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MARGARET ATWOOD

L'ASSASSINO CIECO
(The Blind Assassin, 2000)

Immaginate il monarca Agha Mohammed Khan ordinare che l'in-


tera popolazione della città di Kerman venga assassinata o acceca-
ta - senza eccezioni. I suoi pretoriani si accingono alacremente al-
l'opera. Mettono in fila gli abitanti, tagliano la testa agli adulti,
cavano gli occhi ai bambini... In seguito, processioni di bambini
accecati lasciano la città. Alcuni, vagando per la campagna, smar-
riscono la via nel deserto e muoiono di sete. Altri gruppi raggiun-
gono insediamenti abitati... intonando canzoni sullo sterminio dei
cittadini di Kerman...
Ryszard Kapu?ci?ski

Nuotavo, il mare era sconfinato, non vedevo la riva. Tanit era


spietata, le mie preghiere furono accolte. Oh, tu che sei annegato
nell'amore, ricordati di me.
Iscrizione su un'urna funeraria cartaginese

La parola è una fiamma che brucia in un vetro scuro.


Sheila Watson

Il ponte

Dieci giorni dopo la fine della guerra mia sorella Laura volò giù da un
ponte con un'automobile. Il ponte era in riparazione: lei andò dritta contro
il segnale di pericolo. La macchina precipitò nel vuoto per una trentina di
metri, si schiantò sulle cime degli alberi, soffici per le foglie nuove, quindi
si incendiò e rotolò nell'insenatura poco profonda giù in basso. Pezzi del
ponte piovvero sull'auto. Di lei non rimase più nulla, se non qualche
frammento carbonizzato.
Fui informata dell'incidente da un poliziotto: la macchina era mia, ed e-
rano risaliti a me dalla targa. Il suo tono era rispettoso: senza dubbio aveva
riconosciuto il cognome di Richard. Disse che i copertoni potevano essere
scivolati su una rotaia del tram, o forse erano stati i freni a non funzionare,
ma si sentì anche in dovere di informarmi che due testimoni - un avvocato
in pensione e un cassiere di banca, persone affidabili - avevano affermato
di aver visto tutta la scena. A sentir loro Laura aveva sterzato bruscamente
e di proposito, e si era tuffata giù dal ponte senza darsi più pena che se fos-
se dovuta scendere da un marciapiede. Avevano notato le sue mani sul vo-
lante per via dei guanti bianchi che indossava.
Non erano stati i freni, pensai. Lei aveva sempre le sue ragioni. Non che
somigliassero mai alle ragioni di qualsiasi altra persona. Da questo punto
di vista era assolutamente irriducibile.
«Volete che qualcuno la identifichi, suppongo» dissi. «Verrò appena
possibile». Potevo sentire la mia voce calma, come se l'ascoltassi da una
certa distanza. In realtà riuscivo a malapena a tirare fuori le parole; avevo
la bocca intorpidita, tutto il viso irrigidito dal dolore. Mi sembrava di esse-
re dal dentista. Ero furiosa con Laura per quello che aveva fatto, ma anche
con il poliziotto per avere insinuato che l'avesse fatto. Un vento caldo mi
soffiava intorno alla testa, e le ciocche dei miei capelli si sollevavano e
vorticavano, come inchiostro versato nell'acqua.
«Temo che ci sarà un'inchiesta, signora Griffen» disse.
«Naturalmente» ribattei. «Ma è stato un incidente. Mia sorella non è mai
stata una buona guidatrice».
Riuscivo a immaginare l'ovale armonioso del viso di Laura, il suo
chignon appuntato con cura, l'abito che avrebbe potuto indossare: uno
chemisier dal piccolo collo arrotondato, di un colore sobrio - blu marino,
grigio acciaio o verde corridoio di ospedale. Colori penitenziali - che ave-
vano più l'aria di qualcosa in cui fosse stata ficcata a forza che di qualcosa
che avesse scelto di mettere. Il suo sorrisetto solenne; le sopracciglia solle-
vate in un gesto di sorpresa, quasi stesse ammirando il panorama.
I guanti bianchi: un gesto da Ponzio Pilato. Se ne lavava le mani, di me.
Di tutti noi.
A cosa aveva pensato mentre l'auto volava giù dal ponte, quindi rimane-
va sospesa nella luce del sole pomeridiano, scintillando come una libellula
in quell'istante di fiato trattenuto prima di piombare giù? Ad Alex, a Ri-
chard, alla malafede, a nostro padre e alla sua rovina; a Dio, forse, e al fa-
tale patto a tre che aveva stretto. Oppure alla pila di quaderni scolastici da
poco prezzo che doveva avere nascosto quella mattina stessa, nel cassetto
del comò dove tenevo le calze, sapendo che sarei stata io a trovarli.
Quando il poliziotto se ne fu andato, salii a cambiarmi. Per recarmi al-
l'obitorio avrei avuto bisogno di guanti e di un cappello con la veletta.
Qualcosa che coprisse gli occhi. Potevano esserci dei giornalisti. Avrei do-
vuto chiamare un taxi. E anche avvertire Richard, in ufficio: avrebbe desi-
derato avere una dichiarazione di cordoglio bella e pronta. Entrai nel mio
spogliatoio: mi ci voleva qualcosa di nero, e un fazzoletto.
Aprii il cassetto e vidi i quaderni. Sciolsi lo spago da cucina incrociato
che li teneva insieme. Notai che mi battevano i denti, e che ero tutta gelata.
Stabilii che dovevo trovarmi in stato di choc.
Ciò che ricordai in quel momento fu Reenie, al tempo in cui eravamo
piccole. Era Reenie che ci fasciava graffi, tagli e ferite di minore entità:
nostra madre poteva riposare, o fare buone azioni altrove, ma Reenie c'era
sempre. Ci tirava su e ci metteva a sedere sul tavolo smaltato della cucina,
accanto all'impasto della torta che stava stendendo con il rullo, o al pollo
che stava tagliando, o al pesce che stava sventrando, quindi ci dava una
zolletta di zucchero di canna per farci tenere la bocca chiusa. Dimmi dove
ti fa male, diceva. Smettila di urlare. Calmati e fammi vedere dove.
Ma ci sono persone che non riescono a dire dove fa male. Che non rie-
scono a calmarsi. Che non riescono neppure a smettere di urlare.

The Toronto Star, 26 maggio 1945

INCIDENTE MORTALE IN CITTÀ


SUSCITA INTERROGATIVI

SPECIALE PER LO STAR

In relazione all'incidente avvenuto la scorsa settimana sul St.


Clair Ave. Bridge, l'inchiesta del coroner ha stabilito che si tratta
di morte accidentale. Il pomeriggio del 18 maggio la signorina
Laura Chase, 25 anni, stava viaggiando in direzione ovest quando
la sua macchina ha sbandato, sfondando le barriere di protezione
di un'area del ponte in riparazione, e si è schiantata nel baratro più
sotto, prendendo fuoco. La signorina Chase è rimasta uccisa sul
colpo. Sua sorella, la signora Richard E. Griffen, moglie dell'emi-
nente industriale, ha testimoniato che la signorina Chase soffriva
di violenti emicranie che influivano sulla sua vista. In risposta alle
domande rivoltele al riguardo, ha negato ogni possibilità di ubria-
chezza, dal momento che la signorina Chase non beveva.
Secondo la polizia un copertone finito su una rotaia scoperta del
tram potrebbe essere uno dei fattori all'origine dell'incidente. So-
no stati sollevati interrogativi sull'idoneità delle misure di sicurez-
za adottate dal Municipio, ma dopo la testimonianza del perito,
l'ingegnere municipale Gordon Perkins, sono stati accantonati.
L'incidente ha provocato nuove proteste sullo stato della viabili-
tà in questo tratto di carreggiata. Il signor Herb T. Jolliffe, in rap-
presentanza dei contribuenti locali, ha dichiarato ai giornalisti del-
lo Star che non si è trattato della prima disgrazia causata dalla
mancata manutenzione delle rotaie. Il Consiglio Comunale do-
vrebbe prenderne nota.

L'assassino cieco, di Laura Chase.


Reingold, Jaynes & Moreau, New York, 1947

Prologo: Piante perenni per il giardino roccioso

Ha una sola foto di lui. L'ha infilata in una busta marrone con su scritto
ritagli e ha nascosto la busta tra le pagine del libro Piante perenni per il
giardino roccioso, dove nessun altro sarebbe mai andato a guardare.
Ha conservato la foto con cura, perché è quasi tutto ciò che le è rimasto
di lui. È in bianco e nero, scattata con una di quelle macchine fotografiche
con il flash di prima della guerra, ingombranti e simili a scatole, con i loro
obiettivi a fisarmonica e le loro custodie in cuoio di ottima fattura che
rammentavano dei musi, con cinghie e fibbie complicate. La foto li ritrae
insieme, lei e l'uomo, durante un picnic. Picnic è scritto sul retro, a matita -
non il nome dell'uno o dell'altra, solo picnic. Lei conosce i nomi, non ha
bisogno di scriverli.
Sono seduti sotto un albero; potrebbe trattarsi di un melo; al tempo non
ci aveva fatto molto caso. Lei indossa una blusa bianca con le maniche ar-
rotolate fino al gomito e un'ampia gonna tenuta stretta sotto le ginocchia.
Doveva esserci vento, da come la camicia le si incolla addosso; o forse non
dipendeva dal vento, era soltanto aderente; forse faceva caldo. Faceva cal-
do. Tenendo la mano sulla foto può sentire ancora il calore che ne emana,
come il calore rilasciato a mezzanotte da una pietra riscaldata dal sole del
giorno.
L'uomo indossa un cappello chiaro inclinato all'ingiù, che gli tiene parte
del viso in ombra. Il suo viso sembra più abbronzato di quello di lei, che è
girata a metà verso di lui e sorride, in un modo in cui non ricorda di avere
più sorriso a nessuno da allora. Sembra molto giovane nella foto, troppo
giovane, sebbene a quel tempo non si considerasse tale. Anche lui sorride -
il candore dei suoi denti risalta come la fiamma di un fiammifero sfregato -
ma ha la mano sollevata, come a schermirsi da lei per gioco, o a protegger-
si dalla macchina fotografica, dalla persona che doveva essere là, a scattare
la foto; o a proteggersi da chi in futuro avrebbe potuto guardarlo, avrebbe
potuto guardarlo attraverso quella finestra quadrata di carta lucida piena di
luce. Come per proteggersi da lei. Come per proteggerla. Nella sua mano
tesa in un gesto protettivo c'è un mozzicone di sigaretta.
Quando è sola recupera la busta marrone e sfila la foto dai ritagli di
giornale. La depone sul tavolo e la osserva, come se scrutasse in un pozzo
o in una pozzanghera - cercando qualcos'altro oltre il proprio riflesso,
qualcosa che deve avere gettato via o perduto, fuori della sua portata ma
ancora visibile, brillante come un gioiello sulla sabbia. Esamina ogni det-
taglio. Le dita di lui scolorite dal flash o dalla luce abbagliante del sole; le
pieghe dei loro vestiti; le foglie dell'albero e le piccole forme rotonde che
ne pendevano - erano mele, dunque? L'erba ruvida in primo piano. Quel
giorno l'erba era gialla perché il tempo era stato secco.
Da un lato - a un primo sguardo non si nota - c'è una mano, troncata in
corrispondenza del margine, tagliata con le forbici all'altezza del polso,
appoggiata sull'erba quasi fosse stata abbandonata. Lasciata a se stessa.
La traccia di una nuvola portata dal vento nel cielo luminoso, come una
sbavatura di gelato sul metallo cromato. Le dita di lui macchiate di fumo.
Il luccichio dell'acqua in lontananza. Tutto sommerso, ormai.
Sommerso, ma abbagliante.

II

L'assassino cieco: L'uovo sodo

Allora, cosa preferisci? chiede lui. Smoking e romanticherie, o naufragi


su una costa arida? Puoi scegliere quello che vuoi: giungle, isole tropicali,
montagne. O un'altra dimensione dello spazio - è la cosa che mi riesce me-
glio.
Un'altra dimensione dello spazio? Questa poi!
Non prendermi in giro, è un indirizzo utile. Può accadervi tutto quello
che vuoi. Navi spaziali e uniformi attillate, armi a raggi, marziani dai corpi
di calamari giganti, quel genere di cose.
Scegli tu, fa lei. Sei tu il professionista. Che ne dici di un deserto? Ho
sempre desiderato visitarne uno. Con un'oasi, naturalmente. Qualche pal-
ma da datteri non guasterebbe. Sta togliendo la crosta al suo panino. Non
le piacciono le croste.
Non ci sono grandi possibilità, con i deserti. Gli elementi del paesaggio
scarseggiano, a meno di aggiungere qualche tomba. Allora si potrebbe
pensare a un mucchio di donne nude morte da tremila anni, con figure pie-
ne e flessuose, labbra rosso rubino, capelli azzurri in una spuma di riccioli
scompigliati e occhi come fosse piene di serpenti. Ma non credo che potrei
rifilarti una cosa simile. L'orrore non è il tuo genere.
Non si sa mai. Potrebbero piacermi.
Ne dubito. Vanno bene per la massa informe. Però in copertina hanno
successo - si contorcono su qualche tizio, devono essere respinte con i cal-
ci dei fucili.
Potrei avere un'altra dimensione dello spazio, e anche le tombe e le don-
ne morte, per favore?
Mi chiedi l'impossibile, ma vedrò di fare del mio meglio. Potrei infilarci
anche qualche vergine sacrificale, con corazze di metallo, catenelle d'ar-
gento alle caviglie e abiti trasparenti. E in più un mucchio di lupi famelici.
Vedo che non ti fermi davanti a niente.
Preferisci gli smoking? Navi da crociera, biancheria candida, baci sui
polsi e ipocrite svenevolezze?
No. Va bene. Fai come meglio credi.
Sigaretta?
Fa segno di no con la testa. Lui si accende la sua, sfregando il fiammife-
ro sull'unghia del pollice.
Ti darai fuoco, gli dice.
Finora non è mai successo.
Lei guarda la manica arrotolata della sua camicia, bianca o di un azzurro
pallido, poi il polso, la pelle più scura della mano. Irradia splendore, de-
v'essere il sole riflesso. Perché non lo stanno tutti a guardare? Eppure qui
fuori, all'aperto, dà così nell'occhio... C'è altra gente intorno, seduta o stesa
sull'erba, appoggiata a un gomito - altri partecipanti al picnic nei loro pal-
lidi vestiti estivi. È proprio tutto come si deve. Ciò nondimeno lei ha l'im-
pressione che loro due siano soli; come se il melo sotto cui sono seduti non
fosse un albero ma una tenda; come se attorno a loro ci fosse una linea di-
segnata con il gesso. All'interno della linea, sono invisibili.
Allora vada per lo spazio, dice lui. Con tombe, vergini e lupi - ma a rate.
D'accordo?
A rate?
Sai, come i mobili.
Lei ride.
No, dico sul serio. Non puoi tirarti indietro, anche se ci vorranno dei
giorni. Dovremo incontrarci ancora.
Lei esita. D'accordo, risponde. Se riesco a combinare.
Bene, dice lui. Ora devo pensare. Mantiene un tono di voce normale.
Troppa insistenza potrebbe scoraggiarla.
Sul pianeta... vediamo... non Saturno, è troppo vicino. Sul pianeta
Zycron, situato in un'altra dimensione dello spazio, c'è una pianura cospar-
sa di macerie. A nord c'è l'oceano, che è di colore viola. A ovest c'è una ca-
tena di montagne, dove dicono che dopo il tramonto si aggirino voraci
morte viventi, le abitanti delle tombe in rovina disseminate nella zona. Ve-
di, ho messo le tombe in prima battuta.
Molto coscienzioso da parte tua, dice lei.
Sto ai patti. A sud c'è una distesa di sabbia, a est parecchie valli scoscese
che una volta avrebbero potuto essere fiumi.
Suppongo che siano canali, come su Marte?
Oh sì, canali, questo genere di cose. Abbondanti tracce di una civiltà an-
tica e un tempo altamente evoluta, sebbene ora la regione sia popolata sol-
tanto da esigue bande di nomadi primitivi in continuo movimento. In mez-
zo alla pianura c'è un alto tumulo di pietre. La terra intorno è arida, con
pochi cespugli stentati. Non proprio un deserto, ma abbastanza simile. È
rimasto un panino al formaggio?
Lei fruga nel sacchetto. No, dice, ma c'è un uovo sodo. Non è mai stata
così felice prima d'ora. Tutto è di nuovo fresco, deve ancora succedere.
Proprio quello che ci voleva, fa lui. Una bottiglia di limonata, un uovo
sodo e tu. Fa rotolare l'uovo tra le palme per rompere il guscio, poi lo
sbuccia. Lei guarda le sue mani, la mascella, i denti.
Accanto a me che canto nel parco pubblico, dice. Ecco il sale.
Grazie. Ti sei ricordata di tutto.

La pianura arida non è rivendicata da nessuno, continua lui. O meglio lo


è da cinque differenti tribù, nessuna abbastanza forte da annientare le altre.
Tutte di tanto in tanto vagano nei pressi del mucchio di pietre, pascolando i
loro thulk - creature blu simili a pecore dal carattere ombroso - o traspor-
tando merce di poco valore sulle loro bestie da soma, una sorta di cammel-
li a tre occhi.
Il mucchio di pietre è chiamato, nelle loro varie lingue, Tana dei Serpen-
ti Volanti, Mucchio di Macerie, Dimora delle Madri Urlanti, Porta dell'O-
blio e Fossa delle Ossa Rosicchiate. Ogni tribù racconta una storia simile
al riguardo. Sotto le rocce, dicono, è seppellito un Re - un Re senza nome.
Non solo il Re, ma anche i resti della splendida città su cui un tempo egli
regnava. La città fu distrutta nel corso di una battaglia, il Re catturato e
appeso a una palma da datteri in segno di trionfo. Al sorgere della luna fu
tirato giù e seppellito, e le pietre vennero ammucchiate per segnare il po-
sto. Quanto agli altri abitanti della città, furono tutti uccisi. Massacrati -
uomini, donne, bambini, neonati, perfino gli animali. Passati a fil di spada,
fatti a pezzi. Non fu risparmiata nessuna creatura vivente.
È orribile.
Basta infilare una pala in un punto qualsiasi del terreno per portare alla
luce qualcosa di terribile. Buon per gli affari, noi prosperiamo sulle ossa;
senza di esse non ci sarebbero storie. C'è ancora un po' di limonata?
No, dice lei. L'abbiamo bevuta tutta. Continua.
I conquistatori cancellarono il vero nome della città dalla memoria, ed è
per questo - dicono i narratori - che il posto è ora conosciuto con il nome
della sua distruzione. Il mucchio di pietre segna perciò sia un atto di me-
moria deliberata, sia un atto di oblio deliberato. In quella regione amano il
paradosso. Ognuna delle cinque tribù sostiene di essere stata l'aggressore
vittorioso. Ognuna ricorda la strage con soddisfazione. Ognuna crede che
essa fu ordinata dal proprio dio come una giusta vendetta, per via delle
pratiche empie condotte nella città. Il male va pulito con il sangue, dicono.
Quel giorno il sangue corse come acqua, perciò la pulizia deve essere stata
perfetta.
Ogni pastore che passa aggiunge una pietra al mucchio. È una vecchia
usanza - lo si fa in ricordo dei morti, dei propri morti - ma dal momento
che nessuno sa chi fossero realmente i morti sotto il tumulo, tutti deposita-
no la propria pietra, per ogni eventualità. Aggirano la questione dicendo
che quanto è successo doveva essere la volontà del loro dio, perciò la-
sciando una pietra ne onorano la memoria.
C'è anche una storia che sostiene che la città non fu davvero distrutta. In
realtà, mediante un incantesimo noto solo al Re, la città e i suoi abitanti
vennero spazzati via e sostituiti dai loro fantasmi, e furono solo questi fan-
tasmi a essere bruciati e massacrati. La vera città fu rimpicciolita e colloca-
ta in una caverna sotto il grande mucchio di pietre. Tutto ciò che c'era è
ancora là, compresi i palazzi e i giardini pieni di alberi e fiori; comprese le
persone, non più grandi di formiche, che tuttavia portano avanti la loro vita
di prima - indossando i loro minuscoli abiti, dando i loro minuscoli ban-
chetti, raccontando le loro minuscole storie, cantando le loro minuscole
canzoni.
Il Re sa cos'è successo e ciò gli provoca incubi, ma tutti gli altri lo igno-
rano. Non sanno di essere diventati così piccoli. Non sanno di essere cre-
duti morti. Non sanno neanche di essere stati salvati. Pensano che il soffit-
to di roccia sia un cielo: la luce filtra attraverso un foro di spillo tra le pie-
tre, e loro pensano che sia il sole.

Le foglie del melo frusciano. Lei solleva lo sguardo al cielo, quindi lo


sposta sull'orologio. Ho freddo, dice. Sono anche in ritardo. Potresti sba-
razzarti delle prove? Raccoglie i gusci d'uovo, appallottola la carta oleata.
Non c'è fretta, vero? Non fa freddo qui.
C'è una brezza che viene dall'acqua, dice lei. Dev'essere cambiato il ven-
to. Si china in avanti, fa per alzarsi.
Non andare ancora, dice lui, è troppo presto.
Devo. Mi staranno cercando. Se arrivo in ritardo, vorranno sapere dove
sono stata.
Si liscia la gonna, serra le braccia attorno al corpo, si gira, mentre le pic-
cole mele verdi la guardano come tanti occhi.

The Globe and Mail, 4 giugno 1947

GRIFFEN TROVATO
NELLA SUA BARCA A VELA

SPECIALE PER THE GLOBE AND MAIL

Dopo parecchi giorni di inspiegabile assenza, il corpo dell'indu-


striale Richard E. Griffen, quarantasette anni, considerato il favo-
rito alla candidatura Progressista Conservatrice nel distretto elet-
torale di St. David, Toronto, è stato rinvenuto nei pressi della sua
residenza estiva di «Avilion» a Port Ticonderoga, dove si trovava
in vacanza. Il signor Griffen è stato trovato nella sua barca a vela,
l'Ondina, ormeggiata al suo imbarcadero privato sul fiume Jo-
gues. Apparentemente è stato vittima di un'emorragia cerebrale.
La poiizia riferisce di non sospettare un delitto.
Il signor Griffen, di cui è nota la brillante carriera a capo di un
impero commerciale comprendente molti settori, tra cui i tessili,
l'abbigliamento e l'industria leggera, è stato encomiato per gli
sforzi prodigati nel provvedere le truppe Alleate di uniformi e
componenti belliche durante la guerra. Ha partecipato spesso alle
Conferenze di Pugwash ed è stato una figura di spicco sia del-
l'Empire Club che del Granite Club. Appassionato di golf, era ben
noto anche al Royal Canadian Yatch Club. Il Primo Ministro,
raggiunto al telefono nella sua tenuta privata di Kingsmere, ha
commentato: «Il signor Griffen era uno degli uomini più validi
del paese. La sua perdita lascerà un segno profondo».
Il signor Griffen era il cognato della defunta Laura Chase, il cui
romanzo postumo è stato pubblicato la primavera scorsa, e ha la-
sciato la sorella signora Winifred (Griffen) Prior, personaggio
molto noto della vita mondana, la moglie signora Iris (Chase)
Griffen, nonché la figlia Aimee, di dieci anni. I funerali avranno
luogo mercoledì a Toronto nella chiesa di St. Simon the Apostle.

L'assassino cieco: La panchina nel parco

Perché c'era gente, su Zycron? Voglio dire, esseri umani come noi. Se è
un'altra dimensione dello spazio, gli abitanti non dovrebbero essere lucer-
tole parlanti o qualcosa di simile?
Solo nei libri da quattro soldi, dice lui. Tutta roba inventata. In realtà è
andata così: la Terra fu colonizzata dagli zycroniani, che avevano svilup-
pato la capacità di viaggiare da una dimensione all'altra dello spazio in un
periodo successivo di parecchi millenni all'epoca di cui parliamo. Arriva-
rono qui ottomila anni fa. Portarono con sé i semi di molte piante, ed è per
questo che abbiamo mele e arance, per non parlare delle banane - basta da-
re un'occhiata a una banana per capire che viene dallo spazio. Portarono
anche animali - cavalli, cani, capre e così via. Furono loro a costruire At-
lantide. Poi esplosero per voler essere troppo furbi. Noi discendiamo dai
superstiti.
Oh, fa lei. Questo spiega tutto. E ti torna comodo.
Lo farà all'occorrenza. Quanto alle altre caratteristiche di Zycron, ha set-
te mari, cinque lune e tre soli, di varia potenza e colore.
Che colori? Cioccolato, vaniglia e fragola?
Non mi prendi sul serio.
Mi dispiace. Piega la testa verso di lui. Ora sto ascoltando. Vedi?

Lui dice: Prima di essere distrutta, si diceva che la città - chiamiamola


con il suo vecchio nome, Sakiel-Norn, traducibile approssimativamente
con Perla del Destino - fosse stata una delle meraviglie del mondo. Anche
chi si vanta che furono i propri antenati ad annientarla ricava un gran pia-
cere nel descriverne la bellezza. Sorgenti naturali erano state fatte scorrere
attraverso fontane scolpite nei cortili rivestiti di piastrelle e nei giardini dei
suoi numerosi palazzi. C'erano fiori in abbondanza, e l'aria era piena di uc-
celli canori. Nelle sue vicinanze si stendevano pianure lussureggianti, dove
pascolavano greggi di grassi gnarr, e frutteti, boschetti e foreste di alti al-
beri non ancora abbattuti dai mercanti o bruciati dai nemici malevoli. Allo-
ra le gole aride erano fiumi; i canali che partivano da essi irrigavano i
campi attorno alla città, e il terreno era talmente ricco che si racconta che
le spighe di grano avessero un diametro di sette centimetri e mezzo.
Gli aristocratici di Sakiel-Norn erano chiamati Snilfard. Abili a lavorare
il metallo, erano inventori di complicati congegni meccanici di cui conser-
vavano gelosamente il segreto. A quel tempo avevano già inventato l'oro-
logio, la balestra e la pompa a mano, sebbene non si fossero ancora spinti
fino al motore a combustione interna e per il trasporto si servissero di ani-
mali.
Gli Snilfard maschi portavano maschere di platino intessuto, che segui-
vano i movimenti del loro viso ma servivano a nascondere le loro vere
emozioni. Le donne si velavano il volto con una stoffa simile a seta ricava-
ta dal bozzolo delle falene chaz. Coprirsi il viso se non si era uno Snilfard
era punibile con la morte, dal momento che impenetrabilità e sotterfugio
erano appannaggio della nobiltà. Gli Snilfard vestivano lussuosamente, e-
rano conoscitori di musica e suonavano svariati strumenti per fare sfoggio
del loro gusto e della loro abilità. Indulgevano negli intrighi di corte, tene-
vano feste sontuose e intrecciavano complicati amori con le mogli degli al-
tri. A causa di ciò venivano combattuti duelli, sebbene in un marito fosse
più apprezzabile fingere di non sapere.
I piccoli proprietari, i servitori e gli schiavi erano chiamati Ygnirod. In-
dossavano logore tuniche grige che lasciavano scoperta una spalla, e anche
un seno nel caso delle donne, che erano - inutile a dirsi - facile bersaglio
degli uomini Snilfard. Gli Ygnirod erano pieni di risentimento per il desti-
no riservato loro nella vita, ma lo nascondevano fingendosi sciocchi. Una
volta ogni tanto organizzavano una rivolta, che veniva spietatamente sof-
focata. Tra loro il gradino più basso era occupato dagli schiavi, che pote-
vano essere comprati, barattati e anche uccisi a piacimento. La legge proi-
biva loro di leggere, ma avevano codici segreti che graffiavano nella terra
per mezzo di pietre. Gli Snilfard li attaccavano agli aratri.
Se uno Snilfard andava in rovina, poteva essere retrocesso a Ygnirod.
Oppure aveva la possibilità di evitare questo destino vendendo la moglie o
i figli per estinguere il suo debito. Era molto più raro che un Ygnirod rag-
giungesse lo stato di Snilfard, giacché di solito la salita è molto più ardua
della discesa: anche se era in grado di accumulare il denaro necessario a
procurare una sposa Snilfard per sé o per il figlio, la cosa comportava
sempre una certa dose di corruzione, e poteva passare del tempo prima che
egli venisse accettato dalla società degli Snilfard.
Credo che ora stia venendo fuori il tuo bolscevismo, dice lei. Sapevo che
avresti trovato il modo di infilarcelo, prima o poi.
Al contrario. La cultura che descrivo si basa sull'antica Mesopotamia. È
nel Codice di Hammurabi, le leggi degli ittiti e così via. O c'è almeno in
parte. In ogni modo, il passo sui veli c'è, e anche la vendita delle mogli.
Potrei citarti capitolo e versetto.
Per favore, oggi non citarmi capitolo e versetto, dice lei. Non ne avrei la
forza, sono troppo debole. Sono spossata.

È agosto, fa fin troppo caldo. L'umidità galleggia sopra di loro in una


nebbia invisibile. Le quattro del pomeriggio, la luce sembra burro fuso.
Sono seduti su una panchina nel parco, non troppo vicini l'uno all'altra; un
acero con foglie esauste sopra le loro teste, terra screpolata sotto i loro pie-
di, erba avvizzita tutt'intorno. Una crosta di pane beccata dai passeri, car-
tacce spiegazzate. Non è la zona migliore. Una fontanella che gocciola; tre
bambini sporchi, una femmina in prendisole e due maschi in calzoncini,
stanno cospirando lì accanto.
Lei indossa un abito giallo primula; sotto il gomito ha le braccia nude,
coperte di sottili peli chiari. Si è tolta i guanti di cotone, li ha schiacciati in
una palla, le sue mani sono nervose. Lui non si cura del suo nervosismo:
gli piace pensare di costarle già qualcosa. Lei porta un cappello di paglia
rotondo, come quello di una scolara; ha i capelli appuntati indietro; una
ciocca madida spunta fuori. Un tempo la gente usava tagliare ciocche di
capelli, conservarle, portarle dentro medaglioni; o, nel caso degli uomini,
vicino al cuore. Prima di allora lui non aveva mai capito il perché.
Dove credono che tu sia? chiede.
A fare spese. Non vedi il sacchetto delle compere? Ho preso un po' di
calze; sono molto buone, della seta migliore. È come non indossare niente.
Accenna un sorriso. Ho soltanto un quarto d'ora.
Ha fatto cadere un guanto, è accanto al suo piede. Lui lo tiene d'occhio.
Se nell'andarsene lo dimentica, se ne impadronirà. In assenza di lei, ne a-
spirerà il profumo.
Quando posso vederti? chiede. La brezza calda smuove le foglie, la luce
cade attraverso di esse, attorno a lei c'è del polline, una nuvola dorata. In
realtà è polvere.
Mi stai vedendo adesso, dice lei.
Non fare così, ribatte lui. Dimmi quando. La pelle nella scollatura a V
del suo vestito brilla, una pellicola di sudore.
Non lo so ancora, risponde. Si guarda al di sopra la spalla, scruta il par-
co.
Non c'è nessuno qui intorno, dice lui. Nessuno che conosci.
Non si sa mai quando potrebbe esserci, fa lei. Non si sa mai chi si cono-
sce.
Dovresti prendere un cane, dice lui.
Ride. Un cane? Perché?
Allora avresti una scusa. Potresti portarlo a passeggio. Il cane e me.
Il cane sarebbe geloso di te, dice lei. E tu penseresti che io preferisca il
cane.
Ma tu non lo preferiresti, fa lui. Vero?
Lei spalanca ancora di più gli occhi. Perché non dovrei?
Lui dice: I cani non parlano.

The Toronto Star, 25 agosto 1975

NIPOTE DI ROMANZIERA
VITTIMA DI UNA CADUTA

SPECIALE PER THE STAR

Aimee Griffen, trentotto anni, figlia del defunto Richard E.


Griffen, l'eminente industriale, e nipote della nota scrittrice Laura
Chase, è stata trovata morta nella cantina del suo appartamento di
Church St. mercoledì, con il collo rotto in seguito a una caduta.
Apparentemente il decesso risale al giorno precedente. I vicini Jos
e Beatrice Kelly sono stati messi in allarme dalla figlia di quattro
anni della signorina Griffen, Sabrina, che spesso si recava da loro
in cerca di cibo quando non trovava la madre.
Corre voce che la signorina Griffen abbia lottato a lungo contro
tossicodipendenza e alcolismo, e sia stata ricoverata in ospedale
in parecchie occasioni. Sua figlia è stata affidata alle cure della
signora Winifred Prior, sua prozia, mentre è imminente un'indagi-
ne. Né la signora Prior né la madre di Aimee Griffen, signora Iris
Griffen di Port Ticonderoga, hanno voluto rilasciare dichiarazioni.
Questo sfortunato episodio è un ulteriore esempio della negli-
genza dei nostri attuali servizi sociali, nonché della necessità di
migliorare la legislazione per potenziare la tutela dei bambini a ri-
schio.

L'assassino cieco: I tappeti


La linea ronza e crepita. È un tuono, o c'è qualcuno che sta ascoltando?
Ma è a un telefono pubblico, non possono rintracciarlo.
Dove sei? fa lei. Non dovresti telefonare qui.
Non può sentirla respirare, non può sentire il suo respiro. Vuole che si
metta il ricevitore contro la gola, ma non glielo chiederà, non ancora. Sono
dietro l'angolo, dice. A un paio di isolati di distanza. Potrei andare al par-
co, quello piccolo, con la meridiana.
Oh, non credo...
Scivola via. Di' che hai bisogno di un po' d'aria. Rimane in attesa.
Cercherò.

All'entrata del parco ci sono due pilastri di pietra quadrangolari con la


cima smussata, dall'aspetto egizio. Tuttavia non vi compaiono iscrizioni
trionfali, nessun bassorilievo di nemici incatenati in ginocchio. Soltanto
Vagabondaggio vietato e Tenere i cani al guinzaglio.
Vieni qui, dice lui. Lontano dalla luce della strada.
Non posso restare a lungo.
Lo so. Vieni qui dietro. Le afferra il braccio, guidandola; lei trema come
un filo metallico in balia di un forte vento.
Là, dice lui. Non può vederci nessuno. Niente vecchie signore che por-
tano a passeggio i loro barboncini.
Niente poliziotti con il manganello, dice lei. Fa una breve risata. La luce
del lampione filtra attraverso le foglie, facendo baluginare debolmente il
bianco dei suoi occhi. Non dovrei essere qui, dice. È un rischio troppo
grosso.
C'è una panchina di pietra a ridosso di alcuni cespugli. Lui le mette la
sua giacca sulle spalle. Vecchio tweed, vecchio tabacco, odore di bruciato.
Un retrogusto di sale. La pelle di lui è stata qui, a contatto della stoffa, do-
ve ora c'è quella di lei.
Ecco, starai più calda. Ora disobbediremo alla legge. Vagabonderemo.
E quanto al Tenere i cani al guinzaglio?
Disobbediremo anche a quello. Non le mette il braccio intorno. Sa che
lei vorrebbe. Se lo aspetta; sente già il tocco, come gli uccelli sentono
l'ombra. Camminando ha preso una sigaretta. Gliene offre una; questa vol-
ta l'accetta. La breve fiammata del fiammifero tra le loro mani a coppa. Le
punte delle dita rosse.
Lei pensa: Una fiamma un po' più intensa e vedremmo le ossa. Come le
radiografie. Siamo soltanto una specie di nebbia, nient'altro che acqua co-
lorata. L'acqua fa come vuole. Scende sempre a valle. La sua gola si riem-
pie di fumo.
Lui dice: Ora ti racconterò dei bambini.
I bambini? Quali bambini?
La rata successiva. Su Zycron, a Sakiel-Norn.
Oh. Sì.
Ci sono dei bambini.
Non avevamo parlato di bambini.
Sono bambini schiavi. Ci vogliono. Non so cavarmela senza di loro.
Non credo di volerci dei bambini, fa lei.
Puoi sempre dirmi di fermarmi. Nessuno ti sta forzando. Sei libera di
andare, come dice la polizia quando sei fortunato. Mantiene la voce uni-
forme. Lei non se ne va.

Lui dice: Adesso Sakiel-Norn è un tumulo di pietre, ma una volta era un


fiorente centro di commercio e di scambio. Era situata a un incrocio in cui
confluivano tre vie di comunicazione terrestri - una da est, una da ovest e
una da sud. Al nord era collegata per mezzo di un largo canale che arrivava
al mare, dove possedeva un porto ben fortificato. Di questi scavi e mura
difensive non rimane traccia: dopo la sua distruzione, i blocchi di pietra
sbozzati furono portati via dai nemici o dagli stranieri che se ne servirono
per i loro recinti di animali, i loro canali di scolo dell'acqua e le loro rudi-
mentali fortificazioni, oppure furono seppelliti dalle onde e dal vento sotto
la sabbia che si accumulava.
Il canale e il porto furono costruiti da schiavi, il che non deve stupirci:
era grazie agli schiavi che Sakiel-Norn aveva acquistato la sua magnifi-
cenza e il suo potere. Ma era anche rinomata per i lavori manuali, in parti-
colare la tessitura. I segreti delle tinte usate dai suoi artigiani erano gelo-
samente conservati: le sue stoffe brillavano come miele liquido, come suc-
co di uva purpurea, come una coppa di sangue di toro versata al sole. I suoi
veli delicati erano leggeri come ragnatele, e i suoi tappeti tanto soffici e fi-
ni da far credere di camminare sull'aria, un'aria fatta per assomigliare ai
fiori e all'acqua che scorre.
È molto poetico, dice lei. Sono sorpresa.
Pensalo come un grande magazzino, dice lui. A ben guardare, si trattava
di beni di scambio di lusso. Così è meno poetico.
Le stoffe erano tessute da schiavi che erano immancabilmente bambini,
perché solo le dita dei bambini erano abbastanza piccole per operazioni
tanto complesse. Ma l'incessante lavoro al chiuso che veniva loro richiesto
faceva sì che diventassero ciechi all'età di otto o nove anni, e la loro cecità
costituiva il metro con cui i venditori di tappeti valutavano ed esaltavano la
merce: Questo tappeto ha reso ciechi dieci bambini, dicevano. Questo ne
ha resi ciechi quindici, quest'altro venti. Dal momento che il prezzo cre-
sceva in proporzione, esageravano sempre. Era consuetudine del cliente
farsi beffe delle loro affermazioni. Sicuramente ne avrà resi ciechi solo
sette, solo dodici, solo sedici, dicevano, tastando il tappeto. È ruvido come
uno strofinaccio. È solo una coperta di mendicante. È stato fatto con pelo
di gnarr.
Una volta ciechi, i bambini venivano venduti per pochi soldi ai tenutari
di bordelli, maschi e femmine senza differenza. I servizi dei bambini dive-
nuti ciechi a quel modo fruttavano alte somme; il loro tocco era talmente
soave e abile, si diceva, che sotto le loro dita si sentivano sbocciare i fiori e
scorrere l'acqua fuori della pelle.
Erano anche abili a forzare le serrature. Quelli che scappavano intra-
prendevano la professione di tagliare le gole nell'oscurità, ed erano molto
richiesti come assassini prezzolati. Avevano il senso dell'udito molto svi-
luppato; sapevano camminare senza fare rumore, e infilarsi nelle aperture
più piccole; sapevano fiutare la differenza tra una persona che dormiva
profondamente e una che faceva sogni agitati. Uccidevano con la stessa
delicatezza con cui una falena vi sfiora il collo. Si riteneva che fossero
senza pietà. Erano molto temuti.
Le storie che i bambini si sussurravano l'un l'altro - seduti a tessere i loro
infiniti tappeti, fin tanto che ci vedevano - erano su questa possibile vita
futura. Tra loro circolava la voce che solo i ciechi fossero liberi.

È troppo triste, mormora lei. Perché mi racconti una storia così triste?
Ora si sono inoltrati dove le ombre sono più fitte. Le sue braccia intorno
a lei, finalmente. Vacci piano, pensa lui. Niente movimenti bruschi. Si
concentra sulla respirazione.
Ti racconto le storie in cui sono bravo, dice. E quelle a cui crederai. Alle
sciocchezze sdolcinate non crederesti, no?
No. Non ci crederei.
E poi, non è una storia triste, tutto sommato: alcuni di loro scappavano.
Ma diventavano tagliatori di gole.
Non avevano molta scelta, non credi? Non potevano diventare a loro
volta venditori di tappeti, o proprietari di bordelli. Non avevano il capitale.
Perciò dovevano darsi al lavoro sporco. Bella disdetta, per loro.
Non dire così, dice lei. Non è colpa mia.
Neanche mia. Diciamo che ci tocca pagare per i peccati dei padri.
È inutilmente crudele, dice lei in tono freddo.
Quand'è che è utile la crudeltà? dice lui. E quanta? Leggi i giornali, non
sono stato io a inventare il mondo. Comunque, io sto dalla parte dei taglia-
tori di gole. Se dovessi tagliare gole o morire di fame, cosa faresti? O sco-
pare per vivere, c'è sempre anche quello.
Ora è andato troppo lontano. Ha mostrato la sua rabbia. Lei si stacca da
lui. Ecco, dice. Devo tornare. Le foglie intorno a loro si muovono a ondate.
Lei stende la mano, la palma rivolta verso l'alto: vi cadono alcune gocce di
pioggia. Ora il tuono è più vicino. Si fa scivolare la sua giacca dalle spalle.
Non l'ha baciata; non lo farà, non stasera. Lei lo percepisce come un rin-
vio.
Stai alla finestra, dice lui. La finestra della tua camera. Lascia la luce ac-
cesa. Stai lì e basta.
È stupita. Perché? Perché mai?
Voglio che tu lo faccia. Voglio assicurarmi che sei al sicuro, aggiunge,
sebbene la sicurezza non abbia niente a che fare con tutto ciò.
Ci proverò, dice lei. Solo per un minuto. Tu dove sarai?
Sotto l'albero. Il castagno. Non mi vedrai, ma ci sarò.
Lei pensa: Sa dov'è la finestra. Sa che albero è. Deve essersi aggirato
furtivamente lì intorno. Per guardarla. Ha un leggero brivido.
Piove, fa lei. Verrà giù un acquazzone. Ti bagnerai.
Non fa freddo, dice lui. Aspetterò.

The Globe and Mail, 19 febbraio 1998

PRIOR, Winifred Griffen. Si è spenta all'età di 92 anni, nella


sua residenza di Rosedale, dopo lunga malattia. Con la signora
Prior, nota filantropa, la città di Toronto ha perso una delle sue
benefattrici più assidue e di vecchia data. Sorella del defunto in-
dustriale Richard Griffen e cognata dell'illustre romanziera Laura
Chase, la signora Prior ha fatto parte del consiglio della Toronto
Symphony Orchestra durante gli anni della sua formazione, e più
di recente del Comitato di Volontari per la Art Gallery of Ontario
e della Canadian Cancer Society. È stata inoltre attiva nel Granite
Club, nell'Heliconian Club, nella Junior League e nel Dominion
Drama Festival. Lascia la nipote Sabrina Griffen, attualmente in
viaggio in India.
I funerali avranno luogo martedì mattina nella chiesa di St. Si-
mon the Apostle, e verranno seguiti dalla sepoltura al Mount Ple-
asant Cemetery. Saranno gradite donazioni al Princess Margaret
Hospital in luogo dei fiori.

L'assassino cieco: Il cuore di rossetto

Quanto tempo abbiamo? chiede lui.


Molto, dice lei. Due o tre ore. Sono andati tutti da qualche parte.
A fare cosa?
Non lo so. A fare soldi. A comprare cose. Attività redditizie. Di qualun-
que cosa si tratti. Si infila una ciocca di capelli dietro l'orecchio, si mette a
sedere più dritta. Si sente a richiesta, da chiamare con un fischio. Un sen-
timento meschino. Di chi è questa macchina? dice.
Di un amico. Sono una persona importante. Ho un amico con una mac-
china.
Ti fai gioco di me, dice. Lui non risponde. Lei tira le dita di un guanto. E
se qualcuno ci vede?
Vedranno solo la macchina. È un rottame, la macchina di un povero dia-
volo. Anche se ti guarderanno non ti vedranno, perché si suppone che una
donna come te non salirebbe neanche morta in una macchina come questa.
A volte non ti piaccio granché, fa lei.
Ultimamente non riesco a pensare a molto altro, dice lui. Ma non parle-
rei di piacere. È roba che richiede del tempo. Io non ho tempo per concen-
trarmi su questo.
Non là, dice lei. Guarda il segnale.
I segnali sono per gli altri, ribatte lui. Qui - quaggiù.
Il sentiero è poco più che un solco. Fazzoletti di carta gettati via, involu-
cri di gomme, preservativi usati simili a vesciche di pesce. Bottiglie e ciot-
toli; fango secco, screpolato e coperto di tracce di ruote. Non ha le scarpe
adatte, i tacchi adatti. Quando lui le prende il braccio e la tiene in equili-
brio, fa per allontanarsi.
È praticamente un campo aperto. Qualcuno ci vedrà.
Qualcuno chi? Siamo sotto il ponte.
La polizia. Non facciamolo. Non ancora.
La polizia non va in giro a ficcare il naso nella piena luce del giorno, di-
ce lui. Girano soltanto di notte, con le loro torce, alla ricerca di pervertiti
senza Dio.
Allora dei vagabondi, dice lei. Dei maniaci.
Vieni, dice lui. Qui sotto. All'ombra.
Ci sono ortiche?
Neanche una. Te lo prometto. E neppure vagabondi o maniaci, a parte
me.
Come lo sai? Dell'ortica. Sei già stato qui?
Non darti tanta pena, dice lui. Stenditi.
No. Rovinerai tutto. Aspetta un momento.
Lei sente la propria voce. Non la riconosce, è troppo affannata.

Sul cemento c'è un cuore tracciato con il rossetto che circonda quattro
iniziali. Le unisce una A: A per Ama. Solo i diretti interessati potrebbero
dire a chi appartengono quelle iniziali - e che sono stati qui, che l'hanno
fatto. Sbandierare l'amore, tralasciare i particolari.
Fuori del cuore ci sono altre quattro lettere, come i quattro punti della
bussola:

F U
C K

La parola fatta a pezzi, stirata: l'implacabile topografia del sesso.


Sapore di fumo sulla bocca di lui, di sale in quella di lei; tutto intorno,
odore di erbacce calpestate e di gatto, di angoli abbandonati. Umidità e ve-
getazione, terra sulle ginocchia, sudicia e grassa; denti di leone dai lunghi
gambi che si protendono verso la luce.
Al di sotto di dove sono stesi, il gorgoglio di un corso d'acqua. Sopra,
rami coperti di foglie, sottili rampicanti dai fiori viola; i pilastri del ponte
che si gettano verso l'alto, le travate di ferro, le ruote che passano sopra la
loro testa; frantumi di cielo blu. Dura terra sotto la sua schiena.
Lui le spiana la fronte, le passa un dito sulla guancia. Non dovresti ado-
rarmi, dice. Il mio non è l'unico uccello al mondo. Un giorno o l'altro lo
scoprirai.
Non è questo, dice lei. In ogni modo io non ti adoro. La sta già respin-
gendo, relegandola nel futuro.
Be', di qualunque cosa si tratti, ne avrai di più quando non ti starò più
con il fiato sul collo.
E cosa significa esattamente? Non mi stai con il fiato sul collo.
Che c'è vita oltre la vita, dice lui. Dopo la nostra vita.
Parliamo d'altro.
Va bene. Stendiamoci di nuovo. Metti la testa qui. Toglie la camicia u-
mida. Il suo braccio intorno a lei, mentre l'altra mano fruga nella tasca in
cerca delle sigarette, poi accende un fiammifero con l'unghia del pollice.
L'orecchio di lei contro l'incavo della sua spalla.

Lui dice: Allora, dov'ero rimasto?


Ai tessitori di tappeti. Ai bambini ciechi.
Oh, sì. Ricordo.
Dice: La ricchezza di Sakiel-Norn si fondava sugli schiavi, e soprattutto
sugli schiavi bambini che tessevano i suoi famosi tappeti. Ma parlarne por-
tava sfortuna. Gli Snilfard sostenevano che le loro ricchezze non dipende-
vano dagli schiavi, ma dalla propria virtù e dal buonsenso - cioè, dagli a-
deguati sacrifici che venivano fatti agli dei.
C'erano molti dei. Gli dei tornano sempre utili, giustificano quasi tutto, e
quelli di Sakiel-Norn non facevano eccezione. Erano tutti carnivori; a loro
piacevano i sacrifici di animali, ma ciò che apprezzavano più di ogni altra
cosa era il sangue umano. Al tempo della fondazione della città, così era
entrato nella leggenda molto tempo prima, si diceva che nove padri devoti
avessero offerto in sacrificio le proprie figlie, perché fossero seppellite
come guardie sacre sotto le sue nove porte.
A ognuno dei quattro punti cardinali c'erano due di queste porte, una per
uscire e una per entrare: andarsene dalla stessa via per cui si era arrivati si-
gnificava una rapida morte. La porta del nono ingresso era una lastra di
marmo orizzontale in cima a un'altura nel centro della città; si apriva senza
muoversi, e oscillava tra la vita e la morte, tra la carne e lo spirito. Era la
porta attraverso cui gli dei erano venuti e se n'erano andati: loro non ave-
vano bisogno di due ingressi, perché a differenza dei mortali potevano tro-
varsi contemporaneamente sui due lati della porta. I profeti di Sakiel-Norn
avevano un detto: Qual è il reale alito di un uomo - quello che viene espi-
rato o quello che viene inspirato? Tale era la natura degli dei.
Il nono ingresso era anche l'altare su cui veniva versato il sangue del sa-
crificio. Bambini maschi erano offerti al Dio dei Tre Soli, che era il dio del
giorno, delle luci chiare, dei palazzi, delle feste, delle fornaci, delle guerre,
dell'alcol, delle entrate e delle parole; bambine erano offerte alla Dea delle
Cinque Lune, patrona della notte, delle nebbie e delle ombre, della care-
stia, delle caverne, della nascita, delle uscite e dei silenzi. Ai bambini ve-
niva spaccata la testa sull'altare con un bastone, quindi venivano gettati
nella bocca del dio, che portava a una fornace ardente. Alle bambine ta-
gliavano la gola e il loro sangue veniva fatto sgorgare per riempire le cin-
que lune calanti, in modo che non svanissero, scomparendo per sempre.
Nove fanciulle erano sacrificate ogni anno, in onore delle nove fanciulle
seppellite alle porte della città. Le vittime erano note come «le vergini del-
la Dea», e venivano loro offerti preghiere, fiori e incenso, perché interce-
dessero a favore dei vivi. Gli ultimi tre mesi dell'anno erano chiamati «me-
si senza faccia»; erano i mesi in cui non crescevano messi, e si diceva che
la Dea digiunasse. In questo periodo erano il Dio dei Tre Soli nella sua te-
nuta da guerra e le fornaci a spadroneggiare, e le madri dei bambini maschi
li vestivano da femmina per proteggerli.
Secondo la legge le più nobili famiglie Snilfard dovevano offrire almeno
una delle loro figlie. Era un insulto alla Dea offrire chiunque avesse un di-
fetto fisico o fosse imperfetto, e con il passare del tempo gli Snilfard co-
minciarono a mutilare le loro fanciulle, in modo che fossero risparmiate:
tagliavano loro un dito o il lobo di un orecchio, o qualche altra piccola par-
te del corpo. Ben presto la mutilazione divenne soltanto simbolica: un ta-
tuaggio blu di forma allungata nel punto di incontro delle clavicole. Per
una donna possedere uno di questi segni di casta se non era una Snilfard
era un reato capitale, ma i proprietari di bordelli, sempre avidi di fare affa-
ri, li applicavano con l'inchiostro a quelle delle loro prostitute più giovani
che sapevano fare sfoggio di alterigia. La cosa piaceva ai clienti che vole-
vano avere l'impressione di violentare qualche principessa Snilfard di san-
gue blu.
Nello stesso tempo, gli Snilfard presero ad adottare trovatelle - per lo più
la prole delle schiave femmine e dei loro padroni - e a usarle per sostituire
le loro figlie legittime. Era un inganno, ma le famiglie nobili erano potenti,
perciò la cosa andò avanti e le autorità chiudevano un occhio.
Poi le famiglie nobili divennero ancora più pigre. Non vollero più preoc-
cuparsi di allevare le fanciulle nel loro nucleo familiare, ma si limitarono a
passarle al Tempio della Dea, pagando bene per il loro mantenimento. Dal
momento che le fanciulle portavano il nome di famiglia, ai nobili andava il
merito del sacrificio. Era come possedere un cavallo da corsa. Questa pra-
tica era una versione svilita di quella originale improntata a più nobili idea-
li, ma a quel tempo a Sakiel-Norn tutto era in vendita.
Le fanciulle consacrate venivano chiuse nell'area cintata del tempio, nu-
trite con quanto c'era di meglio perché si mantenessero floride e sane, e ri-
gorosamente ammaestrate per il grande giorno - perché fossero capaci di
compiere il loro dovere con decoro e senza patemi d'animo. In teoria, il sa-
crificio ideale avrebbe dovuto essere come una danza: solenne e lirica, ar-
moniosa e aggraziata. Non erano animali, da massacrare in maniera bruta-
le; dovevano essere loro stesse a donare liberamente la propria vita. Molte
credevano a quanto veniva loro detto: che il benessere dell'intero regno di-
pendesse dal loro altruismo. Trascorrevano lunghe ore in preghiera, en-
trando nella giusta disposizione d'animo; veniva loro insegnato a cammi-
nare a occhi bassi, a sorridere con gentile malinconia e a intonare le can-
zoni della Dea, che parlavano dell'assenza e del silenzio, dell'amore inap-
pagato e del rimpianto inespresso, e della mancanza di parole - canzoni
sull'impossibilità di cantare.
Passò altro tempo. Ora solo pochi prendevano ancora sul serio gli dei, e
chiunque fosse eccessivamente pio od osservante era considerato pazzo. I
cittadini continuavano a compiere gli antichi rituali perché l'avevano sem-
pre fatto, ma la città non aveva un reale interesse in simili pratiche.
Nonostante il loro isolamento, alcune fanciulle si rendevano conto di
venir assassinate per rispetto formale a un concetto ormai sorpassato. Al-
cune alla vista del coltello cercavano di fuggire. Altre si mettevano a urlare
quando venivano prese per i capelli e rovesciate sull'altare, e altre ancora
maledicevano lo stesso Re, che in quelle occasioni fungeva da Sommo Sa-
cerdote. Una lo aveva perfino morso. Queste manifestazioni ricorrenti di
panico e furia non piacevano alla popolazione, perché si diceva che sareb-
bero state seguite dalla più terribile delle sfortune. E magari sarebbe acca-
duto, se la Dea fosse davvero esistita. In ogni modo, simili accessi poteva-
no rovinare i festeggiamenti: a tutti piacevano i sacrifici, perfino agli Ygni-
rod, perfino agli schiavi, perché veniva loro concessa una giornata di ripo-
so ed erano liberi di ubriacarsi.
Perciò sorse la consuetudine di tagliare la lingua alle fanciulle tre mesi
prima del sacrificio. Non era una mutilazione, dissero i preti, ma un mi-
glioramento - cosa poteva esserci di più adatto per le servitrici della Dea
del Silenzio?
Dunque, senza lingua e gonfia di parole che non avrebbe potuto mai più
pronunciare, ogni fanciulla veniva condotta in processione al suono di una
musica solenne, avvolta in veli e ornata di ghirlande di fiori, su per i gradi-
ni della nona porta della città. Oggi si potrebbe descriverla come una sposa
viziata del bel mondo.

Lei si tira su a sedere. Questo è davvero gratuito, dice. Continui a darmi


addosso. Semplicemente ti piace l'idea di uccidere quelle povere ragazze
nei loro veli da sposa. Scommetto che erano bionde.
Non ce l'ho con te, dice lui. Non precisamente. A ogni modo non sto in-
ventando nulla, ha tutto un solido fondamento storico. Gli ittiti...
Non ne dubito, ma stai comunque tutto il tempo a leccarti le labbra. Sei
vendicativo - no, sei geloso, anche se Dio solo sa perché. Non mi importa
degli ittiti, della storia e di tutto il resto - è solo una scusa.
Aspetta un momento. Tu eri d'accordo sulle vergini sacrificali, le hai in-
serite nel menù. Io non faccio che attenermi agli ordini. Su cos'hai da ridire
- sugli abiti? Troppi veli?
Non litighiamo, dice lei. Sente di stare per piangere, serra le mani per
frenarsi.
Non volevo turbarti. Su, andiamo.
Lei respinge il suo braccio. Certo che volevi turbarmi. Ti piace sapere di
poterlo fare.
Pensavo che ti divertisse. Ascoltare mentre mi esibisco. Mentre faccio
giochi di prestigio con gli aggettivi. Mentre faccio il buffone per te.
Lei si tira giù la gonna, ci infila dentro la camicetta. Fanciulle morte in
veli nuziali, perché dovrebbero divertirmi? Con la lingua tagliata. Devi
prendermi per un mostro.
Lo eliminerò. Lo cambierò. Riscriverò la storia per te. Va bene?
Non puoi, dice lei. Sei andato troppo avanti ormai. Non ne puoi cancel-
lare neanche mezza riga. Me ne vado. Ora è in ginocchio, pronta ad alzarsi.
C'è un'infinità di tempo. Stenditi. Le afferra il polso.
No. Andiamo. Guarda dov'è il sole. Staranno per tornare. Potrei avere
dei guai, anche se credo che per te questi non siano affatto guai: non con-
tano. A te non importa - tutto quello che vuoi è una veloce, una veloce...
Avanti, sputalo.
Sai cosa intendo, dice lei con voce stanca.
Non è vero. Mi dispiace. Sono io il mostro, mi sono fatto prendere la
mano. Comunque, è solo una storia.
Lei si appoggia la fronte contro le ginocchia. Dopo un minuto dice: Cosa
farò? Dopo - quando tu non ci sarai più?
Ce la farai, dice lui. Vivrai. Vieni, ti spolvero.
Non viene via, non con una semplice spolverata.
Allacciamo i tuoi bottoni, fa lui. Non essere triste.

The Colonel Henry Parkman High School Home


and School and Alumni Association Bulletin,
Port Ticonderoga, maggio 1998

PRESTO CONSEGNATO
IL PREMIO LAURA CHASE ALLA MEMORIA

DI MYRA STURGESS, VICEPRESIDENTE


DELLA ALUMNI ASSOCIATION

La Colonel Henry Parkman High School è stata dotata di un


nuovo premio di considerevole valore da un generoso lascito della
defunta signora Winifred Griffen Prior di Toronto, di cui si ricor-
derà il fratello, il noto Richard E. Griffen, dal momento che pas-
sava spesso le vacanze qui a Port Ticonderoga e amava andare in
barca sul nostro fiume. Si tratta del Premio di Scrittura Creativa
Laura Chase alla Memoria, di un valore di duecento dollari, da
destinare a uno studente dell'ultimo anno per il miglior racconto
breve. Questo verrà giudicato da tre membri della Alumni Asso-
ciation, che ne valuteranno i pregi letterari nonché morali. Il no-
stro direttore signor Eph Evans dichiara: «Siamo grati alla signora
Prior per essersi ricordata di noi, tra le sue numerose altre opere di
beneficenza».
Il premio, che nella sua prima edizione verrà conferito a giu-
gno, in occasione della cerimonia per la consegna dei diplomi, è
intitolato così in onore della nota scrittrice locale Laura Chase. La
sorella di questa, signora Iris Griffen della famiglia Chase, che
tanto ha fatto per la nostra città ai suoi albori, ha gentilmente ac-
consentito a consegnare il premio al fortunato vincitore, e sono
ormai rimaste solo poche settimane, perciò dite ai vostri ragazzi di
rimboccarsi le maniche della creatività e di sbrigarsi!
La Alumni Association offrirà un tè nella palestra im-
mediatamente dopo la cerimonia per la consegna dei diplomi. È
possibile acquistare i biglietti presso Myra Sturgess, alla Ginger-
bread House. Tutti i proventi saranno destinati all'acquisto di divi-
se da football, di cui c'è di sicuro un gran bisogno! Chiunque vo-
glia cucinare qualcosa per l'occasione sarà il benvenuto, con la
preghiera di segnalare con cura i cibi contenenti noci.

III

La consegna del premio

Questa mattina mi sono svegliata con una sensazione di timore. Dappri-


ma non sono riuscita a capire perché, ma poi mi sono ricordata. Oggi era il
giorno della cerimonia.
Il sole era alto, la stanza già troppo calda. La luce vi filtrava attraverso le
tende a rete, rimanendo sospesa in aria, sedimento sul fondo di uno stagno.
Mi sentivo la testa spappolata. Ancora in camicia da notte, bagnata per
qualche spavento che avevo spinto da parte come fogliame, mi sono tirata
su e sono scesa dal mio letto scompigliato, quindi mi sono costretta a ese-
guire tutti i rituali dell'alba - le cerimonie che compiamo per farci apparire
sani e accettabili all'altra gente. I capelli vanno sistemati dopo che una
qualche apparizione notturna li ha fatti rizzare, l'espressione di stupefatta
incredulità lavata via dagli occhi. I denti spazzolati, quello che ne rimane.
Dio solo sa quali ossi ho rosicchiato durante la notte.
Poi sono entrata nella doccia, aggrappandomi alla sbarra di sostegno che
Myra mi ha costretto a far istallare, attenta a non lasciar cadere il sapone:
ho paura di scivolare. Eppure, il corpo deve essere annaffiato, per togliersi
dalla pelle l'odore dell'oscurità notturna. Ho il sospetto di avere un odore
che non riesco più ad avvertire - un tanfo di carne stantia e di pipì torbida,
invecchiata.
Asciugata, aspersa di lozione e incipriata, spruzzata come muffa, ero in
un certo senso restaurata. Soltanto, c'era ancora la sensazione di assenza di
peso, o piuttosto di essere sul punto di cadere da uno strapiombo. Ogni
volta che allungo un piede lo metto giù in maniera precaria, come se il pa-
vimento potesse cedere sotto di me. Soltanto la tensione superficiale mi
mantiene sul posto.
Mettermi i vestiti mi ha aiutato. Non sono al meglio senza impalcatura.
(Ma cosa ne è stato dei miei veri vestiti? Questi pastelli informi e queste
scarpe ortopediche appartengono sicuramente a qualcun altro. Ma sono
miei; peggio, adesso mi donano).
Poi è stata la volta delle scale. Ho il terrore di ruzzolare giù - di rom-
permi il collo, di giacere scomposta con gli indumenti intimi in bella mo-
stra, quindi di sciogliermi in una pozza in putrefazione prima che a qual-
cuno venga in mente di venirmi a cercare. Sarebbe un modo talmente sgra-
ziato di morire. Ho affrontato un gradino alla volta, stringendo la ringhie-
ra; poi ho percorso il corridoio fino alla cucina, con le dita della mano sini-
stra a sfiorare il muro come i baffi di un gatto. (Ci vedo ancora abbastanza.
E posso ancora camminare. Siate felici per le piccole fortune, diceva Ree-
nie. Perché dovremmo esserlo? chiedeva Laura. Se sono così piccole...)

Non ho voluto niente per colazione. Ho bevuto un bicchiere d'acqua e ho


passato il tempo a crogiolarmi nell'ansia. Alle nove e mezzo Walter è ve-
nuto a prendermi. «Fa abbastanza caldo per te?» ha domandato, il suo e-
sordio usuale. In inverno è abbastanza freddo. Umido e asciutto sono per
la primavera e l'autunno.
«Come stai oggi, Walter?» gli ho chiesto, come sempre.
«Mi tengo fuori dei guai» ha detto lui, come sempre.
«È il massimo che ci si possa aspettare da noi tutti» ho replicato. Ha esi-
bito la sua versione di un sorriso - una sottile fessura nel viso, come fango
che si vada seccando - mi ha aperto lo sportello della macchina e mi ha fat-
to accomodare nel sedile del passeggero. «Gran giorno oggi, eh?» ha fatto.
«Allacciamoci la cintura, o potrebbero arrestarmi». Ha detto allacciamoci
la cintura come se fosse uno scherzo; ha abbastanza anni per ricordare
vecchi tempi più spensierati. Doveva essere stato il tipo di giovanotto che
guidava con un gomito fuori del finestrino e una mano sul ginocchio della
ragazza. È sbalorditivo pensare che in realtà quella ragazza era Myra.
Ha allontanato delicatamente la macchina dal marciapiede e siamo parti-
ti in silenzio. È un uomo grosso, Walter - squadrato come un plinto, con un
collo che non è tanto un collo quanto una spalla in più; trasuda un odore
non sgradevole di stivali di cuoio consumati e benzina. Dalla sua camicia a
quadretti e dal berretto da baseball ho dedotto che non intendeva assistere
alla cerimonia della consegna dei diplomi. Lui non legge libri, il che mette
tutti e due più a nostro agio: per quanto lo riguarda, Laura è mia sorella ed
è un peccato che sia morta, tutto qui.
Avrei dovuto sposare qualcuno come Walter. Che ci sa fare con le mani.
No: non avrei dovuto sposare nessuno. Così avrei evitato un sacco di
guai.
Walter ha fermato la macchina davanti al liceo. È un edificio moderno
costruito dopo la guerra, ha cinquant'anni ma per me è come se fosse nuo-
vo: non riesco ad abituarmi alla sua piattezza, al tono insipido. Sembra una
cassa da imballaggio. Ragazzi e genitori sciamavano sul marciapiede e sul
prato e attraversavano le porte principali, vestiti di tutti i possibili colori
estivi. Myra ci stava aspettando, lanciando urletti dai gradini, in un abito a
grandi rose rosse. Le donne con un sedere tanto grosso non dovrebbero in-
dossare tessuti stampati a fiori così grandi. Andrebbe spezzata una lancia a
favore dei busti, non che ne desideri il ritorno. Si era fatta sistemare i ca-
pelli, una massa di fitti riccioli grigi dall'aria ben cotta, come la parrucca di
un avvocato inglese.
«Sei in ritardo» ha detto a Walter.
«Non è vero» ha ribattuto lui. «Se lo sono, vuol dire che tutti gli altri so-
no in anticipo, ecco. Non c'è motivo che lei debba ciondolare con le mani
in mano». Hanno l'abitudine di parlare di me in terza persona, come se fos-
si una bambina o un cane.
Walter ha passato il mio braccio in consegna a Myra, quindi io e lei ab-
biamo salito i gradini d'ingresso insieme, come in una corsa a tre gambe.
Sentivo ciò che doveva sentire la mano di Myra: un fragile radio ricoperto
mollemente di porridge e spago. Avrei dovuto portare il bastone, ma non
mi vedevo a trascinarmelo dietro sul palcoscenico. Qualcuno ci avrebbe si-
curamente inciampato.
Myra mi ha portato dietro le quinte e mi ha domandato se volessi andare
al bagno delle signore - è brava a ricordarsi queste cose -, poi mi ha fatto
sedere nello spogliatoio. «Ora rimani qui» ha detto. Quindi è andata via di
corsa, facendo ballonzolare il sedere, per assicurarsi che fosse tutto in or-
dine.
Le luci attorno allo specchio dello spogliatoio erano piccole lampadine
rotonde, come nei teatri; gettavano una luce lusinghiera, ma io non ero lu-
singata: avevo un'aria malata, la pelle da cui era colato via il sangue, come
carne macerata nell'acqua. Era paura, o stavo davvero male? Non mi senti-
vo certamente al massimo.
Ho trovato il pettine, ho fatto un tentativo meccanico di usarlo. Myra
continua a minacciarmi di portarmi dalla «sua ragazza», in quello che si
ostina a chiamare salone di bellezza - il nome ufficiale è Hair Port, con U-
nisex come invitante aggiunta - ma io continuo a resistere. Almeno, posso
ancora dire di avere i miei capelli, anche se si arricciano verso l'alto quasi
fossi stata fulminata. Sotto si intravede il cuoio capelluto, il rosa grigiastro
delle zampe dei topi. Se mai fossi sorpresa da un forte vento, tutti i miei
capelli verrebbero soffiati via come la lanugine dei denti di leone, lascian-
do soltanto il minuscolo moncone butterato della testa calva.
Myra mi aveva lasciato uno dei suoi speciali dolci al cioccolato preparati
per il tè della Alumni Association - una fetta di stucco ricoperta di poltiglia
al cioccolato - e un bricco di plastica con il tappo a vite pieno del suo tipi-
co caffè dall'aspetto di acido di batteria. Non ho potuto né bere né mangia-
re, ma perché mai Dio avrebbe fatto le toilette? Ho lasciato qualche bricio-
la marrone, tanto per dare un tocco di autenticità.
Poi Myra è entrata con aria affaccendata, mi ha raccolta con un cuc-
chiaino e mi ha condotta fuori, dove mi è stata stretta la mano dal direttore
e mi sono sentita dire quanto fosse stato bello da parte mia avere partecipa-
to; poi sono stata passata al vicedirettore, al presidente della Alumni Asso-
ciation, al capo del dipartimento di inglese - una donna con un tailleur pan-
talone -, al rappresentante della Camera di Commercio Giovanile e final-
mente al membro locale del Parlamento, riluttante come sono costoro a la-
sciarsi scappare un'occasione. Non avevo visto tanti denti puliti in bella
mostra dal periodo in cui Richard si era dato alla politica.
Myra mi ha accompagnata fino alla mia sedia, quindi ha sussurrato: «Sa-
rò qui dietro le quinte». L'orchestra della scuola ha attaccato a suonare tra
cigolii e bemolli, e abbiamo intonato Oh, Canada!, di cui non riesco mai a
ricordare le parole perché continuano a cambiarle. Oggi se ne canta una
parte in francese, cosa che un tempo sarebbe suonata inaudita. Infine ci
siamo seduti, dopo avere dichiarato solennemente il nostro orgoglio collet-
tivo per qualcosa che non sappiamo pronunciare.
Poi il cappellano della scuola ha levato una preghiera, facendo una pa-
ternale a Dio sulle molte sfide senza precedenti a cui sono esposti i giovani
d'oggi. Dio deve avere già sentito questo genere di cose, da cui probabil-
mente è annoiato quanto tutti noi. Gli altri sono intervenuti a turno: il ven-
tesimo secolo che finisce, il vecchio da gettare via, l'avvento del nuovo da
festeggiare, i cittadini del futuro, a voi con deboli mani e via di questo pas-
so. Ho lasciato vagare la mia mente; sapevo che l'unica cosa che ci si a-
spettava da me era che non mi coprissi di disonore. Mi sembrava di essere
di nuovo accanto al podio o a qualche interminabile cena, seduta vicino a
Richard, con la bocca ben chiusa. Se mi veniva chiesto, cosa che accadeva
di rado, di solito dicevo che il mio hobby era il giardinaggio. Al massimo
una mezza verità, ma abbastanza noiosa da risultare accettabile.
Poi è venuto il momento che gli studenti ricevessero i loro diplomi. So-
no saliti uno dietro l'altro, solenni e raggianti, di tante taglie differenti, tutti
belli come solo i giovani sanno essere. Perfino quelli brutti erano belli,
perfino quelli scontrosi, quelli grassi, perfino quelli pieni di brufoli. Nes-
suno di loro lo capisce, quanto sono belli. Ma ciò nonostante sono irritanti,
i giovani. Di regola hanno un modo di fare spaventoso, e a giudicare dalle
loro canzoni non fanno che frignare e spassarsela, mentre il far buon viso a
cattivo gioco è passato di moda, come il fox-trot. Non capiscono la loro
fortuna.
Mi guardavano a malapena. Devo essere sembrata loro bizzarra, ma
suppongo che sia il destino di ognuno essere ridotto al rango di bizzarro da
chi è più giovane di lui. A meno che non ci sia del sangue per terra, natu-
ralmente. Guerra, pestilenza, assassinio, ogni genere di sofferenza o vio-
lenza, ecco cosa rispettano. Il sangue vuol dire che facevamo sul serio.
Quindi è stata la volta dei premi - informatica, fisica, bla bla bla, eco-
nomia, letteratura inglese, qualcosa che non ho afferrato. Poi il tizio della
Alumni Association si è schiarito la gola ed è partito con un ipocrita pisto-
lotto su Winifred Griffen Prior, santa in terra. È incredibile come tutti rac-
contino frottole, quando è in gioco del denaro! Suppongo che la vecchia
puttana avesse previsto ogni cosa al momento di fare il lascito, misero co-
m'è. Sapeva che sarebbe stata richiesta la mia presenza; voleva che fremes-
si sotto il severo sguardo della città, mentre si tessevano le lodi della sua
munificenza. Spendete questo in ricordo di me. Odiavo darle questa soddi-
sfazione, ma non potevo evitarlo senza sembrare spaventata o colpevole,
oppure indifferente. Peggio: smemorata.
Poi è venuto il turno di Laura. Il politico si è incaricato di fare gli onori
di casa: l'argomento imponeva del tatto. È stato detto qualcosa sulle origini
locali di Laura, sul suo coraggio, sulla sua «dedizione a una nobile causa»,
qualunque cosa volesse dire. Nulla sul modo in cui era morta, che - nono-
stante il verdetto dell'inchiesta - ognuno in questa città crede vicino al sui-
cidio quanto un'imprecazione lo è a una bestemmia. E assolutamente nulla
sul libro, che senza dubbio per quasi tutti loro era meglio se fosse stato
dimenticato. Tuttavia non è andata così, non qui: perfino a distanza di cin-
quant'anni quel libro conserva la sua aura di zolfo e tabù. Lo trovo difficile
da spiegare: per quanto riguarda la sensualità, erano tutte cose trite e ritrite,
il linguaggio osceno non aveva nulla che non si potesse sentire tutti i gior-
ni agli angoli delle strade, il sesso era pudico come una danza dei ventagli
- quasi stravagante, come i reggicalze.
E poi, naturalmente, la questione era un'altra. Ciò che la gente ricorda
non è il libro in sé, quanto le violente reazioni che suscitò: in chiesa i mini-
stri del culto lo denunciarono come osceno, e non solo da noi; la biblioteca
pubblica fu costretta a toglierlo dagli scaffali, l'unica libreria della città ri-
fiutò di rifornirsene. Si parlò di censurarlo. La gente scappava a Stratford,
a London o perfino a Toronto, e si procurava la sua copia di nascosto, co-
me a quel tempo si usava fare con i preservativi. Tornati a casa tiravano le
tende e leggevano, con disapprovazione, con gusto, avidità e gioia - per-
fino quelli a cui non era mai venuto in mente di aprire un romanzo prima
di allora. Non c'è niente come una palata di sporcizia per incoraggiare l'al-
fabetizzazione.
(Senza dubbio fu espressa anche qualche opinione garbata. Non ce l'ho
fatta ad arrivare fino in fondo - è una storia troppo debole per me. Ma la
poverina era talmente giovane. Forse avrebbe fatto meglio con qualche al-
tro libro, se non fosse morta. Questa probabilmente è la cosa migliore che
avrebbero potuto dire sul suo conto).
Cosa volevano? Lascivia, oscenità, la conferma dei loro peggiori sospet-
ti. Ma forse alcuni, loro malgrado, volevano essere sedotti. Forse erano al-
la ricerca della passione; forse frugavano nel libro come in un pacco miste-
rioso - un pacco dono in fondo al quale, nascosto fra strati di frusciante
carta velina, giaceva qualcosa che avevano sempre desiderato ma non ave-
vano mai potuto agguantare.
Ma volevano anche toccare con mano la gente reale al suo interno - a
parte Laura, voglio dire: la sua, di realtà, era data per scontata. Volevano
veri corpi, da adattare ai corpi evocati per loro dalle parole. Volevano vera
lussuria. Soprattutto, volevano sapere: chi era l'uomo? A letto con la gio-
vane donna, la graziosa giovane donna morta; a letto con Laura. Alcuni di
loro pensavano di saperlo, naturalmente. C'erano stati pettegolezzi. Per chi
era capace di fare due più due, tutto tornava. Si comportava come se fosse
pura come un giglio. Faceva la santarellina. È la dimostrazione che non si
può giudicare un libro dalla copertina.
Ma ormai Laura era al di fuori della loro portata. Rimanevo io. Comin-
ciarono le lettere anonime. Perché avevo fatto in modo che quell'immondi-
zia venisse pubblicata? E per di più a New York, la Grande Sodoma. Una
simile porcheria! Non avevo nessuna vergogna? Avevo lasciato che la mia
famiglia - tanto rispettata! - fosse disonorata, e con lei l'intera città. Laura
non aveva mai avuto le rotelle a posto, tutti l'avevano sempre sospettato, e
il libro ne era la prova. Io avrei dovuto proteggere la sua memoria. Avrei
dovuto dare fuoco al manoscritto. Guardando la macchia indistinta di teste,
laggiù tra il pubblico - le teste dei più vecchi - potevo immaginare un'at-
mosfera di vecchio rancore, vecchia invidia e vecchia condanna sprigio-
narsi da esse come da una palude che si raffredda.
Quanto al libro in sé, restava innominabile - cacciato lontano dagli oc-
chi, come un parente deforme di cui vergognarsi. Un libro così esile, così
indifeso. Ospite non invitato a questa strana festa, fluttuava ai margini del
palcoscenico come una falena impotente.
Mentre sognavo a occhi aperti mi sono sentita afferrare per un braccio,
quindi sono stata sollevata di peso e mi è stato ficcato in mano l'assegno
nella sua busta profilata d'oro. Hanno annunciato la vincitrice. Non ne ho
afferrato il nome.
È avanzata verso di me, facendo risuonare i tacchi attraverso il palco-
scenico. Era alta; di questi tempi sono tutte alte, le ragazze, dev'essere per
via di qualcosa nel cibo. Indossava un abito nero, severo tra i colori estivi,
con fili argentati o perline - qualcosa di scintillante. I capelli erano lunghi e
scuri. Un viso ovale, una bocca truccata con rossetto color ciliegia; leg-
germente arcigna, concentrata, intenta. La pelle con un sottofondo di colo-
re giallo pallido o marrone - forse era indiana, o araba, o cinese? Perfino a
Port Ticonderoga era possibile una cosa del genere: tutti sono dappertutto
al giorno d'oggi.
Il mio cuore ha vacillato: un ardente desiderio mi ha attraversato come
un crampo. Forse mia nipote - forse Sabrina ora ha questo aspetto, ho pen-
sato. Forse, o forse no, come potrei saperlo? Non la riconoscerei neppure.
Mi è stata tenuta lontana talmente a lungo; si è tenuta lontana. Che farci?
«Signora Griffen» ha sibilato il politico.
Ho barcollato, ho ripreso l'equilibrio. E adesso cosa avevo intenzione di
dire?
«Mia sorella Laura sarebbe così contenta» ho ansato nel microfono. A-
vevo la voce stridula; ho pensato di poter svenire. «Le piaceva aiutare la
gente». Era vero, mi ero fatta la solenne promessa di non dire nulla di fal-
so. «Amava talmente la lettura e i libri». Anche questo era vero, fino a un
certo punto. «Ti avrebbe augurato tutto il bene possibile per il tuo futuro».
Vero anche questo.
Sono riuscita a porgere la busta; la ragazza si è dovuta chinare. Le ho
sussurrato all'orecchio, o ho pensato di sussurrare - Dio ti benedica. Stai
attenta. Chiunque intenda avere a che fare con le parole ha bisogno di una
simile benedizione, di un simile avvertimento. Avevo parlato davvero, o
avevo semplicemente aperto e chiuso la bocca come un pesce?
Ha sorriso, e minuscoli lustrini scintillanti sono balenati, illuminandole
il viso e i capelli. Uno scherzo dei miei occhi e delle luci del palcoscenico,
troppo intense. Avrei dovuto mettermi gli occhiali con le lenti colorate. Me
ne stavo là sbattendo le palpebre. Poi lei ha fatto qualcosa di inaspettato: si
è chinata verso di me e mi ha baciato sulla guancia. Attraverso le sue lab-
bra potevo sentire la trama della mia pelle: morbida come il cuoio di un
guanto da bambino, increspata, polverosa, antica.
Mi ha sussurrato a sua volta qualcosa, ma non sono proprio riuscita ad
afferrarla. Era un semplice grazie, o un altro messaggio - possibile? - in
una lingua straniera?
Si è girata. La luce che emanava era talmente abbagliante che ho dovuto
chiudere gli occhi. Non avevo sentito, non vedevo niente. L'oscurità si è
fatta più vicina. Gli applausi mi colpivano le orecchie come ali sbattute.
Ho vacillato e sono stata sul punto di cadere.
Qualche funzionario all'erta mi ha afferrato per il braccio e mi ha inca-
strato nuovamente nella mia sedia. Di nuovo nell'oscurità. Di nuovo nella
lunga ombra gettata da Laura. Al sicuro.
Ma la vecchia ferita si è riaperta, lascia sgorgare sangue invisibile. Pre-
sto ne sarò svuotata.

La scatola d'argento

I tulipani arancione stanno spuntando, raggrinziti e cenciosi come soldati


sbandati di un esercito sulla via del ritorno. Li saluto con sollievo, quasi
facendo gesti di richiamo da un edificio bombardato; eppure, devono farsi
strada come meglio possono, senza troppo aiuto da parte mia. A volte giro
curiosando fra i detriti del giardino sul retro, ripulendolo di steli secchi e
foglie cadute, ma questo è il massimo a cui mi spingo. Non riesco più a in-
ginocchiarmi molto bene, non posso ficcare le mani nella terra.
Ieri sono andata dal dottore per parlare di questi giramenti di testa. Mi ha
detto che ho sviluppato quello che un tempo si chiamava un cuore, come
se la gente sana non ne avesse uno. Sembra che dopotutto non continuerò a
vivere per sempre, limitandomi a rimpicciolire, a diventare più grigia e
polverosa, come la Sibilla nella sua ampolla. Avendo mormorato tanto
tempo fa Voglio morire, ora mi rendo conto che questo desiderio sarà e-
saudito davvero, e piuttosto prima che poi. Non importa che abbia cambia-
to idea al riguardo.
Mi sono avvolta in uno scialle per sedermi fuori, protetta dalla sporgen-
za della veranda sul retro, a un tavolo di legno coperto di graffi che ho
chiesto a Walter di portare dal garage. C'erano sopra le solite cose, eredità
dei precedenti proprietari: una collezione di lattine di vernice secca, una
pila di fogli di bitume, un vasetto di vetro riempito a metà di chiodi arrug-
giniti, un rotolo di filo per appendere i quadri. Passeri mummificati, nidi di
topi fatti di imbottitura di materasso. Walter lo ha lavato con lo Javex, ma
puzza ancora di topo.
Disposti davanti a me ci sono una tazza di tè, una mela divisa in quarti e
un bloc-notes a righe blu, come i pigiami da uomo di una volta. Ho compe-
rato anche una nuova penna, una da poco prezzo, una penna a sfera di pla-
stica nera. Ricordo la mia prima penna stilografica, com'era liscia, come
l'inchiostro mi faceva blu le dita. Era fatta di bachelite, con le rifiniture in
argento. Era il 1929. Avevo tredici anni. Laura prese in prestito la penna -
senza chiederlo, come faceva con tutto - e poi la ruppe, come se niente fos-
se. La perdonai, naturalmente. Lo facevo sempre; dovevo, perché c'era-
vamo solo noi due. Noi due sulla nostra isola circondata di spine, in attesa
di essere salvate; e, sul continente, tutti gli altri.

Per chi sto scrivendo tutto questo? Per me stessa? Non credo. Non riesco
a immaginarmi a rileggerlo poi, dal momento che il poi è diventato pro-
blematico. Per qualche estraneo, nel futuro, dopo la mia morte? Non ho
una simile ambizione, e neanche una simile speranza.
Forse non scrivo per nessuno. O forse per la stessa persona per cui scri-
vono i bambini, quando scarabocchiano i loro nomi nella neve.
Non sono più veloce come una volta. Le mie dita sono rigide e malde-
stre, la penna oscilla e vaga, mi occorre molto tempo per mettere insieme
le parole. Eppure insisto, ingobbita sulla carta come se cucissi al chiaro di
luna.

Quando guardo nello specchio vedo una donna vecchia; anzi, non vec-
chia, perché a nessuno è più concesso di essere vecchio. Anziana, allora. A
volte vedo una donna anziana che potrebbe sembrare la nonna che non ho
mai conosciuto, o mia madre, se le fosse riuscito di arrivare a questa età.
Altre volte vedo invece il viso di ragazza che passavo tanto tempo ad ag-
giustare e a deplorare, lo vedo galleggiare come un annegato proprio sotto
il mio viso attuale, che - soprattutto di pomeriggio, con la luce obliqua -
sembra così floscio e trasparente che potrei quasi sfilarlo come una calza.
Il dottore dice che ho bisogno di camminare - ogni giorno, dice, per il
mio cuore. Io preferirei di no. Non è l'idea del camminare che mi infastidi-
sce, è l'uscire: mi sento troppo in mostra. Me li immagino soltanto, gli
sguardi, i sussurri? Forse sì, forse no. Dopotutto sono un'istituzione locale,
come un lotto vuoto disseminato di mattoni nel punto in cui un tempo sor-
geva un importante edificio.
La tentazione è di rimanere in casa; di impersonare la parte della specie
di reclusa che i bambini del vicinato guardano con scherno e con un po' di
soggezione; di far crescere siepi ed erbacce, di lasciare che le porte si ar-
rugginiscano stando sempre chiuse, di giacere sul letto in un abito lungo,
di permettere ai miei capelli di allungarsi e di spargersi sul cuscino e alle
mie unghie di crescere in artigli, mentre la cera della candela gocciola sul
tappeto. Ma tanto tempo fa ho compiuto una scelta tra classicismo e ro-
manticismo. Preferisco stare in piedi e controllarmi: un sepolcro alla luce
del sole.
Forse non sarei dovuta tornare a vivere qui. Ma a quel tempo non riusci-
vo a pensare a nessun altro posto dove andare. Come diceva sempre Ree-
nie: Chi lascia la strada vecchia per la nuova...

Oggi ho fatto uno sforzo. Sono uscita, ho camminato. Ho camminato fi-


no al cimitero: si ha bisogno di una meta per simili escursioni altrimenti
senza senso. Ho indossato il mio cappello a tesa larga per ridurre il river-
bero del sole e i miei occhiali con le lenti colorate, poi ho preso il mio ba-
stone per procedere a tentoni sui marciapiedi. E un sacchetto di plastica.
Ho percorso Erie Street, ho superato una lavanderia a secco, un fotogra-
fo specializzato in ritratti, i pochi altri negozi della strada principale che
sono riusciti a sopravvivere al drenaggio provocato dai centri commerciali
ai margini della città. Quindi il Betty's Luncheonette, che ha di nuovo cam-
biato gestione: prima o poi i suoi proprietari si annoiano, o muoiono, o si
trasferiscono in Florida. Ora Betty's ha un giardino a patio, dove i turisti
possono sedersi al sole e arrostire ben bene; è sul retro, nel piccolo spiazzo
di cemento crepato dove una volta tenevano i contenitori dell'immondizia.
Offrono tortellini e cappuccino, annunciati spavaldamente in vetrina come
se per tutti in città fosse naturale sapere di cosa si tratta. Be', ormai lo san-
no; li hanno provati, magari solo per acquistare il diritto di disprezzarli.
Non mi serve quella bambagia sul caffè. Sembra crema da barba. Un sor-
so, e ti esce la schiuma di bocca.
Una volta la specialità erano i pasticci di pollo, ma sono scomparsi da un
pezzo. Ci sono gli hamburger, però Myra dice che è meglio evitarli. A sen-
tir lei usano polpette precongelate fatte con polvere di carne. La polvere di
carne, dice, è quella che raschiano via dal pavimento dopo aver tagliato a
pezzi con la sega elettrica le mucche congelate. Legge un sacco di riviste,
dal parrucchiere.
Il cimitero ha un cancello di ferro battuto sormontato da un'arcata ornata
di intricate volute, e un'iscrizione: Pur attraversando la valle dell'ombra
della morte non temerò alcun male, poiché Tu sei con me. Sì, essere in due
offre un'ingannevole sicurezza; ma il Tu è un personaggio ambiguo. Tutti i
Tu che ho conosciuto sono riusciti a sparire in un modo o nell'altro. La-
sciano di nascosto la città, o diventano perfidi, o cadono come mosche, e
poi dove ti ritrovi?
Proprio qui.

È difficile non notare il monumento della famiglia Chase; è più alto di


qualsiasi altra cosa. Ha due angeli ed è in marmo bianco, in stile vittoriano,
lacrimoso ma piuttosto ben fatto per il suo genere, su un grande cubo di
pietra con gli angoli ornati di volute. Il primo angelo è in piedi, con la testa
reclinata di lato in una posa addolorata, una mano teneramente appoggiata
sulla spalla del secondo. Questo è in ginocchio, piegato sulla coscia dell'al-
tro, con lo sguardo fisso davanti a sé, e tiene con delicatezza un fascio di
gigli. Nonostante i loro corpi siano dignitosi, i contorni nascosti da pieghe
di pietra mollemente drappeggiata, impenetrabile, si capisce che sono di
sesso femminile. La pioggia acida sta facendo sentire i suoi effetti su di lo-
ro: gli occhi un tempo acuti ora sono offuscati, indeboliti e porosi, come se
avessero le cateratte. Ma forse è la mia vista che se ne sta andando.
Io e Laura venivamo spesso qui. Vi eravamo condotte da Reenie, che
pensava che rendere visita alle tombe di famiglia facesse in qualche modo
bene ai bambini, e in seguito ci venivamo da sole: era una scusa ipocrita, e
perciò accettabile, per fuggire. Quando era piccola, Laura diceva che gli
angeli dovevamo essere noi, io e lei. Ribattevo che non poteva essere vero,
perché erano stati messi lì dalla nonna prima della nostra nascita. Ma Lau-
ra non prestava mai grande attenzione a questo tipo di ragionamento. Era
più interessata alle forme - a quello che le cose erano in se stesse, piuttosto
che a ciò che non erano. Ne ricercava l'essenza.
Col passare del tempo ho preso l'abitudine di venire qui almeno due vol-
te l'anno, se non altro per mettere in ordine. Una volta guidavo, ma ora non
più: i miei occhi sono troppo malridotti. Mi sono piegata faticosamente, ho
raccolto i fiori appassiti che si erano accumulati, lasciati dagli ammiratori
anonimi di Laura, e li ho ficcati nel sacchetto di plastica. Ora questi omag-
gi sono meno numerosi di un tempo, ma sempre fin troppo abbondanti.
Oggi alcuni erano piuttosto freschi. Di tanto in tanto ho trovato bastoncini
di incenso e anche candele, come se Laura venisse evocata.
Dopo essermi occupata dei mazzi di fiori ho girato intorno al monumen-
to, leggendo l'appello dei Chase defunti scolpito sui lati del cubo. Benja-
min Chase e la sua adorata moglie Adelia; Norval Chase e la sua adorata
moglie Liliana. Edgar e Percival, che non diventeranno vecchi come è sta-
to concesso a noi di diventarlo.
E Laura, qui come in ogni altro luogo. La sua essenza.
Polvere di carne.

C'era una sua foto nel giornale locale la scorsa settimana, insieme a un
resoconto del premio - la foto classica, quella della sopraccoperta del libro,
l'unica che sia mai stata stampata, perché è l'unica che ho dato. È un ritrat-
to eseguito in uno studio fotografico, con la parte superiore del corpo vol-
tata rispetto al fotografo e la testa girata per conferire al collo una curva
aggraziata. Un po' di più, ora guarda su, verso di me, brava, ora vediamo
il sorriso. I suoi lunghi capelli sono biondi, com'erano allora i miei - chiari,
quasi bianchi, come se le sfumature rosse fossero state lavate via - il ferro,
il rame, i metalli duri. Un naso dritto; un viso a cuore; occhi grandi, lu-
minosi, ingenui; le sopracciglia arcuate, con una piega perplessa verso l'al-
to all'interno. Un tocco di testardaggine nella mascella, ma non lo si scorge
a meno di conoscerlo. Di trucco neanche a parlarne, il che conferisce al vi-
so un aspetto stranamente nudo: quando si guarda la bocca, ci si rende con-
to di guardare della carne.
Graziosa; perfino bella; intatta in maniera toccante. La pubblicità di un
sapone, tutti ingredienti naturali. Il viso sembra indifferente: ha quella im-
penetrabilità vacua, imbarazzata di tutte le ragazze bene educate del tem-
po. Una tabula rasa, che non aspetta di scrivere ma di essere scritta.
È solo il libro a renderla degna di essere ricordata, ora.

Laura tornò in una piccola scatola color argento, come quelle per le siga-
rette. Sapevo quali sarebbero stati i commenti in città, quasi fossi stata a
origliare. Naturalmente non è davvero lei, ma solo le ceneri. Chi avrebbe
mai detto che i Chase fossero favorevoli alla cremazione, non lo erano
mai stati prima, ai bei tempi non si sarebbero mai abbassati a tanto, ma
questa volta è come se avessero deciso di portare a termine il lavoro, visto
che lei era già più o meno completamente bruciata. Eppure, pensavo che
secondo loro sarebbe dovuta rimanere con la famiglia. Che l'avrebbero
voluta nel loro grande monumento con i due angeli. Nessun altro ne ha
due, ma quello fu quando i soldi gli bruciavano in tasca, tanto da farci dei
buchi. Allora amavano mettersi in mostra, fare sensazione; stare al co-
mando, si direbbe. Essere pezzi grossi. Di sicuro una volta da queste parti
pezzi più grossi di loro non ce n'erano.
Queste cose le sento sempre dire con la voce di Reenie. Lei era la nostra
interprete della città, mia e di Laura. A chi altri avremmo potuto rivolger-
ci?

Dietro il monumento c'è uno spazio vuoto. Ci penso come a un posto ri-
servato - riservato in permanenza, come quelli che Richard si procurava al
Royal Alexandra Theatre. È il mio posticino; è là che andrò sottoterra.
La povera Aimee è a Toronto, al Mount Pleasant Cemetery, insieme ai
Griffen - con Richard, Winifred e il loro sfarzoso megalite di granito luci-
do. Se n'è occupata Winifred - ha rivendicato i suoi diritti nei confronti di
Richard e Aimee piombando subito come una furia e ordinando le loro ba-
re. Chi paga le pompe funebri detta legge. Se avesse potuto, mi avrebbe
escluso dai loro funerali.
Ma Laura fu la prima di loro, perciò Winifred non aveva ancora perfe-
zionato il suo numero di scippatrice di corpi. Dissi: «Viene a casa», tutto
lì. Dispersi le ceneri al suolo, ma mi tenni la scatola d'argento. Per fortuna
non la seppellii: a quest'ora qualche ammiratore avrebbe potuto sgraffi-
gnarla. Quella gente ruba qualunque cosa. Un anno fa ne ho sorpreso uno
con un barattolo di marmellata e una paletta, che grattava via la terra dalla
tomba.
Mi chiedo dove andrà a finire Sabrina. È l'ultima di noi. Presumo che sia
ancora a questo mondo: non mi sono giunte notizie in senso opposto. Ri-
mane da vedere con quale ramo della famiglia sceglierà di essere seppelli-
ta, o se si metterà in un angolo, lontana da tutti noi. Non la biasimerei.
La prima volta che è fuggita, a tredici anni, Winifred telefonò in preda a
una rabbia gelida, accusandomi di aiutarla e di essere sua complice, anche
se non si spinse al punto di parlare di rapimento. Voleva sapere se Sabrina
fosse venuta da me.
«Non credo di essere tenuta a dirtelo» dissi, per tormentarla. Quello che
è giusto è giusto; fino a quel momento quasi tutte le occasioni di tormenta-
re erano state sue. Aveva l'abitudine di rimandarmi cartoline, lettere e re-
gali di compleanno per Sabrina, con sopra scritto a stampatello Respinto al
mittente nella sua squadrata calligrafia da tiranna. «Comunque io sono sua
nonna. Può venire da me quando ne ha voglia. È sempre la benvenuta».
«Non devo certo ricordarti che sono la sua tutrice legittima».
«E allora perché lo stai facendo?»
Sabrina, tuttavia, non venne da me. Non lo fece mai. Non è difficile in-
dovinare il perché. Dio solo sa cosa le era stato detto sul mio conto. Niente
di buono.
La Button Factory

L'afa estiva è arrivata sul serio, adagiandosi sulla città come una zuppa.
Tempo da malaria, sarebbe stato una volta; tempo da colera. Gli alberi sot-
to ai quali cammino sono ombrelli avvizziti, la carta è umida sotto le mie
dita, le parole che scrivo sbavano ai bordi come rossetto su una bocca che
invecchia. Solo a salire le scale mi spuntano sottili baffi di sudore.
Non dovrei camminare con un caldo del genere, fa battere con più fatica
il mio cuore. Lo noto con malignità. Non dovrei sottoporlo a simili prove,
ora che sono stata informata dei suoi difetti; eppure provo un piacere per-
verso nel farlo, come se io fossi un bullo e lui un ragazzino piagnucoloso
di cui disprezzo la debolezza.
Le sere passate ci sono stati tuoni, un battere e un incespicare lontani,
come se Dio si abbandonasse a una tetra baldoria. Mi alzo per fare pipì,
torno a letto, mi rigiro tra le lenzuola umide, ascoltando il monotono ron-
zare del ventilatore. Myra dice che dovrei mettere l'aria condizionata, ma
io non la voglio. Non posso neanche permettermela. «Chi pagherebbe una
cosa del genere?» le dico. Deve credere che abbia un diamante nascosto
nella fronte, come i rospi delle favole.

Oggi la meta della mia camminata era la Button Factory, dove intendevo
prendere il caffè del mattino. Il dottore mi ha messo in guardia sul caffè,
ma lui ha solo cinquant'anni - fa jogging in pantaloncini, mettendo in mo-
stra le sue gambe pelose. Non è onnisciente, anche se questo gli suonereb-
be nuovo. Se non lo fa il caffè, sarà qualcos'altro a uccidermi.
Erie Street era languida di turisti, per la maggior parte di mezza età, che
ficcavano il naso nei negozi di souvenir, curiosavano nella libreria e bi-
ghellonavano, prima di ripartire dopo pranzo alla volta del vicino festival
teatrale estivo per qualche rilassante ora di tradimento, sadismo, adulterio
e assassinio. Alcuni di loro andavano nella mia stessa direzione - alla But-
ton Factory, per vedere quali curiosità pacchiane acquistare per commemo-
rare la loro vacanza di una notte dal Ventesimo secolo. Attirapolvere, a-
vrebbe definito Reenie certi oggetti. Avrebbe affibbiato lo stesso termine
anche ai turisti.
Camminavo nella loro compagnia color pastello verso il punto in cui E-
rie Street svolta in Mill Street e corre lungo il fiume Louveteau. Port Ti-
conderoga ha due fiumi, il Jogues e il Louveteau - i nomi sono reliquie
della stazione commerciale francese situata un tempo alla loro confluenza,
non che i francesi ci vadano troppo a genio da queste parti: per noi sono il
Jogs e il Lovetow. Il Louveteau con la sua corrente veloce costituì il ri-
chiamo per i primi mulini, poi per gli impianti elettrici. Il Jogues invece è
profondo e lento, navigabile per cinquanta chilometri a nord del lago Erie.
Lungo di esso veniva trasportato il calcare che diede vita alla prima in-
dustria della città, grazie agli enormi giacimenti lasciati dai mari interni via
via che si ritiravano. (Nel permiano, nel giurassico? - una volta lo sapevo).
La maggior parte delle case della città, compresa la mia, sono fatte di que-
sto calcare.
Le cave abbandonate sono ancora là nei sobborghi, profonde forme qua-
drate e oblunghe scavate nella roccia come se interi edifici ne fossero stati
sradicati, lasciandosi dietro le proprie sagome vuote. A volte immagino
l'intera città sorgere dalle acque poco profonde dell'oceano preistorico,
spiegandosi come un anemone di mare o come le dita di un guanto di
gomma quando ci soffi dentro - germogliando a scatti, come i fiori che si
schiudono in quelle pellicole marroni e granulose che una volta - quando
era? - proiettavano nei cinema prima dei film. I cercatori di fossili frugano
là fuori alla ricerca di pesci estinti, antiche felci, volute di corallo; e se gli
adolescenti vogliono fare baldoria, è là che vanno. Fanno falò, bevono
troppo, fumano droga e annaspano uno nei vestiti dell'altro come se fosse-
ro i primi al mondo a farlo, e tornando in città fracassano le macchine dei
genitori.
Il mio giardino sul retro confina con la Louveteau Gorge, una gola dove
il fiume si restringe e ha un brusco dislivello. Il salto è abbastanza ripido
da provocare una nebbiolina e un leggero spavento. Nei fine settimana e-
stivi i turisti passeggiano lungo il sentiero dalla parte dello strapiombo op-
pure si mettono proprio sull'orlo, a fare fotografie; vedo passare i loro in-
nocui e noiosi cappelli di tela bianca. Il precipizio si sgretola ed è pericolo-
so, ma la città non ha alcuna intenzione di spendere soldi per un recinto,
essendo tuttora opinione comune da queste parti che se fai una cosa danna-
tamente stupida ti meriti qualsiasi conseguenza. Le tazze di cartone del ne-
gozio di ciambelle si accumulano nei mulinelli sottostanti, e ogni tanto c'è
un cadavere, se di qualcuno caduto o spinto o saltato giù è difficile a dirsi,
a meno che naturalmente non ci sia un biglietto.

La Button Factory è situata sulla riva orientale del Louveteau, quattro-


cento metri a monte della gola. Per parecchi decenni è rimasta abbandona-
ta, con le finestre rotte e il tetto che faceva acqua, una sontuosa dimora per
topi e ubriachi; poi fu salvata dalla demolizione da un energico comitato di
cittadini, e convertita in negozi. Sono state ripiantate le aiuole, l'esterno
sottoposto a sabbiatura, i danni del tempo e del vandalismo riparati, sebbe-
ne attorno alle finestre più basse siano ancora visibili scuri sbaffi di fu-
liggine risalenti all'incendio di più di sessanta anni fa.
L'edificio è in mattoni di un rosso tendente al marrone, con i finestroni a
più vetri che si usavano una volta nelle fabbriche per risparmiare sulla lu-
ce. È piuttosto aggraziata, per essere una fabbrica: decorazioni a festoni,
ognuna con una rosa di pietra nel mezzo, finestre a timpano, un tetto a
mansarda di ardesia verde e viola. Annesso c'è un piccolo parcheggio. Un
Benvenuto ai Visitatori della Button Factory, dice il cartello, in caratteri da
circo vecchio stile; e in lettere più piccole: Vietato Parcheggiare Durante la
Notte. E sotto, scarabocchiato in una calligrafia rabbiosa con un pennarello
nero: Non sei Dio e la Terra non è il tuo parcheggio del cazzo. L'autentico
tocco locale.
L'ingresso principale è stato allargato, installata una rampa per i disabili,
le pesanti porte originali sostituite da porte a vetri: Entrata e Uscita, Spin-
gere e Tirare, l'imperiosa combinazione di quattro elementi del Ventesimo
secolo. Dentro risuona la musica, violini da area rurale, l'un-due-tre di
qualche valzer brioso, afflitto. C'è un lucernario che sovrasta uno spazio
centrale pavimentato in finti ciottoli, con panchine da giardino verniciate
di fresco in verde e fioriere contenenti pochi arbusti scontenti. I vari negozi
sono sistemati tutt'intorno: un effetto da centro commerciale.
Le nude pareti di mattoni sono ornate da enormi ingrandimenti di vec-
chie foto tratte dagli archivi cittadini. Sono preceduti da una citazione di
giornale - un quotidiano di Montreal, non locale - con la data, 1899:
Non bisogna immaginare gli stabilimenti tetri e disumani della
Vecchia Inghilterra. Le fabbriche di Port Ticonderoga sono situate
in mezzo a una rigogliosa vegetazione ravvivata da allegri fiori, e
addolcite dal suono delle correnti impetuose; sono pulite e ben
ventilate, gli operai di buonumore ed efficienti. Al tramonto, dal
nuovo, aggraziato Jubilee Bridge, che si curva come un arcobale-
no di merletto di ferro battuto sulle ribollenti cascate del fiume
Louveteau, si ammira un incantevole paesaggio fiabesco, mentre
le luci della fabbrica di bottoni Chase si accendono tremolando e
si riflettono nelle acque scintillanti.

Questo non era del tutto falso, al tempo in cui fu scritto. Almeno per un
breve periodo qui ci fu prosperità, abbastanza per tutti.
Subito dopo viene mio nonno, in redingote, cappello a cilindro e basette
bianche, che aspetta insieme a un gruppetto di dignitari ugualmente tirati a
lucido di accogliere il duca di York durante il suo giro in Canada del 1901.
Poi mio padre con una ghirlanda, davanti al Monumento ai Caduti in occa-
sione della sua intitolazione - un uomo alto, dal volto austero, con i baffi e
una benda sull'occhio; a guardare più da vicino, una collezione di puntini
neri. Mi allontano per vedere di metterlo a fuoco - cerco di cogliere il suo
occhio buono - ma non guarda verso di me; guarda l'orizzonte, con la
schiena dritta e le spalle all'indietro, quasi fosse di fronte al plotone di ese-
cuzione. Gagliardo, si direbbe.
Poi una fotografia della fabbrica di bottoni nel 1911, dice la didascalia.
Macchine con bracci sferraglianti simili a zampe di cavalletta, ingranaggi
di acciaio e ruote dentate, pistoni che martellano su e giù, perforando le
sagome; lunghi tavoli con le loro file di operai chinati in avanti, intenti ad
armeggiare con le mani. Le macchine sono governate da uomini con ma-
schere protettive e maglie, le maniche rimboccate; quelle ai tavoli sono
donne, con acconciature all'insù e grembiuli. Erano le donne che contava-
no i bottoni e li inscatolavano, oppure li cucivano su cartoncini con sopra
stampato il nome Chase, sei, otto o dodici bottoni per cartoncino.
In fondo allo spazio aperto pavimentato di ciottoli c'è un bar, il Whole
Enchilada, con musica dal vivo il sabato e birra che a quanto si dice pro-
viene da piccole fabbriche locali. L'arredamento è costituito da piani di le-
gno appoggiati su botti, con séparé di pino vecchio stile lungo uno dei lati.
Sul menù esposto in vetrina - non sono mai entrata - compaiono cibi che
mi suonano esotici: medaglioni con formaggio serviti su fette di pane, buc-
ce di patate farcite, nachos. Gli alimenti base impregnati di grasso della
gioventù meno rispettabile, o almeno così mi ha detto Myra. Lei ha un po-
sto in prima fila proprio alla porta accanto, e qualunque cosa accada al
Whole EnchiJada, non se lo lascia mai scappare. Dice che là va a mangiare
un protettore, e anche uno spacciatore di droga, tutti e due in pieno giorno.
Me li ha indicati, con sussurri di estrema eccitazione. Il protettore indossa-
va un vestito a tre pezzi e aveva l'aria di un agente di borsa. Lo spacciatore
aveva baffi grigi e un abito in jeans, come un organizzatore sindacale d'al-
tri tempi.
Il negozio di Myra è la Gingerbread House, regali e oggetti da collezio-
ne. Ha un profumo dolce e speziato - qualche tipo di spray per ambienti al-
la cannella - e offre un'infinità di cose: vasetti di marmellata con coperchi
rivestiti di cotone stampato, cuscini a forma di cuore pieni di erbe essiccate
che profumano di fieno, scatole munite di rozzi cardini intagliate da «arti-
giani tradizionali», trapunte a quanto si sostiene cucite dai mennoniti,
spazzole da toletta con teste di anatre ammiccanti. Insomma, l'idea che
Myra ha dell'idea che la gente di città ha della vita di campagna, della vita
dei loro rustici antenati delle cittadine di provincia - un pezzo di storia da
portarsi a casa. La storia, per come me la ricordo, non è mai stata così ac-
cattivante, e soprattutto così pulita, ma quella vera non venderebbe mai: la
maggior parte della gente preferisce un passato in cui non c'è nulla che
puzzi.
A Myra piace farmi regali dalla sua riserva di tesori. In altre parole, gra-
zie a me si libera degli articoli che la gente non comprerà mai al suo nego-
zio. Possiedo una ghirlanda di ramoscelli sbilenca, un servizio incompleto
di portatovaglioli con sopra degli ananas, un'obesa candela che sembra
profumata al cherosene. Per il mio compleanno mi ha regalato un paio di
guanti da forno a forma di chele di aragosta. Sono sicura che da parte sua
volesse essere un pensiero gentile.
O forse cerca di ammorbidirmi: lei è battista, e vorrebbe che trovassi
Gesù, o viceversa, prima che sia troppo tardi. Questo genere di cose non
andavano per la maggiore nella sua famiglia; sua madre Reenie non si inte-
ressava granché a Dio. C'era rispetto reciproco, e se si era nei guai si pote-
va naturalmente fare ricorso a Lui, come con gli avvocati; ma come con gli
avvocati doveva trattarsi di guai seri. Altrimenti non valeva la pena fre-
quentarlo troppo. Certamente lei non lo voleva nella sua cucina, dal mo-
mento che aveva già abbastanza cose a cui pensare.
Dopo una breve riflessione, al Cookie Gremlin ho comprato un biscotto
- farina d'avena e scaglie di cioccolato - e un caffè in una tazza di polistiro-
lo, quindi mi sono seduta su una delle panchine da giardino, sorseggiando
il caffè e leccandomi le dita, facendo riposare i piedi, ascoltando la musica
registrata con il suo suono cadenzato e lugubre di corde pizzicate.

Fu mio nonno Benjamin a costruire la fabbrica di bottoni, nei primi anni


Settanta dell'Ottocento. C'era richiesta di bottoni, per il vestiario e per tutto
quanto era legato a esso - la popolazione del continente si stava espanden-
do a ritmo vertiginoso - e i bottoni potevano essere fabbricati a buon prez-
zo e venduti a un prezzo altrettanto buono; questo (diceva Reenie) era pro-
prio quello che ci voleva per mio nonno, che aveva intravisto quell'oppor-
tunità e usato il cervello che Dio gli aveva dato.
I suoi antenati erano venuti dalla Pennsylvania negli anni Venti per ap-
profittare della terra a buon mercato e della possibilità di costruire - la città
era andata bruciata durante la guerra del 1812 ed era prevista una notevole
opera di ricostruzione. Era gente un po' tedesca e settaria, incrociata con
puritani di settima generazione - una miscela industriosa ma fanatica che
produsse, oltre alla consueta messe di agricoltori virtuosi e ottusi, tre pre-
dicatori itineranti, due inetti speculatori terrieri e un piccolo malversatore -
avventurieri con una vena visionaria e un occhio all'orizzonte. In mio non-
no tutto ciò si manifestò sotto forma di un'inclinazione alle scommesse,
sebbene l'unica cosa su cui scommise in vita sua fosse se stesso.
Suo padre possedeva uno dei primi mulini di Port Ticonderoga, un mo-
desto mulino per frumento, al tempo in cui tutto funzionava ad acqua.
Quando era morto per un colpo apoplettico, come si diceva allora, mio
nonno aveva ventisei anni. Ereditato il mulino, chiese in prestito del dena-
ro e importò i macchinari per fabbricare i bottoni dagli Stati Uniti. I primi
bottoni erano fatti di legno e osso, quelli più ricercati di corna di mucca.
Questi ultimi due materiali si potevano ottenere quasi per niente da parec-
chi mattatoi nelle vicinanze, e quanto al legno ce n'era in tutta la zona cir-
costante, riempiva il paese, e la gente lo bruciava solo per disfarsene. Con
materie prime a basso costo, manodopera a basso costo e un mercato in e-
spansione, come avrebbe potuto non fare fortuna?
Quelli che venivano fuori dall'azienda di mio nonno non erano il tipo di
bottoni che preferivo da ragazza. Dei piccoli bottoni di madreperla, o di
quelli in cuoio bianco per i guanti delle signore, neanche a parlarne. I bot-
toni di famiglia stavano ai bottoni come le soprascarpe di gomma stavano
alle calzature - bottoni monotoni, pratici, per cappotti, tute e camicie da la-
voro, davano un'impressione di robustezza, quasi di rozzezza. Si poteva
immaginarli sulla biancheria intima lunga, a tenere su il lembo di dietro, e
sulle patte dei pantaloni da uomo. Le cose che nascondevano dovevano es-
sere pendule, vulnerabili, vergognose, ineluttabili - la categoria di oggetti
di cui il mondo ha bisogno ma disprezza.
Difficile capire quanto fascino avrebbero potuto esercitare le nipoti di un
uomo che fabbricava bottoni del genere, non fosse stato per il denaro. Ma
il denaro o perfino le voci su di esso proiettano sempre una luce per così
dire abbagliante, perciò io e Laura crescemmo circondate da una certa at-
mosfera. E a Port Ticonderoga nessuno pensava che i bottoni di famiglia
fossero buffi o spregevoli. Là erano presi sul serio: il lavoro di troppa gen-
te dipendeva da essi, perché potesse essere altrimenti.
Nel corso degli anni mio nonno comprò altri mulini e trasformò anch'es-
si in fabbriche. Aveva una fabbrica di maglieria per i completi e le ma-
gliette intime e un'altra per le calze, e uno stabilimento che produceva pic-
coli oggetti di ceramica come portacenere. Andava orgoglioso delle condi-
zioni di lavoro nelle sue fabbriche: ascoltava le lamentele di chiunque fos-
se abbastanza coraggioso da presentarle, e si doleva dei torti quando gli
venivano riferiti. Continuava a introdurre miglioramenti tecnici, anzi mi-
glioramenti di tutti i tipi. Fu il primo proprietario di fabbriche della città ad
adottare l'illuminazione elettrica. Pensò che le aiuole di fiori facessero be-
ne al morale degli operai - aveva sempre pronta una riserva di zinnie e
bocche di leone, dal momento che erano economiche, appariscenti e dura-
vano a lungo. Dichiarò che le condizioni delle donne nella sua impresa e-
rano sicure come nei loro stessi salotti. (Presumeva che avessero dei salot-
ti. Presumeva che quei salotti fossero sicuri. Gli piaceva avere una buona
opinione di tutti). Rifiutò di tollerare l'ubriachezza sul lavoro, o il linguag-
gio osceno, o i comportamenti dissoluti.
O almeno questo è quanto si dice di lui nel volume Le Industrie Chase:
una storia, che mio nonno commissionò nel 1903 e fece stampare privata-
mente, con una rilegatura in pelle verde e non solo il titolo, ma anche la
sua firma semplice e pesante goffrati in oro sulla copertina. Aveva l'abitu-
dine di regalare copie di questa inutile cronaca ai suoi soci in affari, che
probabilmente ne rimanevano sorpresi, ma forse no. Doveva essere consi-
derata una cosa appropriata da farsi, perché in caso contrario mia nonna
Adelia non gliela avrebbe permessa.

Stavo seduta sulla panchina da giardino, a mordicchiare il mio biscotto.


Era enorme, le dimensioni di uno sterco di vacca, come li fanno adesso -
insipidi, friabili, unti - e sembrava proprio che non ce l'avrei fatta a man-
giarlo tutto. Non era la cosa più adatta, con un simile caldo. Avevo anche
un po' di vertigini, forse dovute al caffè.
Ho appoggiato la tazza accanto a me e il bastone è caduto ru-
morosamente dalla panchina sul pavimento. Mi sono piegata di lato, ma
senza riuscire a raggiungerlo. Poi ho perso l'equilibrio e ho urtato il caffè,
rovesciandolo. Lo sentivo, tiepido, attraverso il tessuto della gonna. Al
momento di alzarmi avrei esibito una macchia marrone, come se fossi stata
incontinente. Questo avrebbe pensato la gente.
Perché in certi momenti crediamo che gli sguardi di tutti siano puntati su
di noi? Di solito non ci guarda nessuno. Ma Myra mi stava guardando.
Doveva avermi vista entrare; doveva avermi tenuto d'occhio. È uscita di
corsa dal negozio. «Sei bianca come un lenzuolo! Hai un'aria esausta» ha
detto. «Intanto asciughiamoci un po'! Anima benedetta, hai fatto tutta la
strada fino qui a piedi? Non puoi camminare anche al ritorno! Meglio che
chiami Walter - ti porterà lui a casa».
«Posso farcela» le ho detto. «Non ho niente». Ma l'ho lasciata fare.

Avilion

Le ossa mi hanno dato di nuovo noia, come succede spesso quando c'è
umidità. Fanno male come la storia: cose finite da un pezzo, che continua-
no a farsi sentire sotto forma di dolore. Quando il dolore è abbastanza forte
mi impedisce di dormire. Ogni notte desidero ardentemente addormentar-
mi, mi sforzo di farlo; ma il sonno fluttua sopra la mia testa come una ten-
da fuligginosa. Ci sono le pillole per dormire, naturalmente, ma il dottore
mi ha messo in guardia contro di esse.
La notte scorsa, dopo quelle che mi sono sembrate ore di umida agita-
zione, mi sono alzata e sono scivolata al piano di sotto senza pantofole,
avanzando a tentoni al debole chiarore delle luci della strada che filtravano
dalla finestra sulle scale. Una volta arrivata sana e salva in fondo, mi sono
trascinata in cucina e ho curiosato nel nebuloso bagliore del frigorifero.
Non c'era quasi niente che avessi voglia di mangiare: resti inzaccherati di
un ciuffo di sedano, un cantuccio di pane bluastro, un limone che stava av-
vizzendo. Un avanzo di formaggio avvolto in una carta unta, duro e traslu-
cido come le unghie dei piedi. Ho contratto le abitudini di chi vive solo; i
miei pasti sono tirati via e casuali. Spuntini furtivi, baldorie furtive e picnic
furtivi. Mi sono accontentata di un po' di burro di arachidi, preso diretta-
mente dal vasetto con l'indice: perché sporcare un cucchiaio?
Standomene là con il vasetto in mano e il dito in bocca, avevo la sensa-
zione che qualcuno fosse sul punto di entrare nella stanza - un'altra donna,
l'invisibile, legittima padrona di casa - e di chiedermi cosa diavolo stessi
facendo nella sua cucina. L'avevo già avuta, l'impressione che perfino nel
corso delle mie azioni più lecite e quotidiane - sbucciare una banana, spaz-
zolarmi i denti - stessi commettendo una trasgressione.
Di notte la casa sembrava più che mai quella di un estraneo. Ho vagato
per le stanze sul davanti, la sala da pranzo, il salotto, una mano sulla parete
per tenermi in equilibrio. I miei svariati beni fluttuavano nelle loro pozze
di ombra, staccati da me, negando di appartenermi. Li esaminavo con oc-
chio di ladro, decidendo cosa valesse la pena rubare e cosa sarebbe stato il
caso di lasciare. Dei ladri avrebbero preso le cose ovvie - la teiera d'argen-
to che era appartenuta a mia nonna, forse le porcellane dipinte a mano.
Quello che rimaneva dei cucchiai con il monogramma. Il televisore. Niente
che volessi davvero.
Qualcuno dovrà occuparsi di passare in rassegna e disfarsi di ogni cosa,
alla mia morte. Sarà Myra a sobbarcarsi quel lavoro, non c'è dubbio; lei
pensa di avermi ereditato da Reenie. Si divertirà a recitare la parte della
fedele servitrice di famiglia. Non la invidio: ogni vita è una discarica per-
fino mentre viene vissuta, e ancora di più dopo. Ma ammesso che lo sia, è
una discarica sorprendentemente piccola; una volta fatta piazza pulita dopo
la morte di qualcuno, ti accorgi di quanti pochi sacchetti dell'immondizia
di plastica verde riempirai tu stesso quando verrà il tuo turno.
Lo schiaccianoci a forma di alligatore, il gemello scompagnato di ma-
dreperla, il pettine di tartaruga sdentato. L'accendino d'argento rotto, la
tazza senza piattino, l'oliera senza l'aceto. Le ossa sparse della casa, i
frammenti, le reliquie. Cocci trascinati a riva dopo un naufragio.

Oggi Myra mi ha convinto a comprare un ventilatore elettrico - uno di


quelli su un alto sostegno, migliore del piccolo aggeggio cigolante su cui
facevo affidamento. Il modello che aveva in mente era in vendita al nuovo
centro commerciale dall'altra parte del ponte sul fiume Jogues. Mi ci a-
vrebbe accompagnata lei in macchina: doveva andarci comunque, non sa-
rebbe stato un problema. È deprimente, il modo in cui inventa pretesti.
Il nostro itinerario ci ha condotte davanti ad Avilion, anzi a quello che
una volta era Avilion, ora così tristemente trasformato. Walhalla, si chiama
adesso. Quale burocrate idiota ha deciso che questo fosse un nome adatto a
un ospizio per anziani? Se ben ricordo, il Walhalla era dove si andava do-
po essere morti, non subito prima. Ma forse era intenzionale.
La posizione è eccellente - la riva orientale del fiume Louveteau alla
confluenza con il Jogues - e combina un romantico panorama della gola
con un sicuro ormeggio per le barche a vela. La casa è grande, ma ora
sembra affollata, spinta via a spallate dai fragili bungalow sorti sul terreno
circostante dopo la guerra. Nella veranda sul davanti erano sedute tre don-
ne anziane, una di loro era su una sedia a rotelle e fumava con fare furtivo,
come un'adolescente ribelle nel gabinetto. Uno di questi giorni ridurranno
sicuramente tutto in cenere.
Non sono rientrata ad Avilion da quando è stato trasformato; puzzerà
senza dubbio di talco per bambini, urina acida e patate lesse del giorno
prima. Preferirei ricordarlo com'era una volta, anche al tempo in cui l'ho
conosciuto io, quando stava già iniziando la sua decadenza - le magnifiche
sale spaziose, la distesa lucida della cucina, il vaso di Sèvres riempito di
petali essiccati sul tavolino tondo di ciliegio nell'ingresso principale. Di
sopra, nella stanza di Laura, il caminetto è scheggiato, nel punto in cui fece
cadere un alare; tipico da parte sua. Sono l'unica persona a saperlo, ormai.
Considerato il suo aspetto - la pelle luminosa, l'aria docile, il lungo collo
da ballerina - la gente si aspettava che fosse aggraziata.
Avilion non è in comune calcare. I suoi progettisti volevano qualcosa di
più insolito, perciò è costruito con ciottoli di fiume smussati e cementati
insieme. Da lontano fa l'effetto di una verruca, come la pelle di un dino-
sauro o i pozzi dei desideri nei libri illustrati. Un mausoleo all'ambizione,
lo considero oggi.
Non è una casa particolarmente elegante, ma un tempo era considerata a
suo modo maestosa - il palazzo di un mercante a cui si accede attraverso
un viale che descrive una curva, con una tozza torretta gotica e attorno u-
n'ampia veranda semicircolare che domina i due fiumi, dove nei languidi
pomeriggi estivi a cavallo del secolo veniva servito il tè a signore con cap-
pelli ornati di fiori. Una volta vi venivano sistemati quartetti d'archi per i
ricevimenti in giardino; mia nonna e le sue amiche la usavano come palco-
scenico durante gli spettacoli teatrali per dilettanti, al crepuscolo, con torce
disposte tutt'intorno; io e Laura ci nascondevamo lì sotto. Ha cominciato a
cedere, la veranda; ha bisogno di una mano di vernice.
Una volta c'era un gazebo, e un giardino recintato fuori della cucina, e
parecchi terreni con piante ornamentali, e uno stagno con ninfee e pesci
rossi, e una serra riscaldata a vapore, ora demolita, dove crescevano felci e
fucsie, e quando capitava un limone affusolato e un arancio aspro. C'era
una sala da biliardo, un salotto e un soggiorno, e una biblioteca con una
Medusa di marmo sopra il caminetto - il tipo di Medusa del Diciannovesi-
mo secolo, con un bello sguardo impenetrabile, i serpenti che si contorco-
no fuori della testa come pensieri angosciosi. La mensola del camino era
francese: ne era stata ordinata una diversa, qualcosa con Dioniso e tralci di
vite, ma invece era arrivata la Medusa e la Francia era troppo distante per
rimandarla indietro, perciò avevano tenuto quella.
C'era una sala da pranzo grande e scura con carta da parati William Mor-
ris, il disegno del ladro di fragole, un lampadario con ninfee di bronzo at-
torcigliate e tre alte finestre di vetro colorato fatte venire dall'Inghilterra,
che rappresentavano episodi della storia di Tristano e Isotta (l'offerta del
filtro d'amore in una coppa rosso rubino; gli amanti, Tristano su un ginoc-
chio, Isotta che si strugge sopra di lui con la cascata dei suoi capelli biondi
- difficili da rendere su vetro, un po' troppo simili a una scopa che si sciol-
ga; Isotta da sola, abbattuta, vestita di viola, con accanto un'arpa).
Al progetto e all'arredamento della casa soprintendette mia nonna Ade-
lia. Morì prima della mia nascita, tuttavia da quanto ho sentito dire era li-
scia come la seta e fredda come un cetriolo, ma con una volontà come una
sega per ossa. Era anche una patita della Cultura, il che le conferiva una
certa autorità morale. Ora sarebbe diverso; ma allora la gente credeva che
la Cultura potesse renderti migliore - una persona migliore. Credevano che
potesse elevarti, o almeno lo credevano le donne. Non avevano ancora vi-
sto Hitler a teatro.
Il nome da ragazza di Adelia era Montfort. Veniva da una famiglia nota,
o che veniva considerata tale in Canada - inglesi di Montreal di seconda
generazione incrociati con francesi ugonotti. Una volta questi Montfort e-
rano stati benestanti - avevano fatto un bel gruzzolo con le ferrovie - ma a
causa di speculazioni arrischiate e dell'inerzia erano ormai avviati su una
brutta china. Così quando il tempo di Adelia aveva cominciato a esaurirsi
senza che ci fosse alcun marito davvero accettabile in vista, lei aveva spo-
sato il denaro - il volgare denaro, il denaro dei bottoni. Da lei ci si aspetta-
va che lo raffinasse, come si fa con il petrolio.
(Non si era sposata, era stata sposata, diceva Reenie, mentre stendeva
l'impasto per i biscotti allo zenzero. Aveva combinato tutto la famiglia.
Questo è quanto succedeva in certe case, e chi può dire che fosse peggio o
meglio che scegliere per conto proprio? Comunque, Adelia Montfort fece
il suo dovere, e fu fortunata ad averne l'occasione, visto che ormai stava
diventando vecchiotta - doveva avere ventitré anni, il che al tempo signifi-
cava non essere più giovani).
Ho ancora un ritratto dei miei nonni; è in una cornice d'argento con fiori
di convolvolo, e fu scattato subito dopo il matrimonio. Sullo sfondo c'è una
tenda di velluto ornata di una frangia e due felci su piedistalli. La nonna
Adelia è adagiata su una dormeuse, una bella donna dalle palpebre pesanti,
con ricche vesti, due lunghi fili di perle e una profonda scollatura orlata di
merletto, i candidi avambracci senza sporgenze di ossa, come rotoli di pol-
lo. Il nonno Benjamin è seduto dietro di lei in abito da cerimonia, im-
ponente ma imbarazzato, come se fosse stato agghindato per l'occasione.
Quando avevo l'età per farlo - tredici, quattordici anni - mi perdevo in
romantiche fantasticherie su Adelia. La notte spingevo lo sguardo fuori
della mia finestra, sui prati e le aiuole di piante ornamentali illuminate dal-
la luce argentea della luna, e la vedevo trascinarsi malinconica attraverso i
giardini attorno alla casa in un abito da pomeriggio di merletto bianco. Le
attribuivo un sorriso languido, stanco del mondo e leggermente beffardo.
Ben presto aggiunsi un amante. Lo incontrava fuori della serra, che a quel
tempo era abbandonata - mio padre non nutriva il minimo interesse per gli
alberi di arancio riscaldati a vapore -, ma che nella mia mente io restauravo
e rifornivo di fiori. Orchidee, pensavo, o camelie. (Non sapevo cosa fosse
una camelia, ma avevo letto qualcosa al proposito). Mia nonna e l'amante
sparivano là dentro, a fare cosa? Non ne ero sicura.
Nella realtà le possibilità di Adelia di avere un amante erano nulle. La
città era troppo piccola, i suoi costumi troppo provinciali, lei aveva troppo
da perdere. Non era una stupida. Inoltre non aveva denaro suo.
Come padrona di casa e donna che si occupava della gestione della vita
familiare, Adelia si trovò bene con Benjamin Chase. Andava fiera del pro-
prio gusto, e in questo mio nonno si rimetteva a lei, perché il gusto era una
delle cose per cui l'aveva sposata. Lui aveva quarant'anni allora; aveva la-
vorato sodo per costruire la sua fortuna, e ora intendeva essere all'altezza
del suo denaro, il che voleva dire essere sotto la tutela della sua sposina
per quanto riguardava il guardaroba e venire tiranneggiato sulle maniere da
tenere a tavola. A suo modo voleva anche lui la Cultura, o almeno la prova
manifesta di essa. Voleva il servizio di porcellana giusto.
Lo ebbe, insieme alle cene da dodici portate che una cosa del genere im-
plicava: sedano e nocciole salate per cominciare, cioccolatini per finire.
Consommé, crocchette, timballi, il pesce, l'arrosto, il formaggio, la frutta,
uva di serra graziosamente disposta nell'alzata di vetro lavorato. Cibo da
albergo accanto alla stazione, penso adesso; cibo da transatlantico. A Port
Ticonderoga venivano in visita ministri - a quel tempo la città contava pa-
recchi industriali importanti, il cui appoggio era tenuto in gran conto dai
partiti politici - ed era ad Avilion che alloggiavano. C'erano fotografie del
nonno Benjamin con un primo ministro dietro l'altro - Sir John Sparrow
Thompson, Sir Mackenzie Bowell, Sir Charles Tupper. Dovevano preferi-
re il cibo della casa a qualunque altra cosa venisse loro offerta.
Il compito di Adelia era predisporre e organizzare queste cene, quindi
evitare di farsi sorprendere a divorarle. La consuetudine voleva che quando
era in compagnia si limitasse a spilluzzicare il suo cibo: masticare e in-
goiare erano attività così sfacciatamente carnali. Credo che poi si facesse
portare su in camera un vassoio. E che mangiasse con le mani.
Avilion fu completata nel 1889 e tenuta a battesimo da Adelia. Prese il
nome da Tennyson:

L'isola-valle di Avilion;
Dove non grandina, non piove e non nevica,
Né il vento soffia mai con fragore; ma giace
Immersa nei prati, beata, bella, con frutteti erbosi
E piccole valli ombreggiate, coronate dal mare estivo...

Aveva fatto stampare questa citazione all'interno dei suoi biglietti di au-
guri di Natale. (Tennyson era piuttosto fuori moda, per gli standard inglesi
- era Oscar Wilde l'astro nascente, almeno negli ambienti giovanili -, ma
allora cosa non era fuori moda a Port Ticonderoga?)
La gente - la gente di città - deve aver riso di lei per quella citazione:
perfino gli arrampicatori sociali si riferivano a lei come a Sua Signoria o
alla Duchessa, sebbene poi si offendessero se venivano lasciati fuori delle
sue liste di invitati. Dei suoi biglietti di auguri di Natale devono aver detto:
Be', quanto alla grandine e alla neve non ha avuto fortuna. Magari dirà
due paroline a Dio. O forse, nelle fabbriche: Avete visto qualcuna di quelle
piccole valli ombreggiate qui intorno, da qualche parte che non sia il da-
vanti del suo vestito? Conosco il loro stile e dubito che allora fosse molto
diverso.
Adelia faceva sfoggio dei suoi biglietti di auguri di Natale, ma credo che
ci fosse dell'altro. Avilion era il luogo in cui andò a morire re Artù. Sicu-
ramente la scelta di quel nome da parte sua rivela quanto disperatamente in
esilio si sentisse: poteva anche essere capace di dare vita per pura forza di
volontà a qualche scialbo facsimile di un'isola felice, ma non sarebbe mai
stata la realtà. Voleva un salotto; voleva gente che si occupasse di arte, po-
eti, compositori, personalità scientifiche e simili, come aveva visto durante
la visita ai suoi cugini inglesi di terzo grado, quando la sua famiglia aveva
ancora denaro. Una vita dorata, con vasti prati.
Ma gente del genere a Port Ticonderoga non si trovava, e Benjamin ri-
fiutava di viaggiare. Aveva bisogno di stare vicino alle sue fabbriche, di-
ceva. La cosa più probabile è che non volesse essere trascinato in una folla
che lo avrebbe schernito per il fatto di produrre bottoni, o dove potevano
tendergli un agguato posate sconosciute, e dove Adelia si sarebbe vergo-
gnata di lui.
Adelia rifiutava di viaggiare senza di lui, in Europa o da qualsiasi altra
parte. Avrebbe potuto essere troppo forte la tentazione di non tornare più
indietro. Allontanarsi, spargere denaro a poco a poco come un dirigibile
che si vada sgonfiando, preda di poco di buono e di simpatiche canaglie,
annegando nell'innominabile. Con una scollatura come la sua, sarebbe sta-
ta esposta a questo tipo di pericoli.
Tra le altre cose, Adelia aveva il pallino della scultura. C'erano due sfin-
gi di pietra ai lati della serra - sulla cui schiena io e Laura ci arrampicava-
mo - e un fauno che saltellava e guardava malizioso da dietro una panchina
di pietra, con le orecchie a punta e un'enorme foglia di vite arrotolata sulle
parti intime, come un distintivo; e seduta accanto allo stagno c'era una nin-
fa, una fanciulla pudica con piccoli seni da adolescente e un cordone di ca-
pelli di marmo sulla spalla, un piede immerso in maniera esitante nell'ac-
qua. Mangiavamo mele accanto a lei, guardando i pesci rossi che le mor-
dicchiavano le dita dei piedi.
(Queste sculture erano definite «autentiche», ma autentiche cosa? E co-
me aveva fatto Adelia a procurarsele? Sospetto una catena di furtarelli -
qualche losco intermediario europeo doveva comprarle per una sciocchez-
za, contraffacendone la provenienza, quindi le rifilava ad Adelia, a cui ar-
rivavano dopo un lungo viaggio, e intascava la differenza, ritenendo
giustamente che una ricca americana - perché è così che l'avrebbe
etichettata - non avrebbe mangiato la foglia).
Adelia disegnò anche il monumento di famiglia al cimitero, con i suoi
due angeli. Voleva che il marito riesumasse i suoi antenati e li trasferisse
là, per dare l'impressione di una dinastia, ma mio nonno non trovò mai il
modo di farlo. Poi andò a finire che fu lei la prima a esservi sepolta.
Il nonno Benjamin tirò un sospiro di sollievo quando Adelia se ne andò?
Poteva essersi stancato di sapere che non sarebbe mai stato all'altezza dei
suoi esigenti standard, anche se è chiaro che l'ammirava al punto da averne
soggezione. Per esempio, nulla che riguardasse Avilion doveva essere
cambiato: non un quadro venne spostato, nessuno dei mobili sostituito.
Forse considerava la casa stessa il suo vero monumento funebre.
E così Laura e io fummo per così dire tirate su da lei. Crescemmo dentro
la sua casa; vale a dire dentro l'idea che aveva di sé. E dentro la sua idea di
chi avremmo dovuto essere, ma non eravamo. Dal momento che a quel
tempo era già morta, ci era impossibile qualsiasi discussione.

Mio padre era il più grande di tre figli maschi, ognuno dei quali ricevette
quello che nell'idea di Adelia era un nome altisonante: Norval e Edgar e
Percival, un revival arturiano con un pizzico di Wagner. Suppongo che
dovessero ritenersi contenti di non essere stati chiamati Uther o Sigmund o
Ulric. Il nonno Benjamin adorava i figli e voleva che si impratichissero nel
business dei bottoni, ma Adelia aveva progetti più ambiziosi. Li spedì alla
Trinity College School a Port Hope, dove Benjamin e i suoi macchinari
non avrebbero potuto involgarirli. Apprezzava i vantaggi della ricchezza
del marito, ma preferiva sorvolare sulle sue fonti.
I figli venivano a casa per le vacanze estive. In collegio e poi al-
l'università avevano imparato a disprezzare cordialmente il padre, che non
sapeva leggere in latino, neanche male, come loro. Parlavano di persone
che lui non conosceva, cantavano canzoni che lui non aveva mai sentito
nominare, raccontavano barzellette che lui non capiva. Navigavano al chia-
ro di luna sul suo piccolo panfilo, l'Ondina, come l'aveva chiamato Adelia
- un altro esempio del suo malinconico goticismo. Suonavano il mandolino
(Edgar) e il banjo (Percival), e di nascosto bevevano birra e danneggiavano
l'attrezzatura, lasciando che fosse lui a sbrogliarsela. Gironzolavano a bor-
do di una delle sue due nuove macchine, anche se per metà dell'anno le
strade intorno alla città erano talmente in cattivo stato - prima la neve, poi
il fango, poi la polvere - che non erano molti i posti dove andare. Giravano
voci di ragazze facili, almeno per i due fratelli più giovani, e di elargizioni
di denaro - be', era come minimo corretto liquidare quelle signore in modo
che potessero farsi sistemare, perché chi voleva vedere gattonare in giro
una sfilza di piccoli Chase illegittimi? -, ma non erano figliole della nostra
città, e così ciò non costituiva motivo di biasimo per i ragazzi; anzi al con-
trario, almeno tra gli uomini. La gente li prendeva un po' in giro, ma si di-
ceva che tenessero abbastanza i piedi per terra e che sapessero trattare con
la gente comune. Edgar e Percival erano conosciuti come Eddie e Percy,
mentre mio padre, più timido e austero, rimaneva Norval. Erano di aspetto
gradevole e un po' selvaggi, come ci si aspetta che siano dei ragazzi. Cosa
significava «selvaggi», esattamente?
«Erano dei furfanti» mi disse Reenie, «ma non furono mai dei mascal-
zoni».
«Qual è la differenza?» chiesi.
Sospirò. «Spero solo che tu non debba scoprirlo mai» rispose.

Adelia morì nel 1913, di un cancro mai specificato e perciò molto pro-
babilmente di natura ginecologica. Durante l'ultimo mese della sua malat-
tia fu fatta venire la madre di Reenie per dare un aiuto extra in cucina, e
Reenie con lei; a quel tempo aveva tredici anni, e tutta la faccenda le fece
una profonda impressione. «I dolori erano talmente forti che dovevano
darle la morfina ogni quattro ore, le infermiere non l'abbandonavano mai.
Ma lei non voleva stare a letto, stringeva i denti, era sempre in piedi e ben
vestita come al solito, anche se si capiva che non era troppo lucida. La ve-
devo camminare nei giardini intorno alla casa, con i suoi colori pallidi e un
gran cappello con il velo. Aveva un bel temperamento e più spina dorsale
di molti uomini, quella donna. Alla fine dovettero legarla al letto, per il suo
stesso bene. Tuo nonno aveva il cuore spezzato, si vedeva come tutto ciò
gli risucchiasse ogni energia». Via via che il tempo passava e io diventavo
sempre meno impressionabile, Reenie aggiungeva alla storia grida soffoca-
te, lamenti e voti in punto di morte, anche se non fui mai sicura del perché
lo facesse. Mi stava dicendo che dovevo dimostrare anch'io una simile for-
za d'animo - disprezzare come la nonna il dolore e stringere i denti - o sta-
va semplicemente crogiolandosi nei dettagli strazianti? L'uno e l'altro, non
c'è dubbio.
Al tempo della morte di Adelia i tre ragazzi erano quasi adulti. Sentirono
la mancanza della madre, la rimpiansero? Naturalmente. Come potevano
non esserle grati per essersi tanto dedicata a loro? Eppure, li aveva tenuti
sotto stretto controllo, o almeno quanto più stretto poteva. Parecchie cra-
vatte e colletti dovettero allentarsi, dopo che le fu data adeguata sepoltura.
Nessuno dei tre figli volle occuparsi di bottoni, per i quali avevano ere-
ditato il disprezzo della madre, senza averne peraltro ereditato il realismo.
Sapevano che il denaro non cresce sugli alberi, ma non avevano molte bril-
lanti idee su dove crescesse in realtà. Norval - mio padre - pensava di stu-
diare legge e poi col tempo darsi alla politica, dal momento che aveva pro-
getti per migliorare il Paese. Gli altri due volevano viaggiare: una volta
che Percy avesse finito il college, avevano intenzione di fare una spedizio-
ne esplorativa in Sud America, in cerca di oro. Andare alla ventura li atti-
rava.
Allora chi si sarebbe assunto la responsabilità delle Industrie Chase?
Non ci sarebbe stata nessuna Chase & Figli? In tal caso a che scopo Ben-
jamin avrebbe lavorato così sodo? A quel tempo si era convinto di averlo
fatto per una ragione a prescindere dalle proprie ambizioni, dai propri de-
sideri - per qualche nobile fine. Aveva accumulato un'eredità, voleva tra-
smetterla di generazione in generazione.
Questo dovette costituire il deplorevole sottofondo di più di una discus-
sione attorno al tavolo da pranzo, al momento del porto. Ma i ragazzi pun-
tarono i piedi. Non si può costringere un giovane a dedicare la propria vita
alla produzione di bottoni, se non ne ha voglia. Essi non intendevano delu-
dere il padre, non di proposito, ma non desideravano neanche addossarsi il
pesante e opprimente fardello di un'esistenza squallida.

Il corredo

Il nuovo ventilatore è stato ormai acquistato. I pezzi sono arrivati in una


grande scatola di cartone e sono stati montati da Walter, che si è portato
dietro la cassetta degli attrezzi e ha avvitato ogni cosa insieme. Una volta
finito, ha detto: «Così dovrebbe essere sistemata».
Per Walter le barche sono femminili, come anche i motori d'automobile
rotti, le lampade e le radio scassate - articoli di ogni genere con cui gli uo-
mini che sanno trafficare con gli aggeggi possono giocherellare e farli tor-
nare come nuovi. Perché lo trovo rassicurante? Forse in un angolo infantile
e fiducioso di me stessa credo che Walter potrebbe tirare fuori le sue pinze
e il suo set di chiavi inglesi e fare altrettanto anche con me.
L'alto ventilatore è stato installato nella mia stanza. Ho trascinato quello
vecchio di sotto nella veranda e l'ho orientato verso la mia nuca. È una
sensazione piacevole ma snervante, come avere una mano di aria fredda
leggermente posata sulla spalla. Così in piena corrente siedo al tavolo di
legno, grattando la carta con la penna. No, non grattando - le penne non
grattano più. Le parole rotolano piuttosto dolcemente e senza rumore sulla
pagina; è farle scorrere giù dal braccio, strizzarle dalle dita che è così diffi-
cile.
Ora è quasi il crepuscolo. Non c'è vento; il suono delle rapide che giunge
attraverso il giardino è come un lungo respiro. I fiori blu si fondono nell'a-
ria, quelli rossi sono neri, quelli bianchi risplendono, fosforescenti. I tuli-
pani hanno sparso a terra i loro petali lasciando i pistilli nudi - neri, simili a
rostri, sensuali. Le peonie sono quasi distrutte, in disordine e flosce come
fazzoletti di carta bagnati, ma in compenso sono spuntati i gigli; anche i
phlox. L'ultima delle sassifraghe ha fatto cadere i suoi fiori, lasciando l'er-
ba cosparsa di coriandoli bianchi.

Nel luglio del 1914 mia madre sposò mio padre. Mi pareva che questo
richiedesse una spiegazione, tutto considerato.
Tutte le mie speranze erano riposte in Reenie. Quando raggiunsi l'età per
interessarmi a questo genere di cose - dieci, undici, dodici, tredici anni -
avevo l'abitudine di sedere al tavolo della cucina e di forzarla come una
serratura.
Aveva meno di diciassette anni quando era venuta ad Avilion a tempo
pieno, da una casa a schiera sulla riva sud-orientale del Jogues, dove vive-
vano gli operai della fabbrica. Diceva di essere scozzese e irlandese, ma
non irlandese cattolica, naturalmente, facendo intendere che le sue nonne
lo erano. Aveva cominciato facendo la bambinaia a me, ma alla fine di ro-
tazioni e attriti era diventata la nostra colonna portante. Quanti anni aveva?
Non vi riguarda. Ne ho a sufficienza per avere buon senso. E basta. Se
pungolata sulla sua vita, ammutoliva. Mi faccio gli affari miei, diceva.
Quanto mi sembrava prudente, una volta. Quanto mi sembra gretto, ades-
so.
Tuttavia conosceva le storie di famiglia, o almeno una parte di esse. Ciò
che mi raccontava variava a seconda della mia età, e anche a seconda di
quanto era distratta al momento. Ciò nonostante, raccoglievo abbastanza
frammenti del passato da poterne operare una ricostruzione, che deve esse-
re stata altrettanto fedele alla realtà quanto un ritratto a mosaico lo è all'o-
riginale. Comunque, quello che volevo non era realismo: volevo cose dai
colori sgargianti, dai contorni semplici e senza alcuna ambiguità, che è
quanto più desiderano i bambini quando si tratta delle storie dei loro geni-
tori. Vogliono una cartolina.
Mio padre aveva fatto la sua proposta di matrimonio (diceva Reenie) du-
rante una festa sui pattini. C'era un'insenatura - il laghetto di un vecchio
mulino - a monte delle cascate, dove l'acqua era meno impetuosa. Durante
gli inverni abbastanza freddi si formava una lastra di ghiaccio spessa abba-
stanza per poterci pattinare sopra. Qui il gruppo dei giovani della chiesa
teneva le sue feste sui pattini, che non venivano chiamate feste, ma gite.
Mia madre era metodista, mio padre anglicano: perciò, secondo i para-
metri del tempo, socialmente mia madre era al di sotto del livello di mio
padre. (Se fosse stata ancora in vita, mia nonna Adelia non avrebbe mai
acconsentito a quel matrimonio, o almeno così stabilii in seguito. A suo
modo di vedere mia madre avrebbe occupato un gradino troppo basso della
scala sociale - e inoltre le sarebbe apparsa troppo puritana, troppo fanatica,
troppo provinciale. Adelia avrebbe trascinato mio padre a Montreal - e lo
avrebbe accoppiato come minimo con una debuttante. Con qualcuna che
indossasse abiti migliori).
Mia madre era giovane, aveva solo diciotto anni, ma non era una ragazza
sciocca o leggera, diceva Reenie. Faceva la maestra, allora era possibile
anche se si avevano meno di vent'anni. Non doveva insegnare: suo padre
era a capo dell'ufficio legale delle Industrie Chase, e la sua famiglia era in
«buone condizioni finanziarie». Ma, come sua madre, che era morta quan-
do lei aveva nove anni, mia madre prendeva sul serio la sua religione. Cre-
deva che bisognasse aiutare quelli meno fortunati. Si era messa a insegnare
ai poveri, considerandola una missione, diceva Reenie in tono ammirato.
(Reenie ammirava spesso le azioni di mia madre che per quanto la riguar-
dava avrebbe ritenuto stupido compiere. Quanto ai poveri, ci era cresciuta
in mezzo e li considerava degli inetti. Potevi insegnare loro fino alla nau-
sea, ma il più delle volte non facevi che sbattere la testa contro un muro di
mattoni, diceva. Ma tua madre, sia benedetto il suo buon cuore, non se ne
accorse mai).
C'è un'istantanea di mia madre alla Normal School, a London, Ontario,
che la ritrae con altre due ragazze; stanno tutte e tre sulla soglia del loro
pensionato e ridono, con le braccia intrecciate. Ai loro lati è ammucchiata
la neve caduta durante l'inverno; dal tetto gocciolano ghiaccioli. Mia ma-
dre indossa una pelliccia di foca; da sotto il cappello brillano le punte dei
suoi bei capelli. Doveva avere già comprato il pince-nez che precedette gli
occhiali austeri che ricordo - era diventata presto miope - ma in questa foto
non lo porta. Si vede uno dei piedi nello stivale orlato di pelliccia, la cavi-
glia girata in maniera civettuola. Sembra coraggiosa, perfino focosa, come
un ragazzo che giochi a fare il pirata.
Dopo il diploma aveva accettato un posto in una scuola di una sola stan-
za in un angolo sperduto del nord-ovest, in quella che era allora terra di
confine. Era rimasta traumatizzata da quell'esperienza - dalla povertà, dal-
l'ignoranza, dai pidocchi. Là si cuciva la biancheria addosso ai bambini in
autunno per scucirla soltanto in primavera, un dettaglio che mi è rimasto
impresso come particolarmente avvilente. Certo, diceva Reenie, non era
posto per una signora come tua madre.
Ma a mia madre sembrava di realizzare qualcosa - di fare qualcosa -
magari solo per qualcuno di quei bambini sfortunati, o almeno così spera-
va; e poi era tornata a casa per le vacanze di Natale. Il suo pallore e la sua
magrezza suscitarono molti commenti: le sue guance dovevano riprendere
un po' di colorito. Per questo era lì alla festa sui pattini, al laghetto ghiac-
ciato accanto al mulino, in compagnia di mio padre. Lui aveva cominciato
con l'allacciarle i pattini poggiato su un ginocchio.
Per qualche tempo avevano sentito parlare l'uno dell'altra attraverso i ri-
spettivi padri. C'erano stati precedenti incontri molto decorosi. Avevano
recitato insieme nell'ultimo degli spettacoli teatrali per dilettanti organizza-
ti da Adelia nel giardino - lui era stato Ferdinando e lei Miranda in una
versione purgata della Tempesta, in cui sia il sesso che Calibano erano stati
minimizzati. Lei indossava un vestito rosa pallido, diceva Reenie, con una
ghirlanda di rose, e pronunciava le parole in modo perfetto, proprio come
un angelo. O magnifico nuovo mondo, che contiene simili abitanti! E lo
sguardo vacuo dei suoi occhi abbagliati, limpidi, miopi. Si poteva prevede-
re cosa sarebbe successo.
Mio padre avrebbe potuto cercare altrove, trovarsi una moglie con più
denaro, ma dovette preferire qualcosa di sicuro e sperimentato: qualcuno
su cui contare. Nonostante il suo entusiasmo - a quanto pare una volta ave-
va degli entusiasmi - era un giovanotto serio, diceva Reenie, lasciando in-
tendere che altrimenti mia madre lo avrebbe rifiutato. A loro modo erano
tutti e due fanatici; volevano tutti e due raggiungere un fine onorevole,
quale che fosse, cambiare in meglio il mondo. Che ideali seducenti, perico-
losi!
Dopo che ebbero pattinato parecchie volte intorno al laghetto, mio padre
chiese a mia madre di sposarlo. Credo che lo abbia fatto in maniera goffa,
ma a quel tempo la goffaggine negli uomini era segno di sincerità. In quel-
l'istante, sebbene le loro spalle e i loro fianchi dovessero toccarsi, nessuno
dei due guardava il compagno; erano uno accanto all'altra, le mani destre
unite sul davanti, le sinistre sulla schiena. (Cosa indossava lei? Reenie sa-
peva anche questo. Una sciarpa blu lavorata a maglia, un berretto col pom-
pon e guanti assortiti. Li aveva fatti con le sue mani. Un cappotto invernale
adatto alle camminate, del verde degli abiti da caccia. Infilato nella manica
aveva un fazzoletto - un capo che non dimenticò mai, diceva Reenie, a dif-
ferenza di qualcuno di sua conoscenza).
Cosa fece mia madre in quel momento cruciale? Fissò il ghiaccio. Non
rispose subito. Questo equivaleva a un sì.
Tutt'intorno a loro c'erano rocce coperte di neve e ghiaccioli bianchi -
tutto bianco. Sotto i loro piedi c'era ghiaccio, anch'esso bianco, e ancora
più sotto l'acqua del fiume, con i suoi gorghi e i suoi risucchi, scuro ma in-
visibile. È come immaginavo quel periodo, il periodo prima che io e Laura
nascessimo - così candido, così innocente, così solido in apparenza, ma
fatto comunque di ghiaccio sottile. Sotto la superficie delle cose si celava
ciò che non veniva detto, in un lento ribollire.
Poi venne l'anello e l'annuncio sui giornali; e poi - una volta che mia
madre fu tornata dopo aver terminato l'anno di insegnamento, com'era suo
dovere - ci furono i tè di prammatica. Erano imbanditi magnificamente,
con piccoli rotoli di pasta sfoglia ripieni di asparagi e panini con crescione,
e tre tipi di torte - una lievitata, una di farina integrale e una alla frutta -, il
tè in servizi d'argento e il tavolo ornato di rose, bianche o rosa o forse di
un giallo pallido, ma mai rosse. Il rosso non era adatto ai tè di fidanzamen-
to. Perché no? Lo scoprirai più tardi, diceva Reenie.
Poi c'era il corredo. Reenie si divertiva a enumerarne i particolari - le
camicie da notte, i peignoir, i merletti che li guarnivano, le federe con i
monogrammi ricamati, i lenzuoli e le sottogonne. Parlava di credenze e di
cassettoni e di armadi per la biancheria, e di che tipo di cose vi andassero
conservate, ordinatamente piegate. Non si faceva cenno ai corpi che alla
fine tutti quei tessuti avrebbero dovuto rivestire: i matrimoni, per Reenie,
erano per lo più una questione di stoffe, almeno in apparenza.
Poi ci fu la lista degli ospiti da compilare, gli inviti da scrivere, i fiori da
scegliere, e così via fino al matrimonio.
E poi, dopo il matrimonio, ci fu la guerra. L'amore, poi il matrimonio,
poi la catastrofe. Nella versione di Reenie, sembrava inevitabile.

La guerra cominciò nell'agosto del 1914, poco dopo il matrimonio dei


miei genitori. Tutti e tre i fratelli si arruolarono subito, non ci fu discussio-
ne. È sorprendente da considerare oggi, l'assenza di qualsiasi discussione
al riguardo. C'è una loro foto, un bel terzetto in uniforme, con le fronti
gravi e ingenue e i baffi delicati, i sorrisi noncuranti, gli occhi determinati,
mentre posano ai soldati che non erano ancora divenuti. Mio padre è il più
alto. Teneva sempre questa foto sulla scrivania.
Raggiunsero il Royal Canadian Regiment, quello a cui si veniva sempre
assegnati se si era di Port Ticonderoga. Furono destinati quasi subito alle
Bermuda per dare il cambio al reggimento inglese che vi era di stanza, e
così, per tutto il primo anno di guerra, passarono il tempo partecipando a
sfilate e giocando a cricket. Anche mordendo il freno, o almeno così soste-
nevano nelle loro lettere.
Il nonno Benjamin leggeva quelle lettere con avidità. Via via che il tem-
po passava lento senza una vittoria da nessuna delle due parti, diventava
sempre più nervoso e insicuro. Non era quello il modo in cui sarebbero
dovute andare le cose. Ironia della sorte, i suoi affari andavano a gonfie ve-
le. Di recente aveva espanso la sua attività alla celluloide e alla gomma,
che prevedevano un maggiore volume di affari; e grazie ai contatti politici
che Adelia lo aveva aiutato a farsi, le sue fabbriche ricevevano moltissime
commesse per l'approvvigionamento delle truppe. Era onesto come lo era
sempre stato, non consegnava merce scadente, non era uno speculatore di
guerra in quel senso. Ma non si poteva dire che non ci guadagnasse.
La guerra giova al commercio dei bottoni. Sono talmente tanti i bottoni
che si perdono in una guerra e vanno sostituiti - intere scatole, interi ca-
mion di bottoni alla volta. Sono fatti volare in pezzi, affondano nel terreno,
vanno a fuoco. Lo stesso si può dire della biancheria intima. Da un punto
di vista finanziario, la guerra fu un rogo miracoloso: un'enorme conflagra-
zione alchemica dalla quale si levava un fumo che si trasformava in dena-
ro. O almeno così fu per mio nonno. Ma questo non deliziava più la sua
anima, né teneva alto il senso che aveva della propria rettitudine, come sa-
rebbe accaduto in precedenza, in anni di maggiore autocompiacimento.
Voleva che i suoi figli tornassero. Non che fossero ancora partiti per qual-
che luogo pericoloso: erano sempre alle Bermuda, a marciare sotto il sole.
Dopo la luna di miele (ai Finger Lakes, nello stato di New York), i miei
genitori si erano stabiliti ad Avilion in attesa di potersi sistemare per conto
proprio, e mia madre rimase là a occuparsi della gestione della casa del
nonno. Erano a corto di personale, perché tutte le braccia utili dovevano
essere impiegate o nelle fabbriche o nell'esercito, ma anche perché c'era la
sensazione che Avilion dovesse dare l'esempio riducendo le spese. Mia
madre insisteva su pasti semplici - brasato il mercoledì, a volte, la domeni-
ca sera, fagioli lessi -, che andavano a genio al nonno. Non si era mai tro-
vato davvero a suo agio con gli stravaganti menù di Adelia.
Nell'agosto del 1915 il Royal Canadian Regiment fu richiamato a Hali-
fax, per prepararsi a partire per la Francia. Rimase in porto più di una set-
timana, accumulando scorte e nuove reclute e sostituendo le uniformi tro-
picali con un vestiario più caldo. Gli uomini furono provvisti di fucili
Ross, che in seguito si sarebbero inceppati nel fango, lasciandoli inermi.
Mia madre andò in treno a Halifax per salutare mio padre. Il treno era
stipato di uomini diretti al fronte; non poté prendere il vagone letto, così
viaggiò in piedi. Nei corridoi c'erano scarpe, e fagotti, e sputacchiere; gen-
te che tossiva, che russava - e per di più ubriaca, non c'è dubbio. Mentre
guardava quei visi fanciulleschi intorno a lei, la guerra le apparve final-
mente reale, non più come un'idea ma come una presenza fisica. Il suo
giovane marito poteva essere ucciso. Il suo corpo poteva andare distrutto;
poteva essere fatto a pezzi; poteva diventare parte del sacrificio che - or-
mai era chiaro - sarebbe stato compiuto. Insieme a questa consapevolezza
venne la disperazione e un timido terrore, ma anche - ne sono sicura - una
certa dose di lugubre orgoglio.
Non so dove alloggiassero a Halifax, o per quanto tempo. Era un albergo
rispettabile o, dal momento che c'era penuria di stanze, una bettola a buon
mercato, una pensione di infimo ordine vicino al porto? Fu per pochi gior-
ni, per una notte, per qualche ora? Che accadde tra loro, che cosa fu detto?
Il solito genere di cose, suppongo, ma quali? Ormai non è più dato saperlo.
Poi la nave con sopra il reggimento salpò - era il piroscafo Caledonian - e
mia madre rimase sulla banchina insieme alle altre mogli, agitando la ma-
no in segno di saluto e piangendo. O forse senza piangere: lo avrebbe con-
siderato una manifestazione di indulgenza nei propri confronti.
Sono in qualche parte della Francia. Non so descrivere cosa sta succe-
dendo qui, scriveva mio padre, perciò non ci proverò. Possiamo solo spe-
rare che questa guerra sia per il meglio, e che grazie a essa la civiltà ver-
rà conservata e fatta progredire. Le vittime sono (parole cancellate) nume-
rose. Prima non avevo mai saputo di cosa fossero capaci gli uomini. Ciò
che dobbiamo sopportare è al di là (parole cancellate). Penso a tutti voi a
casa ogni giorno, e soprattutto a te, mia carissima Liliana.

Ad Avilion mia madre mise in moto la sua forza di volontà. Credeva nel
servizio pubblico; sentiva di doversi rimboccare le maniche e di fare qual-
cosa di utile per lo sforzo bellico. Organizzò un Circolo per l'Assistenza ai
soldati, che raccoglieva denaro mediante la vendita di cianfrusaglie. Que-
sto veniva impiegato per confezionare piccole scatole contenenti tabacco e
dolci da spedire nelle trincee. In queste occasioni spalancava le porte di
Avilion, il che (diceva Reenie) metteva a dura prova i pavimenti. Oltre alle
vendite di cianfrusaglie, ogni martedì pomeriggio il gruppo si riuniva in
salotto a lavorare a maglia per le truppe - salviette per lavarsi per le princi-
pianti, sciarpe per quelle abbastanza brave, passamontagna e guanti per le
esperte. Presto si aggiunse un nuovo battaglione di reclute, il giovedì -
donne più anziane e meno istruite che abitavano nella zona a sud del Jo-
gues, capaci di lavorare a maglia anche dormendo. Queste confezionavano
indumenti per bambini destinati agli armeni, che a quanto si diceva mori-
vano di fame, e per qualcosa chiamato Profughi d'Oltremare. Dopo due ore
di lavoro a maglia veniva servito un frugale tè nella sala da pranzo, sotto
gli sguardi languidi di Tristano e Isotta.
Quando cominciarono ad apparire i primi soldati mutilati, nelle strade e
negli ospedali delle città vicine - Port Ticonderoga non aveva ancora un
ospedale - mia madre andò a visitarli. Optava per i casi peggiori - uomini
che probabilmente (diceva Reenie) non avrebbero mai vinto un concorso
di bellezza - e da quelle visite tornava esaurita e scossa, e si concedeva
perfino di piangere, in cucina, bevendo il cacao che Reenie preparava per
tirarla su. Non si risparmiava, diceva Reenie. Si rovinava la salute. Andava
oltre le sue forze, soprattutto considerato il suo stato.
Quale virtù si attribuiva una volta a questa idea - all'andare oltre le pro-
prie forze, al non risparmiarsi, al rovinarsi la salute! Nessuno è nato con
questo tipo di altruismo: può essere acquisito soltanto attraverso la disci-
plina più ferrea, soffocando le naturali inclinazioni, e ai miei tempi l'abilità
o il segreto per raggiungerlo dovevano essere andati perduti. O forse io
non ho tentato, avendo sofferto per gli effetti che ebbe su mia madre.
Quanto a Laura, non era altruista, per niente. No, era sensibile, che è una
cosa diversa.

Io sono nata ai primi di giugno del 1916. Poco dopo Percy rimase ucciso
in un violento bombardamento nei pressi di Ypres, e in luglio Eddie morì
alla Somme. O almeno si suppose che fosse morto: nel punto in cui era sta-
to visto l'ultima volta c'era un largo cratere. Furono dure prove per mia
madre, ma assai più dure per mio nonno. In agosto ebbe un ictus, che ne
pregiudicò il linguaggio e la memoria.
Ufficiosamente mia madre subentrò nella gestione delle fabbriche. Face-
va da intermediario tra mio nonno - creduto in convalescenza - e chiunque
altro, e ogni giorno incontrava il segretario e i vari soprintendenti delle
fabbriche. Siccome era la sola che capisse cosa diceva mio nonno, o che
affermava così, divenne la sua interprete; e in quanto l'unica che avesse il
permesso di tenergli la mano, ne guidava la firma; e chi può dire che a vol-
te non agisse di testa propria?
Non che non rifossero problemi. Quando la guerra ebbe inizio, un sesto
dei lavoratori erano donne. Verso la sua fine questo numero era salito a
due terzi. Gli uomini rimasti erano vecchi, o parzialmente menomati, o i-
nadatti alla guerra per qualche altro motivo. Non accettavano di buon gra-
do l'influenza esercitata dalle donne, se ne lamentavano o facevano scherzi
volgari, e da parte loro le donne li consideravano creature deboli o scansa-
fatiche, e provavano nei loro confronti un malcelato disprezzo. L'ordine
naturale delle cose - quello che secondo mia madre era l'ordine naturale -
era ribaltato. Eppure, la paga era buona e il denaro spiana la via, e nel
complesso mia madre era in grado di far funzionare le cose in maniera ab-
bastanza tranquilla.
Immagino mio nonno seduto in biblioteca, la sera, sulla sua sedia rivesti-
ta di cuoio verde e guarnita di borchie di ottone, alla sua scrivania, che era
di mogano. Ha le punte delle dita unite, quelle della mano che sente e quel-
le della mano insensibile. Tende l'orecchio, in attesa di qualcuno. La porta
è semiaperta; là fuori vede un'ombra. Dice «Avanti» - o meglio ha inten-
zione di dirlo - ma nessuno entra, o risponde.
Arriva l'infermiera brusca. Gli chiede a cosa stia mai pensando, seduto
così al buio tutto solo. Lui sente un suono, ma non si tratta di parole, sem-
bra piuttosto un gracchiare di corvi; non risponde. Lei lo prende per il
braccio, lo solleva senza sforzo dalla sedia, lo trascina a letto. Le falde del-
la sua uniforme bianca frusciano. Lui sente un vento secco, che soffia sui
campi autunnali coperti di erbacce. Sente il sussurro della neve.
Sapeva che i suoi due figli erano morti? Voleva rivederli vivi, al sicuro,
a casa? Sarebbe stata una fine più triste per lui, se il suo desiderio si fosse
avverato? È possibile - succede spesso -, ma simili pensieri non danno
conforto.

Il grammofono

La notte scorsa ho guardato il canale delle previsioni meteorologiche,


com'è mia abitudine. In altri luoghi del mondo ci sono inondazioni: acqua
marrone che turbina, mucche gonfie che galleggiano, sopravvissuti accal-
cati sui tetti. Sono annegati in migliaia. Il riscaldamento globale è ritenuto
responsabile: la gente deve smettere di bruciare le cose, si dice. Benzina,
petrolio, intere foreste. Sono l'avidità e la fame a spingerli, come al solito.

Dov'ero rimasta? Giro la pagina: la guerra sta ancora infuriando. Infuria-


re, è così che si diceva, delle guerre; e si dice ancora, per quanto ne so. Ma
su questa pagina, una pagina nuova, pulita, farò sì che la guerra finisca - io
da sola, con un colpo della mia penna di plastica. Non devo fare altro che
scrivere: 1918. 11 novembre. Giorno dell'Armistizio.
Ecco. È finita. I cannoni tacciono. Gli uomini rimasti in vita alzano lo
sguardo al cielo, i volti sporchi, i vestiti fradici; si arrampicano fuori delle
loro buche di appostamento e delle loro sudicie tane. A entrambe le parti
sembra di avere perso. Nelle città, in campagna, qui e oltre oceano, le
campane di tutte le chiese cominciano a suonare. (Me le rammento, le
campane che suonavano. È uno dei miei primi ricordi. Era così strano - l'a-
ria era talmente intrisa di rumore, e al tempo stesso così vuota. Reenie mi
portò fuori a sentire. Aveva il viso rigato di lacrime. Grazie a Dio, disse.
La giornata era fredda, le foglie cadute erano gelate, sul laghetto c'era un
sottile strato di ghiaccio. Lo ruppi con un bastone. Dov'era mia madre?)
Mio padre era stato ferito alla Somme, ma si era ristabilito ed era stato
fatto sottotenente. Fu ferito di nuovo a Vimy, anche se non gravemente, e
venne fatto capitano. Fu ferito di nuovo nel bosco di Bourlon, questa volta
in modo più serio. Fu mentre era in convalescenza in Inghilterra che la
guerra finì.
Perse il benvenuto alle truppe che rientravano a Halifax, le sfilate vitto-
riose e via dicendo, ma gli fu riservata un'accoglienza speciale a Port Ti-
conderoga. Il treno si fermò. Le acclamazioni esplosero. Alcune mani si
sollevarono per aiutarlo a scendere, quindi esitarono. Lui uscì fuori. Aveva
un occhio e una gamba buoni. Il suo viso era scarno, segnato, esaltato.
I commiati possono essere sconvolgenti, ma i ritorni sono sicuramente
peggiori. La carne in tutta la sua tangibilità non può mai essere all'altezza
della luminosa ombra gettata dalla sua assenza. Il tempo e la distanza ren-
dono indistinti i contorni; poi all'improvviso la persona amata è qui, ed è
mezzogiorno, con la sua luce impietosa, e ogni macchia e poro e ruga e pe-
lo ispido salta agli occhi.
Dunque, mia madre e mio padre. Come avrebbe potuto ognuno dei due
fare ammenda all'altro per essere tanto cambiato? Per non essere riuscito a
mantenersi così come ci si aspettava? Com'era possibile che non ci fossero
rancori? Rancori nutriti in silenzio e ingiusti, perché non c'era nessuno da
condannare, nessuno su cui puntare il dito. La guerra non era una persona.
Che senso aveva condannare un uragano?
Eccoli là, sul marciapiede della stazione. La banda cittadina suona, sono
quasi tutti ottoni. Lui è in uniforme; le sue medaglie sono come fori di ar-
ma da fuoco nella stoffa, attraverso i quali si intravede l'opaco barlume del
suo vero corpo, metallico. Accanto a lui, invisibili, ci sono i suoi fratelli - i
due ragazzi perduti, coloro che egli sente di aver perduto. Mia madre è là
nel suo abito migliore, qualcosa con un bavero e una cintura, e un cappello
con un nastro fiammante. Sorride timidamente. Nessuno dei due sa bene
cosa fare. La macchina fotografica del giornale li coglie con il suo flash;
loro sgranano gli occhi, quasi colti in flagrante. Mio padre ha una benda
nera sull'occhio destro. Quello sinistro lancia sguardi ostili. Sotto la benda,
non ancora messa allo scoperto, c'è una ragnatela di carne piena di cicatri-
ci, dove il ragno è l'occhio mancante.
«L'erede dei Chase ritorna da eroe» strombazzerà il giornale. Le cose
sono cambiate: ora mio padre è l'erede, il che vuol dire che non solo è sen-
za fratelli, ma anche senza padre. L'impero è nelle sue mani. Sembra fan-
go.
Mia madre pianse? È possibile. Devono essersi baciati goffamente, come
a una di quelle riunioni di beneficenza in cui gli uomini compravano bi-
glietti abbinati alle leccornie preparate dalle ragazze e ricevevano in cam-
bio un bacio. Ma doveva avere comprato il biglietto sbagliato. Non era
quella che si ricordava, questa donna efficiente e oberata di preoccupazio-
ni, con un pince-nez come quello di una zia nubile che brillava appeso a
una catenella d'argento intorno al collo. Adesso erano due estranei, e - de-
ve essere venuto loro in mente - lo erano sempre stati. Com'era violenta la
luce. Com'erano invecchiati. Non c'era traccia del giovanotto che una volta
si era inginocchiato così rispettosamente sul ghiaccio per allacciarle i pat-
tini, o della giovane donna che aveva dolcemente accolto quell'omaggio.
Qualcos'altro si materializzò come una spada tra loro. Naturalmente lui
aveva avuto altre donne, del tipo che bazzicava intorno ai campi di batta-
glia per guadagnarsi da vivere. Puttane, per dire francamente una parola
che mia madre non avrebbe mai pronunciato. Deve averlo capito la prima
volta che le ha posato una mano addosso: la timidezza, il rispetto, doveva-
no essere spariti. Probabilmente lui aveva resistito alla tentazione alle
Bermuda, poi in Inghilterra, fino al momento in cui Eddie e Percy erano
stati uccisi e lui stesso ferito. Dopo si era aggrappato alla vita, a qualsiasi
manciata gliene fosse venuta a tiro. Come faceva lei a non capire quanto
bisogno ne avesse, in simili circostanze?
Lei capiva, o almeno capiva che avrebbe dovuto capire. Capiva e non ne
parlava, e pregava di avere la forza di perdonare, e perdonò. Ma per lui
non dovette essere tanto facile vivere con la sua comprensione. Colazione
in una nube di comprensione, porridge e comprensione, burro e compren-
sione sul pane tostato. Lui non avrebbe mai potuto fare niente contro di es-
sa, perché come si può respingere qualcosa che non viene mai detto? Lei,
da parte sua, se la prendeva con l'infermiera, o le molte infermiere, che a-
vevano assistito mio padre nei vari ospedali. Voleva che lui dovesse la sua
guarigione a lei sola - alle sue cure, alla sua instancabile devozione. Que-
sto è il rovescio dell'altruismo: la sua tirannia.
Tuttavia, mio padre non era poi tanto sano. In effetti era un relitto andato
in mille pezzi, come testimoniano le grida nell'oscurità, gli incubi, gli im-
provvisi attacchi di rabbia, la scodella o il bicchiere lanciati contro la pare-
te o il pavimento, ma mai contro di lei. Era rotto, e aveva bisogno di essere
riparato: perciò lei poteva ancora aiutarlo. Lo avrebbe circondato di un'at-
mosfera di tranquillità, lo avrebbe assecondato, coccolato, avrebbe messo
dei fiori sul tavolo della sua colazione e gli avrebbe preparato le sue cene
preferite. Almeno, non si era preso qualche brutta malattia.
Tuttavia, era successo qualcosa di molto peggio: ora mio padre era ateo.
Sopra le trincee Dio era scoppiato come un pallone, e di lui non era rima-
sto altro che frammenti piccoli e sporchi di ipocrisia. La religione era sol-
tanto un bastone per picchiare i soldati, e chiunque affermasse il contrario
si riempiva la bocca di sciocchezze bigotte. A cos'erano serviti il coraggio
di Percy e Eddie, la loro audacia, le loro morti orribili? Cosa avevano con-
cluso? Erano stati uccisi dagli errori grossolani di un mucchio di vecchi
criminali incompetenti, che avrebbero potuto benissimo tagliare loro le go-
le e scaraventarli oltre il fianco del piroscafo Caledonian. Tutto quel gran
parlare di combattere per Dio e la Civiltà lo faceva vomitare.
Mia madre era sgomenta. Stava forse dicendo che Percy e Eddie non e-
rano morti per un fine superiore? Che tutti quei poveretti erano morti inva-
no? Quanto a Dio, chi altri li aveva assistiti in quel periodo di tormento e
sofferenza? Lo pregava almeno di tenere il suo ateismo per sé. Poi si ver-
gognò profondamente di averglielo chiesto - come se ciò che più le stava a
cuore fosse l'opinione dei vicini e non il rapporto della viva anima di mio
padre con Dio.
Tuttavia, lui rispettò il suo desiderio. Ne capiva la necessità. Comunque,
diceva certe cose soltanto quando aveva bevuto. Prima della guerra di soli-
to non beveva, non in modo regolare, determinato, ma adesso sì. Beveva e
misurava il pavimento, trascinando la gamba cattiva. Dopo un po' comin-
ciava a tremare. Mia madre cercava di calmarlo, ma lui non voleva essere
calmato. Saliva nella tozza torretta di Avilion, dicendo di voler fumare. In
realtà era una scusa per stare solo. Lassù parlava tra sé e sé, si scagliava
contro le pareti e finiva per bere fino all'intontimento. Per farlo si allonta-
nava dalla presenza di mia madre, perché dal suo punto di vista era ancora
un gentiluomo, oppure si aggrappava ai brandelli della maschera che aveva
indosso. Non voleva spaventarla. Un'altra cosa che lo faceva sentire male,
suppongo, era che le sue cure fatte a fin di bene gli dessero tanto sui nervi.
Un passo leggero, un passo pesante, un passo leggero, un passo pesante,
come un animale con una zampa in una trappola. Grida lamentose e attuti-
te. Rumore di vetro rotto. Questi suoni mi svegliavano: il pavimento della
torretta era sopra la mia stanza.
Poi c'erano passi che scendevano; e poi silenzio, una sagoma nera fuori
del rettangolo chiuso della mia camera. Io non potevo vederlo là fuori, ma
potevo sentirlo, un mostro con un occhio solo che camminava a passi stra-
scicati, infinitamente triste. Mi ero abituata a questi suoni, non pensavo
che mi avrebbe mai fatto del male, ma lo trattavo lo stesso con circospe-
zione.
Non voglio dare l'impressione che lo facesse ogni notte. Inoltre con il
tempo queste sedute - o forse è il caso di chiamarle crisi - divennero meno
numerose e più distanziate. Ma si capiva quando ce n'era una nell'aria da
come si serrava la bocca di mia madre. Aveva una specie di radar, riusciva
a cogliere le onde della rabbia di lui che montava.
Intendo dire che non la amava? Niente affatto. La amava; in un certo
senso le era devoto. Ma non poteva raggiungerla, e lo stesso valeva per lei.
Era come se avessero bevuto una pozione fatale che li avrebbe tenuti divisi
per sempre, anche se vivevano nella stessa casa, mangiavano allo stesso
tavolo, dormivano nello stesso letto.
Come sarà ardere di desiderio, struggersi per qualcuno che ti sta davanti
agli occhi, giorno dopo giorno? Non lo saprò mai.
Alcuni mesi dopo mio padre cominciò le sue sconvenienti scappatelle.
Non nella nostra città però, o almeno non subito. Andava in treno a Toron-
to «per affari» e passava il suo tempo a bere, e anche a cercare donne faci-
li, come si diceva allora. La voce si sparse in maniera sorprendentemente
rapida, come sempre nel caso di uno scandalo. Cosa piuttosto strana, in cit-
tà entrambi i miei genitori furono più rispettati per questo. Chi avrebbe po-
tuto criticare mio padre, tutto considerato? Quanto a lei, nonostante quello
che doveva sopportare, non si sentì una sola parola di lamentela uscire dal-
le sue labbra. Ed era proprio così che doveva essere.
(Come faccio a sapere tutte queste cose? Non le so, non nella comune
accezione del termine. Ma nelle famiglie come la nostra spesso c'è più nei
silenzi che in quanto viene detto davvero - nelle labbra serrate, nelle teste
girate per non vedere, nei rapidi sguardi in tralice. Nelle spalle sollevate
come se si portasse un pesante fardello. Non c'è da stupirsi se prendemmo
l'abitudine di ascoltare dietro le porte, Laura e io).

Mio padre aveva un assortimento di bastoni da passeggio con manici


particolari - di avorio, di argento, di ebano. Teneva molto a vestirsi in ma-
niera accurata. Non si era mai aspettato che avrebbe finito per gestire gli
affari di famiglia, ma ora che si era accollato quell'impegno intendeva farlo
bene. Avrebbe potuto vendere tutto, ma il caso volle che non ci fossero
compratori, o non al suo prezzo. Inoltre sentiva di avere un obbligo, se non
nei confronti della memoria di suo padre, almeno di quella dei fratelli mor-
ti. Fece cambiare l'intestazione della carta da lettere in Chase & Figli, an-
che se di figlio ne era rimasto uno solo. Voleva averne di suoi, di figli, pre-
feribilmente due, per rimpiazzare quelli perduti. Voleva perseverare.
All'inizio gli uomini delle sue fabbriche lo adoravano. Non solo per le
medaglie. Subito dopo la guerra le donne si erano fatte da parte o erano
state tolte di mezzo, e i loro posti erano stati riempiti dagli uomini che ri-
tornavano - da qualsiasi uomo in grado di occupare un posto, cioè. Ma di
posti non ce n'erano abbastanza per tutti: la richiesta del periodo bellico era
finita. In tutto il paese ci furono chiusure temporanee e licenziamenti, ma
non nelle fabbriche di mio padre. Lui assumeva, assumeva in eccesso. As-
sumeva i reduci. Diceva che l'ingratitudine della nazione era spregevole, e
che era venuto il momento che i suoi uomini d'affari restituissero qualcosa
di quanto le dovevano. Tuttavia furono in pochissimi a farlo. Chiudevano
gli occhi, ma mio padre, che ne aveva uno già chiuso, non poteva. Nacque
così la sua reputazione di ribelle, e di persona un po' sciocca.
Io sembravo proprio figlia di mio padre. Ero più simile a lui; avevo ere-
ditato il suo sguardo arcigno, il suo ostinato scetticismo. (Come infine a-
vrei ereditato anche le sue medaglie. Le lasciò a me). Reenie diceva -
quando ero disobbediente - che avevo un carattere difficile e che sapeva da
chi l'avessi preso. Laura d'altro canto era figlia di mia madre. Aveva un
profondo senso religioso, in qualche modo; aveva la fronte alta e pura.
Ma le apparenze ingannano. Io non avrei mai potuto lanciarmi giù da un
ponte con la macchina. Avrebbe potuto farlo mio padre. Non mia madre.

Eccoci nell'autunno del 1919, noi tre insieme - mio padre, mia madre e
io -, intenti a fare uno sforzo. È novembre; è quasi ora di andare a letto.
Siamo seduti nel soggiorno di Avilion. C'è un caminetto ed è acceso, visto
che il tempo si è messo al freddo. Mia madre è in convalescenza da una re-
cente, misteriosa malattia, che a quanto pare ha qualcosa a che vedere con i
suoi nervi. Sta rammendando dei vestiti. Non avrebbe bisogno di farlo -
potrebbe pagare qualcuno - ma non vuole; le piace avere qualcosa che le
tenga le mani occupate. Sta attaccando un bottone che è saltato da uno dei
miei abiti: sono famosa per trattare male i miei vestiti. Sul tavolo rotondo
accanto al suo gomito c'è il cestino da cucito bordato di erba odorosa, di
fabbricazione indiana, con le forbici, i rocchetti di filo e l'uovo da ram-
mendo di legno; ci sono anche i suoi nuovi occhiali rotondi, lì a fare la
guardia. Non ne ha bisogno per i lavori da vicino.
Indossa un abito celeste con un ampio colletto bianco e polsini bianchi
orlati di piqué. I suoi capelli hanno cominciato a imbiancarsi prematura-
mente. Il pensiero di tingerli non la sfiora più di quanto potrebbe sfiorarla
l'idea di tagliarsi una mano, perciò ha un viso da giovane donna in un nido
di lanugine di cardo. Sono divisi nel mezzo, i suoi capelli, e ricadono in-
dietro in ampie ciocche elastiche a formare un intricato viluppo di ondula-
zioni e ricci sulla nuca. (Al momento della sua morte, cinque anni dopo, li
avrebbe avuti alla maschietta, più alla moda, meno impegnativi). Ha le pal-
pebre abbassate, le guance gonfie, come il ventre; il suo sorriso appena ac-
cennato è dolce. L'alone giallo-rosa della lampadina elettrica le getta sul
volto un tenue bagliore.
Di fronte a lei c'è mio padre, su un divano. È appoggiato ai cuscini, ma
non ha pace. Ha la mano sul ginocchio della gamba cattiva; la gamba si
muove su e giù a piccoli scatti. (La gamba buona, la gamba cattiva - que-
sti termini mi incuriosiscono. Cos'ha fatto la gamba cattiva, per essere
chiamata così? La sua segreta mutilazione è forse un castigo?)
Io sono seduta accanto a lui, ma non troppo vicino. Il suo braccio è al-
lungato sul divano dietro di me, ma non mi tocca. Ho il mio abbecedario;
glielo sto leggendo, per dimostrargli che so farlo. Tuttavia non ne sono ca-
pace, ho soltanto memorizzato la forma delle lettere, e le parole da abbina-
re alle figure. Su un tavolino accostato al divano c'è un grammofono da cui
spunta un altoparlante simile a un grande fiore di metallo. La mia voce mi
sembra quella che a volte esce fuori di là: piccola e sottile e distante; qual-
cosa che si può spegnere con un dito.

A come Arancia,
Da mangiare è succosa:
C'è chi ne ha poche,
E chi invece ne ha a iosa.
Lancio un'occhiata a mio padre per vedere se mi rivolge un po' di atten-
zione. A volte quando gli si parla non sente. Coglie il mio sguardo e dal-
l'alto mi rivolge un debole sorriso.

B come Bambino,
Così tenero e rosa,
Con due piccole mani
E una faccia vezzosa.

Mio padre è tornato a fissare fuori della finestra. (Immagina forse di sta-
re dall'altro lato del vetro e di guardare nella stanza? Un orfano, cacciato
per sempre - un vagabondo notturno? È per questo che aveva dovuto com-
battere - per questo idillio accanto al caminetto, per questa scena edificante
tratta da una pubblicità di biscotti ai cereali: la moglie rotondetta e dalle
guance rosee, così buona e gentile, la figlia obbediente e rispettosa. Per
questa piattezza, per questa noia. Possibile che, nonostante il suo fetore e
la sua assurda carneficina, sentisse una certa nostalgia della guerra? Di
quella indubbia manifestazione vitale dell'istinto?)

F come Fuoco,
Buon servo, cattivo signore.
Se lasciato a se stesso
Può bruciare per ore.

La figura nel libro ritrae un uomo fatto di fuoco, che salta. Ali di fuoco
gli escono fuori dei talloni e delle spalle, piccole corna di fuoco gli spunta-
no dalla testa. Guarda al di sopra della spalla con un sorriso malizioso, se-
ducente, ed è senza vestiti. Il fuoco non può fargli del male, nulla può far-
gli del male. Me ne sono innamorata per questa ragione. Ho aggiunto altre
fiamme con i miei pastelli.
Mia madre conficca l'ago nel bottone, taglia il filo. Io continuo a leggere
con una voce sempre più ansiosa, proseguendo con le dolci M ed N, con
l'eccentrica Q, la dura R e le minacce sibilanti della S. Mio padre fissa le
fiamme, guardando i campi e i boschi e le case e le città e gli uomini e i
fratelli che si levano insieme al fumo, mentre la gamba cattiva si muove da
sola, come un cane che corre in un sogno. Questa è la sua casa, questo ca-
stello assediato; lui è il suo lupo mannaro. Fuori della finestra il freddo co-
lor limone del tramonto si attenua in grigio. Io non lo so ancora, ma sta per
nascere Laura.

Il giorno del pane

Non piove abbastanza, dicono gli agricoltori. Le cicale perforano l'aria


con i loro appassionati richiami fatti di una sola nota; la polvere turbina
nelle strade; dalle strisce di erbacce ai loro margini le cavallette si levano
frullando nell'aria. Le foglie degli aceri pendono dai rami come guanti flo-
sci; sul marciapiede la mia ombra si screpola.
Vado a camminare presto, prima che il sole splenda in tutto il suo fulgo-
re. Il dottore mi pungola: sto facendo progressi, mi dice; ma verso cosa?
Penso al mio cuore come al compagno di un'infinita marcia forzata, noi
due legati da una fune, involontari cospiratori in un complotto o in una
manovra di cui siamo completamente all'oscuro. Dove stiamo andando?
Verso l'indomani. Non mi sfugge come l'oggetto che mi tiene in vita sia lo
stesso che mi ucciderà. In questo senso è come l'amore, o un certo tipo
d'amore.
Oggi sono andata di nuovo al cimitero. Qualcuno aveva lasciato un maz-
zo di zinnie arancioni e rosse sulla tomba di Laura; fiori dai colori caldi,
dall'effetto tutt'altro che calmante. Quando sono arrivata stavano appas-
sendo, sebbene emanassero ancora il loro odore pungente. Sospetto che
fossero stati rubati dalle aiuole di fronte alla Button Factory, da un ammi-
ratore taccagno o un po' pazzo; ma in fondo è il genere di cosa che avrebbe
fatto la stessa Laura. Aveva solo una vaghissima idea della proprietà.
Sulla via del ritorno mi sono fermata al negozio di ciambelle: fuori stava
diventando caldo, e volevo un po' d'ombra. Il posto è tutt'altro che nuovo;
anzi, è quasi cadente, nonostante la sua disinvolta modernità - le mattonel-
le giallo chiaro, i tavoli di plastica bianca fissati al pavimento con attaccate
le sedie fatte in serie. Mi ricorda uno di quegli istituti: un asilo infantile in
un quartiere povero, forse, o un centro di accoglienza per ritardati mentali.
Non ci sono troppe cose da poter gettare in aria o usare per ferire qual-
cuno: perfino le posate sono di plastica. L'odore è di olio per friggere gras-
so mescolato a disinfettante all'aroma di pino, con una mano di caffè tiepi-
do a coprire il tutto.
Ho preso un tè freddo piccolo e una ciambella classica con glassa, che
mi scricchiolava tra i denti come polistirolo. Dopo averne consumata metà,
che è tutto quanto sono riuscita a mandar giù, mi sono diretta lentamente
attraverso il pavimento scivoloso verso il bagno delle donne. Nel corso
delle mie camminate ho tracciato una mappa mentale di tutti i bagni facil-
mente accessibili di Port Ticonderoga - sono così comodi se si ha un biso-
gno urgente - e quello del negozio di ciambelle attualmente è il mio pre-
ferito. Non che sia più pulito degli altri, o che sia più facile trovarvi la car-
ta igienica, ma offre un'ampia scelta di scritte. Tutti le hanno, ma mentre
nella maggior parte dei locali ci passano spesso sopra una mano di vernice,
nel negozio di ciambelle rimangono in vista molto più a lungo. Perciò non
ci sono soltanto i testi originali, ma anche i commenti.
Al momento la sequenza migliore è quella nello scomparto centrale. La
prima frase è scritta a matita, in caratteri tondi, come quelli sulle tombe
romane, profondamente incisi nella vernice: Non mangiare nulla che tu
non sia disposto a uccidere.
Poi, in pennarello verde: Non uccidere nulla che tu non sia disposto a
mangiare.
Sotto, con la penna a sfera: Non uccidere.
Sotto, in pennarello viola: Non mangiare.
E sotto ancora, a tutt'oggi l'ultima parola, in marcati caratteri neri: Fan-
culo i vegetariani - «Tutti gli dei sono carnivori» - Laura Chase.
Laura continua a vivere.

Ci volle molto tempo a Laura per decidersi a venire al mondo, diceva


Reenie. Era come se non riuscisse a stabilire se fosse davvero un'idea in-
telligente. Poi all'inizio era malaticcia, e stavamo per perderla - suppongo
che stesse ancora decidendo. Ma alla fine pensò bene di fare un tentativo,
perciò si aggrappò alla vita, e stette un po' meglio.
Reenie credeva che le persone decidessero quando fosse la loro ora di
morire; allo stesso modo, avevano voce in capitolo quando si trattava di
venire o meno al mondo. Una volta raggiunta l'età in cui si risponde male,
dicevo: Non ho chiesto io di nascere, come se fosse un argomento deter-
minante; e Reenie ribatteva: Certo che l'hai fatto. Proprio come chiunque
altro. Per lei, una volta che eri vivo, dovevi assumertene tutta la responsa-
bilità.
Dopo la nascita di Laura mia madre era più stanca del solito. Perse quo-
ta; perse la capacità di recupero. La sua volontà vacillò; i suoi giorni as-
sunsero il carattere di un faticoso arrancare. Doveva riposarsi di più, disse
il dottore. Non era una donna sana, diceva Reenie alla signora Hillcoate,
che venne a dare una mano con il bucato. Era come se la mia precedente
madre fosse stata rapita dagli elfi, e al suo posto fosse stata lasciata que-
st'altra - più vecchia e più grigia e più curva e più avvilita. Allora io avevo
solo quattro anni ed ero spaventata dai suoi cambiamenti, volevo essere
sostenuta e rassicurata; ma mia madre non aveva più l'energia per farlo.
(Perché dico che non l'aveva più? Il suo comportamento come madre era
sempre stato più educativo che tenero. In fondo, rimaneva un'insegnante).
Ben presto scoprii che se riuscivo a rimanere tranquilla, senza richiedere
a gran voce attenzione, e soprattutto se riuscivo a rendermi utile - special-
mente con la piccola, con Laura, facendole la guardia e dondolando la sua
culla in modo che dormisse, cosa che non faceva facilmente e a lungo - mi
sarebbe stato permesso di rimanere nella stessa stanza con mia madre. Al-
trimenti, sarei stata mandata via. Perciò fu questa la decisione che presi:
stare in silenzio ed essere servizievole.
Avrei dovuto gridare. Avrei dovuto fare i capricci. È la ruota che cigola
a essere oliata, come diceva Reenie.
(Me ne stavo là sul comodino di mia madre, in una cornice d'argento,
con un vestito scuro dal colletto di pizzo bianco, con la mano visibile che
stringeva la copertina bianca all'uncinetto, in una presa maldestra, feroce,
gli occhi che accusavano la macchina fotografica o chiunque la stesse ma-
neggiando. Quanto a Laura, è quasi fuori della visuale, in questa foto. Di
lei si vede soltanto la parte superiore della testa coperta di peluria e una
mano minuscola, le dita che mi serrano il pollice. Ero arrabbiata perché mi
avevano detto di tenere la piccola, o in realtà la stavo proteggendo? Le sta-
vo facendo scudo - riluttante a lasciarla andare?)

Laura fu una neonata difficile, sebbene più inquieta che stizzosa. Fu an-
che una bambina difficile. Era preoccupata dalle porte dell'armadio, e an-
che dai cassetti della scrivania. Era come se stesse sempre in ascolto, atten-
ta a cogliere qualcosa in lontananza o sotto il pavimento - qualcosa che si
avvicinava senza fare rumore, come un treno fatto di vento. Aveva crisi in-
spiegabili - a provocare il suo pianto potevano essere un corvo morto, un
gatto schiacciato da una macchina, una nuvola scura in un cielo sereno.
D'altra parte, aveva un'inquietante resistenza al dolore fisico: se si scottava
la bocca o si tagliava, di regola non piangeva. Era l'ostilità, l'ostilità dell'u-
niverso, ad angustiarla.
La allarmavano in particolar modo i reduci mutilati agli angoli delle
strade - i perdigiorno, i venditori di matite, i mendicanti, troppo malridotti
per fare un qualsiasi lavoro. Un uomo senza gambe dal viso paonazzo che
si trascinava su un carrello piatto la faceva sempre esplodere. Forse per via
della furia nei suoi occhi.
Come la maggior parte dei bambini, Laura credeva che le parole signifi-
cassero quello che dicevano, ma portava la cosa all'estremo. Non si poteva
dire Sparisci o Vatti a buttare nel lago senza aspettarsi qualche conse-
guenza. Cos'hai detto a Laura? Non hai ancora imparato? Mi sgridava
Reenie. Ma neanche lei aveva imparato del tutto. Una volta le disse di
mordersi la lingua, perché questo avrebbe impedito alle domande di uscire
fuori, dopodiché Laura non poté masticare per giorni.

Ora vengo alla morte di mia madre. Sarebbe banale dire che questo av-
venimento cambiò tutto, ma sarebbe anche vero, perciò lo scrivo:
Questo avvenimento cambiò tutto.

Accadde un martedì. Un giorno in cui si faceva il pane. Tutto il nostro


pane - un'infornata bastava per un'intera settimana - veniva fatto nella cu-
cina di Avilion. Anche se a quel tempo Port Ticonderoga aveva un piccolo
forno, Reenie diceva che comprare il pane era roba da pigri, e poi il for-
naio ci aggiungeva il gesso per risparmiare sulla farina, e una dose ecces-
siva di lievito per gonfiare le pagnotte di aria e darvi l'impressione di aver-
ne di più. Perciò era lei a fare il pane.
La cucina di Avilion non era scura come la fuligginosa caverna vittoria-
na che doveva essere stata una volta, trent'anni prima. Al contrario, era
bianca - pareti bianche, tavolo smaltato bianco, cucina economica a legna
bianca, pavimento di mattonelle bianche e nere - con tendine color giallo
dente di leone alle nuove finestre, ingrandite. (La sua risistemazione dopo
la guerra era stata uno dei goffi doni propiziatori di mio padre a mia ma-
dre). Reenie considerava quella cucina all'ultimo grido, e in conseguenza
degli insegnamenti che mia madre le aveva impartito sui germi, sulle loro
gravi conseguenze e sui loro nascondigli, la teneva perfettamente pulita.
Nei giorni in cui faceva il pane Reenie ci passava qualche ritaglio di pa-
sta per fare omini di pane, con uva passa per gli occhi e i bottoni. Poi ce li
cuoceva. Io mangiavo i miei, mentre mia sorella conservava i suoi. Una
volta Reenie ne trovò un'intera fila nell'ultimo cassetto in alto di Laura, du-
ri come sassi, avvolti nei suoi fazzoletti come piccole mummie dal viso a
forma di focaccia. Reenie disse che avrebbero attirato i topi e che sarebbe-
ro dovuti finire dritti dritti nell'immondizia, ma Laura insistette per una se-
poltura di massa nel giardino della cucina, dietro il cespuglio di rabarbaro.
Disse che sarebbe stato il caso di recitare delle preghiere. Altrimenti, non
avrebbe più mangiato la cena. Era sempre brava a mercanteggiare, quando
ci si metteva d'impegno.
Reenie scavò la fossa. Era la giornata libera del giardiniere; usò la sua
vanga, che era proibita a chiunque, ma si trattava di un'emergenza. «Dio
abbia pietà del marito» disse Reenie, mentre Laura disponeva i suoi omini
di pane in una fila ordinata. «È testarda come un mulo».
«A ogni modo non avrò un marito» fece Laura. «Vivrò da sola nel gara-
ge».
«Neanch'io ne avrò uno» dissi, per non essere da meno.
«Figuriamoci» ribatté Reenie. «A te piace il tuo letto bello e soffice.
Dovresti dormire sul cemento, e coprirti di grasso e di olio».
«Allora vivrò nella serra» dissi.
«Non è più riscaldata» osservò Reenie. «Ti congeleresti a morte d'inver-
no».
«Io dormirò in una delle macchine» disse Laura.

Quell'orribile martedì avevamo fatto colazione in cucina, con Reenie.


C'era stato porridge di avena e pane tostato con marmellata. A volte face-
vamo colazione con nostra madre, ma quel giorno era troppo stanca. La
mamma era più severa, e ci faceva sedere diritte e mangiare anche le cro-
ste. «Ricordate gli armeni che muoiono di fame» diceva.
Forse gli armeni a quel tempo non stavano più morendo di fame. La
guerra era finita da un pezzo, l'ordine era stato ristabilito. Ma la loro
drammatica situazione doveva essersi fissata nella mente della mamma
come una specie di motto. Un motto, un'invocazione, una preghiera, un in-
cantesimo. Le croste del pane tostato andavano mangiate in memoria di
quegli armeni, chiunque fossero stati; non mangiarle era un sacrilegio. Io e
Laura dovemmo capire il peso di quell'incantesimo, perché non fallì mai.
Quel giorno mia madre non mangiò le sue croste. Me lo ricordo. Laura
salì di sopra a dirglielo - E le croste, e gli armeni che muoiono di fame? -
finché finalmente la mamma ammise di non sentirsi bene. Quando lo disse,
avvertii un brivido elettrico percorrermi tutta, perché lo sapevo. Lo avevo
sempre saputo.

Reenie diceva che Dio faceva la gente proprio come lei faceva il pane, e
che per questo le pance delle madri si ingrossavano quando stavano per
avere un bambino; era la pasta che cresceva. Diceva che le sue fossette e-
rano l'impronta delle dita di Dio. Diceva che lei aveva tre fossette e certa
gente non ne aveva nessuna, perché Dio non faceva tutti allo stesso modo,
altrimenti si sarebbe annoiato a morte, e perciò non distribuiva le cose in
maniera uniforme. Lì per lì non sembrava giusto, ma sarebbe risultato giu-
sto alla fine.
Laura aveva sei anni, all'epoca che sto rievocando. Io ne avevo nove.
Sapevo che i bambini non erano fatti di pasta del pane - era una storia per i
marmocchi come Laura. Eppure, non mi era stata offerta nessuna spiega-
zione dettagliata.
In quei pomeriggi mia madre sedeva nel gazebo a lavorare a maglia.
Stava facendo un golfino, come quelli per i Profughi d'Oltremare. Era an-
che questo per un profugo? chiedevo. Forse, rispondeva lei, e sorrideva.
Dopo un po' si assopiva, le palpebre le si chiudevano pesantemente, gli oc-
chiali tondi le scivolavano giù. Ci diceva che aveva gli occhi dietro la te-
sta, e che perciò sapeva quando avevamo fatto qualcosa di male. Immagi-
navo quegli occhi piatti e brillanti e senza colore, come gli occhiali.
Non era da lei dormire così a lungo il pomeriggio. C'era un sacco di cose
che non erano da lei. Laura non si preoccupava, ma io sì. Stavo facendo
due più due, mettendo insieme ciò che mi era stato detto e ciò che avevo
udito per caso. Ciò che mi era stato detto: «Tua madre ha bisogno di ripo-
so, tu dovrai fare in modo che Laura non le dia fastidio». Ciò che avevo
udito per caso (Reenie alla signora Hillcoate): «Il dottore non è contento.
Le possibilità sono cinquanta e cinquanta. Lei naturalmente non direbbe
mai una parola, ma non è una donna sana. Certi uomini devono sempre
strafare». Così venni a sapere che mia madre correva un pericolo di qual-
che tipo, un pericolo che aveva a che fare con la sua salute e con mio pa-
dre, sebbene non fossi sicura di cosa potesse trattarsi.
Ho detto che Laura non si preoccupava, ma si attaccava alla mamma più
del solito. Sedeva a gambe incrociate nel freddo spazio sotto il gazebo do-
ve lei riposava, o dietro la sua sedia mentre scriveva lettere. Quando nostra
madre era in cucina, a Laura piaceva stare sotto il tavolo. Ci trascinava un
cuscino e il suo abbecedario, quello che era stato mio. Aveva un sacco di
cose che erano state mie.
Ora Laura sapeva leggere, o almeno sapeva leggere l'abbecedario. La
sua lettera preferita era la L, perché era la lettera con cui cominciava il suo
nome, L come Laura. Io non ho mai considerato la mia lettera preferita
quella con cui cominciava il mio nome - I come Iris -, perché la I era la let-
tera di io, di tutti.

L come Lavanda,
Così pura e profumata.
Il suo odore delicato
Rende allegra la giornata.

La figura nel libro raffigurava due bambini in antiquati cappelli di paglia


accanto a un ciuffo di lavanda su cui era posata una fata - a piedi nudi, con
trasparenti ali tremolanti. Reenie diceva sempre che se si fosse imbattuta in
qualcosa del genere l'avrebbe inseguita con lo schiacciamosche. Lo diceva
a me, per scherzo, ma non lo diceva a Laura, perché Laura avrebbe potuto
prenderla sul serio e turbarsi.
Laura era diversa. Diversa significava strana, lo sapevo, ma tormentavo
Reenie. «Cosa vuoi dire, con diversa?»
«Non come tutti gli altri» rispondeva lei.
Ma forse Laura non era tanto diversa dagli altri, dopotutto. Forse era
come loro - come loro aveva qualche ingrediente strano, distorto, che la
maggior parte delle persone tiene nascosto, ma non Laura, ed è per questo
che spaventava. Perché, sì, lei spaventava - o se non spaventava, in qual-
che modo allarmava; anche se la cosa peggiorò, naturalmente, via via che
cresceva.

Martedì mattina, dunque, in cucina. Reenie e mia madre facevano il pa-


ne. No: Reenie faceva il pane e mia madre beveva una tazza di tè. Reenie
aveva detto alla mamma che non si sarebbe stupita se più tardi nel corso
della giornata avesse tuonato, l'aria era talmente pesante, e lei non avrebbe
dovuto stare fuori all'ombra, o sdraiarsi; ma mia madre aveva replicato che
odiava stare senza far niente. Disse che la faceva sentire inutile; disse che
le sarebbe piaciuto tenere compagnia a Reenie.
Mia madre poteva fare miracoli, per come la vedeva Reenie, e in ogni
caso lei non aveva alcun potere di dirle cosa doveva o non doveva fare.
Perciò la mamma sedeva bevendo il tè mentre Reenie stava al tavolo, gi-
rando il monticello di pasta del pane, spingendolo con tutte e due le mani,
piegandolo, girandolo, tornando a spingerlo. Aveva le mani coperte di fa-
rina; sembrava che indossasse bianchi guanti di farina. C'era farina anche
sulla pettorina del suo grembiule. Sotto le braccia aveva due semicerchi di
sudore che scurivano le margherite gialle del suo abito da casa. Alcune
delle pagnotte erano già modellate e nelle teglie, con uno strofinaccio puli-
to e bagnato sopra ciascuna. Un umido odore di fungo riempiva la cucina.
La cucina era calda, perché il forno richiedeva un bello strato di carbone,
e anche perché c'era un'ondata di calore. La finestra era aperta, l'ondata di
calore affluiva attraverso di essa. La farina per il pane veniva presa dal
grande barile nella dispensa. Non bisognava mai infilarsi in quel barile,
perché la farina poteva entrarti nel naso e nella bocca e soffocarti. Reenie
aveva conosciuto un bambino che era stato ficcato nel barile della farina a
testa in giù dai suoi fratelli e sorelle, ed era quasi morto soffocato.
Io e Laura eravamo sotto il tavolo della cucina. Io leggevo un libro illu-
strato per bambini intitolato I grandi uomini della storia. Napoleone era in
esilio sull'isola di Sant'Elena, in piedi su una scogliera con una mano den-
tro il cappotto. Credevo che avesse il mal di pancia. Laura era irrequieta.
Strisciò fuori del tavolo per bere un po' d'acqua. «Vuoi un po' di pasta per
fare un omino di pane?» chiese Reenie.
«No» rispose Laura.
«No, grazie» disse mia madre.
Laura strisciò di nuovo sotto il tavolo. Vedevamo due paia di piedi,
quelli stretti della mamma e quelli più larghi di Reenie nelle loro scarpe
robuste, e le gambe magre della mamma e quelle paffute di Reenie nelle
calze di un colore tra il rosa e il marrone. Sentivamo i colpi attutiti della
pasta del pane che veniva girata e sbattuta. Poi all'improvviso la tazza di tè
della mamma andò in frantumi e mia madre era lì sul pavimento, con Ree-
nie in ginocchio accanto a lei. «Oh, buon Dio» diceva. «Iris, vai a chiama-
re tuo padre».
Corsi in biblioteca. Il telefono squillava, ma mio padre non c'era. Salii le
scale verso la sua torretta, di solito un luogo proibito. La porta non era
chiusa a chiave: nella stanza non c'era altro che una sedia e parecchi porta-
cenere. Non era nel salotto sul davanti, non era in soggiorno, non era in ga-
rage. Doveva essere in fabbrica, pensai, ma non ero sicura della strada, e
poi era troppo lontano. Non sapevo dove altro cercare.
Tornai in cucina e scivolai sotto il tavolo, dove Laura era seduta abbrac-
ciandosi le ginocchia. Non stava piangendo. C'era qualcosa sul pavimento
che sembrava sangue, una striscia, macchie rosso scuro sulle mattonelle
bianche. Ci misi un dito e lo leccai - era sangue. Presi uno straccio e lo a-
sciugai. «Non guardare» dissi a Laura.
Dopo un po' Reenie scese giù dalla scala di servizio, girò la manovella
del telefono e chiamò il dottore - ma non c'era, era in giro da qualche parte,
come al solito. Allora telefonò in fabbrica e chiese di mio padre. Non riu-
scirono a rintracciarlo. «Trovatelo se potete. Ditegli che si tratta di un'e-
mergenza» disse. Poi corse di nuovo di sopra. Si era completamente di-
menticata del pane, che crebbe troppo e ricadde su se stesso, rovinato.
«Non sarebbe dovuta stare in quella cucina così calda» disse Reenie alla
signora Hillcoate, «non con questo tempo e con un temporale in arrivo, ma
non si risparmia, non le si può dire niente».
«Ha sofferto molto?» chiese la signora Hillcoate con una voce compas-
sionevole, interessata.
«Ho visto di peggio» disse Reenie. «Ringraziamo Dio che sia andata co-
sì. È scivolato fuori proprio come un gattino. Ma devo dire che ha perso
fiumi di sangue. Ci toccherà bruciare il materasso, non so proprio come
potremmo pulirlo».
«Oh, Dio, be', potrà sempre averne un altro» osservò la signora Hillcoa-
te. «Questo doveva essere condannato. Doveva avere qualcosa che non an-
dava».
«No, da quanto ho sentito non può» disse Reenie. «Il dottore dice che
sarà meglio darci un taglio, perché un altro potrebbe ucciderla, e con que-
sto c'è mancato poco».
«Certe donne non dovrebbero sposarsi» disse la signora Hillcoate. «Non
ci sono tagliate. Bisogna essere forti. Mia madre ha avuto dieci figli, e non
ha mai battuto ciglio. Non che siano rimasti tutti vivi».
«La mia ne ha avuti undici» fece Reenie. «L'hanno messa letteralmente a
terra».
Sapevo per esperienza che quello era il preludio di una disputa sulla du-
rezza della vita delle rispettive madri, e che ben presto sarebbero passate a
parlare del bucato. Presi Laura per mano e salimmo in punta di piedi la
scala di servizio. Eravamo preoccupate, ma anche molto curiose: volevamo
scoprire cos'era successo alla mamma, ma volevamo anche vedere il gatti-
no. Eccolo là, accanto a un mucchio di lenzuoli zuppi di sangue sul pavi-
mento del corridoio fuori della stanza della mamma, in un catino smaltato.
Ma non era un gattino. Era grigio, come una vecchia patata bollita, con una
testa troppo grande; era tutto raggomitolato. Aveva gli occhi chiusi, stretti
stretti, come se la luce gli facesse male.
«Che cos'è?» sussurrò Laura. «Non è un gattino». Si accoccolò giù a
guardare.
«Andiamo di sotto» dissi. Il dottore era ancora nella stanza, si sentivano
i passi. Non volevo che ci trovasse lì, perché sapevo che quella creatura ci
era proibita; sapevo che non avremmo dovuto vederla. Soprattutto non
Laura - era il tipo di spettacolo, come un animale schiacciato, che di regola
l'avrebbe fatta gridare, e poi la colpa sarebbe ricaduta su di me.
«È un bambino» disse Laura. «Non è finito». Era sorprendentemente
calma. «Poverino. Non ha voluto nascere».

Nel tardo pomeriggio Reenie ci portò a vedere la mamma. Era a letto


con la testa appoggiata su due cuscini; le braccia magre erano fuori del
lenzuolo; i capelli che si andavano imbiancando erano trasparenti. La fede
le scintillava alla mano sinistra, i pugni stringevano il lenzuolo ai suoi lati.
Aveva la bocca serrata, come se stesse riflettendo su qualcosa; era l'espres-
sione di quando faceva le liste. Teneva gli occhi chiusi. Con le palpebre
curve abbassate, i suoi occhi sembravano perfino più grandi di quando e-
rano aperti. Gli occhiali erano posati sul comodino accanto alla brocca del-
l'acqua, entrambe le lenti brillanti e vuote.
«Dorme» sussurrò Reenie. «Non toccatela».
Gli occhi della mamma si aprirono lentamente. La bocca tremò; le dita
della mano più vicina si schiusero. «Potete abbracciarla» disse Reenie,
«ma non troppo forte». Feci come mi era stato detto. Laura nascose sel-
vaggiamente la testa contro il fianco della mamma, sotto il suo braccio.
C'era l'odore di amido e di lavanda azzurrina delle lenzuola, l'odore di sa-
pone della mamma e in sottofondo un caldo odore di ruggine, mescolato
all'aroma acido e dolciastro di foglie bagnate, ma che bruciavano senza
fiamma.

Mia madre morì cinque giorni dopo. Morì per una febbre; e anche per la
debolezza, perché non era riuscita a rimettersi in forze, disse Reenie. In
quei giorni il dottore andava e veniva, e infermiere fredde ed efficienti si
alternavano sulla poltroncina della camera da letto. Reenie correva su e giù
per le scale con bacinelle, asciugamani e tazze di brodo. Mio padre faceva
instancabilmente la spola tra la casa e la fabbrica, e si presentava al tavolo
della cena con l'aria miserabile di un mendicante. Dov'era stato, quel po-
meriggio in cui non si era riusciti a trovarlo? Nessuno lo diceva.
Laura rimaneva accovacciata nel corridoio del piano di sopra. Mi fu det-
to di giocare con lei in modo che non le capitasse nulla di male, ma non
voleva. Sedeva abbracciandosi le ginocchia e poggiandoci sopra il mento,
con un'espressione pensierosa, segreta, e sembrava che stesse succhiando
una caramella. Non avevamo il permesso di mangiare caramelle. Quando
però mi feci mostrare cos'era, vidi che si trattava soltanto di un sassolino
bianco rotondo.
Durante quell'ultima settimana mi fu concesso di vedere la mamma ogni
mattina, ma solo per cinque minuti. Non avevo il permesso di parlarle,
perché (diceva Reenie) vaneggiava. Questo voleva dire che pensava di es-
sere da qualche altra parte. Ogni giorno era più assente. Gli zigomi le spor-
gevano; odorava di latte e di qualcosa di crudo, di rancido, come la carta
marrone in cui arrivava avvolta la carne.
Durante quelle visite ero scontrosa. Vedevo quanto fosse malata, e glie-
ne volevo per questo. Mi sembrava che in qualche modo mi stesse traden-
do - che si stesse sottraendo ai suoi doveri, che avesse gettato la spugna.
Non mi passava neppure per la testa che potesse morire. Prima avevo te-
muto questa eventualità, ma ora ero talmente terrorizzata che l'avevo scac-
ciata dalla mia mente.
L'ultima mattina, che non sapevo sarebbe stata l'ultima, la mamma sem-
brava più presente. Era più fragile, ma al tempo stesso più compatta - più
concreta. Mi guardava come se mi vedesse. «C'è così tanta luce qui den-
tro» mormorò. «Potresti chiudere le tende?» Feci come mi era stato chie-
sto, poi tornai al suo capezzale, tormentando il fazzoletto che Reenie mi
aveva dato nel caso mi fossi messa a piangere. Mia madre mi prese la ma-
no; la sua era calda e asciutta, le dita come duttile filo metallico.
«Fai la brava bambina» disse. «Spero che sarai una buona sorella per
Laura. So che ci proverai».
Annuii. Non sapevo cosa dire. Mi sentivo vittima di un'ingiustizia: per-
ché toccava sempre a me essere una buona sorella per Laura, e non vice-
versa? Sicuramente mia madre voleva più bene a Laura che a me.
Forse non era così; forse ci amava nello stesso modo. O forse non aveva
più l'energia di amare nessuno: era andata oltre tutto questo, nella strato-
sfera gelata, lontanissima dal campo magnetico denso e caldo dell'amore.
Ma non riuscivo a immaginare una cosa del genere. Il suo amore per noi
era un dato - solido e tangibile, come una torta. L'unico problema era a
quale di noi sarebbe andata la fetta più grossa.
(Che invenzioni sono, le madri. Spaventapasseri, bambole di cera su cui
poter conficcare le nostre spille, rozzi diagrammi. Neghiamo loro un'esi-
stenza propria, le costruiamo in modo che si adattino a noi - alle nostre
bramosie, ai nostri desideri, ai nostri difetti. Ora che lo sono stata anch'io,
lo so).
Mia madre mi fissava con il suo sguardo azzurro. Che sforzo deve esser-
le costato tenere gli occhi aperti. Come devo esserle sembrata lontana - una
macchia rosa remota, vacillante. Quanto deve esserle riuscito difficile con-
centrarsi su di me! Eppure, io non scorsi affatto il suo stoicismo, se pure di
stoicismo si trattava.
Volevo dire che si era sbagliata sul mio conto, sulle mie intenzioni. Non
provavo sempre a essere una brava sorella: piuttosto era il contrario. A
volte chiamavo Laura peste e le dicevo di non darmi fastidio, e solo la set-
timana prima l'avevo trovata a leccare una busta - una delle mie buste spe-
ciali, per i biglietti di ringraziamento - e le avevo detto che la colla che c'e-
ra sopra era fatta con i cavalli bolliti, cosa che le aveva provocato conati di
vomito e l'aveva fatta singhiozzare. A volte mi nascondevo da lei in un ce-
spuglio di lillà accanto alla serra, e me ne stavo là a leggere libri con le dita
infilate nelle orecchie, mentre lei andava in giro a cercarmi, chiamando i-
nutilmente il mio nome. Talmente spesso me la cavavo facendo solo il mi-
nimo indispensabile.
Ma non avevo parole per esprimere tutto ciò, il mio disaccordo con la
versione delle cose data dalla mamma. Non sapevo che di lì a poco mi sa-
rebbe rimasta addosso l'idea che lei aveva di me; l'idea della mia bontà ap-
puntata su di me come una spilla, e senza alcuna possibilità di tirargliela
appresso (come sarebbe stato il normale sviluppo degli avvenimenti tra
una madre e una figlia - se lei fosse vissuta, quando io fossi stata più gran-
de).

Fiocchi neri

Stasera c'è un tramonto fosco, che stenta a spegnersi. A est lampi che ba-
lenano sul cielo sospeso, poi un tuono improvviso, una porta che sbatte di
colpo. La casa è come un forno, nonostante il mio nuovo ventilatore. Ho
portato fuori una lampada; a volte vedo meglio nell'oscurità.
La scorsa settimana non ho scritto nulla. Mi sono scoraggiata. Perché
annotare avvenimenti così tristi? Ma ho ricominciato. Ho ripreso i miei
scarabocchi neri; si svolgono come un lungo filo scuro di inchiostro attra-
verso la pagina, intricati ma leggibili. Ho dunque intenzione di lasciare una
firma, dopo tutto? Dopo tutto quanto ho fatto per evitare di lasciare il mio
segno: iniziali scritte col gesso sul marciapiede, o la X di un pirata sulla
mappa, per svelare la spiaggia in cui era sepolto il tesoro.
Perché vogliamo con tale ostinazione commemorare noi stessi? Perfino
mentre siamo ancora vivi. Desideriamo affermare la nostra esistenza, come
i cani che fanno la pipì sugli idranti antincendio. Mettiamo in bella mostra
le nostre fotografie in cornice, i nostri diplomi di pergamena, le nostre taz-
ze placcate d'argento; mettiamo i monogrammi sulla nostra biancheria, in-
cidiamo i nostri nomi sugli alberi, li scarabocchiamo sulle pareti dei bagni
pubblici. È sempre lo stesso impulso. Cosa speriamo di ricavarne? Ap-
provazione, invidia, rispetto? O semplicemente attenzione, di qualunque
tipo riusciamo a ottenerne?
Come minimo vogliamo un testimone. Non sopportiamo l'idea che alla
fine le nostre voci tacciano, come una radio che si sta scaricando.

Il giorno dopo i funerali di mia madre fui mandata con Laura in giardi-
no. Fu Reenie a spedirci fuori; disse che aveva bisogno di tenere i piedi un
po' sollevati, perché l'avevano portata su e giù tutto il giorno. «Sono allo
stremo delle forze» disse. Aveva delle macchie violacee sotto gli occhi, e
supposi che avesse pianto, in segreto per non disturbare nessuno, e che a-
vrebbe continuato a farlo una volta che avessimo sgombrato il campo.
«Faremo le brave» dissi. Non volevo uscire - mi pareva che ci fosse una
luce troppo viva, troppo abbagliante, e mi sentivo le palpebre gonfie e rosa
- ma Reenie disse che dovevamo andare, e che comunque l'aria fresca ci
avrebbe fatto bene. Non ci fu detto di uscire a giocare, perché sarebbe stato
irriverente farlo subito dopo la morte della mamma. Ci venne solo detto di
uscire.
Il ricevimento per il funerale aveva avuto luogo ad Avilion. Non fu
chiamata una veglia funebre - le veglie si tenevano dall'altra parte del fiu-
me Jogues, ed erano chiassose e sconvenienti, a base di liquori. No: il no-
stro era un ricevimento. Il funerale era stato affollato, erano venuti gli ope-
rai della fabbrica, le loro mogli, i loro bambini, e naturalmente i notabili
della città - i banchieri, il clero, gli avvocati, i dottori -, ma il ricevimento
non fu per tutti, anche se avrebbe potuto benissimo esserlo. Reenie disse
alla signora Hillcoate, che era stata chiamata per dare una mano, che Gesù
poteva anche avere moltiplicato i pani e i pesci, ma il Capitano Chase non
era Gesù e da lui non ci si aspettava che sfamasse le moltitudini, sebbene
come al solito non avesse saputo limitarsi e lei sperasse soltanto che nes-
suno sarebbe stato calpestato a morte nella ressa.
Quelli che erano stati invitati si erano accalcati in casa, pieni di deferen-
za, lugubri, avidi di curiosità. Reenie aveva contato i cucchiai sia prima
che dopo, e disse che avremmo dovuto usare quelli di qualità più scadente,
e che certa gente se ne sarebbe andata con qualunque cosa che non fosse
inchiodata a terra pur di avere un ricordino, e - considerato il modo in cui
mangiavano - avrebbe potuto benissimo mettere in tavola delle palette in-
vece dei cucchiai.
Nonostante ciò era avanzato del cibo - metà di un prosciutto, un muc-
chietto di biscotti, svariate torte saccheggiate - e io e Laura ci eravamo in-
trufolate furtivamente nella dispensa. Reenie lo sapeva, ma in quel mo-
mento non ebbe la forza di fermarci - di dire «Vi rovinerete la cena», o
«Smettetela di sgranocchiare nella mia dispensa o vi trasformerete in to-
pi», o «Mangiate un'altra briciola e scoppierete» - oppure di pronunciare
uno qualsiasi degli altri avvertimenti o profezie da cui ricavavo un segreto
conforto.
Per quell'unica volta avevamo avuto il permesso di rimpinzarci senza
freno. Io avevo mangiato troppi biscotti, troppi pezzi di prosciutto; avevo
mangiato un'intera fetta di torta alla frutta. Indossavamo ancora i vestiti ne-
ri, che erano troppo caldi. Reenie ci aveva pettinato i capelli in strette trec-
ce e li aveva tirati indietro, con un rigido nastro di gros-grain in cima e uno
in fondo a ogni treccia: quattro austere farfalle nere per ognuna di noi.
Fuori, il sole mi fece socchiudere gli occhi. Mi irritò il verde intenso del-
le foglie, il giallo e il rosso intensi dei fiori: la loro sicurezza, quel guizzan-
te mettersi in mostra, come se ne avessero il diritto. Pensai di decapitarli,
di devastarli. Mi sentivo desolata, nonché di malumore e gonfia. Lo zuc-
chero mi ronzava nella testa.
Laura voleva che ci arrampicassimo sulle sfingi accanto alla serra, ma
dissi di no. Poi voleva andare a sedersi accanto alla ninfa di pietra e guar-
dare i pesci rossi. Non ci vidi niente di male. Laura saltellò davanti a me
sul prato. Era allegra in maniera fastidiosa, come se non avesse una sola
preoccupazione al mondo; era stata così durante tutto il funerale della
mamma. Sembrava sconcertata dal dolore di quanti la circondavano. Ciò
che mi bruciava ancora di più era che per questo motivo la gente sembrava
più dispiaciuta per lei che per me.
«Povero agnellino» dicevano. «È così piccola, non si rende conto».
«La mamma è con Dio» diceva Laura. È vero, questa era la versione uf-
ficiale, il significato di tutte le preghiere che erano state recitate; ma Laura
aveva un suo modo di credere a certe cose, non nel duplice senso in cui ci
credevano tutti gli altri, ma con una tranquilla risolutezza che mi faceva
venire voglia di scuoterla.
Ci sedemmo sulla sporgenza rocciosa in riva allo stagno delle ninfee;
ognuna di esse scintillava al sole come gomma verde bagnata. Avevo do-
vuto issare Laura. Si era appoggiata contro la ninfa di pietra e dondolava le
gambe, agitando le mani nell'acqua, canticchiando tra sé e sé.
«Non dovresti cantare» le dissi. «La mamma è morta».
«Non è vero» replicò Laura con aria soddisfatta di sé. «Non è morta
davvero. È in Paradiso con il bambino».
La spinsi giù dalla sporgenza. Ma non dentro lo stagno - avevo un po' di
cervello. La spinsi sull'erba. Non era un gran salto e il terreno era soffice;
non si sarebbe potuta fare molto male. Si sdraiò sulla schiena, quindi si ro-
vesciò e mi guardò con gli occhi spalancati, come se non potesse credere a
ciò che avevo appena fatto. La bocca le si aprì in una perfetta O a bocciolo
di rosa, come un bambino che soffi sulle candeline in un libro illustrato.
Poi si mise a piangere.
(Devo ammettere che ne fui gratificata. Volevo che anche lei soffrisse -
quanto me. Ero stanca che la facesse sempre franca perché era tanto picco-
la).
Laura si tirò su dall'erba e si mise a correre lungo il vialetto posteriore
verso la cucina, piangendo come se l'avessi accoltellata. Le corsi dietro:
sarebbe stato meglio essere presente quando avesse raggiunto qualcuno dei
grandi, nel caso mi avesse accusato. Correva goffamente: le braccia spor-
gevano in modo buffo, le piccole gambe magre si aprivano in maniera
scomposta, i rigidi nastri ballonzolavano in fondo alle trecce, il vestito ne-
ro svolazzava. Strada facendo cadde una volta, e allora si fece male davve-
ro - si sbucciò la mano. Nel vederlo fui sollevata: un po' di sangue avrebbe
nascosto la mia cattiveria.

La bibita

Un giorno, nel mese dopo la morte della mamma - non ricordo quando
con precisione - mio padre disse che mi avrebbe portata in città. Non mi
aveva mai prestato troppa attenzione, e neppure a Laura - ci aveva affidate
alla mamma, e poi a Reenie - perciò fui sorpresa della sua proposta.
Non portò Laura. Non accennò neppure a farlo.
Annunciò l'imminente gita al tavolo della colazione. Aveva cominciato a
insistere che io e Laura facessimo colazione con lui, invece che in cucina
con Reenie, come prima. Noi sedevamo a un'estremità del lungo tavolo e
lui all'altra. Ci parlava raramente: preferiva leggere il giornale, e noi era-
vamo troppo in soggezione per interromperlo. (Lo adoravamo, naturalmen-
te. O lo adoravi o lo odiavi. Non ispirava emozioni più moderate).
Il sole che penetrava attraverso i vetri colorati delle finestre gettava su di
lui riflessi di varie sfumature, come se fosse stato immerso nell'inchiostro
da disegno. Ricordo ancora il cobalto della sua guancia, il mirtillo brillante
delle dita. Io e Laura avevamo anche noi quei colori a nostra disposizione.
Spostavamo i nostri piatti di porridge un po' a destra, un po' a sinistra, in
modo che perfino il grigio scialbo della nostra farina d'avena si trasformas-
se in verde o blu o rosso o viola: cibo magico, o incantato, o avvelenato a
seconda del mio capriccio o dell'umore di Laura. Poi mentre mangiavamo
ci facevamo a vicenda le smorfie, ma zitte zitte. Lo scopo era di compor-
tarsi così senza che lui se ne accorgesse. Be', dovevamo pur fare qualcosa
per divertirci.

Quello strano giorno, mio padre tornò presto dalla fabbrica e andammo
in città a piedi. Non era tanto lontano; a quel tempo nessun punto della cit-
tà era troppo lontano dall'altro. Mio padre preferiva camminare, piuttosto
che guidare o farsi portare dall'autista. Credo che fosse per la gamba catti-
va: voleva dimostrare di farcela. Gli piaceva camminare a grandi falcate
per la città e lo faceva nonostante zoppicasse. Io gli correvo accanto, cer-
cando di stare al passo con la sua andatura irregolare.
«Andiamo da Betty's» disse mio padre. «Ti compro una bibita». Nessuna
di queste due cose era mai accaduta prima. Il Betty's Luncheonette era per
la gente di città, non per me e Laura, diceva Reenie. Non sarebbe stato be-
ne scendere al di sotto del nostro livello. E poi, le bibite erano un vizio
dannoso e ci avrebbero rovinato i denti. Il fatto che due cose tanto proibite
mi fossero state offerte in un colpo solo, e in maniera così naturale, mi fece
quasi precipitare nel panico.
Sulla strada principale di Port Ticonderoga c'erano cinque chiese e quat-
tro banche, tutte fatte di pietra, tutte squadrate. A volte bisognava leggere i
nomi che c'erano scritti sopra per distinguerle, sebbene le banche fossero
senza campanile. Il Betty's Luncheonette era accanto a una di queste. Ave-
va un tendone a strisce verdi e bianche e in vetrina il disegno di un pastic-
cio di pollo che aveva piuttosto l'aria di un cappello da neonato fatto di
impasto per dolci, con una balza arricciata attorno al bordo. Dentro, la luce
era di un giallo fioco, e l'aria profumava di vaniglia e caffè e formaggio fu-
so. Il soffitto era fatto di lamiera stampata; ne penzolavano alcuni ventila-
tori con le pale che ricordavano eliche di aereo. Parecchie donne con il
cappello sedevano a tavolini bianchi pesantemente decorati; mio padre fe-
ce un cenno del capo nella loro direzione, e quelle lo ricambiarono.
Lungo un lato c'erano alcuni séparé di legno scuro. Mio padre prese po-
sto a uno di essi, e io gli scivolai di fronte. Mi chiese che tipo di bibita vo-
lessi, ma non ero abituata a trovarmi da sola con lui in un luogo pubblico,
ed ero intimidita. Inoltre non sapevo che tipi ce ne fossero. Così ordinò
una bibita alla fragola per me e una tazza di caffè per sé.
La cameriera aveva un vestito nero e una crestina bianca e le so-
pracciglia depilate a formare curve sottili, e una bocca rossa brillante come
marmellata. Chiamava mio padre Capitano Chase e lui la chiamava Agnes.
Da questo, e dal modo in cui appoggiava i gomiti sul tavolo, mi resi conto
che doveva già conoscere quel posto.
Agnes disse se ero la sua bambina, e com'ero dolce; mio padre mi lanciò
un'occhiata antipatica. Lei gli portò il caffè quasi subito, oscillando leg-
germente sui tacchi alti, e nel posarlo gli toccò brevemente la mano. (Presi
nota di quel tocco, anche se non potevo ancora interpretarlo). Poi portò la
bibita per me, in un bicchiere a cono come un berretto d'asino capovolto;
dentro c'erano due cannucce. Le bollicine mi andarono su per il naso e mi
fecero lacrimare gli occhi.
Mio padre mise una zolletta di zucchero nel caffè e lo girò, quindi batté
leggermente il cucchiaino su un lato della tazza. Lo studiai da sopra il bor-
do del mio bicchiere. All'improvviso sembrava differente; sembrava qual-
cuno che non avessi mai visto prima - più inconsistente, in qualche modo
meno solido, ma più dettagliato. Aveva i capelli pettinati all'indietro e ta-
gliati corti ai lati, e si stava stempiando; l'occhio buono era di un blu spen-
to, come la carta da zucchero. Il suo viso distrutto, ancora bello, aveva la
stessa aria distante che aveva la mattina, al tavolo della colazione, quasi
stesse ascoltando una canzone, o un'esplosione in lontananza. I baffi erano
più grigi di quanto avessi mai notato, e mi sembrava strano, a pensarci be-
ne, che agli uomini crescessero simili setole sulla faccia e alle donne no.
Anche i suoi soliti vestiti erano diventati misteriosi in quella cupa luce o-
dorosa di vaniglia, come se appartenessero a qualcun altro e lui li avesse
soltanto presi in prestito. Erano troppo grandi per lui, ecco. Si era ristretto.
Ma al tempo stesso era più alto.
Mi sorrise, e mi chiese se mi stessi gustando la mia bibita. Dopodiché
rimase in silenzio e pensieroso. Poi tirò fuori una sigaretta dalla custodia
d'argento che portava sempre con sé, l'accese e soffiò fuori il fumo. «Se
succede qualcosa» disse alla fine, «devi promettermi di prenderti cura di
Laura».
Annuii con aria solenne. Cosa voleva dire qualcosa? Cosa poteva succe-
dere? Temetti qualche cattiva notizia, anche se non avrei saputo dire quale.
Forse se ne sarebbe andato via, oltreoceano. Le storie della guerra non era-
no andate sprecate con me. Tuttavia non diede altre spiegazioni.
«Qua la mano, d'accordo?» disse. Allungammo le mani al di sopra del
tavolo; la sua era dura e asciutta, come il manico di una valigia di cuoio. Il
suo unico occhio buono mi studiava, come se stesse valutando se fossi o
meno affidabile. Sollevai il mento, raddrizzai le spalle. Volevo disperata-
mente meritarmi il suo giudizio positivo.
«Cosa puoi comprare con un nichelino?» chiese poi. Questa domanda mi
colse impreparata, mi lasciò ammutolita: non lo sapevo. Io e Laura non ri-
cevevamo mai denaro da spendere come volevamo, perché Reenie diceva
che prima dovevamo imparare il valore di un dollaro.
Dalla tasca interna del vestito scuro tirò fuori il suo taccuino rivestito di
pelle di cinghiale e ne strappò un foglietto. Poi si mise a parlare di bottoni.
Non era mai troppo presto, disse, perché cominciassi a imparare i semplici
rudimenti dell'economia, che mi sarebbero serviti per agire in maniera re-
sponsabile quando fossi cresciuta.
«Supponi di cominciare con due bottoni» disse. Disse: quello che ti co-
sta produrre i bottoni sono le tue spese, e la cifra a cui riesci a vendere i
bottoni è il tuo incasso. Questa cifra meno la spesa, nel corso di un dato
periodo di tempo, è il tuo guadagno netto. A questo punto potresti tenerti
una parte del guadagno netto e usare il resto per fare quattro bottoni, e poi
dovresti vendere anche quelli ed essere in grado di farne otto. Disegnò un
piccolo grafico con la sua matita d'argento: due bottoni, poi quattro botto-
ni, poi otto bottoni. I bottoni si moltiplicavano in maniera stupefacente sul-
la pagina; nella colonna accanto, il denaro si accumulava. Era come sgu-
sciare piselli: i piselli in una ciotola, i baccelli in un'altra. Mi chiese se ca-
pissi.
Lo scrutai in viso per vedere se era serio. Lo avevo sentito piuttosto
spesso inveire contro la fabbrica di bottoni come una trappola, una sabbia
mobile, una iattura, un incubo, ma quello era quando aveva bevuto. Ades-
so era abbastanza sobrio. Non sembrava che stesse spiegando qualcosa,
sembrava che si stesse scusando. C'era qualcos'altro che voleva da me, ol-
tre alla risposta alla sua domanda. Era come se volesse che lo perdonassi,
lo assolvessi da qualche crimine; ma cosa mi aveva fatto? Nulla che mi
venisse in mente.
Mi sentivo confusa, e anche non all'altezza: qualunque cosa volesse o
pretendesse da me, era al di là della mia comprensione. Era la prima volta
che un uomo si aspettava da me più di quanto fossi in grado di dare, e non
sarebbe stata l'ultima.
«Sì» risposi.

La settimana prima che morisse - in una di quelle terribili mattine - mia


madre disse una cosa strana, sebbene allora non la considerassi tale. Disse:
«In fondo, vostro padre vi vuole bene».
Non aveva l'abitudine di parlarci dei sentimenti, e soprattutto non di a-
more - del suo o di chiunque altro, eccetto di quello divino. Ma si suppone
che i genitori amino i propri figli, perciò devo aver preso questa cosa che
disse come una rassicurazione: nonostante le apparenze, mio padre era
come gli altri padri, o almeno come si pensava che fossero.
Ora credo che fosse più complicato. Poteva essere un avvertimento. Po-
teva anche essere un peso. Anche se in fondo c'era l'amore, era sepolto sot-
to un gran cumulo di cose, e che cosa puoi trovare, una volta che ti metti a
scavare? Non un semplice dono, d'oro puro e scintillante; no, qualcosa di
antico e magari di funesto, come un amuleto di ferro che si arrugginisce tra
vecchie ossa. È un talismano che non vale granché, questo amore, ma è pe-
sante; un arnese pesante da portarmi dietro, appeso alla sua catena di ferro
attorno al collo.

IV

L'assassino cieco: Il caffè

La pioggia è leggera ma costante da mezzogiorno. La nebbia si alza da-


gli alberi, dalle carreggiate. Lei supera la vetrina con la tazza di caffè di-
pinta sopra, bianca con una riga verde intorno e tre strisce di fumo che ne
fuoriescono in linee tremolanti, come se tre dita fossero scivolate giù lungo
il vetro bagnato. Sulla porta, in lettere dorate che stanno venendo via, c'è la
scritta Caffè; lei apre la porta ed entra, scuotendo l'ombrello. È color cre-
ma, come il suo impermeabile di popeline. Tira indietro il cappuccio.
Lui è nell'ultimo séparé, accanto alla porta a vento che conduce in cuci-
na, dove ha detto che sarebbe stato. Le pareti sono ingiallite dal fumo, i
pesanti séparé sono dipinti di un marrone opaco, ognuno ha un gancio di
metallo a forma di zampa di gallina per i cappotti. Vi sono seduti uomini,
soltanto uomini, con giacche sformate come coperte logore, niente cravat-
te, capelli tagliati male, le gambe aperte e i piedi in scarponi ben piantati
sul pavimento. Mani come ceppi: quelle mani potrebbero salvarti o pic-
chiarti fino a ridurti in poltiglia, restando identiche nel fare entrambe le co-
se. Strumenti ottusi, come i loro occhi. C'è tanfo nella sala, di tavole marce
e aceto versato e pantaloni di lana maleodoranti e carne vecchia e una doc-
cia alla settimana, di risparmi e chiacchiere e rancore. Lei sa che è impor-
tante comportarsi come se non notasse l'odore.
Lui solleva una mano, e gli altri uomini la guardano con sospetto e di-
sprezzo, mentre si dirige svelta verso di lui, i tacchi che battono rumoro-
samente sul pavimento. Gli si siede di fronte, sorride sollevata: lui c'è. C'è
ancora.
Cristo, dice lui, tanto valeva che ti mettessi il visone.
Che ho fatto? Cosa c'è?
Il tuo soprabito.
È solo un soprabito. Un normale impermeabile, dice lei, esitante. Cos'ha
che non va?
Gesù, fa lui, ma guardati. E guardati intorno. È troppo pulito.
Per te non ne faccio una giusta, vero? chiede lei. Non ci riuscirò mai.
Sì che ci riesci, dice lui. Sai cos'è che fai bene. Ma non rifletti mai.
Non me l'avevi detto. Non ero mai stata qui prima d'ora - in un posto
come questo. E non posso certo uscire di casa come una donna delle puli-
zie - ci hai pensato?
Se almeno avessi una sciarpa o qualcosa del genere. Per coprirti i capel-
li.
I capelli, fa lei in tono esasperato. Cos'altro? Cosa c'è che non va nei
miei capelli?
Sono troppo biondi. Si notano. Le bionde sono come i topi bianchi, li
trovi soltanto in gabbia. Non durerebbero a lungo in natura. Sono troppo
vistosi.
Non sei gentile.
Detesto la gentilezza, dice lui. Detesto chi si vanta di essere gentile. Sac-
centi benefattori da quattro soldi, che elargiscono la loro gentilezza. Gente
da disprezzare.
Io sono gentile, dice lei, sforzandosi di sorridere. A ogni modo, lo sono
con te.
Se avessi pensato che era tutto qui - tiepida gentilezza sdolcinata - me ne
sarei andato. Il treno di mezzanotte e via, come un fulmine. Avrei tentato
la fortuna altrove. Non sono una cassetta delle elemosine, non cerco la ca-
rità di un po' di sesso.
È infuriato. Lei si chiede perché. Non lo vede da una settimana. O maga-
ri sarà la pioggia.
Forse allora non si tratta di gentilezza, dice lei. Forse è egoismo. Forse
sono spietatamente egoista.
Mi piacerebbe di più, dice lui. Ti preferisco avida. Spegne la sigaretta,
ne prende un'altra, ci ripensa. Fuma ancora quelle belle e pronte, un lusso
per lui. Deve razionarle. Si chiede se abbia abbastanza denaro, ma non può
domandarglielo.
Non voglio che mi siedi davanti così, sei troppo lontana.
Lo so, dice lei. Ma non c'è nessun altro posto. Piove troppo.
Troverò un posto per noi. Da qualche parte dove non nevichi.
Non sta nevicando.
Ma lo farà, dice lui. Soffierà il vento del nord.
E avremo la neve. E allora cosa faranno i ladri, poveretti? Almeno gli ha
strappato un sorriso, anche se ha più l'aria di una smorfia. Dove hai dormi-
to? chiede lei.
Non importa. Non hai bisogno di saperlo. In questo modo, se mai ti tro-
veranno e ti faranno delle domande, non dovrai mentire.
Non sono male come bugiarda, dice lei cercando di sorridere.
Forse potresti farla a un dilettante, ribatte lui. Ma i professionisti, loro ti
scoprirebbero, eccome. Ti aprirebbero come un pacco.
Ti stanno ancora cercando? Non hanno rinunciato?
Non ancora. A quanto sento dire.
È terribile, non è vero? dice lei. È tutto così terribile. Eppure siamo for-
tunati, no?
Perché saremmo fortunati? È tornato di umore cupo.
Almeno siamo tutti e due qui, almeno abbiamo...
Il cameriere è in piedi accanto al séparé. Ha le maniche della camicia
rimboccate, un lungo grembiule impregnato di vecchia sporcizia, ciocche
di capelli sistemate attraverso la testa come un nastro oleoso. Ha le dita
delle mani che sembrano dita dei piedi.
Caffè?
Sì, per favore, dice lei. Senza zucchero.
Aspetta che il cameriere se ne sia andato. È sicuro?
Il caffè? Vuoi dire se ci sono dentro germi? Non dovrebbero, è stato bol-
lito per ore. Le rivolge un sorriso beffardo, ma lei preferisce non capire.
No, voglio dire se il posto è sicuro.
È un amico di un amico. Comunque tengo d'occhio la porta - potrei svi-
gnarmela dal retro. C'è un vicolo.
Non sei stato tu, vero? dice lei.
Te l'ho detto. Però avrei potuto, ero là. Comunque non ha importanza,
perché a loro vado a pennello. Sarebbero felici di vedermi con le spalle al
muro. Me e le mie brutte idee.
Devi scappare, dice lei in tono disperato. Pensa alla parola cingere, a
quanto sia sorpassata. Eppure è questo che vuole - cingerlo tra le sue brac-
cia.
Non ancora, dice lui. Meglio non andare, ancora. Meglio non prendere
treni, non superare confini. Corre voce che è proprio lì che stanno control-
lando.
Mi preoccupo per te, dice lei. Faccio brutti sogni. Mi preoccupo in con-
tinuazione.
Non devi preoccuparti, cara, fa lui. Dimagrirai, e poi le tue belle tette e il
tuo culo si ridurranno a niente. Non sarai più buona per nessuno, allora.
Si porta la mano alla guancia come se l'avesse schiaffeggiata. Vorrei che
non parlassi così.
Lo so, dice lui. Le ragazze con impermeabili come il tuo hanno di questi
desideri.

The Port Ticonderoga Herald and Banner,


16 marzo 1933

CHASE APPOGGIA L'OPERA ASSISTENZIALE

DI ELWOOD R. MUKRAY, CAPOREDATTORE

Con il gesto altamente improntato a senso civico che la città si


aspettava da lui, il Capitano Norval Chase, Presidente delle Indu-
strie Chase, ha annunciato ieri che le Industrie Chase metteranno
a disposizione dell'opera assistenziale a favore delle aree del pae-
se più colpite dalla depressione tre carri merci di «seconde scelte»
delle loro fabbriche, tra cui copertine, golfini per bambini e un as-
sortimento di pratica biancheria intima per uomini e donne.
Il Capitano Chase ha altresì dichiarato all'Herald and Banner
che in questo momento di crisi nazionale ognuno ha il dovere di
darsi da fare come durante il periodo bellico, e soprattutto gli abi-
tanti dell'Ontano, che sono stati più fortunati di altri. Attaccato dai
suoi avversari, in particolare dal signor Richard Griffen della Ro-
yal Classic Knitwear di Toronto, che lo ha accusato di scaricare le
sue eccedenze sul mercato sotto forma di offerte gratuite privando
in tal modo i lavoratori del salario, il Capitano Chase ha sostenuto
che dal momento che coloro a cui sono destinati tali prodotti non
potrebbero permettersi di acquistarli, non sta regalando la paga di
nessuno.
Ha aggiunto che tutte le aree del paese hanno sofferto battute
d'arresto e che attualmente le Industrie Chase stanno facendo
fronte a una diminuzione della produzione dovuta al calo della
domanda. Ha detto inoltre che, sebbene disposto a fare qualsiasi
sforzo per tenere in funzione le fabbriche, ben presto potrebbe ve-
dersi costretto a effettuare licenziamenti o a ridurre orario di lavo-
ro e paghe.
Non possiamo che plaudire agli sforzi del Capitano Chase, un
uomo che mantiene fede alla parola data. Il suo rifiuto di cedere
alle logiche di crumiraggi e serrate adottate in centri come Winni-
peg e Montreal ha mantenuto Port Ticonderoga una città rispetto-
sa della legge ed esente dalle scene di disordini provocati dai sin-
dacati, di violenza brutale e di versamento di sangue di ispirazio-
ne comunista che hanno devastato altre città, con notevoli danni
alla proprietà, nonché morti e feriti.

L'assassino cieco: Il copriletto di ciniglia

È qui che vivi? dice lei. Tormenta i guanti tra le mani, come se fossero
bagnati e li stesse strizzando.
È qui che sto, dice lui. È una cosa differente.
La casa è in una fila di costruzioni identiche, tutte di mattoni rossi anne-
riti dalla fuliggine, strette e alte, dai tetti molto ripidi. Davanti c'è un ret-
tangolo di polvere, qualche erbaccia secca cresciuta ai lati del vialetto. Un
sacchetto di carta marrone strappato.
Quattro gradini conducono alla veranda. Tendine di pizzo penzolano alla
finestra sul davanti. Lui tira fuori la chiave.
Nell'entrare lei lancia un'occhiata al di sopra della spalla. Non preoccu-
parti, dice lui, non sta guardando nessuno. Comunque, è la casa di un mio
amico. Oggi sono qui e domani me ne sarò andato.
Hai un sacco di amici, dice lei.
No, ribatte lui. Non te ne servono molti, se non ci sono mele marce.
C'è un'anticamera con una fila di ganci per i cappotti, un pavimento di
linoleum consumato con un motivo a quadrati marroni e gialli, una porta
interna con un pannello di vetro smerigliato con sopra disegnati aironi o
gru. Uccelli dalle lunghe zampe che curvano i colli aggraziati e flessibili
tra giunchi e ninfee, resti di un'età precedente: illuminazione a gas. Lui a-
pre la porta con una seconda chiave, ed entrano nello scuro ingresso inter-
no; dà un colpetto all'interruttore. Sopra di loro, un lume con tre fiori di ve-
tro rosa e due lampadine mancanti.
Non avere l'aria tanto sgomenta, cara, dice lui. Nessuna di queste cose ti
si attaccherà. Basta che non tocchi niente.
Oh, potrebbe succedere davvero, dice lei con una risata ansimante. E a te
devo toccarti. Mi ti attaccherai.
Lui chiude la porta alle loro spalle. Sulla sinistra ce n'è un'altra, vernicia-
ta e scura: lei immagina un orecchio indagatore schiacciato contro di essa
dall'interno, uno scricchiolio, come di un peso che si sposti da un piede al-
l'altro. Qualche malevola vecchia rugosa dai capelli grigi - non si combine-
rebbe bene con le tendine di pizzo? Una lunga e ripida rampa di scale sale
verso l'alto, con passatoie inchiodate e una rada ringhiera. La carta da para-
ti ha un disegno reticolato, con tralci di vite e rose intrecciate, un tempo ro-
sa, ora di quel marrone chiaro del tè al latte. Lui la circonda con cautela
con un braccio, le strofina le labbra su un lato del collo, sulla gola; non
sulla bocca. Lei rabbrividisce.
È facile liberarsi di me, dopo, dice lui in un sussurro. Basta andare a casa
e farsi una doccia.
Non dire così, fa lei, sempre in un sussurro. Stai scherzando. Non mi
prendi mai sul serio.
Fai sul serio questo, dice lui. Lei gli fa scivolare il braccio attorno alla
vita e salgono le scale in modo un po' goffo, un po' pesante; i loro corpi li
rallentano. A metà strada c'è una finestra rotonda con i vetri colorati: la lu-
ce cade attraverso il blu cobalto del cielo, l'uva di un viola da grande ma-
gazzino a buon mercato e il rosso da mal di testa dei fiori, tingendo i loro
visi. Sul pianerottolo del secondo piano lui la bacia di nuovo, questa volta
con maggiore intensità, facendole scivolare su la gonna lungo le gambe
coperte di seta fino all'orlo delle calze, toccando i bottoncini di gomma du-
ra, spingendola contro il muro. Lei porta sempre un busto: toglierglielo è
come scuoiare una foca.
Il cappello le rotola a terra, le sue braccia sono attorno al collo di lui, la
testa e il corpo inarcati all'indietro come se qualcuno la stesse tirando per i
capelli. Quanto ai capelli, si sono sciolti, srotolati; lui ci passa sopra la ma-
no, su quella pallida striscia affusolata, e pensa a una fiamma, alla singola
fiamma tremolante di una candela bianca capovolta. Ma una fiamma non
brucia verso il basso.
La stanza è al terzo piano, dove un tempo dovevano trovarsi gli alloggi
della servitù. Una volta dentro, lui mette la catenella. La stanza è piccola e
soffocante e buia, con una finestra, aperta di qualche centimetro, l'avvolgi-
bile quasi completamente abbassato, bianche tendine a rete annodate su
ciascun lato. Il sole pomeridiano colpisce l'avvolgibile, tingendolo d'oro.
L'aria odora di carie del legno, ma anche di sapone. In un angolo c'è un
piccolo lavandino triangolare con sopra appeso uno specchio pieno di
macchie giallastre; infilata lì sotto, la scatola nera della sua macchina per
scrivere. Il suo spazzolino in una tazza smaltata; non è uno spazzolino
nuovo. È troppo intimo. Distoglie lo sguardo. C'è una scrivania verniciata
di scuro con segni di bruciature di sigaretta e tracce di bicchieri bagnati,
ma quasi tutto lo spazio è occupato dal letto. È di quelli di ottone, antiqua-
to, da ragazza, dipinto di bianco tranne ai pomelli. Probabilmente scric-
chiolerà. A questo pensiero, arrossisce.
Capisce che si è dato da fare con il letto - ha cambiato le lenzuola o al-
meno la federa, lisciato lo scolorito copriletto di ciniglia di un verde gialla-
stro. Vorrebbe quasi che non lo avesse fatto, perché quella vista le provoca
una fitta di qualcosa che ricorda la pietà, come se un contadino che muore
di fame le avesse offerto il suo ultimo boccone di pane. Non è pietà ciò che
vuole sentire. Non vuole sentire che lui è in alcun modo vulnerabile. Solo
a lei è concesso. Appoggia la borsa e i guanti sul piano della scrivania. Al-
l'improvviso percepisce la cosa come un'occasione mondana. Come occa-
sione mondana è assurda.
Purtroppo non c'è il maggiordomo. Vuoi bere qualcosa? Ho dello scotch
a buon mercato.
Sì, per favore, dice lei. Lui tiene la bottiglia nel cassetto in alto della
scrivania; la tira fuori insieme a due bicchieri. Dimmi basta.
Basta, grazie.
Non c'è ghiaccio, dice lui, ma se vuoi c'è dell'acqua.
Va bene così. Lei ingoia il whisky, tossicchia, gli sorride, in piedi con la
schiena contro la scrivania.
Liscio e forte e tutto d'un fiato, dice lui, proprio come ti piace farlo. Si
siede sul letto con il suo drink. Alla salute del fatto che ti piace. Solleva il
bicchiere. Non le restituisce il sorriso.
Sei stranamente cattivo, oggi.
Autodifesa, dice lui.
A me non piace farlo, mi piaci tu, ribatte lei. So la differenza.
Fino a un certo punto, dice lui. O almeno pensi di saperla. Per salvare la
faccia.
Dammi una buona ragione perché non dovrei prendere e andarmene.
Lui sorride. Allora vieni qui.
Anche se sa che lei vorrebbe che lo facesse, non le dirà che la ama. For-
se questo lo lascerebbe senza armatura, come un'ammissione di colpa.
Mi tolgo subito le calze. Si smagliano solo a guardarle.
Come te, dice lui. Lasciatele. Ora vieni.
Il sole si è spostato; rimane soltanto un cuneo di luce, sulla sinistra del-
l'avvolgibile abbassato. Fuori, un tram passa sferragliando, suonando la
campanella. I tram devono essere passati per tutto il tempo. Perché allora
loro hanno sentito solo un gran silenzio? Il silenzio e il suo respiro, i loro
respiri, laboriosi, trattenuti, nel tentativo di non fare alcun rumore. O di
non farne troppo. Perché il piacere dovrebbe assomigliare tanto all'ango-
scia? A qualcuno ferito. Lui le aveva messo una mano sulla bocca.

Ora la stanza è più buia, eppure lei vede meglio. Il copriletto am-
mucchiato sul pavimento, il lenzuolo attorcigliato attorno e sopra di loro
come uno spesso viticcio di stoffa; l'unica lampadina, non schermata, la
carta da parati color crema con le sue violette blu, piccole e assurde, mac-
chiata di beige dove il tetto deve aver lasciato passare l'acqua; la catenella
che protegge la porta. La catenella che protegge la porta: è piuttosto fragi-
le. Una buona spinta, un calcio con uno scarpone. Se dovesse succedere,
cosa farebbe lei? Sente le pareti assottigliarsi, farsi trasparenti. Sono pesci
in una boccia.
Lui accende due sigarette, gliene porge una. Tutti e due aspirano. Lui
passa la mano libera lungo di lei, poi di nuovo, stringendola tra le dita. Si
chiede quanto tempo abbia; non glielo domanda. Invece, le afferra il polso.
Lei porta un orologino d'oro. Lui ne copre il quadrante.
E allora, dice. Una storia prima di andare a letto?
Sì, per favore, risponde lei.
Dov'eravamo rimasti?
Avevi appena tagliato la lingua a quelle povere fanciulle con i loro veli
da sposa.
Ah, sì. E tu hai protestato. Se non ti piace questa storia potrei raccontar-
tene un'altra, ma non sono in grado di prometterti che sarebbe meno cruen-
ta. Potrebbe anche essere peggiore. Potrebbe essere ambientata al giorno
d'oggi. Invece di pochi morti Zycroniani, potremmo avere acri di fango
appiccicoso e centinaia di migliaia di...
Mi tengo questa, dice svelta lei. Comunque, è quella che vuoi raccon-
tarmi.
Lei spegne la sigaretta nel portacenere di vetro marrone, poi gli si siste-
ma accanto, con l'orecchio sul suo petto. Le piace sentire la sua voce in
questo modo, come se non gli nascesse nella gola ma nel corpo, come un
mormorio o un ringhio, o come una voce che parli dal profondo del sotto-
suolo. Come il sangue che si muove attraverso il proprio cuore: una parola,
una parola, una parola.

The Mail and Empire, 5 dicembre 1934

PLAUSO PER BENNETT

SPECIALE PER THE MAIL AND EMPIRE

In un discorso tenuto all'Empire Club ieri sera, il signor Richard


E. Griffen, finanziere di Toronto e Presidente della Royal Classic
Kneatwear senza troppi peli sulla lingua, ha rivolto contenute lodi
al Primo Ministro R.B. Bennett e frecciate ai suoi critici.
Riferendosi alla turbolenta manifestazione di domenica ai Ma-
ple Leaf Gardens di Toronto, nel corso della quale 15.000 comu-
nisti hanno inscenato un isterico benvenuto al loro leader Tim
Buck, arrestato per associazione sovversiva ma rilasciato sulla pa-
rola sabato dal Kingston's Portsmouth Penitentiary, il signor Grif-
fen si è dichiarato allarmato nel vedere il governo «cedere alle
pressioni», sotto forma di una petizione firmata da 200.000 «cuori
delusi e sanguinanti». La politica del «pugno di ferro dell'inflessi-
bilità» del signor Bennett era stata corretta, ha sostenuto, dal mo-
mento che l'arresto di coloro che complottavano per far cadere i
governi eletti e per confiscare la proprietà privata era l'unico mo-
do di trattare la sovversione.
Quanto alle decine di migliaia di immigrati espulsi sulla base
dell'Articolo 98, compresi quelli rispediti in paesi come la Ger-
mania e l'Italia dove li attende il campo di concentramento, questi
si erano dichiarati fautori di un regime tirannico, e ora potranno
averne un assaggio di prima mano, ha detto il signor Griffen.
Passando all'economia, ha affermato che sebbene la disoccupa-
zione rimanga alta, con l'inquietudine che ne deriva e con i comu-
nisti e i loro simpatizzanti che continuano ad approfittarne, ci so-
no stati segnali positivi, e lui è fiducioso che la Depressione finirà
entro la primavera. Intanto l'unica politica sana sarebbe tirare di-
ritti e permettere al sistema di correggersi. Qualsiasi propensione
al socialismo morbido del signor Roosevelt dovrebbe essere con-
trastata, dal momento che tali tentativi potrebbero soltanto far
ammalare ancora di più l'economia già sofferente. Sebbene la pia-
ga della disoccupazione vada deplorata, molti sono gli scansafati-
che per vocazione, e contro gli scioperanti illegali e gli agitatori
esterni dovrebbe auspicarsi un pronto ed efficace uso della forza.
Le considerazioni del signor Griffen sono state accolte da ap-
plausi scroscianti.

L'assassino cieco: Il messaggero

Allora. Diciamo che è buio. I soli, tutti e tre, sono tramontati. Sono sorte
un paio di lune. Sulle colline ai piedi delle montagne si aggirano i lupi. La
fanciulla prescelta aspetta il suo turno di essere sacrificata. Le è stato servi-
to il suo ultimo, elaborato pasto, è stata profumata e unta, canzoni sono
state intonate in sua lode. Ora giace su un letto di broccato dorato e rosso,
chiusa nella stanza più interna del Tempio, odorosa del miscuglio di petali
e incenso e spezie aromatiche frantumate che di solito si cosparge sui fere-
tri dei morti. Quanto al letto, è chiamato il Letto di Una Notte, perché nes-
suna fanciulla ce ne passa mai due. Invece tra le fanciulle stesse, finché
hanno ancora la lingua, è chiamato il Letto delle Lacrime Mute.
A mezzanotte riceverà la visita del Signore dell'Oltretomba, che a quan-
to si dice indossa un'armatura arrugginita. L'Oltretomba è il luogo della la-
cerazione e della disintegrazione: tutte le anime devono attraversarlo nel
loro tragitto verso la terra degli Dei, e alcune - le più peccaminose - devo-
no rimanervi. Ogni fanciulla consacrata del Tempio deve subire una visita
del Signore coperto di ruggine la notte prima del suo sacrificio, perché in
caso contrario la sua anima rimarrà insoddisfatta, e invece di viaggiare
verso la terra degli Dei sarà costretta a unirsi al gruppo di morte belle e
nude dai capelli azzurri, le figure piene, le labbra rosso rubino e gli occhi
come fosse piene di serpenti, che vagano attorno alle antiche tombe in ro-
vina nelle desolate montagne a ovest. Come vedi, non le ho dimenticate.
Apprezzo la tua premura.
Per te questo e altro. Qualunque altro dettaglio vuoi che aggiunga, non
hai che da dirmelo. Come molta gente, antica e moderna, gli Zycroniani
temono le vergini, specialmente morte. Le donne tradite in amore che sono
spirate senza essersi sposate, da morte sono spinte a cercare ciò che si sono
tanto sfortunatamente perdute da vive. Di giorno dormono nelle tombe in
rovina e di notte danno la caccia agli sprovveduti viaggiatori, in particolare
a qualsiasi giovane sia tanto temerario da percorrere quei luoghi. Balzano
su questi giovani e ne succhiano l'essenza vitale, trasformandoli in obbe-
dienti zombi, obbligati a soddisfare a richiesta le loro innaturali brame.
Che sfortuna per i giovani, dice lei. Non c'è alcun modo di difendersi da
queste creature maligne?
Si può trafiggerle con lance o schiacciarle con massi, riducendole in pol-
tiglia. Ma sono talmente tante che è come respingere una piovra, sono ad-
dosso a un poveretto prima che se ne accorga. Comunque, ipnotizzano le
vittime, annientano la loro forza di volontà. È la prima cosa che fanno.
Appena se ne vede una, si rimane inchiodati sul posto.
Posso immaginarlo. Ancora scotch?
Credo di poterlo reggere. Grazie. La fanciulla - secondo te come do-
vrebbe chiamarsi?
Non lo so. Scegli tu. Sei tu l'esperto.
Ci penserò. A ogni modo, eccola che giace sul Letto di Una Notte, in
preda all'ansia. Non sa cosa sarà peggio, la gola tagliata o le poche ore che
l'aspettano. Sebbene ufficialmente sia un segreto, al Tempio tutti sanno che
il Signore dell'Oltretomba non è davvero tale, ma semplicemente uno dei
cortigiani travestito. Come ogni altra cosa a Sakiel-Norn anche questa ca-
rica è in vendita, e si dice che ingenti somme passino da una mano all'altra
per questo privilegio - sottobanco, naturalmente. Beneficiaria degli illeciti
compensi è la Somma Sacerdotessa, che è facilmente corruttibile e di cui è
noto il debole per gli zaffiri. Si giustifica giurando di destinare il denaro in
beneficenza, e in realtà ne usa un po' in quel modo, quando si ricorda. Le
fanciulle possono difficilmente lamentarsi di questa parte della loro prova,
dal momento che sono senza lingua o materiale per scrivere, e comunque il
giorno dopo sono tutte morte. Soldi venuti dal cielo, dice la Somma Sacer-
dotessa tra sé e sé mentre raccoglie il denaro.
Nel frattempo in lontananza una grande orda lacera di barbari è in mar-
cia, decisa a conquistare la famosa città di Sakiel-Norn, quindi a saccheg-
giarla e a raderla al suolo. Hanno già fatto lo stesso a parecchie altre città
più a ovest. Nessuno - nessuno tra i paesi civili, cioè - può spiegarsi il loro
successo. Non sono né ben equipaggiati né ben armati, non sanno leggere e
non possiedono nessun ingegnoso strumento di metallo.
Non solo, non hanno un Re, soltanto un capo. Questo non ha neanche un
nome; ha rinunciato al suo nome al momento di diventare il capo, e al suo
posto gli è stato dato un titolo. Il suo titolo è Servitore della Gioia. I suoi
seguaci si riferiscono a lui anche come al Flagello dell'Onnipotente, Pugno
Destro dell'Invincibile, Purificatore delle Iniquità e Difensore della Giusti-
zia e della Virtù. La patria originale dei barbari è sconosciuta, ma si è d'ac-
cordo nell'affermare che provengano dal nord-ovest, dove hanno origine
anche tutti i venti. I loro nemici li chiamano il Popolo della Desolazione,
ma loro si definiscono il Popolo della Gioia.
Il loro attuale capo reca i segni del favore divino: alla nascita aveva in
testa un brandello di sacco amniotico, ha il piede ferito e un segno a forma
di stella sulla fronte. Cade in trance e comunica con l'altro mondo ogni-
qualvolta non sa quale sarà la sua prossima mossa. Si appresta a distrugge-
re Sakiel-Norn perché gli è stato ordinato da un messaggero degli Dei.
Il messaggero gli è apparso sotto forma di fiamma con numerosi occhi e
guizzanti ali di fuoco. Si sa che simili messaggeri parlano in tortuose para-
bole e assumono varie forme: thulk ardenti o sassi parlanti, o fiori che
camminano, o ancora creature con il corpo di uomo e la testa di uccello.
Ma potrebbero assumere l'aspetto di una persona qualsiasi. Chi viaggia da
solo o in coppia, uomini dalla fama di ladri o maghi, stranieri che parlano
parecchie lingue e mendicanti ai margini della strada sono coloro sotto le
cui sembianze si nascondono con più probabilità dei messaggeri, dice il
Popolo della Desolazione: perciò ognuno di loro deve essere trattato con
grande circospezione, almeno finché non sia dato scoprire la loro vera na-
tura.
Se risultano emissari divini, la cosa migliore è offrire loro cibo e vino e
l'uso di una donna, se richiesto, ascoltarne rispettosamente i messaggi e poi
lasciarli andare per la loro strada. In caso contrario, andrebbero lapidati a
morte e le loro proprietà confiscate. Puoi star certa che tutti i viaggiatori,
maghi, stranieri o mendicanti che si trovino nelle vicinanze del Popolo del-
la Desolazione provvedono di rifornirsi di una riserva di oscure parabole -
parole nebulose, sono chiamate, o seta intrecciata -, abbastanza arcane da
tornare utili nelle varie occasioni che le circostanze possono dettare. Viag-
giare tra il Popolo della Desolazione senza un indovinello o versi enigma-
tici equivarrebbe ad andare incontro a morte sicura.
Secondo le parole della fiamma con gli occhi, la città di Sakiel-Norn era
stata prescelta per essere distrutta in considerazione della sua lussuria, del
suo culto di falsi dei, e soprattutto dei suoi ripugnanti sacrifici di bambini.
A causa di questa pratica tutta la popolazione della città, compresi gli
schiavi e i bambini e le vergini destinate al sacrificio, dovevano essere
passati a fil di spada. Il fatto che i barbari volessero uccidere perfino colo-
ro la cui ingiusta condanna a morte era la ragione della loro calata può
sembrare strano, ma per il Popolo della Gioia non è la colpa o l'innocenza
a essere determinante, ma l'essere o meno contaminati, e per quello che ri-
guarda il Popolo della Gioia in una città contaminata ognuno è contamina-
to come tutti gli altri.
L'orda avanza inesorabile, sollevando al suo passaggio una scura nube di
polvere; la nube fluttua sopra di essa come una bandiera. Tuttavia, non è
abbastanza vicina perché le sentinelle piazzate sulle mura di Sakiel-Norn
possano avvistarla. Chiunque sia in grado di dare l'allarme - pastori sper-
duti, mercanti in transito e così via - viene scovato e massacrato senza pie-
tà, eccezion fatta per coloro che potrebbero rivelarsi messaggeri divini.
Il Servitore della Gioia cavalca davanti a tutti, il cuore puro, la fronte
corrugata, gli occhi fiammeggianti. Sulle spalle ha un rozzo mantello di
cuoio, sulla testa l'insegna della sua carica, un copricapo a cono rosso. Die-
tro di lui vengono i suoi seguaci, scoprendo i canini. Gli erbivori fuggono
dinanzi a loro, i saprofagi li seguono, i lupi avanzano a lunghi balzi ai loro
fianchi.

Intanto, nella città ignara di tutto, è in corso una congiura per rovesciare
il Re. È stata organizzata (come di consueto) da un gruppo di cortigiani al-
tamente fidati. Hanno assoldato il più abile degli assassini ciechi, un gio-
vane che da bambino era stato tessitore di tappeti per poi essere venduto
nei bordelli, ma che dal momento della sua fuga è divenuto famoso per i
modi silenziosi e furtivi, e per la spietatezza della mano nel brandire il col-
tello. Il suo nome è X.
Perché X?
Uomini come quello si chiamano sempre X. Non sanno che farsene dei
nomi, per loro i nomi sono solo un vincolo. Comunque, X sta per raggi X:
se sei X, puoi passare attraverso solidi muri e guardare attraverso i vestiti
delle donne.
Ma X è cieco, dice lei.
Ancora meglio. Vede attraverso i vestiti delle donne con l'occhio interno
che è la felicità della solitudine.
Povero Wordsworth! Non essere irriverente! fa lei, deliziata.
Non posso farci nulla, è da quando sono bambino che sono irriverente.

X deve penetrare nel recinto del Tempio delle Cinque Lune, trovare la
porta della stanza dove avverrà il sacrificio della vergine destinata a morire
il giorno dopo e tagliare la gola alla sentinella. Poi deve uccidere anche la
fanciulla, nasconderne il corpo sotto il leggendario Letto di Una Notte e
indossarne i veli cerimoniali. Deve aspettare finché il cortigiano che im-
persona il Signore dell'Oltretomba - che in realtà altri non è che il capo
dell'imminente colpo di mano - arrivi, prenda ciò per cui ha pagato e se ne
rivada. Il cortigiano ha pagato una bella somma e vuole qualcosa che valga
il denaro sborsato, il che non significa una ragazza morta, anche se appena
uccisa. Vuole che il cuore le batta ancora.
Ma nel prendere accordi si è fatta confusione. C'è stato un malinteso sui
tempi: così come stanno le cose, l'assassino cieco sarà il primo a tagliare il
traguardo.
È troppo macabro, dice lei. Hai una mente contorta.
Lui le passa un dito lungo il braccio nudo. Vuoi che continui? Di regola
lo faccio per soldi. Tu lo stai avendo per niente, dovresti essermi grata.
Comunque, non sai cosa accadrà. Sto solo intricando la trama.
Direi che era già abbastanza intricata.
Le trame intricate sono la mia specialità. Se ne vuoi di più esili, cerca al-
trove.
Va bene, va bene. Continua.
Travestito con gli abiti della fanciulla uccisa, l'assassino deve aspettare
fino al mattino e poi farsi condurre lungo i gradini che portano all'altare,
dove, al momento del sacrificio, pugnalerà il Re. Sembrerà dunque che il
Re sia stato colpito dalla Dea in persona, e la sua morte sarà il segnale per
un'insurrezione orchestrata con cura.
Alcuni degli elementi più violenti, debitamente corrotti, insceneranno
una rivolta. Dopodiché gli eventi seguiranno lo schema consacrato dal
tempo. Le sacerdotesse del Tempio saranno prese in custodia, per la loro
incolumità, si dirà, ma in realtà per costringerle ad appoggiare la rivendi-
cazione dei cospiratori all'autorità spirituale. I nobili fedeli al Re saranno
trafitti sul posto; i loro figli maschi saranno anch'essi uccisi, per evitare
vendette successive; le loro figlie verranno date in spose ai vincitori per
legittimare la confisca delle ricchezze delle loro famiglie, e le loro mogli
viziate e sicuramente adultere date in pasto alla folla. Quando i potenti ca-
dono, è un gran piacere potercisi pulire sopra i piedi.
L'assassino cieco progetta di fuggire nella confusione che seguirà, tor-
nando più tardi a reclamare l'altra metà del suo generoso compenso. In re-
altà i cospiratori intendono ucciderlo subito, perché sarebbe un disastro se
fosse catturato e - in caso di fallimento del complotto - costretto a parlare.
Il suo cadavere sarà ben nascosto, perché tutti sanno che gli assassini cie-
chi lavorano soltanto se prezzolati, e prima o poi la gente potrebbe comin-
ciare a chiedersi chi fosse stato a prezzolare lui. Organizzare la morte di un
Re è una cosa, essere scoperti è tutt'altra.

La fanciulla rimasta finora senza nome giace sul suo letto di broccato
rosso, aspettando il falso Signore dell'Oltretomba e rivolgendo un muto
addio alla vita. L'assassino cieco avanza furtivo nel corridoio con indosso
le vesti grigie di un'ancella del Tempio. Raggiunge la porta. La sentinella è
una donna, dal momento che a nessun uomo è concesso di servire all'inter-
no del recinto. Attraverso il suo velo grigio l'assassino le sussurra che ha
un messaggio da parte della Somma Sacerdotessa destinato solo alle sue
orecchie. La donna si china, il coltello si muove un'unica volta, la saetta di
Dio è misericordiosa. Le mani cieche guizzano verso il tintinnio delle
chiavi.
La chiave gira nella serratura. Dentro la stanza, la fanciulla la sente. Si
alza.

La sua voce si ferma. Rimane in ascolto di qualcosa fuori in strada.


Lei si solleva su un gomito. Che c'è? chiede. È solo lo sportello di una
macchina.
Fammi un favore, dice lui. Da brava, mettiti la sottoveste e sbircia fuori
della finestra.
E se qualcuno mi vede? dice lei. Siamo in pieno giorno.
Non c'è problema. Non ti riconosceranno. Vedranno soltanto una donna
in sottoveste, non è uno spettacolo fuori del comune da queste parti; pense-
ranno semplicemente che sei una...
Una donna di facili costumi? dice lei disinvolta. È quello che pensi an-
che tu?
Una vergine violata. Non è la stessa cosa.
Molto galante da parte tua.
A volte sono il mio peggior nemico.
Se non fosse per te sarei molto più violata, dice lei. Ora è alla finestra,
solleva l'avvolgibile. La sua sottoveste è del verde freddo del ghiaccio a ri-
va, ghiaccio spaccato. Non potrà restarle aggrappato, non a lungo. Si squa-
glierà, si allontanerà, gli scivolerà di mano.
Non c'è niente là fuori? dice lui.
Nulla di anormale.
Torna a letto.
Ma lei ha guardato nello specchio sopra il lavandino, si è vista. Il viso
senza trucco, i capelli scompigliati. Controlla l'orologio d'oro. Dio, che di-
sastro, dice. Devo andare.

The Mail and Empire, 15 dicembre 1934

VIOLENTO SCIOPERO SOFFOCATO


DALL'ESERCITO

PORT TICONDEROGA, ONT.

Nuove violenze sono scoppiate ieri a Port Ticonderoga dopo i


disordini verificatisi nel corso della settimana in seguito alla chiu-
sura, allo sciopero e alla serrata delle Industrie Chase & Figli. Es-
sendosi le forze di polizia dimostrate insufficienti numericamente
ed essendo stati richiesti rinforzi dall'assemblea legislativa pro-
vinciale, nell'interesse della sicurezza pubblica il Primo Ministro
ha autorizzato l'intervento di un distaccamento del Royal Cana-
dian Regiment, che è giunto sul posto alle due pomeridiane.
Prima che l'ordine fosse ristabilito, un'assemblea di scioperanti
ha perso il controllo. Le vetrine dei negozi della strada principale
della città sono state infrante e lungamente saccheggiate. Parecchi
negozianti che cercavano di difendere le loro proprietà hanno ri-
portato contusioni e sono ora ricoverati in ospedale. A quanto pa-
re un poliziotto è in grave pericolo di vita per la commozione ce-
rebrale causatagli da un colpo di mattone alla testa. Si stanno
conducendo indagini su un incendio divampato alla Fabbrica Uno
alle prime ore del mattino e domato dai vigili del fuoco cittadini, e
si sospetta il dolo. Il guardiano notturno, il signor Al Davidson,
una volta trascinato al sicuro lontano dalle fiamme, è stato dichia-
rato morto per un colpo alla testa e intossicazione da fumo. Sono
in corso le ricerche degli esecutori dell'attentato, e molti sospetti
sono già stati individuati.
L'editore del quotidiano di Port Ticonderoga, il signor Elwood
R. Murray, ha affermato che a causare i disordini è stato l'alcol in-
trodotto tra la folla da numerosi agitatori esterni. Ha sostenuto che
i lavoratori del luogo sono sempre stati rispettosi della legge e non
si sarebbero sollevati, se non fossero stati provocati.
Il signor Norval Chase, Presidente delle Industrie Chase & Fi-
gli, non ha rilasciato commenti.

L'assassino cieco: I cavalli della notte

Una casa differente questa settimana, una stanza differente. Almeno tra
la porta e il letto c'è lo spazio per girarsi. Le tende sono messicane, a stri-
sce gialle, blu e rosse; il letto ha una testiera di acero, c'è una coperta della
Compagnia della Baia di Hudson, di quelle che costituivano oggetto di
scambio con i nativi, color cremisi e ruvida, che è stata gettata a terra. Alla
parete il manifesto di una corrida spagnola. Una poltrona, il cuoio di un
marrone rossiccio; una scrivania, quercia patinata, un vaso con alcune ma-
tite, tutte ben appuntite; una rastrelliera di pipe. L'aria è densa di particola-
to di tabacco.
Uno scaffale di libri: Auden, Veblen, Spengler, Steinbeck, Dos Passos.
Il tropico del cancro è in bella vista, deve essere stato importato di nasco-
sto. Salammbô, Lo strano fuggitivo, Il crepuscolo degli idoli, Addio alle
armi. Barbusse, Montherlant. Hammurabis Gesetz: Juristische Erläute-
rung. Questo nuovo amico ha interessi intellettuali, pensa lei. E anche più
soldi. Perciò è meno fidato. Ha tre diversi cappelli sull'attaccapanni di le-
gno ricurvo, nonché una vestaglia di stoffa scozzese, di puro cachemire.
Hai letto qualcuno di questi libri? ha chiesto lei dopo che sono entrati e
lui ha chiuso la porta a chiave. Si è tolta il cappello e i guanti.
Qualcuno, ha detto lui. Non è entrato in dettagli. Dai, gira la testa. Le ha
sfilato una foglia dai capelli.
Stanno già cadendo.
Lei si chiede se l'amico sappia. Non solo che c'è una donna - avranno ar-
chitettato qualcosa tra loro in modo che l'amico non piombi all'improvviso,
gli uomini fanno certe cose -, ma chi è. Il suo nome e così via. Spera di no.
È sicura dai libri, e soprattutto dal manifesto della corrida, che questo ami-
co le sarebbe ostile per principio.
Oggi lui era stato meno impetuoso, più riflessivo. Aveva preferito indu-
giare, ritardare. Scrutare.
Perché mi guardi così?
Ti sto memorizzando.
Perché? ha chiesto lei, mettendogli una mano sugli occhi. Non le piaceva
essere esaminata a quel modo. Palpata.
Per averti più tardi, ha risposto lui. Una volta che te ne sarai andata.
Zitto. Non rovinare questa giornata.
Batti il ferro finché è caldo, ha detto lui. È questo il tuo motto?
Piuttosto chi risparmia guadagna, ha detto lei. Allora lui aveva riso.

Ora lei si è avvolta nel lenzuolo, se lo è ripiegato sul seno; è stesa contro
di lui, le gambe nascoste in una lunga e sinuosa coda di pesce di cotone
bianco. Lui tiene le mani dietro la testa: sta fissando il soffitto. Lei gli offre
dei sorsi del suo drink, whisky di segale e acqua, questa volta. Meno caro
dello scotch. Vuole portare lei qualcosa di buono - qualcosa di bevibile -,
ma finora se n'è dimenticata.
Continua, dice.
Deve venirmi l'ispirazione, fa lui.
Cosa posso fare per ispirarti? Non devo essere di ritorno fino alle cin-
que.
Rimandiamo a dopo l'ispirazione seria, dice lui. Devo rimettermi in for-
ze. Dammi mezz'ora.
O lente, lente currite noctis equi!
Cosa?
Correte piano, piano, cavalli della notte. È di Ovidio, dice lei. In latino il
verso va a un galoppo lento. Che cosa goffa, penserà che mi stia dando
delle arie. Non capisce mai quando lui riconosce o meno un'allusione. A
volte finge di ignorare una cosa e poi, dopo che gliel'ha spiegata, dimostra
di saperla eccome, di averla sempre saputa. Prima la stana e poi la fa secca.

Sei strana, tesoro, dice lui. Perché sono cavalli della notte?
Tirano il carro del Tempo. Lui è con la sua concubina. Ciò significa che
vuole che la notte si allunghi, in modo da poter rimanere più a lungo con
lei.
A che pro? fa lui pigramente. Cinque minuti non gli bastano? Non ha
nulla di meglio da fare?
Lei si tira su. Sei stanco? Ti sto annoiando? Vuoi che me ne vada?
Torna giù. Tu non vai da nessuna parte.
Lei vorrebbe che non lo facesse - parlare come un cowboy dei film. Lo
fa per metterla in condizione di inferiorità. Malgrado ciò, allunga il braccio
e glielo fa scivolare sopra.
Metti la mano qui, signora. Lì sì che sta bene. Chiude gli occhi. Concu-
bina, dice. Che termine d'altri tempi. Tipicamente vittoriano. Dovrei ba-
ciarti la scarpina, o riempirti di cioccolatini.
Forse io sono d'altri tempi. Forse sono tipicamente vittoriana. Amante,
allora. O una da portare a letto. È più moderno? Più al tuo livello?
Sicuro. Ma credo di preferire concubina. Perché noi non siamo allo stes-
so livello, vero?
No, dice lei. Non lo siamo. Comunque, vai avanti.

Lui dice: Al calare della notte, il Popolo della Gioia si è accampato a un


giorno di marcia dalla città. Schiave catturate nelle precedenti conquiste
versano hrang scarlatto dalle fiasche di pelle in cui viene fatto fermentare
e piegano umilmente la schiena, si curvano e servono, portando scodelle di
stufato duro e poco cotto preparato con i thulk rubati. Le mogli degli uffi-
ciali siedono nell'ombra, gli occhi scintillanti negli scuri ovali dei loro faz-
zoletti, attente alle insolenze. Sanno che quella notte dormiranno sole, ma
più tardi potranno frustare le fanciulle prigioniere perché maldestre o irri-
verenti, e non mancheranno di farlo.
Gli uomini sono accovacciati attorno ai loro piccoli fuochi, avvolti nei
loro mantelli di cuoio, intenti a mangiare la loro cena, borbottando tra sé e
sé. Non sono di umore gioviale. L'indomani, o il giorno dopo ancora - di-
pende dalla loro velocità e dalla vigilanza del nemico - dovranno combat-
tere, e questa volta potrebbero anche non vincere. È vero, il messaggero
dagli occhi di fuoco che ha parlato al Pugno dell'Invincibile ha promesso
che sarebbe stata concessa loro la vittoria se avessero continuato a essere
devoti e obbedienti e coraggiosi e astuti, ma ci sono sempre tanti se in que-
ste faccende.
Se perdono verranno uccisi, e lo stesso le loro donne e i loro bambini.
Non si aspettano pietà. Se vincono, toccherà a loro uccidere, cosa non
sempre piacevole come a volte si crede. Dovranno massacrare tutti nella
città: questi sono gli ordini. Nessun bambino maschio dovrà essere lasciato
vivo, per crescere agognando di vendicare il padre massacrato; nessuna
bambina femmina, per corrompere il Popolo della Gioia con i suoi modi
depravati. Nelle città conquistate in passato hanno risparmiato le fanciulle
giovani e le hanno spartite tra i soldati, una o due o tre a seconda del valo-
re e del merito, ma ora il messaggero divino ha detto basta.
Tutte quelle uccisioni saranno stancanti, e anche rumorose. Uccidere su
così vasta scala è molto duro e inoltre contamina, e va fatto senza eccezio-
ni, altrimenti il Popolo della Gioia si troverà in grossi guai. L'Onnipotente
sa come imporre la lettera della legge.
I loro cavalli sono impastoiati a una certa distanza l'uno dall'altro. Sono
pochi, e cavalcati soltanto dai capi - bestie snelle, ombrose, con bocche in-
durite, lunghi musi tristi e occhi teneri, vili. Di nulla di tutto ciò hanno
colpa: ci sono stati costretti.
Se si possiede uno di questi animali si può prenderlo a calci e picchiarlo,
ma non ucciderlo e mangiarlo, perché molto tempo fa un messaggero del-
l'Onnipotente apparve nelle sembianze del primo cavallo. I cavalli ne han-
no memoria, si dice, e ne sono fieri. Per questo permettono solo ai capi di
cavalcarli. O almeno, questa è la ragione che ne viene data.

Mayfair, maggio 1935

PETTEGOLEZZI SULLA TORONTO CHE CONTA

DI YORK

Questo aprile la primavera ha fatto un ingresso spumeggiante,


annunciata da una vera e propria sfilata di limousine con autista
che conducevano una folla di illustri ospiti a uno dei più interes-
santi ricevimenti della stagione, l'incantevole festa che il 6 aprile
scorso la signora Winifred Griffen Prior ha dato nella sua maesto-
sa residenza in stile Tudor di Rosedale in onore della signorina I-
ris Chase di Port Ticonderoga, Ontario. La signorina Chase è fi-
glia del Capitano Norval Chase e nipote della defunta signora
Benjamin Montfort Chase, di Montreal. È in procinto di sposare il
fratello della signora Griffen, il signor Richard Griffen, a lungo
considerato uno degli scapoli più appetibili della provincia, in un
brillante matrimonio che promette di essere uno degli eventi da
non perdere nel calendario nuziale del mese di maggio.
Le debuttanti della scorsa stagione e le loro madri erano ansiose
di dare un'occhiata alla giovane sposina, affascinante in una so-
bria creazione della Schiaparelli in crespo beige con effetto in ri-
lievo, con gonna affusolata e peplo, ornata di inserti di velluto ne-
ro e giaietto. Stagliata contro uno scenario di narcisi bianchi, per-
golati a graticcio bianchi e candele accese in candelabri di argento
ornati da grappoli di falsa uva nera Muscardine decorata con na-
stri argentati a spirale, la signora Prior ha ricevuto gli ospiti in un
grazioso abito da sera in tulle di Chanel, con gonna drappeggiata
e corsetto ornato di semplici perline. Era presente anche la sorella
della signorina Chase, nonché sua damigella, la signorina Laura
Chase, in velluto di cotone verde foglia con inserti in satin color
anguria.
Tra la distinta folla ricordiamo il Vicegovernatore e sua moglie,
la signora Herbert A. Bruce, il Col. R.Y. Eaton e signora accom-
pagnati dalla figlia signorina Margaret Eaton, l'On. W.D. Ross e
signora con le figlie signorina Susan e signorina Isobel Ross, la
signora A.L. Ellsworth e le sue due figlie, la signora Beverley
Balmer e la signorina Elaine Ellsworth, la signorina Jocelyn e la
signorina Daphne Boone, e infine il signor Grant Pepler e signora.

L'assassino cieco: La campana di bronzo

È mezzanotte. Nella città di Sakiel-Norn un'unica campana di bronzo


suona per annunciare il momento in cui il Dio Infranto, incarnazione not-
turna del Dio dei Tre Soli, raggiunge il punto più basso della sua discesa
nelle tenebre e dopo un feroce combattimento è fatto a pezzi dal Signore
dell'Oltretomba e dalla sua banda di morti guerrieri che dimorano laggiù.
Sarà rimesso insieme dalla Dea, riportato in vita e curato fino a ritrovare
rinnovati salute e vigore, e all'alba risorgerà come al solito, rigenerato,
pieno di luce.
Sebbene il Dio Infranto sia una figura popolare, nessuno nella città crede
più sul serio a questa storia che si racconta su di lui. Eppure, in ogni fami-
glia le donne modellano un suo ritratto d'argilla, che gli uomini distruggo-
no nella notte più scura dell'anno, e il giorno seguente le donne ne model-
lano uno nuovo. Per i bambini ci sono piccoli dei di pane dolce da mangia-
re; i bambini con le loro piccole bocche avide rappresentano il futuro, che
come il tempo stesso divorerà tutti coloro che ora sono vivi.
Il Re siede solo nella torre più alta del suo sontuoso palazzo, da dove os-
serva le stelle e interpreta gli auspici e i presagi per la settimana che segui-
rà. Ha messo da parte la sua maschera di platino intessuto, dal momento
che non è presente nessuno a cui debba nascondere le sue emozioni: può
sorridere e aggrottare le ciglia a volontà, proprio come un Ygnirod qualsia-
si. È un tale sollievo.
Proprio ora sta sorridendo, un sorriso pensoso: sta riflettendo sul suo ul-
timo intrigo amoroso con la moglie pienotta di un funzionario di basso
rango. È stupida come un thulk, ma ha la bocca morbida e piena come un
cuscino di velluto impregnato d'acqua, e affusolate dita guizzanti come pe-
sci, e stretti occhi maliziosi, e un'esperienza coltivata con cura. Tuttavia,
sta diventando troppo esigente, nonché indiscreta. Lo sta tormentando per-
ché componga una poesia sulla sua nuca, o su qualche altra parte del suo
corpo, com'è consueto tra i più frivoli degli amanti di corte, ma i suoi ta-
lenti non vanno in quella direzione. Perché le donne amano tanto andare a
caccia di trofei, perché vogliono dei ricordi? O forse lei desidera che si
renda ridicolo, per dimostrargli il suo potere?
È un peccato, ma dovrà liberarsi di lei. Rovinerà suo marito fi-
nanziariamente - gli farà l'onore di pranzare a casa sua, con tutti i suoi cor-
tigiani più fidati, finché le risorse di quel povero sciocco non saranno esau-
rite. A quel punto la donna verrà venduta come schiava per pagare il debi-
to. Potrebbe farle perfino bene - rassodarle i muscoli. È un indubbio piace-
re immaginarla senza il suo velo, il viso nudo esposto allo sguardo di ogni
passante, mentre porta il poggiapiedi della sua nuova padrona o il wibular
domestico dal becco blu con un'espressione perennemente accigliata. Po-
trebbe sempre farla assassinare, ma gli sembra una punizione un po' seve-
ra: tutto ciò di cui è colpevole è l'ardente desiderio di cattiva poesia. Dopo-
tutto, non è un tiranno.
Davanti a lui giace un oorm sventrato. Sbircia oziosamente tra le piume.
Non dà grande importanza alle stelle - non crede più a tutte quelle scioc-
chezze -, ma dovrà comunque passare qualche tempo a osservarle con gli
occhi socchiusi ed escogitare qualche annuncio solenne. Il moltiplicarsi
della ricchezza e un raccolto abbondante dovrebbero funzionare nel breve
termine, e poi la gente si dimentica sempre delle profezie, a meno che non
si rivelino vere.
Si chiede se abbia qualche fondamento l'informazione che ha ricevuto da
una fonte privata degna di fede - il suo barbiere -, secondo cui si starebbe
tramando un ennesimo complotto ai suoi danni. Dovrà di nuovo ordinare
arresti, ripristinare la tortura e le esecuzioni? Senza dubbio. L'indulgenza
presunta è nociva all'ordine pubblico quanto quella reale. È auspicabile
non allentare mai la presa, quando si regna. Se dovranno cadere delle teste,
la sua non sarà tra quelle. Sarà costretto ad agire, per proteggersi; eppure
sente una strana inerzia. Governare un regno è una continua tensione: basta
che allenti la guardia anche solo per un momento e gli saranno addosso,
chiunque essi siano.
Lontano, a nord, gli sembra di scorgere un tremolio, come qualcosa che
arda, ma scompare subito. Lampi, forse. Si passa la mano sugli occhi.

Mi dispiace per lui. Penso che stia solo facendo del suo meglio.
Io penso che abbiamo bisogno di un altro drink. Che ne dici?
Scommetto che stai per farlo fuori. Hai quello scintillio negli occhi.
A essere giusti se lo meriterebbe. Da parte mia lo reputo un bastardo.
Ma i re devono esserlo, non è vero? La sopravvivenza del più forte, eccete-
ra eccetera. I deboli al muro.
Non lo credi davvero.
Ce n'è ancora? Strizza la bottiglia, vuoi? Perché ho veramente una gran
voglia di bere.
Vedrò. Si alza, tirandosi dietro il lenzuolo. La bottiglia è sulla scrivania.
Non c'è bisogno che ti copri, dice lui. Mi piace lo spettacolo.
Si gira a guardarlo al di sopra della spalla. Dice: Aggiunge mistero. Pas-
sami il tuo bicchiere. Vorrei che la smettessi di comprare questo torcibu-
della.
È tutto quello che posso permettermi. Comunque non ho gusto. È perché
sono orfano. Mi hanno rovinato i presbiteriani, all'orfanotrofio. È per que-
sto che sono così cupo e triste.
Non giocare la vecchia sporca carta dell'orfanotrofio. Il mio cuore non
sanguina.
Invece lo fa, dice lui. A parte le gambe e lo splendido culo, ecco cosa
ammiro di più in te - il tuo cuore sanguinante.
Non è il mio cuore a sanguinare, è la mia mente. Sono sanguinaria. O
così mi è stato detto.
Lui ride. Alla salute della tua indole sanguinaria, allora. Cin cin.
Lei beve, fa una smorfia.
Non fa in tempo a entrare, che già esce, dice lui allegro. A proposito, a-
vrei una faccenda urgente da sbrigare. Si alza, va alla finestra, solleva leg-
germente il telaio scorrevole.
Non puoi farlo!
È un vialetto laterale. Non colpirò nessuno.
Almeno rimani dietro la tenda! E io?
E tu cosa? Hai già visto un uomo nudo prima d'ora. Non chiudi sempre
gli occhi.
Non voglio dire questo, voglio dire che io non posso fare pipì fuori della
finestra. Scoppierò.
La vestaglia del mio amico, dice lui. La vedi? Quell'affare scozzese sul-
l'attaccapanni. Controlla soltanto che il corridoio sia vuoto. La padrona di
casa è una vecchia puttana ficcanaso, ma finché indossi la vestaglia scoz-
zese non ti vedrà. Ti mimetizzerai - questa topaia è scozzese fino al midol-
lo.

E allora, dice lui. Dov'ero rimasto?


È mezzanotte, dice lei. Un'unica campana di bronzo suona.
Ah, sì. È mezzanotte. Un'unica campana di bronzo suona. Mentre il rin-
tocco si smorza, l'assassino cieco gira la chiave nella porta. Il suo cuore
batte forte, come sempre in simili momenti: momenti di notevole pericolo
per se stesso. Se viene catturato, la morte che gli verrà destinata sarà lunga
e dolorosa.
Non prova alcun sentimento riguardo alla morte che sta per dare, né gli
importa di conoscerne i motivi. Chi deve essere assassinato e perché è af-
fare di ricchi e potenti, ed egli li odia in eguale misura. Sono coloro che gli
hanno tolto la vista e sono penetrati a forza nel suo corpo a decine, quando
era troppo giovane per poter reagire in qualche modo, e accoglierebbe con
gioia l'occasione di massacrare ognuno di loro - loro e chiunque sia coin-
volto nelle loro attività, come questa fanciulla. Per lui non significa nulla
che sia poco più di una prigioniera vestita a festa e ingioiellata. Per lui non
significa nulla che la stessa gente che lo ha reso cieco abbia reso lei muta.
Farà il suo lavoro, prenderà il suo compenso e la cosa finirà lì.
In ogni caso, se pure non la uccide questa notte, verrà uccisa l'indomani,
e lui sarà più rapido e certo non altrettanto maldestro. Le sta facendo un
favore. Troppi sono stati i sacrifici commessi senza alcuna perizia. Nessu-
no di questi Re ci sa fare con il coltello.
Spera che non faccia troppo chiasso. Gli è stato detto che non può grida-
re: il suono più alto che riesce a emettere, con la sua bocca senza lingua,
ferita, è un forte miagolio soffocato, come.un gatto in un sacco. È un bene.
Ciò nonostante, prenderà alcune precauzioni. Trascina il cadavere della
sentinella dentro la stanza, in modo che nessuno possa inciamparci nel cor-
ridoio. Poi si infila dentro anche lui, senza fare rumore, a piedi nudi, e ri-
chiude la porta a chiave.

La pelliccia

Questa mattina il canale delle previsioni meteorologiche ha annunciato


l'arrivo di una tromba d'aria, e verso la metà del pomeriggio il cielo ha as-
sunto una funesta sfumatura di verde e i rami degli alberi hanno preso ad
agitarsi come se un enorme animale infuriato stesse cercando di aprirsi a
forza un varco attraverso di essi. La bufera ci è passata proprio sopra la te-
sta: guizzanti lingue serpentine di luce bianca, pile di vassoi di latta che
piombavano a terra. Contate fino a mille e uno, ci diceva Reenie. Se ci riu-
scite, alla fine sarà a chilometri di distanza. Diceva di non usare mai il te-
lefono durante un temporale, o il fulmine ti sarebbe entrato diritto nell'o-
recchio e saresti diventato sordo. Diceva anche di non fare mai il bagno,
perché il fulmine sarebbe potuto scorrere fuori del rubinetto come acqua.
Diceva che se ti si drizzavano i capelli sulla nuca dovevi fare un salto, per-
ché era l'unica cosa in grado di salvarti.
Al crepuscolo la tempesta era andata, ma era ancora tutto fradicio come
in una fogna. Mi rigiravo nello scompiglio del mio letto, avvertendo i fati-
cosi battiti del mio cuore contro le molle del materasso, cercando di trova-
re una posizione comoda. Finalmente ho rinunciato al sonno, ho infilato un
lungo maglione sulla camicia da notte e ho superato con successo le scale.
Poi mi sono messa il mio impermeabile di plastica con il cappuccio, ho in-
filato i piedi negli stivali di gomma e sono uscita. Il legno bagnato dei gra-
dini della veranda era insidioso. La vernice è venuta via, forse stanno mar-
cendo.
Nella debole luce tutto era monocromo. L'aria era umida e immobile. I
crisantemi sul prato davanti casa brillavano di gocce scintillanti; un batta-
glione di lumache stava sicuramente divorando le poche foglie di lupino
rimaste. Si dice che alle lumache piaccia la birra; io continuo a pensare che
dovrei lasciargliene un po' fuori. Meglio a loro che a me: non è mai stata la
mia specie di alcol preferita. Volevo uno stordimento più rapido.
Sono avanzata lentamente, mentre i miei passi risuonavano sul marcia-
piede. C'era la luna piena, circondata da un pallido alone; sotto i lampioni
la mia ombra rimpicciolita mi scivolava davanti come un folletto. Sentivo
di stare facendo una cosa azzardata: una donna anziana, sola, che cammina
di notte. Agli occhi di un estraneo sarei apparsa inerme. E davvero ero un
po' spaventata, o almeno abbastanza in ansia perché il cuore mi battesse
più forte. Come Myra continua a ripetermi con tanto garbo, le vecchie si-
gnore sono i bersagli preferiti dei rapinatori. Si dice che vengano qui da
Toronto, questi rapinatori, come fanno tutti i cattivi. Probabilmente arriva-
no in pullman, con i loro strumenti da rapina camuffati da ombrelli, o da
mazze da golf. Non ci sono distanze che non possano coprire, dice Myra in
tono sinistro.
Ho superato tre isolati in direzione della strada principale che attraversa
la città, poi mi sono fermata a guardare dall'altra parte dell'asfalto bagnato,
satinato, verso la stazione di servizio di Walter. Walter era seduto nel faro
del suo casotto di vetro, nel bel mezzo della pozza di asfalto liscio, deserta
e nera come l'inchiostro. Piegato in avanti con il suo berretto rosso sem-
brava un fantino attempato su un cavallo invisibile o il capitano del proprio
destino, intento a pilotare una bizzarra astronave attraverso lo spazio. In
realtà stava guardando lo Sports Network sul suo televisore in miniatura,
come sono venuta a sapere da Myra. Non sono andata a parlargli: si sareb-
be allarmato nel vedermi spuntare dall'oscurità con gli stivali di gomma e
la camicia da notte, come un'eccentrica vagabonda ottuagenaria. Eppure,
era confortante sapere che c'era almeno un altro essere umano sveglio a
quell'ora di notte.
Sulla via del ritorno ho sentito dei passi alle mie spalle. Ci siamo, mi so-
no detta, ecco il rapinatore. Ma era soltanto una giovane donna con un im-
permeabile nero, che portava una borsa o una valigetta. Mi ha superato ad
andatura veloce, con la testa sporta in avanti.
Sabrina, ho pensato. Alla fine è tornata. Mi sono sentita pienamente per-
donata, in quell'istante - e benedetta, piena di grazia, come se il tempo si
fosse riavvolto all'indietro e il mio vecchio bastone di legno secco fosse
sbocciato melodrammaticamente in un fiore. Ma alla seconda occhiata -
anzi, alla terza - ho visto che non era affatto Sabrina; solo un'estranea. Chi
sono io comunque, per meritare un risultato così miracoloso? Come posso
aspettarmelo?
Eppure me lo aspetto. Contro ogni logica.

Ma ora basta. Riprendo il fardello del mio racconto, come dicevano una
volta i poeti. Torniamo ad Avilion.
Mia madre era morta. Le cose non sarebbero più state le stesse. Mi fu
detto di stringere i denti. Chi fu a dirmelo? Di sicuro Reenie, forse mio pa-
dre. È strano, non si parla mai di labbra, in certi momenti. Eppure sono
quelle che verrebbe voglia di mordersi, per rimpiazzare un tipo di dolore
con un altro.
All'inizio Laura trascorreva molto tempo dentro la pelliccia di mia ma-
dre. Era di pelle di foca, in una tasca c'era ancora il suo fazzoletto. Laura ci
si infilava dentro e cercava di abbottonarla, finché non le venne in mente
di abbottonarla prima e strisciarci dentro poi. Credo che debba aver prega-
to lì dentro, o fatto giochi di prestigio: per far tornare magicamente indie-
tro la mamma. Di qualunque cosa si trattasse, non funzionò. Poi la pellic-
cia venne data in beneficienza.
Presto Laura cominciò a chiedere dove fosse andato il bimbo, quello che
non sembrava affatto un gattino. In Paradiso non la soddisfaceva più - do-
po che era stato nel catino, voleva sapere lei. Reenie le diceva che l'aveva
portato via il dottore. Ma perché non c'è stato un funerale? Perché è nato
troppo piccolo, diceva Reenie. Come ha potuto una cosa così piccola ucci-
dere la mamma? Reenie diceva: Non ci pensare. Diceva: Lo capirai quan-
do sarai più grande. Diceva: Ciò che non si sa non può far male. Una
massima dubbia: a volte ciò che non si sa può fare molto male.
Di notte Laura scivolava nella mia stanza e mi scuoteva per svegliarmi,
poi si infilava nel mio letto. Non riusciva a dormire: era per via di Dio. Fi-
no al funerale, lei e Dio erano stati in buoni rapporti. Dio ti ama, diceva la
maestra della scuola domenicale della chiesa metodista, dove ci aveva
mandato nostra madre, e dove Reenie continuava a mandarci per principio,
e Laura ci aveva creduto. Ma ora non ne era più così sicura.
Cominciò a preoccuparsi dell'esatta ubicazione di Dio. Era colpa della
maestra della scuola domenicale: Dio è ovunque, aveva detto, e Laura vo-
leva sapere: Dio era nel sole, Dio era nella luna, Dio era nella cucina, nel
bagno, era sotto il letto? («Vorrei torcere il collo a quella donna» diceva
Reenie). Laura non voleva che Dio le spuntasse davanti quando meno se lo
aspettava, cosa non difficile da credere considerato il suo recente compor-
tamento. Apri la bocca e chiudi gli occhi, e ti darò una sorpresa coi fioc-
chi, diceva Reenie, tenendo un biscotto dietro la schiena, ma Laura non
voleva più saperne. Voleva tenere gli occhi aperti. Non che non si fidasse
di Reenie, ma aveva paura delle sorprese.
Probabilmente Dio era nello stanzino delle scope. Sembrava il posto più
verosimile. Se ne stava nascosto là come uno zio eccentrico e magari peri-
coloso, ma lei non poteva essere certa che ci stesse, perché aveva paura di
aprire la porta. «Dio è nel tuo cuore» diceva la maestra della scuola dome-
nicale, e questo era ancora peggio. Se fosse stato nello stanzino delle scope
si sarebbe potuto sempre fare qualcosa, come chiudere la porta a chiave.
Dio non dormiva mai, si diceva nell'inno - Nessun sonno spensierato
chiuderà i Suoi occhi. No, di notte vagava per la casa spiando le persone -
controllando se fossero state abbastanza buone, o mandando flagelli per
ucciderle, o indulgendo in qualche altro capriccio. Prima o poi sarebbe sta-
to obbligato a fare qualcosa di spiacevole, com'era accaduto spesso nella
Bibbia. «Ascolta, è lui» diceva Laura. Il passo leggero, il passo pesante.
«Non è Dio. È soltanto papà. È nella torretta».
«Cosa sta facendo?»
«Fuma». Non volevo dire beve. Mi sembrava sleale.

I sentimenti più teneri nei confronti di Laura li provavo quando dormiva


- la bocca socchiusa, le ciglia ancora bagnate -, ma il suo era un sonno agi-
tato; brontolava e scalciava, e a volte russava, impedendo anche a me di
dormire. Scivolavo fuori del letto e attraversavo il pavimento in punta di
piedi, quindi mi tiravo su per guardare fuori della finestra della nostra
stanza. Quando c'era la luna i giardini fioriti erano di un grigio argenteo,
come se ne fossero stati succhiati tutti i colori. Potevo vedere la ninfa di
pietra, di scorcio; la luna si rifletteva nel suo laghetto delle ninfee, e lei im-
mergeva le dita dei piedi nella luce fredda. Rabbrividendo tornavo a letto,
e giacevo guardando le ombre tremule delle tende e ascoltando i mormorii
e i crepitii della casa che si assestava. Chiedendomi cosa avessi fatto che
non andava.
I bambini credono che tutto il male del mondo sia in qualche modo col-
pa loro, e in questo io non facevo eccezione; ma credono anche nei lieto
fine, nonostante tutto lasci prevedere il contrario, e io non facevo eccezio-
ne neanche in questo. Volevo soltanto che il lieto fine si sbrigasse a venire,
perché - soprattutto di notte, quando Laura dormiva e io non ero costretta a
tirarle su il morale - mi sentivo terribilmente triste.
La mattina aiutavo Laura a vestirsi - era stato mio compito anche quando
la mamma era viva - e mi assicuravo che si lavasse i denti e la faccia. Al-
l'ora di pranzo a volte Reenie ci lasciava fare un picnic. Ci dava pane bian-
co imburrato e spalmato di gelatina di uva traslucida come cellophane, e
carote crude, e mele a pezzetti. Ci dava manzo conservato, tirato fuori da
una scatoletta a forma di tempio azteco. Ci dava uova sode. Mettevamo
queste cose sui piatti, le portavamo fuori e le mangiavamo qua e là - accan-
to allo stagno, nella serra. Se pioveva, le mangiavamo dentro.
«Ricordate gli armeni che muoiono di fame» diceva Laura con le mani
giunte e gli occhi chiusi, chinandosi sulle croste del suo panino con la ge-
latina. Sapevo che lo diceva perché lo faceva la mamma, e nel sentirlo mi
veniva voglia di piangere. «Non ci sono armeni che fanno la fame, è solo
un'invenzione» le dissi una volta, ma non ci volle credere.

Venivamo lasciate spesso da sole a quel tempo. Imparammo a conoscere


ogni centimetro di Avilion: le sue crepe, i suoi sotterranei, le sue gallerie.
Sbirciavamo nel nascondiglio sotto la scala di servizio, che conteneva un
miscuglio di soprascarpe smesse e di manopole spaiate e un ombrello dalle
stecche rotte. Esploravamo le varie ramificazioni della cantina - la cantina
del carbone per il carbone; la cantina degli ortaggi per i cavoli e le zucche
disposti sopra un'asse, e le barbabietole e le carote che mettevano barbe
nella loro cassetta di sabbia, e le patate con i loro ciechi tentacoli albini,
simili alle zampe dei gamberi; la cantina fredda per le mele nei loro barili e
per gli scaffali delle conserve di frutta - polverose marmellate e gelatine
che scintillavano come gemme grezze, e salse indiane a base di spezie e
frutta, e sottaceti e fragole e pomodori pelati e salsa di mele, tutto in vasetti
sigillati Crown. C'era anche una cantina dei vini, ma veniva tenuta chiusa;
soltanto mio padre aveva la chiave.
Trovammo l'umida grotta dal pavimento di terra sotto la veranda, rag-
giunta strisciando tra le malvarose, dove provavano a crescere soltanto
denti di leone sottili e lunghi come zampe di ragno e la lisimachia, con il
suo odore di menta schiacciata mescolato a orina di gatto e (una volta) al
tanfo aspro e nauseante di un serpente giarrettiera messo in allarme. Tro-
vammo la soffitta, con scatole di vecchi libri e trapunte riposte e tre bauli
vuoti, e un armonium rotto, e il manichino senza testa della nonna Adelia,
un tronco scolorito e ammuffito.
Trattenendo il respiro, avanzavamo furtive attraverso i nostri labirinti
d'ombra. Traevamo conforto da questo - dal nostro segreto, dalla nostra
conoscenza di passaggi nascosti, dalla nostra convinzione di non poter es-
sere viste.
Senti il ticchettare dell'orologio, dissi. Era un pendolo - un antico pezzo
di porcellana bianca e dorata; era stato del nonno; stava sul caminetto nella
biblioteca. Laura pensò che avessi detto leccare. Ed era vero, il pendolo di
ottone che dondolava avanti e indietro sembrava una lingua che leccasse le
labbra di una bocca invisibile. Divorando il tempo.

Venne l'autunno. Io e Laura raccoglievamo i baccelli dell'albero della se-


ta e li aprivamo, per sentire i semi a forma di scaglia sovrapposti l'uno al-
l'altro, come la pelle di un drago. Li tiravamo fuori e li sparpagliavamo sui
loro leggeri paracadute, liberando il peduncolo di un giallo marroncino
come il cuoio, soffice come la parte interna di un gomito. Poi andavamo al
Jubilee Bridge e gettavamo i baccelli in acqua per vedere quanto a lungo
avrebbero galleggiato prima di capovolgersi o essere trascinati via. Imma-
ginavamo che contenessero delle persone, o magari una sola? Non ne sono
sicura. Ma c'era una certa soddisfazione nel vederli andare sotto.
Venne l'inverno. Il cielo era grigio pallido, il sole basso nel cielo, di uno
smorto colore rosato, come sangue di pesce. I ghiaccioli, pesanti, opachi e
spessi quanto un polso, pendevano gocciolando dal tetto e dai davanzali,
quasi bloccati nell'atto di cadere. Li spezzavamo e ne succhiavamo la pun-
ta. Reenie ci diceva che in quel modo le lingue ci sarebbero diventate nere
e sarebbero cadute, ma sapevo che era falso, avendolo già fatto prima.
A quel tempo Avilion aveva una rimessa per le barche e un deposito del
ghiaccio, accanto all'imbarcadero. Nella rimessa c'era la vecchia barca a
vela del nonno, ora di mio padre - l'Ondina, malridotta e messa a letto per
l'inverno. Nel deposito del ghiaccio c'era il ghiaccio, che era quello del
fiume Jogues, spaccato, trainato in blocchi da cavalli e immagazzinato là
dentro cosparso di segatura, in attesa dell'estate, quando sarebbe stato raro.
Io e Laura uscivamo sull'imbarcadero scivoloso, dove ci era proibito an-
dare. Reenie diceva che se fossimo cadute e finite sotto il ghiaccio non a-
vremmo resistito neanche un istante, perché l'acqua era fredda come la
morte. Avrebbe riempito i nostri stivali e saremmo andate a fondo come
pietre. Gettavamo pietre per vedere che fine avrebbero fatto; volavano sul
ghiaccio e restavano là, in vista. Il nostro respiro si trasformava in fumo
bianco; lo soffiavamo fuori in nuvolette, come treni, appoggiandoci ora su
un piede gelato ora sull'altro. Sotto le suole degli stivali la neve scricchio-
lava. Giungevamo le mani nelle manopole gelate e le tenevamo ben strette,
in modo che dopo averle sfilate rimanessero due mani di lana aggrappate
l'una all'altra, vuote e blu.
In fondo alle rapide del Louveteau pezzi di ghiaccio frastagliato si erano
ammucchiati l'uno contro l'altro. Il ghiaccio era bianco a mezzogiorno,
verde chiaro al crepuscolo; i pezzi più piccoli producevano un suono tin-
tinnante, come di campane. Nel centro del fiume l'acqua scorreva libera e
nera. I bambini gridavano dall'altura sull'altra sponda, nascosti dagli alberi,
le loro voci alte, deboli e felici nell'aria fredda. Andavano sugli slittini, co-
sa che a noi era vietata. Io pensavo di camminare sul ghiaccio frastagliato
a riva, per vedere quanto fosse solido.
Venne la primavera. I rami dei salici diventarono gialli, le sanguinelle
rosse. Il Louveteau era in piena; cespugli e alberi strappati dalle radici vor-
ticavano e si impigliavano. Una donna si buttò nelle rapide dal Jubilee
Bridge e per due giorni il suo corpo non venne trovato. Fu ripescato a val-
le, e non era certo un bello spettacolo, perché andare giù per quelle rapide
era come passare attraverso un tritacarne. Non è certo il modo migliore per
lasciare questa terra, disse Reenie - non se si era interessati al proprio a-
spetto, anche se è molto probabile che in un momento del genere nessuno
lo sia.
La signora Hillcoate aveva saputo di una mezza dozzina di persone che
avevano fatto quel salto, nel corso degli anni. Ne aveva letto sul giornale.
Una di loro era una ragazza con cui andava a scuola, che aveva sposato un
operaio delle ferrovie. Lui era spesso via, disse, perciò cosa ci si poteva
aspettare? «Incinta» aggiunse. «E senza scusanti». Reenie annuì, come se
questo spiegasse ogni cosa.
«Per quanto un uomo possa essere stupido, la maggior parte di loro sa
contare» disse, «almeno sulle dita. Scommetto che i pugni sui denti si
sprecarono. Ma non ha senso chiudere la stalla una volta che sono usciti i
buoi».
«Che buoi?» chiese Laura.
«Deve avere avuto anche guai di altro tipo» disse la signora Hillcoate.
«Se hai dei guai, niente di più facile che non ne abbia di un solo genere».
«Che vuol dire in cinta?» mi sussurrò Laura. «Quale cinta?» Ma io non
lo sapevo.
Oltre che saltare giù, disse Reenie, alle donne piace anche entrare nel
fiume controcorrente e poi essere risucchiate sotto la superficie dal peso
dei loro vestiti bagnati, in modo da non poter nuotare e mettersi in salvo
neanche volendo. Gli uomini erano più determinati. Si impiccavano alle
traverse dei loro fienili, oppure si facevano saltare le cervella con i loro fu-
cili; oppure, se volevano annegarsi, si legavano addosso dei sassi, o altri
oggetti pesanti - teste di scure, sacchetti di chiodi. A loro non piaceva ri-
schiare su una cosa tanto seria. Ma era tipicamente femminile entrare nel
fiume così, rassegnarsi e farsi afferrare dalle acque. Dal tono di Reenie era
difficile dire se approvasse o meno quelle differenze.

In giugno compii dieci anni. Reenie fece una torta, anche se disse che
forse non sarebbe stato il caso, era passato troppo poco tempo dalla morte
della mamma, ma in fondo la vita doveva continuare, perciò forse la torta
non avrebbe fatto male. Fatto male a cosa? chiese Laura. Ai sentimenti
della mamma, dissi io. Allora la mamma ci stava guardando dal Paradiso?
Ma a quel punto mi feci tronfia e ostinata, e non volli dirlo. Laura non toc-
cò la torta, non dopo quell'accenno ai sentimenti di nostra madre, perciò
mangiai tutte e due le nostre porzioni.
Ora ho dovuto fare uno sforzo per ricordare i dettagli del mio dolore - le
esatte forme che assunse -, sebbene volendo potrei evocarne un'eco, come
un cagnolino che uggioli chiuso in cantina. Cosa avevo fatto il giorno in
cui la mamma era morta? Potevo rammentarlo a stento, come il suo vero
aspetto: adesso era solo quello delle fotografie. Ricordavo come mi era ap-
parso strano il suo letto, quando di punto in bianco lei non era più lì: co-
m'era sembrato vuoto. Il modo in cui la luce pomeridiana entrava obli-
quamente attraverso la finestra e cadeva in silenzio sul pavimento di legno
duro, i granellini di polvere che vi fluttuavano come foschia. L'odore di lu-
cido per mobili alla cera d'api e di crisantemi appassiti, e l'aroma di padella
e di disinfettante che vi aleggiava. Ormai potevo ricordare la sua assenza
molto meglio della sua presenza.
Reenie disse alla signora Hillcoate che sebbene nessuno avrebbe mai po-
tuto prendere il posto della signora Chase, che era stata una santa in terra,
ammesso che una cosa del genere esista, da parte sua lei aveva fatto del
suo meglio e aveva mantenuto un atteggiamento allegro nel nostro interes-
se, perché meno si dice e meglio è, e fortunatamente sembrava che stessi-
mo superando la cosa, anche se le acque chete rovinano i ponti e tutta la
mia calma non mi avrebbe certo giovato. Ero un tipo che rimuginava, dis-
se; prima o poi sarei esplosa. Quanto a Laura, non si poteva dire, perché
comunque era sempre stata una bambina strana.
Reenie disse che stavamo troppo insieme. Disse che Laura stava impa-
rando atteggiamenti che erano troppo da grande per lei, mentre io restavo
indietro. Ognuna di noi doveva stare con bambini della sua età, ma i pochi
bambini della città che avrebbero fatto al caso nostro erano stati già man-
dati a scuola - nelle scuole private come quelle in cui, a dire la verità, a-
vremmo dovuto essere spedite anche noi, ma sembrava che il Capitano
Chase non trovasse mai il tempo per organizzare la cosa, e comunque a-
vrebbe comportato troppi cambiamenti tutti in una volta, e sebbene io fossi
fredda come un cetriolo e avrei saputo senz'altro cavarmela, Laura era pic-
cola per la sua età e, a dire la verità, troppo piccola nel complesso. Era an-
che troppo nervosa. Era il tipo che si faceva prendere dal panico e si dime-
nava e annegava in venti centimetri d'acqua, perché perdeva la testa.
Laura e io sedevamo sulla scala di servizio con la porta socchiusa, le
mani sulla bocca per trattenerci dal ridere. Ci godevamo i piaceri dello
spionaggio. Ma non fece bene a nessuna delle due sentire casualmente
quelle cose sul nostro conto.

Il soldato stanco

Oggi ho camminato fino alla banca - presto, per evitare il caldo peggio-
re, ma anche per essere lì all'apertura. In tal modo potevo essere sicura di
attirare l'attenzione di qualcuno, cosa di cui avevo bisogno perché era stato
fatto un altro errore sul mio estratto conto. Sono ancora in grado di fare
addizioni e sottrazioni, dico loro, a differenza di quelle vostre macchine, e
loro mi sorridono come camerieri, del tipo che ti sputa nella minestra in
cucina. Chiedo sempre di vedere il direttore, il direttore è sempre «in riu-
nione», vengo sempre dirottata su un elfo ammiccante e condiscendente
che odora ancora di latte e si vede già come un futuro plutocrate.
Là mi sento disprezzata perché ho così poco denaro; e anche perché una
volta ne avevo tanto. Naturalmente, non l'ho mai avuto davvero. Lo aveva
mio padre, e poi Richard. Ma il denaro mi veniva attribuito, nello stesso
modo in cui i crimini vengono attribuiti a coloro che vi hanno soltanto as-
sistito.
La banca ha colonne romane, per ricordarci di dare a Cesare quel che è
di Cesare, come queste ridicole spese accessorie. Terrei per niente il mio
denaro in una calza sotto il materasso, giusto per fare loro dispetto. Ma la
voce girerebbe, credo - la voce che sono diventata una vecchia pazza ec-
centrica, di quelle che si trovano morte in una baracca ingombra di centi-
naia di scatolette di cibo per gatti vuote, con un paio di milioni di dollari
nascosti in biglietti da cinque tra le pagine di giornali che si vanno ingial-
lendo. Non ho alcun desiderio di diventare oggetto delle attenzioni dei
drogati e dei topi d'appartamento dilettanti del luogo, con i loro occhi iniet-
tati di sangue e le loro dita nervose.
Tornando dalla banca ho fatto un giro dalle parti del Municipio, con il
suo campanile in stile italiano e la sua costruzione di mattoni a due colori
in stile fiorentino, la sua asta della bandiera che ha bisogno di una mano di
vernice e il suo cannone da campo presente alla Somme. E anche le sue
due statue di bronzo, entrambe commissionate dalla famiglia Chase. Quel-
la a destra, commissionata da mia nonna Adelia, rappresenta il Colonnello
Parkman, un veterano dell'ultima decisiva battaglia combattuta nella Rivo-
luzione Americana, quella di Fort Ticonderoga, ora nello stato di New
York. Ogni tanto vediamo aggirarsi in città qualche tedesco o qualche in-
glese confuso, o perfino qualche americano, alla ricerca del campo di bat-
taglia di Fort Ticonderoga. È la città sbagliata, viene detto loro. A pensar-
ci bene, è anche il Paese sbagliato. Voi cercate quello che viene subito
dopo.
Fu il Colonnello Parkman a togliere le tende, a varcare il confine e a da-
re il nome alla nostra città, commemorando così in maniera perversa una
battaglia che aveva perduto. (Anche se forse non è poi così strano: molta
gente nutre un premuroso interesse per le proprie cicatrici). È ritratto a ca-
vallo mentre brandisce la spada e si accinge a galoppare nella vicina aiuola
di petunie: un uomo rude con gli occhi induriti e la barba a punta, l'imma-
gine che ogni scultore ha di un comandante di cavalleria. Nessuno sa quale
fosse il vero aspetto del Colonnello Parkman, dal momento che non lasciò
nessuna testimonianza pittorica di se stesso e la statua non fu eretta che nel
1885, ma ormai il suo aspetto è questo. Tale è la tirannia dell'Arte.
Sul lato sinistro del prato, anch'esso con un'aiuola di petunie, c'è una fi-
gura altrettanto mitica: il Soldato Stanco, con gli ultimi tre bottoni della
camicia slacciati, il collo piegato come sotto l'ascia del boia, l'uniforme
sgualcita, l'elmetto di traverso, curvo sul suo fucile Ross difettoso. Per
sempre giovane, per sempre esausto, sovrasta il Monumento ai Caduti, la
pelle che brucia verde al sole, gli escrementi di piccione che gli colano sul
viso come lacrime.
Il Soldato Stanco fu un progetto di mio padre. La scultrice fu Callista Fi-
tzsimmons, vivamente raccomandata da Frances Loring, che presiedeva il
Comitato per i Monumenti ai Caduti della Società degli Artisti dell'Onta-
no. Ci fu qualche opposizione locale alla signorina Fitzsimmons - una don-
na non era considerata adeguata al soggetto -, ma mio padre travolse la
riunione dei potenziali finanziatori: la signorina Loring non era anche lei
una donna? domandò. In tal modo provocò parecchi commenti irriverenti,
il più pulito dei quali fu Chi può dirlo? In privato, disse che è chi paga il
pifferaio a scegliere la musica, e siccome tutti loro erano dei tremendi spi-
lorci avrebbero fatto meglio a frugarsi nelle tasche o a gettare la spugna.
La signorina Fitzsimmons non era solo una donna, aveva anche ventotto
anni e i capelli rossi. Cominciò a venire ad Avilion spesso, per consultarsi
con mio padre sul disegno presentato. Queste sedute avevano luogo nella
biblioteca, all'inizio con la porta aperta e poi non più. Fu sistemata in una
delle stanze degli ospiti, all'inizio in quella meno bella, poi nella migliore.
Ben presto era là quasi ogni fine settimana, e la sua stanza divenne la
«sua» stanza.
Mio padre sembrava più felice; di sicuro beveva di meno. Fece risiste-
mare i giardini, almeno quel tanto che bastava per renderli presentabili; fe-
ce ricoprire nuovamente di ghiaia il viale; fece raschiare, verniciare e ripa-
rare l'Ondina. A volte durante i fine settimana avevano luogo feste infor-
mali, i cui ospiti erano gli amici artisti di Callista, che arrivavano da To-
ronto. Questi artisti, tra cui non figuravano nomi che oggi possano suonare
familiari, non portavano smoking o vestiti per la cena, ma maglioni con la
scollatura a V; mangiavano pasti improvvisati sul prato e discutevano degli
argomenti più elevati dell'Arte e fumavano e bevevano e parlavano. Le ra-
gazze usavano troppi asciugamani in bagno, senza dubbio perché non ave-
vano mai visto l'interno di una vera vasca prima d'allora, era la teoria di
Reenie. Inoltre avevano le unghie sporche e smangiucchiate.
Quando non c'erano feste, mio padre e Callista andavano a fare picnic
con una delle auto - la spider, non la berlina -, portandosi un cestino riem-
pito in modo parsimonioso da Reenie. Oppure andavano in barca, Callista
in pantaloni, con le mani in tasca come Coco Chanel e una vecchia maglia
a girocollo di papà. A volte arrivavano fino a Windsor, e si fermavano nei
posti di ristoro lungo la strada, che offrivano cocktail e atroci esecuzioni al
piano e balli sfrenati - posti frequentati dai malviventi coinvolti nel con-
trabbando di alcolici, che venivano da Chicago e Detroit a fare i loro affari
con i distillatori legali di parte canadese. (A quel tempo negli Stati Uniti
c'era il proibizionismo; il liquore scorreva attraverso il confine come acqua
molto costosa; cadaveri con i polpastrelli tagliati e le tasche vuote veniva-
no gettati nel fiume Detroit e finivano sulle rive del lago Erie, provocando
dispute su chi avrebbe dovuto sobbarcarsi la spesa della sepoltura). In que-
ste gite papà e Callista rimanevano fuori tutta la notte, e a volte per più
notti. Una volta andarono alle cascate del Niagara, suscitando l'invidia di
Reenie, e una volta a Buffalo; ma a Buffalo ci andarono in treno.
Ricevevamo questi dettagli da Callista, che non era avara nel fornirli. Ci
disse che papà aveva bisogno di essere «stimolato», e che questi stimoli gli
facevano bene. Disse che aveva bisogno di lasciarsi andare, per mescolarsi
di più alla vita. Disse che lei e papà erano «grandi amici». Cominciò a
chiamarci «le bambine»; disse che potevamo chiamarla «Callie».
(Laura volle sapere se anche papà ballava, in quei locali; era difficile da
immaginare, per via della gamba rovinata. Callista disse di no, ma che si
divertiva a guardare. Io ne dubitavo. Non è mai un gran divertimento guar-
dare gli altri ballare, se tu non puoi farlo).
Io avevo soggezione di Callista perché era un'artista, e veniva interpella-
ta come un uomo, e poi andava in giro e stringeva la mano come un uomo,
e fumava sigarette in un corto bocchino nero, e sapeva chi era Coco Cha-
nel. Aveva i buchi alle orecchie, e i suoi capelli rossi (tinti con l'henné, ora
me ne rendo conto) erano avvolti in foulard. Indossava morbidi abiti simili
a vestaglie con audaci ghirigori: fucsia, eliotropio, zafferano, erano i nomi
dei colori. Mi disse che quei disegni venivano da Parigi ed erano ispirati
dai rifugiati politici russi bianchi. Mi spiegò chi fossero. Era prodiga di
spiegazioni.
«È una delle sue puttanelle» disse Reenie alla signora Hillcoate. «Sol-
tanto l'ennesima della serie, e il Signore sa se fosse già abbastanza lunga,
ma c'era da credere che avrebbe avuto la decenza di non portarla sotto lo
stesso tetto, lei non è ancora fredda nella tomba, sembra quasi che l'abbia
fatta morire lui».
«Cos'è una puttanella?» chiese Laura.
«Pensa ai fatti tuoi» disse Reenie. Il fatto che continuasse a parlare an-
che se io e Laura eravamo in cucina dimostrava quanto fosse arrabbiata.
(In seguito spiegai a Laura che cos'era una puttanella: era una ragazza che
masticava gomma. Ma Callie Fitzsimmons non lo faceva).
«I piccoli vasi hanno grandi manici» disse la signora Hillcoate in tono
ammonitorio, alludendo alle nostre orecchie, ma Reenie continuò.
«Quanto a quegli stravaganti abiti che porta, potrebbe anche andare in
chiesa in mutandine. In controluce si vede il sole, la luna e le stelle, e tutto
quello che c'è in mezzo. Non che abbia molto da mettere in mostra, è una
di quelle ragazze emancipate, piatta come un uomo».
«Io non ne avrei mai il coraggio» disse la signora Hillcoate.
«Non si può chiamare coraggio» ribatté Reenie. «Se ne infischia. Gli
manca qualcosa, se vuoi saperlo; gli manca una rotella». (Quando si infer-
vorava, la sua grammatica zoppicava). «È andata a fare il bagno nuda nello
stagno delle ninfee, con tutte le rane e i pesci rossi - l'ho incontrata mentre
tornava per il prato, con solo l'asciugamano e quello che Dio ha dato a E-
va. Si è limitata a farmi un cenno e a sorridere, ma non ha battuto ciglio».
«L'avevo sentito dire» disse la signora Hillcoate. «Credevo che fossero
soltanto pettegolezzi. Sembrava campato in aria».
«È una di quelle donne che vanno in cerca del pollo da spennare» disse
Reenie. «Vuole soltanto mettere le sue grinfie su di lui e ripulirlo per be-
ne».
«Come sarebbe, il pollo da spennare? Che grinfie?» chiese Laura.
Non so perché la parola emancipata mi faceva pensare al bucato molle,
bagnato, steso ad asciugare su un filo, al vento. Callista Fitzsimmons non
era niente di simile.

Scoppiò una lite sul Monumento ai Caduti, e non solo per le voci su mio
padre e Callista Fitzsimmons. Alcune persone in città pensavano che la
statua del Soldato Stanco avesse un'aria troppo avvilita, e anche troppo
sciatta: avevano da ridire sulla camicia sbottonata. Volevano qualcosa di
più trionfale, come la Dea della Vittoria del monumento di due città più in
là, che aveva ali d'angelo e vesti scompigliate dal vento e un aggeggio con
tre denti che sembrava un forchettone per abbrustolire il pane. Inoltre vo-
levano che sul davanti venisse scritto: «A Coloro Che Compirono Spon-
taneamente il Supremo Sacrificio».
Mio padre rifiutò di cedere riguardo alla scultura, dicendo che potevano
ritenersi fortunati se il Soldato Stanco aveva due braccia e due gambe, per
non parlare della testa, e che se non fossero stati attenti avrebbe optato de-
cisamente per il nudo realismo e la statua sarebbe stata fatta di frammenti
di corpi in putrefazione, di cui a suo tempo aveva calpestato una gran
quantità. Quanto all'iscrizione, non c'era niente di spontaneo nel sacrificio,
giacché non era stata intenzione dei morti saltare in aria e andare all'altro
mondo. Quanto a lui proponeva «Per non dimenticare», che metteva l'ac-
cento al posto giusto: sulla nostra smemoratezza. Disse che una dannata in-
finità di gente era dannatamente smemorata. Imprecava raramente in pub-
blico, perciò fece impressione. Ottenne quello che voleva, naturalmente,
dal momento che pagava lui.
La Camera di Commercio sganciò i soldi per le quattro placche di bron-
zo con le liste d'onore dei caduti e i nomi delle battaglie. Volevano il loro
nome impresso in fondo, ma mio padre li costrinse a rinunciare. Il Monu-
mento ai Caduti era per i morti, disse - non per chi era rimasto in vita, tan-
to meno per chi ne aveva tratto vantaggio. Questo genere di discorso fece
sì che qualcuno gliene volesse.
Il momumento fu scoperto nel novembre 1928, nel Remembrance Day.
C'era una nutrita folla, nonostante la pioggerella gelata. Il Soldato Stanco
era stato montato su una piramide quadrangolare fatta di pietre di fiume
smussate, come quelle di Avilion, e le placche di bronzo erano bordate di
gigli e papaveri intrecciati a foglie di acero. C'era stata qualche discussione
anche a questo proposito. Callie Fitzsimmons diceva che il disegno era an-
tiquato e banale, con tutti quei fiori e foglie avvizziti - vittoriani, il peggio-
re insulto per gli artisti in quei giorni. Voleva qualcosa di più severo, di più
moderno. Ma alla gente in città piaceva, e mio padre disse che a volte bi-
sognava pure scendere a compromessi.
Durante la cerimonia suonarono le cornamuse. («Meglio fuori che den-
tro» disse Reenie). Poi ci fu il sermone più importante, pronunciato dal
ministro presbiteriano, che parlò di coloro che compirono spontaneamente
il supremo sacrificio - la frecciata della città a papà, per dimostrare che
non poteva monopolizzare le riunioni e che con il denaro non si poteva
comprare tutto, e che loro avevano voluto quella frase malgrado lui. Poi
vennero fatti altri discorsi, e vennero dette preghiere - molti discorsi e mol-
te preghiere, perché i ministri di ogni chiesa della città dovevano essere
rappresentati. Sebbene non ci fossero cattolici nel comitato organizzatore,
perfino a un prete cattolico fu concesso di fare un intervento. Mio padre
insistette su questo punto: un soldato cattolico morto era morto esattamen-
te come un morto protestante.
Reenie disse che era un modo di vedere le cose.
«E l'altro modo qual è?» chiese Laura.

Mio padre depose la prima corona. Io e Laura stavamo a guardare, mano


nella mano; Reenie piangeva. Il Royal Canadian Regiment aveva inviato
una delegazione fin dalle Caserme Wolsely di London, e il Maggiore M.K.
Greene depose una corona. Poi ne furono deposte altre da quasi tutte le as-
sociazioni possibili e immaginabili - la Legione, seguita dai Lions, i Kin-
smen, il Rotary Club, gli Oddfellows, l'Orange Order, i Cavalieri di Co-
lombo, la Camera di Commercio e, tra gli altri, lo I.O.D.E. - e per ultima la
signora Wilmer Sullivan delle Madri dei Caduti, che aveva perso tre figli.
Fu cantato Rimani con me, quindi fu suonata La ritirata, in modo un po'
tremolante, da un trombettiere della banda degli scout. Seguirono due mi-
nuti di silenzio e una salva di fucili fatta esplodere dalla Milizia. Infine ci
fu La sveglia.
Mio padre stava a capo chino, ma tremava visibilmente, difficile dire se
per il dolore o per la rabbia. Indossava l'uniforme sotto un cappotto pesan-
te, e si appoggiava al suo bastone con le mani infilate nei guanti di cuoio.
C'era anche Callie Fitzsimmons, ma si teneva in disparte. Non era il tipo
di occasione in cui l'artista potesse farsi avanti e fare un inchino, ci aveva
detto. Indossava un decoroso cappotto nero e una normale gonna invece di
uno dei suoi vestiti, e un cappello che le nascondeva gran parte del viso,
ma si sussurrò comunque sul suo conto.

Poi in cucina Reenie fece la cioccolata calda per me e Laura, per riscal-
darci, perché ci eravamo congelate a stare sotto la pioggerella. Ne fu offer-
ta una tazza anche alla signora Hillcoate, che disse che non l'avrebbe rifiu-
tata.
«Perché è chiamato Monumento ai Caduti?» chiese Laura.
«Perché serve a ricordare i caduti in guerra» disse Reenie.
«Perché?» chiese Laura. «A che scopo? A loro fa piacere?»
«Non è per loro, è piuttosto per noi» disse Reenie. «Lo capirai quando
sarai più grande». A Laura dicevano sempre così, e lei non ci faceva caso.
Voleva capire subito. Rovesciò la sua cioccolata.
«Posso averne dell'altra? Cos'è il Supremo Sacrificio?»
«I soldati hanno dato la loro vita per noi altri. Spero bene che tu non fac-
cia l'esagerata, perché se te la dò mi aspetto che la finisca».
«Perché hanno dato le loro vite? Volevano farlo?»
«No, ma lo hanno fatto comunque. Per questo è un sacrificio» disse Re-
enie. «Adesso basta. Ecco la tua cioccolata».
«Hanno dato la loro vita a Dio, perché è questo che vuole Dio. Come
Gesù, che è morto per i nostri peccati» disse la signora Hillcoate, che era
battista e si considerava la massima autorità in materia.

Una settimana più tardi Laura e io stavamo camminando lungo il sentie-


ro accanto al Louveteau, sotto la gola. C'era foschia quel giorno, saliva dal
fiume, vorticava come latte scremato nell'aria, gocciolava dai rami nudi dei
cespugli. I sassi del sentiero erano scivolosi.
All'improvviso Laura finì nel fiume. Fortunatamente non eravamo pro-
prio accanto al corso principale, perciò non fu portata via dalle acque. Gri-
dai, corsi a valle e l'afferrai per il cappotto; i suoi vestiti non erano ancora
impregnati d'acqua, ma era comunque molto pesante, e quasi caddi a mia
volta. Riuscii a trascinarla fino a una sporgenza piatta; poi la tirai fuori.
Era fradicia come una pecora zuppa, e anch'io ero piuttosto bagnata. La
scossi. Tremava e piangeva.
«L'hai fatto apposta!» dissi. «Ti ho visto! Saresti potuta annegare!» Lau-
ra soffocava e singhiozzava. L'abbracciai. «Perché l'hai fatto?»
«Così Dio avrebbe fatto rivivere la mamma» piagnucolò.
«Dio non vuole che tu muoia» dissi. «Lo farebbe infuriare! Se voleva,
poteva comunque far vivere la mamma, senza che tu ti annegassi». Questo
era l'unico modo di parlare a Laura quando assumeva certi atteggiamenti:
bisognava fingere di sapere qualcosa su Dio di cui lei era all'oscuro.
Si pulì il naso con il dorso della mano. «E tu come lo sai?»
«Perché guarda - ha lasciato che ti salvassi! Vedi? Se voleva che tu mo-
rissi, allora sarei caduta anch'io. Saremmo morte entrambe! E adesso an-
diamo, devi asciugarti. Non dirò niente a Reenie. Dirò che è stato un inci-
dente, dirò che sei scivolata. Ma non fare mai più una cosa simile. Okay?»
Laura non disse niente, ma mi permise di condurla a casa. Ci fu un'infi-
nità di schiocchi di lingua spaventati, di tremolii e rimproveri, e una tazza
di brodo di manzo e un bagno bollente e una borsa dell'acqua calda per
Laura, il cui incidente venne ascritto alla sua nota goffaggine; le fu detto di
guardare dove camminava. Mio padre mi disse Ben fatto; mi chiesi cosa
mi avrebbe detto se l'avessi lasciata andare. Reenie osservò che era un be-
ne che avessimo almeno un cervello in due, ma tanto per cominciare cosa
stavamo facendo laggiù? E con la nebbia, per giunta. Disse che avrei dovu-
to avere più buonsenso.
Quella notte giacqui sveglia per ore, le braccia avvolte intorno al corpo,
stringendomi forte. Avevo i piedi di ghiaccio, mi battevano i denti. Non
potevo togliermi di mente l'immagine di Laura nelle gelide acque nere del
Louveteau - come i suoi capelli si erano sparpagliati come fumo in un ven-
to turbinoso, come il suo viso bagnato era stato percorso da uno scintillio
argenteo, come mi aveva guardata quando l'avevo afferrata per il cappotto.
Com'era stato duro tenerla. Com'ero stata sul punto di lasciarla andare.

Miss Violence

Invece di andare a scuola, io e Laura venimmo provviste di una sequela


di precettori, sia uomini che donne. Non li ritenevamo necessari, e face-
vamo del nostro meglio per scoraggiarli. Li fissavamo con i nostri sguardi
azzurro chiaro, oppure fingevamo di essere sorde o stupide; non li guarda-
vamo mai negli occhi, soltanto sulla fronte. Spesso occorreva più di quanto
si possa credere per sbarazzarsi di loro: di solito sopportavano molto da
noi, perché la vita non li aveva certo trattati bene e avevano bisogno della
paga. Non avevamo nulla contro di loro in quanto individui; semplice-
mente non volevamo esserne oppresse.
Anche quando non avevamo lezione, dovevamo comunque rimanere ad
Avilion, in casa o nei giardini. Ma chi era lì a controllarci? I precettori era-
no facili da eludere, non conoscevano i nostri passaggi segreti, e Reenie
non poteva starci appresso ogni minuto, come osservava spesso lei stessa.
Ogni volta che potevamo fuggivamo da Avilion e giravamo per la città,
nonostante la convinzione di Reenie che il mondo fosse pieno di criminali,
anarchici e loschi orientali con pipe d'oppio, baffi sottili come corde attor-
cigliate e lunghe unghie appuntite, nonché di drogati e di gente dedita alla
tratta delle bianche, in attesa di rapirci e tenerci prigioniere per chiedere un
riscatto a nostro padre.
Uno dei molti fratelli di Reenie aveva qualcosa a che fare con le riviste
da pochi soldi, del tipo truculento, scadente che si compra nei drugstore, e
con quelle ancora peggiori, che ci si procura soltanto sotto banco. Qual era
il suo lavoro? Distribuzione, lo chiamava Reenie. Importazione clandestina
nel Paese, credo ora. In ogni caso a volte ne dava delle rimanenze a Ree-
nie, e nonostante i suoi sforzi per nascondercele prima o poi ci mettevamo
le mani. Alcune contenevano storie d'amore, e sebbene Reenie le divoras-
se, noi non sapevamo che farcene. Preferivamo - o meglio io preferivo, e
Laura si aggregava - quelle con storie ambientate in altri paesi o perfino su
altri pianeti. Astronavi venute dal futuro, dove le donne indossavano gonne
cortissime fatte di stoffa luccicante e tutto brillava; asteroidi con piante
parlanti percorsi da mostri con occhi e zanne enormi; paesi antichissimi
abitati da piccole fanciulle con gli occhi di topazio e la pelle opalina, vesti-
te con pantaloni di mussola e piccoli reggiseni di metallo, come due imbuti
uniti da una catenella. Eroi in costumi rigidi, con gli elmetti alati irti di
punte.
Stupidaggini, le chiamava Reenie. Come nessun'altra cosa al mondo.
Ma è proprio per quello che mi piacevano.
I criminali e i tipi coinvolti nella tratta delle bianche erano nelle riviste
poliziesche, con le loro copertine disseminate di pistole e zuppe di sangue.
Qui ogni volta ingenue eredi di immense fortune venivano messe fuori
combattimento con l'etere, legate con della corda da bucato - molta più di
quanta ne servisse - e rinchiuse in cabine di panfili, o in cripte di chiese
abbandonate, o in umide cantine di castelli. Laura e io credevamo nell'esi-
stenza di simili individui, ma non ne avevamo troppa paura. Perché sape-
vamo cosa aspettarci. Avevano grandi auto scure, e indossavano cappotti e
guanti spessi e cappelli flosci di feltro nero, e saremmo state in grado di
individuarli all'istante e scappare.
Ma non ne vedemmo mai neanche uno. Le uniche forze ostili che incon-
travamo erano i figli degli operai della fabbrica, quelli più giovani, che non
sapevano ancora che eravamo ritenute intoccabili. Ci seguivano a gruppetti
di due o tre, silenziosi e curiosi, o gridando insulti; ogni tanto ci tiravano
delle pietre, sebbene non ci colpissero mai. Più di tutto eravamo vulnerabi-
li ai loro attacchi quando bighellonavamo lungo lo stretto sentiero che co-
steggiava il Louveteau, con lo strapiombo sopra le nostre teste - avrebbero
potuto tirarci qualcosa - o nei vicoletti secondari, che imparammo a evita-
re.
Percorrevamo Erie Street, esaminando le vetrine dei negozi: quello che
vendeva articoli a poco prezzo era il nostro preferito. Oppure sbirciavamo
dalla rete di recinzione della scuola elementare, che era per i bambini co-
muni - i figli degli operai - con il suo cortile cosparso di cenere e le sue al-
te porte intagliate con su scritto Maschi e Femmine. Durante l'intervallo
facevano un gran baccano, e i bambini non erano puliti, soprattutto dopo
che si erano azzuffati o erano stati spinti nella cenere. Eravamo felici di
non dover frequentare quella scuola. (Lo eravamo davvero? O d'altra parte
ci sentivamo escluse? Forse tutte e due le cose).
Per questi giri ci mettevamo dei cappelli. Avevamo idea che fossero una
protezione; ci rendevano, in un certo senso, invisibili. Una signora non u-
sciva mai senza cappello, diceva Reenie. Diceva anche senza guanti, ma di
questi non ci preoccupavamo sempre. Di quel periodo mi ricordo i cappelli
di paglia: non paglia chiara, di un colore bruciato. E il caldo umido di giu-
gno, l'aria sonnolenta piena di polline. Lo scintillio blu del cielo. L'indo-
lenza, il vagare senza meta.
Come mi piacerebbe riaverli, quei pomeriggi senza scopo - la noia, la
mancanza di un fine, le possibilità soltanto abbozzate. E in un certo senso
li ho di nuovo; soltanto che ora, qualunque cosa verrà dopo, non durerà a
lungo.

La precettrice che avevamo a quel tempo durò più della maggior parte
degli altri. Era una donna di quarantun anni con un guardaroba di cardigan
di cachemire scoloriti che suggerivano un'esistenza precedente più prospe-
rosa, e un rotolo di capelli da topo appuntati dietro la testa. Si chiamava si-
gnorina Goreham - signorina Violet Goreham. A sua insaputa la sopran-
nominai Miss Violence, perché il suo nome mi pareva una combinazione
talmente improbabile, dopodiché riuscivo a stento a guardarla senza ridac-
chiare. Tuttavia il nomignolo le restò incollato; lo insegnai a Laura, e poi
Reenie naturalmente lo venne a sapere. Ci disse che eravamo cattive a
prendere in giro a quel modo la signorina Goreham; la poverina aveva su-
bito un rovescio di fortuna e meritava la nostra compassione, perché era
una donna sola. Cosa voleva dire? Una donna senza marito. La signorina
Goreham era stata destinata a una santa vita da nubile, disse Reenie con
una sfumatura di disprezzo.
«Ma neanche tu hai un marito» disse Laura.
«È differente» ribatté Reenie. «Non ho ancora trovato un uomo a cui va-
lesse la pena di stirare i pantaloni, ma ne ho respinti abbastanza. Ho avuto
le mie proposte».
«Forse anche Miss Violence ne ha» dissi, giusto per il gusto di contrad-
dirla. Mi stavo avvicinando a quell'età.
«No» disse Reenie, «non ne ha».
«Come fai a saperlo?» chiese Laura.
«Si vede dall'aspetto» disse Reenie. «Se avesse ricevuto anche una sola
proposta, perfino se l'uomo avesse avuto tre teste e la coda, lo avrebbe ac-
chiappato veloce come un serpente».

Con Miss Violence andavamo d'accordo perché ci faceva fare quello che
volevamo. Resasi ben presto conto di non avere abbastanza polso per te-
nerci a bada, aveva saggiamente deciso di non prendersi la briga di provar-
ci. Facevamo lezione di mattina, nella biblioteca, che un tempo era stata
del nonno Benjamin e adesso era di nostro padre, e Miss Violence non fa-
ceva altro che mettercela a disposizione. Gli scaffali erano pieni di pesanti
libri con il dorso di pelle e il titolo stampato in oro scuro, e dubito che il
nonno Benjamin li avesse mai letti: rappresentavano soltanto l'idea che la
nonna Adelia aveva di ciò che avrebbe dovuto leggere.
Sceglievo i libri che mi interessavano: Il racconto di due città di Charles
Dickens; le storie di Macaulay; La conquista del Messico e La conquista
del Perù, illustrate. Leggevo anche poesia, e di tanto in tanto Miss Violen-
ce faceva un tiepido tentativo di insegnarci qualcosa facendomi leggere ad
alta voce. A Xanadu Kubla Khan ordinò di costruire un grandioso tempio
del piacere. Nei campi di Fiandra ondeggiano i papaveri, tra le croci, fila
dopo fila.
«Non procedere a sbalzi» diceva Miss Violence. «I versi dovrebbero
scorrere. Fai finta di essere una fontana». Sebbene goffa e inelegante, ave-
va un elevato grado di sensibilità e una lunga lista di cose che voleva che
fingessimo di essere: alberi in fiore, farfalle, brezze gentili. Tutto tranne
che bambine dalle ginocchia sporche che si mettevano le dita nel naso: sul-
le questioni di igiene personale era meticolosa.
«Non masticare le matite colorate, cara» diceva a Laura. «Non sei un ro-
ditore. Guarda, hai la bocca tutta verde. Ti fa male ai denti».
Leggevo Evangeline di Henry Wadsworth Longfellow; leggevo i Sonetti
dal portoghese di Elizabeth Barrett Browning. Come ti amo? Lasciami
contare i modi. «Bello» sospirava Miss Violence. Di Elizabeth Barrett
Browning era entusiasta, o entusiasta quanto glielo permetteva la sua natu-
ra; anche di E. Pauline Johnson, la principessa mohawk.

Oh, il fiume scorre più veloce adesso;


I mulinelli vorticano attorno alla mia prua.
Turbinate! Turbinate!
Come le increspature si arricciano
In tanti irruenti gorghi vorticosi!

«Travolgente, cara» diceva Miss Violence.


Oppure leggevo Alfred, lord Tennyson, un uomo la cui maestà era se-
conda solo a quella di Dio, secondo il giudizio di Miss Violence.

Del muschio più nero i vasi di fiori


Avevano spesse incrostazioni, tutti:
I chiodi arrugginiti cadevano dai nodi
Che fissavano il pero al muro sormontato dal timpano...
Ella disse soltanto: «La mia vita è triste,
Lui non viene» disse;
Disse: «Sono stanca, stanca,
Vorrei essere morta!»

«Perché lo voleva?» chiese Laura, che di solito non mostrava grande in-
teresse nelle mie recitazioni.
«Era amore, cara» disse Miss Violence. «Amore senza limiti. Ma non
era corrisposto».
«Perché?»
Miss Violence sospirò. «È una poesia, cara» disse. «Lord Tennyson l'ha
scritta e suppongo che sapesse quello che faceva. Una poesia non ragiona
sul perché. "Bellezza è verità, verità è bellezza - questo a voi, sopra la ter-
ra, di sapere è dato, questo e non altro a voi è dato sapere"».
Laura la guardò con disprezzo, e tornò a colorare. Girai pagina: avevo
già scorso l'intera poesia, e avevo scoperto che non vi succedeva nient'al-
tro.
Frangiti, frangiti, frangiti,
Sulle tue fredde pietre grige, oh Mare!
Quanto vorrei che la mia lingua potesse dare voce
Ai pensieri che nascono dentro di me.

«Un amore, cara» disse Miss Violence. Le piaceva l'amore senza limiti,
ma le piaceva ugualmente la malinconia disperata.
C'era un libro sottile rilegato in pelle color tabacco, che era appartenuto
alla nonna Adelia: il Rubåiyåt di Omar Khayyåm, di Edward Fitzgerald.
(In realtà non era stato scritto da Edward Fitzgerald, eppure si diceva che
fosse lui l'autore. Come spiegarlo? Non ci provai). A volte Miss Violence
leggeva dei brani da questo libro, per mostrarmi come andava declamata la
poesia:

Un libro di poesie sotto i rami dell'albero,


Una brocca di vino, un po' di pane - e Tu
Accanto a me che canto nel deserto -
Oh, il deserto sarebbe un vero Paradiso!

Pronunciava l'«Oh» con il fiato mozzo, come se qualcuno le avesse dato


un calcio nel petto; lo stesso il «Tu». Pensavo che fosse troppo chiasso da
fare su un picnic, e mi chiedevo cosa avessero spalmato sul pane. «Natu-
ralmente non si tratta di vino reale, cara» disse Miss Violence. «Allude alla
comunione».

Oh, volesse un Angelo alato prima che sia troppo tardi


Arrestare il Rotolo non ancora dispiegato del Fato,
E far sì che il severo Archivista
Registri in altro modo, o piuttosto annientarlo.

Ah, Amore! Potessimo Io e Te cospirare con Lui


Per afferrare tutto il triste Schema delle Cose,
Non dovremmo infrangerlo - per poi
Rimodellarlo più vicino al desiderio del cuore!

«Com'è vero» disse Miss Violence con un sospiro. Ma lei sospirava su


tutto. Si adattò molto bene ad Avilion - con i suoi antiquati splendori vitto-
riani, la sua aria di decadenza estetica, di grazia passata, di debole rimpian-
to. I suoi atteggiamenti e perfino i suoi cachemire scoloriti si intonavano
alla carta da parati.
Laura non leggeva molto. Invece copiava le figure, oppure colorava con
i pastelli le illustrazioni in bianco e nero degli spessi ed eruditi libri di
viaggio o di storia. (Miss Violence glielo permetteva, presumendo che nes-
sun altro se ne sarebbe accorto). Laura aveva idee strane ma molto precise
su quali colori ci volessero: faceva un albero blu o rosso, faceva il cielo ro-
sa o verde. Se c'era l'immagine di qualcuno che non le andava a genio, gli
faceva la faccia viola o grigio scura per cancellarne i lineamenti.
Le piaceva disegnare le piramidi, da un libro sull'Egitto; le piaceva colo-
rare gli idoli egizi. Anche le statue assire con i corpi di leoni alati e le teste
di aquila o uomo. Erano in un volume di Sir Henry Layard, che le aveva
scoperte tra le rovine di Ninive e le aveva spedite in Inghilterra; si diceva
che rappresentassero gli angeli descritti nel libro di Ezechiele. Miss Vio-
lence non considerava queste figure molto belle - le statue sembravano pa-
gane, e anche assetate di sangue - ma Laura non si faceva scoraggiare. Di
fronte alle critiche si limitava ad accoccolarsi ancora di più sulla pagina e a
colorare come se la sua stessa vita dipendesse da ciò.
«Schiena dritta, cara» diceva Miss Violence. «Fai finta che la tua spina
dorsale sia un albero che cresce verso il sole». Ma Laura non era interessa-
ta a questo tipo di finzioni.
«Non voglio essere un albero» diceva.
«Meglio un albero che una gobba, cara» sospirava Miss Violence, «e se
non fai attenzione alla tua posizione, è questo che diverrai».

Il più delle volte Miss Violence sedeva alla finestra intenta a leggere
romanzi sentimentali presi in prestito dalla biblioteca pubblica. Le piaceva
anche sfogliare gli album di pelle decorata della nonna Adelia, con i loro
raffinati inviti goffrati incollati con cura, i loro menù dati da stampare al
giornale e i successivi ritagli - i tè di beneficenza, le conferenze edificanti
illustrate da diapositive - gli arditi, amabili viaggiatori che avevano visitato
Parigi e la Grecia e perfino l'India, i seguaci di Swedenborg, i fabiani, i
vegetariani, tutti i vari promotori dell'automiglioramento, e una volta ogni
tanto qualcosa di veramente eccentrico - un missionario venuto dall'Africa,
o dal Sahara, o dalla Nuova Guinea, che descriveva come i nativi praticas-
sero la stregoneria o nascondessero le loro donne dietro elaborate masche-
re di legno o decorassero i crani dei loro antenati con pittura rossa e gusci
di conchiglie di ciprea. Tutte le testimonianze di carta ingiallita di quella
vita lussuosa, ambiziosa e spietata ormai scomparsa, che Miss Violence
esaminava centimetro per centimetro, quasi ricordandola, sorridendo per
un delicato piacere riflesso.
Aveva un pacchetto di stelle di carta luccicante, dorate e argentate, che
attaccava ai nostri lavori. A volte ci portava a raccogliere fiori di campo,
che schiacciavamo tra due fogli di carta assorbente infilati sotto un libro
pesante. A poco a poco ci affezionammo a lei, anche se non piangemmo
quando se ne andò. Lei però pianse - a dirotto, in maniera inelegante, come
faceva ogni cosa.

Compii tredici anni. Stavo crescendo, con manifestazioni di cui non a-


vevo colpa, anche se sembravano infastidire mio padre come se di una col-
pa si trattassero. Cominciò a interessarsi a come mi atteggiavo, a come
parlavo, al mio comportamento in generale. I miei vestiti dovevano essere
più semplici possibile: camicette bianche e gonne a pieghe scure, e scuri
abiti di velluto per andare in chiesa. Abiti che sembravano uniformi - che
sembravano vestiti alla marinara, ma non lo erano. Dovevo tenere le spalle
dritte, senza assumere posizioni sguaiate. Non dovevo stare seduta in ma-
niera scomposta, masticare gomme, muovermi con irrequietezza o chiac-
chierare. I valori su cui insisteva erano quelli dell'esercito: ordine, obbe-
dienza, silenzio e nessuna traccia di sessualità. La sessualità, sebbene non
se ne parlasse mai, andava stroncata sul nascere. Mi aveva lasciato a bri-
glia sciolta troppo a lungo. Era tempo che ci si occupasse di me.
Anche Laura fu coinvolta in qualcuna di queste lavate di capo, sebbene
non avesse ancora raggiunto l'età giusta. (Qual'era l'età giusta? L'età della
pubertà, ora mi è chiaro. Ma allora ero semplicemente confusa. Che crimi-
ne avevo commesso? Perché venivo trattata come se fossi reclusa in uno
strano riformatorio?)
«Sei troppo duro con le bambine» diceva Callista. «Non sono ragazzi».
«Purtroppo» ribatteva mio padre.

Fu da Callista che andai il giorno in cui scoprii di avere contratto un'or-


ribile malattia, perché in mezzo alle gambe mi colava il sangue: stavo sicu-
ramente morendo! Callista si mise a ridere. Poi spiegò: «È soltanto una
seccatura» disse. E che avrei dovuto parlarne come del «mio amico», o di
un «ospite». Reenie aveva idee più presbiteriane. «È il ciclo» disse. Si
fermò di colpo, prima di dire che era un ennesimo, più bizzarro piano di
Dio, escogitato per rendere spiacevole la vita: era proprio così che stavano
le cose, disse. Quanto al sangue, fai a pezzi degli stracci. (Non disse san-
gue, disse sporcizia). Mi fece una tazza di camomilla che ricordava l'odore
della lattuga andata a male; e anche una borsa dell'acqua calda, per i cram-
pi. Nessuna delle due mi fu di giovamento.
Laura trovò una macchia di sangue tra le mie lenzuola e scoppiò a pian-
gere. Ne dedusse che sarei morta. Sarei morta come la mamma, singhioz-
zò, senza prima avvertirla. Avrei avuto un piccolo bambino grigio che as-
somigliava a un gattino e poi sarei morta.
Le dissi di non fare la sciocca. Dissi che quel sangue non aveva niente a
che fare con i bambini. (Callista non aveva affrontato quell'argomento, a-
vendo senza dubbio deciso che troppe informazioni di quel genere tutte in
una volta avrebbero potuto procurarmi seri danni alla psiche).
«Un giorno accadrà anche a te» dissi a Laura. «Quando avrai la mia età.
È una cosa che succede alle ragazze».
Laura era indignata. Rifiutò di crederci. Come in molte altre cose, era
convinta che nel suo caso sarebbe stata fatta un'eccezione.

C'è un ritratto mio e di Laura risalente a quegli anni, scattato nello studio
di un fotografo. Io indosso il vestito di velluto scuro regolamentare, uno
stile troppo da bambina per me: ho, chiaramente, quello che un tempo ve-
niva definito il petto. Laura siede accanto a me, in un abito identico. Ab-
biamo tutte e due calze bianche al ginocchio, Mary Janes di vernice; ab-
biamo le gambe con le caviglie decorosamente accavallate, la destra sulla
sinistra, come ci era stato insegnato. Tengo un braccio intorno a Laura, ma
in maniera incerta, come se mi fosse stato ordinato di metterlo lì. Da parte
sua Laura ha le mani giunte in grembo. Ognuna di noi ha i capelli chiari
divisi nel mezzo e tirati bene indietro, a lasciare scoperto il viso. Entrambe
sorridiamo, in quel modo apprensivo dei bambini a cui è stato detto che
devono fare i buoni e sorridere, come se fossero due cose uguali: è un sor-
riso imposto dalla minaccia della disapprovazione. Minaccia e disapprova-
zione sarebbero venute da papà. Ne avevamo paura, ma non sapevamo
come evitarle.

Le metamorfosi di Ovidio

Mio padre aveva deciso, non a torto, che la nostra educazione era stata
trascurata. Voleva che imparassimo il francese, ma anche la matematica e
il latino - esercizi mentali che avrebbero fatto da correttivo al nostro carat-
tere eccessivamente sognante. Anche la geografia ci avrebbe rinvigorite.
Nonostante l'avesse a malapena notata durante il suo servizio, decretò che
Miss Violence e le sue maniere fiacche, stantie e tinte di rosa dovevano es-
sere spazzate via. Voleva che gli orli di merletto arricciati e contorti ci fos-
sero recisi quasi fossimo lattuga, lasciando un nucleo semplice e sano. Non
capiva perché ci piacesse quello che ci piaceva. Voleva che ci trasformas-
simo in copie di maschi, in un modo o nell'altro. Be', cosa ci si poteva a-
spettare? Non aveva mai avuto sorelle.
Al posto di Miss Violence assunse un uomo chiamato signor Erskine,
che un tempo aveva insegnato in una scuola maschile in Inghilterra ma era
stato spedito in Canada, di punto in bianco, per motivi di salute. A noi non
sembrava affatto malandato: non tossiva mai, per esempio. Era tarchiato,
vestito di tweed, sui trenta o forse trentacinque anni, aveva i capelli rossic-
ci e una bocca carnosa, bagnata e rossa, una barbetta a punta, un'ironia ta-
gliente e un brutto carattere, e per finire un odore che ricordava il fondo di
una cesta di panni da lavare impregnata di umidità.
Fu presto chiaro che essere distratte e fissare la fronte del signor Erskine
non ci avrebbe liberato di lui. Prima di tutto ci sottopose a dei test per sta-
bilire cosa sapessimo. Non molto, risultò, sebbene più di quanto pensassi-
mo opportuno divulgare. Poi disse a mio padre che avevamo cervelli da in-
setti o da marmotte. Il nostro stato era decisamente deplorevole, ed era un
miracolo che non fossimo cretine. Avevamo sviluppato abitudini mentali
indolenti - ci era stato permesso di farlo, aggiunse in tono di rimprovero.
Per fortuna, non era troppo tardi. Mio padre disse che in tal caso il signor
Erskine avrebbe dovuto portarci al livello desiderato.
A noi, il signor Erskine disse che la pigrizia, l'arroganza, la tendenza a
bighellonare e a sognare a occhi aperti e lo svenevole sentimentalismo non
avevano fatto altro che rovinare il nostro approccio a quel serio affare che
è la vita. Nessuno si aspettava che fossimo dei geni, e non ci sarebbero sta-
ti accordati favori se lo fossimo state, ma certo si richiedeva un minimo
anche alle ragazze: saremmo state soltanto un ingombro per qualunque
uomo abbastanza stupido da sposarci, a meno che non fossimo state dispo-
ste a rimboccarci le maniche.
Ordinò un gran mucchio di quaderni, del tipo economico a righe, con la
copertina di cartone leggero. Ordinò una scorta di semplici matite di grafi-
te, munite di gomma. Quelle erano le bacchette magiche, disse, grazie alle
quali avremmo trasformato noi stesse, con il suo aiuto.
Disse aiuto con un sorriso ammiccante.
Gettò via le stelle di carta luccicante della signorina Goreham.
La biblioteca ci distraeva troppo, disse. Chiese e ottenne due banchi di
scuola, che sistemò in una delle stanze degli ospiti; fece togliere il letto e
tutti gli altri mobili, in modo da lasciare soltanto la stanza nuda. La porta
veniva chiusa a chiave, ed era lui a tenerla. Ora avremmo potuto rimboc-
carci le maniche e metterci d'impegno.
I metodi del signor Erskine erano diretti. Era uno che tirava capelli e o-
recchie. Sbatteva la riga sul banco accanto alle nostre dita, se non sulle dita
stesse, o ci dava schiaffi sulla nuca, quando era esasperato, o ancora, come
ultima risorsa, ci lanciava addosso libri o ci picchiava dietro le gambe. Il
suo sarcasmo era mortificante, almeno per me: spesso Laura lo prendeva
alla lettera, il che lo mandava ancora di più in bestia. Non si faceva com-
muovere dalle lacrime; in realtà credo che ne godesse.
Non era così ogni giorno. Le cose magari procedevano senza problemi
per un'intera settimana. Poteva far mostra di pazienza, perfino di una goffa
gentilezza. Poi c'era un'esplosione, e si comportava come un pazzo. Non
sapere mai cosa avrebbe potuto fare, o quando avrebbe potuto farlo, era la
cosa peggiore.
Non potevamo lamentarci con nostro padre, perché il signor Erskine non
eseguiva forse i suoi ordini? Così diceva. Ma ci lamentavamo con Reenie,
naturalmente. Era offesa. Io ero troppo grande per essere trattata in quel
modo, diceva, e Laura era troppo nervosa, e tutte e due eravamo... insom-
ma, chi si credeva di essere? Cresciuto sulla strada e pieno di arie, come
tutti gli inglesi che finivano quaggiù pensando di poter spadroneggiare, e
se faceva il bagno una volta al mese si sarebbe mangiata la camicia. Quan-
do Laura andò da Reenie con le piaghe sulle palme delle mani, Reenie af-
frontò il signor Erskine, ma le fu detto di pensare ai fatti propri. Era stata
lei a viziarci, disse il signor Erskine. Ci aveva viziate con l'eccessiva in-
dulgenza e trattandoci da bambocce - era fin troppo ovvio - e ora toccava a
lui riparare ai suoi danni.
Laura disse che o se ne andava il signor Erskine o se ne sarebbe andata
lei. Sarebbe scappata. Sarebbe saltata fuori da una finestra.
«Non farlo, tesoro» disse Reenie. «Ci spremeremo le meningi. Gli ren-
deremo pan per focaccia».
«Ma lui non ha focacce» singhiozzò Laura.
Callista Fitzsimmons avrebbe potuto essere di un qualche aiuto, ma ve-
deva da che parte tirava il vento: non eravamo figlie sue, ma di papà. Lui
aveva scelto la sua linea di condotta, e sarebbe stato un errore tattico per
lei intromettersi. Era un caso di sauve qui peut, un'espressione che, grazie
allo zelo del signor Erskine, ero ormai in grado di tradurre.
L'idea che il signor Erskine aveva della matematica era abbastanza sem-
plice: dovevamo sapere come far quadrare i conti di una casa, il che signi-
ficava sommare, sottrarre e tenere una partita doppia.
La sua idea del francese erano le forme verbali e Phaedra. Faceva inol-
tre assegnamento sulle concise massime degli autori illustri. Si jeunesse
savait, si vieillesse pouvait - Estienne; C'est de quoi j'ai le plus de peur que
la peur - Montaigne; Le cœur a ses raisons que la raison ne connaît point -
Pascal; L'histoire, cette vietile dame exaltée et menteuse - de Maupassant;
Il ne faut pas toucher aux idoles : la dorure en reste aux mains - Flaubert;
Dieu s'est fait homme; soit. Le diable s'est fait femme - Victor Hugo. E co-
sì via.
La sua idea della geografia erano le capitali d'Europa. La sua idea del la-
tino era Cesare che sottometteva i galli e attraversava il Rubicone, alea
iacta est; e, oltre a quello, brani scelti dall'Eneide di Virgilio - gli piaceva
il suicidio di Didone - e dalle Metamorfosi di Ovidio, le parti in cui gli dei
facevano cose sgradevoli alle giovani donne. Il ratto di Europa a opera di
un grosso toro, di Leda da parte di un cigno, di Danae da parte di una
pioggia dorata - queste almeno avrebbero catturato la nostra attenzione, di-
ceva, con il suo sorriso ironico. Su questo punto aveva ragione. Ogni tanto,
per cambiare, ci faceva tradurre poesie d'amore latine di tipo cinico. Odi et
amo - quel genere di cose. Andava in brodo di giuggiole nel vederci com-
battere con i cattivi giudizi dei poeti sul tipo di ragazze che apparentemen-
te eravamo destinate a diventare.
«Rapìo, rapis, rapui, raptum, rapere» diceva il signor Erskine. «"Affer-
rare e portare via". La parola inglese rapture, "estasi, rapimento", deriva
dalla stessa radice. Coniugate». Tac, faceva la riga.
Imparavamo. Imparavamo davvero, in uno spirito vendicativo: non con-
cedevamo alcuna scusante al signor Erskine. Non c'era nulla che volesse di
più che mettere un piede su ciascuno dei nostri colli - be', se possibile, quel
piacere gli sarebbe stato negato. Quello che imparammo davvero da lui fu
come imbrogliare. Era difficile bluffare in matematica, ma nel tardo pome-
riggio passavamo molte ore copiando le nostre versioni di Ovidio da un
paio di libri della biblioteca del nonno - vecchie traduzioni di illustri vit-
toriani, in caratteri piccoli e un lessico difficile. Traevamo il senso del bra-
no da quei libri, quindi sostituivamo i vocaboli con altre parole più sempli-
ci e aggiungevamo qualche errore, per far sembrare di aver fatto tutto da
sole. Qualunque fosse il risultato, il signor Erskine imperversava sulle no-
stre traduzioni con la sua matita rossa e scriveva feroci commenti ai mar-
gini. Non imparammo molto latino, ma sulla contraffazione sì. Imparam-
mo anche a rendere i nostri visi vacui e rigidi, come se fossero stati inami-
dati. Era meglio non reagire al signor Erskine in nessuna maniera visibile,
soprattutto non indietreggiando.
Per un po' Laura rimase intimidita dal signor Erskine, ma il dolore fisico
- almeno quello inferto a lei - non le faceva molto effetto. Presto la sua at-
tenzione prese a vagar via anche quando lui urlava. Lui aveva una gamma
talmente limitata. Laura guardava la carta da parati - un motivo di boccioli
di rosa e nastri - o fuori della finestra. Sviluppò l'abilità di astrarsi in un
batter d'occhio - un istante era concentrata su chi le parlava, l'istante suc-
cessivo era altrove. O piuttosto era l'interlocutore a essere altrove: lei lo
congedava, come se avesse agitato un'invisibile bacchetta magica; come se
fosse stato lui stesso a farsi svanire.
Il signor Erskine non sopportava di venire rifiutato in quel modo. Co-
minciava a scuoterla - per farla uscire da quello stato, diceva. Non sei la
Bella Addormentata, gridava. A volte la gettava contro il muro, o la scrol-
lava tenendole le mani attorno al collo. Mentre la scuoteva lei chiudeva gli
occhi e si afflosciava, cosa che lo irritava ancora di più. In un primo mo-
mento cercai di intervenire, ma non serviva a niente. Venivo semplicemen-
te spinta da un lato da un colpo del suo maleodorante braccio rivestito di
tweed.
«Non lo irritare» dissi a Laura.
«Non importa che lo irriti o meno» ribatté lei. «E comunque, non è irri-
tato. Vuole soltanto mettermi le mani nella camicetta».
«Non l'ho mai visto farlo» dissi. «Perché dovrebbe?»
«Lo fa quando non guardi» fece lei. «O sotto la gonna. Quello che gli
piace sono le mutandine». Lo disse con una tale calma che pensai che do-
vesse esserselo inventato, o che avesse frainteso. Frainteso le mani del si-
gnor Erskine, le loro intenzioni. Ciò che aveva descritto era talmente poco
plausibile. Non mi pareva il tipo di cosa che un uomo adulto potesse fare,
o fosse interessato a fare in generale: Laura non era che una bambina...
«Non dovremmo dirlo a Reenie?» provai a chiederle.
«Potrebbe non credermi» disse Laura. «Come te».

Ma Reenie le credette, o scelse di crederle, e quella fu la fine del signor


Erskine. Sapeva che non avrebbe dovuto sfidarlo a duello: lui avrebbe
semplicemente accusato Laura di dire delle sporche bugie, dopodiché le
cose sarebbero andate peggio che mai. Quattro giorni dopo marciò nell'uf-
ficio di papà alla fabbrica di bottoni con una manciata di foto proibite. Non
era il genere di cose che oggi potrebbe provocare più di un'alzata di so-
pracciglia, ma allora erano scandalose - donne in calze nere con seni a
forma di budino che straripavano dai giganteschi reggiseni, le stesse donne
con niente indosso, in posizioni contorte, a gambe allargate. Disse che le
aveva trovate sotto il letto del signor Erskine quando aveva spazzato la sua
stanza, ed era quello il tipo d'uomo a cui dovevano essere affidate le figlie
del Capitano Chase?
C'era un pubblico interessato, che comprendeva un gruppo di operai,
l'avvocato di papà e, tra gli altri, il futuro marito di Reenie, Ron Hincks. La
vista di Reenie - le guance con le fossette tutte infuocate, gli occhi fiam-
meggianti come quelli di una Furia vendicativa, la nera crocchia di capelli
sul punto di sciogliersi - che sventolava un fascio di donne nude dalle
grosse tette con i cespugli bene in vista, fu troppo per Ron. Mentalmente
cadde in ginocchio davanti a lei, e da quel giorno cominciò a darle la cac-
cia, che alla fine fu coronata dal successo. Ma questa è un'altra storia.
Se c'è una cosa che Port Ticonderoga non avrebbe sopportato, disse l'av-
vocato di mio padre col tono del consulente, era quel genere di sconcezze
tra le mani di insegnanti di giovani innocenti. Mio padre si rese conto che
dopo quell'episodio non avrebbe potuto tenere il signor Erskine in casa
senza essere considerato un orco.
(Per molto tempo ho sospettato che Reenie si fosse procurata da sé le fo-
to, dal fratello che era nella distribuzione delle riviste e avrebbe potuto fa-
cilmente organizzare la cosa. Sospetto che il signor Erskine fosse innocen-
te per quanto riguarda le fotografie. Se mai, i suoi gusti andavano alle
bambine, non ai grossi reggiseni. Ma a quel punto non poteva aspettarsi un
comportamento leale da Reenie).
Il signor Erskine se ne andò, protestando la sua innocenza - indignato,
ma anche scosso. Laura disse che le sue preghiere erano state esaudite.
Disse che aveva pregato perché il signor Erskine fosse cacciato dalla no-
stra casa, e che Dio l'aveva ascoltata. Reenie, disse, aveva fatto la Sua vo-
lontà, con le fotografie sporche e tutto. Mi chiesi cosa ne pensasse Dio,
supposto che esistesse - una cosa su cui nutrivo dubbi crescenti.
Laura, invece, nel periodo in cui il signor Erskine era stato al nostro ser-
vizio, si era data seriamente alla religione: aveva ancora paura di Dio, ma
costretta a scegliere tra un tiranno iracondo e imprevedibile e l'altro, aveva
scelto quello che era più grande, nonché più lontano.
Una volta operata la scelta, la portò agli estremi, come faceva con tutto.
«Mi farò suora» annunciò in tono placido, mentre mangiavamo il nostro
pranzo a base di panini al tavolo della cucina.
«Non puoi» disse Reenie. «Non ti prenderanno. Non sei cattolica».
«Potrei diventarlo» ribatté Laura. «Potrei unirmi a loro».
«Bene» disse Reenie, «dovrai tagliarti i capelli. Sotto tutti quei loro veli,
le suore sono calve come uova».
Questa fu una mossa acuta da parte sua. Laura non ne sapeva niente. Se
c'era una cosa di cui andava fiera, erano i suoi capelli. «E perché?» chiese.
«Credono che sia il volere di Dio. Credono che Dio voglia che gli offra-
no i loro capelli, il che dimostra soltanto quanto siano ignoranti. Cosa do-
vrebbe farsene?» disse Reenie. «Che idea! Tutti quei capelli!»
«E cosa ne fanno dei capelli?» chiese Laura. «Una volta che sono stati
tagliati?»
Reenie stava sgusciando i fagioli: toc, toc, toc. «Ne fanno parrucche per
le donne ricche» disse. Non perdeva un colpo, ma sapevo che era una frot-
tola, come le sue vecchie storie secondo cui i bambini erano fatti con la pa-
sta del pane. «Ricche donne con la puzza sotto il naso. Tu non vorrai mica
vedere i tuoi bei capelli in giro sulla testa grande, grossa e sudicia di qual-
cun altro».
Laura rinunciò a farsi suora, o almeno così sembrò; ma chi poteva dire
quale sarebbe stato il suo prossimo amore? Aveva una spiccata tendenza a
credere. Era aperta, si affidava, si consegnava, si metteva alla mercé. Un
po' di incredulità sarebbe stata una prima linea di difesa.

A questo punto erano trascorsi parecchi anni - sprecati, in sostanza, con


il signor Erskine. Ma forse non dovrei dire sprecati: avevo imparato molte
cose da lui, sebbene non sempre quelle che si era proposto di insegnarci.
Oltre alla menzogna e all'imbroglio, avevo imparato l'insolenza mal celata
e la resistenza silenziosa. Avevo imparato che la vendetta è un piatto che è
meglio consumare freddo. Avevo imparato a non farmi cogliere sul fatto.
Nel frattempo era cominciata la Depressione. Mio padre non perse molto
nel crollo della Borsa, ma qualcosa perse comunque. Perse anche il suo
margine di errore. Avrebbe dovuto chiudere le fabbriche in risposta alla
diminuzione della domanda, avrebbe dovuto depositare in banca il denaro
- accumularlo, come stavano facendo altri nella sua posizione. Questa sa-
rebbe stata la cosa sensata. Ma non la fece. Non poteva sopportarlo. Non
poteva sopportare di cacciare i suoi uomini dal lavoro. Doveva della lealtà,
ai suoi uomini. Anche se alcuni di loro erano donne.
La povertà piombò su Avilion. Le nostre stanze divennero fredde d'in-
verno, le nostre lenzuola logore. Reenie ne tagliava via le strisce centrali
consumate, poi cuciva insieme le due parti rimaste. Un certo numero di
stanze vennero chiuse; gran parte della servitù fu mandata via. Non c'era
più un giardiniere, e le erbacce presero furtivamente piede. Mio padre di-
ceva che avrebbe avuto bisogno della nostra collaborazione per mandare
avanti le cose - per superare quel brutto momento. Potevamo aiutare Ree-
nie in casa, disse, dal momento che eravamo tanto ostili al latino e alla ma-
tematica. Potevamo imparare come farci bastare un dollaro. Questo signifi-
cava, in pratica, mangiare fagioli o baccalà o conigli per pranzo, e ram-
mendare le nostre calze.
Laura si rifiutava di mangiare conigli. Sembravano bambini scuoiati, di-
ceva. Bisognava essere cannibali per mangiarli.
Reenie diceva che la troppa bontà non avrebbe giovato a mio padre. Di-
ceva anche che era troppo orgoglioso. Un uomo dovrebbe ammettere
quando è stato sconfitto. Lei non sapeva cosa ci aspettasse, ma la rovina
era il risultato più probabile.

Ormai avevo sedici anni. La mia educazione ufficiale, per quello che va-
leva, era terminata. Me ne stavo così, in attesa, ma di cosa? Che ne sarebbe
stato di me, ora?
Reenie aveva le sue preferenze. Si era messa a leggere la rivista Mayfair,
con le descrizioni delle feste dell'alta società, e le pagine mondane dei
giornali - i matrimoni, i balli di beneficenza, le vacanze lussuose. Memo-
rizzava liste di nomi - i nomi delle persone importanti, delle navi da cro-
ciera, dei buoni alberghi. Avrei dovuto fare il mio ingresso in società, di-
ceva, con tutti gli annessi e connessi - tè per conoscere le madri che conta-
no nel bel mondo, ricevimenti e gite alla moda, e un ballo ufficiale a cui
invitare i giovanotti più appetibili. Avilion si sarebbe di nuovo riempita di
gente ben vestita, come ai vecchi tempi; ci sarebbero stati quartetti d'archi
e torce sul prato. La nostra famiglia era buona almeno quanto le famiglie
alle cui figlie veniva assicurato tutto questo - altrettanto buona, se non mi-
gliore. Mio padre avrebbe dovuto tenere un po' di denaro in banca apposta.
Se solo mia madre non fosse morta, diceva Reenie, si sarebbe fatta ogni
cosa per bene.
Ne dubitavo. Da quello che avevo sentito su mia madre, magari avrebbe
insistito perché fossi mandata a scuola - l'Alma Ladies' College, o qualche
istituto più rispettabile e tetro - a imparare qualcosa di utile ma altrettanto
tetro, come la stenografia; ma l'ingresso in società sarebbe stato considera-
to qualcosa di futile. Neanche lei l'aveva avuto.
La nonna Adelia era diversa, e abbastanza lontana nel tempo perché po-
tessi idealizzarla. Si sarebbe fatta in quattro per me; non avrebbe rispar-
miato né progetti né spese. Mi abbandonavo alle fantasticherie nella bi-
blioteca, studiando i suoi ritratti ancora appesi alle pareti: quello a olio, e-
seguito nel 1900, in cui esibiva un sorriso da sfinge e un abito del colore
delle rose rosse secche, con una profonda scollatura dalla quale la gola nu-
da emergeva all'improvviso, come un braccio da dietro la tenda di un ma-
go; le fotografie in bianco e nero in cornici dorate, che la mostravano in
cappelli a larghe tese, o piume di struzzo, o vestiti da sera con diademi e
guanti bianchi di capretto, da sola o con varie autorità ormai dimenticate.
Mi avrebbe fatto sedere e mi avrebbe dato i consigli necessari: come ve-
stirmi, cosa dire, come comportarmi in ogni occasione. Come evitare di
rendermi ridicola, cosa per cui intravedevo già ampie possibilità. Nono-
stante le sue incursioni nelle pagine mondane, Reenie non ne sapeva abba-
stanza.

Il picnic alla fabbrica di bottoni

Il fine settimana della Festa del Lavoro è arrivato e passato, lasciando


resti di bicchieri di plastica, bottiglie galleggianti e palloncini che si afflo-
sciano nel risucchio dei gorghi del fiume. Ora settembre si sta facendo va-
lere. Sebbene a mezzogiorno il sole non sia meno caldo, sorge ogni matti-
na più tardi, trascinandosi dietro la foschia, e nelle sere più fredde i grilli
stridono e friniscono. Astri selvatici crescono a gruppi nel giardino, dove
hanno fatto radici qualche tempo fa - alcuni piccoli e bianchi, altri più folti
e del colore del cielo, altri ancora con gambi color ruggine, di un viola più
intenso. Una volta, nei giorni in cui mi dedicavo saltuariamente al giardi-
naggio, li avrei bollati come erbacce e li avrei estirpati. Ora non faccio più
certe distinzioni.
Questo è il tempo migliore per camminare, la luce non è troppo forte o
abbagliante. I turisti si stanno diradando, e quelli che restano sono almeno
coperti in maniera decente: niente più pantaloncini giganti e prendisole
traboccanti, niente più gambe rosse e bitorzolute.
Oggi mi sono messa in cammino verso i Campeggi. Mi sono messa in
cammino, ma quando ero a metà strada è passata Myra in macchina e mi
ha offerto un passaggio, e mi vergogno a dire che l'ho accettato: ero senza
fiato, me n'ero già resa conto da un pezzo. Myra ha voluto sapere dove
stessi andando e perché - deve avere ereditato l'istinto del cane da pastore
da Reenie. Le ho detto dove stavo andando; quanto al perché, ho detto che
volevo soltanto rivedere il posto, in onore dei vecchi tempi. Troppo perico-
loso, ha fatto lei: non si sa mai cosa può strisciare tra gli arbusti laggiù. Mi
ha fatto promettere di sedermi su una panchina, bene in vista, e di aspettar-
la. Ha detto che sarebbe tornata a riprendermi dopo un'ora.
Mi sento sempre più come una lettera - depositata qui, raccolta là. Ma
una lettera senza destinatario.
I Campeggi non sono un grande spettacolo. Una striscia di terra tra la
strada e il fiume Jogues - un acro o due - con alberi e cespugli stentati, e in
primavera le zanzare che si diffondono dall'area acquitrinosa al suo centro.
Qui vengono a cacciare gli aironi; a volte si sentono le loro grida rauche,
come un bastone raschiato su una latta deformata. Di quando in quando
appassionati di bird-watching vi fanno capolino con quella loro aria deso-
lata, come se andassero in cerca di qualcosa che hanno smarrito.
Tra le ombre ci sono luccichii d'argento di pacchetti di sigarette, e i pal-
lidi tuberi sgonfi di preservativi gettati via, e i quadrati abbandonati di
Kleenex che la pioggia ha reso simili a merletti. Cani e gatti rivendicano i
propri diritti, avide coppie si insinuano tra gli alberi, sebbene meno nume-
rose di una volta - ci sono tante altre possibilità oggi. In estate gli ubriachi
dormono sotto i cespugli più fitti, e gli adolescenti vanno là a fumare e a
sniffare, qualsiasi cosa fumino e sniffino. Vi sono stati trovati mozziconi
di candela e cucchiai bruciati, e l'occasionale ago usa e getta. Vengo a sa-
pere tutte queste cose da Myra, che le considera una vergogna. Lei sa a co-
sa servono i mozziconi di candela e i cucchiai: sono l'armamentario dei
drogati. Il vizio è ovunque, a quanto pare. Et in Arcadia ego.
Un decennio o due fa venne fatto un tentativo di ripulire l'area. Fu innal-
zato un cartello - The Colonel Parkman Park, che suonava assurdo - e vi
furono sistemati tre rustici tavoli da picnic, un contenitore per la plastica e
un paio di bagni mobili, a beneficio dei visitatori di fuori, fu detto, anche
se questi preferivano tracannare la loro birra e disseminare i loro rifiuti da
qualche parte dove ci fosse una vista più chiara del fiume. Poi qualche ra-
gazzo dal grilletto facile usò il cartello per allenarsi a sparare, i tavoli e i
bagni furono rimossi dall'amministrazione provinciale - per via di un qual-
che bilancio - e il contenitore per i rifiuti non venne mai svuotato, sebbene
fosse spesso saccheggiato dai procioni; così portarono via anche quello, e
ora il posto sta tornando allo stato brado.
È chiamato i Campeggi perché è là che avevano luogo i raduni religiosi
all'aperto, con grandi tende come al circo e ferventi predicatori venuti da
fuori. A quei tempi lo spazio era più curato, oppure più calpestato. Piccole
fiere viaggianti vi sistemavano baracche e attrazioni e vi impastoiavano i
loro pony e i loro asini, era qui che le sfilate terminavano e si disperdevano
in picnic. Era un posto per riunioni all'aperto di qualsiasi genere.
È qui che una volta si teneva la Festa del Lavoro della Chase & Figli.
Questo era il nome formale, sebbene la gente lo chiamasse semplicemente
il picnic della fabbrica di bottoni. Aveva luogo sempre il sabato precedente
al lunedì ufficiale della Festa del Lavoro, con la sua calorosa retorica e le
bande che marciavano e le bandiere fatte in casa. C'erano palloncini e una
giostra, e giochi innocui, sciocchi - corse nei sacchi, gare in cui bisognava
trasportare un uovo su un cucchiaio, staffette in cui il testimone era una ca-
rota. Si esibivano quartetti vocali, e neanche troppo male; il gruppo di
trombettieri degli scout strombazzava uno o due numeri; squadre di bam-
bini eseguivano vivaci danze scozzesi e irlandesi su una piattaforma di le-
gno rialzata che ricordava un ring, mentre la musica era fornita da un
grammofono a carica. C'era un concorso per l'animale meglio vestito, e an-
che uno per i bambini. Si mangiavano pannocchie di granturco, insalata di
patate, hot dog. Le ausiliarie organizzavano vendite gastronomiche in aiuto
di questo o quello, offrendo pasticci e biscotti e torte, e vasetti di marmel-
lata e di sottaceti e di salse indiane a base di spezie e frutta, ognuno con
l'etichetta che recava un nome di battesimo: Conserva di scorza d'arancia
di Rhoda, Composta di prugne di Pearl.
Si facevano giochi pesanti - una gran baldoria. Al banco non si serviva
nulla di più forte della limonata, ma gli uomini portavano fiasche grandi e
piccole, e quando scendeva il crepuscolo potevano esserci risse, o grida e
rauche risate tra gli alberi, seguite da tonfi lungo la riva quando un uomo o
un giovanotto veniva buttato in acqua tutto vestito, oppure senza i calzoni.
In quel punto le acque del Jogues erano abbastanza basse, di modo che
quasi nessuno annegava. Una volta buio si facevano i fuochi d'artificio.
Nel suo massimo fulgore, o in quello che io ricordo come tale, il picnic
prevedeva anche la quadriglia, con tanto di violini. Ma nell'anno che ora
sto rievocando, che è il 1934, si era posto un freno a questo genere di esa-
gerata allegria.
Verso le tre del pomeriggio mio padre faceva un discorso, dalla piatta-
forma destinata alle danze. Era sempre un discorso breve, ma veniva ascol-
tato con attenzione dagli uomini più anziani; anche dalle donne, dal mo-
mento che o lavoravano loro stesse per la compagnia, o erano sposate con
qualcuno che vi lavorava. Quando i tempi si fecero più duri, perfino i gio-
vani cominciarono ad ascoltare il discorso; perfino le ragazze, con i loro
vestiti estivi e le braccia seminude. Il discorso non diceva mai molto, ma si
poteva leggere tra le righe. «Ragione di essere soddisfatti» era buon segno;
«motivi di ottimismo» era cattivo segno.
Quell'anno il tempo era caldo e secco, com'era ormai da un bel pezzo.
Non c'erano tanti palloncini come al solito; non c'era la giostra. Il grantur-
co sulle pannocchie era troppo vecchio, i chicchi erano raggrinziti come
nocche; la limonata era acquosa, gli hot dog finirono presto. Eppure, non
c'erano stati licenziamenti alle Industrie Chase, non ancora. Rallentamenti,
ma non licenziamenti.
Mio padre disse «motivi di ottimismo» quattro volte, ma «ragione di es-
sere soddisfatti» neanche una. C'erano sguardi ansiosi.
Quando eravamo più piccole, io e Laura ci divertivamo al picnic; ora
non più, ma era un obbligo parteciparvi. Dovevamo farci vedere. Ci era
stato inculcato fin dalla più tenera età: la mamma si era sempre fatta un
dovere di andare, per quanto male potesse sentirsi.
Dopo che mia madre era morta ed era toccato a Reenie badare a noi,
questa aveva fatto scrupolosamente attenzione alle nostre tenute per quel
giorno: non troppo informali, perché sarebbe stato sprezzante, come se non
ci importasse cosa pensasse di noi la cittadinanza; ma neanche troppo ele-
ganti, perché sarebbe equivalso a volerla mortificare. Ormai eravamo ab-
bastanza grandi da scegliere come vestirci - io avevo appena compiuto di-
ciotto anni, Laura ne aveva quattordici e mezzo -, anche se non avevamo
più tante possibilità di scelta. L'eccessiva mostra di lusso era sempre stata
scoraggiata in casa nostra, sebbene avessimo avuto quella che Reenie
chiamava roba buona, ma di recente la definizione di lusso si era ristretta
fino a significare qualunque capo nuovo. Per il picnic indossavamo tutte e
due gonne svasate e strette in vita blu e camicette bianche dell'estate pri-
ma. Laura aveva il mio cappello di tre stagioni prima; quanto a me, avevo
quello dell'anno precedente, a cui era stato cambiato il nastro.
Laura non sembrava farci caso. Io invece sì. Lo dissi, e lei osservò che
ero attaccata alle cose mondane.
Ascoltammo il discorso. (O meglio, io lo ascoltai. Laura aveva l'atteg-
giamento di chi ascolta - gli occhi spalancati, la testa inclinata da un lato
con aria attenta - ma non si poteva assolutamente dire cosa stesse senten-
do). A mio padre quel discorso era sempre venuto bene, non importa quan-
to avesse bevuto, ma quella volta si impappinò sul testo. Avvicinava la pa-
gina dattiloscritta all'occhio buono, quindi l'allontanava con uno sguardo
perplesso, come se si trattasse del conto di qualcosa che non aveva ordina-
to. Un tempo i suoi vestiti erano stati eleganti, poi erano divenuti eleganti
ma consumati, ora erano quasi logori. I capelli erano arruffati attorno alle
orecchie, avevano bisogno di essere tagliati; sembrava tormentato - quasi
feroce, come un bandito messo con le spalle al muro.
Dopo il discorso, che fu accolto da niente di più che un applauso dove-
roso, alcuni degli uomini si riunirono in piccoli gruppi, parlando tra loro a
voce bassa. Altri si sedettero sotto gli alberi, su giacche o coperte stese,
oppure si allungarono con un fazzoletto sul viso a fare un pisolino. Soltan-
to gli uomini facevano così; le donne rimanevano sveglie, vigili. Le madri
conducevano i figli piccoli al fiume, per farli sguazzare sulla spiaggetta
ghiaiosa laggiù. Un po' in disparte era cominciata una fiacca partita di ba-
seball; un gruppetto di spettatori la seguiva con aria stordita.
Andai ad aiutare Reenie alla vendita gastronomica. In sostegno di chi e-
ra? Non me lo ricordo. Ma ormai aiutavo sempre - ci si aspettava che lo
facessi. Dissi a Laura che sarebbe dovuta venire anche lei, ma si comportò
come se non mi avesse sentito e si allontanò lentamente, facendo dondola-
re il cappello per la tesa floscia.
La lasciai andare. Io avrei dovuto tenerla d'occhio: per quanto riguarda-
va me, Reenie dormiva tra due guanciali, ma a suo parere Laura era assolu-
tamente troppo fiduciosa, dava troppa confidenza agli estranei. Gli uomini
della tratta delle bianche erano sempre in agguato, e Laura era il loro ber-
saglio naturale. Sarebbe salita sulla macchina di un estraneo, avrebbe aper-
to una porta sconosciuta, attraversato la strada sbagliata, e poi sarebbe stata
fatta, perché lei non si poneva limiti, o almeno non dove se li ponevano gli
altri, e non si poteva metterla in guardia perché non avrebbe capito. Non
che si facesse beffe delle regole: semplicemente le dimenticava.
Ero stanca di tenere d'occhio Laura, che non me ne era grata. Ero stanca
di essere ritenuta responsabile dei suoi sbagli, della sua incapacità di ade-
guarsi. Ero stanca di essere ritenuta responsabile, punto e basta. Volevo
andare in Europa, o a New York, o perfino a Montreal - nei night club, alle
soirée, in tutti quei posti eccitanti nominati nelle riviste mondane di Reenie
- ma c'era bisogno di me a casa. Bisogno di me a casa, bisogno di me a ca-
sa - sembrava una condanna a vita. Peggio, un lamento funebre. Ero bloc-
cata a Port Ticonderoga, fiero bastione del bottone comune-e-ordinario e
dei mutandoni a basso prezzo per acquirenti che dovevano far quadrare i
conti. Là mi sarei intorpidita, non mi sarebbe successo niente, e sarei di-
ventata una vecchia zitella come Miss Violence, compatita e derisa. Questa
era fondamentalmente la mia paura. Volevo essere in qualche altro posto,
ma non vedevo alcun modo per arrivarci. Ogni tanto mi coglievo a sperare
di essere rapita dagli uomini della tratta delle bianche, anche se non crede-
vo alla loro esistenza. Almeno sarebbe stato un cambiamento.
Il tavolo della vendita gastronomica era coperto da un tendone, e tova-
glioli da tè o pezzi di carta oleata proteggevano la mercanzia dalle mosche.
Reenie aveva contribuito con alcuni pasticci, una preparazione che a dire il
vero non era mai stata il suo forte. I suoi pasticci avevano ripieni collosi e
poco cotti, e croste spesse ma molli, che facevano pensare ad alghe mar-
roncine o a grandi funghi lividi. In tempi migliori si vendevano abbastanza
bene - venivano considerati oggetti rituali, non cibo in quanto tale - ma
quel giorno non andavano granché. Il denaro scarseggiava, e in cambio la
gente voleva qualcosa di veramente commestibile.
Mentre stavo dietro il tavolo, Reenie mi metteva al corrente sottovoce
delle ultime novità. Quattro uomini erano già stati gettati nel fiume, quan-
do il cielo era ancora di un bianco abbagliante, e non proprio per diverti-
mento. C'erano state discussioni che avevano a che fare con la politica,
disse Reenie; erano volate parole grosse. Oltre alle solite bravate sul fiu-
me, erano scoppiate zuffe. Elwood Murray era stato messo fuori combat-
timento. Era l'editore del settimanale locale, che aveva ereditato da due
generazioni di Murray anch'essi nei giornali: ne scriveva la maggior parte,
e faceva anche le fotografie. Fortunatamente non era stato buttato in acqua,
cosa che avrebbe rovinato la sua macchina fotografica, costata un bel muc-
chio di soldi anche se di seconda mano, come Reenie era venuta a sapere.
Gli usciva il sangue dal naso, e ora sedeva sotto un albero con un bicchiere
di limonata e due donne che gli si affaccendavano intorno con fazzoletti
bagnati; potevo vederlo da dove mi trovavo.
Era per motivi politici, quell'atterramento? Reenie non lo sapeva, ma alla
gente non piaceva che stesse ad ascoltare cosa diceva. In tempi prosperi
Elwood Murray era considerato un cretino, e forse quello che Reenie
chiamava un invertito - be', non era sposato, e a quell'età doveva pur signi-
ficare qualcosa -, ma era tollerato e perfino apprezzato, entro i limiti della
decenza, finché riportava tutti i nomi in occasione degli avvenimenti mon-
dani e li scriveva in modo corretto. Ma quelli non erano tempi prosperi, ed
Elwood Murray era troppo ficcanaso per passarla liscia. Nessuno vuole
che ogni bazzecola sul proprio conto venga scritta sui giornali, diceva Re-
enie. Nessuno con un po' di buonsenso lo vorrebbe.
Individuai mio padre, che camminava tra gli operai partecipanti al picnic
con la sua andatura sbilenca. Annuiva nel suo modo brusco a questo o a
quello, un gesto in cui la testa sembrava indietreggiare sul collo piuttosto
che spingersi in avanti. La benda nera sull'occhio si girava di qua e di là;
da lontano sembrava un foro nella testa. I baffi gli si ripiegavano come u-
n'unica zanna scura e obliqua sulla bocca, che di tanto in tanto si serrava in
qualcosa che nelle sue intenzioni doveva essere un sorriso. Le mani erano
nascoste nelle tasche.
Accanto a mio padre c'era un uomo più giovane, un po' più alto di lui,
ma a differenza di lui privo di rughe o angoli. Levigato era la parola che
faceva venire in mente. Portava un panama elegante e un abito di lino che
sembrava emettere luce, tanto era fresco e pulito. Veniva ovviamente da
fuori città.
«Chi è quel tipo con papà?» chiesi a Reenie.
Reenie guardò senza darlo a vedere, poi fece una breve risata. «È il si-
gnor Royal Classic in carne e ossa. Certo che ha un bel coraggio.»
«Avevo pensato che fosse lui» dissi.
Il signor Royal Classic era Richard Griffen, della Royal Classic Knitwe-
ar di Toronto. I nostri operai - gli operai di papà - si riferivano a lui in tono
di scherno come a Royal Classic Shitwear, perché il signor Griffen non era
soltanto il principale concorrente di papà, era anche per così dire un avver-
sario. Aveva attaccato mio padre sulla stampa tacciandolo di essere troppo
morbido sui disoccupati, sull'opera assistenziale e sui sinistroidi in genera-
le. Anche sui sindacati, cosa gratuita perché Port Ticonderoga non ospitava
nessun sindacato e le opinioni sfavorevoli di mio padre al riguardo non e-
rano certo un segreto. Ma ora per qualche ragione mio padre aveva invitato
Richard Griffen a cena ad Avilion, dopo il picnic, e anche con pochissimo
preavviso. Solo quattro giorni.
Reenie aveva l'impressione che il signor Griffen le fosse stato affibbiato
di punto in bianco. Com'era risaputo, bisognava fare più bella figura con i
propri nemici che con i propri amici, e per lei quattro giorni non erano ab-
bastanza per i preparativi di un simile avvenimento, soprattutto conside-
rando che ad Avilion non c'era stata una di quelle che si potevano definire
cene eleganti dai tempi della nonna Adelia. È vero, Callie Fitzsimmons a
volte portava degli amici per il fine settimana, ma era diverso, perché era-
no soltanto artisti e dovevano essere grati per qualunque cosa fosse loro of-
fetta. A volte venivano trovati in cucina di notte, a fare scorrerie nella di-
spensa, a prepararsi panini con gli avanzi. Pozzi senza fondo, li chiamava
Reenie.
«Comunque è un arricchito» disse Reenie in tono sprezzante, squadran-
do Richard Griffen. «Guarda che pantaloni stravaganti». Era implacabile
con chiunque criticasse mio padre (cioè con tutti tranne che con se stessa),
e sprezzante nei confronti di chi si faceva strada nel mondo e si comporta-
va al di sopra del proprio livello, o di ciò che lei considerava tale; ed era un
fatto noto che i Griffen erano feccia, o almeno lo era il nonno. Aveva mes-
so in piedi la sua attività imbrogliando gli ebrei, diceva Reenie in tono am-
biguo - era una specie di prodezza questa, secondo la sua modesta opinio-
ne? -, ma come avesse fatto esattamente non sapeva dirlo. (Onestamente,
Reenie poteva aver inventato queste accuse sui Griffen. A volte attribuiva
alle persone le storie che secondo lei dovevano avere avuto).
Dietro a mio padre e al signor Griffen, accanto a Callie Fitzsimmons,
camminava quella che presi per la moglie del signor Griffen - una donna
piuttosto giovane, magra, elegante, che si trascinava dietro della mussola
trasparente arancione chiaro simile al fumo che si alza da un'acquosa mi-
nestra di pomodoro. Il suo cappello a larghe tese era verde, come pure le
scarpe aperte con i tacchi alti e una specie di sciarpa sottile che portava at-
torno al collo. Era vestita con eccessiva eleganza per il picnic. Mentre la
osservavo si fermò, sollevò un piede e si girò a guardare al di sopra della
spalla per vedere se le si fosse attaccato qualcosa al tacco. Speravo di sì.
Eppure, pensai a quanto sarebbe stato bello avere abiti così eleganti, abiti
da arricchiti così favolosi, invece dei vestiti decorosi, demodé e trasandati
che a quel tempo costituivano il nostro stile dettato dal bisogno.
«Dov'è Laura?» chiese Reenie improvvisamente in allarme.
«Non ne ho idea» dissi. Avevo preso l'abitudine di parlarle in tono bru-
sco, soprattutto quando mi comandava a bacchetta. Non sei mia madre era
diventata la mia risposta più fulminante.
«Dovresti avere abbastanza buonsenso da non perderla di vista» disse
Reenie. «Potrebbe esserci chiunque in giro». Chiunque era uno dei suoi
spauracchi. Non si poteva mai sapere quali intrusioni, quali furti e gaffe
potesse commettere quel chiunque.
Trovai Laura seduta sull'erba sotto un albero, intenta a parlare con un
giovanotto - un uomo, non un ragazzo -, un uomo dalla carnagione scura
con un cappello chiaro. Il suo stile era indefinibile - non era un operaio
della fabbrica, ma neanche qualcos'altro, o almeno non qualcos'altro di
preciso. Niente cravatta, ma in fondo era un picnic. Una camicia blu, un
po' consumata ai bordi. Un abbigliamento improvvisato, un atteggiamento
da proletario. Molti giovanotti lo ostentavano a quei tempi - molti studenti
universitari. D'inverno portavano maglie lavorate ai ferri a strisce orizzon-
tali.
«Ciao» disse Laura. «Dove te n'eri andata? Questa è mia sorella Iris,
questo è Alex».
«Signor...?» dissi. Come mai Laura era passata così in fretta al nome di
battesimo?
«Alex Thomas» disse il giovanotto. Era educato ma cauto. Si alzò in
fretta e tese la mano, e io la strinsi. Poi mi ritrovai seduta accanto a loro.
Sembrava la cosa migliore da fare per proteggere Laura.
«Viene da fuori città, signor Thomas?»
«Sì. Sono qui in visita da conoscenti». Sembrava quello che Reenie a-
vrebbe definito un simpatico giovanotto, intendendo non povero. Ma ne-
anche ricco.
«È un amico di Callie» disse Laura. «Era qui un attimo fa, ci ha presen-
tati lei. È venuto con il suo stesso treno». Stava dando un po' troppe spie-
gazioni.
«Hai conosciuto Richard Griffen?» chiesi a Laura. «Era con papà. Il ti-
zio che verrà a cena».
«Richard Griffen, il magnate, lo sfruttatore?» chiese il giovanotto.
«Alex, il signor Thomas, è un esperto dell'antico Egitto» disse Laura.
«Mi stava parlando dei geroglifici». Lo guardò. Non l'avevo mai vista ri-
volgere a nessun altro uno sguardo come quello. Spaventato, abbagliato?
Era difficile dare un nome a uno sguardo del genere.
«Sembra interessante» dissi. Sentii la mia voce pronunciare la parola in-
teressante con quel tono beffardo che usa la gente. Dovevo trovare il modo
per dire a questo Alex Thomas che Laura aveva solo quattordici anni, ma
non mi veniva in mente nulla che non l'avrebbe fatta arrabbiare.
Alex Thomas tirò fuori un pacchetto di sigarette dalla tasca della camicia
- Craven A, se ben ricordo. Batté leggermente sul pacchetto per farne usci-
re una. Ero un po' sorpresa che fumasse sigarette bell'e pronte - la cosa mal
si accordava con la sua camicia. Le sigarette confezionate erano un lusso:
gli operai della fabbrica se le facevano da sé, qualcuno con una mano sola.
«Grazie, ne prendo una» dissi. Avevo fumato solo poche sigarette prima
d'allora, e anche quelle di nascosto, sgraffignate dalla scatola d'argento so-
pra il piano. Mi rivolse uno sguardo duro, il che credo fosse quello che vo-
levo, quindi mi offrì il pacchetto. Accese un fiammifero con il pollice e me
lo porse.
«Non dovresti farlo» disse Laura. «Potresti darti fuoco».
Elwood Murray ci comparve di fronte, di nuovo in piedi e pimpante.
Aveva il davanti della camicia ancora umido e macchiato di rosa, dove le
donne avevano provato a ripulire il sangue con i fazzoletti bagnati; l'inter-
no delle narici era orlato di rosso scuro.
«Salve, signor Murray» lo salutò Laura. «Sta bene?»
«Alcuni dei ragazzi si sono lasciati trascinare un po'» disse Elwood Mur-
ray, quasi stesse rivelando timidamente di avere vinto un qualche premio.
«È stato solo per divertirsi. Posso?» Quindi ci fece una foto con la sua
macchina col flash. Diceva sempre Posso? prima di scattare una fotografia
per il giornale, ma non aspettava mai la risposta. Alex Thomas sollevò la
mano come per schermirsi.
«Conosco queste due belle signore, naturalmente» gli disse Elwood
Murray, «ma qual è il suo nome?»
Reenie piombò lì all'improvviso. Aveva il cappello di traverso ed era
rossa in faccia e senza fiato. «Vostro padre vi sta cercando dappertutto»
disse.
Sapevo che non era vero. Ciò nonostante io e Laura dovemmo alzarci
dall'ombra dell'albero, spazzolarci le gonne e andare con lei, come ana-
troccoli chiamati a raccolta.
Alex Thomas ci fece un cenno di saluto. Era un cenno sardonico, o al-
meno così mi sembrò.
«Non sapete fare nulla di meglio?» disse Reenie. «Stare sedute scompo-
ste sull'erba con il Signore sa chi. E per l'amor del cielo, Iris, butta via
quella sigaretta, non sei una sgualdrina. E se tuo padre ti vede?»
«Papà fuma come un turco» dissi, in un tono che speravo insolente.
«È diverso» ribatté Reenie.
«Il signor Thomas» disse Laura. «Il signor Alex Thomas. Studia teolo-
gia. O almeno lo faceva fino a poco fa» aggiunse scrupolosamente. «Ha
perso la fede. La sua coscienza non gli avrebbe permesso di continuare».
Era chiaro che la coscienza di Alex Thomas aveva fatto una profonda
impressione su Laura, ma non scosse minimamente Reenie. «Cosa combi-
na, allora?» disse. «Qualcosa di equivoco, scommetto, o io sono una cine-
se. Ha un aspetto ambiguo».
«Cos'ha che non va?» chiesi a Reenie. Non mi era piaciuto, ma senza
dubbio ora veniva giudicato in maniera preconcetta.
«Cos'ha che va, piuttosto» disse lei. «E poi, rotolarsi sul prato sotto gli
occhi di tutti». Stava parlando più a me che a Laura. «Almeno avevi la
gonna tirata giù». Reenie diceva che una ragazza sola con un uomo do-
vrebbe poter tenere una moneta tra le ginocchia. Aveva sempre paura che
la gente - gli uomini - ci vedesse le gambe, la parte sopra il ginocchio. Del-
le donne che permettevano che ciò accadesse, diceva: Su il sipario, dov'è
lo spettacolo? O: Tanto vale che appenda un cartello. O, in tono più male-
fico: Lo vuole lei, avrà quanto si merita, o, nei casi peggiori: È un inciden-
te prevedibile.
«Non ci stavamo rotolando» disse Laura. «Non eravamo in pendio».
«Rotolare o no, sai cosa intendo» disse Reenie.
«Non stavamo facendo nulla» osservai. «Stavamo parlando».
«Questo non c'entra» replicò Reenie. «La gente potrebbe vedervi».
«La prossima volta che non faremo nulla ci nasconderemo tra i cespu-
gli» dissi.
«E chi è, a ogni modo?» chiese Reenie, che di solito ignorava le mie
provocazioni dirette, dal momento che ormai non poteva evitarle. Chi è si-
gnificava Chi sono i suoi genitori.
«È orfano» disse Laura. «È stato adottato, preso da un orfanotrofio. Lo
hanno adottato un ministro presbiteriano e sua moglie». Sembrava avere
strappato questa informazione ad Alex Thomas in pochissimo tempo, ma
era una delle sue abilità, se così può chiamarsi - tempestava l'interlocutore
di domande, del genere personale che ci era stato insegnato che era male-
ducato fare, finché quello, in preda alla vergogna o all'indignazione, era
costretto a smettere di rispondere.
«Un orfano!» disse Reenie. «Potrebbe essere chiunque!»
«Cos'hanno gli orfani che non va?» chiesi. Sapevo cos'avevano che non
andava secondo la modesta opinione di Reenie: non sapevano chi erano i
loro padri, e questo li rendeva inaffidabili, se non dei veri e propri degene-
rati. Nato in un fosso, ecco come la metteva Reenie. Nato in un fosso, la-
sciato davanti a una porta.
«Non ci si può fidare di loro» disse Reenie. «Avanzano strisciando. Non
conoscono limiti».
«Be', a ogni modo» disse Laura, «l'ho invitato a cena».
«Questo è davvero il colmo!» disse Reenie.

Dispensatrici di pane

C'è un susino selvatico sul retro del giardino, oltre il recinto. È antico,
nodoso, con i rami ritorti. Walter dice che dovremmo abbatterlo, ma io ho
osservato che, a ben guardare, non è mio. In ogni caso, ci sono affezionata.
Fiorisce ogni primavera, senza che nessuno glielo chieda, senza nessuna
cura; verso la fine dell'estate lascia cadere le susine nel mio giardino, pic-
cole, blu e ovali con sopra una patina simile a polvere. Che generosità.
Questa mattina ho raccolto gli ultimi frutti fatti cadere dal vento - quei po-
chi che gli scoiattoli, i procioni e le vespe intontite mi hanno lasciato - e li
ho mangiati avidamente, mentre il succo della loro polpa ammaccata mi
insanguinava il mento. Non ci ho fatto caso finché Myra non è passata con
un altro dei suoi pasticci di tonno. Santo cielo, ha detto, con la sua risata
ansimante da uccello. Con chi ti sei azzuffata?

Ricordo quella cena della Festa del Lavoro in ogni dettaglio, perché è
stata l'unica volta in assoluto che siamo stati tutti insieme nella stessa stan-
za.
Ai Campeggi i festeggiamenti erano ancora in corso, ma in nessuna for-
ma a cui sarebbe stato consigliabile assistere da vicino, giacché il consumo
clandestino di liquore a buon mercato andava ormai a ruota libera. Laura e
io ce n'eravamo andate presto, per aiutare Reenie nei preparativi della ce-
na.
Questi duravano ormai da qualche giorno. Appena Reenie era stata in-
formata di quella cena speciale, aveva disseppellito il suo unico libro di
cucina, Il libro di cucina della scuola di Boston, di Fannie Merritt Farmer.
In realtà non era suo: era appartenuto alla nonna Adelia, che lo aveva con-
sultato - insieme ai suoi svariati cuochi, naturalmente - nell'organizzare le
sue cene da dodici portate. Reenie lo aveva ereditato, sebbene non lo usas-
se per la cucina di tutti i giorni - quella ce l'aveva tutta in testa, a sentir lei.
Ma qui ci voleva qualcosa di alta classe.
Io lo avevo letto quel libro, o almeno lo avevo sfogliato, nei giorni in cui
avevo elaborato una visione romantica di mia nonna. (Ormai ci avevo ri-
nunciato. Sapevo che mi avrebbe dato addosso anche lei, come facevano
Reenie e mio padre, e come avrebbe fatto mia madre, se non fosse morta.
Darmi addosso era la ragione di vita di tutte le persone adulte. Non si de-
dicavano ad altro).
Il libro di cucina aveva una copertina scialba, di un assurdo color sena-
pe, e conteneva cose altrettanto scialbe. Fannie Merritt Farmer era impla-
cabilmente pragmatica - tutto secondo copione, in uno stringato stile New
England. Presumeva che il lettore non sapesse nulla, e cominciava da lì:
«Una bevanda è qualsiasi cosa da bere. L'acqua è la bevanda fornita al-
l'uomo dalla natura. Tutte le bevande contengono una larga percentuale di
acqua, e perciò dovrebbero essere considerati loro fini: I. Spegnere la sete.
II. Introdurre l'acqua nel sistema circolatorio. III. Regolare la temperatura
del corpo. IV. Aiutare lo smaltimento dei liquidi. V. Nutrire. VI. Stimolare
il sistema nervoso e svariati organi. VII. Scopi medici» e così via.
Il gusto e il piacere non rientravano nelle sue liste, ma sulla prima pagi-
na del libro c'era una curiosa epigrafe di John Ruskin:

Arte culinaria significa la conoscenza di Medea e di Circe e di E-


lena e della regina di Saba. Significa la conoscenza di tutte le erbe
e i frutti e i balsami e le spezie, e di tutto ciò che è salutare e dolce
nei campi e nei boschetti e saporito nelle carni. Significa prudenza
e inventiva e buona volontà e prontezza di esecuzione. Significa
la parsimonia delle vostre nonne e la scienza del moderno chimi-
co; significa provare e non sprecare; significa la meticolosità in-
glese e l'ospitalità francese e araba; e, infine, significa che dovete
essere sempre delle perfette signore - dispensatrici di pane.

Trovavo difficile immaginarmi Elena di Troia in grembiule, con le ma-


niche rimboccate fino al gomito e le guance sporche di farina; e da quanto
sapevo di Circe e Medea, le uniche cose che avessero mai preparato erano
pozioni magiche, per avvelenare eredi in linea diretta o trasformare uomini
in maiali. Quanto alla regina di Saba, dubito che avesse mai fatto anche so-
lo un toast. Mi chiedevo dove il signor Ruskin avesse preso quelle strane
idee, sia sulle signore che sull'arte culinaria. Eppure, era un'immagine che
deve essere piaciuta a moltissime donne della piccola borghesia dell'epoca
di mia nonna. Dovevano essere composte nel portamento, inavvicinabili,
perfino regali, ma dotate di ricette arcane e potenzialmente letali, e capaci
di ispirare le passioni più accese negli uomini. E per di più, perfette e sem-
pre signore - dispensatrici di pane. Distributrici di graziosa prodigalità.
Qualcuno aveva mai preso sul serio questo genere di cose? Mia nonna
sì. Bastava guardare i suoi ritratti - quel sorriso gongolante, quelle palpe-
bre abbassate. Chi credeva di essere, la regina di Saba? Senza alcun dub-
bio.
Quando tornammo dal picnic, trovammo Reenie che si affaccendava in
cucina. Non ricordava molto Elena di Troia: nonostante tutto il lavoro fatto
in anticipo, era agitata e di malumore; sudava e aveva i capelli che le cade-
vano giù. Disse che dovevamo accontentarci di quello che sarebbe venuto
fuori, perché cos'altro potevamo aspettarci, visto che lei non faceva mira-
coli, compreso cavar sangue da una rapa. E toccava anche mettere un posto
in più, proprio all'ora zero, per questo Alex, o comunque si chiamasse. A-
lex il Furbo, si sarebbe detto dall'aspetto.
«Si chiama con il suo nome» disse Laura. «Come tutti».
«Non è come tutti» disse Reenie. «Si capisce al primo sguardo. La cosa
più probabile è che sia un indiano meticcio, oppure uno zingaro. Certa-
mente non viene dallo stesso pezzo di terra coltivato a piselli di noi altri».
Laura non disse niente. Di norma non era incline ai sensi di colpa, ma
questa volta sembrava un po' pentita di avere invitato Alex Thomas sul-
l'impulso del momento. Tuttavia non poteva disdire l'invito, come osservò
- sarebbe stato mille miglia oltre la semplice maleducazione. Un invitato
era un invitato, chiunque fosse.
Anche mio padre la pensava così, sebbene fosse tutt'altro che contento:
Laura aveva bruciato le tappe e gli aveva usurpato la sua posizione di ospi-
te, ed era sicuro che ben presto avrebbe invitato alla sua tavola ogni orfano
e perdigiorno e caso pietoso, neanche lui fosse il buon re Venceslao del
canto natalizio. Quei suoi santi impulsi andavano frenati, disse; lui non ge-
stiva un ospizio di carità.
Callie Fitzsimmons aveva cercato di ammorbidirlo: Alex non era un ca-
so pietoso, lo aveva rassicurato. È vero, il giovanotto non poteva vantare
un lavoro, ma sembrava che avesse una fonte di reddito, o comunque non
si era mai saputo che avesse chiesto soldi a qualcuno. Quale poteva essere
la fonte delle sue entrate? chiese mio padre. Che fosse dannata se lo sape-
va, disse Callie: Alex aveva la bocca cucita sull'argomento. Magari rapina-
va banche, osservò mio padre con pesante sarcasmo. Niente affatto, ribatté
Callie; comunque, alcuni dei suoi amici conoscevano Alex. Mio padre dis-
se che una cosa non escludeva l'altra. A quel tempo stava diventando acido
nei confronti degli artisti. Troppi di loro avevano appoggiato il marxismo e
gli operai, e lo avevano accusato di opprimere i lavoratori.
«Alex è a posto. È soltanto un ragazzo» disse Callie. «È solo venuto a
fare una gita. È solo un amico». Non voleva che mio padre si facesse l'idea
sbagliata - che Alex Thomas fosse magari un suo boyfriend, in qualche
modo in competizione con lui.

«In cosa posso essere utile?» chiese Laura in cucina.


«L'ultima cosa di cui ho bisogno» disse Reenie, «è qualche altra maga-
gna. Tutto quello che ti chiedo è di tenerti lontana e non sgraffignare nien-
te. Mi aiuterà Iris. Lei almeno non è maldestra». Reenie pensava che aiu-
tarla fosse un segno di favore: era ancora irritata con Laura, e la stava e-
scludendo. Ma questa forma di punizione con lei non funzionava. Prese il
suo cappello da sole e andò a gironzolare sul prato.
Parte del lavoro che mi era stato assegnato consisteva nel preparare i fio-
ri per la tavola, nonché assegnare i posti. Per decorare la tavola avevo ta-
gliato alcune zinnie dalle bordure - non c'era quasi nient'altro in quel pe-
riodo dell'anno. Quanto all'assegnazione dei posti avevo messo Alex Tho-
mas accanto a me, con Callie dall'altro lato e Laura di fronte. In quel mo-
do, mi pareva, sarebbe stato isolato, o almeno lo sarebbe stata Laura.
Laura e io non avevamo vestiti adatti a una cena. Avevamo comunque
dei vestiti. Erano i soliti abiti di velluto blu scuro di quando eravamo più
piccole, allungati e con un nastro nero cucito sopra il segno consumato del
vecchio orlo per nasconderlo. Una volta avevano avuto dei colletti di mer-
letto bianco, e quello di Laura l'aveva ancora; al mio l'avevo tolto, in modo
da rendere la scollatura più profonda. Erano troppo stretti, o almeno il mio
lo era; anche quello di Laura, a pensarci bene. Per i normali standard Laura
non era abbastanza grande per partecipare a una cena come quella, ma Cal-
lie osservò che sarebbe stato crudele farla stare tutta sola nella sua stanza,
soprattutto dal momento che aveva personalmente invitato uno degli ospiti.
Mio padre disse che gli sembrava giusto. Poi disse che in ogni caso, ora
che era cresciuta a vista d'occhio come un'erbaccia, Laura sembrava della
mia stessa età. Era difficile dire che età pensava che avessimo. Non riusci-
va mai a ricordare i nostri compleanni.
All'ora fissata gli ospiti si raccolsero nel salotto per uno sherry, che fu
servito da una cugina zitella di Reenie arruolata per l'occasione. A Laura e
a me non era permesso di bere sherry o qualunque altro tipo di vino duran-
te i pasti. Laura non sembrava dispiacersi per questa esclusione, ma io sì.
Su questo punto Reenie stava dalla parte di papà, ma del resto lei era aste-
mia. «Labbra che toccano liquore non toccheranno mai le mie» diceva,
vuotando i fondi dei bicchieri di vino nel lavandino. (Tuttavia si sbagliava
al riguardo - meno di un anno dopo quella cena sposò Ron Hincks, un bel-
l'ubriacone ai suoi tempi. Myra, se stai leggendo prendi nota: prima che
venisse sbozzato in un pilastro della comunità da Reenie, tuo padre era una
bella spugna).
La cugina di Reenie era più grande di lei, e sciatta al punto che faceva
male guardarla. Indossava un vestito nero e un grembiule bianco, come si
conveniva, ma aveva calze di cotone marrone sformate, e le mani avrebbe-
ro dovuto essere più pulite. Di giorno lavorava dal fruttivendolo, dove uno
dei suoi compiti era insaccare patate; è duro sfregare via quel genere di
sporcizia.
Reenie aveva preparato delle tartine con olive a fette, uova sode e piccoli
sottaceti, nonché delle palline di pasta sfoglia al formaggio, che non erano
riuscite come avrebbero dovuto. Il tutto era disposto su uno dei vassoi mi-
gliori della nonna Adelia, di porcellana dipinta a mano proveniente dalla
Germania, con un disegno di peonie rosso scuro con foglie e gambi dorati.
Sul vassoio c'era un tovagliolo e al centro un piatto di nocciole salate, con
le tartine sistemate come i petali di un fiore, tutte spinose di stuzzicadenti.
La cugina le ficcava davanti ai nostri ospiti in maniera rozza, quasi minac-
ciosa, come se stesse inscenando una rapina a mano armata.
«Questa roba sembra pericolosa» disse mio padre con il tono ironico nel
quale ormai riconoscevo la rabbia camuffata. «Meglio rifiutarla o ve ne
pentirete quando sarà troppo tardi». Callie rise, ma Winifred Griffen Prior
sollevò con grazia una pallina al formaggio e se la infilò in bocca in quel
modo che hanno le donne quando non vogliono che il rossetto venga via -
con le labbra spinte in fuori in una specie di imbuto - e disse che era inte-
ressante. La cugina aveva dimenticato i tovaglioli da cocktail, perciò Wini-
fred fu lasciata con le dita unte. La guardai con curiosità per vedere se le
avrebbe leccate o pulite sul vestito, o magari sul divano, ma distolsi lo
sguardo al momento sbagliato, perciò mi persi la scena. Ebbi la sensazione
che lo avesse fatto sul divano.
Winifred non era (come avevo pensato) la moglie di Richard Griffen, ma
la sorella. (Era sposata, vedova o divorziata? Non era del tutto chiaro. Do-
po il «signora» usava il proprio nome di battesimo e non quello del marito,
il che faceva pensare a qualche incidente occorso al fu signor Prior, se dav-
vero era «fu». Veniva nominato di rado e nessuno l'aveva mai visto; di lui
si diceva che fosse ricco sfondato e «in viaggio». In seguito, quando Wini-
fred e io avevamo smesso di parlarci, avevo preso l'abitudine di inventare
per mio piacere storie su questo signor Prior: Winifred lo aveva fatto im-
balsamare e lo teneva sotto naftalina in uno scatolone di cartone, oppure
l'aveva murato in cantina con la complicità dell'autista, per potersi abban-
donare a orge lascive con quest'ultimo. Quanto alle orge forse non ero an-
data troppo lontana dal vero, sebbene debba riconoscere che qualsiasi cosa
Winifred facesse in quel senso era sempre nella più grande discrezione.
Copriva le tracce - cosa che richiede pur sempre una certa abilità, suppon-
go).
Quella sera Winifred indossava un abito nero, di taglio semplice ma esa-
geratamente elegante, messo in risalto da un triplo giro di perle. Gli orec-
chini erano piccoli grappoli d'uva, anch'essi di perle ma con gambi e foglie
dorati. Callie Fitzsimmons, per contrasto, era vestita volutamente sotto to-
no. Da un paio d'anni ormai aveva messo da parte il suo fucsia e le sue
stoffe zafferano, gli audaci disegni ispirati dai rifugiati politici russi e per-
fino il bocchino. Ora durante il giorno portava pantaloni e maglioni dalla
scollatura a V, con le maniche della camicia arrotolate; si era anche ta-
gliata i capelli e abbreviata il nome in Cal.
Aveva rinunciato ai monumenti ai caduti: non ce n'era più grande richie-
sta. Ora faceva bassorilievi di operai e contadini, e pescatori in pantaloni e
giacche impermeabili, e cacciatori indiani, e madri con grembiuli che si te-
nevano i bambini sui fianchi e si riparavano gli occhi mentre guardavano il
sole. Gli unici clienti che potessero permettersi di commissionare cose del
genere erano le compagnie di assicurazioni e le banche, che senza dubbio
volevano sistemarle fuori dei loro palazzi per dimostrare di essere in sin-
tonia con i tempi. Era scoraggiante essere al soldo di simili impudenti ca-
pitalisti, diceva Callie, ma quello che contava era il messaggio, e almeno
qualcuno che camminava per strada e passava davanti alle banche eccetera
avrebbe potuto vedere quei bassorilievi senza sborsare denaro. Era arte per
il popolo, diceva.
Si era messa in testa che mio padre avrebbe potuto aiutarla - procurarle
qualche altro lavoro con le banche. Ma mio padre aveva annunciato sec-
camente che lui e le banche non erano più quel che si dice in rapporti inti-
mi.
Per la serata Callie indossava un vestito di jersey del colore di uno stro-
finaccio - taupe era il nome del colore, ci disse; era la parola francese per
«talpa». Su chiunque altro avrebbe fatto l'effetto di un sacco floscio con
due maniche e una cintura, ma Callie riusciva a farlo sembrare il massimo,
non esattamente della moda o dello stile - quel vestito sottintendeva che
quelle cose erano irrilevanti -, ma piuttosto di qualcosa che era facile non
notare ma tagliente, come un comune utensile da cucina - un rompighiac-
cio, per esempio - subito prima di un delitto. Come abito era un pugno sol-
levato, ma in una folla silenziosa.
Mio padre indossava il suo smoking, che avrebbe avuto bisogno di esse-
re stirato. Richard Griffen indossava il suo, che non ne aveva bisogno. A-
lex Thomas portava una giacca marrone e pantaloni di flanella grigi, trop-
po pesanti per la stagione; e anche la cravatta, a puntini rossi su sfondo
blu. La camicia era bianca, il colletto troppo largo. Sembrava che si fosse
fatto prestare quei vestiti. Be', non si era aspettato di essere invitato a cena.
«Che casa incantevole» disse Winifred Griffen Prior con un sorriso po-
sticcio, mentre entravamo in sala da pranzo. «È così... così ben conservata!
Che fantastiche finestre di vetro colorato - proprio fin de siècle! Dev'essere
come vivere in un museo!»
Quello che intendeva era fuori moda. Mi sentivo umiliata: avevo sempre
pensato che quelle finestre fossero bellissime. Ma mi rendevo conto che il
giudizio di Winifred era il giudizio del mondo esterno - il mondo che sa-
peva come stavano le cose e pronunciava sentenze in conseguenza, quel
mondo in cui avevo così disperatamente desiderato entrare. Ora mi accor-
gevo di quanto fossi inadeguata a esso. Quanto fossi campagnola, grezza.
«Sono esempi particolarmente belli di una certa epoca» disse Richard.
«Anche i rivestimenti a pannelli sono di alta qualità». Nonostante la sua
pedanteria e il suo tono condiscendente, gli fui grata: non mi venne in
mente che stesse facendo un inventario. Riconosceva un impero barcollan-
te, quando ne vedeva uno: sapeva che eravamo pronti per andare all'asta, o
lo saremmo stati presto.
«Con museo intende polveroso?» chiese Alex Thomas. «O forse obsole-
to».
Mio padre aggrottò le ciglia. Winifred, gliene va dato atto, arrossì.
«Non dovresti punzecchiare chi è più debole di te» disse Callie in un bi-
sbiglio compiaciuto.
«Perché no?» replicò Alex. «Lo fanno tutti».
Reenie aveva fatto le cose in grande con il menù, almeno per quello che
potevamo permetterci a quel tempo. Ma aveva fatto il passo più lungo del-
la gamba. Crema di pomodoro, pesce persico à la provençale, pollo à la
Providence - arrivavano, una portata dietro l'altra, dispiegandosi in un'ine-
vitabile processione, come un'onda di marea, o una condanna. C'era un sa-
pore metallico nella zuppa e farinoso nel pollo, che era stato trattato in
maniera troppo grossolana e si era ristretto e indurito. Non era molto de-
coroso vedere tanta gente insieme in una stanza, intenta a masticare con
tanto impegno ed energia. Masticare era il termine esatto - non mangiare.
Winifred Prior disponeva il cibo nel piatto come se stesse giocando a
domino. Ero in collera con lei: ero decisa a mangiare tutto, perfino le ossa.
Non avrei tradito Reenie. Ai vecchi tempi, pensai, non sarebbe mai stata
cacciata in una simile situazione - presa alla sprovvista, messa alla berlina,
per mettere alla berlina anche noi. Ai vecchi tempi si sarebbe fatto ricorso
agli specialisti.
Accanto a me anche Alex Thomas faceva il suo dovere. Stava segando
come se fosse questione di vita o di morte; il pollo scricchiolava sotto il
suo coltello. (Non che Reenie gli fosse grata per il suo impegno. Teneva li-
ste su chi aveva mangiato che cosa, si può starne certi. Quell'Alex Come-
si-chiama aveva sicuramente un bell'appetito, fu il suo commento. C'è da
credere che l'abbiano fatto morire di fame in una cantina).
In quelle circostanze, la conversazione fu discontinua. Tuttavia ci fu un
momento di ripresa dopo il formaggio - il cheddar troppo molle e tremo-
lante, il formaggio fresco troppo vecchio, il bleu troppo forte - durante il
quale potemmo tirare un respiro, raccogliere le idee e guardarci intorno.
Mio padre girò il suo unico occhio blu su Alex Thomas. «Dunque, gio-
vanotto» disse, in quello che forse credeva un tono cordiale, «cosa la porta
nella nostra bella città?» Sembrava il capo famiglia di una noiosa comme-
dia vittoriana. Abbassai lo sguardo sul tavolo.
«Sono venuto a trovare degli amici, signore» rispose Alex piuttosto edu-
catamente. (Avremmo sentito Reenie, più tardi, sul tema della sua educa-
zione. Gli orfani avevano buone maniere perché le buone maniere erano
state loro inculcate negli orfanotrofi. Solo un orlano poteva essere così si-
curo di sé, ma questa loro disinvoltura nascondeva un'indole vendicativa -
sotto sotto, erano come tutti gli altri. Be', certo che erano vendicativi, con-
siderato come ci si era sbarazzati di loro. La maggior parte degli anarchici
e dei rapitori erano orfani).
«Mia figlia mi dice che si sta preparando al sacerdozio» disse mio padre.
(Né io né Laura avevamo fatto parola al riguardo - doveva essere stata Re-
enie, e com'era prevedibile, o forse a bella posta, aveva leggermente frain-
teso).
«Era così, signore» disse Alex. «Ma ho dovuto rinunciare. Non era quel-
la la mia strada».
«E adesso?» chiese mio padre, che era abituato ad avere risposte concre-
te.
«Ora mi ingegno come posso» rispose Alex. Sorrise, quasi a mostrare
una scarsa considerazione di sé.
«Deve essere dura, allora» mormorò Richard, e Winifred rise. Ero sor-
presa: non gli avevo attribuito quel genere di spirito.
«Forse vuol dire che fa il cronista per un giornale» disse lei. «C'è una
spia tra noi!»
Alex sorrise di nuovo, e non replicò. Mio padre aggrottò le ciglia. Per
quanto lo riguardava, i cronisti erano feccia. Non solo mentivano, ma vi-
vevano alle spalle dei guai altrui - mosche carnarie, era il termine che usa-
va per loro. Faceva un'eccezione per Elwood Murray, perché ne aveva co-
nosciuto la famiglia. Venditore di frottole era la cosa peggiore che potesse
dire su Elwood.
Poi si passò a parlare del più e del meno - politica, economia - nel modo
in cui lo si faceva di solito in quei giorni. Per mio padre, andavamo sempre
peggio; per Richard, stavamo per uscire dal tunnel. Era difficile capire co-
sa pensare, disse Winifred, ma lei certamente sperava che si sarebbe riusci-
ti a tenere le cose a freno.
«Tenere a freno cosa?» chiese Laura, che fino a quel momento non ave-
va detto una parola. Fu come se si fosse messa a parlare una sedia.
«I possibili disordini sociali» rispose mio padre in tono di rimprovero,
dando a capire che non avrebbe dovuto più aprire bocca.
Alex disse che ne dubitava. Era appena tornato dai campi, disse.
«I campi?» domandò mio padre, perplesso. «Quali campi?»
«I campi per i disoccupati, signore» disse Alex. «I campi di lavoro di
Bennett. Dieci ore al giorno e magri guadagni. I ragazzi non ne sono trop-
po entusiasti - direi che stanno diventando irrequieti».
«I mendicanti non possono permettersi di scegliere» disse Richard. «È
sempre meglio che vivere di espedienti. Ricevono tre pasti abbondanti, che
è più di quanto possa avere un operaio con una famiglia da mantenere, e
mi hanno detto che il cibo non è male. Verrebbe da pensare che dovrebbe-
ro essere contenti, ma quel genere di persone non lo è mai».
«Non sono di nessun genere particolare» disse Alex.
«Mio Dio, un rosso da salotto» commentò Richard. Alex abbassò lo
sguardo sul piatto.
«Se lo è lui, lo sono anch'io» disse Callie. «Ma non credo che sia neces-
sario essere un rosso per rendersi conto...»
«Cosa facevate là?» domandò mio padre, interrompendola. (Lui e Callie
negli ultimi tempi discutevano molto. Lei voleva che abbracciasse il mo-
vimento sindacale. Lui diceva che Callie voleva che due più due facesse
cinque).
Proprio allora fece la sua entrata la bombe glacée. Ormai avevamo un
frigorifero elettrico - lo avevamo comprato prima del Crollo - e Reenie, per
quanto sospettosa del suo scomparto per la congelazione, ne aveva fatto
buon uso per la serata. La bombe aveva la forma di un pallone, era di un
verde brillante e dura come la selce, e per un po' assorbì tutta la nostra at-
tenzione.

Mentre veniva servito il caffè cominciò lo spettacolo dei fuochi d'artifi-


cio, giù ai Campeggi. Uscimmo tutti sul pontile a guardare. Era un bello
spettacolo, perché si vedevano non solo i fuochi d'artificio ma anche i loro
riflessi sul fiume Jogues. Fontane di rosso e giallo e blu ricadevano a ca-
scata nell'aria - stelle che esplodevano, crisantemi, salici piangenti fatti di
luce.
«I cinesi hanno inventato la polvere da sparo» disse Alex, «ma non
l'hanno mai usata per le armi. Soltanto per i fuochi d'artificio. Tuttavia non
posso dire che mi piacciano veramente. Assomigliano troppo all'artiglieria
pesante».
«È un pacifista?» chiesi. Sembrava il tipo di cosa che avrebbe potuto es-
sere. Se avesse detto di sì, intendevo mostrarmi in disaccordo con lui, per-
ché volevo la sua attenzione. Parlava per lo più a Laura.
«Non sono un pacifista» rispose Alex. «Ma i miei genitori sono stati uc-
cisi entrambi durante la guerra. O almeno credo».
Ora ci toccherà la storia dell'orfano, pensai. Dopo tutto il chiasso che ha
fatto Reenie, spero proprio che sia una bella storia.
«Non ne è sicuro?» chiese Laura.
«No» rispose Alex. «Mi è stato detto che sono stato trovato seduto su un
mucchio di macerie carbonizzate, in una casa incendiata. Tutti gli altri era-
no morti. A quanto pare mi ero nascosto sotto una tinozza da bucato o sot-
to un pentolone - un recipiente di metallo di qualche tipo».
«Dov'è successo? Chi l'ha trovata?» sussurrò Laura.
«Non è chiaro» disse Alex. «Non lo sanno con esattezza. Non in Francia
o in Germania. Più a est - in una di quelle piccole nazioni. Devo essere
passato di mano in mano; poi la Croce Rossa si è presa cura di me in un
modo o nell'altro».
«Se lo ricorda?» chiesi.
«Non proprio. Qualche dettaglio si è perduto strada facendo - il mio no-
me e così via - e poi sono finito con i missionari, che hanno intuito che tut-
to considerato per me dimenticare sarebbe stata la cosa migliore. Erano
presbiteriani, un gruppo scrupoloso. Fecero rasare la testa a tutti, per i pi-
docchi. Ricordo la sensazione di ritrovarsi all'improvviso senza capelli -
che freddo faceva. È in quel momento che iniziano davvero i miei ricordi».
Sebbene cominciasse a piacermi di più, mi vergogno di ammettere che
ero più che leggermente scettica riguardo a quella storia. C'era troppo me-
lodramma - troppa fortuna, sia buona che cattiva. Ero ancora troppo giova-
ne per credere nelle coincidenze. E se stava cercando di fare impressione
su Laura - era così? -, non avrebbe potuto scegliere modo migliore.
«Deve essere terribile» osservai, «non sapere chi si è veramente».
«Lo pensavo anch'io» disse Alex. «Ma poi mi è balenato che chi sono
veramente è qualcuno che non ha bisogno di sapere chi è veramente, come
si intende di solito. Cosa vuol dire, in ogni caso - l'origine famigliare e via
dicendo? La gente la usa per lo più come scusa per il proprio snobismo, o
per i propri difetti. Io sono libero dalla tentazione, ecco tutto. Sono libero
da vincoli. Nulla mi tiene legato». Disse qualcos'altro, ma il cielo fu scosso
da un'esplosione e non riuscii a sentirlo. Ma Laura sentì; annuì gravemen-
te.
(Cosa disse? Lo scoprii più tardi. Disse: Almeno non si ha mai nostalgia
di casa).
Un soffione di luce esplose sopra di noi. Alzammo tutti lo sguardo. È
difficile non farlo, in certi momenti. È difficile non starsene là a bocca spa-
lancata.

Fu l'inizio, quella sera - sul pontile di Avilion, con i fuochi d'artificio che
abbagliavano il cielo? Difficile dirlo. Gli inizi sono improvvisi, ma anche
insidiosi. Ti scivolano addosso di traverso, si tengono nell'ombra, si na-
scondono senza farsi riconoscere. Poi, più tardi, saltano su.

I ritocchi

Le oche selvatiche volano a sud, stridendo come cardini angosciati; lun-


go la riva del fiume le candele dei sommacchi bruciano di un rosso opaco.
È la prima settimana di ottobre. La stagione degli indumenti di lana tolti
dalla naftalina; di nebbie notturne e rugiada e gradini scivolosi, e di luma-
che intente in un'ultima passeggiata; di tardivi sprazzi di bocche di leone;
di quei cavoli ornamentali, increspati, rosa e viola, che una volta non esi-
stevano ma adesso sono dappertutto.
La stagione dei crisantemi, i fiori dei funerali; quelli bianchi, cioè. I
morti devono esserne talmente stanchi.
La mattina era pungente e bella. Ho raccolto un piccolo mazzo di bocche
di leone gialle e rosa dal giardino sul davanti e l'ho portato al cimitero. Vo-
levo deporlo sulla tomba di famiglia, per i due angeli pensierosi sul loro
cubo bianco: almeno avrebbero avuto qualcosa di diverso, ho pensato. Una
volta là ho eseguito il mio piccolo rituale - la circonlocuzione del monu-
mento: la lettura dei nomi. Credo di farlo in silenzio, ma una volta ogni
tanto colgo il suono della mia voce, che borbotta come un gesuita che reci-
ti il breviario.
Pronunciare il nome dei morti è farli vivere di nuovo, dicevano gli anti-
chi egizi: cosa che non sempre è da augurarsi.
Dopo aver fatto il giro completo del monumento, ho trovato una ragazza
- una giovane donna - inginocchiata davanti alla tomba, o meglio davanti
al posto che vi occupa Laura. Aveva la testa piegata. Era vestita di nero:
jeans neri, T-shirt e giacca nere, un piccolo zaino nero, di quelli che adesso
si portano invece delle borse. Aveva lunghi capelli scuri - come quelli di
Sabrina, ho pensato con un improvviso batticuore: Sabrina è tornata, dal-
l'India o da dovunque sia stata. È tornata senza avvertire. Ha cambiato idea
sul mio conto. Voleva farmi una sorpresa, e adesso gliel'ho rovinata.
Ma quando ho guardato più da vicino, ho visto che la ragazza era un'e-
stranea: una studentessa inquieta, senza dubbio. In un primo momento a-
vevo pensato che stesse pregando, ma no, stava deponendo un fiore: un so-
lo garofano bianco, il gambo avvolto nella stagnola. Quando si è alzata, ho
visto che stava piangendo.
Laura commuove la gente. Io no.

Dopo il picnic della fabbrica di bottoni, ci fu la solita specie di resoconto


sull'Herald and Banner - quale bambino aveva vinto il concorso per il
Bambino Più Bello, chi aveva vinto quello per il Miglior Cane. Anche il
contenuto del discorso di mio padre, molto abbreviato: Elwood Murray
mise una patina di ottimismo su tutto, in modo da farlo sembrare perfetta-
mente normale. C'erano anche alcune foto - il cane vincente, una sagoma
scura che ricordava una scopa di filacce; il bambino vincente, grasso come
un puntaspilli, con una cuffietta ornata di gale; i ballerini di danze irlandesi
che sollevavano un gigantesco trifoglio di cartone; mio padre sul podio.
Non era una bella foto: aveva la bocca semiaperta, e sembrava che stesse
sbadigliando.
Una delle fotografie ritraeva Alex Thomas con noi due - me alla sua si-
nistra, Laura alla destra, come reggilibri. Entrambe lo guardavamo sorri-
dendo; anche lui sorrideva, ma aveva sollevato la mano davanti a sé, come
facevano i criminali della malavita per proteggersi dai flash al momento
dell'arresto. Tuttavia, era riuscito a nascondere solo metà del viso. La dida-
scalia diceva: «La signorina Chase e la signorina Laura Chase intrattengo-
no un Visitatore di Fuori Città».
Elwood Murray non era riuscito a rintracciarci quel pomeriggio, per
scoprire il nome di Alex, e quando aveva chiamato a casa aveva trovato
Reenie, che aveva detto che i nostri nomi non avrebbero dovuto essere
messi in giro insieme a quelli di Dio sa chi, e si era rifiutata di rivelarglie-
lo. Lui aveva comunque pubblicato la fotografia, e Reenie si sentì offesa,
sia da noi che da Elwood Murray. Pensava che quella foto rasentasse l'in-
decenza, sebbene le nostre gambe non fossero in mostra. Pensava che a-
vessimo tutte e due degli sciocchi sguardi maliziosi sul viso, come oche
che si struggano per amore; con le bocche spalancate a quel modo poteva-
mo benissimo sbavare. Avevamo dato un penoso spettacolo di noi stesse:
tutti in città ci avrebbero riso dietro per aver fatto gli occhi dolci a un gio-
vane mascalzone che sembrava un indiano - o peggio, un ebreo -, con le
maniche rimboccate a quel modo, e per giunta comunista.
«Quell'Elwood Murray andrebbe preso a schiaffi» disse. «Pensa di esse-
re tanto furbo». Strappò il giornale e lo infilò nella cassetta della legna per
il fuoco, in modo che mio padre non lo vedesse. Dovette vederlo comun-
que, giù in fabbrica, ma non fece commenti.
Laura telefonò a Elwood Murray. Non lo rimproverò, né ripeté nulla di
quanto Reenie aveva detto sul suo conto. Invece gli disse che voleva di-
ventare fotografa, come lui. No: non avrebbe detto una simile bugia. Que-
sto è solo ciò che lui dedusse. Ciò che Laura disse veramente fu che voleva
imparare a sviluppare foto dai negativi. Ed era la pura verità.
Elwood Murray fu lusingato da quel segno di favore dalle altezze di
Avilion - per quanto dispettoso, era un pavido snob - e acconsentì a farsi
aiutare da lei nella camera oscura tre pomeriggi alla settimana. Poteva
guardarlo mentre stampava le fotografie che eseguiva oltre alla normale
routine, di matrimoni e cerimonie di consegna dei diplomi e così via. Seb-
bene il quotidiano fosse composto e stampato da un paio di uomini nella
stanza sul retro, Elwood faceva quasi tutto il resto per quanto riguardava il
settimanale, incluso lo sviluppo delle sue foto.
Forse avrebbe potuto insegnarle anche i ritocchi a mano, disse: era un'at-
tività promettente. La gente portava le sue vecchie stampe in bianco e nero
per riaverle più vivide grazie all'aggiunta di colore che restituisse loro vita.
Questo veniva fatto sbiancando le aree scure con un pennello, poi trattando
la stampa con un bagno color seppia per darle una sfumatura di fondo rosa.
Dopodiché veniva la coloritura. Le tinte erano in tubetti e bottigliette, e
dovevano essere applicate con gran cura con piccoli pennelli, eliminando
meticolosamente le quantità in eccesso. Ci voleva gusto e abilità nel me-
scolare, in modo che le guance non sembrassero cerchi rossi, o la pelle una
stoffa beige. Ci voleva buona vista e mano ferma. Era un'arte, diceva El-
wood - un'arte che era molto orgoglioso di conoscere a fondo, modestia a
parte. Conservava un espositore girevole con una scelta di queste foto ri-
toccate in un angolo della vetrina del giornale, una sorta di pubblicità. Va-
lorizzate i Vostri Ricordi, diceva il cartello scritto a mano che aveva messo
lì accanto.
Giovanotti in antiquate uniformi della Grande Guerra erano i soggetti
più frequenti; anche spose e sposi. Poi c'erano foto di diplomi, prime co-
munioni, solenni gruppi di famiglia, bambini in abiti da battesimo, ragazze
in vestiti da cerimonia, bambini in tenute da ricevimento, gatti e cani. C'era
l'occasionale animaletto eccentrico - una tartaruga, un'ara - e, raramente,
un bambino in una cassa da morto, con il viso cereo, circondato da gale.
I colori non risultavano mai chiari, come avrebbero fatto su un pezzo di
carta bianca: avevano un che di indistinto, come se fossero visti attraverso
della mussola. Non facevano sembrare le persone più reali; queste diventa-
vano piuttosto ultrareali: cittadini di uno strano paese a metà, dai colori vi-
vaci e al tempo stesso smorzati, che non aveva niente a che fare con il rea-
lismo.

Laura mi disse dei suoi incontri con Elwood Murray; lo disse anche a
Reenie. Mi aspettavo proteste, scenate; mi aspettavo che Reenie le dicesse
che si stava degradando, o che si stava comportando in maniera scorretta e
compromettente. Chi poteva dire cosa sarebbe potuto accadere in una ca-
mera oscura, tra un giovanotto e una ragazza a luci spente? Ma secondo
Reenie non era come se Elwood pagasse Laura per lavorare per lui: le sta-
va piuttosto insegnando, ed era tutta un'altra cosa. Questo lo metteva alla
stregua di un dipendente. Quanto al fatto che Laura stesse nella camera o-
scura con lui, nessuno ne avrebbe pensato male, perché tanto Elwood era
un invertito. Sospetto che Reenie fosse segretamente sollevata nel vedere
che Laura si dimostrava interessata in qualcosa che non fosse Dio.
Laura si dimostrava certamente interessata, ma come al solito esagerò.
Sgraffignò alcuni dei materiali per i ritocchi di Elwood e li portò a casa.
Lo scoprii accidentalmente: ero in biblioteca a curiosare a caso tra i libri,
quando notai le fotografie incorniciate del nonno Benjamin, ognuna con un
primo ministro diverso. Il viso di Sir John Sparrow Thompson era adesso
di un delicato color malva, quello di Sir Mackenzie Bowell di un verde bi-
liare, quello di Sir Charles Tupper di un arancione pallido. La barba e le
basette del nonno Benjamin erano state colorate di un cremisi chiaro.
Quella sera la colsi sul fatto. Là sulla sua toletta c'erano tubetti e piccoli
pennelli. E anche il ritratto ufficiale di noi due con i nostri vestiti di velluto
e le Mary Janes. Laura aveva tolto la foto dalla cornice e mi stava coloran-
do di blu chiaro. «Laura» dissi, «in nome del cielo, cosa stai facendo? Per-
ché hai colorato quelle foto? Quelle in biblioteca. Papà sarà furioso».
«Stavo solo facendo pratica» disse. «Comunque, quegli uomini avevano
bisogno di una ritoccatina. Secondo me adesso hanno un aspetto migliore».
«Hanno un aspetto strano» ribattei. «O molto malato. Nessuno ha la fac-
cia verde! O malva».
Laura era imperturbabile. «Sono i colori delle loro anime» disse. «Sono i
colori che avrebbero dovuto avere».
«Finirai in grossi guai! Capiranno chi è stato».
«Nessuno le guarda mai» disse. «A nessuno importa».
«Be', farai meglio a non toccare neanche con un dito la nonna Adelia»
l'avvertii. «E neanche gli zii morti! Papà vorrebbe la tua pelle!»
«Volevo farli in oro, per mostrare che sono nella gloria celeste. Gli zii,
non la nonna. Lei l'avrei fatta color grigio acciaio».
«Non osare! Papà non crede nella gloria celeste. E faresti meglio a ren-
dere quei colori prima di essere accusata di furto».
«Non ne ho usati granché» disse Laura. «Comunque, ho portato a Elwo-
od un vasetto di marmellata. È un buono scambio».
«La marmellata di Reenie, suppongo. Presa dalla cantina fredda - glie-
l'hai chiesta? Lei conta le marmellate, lo sai». Presi la foto di noi due.
«Perché io sono blu?»
«Perché sei addormentata» rispose Laura.

I materiali per i ritocchi non furono le uniche cose che sgraffignò. Una
delle incombenze di Laura era sistemare i negativi. A Elwood piaceva te-
nere l'ufficio bene in ordine, e anche la camera oscura. I suoi negativi era-
no infilati in buste trasparenti ordinate secondo la data in cui erano stati
eseguiti, in modo che fu facile per Laura individuare quello della foto del
picnic. Ne fece due copie in bianco e nero, un giorno che Elwood era usci-
to e lei poteva fare i suoi comodi. Non ne parlò a nessuno, neanche a me -
se non in seguito. Dopo aver fatto le stampe, fece scivolare il negativo nel-
la borsetta e lo portò a casa. Non lo considerava un furto: era stato Elwood
a rubare per primo la foto non chiedendoci il permesso di scattarla, e lei
stava soltanto portandogli via qualcosa che comunque non gli era mai ve-
ramente appartenuto.
Dopo avere raggiunto il suo scopo, Laura smise di andare nell'ufficio di
Elwood Murray. Non gli diede alcuna spiegazione, e nessun preavviso.
Pensavo che fosse scortese da parte sua, e infatti lo era, perché Elwood si
sentì disprezzato. Cercò di scoprire attra verso Reenie se Laura fosse mala-
ta, ma tutto quello che Reenie gli disse fu che Laura doveva avere cambia-
to idea sulla fotografia. Era piena di idee, quella ragazza; aveva sempre
qualche chiodo fis so, e ora doveva averne uno diverso.
Questo risvegliò la curiosità di Elwood. Cominciò a tenere d'occhio Lau-
ra, in un modo che andava ben oltre la sua normale curiosità. Non lo chia-
merei esattamente spiare - non era come se si nascondesse dietro i cespu-
gli. Semplicemente faceva più caso a lei. (Tuttavia non aveva ancora sco-
perto il negativo sottratto. Non gli venne in mente che Laura avesse potuto
avere un altro motivo per cercarlo. Aveva uno sguardo così diretto, occhi
sgranati talmente vacui, una fronte così pura e arrotondata, che pochi l'a-
vrebbero sospettata di doppiezza).
Sulle prime Elwood trovò ben poco da notare. Dovette osservare Laura
la domenica mattina, mentre camminava lungo la via principale in direzio-
ne della chiesa, dove insegnava alla scuola domenicale ai bambini di cin-
que anni. Tre altre mattine alla settimana aiutava alla mensa gratuita dei
poveri della Chiesa Unita, che era stata allestita accanto alla stazione fer-
roviaria. La sua missione consisteva nel servire scodelle di zuppa di cavolo
a uomini e a ragazzi sporchi e affamati che vivevano di espedienti: uno
sforzo onorevole, ma che non tutti in città vedevano di buon occhio. Ad
alcuni sembrava che queste persone fossero cospiratori, sovversivi, o peg-
gio ancora, comunisti; ad altri che non era giusto offrire pasti gratuiti, dal
momento che loro dovevano guadagnarsi ogni boccone. Si sentiva gridare:
«Andate a lavorare». (Gli insulti si levavano da entrambe le parti, sebbene
quelli dei disoccupati fossero detti a voce più bassa. Naturalmente ce l'a-
vevano con Laura e con tutti i benefattori bigotti come lei. Naturalmente
sapevano come rendere noti i loro sentimenti. Una battuta, un sogghigno,
una gomitata, un furtivo sguardo accigliato. Non c'è niente di più gravoso
della gratitudine imposta).
La polizia locale si teneva pronta, per assicurarsi che a questi uomini
non saltassero in testa strane idee, fin tanto che rimanevano a Port Ticon-
deroga. Avrebbero dovuto essere mandati via, spediti da qualche altra par-
te. Ma non erano autorizzati a salire sui carri merci perché la compagnia
ferroviaria non lo avrebbe tollerato. Ci furono zuffe e scazzottate e - come
scrisse Elwood Murray nero su bianco - si fece un largo uso di manganelli.
Perciò questi uomini si trascinavano lungo le rotaie e cercavano di salta-
re sui treni fuori della stazione, ma questo era più difficile perché a quel
punto i convogli avevano acquistato velocità. Ci furono parecchi incidenti,
e un morto - un ragazzo che non avrà avuto più di sedici anni cadde sotto
le ruote e fu letteralmente tagliato in due. (Dopo questo episodio Laura si
chiuse nella sua stanza per tre giorni e non volle mangiare niente: aveva
servito una scodella di zuppa al ragazzo). Elwood Murray scrisse un edito-
riale in cui giudicava l'incidente deplorevole, negando comunque che fosse
colpa delle ferrovie e tanto meno della città: se si corrono rischi sconside-
rati, cosa ci si può aspettare?
Laura chiedeva a Reenie gli ossi per la zuppa della chiesa. Reenie diceva
che lei non era fatta di ossi: gli ossi non crescevano sugli alberi. La mag-
gior parte degli ossi le servivano per sé - per Avilion, per noi. Diceva che
un penny risparmiato era un penny guadagnato, e non vedeva Laura che in
quei tempi duri nostro padre aveva bisogno di tutti i penny che poteva ri-
mediare? Tuttavia non riusciva a resistere a Laura troppo a lungo, e un os-
so o due saltavano fuori. Laura non voleva toccarli e neppure vederli - da
questo punto di vista era schizzinosa - perciò Reenie glieli incartava. «Ec-
co qui. Quei fannulloni mangeranno noi e tutta la casa» sospirava. «Ci ho
messo una cipolla». Non pensava che Laura dovesse lavorare alla mensa
gratuita dei poveri - era troppo rozzo per una ragazzina come lei.
«Non è giusto chiamarli fannulloni» diceva Laura. «Li cacciamo tutti
via. Vogliono solo lavorare. Tutto quello che vogliono è un lavoro».
«Sarà» faceva Reenie con voce scettica, esasperante. A me, in privato,
diceva: «È il ritratto sputato di sua madre».

Io non andavo alla mensa dei poveri con Laura. Non me lo chiedeva, e
in ogni caso non ne avrei avuto il tempo: mio padre ora si era messo in te-
sta che dovevo imparare tutti i segreti della produzione dei bottoni, com'e-
ra mio dovere. Faute de mieux, toccava a me essere il figlio nella Chase &
Figli, e se mai un giorno mi fosse capitato di mandare avanti la baracca,
dovevo fare la gavetta.
Sapevo di non essere affatto portata per gli affari, ma ero troppo intimo-
rita per obiettare. Accompagnavo mio padre in fabbrica tutte le mattine. In
questo modo (diceva) mi sarei resa conto di come andavano le cose nel
mondo reale. Se fossi stata un ragazzo, mi avrebbe fatto cominciare a lavo-
rare alla catena di montaggio, per analogia con la consuetudine militare se-
condo cui un ufficiale non dovrebbe aspettarsi che i suoi uomini svolgano
nessun compito che lui stesso non potrebbe svolgere. Visto come stavano
le cose, mi mise a stilare l'inventario e a fare il bilancio contabile delle ri-
messe - i materiali grezzi dentro, il prodotto finito fuori.
Ero una frana, più o meno intenzionalmente. Ero annoiata, e anche inti-
midita. Quando arrivavo in fabbrica tutte le mattine con le mie gonne e le
mie camicette da educanda, camminando alle calcagna di mio padre come
un cane, dovevo passare davanti alle file degli operai. Mi sentivo disprez-
zata dalle donne e fissata dagli uomini. Sapevo che mi facevano battute al-
le spalle - battute che avevano a che fare con la mia condotta (le donne) e
con il mio corpo (gli uomini), e che quello era il loro modo di prendersi la
rivincita. Sotto alcuni punti di vista non li biasimavo - al loro posto avrei
fatto lo stesso -, ma ciò nonostante mi sentivo offesa da loro.
La-di-da. Si crede la regina diSaba.
Una buona scopata la farebbe scendere dal piedistallo.
Mio padre non notò niente di tutto ciò. O preferì non farlo.

Un pomeriggio Elwood Murray arrivò alla porta sul retro da Reenie con
il petto gonfio e l'aria grave di chi porta brutte notizie. Io stavo aiutando
Reenie a fare le conserve: era settembre inoltrato, e stavamo mettendo nei
vasetti gli ultimi pomodori del giardino davanti alla cucina. Reenie era
sempre stata parsimoniosa, ma in quel periodo per lei sprecare era un pec-
cato. Doveva essersi resa conto di quanto stesse diventando sottile il filo -
il filo dei dollari in sovrappiù che la tenevano legata al suo lavoro.
C'era qualcosa che avremmo dovuto sapere, disse Elwood Murray, per il
nostro bene. Reenie gli lanciò un'occhiata, a lui e al suo atteggiamento da
pallone gonfiato, valutando la gravità delle sue notizie, e le giudicò abba-
stanza serie da invitarlo a entrare. Gli offrì perfino una tazza di tè. Poi gli
chiese di aspettare finché non avesse tolto gli ultimi vasetti dall'acqua bol-
lente con le molle e vi avesse avvitato i coperchi. Quindi si sedette.
Ecco la notizia. La signorina Laura Chase era stata vista in giro per la
città - disse Elwood - in compagnia di un giovanotto, lo stesso giovanotto
con cui era stata fotografata al picnic della fabbrica di bottoni. Erano stati
notati prima dalle parti della mensa dei poveri; poi, più tardi, seduti su una
panchina - su più di una panchina - a fumare sigarette. O forse era l'uomo a
fumare; quanto a Laura, non poteva giurarci, disse, serrando le labbra. E-
rano stati visti nei pressi del Monumento ai Caduti accanto al Municipio, e
che si sporgevano dal parapetto del Jubilee Bridge per guardare le rapide -
un luogo tradizionale per il corteggiamento. Pare fossero stati notati perfi-
no dalle parti dei Campeggi, il che era un segno quasi certo di comporta-
mento equivoco, o di preludio a esso - sebbene non potesse affermarlo con
certezza, perché non l'aveva visto con i propri occhi.
Comunque, pensava che avremmo dovuto esserne informate. L'uomo era
un adulto, e la signorina Laura non aveva solo quattordici anni? Che ver-
gogna, approfittarsi così di lei. Si appoggiò allo schienale della sedia,
scuotendo la testa desolato, come una marmotta, gli occhi scintillanti di
piacere malizioso.
Reenie era furiosa. Odiava chiunque la superasse in materia di pettego-
lezzi. «Le siamo grati per averci informato» disse con educazione sussie-
gosa. «Meglio estirpare subito la malapianta». Questo era il suo modo di
difendere l'onore di Laura: ancora non era successo niente che non potesse
essere prevenuto.
«Che ti avevo detto?» disse Reenie dopo che se ne fu andato. «È senza
vergogna». Non intendeva Elwood, naturalmente, ma Alex Thomas.
Quando venne affrontata, Laura non negò nulla se non di essere stata vi-
sta ai Campeggi. Le panchine e tutto il resto - sì, ci si era seduta, anche se
non molto a lungo. Né riusciva a capire perché Reenie facesse tutto quel
chiasso. Alex Thomas non era un innamorato da due soldi (espressione u-
sata da Reenie). E non era neanche un cascamorto (altra espressione sua).
Negò di evere fumato anche solo una sigaretta in vita sua. Quanto al-
l'«amoreggiare» - altro termine di Reenie - pensava che fosse disgustoso.
Cosa aveva fatto per provocare sospetti così meschini? Evidentemente non
lo sapeva.
Essere Laura, pensai, era come non avere orecchio musicale: la musica
suonava e tu sentivi qualcosa, ma non quello che sentivano tutti gli altri.
Secondo Laura, in tutte quelle occasioni - e ce n'erano state solo tre - lei
e Alex Thomas erano stati impegnati in discussioni serie. Su cosa? Su Dio.
Alex Thomas aveva perso la fede, e Laura stava cercando di aiutarlo a ri-
guadagnarla. Era un lavoro duro perché lui era molto cinico, o forse scetti-
co era quello che intendeva. Pensava che l'età moderna sarebbe stata un'età
di questo mondo piuttosto che del futuro - sarebbe stata un'età dell'uomo,
dell'umanità - e ne era entusiasta. Affermava di non avere un'anima, e di-
ceva che non gli importava un fico di cosa sarebbe potuto succedergli dopo
la morte. Eppure, lei era intenzionata a continuare a provare, per quanto
quel compito potesse sembrare arduo.
Tossii nella mano. Non osavo ridere. Avevo visto abbastanza spesso
Laura usare quell'espressione da santarellina con il signor Erskine, e pen-
savo che era quello che stava facendo adesso: gettare fumo negli occhi.
Reenie, le mani sui fianchi, la bocca spalancata, sembrava una vecchia gal-
lina con le spalle al muro.
«Perché è ancora in città, vorrei sapere» disse Reenie, confusa, cam-
biando discorso. «Pensavo che fosse solo in visita».
«Oh, ha degli affari da sbrigare qui» rispose Laura in tono mite. «Ma
può stare dove vuole. Non è uno stato schiavista, questo. Tranne che per
gli schiavi salariati, naturalmente». Pensai che il tentativo di conversione
non era stato a senso unico: Alex Thomas si era dato da fare anche lui. Se
le cose continuavano a quel modo, ci saremmo ritrovati tra le mani una
piccola bolscevica.
«Non è troppo vecchio?» chiesi.
Laura mi lanciò uno sguardo inferocito - troppo vecchio per cosa? -, dif-
fidandomi dall'immischiarmi. «L'anima non ha età» disse.
«La gente parla» disse Reenie: era sempre il suo argomento decisivo.
«Sono affari loro» ribatté Laura. Aveva un tono di fiera irritazione: gli
altri erano la croce che doveva portare.
Reenie e io eravamo entrambe senza argomenti. Che fare? Avremmo po-
tuto dirlo a mio padre, che in quel caso magari avrebbe proibito a Laura di
vedere Alex Thomas. Ma lei non sarebbe stata disposta a obbedire, non
quando c'era un anima in gioco. Dirlo a mio padre avrebbe provocato più
guai di quanto non valesse la pena, stabilimmo; e dopotutto, cos'era suc-
cesso veramente? Nulla di tangibile. (Reenie e io ormai ci confidavamo
sull'argomento; avevamo unito i nostri sforzi).
Via via che i giorni passavano sentivo che Laura si stava prendendo gio-
co di me, sebbene non potessi precisare in che modo con esattezza. Non
pensavo che mentisse nel vero senso della parola, ma non diceva neanche
tutta la verità. Una volta la vidi in compagnia di Alex Thomas, mentre par-
lavano fitto fitto passeggiando davanti al Monumento ai Caduti; una volta
sul Jubilee Bridge, una volta mentre oziava con lui fuori del Betty's Lun-
cheonette, ignara delle teste che si giravano, inclusa la mia. Era pura ri-
bellione.
«Devi farla ragionare» mi diceva Reenie. Ma non potevo farla ragionare.
Sempre più spesso non riuscivo neppure a parlarle; oppure ci riuscivo, ma
lei ascoltava? Era come parlare a un foglio di carta assorbente bianca: le
parole uscivano dalla mia bocca e scomparivano dietro il suo viso come se
penetrassero nel muro di una nevicata.
Quando non passavo il mio tempo alla fabbrica di bottoni - una pratica
che appariva ogni giorno più inutile, perfino a mio padre - cominciai a gi-
ronzolare anch'io. Camminavo lungo la riva del fiume cercando di fingere
di avere una meta, oppure stavo sul Jubilee Bridge come se aspettassi qual-
cuno, guardando l'acqua nera là sotto e ricordando le storie di donne che vi
si erano gettate. Lo avevano fatto per amore, perché era quello l'effetto del-
l'amore. Ti arrivava alle spalle di soppiatto, si impadroniva di te prima che
potessi accorgertene, e poi non c'era più niente da fare. Una volta che lo eri
- innamorata -, saresti stata spazzata via malgrado tutto. O almeno così di-
cevano i libri.
Oppure camminavo da sola lungo la strada principale, facendo seriamen-
te attenzione a cosa c'era nelle vetrine - calze e scarpe, cappelli e guanti,
cacciaviti e chiavi. Studiavo i manifesti delle stelle del cinema nelle ba-
cheche di vetro del Bijou Theatre e le confrontavo con il mio aspetto reale,
o con il mio possibile aspetto se mi fossi pettinata in modo che i capelli mi
ricadessero su un occhio e avessi avuto i vestiti giusti. Non avevo il per-
messo di entrare; non sono entrata in un cinema finché non mi sono sposa-
ta, perché Reenie diceva che andare al Bijou era squalificante, in ogni caso
per le ragazze giovani non accompagnate. Gli uomini andavano là in cerca
di preda, uomini dalle menti sporche. Ti si sedevano accanto e ti appicci-
cavano le mani addosso come carta moschicida, e prima che te ne accor-
gessi ti montavano sopra.
Nelle descrizioni di Reenie la ragazza o la donna era un corpo inerte, ma
con molti appigli, come una di quelle strutture in legno su cui si arrampi-
cano i bambini. Era magicamente privata della facoltà di gridare o di muo-
versi. Era paralizzata - dallo choc, o dall'oltraggio, o dalla vergogna. Non
aveva alcuna risorsa.

La cantina fredda

Freddo pungente; alte nuvole portate dal vento. Fasci di granturco secca-
to sono apparsi sui portoni più belli; nelle verande le zucche di Halloween
hanno cominciato le loro veglie ghignanti. Tra una settimana a partire da
adesso i bambini in cerca di dolci si riverseranno nelle strade, travestiti da
ballerine e zombie e alieni e scheletri e indovini gitani e rockstar morte, e
come al solito io spegnerò le luci e fingerò di non essere in casa. Non è ve-
ra e propria antipatia nei loro confronti, quanto autodifesa - se qualcuno
dei marmocchi dovesse sparire, non voglio essere accusata di averlo ade-
scato e mangiato.
L'ho detto a Myra, che sta facendo un vivace smercio di tozze candele
arancioni e gatti di ceramica nera e pipistrelli di rasatello, nonché di stre-
ghe ornamentali di stoffa imbottita con le teste fatte con mele essiccate. Si
è messa a ridere. Pensava che stessi scherzando.
Ieri ho trascorso una giornata indolente - il cuore mi ha fatto penare, ho
potuto a malapena spostarmi dal divano -, ma questa mattina, dopo avere
preso la mia pillola, mi sono sentita stranamente energica. Ho camminato
in modo piuttosto arzillo fino al negozio di ciambelle. Là ho ispezionato il
muro del bagno, sul quale l'ultimo arrivo è: Se non puoi dire niente di bel-
lo, non dire niente, seguito da: Se non puoi succhiare niente di bello, non
succhiare niente. È bello sapere che la libertà di parola è ancora in pieno
rigoglio in questo paese.
Poi ho preso un caffè e una ciambella con la glassa di cioccolato e li ho
portati fuori, a una delle panche fornite dal locale, collocata in maniera
pratica accanto al bidone dei rifiuti. Mi sono seduta là al sole ancora tiepi-
do, scaldandomi come una tartaruga. La gente passeggiava lì intorno - due
donne ipernutrite con una carrozzina, un ragazzo, una donna più magra con
un cappotto di cuoio nero con sopra borchie d'argento come teste di chiodi
e un'altra nel naso, tre uomini anziani in giacca a vento. Ho avuto l'impres-
sione che mi stessero osservando. Sono ancora così famigerata, o la mia è
solo paranoia? O forse avevo soltanto parlato tra me e me ad alta voce.
Difficile dirlo. La voce mi sgorga semplicemente fuori come aria, quando
non faccio attenzione? Un sussurro raggrinzito, i rampicanti invernali che
frusciano, il sibilo del vento autunnale tra l'erba secca.
A chi importa cosa pensa la gente, mi sono detta. Se vogliono ascoltare,
sono i benvenuti.
A chi importa, a chi importa. L'eterna risposta degli adolescenti. A me
importava, naturalmente. Mi importava cosa pensava la gente. Me ne è
sempre importato. Al contrario di Laura, non ho mai avuto il coraggio del-
le mie convinzioni.
Mi si è avvicinato un cane; gli ho dato metà della ciambella. «Buon pro
ti faccia» gli ho detto. È quello che diceva Reenie quando ti sorprendeva a
origliare.

Per tutto ottobre - l'ottobre del 1934 - si andò avanti a parlare di cosa
stava succedendo alla fabbrica di bottoni. Si diceva che sobillatori venuti
da fuori ciondolavano lì intorno; agitavano le acque, soprattutto tra le gio-
vani teste calde. Si parlava di guadagni collettivi, di diritti dei lavoratori, di
sindacati. I sindacati erano sicuramente illegali, o lo erano piuttosto le im-
prese che assumevano soltanto lavoratori iscritti a un particolare sindaca-
to? Sembrava che nessuno lo sapesse bene. In ogni caso le organizzazioni
dei lavoratori erano circondate da un odore di zolfo.
Le persone che agitavano le acque erano mascalzoni e criminali prezzo-
lati (secondo la signora Hillcoate). Non erano soltanto agitatori esterni, ma
agitatori esterni stranieri, il che faceva in un certo senso più paura. Ometti
scuri con i baffi, che avevano messo la loro firma col sangue e giurato leal-
tà fino alla morte, e che avrebbero fatto scoppiare disordini e non si sareb-
bero fermati davanti a niente, e avrebbero piazzato bombe e di notte sareb-
bero scivolati nelle nostre case per tagliarci la gola nel sonno (secondo Re-
enie). Erano questi i loro metodi, di questi spietati bolscevichi o organiz-
zatori sindacali, che in fondo non si distinguevano l'uno dall'altro (secondo
Elwood Murray). Volevano il libero amore, e la distruzione della famiglia,
e la morte per mano di plotoni di esecuzione di chiunque avesse del denaro
- non importa quanto -, o un orologio, o una fede. Come era stato fatto in
Russia. Così si diceva.
Si diceva anche che le fabbriche di mio padre fossero nei guai.
Entrambe le voci - gli agitatori esterni e i guai - venivano smentite pub-
blicamente. Si dava fede a entrambe.
A settembre mio padre aveva lasciato a casa alcuni dei suoi operai - al-
cuni dei più giovani, più capaci di cavarsela, secondo le sue teorie - e ave-
va chiesto ai rimanenti di accettare orari più brevi. Non si facevano abba-
stanza affari, aveva spiegato, per far marciare tutte le fabbriche nella piena
capacità produttiva. I clienti non compravano bottoni, o non il tipo di bot-
toni prodotti dalla Chase & Figli, che per avere profitti doveva poter conta-
re su commissioni ingenti. E non compravano neppure gli indumenti intimi
a buon mercato, pratici: preferivano rammendarli, si arrangiavano. Non
tutti nel paese erano senza lavoro, naturalmente, ma chi aveva un posto
non era troppo sicuro di riuscire a tenerselo stretto. Naturalmente preferi-
vano mettere da parte il denaro piuttosto che spenderlo. Non si poteva bia-
simarli. Al loro posto chiunque avrebbe fatto lo stesso.
Era entrata in scena l'aritmetica, con tutte le sue gambe, le sue schiene e
teste, i suoi occhi spietati fatti di zeri. Due più due facevano quattro, era il
suo messaggio. Ma cosa succedeva se non avevi il due più due? In quel ca-
so i conti non sarebbero tornati. E infatti non tornavano, non ci riuscivo;
non riuscivo a far diventare neri i numeri rossi sui libri contabili. Questo
mi preoccupava terribilmente; era come se fosse una mia colpa personale.
Quando chiudevo gli occhi di notte vedevo i numeri sulla pagina davanti a
me, disposti in file sulla mia scrivania quadrata di quercia alla fabbrica di
bottoni - quelle file di numeri rossi come tanti millepiedi meccanici, che
divoravano quanto rimaneva del denaro. Quando la somma a cui riuscivi a
vendere una cosa era inferiore a quanto ti era costata - che era quanto suc-
cedeva alla Chase & Figli da qualche tempo - è così che si comportavano i
numeri. Si comportavano male - senza amore, senza giustizia, senza pietà -
, ma cosa ci si poteva aspettare? I numeri erano solo numeri. Non avevano
altra scelta.
Nella prima settimana di dicembre mio padre annunciò una chiusura. Era
temporanea, disse. Sperava che sarebbe stata molto temporanea. Parlò di
ritirata strategica e di nuove trincee per riorganizzarsi. Chiese comprensio-
ne e pazienza, e fu accolto dal silenzio guardingo degli operai riuniti. Dopo
l'annuncio tornò ad Avilion, si chiuse nella sua torretta e bevve fino all'ab-
brutimento. Si sentiva rumore di cose rotte - oggetti di vetro. Bottiglie,
senza dubbio. Io e Laura eravamo nella mia stanza, sedute sul mio letto,
stringendoci forte le mani e ascoltando la furia e il dolore che si scatenava-
no lassù, proprio sopra le nostre teste, come un temporale interno. Era pa-
recchio tempo che mio padre non faceva le cose tanto in grande.
Doveva avere avuto l'impressione di avere tradito i suoi uomini. Di ave-
re fallito. Di non aver potuto fare abbastanza.
«Pregherò per lui» disse Laura.
«Perché, a Dio importa?» chiesi. «Credo che in realtà se ne infischi. Se
c'è un Dio».
«Non si può saperlo» disse Laura, «se non dopo».
Dopo cosa? Lo sapevo abbastanza bene, avevamo già fatto quel discor-
so. Dopo morti.

Parecchi giorni dopo l'annuncio di mio padre, il sindacato mostrò il suo


potere. C'era già un nucleo di iscritti, e ora volevano che aderissero tutti.
Fu tenuta un'assemblea fuori della fabbrica chiusa e lanciato un appello a
tutti i lavoratori affinché si iscrivessero, perché quando mio padre avrebbe
riaperto le fabbriche, si disse, avrebbe tagliato all'osso e loro probabilmen-
te avrebbero ricevuto paghe da fame. Era come tutti gli altri, in tempi duri
come quelli avrebbe cacciato il suo denaro in banca, poi si sarebbe seduto
con le mani in mano finché la gente non fosse stata stremata e messa a ter-
ra; quindi avrebbe colto l'occasione di ingrassarsi alle spalle dei lavoratori.
Lui e la sua grande casa e le sue stravaganti figlie - quelle frivole parassite
che vivevano a spese del sudore delle masse.
Era chiaro che quei cosiddetti organizzatori venivano da fuori città, di-
ceva Reenie, che ci raccontava tutto questo mentre sedevamo al tavolo del-
la cucina. (Avevamo smesso di mangiare in sala da pranzo, perché aveva
smesso di farlo mio padre. Era barricato nella sua torretta; Reenie gli por-
tava su un vassoio). Quei teppisti non avevano il senso della decenza, a in-
filare noi due nella faccenda a quel modo, quando tutti sapevano che non
c'entravamo un bel niente. Ci disse di non farci caso, cosa più facile a dirsi
che a farsi.
C'era ancora qualcuno che era fedele a mio padre. All'assemblea, ave-
vamo saputo, c'erano stati contrasti, poi parole grosse, poi zuffe. Si era
persa la calma. Un uomo aveva ricevuto un calcio in testa ed era stato por-
tato all'ospedale con una commozione cerebrale. Era uno degli scioperanti
- si chiamavano scioperanti, adesso -, ma di questo infortunio furono in-
colpati i suoi stessi amici, perché una volta che si dava inizio a quel genere
di scompiglio, chi poteva dire come sarebbe andata a finire?
Meglio non cominciare. Meglio tenere la bocca chiusa. Molto meglio.
Callie Fitzsimmons venne a trovare mio padre. Era molto preoccupata
per lui, disse. Era preoccupata che si stesse lasciando andare. Moralmente,
voleva dire. Come poteva trattare i suoi operai in quel modo altezzoso e da
taccagno? Mio padre le disse di guardare in faccia la realtà. La chiamò a-
mico del giaguaro. Disse anche: Chi ti ha mandato, uno dei tuoi amici ros-
si? Lei disse che era venuta di testa sua, perché gli voleva bene, perché
sebbene fosse un capitalista era sempre stato un uomo a posto, ma ora sco-
priva che si era trasformato in un plutocrate senza cuore. Lui disse che non
si poteva essere un plutocrate se si era al verde. Lei disse che poteva liqui-
dare le sue attività. Lui disse che le sue attività non valevano molto di più
del suo culo, che a quanto sapeva aveva dato via per niente a chiunque
glielo avesse chiesto. Lei disse che lui non aveva disprezzato gli omaggi
gratuiti. Lui disse di sì, ma i costi imprevisti erano stati troppo alti - prima
tutto il cibo dispensato in casa sua ai suoi amici artisti, poi il suo sangue e
adesso anche la sua anima. Lei lo chiamò reazionario borghese. Lui la
chiamò mosca carnaria. A quel punto stavano urlando. Poi ci furono porte
sbattute e una macchina sbandò sulla ghiaia, e quella fu la fine della storia.
Reenie ne fu felice o dispiaciuta? Dispiaciuta. Callie non le era mai an-
data a genio, ma ci si era abituata, e poi un tempo era andata bene per mio
padre. Chi l'avrebbe rimpiazzata? Qualche altra sgualdrina, e chi lascia la
via vecchia per la nuova...

La settimana seguente fu convocato uno sciopero generale per esprimere


solidarietà agli operai della Chase & Figli. Tutti i negozi e gli uffici dove-
vano chiudere, diceva l'editto. Tutti i servizi pubblici dovevano essere in-
terrotti. I telefoni, la distribuzione della posta. Niente latte, niente pane,
niente ghiaccio. (Chi emanava quegli editti? Nessuno pensava che fossero
davvero opera dall'uomo che concretamente ne leggeva il testo. Questi so-
steneva di essere del luogo, proprio della nostra città, e sulle prime si pen-
sò che lo fosse - era un Morton, un Morgan, qualcosa del genere -, ma poi
era diventato chiaro senza ombra di dubbio che non lo era, non veramente.
Non avrebbe potuto esserlo, e comportarsi così. E del resto, chi era suo
nonno?)
Perciò non era l'uomo il problema. Non era lui il cervello che stava die-
tro a tutta la faccenda, diceva Reenie, perché tanto per cominciare non a-
veva nessun cervello. Forze oscure erano all'opera.
Laura era preoccupata per Alex Thomas. Era coinvolto in qualche modo,
diceva. Ne era sicura. Doveva esserlo per forza, considerati i suoi principi.
Nel primo pomeriggio di quello stesso giorno, Richard Griffen arrivò ad
Avilion in macchina, accompagnato da altre due auto. Erano vetture gran-
di, lussuose e pesanti. In tutto c'erano altri cinque uomini, dei quali quattro
piuttosto grossi, con soprabiti scuri e cappelli flosci grigi. Richard Griffen
e uno degli uomini entrarono nello studio di mio padre insieme a lui. Due
degli altri si misero alle porte della casa, quella sul davanti e quella poste-
riore, e due andarono da qualche parte con una delle costose macchine.
Laura e io guardavamo l'andirivieni delle auto dalla finestra della sua ca-
mera. Ci era stato detto di tenerci lontane, il che voleva dire anche non a
portata di voce. Quando chiedemmo a Reenie cosa stesse succedendo, ci
sembrò preoccupata, e disse di saperne quanto noi, ma che avrebbe tenuto
le orecchie bene aperte.
Richard Griffen non rimase a cena. Quando se ne andò, due delle mac-
chine scomparvero con lui. La terza rimase, insieme» tre dei grossi uomini.
Si insediarono con discrezione nei vecchi alloggi dell'autista, sopra il gara-
ge.
Erano detective, diceva Reenie. Dovevano esserlo. Ecco perché portava-
no sempre il soprabito: per nascondere le armi che tenevano nelle fondine.
Le armi erano pistole. Lo sapeva dalle sue varie riviste. Diceva che erano
là per proteggerci, e se vedevamo qualcuno aggirarsi furtivamente nel
giardino di notte - a parte i tre uomini, naturalmente - dovevamo gridare.
Il giorno dopo scoppiarono disordini nelle strade principali della città.
Molti uomini che vi parteciparono non erano mai stati visti prima, o se lo
erano stati, non erano rimasti impressi nella memoria. Chi avrebbe ricorda-
to un vagabondo? Ma alcuni di loro non erano vagabondi, erano agitatori
internazionali camuffati. Avevano spiato tutto il tempo. Come erano arri-
vati qui così in fretta? Sul tetto dei treni, si diceva. Era in quel modo che
viaggiavano uomini come loro.
I disordini cominciarono nel corso di una dimostrazione fuori del Muni-
cipio. Prima si tennero discorsi in cui si parlò dei crumiri e degli sgherri
dell'azienda; poi l'effigie di mio padre, raffigurato in cartone con il cappel-
lo a cilindro e il sigaro in bocca - cose che non sempre aveva - fu bruciata,
suscitando sonori applausi. Due bambole di pezza in vestiti rosa ornati di
gale furono inzuppate di cherosene e gettate anch'esse tra le fiamme. Do-
vevano rappresentare noi - me e Laura, disse Reenie. Erano circolate battu-
te sul fatto che erano bamboline calde. (Le passeggiate di Laura con Alex
non erano passate inosservate). Era stato Ron Hincks a riferirglielo, disse
Reenie, pensando che dovesse saperlo. Lui diceva che era meglio che per il
momento noi due non andassimo in città, perché gli animi si stavano scal-
dando e non si poteva mai sapere. Diceva che dovevamo restare ad Avi-
lion, dove saremmo state al sicuro. Diceva che lo scherzo delle bambole
era stato proprio una vergogna, e gli sarebbe piaciuto mettere le mani su
chiunque l'avesse ideato.
I negozi e gli uffici della strada principale che si erano rifiutati di chiu-
dere si ritrovarono con le vetrine rotte. Poi lo stesso capitò anche a quelli
che avevano chiuso. Dopodiché ebbero luogo saccheggi e le cose sfuggi-
rono gravemente di mano. Il giornale fu assalito e i suoi uffici distrutti;
Elwood Murray fu picchiato e le macchine nella tipografia sul retro fatte a
pezzi. La camera oscura si salvò, ma non l'apparecchio fotografico. Per lui
fu un momento triste, che poi sentimmo raccontare per filo e per segno u-
n'infinità di volte.
Quella notte la fabbrica di bottoni prese fuoco. Le fiamme fecero esplo-
dere le finestre del piano più basso: io non potevo vederlo dalla mia stanza,
ma l'autopompa passò rumorosamente davanti a casa nostra, correndo in
soccorso. Ero sgomenta e spaventata, naturalmente, ma devo ammettere
che c'era anche qualcosa di eccitante in tutto ciò. Mentre ascoltavo il fra-
stuono dell'autopompa e le grida lontane provenienti dalla stessa direzione,
sentii qualcuno che saliva la scala di servizio. Pensai che potesse essere
Reenie, ma non era lei. Era Laura; indossava il cappotto.
«Dove sei stata?» le chiesi. «Dobbiamo restare dove siamo. Papà ha ab-
bastanza preoccupazioni senza che tu te ne vada in giro».
«Ero soltanto nella serra» disse. «Stavo pregando. Avevo bisogno di un
posto tranquillo».
Riuscirono a estinguere il fuoco, ma l'edificio aveva riportato molti dan-
ni. Quella fu la prima notizia. Poi arrivò la signora Hillcoate, senza fiato e
portando il bucato pulito, e le guardie la lasciarono passare. Incendio dolo-
so, disse: avevano trovato le lattine di benzina. Il guardiano notturno gia-
ceva a terra morto. Aveva un bernoccolo in testa.
Due uomini erano stati visti fuggire via. Erano stati riconosciuti? Non in
maniera sicura, ma correva voce che uno di loro fosse il giovanotto della
signorina Laura. Reenie disse che non era il suo giovanotto, Laura non a-
veva un giovanotto, era solo una conoscenza. Be', qualunque cosa fosse,
disse la signora Hillcoate, era molto probabile che avesse incendiato la
fabbrica di bottoni e dato un colpo in testa al povero Al Davidson, ucci-
dendolo come un topo, e avrebbe fatto meglio a filare dalla città se ci tene-
va alla pelle.
A cena Laura disse di non avere fame. Disse che in quel momento non
poteva mangiare: si sarebbe preparata un vassoio e avrebbe mangiato più
tardi. La guardai mentre lo portava nella sua stanza passando per la scala
di servizio. Aveva preso doppia porzione di tutto - coniglio, zucchine, pa-
tate lesse. Di solito considerava il mangiare una sorta di trastullo - qualco-
sa con cui tenere occupate le mani al tavolo da pranzo mentre gli altri par-
lavano -, oppure un compito noioso ma inevitabile, come lucidare l'argen-
to. Una sorta di tediosa routine di manutenzione. Mi chiesi quando avesse
sviluppato all'improvviso un tale ottimismo sul cibo.
Il giorno seguente le truppe del Royal Canadian Regiment arrivarono per
ristabilire l'ordine. Era il vecchio reggimento di mio padre durante la guer-
ra. Per lui fu un vero colpo vedere quei soldati rivolgersi contro la loro
stessa gente - la sua stessa gente, o che lui considerava tale. Non c'era bi-
sogno di essere dei geni per immaginare che essa non condividesse più
l'opinione che mio padre ne aveva, ma per lui fu comunque un brutto
colpo. Allora lo avevano amato solo per il suo denaro? Così sembrava.
Dopo che il Royal Canadian Regiment ebbe riportato la situazione sotto
controllo, arrivarono i poliziotti a cavallo. Tre di loro comparvero fuori
della nostra porta. Bussarono educatamente, quindi rimasero nell'ingresso,
con i rigidi cappelli marroni in mano. Volevano parlare con Laura.
«Vieni con me, per favore, Iris» sussurrò Laura quando fu mandata a
chiamare. «Non posso vederli da sola». Sembrava molto piccola, molto
pallida.
Ci sedemmo insieme sul divano del soggiorno, accanto al vecchio
grammofono. I poliziotti presero delle sedie. Non corrispondevano alla
mia idea di un poliziotto a cavallo, erano troppo vecchi e troppo grossi at-
torno alla vita. Uno era più giovane, ma non era lui il capo. Fu quello di
mezzo a parlare. Disse che gli spiaceva disturbarci in quello che doveva
essere un momento difficile, ma la faccenda era piuttosto urgente. Voleva-
no parlare del signor Alex Thomas. Laura era consapevole che quell'uomo
era un nòto sovversivo ed estremista, ed era stato nei campi per i disoccu-
pati, provocando agitazioni e fomentando disordini?
Laura disse che per quanto ne sapeva aveva soltanto insegnato a leggere.
Si poteva anche vederla così, disse il poliziotto. E se era innocente, natu-
ralmente non aveva nulla da nascondere, e se fosse stato necessario si sa-
rebbe presentato, non era d'accordo? Dove sarebbe potuto stare in quei
giorni?
Laura disse che non avrebbe saputo dirlo.
La domanda fu ripetuta in maniera diversa. Quell'uomo era sospettato:
Laura non voleva aiutare a localizzare il criminale che forse aveva incen-
diato la fabbrica di suo padre, causando forse la morte di un impiegato fe-
dele? Almeno a voler credere ai testimoni oculari...
Dissi che ai testimoni oculari non si poteva credere, perché chiunque
fosse visto fuggire poteva essere scorto soltanto di schiena, e inoltre era
buio.
«Signorina Laura?» fece il poliziotto, ignorandomi.
Laura disse che anche se l'avesse saputo non l'avrebbe detto. Disse che
chiunque era innocente finché non veniva provata la sua colpevolezza. I-
noltre era contrario ai suoi principi cristiani dare un uomo in pasto ai leoni.
Disse che le dispiaceva per il guardiano morto, ma non era colpa di Alex
Thomas, perché Alex Thomas non avrebbe mai fatto una cosa simile. Ma
non riuscì a dire nient'altro.
Mi si era aggrappata al braccio, vicino al polso; la sentivo tremare, come
una rotaia che vibri.
Il poliziotto capo disse qualcosa a proposito dell'intralciare la giustizia.
A questo punto replicai che Laura aveva appena quindici anni, e non po-
teva essere ritenuta responsabile nel modo in cui avrebbe potuto esserlo un
adulto. Dissi che quanto aveva detto loro era confidenziale, naturalmente, e
se fosse uscito da quella stanza - finendo sui giornali, per esempio -, mio
padre avrebbe saputo chi ringraziare.
I poliziotti sorrisero, si alzarono e presero congedo; erano decorosi e ras-
sicuranti. Probabilmente si erano resi conto di quanto fosse sconveniente
seguire quella pista nelle loro indagini. Sebbene alle corde, mio padre ave-
va ancora degli amici.
«Bene» dissi a Laura, una volta che se ne furono andati. «So che l'hai
fatto entrare in questa casa. Faresti meglio a dirmi dov'è».
«L'ho messo nella cantina fredda» disse Laura, con il labbro inferiore
che le tremava.
«La cantina fredda!» esclamai. «Che posto stupido! Perché là?»
«Cosi avrebbe avuto abbastanza da mangiare, in caso di emergenza» dis-
se, e scoppiò in lacrime. L'abbracciai, e lei tirò su col naso contro la mia
spalla.
«Abbastanza da mangiare?» dissi. «Abbastanza marmellata e gelatina e
sottaceti? Davvero, Laura, l'hai combinata proprio bella». Poi scoppiammo
tutt'e due a ridere, e quando smettemmo di ridere e Laura si fu asciugata
gli occhi, dissi: «Dobbiamo portarlo fuori di qui. E se Reenie scende giù a
prendere un vasetto di marmellata o qualcos'altro e se lo trova davanti per
sbaglio? Le prende un attacco di cuore».
Ridemmo ancora. Avevamo i nervi a fior di pelle. Poi dissi che sarebbe
stata più adatta la soffitta, perché non ci andava mai nessuno. Avrei siste-
mato tutto io, dissi. Avrebbe fatto meglio ad andare a letto: era ovvio che
sentiva la tensione e che era completamente esausta. Sospirò un po', come
un bambino stanco, poi fece come le avevo suggerito. Aveva vissuto con i
nervi tesi, portandosi dietro l'enorme peso di quel segreto come uno zaino
opprimente, e adesso che me l'aveva passato era libera di dormire.
Credevo davvero di farlo soltanto per risparmiarla - per aiutarla, per
prendermi cura di lei, come avevo sempre fatto?
Sì. È quello che pensavo.

Aspettai finché Reenie non ebbe pulito la cucina e se ne fu andata a let-


to. Poi scesi la scala che portava alle cantine, giù nel freddo, nel buio, nel-
l'odore dell'umidità abitata dai ragni. Oltrepassai la porta della cantina del
carbone, quella della cantina dei vini, chiusa a chiave. La porta della canti-
na fredda si chiudeva con un chiavistello. Bussai, lo sollevai, entrai. Ci fu
un rumore di rapidi passi. Era buio, naturalmente; l'unica luce era quella
del corridoio. Sul barile delle mele c'erano i resti della cena di Laura - gli
ossi del coniglio. Sembrava un altare primitivo.
Non lo vidi subito; era dietro il barile. Poi riuscii a distinguerlo. Un gi-
nocchio, un piede. «Va tutto bene» sussurrai. «Sono solo io».
«Ah» disse con la sua voce normale. «La sorella devota».
«Shh» feci. La luce si accendeva con un catenella che pendeva dalla
lampadina. La tirai, la luce si accese. Alex Thomas si stava tirando su, u-
scendo a fatica da dietro il barile. Si piegò, battendo le palpebre, imbaraz-
zato, come un uomo sorpreso con i pantaloni slacciati.
«Dovrebbe vergognarsi» dissi.
«È venuta a sbattermi fuori o a consegnarmi alle autorità, immagino» fe-
ce lui con un sorriso.
«Non sia sciocco» ribattei. «Non vorrei certo che fosse scoperto qui.
Mio padre non reggerebbe allo scandalo».
«Figlia di capitalista aiuta assassino bolscevico?» chiese. «Scoperto nido
d'amore tra barattoli di gelatina? Questo tipo di scandalo?»
Lo guardai in cagnesco. Non c'era da scherzare.
«Può dormire tranquilla. Laura e io non stiamo combinando niente» dis-
se. «È una ragazzina fantastica, ma sta facendo il tirocinio da santa, e io
non sono un ladro di bambini». Ormai era in piedi e si stava togliendo la
polvere di dosso.
«Allora perché la nasconde?» chiesi.
«È una questione di principio. Visto che glielo avevo chiesto, non ha po-
tuto rifiutare. Rientro nella giusta categoria per lei».
«Quale categoria?»
«Dei "fratelli più piccoli", immagino» disse. «Tanto per citare Gesù». Lo
trovai piuttosto cinico. Poi disse che imbattersi in Laura era stato una spe-
cie di incidente. L'aveva incontrata nella serra. Cosa stava facendo lì? Si
stava nascondendo, è ovvio. Aveva anche sperato, disse, di potermi parla-
re.
«A me?» chiesi. «E perché mai a me?»
«Pensavo che avrebbe saputo cosa fare. Sembra un tipo pratico. Sua so-
rella è meno...»
«Sembra che Laura se la sia cavata abbastanza bene» dissi secca. Non
mi piaceva quando gli altri criticavano Laura - la sua vaghezza, la sua in-
genuità, la sua incoscienza. Criticare Laura era una cosa riservata a me.
«Come è riuscita a farla passare davanti agli uomini alle porte?» chiesi.
«Per farla entrare in casa? Gli uomini con i soprabiti».
«Anche gli uomini in soprabito ogni tanto devono pisciare» disse.
Fui presa alla sprovvista dalla sua volgarità - faceva a pugni con l'educa-
zione dimostrata durante la cena - ma forse era un assaggio del tono bef-
fardo tipico degli orfani di cui Reenie ci aveva parlato. Decisi di ignorarla.
«Non è stato lei ad appiccare il fuoco, suppongo» dissi. Volevo sembrare
sarcastica, ma la battuta non fu recepita come tale.
«Non sono tanto stupido» disse. «Non provocherei un incendio per nes-
suna ragione».
«Tutti pensano che sia stato lei».
«Ma non è così» disse. «Tuttavia sarebbe molto conveniente per certa
gente sposare questa tesi».
«Quale certa gente? Perché?» non lo stavo incalzando questa volta; ero
sconcertata.
«Usi la testa» rispose. Ma non volle dire altro.

La soffitta

Presi una candela dalla riserva che tenevamo in cucina, a portata di ma-
no in caso di interruzioni della corrente, e la accesi, quindi condussi Alex
Thomas fuori della cantina e attraverso la cucina e su per la scala di servi-
zio, poi su per la scala più stretta che portava alla soffitta, dove lo sistemai
dietro tre bauli vuoti. Lassù c'erano alcune vecchie trapunte riposte in una
cassapanca di cedro, e le tirai fuori per farne un giaciglio.
«Non verrà nessuno» dissi. «Se lo fanno, si metta sotto le trapunte. Non
cammini, potrebbero sentire i passi. Non accenda la luce». (In soffitta c'era
una sola lampadina che si accendeva con una catenella, proprio come nella
cantina fredda). «Le porteremo qualcosa da mangiare domattina» aggiunsi,
senza sapere come avrei mantenuto quella promessa.
Scesi di sotto, poi tornai di nuovo su con un vaso da notte, che posai a
terra senza dire una parola. Era un dettaglio che mi aveva sempre preoccu-
pato, nelle storie di Reenie sui rapitori: e il bagno? Va bene essere chiuse
in una cripta, ma essere anche ridotte ad accovacciarsi in un angolo con la
gonna sollevata...
Alex Thomas annuì e disse: «Brava ragazza. È un'amica. Sapevo che era
un tipo pratico».
La mattina io e Laura tenemmo un consulto a bisbigli nella sua stanza.
Gli argomenti discussi furono come procurarsi da mangiare e da bere, il
bisogno di essere vigili e come svuotare il vaso da notte. Una di noi - fin-
gendo di leggere - sarebbe stata di guardia nella mia stanza, con la porta
aperta: da lì si vedeva la porta che conduceva alla scala della soffitta. L'al-
tra sarebbe andata a prendere le cose e a portarle su. Ci accordammo sull'e-
seguire questi compiti a rotazione. Il grosso ostacolo sarebbe stata Reenie,
che avrebbe sicuramente sentito puzza di imbroglio se avessimo agito in
modo troppo furtivo.
Non avevamo elaborato alcun piano nel caso fossimo state scoperte.
Non lo facemmo mai. Fu tutto improvvisato.
La prima colazione di Alex Thomas furono le croste del nostro pane to-
stato. Di norma non le mangiavamo se non sotto tortura - Reenie aveva an-
cora l'abitudine di dire Ricordate gli armeni che muoiono di fame -, ma
questa volta, quando Reenie guardò, le croste erano sparite. In realtà erano
nella tasca della gonna blu oltremare di Laura.
«Evidentemente Alex Thomas è gli armeni che muoiono di fame» sus-
surrai, mentre correvamo di sopra. Ma Laura non trovava la cosa diverten-
te. Pensava che fosse proprio cosi.
La mattina e la sera erano le ore delle nostre visite. Razziavamo la di-
spensa, recuperavamo gli avanzi. Gli portavamo di nascosto carote crude,
pelli di bacon, uova sode mangiate a metà, pezzi di pane ripiegati con den-
tro burro e marmellata. Una volta una zampa di pollo in fricassea - un col-
po audace. Anche bicchieri d'acqua, tazze di latte, caffè freddo. Portavamo
via i piatti vuoti, li ammucchiavamo sotto i nostri letti finché non c'era via
libera, quindi li lavavamo nel lavandino del nostro bagno prima di rimet-
terli nella credenza della cucina. (Questo era compito mio: Laura era trop-
po maldestra). Non usavamo la porcellana buona. E se si fosse rotto qual-
cosa? Perfino un piatto di tutti i giorni avrebbe potuto essere notato: Ree-
nie teneva d'occhio ogni cosa. Perciò stavamo molto attente con il vasel-
lame.
Reenie sospettava di noi? Credo di sì. Di solito capiva quando stavamo
combinando qualcosa. Ma capiva anche quando era più prudente non sape-
re esattamente di cosa potesse trattarsi. Credo che si stesse preparando a
cadere dalle nuvole, nel caso fossimo state scoperte. Una volta ci disse di
non andare a rubacchiare l'uva passa; disse che ci stavamo comportando
come pozzi senza fondo, e da dove ci erano spuntate quelle gambe gonfie
tutt'a un tratto? E poi era irritata per il quarto di torta di zucca che era spa-
rito. Laura disse che era stata lei a mangiarlo; aveva avuto un improvviso
attacco di fame, disse.
«Crosta e tutto?» chiese bruscamente Reenie. Laura non mangiava mai
le croste delle torte di Reenie. Nessuno lo faceva. Neanche Alex Thomas.
«L'ho data da mangiare agli uccellini» disse Laura. Era abbastanza vero:
è quello che aveva fatto, dopo.
In un primo momento Alex Thomas ci fu riconoscente per i nostri sforzi.
Diceva che eravamo delle buone amiche, e che senza di noi sarebbe stato
spacciato. Poi volle delle sigarette - stava morendo dalla voglia di fumare.
Gliene portammo qualcuna di quelle nella scatola d'argento sul piano, ma
lo avvertimmo di limitarsi a una al giorno - il fumo si poteva sentire. (I-
gnorò questa limitazione).
Poi disse che la cosa peggiore della soffitta era non potersi lavare. Aveva
la bocca che sapeva di fogna. Rubammo il vecchio spazzolino da denti con
cui Reenie puliva l'argento e lo lavammo come meglio potemmo; disse che
era meglio di niente. Un giorno gli portammo una bacinella, un asciuga-
mano e una brocca di acqua calda. Poi aspettò che nessuno fosse di sotto e
gettò l'acqua sporca fuori della finestra della soffitta. Era piovuto, perciò il
terreno era comunque bagnato e la chiazza non fu notata. Un po' più tardi,
quando la via sembrava sgombra, gli permettemmo di scendere la scala
della soffitta e lo chiudemmo nel bagno che ci dividevamo, in modo che
potesse lavarsi come si deve. (Avevamo detto a Reenie che per aiutarla ci
saremmo accollate la pulizia di quel bagno, provocando il seguente com-
mento: Non si finisce mai di stupirsi).
Mentre Alex Thomas si lavava Laura era nella sua stanza e io nella mia,
e facevamo tutte e due la guardia alla porta del bagno. Cercai di non pensa-
re a cosa stesse accadendo là dentro. L'immagine di lui senza vestiti era
dolorosa per me, in un modo a cui era meglio non pensare.
Alex Thomas fu oggetto di editoriali, non solo nel nostro giornale. Era
colpevole di incendio doloso ed era un assassino, si disse, e della peggior
specie - di quelli che uccidevano a sangue freddo per fanatismo. Era venu-
to a Port Ticonderoga per infiltrarsi tra i lavoratori e seminare i semi della
zizzania, cosa che gli era riuscita, come dimostravano lo sciopero generale
e i disordini. Era un esempio dei danni dell'educazione universitaria - un
ragazzo intelligente, troppo intelligente perché potesse giovargli, il cui in-
gegno era stato rovinato da compagnie cattive e da letture peggiori. Venne
riportata una dichiarazione del padre adottivo, un ministro presbiteriano, in
cui affermava che pregava ogni notte per l'anima di Alex, ma che quella
era una generazione di vipere. Non sorvolò sul fatto di avere salvato il pic-
colo Alex dagli orrori della guerra: Alex era un tizzone strappato all'incen-
dio, diceva, ma era sempre un rischio prendere in casa uno sconosciuto. Se
ne deduceva che era meglio lasciare simili tizzoni dov'erano.
Come se non bastasse, la polizia aveva stampato un manifesto segnaleti-
co di Alex, e lo aveva affisso nell'ufficio postale e in altri luoghi pubblici.
Per fortuna non era una foto molto chiara: Alex aveva la mano tesa in a-
vanti, che gli nascondeva in parte la faccia. Era la foto del giornale, quella
che Elwood Murray aveva scattato a noi tre al picnic della fabbrica di bot-
toni. (Io e Laura eravamo state tagliate via, naturalmente). Elwood Murray
aveva fatto sapere che avrebbe potuto stampare una foto migliore dal nega-
tivo, ma quando era andato a cercarlo il negativo era scomparso. Be', non
c'era da stupirsi: una gran quantità di cose era andata distrutta quando il
giornale era stato devastato.
Portammo ad Alex i ritagli di giornale, e anche un manifesto segnaletico
- Laura lo aveva sgraffignato da un palo del telefono. Lesse quelle cose sul
proprio conto con doloroso sgomento. «Vogliono la mia testa su un vas-
soio» fu quello che disse.
Pochi giorni dopo chiese se potessimo procurargli della carta - carta per
scrivere. C'era una pila di quaderni rimasti dall'epoca del signor Erskine:
gli portammo quelli, e anche una matita.
«Cosa pensi che stia scrivendo?» chiese Laura. Non riuscivamo a deci-
derci. Un diario di prigionia, un'autodifesa? Forse una lettera a qualcuno in
grado di salvarlo. Ma non ci aveva chiesto di impostare nulla, perciò non
poteva trattarsi di una lettera.
Prenderci cura di Alex Thomas fece riavvicinare me e Laura come non
succedeva da tempo. Era il nostro segreto colpevole, nonché il nostro pro-
ponimento virtuoso - uno che finalmente potevamo condividere. Eravamo
due piccole buone samaritane, che tiravano fuori del fossato l'uomo assali-
to dai briganti. Eravamo Maria e Marta che porgevano aiuto - be', non a
Gesù, neanche Laura andava così lontano, ma era ovvio quale ruolo avesse
assegnato a ciascuna di noi. Io dovevo essere Marta, occupata dalle in-
combenze domestiche, in secondo piano; lei doveva essere Maria, che de-
poneva pura devozione ai piedi di Alex. (Cosa preferisce un uomo? Uova
al bacon o adorazione? A volte una cosa a volte l'altra, a seconda della fa-
me che ha).
Laura portava gli avanzi di cibo su per la scala della soffitta come se
fossero un'offerta a un tempio. Portava giù il vaso da notte come se fosse
un reliquario, o una preziosa candela sul punto di spegnersi tremolando.
La sera, dopo che Alex Thomas era stato sfamato e abbeverato, parla-
vamo di lui - che aspetto aveva quel giorno, se era troppo magro, se aveva
tossito -, non volevamo che si ammalasse. Di cosa poteva avere bisogno,
cosa avremmo potuto provare a rubare per lui il giorno seguente. Quindi ci
infilavamo nei rispettivi letti. Non so Laura, ma io lo immaginavo lassù in
soffitta, esattamente sopra di me. Anche lui avrà cercato di addormentarsi,
girandosi e rigirandosi nel suo giaciglio di trapunte ammuffite. Poi avrebbe
dormito. Poi avrebbe sognato, lunghi sogni di guerra e di fuoco, e di vil-
laggi che venivano distrutti, i loro frantumi disseminati tutt'intorno.
Non so a che punto questi suoi sogni si trasformassero in visioni di inse-
guimento e fuga; non so a che punto lo raggiungessi in questi sogni, scap-
pando con lui mano nella mano, al crepuscolo, via da un edificio in fiam-
me, attraverso i campi solcati di dicembre, con la terra coperta di stoppie in
cui cominciava a insinuarsi il gelo, verso la linea scura dei boschi lontani.
Ma non era veramente il suo sogno, lo sapevo. Era il mio. Era Avilion
che stava bruciando, erano i suoi frantumi in fiamme che erano disseminati
a terra - la porcellana buona, la ciotola di Sèvres piena di petali di rosa, la
scatola per sigarette d'argento sopra il piano. Lo stesso piano, le finestre
dai vetri colorati della sala da pranzo - la coppa rosso sangue, l'arpa rotta
di Isotta - tutto ciò da cui desideravo allontanarmi, è vero, ma non attraver-
so la distruzione. Volevo andarmene da casa, ma volevo anche che rima-
nesse lì ad aspettarmi, immutata, in modo da potervi ritornare quando a-
vessi voluto.

Un giorno, mentre Laura era fuori - non era più pericoloso per lei, gli
uomini in soprabito se n'erano andati e anche i poliziotti a cavallo, le strade
erano nuovamente pacifiche - decisi di fare una puntatina solitaria in soffit-
ta. Avevo un'offerta da fare - una tasca piena di uva passa e fichi secchi
sgraffignati dagli ingredienti per il pudding natalizio. Partii in ricognizione
- Reenie era tranquillamente occupata con la signora Hillcoate, in cucina -,
quindi andai alla porta che conduceva alla soffitta e bussai. A quell'epoca
avevamo una bussata speciale, un colpo seguito da altri tre in rapida suc-
cessione. Poi salii in punta di piedi la scala della soffitta.
Alex Thomas era accoccolato accanto alla piccola finestra ovale, cer-
cando di sfruttare al massimo la luce del giorno. Evidentemente non mi
aveva sentito bussare: aveva la schiena rivolta verso di me, e teneva una
trapunta sulle spalle. Sembrava che stesse scrivendo. Sentii odore di fumo
di sigaretta - sì, stava fumando, c'era la sua mano che reggeva la sigaretta.
Pensai che non fosse il caso che lo facesse così vicino a una trapunta.
Non sapevo bene come annunciare la mia presenza. «Sono qui» dissi.
Saltò su e lasciò cadere la sigaretta. Cadde sulla trapunta. Rimasi senza
fiato e mi buttai in ginocchio per toglierla - avevo l'ormai familiare visione
di Avilion in fiamme. «Non ti preoccupare» disse. Era anche lui in ginoc-
chio, tutti e due alla ricerca di qualche scintilla superstite. Non ricordo co-
me, ma subito dopo ci ritrovammo sul pavimento e lui mi teneva stretta e
mi baciava sulla bocca.
Non me l'aspettavo.
O me l'aspettavo? Fu così improvviso, o ci furono dei preliminari - un
tocco, uno sguardo? Feci qualcosa per provocarlo? Nulla di cui mi ricordi,
ma ciò che ricordo fu quello che successe realmente?
Ormai lo è: sono l'unica superstite.
In ogni caso, fu proprio come aveva detto Reenie a proposito degli uo-
mini nei cinema, solo che ciò che sentii non fu offesa. Ma il resto era ab-
bastanza vero: ero paralizzata, non potevo muovermi, non avevo risorse.
Le mie ossa si erano trasformate in cera che si liquefaceva. Mi slacciò qua-
si tutti i bottoni prima che fossi in grado di alzarmi, trascinarmi via, fuggi-
re.
Lo feci senza una parola. Mentre scendevo in fretta la scala della soffit-
ta, tirandomi indietro i capelli, infilandomi la camicetta nella gonna, ebbi
l'impressione che - alle mie spalle - stesse ridendo di me.

Non sapevo esattamente cosa potesse accadere se avessi lasciato che una
cosa del genere capitasse di nuovo, ma in ogni caso sarebbe stato pericolo-
so, almeno per me. Me lo sarei voluto, avrei avuto quello che mi meritavo,
sarebbe stato un incidente prevedibile. Non potevo permettermi di rimane-
re ancora da sola in soffitta con Alex Thomas, né potevo confidarne a Lau-
ra la ragione. Sarebbe stato troppo doloroso per lei: non avrebbe mai capi-
to. (C'era un'altra possibilità - lui avrebbe potuto fare qualcosa del genere a
Laura. Ma no, non potevo crederci. Lei non lo avrebbe mai permesso. O
sì?)
«Dobbiamo fargli abbandonare la città» dissi a Laura. «Non possiamo
continuare così. Se ne accorgeranno sicuramente».
«Non ancora» ribatté lei. «Stanno ancora controllando i binari». Era in
grado di saperlo, dal momento che lavorava ancora alla mensa gratuita del-
la chiesa.
«Be', allora da qualche altra parte in città» dissi.
«E dove? Non c'è nessun altro posto. E questo è il migliore - l'unico luo-
go in cui non penseranno mai di cercare».
Alex Thomas disse che non voleva rimanere bloccato dalla neve. Disse
che un inverno in soffitta lo avrebbe fatto impazzire. Disse che si sentiva
un leone in gabbia. Disse che avrebbe camminato per tre o quattro chilo-
metri lungo i binari e sarebbe saltato su un carro merci - là c'era un alto ter-
rapieno che rendeva la cosa più facile. Disse che se solo fosse riuscito ad
arrivare a Toronto, si sarebbe potuto nascondere - aveva degli amici là, e
questi avevano a loro volta degli amici. Poi in un modo o nell'altro sarebbe
passato negli Stati Uniti, dove sarebbe stato più al sicuro. Da quanto aveva
letto sui giornali, le autorità sospettavano che potesse già trovarsi là. Sicu-
ramente non lo stavano più cercando a Port Ticonderoga.
Entro la prima settimana di febbraio decidemmo che sarebbe potuto fug-
gire senza correre eccessivi pericoli. Rubammo per lui un vecchio cappotto
di mio padre nell'angolo in fondo al guardaroba, gli preparammo un invol-
to con il pranzo - pane e formaggio, una mela - e lo mandammo per la sua
strada. (Più tardi mio padre si accorse del cappotto mancante e Laura disse
che l'aveva dato a un vagabondo, il che in parte era vero. Siccome questo
gesto era perfettamente in carattere con lei, non venne messo in dubbio,
provocando soltanto qualche brontolio).
La notte della partenza facemmo uscire Alex dalla porta sul retro. Disse
che ci doveva molto; disse che non l'avrebbe dimenticato. Abbracciò tutte
e due, un abbraccio fraterno di eguale durata a ognuna. Era ovvio che ave-
va fretta di andarsene. Strano a dirsi, a parte il fatto che era notte sembrava
che stesse partendo per la scuola. Più tardi piangemmo, come delle madri.
Fu anche un sollievo - che se ne fosse andato, che non avessimo più quella
responsabilità -, ma anche questo è tipico delle madri.
Si lasciò dietro uno dei quaderni da pochi soldi che gli avevamo dato.
Naturalmente lo aprimmo subito per vedere se ci avesse scritto qualcosa.
In cosa speravamo? In un messaggio di addio che esprimesse la sua eterna
gratitudine? In sentimenti gentili su di noi? Qualcosa del genere.
Questo fu ciò che trovammo:

anchoryne
nacrod
berel
onyxor
carchineal
porphyrial
diamite
quartzephyr
ebonort
rhint
fulgor
sapphyrion
glutz
tristok
hortz
ulinth
iridis
vorver
jocynth
wotanite
kalkil
xenor
lazaris
yorula
malachont
zycron

«Pietre preziose?» chiese Laura.


«No. Sono parole strane» dissi io.
«È una lingua straniera?»
Non lo sapevo. Pensai che la lista aveva l'aria sospetta di un codice. For-
se (dopotutto) Alex Thomas era ciò che gli altri lo accusavano di essere:
una spia di un qualche tipo.
«Credo che dovremmo disfarcene» dissi.
«Ci penso io» fece svelta Laura. «Lo brucerò nel mio caminetto». Lo
piegò e se lo infilò in tasca.

Una settimana dopo la partenza di Alex Thomas, Laura venne nella mia
stanza. «Credo che tu debba avere questa» disse. Era una copia della foto
di noi tre, quella che Elwood Murray aveva scattato al picnic. Ma lei si era
tagliata via - ne rimaneva solo la mano. Non avrebbe potuto eliminarla
senza rendere il margine irregolare. Non aveva colorato affatto questa foto,
a eccezione della sua mano mozzata. L'aveva tinta di un giallo molto chia-
ro.
«Per l'amor del cielo, Laura!» esclamai. «Dove l'hai presa?»
«Ho fatto alcune copie» disse. «Quando lavoravo da Elwood Murray.
Ho anche il negativo».
Non sapevo se essere arrabbiata o allarmata. Tagliare la foto a quel mo-
do era una cosa molto strana da fare. La vista della mano giallo chiara di
Laura che scivolava verso Alex nell'erba come un granchio incandescente
mi fece scendere un brivido lungo la schiena. «Perché mai hai fatto una
cosa simile?»
«Perché è questo che vuoi ricordare» disse. Era talmente audace che ri-
masi senza fiato. Mi guardò dritta in faccia, cosa che in chiunque altro sa-
rebbe equivalsa a una sfida. Ma Laura era fatta così: il suo tono non era né
irritato né geloso. Per quanto la riguardava stava semplicemente consta-
tando un fatto.
«Non c'è problema» disse. «Ne ho un'altra per me».
«E nella tua non ci sono io?»
«No» disse. «Non ci sei. Di te non c'è niente se non la mano». Da parte
sua questa fu la cosa più vicina a una confessione d'amore per Alex Tho-
mas che io abbia mai sentito. Tranne il giorno prima che morisse, cioè.
Non che anche allora avesse usato la parola amore.
Avrei dovuto gettare via quella foto mutilata, ma non lo feci.

Le cose tornarono al loro ordine consueto, monotono. Per un accordo


non detto io e Laura non nominavamo più Alex Thomas tra noi. C'erano
troppe cose che non potevano essere dette, da una parte e dall'altra. All'ini-
zio salivo su in soffitta - vi si poteva ancora avvertire un leggero odore di
fumo -, ma dopo un po' smisi di farlo, non serviva a niente.
Ci rituffammo nella vita di tutti i giorni, per quanto era possibile. C'era
un po' più di denaro adesso, perché dopotutto mio padre aspettava i soldi
dell'assicurazione per la fabbrica bruciata. Non era abbastanza, ma ci era
stata concessa una tregua.

La Sala Imperiale

La stagione sta ruotando sui cardini, la terra gira allontanandosi dalla lu-
ce; sotto i cespugli ai margini della strada le cartacce dell'estate si accumu-
lano come un presagio di neve. L'aria si sta facendo secca, preparandoci al-
l'imminente Sahara dell'inverno a riscaldamento centrale. I polpastrelli dei
miei pollici si stanno già spaccando, il mio viso avvizzisce ancora di più.
Se potessi vedere la mia pelle allo specchio - se solo potessi avvicinarmi
abbastanza, o allontanarmi abbastanza -, la troverei intersecata da minu-
scoli solchi, tra le rughe più grosse, come un intaglio.
La scorsa notte ho sognato che le mie gambe erano ricoperte di peli. Non
pochi peli, ma una gran quantità - peli scuri che spuntavano in ciuffi e ce-
spi sotto i miei occhi, diffondendosi sulle cosce come la pelliccia di un a-
nimale. Stava arrivando l'inverno, ho sognato, perciò sarei andata in letar-
go. Prima mi sarebbe cresciuto il pelo, poi sarei strisciata dentro una grot-
ta, quindi mi sarei addormentata. Sembrava tutto normale, come se lo a-
vessi già fatto prima. Poi mi sono ricordata, anche in sogno, che non ero
mai stata una donna particolarmente pelosa e che ormai ero glabra come
un tritone, o almeno lo erano le mie gambe; perciò sebbene sembrassero
attaccate al mio corpo, quelle gambe pelose non potevano assolutamente
essere mie. Inoltre non avevano sensibilità. Erano le gambe di qualcos'al-
tro, o di qualcun altro. Tutto quello che dovevo fare era seguirle, passarci
sopra la mano, per scoprire di chi o di che cosa fossero.
Questa preoccupazione mi ha svegliata, o così ho creduto. Ho sognato
che Richard era tornato. Potevo sentirlo respirare nel letto accanto a me.
Eppure non c'era nessuno.
Allora mi sono svegliata, tornando alla realtà. Avevo le gambe intorpidi-
te: avevo dormito tutta storta. Ho cercato a tastoni la lampada sul comodi-
no, ho decifrato il mio orologio: erano le due di notte. Il cuore mi martel-
lava penosamente, come se avessi corso. Era vero quello che si diceva, ho
pensato. Un incubo può uccidere.
Torno a darci dentro, facendomi strada come un granchio attraverso la
carta. È una corsa lenta, tra me e il mio cuore, ma intendo arrivare prima.
Dove? Alla fine, o alla Fine. All'una o all'altra. Sono tutte e due punti di
arrivo, se vogliamo.

Gennaio e febbraio del 1935. Pieno inverno. Cadeva la neve, il respiro si


condensava; le caldaie bruciavano, il fumo saliva, i radiatori producevano
rumori metallici. Le automobili uscivano di strada e andavano a finire nei
fossati; i loro guidatori, disperando nei soccorsi, tenevano il motore acceso
e asfissiavano. Vagabondi morti venivano trovati sulle panchine e nei ma-
gazzini abbandonati, rigidi come manichini, come se posassero per pubbli-
cizzare la povertà nella vetrina di un negozio. Cadaveri che non potevano
essere sepolti perché non si riusciva a scavare le tombe nel terreno duro
come l'acciaio aspettavano il loro turno nei depositi di nervosi impresari di
pompe funebri. I topi se la passavano bene. Madri con bambini, incapaci di
trovare lavoro o di pagare l'affitto, venivano cacciate armi e bagagli in
mezzo alla neve. I bambini pattinavano sulla gora del mulino del fiume
Louveteau, due di loro finirono sotto il ghiaccio e uno annegò. I tubi gela-
vano e scoppiavano.
Laura e io stavamo sempre meno insieme. In realtà la si vedeva a mala-
pena: collaborava alla campagna assistenziale della Chiesa Unita, o così
diceva. Reenie annunciò che a partire dal mese successivo avrebbe lavora-
to per noi soltanto tre giorni alla settimana, dicendo che i piedi le stavano
dando noia: era il suo modo di nascondere il fatto che non potevamo più
permetterci di tenerla a tempo pieno. Lo capii comunque, era così chiaro
che lo avrebbe visto anche un cieco. Come avrebbe visto la faccia di mio
padre, che sembrava la mattina dopo un disastro ferroviario. Negli ultimi
tempi stava quasi sempre nella sua torretta.
La fabbrica di bottoni era vuota, il suo interno carbonizzato e distrutto.
Non c'erano soldi per ripararla: la compagnia di assicurazioni nicchiava,
adducendo le misteriose circostanze legate all'incendio doloso. Si sussur-
rava che non tutto fosse come sembrava: alcuni insinuarono perfino che
fosse stato mio padre ad appiccare il fuoco, una calunniosa accusa non suf-
fragata da alcuna prova. Le altre due fabbriche erano ancora chiuse; mio
padre si lambiccava il cervello per trovare il modo di riaprirle. Andava a
Toronto sempre più spesso per affari. A volte mi portava con lui, e al-
loggiavamo al Royal York Hotel, a quel tempo considerato il migliore. Era
lì che tutti i presidenti di imprese e i dottori e gli avvocati inclini a questo
genere di cose tenevano le loro amanti e facevano le loro baldorie lunghe
un'intera settimana, ma a quel tempo non lo sapevo.
Chi pagava queste nostre gite? Avevo un sospetto che fosse Richard,
sempre presente in queste occasioni. Era con lui che mio padre stava con-
cludendo un affare: l'ultimo tra i pochissimi ancora possibili. L'affare con-
cerneva la vendita delle fabbriche, ed era complesso. Mio padre aveva già
provato a venderle, ma in quel periodo nessuno comprava, non alle condi-
zioni stabilite da lui. Voleva vendere soltanto una partecipazione di mino-
ranza. Voleva mantenere il controllo. Voleva un'immissione di capitale.
Voleva riaprire le fabbriche, in modo che i suoi uomini riavessero i loro
posti. Li chiamava «i suoi uomini», come se fossero ancora nell'esercito e
lui fosse ancora il loro capitano. Non voleva ridurre le sue perdite e abban-
donarli, perché come tutti sanno, o sapevano una volta, un capitano do-
vrebbe affondare insieme alla nave. Ora nessuno si farebbe tanti scrupoli.
Ora incasserebbero e si metterebbero in salvo, poi si trasferirebbero in Flo-
rida.
Mio padre diceva che aveva bisogno di portarmi con sé «perché pren-
dessi appunti», ma non ne presi mai. Credevo di essere lì soltanto perché
in quel modo avrebbe avuto con sé qualcuno - per un sostegno morale. Ne
aveva certamente bisogno. Era magro come uno stecco e le mani gli tre-
mavano in continuazione. Gli costava uno sforzo scrivere il proprio nome.
Laura non partecipava a queste trasferte. La sua presenza non era richie-
sta. Rimaneva a casa, a distribuire con parsimonia il pane vecchio di tre
giorni e la minestra acquosa. Aveva cominciato a lesinare perfino sui pro-
pri pasti, quasi sentisse di non averne diritto.
«Gesù mangiava» diceva Reenie. «Mangiava di tutto. Non si teneva a
stecchetto».
«È vero» replicava Laura, «ma io non sono Gesù».
«Be', ringraziamo il Signore che ha almeno il buonsenso di capire que-
sto» brontolava Reenie rivolgendosi a me. Faceva scivolare nel pentolone i
due terzi della cena di Laura avanzati, perché sarebbe stato un peccato e
una vergogna che andassero sprecati. Era un punto di orgoglio per Reenie
durante quegli anni non avere mai gettato via nulla.

Mio padre non teneva più un autista, e non si fidava più a guidare. Io e
lui raggiungevamo Toronto in treno, arrivavamo alla Union Station e an-
davamo in albergo, dall'altra parte della strada. Di pomeriggio, mentre lui
combinava i suoi affari, io avrei dovuto divertirmi in qualche modo. Ma
per lo più rimanevo nella mia stanza, perché avevo paura della città e mi
vergognavo dei miei abiti fuori moda, che mi facevano apparire di qualche
anno più giovane. Leggevo riviste: Ladies' Home Journal, Collier's, Ma-
yfair. Per lo più leggevo i racconti che parlavano d'amore. Non avevo al-
cun interesse nei pasticci e nei modelli all'uncinetto, ma i consigli di bel-
lezza catturavano la mia attenzione. Leggevo anche la pubblicità. Un bu-
stino di latex con doppio elastico mi avrebbe aiutata a giocare meglio a
bridge. Potevo anche fumare come una ciminiera, ma non c'era alcun pro-
blema, perché la mia bocca avrebbe avuto un meraviglioso profumo di pu-
lito se avessi fatto regolare uso di Spud. Qualcosa chiamato Larvex avreb-
be messo fine alle mie preoccupazioni riguardo alle tarme. Alla Bigwin
Inn, sul bel lago di Bays, dove ogni momento era elettrizzante, avrei potu-
to fare ginnastica dimagrante a suon di musica sulla spiaggia.
Alla fine della giornata tutti e tre - mio padre, Richard e io - cenavamo al
ristorante. In queste occasioni non dicevo nulla, perché cosa avrei potuto
mai dire? Gli argomenti erano l'economia e la politica, la Depressione, la
situazione in Europa, i preoccupanti progressi del comunismo mondiale.
Richard pensava che Hitler avesse senza dubbio fatto migliorare la Ger-
mania dal punto di vista finanziario. Era meno favorevole a Mussolini, che
era un incompetente e un dilettante. A Richard era stato proposto un inve-
stimento in una nuova stoffa che gli italiani stavano mettendo a punto in
gran segreto, fatta di proteine del latte riscaldate. Ma se quella roba si ba-
gnava, diceva Richard, odorava terribilmente di formaggio, e perciò le si-
gnore del Nord America non l'avrebbero mai accettata. Avrebbe insistito
con il rayon, sebbene si spiegazzasse quando pioveva, e avrebbe tenuto le
orecchie bene aperte e colto qualsiasi idea promettente. Doveva per forza
esserci qualcosa nell'aria, qualche stoffa artificiale che avrebbe tolto la seta
dal mercato, e in buona misura anche il cotone. Quello che volevano le si-
gnore era un prodotto che non andasse stirato - che potesse essere appeso
al filo da bucato, che si asciugasse senza pieghe. Volevano anche calze che
durassero e al tempo stesso fossero leggere, in modo da mettere in mostra
le gambe. Non aveva ragione? mi domandò con un sorriso. Aveva l'abitu-
dine di fare appello a me nelle questioni che riguardavano le signore.
Annuii. Annuivo sempre. Non ascoltavo mai con grande attenzione, non
solo perché quelle conversazioni mi annoiavano, ma anche perché mi fa-
cevano star male. Mi feriva vedere mio padre dimostrarsi d'accordo su o-
pinioni che sapevo non poteva condividere.
Richard disse che avrebbe voluto invitarci a cena a casa sua, ma siccome
era uno scapolo sarebbe stata una cosa sciatta. Viveva in un appartamento
triste, disse; disse di essere praticamente un monaco. «Cos'è la vita senza
una moglie?» chiese, sorridendo. Sembrava una citazione. Credo che lo
fosse.

Richard chiese la mia mano nella Sala Imperiale del Royal York Hotel.
Mi aveva invitata a pranzo insieme a mio padre, ma poi all'ultimo minuto,
mentre camminavamo lungo i corridoi dell'albergo dirigendoci verso l'a-
scensore, lui disse che non avrebbe potuto essere dei nostri. Sarei dovuta
andare sola.
Naturalmente era una cosa combinata tra loro due.
«Richard ha qualcosa da chiederti» mi disse mio padre. Aveva un tono
di scusa.
«Oh?» feci. Probabilmente qualcosa sulla stiratura, non che me ne im-
portasse granché. Per quanto mi riguardava Richard era un uomo adulto.
Aveva trentacinque anni, io diciotto. Era tutt'altro che interessante.
«Credo che potrebbe chiederti di sposarlo» disse.
A quel punto eravamo nella hall. Mi sedetti. «Oh» feci. All'improvviso
mi fu chiaro ciò che avrebbe dovuto esserlo da qualche tempo. Mi venne
voglia di ridere, quasi si trattasse di uno scherzo. Avevo anche l'impressio-
ne che mi fosse sparito lo stomaco. Eppure la mia voce rimase calma. «Co-
sa devo fare?»
«Ho già dato il mio consenso» disse mio padre. «Perciò la decisione sta
a te». Quindi aggiunse: «È in ballo una certa somma».
«Una certa somma?»
«Devo considerare il vostro futuro. Casomai dovesse succedermi qual-
cosa, cioè. Il futuro di Laura, in particolare». Quello che stava dicendo era
che, a meno che non sposassi Richard, saremmo rimasti senza un soldo.
Stava anche dicendo che noi due - me e soprattutto Laura - non saremmo
mai state in grado di provvedere a noi stesse. «Devo considerare anche le
fabbriche» disse. «Devo considerare la loro attività. Potrebbe essere ancora
salvata, ma i banchieri mi stanno dietro. Mi stanno alle costole. Non aspet-
teranno ancora a lungo». Si curvava sul bastone, lo sguardo al tappeto, e
vedevo quanto si vergognasse. Quanto fosse prostrato. «Non voglio che
tutto questo non sia servito a niente. Tuo nonno, e poi... Che cinquanta,
sessanta anni di duro lavoro vadano sprecati».
«Oh. Capisco». Ero con le spalle al muro. Non si può certo dire che a-
vessi qualche alternativa da proporre.
«Si prenderanno anche Avilion. La venderanno».
«Lo farebbero?»
«È ipotecata fino all'ultimo mattone».
«Oh».
«Ci vorrebbe una certa dose di fermezza. Una certa dose di coraggio. In-
goiare il rospo e così via».
Non dissi niente.
«Ma naturalmente» aggiunse, «qualunque decisione tu prenda sarà uni-
camente affar tuo».
Non dissi niente.
«Non vorrei che tu facessi nulla a cui fossi assolutamente contraria» dis-
se, guardando oltre di me con l'occhio buono, aggrottando leggermente le
ciglia, come se un oggetto di grande importanza fosse appena entrato nel
suo campo visivo. Dietro di me non c'era nulla oltre al muro.
Non dissi niente.
«Bene. Il discorso è chiuso, allora». Sembrava sollevato. «Ha molto
buonsenso, Griffen. Credo che sotto sotto sappia il fatto suo».
«Credo di sì» dissi. «Sono sicura che è così».
«Saresti in buone mani. E anche Laura, naturalmente».
«Naturalmente» dissi piano. «Anche Laura».
«Testa alta, allora».
Lo biasimo? No. Non più. Riconsiderando le cose con la prospettiva di
oggi, il giudizio è chiaro, ma lui stava soltanto facendo ciò che al tempo
sarebbe stato considerato - e fu considerato - responsabile. Stava facendo
del suo meglio.

Richard ci raggiunse, quasi avesse ricevuto un segnale, e i due uomini si


diedero la mano. La mia, di mano, fu presa e stretta brevemente. Poi il mio
gomito. Era così che a quei tempi gli uomini portavano in giro le donne -
per il gomito -, dunque fui portata per il gomito nella Sala Imperiale. Ri-
chard disse che avrebbe voluto il Caffè Veneziano, che era più luminoso e
dall'atmosfera più festosa, ma sfortunatamente era tutto prenotato.
È strano ricordarlo adesso, ma al tempo il Royal York Hotel era l'edifi-
cio più alto di Toronto, e la Sala Imperiale era la sala da pranzo più grande.
A Richard piacevano le cose grandi. Quanto alla sala, aveva file di larghe
colonne quadrate, un soffitto intarsiato, una serie di lampadari, ognuno con
una nappa appesa in fondo: un'opulenza raggelata. Dava l'idea del coriace-
o, del massiccio, del pingue - con qualche venatura. Porfido è la parola che
mi viene in mente, anche se magari non ce n'era.
Era mezzogiorno, una di quelle mutevoli giornate invernali che sono più
luminose di quanto dovrebbero. La bianca luce del sole faceva cadere i
suoi raggi attraverso le aperture tra le pesanti tende, che dovevano essere
di un marrone rossiccio, mi pare, ed erano sicuramente di velluto. Sotto i
soliti odori delle sale da pranzo degli alberghi, di ortaggi tenuti in caldo e
di pesce tiepido, c'era puzza di metallo rovente e di stoffa bruciata. Il tavo-
lo riservato da Richard era in un angolo buio, lontano dalla graffiante luce
del giorno. C'era un bocciolo di rosa in un vaso per boccioli; fissai Richard
al di sopra di esso, curiosa di come avrebbe condotto le cose. Mi avrebbe
preso la mano, l'avrebbe stretta, avrebbe esitato, balbettato? Non lo crede-
vo.
Non che mi fosse eccessivamente antipatico. Non mi piaceva. Avevo
poche opinioni su di lui, perché non ci avevo mai pensato troppo, sebbene
- di tanto in tanto - avessi notato l'eleganza disinvolta dei suoi vestiti. A
volte era pomposo, ma almeno non era quel che si dice brutto, per niente.
Supponevo che fosse un ottimo partito. Mi sentivo un po' stordita. Non sa-
pevo ancora cosa avrei fatto.
Venne il cameriere. Richard ordinò. Poi guardò l'orologio. Poi parlò.
Sentii poco di quanto disse. Sorrideva. Tirò fuori una piccola scatola rive-
stita di velluto nero, l'aprì. Dentro c'era una scintillante scheggia di luce.

Trascorsi quella notte rannicchiata e tremante nel grande letto del-


l'albergo. Avevo i piedi ghiacciati, le ginocchia tirate su, la testa di traver-
so sul cuscino; davanti a me la distesa artica delle bianche lenzuola inami-
date si stendeva all'infinito. Sapevo che non avrei mai potuto attraversarla,
riguadagnare il sentiero, tornare dove faceva caldo; sapevo di avere perdu-
to l'orientamento; sapevo di essermi smarrita. Sarei stata scoperta qui anni
dopo da qualche intrepida squadra imbattutasi nelle mie tracce, un braccio
allungato come se cercassi di afferrare disperatamente qualcosa, i linea-
menti disseccati, le dita rosicchiate dai lupi.
Ciò che stavo sperimentando era terrore, ma non terrore di Richard in
quanto tale. Era come se la cupola illuminata del Royal York Hotel fosse
stata strappata via e ora venissi fissata da una presenza maligna situata in
qualche punto al di sopra della risplendente superficie nera e vuota del cie-
lo. Era Dio, che puntava verso di me il riflettore vacuo e ironico del suo
occhio. Mi stava osservando; stava osservando la mia situazione; stava os-
servando la mia incapacità di credere in lui. Non c'era il pavimento nella
stanza: ero sospesa in aria, sul punto di precipitare. La mia caduta sarebbe
stata senza fine - un'incessante caduta verso il basso.
Tuttavia simili sensazioni tetre spesso si dileguano alla chiara luce del
mattino, quando si è giovani.

L'Arcadian Court

Fuori della finestra, nel cortile che si è fatto scuro, c'è la neve. Quel suo-
no simile a un bacio contro il vetro. Si scioglierà perché siamo solo a no-
vembre, ma è sempre un assaggio. Non so perché io lo trovi così eccitante.
So cosa ci aspetta: neve sciolta mista a fango, buio, influenza, ghiaccio in-
visibile sulle strade, vento, macchie di sale sulle scarpe. Eppure c'è un sen-
so di aspettativa: la tensione prima della battaglia. L'inverno è qualcosa in
cui si può entrare dentro, che si può affrontare e poi sconfiggere ritirando-
cisi dentro casa. Eppure, mi piacerebbe che in questa casa ci fosse un ca-
minetto.
La casa in cui vivevo con Richard aveva il caminetto. Anzi, ne aveva
quattro. Ce n'era uno nella nostra camera da letto, se ben ricordo. Fiamme
che lambivano la carne.
Srotolo le maniche del mio maglione, mi tiro i polsi sulle mani. Come
quei guanti senza dita che si portavano una volta - i fruttivendoli, persone
del genere - per lavorare al freddo. Finora è stato un autunno caldo, ma
non posso continuare a far finta di niente. Dovrei pensare alla manutenzio-
ne della caldaia. Tirare fuori la camicia da notte di flanella. Fare scorta di
un po' di fagioli in scatola, di un po' di candele, di un po' di fiammiferi.
Una tempesta di ghiaccio come quella dell'inverno scorso potrebbe blocca-
re tutto, e allora si rimane senza elettricità, con un bagno impraticabile e
niente acqua potabile tranne quella che si può sciogliere.
Il giardino non contiene nulla se non foglie morte e fragili gambi e cri-
santemi duri a morire. Il sole sta perdendo quota; fa buio presto ora. Scrivo
al tavolo della cucina, in casa. Mi manca il rumore delle rapide. Il vento
che a volte soffia tra i rami spogli è molto simile, ma ci si può fare meno
affidamento.

La settimana dopo il fidanzamento venni spedita a pranzo fuori con la


sorella di Richard, Winifred Griffen Prior. L'invito era venuto da lei, ma in
realtà avevo la sensazione che fosse stato Richard a mandarmici. Potevo
sbagliarmi, perché Winifred tirava molte fila, e in quell'occasione poteva
aver tirato anche quelle di Richard. La cosa più probabile è che lo avessero
voluto entrambi.
Il pranzo doveva aver luogo all'Arcadian Court. Era dove pranzavano le
signore, all'ultimo piano del grande magazzino Simpsons, sulla Queen
Street - uno spazio alto, ampio, definito «bizantino» nel design (il che si-
gnificava che aveva arcate e palme in vaso), in lilla e argento, con luci e
sedie dalle linee slanciate. Tutt'intorno a metà altezza correva una balcona-
ta con ringhiere di ferro battuto; era riservata agli uomini, agli uomini d'af-
fari. Potevano andarsi a sedere lassù e guardare le signore in basso, coperte
di piume e cinguettanti, come se fossero in una voliera.
Avevo indossato la mia migliore tenuta da giorno, l'unica tenuta possibi-
le di cui disponessi per un'occasione del genere: un tailleur blu oltremare
con la gonna a pieghe, una camicetta bianca con un fiocco al collo, un
cappello blu oltremare simile a una paglietta. Questo completo mi faceva
sembrare una scolaretta o una propagandista dell'Esercito della Salvezza.
Non accennerò neanche alle scarpe; ancora adesso pensarci è troppo avvi-
lente. Tenevo l'anello di fidanzamento nuovo di zecca chiuso nel mio pu-
gno inguantato, consapevole che, portato con abiti come i miei, dovesse
sembrare una pietra artificiale o rubata.
Il maître mi guardò come se fossi sicuramente capitata nel posto sbaglia-
to, o quanto meno fossi entrata dall'ingresso sbagliato - cercavo un lavoro?
Sembravo male in arnese, e troppo giovane per partecipare a un pranzo di
signore. Ma poi diedi il nome di Winifred e andò tutto liscio, perché Wini-
fred praticamente viveva all'Arcadian Court. (Praticamente viveva era una
sua espressione).
Almeno non dovetti aspettare, bevendo un bicchiere di acqua ghiacciata
da sola con donne ben vestite che mi fissavano e si chiedevano come aves-
si fatto a entrare, perché Winifred era già lì, seduta a uno dei tavoli dal co-
lore scialbo. Era più alta di quanto ricordassi - snella, o forse flessuosa, si
sarebbe detto, sebbene in parte fosse merito del bustino. Indossava un
completo verde - non un verde pastello ma un verde vivace, quasi sgar-
giante. (Era dello stesso colore delle gomme da masticare alla clorofilla
che divennero di moda due decenni più tardi). Aveva scarpe di coccodrillo
verdi in tinta. Erano appariscenti, simili a gomma, leggermente lucide,
come ninfee, e pensai che non avevo mai visto scarpe così ricercate e inso-
lite. Il suo cappello era della stessa tonalità - un ghirigoro rotondo di stoffa
verde in bilico sulla sua testa come una torta velenosa.
Proprio in quel momento stava facendo una cosa che mi era stato inse-
gnato di non fare mai perché era volgare: si stava guardando nello spec-
chio del portacipria, in pubblico. Peggio, si stava incipriando il naso. Men-
tre esitavo, non volendo farle sapere che l'avevo colta in quell'atto volgare,
chiuse di scatto il portacipria e lo infilò nella sua luccicante borsetta di
coccodrillo come se niente fosse. Poi allungò il collo, girò lentamente il vi-
so incipriato e si guardò intorno con uno sguardo vitreo, come un faro. Poi
mi vide e sorrise, allungando una languida mano in segno di benvenuto.
Aveva un braccialetto d'argento che desiderai all'istante.
«Chiamami Freddie» disse dopo che mi fui seduta. «Tutte le mie amiche
lo fanno, e voglio che noi diventiamo grandi amiche». Allora era di moda
per le donne come Winifred prediligere i diminutivi che le facevano sem-
brare dei maschi: Billie, Bobbie, Willie, Charlie. Io non avevo un sopran-
nome del genere, perciò non potevo offrirgliene a mia volta uno.
«Oh, è questo l'anello?» chiese. «È una bellezza, non è vero? Ho aiutato
Richard a sceglierlo - gli piace che faccia spese per lui. Agli uomini ven-
gono certe emicranie quando vanno a fare spese, non è vero? Lui pensava
che potesse andare meglio uno smeraldo, ma in realtà non c'è niente di
meglio di un diamante, non è vero?»
Nel dir ciò mi studiava con interesse e con un certo gelido divertimento,
per vedere come l'avrei presa - quella degradazione del mio anello di fi-
danzamento a una commissione di poca importanza. I suoi occhi erano in-
telligenti e stranamente larghi, con ombretto verde sulle palpebre. Le sue
sopracciglia ritoccate con la matita erano depilate a tracciare una morbida
linea arcuata, conferendole l'espressione di noia e al tempo stesso di stupo-
re attonito coltivata dalle stelle del cinema di quel periodo, sebbene dubito
che Winifred fosse mai molto stupita. Il suo rossetto era di un colore aran-
cio rosato scuro, una sfumatura che era appena diventata di moda - gambe-
ro era il nome esatto, come avevo imparato dalle mie letture pomeridiane.
La bocca aveva lo stesso aspetto cinematografico delle sopracciglia, con le
due metà del labbro superiore disegnate a formare le punte dell'arco di Cu-
pido. La voce era quel che si diceva una voce da bevitrice di whisky - bas-
sa, quasi profonda, con una patina ruvida, graffiata, come la lingua di un
gatto -, come un velluto fatto di cuoio.
(Giocava a carte, scoprii in seguito. Bridge, non poker - sarebbe stata
brava a poker, brava a bluffare, ma era troppo rischioso, troppo d'azzardo;
le piaceva andare sul sicuro. Giocava anche a golf, ma soprattutto per i
contatti mondani; non era così brava come sosteneva. Il tennis era troppo
movimentato per lei; non avrebbe voluto farsi sorprendere sudata. «Anda-
va in barca», il che significava, per lei, sedere in barca su un cuscino, con
il cappello e un drink).
Winifred mi chiese cosa volessi mangiare. Qualunque cosa, dissi. Mi
chiamò «cara» e disse che l'insalata Waldorf era meravigliosa. Dissi che
sarebbe andata bene.
Non riuscivo a immaginare come sarei mai potuta arrivare a chiamarla
Freddie: sembrava troppo famigliare, perfino irriverente. Dopotutto era u-
n'adulta - se non di trenta, almeno di ventinove anni. Era di sei o sette anni
più giovane di Richard, ma erano amici: «Richard e io siamo grandi ami-
ci» mi disse in tono confidenziale, per la prima ma non certo ultima volta.
Era una minaccia, naturalmente, come lo era molto di quello che mi disse
in quel tono disinvolto e confidenziale. Significava non solo che lei aveva
diritti precedenti ai miei, e una dedizione che non potevo sperare di capire,
ma anche che se mai avessi ostacolato Richard avrei dovuto fare i conti
con tutti e due.
Era lei che organizzava le cose per Richard, mi annunciò - avvenimenti
mondani, cocktail party, cene e così via, perché lui era uno scapolo e come
disse (e avrebbe continuato a dire, un anno dopo l'altro): «Siamo noi fem-
minucce a organizzare questo tipo di cose». Poi disse che era semplice-
mente deliziata che Richard si fosse finalmente deciso a sistemarsi, e con
una ragazza giovane come me. C'erano state un paio di cose intime - alcuni
precedenti intoppi sentimentali. (Era così che Winifred parlava sempre del-
le donne in relazione a Richard - intoppi sentimentali, come reti, o ragna-
tele, o trappole, o semplicemente pezzi di gomma appiccicosa lasciati per
terra, su cui si poteva finire per sbaglio con la scarpa).
Per fortuna Richard era sfuggito a quegli intoppi, non che le donne non
gli dessero la caccia. Gli davano la caccia a frotte, diceva Winifred, abbas-
sando la sua voce da bevitrice di whisky, e io ebbi un'immagine di Ri-
chard, i vestiti strappati, i capelli di solito sistemati con cura arruffati, che
fuggiva in preda al panico inseguito da un mucchio di femmine ululanti.
Ma non potevo credere a quell'immagine. Non potevo immaginare Richard
che correva, o si affrettava, o aveva paura. Non potevo immaginarlo in pe-
ricolo.
Annuii e sorrisi, incerta di quale dovesse essere il mio posto. Ero anch'io
uno degli intoppi appiccicosi? Forse. A giudicare dalle apparenze, tuttavia,
venivo invitata a capire che Richard aveva un alto valore intrinseco, e che
avrei fatto meglio a rigare dritta se dovevo esserne all'altezza. «Ma sono
sicura che te la caverai» disse Winifred, con un lieve sorriso. «Sei così
giovane». Se mai, la giovinezza mi avrebbe reso più difficile cavarmela, ed
era su questo che Winifred contava. Quanto a lei, non aveva alcuna inten-
zione di rinunciare a cavarsela.
Arrivarono le nostre insalate Waldorf. Winifred mi guardò prendere col-
tello e forchetta - almeno non mangiavo con le mani, diceva la sua espres-
sione - e fece un piccolo sospiro. Ero una faticaccia per lei, ora me ne ren-
do conto. Senza dubbio pensava che fossi ombrosa, od ostile: non parlavo
del più e del meno, ero così ignorante, così rustica. O forse il suo sospiro
si riferiva a ciò che l'aspettava - al lavoro che l'aspettava, perché io ero un
ammasso di argilla informe, e ora lei avrebbe dovuto rimboccarsi le mani-
che e mettersi a modellarmi.
Chi ha tempo non aspetti tempo. Ci diede subito dentro. Il suo metodo
era l'insinuazione, l'accenno. (Ne aveva un altro - il bastone -, ma durante
quel pranzo non ebbi modo di provarlo). Disse che aveva conosciuto mia
nonna, o almeno ne aveva sentito parlare. Le donne Monfort di Montreal
erano state celebrate per il loro stile, aggiunse, ma naturalmente Adelia
Monfort era morta prima che io nascessi. Questo era il suo modo di dire
che nonostante il mio pedigree in realtà stavamo partendo da zero.
I miei vestiti erano il meno, insinuò. I vestiti si potevano sempre com-
prare, naturalmente, ma avrei dovuto imparare a indossarli in modo da farli
figurare. «Come se fossero la tua pelle, cara» disse. Dei miei capelli nep-
pure a parlarne - lunghi, senza permanente, pettinati all'indietro, tenuti da
un fermaglio. Erano un chiaro caso da forbici e permanente a freddo. Poi
c'era la questione delle unghie. Niente di eccessivamente vistoso, ben inte-
so; ero troppo giovane per le cose vistose. «Potresti essere affascinante»
disse Winifred. «Assolutamente. Con un piccolo sforzo».
Ascoltavo umilmente, piena di risentimento. Sapevo di non avere fasci-
no. Né Laura né io l'avevamo. Eravamo troppo taciturne per il fascino, op-
pure troppo schiette. Non lo avevamo mai imparato, perché Reenie ci ave-
va viziato. A suo parere chi eravamo doveva essere abbastanza per chiun-
que. Non dovevamo metterci in bella mostra davanti alla gente, corteggiar-
la con blandizie, lusinghe ed esibizioni di palpebre sbattute. Credo che mio
padre scorgesse l'utilità del fascino in certi ambienti, ma non ce lo aveva
affatto instillato. Avrebbe voluto che fossimo più simili a dei ragazzi, e ora
lo eravamo. Ai ragazzi non si insegna a essere affascinanti. Fa credere alla
gente che siano ambigui.
Winifred mi guardava mangiare con un sorriso canzonatorio sulle lab-
bra. Nella sua testa mi stavo già trasformando in una sfilza di aggettivi -
una sfilza di buffi aneddoti da raccontare nei minimi dettagli alle sue ami-
che, le Billie e le Bobbie e le Charlie. Sembrava che avesse preso i vestiti
da un ente benefico. Mangiava come se non avesse mai toccato cibo. E le
scarpe!
«Bene» disse, dopo aver frugato nella sua insalata - Winifred non finiva
mai un pasto, «ora dovremo metterci al lavoro».
Non sapevo cosa intendesse. Fece un altro piccolo sospiro. «Organizzare
il matrimonio» disse. «Non abbiamo molto tempo. Pensavo: St. Simon the
Apostle, e poi la sala da ballo del Royal York, quella centrale, per il rice-
vimento».
Dovevo aver creduto che sarei stata semplicemente passata a Richard,
come un pacco; ma no, avrebbero dovuto esserci delle cerimonie - più d'u-
na. Cocktail party, tè, feste per la consegna dei regali alla sposa, servizi fo-
tografici per i giornali. Sarebbe stato come il matrimonio di mia madre
nelle storie che raccontava Reenie, ma in qualche modo in peggio e con
dei pezzi mancanti. Dov'era il preludio romantico con il giovanotto ingi-
nocchiato ai miei piedi? Sentivo un'ondata di sgomento montarmi su dalle
ginocchia al viso. Winifred lo vide, ma non fece nulla per rassicurarmi.
Non voleva che fossi rassicurata.
«Non preoccuparti, mia cara» disse, in un tono che denotava ben poca
speranza. Mi diede dei colpetti sul braccio. «Ti guiderò io». Sentii la vo-
lontà defluire da me - qualsiasi potere mi fosse rimasto sulle mie azioni.
(Ma sì! Ora che ci penso, era davvero una sorta di tenutaria di bordello,
una mezzana).
«Santo cielo, guarda che ore sono» disse. Aveva un orologio d'argento,
flessibile, come un nastro di metallo colato; c'erano sopra dei puntini al
posto dei numeri. «Devo scappare. Ti porteranno del tè, e uno sformato o
qualcos'altro, se vuoi. Le ragazze giovani hanno una tale debolezza per i
dolci». Rise e si alzò, poi mi diede un bacio color gambero, non sulla
guancia ma sulla fronte. Serviva a tenermi al mio posto, che era - sembrava
chiaro - quello di una bambina.
La guardai muoversi attraverso lo spazio pastello pieno di sussurri del-
l'Arcadian Court come se scivolasse, con lievi cenni del capo e piccoli, mi-
surati gesti della mano. L'aria si divideva davanti a lei come erba alta; le
sue gambe non sembravano attaccate ai fianchi, ma direttamente alla vita;
nulla si muoveva a scatti. Sentivo parti del mio corpo straripare, oltre i lati
delle spalline e i bordi delle calze. Desiderai essere capace di riprodurre
quella camminata, così armoniosa e incorporea e invulnerabile.

Per il matrimonio non fu scelta Avilion, ma la reggia finto Tudor in le-


gno e muratura di Winifred a Rosedale. Sembrava più comodo, visto che la
maggior parte degli invitati sarebbe venuta da Toronto. Sarebbe stato an-
che meno imbarazzante per mio padre, che non poteva più permettersi il
tipo di matrimonio che Winifred pensava le fosse dovuto.
Non poteva neanche permettersi l'onere del mio guardaroba: se ne occu-
pò Winifred. Stipati nel mio bagaglio - in uno dei miei svariati bauli nuovi
di zecca - c'erano una gonna da tennis, sebbene non giocassi, un costume
da bagno, sebbene non sapessi nuotare, e parecchi vestiti da ballo, sebbene
non sapessi ballare. Dove avrei potuto imparare? Non ad Avilion; neanche
il nuoto, perché Reenie non ce lo avrebbe permesso. Ma Winifred aveva
insistito su quelle tenute. Diceva che avrei dovuto avere abiti per ogni oc-
casione, non importa quali fossero le mie lacune, che non avrei mai dovuto
ammettere. «Di' che hai l'emicrania» mi diceva. «È sempre una scusa ac-
cettabile».
Mi disse anche molte altre cose. «Va bene mostrarsi annoiata» disse.
«Ma non fare mai vedere che hai paura. La fiuteranno su di te come squali
e verranno a darti il colpo di grazia. Puoi guardare il bordo del tavolo - ab-
bassando le palpebre -, ma non guardare mai il pavimento, sembrerà che
hai il collo debole. Non stare in piedi impalata, non sei un soldato. Non
imbarazzarti mai. Se qualcuno fa un'osservazione che ti offende, di' Pre-
go?, come se non avessi sentito; nove volte su dieci non avranno il corag-
gio di ripeterla. Non parlare mai a voce alta con un cameriere, è volgare.
Falli inchinare, è quello che devono fare. Non giocherellare con i guanti o
con i capelli. Fai credere di avere sempre qualcosa di meglio da fare, ma
non mostrarti mai impaziente. Se hai qualche dubbio, vai alla toilette delle
signore, ma vacci lentamente. La grazia viene dall'indifferenza». Queste
erano le sue prediche. Devo ammettere che, nonostante la mia avversione
nei suoi confronti, esse si sono dimostrate di notevole importanza nella
mia vita.

La notte prima delle nozze la trascorsi in una delle migliori camere da


letto di Winifred. «Fatti bella» disse allegramente, sottintendendo che non
lo ero. Mi aveva dato della crema detergente e dei guanti di cotone - dove-
vo mettermi la crema e poi infilarmi i guanti. Questo trattamento avrebbe
reso le mani bianche e soffici - la consistenza del grasso di bacon crudo.
Stavo nel bagno attiguo alla camera, ascoltando il rumore dell'acqua che
scrosciava sulla porcellana della vasca da bagno e studiando il mio viso
nello specchio. Mi sembravo cancellata, con i lineamenti indistinti, come
un ovale di sapone usato, o una luna calante.
Laura venne dalla sua stanza attraverso la porta comunicante e si sedette
sulla tazza chiusa. Non prese mai l'abitudine di bussare, quando si trattava
di me. Indossava una semplice camicia da notte di cotone bianca, che era
stata mia, e aveva i capelli legati dietro; la coda del colore del grano le ri-
cadeva su una spalla. Era a piedi nudi.
«Dove sono le tue pantofole?» chiesi. Aveva un'aria afflitta. Con quell'e-
spressione, e con la camicia da notte bianca e i piedi nudi, sembrava una
penitente - l'eretica di un vecchio dipinto mentre si recava al patibolo. Te-
neva le mani giunte davanti a sé, con le dita che delimitavano una O di
spazio lasciato aperto, come se stesse reggendo una candela accesa.
«Le ho dimenticate». Quando era vestita sembrava più adulta, perché era
alta, ma adesso sembrava più giovane; dimostrava circa dodici anni, e odo-
rava come una bambina. Era lo shampoo che usava - quello per bambini,
perché era più economico. Aveva il pallino delle piccole, inutili economie.
Si guardò intorno nel bagno, poi abbassò lo sguardo sul pavimento di pia-
strelle. «Non voglio che ti sposi» disse.
«Lo hai fatto capire abbastanza chiaramente». Era stata tetra durante tutti
i preparativi - i ricevimenti, le prove dei vestiti, quelle della cerimonia -, a
malapena educata con Richard, assolutamente obbediente con Winifred,
come una giovane domestica in prova. Nei miei confronti inquieta, come
se il matrimonio fosse un capriccio malizioso nel migliore dei casi, nel
peggiore un rifiuto nei suoi confronti. All'inizio avevo pensato che potesse
essere invidiosa di me, ma non era esattamente così. «Perché non dovrei
sposarmi?»
«Sei troppo giovane» rispose.
«La mamma aveva diciotto anni. E comunque ne ho quasi diciannove».
«Ma lei lo amava. Voleva farlo».
«Come sai che io non lo voglio?» chiesi, esasperata.
Questo la bloccò per un momento. «Non puoi volerlo» disse, alzando lo
sguardo su di me. Aveva gli occhi umidi e rossi: aveva pianto. Questo mi
irritò: che diritto aveva di piangere? Se mai, avrei dovuto farlo io.
«Quello che voglio io non conta» dissi in tono aspro. «È l'unica cosa
sensata da fare. Non abbiamo un soldo, o non te ne sei accorta? Ti piace-
rebbe se venissimo gettate in mezzo a una strada?»
«Potremmo trovare un lavoro» disse. La mia acqua di colonia era sul
davanzale accanto a lei; se ne spruzzò un po', distrattamente. Era Liù di
Guerlain, un regalo di Richard. (Scelto da Winifred, come questa mi aveva
fatto sapere. Gli uomini si confondono talmente ai banchi dei profumi, non
è vero? Il profumo dà loro direttamente alla testa).
«Non fare la stupida» replicai. «Cosa potremmo fare? Mandiamo a mon-
te tutto e finiremo in disgrazia».
«Oh, potremmo fare un'infinità di cose» disse in tono vago, rimettendo
giù l'acqua di colonia. «Potremmo fare le cameriere».
«Non potremmo mantenerci a quel modo. Le cameriere non guadagnano
quasi niente. Devono umiliarsi a racimolare mance. Hanno tutte i piedi
piatti. E poi, tu non hai la minima idea dei prezzi» dissi. Era come cercare
di spiegare l'aritmetica a un uccello. «Le fabbriche sono chiuse, Avilion sta
cadendo a pezzi, stanno per venderla; le banche sono infuriate. Non hai
guardato papà? Non l'hai visto? Sembra un vecchio».
«Allora è per lui» disse. «Quello che stai per fare. Credo che questo
spieghi qualcosa. Credo che sia coraggioso».
«Sto facendo quanto credo giusto». Mi sentivo così virtuosa, e al tempo
stesso talmente sacrificata, che mi misi quasi a piangere. Ma se avessi ce-
duto sarebbe stata finita.
«Non è giusto» disse. «Non è per niente giusto. Potresti mandare tutto
all'aria, sei ancora in tempo. Potresti scappare stanotte e lasciare un bigliet-
to. Io verrei con te».
«Smettila di tormentarmi, Laura. Sono abbastanza grande per sapere co-
sa sto facendo».
«Ma dovrai permettergli di toccarti, sai. Non è come baciarsi. Dovrai
permettergli...»
«Non preoccuparti per me» dissi. «Lasciami in pace. Ho gli occhi bene
aperti».
«Come una sonnambula» ribatté. Prese uno dei miei recipienti di cipria,
l'aprì, l'annusò e riuscì a versarne una manciata sul pavimento. «Be', alme-
no avrai dei bei vestiti».
Avrei voluto darle uno schiaffo. Quella, naturalmente, era la mia conso-
lazione segreta.

Dopo che se ne fu andata, lasciando una traccia di polverose impronte


bianche, mi sedetti sul bordo del letto, a osservare il mio baule da nave.
Era molto alla moda, giallo chiaro fuori e blu scuro all'interno, con le rifi-
niture in acciaio, le teste dei chiodi che scintillavano come dure stelle me-
talliche. Era riempito in maniera ordinata, con tutto quello che mi serviva
per la luna di miele, ma mi sembrava pieno di oscurità - di vuoto, di spazio
vuoto.
Quello è il mio corredo, pensai. All'improvviso sembrava una parola mi-
nacciosa - così estranea, così definitiva.
Uno spazzolino, pensai. Ne avrò bisogno. Il mio corpo rimaneva là sedu-
to, inerte.

Il tango

Ecco la foto del matrimonio:


Una giovane donna con un vestito di raso bianco tagliato sbieco, la stof-
fa morbida, con uno strascico aperto a ventaglio attorno ai piedi, come me-
lassa versata. Ha qualcosa della spilungona nell'atteggiamento, nella posi-
zione dei fianchi, nei piedi, come se la sua spina dorsale non fosse fatta per
quel vestito - troppo dritta. Ci sarebbe bisogno di un'alzata di spalle per un
vestito così, di un'andatura stanca, di una curva sinuosa, di una sorta di
gobba da tubercolosa.
C'è un velo che cade giù dritto ai due lati della testa e si abbassa sulla
fronte, gettando un'ombra troppo scura sugli occhi. Il sorriso non mette in
mostra denti. Una corona di piccole rose bianche; una cascata di rose più
grandi, rosa e bianche, mescolate a gelsomini, tra le sue braccia coperte da
guanti bianchi - braccia con i gomiti un po' troppo in fuori. Corona, casca-
ta - erano questi i termini usati dai giornali. Un'evocazione di suore e di
acque fresche e pericolose. «Una bella sposa» recitava la didascalia. A
quei tempi si dicevano certe cose. Nel suo caso la bellezza era d'obbligo,
con tutto quel denaro in gioco.
(Ho detto «nel suo caso», perché non ricordo di essere stata presente, in
nessuna accezione significativa del termine. Io e la ragazza della foto ab-
biamo smesso di essere la stessa persona. Io sono una sua conseguenza, il
risultato della vita in cui un tempo lei si tuffava a capofitto; mentre lei, se
mai si può dire che esiste, è formata soltanto da ciò che ricordo. Sono io
che ho la visuale migliore - posso scorgerla chiaramente, quasi sempre.
Anche se fasse abbastanza in gamba da guardare, invece, lei non potrebbe
vedermi affatto).
Richard è accanto a me, ammirevole secondo i parametri del tempo e del
luogo, intendendo con ciò piuttosto giovane, non brutto e ricco. Ha un a-
spetto imponente, ma al tempo stesso curioso: un sopracciglio alzato, il
labbro inferiore sporto un po' in fuori, la bocca sul punto di sorridere, co-
me per un divertimento segreto, equivoco. Un garofano all'occhiello, i ca-
pelli pettinati all'indietro come una lucida cuffia di gomma, incollati alla
testa con la sostanza appiccicosa che si usava metterci a quei tempi. Ma
ciò nonostante un uomo attraente. Devo ammetterlo. Affascinante. Un uo-
mo di mondo.
Ci sono anche alcuni ritratti di gruppo in posa - in secondo piano una
folla disordinata di amici dello sposo nei loro abiti da cerimonia, più o me-
no gli stessi per matrimoni e funerali, identici a quelli dei capo camerieri;
in primo piano le damigelle d'onore della sposa, pure e splendenti, con i
bouquet spumeggianti di fiori. Laura è riuscita a rovinare ognuna di queste
foto. In una è decisamente truce, in un'altra deve aver mosso la testa, per-
ciò il suo viso è una macchia indistinta, come un piccione che va a sbattere
contro un vetro. In una terza si sta mordicchiando un dito, lanciando oc-
chiate di traverso con aria colpevole, come se fosse stata sorpresa con le
mani nel sacco. In una quarta deve esserci stato un difetto nella pellicola,
perché c'è un effetto di luce chiazzata che non cade su di lei ma più in alto,
come se stesse sul bordo di una piscina illuminata, di notte.
Dopo la cerimonia comparve Reenie, vestita decorosamente in blu e tut-
ta in ghingheri. Mi abbracciò stretta e disse: «Se solo tua madre fosse qui».
Cosa voleva dire? Fosse lì ad approvare o a interrompere la cerimonia?
Dal tono della sua voce avrebbe potuto essere sia una cosa che l'altra. In
quell'occasione pianse, io no. Ai matrimoni la gente piange per la stessa
ragione per cui piange davanti ai lieto fine: perché vuole disperatamente
credere in qualcosa che sa che non è verosimile. Ma io avevo superato un
simile atteggiamento infantile; respiravo l'aria alta e fredda della disillusio-
ne, o almeno così pensavo.
Ci fu lo champagne, naturalmente. Doveva esserci: Winifred non lo a-
vrebbe mai dimenticato. Gli altri mangiavano. Vennero fatti discorsi di cui
non ricordo nulla. Ballammo? Credo di sì. Non ne ero capace, ma mi ritro-
vai sulla pista da ballo, perciò devo pure aver caracollato qua e là.
Poi indossai la mia tenuta da viaggio. Era un abito a due pezzi in una
leggera lana primaverile di un verde pallido, con un sobrio cappello assor-
tito. Costava un occhio, disse Winifred. Al momento della partenza mi mi-
si in bilico sui gradini (quali gradini? I gradini devono essere svaniti dalla
mia memoria), e gettai il mio bouquet verso Laura. Non lo prese. Se ne
stava là nel suo abito rosa conchiglia, guardandomi freddamente, le mani
strette davanti a sé come per trattenersi, e una delle damigelle d'onore - una
o l'altra delle cugine Griffen - lo afferrò e se lo portò via avidamente, quasi
fosse cibo.
A quel punto mio padre era scomparso. Meno male, perché l'ultima volta
che era stato visto era rigido per quanto aveva bevuto. Suppongo che fosse
andato a terminare l'opera.
Ppi Richard mi prese per il gomito e mi guidò verso la macchina pronta
per la fuga. Nessuno doveva conoscere la nostra destinazione, che si pre-
sumeva in qualche luogo fuori città - in una romantica locanda appartata.
In realtà la macchina fece il giro dell'edificio fino all'entrata laterale del
Royal York Hotel, dove avevamo appena dato il ricevimento nuziale, e
fummo portati su di nascosto in ascensore. Richard disse che dal momento
che avremmo preso il treno per New York la mattina dopo, e che l'Union
Station era esattamente dall'altra parte della strada, che senso aveva andare
troppo lontano?

Sulla mia notte di nozze, o piuttosto sul mio pomeriggio di nozze - il so-
le non era ancora tramontato e la stanza era inondata, come suol dirsi, di
uno splendore rosato, perché Richard non tirò le tende - dirò molto poco.
Non sapevo cosa aspettarmi; la mia unica fonte di informazioni era stata
Reenie, che mi aveva lasciato credere che qualunque cosa fosse successa
sarebbe stata spiacevole e molto probabilmente dolorosa, e in questo non
fui ingannata. Aveva anche insinuato che questo fatto o sensazione spiace-
vole non sarebbe stato assolutamente nulla di speciale - ci passavano tutte
le donne, o almeno tutte quelle che si sposavano - perciò non avrei dovuto
protestare. Fai buon viso a cattivo gioco, erano state le sue parole. Aveva
detto che ci sarebbe stato del sangue, e ci fu. (Ma non aveva detto perché.
Quella parte fu una totale sorpresa).
Non sapevo ancora che la mia mancanza di piacere - il mio disgusto,
perfino la mia sofferenza - sarebbe stata considerata normale e perfino au-
spicabile da mio marito. Era uno di quegli uomini per i quali se una donna
non provava piacere sessuale tanto meglio, perché non sarebbe stata incli-
ne ad andare a cercarlo altrove. Forse questi atteggiamenti erano comuni, a
quei tempi. O forse no. Non avevo modo di saperlo.
Richard aveva combinato di farsi mandare su una bottiglia di champa-
gne, in quello che aveva previsto sarebbe stato il momento giusto. Anche
la cena. Io zoppicai fino al bagno e mi chiusi a chiave, mentre il cameriere
disponeva tutto su un tavolo portatile con una tovaglia di lino bianca. Io
indossavo la tenuta che Winifred aveva ritenuto adeguata per l'occasione,
una camicia da notte di raso di una sfumatura rosa salmone, con un delica-
to bordo di pizzo color grigio ragnatela. Cercai di pulirmi con un asciuga-
mano, poi mi chiesi cosa avrei dovuto farne: il rosso era così visibile, sem-
brava che mi fosse uscito il sangue dal naso. Alla fine lo misi nel cestino
della carta straccia e sperai che la cameriera dell'albergo pensasse che fos-
se caduto lì per sbaglio.
Poi mi spruzzai di Liù, un profumo che trovavo delicato e tenue. Era sta-
to chiamato così - avevo scoperto nel frattempo - dal nome della fanciulla
di un'opera - una giovane schiava il cui destino era quello di uccidersi piut-
tosto che tradire l'uomo che amava, che a sua volta amava qualcun'altra. È
così che andavano le cose, nelle opere. Non consideravo quel profumo di
buon augurio, ma ero preoccupata di avere uno strano odore. In effetti ce
l'avevo. Quella stranezza era venuta da Richard, ma ora era mia. Sperai di
non aver fatto troppo rumore. Involontari respiri affannosi, brusche inspi-
razioni, come quando ci si tuffa nell'acqua fredda.
Per cena ci fu bistecca con contorno di insalata. Mangiai quasi solo insa-
lata. A quel tempo negli alberghi la lattuga era sempre la stessa. Sapeva di
acqua verde chiaro. Sapeva di gelo.
Il viaggio in treno fino a New York il giorno seguente fu tranquillo. Ri-
chard lesse i giornali, io le riviste. Il genere di discorsi che facemmo non
era diverso da quelli che facevamo prima di sposarci. (Esito a chiamarli di-
scorsi, perché io non parlavo molto. Sorridevo e assentivo, e non ascolta-
vo).
A New York cenammo in un ristorante con alcuni amici di Richard, una
coppia di cui ho dimenticato i nomi. Erano nuovi ricchi, senza alcun dub-
bio: talmente nuovi che saltava agli occhi. Quanto agli abiti, sembrava che
si fossero coperti di colla, quindi si fossero rotolati nelle banconote da cen-
to dollari. Mi chiesi come l'avessero fatto, quel denaro; aveva un'aria poco
pulita.
Quella gente non conosceva troppo bene Richard, né desiderava farlo:
gli dovevano qualcosa, tutto qui - per qualche favore non detto. Avevano
paura di lui, erano leggermente deferenti nei suoi confronti. Lo dedussi dal
gioco degli accendini: chi accendeva che cosa a chi, e quanto in fretta. Ri-
chard era felice della loro deferenza. Era felice che gli accendessero le si-
garette, e che di conseguenza le accendessero anche a me.
Mi venne in mente che Richard fosse voluto uscire con loro non solo
perché desiderava circondarsi di una piccola cricca di lacché, ma perché
non desiderava stare solo con me. Potevo biasimarlo a stento: avevo poco
da dire. Ciò nonostante ora - in compagnia - nei miei confronti era premu-
roso, mi metteva con tenerezza il cappotto sulle spalle, mi rivolgeva picco-
le, amorevoli attenzioni, teneva sempre una mano su di me, delicatamente,
da qualche parte. Ogni tanto studiava l'ambiente, controllando quali tra gli
altri uomini lo invidiassero. (Questo lo dico col senno di poi, naturalmente:
allora non mi rendevo conto di nulla).
Il ristorante era molto caro, e anche molto moderno. Non avevo mai vi-
sto nulla del genere. Le cose scintillavano più che brillare; c'era legno
sbiancato e rifiniture in ottone e vetro sgargiante dappertutto, e una gran
quantità di laminato. Sculture di donne stilizzate in ottone o acciaio, lisce
come caramelle, con sopracciglia ma senza occhi, con fianchi affusolati
ma senza piedi, con braccia che si fondevano con i busti; sfere di marmo
bianco; specchi rotondi come oblò. Su ogni tavolo, una sola calla in un sot-
tile vaso di acciaio.
Gli amici di Richard erano perfino più grandi di lui, e la donna sembrava
più vecchia dell'uomo. Indossava un visone bianco, nonostante il tempo
primaverile. Anche il vestito era bianco, un disegno ispirato - ci disse a un
certo punto - all'antica Grecia, alla Vittoria alata di Samotracia, per la pre-
cisione. Le pieghe dell'abito partivano da sotto il petto, dove correva un
cordoncino dorato che poi si incrociava tra i seni. Pensai che se avessi avu-
to un seno così flaccido e cadente non mi sarei mai messa un simile vesti-
to. La pelle che si vedeva al di sopra della scollatura era grinzosa e coperta
di lentiggini, come pure le braccia. Mentre lei parlava il marito sedeva in
silenzio, con le mani serrate e il suo sorrisetto immutabile; teneva saggia-
mente lo sguardo abbassato sulla tovaglia. Così questo è il matrimonio,
pensai: questo tedio condiviso, questo nervosismo, e quei piccoli solchi
polverosi che si formano ai lati del naso.
«Richard non ci aveva avvertito che lei era così giovane» disse la donna.
Il marito disse: «Le passerà» e sua moglie rise.
Considerai la parola avvertire: ero tanto pericolosa? Solo nel modo in
cui lo sono le pecore, ora suppongo. Così ottuse da mettere a repentaglio la
propria vita, da finire sui precipizi o intrappolate dai lupi, cosicché qualche
guardiano deve rischiare il collo per toglierle dai guai.

Presto - dopo due giorni a New York, o furono tre? - ci imbarcammo per
l'Europa a bordo del Berengeria, che a sentire Richard era la nave che
prendevano tutte le persone che erano qualcuno. Il mare non era mosso per
quel periodo dell'anno, ma ciò nonostante vomitai e stetti male come un
cane. (Perché si citano sempre i cani, in questi casi? Perché sembra che
non possano farci niente. Neanch'io potevo).
Mi portarono una bacinella e del tè freddo leggero con zucchero ma sen-
za latte. Richard disse che dovevo bere champagne perché era la cura mi-
gliore, ma non volli rischiare. Era più o meno premuroso, ma anche più o
meno annoiato, sebbene dicesse che era un peccato che mi sentissi male.
Dissi che non volevo rovinargli la serata e che sarebbe dovuto uscire e ve-
dere gente, e così fece. Il vantaggio del mio malessere era che Richard non
mostrò alcuna voglia di mettersi a letto con me. Il sesso può andare a me-
raviglia con molte cose, ma il vomito non è una di queste.
La mattina seguente Richard disse che avrei dovuto fare lo sforzo di pre-
sentarmi a colazione, perché saper reagire voleva dire essere già a metà
dell'opera. Sedetti al nostro tavolo, mangiucchiai del pane e bevvi dell'ac-
qua, cercando di ignorare gli odori della cucina. Mi sentivo incorporea e
flaccida e con la pelle grinzosa, come un pallone sgonfio. Richard si cura-
va di me a intermittenza: conosceva gente, o così sembrava, e la gente co-
nosceva lui. Si alzava, stringeva mani, tornava a sedersi. A volte mi pre-
sentava, a volte no. Ma non conosceva tutti quelli che avrebbe voluto. Era
chiaro dal modo in cui continuava a guardarsi intorno, oltre me, oltre quelli
con cui stava parlando - al di sopra delle loro teste.
Durante il giorno mi ripresi gradualmente. Bevvi ginger ale, che mi gio-
vò. Non mangiai la cena, ma vi partecipai. Di sera ci fu uno spettacolo di
cabaret. Indossai il vestito che Winifred aveva scelto per una simile occa-
sione, grigio tortora con una mantellina di chiffon lilla, e sandali assortiti,
lilla, con i tacchi alti e aperti in punta. Non mi ero veramente impratichita
a camminare su tacchi così alti: vacillavo leggermente. Richard disse che
l'aria di mare doveva farmi bene; disse che avevo la giusta quantità di co-
lore, un leggero rossore da scolara. Disse che ero meravigliosa. Mi guidò
al tavolo che aveva riservato, e ordinò un martini per me e uno per sé. Dis-
se che il martini mi avrebbe rimesso al mondo in men che non si dica.
Ne bevvi un po', dopo di che Richard sparì, e c'era una cantante ritta sot-
to un proiettore blu. Aveva i capelli neri che le ricadevano in un'onda su un
occhio, e indossava un vestito nero a tubino ricoperto di grossi lustrini a
scaglie, che aderiva strettamente al suo didietro sodo ma sporgente ed era
tenuto su da quello che sembrava uno spago intrecciato. La fissavo affa-
scinata. Non ero mai stata in un cabaret, e neanche in un night club. Faceva
ondeggiare le spalle e cantava Stormy weather con una voce simile a un
voluttuoso lamento. Le si vedeva quasi l'ombelico.
La gente sedeva ai suoi tavoli e la guardava e ascoltava scambiandosi
giudizi su di lei - libera di apprezzarla o meno, di esserne o meno sedotta,
di approvare o disapprovare la sua esibizione, o il suo vestito, o il suo di-
dietro. Lei però non era libera. Doveva andare fino in fondo - cantare,
muoversi. Mi chiesi quanto la pagassero per farlo, e se ne valesse la pena.
Solo se si era poveri, decisi. Da allora mi è sempre sembrato che la frase
sotto i riflettori indicasse una precisa forma di umiliazione. Il riflettore era
qualcosa da cui bisognava chiaramente tenersi alla larga, se possibile.
Dopo la cantante fu il turno di un uomo che suonò un piano bianco, in
gran fretta, e quindi di una coppia, due ballerini professionisti: un numero
di tango. Erano vestiti di nero, come la cantante. I loro capelli scintillavano
come pelle verniciata sotto il riflettore, che adesso proiettava una luce di
un verde acido. La donna aveva un ricciolo scuro incollato alla fronte e un
grande fiore rosso dietro un orecchio. Il suo vestito, svasato da metà co-
scia, per il resto era aderente come una calza. La musica era irregolare,
zoppicante - come un quadrupede che barcolli su tre zampe. Un toro az-
zoppato che giri in tondo a testa bassa.
Quanto alla danza, era più una battaglia che una danza. Le facce dei bal-
lerini erano fisse, impassibili; si lanciavano sguardi sfavillanti, aspettando
l'occasione di mordersi. Sapevo che era un numero, vedevo che era esegui-
to sapientemente; malgrado ciò, sembravano entrambi feriti.

Venne il terzo giorno. Nel primo pomeriggio andai a camminare sul


ponte per prendere un po' d'aria fresca. Richard non venne con me: stava
aspettando dei telegrammi importanti, disse. Ne aveva ricevuti già molti;
apriva le buste con un tagliacarte d'argento, leggeva il contenuto, quindi li
stracciava o li infilava nella sua valigetta, che teneva chiusa a chiave.
Non avevo una particolare voglia di averlo con me sul ponte, ma ciò no-
nostante mi sentivo sola. Sola e perciò trascurata, trascurata e perciò falli-
ta. Come se mi fosse stato fatto un bidone a un appuntamento, o fossi stata
piantata; come se avessi il cuore spezzato. Un gruppo di inglesi in abiti di
lino color crema mi fissava. Non era uno sguardo ostile; era dolce, remoto,
leggermente curioso. Nessuno sa fissare come gli inglesi. Mi sentivo spie-
gazzata e sporca, e poco interessante.
Il cielo era coperto; le nuvole erano di un grigio sporco, piene di protu-
beranze ciondoloni, come l'imbottitura di un materasso zuppo. Pioviggina-
va. Non portavo il cappello, per paura che potesse volare via; avevo solo
una sciarpa di seta annodata sotto il mento. Ero appoggiata al parapetto e
guardavo su e giù, le onde color ardesia che rotolavano incessantemente, la
scia della nave che scarabocchiava il suo breve messaggio senza senso.
Come l'indizio di un incidente nascosto: la striscia di uno chiffon strappa-
to. La fuliggine delle ciminiere si posava su di me; i capelli mi si sciolsero
e si incollarono alle guance in strisce bagnate.
Dunque questo è l'oceano, pensai. Non sembrava profondo come avreb-
be dovuto. Cercai di ricordare qualcosa che forse avevo letto al riguardo,
una poesia o qualcos'altro, ma non ci riuscii. Frangiti, frangiti, frangiti.
C'era qualcosa che cominciava a quel modo. C'erano dentro fredde pietre
grigie. Oh, mare.
Volevo gettare qualcosa fuori bordo. Mi pareva il caso. Alla fine gettai
un penny di rame, ma non espressi alcun desiderio.

VI

L'assassino cieco: Il vestito pied-de-poule

Gira la chiave. C'è una serratura a chiavistello, una piccola fortuna. Gli è
andata bene questa volta, ha in prestito un intero appartamento. È di una
donna sola, un'unica grande stanza con uno stretto bancone da cucina, però
ha un bagno tutto suo, con una vasca dalle zampe ad artiglio e asciugamani
rosa. Roba di lusso. Appartiene alla ragazza di un amico di un amico, fuori
città per un funerale. Quattro interi giorni di sicurezza, o quanto meno l'il-
lusione di essa.
Le tende sono intonate al copriletto; sono di una pesante seta grezza co-
lor ciliegia, sopra tendine leggere. Tenendosi leggermente discosto dalla
finestra, guarda fuori. La vista - ciò che scorge attraverso le foglie gialle -
è sugli Allan Gardens. Un paio di ubriachi o vagabondi giacciono privi di
sensi sotto gli alberi, uno con la faccia sotto un giornale. Anche a lui è ca-
pitato di dormire così. I giornali inumiditi dal proprio respiro odorano di
povertà, di sconfitta, di imbottitura ammuffita con sopra peli di cane. Sul-
l'erba sono disseminati cartelli e cartacce spiegazzate, i resti della notte
scorsa - una dimostrazione, i compagni hanno battuto sui loro dogmi e sul-
le orecchie degli ascoltatori, finché è durata. Ora due uomini sconsolati
fanno pulizia, con bastoni dalla punta d'acciaio e borse di iuta. Almeno c'è
lavoro per i poveracci.
Lei attraverserà il parco in diagonale. Si fermerà, lancerà occhiate fin
troppo esplicite per vedere se qualcuno sta guardando. Dopodiché, sarà lì.
Sulla scrivania bianca e dorata - chiaramente di una donna - c'è una ra-
dio della grandezza e della forma di una mezza pagnotta. L'accende: un
trio messicano, le voci come corda liquida, dure, morbide, intrecciate. Ec-
co dove dovrebbe andare, in Messico. Bere tequila. Lasciarsi andare, la-
sciarsi andare ancora di più. Lasciarsi trascinare via. Diventare un
desperado. Mette la macchina da scrivere portatile sulla scrivania, la apre,
alza il coperchio, ci infila un foglio. Sta finendo la carta carbone. Ha tem-
po per qualche pagina prima che lei arrivi, se arriverà. A volte viene bloc-
cata, o intercettata. O almeno così sostiene.
Gli piacerebbe sollevarla e metterla nella lussuosa vasca, coprirla di
schiuma. Sguazzare là dentro con lei, maiali tra le bolle rosa. Forse lo farà.

Ciò su cui sta lavorando è un'idea, o l'idea di un'idea. È su una razza di


extraterrestri che mandano un'astronave a esplorare la Terra. Sono fatti di
cristalli a un alto stadio di organizzazione, e cercano di entrare in contatto
con le creature della Terra che ritengono simili a loro: occhiali, finestre,
fermacarte veneziani, calici di vino, anelli di brillanti. Falliscono. Manda-
no un rapporto in patria: Questo pianeta contiene molti interessanti resti di
una civiltà un tempo fiorente ma ora estinta, probabilmente di una catego-
ria superiore. Non sappiamo quale catastrofe abbia causato l'estinzione di
ogni vita intelligente. Attualmente il pianeta ospita soltanto una varietà di
filigrana viscosa e verde e un gran numero di globuli di fango semiliquido
dalle forme eccentriche, sbatacchiati qua e là dalle fluttuanti correnti del
fluido leggero e trasparente che ricopre la superficie del pianeta. Gli acuti
strilli e i sonori gemiti prodotti da questi globuli vanno ascritti a vibrazio-
ni d'attrito, e non devono essere scambiati per linguaggio.
Ma non è una storia. Non può essere una storia, a meno che gli alieni
non invadano e non saccheggino e qualche donna non salti fuori della sua
tuta. Ma un'invasione non si accorderebbe con la premessa. Se gli esseri di
cristallo pensano che il pianeta non ha vita, perché dovrebbero prendersi la
briga di sbarcarci? Per ragioni archeologiche, forse. Per raccogliere dei
campioni. All'improvviso migliaia di finestre vengono risucchiate dai grat-
tacieli di New York da un aspirapolvere extraterrestre. Migliaia di presi-
denti di banca vengono risucchiati anch'essi, e cadono morti gridando. Sa-
rebbe bello.
No. Non è ancora una storia. Ha bisogno di scrivere qualcosa che venda.
Ritorna alle donne morte che sbavano sangue, con quelle non si sbaglia
mai. Questa volta darà loro capelli viola, le metterà in azione sotto i vele-
nosi raggi lilla delle dodici lune di Arn. La cosa migliore è immaginare l'il-
lustrazione della copertina con cui probabilmente se ne verranno fuori i ra-
gazzi, e partire da lì.
È stanco di loro, di queste donne. È stanco delle loro zanne, della loro
flessuosità, dei loro seni simili a mezzi pompelmi, sodi ma maturi, della
loro ingordigia. È stanco dei loro artigli rossi, dei loro occhi da vipere. È
stanco di sfondare le loro teste. È stanco degli eroi che si chiamano Will o
Burt o Ned, nomi di una sillaba; è stanco delle loro armi a raggio, dei loro
aderenti abiti metallici. Dieci centesimi a brivido. Eppure, è un mezzo di
sostentamento, sempre che riesca a mantenere il ritmo, e i mendicanti non
possono permettersi quasi mai di scegliere.
Sta di nuovo finendo i soldi. Spera che lei gli porti un assegno, da una
delle caselle postali che lui tiene sotto falso nome. Glielo girerà e lei lo in-
casserà al suo posto; con il nome che ha, alla sua banca non avrà problemi.
Spera che porti qualche francobollo. Spera che porti altre sigarette. Gliene
sono rimaste solo tre.

Cammina su e giù. Il pavimento scricchiola. È di legno duro, ma è mac-


chiato dove è colata acqua dal radiatore. Quel palazzo di appartamenti è
stato eretto prima della guerra, per uomini d'affari soli di buona reputazio-
ne. Allora le cose erano più promettenti. Riscaldamento a vapore, acqua
calda a non finire, corridoi rivestiti di piastrelle - tutto all'ultimo grido.
Ormai si può dire che ha visto tempi migliori. Qualche anno prima, quando
era giovane, aveva conosciuto una ragazza che abitava là. Un'infermiera,
se ben ricorda: preservativi nel cassetto del comodino. Aveva un fornello a
due fuochi, qualche volta gli aveva preparato la colazione - uova al bacon,
pancake con sciroppo d'acero, se l'era leccato dalle dita. C'era una testa di
cervo imbalsamata e attaccata al muro, lasciata dai precedenti affittuari; lei
asciugava le calze appendendole alle corna.
Avevano trascorso i sabati pomeriggio, i martedì sera, ogni momento
che lei aveva libero, a bere - scotch, gin, vodka, qualunque cosa. Le piace-
va ubriacarsi subito. Non voleva andare al cinema, o fuori a ballare; sem-
brava che non volesse romanticherie, né alcuna loro parvenza, per fortuna.
Tutto quello che voleva da lui era la prestanza fisica. Le piaceva stendere
una coperta sul pavimento del bagno; le piaceva la durezza delle piastrelle
sotto la schiena. Era un inferno per le sue ginocchia e i suoi gomiti, non
che sul momento ci facesse caso, la sua attenzione era altrove. Lei mugo-
lava come se fosse sotto i riflettori, muovendo la testa, rovesciando gli oc-
chi. Una volta l'aveva presa in piedi, nella cabina armadio. Una sveltina in
piedi, con l'odore delle palline di naftalina, tra i tessuti crespi degli abiti
della domenica, i completi di lambswool. Lei aveva pianto di piacere. Do-
po averlo mollato aveva sposato un avvocato. Un'unione astuta, un matri-
monio bianco; ne aveva letto sui giornali, divertito, senza rancore. Buon
per lei, aveva pensato. A volte le puttane vincono.
Giorni spensierati. Giorni senza nomi, pomeriggi stupidi, rapidi e terreni
e presto finiti, e senza desideri prima o dopo, senza alcun bisogno di parole
e nulla da pagare. Prima che rimanesse coinvolto nelle cose in cui era ri-
masto coinvolto.

Controlla l'orologio e poi di nuovo la finestra, ed eccola che arriva, a-


vanzando a lunghi passi in diagonale attraverso il parco. Oggi indossa un
cappello a larghe tese e un tailleur pied-de-poule con una cintura ben stret-
ta, una borsetta schiacciata sotto il braccio, la gonna a pieghe che oscilla di
qua e di là, nella sua curiosa andatura ondeggiante, come se non si fosse
mai abituata a camminare sulle sue gambe. Ma forse dipende dai tacchi al-
ti. Si è spesso chiesto come facciano le donne a tenercisi in equilibrio. Ora
si è fermata come per un segnale convenuto; si guarda intorno in quel suo
modo stupefatto, come se si fosse appena svegliata da un sogno inquie-
tante, e i due tizi che raccolgono le cartacce la squadrano. Ha perso qual-
cosa, signorina? Ma lei tira dritto, attraversa la strada, può vederne dei
frammenti attraverso le foglie, ora probabilmente sta cercando il numero
civico. Ora sta salendo i gradini d'ingresso. Il citofono suona. Lui spinge il
bottone, schiaccia la sigaretta, spegne la lampada sulla scrivania, apre la
porta.
Ciao. Sono senza fiato. Non ho aspettato l'ascensore. Chiude la porta, ci
si appoggia con la schiena.
Non ti ha seguito nessuno. Ho controllato. Hai delle sigarette?
E il tuo assegno, e una bottiglia di scotch della miglior qualità. L'ho ru-
bato dal nostro bar ben fornito. Ti avevo detto che abbiamo un bar ben
fornito?
Sta cercando di essere disinvolta, perfino frivola. Non le riesce mai be-
ne. È bloccata, aspetta di vedere cosa vuole lui. Non fa mai la prima mos-
sa, non le piace fare passi falsi.
Brava ragazza. Si muove verso di lei, l'abbraccia.
Sono una brava ragazza? A volte mi sento come la donna di un gangster
- che ti fa le commissioni.
Non puoi essere la donna di un gangster, io non lo sono: non ho neppure
un'arma. Guardi troppi film.
Per niente, gli dice lei sul collo. Potrebbe tagliarsi i capelli. Soffici cardi
selvatici. Gli slaccia i primi quattro bottoni, fa passare la mano sotto la
camicia. La sua carne è così densa, così compatta. A grana fine, bruciata.
Ha visto portacenere intagliati in un legno così.

L'assassino cieco: Il broccato rosso

È stato bello, dice lei. Il bagno, è stato bello. Non ti avevo mai im-
maginato con degli asciugamani rosa. In confronto al solito, è piuttosto
lussuoso.
La tentazione si cela ovunque, dice lui. Le comodità attirano. Direi che
si tratta di una sgualdrina dilettante, non credi?
L'aveva avvolta in uno degli asciugamani rosa e portata a letto bagnata e
scivolosa. Ora sono sotto il copriletto di seta grezza color ciliegia e le len-
zuola di rasatello, bevono lo scotch che lei ha portato. È una buona misce-
la, fumosa e calda, va giù liscia come acqua. Lei si stira voluttuosamente,
chiedendosi soltanto di sfuggita chi laverà le lenzuola.
Non riesce mai a superare la sensazione della trasgressione in tutte quel-
le stanze - la sensazione di violare i confini privati di chiunque ci viva di
solito. Le piacerebbe rovistare negli armadi, nei cassetti delle scrivanie -
non per prendere qualcosa, soltanto per guardare; per vedere come vive
l'altra gente. La gente vera; gente più vera di lei. Le piacerebbe fare lo
stesso con lui, se non fosse che non ha armadi, cassetti di scrivania, nulla
che sia suo. Niente da trovare, niente che lo tradisca. Solo una valigia blu
piena di segnacci, che tiene chiusa. Di solito è sotto il letto.
Le sue tasche non forniscono indizi; qualche volta le ha frugate. (Non
era spiare, voleva soltanto sapere dov'erano le sue cose, e che cos'erano, e
com'erano). Fazzoletto, blu con orlo bianco; spiccioli; due mozziconi di si-
garetta avvolti in carta oleata - doveva averli messi da parte. Un temperino,
vecchio. Una volta c'erano anche due bottoni, di una camicia, aveva pensa-
to. Non si era offerta di ricucirglieli, perché avrebbe capito che aveva cu-
riosato. Le faceva piacere che lui la credesse fidata.
Una patente, il nome non è il suo. Un certificato di nascita, idem. Nomi
differenti. Le sarebbe piaciuto passarlo al setaccio. Frugarlo. Capovolger-
lo. Svuotarlo.
Lui canta piano, in una voce untuosa, come un cantante sdolcinato della
radio:

Una stanza fumosa, una luna diabolica e tu.


Ti ho rubato un bacio e mi hai promesso amore eterno
Ti ho infilato le mani sotto la gonna,
Mi hai morso un orecchio, abbiamo fatto un macello
È l'alba, tu sei andata. E io sono triste.
Lei ride. Dove l'hai sentita?
È la mia canzone della sgualdrina. Si accorda con quanto ci circonda.
Non è una vera sgualdrina. E neanche dilettante. Non credo che prenda
soldi. La cosa più probabile è che si faccia ricompensare in qualche altro
modo.
Una barca di cioccolatini. Tu ti accontenteresti?
Dovrebbero essere camion interi, dice lei. Io sono piuttosto cara. Il co-
priletto è di vera seta, mi piace il colore - è appariscente, ma molto bello.
Fa un bell'effetto, come i copricandela rosa. Hai inventato qualcos'altro?
Qualcos'altro di cosa?
Della mia storia.
La tua storia?
Sì. Non è per me?
Oh sì, fa lui. Naturalmente. Non penso ad altro. Mi tiene sveglio la notte.
Bugiardo. Ti annoia?
Nulla che ti faccia piacere potrebbe mai annoiarmi.
Dio, come sei galante. Dovremmo avere più spesso asciugamani rosa.
Molto presto bacerai la mia scarpina di cristallo. Ma a ogni modo continua.
Dov'ero rimasto?
La campana era suonata. La gola era stata tagliata. La porta si stava a-
prendo.
Oh. E va bene.

Lui dice: La ragazza di cui abbiamo parlato ha sentito aprire la porta. In-
dietreggia contro il muro, avvolgendosi strettamente nel broccato rosso del
Letto di Una Notte. La stoffa ha un odore salmastro, come un acquitrino
salato con la bassa marea: la paura prosciugata di quelle che l'hanno prece-
duta. È entrato qualcuno; si sente il rumore di un oggetto pesante trascina-
to sul pavimento. La porta si richiude; la stanza è nera come petrolio. Per-
ché non c'è una lampada, una candela?
Lei allunga le mani davanti a sé per proteggersi, e si ritrova la sinistra af-
ferrata e tenuta da un'altra mano: tenuta gentilmente e senza coercizione. È
come se le venisse rivolta una domanda.
Non può parlare. Non può dire: Non posso parlare.
L'assassino cieco lascia cadere sul pavimento il suo velo da donna. Te-
nendo la mano della fanciulla, si siede sul letto accanto a lei. Intende anco-
ra ucciderla, ma può farlo più tardi. Ha sentito parlare di queste fanciulle
segregate, tenute lontane da tutti fino all'ultimo giorno della loro vita; è in-
curiosito. In ogni caso è una specie di dono, e tutto per lui. Rifiutare un
simile dono sarebbe come sputare in faccia agli dei. Sa che dovrebbe muo-
versi in fretta, finire il lavoro, sparire, ma c'è ancora molto tempo per tutto
ciò. Sente il profumo di cui l'hanno cosparsa; sa di feretri, quelli di giovani
donne morte nubili. Dolcezza andata sprecata.
Non rovinerà niente, niente che sia stato comprato e pagato: il falso Si-
gnore dell'Oltretomba probabilmente è già venuto e andato via. Avrà tenu-
to la sua cotta di maglia arrugginita? È più che probabile. È entrato dentro
di lei con rumore metallico come una pesante chiave di ferro, si è rigirato
nella sua carne, l'ha squarciata. Lui ricorda fin troppo bene la sensazione.
Farà qualunque altra cosa, ma non quello.
Si porta la mano di lei alla bocca e vi passa sopra le labbra, non esatta-
mente un bacio ma un segno di rispetto e di omaggio. Misericordiosa e
preziosissima, dice - la consueta formula con cui i mendicanti si rivolgono
a una possibile benefattrice -, a condurmi in questo luogo è stata la fama
della tua bellezza, sebbene il solo fatto di essere qui potrebbe costarmi la
vita. Non posso vederti con gli occhi, perché sono cieco. Mi permetterai di
vederti con le mani? Sarebbe un'ultima gentilezza, e forse lo sarebbe anche
per te.
Non è stato schiavo e venduto nei bordelli per niente: ha imparato come
adulare, come mentire in modo credibile, come ingraziarsi il prossimo. Le
mette le dita sul mento e aspetta finché, dopo un attimo di esitazione, lei
annuisce. Può sentire cosa sta pensando: Domani sarò morta. Si chiede se
indovini il vero motivo della sua venuta.
Alcune delle cose migliori vengono fatte da coloro che non sanno a che
santo votarsi, che non hanno tempo, che capiscono l'esatto significato della
parola impotente. Questi fanno a meno di calcolare rischi e vantaggi, non
pensano al futuro, sono costretti a prendere di petto il presente. Gettati in
un precipizio, o si cade o si vola; ci si aggrappa a qualsiasi speranza, per
quanto inverosimile; per quanto - se posso usare una parola fin troppo
sfruttata - miracolosa. Ciò che intendiamo con questo è: Nonostante tutto.
Così è quella notte.
L'assassino cieco comincia a toccarla molto lentamente, con una sola
mano, la destra - la mano fidata, la mano del coltello. Gliela passa sul viso,
giù lungo la gola; quindi aggiunge la mano sinistra, la mano infida, e le usa
tutte e due insieme, con tenerezza, quasi forzando una serratura della mas-
sima fragilità, una serratura fatta di seta. È come essere accarezzata dal-
l'acqua. Lei trema, ma non come prima, di paura. Dopo un po' lascia scivo-
lare giù il broccato rosso, prende la mano di lui e la guida.
Il tatto viene prima della vista, prima della parola. È il primo linguaggio
e l'ultimo, e dice sempre la verità.
Ecco come la ragazza che non poteva parlare e l'uomo che non poteva
vedere si innamorarono.

Mi sorprendi, dice lei.


Veramente? fa lui. E perché? Però mi piace sorprenderti. Si accende una
sigaretta, gliene offre una; lei fa segno di no con la testa. Lui fuma troppo.
Sono i nervi, nonostante le sue mani ferme.
Perché hai detto che si sono innamorati, dice lei. Ti sei preso gioco di
questo concetto abbastanza spesso - come di una superstizione fuori della
realtà, borghese, fondamentalmente marcia. Un sentimento malaticcio, l'al-
tisonante giustificazione vittoriana per una sensualità rispettabile. Ti stai
rammollendo?
Non criticare me, critica la storia, dice lui, sorridendo. Certe cose succe-
dono. Ci sono testimonianze di innamoramenti, o quanto meno di questa
parola. Comunque, ho detto che stava mentendo.
Non puoi svicolare in questo modo. Mentiva solo all'inizio. Poi hai cam-
biato le carte in tavola.
E va bene. Ma dovrebbe esserci un modo più freddo di guardare la cosa.
Quale cosa?
L'affare dell'innamorarsi.
Da quando in qua è un affare? dice lei irritata.
Lui sorride. Questo concetto ti disturba? Troppo commerciale? La tua
coscienza ne sarebbe scossa, è questo che stai dicendo? Ma c'è sempre uno
scambio, no?
No, dice lei. Non c'è. Non sempre.
Si potrebbe dire che ha preso quanto ha potuto. Perché non avrebbe do-
vuto? Non aveva scrupoli, la sua esistenza era mors tua vita mea e lo era
sempre stata. O si potrebbe dire che erano entrambi giovani, perciò non
conoscevano nulla di meglio. I giovani di solito scambiano il desiderio per
amore, sono infestati da ogni genere di idealismo. E non ho detto che poi
non la uccise. Come ho fatto notare, era soltanto interessato.
Così hai avuto paura, dice lei. Abbandoni, sei un codardo. Non andrai
fino in fondo. Stai all'amore come una che prima te la fa annusare e poi
non te la dà sta allo scopare.
Lui ride, una risata sorpresa. È la volgarità delle parole, è spiazzato, c'è
finalmente riuscita? Modera il linguaggio, signorina.
Perché dovrei? Tu non lo fai.
Io sono un cattivo esempio. Diciamo che potrebbero abbandonarsi - ab-
bandonarsi alle loro emozioni, se vuoi metterla così. Potrebbero rotolarsi
nelle loro emozioni - vivere quell'attimo, sprizzare poesia da tutte le parti,
bruciare la candela, vuotare il calice, ululare alla luna. Il loro tempo si sta-
va esaudendo. Non avevano niente da perdere.
Lui sì. O certamente lo pensava!
E va bene. Lei non aveva niente da perdere. Soffia fuori una nuvola di
fumo.
Non come me, fa lei, suppongo sia questo che vuoi dire.
Non come te, cara, dice lui. Come me. Io sono quello che non ha niente
da perdere.
Lei dice: Ma tu hai me. Io sono qualcosa.

The Toronto Star, 20 agosto 1935

STUDENTESSA DELLA BUONA SOCIETÀ


RITROVATA SANA E SALVA

SPECIALE PER LO STAR

Ieri la polizia ha interrotto le ricerche di Laura Chase, la studen-


tessa quindicenne della buona società scomparsa più di una setti-
mana fa e finalmente ritrovata al sicuro presso amici di famiglia, i
signori E. Newton-Dobbs, nella loro residenza estiva di Musoka.
Il noto industriale Richard E. Griffen, cognato della signorina
Chase, ha parlato al telefono ai giornalisti a nome della famiglia.
«Io e mia moglie siamo molto sollevati» ha detto. «È stato solo un
equivoco, causato da una lettera consegnata in ritardo dalla posta.
La signorina Chase aveva fatto dei programmi per le vacanze di
cui credeva che fossimo al corrente, come pure i suoi ospiti, i qua-
li non hanno l'abitudine di leggere i giornali quando sono in va-
canza, altrimenti questo pasticcio non sarebbe mai accaduto.
Quando sono tornati in città e si sono resi conto della situazione,
ci hanno telefonato immediatamente».
Interrogato sulle voci secondo cui la signorina Chase sarebbe
scappata di casa e quindi localizzata in strane circostanze al parco
dei divertimenti di Sunnyside Beach, il signor Griffen ha dichiara-
to di non sapere chi sia il responsabile di queste malevole inven-
zioni, ma che si sarebbe fatto carico di scoprirlo. «È stato un nor-
male equivoco, come può succedere a tutti» ha affermato. «Mia
moglie e io siamo felici che sia sana e salva, e ringraziamo since-
ramente la polizia, i giornali e il pubblico che ha seguito con pre-
occupazione la vicenda per il loro aiuto». La signorina Chase si è
detta confusa dalla pubblicità, e rifiuta di rilasciare interviste.
Sebbene non siano stati causati danni permanenti, queste non
sono certo le prime serie difficoltà provocate dal mal funziona-
mento delle consegne postali. Il pubblico merita un servizio su cui
poter contare ciecamente. I funzionari statali dovrebbero prender-
ne nota.

L'assassino cieco: Per strada

Lei cammina per strada, sperando di sembrare una donna qualificata a


camminare da sola per strada. O almeno in quella strada. Ma non lo è. È
vestita nel modo sbagliato, con il cappotto sbagliato. Dovrebbe portare un
foulard in testa, annodato sotto il mento, un cappotto sformato e consuma-
to alle maniche. Dovrebbe apparire scialba e trasandata.
Qui le case sono guancia a guancia. Un tempo erano casette per la servi-
tù, una fila dietro l'altra, ma ora ci sono meno servitori e i ricchi provvedo-
no in altro modo. Mattoni fuligginosi, due orizzontali, due verticali, le la-
trine fuori, sul retro. Alcune hanno resti di orti nei minuscoli prati sul da-
vanti - un filare di pomodori anneriti, un palo di legno con fili penduli. Gli
orti non possono venir su bene - c'è troppa ombra, la terra è troppo piena di
cenere. Ma perfino qui gli alberi autunnali sono stati generosi, le foglie ri-
maste sono gialle, arancioni e vermiglie, e di un rosso più intenso, come
fegato fresco.
Dall'interno delle case giungono grida, latrati, un acciottolio o una porta
sbattuta. Voci femminili alzate in preda a una rabbia soffocata, grida inso-
lenti di bambini. Nelle strette verande ci sono uomini su sedie di legno con
le mani penzoloni dalle ginocchia, senza lavoro ma non ancora senza un
tetto, una casa. I loro occhi su di lei, i loro sguardi arcigni che ne fanno un
amaro inventario: i polsi e il collo di pelliccia, la borsetta di lucertola. For-
se sono pigionanti, ammucchiati nelle cantine e negli angoli più strani per
arrotondare e riuscire a pagare l'affitto.
Donne camminano svelte, le teste basse, le spalle incurvate, con involti
di carta marrone. Sposate, probabilmente. Viene in mente la parola stufato.
Devono avere rimediato qualche osso dal macellaio, staranno portando a
casa i tagli più economici, da servire con cavoli flosci. Le sue spalle sono
troppo all'indietro, il suo mento troppo in alto, non ha quell'aspetto abbac-
chiato: quando alzano la testa abbastanza da metterla a fuoco, le loro sono
occhiate di disapprovazione. Devono pensare che sia una prostituta, ma
con scarpe come quelle cosa ci fa quaggiù? Qui è molto al di sotto del suo
livello.
Ecco il bar, all'angolo che aveva detto lui. The Beer Parlour. Là fuori è
riunito un gruppetto di uomini. Nessuno le dice niente quando passa loro
accanto, si limitano a fissarla come da dietro un cespuglio, ma può sentire i
bisbigli, l'odio e il desiderio che si mescolano nelle gole e la seguono come
la scia di una nave. Forse l'hanno presa per una donna impegnata nell'atti-
vità della parrocchia o per qualche altra sussiegosa benefattrice. Che infila
le sue dita pulite nelle loro vite, fa domande, offre avanzi di aiuto condi-
scendente. Ma è vestita troppo bene.
Ha preso un taxi, è scesa tre isolati prima, dove c'era più traffico. Meglio
non diventare una macchietta: chi prenderebbe un taxi da queste parti? Ma
lei è comunque una macchietta. Quello che le serve è un cappotto diverso,
preso a una vendita di beneficienza, appallottolato in una valigia. Potrebbe
andare nel ristorante di un albergo, lasciare il suo cappotto al guardaroba,
scivolare nella toilette delle signore, cambiarsi. Spettinarsi i capelli, sba-
varsi il rossetto. Venire fuori come una donna differente.
No. Non funzionerebbe mai. Tanto per cominciare c'è la valigia; do-
vrebbe uscirci di casa. Dove vai tanto di fretta?
Perciò le tocca fare un numero di prestigio senza cilindro. Contando solo
sulla sua faccia tosta. Ormai ha abbastanza pratica di calma, freddezza,
impassibilità. Un'alzata di entrambe le sopracciglia, lo sguardo candido e
trasparente di un agente segreto. Un viso di pura acqua. Non è questione di
mentire, ma di evitare che diventi necessario farlo. Rendere tutte le do-
mande sciocche in anticipo.
Tuttavia un certo pericolo c'è. Anche per lui: più di prima, le ha detto.
Pensa di essere stato individuato una volta, per strada: riconosciuto. Qual-
che gorilla della Squadra Rossa, forse. Aveva attraversato una birreria af-
follata, era uscito dalla porta sul retro.
Non sa se crederci o no, a quel tipo di pericolo: uomini in vestito scuro
con rigonfiamenti, colletti tirati su, macchine in cerca di preda. Venga con
noi. La portiamo dentro. Stanze nude e luci accecanti. Sembra troppo tea-
trale, oppure come le cose che accadono soltanto nella nebbia, in bianco e
nero. Solo in altri paesi, in altre lingue. O se qui, non a lei.
Se fosse stata presa, lo avrebbe rinnegato prima ancora che il gallo can-
tasse per la prima volta. Lo sa, non ha dubbi, è tranquilla. Comunque l'a-
vrebbero lasciata andare, perché il suo coinvolgimento sarebbe stato visto
come un frivolo passatempo o come una birichinata ribelle, e qualsiasi
scompiglio ne fosse derivato sarebbe stato nascosto. Avrebbe dovuto paga-
re di tasca sua per questo, ma con cosa? È già rovinata: non si può cavare
sangue da una pietra. Si sarebbe isolata, avrebbe chiuso le imposte. Fuori
per il pranzo, in permanenza.
Ultimamente ha avuto l'impressione di essere osservata, anche se ogni
volta che si guarda intorno non c'è mai nessuno. È stata più prudente; è sta-
ta il più prudente possibile. Ha paura? Sì. Quasi sempre. Ma la sua paura
non conta. Anzi, conta. Accresce il piacere che prova con lui; anche il gu-
sto di farla franca.
Il vero pericolo viene da lei stessa. Cosa permetterà, quanto lontano è di-
sposta ad andare. Ma il permettere e l'essere disposti non hanno niente a
che vedere con tutto ciò. Allora dove verrà spinta; dove sarà condotta. Non
ha esaminato i propri motivi. Potrebbero anche non esserci motivi veri e
propri; il desiderio non è un motivo. Non le sembra di avere alcuna scelta.
Un piacere così estremo è anche un'umiliazione. È come essere trascinati
in giro da una corda infame, un guinzaglio attorno al collo. La offende, la
sua mancanza di libertà, e così allunga il tempo che la separa dal piacere,
razionandolo. Non si presenta agli appuntamenti, racconta frottole sul per-
ché non ce l'ha fatta - sostiene di non aver visto i segni di gesso sul muro
del parco, di non avere ricevuto il messaggio - il nuovo indirizzo dell'inesi-
stente negozio di vestiti, la cartolina firmata da una vecchia amica che non
ha mai avuto, la telefonata di qualcuno che ha chiamato il numero sbaglia-
to.
Ma alla fine, ritorna. Non serve a niente resistere. Va da lui per l'amne-
sia, per l'oblio. Gli si consegna, si annulla; entra nell'oscurità del proprio
corpo, dimentica il proprio nome. Vuole immolarsi, anche se per poco. E-
sistere senza alcun limite.

Eppure, si ritrova a pensare a cose che all'inizio non le erano mai venute
in mente. Come fa con il bucato? Una volta c'erano delle calze ad asciuga-
re su un radiatore - lui aveva visto che lei le guardava e le aveva tolte di
mezzo. Ripone le cose prima delle sue visite, o almeno le fa sparire. Dove
mangia? Le ha detto che non gli piace farsi vedere troppo spesso nello
stesso posto. Deve spostarsi, da un ristorantino, da una bettola all'altra.
Sulla sua bocca queste parole hanno un fascino sordido. Certi giorni è più
nervoso, è guardingo, non esce; ci sono torsoli di mela, in questa o quella
stanza; ci sono briciole di pane sul pavimento.
Dove prende le mele, il pane? È stranamente reticente su certi dettagli -
su cosa succede nella sua vita quando lei non c'è. Forse sente che potrebbe
diminuirlo ai suoi occhi, sapere troppo. Troppi particolari squallidi. Forse
ha ragione. (Tutti quei quadri di donne, nelle gallerie d'arte, sorprese in
momenti intimi. Ninfa dormiente. Susanna e i vecchioni. Donna al bagno,
con un piede in una tinozza di latta - Renoir o Degas? Tutti e due, e tutte e
due donne paffute. Diana e le sue ancelle, un momento prima di cogliere
gli occhi indiscreti del cacciatore. Non c'è mai un quadro intitolato Uomo
che lava calze in un lavandino).
L'avventura ha luogo a una certa distanza. L'avventura fa guardare den-
tro se stessi attraverso una finestra appannata di rugiada. L'avventura vuol
dire lasciare le cose fuori: dove la vita grugnisce e tira su col naso, l'avven-
tura si limita a sospirare. Lei vuole più di questo - non le basta quello che
ha di lui? Vuole tutto il quadro?
Il pericolo potrebbe essere rappresentato dal guardare troppo da vicino e
dal vedere troppo - dal farlo rimpicciolire, e lei con lui. Poi svegliarsi vuo-
ta, trovare che tutto si è esaurito - finito. Non le rimarrebbe nulla. Sarebbe
orbata di tutto.
Una parola antiquata.

Non le è venuto incontro, questa volta. Ha detto che era meglio di no.
Ha lasciato che trovasse la strada da sola. Infilato nel palmo del guanto ha
un quadratino di carta ripiegata con indicazioni criptiche, ma non ha biso-
gno di guardarlo. Può sentirne il leggero calore contro la pelle, come un
misuratore di radio al buio.
Lo immagina mentre la immagina - la immagina che cammina lungo la
strada, più vicina adesso, sta per arrivare. È impaziente, nervoso, può a-
spettare a stento? È come lei? Gli piace ostentare indifferenza - come se
non gli importasse se lei arrivi o meno -, ma è solo una scena, una delle
tante. Per esempio, non fuma più sigarette bell'e pronte, non se le può per-
mettere. Se le fa da solo, con uno di quegli osceni aggeggi di gomma rosa
che ne sfornano tre alla volta; le taglia con una lametta, quindi le infila in
un pacchetto di Craven A. Uno dei suoi piccoli inganni, o vanità; il biso-
gno che ne ha le fa trattenere il respiro.
A volte gli porta delle sigarette, a manciate - generosità, opulenza. Le
ruba dalla scatola d'argento sul tavolino di vetro, ne riempie la borsa. Ma
non lo fa ogni volta. Meglio tenerlo sulle spine, meglio tenerlo affamato.
Lui sta steso supino, sazio, fumando. Se lei vuole delle dichiarazioni,
deve procurarsele prima - assicurarsele prima, come una puttana con il suo
denaro. Ma possono essere misere. Mi sei mancata, potrebbe dire. O: Non
mi basti mai. A occhi chiusi, digrignando i denti per trattenersi; lo sente
contro il proprio collo.
Dopo, le cose deve strappargliele di bocca.
Di' qualcosa.
Cosa?
Quello che vuoi.
Dimmi cos'è che vuoi sentire.
Se lo faccio e poi tu lo dici, non ti crederò.
Allora leggi tra le righe.
Ma non c'è nessuna riga. Non me ne dai nessuna.
Allora lui potrebbe cantare:

Caccialo dentro tutto, caccialo tutto fuori


E poi come il fumo che va su per una ciminiera...

Che ne dici di questa come riga? dirà.


Sei proprio un bastardo.
Non ho mai sostenuto il contrario.
Non c'è da stupirsi che facciano ricorso alle storie.

Giunta al calzolaio gira a sinistra, poi costeggia un isolato, poi due case.
Poi il piccolo palazzo di appartamenti: l'Excelsior. Deve chiamarsi così
dalla poesia di Henry Wadsworth Longfellow. Uno stendardo con uno
strano emblema, un cavaliere che sacrifica tutte le cure terrene per scalare
le altezze. Le altezze di cosa? Del pietismo borghese da salotto.
L'Excelsior è un edificio in mattoni rossi a tre piani, con quattro finestre
a piano e balconi di ferro battuto - più sporgenze che balconi, non c'è spa-
zio per una sedia. Un tempo una spanna al di sopra del resto del quartiere,
ora un luogo dove la gente lotta per non essere cacciata via. Su un balcone
qualcuno ha improvvisato una corda da bucato; uno strofinaccio che sta
diventando grigio vi è appeso come la bandiera di un reggimento sconfitto.
Lei cammina davanti all'edificio, poi all'angolo seguente attraversa. A
questo punto si ferma e abbassa lo sguardo, come se qualcosa le si fosse
impigliato nella scarpa. Guarda giù, poi alle sue spalle. Non c'è nessuno
che cammini dietro di lei, nessuna macchina che proceda lentamente. Una
donna robusta che sale faticosamente dei gradini d'ingresso, una borsa a re-
te in ciascuna mano, come zavorra; due ragazzi con i vestiti rattoppati che
inseguono un cane sporco lungo il marciapiede. Neanche un uomo, a parte
tre vecchi avvoltoi da veranda piegati su un giornale che si dividono.
Quindi si gira e ritorna sui suoi passi, e quando arriva all'Excelsior si in-
fila rapida nel vicolo adiacente e si affretta, sforzandosi di non correre.
L'asfalto è irregolare, i suoi tacchi troppo alti. Questo è il luogo sbagliato
per storcersi una caviglia. Si sente più esposta adesso, al centro dell'atten-
zione, sebbene non vi siano finestre. Il cuore le batte forte, le gambe sono
molli, di seta. Il panico si è impossessato di lei, perché?
Lui non ci sarà, dice una voce sommessa nella sua testa; una sommessa
voce angosciata, una triste voce che ricorda il tubare di una tortora lamen-
tosa. È andato via. È stato portato via. Non lo rivedrai mai più. Mai. Si
mette quasi a piangere.
Sciocca, a spaventarsi a quel modo. Ma in questo c'è comunque una par-
te di vero. Potrebbe sparire più facilmente di lei: lei ha un indirizzo fisso,
lui saprebbe sempre dove trovarla.
Si ferma, alza il polso, aspira l'odore rassicurante della pelliccia profu-
mata. C'è una porta metallica verso il retro, una porta di servizio. Bussa
leggermente.

L'assassino cieco: Il custode

La porta si apre, lui c'è. Non ha tempo di provare riconoscenza prima


che la tiri dentro. Sono su un pianerottolo; scale di servizio. Niente luce
tranne quella che penetra da una finestra, da qualche parte in alto. La ba-
cia, con le mani su ciascun lato del suo viso. La carta vetrata del collo di
lui. Sta tremando, ma non di eccitazione, o non solo.
Lei si allontana. Sembri un bandito. Non ha mai visto un bandito; pensa
a quelli delle opere. I contrabbandieri, in Carmen. Quando si va giù pesan-
te con i tappi di sughero bruciati.
Scusa, dice lui. Ho dovuto levare le tende in fretta. Poteva essere un fal-
so allarme, ma sono stato costretto a rinunciare a un paio di cose.
Come un rasoio?
Tra l'altro. Vieni - è quaggiù.
Le scale sono strette: legno non dipinto, assi di cinque centimetri per
dieci come ringhiera. In fondo, un pavimento di cemento. L'odore della
polvere di carbone, un penetrante odore di sotterraneo, come le pietre umi-
de di una cantina.
È qui dentro. La stanza del custode.
Ma tu non sei il custode, dice lei, con una breve risata. O no?
Ora lo sono. O almeno è quanto pensa il padrone. È passato un paio di
volte, la mattina presto, ad assicurarsi che avessi alimentato la caldaia, ma
senza esagerare. Non vuole affittuari troppo caldi, costano troppo; tiepidi è
sufficiente. Non è granché come letto.
È un letto, dice lei. Chiudi la porta a chiave.
Non si chiude, fa lui.

C'è una piccola finestra con delle sbarre; i resti di una tenda. Attraverso
di essa penetra una luce color ruggine. Hanno appoggiato una sedia contro
il pomello della porta, una sedia con molte traverse mancanti, quasi ridotta
a pezzi. Non è una gran barriera. Sono sotto l'unica coperta ammuffita, con
i loro cappotti ammucchiati sopra. Al lenzuolo meglio non pensare. Lei
può sentire le sue costole, seguire con la mano gli spazi tra l'una e l'altra.
Cosa mangi?
Non mi seccare.
Sei troppo magro. Potrei portare qualcosa, del cibo.
Ma tu non sei molto affidabile, vero? Potrei morire di fame nell'attesa
che ti faccia viva. Non preoccuparti, sarò fuori di qui abbastanza presto.
Da dove? Vuoi dire da questa stanza, o dalla città, o...
Non lo so. Non tormentarmi.
Sono interessata, ecco tutto. Mi riguarda, voglio...
Falla finita.
E va bene, dice lei, sarà meglio tornare a Zycron. A meno che non vuoi
che me ne vada.
No. Rimani ancora un po'. Scusa, ma sono stato sotto pressione. Dov'e-
ravamo? Ho dimenticato.
Lui stava decidendo se tagliarle la gola o amarla per sempre.
Giusto. Già. Le solite scelte.

Sta decidendo se tagliarle la gola o amarla per sempre, quando - con l'u-
dito sensibile accordatogli dalla cecità - percepisce un rumore metallico,
qualcosa che stride, raschia. Gli anelli di una catena che si sfregano, dei
ceppi in movimento. Si avvicina lungo il corridoio. Lui sa già che il Signo-
re dell'Oltretomba non ha ancora fatto la visita per cui ha già pagato: lo ha
capito dallo stato in cui era la ragazza. Intatto, si potrebbe dire.
Che fare adesso? Potrebbe scivolare dietro la porta o sotto il letto, ab-
bandonarla al suo destino, quindi riapparire e finire il lavoro per cui è stato
pagato. Ma in quella situazione è restio ad agire a quel modo. Allora po-
trebbe aspettare finché le cose sono a buon punto e il cortigiano è sordo al
mondo esterno, e scivolare fuori della porta; ma poi, l'onore degli assassini
come gruppo - come corporazione, se vuoi - sarebbe macchiato.
Prende la fanciulla per il braccio e, mettendole la sua stessa mano sulla
bocca, le segnala la necessità di fare silenzio. Poi la conduce lontano dal
letto e la nasconde dietro la porta. Controlla che questa non sia chiusa a
chiave, com'era stabilito. L'uomo non si aspetta una sentinella: nel suo pat-
to con la Somma Sacerdotessa ha specificato di non volere testimoni. La
sentinella del tempio doveva tagliare la corda non appena l'avesse sentito
arrivare.
L'assassino cieco tira fuori la sentinella morta da sotto il letto e la siste-
ma sul copriletto, nascondendole lo squarcio alla gola con la sua sciarpa.
Non è ancora fredda, e ha smesso di sanguinare. Saranno guai se l'amico
ha una candela accesa; altrimenti, di notte tutti i gatti sono grigi. Le vergini
del tempio sono ammaestrate a mostrarsi inerti. All'uomo potrebbe occor-
rere qualche tempo - impedito com'è dal suo pesante costume da dio, che
tradizionalmente comprende un elmo e una visiera - per scoprire che sta
scopando la donna sbagliata, e per di più morta.
L'assassino cieco tira le tende del letto di broccato, chiudendole quasi
completamente. Poi raggiunge la fanciulla, e tutte e due si schiacciano
quanto più possibile contro la parete.
La pesante porta si apre con un cigolio. La fanciulla vede un bagliore
avanzare sul pavimento. Il Signore dell'Oltretomba non ci vede molto be-
ne, evidentemente; va a sbattere contro qualcosa, impreca. Ora sta armeg-
giando con i tendaggi del letto. Dove sei, bellezza? sta dicendo. Non si
stupirà certo non sentendola rispondere, scoprendola muta, proprio come
dev'essere.
L'assassino cieco esce lentamente da dietro la porta, e la fanciulla con
lui. Come togliermi questa dannata roba di dosso? borbotta tra sé e sé il
Signore dell'Oltretomba. Loro due scivolano oltre la porta, poi nel corri-
doio, mano nella mano, come bambini che scappino dagli adulti.
Alle loro spalle risuona un urlo, di rabbia od orrore. Una mano sul muro,
l'assassino cieco comincia a correre. Passando tira fuori le torce dai loro
sostegni, le scaglia dietro di sé, sperando che si spengano.
Conosce il Tempio come le sue tasche, al tatto e all'odorato; è il suo la-
voro conoscere certe cose. Allo stesso modo conosce la città, può corrervi
come un topo in un labirinto: ne conosce i passaggi, i tunnel, i rifugi e i vi-
coli ciechi, gli architravi, i canali di scolo e le grondaie - perfino le parole
d'ordine, il più delle volte. Sa quali muri può scalare, dove si trova ogni
appiglio. Ora spinge un pannello di marmo - c'è sopra un bassorilievo del
Dio Infranto, patrono dei fuggiaschi - e si ritrovano al buio. Lo sa dal mo-
do in cui la ragazza incespica, e per la prima volta gli viene in mente che
portandola con sé sarà rallentato. Sarà ostacolato dalla sua capacità di ve-
dere.
Dall'altra parte del muro si muovono passi pesanti. Lui sussurra: Tieniti
alla mia veste, aggiungendo, inutilmente: Non dire una parola. Sono nella
rete di tunnel nascosti che permette alla Somma Sacerdotessa e ai suoi
scagnozzi di avere notizia di tanti preziosi segreti da coloro che vengono al
Tempio per incontrarsi o per confessarsi alla Dea o per pregare, ma devono
uscirne al più presto. In fin dei conti, è il primo posto in cui la Somma Sa-
cerdotessa penserà di cercare. Né può farli uscire da lì attraverso la pietra
allentata nel muro esterno da cui è entrato all'andata. Il falso Signore del-
l'Oltretomba può esserne a conoscenza, avendo preso accordi per il delitto
e specificato l'ora e il luogo, e ormai deve avere indovinato che a tradire è
stato l'assassino cieco.
Attutito dalle spesse pietre, risuona un gong di bronzo. Lo sente attra-
verso i piedi.
Conduce la fanciulla di muro in muro, poi giù lungo una scala ripida e
stretta. Lei piagnucola per la paura: avere la lingua tagliata non ha arrestato
la sua capacità di piangere. Peccato, pensa lui. Trova a tastoni la fogna in
disuso che è lì, lo sa, ce la fa salire offrendole le mani come staffa, quindi
si issa accanto a lei. D'ora in avanti dovranno strisciare. L'odore non è pia-
cevole, ma è un odore vecchio. Effluvio umano raggrumato, ridotto in pol-
vere.
Ora c'è aria fresca. La sente mentre annusa per controllare se c'è odore di
fumo di torce.
Ci sono stelle? le chiede. Lei annuisce. Dunque non ci sono nuvole. Pec-
cato. Un paio delle cinque lune devono risplendere - lo sa dal periodo del
mese - e altre tre seguiranno tra breve. Loro due saranno chiaramente visi-
bili per il resto della notte, e alla luce del giorno diverranno incandescenti.
Il Tempio non vorrà che la storia della loro fuga diventi di pubblico do-
minio - significherebbe perdere la faccia, e inoltre potrebbero seguire delle
rivolte. Un'altra fanciulla sarà scelta per il sacrificio: con i veli chi se ne
accorgerà? Ma molti li inseguiranno, di nascosto ma implacabilmente.
Può trovare un nascondiglio, ma prima o poi dovrebbero uscirne per
procurarsi cibo e acqua. Da solo avrebbe potuto farcela, ma non in due.
Potrebbe sempre buttarla in un fosso. O pugnalarla, gettarla in un pozzo.
No, non può.
C'è sempre il covo degli assassini. È dove tutti loro vanno quando non
lavorano, a scambiare due chiacchiere, a dividersi il bottino e a vantarsi
delle loro imprese. È nascosto audacemente proprio sotto la stanza dei giu-
dizi del palazzo principale, un profondo sotterraneo cosparso di tappeti - i
tappeti che gli assassini furono costretti a tessere da bambini e che poi
hanno rubato. Li riconoscono al tatto e spesso ci siedono sopra, fumando
l'erbaccia fring che induce al sogno e passando le dita sui disegni, sui colo-
ri sgargianti, ricordando com'erano quei colori quando ancora ci vedevano.
Ma solo gli assassini ciechi hanno il permesso di entrare nel sotterraneo.
Formano una società chiusa, nella quale gli estranei sono introdotti soltan-
to sotto forma di bottino. Inoltre, lui ha tradito la sua professione salvando
la vita a qualcuno che era stato pagato per uccidere. Sono professionisti,
gli assassini; si vantano di portare a termine i loro contratti, non sopporta-
no violazioni al loro codice di comportamento. Lo ucciderebbero senza
pietà, e anche lei, dopo un po'.
Uno dei suoi compagni potrebbe benissimo venire ingaggiato per rin-
tracciarli. Contro un furbo ci vuole un furbo e mezzo. Poi, presto o tardi,
saranno condannati. Basterà il profumo di lei a tradirli - l'hanno profumata
da capo a piedi.
Dovrà portarla fuori da Sakiel-Norn - fuori della città, fuori del territorio
conosciuto. È pericoloso, ma non tanto quanto restare. Forse riuscirà a
scendere giù al porto, quindi a salire a bordo di una nave. Ma come varcare
di nascosto le porte? Tutte e otto sono serrate e sorvegliate, come sempre
la notte. Da solo, potrebbe scalare le mura - ha le dita delle mani e dei pie-
di capaci di fare presa come quelle di un geco -, ma con lei sarebbe una ca-
tastrofe.
C'è un'altra via. Rimanendo in ascolto a ogni passo, la conduce giù, ver-
so la parte della città più vicina al mare. Le acque di tutte le sorgenti e le
fontane di Sakiel-Norn vengono raccolte in un canale, e questo canale si
riversa sotto le mura della città, attraverso un tunnel ad arco. L'acqua è più
alta della testa di un uomo e la corrente veloce, perciò nessuno prova mai a
entrare in città per quella via. Ma a uscirne?
L'acqua che scorre attenuerà l'odore.
Lui sa nuotare. È una delle cose che gli assassini hanno cura di imparare.
Presume giustamente che lei non ne sia capace. Le dice di togliersi tutti i
vestiti e di farne un fagotto. Quindi si libera della veste del Tempio e lega i
suoi abiti al fagotto di lei. Si annoda la veste attorno alle spalle, poi attorno
ai polsi della fanciulla, le dice che se i nodi si sciolgono non dovrà comun-
que staccarsi da lui, qualunque cosa accada. Quando raggiungeranno il
passaggio ad arco, dovrà trattenere il respiro.
Gli uccelli nyerk si stanno svegliando; ne sente i primi gracidii; presto
sarà giorno. Tre strade più in là si sta avvicinando qualcuno, con passo de-
ciso, prudente, come se stesse cercando qualcosa. L'assassino cieco in par-
te guida, in parte spinge la ragazza nell'acqua fredda. Lei annaspa, ma fa
come le è stato detto. Si fanno trascinare dalle acque; lui cerca la corrente
principale, tende l'orecchio per cogliere il rumore dell'impeto e del gorgo-
glio dell'acqua dove questa entra nel passaggio ad arco. Troppo presto e
rimarranno senza fiato, troppo tardi e lui si spaccherà la testa contro la pie-
tra. Poi si tuffa sott'acqua.
L'acqua è indistinta, non ha forma, puoi infilarci la mano; eppure può
ucciderti. La forza di una simile cosa è la velocità, la traiettoria. Con cosa
va a urtare e quanto velocemente. Lo stesso potrebbe dirsi... ma non im-
porta.
C'è un lungo tragitto angoscioso. Pensa che gli scoppieranno i polmoni,
che le braccia gli cederanno. La sente trascinarsi dietro di lui, si chiede se
sia annegata. Almeno la corrente è con loro. Struscia contro la parete del
tunnel; qualcosa si lacera. Stoffa o carne?
Una volta oltre il passaggio ad arco tornano in superficie; lei tossisce, lui
ride piano. Le tiene la testa sopra l'acqua, stando sul dorso; in questo modo
percorrono galleggiando un tratto del canale. Quando giudica che si trovi-
no abbastanza lontano e abbastanza al sicuro, si dirige verso terra e la issa
sulla riva sassosa in pendenza. Cerca a tastoni l'ombra di un albero. È e-
sausto, ma anche inebriato, pieno di una strana felicità dolente. L'ha salva-
ta. Ha dispensato pietà per la prima volta nella sua vita. Chissà cosa può
derivare da una simile deviazione dal sentiero prescelto?
C'è qualcuno in giro? chiede. Lei si ferma a guardare, scrolla la testa per
dire di no. Qualche animale? Di nuovo no. Appende i loro abiti ai rami
dell'albero; poi, alla luce delle lune color zafferano, eliotropio e magenta
che si va affievolendo, la prende tra le braccia come se fosse seta, affonda
dentro di lei. È fresca come un melone, e leggermente salata, come un pe-
sce fresco.
Giacciono l'una nelle braccia dell'altro, profondamente addormentati,
quando tre spie mandate in avanscoperta dal Popolo della Desolazione per
perlustrare gli accessi alla città inciampano su di loro. Vengono brusca-
mente svegliati, quindi interrogati da quella delle spie che parla la loro lin-
gua, anche se tutt'altro che alla perfezione. Il ragazzo è cieco, dice agli al-
tri, e la ragazza è muta. Le tre spie li guardano meravigliate. Come hanno
fatto ad arrivare fin lì? Non vengono certo dalla città; tutte le porte sono
serrate. È come se fossero caduti dal cielo.
La risposta è ovvia: devono essere messaggeri divini. Viene loro gentil-
mente concesso di rimettersi i vestiti ormai asciutti e di montare insieme
sul cavallo di una delle spie, quindi vengono condotti via per essere pre-
sentati al Servitore della Gioia. Le spie sono enormemente soddisfatte di
sé, e l'assassino cieco ha il buonsenso di non parlare troppo. Ha sentito va-
ghe storie su questa gente e sulle sue curiose credenze riguardo ai messag-
geri divini. Si dice che questi trasmettano i loro messaggi in forme oscure,
e così cerca di ricordarsi tutti gli indovinelli, i paradossi e gli enigmi che
conosce: La via che scende è la via che sale. Cos'è che va su quattro gambe
all'alba, su due a mezzogiorno e su tre la sera? Dal divoratore è uscito il
cibo e dal forte è uscito il dolce. Cos'è bianco e nero e tutto coperto di ros-
so?
Questo non può essere zycroniano, non avevano i giornali.
Aggiudicato. Come non detto. Che ne pensi di: È più forte di Dio, più
cattivo del Diavolo, il povero ce l'ha, al ricco manca e se lo mangi muori?
È nuovo.
Prova a indovinare.
Mi arrendo.
Niente.
Lei ci mette un minuto a capire. Niente. Sì, dice. Dovrebbe andare.

Mentre cavalcano, l'assassino cieco tiene un braccio attorno alla fanciul-


la. Come proteggerla? Ha un'idea, improvvisata e generata dalla dispera-
zione, ma nonostante ciò può funzionare. Affermerà che tutti e due sono
davvero messaggeri divini, ma di tipo differente. È lui che riceve i mes-
saggi dall'Invincibile, ma solo lei può interpretarli. A tal fine usa le mani,
fa dei segni con le dita. Il metodo per leggere quei segni è stato rivelato so-
lo a lui. Aggiungerà, giusto nel caso che venga loro qualche brutta idea,
che a nessun uomo è concesso di toccare la fanciulla muta in modo scon-
veniente, o di toccarla in generale. Tranne a lui, naturalmente. Altrimenti
lei perderà il suo potere.
È semplice, finché la berranno. Spera che lei sia svelta di comprendonio
e sia capace di improvvisare. Si chiede se conosca qualche segno.

È tutto per oggi, dice lui. Devo aprire la finestra.


Ma fa così freddo.
No, non per me. Questo posto sembra uno sgabuzzino. Sto soffocando.
Gli sente la fronte. Credo che ti stia venendo qualcosa. Potrei andare in
farmacia.
No. Non mi ammalo mai.
Che c'è? Cosa c'è che non va? Sei preoccupato.
Non sono esattamente preoccupato. Non mi preoccupo mai. Ma non mi
fido di quanto sta succedendo. Non mi fido dei miei amici. I miei cosiddet-
ti amici.
Perché? Cosa stanno combinando?
Praticamente nulla, dice lui. È questo il problema.

Mayfair, febbraio 1936

PETTEGOLEZZI SULLA TORONTO CHE CONTA

DI YORK

A metà gennaio si è visto il Royal York Hotel traboccare di


gaudenti in tenute esotiche, in occasione del terzo ballo di benefi-
cenza in costume della stagione, organizzato in sostegno del Bre-
fotrofio Downtown Foundlings. Quest'anno il tema - con una
strizzatina d'occhio allo spettacolare Beaux Arts Bali dello scorso
anno, intitolato «Tamerlano a Samarcanda» - era «Xanadu», e sot-
to l'abile direzione del signor Wallace Wynant le tre lussuose sale
da ballo erano state trasformate in un «grandioso tempio del pia-
cere» di irresistibile splendore, dove Kubla Khan e il suo sfolgo-
rante seguito tenevano un gran ricevimento. Sovrani stranieri da
regni orientali e i loro corteggi - harem, servitori, danzatrici e
schiavi, come pure damigelle con salteri, mercanti, cortigiani, fa-
chiri, soldati di tutti i paesi e mendicanti in quantità - volteggia-
vano allegramente intorno a una fantastica fontana ispirata ad
«Alph, il fiume sacro», tinti di un viola da baccanale da un riflet-
tore sistemato in alto, sotto gli scintillanti festoni di cristallo della
centrale «Grotta di ghiaccio».
Le danze si svolgevano vivaci anche nei due adiacenti pergola-
ti, entrambi carichi di fiori, mentre in ogni sala un'orchestra jazz
continuava a eseguire «la musica e il canto». Non abbiamo sentito
«voci ancestrali profetanti guerra», dal momento che tutto era in
dolce armonia, grazie alla mano decisa della signora Winifred
Griffen Prior, ideatrice del ballo, incantevole nei panni scarlatti e
dorati di principessa del Rajistan. Nel comitato organizzatore era-
no presenti anche la signora Richard Chase Griffen, fanciulla a-
bissina in verde e argento, la signora Oliver MacDonnell, in rosso
cinese, e la signora Hugh N. Hillert, maestosa sultana in magenta.
L'assassino cieco: L'alieno sul ghiaccio

È in un altro posto adesso, ha affittato una stanza vicino alla stazione di


smistamento. È sopra un negozio di ferramenta. In vetrina c'è una misera
mostra di chiavi e cardini. Non va troppo bene; da queste parti nulla va
troppo bene. Il vento trasporta sabbia e fa rotolare sul terreno cartacce
spiegazzate; i marciapiedi sono infidi per il ghiaccio, per la neve ammuc-
chiata che nessuno ha spalato.
A una certa distanza i treni si lamentano e vengono smistati, i loro fischi
si affievoliscono in lontananza. Sempre in partenza. Potrebbe saltare su
uno, ma è un rischio: vengono pattugliati, anche se non si sa mai quando.
Comunque, ora è inchiodato lì - diciamo la verità - a causa di lei; anche se
lei, come i treni, non è mai puntuale ed è sempre in partenza.
La stanza è dopo la seconda rampa, scala di servizio con gomma sui
gradini, gomma consumata a chiazze, ma almeno ha un'entrata indipenden-
te. A meno che non si voglia contare la giovane coppia con un bambino
piccolo dall'altra parte della parete. Usano la stessa scala, ma lui li vede di
rado, si alzano troppo presto. Però li sente a mezzanotte, quando cerca di
lavorare; ci danno dentro come se non ci fosse un domani, con il letto che
cigola come tanti topi. Lo fa impazzire. Si penserebbe che quando il mar-
mocchio si mette a urlare la facciano finita, e invece no, continuano a ga-
loppare. Ma almeno si sbrigano.
A volte appoggia l'orecchio alla parete per ascoltare. Un oblò qualsiasi
durante una tempesta, pensa. Di notte tutte le vacche sono vacche.
Ha incrociato la donna un paio di volte, infagottata e con il fazzoletto
come una nonna russa, alle prese con pacchi e con la carrozzina del bam-
bino. La tengono al piano terra, dove rimane in attesa come una trappola
mortale aliena, con la sua nera bocca spalancata. Una volta l'ha aiutata a
portarla e lei gli ha sorriso, un sorriso furtivo, i piccoli denti bluastri attor-
no ai bordi, come latte scremato. Di notte la mia macchina da scrivere vi
disturba? ha azzardato - alludendo al fatto che a quell'ora è sveglio, che li
sente. No, per niente. Sguardo vuoto, ottuso come quello di una giovenca.
Cerchi scuri sotto gli occhi, linee all'ingiù incise dal naso agli angoli della
bocca. Lui dubita che le attività notturne siano una sua idea. Sono troppo
veloci, tanto per cominciare - il tizio entra ed esce come un rapinatore di
banche. Lei porta scritto su tutta se stessa cavallo da soma; probabilmente
fissa il soffitto, pensa a lavare il pavimento.
La sua stanza è stata ricavata dividendone in due una più grande, il che
spiega l'inconsistenza della parete. Lo spazio è stretto e freddo: spifferi en-
trano dal telaio della finestra, il radiatore sferraglia e gocciola, ma non ri-
scalda. Un gabinetto nascosto in un angolo gelido, la tazza macchiata di un
arancione velenoso da vecchio piscio e ferro, e una cabina per la doccia
fatta di zinco, con una tenda di gomma sudicia per l'età. La doccia è un tu-
bo nero che corre su per la parete, con una cipolla rotonda di metallo fora-
to. Il rivolo d'acqua che ne esce è di un gelo polare. Un letto a scomparsa,
montato con poca perizia, cosicché deve fare i salti mortali per tirarlo giù;
un piano di lavoro di compensato messo insieme con chiodini, un tempo
dipinto di giallo. Un fornelletto a un fuoco. La tetraggine ricopre ogni cosa
come fuliggine.
In confronto a dove potrebbe essere adesso, è un palazzo.
Ha mollato i suoi compagni. Ha tagliato la corda, non ha lasciato indi-
rizzi. Non sarebbe dovuto occorrere tanto tempo per rimediare un passa-
porto, o i due passaporti di cui ha bisogno. Ha intuito che lo stavano te-
nendo in caldo come assicurazione: se qualcuno a loro parere più impor-
tante fosse stato preso, avrebbero potuto scambiarlo con lui. Forse stavano
pensando di consegnarlo comunque alla polizia. Sarebbe stato un magnifi-
co capro espiatorio: era sacrificabile, non aveva mai aderito veramente alle
loro idee. Un compagno di viaggio che non andava abbastanza lontano o
abbastanza in fretta. A loro non piaceva la sua erudizione, per quello che
valeva; a loro non piaceva il suo scetticismo, che scambiavano per superfi-
cialità. Solo perché Tizio ha torto non vuol dire che Caio abbia ragione,
aveva detto una volta. Probabilmente se l'erano segnato per ogni eventuali-
tà. Avevano le loro piccole liste.
Forse volevano il loro martire, il loro Sacco e Vanzetti in versione sin-
gola. Dopo che l'avranno messo in croce fino a farlo diventare un Rosso, la
sua faccia patibolare su tutti i giornali, riveleranno alcune prove della sua
innocenza - raccogliendo a proprio vantaggio lo sdegno dell'opinione pub-
blica. Guardate cosa fa il sistema! Un vero e proprio assassinio! Non c'è
giustizia! È questo il modo di pensare dei compagni. Come una partita di
scacchi. E lui è il pedone da sacrificare.

Va alla finestra, guarda fuori. Ghiaccioli come zanne brunastre pendono


al di là dei vetri, prendendo il colore dal tetto. Pensa al nome di lei circon-
dato da un'aura elettrica - eccitazione sessuale come neon blu. Dov'è? Non
prenderà un taxi, non fino a destinazione, è troppo sveglia per farlo. Os-
serva la fermata del tram, desiderando che si materializzi. Che scenda giù
facendo balenare una gamba, una scarpa con il tacco alto, meglio se costo-
sa. Fica sui trampoli. Perché pensa certe cose, visto che se un altro uomo
qualsiasi la chiamasse così picchierebbe quel bastardo?
Indosserà una pelliccia. La disprezzerà per questo, le chiederà di tenerse-
la addosso. Con la pelliccia dall'inizio alla fine.
L'ultima volta che l'ha vista aveva un livido sulla coscia. Aveva deside-
rato di averglielo fatto lui. Cos'è? Ho sbattuto contro una porta. Sa sempre
quando mente. O crede di saperlo. Pensare di saperlo può essere una trap-
pola. Un ex professore una volta gli aveva detto che aveva un intelletto du-
ro come diamante, e al tempo ne era stato lusingato. Ora considera la natu-
ra dei diamanti. Sebbene taglienti, scintillanti e utili per tagliare il vetro,
brillano soltanto di luce riflessa. Al buio non servono a niente.
Perché continua a venire? Lui è un suo gioco privato, è così? Non le farà
pagare niente, non si farà comprare. Da lui vuole una storia d'amore, per-
ché è questo che vogliono le ragazze, o almeno le ragazze del suo tipo, che
si aspettano ancora qualcosa dalla vita. Ma dev'esserci un altro punto di vi-
sta. Desiderio di rivincita, o di punizione. Le donne hanno modi curiosi di
ferire qualcun altro. Invece dell'altro, feriscono se stesse; oppure lo fanno
in modo che il tizio non venga neppure a sapere che è stato ferito, se non
molto più tardi. Poi lo scopre. Allora gli cade l'uccello. Nonostante quegli
occhi, la linea pura della sua gola, a volte coglie un barlume di qualcosa di
contorto, macchiato.
Meglio non inventarla in sua assenza. Meglio aspettare che sia davvero
qui. Poi potrà crearla dal vero.
Ha un tavolino da bridge, un vero pezzo da mercato delle pulci, e una
sedia pieghevole. Siede alla macchina da scrivere, si soffia sulle dita, infila
un foglio.

In un ghiacciaio situato sulle Alpi svizzere (o sulle Montagne Rocciose,


meglio, o in Groenlandia, ancora meglio), alcuni esploratori hanno trovato
- incastrato in una colata di ghiaccio diafano - un veicolo spaziale. Ha la
forma di un piccolo dirigibile, ma appuntito alle estremità come un baccel-
lo di okra. Ne fuoriesce uno strano bagliore, che brilla attraverso il ghiac-
cio. Di che colore è? Verde, è la cosa migliore, con una sfumatura gialla
come l'assenzio.
Gli esploratori sciolgono il ghiaccio, servendosi di cosa? Un cannello da
saldatori che per caso hanno con sé? Un grosso falò fatto con gli alberi lì
intorno? Se devono esserci alberi, meglio rispostare la scena sulle Monta-
gne Rocciose. Non ci sono alberi in Groenlandia. Forse si potrebbe usare
un grosso cristallo che ingrandisca i raggi del sole. I boy scout - di cui a-
veva fatto brevemente parte - gli avevano insegnato questo metodo per ac-
cendere il fuoco. Senza farsi vedere dal capogruppo, un gioviale uomo dal-
la lugubre faccia rosa entusiasta di canti e accette, avevano tenuto le loro
lenti d'ingrandimento puntate sulle braccia nude per vedere chi avrebbe re-
sistito più a lungo. Il quel modo avevano dato fuoco ad aghi di pino e a
pezzi di carta igienica.
No, il cristallo gigante sarebbe stato troppo improbabile.
Il ghiaccio viene gradualmente sciolto. X, che sarà uno scozzese burbe-
ro, li avverte di lasciar perdere, perché la cosa non fa prevedere nulla di
buono, ma Y, che è uno scienziato inglese, dice che è loro dovere accre-
scere il patrimonio della conoscenza umana, mentre Z, un americano, so-
stiene che hanno buone probabilità di fare milioni. B, che è una ragazza dai
capelli biondi e la bocca gonfia, come se fosse stata presa a pugni, dice che
è tutto molto eccitante. È russa e si presume che creda nel libero amore. X,
Y e Z non hanno ancora fatto la prova, sebbene ne abbiano tutti voglia - X
inconsciamente, Y con un senso di colpa e Z con volgarità.
All'inizio chiama sempre i suoi personaggi con lettere, poi inserisce i
nomi. A volte consulta l'elenco telefonico, a volte le iscrizioni sulle lapidi.
La donna è sempre B, che sta per Bambina Bislacca, Bambolina o Bel
Bocconcino, a seconda del suo stato d'animo. O per Bella Bionda, natu-
ralmente.
B dorme in una tenda separata e ha l'abitudine di dimenticare le manopo-
le e di girare di notte, contrariamente agli ordini. Fa commenti sulla bel-
lezza della luna e sulle qualità armoniche degli ululati dei lupi; è in rappor-
ti di amicizia con i cani da slitta, a cui si rivolge in una parlata infantile
russa, e sostiene (nonostante il suo materialismo scientifico ufficiale) che
hanno un'anima. Sarà una seccatura se rimarranno senza cibo e dovranno
mangiarne uno, ha concluso X con il suo pessimismo scozzese.
La struttura scintillante simile a un baccello è liberata dal ghiaccio, ma
gli esploratori hanno solo pochi minuti per esaminare il materiale di cui è
fatta - una sottile lega di metallo sconosciuta all'uomo -, prima che si vola-
tilizzi, lasciando un odore di mandorle, o patchouli, o zucchero bruciato, o
zolfo, o cianuro.
Sotto gli occhi di tutti appare una sagoma di forma umanoide, chiara-
mente maschile, vestita in un abito attillato del colore blu verdastro delle
piume di pavone, con lo splendore delle ali degli scarabei. No. Fa pensare
troppo alle fate. Vestito in un abito attillato del blu verdastro della fiamma
del gas, con lo splendore della benzina versata nell'acqua. È ancora inca-
strato nel ghiaccio che si deve essere formato all'interno del baccello. Ha la
pelle verde chiaro, orecchie leggermente a punta, sottili labbra cesellate e
grandi occhi spalancati. Sono quasi tutti pupilla, come nei gufi. I capelli
sono di un verde più scuro, e sono raccolti in spesse crocchie sul cranio,
che è piuttosto a punta.
Incredibile. Un essere proveniente dallo spazio. Chissà quanto tempo è
giaciuto là? Decenni? Secoli? Millenni?
È sicuramente morto.
Cosa devono fare? Issano il blocco di ghiaccio che lo rinchiude e si im-
barcano in una discussione. (X dice che dovrebbero partire subito e chia-
mare le autorità; Y vuole sezionarlo lì per lì, ma gli viene ricordato che po-
trebbe volatilizzarsi, come l'astronave; Z è decisamente propenso a portar-
lo nel mondo civile su una slitta, quindi a impacchettarlo nel ghiaccio sec-
co e a venderlo al miglior offerente; B fa osservare che i cani da slitta
stanno dimostrando un inquietante interesse e hanno cominciato a uggiola-
re, ma non viene presa in considerazione a causa della sua maniera enfati-
ca, russa e femminile di mettere le cose). Finalmente - è ormai buio, l'au-
rora boreale si comporta in modo strano - viene deciso di metterlo nella
tenda di B. B dovrà dormire nell'altra tenda insieme ai tre uomini, il che
fornirà qualche opportunità di voyerismo a lume di candela, visto che B sa
certamente come riempire sia una tenuta da alpinista che un sacco a pelo.
Durante la notte monteranno guardie di quattro ore, avvicendandosi nei
turni. Di mattina tireranno a sorte per raggiungere la decisione finale.
Tutto va bene durante la guardia di X, Y e Z. Poi viene il turno di B. Di-
ce di avere una strana sensazione, l'impressione che non andrà tutto liscio,
ma lo dice sempre e viene ignorata. Appena svegliata da Z, che è stato lì a
guardarla con impulsi libidinosi mentre si è stiracchiata, si è sfilata a fatica
dal sacco a pelo e poi si è dimenata per entrare nella tuta imbottita, prende
il suo posto nella tenda insieme alla creatura congelata. Il tremolio della
candela le fa venir sonno; si ritrova a chiedersi come sarebbe l'uomo verde
in una situazione romantica - ha belle sopracciglia, anche se è così magro.
Si addormenta di colpo.
L'essere imprigionato nel ghiaccio comincia a emettere bagliori, dap-
prima deboli, poi più intensi. L'acqua cola silenziosamente sul pavimento
della tenda. Ora il ghiaccio è scomparso. Si mette seduto, poi si alza. Sen-
za un solo rumore si avvicina alla ragazza addormentata. I capelli verde
scuro sulla sua testa si agitano, crocchia dopo crocchia, quindi si allunga-
no, tentacolo - perché è questo che sono - dopo tentacolo. Un tentacolo si
attorciglia attorno alla gola della ragazza, un altro attorno alle sue abbon-
danti forme, un terzo le copre la bocca. Lei si sveglia come da un incubo,
ma non è di un incubo che si tratta: il viso dell'essere spaziale è vicino al
suo, i suoi freddi tentacoli la tengono in una morsa implacabile; la sta os-
servando con un desiderio e una bramosia senza precedenti, esprimendo
bisogno puro e semplice. Nessun uomo mortale l'ha mai guardata con tale
intensità. Lotta brevemente, poi si arrende al suo abbraccio.
Non che abbia molta scelta.
La bocca verde si apre, scoprendo delle zanne. Si avvicinano al suo col-
lo. La ama al punto da assimilarla - da fame parte di sé, per sempre. Lui e
lei diventeranno una cosa sola. La ragazza lo capisce senza bisogno di pa-
role, perché tra l'altro questo signore ha il dono della comunicazione tele-
patica. Sì, sospira.

Si fa un'altra sigaretta. Lascerà che B venga mangiata e bevuta in questa


maniera? O i cani da slitta si accorgeranno della brutta situazione in cui si
trova, spezzeranno le funi, faranno irruzione attraverso la tela, sbraneranno
il tizio tentacolo dopo tentacolo? Oppure uno degli altri - lui preferisce Y,
il freddo scienziato inglese - verrà a salvarla? Seguirà una lotta? Potrebbe
andare. Sciocco! Avrei potuto insegnarvi tutto! trasmette telepaticamente
l'alieno a Y appena prima di morire. Il suo sangue sarà di un colore non
umano. Arancione andrebbe bene.
O forse il tizio verde scambierà liquidi venosi con B, e lei diventerà co-
me lui - una versione verdastra di se stessa. Poi i due agiranno insieme, ri-
durranno gli altri in gelatina, decapiteranno i cani e muoveranno alla con-
quista del mondo. Le città ricche e tiran niche dovranno essere distrutte,
quelle povere e virtuose lasciate libere. Noi siamo il Flagello del Signore,
annuncerà la coppia. A quel punto saranno in possesso del Raggio della
Morte, messo insieme con le conoscenze dello spaziale e un po' di chiavi e
cardini rubati in un vicino ferramenta, perciò chi oserà protestare?
Oppure l'alieno non berrà affatto il sangue di B - si inietterà dentro di
lei! Il suo corpo si accartoccerà come un acino, la sua pelle secca e rugosa
si trasformerà in nebbiolina, e al mattino non rimarrà traccia di lui. I tre
uomini andranno da B strofinandosi gli occhi assonnati. Non so cosa sia
successo, dirà lei, e siccome non lo sa mai, le crederanno. Forse abbiamo
avuto tutti un'allucinazione, diranno. È il nord, l'aurora boreale - confonde
i cervelli degli uomini. Il sangue si condensa per il freddo. Non coglieran-
no il verde bagliore alieno superintelligente negli occhi di B, che erano
comunque verdi fin dall'inizio. Ma i cani lo capiranno. Annuseranno il
cambiamento. Ringhieranno con le orecchie all'indietro, ululeranno in tono
lamentoso, non vorranno più esserle amici. Cos'è preso a questi cani?
Le possibilità sono talmente tante.
La lotta, il combattimento, la salvezza. La morte dell'alieno. E nel frat-
tempo i vestiti verranno strappati via. Succede sempre così.

Perché sforna certe porcherie? Perché ne ha bisogno - altrimenti sarebbe


del tutto al verde, e cercare un'altra occupazione in quella situazione lo
porterebbe allo scoperto più di quanto sarebbe minimamente prudente.
Anche perché lo sa fare. Ha il bernoccolo. Non tutti ce l'hanno: molti han-
no provato, molti hanno fallito. Una volta aveva ambizioni più grandi, più
serie. Scrivere la vita di un uomo com'è veramente. Scendere terra terra, al
livello delle paghe da fame e del pane e dello stillicidio e delle prostitute
da quattro soldi con la faccia da troia e dei calci in bocca e del vomito nei
rigagnoli. Mettere in mostra i meccanismi del sistema, il macchinario, il
modo in cui ti mantiene in vita soltanto finché ti rimane un po' di forza, ti
esaurisce, ti trasforma in un dente dell'ingranaggio o in un ubriacone, ti
schiaccia in una maniera o nell'altra il viso nella merda.
Ma il lavoratore medio non leggerebbe quel genere di cose - il lavoratore
che secondo i compagni ha una nobiltà tanto innata. Quel che vogliono
quei ragazzi è la sua robaccia. Economica, al prezzo di un centesimo, azio-
ne veloce, con un sacco di tette e di culi. Non che si possano stampare le
parole «tette» e «culi»: i libri da quattro soldi sono sorprendentemente pu-
ritani. Seni e sederi è il massimo a cui arrivano. Sangue e pallottole, budel-
la e urla e contorcimenti, ma niente nudità esplicita completa. Niente be-
stemmie. Forse non è puritanesimo, forse semplicemente non vogliono che
li facciano chiudere.

Si accende una sigaretta, si muove furtivo, guarda fuori della finestra.


Ceneri oscurano la neve. Un tram passa stridendo. Si gira, si muove furti-
vo, con in testa parole disposte a scatole cinesi. Controlla l'orologio: è di
nuovo in ritardo. Non verrà.

VII

Il baule da nave

L'unico modo per scrivere la verità è presumere che quanto annoti non
verrà mai letto. Da nessun'altra persona, e neanche da te in epoca successi-
va. Altrimenti cominci a giustificarti. Deve sembrarti che lo scritto fuorie-
sca come un lungo ghirigoro d'inchiostro dall'indice della tua mano destra;
deve sembrarti che la tua mano sinistra lo cancelli.
Impossibile, naturalmente.
Io faccio scorrere la mia riga, faccio scorrere la mia riga, questo filo nero
che sto dipanando attraverso la pagina.

Ieri è arrivato un pacco per me: una nuova edizione dell'Assassino cieco.
È una copia di pura cortesia: non ne risulterà alcun guadagno, almeno per
me. Il libro è ormai fuori diritti e chiunque può pubblicarlo, perciò il pa-
trimonio di Laura non vedrà nulla dei profitti. È ciò che succede un dato
numero di anni dopo la morte dell'autore: si perde il controllo dell'opera. È
là fuori nel mondo, e si moltiplica in Dio sa quante forme, senza nessun
avallo da parte mia.
Artemisia Press, si chiama questa casa editrice; è inglese. Credo siano
quelli che mi hanno chiesto di scrivere un'introduzione, cosa che ho rifiuta-
to, è ovvio. Probabilmente gestita da un gruppo di donne, con un nome del
genere. Mi chiedo quale Artemisia abbiano in mente - la generalessa per-
siana descritta da Erodoto, che se la diede a gambe quando la battaglia si
mise male per lei, o la matrona romana che mangiò le ceneri del marito
morto, in modo che il suo corpo ne diventasse il sepolcro vivente? Proba-
bilmente la pittrice rinascimentale violentata: è l'unica che venga ricordata
oggigiorno.
Il libro è sul tavolo della cucina. Capolavori dimenticati del ventesimo
secolo, è scritto in corsivo sotto il titolo. Laura era una «modernista», ci
viene detto nel risvolto interno. Era «influenzata» dai gusti di Djuna Bar-
nes, Elizabeth Smart, Carson McCullers - autrici che so per certo che non
aveva mai letto. Il disegno sulla copertina non è troppo male, però. Sfuma-
ture di un viola brunastro sbiadito, uno stile fotografico: una donna in slip,
a una finestra, vista attraverso una tenda a rete, il viso in ombra. Dietro di
lei, uno spicchio d'uomo - il braccio, la mano, il dietro della testa. Abba-
stanza appropriato, credo.

Ho deciso che era ora di telefonare al mio avvocato. Cioè, non al mio
vero avvocato. Quello che consideravo mio, quello che si è occupato della
faccenda con Richard, che si è battuto tanto strenuamente contro Winifred,
anche se invano - quello è morto parecchi decenni fa. Da allora in poi sono
stata passata di mano in mano all'interno dello studio, come una teiera
d'argento eccessivamente decorata che viene rifilata come regalo di nozze
a ogni nuova generazione, ma che nessuno adopera mai.
«Il signor Sykes, per favore» ho detto alla ragazza che ha risposto. Una
delle segretarie, suppongo. Ho immaginato le sue unghie, lunghe, rosso
scuro e a punta. Ma forse quello non è il tipo di unghie giusto per una se-
gretaria di oggi. Forse sono blu ghiaccio.
«Spiacente, il signor Sykes è in riunione. Di chi devo dire?»
Potrebbero benissimo usare dei robot. «La signora Iris Griffen» ho ri-
sposto, nella mia voce più tagliente. «Sono una delle sue più vecchie clien-
ti».
Questo non mi ha aperto nessuna porta. Il signor Sykes era sempre in
riunione. È un ragazzo occupato, a quanto pare. Ma perché penso a lui co-
me a un ragazzo? Deve essere sui cinquantacinque - nato, forse, nello stes-
so anno in cui è morta Laura. È davvero morta da tanto tempo, il tempo
che ci è voluto a far crescere e maturare un avvocato? È un'altra di quelle
cose che devono essere vere perché tutti gli altri sono d'accordo nel trovar-
le tali, sebbene a me non lo sembrino.
«Posso dire al signor Sykes di cosa si tratta?» ha chiesto la segretaria.
«Del mio testamento» ho risposto. «Sto considerando l'idea di scriverne
uno. Lui mi ha consigliato spesso di farlo». (Una bugia, ma volevo incul-
care nel suo cervello sicuramente svagato che il signor Sykes e io siamo
amici per la pelle). «Si tratta di questo, e di qualche altra faccenda. Dovrei
venire a Toronto al più presto, per consultarlo. Forse potrebbe chiamarmi,
quando ha un minuto libero».
Ho immaginato il signor Sykes che riceveva il messaggio; ho immagina-
to il piccolo brivido che gli sarebbe corso dietro al collo mentre provava a
dare un senso al mio nome, e poi ci riusciva. Avrebbe sentito la morte pas-
sargli accanto. È quello che si prova - succede perfino a me - quando ci si
imbatte in quei trafiletti di giornale su persone un tempo famose o bellis-
sime o tristemente note, e per lungo tempo ritenute morte. E invece a
quanto pare continuano a vivere, in qualche forma raggrinzita, oscura, in-
crostati dagli anni, come scarafaggi sotto un sasso.
«Naturalmente, signora Griffen» ha detto la segretaria. «Mi assicurerò
che la richiami». Devono prendere lezioni - lezioni di dizione - per ottene-
re esattamente la giusta miscela di considerazione e disprezzo. Ma perché
mi lamento? È un'arte in cui una volta ero esperta anch'io.
Ho messo giù il telefono. Ci sarà senza dubbio qualche occhiata sorpresa
tra il signor Sykes e i suoi compari, uomini dall'aspetto giovanile che co-
minciano a perdere i capelli, guidano Mercedes e hanno pance paffute: Co-
sa può mai avere da lasciare in eredità la vecchia befana?
Cosa, cioè, di cui valga la pena parlare?

In un angolo della mia cucina c'è un baule da nave pieno di etichette


strappate. È una parte del set di bagagli coordinati del mio corredo - un
tempo vitello giallo chiaro, ora scurito, le rifiniture in acciaio rovinate e
sporche. Lo tengo chiuso a chiave, la chiave affondata ben bene in fondo a
un barattolo a chiusura ermetica pieno di crusca. I barattoli del caffè e del-
lo zucchero sarebbero troppo ovvi.
Ho lottato con il coperchio del barattolo - devo pensare a un nascondi-
glio migliore, più facile - e finalmente l'ho aperto e ho tirato fuori la chia-
ve. Mi sono inginocchiata con una certa difficoltà, ho girato la chiave nella
serratura, ho sollevato il coperchio.
Era un po' che non aprivo il baule. L'odore di bruciacchiato e di foglie
autunnali della carta vecchia si è levato a darmi il benvenuto. C'erano tutti
i quaderni con le loro scadenti copertine di cartone simili a segatura pres-
sata. Anche il dattiloscritto, tenuto insieme da un vecchio spago da cucina
incrociato. Anche le lettere agli editori - scritte da me, naturalmente, non
da Laura, che a quel tempo era morta - e le bozze corrette. Anche le lettere
di insulti, finché non ho smesso di conservarle.
Anche cinque copie della prima edizione, con le sopraccoperte ancora
come nuove - appariscenti, ma le sopraccoperte lo erano a quei tempi, ne-
gli anni subito dopo la guerra. I colori sono un arancione sgargiante, un
viola spento e un verde giallognolo, stampati su carta leggera, con un orri-
bile disegno - una specie di Cleopatra con seni verdi a pera, occhi bordati
di kajal, collane viola dall'ombelico al mento e un'enorme bocca arancione
imbronciata, che emerge come un genio dalle spire del fumo di una siga-
retta viola. L'acido sta corrodendo le pagine, la copertina dai colori violenti
sta sbiadendo come le piume di un uccello tropicale imbalsamato.
(Ricevetti sei copie omaggio - le copie dell'autore, erano chiamate -, ma
ne diedi una a Richard. Non so che fine abbia fatto. Credo che l'abbia
stracciata, come faceva sempre con i pezzi di carta che non voleva. No -
ora ricordo. La trovarono sulla barca insieme a lui, accanto alla sua testa.
Winifred me la rimandò con un biglietto: Guarda cos'hai fatto! L'ho strap-
pata io. Non volevo accanto a me nulla che fosse stato toccato da Richard).
Mi sono spesso chiesta cosa fare di tutto ciò - di questo nascondiglio di
cianfrusaglie, di questo piccolo archivio. Non posso indurmi a venderlo,
ma non posso neppure decidermi a disfarmene. Se non faccio niente, la
scelta sarà lasciata a Myra, che farà ordine dopo la mia morte. Dopo i pri-
mi momenti di choc - supponendo che si metta a leggere -, qualcosa verrà
senza dubbio strappato e fatto a pezzi. Poi un fiammifero acceso e tutto
tornerà come prima. Lo interpreterebbe come un atto di lealtà: è ciò che
avrebbe fatto Reenie. Ai vecchi tempi i guai si tenevano in famiglia, che è
sempre il posto migliore, ammesso che ne esista uno. Perché andare a ri-
vangare tutta la storia dopo tanti anni, con tutti quelli che vi sono coinvolti
ormai infilati da bravi, come bambini stanchi, nelle loro tombe?
Forse dovrei lasciare questo baule e il suo contenuto a un'università, o a
una biblioteca. Là almeno verrebbe apprezzato, in un senso macabro. Non
sono pochi gli studiosi a cui piacerebbe mettere i loro artigli su tutta questa
cartaccia. Materiale, lo chiamerebbero - il loro nome per il bottino. Devo-
no immaginarmi come un vecchio drago ammuffito accovacciato su un te-
soro ottenuto in modo illecito - una macilenta signora che non vuole cede-
re agli altri ciò di cui non sa che fare, una carceriera rinsecchita e ipercriti-
ca, una custode delle chiavi con un'espressione compassata sulle labbra,
che sorveglia la segreta in cui Laura, lasciata morire di fame, è incatenata
al muro.
Per anni mi hanno bombardata di lettere in cui mi chiedevano la corri-
spondenza di Laura - mi chiedevano manoscritti, promemoria, interviste,
aneddoti -, ogni genere di macabro dettaglio. A queste importune missive
avevo l'abitudine di stilare risposte redatte in maniera stringata:

«Gentile signorina W., a mio parere il suo progetto di una "cerimonia


commemorativa" sul ponte che fu la scena della tragica morte di Laura
Chase è sia di cattivo gusto che morboso. Deve essere fuori di testa. Credo
che lei soffra di autointossicazione. Dovrebbe provare un enteroclisma».

«Gentile signora X., la ringrazio per la lettera in cui mi informa della tesi
da lei proposta, sebbene non possa dire che il suo titolo abbia molto senso
per me. Senza dubbio lo ha per lei, altrimenti non se ne sarebbe uscita così.
Non posso darle alcun aiuto. Del resto, non ne merita. "Decostruzione" fa
pensare alla sfera metallica usata nelle demolizioni, e "problematizzare"
non è un verbo».

«Egregio dottor Y., riguardo al suo studio sulle implicazioni teologiche


dell'Assassino cieco: le credenze religiose di mia sorella erano molto pro-
fonde ma certamente non quel che si dice convenzionali. Non le piaceva
Dio, né approvava Dio, né sosteneva di capire Dio. Diceva di amare Dio, e
quanto agli esseri umani era un altro paio di maniche. No, non era buddi-
sta. Non sia fatuo. Le suggerisco di imparare a leggere».

«Egregio professor Z., ho preso nota della sua opinione secondo cui da
troppo tempo ormai si attende una biografia di Laura Chase. Questa può
benissimo essere, come lei dice, "tra le nostre più importanti scrittrici della
metà del secolo". Non saprei. Ma la mia collaborazione a ciò che lei chia-
ma "il suo progetto" è fuori questione. Non ho alcuna voglia di soddisfare
la sua bramosia di ampolle di sangue secco e dita mozzate di santi.
«Laura Chase non è il suo "progetto". Era mia sorella. Non avrebbe de-
siderato vedersi mettere le mani addosso dopo morta, in qualunque modo
si voglia eufemisticamente definire ciò. Le cose scritte possono fare molto
male. Troppo spesso la gente non ne tiene conto».

«Gentile signorina W., questa è la sua quarta lettera sullo stesso argo-
mento. La smetta di tormentarmi. Lei è una parassita».

Per decenni ho tratto una fosca soddisfazione da questi velenosi scara-


bocchi. Ho goduto nel leccare i francobolli, nel lasciar cadere le lettere
come tante bombe a mano nella scintillante cassetta rossa, con la sensazio-
ne di avere regolato i conti con qualche ficcanaso zelante e avido. Ma ul-
timamente ho smesso di rispondere. Perché punzecchiare degli estranei?
Se ne infischiano di quello che penso di loro. Per loro io sono solo un'ap-
pendice: la mano spaiata, in più, di Laura, non attaccata ad alcun corpo - la
mano che l'ha consegnata al mondo, a loro. Mi vedono come un deposito -
un mausoleo vivente, una fonte, come la definiscono. Perché dovrei fare
loro dei favori? Per quanto mi riguarda sono persone che frugano nell'im-
mondizia - iene, per lo più; sciacalli sulle tracce di una carogna, corvi a
caccia delle carcasse degli animali uccisi dalle auto lungo le strade; mo-
sche carnarie. Vogliono frugare dentro di me come se fossi un mucchio di
ciarpame, cercando rottami di metallo e terraglie rotte, cocci cuneiformi e
frammenti di papiro, curiosità, giocattoli perduti, denti d'oro. Se mai so-
spettassero cosa tengo riposto qui, scassinerebbero le serrature, farebbero
irruzione ed entrerebbero, mi darebbero una botta in testa e scapperebbero
con gli scarabocchi, e si sentirebbero più che giustificati.
No. Allora non a un'università. Perché dare loro soddisfazione?

Forse il mio baule da nave dovrebbe andare a Sabrina, nonostante la sua


decisione di restare nel suo isolamento, nonostante - ed è qui che fa più
male - il suo persistente rifiuto di me. Malgrado ciò, il sangue non è acqua,
come sa chiunque abbia assaggiato sia l'uno che l'altra. Queste cose le ap-
partengono di diritto. Si potrebbe perfino dire che sono la sua eredità: do-
potutto è mia nipote. È anche la pronipote di Laura. Sicuramente vorrà in-
formarsi sulle sue origini, una volta superata la cosa.
Ma non c'è dubbio che Sabrina rifiuterebbe un simile regalo. È adulta
adesso, continuo a ripetermi. Se ha qualcosa da domandarmi, qualcosa da
dirmi, me lo farà sapere.
Ma perché non lo fa? Perché ci mette tanto tempo? Il suo silenzio è una
forma di vendetta, per qualcosa o per qualcuno? Certo non per Richard.
Non l'ha mai conosciuto. Neanche per Winifred, da cui è scappata. Per sua
madre allora - per la povera Aimee?
Quanto può mai ricordare? Aveva solo quattro anni.
La morte di Aimee non è stata colpa mia.
Dov'è Sabrina adesso, e di cosa può andare in cerca? Me la immagino
come una ragazza magrolina, con un sorriso esitante, un po' ascetico; ma
graziosa, con i suoi seri occhi blu come quelli di Laura, i suoi lunghi capel-
li scuri attorcigliati in crocchie come serpi addormentate intorno alla testa.
Ma non avrà un velo; porterà sandali pratici, o magari stivali dalle suole
consumate. O avrà adottato un sari? Le ragazze come lei lo fanno.
Sarà impegnata in questa o quella missione - sfamare i poveri del Terzo
Mondo, confortare i morenti; espiare i peccati di noi altri. Un compito inu-
tile - i nostri peccati sono un pozzo senza fondo, e ce ne sono molti di più
là da dove vengono. Ma è questa la caratteristica di Dio - l'inutilità. Gli è
sempre piaciuta la futilità. La considera nobile.
Sotto questo aspetto ha preso da Laura: la stessa tendenza al-
l'assolutismo, lo stesso rifiuto del compromesso, lo stesso disprezzo per i
più volgari difetti umani. Per cavarsela con un simile atteggiamento biso-
gna essere belli. Altrimenti verrà semplicemente scambiato per brutto ca-
rattere.

Il Braciere

Nonostante la stagione, il tempo si mantiene caldo. Tiepido, mite, secco


e luminoso; perfino il sole, così pallido e debole in questo periodo dell'an-
no, è pieno e maturo, i tramonti opulenti. I tizi pimpanti e dalle facce sor-
ridenti del canale delle previsioni meteorologiche dicono che ciò è dovuto
a qualche lontana catastrofe che ha sollevato una gran quantità di polvere -
un terremoto, un vulcano? Qualche nuovo, feroce atto di Dio. Non tutto il
male vien per nuocere, è il loro motto.
Ieri Walter mi ha portata a Toronto all'appuntamento con l'avvocato. È
un posto dove non va mai se può evitarlo, ma Myra lo ha costretto. È stato
dopo il mio annuncio che avrei preso il pullman. Myra non ne ha voluto
sapere. Com'è risaputo c'è solo un pullman, e parte e ritorna al buio. Ha
detto che quando ne sarei scesa, la sera, gli automobilisti non mi avrebbero
visto di sicuro e mi avrebbero schiacciata come un insetto. In ogni caso,
non sarei dovuta andare a Toronto da sola perché, anche questo è risaputo,
è popolata interamente da criminali e rapinatori. Walter, ha detto, si sareb-
be preso cura di me.
Per la gita Walter si è messo un berretto da baseball rosso; tra il bordo
del berretto e il margine del bavero della giacca il suo collo irsuto sporgeva
come un bicipite. Le sue palpebre erano grinzose come ginocchia. «Ho
pensato di prendere il pickup» ha detto, «è solido come un cesso di matto-
ni, così quei delinquenti ci penseranno due volte prima di venirmi addosso.
Soltanto, c'è qualche molla in meno, perciò non sarà un viaggio comodo».
Secondo lui, i guidatori a Toronto sono tutti matti. «Be', bisogna essere
matti per andare là, no?» ha detto.
«Ed è là che stiamo andando» ho osservato.
«Ma solo una volta. Come dicevo alle ragazze, una volta non conta».
«E ti credevano, Walter?» ho chiesto, prendendolo in giro come piace a
lui.
«Certo. Stupide come rape. Soprattutto le bionde». Potevo sentirlo sorri-
dere.
Solida come un cesso di mattoni. Questo si diceva delle donne. Era inte-
so come un complimento, nei giorni in cui non tutti avevano cessi di mat-
toni; soltanto di legno, fragili, puzzolenti e facili da buttare giù.
Appena mi ha fatta salire a bordo e mi ha allacciato la cintura, Walter ha
acceso la radio: violini elettrici che si lamentavano, una contorta storia
d'amore, il battito deciso di un cuore spezzato. Sofferenza trita, ma pur
sempre sofferenza. Il business dell'intrattenimento. Che guardoni siamo
diventati tutti quanti. Mi sono appoggiata al cuscino fornito da Myra. (Ci
ha equipaggiato come per un viaggio transoceanico - ha infilato in macchi-
na una coperta per le ginocchia, panini al tonno, dolcetti al cioccolato, un
thermos di caffè). Fuori del finestrino c'era il fiume Jogues, che seguiva il
suo corso indolente. Lo abbiamo attraversato e abbiamo svoltato verso
nord, superando strade fiancheggiate da quelle che un tempo erano casette
di operai, poi qualche piccola azienda: un autodemolitore, un emporio di
cibi naturali in rovina, un punto vendita di scarpe ortopediche con un piede
al neon verde che si accendeva a intermittenza, come se camminasse da so-
lo sul posto. Poi un centro commerciale in miniatura, cinque negozi, di cui
solo uno era riuscito a sistemare già i fili argentati natalizi. Poi il salone di
bellezza di Myra, The Hair Port. In vetrina c'era la foto di una persona con
la testa rapata, se maschio o femmina non avrei saputo dire con precisione.
Poi un motel che un tempo veniva chiamato Fine dei Viaggi. Suppongo
che avessero in mente «La fine dei viaggi è ai convegni d'amore», ma non
ci si poteva aspettare che tutti cogliessero il riferimento: ad alcuni sarà ri-
sultato troppo sinistro, un edificio tutto entrate ma senza uscite, che faceva
pensare ad aneurismi e trombosi e flaconi di sonnifero vuoti e ferite di ar-
ma da fuoco alla testa. Ora lo chiamano semplicemente Viaggi. È stato
molto saggio cambiare il nome. Tanto più inconcludente, tanto meno e-
stremo. Molto meglio viaggiare che arrivare.
Abbiamo superato qualche altro rivenditore - polli sorridenti che offri-
vano vassoi con parti del loro stesso corpo fritte, un allegro messicano che
brandiva dei taco. Davanti a noi si stagliava il serbatoio dell'acqua della
città, una di quelle enormi bolle di cemento disseminate nel paesaggio
campestre come nuvolette dei fumetti svuotate di parole. Ora avevamo
raggiunto l'aperta campagna. Un silos di metallo si innalzava da un campo
come una torre di comando; accanto al margine della strada tre corvi bec-
cavano la massa informe e pelosa di una marmotta bruciata. Recinti, anco-
ra silos, un gruppo di mucche bagnate; un bosco di cedri scuri, poi un'area
paludosa, con i giunchi estivi già a pezzi e spelacchiati.
Ha cominciato a piovigginare. Walter ha azionato i tergicristalli. Alla lo-
ro rilassante ninnananna mi sono addormentata.

Quando mi sono svegliata il mio primo pensiero è stato: Avrò russato? E


in tal caso, con la bocca aperta? È tanto brutto a vedersi, e perciò tanto u-
miliante. Ma non mi sono decisa a chiederlo. Nel caso che ve lo stiate do-
mandando, la vanità non muore mai.
Eravamo sull'autostrada a otto corsie, vicino a Toronto. Questo a quanto
diceva Walter: io non vedevo niente, perché eravamo incollati dietro il
camion di un'azienda agricola che ondeggiava, sbilanciato da gabbie di o-
che bianche, diretto senza alcun dubbio al mercato. I loro colli lunghi e
condannati e le loro teste agitate sbirciavano di qua e di là attraverso le as-
sicelle, i loro becchi si aprivano e si chiudevano, mandando grida tragiche
e ridicole, coperte dal rombo delle ruote. Sul parabrezza si sono appiccica-
te delle piume, la macchina è stata invasa dall'odore di sterco di oca e dal
fumo dello scappamento.
Dietro il camion c'era un cartello che diceva: Se siete abbastanza vicini
da leggere siete troppo vicini. Quando finalmente è uscito dall'autostrada,
davanti a noi c'era Toronto, una montagna artificiale di vetro e cemento
che si innalzava dall'uniforme pianura in riva al lago, tutta cristalli, guglie,
gigantesche piastre scintillanti e obelischi taglienti, fluttuante in una fo-
schia di smog tra il marrone e l'arancio. Sembrava qualcosa che non avessi
mai visto prima - qualcosa che fosse spuntata durante la notte, o che in re-
altà non era lì, come un miraggio.
Fiocchi neri ci volavano accanto come se più avanti stesse bruciando un
mucchio di carta. La furia vibrava nell'aria come afa. Mi sono venute in
mente sparatorie tra macchine.

L'ufficio dell'avvocato era dalle parti di King e Bay Street. Walter si è


perso, poi non riusciva a trovare parcheggio. Ci è toccato camminare per
cinque isolati, con Walter che mi spingeva avanti per il gomito. Non sape-
vo dove fossimo, perché tutto era talmente cambiato. Cambia ogni volta
che ci vado, il che non accade spesso, e l'effetto complessivo è devastante -
come se la città sia stata rasa al suolo e ricostruita da zero.
Il centro che ricordo io - grigio, calvinista, con uomini bianchi in sopra-
biti scuri che avanzavano a ranghi serrati sui marciapiedi, occasionalmente
intervallati da una donna con tacchi alti, guanti e cappello di prammatica,
borsa a busta sotto il braccio e avanti marsch! - è semplicemente scompar-
so, ma del resto lo era già da qualche tempo. Toronto non è più una città
protestante, è una città medievale: le folle che intasano le strade sono mul-
ticolori, i vestiti sgargianti. Bancarelle di hotdog con ombrelli gialli, chio-
schi di ciambelle, venditori ambulanti di orecchini, borse di stoffa e cinture
di cuoio, mendicanti che portano cartelli con su scritto con le matite colo-
rate Fuori Servizio: tra loro si sono divisi il territorio. Sono passata davanti
a un suonatore di flauto, a un trio di chitarre elettriche, a un uomo in kilt e
cornamusa. Da un momento all'altro mi aspettavo giocolieri o mangiatori
di fuoco, lebbrosi in processione, con cappucci e campanelli di ferro. Il
rumore era assordante; una pellicola iridescente mi è rimasta incollata agli
occhiali come olio.
Alla fine ce l'abbiamo fatta ad arrivare dall'avvocato. La prima volta che
mi sono rivolta a questo studio, nei lontani anni Quaranta, era situato in
uno di quei fuligginosi palazzi di uffici in mattoni rossi stile Manchester,
con l'atrio a mosaico, i leoni di pietra e le scritte dorate sulle porte di legno
con i loro riquadri di vetro stampato. L'ascensore era di quelli che avevano
una grata incrociata di sbarre di metallo all'interno della cabina; entrarci
era come finire brevemente in prigione. Era una donna in divisa blu oltre-
mare e guanti bianchi a manovrarlo, annunciando i piani, che arrivavano
soltanto a dieci.
Ora lo studio legale è situato in una torre di lastre di cristallo, in un uffi-
cio al cinquantesimo piano. Walter e io siamo saliti nell'ascensore risplen-
dente, con il suo interno di plastica marmorizzata, il suo odore di tappezze-
ria di automobile e la sua calca di gente intonata, uomini e donne, tutti con
gli sguardi sfuggenti e i visi vacui dei servitori a vita. Gente che vede sol-
tanto ciò che è pagata per vedere. Quanto allo studio legale, ha un ingresso
che potrebbe benissimo essere quello di un albergo a cinque stelle: fiori di-
sposti con un'abbondanza e un'ostentazione settecentesche, una spessa mo-
quette color fungo, un dipinto astratto fatto di costose macchie.
L'avvocato è arrivato, ci ha stretto la mano, ha sussurrato, ha gesticolato:
dovevo seguirlo. Walter ha detto che mi avrebbe aspettato lì, non si sareb-
be mosso. Fissava con un certo allarme la giovane, distinta segretaria in
vestito nero, foulard color malva e unghie madreperla; lei fissava non lui,
ma la sua camicia a quadri e i suoi enormi stivali con la suola di gomma
simili a baccelli. Poi Walter si è seduto sul divano a due posti, dove è af-
fondato immediatamente come in un mucchio di marshmallow, le ginoc-
chia ad angolo acuto, le gambe dei pantaloni tirate su, a scoprire spesse
calze rosse da taglialegna. Davanti a lui, su un raffinato tavolino, c'era un
assortimento di riviste finanziarie che gli consigliavano come far fruttare al
massimo i dollari che voleva investire. Ha preso un numero sui fondi co-
muni d'investimento: nella sua smisurata manaccia sembrava un Kleenex.
Gli occhi gli roteavano in testa come quelli di un manzo in una carica di
suoi simili.
«Non ci metterò molto» ho detto, per tranquillizzarlo. In realtà ci ho
messo un po' più di quanto pensassi. Be', fanno pagare tanto al minuto,
questi avvocati, proprio come le puttane più a buon mercato. Continuavo
ad aspettarmi di sentire dei colpi alla porta e una voce irritata dire: Ehi, là
dentro. Che aspetti? Rizzalo, mettilo dentro e tiralo fuori!

Quando ho finito le mie faccende con l'avvocato, ci siamo di nuovo av-


viati al pickup e Walter ha detto che mi avrebbe portato a pranzo. Cono-
sceva un posto, ha detto. Credo che Myra lo abbia costretto a farlo: Per
l'amor del cielo, assicurati che mangi qualcosa, a quell'età mangiano co-
me uccellini, non capiscono neanche quando esauriscono l'energia, po-
trebbe morire di fame in macchina. Magari aveva fame anche lui: mentre
dormivo aveva divorato tutti i panini impacchettati con cura da Myra, e per
giunta anche i dolcetti al cioccolato.
Il posto che conosceva si chiamava il Braciere, ha detto. Ci aveva man-
giato l'ultima volta che era venuto, forse due o tre anni prima, ed era stato
più o meno decente, tutto considerato. Considerato cosa? Considerato che
era a Toronto. Aveva preso un doppio hamburger al formaggio con tutti i
contorni. Là facevano costolette al barbecue, e in generale erano specializ-
zati in piatti alla griglia.
Ricordavo anch'io quel ristorante, da più di dieci anni prima - nei giorni
in cui tenevo d'occhio Sabrina, dopo la prima volta che era scappata. Ave-
vo l'abitudine di bighellonare intorno alla sua scuola alla fine delle lezioni,
piazzandomi sulle panchine, in punti in cui avrei potuto tenderle un aggua-
to - no, dove avrei potuto essere riconosciuta da lei, nonostante ci fossero
scarse probabilità che questo accadesse. Mi nascondevo dietro un giornale
aperto, come un esibizionista ossessionato, patetico, come lui piena di de-
siderio senza speranza per una ragazza che sarebbe sicuramente fuggita da
me quasi fossi un troll.
Volevo soltanto far sapere a Sabrina che c'ero; che esistevo; che non ero
quella che le avevano detto. Che avrei potuto essere un rifugio per lei. Sa-
pevo che ne avrebbe avuto bisogno, ne aveva già bisogno, perché conosce-
vo Winifred. Tuttavia non successe mai niente. Non mi notò mai, né io mi
rivelai mai. Quando si venne al dunque, fui troppo codarda.
Un giorno la seguii al Braciere. Sembrava il posto che le ragazze - le ra-
gazze di quell'età, di quella scuola - bazzicavano all'ora di pranzo, o quan-
do saltavano le lezioni. L'insegna fuori della porta era rossa, i bordi delle
finestre decorati con festoni di plastica gialla che avrebbero dovuto rappre-
sentare delle fiamme. Fui allarmata dall'audacia miltoniana del nome e del-
le fiamme: si erano mai resi conto di cosa stavano citando?

Lo gettò capofitto fiammeggiante dall'etereo cielo


con orrenda rovina riarso.
...Un diluvio di fiamme nutrito
di zolfo sempre ardente, mai consunto.

No. Non lo sapevano. Il Braciere era l'inferno soltanto per la carne alla
griglia.
L'interno aveva lampade sospese con paralumi di vetro colorato e piante
screziate, fibrose, in recipienti di terracotta - un'aria anni sessanta. Mi se-
detti nel séparé accanto a quello occupato da Sabrina e da due sue compa-
gne di scuola, tutte vestite nelle stesse sgraziate divise mascoline, quei kilt
simili a coperte con cravatte assortite che Winifred aveva sempre trovato
tanto prestigiosi. Le tre ragazze avevano fatto del loro meglio per rovinare
l'effetto - calze cascanti, camicie parzialmente tirate fuori, cravatte storte.
Masticavano gomma come se fosse un dovere religioso, e parlavano in
quel modo annoiato e troppo rumoroso di cui le ragazze della loro età
sembrano essere sempre state maestre.
Erano tutte e tre belle, nel modo in cui lo sono le ragazze così giovani.
Non può essere aiutato, quel genere di bellezza, né può essere conservato;
è una freschezza, una pienezza delle cellule che riceviamo in dono ed è
passeggera, e che nulla può ricreare. Nessuna di loro ne era soddisfatta, pe-
rò; stavano già facendo tentativi di modificarsi, di migliorare e alterare e
rimpicciolire, di stiparsi in qualche impossibile stampo immaginario,
strappando via peli e tracciando segni a matita sui loro visi. Non le biasi-
mavo, avendo fatto anch'io lo stesso una volta.
Me ne stavo seduta là osservando Sabrina da sotto la tesa del mio cap-
pello da sole floscio e ascoltando le loro chiacchiere banali, che innalzava-
no davanti a sé come una maschera. Nessuna stava dicendo quello che
pensava, nessun si fidava delle altre - e del tutto a ragione, perché il tradi-
mento occasionale è storia di tutti i giorni a quell'età. Le altre due erano
bionde; solo Sabrina era scura e lucida come una mora. Non ascoltava
davvero le sue amiche, e neppure le guardava. Dietro l'indifferenza studia-
ta del suo sguardo doveva fervere la ribellione. Riconobbi la scontrosità, la
testardaggine, l'indignazione schiava-principessa, che va tenuta nascosta
finché non siano state raccolte armi a sufficienza. Guardati le spalle, Wini-
fred, pensai con soddisfazione.
Sabrina non mi notò. Oppure mi notò, ma non sapeva chi fossi. Mi lan-
ciarono qualche occhiata, mi giunsero mormoni e risolini; ricordo quel ge-
nere di cosa. Sciattona incartapecorita, o la sua versione moderna. Credo
che ce l'avessero col mio cappello. Era tutt'altro che alla moda, quel cap-
pello. Quel giorno per Sabrina io ero soltanto una donna vecchia - una
donna più vecchia -, una vecchia qualunque non ancora abbastanza decre-
pita da essere degna di nota.
Dopo che loro tre se ne furono andate, mi recai alla toilette. Sulla parete
del bagno c'era una poesia:

Amo Darren sì perché


È fatto per me e non per te
Se provi a metterti al posto mio
Ti spacco la faccia giuro su Dio.

Le ragazze sono diventate più esplicite di una volta, ma non più brave
nella punteggiatura.

Quando io e Walter abbiamo finalmente individuato il Braciere, che (a


sentir lui) non era dove lo aveva lasciato, c'era del compensato inchiodato
alle finestre, con sopra fissato un qualche avviso ufficiale. Walter ha annu-
sato tutto intorno alla porta sbarrata come un cane che abbia messo un osso
fuori posto. «Sembra che sia chiuso» ha detto. È rimasto un attimo lì con le
mani in tasca. «Cambiano sempre le cose» ha aggiunto. «Non si riesce a
starci dietro».
Dopo esserci guardati un po' in giro e aver seguito qualche falsa pista, ci
siamo accontentati di una tavola calda senza pretese sulla Davenport, con
sedili in vinile e jukebox ai tavoli, riforniti di musica country e di una
manciata di vecchie canzoni dei Beatles e di Elvis Presley. Walter ha mes-
so Heartbreak Hotel, e lo abbiamo ascoltato mentre mangiavamo i nostri
hamburger e bevevamo il nostro caffè. Walter ha insistito per pagare - di
nuovo Myra, senza alcun dubbio. Deve avergli messo in mano una banco-
nota da venti.
Ho mangiato solo metà del mio hamburger. Non ce l'ho fatta a finirlo.
Walter ha mangiato l'altra metà, ficcandosela tutta in bocca, come se la
stesse imbucando.

Mentre uscivamo dalla città, ho chiesto a Walter di farmi passare accan-


to alla mia vecchia casa - la casa dove un tempo ho vissuto con Richard.
Ricordavo la strada alla perfezione, ma quanto alla casa in sé, quando l'ho
raggiunta sulle prime non la riconoscevo. Era ancora spigolosa e sgraziata,
con le finestre strabiche, massiccia, di un marrone intenso come tè troppo
carico, ma su tutti i muri era cresciuta l'edera. Le parti in legno da finto
chalet, un tempo color crema, erano state dipinte di verde mela, e lo stesso
la pesante porta d'ingresso.
Richard era contrario all'edera. Ce n'era un po' appena ci eravamo trasfe-
riti là, ma lui l'aveva fatta togliere. Mangiava i mattoni, diceva; entrava nei
camini, incoraggiava i roditori. Questo era quando ancora spiegava le ra-
gioni di ciò che pensava e faceva, e ancora le presentava come le ragioni di
ciò che io stessa avrei dovuto pensare e fare. Prima che gettasse le ragioni
al vento.
Mi è balenata un'immagine di me stessa a quel tempo, con un cappello di
paglia e un vestito giallo chiaro, di cotone per via del caldo. Era verso la
fine dell'estate, l'anno dopo il mio matrimonio; il terreno sembrava fatto di
mattoni. Su istigazione di Winifred avevo cominciato a dedicarmi al giar-
dinaggio: dovevo avere un hobby, diceva. Aveva deciso che avrei dovuto
iniziare con un giardino roccioso, perché anche se avessi ucciso le piante le
rocce sarebbero rimaste. Non c'è molto che tu possa fare per uccidere una
roccia, aveva scherzato. Aveva mandato quelli che definiva tre uomini fi-
dati, che dovevano pensare agli scavi e alla sistemazione delle rocce, in
modo che potessi piantare qualcosa.
Nel giardino c'erano già alcune rocce ordinate da Winifred: alcune pic-
cole, altre più grandi, come lastre, disseminate a caso o ammucchiate come
tessere di domino cadute. Stavamo tutti là, i tre uomini fidati e io, a guar-
dare quel cumulo di sassi ammucchiati alla rinfusa. Loro avevano il cap-
pello in testa ed erano senza giacca, con le maniche delle camicie rimboc-
cate, le bretelle bene in vista; stavano aspettando le mie istruzioni, ma io
non sapevo cosa dire.
Allora avrei voluto ancora cambiare qualcosa - fare qualcosa di testa
mia, fare qualcosa, non importa a partire da che. Pensavo ancora di poterlo
fare. Ma non sapevo assolutamente nulla di giardinaggio. Avrei avuto vo-
glia di piangere, ma basta piangere una volta ed è finita: se piangi, gli uo-
mini fidati ti disprezzeranno, e poi non saranno più fidati.

Walter mi ha aiutata a scendere dalla macchina, quindi ha aspettato in si-


lenzio, un po' dietro di me, pronto ad afferrarmi se fossi caduta. Me ne sta-
vo sul marciapiede e guardavo la casa. Il giardino roccioso era ancora là,
anche se molto trascurato. Naturalmente era inverno, perciò era difficile a
dirsi, ma dubitavo che vi crescesse più qualcosa, tranne forse qualche dra-
cena, quelle crescono ovunque.
Sul vialetto c'era un grande cassone pieno di legno frantumato, lastre di
calcina: erano in corso dei lavori di ristrutturazione. Oppure c'era stato un
incendio: una finestra del piano di sopra era fracassata. A sentire Myra la
gente che vive per strada si accampa in posti del genere: lasciate una casa
disabitata, per lo meno a Toronto, e ci entreranno come fulmini, tenendoci
le loro feste a base di droga o quello che sia. Culti satanici, aveva sentito
dire. Faranno falò sui pavimenti di legno duro, intaseranno i bagni e defe-
cheranno nei lavandini, sgraffigneranno i rubinetti, i lussuosi pomelli delle
porte, tutto quello che si può vendere. Anche se a volte sono solo ragazzi
che mandano tutto all'aria per divertimento. I giovani hanno un vero talen-
to per questo genere di cose.
La casa sembrava senza proprietario, provvisoria, come la foto sul vo-
lantino di un'agenzia immobiliare. Non sembrava più collegata a me in al-
cun modo. Cercavo di ricordare il suono dei miei passi, gli stivali invernali
sulla neve secca che scricchiolava, mentre camminavo veloce verso casa,
tardi, architettando una scusa; la saracinesca nera come inchiostro della
porta; il modo in cui la luce dei lampioni stradali cadeva sui cumuli di ne-
ve, blu ghiaccio ai bordi e punteggiati dal braille giallo della pipì di cane.
Le ombre erano differenti allora. Il mio cuore agitato, il mio respiro che si
srotolava, fumo bianco nell'aria gelida. Il calore febbrile delle mie dita; la
ruvidezza della mia bocca sotto il rossetto appena messo.
C'era un caminetto nel salotto. Mi sedevo là davanti, con Richard, la lu-
ce che tremolava su di noi e sui nostri occhiali, ognuno con il suo sottobic-
chiere per proteggere l'impiallacciatura. Sei di sera, l'ora del martini. A Ri-
chard piaceva ricapitolare la giornata: è così che diceva. Aveva preso l'abi-
tudine di mettermi la mano dietro il collo - appoggiandovela, limitandosi a
tenerla leggermente lì mentre portava avanti la ricapitolazione. Ricapitola-
zione è ciò che facevano i giudici prima che un caso passasse alla giuria. È
così che si vedeva? Forse. Ma i suoi pensieri più riposti, le sue ragioni, mi
rimanevano spesso oscuri.
Quella era una fonte di tensione tra noi due: la mia incapacità di capirlo,
di anticiparne i desideri, cosa che egli attribuiva alla mia volontaria e per-
fino aggressiva mancanza di attenzione. In realtà era anche confusione e,
più tardi, paura. Man mano che andavamo avanti, per me lui diventava
sempre meno simile a un uomo, con una pelle e organi funzionanti, e sem-
pre più simile a un gigantesco groviglio di spago, che come per incantesi-
mo ogni giorno ero condannata a cercare di districare. Non ci riuscii mai.

Stavo fuori della mia casa, la mia vecchia casa, in attesa di un'emozione
di qualunque genere. Non ne è arrivata nessuna. Avendo provato entrambi,
non so cosa sia peggio: un sentimento intenso, o la sua assenza.
Dal castagno nel prato spenzolavano un paio di gambe, gambe di donna.
Per un momento ho pensato che fossero vere gambe che si stessero calan-
do giù, scappando, finché non ho guardato con più attenzione. Erano un
paio di collant imbottiti con qualcosa - carta igienica, senza dubbio, o
biancheria intima - e buttati giù dalla finestra del piano di sopra durante
qualche rito satanico o scherzo di adolescenti o bisboccia di vagabondi.
Doveva essere la mia finestra quella da cui erano state gettate quelle
gambe incorporee. La mia vecchia finestra. Mi sono immaginata mentre
guardavo da quella finestra, tanto tempo prima. Macchinando come scivo-
lare fuori per quella via, senza farmi notare, e calarmi giù grazie a quell'al-
bero - togliendomi pian piano le scarpe, spenzolandomi oltre il davanzale,
allungando un piede nella sola calza e poi l'altro, aggrappandomi agli ap-
pigli. Ma non l'avevo fatto.
Guardando fuori della finestra. Esitando. Pensando: Quanto sono diven-
tata estranea a me stessa.

Cartoline dall'Europa

Le giornate si fanno buie, gli alberi diventano desolati, il sole rotola in


discesa verso il solstizio d'inverno, ma non è ancora inverno. Niente neve,
niente nevischio, niente venti ululanti. È minaccioso, questo ritardo. Un si-
lenzio color bruno grigiastro ci pervade.
Ieri ho camminato fino al Jubilee Bridge. È corsa voce di ruggine, corro-
sione, debolezza strutturale; è corsa voce di buttarlo giù. Qualche società
immobiliare senza nome e senza volto aspira a innalzare dei condomini
sulla proprietà pubblica confinante, dice Myra - è un terreno di prima qua-
lità per il panorama. Al giorno d'oggi i panorami valgono più delle patate,
non che in quel punto esatto siano mai cresciute patate. Corre voce che un
mucchio di denaro sporco sia passato di mano in mano sotto banco per fa-
cilitare l'affare, cosa che - ne sono sicura - è accaduta anche quando il pon-
te è stato costruito, con il pretesto di onorare la regina Vittoria. Un appalta-
tore o l'altro deve aver pagato i rappresentanti eletti di Sua Maestà per ot-
tenere il lavoro, e in questa città noi continuiamo a rispettare i vecchi me-
todi: Fare soldi, non importa come. Sono questi i vecchi metodi.
Strano pensare che un tempo signore in gale e crinoline passeggiavano
su questo ponte e si sporgevano dalla sua ringhiera filigranata per osserva-
re il panorama ora costoso e ben presto privato: il tumulto delle acque là
sotto, le pittoresche scogliere di calcare a occidente, le vicine fabbriche che
funzionavano a pieno ritmo quattordici ore al giorno, piene di servili bifol-
chi sempre pronti a togliersi il cappello, e che al crepuscolo baluginavano
come casinò illuminati a gas.
Stavo là e guardavo da una parte l'acqua a monte, liscia come una cara-
mella, scura e silenziosa, un potenziale minaccioso. Dall'altra parte c'erano
le cascate, i mulinelli, il rumore indistinto. È una bella distanza fino a giù.
Ho preso consapevolezza del mio cuore, e delle vertigini. Anche della
mancanza di respiro, come se fossi da qualche parte sopra la mia testa. Ma
sopra la mia testa dove? Non in acqua; in qualcosa di più denso. Il tempo:
il vecchio tempo freddo, il vecchio dolore, che si depositano in strati come
limo in una palude.

Per esempio: Richard e io, sessantaquattro anni fa, che scendiamo la


passerella del Berengeria sull'altra sponda dell'oceano Atlantico, il suo
cappello inclinato in maniera disinvolta, la mia mano guantata appoggiata
al suo braccio - la coppia di sposi novelli in luna di miele.
Perché la luna di miele è chiamata così? Lune de miel, luna fatta di mie-
le, come se la luna stessa non fosse una sfera fredda, arida e senz'aria, di
roccia butterata, ma soffice, dorata, succulenta - una luminosa susina can-
dita, del tipo giallo, che si scioglie in bocca, appiccicosa come il desiderio,
così tormentosamente dolce da farti dolere i denti. Un caldo riflettore che
fluttua, non nel cielo, ma dentro il tuo corpo.
So tutto questo. Lo ricordo molto bene. Ma non dalla mia luna di miele.
L'emozione che ricordo più chiaramente di quelle otto settimane - o for-
se furono nove? - è l'ansia. Ero preoccupata che Richard trovasse l'espe-
rienza del nostro matrimonio - intendendo con questo la parte di esso che
aveva luogo al buio e di cui non si poteva parlare - deludente, come me.
Anche se non sembrava che le cose stessero così: all'inizio era abbastanza
affabile nei miei confronti, almeno alla luce del giorno. Nascondevo questa
mia ansia come meglio potevo, e mi facevo frequenti bagni: mi sembrava
che stessi marcendo dentro, come un uovo.
Dopo avere attraccato a Southampton, io e Richard andammo in treno a
Londra, dove scendemmo al Brown's Hotel. Ci facevamo servire la cola-
zione nella suite, e in quelle occasioni io indossavo un négligé, uno dei tre
scelti per me da Winifred: rosa antico, avorio con merletto grigio tortora,
lilla con acquamarina - colori chiari, slavati, che ben si accordavano con il
viso della mattina. Ognuno aveva pantofole di raso assortite, orlate di pel-
liccia tinta o di piume di cigno. Presumevo che questo fosse quanto indos-
savano al mattino le donne adulte. Avevo visto foto di simili completi (ma
dove? Forse in qualche pubblicità, magari per una miscela di caffè?): l'uo-
mo in vestito e cravatta, i capelli pettinati lisci all'indietro, la donna nel suo
négligé con l'aria altrettanto strigliata, una mano sollevata che teneva la
caffettiera d'argento con il becco ricurvo, mentre tutti e due si sorridevano
con aria stordita al di sopra del piattino del burro.
Laura si sarebbe fatta beffe di quelle tenute. Lo aveva già fatto quando
mi aveva vista metterle in valigia. Ma non era esattamente così: Laura era
incapace di farsi veramente beffe di qualcosa. Le mancava la crudeltà ne-
cessaria. (La crudeltà intenzionale necessaria, cioè. Le sue crudeltà erano
occasionali - sottoprodotti di qualunque nobile idea stesse elaborando nella
sua testa). La sua reazione era stata piuttosto di stupore - una sorta di in-
credulità. Aveva passato la mano sul raso con un piccolo brivido, e io ave-
vo sentito la fredda stoffa untuosa e scivolosa sulle estremità delle mie
stesse dita. Come pelle di lucertola. «Li indosserai?» disse.
In quelle mattine estive a Londra - perché era estate allora - mangiavamo
le nostre colazioni con le tende tirate a metà per proteggerci dalla lumino-
sità del sole. Richard prendeva due uova sode, due spesse fette di pancetta
e un pomodoro alla griglia, con toast e marmellata, il toast friabile, raf-
freddato in un porta toast. Io prendevo metà di un pompelmo. Il tè era
scuro, dal forte sapore di tannino, come acqua di palude. Quello era il
modo giusto, inglese, di servirlo, diceva Richard.
Non veniva detto molto, a parte lo stretto necessario. «Dormito bene, ca-
ra?» e «Mmm - e tu?» Richard si faceva consegnare i giornali, insieme ai
telegrammi. Di questi ce n'erano sempre parecchi. Scorreva i giornali, poi
apriva i telegrammi, li leggeva, li piegava con cura una volta e poi un'altra,
li metteva in tasca. Oppure li faceva a pezzi. Non li spiegazzava mai per
poi gettarli nel cestino della carta straccia, e se anche lo avesse fatto pro-
babilmente io non avrei frugato, non li avrei tirati fuori e letti, o almeno
non in quel periodo della mia vita.
Supponevo che fossero tutti per lui: a me non era mai stato mandato un
telegramma, e non mi veniva in mente alcun motivo perché potessi rice-
verne uno.
Durante il giorno Richard aveva vari impegni. Pensavo che fossero con
dei soci d'affari. Noleggiava una macchina e un autista per me, e venivo
portata a vedere quello che a suo parere andava visto. La maggior parte
delle cose che passavo in rassegna erano edifici, altre erano parchi. Altre
ancora erano statue erette fuori degli edifici o dentro i parchi: uomini di
stato con la pancia tirata in dentro e il petto spinto in fuori, una gamba pie-
gata sull'altra, che stringevano rotoli di carta; militari a cavallo. Nelson
sulla sua colonna, il principe Alberto sul suo trono con un quartetto di
donne dall'aria esotica che si agitavano e si rotolavano intorno ai suoi pie-
di, vomitando frutta e frumento. Quelli dovevano essere i continenti su cui
il principe Alberto, sebbene morto, signoreggiava ancora, ma lui non face-
va loro alcuna attenzione; sedeva austero e silenzioso sotto la sua pesante
cupola dorata guardando in lontananza, la mente rivolta a cose più elevate.
«Cosa hai visto oggi?» chiedeva Richard a cena, e io enumeravo obbe-
diente, spuntando un edificio o un parco o una statua dopo l'altra: la Torre
di Londra, Buckingham Palace, Kensington, Westminster Abbey, il palaz-
zo del Parlamento. Lui non incoraggiava le visite ai musei, a parte il mu-
seo di Storia Naturale. Ora mi chiedo perché pensasse che la vista di tanti
grossi animali impagliati avrebbe contribuito alla mia educazione. Perché
era ormai evidente che era questo a cui miravano tutte quelle visite - alla
mia educazione. Perché gli animali impagliati sarebbero andati meglio per
me, o meglio per la sua idea di cosa dovessi diventare, che non, per esem-
pio, una stanza piena di quadri? Credo di saperlo, ma forse mi sbaglio.
Forse gli animali impagliati erano più o meno come uno zoo - un posto
dove portare un bambino a fare una gita.
Però andai alla National Gallery. Me lo suggerì il concierge dell'albergo,
una volta che ebbi esaurito gli edifici. Mi estenuò - era come un grande
magazzino, tanti corpi affollati contro le pareti, tanto sfolgorio -, ma al
tempo stesso era esilarante. Non avevo mai visto tante donne nude tutte in-
sieme. C'erano anche uomini nudi, ma non erano poi tanto nudi. C'era an-
che un'infinità di splendidi vestiti. Forse si tratta di categorie fondamentali,
come donne e uomini: nudi e vestiti. Be', Dio ha creduto che fosse giusto
così. (Laura da bambina: Cosa indossa Dio?)
In tutti quei posti la macchina e l'autista aspettavano, e io entravo svelta
attraverso qualunque cancello o porta, cercando di sembrare risoluta; cer-
cando di non sembrare così sola e vuota. Poi guardavo e guardavo, in mo-
do da avere qualcosa da dire in seguito. Ma non riuscivo veramente a capi-
re il significato di quanto vedevo. Gli edifici sono solo edifici. Non hanno
quasi niente di interessante, a meno che non sappiate qualcosa di architet-
tura, o su quanto vi è accaduto, e io non lo sapevo. Mi mancava il talento
per le visioni d'insieme; era come se i miei occhi fossero letteralmente a
contatto con qualsiasi cosa fossi tenuta a guardare, e potessi assimilarne
soltanto la consistenza: la ruvidezza dei mattoni o delle pietre, la leviga-
tezza delle ringhiere di legno lucidato a cera, l'asprezza di una pelliccia
consumata. Le striature del corno, il caldo barlume dell'avorio. Occhi di
vetro.
In aggiunta a queste escursioni educative, Richard mi incoraggiava ad
andare a fare spese. I commessi dei negozi mi intimidivano, e compravo
poco. In altre occasioni andavo dal parrucchiere. Non voleva che mi ta-
gliassi i capelli né che li ondulassi, perciò non lo facevo. Uno stile sempli-
ce era il più adatto a me, sosteneva. Si addiceva alla mia giovinezza.
A volte me ne andavo semplicemente in giro, oppure mi sedevo sulle
panchine, aspettando l'ora di tornare. A volte un uomo mi si sedeva accan-
to e cercava di attaccare discorso. Allora me ne andavo.
Passavo un'infinità di tempo a cambiarmi d'abito. A trastullarmi con
spalline, fermagli, tese di cappelli, cuciture di calze. A preoccuparmi se
questa o quella cosa fosse adatta a questa o a quell'ora del giorno. Non c'e-
ra nessuno che mi allacciasse il vestito o mi dicesse che figura facevo di
spalle e se avevo tutto infilato al posto giusto. Prima lo faceva Reenie, o
Laura. Sentivo la loro mancanza, e cercavo di evitare di pensarci.
A limarmi le unghie, a tenere a bagno i piedi. A strapparmi i peli, o a ra-
derli: era necessario essere lisce, prive di setole. Una topografia simile ad
argilla bagnata, una superficie su cui le mani potessero scivolare.

Si diceva che le lune di miele offrissero alla nuova coppia il tempo per
conoscersi meglio, eppure man mano che i giorni passavano mi sembrava
di conoscere sempre meno Richard. Si stava tenendo in disparte, o era una
dissimulazione? Una ritirata strategica? Tuttavia io stavo prendendo forma
- la forma intesa per me da lui. Ogni volta che guardavo uno specchio, una
piccola parte di me era stata riempita di colore.
Dopo Londra andammo a Parigi, in traghetto attraverso la Manica e in
treno. Lo schema dei giorni a Parigi era quasi lo stesso di quelli a Londra,
anche se le colazioni erano differenti: un panino duro, marmellata di frago-
le, caffè con latte caldo. I pasti erano squisiti; Richard ne era entusiasta,
specialmente dei vini. Continuava a dire che non eravamo a Toronto, cosa
che mi appariva lampante.
Vidi la Tour Eiffel ma non ci salii, perché non amo le altezze. Visitai il
Pantheon e la tomba di Napoleone. Non visitai Notre Dame, perché Ri-
chard non vedeva di buon occhio le chiese, o almeno non quelle cattoliche,
che considerava snervanti. In particolare pensava che l'incenso istupidisse
il cervello.
L'albergo francese aveva un bidè, di cui Richard mi spiegò l'uso con
l'ombra di un sorrisetto ammiccante, dopo avermi sorpreso a lavarmici i
piedi. Pensai: Capiscono qualcosa che agli altri non è chiaro, i francesi.
Capiscono l'ansia del corpo. Quanto meno ne ammettono l'esistenza.
Alloggiavamo al Lutetia, che durante la guerra sarebbe diventato il quar-
tier generale nazista, ma come avremmo potuto saperlo? La mattina pren-
devo il caffè al bar dell'albergo, perché avevo paura di andare da qualsiasi
altra parte. Avevo l'impressione che se avessi perso di vista l'albergo non
sarei stata più capace di ritornarci. Ormai sapevo che tutto il francese che
mi aveva insegnato il signor Erskine era quasi inutile: Le coeur a ses rai-
sons que la raison ne connaît point non mi avrebbe procurato altro latte
caldo.
Un vecchio cameriere con la faccia da tricheco si occupava di me; aveva
l'abilità di versare il caffè e il latte caldo da due bricchi, tenendoli alti in a-
ria, e lo trovavo affascinante, come un mago per bambini. Un giorno mi
disse - sapeva un po' d'inglese - «Perché è triste?»
«Non sono triste» risposi, e mi misi a piangere. La simpatia degli estra-
nei può essere disastrosa.
«Non dovrebbe essere triste» disse, guardandomi con i suoi malinconici,
ruvidi occhi da tricheco. «C'entra sicuramente l'amore. Ma lei è così gio-
vane e graziosa, avrà tempo per essere triste in seguito». I francesi se ne
intendono di tristezza, ne conoscono tutti i tipi. È per questo che hanno i
bidè. «È scellerato, l'amore» disse, dandomi un colpetto sulla spalla. «Ma
se non c'è, è peggio».
L'effetto fu leggermente rovinato l'indomani, quando mi fece delle pro-
poste, o almeno credo che si trattasse di questo: il mio francese non era
abbastanza buono per poterlo dire con certezza. Dopotutto non era tanto
vecchio - sui quarantacinque, forse. Avrei dovuto accettare. Sulla tristezza
si sbagliava, però: molto meglio essere tristi mentre si è giovani. Una bella
ragazza triste ispira l'impulso di consolarla, a differenza di una vecchia be-
fana triste. Ma lasciamo stare.

Poi andammo a Roma. Roma mi sembrò familiare - almeno avevo un


contesto in cui inquadrarla, fornitomi tanto tempo prima dal signor Erskine
e dalle sue lezioni di latino. Vidi il Foro, o quanto ne rimaneva, e la via
Appia, e il Colosseo, che sembrava un formaggio rosicchiato dai topi. Sva-
riati ponti, svariati angeli logori, seri e pensosi. Vidi il Tevere che scorreva
giallo come l'itterizia. Vidi San Pietro, anche se solo da fuori. Era molto
grande. Suppongo che avrei dovuto vedere le truppe fasciste di Mussolini
nelle loro uniformi nere che andavano in giro a marciare e a maltrattare la
gente - lo facevano già? -, ma non fu così. È quel genere di cose che al
momento tendono a essere invisibili, a meno che non vi capiti di esserne la
vittima. Altrimenti le si vedono soltanto in seguito, nei cinegiornali, oppu-
re nei film realizzati molti anni dopo.
Di pomeriggio ordinavo una tazza di tè - stavo imparando a ordinare le
cose, riuscivo a capire quale tono usare con i camerieri, come tenerli a di-
stanza di sicurezza. Bevendo il tè scrivevo cartoline. Le mie cartoline era-
no dirette a Laura e a Reenie, e parecchie a mio padre. C'erano sopra le fo-
tografie degli edifici che ero stata condotta a visitare - raffiguravano, in
piccoli dettagli color seppia, cosa avrei dovuto vedere. I messaggi che
scrivevo loro erano frivoli. A Reenie: Il tempo è splendido. Me la sto go-
dendo. A Laura: Oggi ho visto il Colosseo, dove i cristiani venivano dati in
pasto ai leoni. L'avresti trovato interessante. A mio padre: Spero che tu
stia bene. Richard ti manda i suoi saluti. (Quest'ultima cosa non era vera,
ma stavo imparando quali bugie ci si aspettava che dicessi, nella mia quali-
tà di moglie).
Verso la fine del periodo destinato alla nostra luna di miele passammo
una settimana a Berlino. Richard doveva sbrigarvi degli affari che avevano
come oggetto manici di pale. Una delle sue fabbriche produceva manici di
pale, e i tedeschi erano a corto di legno. C'erano molte opere di scavo da
fare, e ancora di più se ne progettavano, e Richard poteva fornire i manici
a un prezzo che batteva la concorrenza.
Come diceva Reenie: Tutto fa brodo. Diceva anche: Gli affari sono affa-
ri, e poi ci sono le faccende poco pulite. Ma io non sapevo niente di affari.
Il mio compito era sorridere.
Devo ammettere che a Berlino mi divertii. Da nessuna parte ero stata co-
sì bionda. Gli uomini erano straordinariamente educati, anche se non si
guardavano dietro quando passavano per le porte girevoli. I baciamano co-
privano molti peccati. Fu a Berlino che imparai a profumarmi i polsi.
Memorizzavo le città attraverso i loro alberghi, gli alberghi attraverso i
loro bagni. Vestirsi, spogliarsi, stare stesa nell'acqua. Ma basta con questi
appunti di viaggio.

Tornammo a Toronto passando da New York, a metà agosto, in un'onda-


ta di caldo. Dopo l'Europa e New York, Toronto sembrava sgraziata e an-
gusta. Fuori della Union Station aleggiava un miscuglio di esalazioni bi-
tuminose proveniente da un'area in cui stavano riparando delle buche. Una
macchina a noleggio venne a prenderci e ci condusse oltre i tram, con la
loro polvere e il loro sferragliare, poi davanti ai pesanti edifici delle banche
e ai grandi magazzini, poi su per il terreno in pendio che conduceva a Ro-
sedale e all'ombra dei castagni e degli aceri.
Ci fermammo davanti alla casa che Richard aveva comprato per noi per
telegramma. L'aveva acquistata per quattro soldi, disse, dopo che il prece-
dente proprietario era riuscito a fare bancarotta. A Richard piaceva dire di
avere acquistato le cose per quattro soldi, il che era strano, perché amava
gloriarsi di tutto il suo denaro.
All'esterno la casa era scura, ricoperta di festoni di edera, con le sue fi-
nestre alte e strette tutte rivolte all'interno. La chiave era sotto lo zerbino,
l'ingresso odorava di prodotti chimici. Durante la nostra assenza Winifred
aveva fatto cambiare la carta da parati, e i lavori non erano ancora finiti:
c'erano ancora gli abiti dei pittori nelle stanze sul davanti, dove avevano
strappato via i vecchi parati vittoriani. I nuovi colori erano perlacei, smorti
- i colori dell'indifferenza lussuosa, del freddo distacco. Cirri tinti da un
fioco tramonto, che si libravano ben al di sopra della volgare vivacità di
uccelli, fiori e simili. Questo era lo scenario che mi veniva proposto, l'aria
rarefatta in cui avrei dovuto fluttuare.
Reenie avrebbe disdegnato quegli interni - il loro vuoto risplendente, il
loro pallore. L'intera casa sembra un bagno. Ma al tempo stesso ne sareb-
be stata spaventata, come me. Richiamai alla memoria la nonna Adelia: lei
avrebbe saputo cosa fare. Avrebbe riconosciuto lo sforzo dei nuovi ricchi
di fare effetto; sarebbe stata educata ma sprezzante. Oh, è senz'altro mo-
derna, avrebbe forse detto. Se la sarebbe sbrigata in fretta con Winifred,
pensai, ma ciò non mi procurò alcun conforto: adesso ero anch'io nella tri-
bù di Winifred. O lo ero in parte.
E Laura? Laura vi avrebbe introdotto di nascosto i suoi pastelli, i suoi
tubetti di colore. Vi avrebbe fatto cadere qualcosa, ne avrebbe rotto qual-
cosa, deturpato almeno un angolino. Avrebbe lasciato il segno.

Nell'ingresso, appoggiato al telefono, c'era un biglietto di Winifred.


«Ciao, ragazzi! Benvenuti a casa! Ho fatto finire per prima la camera da
letto! Spero che vi piacerà - è così chic! Freddie».
«Non sapevo che se ne stesse occupando Winifred» dissi.
«Desideravamo che fosse una sorpresa» ribatté Richard. «Non volevamo
che ti impantanassi nei dettagli». Non per la prima volta, mi sentii come un
bambino escluso dai genitori. Genitori geniali, crudeli, sempre in combut-
ta, determinati sulla giustezza delle loro scelte, in tutto. Ero già sicura che i
miei regali di compleanno da parte di Richard sarebbero stati sempre qual-
cosa che non desideravo.
Andai di sopra a rinfrescarmi, su suggerimento di Richard. Evi-
dentemente ne avevo bisogno. Di sicuro mi sentivo appiccicosa e afflo-
sciata. («Una rosa senza rugiada» fu il suo commento). Il mio cappello era
un disastro; lo feci volare sul mobile da bagno con il lavandino incassato.
Mi spruzzai il viso d'acqua, e lo tamponai con uno degli asciugamani bian-
chi con il monogramma preparati da Winifred. La camera da letto dava sul
giardino sul retro, dove non era stato fatto nulla. Mi tolsi le scarpe con un
calcio, mi lasciai cadere sullo sconfinato letto color crema. Aveva un bal-
dacchino con della mussola drappeggiata tutt'intorno, come in un safari.
Era qui, dunque, che avrei dovuto sorridere e sopportarlo - il letto su cui
non avevo avuto voce in capitolo, ma dove ora dovevo giacere. E questo
era il soffitto che avrei fissato d'ora in avanti, attraverso la nebbia di mus-
sola, mentre le faccende terrene andavano avanti al di sotto della mia gola.
Il telefono accanto al letto era bianco. Squillò. Risposi. Era Laura, in la-
crime. «Dove sei stata?» singhiozzò. «Perché non sei tornata?»
«Che vuoi dire?» dissi. «È adesso che dovevamo tornare! Calmati, non ti
sento».
«Non rispondevi mai!» piagnucolò.
«Ma di cosa diavolo stai parlando?»
«Papà è morto! È morto, morto - abbiamo mandato cinque telegrammi!
Li ha mandati Reenie!»
«Solo un istante. Calma. Quando è successo?»
«Una settimana dopo la tua partenza. Abbiamo provato a telefonare, ab-
biamo chiamato tutti gli alberghi. Dicevano che ti avrebbero riferito, pro-
mettevano! Non te l'hanno detto?»
«Sarò là domani» dissi. «Non lo sapevo. Nessuno mi ha detto niente.
Non ho avuto nessun telegramma. Non li ho mai avuti».
Non riuscivo a capire. Cos'era successo, cos'era andato storto, perché
mio padre era morto, perché non ero stata avvertita? Mi ritrovai sul pavi-
mento, sul tappeto grigio avorio, accovacciata sul telefono, raggomitolata
attorno a esso come se fosse qualcosa di prezioso e di fragile. Pensai alle
mie cartoline dall'Europa, che arrivavano ad Avilion con i loro messaggi
allegri, banali. Probabilmente erano ancora sul tavolo dell'ingresso. Spero
che tu stia bene.
«Ma era sui giornali!» esclamò Laura.
«Non dov'ero io» dissi. «Non in quei giornali». Non aggiunsi che co-
munque non mi ero mai data la pena di leggerli. Ero troppo istupidita.
Era Richard che aveva ritirato i telegrammi, sulla nave e in tutti i nostri
alberghi. Potevo vedere le sue dita meticolose che aprivano le buste, leg-
gevano, piegavano i telegrammi in quattro, li riponevano. Non potevo ac-
cusarlo di aver mentito - non mi aveva mai detto niente, di quei telegram-
mi -, ma questo equivaleva a mentire. Non è vero?
Doveva aver detto al personale degli alberghi di non passare nessuna
chiamata. Non a me, e non mentre ero presente. Mi aveva tenuto all'oscu-
ro, deliberatamente.
Pensai che avrei potuto sentirmi male, ma non fu così. Dopo un po' scesi
di sotto. Esci dai gangheri e perderai la battaglia, diceva Reenie. Richard
era seduto nella veranda sul retro con un gin and tonic. Davvero premuro-
so da parte di Winifred procurare una scorta di gin, aveva già detto, due
volte. Un altro gin era già servito, in attesa che arrivassi, sul basso tavolo
di ferro battuto bianco con il piano di vetro. Lo presi. Il ghiaccio tintinnò
contro il cristallo. È così che doveva suonare la mia voce.
«Mio Dio» disse Richard, guardandomi. «Pensavo che ti stessi rinfre-
scando. Cosa è successo ai tuoi occhi?» Dovevano essere rossi.
«Mio padre è morto» dissi. «Hanno mandato cinque telegrammi. Non
me l'hai detto».
«Mea culpa» fece Richard. «So che avrei dovuto, ma volevo risparmiarti
le preoccupazioni, cara. Non c'era niente da fare, non c'era modo di tornare
in tempo per il funerale e non volevo rovinarti tutto. Credo di essere stato
anche egoista - ti volevo tutta per me, anche solo per poco. Ora siediti e ri-
prenditi, bevi il tuo drink, e perdonami. Affronteremo la questione domani
mattina».
Il caldo dava le vertigini; dove il sole batteva il prato era di un verde ac-
cecante. Le ombre sotto gli alberi erano dense come catrame. La voce di
Richard mi giungeva in scoppi intermittenti, come in codice Morse: senti-
vo solo certe parole.
Preoccupazioni. Tempo. Rovinarti. Egoista. Perdonami.
Cosa avrei potuto ribattere?

Il cappello color guscio d'uovo


Natale è arrivato e passato. Ho cercato di non farci caso. Myra, però, non
ci avrebbe mai rinunciato. Mi ha regalato un piccolo pudding alle prugne
che ha cotto con le sue mani, fatto di melassa e stucco e decorato con ci-
liegine candite tagliate a metà, di un rosso vivo, come i copricapezzoli su
una spogliarellista vecchio stile, e un gatto di legno piatto dipinto con au-
reola e ali da angelo. Ha detto che quei gatti avevano fatto furore alla Gin-
gerbread House, e lei li trovava molto carini, e gliene era rimasto uno, c'era
soltanto una crepa sottile che si vedeva a malapena, e sarebbe stato sicura-
mente bene sulla parete sopra i fornelli.
Una bella sistemazione, le ho detto. Sopra, un angelo, e per di più un an-
gelo carnivoro - è ora che si dica la verità sull'argomento! Sotto, il forno,
come in tutti i racconti più attendibili. E tra i due, noi altri, gettati sulla
Terra di Mezzo, al livello delle padelle. La povera Myra era sconcertata,
com'è sempre dai discorsi teologici. Il suo Dio le piace semplice - semplice
e crudo, come un ravanello.
L'inverno che stavamo aspettando è arrivato alla vigilia di Capodanno -
un gelo acuto, seguito il giorno dopo da un'enorme nevicata. Fuori della fi-
nestra i fiocchi turbinavano fitti fitti, come se Dio facesse piovere scaglie
di sapone nel finale di uno spettacolo per bambini. Mi sono sintonizzata
sul canale delle previsioni meteorologiche per avere il quadro completo -
strade chiuse, macchine sepolte, linee elettriche fuori uso, il commercio
bloccato, operai in abiti voluminosi che camminano goffamente come gi-
ganteschi bambini infagottati per giocare all'aperto. Nel corso di tutta l'e-
sposizione di quella che è stata eufemisticamente chiamata la «contingen-
za», il giovane conduttore ha conservato il suo ottimismo disinvolto, come
fanno abitualmente in tutti i disastri immaginabili. Hanno la spensierata
noncuranza dei trovatori o degli zingari dei luna-park, o dei venditori di
assicurazioni, o dei guru del mercato azionario - che fanno previsioni gon-
fiate pienamente coscienti che nulla di quanto ci dicono potrà davvero rea-
lizzarsi.
Myra ha chiamato per chiedermi se stavo bene. Ha detto che Walter sa-
rebbe passato appena avesse smesso di nevicare, per tirarmi fuori.
«Non essere sciocca, Myra» ho detto. «Sono perfettamente in grado di
tirarmi fuori da sola». (Una bugia - non avevo alcuna intenzione di alzare
un dito. Ero ben provvista di burro di arachidi, avrei potuto aspettare con
calma che passasse. Ma avevo voglia di compagnia, e le mie minacce di
mettermi in azione di solito affrettavano l'arrivo di Walter).
«Non toccare la pala!» ha esclamato Myra. «Ogni anno centinaia di an-
ziani - di gente della tua età - muoiono di attacchi di cuore per aver spalato
la neve! E caso mai andasse via la luce, guarda dove metti le candele!»
«Non sono decrepita» ho replicato bruscamente. «Se manderò a fuoco la
casa, lo farò di proposito».
Walter è comparso, Walter ha spalato la neve. Aveva portato un sacchet-
to di «buchi di ciambelle»; li abbiamo mangiati al tavolo della cucinario
con prudenza, lui all'ingrosso, ma in maniera contemplativa. E un uomo
per il quale masticare costituisce una forma di pensiero.
Ciò che mi è tornato alla memoria allora è stata l'insegna sulla vetrina
del chiosco dei Downyflake Doughnut, al Parco dei Divertimenti di Sun-
nyside, nel - cos'era - nell'estate del 1935:

Fratello, la vita è dura da affrontare,


Ma a qualsiasi traguardo sia diretto,
È alla ciambella che devi puntare,
E non al buco, sia largo oppure stretto.

Un paradosso, il buco della ciambella. Uno spazio vuoto, un tempo, ma


ora hanno imparato a vendere anche quello. Una quantità negativa; il nulla
reso mangiabile. Mi sono chiesta se fosse possibile usarlo - metaforica-
mente, s'intende - per dimostrare l'esistenza di Dio. Dare un nome a una
sfera di nulla la trasforma in un'entità?
Il giorno seguente mi sono avventurata fuori, tra le dune fredde, splendi-
de. Una pazzia, ma volevo partecipare - la neve è così attraente, finché non
diventa porosa e sporca di fuliggine. Il prato davanti casa era una valanga
scintillante, con un tunnel alpino scavato nel mezzo. Mi sono fatta strada
fino al marciapiede, e fin lì tutto bene, ma qualche casa più a nord i vicini
non erano stati solerti come Walter nello spalare la neve, e sono rimasta in-
trappolata in un cumulo, mi sono dibattuta, sono scivolata e infine caduta.
Nulla di rotto o di storto - o almeno mi pareva -, ma non potevo alzarmi.
Giacevo là nella neve, dimenando braccia e gambe come una tartaruga ro-
vesciata. I bambini lo fanno, ma apposta - agitano le braccia come gli uc-
celli, giocano agli angeli. Per loro è uno spasso.
Stavo cominciando a preoccuparmi dell'ipotermia, quando due estranei
mi hanno sollevata e portata di peso fino alla mia porta. Ho raggiunto zop-
picando la stanza sul davanti e mi sono lasciata cadere sul divano, con an-
cora indosso calosce e cappotto. Fiutando l'odore delle disgrazie lontano
un miglio, com'è sua abitudine, Myra è arrivata con una mezza dozzina di
turgidi pasticcini avanzati da qualche solenne riunione di famiglia. Mi ha
preparato una borsa dell'acqua calda e un po' di tè, quindi è stato chiamato
il dottore, e tutti e due hanno fatto un sacco di storie, dando la stura a un
torrente di consigli utili e di sinceri, arroganti versi di disapprovazione, no-
tevolmente soddisfatti di sé.
Ora sono costretta all'immobilità. E sono anche arrabbiata con me stessa.
O meglio, non con me stessa - con questo brutto tiro che mi ha combinato
il mio corpo. Dopo che ci si è imposto da egomaniaco qual è, facendo un
gran chiasso attorno ai propri bisogni, imponendoci i suoi sordidi e perico-
losi desideri, lo scherzo finale del corpo è semplicemente assentarsi. Pro-
prio quando ne hai più bisogno, proprio quando ti serve un braccio o una
gamba, all'improvviso il corpo ha altre cose da fare. Vacilla, si piega sotto
di te; si scioglie come se fosse fatto di neve, senza lasciare quasi niente.
Due pezzetti di carbone, un vecchio cappello, un sorriso fatto di sassi. Le
ossa bastoni secchi, facili a rompersi.
È un affronto, tutto ciò. Ginocchia deboli, nocche artritiche, vene varico-
se, acciacchi: oltraggi - non sono nostri, non li abbiamo mai voluti o re-
clamati. Dentro la nostra testa portiamo i nostri io perfetti - i nostri io nel-
l'età migliore, nonché nella loro luce migliore: mai colti in atteggiamenti
goffi, con una gamba fuori della macchina e una ancora dentro, o mentre ci
stuzzichiamo i denti, o mentre ci grattiamo il naso o il sedere. Se nudi, ci
vediamo graziosamente adagiati attraverso un velo di nebbia, ed è qui che
intervengono le stelle del cinema: assumono quelle pose per noi. Sono i
nostri io più giovani che si stanno allontanando da noi, risplendono, diven-
tano mitici.
Da bambina, Laura chiedeva: In Paradiso, che età avrò?
Laura era in piedi sui gradini d'ingresso di Avilion, tra le due urne di
pietra dove non erano stati piantati fiori, ad aspettarci. Nonostante la sua
altezza, sembrava molto giovane, molto fragile e sola. Aveva anche un'aria
campagnola, dimessa. Indossava un vestito da casa blu chiaro con su
stampato un motivo di farfalle color malva sbiadito - che era stato mio tre
estati prima - e niente scarpe. (Era una nuova mortificazione della carne, o
semplice eccentricità, o le aveva soltanto dimenticate?) Aveva i capelli
raccolti in un'unica treccia che le ricadeva su una spalla, come la ninfa di
pietra sulla riva del nostro laghetto di ninfee.
Dio sa da quanto tempo era là. Non avevamo potuto annunciare con e-
sattezza l'ora del nostro arrivo, perché avremmo fatto il viaggio in macchi-
na, cosa che in quel periodo dell'anno era possibile: le strade non erano al-
lagate o immerse nel fango fino all'altezza degli assali, e alcune erano per-
fino lastricate, ormai.
Parlo al plurale, perché Richard venne con me. Disse che non gli saltava
neanche in mente di mandarmi ad affrontare una situazione così difficile
da sola, non in un momento come quello. Fu più che premuroso.
Guidò lui stesso, la sua coupé blu - uno dei suoi nuovi giocattoli. Nel
portabagagli di dietro c'erano le nostre due valigie, quelle piccole, solo per
una notte - la sua di cuoio marrone rossiccio, la mia di un giallo sorbetto al
limone. Indossavo un vestito di lino color guscio d'uovo - frivolo accen-
narvi, non c'è dubbio, ma l'avevo comprato a Parigi e ci tenevo molto - e
sapevo che al nostro arrivo avrebbe avuto il didietro tutto spiegazzato.
Scarpe di lino con fiocchi di stoffa rigida aperte in punta. Il cappello color
guscio d'uovo assortito viaggiò sulle mie ginocchia come un delicato pacco
regalo.
Richard era un guidatore nervoso. Non gli piaceva essere interrotto - di-
ceva che gli rovinava la concentrazione - e così facemmo il tragitto più o
meno in silenzio. Il viaggio durò più di quattro ore, mentre ora ce ne vo-
gliono meno di due. Il cielo era chiaro, luminoso e insondabile come me-
tallo; il sole si riversava come lava. Il caldo si levava tremolando dall'a-
sfalto; le piccole città erano chiuse a difendersi dal sole, le tendine abbas-
sate. Ne ricordo i prati bruciacchiati e i portici dalle colonne bianche, e le
stazioni di servizio solitarie, le pompe come robot cilindrici con un braccio
solo, i cocuzzoli di vetro come bombette senza tese, e i cimiteri dove sem-
brava che non sarebbe stato più sepolto nessuno. Ogni tanto ci imbatteva-
mo in un lago da cui proveniva un odore di pesciolini morti e di elodee
calde.
Nel vederci avvicinare, Laura non agitò la mano. Rimase in attesa men-
tre Richard frenava, scendeva con difficoltà e faceva il giro della macchina
per aprire lo sportello dalla mia parte. Stavo piegando le gambe di lato, le
due ginocchia insieme come mi era stato insegnato, e stavo per afferrare la
mano che Richard mi offriva, quando all'improvviso Laura si animò. Corse
giù dai gradini, mi prese l'altro braccio e mi tirò fuori della macchina, i-
gnorando completamente Richard, poi mi abbracciò e mi si aggrappò quasi
stesse annegando. Niente lacrime, solo quell'abbraccio da spezzare la
schiena.
Il mio cappello color guscio d'uovo cadde sulla ghiaia e Laura ci mise i
piedi sopra. Ci fu un suono crepitante, mentre Richard tratteneva il respiro.
Non dissi nulla. In quel momento non m'importava più del cappello.
Ognuna con un braccio attorno alla vita dell'altra, io e Laura salimmo i
gradini che conducevano alla casa. Reenie apparve sulla porta della cucina
dall'altra parte dell'ingresso, ma capì che in quel momento era il caso di la-
sciarci sole. Credo che abbia dirottato la sua attenzione su Richard - distra-
endolo con un drink o qualcos'altro. Be', lui avrebbe voluto visitare l'im-
mobile e fare una passeggiata sul terreno circostante, ora che li aveva effet-
tivamente ereditati.
Andammo diritte in camera di Laura e ci sedemmo sul suo letto. Conti-
nuavamo a stringerci le mani - la sinistra nella destra, la destra nella sini-
stra. Laura non piangeva, come al telefono. No, era calma come un pezzo
di legno.
«Era nella torretta» esordì. «Si era chiuso dentro».
«Lo faceva sempre» dissi.
«Ma questa volta non ne è uscito. Reenie gli lasciava fuori i vassoi con i
pasti come al solito, ma lui non mangiava niente, e neppure beveva - per
quello che ne sapevamo. Così poi abbiamo dovuto buttare giù la porta».
«Tu e Reenie?»
«È venuto il ragazzo di Reenie - Ron Hincks - quello che sta per sposa-
re. L'ha buttata giù lui. E papà era steso per terra. Doveva essere là da al-
meno due giorni, ha detto il dottore. Aveva un aspetto orribile».
Non mi ero resa conto che Ron Hincks fosse il ragazzo di Reenie - anzi
il suo fidanzato. Da quanto tempo andava avanti, e come avevo fatto a non
accorgermene?
«Era morto, è questo che vuoi dire?»
«All'inizio non l'ho pensato, perché aveva gli occhi aperti. Ma era pro-
prio morto. Era... non so dirti com'era. Come se fosse in ascolto, di qualco-
sa che lo aveva spaventato. Era vigile».
«Si era sparato?» non so perché lo chiesi.
«No. No, era semplicemente morto. Nel certificato è stato scritto per
cause naturali - all'improvviso, per cause naturali, diceva così - e Reenie
ha detto alla signora Hillcoate che si è trattato veramente di cause naturali,
perché bere era certamente la seconda natura di papà, e a giudicare da tutte
le bottiglie vuote aveva ingurgitato abbastanza alcol da far crepare un ca-
vallo».
«Si è ubriacato a morte» dissi. Non era una domanda. «Quando è suc-
cesso?»
«Subito dopo l'annuncio della chiusura permanente delle fabbriche. È
questo che l'ha ucciso. Ne sono sicura!»
«Cosa?» chiesi. «Quale chiusura permanente? Quali fabbriche?»
«Tutte» disse Laura. «Tutte quelle che ci appartengono. Tutto ciò che ci
appartiene in città. Pensavo che lo sapessi».
«Non lo sapevo».
«Le nostre fabbriche sono state assorbite da quelle di Richard. Tutto è
stato trasferito a Toronto. Ora è diventato tutto Griffen-Chase Royal Con-
solidated». Niente più Figli, in altre parole. Richard aveva fatto piazza pu-
lita.
«Perciò questo significa niente lavoro» dissi. «Niente lavoro qui. È tutto
finito. Cancellato».
«Hanno detto che era una questione di costi. Dopo l'incendio della fab-
brica di bottoni... hanno detto che ci sarebbe voluto troppo per ricostruir-
la».
«Chi l'ha detto?»
«Non lo so» disse Laura. «Non è stato Richard?»
«Non era questo il patto» dissi. Povero papà - che si fidava delle strette
di mano e delle parole d'onore e delle cose date per scontate. Mi stava di-
ventando chiaro che non era più questo il modo in cui funzionavano le co-
se. E forse non lo era mai stato.
«Quale patto?» chiese Laura.
«Non importa».
Avevo sposato Richard per niente, dunque - non avevo salvato le fabbri-
che, e certamente non avevo salvato mio padre. Ma c'era ancora Laura;
non era in mezzo a una strada. Dovevo pensare a questo. «Non ha lasciato
nulla, nessuna lettera, nessun biglietto?»
«No».
«Hai cercato?»
«Ha cercato Reenie» disse Laura sottovoce; il che significava che lei non
se l'era sentita.
Naturalmente, pensai. Sarebbe stata Reenie a cercare. E se avesse davve-
ro trovato qualcosa del genere, l'avrebbe bruciato.

Stordimento

Ma mio padre non avrebbe lasciato biglietti. Sarebbe stato consapevole


delle implicazioni. Non avrebbe voluto un verdetto di suicidio, perché,
come risultò, aveva un'assicurazione sulla vita: aveva versato denaro per
anni, perciò nessuno avrebbe potuto accusarlo di avere combinato tutto al-
l'ultimo momento. Aveva bloccato il denaro - doveva andare dritto in un
conto vincolato, in modo che solo Laura potesse toccarlo, e solo dopo aver
compiuto ventun anni. A quel punto doveva aver perso ogni fiducia in Ri-
chard, e concluso che lasciarmi qualcosa sarebbe stato inutile. Io ero an-
cora minorenne, ed ero la moglie di Richard. Le leggi erano differenti allo-
ra. Ciò che era mio era suo, a tutti gli effetti.
Come ho già detto, ho le medaglie di mio padre. Per cosa le aveva avu-
te? Coraggio. Audacia sotto il fuoco nemico. Nobili gesti di abnegazione.
Credo che ci si aspettasse che io fossi alla loro altezza.
Tutta la città è venuta al funerale, disse Reenie. Be', quasi tutta, perché
in alcuni quartieri c'era parecchia amarezza; eppure gli era stato dimostrato
il dovuto rispetto, e a quel punto si era saputo che non era stato lui a chiu-
dere definitivamente le fabbriche a quel modo. Si era saputo che non vi
aveva avuto alcuna parte - non aveva potuto impedirlo, ecco tutto. Erano
stati i grossi interessi a ucciderlo.
Tutti in città erano dispiaciuti per Laura, disse Reenie. (Ma non per me,
era sottinteso. Dal loro punto di vista io ero finita insieme al bottino. Per
quello che valeva).
Ecco i piani di Richard: Laura sarebbe venuta a vivere con noi. Be', è na-
turale che l'avrebbe fatto: non poteva rimanere ad Avilion tutta sola, dal
momento che aveva solo quindici anni.
«Potrei stare con Reenie» disse Laura, ma Richard rispose che era fuori
questione. Reenie si sarebbe sposata; non avrebbe avuto il tempo di occu-
parsi di lei. Laura disse che non aveva bisogno che ci si occupasse di lei,
ma Richard si limitò a sorridere.
«Reenie potrebbe venire a Toronto» disse Laura, ma Richard disse che
Reenie non avrebbe voluto. (Era Richard che non voleva. Lui e Winifred
avevano già assunto quello che a parer loro era il personale adatto alla ge-
stione della sua casa - gente che sapeva il fatto suo, disse. Questo signifi-
cava che sapeva il fatto di Richard, nonché quello di Winifred).
Richard disse che ne aveva già discusso con Reenie, e aveva raggiunto
un accordo soddisfacente. Reenie e il suo novello sposo ci avrebbero fatto
da custodi, disse, e avrebbero sorvegliato i restauri - Avilion stava cadendo
a pezzi, perciò c'erano molti restauri da fare, a cominciare dal tetto - e così
sarebbero stati a disposizione per prepararci la casa ogni volta che ce ne
fosse stato bisogno, perché sarebbe servita da residenza estiva. Saremmo
venuti ad Avilion per andare in barca e così via, disse, con il tono dello zio
indulgente. In tal modo Laura e io non saremmo state private della casa a-
vita. Disse casa avita con un sorriso. Non ci avrebbe fatto piacere?
Laura non lo ringraziò. Gli fissò la fronte con la studiata espressione va-
cua che un tempo aveva usato con il signor Erskine, e capii che c'erano
guai in vista.
Io e lui saremmo tornati a Toronto in macchina, continuò Richard, una
volta che le cose fossero state sistemate. Prima aveva bisogno di incontrare
gli avvocati di mio padre, un'occasione alla quale non c'era bisogno che
fossimo presenti: sarebbe stato troppo straziante per noi, considerati i re-
centi avvenimenti, e voleva risparmiarci il più possibile. Uno di questi av-
vocati era un parente acquisito da parte di nostra madre, ci disse Reenie in
privato - il cugino di una cugina di secondo grado - perciò avrebbe tenuto
sicuramente gli occhi aperti.
Laura sarebbe rimasta ad Avilion fino a che lei e Reenie non avessero
impacchettato le sue cose; poi sarebbe venuta in città in treno, e qualcuno
sarebbe andato a prenderla alla stazione. Avrebbe vissuto con noi in casa
nostra - c'era una stanza da letto in più che le sarebbe andata a pennello,
una volta che fosse stata ridipinta. E avrebbe frequentato - finalmente - una
scuola come si deve. Il St. Cecilia era quella che lui aveva scelto, consul-
tandosi con Winifred, che di certe cose se ne intendeva. Laura avrebbe po-
tuto avere bisogno di lezioni private, ma era sicuro che col passare del
tempo tutto si sarebbe risolto. In questo modo sarebbe stata in grado di av-
valersi dei benefici, dei vantaggi...
«I vantaggi di cosa?» domandò Laura.
«Della tua posizione» rispose Richard.
«Non mi pare di avere nessuna posizione» ribatté Laura.
«Cosa intendi dire esattamente con questo?» chiese Richard, in tono
meno indulgente.
«È Iris che ha una posizione» disse Laura. «È lei la signora Griffen, io
sono solo un extra».
«Mi rendo conto che sei comprensibilmente turbata» disse Richard in
tono freddo, «considerate le spiacevoli circostanze, che sono state difficili
per tutti, ma non c'è bisogno di essere sgradevoli. Non è facile neanche per
me e per Iris. Sto solo cercando di fare del mio meglio per te».
«Pensa che sarò d'impaccio» mi disse Laura quella sera, in cucina, dove
eravamo andate a cercare rifugio da Richard. Ci disturbava guardarlo fare
le sue liste - cosa andava scartato, cosa riparato, cosa sostituito. Guardarlo
e stare zitte. Si comporta come se fosse lui il padrone, aveva detto Reenie
indignata. Ma lo è, avevo risposto.
«D'impaccio a cosa?» chiesi. «Sono sicura che non intendeva dire que-
sto».
«D'impaccio a lui» rispose. «D'impaccio a voi due».
«Tutto si sistemerà per il meglio» disse Reenie. Lo disse mec-
canicamente. La sua voce era esausta, priva di convinzione, e vidi che da
lei non ci si poteva aspettare più alcun aiuto. Quella sera in cucina sembra-
va vecchia, e piuttosto grassa, e anche confusa. Come sarebbe venuto fuori
ben presto, era già incinta di Myra. Si era permessa di perdere la testa.
Quando perdi la testa perdi anche tutto il resto, e poi chi s'è visto s'è visto,
diceva sempre, ma aveva contravvenuto alle proprie massime. Doveva a-
vere la mente altrove, per esempio doveva chiedersi se sarebbe riuscita a
farsi portare all'altare, e cosa sarebbe successo in caso contrario. Brutti
momenti, senza dubbio. Allora non c'erano barriere tra la sufficienza e il
disastro: se scivolavi cadevi, e se cadevi ti agitavi e ti dimenavi e andavi
sotto. Difficilmente avrebbe avuto un'altra occasione, perché se anche se
ne fosse andata per avere il bambino e poi lo avesse dato via, le voci sa-
rebbero girate e la gente in città non avrebbe mai dimenticato una cosa del
genere. Allora avrebbe potuto benissimo mettere i cartelli: ci sarebbe stata
la coda attorno all'edificio. Una volta che una donna era facile, si faceva in
modo che rimanesse tale. Perché comprare una mucca quando il latte è
gratis?, è quanto pensava probabilmente Reenie.
Perciò ci aveva date per perse, aveva rinunciato a noi. Per anni aveva
fatto quanto aveva potuto, e ora non aveva più alcun potere.

Tornata a Toronto, aspettai l'arrivo di Laura. L'ondata di caldo continua-


va. Tempo afoso, fronti madide, una doccia prima dei gin and tonic nella
veranda sul retro, affacciati sul giardino rinsecchito. L'aria come fuoco li-
quido; ogni cosa floscia o gialla. Nella stanza da letto c'era un ventilatore
che faceva il rumore di un vecchio con una gamba di legno che si arrampi-
cava su per le scale: un rantolo ansante, un gorgoglio, un rantolo. Nelle pe-
santi notti senza stelle fissavo il soffitto, mentre Richard continuava a fare
quello che faceva.
Era stordito da me, diceva. Stordito - come se fosse ubriaco. Voleva dire
che non si sarebbe mai sentito come si sentiva nei miei confronti, se fosse
stato sobrio e nelle sue piene facoltà?
Mi guardavo nello specchio, chiedendomi: Cosa c'è in me? Cosa c'è che
può stordire a tal punto? Lo specchio era a figura intera: cercavo di veder-
mi di spalle, ma naturalmente non era possibile. Non si riesce mai a veder-
si come ci vedono gli altri - come ci vede un uomo che ci guarda, da die-
tro, quando non lo sappiamo - perché in uno specchio la nostra testa è
sempre girata ad angolo retto sulla spalla. Una posa civettuola, invitante.
Si può tenere in mano un altro specchio per vederci di spalle, ma allora ciò
che scorgiamo è ciò che tanti pittori hanno amato dipingere - Donna che si
guarda allo specchio, considerata un'allegoria della vanità. Anche se è im-
probabile che si tratti di vanità, piuttosto del contrario: di una ricerca di di-
fetti. Cosa c'è in me? Può facilmente essere interpretato come Cosa c'è che
non va in me?
Richard diceva che le donne potevano essere divise in mele e pere, a se-
conda della forma del loro sedere. Io ero una pera, ma una pera acerba. Era
quello che gli piaceva in me - la mia immaturità, la mia durezza. Nel repar-
to sedere, credo che intendesse, ma forse in tutto.
Dopo le mie docce, la mia rimozione delle setole, le mie spazzolate e
pettinate, ora stavo attenta a togliere tutti i peli dal pavimento. Tiravo su i
piccoli ciuffi di peli dallo scarico della vasca da bagno o del lavandino, li
gettavo nel water e tiravo lo sciacquone, perché Richard aveva osservato
casualmente che le donne lasciavano sempre peli in giro. Come gli animali
durante la muta, era sottinteso.
Come lo sapeva? Come sapeva delle pere e delle mele, e dei peli caduti?
Chi erano quelle donne, le altre donne? A parte una superficiale curiosità,
non me ne importava.
Cercavo di evitare di pensare a mio padre e al modo in cui era morto, e a
cosa potesse avere avuto in mente prima che accadesse, e a come dovesse
essersi sentito, e a tutto ciò che Richard non aveva ritenuto conveniente
comunicarmi.

Winifred era sempre occupatissima. Nonostante il caldo sembrava fred-


da, avvolta in tessuti leggeri e impalpabili come la parodia di una madrina
delle fiabe. Richard continuava a ripetere quanto fosse meravigliosa e
quanta fatica e preoccupazioni mi stesse risparmiando, ma lei mi rendeva
sempre più nervosa. Entrava e usciva in continuazione da casa nostra; non
sapevo mai quando potesse spuntare, facendo capolino dalla porta con un
sorriso spavaldo. Il mio unico rifugio era il bagno, perché là potevo girare
la chiave senza sembrare eccessivamente sgarbata. Si stava occupando del
resto dell'arredamento, ordinando i mobili per la stanza di Laura. (Una to-
letta orlata di una stoffa increspata con un motivo floreale rosa, tende e co-
priletto in tinta. Uno specchio con una cornice a volute bianca con guarni-
zioni in oro. Era proprio quello che ci voleva per Laura, non ero d'accor-
do? Non lo ero, ma non aveva alcun senso dirlo).
Stava anche facendo progetti per il giardino; aveva già buttato giù parec-
chi schizzi - solo qualche piccola idea, diceva agitandomi i fogli sotto gli
occhi e poi tirandoli indietro, riponendoli con cura nella cartella già tra-
boccante delle altre sue piccole idee. Una fontana sarebbe stata deliziosa,
diceva - qualcosa di francese, ma avrebbe dovuto essere autentica. Non ero
d'accordo?
Volevo che Laura venisse. La data del suo arrivo era stata posticipata
ormai tre volte - non aveva ancora finito i bagagli, le era venuto un raf-
freddore, aveva perso il biglietto. Le parlavo al telefono bianco; la sua vo-
ce era controllata, distante.
I due servitori erano stati insediati, una cuoca-domestica brontolona e un
grosso tizio con la pappagorgia che si era fatto passare per giardiniere-
autista. Si chiamavano Murgatroyd e dicevano di essere marito e moglie,
ma sembravano fratello e sorella. Mi guardavano con diffidenza, e io li
contraccambiavo. Durante il giorno, quando Richard era in ufficio e Wini-
fred era onnipresente, cercavo di fuggire di casa il più possibile. Dicevo di
andare in centro - a fare spese, dicevo, che era una versione accettabile di
come avrei trascorso il mio tempo. Mi facevo lasciare dall'autista davanti
ai grandi magazzini Simpsons, dicendogli che al ritorno avrei preso un ta-
xi. Quindi entravo, compravo qualcosa in fretta: calze e guanti erano sem-
pre convincenti come prova del mio desiderio di fare acquisti. Poi attraver-
savo il negozio in tutta la sua lunghezza e uscivo dalla porta opposta.
Ripresi le mie vecchie abitudini - girovagare senza scopo, esaminare le
vetrine, i manifesti dei film. Andavo perfino al cinema da sola; non mi fa-
cevano più effetto gli uomini che ti palpavano, avevano perso la loro aura
di magia demoniaca, ora che sapevo ciò che avevano in mente. Non ero in-
teressata a quel genere di cose, sempre le stesse - lo stesso ossessivo strin-
gere e tastare. Tieni le mani a posto o grido funzionava abbastanza bene,
finché eri pronta a metterlo in pratica. Sembravano capire che lo ero. A
quei tempi la mia stella del cinema preferita era Joan Crawford. Occhi feri-
ti, bocca letale.
A volte andavo al Royal Ontario Museum. Guardavo le armature, gli a-
nimali impagliati, gli antichi strumenti musicali. Questo non mi era di
grande giovamento. Oppure andavo al Diana Sweets per una bibita o una
tazza di caffè: era una sala da tè signorile di fronte ai grandi magazzini,
molto frequentata dalle signore, dove avevo poche probabilità di essere in-
fastidita da molestatori occasionali. Oppure attraversavo il Queen's Park,
svelta e risoluta. Se l'avessi fatto troppo lentamente, sarebbe saltato sicu-
ramente su qualche uomo. Carta moschicida, così Reenie chiamava questa
o quella giovane donna. Deve raschiarseli via di dosso. Una volta un uomo
si esibì, proprio davanti a me, all'altezza degli occhi. (Avevo fatto l'errore
di sedermi su una panchina appartata, nei giardini dell'università). Non era
neanche un vagabondo, era vestito piuttosto bene. «Mi dispiace» gli dissi.
«Non sono proprio interessata». Sembrò deluso. Molto probabilmente a-
vrebbe voluto che io svenissi.
In teoria sarei potuta andare dove volevo, in pratica c'erano barriere invi-
sibili. Mi mantenevo sulle strade principali, nelle zone più ricche: perfino
entro quei confini in realtà non erano moltissimi i luoghi in cui mi sentissi
libera. Osservavo l'altra gente - non tanto gli uomini, quanto le donne. E-
rano sposate? Dove stavano andando? Avevano un lavoro? Guardandole
non potevo indovinare molto, se non il prezzo delle loro scarpe.
Mi sentivo come se fossi stata presa e scaricata in un paese straniero,
dove tutti parlavano una lingua diversa.
A volte c'erano coppie, a braccetto - che ridevano, felici, affettuose. Vit-
time di un enorme inganno, e al tempo stesso sue artefici, o almeno mi
sembrava. Le osservavo con rancore.

Poi un giorno - era giovedì - vidi Alex Thomas. Era dall'altra parte della
strada, aspettando che il semaforo scattasse. Era la Queen Street, a Yonge.
Era piuttosto malandato - indossava una camicia azzurra, da operaio, e un
cappello malconcio - ma era proprio lui. Sembrava illuminato, come se un
raggio di luce lo colpisse da qualche fonte invisibile, rendendolo spavento-
samente visibile. Certo tutti gli altri in strada lo stavano guardando - certo
tutti sapevano chi era! Da un momento all'altro lo avrebbero riconosciuto,
avrebbero gridato, si sarebbero lanciati al suo inseguimento.
Il mio primo impulso fu di avvertirlo. Ma poi capii che l'avvertimento
doveva valere per tutti e due, perché in qualsiasi guaio fosse coinvolto, vi
sarei stata immediatamente coinvolta anch'io.
Avrei potuto non rivolgergli la minima attenzione. Mi sarei potuta gira-
re. Sarebbe stato saggio. Ma una simile saggezza a quel tempo non era alla
mia portata.
Scesi dal marciapiede e feci per attraversare nella sua direzione. Il sema-
foro cambiò di nuovo: ero bloccata in mezzo alla strada. Le macchine suo-
narono i loro clacson; ci furono grida; il traffico ondeggiò. Non sapevo se
tornare indietro o andare avanti.
Allora lui si girò, e sulle prime non fui certa che potesse vedermi. Al-
lungai la mano, come una persona che sta affogando e implora di essere
salvata. In quel momento nel mio cuore avevo già tradito.
Fu un tradimento o un atto di coraggio? Forse entrambe le cose. Nessuna
delle due comporta la premeditazione: cose del genere avvengono su due
piedi, in un batter d'occhio. Questo soltanto perché le abbiamo già provate,
più e più volte, nel silenzio e nell'oscurità; in un tale silenzio, in una tale
oscurità, che ne siamo perfino inconsapevoli. Ciechi ma senza commettere
passi falsi, andiamo avanti come se entrassimo in una danza che ci è torna-
ta alla memoria.

Sunnyside

Tre giorni dopo, doveva arrivare Laura. Mi ero fatta accompagnare alla
Union Station per essere lì all'arrivo del treno, ma lei non c'era. Non era
neanche ad Avilion: telefonai a Reenie per controllare, provocando un'e-
splosione; aveva sempre saputo che sarebbe successo qualcosa del genere,
considerato com'era Laura. L'aveva accompagnata al treno, aveva spedito
il baule e tutto il resto, come ordinato, aveva preso ogni precauzione. A-
vrebbe dovuto accompagnarla per tutto il viaggio, e adesso ecco! Qualche
trafficante di schiave l'aveva fatta sparire.
Il baule di Laura comparve in orario, ma di lei sembrava che si fosse
persa ogni traccia. Richard fu più turbato di quanto mi sarei aspettata. A-
veva paura che fosse stata rapita da qualche misterioso gruppo - gente che
ce l'aveva con lui. Potevano essere i rossi, oppure un rivale in affari privo
di scrupoli: certi squilibrati esistevano. Criminali, insinuò, in combutta con
ogni specie di gente - gente che non si sarebbe fermata davanti a nulla pur
di esercitare pressioni su di lui, a causa dei suoi contatti politici in continuo
aumento. Ora avremmo dovuto aspettarci di ricevere un messaggio ricatta-
torio.

Erano molti gli elementi che lo insospettivano, quell'agosto; disse che


dovevamo stare bene in guardia. C'era stata una grossa marcia a Ottawa, in
luglio - migliaia, decine di migliaia di uomini che sostenevano di essere
disoccupati e domandavano lavoro e paghe eque, istigati dai sovversivi a
rovesciare il governo.
«Scommetto che c'è coinvolto quel giovane come-si-chiama» disse Ri-
chard, osservandomi attentamente.
«Quel giovane chi?» domandai, guardando fuori della finestra.
«Fai attenzione, cara. L'amico di Laura. Quello scuro. Il giovane crimi-
nale che ha distrutto la fabbrica di tuo padre dandole fuoco».
«Non è andata distrutta» dissi. «Hanno spento il fuoco in tempo. E co-
munque, non è mai stato provato».
«Se l'è svignata» replicò Richard. «È scappato come un coniglio. Per me
è una prova sufficiente».
I partecipanti alla marcia erano stati raggirati con un astuto stratagemma
suggerito dietro le quinte - almeno a sentir lui - dallo stesso Richard, che al
tempo aveva amici altolocati. I leader della marcia erano stati attirati a Ot-
tawa per «colloqui ufficiali», e l'intera faccenda era stata tenuta sotto con-
trollo al Regina. I colloqui non avevano portato a nulla, secondo copione,
ma poi erano scoppiati disordini: i sovversivi avevano agitato le acque, la
folla aveva perso il controllo, c'erano stati morti e feriti. Dietro a tutto que-
sto c'erano i comunisti, perché loro avevano le mani in pasta in ogni losco
affare, e chi poteva dire che l'agguato a Laura non fosse uno di quegli affa-
ri?
Pensai che Richard si stesse agitando eccessivamente. Anch'io ero turba-
ta, ma credevo che Laura avesse semplicemente fatto un giro più lungo del
previsto - distratta da qualcosa. Sarebbe stato più tipico da parte sua. Era
scesa alla stazione sbagliata, aveva dimenticato il nostro numero di telefo-
no, aveva perso la strada.
Winifred disse che avremmo dovuto controllare gli ospedali: Laura po-
teva essersi ammalata o avere avuto un incidente. Ma non era in ospedale.

Dopo due giorni di preoccupazioni informammo la polizia, e poco dopo,


nonostante le precauzioni di Richard, la storia finì sui giornali. I cronisti
assediarono il marciapiede fuori casa nostra. Scattavano foto, magari solo
alle porte e alle finestre; telefonavano; ci supplicavano di rilasciare intervi-
ste. Quello che volevano era uno scandalo. «Nota studentessa dell'alta so-
cietà trovata in un nido d'amore». «La Union Station luogo di macabri re-
sti». Volevano che si dicesse che Laura era fuggita con un uomo sposato, o
era stata sequestrata dagli anarchici, o era stata trovata morta in una valigia
a quadri nel deposito bagagli. Sesso o morte, o tutte e due le cose insieme -
è questo che avevano in mente.
Richard disse che dovevamo essere gentili ma abbottonati. Disse che
non aveva senso inimicarsi eccessivamente i giornali, perché i cronisti era-
no piccoli parassiti vendicativi che avrebbero serbato rancore per anni e ci
avrebbero ripagato più tardi, quando meno ce lo fossimo aspettato. Disse
che se ne sarebbe occupato lui.
Per prima cosa mise in giro la voce che ero sull'orlo del crollo, e chiese
che la mia privacy e la mia salute delicata fossero rispettate. Questo fece
un po' demordere i cronisti; naturalmente supposero che fossi incinta, cosa
che a quei tempi veniva ancora considerata, e che inoltre si pensava con-
fondesse il cervello delle donne. Poi fece sapere che per qualsiasi informa-
zione ci sarebbe stata una ricompensa, pur non dicendo di quanto. L'ottavo
giorno ci fu una chiamata anonima: Laura non era morta, ma lavorava in
una bancarella di cialde al Parco dei Divertimenti di Sunnyside. Chi chia-
mava sosteneva di averla riconosciuta dalla descrizione fornitane dai gior-
nali.
Fu deciso che Richard e io saremmo andati insieme a recuperarla in
macchina. Winifred disse che molto probabilmente Laura era in uno stato
di choc a scoppio ritardato, considerata la morte disdicevole di mio padre e
la sua scoperta del cadavere. Chiunque sarebbe stato turbato dopo una si-
mile prova, e Laura era una ragazza dal temperamento nervoso. La cosa
più probabile era che si rendesse a malapena conto di quanto faceva o di-
ceva. Una volta che l'avessimo riavuta tra noi, avremmo dovuto sommini-
strarle un forte sedativo e portarla da un dottore.
Ma la cosa più importante, disse Winifred, era che non trapelasse una
sola parola su tutto ciò. Una quindicenne che scappava di casa a quel modo
avrebbe gettato una cattiva luce sulla famiglia. Magari la gente avrebbe
pensato che fosse stata maltrattata, e questo poteva diventare un serio im-
pedimento. Per Richard e per il suo avvenire politico, intendeva dire.
A quel tempo Sunnyside era dove la gente andava d'estate. Non gente
come Richard e Winifred - c'era troppo chiasso per loro, troppo tanfo di
sudore. Giostre, hot-dog, root beer, tiri al bersaglio, concorsi di bellezza,
bagni pubblici: in poche parole, divertimenti volgari. A Richard e Winifred
non sarebbe piaciuto trovarsi così a tiro delle ascelle altrui, o di chi conta-
va il proprio denaro in centesimi. Ma non so perché faccio tanto la morali-
sta, dato che non sarebbe piaciuto neanche a me.
Non c'è più, Sunnyside - spazzato via da un'autostrada d'asfalto a dodici
corsie a un certo punto degli anni Cinquanta. Smantellato tanto tempo fa,
come molte altre cose. Ma quell'agosto funzionava ancora a pieno regime.
Ci andammo con il coupé di Richard, ma dovemmo lasciare la macchina a
una certa distanza, per via del traffico e della calca di gente che faceva a
gomitate sui marciapiedi e sulle strade polverose.
Era una giornata orribile, torrida e caliginosa; più arroventata dei cardini
dell'Ade, come direbbe ora Walter. Sopra la riva del lago aleggiava una fo-
schia invisibile ma quasi palpabile, fatta di profumo stantio e di olio ab-
bronzante spalmato sulle spalle nude, mescolato al vapore dei wurstel che
cuocevano e all'odore bruciato dello zucchero filato. Camminare nella folla
era come affondare in uno stufato - ci si trasformava in un ingrediente, si
prendeva un certo sapore. Perfino la fronte di Richard era bagnata, sotto la
tesa del panama.
Dall'alto veniva un forte stridore di metallo contro metallo, e un rim-
bombo minaccioso, e un coro di grida femminili: le montagne russe. Non
ci ero mai stata e nel vederle rimasi a bocca aperta, finché Richard non dis-
se: «Chiudi la bocca, cara, o ci entreranno le mosche». Più tardi sentii una
strana storia - da chi? Da Winifred, non c'è dubbio; era il genere di cose
che buttava lì per dimostrare di sapere cosa accadeva veramente nella vita,
nella vita dei miserabili, dietro le quinte. La storia diceva che le ragazze
che si erano messe nei guai - era il termine di Winifred, come se avessero
combinato il guaio tutte da sole -, che queste ragazze inguaiate andavano
sulle montagne russe a Sunnyside, sperando in tal modo di provocare un
aborto. Winifred rideva: Naturalmente non funzionava, diceva, e se avesse
funzionato cosa avrebbero fatto? Con tutto quel sangue, voglio dire? L'a-
vrebbero fatto volare in aria? Figuratevi un po'!
Quello che immaginai quando lo raccontò furono le stelle filanti rosse
che si lanciavano dai transatlantici al momento della partenza e scendeva-
no come una cascata sugli spettatori di sotto; o una serie di linee, linee ros-
se lunghe e spesse, che si srotolavano dalle montagne russe e dalle ragazze
lì sopra come vernice gettata da un secchio. Come lunghi scarabocchi di
fumo vermiglio. Come se scrivessero in cielo.
Ora penso: Ma in quest'ultimo caso, cosa avrebbero scritto? Diari, ro-
manzi, autobiografie? O semplici graffiti: Mary ama John. Ma John non
ama Mary, o non abbastanza. Non abbastanza da evitarle di svuotarsi così,
scarabocchiando sopra tutti quanti in lettere rosse, tanto rosse.
Una vecchia storia.
Ma in quell'agosto del 1935 non avevo ancora sentito parlare di aborto.
Se la parola fosse stata detta in mia presenza, cosa che non poteva accade-
re, non avrei avuto idea del suo significato. Neanche Reenie l'aveva mai
nominata: oscuri accenni a macellai da tavolo di cucina erano il massimo a
cui si fosse spinta, e Laura e io - nascoste sulla scala di servizio a origliare
- avevamo pensato che parlasse di cannibalismo, cosa che avevamo trovato
avvincente.
Le montagne russe sfrecciavano tra le grida, il tiro al bersaglio faceva un
rumore come di popcorn. Altra gente rideva. Mi accorsi di avere fame, ma
non me la sentii di suggerire uno spuntino; non sarebbe stato appropriato
in quel momento, e poi il cibo era inaccettabile. Richard era di umore nero;
mi teneva per il gomito, guidandomi attraverso la folla. Aveva l'altra mano
in tasca: quel posto, disse, brulicava sicuramente di ladri lesti di mano.
Ci facemmo strada verso la bancarella delle cialde. Laura non si vedeva,
ma Richard non voleva parlare subito con lei, aveva un'idea migliore. Gli
piaceva risolvere le cose con chi comandava, sempre, se era possibile. Per-
ciò chiese di parlare a quattr'occhi con il proprietario della bancarella, un
uomo robusto dalla carnagione scura che puzzava di burro rancido. L'uo-
mo capì subito perché Richard era lì. Uscì fuori dalla bancarella, gettando
un'occhiata furtiva al di sopra della spalla.
Era consapevole che stava dando ricetto a una fuggiasca minorenne?
chiese Richard. Dio ce ne guardi! esclamò l'uomo, inorridito. Laura lo a-
veva raggirato - aveva detto di avere diciannove anni. Però lavorava sodo,
lavorava come un mulo, teneva il locale pulito e dava una mano con le
cialde quando il daffare era davvero tanto. Dove dormiva? Su questo punto
fu vago. Qualcuno lì intorno le aveva dato un letto, ma non lui. Non c'era
niente di losco, dovevamo credergli, almeno per quanto ne sapeva. Era una
brava ragazza e lui era un uomo felicemente sposato, a differenza di qual-
cuno là in giro. Gli era dispiaciuto per lei - aveva pensato che forse si era
cacciata in qualche guaio. Aveva un debole per le belle ragazzine così. In
effetti era stato lui a chiamare, e non solo per la ricompensa; aveva imma-
ginato che lei avrebbe fatto meglio a tornare dalla sua famiglia, giusto?
A questo punto guardò Richard in attesa. Ci fu un passaggio di denaro,
anche se - mi parve di capire - non tanto quanto l'uomo si era aspettato. Poi
fu mandata a chiamare Laura. Non protestò. Ci diede un'occhiata e decise
di non farlo. «Grazie di tutto, comunque» disse all'uomo delle cialde. Gli
strinse la mano. Non si rese conto che aveva speculato su di lei.
Richard e io la tenemmo ognuno per un gomito; la conducemmo alla
macchina attraverso Sunnyside. Mi sentivo una traditrice. Richard la fece
sedere tra noi due. Le misi un braccio attorno alle spalle per calmarla. Ero
arrabbiata con lei, ma sapevo che dovevo essere confortante. Odorava di
vaniglia, di sciroppo dolce forte e di capelli non lavati.
Dopo avere riportato Laura a casa, Richard mandò a chiamare la signora
Murgatroyd e le fece portare un bicchiere di tè freddo. Ma Laura non lo
bevve, si sedette esattamente al centro del divano, le ginocchia unite, rigi-
da, il viso impietrito, gli occhi come ardesia.
Aveva idea di quanta ansia e scompiglio avesse provocato? chiese Ri-
chard. No. Gliene importava? Nessuna risposta. Lui certamente sperava
che non avrebbe più riprovato a fare nulla di simile. Nessuna risposta. Per-
ché ora lui era in loco parentis, per così dire, e aveva una responsabilità
nei suoi confronti, e aveva tutte le intenzioni di assolverla, per quanto po-
tesse costargli. E siccome nulla è a senso unico, si aspettava che lei si ren-
desse conto di avere a sua volta una responsabilità nei suoi confronti - nei
nostri confronti, precisò -, che consisteva nel comportarsi bene e nel fare
quanto le veniva richiesto, nei limiti del possibile. Lo capiva?
«Sì» rispose Laura. «Capisco cosa vuoi dire».
«Lo spero proprio» disse Richard. «Lo spero proprio, ragazzina».
Il ragazzina mi innervosì. Era un rimprovero, come se ci fosse qualcosa
che non andava nell'essere una ragazzina. Se era così, era un rimprovero
che comprendeva anche me. «Cosa mangiavi?» chiesi, per cambiare di-
scorso.
«Mele caramellate» rispose Laura. «Ciambelle comprate al chiosco dei
Downyflake Doughnut, il secondo giorno le ho pagate di meno. La gente lì
era davvero carina. Hot dog».
«Oh, cara» dissi, con un piccolo sorriso di disapprovazione a Richard.
«È quello che mangia l'altra gente» disse Laura, «nella vita reale», e io
cominciai a capire vagamente cosa dovesse averla attratta a Sunnyside. Era
l'altra gente - la gente che era sempre stata e avrebbe continuato a essere
altra, per quanto riguardava Laura. Desiderava servirla, quest'altra gente.
Desiderava, in un certo senso, unirsi a lei. Ma non ci era mai riuscita. Era-
vamo tornati alla mensa dei poveri di Port Ticonderoga.

«Laura, perché l'hai fatto?» chiesi appena fummo sole. (Come hai potuto
farlo? avrebbe avuto una risposta semplice: era scesa dal treno a London e
aveva cambiato il suo biglietto con quello per un treno successivo. Almeno
non era andata in qualche altra città: allora magari non l'avremmo più tro-
vata).
«Richard ha ucciso papà» disse. «Non posso vivere in casa sua. È sba-
gliato».
«Non è molto corretto» ribattei. «Papà è morto per una sfortunata com-
binazione di circostanze». Mi vergognavo di me stessa nel dirlo: mi sem-
brava di sentire Richard.
«Può anche non essere corretto, ma è vero. Sotto sotto, è vero» disse. «A
ogni modo, volevo un lavoro».
«Ma perché?»
«Per dimostrare che ce l'avremmo... che ce l'avrei fatta. Che io, che noi
non dovevamo...» Distolse lo sguardo da me, si rosicchiò un'unghia.
«Dovevamo cosa?»
«Lo sai» disse. «Tutto questo». Fece un gesto della mano in direzione
della toletta con le sue gale, delle tende a fiori in tinta. «Per prima cosa so-
no andata dalle suore. Al Convento di Nostra Signora Stella del Mare».
Oh Dio, pensai, non di nuovo le suore. Pensavo che avessimo chiuso con
le suore. «E cosa hanno detto?» domandai in maniera gentile, distaccata.
«Non è servito a niente» disse Laura. «Sono state molto carine con me,
ma hanno detto di no. Non solo perché non ero cattolica. Hanno detto che
non avevo una vera vocazione, stavo soltanto sottraendomi ai miei doveri.
Hanno detto che se volevo servire Dio, avrei dovuto farlo nella vita alla
quale mi aveva chiamato». Una pausa. «Ma quale vita?» disse. «Io non ho
nessuna vita!»
Poi si mise a piangere, e io l'abbracciai, il gesto antico di quando era
piccola. Ma smettila di strillare. Se avessi avuto una zolletta di zucchero di
canna gliel'avrei data, ma ormai eravamo ben oltre la fase dello zucchero
di canna. Lo zucchero non sarebbe servito a niente.
«Come faremo ad andarcene da qui?» piagnucolava. «Prima che sia
troppo tardi?» Almeno aveva il buonsenso di essere spaventata; aveva più
buonsenso di me. Ma io pensavo che fosse solo un melodramma da adole-
scente. «Troppo tardi per cosa?» le chiesi gentilmente. Un profondo respi-
ro era tutto quello che ci voleva; un profondo respiro, un po' di calma, fare
mente locale. Non era il caso di farsi prendere dal panico.
Pensavo che avrei potuto collaborare con Richard, con Winifred. Pensa-
vo che avrei potuto vivere come un topo nel castello delle tigri, strisciando
non vista dentro i muri; standomene tranquilla, tenendomi fuori dei guai.
No: mi attribuisco un merito che non ho. Non vedevo il pericolo. Non sa-
pevo neanche che erano delle tigri. Peggio: non sapevo che sarei potuta di-
ventare io stessa una tigre. Non sapevo che anche Laura lo sarebbe potuta
diventare, nelle circostanze adeguate. Chiunque poteva, se è per questo.
«Cerca di vedere il lato positivo» dissi a Laura nel mio tono più tranquil-
lizzante. Le diedi qualche colpetto sulla schiena. «Ti porto una tazza di lat-
te caldo, e poi potrai farti una bella dormita. Ti sentirai meglio domani».
Ma lei continuava a piangere, e non voleva essere confortata.

Xanadu

La scorsa notte ho sognato che indossavo il costume che avevo al ballo a


tema dedicato a Xanadu. Io dovevo essere una fanciulla abissina - la fan-
ciulla con il salterio. Era di raso verde, quel costume: un piccolo bolero
con un bordo di lustrini dorati, che lasciava ampiamente scoperti seni e vi-
ta; culottes di raso verde, pantaloni trasparenti. Un'infinità di false monete
d'oro indossate come collane e avvolte attorno alla fronte. Un piccolo tur-
bante vivace con una spilla a mezzaluna. Un velo sul viso. Un'idea dell'O-
riente quale può averla un costumista da circo di cattivo gusto.
Pensavo di essere molto chic indossandolo, finché mi resi conto, abbas-
sando lo sguardo sulla mia pancia cadente, sulle mie nocche ingrossate ve-
nate di blu, sulle mie braccia raggrinzite, di non avere l'età che avevo allo-
ra, ma la mia età di adesso.
Non ero al ballo, però. Ero tutta sola, o così mi sembrò sulle prime, nella
serra in rovina di Avilion. Vasi vuoti erano sparsi qua e là; altri, non vuoti,
erano pieni di terra secca e piante morte. Una delle sfingi di pietra giaceva
al suolo, rovesciata su un lato, sfregiata con un pennarello - nomi, iniziali,
disegni sconci. C'era un buco nel tetto di vetro. Il posto puzzava di gatto.
La casa dietro di me era buia, deserta, tutto ciò che conteneva era spari-
to. Mi avevano lasciata lì con quel ridicolo vestito stravagante. Era notte,
con una sottile falce di luna. Alla sua luce potevo vedere che in realtà c'era
un'unica pianta ancora viva: una sorta di cespuglio scintillante con un fiore
bianco. Laura, dissi. Dall'ombra giunse una risata d'uomo.
Non è granché come incubo, direte. Aspettate a provarlo. Mi sono sve-
gliata - sconsolata.
Perché la mente combina certi scherzi? Ci si accanisce contro, ci lacera,
affonda i suoi artigli dentro di noi. Se hai abbastanza fame, dicono, comin-
ci a mangiarti il cuore. Forse è la stessa cosa.
Sciocchezze. Si tratta solo di sostanze chimiche. Devo prendere dei
provvedimenti, riguardo a questi sogni. Ci sarà pure qualche pillola.
Oggi ancora neve. Mi basta guardare fuori della finestra per sentirmi do-
lere le dita. Scrivo al tavolo della cucina, lentamente, come se cesellassi
qualcosa. La penna è pesante, difficile da premere, come un chiodo che
gratta sul cemento.

Autunno 1935. Il caldo si ritirava, il freddo avanzava. Gelo sulle foglie


cadute, poi sulle foglie che non erano cadute. Poi sulle finestre. Allora cer-
ti dettagli mi davano gioia. Mi piaceva inspirare l'aria. Lo spazio all'interno
dei miei polmoni era tutto mio.
Nel frattempo, le cose andavano avanti.
Quella a cui ora Winifred si riferiva come alla «scappatella» di Laura
veniva tenuta il più possibile nascosta. Richard disse a Laura che se ne a-
vesse parlato a chiunque altro, soprattutto a scuola, lo sarebbe venuto sicu-
ramente a sapere e lo avrebbe considerato un affronto personale, alla stre-
gua di un tentativo di sabotaggio. Aveva sistemato le cose con la stampa:
ur alibi era stato fornito dai Newton-Dobbse, una coppia di suoi amici che
occupavano una posizione di rilievo - lui era qualcuno in una compagnia
ferroviaria - e che erano disposti a giurare che Laura era stata tutto il tem-
po in loro compagnia nella loro casa di Muskoka. Era stato un piano per le
vacanze fatto all'ultimo momento, e Laura pensava che i Newton-Dobbse
ci avessero telefonato e i Newton-Dobbse pensavano che lo avesse fatto
lei, ed era stato soltanto un malinteso, e non si erano resi conto che Laura
era data per scomparsa, perché quando erano in vacanza non facevano mai
attenzione ai giornali.
Proprio una bella storia. Ma la gente ci credette, o dovette fingere di cre-
derci. Suppongo che i Newton-Dobbse abbiano diffuso la vera storia tra i
loro amici più intimi - è strettamente confidenziale e tenetevelo per voi -,
che è quello che Winifred avrebbe fatto al posto loro, dal momento che i
pettegolezzi erano una merce come un'altra. Ma almeno non arrivò mai sui
giornali.

Laura fu infagottata in un kilt pruriginoso e in una cravatta scozzese e


spedita al St. Cecilia. Non faceva segreto del fatto che lo detestava. Diceva
che non aveva bisogno di andarci; diceva che come si era trovata un lavoro
avrebbe potuto trovarsene un altro. Diceva queste cose a me, quando Ri-
chard era presente. Non voleva parlare direttamente a lui.
Si rosicchiava le unghie, non mangiava abbastanza, era troppo magra.
Mi preoccupai molto per lei, come ci si aspettava che facessi e com'era o-
nestamente il caso. Ma Richard diceva che era stanco di quelle sciocchezze
isteriche, e quanto al lavoro, non voleva più sentirne parlare. Laura era
troppo giovane per andare a vivere per conto proprio; si sarebbe impegola-
ta in qualcosa di spiacevole, perché il mondo era pieno di gente che si fa-
ceva un dovere di dare la caccia alle ragazzine sciocche come lei. Se non le
piaceva la sua scuola, poteva essere mandata in un'altra, lontana, in un'altra
città, e se fosse scappata anche da lì lui l'avrebbe messa in un istituto per
ragazze ribelli insieme a tutti gli altri depravati come lei, e se neanche
quello avesse funzionato ci sarebbe sempre stata una clinica. Una clinica
privata, con sbarre alle finestre: se era il capo cosparso di cenere che vole-
va, quello avrebbe certamente fatto al caso suo. Lei era una minorenne, lui
era una persona influente, e stesse pur certa che avrebbe fatto esattamente
come aveva detto. Come sapeva - come sapevano tutti - era un uomo di pa-
rola.
Quando era arrabbiato gli occhi tendevano a sporgergli in fuori, e ora gli
stavano appunto sporgendo, ma disse tutto questo in un tono calmo, credi-
bile, e Laura gli credette e ne fu intimidita. Cercai di intervenire - quelle
minacce erano troppo dure, lui non capiva Laura e il suo modo di prendere
le cose alla lettera - ma mi disse di tenermene fuori. Quello di cui c'era bi-
sogno era una mano ferma. Laura era stata coccolata abbastanza. Era venu-
to il momento che si desse una regolata.
Col passare delle settimane fu stabilita una tregua impacciata. In casa
cercai di sistemare le cose in modo che loro due non si scontrassero mai.
Navi che si sfiorano nella notte, era quello in cui speravo.
Winifred si era intromessa, naturalmente. Doveva aver detto a Richard
di prendere posizione, perché Laura era il tipo di ragazza che avrebbe mor-
so la mano che la sfamava a meno che non le fosse stata messa una muse-
ruola.

Richard consultava Winifred su tutto, perché era lei che si mostrava so-
lidale nei suoi confronti, che lo sosteneva, lo incoraggiava in generale. Era
lei che lo appoggiava socialmente, che favoriva i suoi interessi in quelle
che considerava le giuste direzioni. Quando avrebbe cercato di entrare in
Parlamento? Non ancora, sussurrava Winifred in qualunque orecchio su
cui si piegasse - i tempi non erano ancora maturi -, ma presto. Avevano
deciso entrambi che Richard era l'uomo del futuro, e che la donna che gli
stava dietro - non ne aveva una ogni uomo di successo? - doveva essere
lei.
Certamente non ero io. Le nostre rispettive posizioni ormai erano chiare,
le sue e le mie; in verità a lei erano sempre state chiare, ma ora lo stavano
diventando anche a me. Lei era necessaria a Richard, mentre io potevo
sempre essere sostituita. Il mio lavoro era aprire le gambe e chiudere la
bocca.
Può suonare brutale, e lo era. Ma non era troppo fuori del comune.
Winifred doveva tenermi occupata durante le ore del giorno: non voleva
che impazzissi per la noia, non voleva che perdessi le staffe. Si lambiccava
a prepararmi compiti insignificanti, quindi a riordinare il mio tempo e il
mio spazio in modo che fossi libera di svolgerli. Questi compiti non erano
mai troppo impegnativi, perché non faceva segreto della sua opinione se-
condo cui ero piuttosto stupida. Da parte mia non facevo nulla per scorag-
giare tale opinione.
Veniamo dunque al ballo di beneficenza per il Brefotrofio Downtown
Foundlings, di cui Winifred fu l'ideatrice. Mi mise nella lista degli orga-
nizzatori, non solo per tenermi affaccendata, ma perché la cosa avrebbe
giovato all'immagine di Richard. «Organizzatrice» - era solo un gioco, lei
non mi riteneva capace neppure di organizzare i lacci delle mie scarpe,
perciò che lavoretto da niente avrebbe potuto assegnarmi? Scrivere gli in-
dirizzi sulle buste, decise. Aveva ragione, ero in grado di farlo. Fui perfino
brava. Non dovevo pensare troppo, e potevo far vagare la mente altrove.
(«Grazie a Dio ha almeno un talento» la sentii dire alle Billie e alle Char-
lie, durante il bridge. «Oh, dimenticavo - due!» Scoppi di risa).
Il Brefotrofio Downtown Foundlings, che soccorreva i bambini dei quar-
tieri poveri, era il fiore all'occhiello di Winifred, o almeno lo era il ballo di
beneficenza. Era un ballo in costume - com'erano per lo più queste feste,
perché a quel tempo alla gente piacevano i travestimenti. Piacevano quasi
quanto le uniformi. Servivano tutti e due allo stesso scopo: per evitare di
essere chi si era, si poteva fingere di essere qualcun altro. Si poteva diven-
tare più grandi e potenti, o più affascinanti e misteriosi, semplicemente in-
dossando abiti esotici. Be', in fondo c'era qualcosa di vero.
Winifred era affiancata da un comitato per il ballo, ma era risaputo che
prendeva tutte le grosse decisioni da sola. Lei teneva i cerchi, gli altri ci
saltavano attraverso. Fu lei a scegliere il tema per il 1936 - «Xanadu». Di
recente il rivale Beaux Arts Bali era stato incentrato su «Tamerlano a Sa-
marcanda», e aveva riportato un grande successo. I temi orientali non po-
tevano mancare, e sicuramente a scuola tutti avevano imparato a memoria
Kubla Khan, perciò perfino gli avvocati - perfino i dottori - perfino i ban-
chieri avrebbero saputo cos'era Xanadu. Anche per le loro mogli sarebbe
stato scontato saperlo.

A Xanadu Kubla Khan ordinò di costruire


Un grandioso tempio del piacere:
Dove Alph, il fiume sacro, scorreva
Per caverne smisurate all'uomo
Giù fino a un mare senza sole.

Winifred fece battere a macchina l'intera poesia, la fece ciclostilare e di-


stribuire al nostro comitato - per far circolare le idee, diceva. Inoltre, qual-
siasi suggerimento da parte nostra sarebbe stato più che gradito, sebbene
sapessimo che aveva tutto già perfettamente disegnato nella sua testa. La
poesia sarebbe apparsa anche sull'invito inciso a lettere dorate, con una
scritta araba in caratteri dorati e cerulei tutt'intorno. Qualcuno avrebbe ca-
pito quella scritta? No, ma era decisamente incantevole.
A questi ricevimenti si partecipava solo su invito. Venivi invitato e poi
pagavi salato, tuttavia si trattava di una cerchia molto ristretta. I nomi sulla
lista divenivano materia di ansiosa aspettativa, ma solo per chi aveva dubbi
sul proprio rango. Aspettare un invito e non riceverlo era un assaggio del
Purgatorio. Credo che molte lacrime venissero versate per delusioni del
genere, ma in segreto - in quel mondo, non potevi mai far vedere che te ne
importava.
La bellezza di Xanadu era (disse Winifred, dopo aver letto la poesia con
la sua voce da bevitrice di whisky - in maniera eccellente, devo dargliene
atto) - la sua bellezza era che con un tema simile ci si poteva svelare o na-
scondere a proprio piacimento. Le corpulente potevano avvolgersi in ricchi
broccati, le snelle potevano intervenire come schiave o danzatrici persiane,
e mettersi generosamente in mostra. Gonne trasparenti, braccialetti, catene
tintinnanti alle caviglie - le opportunità erano praticamente infinite, e certo
agli uomini sarebbe piaciuto vestirsi da pascià e fingere di avere un harem.
Anche se dubitava di poter convincere qualcuno a recitare la parte dell'eu-
nuco, aggiunse tra risolini di apprezzamento.
Laura era troppo giovane per quel ballo. Winifred stava progettando per
lei un ingresso in società, un rito di passaggio che non aveva ancora avuto
luogo, ma fino ad allora non era considerata idonea. Tuttavia, mostrò note-
vole interesse per i preparativi. Ero molto sollevata nel vederla di nuovo
interessata a qualcosa. Di certo non lo era alla sua attività scolastica: i suoi
voti erano pessimi.
Mi correggo: non era ai preparativi che si interessava, ma alla poesia. Io
la conoscevo già dai tempi di Miss Violence, ad Avilion, ma all'epoca Lau-
ra non se n'era curata granché. Ora non faceva che leggerla.
Cos'era un demonio-amante, voleva sapere? Perché il mare era senza so-
le, perché l'oceano era senza vita? Perché l'assolato tempio del piacere a-
veva grotte di ghiaccio? Cos'era il monte Abora, e perché la fanciulla abis-
sina lo cantava? Perché le voci ancestrali profetizzavano la guerra?
Non avevo risposta a nessuna di queste domande. Ora le conosco tutte.
Non le risposte di Samuel Taylor Coleridge - non sono sicura che ne aves-
se, dal momento che a quel tempo era dedito alla droga - ma le mie. Ecco-
le, per quello che valgono.
Il fiume sacro è vivo. Scorre verso l'oceano senza vita, perché è là che
vanno a finire tutte le cose che sono vive. L'amante è un demone-amante
perché non c'è. L'assolato tempio del piacere ha grotte di ghiaccio perché è
ciò che hanno tutti i templi del piacere - dopo un po' si fanno molto freddi,
quindi si sciolgono, e allora come ti ritrovi? Tutto bagnato. Il monte Abora
era la casa della vergine abissina, e lei lo cantava perché non poteva tor-
narvi. Le voci ancestrali profetizzavano la guerra perché le voci ancestrali
non tacciono mai, e odiano sbagliarsi, e la guerra è una cosa certa, prima o
poi.
Correggetemi se sbaglio.

La neve cadeva, dapprima soffice, poi in palline dure che pungevano la


pelle come aghi. Il sole tramontava di pomeriggio, il cielo passava da san-
gue sbiadito a latte scremato. Il fumo si riversava dai camini, dalle caldaie
alimentate a carbone. I cavalli del carro del pane lasciavano in strada muc-
chi di fumanti focacce marroni che poi il gelo solidificava. I bambini se le
tiravano l'un l'altro. Gli orologi continuavano a suonare la mezzanotte, o-
gni mezzanotte di un intenso blu scuro tempestato di stelle glaciali, la luna
color giallo avorio. Guardavo fuori della finestra della camera da letto, giù
sul marciapiede, attraverso i rami del castagno. Poi spegnevo la luce.
Il ballo dedicato a Xanadu ebbe luogo il secondo sabato di gennaio. Il
mio costume era arrivato quella mattina, in una scatola traboccante di carta
velina. La cosa chic era affittare il costume da Malabar, perché farsene fare
uno apposta avrebbe significato dimostrare uno zelo eccessivo. Ora erano
quasi le sei e me lo stavo provando. Laura era nella mia stanza: faceva
spesso i compiti là, o fingeva di farli. «Cosa dovresti essere?» chiese.
«La fanciulla abissina» risposi. Non ero ancora sicura di cosa avrei usato
come salterio. Forse un banjo con l'aggiunta di qualche nastro. Poi mi ri-
cordai che l'unico banjo di cui avessi notizia era appartenuto ai miei zii
morti ed era rimasto ad Avilion, in soffitta. Avrei dovuto rinunciare al sal-
terio.
Non mi aspettavo che Laura mi dicesse che ero graziosa, o perfino bella.
Non lo faceva mai: per lei graziosa e bella non erano categorie di pensiero.
Questa volta commentò: «Non sei molto abissina. Le abissine non dovreb-
bero essere bionde».
«Non posso fare niente per il colore dei miei capelli» dissi. «È colpa di
Winifred. Avrebbe dovuto scegliere i vichinghi o qualcosa del genere».
«Perché hanno tutti paura di lui?» domandò Laura.
«Paura di chi?» ribattei. (Non avevo considerato la paura in quella poe-
sia, solo il piacere. Il tempio del piacere. Il tempio del piacere era dove in
realtà io vivevo allora - dov'era il mio vero essere, sconosciuto a quanti mi
circondavano. Cinto da mura e torri tutt'intorno, in modo che nessun altro
potesse entrarvi).
«Ascolta» disse. Recitò a occhi chiusi:

Potessi rivivere dentro di me


La sua musica e il canto,
Ne trarrei un piacere tanto intenso,
Che con musica forte e prolungata
Costruirei quel tempio in aria,
Quel tempio soleggiato! Quelle grotte di ghiaccio!
E ognuno che fosse in ascolto li vedrebbe là,
E griderebbe Attenti! Attenti!
I suoi occhi fiammeggianti, i suoi capelli fluttuanti!
Traccia tre volte un circolo attorno a lui
E chiudi gli occhi con sacro terrore,
Perché egli si è nutrito di mielata
E ha bevuto il latte del Paradiso.

«Vedi, hanno paura di lui» disse, «ma perché? Perché Attenti?»


«Sul serio, Laura, non ne ho idea» risposi. «È solo una poesia. Non si
può capire sempre il significato delle poesie. Forse pensano che sia paz-
zo».
«È perché è troppo felice» disse Laura. «Ha bevuto il latte del Paradiso.
La gente si spaventa, quando sei troppo felice a quel modo. Non è per que-
sto?»
«Laura, non mi assillare» feci. «Io non so tutto, non sono una professo-
ressa».
Era seduta sul pavimento, nel suo kilt della scuola. Si succhiava una
nocca, guardandomi, delusa. Ultimamente la deludevo spesso. «Ho visto
Alex Thomas l'altro giorno» disse.
Mi girai svelta, mi aggiustai il velo allo specchio. Faceva un ben misero
effetto, il raso verde: una vamp di Hollywood in un film ambientato nel
deserto. Mi consolai al pensiero che tutti gli altri sarebbero stati altrettanto
finti. «Alex Thomas? Davvero?» domandai. Avrei dovuto mostrarmi più
sorpresa.
«Be', non sei contenta?»
«Contenta di cosa?»
«Contenta che sia vivo» rispose. «Contenta che non l'abbiano preso».
«Certo che sono contenta» dissi. «Ma non dire niente a nessuno. Non
vorrai che si mettano di nuovo a dargli la caccia».
«Non c'è bisogno che tu me lo dica. Non sono una bambina. Per questo
non l'ho salutato».
«Lui ti ha visto?» chiesi.
«No. Stava solo camminando per la strada. Aveva il colletto del cappot-
to sollevato e la sciarpa sul mento, ma l'ho riconosciuto. Teneva le mani in
tasca».
All'accenno alle mani, alle tasche, fui attraversata da un dolore acuto.
«Che strada era?»
«La nostra» disse. «Era sull'altro lato, e guardava le case. Credo che ci
stesse cercando. Deve sapere che viviamo da queste parti».
«Laura» feci, «hai ancora una cotta per Alex Thomas? Perché se ce l'hai,
dovresti provare a fartela passare».
«Non ho una cotta per lui» disse con disprezzo. «Non ce l'ho mai avuta.
Cotta è una parola orribile. Fa veramente schifo». Da quando frequentava
la scuola era diventata meno devota, e il suo linguaggio era diventato mol-
to più sboccato. Schifo andava per la maggiore.
«Comunque voglia chiamarla, dovresti rinunciarci. È impossibile» dissi
in tono gentile. «Ti renderà soltanto infelice».
Laura si mise le braccia intorno alle ginocchia. «Infelice» ripeté. «Cosa
puoi saperne tu dell'infelicità?»

VIII

L'assassino cieco: Storie carnivore

Si è spostato di nuovo, per fortuna. Lei odiava quel posto fuori mano,
accanto alla stazione di smistamento. Non le piaceva andare là, e in ogni
caso era talmente lontano, e poi così freddo: ogni volta che ci arrivava le
battevano i denti. Odiava quella camera stretta e triste, la puzza stantia del-
le sigarette perché non si poteva aprire la finestra bloccata, la piccola doc-
cia sporca nell'angolo, quella donna che incontrava sulle scale - una donna
che faceva pensare alla contadinella oppressa di qualche vecchio romanzo
ammuffito, ogni volta si aspettava di vederla con un fascio di legna sulla
schiena. L'astiosa occhiata insolente che lanciava, quasi immaginasse esat-
tamente cosa sarebbe successo dietro quella porta una volta che si fosse
chiusa. Un'occhiata invidiosa, ma anche malevola.
Che liberazione.
Ora la neve si è sciolta, sebbene ne rimanga qualche chiazza grigia nelle
zone all'ombra. Il sole è caldo, c'è odore di terra bagnata e di radici che si
muovono e dei resti fradici dei giornali gettati via lo scorso inverno, con-
fusi e illeggibili. Nei quartieri più belli della città sono spuntati i narcisi, e
in qualche giardino sul davanti, dove non c'è ombra, si vedono i tulipani,
rossi e arancioni. Una nota di speranza, come dicono le rubriche di giardi-
naggio; sebbene perfino adesso, in aprile avanzato, l'altro giorno abbia ne-
vicato - grossi fiocchi bianchi bagnati, una tempesta di neve anomala.
Lei ha nascosto i capelli sotto un fazzoletto, ha indossato un cappotto
blu marino, la cosa più vicina al sobrio che avesse. Lui ha detto che sareb-
be stata la cosa migliore. Da queste parti, nei cantucci, negli angoli, tracce
di gatto maschio e vomito, fetore di polli messi in gabbia. Sulla strada gli
escrementi dei cavalli dei poliziotti, che tengono gli occhi aperti, non per i
ladri ma per i sovversivi - covi di rossi venuti dall'estero, che sussurrano
tra loro come topi nella paglia, sei per letto senza dubbio, dividendosi le
donne, tramando i loro contorti, intricati complotti. Si dice che Emma Gol-
dman, esiliata dagli Stati Uniti, viva nelle vicinanze.
Sangue sul marciapiede, un uomo con un secchio e una spazzola. Lei
cammina infastidita attorno alla pozzanghera rosa. È una zona di macellai
kasher; anche di sarti, di pellicciai all'ingrosso. E di aziende che sfruttano i
dipendenti, senza dubbio. File di donne immigrate ingobbite sulle macchi-
ne, mentre i loro polmoni si riempiono di laniccio.
I vestiti che porti ce li hai grazie a quelli di qualcun altro, le aveva detto
una volta. Sì, aveva ribattuto lei con disinvoltura, ma a me stanno meglio.
Quindi aveva aggiunto con una certa rabbia: Cosa vuoi che faccia? Cosa
vuoi che faccia io? Credi sul serio che abbia qualche potere?
Si ferma a un fruttivendolo, compra tre mele. Non mele molto buone,
con la buccia moscia e avvizzita, ma sente di avere bisogno di un'offerta di
pace di qualche tipo. La donna le prende una delle mele, indica una mac-
chia marrone dov'è guasta, la sostituisce con una migliore. Tutto questo
senza parlare. Cenni eloquenti e sorrisi dai denti radi.
Uomini in lunghi cappotti neri, larghi cappelli neri, piccole donne dagli
occhi penetranti. Scialli, gonne lunghe. Verbi scorretti. Non vi guardano
direttamente, ma non si perdono granché. Lei è appariscente, una gigantes-
sa. Le sue gambe troppo scoperte.
Ecco il negozio di bottoni, proprio dove aveva detto. Si ferma un mo-
mento a guardare la vetrina. Bottoni stravaganti, nastri di raso, passamano,
guarnizioni, lustrini - materie prime per gli aggettivi da sogno della moda
copiata. Le dita di qualcuno, proprio da queste parti, devono avere cucito il
bordo di ermellino sulla sua mantellina da sera di chiffon bianco. Il contra-
sto tra il velo fragile e la folta pelliccia animale, ecco cosa attrae gli uomi-
ni. La carne delicata, poi il boschetto.
La sua nuova stanza è sopra un fornaio. Gira l'angolo, sale le scale, av-
volta in una nuvola di odore che le piace. Però è denso, soffocante - lievito
che fermenta, che le va diritto alla testa come elio caldo. Non lo ha visto da
troppo tempo. Perché è stata lontana?
Lui è là, apre la porta.
Ti ho portato qualche mela, gli dice.

Dopo un po' gli oggetti di questo mondo prendono di nuovo forma attor-
no a lei. Ecco la sua macchina da scrivere, precaria sul piccolo portacatino.
La valigia blu è lì accanto, con sopra il catino rimosso. Una camicia spie-
gazzata a terra. Perché gli indumenti in disordine significano sempre desi-
derio? Con le loro forme contorte, impetuose. Le fiamme nei dipinti sono
così - come stoffa arancione gettata, scagliata via.
Sono stesi a letto, un'enorme struttura di mogano intagliato che riempie
quasi la stanza. Un tempo mobilia nuziale, fatta venire da lontano, destina-
ta a durare una vita. Una vita, che parola stupida sembra adesso; la durata,
che cosa inutile. Taglia una mela con il temperino di lui, gli mette in bocca
gli spicchi.
Se non sapessi come stanno le cose, penserei che stai cercando di se-
durmi.
No - ti sto soltanto tenendo in vita. Ti sto ingrassando per mangiarti più
tardi.
È un'idea perversa, signorina.
Sì. È tua. Non dirmi che hai dimenticato le donne morte con i capelli az-
zurri e gli occhi come fosse piene di serpenti. Ti avrebbero mangiato a co-
lazione.
Solo se ne avessero avuto il permesso. Allunga di nuovo il braccio verso
di lei. Che fine hai fatto? Sono settimane.
Già. Aspetta. Ho qualcosa da dirti.
È urgente? chiede lui.
Sì. Non proprio. No.

Il sole tramonta, le ombre delle tende si muovono attraverso il letto.


Fuori in strada voci, lingue sconosciute. Lo ricorderò sempre, dice lei tra
sé e sé. Poi: Perché penso alla memoria? Non è ancora dopo, è adesso.
Non è ancora finito.
Ho pensato alla storia, dice lei. Ho immaginato il seguito.
Oh? Ti è venuta qualche idea tutta tua?
Ho sempre avuto idee tutte mie.
Okay. Sentiamole, fa lui, sorridendo.
Va bene, dice lei. Eravamo rimasti a quando la ragazza e l'uomo cieco
venivano portati al cospetto del Servitore della Gioia, il capo degli invasori
barbari chiamati il Popolo della Desolazione, perché sospettati di essere
messaggeri divini. Correggimi se sbaglio.
Davvero fai attenzione a questa roba? chiede lui con aria stupita. Te la
ricordi davvero?
Certo. Ricordo ogni parola che hai detto. Arrivano all'accampamento dei
barbari, e l'assassino cieco dice al Servitore della Gioia che ha un messag-
gio per lui da parte dell'Invincibile, ma deve consegnarglielo in privato, al-
la presenza della sola ragazza. Questo perché non vuole perderla di vista.
Ma non ci vede. È cieco, ricordi?
Sai cosa intendo. E il Servitore della Gioia dice che va bene.
Non direbbe solo Va bene. Farebbe un discorso.
Queste parti non le so fare. I tre entrano in una tenda isolata dalle altre, e
l'assassino dichiara di avere un piano per conquistare Sakiel-Norn. Li i-
struirà su come introdursi in città senza assedi o vittime, tra i loro, voglio
dire. Dovranno mandare un paio di uomini, darà loro la parola d'ordine per
la porta - lui conosce le parole d'ordine, ricordi? - e una volta entrati questi
uomini dovranno raggiungere il canale e tendere una corda sotto il passag-
gio ad arco. Dovranno fissarne l'estremità a qualcosa - una colonna di pie-
tra o roba del genere - e poi di notte un gruppo di soldati potrà introdursi
nella città seguendo la corda, aggrappandosi a essa una mano dietro l'altra,
sott'acqua, poi sopraffare le guardie, aprire tutte e otto le porte e poi bingo.
Bingo? fa lui, ridendo. Non è una parola molto zycroniana.
Be', voilà, allora. Dopodiché, potranno uccidere tutti a oltranza, se è
questo che vogliono.
Uno stratagemma furbo, dice lui. Molto astuto.
Sì, fa lei, è in Erodoto, o qualcosa del genere. La caduta di Babilonia, mi
pare che fosse.
Hai una sorprendente quantità di cianfrusaglie in testa, dice lui. Ma ora
le cose vanno equilibrate, no? I nostri due ragazzi non possono continuare
a fare la parte dei messaggeri divini. È troppo rischioso. Prima o poi com-
metterebbero un errore, fallirebbero e sarebbero uccisi. Devono scappare.
Sì. Ci ho pensato. Prima di fornire la parola d'ordine e le istruzioni, l'as-
sassino cieco dice che loro due devono essere portati alle colline ai piedi
delle montagne occidentali, con abbondanti provviste di cibo e così via.
Dirà che devono farvi una sorta di pellegrinaggio - salire su una montagna,
ricevere altre istruzioni divine. Solo allora lui fornirà la merce, intendendo
con questo la parola d'ordine. In tal modo, se l'attacco dei barbari fallisce,
loro due saranno in un luogo dove a nessuno degli abitanti di Sakiel-Norn
verrà mai in mente di cercarli.
Ma saranno uccisi dai lupi, dice lui. O se non da loro, dalle donne morte
dalle figure flessuose e le labbra rosso rubino. Oppure lei verrà uccisa, e
lui sarà costretto a soddisfare le loro innaturali brame fino alle calende
greche, poveraccio.
No, dice lei. Non è quello che succederà.
Ah, no? E chi lo dice?
Non fare ah, no. Lo dico io. Ascolta - ecco come andrà. All'assassino
cieco non sfugge alcuna voce, e perciò sa come st