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L’EMPOWERMENT TRA INDIVIDUO E ORGANIZZAZIONE

Il concetto di empowerment (letteralmente, “accrescere in potere”) proviene dagli studi di


politologia che si indirizzavano all’analisi di quei gruppi e movimenti statunitensi impegnati, tra gli
anni ‘50 e ’60, nell’azione per i diritti civili e sociali della popolazione di colore ed anche su altri
temi, quali la guerra in Vietnam e l’emancipazione della donna. Il concetto di empowerment fa
riferimento alla possibilità, da parte dei più deboli, poveri, svantaggiati, emarginati di emanciparsi
da una condizione caratterizzata da assai limitate opportunità. Un’emancipazione costituita anche
dal rifiuto di far cadere i problemi da essi sollevati sotto il mero dominio dell’assistenza pubblica,
che, dato il tipo di Welfare americano, finiva col divenire un meccanismo che, mentre da un lato
offriva risorse materiali di sussistenza, dall’altro lato rinforzava passività, emarginazione.
L’empowerment rappresenta il processo attraverso il quale queste categorie sociali sono aiutate ad
assumersi le loro responsabilità attraverso lo sviluppo di capacità che danno accesso ad opportunità
prima impensate, e che consentono il godimento dei risultati associati al sentimento di dominio
sugli eventi e di appropriazione delle situazioni.
Contenuto
Concetto di empowerment
Il concetto di empowerment (letteralmente, “accrescere in potere”) proviene dagli studi di
politologia che si indirizzavano all’analisi di quei gruppi e movimenti statunitensi impegnati, tra gli
anni ‘50 e ’60, nell’azione per i diritti civili e sociali della popolazione di colore ed anche su altri
temi, quali la guerra in Vietnam e l’emancipazione della donna.
Il concetto di empowerment fa riferimento alla possibilità, da parte dei più deboli, poveri,
svantaggiati, emarginati di emanciparsi da una condizione caratterizzata da assai limitate
opportunità. Un’emancipazione costituita anche dal rifiuto di far cadere i problemi da essi sollevati
sotto il mero dominio dell’assistenza pubblica, che, dato il tipo di Welfare americano, finiva col
divenire un meccanismo che, mentre da un lato offriva risorse materiali di sussistenza, dall’altro
lato rinforzava passività, emarginazione. L’empowerment rappresenta il processo attraverso il quale
queste categorie sociali sono aiutate ad assumersi le loro responsabilità attraverso lo sviluppo di
capacità che danno accesso ad opportunità prima impensate, e che consentono il godimento dei
risultati associati al sentimento di dominio sugli eventi e di appropriazione delle situazioni.
Procedere con interventi di empowering significa non “curare” qualcosa che è visto come malattia,
ma piuttosto attivare risorse e competenze, accrescere nei soggetti individuali e collettivi la capacità
di utilizzare le loro qualità positive e quanto il contesto offre a livello materiale e simbolico per
agire sulle situazioni e per modificarle.
La questione del potere
I volti del potere
Il fatto che il concetto di empowerment appaia enigmatico e sfuggente è dovuto a quanto di ben più
ambiguo è contenuto nell’immensa polisemia che contraddistingue la nozione stessa di potere.
Al potere si associa in generale il senso dell’imposizione, della dominazione, della manipolazione e
spesso del sopruso.
Il potere, se riguardato da un’ottica antropologico-psicologica, ha anche altre facce, che ne
esprimono la costruttività e non solo l’aspetto oppressivo. E’ il potere di, invece che il potere su:
inteso come caratteristico specie-specifica dell’essere umano che lo spinge non solo a
“padroneggiare” la natura e le cose, ma a plasmarle.
Il potere su di sé è qualcosa di più ambiguo e più affascinante: è la possibilità che l’essere umano ha
di costruirsi in una dimensione di autonomia, di autogoverno, di libertà, al di là delle sue angosce e
delle sue sofferenze.
In definitiva, il concetto di potere rimanda ad un tipo particolare di relazione degli esseri umani con
il mondo e tra loro.
I due volti della relazione con l’Altro intrecciano i due volti del potere, costruttivo e oppressivo. Si
può riguardare la modalità cooperativa della relazione interumana come un aspetto del meccanismo
ipotetico che tiene insieme la società e che ne è alle origini. Sull’altro versante, si può vedere la
modalità competitiva come espressione di una penuria di risorse, di una difficoltà per procurarsele e
forse anche di una disparità nelle risorse personali, fisiche e psichiche. Attraverso questa
dimensione, che percorre tutta la storia umana, il potere di fare diviene un potere su: cioè il potere
che permette ad alcuni di utilizzare gli altri come mezzi per fare e trasformare in funzione del
proprio benessere.
Le relazioni di potere intrecciano profondamente e costantemente i loro due volti: quello in certo
senso costruttivo, non solo per il singolo, ma per la comunità, e quello in cui il desiderio di dominio
si esprime come pura volontà di prevalere sull’Altro, di una identità che riesce ad esistere solo
negando l’identità altrui.
Il potere al di là dell’azione
Poiché il potere mette in gioco essenzialmente la dimensione dell’azione, esso dovrebbe essere
sempre considerato come un fenomeno intenzionale. Questa era la tesi di B. Russell.
Secondo altre concezioni, le relazioni di potere possono agire al di là di ogni intenzione.
Si può convenire che nel concreto della vita sociale si danno situazioni in cui individui e gruppi
appaiono subire pressioni che ne determinano posizionamenti, condotte, atteggiamenti spesso di
rilevanza, al di là di ogni rilevabile intenzione (volontà, desiderio) della sorgente (individui,
organizzazioni, istituzioni) che sta all’origine di tale pressione.
Il carattere intenzionale delle pressioni esercitate dalla pubblicità e dalla propaganda appare ben
evidente.
Tutti subiamo però quotidianamente pressioni assai meno intenzionali e palesi, ma non meno forti,
provocate dal semplice fatto che talune caratteristiche di determinate persone (o categorie sociali)
esistono come caratteristiche dotate di potere. Nell’ambito delle relazioni sociali, le categorie si
caricano di elementi di valore, cioè di dissimmetrici aspetti di potere.
Quell’insieme di “pressioni” più o meno palesi, attraverso i meccanismi del confronto sociale,
finiscono col provocare sentimenti di “impotenza” e di frustrazione in certe categorie sociali
(specialmente in fasce di età giovanile), suscettibili di sfociare sia in fenomeni di passività, di
autoemarginazione e di disimpegno dalla vita collettiva, sia in espressioni di relazione aggressiva e
violenta.
(Si noti la distinzione tradizionale tra potere attuale e potere potenziale –cioè tra potere esercitato e
capacità non ancora messa in atto di influenzare le condotte altrui).
Alcune forme e meccanismi del potere
Secondo French e Raven, due collaboratori di Lewin, il potere è visto come un sistema di relazioni
in cui gli aspetti oggettivi e quelli soggettivi sono costantemente articolati in un ambito nel quale il
potere è visto non come un rapporto a senso unico, ma come l’emanazione di interazioni di
influenza reale e percepita, del modo di esercitarla e di subirla.
TIPOLOGIA di French e Raven:
• Potere coercitivo: è quello che si esprime classicamente per mezzo della capacità di infliggere
all’altro danni, sia attraverso azioni direttamente punitive sia attraverso minacce che nella nostra
società sono spesso attuate in forma indiretta.
• Potere di ricompensa: è diffuso, si esercita attraverso la concessione di benefici che consistono
nella rassicurazione del mantenimento di ciò che il soggetto influenzato già possiede, per quanto
modesto possa essere: situazioni non rare nell’ambito del lavoro più o meno clandestino, in cui
persone disempowered, costrette ad accettarlo, divengono ancora più miserabili a causa del senso di
precarietà che le opprime.
Il meccanismo di punizioni-premi ha un nucleo generativo comune: ma dissimile è la dinamica
implicata dal potere coercitivo rispetto a quello di ricompensa. Il primo richiede da colui che lo
esercita una sorveglianza costante sui sottoposti, mentre al contrario il potere ottenuto attraverso
ricompense diminuisce le resistenze: non solo non necessita di sorveglianza, ma può eccitare nei
subordinati sentimenti positivi ed una vera dipendenza affettiva. Attraverso di essa, può
determinarsi il potere di riferimento.
• Potere di riferimento: poggia su basi psicologiche, cioè su una vera e propria identificazione del
subordinato con l’influenzante, la quale porta il primo a far propri le norme ed i valori del secondo,
soprattutto in situazioni sociali confuse ed ambigue sul piano valoriale. In tali situazioni può
avvenire che i soggetti più insicuri attuino processi di identificazione con altri percepiti come
depositari di norme e di valori atti a rendere la situazione più sicura, le scelte più facili, e la gente
più tranquilla. L’individuo, o il gruppo, che appare come sicuro, capace di mettere in gioco valori
certi e norme salde acquista così uno specifico potere. Il senso di quei valori e di quelle norme può
passare in secondo piano: quello che conta è la loro certezza e la sicurezza che può derivarne.
• Potere dell’esperto: Si basa su meccanismi di dipendenza. L’esperto è colui che essendo in
possesso di conoscenze specificamente necessarie ad un altro, si trova in una posizione per cui
quest’ultimo diviene da lui dipendente per le sue necessità. Quanto più le necessità si prolungano,
tanto maggiore diviene il potere dell’esperto. La dipendenza tenderà poi a diminuire nella misura in
cui il primo acquista parte delle conoscenze dell’esperto.
Vari punti in comune: spesso il potere dell’esperto non è che un aspetto particolare del potere di
riferimento nella misura in cui, quando si riconosce la maggiore competenza specifica dell’esperto,
può accadere che esso diventi anche il punto di riferimento delle norme e dei valori del gruppo.
La questione del potere pone ovviamente quella del controllo del potere: un controllo per un verso
attivo, diretto a partecipare nel modo più ampio ai centri decisionali che nei vari contesti lo
gestiscono, e per altro verso difensivo, diretto a fare in modo che una sfera di potere non invada
tutte le altre e che soprattutto venga tutelato lo spazio in cui le persone possono nutrire e sviluppare
formazione, progetti, relazioni libere, autogestione.
Dar voce a quelli che non l’hanno per la psicologia di comunità non significa far tacere altri, ma
piuttosto allargare le possibilità di tutti.
Empowerment e potere
Alle concezioni del potere enucleate da Lukes come:
– mobilitazione di risorse scarse e critiche,
– controllo dei processi decisionali,
– gestione dei sistemi di significati,
Hardy e Leiba O’Sullivan ne aggiungono una quarta che lo interpreta quale
– potere incorporato indissolubilmente nelle strutture del sistema sociale.
Le due autrici fanno una distinzione tra l’empowerment organizzativo e quello socio-politico di
comunità.
• Nei lavori sull’empowerment a carattere organizzativo-manageriale, il potere è declinato
prevalentemente con riferimento alle prime due dimensioni del potere: è così che i processi di
empowerment si traducono nel trasferimento di risorse scarse o critiche e nell’accesso ai processi
decisionali.
• All’interno dei processi di empowerment socio-politico di comunità, sono assunte la terza e la
quarta dimensione del potere: l’empowerment si rivolge a soggetti svantaggiati, o a rischio di
svantaggio, nel tentativo di contrastare le relazioni di potere esistenti, ridurre la subordinazione nei
confronti dei gruppi più potenti, ciò che può avvenire solo attraverso il lavoro di rielaborazione dei
significati che producono la consapevolezza politica delle forze da cui gli individui possono essere
o sentirsi oppressi.
Come sostiene Kreisberg, le teorie dell’empowerment, impegnate nel rimuovere le condizioni di
powerlessness, non possono che respingere i modelli di relazione basati sulla dominazione, per
puntare invece sulle forme di collaborazione e di partecipazione, auspicando una ridistribuzione più
equa delle risorse e cercando di accrescere le capacità di partecipazione. All’interno di questa
visione, il potere è visto nei suoi aspetti positivi, creativi. E’ declinato quale capacità relazionale
reciproca, nei termini di potere con. Kreisberg vede il potere all’interno di un’azione in comune,
nell’ambito di uno sviluppo congiunto e di una relazione reciproca, anche se non simmetrica, in cui
si giocano i diversi gradi di libertà degli individui: nessuno è totalmente libero, la dipendenza è in
qualche misura reciproca. Il potere è letto nei termini di capacità di azione, di mobilitare le risorse,
di ottenere e utilizzare ciò che è indispensabile per mantenere o far evolvere i sistemi sociali
organizzati nei quali gli attori sono impegnati.
Nello stesso senso si situa la concezione di Torbert, una concezione intersoggettiva ed interazionista
del potere: propone la “faccia buona” del potere: quello che si crea e si moltiplica, non quello che
viene elargito o sottratto; quello che accresce le possibilità di espressività individuale, non quello
che limita la libertà personale: inteso come risorsa di cooperazione e di scambio tra pari.
L’Autore riconosce l’esistenza di un’attività politica nelle organizzazioni cui è attribuito un
connotato negativo. Essa è caratterizzata da: manipolazione, intimidazione e gestione
dell’informazione e della relazione a proprio vantaggio, cautela nel dire la verità e ciò che si pensa.
A tale attività viene contrapposta una diversa possibile attività, anch’essa definita “politica”, che
intende rappresentare un uso positivo del potere, caratterizzata da queste strategie: acquisire il
livello più alto possibile di conoscenze in relazione al proprio lavoro, essere l’autorità di se stessi
dicendo la verità e preservando la propria e l’altrui integrità, impegnarsi in attività significative,
ammettendo gli errori propri e altrui e affrontandoli assumendosi le proprie responsabilità, non
essere arroganti né subire passivamente.
Torbert propone una concezione del potere organizzativo fondata sull’idea di una collettività più
giusta e sullo sviluppo pieno della persona, nell’ambito di una organizzazione ideale i cui membri
esercitano il potere dell’equilibrio, non l’equilibrio del potere. Solo quest’organizzazione può essere
empowering. E’ il potere esercitato da un manager o leader in grado di creare un sistema
organizzativo autocorrettivo, capace di apprendimento continuo: significa instaurare una cultura di
“pari”, costruire e mantenere relazioni improntate a mutualità e reciprocità, coinvolgimento,
gestione della conflittualità. Sviluppare gli individui a livello personale e morale significa
riconoscere i diversi stadi di sviluppo dell’uomo e specificare a quale deve sforzarsi di prevenire il
leader per esercitare il potere dell’equilibrio.
Vi sono 7 STADI e a ciascuni di essi corrisponde un diverso tipo di potere.
1. Il potere dello stadio opportunistico è quello fondato sull’obbedienza e la compiacenza di chi, pur
di soddisfare le aspettative dell’autorità e guadagnare accettazione, stima e protezione, accetta
richieste unilateralmente concepite, rispetta ordini ed esegue fedelmente le indicazioni.
2. Il potere dello stadio diplomatico è fondato sul consenso ottenuto sulla base di uno scambio di
interessi.
3. Allo stadio tecnico è associato il potere esercitato attraverso la strategia della persuasione, basata
su argomentazioni logiche e razionali.
4. Il potere dello stadio realizzativo comprende e integra i tre precedenti tipi.
Le tre fasi evolutive successive sono raggiunte da pochi individui e tanto meno dai manager: ad esse
è associato, a diversi livelli, il potere trasformativo dell’equilibrio.
5. La fase strategica dello sviluppo consiste nella capacità di cogliere, nel contesto storico presente,
i cambiamenti di valore che si verificheranno nel futuro.
6. La fase magica consiste nelle capacità di vedere ed esprimere la verità relativa a ciò che
impedisce lo sviluppo nella direzione strategica coerente con l’evoluzione di valori intravista.
7. La fase ironica consiste nella capacità di andare in quella direzione e arrivare all’ironia di dover
forzare le persone ad essere libere.
Il potere dell’equilibrio è empowering in quanto sollecita le potenzialità espressive, emotive e
cognitive, crea reciprocità, legittima iniziative libere e autonome attivando energie costruttive di
ricerca trasformativi. E’ un potere che attribuisce all’altro dignità e potenzialità elevate, aiutandolo
a crescere in autonomia.
Così inteso, l’empowerment non è un processo di sottrazione del potere ai più potenti per trasferirlo
ai più deboli: la concezione dell’empowerment che ha al centro i concetti di mutualità, reciprocità,
intersoggettività, potere cumulativo a somma positiva, non può contemplare l’esistenza di perdenti e
di vincenti.
Il processo di empowerment tra soggetto e organizzazione
La comunità come organizzazione e l’empowerment
Ogni comunità politica fondata su una democrazia realmente partecipativa dovrebbe avere tra i suoi
fini essenziali anche quello di promuovere e sviluppare l’empowerment dei suoi membri e prevenire
il disempowerment, indirizzando a tal fine l’insieme dei suoi servizi, delle sue organizzazioni, delle
sue politiche.
In tale ottica, gli interlocutori dello psicologo di comunità sono soprattutto gli attori impegnati nel
creare, gestire e governare organizzazioni, a sostegno del recupero o della riduzione dei rischi delle
numerose possibili condizioni di disempowerment.
Proprio perché più operativo sia sul piano della ricerca che su quello dell’intervento, è evidente che
il costrutto di empowerment deve essere declinato soprattutto a livello di quelle organizzazioni che
rivolgono le loro attività e servizi a promuovere e sviluppare le risorse personali e sociali. Queste
organizzazioni sono di due tipi:
• Quelle che, in una tensione riparativa, sono impegnate nel recupero e nella riabilitazione di
soggetti temporaneamente o stabilmente svantaggiati, portatori di handicap reversibili o
irreversibili, disempowered, in misura modesta o grave, attraverso la collocazione temporanea o
permanente in un sistema sociale forte, protetto, la “comunità”.
• Quelle che, in una logica preventiva, all’interno di un’aspirazione etico-politica, solidaristica e
democratica, cercano di evitare il prodursi del soggetto disempowered, prevenendo il formarsi dei
processi di indebolimento di soggetti a rischio e dando voce ai cittadini poveri di risorse personali.
Un particolare riferimento a quelle organizzazioni nelle quali sembra potersi concretizzare il
“metodo” della psicologia di comunità, ed in cui il senso dell’empowerment appare in modo forte.
Sono le comunità terapeutiche, le imprese del privato sociale, associazioni, istituzioni, cooperative
sociali: queste ultime, collocandosi tra stato e mercato, offrono lavoro a chi avrebbe difficoltà ad
inserirsi nei circuiti produttivi tradizionali, riuscendo anche a produrre un valore aggiunto di natura
sociale, nuove relazioni e nuovi scambi tra gli individui.
L’occupazione retribuita costituisce una fondamentale fase del processo di ricostruzione
dell’identità attraverso la produzione di beni o servizi ed anche attraverso la costruzione di reti di
relazioni, di status, di potere.
Il senso di questo percorso vale a spiegare con chiarezza il motivo per cui facciamo agire la
prospettiva di empowerment dentro al contesto organizzativo. Una persona esclusa dai circuiti del
potere difficilmente può essere resa più forte, più attiva, empowered, senza impegnarsi in termini
organizzati a livello del suo inserimento sociale, ovvero dell’acquisizione e dell’uso delle risorse
che potrebbero consentirle di uscire da tale condizione.
La possibilità di realizzare l’empowerment dei soggetti in qualche misura svantaggiati, o a rischio, è
data a condizione che l’organizzazione con la quale i soggetti vengono a contatto si impegni
contemporaneamente nell’empowerment individuale come in quello organizzativo. L’ipotesi sottesa
a questo lavoro è che l’empowerment individuale dei soggetti disempowered, o a rischio, possa
avere luogo solo se svolto in concomitanza con la costruzione di un funzionamento organizzativo
che consenta l’empowerment dei membri normodotati impegnati nel sostenere e facilitare le
premesse organizzative per l’empowerment dei soggetti cui ci si rivolge e con cui si coopera e che
sono, contemporaneamente, destinatari e costruttori dei loro servizi.
Il processo di empowerment
L’empowerment mette in causa le competenze attive del soggetto che lo rendono in grado di
esercitare un realistico controllo sugli eventi e sulle situazioni in cui è coinvolto, di far fronte ai
cambiamenti che vi intercorrono, e di produrre egli stesso delle condizioni di cambiamento. La
messa in atto di tali competenze è connessa all’articolazione di due ordini di fattori: gli uni
dipendenti dalle risorse oggettivamente disponibili, gli altri di natura psicologica. Tra questi, sia la
capacità di vedere quanto nella situazione può essere utilizzato come risorsa, sia le caratteristiche
cognitive ed affettive che consentono all’individuo di prendere iniziative, di esprimere la sua
autonomia gestionale.
Lo psicologo di comunità non esiterà ad operare contemporaneamente sui due versanti delle risorse
oggettive e dei fattori psicologici.
Considerato nel suo globale senso psicologico, l’empowerment si connota sia come prodotto che
come processo. In quanto prodotto, può essere inteso come l’esito di un processo evolutivo di chi ha
vissuto esperienze attraverso le quali ha evitato l’apprendimento di una condizione helpless
(impotenza), conquistando invece una condizione caratterizzata da hopefulness (fiducia in sé,
capacità di sperare), consolidando una determinata struttura di personalità. In quanto processo, può
essere inteso come un percorso attraverso il quale il soggetto disempowered o a rischio può
riconquistare il suo potere personale perduto, recuperando l’hopefulness.
La situazione di disempowerment ci mette di fronte ad un soggetto che appare psicologicamente
debole, dipendente, passivo, rassegnato, pessimista, con scarsa fiducia nelle proprie capacità,
caratterizzato da un locus of control esterno, tale che ogni evento possa essere considerato al di
fuori della propria capacità di controllo e di dominio.
Il sistema di valori della persona empowered include quelli tipici dell’assertività: la dignità
personale, la libertà, l’autonomia, il rispetto di sé e degli altri, fiducia nelle proprie capacità,
autoefficacia, ovvero il sentimento di poter raggiungere i propri obiettivi, responsabilità,
autodisciplina.
Attraverso il processo di empowerment, l’individuo o il gruppo approdano ad una condizione di
fiducia in sé.
Tale processo, teso ad apprendere o a riacquistare la fiducia nelle proprie possibilità e capacità, è
articolato in 3 FASI:
1. Processo di attribuzione: si conduce con i soggetti helpless la ricerca delle strutture soggiacenti
che consentono di pervenire alla consapevolezza delle cause più profonde degli eventi. La teoria
dell’attribuzione (Heider) distingue due ordini di cause:
• Cause interne di natura personale.
• Cause esterne di natura ambientale.
Inoltre, distingue tra fattori permanenti e fattori transitori. Esistono anche cause scollegate sia dalle
proprietà stabili o instabili delle persone e dell’ambiente (ruolo della fortuna), cause attribuite
globalmente (“è sempre così, in ogni caso”), cause attribuite localmente (“in questo caso è andata
così”). L’intenzionalità è il fattore centrale della causalità e ad essa è collegato il concetto di
responsabilità. L’analisi del modo in cui gli eventi sono interpretati consente di identificare gli
elementi da elaborare e rimuovere, che sono alla base della condizione di helplessness.
Quest’ultima condzione si verifica infatti quando le persone ritengono che le cause della loro
impotenza siano interne, stabili e globali: a differenza di quelle esterne, instabili e locali, più
facilmente suscettibili di elaborazione e controllo, esse sono all’origine di una bassa autostima. Il
lavoro consiste nel superare il ruolo giocato dai pregiudizi, consentendo un esame di realtà in grado
di attivare le energie individuali utili a ridefinire lo sforzo personale di controllo rispetto agli eventi,
nell’ottica di aumentarlo riducendo l’attribuzione a cause totalmente interne e stabili.
2. Processo di valutazione: è relativo alla valutazione della propria self-efficacy. Tale costrutto si
riferisce alle credenze relative alla capacità individuale di mobilitare le proprie risorse cognitive e le
proprie azioni al fine di soddisfare le aspettative situazionali. Al sentimento di bassa autostima è
collegata una prestazione inefficace e viceversa, spesso indipendentemente dalle capacità reali.
3. Processo di prefigurazione del futuro: quest’ultimo processo fa riferimento al modo in cui gli
attori sociali immaginano e presentificano il futuro. E’ stato rilevato che le immagini mentali degli
individui di successo sono positive, costellate da opportunità, risorse e possibilità, mentre quelle di
che fallisce sono negative, attraversate da difficoltà, vincoli e imprevisti infausti. La visione positiva
è correlata all’aumento di elevate aspettative rispetto a se stessi, mentre quella negativa si lega alla
riduzione di aspettative e alla creazione di difficoltà fantasticate prima ancora della loro
manifestazione.
Lo psicologo di comunità non può, tuttavia, limitarsi ad un livello così individuale. L’empowerment
procede centrandosi insieme sull’individuo e sulla comunità. E’ all’interno di una rete di relazioni
che i sentimenti di autoefficacia e di processi psicologici connessi si attualizzano, articolandosi
concretamente con un mondo di relazioni.
Il processo di empowerment si articola in una continuità di azioni rivolte a sviluppare:
• Capacità di mettersi in relazione con il proprio ambiente per produrne una conoscenza critica.
• Presa di coscienza dei rapporti tra le forze in gioco nel contesto ed i propri vissuti.
• Conoscenza dei processi di attivazione, accesso e costruzione delle risorse quali informazione,
educazione, mezzi finanziari.
• Ampliamento delle possibilità, attraverso il migliore uso delle proprie risorse attuali e potenziali.
• Sentimento di potenza rispetto all’impegno attivo nel procurarsi le risorse necessarie.
• Capacità di influenzare il sistema sociale.
• Fiducia nelle proprie possibilità.
In genere, il processo ha inizio con una crisi, una forma di reazione che si traduce nel rifiuto di ciò
da cui si è stati schiacciati. Una insofferenza rispetto alle condizioni di vita in cui ci si trova e che
determina l’attivazione di energie personali e del contesto per influenzare tali condizioni.
L’azione che segue, se efficace, darà luogo a vissuti psicologici positivi, alla sensazione di poter
prendere in mano le redini della propria vita.
Tale processo implica anche un ambiente supportivo che mostri esperienze vicarie di successo,
modelli di azioni imitabili.