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L’Italia delle Signorie e degli Stati regionali

Dai Comuni alle signorie, un nuovo assetto politico


L’Italia del Trecento fino ad allora era stata poco più che un’espressione
geografica.

Dante e Petrarca, con il miglioramento del volgare, riescono a valorizzarla, a tal


punto da renderla importante nel contesto dell’Europa.

Come nel resto del continente, anche in Italia si mostrò la tendenza a creare organi
statali più ampi e una stabilità maggiore negli aspetti politici e sociali. Inoltre il
passaggio dai vecchi ordinamenti comunali alle signorie fu graduale, e le vecchie
istituzioni venivano eliminate raramente.

Contemporaneamente si consolidava il potere di una casata, in cui spesso gli enti


che governavano non ricoprivano nessuna carica politica e inoltre ( i regimi
signorili) erano un compromesso fra passato e presente.

La situazione politica quindi, era così divisa:

La parte centro-settentrionale che veniva spinta sempre più ad accentrare i poteri:


questo diede vita agli Stati Regionali ed eliminò le instabili istituzioni comunali con
governi signorili o repubbliche oligarchiche.

La parte centro-meridionale che invece vedeva la comparsa di due grandi Stati di


tipo monarchico: lo Stato della Chiesa e il Regno delle Due Sicilie ( questi
cambiamenti non intaccarono il buon andamento dell’economia, dove l’Italia riuscì
a mantener il primato rispetto ad altre zone europee; non fu lo stesso invece per
l’aspetto sociale e politico nell’Italia del Rinascimento, il quale vide notevoli
cambiamenti).

Irrigidimento politico e chiusura sociale nelle signorie


Se da una parte assistiamo alla concentrazione del potere a favore di città e
signorie, dall’altra notiamo come ci introduciamo a forme di governo più autoritarie
e verso una chiusura della società, che alla fine del medioevo ci appare meno
aperta di quanto non fosse in precedenza.

Questo perchè le istituzioni comunali non avevano garantito la giusta stabilità,


provocando nei vari Comuni una continua turbolenza.

Tuttavia, anche alla presenza di un signore e una famiglia che riuscivano a imporsi
per un lungo periodo, il ricordo delle istituzioni comunali rimaneva vivo e i principi
avevano comunque il problema di affermare il loro potere.Per ovviare a ciò, si
preferì inizialmente governare senza abolire effettivamente gli ordinamenti
comunali: è il caso della famiglia dei Medici a Firenze, dove si assistette al loro
governo senza la presa formale di un ruolo pubblico, da nessun componente della
famiglia.

Se prendiamo invece l’esempio dei Visconti, a Milano, si può notare come


quest’utlimi cercarono di allegittimarsi la carica presso l’imperatore, che vantava il
diritto di sovranità sul Settentrione. Assistiamo quindi alla presa del titolo di vicario(
Azzone Visconti) e di Duca (Gian Galeazzo). Questo modus operandi però, non
bastò a realizzare un governo assoluto e indiscusso: essi infatti, per stabilizzare il
tutto, dovettero fare concessioni politiche agli enti più influenti, quali le antiche
famiglie feudali, le comunità rurali e i borghi.

Un elemento comune tra le città-Stato comunali e i nuovi stati regionali fu proprio il


dominio politico, giuridico e fiscale di ogni città, anche se in forme diverse di in
Stato a Stato. Insieme all’accrescimento del potere del Signore, vi era quello di un
nuovo ceto dirigente, che andava ad escludere sempre più i rappresentanti dei ceti
artigianali: questo per evitare qualsiasi tipo di governo “popolare”.Dal punto di
vista economico, ci fu un graduale irrigidimento della struttura delle corporazioni,
che portò l’inaccessibilità a tutti gli artigiani che non erano imparentati coi maestri.
Quest’ultimi, per fare fronte a un numero superiore di richieste, iniziarono a
commissionare merci di qualità inferiore a lavoratori non esperti, fornendo loro la
materia prima e ritirando i prodotti finiti. Iniziarono inoltre a venire sfruttati ampie
masse di contadini che, rimasti senza terra, si prestavano a questo tipo di attività.

Decentramento del potere e particolarismi locali


Mentre in Europa gli antichi rapporti vassallatici venivano sostituiti dal potere dei
monarchi, in Italià non fu così.

Teoricamente gli Stati regionali avrebbero dovuto mettere il popolo in modo tale da
rispettare le volontà del principe.

I particolarismi locali erano comunque forti e le prerogative dello stato restarono


nelle mani di baroni e conti: questo fece soffrire il tutto, e, cosa più importante, non
portò alla visione di stato come concetto astratto senza identificazione in una
determinata famiglia o fazione.

Tutto questo si verifico perchè precedentemente si erano formate delle reti


clientelari e posizioni di prestigio così radicate, da resistere a qualunque attacco
da parte dei signori.

In via definitiva assistiamo alla prevalsa del policentrismo e decentramento del


potere, che portano sì a un equilibrio, ma precario.

Gli stati regionali in cerca di stabilità


a cavallo tra XIV e XV secolo, con l’espansionismo aggressivo del ducato di
Milano, era ormai evidente ai protagonisti politici che nessuno dei contendenti
avrebbe potuto governare stabilmente. Questo contesto portò gli italiani a
sottoscrivere la pace di Lodi, che fissò i vari confini e diede all’Italia un periodo di
stabilità ( che durò circa quarant’anni). Inoltre per formalizzare la politica di
equilibrio venne creata la Lega italica, che vede Millano, Venezia, Firenze, il Papa,
Gli aragonesi e gli Este come protagonisti.

Dopo la pace di Lodi, gli stati italiani erano così suddivisi:

A Nord abbiamo la Repubblica di Venezia, il Ducato di Milano e il Ducato diSavoia;

Il centro era diviso fra Stato fiorentino e Stato della Chiesa;

Il Sud era unito nel Regno delle due Sicilie;

Vi erano poi alcune antiche repubbliche cittadine come Siena, Lucca, Genova e
degli stati principeschi governati da antiche famiglie feudali, come lo Stato dei
Gonzaga e lo Stato degli Este.

Questo equilibrio però, non si può considerare stabilire, e , come dimostrò la


guerra di Ferrara, fu tutt’altro: i veneziani infatti, spinti dal papa, cercarono di
conquistare la città estense, provocando un conflitto che durò per due anni; infine
poi non si arrivò ai risultati ottenuti, e gli estensi arrivarono a conquistare la
maggior parte dei territori.

Il sintomo preoccupante di questa instabilità però, si vide quando Innocenzo VIII,


per andare contro gli aragonesi di Napoli, chiamò i francesi come aiuto, che furono
delle vere e proprie forze straniere. Questo in seguito portò pesanti conseguenze
alla Penisola.

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