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residente: tutto ciò durante il decennio 1464-1473. Ma ancora nel 1479 (sarebbe
morto l’anno seguente) svolse presso la Serenissima un’importante missione. In
parallelo all’analisi degli accadimenti personali e dell’attività diplomatica del
Colli si dipana un dettagliatissimo discorso che illumina molti aspetti della po-
litica sforzesca del tempo: il testo è infatti articolato in tre parti (Da Vigevano a
Milano, L’ambasceria veneziana, La fine di un’esperienza diplomatica), che scandiscono
in modo puntuale le vicende private del Colli (ad esempio il matrimonio con la
giovane Lucrezia, cugina di Cicco Simonetta, che gli consentì di entrare a far parte
del potente entourage di quella famiglia), ma sempre in stretta relazione con il
quadro politico-istituzionale del ducato sforzesco e delle relazioni di questo con
gli altri stati regionali del tempo. La vicenda di Gerardo Colli e della sua famiglia
può anche essere considerata esemplare di molti nuclei parentali, che potremmo
definire “minori” e che tuttavia riuscirono ad inserirsi nella società del tempo
fino a ruoli di rilievo, in rapporto al contesto in cui questo avveniva. Francesco
Sforza aveva appena preso il potere ed evidentemente preferiva scegliere i propri
funzionari e rappresentanti al di fuori della cerchia che era stata più vicina alla
corte nel periodo visconteo. Quanto contassero i rapporti personali è attestato, ad
esempio, dal forte legame fiduciario che Bianca Maria ebbe con Gerardo Colli,
tanto che la morte della duchessa ebbe conseguenze negative sulla sua carriera.
L’importanza del lavoro di Roveda si manifesterà progressivamente nel tempo,
in quanto ci si trova davanti ad un grande contenitore di spunti, di dati, di notizie
che risulteranno utilissimi agli studiosi della storia italiana del secolo xv. Il volume
è arricchito da accurati indici dei nomi di persona e di luogo.

Elisa Occhipinti

Letizia Arcangeli - Giorgio Chittolini - Federico Del Tredici


- Edoardo Rossetti (a cura di), Famiglie e spazi sacri nella Lombar-
dia del Rinascimento, Milano, Scalpendi Editore, 2015 (Lombardia nel
Rinascimento, vol. 2), pp. 442.
È possibile utilizzare giuspatronati e cappellanie come chiavi per approfondire
la conoscenza della società milanese e dei territori che dipendevano da Milano in
età visconteo-sforzesca? Questa la domanda all’origine di un convegno, tenutosi a
Milano nel settembre 2010, e degli studi raccolti nel volume qui considerato, frutto
delle ulteriori ricerche di alcuni dei relatori. Tema dell’opera è la presenza famigliare
negli spazi sacri, intesi nelle loro forme fisiche e architettoniche – chiese, oratori,
cappelle, tombe, altari di famiglia o parentela – e corrispettivi istituzionali (giuspa-
tronati, cappellanie), rituali e devozionali (ad esempio,messe pro anima). L’iniziale
oggetto di indagine si sviluppa seguendo poi ulteriori direttive: giuspatronati e
cappellanie si fanno chiavi per indagare su quali siano in epoca visconteo-sforzesca i
settori della società lombarda capaci di vedere negli spazi sacri luoghi aperti all’ini-
ziativa famigliare o agnatizia, anziché individuale, comunitaria o confraternale; sul
ruolo che l’esercizio di tali diritti e degli obblighi ad essi pertinenti hanno svolto
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nella costruzione e nel mantenimento del senso di appartenenza al casato; sul rap-
porto esistente tra scelta individuale e tradizione famigliare, tra opzioni di singoli
rami e dell’intera agnazione.
Alla base della conquista laica degli spazi sacri nel basso Medioevo si colloca lo
sviluppo ed il consolidamento del diritto di giuspatronato, sul quale si concentra
Giancarlo Andenna. Tale diritto, consolidatosi a partire dal xii secolo, aprì ai po-
tentes laici l’accesso ad un campo decisionale tradizionalmente riservato alla chiesa
diocesana, quale quello della scelta del titolare di un beneficio, permettendo altresì
ai fondatori di assicurare una rendita ai membri del proprio casato destinati alla
carriera ecclesiastica e di mantenere all’interno della cerchia parentale il godimento
e sovente la gestione dei beni assegnati in dotazione alle cappelle. Un fenomeno che
conobbe un enorme sviluppo nel tardo medioevo, soprattutto all’interno delle chiese
dei mendicanti, grazie al concorso tra il desiderio crescente di essere sepolti entro
le mura di una chiesa per beneficiare dei meriti spirituali conseguiti dai religiosi
e la volontà di mostrare ai fedeli la solidità ed il potere del casato. Un fenomeno
che, quando fu adottato dalle famiglie regnanti, si trasformò anche in strumento di
legittimazione, come avvenne con la tomba eretta da Giovanna ii, regina di Napoli,
al proprio fratello e predecessore Ladislao nella chiesa di S. Giovanni in Carbonara; o
nel progetto di rifacimento della cappella dedicata alla Vergine nella chiesa milanese
di S. Celso, con il quale il duca Galeazzo Maria Sforza intese accreditare l’immagine
della propria famiglia come mediatrice tra la Vergine e i fedeli.
Elisabetta Canobbio, Gianluca Battioni ed Elisabetta Filippini prendono in
esame alcune importanti città del ducato milanese: Como, Parma e Cremona.
Le élites comasche fondarono cappellanie come indicatore di distinzione so-
ciale e dei diversi ambiti in cui aspiravano a distinguersi nella società urbana e nel
contado, ove emersero la politica ecclesiastica perseguita da realtà signorili anche
medio-piccole e progetti di costruzione e proiezione politica dell’identità collettiva
anche su scala micro-territoriale. Lo stesso strumento ebbe anche la funzione di
mitigare le ingerenze papali e signorili, ormai preminenti, nella provvista beneficia-
ria: ad esempio, nella provvista dei canonicati della cattedrale e di altre importanti
collegiate. Nel capoluogo i giuspatronati si svilupparono soprattutto nell’ambito
di altari laterali di edifici sacri, mentre le rettorie restarono sotto il controllo dei
parrocchiani (appoggiati da decreti ducali). Per le proprie fondazioni a Como le
famiglie di radicamento più antico scelsero soprattutto chiese secolari, quelle di
più recente radicamento le chiese dei regolari; mentre tra i patroni compaiono sia
esponenti delle professioni più consone allo status nobiliare (giuristi e medici), sia
mercanti e artigiani. Inoltre gli investimenti in beni materiali legati alla fondazione
di altari e cappellanie indirizzarono almeno in parte le strategie patrimoniali delle
famiglie, rappresentando a volte un fattore di aggregazione attorno a interessi co-
muni; altre volte, invece, un elemento di differenziazione tra gruppi di affini che
non si riconoscevano più negli interessi dei fondatori dei benefici.
La Parma indagata da Gianluca Battioni, così come le chiese cremonesi degli
ordini mendicanti studiate da Elisabetta Filippini, confermano la crescita delle
fondazioni laicali nel corso del basso medioevo. A Parma la metà dei 122 benefici
di fondazione quattrocentesca risulta di fondazione laicale. Prevalgono i benefici
di fondazione privata, soprattutto ad opera di famiglie legate alla storia cittadina
o diocesana, pur non essendo assenti neppure fondazioni pubbliche (di comunità,
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università, enti pubblici, città, ecc.), né miste, volute da famiglie che detenevano
il potere signorile e che utilizzarono tali benefici – esclusi, inoltre, dalla provvista
ducale-pontificia, benché non mancassero pressioni da parte di Visconti e Sforza –
anche per remunerare i propri funzionari e cortigiani.
Nei templi cremonesi degli Eremitani, Predicatori e Carmelitani si raccolsero,
a partire dalla fine del xiii secolo e fino alla fine del xv, le tombe delle famiglie più
in vista della città e della diocesi, che si trattasse di antica nobiltà o della borghesia
emergente; si affollarono nuovi altari e cappelle, con conseguenze importanti anche
sulla struttura delle chiese; si restaurarono e dotarono i più antichi. Per le famiglie
che esercitavano il giuspatronato le cappelle assunsero sovente una funzione di status
symbol; i giuspatronati contribuirono, inoltre, al mantenimento dell’unità famigliare,
e, viceversa, la coesione interna della famiglia garantì la persistenza dei diritti. Le
cappelle si qualificavano come luoghi privati che lanciavano messaggi all’esterno
tramite la mediazione dei frati: oggi raccontano la storia di una famiglia, la sua
ricchezza e il suo prestigio, ma a volte anche il suo declino.
I saggi di Stefania Buganza, Letizia Arcangeli, Edoardo Rossetti e Federico Del
Tredici indagano quattro segmenti della società milanese cittadina e rurale.
Edoardo Rossetti e Letizia Arcangeli affrontano in prima istanza un problema
comune, quello di dare una definizione del gruppo sociale oggetto della propria
indagine, offrendo così un contributo importante alla comprensione della struttura
sociale cittadina tra la fine del Medioevo ed l’Età moderna. Rossetti, a tale scopo,
si basa su alcuni eventi importanti nella storia della Milano ducale – il funerale di
Gian Galeazzo Visconti, l’investitura di Francesco Sforza e l’elenco delle famiglie
dalle quali, nel 1471, il duca Galeazzo Maria Sforza si impegnò a scegliere i propri
nuovi aulici – per individuare un’aristocrazia composta da alcuni casati di origine
sia feudale, sia cittadina – Lampugnani, Borromeo, Visconti, Vimercati, Trivulzio,
Rusca, Pallavicini, Beccaria, Dal Verme, Rossi, Del Carretto e Pusterla – legati tra
loro da una fitta rete matrimoniale, provvisti di ingenti ricchezze ed il cui rango
risultava nettamente superiore a quello del ceto medio nobiliare urbano. Per l’e-
rezione delle proprie sepolture, queste famiglie predilessero i grandi templi degli
ordini mendicanti – le antiche chiese dei conventuali e le nuove sedi dell’osservanza
– affiancando talora ad essi le parrocchiali più prossime ai luoghi di insediamento
della parentela con la volontà di realizzare o consolidare dei poli urbani di potere
che unissero abitazione e sepoltura, spazio privato, spazio pubblico e spazio sacro.
La devoluzione del ducato ebbe per conseguenza una mutazione non solo delle
strategie di questi casati, che si allontanarono da una città ridotta ormai ai margini
dello scacchiere politico, abbandonando anche le sepolture parentali, ma anche della
loro sensibilità. L’aristocrazia, ormai preoccupata della propria sopravvivenza in
uno scenario completamente mutato, incentrò i propri interessi sulla necessità di
allargare i propri contatti e la propria influenza ad orizzonti internazionali, mentre
l’occupazione degli spazi sacri si restrinse a quelli delle terre avite.
Buganza, esaminando le sepolture viscontee e dell’aristocrazia milanese, rivolge
l’attenzione sia alla funzione di modello svolta dalle tombe dei signori, poi duchi di
Milano, sia al rapporto tra l’evoluzione del potere visconteo e le forme delle sepol-
ture, individuando tre fasi. Da un primo periodo in cui i Visconti si qualificavano
ancora come primi inter pares e l’arca marmorea sopraelevata su colonne di Ottone
si presentava come modello per un ceto che sempre più sceglieva come sede delle
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proprie tombe le chiese dei domenicani (S. Eustorgio) e dei Francescani (S. Fran-
cesco Grande), si passò, a partire dal governo di Azzone, grazie anche all’apertura
verso la curia avignonese, ad una nuova concezione delle sepolture viscontee con
tombe monumentali in oratori appositamente costruiti o cappelle di giuspatronato.
Questa seconda fase culminò con il grandioso progetto irrealizzato della tomba di
Gian Galeazzo Visconti, di dimensioni regali, confrontabili solo con quelle dei re
angioini. L’ultimo periodo, quello del ducato di Filippo Maria, fu contrassegnato
dal disinteresse del duca per il destino del proprio corpo dopo la morte, strettamente
consonante con il disinteresse che l’ultimo dei Visconti manifestò nei confronti
del rapporto con i posteri. Emersero, invece homines novi tra cui grandi famiglie di
banchieri, come i Borromeo, uno dei quali, Giovanni, si vide erigere dal nipote un
monumento funebre che si rivelò il più monumentale mausoleo del periodo.
Per individuare il gruppo sociale su cui concentrare la propria indagine Letizia
Arcangeli analizza fonti di varia natura: dalla matricola ottoniana, agli elenchi dei
cittadini designati per prestare giuramenti di fedeltà ai signori cittadini; da elen-
chi per la ripartizione di mutui all’estimo del 1524, fino agli elenchi di famiglie
milanesi “da bene” compilati tra gli ultimi decenni del Quattrocento e i primi del
Cinquecento da inviati di altre potenze a Milano; senza dimenticare il corpus delle
novelle bandelliane. L’autrice ne ricava un’immagine stratificata della società mila-
nese, che vede, al di sotto di un ristretto gruppo di nobiltà territoriale e di grandi
ricchi, finanzieri o favoriti politici, un pulviscolo di nobili agiati e mercanti che
comprendeva quasi 500 cognomi. All’interno di questo “ceto medio” la studiosa
si concentra in particolare su coloro che tra il 1499 ed il 1516 furono eletti dai
vicini delle parrocchie milanesi come propri rappresentanti. Arcangeli evidenzia
come all’interno di questo gruppo si manifestò, da parte degli individui in ascesa,
una tendenza all’innovazione ed alla richiesta di erezione di un sepolcro personale o
destinato ai parenti più stretti, anche se non in misura così elevata come nel gruppo
dell’aristocrazia esaminato da Rossetti; mentre la tomba di famiglia restava la ri-
sorsa principale cui fare ricorso per chi non disponesse di grandi mezzi. La scelta
del luogo di sepoltura non si distinse da quelle effettuate dall’aristocrazia, con una
preferenza per gli enti conventuali, soprattutto maschili, mentre la scelta di chiese
parrocchiali o di porta si fece più marcata nel corso del Cinquecento. Questo gruppo
sociale, tuttavia, lungi dal definirsi attraverso l’appartenenza al network viciniale,
preferì affermare la propria afferenza a un gruppo più ampio, definito non tanto
dalla ricchezza, quanto dalle tradizioni, dall’antichità e da una generica nobiltà,
scelta che si manifestò anche attraverso la scelta frequente di collocare la propria
sepoltura all’interno di istituti regolari. La stessa influenza di questi personaggi tra
i vicini, espressa dalla loro frequente elezione a sindaci della propria parrocchia, si
sostanziava della loro ricchezza, appartenenza cetuale, professione, fazione, molto
più che di una quotidianità di relazioni. La debolezza del ruolo della parrocchia
come luogo di sepoltura all’inizio del xvi secolo rifletteva la debolezza delle vicinie
come elemento di una vita politica, la cui organizzazione su base territoriale non
rappresentava che un’alternativa debole a quella per ceti, parentele e per fazioni.
Federico Del Tredici rivolge la propria attenzione al contado milanese nel tardo
Medioevo proponendosi tre scopi: definire il profilo sociale dei soggetti che erano
in grado di fare il proprio ingresso nello spazio sacro “in parentela”, qualificare i
primati famigliari che si riverberavano sulle istituzioni ecclesiastiche e valutare la
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centralità del rapporto tra parentela, famiglia e spazi sacri nel definire confini di tipo
cetuale. La possibilità di esercitare il controllo su qualche istituzione ecclesiastica era
aperta a tutte le categorie di residenti nel contado – abitanti dei villaggi inferiori
ai 100 fuochi, borghigiani e nobiltà rurale – ma si esplicava con modalità diverse.
Mentre i vicini dei centri più piccoli si identificavano soprattutto nella comunità ed
operavano in tale ambito anche nell’esercizio del controllo sulla chiesa locale, nei
borghi era molto più attiva ed evidente la presenza delle parentele, soprattutto delle
agnazioni in cui i legami parentali erano più forti, con la fondazione di cappelle e
altari di famiglia. Ma anche nel contado fu soprattutto la nobiltà a farsi protagonista
del fenomeno delle fondazioni, riflesso di un’identità parentale forte e solida che
avanzando dalla fine del Trecento verso il Cinquecento sempre più si distinse da
quella agnatizia per identificarsi nella parentela più diretta. I giuspatronati consen-
tono così di seguire l’evoluzione della nobiltà rurale nel corso del basso medioevo
dall’appartenenza ad un casato, ad una nuova appartenenza che assai più che del
possesso di un cognome si sostanziava di altri valori: cittadinanza, dignità personale
e dei diretti ascendenti, buone condizioni economiche e sociali.
Massimo Della Misericordia delinea le scansioni della permeabilità degli spazi
sacri ai laici e loro famiglie dall’xi al xvii secolo nell’area montana lombarda e le
ricadute sulla struttura architettonica delle chiese. Partendo dall’età romanica, nella
quale la netta distinzione di ruoli e ranghi tra il clero e i fedeli si ripercuoteva anche
visivamente nell’architettura delle chiese, l’autore ripercorre l’avvento nel tardo me-
dioevo degli ordini mendicanti e le iniziative comunitarie per la fondazione di chiese e
cappelle. Un fenomeno che, grazie anche alla moltiplicazione delle confraternite ed allo
sviluppo dell’identità delle parentele, determinò una nuova definizione dello spazio
sacro in cui l’incontro tra clero e fedeli avveniva in modo diverso e il giuspatronato
apriva spazi rilevanti alla presenza dei laici, viventi, ma anche defunti. Aumentarono
così le sepolture in chiesa, che si spostarono dall’atrio o dal perimetro dell’edificio al
suo interno, assumendo nel caso dei maggiorenti – dapprima ecclesiastici, quindi an-
che laici a partire dai detentori di poteri signorili – un notevole impatto scenografico.
In questa realtà la morte non sanciva l’esclusione del defunto dalla comunità, cui egli
continuava a partecipare non solo grazie alla sepoltura in chiesa o nel cimitero che la
circondava, ma anche nei riti funebri ed in quelli della carità celebrati in occasione di
anniversari o di feste comandate, occasioni in cui erano spesso previsti pasti comunitari
e/o distribuzioni di cibo. Ma queste potevano anche essere concomitanti con le proces-
sioni primaverili finalizzate ad invocare un buon raccolto, sottolineando la funzione
propiziatrice del rapporto tra vivi e defunti, ove i primi intercedevano per l’anima
dei secondi, ed i secondi propiziavano sovente la fecondità della terra o assistevano i
primi nelle difficoltà. I circuiti di appartenenza (comunità, confraternita, parentela)
si rafforzarono perché si riempirono di risorse da condividere e servizi da distribuire,
gestiti in quest’area soprattutto dalle comunità.
A questa continuità tra vivi e morti all’interno della stessa comunità cercò di porre
fine la Controriforma. Il Borromeo ordinò, innanzitutto, l’esclusione delle sepolture di
laici dalle chiese; distinse nettamente tra morte e santità, vietando di esporre in chiesa
ritratti di persone che non fossero sante o di attribuire ai santi fattezze di uomini viventi
o defunti; allontanò dalle chiese i trionfi guerreschi, suscitando l’opposizione nobiliare.
Anche il culto dei morti fu posto sotto stretta osservazione: furono condannati usi ritenuti
superstiziosi; i cimiteri furono sacralizzati, se ne ordinò la chiusura e l’allontanamento
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dagli stessi delle attività mondane; si stabilì che vivi e morti non dovessero più condivi-
dere gli stessi spazi. Lo spazio della sepoltura, “che nel tardo medioevo aveva costituito
una sorta di prolungamento della cittadinanza o dell’appartenenza famigliare” venne
ricondotto entro la giurisdizione ecclesiastica. Fu solo nel corso del Seicento che si tornò
a negoziare. Le sepolture anche laiche rientrarono nelle chiese soprattutto in forma di
sepolcri collettivi per “categorie”: donne, bambini, confratelli, ecc. L’appartenenza fa-
migliare divenne meno rilevante rispetto a quella collettiva, così come avveniva a livello
politico col farsi “uomini del comune” da parte di molti ex privilegiati.
Per tornare alla domanda che ci siamo posti all’inizio di questa recensione, ov-
vero se sia possibile utilizzare giuspatronati e cappellanie come chiavi per approfon-
dire la conoscenza della società milanese e dei territori che dipendevano da Milano
in età visconteo-sforzesca, la risposta non può che essere affermativa. Il volume ci
offre un’immagine ricca e articolata non solo delle iniziative di fondazione laicale,
ma soprattutto della società che ad esse diede vita nella capitale del ducato, in altre
città di rilievo, ma anche nelle campagne e nell’area della montagna, e della sua
evoluzione tra tardo Medioevo e prima Età moderna.

Cristina Belloni

Dario Mantovani (a cura di), Almum Studium Papiense. Storia dell’Uni-


versità di Pavia, vol. 2 | I, Dall’età austriaca alla nuova Italia, Pavia-
Milano, Università degli Studi di Pavia – Cisalpino Istituto Editoriale
Universitario, 2015, pp. xii+698.
Ritornare al “Settecento riformatore” nell’attuale congiuntura vissuta dalla poli-
tica e dall’università italiana significa certamente riflettere sul nesso tra gli obiettivi
dei poteri pubblici e l’assetto del sistema educativo in tutti i suoi aspetti, amministra-
tivi e didattici. Lo dichiara esplicitamente Dario Mantovani, presentando il secondo
volume della Storia dell’Università di Pavia: “Un’università ben strutturata sa resistere
a profondi sommovimenti politici e cambi di regime”, ma “il suo funzionamento dif-
ficilmente può fare a meno di un saggio investimento pubblico”. Lo stesso concetto
di riforma – strettamente legato al secolo dei Lumi, nella letteratura scientifica, così
come nell’immaginario comune – implica l’intreccio di temi politici e ideologici, del
rapporto tra una volontà politica che informa la lettera positiva del diritto e l’effettivo
innesto di quest’ultima in una società viva e mutevole: una prospettiva, quest’ultima,
che problematizza ogni cesura ‘legislativa’ e insiste sulla continuità e sulla lunga
durata di fenomeni complessi, ma non rinuncia a riflettere sul significato di episodi
circoscritti e sul ruolo dei singoli individui. Particolarmente felice, in questo così
come nel precedente volume, curato dallo stesso Mantovani, la scelta di alternare alla
disamina per temi e problemi (nei ventiquattro saggi raccolti) oltre cinquanta schede,
dedicate a personaggi, documenti e istituzioni. La struttura formale riproduce dunque
le continue rifrazioni dal generale al particolare, dalla prospettiva del vertice politico –
l’“eroe” del dramma illuminista – a quella della periferia lombarda, di volta in volta,
protagonista e antagonista delle riforme teresiane, giuseppine e napoleoniche.