogo riprende testualmente alcuni
brani del precedente Del romanzo storico, incentrati specialmente sulla distinzione tra la funzione dello
storico e quella del poeta.
89
Cfr. P. Di Sacco, op. cit., p. 80.

OTTOCENTO MAGGIORE E MINORE: I GENERI, LE FORME E LA STORIA 187


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L’arte, dunque, altro non è che una costruzione artificiosa che imita il vero in
quanto è basata sull’unità e semplicità delle idee. Queste ultime sono innate e
l’artista, come tutti gli uomini, le può cogliere nella sua anima, dove sono state col-
locate da Dio. Perciò l’artista stesso non può essere considerato un creatore, dato che
egli «Deduce il verosimile dal vero; imita la natura, senza copiarla. E dedurre, imita-
re, non è né creare, né trovare»90.
Manzoni, tuttavia, ribadisce la necessità di riaffermare l’autonomia dell’arte,
soprattutto rispetto alla storia. Ma al contempo è soprattutto preoccupato di riaffer-
marne il carattere razionale, contro ogni tentazione di trasformarla in un’espressione
istintiva del soggetto, totalmente sganciata dalla sua razionalità. Sarebbe, questa,
una soluzione inaccettabile, tanto più dopo che, avendo accolto in pieno le concezio-
ni filosofiche di Rosmini, l’intera impalcatura del reale è considerata un’unitaria e
coerente emanazione del pensiero divino. E quindi di quelle idee che rappresentano i
paradigmi eterni ed immutabili a cui tutto, nulla escluso, è conforme per volontà di
Dio. Compresa quindi l’arte stessa, distinta ma non separata dalla realtà. Poiché tut-
to ciò che è reale è ideale, e tutto ciò che è ideale e reale fa capo a Dio.
L’artista nulla può dunque inventare o creare, ma soltanto può e deve trasporre
nelle sue opere quella bellezza ideale eterna che egli coglie più intensamente degli
altri uomini nella mente di Dio: «L’inventare non è altro che un vero trovare; perché
il frutto dell’invenzione è un’idea, o un complesso d’idee; e l’idee non si fanno, ma
sono, e sono in un modo loro»91.
La fonte remota di questa argomentazione è sicuramente il Platone ricordato nel-
l’epigrafe del dialogo, e a lungo studiato negli anni della faticosa composizione. Ma
si tratta di un Platone filtrato attraverso la lezione della Patristica, a cominciare da S.
Agostino, e soprattutto della mediazione del Rosmini della Teosofia, che aveva
sostenuto: «Le idee non si possono negare senza distruggere il pensiero ed il ragio-
namento»92.
Manzoni sa bene che la sua trattazione non ha lo spessore speculativo del model-
lo a cui egli guarda. E per questo rimanda ad una delle opere più complesse di
Rosmini, nella quale egli indica la sua principale fonte, ma aggiungendo significati-
vamente che quello di Rosmini stesso è in realtà un pensiero organicamente sistema-
tico, in cui ciascuna parte è strettamente connessa con le altre. Perciò uno dei prota-
gonisti del dialogo, «Primo», può rispondere al suo interlocutore («Secondo») che
gli chiede una trattazione di più ampio respiro sul rapporto idee-reale:

Ma, per fortuna, è fatto. Eccolo lì: Rosmini, Ideologia e Logica, volume
quarto. Lì troverete le risposte ai quesiti che, per la mia parte, sono contentissi-

90
A. Manzoni, op. cit., p. 434.
91
Ivi, p. 449.
92
A. Rosmini, Teosofia, libro IV, n. 116. Su questi aspetti cfr. P. Prini, op. cit., pp. 84-85.
93
A. Manzoni, Scritti filosofici, cit., p. 452.

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mo d’avervi tirato a fare; e vedrete di più, che anche il poco che ho detto, e
che, del resto, bastava al nostro argomento, non è roba mia [...] E v’avverto
che quel volume ha un inconveniente prezioso, che è di non poter esser letto
senza quelli che lo precedono. In quanto poi al leggere quelli che seguono, e
sono un’esposizione e un’applicazione sempre più vasta, e sempre mirabil-
mente consentanea, dello stesso principio93.

In realtà, l’influsso del pensiero di Rosmini opera anche sul romanzo nella sua
redazione definitiva, sia pure sottotraccia e in modo obliquo. Ad esempio nella
metamorfosi del ritratto di don Ferrante, e nell’annessa feroce satira della filosofia
Scolastica.
Tommaseo ha scritto che Rosmini amava del romanzo soprattutto l’innervatura
filosofica e la limpidezza delle idee:

E ne’ Promessi Sposi lodava un pregio non notato da’ più, la nettezza con
cui nel costrutto le idee si compatrono e, coerenti tra sé, l’una pure dall’altra
ha risalto; com’albero che nella sua unità si dispiega in rami94.

Non sappiamo se Manzoni ne fosse al corrente. Ma certo, ne sarebbe stato orgo-


glioso.

94
N. Tommaseo, Antonio Rosmini, cit., pp. 410-411.

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