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Paciolla

Periodicizzazione della storia del diritto canonico.


1. primo millennio fino a Graziano. In questo periodo dovremo muoverci per segmenti.
data oscillante tra il 1140 e il 1152. a seconda dei libri si vedono queste due date come
possibili per il decreto di Graziano. La fluttuazione si è verificata di conseguenza anche
nella celebrazione dei vari centenari. I fase oscilla perché il decreto non è un testo scritto
subito nella sua versione definitiva. È invece un manuale di metodo che ogni anno si
arricchiva di nuovi elementi. In queste due date, il decreto si cristallizza nelle sue forme
ed è quello che oggi abbiamo in mano. Il 1152, pertanto, è una data di chiusura del
decreto. In questo periodo, inteso come IUS VETUS, dobbiamo considerare quattro
segmenti:
a. opera di Dionigi il piccolo. Siamo a cavallo tra il V e il VI d.C.. è un periodo in cui
abbiamo materiale consuetudinario e accanto a questo una serie di interventi prodotti dai
vari concili locali. Accanto a queste 2 forme, abbiamo un’attività intensa dei Romani
Pontefici. Abbiamo anche lo sviluppo delle collezioni. Questo è un termine ambiguo
perché può essere utilizzato in vari modi in questo periodo. La Dionisiana, pur essendo
opera di un privato, ha un carattere particolare. Dionigi si trova a lavorare qui su testi
orientali e genera una collezione che ha una certa pretesa di universalità. Le altre erano
sempre ristrette a carattere locale. Questo di Dionigi, invece, diventa un punto di
riferimento. I papi però non la promulgheranno per cui rimarrà sempre una collezione
privata. A un certo tempo, questa collezione, bloccherà le compilazioni future. Tutti
infatti cercheranno di aggiornarle.
b. La Riforma Carolingia (800). Si svilupperà sotto Carlo Magno e i suoi successori. È un
periodo particolare della storia della Chiesa. In questo periodo la Chiesa genera una
riforma interna di se stessa. Dal punto di vista delle fonti si contraddistinguono 2
elementi:
- rapporto potere politico e storia della Chiesa
- è visto Carlo Magno come un benefattore.
Carlo Magno è un benefattore o un cesaro-papista? In questo periodo abbiamo una
collezione di falsi per tutelare i diritti e i beni della Chiesa. Questi scritti falsi, segnano un
passo in avanti in quella che è la scienza del diritto canonico.
es. Donazione di Costantino.
c. Riforma Gregoriana. Si colloca in un momento delicato di rapporti tra Chiesa e Stato.
Ma anche in un momento in cui c’è una vera elaborazione di collezioni canoniche di
rilievo. Limite? È che questi testi venivano a difendere le prerogative del Romano
Pontefice e si ponevano contro le collezioni dell’imperatore. Questa attenzione
apologetica fa arrivare al Concordato di Worms (1122). Graziano non fa un codice di
diritto canonico ma presenta un testo di metodo da collocare alla base della scienza del
diritto canonico.
Graziano individua dei filoni già scelti in precedenza. Sono quelli riguardanti
l’armonizzazione delle fonti. Si arriva al decreto che è la pietra miliare e il testo di
riferimento di un’opera privata a cui hanno attinto anche i Papi.
questo è il I periodo.
2. è più breve. (DIRITTO NUOVO – IUS NOVO). Va da Graziano fino al Concilio di Trento
(XII – XVI). Va sottolineato il momento di sviluppo della scienza del diritto canonico.
Graziano si è formato e ha insegnato a Bologna. La I generazione di canonisti si rifanno
alla scuola di Bologna dove si formavano i civilisti. Questo II periodo si sottolinea perché
è l’epoca d’oro della canonistica. Abbiamo un’organizzazione della curia romana che
permette una moltiplicazione e diffusione di lettere e decretali.
la lettere encicliche (cioè circolari), nascono con Benedetto XII. La tecnica di questo
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periodo è una tecnica che parte ad una codificazione reale. Cioè: dopo Graziano, il
metodo utilizzato dai Pontefici per le collezioni pubbliche e universali è lo stesso
utilizzato per il codice di Giustiniano. Questa tecnica è importante perché effettivamente
quando un testo viene estrapolato da una decretale e viene promulgata, quel testo diventa
universale. È questa, una tecnica propria di questo periodo. In questo periodo assistiamo
a delle svolti epocali per la storia civile ed ecclesiastica. Abbiamo la fine dell’impero.
Abbiamo il sorgere degli stati nazionali, la riforma protestante.
3. da Trento fino alla codificazione (DIRITTO NUOVISSIMO – IUS NOVISSIMUM). Si
contraddistingue per la riforma cattolica, il Vaticano I, la riforma della Curia Romana,
pubblicazione Acta Santa Sedis (poi AAS) e dal punto di vista civile, la codificazione parte da
Napoleone. Si diffonderà con le sue campagne militari.
si arriva, così, anche in campo ecclesiale con il Vaticano I alla richiesta di una codificazione.
Si farà dell’opera di codificazione un monumento.
Nuovo Codice (1967 – 1983).
criteri per classificare le collezioni canoniche:
1. autore. Si distinguono in collezioni di diritto divino ed ecclesiastico. Le I sono confluite in
altre collezioni. È difficile trovarle come collezioni a sé stanti. Le II, invece, sono prima di
tutto collezioni di diritto consuetudinario. Troviamo poi le collezioni che riguardano i concili.
Questi venivano a dare delle disposizioni prendono anche delle decisioni che hanno un
carattere normativo anche se non sempre però hanno la forma della legge.
abbiamo poi, raccolte di decretali pontificie. Dal punto di vista cronologico, sono molto
ordinate. Possono riportare per intero i testi pontifici oppure una selezione. L’importante è
l’auctoritas che c’è dietro. Possiamo anche trovare collezioni che sono insieme disposizione
della chiesa o dello stato per la vita della Chiesa. Sono disposizioni che vengono anche a
canonizzare le leggi civili.
2. estensione della norma giuridica. Ci fa dividere le collezioni su base territoriale e in ragione
dei destinatari. Per il I abbiamo collezioni di diritto particolare e universale. Il liber extra di
Gregorio IX è universale. Prima di ciò, le collezioni sono a livello di diritto particolare. Per il
II si distingue tra ciò che è universale per tutti i battezzati o universale per una categoria di
fedeli.
3. genuinità storica. Si distingue tra collezioni vere e spurie, false. Quelle vere raccolgono
materiale autentico che in base all’autore acquistano valore di legge o autorità morale se
fanno riferimento ad un maestro noto. Le collezioni false sono quelle che contengono in tutto
o in parte di testi falsi o interpolati. La collezione integralmente falsa non ha un vero
legislatore alle spalle ma si invoca un legislatore autentico con una promulgazione autentica.
Possiamo poi avere un’auctoritas autentica ma con l’inserimento di testi falsi e poi una
collezione di testi autentici e successivamente interpolati.
quando si parla dell’autore, bisogna stare attenti. Possiamo avere l’attribuzione ad un autore
diverso per avvalorare la collezione. È la pseudoepigrafia. Questo, è un fenomeno molto
antico e tocca anche degli scritti importanti civili. Per es. l’epistolario tra Paolo e Seneca.
4. redazione. Criterio cronologico.
criterio geografico.
le collezioni sistematiche seguono un punto di svolta. Mentre le collezioni cronologiche
seguono dei criteri oggettivi, quelle sistematiche seguono il criterio personale del
compilatore.
5. autorità giuridica. Bisogna distinguere tra collezioni autentiche pubbliche e quelle
autentiche hanno ricevuto un’approvazione che si chiama dichiarazione di autenticità. Prima
dell’uso della promulgazione, c’era o l’uso dei testi oppure la dichiarazione di autenticità.
C.I.C. del 1582. il papa lo dichiara autentico.

Con la fine delle persecuzioni la chiesa è libera di esercitare il proprio ministero ed è tutto un fiorire
di attività conciliari nel bacino del mediterraneo. C’è una novità con le collezioni pseudo –
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apostoliche. Le collezioni di questo periodo vedono diminuire la realtà del materiale consuetudinario.
Le norme consuetudinarie cedono il posto alle leggi emanate da un’autorità (papi e concili).
Siamo tra il IV e V secolo.
Abbiamo un modo nuovo di affrontare la normativa. Questo perché se fino ad adesso le collezioni
vedevano un privato come origine, ora c’è l’autorità della chiesa che raccoglie il materiale e
organizza le collezioni. Prima del IV secolo c’erano comunque Dei precedenti. Dal IV secolo, i
concili locali hanno un’esplosione. All’inizio il concilio sia come concilio ecumenico che locale, vede
la presenza dell’imperatore il quale viene ad indire un concilio per motivi di ordine pubblico o anche
per tutelare la realtà di fede dal momento che i cristianesimo è divenuto religione di stato.
Nell’attività dei concili distinguiamo un triplice indirizzo dell’opera di questi concili:
funzione dogmatica
funzione liturgica cioè regolamentazione di riti e cerimonie
funzione canonica cioè dare l’ordinamento della disciplina ecclesiastica.
Va distinto nel primo millennio i concili locali da quelli ecumenici. Quelli ecumenici sono di natura
dogmatica. Accanto a questi, però abbiamo una molteplicità di concili locali che si vengono a
celebrare a brevissima distanza l’uno dall’altro. Anzi in alcune chiese si celebrano a scadenze fisse
anche molto ravvicinate tra di loro. Da un punto di vista pratico, questa frequenza Diventa un modo
per portare avanti e aggiornare questa normativa per aiutare la chiesa nel luogo dove si trova. Ogni
concilio, iniziava con la lettura del concilio precedente. Dava quindi un senso di vitalità della chiesa
locale che si vedeva espressa nella realtà del concilio locale. Alcuni sottovalutano questa realtà
dicendo che il concilio come istituzione viene a essere mutuato dalla prassi amministrativa civile
dell’impero. Effettivamente Sia in oriente che in occidente abbiamo delle riunioni periodiche che si
chiamavano concilia provinciarum. Erano delle riunioni di carattere religioso data la solennità rituale
con cui venivano celebrati. A capo di queste riunioni c’era una personalità di spicco (l’archiflamen
cioè un sacerdos, un capo religioso). Anche il contenuto di queste assemblee erano contenuti e
caratteri veramente religiosi. Ad alcuni, per cui, è sembrato di vedere una premessa di
quell’istituzione conciliare che ha avuto successo nella chiesa. Elementi di paragone ci sono ma una
stretta analogia è azzardato. La chiesa comunque nella sua prassi e diritto ha mutuato non poche
cose di quello che era l’ordinamento dell’impero. (es. diocesi – ripartizione dell’impero). Anche negli
atti al cap. 15 si parla di un concilio che come è posto, però, non ha niente a che vedere con l’impero
romano. Un certo collegamento può venire per il fatto che fosse l’imperatore all’inizio ad indire il
concilio. Per l’imperatore era un atto di fede. Voleva tutelare la religione di stato.
All’interno dei concili possiamo avere una classificazione.
Il concilio, allora va sposato con un aggettivo che fa capire l’obbligatorietà del concilio stesso.
Concili locali: provinciali – interprovinciali o superprovinciali – patriarcali – di parte dell’impero
(oriente e occidente).
A seconda della ripartizione, si capisce che c’è una differenza. La portata di queste decisioni è
sempre riferito all’ambito di giurisdizione del concilio stesso.
Concili provinciali: riguardano una provincia. Le province ecclesiastiche non sempre coincidono con
quelle dell’impero. Grosso modo una parte delle province Ecclesiastiche coincisero con quelle
dell’impero. Hanno questi concili, un influsso sulla provincia dove i vescovi sono a capo. I concili
prov. Legati a Roma, hanno una maggiore valenza, autorità, rispetto a tutti gli altri concili di pari
grado. È il Vescovo di Roma che dà più peso sulle decisioni prese in questi concili.
Quando con graziano, si arriverà a classificare le fonti, i concili provi. Avranno una sistemazione
inferiore a quelli ecumenici.
Concili interprovinciali o superprovinciali: non tengono conto della ripartizione della provincia
secondo l’impero. Abbiamo vescovi legati da una vicinanza di luogo o di comunione. È un senso di
ospitalità che si somma alla composizione naturale e giuridica dei componenti di consiglio
provinciale.
Concilio patriarcale: è un’altra esemplificazione che si viene a generare tra coloro che sono vescovi
appartenenti ad una delle diocesi dell’impero. L’impero era diviso in un numero ristretto delle
diocesi. Una diocesi dell’impero era frantumata in tante diocesi ecclesiastiche.
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Concili che seguivano i confini politici (oriente e occidente) dell’impero: più si estendevano i confini,
però, e meno era la frequenza.

Concili ecumenici: non è quello che oggi noi intendiamo per questo. Perché la totalità dei vescovi
allora, non era presente ma è sempre presente un legato del Papa o lo stesso papa che approvandolo
rende gli atti validi per tutta la chiesa.

Scritti collegati alle Collezioni dei concili:

lettere sinodali - professioni di fede – atti.


Quello che a noi interessa sono i risultati cioè i canoni. Formule normative che per loro natura sono
brevi.
L’elemento consuetudinari cede il posto alle decisioni dei concili. Queste collezioni seguono dei
criteri come dei binari. Sono rare le collezioni sistematiche. Sono per lo più di carattere cronologico.
Diventa allora, molto semplice fare una compilazione canonica di carattere cronologico. Il salto di
qualità ci sarà con Dionigi il piccolo con la Dionisiana.
La prima nota è che non esistono collezioni di carattere universale. La diversità regionale diventa
l’occasione per avere testi regionali, circoscritti o determinati da un principio geografico. Il fatto di
restringerli ad un principio geografico Ci fa capire come questo viene unito all’ordine cronologico.
di avere collezioni circoscritte ad un territorio non deve indurre in errore nel pensare che fossero
poche. Nel giro di 20 – 30 il materiale è vasto. Non si può nemmeno cercare in queste collezioni un
elemento giuridico in senso stretto.
Il materiale si accumula e si moltiplica.
Da un punto di vista tecnico – formale, abbiamo il problema di superare le eresie o la possibilità di
eresia e di manipolazione. Alcune delle collezioni pseudo – apostoliche, abbiamo detto che furono
interpolate da monofisiti o create da monofisiti. Si cerca, quindi, con primi elementi formali , di
assicurare una certa visibilità di questi canoni conciliari e di protezione di questi canoni rispetto alle
falsificazioni. Come?si cerca va di raccogliere quanti più elementi possibili per verificare l’autenticità
del testo. Questo, ovviamente, comporta un’attenzione quasi maniacale a trovare tutto ciò che si
poteva trovare sul testo, luogo, autore, etc.
Oltre tutti questi accorgimenti, nonostante questa attenzione abbiamo delle collezioni non autentiche.
Come si ottiene la sopravvivenza Di questo materiale consuetudinario? Da un punto di vista formale,
possiamo dire che la realtà consuetudinaria Si fa passare sotto l’autorità di un concilio. Possiamo
però dire che erano testi fatti passare sotto l’egida di un concilio ma non autorizzati e approvati da
nessuno.
Qual è il problema che abbiamo nell’avvicinarci a queste collezioni? È il fatto che molte volte non
abbiamo i testi originari ma le traduzioni. Dionigi, parte dal fatto che le traduzioni che trova a Roma
non sono fedeli. Quindi il fatto delle traduzioni è un problema. Abbiamo testi che corrispondono in
parte all’originale.
Se si può arrivare ad un testo preciso paragonando varie versioni, dobbiamo tenere presente che
molte volte gli originali non ci sono più. E poi anche se abbiamo altri scritti che ci possono illuminare
sugli atti di un concilio, dobbiamo tenere presenti le interpolazioni e le mutazioni dovute al loro
ingresso nelle collezioni. Per la magg. Parte di questi testi, abbiamo dei veri problemi quando si parla
di attribuzione. Abbiamo l’autorità di un vescovo o di un personaggio che sta alla base di questa
compilazione materiale, altre volte invece vengono falsamente attribuite. Abbiamo quindi un
fenomeno di pseudo-epigrafia. Inoltre, di alcuni concili, non abbiamo assolutamente niente. Né atti o
documenti esterni, né canoni decisionali. Abbiamo molte volte delle notizie, dei riassunti, delle
informazioni di altre persone di spicco nella chiesa. Ad es. Basilio magno ci porta il diritto proprio
della chiesa di cappadocia, frutto di serie e serie di concili locali. Ma di questi locali non abbiamo più
nulla. Certo Basilio magno fa fede però di questi concili, in verità, non sappiamo nulla.

PRINCIPALI COLLEZIONI:
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la maggior parte delle collezioni di questi concili, sono orientali. geograficamente i filoni sono:
Spagna – Italia – Francia e oriente.
oriente: il termine collectio si usa poco perché le collezioni prendono il nome di syntagma che
significa raccolta coordinata di canoni. sono anche raccolte di una materia.

il syntagma canonum è una collezione della chiesa di antiochia. si chiama anche corpus canonum
orientale. è sostanzialmente una collezione cronologica. la troviamo già diffusa nel IV secolo. è il
frutto delle primizie dell’attività conciliare dopo la libertà della chiesa conseguita all’epoca di
Costantino. questa collezione come accade per altre, ha una parte stabile continuamente aggiornata.
questo ci fa vedere una certa dinamicità di diritto proprio nella chiesa di antiochia. viene a contenere
anche materiale di concili di laodicea, nicea, ancira, neocesarea, antiochia. i canoni del concilio di
nicea che dovrebbero stare alla fine (perché cronologicamente posteriore), sono all’inizio di questa
collezione. questo perché si tratta di un concilio ecumenico.
questa collezione è la base di tanti modelli di collezioni in oriente. diventa un modello di riferimento.
questa collezione ha avuto tanta importanza e diffusione in oriente. è stata addirittura citata e fatta
propria secondo alcuni dal concilio di calcedonia (451). sicuramente calcedonia ha fatto riferimento a
questo syntagma canonum. nell’aggiornamento di questi canoni conciliari, se veniva celebrato un
concilio ecumenico, i suoi canoni venivano inseriti nei vari syntagma. l’idea, quindi, di antiochia,
viene continuata. il syntagma canonum diventa il prototipo di tutte le collezioni orientali. in oriente,
quindi, è facile collegare tutte le collezioni avendo presente questo modello. il syntagma canonum è
la collezione orientale, quindi, da ricordare in questo periodo.

COLLEZIONI AFRICANE

prima dei barbari (v secolo), tutto il IV secolo è contraddistinto da un’attività conciliare delle chiese
africane. tra le personalità di spicco, troviamo Agostino. questa parte dell’africa consolare era una
parte di antica romanizzazione. c’erano delle persone valenti che si convertono al cristianesimo
mettendo a disposizione la loro professionalità. mettono anche a disposizione un certo linguaggio
giuridico che non troviamo nello stesso periodo altrove. nella chiesa dell’africa proconsolare
abbiamo concili provinciali e regionali nei quali abbiamo la rilettura e riapprovazione dei canoni dei
concili precedenti. i canoni venivano confermati in parte. ovviamente decisioni di carattere
dogmatico rimanevano fisse (es. ribattezzare gli eretici). queste collezioni vennero recepite da tutto
l’oriente.
diamo un primo posto ad una pregevole collezione che si chiama breviarum hypponense (393). era
presente lo stesso Agostino. siccome furono fatti 2 concili a brevissima scadenza che vennero a
rileggere ed approvare questo concilio del 393, abbiamo allora il breviario hypponense in 2 collezioni
che vengono a circolare per tutto l’occidente. le differenze sono minime, la cronologia è identica ma
si tratta di 2 approvazioni distinte. per le varianti di un testo sull’altro, questo breviario, ha seguito 2
percorsi distinti. uno viene ad essere recepito nella collezione kesneliana (autore kesnel) e l’altra
nella colletio hyspana. a seconda delle varianti dell’una o dell’altra, possiamo dire gli ambiti di
diffusione del breviario hypponense. è pregevole perché riduce in sintesi tutta la vita della chiesa nel
nord africa. è una fotografia di una parte della chiesa in un preciso momento storico. è, questa del
nord africa, una chiesa effervescente. purtroppo questa chiesa venne spazzata via dall’invasione
barbarica.

codice della causa di apiario: è un testo minore. ci interessa perché è tutto un materiale di carattere
giudiziario che ci fa capire come venivano fatti i processi in quel periodo. questo apiario era un
sacerdote che viene ad essere scomunicato. essendo innocente, si appella al Papa e questi lo assolve.
tornando a casa, viene scomunicato di nuovo. fa di nuovo appello al Papa (un altro diverso dal
primo) e viene assolto di nuovo. la terza volta viene scomunicato e muore scomunicato.
si vede come da parte della chiesa africana ci sono delle rimostranze contro certe pretese di appelli a
Roma. si voleva che si seguisse una trafila all’interon della chiesa locale e non andare subito dal
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Papa. inoltre, vediamo come per sottolineare come tutto sia andato a norma dei sacri canoni, che
negli atti di questa causa sono inserite molte elencazioni di canoni che fanno riferimento a Nicea,
legislazioni particolari.
questo codice, quindi, diventa una testimonianza di un particolare segmento giuridico che è quello
giudiziale. non è quindi una collezione in senso stretto.

registri di materiale selezionato della chiesa di cartagine. si utilizzano nella causa di apiario.
quello che a noi interessa è che contengono materiale di concili svolti a Ippona e… questi registri
sono un’evoluzione del breviario hypponense. questo perché il breviario viene ad essere inglobato nei
registri. questa collezione fu ritenuta di un certo rilievo e selezionata da Dionigi per farla entrare
nella Dionisiana. questo è una garanzia della bontà dei testi perché Dionigi nel vi secolo, ha potuto
confrontare le traduzioni con i testi originali.

GALLIA

il criterio è quello della regionalità e cronologico. i concili di gallia, vengono a ricevere coesione
proprio per il fatto che vengono celebrati in tempi molto ristretti. all’inizio va detto anche che i
concili in gallia, venivano fatti, ma non c’era una redazione scritta degli atti e delle decisioni. ogni
concilio fatto a brevissima scadenza, si apriva ricordando ai padri conciliari, le redazioni e le
decisioni dell’ultimo concilio. questa trasmissione orale, attestata nel IV secolo nei concili locali in
Francia, viene abbandonata per un discorso che oggi chiameremmo di certezza del diritto. nel v
secolo abbiamo un passaggio dall’orale allo scritto. si fa così cessare tutto un discorso di
interpretazione sui testi e l’ambiguità di applicazione di determinate norme. dal momento che tutto
questo accade nel v secolo, vediamo che da qui in avanti abbiamo delle collezioni degne di questo
nome. di questi concili locali vanno ricordati almeno un paio:

Collezione Del Secondo Concilio Di Arles: si celebra alla fine del v secolo sotto la denominazione
collezioni del secondo concilio di arles, abbiamo tutta una serie di concili locali. una collezione
quindi non di un solo concilio ma di vari concili anche più antichi ma messi per iscritto tra il v e il vi
secolo.
troviamo all’interno: il primo concilio di arles del 314 – concilio di Nicea – concilio di orange (441).
queste collezioni non erano enormi. per es. la collezione del II concilio di arles è di 60 canoni.
era però un materiale propagato in tutta la Francia. accanto a questa collezione ne troviamo un’altra.

statuta ecclesiae antiqua: è una collezione che nasce in terra di gallia ed è espressione di un
particolare momento perché troviamo in questo periodo in gallia accanto alla popolazione romana i
burgundi e i visigoti.
abbiamo il compilatore di questi statuti. sarebbe un vescovo di Marsiglia di nome Gennadio (+ 485).
questi statuti vennero utilizzati anche fuori la terra di gallia. li troviamo con titolo di atti del IV
concilio di cartagine che non fu mai celebrato.
gli statuti, invece, sono un’opera del v secolo. opera autonoma e articolata in 3 parti. ognuna di
queste parti è una forma di riassunto o meglio dipendente da opere distinte precedenti.
la prima parte vede l’interesse sulla figura e l’ufficio episcopale. alcuni elementi di questa prima
parte, fanno riferimento ad un’opera di Gennadio (de ecclesiasticis dogmaticus). per la dipendenza da
questo testo c’è chi attribuisce gli statuti a gennadio.
la seconda parte contiene una 90 di canoni disciplinari che non sono nuovi perché li troviamo come
normativa in collezioni pseudo-apostoliche. tutte e due sono materiale consuetudinario passato
attraverso un’approvazione di concili di questo periodo.
la terza parte (liturgica e iniziazione cristiana) è dipendente da una tradizione di Ippolito.

la parte originale è proprio la prima.


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da questa collezione cosa possiamo ricavare? colui che la compila vuole far risaltare i limiti
dell’episcopato monarchico. a sostegno e controllo dell’operato del vescovo si pongono delle realtà
come un consiglio diocesano o un sinodo provinciale. il vescovo viene ad essere limitato
nell’esercizio della sua potestà quando si tratta di scegliere i candidati all’ordine sacro e quando si
tratta di amministrare i beni della chiesa soprattutto per quanto riguarda l’alienazione.
sono molto rigorose tutte le normative che riguardano la vita dei presbiteri. moltissime norme
riguardano la vita del vescovo che sono altrettanto rigorose. ci sono poi tutta una serie di canoni ed
esortazioni tese a sostenere la concordia, la carità, etc. e poi c’è tutta una parte che potremmo
chiamare di diritto penale. se il breviarium hypponense fa riferimento ad una fotografia della chiesa
dell’africa, gli statuti sono una fotografia della chiesa di gallia tra il IV e il V secolo.

altre collezioni le lasciamo da parte.

ITALIA

abbiamo un’attività di concili provinciali che ruotano attorno a Roma ma anche attorno a Milano.
Roma parte più tardi dell’oriente e dell’africa nel riunire concili. ci sono situazioni di carattere
politico che lo impediscono. il Papa si deve anche difendere e diventa l’unica figura morale con un
imperatore bizantino assente e regni barbarici in via di espansione.
il Papa riceve, però, tutti gli atti dei concili orientali, nord africa, Spagna e gallia. mutando tutto
questo materiale, non avverte l’esigenza di avere una propria fonte produttiva di canoni conciliari
anche perché risolve molte controversie con le sue lettere decretali. quando parliamo delle collezioni
in Italia, quindi, parliamo per lo più di materiale recepito da fuori.
queste collezioni vanno tutte ricordate perché sono servite direttamente o indirettamente a Dionigi:

VETUS ROMANA – LA VERSIO ISIDORIANA - LA VERSIO ITALA O PRISCA

quando parliamo di versione isidoriana bisogna fare attenzione tra questo termine e la colletio
isidoriana. la seconda non ha nulla a che fare con questa versione che abbiamo in Italia e che ha una
sua peculiarità.
questo materiale è stato composto qui nel patriarchio lateranense. si conservarono anche gli originali
sui cui poté lavorare Dionigi il piccolo.

SPAGNA

la collezione spagnola cancella la traccia di tutte le altre collezioni esistenti.


abbiamo una presenza di concili favoriti dal re visigoto ma dobbiamo fermarci quando parliamo di
quali collezioni si parla e chi è l’autore.

chiudiamo questo periodo dicendo che le collezioni di questo periodo sono conciliari ma già dal IV
secolo abbiamo una certa produzione da parte del romano pontefice come atti personali che abbiamo
chiamato decretali pontificie. abbiamo quindi delle collezioni di decretali. anche qui dopo il 1000 i
romani pontefici moltiplicheranno gli interventi personali e ad un certo punto questa raccolta verrà
pubblicata in un secondo tempo. le decretali riguardavano casi concreti che una volta raccolti da
privati, avevano già una portata di estensione superiore ai singoli atti. il valore era morale. andava già
oltre il singolo caso che lo aveva prodotto. dal punto di vista giuridico mantenevano l’autorità di chi
le aveva prodotte ed erano indirizzate a persone a cui erano rivolti (la portata non era universale).
Dionigi non solo ha fatto una collezione di canoni di concili ma anche di lettere decretali.

chiudiamo così il IV E V e apriamo un altro periodo: VI – VIII


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abbiamo una maggiore o minore libertà della Chiesa nei confronti della realtà civile. una cosa è
parlare della chiesa quando esiste l’impero romano d’occidente, una cosa in relazione ai barbari
un’altra cosa …….
alcune popolazioni barbariche come i longobardi, gli ostrogoti, erano legati all’impero romano e
quindi conoscevano anche la legge romana. questi popoli, però, pur rispettando la legge romana non
erano asettici nell’applicare la legge romana e quindi il loro contributo di popolazione germanica
appariva nel diritto della Chiesa. l’influsso di queste popolazioni che accettavano la Chiesa, venivano
anche ad influenzare il diritto della Chiesa. al punto che il diritto porta per secoli il computo della
parentela secondo lo schema germanico.
abbiamo una grande frammentazione per quanto riguarda le esperienze giuridiche e questa torna
anche nelle collezioni canoniche. la caratteristica quindi di questi secoli è il particolarismo giuridico.
le collezioni finora avevano un ordine di materiale consuetudinario e cronologico. da questo
momento in poi si va verso le collezioni sistematiche. si abbandona il criterio redazionale (consuet.) e
quello cronologico. in questo periodo abbiamo il sorgere di collezioni sistematiche che hanno il
pregio di riunire il materiale giuridico per temi. però abbandonando il criterio cronologico, sembra
che queste collezioni siano tutte di materiale coevo. inoltre nel VI – VIII secolo, la produzione
libraria è una produzione limitata. abbiamo gli strumenti per copiare un testo che sono costosi. si
assiste, quindi, in questo periodo a raccolte che sono per lo più sintesi di materiale e non
riproduzione per esteso di materiale autentico. cominciano qui i problemi perché se fino adesso si
cercava di riprodurre una citazione di un’autorità che fosse più possibile vicino al testo letterale,
adesso l’epitome, il riassunto è fatto un po’ a capriccio. già prima si poteva staccare una frase dal
contesto e far dire all’auctoritas il contrario ma adesso la cosa si peggiora. non c’è più una
riproduzione di testi autentici ma di sintesi private.
il compilatore, diventa, quindi l’artefice di questo tipo di collezione. in questo modo di procedere, o
volutamente o per ignoranza possiamo avere delle fonti alterate. alterate per quanto riguarda il titolo,
il testo e di conseguenza alterate anche in riferimento al valore legale. accanto a questo discorso di
testi epitomati, si cerca di sistematizzare una collezione. cioè si dà un ordine al materiale, si crea un
indice sistematico, abbiamo dei sommaria che sono un po’ la sintesi del materiale contenuto in questo
o quel libro, abbiamo gli elenchi dei canoni epitomati e alle volte non abbiamo neanche l’epitome ma
l’iscritio (es: canoni di Nicea da 1 a 25 – senza elencarli). la fortuna di Dionigi sarà il servirsi di altri
schemi fatti da altri prima di lui e rimpolparli con il testo autentico trovato qui a Roma. il fatto che
l’ordine tematico sia preferito a quello cronologico crea incertezza per quanto riguarda le fonti
canoniche di riferimento. per es. sembra che il tema del matrimonio sia del VI secolo e non faceva
vedere il progresso fatto nei secoli.
le collezioni dei secoli VI e VIII raccolgono molto materiale di diritto civile mentre prima il diritto
civile non aveva spazio nelle raccolte. abbiamo poi per es. che alcune norme dell’antico testamento
vengono ad essere riprese e inserite in queste collezioni del VI secolo. fino ad ora, il testo biblico era
rimasto fuori dalle collezioni canoniche. si comincia a considerare il testo biblico come auctoritas. in
questo periodo, dobbiamo anche avere presente la scarsa conoscenza delle lingue orientali e anche
una scarsa diffusione della lingua latina. con la caduta dell’impero romano d’occidente, la cultura
classica si perde; si chiudono le scuole; etc.
il diritto della Chiesa abbraccia sia l’oriente che l’occidente anche se il percorso è diverso. in oriente
abbiamo un imperatore che dura 1000 anni in più di quello d’occidente (+ 476). parlando quindi,
delle collezioni, bisogna distinguerle non tanto legate alle aree geografiche ma all’impero.
abbiamo quindi le collezioni bizantine perché legate all’impero bizantino.
importante fu Giustiniano che fa 4 opere: il digesto (recupero giurisprudenza) – le istituzioni
(Principi di istituzioni di diritto) – il codice – le novelle (materiale giuridico) .
si ha un salto di qualità che l’occidente tarderà a vedere. il digesto viene preso a modello per ispirare
le collezioni bizantine. tutte le collezioni bizantine, quindi, sono in lingua greca, in ordine sistematico
e divise in titoli e paragrafi.
moltissime di queste collezioni sono private.
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collezione trullana (VII secolo): la cosa interessante di questa, è che non intende compilare una
collezione, ma il concilio trullano nel 691, detta l’elenco di tutti i testi disciplinari normativi.
questa collezione non è stata composta dal concilio ma da un privato. il concilio aveva approvato
l’elenco dei testi disciplinari che considerava la legge per tutta la chiesa. un compilatore privato,
rifacendosi a questo elenco ha fatto la collezione trullana. nelle collezioni d’oriente abbiamo 2
fenomeni: collezioni ante litteram e nomocanones.
abbiamo delle collezioni in cui si trova il diritto della Chiesa e poi delle appendici che contengono la
legislazione imperiale a favore della Chiesa. l’imperatore in oriente, cura molto il bene della Chiesa.
abbiamo quindi giustapposto al diritto ecclesiastico, il diritto imperiale.
abbiamo poi, raccolte di leggi civili e della chiesa (collezione di nomocanones). sono ordinate in
maniera sistematica per materia.
le raccolte di nomocanones ci fanno capire il reciproco influsso della Chiesa sul diritto dello STato e
viceversa.

collezioni del nord-africa. questa chiesa è sempre di ponte tra l’oriente e l’occidente e diventa un
veicolo di interscambio di materiale. 2 sono le collezioni di un certo rilievo:
1. breviario dei canoni di Fulgenzio Fernando. già la parola breviarium ci fa capire che il
testo è riassunto, non riportato per esteso. è una collezione sistematica non cronologica
che risale al VI secolo ed è stata compilata dal diacono Fernando. vediamo in un contesto
diverso dall’oriente, la tecnica di impostare sotto forma di sommario, i canoni dei concili
e non più i testi interi. il vantaggio era un’estrema praticità. queste collezioni, però, non
dobbiamo considerarle come corpi di canoni.
2. fine VI inizi VII. questa collezione vuole essere una concordia canonum. si vuole
completare la collezione precedente raccogliendo tutto ciò che è materiale ecclesiastico. per
la tecnica così evoluta, alcuni hanno detto che questa collezione non sia del nord-africa ma
addirittura si è detto che è una collezione romana. alcuni la attribuiscono a Dionigi il Piccolo.
questa ipotesi è plausibile. non c’è però certezza. possiamo immaginare che il breviario di
Fernando sia arrivato a Roma, apprezzato e integrato se non da Dionigi, da qualcun altro.

collezioni romane del VI secolo.

la prima metà del VI secolo è un momento importantissimo sia per la Chiesa che per la società civile.
mentre il diritto civile ha il grande recupero nell’opera di Giustiniano, il diritto della Chiesa conosce
l’opera di Dionigi il piccolo che non ha la portata di Giustiniano; non avrà la continuità storica che
ebbe Giustiniano ma a noi ciò che interessa è che come Giustiniano volle una sintesi per il diritto
civile, Dionigi lo volle per il diritto della chiesa. è il primo testo esauriente, esaustivo del diritto della
Chiesa. è vero, cmq. che la maggior parte del materiale, raccolto da lui, è in oriente. nessuno era
partito fino ad ora con questo progetto in campo ecclesiastico. abbiamo alcuni tratti che rende questa
collezione particolare.
-1 intanto è una collezione che viene prodotta a Roma. questa sottolineatura dà un peso
diverso da tutte le altre collezioni. inoltre, l’essere una sintesi del diritto della chiesa
(sintesi per esteso), ha portato al fenomeno che tante collezioni che sono state fonti, sono
state cancellate. da ora in avanti si guarderà solo a Dionigi. quando parliamo di
dionisiana, bisogna stare attenti a non confondersi con 3 redazioni della stessa opera. la 3
redazione o non è stata fatta o se è stata fatta non ci è pervenuta. abbiamo una lettera di
Dionigi dove dice che vuole fare una terza edizione. quella che noi abbiamo in mano e
che è pubblicata sul Migne, è la 2 edizione. dobbiamo pensare ad una prima edizione di
prova, di approccio, di organizzazione del materiale.

-2 autenticità del materiale. Dionigi probabilmente era della sciita. era esperto di lingue
orientali. le 3 collezioni italiane, non erano fedeli nella traduzione. per cui, il suo primo
compito fu di tradurre queste collezioni. poi diventò un compilatore.
la collezione dei canoni conciliari abbiamo in ordine cronologico e sistematico con un
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procedimento di indici, di tutti i principiali canoni dei concili e dei concili locali. per le
decretali dei romani pontefici, abbiamo materiale di prima mano che lui attinge nei registri
dei romani pontefici. abbiamo materiale orientale originale che viene a essere da lui
tradotto e organizzato. è a metà strada tra il criterio cronologico e sistematico. possiamo
studiare da un punto di vista di metodo, le differenze.

-3 universalità. nessun Papa l’ha mai promulgata. però è vero che da ora in avanti non si
avranno collezioni nuove ma aggiornamenti. l’universalità non è per la promulgazione che
non ci fu ma per l’uso che ne fece la curia romana.

la 1 redazione della dionisiana, viene ad essere presente in un manoscritto vaticano latino ed è


stato raramente diffusa. questo viene a corroborare l’idea che questa 1 versione, era un testo ad
uso interno. era un vero e proprio strumento di lavoro. non si può escludere che la dionisiana fu
commissionata dal Papa. questa prima versione, poteva essere uno schema di lavoro con un
abbozzo generale di quello che era il piano dell’opera. quello che si può apprezzare è il ricorso al
materiale autentico. era maniacale l’attenzione che Dionigi metteva nel ricercare e tradurre le
fonti autentiche. addirittura sottolinea non poche volte come questo canone che lui ha tradotto si
discosti dalla traduzione del medesimo canone tradotto in altre collezioni. naturalmente minora
attenzione è stata posta nella ricerca e compilazione del corpo delle lettere decretali. questo
perché prima di tutto la lettera decretale non è un qualcosa dei primissimi tempi. siamo nel IV
secolo. da Papa Damaso in poi, noi abbiamo una raccolta di decretali. le decretali raccolte dalla
fine del V e inizio del VI sono appena 38. si tratta di materiale di prima mano, cmq., prodotto
nella curia. non doveva preoccuparsi della bontà dei testi perché aveva gli originali. erano poi
scritti in lingua latina e non in lingue orientali. la dionisiana (la 2 n.d.r.) è stata riprodotta ed è
attestata in centinaia di codici con tutte le aggiunte e varianti che ci fanno capire l’intervento di
redattori che con intelligenza hanno saputo aggiornare il testo. il materiale presente nella
dionisiana è servito per altre decine di collezioni. collezioni marcatamente locali. dopo la
dionisiana, cmq., non abbiamo più collezioni di portata universale.

LE COLLEZIONI PSEUDO-APOSTOLICHE.

Sono i primi 3 secoli della comunità cristiana.


313: editto di Milano.
380: editto di Tessalonica (il cristianesimo come religione di stato).
All’inizio, gli apostoli e poi i loro discepoli, godono di una grande autorità. Le disposizioni di
vita di comunità, date dagli apostoli sono considerate già nella S. Scrittura. La chiesa comincia a
diffondersi. In questa diffusione si avverte l’esigenza di continuare una prassi di vita instaurata
dagli apostoli. Venendo a scomparire gli apostoli, si avverte il bisogno di raccogliere alcuni modi
di agire propri della vita di comunità. L’appellativo di pseudo-apostoliche non è stato uno
stratagemma. Ma la comunità viveva di ciò che avevano insegnato gli apostoli e le hanno messe
per iscritto. All’interno della I comunità, abbiamo anche dei pericoli. Oltre a quelli interni,
abbiamo le eresie, gli scismi. Si fa pressante, quindi, l’esigenza di superare i contrasti mediante
delle risoluzioni. Come avvicinarci verso questi testi? Sicuramente con molta cautela perché sono
espressioni di vita frammentata della chiesa.

-4 La DIDACHÈ

Fondamentalmente si divide in 4 parti con una serie di brevi enunciati e la trascrizione di


alcune preghiere e formule. Siamo in Oriente e abbiamo delle testimonianze che ci fanno
presupporre un retaggio giudaico. La I parte esprime il tema delle due vie. È un discorso di
allegoria della vita cristiana.
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La II parte è giuridica. Contiene delle norme liturgiche. Ci indica nella preghiera, alcuni
sacramenti, alcune funzioni e sono testimonianze di un’antica prassi liturgica di queste
Chiese. È una trattazione molto scarna.
La III parte, ci descrive gli uffici della comunità antica.
La IV parte, sembra essere aggiunta posteriormente e ha un tono apocalittico.
Questo documento è la I collezione di diritto canonico. Lo chiamiamo pseudo-apostolico
perché collegato alla predicazione apostolica. È importante per l’influsso che avrà sulle altre
collezioni pseudo-apostoliche.
La comunità cristiana vive di una consuetudine propria. Accanto alla Didachè c’è da
considerare un’altra collezione:

-5 LA TRADITIO APOSTOLICA

Siamo già nel III secolo. Sembra essere la fusione di altre 2 opere diverse. Non avendo il
testo originale, abbiamo diverse opere come il testamento di nostro signore Gesù Cristo e
l’VIII libro collegate alla TRADITIO APOSTOLICA. Questa è stata attribuita a Ippolito
romano. Questa attribuzione è stata contestata.
La Traditio Apostolica, sottolinea l’assenza della gerarchia carismatica e si privilegia la figura
della gerarchia stabile. Questa opera va considerata in 3 parti:
I: struttura della comunità cristiana. Siamo lontani dalle persone presentate negli Atti degli
Apostoli. Abbiamo invece una comunità strutturata.
II: rituale del battesimo degli adulti.
III: pone in evidenza la vita cristiana della comunità attraverso la preghiera pubblica e
privata.

Questo materiale, con la diffusione, è stato conosciuto all’interno della Chiesa. C’è quindi un
continuo prestito dei riti che si svolgevano in Oriente.

-6 DIDASCALIA APOSTOLORUM

Più si va avanti cronologicamente, più le opere si intersecano e si fondono insieme.


Abbiamo anche alcune collezioni che saranno interpolate e usate addirittura dagli eretici.
Questa opera è del III secolo, si situa in Siria. È scritta in greco della Koinè. Cioè non greco
classico ma un greco popolare molto diffuso. Il testo, quindi, scritto in greco. Il testo
originale non lo abbiamo più. Abbiamo delle traduzioni in Latino, Siriano, arabo, etiopico.
Quella latina non è intera.
Una parte del testo viene recepito dalle constitutiones Apostolorum. L’autore della didascalia,
chi è? Era un vescovo e un medico. Si evince questo, dal testo. Questo ignoto vescovo, viene
ad esercitare competenze anche in campo civile. Questo non deve meravigliare perché nei
primi secoli c’era cooperazione tra potere civile e religioso. Questo vescovo viene a
raccogliere la prassi della comunità, non si sente un legislatore ma uno che applica
l’insegnamento e la prassi degli apostoli. Tranne la legge semplice (decalogo) tutta l’antica
normativa è stata superata dalla Nuova.
Accanto alla didascalia, abbiamo i canoni ecclesiastici dei Santi Apostoli.

-7 CANONI ECCLESIASTICI DEI SANTI APOSTOLI

Sono databili nel periodo che va tra il IV e il V. l’area di riferimento è l’Egitto. È un testo
relativamente breve e ha avuto una diffusione più limitata della precedente e sembra, come
materiale, dipendere da esse.
Importanza di questa opera è la forma letteraria più che il contenuto. L’autore attraverso i
dialoghi fa intervenire gli apostoli ed altri personaggi che nel dialogo vengono a dare delle
risposte. Non è quindi una semplice raccolta di canoni. Queste collezioni dipendono anche
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dalla Didachè. Nel cap. XV, si abbozza una considerazione di carattere teorico. Riguarda
l’apostolicità della Chiesa. Bisogna dare pieno valore alla tradizione apostolica perché la S.
Scrittura con questa si completa. È la risposta all’apostolicità.
In uno dei dialoghi, le donne vanno a parlare con gli apostoli. La domanda è il sul sacerdozio
alle donne. Gli apostoli rispondono dicendo che il Signora non ha dato loro questo incarico.

-8 COLLEZIONE 85 CANONI DEGLI APOSTOLI

Altra collezione di minore importanza.


Il numero 85, corrisponde ai capitoli. L’ambiente è quello della Siria. Siamo nel IV secolo. Ci
sono alcune ipotesi circa l’autore. Alcuni hanno pensato che l’autore sia lo stesso che ha
scritto le costituzioni apostoliche. Per latri, l’autore non è lo stesso ma le costituzioni sono
una ricapitolazione degli 85 canoni apostolici.
Se è lo stesso autore sembra strano che abbia fatto 2 collezioni identiche a meno che non
abbiano circolato autori diversi ma con testo di riferimento uguale per l’una e per l’altra.
(ipotesi seguita). L’attribuzione agli apostoli, di tutto questo materiale è molto larga in
quanto è materiale di concili. Le preoccupazioni che emergono da questi canoni sono legate
alla disciplina del clero, la liturgia, il matrimonio, etc. La normativa non è espressione di una
prassi comunitaria ma di un’attività conciliare molto diffusa nel IV. Ci troviamo, cmq., in una
posizione di valore di materiale contenuto. La teoria di vedere un materiale comune come
base, è una soluzione che accontenta le due linee storiografiche. Il materia, comunque,
acquista riferimento per il concilio Trullano (695). In questo concilio le costituzioni
apostoliche vengono rigettate mentre gli 85 canoni vengono recepiti. Il motivo del rifiuto è
che era stato recepito dagli eretici monofisiti.
Questa collezione ha avuto anche successo in sociologica. Nel decreto di Gelasio Papa, il
contenuto fu considerato apocrifo.
Dionigi il piccolo, ritraduce i primi 50 canoni perché sa attribuirli a quali concili fanno
riferimento. Lo stesso Graziano lo farà entrare nel suo decreto.

-9 TESTAMENTO DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO

Qui è lo stesso signore che viene a dare le sue ultime volontà. Siamo sempre in Siria nel V
secolo. L’opera sembra sia nata in greco. Il testo dipende dalla Traditio Apostolica. C’è una
connessione tra materiale orientale e latino. Queste opere vengono a manifesta anche una
certa evoluzione di autorità ecclesiastiche per cui nel materiale non c’è molto di nuovo,
nuova è la comprensione della gerarchia. Se queste opere sono di riferimento perché
raccolgono materiale consuetudinario, avendo questi testi, abbiamo un fondamento per altre
collezioni. Dando a tutte queste opere, un titolo latino, le abbiamo un po’ assimilate tutte. Nel
titolo originale, invece, potevano creare un po’ di confusione oppure l’una essere inserita nel
testo degli altri.

-10 CONSTITUTIONES APOSTOLORUM

Abbiamo tanto materiale che ci presentano un’opera con una carattere sistematico. È in 8
libri in lingua greca. Appartiene all’area della Siria. Alcuni dicono che proviene dall’Asia
minore. Si data nel IV. Ci interessa perché è un’opera sistematica. Addirittura recentemente si
è attribuita a Iuliano che è l’autore delle interpolazioni perché ariano.
L’autore ha preso tante opere precedenti e le ha riscritte, modificate, adattate. Poi per dare
autorità, le ha collocate nell’ambito delle opere di Clemente Romano. A noni interessa solo
come impostazione sistematica, perché l’autore voleva dare un vero e proprio codice per la
Chiesa. Tutti i testi se paragonati con quelli originali, sono stati tutti modificati. Questa
collezione è un’opera veramente organizzata. Questa opera pur essendo eretica avrà un
influsso sulle collezioni posteriori per quanto riguarda la sistematizzazione del materiale. Lo
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scopo dell’opera era quello di rendere evidente tutte la disciplina della Chiesa in vigore
all’epoca. Abbiamo collezioni anche in occidente.

-11 COLLECTIO CODICI VERONENSIS:

davanti a questa abbiamo fondamentalmente 2 linee: alcuni dicono che è nata latina, altri che
quella latina sia la traduzione del greco. È presente in un palinsesto della biblioteca di Verona.
Il palinsesto si ottiene da pagine di pergamena. Si graffiava via il testo più recente per
ottenere quello di sotto. Se è nata in latino, diventa una preziosa testimonianza: la chiesa
latina aveva recepito materiale orientale. Se fosse greca, invece, sarebbe una testimonianza
che prima di Dionigi la Chiesa avesse una sua collezione orientale.

-12 OPTATEUCO DI CLEMENTE ROMANO OVVERO COLLEZIONE SIRIACA

Opera di poca importanza. Abbiamo una somiglianza tra quest’opera e le costituzioni degli
Apostoli. Ha un uso da parte dei monofisiti siriaci. Il contenuto rispetto alle costituzioni è
diverso.

-13 OPERE DI IPPOLITO ROMANO

Sono ancora di minore importanza:


- constitutiones per ippolitum
-14 canoni di Ippolito

ci sono non poche interpolazioni nei testi originali ad opera di oscuri compilatori.
Questo primo periodo vede il materiale consuetudinario emergere. Il nuovo segmento
riguarda una serie di collezioni dette dei concili perché abbracciano molto materiale frutto di
deliberazioni conciliari. Siamo nel IV e V secolo. Il dato storico da tenere presente è la pace
costantiniana. Fino ad ora la Chiesa è fondamentalmente una Chiesa perseguitata. Dalla pace
di Costantino in poi, i canoni conciliari si sostituiscono al materiale consuetudinario. Dopo
Costantino e soprattutto dopo l’editto di Tessalonica, i papi si rendono sempre più presenti
attraverso decretali e rescritti.
In questo periodo tra il IV e il V, assistiamo ad un meccanismo di norme che nascono
particolari e poi diventano universali.
Non assistiamo a raccolte ufficiali in quanto non abbiamo raccolte compilatorie patrocinate
dai pontefici. Abbiamo materiale scritto raccolto da privati che delle volte hanno una grande
diffusione. Le lettere decretali diventano più presenti rispetto al passato. Vengono a risolvere
situazioni molto precise. Rispondono a domande su casi molto particolari. Dal IV in poi,
queste lettere vengono a costituire un precedente per cui in casi simili si invocano. I concili di
questo periodo parlano in greco, le lettere decretali sono per lo più in latino.
Questo periodo è chiamato dal Card. Stickler l’unità regionale cattolica.
Questo discorso di unità regionale è per lo Stickler motivo di unificazione di collezione. I tipi
di documenti prodotti dai concili, quali sono? Partiamo dagli Acta. Questi sono un materiale
utile per la comprensione delle norme perché portano il protocollo delle discussioni conciliari.
Gli atti ci fanno vedere il modo di procedere dell’assemblea e le ragioni che hanno portato
alla norma. Quello che abbiamo per esteso, sono le allocuzioni. Erano dei discorsi preparati
in precedenza. Sempre legati agli atti dei concili, sono le lettere sinodali. Queste sono
espressione della comunione tra le chiese. Possono anche contenere la forma dei partecipanti
ai singoli concili locali. Importanti per noi, sono le singole decisioni. Se il concilio si chiudeva
con una condanna abbiamo la forma dell’anatema così come se si chiudeva con la definizione,
queste avevano carattere e forma normativa.
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Molti concili venivano a proporre dei simboli di fede. Nell’antichità, il simbolo era un oggetto
di garanzia. Questa idea viene recepita dalla chiesa. Chi non si riconosce nel simbolo, viene
messo fuori dalla chiesa.
In questo periodo non abbiamo collezioni di portata universale. In alcune aree c’è una pratica
conciliare molto diffusa. Oltre il carattere regionale, queste collezioni vengono accomunate
dall’attestazione di autenticità del documento. Siamo in un periodo però, in cui le garanzie
per combattere i testi spuri, si potevano aggirare facilmente.
Le collezioni più antiche di questo periodo, oltre ad essere di privati, oltre ad avere un
carattere regionale, oltre ad essere facilmente interpolabili, sono di matrice orientale.
Abbiamo però anche collezioni in occidente.

1 LEZIONE SALTATA: CFR. LIBRO

penitenziale cummeano
penitenziale di Colombano

nel periodo che va dal VII alla Riforma Carolingia, i penitenziali si dividono in 2 gruppi:
penitenziali insulari e continentali.
Accanto ai penitenziali insulari che sono di riferimento irlandese e anglosassone, abbiamo dei
penitenziali continentali che nascono soprattutto in Francia. Tentano di adottare delle tariffe
per la penitenza. Tutti questi penitenziali continentali, li raggruppiamo in 3 gruppi:
-15 quelli che fanno riferimento a Colombano
-16 quelli che fanno riferimento ai penitenziali cummeani
-17 tripartita: incontro tra quel materiale proprio dei penitenziali irlandesi (cummeano +
Colombano) e altro materiale che invece erano regole penitenziali stabilite già nei concili.
Accanto alla tripartita abbiamo dei penitenziali ispanici posteriori che ricollegano il
materiale irlandese ad una certa tradizione ispanica.

SEC. VIII – IX: L’EPOCA CAROLINGIA

Quando si parla di questo periodo, vediamo che è un po’ figlio di quella frammentazione
regionale già descritta nel VI – VII secolo. La Chiesa africana è già stata spazzata dagli arabi,
una parte della Spagna è in mano agli arabi; l’Italia è frammentata. Un’isola felice è data dal
regno dei Franchi (siamo prima della notte di natale dell’800). Carlo Magno è un atro emergente
e la chiesa guarda la sua dinastia con un certo favore. Questo perché la Chiesa ha cercato di
riprendere i discorso dei confini orientali sulla riga dell’impero romano. Ma i rapporti con la
dinastia bizantina si compromisero, per cui si iniziano a stringere i legami con la dinastia franco-
carolingia. I franchi si erano resi conto che una salda unità interna era importante. I re carolingi
cominciano a guardare con attenzione alla chiesa perché si rendevano conto che il fattore
religioso teneva insieme popoli diversi. Perché si rendeva necessaria la riforma? Il clero era
ignorante; sedi episcopali vacanti; benefici ecclesiastici; situazioni di vita dei chierici; etc.
L’eccessivo particolarismo precedente aveva creato uno stato di incertezza per il diritto della
Chiesa.
Il re Carlo si preoccupa della riforma perché la considerava momento di coesione per il suo
impero. I re carolingi, avevano degli atti di autorità con valore legislativo chiamati
CAPITULARIA. Questi si dividevano in 4 categorie: ecclesiastica – Mundana – missorum –
legibus addenda.
-18 ecclesiastica: disposizioni normative date dall’imperatore carolingio a favore della chiesa.
Sono tantissimi soprattutto dati da Carlo Magno e il suo successore Ludovico il Pio.
Molti per questa abbondanza hanno pensato ad un cesaropapismo. Questo non è vero
perché la maggior parte di questi interventi sono sollecitati dalla chiesa stessa. Se
guardiamo la dinastia franco-carolingia, notiamo che accanto a delle figure forti ne
abbiamo altre mediocri. Diventando gli imperatori, mediocri, i capitularia diventano delle
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proposte dell’imperatore soggette anche al possibile rifiuto da parte dell’assemblea


nobiliare. Con Carlo Magno questo non poteva accadere perché la sua decisione era
autoritaria. In questa situazione, i nobili potevano defraudare la chiesa. Ecco perché non
la appoggiavano.
in questo periodo, abbiamo anche delle false collezioni canoniche.
-19 Capitularia mundana: si occupano delle cose civili.
-20 Capitularia missorum: inviati degli imperatori che controllavano tutte le zone dell’impero.

La collezione Dionisiana, come detto, rappresenta un punto di riferimento nella scienza del diritto
canonico. È stata continuamente aggiornata e nel 774, la riceve dal Papa Adriano. Abbiamo una
vera e propria canonizzazione di queste collezioni consegnate a Carlo Magno. Lui le riceve e
dall’ufficialità della consegna e ricezione viene, questo testo, consacrato sia nei rapporti interni
della Chiesa che con lo Stato.
Natale 800, Carlo Magno viene incoronato imperatore di oriente e occidente. I trono di
Costantinopoli viene considerato illegittimo perché occupato da una donna, l’usurpatrice Irene
che per stare al trono aveva ucciso il figlio, erede legittimo. Dopo qualche anno, torna a
Costantinopoli un erede legittimo e rivendica l’essere imperatore anche dei Romani. Nell’812,
Carlo Magno, cede il titolo di essere imperatore dei romani. Quando si parla delle collezioni di
questo periodo,bisogna parlarne come collezioni della disgregazione.

-21 COLLEZIONE ANDEGAVENSIS: è l’espressione di questo periodo. È estremamente


dipendente dalla collezione Dionisiana. Il pregio della Dionisiana era l’aver creato una
collezione con caratteristiche di romanità e universalità. Questo è anche il periodo dei
Penitenziali continentali.

La Riforma Carolingia, parte come una volontà di collaborazione tra impero e papato. Queste
collezioni sono quasi tutte dipendenti dalla Dionisiana nella versione Dionisiana – Adriana. Carlo
Magno ha riunito dei concili nei quali sono trattati dei temi presi in considerazione della riforma.
Queste nuove produzioni di materiale conciliare non diventa subito materiale di nuove collezioni.
Man mano che la riforma andrà avanti, questo materiale normativo nuovo, in un II momento farà
parte delle collezioni.
-22 COLLEZIONE DIONISO – ADRIANA

Verrà continuamente aggiornata. Consegnarla a Carlo Magno, significava per la Chiesa avere
all’interno del regno Franco la stessa legge. Carlo mango, recependo questo testo, accettava
la Dionisiana come testo di riferimento nel suo regno. Certe realtà della Dionisiana apparse
nella I redazione vengono a scomparire. Sono modifiche che non intaccano la sostanza. Il
limite della Dionisiana era l’impostazione cronologica.

-23 ADRIANA – ADAUCTA (accresciuta).

Ha tutto il materiale della collezione precedente ma è sistematica e non cronologica. Molti


nella collezione Hispana hanno visto un testo che poteva servire di integrazione alla
Dionisiana – Adriana (Adriana – Hispana). Accanto alle collezioni Ariane, troviamo la
collezione DACHERIANA pubblicata nel 1671. l’autore ha fatto un’unione tra la Hispana e
la Adriana. Una collezione nuova dove si parla nella I parte ….. nella II del diritto
processuale; nella III dei chierici. Il compilatore afferma la sua attenzione sui testi giuridici
eliminando molti testi teologici. Questa collezione avrà vita fino alla Riforma Gregoriana.
Anche nel periodo della riforma carolingia abbiamo dei libri penitenziali. Accanto a questi
libri, dobbiamo considerare delle collezioni di capitula Episcoporum. Sono collezioni più
brevi, ad uso pratico, composte da Vescovi e riguardavano la vita della Chiesa. I capitula,
sono normative pratiche. Per accedervi, non c’era bisogno di una grande cultura giuridica.
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Questo il segreto della loro diffusione. In genere, quando questi vescovi si riuniscono, hanno
sempre alle spalle la Adriana e la Hispana.

-24 FALSE DECRETALI

La Chiesa ha bisogno di strumenti che giustificano il suo stato che riguarda benefici, privilegi,
possessi materiali. Molti di questi documenti non esistono più. Le false decretali sono uno
strumento di difesa della Chiesa. Si cerca di garantirsi un appoggio al diritto già esercitato. Si
cerca di trovare appoggio sia falsificando opere civili che testi di origine pontificia. In genere
sono prodotti nel sud della Francia. Si prendeva un testo che si sapeva essere dato e si
costruiva: es. la falsa donazione di Costantino. Altre volte, il fare dei compilatori era più
sottile. Si prendeva un testo autentico e si interpolava oppure si prendeva un testo esistente e
si riscriveva daccapo. Le false decretali, quindi, si giustificano per i rapporti Stato – Chiesa.

-25 RIFORMA GREGORIANA

Il decreto di Graziano, è il I testo di quello che è chiamato CORPUS IURIS CANONICI. Nasce
dalla volontà di un tipografo che mette in stampa il CORPUS IURIS CIVILIS. Volendo fare un
equivalente, si inventa il CORPUS IURIS CANONICI. Questo si compone di sei collezioni delle
quali sono tre sono pubbliche: LIBER EXTRA – LIBER SEXTUS – CLEMENTINA e tre
private: DECRETO DI GRAZIANO – ESTRAVAGANTI DI GIOVANNI XXII E LE
ESTRAVAGANTI COMUNI.
Il decreto di Graziano non sarebbe mai nato senza le collezioni della Riforma Gregoriana.
Quando nel 1122, viene firmato il Concordato a Worms, la lotta per le investiture è chiusa. Tutte
quelle collezioni, quindi, nate in maniera apologetica, rimanevano lì. Graziano si mette su queste
collezioni riportano il materiale e quindi riportando il meglio e il peggio. Quando parliamo della
Riforma Gregoriana, questo periodo, va diviso in parti: collezioni che preparano la riforma,
collezioni durante la riforma e collezioni che seguono dopo la riforma.
Il DICTATUS PAPAE non si sa cos’è. Per alcuni è una collezione canonica ma è un po’ poco
perché è una serie di enunciati; per altri è la scaletta di un’omelia del Papa Gregorio VII; per altri
è un elenco di definizioni sulle quali i compilatori dovevano muoversi per redigere le collezioni.
Di fatto le enunciazioni sul potere del Romano Pontefice e la Primazia della Chiesa di Roma
nessuno l’ha mai trattato con tanta veemenza.

DICTATUS PAPAE DI GREGORIO VII

TESTO SUL LIBRO DI FERME (il testo in corsivo è la traduzione del latino)

non si sa cosa fosse in origine. Sono 27 enunciati che cominciano con un quod.
Questi 27 enunciati vengono a difendere le prerogative della chiesa dall’ingerenza dell’imperatore e
da certe prese di posizioni del patriarca di Costantinopoli. Non c’è un vero e proprio ordine
progressivo. Abbiamo come un ritornello: un tema che ritorna e poi alla fine arriva a colpire.
L’imperatore (si vuole dimostrare), può essere sciolto da ogni vincolo di obbedienza da parte dei
propri sudditi. Questa minaccia di scomunica si concretizzerà con Enrico IV.
Esaminare questi contenuti significa esaminare i contenuti di tutta la riforma gregoriana perché si
riprendono sempre questi temi.
I. la chiesa di Roma è fondata da Dio solo. Il fondamento di questa affermazione è la falsa
donazione di Costantino, dove l’imperatore viene ad attribuire al papa beni e il
romano pontefice a buon diritto è chiamato universale. Questo numero è riferito
al patriarca di Costantinopoli
II. Solo il romano pontefice a buon diritto è chiamato universale. Questo numero è riferito al
patriarca di Costantinopoli
III. Solo il papa può deporre e ristabilire i vescovi. Viene a vietare a chiunque altro ……
17

IV. Il valore e il ruolo di un rappresentante pontificio. Il suo legato anche se di inferiore


grado, in un concilio è al di sopra di tutti i vescovi. Questo legato, può
pronunziare sentenza di deposizione contro i vescovi anche riuniti in un concilio.
Qui è il valore non della persona ma dell’ufficio. Il romano pontefice può servirsi
di questi legati per farsi presente dove non può partecipare.
V. Il papa può deporre anche gli assenti. Precisazione: in passato non esisteva sempre
l’istituto della contumacia per cui una persona colpevole doveva ricevere la
possibilità di esporre la sua dottrina e di rispondere alle accuse (diritto alla difesa).
Molte volte, però, non si presentava e quindi non poteva essere condannato.
libelli de lite: l’imperatore o scrittori partigiani dell’imperatore, venivano a
smontare punto per punto gli enunciati del dictatus papae per dire che questi
enunciati erano delle pericolose novità. Siamo al culmine della controversia tra
papa e imperatore.
VI. Con coloro che sono scomunicati da lui, non dobbiamo avere comunione né rimanere
nella stessa casa. Al numero VI, abbiamo il primo segno di quello che Gregorio
VII vuole giustificare: cioè che la potestà del pontefice non solo è superiore alla
potestà dell’imperatore ma attraverso la scomunica, l’imperatore è privato del suo
potere.
VII. Tutto ciò che è descritto qui, viene a corrispondere pienamente a quello che Gregorio
viene a realizzare nella sua riforma. Solo al papa è lecito in ragione delle
necessità del tempo, promulgare nuove leggi, radunare nuove congregazioni,
rendere abbazia una canonica e viceversa, dividere una diocesi ricca e unire le
diocesi povere. Bisogna distinguere questa serie di poteri propri del papa:
1. dare nuove leggi. L’imperatore, Enrico IV accusa il Papa di scardinare la
tradizione e possedimenti; viene ad elargire tanti privilegi da far affermare a
qualcuno che senza donazioni la Chiesa non sarebbe stata niente.
VIII. Solo di dare nuove leggi. Il papa afferma che le nuove leggi sono un’autorità di governo
in ragione della necessità del tempo.
2. viene a intervenire, il papa, su delle istituzioni proprie della Chiesa. Questo
discorso dell’intervento pontificio è relativo anche ai beni.
IX. Solo il papa può usare le insegne imperiali. Nella falsa donazione di Costantino,
troviamo tra le concessioni fatte a papa Silvestro anche delle donazioni: corona,
abito, mantello frigio… Costantino, praticamente si spoglia per rivestire il papa.
La descrizione dell’abito, non corrisponde all’abito e alle insegne imperiali del IV
secolo ma di fatto ai vestiti dell’imperatore bizantino. Il papa si vestiva come
l’imperatore bizantino e trova il fondamento di questo abbigliamento nella falsa
donazione di Costantino. In questo periodo, l’abito indicava il potere.
L’imperatore è sotto al pontefice. È la teoria gregoriana. È la stessa teoria del sole
e della luna.
X. Che i principi devono baciare i piedi soltanto al papa. Consuetudini della corte
pontificia mutuata dalla corte bizantina. Es. l’incenso che serviva per purificare
l’aria quando l’imperatore si degnava di scendere in mezzo al popolo. Il bacio del
piede era un atto di vassallaggio ed era stato rivestito nel tempo di riverenza.
Questo gesto è rivendicato come gesto di onore e riverenza solo al romano
pontefice.
XI. Per evitare ogni pericolo di fraintendimento tra le due potestà, qui, vediamo come solo il
nome del papa deve essere recitato nella chiesa. L’usanza era quella di ricordare
anche l’imperatore. Non si nega il discorso di pregare per il sovrano però non si è
voluto che nello stesso momento liturgico ci sia il ricordo del papa e
dell’imperatore come a significare che stanno sullo stesso piano.
XII. Il titolo di papa è unico al mondo.
XIII. È lecito a lui deporre l’imperatore. Il diritto all’incoronazione ricompare con Ottone.
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XIV. È lecito al papa secondo una necessità cogente, spostare i vescovi da una sede all’altra.
Oggi noi siamo abituati ai trasferimenti dei vescovi da una sede all’altra. Nel
medioevo era una rarità e veniva in pochissimi casi. Questo perché si considerava
e ancora oggi si considera il rapporto nuziale tra la sede e il vescovo. Era un
matrimonio. L’anello suggellava tutto questo. Gregorio, fa diventare l’eccezione
una regola. È vero che parla di necessità ma è una giusta causa. Nulla di più. Si
cominciarono a mettere nelle varie sedi delle persone di fiducia.
XV. Il papa ha il potere di ordinare un chierico proveniente da qualsiasi chiesa per il luogo
che egli voglia. La realtà dell’incardinazione è stata sempre presente. Il papa
come pastore della Chiesa universale, viene a ribadire il fatto che non solo può
ordinare chiunque ma può anche assegnarlo a qualunque chiesa. In alcuni casi,
abbiamo delle vere chiese che avevano parteggiato per l’imperatore. Ad un certo
momento queste chiese volevano tornare in obbedienza al papa.
XVI. …..
XVII. il controllo della riforma gregoriana non si ha solo sulle nomine episcopali ma anche sulle
realtà sinodali che venivano prese dall’imperatore come pretesto per gettare fango
sulla figura del papa o creavano delle riunioni contro quelle legittime riunite in
nome e per conto del papa. Per arrivare a un controllo dell’attività collegiale dei
vescovi, abbiamo questo numero: nessun sinodo se non per suo comando, può
essere chiamato generale. Si sottrae una prerogativa di fatto esercitata per secoli
dall’imperatore. Il controllo della riforma viene anche a toccare gli scritti.
XVIII. Nessun libro e nessun articolo può essere chiamato canonico senza la sua autorità.
Abbiamo la matrice dell’imprimi potest. Qui l’autorità ecclesiastica, è
centralizzata. È il papa che stabilisce ciò che è canonico e ciò che non lo è. Lo
strumento del libro e dello scritto viene a essere controllato dal papa.
XIX. Nessuno può revocare ciò che è sentenza del papa. In latino sentenza non è solo l’atto
giudicante ma anche l’opinione, il parere.
XX. Lui non può essere giudicato da nessuno.
XXI. Che nessuno osi condannare chi si appelli alla sede apostolica. L’imperatore voleva
impedire che le denunzie contro l’imperatore arrivassero al romano pontefice.
XXII. La chiesa di Roma non ha mai errato e non errerà mai. Ha questa garanzia di assistenza
divina e di mancanza di errore.
XXIII. A capo della chiesa di Roma c’è il romano pontefice e qui abbiamo un enunciato che
tocca l’ufficio di romano pontefice. È l’unico enunciato ad avere delle auctoritates
di sostegno. Che il romano pontefice, dopo l’elezione canonica fatta a norma di
legge, per i meriti del beato Pietro senza alcun dubbio diventa santo con
l’autorità favorevole di molti santi padri e … così come è descritto nei decreti
del beato Simmaco Papa. È il più debole degli enunciati: ecco perché pone a
sostegno delle auctoritates.
XXIV. Ai subordinati è lecito fare accuse dietro suo ordine e dietro suo permesso.
XXV. La deposizione e la riconciliazione dei vescovi poteva essere compiuta anche da un legato
pontificio. In vista della riforma, il papa attribuisce a se stesso la possibilità di
deporre vescovi e di riconciliarli anche senza l’assemblea conciliare.
XXVI. Non si ritenga cattolico, colui che non concorda con la chiesa di Roma. La terminologia
(concordare) usata è molto diffusa in questo tempo. Il concordare è
un’applicazione al diritto di regole di teoria musicale. sono termini che si rifanno
ad Agostino, a Boezio, ai padri, per sottolineare l’unità. L’unità, non ammette
discordanze.
XXVII. Dalla fedeltà nei confronti degli iniqui, può assolvere coloro che sono sottomessi.

Queste 27 frasi hanno condizionato tutta la scienza del diritto canonico. Non sono in ordine.
Abbiamo diversi livelli in cui questi singoli enunciati possono essere collegati. Prendendo questi
livelli abbiamo la base di partenza di tutte le collezioni della riforma gregoriana.
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Nessuna di queste collezioni aveva la pretesa di essere un codice. Sono tutte opere di privati.
Gregorio VII, nel dictatus papae, non ha promulgato nulla. Per arrivare alla scienza del diritto
canonico ci vuole ancora un po’ di tempo. Nemmeno nel diritto civile abbiamo una scienza. Tutte
queste collezioni, allora, sono apologetiche, tematiche e non esaurienti della portata dell’intero
patrimonio della chiesa.
Non c’è una vera gerarchia delle fonti e il fatto di non avere delle fonti poste in ordine gerarchico e
divise in fasce, non dà la possibilità di risolvere le controversie.
Gli enunciati vengono collegati per tema. Tutte le auctoritates sono poste quasi nella atemporalità. Si
perfeziona la scelta del materiale ma abbiamo ancora dei limiti.

FONTI DELLA RIFORMA GREGORIANA

· Breviario del Card. Attone (XI secolo). È un testo abbreviato. È un piccolo volume che in
maniera sintetica venisse a fornire le principali idee della riforma gregoriana.
Naturalmente il dictatus papae era troppo sintetico e altri testi erano troppi estesi. C’era
anche un discorso di valore intrinseco dell’opera unito ad un discorso di costo. Facendo
delle opere brevi, agevoli e pratiche si garantiva una maggiore diffusione della riforma
gregoriana. Questo testo viene a colmare questa lacuna. Attone viene a raccogliere tanto
materiale della tradizione. (fonti pseudo isidoriana – dionisiana – i padri della Chiesa –
altro materiale in genere di concili universali e alcuni di concili particolari). Il breviario,
viene a portare un contributo, quindi, alla riforma. L’ordine lascia un po’ a desiderare.
Questo non è colpa del cardinale. L’influsso del breviario di Attone, è minimo perché
subito accanto a lui abbiamo delle opere della riforma maggiormente sistematiche e quindi
esiste un maggior influsso sulle collezioni posteriori. Quest’opera è importante perché
segna l’inizio di una nuova epoca.
· Collezione dei 74 titoli. Questa collezione vicinissima al 1075 (anno del dictatus papae) è
uno degli strumenti più importanti del dictatus papae. Non ne conosciamo l’autore. È
prodotta in Italia. Non sappiamo di preciso dove ma certamente è difficile vederla lontana
dall’ambiente della curia romana. È molto dipendente dalla collezione pseudo-isidoriana.
Qui abbiamo un altro falso: i capitula angillarmi (?????). i frammenti del diritto civile
fanno riferimento a Teodosio. Il testo è importante per via del modo di citare. Si cita
espressamente nelle forme originali anche se dobbiamo notare alle volte che le
auctoritates di riferimento non sono citate espressamente ma sono abbreviate. Abbreviate
significa non una sintesi ma sono abbreviazioni con degli omissis. Le fonti, cmq.,
nonostante le abbreviazioni, non sono testi interpolati. Le omissioni che si possono
riscontrare, molte volte eliminano parti importanti di documento. Da questa opera è
molto dipendente il decreto di Graziano. Se la dividessimo in 315-330 capitoli, quasi 260
sono citati da Graziano. Quest’opera italiana, ha una grande diffusione soprattutto per
questa attenzione alle fonti. È la prima collezione da ricordare.
· Collezione di Anselmo da Lucca. Nipote di papa Alessandro II fu amico personale di papa
Gregorio VII. Questa opera, è legata non al dictatus papae ma a Gregorio stesso. Oltre a
presentare i principali punti della riforma, si applica la riforma ad una disciplina concreta
che trova anche delle punizioni a coloro che non si conformano. Come datarla? Il
documento ultimo citato diventa punto di riferimento. L’ordine è logico anche se non
sistematico. Questa collezione ha le medesime fonti delle altre collezioni gregoriane.
Queste fonti vengono poi ad essere arricchite dalle stesse collezioni della riforma che già
circolavano. La diffusione di queste collezioni, appare anche dalla moltiplicazione di
questi testi. La prova che era un testo diffuso è dato dai tanti manoscritti che circolano
con questo testo. Anselmo, come in genere tutti i gregoriani, lasciano da parte tutto quel
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materiale giuridico che abbiamo classificato come penitenziale. La scrittura, le decretali, i


canoni conciliari, e i testi della legislazione civile romana, costituiscono il patrimonio in
genere. Abbiamo un preciso intento. Guarda con sospetto tutto ciò che non è romano e
soprattutto cerca di eliminare tutti quei testi dubbi e apocrifi. Tratta soltanto i testi che lui
e i suoi contemporanei definivano autentici. Molte volte abbiamo che un testo citato,
raccoglieva al suo interno più di una auctoritas. Nelle citazioni, il metodo degli omissis,
molte volte provoca degli errori. Qui non è solo un errore ma serve a dare sostegno al
peso di tutta la citazione. Il merito di quest’opera è quello di aver dettato in maniera
chiara i principi, i capisaldi della riforma. Abbiamo quest’ordine logico e c’è chi dice che
questa sia la massima espressione delle collezioni della riforma gregoriana. È certamente,
una delle più diffuse.
· Collezione del card. Deus Dedit. Questo monaco, diviene cardinale con Gregorio VII.
Viene a scrivere una serie di libelli a sostegno della politica pontificia. Abbiamo una
novità rispetto al passato. Si cerca di portare avanti la riforma attraverso un numero di
autorità di sostegno. Anselmo da Lucca cercava di raccogliere tutto il materiale giuridico
della Chiesa. Questo card., invece, fa una collezione settoriale cioè una collezione che sia
una sintesi di quelli che sono gli interventi della riforma con l’autorità che proviene dal
passato. Si rende cioè conto di quanto fossero contestate le idee della riforma al di fuori
dell’Italia. Abbiamo un’abbondanza di materiale un po’ inedito. Naturalmente
un’attenzione particolare è data a quelle realtà che erano proprie della riforma cioè i
sacramenti amministrati agli eretici, la supremazia della Chiesa di Roma, etc. Presta una
sua attenzione anche alla vita del clero e alla libertà della Chiesa. Libertà che toccano la
chiesa, i ministri e i privilegi del clero. Questa collezione ha un pregio perché oltre a
essere tematica ha il pregio delle capitolazioni. Cioè ogni tanto abbiamo delle sintesi
tematiche. Si prestava, così, ad essere maneggiata agevolmente. Le fonti sono le solite.
Le possiamo distinguere tra fonti antiche che appartengono ad una prima categoria e le
fonti inedite. Ci sono come 2 stratificazioni: un materiale più oggetto di novità e il
materiale classico al quale si aggiungono la collez. Dei 74 titoli e il breviario di Attone.
Rispetto al testo, è più libero di Anselmo. Anselmo è abbastanza rispettoso della fonte.
Gli intenti della riforma, qui, hanno il sopravvento. La scelta delle auctoritates è in
funzione della riforma.
· Libro sulla vita cristiana di Bonizzone vescovo di Sutri. Piace al prof. Questo perché a
differenza degli altri, Bonizzone è intransigente. Viene anche a condannare il fatto che i
papi dopo Gregorio VII, si erano adoperati per conciliare l’attrito creatisi soprattutto in
Germania. È l’opposto di Ivo di Chartres. Sono, cmq., due punti di riferimento perché
queste loro caratteristiche caratteriali rispecchiano le due facce della medesima realtà.
Questo testo vuole rivendicare i principi genuini della riforma. Viene a essere la sintesi di
molto materiale. È il primo che non solo riporta i testi delle fonti ma dà un primo
commento, una prima spiegazione alle fonti. È uno che ragiona sulle fonti (ecco perché
piace al prof.).
i commenti è chiaro che sono personali e non possiamo etichettarli come auctoritates in
senso stretto. Dopo di lui i suoi testi saranno considerati come delle vere e proprie
autorità. Alcuni non hanno voluto vedere quest’opera come una collezione canonica della
riforma gregoriana ma un testo di carattere misto o teologico. Solo recentemente ci si è
avvicinati come una collezione canonica nella quale emerge il contributo del compilatore.
altre collezioni che fanno riferimento alla riforma gregoriana sono:
· Collezione britannica. Questa è un’anomalia vera e propria. Non ha nessun criterio. È
importante perché è un’antologia dei testi pontifici. Si va da Gelasio a Urbano II. In
questa collezione, prodotta a Roma, accanto ai testi pontifici, abbiamo dei testi di diritto
romano non più teodosiano ma giustinianeo.
· Collezione dei due libri. È una collezione dipendente dai 74 titoli.
tutte queste collezioni fanno riferimento alla curia o a personaggi del mondo curiale.
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· Abbiamo poi delle collezioni della riforma minori. Abbiamo testi in Spagna, in Francia, etc.

Le collezioni che abbiamo visto sono collez. Della riforma gregoriana direttamente connesse alla
figura di Gregorio VII. Lo Stickler quando parla della riforma gregoriana presenta 3 gruppi di
collezioni: che precedono, che accompagnano e che seguono la riforma. Le collez. Della riforma
erano collez. Rigide. Queste collezioni della riforma che pure recuperavano molte materiale
antico, non venivano ad abrogare le collez. Precedenti. Per cui dovendo scegliere tra collez.
Rigide e collez. Di patrimonio della Chiesa, si sceglievano quest’ultime. Superato il momento di
scontro con il concordato di Worms, pian piano la successiva produzione di raccolte canoniche,
guarda con maggiore indulgenza, sembra più smussata, si cerca un discorso di concordia.
Abbiamo quindi collezioni più scontrose e collezioni più equilibrate.
Le collezioni della riforma come si evolvono?
· Polycarpus (colui che porta molto frutto). L’autore è nominato nella prefazione del testo.
Anche qui si tratta di un cardinale con il titolo di san Cristoforo. Può essere datata prima
del 1114. non abbiamo delle novità nei contenuti ma al modo in cui i principi della riforma
ormai attuata vengono ad essere espressi. Deriva dalla collez. Di Anselmo da Lucca.
Abbiamo testi presi dal diritto romano pre-giustinianeo e giustinianeo, testi apocrifi, pochi
testi interpolati ma soprattutto lo spirito gregoriano appare più mitigato. È l’unica
collezione da ricordare perché è una delle collezioni che sono base del decreto di
graziano.
· Collezioni che sorgono in Francia e attribuite a Ivo di Chartres. 4 autori che dobbiamo
considerare come fornitori del metodo di Graziano. Egli è dipendente da opere materiali e da
4 autori. Di questi, il vero giurista è Ivo di Chartres. Ivo nasce intorno al 1040, fu allievo di
Lanfranco di Pavia che aveva elaborato un particolare metodo di solutio oppositorum
mettendo insieme la sacra scrittura e la musica. Oggi lo definiremmo un biblista. Ha
commentato le lettere di Paolo e i salmi. Ad Abbey c’era anche una tradizione musicale. La
musica intesa come discorso di calcolo e di proporzioni tipiche della musica risalenti a
Severino Boezio. Il metodo di Ivo viene ad essere chiamato consonantia canonum mentre
quello di Graziano è chiamato concordia. Consonantia significa suonare cum suonare
insieme. Lui parte da una regola aurea che dice: diversi sed non adversi. Diversi ma non
contrari. La parola sottintesa è suoni. Lo studioso che si trova dinanzi le fonti canoniche,
deve stare attento a dire che sono in contrasto se sono diversi. Il suo metodo si chiama
consonantia perché dice: avete presente una corda musicale? Qui abbiamo note e suoni
differenti che possono anche essere in contrasto tra di loro ma tutto si risolve nell’armonia
dell’accordo. Fa di questa sua teoria una possibilità per superare i contrasti tra le fonti. Di
fatto come abbiamo visto Bonizzone da Sutri come persona intransigente, Ivo è un
concordista nato. In una pluralità di suoni non si sacrifica nulla. Graziano non fa la stessa
cosa ma utilizza questo metodo. CONCORDIA ha 2 etimologie: cum corde e cum chordis
(per corda si intende la cetra). La consonantia di Ivo è un termine tecnico ma le fonti a cui fa
riferimento Ivo trattano le due parole in maniera quasi impercettibile perché il cum cordis
porta ad una concordia con una pluralità mentre Graziano tratta la concordia come cum
corde cioè si arriva alla reductio ad unum. Ivo, invece, cerca di arrivare ad una unità ma che è
una diversità. C’è un piccolo trattato di Ivo che si chiama de consonantia canonum. Questo
titolo non si trova in giro perché nelle riproduzioni testuali questo trattatello che ha avuto una
vita autonoma, oggi è conosciuta come prologo al decreto di Ivo di Chartres. Questo
prologo è attribuito a Ivo con certezza mentre le opere a cui si accompagna sono spurie.
la tripartita è divisa in 3 parti che si dividono a loro volta in 2 sezioni. La I sez. raccoglie
molto materiale dei romani pontefici e testi conciliari orientali. La II sez., in realtà è una serie
di abbreviazioni del decreto attribuito a Ivo di Chartres. Il decreto di Ivo, non ha un titolo
originale. Si chiamavano decreto delle collezioni canoniche di un certo rilievo. Era un termine
generico per dare un titolo ad una collezione canonica. Naturalmente, lui è il pastore e
vediamo che le 17 parti in cui viene a essere divisa l’opera abbracciano non solo gli ideali
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della riforma ma anche dei principi cristiani frutto di una riforma attuata. Ivo non volle citare
le collezioni più rigide proprio per fare una collezione più disposta ad una conciliazione. Il
fatto che sia pastore, viene a connotare Ivo anche di una connotazione teologica. Abbiamo un
testo giuridico in cui non si può immaginare una separazione netta tra diritto e teologia.
la Panormia (pan ormao cioè abbracciare una regola in senso generale), composta nel 1095 è
un manuale sistematico di diritto canonico. È un’opera molto più intelligente di quello di
Graziano. Abbiamo un pastore che crea una collezione pratica. I temi trattati, sono in 8 libri e
trattati in maniera sistematica. È un riassunto metodico del decreto di Ivo di Chartres. La
panormia proprio per la sua sistematicità può essere intesa come un’enciclopedia sommaria
del diritto della Chiesa.

GRAZIANO.

Non conosciamo il suo cognome e questo ci provoca grandi handicap. Viene chiamato anche
Francesco e Giovanni.
Muore intorno al 1152 che è la data finale del suo decreto. Prima della morte di Francesco d’assisi,
non abbiamo grande diffusione di questo nome in Italia. Francesco, quindi, è l’equivalente di
francese. Chiamare Graziano prima di Francesco d’assisi, con questo nome è alquanto strano. Come
è nato questo nome? È che accanto a certe glosse, Graziano si firma F.G.
L’altro nome Giovanni Graziano, deriva dai discepoli di Graziano. Parliamo qui della seconda e terza
generazione di canonisti formatisi alla scuola di Bologna. Hanno cercato di attribuire a Graziano
alcuni titoli. In altre parole si è voluto confondere il maestro Graziano con altri Graziani che hanno
occupato dei posti di rilievo nella curia romana. Es. un Giovanni Graziano divenuto papa con il nome
di Gregorio VI. È morto, però, prima del 1152. abbiamo poi un’altra confusione con un cardinale
Graziano nipote di Eugenio III. Questo però era posteriore al nostro Graziano perché è morto nel
1181. abbiamo quindi 2 figure prima e dopo il maestro: uno è diventato papa, uno è morto cardinale.
Della famiglia di Graziano non sappiamo nulla. Non conoscendo nulla del cognome, non possiamo
fare molto affidamento al suo nome, essendo stato monaco, può aver cambiato il suo vero nome.
Abbiamo una leggenda sorta nel sec. XIII, raccolta e tramandata da sant’Antonino di Firenze (sec.
XV). Questa ci parla di una donna di facili costumi che viene arrestata e giudicata. Rivela di essere la
madre di Graziano e dice anche di essere la madre di Pietro Lombardo. Perché si dice che Graziano
in vari testi sia nato a Chiusi? Oggi molti sono convinti che sia nato a Carrara di Ficulle e che sia
diventato religioso a Chiusi. Non nato, quindi, ma nato come religioso a Chiusi. Altri, invece, vedono
il titolo di Chiusi legato a Graziano, perché dicono che Graziano fu addirittura Vescovo di Chiusi.
Anche qui abbiamo una situazione strana perché se questo fosse il suo nome di religioso, possiamo
ipotizzare che abbia preso il suo vero nome diventato vescovo. Ma in realtà non abbiamo nessun
giurista bolognese vescovo di Chiusi. Alcuni contestano il fatto che Graziano sia monaco perché nei
suoi testi non c’è un riferimento alla regola di san benedetto. Ma il motivo per cui non sia presente
nel decreto perché il decreto cerca di conciliare ciò che non lo è. La regola di san benedetto, essendo
romana, non ha bisogno di conciliazione. Ecco il motivo per cui la presenza è minore.
Graziano, monaco ma non camaldolese.
Abbiamo molte testimonianze coeve che ci attestano la sua presenza a Bologna. Insegna
all’università di Bologna. Non bisogna però pensarla in modo moderno. L’universitas, a Bologna,
nasce in un accordo privato tra docenti e studenti. Non abbiamo, quindi, una universitas studiorum
ma studensi. Gli alunni si scelgono il maestro, si concordano le lezioni, e gli studenti lo pagano.
Graziano, quando scrive il suo decreto, vive questa fase. Bisogna aspettare Federico Barbarossa per
vedere una universitas non più studentium ma studiorum. Queste scuole si affiancavano alle scuole
tradizionali. Con la caduta dell’impero romano d’occidente, il sistema delle scuole era crollato.
Abbiamo, quindi, solo le scuole ecclesiastiche che portano avanti un modo tradizionale di fare
cultura. Graziano, pur essendo un monaco e insegnando in un monastero non poteva insegnare
diritto nelle sue scuole. Aveva attorno a sé un gruppo di studenti. Le fonti che ci attestano la sua
presenza a Bologna, sono abbondanti.
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DATA DEL DECRETO. Muore intorno al 1152, per cui diamo a questa data, la data finale del
decreto di Graziano. In altri testi, oscilla tra il 1140 e il 1152. nell’esame dei manoscritti, capiamo il
perché di questa oscillazione. Non nasce chiuso in una scuola. Dobbiamo pensarlo come una serie di
cartelle che si arricchivano di materiale via via. Alla sua morte, questo libro è stato chiuso dai suoi
discepoli e quindi trasmesso. Non seguiva una linea di pensiero ma segue diversi tipi di impostazioni.
Si divide in 3 parti e possiamo dire che ogni parte ha un suo valore e un’impostazione di metodo
diversa l’una dall’altra. Tra quella che è una prima edizione e l’edizione definitiva, passano quella
dozzina di anni che segna la diversità di date. A seconda delle teorie di questo o quell’altro storico, il
1140 o il 1152, diventano l’una o l’altra data di riferimento. Molti e anche il prof. si associano alla
data finale.
L’opera di graziano, è l’opera di un privato. Non ha avuto nessun riconoscimento pubblico nel senso
che nessun papa l’ha pubblicato e nessun papa l’ha riconosciuto come libro scolastico. L’opera, però,
ha avuto un grandissimo riflusso. Il corpus iuris canonici, infatti, parte dall’opera di Graziano. Tutte
le decretali dei papi dopo il 1152, furono chiamate decretales extravagantes cioè decretali fuori dal
decreto. Quando Gregorio IX pubblicherà il liber extra, lo chiamerà così perché raccoglie materiale
fuori dal decreto. Bisogna quindi distinguere l’opera di un privato dal successo dell’opera di un
privato. Hanno inventato una falsa decretale di approvazione per dare lustro a questa opera.
Abbiamo una bolla di approvazione falsa, datata 21 ottobre 1152, firmata da papa Eugenio III.
Nessuno, oggi, crede più a questo documento. L’unico dato certo, quindi, è il fatto che Graziano sia
un monaco e autore del decreto.
Graziano, lo ricordiamo non per la sua vita, ma per la sua opera.
Graziano, è il maestro di riferimento quando si parla della scienza canonistica. Non si può parlare di
diritto canonico prima di Graziano. Prima di Graziano, si può parlare di diritti e di libertà della
Chiesa ma non di diritto canonico.
STRUTTURA. Si divide in 3 parti:
1. si divide in 101 distinzioni. È la parte più interessante per quanto riguarda la scienza del
diritto canonico. Si tratta dei principi giuridici, delle fonti canoniche e delle norme che
regolano la vita del clero. Ma soprattutto la parte di principi giuridici e delle fonti
canoniche, è la parte più interessante.
2. contiene 36 cause cioè 36 grosse discussioni. Questo perché prima della scrittura del decreto,
c’è stata una certa vita tra Graziano e i suoi studenti. Il discorso dialettico, conosciuto in
ambito filosofico, viene da Graziano recepito e applicato al diritto. Queste 36 discussioni
sono la stratificazione tra maestro e alunni e tra alunni su un argomento. La I parte
interessa più uno storico del diritto perché ci dà degli strumenti. La II parte è interessante
come gli strumenti sono applicati. Questa II parte, viene ad accogliere anche altre opere
di Graziano minori, che vengono a fare parte a chiusura del decreto.
3. è quella meno riuscita o meglio non completata mai. Si torna a dividere in distinzioni così
come la I. si tratta di questioni generali sulla vita cristiana, sul digiuno e su alcuni sacramenti
soprattutto si dilunga su questioni che toccano il battesimo. Sono, quindi, questioni più di
ordine pastorale che di diritto.

Sia Da un punto di vista delle auctoritates citate sia dal punto di vista del metodo applicato,
Graziano non ha inventato nulla. È il metodo usato nella sacra scrittura nato per conciliare le
discordanze del testo. Il problema delle fonti discordanti toccava tutte le discipline del medioevo.
Graziano, nel portare avanti il suo metodo, fa riferimento alle opere di quattro autori: Algero da
Liegi, Bernoldo di Costanza, Ivo di Chartres e Pietro Abelardo. Algero, è fondamentalmente un
teologo; Bernoldo si muove nel campo della storia; Pietro è un filosofo; e solo Ivo è un giurista.
Dietro, poi, troviamo Lanfranco di Pavia che è l’ispiratore di Ivo per il metodo della consonantia.
Il metodo di Graziano, si articola per auctoritates per rationes e per dicta.
Auctoritates: le collez. della riforma gregoriana erano di un certo valore. Situazione delle
auctoritates prima di Graziano, era una situazione comune a tutte le collezioni cioè venivano usate a
sostegno. C’era un vizio: tutte le auctoritates erano considerate atemporali. Non c’era cioè una
successione cronologica. Graziano inizia a lavorare su di esse, distinguendole per fasce e secondo
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una vera e propria gerarchia. Molte discordanze si venivano a risolvere secondo una gerarchia e
applicando un criterio di prima e dopo, di particolare e di generale. Le auctoritates, iniziano ad
essere un primo modo per risolvere le controversie. Le auctoritates sono: la sacra scrittura; i canoni
dei concili; le decretali dei papi; passi di padri e di scrittori ecclesiastici; legislazione civile in favore
della chiesa; compilazioni franche e barbariche. Questo è il materiale che è alla base del decreto.
Questo materiale non giunge direttamente a Graziano ma lo fa proprio così come gli viene trasmesso
dalle collezioni della riforma gregoriana. Graziano applica alle auctoritates le rationes. Cioè abbiamo
un superamento della discordanza dei canoni, attraverso quattro criteri: ratio loci; ratio temporis;
ratio significationis e la ratio dispensationis. Ratio loci cioè norma particolare e generale che
possono non essere in contrasto perché sono l’una e l’altra data insieme. La ratio temporis (anche
questa presente ancora oggi) è il principio per il quale una legge posteriore viene ad abrogare in tutto
o a derogare in parte una legge anteriore. Solo questa ratio può risolvere una serie di discordanze tra
le fonti. La ratio significationis vuole spiegare il significato delle parole e in genere si trova ogni
qualvolta in un qualsiasi testo si debba applicare il metodo dialettico. In questo, non può esistere una
equivocità di termini. I termini devono essere tutti univoci. Molte volte il medesimo termine, si può
prestare a diverse accezioni. Ad es. il termine penitenza. Prima di Graziano, la ratio significationis, si
usa in campo civilistico per spiegare il diritto giustinianeo. Questa ratio che sembra far dipendere
Graziano da civilisti, a livello di tecnica ha delle somiglianze ma lui lo usa nel senso di Pietro
Abelardo cioè non creare termini equivoci. La sua è una terminologia recente. Graziano la ratio non
la deriva dai civilisti ma dai filosofi. La ratio dispensationis: il grande teorico è Ivo di Chartres. Ivo,
nel suo decreto, ci presenta la realtà della dispensa come propria del diritto della Chiesa.
I dicta sono gli interventi personali del maestro Graziano sulle questioni dibattute. Si tratta un
argomento, si riportano le tesi a favore e contrarie, c’è un dibattimento e alla fine abbiamo il maestro
che dice la sua. Alle volte, invece, il maestro sospende il suo giudizio e fa decidere allo studente.
Ivo quando parla di concordia intende cum cordis (consonantia), Graziano invece intende cum
cordis.

CONCORDIA AUCTORITATES - LOCI


DISCORDANTIUM RATIONES - TEMPORIS
CANONUM DICTA - SIGNIFICATIONIS
-1 DISPENSATIONIS

ALGERO DA LIESI
BERNOLDO DI COSTANZA
Pietro ABELARDO QUINQUE
Ivo DI Chartres (LANFRANCO DI PAVIA) COMPILATIONES
ANTIQUE

CONCORDIA: CUM CORDIS


CUM CHORDIS = CONSONANTIA

CORPUS DECRETO DI GRAZIANO


IURIS LIBER EXTRA DI GREGORIO IX
CANONICI LIBER SEXTUS DI BONIFACIO VIII
CLEMENTINAE IUDEX IUDICIUM
EXTRAVAGANTES JOHANNIS XXII CLERUS CONNUBIA
CRIMEN
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EXTRAVAGANTES COMMUNES

Le 5 compilazioni antiche non rientra nel corpus iuris canonici perché sono stati compilati dopo il
decreto di Graziano. Queste 5 compilazioni oscillano tra il 1190 e il 1226. le chiamiamo antiche
proprio perché così sono state denominate e espressamente per questo motivo sono state cassate via
dall’introduzione del loro materiale nella compilazione gregoriana.
Le 5 collezioni si dividono tra opere private e pontificie. Nella bolla di promulgazione del liber extra
(1234), papa Gregorio IX dice che ha voluto questo corpo di leggi nella chiesa per superare ogni
incertezza nell’applicazione del diritto nei tribunale e nello studio del diritto nelle scuole.
La I compilazione antica (1190), è importante perché da un indirizzo di metodo che poi sarà seguito
da tutti gli altri compilatori delle 5 compilazioni antiche. Questo stesso metodo sarà utilizzato da
Raimondo di peñafort. La I compilazione antica vede come compilatore Bernardo di Pavia che è
quello che detta la materia di trattazione di tutte le collezioni di decretali. La materia è data da un
verso, un esametro: iudex iudicium clerus connubia crimen. Sotto la voce iudex bisogna intendere la
Chiesa, poi i giudizi, il clero, il matrimonio e il diritto penale. Bernardo la sua collezione la chiama
Breviarium Extravagantium. Estravagante è ogni materiale pontificio fuori decreto di Graziano.
L’opera di Bernardo comincia a segnare il modo di raccogliere il materiale.
La II compilazione antica: se materialmente è la II, cronologicamente è la III. Cioè la seconda
compilatio antiqua non è opera di un privato ma commissionata da papa Innocenzo III. È la raccolta
ufficiale delle sue decretali (i primi 12 anni). Innocenzo III non vuole colmare il vuoto tra la I
compilatio antiqua e il suo pontificato. Pietro Beneventano fa allora un’opera degna di pregio che
viene promulgata nel 1209. nelle scuole si sente l’esigenza di colmare il vuoto tra la I e la II. Si
inserisce tra le prime due.
La III è del 1215. Il compilatore è Giovanni del Galles e viene ad uso della scuola e dei tribunali il
vuoto creato tra la I e la II.
La compilatio IV opera di Giovanni teutonico, viene a raccogliere tutto il materiale che rimaneva
delle lettere decretali di Innocenzo III.
La V fu commissionata da Onorio III. Il compilatore materiale è Tancredi e viene ad essere
promulgata nel 1226.
Queste 5 opere, si strutturano sullo schema iudex iudicium…..
L’opera che poi diventerà il liber extra, nell’organizzazione del materiale, trova una certa
facilitazione.

LIBER EXTRA

Viene ad essere redatto da Raimondo da peñafort. Raimondo viene investito dal papa di fare
un’opera di codificazione. Nell’ambito della scuola bolognese, l’idea della codificazione non era una
realtà sconosciuta. La cosa interessante è che Raimondo le compilare il liber extra, non segue in
nessun punto il decreto di Graziano ma riesuma il metodo di compilazione del codice di tribuniano
nel VI secolo. Il metodo è questo: sia tribuniano che Raimondo, avevano coscienza di fare un’opera
non privata. Sapevano di avere alle spalle un’autorità pubblica che avrebbe promulgato il loro lavoro.
Tribuniano aveva Giustiniano, Raimondo aveva Gregorio IX. Hanno avuto tutti e due dei mezzi
enormi e dei collaboratori. Il materiale che hanno utilizzato è stato un materiale che qualunque fosse
stata la fonte, sarebbe stato promulgato. Questo ha portato Raimondo a non avere bisogno della
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concordia discordantia canonum. Raimondo taglia tutto ciò che si oppone ad una vera e propria linea
politica che è dietro il testo . il suo materiale è molto più omogeneo di quello di Graziano. Raimondo
lavora essenzialmente su decretali pontificie. Allora, lui per una sua scelta personale, viene a scegliere
quali parti sacrificare nel testo e quali tenere. Come tribuniano nel VI secolo, nella gestazione del
codice di Giustiniano si accorge di una lacuna di legge e chiede all’imperatore delle leggi per colmare
la lacuna, così Raimondo. Molti hanno criticato Raimondo per questo suo modo di procedere. Da
una parte abbiamo il decreto di Graziano, dall’altro abbiamo il metodo della glossa, dall’altro ancora
abbiamo Raimondo che è un dissacratore di testi. Oggi, noi possiamo paragonare la fonte di
Raimondo alla fonte originale. Ci accorgiamo, così, di questa estrema libertà del compilatore di
adattare e tagliare il testo originale. Il testo doveva seguire la sua impostazione. Il liber extra è
l’antesignano del codice del 1917. la codificazione della Chiesa ha come ultimo questa figura del
liber extra. Abbiamo un papa che viene a promulgare un materiale già pontificio. Dai singoli casi si
passa a realtà di diritto universale. Questo stesso principio è alla base del codice del 1917 e del 1983.
Nel 1298, Bonifacio VIII promulga una nuova collezione: liber sextus. Vuole essere un’appendice
alle 5 parti che componevano il liber extra di Gregorio IX. Bonifacio VIII, una volta che promulga il
liber sextus, come Gregorio IX, manda questo testo pubblicato a Bologna, la patria del diritto. Vuole
che gli studenti accanto al decreto di Graziano, studino il liber extra di Gregorio IX (1234) e il liber
sextus come testo di contenuto. Raccoglie il materiale pubblicato dai pontefici tra il 1234 e il 1298.
Bonifacio VIII, fa aggiungere in appendice al liber sextus, una serie di regole iuris che di per sé fanno
un po’ da corrispondente alle regole iuris che troviamo già nel corpus iuris civilis di Giustiniano.
Bonifacio VIII nel promulgare il liber sextus, stabilisce l’abrogazione di tutto il materiale non
contenuto nella sua pubblicazione.

LE CLEMENTINAE.

Si chiamano così perché raccolgono materiale che Clemente V aveva ordinato per comporre una
collezione di aggiornamento del liber sextus. Clemente morì prima e la collezione la promulgò
Giovanni XXII nel 1317. attribuisce all’opera il nome di Clemente in suo onore. Dopo le
clementinae, abbiamo pontefici che ordinano raccolte e in genere alcuni pontefici sensibili al mondo
giuridico che vorranno in qualche maniera tentare un aggiornamento di queste collezioni autentiche.
Le ultime due collezioni sono in qualche maniera illegali. Cioè mai la chiesa le ha volute e inserite nel
corpus. Inoltre, bonifacio VIII oltre a dichiarare abrogate le decretali non raccolte nelle sue
collezioni, aveva vietato i privati di fare delle collezioni.

ESTRAVAGANTI DI Giovanni XXII.

Non abbiamo una datazione. Sappiamo solo che sono state raccolte dopo il 1317. la data certa sono
le clementinae. Le estravaganti vengono dopo le clementinae.

EXTRAVAGANTES COMMUNES.

Raccoglie materiale di diversi papi fino al 1484. se mai la chiesa ha approvato questa raccolta che si
chiama corpus iuris canonici, come mai queste collezioni sono entrate dentro? Sono state inserite dal
tipografo parigino che ha stampato il corpus iuris canonici. Abbiamo per es. la bolla di indizione del
primo anno santo del 1300. il corpus iuris canonici si chiude nel 1500 (EDIZIONE PARIGINA).
Nel concilio vaticano I uno degli argomenti da trattare fu la codificazione della Chiesa. I padri
chiesero un codice anche per la Chiesa. Il Vaticano I fu interrotto e l’idea della codificazione si
concretizzò nel 1917.

4.3 Le Collezioni d'Italia

In Italia in questo periodo si tennero dei concili sia a Roma che al di fuori di Roma e di conseguenza
furono introdotti specifici canoni disciplinari. Specialmente a Roma la viva attività legislativa dei
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concili e dei Romani Pontefici produsse vari documenti relativi non solo ai canoni dottrinali ma anche
a disposizioni disciplinari. Ma fino alla fine del V secolo ci sono note soltanto poche collezioni e per
di più indirettamente. Di fatto è difficile dire che vi sia stata una collezione canonica conciliare
composta proprio per l'Italia. Invece ciò che abbiamo è una serie di prove indirette che dimostrano
l'esistenza anche in Italia di collezioni speciali.

Inoltre in Occidente, nel IV e V secolo, circolano molte traduzioni latine dei canoni del concilio di
Nicea ai quali sono aggiunti talvolta in toto o in parte alcuni canoni dei concili greci del Syntagma
Canonum, cioè da Ancíra, Neocesarea, Gangra, Antiochia Laodicea e Costantinopoli.

Bibliografia Generale

AA. VV., Cristianizzazione ed organizzazione ecclesiastica delle campagne nell'Alto Medioevo:


espansione e resistenze, 1, Spoleto 1982; AA. VV. Storia dell'Italia religiosa, I, Antichità e
Medioevo, Roma-Bari 1993; j. GAUDEMET, L'Eglise dans l'empire romain, Paris 1958; La cultura
in Italia fra tardo antico e Alto Medioevo, Atti del Convegno tenuto a Roma, Consiglio Nazionale
delle Ricerche, dal 12 al 16 novembre 1979, Roma 1981; Teoderico il grande e i Gottí d'Italia, Atti
del XIII Congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo, Milano 2-6 novembre 1992, Spoleto
1993.

4.3.1 Vetus Romana (Versio Antiqua Romana)

Composta da una serie di canoni del concilio di Nicea (325) e di quello di Serdica (343) in
traduzione latina ma con una particolarità: la numerazione dei canoni è continua e senza distinzione
tra i due concili. L'effetto è un errore di attribuzione in quanto tutti i canoni sono stati attríbuíti a
Nicea. La collezione va collocata tra la fine del IV secolo e l'inizio del V secolo ed è già conosciuta
nella Chiesa Romana quando sorge la questione di Apiarío. La collezione fa parte dei documenti
spediti a Cartagine con i legati di papa Zosimo per fare prevalere la competenza di Roma nella causa
di Apiario Di fatto, il diritto d'appello a Roma, attribuito al concilio di Nicea, appartiene. ai canoni
del concilio di Serdica.

Studi H. LECLERCQ, "Diverses rédactions des canons de Nicée dans les collections de l'Orient et
de l'Occident", in K.J. HEFELE e H. LECLERCQ, Histoire des conciles, t. 1, 1 e 2, t. 11, 1, Paris
1,907-1908, t.I, 2, 1139-1176; E. ScHwARTz, Kanonessam1ungen, 51-57, 83 -95; A.M.
STICKLER, Historia 44-45.

4.3.2 Versio Isidoriana o Hispana

Non si tratta di una collezione fatta da Isidoro in Spagna ma è un prodotto dell'Italia, probabilmente
di Roma, che risale alla prima metà del secolo VI probabilmente fra il 419 e il 451 poiché i canoni del
concilio di Calcedonía (451) non si trovano inseriti nel testo. Si chiama così perché i canoni inseriti
nella collezione Isidoriana e Hispana si trovano in questa versione.

La collezione è composta dai canoni di Nicea, Ancíra, Neocesarea, Gangra, Antiochia, Laodicea con
una numerazione continua. Invece, quelli di Costantinopoli (3 8 1) seguono una numerazione
propria. Inoltre si aggiungono i canoni di Serdica ma con un'iscrizíone errata, "Incipit concilíum
Nicaeum XX episcoporum", che perpetua l'errore della Vetus Romana. Infine c'è un testo di canoni
di un concilio dell'Africa del 419.

Studí: j. GAUDEMET, Sources, II- VII siècle, 77 -78; A.M. STICKLER, Historia 45.

4.3.3 Versio Itala o Prisca


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Composta tra il 496 ed il 514, cioè prima di Díonigi il Piccolo. In esso il redattore si serve di qualche
canone di concili dell'Africa e contiene canoni di Nicea, Serdica, Ancyra, Neocesarea, Gangra,
Antiochia, Costantinopoli, ai quali sono aggiunti canoni di Calcedonia. Ha preso il suo nome dal
primo editore, il teologo protestante Justel (1580-1649), che ha denominato l'opera Prisca. Questo
nome è stato adottato in seguito ad un riferimento fatto da Díonigi il Piccolo a questa collezione:
"imperitiam priscae translationis".

Edizione: PL 56, col. 747- 817.

Studi: P SUPINO MARINI, "Per lo studio delle scritture altomedievali italiane: la collezione
canonica chietina (Vat. Reg. Lat. 1977)", Scrittura e Civ., 1 (1977) 133- 134; C.H. TURNER, "The
Versio called "Prisca", JTS, 30 (1929) 337- 46.

9. 1 Penitenziali

Queste collezioni, provenienti dal mondo insulare e che presuppongono il sistema della penitenza tariffata o
tassata, appaiono a varie ondate e presentano diversi strati. Sappiamo che la disciplina penítenziale antica,
almeno per alcuni specifici peccati, era pubblica, non nella loro confessione ma piuttosto nel processo di
riconciliazione. Inoltre non era reiterabile, ma si concedeva una sola volta durante la vita ed aveva
conseguenze che nei loro risvolti ecclesiali e sociali accompagnavano per sempre la persona. La penitenza
tariffata invece consisteva nella confessione segreta (non pubblica) dei peccati e l'applicazione o imposizione
di una penitenza tariffata da parte del confessore e non da parte del Vescovo. Tuttavia era ammessa la
possibilità di pagare una tariffa determinata oppure di delegare un sostituto che svolgesse la penitenza. Dopo
l'esecuzione della penitenza veniva l'assoluzione. Tuttavia, non necessariamente per l'assoluzíone occorreva
ritornare dal sacerdote, anzi sembra che la prassi più frequente fosse una realizzazione automatica della
assoluzione una volta compiuta la penitenza, che potremmo anche interpretare come una assoluzione in
sospensivo data dal sacerdote al momento della confessione. Ci sono però anche alcuni libri liturgici che
testimoniano una formula di assoluzione data dal sacerdote, sempre dopo il compimento della penitenza: i due
usi sono quindi compresenti.

E contenuto della penitenza da seguire poteva variare dal digiuno alla mortificazione-flagellazione, fino a
pratiche a volte amorali o non in sintonia con la visione della Chiesa, per esempio mutilazioni della persona.
Era poi possibile la commutazione, cioè la sostituzione di penitenze leggere per un tempo lungo con penitenze
pesanti per un tempo più ridotto, o viceversa. C'era anche la possibilità di far fare la penitenza ad un
procuratore, adeguatamente pagato. In questa prospettiva nascono anche gli stípendi delle Messe. Vengono a
questo scopo prodotte anche delle tavole di commutazione che indicano per le varie penitenze le corrispondenti
somme di denaro.

Questo sistema era diffuso nel corso del secolo VI in Irlanda e poi in Scozia e nel Continente apparirà a partire
dal secolo VII e fino al XII secolo. L'origine del sistema è nella pratica dei monasteri insulari e ammetteva per
tutti la confessione privata, anche reiterabile più volte, ad un sacerdote, che imponeva una penitenza per ogni
caso, terminata la quale si veniva pienamente riabilitati. Tutto avveniva in privato. Di fatto, il nuovo sistema
era molto innovativo e non canonico, per cui in alcune parti trovò delle difficoltà e anche qualche condanna,
per esempio al 111 concilio di Toledo del 589. Tuttavia, in altri posti venne ammesso, come nel concilio di
Chalon-Sur-Saone del 647-653 e man mano si diffuse un pò dappertutto.

Circa il genere letterario dei penítenzialí (Libri poenitentiales), essi sarebbero indici o tavole o elenchi di vizi
con la indicazione della rispettiva penitenza ecclesiastica da imporre e destinati ai sacerdoti per la
riconciliazione del penitente. Essi sono concepiti in funzione delle esigenze del peccatore, per cui per ogni
peccato viene precisata la penitenza. Si deve notare che non si tratta sempre di peccati ma a volte anche solo di
violazione di precetti, ad esempio per la tutela della sanità o di norme igieniche. C'era sempre la possibilità di
commutazione della pena. In altre parole questi libri sono elenchi, non trattati sistematici e hanno una struttura
piuttosto primitiva. Cioè, non hanno carattere normativo ma piuttosto descrittivo, talvolta quasi meccanico,
arbitrario, con divergenze e dipendenze fra di loro, ed esprimono spesso esigenze locali e personali del
redattore, in genere un monaco. Essendo i penitenziali testi vivi e di largo uso, spesso subivano adattamenti e
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trasformazioni con varie aggiunte ed omissioni. Tutta via, essi hanno svolto un ruolo importante nella
evoluzione della disciplina penitenziale.

Questi libri penitenzíali sono da distinguersi da altri generi letterari ad essi simili, ad esempio i
semplici elenchi di peccati già presenti nelle lettere di San Paolo o in S. Agostino o in Cesario di
Arles, che presuppongono l'antica disciplina della Chiesa. Bisogna anche distinguere i libri
penitenziali dai canoni penitenzíali dei Concili della antichità e che riguardavano l'antica penitenza
pubblica. Essi derivano da concili o decretali o da antichissima consuetudine e prevedono solo la
penitenza pubblica classica, senza confessione segreta e senza procuratore. Inoltre i libri penitenzíali
non sono come le regole sui delitti e sui peccati che si trovano nei Capitularia della Francia e nei
diritti popolari (Volksrecht) e che si riferivano non alla penitenza ecclesiale ma al diritto penale della
società civile di quei popoli, benché presentino la figura della tassazione sui delitti. Infine non sono
da confondersi con le Somme dei confessori (Summa poenitentiales). Queste infatti si trovano a
partire dalla fine del secolo XII in poi e contengono ragionamenti ed argomenti su diversi punti, ma
sempre concernenti l'attuale prassi penitenziale della confessione auricolare con assoluzione
immediata e penitenza successiva.

9.11 Libri Penitenziali: lo Sviluppo

Possiamo distinguere vari periodi di sviluppo dei Libri Penitenziali: a) Dalle origini fino alla metà del secolo
VII: b) la fioritura dei libri penitenziali da circa il 650 alla riforma carolingia; C) la riforma carolingia; d) dallo
Pseudo-Isidoro alla riforma gregoriana (850-1050); e) dalla riforma gregoriana a Graziano (1050-1140).

In questa parte concentriamo l'attenzione sui primi due periodi.

9. l. 11 Periodo: dalle origini fino alla metà del VII secolo

Fin verso il 650 i libri sono solo di origine insulare e si possono distinguere tre tipi o famiglie.

A) Penitenzialí Bretoni.

1) Excerpta quedam de Libro Davidis connessi con il circolo di Davide di Menevia all'inizio del secolo VI e
una raccolta di 16 canoni concernentí l'ubriachezza, la fornicazione, altre colpe sessuali, le mancanze del clero
e il falso giuramento.

11) Canones Wallaci cui si trovano norme per comunità rurali che offrono regole per diversi aspetti della vita.
Ci sono due recensioni, di cui la prima, Incipiunt excerpta, di 63 canoni risale alla prima metà del secolo VII e
l'altra, Incipiunt iudicium culparum, di 66 canoni, alla seconda metà del secolo VII. Di fatto solo la prima
recensione ha alcuni canoni penitenziali,

B) Penitenziali Irlandesi.

I) Canones Hibernenses, che risale alla metà del secolo VII. Si tratta di una raccolta di sei testi irlandesi che
incorporano leggi ecclesiastiche e civili.

II) Paenitentiale Vinniani, che è considerato il primo vero libro penitenzíale dell'Irlanda e che risale al
secolo VI. L attribuito a Finniano di Clonard (+549 circa) ma potrebbe essere anche un'altro Finniano, di
Molville o MagBile è composto di 53 canoni concernenti i peccati di pensieri e di atti, di ferite e omicidi, il
clero e i peccati sessuali, beni ecclesiastici ed altra materia.

III) Paenitentiale Cummeano che viene ascritto a Cummeano (+662), forse abate di Durrow od un
Cummeneus Albus il settimo abate di Iona (657- 669). A Cummeano risale l'esposizione più comprensiva dei
penitenziali irlandesi. In questo testo, che dipende da quello di Vinnian, le penitenze sono raggruppate negli
otto peccati capitali seguite da una esposizione miscellanea di offese minori e varie questioni sull'eucarestia.
Ebbe ampia diffusione nel continente nei secoli VI11 e IX.
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IV) De paenitentia di Colombano (+ 615), è suddiviso in tre sezioni: una per i monaci, una seconda per il
clero secolare e la terza per i laici. Inoltre troviamo due capitoli sulla partecipazione ai riti pagani o eretici. 1
testi riguardanti il clero secolare e i laici probabilmente furono composti per fare, fronte alle necessità
pastorali incontrate da Colombano in Gallia. Una gran parte del materiale proviene dal Paenitentiale Vinniani
e la collezione ha importanza per la storia dell'influsso della prassi celtica sulla penitenza privata nello
sviluppo del sistema penitenziale in Europa.

Capitolo VI

LA SCIENZA CANONISTICA
NEL PRIMO MILLENNIO

E concetto di scienza canonica si basa essenzialmente su una fondamentale unità o omogeneità giuridica. In
altre parole, c'è una coerenza razionale tra le varie e distinte parti dell'ordinamento giuridico, così che per la
maggior parte di esso non si verifichino contraddizioni. Questo problema non fu mai compreso o affrontato
nella sua interezza prima di Graziano. Infatti, se è vero che alcune delle prime collezioni sistematiche
ricercavano una certa unità interna nel loro ordine e nella loro struttura, in generale le collezioni cronologiche,
per la loro stessa natura, tendevano ad aggravare, piuttosto che risolvere, il problema di una concordanza
effettiva e razionale tra i testi.

Tuttavia possiamo vedere nel corso di questo millennio uno sviluppo nella riflessione critica sui testi canonici
ed il riconoscimento dell'importanza di una scienza canonica per affrontare i vari problemi considerati dai
canonisti. Infatti l'attività compilatoria di questo millennio rivela un approccio ai problemi che darà origine
alla scienza canonica: gli autori delle collezioni universali della riforma carolingia e di quella gregoriana hanno
riconosciuto la necessità di alcune regole di concordia. In questo capitolo vogliamo indicare alcuni punti e
momenti significativi di questo lento ma importante processo di riconoscimento.

Sappiamo che la distinzione tra teologia e diritto canonico non era esplicita nella Chiesa apostolica o
primitiva, sebbene ciò che doveva essere riconosciuto successivamente come diritto canonico fosse un
elemento importante nello sforzo da parte della Chiesa primitiva di comprendere il Vangelo e di metterlo in
pratica all'interno della società in cui viveva. In verità, tutto ciò era visto nei termini di principi etici o morali
derivanti dall'Antico Testamento (Decalogo) e rifiniti ed adattati dall'insegnamento di Gesù. Ciononostante, i
primi scrittori cristiani che vissero in un ambiente greco-romano non poterono non essere influenzati dalla
società in cui vivevano e dal linguaggio e dai concetti giuridici che contribuivano a determinare quella società.
I concetti e la terminologia giuridica entrarono nelle riflessioni teologiche e pratiche della Chiesa ben prima
della pace costantiniana ed ancor di più dopo il 313. Sappiamo che anche nelle scuole di retorica si usavano
frequentemente termini legali, e che i primi teologi, come Arnobio, Lattanzio e specialmente Tertulliano,
trasferirono questi concetti giuridici all'interno della discussione teologica della Chiesa primitiva, sebbene non
sarebbe vero dire che nei loro scritti essi avessero uno scopo specificamente giuridico. E fatto è che questi
primi scrittori, in particolar modo Tertulliano e Cipriano, hanno plasmato il quadro di riferimento ed il
vocabolario di buona parte del diritto canonico: institutio, disciplina, regula, successio, sacramentum,
ordo, plebs, ius, primatus, cathedra ecc.

La consuetudine ha avuto un ruolo estremamente significativo e predominante, che inizialmente era persino più
importante della legge scritta, in particolare nei primi tre secoli di vita della Chiesa. Questa norma
consuetudinaria ha, come suggerisce il nome, forza vincolante. Molte delle collezioni di questo periodo erano
caratterizzate dalla loro dipendenza dalla consuetudine, specialmente quelle che asserivano di aver origine
dagli apostoli. All'interno di questo quadro la consuetudine spesso divenne tradizione e, specificatamente,
"tradizione apostolica". Abbiamo visto come la tradizione apostolica costituisse un argomento fondamentale
con cui risolvere le questioni, e come a sua volta contribuisse alla formazione delle collezioni
pseudo-apostoliche. Ciononostante, la norma consuetudinaria era tecnicamente inferiore alla legge scritta e a
partire dal quarto secolo fu la legge scritta, specialmente per mezzo delle decretali papali e dei concili, che fini
per dominare le collezioni, rimpiazzando cosi in generale la norma consuetudinaria. In questo senso abbiamo
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gli inizi di ciò che può essere definito come le prime vere e proprie collezioni canoniche, che tentavano, con
vari gradi di successo, di integrare norme papali e conciliari così come altri testi.

Dopo la divisione dell'Impero e le varie invasioni "barbariche" assistiamo nella Chiesa ad un periodo di
anarchia e di decadenza. Di conseguenza le fonti del diritto riflettono questa situazione confusa e turbolenta,
così come è evidenziato dalla loro enfasi sulle peculiarità locali e dalla confusione esistente nelle norme che
regolavano la disciplina ed il culto. La nuova legge dei conquistatori venne giustapposta al diritto romano,
sebbene la lex romana continuasse ad avere influenza all'interno della Chiesa. Inoltre sappiamo che vennero
compilate delle speciali collezioni per l'uso da parte delle persone soggette al diritto romano: la Lex romana
Wisigothorum, l'Edictum Theodorici e la Lex romana Burgundiorum. Un ulteriore fattore di
complicazione fu l'influenza esercitata dal diritto germanico, che segnò in maniera crescente la formazione del
diritto canonico.

Mentre si può dire che durante questo periodo le nozioni giuridiche e la formazione giuridica ben difficilmente
esistessero al di fuori della sfera del diritto romano, nondimeno troviamo nel regno visigotico di Spagna una
cultura giuridica che doveva avere una certa influenza sulla Chiesa e sullo sviluppo del diritto canonico.
L'attività giuridica in Spagna fu caratterizzata dalla ricerca dell'unità; a partire dalla conversione di Recaredo
(586) vennero creati stretti legami tra il potere civile e la gerarchia, che favorirono lo stabilirsi di solide
istituzioni e che anche portarono alla fioritura di un'intensa attività conciliare. Questa attività risultò
specialmente nella formazione della Collectio Hispana che doveva avere un'importanza notevole per le
collezioni successive.

In aggiunta conosciamo l'importanza per tutto il medioevo di Isidoro di Siviglia (560- 636), i cui
Etymologiarum sive originum libri XX avrebbero fornito un significativo corpus della conoscenza del
diritto romano per le epoche successive. Specificamente, le "Interrogationes seu interpretationes de
legibus divinis et humanis" del quinto libro avrebbero avuto per tutto il medioevo una considerevole
influenza sulla formazione di determinati concetti teoretici tanto in teologia quanto nel diritto canonico.

C'era un certo numero di collezioni in questo periodo che rifletteva una certa qualità dal punto di vista
sistematico, sebbene esse fossero state raccolte più per il loro utilizzo pratico che per le loro basi scientifiche.
Esse erano essenzialmente ordinate cronologicamente, anche se può notarsi qualche tentativo di dare qualcosa
di più di un assetto cronologico alla loro strutturazione interna. Ad esempio si può far riferimento all'opera di
Dionigi il piccolo (Dionysius Exiguus). Infatti l'importanza di Dionigi risiede non solo nella marcata
universalità della sua attività compilatoria ma anche nell'importanza che egli diede alla elaborazione di
traduzioni esatte degli antichi testi greci.

Un altro fattore di questa scienza canonica in via di sviluppo è anche da trovarsi nel corso di quel periodo che
è conosciuto come il Rinascimento Gelasiano, che va da papa Gelasio (492- 496) a papa Ormisda
(514- 523). Durante questo periodo possiamo notare come sia il Romano Pontefice ad assumere una maggiore
e onnicomprensiva responsabilità per la direzione dell'attività canonica. In questo senso ciò costituisce il primo
importante trionfo del genuino sull'apocrifo, e la Collectio Dionysiana è la prova evidente di questo marcato
sviluppo.

t di qualche importanza in questo periodo la presa di coscienza del fatto che i chierici avessero bisogno di una
qualche conoscenza del diritto canonico. Celestino 1 sollecitò precisamente questo studio in una lettera ai
vescovi di Puglia e Calabria e questa sua raccomandazione è stata ripresa nella prefazione al codice del 1983.

La rinascita carolingia introduce un nuovo periodo con effetti importanti sullo sviluppo delle collezioni e sulla
scienza del diritto canonico. Lo scopo della riforma carolingia era quello di rivedere varie istituzioni canoniche
e di unificare tendenze divergenti in seno al diritto canonico per avere una maggiore e più consistente unità.
Ciò doveva essere raggiunto sotto la supervisione della monarchia carolingia ed allo stesso tempo sostenuto e
appoggiato dal clero. In questo rinnovamento venne ripristinata l'organizzazione ecclesiastica: ogni diocesi
ebbe il proprio vescovo e fu reintrodotta la costituzione metropolitana, tanto che Carlo Magno poté nel suo
testamento dell'811 elencare ben 21 metropoliti già presenti in tutto l'Impero. 1 re utilizzarono i concili di
riforma e la legislazione per riformare ed innalzare il livello della vita ecclesiastica, mentre i vescovi usarono i
sinodi diocesani ed i capitula episcoporum per fare lo stesso a livello locale.
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In quest'atmosfera le collezioni generali riguadagnarono prestigio, dovuto alla loro praticità ed alla loro
facilità d'uso cosi come al rinnovato apprezzamento nei confronti dell'autorità ecclesiastica. In questo senso,
non desta grande sorpresa che nel 774 papa Adriano I consegnasse a Carlo Magno un codice modello che
potesse aiutare a guidare e a plasmare la riforma, la Dionysiana-Hadriana.
Durante questo periodo ci furono tentativi di sviluppare una scienza del diritto canonico e vediamo
tracce di questa attività non solo dal numero delle collezioni ma anche dallo studio del diritto canonico nelle
scuole abbaziali. In verità altri scritti canonistici, oltre alla Dionysiana-Hadriana, mostrano segni di tentativi
seri, anche se non completamente sviluppati, di affrontare le intrinseche contraddizioni del diritto canonico.
Così noi si trovano glossae alla collezione Dionisiana che furono composte in Francia all'inizio del IX
secolo. Insieme all'opera di Incmaro di Reims ed alla Dacheriana, che trattavano di aspetti di teoria
canonistica e regole di interpretazione, dimostrano che c'era la consapevolezza del bisogno di qualcosa di
simile ad una teoria seria per la comprensione dei testi e delle collezioni
Sarebbe difficile dire che in quest'epoca vi fosse già una compiuta giurisprudenza ecclesiastica. In verità, come
abbiamo notato, c'era stato un inizio di teoria delle fonti del diritto, ma in generale mancava una investigazione
teoretica, sistematica e scientifica delle diverse istituzioni canoniche. Il fatto è che gli scritti che riguardavano
il diritto canonico erano originati generalmente da controversie ecclesiastiche e politiche piuttosto che dal
desiderio di sviluppare una nuova teoria del diritto che razionalizzasse la discordanza esistente in infinite
collezioni. t significativo che furono precisamente uomini coinvolti in questioni politiche e in controversie teo-
logiche ad occuparsi di diritto canonico. Così, una generazione cresciuta all'ombra di Carlo Magno, sotto lo
stimolo di una teologia di nuovo fiorente, iniziò a dedicarsi all'approfondimento del ruolo dell'autorità (aucto-
ritas) e della ragione (ratio), che a sua volta ebbe un certo impatto sulla scienza del diritto canonico.

Probabilmente l'acquisizione più importante dei canonisti carolingi fu che essi accrebbero nuovamente il
prestigio delle tradizioni canoniche della chiesa antica. In verità, essi intesero plasmare quella tradizione
secondo le proprie idee, ma senza di loro la Chiesa latina avrebbe potuto disgregarsi in singole Chiese, o
almeno i legami dell'unità sarebbero stati pericolosamente allentati.

Nonostante i tentativi unificatori della riforma carolingia ed il ritorno agli antichi testi di diritto universale,
approvati in una maniera particolare dalla Chiesa di Roma (Dionysio-Hadriana), che portarono ad una
ristrutturazione della gerarchia ecclesiastica e dell'ordinamento giurisdizionale, la Chiesa continuò a subire
cambiamenti ed agitazioni. In questo contesto troviamo in circolazione le Decretali Pseudo- isidoriane
(847- 857), che allegano autorità incontestabili a supporto dei testi che propugnavano le riforme più
necessarie. Fedeli in senso generale al diritto tradizionale, le False Decretali innovarono in certi punti e
esercitarono una considerevole influenza sulla letteratura canonica e sulle collezioni. In generale questa
collezione sostenne il principio dell'appello a Roma, allargò il privilegio del foro per i chierici, regolarizzò la
procedura giudiziale ed enfatizzò nuovamente il carattere sacro della proprietà ecclesiastica.

Dato ciò, il diritto canonico durante il decimo e la prima parte dell'undicesimo secolo attraversò un periodo di
decadenza, come risultato dell'indebolimento dell'autorità della Santa Sede, conseguenza dell'interferenza della
aristocrazia Romana e in certo qual modo dell'Impero. Questo periodo fu caratterizzato da una estrema
frammentazione collegata alla suddivisione dei territori feudali. La vita della Chiesa e lo stato del diritto
canonico dipendevano da questi fattori, di conseguenza assistiamo ad una parziale laicizzazione, per mezzo del
sistema delle chiese proprie (Eigenkirchen) e ad una dipendenza dalle autorità locali per quanto riguarda
l'attività e la missione della Chiesa.

In mancanza di un potere centrale attivo e rispettato, le opere canonistiche maggiormente degne di nota di
quest'epoca erano collezioni locali, di scopo limitato e composte privatamente. In generale, esse non
manifestano praticamente nessun senso critico nella scelta dei testi, che essi trattano con estrema libertà, con
una certa preoccupazione di adattarli ai bisogni locali o alle proprie intenzioni riformatrici. D'altro canto,
alcune opere come la Collectio Anselmo dedicata o la collezione di Abbone di Fleury riflettono un interesse
verso certi aspetti di un approccio logico e ragionato alla scelta e all'organizzazione dei testi.

La spinta più importante ad una riflessione canonica più profonda prima di Graziano fu il movimento di
riforma della fine del decimo e dell'undicesimo secolo. In verità, le opere canonistiche vennero spesso
composte con lo scopo di servire le idee dei riformatori, fossero essi l'Imperatore o il Papa, ma una particolare
conseguenza di questa riforma fu il riconoscimento del bisogno di una maggiore conoscenza della legge della
Chiesa ed una più chiara comprensione delle categorie giuridiche, combinata col tentativo di fornire un
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qualche metodo per risolvere i problemi canonici. Divenne anche più evidente che c'era una stretta connessione
tra la cultura in generale ed il diritto canonico, il che a sua volta fu tradotto nel legame fondamentale tra
pensiero canonico e prassi ecclesiale.

La preparazione di un approccio scientifico e sistematico al diritto canonico era costituita da due correnti
principali: la composizione di collezioni basate su di un sistema o un metodo, e l'elaborazione di una regola di
concordanza, cioè una regola che avrebbe potuto risolvere le discordanze e le contraddizioni tra i canoni
trovati nelle collezione. Così, fu in questo periodo che furono sviluppati con una certa consistenza principi e
regole di interpretazione del diritto canonico.

Prima dell'undicesimo secolo si erano sviluppati alcuni principi riguardanti la gerarchia delle norme in diritto
canonico. Verso la metà del nono secolo venne indicato un principio generale, falsamente attribuito a Isidoro di
Siviglia, : Illius concili teneatur sententia antiquior aut potior est auctoritas". Era un principio che fu recepito
da Graziano nel suo Decreto (D. 50 c. 28). Incmaro di Reims aveva distinto le leges rigorosae" dalle leggi che
contenevano meramente delle dispense. Per districarsi tra i testi che aveva dinanzi, l'autore della Dacheriana
aveva sviluppato tre basilari regole d'interpretazione: le disposizioni dei concili dovevano prevalere sul
pensiero dei singoli; i concili generali o ecumenici prevalevano sui concili provinciali; i concili provinciali
avevano autorità su quelle situazioni in cui non c'erano norme da parte dei concili generali.

Ma in aggiunta a questi principi cardine, c'era anche una certa concezione della gerarchia delle norme del
diritto canonico che si era sviluppata dalle collezioni del primo millennio. La Sacra Scrittura era la fonte
principale, seguita dalla "auctoritas apostolica". Con lo sviluppo delle collezioni del quarto secolo L'auctoritas
pontificia" dovette sostenere gran parte della legislazione ecclesiastica, poiché la sua autorità ed il suo
consenso, esplicito o implicito, erano necessari per assicurare forza giuridica alle norme ecclesiastiche. In
molti sensi l'autorità dei Padri della Chiesa, la traditio e le disposizioni dei vescovi divennero soggetti
all'autorità del Pontefice. Mentre i "privilegia singulorum" dovevano essere rispettati, la consuetudine e
l'autorità umana dovettero cedere alla verità ed alla ragione. Infine, l'autorità secolare doveva cedere di fronte
all'autorità divina e, di conseguenza, a quella ecclesiastica.

In tutto ciò ovviamente c'era il problema dei testi falsi o corrotti e al tempo della Riforma Gregoriana il
principio di Isidoro di Siviglia fu applicato a livello generale: propriamente, i documenti dei Romani
Pontefici, o almeno implicitamente approvati da questi, dovevano essere preferiti ad altri ("potior est
auctoritas"). Questo criterio di preferire le decretali dei Romani Pontefici agli altri vescovi era apparso già in
Dionigi il Piccolo. Pier Damiani sviluppò un certo numero di principi che avrebbero aiutato a smascherare
canoni spurii: l'anonimità e le contraddizioni implicite nei canoni spesso implicavano la loro non autenticità -
"Se non hanno un autore, senz'altro non hanno alcuna autorità". Infatti, allo scopo di restituire dignità alle
fonti autentiche della tradizione canonica, di cui si rivendicava la continuità, i riformatori gregoriani
intrapresero delle ricerche nelle librerie e negli archivi di Roma ed altrove. Essi scoprirono un certo numero di
nuovi frammenti favorevoli ai diritti della Chiesa romana o capaci di sostenere i provvedimenti della riforma.

Le controversie allora attuali - il potere del papato, la validità dei sacramenti conferita dal clero simoniaco, le
investiture laicali ecc.- provocarono la nascita di una letteratura polemica. Anche se in questi scritti venivano
affrontate numerose questioni teologiche e spesso essi non fossero obiettivi, queste discussioni necessariamente
includevano questioni legali e certamente favorirono il progresso della scienza canonica.

Sappiamo che questo tentativo iniziale di concordanza delle fonti venne portato avanti dai teologi prima che
dai canonisti e si sviluppo in un maturo metodo di concordanza, "methodus concordantiae" Ciononostante al
tempo della Riforma Gregoriana alcuni tra i canonisti iniziarono a sviluppare dei principi ed ad elaborare delle
regole (regulae) formulate o applicate all'inizio delle collezioni, sviluppando così un embrionale sistema di
diritto canonico. Il loro caposcuola fu Ivo di Chartres.

Nel Prologo del suo Decretum Ivo raccolse un'intera serie di regole di concordanza che rifletteva
un'elaborazione concettuale prima sconosciuta e che doveva avere importanti conseguenze per lo sviluppo di
una scienza canonica genuina. Infatti il Prologo venne diffuso come opera autonoma con il titolo De
consonantia canonum: "In quo prudentem lectorem praemonere congruum duximus ut, si forte quae legerit,
non ad plenum intellexerit, vel sibi invicem adversa existimaverit, non statim reprehendat; sed quid secundum
rigorem, quid secundum moderatione, quid secundum judicium, quid secundum misericordiam dicatur,
diligenter attendat". (PL 161, 47).
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La scienza canonica andò gradatamente strutturandosi, fornendosi di un metodo valido per risolvere i conflitti
tra le autorità. La scelta dei testi e degli argomenti sarebbe divenuta rigorosa e le regole giudiziali vennero
formulate con maggiore precisione. Chiaramente, la situazione prima di Graziano era caratterizzata da una
confusa molteplicità di tradizioni scritte che era ulteriormente complicata da una certa concorrenza tra le varie
collezioni e da numerose contraddizioni tra i testi a cui i riformatori si richiamavano ed i testi che erano
contrari ad un particolare orientamento della riforma.

Al volgere dell'undicesimo secolo, nel momento in cui i fuochi della lotta per le investiture andavano
spegnendosi, si iniziò a comprendere che c'era bisogno di un valido sistema di interpretazione dei testi che
avrebbe favorito l'unità della Chiesa. Abbiamo già notato l'importanza di Ivo di Chartres in tutto ciò, ma anche
altri, come Bernoldo di Costanza ed Algero di Liegi, avrebbero reso il loro contributo. In generale, adattando
alcuni principi di ermeneutica biblica e retorica allo studio dei canoni, essi distinsero precetti da consigli e
principi di validità perpetua da quelli vincolati da condizioni di luogo, tempo e persona. Tradurre questi validi
tentativi in qualcosa che sarebbe divenuto una genuina scienza canonica avrebbe richiesto una persona di
genio. Quel genio sarebbe stato Graziano.