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Cospito-Introduzione Gramsci 15_09_opuscula 15/09/15 12.

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ISBN 978-88-6983-0136
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Giuseppe Cospito
Introduzione a Gramsci
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Desidero ringraziare Gianni Francioni, che ha letto e corretto con pazien-


za il dattiloscritto, contribuendo a migliorarne forma e contenuto. Ovvia-
mente, la responsabilità intellettuale di quanto qui sostenuto è solo mia.
Il lavoro, come i precedenti, è dedicato a mia moglie Antonella e a mio
figlio Tommaso.
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PREMESSA

Nell’elenco dei duecentocinquanta autori della letteratura


di tutti i tempi più citati nel mondo figurano solo cinque italia-
ni, uno dei quali è Antonio Gramsci. Su di lui si è accumulata
una letteratura critica sterminata, che conta oggi oltre dicianno-
vemila titoli in quasi tutte le lingue moderne. Tra le ragioni di
questa fortuna vi è certo il carattere aperto, antidogmatico, ete-
rodosso e per alcuni perfino eretico del suo marxismo, che ne ha
favorito la diffusione anche in realtà relativamente impermeabi-
li quando non ostili a tale dottrina, come gli Stati Uniti, e soprat-
tutto gli ha permesso di sopravvivere prima alla crisi del marxi-
smo stesso e poi alla fine dell’esperienza storica del cosiddetto
socialismo reale. Le analisi su quella che Gramsci definiva qui-
stione meridionale, svolte sia prima sia durante la prigionia,
hanno attirato l’attenzione di studiosi latino-americani, indiani,
africani e di altri Sud (non necessariamente geografici) del mon-
do, convinti di poterne applicare le categorie teoriche alle rispet-
tive realtà regionali, nazionali e sovranazionali, coloniali e post-
coloniali. La vastità e l’intreccio dei temi trattati nei Quaderni
del carcere hanno fatto sì che questi venissero letti e utilizzati
da filosofi e letterati, storici ed economisti, antropologi, polito-
logi e studiosi delle relazioni internazionali. Certo, non sempre
si è trattato di letture filologicamente avvertite e di usi piena-
mente autorizzati dai testi, ma questo è il destino di tutti i gran-
di classici di ogni tempo e nazione.
Nell’estate del 2013 l’artista svizzero d’avanguardia Tho-
mas Hischhorn ha realizzato nel quartiere newyorkese del

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Bronx un’installazione monumentale dedicata a Gramsci – The


Gramsci Monument – che ha rappresentato uno degli eventi cul-
turali della metropoli americana. Nel settembre 2014 si è svolta
la prima edizione della Ghilarza Summer School, una settimana
di full immersion negli studi gramsciani ospitata nel paese della
Sardegna in cui Gramsci trascorse buona parte della sua infan-
zia, che ha visto la partecipazione di quindici giovani studiosi
provenienti da ogni parte del mondo.
La straordinaria diffusione internazionale del pensiero di
Gramsci si è verificata mentre questo, in Italia, conosceva una
fase di relativo oblio, connesso al declino e poi alla scomparsa del
partito comunista italiano, che egli aveva contribuito a fondare e,
successivamente, diretto fino all’arresto. Del resto, se a partire
dall’immediato dopoguerra era stato proprio il suo compagno di
lotte e successore Palmiro Togliatti a promuoverne la pubblica-
zione e la divulgazione degli scritti, la fortuna di Gramsci rima-
nendo legata a quella del partito anche dopo la scomparsa del
Migliore, era inevitabile che ne seguisse in qualche modo le sor-
ti nel periodo della sua definitiva crisi. Questa circostanza, tutta-
via, analogamente a quanto accaduto nello stesso giro d’anni a
Marx, ha permesso negli ultimi decenni uno studio finalmente
libero da preoccupazioni politiche immediate e più attento a sto-
ricizzare e contestualizzare l’opera di Gramsci, anche grazie a
una sempre maggiore conoscenza delle vicende della sua biogra-
fia intellettuale e politica, oggi possibile per mezzo di fonti fino
a poco tempo fa inaccessibili e rese disponibili da familiari ed
eredi in Sardegna e in Russia, oltre che dall’almeno parziale aper-
tura agli studiosi degli archivi dell’ex Unione Sovietica.
Ed è proprio in Italia che tale modo di leggere Gramsci ha
fornito le prove più convincenti, in un fertile intreccio tra rico-
struzione filologica dei testi, loro contestualizzazione storica e
analisi teorica. In particolare, negli ultimi anni, l’avvio dell’E-
dizione nazionale degli scritti gramsciani ha prodotto una nuo-
va e feconda stagione di studi, i cui risultati abbiamo cercato di
mettere a frutto in questa Introduzione, che speriamo possa con-
tribuire a far conoscere Gramsci al di là della cerchia necessa-
riamente ristretta degli specialisti. Dal momento che tra le

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acquisizioni decisive della letteratura critica più recente vi è la


rinnovata consapevolezza del nesso inscindibile tra biografia
intellettuale, vicende politiche nazionali e internazionali e pen-
siero di Gramsci, le pagine che seguono si soffermeranno, sia
pure brevemente, sui fatti più salienti della vita dell’autore e sul
contesto storico nel quale si collocano, nella convinzione che
solo in questo modo sia possibile cogliere il “ritmo” del suo
“pensiero in movimento”.

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ABBREVIAZIONI

Nelle pagine che seguono gli scritti di Gramsci sono tratti dalle
seguenti edizioni, indicate con una sigla seguita dal numero di pagina (tran-
ne che per i Quaderni del carcere, citati secondo la numerazione in qua-
derni e paragrafi stabilita dal curatore dell’edizione critica):
CF La città futura 1917-1918¸ a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino
1982.
CPC La costruzione del partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino
1971.
CT Cronache torinesi 1913-1917, a cura di S. Caprioglio, Einaudi,
Torino 1980.
EP I Epistolario. 1, gennaio 1906-dicembre 1922, a cura di D. Bidussa,
F. Giasi, G. Luzzatto Voghera e M.L. Righi, Istituto della Enciclo-
pedia Italiana, Roma 2009.
EP II Epistolario. 2, gennaio-novembre 1923, a cura di D. Bidussa, F.
Giasi e M.L. Righi, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma
2011.
L Lettere 1908-1926, a cura di A.A. Santucci, Einaudi, Torino 1992.
LC Lettere dal carcere 1926-1937, a cura di A.A. Santucci, Sellerio,
Palermo 1996.
ON L’Ordine nuovo 1919-1920, a cura di V. Gerratana e A.A. Santucci,
Einaudi, Torino 1987.
NM Il nostro Marx 1918-1919, a cura di S. Caprioglio, Einaudi, Torino
1984.
Q Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci a cura
di V. Gerratana, Einaudi, Torino 1975.
QT Quaderni di traduzioni (1929-1932), a cura di G. Cospito e G.
Francioni, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2007.
SF Socialismo e fascismo. L’Ordine Nuovo 1921-1922, Einaudi, Tori-
no 1967.

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CAPITOLO PRIMO

“UN COMBATTENTE CHE NON HA AVUTO FORTUNA”


(1891-1926)

Non voglio essere compianto: ero un combattente che non ha avuto


fortuna nella lotta immediata, e i combattenti non possono e non
devono essere compianti, quando essi hanno lottato non perché
costretti, ma perché così hanno essi stessi voluto consapevolmente.
(Lettera dal carcere alla madre, 24 agosto 1931)

1. “Triplice o quadruplice provinciale”

In una nota autobiografica dei Quaderni del carcere Gram-


sci rievoca il proprio

continuo tentativo di superare un modo di vivere e di pensare arretra-


to come quello che era proprio di un sardo del principio del secolo per
appropriarsi un modo di vivere e di pensare non più regionale e da
“villaggio” ma nazionale […] in quanto cercava di inserirsi in modi
di vivere e di pensare europei.

Quindi, ripensando a se stesso giovane, si definisce “un ‘tripli-


ce o quadruplice provinciale’” (Q 15, § 19). In effetti Ales, il
paese della Sardegna centrale di poco più di mille abitanti in cui
era nato il 22 gennaio 1891, potrebbe essere detto “un angolet-
to morto della storia” (Q 4, § 56), certo a maggior titolo della
Napoli di Giambattista Vico per la quale lo stesso Gramsci
conierà questa celebre quanto discussa definizione. Quarto dei
sette figli di Francesco Gramsci – nativo di Gaeta, dove la sua
famiglia di origine greco-albanese risiedeva da alcune genera-

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zioni, e trasferitosi sull’isola per impiegarsi all’Ufficio del regi-


stro – e di Giuseppina Marcias, giovane sarda appartenente alla
piccola borghesia locale, la sua infanzia è turbata da due eventi
che lo segneranno in maniera decisiva. Verso i quattro anni,
infatti, inizia a manifestarsi una malformazione fisica che la
famiglia (e lo stesso Nino, come lo chiamano tutti) attribuirà
sempre a una caduta dalle braccia della bambinaia, ma che in
realtà è dovuta al morbo di Pott, una forma di tubercolosi ossea
che provoca deformazioni della colonna vertebrale con conse-
guente gibbo e bassa statura. Qualche tempo dopo, nel 1898, il
padre viene arrestato con l’accusa di malversazione, sospeso
dall’impiego e dallo stipendio, e successivamente condannato a
più di cinque anni di carcere, da scontare nella prigione di Gae-
ta. La vicenda non è mai stata del tutto chiarita, ma lascerà trac-
ce indelebili in Antonio, che non riuscirà più a ristabilire un rap-
porto sereno con il genitore. Ne sono testimonianza le lettere –
contenenti quasi soltanto richieste di denaro e altro, o rimprove-
ri per il ritardo con cui queste vengono accolte – che gli scriverà
da studente prima da Cagliari e poi da Torino:

un padre che veramente pensa ai figli, e io ne ho conosciuto e so ora


che ne esistono di questi uomini, avrebbe provveduto subito a fare i
documenti necessari, perché si sa, io ero ignaro di tutto e non potevo
sapere tante cose, e i padri non sono padri per nulla: ma si sa, tu sei
il padrone non il padre. (EP I, 83)

Ma è soprattutto emblematico il silenzio degli anni suc-


cessivi, in particolare quelli del carcere, durante i quali Gram-
sci scriverà alla madre lettere cariche d’affetto e di gratitudine
(anche dopo la sua morte, che gli verrà tenuta nascosta per
qualche tempo), ma non una parola al padre, che peraltro gli
sopravvivrà solo qualche settimana, per spegnersi il 16 maggio
1937. In effetti è grazie ai sacrifici di Peppina Marcias, che per
qualche tempo cercherà di celare ai figli l’incarcerazione del
marito, che Antonio e i suoi fratelli riescono a studiare, sia pure
in una situazione di estrema precarietà e miseria. Il piccolo
Nino, a causa della salute cagionevole, viene iscritto alle scuo-

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le elementari di Ghilarza – paese di circa tremila abitanti a una


cinquantina di chilometri a nord di Ales, dove nel frattempo si
era trasferita la famiglia – solo a sette anni: frequenta una clas-
se di 49 alunni, la maggior parte dei quali è in grado di espri-
mersi soltanto in dialetto. Lettore insaziabile e onnivoro fin
dall’infanzia (spesso in compagnia dell’amata sorella minore
Teresina), Nino ottiene brillantemente la licenza elementare,
ma non può proseguire gli studi a causa delle sempre più pre-
carie condizioni economiche della famiglia. Come i fratelli
maggiori, è costretto a soli undici anni a trovarsi un impiego e
viene assunto presso l’Ufficio delle imposte dirette e del cata-
sto, dove aveva già lavorato nelle precedenti vacanze estive. A
molti anni di distanza, ricorderà ancora quelle “10 ore di lavo-
ro al giorno compresa la mattina della domenica […] a smuo-
vere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di
nascosto perché mi doleva tutto il corpo” (LC, 662). Ed è anco-
ra il Gramsci adulto a riconoscere, in una celebre lettera alla
moglie, come questa dura esperienza avesse contribuito a matu-
rare in lui “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro
i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo pre-
so dieci in tutte le materie nelle scuole elementari, mentre
andavano il figlio del macellaio, del farmacista, del negoziante
di tessuti” (L, 271).
È questo il primo incontro del piccolo Antonio con le disu-
guaglianze e le ingiustizie sociali del suo tempo, ulteriormente
accentuate dalla Grande Depressione, la crisi economica che
nell’ultimo quarto dell’Ottocento aveva coinvolto il mondo inte-
ro, colpendo soprattutto le nazioni meno sviluppate come l’Ita-
lia e finendo per incidere maggiormente sui ceti popolari, che
conducevano già un’esistenza stentata. Particolarmente grave
era la condizione della Sardegna, le cui scarse risorse naturali,
legate alla pastorizia e ai giacimenti minerari, venivano spartite
tra i grandi imprenditori del continente (spesso stranieri) e i
notabili locali. Il malcontento diffuso veniva solo in parte inter-
cettato dal nascente movimento operaio e socialista, finendo per
lo più per alimentare fenomeni spontanei di ribellione. E così, se
la fine del XIX secolo viene ricordata in Italia per la repressio-

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ne nel sangue dei moti di protesta milanesi del 1898 da parte di


Bava Beccaris o l’uccisione del re Umberto I per mano dell’a-
narchico Gaetano Bresci due anni più tardi, sull’isola si accen-
tua il fenomeno del banditismo. La convinzione che l’arretra-
tezza e la miseria della Sardegna siano dovute allo sfruttamento
di tipo coloniale da parte dello Stato italiano, unita all’orgoglio
delle proprie radici e tradizioni autoctone, alimenta le spinte
autonomiste e secessioniste, che per qualche tempo affascinano
anche il giovanissimo Antonio, il quale molto più tardi ricor-
derà: “io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipenden-
za nazionale della regione: ‘Al mare i continentali!’ Quante vol-
te ho ripetuto queste parole” (L, 271). Ma anche quando aderirà
al marxismo e alla dottrina della lotta di classe, conserverà sem-
pre la consapevolezza dell’importanza delle questioni regionali
e nazionali (non solo dal punto di vista economico e politico, ma
anche culturale e linguistico) e della necessità di risolverle
costruendo una “Repubblica federale degli operai e dei contadi-
ni”, destinata a sua volta a confluire in una federazione di stati
prima continentale e poi mondiale.
Alla fine del 1905 la famiglia di Nino, cui nel frattempo si
è ricongiunto il padre Francesco che, terminata di scontare la
pena, riesce a trovare qualche forma di impiego, sia pure preca-
rio e mal retribuito, è nuovamente in grado di mandarlo a scuo-
la. Il ragazzo, che non ha mai smesso di studiare per conto pro-
prio, viene ammesso alla terza classe del ginnasio comunale di
Santu Lussurgiu, località a una ventina di chilometri da Ghilar-
za, dove vive a pensione nell’abitazione di una contadina e del-
la sua anziana madre, tornando a casa soltanto alla domenica e
durante le vacanze scolastiche. Gramsci lo ricorderà come
“molto scalcinato” (LC, 144), dal momento che “tre sedicenti
professori sbrigavano, con molta faccia tosta, tutto l’insegna-
mento delle 5 classi” (LC, 615). Nei tre anni che vi trascorre
non apprende molte nozioni; continua però a leggere per conto
proprio libri e giornali, tra cui i periodici “sovversivi” (a partire
dall’“Avanti!”) che il fratello maggiore Gennaro – da qualche
anno simpatizzante socialista – gli spedisce da Torino, dove si
trova per svolgere il servizio di leva.

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Alla fine del 1908, conseguita in qualche modo la licenza


ginnasiale, Antonio si trasferisce a Cagliari per frequentarvi il
liceo Dettori. Nel capoluogo sardo – in quegli anni al centro di
lotte popolari in cui le rivendicazioni economiche si intrecciano
con le istanze separatiste, duramente represse con decine tra
morti e feriti e centinaia di arresti – lavorava già da qualche tem-
po Gennaro, insieme al quale Antonio va a vivere in una stanza
d’affitto. Superate le difficoltà iniziali, dovute all’insufficiente
preparazione ginnasiale che risulta anche dalle incertezze lin-
guistiche delle lettere che scrive in quel periodo ai familiari, e
nonostante una situazione economica sempre estremamente
incerta – testimoniata dalle pressanti richieste di denaro e gene-
ri di prima necessità ai genitori: “pare che io non deva scrivere
se non per domandare”, riconoscerà una volta (EP I, 13) –,
Gramsci si rivela ben presto un ottimo allievo. Dedica il tempo
libero alla lettura, spaziando da Carolina Invernizio a Karl
Marx, al quale si avvicina peraltro solo “per curiosità intellet-
tuale” (L, 271). Dal punto di vista politico è maggiormente
influenzato dalle idee di Gaetano Salvemini, che cerca di aprire
il movimento operaio socialista (concentrato nelle aree indu-
striali dell’Italia settentrionale) alle istanze dei contadini poveri
del Mezzogiorno. Ma soprattutto, fin d’allora, legge avidamen-
te i periodici culturali su cui scrivono i maggiori intellettuali del
tempo, da “L’Unità” dello stesso Salvemini a “La Critica” di
Benedetto Croce, da “Leonardo” a “La Voce” di Giuseppe Prez-
zolini e Giovanni Papini, cui riconoscerà il tentativo di “svec-
chiare e di isnellire la cultura italiana accademica e in gran par-
te vaniloquente” (CT, 251).
Negli anni del liceo Gramsci compie anche la sua prima
esperienza giornalistica; esordisce su “L’Unione sarda”, quoti-
diano radicale, anticlericale e indipendentista diretto dal suo
professore d’italiano, Raffa Garzìa, con una breve corrispon-
denza da Aidomaggiore, località vicina a Ghilarza, dal titolo A
proposito d’una rivoluzione, un resoconto brillante e ironico che
vale la pena di citare per intero perché anticipa movenze stilisti-
che degli anni futuri (a partire dalla locuzione grande e terribi-
le, che ritroveremo innumerevoli volte, generalmente per defi-

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nire, come il lama tibetano del Kim di Kipling, il mondo in cui


si troverà a vivere):

Nei paesi circonvicini si era sparsa la voce che ad Aidomaggiore per


le elezioni dovessero succedere fatti grandi e terribili. La popolazione
voleva introdurre tutto d’un tratto, il suffragio universale, cioè elegge-
re consiglieri e sindaco plebiscitariamente e sembrava pronta ad ogni
eccesso. Il tenente dei carabinieri di Ghilarza, cav. Gay, seriamente
preoccupato per questi sintomi, fece arrivare un intero corpo d’eserci-
to, 40 carabinieri, e 40 soldati di fanteria, meno male senza cannoni, e
un delegato di p. s. (sarebbe bastato da solo). All’apertura delle urne,
il paese era deserto; elettori e non elettori per timore dell’arresto, si
erano squagliati, e bisognò che le autorità andassero di casa in casa a
stanare i restii. Insomma la più graziosa burletta del mondo, dovuta
certo all’inesperienza del giovanissimo tenente, non ancora ben prati-
co del carattere di queste popolazioni. Poveri mandorleti di Aidomag-
giore! Altro che fillossera sono i soldati di fanteria!

Intanto Gennaro Gramsci, già cassiere della Camera del


lavoro di Cagliari, diviene segretario della sezione socialista
locale; per Antonio è la prima occasione di contatto diretto con
il movimento operaio cittadino, che nel gennaio del 1911 orga-
nizza una manifestazione di protesta contro il carovita e la man-
canza di alloggi.

2. “Il garzonato universitario”

Conseguita con ottimi voti la licenza liceale nel luglio


1911, Gramsci continua a studiare per prepararsi al concorso
bandito dal Regio Collegio Carlo Alberto di Torino per consen-
tire agli “studenti delle antiche Provincie del Regno di Sarde-
gna”, di modeste condizioni economiche e purché meritevoli, di
frequentare l’università della città subalpina. Giunto nono su
trentanove posti disponibili (si classifica secondo un altro stu-
dente sardo di due anni più giovane, Palmiro Togliatti), Antonio
si iscrive alla facoltà di Lettere e filosofia. Dal punto di vista
personale, gli anni universitari saranno ancora più difficili dei
precedenti: le ristrettezze economiche e i malanni fisici sono

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aggravati dalla lontananza da casa, dallo scarso sostegno prove-


niente dalla famiglia, dalla solitudine, dai lunghi e rigidi inver-
ni torinesi, dalla penuria di cibo e altri generi di prima necessità.
Gramsci è tormentato da dolori alla testa, vertigini, crisi depres-
sive, vere e proprie allucinazioni: “fantasticavo sempre di un
immenso ragno che la notte stesse in agguato e scendesse per
succhiarmi il cervello mentre dormivo”, ricorderà in seguito (L,
310). Tutte queste difficoltà, alle quali si aggiungerà di qui a
poco un sempre più attivo impegno politico, rendono estrema-
mente tormentato il curriculum universitario del giovane stu-
dente sardo, che sosterrà il suo ottavo e ultimo esame nella pri-
mavera del 1915, pur continuando per qualche tempo a coltiva-
re l’ipotesi di proseguire gli studi fino alla laurea.
Tuttavia il periodo trascorso in quella che allora era una
delle più prestigiose università italiane – le cui aule frequenterà
almeno all’inizio con assiduità, anche al di là degli obblighi isti-
tuzionali – lascia un’impronta indelebile nel pensiero di Gram-
sci, che non verrà mai meno al rigore metodologico e all’acribia
filologica appresi durante quello che definirà il “suo garzonato
universitario” (CT, 674), anche quando, come avverrà ben pre-
sto, ne ripudierà l’impostazione positivistica all’epoca domi-
nante. Tra i maestri da lui incontrati nella facoltà di Lettere
ricordiamo: l’italianista Umberto Cosmo, che fin d’allora esor-
tava il giovane e brillante allievo a scrivere “uno studio sul
Machiavelli e sul machiavellismo” (LC, 399), oltre a iniziarlo
alla critica dantesca (entrambi argomenti ampiamente sviluppa-
ti nei Quaderni); il germanista Arturo Farinelli, ricordato come
“illustre maestro” nell’articolo Per la verità con cui Gramsci
esordisce sulla rivista studentesca “Corriere universitario” (CT,
3-5), difendendolo dalle accuse di pedanteria rivoltegli da Gio-
vanni Papini, che gli trasmette tra l’altro l’entusiasmo per
Goethe; i filosofi Rodolfo Mondolfo (che verrà trasferito presto
a Bologna), Zino Zini (attivista socialista e in seguito collabora-
tore del Gramsci giornalista) e soprattutto Annibale Pastore, che
riuscirà a vincere l’iniziale diffidenza del giovane Antonio per la
filosofia, proponendogli la lettura degli scritti di Kant, oltre che
di Marx, su cui in quegli anni teneva lezioni. Ma l’incontro for-

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se più importante è quello con il glottologo Matteo Bartoli, che


gli affida dapprima alcune ricerche su forme dialettali sarde (per
le quali Nino chiede informazioni per lettera ai familiari) e poi
la redazione della dispensa del corso per l’anno accademico
1912-13, premiandolo infine con l’unico 30 e lode della sua car-
riera universitaria; ne seguono la decisione di laurearsi proprio
in glottologia e, anche dopo il venir meno di questo proposito,
un interesse per le questioni linguistiche destinato a durare per
tutta la vita, dal progetto di curare un’edizione degli scritti sulla
lingua di Manzoni (affidatagli nel 1918 dal filologo Gustavo
Balsamo Crivelli e mai portata a termine) alla stesura dell’ulti-
mo dei manoscritti carcerari, il Quaderno 29, dal titolo di Note
per un’introduzione allo studio della grammatica.
Di altri docenti, di minore statura intellettuale e per questo
oggi pressoché dimenticati, ma all’epoca rispettati e influenti,
anche per la loro abilità nel seguire le mode culturali e soprat-
tutto il pensiero politico dominante (nazionalismo, interventi-
smo e poi fascismo), Gramsci conserverà un ricordo sprezzante,
irridendone fin dagli articoli degli anni immediatamente suc-
cessivi la pedanteria, l’ottusità, l’opportunismo e altri vizi acca-
demici ben noti. Va inoltre ricordato che, in altre facoltà dell’a-
teneo torinese, insegnavano in quegli anni logici e matematici
del calibro di Giuseppe Peano e Giovanni Vailati, economisti
come Luigi Einaudi, giuristi e scienziati politici come Gaetano
Mosca e Francesco Ruffini. In alcuni casi siamo certi che Gram-
sci seguì alcune delle loro lezioni, in altri lo possiamo almeno
supporre; e comunque i loro nomi ricorreranno spesso negli
scritti di quegli anni e dei successivi, anche se non sempre in
contesti elogiativi. Ma fin da subito egli concentra i propri stra-
li su un personaggio che, ai suoi occhi, rappresenta la quintes-
senza dello scientismo deteriore, dell’accademismo parolaio,
delle giravolte intellettuali: Achille Loria, che negli scritti car-
cerari diventerà l’eponimo

di alcuni aspetti deteriori e bizzarri della mentalità di un gruppo di


intellettuali italiani e quindi della cultura nazionale (disorganicità,
assenza di spirito critico sistematico, trascuratezza nello svolgimen-

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to dell’attività scientifica, assenza di centralizzazione culturale, mol-


lezza e indulgenza etica nel campo dell’attività scientifico-culturale
(Q 28)

per i quali conierà il termine “lorianismo”. Fin d’allora, tuttavia,


sulla scia di Engels e di Croce, Gramsci mette alla berlina l’e-
conomista mantovano per le sue affermazioni a dir poco singo-
lari, come la proposta di “spalmare di vischio le ali di centinaia
di migliaia di aeroplani, e impaniare tutti gli uccelli dell’aria”
per risolvere il problema della penuria di cibo, o la tesi secondo
cui “in montagna si gode la salute, in pianura si è ammalati. Chi
è sano triplica le consonanti, chi è ammalato le scempia”: per
questo i dialetti delle località montane, come il bergamasco, ten-
derebbero ad accentuare i raddoppiamenti e quelli delle pianu-
re, come il veneziano, ad attenuarli (CF, 575-576).
Gli anni trascorsi nella città subalpina, ex capitale del
Regno d’Italia di cui proprio nel 1911 si celebrava con un’E-
sposizione universale il 50° anniversario, la città più industriale
della penisola (per cui in seguito Gramsci la paragonerà alla rus-
sa Pietrogrado), sono decisivi anche per la maturazione della
coscienza politica del giovane Antonio, che si manifesta con una
certa lentezza. Non abbiamo infatti testimonianza di una sua
partecipazione all’acceso dibattito sull’impresa coloniale libica,
avviata in quello stesso 1911, mentre ancora nell’ottobre 1913
Gramsci aderisce pubblicamente alla “Lega antiprotezionista.
Gruppo d’azione e di propaganda per gli interessi della Sarde-
gna” (EP I, 143). La prima attestazione certa di un suo coinvol-
gimento attivo nel movimento socialista – al quale verosimil-
mente si iscrive tra la fine di quell’anno e l’inizio del successi-
vo – è contenuta in una lettera aperta, sarcasticamente polemica
contro i giovani nazionalisti torinesi, da lui scritta nell’aprile
1914 a nome del “Gruppo studentesco socialista di cultura” (EP
I, 160), in occasione delle votazioni suppletive per un collegio
torinese della Camera dei deputati (che nel 1913 era stata eletta
per la prima volta con un suffragio quasi universale), in cui si
contrapponevano il candidato socialista Mario Bonetto e il
nazionalista Giuseppe Bevione (che alla fine risulterà vincitore,

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sia pure con un piccolo scarto di voti). In precedenza Gramsci


era stato tra coloro che avevano appoggiato la candidatura di
Salvemini, che pure da qualche anno aveva abbandonato il PSI,
del quale oltre alle battaglie in favore dei contadini poveri del
Mezzogiorno, apprezzava la radicale opposizione a Giovanni
Giolitti (Il ministro della malavita, come l’aveva definito nel
celebre libro del 1910) e ai suoi metodi di governo autoritari,
corrotti e inefficienti.
Il definitivo passaggio del giovane Antonio al movimento
operaio avviene anche grazie alle frequentazioni con un altro
studente della facoltà di Lettere di Torino, il cuneese Angelo
Tasca, che aveva aderito al PSI fin dal suo arrivo nel capoluogo
piemontese (1912). Altre due amicizie decisive, oltre a quella
con il già ricordato Togliatti, nasceranno in quegli anni con i più
giovani Umberto Terracini, iscritto a Giurisprudenza, e Piero
Sraffa, già allievo di Cosmo al liceo, che si laureerà in Econo-
mia nel 1920 con Einaudi, avviandosi in seguito a una brillante
carriera accademica, prima in Italia e poi a Cambridge.
Il 28 luglio 1914, con la dichiarazione di guerra dell’Im-
pero austro-ungarico alla Serbia, scoppia il primo conflitto
mondiale. Per diversi mesi l’Italia si mantiene in una posizione
di neutralità tra gli Imperi centrali e l’Intesa tra Gran Bretagna,
Francia, Russia e altre nazioni minori (cui si aggiungeranno gli
Stati Uniti), ma al suo interno si fanno sempre più forti le voci
a favore dell’intervento di nazionalisti e irredentisti, sostenuti
da quella parte dei gruppi industriali che vede nella guerra
un’ottima opportunità di guadagno. Il PSI condivide la posizio-
ne ufficiale dell’Internazionale socialista, che proclama la
“neutralità assoluta” dei proletariati nazionali di fronte a un
conflitto combattuto in nome degli interessi economici delle
borghesie dei rispettivi paesi. Ma nell’ottobre di quello stesso
anno Benito Mussolini, allora direttore del quotidiano socialista
l’“Avanti!” nonché leader della frazione più intransigente del
partito, pubblica un articolo in cui propone il passaggio Dalla
neutralità assoluta alla neutralità attiva e operante, che suscita
polemiche tali da indurlo ad abbandonare sia il giornale sia lo
stesso PSI; fonderà di qui a poco “Il popolo d’Italia”, primo

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passo di un percorso che lo porterà nel giro di qualche anno al


potere a capo del movimento fascista. Tra i più accessi critici di
Mussolini vi sono i giovani socialisti torinesi che, fino ad allo-
ra, avevano avuto in lui un punto di riferimento nella lotta con-
to la frazione riformista del partito, che faceva capo a Filippo
Turati e Claudio Treves, favorevole a forme di collaborazione
con le forze politiche della borghesia nell’ambito della dialetti-
ca parlamentare, nella convinzione che questo potesse portare
gradualmente al superamento del capitalismo, ma anche contro
il vecchio massimalismo socialista, che spesso si riduceva a una
passiva e fatalistica attesa della venuta del grande giorno della
Rivoluzione.
Rispetto ai compagni Tasca e Terracini, Gramsci assume
una posizione nettamente distinta, che esprime in un articolo sul
settimanale socialista torinese “Il Grido del popolo” che – fin
dal titolo: Neutralità attiva e operante – riprende le posizioni
mussoliniane, interpretandole tuttavia non come il preludio a un
clamoroso voltafaccia dal neutralismo all’interventismo (come
in effetti sarà), ma come il rifiuto di una forma pregiudiziale,
sterile e passiva di pacifismo, in favore di un “concretismo rea-
listico” che, rinunciando a sabotare lo sforzo bellico voluto dal-
la borghesia nazionale, metta in grado il proletariato, “dopo un
fallimento o una dimostrata impotenza della classe dirigente”, di
“sbarazzarsi di questa e impadronirsi delle cose pubbliche” (CT,
10-15). In effetti è proprio quello che avverrà tre anni più tardi,
nella Russia zarista, con la presa del Palazzo d’Inverno da parte
dei bolscevichi. In quel momento, però, la posizione del giova-
ne Gramsci, allora poco conosciuto all’interno dello stesso
movimento socialista torinese, viene tacciata di mussolinismo e
filo-interventismo; ne seguirà oltre un anno di isolamento per
Antonio, che rinuncia a ogni forma di intervento pubblico e tra-
scorre il suo tempo tra la preparazione degli ultimi esami uni-
versitari e qualche lezione privata per integrare le sue finanze
sempre precarie.

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3. “Socialismo e cultura”

Il 24 maggio 1915, dopo mesi di manifestazioni popolari,


dibattiti parlamentari e giravolte diplomatiche, l’Italia entra in
guerra al fianco dell’Intesa e contro gli Imperi centrali. Esone-
rato dal servizio militare per via delle sue menomazioni fisiche,
mentre anche i suoi compagni e amici socialisti torinesi partono
per il fronte, Gramsci finisce per sostituirli nelle funzioni diret-
tive, diventando di fatto il segretario della sezione torinese del
partito. Alla fine di ottobre riprende la sua collaborazione al
“Grido del popolo” e inizia a scrivere anche sulla pagina locale
dell’“Avanti!”; tuttavia l’attribuzione degli articoli – in molte
occasioni per di più pesantemente “imbiancati” dalla censura,
soprattutto durante gli anni della guerra – appare tuttora proble-
matica. Questo in virtù della prassi di non firmare i pezzi, allo-
ra diffusa sulla stampa socialista da un lato perché questi fosse-
ro intesi come espressione della linea del partito e non del sin-
golo scrivente, e dall’altro per evitare che i giornali diventasse-
ro il trampolino di lancio per ambiziosi avventurieri (come da
ultimo accaduto con Mussolini): come diceva il massimalista
Giacinto Menotti Serrati, “un giornale proletario deve essere
anonimo e non deve servire da vetrina a nessuno” (CPC, 407).
In ogni caso è possibile affermare che sono usciti dalla
penna di Gramsci (che talvolta si firma con la sigla Alfa Gam-
ma o con pseudonimi) buona parte degli articoli delle rubriche
“Sotto la mole” e “Teatri”, mentre è opera interamente sua il
numero unico di propaganda e azione socialista “La Città futu-
ra”, uscito nel febbraio 1917. Ai mesi successivi risalgono l’ini-
ziativa di costituire un “Club di vita morale” per abituare i gio-
vani “alla discussione disinteressata dei problemi etici e sociali
[…], alla ricerca, alla lettura fatta con disciplina e metodo, all’e-
sposizione semplice e serena delle loro convinzioni” (EP I,
176), nella consapevolezza che il mutamento politico debba
essere preceduto e accompagnato da un rinnovamento morale,
dei costumi e dei comportamenti individuali e collettivi. Nella
stessa direzione si muove il progetto Per un’associazione di cul-
tura (CF, 497-500), in quanto “socialismo è organizzazione, e

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non solo politica ed economica, ma anche e specialmente di


sapere e di volontà, ottenuta attraverso l’attività di cultura”
(NM, 275).
I temi affrontati da Gramsci negli articoli di questo perio-
do riguardano soprattutto la vita della città di Torino, dagli scan-
dali in cui vengono coinvolti i politici locali alle manifestazioni
di protesta contro il carovita e la penuria di generi alimentari
causati dalla guerra, senza trascurare la cronaca nera e quella
che oggi diremmo “rosa”, sia pure per trarne spunti di critica
sociale e di costume, dal rifiuto della criminologia lombrosiana
alla denuncia dell’ipocrisia della morale borghese. Cionono-
stante il giovane sardo riconosce alla sua città d’adozione un
ruolo di eccellenza nel panorama nazionale, definendola “una
città dove si lavora” (CF, 85), in cui “abbiamo una borghesia
capitalistica, audace, spregiudicata, abbiamo organizzazioni
poderose, abbiamo un movimento socialista complesso, vario,
ricco di impulsi e di bisogni intellettuali” (NM, 49), e quindi vi
si svolge una “lotta di classe integrale” (CT, 320): in definitiva,
una “città poco italiana” (NM, 257).
Alla critica della società capitalistica dal punto di vista di
chi si propone il suo superamento, il giovane Gramsci unisce
infatti quella dei vizi peculiari della borghesia nazionale che, in
tale prospettiva, ha “due torti: il torto di essere borghesia e il tor-
to di essere cattiva borghesia, senza una coscienza […] dei pro-
pri doveri immediati” (CF, 199), per cui “l’organizzazione bor-
ghese italiana è cattiva anche capitalisticamente” (CF, 741). Ne
deriva un’aspra polemica contro il protezionismo economico
che lo induce a sposare, sia pure da un punto di vista tattico, le
tesi liberiste di Einaudi, nella convinzione che “il liberalismo
[…] è un presupposto, ideale e storico, del socialismo” (NM,
23), così come l’individualismo lo è del collettivismo. Polemica
che si estende a ogni forma di statalismo e di burocratismo, dal
momento che “lo Stato è il maggior nemico dei cittadini […] e
ogni accrescimento dei suoi poteri […] equivale sempre a un
accrescimento del malessere, della miseria dei cittadini” (CF,
118-119). Di qui la necessità di lottare contro tutti i poteri forti,
più o meno occulti, e gli innumerevoli privilegi di casta che

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ostacolano il libero sviluppo delle forze produttive, dai grandi


capitalisti monopolisti ai piccoli esercenti che speculano sulla
scarsità di generi di prima necessità dovuta all’evento bellico.
Gramsci si scaglia soprattutto contro le gerarchie ecclesiastiche,
senza tuttavia l’anticlericalismo settario allora diffuso tra i
socialisti, nel riconoscimento da una parte che “la religione è un
bisogno dello spirito” (CF, 174) e dall’altra che “è perfettamen-
te inutile affermare che Dio è faus e che la Madonna è un poco
di buono” se le cose vanno male (CT, 415). Anzi

la preghiera e la bestemmia sono le due facce di una stessa realtà: la


incomprensione dell’inconoscibile. Si prega perché c’è l’abitudine di
credere; si bestemmia perché c’è l’abitudine di non credere. Anche
l’imprecazione è un omaggio alla divinità: è una forma di polemica,
è un’abitudine polemica. (CF, 135)

Gramsci inoltre mostra rispetto e ammirazione per alcune


figure di cattolici impegnati nel sociale, come Giuseppe Cotto-
lengo o Giovanni Bosco, così come per la personalità storica di
Gesù Cristo, pur senza ovviamente riconoscerle una natura pro-
fetica e divina. I suoi strali si rivolgono in particolare contro i
Gesuiti, che definisce insieme alla Massoneria due “vere e pro-
prie associazioni a delinquere” (CT, 704), per la loro pesante e
spesso occulta ingerenza nella vita pubblica della nazione.
Tutti questi vizi italici, peraltro eredità di secoli di domina-
zione straniera e del “modo caotico e tumultuoso col quale [...]
si è andata compiendo l’unificazione dell’Italia” (CF, 598), che
tra l’altro ha aggravato se non prodotto la tuttora irrisolta “qui-
stione meridionale”, si concentrano agli occhi del giovane socia-
lista nel trasformismo e, da ultimo, nel giolittismo, “la marca
politica del decimo sommerso italiano: l’insincerità, l’affari-
smo, il liberalismo clericale, il liberalismo protezionistico, il
liberalismo burocratico e regionalistico” (CF, 205-206), che “in
concreto ha sempre voluto dire: protezione doganale, accentra-
mento statale con la tirannia burocratica, corruzione del parla-
mento, schioppettate sulle strade contro gli scioperanti, mazzie-
ri elettorali” (NM, 19). Da questo punto di vista la figura di Gio-

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litti rappresenta una sorta di caricatura del sano liberalismo


incarnato da Cavour, così come la maschera di Stenterello sta a
Machiavelli nel celebre sonetto di Giusti più volte citato da
Gramsci, mentre la possibilità di un incontro tra istanze autenti-
camente liberali e aspirazioni socialiste gli sembrerà incarnarsi
nella figura del giovanissimo Piero Gobetti, che nel 1918 (appe-
na diciassettenne) fonda il quindicinale “Energie Nove”.
Gramsci rende icasticamente l’arretratezza dell’Italia e, più
in generale, dei paesi latini, che dopo la Controriforma sono
rimasti in una condizione semi-feudale, con la contrapposizione
tra il “Sillabo”, scritto dal papa Pio IX contro gli “errori” della
modernità, e le opere di Hegel, il filosofo che fin d’ora appare
ai suoi occhi come il frutto più maturo di quella stessa moder-
nità e sul quale il socialismo marxista “poggia graniticamente”
(CF, 392). A queste nazioni Gramsci oppone non solo l’Inghil-
terra – che già per Marx rappresentava il modello di organizza-
zione capitalistica matura e ora diviene simbolo del liberalismo
politico, il paese che “ha mantenuto durante la guerra le libertà
pubbliche”, in cui “la censura non esiste […], le riunioni posso-
no essere tenute, la propaganda può esercitarsi liberamente”
(NM, 271) –, ma anche se non soprattutto la nazione tedesca,
per la cui cultura non nasconde la propria ammirazione irriden-
do alla germanofobia ottusa dei nazionalisti alla Enrico Corra-
dini, e nella quale riconosce l’incarnazione genuina dello stato
etico fichtiano. Sulla guerra, di cui denuncia gli orrori oltre alle
ipocrisie della propaganda bellicista (che a sua volta accusa i
socialisti di sabotare gli sforzi militari dell’Italia), Gramsci
mantiene un atteggiamento di ferma opposizione a ogni forma
di collaborazione (per la quale propendevano anche alcuni espo-
nenti della sinistra parlamentare: democratici, repubblicani,
radicali, riformisti), ma anche a ogni retorica pacifista e all’an-
tibellicismo anarchico, in nome di un realismo storicista i cui
antecedenti poteva ritrovare in una tradizione che da Machiavel-
li giunge fino a Croce.
Verso la fine del conflitto mondiale vede nel presidente
americano Thomas Woodrow Wilson, prima con i “quattordici
punti” per giungere alla pace – ognuno dei quali gli pare “pre-

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gno di idee di saggezza politica (sia pure saggezza borghese)”


(CF, 567) – e poi con la proposta di istituire una Lega delle
Nazioni, un’oggettiva convergenza con l’internazionalismo
socialista incarnato dai bolscevichi russi, nella prospettiva del
superamento dello stato-nazione in vista “degli Stati Uniti d’Eu-
ropa e del Mondo” (NM, 172-173). Nel giro di pochi mesi, tut-
tavia, egli giunge alla conclusione che “la Lega delle nazioni è
piano di ricostruzione internazionale borghese” (CF, 696) e che,
contrariamente a quanto creduto per opposte motivazioni dai
socialisti riformisti e dai conservatori più accesi, “il presidente
Wilson non è neppure lontanamente socialista: il libero scambio
non è della dottrina socialista, è intrinsecamente dipendente dal
regime capitalista” (NM, 410), di cui gli Stati Uniti sono diven-
tati ormai la punta più avanzata, “la più grande forza nella sto-
ria moderna del mondo, dopo la Russia di Lenin” (NM, 157).
Oltre alle vicende della vita politica locale, nazionale e
internazionale, il giovane giornalista dedica ampio spazio ad
argomenti di carattere culturale, di cui si sforza tuttavia sempre
di cogliere anche la rilevanza politica: dalle questioni linguisti-
che – a partire dall’opposizione all’esperanto, la lingua artifi-
ciale per la quale simpatizzavano allora anche molti socialisti,
perché “le lingue sono organismi molto complessi e sfumati,
che non possono essere suscitate artificialmente” (CF, 593) –
alle novità letterarie del momento, mettendo in pratica una con-
cezione della critica d’arte ispirata a De Sanctis, “il più grande
critico che l’Europa abbia mai avuto” (CF, 23), fonte anche di
una serie di giudizi negativi sui letterati nostrani, a partire dal
padre gesuita Antonio Bresciani (che nei Quaderni diverrà epo-
nimo di una letteratura retorica e chiesastica, il brescianesimo);
da simili stroncature si salva almeno in parte solo il poeta cre-
puscolare Gozzano. Ai vizi e alle angustie della cultura nazio-
nale Gramsci contrappone fin d’ora le grandi letterature russa,
tedesca e francese, ma negli articoli di questi anni troviamo
anche un iniziale apprezzamento per i futuristi – almeno nella
loro fase di rottura rispetto alla cultura tradizionale e prima del-
la loro trasformazione in movimento politico nazionalista desti-
nato a confluire nel fascismo, che descriverà in una celebre let-

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tera a Trockij (ora in EP I, 248-251) – e un notevole interesse per


il cinematografo, oltre al precoce riconoscimento dell’impor-
tanza della questione scolastica (lotta all’analfabetismo, in favo-
re della scuola pubblica e contro quella privata di ispirazione
religiosa).
Un posto a parte meritano le cronache teatrali, a proposito
delle quali sarà lo stesso Gramsci maturo – pure alquanto criti-
co nei confronti della propria produzione giornalistica: “ho
scritto tante righe da poter costituire quindici o venti volumi di
quattrocento pagine, ma esse erano scritte alla giornata e dove-
vano, secondo me, morire dopo la giornata” (LC, 457) – a riven-
dicare la “scoperta” del teatro di Pirandello, quando questo “era
o sopportato amabilmente o apertamente deriso” (LC, 56),
anche se non tutti i drammi dello scrittore siciliano incontrano
la sua approvazione. Troviamo inoltre pagine di ammirazione
per il “gigantesco lavoro di Shakespeare” (CT, 792), il “teatro
borghese” di Ibsen, alcune commedie di Oscar Wilde e George
Bernard Shaw, i concerti di Toscanini (che difende dall’accusa
di avere diretto il “nemico” Wagner) e, più in generale, per ogni
forma artistica ispirata alla vita reale con i suoi drammi e le sue
contraddizioni, con una predilezione per il realismo che era già
in Marx. Ma troviamo anche feroci stroncature di numerose rap-
presentazioni mediocri di testi altrettanto mediocri, messe in
scena da impresari di quella che è diventata una vera e propria
“industria teatrale” (CT, 992) con il solo obbiettivo del lucro,
assecondando i gusti del pubblico per gli intrecci a sfondo ses-
suale e cruento, i cui protagonisti preferiti sono cocottes e gui-
gnols.
I punti di riferimento culturali del giovane Gramsci, che nei
suoi scritti assume spesso toni caricaturali, satirici e sarcastici
(talvolta feroci, se non crudeli) rimangono a lungo i neoidealisti
Benedetto Croce – “il più grande pensatore d’Europa in questo
momento” (CF, 21) – e Giovanni Gentile – “il filosofo italiano
che più in questi ultimi anni abbia prodotto nel campo del pen-
siero” (CF, 650); i già ricordati “vociani” Papini e Prezzolini,
sensibili alle suggestioni del pragmatismo americano. Gramsci
mostra inoltre particolare interesse per la cultura francese: il

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filosofo Henry Bergson, di cui apprezza l’opposizione al mecca-


nicismo evoluzionista, la valorizzazione del ruolo della volontà
creatrice nella storia e la concezione del progresso come passag-
gio dal disordine all’ordine; il teorico del sindacalismo rivolu-
zionario Georges Sorel (da cui deriva l’idea di un ruolo autono-
mo e attivo dei lavoratori nella lotta per un nuovo ordine sociale,
oltre al nesso tra rivoluzione politica e riforma morale e religio-
sa); lo scrittore pacifista Romain Rolland, al quale fa risale il
celebre motto da lui elevato a filosofia di vita: “pessimismo del-
l’intelligenza, ottimismo della volontà” (ON, 490). Ma il suo
romanziere preferito è il già ricordato Rudyard Kipling, del qua-
le non gli interessa ovviamente il ruolo di corifeo dell’imperiali-
smo britannico, bensì la capacità di coniugare spirito d’avventu-
ra e senso della disciplina, che è innanzitutto autodisciplina,
“esempio di una morale non inquinata di cristianesimo e che può
essere accettata da tutti gli uomini” (CT, 657). Le influenze spi-
ritualistiche e volontaristiche sono evidenti nelle pagine gram-
sciane di questi anni, come nell’articolo dei primi del 1916 su
Socialismo e cultura, dove si legge che

l’uomo è soprattutto spirito, cioè creazione storica, e non natura. Non


si spiegherebbe altrimenti il perché, essendo sempre esistiti sfruttati e
sfruttatori, creatori di ricchezza e consumatori egoistici di essa, non
si sia ancora realizzato il socialismo […]. Ogni rivoluzione è stata
preceduta da un intenso lavorio di critica, di penetrazione culturale.
(CT, 101)

L’anno successivo, il 1917, si rivela decisivo non soltanto


per la storia italiana (disfatta di Caporetto) e mondiale (Rivolu-
zioni di Febbraio e di Ottobre in Russia), ma anche per la vicen-
da intellettuale e politica del giovane Antonio, che matura nel
frattempo un parziale distacco da Tasca, la cui attenzione per la
preparazione culturale e l’aspetto etico-spirituale del movimen-
to socialista (che gli valgono la definizione di “culturista” da
parte degli avversari) gli appaiono ora troppo unilaterali. Non
per questo si avvicina alle posizioni di Amadeo Bordiga, il gio-
vane ingegnere napoletano sostenitore di una concezione rigo-
rosamente classista della lotta politica (“non si diventa socialisti

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con l’istruzione ma per le necessità reali della classe cui si


appartiene”) e destinato a diventare il punto di riferimento della
corrente intransigente del PSI, sempre più distante dal riformi-
smo di Treves e Turati, che dopo Caporetto fanno appelli per la
guerra patriottica. Del resto per Gramsci, che aveva scritto
“vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli
indifferenti” (CF, 15), l’intransigenza non rappresenta solo un
“predicato necessario del carattere” (CF, 478), ma è una caratte-
ristica costitutiva del movimento socialista, “il solo modo di
essere della lotta di classe” (NM, 36), “in dipendenza di una
visione realistica della storia e della vita politica” (NM, 110),
prima ancora che un’opzione tattica o strategica. Questo da una
parte impone una rigorosa disciplina di partito – che tuttavia è
diversa da quella borghese, in quanto “autonoma e spontanea” e
non “meccanica e autoritaria” (CT, 19) – e dall’altra impedisce
ogni forma di collaborazione con altre forze politiche e sociali,
dal momento che

la democrazia è la nostra peggiore nemica, è quella con la quale dob-


biamo essere sempre pronti a fare a pugni, perché intorbida il limpido
distacco delle classi […]. Non che le conquiste democratiche non sia-
no desiderabili, ma devono esserlo solo come mezzo e possibilità di
più rapido sviluppo, e non già come fine ultimo della storia. (CF, 141)

Pur senza condividere l’astensionismo di Bordiga, Gramsci


è tuttavia convinto che “aspettare di essere divenuti la metà più
uno è il programma delle anime pavide che aspettano il sociali-
smo da un decreto regio controfirmato da due ministri” (CF, 28).
Esemplari fin dal titolo del travagliato sviluppo del pen-
siero gramsciano di questi mesi sono due articoli scritti tra la
fine del 1917 e l’inizio del 1918: La rivoluzione contro il “Capi-
tale” e Il nostro Marx. Nel primo, composto sull’onda delle pri-
me e frammentarie notizie che la censura bellica lasciava trape-
lare sulla presa del potere in Russia da parte dei bolscevichi di
Lenin, Gramsci, che aveva insistito sul carattere “proletari[o]”
già della rivoluzione “borghese” di febbraio, sostenendo come
questa “necessariamente deve sfociare nel regime socialista”

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(CF, 138), riprendendo in chiave polemica la tesi dei riformisti


relativamente al carattere non marxista della rivoluzione dell’ot-
tobre (in quanto scoppiata in un paese capitalisticamente arre-
trato), definisce quest’ultima come “la rivoluzione contro il
Capitale di Carlo Marx” che

era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimo-
strazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una
borghesia, si iniziasse un’era capitalistica, si instaurasse una civiltà di
tipo occidentale, prima che il proletariato potesse neppure pensare
alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzio-
ne. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli
schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svol-
gersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolsceviki rinnega-
no Carlo Marx, affermano, e con la testimonianza dell’azione esplici-
ta, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico
non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato. […] Se
i bolsceviki rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rin-
negano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono “marxisti”,
ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina
esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pen-
siero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del
pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contami-
nato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. (CF, 513-514)

Il Marx di Gramsci, quello che, in un articolo scritto nel-


l’imminenza del centenario della nascita, definisce Il nostro
Marx, è un “maestro di vita spirituale e morale, non un pastore
armato di vincastro”; egli

non ha scritto una dottrinetta, non è un Messia che abbia lasciato una
filza di parabole gravide di imperativi categorici, di norme indiscuti-
bili, assolute, fuori delle categorie di tempo e di spazio. Unico impe-
rativo categorico, unica norma: “Proletari di tutto il mondo, unitevi!”
[…]. Con Marx la storia continua ad essere dominio delle idee, dello
spirito, dell’attività cosciente degli individui singoli o associati. Ma le
idee, lo spirito, si sustanziano, perdono la loro arbitrarietà, non sono
più fittizie astrazioni religiose o sociologiche. La sostanza loro è nel-
l’economia, nell’attività pratica, nei sistemi e nei rapporti di produ-
zione e di scambio. La storia come avvenimento è pura attività prati-
ca (economica e morale). […] Volontarismo? La parola non significa
nulla, o viene usata nel significato di arbitrio. Volontà, marxistica-

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mente, significa consapevolezza del fine, che a sua volta significa


nozione esatta della propria potenza e dei mezzi per esprimerla nel-
l’azione. (NM, 5-6)

Gramsci intende quindi proseguire il cammino intrapreso da


Antonio Labriola, che alla fine dell’Ottocento, opponendosi alle
interpretazioni meccaniciste, deterministe e scientiste diffuse nel
marxismo della Seconda Internazionale, aveva letto i testi di
Marx nella prospettiva di un “comunismo critico […] che non ha
niente di comune col positivismo filosofico, metafisica e misti-
ca dell’Evoluzione e della Natura” (NM, 348). Di qui la decisio-
ne di pubblicare ampi stralci degli scritti labriolani sul “Grido del
popolo”, ai quali Gramsci ispira una concezione in cui

tra la premessa (struttura economica) e la conseguenza (costituzione


politica) i rapporti sono tutt’altro che semplici e diretti […]. Lo sno-
darsi della causazione è complesso e imbrogliato, e a districarlo non
giova che lo studio approfondito e diffuso di tutte le attività spirituali
e pratiche, e questo studio è possibile solo dopo che gli avvenimenti
si sono assestati in una continuità, cioè molto, molto dopo l’accadi-
mento dei fatti. […] La storia non è un calcolo matematico: non esi-
ste in essa un sistema metrico decimale, una numerazione progressi-
va di quantità uguali che permetta le quattro operazioni, le equazioni
e le estrazioni di radici: la quantità (struttura economica) vi diventa
qualità poiché diventa strumento di azione in mano agli uomini […].
In una rivoluzione proletaria, la incognita “umanità” è più oscura che
in qualunque altro avvenimento. […] Non la struttura economica
determina direttamente l’azione politica, ma l’interpretazione che si
dà di essa e delle così dette leggi che ne governano lo svolgimento.
Queste leggi non hanno niente di comune con le leggi naturali, seb-
bene anche queste non siano obiettivi dati di fatto, ma solo costruzio-
ni del nostro pensiero, schemi utili praticamente per comodità di stu-
dio e di insegnamento. (NM, 204-205)

Avremo modo di vedere come questa interpretazione del


marxismo, in cui il concetto di previsione ha senso soltanto se
tradotto in un programma politico concreto (“filosofia della
prassi”), verrà ripresa nella riflessione carceraria; e questo
avverrà proprio attraverso la lettura diretta dei testi di Marx che,
con ogni verosimiglianza, comincia solo in questi anni. Anni in

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cui matura in Gramsci la convinzione che la rivoluzione russa


non è un fatto isolato, ma il primo momento di un processo
destinato a coinvolgere il mondo intero, a partire dalle nazioni
più colpite dalla tragedia bellica, come l’Italia. Un processo che
immagina piuttosto rapido, mostrando di condividere la visione
catastrofista della crisi capitalistica del dopoguerra prevalente
nel marxismo internazionale, che in anni successivi abbando-
nerà decisamente, ma che al momento i tentativi insurrezionali
in Germania, Austria e Ungheria, la crescita di consenso per i
partiti socialisti in tutto l’Occidente industrializzato e la stessa
rifondazione dell’Internazionale comunista – la Terza – da par-
te di Lenin sembravano autorizzare. Nel frattempo in Italia – “il
paese di Pulcinella” (NM, 513-514) – si susseguono manifesta-
zioni e disordini di segno politico opposto, a quelle operaie e
socialiste aggiungendosi le rivendicazioni di reduci e nazionali-
sti per la “vittoria mutilata” (destinate a sfociare nell’“impresa
fiumana” di D’Annunzio) e, soprattutto, le prime violenze del
nascente movimento fascista, che il 15 aprile 1919 incendia la
sede milanese dell’“Avanti!”.

4. “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra


intelligenza”

Il 1° maggio 1919 esce il primo numero del settimanale


l’“Ordine Nuovo”, con il quale i giovani socialisti torinesi inten-
dono gettare un nuovo ponte tra intellettuali e movimento ope-
raio, nella convinzione che “se vi è nel mondo qualcosa che ha
un valore per sé, tutti sono capaci di goderne” (ON, 380) e che
quindi la cultura “alta” possa e debba essere diffusa anche tra le
masse popolari. “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la
nostra intelligenza. Agitatevi perché avremo bisogno di tutto il
nostro entusiasmo. Organizzatevi perché avremo bisogno di tut-
ta la nostra forza”, recita il motto della testata, di cui Gramsci è
segretario di redazione. L’obbiettivo degli ordinovisti è quello di
andare oltre sia il riformismo sia il massimalismo del partito
socialista, che in occasione del Congresso di Bologna dell’otto-

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bre successivo aderirà formalmente alla Terza Internazionale, ma


continuerà a tollerare al proprio interno la minoranza turatiana,
peraltro ancora egemone nel gruppo parlamentare e nei vertici
sindacali. Questo anche alla luce dell’evoluzione delle vicende
russe, su cui Gramsci si propone innanzitutto di fare chiarezza,
nella convinzione che “il regime capitalista ha raggiunto, anche
in Italia, il punto morto del suo processo di sviluppo” (ON, 105)
e che quindi ci si trovi alla vigilia di una svolta epocale, alla “fase
che precede: o la conquista del potere politico da parte del pro-
letariato […]; o una tremenda reazione da parte della classe pro-
prietaria e della casta governativa” (ON, 531).
La riflessione sulla rivoluzione bolscevica induce Gramsci
ad abbandonare l’antistatalismo degli anni precedenti per riflet-
tere sulle modalità della costruzione del nuovo Stato socialista
in sostituzione di quello borghese, del quale fino allora si era
limitato a denunciare il carattere classista e oppressivo. È per
questo che ora scrive che, se “tutta la tradizione liberale è con-
tro lo Stato”, non lo è quella comunista, dal momento che “ogni
conquista della civiltà diventa permanente […] in quanto si
incarna in una istituzione e trova una forma nello Stato” (ON,
115-117). Uno Stato che, pur profondamente diverso da quello
capitalista, dovrà continuare a svolgerne i compiti amministrati-
vi ed educativi, per “risolvere, all’interno e all’esterno, gli stes-
si problemi di uno Stato borghese […] con sistemi e con mezzi
tecnici sostanzialmente [non] molto diversi da quelli adoperati
da uno Stato borghese” (ON, 616). Sono argomenti che ripren-
dono pressoché alla lettera le tesi esposte da Lenin in Stato e
rivoluzione (1917) e si oppongono radicalmente a quanto predi-
cato dagli anarchici, che da questo punto di vista appaiono a
Gramsci i veri e propri eredi dell’individualismo liberale, e dai
teorici del sindacalismo “pseudo-rivoluzionario” (ON, 299), che
assumono “come fatto permanente, come forma perenne del-
l’associazionismo, il sindacato professionale nella forma e con
le funzioni attuali, che sono imposte e non proposte” (ON, 128),
e che pertanto può svolgere soltanto un ruolo – peraltro indi-
spensabile – di difesa di interessi corporativi, ma non di inter-
vento politico attivo.

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La cellula costitutiva della nuova formazione statuale è


invece identificata da Gramsci nei Consigli di fabbrica, che
comprendono tutti gli operai, anche non sindacalizzati, oltre ai
tecnici, in quanto anch’essi “produttori”. A tali organismi è affi-
dato il compito di sostituire l’“ordine nuovo” a quello vecchio,
in via di rapida dissoluzione. Come scrive in un articolo sulla
Democrazia operaia:

Lo Stato socialista esiste già potenzialmente negli istituti di vita


sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di
loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di com-
petenze e di poteri […] significa creare già fin d’ora una vera e pro-
pria democrazia operaia […], preparata già fin d’ora a sostituire lo
stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di domi-
nio del patrimonio nazionale. […] L’officina con le sue commissioni
interne, i circoli socialisti, le comunità contadine, sono i centri di vita
proletaria nei quali occorre direttamente lavorare. Le commissioni
interne sono organi di democrazia operaia […]. Già fin d’oggi gli
operai dovrebbero procedere alla elezione di vaste assemblee di dele-
gati, scelti tra i migliori e i più consapevoli compagni, sulla parola
d’ordine: “Tutto il potere dell’officina ai comitati d’officina”, coordi-
nata all’altra: “Tutto il potere dello Stato ai Consigli operai e conta-
dini”. (ON, 87-89)

In definitiva, “la conquista dello Stato da parte dei proleta-


ri avverrà solo quando gli operai e i contadini avranno creato un
sistema di istituzioni statali capaci di sostituire le istituzioni del-
lo Stato democratico-parlamentare” (ON, 147) per instaurare la
“Repubblica soviettista italiana” (ON, 407), destinata a sua vol-
ta a entrare in una federazione internazionale di analoghe istitu-
zioni, prima continentale e poi mondiale. Particolarmente inte-
ressante, in queste pagine, il richiamo all’importanza del coin-
volgimento nel movimento consiliare dei contadini, che nasce
dal riconoscimento del fatto che

con le sole forze degli operai d’officina la rivoluzione non potrà affer-
marsi stabilmente e diffusamente: è necessario saldare la città alla
campagna, suscitare nella campagna istituzioni di contadini poveri
sulle quali lo Stato socialista possa fondarsi e svilupparsi. (ON, 161)

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In questo periodo Gramsci, che si definisce ormai “comu-


nista”, approfondisce la conoscenza diretta degli scritti di Marx,
Engels e Lenin, fino ad allora piuttosto parziale e non sempre di
prima mano. Legge anche i testi dei principali esponenti di quel-
la che, diversamente dagli anni precedenti, non esita a etichetta-
re come “dottrina marxista”, da Rosa Luxemburg a Karl Radek,
da György Lukács a Karl Korsch, da Karl Kautsky ad Anton
Pannekoek, da Nikolaj Bucharin a Lev Trockij, alcuni dei quali
presenta sulle pagine del suo settimanale. Nei loro confronti
Gramsci mette in atto quel procedimento di assimilazione criti-
ca che è peculiare del suo rapporto con le “fonti” del proprio
pensiero e che egli stesso definisce con il concetto di “traduzio-
ne”; e del resto la stessa proposta dei Consigli di fabbrica, che
pure viene considerata una sua creazione originale, viene da lui
presentata come “una traduzione per la realtà storica italiana
delle concezioni svolte dal compagno Lenin in alcuni scritti
pubblicati dallo stesso ‘Ordine Nuovo’” (ON, 625), che a sua
volta aveva “tradotto storicamente nella realtà sperimentale la
formula marxista della dittatura del proletariato” (ON, 57).
Tra i collaboratori del giornale spicca il già menzionato
Gobetti, di fede liberale ma irresistibilmente attratto da un
movimento che gli pare prefigurare un mondo nuovo e libero,
capace di attuare quell’autentica “Rivoluzione liberale” (come
si intitolerà il settimanale da lui animato dal 1922 al ’25, l’anno
prima di morire in esilio a Parigi, in seguito alle violenze subite
dai fascisti) che i sedicenti liberali hanno tradito. Intanto Gram-
sci prosegue la polemica contro i socialisti riformisti, da Turati
a Mondolfo, che credono “alla perpetuità delle istituzioni dello
Stato democratico”, la cui forma “può essere corretta, qua e là
ritoccata, ma deve essere rispettata fondamentalmente” (ON,
130), mentre l’obbiettivo degli ordinovisti è il loro abbattimen-
to e l’instaurazione della dittatura del proletariato quale prodro-
mo indispensabile per l’instaurazione di nuove forme statuali.
Oltre all’ostilità delle forze padronali, che chiedono e
ottengono l’appoggio del governo, al quale è ritornato per l’en-
nesima volta il “vecchiardo senza avvenire” Giolitti (ON, 554)
per stroncare l’organizzazione consiliare, questa deve subire

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anche l’opposizione da parte dello stesso partito socialista, e


non solo dei riformisti, ma anche di esponenti della sinistra, da
Serrati a Bordiga, che l’accusano di volontarismo e spontanei-
smo. Manifesta invece la sua approvazione Lenin in persona,
che dichiara che “le tesi della sezione torinese sono le sole che
corrispondono pienamente a tutti i principi fondamentali della
III Internazionale” (ON, 629). Anche la Confederazione genera-
le del lavoro, il sindacato legato al partito socialista, nega il pro-
prio appoggio al movimento ordinovista, il cui elemento di mag-
giore originalità rispetto alle organizzazioni sindacali tradizio-
nali consiste nel non limitarsi più alle pur legittime e importan-
ti rivendicazioni di aumenti salariali, diminuzione dell’orario di
lavoro e miglioramento delle condizioni di vita all’interno delle
fabbriche, ma nella volontà di partecipare direttamente alla loro
gestione, fino a sostituirsi alla direzione padronale. È per questo
che, al termine di mesi di scioperi e proteste, nella notte tra 31
agosto e 1° settembre 1920 il movimento consiliare culmina con
l’occupazione di numerose fabbriche a Torino e dintorni, com-
presa la Fiat. Per alcune settimane, nonostante il boicottaggio di
imprenditori, tecnici e molti impiegati, gli operai riescono a
mandare avanti la produzione, cercando di applicare i metodi
più avanzati escogitati dal sistema capitalistico (taylorismo, for-
dismo), anche se in una prospettiva non più di sfruttamento. Alla
fine, però, si devono arrendere e, ai primi d’ottobre, le aziende
ritornano in mano ai loro proprietari, che tuttavia sono costretti
a riconoscere come interlocutori politici le commissioni interne,
oltre a prendere l’impegno (peraltro presto disatteso) di rinun-
ciare a ogni ritorsione nei confronti dei lavoratori. Nel pieno del-
l’occupazione, il senatore Agnelli giunge al punto di proporre la
cessione dell’azienda di famiglia alle maestranze, affinché la
gestiscano in forma di cooperativa, pur di salvarla dalla distru-
zione.
Il fallimento dell’esperienza dell’occupazione delle fabbri-
che, oltre a convincere Gramsci dell’impossibilità di una rifor-
ma dall’interno del partito socialista (incapace di mettere a frut-
to l’accresciuto peso parlamentare in seguito alle elezioni del
novembre 1919) e quindi della necessità di costituire una nuova

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forza comunista, rafforza in lui la consapevolezza che, per rove-


sciare l’ordinamento economico, sociale e politico borghese, il
proletariato urbano settentrionale deve allearsi con le masse dei
contadini meridionali, sottraendole all’egemonia del neonato
partito popolare, altro grande vincitore dell’ultima consultazio-
ne elettorale, la cui costituzione era stata definita da Gramsci “il
fatto più grande della storia italiana dopo il Risorgimento” (NM,
460), ma che ritiene incapace di conciliare gli interessi di gran-
di proprietari terrieri e piccoli coltivatori che costituiscono la
sua base elettorale. Riconoscimento che si estende alla Chiesa
romana che ha svolto, “nella storia del genere umano, un’azio-
ne positiva, che si può avversare ma che bisogna rispettare e con
cui occorre fare i conti”, dal momento che “governa un immen-
so apparecchio di dominio e di supremazia” (ON, 460); inoltre,
per il fatto che “in Italia, a Roma, c’è il Vaticano, c’è il Papa”,
il futuro stato operaio dovrà “trovare un sistema di equilibrio
con la potenza spirituale della Chiesa” (ON, 468).
Anche per questo, nel corso del 1920, Gramsci prende pro-
gressivamente le distanze dai compagni torinesi Togliatti e Ter-
racini – da Tasca si era allontanato fin dal “colpo di stato reda-
zionale” che aveva trasformato l’“Ordine Nuovo” da “rassegna
di cultura” a “giornale dei Consigli di fabbrica” (ON, 611-612)
– per avvicinarsi a Bordiga, ormai leader indiscusso degli
intransigenti, pur continuando a dissentire dalla sua tattica
astensionistica, derivata da una concezione deterministica e
meccanicistica del marxismo (entrambe oggetto di aspre critiche
nel celebre scritto di Lenin sull’Estremismo, malattia infantile
del comunismo). Come scrive Gramsci, “astenersi dalle elezioni
parlamentari non ha significato soviettista, non ha valore di
‘scelta’” (ON, 180); al contrario, “i rivoluzionari consapevoli” si
attendono “che lo sforzo elettorale del proletariato riesca a far
entrare in Parlamento un buon nerbo di militanti del Partito
socialista, […] abbastanza numeroso e agguerrito da rendere
impossibile a ogni leader della borghesia di costituire un gover-
no stabile” (ON, 315). È indubbio tuttavia che in questo perio-
do Bordiga eserciti una certa influenza anche teorica sul pensie-
ro gramsciano, che nell’urgenza della lotta (combattuta senza

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risparmio di forze, nonostante le sempre precarie condizioni di


salute, e senza mai preoccuparsi della propria incolumità perso-
nale) sembra perdere almeno in parte il carattere antidogmatico
e dialettico degli anni precedenti (che ritroveremo negli scritti del
carcere), per affidarsi a formule ed espressioni dottrinarie che,
nella loro schematicità e semplicità, gli appaiono al momento più
efficaci. Questo perché, come scriverà in seguito:

Quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa quindi finisce


con l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo mecca-
nico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione,
di perseveranza paziente. “Io sono sconfitto, ma la forza delle cose
lavora per me a lungo andare”. È un “atto di fede” nella razionalità del-
la storia, che si traduce in un finalismo appassionato, che sostituisce la
“predestinazione”, la “provvidenza” ecc. della religione. (Q 8, § 205)

Più tardi Gramsci riconoscerà il carattere “oppiaceo” di


tale concezione e la necessità di abbandonarla “senza aspettare
che il subalterno sia diventato dirigente” (Q 11, § 12). In questo
momento, tuttavia, il giovane esponente dell’estrema sinistra
socialista ritiene che “il determinismo economico, prima che
essere fondamento scientifico dell’azione politica ed economi-
ca della classe lavoratrice, è norma d’azione, è dovere morale”
(NM, 519); per questo fa uso di un linguaggio rigorosamente
classista, nella convinzione che “i partiti politici sono il riflesso
e la nomenclatura delle classi sociali” (ON, 656).
Nel frattempo gli imprenditori reagiscono al “biennio ros-
so” di agitazioni operaie serrando le proprie fila e soprattutto
appoggiando sempre più apertamente il movimento fascista, i cui
attacchi violenti alle sedi delle organizzazioni politiche e sinda-
cali dei lavoratori si svolgono con la sostanziale connivenza del-
le forze dell’ordine, per le quali la tutela della legalità sembra
consistere esclusivamente nel reprimere le manifestazioni socia-
liste, mentre tollerano le violenze (con migliaia di morti), gli
incendi e i saccheggi delle squadracce fasciste. In questo clima,
il 15 gennaio 1921, si apre a Livorno il diciassettesimo congres-
so del PSI; avendo ottenuto appena un terzo dei voti dei delegati
(che si esprimono in grande maggioranza a favore di Serrati,

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contrario all’espulsione della minoranza riformista), la corrente


dei “puri” guidata da Bordiga abbandona l’assise e, il 21 dello
stesso mese, fonda il Partito comunista d’Italia. Gramsci, che
non aveva nemmeno preso la parola durante il congresso e viene
escluso dall’Esecutivo del nuovo partito (entrerà invece nel
Comitato centrale, non senza resistenze da parte di qualcuno che
rievoca perfino il suo “interventismo” del 1914, oltre a ribadire
la vecchia accusa di “bergsonismo”), non risulta eletto nelle con-
sultazioni politiche del maggio successivo, ottenendo meno pre-
ferenze di altri compagni di partito. Riconoscerà più tardi che “la
scissione di Livorno (il distacco della maggioranza del proleta-
riato dalla Internazionale comunista) è stata senza dubbio il più
grande trionfo della reazione” e di avere poi approvato le “Tesi di
Roma” (presentate da Bordiga al secondo congresso del PCdI nel
marzo 1922, in dissenso rispetto alla tattica del “fronte unico”
con le altre forze della sinistra elaborata dall’Internazionale
comunista) solo “per mantenere la compagine del nucleo fonda-
mentale del partito, ancora giovane” (CPC, 183).
A Gramsci è affidata la direzione della nuova serie
dell’“Ordine Nuovo”, divenuto quotidiano dal 1° gennaio 1921
e ora organo della neonata formazione politica, sulle cui pagine
svolge una polemica aspra e spesso violenta nei confronti dei
socialisti, accusati di essere traditori, collaborazionisti, opportu-
nisti, i cui leader politici e sindacali vengono paragonati agli
acrobati del circo Barnum (SF, 172-175) o ai mandarini cinesi
(SF, 206-210), mentre a Serrati vengono rivolti epiteti come
“lanzo ubriaco” e “pappagallo demagogo” (SF, 318). Gli ex
compagni sono identificati come nemici della classe operaia
allo stesso titolo degli esponenti dei partiti borghesi se non del
movimento fascista, la cui pericolosità almeno inizialmente
anche Gramsci sottovaluta, riducendola a un rigurgito di fru-
strazione e ribellione del ceto piccolo-borghese, “il popolo del-
le scimmie” di kiplingiana memoria (SF, 9-12), o bollandolo
come “sovversivismo reazionario” (SF, 204-206), nella convin-
zione, condivisa dalla grande maggioranza del movimento
comunista internazionale, che nonostante tutto, in Italia e nel
mondo, la situazione resti favorevole alle forze rivoluzionarie:

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I comunisti credono che la crisi attuale sia una catastrofe […], un


fenomeno eccezionale, ovviabile solo con mezzi eccezionali, […] un
fenomeno di completa disgregazione del sistema economico borghe-
se, che si può circoscrivere e superare solo con la conquista dello Sta-
to, con l’imposizione della dittatura proletaria. (SF, 216)

Una polemica che si alimenta per lo più di fatti contingen-


ti e lascia poco spazio alla riflessione teorica e tantomeno a
quella culturale, che invece negli anni precedenti era parsa
indissolubilmente legata alla lotta politica quotidiana. Anche nei
rapporti con il movimento comunista internazionale e con la sua
centrale moscovita, Gramsci non mostra una posizione diversa
rispetto a quella della direzione bordighiana, che mascherava il
suo dissenso di fatto dalla linea leniniana (unità d’azione con i
socialisti dopo essersi separati da loro, nella prospettiva di una
nuova fusione con la corrente massimalista, dopo che questa si
fosse separata dai riformisti) dietro dichiarazioni formali di ade-
sione passiva alla stessa. Non sorprende pertanto la decisione
dello stesso Bordiga di portare con sé proprio Gramsci a Mosca,
a rappresentare il partito italiano nell’esecutivo dell’Internazio-
nale e quindi, al proprio ritorno in Italia, di lasciarlo in Russia
per partecipare al IV congresso del Comintern. Non è escluso
tuttavia, che alla base di tale decisione, vi fosse anche la volontà
da parte del segretario del partito di tenere lontano dall’Italia e
dai suoi vecchi compagni dell’“Ordine Nuovo” colui che già
allora rappresentava la principale possibile alternativa alla sua
leadership.

5. “Repubblica federale degli operai e dei contadini”

Gramsci giunge nella capitale della Russia soviettista ai


primi di giugno del 1922, in gravi condizioni di salute psico-
fisica che ne impongono presto il ricovero nel sanatorio di Sere-
brjanyi Bor, alla periferia di Mosca. Qui conosce una giovane
ammalata, Eugenia Schucht, che parla italiano avendo soggior-
nato a lungo a Roma con la famiglia (in precedenza il padre

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Apollon era stato in esilio in Siberia insieme a Lenin) e con la


quale stringe quella che a lungo si è ritenuta soltanto un’amici-
zia, ma che oggi sappiamo essere stato un pur breve legame sen-
timentale. Nel frattempo, però, Antonio ha conosciuto la sorella
minore di Eugenia, Giulia, che viene spesso a trovarla, e con la
quale intreccia presto una nuova relazione che porterà al matri-
monio e, nonostante i brevi periodi di convivenza e il precoce
manifestarsi dei problemi psichici della giovane, a due figli:
Delio (1924) e Giuliano (1926). A Roma, nel 1925, Gramsci
conoscerà poi una terza sorella Schucht, Tatiana, che era rima-
sta in Italia al momento dello scoppio della Rivoluzione russa e
si guadagnava da vivere facendo l’insegnante di scienze natura-
li; sarà lei ad assisterlo nei lunghi anni del carcere.
Intanto, il 28 ottobre 1922, in Italia si era svolta la Marcia
su Roma da parte delle milizie fasciste, in seguito alla quale Vit-
torio Emanuele III aveva deciso di incaricare Mussolini di for-
mare il nuovo governo. È l’inizio dell’“era fascista” che com-
porta anche per Gramsci un radicale mutamento di scenario teo-
rico, oltre che politico: al centro dell’attenzione non è più il
tema della rivoluzione, ma quello del potere e della sua gestio-
ne, in particolare nei luoghi in cui questa è affidata a un partito
unico, totalitario, anche se ovviamente non è indifferente il fat-
to che l’obbiettivo di questo partito sia la restaurazione e con-
servazione dell’ordine borghese capitalistico, o il suo rovescia-
mento. Di questo problema, all’interno dell’élite bolscevica, si
inizia a discutere in termini di egemonia, concetto che sarà al
centro della riflessione dei Quaderni, ma che Gramsci inizia a
utilizzare in questa accezione specifica fin dagli scritti dell’ulti-
ma fase della sua vita politica attiva.
Anche in risposta al precipitare della situazione italiana, in
un quadro internazionale sempre più sfavorevole al movimento
operaio, nel quarto congresso dell’Internazionale comunista,
che si tiene dal 5 novembre al 5 dicembre 1922, il presidente del
Comintern Zinov’ev e un Lenin ormai gravemente ammalato
rilanciano la strategia, già elaborata nell’assise precedente (e
corrispondente al passaggio, in Russia, dal comunismo di guer-
ra alla Nuova politica economica), del fronte unico tra comuni-

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sti e socialisti, in un momento in cui non è più all’ordine del


giorno l’espansione della rivoluzione ma il consolidamento del-
lo Stato sovietico, accerchiato militarmente, politicamente ed
economicamente dalle nazioni capitalistiche, e la lotta contro la
reazione in Europa. Una strategia in netto contrasto con quella
imposta al partito italiano da Bordiga, assolutamente contrario a
“ogni politica di intesa coi massimalisti serratiani” (EP I, 203);
il che costringe il suo rappresentante a Mosca, non ancora deci-
so a rompere con lui, ma nemmeno intenzionato a sottrarsi alla
disciplina internazionale, a una difficile opera di mediazione:
Gramsci dirà di essere stato costretto a “cammina[re] sui carbo-
ni ardenti” e di avere “anguilleggiato” (L, 262).
Il soggiorno russo è l’occasione per Gramsci di approfon-
dire ulteriormente la conoscenza dell’opera di Marx (che pro-
prio in quegli anni Rjazanov iniziava a pubblicare finalmente in
edizione critica) e soprattutto di Lenin (che incontra personal-
mente almeno una volta), nel quale vede non tanto il custode
dell’ortodossia marxista, ma colui che tenta fino all’ultimo di
tradurne la teoria in una realtà concreta in continuo mutamento.
Il “leninismo” di Gramsci consisterà d’ora in poi, come scriverà
nei Quaderni ricorrendo a una metafora di carattere militare, nel
riconoscimento che il leader bolscevico

aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovra-


ta, applicata vittoriosamente in Oriente nel 1917, alla guerra di posi-
zione che era la sola possibile in Occidente […]. Questo mi pare
significare la formula del “fronte unico” […]. Solo che Ilici [Lenin]
non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto
che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito
fondamentale era nazionale. (Q 7, § 16)

Compito che Gramsci si assumerà sia nella lotta politica


immediata, sia nella riflessione carceraria, muovendo dalla con-
siderazione leniniana che “la politica è l’espressione concentra-
ta dell’economia […]. La politica non può non avere il primato
sull’economia. Ragionare diversamente significa dimenticare
l’abbiccì del marxismo”, o meglio cadere in quello che lo stes-
so Lenin (e Gramsci con lui) definisce “economismo”, errore di

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cui entrambi accuseranno innanzitutto Bucharin e Trockij. Que-


sto porta inoltre Gramsci ad abbandonare definitivamente ogni
appoggio, sia pure solo tattico, alla linea estremista imposta da
Bordiga al Partito italiano e a cercare di mettere fine al contra-
sto di fatto tra questa e quella portata avanti dall’Internazionale.
Nel frattempo tuttavia, in seguito all’aggravarsi della malattia e
quindi alla morte di Lenin (avvenuta nel gennaio 1924), inizia
una serie di contrasti laceranti all’interno del gruppo dirigente
bolscevico che si concluderanno, nel giro di alcuni anni, con la
definitiva affermazione di Stalin, abile nell’eliminare dal gioco
(e spesso non solo in senso metaforico) gli avversari a uno a
uno, alleandosi temporaneamente con gli altri. Tutto questo si
tradurrà, sul piano teorico, in un irrigidimento che porterà alla
nascita del marxismo-leninismo inteso come dottrina dogmatica
e definitiva, alla parola d’ordine del socialfascismo, che pone
sostanzialmente sullo stesso piano fascisti e socialdemocratici
in quanto entrambi espressione di istanze capitalistico-borghesi,
e all’ingresso dell’Unione Sovietica (costituita ufficialmente nel
dicembre 1922) nel gioco diplomatico delle grandi potenze, i
cui interessi non sempre coincidono con quelli del movimento
comunista internazionale, nell’ottica prevalente della costruzio-
ne del socialismo in un solo paese.
Ai primi di dicembre del 1923 Gramsci lascia Mosca per
Vienna, allo scopo di avvicinarsi all’Italia (dove non può rien-
trare a causa di un mandato di cattura spiccato nei suoi confronti
subito dopo l’espatrio) e tenere più stretti rapporti con il partito,
ormai costretto alla clandestinità e falcidiato dagli arresti dei
suoi massimi dirigenti, tra cui lo stesso Bordiga. Per quanto
riguarda le prospettive politiche immediate, Gramsci immagina
che alla caduta del fascismo, che prevede ancora imminente,
debba seguire una transizione democratica nel corso della quale
i comunisti possano e debbano assumere l’egemonia alleandosi
con i lavoratori poveri della terra (anche a costo di sacrifici sul
piano economico immediato). È per questo che lancia la propo-
sta di una “Repubblica federale degli operai e dei contadini”;
inoltre, riprendendo il titolo del settimanale pubblicato da Sal-
vemini dal 1911 al 1920, decide di chiamare “l’Unità” il quoti-

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diano “della sinistra operaia” (EP II, 126-127) che inizierà le


sue pubblicazioni nel febbraio 1924. Il periodo trascorso nella
capitale austriaca – all’epoca particolarmente vivace dal punto
di vista politico e culturale (dai tentativi insurrezionali socialco-
munisti al dibattito teorico degli austromarxisti, dalle riunioni
dei filosofi del Circolo di Vienna alle sedute psicanalitiche di
Freud e dei suoi discepoli) – è uno dei meno conosciuti della
vita di Gramsci, che nelle lettere inviate a Giulia e ai compagni
di partito in Italia afferma, con un’insistenza che potrebbe pare-
re quasi eccessiva, di condurre una vita estremamente ritirata –
“sto sempre a casa, o quasi, in una via molto lontana dal centro,
solo, a leggere e a scrivere” (L, 181) – ma che è difficile imma-
ginare del tutto estraneo a tutti questi fermenti rivoluzionari.
Eletto alla Camera dei deputati in seguito alle votazioni
dell’aprile 1924, nel mese successivo Gramsci può rientrare in
Italia in quanto formalmente garantito dall’immunità parlamen-
tare. Poco dopo, il V congresso dell’Internazionale comunista
(giugno-luglio) sancisce la sua investitura ufficiale a capo del
Partito italiano, in opposizione a Bordiga che continua a mani-
festare con le parole, ma soprattutto con le azioni, il proprio dis-
senso nei confronti della linea politica dettata da Mosca. Gram-
sci invece, pur esprimendo fin dall’inizio il suo disappunto per
i metodi in cui si sta svolgendo la lotta per la successione a
Lenin – e in particolare trovando l’atteggiamento di Stalin nei
confronti di Trockij “assai irresponsabile e pericoloso” (L, 182)
–, mostra un sostanziale appoggio alla nuova maggioranza che
si va costituendo intorno al leader georgiano, riuscendo ben pre-
sto a portare sulle proprie posizioni anche Togliatti e Terracini.
Questo comporta una profonda autocritica nei confronti soprat-
tutto del biennio di sostanziale adesione alla linea politica impo-
sta da Bordiga al partito comunista appena fondato: “noi, vec-
chio gruppo torinese, abbiamo fatto molti errori”, aveva scritto
già da Mosca a Togliatti nel maggio 1923 (EP II, 102); “errori
gravissimi che in fondo adesso scontiamo” (L, 221), come riba-
disce ora. Questi errori riguardano innanzitutto il modo in cui si
è consumata la scissione di Livorno:

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Ci limitammo a battere sulle questioni formali, di pura logica, di pura


coerenza, e fummo sconfitti, perché la maggioranza del proletariato
organizzato politicamente ci diede torto, non venne con noi [… per-
ché] non avevamo saputo tradurre in linguaggio comprensibile a ogni
operaio e contadino italiano

la posizione teorica e politica del nuovo partito (CPC, 17-18).


La lotta contro il vecchio gruppo dirigente bordighiano si svol-
ge senza esclusione di colpi, dal momento che Gramsci è “con-
vinto che non si può assolutamente fare compromessi con Ama-
deo. Egli ha una personalità troppo vigorosa ed ha una così
profonda persuasione di essere nel vero” (L, 160). Anche i toni
si fanno presto aspri e violenti: il primo segretario del partito
viene accusato da Gramsci di “carbonarismo” (CPC, 44), di ave-
re una mentalità “irrigidita ed anchilosata” (CPC, 233), di fra-
zionismo ed estremismo di sinistra che finisce per avvicinarsi
oggettivamente “alle più pericolose deviazioni di destra” (CPC,
255) – la stessa accusa che Stalin rivolgerà a Trockij. Gramsci
cerca di sostituire all’organizzazione verticistica e settaria del
partito (che in seguito caratterizzerà con la definizione di “cen-
tralismo burocratico”), solo in parte imposta dalla condizione di
illegalità in cui si era costretti a operare, una struttura che assi-
curi il massimo possibile di rapporto biunivoco tra dirigenti e
diretti (“centralismo organico” o “democratico”), per un partito
che sia “avanguardia cosciente della classe operaia” (CPC, 259)
e non semplicemente “organo”, gruppo ristretto di “puri” custo-
di dell’ortodossia comunista.
Altrettanto implacabile si mostra Gramsci nei confronti
dell’“opportunismo di destra” di Tasca (CPC, 187) e dei partiti
avversari, ma soprattutto degli ex compagni socialisti, contro i
quali usa espressioni del tipo: “miasmi cadaverici della decom-
posizione socialista” (CPC, 90), “malavita giornalistica” (CPC,
281), “filibustieri rotti a ogni ricatto” (CPC, 284), “uomini di
paglia, ridicoli zimbelli” (CPC, 286) e così via, venendo ripaga-
to dagli avversari con la medesima moneta. Gli attacchi sono
rivolti sia ai riformisti sia ai massimalisti di Serrati, che succes-
sivamente entrerà nel partito comunista e verrà da Gramsci com-

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memorato dopo la morte (1926) in un articolo in cui ammetterà


di avere “incrudelito, forse oltre misura, nell’aggressione a ciò
che ci pareva inutile sentimentalismo e sterile amore per le vec-
chie formule e i vecchi simboli” (CPC, 112).
Nel portare avanti la propria battaglia politica dentro e fuo-
ri del partito, Gramsci recupera alcune istanze ordinoviste, a
partire dalla proposta di istituire delle “cellule d’officina” nelle
fabbriche; del resto, nel marzo 1924, erano riprese le pubblica-
zioni dell’“Ordine Nuovo”, terza serie, ora quindicinale, “nello
stesso formato e con gli stessi intendimenti con cui iniziò a
stamparsi a Torino il 1° maggio 1919” (CPC, 161), nella con-
vinzione che “il nostro programma attuale deve riprodurre, nel-
la situazione oggi esistente in Italia, la posizione assunta negli
anni 1919-1920” (CPC, 21). Per questo Gramsci torna a insiste-
re sull’importanza della battaglia ideologico-culturale, accanto a
quella politica, economica e sociale: di qui l’inizio di una rifles-
sione sugli intellettuali, che avrà ampio sviluppo negli anni del
carcere, e l’istituzione di una scuola di partito nel 1925. Tutta-
via, nel realizzare una dispensa sulla “dottrina del marxismo-
leninismo almeno nei suoi termini più generali” (CPC, 55), si
avvale largamente di una libera traduzione (effettuata dalla
cognata Tatiana), con alcune interpolazioni, della Teoria del
materialismo storico di Bucharin, che nei Quaderni verrà inve-
ce additato a esempio negativo delle degenerazioni meccanici-
stiche e deterministiche del marxismo della Terza Internaziona-
le. In questi mesi Gramsci appare vicino al discepolo preferito
di Lenin – “l’iniziatore di un nuovo processo di sviluppo della
storia” (CPC, 13) – nell’appoggio incondizionato alla prosecu-
zione della N.E.P contro le politiche di industrializzazione e col-
lettivizzazione forzate un tempo proposte da Trockij e ora di fat-
to attuate dalla maggioranza staliniana. Che questo comporti
anche un avvicinamento teorico a Bucharin è oggetto di discus-
sione tra gli studiosi; in ogni caso è indubbio che l’urgenza del-
la lotta, e la drammaticità delle condizioni in cui questa si svol-
ge, contribuiscono a spiegare un nuovo irrigidimento del pen-
siero gramsciano, che traspare da affermazioni (lontane sia dagli
scritti giovanili, sia da quelli del carcere) secondo cui “il lenini-

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smo è un sistema unitario di pensiero e di azione pratica in cui


tutto si tiene e si dimostra reciprocamente” e il cui “nucleo fon-
damentale […] nella azione pratica è la dottrina della dittatura
del proletariato” (CPC, 272).
Nel frattempo, in seguito all’uccisione del deputato socia-
lista Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) da parte di alcuni
sicari fascisti, il potere di Mussolini vacilla e sembra sul punto
di crollare sull’onda dell’indignazione dell’opinione pubblica,
che fino allora aveva assistito passivamente, e nei suoi settori
più conservatori non senza compiacimento, alla marea montan-
te della violenza squadrista nei confronti delle organizzazioni
dei lavoratori. I deputati dell’opposizione, compresi i comunisti,
abbandonano la Camera; Gramsci ritiene che si sia creata una
situazione analoga a quella verificatasi in Francia alla fine del
XIX secolo con l’“affaire Dreyfus” e preme affinché l’Antipar-
lamento aventiniano si trasformi in una sorta di Assemblea
Costituente che prepari e poi gestisca la transizione democrati-
ca in seguito alla caduta del fascismo, che crede come molti altri
questione di settimane – nell’ottobre scrive che “il regime fasci-
sta è entrato in agonia” (CPC, 31) –, proclamando immediata-
mente lo sciopero generale. Ai tentennamenti e ai dinieghi delle
opposizioni democratiche, che temono un’egemonia comunista
nella lotta antifascista, Gramsci risponde facendo rientrare i pro-
pri deputati in Parlamento, dove il 3 gennaio 1925 Mussolini si
assume pubblicamente la piena responsabilità politica dell’as-
sassinio di Matteotti. Superata anche questa difficile prova, il
regime mira a consolidare ulteriormente il proprio potere, anche
grazie a una serie di iniziative legislative, tra le quali la proibi-
zione delle associazioni segrete.
In occasione della discussione parlamentare del provvedi-
mento Gramsci tiene il suo primo e ultimo discorso alla Came-
ra, nel corso del quale manifesta la propria totale opposizione a
una misura che vede volta non solo e non tanto contro le logge
massoniche (da lui combattute fin dagli anni giovanili), ma con-
tro ogni forma di organizzazione diversa da quelle del Partito
nazionale fascista, di cui è tra i primi a cogliere la trasformazio-
ne in regime, anche se almeno fino all’arresto non ne compren-

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de a pieno la solidità, immaginandone ancora nell’agosto 1926


una possibile caduta in seguito a “una crisi economica improv-
visa e fulminea non improbabile in una situazione come quella
italiana” (CPC, 120). Un regime che a Gramsci pare portatore di
istanze di modernizzazione senza innovazione, per definire il
quale inizia a impiegare le categorie di “cesarismo e bonaparti-
smo”, derivate dal Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte di
Marx, che ritroveremo ampiamente sviluppate nei Quaderni: il
fascismo infatti si presenta come espressione della “parte più
energica e attiva della piccola borghesia italiana che ha voluto
risolvere, oltreché a beneficio del capitalismo, anche a benefi-
cio proprio, la situazione di equilibrio delle forze che esistevano
nel 1920 e nel 1921 tra capitalismo e proletariato” (CPC, 191).
Successivamente Gramsci vedrà nella “rivoluzione senza pro-
gramma” del sovversivismo fascista (ON, 205) un esempio di
“rivoluzione passiva”, categoria mutuata dal Saggio storico sul-
la rivoluzione di Napoli del 1799 di Vincenzo Cuoco, sia pure
“in un senso un po’ diverso da quello che il Cuoco vuole dire”
(Q 19, § 24). Con questa formula e altre analoghe (“rivoluzione
senza rivoluzione”, “rivoluzione-restaurazione” e così via)
Gramsci finirà infatti per descrivere tutte quelle situazioni in cui
i gruppi dominanti riescono a soddisfare le esigenze di innova-
zione imposte dal mutare dei tempi (e innanzitutto dalle modi-
ficazioni intervenute nel mondo della produzione) senza muta-
re la struttura gerarchica della società.
Nel gennaio del 1926, a Lione, si svolge in clandestinità il
terzo congresso del Partito comunista italiano, che sancisce la
vittoria delle tesi della maggioranza gramsciana con oltre il 90%
dei voti. Tesi ribadite e sviluppate in un saggio su La quistione
meridionale terminato poco prima dell’arresto (ma rimasto ine-
dito fino al 1930): “in nessun paese il proletariato è in grado di
conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze” (CPC,
483), ma può diventare classe dirigente e dominante solo crean-
do un sistema di alleanze che, per quanto riguarda l’Italia, coin-
volga innanzitutto le masse contadine del Mezzogiorno, strap-
pandole all’egemonia dei grandi e medi proprietari terrieri,
degli intellettuali che forniscono una giustificazione ideologica

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alle loro istanze (Croce) e del clero cattolico che contribuisce


alla conservazione dello status quo. Tutto questo ha come con-
seguenza il “fatto che economicamente e politicamente tutta la
zona meridionale e delle isole funziona come una immensa
campagna di fronte all’Italia del nord, che funziona come
un’immensa città” (CPC, 107).
L’ultimo atto della vita politica attiva di Gramsci è rappre-
sentato dalla lettera scritta nell’ottobre 1926, a nome del partito
comunista italiano, al Comitato centrale di quello russo. Pur con-
tinuando a schierarsi con la maggioranza di Stalin e Bucharin –
Kamenev e Zinov’ev sono da poco passati all’opposizione insie-
me a Trockij e pertanto vengono considerati i “maggiori respon-
sabili dell’attuale situazione” di contrasti –, la cui posizione gli
appare “fondamentalmente giusta” ma che invita a non voler
“stravincere”, Gramsci paventa il rischio della rottura dell’“unità
del nucleo leninista” e ammonisce, rivolto innanzitutto a Stalin:
“voi oggi state distruggendo l’opera vostra” (CPC, 128-130).
Opera che, come precisa in una successiva lettera a Togliatti (che
l’aveva sostituito a Mosca come rappresentante del partito italia-
no e aveva espresso le proprie contrarietà alle critiche rivolte da
Gramsci ai compagni russi, rifiutandosi di trasmetterle formal-
mente), appare tutt’altro che realizzata dal momento che, come
sostiene ancora Gramsci, “nell’URSS si cammina sulla via del
socialismo”, nel senso che “il proletariato, una volta preso il
potere, può costruire il socialismo” (CPC, 134-137).
A una riunione clandestina convocata d’urgenza nell’entro-
terra di Genova, dove un emissario dell’Internazionale avrebbe
dovuto spiegare a Gramsci le ragioni della maggioranza stali-
niana, il capo del partito italiano non giungerà mai perché trat-
tenuto sul treno a Milano da un commissario di polizia, che lo
invita a ritornare a Roma “per il suo bene”. Ma pochi giorni
dopo, il 6 novembre 1926, in occasione dell’ennesimo giro di
vite repressivo messo in atto dal regime con il pretesto di alcuni
falliti attentati alla vita di Mussolini, Gramsci viene arrestato
nonostante godesse dell’immunità parlamentare in quanto i
deputati comunisti, a differenza di quelli rimasti sull’Aventino,
non erano ancora stati dichiarati formalmente decaduti.

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CAPITOLO SECONDO

“UN UOMO POLITICO SCRIVE DI FILOSOFIA”


(1926-1937)

Un uomo politico scrive di filosofia: può darsi che la sua “vera” filo-
sofia sia invece da ricercarsi negli scritti di politica. In ogni persona-
lità c’è un’attività dominante e predominante: è in questa che occorre
ricercare il suo pensiero, implicito il più delle volte e talvolta in con-
traddizione con quello espresso ex professo. (Q 4, § 46 e Q 11, § 65)

1. “La prigione è una lima sottile”

Subito dopo l’arresto, Gramsci viene destinato al confino


nell’isola siciliana di Ustica, dove si trovavano già, oltre a qual-
che centinaia di delinquenti comuni, alcuni oppositori del regi-
me tra cui Bordiga, con il quale egli ristabilisce rapporti di col-
laborazione cordiale e fattiva. I due ex acerrimi rivali nella lotta
interna al partito, oltre a occuparsi della gestione della vita
comunitaria dei confinati politici, organizzano per loro una
scuola di cultura generale nella quale l’ingegnere napoletano si
fa carico della “sezione scientifica” e il glottologo mancato di
quella “storico-letteraria” (LC, 22), frequentando a sua volta le
lezioni di lingua tedesca.
Dopo poco più di un mese, però, Gramsci viene trasferito
da Ustica al carcere milanese di San Vittore, dove giunge il 7
febbraio 1927, al termine di diciannove, terribili giorni di “tra-
duzione ordinaria”, che così descrive in una lettera ai familiari:

Immaginate che da Palermo a Milano si snodi un immenso verme,


che si compone e si decompone continuamente, lasciando in ogni car-

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cere una parte dei suoi anelli, ricostituendone dei nuovi, vibrando a
destra e a sinistra delle formazioni e incorporandosi le estrazioni di
ritorno. Questo verme ha dei covili, in ogni carcere, che si chiamano
transiti, dove si rimane dai 2 agli 8 giorni, e che accumulano, raggru-
mandole, la sozzurra e la miseria delle generazioni. Si arriva, stanchi,
sporchi, coi polsi addolorati per le lunghe ore di ferri, con la barba
lunga, coi capelli in disordine, con gli occhi infossati e luccicanti per
l’esaltazione della volontà e per l’insonnia; ci si butta per terra su
pagliericci che hanno chissà quale vetustà, vestiti, per non aver con-
tatti col sudiciume, avvolgendosi la faccia e le mani nei propri asciu-
gamani, coprendosi con coperte insufficienti tanto per non gelare. Si
riparte ancora più sporchi e stanchi, fino al nuovo transito, coi polsi
ancora più lividi per il freddo dei ferri e il peso delle catene e per la
fatica di trasportare, così agghindati, i propri bagagli. (LC, 42)

A Milano viene interrogato più volte dal giudice istruttore


Enrico Macis che, ostentando un atteggiamento benevolo nei suoi
confronti, insinua in lui il dubbio, destinato a ritornare più volte
negli anni successivi, che alcuni dei suoi “amici” (vale a dire,
compagni di partito), desiderino che egli “rimanga un pezzo in
galera”: ne sarebbe prova una “strana lettera” (LC, 207) inviatagli
dall’esponente comunista Ruggero Grieco, dalla quale risultereb-
be in modo inequivocabile il ruolo apicale da lui rivestito nell’or-
ganigramma del partito. Per la verità tale ruolo era già ben noto
per altre vie agli inquirenti; inoltre gli altri due principali indaga-
ti Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro, destinatari di lettere
di analogo tenore, non ebbero mai ragione di sospettare di un
complotto ai loro danni.
L’11 maggio 1928 Gramsci viene trasferito a Roma per
essere sottoposto a processo da parte del Tribunale speciale per
la difesa dello Stato, appena istituito, davanti al quale è chiama-
to a rispondere, insieme ad altri dirigenti del partito, “di attività
cospirativa, di istigazione alla guerra civile, di apologia di reato
e di incitamento alla lotta di classe”, nonché di “organizzazione
di banda armata, devastazione, saccheggi e strage”. La linea
difensiva degli imputati consiste nel denunciare l’illegalità del-
l’arresto e il carattere esclusivamente politico dell’intero proce-
dimento, che si inserisce nel processo di fascistizzazione di tut-
te le istituzioni statali allora in atto. Nel corso della requisitoria

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finale, pare che il pubblico ministero Michele Isgrò abbia affer-


mato, a proposito di Gramsci: “per vent’anni, dobbiamo impe-
dire a questo cervello di funzionare”. In effetti verrà condanna-
to a venti anni, quattro mesi e cinque giorni di reclusione, da
scontare nel carcere per minorati fisici di Turi, in provincia di
Bari, per via delle numerose patologie di cui soffriva da tempo,
ulteriormente aggravate dalla carcerazione preventiva e dagli
estenuanti trasferimenti da un penitenziario all’altro.
A occuparsi di Gramsci per tutto il periodo della detenzio-
ne e fino alla morte sarà la cognata Tatiana che, appoggiandosi
all’ambasciata sovietica presso la quale aveva trovato nel frat-
tempo impiego, nonostante fosse a sua volta di salute cagione-
vole si reca regolarmente a fargli visita e, nei periodi in cui non
può farlo, intrattiene con lui una fitta corrispondenza, una parte
della quale gira a sua volta ad altri destinatari: la moglie e i figli
di Antonio in Unione Sovietica, la madre e il resto della fami-
glia d’origine in Sardegna, l’amico Sraffa tra l’Italia e Cam-
bridge. Quest’ultimo, già collaboratore dell’“Ordine Nuovo”,
sulle cui pagine veniva presentato come uno che “quantunque
non iscritto […] ha fede nel nostro partito e lo ritiene il solo
capace di risolvere permanentemente i problemi posti e la situa-
zione creata dal fascismo” (ON, 177), grazie al suo prestigio
accademico e alle relazioni familiari, gode di una relativa libertà
di movimento; finisce quindi per giocare il ruolo di emissario
tra Gramsci e Togliatti, di fatto divenuto capo del partito ormai
entrato pienamente in clandestinità. Per aggirare la censura car-
ceraria, Gramsci e i suoi corrispondenti (diretti e indiretti) ricor-
rono a perifrasi e allusioni comprensibili soltanto a loro, che
finiscono per costituire un vero e proprio codice cifrato. Questo
permette al prigioniero di comunicare ai compagni i risultati
delle sue riflessioni, in crescente dissidio rispetto alla teoria e,
soprattutto, alla pratica del movimento comunista internaziona-
le tra la fine degli anni Venti e la prima metà degli anni Trenta.
Non c’è alcuna prova tuttavia del fatto, ipotizzato da alcuni stu-
diosi, che tale dissidio abbia mai indotto Gramsci ad abiurare
alla propria “fede” comunista, della quale piuttosto propone una
revisione estremamente radicale.

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Lo stesso Sraffa fa in modo che Gramsci possa approvvi-


gionarsi senza limiti di spesa di libri e riviste presso la libreria
Sperling & Kupfer di Milano. Naturalmente, prima di essere
consegnato al prigioniero, tutto il materiale a stampa che giun-
ge dall’esterno deve essere ispezionato e vistato dalle autorità
carcerarie, che trattengono quanto considerato politicamente
pericoloso o inopportuno. Una buona parte di questo materiale
è conservato, insieme a testi appartenuti al Nostro prima della
carcerazione, nel Fondo Gramsci presso l’omonima Fondazione
di Roma, e costituisce una risorsa preziosa per lo studio delle
fonti della sua riflessione carceraria. Se infatti Gramsci ottiene
il permesso di tenere in cella l’occorrente per scrivere solo ai
primi di febbraio del 1929, in seguito a numerose e reiterate
istanze (la prima delle quali presentata quasi due anni addietro),
fin dall’inizio egli si era riproposto di dedicare il tempo di ozio
forzato allo studio.
A partire dal momento immediatamente successivo all’ar-
resto di Gramsci vengono intrapresi diversi tentativi per ottenere
la liberazione del prigioniero (o, in subordine, significative ridu-
zioni della pena detentiva), che s’intensificheranno e prosegui-
ranno fino alla sua morte, coinvolgendo a vario titolo il regime
fascista, il Vaticano, il governo sovietico e il partito italiano in
clandestinità, che pure Gramsci, anche per via della “lettera
famigerata” (LC, 647) di Grieco, vorrebbe tenere fuori dal gio-
co. Inizialmente, tra il 1927 e il ’28, si pensa a uno scambio tra
Gramsci e alcuni sacerdoti cattolici detenuti in Unione Sovietica;
quindi, in occasione del salvataggio dell’equipaggio della spedi-
zione polare italiana di Nobile da parte di una nave rompighiac-
cio russa, a una sorta di gesto di riconoscenza da parte di Mus-
solini; infine alla liberazione del dirigente comunista in cambio
di quella di una spia fascista detenuta in Russia. Nel frattempo il
partito e il movimento antifascista internazionale mettono in atto
campagne di stampa volte a denunciare, non senza esagerazioni,
le condizioni inumane di detenzione di Gramsci, che peraltro
disapprova queste iniziative considerandole, probabilmente a
ragione, di possibile ostacolo alle delicate trattative diplomatiche
in corso. Queste sono destinate comunque a infrangersi definiti-

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vamente contro il rifiuto del prigioniero di compiere un qualun-


que gesto di sottomissione al regime e tantomeno di sottoscrive-
re una richiesta di grazia, sia pure motivata da ragioni di salute;
con ogni probabilità, inoltre, per il governo sovietico la libera-
zione di un personaggio di cui era nota l’eterodossia almeno fin
dal 1926, non rientrava tra le priorità.
A rendere ancora più opprimente la detenzione di Gramsci
sopravviene il deteriorarsi dei rapporti con la moglie. Giulia,
fedele membra del partito come il padre Apollon e la sorella
Genia (la cui ostilità per Antonio è motivata sia dalla gelosia –
che la porta fino a cercare di sostituirsi a Giulia nel ruolo di
madre dei figli avuti dall’uomo di cui è stata innamorata – sia
dai sospetti per la sua eterodossia politica), anche per l’aggra-
varsi delle sue condizioni di salute (soffriva di una grave forma
di depressione con attacchi di epilessia, che tentò di curare con
una lunga terapia psicanalitica), dirada presto le comunicazioni
epistolari e lascia trascorrere spesso mesi senza rispondere alle
lettere in cui Antonio le chiede insistentemente di scrivergli
notizie su di lei e sui loro bambini; né tantomeno reagisce alla
sue sollecitazioni di venire a fargli visita in Italia. Questo
indurrà Gramsci a ritenere di essere “sottoposto a vari regimi
carcerari”, a quello vero e proprio aggiungendosi “l’altro carce-
re […], costituito dall’essere tagliato fuori non solo dalla vita
sociale, ma anche dalla vita famigliare ecc. ecc.” (LC, 332); l’e-
sasperazione e la frustrazione che ne seguono lo spingeranno,
nell’estate del 1932, a proporre a Giulia tramite Tania (che
peraltro non inoltrerà tale comunicazione alla sorella), di consi-
derare di fatto sciolto il loro vincolo matrimoniale.
Anche i rapporti con il partito sono tutt’altro che semplici
e lineari. Informato da detenuti appena entrati in carcere e,
soprattutto, dal fratello Gennaro che lo visita nell’estate del
1930 su incarico di Togliatti, del totale allineamento dei comu-
nisti italiani rispetto alle posizioni staliniane (la cosiddetta
“svolta a sinistra”: dottrina del socialfascismo e strategia di lot-
ta di classe contro classe), esprime in più di un’occasione il pro-
prio dissenso. Allo scopo di renderlo pubblico e farlo pervenire
fino a Mosca, nell’ottobre di quello stesso anno Gramsci ne fa

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oggetto delle discussioni con gli altri compagni di partito reclu-


si a Turi, che si tengono nel cortile della prigione durante l’ora
d’aria. A suo avviso, infatti, la capacità del sistema capitalistico
mondiale di assorbire l’urto della crisi del 1929 e l’ulteriore
rafforzarsi del regime fascista – che costituisce “il rappresen-
tante, oltre che pratico (per l’Italia), ideologico (per l’Europa)”
della “guerra di posizione” (Q 10, I, § 9) condotta dalle forze
della conservazione contro il movimento operaio internazionale
– rendono del tutto anacronistica la prospettiva di un’imminen-
te rivoluzione proletaria all’Occidente e impongono una lunga
fase intermedia che, nel nostro paese, deve porsi come obbietti-
vo immediato la restaurazione della democrazia parlamentare,
all’interno della quale il partito comunista dovrà mettere in atto
una politica di alleanze per conquistare e conservare l’egemo-
nia. Tutto questo si traduce nella parola d’ordine della Costi-
tuente, non intesa più come Assemblea repubblicana successiva
alla caduta del fascismo, ma come piattaforma comune di lotta
contro il regime, da combattersi all’interno delle sue stesse isti-
tuzioni (sindacati, corporazioni, associazioni ricreative e cultu-
rali ecc.). Una prospettiva che, sia pure presentata in chiave tat-
tica e transitoria, genera sconcerto e turbamento tra i compagni
del collettivo carcerario, determinando la brusca interruzione
delle conversazioni e voci incontrollate su una presunta abiura
di Gramsci del comunismo o una sua espulsione dal partito. A
smentire queste ultime, riprese con grande clamore anche di
recente, basterebbe l’intenzione, dal prigioniero reiterata fino
all’ultimo, di recarsi in Unione Sovietica non appena ottenuta la
piena libertà, per riprendervi la propria battaglia politica e per-
sonale, in nome di quel “comunismo critico” di cui si era fatto
portavoce sin dalla fine degli anni Dieci, anche allo scopo di
chiedere conto dell’atteggiamento del partito nei suoi confronti
durante la sua reclusione, dalla “strana lettera” di Grieco al fal-
limento dei tentativi di liberazione.
Nel corso della detenzione, le condizioni psico-fisiche del
prigioniero conoscono un progressivo peggioramento; oltre al
male di cui soffre fin dall’infanzia e ai problemi subentrati negli
anni di intenso lavoro politico (insonnia, cefalee, ipereccitabilità

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e astenia), aggravati dalla situazione carceraria, se ne aggiungo-


no altri determinati da questa (comprese le vessazioni di alcuni
secondini) e dalla mancanza di cure adeguate: perdita dei denti,
ipertensione, aterosclerosi, gotta. In una delle tante notazioni
autobiografiche dei Quaderni Gramsci prenderà atto di questa
situazione, scrivendo che “la prigione è una lima così sottile,
che distrugge completamente il pensiero” (Q 9, § 51), oltre che
il corpo. Intanto, il 3 agosto 1931 ha un grave episodio di emot-
tisi, che lo lascia per qualche mese in uno stato di profonda pro-
strazione; il medico del carcere continua tuttavia a ritenere le
sue condizioni di salute compatibili con la detenzione e dovrà
trascorrere più di un anno prima che il prigioniero ottenga di
essere visitato da un sanitario di sua fiducia. Il 7 marzo 1933,
nello scendere dal letto, cade a terra senza riuscire più a rialzar-
si; per qualche tempo deve essere assistito in cella, dove fino ad
allora viveva da solo (condizione necessaria per potervi tenere il
materiale per scrivere), da alcuni compagni di prigionia che si
alternano al suo capezzale: la loro testimonianza sarà in seguito
preziosa per ricostruire le modalità del lavoro carcerario di
Gramsci.
Nel frattempo il prigioniero presenta istanza di trasferi-
mento presso un luogo di cura, che viene accolta diversi mesi
dopo, e solo grazie a un’altra lunga e complessa trattativa; il 7
dicembre 1933, al termine della consueta ed estenuante tradu-
zione ordinaria, Gramsci giunge alla clinica del dottor Cusuma-
no di Formia, dove viene ricoverato in stato di detenzione. Le
sue condizioni rimangono tuttavia molto serie, anche per l’ina-
deguatezza della struttura dal punto di vista igienico-sanitario.
Nell’estate del 1934, trovandosi nelle circostanze previste dal
codice penale anche in seguito a una serie di amnistie, condoni
e sconti di pena concessi dal regime fascista in occasione di par-
ticolari ricorrenze allo scopo di consolidare il consenso interno
e la propria immagine internazionale (che certo non si sarebbe
giovata della morte in carcere di uno dei suoi principali opposi-
tori), Gramsci fa domanda per ottenere la libertà condizionale,
formalmente accolta alla fine di ottobre. Solo il 24 agosto del-
l’anno successivo (1935), tuttavia, egli ottiene di essere trasferi-

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to in una struttura giudicata più consona al suo stato, la clinica


“Quisisana” di Roma, mentre non ricevono risposta le sue reite-
rate istanze di potere espatriare (per recarsi a Mosca e riunirsi
alla famiglia) o, in subordine, trasferirsi in Sardegna, per sot-
trarsi almeno in parte alla presenza soffocante della polizia
fascista. Formalmente in regime di libertà condizionale, Gram-
sci viene infatti sottoposto, per ordine del Capo del governo
fascista, a una sorveglianza continua e ossessiva, con ulteriori
inasprimenti in relazione a particolari contingenze nazionali e
internazionali.
Sempre più provato nel corpo e nell’animo, muore il 27
aprile 1937, all’età di 46 anni, per emorragia cerebrale, due
giorni dopo aver ricevuto la notizia della fine di ogni misura di
sorveglianza cautelare nei suoi confronti. Poche settimane prima
aveva affidato all’amico Sraffa, che era venuto a fargli visita in
clinica alcune volte a partire dal 1935, il proprio ultimo mes-
saggio politico, incaricandolo nuovamente di trasmettere al par-
tito “la sua raccomandazione che si adottasse la parola d’ordine
dell’Assemblea Costituente”.

2. “Scrivere in cella”

Nelle condizioni precarie sopra descritte, tra il febbraio


1929 e l’estate del 1935 Gramsci compila, in tutto o in parte,
trentatré quaderni di tipo scolastico che contengono oltre due-
mila annotazioni, alcune traduzioni dal tedesco, dal russo e (in
minima parte) dall’inglese, vari appunti bibliografici, minute di
lettere e bozze di istanze alle autorità, per un totale di circa tre-
mila pagine manoscritte con una grafia minuta e sottile, ma
estremamente chiara e leggibile. In una prima fase, che giunge
sino all’inizio del 1932, porta avanti parallelamente il lavoro di
traduzione e la stesura di note che egli stesso definisce di carat-
tere “miscellaneo”; in realtà, per tutto il 1929, prevalgono quel-
li che il prigioniero descrive come “esercizi di lingua” (QT, 501
e 504), che ancora nel 1928 immaginava potessero diventare la
sua “occupazione predominante” (LC, 87) e che ora afferma di

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svolgere “per rifar[si] la mano” (LC, 236). L’interesse di questo


lavoro – che contiene frequenti errori e fraintendimenti dovuti a
una non perfetta padronanza delle lingue studiate – non è costi-
tuito tanto dal suo valore intrinseco, quanto dal fatto che esso si
applica a testi che trattano argomenti per i quali Gramsci ha
mostrato attenzione fin dagli anni giovanili e ai quali dedicherà
una parte consistente degli appunti di carattere teorico.
Egli infatti affronta dapprima (Quaderno A) un numero
monografico della rivista tedesca “Die Literarische Welt”, dedi-
cato alla letteratura e alla cultura degli Stati Uniti, nazione alla
quale Gramsci aveva guardato sin dalla fine della Grande Guer-
ra come a un modello di società capitalistica avanzata, perché
priva dei lacci e delle pastoie del Vecchio Mondo, e i cui metodi
produttivi già dai tempi dell’“Ordine Nuovo” immaginava tra-
sferibili anche in un’organizzazione di tipo socialistico. Il tema
verrà approfondito nel corso della prigionia con numerose anno-
tazioni, una parte delle quali raccolte nel Quaderno 22, dedicato
ad Americanismo e fordismo, mentre la lettura di brani antologi-
ci dei nuovi romanzieri e drammaturghi americani (da Eugene
O’Neil a Sherwood Anderson, da Upton Sinclair a Theodore
Dreiser) fornisce a Gramsci un’ulteriore pietra di paragone criti-
ca rispetto ai letterati del nostro paese.
Il prigioniero volge quindi in italiano (Quaderni A e B)
ventiquattro fiabe tratte da un’antologia tedesca dei fratelli
Grimm, che evidentemente lo interessano come manifestazione
di cultura e letteratura popolare, ma che sono espressione di una
concezione del mondo arcaica, fatalistica e provvidenzialistica
che egli rifiuta, omettendo quasi sempre i riferimenti alla divi-
nità o neutralizzandoli in vario modo, dall’uso sistematico del-
l’iniziale minuscola – fino a trasformare l’Ach Gott! dell’origi-
nale (“mio Dio!”) in un per dio dal sapore quasi blasfemo (QT,
199) – alla resa di frasi come der liebe Gott wird uns schon hel-
fen (alla lettera: “il buon Dio ci aiuterà di certo”) con un “ce la
caveremo anche questa volta” (QT, 246), e così via. Il carattere
pedagogico di questo lavoro è confermato dall’intenzione del
prigioniero di inviare le favole tradotte ai nipoti, i figli della
sorella Teresina, in Sardegna, “come un […] contributo allo svi-

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luppo della fantasia dei piccoli” (LC, 525); il progetto non si


realizzerà per il rifiuto opposto dalle autorità carcerarie.
Gli studi universitari di glottologia vengono in qualche
modo ripresi nella traduzione (Quaderni B e C) del manuale del
linguista tedesco Franz Nikolaus Finck, Die Sprachstämme der
Welt (I ceppi linguistici del mondo), in un momento in cui l’im-
portanza delle questioni etnolinguistiche era di grande attualità
nell’Unione Sovietica, in quanto federazione di stati in cui
avrebbero dovuto convivere popolazioni e linguaggi estrema-
mente eterogenei; non è certo per caso se le riflessioni carcera-
rie si concluderanno con il Quaderno 29, Note per un’introdu-
zione allo studio della grammatica. L’interesse per la lingua rus-
sa (la lingua del paese dei Soviet e dell’Internazionale, ma anche
della moglie e dei figli rimasti a Mosca), oltre che per la sua
grande letteratura nazionale-popolare (tema al centro di molte
riflessioni successive, culminate nei Quaderni 21 e 23), è alla
base delle traduzioni (ospitate nella prima parte del Quaderno 9)
da un’antologia di classici, da Čechov a Gogol’, da Puškin a Tol-
stoj, da Turgenev a Dostoevskij, che comprende anche brani di
Maksim Gor’kij, all’epoca considerato il maggiore scrittore rus-
so vivente.
Quindi, abbandonati precocemente gli esercizi sulla lingua
inglese nel Quaderno C (sostituiti dalla sola lettura di testi in ori-
ginale), Gramsci si dedica, nello stesso quaderno, a due lavori
goethiani, traducendo dal tedesco alcune poesie tratte ancora da
un’antologia scolastica e una parte dei Gespräche (Conversazio-
ni) avuti dal poeta ormai anziano con il discepolo Johann Peter
Eckermann, che li aveva messi per iscritto. Fin dagli anni torine-
si Goethe era parso a Gramsci come un modello di “genio uni-
versale”, capace come pochi altri (per esempio Dante e Shake-
speare) di trascendere i confini spazio-temporali della propria
esistenza biografica e quindi di parlare agli uomini di ogni epo-
ca e nazione. Nel cimentarsi in carcere con le sue liriche, ha
come punto di riferimento le traduzioni poste da Croce in appen-
dice al proprio volume di studi goethiani, mentre i Gespräche,
nella loro compostezza classica, gli forniscono l’occasione per
“delle analisi di sintassi e di stile” (LC, 87).

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È infine estremamente significativo che le traduzioni gram-


sciane culmino e si concludano con un’antologia di testi di Marx,
Lohnarbeit und Kapital. Zur Judenfrage und andere Schriften
aus der Frühzeit (Lavoro salariato e capitale. La questione ebrai-
ca e altri scritti giovanili), a cui dedica la parte iniziale del Qua-
derno 7. La rilevanza teorica di questo lavoro è confermata dal-
la circostanza che, a differenza di quanto non faccia solitamen-
te, Gramsci ne modifica l’ordine rispetto all’originale, come a
voler istituire una gerarchia di valore tra gli scritti del “suo
Marx”, che vede al primo posto le Tesi su Feuerbach, seguite da
passi tratti dalla Prefazione del 1859 a Per la critica dell’eco-
nomia politica, dal Manifesto del partito comunista, da Lavoro
salariato e capitale (esposizione divulgativa delle teorie econo-
miche marxiane), dalla Questione ebraica e dalla Sacra Fami-
glia, per terminare con testi cui evidentemente attribuisce mino-
re importanza. Questo lavoro si svolge nel 1931 ed è prelimina-
re e parallelo alla compilazione di una serie di appunti sul mate-
rialismo storico che, come vedremo nel paragrafo successivo, ne
comportano insieme l’approfondimento e una profonda revisio-
ne.
Nel frattempo Gramsci procede, con estrema lentezza per
tutto il 1929 e in modo più spedito dall’inizio del 1930 (con un
nuovo rallentamento nella seconda metà del 1931, per via dei
già ricordati problemi di salute), a stendere note di argomento
vario secondo alcuni programmi di lavoro che ha iniziato a ela-
borare ancora prima di ottenere il permesso di scrivere in cella.
Infatti, fin dal marzo 1927, egli aveva scritto alla cognata di
volersi dedicare a:

1° una ricerca sulla formazione dello spirito pubblico in Italia nel


secolo scorso; in altre parole, una ricerca sugli intellettuali italiani, le
loro origini, i loro raggruppamenti secondo le correnti della cultura, i
loro diversi modi di pensare ecc. ecc. […] 2° uno studio di linguisti-
ca comparata […]. 3° Uno studio sul teatro di Pirandello e sulla tra-
sformazione del gusto teatrale italiano che il Pirandello ha rappresen-
tato e ha contribuito a determinare. […] 4° Un saggio sui romanzi di
appendice e il gusto popolare in letteratura. (LC, 55-56)

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Un nuovo e più articolato programma di lavoro apre quel-


lo che lo stesso Gramsci battezza come “Primo quaderno” e
comprende sedici “argomenti principali”, che vanno dalla rifles-
sione sul marxismo (cui allude con la formulazione ellittica di
Teoria della storia e della storiografia) al Risorgimento italia-
no, dal tema degli intellettuali alla letteratura popolare, dalla
Divina Commedia alla questione cattolica, dall’analisi del folk-
lore e del senso comune alla ripresa della “quistione meridio-
nale”, da Americanismo e fordismo alla quistione della lingua
in Italia, dal giornalismo alla disputa tra Neo-grammatici e neo-
linguisti. Alcuni di questi temi assumeranno nel corso del tem-
po un ruolo maggiore, inducendo Gramsci a riservare loro bloc-
chi unitari di note: nascono così le tre “serie” di “Appunti di
filosofia” (nei Quaderni 4, 7 e 8), la sezione dedicata al Canto
X dell’Inferno (nel Quaderno 4) e le note sul Risorgimento (nel
Quaderno 9). Altri argomenti emergeranno negli anni successi-
vi, durante i quali il prigioniero formulerà ulteriori programmi
di lavoro, nessuno dei quali sarà tuttavia destinato a essere pie-
namente realizzato.
Quindi, dopo aver interrotto definitivamente le traduzioni e
pur continuando a stendere note miscellanee (sono adibiti a que-
sta funzione, tra il 1929 e il 1932, i Quaderni 1-9 e, successiva-
mente, i Quaderni 14, 15 e 17), a partire dalla primavera del 1932
Gramsci si dedica prevalentemente alla costruzione di quaderni
di carattere monografico, che definisce “speciali”, in cui trascri-
ve, in forma più o meno rielaborata, buona parte delle annota-
zioni precedenti. Queste, una volta ricopiate, vengono barrate
con larghi tratti di penna che tuttavia non ne impediscono la let-
tura. Il tentativo di riordinamento del materiale in saggi più o
meno compiuti è destinato peraltro a infrangersi contro difficoltà
di vario genere, dall’indisponibilità del supporto bibliografico
indispensabile al progressivo deteriorarsi delle condizioni psico-
fisiche dell’autore, che lo portano a interrompere definitiva-
mente il lavoro di riscrittura nella primavera del 1935: mentre i
primi “speciali”, i Quaderni 10 (La filosofia di Benedetto Cro-
ce), 11 (Appunti per una introduzione e un avviamento allo stu-
dio della filosofia e della storia della cultura), 12 (Appunti e

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note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali


e della cultura in Italia), 13 (Noterelle sulla politica del
Machiavelli) e 16 (Argomenti di cultura 1°), sono compilati per
intero, quelli dal 19 al 25 (‹Risorgimento italiano›; Azione cat-
tolica - Cattolici integrali - gesuiti - modernisti; Problemi della
cultura nazionale italiana. 1° Letteratura popolare; Americani-
smo e fordismo; Critica letteraria; Ai margini della storia. Sto-
ria dei gruppi sociali subalterni) sono scritti solo in parte; il
Quaderno 18 (Niccolò Machiavelli. II) e quelli dal 26 al 28
(Argomenti di cultura 2°; Osservazioni sul “Folclore”; Loriani-
smo) contengono appena qualche annotazione; restano pertanto
in stesura unica molti appunti dei quaderni miscellanei che pure,
da un punto di vista tematico, vi sarebbero dovuti confluire.
La frammentarietà formale dei manoscritti carcerari non
impedisce tuttavia di coglierne l’unità di ispirazione complessi-
va, intorno ad alcuni filoni principali che cercheremo di analiz-
zare nei paragrafi successivi. Il modo più proficuo per farlo è
attenersi alle indicazioni che Gramsci ha fornito a chi volesse
“studiare la nascita di una concezione del mondo che dal suo
fondatore non è stata mai esposta sistematicamente”, invitando-
lo a svolgere “preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e
condotto col massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifi-
ca, di lealtà intellettuale, di assenza di ogni preconcetto ed
apriorismo o partito preso”: un lavoro volto a

ricostruire il processo di sviluppo intellettuale del pensatore dato per


identificare gli elementi divenuti stabili e “permanenti”, cioè che
sono stati assunti come pensiero proprio, diverso e superiore al
“materiale” precedentemente studiato e che ha servito di stimolo.

A tale riguardo Gramsci scrive ancora che

questa selezione può essere fatta per periodi più o meno lunghi, come
risulta dall’intrinseco e non da notizie esterne (che pure possono esse-
re utilizzate) e dà luogo a una serie di “scarti”, cioè di dottrine e teo-
rie parziali per le quali quel pensatore può aver avuto, in certi momen-
ti, una simpatia, fino ad averle accettate provvisoriamente ed esserse-
ne servito per il suo lavoro critico o di creazione storica e scientifica.

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Questo vale soprattutto “quando si tratta di una personalità nel-


la quale l’attività teorica e quella pratica sono indissolubilmente
intrecciate, di un intelletto in continua creazione e in perpetuo
movimento, che sente vigorosamente l’autocritica nel modo più
spietato e conseguente”, per il quale “la ricerca del leit-motiv, del
ritmo del pensiero in isviluppo, deve essere più importante delle
singole affermazioni casuali e degli aforismi staccati”. Quindi,
riferendosi esplicitamente alle opere di Marx ma probabilmente
pensando anche al destino delle proprie, Gramsci sottolinea
come occorra “distinguere tra quelle che egli ha condotto a ter-
mine e pubblicato e quelle rimaste inedite, perché non compiute,
e pubblicate da qualche amico o discepolo, non senza revisioni,
rifacimenti, tagli ecc., ossia non senza un intervento attivo del-
l’editore”, rilevando come “il contenuto di queste opere postu-
me” debba “essere assunto con molta discrezione e cautela, per-
ché non può essere ritenuto definitivo, ma solo materiale ancora
in elaborazione, ancora provvisorio”, e non si possa escludere
“che queste opere […], in tutto o in parte fossero ripudiate dal-
l’autore o non ritenute soddisfacenti”. Suggerisce infine che “di
queste sarebbe bene avere il testo diplomatico […], o per lo
meno una minuziosa descrizione del testo originale fatta con cri-
teri diplomatici” (Q 16, § 2).
Ma per poter seguire “il ritmo del pensiero” di Gramsci è
innanzitutto indispensabile ricostruire nel modo più preciso pos-
sibile la cronologia dei manoscritti carcerari, mettendo insieme i
pochi elementi di datazione diretti con i più numerosi elementi
indiretti; un lavoro in gran parte ormai compiuto, anche se sem-
pre suscettibile di correzioni e miglioramenti. Va inoltre tenuto
conto del fatto che il detenuto non può disporre in cella di tutti i
libri e i quaderni che gli sono concessi dalla direzione carceraria
ma, secondo le testimonianze di alcuni compagni di prigionia,
non ne può avere più di quattro o cinque per volta; gli altri sono
conservati in un magazzino, insieme ai suoi effetti personali, dal
quale li può ritirare solo a condizione di riportarne altrettanti.
Tutto questo contribuisce a rendere i manoscritti carcerari, se non
quello “zibaldone farraginoso” paventato dal loro stesso autore
nel sommario del Quaderno 8, una sorta di labirinto in cui è faci-

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le smarrirsi, rischiando di cogliere soltanto “gli aforismi stacca-


ti” senza comprenderne il leit motiv, di porre eccessivamente
l’accento sulla frammentarietà formale in cui ci è giunto il lavo-
ro di Gramsci – il quale era ben consapevole del “carattere prov-
visorio” dei propri “appunti” (Q 8) – oppure di prescindere com-
pletamente da questa, trattando i Quaderni del carcere come un
libro licenziato dal suo autore per la stampa.

3. “Filosofia-politica-economia”

L’unitarietà di fondo del pensiero di Gramsci si può coglie-


re a partire da una nota del Quaderno 4, dal titolo significativo
di Filosofia - politica - economia, nella quale si legge:

Se si tratta di elementi costitutivi di una stessa concezione del mon-


do, necessariamente ci deve essere, nei principii teorici, convertibilità
da uno all’altro, traduzione reciproca nel proprio specifico linguaggio
di ogni parte costitutiva: un elemento è implicito nell’altro e tutti
insieme formano un circolo omogeneo. (Q 4, § 46)

È per questo che, come Gramsci scrive in un altro appunto del


medesimo quaderno,

una trattazione sistematica del materialismo storico non può trascura-


re nessuna delle parti costitutive del marxismo. Ma in che senso ciò
deve essere inteso? Essa deve trattare tutta la parte generale filosofi-
ca e in più deve essere: una teoria della storia, una teoria della politi-
ca, una teoria dell’economia. (Q 4, § 39)

Occorre inoltre tenere conto del fatto che la riflessione car-


ceraria di Gramsci per un verso riprende il filo forzatamente
interrotto al momento dell’arresto, per l’altro costituisce una
considerazione autocritica sulle ragioni teoriche e pratiche, sog-
gettive e oggettive, di una sconfitta che non è soltanto politica,
ma anche personale. Questo impone innanzitutto un ripensa-
mento della dottrina marxista e leninista che, soprattutto negli
ultimi anni, era stata da lui esplicitamente posta a fondamento

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della propria azione di militante del movimento comunista inter-


nazionale, a partire da quello che una lunga tradizione conside-
rava “il problema cruciale del materialismo storico” (Q 4, § 38),
vale a dire la questione dei rapporti tra la struttura economica e
le sovrastrutture politiche, sociali e ideologiche nella determi-
nazione del movimento storico.

3.1 “Struttura e superstrutture”


Nei primi tre quaderni miscellanei il problema non viene
tematizzato esplicitamente ma, nell’analisi storico-politica,
Gramsci sembra condividere implicitamente, almeno in parte, la
visione deterministica e meccanicistica della realtà allora domi-
nante nel marxismo internazionale che, nel prosieguo della sua
indagine, attribuirà (stigmatizzandola) al Manuale di Bucharin
(andando spesso al di là degli stessi demeriti del teorico sovieti-
co). Egli scrive per esempio che

tutto il problema delle varie correnti politiche del Risorgimento, dei


loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con le forze omogenee o
subordinate delle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazio-
nale si riduce a questo fondamentale: che i moderati rappresentavano
una classe relativamente omogenea, per cui la direzione subì oscilla-
zioni relativamente limitate, mentre il Partito d’Azione non si appog-
giava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni che
subivano i suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano
secondo gli interessi dei moderati. (Q 1, § 44)

Ancora nel Quaderno 4, § 15 Gramsci sostiene che “tra


struttura e superstrutture c’è un nesso necessario e vitale, così
come nel corpo umano tra la pelle e lo scheletro”, riprendendo
un’immagine cara anche a Lenin, che tuttavia in seguito rifiu-
terà. Infatti, nei successivi “Appunti di filosofia” del Quaderno
4 (“prima serie”), scritti nella seconda metà del 1930, Gramsci
opera un tentativo di sistemazione che imposta il problema nei
termini di equidistanza e di lotta agli opposti estremismi: il mec-
canicismo deterministico e il volontarismo idealistico. Si tratta
di un’impostazione implicita nello stesso sottotitolo degli
“Appunti di filosofia”: “Materialismo e idealismo”, di chiara

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ispirazione engelsiano-leniniana. E così, “da un lato si ha l’ec-


cesso di ‘economismo’, dall’altro l’eccesso di ‘ideologismo’; da
una parte si sopravalutano le cause meccaniche, dall’altra l’ele-
mento ‘volontario’ e individuale”. Tuttavia, la trattazione è resa
fin d’ora meno schematica dal riconoscimento dell’esistenza di
almeno tre diversi “momenti o gradi” nel rapporto delle forze:

1°) c’è un rapporto delle forze sociali strettamente legato alla struttu-
ra; questo è un rapporto obbiettivo, è un dato “naturalistico” che può
essere misurato coi sistemi delle scienze esatte o matematiche […].
2°) un momento successivo è il “rapporto delle forze” politiche, cioè
la valutazione del grado di omogeneità e di autocoscienza raggiunto
dai vari raggruppamenti sociali. […] 3°) il terzo momento è quello
del “rapporto delle forze militari” che è quello immediatamente deci-
sivo volta per volta. (Q 4, § 38)

Tale impostazione conosce un ulteriore sviluppo a partire


dalla “seconda serie” di “Appunti di filosofia” (Quaderno 7),
stesa tra la fine del 1930 e la fine del 1931, che è dedicata pres-
soché esclusivamente alla confutazione delle posizioni materia-
listiche volgari di Bucharin, e in particolare della sua riduzione
della filosofia marxista a “sociologia”, nel “tentativo di classifi-
care e descrivere schematicamente i fatti storici e politici, secon-
do dei criteri costruiti sul modello delle scienze, di determinate
scienze”, quelle matematiche e naturali, come aveva già scritto
nel § 13 del Quaderno 4.
A tale proposito ora Gramsci sostiene che

la pretesa (presentata come postulato essenziale del materialismo sto-


rico) di presentare ed esporre ogni fluttuazione della politica e dell’i-
deologia come una espressione immediata della struttura, deve essere
combattuta teoricamente come un infantilismo primitivo, o pratica-
mente deve essere combattuta con la testimonianza autentica del
Marx, scrittore di opere politiche e storiche concrete. (Q 7, § 24)

Il riferimento è agli scritti sulla Questione Orientale, a Rivolu-


zione e Controrivoluzione in Germania, a La guerra civile in
Francia, ma soprattutto a Il Diciotto Brumaio di Luigi Bona-
parte, in cui Marx mostra consapevolezza del fatto che le cate-

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gorie teoriche elaborate in sede di polemica politica (Manifesto)


o di scienza economica (Capitale) devono essere rese più flessi-
bili e aperte nell’analisi di una realtà storica che appare sempre
inevitabilmente più complessa e, almeno in parte, sfuggente,
oltre che in continua evoluzione. È per questo che, a giudizio di
Gramsci,

un’analisi di queste opere permette di fissar meglio la metodologia


storica marxista, integrando, illuminando e interpretando le afferma-
zioni teoriche sparse in tutte le opere. Si potrà vedere quante cautele
reali Marx introduce nelle sue ricerche concrete, cautele che non
potevano trovar posto nelle opere generali. (Q 7, § 24)

Tra queste “opere generali” vi è certo la celebre Prefazione del


1859 a Per la critica dell’economia politica, che contiene uno
dei pochi riferimenti espliciti di Marx alla metafora architetto-
nica della struttura (Bau) e della sovrastruttura (Überbau), da
Gramsci così tradotto in carcere:

Nella produzione sociale della loro vita gli uomini contraggono rap-
porti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, rapporti
di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo
delle loro forze materiali di produzione. L’insieme di questi rapporti
di produzione forma la struttura economica della società, la base rea-
le, sulla quale si innalza una superstruttura giuridica e politica, e alla
quale corrispondono determinate forme sociali di coscienza. Il modo
di produzione della vita materiale condiziona generalmente il proces-
so della vita sociale, politica e spirituale. Non è la coscienza degli
uomini che determina il loro modo di essere, ma all’opposto è il loro
modo di essere sociale che determina la loro coscienza. (QT, 746)

È significativo del modo peculiare in cui Gramsci utilizza


gli scritti di Marx il fatto che, nel seguito della riflessione car-
ceraria, egli farà riferimento proprio alla Prefazione del 1859 e
in particolare a quelli che definirà i “due principii fondamenta-
li di scienza politica” (Q 15, § 17) – “Una formazione sociale
non perisce prima che non siano sviluppate tutte le forze pro-
duttive per le quali essa è ancora sufficiente, e nuovi, più alti
rapporti di produzione non ne abbiano preso il posto”; e “l’u-

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manità si pone sempre solo quei compiti che essa può risolvere”
(QT, 747) – per combattere le interpretazioni deterministiche
del marxismo che si erano largamente fondate anche, se non
soprattutto, su questo testo. Dal Diciotto Brumaio Gramsci
mutua invece le categorie di “cesarismo” e “bonapartismo”, che
utilizza in senso molto lato per riferirsi a ogni genere di solu-
zione autoritaria da parte di un uomo forte – talvolta indicato
con il termine di “capo carismatico” che risale al politologo e
sociologo italo-tedesco Robert Michels (Q 6, § 97) – di “una
situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo che la
continuazione della lotta non può concludersi che con la distru-
zione reciproca” (Q 9, § 133); una prospettiva paventata dallo
stesso Marx e per Gramsci drammaticamente attuale in un mon-
do sempre più interdipendente. Nei Quaderni questo schema
viene applicato non solo al totalitarismo fascista, ma anche
all’involuzione burocratico-autoritaria allora in atto in Unione
Sovietica, pur distinguendo a riguardo tra

un cesarismo progressivo e un cesarismo regressivo. È progressivo il


cesarismo quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trion-
fare sia pure con certi compromessi limitativi della vittoria; è regres-
sivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva.
(Q 9, § 133)

Elementi di cesarismo si possono riscontrare, tuttavia, anche


nelle democrazie liberali novecentesche, a partire dal peso cre-
scente che vi esercita l’apparato burocratico-amministrativo e
militare, per sua natura strettamente legato al potere esecutivo,
per cui si può dire che “ogni governo di coalizione è un grado
iniziale di cesarismo, che può o non può svilupparsi fino ai gra-
di più significativi” (Q 9, § 133).
Alla progressiva presa di distanze di Gramsci dal dogmati-
smo economicistico e deterministico all’epoca dominante nel
marxismo sovietico contribuiscono certamente, oltre a ragioni
teoriche, elementi di carattere storico; basti pensare ai mancati
effetti catastrofici sulla stabilità politica degli stati occidentali
della drammatica crisi economica del 1929, che molti esponen-

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ti della III Internazionale avevano interpretato come il sintomo


decisivo dell’imminente crollo del capitalismo, esito inevitabile
e previsto della marxiana legge della caduta tendenziale del sag-
gio di profitto. Gramsci preferisce chiamare questa presunta
legge “(forse) un teorema di prima approssimazione”, insisten-
do sul fatto che esista sempre almeno “una variabile che toglie
immediatamente effetto alla legge” (Q 7, § 34). Negli anni Ven-
ti e Trenta questa “variabile” per Gramsci è indubbiamente
costituita dai nuovi metodi produttivi introdotti negli Stati Uniti
(taylorismo, fordismo) e importati dal resto del mondo capitali-
stico (e non solo), sui quali avremo occasione di ritornare.
La “terza serie” di “Appunti di filosofia” del Quaderno 8,
stesa tra la fine del 1931 e i primi mesi del 1932, vede pertanto
una radicale messa in discussione degli stessi termini della que-
stione: in effetti, la metafora architettonica di una base sulla qua-
le si costruisce un edificio è destinata inevitabilmente a svuotar-
si di significato nel momento in cui si nega un nesso causale rigi-
damente univoco tra i due elementi. In una nota intitolata signi-
ficativamente Quistioni di terminologia, si legge infatti:

Il concetto di struttura e superstruttura, per cui si dice che l’“anato-


mia” della società è costituita dalla sua “economia”, non sarà legato
alle discussioni sorte per la classificazione delle specie animali, clas-
sificazione entrata nella sua fase “scientifica” quando appunto si pre-
se a base l’anatomia e non caratteri secondari e accidentali? L’origine
della metafora usata per indicare un concetto nuovamente scoperto,
aiuta a comprendere meglio il concetto stesso, che viene riportato al
mondo culturale e storicamente determinato in cui è sorto. (Q 8, § 207)

Poche righe prima Gramsci aveva sottolineato

come la terminologia ha la sua importanza nel determinare errori e


deviazioni, quando si dimentichi che la terminologia è convenzionale
e che occorre sempre risalire alle fonti culturali per identificarne il
valore esatto, poiché sotto una stessa formula convenzionale possono
annidarsi contenuti differenti. Sarà da notare come il Marx sempre
eviti di chiamare “materialistica” la sua concezione e come ogni vol-
ta che parla di filosofie materialistiche le critichi o affermi che sono
criticabili. Marx poi non adopera mai la formula “dialettica materia-

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listica” ma “razionale” in contrapposto a “mistica”, che dà al termine


“razionale” un significato ben preciso. (Q 8, § 206)

Da qui – e non certo soltanto per ragioni di auto-censura,


come pure a lungo si è sostenuto – la scelta di sostituire in modo
pressoché sistematico la formula materialismo storico con filo-
sofia della prassi (o praxis) per indicare l’insieme delle dottrine
di Marx che, come si legge fin dalle Tesi su Feuerbach (il primo
testo marxiano tradotto da Gramsci in carcere), non erano volte
a “interpreta[re] il mondo”, bensì a “mutarlo” (QT, 745). Alle
stesse motivazioni va ricondotta la scelta di Gramsci di ricorre-
re talvolta a metafore alternative a quella architettonica per ana-
lizzare il rapporto tra la sfera economica e quelle politica, socia-
le e ideologica; metafore che rimandano all’ambito fisico-chi-
mico, letterario e gnoseologico. Si tratta rispettivamente della
dialettica di origine hegeliana tra quantità e qualità, della quale
Gramsci si serve per sottolineare il carattere “molecolare”, con-
tinuo e non discreto, delle trasformazioni storiche, per cui

nel passaggio dall’economia alla storia generale il concetto di quan-


tità è integrato da quello di qualità e dalla dialettica quantità che
diviene qualità (quantità=necessità; qualità=libertà. La dialettica (il
nesso dialettico) quantità-qualità è identica a quella necessità-libertà);
(Q 10, II, § 9)

del rapporto tra contenuto e forma, utilizzato già da Marx nella


Prefazione del 1859 e da Gramsci talvolta tradotto nella formu-
la (che attribuisce a Sorel, nei cui scritti peraltro non si ritrova
letteralmente) del

“blocco storico”, in cui appunto le forze materiali sono il contenuto e


le ideologie la forma, distinzione di forma e contenuto meramente
didascalica, perché le forze materiali non sarebbero concepibili stori-
camente senza la forma e le ideologie sarebbero ghiribizzi individua-
li senza le forze materiali; (Q 7, § 21)

e, ancora, del nesso tra condizioni oggettive e soggettive che,


una volta negato ogni dualismo sul piano gnoseologico – contro
il realismo metafisico che rimprovera a Bucharin come un resi-

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duo della concezione aristotelico-scolastica della realtà –, per-


mette a Gramsci di impostare la questione dei fattori che produ-
cono il movimento storico in termini “storico-politici” e non
“intellettualistici”, riducendola a una

semplice distinzione di carattere didascalico: pertanto è nella misura


delle forze soggettive e della loro intensità che può vertere la discus-
sione, e quindi nel rapporto dialettico tra le forze soggettive contra-
stanti [… poiché] appare evidente che mai possono mancare le cosid-
dette condizioni soggettive quando esistano le condizioni oggettive.
(Q 15, § 25)

Il rifiuto del realismo ingenuo, che era ancora presupposto


in Materialismo ed empiriocriticismo di Lenin (peraltro mai
citato esplicitamente da Gramsci), permette inoltre all’autore
dei Quaderni di confrontarsi, sia pure senza l’ausilio di un
appropriato linguaggio tecnico, con le punte più avanzate del
dibattito epistemologico e scientifico del tempo, dall’atomismo
logico di Bertrand Russell alla teoria della relatività di Einstein,
accomunate dall’accantonamento di una visione dell’universo
come meccanismo che aveva dominato dalla rivoluzione scien-
tifica del Seicento alla “crisi dei paradigmi” di fine Ottocento,
oltre che da una rivalutazione dell’impostazione del problema
della conoscenza nel criticismo di Kant, cui non è estraneo lo
stesso Gramsci, che in carcere si ripropone di “studiar[lo]” e di
“rivedere i suoi concetti esattamente” (Q 10, II, § 40).
Il superamento dell’impostazione del “problema cruciale
del materialismo storico” nei termini di rapporto tra struttura
economica e sovrastrutture politico-ideologiche – espressioni
che peraltro si trovano ancora nel prosieguo dei Quaderni, in
contesti polemici (in particolare contro Croce che accusa il
marxismo di ridurre la struttura a una sorta di “dio ascoso”: Q 8,
§ 61) o nella riscrittura di appunti del periodo precedente nei
quaderni “speciali” – non impedisce tuttavia a Gramsci di conti-
nuare a occuparsi del suddetto problema nella seconda parte del-
la riflessione carceraria, sia apportando varianti, all’apparenza
minime ma in realtà molto significative, alle note che via via tra-
scrive nei quaderni monografici, sia compilando i nuovi Quader-

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ni miscellanei 14, 15 e 17, ai quali lavora sino a quando le forze


glielo consentono, “senza tener conto delle divisioni di materia e
dei raggruppamenti di note in quaderni speciali” (Q 15). Nel-
l’ultima fase della sua riflessione Gramsci tenta soluzioni inedi-
te e mai definitive di quello che nel frattempo è divenuto il pro-
blema di “come nasce il movimento storico” (Q 11, § 22) e che
ora viene impostato nei termini di Analisi delle situazioni: rap-
porti di forza (titolo del Q 13, § 17, che riprende una parte del Q
4, § 38). Dei tre “momenti o gradi” fondamentali in cui, come si
è visto, si articolano tali rapporti, Gramsci approfondisce parti-
colarmente il secondo, quello

delle forze politiche, cioè la valutazione del grado di omogeneità, di


autocoscienza e di organizzazione raggiunto dai vari gruppi sociali.
Questo momento può essere a sua volta analizzato e distinto in vari
gradi, che corrispondono ai diversi momenti della coscienza politica
collettiva, così come si sono manifestati finora nella storia. Il primo e
più elementare è quello economico-corporativo: un commerciante
sente di dover essere solidale con un altro commerciante, un fabbri-
cante con un altro fabbricante, ecc., ma il commerciante non si sente
ancora solidale col fabbricante; è cioè sentita l’unità omogenea, e il
dovere di organizzarla, del gruppo professionale, ma non ancora del
gruppo sociale più vasto. Un secondo momento è quello in cui si rag-
giunge la coscienza della solidarietà di interessi fra tutti i membri del
gruppo sociale, ma ancora nel campo meramente economico. Già in
questo momento si pone la quistione dello Stato, ma solo nel terreno
di raggiungere una eguaglianza politico-giuridica coi gruppi domi-
nanti, poiché si rivendica il diritto di partecipare alla legislazione e
all’amministrazione e magari di modificarle, di riformarle, ma nei
quadri fondamentali esistenti. Un terzo momento è quello in cui si
raggiunge la coscienza che i propri interessi corporativi, nel loro svi-
luppo attuale e avvenire, superano la cerchia corporativa, di gruppo
meramente economico, e possono e debbono divenire gli interessi di
altri gruppi subordinati. Questa è la fase più schiettamente politica,
che segna il netto passaggio dalla struttura alla sfera delle superstrut-
ture complesse. (Q 13, § 17)

In una delle ultime note in assoluto dei Quaderni, Gramsci


ritorna per l’ennesima volta sullo “studio dei diversi ‘gradi’ o
‘momenti’ delle situazioni militari o politiche”, rilevando
(auto)criticamente come

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non si è soliti fare le doverose distinzioni tra: “causa efficiente”, che


prepara l’evento storico o politico di diverso grado o significato (o
estensione) e la “causa determinante” che immediatamente produce
l’evento ed è la risultante generale e concreta della causa efficiente,
la “precipitazione” concreta degli elementi realmente attivi e neces-
sari della causa efficiente per produrre la determinazione. Causa effi-
ciente e causa sufficiente, cioè “totalmente” sufficiente, o almeno
sufficiente nella direttrice necessaria per produrre l’evento. Natural-
mente queste distinzioni possono avere diversi momenti o gradi: cioè
occorre studiare se ogni momento è efficiente (sufficiente) e deter-
minante per il passaggio da uno sviluppo all’altro o se può essere
distrutto dall’antagonista prima della sua “produttività”. (Q 17, § 48)

Questo esito, se allontana definitivamente Gramsci dal dia-


mat marxista-leninista, comporta invece un approfondimento
dell’opera storica di Marx e di Lenin, schematizzabile nei ter-
mini di un passaggio dalla lettera allo spirito dei testi dei due
padri del materialismo storico (il cui rispettivo ruolo in Q 7, §
33 viene paragonato a quello di Gesù e San Paolo per il cristia-
nesimo), nonché di un differenziamento netto tra le loro posi-
zioni e quelle dei rispettivi prosecutori (Engels e Stalin). Nei
confronti di Engels, infatti, vengono dapprima sollevati dubbi
sulla perfetta coincidenza del suo pensiero con quello di Marx –
“non bisogna neanche identificare Engels con Marx, non biso-
gna pensare che tutto ciò che Engels attribuisce a Marx sia
autentico in senso assoluto” (Q 4, § 1) –, almeno su alcuni aspet-
ti specifici, e quindi sulla validità di talune sue affermazioni o
di certe sue opere; il che non esclude il permanere di numerose
analogie tra i due pensatori, a volte anche al di là della consape-
volezza dello stesso Gramsci. In particolare, è giudicato in ter-
mini assai severi l’Antidühring, cui viene imputato di essere, se
non il precursore, certo l’involontaria origine e giustificazione
delle degenerazioni meccaniciste e deterministe della teoria
marxista, combattute sempre più aspramente nei Quaderni. A
giudizio di Gramsci, infatti, in quest’opera “si trovano molti
spunti che possono portare alle deviazioni del Saggio” di
Bucharin (Q 11, § 34), a causa del suo “tentativo, troppo este-
riore e formale, di elaborare un sistema di concetti, intorno al
nucleo sano di filosofia della praxis, che soddisfacesse il biso-

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gno scolastico di compiutezza” (Q 15, § 31). In tale prospettiva


antidogmatica avviene anche il recupero da parte di Gramsci di
alcuni spunti giovanili ricordati in precedenza, depurati dal
retaggio idealistico di chi è ben consapevole di essere stato allo-
ra “tendenzialmente piuttosto crociano” e che ora sente l’esi-
genza di scrivere un Anti-Croce, contro la revisione del marxi-
smo proposta dal filosofo dei distinti (Q 10, I, § 11), ma anche
di approfondire il problema del rapporto tra Marx ed Hegel, non
solo da un punto di vista storico, ma concettuale, con particola-
re riferimento al problema della dialettica. La critica dello stori-
cismo speculativo di Croce è tanto più urgente per il suo ruolo
di leader delle tendenze revisionistiche del marxismo, di cui
secondo Gramsci ha assorbito alcune istanze (a partire dall’im-
portanza dell’elemento economico nello sviluppo storico)
all’interno di una teoria che, pur presentandosi come liberale nel
senso più pieno del termine (al punto da definirsi come “reli-
gione della libertà”), finisce per ridursi a un moralismo astratto
e distaccato dalle reali esigenze del momento storico, riprodu-
cendo così la posizione di Erasmo da Rotterdam nei confronti di
Lutero, con il risultato di costituire di fatto un solido sostegno
alle forze della conservazione.
Per quanto riguarda il rapporto con Lenin, così come il lea-
der bolscevico ha saputo tradurre lo spirito delle dottrine marxia-
ne in una situazione storico-politica del tutto differente rispetto a
quella nella quale erano state elaborate, anche a costo di andare
contro il Capitale (la storia che supera il libro), allo stesso modo
i Quaderni si propongono di ri-tradurre in modo estremamente
libero e spregiudicato l’elaborazione leniniana in uno scenario
altrettanto se non ancor più differente che, come vedremo tra bre-
ve, comporta una lunga “guerra di posizione” da affrontare in
Occidente per realizzare il passaggio dal “regno della necessità”
al “regno della libertà”, attraverso l’instaurazione della “società
regolata” su scala mondiale che pone fine a ogni distinzione tra
“governanti” e “governati”, “dirigenti e diretti”. L’esito di tale
traduzione appare tuttavia in molte circostanze alquanto distante
dall’originale e, soprattutto, comporta l’elaborazione di catego-
rie teorico-politiche come rivoluzione passiva, americanismo e

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fordismo, costituente (per limitarci alle più note), che non solo
appaiono estranee al leninismo, ma nascono dal tentativo di
interpretare i problemi posti dall’involuzione dello stato sorto
dalla rivoluzione bolscevica e dalle conseguenze di tale involu-
zione sul movimento operaio internazionale, che nei Quaderni
vengono denunciate e affrontate, anche se in modo più implicito
che esplicito.

3.2 “Egemonia”
Lo spostamento del fulcro dell’analisi dal piano teorico a
quello pratico-operativo avviene mediante l’approfondimento
del concetto di egemonia, universalmente considerato il contri-
buto più originale di Gramsci alla teoria politica marxista. In
effetti egli ne attribuisce la paternità a Lenin, scrivendo anzi che
tale concetto rappresenta “l’apporto massimo” del capo bolsce-
vico “alla filosofia marxista, al materialismo storico. Apporto
originale e creatore” (Q 4, § 38). Va tuttavia considerato che,
rispetto all’uso leniniano del termine e a quello che lo stesso
Gramsci ne aveva fatto nel biennio 1924-26, nei Quaderni si
assiste fin dall’inizio a una sua prima torsione, nel momento in
cui viene esteso da programma politico – l’egemonia del prole-
tariato urbano nell’alleanza con i contadini – a paradigma teori-
co da applicare a ogni relazione di potere. Di egemonia si inizia
a parlare infatti nel “Primo quaderno”, a proposito di quella
esercitata dal partito moderato sui movimenti alleati e avversari
nel corso del Risorgimento italiano, nella convinzione che “ci
può e ci deve essere una ‘egemonia politica’ anche prima della
andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla
forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemo-
nia politica” (Q 1, § 44).
Anche se, qui e in altri passi, il concetto di “egemonia poli-
tica” – o “egemonia civile” (Q 7, § 53) – appare strettamente
legato a quello di direzione e quindi di consenso, non può esser-
ne considerato semplicemente sinonimo, e come tale contrappo-
sto alla sfera del dominio e della coercizione esercitati median-
te la forza, ma piuttosto come una sorta di elemento di raccordo
tra i due piani. Ignorare questo significa – come in effetti è acca-

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duto presso alcuni settori della critica anche più recente, come
nel caso dei Cultural Studies – ridurre la ricchezza e l’origina-
lità dell’uso gramsciano del termine al piano esclusivamente
ideologico-culturale e intellettuale, ignorando il fatto che, come
scrive lo stesso Gramsci, “la filosofia della praxis concepisce la
realtà dei rapporti umani di conoscenza come elemento di ‘ege-
monia’ politica” (Q 10, II, § 6). Relazioni di tipo egemonico si
riscontrano pertanto a ogni livello della vita politica, nazionale
e internazionale, sia in sede di ricostruzione storica, sia in sede
di analisi della situazione presente, sia ancora in sede di proget-
tualità di azione futura: si può avere l’egemonia di un’entità
geografica o territoriale all’interno di una nazione (la città nei
confronti della campagna, il Nord rispetto al Sud, il Piemonte e
la Prussia nei rispettivi processi di unificazione nazionale); di
uno stato nei confronti di altri stati (come nell’originaria acce-
zione greca del termine: l’egemonia di Atene o di Sparta sui
propri alleati), di un continente o del mondo intero. Nei Qua-
derni, inoltre, il concetto di egemonia viene utilizzato, in un
senso più lato, negli ambiti più disparati, dall’antropologia alla
psicologia, dalla letteratura alla linguistica e così via.
Ritornando all’accezione più ristretta e pregnante del termi-
ne, l’egemonia che una classe – o un “gruppo” o “raggruppa-
mento sociale”, come Gramsci preferisce scrivere soprattutto
nella fase più matura della sua riflessione carceraria – su alleati
e avversari, ma anche all’interno delle proprie stesse fila, non si
esercita solo grazie al “prestigio”, bensì mediante veri e propri
“apparati”. Alcuni sono pubblici, cioè appartengono alla sfera
dello Stato: tra questi Gramsci attribuisce “un’importanza enor-
me, anche economica”, all’“attività scolastica, in tutti i suoi gra-
di” (Q 1, § 46), oltre che ai poteri fondamentali dello Stato stes-
so, tra i quali istituisce una gerarchia d’importanza tra “1) Parla-
mento; 2) Magistratura; 3) Governo” (Q 6, § 81), senza dimenti-
care la polizia, intesa non solo nel senso ristretto di “servizio
statale destinato alla repressione della delinquenza”, ma di
“insieme di forze organizzate dallo Stato e dai privati per tutela-
re il dominio (politico ed economico) della classe dirigente” (Q
9, § 133). Altri apparati sono invece, almeno formalmente, del

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tutto privati: Gramsci vi include le organizzazioni politiche, sin-


dacali, solidaristiche, culturali, ricreative e sportive; la struttura
organizzativa della religione nelle sue molteplici ramificazioni
territoriali; la stampa quotidiana, periodica, libraria e, più in
generale, tutto ciò che oggi diremmo “industria culturale”.
Tutte queste attività rientrano nella sfera di quella che
Gramsci, con un’espressione che dice di utilizzare “spesso nel
senso in cui […] è intesa dallo Hegel” (Q 6, § 24) – vale a dire
come sistema dei bisogni, terreno di incontro-scontro e di con-
ciliazione dialettica tra istanze individuali e collettive, sfera del-
l’economico ma anche delle istituzioni giuridiche, politiche e
sociali che lo regolano –, chiama “società civile”. Tuttavia anche
questo concetto, come la maggior parte di quelli che incontria-
mo nei Quaderni, conosce accezioni e sfumature differenti, in
relazione soprattutto a quello di Stato. Talvolta, infatti, Gramsci
intende “Stato = società politica + società civile, cioè egemonia
corazzata di coercizione” (Q 6, § 88) o “dittatura + egemonia”
(Q 6, § 155). In altre occasioni, soprattutto in polemica con la
concezione della “storia etico-politica” di Croce, che tende a
contrapporre le due sfere, Gramsci pone maggiormente l’accen-
to sugli elementi di contiguità e permeabilità reciproche, senza
tuttavia giungere a una loro brutale identificazione come quella
proposta dall’ex sodale di Croce, Gentile, nel frattempo divenu-
to acceso sostenitore del regime fascista (nonché suo filosofo in
qualche modo ufficiale, almeno prima del riavvicinamento tra
Mussolini e le gerarchie cattoliche, in seguito al Concordato del
1929). Per il pensatore dell’atto puro, infatti, “egemonia e ditta-
tura sono indistinguibili, la forza è consenso senz’altro: non si
può distinguere la società politica dalla società civile: esiste solo
lo Stato e naturalmente lo Stato-governo, ecc.” (Q 6, § 10). In
ogni caso Gramsci ribadisce più volte come la distinzione tra
società civile e società politica sia “puramente metodica, non
organica, e nella concreta vita storica società politica e società
civile sono una stessa cosa” (Q 4, § 38), all’interno di un con-
cetto di Stato da intendersi a sua volta in senso “organico” (Q 6,
§ 87) o “integrale” (Q 6, § 155), vale a dire comprensivo di
entrambe.

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Grazie a questi apparati, negli stati costituzionali liberal-


democratici l’egemonia viene esercitata, almeno fino a quando
questo è possibile, in un modo che Gramsci definisce, “norma-
le”, vale a dire

nel terreno divenuto classico del regime parlamentare […] caratteriz-


zato da una combinazione della forza e del consenso che si equilibra-
no, senza che la forza soverchi di troppo il consenso, anzi appaia
appoggiata dal consenso della maggioranza espresso dai così detti
organi dell’opinione pubblica. (Q 1, § 48)

Questa sapiente “combinazione della forza e del consenso”


si è storicamente realizzata nella “divisione dei poteri” e nella
formazione ed espressione dell’opinione pubblica, formalmente
libere ma in realtà eterodirette e comunque condizionate da una
sempre più forte burocrazia, che rappresenta “la cristallizzazio-
ne del personale dirigente che esercita il potere coercitivo e che
a un certo punto diventa casta” (Q 6, § 81). Il che non esclude,
anzi implica, in situazioni particolari che Gramsci definisce di
“crisi d’egemonia”, “crisi organica”, o “crisi dello Stato nel suo
complesso” (in seguito a guerre rovinose o all’irruzione delle
masse nella scena politica, come accaduto in Italia tra la fine
degli anni Dieci e l’inizio degli anni Venti), il ricorso a forme di
coercizione più o meno diretta e violenta, che aprono il campo
“alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresen-
tate dagli uomini provvidenziali o carismatici” (Q 13, § 23): è
certo il caso del capo del fascismo, Mussolini, che Pio XI aveva
definito proprio “uomo della Provvidenza” in occasione dei già
ricordati Patti Lateranensi del 1929.
In situazioni più primitive, che Gramsci definisce “econo-
mico-corporative” (Q 8, § 21), laddove gli apparati egemonici
sono ancora scarsi o addirittura del tutto assenti, il nesso tra
dominio di classe, fondato sui rapporti di produzione, ed ege-
monia politico-ideologica appare più diretto e meccanico. È il
caso delle società europee pre-moderne ma anche, per certi
aspetti, degli Stati Uniti nei quali, non esistendo una “tradizio-
ne”, e con essa la “cappa di piombo” rappresentata dalle “sedi-

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mentazioni vischiose delle fasi storiche passate”, si realizza una


condizione in cui “l’egemonia nasce dalla fabbrica e non ha
bisogno di tanti intermediari politici e ideologici […], la ‘strut-
tura’ domina più immediatamente le soprastrutture e queste
sono razionalizzate (semplificate e diminuite di numero)” (Q 1,
§ 61). Tale condizione accomuna ogni nuova formazione socia-
le, passata, presente e futura, e si manifesta inevitabilmente nel-
la lenta gestazione della “società regolata”, che Gramsci crede
ancora possibile (anche se tutt’altro che scontata) in Unione
Sovietica. Qui, secondo la

dottrina dello Stato società regolata, da una fase in cui Stato sarà
uguale Governo, e Stato si identificherà con società civile, si dovrà
passare a una fase di Stato - guardiano notturno, cioè di una organiz-
zazione coercitiva che tutelerà lo sviluppo degli elementi di società
regolata in continuo incremento, e pertanto riducente gradatamente i
suoi interventi autoritari e coattivi. Né ciò può far pensare a un nuo-
vo “liberalismo”, sebbene sia per essere l’inizio di un’era di libertà
organica. (Q 6, § 88)

In ogni fase della lotta per l’egemonia, un ruolo cruciale di


“funzionari” o “commessi” viene svolto dagli intellettuali,
un’altra categoria fondamentale ed estremamente complessa del
lessico gramsciano; in senso lato, infatti, “tutti gli uomini sono
intellettuali” (Q 12, § 1), in quanto, consapevolmente o meno,
svolgono “una qualche attività intellettuale”, partecipano “di
una concezione del mondo” e così via (Q 12, § 3). Questo ovvia-
mente non esclude l’esistenza, almeno nelle società strutturate,
di una funzione specializzata e quindi di un ceto intellettuale,
con precise gerarchie interne, dall’impiegato d’ordine al grande
industriale, dal bidello al filosofo accademico, dal sacrestano al
papa e così via. Il riferimento ai ruoli tecnici all’interno dell’or-
ganizzazione di fabbrica è particolarmente importante perché ci
permette di comprendere il senso in cui Gramsci afferma di
“estend[ere] molto la nozione di intellettuale” (LC, 458) rispet-
to a quella corrente, di origine umanistico-letteraria, al punto da
poter ricondurre l’intero proprio lavoro carcerario a una ricerca
sugli intellettuali.

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Ma la distinzione fondamentale operata da Gramsci è quel-


la tra intellettuali “tradizionali” e “organici”; i primi si percepi-
scono come i “rappresentanti [di] una continuità storica ininter-
rotta anche dai più complicati e radicali mutamenti delle forme
sociali e politiche”, per cui “pongono se stessi come autonomi e
indipendenti dal gruppo sociale dominante”, anche se natural-
mente non lo sono: è il caso degli ecclesiastici (“il papa e l’alta
gerarchia della Chiesa si sentono più legati a Cristo e agli apo-
stoli di quanto non siano ai senatori Agnelli e Benni”), ma anche
dei filosofi idealisti, a partire da Croce (che in verità “si sente
legato fortemente a Platone e ad Aristotile”, ma non nasconde
“di essere legato ai senatori Agnelli e Benni”). A questo ceto
castale e inevitabilmente conservatore, Gramsci contrappone gli
intellettuali che definisce “organici”, in quanto

ogni gruppo sociale, nascendo sul terreno originario di una funzione


essenziale nel mondo della produzione economica, si crea insieme,
organicamente, uno o più ceti di intellettuali che gli danno omoge-
neità e consapevolezza della propria funzione non solo nel campo
economico, ma anche in quello sociale e politico. (Q 12, § 1)

È grazie a questi che il nuovo gruppo sociale riesce dapprima a


conquistare l’egemonia, sottraendola ai ceti fino allora domi-
nanti, quindi a estenderla ai raggruppamenti alleati e avversari,
fino ad assumere la direzione dell’intero processo sociale, e in
seguito a conservarla, allargando al massimo il consenso spon-
taneo da parte dei gruppi via via subordinati imponendo loro,
grazie anche al prestigio personale di cui godono gli intellettua-
li, la propria concezione del mondo come universale. Questa
diviene in tal modo “senso comune”, altro concetto peculiare
dei Quaderni, che Gramsci definisce così:

Il “senso comune” è il folklore della “filosofia” e sta di mezzo tra il


“folklore” vero e proprio (cioè come inteso) e la filosofia, la scienza,
l’economia degli scienziati. Il “senso comune” crea il futuro folklore,
cioè una fase più o meno irrigidita di un certo tempo e luogo. (Q 1, §
65)

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Talvolta Gramsci sente l’esigenza di distinguere, all’interno


di questa sorta di medium tra le concezioni sofisticate e necessa-
riamente elitarie degli intellettuali e le credenze superficiali e
acritiche delle masse disorganizzate, un’accezione più specifica
di “senso comune” che in alcune occasioni definisce come “buon
senso”; per esempio, laddove scrive che “la filosofia intesa come
la critica e il superamento della religione e del senso comune
[…] coincide col ‘buon senso’ che si contrappone al senso comu-
ne” (Q 11, § 12), ma non si tratta ovviamente di una contrappo-
sizione statica, bensì di un’opposizione dialettica tra diverse
visioni del mondo o “ideologie”. A proposito di quest’ultima
espressione, va osservato che Gramsci la utilizza in un senso
diverso da quello di “coscienza capovolta” che si ritrova nell’I-
deologia tedesca (scritto che del resto poteva aver visto al più di
sfuggita) o di “falsa coscienza”, come nell’ultimo Engels. Il con-
cetto gramsciano di ideologia costituisce invece uno sviluppo
originale di uno spunto contenuto nella Prefazione del ’59, lad-
dove le “forme ideologiche” rappresentano il “terreno” nel qua-
le “gli uomini divengono consapevoli” del “conflitto” tra “forze
materiali di produzione” e “rapporti di produzione” (QT, 746).
Esse quindi già per Marx, contrariamente a quanto sostenuto da
Croce, “sono tutt’altro che illusioni e apparenza; sono una realtà
oggettiva e operante” (Q 4, § 15), anche se non hanno tutte il
medesimo valore.
L’ideologia superiore alle altre in quanto consapevole del
proprio carattere “parziale”, la filosofia in grado di proporre e
imporre una nuova concezione del mondo – una volta liberatasi
dall’egemonia delle filosofie dei gruppi dominanti (neo-ideali-
smo, kantismo, positivismo, pragmatismo e così via), non senza
averne fatti propri gli elementi più vivi e vitali – è agli occhi di
Gramsci il marxismo stesso, che (anche) per questo preferisce
definire “filosofia della prassi”. Di qui l’insistenza su un con-
cetto di “ortodossia”, la cui origine attribuisce a Labriola e che
non ha niente a che fare con il rispetto della lettera di questa o
quella dottrina dei padri fondatori (sempre più spesso imposto
in quegli anni in Unione Sovietica), ma si riassume nel

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concetto fondamentale che la filosofia della praxis “basta a se stes-


sa”, contiene in sé tutti gli elementi fondamentali per costruire una
totale ed integrale concezione del mondo, una totale filosofia e teoria
delle scienze naturali, non solo, ma anche per vivificare una integra-
le organizzazione pratica della società, cioè per diventare una totale,
integrale civiltà. (Q 11, § 27)

La conquista, il mantenimento e l’estensione progressiva


dell’egemonia dei gruppi sociali subalterni richiedono, almeno
nelle nazioni più avanzate, nelle quali gli apparati egemonici
dominanti sono troppo forti per essere abbattuti con un colpo di
mano o un’insurrezione violenta (“la guerra di movimento”, l’ul-
timo episodio della quale è stato rappresentato dalla Rivoluzione
d’Ottobre), una strategia di lungo periodo che Gramsci definisce
come “guerra di posizione” o “d’assedio”, che “domanda enor-
mi sacrifizi a masse sterminate di popolazioni” e quindi richie-
de “una concentrazione inaudita dell’egemonia” ma che, “una
volta vinta, è decisiva definitivamente” (Q 6, § 138). Il merito di
avere compreso la necessità storica del passaggio dalla guerra di
movimento alla guerra di posizione, anche in relazione alle dif-
ferenze tra la realtà russa e quella occidentale – “in Oriente lo
Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa, nel-
l’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto
[…]. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una
robusta catena di fortezze e di casematte” (Q 7, § 16) – viene
attribuito da Gramsci, come abbiamo già visto, a Lenin. Questa
formulazione, in ogni caso, rappresenta la libera traduzione,
nelle mutate condizioni storico-politiche, della dottrina marxia-
na della “rivoluzione permanente”, nata come “espressione
scientificamente elaborata delle esperienze giacobine dal 1789
al Termidoro” (Q 13, § 7), impiegata come arma di battaglia
durante il biennio rivoluzionario europeo 1848-49, ma definiti-
vamente tramontata dopo il fallimento della Comune parigina
nel 1870-71; richiamata tardivamente in vita da Trockij fin dalla
prima Rivoluzione russa del 1905 come “cosa astratta, da gabi-
netto scientifico” (Q 1, § 44), appare del tutto anacronistica in un
momento in cui “l’attacco frontale […] è solo causa di disfatta”
(Q 6, § 138).

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La guerra di posizione impone invece una strategia di lun-


ghissimo periodo, che “durerà probabilmente dei secoli” (Q 7, §
33), e mira al progressivo riassorbimento della società politica
nella società civile, alla fine delle distinzioni di classe e con esse
dello Stato, almeno inteso come strumento di dominio, dappri-
ma su scala nazionale e quindi continentale e mondiale. Per
descrivere questo processo, talvolta Gramsci si avvale della for-
mula engelsiana del “passaggio dal regno della necessità al
regno della libertà” (Q 8, § 190). In questa fase si sperimentano
forme più avanzate di democrazia rispetto a quella parlamenta-
re; Gramsci scrive infatti che,

tra i tanti significati di democrazia, quello più realistico e concreto mi


pare si possa trarre in connessione col concetto di egemonia. Nel
sistema egemonico, esiste democrazia tra il gruppo dirigente e i grup-
pi diretti, nella misura in cui lo sviluppo dell’economia e quindi la
legislazione che esprime tale sviluppo favorisce il passaggio moleco-
lare dai gruppi diretti al gruppo dirigente. (Q 8, § 191)

Gramsci non ignora certo i rischi connessi a questo passaggio,


ben consapevole dei fenomeni di burocratizzazione e involuzio-
ne dell’esperienza sovietica sotto il regime staliniano: ne sono
testimonianza alcuni riferimenti, necessariamente allusivi o,
come è stato scritto, “esopici”, all’“ipocrisia dell’autocritica”, al
“parlamentarismo nero” (Q 14, § 74) e, più espliciti, alla “liqui-
dazione” (fino allora soltanto politica) dello stesso Trockij (Q
14, § 76). Gramsci non esita a definire tale scenario come “tota-
litario” (termine che tuttavia all’epoca non ha ancora assunto la
connotazione assolutamente negativa che conosciamo oggi), in
quanto mira:

1) a ottenere che i membri di un determinato partito trovino in questo


solo partito tutte le soddisfazioni che prima trovavano in una molte-
plicità di organizzazioni, cioè a rompere tutti i fili che legano questi
membri ad organismi culturali estranei; 2) a distruggere tutte le altre
organizzazioni o a incorporarle in un sistema di cui il partito sia il
solo regolatore.

Gramsci continua tuttavia a distinguere situazioni in cui “il par-

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tito dato è portatore di una nuova cultura e si ha una fase pro-


gressiva” (che evidentemente ritiene ancora possibile, nonostan-
te tutto, in Unione Sovietica), da situazioni in cui

il partito dato vuole impedire che un’altra forza, portatrice di una


nuova cultura, diventi essa “totalitaria”; e si ha una fase regressiva e
reazionaria oggettivamente, anche se la reazione (come sempre avvie-
ne) non confessi se stessa e cerchi di sembrare essa portatrice di una
nuova cultura, (Q 6, § 136)

come sbandierato dal regime mussoliniano e, di qui a poco, da


quello hitleriano.
Il problema del partito finisce così per diventare uno dei
nodi centrali della riflessione carceraria, a cominciare dalla sua
definizione di “moderno Principe”, ispirata all’omonimo “volu-
metto” (Q 13, § 1) di Machiavelli. Il punto di partenza dell’ana-
lisi di Gramsci è costituito dalla considerazione del fatto che

nella realtà di qualche Stato il “capo dello Stato”, cioè l’elemento


equilibratore dei diversi interessi in lotta contro l’interesse prevalen-
te, ma non esclusivista in senso assoluto, è appunto il “partito politi-
co”; esso però a differenza che nel diritto costituzionale tradizionale
né regna, né governa giuridicamente: ha “il potere di fatto”, esercita
la funzione egemonica e quindi equilibratrice di interessi diversi, nel-
la “società civile”, che però è talmente intrecciata di fatto con la
società politica che tutti i cittadini sentono che esso invece regna e
governa. Su questa realtà che è in continuo movimento, non si può
creare un diritto costituzionale, del tipo tradizionale, ma solo un siste-
ma di principii che affermano come fine dello Stato la sua propria
fine, il suo proprio sparire, cioè il riassorbimento della società politi-
ca nella società civile. (Q 5, § 127)

Ma per poter assolvere a tale funzione, il partito dato deve


innanzitutto essere in grado di conservare l’unità e la disciplina al
proprio interno; Gramsci mostra di condividere, a tale riguardo, il
principio del “centralismo” (che caratterizza tutta la storia del
movimento operaio internazionale dalla fine del XIX secolo). Tut-
tavia, ritornando con la memoria alle dure lotte condotte per anni
contro Bordiga (ma con ogni probabilità pensando anche a quelle
allora in atto all’interno del partito comunista russo), tende a

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distinguere una forma “democratica” di centralismo da una “buro-


cratica”: “quando il partito è progressivo esso funziona ‘demo-
craticamente’ (nel senso di centralismo democratico), quando è
regressivo esso funziona ‘burocraticamente’ (nel senso di centra-
lismo burocratico)” (Q 14, § 34). In un primo momento Gramsci
utilizza per denotare quest’ultima concezione anche la formula –
peraltro impiegata dallo stesso Bordiga – di “centralismo organi-
co”, sostenendo che questo “ha come principio la ‘cooptazione’
intorno ad un ‘possessore della verità’, a un ‘illuminato della
ragione’ che ha trovato le leggi ‘naturali’ ecc.” (Q 1, § 49). Suc-
cessivamente, però, si rende conto del fatto che, per questa con-
cezione, “il nome più esatto è quello di centralismo burocratico:
l’organicità non può essere che del centralismo democratico, il
quale appunto è un ‘centralismo in movimento’ per così dire,
cioè una continua adeguazione dell’organizzazione al movimen-
to storico reale” (Q 9, § 68).

3.3 “Società regolata”


Negato ogni “primato” della struttura economica sulle
superstrutture politico-ideologiche e affermato il ruolo decisivo
dell’azione individuale e collettiva per il conseguimento e la
conservazione dell’egemonia politica, sociale e culturale, prima,
durante e dopo la presa del potere statale e del controllo delle
leve della produzione da parte delle forze storicamente progres-
sive, resta da comprendere come sia possibile analizzare e,
soprattutto, intervenire sulla sfera economica che, sia pure con
tutti i distinguo segnalati in precedenza, rimane engelsianamen-
te (e, ancor più, marxianamente) “in ultima analisi la molla del-
la storia” (Q 13, § 18). A tale orizzonte problematico si lega l’a-
nalisi della “società regolata”, che conduce Gramsci a confron-
tarsi anche da questo punto di vista con l’esperienza di quasi due
decenni di vita del primo stato socialista della storia: l’Unione
Sovietica.
Per quel che riguarda il primo tentativo storicamente attua-
to di trasformare in dottrina e forma di governo quella che era
stata sempre e soltanto una “critica dell’economia politica” (che
non a caso era il sottotitolo del Capitale), la presa di distanze

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rispetto alla teoria e soprattutto alla pratica economica sovietica


si concentra nell’accusa, rivolta implicitamente da Gramsci a
tutto il gruppo dirigente bolscevico – e quindi, in primo luogo a
Stalin – di non avere correttamente interpretato le dottrine
marxiane, ma di aver preteso di applicarne, deterministicamen-
te e meccanicamente, la lettera. Ciò avviene innanzitutto attra-
verso la stroncatura di un testo “canonico”, che finisce per assu-
mere nell’ambito economico lo stesso ruolo giocato sul terreno
filosofico dal Manuale di Bucharin: si tratta del Précis d’éco-
nomie politique di Iosif Lapidus e Konstantin Ostrovitianov
(1929), da Gramsci accusato di dogmatismo, in quanto

presenta le sue affermazioni e i suoi svolgimenti come se essi non


fossero “contestati” e rigettati radicalmente da nessuno, ma fossero
l’espressione di una scienza che dal periodo di lotta e di polemica per
affermarsi e trionfare è già entrata nel periodo classico della sua
espansione organica. Evidentemente questo non è il caso, invece. (Q
10, II, § 37)

Egli inoltre, che pure ha modo di leggere in carcere reso-


conti di vario genere sui risultati ottenuti dal primo piano quin-
quennale sovietico, si mostra – a differenza di molti osservato-
ri, anche neutrali se non addirittura ostili al bolscevismo, che in
quegli anni manifestavano entusiasmo per i suoi presunti suc-
cessi – alquanto scettico a riguardo, avanzando in più di un’oc-
casione il dubbio che tali risultati siano dovuti, almeno in parte,
alla tendenza a

“Sollecitare i testi”. Cioè far dire ai testi, per amor di tesi, più di quan-
to i testi realmente dicono. Questo errore di metodo filologico si veri-
fica anche all’infuori della filologia, in tutte le analisi e gli esami del-
le manifestazioni di vita. Corrisponde, nel diritto penale, a vendere a
meno peso e di differente qualità da quelli pattuiti, ma non è ritenuto
crimine, a meno che non sia palese la volontà di ingannare: ma la tra-
scuratezza e l’incompetenza non meritano sanzione, almeno una san-
zione intellettuale e morale se non giudiziaria? (Q 6, § 198)

Questo dubbio, ribadito da Gramsci più volte e destinato a


rivelarsi tutt’altro che infondato, non lo induce però a rifiutare

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tout-court la teoria e la pratica della pianificazione, né tantomeno


la validità del principio della regolazione dell’economia, non solo
come risposta alla grande crisi del capitalismo dei primi anni
Trenta, esemplificata dalle politiche keynesiane, ma anche in
relazione all’analisi del corporativismo fascista che i suoi teorici,
come Arnaldo Volpicelli e Ugo Spirito, presentavano a loro volta
come una “terza via” tra il supercapitalismo americano e il col-
lettivismo sovietico. Gramsci non risparmia aspre critiche ai due
discepoli di Gentile, nonché esponenti del cosiddetto “fascismo di
sinistra”, che accusa di “farragine speculativa” (Q 6, § 82) e di
“utopia libresca” (Q 15, § 39); inoltre vede nel loro programma –
destinato a non andare molto al di là delle enunciazioni di princi-
pio – un aspetto fondamentale della “rivoluzione passiva” portata
avanti dal regime. Egli ritiene infatti che l’operazione di

trasformare la struttura economica “riformisticamente” da individua-


listica a economia secondo un piano (economia diretta) e l’avvento di
una “economia media” tra quella individualistica pura e quella secon-
do un piano in senso integrale, permetterebbe il passaggio a forme
politiche e culturali più progredite senza cataclismi radicali e distrut-
tivi in forma sterminatrice. Il “corporativismo” potrebbe essere o
diventare, sviluppandosi, questa forma economica media di carattere
“passivo”. (Q 8, § 236)

Tuttavia, ferma restando la consapevolezza del fatto “che le


imprese pubbliche non [sono] una forma di socialismo, ma […]
parte integrante del capitalismo” (Q 7, § 40), a giudizio di
Gramsci, “la rivendicazione di una ‘economia secondo un pia-
no’” da parte dei corporativisti,

e non solo nel terreno nazionale, ma su scala mondiale, è interessan-


te di per sé, anche se la sua giustificazione sia puramente verbale: è
“segno dei tempi”; è l’espressione ancora “utopistica” di condizioni
in via di sviluppo che, esse, rivendicano l’ “economia secondo un pia-
no”. (Q 8, § 216)

Quest’ultima gli appare dunque come un elemento costitutivo


della stessa modernità, visto che istanze e tendenze planiste era-
no all’epoca piuttosto diffuse, da una sponda all’altra dell’A-

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tlantico. Gramsci inoltre si mostra consapevole del fatto che


l’opposizione tra economia di mercato e di piano intese in sen-
so astrattamente puro, come due modelli assolutamente alterna-
tivi di calcolo economico, esiste (o forse sarebbe meglio dire è
esistita) esclusivamente nella teoria. Innanzitutto egli fa rilevare
come, nelle società capitalistiche, lo stesso “liberismo deve
essere introdotto per legge, per intervento cioè del potere politi-
co: è un fatto di volontà, non l’espressione spontanea, automa-
tica del fatto economico” (Q 4, § 38). Detto in altri termini, “per
il fatto che ogni forma di proprietà è legata allo Stato, anche per
gli economisti classici lo Stato interviene in ogni momento nel-
la vita economica, che è un tessuto continuo di passaggi di pro-
prietà” (Quaderno 6, § 10). In particolare, il suo intervento

è una condizione preliminare di ogni attività economica collettiva, è


un elemento del mercato determinato, se non è addirittura lo stesso
mercato determinato, poiché è la stessa espressione politico-giuridica
del fatto per cui una determinata merce (il lavoro) è preliminarmente
deprezzata, è messa in condizione di inferiorità competitiva, paga per
tutto il sistema determinato. (Q 10, II, § 21)

Allo stesso modo, nella già ricordata prospettiva dei “seco-


li” che secondo Gramsci durerà il passaggio dall’economia
capitalistica a quella “regolata” – e tanto più nel momento dram-
matico nel quale egli si trova a vivere, un momento in cui “il
vecchio muore e il nuovo non può nascere” (Q 3, § 34) – alcuni
elementi caratterizzanti l’economia liberale classica, “tradotti”
dal punto di vista di quella “critica” (appellativo che significati-
vamente riserva sempre alla teoria economica di Marx), posso-
no apparire utili, a partire dall’attenzione al mercato e al profit-
to individuale, come elementi imprescindibili per lo sviluppo
economico. Quest’idea appare piuttosto vicina all’ispirazione
della N.E.P. leniniana che, applicando coerentemente il concet-
to di egemonia, chiamava proprio la nuova classe dirigente, gli
operai, a portare il peso maggiore dei sacrifici necessari per la
realizzazione di una nuova società, facendo larghe concessioni
ai ceti alleati a partire dai contadini, per i quali veniva ripristi-
nata una parziale libertà di commercio privato dei prodotti.

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Questo sul piano della distribuzione; su quello della pro-


duzione, invece, Gramsci continua a guardare come a un model-
lo – da applicare sia pure con i dovuti correttivi – ai nuovi meto-
di organizzativi e tecnici di marca americana. Questi, come si
legge nella nota introduttiva al Quaderno 22, interamente dedi-
cato ad Americanismo e fordismo,

si può dire genericamente che risultano dalla necessità immanente di


giungere all’organizzazione di un’economia programmatica e che i
vari problemi esaminati dovrebbero essere naturalmente gli anelli del-
la catena che segnano il passaggio appunto dal vecchio individuali-
smo economico all’economia programmatica.

Naturalmente – prosegue Gramsci – il fatto “che un tentativo


progressivo sia iniziato da una o altra forza sociale non è senza
conseguenze fondamentali: le forze subalterne, che dovrebbero
essere ‘manipolate’ e razionalizzate secondo i nuovi fini, resi-
stono necessariamente”. Questo ovviamente non dovrebbe acca-
dere in una società in cui tali forze hanno ormai assunto il pote-
re, anzi esercitano la “dittatura”, e in cui si realizza nella sua for-
ma più compiuta la “condizione preliminare” richiesta dall’a-
mericanismo per potersi meglio sviluppare: “questa condizione
si può chiamare ‘una composizione demografica razionale’ e
consiste in ciò che non esistano classi numerose senza una fun-
zione essenziale nel mondo produttivo, cioè classi assolutamen-
te parassitarie” (Q 22, § 2), come quelle dei percettori di rendi-
ta. D’altra parte, i metodi tayloristici non possono essere trasfe-
riti meccanicamente e integralmente in un’economia pianifica-
ta, in quanto rappresentano pur sempre il “punto estremo del
processo dei tentativi successivi da parte dell’industria di supe-
rare la legge tendenziale della caduta del saggio del profitto” (Q
22, § 1); problema che, secondo l’“economia critica”, dopo aver
condotto – sia pure in modo non automatico né tantomeno
immediato – alla morte il sistema capitalistico, scomparirà
insieme a questo. Da tale punto di vista Gramsci ritiene ancora
proponibile il modello elaborato dal “gruppo dell’‘Ordine Nuo-
vo’ che sosteneva una sua forma di ‘americanismo’ accetta alle

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masse operaie” (Q 22, § 2), tanto che “un’analisi accurata della


storia italiana prima del ’22 […] deve giungere alla conclusione
obbiettiva che proprio gli operai sono stati i portatori delle nuo-
ve e più moderne esigenze industriali e a modo loro le afferma-
rono strenuamente” (Q 22, § 6).

4. “Argomenti di cultura”

Sebbene Gramsci insista sul carattere für ewig (“per l’eter-


nità”) della sua ricerca carceraria, “secondo una complessa con-
cezione di Goethe, che ricordo aver tormentato molto il nostro
Pascoli”, questo aspetto “disinteressato” (LC, 55-56) dello stu-
dio non va inteso nel senso di distaccato o a-politico, ma sol-
tanto come non legato alla contingenza immediata, bensì a una
prospettiva di medio e lungo periodo. Da una parte Gramsci
continua infatti fino alla fine a immaginare una possibile ripre-
sa della sua attività di militante del movimento operaio naziona-
le e internazionale; dall’altra è consapevole dell’eventualità che
i suoi scritti vengano letti e utilizzati da altri dopo la sua morte.
È questa la chiave interpretativa non soltanto delle annotazioni
di contenuto esplicitamente filosofico, politico ed economico
discusse nel paragrafo precedente, ma anche e soprattutto di
quelle che trattano questioni storiche, culturali, letterarie, lin-
guistiche, pedagogiche e così via. Questioni che peraltro non
vengono da Gramsci affrontate da una prospettiva accademica o
settoriale, ma come aspetti della ricerca complessiva sugli intel-
lettuali che egli conduce in carcere e che vengono qui distinte a
mero scopo espositivo. Del resto, anche quelle che egli stesso
definisce nozioni enciclopediche e argomenti di cultura (una
parte delle quali destinate a confluire nei Quaderni 16 e 26), non
nascono da curiosità erudita, ma sono nella mente dell’autore
destinate a confluire in “un dizionario enciclopedico politico-
scientifico-filosofico”, che egli immagina costituito da “picco-
le monografie di carattere enciclopedico su concetti politici,
filosofici, scientifici che ricorrono spesso nei giornali e nelle
riviste e che la media dei lettori difficilmente afferra o addirit-

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tura travisa”, la cui comprensione è invece fondamentale dal


momento che

ogni movimento politico crea un suo linguaggio, cioè partecipa allo


sviluppo generale di una determinata lingua, introducendo termini
nuovi, arricchendo di nuovo contenuto termini già in uso, creando
metafore, servendosi di nomi storici per facilitare la comprensione e
il giudizio su determinate situazioni politiche attuali, ecc. ecc.
(Q 1, § 43)

Solo tenendo presente queste premesse si possono leggere


i manoscritti carcerari di Gramsci anche come un libro di storia,
nel senso che contengono numerose e pregnanti osservazioni
sulle principali vicende della storia d’Italia e d’Europa dalla
caduta dell’Impero romano allo sviluppo del feudalesimo, dalla
nascita dei liberi Comuni alla spartizione della penisola da par-
te delle nazioni europee, dall’Umanesimo e Rinascimento alla
Riforma protestante, dalla Rivoluzione Francese alle successive
ondate rivoluzionarie che scossero il continente europeo per tut-
to il XIX secolo, fino alla Grande Guerra, alla Rivoluzione Rus-
sa e all’avvento del fascismo. Sono esemplari da questo punto di
vista le numerose osservazioni svolte da Gramsci intorno al nes-
so tra Rinascimento e Riforma: prendendo spunto per un verso
dal dibattito svoltosi degli anni Venti sulla mancata Riforma
protestante come causa dell’arretratezza economica, politica e
sociale dell’Italia (che a sua volta recepiva alcune tesi de L’eti-
ca protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber) e per
l’altro dall’opposizione crociana tra Rinascimento e Riforma
come due modalità opposte e unilaterali di relazioni tra intellet-
tuali e popolo (l’una astratta e aristocratica, l’altra fideistica e
incapace di produrre una cultura superiore), Gramsci ritiene che
solo il marxismo possa rappresentare quella “riforma intellet-
tuale e morale” (Q 4, § 3) invocata da più parti e capace di crea-
re “una nuova cultura integrale, che abbia i caratteri di massa
della Riforma protestante e dell’illuminismo francese e abbia i
caratteri di classicità della cultura greca e del Rinascimento ita-
liano”, raccogliendo così la migliore eredità della filosofia clas-
sica tedesca ovvero, riprendendo uno spunto di Carducci, sinte-

92
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tizzando “Massimiliano Robespierre ed Emanuele Kant” (Q 10,


I, § 11).
La ricostruzione del passato più o meno recente non è quin-
di mai fine a se stessa, ma volta a fornire elementi utili a com-
prendere il presente e a progettare il futuro. Non si tratta ovvia-
mente di formulare previsioni sulla base della “ricerca di leggi,
di linee costanti, regolari, uniformi”, valide in ogni tempo e
nazione (come Gramsci rimprovera di fare al marxismo sovieti-
co dogmatico); in realtà

si “prevede” nella misura in cui si opera, in cui si applica uno sforzo


volontario e quindi si contribuisce concretamente a creare il risultato
“preveduto”. La previsione si rivela quindi non come un atto scienti-
fico di conoscenza, ma come l’espressione astratta dello sforzo che si
fa, il modo pratico di creare una volontà collettiva. (Q 8, § 197)

Uno spazio privilegiato è dedicato al Risorgimento italiano


(oggetto di appunti sin dal Quaderno 1, di una sezione specifica
del Quaderno 9 e del Quaderno speciale 19, oltre che di molte
annotazioni sparse altrove), fenomeno che secondo Gramsci ha
inizio solo dopo i rivolgimenti del 1848 e che, essendo egemo-
nizzato dai moderati piemontesi, si è svolto come “conquista
regia” (Q 6, § 78) e non come processo di effettiva unificazione
nazionale. Ma se da questo punto di vista Cavour e i suoi sodali
non facevano altro che portare avanti i propri interessi di classe
(erano tutti grandi proprietari terrieri), ancora maggiori sono le
responsabilità degli esponenti di quello che Gramsci definisce
“Partito d’Azione”, da Mazzini a Garibaldi, da Pisacane a Ferra-
ri. L’astrattismo teorico e la conseguente distanza tra i loro pro-
grammi politici e le esigenze reali dei ceti popolari delle diverse
realtà regionali italiane appaiono ancora maggiori se confrontati
con l’azione dei giacobini francesi durante la Rivoluzione
dell’89, i quali “lottarono strenuamente per assicurare il legame
tra città e campagna” e, grazie a questo, ottennero “la loro fun-
zione di partito dirigente: essi si imposero alla borghesia france-
se, conducendola su una posizione molto più avanzata di quella
che la borghesia avrebbe voluto ‘spontaneamente’” (Q 1, § 44).

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Cospito-Introduzione Gramsci 15_09_opuscula 15/09/15 12.48 Pagina 94

I primi decenni di vita della nuova compagine nazionale


italiana, sia durante i governi della Destra, sia durante quelli del-
la Sinistra storica (peraltro con frequenti passaggi da uno schie-
ramento all’altro, che diedero origine al fenomeno del cosiddet-
to “trasformismo”), si svolgono sotto il segno dell’alleanza tra il
capitalismo industriale monopolistico del Nord e i grandi
latifondisti del Sud. Tutto questo non fa che aggravare la “qui-
stione meridionale”, della quale Gramsci si era occupato già nel
periodo della sua attività politica militante (dopo averne vissuto
personalmente le conseguenze nefaste fin dall’infanzia sarda), e
che gli appare tuttora sostanzialmente irrisolta. Le responsabi-
lità di questo stato di cose ricadono anche sul movimento ope-
raio che, come denunciato già da Salvemini ai primi del secolo,
è stato incapace di portare avanti una reale politica di alleanze
tra proletariato urbano e masse contadine, abbandonando di fat-
to queste ultime all’egemonia della Chiesa romana e delle sue
numerose ramificazioni, dall’Azione cattolica al Partito popola-
re ai sindacati “bianchi”. Egemonia che nemmeno il regime
fascista è riuscito dal tutto a spezzare, al punto da essere costret-
to a giungere a un compromesso con il Vaticano sancito dal
Concordato, che di fatto costituisce una “capitolazione dello
Stato moderno” nei confronti dell’istituzione religiosa extrater-
ritoriale, dalla quale subisce “un’interferenza di sovranità” (Q 4,
§ 53). Come già negli scritti precedenti la carcerazione, l’atteg-
giamento di Gramsci nei confronti della religione cristiana e in
particolare del cattolicesimo non è tuttavia di chiusura pregiudi-
ziale; egli anzi mostra molta attenzione allo svolgimento del
dibattito interno alla Chiesa tra le tendenze più conservatrici
(gruppo dell’Action Française di Charles Maurras) e quelle più
innovatrici (il modernismo di Ernesto Bonaiuti), sul quale sten-
de numerose annotazioni, in parte raccolte nel Quaderno 20.
Egli inoltre ritiene essenziale studiare il modo in cui le gerarchie
ecclesiastiche hanno saputo costruire e conservare uno stretto
rapporto con le masse popolari, anche se

la posizione della filosofia della praxis è antitetica a questa cattolica:


la filosofia della praxis non tende a mantenere i “semplici” nella loro

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filosofia primitiva del senso comune, ma invece a condurli a una con-


cezione superiore della vita. Se afferma l’esigenza del contatto tra
intellettuali e semplici non è per limitare l’attività scientifica e per
mantenere una unità al basso livello delle masse, ma appunto per
costruire un blocco intellettuale-morale che renda politicamente pos-
sibile un progresso intellettuale di massa e non solo di scarsi gruppi
intellettuali. (Q 11, § 12)

Un’altra peculiarità dell’approccio gramsciano alla rico-


struzione delle vicende del passato – recentemente oggetto di
grande valorizzazione in campo internazionale da parte dei
cosiddetti Subaltern Studies – è rappresentato dall’attenzione
rivolta alla “storia delle classi subalterne”, che “è necessaria-
mente disgregata ed episodica”, in quanto queste

subiscono l’iniziativa della classe dominante, anche quando si ribel-


lano; sono in istato di difesa allarmata. Ogni traccia di iniziativa auto-
noma è perciò di inestimabile valore. In ogni modo la monografia è
la forma più adatta di questa storia, che domanda un cumulo molto
grande di materiali parziali. (Q 3, § 41)

I quaderni miscellanei – e soprattutto il Quaderno 3 – conten-


gono effettivamente una mole notevole di tali “materiali” (in
parte raccolti nel Quaderno 25), in cui un’attenzione particolare
è rivolta ancora al nesso inscindibile tra elementi economici,
sociali, politici, culturali e religiosi per spiegare i ricorrenti
fenomeni di ribellione dei subalterni – dagli schiavi dell’antica
Roma ai seguaci del profeta visionario Davide Lazzaretti nella
Toscana della seconda metà dell’Ottocento – a ogni forma di
potere costituito. Questo spiega anche le numerose Osservazio-
ni sul “Folclore” disseminate nei Quaderni e in parte raccolte
nel Quaderno 27; il folklore è infatti inteso da Gramsci

come “concezione del mondo e della vita”, implicita in grande misu-


ra, di determinati strati (determinati nel tempo e nello spazio) della
società, in contrapposizione (anch’essa per lo più implicita, meccani-
ca, oggettiva) con le concezioni del mondo “ufficiali” (o in senso più
largo delle parti colte della società storicamente determinate) che si
sono successe nello sviluppo storico. […] Concezione del mondo non
solo non elaborata e sistematica, perché il popolo (cioè l’insieme del-

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le classi subalterne e strumentali di ogni forma di società finora esi-


stita) per definizione non può avere concezioni elaborate, sistemati-
che e politicamente organizzate e centralizzate nel loro sia pur con-
tradditorio sviluppo, ma anzi molteplice – non solo nel senso di diver-
so, e giustapposto, ma anche nel senso di stratificato dal più grosso-
lano al meno grossolano – se addirittura non deve parlarsi di un
agglomerato indigesto di frammenti di tutte le concezioni del mondo
e della vita che si sono succedute nella storia, della maggior parte del-
le quali, anzi, solo nel folclore si trovano i superstiti documenti muti-
li e contaminati. (Q 27, § 1)

Un discorso analogo a quello fatto per il “Gramsci storico”,


andrebbe ripetuto per quanto riguarda l’ambito in senso lato arti-
stico e letterario; nei Quaderni, infatti, troviamo frequentemente
giudizi perentori quando non liquidatori, talvolta opinabili se
non addirittura incomprensibili se non si tengono presenti alme-
no due aspetti: da una parte, la particolare forma mentis del loro
autore, che dichiara apertamente che la sua “formazione intellet-
tuale è stata di ordine polemico” e che pertanto gli è indispensa-
bile porsi “da un punto di vista dialogico o dialettico”, per “sen-
tire un interlocutore o un avversario in concreto” (LC, 374) al
quale rivolgere idealmente le proprie osservazioni, in parte rac-
colte nei Quaderni “speciali” 21 e 23. D’altro canto non si può
ignorare il carattere sempre in ultima analisi politico di tali
osservazioni, nel significato più alto e ampio del termine, che
esclude ogni interferenza diretta della politica nella cultura,
come invece avverrà in Unione Sovietica con il “realismo socia-
lista”, mentre si ispira al modello di critica “militante” e non “fri-
gidamente estetica” rappresentato da De Sanctis, in cui si sente
“il fervore appassionato dell’uomo di parte, che ha saldi convin-
cimenti morali e politici e non li nasconde e non tenta neanche
di nasconderli” (Q 4, § 5). Questo vale sia che si tratti di esami-
nare l’episodio di Farinata nel Canto X dell’Inferno dantesco per
mostrare l’inconsistenza della distinzione crociana tra “struttu-
ra” e “poesia” all’interno dell’opera d’arte, sia di stroncare i
maggiori scrittori italiani del tempo, da Ardengo Soffici – “un
cafone senza ingenuità e spontaneità” (Q 1, § 9) – a Giovanni
Papini – “il ‘pio autore’ della ‘Civiltà Cattolica’” (Q 1, § 12) –,

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da Salvator Gotta – “oremus sugli altari e flatulenze in sacrestia”


(Q 1, § 20) – a Giuseppe Ungaretti – “un buffoncello di medio-
cre intelligenza” (Q 9, § 2) –, per limitarsi a pochi esempi signi-
ficativi.
Le angustie della letteratura e, più in generale, della cultu-
ra italiana appaiono a Gramsci ancora più evidenti in relazione
alle produzioni delle grandi nazioni europee, dalla Francia alla
Germania alla Russia, ma anche nel confronto con la giovane
nazione statunitense (di cui abbiamo già detto a proposito delle
traduzioni). Questo è dovuto al fatto che “in Italia gli intellet-
tuali sono lontani dal popolo, cioè dalla ‘nazione’ e sono legati
a una tradizione di casta, che non è stata mai rotta da un forte
movimento politico popolare o nazionale, tradizione ‘libresca’ e
astratta” (Q 3, § 63), che si traduce in un profondo distacco nei
confronti degli “umili” (esemplare il caso dell’atteggiamento di
Manzoni rispetto a quello di Tolstoj), quando non in comporta-
menti cinici e opportunistici, conformistici o idioti, “nel senso
etimologico” (Q 14, § 61) di avulsi dal contesto sociale. Il com-
pito che, secondo Gramsci, si devono porre attualmente i lette-
rati per contribuire al “rinnovamento intellettuale e morale” del-
le masse popolari è invece quello di venire incontro ai loro gusti
ed esigenze, storicamente soddisfatti dal romanzo d’appendice,
per lo più straniero, e più recentemente dal cinematografo, cer-
cando al contempo di elevarli progressivamente “per creare la
base culturale della nuova letteratura”, che “non può non essere
storico-politica, popolare: deve tendere a elaborare ciò che già
esiste, polemicamente o in altro modo” (Q 15, § 59), e non limi-
tarsi a disprezzarlo o ignorarlo.
Gramsci rappresenta lo iato tra intellettuali e popolo con
l’opposizione tra sapere, comprendere e sentire:

L’elemento popolare “sente”, ma non comprende né sa; l’elemento


intellettuale “sa” ma non comprende e specialmente non sente […].
L’errore dell’intellettuale consiste nel credere che si possa sapere sen-
za comprendere e specialmente senza sentire ed essere appassionato,
cioè che l’intellettuale possa esser tale se distinto e staccato dal popo-
lo: non si fa storia-politica senza passione, cioè senza essere senti-
mentalmente uniti al popolo, cioè senza sentire le passioni elementa-

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ri del popolo, comprendendole, cioè spiegandole (e giustificandole)


nella determinata situazione storica e collegandole dialetticamente
alle leggi della storia, cioè a una superiore concezione del mondo,
scientificamente elaborata, il “sapere”. (Q 4, § 33)

Un ruolo fondamentale nel tentativo di colmare questo iato


è affidato da Gramsci alle riviste, sul modello sia di quelle che
aveva letto avidamente negli anni della formazione giovanile,
sia di quelle che aveva animato ai tempi della sua militanza poli-
tica, con particolare riferimento all’“Ordine Nuovo”. In apertu-
ra del Quaderno speciale 24, dedicato al Giornalismo, che rac-
coglie alcune delle numerose annotazioni scritte in precedenza
sul tema delle “riviste tipo”, egli ribadisce infatti che

il tipo di giornalismo che si considera in queste note è quello che si


potrebbe chiamare “integrale” […], cioè quello che non solo intende
soddisfare tutti i bisogni (di una certa categoria) del suo pubblico, ma
intende di creare e sviluppare questi bisogni e quindi di suscitare, in
un certo senso, il suo pubblico e di estenderne progressivamente l’a-
rea. (Q 24, § 1)

L’obiettivo è quello di diffondere non solo la cultura letteraria e


artistica, ma anche quella tecnica e scientifica, in opposizione
alla riduzione di quest’ultima alla mera sfera pratica e utilitaria
messa in atto dal neo-idealismo, che peraltro non faceva che
proseguire una tradizione di lungo periodo della cultura italiana,
che affondava le sue radici ancora una volta nell’umanesimo
rinascimentale. L’altra faccia della medaglia di questa svaluta-
zione del sapere scientifico, dovuta anche a una “grande igno-
ranza dei fatti e dei metodi” con i quali questo procede, è costi-
tuita secondo Gramsci dalla “superficiale infatuazione per le
scienze” (Q 11, § 39), frutto di “una sotterranea corrente di
romanticismo e di fantasticherie popolari alimentata dal ‘culto
della scienza’, dalla ‘religione del progresso’ e dall’ottimismo
del secolo XIX, che è stata anch’essa una forma di oppio” (Q
28, § 11) – l’espressione utilizzata da Marx a proposito della
religione vera e propria –, per combattere il quale Gramsci scri-
ve numerose note sul già ricordato concetto di Lorianismo, in

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parte raccolte nel Quaderno 28. In questa categoria svalutativa,


che come suo solito egli amplia e dilata progressivamente, fini-
scono per ricadere non solo gli epigoni del positivismo scienti-
sta come lo stesso Loria, ma anche i socialisti riformisti, che di
tale corrente si erano abbondantemente nutriti, i teorici del sin-
dacalismo e così via. In un appunto drammaticamente profetico,
dopo aver constatato che “ogni periodo ha il suo lorianismo più
o meno compiuto e perfetto e ogni paese ha il suo”, Gramsci
osserva come

l’hitlerismo ha mostrato che in Germania covava, sotto l’apparente


dominio di un gruppo intellettuale serio, un lorianismo mostruoso che
ha rotto la crosta ufficiale e si è diffuso come concezione e metodo
scientifico di una nuova “ufficialità” […]. Ecco ciò che fa riflettere
sulla debolezza, anche in tempi normali, degli argini critici che pur
esistevano: è da pensare come, in tempi anormali, di passioni scate-
nate, sia facile a dei Loria, appoggiati da forze interessate, di traboc-
care da ogni argine e di impaludare per decenni un ambiente di civiltà
intellettuale ancora debole e gracile. Solo oggi (1935), dopo le mani-
festazioni di brutalità e d’ignominia inaudita della “cultura” tedesca
dominata dall’hitlerismo, qualche intellettuale si è accorto di quanto
fosse fragile la civiltà moderna – in tutte le sue espressioni contrad-
dittorie, ma necessarie nella loro contraddizione – che aveva preso le
mosse dal primo rinascimento (dopo il Mille) e si era imposta come
dominante attraverso la Rivoluzione francese e il movimento d’idee
conosciuto come “filosofia classica tedesca” e come “economia clas-
sica inglese”. Perciò la critica appassionata di intellettuali come Gior-
gio Sorel, come Spengler ecc., che riempiono la vita culturale di gas
asfissianti e sterilizzanti. (Q 28, § 1)

Il Quaderno 29, Note per una introduzione allo studio del-


la grammatica, scritto praticamente di getto e senza ricorrere a
materiale steso in precedenza (come di norma avviene per i qua-
derni “speciali”, dei quali chiude la serie), è esemplare del modo
in cui un tema accademico per eccellenza – che peraltro riman-
da agli studi universitari del giovane aspirante glottologo prima
ancora che militante socialista – divenga negli scritti carcerari
l’ennesima occasione di intervento politico. Muovendo dalla
convinzione che “ogni lingua è una concezione del mondo inte-
grale, e non solo un vestito che faccia indifferentemente da for-

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ma a ogni contenuto” (Q 5, § 123), Gramsci dedica infatti i suoi


ultimi sforzi di scrittura creativa a denunciare il carattere vellei-
tario del progetto di autarchia ed espansionismo linguistico por-
tato avanti dal fascismo (campagne contro i dialetti e l’uso delle
parole straniere, rivendicazione dell’italianità dell’Alto Adige in
maggioranza tedescofono) con l’avvallo di due tra i più cari mae-
stri torinesi dello stesso Gramsci, Cosmo e Bartoli, nella consa-
pevolezza del fatto che

ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lin-


gua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la for-
mazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabi-
lire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popo-
lare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale. (Q 29, § 4)

5. “Non sono in grado di scrivere”

Le ultimissime annotazioni di Gramsci consistono in alcu-


ne aggiunte marginali al sommario del Quaderno 10, “sui ‘resi-
dui’ o sopravvivenze […] nella filosofia del Croce della dottri-
na della filosofia della praxis”, e nel § 53 del Quaderno 17,
dedicato allo statista inglese Benjamin Disraeli e all’imperiali-
smo britannico, che contiene interessanti riferimenti a temi
ampiamente trattati in precedenza (il cesarismo) e soprattutto a
“fenomeni storici analoghi moderni”, a proposito dei quali non
si può non pensare ai due “imperi” che stavano allora nascendo:
quello statunitense e quello sovietico; nel § 51 si trova invece un
significativo accenno al Mein Kampf di Adolf Hitler, ormai da
due anni al potere in Germania. Gli appunti in questione risal-
gono con ogni probabilità al giugno 1935; la quasi totalità degli
studiosi esclude recisamente che Gramsci abbia continuato a
lavorare ai manoscritti, che pure l’avevano seguito a ogni trasfe-
rimento, nella clinica romana “Quisisana” in cui trascorrerà gli
ultimi due anni della sua vita.
Questo va messo in relazione all’ulteriore e progressivo dete-
riorarsi delle sue condizioni psico-fisiche, testimoniato innanzi-

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tutto dalle lettere che pure riprende a scrivere, dalla fine di


novembre del 1935, alla moglie Giulia e ai figli Delio e Giuliano
in Russia, nonché ai parenti in Sardegna; cessa invece la corri-
spondenza con Tania, dal momento che adesso la cognata può
visitarlo quotidianamente. Si tratta in effetti di missive per lo più
brevi e costellate di espressioni relative all’impegno che quelle
poche righe richiedono a un uomo sempre più debilitato: “lo scri-
vere mi costa molta fatica e mi lascia per qualche ora (o per qual-
che giorno) in condizioni di eccitabilità poco piacevole”; “non
sono in grado di scrivere come dovrei e vorrei”; “ho molto mal di
testa e non posso scrivere a lungo”, e così via (LC, 760 sgg). Ana-
loghe indicazioni a riguardo possiamo trarre dalle coeve testimo-
nianze di coloro che in quegli anni furono più vicini a Gramsci, a
partire da Tania e Sraffa.
Ma oltre a questa, c’è un’altra (e forse ancora più impor-
tante) ragione per spiegare il fatto che Gramsci non lavori ai
suoi quaderni durante il ricovero alla “Quisisana”: come abbia-
mo cercato di mostrare nelle pagine che precedono, i mano-
scritti carcerari non sono, né nel loro insieme né presi singolar-
mente, un libro o dei libri, ma solo il materiale preparatorio per
una serie di saggi da svolgere compiutamente una volta riacqui-
stata la piena libertà, e non per fini accademici o culturali, ma
di intervento sempre e comunque politico. La loro composizio-
ne trova quindi, insieme, ragion d’essere e limite nella momen-
tanea impossibilità di tale intervento, oltre che nella privazione
di ogni contatto diretto con il mondo reale di cui, come lo stes-
so Gramsci scrive alla cognata, “i libri e le riviste” (e nemmeno
tutti, ma solo quelli che la direzione carceraria gli permette di
leggere) “non possono dare l’impressione immediata” (LC,
222). Ciò non significa che egli abbandoni del tutto ogni forma
di studio e di analisi della realtà storica e politica nazionale e
internazionale, il che sarebbe incoerente rispetto a tutta la sua
precedente esistenza di prigioniero politico, in anni drammatici
che vedono, oltre alla già ricordata presa del potere di Hitler in
Germania, l’impresa etiopica mussoliniana, la vittoria del Fron-
te popolare in Francia, lo scoppio della guerra civile in Spagna
e il culmine del Terrore staliniano, di cui cadranno vittime tra gli

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altri Kirov e Zinov’ev (nel 1934), Kamenev (1936) e, poco dopo


la morte di Gramsci, Bucharin (giustiziato nel 1938) e Trockij
(assassinato da un sicario in Messico nel 1940).
Alcune indicazioni riguardo agli interessi di Gramsci nel
periodo successivo all’interruzione del lavoro ai quaderni si
possono trarre dalle già ricordate lettere ai familiari, nelle quali
egli non manca di esprimere giudizi sulla superiorità del nuovo
sistema scolastico sovietico rispetto a quello tradizionale, di
discutere della grande letteratura russa (Puškin, echov, Tolstoj,
Gor’kij) e di quella per ragazzi (H.G. Wells, Jules Verne) oltre a
riprendere, sia pure per accenni, questioni ampiamente trattate
nei manoscritti carcerari, che vanno dalla critica del dogmati-
smo e dell’evoluzionismo meccanicistico al concetto di natura
umana.
È inoltre più che verosimile immaginare che, così come
aveva fatto nei due anni intercorsi tra la incarcerazione (gennaio
1927) e la concessione del permesso di scrivere in cella (feb-
braio 1929), anche nella fase estrema della sua vita in cui, per
ragioni differenti, non può più farlo, Gramsci prosegua se non
addirittura intensifichi l’attività di lettura cui si era dedicato con
assiduità fin da ragazzo, anche grazie alla maggiore disponibi-
lità di materiale a stampa, in relazione al diverso regime restrit-
tivo cui ora è sottoposto. Risalgono a questo periodo una qua-
rantina di volumi da lui posseduti, un terzo dei quali peraltro
interamente o parzialmente intonsi, ma soprattutto collezioni
pressoché complete di diverse riviste (che in alcuni casi giungo-
no fino al numero successivo alla morte di Gramsci, in altri pro-
seguono per tutto il 1937 o comunque fino alla scadenza del-
l’abbonamento) e alcuni fascicoli sparsi di altre pubblicazioni
periodiche, nonché una serie di pagine staccate da queste. Tale
evidenza, oltre a concordare con la testimonianza contenuta in
una lettera di Tania alla sorella Giulia secondo la quale, almeno
a partire dal gennaio 1936, Gramsci “segu[e] la stampa italiana
e un po’ la francese”, conferma il fatto che quotidiani e riviste
continuano, come per tutto il periodo della detenzione, a rap-
presentare per lui la principale fonte d’informazione sugli svi-
luppi politici, economici, sociali e culturali, in Italia e all’este-

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ro, di quegli anni così travagliati e decisivi della storia del Nove-
cento.
Tra i periodici ve ne sono innanzitutto alcuni ampiamente
spogliati e citati nei quaderni: la rivista dei gesuiti “La Civiltà
Cattolica”, che rappresenta (anche se non ufficialmente) il pun-
to di vista delle gerarchie ecclesiastiche italiane; “Critica fasci-
sta”, fondata e diretta dal gerarca del regime Giuseppe Bottai; “I
Problemi del Lavoro” dell’ex socialista e sindacalista Rinaldo
Rigola, divenuto fiancheggiatore del corporativismo fascista;
l’“Italia Letteraria” di Curzio Malaparte e Giovanbattista Angio-
letti, prosecuzione de “La Fiera Letteraria”, fino alla sua cessa-
zione nel 1936 (con l’aggiunta di un paio di numeri de “Il Meri-
diano di Roma” dello stesso Malaparte, che voleva raccoglierne
in qualche modo l’eredità), e di cui pure Gramsci aveva scritto
che “è stata sempre, ma sta diventando sempre più un sacco di
patate” (Q 1, § 102); e ancora, il periodico culturale di regime
“Quadrivio”, dal cui primo numero Gramsci aveva preso spunto
per trattare il tema del “ritorno al De Sanctis” (Q 23, § 1).
Altre pubblicazioni, invece, non sono più al centro dell’at-
tenzione di Gramsci, come a indicare la volontà di concentrare i
propri sforzi, sempre più dispendiosi in relazione alle energie
residue, su poche e selezionate testate. Da questo punto di vista
è molto interessante notare inoltre come, alle riviste appena
elencate, a partire dal dicembre 1936 si aggiunga il settimanale
dell’Istituto per gli studi di politica internazionale, “Relazioni
internazionali”, mentre Gramsci riprende la lettura della “Nou-
velle Revue Française” che, dopo averne scorso un paio di
numeri nel 1931, si era ripromesso di “rivedere” (Q 15, § 58)
insieme ad altri periodici francesi. E in effetti, tra le riviste da lui
possedute, si trovano alcuni numeri sciolti di “Aux Ecoutes”, il
settimanale conservatore fondato da Paul Levy, del periodico
satirico “Crapouillot” (nato come giornale per le truppe durante
la prima guerra mondiale e divenuto successivamente rivista let-
teraria d’avanguardia non conformista), della rassegna della
stampa internazionale “Lu dans la presse universelle”, dei perio-
dici culturali “Phalange” e “Le Mois” e, sorprendentemente, di
numerosi fascicoli dell’antifascista “Vu” (la stessa che nel set-

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tembre del 1936, in un numero peraltro non conservato tra quel-


li appartenuti a Gramsci, pubblicò la celebre fotografia di Robert
Capa del soldato repubblicano ferito a morte in Spagna). Gram-
sci ha inoltre conservato un paio di fogli staccati (contenenti
articoli su Dante e su Schopenhauer) dal tedesco “Literaturblatt
der Frankfurter Zeitung”, che nei Quaderni era stato ricordato
tra “i giornali democratici […] meglio fatti” (Q 2, § 182), come
a confermare un ritorno all’attenzione per le lingue straniere
che, come abbiamo visto, aveva rappresentato per lui “l’occupa-
zione predominante” (LC, 87) per tutta la prima fase della car-
cerazione.
Tra i giornali conservati si trovano numeri sparsi di altri
periodici tra cui “Il Merlo”, foglio satirico di controinformazio-
ne diretto da Alberto Giannini, già socialista e ora doppiogio-
chista, sovvenzionato dal regime allo scopo di dividere e scredi-
tare i rifugiati antifascisti italiani in Francia pubblicando docu-
menti falsi e/o apocrifi. Ma ancora più indicativi dei numeri
interi (e talvolta intonsi) dei periodici che Gramsci continua a
ricevere e accumulare nella clinica “Quisisana”, sono le pagine
che stacca da quotidiani e riviste prima di eliminarli per ovvie
ragioni di spazio. La loro archiviazione, infatti, è compatibile
soltanto con la funzione di pro-memoria per futuri lavori (tanto
è vero che, a una prima sommaria ricognizione, tra i ritagli risa-
lenti al periodo di stesura dei Quaderni, nessuno rimanda a note
già scritte), come avvenuto in precedenza soprattutto durante la
compilazione dei primi quaderni miscellanei. Oltre al “Corriere
della Sera”, la cui autorevolezza è riconosciuta da Gramsci in
più luoghi e che rappresenta evidentemente il quotidiano da lui
più letto, abbiamo alcune pagine tratte dal fascista “Popolo di
Roma” (prosecutore del “Popolo d’Italia” fondato da Mussoli-
ni), da “La Stampa” già filo-giolittiana e da “La Tribuna” (dive-
nuta come gli altri giornali filo-fascista), mentre ne mancano
dal “Sole” e dal “Messaggero” in date successive al trasferi-
mento nella clinica romana. Tra i periodici stranieri, troviamo
pagine staccate da l’“Action Française”, oggetto di attenzione
nei quaderni in relazione a Charles Maurras, rivista alla quale
Gramsci attribuisce “la migliore ‘rassegna della stampa’” (Q 8,

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§ 110), e di “Temps”, citato insieme al precedente tra i giornali


francesi di opinione, apparentemente imparziali, in generale
peggiori di quelli italiani (Q 1, § 116).
Lo spoglio incrociato dei libri, dei periodici e dei fogli spar-
si di giornale relativi al periodo agosto 1935 - aprile 1937 ci for-
nisce indicazioni decisive riguardo agli argomenti cui Gramsci
dedica maggiore attenzione nell’ultima fase della sua vita, con
significative linee di continuità rispetto ad alcuni temi che tro-
viamo sia nei differenti piani di lavoro carcerari, sia nel loro
effettivo svolgimento nei quaderni miscellanei e “speciali”
(1929-1935), a conferma del fatto che essi non giungono in nes-
sun caso a una conclusione, ma semplicemente s’interrompono
per le ragioni che abbiamo ampiamente illustrato. Alcuni è suffi-
ciente elencarli: Benedetto Croce e lo storicismo, la storia degli
ultimi due secoli (la Rivoluzione francese, il Risorgimento, i pro-
blemi postunitari: lo scandalo della Banca romana), il giornali-
smo (il Breviaire du journalisme di Léon Daudet), la grande let-
teratura (Dante, Puškin, Céline, Gide) e quella nazionale-popo-
lare (in particolare francese, come i racconti di Simenon), la lin-
guistica, le prospettive rivoluzionarie aperte dal progresso scien-
tifico (i grandi biologi e divulgatori Alexis Carrell e Julian Hux-
ley), novità letterarie (come la pubblicazione di alcuni inediti di
Italo Svevo), filosofiche, artistiche, cinematografiche, italiane e
internazionali, ma anche generi popolari (satira, astrologia, sport,
cucina) e fatti di cronaca (la morte di Rudyard Kipling, autore
caro a Gramsci fin dall’adolescenza, e quella del leader politico
greco Venizelos).
Altri temi sono ancora più significativi, in quanto riguar-
dano da un lato la situazione politica ed economica di quegli
anni dell’Italia (la Dottrina del fascismo e altri interventi di
Mussolini, le relazioni sindacali, le statistiche economiche, il
corporativismo, l’autarchia in risposta alle sanzioni internazio-
nali per l’aggressione all’Etiopia) e dell’Unione Sovietica (il
piano quinquennale, i primi processi staliniani), e dall’altro in
senso lato il campo delle relazioni internazionali e in particola-
re il tema della guerra: quella passata (il pensiero di Clausewitz,
il primo conflitto mondiale), quella presente (le vicende della

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guerra d’Etiopia fino alla vittoria italiana e alla proclamazione


dell’Impero, la guerra di Spagna fino alla caduta di Malaga) e,
soprattutto, quella drammaticamente imminente (la situazione
militare di Francia e Inghilterra, il sionismo, la Germania nazi-
sta e le sue ambizioni espansionistiche).
Gli ultimi fogli staccati dai giornali risalgono al mese di
aprile 1937, lo stesso della morte di Gramsci: si tratta in parti-
colare di alcune pagine del “Corriere della sera” del 13, ripor-
tanti articoli sulla poetica di Carducci e sulla nomina di cinque
nuovi accademici d’Italia, tra cui Papini, al quale Gramsci ave-
va dedicato due tra le primissime note dei quaderni, menzio-
nandolo insieme a Prezzolini tra gli esponenti della “vecchia
generazione degli intellettuali [che] ha fallito” (Q 1, § 8). Al
giorno successivo (14) risale la copia del terzo numero del set-
timanale appena fondato da Leo Longanesi, “Omnibus”, antesi-
gnano dei moderni rotocalchi, quasi interamente dedicato a
descrivere le miserevoli condizioni di vita nell’Unione Sovieti-
ca, le deportazioni in Siberia dei prigionieri politici, le torture
inflitte loro dal “tecnico della morte” Jagoda, già a capo della
GPU (poi NKVD) e appena caduto in disgrazia. Ma la rivista
contiene soprattutto il celebre reportage di Corrado Alvaro su
L’Urss venti anni dopo: la nuova società, in cui lo scrittore ita-
liano denuncia il tradimento degli ideali rivoluzionari da parte
dei bolscevichi, i privilegi goduti dalle nuove élites dominanti e
ancora gli arresti e i processi sommari agli oppositori del regi-
me. Tesi ribadite qualche giorno dopo, sia pure con altro tono e
spessore culturale, nell’ultimo numero conservato del già ricor-
dato “Merlo” (18 aprile), che titola in prima pagina L’Urss scric-
chiola e pubblica tra l’altro: un pezzo di Victor Serge (che ave-
va appena lasciato l’Unione Sovietica dopo aver passato tre anni
di deportazione in Siberia) su Le condizioni di vita nella Russia
sovietica; uno attribuito a Giuseppe Saragat e intitolato Col
marxismo tutto si spiega: i fagioli e la lotta di classe, e ancora
un articolo dell’ex sindacalista rivoluzionario Arturo Labriola
(da poco passato al fascismo) su Un nuovo calvinismo.
Il 21 aprile, sull’antifascista “Vu”, Gramsci può leggere un
reportage sui sei anni della Repubblica Spagnola e un articolo

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sulla legge che limitava l’orario di lavoro settimanale a 40 ore,


introdotta in Francia dal governo del Fronte popolare, argomen-
to già trattato in “Lu” del 16. Infine, nel numero successivo di
quest’ultimo periodico francese, ancora il 23, due giorni prima
dell’ultima drammatica crisi di salute, Gramsci trova e conserva
un reportage della stampa internazionale sui possibili sviluppi
delle relazioni tra i regimi totalitari hitleriano e staliniano (che
in effetti, di qui a due anni, stipuleranno il patto di non aggres-
sione Molotov-Ribbentrop). Segno evidente del fatto che, con-
trariamente agli auspici dell’inquisitore fascista che al cervello
di Gramsci venisse impedito di funzionare per vent’anni, negli
oltre dieci che egli trascorse in condizione di privazione di
libertà non smise mai di interpretare il mondo nella prospettiva
di contribuire a mutarlo.

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CAPITOLO TERZO

EDIZIONI E INTERPRETAZIONI (1937-2015)

Se si vuole studiare la nascita di una concezione del mondo che dal


suo fondatore non è stata mai esposta sistematicamente […] occorre
fare preliminarmente un lavoro filologico minuzioso e condotto col
massimo scrupolo di esattezza, di onestà scientifica, di lealtà intellet-
tuale, di assenza di ogni preconcetto ed apriorismo o partito preso.
(Q 16, § 2)

1. “Operazione Gramsci”

Nei giorni che precedono la sua morte (27 aprile 1937), lo


stesso Gramsci aveva incaricato Tatiana di fare uscire dalla clini-
ca “Quisisana”, un po’ alla volta per non dare nell’occhio, i
manoscritti carcerari per evitare che finissero tra le mani dei suoi
aguzzini o comunque delle persone sbagliate (a partire da
Togliatti, del quale per le ragioni già dette ormai diffidava),
immaginando di potervi lavorare ancora una volta ottenuta la
piena libertà. I quaderni, insieme ai libri, alle lettere e agli effet-
ti personali del defunto, vengono conservati per un paio di mesi
dalla cognata di Gramsci, che provvede a una prima catalogazio-
ne dei manoscritti carcerari, applicandovi un’etichetta con un
numero in cifre romane (solo a fini di inventario e prescindendo
da qualsiasi ipotesi di ordinamento cronologico) e inizia un lavo-
ro di schedatura del materiale, presto interrotto. Depositati pres-
so l’ambasciata sovietica di Roma il 6 luglio 1937, nel dicembre
1938 o al più tardi all’inizio del 1939 i quaderni vengono spedi-
ti a Mosca per posta diplomatica (forse a più riprese), insieme ai

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libri e ad alcuni oggetti appartenuti al prigioniero. I manoscritti


di Gramsci restano presso la famiglia Schucht fino all’aprile
1941, quando vengono consegnati all’Archivio centrale del
Comintern, che avrebbe dovuto curarne la pubblicazione. Lo
scoppio della Seconda guerra mondiale e l’invasione dell’Unio-
ne Sovietica da parte dell’esercito tedesco interrompono imme-
diatamente il progetto, che verrà ripreso solo alla fine del con-
flitto.
Restituiti al Partito Comunista Italiano il 3 marzo 1945,
poco prima della Liberazione dell’Italia, i manoscritti carcerari
vengono successivamente affidati – insieme ad altro materiale
documentario e a una parte dei libri e delle riviste posseduti da
Gramsci prima e durante la prigionia – alla Fondazione Gram-
sci, costituita nel 1950 allo scopo di conservare e diffondere l’o-
pera del grande pensatore comunista scomparso. Verranno pub-
blicati per la prima volta, con il titolo di Quaderni del carcere e
a cura di Felice Platone (ma con la supervisione di Togliatti),
presso l’editore Einaudi fra il 1948 e il 1951. Oltre alle tradu-
zioni e alle note di prima stesura barrate da Gramsci, vengono
escluse alcune annotazioni all’epoca considerate politicamente
inopportune, come i giudizi non sufficientemente liquidatori su
Trockij, le osservazioni critiche nei confronti di Engels e le sia
pur larvate riserve sulla validità dell’esperienza sovietica. Inol-
tre il materiale viene suddiviso in sei volumi tematici (Il mate-
rialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce; Gli intellet-
tuali e l’organizzazione della cultura; Il Risorgimento; Note sul
Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno; Letteratura e
vita nazionale; Passato e presente), rompendo così l’unità dei
quaderni a cui le note erano state affidate. La soluzione adotta-
ta offre la possibilità di un accesso più semplice al pensiero di
Gramsci, assicurandogli in tal modo un’ampia diffusione fra il
pubblico e consentendogli di influire profondamente sulla cul-
tura italiana del secondo dopoguerra. E tuttavia, nel proporre
una rigorosa partizione tematica, comporta un inevitabile irrigi-
dimento e parcellizzazione di un pensiero di cui diviene impos-
sibile cogliere “il ritmo” e la profonda unità di ispirazione.
La pubblicazione dei Quaderni viene preceduta, nel 1947,

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sempre presso Einaudi, da quella di una selezione parziale del-


le Lettere dal carcere (dalla quale vengono esclusi, per esempio,
i riferimenti alla ripresa di rapporti amichevoli con Bordiga a
Ustica, o dettagli sui familiari di Gramsci o altre persone anco-
ra in vita). Il volume incontra subito un notevole successo di
pubblico e di critica, sancito dall’assegnazione del premio Città
di Viareggio, a riconoscimento del valore letterario, oltre che
umano e politico, delle pagine carcerarie. Nei decenni successi-
vi, sia per il venir meno delle suddette esigenze di cautela, sia
grazie al reperimento di nuovo materiale, l’epistolario si arric-
chirà progressivamente, finendo per comprendere anche le let-
tere scritte da Gramsci al tempo della sua attività politica e quel-
le da lui ricevute prima e durante la prigionia. Attualmente è in
corso di pubblicazione, nell’ambito dell’Edizione nazionale
degli scritti presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana, la serie
completa dei carteggi gramsciani, di cui sono usciti finora due
volumi, che coprono il periodo 1906-1923, sugli otto comples-
sivi in cui è articolato il piano dell’opera (un nono volume acco-
glierà i Carteggi paralleli 1926-1937, vale a dire le lettere scrit-
te e ricevute da Tatiana, da Sraffa e dalle altre persone a vario
titolo coinvolte nell’assistenza al prigioniero, indispensabili per
ricostruirne la biografia intellettuale negli anni del carcere).
Sin dal primo convegno su Gramsci del 1958 alcuni stu-
diosi sollevano l’esigenza di una nuova edizione dei Quaderni,
che ne rispetti l’ordine di composizione e ne restituisca l’artico-
lazione interna; appoggiata dallo stesso Togliatti, l’iniziativa
viene affidata a Valentino Gerratana, che ne enuncia i criteri
ispiratori in occasione del convegno gramsciano di Cagliari del
1967. La prima edizione critica dei Quaderni, da lui curata,
vede la luce, ancora presso Einaudi, nel 1975: vi sono compresi
ventinove quaderni, disposti secondo l’ordine cronologico di
avvio di ciascuno di essi e numerati in modo progressivo in cifre
arabe, ma non i quattro quaderni di traduzioni (contrassegnati da
Gerratana con lettere, dalla A alla D), in quanto considerati
estranei rispetto al lavoro teorico (vengono riportate in appendi-
ce poche pagine tratte dalle traduzioni di Marx). Sono pubblica-
te invece le annotazioni di prima stesura che Gramsci aveva can-

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cellato, mentre i testi estranei alla vera e propria redazione del-


le note (elenchi di libri, appunti vari, minute di lettere e di istan-
ze alle autorità) vengono restituiti a parte, in sede di descrizio-
ne dei manoscritti. I testi all’interno di ogni quaderno sono di
norma riprodotti nell’ordine in cui si presentano materialmente;
ma in tre casi (Quaderni 4, 7 e 10), in cui a parere del curatore
la successione esteriore delle note non corrisponde al loro ordi-
ne di stesura, vengono operati gli spostamenti necessari per
ristabilire la reale cronologia interna, mentre nessun cambia-
mento viene apportato in altri due casi (Quaderni 8 e 14) in cui
pure questa non corrispondenza è accertata e segnalata. Il quar-
to volume dell’edizione ospita un ricco apparato critico che,
oltre alla descrizione fisica dei singoli quaderni, fornisce infor-
mazioni sulle fonti dirette e indirette delle annotazioni gram-
sciane, sui rimandi interni e le corrispondenze tra queste e le let-
tere coeve; completa il volume una serie di indici.
Partendo dai risultati raggiunti dall’edizione Gerratana, fin
dal convegno gramsciano di Firenze del 1977 e nel corso dei
decenni successivi, Gianni Francioni è giunto a formulare una
serie di correzioni e miglioramenti, proponendo in diversi casi
soluzioni alternative per quanto riguarda la datazione di alcuni
quaderni, gruppi di paragrafi e singole note all’interno degli
stessi. Al termine di un dibattito lungo e a tratti acceso, all’ini-
zio degli anni Novanta il lavoro filologico di Francioni è stato
assunto come base per la nuova pubblicazione, nell’ambito del-
la già ricordata Edizione Nazionale degli scritti, dei Quaderni
del carcere, posta sotto la direzione dello stesso Francioni e arti-
colata in tre volumi (ciascuno dei quali suddiviso in più tomi),
destinati ad accogliere, rispettivamente, i quaderni di traduzioni
(2007), i quaderni miscellanei e i quaderni “speciali” (in via di
pubblicazione, a cura di Cospito, Francioni e Frosini). Il lettore
ha oggi inoltre la possibilità di accedere direttamente ai mano-
scritti gramsciani, che nel 2009 sono stati riprodotti integral-
mente (a eccezione delle pagine rimaste completamente bian-
che) in un’edizione anastatica, nella quale ogni singolo quader-
no è preceduto da una premessa (sempre a cura di Francioni, in
alcuni casi con la collaborazione di Cospito e Frosini) conte-

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nente tutto ciò che è necessario conoscere per la sua contestua-


lizzazione, dalle caratteristiche fisiche alle particolarità grafi-
che, dagli elementi di datazione al contenuto, dai collegamenti
con altri manoscritti (precedenti, paralleli o successivi) alle fon-
ti utilizzate da Gramsci per la stesura delle annotazioni che vi
sono ospitate.
Ancora più complessa e tormentata, per una serie di ragio-
ni in parte già ricordate in precedenza, la vicenda degli scritti
pre-carcerari: se si esclude la ripubblicazione occasionale di sin-
goli articoli, bisogna attendere infatti il 1954 per vedere il primo
volume (che raccoglie i testi del primo “Ordine Nuovo”, 1919-
20) di una serie cronologica articolata in cinque volumi e desti-
nata a chiudersi solo nel 1971. Quindi, mettendo a frutto un lun-
go lavoro di ricerca e di nuove attribuzioni, nel 1980 viene inau-
gurata una seconda serie di pubblicazioni, sempre presso Einau-
di, originariamente prevista in sette volumi; ne usciranno tutta-
via soltanto quattro, finendo per coprire al momento della sua
interruzione (1987) il periodo 1913-1920. L’Edizione nazionale
degli scritti di Gramsci prevede una sezione dedicata agli arti-
coli giornalistici, articolata in sette volumi e corredata da un ric-
co apparato critico e informativo, la cui prima uscita è ormai
imminente.

2. “Gramsci conteso”

Se non il primo interprete di Gramsci in assoluto, certo l’ar-


tefice fondamentale, nel bene e nel male, delle letture del suo
pensiero nei primi decenni successivi alla morte fu senz’altro
Togliatti, non solo per il già ricordato ruolo di editore degli scrit-
ti, ma anche perché, fin dal momento dell’arresto dell’amico e
compagno di lotte, si preoccupò di rivendicarne per sé e per il
proprio partito l’eredità politica e culturale. Pur nel mutare degli
accenti in relazione ai diversi scenari nazionali e internazionali
nei quali il successore di Gramsci alla guida del PCI si trovò a
operare – dalla conclusione della lotta al bordighismo alla linea
del socialfascismo, dalla fase dei fronti popolari al Grande Ter-

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rore staliniano, dal partito nuovo nato con la svolta di Salerno


alla Resistenza, dalla rottura dell’unità antifascista allo scoppio
della Guerra fredda, dalla morte di Stalin alla repressione della
rivolta ungherese nel 1956, fino al cosiddetto “Memoriale di Yal-
ta” scritto poco prima di morire (1964), in cui ribadirà la pecu-
liarità della “via italiana al socialismo” – Togliatti cerca sempre
di difendere l’originalità della posizione del capo della classe
operaia italiana, come lo definisce nel saggio scritto immediata-
mente dopo la scomparsa di Gramsci (1937, ma in un testo che
precede di pochissimo il citato Memoriale riconoscerà che egli
“trascende la vicenda storica del nostro partito”), senza mai met-
terne in discussione l’ortodossia marxista e leninista, ma reinter-
petandola di volta in volta in modo diverso, ricorrendo ampia-
mente al concetto gramsciano di traduzione; il tutto a costo di
inevitabili forzature, imposte dalla necessità di adattare il pen-
siero di un uomo vissuto al tempo della Terza Internazionale nel-
l’epoca del partito di massa e del pluralismo politico.
A questa linea interpretativa, a lungo dominante e di fatto
accettata anche da chi colpiva Gramsci per criticare da sinistra
(bordighisti, trockisti, esponenti della galassia extraparlamenta-
re, maoisti, operaisti ecc.) o da destra (socialisti, socialdemocra-
tici, liberali, cattolici) la politica dei comunisti italiani, fanno
riscontro fin da subito letture volte ad accentuare l’eterodossia
dell’autore dei Quaderni (ma soprattutto degli scritti sul “Grido
del popolo” e di quelli ordinovisti) rispetto a questa, non di rado
con l’intento di renderne compatibile il pensiero con tradizioni
diverse da quella comunista. Nel frattempo andava diffondendo-
si intorno a Gramsci una letteratura più popolare e agiografica,
che ne sottolineava – non senza enfasi ed esagerazioni – la figu-
ra di martire della libertà e della democrazia, assumendolo nel
pantheon degli italiani illustri. Ma anche tra gli “intellettuali
organici” al partito comunista o in qualche modo suoi fiancheg-
giatori, prendono presto piede letture differenti del pensiero
gramsciano, attente a valorizzarne o a criticarne di volta in volta
lo storicismo, il materialismo, l’idealismo e così via: esemplari
da questo punto di vista i volumi che raccolgono gli atti dei con-
vegni organizzati dall’Istituto Gramsci a scadenza decennale

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(1958, 1967, 1977), in cui si trovano scritti di Nicola Badaloni,


Remo Bodei, Eugenio Garin, Cesare Luporini, Ernesto Ragio-
nieri, Paolo Spriano e Giuseppe Vacca, per limitarsi ai più noti
studiosi che vi presero parte.
Un ulteriore passo avanti nella conoscenza e nella diffusio-
ne dell’opera di Gramsci è rappresentato, a partire dagli anni
Sessanta, dalla pubblicazione delle prime monografie a lui inte-
ramente dedicate, insieme a ricostruzioni biografiche (a partire
da quella di Giuseppe Fiori, da noi ampiamente utilizzata in
questo volume), e soprattutto a saggi e libri che ne affrontano in
chiave sistematica singoli aspetti e concetti-chiave (egemonia,
società civile, blocco storico, rivoluzione passiva, intellettuali e
così via), il rapporto con i suoi interlocutori, reali e ideali
(Hegel, Marx, Lenin, Croce, Gentile ecc.), il nesso di continuità
o discontinuità tra le diverse fasi della sua vicenda intellettuale
e politica (anni giovanili, ordinovismo, leninismo, periodo car-
cerario). La fama di Gramsci varca ben presto i confini nazio-
nali: tra i primi paesi in cui attecchisce è certo la Francia, dove
tuttavia accanto a letture in qualche modo simpatetiche (André
Tosel, Hugues Portelli, Jacques Texier), incontra presto il
sostanziale ostracismo del marxismo strutturalista di Louis
Althusser e della sua scuola, con la significativa eccezione di
Christine Buci-Gluksmann.
Gli anni Settanta segnano l’apogeo della diffusione del
pensiero gramsciano, del quale si approfondiscono aspetti fino
allora meno indagati (le note su americanismo e fordismo, il
rapporto con le scienze, il problema pedagogico, l’influenza di
autori come Labriola, Gentile o Sorel). Un impulso decisivo in
tal senso è fornito dalla già ricordata pubblicazione dell’edizio-
ne critica dei Quaderni (1975), che finalmente permette di leg-
gere i manoscritti carcerari secondo un ordine che cerca di
seguire quello della loro effettiva stesura e non più sulla base di
raggruppamenti tematici imposti dai curatori. Negli anni imme-
diatamente successivi il dibattito su Gramsci si focalizza sulla
possibilità di conciliare la sua concezione politica – incentrata
sul Moderno Principe e sul concetto di egemonia – con la demo-
crazia parlamentare: ne sono convinti gli intellettuali comunisti

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– molti dei quali tuttavia insistono sulla necessità di andare


“oltre Gramsci”, sia pure continuando a rivendicarne l’eredità –
mentre sottolineano il carattere potenzialmente antidemocratico
del pensiero gramsciano socialisti e liberali come Norberto
Bobbio, Massimo Luigi Salvadori, Giuseppe Tamburrano, Erne-
sto Galli della Loggia ecc. Il dibattito è reso di grande attualità
dall’inedita prospettiva di un coinvolgimento del PCI nel gover-
no della nazione in seguito alla sua progressiva ascesa elettora-
le durante la segreteria di Enrico Berlinguer (proposta del com-
promesso storico, strategia dell’eurocomunismo).
Il rapido esaurirsi di questa prospettiva sul piano naziona-
le, insieme alla consapevolezza crescente dell’involuzione cata-
strofica del cosiddetto “socialismo reale” nell’Unione Sovietica
e nei paesi del blocco comunista, finiscono per determinare, se
non l’esaurimento degli studi scientifici su Gramsci (che anzi
conoscono un ulteriore salto di qualità con l’approfondimento
dell’indagine filologica di cui abbiamo parlato nel paragrafo
precedente), il venir meno della centralità del pensatore sardo
nel dibattito culturale, almeno in Italia, dove alla presa d’atto
della crisi del marxismo (sancita pressoché unanimemente in
occasione del centenario della morte di Marx nel 1983, ma da
più parti denunciata già anni prima) si accompagna una crisi di
quello che a lungo era stato definito – per la verità più dagli
avversari che dai suoi fautori, veri o presunti – il “gramscismo”.
Nel frattempo, però, la conoscenza e la fortuna di Gramsci ave-
vano varcato abbondantemente i confini nazionali e, dalle realtà
più vicine geograficamente e culturalmente come quelle del-
l’Europa Occidentale (oltre alla già ricordata Francia, Inghilter-
ra e Spagna innanzitutto), avevano preso a diffondersi in modo
sempre più capillare negli Stati Uniti (per mezzo dell’opera pio-
nieristica di John Cammett), in America Latina (soprattutto Bra-
sile, Argentina e Messico, grazie a studiosi come Carlos Nelson
Coutinho, José Aricó, Juan Carlos Portantiero e Dora Kanous-
si), nei paesi dell’Est, in India, in Giappone, in Africa e così via,
dando origine in alcuni casi a nuovi filoni di studi, o comunque
fornendo loro un impulso e un’impronta decisivi (Cultural Stu-
dies, Subaltern Studies, Postcolonial Studies), anche grazie alle

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sempre più numerose traduzioni degli scritti gramsciani nelle


principali lingue del mondo (anche se spesso parziali: non esi-
ste tuttora, per esempio, un’edizione integrale dei Quaderni in
lingua inglese – la traduzione di Joseph Buttigieg essendo giun-
ta solo fino al Quaderno 8 – mentre è ancora più lacunosa la
situazione degli scritti pre-carcerari). Raymond Williams, Gaya-
tri Spivak, Ranajit Guha, Edward Said, Ernesto Laclau e Chan-
tal Mouffe sono forse i principali artefici di questi “usi” dei testi
gramsciani in contesti talora molto lontani da quelli nei quali e
per i quali erano stati concepiti.
A partire dagli anni Novanta, l’avvio dei lavori per l’Edi-
zione Nazionale e le ricerche filologico-critiche a questa colle-
gate promosse dalla Fondazione Istituto Gramsci, oltre alla
disponibilità di nuove fonti d’archivio grazie al mutato clima
internazionale in seguito alla caduta del Muro e alla fine della
Cortina di Ferro, rendono possibile un ulteriore salto di qualità
nello studio del pensiero di Gramsci, assurto ormai a classico
del Novecento. Contemporaneamente prosegue e si allarga ulte-
riormente la sua diffusione internazionale, testimoniata dalla
fondazione dell’International Gramsci Society (Igs), articolata
in diverse sezioni nazionali, tra le quali l’Igs Italia, particolar-
mente attiva nel promuovere lo studio collettivo dell’opera
gramsciana sulla base di presupposti scientifici condivisi (come
testimoniano i seminari sul lessico gramsciano nei primi anni
del nuovo secolo e quelli sui singoli quaderni carcerari, tuttora
in corso, oltre ai numerosi dibattiti, convegni e pubblicazioni da
essa promossi). Presupposti dai quali prescindono largamente le
ricorrenti pubblicazioni e polemiche giornalistiche aventi per
oggetto la presunta conversione di Gramsci al cattolicesimo in
punto di morte, le supposte persecuzioni subite in Russia dalla
famiglia della moglie di Antonio a causa della sua eterodossia,
l’occultamento o la distruzione da parte di Togliatti di un qua-
derno di abiura del comunismo scritto da Gramsci prima di
morire o i privilegi di cui avrebbe goduto prima in carcere e poi
in clinica il detenuto ormai “ravveduto” e quindi considerato
non più pericoloso dal regime fascista.
Certo, è inevitabile che il giudizio su un pensatore politico

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come Gramsci, la cui esperienza di militante si è svolta in una


congiuntura storica non ancora così lontana dalla nostra, sia con-
dizionato da considerazioni extra-scientifiche; che insomma,
come è stato scritto, non si possa “parlare di Gramsci come si
parla di Plotino”, almeno “fino a quando il mondo sarà segnato
da squilibri, ingiustizie e conflitti”. Tuttavia, proprio per questo,
si dovrebbe iniziare a parlarne “come si parla di Machiavelli”.

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BIBLIOGRAFIA RAGIONATA

Si indicano qui di seguito le fonti utilizzate per la stesura dei singoli


capitoli e paragrafi del libro e una serie di testi per approfondire le diverse que-
stioni trattate, ricorrendo anche alla letteratura che vi si trova di volta in volta
citata. Per un panorama più completo e aggiornato il rimando è alla Biblio-
grafia gramsciana on line, che è reperibile al seguente link: http://www.fon-
dazionegramsci.org/5_gramsci/ag_bibliogramsci.htm (ultima consultazione
1° luglio 2015).

CAPITOLO PRIMO
“Un combattente che non ha avuto fortuna” (1891-1926)

Per le vicende biografiche è ancora utile G. FIORI, Vita di Antonio


Gramsci, Laterza, Bari 1966 (seconda ed. 2008). Una discussione sulla
definizione gramsciana della Napoli di Vico si trova in A. BATTISTINI, “Un
angoletto morto della storia”? Vico e la cultura europea tra Sei e Settecen-
to, “Lettere Italiane”, XLVII (1995), pp. 549-564. Numerosi episodi del-
l’infanzia sarda di Antonio, con particolare riferimento al legame con la
sorella Teresina, sono rievocati in L. PAULESU (che di Teresina è il nipote),
Nino mi chiamo. Fantabiografia del piccolo Antonio Gramsci, Feltrinelli,
Milano 2012. Una fonte preziosa di informazioni sugli anni giovanili è
costituita dall’epistolario (cfr. volumi citati supra, nelle Abbreviazioni, con
un ricco corredo di note su vicende e personaggi oggi non immediatamen-
te perspicui). Sui limiti della formazione scolastica di Gramsci si veda L.
MATT, La conquista dell’italiano nel giovane Gramsci, in F. LUSSANA - G.
PISSARELLO (a cura di), La lingua/le lingue di Gramsci e delle sue opere.
Scrittura, riscritture, letture in Italia e nel mondo, Rubbettino, Soveria
Mannelli 2008, pp. 51-61. Il testo della corrispondenza da Aidomaggiore,
attribuita a Gramsci e pubblicata per la prima volta da Fiori nella citata Vita,
è tratto da Antonio Gramsci e la questione sarda, a cura di G. Melis, Edi-
zioni della Torre, Cagliari 1975, p. 43. Sulla precoce influenza kiplingiana

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su Gramsci, si veda A. CARLUCCI, “Essere superiori all’ambiente in cui si


vive, senza perciò disprezzarlo”. Sull’interesse di Gramsci per Kipling,
“Studi Storici”, LIV (2013), pp. 897-914.
Sul “garzonato universitario” gramsciano ho utilizzato la ricostruzio-
ne di A. D’ORSI, Lo studente che non divenne “dottore”. Gramsci all’Uni-
versità di Torino, “Studi Storici”, XL (1999), pp. 39-75; dello stesso auto-
re, si veda anche l’introduzione all’antologia di A. GRAMSCI, La nostra città
futura. Scritti torinesi (1911-1922), Carocci, Roma 2004. L’attribuzione a
Farinelli dell’iniziazione goethiana di Gramsci è in L. BORGHESE, Tia Ale-
ne in bicicletta. Gramsci traduttore dal tedesco e teorico della traduzione,
“Belfagor”, XXXVI (1981), p. 647. Sul giovane Gramsci e Pastore si veda
L. BASILE, “Caro maestro” e “eccezionale studente”: sul rapporto di A.
Gramsci con V.A. Pastore. Ipotesi e riscontri, “Giornale critico della filoso-
fia italiana”, XCIII (2014), pp. 187-211. La dispensa delle lezioni di Bar-
toli redatta da Gramsci è in via di pubblicazione, a cura di G. Schirru, pres-
so l’Istituto della Enciclopedia Italiana di Roma, nell’ambito dell’Edizione
nazionale degli scritti più volte ricordata.
Sui primi anni di attività giornalistica e politica di Gramsci è fonda-
mentale L. RAPONE, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal
socialismo al comunismo (1914-1919), Carocci, Roma 2011. Riguardo alle
difficoltà di attribuzione degli articoli gramsciani in vista dell’Edizione
nazionale, si vedanono: F. GIASI, Problemi di edizione degli scritti pre-car-
cerari, “Studi storici”, LII (2011), pp. 837-858; M. LANA, Individuare scrit-
ti gramsciani anonimi in un corpus giornalistico. Il ruolo dei metodi quan-
titativi, ivi, pp. 859-880. I testi della polemica tra Tasca e Bordiga sono
riportati nella Storia della sinistra comunista, vol. I, Edizioni “Il program-
ma comunista”, Milano 1964, pp. 183-188. Sulla relativamente tardiva let-
tura e acquisizione delle opere di Marx da parte di Gramsci si veda F. IZZO,
I Marx di Gramsci, in Democrazia e cosmopolitismo in Antonio Gramsci,
Carocci, Roma 2009, pp. 23-74. L’influenza della filosofia pragmatista sul
pensiero gramsciano prima e durante la carcerazione è approfondita in C.
META, Antonio Gramsci e il pragmatismo. Confronti e intersezioni, Le Càri-
ti Editore, Firenze 2010.
Sul periodo ordinovista e l’attività di Gramsci durante la fondazione
e i primi anni di vita del partito comunista non si può tuttora prescindere da
L. PAGGI, Antonio Gramsci e il moderno principe. I Nella crisi del sociali-
smo italiano, Editori Riuniti, Roma 1970, in part. pp. 207 sgg., attento
anche a segnalare i numerosi elementi di continuità tra gli scritti politici
gramsciani e quelli del carcere. Il giudizio di LENIN sul movimento torine-
se dei consigli di fabbrica è tratto dall’edizione italiana delle Opere com-
plete, vol. XXXI, Editori Riuniti, Roma 1967, p. 239. La definizione gram-
sciana della scissione di Livorno come “il più grande trionfo della reazio-
ne” è riportata in P. TOGLIATTI, La formazione del gruppo dirigente del Par-
tito comunista italiano nel 1923-1924, Editori Riuniti, Roma 19844, p. 102.

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Gli ultimi anni della vita politica attiva di Gramsci sono ricostruiti nel
volume di L. PAGGI, Le strategie del potere in Gramsci. Tra fascismo e socia-
lismo in un solo paese 1923-1926, Editori Riuniti, Roma 1984, che rappre-
senta il seguito del libro del 1970 citato in precedenza e, come quello, dedica
ampio spazio al nesso tra scritti politici e Quaderni. Sui complessi rapporti tra
Gramsci e le sorelle Schucht, cfr. M.L. RIGHI, Gramsci a Mosca tra amori e
politica (1922-1923), “Studi storici”, LII (2011), pp. 1001-1038; sulla fami-
glia Schucht si vedano anche le testimonianze di A. GRAMSCI JR. (figlio del
figlio minore di Gramsci, Giuliano), La Russia di mio nonno. L’album fami-
liare degli Schucht, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2008, I miei nonni nel-
la rivoluzione. Breve storia dellla famiglia russa di Antonio Gramsci, Edizio-
ni riformiste, Roma 2010; La storia di una famiglia rivoluzionaria. Antonio
Gramsci e gli Schucht tra la Russia e l’Italia, Roma, Editori Riuniti Univer-
sity Press, 2014. Sulle fonti bolsceviche del concetto di egemonia, cfr. A. DI
BIAGIO, Egemonia leninista egemonia gramsciana, in F. GIASI (a cura di),
Gramsci nel suo tempo, Carocci, Roma 2008, vol. I, pp. 379-402. La citazio-
ne di Lenin contro l’“economismo” è tratta dalle Opere complete, cit., vol.
XXXII, pp. 70-71. Sul periodo trascorso da Gramsci nella capitale austriaca è
ancora utile G. SOMAI, Gramsci a Vienna. Ricerche e documenti 1922/1924,
Argalìa, Urbino 1979, in part. pp. 51-78 e 123-159, da integrare con F. GIASI,
Gramsci a Vienna. Annotazioni su quattro lettere inedite, in F. GIASI, R. GUAL-
TIERI, S. PONS, Pensare la politica. Scritti per Giuseppe Vacca, Carocci, Roma
2009, pp. 185-208. Le dispense per la scuola di partito del 1925 sono ripro-
dotte e commentate in A. GRAMSCI, Il rivoluzionario qualificato, a cura di C.
Morgia, Delotti, Roma 1988, pp. 61 sgg. Per l’analisi del fascismo mediante
le categorie teoriche mutuate dal 18 Brumaio di Marx si veda il lavoro di F.
ANTONINI, Cesarismo e bonapartismo negli scritti precarcerari gramsciani,
“Annali della Fondazione Luigi Einaudi”, XLVII, 2013, pp. 203-224, nonché
la tesi di dottorato Cesarismo e bonapartismo negli scritti di Antonio Gram-
sci, Università degli Studi di Pavia, 2015. L’edizione critica del saggio sulla
“quistione meridionale”, il cui titolo originale è Note sul problema meridio-
nale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei
democratici, curata da F.M. Biscione, si trova ora in A. GRAMSCI, Disgrega-
zione sociale e rivoluzione. Scritti sul Mezzogiorno, Liguori, Napoli 1996, pp.
153-185. I giorni che precedettero l’arresto di Gramsci sono oggetto della
ricostruzione di N. NALDI, 31 ottobre 1926. Antonio Gramsci tra Roma e Mila-
no. Un’analisi delle testimonianze, “Studi Storici”, LVI (2015), pp. 183-210.

CAPITOLO SECONDO
“Un uomo politico scrive di filosofia” (1926-1937)

Sul tema dei difficili rapporti tra il prigioniero, i compagni italiani in


clandestinità e la centrale moscovita ci siamo avvalsi soprattutto del recen-

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te lavoro di G. VACCA, Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937,


Einaudi, Torino 2012, particolarmente attento al nesso tra biografia politi-
co-intellettuale e riflessione teorica gramsciana, oltre che accurato e aggior-
nato sotto il profilo documentario. La figura e l’attività del giudice Macis
sono ricostruite minutamente in R. GIACOMINI, Il giudice e il prigioniero. Il
carcere di Antonio Gramsci, Castelvecchi, Roma 2014. Sul “processone” si
veda L.P. D’ALESSANDRO, I dirigenti comunisti al Tribunale speciale, “Stu-
di storici” L (2009), pp. 481-553. Per il ruolo svolto da Tania durante la pri-
gionia di Gramsci, rimandiamo a: A. NATOLI, Antigone e il prigioniero.
Tania Schucht lotta per la vita di Gramsci, Editori Riuniti, Roma 1990; T.
SCHUCHT, Lettere ai familiari, Prefazione di G. Gramsci. Introduzione e
cura di M. Paulesu Quercioli, Editori Riuniti, Roma 1991; P. SRAFFA, Let-
tere a Tania per Gramsci, Introduzione e cura di V. Gerratana, Editori Riu-
niti, Roma 1991; A. GRAMSCI - T. SCHUCHT, Lettere 1926-1935, a cura di A.
Natoli e C. Daniele, Einaudi, Torino 1997. I codici di comunicazione cifra-
ta utilizzati da Gramsci e dai suoi interlocutori politici sono approfonditi,
con riferimento a un loro possibile impiego anche nei Quaderni, in A. ROS-
SI - G. VACCA, Gramsci tra Mussolini e Stalin, Fazi, Roma 2007 (e succes-
sivamente in A. ROSSI, Gramsci da eretico a icona. Storia di un “cazzotto
nello’occhio”, Guida, Napoli 2010, che affronta anche il tema della propo-
sta gramsciana della Costituente). L’ipotesi di un’abiura del comunismo da
parte di Gramsci, che l’avrebbe affidata a uno dei quaderni del carcere, per
questo dopo la sua morte fatto scomparire da Sraffa e Togliatti, è stata for-
mulata da F. LO PIPARO, I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il
labirinto comunista, Donzelli, Roma 2012; L’enigma del quaderno. La cac-
cia ai manoscritti dopo la morte di Gramsci, ivi, 2013. Del fatto che
Togliatti e il partito comunista italiano nel suo complesso, dopo non aver
messo in atto tutte le misure atte a salvare Gramsci dalla cattura, abbiamo
anche, più o meno scientemente, ostacolato ogni tentativo di giungere a una
liberazione del prigioniero è convinto anche L. CANFORA, Gramsci in car-
cere e il fascismo, e Spie, Urss, antifascismo. Gramsci 1926-1937, entram-
bi Salerno, Roma 2012 (che si sofferma in particolare sul ruolo nella vicen-
da della presunta “spia” Grieco). Si tratta di ipotesi non condivise dalla
maggior parte degli studiosi gramsciani (come mostra per es. l’Inchiesta su
Gramsci. Quaderni scomparsi, abiure, conversioni, tradimenti. Leggende o
verità?, a cura di A. d’Orsi, Accademia University Press, Torino 2014). Lo
stesso vale per la tesi sostenuta da F. LO PIPARO, Il professor Gramsci e Witt-
genstein. Il linguaggio e il potere, Donzelli, Roma 2014, secondo la quale
Sraffa, avendo avuto la possibilità di leggere i Quaderni durante i suoi
incontri con Gramsci alla clinica Quisisana, ne avrebbe comunicato il con-
tenuto al filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein, suo collega all’università
di Cambridge, determinandone la celebre “svolta”; cfr. a riguardo G. DE
VIVO - N. NALDI, Gramsci, Wittgenstein, Sraffa e il prof. Lo Piparo. Fatti e
fantasie, “Passato e presente”, XCIV (2015), pp. 105-114.

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Sulle modalità di composizione dei manoscritti carcerari è fondamen-


tale il lungo lavoro di filologia gramsciana di G. FRANCIONI, avviato con L’of-
ficina gramsciana. Ipotesi sulla struttura dei “Quaderni del carcere”,
Bibliopolis, Napoli 1984, e il cui frutto più recente è rappresentato da Come
lavorava Gramsci, in A. GRAMSCI, Quaderni del carcere. Edizione anastati-
ca dei manoscritti, a cura di G. Francioni, Istituto della Enciclopedia Italia-
na-L’Unione Sarda, Roma-Cagliari 2009, vol. I, pp. 21-60. I termini di data-
zione dei Quaderni stabiliti da Francioni sono riportati, nella versione più
aggiornata, in appendice al mio saggio Verso l’edizione critica e integrale dei
“Quaderni del carcere”, “Studi storici”, LII (2011), pp. 896-904. Per il nes-
so tra lavoro teorico e traduzioni svolte da Gramsci in carcere rimando alla
mia introduzione a QT, 11-40 e alla bibliografia ivi discussa. Il legame tra
interessi linguistici gramsciani e dibattito sovietico è ricostruito in G. SCHIR-
RU, I “Quaderni del carcere” e il dibattito su lingua e nazionalità nel socia-
lismo internazionale, in Gramsci e il Novecento, a cura di G. Vacca, Caroc-
ci, Roma 1999, vol. II, pp. 53-61. Sui diversi piani di lavoro carcerari e il loro
effettivo svolgimento si è soffermato F. FROSINI, Gramsci e la filosofia. Sag-
gio sui Quaderni del carcere, Carocci, Roma 2003, pp. 23-74.
Nella trattazione del pensiero filosofico, politico ed economico di
Gramsci ho ripreso in forma sintetica l’analisi da me svolta ne “Il ritmo del
pensiero”. Per una lettura diacronica dei “Quaderni del carcere” di Gram-
sci, Bibliopolis, Napoli 2011. Uno strumento efficace per orientarsi nel
labirinto concettuale di Gramsci è rappresentato da G. LIGUORI - P. VOZA (a
cura di), Dizionario gramsciano 1926-1937, Carocci, Roma 2009, al quale
rimando per una trattazione analitica dei lemmi che compaiono nel presen-
te volume. Un’introduzione ai singoli quaderni si trova nei già ricordati
volumi dell’Edizione anastatica, a cura di G. Francioni e con la collabora-
zione di G. Cospito e F. Frosini. Di “linguaggio esopico” a proposito dei
manoscritti carcerari ha parlato per prima Tatiana Schucht in una lettera
scritta alla sorella Giulia pochi giorni dopo la morte di Gramsci (5 maggio
1937), citata da VACCA, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, cit., p. 324. Il
legame strettissimo tra filosofia e politica nei Quaderni è al centro del libro
di P.D. THOMAS, The Gramscian Moment. Philosophy, Hegemony and
Marxism, Brill, Leiden-Boston 2009. L’ipotesi di una possibile lettura di
alcune pagine dell’Ideologia tedesca, riportate in un’antologia popolare di
scritti marx-engelsiani, durante il soggiorno moscovita di Gramsci, formu-
lata in IZZO, Democrazia e cosmopolitismo, cit., pp. 45-46, è stata approfon-
dita da Francesca Antonini nella già citata tesi di dottorato (pp. 31 sgg.). Il
concetto di “filosofia della prassi” è indagato approfonditamente in F. FRO-
SINI, La religione dell’uomo moderno. Politica e verità nei Quaderni del
carcere di Antonio Gramsci, Carocci, Roma 2010, pp. 50-111, ma l’intero
volume è fondamentale per l’approfondimento di una serie di tematiche a
questa legate, dalla categoria di “immanenza” al tema della “riforma intel-
lettuale e morale”. Per quanto riguarda i rapporti tra Gramsci e la scienza

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del suo tempo, si veda M. PALADINI MUSITELLI (a cura di), Gramsci e la


scienza. Storicità e attualità delle note gramsciane sulla scienza, Graphis,
Trieste 2008. Ho cercato di affrontare il ruolo della filosofia di Kant per
Gramsci in un saggio su “Che cos’è l’uomo?”. Motivi kantiani negli scrit-
ti di Antonio Gramsci, “Il cannocchiale” 3, 2012, pp. 57-76. Sull’uso pecu-
liare del termine totalitario nei Quaderni e, più in generale, la pratica del
porre tra virgolette una serie di espressioni a segnalare l’accezione partico-
lare con la quale vengono impiegate in determinati contesti, rimando al mio
Le “cautele” nella scrittura carceraria di Gramsci, “International Gramsci
Journal”, 4, 2015, pp. 28-42.
Gli “argomenti di cultura” dei Quaderni sono al centro della trattazio-
ne del mio La composizione degli “speciali” e il caso del Quaderno 16, in
Gramsci tra filologia e storiografia. Scritti per Gianni Francioni, a cura di G.
Cospito, Bibliopolis, Napoli 2011, pp. 69-92. Gramsci storico. Una lettura
dei “Quaderni del carcere” di A. BURGIO (Laterza, Roma-Bari 2003) è il ten-
tativo più recente e organico di inquadrare le note di carattere storico nel com-
plesso dell’opera carceraria di Gramsci, nella convinzione (ribadita nel più
recente Gramsci. Il sistema in movimento, DeriveApprodi, Roma 2014) che
questa, al di là della frammentarietà formale con la quale ci è giunta, presen-
ti una forte unità di fondo. Il lavoro più completo su Gramsci e la religione è
quello di T. LA ROCCA (Queriniana, Brescia 1981), ma per l’atteggiamento
gramsciano nei confronti del problema religioso si veda il già citato libro di
FROSINI, La religione dell’uomo moderno. Una recente messa a punto critica
del concetto gramsciano di subalterno, anche rispetto ad alcuni suoi “usi” non
del tutto corretti nel dibattito internazionale, si trova in due articoli del già
citato “International Gramsci Journal” del 2015: C. ZENE, I subalterni nel
mondo: tipologie e nesso con le diverse forme di esperienza religiosa (pp. 66-
82); P.D. THOMAS, Cosa rimane dei subalterni alla luce dello “Stato integra-
le”? (pp. 83-93). Gli aspetti in senso lato culturali e letterari del pensiero
gramsciano, nel loro nesso inscindibile con il complesso della riflessione teo-
rica dell’autore, prima e durante la carcerazione, sono trattati distesamente in
M. PALADINI MUSITELLI, Introduzione a Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1996.
Sul carattere “politico” del Quaderno 29 si veda innanzitutto G. SCHIRRU, Per
la storia e la teoria della linguistica educativa. Il Quaderno 29 di Antonio
Gramsci, in Linguistica educativa, Atti del XLIV congresso internazionale di
studi della Società di Linguistica italiana (Viterbo, 27-29 settembre 2010), a
cura di S. Ferreri, Bulzoni, Roma 2012, pp. 77-90.
Ho cercato di ricostruire gli ultimi due anni della vita intellettuale di
Gramsci in Dopo i “Quaderni”. Le ultime letture di Gramsci (agosto 1935
- aprile 1937), in corso di pubblicazione negli atti della V Conferencia
internacional estudios gramscianos, tenutasi a Puebla (Mexico), dal 2 al 5
dicembre 2014; questo lavoro è stato possibile grazie alla cortesia del per-
sonale della Fondazione Istituto Gramsci di Roma (e in particolare Leonar-
do Pompeo d’Alessandro, Francesco Giasi, Eleonora Lattanzi, Dario Mas-

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simi e Maria Luisa Righi), che mi ha aiutato nelle ricerche bibliografiche e


d’archivio, e che colgo qui l’occasione per ringraziare sentitamente. La
testimonianza relativa all’indicazione della Costituente è riportata in SRAF-
FA, Lettere a Tania per Gramsci, cit., p. 270. La lettera di Tania a Giulia del
1936 è citata da VACCA, Vita e pensieri di Antonio Gramsci, cit., p. 312.

CAPITOLO TERZO
Edizioni e interpretazioni (1937-2015)

Le vicende editoriali delle opere gramsciane fino all’edizione critica


del 1975 sono ricostruite in F. CHIAROTTO, Operazione Gramsci. Alla con-
quista degli intellettuali nell’Italia del dopoguerra, con un saggio di A.
d’Orsi, Bruno Mondadori, Milano 2011, che ha ispirato anche il titolo del
relativo paragrafo di questo libro; sull’argomento è inoltre fondamentale il
volume, a cura di C. DANIELE, Togliatti editore di Gramsci, introduzione di
G. Vacca, Carocci, Roma 2005, oltre ad A. VITTORIA, Togliatti e gli intel-
lettuali. Storia dell’Istituto Gramsci negli anni Cinquanta e Sessanta, Edi-
tori Riuniti, Roma 1992. Mi sono sforzato di seguire la storia dei decenni
successivi nel già menzionato saggio Verso l’edizione critica e integrale dei
“Quaderni del carcere”, pp. 881-904. Per le vicende relative agli scritti
pre-carcerari e all’epistolario si veda l’intero numero di “Studi storici” del
2011, più volte citato, dedicato a L’Edizione nazionale e gli studi gram-
sciani, e in particolare i saggi di C. DANIELE, L’epistolario del carcere di
Antonio Gramsci (pp. 791-835); F. GIASI, Problemi di edizione degli scritti
pre-carcerari (pp. 837-858); C. NATOLI, Il primo volume dell’edizione cri-
tica dell’epistolario (pp. 993-1000).
La più completa storia della ricezione critica di Gramsci è quella di G.
LIGUORI, Gramsci conteso. Interpretazioni, dibattiti e polemiche 1922-2012,
Editori Riuniti university press, Roma 2012, dal quale ho tratto anche il tito-
lo del paragrafo in cui ho riassunto per sommi capi tali vicende. Per una
panoramica sulle principali tendenze internazionali dell’interpretazione
attuale di Gramsci sono fondamentali i volumi sugli Studi gramsciani nel
mondo, editi periodicamente dalla Fondazione Istituto Gramsci presso i tipi
de il Mulino di Bologna; finora sono stati pubblicati i seguenti titoli: 2000-
2005 (2007), Gli studi culturali (2008), Le relazioni internazionali (2010),
Gramsci in America Latina (2011); e si veda ancora A. BALDUSSI - P. MAN-
DUCHI (a cura di), Gramsci in Asia e in Africa, Aipsa, Cagliari 2010. Notizie
e aggiornamenti sulle attività dell’International Gramsci Society e della sua
sezione italiana si trovano sui rispettivi siti internet, agli indirizzi: www.inter-
nationalgramscisociety.org e www.igsitalia.org). La citazione conclusiva,
sulla necessità di studiare Gramsci come Machiavelli, se non come Plotino,
è tratta da F. FROSINI, I “Quaderni” tra Mussolini e Croce, “Critica marxista”,
4, 2012, p. 68, che a sua volta riprende una suggestione di Leonardo Paggi.

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INDICE DEI NOMI

Agnelli, Giovanni 36, 81 Bosco, Giovanni 24


Alighieri, Dante 17, 60, 96, 104, Bottai, Giuseppe 103
105 Bresci, Gaetano 14
Althusser, Louis 115 Bresciani, Antonio 26
Alvaro, Corrado 106 Bucharin, Nikolaj 35, 43, 46, 49, 66,
Anderson, Sherwood 59 67, 71, 74, 87, 102
Angioletti, Giovanbattista 103 Buci-Glucksmann, Christine115
Antonini, Francesca 121, 123 Burgio, Alberto 124
Aricó, José 116
Aristotele 81 Cammett, John M. 116
Canfora, Luciano 122
Badaloni, Nicola 115 Capa, Robert 104
Baldussi, Anna 125 Caprioglio, Sergio 9
Balsamo Crivelli, Gustavo 18 Carducci, Giosué 92, 106
Barnum, Phileas Taylor 39 Carrell, Alexis 105
Bartoli, Matteo 18, 100, 120 Cavour, Camillo Benso, conte di
Basile, Luca 120 25, 93
Battistini, Andrea 119 Céline, Louis-Ferdinand 105
Bava Beccaris, Fiorenzo 14 Čechov, Anton Pavlovič 60, 102
Benni, Antonio Stefano 81 Chiarotto, Francesca 125
Bergson, Henri-Louis 28 Clausewitz, Karl von 105
Bevione, Giuseppe 20 Corradini, Enrico 25
Bidussa, David 9 Cosmo, Umberto 17, 20, 100
Biscione, Francesco Maria 121 Cospito, Giuseppe 9, 112, 123, 124,
Bobbio, Norberto 116 125
Bodei, Remo 115 Cottolengo, Giuseppe 24
Bonaiuti, Ernesto 94 Coutinho, Carlos Nelson 116
Bonaparte, Luigi Napoleone 48, 67 Croce, Benedetto 15, 19, 25, 27,
Bonetto, Mario 19 48, 60, 62, 72, 75, 78, 81, 82, 92,
Bordiga, Amadeo 28, 29, 36, 37, 96, 100, 105, 110, 115, 125
39, 40, 42, 43, 44, 45, 51, 85, 86, Cuoco, Vincenzo 48
111, 120 Cusumano, Giuseppe 57
Borghese, Lucia 120

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D’Alessandro, Leonardo Pompeo Giasi, Francesco 9, 120, 121, 124,


122, 124 125
D’Annunzio, Gabriele 32 Gide, André 105
d’Orsi, Angelo 120, 122, 125 Giolitti, Giovanni 20, 24, 35
Daniele, Chiara 122, 125 Giusti, Giuseppe 25
Daudet, Léon 105 Gobetti, Piero 25, 35
De Sanctis, Francesco 26, 96, 103 Goethe, Johann Wolfgang von 17,
De Vivo, Giancarlo 122 60, 91, 120
Di Biagio, Anna 121 Gogol, Nikolaj Vasil’evič 60
Disraeli, Benjamin 100 Gor’kij, Maksim 60, 102
Dostoevskij, Fëdor Michajlovič 60 Gotta, Salvator 97
Dreiser, Theodore 59 Gozzano, Guido 26
Dreyfus, Alfred 47 Gramsci, Antonio jr. 121
Gramsci, Delio 41, 101
Eckermann, Johann Peter 60 Gramsci, Francesco 11, 12, 14
Einaudi, Luigi 18, 20, 23 Gramsci, Gennaro 14, 15, 16, 55
Einstein, Albert 72 Gramsci, Giuliano 41, 101, 121
Engels, Friedrich 19, 35, 67, 74, 82, Gramsci, Teresina 13, 60, 119
84, 86, 110, 123 Grieco, Ruggero 52, 54, 56, 122
Erasmo da Rotterdam, Desiderio 75 Grimm, Freidrich Melchior 59
Grimm, Jacob 59
Farinata degli Uberti 96 Gualtieri, Roberto 121
Farinelli, Arturo 17, 120 Guha, Ranajit 117
Ferrari, Giuseppe 93
Ferreri, Silvana 124 Hegel, Georg Wilhelm Friedrich
Feuerbach, Ludwig Andreas 61, 71 25, 71, 75, 78, 115
Fichte, Johann Gottlieb 25 Hischhorn , Thomas 5
Finck, Franz Nikolaus 60 Hitler, Adolf 95, 99, 100, 101, 107
Fiori, Giuseppe 115, 119 Huxley, Julian 105
Francioni, Gianni 4, 9, 112, 122,
123, 124 Ibsen, Henrik 27
Freud, Sigmund 44 Invernizio, Carolina 15
Frosini, Fabio 112, 123, 124, 125 Isgrò, Michele 53
Izzo, Francesca 120, 123
Galli della Loggia, Ernesto 116
Garibaldi, Giuseppe 93 Jagoda, Genrich Grigor’evič 106
Garin, Eugenio 115
Garzìa, Raffa 15 Kamenev, Lev Borisovič 49, 102
Gay, tenente 16 Kanoussi, Dora 116
Gentile, Giovanni 27, 78, 88, 115 Kant, Immanuel 17, 72, 93, 124
Gerratana, Valentino 9, 111, 112, Kautsky, Karl 35
122 Kipling, Rudyard 16, 28, 39, 105,
Gesù Cristo 24, 74, 81 119, 120
Giacomini, Ruggero 122 Kirov, Sergej Mironovič 102
Giannini, Alberto 104 Korsch, Karl 35

128
Cospito-Introduzione Gramsci 15_09_opuscula 15/09/15 12.48 Pagina 129

La Rocca, Tommaso 124 Molotov Vjačeslav 107


Labriola, Antonio 31, 82, 115 Mondolfo, Rodolfo 17, 35
Labriola, Arturo 106 Morgia, Corrado 121
Laclau, Ernesto 117 Mosca, Gaetano 18
Lana, Maurizio 120 Mouffe, Chantal 117
Lapidus, Iosif 87 Mussolini, Benito 20, 21, 22, 41, 47,
Lazzaretti, Davide 95 49, 54, 58, 78, 79, 85, 101, 104,
Lenin, Nikolaj Vladimir Il’ič Ul’ja- 105, 122, 125
nov 26, 29, 32, 33, 35, 36, 37,
40, 41, 42, 43, 44, 46, 66, 67, 72, Naldi, Nerio 121, 122
74, 75, 76, 83, 89, 115, 120, 121 Natoli, Aldo 122, 125
Levy, Paul 103 Nobile, Umberto 54
Liguori, Guido 123, 125
Lo Piparo, Franco 122 O’Neil, Eugene 59
Lombroso, Cesare 23 Ostrovitianov, Konstantin 87
Longanesi, Leo 106
Loria, Achille 18, 19 99 Paggi, Leonardo 120, 121, 125
Lukács, György 35 Paladini Musitelli, Marina 123, 124
Luporini, Cesare 115 Pannekoek, Anton 35
Lussana, Fiamma 119 Paolo di Tarso 74
Lutero, Martino 75 Papini, Giovanni 15, 17, 27, 96,
Luxemburg, Rosa 35 106
Luzzatto Voghera, Gadi 9 Pascoli, Giovanni 91
Pastore, Annibale 17, 120
Machiavelli, Niccolò 17, 25, 63, 85, Paulesu Quercioli, Mimma 122
110, 118, 125 Paulesu, Luca 119
Macis, Enrico 52, 122 Peano, Giuseppe 18
Malaparte, Curzio 103 Pio IX, papa 25
Manduchi, Patrizia 125 Pio XI, papa 79
Manzoni, Alessandro 18, 97 Pirandello, Luigi 27, 61
Marcias, Giuseppina (Peppina) 11, Pisacane, Carlo 93
12, 53 Pissarello, Giulia 119
Marx, Karl 6, 9, 15, 17, 25, 27, 29, Platone 81
30, 31, 35, 42, 48, 61, 64, 67, 68, Platone, Felice 110
69, 70, 71, 74, 75, 76, 82, 83, 86, Plotino 118, 125
87, 89, 98, 111, 115, 116, 120, Portantiero, Juan Carlos 116
121, 123 Portelli, Hugues 115
Massimi, Dario 124 Pons, Silvio 121
Matt, Luigi 119 Prezzolini, Giuseppe 15, 27, 106
Matteotti, Giacomo 47 Puškin, Aleksandr Sergeevič 60,
Maurras, Charles 94, 104 102, 105
Mazzini, Giuseppe 93
Melis, Guido 119 Radek, Karl 35
Meta, Chiara 120 Ragionieri, Ernesto 115
Michels, Robert 69 Rapone, Leonardo 120

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Ribbentrop, Joachim von 107 Tasca, Angelo 20, 21, 28, 37, 45,
Righi, Maria Luisa 9, 121, 124 120
Rigola, Rinaldo 103 Terracini, Umberto 20, 21, 37, 44,
Rjazanov, David Borosovitj 42 52
Rolland, Romain 28 Texier, Jacques 115
Rossi, Angelo 122 Thomas, Peter D. 123, 124
Ruffini, Francesco 18 Togliatti, Palmiro 6, 16, 20, 37, 44,
Russell, Bertrand 72 49, 53, 55, 109, 110, 111, 113,
114, 117, 120, 122, 125
Said, Edward 117 Tolstoj, Lev Nikolaevič 60, 97, 102
Salvadori, Massimo Luigi 116 Toscanini, Arturo 27
Salvemini, Gaetano 15, 20, 43, 94 Tosel, André 115
Santucci, Antonio A. 9 Treves, Claudio 21, 29
Saragat, Giuseppe 106 Trockij, Lev Davidovič 27, 35, 43,
Schirru, Giancarlo 120, 123, 124 44, 45, 46, 49, 83, 84, 102, 110
Schopenhauer, Arthur 104 Turati, Filippo 21, 29
Schucht, Apollon 41, 55 Turgenev, Ivan Sergeevič 60
Schucht, Eugenia (Genia) 40, 41,
55 Umberto I di Savoia 14
Schucht, Giulia 13, 41, 44, 53, 55, Ungaretti, Giuseppe 97
60, 101, 102, 117
Schucht, Tatiana (Tania) 41, 46, 53, Vacca, Giuseppe 115, 121, 122,
55, 61, 101, 102, 109, 111, 122, 123, 125
123, 125 Vailati, Giovanni 18
Scoccimarro, Mauro 52 Venizelos, Elefthérios 105
Serge, Victor 106 Verne, Jules 102
Serrati, Giacinto Menotti 22, 36, Vico, Giambattista 11, 119
38, 39, 42, 45 Vittoria, Albertina 125
Shakespeare, William 27, 60 Vittorio Emauele III di Savoia 41
Shaw, Georg Bernard 27 Volpicelli, Arnaldo 88
Sinclair, Upton 59 Voza, Pasquale 123
Soffici, Ardengo 96
Somai, Giovanni 121 Wagner, Wilhelm Richard 27
Sorel, Georges 28, 71, 99, 115 Weber, Max 92
Spirito, Ugo 88 Wells, Herbert George 102
Spivak, Gayatri 117 Wilde, Oskar 27
Spriano, Paolo 115 Williams, Raymond 117
Sraffa, Piero 20, 53, 54, 58, 101, Wilson, Thomas Woodrow 25, 26
111, 122, 125 Wittgenstein, Ludwig 122
Stalin, Iosif Vissarionovič Džugašvili
43, 44, 45, 46, 49, 55, 74, 84, 87, Zene, Cosimo 124
102, 105, 107, 114, 122 Zini, Zino 17
Svevo, Italo 105 Zinov’ev, Gregorij Evseevič 41, 49,
Tamburrano, Giuseppe 116 102

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INDICE

PREMESSA 5

Abbreviazioni 9

CAPITOLO PRIMO
“UN COMBATTENTE CHE NON HA AVUTO FORTUNA”
(1891-1926) 11
1. “Triplice o quadruplice provinciale” 11
2. “Il garzonato universitario” 16
3. “Socialismo e cultura” 22
4. “Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza” 32
5. “Repubblica federale degli operai e dei contadini” 40

CAPITOLO SECONDO
“UN UOMO POLITICO SCRIVE DI FILOSOFIA”
(1926-37) 51
1. “La prigione è una lima sottile” 51
2. “Scrivere in cella” 58
3. “Filosofia-politica-economia” 65
3.1 “Struttura e superstrutture” 66
3.2 “Egemonia” 76
3.3 “Società regolata” 86
4. “Argomenti di cultura” 91
5. “Non sono in grado di scrivere” 100

CAPITOLO TERZO
EDIZIONI E INTERPRETAZIONI (1937-2015) 109
1. “Operazione Gramsci” 109
2. “Gramsci conteso” 113

Bibliografia ragionata 119

Indice dei nomi 127


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Finito di stampare
nel mese di settembre 2015
per i tipi de “il nuovo melangolo”
dalla Microart - Recco (Ge)
Impaginazione e impianti:
Type&Editing - Genova