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Il

ladro che nel 1954 rubò a un ragazzino nero di dieci anni la sua bicicletta alla
fiera per afroamericani di Louisville non poteva sapere che proprio grazie al suo
gesto vile sarebbe cominciato l’epos del più grande pugile di tutti i tempi. Perché
quel ragazzino si chiamava Cassius Clay ed è per vendicare quel furto che si
avvicinò alla boxe.
Nell’arco di oltre ventisei anni Cassius Clay, che mutò scandalosamente il
proprio nome in Muhammad Ali nel 1964, dopo la conversione all’Islam,
combatterà, allenamenti compresi, in oltre quindicimila round a tutte le
latitudini: dal Rumble in the Jungle contro George Foreman a Kinshasa al terzo,
drammatico atto contro Joe Frazier a Manila.
Ali avrà gli occhi da artista sfrontato di suo padre, ma vedrà il mondo con la
dolcezza e la generosità di quelli di sua madre. Si rifiuterà sino all’ultimo giorno
di avere paura delle conseguenze delle sue azioni, insegnando a generazioni di
afroamericani l’orgoglio di esserlo. Sarà il primo atleta a parlare di diritti
dell’uomo e non avrà mai timore di farlo, neppure quando per affermare il
proprio rifiuto alla guerra in Vietnam dovrà combattere contro il governo
americano e sfiorare il carcere. Uscirà di scena, quando arriverà il momento,
come nessuno era uscito mai: accettando di farsi vedere nello stato in cui era
ridotto dal Parkinson, in quella notte di Atlanta del 1996, ci ha costretto a
meditare sulla caducità delle nostre esistenze.
Tutto questo, e molto altro, è e rimarrà Muhammad Ali. A un anno esatto dalla
sua scomparsa, in questo libro scritto a quattro mani con Elena Catozzi e
impreziosito da tantissimi aneddoti inediti, da una prefazione di Federico Ferri e
da un’ideale playlist della vita di Ali a cura di Massimo Oldani, Federico Buffa
ci regala non solo la cronaca sportiva di un campione irripetibile: ne tratteggia la
straordinaria umanità, ne tesse un ritratto ora commovente ora spassoso e
racconta con il suo stile inconfondibile l’anima di farfalla propria di Ali, la cui
portata si stacca dalla storia dello sport per imprimersi nel cuore del Novecento.
FEDERICO BUFFA (Milano, 1959) è un personaggio di culto nel mondo del
basket, nonché un esperto di cultura americana. Per quasi vent’anni è stato
commentatore NBA prima su Tele+, poi su Sky Sport, dove ha ideato con
Federico Ferri il programma Federico Buffa racconta. Ha pubblicato Black
Jesus. The Anthology (2009), Storie Mondiali. Un secolo di calcio in dieci
avventure (2014), scritto con Carlo Pizzigoni e, con Paolo Frusca, il romanzo
L’ultima estate di Berlino (premio letterario Coni 2016), ispirato allo spettacolo
teatrale Le Olimpiadi del ’36, di cui è coautore e protagonista in scena. Nel
dicembre 2016 è andato in onda su Sky il documentario in tre puntate Buffa
racconta Muhammad Ali, girato nei luoghi che hanno scandito la storia del più
grande atleta di sempre.

ELENA CATOZZI vive a Roma, dove ha studiato Storia e Critica del Cinema,
dedicando le sue ricerche all’opera di Vittorio De Sica e Roberto Rossellini.
Tifosa di calcio e basket, è affascinata dallo sport in generale, di cui ama
soprattutto le storie umane che porta con sé.
FEDERICO BUFFA
ELENA CATOZZI

Muhammad Ali
Un uomo decisivo per uomini decisivi
Proprietà letteraria riservata
© 2017 Rizzoli Libri S.p.A. / Rizzoli,

eISBN 978-88-58-68958-5

Prima edizione: giugno 2017

Realizzazione editoriale: Librofficina

In copertina:
fotografia © Len Trievnor/Getty Images Sport Classic/ Getty Images
Art Director: Francesca Leoneschi
Graphic Designer: Mauro De Toffol /theWorldofDOT

www.rizzoli.eu

Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.


È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata.
Prefazione

di Federico Ferri
Federico dice che a me non si può dire di no. Ma mi prende in giro. Di no me ne
ha detti molti e questa forse è la sua forza: fare solo ciò che sente davvero suo,
che lo convince. Così nascono i suoi racconti, così è nata la serie di Sky Sport
Federico Buffa racconta e così continuerà. La prima volta fu un piccolo ritratto
del giovane Maradona, lo paragono al singolo di debutto di un giovane gruppo
musicale, registrato in cantina, quasi clandestino, con pochi soldi e poche
pretese. In realtà sapevo che avremmo fatto il botto, e glielo dissi. «Figurati, io
torno a fare il basket.» Ma ovviamente mi prendeva in giro. Sapeva bene come
sarebbe andata a finire.
Da Maradona ad Árpád Weisz – l’allenatore dell’Inter e del Bologna morto
ad Auschwitz, il racconto di una vicenda umana che ci ha segnato – da Michael
Jordan alle dieci puntate dei Mondiali che hanno scandito il tempo della nostra
vita, passando per George Best e il Grande Torino, per arrivare finalmente al
nostro “concept album”. Il disco più completo, il più corale, il più vissuto. Dalla
cantina al grande studio di registrazione, ma con lo stesso sound della prima
volta. La band, più o meno, è sempre quella di allora: Sara, Leo, il gruppo
storico, con qualche innesto al posto giusto. E ovviamente Federico Buffa, senza
il quale non ci sarebbe nulla.
Ricordo che era un giorno di fine maggio del 2016, in un ristorante vicino
alla sede Sky di Rogoredo. «Fede, la prossima storia deve essere quella di
Muhammad Ali, “The Greatest”. Sarà una miniserie, dobbiamo metterci tutto
quello che abbiamo imparato in questi anni.» E lui, senza esitare, per una volta:
«Sì».
Buffa mi ha confidato che questo è stato il suo racconto più difficile da
realizzare, ma anche il più appagante. Non stento a credergli, è così per tutti noi.
Ritrovate tutto in questo libro: la leggenda del più grande, raccontata dal più
grande, almeno per me. Un narratore di storie del passato, che usa le parole del
futuro. Per questo piace prima di tutto ai ragazzi. Perché il frontman della nostra
band è un giovane rapper di 57 anni. Dai avvocato, prendi il microfono che si
comincia.
Muhammad Ali

«Abbiamo solo un attimo di giovinezza e,


benché molto sia cambiato col tempo,
mi ricordo di quando ero re,
ma non c’è tristezza, solo ricordi felici.»
MUHAMMAD ALI, Con l’anima di una farfalla
Al Fefè Cafe, tutto.
A Sara “Magenta” Cometti.
A Leo “Riff Raff” Muti.
Agli eroi di Louisville.
Grazie.
Davvero.

Federico Buffa

A Muhammad Ali, che mi ha preso per mano e mi ha condotto in un mondo


diverso.
A tutti quelli che hanno reso possibile il nostro viaggio.
Grazie, con tutto il cuore che ho.

Elena Catozzi
Introduzione
Il contributo dato dagli afroamericani alla boxe negli Stati Uniti è ovviamente
legato all’evoluzione delle leggi razziali. Il Tredicesimo emendamento,
promulgato nel 1865, abolisce la schiavitù proprio mentre curiosamente,
dall’altra parte del mondo, nel vecchio continente, il marchese di Queensberry
rende note le 12 regole che disciplineranno il pugilato moderno. La più
importante e innovativa: l’uso dei guantoni.
Prima del 1865 gli afroamericani combattevano esattamente come si vede in
alcune sequenze del film Django Unchained di Quentin Tarantino: Leonardo
DiCaprio, decisamente credibile nel ruolo del ricco latifondista con potere di vita
e di morte sui suoi schiavi, sceglie i due più forti, o i due che divertono di più lui
e i suoi amici, e li fa combattere. Originariamente si affrontavano alla catena,
poi, col trascorrere degli anni, si passa alla boxe.
C’è un certo Tom Molineaux, schiavo in Virginia, talmente forte che il suo
proprietario lo affranca: pagherà il riscatto coi guadagni, perché combatte prima
in Virginia, poi a New York e addirittura a Londra, diventando di fatto il primo
grande pugile nero professionista.
La questione della schiavitù, in America, ha una storia complessa, mille
sfaccettature e assume talvolta anche aspetti paradossali. Pensiamo a Thomas
Jefferson, uomo avanzatissimo e padre fondatore della nazione. Se vi siete mai
domandati per esempio perché gli Stati Uniti siano divisi in maniera geometrica,
senza riferimenti orografici o fluviali, sappiate che lo si deve al fatto che il terzo
presidente degli USA era in possesso di cinque edizioni dei Quattro libri
dell’architettura, trattato pubblicato nel 1570 da Andrea Palladio, di cui era un
devotissimo ammiratore, e disegnò gli States esattamente come avrebbe fatto il
Palladio. La sua tenuta di Monticello, in Virginia, fu progettata dallo stesso
Jefferson in puro stile palladiano, così come suo fu il progetto dell’Università
della Virginia, entrambi edifici dichiarati patrimonio dell’Unesco. L’architetto
veneto, che concepì la sua opera all’interno della ricerca rinascimentale ispirata
ai modelli della classicità greca e romana, restituì all’attualità le tipologie e i
canoni architettonici antichi, influenzando lo sviluppo della moderna architettura
europea e americana. Thomas Jefferson studiò i quattro tomi del Palladio con
spirito visionario, ammirandone il linguaggio razionale e insieme avveniristico
che avrebbe trasferito nella sua concezione di architettura.
E ancora adesso, le città americane, compresa Louisville, sono strutturate
urbanisticamente come avrebbe disposto il Palladio: qui gli edifici pubblici, qui
la galera, qui le scuole, qui gli edifici governativi.
Eppure Jefferson, quel presidente così evoluto, l’uomo che affermò che tutti
gli uomini sono nati eguali e che da questo derivano diritti inalienabili, compreso
quello alla felicità, era un proprietario di schiavi, e non è da escludere che
perfino nelle sue piantagioni si sia combattuto come nel film di Tarantino.

Ma torniamo all’America del 1865 dove, esattamente come succedeva per le


cosiddette Negro League del baseball, inizialmente i neri combattevano solo
contro altri neri. Da quando si boxa con le leggi del marchese, il primo campione
a difendere il suo titolo è un certo Sullivan, molto bianco, molto amato. Dopo di
lui c’è l’impareggiabile James Jeffries, inevitabilmente bianco, che si ritirerà
addirittura da imbattuto. Ma dopo Jeffries il titolo finisce nelle mani del
canadese Burns, bianco pure lui ma decisamente anticlimatico, tanto che
qualcuno inizia a dire, a voce forte e chiara: «Se quello vuole essere il campione
del mondo, prima deve battere quello là». E “quello là” ha un nome: Jack
Johnson, nero.
È un uomo che ha vinto cinquanta match consecutivi da quando è diventato
professionista, nel 1897. È figlio di schiavi e si chiama John Arthur (“Little
Arthur” a casa sua, ma piccolo non è di sicuro) Johnson. Per tutti Jack Johnson.
Un nero. È lui, senza dubbio, il pugile più forte che c’è.
È il 1908 e gli Stati Uniti non sono pronti a un incontro interrazziale per il
titolo mondiale dei massimi, e infatti l’incontro con Burns si disputa in Australia.
Ma quando in America arriva la notizia che Johnson ha stravinto, l’unica parola
che riecheggia è: “inaccettabile”. Un nero non può essere il campione del mondo
dei massimi.
D’accordo, ma chi può battere Johnson? Non c’è un pugile in grado di
lasciargli un segno sul corpo. Finché non arriva l’idea giusta: andare dal grande
Jeffries e dirgli: torna tu a ristabilire la supremazia bianca in quello sport.
Alcuni giornali titolano: Dovesse vincere Johnson, sarebbe peggio del
terremoto di San Francisco (che nel 1906 distrusse una delle città più belle del
mondo).
«Bisogna togliere il sorriso dalla faccia di quel negro.» E questo chi lo dice,
un proprietario di schiavi? No, Jack London, l’autore di Zanna bianca, Il
richiamo della foresta… uno che si dichiara anche un avanzatissimo
progressista.
Il match si tiene a Reno, nel Nevada, il 4 luglio 1910. All’ingresso, Johnson
sente tutto il palazzo cantare, insieme alla banda: «All coons look alike to me»,
“tutti i procioni sembrano uguali”. “Procione”, coon, è uno dei peggiori epiteti
che un bianco possa riservare a un nero.
Il match, però, è un’esecuzione. Per quanto forte sia stato, Jeffries nulla può
contro gli enormi bicipiti di Johnson, che lo colpisce al corpo per tre, quattro,
cinque round, e poi passa al bersaglio grosso. Ma non si limita a colpire,
addiziona la radiocronaca: «E arriva la consegna speciale per Mr Jeffries, BANG,
destro! E arriva un altro pacco speciale, BANG, sinistro!».
Finché Jeffries gli appassisce davanti.
Questa volta, la notizia ci mette ancora meno a fare il giro degli Stati Uniti e
scoppiano quelli che resteranno i più importanti disordini razziali fino al giorno
dell’assassinio di Martin Luther King. Tanti neri rimangono per terra uccisi in
diverse grandi città. Ma quando sono tra di loro, cantano: «The white man pulled
the trigger», “l’uomo bianco ha premuto il grilletto”; «but the world champion’s
still a nigger», “ma il campione del mondo è comunque un nero”.
Questo Johnson bisogna batterlo per forza, ma un pugile per farlo non c’è,
bisogna trovare altri mezzi. In più, ha infranto l’unico tabù che non si può
infrangere in quel periodo negli Stati Uniti d’America: ha sposato una donna
bianca, che non reggendo le pressioni feroci si è suicidata due anni dopo. Poi è
sprezzante, molto sprezzante. È un grande appassionato di automobili, tanto che
morirà in un incidente stradale, e sfreccia sulle highway del Texas con la sua
nuova Ford. Una volta viene fermato dalla polizia che quando si accorge che alla
guida c’è Jack Johnson gli dà una contravvenzione mostruosa: 50 dollari. Lui
non solo concilia, ma dopo aver firmato il verbale aggiunge una banconota da
100: «Agente, fra cinque ore torno indietro e forse andrò ancora più veloce di
così, perché perdere tempo dopo?».
Per l’America bianca, Johnson deve sparire.
C’è bisogno di una norma nuova e la si trova. La legge Mann, che proibisce
il trasporto di una donna per motivi “di libidine” da uno Stato all’altro. Non è
suffragata da nessuna prova, ma è l’unico sistema. E Jack viene accusato e
processato per aver fornito un biglietto ferroviario alla sua fidanzata per farla
spostare da una città all’altra. Come dicono gli afroamericani, in questo e in tanti
altri casi di linciaggio avvenuti nel periodo in cui Johnson è stato campione del
mondo (oltre cinquecento persone sono state linciate): quando la bugia vola
indisturbata nel mondo, la verità è ancora a casa che si sta allacciando le scarpe.
L’impatto di Jack Johnson sulla storia degli afroamericani è talmente
importante che persino dei preziosi soffi di Miles Davis nel 1971 sono diventati
A Tribute to Jack Johnson, l’album successivo a Bitches Brew.

Il caso Johnson stabilisce una regola, non scritta ma evidente: il prossimo


campione nero non si potrà comportare come lui. E il prossimo campione nero
apparirà all’inizio degli anni Trenta.
Si chiama Joseph Louis Barrow. La sua è una storia coeva e analoga a quella
di un grande fuoriclasse dell’atletica, Jesse Owens. Sono entrambi nipoti di
schiavi che crescono in famiglie dell’Alabama rurale degli anni Venti. Per vari
motivi, tra cui il Ku Klux Klan, sono obbligate a emigrare al Nord. Gli Owens
andranno a Cleveland, i Barrow a Detroit. I due ragazzi sono completamente
analfabeti. Owens dovrà il suo nome, Jesse, all’incapacità di pronunciare con
buon accento le iniziali dei suoi due nomi: James Cleveland. L’altro, firmando
un documento, scriverà Joseph Louis talmente grande da non lasciare spazio al
cognome. Da lì in poi diventerà Joe Louis e non gli dispiacerà neppure tanto,
perché in questo modo riuscirà a nascondere per un po’ a sua madre, che lo
vuole violinista, il fatto che sta tirando di boxe.
Diventerà l’afroamericano più amato di tutti i tempi. I suoi match,
regolarmente trasmessi alla radio, sono amplificati in tutti i quartieri neri
d’America, in modo che tutti possano ascoltare delle sue imprese. Nel 1936
perde però contro Max Schmeling, il pugile del ministro dell’infernale
propaganda nazista, Joseph Paul Goebbels. Ottiene la rivincita due anni dopo. Il
presidente Roosevelt lo invita alla Casa Bianca e gli dice: «Joe, l’America ha
bisogno dei tuoi muscoli». Roosevelt è in pieno New Deal e il partito
democratico sta cercando di conglobare e unire il maggior numero di americani
sulla base di un’agenda che alcuni definiscono populista. E se un nero può
servire a cementare e inorgoglire l’America e la sua aspirazione mainstream
accettando di farsi ritagliare sartorialmente un’immagine che non minaccia i
bianchi, un posto a tavola, anche se lontano, glielo si può trovare.
Per la prima volta un afroamericano rappresenta il Paese in un incontro che
gli americani descrivono come “noi”, il bene, contro “loro”, il male. Il match si
tiene allo Yankee Stadium di New York, così come il primo, e dura 124 secondi
consegnando per sempre alla leggenda Joe Louis. E come tutte le leggende vere,
non morirà mai.
Insieme a Joe Louis arrivano le Louis rules, ovvero una serie di regole non
scritte che il campione nero di turno deve osservare per compiacere
l’establishment bianco: 1) se scoppia un conflitto e ti chiamano al fronte, tu devi
andare. Magari avrai un trattamento di favore, ma in guerra, se ti chiama lo Zio
Sam, ci devi andare. 2) non permetterti mai di farti vedere da solo con una donna
bianca né tantomeno di farti fotografare. 3) ogni volta che il tuo avversario è a
terra, soprattutto se bianco, non permetterti alcun segno di giubilo e tantomeno
un sorriso.
Queste regole sono pronte per il prossimo campione afroamericano, che
nascerà a Louisville, Kentucky, nel 1942, ma che troverà il modo per non
assomigliare mai a nessuno. Grazie al cielo.
Avrà gli occhi fulminanti da artista sfrontato di suo padre, ma vedrà il mondo
con la dolcezza e la generosità di quelli di sua madre.
Si rifiuterà sino all’ultimo giorno di avere paura, in particolare delle
conseguenze delle sue azioni, dando così grande coraggio agli altri, insegnando a
varie generazioni di afroamericani l’orgoglio di esserlo.
Sarà un sorprendente saggio bambino tenuto in vita dalla sua ingenuità, che
gli ha permesso una notevole apertura verso gli altri per essere un uomo così
concentrato su se stesso.
Sarà un essere particolarmente seduttivo non appena avrà consapevolezza dei
suoi mezzi.
Avrà una gargantuesca, meravigliosamente spropositata fiducia in se stesso,
ma sarà unico nel far sentire speciali gli altri.
Avrà sorprendenti tempi comici per essere uno che il comico non lo faceva di
mestiere.
Sarà un mulatto che confonderà ancestralità europee e africane. Abbraccerà
un culto razzista ai limiti della follia che a volte fece sembrare folle anche lui,
che pure in molti momenti è stato un uomo di lucidità impressionante.
Proferirà cose che, dette alla stessa ora da neri meno in vista di lui in una
cittadina del Sud, sarebbero state considerate “giusta causa” per un linciaggio in
un vicolo.
Sarà il primo atleta di sempre a parlare dei diritti dell’uomo e non avrà mai
timore di farlo.
Sarà la prima superstar musulmana.
Sarà un fantastico barometro per moltissime pressioni e tendenze del suo
tempo.
Avrà notevoli difficoltà con le donne, inizialmente, ma col tempo diventerà
un autentico missionario pelvico, come JFK, Martin Luther King, Malcolm X…
o Nelson Mandela, che ha trascorso parte della sua vita ispirandosi a lui. Un
missionario pelvico che lascia autografi sessuali perché non aveva mai orgasmi.
Darà ragione a Einstein quando sosteneva che il massimo livello
d’intelligenza è costituito dall’immaginazione. Ci sarà metodo nella sua follia.
Combatterà, allenamenti compresi, in quindicimila round.
Ruberà il tuono agli altri pugili, rendendoli invidiosi.
Uscirà di scena, quando arriverà il momento, come nessuno era uscito mai e
nessuno mai uscirà.

Dei cinquanta Stati dell’Unione, uno dei più contraddittori è proprio il Kentucky,
perché qui, in una simbiosi decisamente imperfetta, convivono ricchezze
impensabili e povertà di cui nemmeno volete immaginare.
Per via della sua configurazione geografica e soprattutto delle sue abitudini
schiavistiche, nella guerra di secessione il Kentucky decise di appoggiare il Sud.
Ma proprio in quel periodo c’era un proprietario di schiavi che tendeva a non
allinearsi con gli altri: era un uomo di azione, pensiero e notevole
individualismo. Si chiamava Cassius Marcellus Clay. Bibbia alla mano,
sosteneva: «Qui dentro io non riesco a leggere una singola motivazione che
giustifichi la schiavitù». Per queste sue convinzioni rischiò varie volte la morte,
sventata sempre in circostanze piuttosto fortuite. Diventerà un soldato
(combatterà contro il Messico con l’esercito americano) e un politico, tanto è
vero che Lincoln, che di lui si fidava tantissimo, lo invierà a San Pietroburgo
come ambasciatore presso la corte dello zar. Ma già in precedenza Clay aveva
affrancato tutti i suoi schiavi. Se sono affrancati prendono il suo cognome, ma
non il nome di battesimo. Eppure uno di questi, per devozione, decise di
chiamarsi Cassius Marcellus, e chiamò allo stesso modo suo figlio, e così per
una lunga linea di discendenze interrotta una sola volta con il nome di Herbert.
Ma il figlio di Herbert si chiamerà pure lui Cassius Marcellus e sarà proprio
quest’uomo, in un freddo pomeriggio del 1942, il 17 gennaio, ad abbracciare la
cosa più bella successa nella vita: sua moglie, Odessa Grady, gli aveva regalato
uno stupendo primogenito.
Per la verità papà Clay non gli voleva dare il suo nome: da sottaniere
impunito qual era, avrebbe voluto chiamarlo Rudolph Valentino da Castellaneta,
provincia di Taranto, in omaggio al primo vero sex symbol della storia del
cinema americano, e quindi mondiale, ai tempi del muto. Odessa si oppone, ma
quando arriverà il secondo figlio dovrà cedere: Rudolph Valentino, per tutti,
ancora oggi, Rudy.

Quando nacque il principe Siddh rtha, nel 566 a.C. in un luogo, Lumpini, che
oggi si troverebbe in Nepal, il re e la regina rimasero subito impressionati,
perché il bambino camminava e parlava perfettamente. Anzi, in occasione dei
suoi primi sette passi crebbero anche sette fiori di loto. Nel West End di
Louisville, in una zona degli Stati Uniti e della città dove si arrivava per le
piantagioni di cotone e di tabacco, niente loto. Però questo bambino, Cassius
Marcellus Clay Jr., è altrettanto impressionante: anche lui parla e cammina molto
presto.
«Mio figlio ha preso tutto da me. I’m The Greatest! Parla già come me!»
andava ripetendo papà Clay, che non era attore ma si comportava come se lo
fosse, un giorno si vestiva da sceicco e un altro da hindu.
«Speriamo solo quello» mormorava una già disillusa Odessa. Ma la verità è
che il bambino parlava eccome, e le sue prime sillabe, giunte con tempi davvero
precoci, furono “Gee-Gee”, che sarebbero diventate anche il suo soprannome in
famiglia.
Il soprannome che lui darà alla madre, invece, è e resterà per sempre “Mama
Bird”. Era irrequieto. Il suo primo destro lo tirò a lei, facendole perdere un
incisivo, ma era anche estremamente sensibile. Gli bastava sentire parlare di
un’ingiustizia per mettersi a piangere. E il fratello minore, sentendolo, si metteva
a piangere pure lui.
La sua infanzia è abbastanza normale, anche abbastanza anonima. Dirà
sempre: «Aspettavo un segno, perché ero convinto di avere un motivo per cui
ero stato messo al mondo».
E quel segno arriverà nel 1954.
Se chiedete a qualsiasi docente di storia afroamericana, vi dirà che il 1954
sarà per sempre ricordato per la fondamentale sentenza Brown vs Topeka Board
of Education: per la prima volta la Corte Suprema non aveva trovato sufficienti
elementi per sostenere la segregazione razziale scolastica.
Per il giovane Cassius, però, l’evento che cambierà la sua vita sta avvenendo
a diecimila chilometri di distanza e lui non ne ha nessuna contezza.
In una mattina di marzo, sulla collina di Dien Bien Phu, decisiva per il
controllo del Tonchino, l’esercito francese – da circa settant’anni in Indocina,
dov’era giunto col pretesto di proteggere i missionari cristiani – è atteso dalle
forze dei guerrieri viet minh guidati sul campo da tale Vo Nguyen (il vittorioso)
Giap, da tutti conosciuto solo come generale Giap, una delle più brillanti menti
belliche della storia. I francesi nemmeno vagamente sospettano che sulla collina
saranno posizionate decine di cannoni di fabbricazione cinese, trasportati
nottetempo in bicicletta con il consistente aiuto di donne e bambini. Serviranno a
distruggere le piste da atterraggio degli aerei francesi di supporto.
La battaglia dura 50 giorni.
Per la prima volta una potenza coloniale europea è costretta ad abbandonare
il suo dominio manu militari.
Giap conduce sul campo ma l’architetto sopra di lui, l’uomo che indica la
via, è uno chef patissier allievo dell’inarrivabile scuola di Auguste Escoffier, lo
chef dei re e il re degli chef, l’uomo che ha riscritto il canone della cuisine
française moderna rileggendo e aggiornando François Vattel, suicida alla corte
di Luigi XIV per aver sbagliato un piatto di pesce. Esule in Europa, nei primi
anni Trenta, prima di tornare in patria, passa anche da Milano alla Trattoria della
Pesa, dove senza el soufflé del cinés non si andava a casa. Lui si chiama Nguyen
(sempre vittorioso anche questo) Tat Thanh, ma il mondo lo conoscerà come Ho
Chi Minh, il portatore di luce.
Per il Vietnam vittorioso, Ho Chi Minh ottenne a Ginevra lo status di
nazione libera e indipendente, ma gli americani, già scottati in Corea all’inizio
degli anni Cinquanta, ben sapendo dell’influenza di Mao e Stalin, pretesero e
ottennero che anche il Vietnam, come la Corea, fosse diviso in due, con quello
meridionale sotto il loro controllo. Una zona che Vietnam in realtà non lo era
mai stato storicamente, tanto che ancora oggi i cambogiani chiamano il delta del
Mekong Kampuchea Krom, ovvero “Cambogia che non è più Cambogia”.
Allorché Pol Pot nella sua follia autogenocida ed espansionista a metà degli anni
Settanta provò a riconquistarlo, i vietnamiti in pochissimi giorni gli sbriciolarono
l’esercito khmer, si presero Phnom Penh e vi installarono un loro uomo al
governo, tra l’altro un khmer rosso pentito. Temendo un’invasione di quelli del
Nord, i primi “consiglieri militari”, sulla base delle informazioni inviate da
soggetti come quelli descritti magistralmente in The Quiet American di Graham
Greene, li inviò JFK.
Quando nel 1963 un monaco buddhista partito con la sua Morris da un
monastero di Hue si diede clamorosamente fuoco in una strada di Saigon per
protesta contro l’iperrepressivo regime cattolico sudvietnamita, con una
situazione locale ai limiti del collasso, il 28 luglio 1965 Lyndon Johnson,
succeduto a JFK dopo l’assassinio di Dallas, mandò il primo contingente di
cinquemila uomini chiamati per quello che realmente erano: Combat Troops.
Nel 1966 per l’80% degli americani quelle truppe mancavano di un’unità: il
campione del mondo dei pesi massimi, un musulmano nero meticcio dal nome
vocazionale di Muhammad Ali.
Parte prima
1

La bicicletta
«A otto, dieci anni, uscivo di casa alle due del
mattino e guardavo il cielo, in attesa che un angelo o
Dio mi rivelassero cosa dovevo fare. Non ottenni
mai una risposta. Poi mi rubarono la bicicletta,
cominciai a tirare di boxe e fu come se Dio mi
avesse parlato: era il pugilato la mia missione.»
A volte basta un avverbio, un “poi” che non serve solo a cifrare un tempo
successivo, un “poi” che Cassius Clay maneggia consapevolmente come un
bisturi, incidendo con delicatezza la pelle da cui verrà fuori tutto il sangue con
cui conquisterà i suoi tre titoli mondiali.
Perché dopo quel “poi” c’è il furto di una bicicletta e, subito dopo, la boxe,
che lui non esita a definire la sua “missione”.
Era il 1954 quando un dodicenne di Louisville si recò alla fiera per
afroamericani che si teneva ogni anno al Columbia Auditorium, imperdibile per i
ragazzi che andavano a prendere pop corn e gelati gratis, ma quel giorno il clima
di festa svanì quando al momento di rincasare si accorse con profondo sgomento
che qualcuno aveva portato via la sua fiammante Schwinn rossa e bianca.
Costava almeno 70 dollari, quella bicicletta, probabilmente molto più di
quanto la famiglia Clay potesse permettersi, ma papà Cassius aveva voluto
festeggiare così il pagamento ricevuto in anticipo per alcuni suoi lavori da
vetrinista.
Quel furto fu un colpo micidiale per Cassius.
Forse peggiore di quelli che avrebbe incassato di lì a qualche anno, perché
non poté guardare negli occhi il suo avversario, né scoprirne i punti deboli.

In quegli stessi anni, dall’altra parte della cartina geografica, in un Paese dove
non vigeva la segregazione ma ugualmente la giustizia sociale sembrava un
miraggio, anche qualcun altro sentiva di portare avanti la sua missione per
vendicare il furto di una bicicletta.
Solo che lo faceva dietro una macchina da presa, dirigendo un capolavoro
dopo l’altro, ben lontano dai ring su cui di lì a poco avrebbe iniziato a boxare il
piccolo Cassius. Il suo nome era Vittorio De Sica. Prima del 1948, ovvero prima
che il suo capolavoro, Sciuscià, atterrasse oltreoceano da Cinecittà per
sconvolgere il patinato cinema di Hollywood, il Board of Governors
dell’Academy non aveva ancora previsto la categoria Academy Award for Best
Foreign Language Film.
Sciuscià sbatté la fabbrica dei sogni di fronte a una cruda realtà e, non
potendone ignorare la portata epocale, la soluzione fu un pionieristico “Premio
speciale al miglior film straniero”, che ebbe il merito di spianare la strada al
riconoscimento del Neorealismo nel Paese che aveva consacrato Chaplin.
Due anni dopo, infatti, nel 1950, fu ufficialmente Oscar “Onorario” per Ladri
di biciclette, giunto negli USA con un anno di ritardo rispetto all’uscita italiana
nel ’48, e votato all’unanimità dall’Accademia come «il più notevole film in
lingua straniera uscito negli Stati Uniti».

Ma Cassius, all’apice della sua disperazione dinanzi a quell’odioso furto, non


poteva sapere che il Paese che a breve gli sarebbe stato stretto, cinque anni prima
aveva ospitato nelle sue sale quel film italiano che raccontava di un bambino di
dieci anni che, seppur dall’altra parte del mondo, si alzava ugualmente all’alba,
non proprio per guardare il cielo ma per andare a fare il garzone presso una
pompa di benzina nella Roma salvata da poco dai soldati a stelle e strisce ma
ancora coperta di macerie.
Eppure, quando Ali raccontò a Thomas Hauser del segno che aspettava
dall’alto e che arrivò con quel furto, era come se sapesse che ogni singolo
episodio della sua vita sarebbe andato a comporre una storia universale ben più
rilevante della semplice biografia di un campione.
Un umile attacchino a cui rubano la bicicletta mentre affigge un manifesto di
Rita Hayworth per le strade di una Roma postbellica, e un bambino costretto a
crescere troppo in fretta per aiutare il suo papà a ritrovare ciò di cui non può fare
a meno per lavorare, ma soprattutto qualcosa che il mondo in quegli anni aveva
provato a portar via, ai padri come ai figli, quell’umanità che rende tutti uniti e
uguali davanti ai medesimi mali.
Una trama quasi evanescente fece sì che quella bicicletta mai recuperata
divenisse agli occhi del mondo non più un mezzo di trasporto, ma il vettore
ideale a cui uomini e donne sconfitti dagli orrori della guerra poterono affidare le
proprie battaglie interrotte, gli intenti mai realizzati, i diritti mai conquistati.
Per quel dodicenne di Louisville non fu necessario conoscere il triste destino
dell’attacchino Antonio Ricci per immaginare che il furto della sua Schwinn, in
un caldo pomeriggio di ottobre, per quanto odioso e intollerabile, portasse in
nuce i semi dai quali sarebbe germogliata una storia umana e sportiva che nessun
regista da Oscar sarebbe mai stato capace di raccontare. Era sufficiente essere
nati nel 1942 da un padre che si guadagnava da vivere dipingendo cartelloni e
insegne, portando spesso con sé i suoi ragazzi perché imparassero il mestiere; e
anche se il mestiere in questione non era esattamente quello di attacchino come
per il protagonista del film, Cassius aveva molta dimestichezza con la fattura dei
manifesti, complice un talento per il disegno che non lo abbandonerà mai e una
grande precisione nel colorare e mescolare le vernici.

Se la Storia sceglie coloro a cui fornire gli strumenti per cambiarla, a Cassius
bastò essere un tantino più fortunato dell’attacchino di Vittorio De Sica, che
ottenne solo indifferenza, se non disprezzo, da coloro a cui chiese aiuto.
E così, come nelle migliori “sceneggiature di ferro” hollywoodiane, molto
più che in quelle neorealiste, il ragazzino furente alla disperata ricerca di un
agente che possa aiutarlo, scende a cercarlo nel seminterrato del Columbia
Auditorium e vi trova Joe Martin, poliziotto, sì, ma soprattutto insegnante di
boxe per i ragazzi del posto. Bianco. Non c’è polizia nera a Louisville. Tutti lo
chiamano “The Sergeant” perché non ha mai avuto il coraggio di fare l’esame
per diventarlo, sergente.
«Lei me lo deve trovare. Deve trovare il ladro della mia bicicletta!» urla
come un pazzo Cassius, «altrimenti lo troverò io e gli darò un sacco di legnate!»
Cassius è smilzo, quasi pelle e ossa, Martin lo guarda e dice: «Ma sei sicuro
di saper dare tutte queste legnate? Hai mai tirato di boxe?».
«No.»
«Bene, allora domani vieni in palestra, in pantaloncini e maglietta, e inizio a
insegnarti i primi rudimenti.»

Se quel giorno qualcuno non avesse rubato a quel ragazzo la sua bicicletta, la
boxe avrebbe perso il più grande pugile di tutti i tempi. Invece, l’indomani,
Cassius si presenta in palestra e comincia a boxare. Ricorderà Martin, più o
meno con queste parole: «All’inizio era difficile dare un giudizio, anche perché
non distingueva un calcio in culo da un gancio sinistro, ma c’era una cosa che
nemmeno io gli avrei potuto insegnare, che mi colpì subito, ovverossia gli occhi.
Sembrava che quella palpebra non si alzasse mai, che quel muscolo involontario
non fosse in funzione. Teneva sempre gli occhi sul suo avversario».
Sei settimane dopo, contro il quattordicenne Ronnie O’Keefe, Cassius
debutta sul ring coi suoi 40 chili in un corpo ancora longilineo, reso eterno da
quella foto ormai leggendaria in cui accenna una posa da esperto boxeur, ma con
i pugni non ancora ben stretti e gli occhi quasi languidi che tradiscono un
accenno di paura, quella che in fondo si porterà dietro come sua sentinella per
tutta la vita.
La moglie di Joe Martin, Christine, è incaricata di guidare il pullmino con cui
i pugili allenati da suo marito vanno a combattere in giro per questa parte degli
Stati Uniti. Cassius c’è sempre. Dice due o tre cose sul suo futuro, ma in linea di
massima è molto cheto. Vince, quasi sempre, e sulla strada del ritorno non
scende quando c’è da andare a mangiare perché sa che a lui, che è nero, non
gliene daranno: non dimenticherà mai un episodio accaduto nella sua infanzia,
quando in un giorno di agosto, accaldatissimo, aveva chiesto un bicchiere
d’acqua e una signora gli aveva risposto che lui, “negro”, l’acqua non la poteva
avere.
La signora Christine dirà che mentre gli altri ragazzi trovavano sempre
un’occasione per esibire il loro testosterone, magari fischiavano dietro a una
ragazza o mostravano i muscoli a qualcuno, Cassius no. Cassius rimaneva nel
pullmino, aspettava il cibo, ringraziava, come si fa al Sud, «Yes, thank you
ma’am», leggeva la Bibbia.
Tutta la sua energia adolescenziale e la sua voglia di vivere le destinava alla
boxe. Aveva convinto suo fratello Rudolph, ogni sera, a lanciargli delle pietre,
nel giardinetto di famiglia, in modo da imparare a schivare i colpi. E poi la
mattina c’era una routine, immutabile, che spiega molte cose di quello che
accadeva a Grand Avenue, 3302, casa Clay. Cassius e sua madre si svegliavano
regolarmente all’alba. Non il padre, che passava le serate quasi sempre in
qualche bar e arringava la folla che se non fosse stato per questa cricca di bianchi
lui, “The Greatest”, avrebbe esposto i suoi quadri a New York, Chicago e
persino a Londra. La madre, sicuramente più modesta, preparava il latte per suo
figlio. Se c’era un uovo, con un uovo, se ce n’erano due, con due. Il giovane
Cassius le rompeva, le intingeva nel latte e le beveva all’istante. Ma non andava
a farsi le sue due ore di corsa prima che Mama Bird fosse andata a prendere la
gabbia del suo uccello preferito e l’avesse messa sul patio. Siccome però gli
uccelli cantano per i loro simili, poco dopo andava a prendere anche l’altra. E
così, per anni, tutto il quartiere si è svegliato con gli uccelli di Mama Bird. Che
però non aveva tempo per vedere cosa faceva suo figlio, doveva prendere
l’autobus per andare a servire le famiglie bianche della zona ricca di Louisville.
Quando Cassius tornava indietro, controllava come stesse Rudolph. E diceva:
«Dai Rudolph, dobbiamo andare a scuola! Ma vai tu col bus» quello giallo, che
porta a scuola tutti i ragazzi americani, «che io vi vengo dietro di corsa».
La verità, ma la confesserà soltanto anni dopo, è che spesso la mamma non
lasciava abbastanza soldi per due biglietti dell’autobus, ma lui era troppo
orgoglioso per dirlo a suo fratello.
Sebbene avesse cominciato a percepire gli ottimi riscontri della sua corsa,
Cassius non dimenticò mai quella bicicletta che lo aveva portato alla fiera di
Louisville in quel pomeriggio d’ottobre. E che, chissà perché, il ladro non ha mai
messo all’asta. Forse si è reso conto che quell’oggetto lo avrebbe reso più vicino
a Cassius Clay Muhammad Ali. E una Schwinn rossa e bianca è ancora lì che
campeggia in alto sull’ingresso laterale dell’ex Columbia Auditorium di
Louisville – ora Spalding University –, abbellita da nastri colorati, perché
guardandoli fluttuare nel vento possiamo immaginare di vedere ancora correre
quelle due ruote, lanciate verso un pomeriggio di sole, in un Paese in cui le
ingiustizie vengono vendicate da chi ne spinge i pedali con la sua incredibile
forza di volontà molto più che con quella dei muscoli.
«Che cos’è in fondo una bicicletta?» si chiedeva un Vittorio De Sica
incredulo stringendo tra le mani quell’Oscar così inaspettato.
Non avrebbe mai saputo dare una risposta davvero esaustiva.
Se non avessero rubato quelle due ruote a Cassius Clay probabilmente non
avremmo mai avuto Muhammad Ali, e se non fosse accaduto lo stesso ad
Antonio Ricci, il nostro Paese probabilmente non si sarebbe mai rialzato davvero
dal tappeto a cui era stato costretto dagli avversari più disparati.

Qualcuno racconta che da qualche parte, in una cassa sepolta sottoterra nella
zona di Bruxelles, vi siano raccolti una copia di Guernica di Picasso, una
partitura della Sagra della primavera di Igor Stravinskij e una copia di Ladri di
biciclette, custoditi a eterna testimonianza del Ventesimo secolo.
È fin troppo evidente che ci sia posto per qualcun altro lì sotto, ma certe
leggende non lasciano rinchiudere la loro immagine in una cassa, né possono
permettere che la loro memoria giaccia sottoterra.
Forse, meglio farla correre per sempre su una bicicletta rossa e bianca, quella
memoria, alla luce del sole di ottobre, «verso un regno dove buongiorno vuol
dire veramente buongiorno», come auspicava De Sica nel finale di Miracolo a
Milano, in cui i poveri e gli ultimi ottengono finalmente la loro giustizia.
2

Hey Champ!
«Sono Cassius Clay, signor Dundee, lei non mi
conosce ma io sarò il prossimo campione olimpico!»
A Louisville, Kentucky, scorre il grande fiume Ohio, la cui esondazione, nel
1937, aveva causato l’evacuazione di circa duecentomila abitanti. Dopo quel
diluvio universale divenne un centro di produzione di cargo da guerra, poi
convertiti in trattori e macchine agricole. E a metà degli anni Cinquanta la città si
vide ripopolare di commercianti.
Certo, negozi distinti per bianchi e per neri anche a Louisville, ma
nonostante la segregazione nelle scuole iniziavano i primi segni di coesistenza.
Tra i dodici e i vent’anni, tutta la vita di Cassius si svolge nei venti isolati
che collegano casa sua con la scuola, Central High School di West Chestnut
Street. Il suo rendimento scolastico è modesto. Si presenta tutti i giorni, ma
all’inizio della lezione fa il giullare della classe. Poi si chiude in se stesso, sogna
a occhi aperti chi diventerà e disegna.
Questa attitudine non lo abbandonerà mai. Prima di salire sul ring per ogni
match importante della sua vita dovrà completare un disegno. Persino quel 25
febbraio del 1964 a Miami, prima del match con Sonny Liston, arabescò un
meraviglioso 8 per mezz’ora, perché 8 erano le riprese che, pensava, gli
sarebbero servite per diventare campione del mondo.
Al di là del fatto che non fosse uno studente modello, la scuola è importante
perché è alla Central High che Cassius ha i primi approcci con i suoi coetanei.
Un giorno, in sala mensa viene provocato per la prima e ultima volta da un
compagno.
«Dai, vediamo cosa sai fare! Dai, dai!»
All’ottavo “Dai” Cassius parte col destro, ma poi scappa piangendo perché
non si riconosce.

Un match più difficile è quello con le ragazze: è molto espansivo, ma non ha


decisamente la prossemica adatta. Quando ne saluta una, in molti casi lei si
vergogna, esattamente la stessa cosa che succederà decenni dopo a Michael
Jordan.
In particolare, fuori da un varietà scolastico (la Central High era una scuola
per soli neri e il sabato sera spesso c’era il varietà scolastico, tanti grandi artisti
neri sono passati dal varietà scolastico), Cassius adocchia uno spettacolo di
un’afroamericana di nome Aretha Swint e si offre di accompagnarla a casa.
Da quando ha iniziato a boxare le cose sono migliorate perché sta diventando
sempre più bello e in più vince sempre, quindi un minimo di appeal ce l’ha.
Aretha dice sì. L’accompagna fino a casa e poi stretta di mano, perché siamo
ancora nel periodo in cui i bravi ragazzi, specie lui, ignorano, o fanno finta di
ignorare, che dalla cintola in giù esista qualcosa. Lui ha capito che però Aretha
ha degli interessi nei suoi confronti e due settimane dopo architetta il grande
colpo: “La riaccompagno a casa e dopo piazzo il primo bacio della mia
carriera!”.
Oddio, non è che fossero dei grandi appuntamenti, quelli con Cassius: lui si
faceva di corsa tutto il grande viale, isolato su isolato, tornava indietro, diceva
una delle sue dabbenaggini, poi ripartiva. E quando si arrivava a casa, calcolato
che non spendeva un dollaro, perché li teneva tutti nel borsellino, ci si salutava.
Questa volta, però, nel suo laboratorio mentale ha pensato che il bacio ci stia. Ma
quando arriva il momento di darlo, dal radar sparisce tutto. Buio totale. E quindi
arriva lei, che gli appoggia sulle labbra la perfetta rotondità delle sue; lui
comincia un attimo a tremare e quando Aretha apre la bocca… bang! Giù, steso.
Siccome non è nuovo a pantomime, lei dice: «Dai Cassius, tirati su!».
Passano cinque, dieci, quindici secondi e si accorge che è proprio svenuto.
In pratica ad Aretha Swint, alla prima ripresa, è riuscito quello che a Liston,
Foreman e Frazier non riuscì mai.
Di sicuro quella sera è veramente bella. È acconciata come Dorothy
Dandrigde, la favolosa protagonista di Carmen Jones, la Carmen rivisitata alla
afroamericana, che proprio con quell’interpretazione sarà la prima nera a venire
candidata come miglior attrice agli Academy Awards. A riprova della traccia
indelebile lasciata nella cultura pop nera, anni dopo tutti i diritti d’autore delle
sue canzoni verranno acquistati da un’artista simbolo della black music degli
anni Duemila: Alicia Keys.
Paradossalmente, però, nella nostra storia, è più importante il suo partner nel
film, Harry Belafonte, il re del Calypso, l’autore di Matilda, ma anche fiero
avvocato dei diritti degli afroamericani, lui afrocaraibico. Siccome Harry
“Calypso” è multimilionario, paga lui la cauzione a Martin Luther King e agli
altri attivisti integrazionisti ogni volta che vanno in galera. E sarà lui a
convincere Robert Kennedy, fratello di JFK, a istituire un programma di borse di
studio per studenti africani. Robert che nel 1968 predisse che entro quarant’anni
gli Stati Uniti avrebbero avuto un presidente nero ma che, assassinato come suo
fratello, non riuscirà a sincerarsi di quanto accurata fosse stata quella sua
previsione. E un giorno del 1959, da un aereo proveniente da Nairobi, scenderà
sul suolo americano un brillante studente kenyota di cognome Obama, il cui
primogenito maschio, un mancino dall’improbabile nome di Barack, diventerà il
primo presidente afroamericano della storia dell’Unione e uno sfegatato fan di
Muhammad Ali.

Un giorno del 1957 Cassius non si limita a percorrere i soliti venti isolati tra casa
sua e la Central High, ma ne percorre altrettanti verso il centro della città. Ha
saputo dove alloggia Willie Pastrano, grande pugile della fine degli anni
Cinquanta, in città per combattere contro un certo John Holman. Il manager di
Pastrano è Angelo Dundee.
Un albergo negli USA è un luogo pubblico, ma nella Louisville del 1957,
segregata, un giovane nero non potrebbe accedervi. Non è da escludere che
Cassius per entrare nella hall si sia fatto passare per un fattorino. Senza pensarci
due volte, raggiunge l’house phone, il telefono dell’albergo, e chiede del signor
Dundee. Appena gli rispondono dall’altra parte, incomincia: «Sono Cassius
Clay, signor Dundee, lei non mi conosce, ma io sarò il prossimo campione
olimpico e da lì non farò altro che vincere per diventare il campione del mondo
dei pesi massimi. Posso salire da lei?».
Dundee guarda Pastrano e gli dice: «C’è uno sciroccato al telefono, non ho
capito bene chi sia, ma vuole venire su. Hai qualcosa in contrario?».
«Ma sì, fallo salire, tanto non c’è niente in TV.»
Cassius sale, resta tre ore e li inchioda tutti e due con domande su come vada
amministrato e si gestisca un pugile professionista. Il trio si rivedrà due anni
dopo e stavolta Cassius non avrà bisogno di un’improvvisata in albergo, andrà
direttamente al ritiro di Pastrano e chiederà di fare i guanti con lui. Dundee è
contrarissimo: i dilettanti con i dilettanti e i professionisti con i professionisti.
Ma questa è la storia: se provate a negare qualcosa a Cassius, diventa talmente
insistente che alla fine, per disperazione, gli dite di sì.
Fanno due riprese, poi Dundee rivolto a Pastrano dice: «Champ, basta così».
Pastrano scende dal ring e indicando Cassius commenta: «Non l’ho preso
mai, questo ragazzino, invece lui mi ha riempito di botte».
È la pura verità. Cassius già nel ’57 è cosciente di poter fare i guanti con un
grande professionista e non andare sotto.

È a questo punto della storia che entra in scena un personaggio apparentemente


marginale, che invece conterà tantissimo. Si chiama Atwood Wilson ed è il
preside della Central High. Un giorno, all’inizio del 1960, convoca tutti i
professori di Cassius e dice loro più o meno: «Signori, ho una notizia per tutti,
Cassius Clay prenderà il diploma. Quel ragazzo deve imparare una cosa sola, a
compilare la dichiarazione delle tasse, perché tra qualche anno guadagnerà in
una sera quanto tutte le nostre famiglie messe assieme guadagnano in un anno. E
non sarò io il preside dell’istituto che ha negato il diploma al futuro campione
del mondo dei pesi massimi».
L’unica che obietta qualcosa è l’insegnante di inglese: «Almeno mi deve
presentare un tema su un argomento a piacere. Me ne ha proposto uno sui
musulmani neri, ma chi sono i musulmani neri?».
Quel tema non verrà mai presentato perché Atwood convincerà la
professoressa ad accontentarsi di un “tema orale” e Cassius parlerà delle città
che ha visitato boxando. L’11 giugno del 1960 uscirà trionfante dal portone della
scuola con il suo diploma, dopo una standing ovation. Tutti gli altri studenti,
391, che si sono diplomati, sono vestiti come si conviene: giacca e cravatta,
gonnellina e blusa… Cassius no. Cassius, diplomato numero 376 in ordine di
merito, è sempre vestito con la T-shirt e gli scarponi militari, quelli con cui corre
da casa a scuola. È convinto che correre con quegli scarponi lo aiuterà quando
salirà sul ring.
Sa già che indossando le scarpe da quadrato su quei piedi volerà, e la storia
gli darà abbondantemente ragione.

Una sera, sono circa le diciotto, Cassius sta correndo lungo un viale, fino a che
non arriva alla Decima strada.
I neri, ma non soltanto i neri americani, anzi soprattutto i neri africani, hanno
sempre vissuto tantissimo per la strada e ancora oggi è così. Nella Louisville
degli anni Cinquanta e Sessanta agli angoli delle strade si radunavano decine e
decine di afroamericani e parlavano principalmente, come andava allora, di
pugilato. Immancabilmente passava ogni sera una Big Mama stile Aretha
Franklin (quella di oggi, si capisce) che somministrava la sua scienza pugilistica.
Regola numero uno: «Se c’è un match tra un bianco e un nero, mettere i soldi sul
nero. Due neri: puntate sul pelato».
Quella sera il consesso parlava proprio di Cassius Clay, il nuovo grande
pugile di Louisville, al momento però nemmeno campione olimpico. Uno degli
astanti, un certo Jim Pearce, disse: «Continua a dire che sarà il campione dei
massimi, ma non ha mai vinto niente. Campione di cosa, esattamente? Anzi,
adesso lo sistemo io, tanto passa sempre da qui». E si apposta dietro l’angolo.
Era facile capire quando stava per arrivare Cassius Clay, perché lo sentivi:
«I’m Cassius Clay, I will be the next heavyweight champion!».
Pearce è pronto dietro l’angolo e, appena sbuca, lo colpisce con un destro
forte e netto contro il mento. Cassius accusa il colpo e si accascia per un
secondo, ma poi si riprende immediatamente e, stando al racconto dei presenti,
riversa venti giri di nocche in meno di dieci secondi su Pearce che comincia a
urlare: «Portatemelo via! Portatemelo via, per favore!».
Lo allontanano e lui riprende come se non fosse successo niente, una sorsata
d’acqua e una caramella all’aglio – esattamente come gli spartani alle Termopili
–, e ricomincia a correre verso il parco ripetendo: «I’m Cassius Clay…».
La sera dopo, stesso incontro. Il gruppo dei neri è nuovamente riunito e,
sentendo arrivare Cassius, qualcuno dice: «Hey, Jim, vuoi parlare ancora col
campione?».
Jim si sposta dall’altra parte della strada e quando lo vede passare gli fa
segno: «Hey, Champ!», mentre Cassius continua a correre, sempre al suono del
suo mantra: «I’m Cassius Clay, I will be the next heavyweight champion!».
3

La grande Olimpiade
«Ho vinto la medaglia d’oro per gli Stati Uniti.
Eppure mi sono sentito straniero.»
Un elicottero sorvola monumenti e strutture sportive della Città Eterna,
indugiando sul Colosseo, mentre una traballante macchina da presa, insieme alla
sontuosità che qualsiasi ripresa su Roma emana, registra il suono del motore.
Il maestoso commento musicale eseguito dall’Orchestra cinefonica italiana –
con la collaborazione di Armando Trovajoli – accompagna il velivolo che plana
sullo stadio Olimpico per poi risalire, abbassando le trombe solo quando la
roboante voce di Corrado Sofia inizia il suo racconto: «25 agosto 1960.
Cinquemila atleti di tutto il mondo compiono sulle sponde del Tevere gli ultimi
passi della lunga strada che li ha condotti alle Olimpiadi di Roma.
Duemilacinquecento anni fa Pindaro disse: “Abbiano tregua gli affanni e le lotte
affinché i giovani si affrontino nelle pacifiche contese dei Giochi”».
Inizia così La grande Olimpiade, film commissionato all’Istituto Luce dal
comitato organizzatore dei Giochi perché avessimo anche noi la nostra Olympia.
E anche se Romolo Marcellini, regista di innumerevoli documentari col simbolo
dell’aquila, non aveva esattamente il carisma e i potenti mezzi concessi a Leni
Riefenstahl nella Berlino del ’36, il film ottenne una candidatura all’Oscar nella
categoria Miglior documentario e le sue immagini a colori accompagnano ancora
oggi il ricordo della XVII Olimpiade.
Prima su tutte il bagliore dell’Arco di Costantino in notturna all’arrivo del
maratoneta etiope Abebe Bikila, l’ex guardia del corpo del Negus che tagliava
scalzo quel vittorioso traguardo proprio in casa degli ex oppressori, riscattando
sofferenze ancora vivide.
Ma se la fiaccola olimpica sbarcò in poche ore dalla Grecia a Siracusa a
bordo dell’Amerigo Vespucci, ci sono buoni motivi per affermare che, di quei
cinquemila atleti, uno in particolare soffrì i “passi della lunga strada” che lo
condusse a Roma non in nave, purtroppo per lui.
Da quel giorno di ottobre di sei anni prima, in cui si ritrovò per caso e per
fortuna nella palestra di Joe Martin per vendicare la sua bicicletta, Cassius
Marcellus Clay non aveva fatto altro che convogliare le sue energie nella boxe,
migliorando di anno in anno e vincendo tutto quello che c’era da vincere a
livello dilettantistico: sei titoli nei Golden Gloves del Kentucky e due ai Gloves
nazionali. Qualcosa però verso la fine era andato storto: Cassius aveva perso
contro un certo Price, conquistandosi quindi un posto ai Giochi nella categoria
mediomassimi, non massimi. Ma il suo score parlava di cento vittorie in
centootto incontri disputati, dunque Joe Martin avrebbe potuto ritenersi più che
soddisfatto e lasciare la mano di Cassius ormai pronto per volare verso Roma.
È proprio qui invece che Martin si trovò a svolgere il suo più importante
compito da mentore e coach, seduto su una panchina del Central Park di
Louisville.
Il figlio di Mama Bird aveva giurato e spergiurato che non avrebbe mai preso
un aereo in vita sua.
Il dialogo sulla panchina dovette essere pressappoco questo.
«Ne abbiamo fatta di strada, da quel giorno di sei anni fa, quando volevi che
andassi a recuperarti la bicicletta… Certo che ne abbiamo fatta, ora si va a Roma
Cassius, a Roma!»
«E quanto ci si mette ad andare a Roma in treno?»
«Ecco Cassius… Era più o meno questo di cui ti volevo parlare. A Roma in
treno non ci si può andare, è dall’altra parte dell’Oceano. Cassius, il Comitato
Olimpico ci manda a Roma in aereo.»
«Io non ci vado in aereo… se Dio avesse voluto farci volare, ci avrebbe dato
le ali. Io non ci vado.»
«Cassius, aspetta un attimo… Sono tre anni che stai lavorando per andare a
vincere quella medaglia d’oro…»
«Facciamo una cosa: ti ricordi il tuo amico, quello che vende materiale
militare usato? Portami da lui e comprami un paracadute, perché io su quel
maledetto aereo senza un paracadute non ci salirò mai.»
Invece ci salì, ma non prima di aver fatto tappa a New York, dove la
delegazione USA alloggiava al Biltmore Hotel. Cassius si presentò con la non
attualissima Brownie Hawkeye di suo padre, una macchina fotografica che
ancora richiedeva di guardare dall’alto verso il basso per vedere cosa si stava
inquadrando. Immortalava letteralmente tutti aggiungendo sempre: «… voi non
mi conoscete ma ricordate il mio nome, mi chiamo Cassius Marcellus Clay». La
sera si andava a ballare ma lui non si alzava mai dal tavolo. Avrebbe danzato da
lì a qualche giorno sul ring romano. Come nessun mediomassimo olimpico
aveva mai fatto.
Quello spavaldo diciottenne venuto dal Kentucky finì per lasciare le sue
impronte, digitali e non, un po’ ovunque nel villaggio olimpico, dove
socializzava con i membri delle altre delegazioni, bombava le loro foto, firmava
autografi, stringeva mani e chiacchierava, soprattutto chiacchierava.
Il suo avvento fu devastante. Aveva un’energia contagiosa e, non appena si
ambientò – ci volle per esempio qualche giorno per convincerlo che il bidet (… e
chi ne aveva mai visto uno?) non fosse una fontana –, Cassius divenne monarca
semi incontrastato del villaggio olimpico.
Ma se mai si fosse eletta Miss Villaggio, la maggioranza sarebbe stata ancora
più schiacciante e la prescelta sarebbe stata Wilma Rudolph, detta “Skeeter”, La
Zanzara, la stella della 4x100 femminile dell’Università di Tennessee State
(fondata nel 1912 apposta per studenti afroamericani), automaticamente
diventata la staffetta femminile degli USA alle Olimpiadi.
Wilma Glodean Rudolph, nata a Clarksville, Tennessee, in una modesta
casetta rossa nel quartiere chiamato Saint Bethlehem, tra ventidue figli, a soli
vent’anni portò via da Roma quelle tre medaglie d’oro – 100 metri, 200 metri e
staffetta 4x100 – con cui diede lezioni di coraggio, bellezza e volontà,
diventando la prima americana a vincere tre ori in una competizione olimpica.
In realtà quello scatto leggiadro e armonico non le servì solo a lasciare dietro
le sue avversarie: più che un record, su quella pista Wilma polverizzò il ricordo
di quell’apparecchio ortopedico che aveva segnato la sua infanzia di bimba
poliomielitica, e lasciò a terra la memoria ancora viva di tutti quei chilometri
macinati per andare a fare le terapie all’ospedale colored only a Nashville.
Mai avrebbe potuto immaginare che in quella calda estate romana, proprio
quella terra che le era stata ben poco lieve, l’avrebbe resa “the fastest woman on
Earth”.
Quando Wilma salì per la terza volta sul gradino più alto del podio, coach
Edward S. Temple dichiarò: «Mi esplose in petto una gioia così grande che mi
stavano per partire tutti i bottoni della camicia». Solo sei anni prima era riuscito
a convincere la quattordicenne Wilma a lasciare il suo brillante ruolo di guardia
nella squadra di basket del liceo per dedicarsi all’atletica.
«Tu sei un oro olimpico, se ne ho visto uno, ma il basket femminile non è
uno sport olimpico.»
Poco prima, nel 1950, coach Temple era stato infatti incaricato di creare un
programma di allenamento per le ragazze del college, a Nashville, con a
disposizione solo 300 dollari di budget, molti incoraggiamenti dalla sua
comunità e pochi dallo Stato.
Marta B. Hudson, Barbara Jones, Lucinda Williams e Wilma Rudolph,
conosciute da tutti come le Tigerbelles, erano le favolose sprinter giunte ai
Giochi di Roma direttamente dal Women’s Track Club dell’Università di
Tennessee State, che nel frattempo aveva accumulato i maggiori riconoscimenti
internazionali e li avrebbe confermati sul campo per circa trent’anni.
La maggior parte delle ragazze reclutate nel team da Temple era nata nella
provincia segregata di Stati come la Georgia ed era cresciuta incontrando
principalmente muri e cartelli WHITE ONLY sul proprio cammino.
E di strada ne avevano percorsa eccome per giungere a Roma, direttamente
dalla vecchia stationwagon guidata da Temple in persona, con cui usavano
raggiungere le varie mete dei campionati nazionali, facendo meno soste possibile
e fermandosi di notte nei campi per le dovute necessità. Con un bagagliaio pieno
di borse, e soprattutto di speranza.
Ma adesso potevano finalmente correre dirette verso la gloria.

Il merito più grande delle Tigerbelles, oltre alle medaglie, fu indubbiamente


quello di far sì che delle atlete afroamericane fossero riconosciute, rispettate e
celebrate anche fuori dalla loro comunità per gli obiettivi sportivi conquistati,
forse per la prima volta nella storia.
E questo soprattutto grazie a Wilma, che non a caso dedicò la corona di
questi traguardi a colui che era stato la sua più profonda fonte di ispirazione,
Jesse Owens, cresciuto tra miseria e polmoniti anche lui, ma che alle Olimpiadi
del 1936 vinse quattro ori sconvolgenti.
Nonostante il simbolo delle Tigerbelles fosse la testa di una tigre nell’atto di
ruggire, colei che divenne presto la donna più desiderata del villaggio olimpico
sul suo volto non aveva proprio nulla che potesse avvicinarsi all’aggressività di
una tigre. Anzi. Aveva piuttosto lo sguardo di un cerbiatto, Wilma, e forse,
anche quel soprannome di “gazzella” non rendeva giustizia alla delicatezza che
si celava oltre quelle gambe lunghissime, curate dalla madre, che imparò da sé i
rudimenti della fisioterapia non potendo permettersi di pagare i massaggi che
avrebbero fatto recuperare più in fretta alla figlia la loro funzionalità.
Nel suo ricchissimo libro Roma 1960, David Maraniss la racconta così: «Nel
villaggio non c’era uomo che non fosse pazzo di lei, ma non c’era neppure donna
che riuscisse a esserne gelosa. Su di lei si raccontava che quand’era al college, se
un’amica lodava il vestito che indossava dicendole che le piaceva moltissimo, lei
poteva passarglielo sull’istante, anche se allora di vestiti ne aveva solo due,
quello che aveva addosso e un altro messo a lavare. Sembrava che tutte le cose
cui nel mondo si dà importanza, e quindi anche i premi e la fama, per lei
contassero poco. La sua fame di vittoria aveva un’altra fonte, il bisogno di
dimostrare il suo valore. La leggerezza, disinteressata e felice, del suo modo
d’essere rendeva difficile immaginare i traumi che aveva dovuto subire nei primi
vent’anni della sua giovane vita».
Vaporizzava eleganza nell’aria ovunque sorridesse, Wilma, e sebbene la si
vedesse spesso andare in giro con il connazionale velocista Ray Norton,
purtroppo ben sfortunato nella gara dei 100 metri, la storia racconta di sguardi
languidi e tenere complicità col nostro Livio Berruti, che probabilmente avrebbe
barattato il suo glorioso oro nei 200 piani con il cuore di lei.
«La Rudolph vorrebbe scambiare la tuta con te» gli dissero un giorno.
Una storia meravigliosa forse proprio perché mai consumata, che sembra
tuttavia avverarsi in quelle foto che li ritraggono sorridenti e felici, mano nella
mano, come due giovani atleti innamorati che facevano arrossire i marmi dello
stadio Olimpico.
Livio Berruti ancora oggi custodisce quella tuta in un cassetto sotto naftalina,
insieme all’idea, con cui forse si è confortato in tutti questi anni, che quell’amore
fu impedito solo dal fatto che tra gli ammiratori di Wilma c’era anche un certo
diciottenne venuto dal Kentucky per vincere l’oro dei mediomassimi, con il
quale sarebbe risultato piuttosto sconveniente provare a competere.
Dalle cronache del villaggio olimpico si apprende però che per l’intera durata
dei Giochi quel certo diciottenne, il pugile Cassius Clay, era concentratissimo,
pensava solo ad allenarsi e dunque a rimandare eventuali corrispondenze di
amorosi sensi al ritorno in patria. Il suo talento fece sì che intanto tornasse a casa
portando al collo quella medaglia d’oro con cui poteva finalmente gridare al
mondo: «I’m The Greatest».
I match del torneo di pugilato si tennero nel grande palazzo dell’EUR,
realizzato dall’ancor più grande architetto Pier Luigi Nervi. Quando il discusso
presidente del Comitato Olimpico internazionale Avery Brundage, lo stesso che,
da presidente del Comitato Olimpico Americano aveva spinto per la
partecipazione degli USA alle Olimpiadi del ’36 nella Germania di Hitler e che
nel 1972 avrebbe liquidato con un “The show must go on” il massacro di
Settembre Nero a quelle di Monaco, lo vide, disse: «Mi ricorda la magnificenza
del Bernini».

Anche l’agevole vittoria in finale contro il polacco Zbigniew Pietrzykowski,


proprietario di un caffè e bronzo a Melbourne ’56. Dirà Pietrzykowski: «Nel
primo round sono rimasto ancora nell’incontro, ma a partire dal secondo ho
pensato solo a stare in piedi».
Oro inevitabile. Festeggiato, tutto impettito, con l’ascolto in suo onore
dell’inno nazionale statunitense, quando i pantaloncini bianchi con cui aveva
combattuto erano ormai rosati per via del sangue del polacco. E da quella
medaglia non si separerà mai, la terrà al collo tutto il giorno, dormirà anche sulla
schiena pur di tenerla addosso.
Quel trionfo finì per provocare reazioni contrastanti nei cronisti più anziani,
destabilizzati dal nuovo stile di Clay. Concesse varie interviste, ma quella più
celebre la rilasciò a un medium non americano.
Nel 1957, per la prima volta, il più letto quotidiano sovietico «Izvestija»
aveva deciso di commentare un evento statunitense. A Little Rock, in Arkansas,
sulla base della famosa pronuncia della Corte Suprema del 1954, fu consentito a
nove ragazzi neri (sei ragazze e tre ragazzi, i celebri Little Rock Nine) di
iscriversi a un liceo pubblico grazie al loro eccellente rendimento scolastico.
Incredibilmente, su ordine del governatore, addirittura la Guardia Nazionale
dell’Arkansas impedì ai Little Rock Nine l’ingresso a scuola, costringendo
l’allora presidente Eisenhower a commissionare la National Guard statale e a
inviare truppe federali. La foto di Elizabeth Eckford (nera) coperta di insulti da
Hazel Bryan (bianca), una delle più famose del Novecento americano, stimolò i
sovietici: “… ma questi americani, autoproclamatisi campioni delle libertà del
mondo, come mai a casa loro trattano così i loro cittadini?”.
Eisenhower, esausto e ormai a fine mandato, non ci fece particolarmente
caso, ma il suo successore John Fitzgerald Kennedy molto di più. Proprio nel
1960, in febbraio, a Greensboro, nella North Carolina segregata, quattro studenti
neri, i Greensboro Four, seguaci di Martin Luther King, decisero di sedersi alla
caffetteria dei grandi magazzini Woolworth e ordinare un caffè. Il servizio venne
ovviamente rifiutato, ma loro non si mossero. Il giorno dopo i quattro erano
diventati venti, il quarto trecento. La vicenda durò sino al 25 luglio, allorché,
dopo una perdita stimabile in quelli che oggi sarebbero circa due milioni di
dollari per via dell’estinzione della clientela bianca, il manager del magazzino
decise di far servire tre suoi impiegati afroamericani.
L’inviato di «Izvestija» a Roma scelse non casualmente Cassius per servirgli
una più che discreta polpettina avvelenata: «Mister Clay, lei cosa pensa del fatto
che a casa sua non può nemmeno sedersi alla caffetteria dei magazzini
Woolworth e ordinare un caffè?». La risposta fu un epocale: «Non sono
preoccupato perché so che persone estremamente preparate stanno interessandosi
della questione. Sì, ogni tanto il cibo scarseggia, ma non dobbiamo lottare con
gli alligatori (sic) per procurarcelo. E poi comunque gli USA sono il miglior
Paese del mondo in cui vivere, meglio certamente anche del suo».
Di queste parole si pentirà amaramente in seguito.
Intanto quella vittoria nel palazzo del Nervi ebbe anche un altro grande
merito, quello di restituirci un poeta, oltre che un campione.
Inebriato e ispirato dall’eccitazione di quel successo, Cassius ideò un
componimento poetico, il primo della lunga serie che lo accompagnerà
praticamente fino alla fine della sua carriera:

To make America the greatest is my goal,


So I beat the Russian, and I beat the Pole,
And for the USA I won the Medal of Gold.
Italians said, «You’re greater than the Cassius of Old.
We like your name, we like your game,
So make Rome your home if you will».
I said I appreciate your kind hospitality
But the USA is my country still
’Cause they’re waiting to welcome me in Louisville.

(Far diventare l’America la più grande era il mio obiettivo


Così ho battuto il russo e ho battuto il polacco
E per gli USA ho vinto la medaglia d’oro
Gli italiani mi hanno detto: «Sei più grande del Cassio del passato
Ci piace il tuo nome, ci piace il tuo modo di combattere
Fai di Roma la tua casa se vuoi».
Io ho risposto: «Apprezzo la vostra ospitalità
Ma gli USA sono ancora il mio Paese
E mi stanno aspettando per darmi il
Benvenuto a Louisville».)

Ad attendere Cassius all’aeroporto Idlewild di New York (che, curiosamente,


come lui cambierà nome da lì a quattro anni venendo intitolato a JFK) c’è il
celebre giornalista Dick Schaap, che gli farà da driver per qualche giorno.
Cassius alloggerà in una suite alle Waldorf Towers pagata da un’azienda
produttrice di alluminio che vorrebbe sponsorizzarlo; andrà a mangiare al The
Bull and the Bear, dove ordina un bisteccone pantagruelico che avrebbe sfamato
sia il toro sia l’orso, e poi subito un altro dopo aver finito; si sorprenderà di
essere riconosciuto a Times Square, anche se la medaglia d’oro che portava
sempre al collo aiutava eccome; andrà al Village perché vuole vedere i beatnik
dal vivo ma non ne resterà granché impressionato. Soprattutto, andrà al ristorante
di Sugar Ray Robinson, all’angolo tra la Settima e la 125ª strada, ad Harlem, e
vedrà il primo nazionalista nero che, in piedi su una cassetta di frutta, arringa la
folla dicendo di “comprare nero da neri”, ovverosia di boicottare il business
bianco. Quando Sugar Ray arriva, a bordo della sua Cadillac viola, crea uno
smottamento tale in Cassius che viene contato in piedi. Il problema però è che
Sugar Ray non concede al giovane Cassius il suo autografo ma solo una esangue
stretta di mano e una decina di frettolosi secondi. Ma Sugar Ray resta il punto di
riferimento. Sul ring, all’angolo, e fuori dal ring. Sul ring, perché quei piedi da
ballerino funky li vuole anche lui, perché sa di averli in faretra. All’angolo,
perché l’angolo di Sugar Ray è diverso da tutti gli angoli d’America; e fuori dal
ring, perché la cosiddetta posse, il folto seguito di umanità che lo segue, è unico
nell’intero panorama statunitense. Al suo zenit, Sugar Ray era seguito da:
insegnante di teatro, insegnante di dizione, maestro di golf, barbiere in servizio
permanente effettivo, massaggiatore, segretaria personale con quinta di
reggiseno e, battete questa, nano da compagnia.

All’aeroporto di Louisville ad attendere Cassius c’era una folla in festa e un


seguito di celebrazioni varie. «L’orgoglio di Louisville» disse il sindaco
(bianco), che gli organizzò anche una parata, con fermata intermedia alla Central
High School, dove Cassius mostrò ai suoi compagni di scuola la medaglia con la
scritta PUGILATO e capolinea ovviamente a Grand Avenue, dove suo padre intonò
God Bless America e la madre cucinò il tacchino del Ringraziamento con due
mesi di anticipo.
Ma lo attendevano soprattutto gli uomini del Louisville Sponsoring Group,
pronti a fargli firmare il suo primo contratto da professionista e a investire su di
lui.
Il Louisville Sponsoring Group era una società formata da undici uomini
d’affari di età compresa tra i venticinque e i settant’anni, milionari o eredi di
aziende di famiglia nel Kentucky, praticamente ricchi imprenditori i cui settori di
riferimento erano soprattutto il whisky e i cavalli. Ad avviare l’iniziativa fu
William Faversham, ex consulente finanziario e vicepresidente della Brown-
Forman Distillers Corporation che stimò il costo del lancio di Clay tra i 25.000 e
i 30.000 dollari. Ciascun membro investì 2800 dollari. I promotori si riservavano
l’opzione di effettuare quattro rinnovi, ciascuno della durata di dodici mesi.

Eppure sembrò che la Storia volesse in qualche modo provare a spegnere lo


scintillio di quell’oro, quasi fosse impossibile che il peso di ciò che stava
avvenendo nel Paese glorificato da Cassius nella sua prima poesia non potesse
non schiacciare anche quella medaglia.
Tra smentite e conferme, si sfilaccia, diventando sempre più evanescente, la
leggenda della medaglia gettata nel fiume Ohio da Cassius a seguito del rifiuto di
un ristoratore di servirgli da mangiare, comparsa nella sua biografia del 1975
curata dalla Nation of Islam, che il pugile lesse solo dopo la pubblicazione e le
cui bozze furono corrette da Toni Morrison, futura premio Nobel.
«Sono andato alle Olimpiadi in Italia e ho vinto la medaglia d’oro per gli
Stati Uniti. Eppure mi sono sentito straniero» dirà poi in un’intervista. In realtà,
semplicemente, quella medaglia la perse e gli venne restituita nel ’96 ad Atlanta.
Prima che quel glorioso settembre del 1960 venisse strappato dal calendario,
però, Cassius capì che era giunto il momento di andarsi a prendere ciò che aveva
tanto desiderato e atteso. Wilma e… una Cadillac.
Tante volte, da piccolo e da ragazzino, si era incantato a guardare le Cadillac
esposte da un concessionario in centro, altrettante si era sentito dire dai
proprietari: «Ragazzino, anche andarsene?». Così, appena rientrato da Roma,
pensò bene di investire i suoi primi guadagni da professionista in una Cadillac.
Ma non una come tutte le altre: rosa shocking e decappottabile come quella del
suo idolo, Sugar Ray Robinson. Una Pink Cadillac. La “sua” Cadillac.
Una volta presa dimestichezza con il mezzo, perché lui la Cadillac – o
qualsiasi altra auto, se è per questo, tranne quella dell’autoscuola – fino ad allora
non l’aveva mai guidata, attuò la seconda parte del piano: mosse la prua
sull’Interstate 64 verso il Tennessee per andare a rapire, con il pieno consenso
dell’interessata, la sua adorata Wilma Rudolph.
Aveva un solo indirizzo, quello di coach Ed Temple. Si presentò davanti a
casa sua e cominciò a suonare il clacson. La moglie del coach delle Tigerbelles
tirò la tendina per vedere di chi si trattasse e disse: «Caro, non hai idea di chi ci
sia qui e soprattutto con che mezzo ci sia arrivato».
Il coach aprì la porta, vide Cassius Clay, si mise a ridere e chiese: «Che cosa
posso fare per te, campione?».
«Coach, mi potrebbe dare l’indirizzo di Wilma? Dovrei fare due chiacchiere
con lei.»
Temple fece una telefonata e poi glielo diede.
Viene facile credere che la gazzella si lasciò prendere in dolce ostaggio e
condurre a Louisville, un po’ meno che possa essere stata a suo agio mentre
Cassius la scarrozzava avanti e indietro sul boulevard che da lì a poco meno di
vent’anni sarebbe diventato il Muhammad Ali Boulevard, gridando finalmente
dal sedile della sua decappottabile: «I’m The Greatest, I’m the Gold Olympic
Champion, and I will be the heavyweight champion of the world!».
Ma anche: «She’s the greatest too, she’s Wilma Rudolph, she’s the greatest
too!».
A quel punto Wilma cominciò a scivolare sul sedile di pelle della Cadillac. E
più Cassius ripeteva quel mantra, più lei scivolava. Finché a un certo punto
cominciò prima a sorridere e poi a ridere, quindi progressivamente Wilma
riemerse e con quella sua meravigliosa, lunga levigata mano d’ebano cominciò a
salutare i cittadini di Louisville. Poi, mentre appoggiava la testa sul finestrino
guardando fuori, lontano, un pensiero dovette attraversarle la mente: “Ma vuoi
vedere che questo qui, determinato com’è, diventa davvero il più grande di tutti?
Presuntuoso? Sì, certo, ma basterà aspettare che quel sangue caldo che ha nelle
vene gli si rallenti un po’… E poi, diciamoci la verità: quando mi capita di
incontrarlo di nuovo, uno così?”.

Dell’esito di quel rapimento amoroso perpetrato nel Tennessee ci è dato


conoscere solo l’immagine di due campioni, appena ventenni, che sfrecciano per
quel boulevard acclamati dalla folla, e il sorriso di Wilma, che in fondo aveva
capito tutto. Quello che non sapremo mai è come sia possibile che quel sorriso si
sia spento così presto, il 12 novembre 1994, per un tumore al cervello.
Qualcuno scrisse che la vita di Wilma Rudolph era stata sì breve e piena di
sofferenza, ma soprattutto l’epitome del trionfo.
Lei, che era giunta a quel traguardo dorato già madre di una bambina e che al
suo ritorno a Clarksville pretese e ottenne che al banchetto in suo onore bianchi e
neri sedessero allo stesso tavolo, battendosi per tutta la vita per i diritti della sua
comunità.
Aveva lasciato l’agonismo due anni dopo i tre ori di Roma spiegando che
non riusciva più «a pareggiare le cose migliori che aveva fatto in passato», ma
lontano dalla pista riempì le sue giornate con mille lavori – tra i quali insegnante,
allenatrice, ambasciatrice per varie iniziative umanitarie e sportive – e si dedicò
alla crescita dei suoi quattro figli.
Dopo aver ricevuto quella diagnosi non volle farsi vedere da nessuno.
L’unico che riusciva a farla uscire era il vecchio coach Temple con cui tornava
volentieri in quell’Università di Tennessee State, per passeggiare sottobraccio
proprio sulla pista delle Tigerbelles.
Sarebbe bello immaginare che quei passi tra i ricordi potessero confortarla
almeno un po’, magari rie-vocando con lui quell’indescrivibile impeto di gioia
che gli fece esplodere i bottoni dal petto. Un trionfo che cinquantasette anni
dopo ci fa ancora sognare di essere lì con loro, ma non riuscirà mai a consolarci
della sua assenza.
«Per ogni donna che entrò nello sport dopo di lei, fu lei ad aprire la porta»
disse quell’uomo che l’aveva vista trionfare su tutto e tutti.
Parte seconda
4

Una persona onesta in uno sport malfamato


«L’allenamento con Ali era unico. Non c’era
bisogno di incitarlo, era come un jet a propulsione:
bastava un cenno perché decollasse.»
ANGELO DUNDEE
Il mondo dello sport è pieno di sodalizi, di successi legati a binomi inscindibili,
quelli in cui medaglie e titoli sembrano naturalmente divisi in parti uguali tra chi
va sul campo a guadagnarli e chi quel campo lo occupa apparentemente a latere
e in borghese, ma combattendo simultaneamente a fianco del campione, senza
neanche bisogno di incitarlo perché con il campione vero non è necessario.
Il modo con cui Cassius Clay e Angelo Dundee si sono scelti affonda le
radici in un destino che potrebbe spiegarsi solo nel mondo dei miti greci, come
se le loro vite epiche lo fossero davvero, e nei miti nulla è casuale, ma tutto è
inevitabile. Proprio come lo fu il loro primo incontro nel 1957, in quella camera
d’albergo di Louisville, dove il già esperto manager si trovava col suo pugile
Willie Pastrano.
Ma, perché le strade di Angelo e Cassius potessero finalmente incontrarsi per
la vita, quest’ultimo, ormai avviato al professionismo, sarebbe dovuto passare
prima per le mani e la palestra di Archie Moore. Così aveva stabilito il Louisville
Sponsoring Group, i businessman del Kentucky che lo amministravano.
Soprattutto dopo aver visto Cassius vincere, ma non convincere, nel suo primo
match da professionista nell’ottobre 1960 alla Freedom Hall, nel centro
dell’Università di Louisville.
Archie Moore era un pugile ultraquarantenne in piena attività nella categoria
dei mediomassimi, nato a Benoit, Mississippi, non si sa bene quando,
probabilmente quando non c’era ancora il sonoro al cinema, che aveva aperto un
eremo da qualche parte in California dove allevare giovani pugili. L’ideale per
Clay.
Salt Mine era una vecchia fattoria poco lontana da San Diego, in cui Moore
aveva ricavato una palestra chiamata Blood Bucket, Secchio di Sangue, con un
teschio inchiodato sul varco d’ingresso e grandi macigni disseminati all’esterno
su cui spiccavano i nomi dei grandi campioni del pugilato.
Quando arriva, Cassius si accorge che la località è idilliaca e soprattutto che
le figlie di Moore sono già innamorate di lui. Bene fuori dal ring, non così tanto
bene sul ring. Sono due personalità troppo forti, non possono stare a lungo
assieme soprattutto perché Moore vuole far diventare Clay un pugile che
quest’ultimo non pensa di dover diventare, e i suggerimenti del maestro circa
tecniche e colpi per giungere presto al K.O. vengono respinti al mittente con
ribellione da un ragazzo che non vuole certo essere l’ennesimo Archie Moore,
bensì la nuova stella dei massimi.
Inoltre alla fattoria non c’è personale di servizio e i pugili sono tenuti a
collaborare alle pulizie, cosa non esattamente congeniale al giovane Cassius,
destinato a lasciare presto Salt Mine con buona pace di Moore, che per quanto ci
abbia provato, non è riuscito a “imbrigliarlo” come avrebbe voluto.
«Amo Ali, perché è stato la gallina dalle uova d’oro. Quelli come me hanno
dovuto farsi strada ciascuno per conto proprio, poi è arrivato lui e ha sfondato la
porta» dirà molti anni dopo ricordando ad Hauser i tempi di Salt Mine.
Quando nel dicembre ’60 William Faversham, mente dello Sponsoring
Group, contattò Angelo Dundee per proporgli di allenare il loro pugile, «quanto
è certo che Dio creò le mele, il giorno dopo mi ritrovai Cassius insieme a suo
fratello davanti a casa mia, a Miami». Si stava per avverare ciò che era stato
scritto in quella camera d’albergo nel 1957, e Cassius scalpitava per
ricongiungersi con l’unico altro uomo che aveva già in mente, proprio come lui,
la roadmap fino al titolo mondiale.

Ora: perché una persona che di cognome fa Dundee, nata a Philadelphia,


Pennsylvania, nei suoi ricordi distilla pura saggezza meridionale italiana? Perché
Angelo si chiama Angelo, ma di cognome in realtà non fa Dundee.
Quando a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento dall’Europa arrivarono negli
Stati Uniti milioni di italiani, irlandesi ed europei dell’Est, si dovettero
giocoforza accomodare sull’ultimo piolo della scala sociale. Ma gli irlandesi
avevano un grandissimo vantaggio: la lingua. Già la parlavano, e i loro cognomi
erano anglosassoni. Per gli altri invece era un problema. I polacchi, che avevano
una vocale ogni mezz’ora, vedevano i cognomi completamente squartati. Gli
italiani pure, per non parlare poi di quelli che venivano dai ghetti ebraici dell’Est
Europa, che già li volevano cambiare di per sé.
Un giorno da un paese che si chiamava, e si chiama, Roggiano Gravina,
provincia di Cosenza, sbarcarono i Merenda. Per molti aspiranti cittadini
americani il primo approdo era Ellis Island, isola artificiale costruita poco
lontano da Manhattan con le rovine degli scavi della metropolitana di New York.
Dopo aver superato la quarantena, i Merenda diventarono Mirena e
successivamente si stanziarono a Philadelphia. Ebbero dei figli maschi, il primo
si chiamava Chris e il secondo Angelo. Chris voleva boxare, ma non si sentiva di
farlo con il cognome di famiglia, desiderava un riconoscimento sociale più forte
e quindi optò per Dundee, ispirandosi a Salvatore Lazzara, un palermitano che
già si faceva chiamare Joe Dundee, un buon pugile degli anni Venti. E il fratello
minore? Poteva a quel punto rimanere Angelo Mirena? No! Lui pure diventò
Dundee, Angelo Dundee.
Nel 1950 i fratelli si stabilirono tra la Quinta strada e Washington Avenue, a
Miami, e aprirono la palestra che diventerà celebre nel mondo, quella 5th Street
Gym in cui si forgeranno diversi campioni del mondo, e uno in particolare.
Angelo Dundee sapeva bene che quando lavori con un pugile «devi essere un
chirurgo, un ingegnere e uno psicologo», eccellendo in ognuno di questi mestieri
ed enfatizzando con Cassius le sue doti all’ennesima potenza. «L’allenamento
con lui era unico, una storia a sé rispetto a buona parte degli altri pugili»
raccontò a Thomas Hauser. «Non c’era bisogno di incitarlo, era come un jet a
propulsione: bastava un cenno perché decollasse.»
E decollarono insieme praticamente per vent’anni, planando a volte su
montagne impervie, altre sorvolando pianure verdeggianti, ritrovandosi in mezzo
a tempeste e sfiorando spesso il suolo, ma riprendendo quota con ogni mezzo
possibile, anche quando le ali del pugile sembravano immobili e il suo volo
troppo incerto: un solo sguardo di quell’uomo sopraffino in camicia bianca e
dalle montature vistose regalava a Cassius il paracadute che lo avrebbe protetto
da qualsiasi schianto.
La memoria dell’illuminato manager venuto da Roggiano Gravina sarà per
sempre legata a espressioni come «boxe allo stato puro», come lo appellò il
collega medico Ferdie Pacheco, oppure «il cornerman che accompagnò al titolo
mondiale i più grandi pugili della storia», ma soprattutto a ciò che ne disse il
giornalista sportivo Dick Schaap: «Una persona onesta in uno sport malfamato»,
«Il quartiere a luci rosse dello sport», come lo definì Jimmy Cannon, il più
grande reporter della boxe a stelle e strisce, titolare sul «New York Post» della
celebre rubrica Nobody asked me, but, il cui titolo tempo dopo sarà ripreso anche
da Dan Peterson per i suoi interventi sulla «Gazzetta dello Sport».
Non doveva essere facile rimanere un uomo onesto in quell’ambiente e in
quei tempi. E forse solo in quell’America che accoglieva milioni di persone
dando loro nuove possibilità poteva succedere che un giovane ribelle
afroamericano affidasse praticamente tutto se stesso a un emigrato bianco di
origini calabresi, tra paure, intemperanze, difficoltà, e soprattutto speranze.
Solo un uomo come Angelo, cresciuto molto più a suo agio tra gli
afroamericani che in mezzo a coloro che avevano sì aperto le porte alla sua
famiglia ma sempre sotto un velo di diffidenza, solo un uomo che aveva
conosciuto bene quella sensazione di essere considerato “diverso”, straniero,
avrebbe potuto gestire e indirizzare la strabordante intelligenza di quel pugile.
Angelo Dundee rimase al fianco di Ali in tutti i suoi match tranne due: il
primo contro Hunsaker e incredibilmente nel 1971 contro Jimmy Ellis, perché
essendo stato manager e allenatore anche di Ellis, quella sera, di comune accordo
con Ali, era all’angolo opposto. Rimase al fianco di Ali fino all’ultimo incontro e
la fine di quella carriera sembrava non dovesse arrivare mai, nemmeno con lo
straziante match di Manila contro Joe Frazier, dopo il quale Ali continuò a
combattere pur avendo lasciato la sua anima più profonda in quell’arena nelle
Filippine. Il capolinea fu Nassau, Bahamas, quell’11 dicembre 1981, in cui
perderà contro un certo Trevor Berbick, un giovane pugile cresciuto nel suo mito
che alla fine del match non farà altro che ringraziarlo.
«Quel maledetto pazzaglione (soprannome che usava per la stampa italiana),
con tutto il bene che gli volevo, bastava che incontrasse qualcuno che gli diceva
che c’era un altro match, che c’era una buona borsa, che magari era anche in un
bel posto, e lui ci andava» raccontò Dundee in un’intervista rilasciata a Gianni
Minà.
Il primo giorno di febbraio del 2012, a novantuno anni, il “Paisà” che per la
sua storia poteva essere uscito da un film di Roberto Rossellini, e che aveva
condotto per mano al titolo mondiale ben quindici fuoriclasse in varie categorie,
tra cui Sugar Ray Leonard, Willie Pastrano, José Nápoles, George Foreman,
lasciò per sempre l’angolo occupato per più di mezzo secolo, dopo aver
dimostrato al mondo come quella angusta parte di piano all’incrocio delle corde
possa essere lo spazio dell’attesa e della crescita, quello in cui ci si siede da vinti
per rialzarsi, forse, da campioni.
E Angelo, di quella prodigiosa convessità, custodiva ogni segreto.
Prima di andarsene era riuscito a partecipare alla festa per i settant’anni del
suo adorato allievo Ali, di cui aveva abbracciato le battaglie senza interferire
mai.
Gli era stato vicino durante la conversione all’Islam, la renitenza alla leva e
le tante altre turbolenze come solo un vero amico sa fare. Anche se la caducità
della vita li aveva fatti scendere dal ring e salire su una carrozzina, i miti restano
al loro posto per sempre e quel pugile che accolse nella sua palestra di Miami,
ancora gli telefona al mattino presto per dirgli che vuole tornare ad allenarsi con
lui.
Sappiamo che lo stanno facendo, e lo faranno per sempre, ovunque ci siano
delle corde e dei guantoni, per vincere il quarto titolo mondiale.
5

Il team della 5th Street Gym


«Vola come una farfalla, pungi come un’ape.»
DREW “BUNDINI” BROWN
Se è vero che certe storie non possono prescindere dai luoghi in cui si
sviluppano, è altrettanto vero che in rari casi essi ne diventano protagonisti al
pari dei campioni e degli uomini straordinari che li hanno popolati.
Quello della 5th Street Gym di South Beach, Miami, è uno di questi.
L’intero gotha della boxe del secondo Novecento è transitato tra le sue mura,
eppure non vi è una singola persona che sia passata per quei locali – campioni,
spettatori, sparring partner, manager, medici o semplicemente curiosi – che non
abbia contribuito a farne la storia. Dal primo giorno fino a quello in cui il
giovane Cassius vi entrò quasi felpatamente, un po’ riscrivendola, un po’
rimanendone investito, perché in fondo quel luogo era davvero sotto un
incantesimo.
In quello spazio sono state possibili intese tra uomini di comunità diverse e
apparentemente in odore di conflitto, alleanze oltre il quadrato del ring,
l’avverarsi di solidarietà e amicizie che forse, in altre città, fuori da quelle mura
non sarebbero state altrettanto facili.

Fin dagli anni Cinquanta la popolazione di Miami era costituita in larga parte da
immigrati cubani, tendenzialmente bene inseriti in un tessuto sociale reso
elastico dal loro flusso continuo, e la commistione tra le varie comunità diede
luogo a un melting pot in cui le identità convivevano senza dover negoziare la
propria appartenenza, evitando di impattare le une sulle altre, a volte
amalgamandosi, altre semplicemente sopportandosi. Del resto per Cuba la
Florida rappresentava il varco d’accesso agli Stati Uniti d’America, e quella
miscela esplosiva di umanità sembrava coesistere apposta per sfornare talenti.
Almeno nella boxe.
La palestra dei fratelli Dundee originariamente si trovava tra la Quinta strada
e Washington Avenue, ed era al secondo piano. Sotto c’era una drogheria e, per
raggiungere la palestra, bisognava passare da lì e salire una scala. Sulla soglia
c’era un pensionato senza denti che esigeva 50 centesimi da tutti quelli che si
presentavano all’ingresso per assistere agli allenamenti. Un coro, una giuria.
Avevano anche un soprannome: “The Cardinals”. Il loro verbo, quasi sempre,
era Vangelo. Per metà erano cubani, i più critici di tutti. Anche con Cassius:
«Nah! Questo ragazzo non va bene, Angelo! Saltella, vuol sempre colpire alla
testa… ma cosa fa, balla? Nooo, no es cubano».
Già, non è cubano, viene da Louisville.
Anche Angelo Dundee inizialmente vorrebbe correggerlo, solo che ha già
intuito, da uomo di rarissima intelligenza qual è, che il ragazzo sa già molto bene
cosa vuole diventare.
Angelo, nella sua incantevole ingenuità, sistema Cassius al Mary Elizabeth
Hotel, in una zona, diciamo così, non residenziale di Miami. I clienti
dell’albergo che non abbiano trascorso almeno una sera al fresco nella loro vita
non si possono contare perché non ci sono: sfruttatori, biscazzieri, prostitute,
trafficanti di vario materiale, tutti hanno qualcosa che non va. E, vedendosi
arrivare un novellino, facilmente avranno pensato: “Ah, ecco la nostra prossima
vittima”. Ma nel giro di dieci giorni a Cassius succede quello che sempre
accadrà nella sua vita: tutti quelli che entrano in contatto con lui finiscono per
proteggerlo.
«Hey, ma hai visto quel negrettino lì? Io ho una portoricana giusta!»
«No! Nessuna portoricana per il nostro ragazzo, si sta allenando.»
«Ho una pastiglietta di quelle…»
«Nooo! Si sta allenando.»
E di proteggerlo c’era davvero bisogno. Tutte le mattine Cassius doveva
raggiungere Miami Beach partendo da downtown ed era un bel viaggio, doveva
farsi di corsa tutto il MacArthur Causeway, un ponte che sembra interminabile.
In una città segregata come Miami, non poteva passare inosservato. Troppo
bello. Soprattutto troppo nero. Un giorno, proprio all’altezza della drogheria, si
ferma una macchina della polizia. Niente sirene, gli agenti vogliono solo fare
due chiacchiere.
«Angelo! Quel negro smilzo che tutti i giorni si fa avanti e indietro sulla
Causeway è tuo?»
«Sì, ragazzi, quello è mio, è a posto.»
«Angelo, you know this is Miami, right? Se è protetto da te può andare, ma
appena sgarra diventa roba nostra!»
E intanto Dundee allungava ai poliziotti una busta con dentro tre biglietti per
il successivo match di uno dei suoi protetti.
Già, i suoi protetti. I Cardinals e i frequentatori della palestra impazzivano
per il cubano più cubano di tutti: Luis Manuel Rodríguez, futuro campione del
mondo dei welter, grande avversario di Nino Benvenuti. In tanti ancora
sostengono che sia stato Rodríguez a ispirare Muhammad Ali, a insegnargli il
jab, quella straordinaria spazialità sul quadrato tipica dei pugili cubani che lo
accompagnerà per sempre. Di sicuro c’è che Cassius portava le borse a tutti i
suoi match, un po’ perché così non pagava per assistere agli incontri, e un po’
perché voleva studiare da vicino ogni singolo movimento di Rodríguez.

Tra i cubani della 5th Street Gym non vi erano solo pugili, ma anche un medico,
il loro medico, quello che, d’accordo con Angelo, prestava per hobby la sua
professione a bordo ring. Lavorava nelle zone nere e ispaniche della città, perché
lui in quelle vie ci era nato, precisamente nel 1927 a Ybor City, quartiere storico
di Tampa famoso per le manifatture di sigari e per il fatto di essere popolato da
immigrati ispanici quasi tutti impiegati a rollare foglie di tabacco. Ma più che ai
sigari, Ferdie Pacheco era interessato allo sport più praticato e popolare in città,
quella boxe che sembrava riscattare un’intera comunità, tanto chi combatteva sul
ring quanto chi la guardava da fuori.
Angelo non si dovette nemmeno impegnare per cooptare nel suo team il
medico di Little Havana che da spettatore non si perdeva un incontro: biglietti
gratis. Più che sufficiente.
Così, da frequentatore assiduo della 5th Street Gym, Ferdie Pacheco si ritrovò
a offrire le sue cure a colui che avrebbe definito il più grande pugile che avesse
mai visto, e quelle cure non avrebbero avuto a che fare solo con bende e punti di
sutura. Anche perché, a suo dire, gli diede punti sul volto in una sola occasione: i
neri per via della melanina si tagliano molto meno e per via della conformazione
ossea del volto hanno gli occhi più protetti. In più, Ali aveva un mento
infrangibile e un addome d’acciaio. Di tutte le cose eccezionali che Pacheco
racconterà negli anni di Cassius prima e Muhammad Ali poi, quella che colpisce
di più riguarda l’irraggiungibile spazialità che gli attribuisce, il suo modo
incredibile di dominare visivamente il match. Pacheco dirà che Ali era un
pensatore primario, non aveva un’intelligenza che gli consentisse più opzioni
introspettive: un pensatore primario non mette due volte la mano su una stufa
bollente. E aggiungerà che aveva una conoscenza geografica del ring, di ogni
ring, sconosciuta a qualsiasi altro pugile delle sue dimensioni, e che nessuno
sapeva tenere in amministrazione controllata le energie come lui. Non solo: «A
ogni match, qualsiasi match tranne forse quello di Manila contro Joe Frazier,
Cassius Clay era in grado di dirvi chi attorno al quadrato aveva ordinato una
Coca-Cola, chi aveva ordinato una birra, chi rideva, chi fremeva, chi piangeva,
chi se n’era andato prima… Uno per uno».
A metà degli anni Settanta Ferdie si accorse che il corpo del suo pugile
iniziava a dare chiari segnali di resa, fece di tutto per fermarlo, invano. Sebbene
le luci stessero cominciando ad abbassarsi, era ugualmente impensabile che quel
corpo intoccabile, quel congegno perfetto, potesse spegnersi da sé.
Quando Ali gli riconobbe che aveva ragione, erano ormai entrambi lontani
da quei colpi, da quelle violenze, lontani dai combattimenti che Pacheco
continuò a seguire da commentatore televisivo, distante da quel quadrato dove
tante volte aveva visto la morte andare in scena e venire puntualmente respinta
sul ring dal “Più Grande”.

In quella palestra di Miami tra la Quinta e Washington, in cui saltano la corda


anche gli anni, scorrono gli allenamenti intensivi e i K.O. che Cassius infligge
agli avversari. Ogni incontro che disputa non è che una prova generale in attesa
di vederlo finalmente di fronte a Sonny Liston.
Con la stessa sontuosità del primo deus ex machina della storia, nel team di
Cassius entra un altro personaggio chiave: Drew Brown, conosciuto da tutti
come “Bundini”. Per descriverlo basterebbe citare ciò che era scritto sul retro di
una delle sue magliette: FLOAT LIKE A BUTTERFLY, STING LIKE A BEE, “Vola come
una farfalla e pungi come un’ape” uno dei suoi tanti motti, forse il più bello, di
cui Ali si sarebbe presto appropriato. Fuori e dentro il ring. Con Bundini, che era
di fatto il suo autore principale, provava per ore le frasi a effetto.
Bundini è il tipico character che poteva esistere solo negli Stati Uniti degli
anni Cinquanta-Sessanta. Abbandonato dalla madre con un cartello con scritto
PER FAVORE PRENDETEVI CURA DI QUESTO BAMBINO, a dieci anni fa lo “sciuscià”, a
dodici, durante la Seconda guerra mondiale, si arruola in marina ma viene
espulso in seguito a una lite con un ufficiale. Gira il mondo come marinaio, a
Beirut seduce una ragazza libanese che gli dà il soprannome Bundini (lui non sa
neanche cosa voglia dire, «così come ho i miei occhi, ho questo nome»), per poi
tornare negli States da ebreo nero convertito che chiama Dio amichevolmente
“Shorty”. Bene, no?
Nella sua casa di Miami coltivava rose e aveva una “sua” spiritualità. Si
integrò perfettamente nel team di Miami, si autoproclamò assistente allenatore,
fu un sublime motivatore, esperto cornerman, ma più di ogni altra cosa riuscì a
entrare in simbiosi con Ali. Dichiarava di sentirsi fisicamente male a ogni
incontro, «mi sento come una donna incinta, do al campione tutta la mia forza,
lui tira un pugno, lo tiro anche io, lui colpisce io mi faccio male, non so come
spiegarlo, ma è come se sapessi cosa farà ancor prima che lo sappia lui».
Cassius lo volle al suo fianco in primis perché era stato nell’entourage di
Sugar Ray Robinson, poi perché vivevano praticamente in osmosi da quando lo
conobbe, quella sera del 1963, poco prima del match con Doug Jones, rimanendo
affascinato dal suo carisma e dal modo in cui gli parlava.
Da allora quell’uomo “mistico” considerato il troubadour delle gesta di “The
Champ”, divenne la principale fonte di energia e motivazione di Cassius prima,
di Ali poi, sebbene in quel lungo legame vi furono spesso tensioni e attriti,
compreso un periodo di “esilio” a fine anni Sessanta, in cui Bundini fu
allontanato dal team principalmente per tensioni con i musulmani della Nation of
Islam.
Dall’alto della sua saggezza popolare, Angelo Dundee dirà che il trucco per
andare d’accordo con quell’uomo che in fondo gli piaceva tanto, era non provare
a capirlo, altrimenti ti avrebbe fatto impazzire.
Questo era Drew Bundini Brown. L’uomo che aveva dato tutta la sua forza
ad Ali, forse non ne ebbe altrettanta per sé e scomparve troppo presto, un giorno
di fine estate del 1987. Degli anni passati al fianco del pugile restano soprattutto
quegli abbracci lunghissimi, tanto intensi per le vittorie quanto per le sconfitte,
con le sue guance sempre irrorate di lacrime, quelle che probabilmente avrà
trattenuto “The Champ” quando lo vide per l’ultima volta e non sentì più uscire
dalla sua bocca quel: «Danza campione, danza!».
6

Aspettando Liston
«Fatti sentire, figliolo! Fatti sentire!»
“GORGEOUS” GEORGE WAGNER
Dal giorno in cui mise piede nella 5th Street Gym fino al match contro Sonny
Liston, il 25 febbraio 1964, diciotto incontri separavano il campione di
Louisville dal titolo mondiale. Sebbene all’inizio Angelo non ritenesse
opportuno mettergli davanti pugili più maturi, bastò guardare Cassius battere uno
dopo l’altro in scioltezza i suoi avversari per capire che non c’era nessuno
capace di stare al passo con la sua velocità.
Sulla roadmap per giungere imbattuto a quel febbraio 1964 vi sono alcune
fermate memorabili, non tanto per il valore degli avversari quanto per quello che
succede “intorno” agli incontri.
Per esempio: mentre Cassius si trova a Las Vegas per il match con Duke
Sabedong, un imponente guerriero hawaiano che andrà giù al decimo round, in
città combatte anche un certo George Wagner, conosciuto come “Gorgeous
George”, wrestler a dir poco istrionico che sale sul ring solo dopo che i suoi
uomini hanno passato il deodorante nelle zone in cui lui dovrà gravitare, e della
lavanda dove si siederà, salvo poi rilasciare in conferenza stampa dichiarazioni
del tipo: «Io a quello gli stacco un braccio e poi glielo faccio mangiare e se
perdo giuro che striscio per terra!».
Semplicemente irresistibile per uno come Cassius, già soprannominato “Il
labbro di Louisville” per via di come, e soprattutto quanto parlava, uno stile che
derivava direttamente da Buffalo Bill e dai suoi show nelle fiere di fine
Ottocento. Da quel momento in poi Ali avrebbe fatto dell’autopromozione una
disciplina a sé, seguendo alla lettera il consiglio di quel meraviglioso wrestler sul
viale del tramonto: «Funziona così, figliolo: tu devi vendere i biglietti e per
vendere i biglietti bisogna creare un sistema per cui metà della gente venga
all’arena per vederti vincere e almeno altrettanta per vederti perdere. Fatti
sentire, figliolo! Fatti sentire!».
Si farà sentire, eccome.
Gli incontri venivano trasmessi in televisione e ormai, a ogni vigilia, Cassius
metteva in rima i suoi pronostici esatti circa il round in cui avrebbe atterrato
l’avversario, una costante destabilizzazione seduttiva per cronisti e media. Una
volta, però, contraddicendo le proprie stesse previsioni, stende un certo Warner
alla quarta ripresa pur avendo previsto la quinta.
Gli chiedono: «Come mai?».
Risponde: «Mi ha mancato di rispetto».
Prima di volare a Londra per sfidare Sir Henry Cooper, il campione dei pesi
massimi inglesi, Cassius macinò altri match, tra cui l’esordio al Madison Square
Garden di New York contro Sonny Banks, il primo a metterlo giù con un gancio
da cui si rialzerà all’istante, quasi imbarazzato, guadagnandosi per sempre
l’amore incondizionato del suo allenatore perché nel sollevarsi dal tappeto lascia
intendere all’avversario che non è successo niente.
E poi l’incontro col “vecchio” Archie Moore, che pur avendo fallito come
suo allenatore qualche tempo addietro, era ancora un discreto pugile in attività e,
come tutti, aveva bisogno di soldi. David Remnick, nel suo splendido libro, Il re
del mondo, descrive così i due pugili alla prima campana: «Cassius è splendido,
tirato, sembra imbattibile e soprattutto è liscio come una lontra; Archie Moore
sembra un uomo di mezza età, è ingrigito e indossa degli osceni pantaloni
ascellari». Il match andò di conseguenza e l’ex allievo fu anche piuttosto
sprezzante nei confronti di chi aveva provato ad allenarlo, ma alla fine lo
abbracciò come si abbraccia un vecchio zio.
L’incontro con Cooper si disputa il 18 giugno 1963. Nelle file dell’Empire
Stadium, prima denominazione dello stadio di Wembley, prendono posto
quarantamila spettatori. La struttura avrebbe avuto una capienza da centomila ma
gli inglesi, come faranno anche per il calcio con la riforma Thatcher, trattano un
incontro di boxe come una pièce teatrale. Quindi, tutti seduti. Cassius incontra il
beniamino della regina Sir Henry Cooper, presentandosi sul ring con tanto di
corona e mantello rosso recante la scritta CASSIUS CLAY THE GREATEST. Gorgeous
George sarebbe stato orgoglioso di lui, e Freddie Mercury ne avrebbe tratto in
seguito ispirazione. Il pubblico inglese gradisce con moderazione.
Cooper è molto fragile nelle arcate sopraccigliari, però con un gancio sinistro
riesce a mettere giù “The Lip”, che cade per la seconda volta nella sua carriera,
giusto alla fine del quarto round. Tempismo provvidenziale perché Cassius torna
subito all’angolo e Angelo può guadagnare qualche secondo sulla ripresa del
match e soprattutto fargli annusare una fiala di ammoniaca, forse non
esattamente legale, che lo aiuta a rinvenire e a ridurre Cooper una maschera di
sangue colpendolo dove non può proteggersi.
Nelle interviste dopo il match Cassius racconterà: «Mai incontrato un
avversario così forte, il colpo che ho preso l’hanno sentito anche i miei antenati
in Africa».
«Sei anche andato al tappeto…» gli fanno notare.
«Colpa mia. Ho visto che a bordo ring c’era Elizabeth Taylor, la più bella
Cleopatra di sempre, mi sono distratto ed è stato bravo lui a prendermi.»

Nel frattempo quella sua catchphrase «I’m The Greatest» era entrata
nell’immaginario collettivo, i suoi pronostici in rima venivano citati da tutti i
giornali e i suoi componimenti poetici e monologhi autocelebrativi finirono
addirittura in un LP edito dalla Columbia Records, perché in un’epoca in cui, in
vista di un match, i pugili al massimo si producevano in frasi del tipo: «Sono
impaziente di salire sul ring e farò del mio meglio», anche la puntina di un
giradischi poteva contribuire a creare piccole rivoluzioni.
L’origine dei duelli verbali che poi diventeranno la base del rap deriva dalle
abitudini ancestrali delle popolazioni del Delta del Niger. Il duello prevede la
denigrazione dell’avversario e della sua parentela, in particolare della madre, da
cui deriverebbero i cosiddetti mama jokes, i più coloriti degli insulti verbali di
strada afroamericani. In uno dei dialetti parlati sul Delta addirittura il pronome
personale mu (io) diventa ike mu (mio culo), che sarebbe l’origine del my ass,
usato continuamente in alternativa al pronome nella black America di oggi.
Cassius più o meno mette in scena la stessa dinamica: affibbia all’avversario
un soprannome (e, nella sua storica sinfonia di contraddizioni, la cosa più
difficile da spiegare è che per tutti i neri sceglie un nome da animale,
esattamente come da consuetudine bianca), poi arriva la poesiola su quando e
come terminerà il match; imita regolarmente il rivale davanti alla stampa,
seleziona un paio di luoghi dove piazzare dei blitz a sorpresa, spesso nel ritiro
degli avversari, crea una finta rissa il giorno del peso, passa alle scaramucce
verbali poco prima del match e poi finalmente, se Dio vuole, si combatte.
La campagna pensata per far saltare i nervi al campione del mondo Sonny
Liston fu puro cinema.
Innanzitutto Cassius si creò una linea d’abbigliamento personalizzata con la
scritta CACCIA ALL’ORSO sulle spalle e andava in giro con un gigantesco collare e
il barattolo del miele; poi comprò un vecchio pullman usato su cui suo padre,
dalla mano pittorica sempre educata, dipinse la scritta THE WORLD’S MOST
COLORFUL FIGHTER e con cui si mise in marcia verso Denver, dove Liston si era
trasferito e viveva a poche case di distanza da un ingrigito Joe Louis, che, a
sorpresa, gli curava la comunicazione. Arrivato a destinazione prese a
salmodiare con un megafono davanti alla casa di Sonny, che uscì in vestaglia per
farsi giustizia ma dovette rinunciare perché Cassius aveva convocato tutta la
stampa del Colorado.
Vigilia.
«Il jab di Clay punge, quello di Liston sfonda» scrivevano i giornali.
Nessuno, proprio nessuno, pensava che “The Lip” potesse vincere, anzi molti
credevano che sarebbe uscito cerebralmente leso per sempre.
Legato da parte materna a B.B. King, il campione del mondo dei pesi
massimi, Sonny Liston, era nato in una data incerta intorno al 1930 in una zona
paludosa di piantagioni di cotone in Arkansas, tra decine di fratelli, e portava
sulla schiena le cicatrici delle frustate ricevute da bambino. La sua fedina penale
era opaca, rapine e furti, tanti gli avversari atterrati sul ring quanti i misteri che
ammantavano la sua biografia, tanto torbida la sua storia quanto impeccabile il
suo curriculum di pugile.
Una vera macchina da guerra che buttava giù persino i sacchi da
allenamento.
Prima di essere inserito nella squadra dilettantistica della città di St. Louis,
entrava e usciva dalla cella con la stessa frequenza con cui sarebbe poi sceso e
salito dai ring, grazie ai cappellani del carcere che lo iniziarono alla boxe proprio
durante la detenzione.
Il resto è una storia fittissima di eventi che spesso si perdono nei faldoni
dell’FBI e di avversari sgominati con la sua leggendaria potenza taurina, su ring
dove le luci e le ombre si alternano, illuminando o nascondendo la presenza della
malavita che gravitava intorno alla boxe degli anni Cinquanta. Mai mandato
indietro un Jack Daniel’s, incuteva terrore soltanto alzando un sopracciglio e non
era facile trovare sparring partner disposti a farsi ridurre in brandelli per pochi
spicci. Analfabeta, per conoscere le cronache dei suoi match si faceva leggere i
giornali dalla moglie. E ogni volta che un giornalista avanzava dubbi sulla sua
data di nascita, Sonny lo guardava un secondo come non vorreste venir mai
guardati da nessuno e aggiungeva: «Stai forse dando della bugiarda a mia
madre?». La conversazione si estingueva invariabilmente lì.
Quando Liston arriva a Miami, fissa il suo ritiro, con aria condizionata, nel
Nord della città. Durante le ore che concede alla stampa si allena senz’anima ma
con lo speaker: «Vedete adesso il campione saltare la corda a ritmo, guardate il
campione, i talloni non toccano per terra quando salta la corda».
È estremamente nervoso, non manda indietro nemmeno i Daiquiri, sbrana
hot dog e uno dei suoi uomini di fiducia gli presenta quotidianamente qualche
prostituta. Nel frattempo ha violentato una cameriera e addirittura la moglie di
un uomo della sua security, salda tutto e tutti con pezzi da cento.
È convinto che non sarà un match, ma una passeggiata. Fa sempre segno
“due”: un round per prenderlo, un round per smontarlo. In fondo neanche un
anno prima ha smantellato l’ex campione del mondo Floyd Patterson rilevando il
titolo in due minuti e qualche decina di secondi. Basterà guardarlo,
incenerendolo come quella notte a Denver, l’avrebbe ucciso se non ci fossero
stati i giornalisti. Andrà giù, irrimediabilmente giù.

Bundini, Angelo Dundee, Ferdie Pacheco. Sono tutti presenti il giorno del peso.
In realtà per i massimi il peso non ha alcuna rilevanza perché non c’è limite,
serve solo a creare tensione in vista del match. Cassius per l’occasione ha
preparato qualcosa di forte: improvvisamente si avventa contro l’avversario
coprendolo di insulti. Cerca di colpirlo ripetutamente, con Liston che rimane
interdetto. Pacheco e Dundee trattengono Cassius e lo rimettono seduto. Nessuno
capisce che cosa stia realmente facendo, è fuori di sé.
Sembra si sia praticamente indotto una trance, perché quando il medico lo
visita ha 150 di battito e 200 di pressione. «Questo non può combattere»
dichiara, «io non do l’autorizzazione.» Mezz’ora più tardi Cassius sta giocando
con dei bambini, Pacheco gli risente il battito, che è 50, e la pressione, che è 70
su 110. Parametri perfetti. È incredibile, sembra che il suo corpo sia abitato da
due persone.
Sicuramente una delle due era spaventata a morte, ma lo confesserà solo anni
dopo; l’altra invece non aveva mai perso il controllo della situazione. Chiedeva a
Bundini cosa avrebbe dovuto fare per vincere il match.
La risposta non poteva che essere: «Vola come una farfalla e pungi come
un’ape». Ciò che è certo è che Ferdie Pacheco aveva già misurato la distanza tra
la Convention Hall, dove si sarebbe tenuto il match, e l’ospedale più vicino, il
Mount Sinai, dove proprio lui era stato internista fino a qualche anno prima.
Neanche i suoi credevano sarebbe arrivato alla fine, tantomeno per vincere.
7

Uno per tutti


«Ladies and Gentlemen… The Beatles!»
ED SULLIVAN
In quel mese a Miami sono arrivati anche quattro ragazzi con the swag, la
frangetta di quegli anni londinesi, cresciuti nelle macerie postbelliche di
Liverpool.
Sono i Beatles, il primo, vero urlo di gioia del mondo giovanile europeo
dopo la guerra, e provengono da uno dei Paesi più duramente colpiti. Sbarcano a
New York il 7 febbraio del 1964 per dare ufficialmente inizio alla beatlemania
anche nel Paese a stelle e strisce.
Con due album già all’attivo, registrati nei mitici studi di Abbey Road,
dilagano nelle classifiche americane in gennaio con il singolo I Want to Hold
Your Hand, e il loro debutto davanti a milioni di americani in visibilio avviene il
9 febbraio durante lo show più popolare trasmesso dalla CBS, l’Ed Sullivan
Show.
Per i Beatles furono giorni intensissimi trascorsi tra concerti a Washington e
New York, passaggi in ambasciata, interviste e assalti dei fan, al punto che
quando approdarono in Florida, per la seconda apparizione all’interno del
popolare varietà della CBS, avevano già scritto memorabili pagine in un Paese
che, ancora sotto shock per l’assassinio di Kennedy, si fece sconvolgere dai Fab
Four.
Forti di un’incredibile potenza mediatica, i Beatles negli USA compiranno
piccoli miracoli, come nel settembre ’64 a Jacksonville, quando chiesero e
ottennero che bianchi e neri potessero assistere al loro concerto assieme, cosa
pressoché impossibile in quella città rigidamente segregata, dove ancora oggi ci
sono tante ragazze nere, ora un po’ più anziane, che ricordano perfettamente quel
momento.

In una città che attendeva con trepidazione il match tra Clay e Liston i
Beatles, di passaggio a Miami, non potevano lasciarsi sfuggire l’occasione di
incontrare i due pugili.
Sonny Liston era già andato ad ascoltarli in concerto senza rimanerne
particolarmente contento, al punto da commentare: «Il mio cane suona la batteria
meglio di Ringo Starr».
Per questo i Beatles si diressero nel feudo di Cassius, in quei locali della 5th
Street Gym dove era già pronto il fotografo Harry Benson, sicuro di immortalare
scene irripetibili. La cosa pazzesca è che, nonostante l’incontro con Cassius Clay
di quel giorno sia stato per tutti indimenticabile, l’unico nero a comparire sulla
copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, l’album che nel 1967
cambia la storia della musica, è Sonny Liston.

Mentre attendono l’arrivo di Cassius, il più nervoso ovviamente è John


Lennon, che a un certo punto dice: «Andiamo», ma ci sono tre pugili alla porta
che fanno capire che forse è meglio restare. L’arrivo di Cassius è praticamente
un’apparizione: «Hello, Beatles! Noi dobbiamo fare delle cose assieme, ci sono
soldi per tutti, naturalmente!».
John Lennon lo guarda strano e lui lo guarda strano di rimando.
«Be’, però, sei più intelligente di quello che sembri in fotografia» lo provoca
Cassius.
«Anche tu» risponde John.
«Sei il più carino, ma non quanto me!» dice poi Cassius a McCartney.
Dopo i convenevoli nasce una serie di gag che appaiono improvvisate, anzi,
lo sono davvero, ma Cassius sembra dirigere il set: finge di boxare con i Beatles,
propone le pose, ridono, scherzano, giocano. Fino ad arrivare a quell’immagine,
ormai un’icona, fissata dall’obiettivo di Benson e rimasta impressa
nell’immaginario collettivo: il pugno con cui Cassius fa finta di colpire George
Harrison con gli altri tre che sembrano cadere insieme a lui per effetto domino.
Sebbene provengano da mondi così diversi, Cassius Clay e i Beatles sono
molto più vicini di quanto credano o forse di quanto sappiano, il loro è più un
riconoscersi che un conoscersi: stanno spiegando a due generi diversi di
adolescenti che ci sono forme espressive che non sono mai state utilizzate in
precedenza. Sono entrambi ritenuti una minaccia per la società e si possono
permettere, per via dello status che hanno, uno dei più grandi privilegi che si
possa dare a un giovane: dire la prima cosa che ti viene in mente.
Ma c’è anche una colossale differenza. I Beatles, finché sono stati realmente
insieme, non hanno preso una singola decisione senza che ci fosse accordo
unanime tra tutti, il che significa che ognuno poteva sempre contare sugli altri
tre.
Cassius invece, tutto quello che farà, lo farà da solo.
Davanti a lui adesso c’è Sonny Liston, ma nel frattempo l’impressione è che
gli anni Sessanta e le loro rivoluzioni stiano cominciando per davvero, come se
quell’immagine del “pugno domino” non fosse stata solo l’istantanea di una gag,
ma un ritratto futurista di coloro che di lì a poco avrebbero davvero contribuito a
cambiare il mondo.
8

Il convitato di pietra
«Ali è il primo nero di fama nazionale a partecipare
attivamente al mondo musulmano.»
«THE HERALD TRIBUNE»
Nell’entourage di Cassius Clay c’è anche un convitato di pietra del quale
nessuno sembra aver voglia di parlare. Ma c’è, eccome: è la Nation of Islam.
Cassius aveva sentito parlare del suo leader, Elijah Muhammad, e aveva
comprato un 33 giri con i suoi discorsi già nel ’58 a Chicago; prima delle
Olimpiadi aveva avuto modo di sfogliare una copia del neonato giornale
«Muhammad Speaks», la rivista più fruita dall’America nera; e poi, trasferitosi a
Miami, aveva conosciuto un seguace di Elijah, noto come “Captain” Sam Saxon,
che lo aveva invitato alle riunioni nel tempio musulmano. Ma i primi segnali
pubblici della sua imminente affiliazione si ebbero in seguito alla partecipazione
ad alcuni raduni della Nazione, come quello del 1963 a Philadelphia, e
soprattutto quando, a un mese dall’incontro con Liston, lasciò Miami per
partecipare a quello di New York, accompagnato da un altro personaggio chiave
su cui torneremo fra poco: Malcolm X.
«Il giovane e spavaldo pugile che la settimana scorsa ha festeggiato il suo
ventiduesimo compleanno, non sarà forse un musulmano, ma di sicuro
simpatizza con i loro obiettivi e la sua presenza dà prestigio ai loro comizi. È il
primo nero di fama nazionale a partecipare attivamente al mondo musulmano»
sentenziò il «New York Herald Tribune».
Il leader della Nation of Islam, Elijah Robert Poole, era nato in Georgia nel
1897, si era trasferito a Detroit negli anni Trenta e qui era diventato discepolo di
Wallace D. Fard, predicatore dalla biografia piuttosto nebulosa ritenuto di fatto il
fondatore e poi leader della “Setta Islamica Militante” fino al 1934, anno in cui
era scomparso dalla circolazione. A quel punto il testimone era passato a Elijah,
che, con il cognome Muhammad, aveva preso su di sé il compito di emancipare
e istruire la “razza nera” fino alla costituzione di una nazione filoislamica sul
suolo americano. La sua teologia, un islamismo totalmente non ortodosso,
metteva insieme, amalgamandoli, alcuni principi giudaico-cristiani, a cui
addizionava alcune idee di Marcus Garvey, il primo predicatore nero a sostenere
la necessità, per il suo popolo, di «guardare verso l’Africa». Infine, Elijah
spolverava il tutto con una robusta dose di fantascienza: sintetizzando, secondo
la teologia del Black Islam, la razza originariamente dominante sulla Terra era
quella degli Shabazz, nera; poi però uno scienziato malvagio di nome Yakub
aveva creato una nuova super razza bianca dagli occhi azzurri, quella dei
cosiddetti diavoli bianchi, che con l’inganno aveva preso il potere e sterminato
gli Shabazz. A corollario di questa visione, in un futuro più o meno prossimo
una grande astronave brucerà tutti i bianchi con gli occhi azzurri e salverà
soltanto i neri.
Cassius non era attratto tanto dalla teologia quanto da questa muscolarità
afroamericana così evidente, da questa sicurezza in se stessi, da un’estetica che
prevedeva l’essere sempre vestiti bene, rasati e con i capelli a posto. Tutto quello
che suo padre non era. Per quanti credevano che Ali venisse semplicemente
usato dalla Nation of Islam per i suoi scopi, essa non era che un LSD politico-
culturale, un allucinogeno emozionale che doveva ribaltare la categoria di
pensiero della superiorità bianca e di tutto ciò che al bianco fosse collegabile. In
realtà nel Black Islam, e in particolare nel The Fruit of Islam, il suo braccio
armato, Ali trovò anche protezione dalla Mafia.
La Nation of Islam era fondata su persone che avevano avuto un intenso
passato: ex detenuti, ex alcolisti, ex criminali… gente che, in un modo o
nell’altro, era passata col rosso ma che, una volta uscita dal carcere, aveva
aderito con grande naturalezza al nuovo modo di vivere e pensare. Da un certo
punto di vista, per loro la Nation of Islam, con la sua carica sovversiva che la
portava lontano dalla politica nonviolenta di Martin Luther King, aveva avuto
l’impatto di cento Eserciti della Salvezza.
Una di queste persone si chiamava Malcolm Little. Era nato nel 1925 in
Nebraska da un padre predicatore battista e, sebbene la sua intelligenza lo
rendesse un allievo modello, una volta lasciata la scuola aveva sbagliato a ogni
bivio, finendo nelle prigioni di Charlestown, a Boston.
Proprio da dietro quelle sbarre aveva iniziato la corrispondenza epistolare
con Elijah Muhammad, della cui dottrina era venuto a conoscenza grazie ai
fratelli già membri dell’organizzazione.
Quando venne rilasciato, nel ’52, si tolse il cognome “da schiavo”
aggiungendo una X al nome, e con il nuovo nome di Malcolm X si recò a
Chicago, dove il leader della Nazione lo avrebbe reso presto portavoce
nazionale, grazie alle sue abili doti di reclutatore e soprattutto di ipnotico
oratore. Se nei primi anni Sessanta la Nation of Islam registrò un’impennata di
proseliti, tra cui molti artisti e intellettuali, fu soprattutto grazie alla figura di
Malcolm X, all’uso sapiente che faceva dei media e degli organi di stampa,
all’instancabile lavoro sul campo unito a una solida consapevolezza culturale
guadagnata sui libri durante la detenzione.
I semi dell’amicizia tra Malcolm e Cassius furono gettati durante un comizio a
Detroit nel 1962, quando il giovane pugile, che già frequentava di nascosto le
riunioni della Nazione, entrò in contatto con il suo rappresentante più
carismatico, che affiancava Elijah nella conduzione del movimento e a cui il
leader stesso aveva affidato la direzione della Moschea numero 7 di Harlem. Per
Cassius, Malcolm divenne un po’ un fratello maggiore, un po’ il padre che non
aveva mai avuto. Malcolm – peraltro pugile mancato che lasciò la boxe
giovanissimo dopo due sconfitte su due contro lo stesso avversario, bianco – gli
dava forza e coraggio, e durante la campagna promozionale dell’incontro con
Liston la sua presenza si fece sempre più tangibile. Della compattezza di quel
legame prima e dopo il match con Liston, e del fatto che Cassius trovasse in
Malcolm lo stimolo per un risveglio sociale e politico, racconta anche Betty
Shabazz a Thomas Hauser, spiegando che suo marito Malcolm «gli voleva bene
come a un fratello, riteneva suo dovere infondere in quel ragazzo fiducia in se
stesso, spingerlo a vivere a testa alta, a restare saldo nelle sue convinzioni,
voleva difenderlo da chi cercava di sfruttare il suo talento».
Quando fu accertato che Malcolm sarebbe stato tra gli spettatori del match
Clay-Liston, così importante agli occhi dell’America, organizzatori e polizia
minacciarono di far saltare l’incontro. Il promotore Bill MacDonald aveva
investito tantissimi soldi per portare il campionato dei pesi massimi in Florida,
dove erano ancora in vigore le Jim Crow Laws, leggi segregazioniste la cui
abolizione, peraltro, fu la prerogativa delle prime campagne di Martin Luther
King. Miami era una città segregata ed ebrea, e un match tra un musulmano nero
con amici di quel genere contro un nero analfabeta che sapeva solo picchiare,
rischiava di non far vendere molti biglietti. Fu Angelo Dundee, sempre una
spanna sopra tutti, a trovare una soluzione di compromesso: a Malcolm venne
garantito il posto numero 7 a bordo ring, a patto che intanto se ne tornasse a New
York per restarci fino al giorno dell’incontro.
9

A change is gonna come


«Io sono il re del mondo!»
Il 25 febbraio 1964 a Miami Beach fa molto caldo.
Non solo per il clima, ma perché la collisione tra gli elementi che ruotano
intorno a quel ring prima e dopo l’incontro sta per sprigionare un’energia che
obbligherà il mondo sportivo, e non solo quello, a riprogrammare le regole e i
confini di tutto ciò che era stato possibile fino ad allora.
Cassius Clay, come da sua tradizione, arriva prestissimo. Racconterà Angelo
Dundee: «Voleva sempre arrivare anche quattro ore prima del match. Metteva i
guantoni e dipingeva sui muri. Presi a implorare la commissione di tenere chiusi
gli impianti il più possibile all’ingresso dei pugili».
L’ultima raccomandazione di Angelo a Cassius quella sera è: «Quando gli
vai vicino, prima di cominciare, fagli chiaramente intuire quanto sei più alto di
lui e quanto pericoloso tu possa essere».
«Gotcha, sucker!» urla Clay a Liston, come a dire: ti ho inquadrato. Fuori i
secondi. Come ha scritto David Remnick: «Clay per la prima e ultima volta ha
paura, Liston ha la faccia di chi non ha mai fatto né ricevuto favori».
Si combatte in una nuvola di fumo, come succedeva allora.
Liston ha una potenza di fuoco straordinaria. Cerca qualcosa da colpire. Clay
non gliela fa trovare. Nel primo round non tira quasi un pugno, eppure il suo è
un trattato d’arte guerriera. Liston prende solo l’aria e lui si muove come un
semidio. Destro. Destro. Sinistro. Cassius non è un massimo classico. È veloce,
molto veloce. Per le prime due riprese si prende letteralmente gioco di Liston.
Destro. Destro. Sinistro.
Alla campana del terzo, Liston si trascina all’angolo. Il volto gronda sangue.
Destro. Destro. Sinistro.
Dopo i primi tre round, Liston sembra invecchiato di dieci anni.
Il quarto è uno dei più controversi della storia del pugilato.
Entrambi gli avversari di Liston nei due match precedenti, finiti per K.O., si
erano lamentati perché a un certo punto non avevano visto più. Ma soprattutto
nel secondo caso, Cleveland Williams (pur avendo messo clamorosamente alle
corde Liston nel primo round) era andato giù all’inizio della seconda ripresa per
uno di quei colpi che non ti fanno più distinguere la realtà dalla fantasia, e
nessuno aveva dato grande credito alle sue lamentele.
Com’è, come non è, all’inizio del quarto anche Cassius Clay non ci vede più.
Angelo Dundee dirà: «Io non credo ai complotti. Liston aveva un problema alla
spalla, devono avergli messo qualche pomata che col sudore è finita negli occhi
del mio uomo».
Molti altri, però, la vedono diversamente.
Joe Polino, uno dei secondi di Liston, avrebbe confessato a uno dei più
famosi giornalisti americani: «Un giorno ti spiegherò tutto».
Ma c’è poco da spiegare: protetto da un altro dei secondi, mette del liquido
urticante sul guantone di Liston e al primo colpo quel liquido finisce negli occhi
di Clay.
È il momento più importante della carriera di Cassius: perdesse questo
match, la sua vita e tutta la sua carriera andrebbero riprogrammate. Per sua
fortuna all’angolo ha un fenomeno, che ha visto tutto e il contrario di tutto:
Angelo Dundee.
«Sono cieco, non ci vedo più, sospendete il match.»
Angelo lo richiama: «It’s the big one, Daddy, it’s the big one», è “il grande
match”. E ancora: «Lascia perdere le stupidaggini, don’t give up now! Run
Daddy, run», “scappa!”.
Praticamente Clay è Zat ichi, lo spadaccino cieco della tradizione
giapponese. Sta combattendo senza vedere. Solo che Liston, che ha mandato
dodici colpi a segno nei primi tre round, adesso lo sta colpendo ripetutamente
con dei ganci larghi straripanti.
Cassius riesce a resistere per tre minuti. Quando va a risedersi, alla campana
successiva, Dundee gli intinge un dito nell’occhio, poi lo reintinge nel proprio e
prova subito la sensazione urticante. Quindi gli passa la spugna sulla faccia tre o
quattro volte mentre Cassius gli chiede: «What’s going on?», “che cosa sta
succedendo?”.
Angelo conta sul fatto che le lacrime che ha provocato, copiosamente, tra
poco laveranno via la sostanza urticante. È ancora un round difficilissimo per
Clay, ma all’inizio del sesto si intuisce chiaramente che è tornato a vedere, e nel
momento in cui vede riprende il controllo del match.
Alla fine del sesto round sui cartellini dei giudici è tutto in parità. Ed è qui
che arriva la sorpresa, perché Liston sputa il paradenti e decide di non alzarsi per
la settima, il campione del mondo si arrende dallo sgabello.
Come ha raccontato Robert Lipsyte sul «New York Times», Liston veniva
dal carcere, sapeva che sarebbe stato messo giù a breve e non voleva una
sconfitta umiliante. Lo stesso ragionamento che poco più di trent’anni dopo farà
Mike Tyson mordendo l’orecchio di Evander Holyfield. In più, Liston aveva già
negoziato la rivincita con una borsa principesca.
Intanto però il momento è catartico perché Cassius comincia a correre
intorno al ring urlando: «Ti ho fatto rimangiare la parola, adesso vi rimangiate
tutto quanto, io sono il campione, io ho scioccato tutti, io sono il re del mondo!».
E tutti quelli che hanno assistito a quello che di fatto resterà l’ultimo match
del pugile chiamato Cassius Clay si chiederanno a lungo cosa sarebbe stato il
mondo se avesse vinto Sonny Liston. Come se quei sette round avessero
raccontato di contrapposizioni epocali: da un lato un massiccio pugile
afroamericano che portava sulla schiena i segni della schiavitù e nell’anima le
tracce delle violenze che aveva subìto e su cui aveva poi costruito tutta la sua
vita; dall’altro un ragazzo che avrebbe fatto di tutto per riscattare la stessa
condizione che li aveva resi incredibilmente distanti eppure vicini e fragili, con
un nuovo nome e una nuova fede.
Di quello che «Sports Illustrated» definì «il quarto evento sportivo di tutti i
tempi», resta forse l’immagine di un pugile attempato, ferito e umiliato, relegato
all’angolo insieme con tutte le falle e le tenebre di un’America che doveva
cambiare.
Normalmente, se hai ventidue anni, sei appena diventato campione del
mondo e hai appena realizzato il tuo sogno vai a festeggiare, bevi champagne
dalla scarpa della più bella del reame, invece lui torna subito all’Hampton
House, dove lo stanno aspettando tre amici: Jim Brown, stella assoluta dei
Cleveland Browns, uno dei migliori running back della storia della NFL; Sam
Cooke, uno dei più grandi soul man di sempre, che morirà alla fine di quell’anno
ma fa in tempo a lasciarci un pezzo storico, A change is gonna come, un
cambiamento sta per arrivare, che non casualmente Spike Lee inserirà nella
colonna sonora del film dedicato a Malcolm X. Non a caso, il terzo presente
quella sera.
10

La fine di un’amicizia
«Ero a Miami ad allenarmi quando diffusero la
notizia dell’assassinio di Malcolm. È stata non solo
una tragedia ma una vergogna che sia morto così.»
Con Malcolm di questioni serie da discutere ce n’erano eccome. Per questo
Cassius, fresco di gloria, disertò la festa organizzata in suo onore e scelse di
recarsi all’Hampton House, il motel dove aveva fatto alloggiare Malcolm e la
sua famiglia durante la permanenza a Miami.
Da quella notte in poi, tutto ciò che succederà nella vita di Cassius Clay sarà
legato a doppio filo alla storia amara di un Paese in guerra in Vietnam, una
guerra che nella vita di Cassius si intreccia con un altro conflitto tra fazioni, da
una parte la Nazione dell’Islam, saldamente nelle mani di Elijah Muhammad, e
dall’altra il suo fondamentale amico Malcolm X.
Già da tempo i due leader sono in netta contrapposizione: gli scritti e i
discorsi di Malcolm riguardano sempre più l’aspetto politico e razziale rispetto a
quello spirituale, ponendo la lotta per i diritti umani al centro della sua battaglia.
Un punto di rottura importante si verifica all’indomani della morte di JFK
quando Malcolm viene meno al prudente silenzio imposto da Elijah e commenta
sostanzialmente di non essere meravigliato perché chi semina violenza (leggi:
l’America bianca) finisce per raccogliere violenza. All’apice delle tensioni, dopo
aver ricevuto dalle alte cariche della Nazione una sospensione di novanta giorni,
nel marzo del ’64 Malcolm avrebbe annunciato la fuoriuscita dalla NOI e la
formazione di un nuovo movimento. Poi sarebbe partito per il pellegrinaggio alla
Mecca, l’Hajj, uno dei cinque pilastri dell’Islam, che avrebbe cambiato
drasticamente le sue posizioni, tanto da arrivare a dichiarare in una lettera aperta,
inviata a tutta la stampa degli Stati Uniti: «In passato ho condannato in blocco
tutti i bianchi, non commetterò più lo stesso errore». Il che lo renderà
paradossalmente più pericoloso di prima.
Proprio in occasione di quel viaggio ci sarà l’ultimo incontro tra i due vecchi
amici, e si consumerà la rottura definitiva.
Nel maggio del 1964 il ventiduenne Muhammad Ali, sbalzato dalle strade di
Louisville alle luci della ribalta con un titolo mondiale, un nuovo nome e un’aura
controversa legata alla sua conversione, partì per un tour africano di un mese
attraverso Egitto, Nigeria e Ghana. I tempi e gli eventi accaduti erano maturi
perché compisse finalmente un viaggio nella Terra dei padri. Oltre al fidato
amico fotografo Howard Bingham e al fratello Rahman (già Rudolph), ad
accompagnarlo c’erano anche il suo futuro manager Jabir Herbert Muhammad,
figlio di Elijah, e Osman Karreim, già Archie Robinson, il consigliere che aveva
conosciuto grazie a Malcolm e che di fatto aveva organizzato quel tour. Nessuno
lo dimenticherà, quel viaggio, perché in quei luoghi e in quei giorni arrivò a
compimento la metamorfosi in atto nella vita del pugile, quella che David
Remnick, nel Re del mondo, chiama «trasfigurazione», ovvero il passaggio
consapevole da Cassius Clay all’eroe internazionale Muhammad Ali.
È il documentario Oduroh, commissionato dall’ENI al regista franco-
egiziano Gilbert Bovay, a regalarci alcune immagini dell’arrivo di Ali in Ghana:
un uomo sorridente, in giacca cravatta e bombetta, solleva un cartellone su cui
c’è scritto: CASSIUS CLAY, BEL GENTILUOMO, SEI BENVENUTO IN GHANA. Poi una
voce accompagna le immagini della folla in festa: «L’Africa ha sete di eroi,
benvenuto Cassius Clay!».
Nelle due settimane trascorse nell’antica terra dell’impero Ashanti, Ali fu
acclamato come un eroe nazionale: migliaia di persone lo accoglievano ovunque
facendo risuonare il suo nome, il presidente Kwame Nkrumah lo omaggiò
dell’oyokoman, la tipica veste indossata dai sovrani Ashanti, la stampa locale si
profuse nel tentare accostamenti che evidenziassero il legame di Ali con il
Ghana, come ricordare che il Paese aveva ottenuto l’indipendenza il 6 marzo
1957 ed esattamente sette anni dopo, il 6 marzo 1964, Cassius era divenuto
Muhammad.
Lui si prestò a esibizioni pugilistiche con il fratello, visitò fabbriche e scuole,
apprezzò le zuppe di cocco più di quelle di arachidi e, come apprendiamo da
Bingham, «baciò più bambini che un candidato durante le presidenziali».
Durante il soggiorno a Kumasi visitò anche il reperto più importante della civiltà
Ashanti, la leggendaria spada piantata nel terreno dal sacerdote Okomfo Anokye.
Secondo la leggenda, essa avrebbe garantito solidità e longevità al regno fino al
giorno in cui qualcuno fosse stato in grado di rimuoverla: per qualche minuto Ali
ne tentò l’estrazione, ma invano, con sollievo dei locali.
Qualcuno scrisse che in quelle due settimane quel pugile appartenne
letteralmente al Ghana, e le sue innumerevoli dichiarazioni su quanto fosse fiero
e felice di trovarsi finalmente tra la sua vera gente, perché «in America ogni cosa
è bianca», risuonavano in ogni angolo del Paese.
Eppure su tutta quella gioia calò presto un’ombra quando la sua presenza
nella Terra dei padri si incrociò accidentalmente con quella di Malcolm X, di
passaggio per Accra, al ritorno dal suo pellegrinaggio alla Mecca. Si
incontrarono davanti all’Hotel Ambassador poco prima che Malcolm lasciasse la
città e quando quest’ultimo provò ad attirare l’attenzione del vecchio amico
gridando: «Fratello Muhammad! Fratello Muhammad!», Ali rispose con
freddezza: «Hai abbandonato il Venerabile Elijah Muhammad. È stata una scelta
sbagliata, Fratello Malcolm».
Ormai conscio del destino che gli era stato riservato, nell’attimo in cui vide il
suo amico distogliere lo sguardo e voltargli le spalle, Malcolm sentì che sarebbe
stata quella la ferita più profonda da sopportare.
Da quel momento e da quelle parole, le loro strade non si sarebbero
incrociate mai più.
«Avete visto Malcolm? Vestito con quella buffa tunica bianca, la barba e il
bastone da passeggio come un profeta? Ragazzi, è andato, è andato del tutto, è
fuori di testa. Ormai nessuno lo ascolta più» commentò Ali con Herbert in
seguito al loro incontro.
Quello stesso viaggio, che aveva cambiato la vita a Malcolm, facendogli
aprire gli occhi su certezze prima ritenute incontrovertibili, sembrava invece
averli fatti chiudere ad Ali, che ormai non riusciva più neanche a sostenere lo
sguardo di colui che era stato la sua guida, il suo incoraggiamento, il suo più
grande ammiratore, ma soprattutto un fratello. Tra amicizia e fede, scelse la fede.
Dopo il divorzio dalla NOI Malcolm si dedicò all’Organizzazione per l’Unità
Afro-Americana, fondata al suo ritorno dalla Mecca, e la sua figura sarebbe
rimasta per sempre fedele all’immagine dell’uomo di strada afroamericano,
l’abitante del ghetto, colui che provò a conferire una luce rivoluzionaria al Black
Power.
Ma ad attendere l’ex numero due della NOI ci sarebbe stata la vendetta
spietata di coloro che volevano chiudergli la bocca per sempre: troppo pericoloso
il suo nuovo corso, troppo minacciosa la sua nuova visione, universalista, dei
diritti umani. Non legata a discorsi di razza o religione, lontana da integralismi di
ogni sorta. La sentenza di morte venne eseguita puntualmente in una fredda
mattina del febbraio 1965, durante un comizio all’Audubon Theatre di New
York.
«Quando Malcolm ruppe con Elijah, io restai con quest’ultimo» avrebbe
ricordato tanti anni dopo Ali. «Ero convinto che Malcolm si sbagliasse e che
Elijah fosse davvero il messaggero di Dio. Ero a Miami ad allenarmi quando
diffusero la notizia del suo assassinio. È stata non solo una tragedia ma una
vergogna che sia morto così, perché aveva ragione lui.»
Da quel giorno, Ali avrebbe dovuto combattere anche contro il più grande
dei rimorsi.
11

Un nome, che cos’è un nome?


«Cassius Clay era un nome da schiavo. Io non sono
più uno schiavo.»
Adesso riavvolgiamo il nastro del tempo di qualche mese e torniamo al day after
l’incontro con Sonny Liston. Perché se è vero che quel 25 febbraio 1964 resta
una data epocale per la storia della boxe, è altrettanto vero che i giorni successivi
a quel match sarebbero stati il personale 4 luglio del neocampione del mondo, la
sua dichiarazione d’indipendenza.
Alla conferenza stampa del mezzogiorno Cassius è freschissimo. Risponde
con simpatia a tutte le domande che gli vengono poste. Certo, ha una leggera
tendenza a farsi ripetere dai presenti che è stato molto bravo, chiede
ripetutamente conferma ai giornalisti e loro lo fanno contento. Tranquillizza i
reporter più anziani con un comportamento ineccepibile, tanto che a un certo
punto chiudono il taccuino e fanno per andarsene. Ma sono i giornalisti più
giovani a incalzare Cassius, a chiedergli se le sue prese di posizione siano state
solo una messinscena o vi sia dell’altro. Finché uno di loro manda per aria una
domanda epocale: «Are you a card-carryin’ member?», che in italiano suona
pressappoco come: «Sei un militante? Un tesserato?». Una domanda a cui è
difficilissimo rispondere, e che suona molto caccia alle streghe.
Card-Carryin’ era un termine usato negli anni del maccartismo, secondo
dopoguerra, quando il senatore McCarthy cercava tutti i possibili cospiratori di
ispirazione liberal che andavano neutralizzati nel Paese. Cassius non risponde
direttamente, comincia a prendere tempo, ma sta per fare qualcosa che lo renderà
unico per sempre nella storia degli Stati Uniti. E quando il giornalista cerca di
pungolarlo: «Cassius stavi dicendo…?» lui lo blocca: «Non mi chiamo Cassius.
Continui a chiamarmi con un nome da bianco, ma io non sono bianco. Non
voglio più essere chiamato così».
La notizia di questa risposta si sparge a macchia d’olio. Qualche giorno
dopo, il profeta Elijah lo ribattezza Muhammad Ali, perché Cassius Clay «non
aveva alcun significato divino». Così come non lo aveva Cassius X, quello che
avrebbe voluto dargli qualche tempo prima Malcolm X.
Muhammad Ali, invece, «è il nome che mi ha dato la mia guida spirituale
Elijah Muhammad. È un nome originale da nero, Cassius Clay era un nome da
schiavo. Io non sono più uno schiavo. Muhammad significa “Degno di lode”. Ali
“Il più elevato”» dichiara fiero.
Tutti cercano un’altra dichiarazione d’impatto, perché si intuisce che sta per
arrivare. Qualche cronista comincia a fargli domande sul Vietnam. Ali è
seriamente in difficoltà e alcune volte non dice neanche “Vietnam” ma
“Vietman”.
Ma a un certo punto gli esce un esplosivo: «I’ve got no quarrel with them
Vietcong». Frase detta a pochi, quasi sdrucita dalla bocca. Non sembrò granché
al momento, invece diventerà una frase che definisce gli anni Sessanta come
poche altre, forse nessuna. Lì per lì migliaia di neri pensarono: “Già, e cosa
hanno fatto them Vietcong a mio padre, a mio fratello, a mio nipote?”, ma
terranno per sé queste domande fino a che la guerra non parlò per loro.
Neanche Martin Luther King, che alla fine di quell’anno vincerà il Nobel per
la Pace e scioccherà l’America a Selma con la sua marcia della tolleranza,
mostrando a tutta la nazione cosa succedeva realmente al Sud, aveva mai avuto il
coraggio di parlare di guerra sbagliata: non se lo poteva permettere, si stava
battendo per l’integrazione non violenta degli afroamericani e non poteva
esprimere una posizione così di rottura.
Fino a quel momento nessun senatore americano, nessun organo
d’informazione si era mai permesso di dire qualcosa contro la guerra. Ali, quello
che ha meno interesse di tutti a farlo per le conseguenze che dovrà patire, lo ha
appena fatto. Spiega: «Il mio scopo nella boxe è combattere in modo pulito. In
guerra lo scopo è solo uccidere, uccidere, uccidere… e uccidere persone
innocenti».
L’impatto che quest’uomo ha avuto nel 1964 sulla nazione americana è
incredibile, sembra che arrivi dal mondo dello spettacolo, non da quello dello
sport. Eppure è un ragazzo che fino all’altro ieri è stato semplicemente portato a
un diploma che non meritava, come forma di promozione sociale; un ragazzo
che faceva fatica a leggere, che non aveva mai finito un libro, probabilmente
neanche il Corano, e che improvvisamente si ritrova a essere uno degli uomini
più importanti del mondo per quello che sta dicendo. Persino le riviste black
«Jet» ed «Ebony» cambiano completamente percezione: adesso essere neri in
una città come Miami dove, diceva Ferdie Pacheco, nella sua farmacia di
riferimento c’erano trentadue tipi di creme sbiancanti, è tutta un’altra cosa. I
modelli non vengono più imbiancati e i loro capelli stirati. Adesso sono neri per
davvero e orgogliosi di esserlo. Anche Hollywood si accorge delle attrici. Certo
non stiamo parlando di film che cambiano la storia della settima arte, ma se
avete mai visto Tamara Dobson nel ruolo di Cleopatra Jones ve la ricordate di
sicuro.
«Noi non vi odiamo, noi non odiamo nessuno di voi bianchi. Noi vogliamo
solo essere neri, amiamo il colore della nostra pelle, noi ci piacciamo così»
precisò ancora Ali in uno dei tanti discorsi che regalò alla stampa.
Comprendere i contorni di una conversione individuale divenuta esemplare
imporrebbe quasi di attingere ai principi del determinismo o a quello che
affermava nell’Ottocento il filosofo Hippolyte Taine, secondo cui la vita di un
uomo è il risultato di tre elementi, quelli che lui chiamava race, milieu, moment,
(razza, ambiente, momento storico), esattamente tutto ciò che ritroviamo nelle
parole con cui spesso Cassius si era trovato a giustificare il suo modo di essere e
di fare: «Pensate dove sarei se non passassi tutto il tempo a urlare e sbraitare per
farmi notare dal pubblico. Nel giro di una settimana mi ritroverei sul lastrico, di
nuovo nel Kentucky a lavorare come lavavetri o addetto agli ascensori, a
rispondere sissignore o nossignore e starmene al mio posto. Invece sono l’atleta
più pagato del mondo. Rifletteteci bene: sono un povero ragazzo di colore, del
Sud, con un milione di dollari in tasca».
Il terreno della sua coscienza in fondo non era mai stato a maggese, fin dal
giorno in cui da ragazzo aveva appreso della morte del suo coetaneo Emmett
Till, ucciso in Mississippi per aver attirato l’attenzione di una ragazza bianca, o
di quello in cui, da bambino, nella sua Louisville gli era stato negato quel
bicchiere d’acqua, in una calda giornata d’agosto.
La nuova presa di coscienza come pugile e come uomo passava
inevitabilmente per l’adesione a un movimento che, negli intenti, incitava
l’America nera all’autodeterminazione e soprattutto a rifuggire l’integrazione,
risvegliandone l’orgoglio.
Con il disappunto dell’intera World Boxing Association, lo stupore della sua
famiglia e l’interesse quasi morboso di cronisti e media, Muhammad Ali si
apprestava a salire sui ring più difficili, ammantando quei guantoni di nuovi
sensi e significati del tutto ignorati prima di lui.
Avventurandosi in questa terra bruciata avrebbe avuto tutto l’entourage a
sostenerlo, a cominciare dal suo Angelo che, nel giorno in cui Cassius diventò
ufficialmente Muhammad, provò a chiudere le polemiche con quel: «Un nome,
che cos’è un nome», direttamente da Romeo e Giulietta.
Non esiste un luogo più shakespeariano di un quadrato circondato da corde,
dove non puoi nasconderti. Uno vince e l’altro perde, entrambi si fanno male,
qualcuno muore.
12

Sulla strada per Boston


«Sta dicendo che il campione del mondo non può
essere servito come gli altri se ha voglia di entrare
qui dentro?»
DREW “BUNDINI” BROWN
Il vento del cambiamento, che aveva iniziato a soffiare e a diffondersi negli Stati
Uniti anche grazie alle parole di Ali, avrebbe presto trasportato detriti e
malcontenti di un Paese che non poteva più ignorare le forze in campo per i
diritti civili, ma non era certo incline a concedere credito e supporto a chi fuori
dal ring gli aveva apertamente dichiarato guerra.
Per Ali, ora che aveva definitivamente perso l’amicizia del suo fratello
Malcolm, la partita si era fatta ancora più dura. Ma, tra le corde, il pugile era al
massimo del suo splendore fisico e convogliava le sue forze su un obiettivo ben
preciso: battere nuovamente Sonny Liston.
Contestualmente stava per scadere il contratto con i dodici businessman di
Louisville, ed Elijah Muhammad aveva imposto ad Ali suo figlio Herbert,
all’epoca titolare di uno studio fotografico a Chicago, come manager finanziario.
Herbert aveva già fatto da guida ad Ali durante il tour in Africa e il suo
ascendente su di lui era corroborato dal fatto che ormai Elijah era diventato per
Ali una figura paterna a cui affidarsi e la Nation of Islam una famiglia di cui far
parte, un’appartenenza in cui riconoscere la propria identità ben oltre
l’osservanza pedissequa della dottrina.
Al ritorno dall’Africa, fu proprio il figlio di Elijah a combinare l’incontro tra
Ali e il suo primo grande amore: Sonji Roi, barwoman e aspirante cantante.
Tre settimane dopo i due si sposarono con rito islamico, il 14 agosto seguì
cerimonia ufficiale, come altrettanto ufficiale era ormai la data della rivincita
con Liston, fissata per il 16 novembre 1964 a Boston.
Sono passati mesi dall’incontro di Miami, e sebbene l’eco dei dubbi
sull’esito di quel match non sia stata dissipata, anche stavolta Liston sembra
essere il favorito, nonostante Ali abbia nel frattempo raggiunto l’apice della sua
forma fisica e affinato ancora di più la sua sublime tecnica.
Ancora una volta la sceneggiatura di ferro della sua vita riserva un colpo di
scena: a pochi giorni dall’incontro viene operato d’urgenza per debellare una
brutta ernia inguinale, nonostante il chirurgo ritenga un peccato usare il bisturi su
un addome così perfetto.
L’incontro subisce inevitabilmente una proroga dannosa per entrambi i rivali,
in modo particolare per Sonny, che stavolta si era allenato duramente: per un
pugile della sua età non sarà facile mantenere così a lungo la forma ottenuta.
La nuova data è il 25 maggio 1965.

Quello che accadde in quei giorni dell’aprile 1965, quando la carovana di Ali si
mosse alla volta del Massachusetts a bordo del pullman firmato “Cassius Clay
Enterprises”, viene raccontato da David Remnick tra le righe del Re del mondo,
libro in cui la figura del pugile si amalgama perfettamente con la storia degli
Stati Uniti in un contrappunto a volte tragico, altre quasi comico. Come in fondo
è stata la sua vita.
La parola “carovana” è quanto mai indicata per le circostanze, dal momento
che l’intera squadra di Ali (compresi alcuni giornalisti delle più importanti
testate dell’epoca) si spostava, tra match e allenamenti, sul vecchio autobus
acquistato ai tempi del primo incontro con Liston, sul quale campeggiava ancora
la famosa scritta dipinta a mano: THE WORLD’S MOST COLORFUL FIGHTER.
Il fotografo Howard Bingham raccontò a Thomas Hauser che Ali aveva
comprato il bus anzitutto per la sua paura di volare visto che «se va in avaria il
motore almeno non precipiti per novemila metri», ma coloro che sono stati su
quei sedili usurati hanno raccontato che ci si sentiva quasi più sicuri avendolo
come avversario sul ring che al volante.
Il giorno della partenza Ali riunì tutti gli “ospiti” nella sua casa di Miami.
Tra membri dello staff, amici, cuochi e sparring partner, spiccava la presenza di
Edwin Pope del «Miami Herald», di Mort Sharnik e George Plimpton di «Sports
Illustrated» e di Bud Collins del «Boston Globe», che porteranno nel cuore e nei
loro editoriali il ricordo del bel clima che c’era a bordo e delle buffe esibizioni a
cui Ali si prestava durante il viaggio quando fortunatamente cedeva il volante.
Fino a che su quel clima festoso non calò un’ombra, di quelle che sembrano
nascondere la luce per non farla riaffiorare più.
Dopo aver fatto tappa a Sanford, dove Bundini era cresciuto, la carovana
proseguì per poi fermarsi nella cittadina di Yulee, al confine tra Florida e
Georgia, proprio su richiesta del fidato cornerman, desideroso di mettere un
boccone in pancia.
Arrivati davanti a un fatiscente punto ristoro a bordo strada, Bundini e i
giornalisti sono gli unici a scendere dal bus, mentre Ali rimane a bordo.
«Potrei non essere gradito e oltretutto non credo all’integrazione forzata, ma
tu vai pure avanti, Jackie Robinson» disse rivolgendosi all’amico fraterno.
Bundini rimane scettico, forse anche un po’ incredulo davanti a quelle parole
e a quel paragone – Jackie Robinson fu il primo afroamericano a entrare nella
Major League Baseball –, ma quando apprende dal ristoratore che per mangiare
tutti insieme avrebbero dovuto recarsi in una sala sul retro, non riesce a
trattenere lo sdegno.
«Sta dicendo che il campione del mondo non può essere servito come gli altri
se ha voglia di entrare qui dentro?»
«Proprio così.»
E quando Bud Collins ricorda al ristoratore che tale discriminazione è
contraria alla legge americana, la risposta è: «La contea di Nassau non fa parte
degli Stati Uniti», intendendo che di fatto le consuetudini locali sono più
importanti della legge federale, cosa che del resto all’epoca pensava tutto il Sud.
A quel punto Ali si precipita giù dal bus per portare via Bundini da lì,
rimproverandolo aspramente di aver fatto una figuraccia, e le parole che gli
rivolge in quell’occasione sono tragicamente impietose e taglienti.
«Che ti prende, maledetto idiota?! Te l’ho detto, tu sei un musulmano perciò
non andare nei posti dove non ti vogliono. Vattene fuori di qui, negro! Non sei
desiderato!»
Tornati sul bus Ali continua a rimbrottarlo sull’importanza di guardare in
faccia la realtà, e Bundini, che fino ad allora aveva a stento trattenuto le lacrime,
scoppia in un pianto dirotto perché «lui è un uomo libero senza nessuna catena
attorno al suo cuore», ma poco dopo tra i due torna il sereno: è evidente che non
c’è nulla di personale in quel diverbio.
Altrettanto certo era il fatto che la Florida fosse imbarazzantemente indietro
quanto a tutela dei diritti civili, essendo di fatto il primo Stato in cui furono
approvate le Jim Crow Laws nel 1887. Da lì era partita la creazione di
scompartimenti separati sui treni che istituzionalizzò il sistema di leggi con cui
soprattutto gli Stati del Sud avrebbero gestito la segregazione razziale fino al
1964, anno in cui questi provvedimenti vennero formalmente abrogati
dall’approvazione del Civil Rights Act, ma fu solo con la ratifica successiva del
Voting Rights Act che le urne non furono più prerogativa solo dei bianchi.
Drew Bundini Brown in Florida ci era nato e la sua vita lo aveva portato così
lontano da casa da renderlo probabilmente ingenuo, ma è pur vero che, proprio
in Florida, a Belle Glade, già nel 1939 c’erano punti di ristoro che hanno fatto
storia, come il Choke ’Em Down Lunch Room su cui campeggiava l’insegna
WHITE AND COLORED SERVED perché rifiutava di osservare divieti razziali.
Insomma, in quell’aprile 1965 sebbene il presidente Johnson avesse già
firmato da mesi il Civil Rights Act, lo spettro della segregazione non accennava
a dissolversi.
Probabilmente guardando dal suo bus quella tavola calda di Yulee ad Ali
sarà sembrato preistoria quel giorno in cui a Roma, durante le Olimpiadi, aveva
difeso a spada tratta il suo Paese dalle accuse di chi gli aveva fatto presente che
ai magazzini Woolworth della sua città «quelli come lui» non li facevano
mangiare. E ancora più lontano dovette sembrargli quello in cui, diciottenne, si
era recato ad Harlem per incontrare il suo mito Sugar Ray Robinson.
L’adesione alla Nation of Islam gli aveva ormai dato una nuova, rabbiosa
consapevolezza, e i suoi successi sul ring, con la conseguente, dichiarata
opposizione all’establishment bianco, lo avevano dotato di una coscienza
lucidissima su quale fosse il ruolo che si stava cucendo addosso e su cosa la sua
comunità si aspettasse da lui.

Quella reazione così aggressiva con Bundini, suo complice di sempre,


nascondeva fantasmi che non se ne sarebbero mai andati, e ancora una volta, con
poche parole, Ali era riuscito a mettere a fuoco il senso di quell’America degli
anni Sessanta, in parte segregata e meschina, contro la quale aveva ormai
ingaggiato una guerra senza tregua.
Superato l’amaro imprevisto di Yulee, la carovana proseguì in bus fino a che
il vecchio bolide tenne duro, ma una volta in North Carolina fu costretta ad
abbandonarlo e a continuare il viaggio con un autobus delle linee Trailways.
Edwin Pope ricorderà che, in prossimità del confine con il North Carolina, il
campione sembrò tornare sull’episodio chiedendo: «You think we far enough up
the road for a nigger to eat?», “pensate che ora ci siamo allontanati abbastanza
perché facciano mangiare un negro?”.
13

Quel pugno fantasma


«Nel sogno non vedo se quel pugno lo manda al
tappeto, ma lui non si riprende e alla fine vinco con
un rapido K.O.»
La rivincita tra Ali e Liston è programmata per il 25 maggio 1965 a Boston, ma
le autorità del Massachusetts si tirano indietro per paura: il 21 febbraio è stato
assassinato Malcolm X, poco dopo è divampato un incendio nell’appartamento
di Ali ed è scoppiata una bomba nella sede di New York della Nation of Islam,
tornando a rinvigorire polemiche e trame oscure.
Alla fine il match fu ospitato in un piccolo centro sportivo scolastico della
cittadina di Lewiston nel Maine, il cui sindaco, totalmente contrario alla boxe,
intuì però che poteva essere una buona occasione per battere cassa. Si giunse al
giorno del fatidico gong in un clima di terrore, con il presidente Johnson che
disse disarmante che avrebbe preferito la vittoria di Liston perché Ali era
musulmano, con la stampa che soffiava sul fuoco di voci riguardanti attentati
contro Ali (da parte dei seguaci di Malcolm) e contro Liston (da parte dei Black
Muslims), a cui si aggiungeva l’imponente presenza degli uomini della Nation of
Islam e quella della polizia locale a bordo ring, intenta a scovare eventuali
ordigni.
Ma ciò che esplose di lì a poco su quel proscenio brillò molto più accecante
di qualsiasi ordigno, al punto che tanti non fecero neanche in tempo a vederlo. Il
match durerà meno dell’inno americano.
Sembra che nella storia degli incontri tra questi due pugili ci sia sempre
qualcuno o qualcosa a decidere dall’alto, un coefficiente inaspettato a stravolgere
le leggi della cinetica, a mettere a dura prova conteggi di arbitri, cronometristi,
codici non scritti e regolamenti universalmente riconosciuti dal popolo della
boxe.
Come se solo Ali avesse potuto riscriverne le regole.
La roccia Sonny Liston andò giù in poco più di un minuto colpito da un
diretto destro dall’alto, passato alla storia come “pugno fantasma” per essere
stato tanto rapido quanto praticamente evanescente, impercettibile, quasi
invisibile.
Eserciti di addetti ai lavori e appassionati di ogni tempo rivedranno quei
filmati fino allo sfinimento per capire cosa successe davvero in quella frazione di
secondo alla St. Dominic’s Hall, senza probabilmente scoprirlo mai.
Di quell’improvviso knockdown fu stupito anche Ali, al punto che dopo aver
visto Liston a terra non si ritirò nell’angolo come da regolamento, ma rimase lì a
sovrastarlo urlandogli di alzarsi. Ma quando Sonny a fatica rinvenne, non ci fu
neanche il tempo di riprendere lo scontro che l’arbitro si fiondò a dividere i due
per assegnare la vittoria di Ali, decisione dovuta alla segnalazione di Nat
Fleischer, editore della rivista «Ring» nonché istituzione della stampa
pugilistica, che lo chiamò a bordo ring per fargli notare che Liston era stato giù
oltre i secondi consentiti.
Quando l’arbitro alzò il braccio di Ali per decretarne la vittoria, tra i “buuuu”
e i fischi dei presenti, calò il sipario su quella scena che in fondo il campione
aveva già vissuto in un sogno ricorrente, così come aveva raccontato a Mort
Sharnik qualche settimana prima del match: «Nel sogno non vedo se quel pugno
lo manda al tappeto, ma lui non si riprende e alla fine vinco con un rapido K.O.».
Nell’ufficio di Angelo Dundee per anni ci sono state le foto della sequenza
che portò al K.O. pubblicate dalla rivista svedese «Seed». E Angelo, che
sosteneva di insegnarlo, quel pugno, sincronizzato sul jab avversario, raccontò di
essere salito sul ring dopo l’incontro e aver detto a Liston che era stato
sfortunato, ma lui non rispose perché era talmente intontito che non lo
riconobbe.
Alle profezie oniriche di Ali, alle parole di Dundee e a quelle di Sonny che
dichiarava, sì, di averlo visto quel pugno, ma «troppo tardi», ai sospetti di
combine e alle ombre dall’alto si aggiungevano la delusione e lo scetticismo
dell’intero comparto stampa, che definì quell’incontro, a voler essere indulgenti,
«la morte della boxe», quando non «un ring svuotato di senso».
E se la storia di questo sport conferma da più parti che «il pugno che ti
stende è proprio quello che non vedi» e non deve essere necessariamente il più
potente, come ebbe a commentare ancora Dundee riguardando i filmati anni
dopo, è anche vero che nessun ralenti al mondo che pure restituisca la velocità
sontuosa del pugile di Louisville potrà mai dare ragione di quell’abbandono al
tappeto di Liston così disarmante.
La vita di quell’uomo sfortunato, che non conosceva neanche la sua reale
data di nascita, sembrava quasi aver trovato la catarsi nel tonfo con cui pose fine
al suo incassare colpi da qualcosa e qualcuno che ormai, scavalcando le regole
della cinetica e forse anche quelle dell’estetica, l’aveva già decretato finito,
fallito.
Dal giorno in cui finì sulla copertina di dicembre della rivista «Esquire»
dopo aver vinto il titolo, costretto a indossare un cappello da Babbo Natale,
mimando a fatica uno sguardo vagamente rassicurante, a quella triste sera del 5
gennaio 1971 in cui fu ritrovato misteriosamente cadavere dalla moglie
Geraldine nella sua villa di Las Vegas, Sonny Liston rappresentò perfettamente,
suo malgrado, tutti i fantasmi contro cui combatteva non solo Ali, ma l’intero
sistema che ora lo rappresentava. E proprio un pugno fantasma lo rese
definitivamente inoffensivo.
Adesso l’ex campione dei pesi massimi giaceva disteso sul ring, come
privato di qualsiasi risorsa, persino della sua individualità controversa e
dolorosa, forse ormai ingrigita che pure era riuscito a trascinare fino a quel
palazzetto del Maine, tra tante polemiche, per vederla andare al tappeto ancora
una volta.
È incredibile come certi volti, molto più di certi corpi, portino addosso le
cicatrici della propria storia scritte con le lettere di uno sguardo liquido, quelle
lettere che lui, Sonny, non aveva mai imparato a scrivere né a leggere e che
sembravano indicare tutte un’unica condizione, una strada senza via d’uscita.
La sua battaglia più dolorosa, eclissata da quella dei colpi fragorosi che
vibrava sul ring, era riassunta nelle parole con cui difendeva la sua presunta età
anagrafica: «Forse pensano che io sia più vecchio perché non sono mai stato
giovane». Neanche lui sapeva con certezza chi fosse e provò a riempire i vuoti di
un’identità tanto desiderata finendo a sanguinare e a tumefarsi sui ring più per
arricchire e compiacere coloro che lo usavano approfittando della sua ingenuità e
solitudine, che per salvare se stesso.
Se quel knockdown contro Ali resterà così impresso nella storia
dell’iconografia mondiale sportiva è anche grazie allo scatto perfetto di Neil
Leifer, il fotografo di «Sports Illustrated», che si trovò nel posto giusto al
momento giusto per regalare alla storia un’immagine esemplare dalla quale
sembra levarsi quell’«alzati e combatti!» gridato da un giovane pugile furioso a
un avversario che lo guarda ormai inerme, con le braccia allungate all’indietro,
come chi dice basta.
Imbrigliato nel ruolo di temibile e infaticabile macchina da guerra, Sonny,
negli anni successivi avrebbe anche continuato a combattere come meglio
poteva, ma quella sera, accasciato sulla panca di uno spogliatoio di Lewiston,
c’era un uomo abbattuto nello spirito e nel corpo che farfugliò un sincero
«Grazie» a Floyd Patterson, andato incredibilmente a offrirgli la sua solidarietà,
accantonando tutte le umilianti sconfitte subite da quel rivale ormai tragicamente
innocuo.
Degli ultimi anni trascorsi da Liston a Las Vegas, molto più del verde dei
tavoli da gioco o di una bocca che sapeva sempre di whisky, resteranno le sue
giornate passate al lago a pescare o le sue corse poco dopo l’alba con un vecchio
amico arbitro, e la sua natura di uomo fragile che chiedeva a un vecchio sparring
partner: «Tu mi vuoi bene, vero?», solo per averne conferma e potergli
rispondere: «Anch’io».
Dopo essere stato trasportato in corteo per l’ultima volta lungo la Las Vegas
Strip, proprio come avrebbe voluto, Sonny Liston fu sepolto al Paradise
Memorial Gardens di Las Vegas, situato accanto alla pista di atterraggio del
McCarran International Airport. Sulla lapide, sotto al nome, c’è scritto
semplicemente A MAN, come se a posteriori quella parola potesse restituirgli tutto
ciò che aveva disperatamente cercato di essere, convivendo dolorosamente con i
propri limiti, ben conscio di averne ma trovando sempre incomprensione, anche
quando ammetteva candidamente di non potersi impegnare attivamente nel
movimento per i diritti degli afroamericani perché se si fosse trovato a dover
parlare «non avrebbe saputo cosa dire».
Ogni volta che un aereo sta per atterrare scuote la terra sottostante e fa
tremare i sempre più rari fiori che qualcuno lascia su quella targa, così come
forse la pace di chi vi riposa.
Una mattina di giugno del ’97 arrivarono su quella lapide anche i fiori di
Mike Tyson, che qualche giorno prima di veder bruciare il titolo mondiale con
un morso all’orecchio di Evander Holyfield si recò a omaggiare quel pugile
sventurato nella cui storia gli sembrava forse di ritrovare la sua.
14

Cassius Clay contro gli Stati Uniti d’America


«Dio ti benedica, figliolo.»
ODESSA CLAY
Il pugile Muhammad Ali ormai non aveva rivali, ma dopo l’incontro con Liston
fu chiaro che anche la sua vita privata sarebbe stata chiamata sul ring per essere
messa a dura prova da ferite ben più difficili da suturare.
Intanto, neanche un mese dopo quel “pugno fantasma”, sempre più avvinto
dalla forza del suo ruolo all’interno della Nazione, Ali avanzò richiesta di
divorzio dalla sua Sonji, rea di non praticare e osservare i precetti della dottrina
islamica. La sua colpa si traduceva sostanzialmente nell’indossare abiti ritenuti
sconvenienti, stirarsi i capelli, mettere il rossetto e vestire troppo
“all’occidentale”.
Ne uscirono entrambi distrutti perché si amavano davvero, e il fidato
Bundini, che spesso si era trovato a raccogliere le lacrime di Sonji, usò
probabilmente le parole più giuste per riassumere la fine di quel matrimonio:
«Lei ama lui e lui ama lei, è un peccato che i musulmani della Nazione abbiano
dovuto separarli. Lei si aggrappa alla speranza che alla fine Cassius li rinnegherà
e la riprenderà con sé. Se lo facesse sarebbe la donna più felice del mondo e
anche lui sarebbe più felice. Lo conosco meglio di chiunque altro».
Ali ammise che sarebbe rimasto a lungo a respirare il profumo di Sonji, ma
che per via dei comportamenti di lei «non aveva avuto scelta».
Era chiaro ormai che quello che all’inizio era un convitato di pietra
nell’entourage di Ali ora guidava di fatto la sua vita sul ring e lontano dal ring.
Anche l’incontro contro Floyd Patterson, previsto per il 22 novembre 1965 a
Las Vegas, si trasformò in una sorta di crociata in cui l’ex campione del mondo
dichiarò di voler «restituire il titolo all’America», opponendo la sua figura di
mite cristiano afroamericano “integrazionista”, a quella di un “musulmano nero”
che faceva parte di un’organizzazione pericolosa per gli Stati Uniti, «disonore
per lo sport e la nazione».
Ancora una volta le contrapposizioni ideologiche furono risolte dalle
campane dei round, e il pugile amato dall’establishment “bianco” che aveva
persino Frank Sinatra dalla sua parte, cadde alla fine del dodicesimo round
umiliato e distrutto dal jab e dalla velocità di Ali, che danzò senza soluzione di
continuità da una parte all’altra del ring, dimostrando al mondo quanto quelle
gambe lo avrebbero portato lontano, non solo sul ring.
Oltre ai fischi del pubblico e alle critiche dei cronisti, al party di rito tenutosi
dopo l’incontro, c’era dell’altro a offuscare la vittoria di Ali.
In disparte, con la consapevolezza di non essere più sua, mentre guardava
l’uomo che amava a tavola con gli uomini della Nazione, Sonji si andò a sedere
sulle gambe di Cassius Clay Sr., presente anch’egli alla cena. Non pianse solo
perché erano giorni che non faceva altro.
Tornando ai colpi sui ring, era evidente ormai che non sarebbe andata molto
bene a chi non si fosse deciso a chiamare Ali con il suo nuovo nome, sebbene
anche Zora Folley, il primo a farlo, al Madison Square Garden, cadrà al settimo
round raccontando poi che «il colpo del K.O. è stato talmente fulmineo che non
l’ho nemmeno visto» e che Ali avrebbe potuto scrivere «il manuale definitivo
sulla boxe».
La maggior parte dei pugili che incontrava avevano già perso prima di salire
sul ring, lui si limitava a finirli. Aveva riflessi ai confini dell’umano che,
contraddicendo ogni logica pugilistica, gli permetteranno per anni di non aver
bisogno di schivare i colpi avversari. Semplicemente non arrivavano,
confermando la sua idiosincrasia a venire colpito. Troppo bello per farlo
succedere.

Era il 22 marzo 1967, l’ultimo match prima della sospensione. The last chance to
see Ali before to gets one to three. “L’ultima chance di vedere Ali prima che gli
diano da uno a tre anni.”
Fuori dal ring, infatti, si sta consumando il match più importante della sua
vita, quello raccontato perfettamente nel libro del suo amico fotografo Howard
Bingham, Muhammad Ali’s Greatest Fight. Cassius Clay Vs. the United States
of America, il racconto cronologico di un gancio destro sferrato a un Paese che lo
pretende al fronte.
Nel 1960 Cassius, diciottenne, sostiene la visita militare e viene iscritto alla
leva di Louisville venendo classificato 1A, alfanumerico statunitense per carne
da macello. Gli americani, da sempre persuasi della loro eccezionalità storica
politica e culturale, non si pongono il problema se quello che fanno sia giusto o
meno, semplicemente eseguono.
Sino alla Seconda guerra mondiale al fronte di neri ne sono stati mandati
pochi, perché in realtà nessuno a Washington era convinto della loro lealtà e
veniva ritenuto potenzialmente pericoloso armarli. Se notate, in Salvate il
soldato Ryan di Steven Spielberg di nero non se ne vede nemmeno uno il giorno
dello sbarco in Normandia, perché nessuno o quasi ce n’era. Verranno
massicciamente reclutati a partire dalla guerra di Corea e, siccome praticamente
nessuno di loro è in grado di ottenere il rinvio per motivi di studio, vengono
automaticamente classificati 1A, abili e arruolati… e soprattutto pronti a partire.
Il primo nero a morire per gli USA, ucciso dalle giubbe rosse inglesi, fu Crispus
Attucks, cui non ovviamente sono dedicate decine di scuole superiori situate nei
quartieri neri d’America. Gli inglesi avevano callidamente promesso ai primi
leader neri che se non avessero partecipato alla rivoluzione, a tumulti sedati
sarebbero stati resi uomini liberi, costringendo George Washington, noto
proprietario di schiavi lui pure, ad affrancarne a migliaia, salvo poi a guerra
finita riconsegnarli ai proprietari.
La prima promessa non mantenuta.
La prima di tante.

Nel 1964, pochi giorni dopo il match con Liston, Ali risostiene la visita militare
a Coral Gables, nei sobborghi di Miami. Quesito: un impiegato ha diviso un
numero per 3,5 quando invece avrebbe dovuto moltiplicarlo per 4,5; la sua
risposta è quindi tre. Quale avrebbe dovuto essere quella corretta?
A) 3,25
B) 10,50
C) 13,75
D) 47,25

Dal momento che Ali non riesce a risolverlo, viene inserito in quel 18% di
giovani americani non ritenuti mentalmente idonei al servizio attivo. In
paradossali soldoni: il campione del mondo dei massimi non è in grado di aiutare
lo Zio Sam. Ma nell’istante stesso in cui Ali annunciò la sua adesione al Black
Islam, Edgar J. Hoover, famigerato capo della FBI, uomo in grado di ricattare
ogni uomo politico americano, chiede di essere informato sul suo status militare.
Nel 1966 gli States avevano abbassato lo standard minimo richiesto in
maniera drastica, per cui anche Ali diviene immediatamente reclutabile. Il
presidente Johnson da anni riceveva non meno di cento lettere al giorno in cui ci
si domandava il motivo per cui, con vari gradi di perplessità, quel negro non
stesse servendo la nazione in Vietnam.
Per cui, giuridicamente parlando, nel 1967 The Greatest sta combattendo su
due fronti: da una parte quello del suo status militare e dall’altro quello
pugilistico. Quasi tutti gli Stati americani infatti non gli vogliono più concedere
la licenza per combattere. L’Illinois tuttavia spezza il fronte, e combattere a
Chicago sarebbe importante.
Un attimo, però. C’è una condizione.
Quale? Che Ali vada a Chicago e si dichiari pentito delle sue affermazioni.
Lui atterra all’aeroporto O’Hare con i cerotti sulla bocca, come a dire: “Stavolta
farò come dite voi”. Ma quando compare davanti al presidente della
Commissione atletica dell’Illinois, alla domanda: «Si dichiara pentito dei suoi
commenti così palesemente antipatriottici?» Ali risponde: «No, non mi dichiaro
pentito. Mi dichiaro pentito di averli fatti alle persone sbagliate, ovverossia ai
giornalisti e non ai giudici, come avrei dovuto».
Il presidente non la prende particolarmente bene e ribatte: «Non ha nessuna
importanza a chi l’abbia detto, è quello che ha detto che fa la differenza. Signor
Cassius Clay, lei è pentito o non è pentito?».
Quattro secondi di silenzio e poi il campione se ne va. Prima di uscire
dall’aula si volta e puntualizza: «My name is Muhammad Ali».

Tramite uno dei migliori avvocati d’America, un certo Hayden Covington, ha


presentato istanza di esonero dal servizio per motivi religiosi.
Covington era noto soprattutto perché durante la Seconda guerra mondiale
aveva vinto decine di cause presso la Corte Suprema a difesa del diritto
all’esenzione dagli obblighi militari per i testimoni di Geova, ed era fiducioso di
rivedere la stessa scena.
L’istanza però viene rigettata. È evidente che gli Stati Uniti vogliono fare di
Ali un caso esemplare, e soprattutto hanno i motivi giuridici dalla loro parte. Il
mondo però non ci sta. Con Ali la cultura popolare entra in collisione con le
politiche di resistenza umana. Mike Marqusee, autore del meraviglioso
Redemption Song. Muhammad Ali and the Spirit of the Sixties, ha scritto che Ali
aveva creato “un vasto seguito mondiale molto prima che l’America bianca fosse
preparata ad accettarlo, non parliamo di ammirarlo”. Nell’aprile del 1966 ci
furono manifestazioni di protesta contro la guerra e pro Ali ad Accra, al Cairo, a
Parigi, a Londra a Grosvenor Square, davanti all’ambasciata americana. A
volantinare anche Bill Clinton, studente di Oxford, che circa trent’anni dopo
abbraccerà Ali da presidente degli Stati Uniti, ringraziandolo per l’ispirazione.
Lo show down, la sfida finale di questa intricata vicenda, si tiene il 28 aprile
1967 al distretto militare di Houston. Una delle scene più importanti della vita di
Ali. Da un punto di vista formale, per aderire all’esercito o a qualsiasi corpo per
il quale tu venga chiamato, quando viene pronunciato il tuo nome devi fare un
passo in avanti. Ed è esattamente quello che sta per succedere.
Il tenente Dunkley dice: «Cassius Clay, Army».
Nessun movimento. Brusio.
Qualcuno suggerisce di provare con l’altro nome: «Muhammad Ali, Army».
Niente. A questo punto un ufficiale si avvicina ad Ali e gli chiede di seguirlo
in un’altra stanza, dove gli elenca i suoi diritti, pochi, e i suoi problemi, tanti.
«Per cortesia, mi metta per iscritto per quale ragione non intende aderire alla
chiamata militare.» E lui spiega per iscritto che è per motivi religiosi. L’ufficiale
lo avverte che è passibile di una pena che prevede fino a cinque anni di
reclusione e di una forte multa.
«Lo so» risponde Ali, e a quel punto sa che la notifica della sua decisione è
già stata inviata alle autorità competenti e che verrà incriminato.
Quando esce sulla strada con gli ufficiali, una donna gli si palesa davanti e
gli urla, con tutto il veleno disponibile: «Pentiti! Ti devi pentire! Ti devi mettere
in ginocchio e chiedere perdono a Dio! Mio figlio è in Vietnam e tu non sei
migliore di lui! Ti auguro di marcire in galera per il resto dei tuoi giorni».
Muhammad Ali è abituato a essere molto ben trattato dalle donne e questa
storia lo segnerà per quasi tutta la vita. Adesso però ha messo una mano in tasca
per vedere se ha qualche moneta, e ce l’ha. Così chiede agli ufficiali il permesso
di effettuare una telefonata, vuole parlare in interurbana con l’unica persona che
in quel momento è realmente importante per lui: mamma Odessa.
La signora Odessa risponde quasi subito, e lui altrettanto in fretta le dice:
«Mama, I did what I had to do», “ho fatto quello che dovevo fare”.
Dall’altra parte solo singhiozzi. Ali la rincuora dicendo più o meno:
«Mamma, aspetta, guarda che tornerò a casa e molto prima di quello che tu
possa pensare. E quando tornerò, per favore, preparami il polpettone, perché
come lo prepari tu non me l’ha mai preparato nessuno, nemmeno mia moglie».
E dai singhiozzi di lei esce un biascicatissimo: «God bless you, son», “che
Dio ti benedica, figliolo”.
Già, ma quale Dio? Il Dio di mamma Odessa, il loro Dio, quello di cui madre
e figlio hanno cantato le lodi in centinaia e centinaia di domeniche mattina nella
chiesa battista a un isolato di distanza da casa loro, al 3302 di Grand Avenue,
Louisville, Kentucky. E di cui hanno letto sulla sdrucitissima Bibbia di famiglia,
sotto il portico di quella casa, in altrettante sere d’estate, quando lei, la mamma,
indicava al figlio, dislessico, le parole mentre le compitava.
Quando erano soltanto, o forse soprattutto, Gee-Gee e Mama Bird, e non
avrebbero mai immaginato di trovarsi in questa situazione soltanto pochissimi
anni più tardi.
15

I Cavalieri di Cleveland
«Non sono preoccupato per Muhammad Ali. Io sono
preoccupato per il resto di noi.»
BILL RUSSELL
Le conseguenze delle dichiarazioni rilasciate da Ali al centro di reclutamento
furono immediate. Neanche un’ora dopo che ebbe lasciato l’edificio, la
Commissione atletica dello Stato di New York gli aveva definitivamente sospeso
la licenza pugilistica e lo aveva privato del riconoscimento di campione
mondiale dei pesi massimi. Si accodarono ai provvedimenti anche la World
Boxing Association e le commissioni atletiche delle altre giurisdizioni, e
finanche l’Inghilterra dichiarò il titolo vacante.
Ma il 4 giugno 1967, un paio di settimane prima della condanna definitiva, ci
fu un evento che verrà ricordato come uno dei giorni più sentiti della storia dello
sport afroamericano.

Il giorno in cui Muhammad Ali esalò il suo ultimo respiro, Kareem Abdul-
Jabbar, uno dei più grandi giocatori della storia del basket, nonché suo
compagno di battaglie e idee, regalò al mondo una delle immagini più
significative per evocare la potenza di chi se ne era appena andato: «Ha fatto in
modo che tutti gli americani, bianchi e neri, potessero camminare a testa alta. Io
sarò pure alto 2 metri e 18, ma non mi sono mai sentito così alto come quando
ero nella sua ombra».
La grande amicizia fra Ali e Jabbar affonda le radici in quel summit
straordinario che entra a gamba tesa nella storia contemporanea degli Stati Uniti
d’America, nobilitandola.
Il giorno è il 4 giugno 1967, il luogo Cleveland, per la precisione gli uffici
della NIEU (Negro Industrial and Economic Union), neonata istituzione che si
autodefinì da subito «a black capitalist organization» e che muterà il suo nome
in BEU (Black Economic Union).
Nel giugno del 1967 Cleveland, Ohio, era una città provata dai vari riots che
ormai si moltiplicavano in tutte le principali metropoli, ma anche e soprattutto un
luogo che Leonard Moore, professore all’Università del Texas, definì «a hotbed
for black power, energy and black nationalism at this time», “terra fertile per
nazionalismo e rabbia nera”, nonché destinazione privilegiata per migliaia di
afroamericani che vi giungevano dal Sud in cerca di opportunità lavorative.
La vocazione a essere epicentro di questo progresso politico e sociale era
perfettamente interpretata dal fiore all’occhiello della città: quei simpatici
ragazzoni dei Cleveland Browns, il cui leader, tale James Nathaniel Brown, detto
Jim, cercò di portare anche fuori dal campo da football l’impegno che lo aveva
contraddistinto all’interno della NFL, diventando membro attivo della Black
Economic Union. L’uomo dai mille record non si limitò a contribuirne alla
fondazione, ne divenne l’anima, col suo cuore di atleta ben equipaggiato a
pompare iniziative e sangue laddove sembrava non arrivarne, ovvero in quelle
sacche di emarginazione in cui non si credeva possibile sviluppare e incoraggiare
imprese a marchio afroamericano o tutelare il proprio status sociale con progetti
autofinanziati.
Stabilite le sue sedi nelle principali città americane, la BEU di Cleveland
sembrava emanare una particolare sacralità circa la propria missione, anche
perché il direttore esecutivo degli uffici nella Euclide Avenue era John Wooten,
anche lui ex Cleveland Browns, a conferma di quanto fertile fosse l’humus
sportivo sul quale si coltivavano idee, pensieri e azioni per la comunità
afroamericana.
Ecco, per Jim Brown, running back impossibile da placcare – che viaggiava
a 5,2 yard a corsa, collezionava vari record di franchigia e ora, ritiratosi dal
campo, frequentava perfino Hollywood – quella di riuscire a far sedere intorno a
un tavolo una decina di eccellenze sportive nere per ragionare con Ali dei motivi
della sua renitenza alla leva dev’essere stata una delle imprese migliori.
Sebbene la tavola degli uffici BEU non fosse esattamente rotonda, i Cavalieri
di Cleveland condividevano con quelli antichi un principio fondamentale: “Mai
ingaggiare battaglie per motivi sbagliati”.
All’appello, dal mondo del basket risposero Bill Russell, che nel 1967 già
allenava i suoi Boston Celtics, e il già citato Ferdinand Lewis Alcindor, al tempo
non ancora Kareem Abdul-Jabbar, vent’anni e 56 punti all’esordio in maglia
UCLA.
Gli altri erano tutti ex compagni di squadra o avversari del buon Jim e poi
c’era Carl Stokes, che di lì a poco sarebbe diventato il primo sindaco
afroamericano di una delle maggiori città degli States e avrebbe spianato a
Cleveland la strada del cambiamento richiedendo l’apertura di tutti gli uffici
pubblici a uomini e donne afroamericani e istituendo specifici programmi di
riqualificazione delle aree più disagiate della città.
Tutti i componenti del summit, eccezion fatta per Bill Russell, erano membri
attivi della Black Economic Union, ma, soprattutto, la maggior parte di essi
aveva un passato attivo nelle forze armate: lo stesso Jim Brown era stato
congedato come sottotenente, il futuro sindaco Stokes aveva combattuto nella
Seconda guerra mondiale e gli altri avevano assolto agli obblighi della leva.
Musica per le orecchie di Ali, che avrebbe dovuto affinare il suo jab per
dimostrare a ex militari dell’esercito statunitense quanto fosse sbagliato prendere
parte a una guerra così assurda e ingiusta.
Ognuno dei presenti sapeva bene che la decisione di Ali avrebbe cambiato il
corso della Storia, non solo della sua, di uomo e di campione, ma anche quella di
una collettività che guardava a lui e a loro come gli unici, forse ultimi baluardi di
battaglie che sembravano non finire mai.
Furono due ore di arringhe, dichiarazioni, domande, considerazioni,
ragionamenti su quanto questo rifiuto sarebbe costato ad Ali e probabilmente di
riflesso all’intera comunità afroamericana. Si sviscerarono le conseguenze
umane, economiche, sportive, sociali che potevano derivare dal perdere licenza e
titolo; il rischio del carcere; la condanna al pagamento di ingenti somme di
denaro al governo federale.
Qualche settimana dopo il summit, Bill Russell concesse a «Sports
Illustrated» la dichiarazione pressoché definitiva sulla riunione: «Invidio
Muhammad Ali. Lui ha dentro di sé qualcosa che io non sarò mai in grado di
raggiungere, che pochissime persone posseggono. Ha una fede assoluta e
sincera. Non sono preoccupato per Muhammad Ali. Lui è equipaggiato meglio di
chiunque io conosca per sopportare i processi che lo riguarderanno. Io sono
preoccupato per il resto di noi».
La Storia ormai era già stata scritta nella mente e nel cuore di chi non aveva
altro da temere se non se stesso, e intendeva difendere con ogni mezzo quella
immagine già in odore di mito in cui faceva specchiare migliaia e migliaia di
afroamericani, compreso Bill Russell, il signore degli undici anelli. E i Cavalieri
di Cleveland, avvinti dalla forza d’animo del loro re, non poterono fare altro che
assicurare ad Ali massima solidarietà e appoggio incondizionato perché in fondo
– come ha raccontato Curtis McClinton in una recente intervista – «la nostra
riunione riguardava il modo in cui Ali avrebbe definito se stesso, ma quella
definizione sarebbe stata parte di tutti noi».

Esattamente quarantanove anni e un mese dopo accade allora che LeBron James
dei Cleveland Cavaliers – nominato a fine 2016 atleta dell’anno dalla Associated
Press proprio come lo fu Ali nel 1974 – salga sul palco degli ESPY per
pronunciare parole come queste: «Questa notte celebriamo Muhammad Ali, il
più grande di tutti i tempi. Per rendere davvero giustizia alla sua eredità, però,
dobbiamo sfruttare questi momenti per chiamare all’azione tutti gli atleti
professionisti, per educare noi stessi, affrontare questi temi, parlarne, utilizzare
la nostra influenza per rinunciare in tutto e per tutto alla violenza e, cosa più
importante, tornare nelle nostre comunità, spendere il nostro tempo, le nostre
risorse, per ricostruirle, renderle più forti e cambiarle».
Basterebbe chiudere gli occhi e sedersi idealmente intorno a quel tavolo per
sentire le stesse identiche parole pronunciate dagli undici Cavalieri di Cleveland,
quel 4 giugno 1967.
C’è un’evidente violenza, una strana forza propulsiva che viaggia a svariati
chilometri orari, quella della velocità con cui assistiamo al propagarsi di un’idea,
di un pensiero così forte da non potersi librare nell’aria se non con un vigore
primigenio combinato a un’estrema precisione, senza la quale non potrebbe mai
giungere a destinazione.
Esattamente ciò che unisce l’efficacia di un gancio sul parquet a quella di un
gancio sinistro sul ring.
Eppure quei due ragazzi, Cassius e Lewis, uno di Louisville, l’altro di
Harlem, non sono accomunati solo da quella parola, ma hanno radici e storie
molto simili, nati a cinque anni di distanza in due Stati neanche troppo distanti,
battezzati da un cognome con cui indossano il ricordo della schiavitù.
Kareemhaspiegatopiùvoltecheconlasuanuovaidentità poté finalmente togliere
la maschera a quell’America che esaltava i suoi successi come simbolo di una
finta uguaglianza razziale: «Volevano che fossi il simbolo di come chiunque,
proveniente da qualsiasi condizione, potesse arrivare a vivere il sogno
americano. Per loro ero la prova che il razzismo fosse un mito. Io invece sapevo
benissimo che erano i miei 218 centimetri di altezza e il mio fisico atletico che
mi avevano portato lì dov’ero, e non certo le pari opportunità».
Entrambi membri di una comunità che cercava un rispetto che non aveva mai
avuto e lo esigeva a volte urlando, a volte scrivendo, a volte riunendo i suoi
uomini migliori in quello che è stato un vertice unico e irripetibile che riportava
l’attenzione su qualcosa di ancora più grande. Perché non basta essere il
campione del mondo dei pesi massimi o il miglior realizzatore di sempre della
storia dell’NBA, se la tua comunità non può avere la tua stessa voce.
Così allora è facile intuire che un atleta del calibro di Kareem non si sarebbe
mai accontentato dei suoi 38.387 punti lasciati sul parquet in trent’anni di NBA
se non li avesse potuti trasformare in parole altrettanto decisive e graffianti come
quelle che ritroviamo nei suoi editoriali, nei libri che ha scritto, nelle preziose e
mirate apparizioni pubbliche.
E se è vero che Ali è stato decisivo per uomini decisivi, mezzo secolo dopo i
fatti di Cleveland fa un certo effetto leggere ancora sulla copertina dell’ultimo
libro firmato da Jabbar, un eloquente Searching for a new equality beyond black
and white. Sembra un’esortazione obsoleta, quasi incomprensibile se
pronunciata da chi per decenni ha giocato su quel parquet che rende tutti uguali,
restituisce la stessa durezza senza fare distinzioni, rende il tonfo di un rimbalzo
uguale per tutti, sordo come può renderti un colpo su un ring, dove pure si è
uguali, e ugualmente si cade a tappeto tanto da bianchi che da neri.
Ecco perché quel giorno del 1967, a Cleveland, c’era in palio qualcosa di più
grande dei dilemmi personali di Ali. L’affermazione della propria identità
umana, sociale, religiosa. La libertà di nascere in un Paese in cui venga
riconosciuto il diritto di essere anche altro, professare altro, diventare altro.
Niente di cui si possa sentire il rimbalzo sul legno, niente che possa finire a
tappeto su un ring.

Il 19 giugno 1967, dopo rinvii a giudizio e istanze varie rigettate, iniziò il


processo a carico di Ali, alla fine del quale un gran giurì federale composto da
dodici giudici popolari, tutti bianchi, lo condannò a cinque anni di reclusione e
10.000 dollari di multa. Sentenza necessaria e scritta perché, diversamente,
migliaia di afroamericani si sarebbero rifiutati di servire il Paese in Vietnam e
l’insurrezione sarebbe stata inevitabile.
Parte terza
16

Chi è il vero campione del mondo?


«Datemi Joe Frazier!»
Lontano dal ring, Ali continuò a servire la Nazione e a seguire il suo padre
spirituale Elijah, che lo appoggiava nella sua decisione di non andare in Vietnam
senza avergliela imposta. Inoltre, nell’agosto di quel fatidico 1967 sposò la
giovanissima Belinda Boyd di soli diciassette anni, dalla quale avrebbe avuto
quattro figli: tre femmine e un maschio. Cresciuta in una famiglia islamica,
cambiò il suo nome – anche lei – in Khalilah Camacho.
Sempre nel 1967 Ali incontrò per la prima volta Martin Luther King a
Louisville, dove stava guidando una manifestazione contro le violenze perpetrate
dalla polizia contro i neri sprovvisti dei pass obbligatori per accedere alle zone
residenziali bianche della città. In quell’occasione Ali disse che non sarebbe
andato a sparare ai brown people a diecimila chilometri di distanza quando a
casa sua i negro people venivano trattati peggio dei cani; che seguiva la legge di
Allah e che se questo voleva dire farsi quattrocento anni di carcere li avrebbe
fatti. Nessun organo di informazione fino a quel momento aveva osato criticare
l’intervento militare in Vietnam, fu Ali il primo, in un momento in cui ai primi
posti delle chart musicali c’era Ballad of the Green Berets, vero inno patriottico.
Il 1969 è un anno importante nella biografia di Ali perché si consuma la
rottura con Elijah Muhammad. Howard Cosell, celebre giornalista della ABC,
domanda ad Ali se mai avrebbe considerato di tornare sul ring. Risposta: «Sì, se
il prezzo fosse quello giusto». Elijah, disgustato, fa fermare le rotative che
stanno stampando il nuovo numero di «Muhammad Speaks», organo ufficiale
della Nation of Islam, e impone il titolo Il mondo deve sapere che non stiamo
con Muhammad Ali. Dopodiché sospende The Greatest per un anno esattamente
come aveva fatto con Malcolm X dopo l’improvvida uscita su JFK. Per Ali sarà
una delle più grandi delusioni della sua vita.
La storia di un Paese però cambia soprattutto quando è in guerra, e nel ’70 il
presidente Nixon lancia l’offensiva in Cambogia.
Nel ’71 la Corte Suprema si raduna per rigiudicare il caso Ali e alla fine la
decisione è combattuta ma unanime: Muhammad Ali riconquista la libertà.
L’influente senatore Andrew commenterà: «Un tenente servitore dello Stato
condannato all’ergastolo, mentre un negro disertore è fuori e guadagna milioni».
Dal suo punto di vista non una tesi peregrina, se non fosse che quel tenente
era William Calley, l’uomo che nel 1968 aveva ordinato il più feroce massacro
di civili mai occorso in tutta la guerra in Vietnam, quello di My Lai, in cui
furono sterminati centinaia di donne, anziani e bambini.
Ecco, forse quel giorno non fu la Corte Suprema a rimettere in libertà
Muhammad Ali, ma milioni e milioni di giovani americani che da anni stavano
protestando, anche a costo delle loro vite, in tutte le strade d’America.

Eppure, osservando il ruolino dei match combattuti da Ali ci si accorge che ha


ripreso a boxare nel 1970 e non dopo la sentenza della Corte Suprema. Com’è
possibile?
È possibile, perché negli Stati in cui non esiste una commissione pugilistica è
il governatore a decidere se si può combattere o meno. E uno Stato così c’è, è la
Georgia.
«Who is the real world champ?» “Chi è il vero campione del mondo?”
Questa è la domanda che ossessivamente Muhammad Ali riserva a chiunque
incontri, ma non ha bisogno di sentire la risposta, lo sa già chi è il vero campione
del mondo. Anche se quella cintura al momento ce l’ha qualcun altro, nel suo
cuore alberga l’irragionevole certezza che un giorno tornerà sua, perché in fondo
lui è nato per indossarla.
Tra le pene accessorie della sentenza di primo grado, confermata in secondo,
c’è la confisca del passaporto, il che impedisce ad Ali di andare a combattere
fuori dagli USA, nei Paesi che ancora lo riconoscono campione del mondo.
Come se non bastasse, sulle sue spalle pendono costi legali esorbitanti perché i
suoi avvocati stanno cercando di adire il terzo e ultimo grado di giudizio.
Dovendo assolutamente trovare un modo per finanziarsi, Ali si improvvisa
conferenziere. Per la verità l’inizio non sembra particolarmente confortante, gira
i campus degli Stati Uniti di fine anni Sessanta e arringa gli studenti dicendo
cose del tipo: «L’erba fa male», «Il sesso prematrimoniale è sconveniente»,
ricevendone, naturalmente, modesti consensi. Tuttavia, con l’intelligenza
relazionale che lo contraddistingue e la sua ars oratoria riesce a trovare il modo
di coinvolgere gli studenti su temi a lui cari come guerra, segregazione,
religione, orgoglio afroamericano. Non sempre trova terreno fertile, in alcuni
filmati d’epoca gli studenti intervistati non sono teneri con Ali: «Io penso che lui
insegni ai neri a odiare i bianchi e credo che questo sia molto sbagliato»; «Non la
pensavo come lui prima e continuo a non pensarla come lui adesso. Se vuole
avere gli stessi diritti di tutti gli americani deve assumersi le sue responsabilità
riguardo alla leva». Ma incanta letteralmente l’audience dell’Università di
Harvard, uno dei fortini dell’intellighenzia americana, e quindi della classe
dirigente statunitense, in quella che fu una conferenza-conversazione del tutto
improvvisata, alla fine della quale uno studente gli grida: «Muhammad, anche
uno dei tuoi poemi, per favore!».
Lui ci pensa per qualche minuto e poi tira fuori un «Me, we», che per anni è
stato considerato uno dei più brevi componimenti poetici di tutti i tempi.

L’incredibile vita di Muhammad Ali sembra un romanzo nel quale un misterioso


sceneggiatore introduce dei protagonisti che servono a cambiare il ritmo quando
la storia sta languendo, e inserisce personaggi realmente esistenti. E così, a
questo punto dell’intreccio, entra in scena Leroy Johnson, che ha un ruolo
storico, perché è il primo senatore afroamericano della storia della Georgia,
nonché colui che un giorno alza il telefono e chiama gli uomini di Muhammad
Ali. Possiamo immaginare che il dialogo si sia svolto in questi termini:
«Sono Leroy Johnson, senatore del grande Stato della Georgia, ci siete per il
match?».
«Quale match?»
«Ali-Frazier, per il campionato del mondo, ad Atlanta.»
«Senta, The Champ non combatte da tre anni, gli hanno revocato la licenza
pugilistica in tutti gli Stati dell’Unione, di che cosa sta parlando?»
«In Georgia non c’è una commissione pugilistica, decide il governatore
Maddox se si combatte o no. E comunque questi sono problemi miei, voi dovete
semplicemente dirmi se ci siete o non ci siete.»
«Ok, ci siamo.»
In Georgia? Muhammad Ali? Sulla carta sembra del tutto improbabile. La
tradizione della Georgia è puramente segregazionista, al punto che se volete
andare al Golf Club di Augusta da afroamericano potete farlo solo come
cameriere. Il giocatore di baseball del secolo della Georgia, Ty Cobb, è stato un
razzista conclamato, e anche Lester Maddox, il governatore a cui spetta la
decisione, è un noto segregazionista. E invece in qualche modo, Leroy Johnson,
che ha tutto l’elettorato nero in mano, riesce a ottenere da quest’ultimo
l’improbabile consenso. I giornali, quando si diffonde la notizia, deridono
Muhammad Ali con commenti del tipo: «Questo Cassius Clay, che adesso si fa
chiamare in un altro modo, quando si renderà conto che lui è un paria del
pugilato?».
Nessuno sembra volerlo più, eppure, il 26 ottobre 1970, Ali sale sul ring a
combattere.
Il match si tiene all’Auditorium dell’Università di Georgia State, e le ore che
lo precedono sono molto tese perché in città non ci sono solo i cronisti, ci sono
anche gli Anonimi. Ad Ali viene recapitato un pacco in cui c’è un chihuahua
nero con la testa mozzata accompagnata dalla frase: “Ad Atlanta sappiamo
benissimo come trattare i cani negri come te”.
Il combattimento in sé non è granché e l’avversario non è Joe Frazier, ma un
bianco californiano di nome Jerry Quarry, tutt’altro che uno sprovveduto, più
giovane di Ali, che si è allenato con l’ipnosi ma che non si alzerà alla campana
del quarto round.
Il significato tecnico dell’incontro, però, è preoccupante, perché Ali non è
nemmeno vagamente il pugile che ha chiuso il vecchio Madison Square Garden
nel 1967: è molto più massiccio, lento, molto meno reattivo.
Ma è notevolmente interessante quello che accadde attorno al match perché
quella sera il pubblico era composto perlopiù da afroamericani: c’erano i grandi
dell’entertainment, da Diana Ross, che non perdeva mai un match di Ali, a Bill
Cosby, fino a Sidney Poitier, primo afroamericano a vincere l’Oscar come
miglior attore nel 1964 per I gigli del campo, tre anni dopo protagonista di un
film epocale, Indovina chi viene a cena?
Hollywood stava improvvisamente cominciando a trattare del materiale
storicamente radioattivo: una vicenda matrimoniale interrazziale. Un film che
passò alla storia anche perché Katharine Hepburn, una delle più grandi attrici
americane di sempre, singhiozzava ogni volta che si spegnevano le macchine da
presa. Accanto a lei recitava il suo compagno di sempre, Spencer Tracy, che
sarebbe morto poco dopo il termine delle riprese del film ma non prima di aver
regalato al mondo quel monologo finale che lo avrebbe reso immortale.
Attorno al ring, all’Univestità di Georgia State, c’erano anche tutti i
personaggi politici del mondo afroamericano, dal reverendo Jesse Jackson, che
anni più tardi terrà il sermone di commemorazione di Joe Frazier, fino a Coretta
King. Mancava solo suo marito, che non può partecipare né quel giorno né mai
più. È stato assassinato in un pomeriggio di aprile di due anni prima, al Lorraine
Motel di Memphis, Tennessee. La memoria di Martin Luther King venne
celebrata in due funerali, uno a Memphis e uno ad Atlanta, alla Ebenezer Baptist
Church, la chiesa di famiglia, dove pochi mesi prima aveva spiegato la
differenza tra slealtà e dissenso, schierandosi al fianco di Ali nella sua battaglia
giudiziaria. Vi partecipò tutta l’America nera che poteva partecipare. Mahalia
Jackson, la cantante gospel attivista dei diritti civili, emozionata più di tutti,
celebrò King come forse nessun altro essere umano è mai stato celebrato.
Intanto, a New York City, Anne Warner, un giovane avvocato del Legal
Defense and Educational Fund, il fondo di difesa a tutela dei diritti civili degli
afroamericani, sta letteralmente pettinando i registri della New York State
Athletic Commission. È a caccia di un precedente, perché il sistema americano è
basato sulla Common Law e quindi sui precedenti, appunto. Anne Warner cerca
quindi un altro caso giuridico simile a quello di Ali per creare la possibilità di
un’istanza da presentare alla Corte Federale.
Ora: nella storia giudiziaria dello Stato di New York è mai stato concesso a
un uomo condannato penalmente e che sta scontando quella pena di combattere
su un ring? Uno? Duecentoventicinque. Il giudice distrettuale sentenziò di
conseguenza a favore di Ali, definendosi sbalordito nell’apprendere di una tale
discriminazione.

E così, molto prima del previsto, Muhammad Ali torna a combattere al Madison
Square Garden, quello nuovo, quello di oggi, e lo fa contro Oscar “Ringo”
Bonavena, un gran bell’argentino che lo porta fino al quindicesimo round. Le
cronache raccontano che la sera prima del match al Madison Square Garden si
stessero allenando i ragazzi di una squadra di college basket. Ali, che era
presente alla seduta, si fece dare una palla e segnò uno spettacolare canestro con
un gancio da metà campo.
È evidente che Ali non è il pugile che ha chiuso l’altro Madison, ma a lui
interessa fino a un certo punto perché sa che sta per arrivare il grande momento,
quello che ha sempre sognato tornasse: potrà combattere contro “Smokin’” Joe
Frazier per il campionato mondiale dei massimi. Smokin’ perché i suoi guantoni,
letteralmente, fumavano. E con la forza che lo ha sempre contraddistinto dirà
alla stampa: «Bring me, Joe Frazier!», “Datemi Joe Frazier!”.
La ESPN ha definito la rivalità tra Ali e Frazier la più grande rivalità nella
storia dello sport americano, mettendovi accanto solo quella tra le università
Ohio State e Michigan, nel football.
Ma chi è questo Joe Frazier?
17

Un uomo libero
«Hai qualche consiglio da darmi?»
JOE FRAZIER
Era un mattino di metà novembre del 2011 quando i guantoni rossi di Smokin’
Joe Frazier vennero adagiati su una bara senza che uscisse più fumo da essi. E il
suo amico, non più avversario, Muhammad Ali era in quella chiesa battista di
Philadelphia ad applaudire con tutta la forza ancora rimastagli la memoria di un
uomo perbene, l’unico che, come raccontò ad Hauser, avrebbe voluto al suo
fianco se mai Dio lo avesse chiamato a combattere una guerra santa.
Nelle foto che li ritraggono insieme a eventi e commemorazioni, ormai
entrambi ben lontani dai ring, sembra non sia rimasto nulla di quel feroce
antagonismo, nei loro sorrisi non alberga alcun sentimento di rancore o peggio,
di odio, quella parola di cui invece tanto si abusava per accomunarli. In realtà,
anche le immagini delle conferenze stampa precedenti i loro incontri, la
prossemica in cui vengono immortalati – Frazier che prova a tappare la bocca ad
Ali o quest’ultimo che accenna un pugno – non lasciano intravedere un uomo
che veniva umiliato e ferito, che prima di parlare in pubblico beveva per darsi
coraggio o che doveva sopportare che i suoi bambini tornassero da scuola in
lacrime perché i compagni ripetevano loro che erano figli di uno “zio Tom”,
come lo chiamava Ali.
Joe teneva tantissimo alla sua famiglia, perché pur essendo arrivato
nell’Olimpo dei dieci migliori pesi massimi di tutta la storia della boxe, la
campagna di Beaufort, South Carolina, in cui era cresciuto tra dodici fratelli,
aiutando i genitori contadini, sarebbe rimasta sempre con lui. In particolare il
padre, con cui girava la contea per provare a vendere i prodotti delle fattorie dei
proprietari terrieri bianchi per cui lavoravano i Frazier. Senza dubbio una
condizione ben diversa dalle piantagioni paludose dell’Arkansas dove era
cresciuto il piccolo Sonny Liston, ma che temprò ugualmente Joe e gli fornì la
giusta motivazione per costruirsi da solo, con i pochi prodotti della terra a
disposizione, un sacco da colpire ripetutamente fino a quando i suoi sogni non
avrebbero preso forma.
È uno di quegli uomini che ispira lealtà, Joe Frazier. Semianalfabeta (cercava
di non leggere mai perché non si capisse che non era in grado), la sua è la storia
di un afroamericano che forse, senza la boxe, non sarebbe finito particolarmente
bene. Venne allontanato dal South Carolina – uno degli ultimi bastioni sudisti, al
punto che la bandiera confederata ha sventolato sulla cupola del Campidoglio
della capitale, Columbia, fino a qualche anno fa – perché aveva difeso un
giovane nero che veniva frustato. Si spostò a Brooklyn e cominciò a rubare auto.
Nel ’61 si trasferì a Philadelphia, dove lavorava al mattatoio comunale a 125
dollari al mese: era talmente povero il giorno del matrimonio che sua moglie
Florence all’anulare non portava l’anello che le aveva regalato lui, ma quello
della sorella maggiore. Contemporaneamente riuscì a imporsi nella boxe come
dilettante fino a partire per le Olimpiadi di Tokyo del ’64 dove, proprio come Ali
quattro anni prima, conquistò l’oro nei pesi massimi – subentrando a Buster
Mathis, infortunato –, quella medaglia che poi fece dividere in undici parti per
donarne un pezzetto a ciascuno degli undici figli, chiedendo loro di ricomporla al
momento della sua morte. E, proprio di ritorno dal Giappone, il ventenne Joe
andò a trovare il campione Ali, di cui era grande fan, che si stava allenando in
Massachusetts in attesa della rivincita con Liston e gli chiese: «Hai qualche
consiglio da darmi?».
«Sei un po’ piccolo, meglio dimagrire e fare il medio, probabilmente.»
Joe non seguì il consiglio, la sua carriera nei massimi decollò in pochi anni e,
durante il periodo della sospensione forzata di Ali, si guadagnò il suo titolo
arrivando al loro primo incontro imbattuto anch’egli, come lo era Ali.
Ma adesso che invece la sfida si avvicina, perché il match è stato fissato per
l’8 marzo del 1971, ovviamente al Madison Square Garden, Ali ignora tutto
questo passato, deride Frazier, lo offende continuamente: «Joe Frazier non ha
talento, non ha un buon jab sinistro, non balla, si muove come un robot».
Solo che stavolta non è la solita guerra psicologica di provocazioni mossa da
Ali contro un uomo offensivo sul ring ma mite e taciturno fuori: stavolta Ali è
considerato il “disertore” e Frazier “il patriota”, Ali il simbolo del Black Power e
Frazier un prediletto, forse suo malgrado, dell’establishment bianco, dietro la cui
figura “accondiscendente” e politicamente corretta potevano riconoscersi tutti i
detrattori di Ali.
«Nessuno vuole parlare con Frazier. Oh, forse Nixon lo chiamerà se vince.
Non credo chiamerebbe me. Ma il novantotto per cento della gente è con me. Si
identificano con la mia battaglia. La stessa che combattono ogni giorno per le
strade. Se vinco io, vincono loro. Se io perdo, loro perdono» sentenziò Ali in una
delle dichiarazioni rilasciate prima del match.
E pensare che Smokin’ Joe aveva chiesto personalmente al presidente
Richard Nixon di restituire la licenza di pugile ad Ali, così da poterlo finalmente
incontrare e battere.
È ragionevole ritenere che il match del 1971 sia il più grande evento sportivo
della storia del XX secolo americano. Certo, ci sono stati i favolosi Super Bowl
di Joe Namath, le incredibili ottobrate di Reggie Jackson per gli Yankees, i
grandi Lakers, i grandi Celtics… ma quel match è un’altra cosa, soprattutto per il
momento storico in cui si combatte. Nel ’71 gli Stati Uniti hanno ormai
compreso che la guerra in Vietnam non si potrà più vincere, anzi, la situazione è
addirittura peggiorata perché quando è iniziata i Vietnam erano due, mentre ora è
chiaro che quando l’ultimo elicottero si leverà da Saigon, il Nord si mangerà il
Sud, e nel frattempo sono state bruciate le vite di migliaia e migliaia di giovani
americani.
Quindi il Paese è spaccato in due: quelli che credono che comunque
quell’esperienza sia stata giusta e che «comunque i nostri ragazzi al fronte vanno
sostenuti» sono dalla parte di Frazier, e gli scrivono migliaia di lettere che
iniziano e finiscono sempre nello stesso modo: «Joe, stai tranquillo, Dio
provvederà».
Tutti quelli che invece ritengono che quell’esperienza sia stata fallimentare,
quelli che vedono nella guerra in Vietnam il momento in cui gli Stati Uniti
hanno perso la verginità, quelli sono tutti dalla parte di Muhammad Ali.
Ecco perché si può dire che a bordo ring c’era il mondo, quella sera, al
Madison Square Garden.
La SIP, l’odierna Telecom, impazzì: tantissimi italiani chiesero di essere
svegliati nella notte dalla segreteria telefonica, ma le richieste furono troppe e
quindi, letteralmente, non riuscirono a svegliarsi in tanti. Ma quel match era un
incontro per il pianeta, c’erano troppi significati che andavano oltre quello che
succedeva sul ring.
Frank Sinatra, mai amico di Muhammad Ali, si fece accreditare dalla rivista
«Life» come fotografo d’eccezione, sarà sua l’immagine di copertina di quel
numero, e il commento tecnico dell’incontro fu affidato addirittura al grande
attore Burt Lancaster. Anche dal punto di vista sociologico si notava qualcosa di
nuovo: la neonata borghesia nera aveva ora abbastanza soldi per comprarsi un
biglietto, magari non a bordo ring. E i neri dalla parte di Frazier erano vestiti in
maniera più vistosa; quelli più meditativi, leggermente più “africani”, erano tutti
dalla parte di Muhammad Ali.

Le caratteristiche tecniche di Joe Frazier sono un po’ particolari: è un toro, è uno


di quei pugili che ha fatto il massimo per dedizione, ma la sua caratteristica
principale viene da un episodio accaduto nella sua infanzia. Joe gradiva
importunare il cinghiale di famiglia, nel Sud degli Stati Uniti può succedere, fino
a che questi non si ribellò e il piccolo Joe fece un volo di tre metri. Cadendo si
fratturò il gomito e, dato che le finanze della famiglia Frazier non erano granché,
quel gomito non ricevette le corrette cure ortopediche e non si riarticolò mai più
come avrebbe dovuto. Ma con il tempo è poi evoluto in gancio sinistro
trasformandosi in un’autentica piaga d’Egitto, e se c’è un colpo avversario che
Ali ha sempre sofferto è proprio il gancio sinistro, che puntualmente arriva alla
fine della quindicesima ripresa. Muhammad Ali va giù. Il match è talmente bello
che si rialza e nei pochi secondi che gli restano nella quindicesima ripresa cerca
anche di vincere, ma non ci riesce. I cartellini dei giudici sono abbastanza
eloquenti: tutti nettamente dalla parte di Joe Frazier. Il quale in seguito dichiarò:
«Sono andato giù con quel sinistro, giù fino in Alabama. E quella canaglia
invece si rialzò. Ero allibito». Da quel pugno, però, si rialzò un uomo diverso.
Nessun uomo tranne lui avrebbe potuto promuovere il suo funerale come
fece Ali con il primo match contro Frazier. Avrebbe dovuto attendere almeno
altri dodici mesi per arrivare in condizione, ma non seppe resistere né a cinque
milioni di dollari, che oggi sembrano pochi ma allora erano il tesoro dell’isola,
né soprattutto al richiamo del palcoscenico, il suo palcoscenico, il mondo.
L’arbitro di quella sera, Art Mercante, raccontò di aver udito, intorno alla nona
ripresa, Ali provocare Frazier dicendogli: «Ma ti rendi conto di dove sei, stasera?
Sei sul ring con Dio», per sentirsi rispondere: «Allora Dio è nel posto sbagliato».
Alla fine, sconfitto, Ali salutò il pubblico con la mano come il re che gli USA
non avevano e non potranno mai avere.
Quando Ali esce dal Madison Square Garden il mondo non è quello di tre ore
prima. Ha perso per la prima volta un match da professionista. Non solo: tra
qualche settimana la Corte Suprema dovrà pronunciarsi e il terzo grado sarà
quello definitivo. Inappellabile. Venisse condannato, dovrebbe scontare cinque
anni di galera.
La Corte Suprema americana è composta da otto giudici, tutti nominati a vita
dal Presidente, e da un presidente di giuria, votante. Solo che nel caso del 1971,
Stati Uniti d’America contro Muhammad Ali, votarono solamente in otto perché
uno di quei giudici era già stato preventivamente coinvolto nel procedimento e
quindi non poteva esprimersi di nuovo. Il verdetto inizialmente era piuttosto
chiaro: cinque giudici su otto erano contro l’accoglimento dell’istanza della
difesa. Ma il giudice Harlan, uno dei cinque, non è così convinto. Pensa di non
aver avuto sufficienti elementi culturali a disposizione per poter emettere un
verdetto equilibrato e quindi si fa portare in stanza, lui, malato terminale di
cancro, cinque volumi che esaminino dettagliatamente il concetto di guerra nel
mondo islamico. E dopo aver passato la notte insonne decide, il mattino dopo, di
ribaltare il suo verdetto: quattro contro quattro. Empasse perfetta. Poi uno dei
giudici che aveva votato a favore di Muhammad Ali finalmente trova quel
piccolo cavillo giuridico procedurale che serve a ribaltare completamente la
sentenza di primo grado.
Sostanzialmente, l’effettiva sincerità delle motivazioni di Ali nel fare
obiezione di coscienza, così come la natura religiosa della sua obiezione, era
stata profondamente messa in discussione dal dipartimento di Giustizia
americano. Tuttavia lo stesso dipartimento venne clamorosamente smentito in
tribunale dal suo più alto rappresentante, il procuratore generale Griswold, il
quale si disse convinto della sincerità di Ali e della genuinità della sua
ispirazione religiosa. Il giudice Stewart si aggrappò a questa insolita discrepanza
di vedute e trovò un precedente in cui una simile dissonanza interna al
dipartimento era stata condizione sufficiente per evitare la condanna
all’obiettore.
Alla fine, con otto giudici favorevoli su otto, Muhammad Ali torna a essere
un uomo libero.
In quel 28 giugno 1971, fuori da quella corte, sembrarono finalmente
risuonare le parole con cui aveva ingaggiato la sua lunga battaglia quattro anni
prima: «La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a
qualche altra persona con la pelle più scura, o a gente povera e affamata nel
fango per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai
chiamato “negro”, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i
cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia
madre e mio padre. Sparargli per cosa? Come posso sparare a quelle povere
persone? Allora portatemi in galera».
È incredibile come nella vita di quest’uomo ci sia sempre qualcosa o
qualcuno che lo salvi. Che permette a questo straordinario romanzo di continuare
a farsi leggere. Ali non saprà cosa sia successo davvero in quella camera di
consiglio per tanti anni, ma quello che sa, e lo sa da subito, è che è tornato a
essere un uomo libero e che riprenderà a combattere con una nuova mentalità,
che dal punto di vista tecnico sarà un’assoluta rivoluzione.
Ma a differenza di quello che proprio in quei tempi cantava Gil Scott-Heron,
The Revolution Will Be Televised, sarà sotto gli occhi del mondo. Lo stesso Gil
Scott-Heron che scrisse per Ali il poema Over the Hill, nel quale sostanzialmente
affermava: non esistono razze, esistono gli uomini e le donne. Se avete bisogno
di una trasfusione e vi serve del sangue RH positivo, non vi interessa se a
darvelo sia un nano dalla pelle viola o altri. Quello in cui credi è più importante
di quello che dicono di te.
Tra i match che seguono la sentenza della Corte Suprema del 1971 ce n’è
uno molto particolare, che occorre nel 1973 a Las Vegas, Nevada, contro un
certo Joe Bugner. È diverso da tutti gli altri perché nelle ore precedenti
l’incontro Muhammad Ali incontra una delle più grandi icone del mondo
americano del XX secolo, un ex camionista di Tupelo, Mississippi: Elvis
Presley. Travolto da troppi sandwich al burro di noccioline sta progressivamente
sfiorendo, ma l’incontro tra i due è di quelli epocali, talmente forte che alla fine
Elvis decide di regalare ad Ali uno dei suoi accappatoi, quello con scritto sulle
spalle: PEOPLE’S CHOICE, la scelta della gente. Con quell’accappatoio è invincibile
e infatti batte Bugner.
18

Rumble in the Jungle


«Quando combatto sono in uno stato semi-onirico.
Ti colpiscono così duro che non sai dove sei. Vedi
tutte quelle luci e la testa naviga e smetti di pensare e
allora ti viene da abbassare le mani. Alle volte ti
sembra che gli alligatori suonino il sax e i serpenti la
batteria e non sai cosa sia successo. Resti nel tuo
mezzo sogno. Ma io non le abbasso, le mani. Non so
perché. Nessuno lo sa. Ecco perché sono il più
grande.»
Nel 1974, sempre al Madison Square Garden, va in scena il secondo episodio
della trilogia Ali-Frazier, e stavolta vince Muhammad Ali. L’incontro
tecnicamente è magnifico, ma non gli vale il titolo mondiale dei massimi perché
nel frattempo Smokin’ Joe Frazier era stato letteralmente polverizzato dal nuovo,
vero grande erede di Joe Louis e di Jack Johnson: un certo George Foreman, che
l’anno prima gli aveva strappato il titolo a Kingston, Giamaica.
E chi può battere George Foreman? Forse nessuno. O forse uno, forse lui,
The Greatest.

A Cleveland c’è un uomo che ritiene che esista eccome qualcuno in grado di
battere George Foreman. Quest’uomo, che ha visto il primo match della trilogia
in carcere, dove stava scontando una pena per omicidio – in realtà di omicidi ne
ha commessi due, ma nel primo caso è stato assolto per legittima difesa. Ha dei
capelli elettrificati sulla testa, una voce alla dinamite e si chiama Don King. E
ogni quindici minuti irrimediabilmente ripete sempre la stessa frase: «Only in
America!». E decisamente ne ha donde, in fondo lui stesso è riuscito in pochi
anni a passare dal carcere all’essere uno dei businessman più potenti degli Stati
Uniti. Il contatto di King per arrivare ad Ali è Lloyd Price, un cantante RnB
degli anni Cinquanta che si esibiva spesso nel suo locale di Cleveland e che anni
prima era stato in concerto anche a Louisville: Cassius era andato a sentirlo, gli
aveva chiesto l’autografo e Price glielo aveva concesso con benevolenza. E Ali
non si è mai dimenticato di chi aveva concesso un autografo a Cassius. Così
King è andato dagli uomini di Ali dicendo: «Foreman ha già accettato 10 milioni
di dollari, voi ci siete?». E poi è andato dall’altra parte e ha detto la stessa cosa:
«Muhammad Ali per il mondiale ha già accettato 10 milioni di dollari, voi ci
siete?», ottenendo un unanime «sì».
Nemmeno il Madison Square Garden, però, ha i soldi per quel match, o forse
non vuole investirli, fatto sta che Don King quei soldi deve andarseli a trovare e
li va a trovare in un luogo non solo lontano ma estremamente improbabile,
compiendo la rotta inversa a quella dei suoi avi. Va a farsi finanziare dal settimo
uomo più ricco del mondo, che vanta una decina di nomi ma è conosciuto
principalmente per l’ultimo: Mobutu. Re senza corona al soldo di qualche
potenza occidentale non difficile da riconoscere, con i diamanti e tante altre
speculazioni sta dominando un Paese che detesta venga chiamato Congo. Per lui
quel luogo si deve chiamare sempre e solo Zaire. E dal 1971 sarà così. Mobutu
aveva buone ragioni per volere Ali a Kinshasa. The Greatest era già stato in
Africa ma su invito di un grande leader, Kwame Nkrumah, ma stavolta l’invito
arrivava da un massacratore, uno dei più brutali killer del Ventesimo secolo che,
tredici anni prima, aveva assassinato con l’aiuto della CIA e di mercenari belgi
Patrice Lumumba, descritto da Malcolm X come l’uomo di maggiore visione
dell’intero continente e il più grande africano che stesse camminando sulla
Terra.
Nella calda estate del ’74 Ali e il suo nutrito staff volarono verso Kinshasa e
stavolta l’aereo non gli faceva più tanta paura, soprattutto perché la compagnia
di volo era l’Air Zaire e finalmente poté dichiarare: «Una compagnia aerea
africana, con assistenti e piloti africani. Questo è il primo volo libero che io
ricordi. Sullo stesso volo piloti neri, equipaggio nero, questo è molto strano per
un nero americano, non lo avrei mai nemmeno sognato».
Lo aspettava George Foreman.
George Foreman è il vero africano, il colore della sua pelle è nero come l’ala
del corvo a mezzanotte, il tratto delle ossa, lo zigomo negroide. Ali è molto più
bianco che nero, ma Foreman sembra il pugile dell’America bianca perché
mentre Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente oro e bronzo nei 200 metri
alle Olimpiadi di Città del Messico ’68 si spartivano uno per pugno i guanti di
pelle nera della signora Smith, lui celebrava il suo trionfo avvolto nella bandiera
americana. E nemmeno una. Due.
Quel venticinquenne campione dei pesi massimi, che aveva passato
un’adolescenza turbolenta lavorando nei programmi di istruzione e formazione
riservati a studenti disagiati, si era innamorato di Ali ascoltando a casa di un
amico il disco che il campione aveva inciso con le sue poesie. Quando lo
incontrò per la prima volta nella palestra di Miami dove era andato ad allenarsi
gli tremarono le ginocchia perché quell’uomo che ammirava tanto gli apparve
subito «più grande della vita». In quell’occasione Ali si prese gioco di lui
rubandogli i calzini. Niente in confronto a quello che sarebbe successo tra quelle
corde a Kinshasa.
Quando George Foreman arrivò all’aeroporto internazionale di Kinshasa,
insieme a lui scese Diego, un magnifico esemplare di pastore tedesco. Peccato
che fosse la copia esatta dei cani che re Leopoldo II del Belgio – che Mark
Twain praticamente definì la peggior persona mai esistita sulla faccia del pianeta
Terra, essendo morto nel 1910 Twain non vide quelli che vennero dopo, ma
qualche argomento lo aveva – scagliava contro i neri congolesi. Quando allo
stesso aeroporto arrivò Muhammad Ali, la prima cosa che chiese scendendo
dalla scaletta fu: «Chi odiano questi?».
«I belgi.»
«George Foreman è un belga!»
Tra le migliaia di persone accorse all’aeroporto per salutarlo e ringraziarlo di
essere tornato in Africa, almeno idealmente, qualcuno gridò: «Ali bomaye!»,
“Ali, uccidilo!” e come sempre nel mondo africano una frase entra nella slavina
del ritmo. Appena Ali comprese che cosa volesse dire, cominciò a scandire: «A-
li bo-ma-ye, A-li bo-ma-ye!» e per due mesi a Kinshasa non si cantò altro.
Il match era stato fissato per il 25 settembre alle tre del mattino per esigenze
televisive relative al fuso orario, e quando un giornalista chiese a Foreman come
si sentisse all’idea di affrontare un match alle tre del mattino, il pugile rispose
che quello era l’orario in cui si era trovato in mezzo a numerose risse a Houston,
da ragazzo.
Anche stavolta, come se i colpi di scena non si fossero già sprecati, ad
affinare la suspense e i nervi di Ali arrivò un infortunio di Foreman in
allenamento: il “Rumble in the Jungle” venne quindi riprogrammato di lì a un
mese il 30 ottobre alle quattro del mattino.
Nei giorni della vigilia, Ali chiamava Foreman “mummia” e inscenava il
solito trashtalking, mentre George a stento compariva in pubblico, e anche
quando lo faceva non stringeva la mano di nessuno e teneva le sue ben nascoste
in tasca per non aver alcun contatto col mondo. Era schivo e sprezzante, non
voleva distrazioni, prediligeva il silenzio, sembrava incassare, incassare,
incassare, fino al giorno in cui sul ring l’avrebbe fatto qualcun altro. Qualche
tempo prima dell’incontro Ali in conferenza stampa, lamentandosi del fatto che
Foreman non fosse mai presente ai confronti, si rivolse al primo allenatore
dell’avversario, Dick Sadler (il secondo era nientemeno che Archie Moore),
profetizzando: «Ascolta, volerò come una farfalla e pungerò come un’ape.
George non può colpire ciò che i suoi occhi non possono vedere. Ora mi vedi,
ora no. Tu credi di vedermi ma so che non puoi prendermi».
A corredo del grande match, con la regia di Lloyd Price, lo stesso che aveva
fatto da gancio tra Ali e Don King, fu organizzata anche quella che sarebbe stata
la più grande celebrazione della black music in Africa, con star del calibro di
B.B. King, James Brown, Miriam Makeba, chiamati a esibirsi in uno scenario
decisamente d’eccezione.
Drew Bundini Brown, in Quando eravamo re, autentico gioiello in cui il
regista Leon Gast racconta con minuzioso spirito documentaristico l’atmosfera e
i fatti di quel Rumble in the Jungle, meglio di chiunque altro riassunse la
parabola di Ali fino a Kinshasa: «Il re torna alle sue origini, dove tutto è iniziato.
È un disegno di Dio e tutti ne siamo parte. Non è un set di Hollywood, è la
realtà. Hollywood viene qui a girare, ognuno interpreta la parte di se stesso ma
non c’è un copione, qui è tutto vero: la mattina ci svegliamo stanchi, a volte
stiamo bene, a volte no, ma andiamo avanti con passione. Muhammad Ali è un
predestinato, un profeta, è qui per cercare proseliti di Elijah Muhammad,
combattere è il modo in cui lui “si ferma guarda ascolta”, lavoriamo insieme da
quando ci siamo incontrati. Abbiamo sconfitto lo Zio Sam dopo tre anni e mezzo
di galera, esce e vince, solo lui poteva farlo, chiunque altro sarebbe stato espulso
dal Paese. Questo è un disegno divino, noi ne siamo solo gli attori. Se Gesù fosse
qui, tutti gli chiederebbero l’autografo, se ai suoi tempi fossero esistiti i film
l’avrebbero ripreso, l’unica differenza è che qui si fa sport, chi vuole va da Ali e
gli parla. Come si può battere un prescelto da Dio? Chiunque ami i poveri e gli
emarginati è un profeta. Ali è stato campione del mondo, aveva tutto e ha dato
via tutto in beneficenza, se non c’è Dio in tutto questo, cosa c’è?».
Se mai qualcuno sia riuscito a rendere su carta la potenza del «miglior pugno
di quella nottata sorprendente, il pugno che Ali aveva tenuto in serbo per tutta la
sua carriera», questi è Norman Mailer, autore di La sfida, nonché il reporter che
ebbe il privilegio di trovarsi per un attimo da solo nello spogliatoio con il
campione, subito dopo quel match di cui sembrò conoscere ogni segreto.

Kinshasa. Notte. Mobutu non c’è.


Le luci dell’alba africana stentavano a posarsi sui segreti di quel ring nuovo
di zecca, il cui tappeto in fine gommapiuma cedeva anch’esso sotto i colpi
dell’umidità, e al mondo fu dato conoscere solo ciò che era stato visibile e chiaro
a tutti, perché la vera essenza delle forze messe in atto su quel quadrato si
perdeva nella profezia di uno stregone féticheur, secondo cui una donna dalle
mani tremanti si sarebbe impossessata di Foreman.
Ciò che è certo è che quando le riprese televisive seguirono l’ingresso dei
due sfidanti nello stadio e la voce dello speaker chiese al mondo: «Avrà la
meglio la forza bruta di Foreman o la strabiliante velocità di Ali?», quest’ultimo
aveva appena finito di rassicurare e confortare i suoi uomini perché, stando alle
parole di Mailer, «lo spogliatoio di Ali sembrava un obitorio, era come
nell’Ultima cena».
Dopo l’esecuzione degli inni nazionali, Ali, subito a torso nudo, dall’angolo
del ring incitava il pubblico a ripetere quell’«Ali bomaye!», mentre Foreman
saltellava ancora ben coperto dal suo accappatoio rosso e protetto dal suo
asciugamano.
Tra gli innumerevoli commentatori spiccavano Jim Brown e Joe Frazier,
quest’ultimo, vittima e carnefice di entrambi, da lì a breve non avrebbe creduto
ai suoi occhi.
Mailer che era seduto accanto a Plimpton in seconda fila a lato del ring,
racconta che mentre “il principe” attendeva l’arrivo di Foreman saltellando qua e
là, “il suo guardasigilli privato Angelo Dundee da Miami” tastava ripetutamente
le corde come per controllarle.
Il suono della campana riuscì a sprigionare un certo sollievo, come se
quell’esecuzione avesse avuto almeno il conforto di un tempo determinato.
Durante i primi contatti Ali boxò muovendosi continuamente per cercare di
stargli lontano, ma quando alla fine della prima ripresa finì alle corde per
schivare un potente gancio sinistro, apparve subito chiaro che da lì non si
sarebbe più mosso. Racconterà poi che aveva provato a danzargli attorno, ma
c’era troppo George per farlo, per cui l’opzione corde era stata inevitabile.
Avrebbe incassato i feroci colpi dell’avversario resistendo con disumana
indifferenza fino a quel sorprendente, incredibile ottavo round.
Le certezze di Foreman si erano sgretolate ripresa dopo ripresa insieme
all’efficacia dei suoi pugni, sempre meno potenti per le troppe energie sprecate,
e sebbene si avventasse contro un uomo alle corde, capì troppo tardi che in
trappola ci era finito lui. Nessun torero pensa di poter uccidere un toro nei primi
minuti. Sa fin troppo bene che dovrà subire la strapotenza della sua simbolica
ancestralità animale. Fino a quando, stremato e annoiato, sarà passabile per la
sua lama.
Mentre continuava a schivare le bordate del texano, Ali non smetteva di
parlare: «George, mi deludi, picchi più piano del solito»; «Così mi accarezzi,
non mi fai niente».
Quando ormai non si contavano più le volte in cui l’arbitro aveva dovuto
separare quei due uomini aggrappati l’uno all’altro, come se ancora fosse
possibile sopravvivere a tutto questo, al culmine del cannoneggiamento finale
Ali si staccò dalle corde e attaccò.
«Un proiettile delle dimensioni esatte di un guantone da boxe centrò in pieno
la mente di Foreman, che cominciò a barcollare, a crollare, a cadere, contro la
sua volontà. La sua mente lo tratteneva, come un magnete grosso come il suo
titolo, ma il suo corpo cercava il suolo» scrisse Mailer.
Eppure Ali non infierì su di lui, non c’era bisogno di rovinare l’immagine di
quel crollo, così imponente e “tragico” come la caduta degli dei. Ci fu un
momento in cui avrebbe potuto sfigurarlo ma non lo fece, lo lasciò cadere perché
la superiorità razionale della mente umana aveva già prevalso e non c’era
bisogno d’altro. Bastò seguirlo e circondarlo con gli occhi mentre rimaneva giù,
costruendogli intorno un ideale semicerchio.
Già, proprio quella mezzaluna a lui tanto cara.
In pochi attimi il nuovo campione del mondo si ritrovò coperto dai suoi
uomini, un vero e proprio assalto, durante il quale nessuno si accorse che il
“principe del paradiso” era svenuto per qualche secondo.
Incredibilmente, tutti avevano potuto vedere con i propri occhi qualcosa che
era scritto solo nei libri dell’antica filosofia bantu: gli umani non erano esseri ma
forze.
«Sono salito sul ring con questo tizio, l’ho ingannato, ho fatto di tutto, l’ho
massacrato, e per cinque-sei round credevo fosse facile, poi verso il sesto round,
dopo che l’avevo colpito a un fianco, mi ha bisbigliato in un orecchio: “È tutto
quello che hai da dare George?”. Ebbene sì, era tutto quello che avevo da dare.
Una volta perso quell’incontro ero devastato, non concepivo la sconfitta, lui ne
sapeva qualcosa e quindi si era preparato. Aveva delle riserve di energie e di
forza, io non avevo niente in mente che potesse proteggermi o farmi da scudo.
Perciò sono sprofondato nella devastazione» raccontò Big George nel
documentario I Am Ali di Clare Lewins.
E in effetti il modo in cui Foreman barcollò e si lasciò cadere sembrò quasi
assecondare quell’impietosa gravità controllata a sua volta da forze oscure, quasi
magiche, come se dalla parte di Ali non ci fosse solo il suo Dio, ma tutti i
demoni e gli spiriti totemici del continente più antico del mondo. George
Kalinsky (il fotografo ufficiale del Madison Square Garden), che vedeva Ali
allenarsi sempre spalle alle corde, gli aveva suggerito di usarle contro Foreman,
di sfruttarle per attutire i colpi. Di agire come un dope (citrullo) alle corde
(ropes). Proprio quelle corde che Angelo Dundee avrebbe voluto stringere per
timore che Ali sarebbe potuto volare fuori dal ring.
Riguadagnare la corona mondiale a trentadue anni con buona parte del
mondo che ritiene che le cause di Ali siano anche le sue cause, davanti a
un’audience africana. Un irripetibile momento di sport e non solo. Un momento
come sempre, nel caso di Ali, pieno di contraddizioni, ma nemmeno il sordido
affarismo di Don King o l’efferato, truce mix di diamanti e sangue di Mobutu,
possono sottrarre alcunché alla sua maestosa drammaticità.
Le lacrime a fiotti di Bundini sembrarono anticipare quelle dopo il match che
caddero violente dal cielo rendendo lo stadio e quegli spalti irriconoscibili, quasi
a voler lavar via tutta la violenza perpetrata da quei due “re” che erano riusciti
persino a ritardare la stagione delle piogge. Ma neanche il diluvio tenne lontano
dalle strade la folla che festeggiava la vittoria del re che si era scelto.
Sempre da Norman Mailer, apprendiamo che, in uno dei tanti incontri con i
cronisti in attesa del match, Ali declamò una poesia di fonte incerta che
esplorava le varie fattezze che può assumere un cuore, dal ferro all’oro fino al
«cuore di carta che vola come un aquilone», e terminò dicendo: «Si può
controllare il cuore di carta se la corda è abbastanza forte da trattenerlo. Ma se
non c’è vento, cade».
Lui si appoggiò a quelle corde e non cadde. «Quando combatto» dichiarò
ancora Ali a proposito di quell’incontro, «sono in uno stato semi-onirico. Ti
colpiscono così duro che non sai dove sei. Vedi tutte quelle luci e la testa naviga
e smetti di pensare e allora ti viene da abbassare le mani. Alle volte ti sembra che
gli alligatori suonino il sax e i serpenti la batteria e non sai cosa sia successo.
Resti nel tuo mezzo sogno. Ma io non le abbasso, le mani. Le tengo alte, così
non mi colpiscono in volto. Non so perché io non le abbassi, le mani. Nessuno lo
sa. Ecco perché sono il più grande». Sembra la strofa successiva a quella celebre
del Se di Kipling: «Se riuscirai a tener duro quando non c’è più nulla dentro di
te, salvo il desiderio di tener duro…».

Ali rimase sveglio tutta la notte e il mattino seguente dedicò il suo tempo a tutti
gli africani che lo andarono a trovare. Diceva loro: «Gli africani d’America non
sono buoni come voi, qualcuno di noi è più ricco di voi ma nella vostra povertà
avete una dignità che noi non abbiamo. Noi in America siamo viziati. Abbiamo
perso ciò che in Africa avete e dovete continuare ad avere».
Giunse il tempo di tornare negli Stati Uniti e di riportare a casa la corona
riconquistata nella terra dei padri, dove tutto ebbe inizio.
George Edward Foreman si ritirò dalla boxe nel ’77 e divenne ministro di
culto in una chiesa di Houston, occupandosi di vari progetti filantropici lontano
dal ring, per poi tornarci anni dopo diventando il più anziano detentore della
corona dei massimi alla veneranda età di quarantacinque anni. Al suo angolo, in
quella notte del ’94, c’era un invecchiato ma sempre efficacissimo Angelo
Dundee.
Nel 1979, cinque anni dopo la notte di Kinshasa, mentre guidava per le
strade di Houston, Ali si imbatté all’improvviso in un tale che predicava la
parola di Dio in piedi su una scatola, in mezzo a un mucchio di immondizia, e
riconobbe il suo temutissimo ex avversario George Foreman. Ali, che era sempre
stato guidato dalla fede e dai suoi principi, si incuriosì: accostò, scese dall’auto e
raggiunse Foreman dall’altro lato della strada.
Poco dopo quell’incontro Ali gli telefonò per sapere di più sulla sua attività
di predicatore, per confrontarsi sui temi della fede e della religione, e da quel
momento rimasero costantemente in contatto.
«Un tempo avversari sul ring» ha raccontato Hana Ali, figlia prediletta di
“The Champ”, «i due si riunirono in uno spirito di pace e fratellanza discutendo
di una serie di argomenti, principalmente inerenti alla fede religiosa, e
ricordando l’inizio di quella che diventò un’amicizia davvero bella e
significativa.» Il dialogo seguente è tratto da una conversazione con Foreman
che Ali registrò non molto tempo dopo quell’incontro casuale ed è stato riportato
su «Citizens of Humanity» nel marzo 2017.

3 dicembre 1979, 1.45 pm

Muhammad Ali: George Foreman!


George Foreman: Dio sia lodato, amico mio!
MA: Hey, come stai?
GF: Sto benone, grazie a Dio! Sai che in questo periodo mi vieni in mente tutti i
giorni?
MA: Bene, bene. Cosa stai facendo?
GF: Sono sempre qui, lavoro per il Signore tutti i giorni.
MA: George, ma non hai mai pensato di cercare uno spazio, un edificio in
disuso, dove poter parlare a tanta gente contemporaneamente, invece di stare
per strada? Un posto in cui tutti ti possano ascoltare bene.
GF: Ma sai, il Vangelo dice: «Predica alla povera gente», e come fai a trovarla,
la povera gente? La cerchi nei posti in cui giravamo anche noi quando
eravamo ragazzini, la trovi per strada. Gesù ha detto: «Esci per le strade e per i
sentieri». E poi vengo proprio adesso da un posto. È piccolo, niente di
speciale, ma un migliaio di persone ci stanno.
MA: Be’ ma sono tantissime. Un migliaio di persone, deve essere bello grande…
Mi sono sempre chiesto come mai i predicatori parlano così tanto di Gesù.
Tipo, non puoi semplicemente pregare Dio, servire Dio e seguire gli
insegnamenti di Dio? Non voglio dire che stai facendo male, eh, sto solo
cercando di capire… Quando si dice «Padre, Figlio e Spirito Santo» cosa
significa?
GF: La storia è questa, quando Gesù parlò ai suoi discepoli le Scritture
esistevano già. Disse: «Andate e portate la Sua parola a tutte le nazioni.
Battezzateli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Come se il
nome di tuo figlio, il tuo e quello di tua moglie fossero uguali. Un nome solo
per tutti e tre. Ma non significa che tu sei la madre o che tu sei la figlia. Tu sei
soltanto il padre, ma avete tutti e tre lo stesso nome.
MA: Ho capito. Sono contento che tu mi abbia chiarito le idee.
GF: Guarda, lo Spirito Santo, di per sé, è proprio lo spirito del Dio che si è fatto
carne. Il figlio, anche lui è servo di Dio, e tutti e tre assieme sono la stessa
potenza. E cioè Dio…
MA: Senti questa, invece. Sulla Terra ci sono un miliardo di musulmani, cioè
mille milioni, solo loro riempirebbero l’America dieci volte. L’Arabia Saudita
è musulmana, poi ci sono il Marocco, l’Egitto, la Siria, il Pakistan e tutti gli
altri Paesi musulmani. Il profeta Maometto venne mandato in Arabia 1400
anni fa, per gli arabi che avevano smarrito la strada di Dio. E si dice che
Buddha venne mandato ai cinesi e Krishna agli indiani e Gesù agli ebrei e ai
pagani. Tutti i musulmani pregano Allah. A-l-l-a-h. L’Essere Supremo lo
chiamano Allah. Gesù pregava Allah. Non parlava inglese duemila anni fa, e
diceva Allah… Incontri mai fratelli musulmani in Texas?
GF: Oh, sì, sì, certo.
MA: Sei cordiale con loro?
GF: Sanno chi sono… Non vengono a disturbarmi.
MA: (ride) Giusto.
GF: Inizio a parlare e loro fanno gli aggressivi… Gli dico: «Calmi un attimo. Il
mio Dio mi ha dato il potere di amare…».
MA: I musulmani sono gente pacifica. Quelli violenti non sono musulmani. Non
ci rappresentano, noi non siamo violenti. Dove abiti adesso, George?
GF: Vivo qui, a Houston. Mi sono allontanato dal mio ambiente perché dovevo
venire a portare la parola di Dio alla gente di qui, ora predichiamo nella chiesa
di una piccola comunità…
MA: Hai rinunciato a tutta la roba che avevi, tipo terreni, case, automobili e tutto
il resto?
GF: Quella roba l’ho venduta tutta, sai, mi portava via troppo tempo. Non potevo
occuparmene. L’ho venduta.
MA: Hai ragione. Tutta la roba che ho… è così anche per me.
GF: Esatto, ti fa perdere un sacco di tempo. Avevo quasi venti macchine. Come
facevo a guidarle tutte?
MA: E di cosa vivi adesso?
GF: Per ora vivo dei soldi che ho guadagnato vendendo tutto.
MA: Quanti anni hai tu, George? Io ne ho 37.
GF: Io 30.
MA: Porca miseria, sei giovane!
GF: Sì, ma anche tu, amico mio. Be’, ne hai fatte di cose grandiose nella tua vita,
ma la più grande di tutte è sempre salvarti l’anima.
MA: Adesso ti dico una cosa.
GF: Vai.
MA: Secondo me Dio ha il controllo su tutti, sulla mente di tutti. Secondo me lui
lo sa, che cos’hai nel cuore. Gli uomini giudicano i fatti, ma Dio giudica i
cuori. E secondo me se il tuo cuore è nel giusto e le tue intenzioni sono
oneste… se aiuti la gente, se fai beneficenza, se non c’è spazio per l’odio nel
tuo cuore, secondo me vai in paradiso, qualsiasi sia la tua religione e… Sai, il
termine “cattolico” lo hanno inventato gli uomini. Dio non ha mai chiamato
nessuno “battista” o “testimone di Geova” o “musulmano”. Non ha dato
etichette. Sono gli uomini che danno le etichette. La religione è una sola, ed è
la religione del cuore. E se il tuo cuore è giusto e le tue intenzioni sono
oneste… George Foreman, tu non lo sai che cos’ho io nel cuore.
GF: Sì che lo so, che cos’hai nel cuore.
MA: No, George, non sei mica Dio.
GF: Ma no, vedi, tu ami me proprio come ami te stesso. Hai lo spirito di Dio.
MA: Allora quello che voglio dire è che indipendentemente da come si chiami la
tua religione, se hai un cuore giusto andrai in paradiso… Il Cristianesimo e
l’Islam si assomigliano, sono le religioni più vicine che ci siano. Ho sentito un
tuo sermone e mi è piaciuto quello che dicevi. Hai detto: «Io ero il campione
del mondo. Avevo questo e quello». Be’, questa è una cosa fortissima, perché
la gente sa che è vera. Cioè, se tu volessi potresti ancora avere donne e belle
case… sei ancora giovane. Puoi anche tornare sul ring, se vuoi, quindi la gente
lo sa che stai veramente rinunciando a tutto. È per questo che ti credono…
GF: Dai, chiamami più spesso. Va bene?
MA: D’accordo.
GF: Io e te siamo più vicini di quanto immagini. Diventeremo vecchi e saremo
vecchi amici. Dovresti chiamarmi almeno una volta al mese, ok?
MA: Va bene, lo farò.
19

Thrilla in Manila
«Sit down son, it’s all over. No one will ever forget
what you did here today.»
EDDIE FUTCH, cornerman di Frazier
Il primo match combattuto da Ali dopo il Rumble in the Jungle fu quello contro
Chuck Wepner, 24 marzo 1975. I match all’epoca venivano trasmessi a circuito
chiuso nei cinema di tutta America e i biglietti difficilmente costavano sotto i
trentacinque dollari. A Detroit, un modesto attore porno di origine italiana quella
settimana non aveva ricevuto ingaggi e di dollari in tasca ne aveva solo una
ventina, ma il match non se lo voleva proprio perdere. Conosceva una delle
maschere che, a incontro iniziato, gli rimediò un posto in galleria in cambio di
quello che aveva nel portafogli.
Il match fu agonico, Ali era enormemente superiore ma aveva energie
limitate e Wepner resistette magnificamente sino all’ultima campana.
L’attore uscì stravolto dal cinema, abbracciò la maschera e gli disse che
avrebbe fatto qualsiasi cosa per conoscere Wepner, che lo aveva commosso
prima e strattonato poi. Ci sarebbe riuscito più o meno un anno dopo e, al limite
delle lacrime, avrebbe detto a Wepner che al momento magari non era un attore
molto noto, ma lo sarebbe diventato dopo aver interpretato un film ispirato al suo
match con Ali. Previsione piuttosto accurata, perché quell’attore si chiamava
Sylvester, Sylvester Stallone. E, per non farsi mancare nulla, andrà pure a vivere
nella stupenda mansion losangelina di Ali, quando “The Champ” la metterà in
vendita.

Don King era quel che era, ed è quel che è, ma non si può dire che non sapesse
fare il suo mestiere. Dopo il trionfo di Kinshasa, sia dal punto di vista economico
sia dal punto di vista dell’audience mondiale, pensò a un altro incontro, e
quell’incontro non poteva che essere il terzo episodio della trilogia tra Ali e
Frazier. Avevano vinto un match a testa, sempre disputato al Madison Square
Garden, e il mondo voleva sapere chi era il più forte.
Anche in questo caso i soldi per il match non arrivarono né dal Madison
Square Garden né da Las Vegas, bensì da un Paese lontano oltre diecimila
chilometri, le Filippine, anch’esso sotto il controllo di un dittatore, Ferdinand
Marcos. A Manila la posse di Ali tracimò. Al seguito c’erano trentasette persone,
delle quali più o meno sette attive, mentre le altre si distinguevano soprattutto al
ristorante e in costosissime telefonate intercontinentali. In passato tra i non
attivissimi c’era stato per qualche tempo anche Stepin Fetchit, nome d’arte di
Lincoln Theodore Monroe Andrew Perry, al cui padre evidentemente non
dispiacevano i nomi dei presidenti americani spirati. Pare dovesse il suo nome a
un cavallo, dal curioso nome “Step and fetch it”, che gli era valso una fortuna a
seguito di un’ispiratissima scommessa. Il nostro, soggetto assolutamente
irripetibile, era graditissimo a “The Champ” perché sosteneva di essere stato
testimone oculare delle imprese del leggendario Jack Johnson. Non era
ovviamente vero, ma ad Ali bastava sentirselo raccontare. Comunque stessero le
cose, nessuno potrà mai negargli di essere stato il primo attore nero milionario e
il primo ad aver avuto il proprio nome nei titoli di coda di un film di Hollywood.
Il match, che sarà ricordato per sempre come “Thrilla in Manila”, si disputò
il primo ottobre 1975 nella tarda mattinata di Manila, con il cento per cento di
umidità in un luogo non favorito dal fatto che il tetto del palazzo dello sport era
in lamiera. E quel palazzo dello sport era l’Araneta Coliseum, la Mecca del
basket filippino. Marcos dominava il Paese con la legge marziale e il coprifuoco
da quasi dieci anni, e, dovendo tenere buoni i filippini costretti a casa, adottò il
basket come sport nazionale. Lo faceva trasmettere in TV a qualsiasi ora. Ecco
perché Alvin Patrimonio, leggenda della pallacanestro locale, per anni
rappresentò il prototipo di uomo al quale un padre filippino avrebbe voluto dare
in sposa la propria figlia.

Il pugilato è da considerarsi per forza il più fotogenico degli sport. Ma ogni volta
che viene rappresentato sul grande schermo vediamo round da
duecentocinquanta, duecentosessanta colpi, che non hanno nulla a che fare con la
realtà. Tranne che nella terza parte della trilogia Ali-Frazier. Probabilmente solo
due atleti che si detestano fino a quel punto sono disposti a mettere la loro vita a
repentaglio in quella maniera. Fu un match disumano. Qualsiasi pugile, vedendo
le immagini di quell’incontro, a un certo punto si domanderà: «Ma quei due che
cosa stavano facendo?», e la prova è a cavallo tra il quattordicesimo e il
quindicesimo round. Anzi, già al decimo c’era voluto tutto il fiato che aveva in
corpo Herbert Muhammad, il figlio di Elijah, per risollevare Ali: «Alzati, negro,
torna in mezzo a quel ring!».
«Sit down, son, it’s all over» disse invece Eddie Futch, cornerman di Frazier,
al suo uomo: non ha il coraggio di farlo alzare da quello sgabello e rimandarlo al
centro del quadrato perché teme che possa morire, ormai ha gli occhi
completamente sigillati, non ci vede quasi più. Incredibilmente, Angelo Dundee
dall’altra parte stava per fare la stessa cosa, non avrebbe voluto vedere il suo
pugile morire in quel modo.
«Frazier si arrese un istante prima che lo facessi io» confessò Ali a memoria
di quei centotrentadue minuti selvaggi e irripetibili, forse il più brutale incontro
di boxe di ogni epoca.
Inoltre, come a corroborare quell’atmosfera di morte così presente quel
giorno a Manila, quando Ali torna davanti al suo spogliatoio vede la guardia di
sicurezza a terra, con il cervello spappolato, in una grande pozza di sangue: stava
giocando alla roulette russa ed è partito il colpo letale.
Intanto l’addetto stampa del match sta disperatamente cercando di portare
qualcuno in sala stampa. Bussa allo spogliatoio di Frazier: «Lo so, lo so che non
è un momento semplice, ma campione, potrebbe venire un attimo a parlare?», e
incredibilmente Joe Frazier, che ha un cuore di velluto rosso, acconsente.
Allora l’addetto stampa corre nella stanza di Ali: «Frazier sta parlando, vuole
dire qualcosa anche lei, Champ?».
E naturalmente Ali, nonostante non si regga più in piedi, dice: «Certo, se
parla lui devo parlare anch’io».

Si era concluso il match più importante, dal punto di vista storico, non solo della
trilogia, ma forse anche dell’intera vita di Ali.
Scriverà Mark Kram in Ghosts of Manila che Ali era andato a Manila come
un “è” e ritornò come un “era”. Angelo Dundee, in una struggente intervista
rilasciata a Gianni Minà, il giornalista italiano che è stato più vicino a lui e
soprattutto a Muhammad Ali, dirà: «Da Manila in poi, il pazzaglione non si è
allenato più. Ogni suo match da lì in poi è stato basato esclusivamente sul suo
carisma, sulla sua incredibile capacità di controllare, prima e durante il match,
l’avversario dal punto di vista psicologico, e sul suo straripante talento».
Ma l’anima del pugile, quella vera, quella profonda, quella era rimasta alla
Araneta Coliseum, con Alvin Patrimonio.
20

Gli ultimi pugni di Joe


«The record shows / I took the blows / and did it my
way.»
FRANK SINATRA
Una volta fuori dall’arena dei gladiatori, come amava definire se stesso e il suo
avversario, a Manila Joe Frazier assisté al calar dei riflettori steso sul suo letto,
nel buio di una stanza, quasi accecato dalle botte, sentendo finalmente sulla sua
pelle escoriata ma ancora lucida l’affievolirsi di tutto quel gran disegno che lo
aveva visto suo malgrado incarnare simboli che non gli appartenevano, insieme a
quel po’ di gloria conferitagli solo per aver sconfitto il “drago” che in tanti
volevano veder cadere, e non per il grande e leale combattente che era stato. Non
mancò mai di far sapere al mondo che della rivalità con Ali lo ferirono molto più
le parole che i pugni, ma ne riconobbe la grandezza sul ring, riconoscendogli
l’incredibile capacità di incassare e reagire.
Lui, che era davvero l’afroamericano della strada che non poteva certo
competere con la mente brillante e la parlantina sagace di Ali, né con il suo
profilo ormai politico e sociale, si ritrovò suo malgrado dalla parte sbagliata in
un momento storico che non faceva sconti a nessuno, e finì per non avere il
sostegno della sua gente solo per essere l’avversario di qualcuno che in quel
momento incarnava meglio di lui le speranze e i sogni di riscatto della stessa
comunità. L’epiteto più odioso da digerire per uno che fin da piccolo aveva
prediletto il duro lavoro allo studio, era probabilmente proprio quello di
“ignorante”, e in vista del loro secondo incontro, nei vari scontri verbali, Ali
dichiarò che mentre Frazier avrebbe insegnato al figlio a boxare, lui ai suoi
avrebbe pagato gli studi.
La storia e il tempo cambiano spesso le carte in tavola, e gli antichi brividi di
questa leggendaria rivalità ormai passata agli annali si riproposero circa trenta
anni dopo sullo stesso ring, come in una nemesi dal sapore ormai dolce, quando
Joe Frazier si ritrovò lì, stavolta sotto le corde, a sostenere la figlia Jacqui contro
una giovane ma temibile avversaria che l’avrebbe battuta ai punti, una certa
Laila Ali.
Tanto spettacolo ma nessun knockout, quella era roba per i loro papà.
La stella di quell’uomo leale brillò sempre di luce riflessa rispetto al suo
avversario e si spense definitivamente dopo l’ultimo K.O. con Foreman, nel
1976, anche se il richiamo del ring lo portò ad allenare giovani pugili e a esibirsi
ancora tra quelle corde in un altro tipo di performance, come frontman del suo
gruppo musicale Joe Frazier and the Knockouts. Il destino nel nome.
Nonostante i deboli consensi rivolti alle sue capacità canore, Joe non si
faceva intimidire e col suo gruppo avrebbe persino registrato una cover di My
Way, adattando il testo alla vita travagliata di un pugile che ha combattuto senza
risparmiarsi. E allora forse non era finito per caso sulla copertina del numero di
«Life» dedicato al Figth of the Century, immortalato nell’attimo in cui carica il
suo gancio sinistro, proprio da chi aveva fatto di quell’I did it my way la sigla
della sua vita.
Non potremo mai sapere se certe rivalità finiscano dove comincia l’eterna
giovinezza. Quella di Smokin’ Joe, che tante volte di fronte ad Ali aveva sfiorato
la morte, iniziò per una subdola, fatale malattia che lo ha portato via a
sessantasette anni, più di un quarto dei quali spesi a incassare pugni.
E chissà che negli anni i due campioni del mondo non si siano riconosciuti
proprio nel ricordo di tutti quei colpi scambiati con onore e lealtà, che col tempo
non fanno più male, ritrovandosi sorridenti in una fotografia, quando i riflettori
non sono più puntati sul quadrato di un Madison Square Garden, quando ormai
dai guanti non esce più fumo e non ci sono più cinture da difendere, quando si è
forse lontani dal ring e vicini alla fine. E ancora una volta, forse per l’ultima,
possiamo sentire quel leale pugile del South Carolina seduto a un tavolino con
uno splendido panama e un elegante vestito grigio fumo, intonare con la voce un
po’ stanca, ma il sorriso mai, quel «The record shows / I took the blows / and did
it my way».
21

La fine della nostra giovinezza


«Sono qui per mostrare al mondo che si può essere
ancora liberi rimanendo se stessi, avendo comunque
il rispetto di tutti.»
Dicono che i pugili, tra gli sportivi professionisti, siano i primi a capire quando
sarebbe il caso di smettere, ma gli ultimi ad ammetterlo. E nel caso di
Muhammad Ali, dicono bene.
Racconterà a Gianni Minà: «Sì, capisco cosa mi volete dire, ma voi non
avete idea di che cosa sia il fisco americano: ce l’avevo sempre sul collo,
volevano soldi, sempre soldi, e poi il quarto titolo di campione del mondo…
Cosa avrei dato per riconquistare per la quarta volta il titolo di campione del
mondo! Non c’era riuscito neanche Joe Louis, l’idolo di mio padre».
Già, il padre, l’uomo che per primo, quando era ancora un bambino, gli parlò
di negri impiccati agli alberi, generando in lui il timore che lo accompagnerà
fino all’adolescenza. Gli Strange Fruits, quegli strani frutti di cui sussurrerà
struggente Miss Billie Holiday.
Quello che Muhammad Ali nell’intervista non ricorda, è quanto gli siano
costati la sua generosità e i suoi amori. Bastava che ci fosse un’opportunità per
spendere dei soldi, per donare dei soldi, e lui non resisteva. Gli bastava sentire di
una tale causa, di qualcuno sfortunato, e lui chiamava il suo manager: «Dai,
quanto gli diamo, duecentomila?».
«Muhammad, non li hai!»
«Allora fai una cosa: vai in banca, fatteli anticipare, perché io voglio aiutare
questa gente.»
Oppure c’è da costruire un ospedale a Chicago, lo vorrebbe costruire la
Nation of Islam. Lui non ce li ha i soldi, o perlomeno li dovrebbe dare al fisco,
ma invece li dirotta altrove, e quindi ha bisogno di combattere ancora, e ancora,
e ancora.
Delle decine di testimonianze raccolte nella biografia di Hauser in cui viene
raccontata una parte degli innumerevoli gesti di solidarietà e generosità di Ali,
quella di Lloyd Wells, lo storico talent scout della squadra di football dei Kansas
City Chiefs che gli fu vicino come amico e consulente fino alla fine della sua
carriera, sembra davvero riassumere il senso di una vita spesa per gli altri. «Era
sempre pieno di progetti, voleva risolvere i problemi del mondo intero. Nello
spogliatoio, prima di un incontro, capitava di ammazzare il tempo tra chiacchiere
e riflessioni di ogni tipo e di punto in bianco Ali cominciava a proporre iniziative
per aiutare i più poveri. Tu prova a entrare in un qualsiasi spogliatoio dello sport
professionistico – baseball, football, basket, non fa la differenza – e ti sfido a
trovare un solo atleta che stia pensando a come dare una mano a chi sta peggio.
Ali era così. Voleva vestire ogni straccione che vedeva, pagare un affitto a
ciascun senzatetto incontrato per strada, dare da mangiare a chiunque avesse
fame… tutto lui. Diamine, non ci riescono i governi, figurarsi un unico
individuo. Eppure lo sa Dio se Ali ci provò in ogni modo possibile.»
La sua bontà spesso lo rendeva vittima di raggiri e truffe, a volte anche da
chi gli era vicino, ma la cosa non lo ha mai fatto smettere di profondere la sua
umanità ovunque potesse.

E poi i divorzi: quanto credete che gli sia costato divorziare tre volte? Per
esempio divorziare da sua moglie Belinda per sposare una creola di New
Orleans, dal cognome francese: Veronica Porché, che poi per un minimo di
civetteria gradiva aggiungere una S in modo da sembrare un’aristocratica
dell’automobilismo tedesco: Porsche. E che diede ad Ali due figlie, Hana e
Laila. E poi, nel 1986, divorziare da Veronica per sposare Yolanda Lonnie
Williams, figlia della migliore amica di Mama Bird e di quindici anni più
giovane, che per una vita intera aveva seguito le gesta di Ali da lontano,
aspettando con pazienza il giorno in cui finalmente sarebbero diventati una cosa
sola.
Aveva perso e riconquistato il titolo con Leon Spinks, ciononostante non
voleva smettere.
Al figlio Muhammad, che lo implora: «Perché combattere ancora, papà?»
risponde: «Quanti anni ha il tuo papà? Trentasette, quasi trentotto? Combatto
perché il quarto titolo mondiale è lì, perché la luna è lì».
All’epoca in cui Ali combatteva non si teneva il conto dei colpi arrivati a
bersaglio in un incontro, ma i match sono tutti visibili e questo calcolo statistico
è stato effettuato in seguito. Ebbene, di fatto fino al 1967 Muhammad Ali era
intoccabile: Sonny Liston, una macchina da guerra, in due match arriva a segno
venti volte; Cleveland Williams, che era un signor pugile, in quello che
probabilmente dal punto di vista tecnico è stato il miglior match di Ali, arriva a
tre. Ma negli anni Settanta le cose cambiano.
Joe Frazier, nel tremendo match di Manila, va a segno quattrocentoquaranta
volte, e la maggior parte di quei colpi sono autentiche bombe. Nel match
dell’inizio di ottobre del 1980, Larry Holmes colpisce trecentosettanta volte,
centoventicinque tra la nona e la decima ripresa, quasi tutte al volto. «Era pieno
di pillole per la tiroide e io pensavo fossero vitamine. In realtà lo indebolirono.
Sembrava stupendo e in gran forma, ma non aveva dentro più nulla» racconterà
Angelo Dundee. Non è un match, lo sappiamo, è molto peggio. Ce lo racconta
Mick Jagger, che proprio alla fine della decima ripresa tocca sulla spalla il suo
vicino di posto in un club newyorkese e gli dice: «Sai a che cosa stiamo
assistendo? Alla fine della nostra giovinezza».

Ali aveva conosciuto Billy Crystal a una cena dove aveva fatto un’irresistibile
imitazione di un classico duetto tra Muhammad Ali e il famoso giornalista
Howard Cosell giocando con entrambe le voci: «Everyone’s talking about Joe
Frazier…», «Joe Frazier is ugly and he can’t sing…». Ali andò sotto il tavolo
dal ridere. Billy, ebreo del New Jersey, considerava Muhammad Ali una forma
benigna della natura, un Buddha in cammino. Agli inizi, come tanti, avrebbe
voluto che qualcuno glielo grippasse, quel motore che aveva in bocca, ma poi,
come tanti di più fecero, s’affezionò anche solo all’idea che esistesse uno come
lui. Dopo il match con Holmes, quando era apparso ormai chiaro che Ali non era
in grado di fare nemmeno quindici riprese di shadow boxing, Billy Crystal era a
cena in uno dei ristoranti dell’hotel di Las Vegas dove si era disputato l’incontro
con Holmes. Con lui c’era Julius Erving, “The Doctor”, “Doctor J.”. Si sentiva
solo lo stovigliare cacofonico delle posate. Al tavolo accanto c’era Joe
DiMaggio, il fuoriclasse del baseball simbolo di quell’America che non c’era più
e che Simon and Garfunkel cantavano in Mrs. Robinson (“Where have you gone,
Joe DiMaggio?”), l’uomo che più di tutti aveva amato Marilyn ma che, non
meno incerimoniosamente di tutti gli altri, aveva lasciato. Ci sono momenti in
cui le celebrità si sentono quasi in dovere di riconoscersi, anche se quella sera
nessuno riusciva a scollinare oltre le dieci parole per frase. Joe si alzò per primo
e avvicinandosi a Erving si raccomandò: «Don’t stay out too long», non stare in
giro a lungo.
“The Doctor” lo tranquillizzò: «No, ce ne andiamo tra poco».
«No, no, don’t stay out too long like him», precisò DiMaggio. Ovverosia:
«Non fare come Ali. Non lasciarci con un ricordo come quello di stasera».
Se siete nati negli anni Quaranta e avete amato il pugilato, Muhammad Ali è
stato con voi. L’avete amato o odiato, questo è irrilevante (nel caso di Jagger è
stato amore assoluto) ma è stato con voi. Adesso non poteva più. Ma neppure
quello con Holmes è il suo ultimo match. L’ultimo match, infatti, Ali lo
combatterà alle Bahamas, il cosiddetto “Drama in Bahama”, contro un certo
Trevor Berbick, e lo perderà.
È finita. Ma è finita veramente? Sì, stavolta è finita veramente. Non c’è
modo di affrontare il mare del tempo. Arriva il momento in cui anche Sir
Laurence Olivier non ricorda più il monologo dell’Amleto.

Il tempo e la malattia, negli anni, hanno oltraggiato il corpo di Ali ma non hanno
mai ottenebrato la sua mente. Più innocuo diventava, più il mondo di Corporate
America e quello politico si appropriavano di lui. Il presidente Jimmy Carter lo
rispedì in Africa per perorare il boicottaggio ai Giochi Olimpici di Mosca ’80, fu
addirittura mandato in Iraq ad ammansire Saddam Hussein, poi nel ’94 andò in
Vietnam, dove milioni di vietnamiti si riversarono nelle strade per dirgli
semplicemente grazie. Quando Andy Warhol lo dipinse, il suo ingresso ufficiale
nel mainstream fu definitivamente certificato.
Se lo sport seguisse le leggi della natura, e questo non succede da parecchio
tempo, le Olimpiadi del centenario, quelle del 1996, avrebbero dovuto essere
assegnate ad Atene, e invece vennero assegnate a un’altra città, non a caso resa
famosa da un film la cui battuta finale dice: «Francamente me ne infischio».
Il fatto è che proprio a pochi anni da quelli in cui Margaret Mitchell aveva
ambientato il romanzo da cui quel film deriva, un farmacista di nome Pemberton
aveva brevettato un tonico ricostituente che doveva servire anche a lenire i dolori
dell’emicrania. Non fu particolarmente di successo, ma quando a quello stesso
tonico furono addizionate le bollicine dell’anidride carbonica le cose
cambiarono, e nacque il più grande successo commerciale di tutti i tempi: per
portare le Olimpiadi ad Atlanta servivano degli sponsor e quello sponsor
certamente era di grande impatto.
Inoltre, dietro l’Olimpiade del 1996 c’era un genio, un certo Billy Payne,
presidente del famosissimo golf club di Augusta, dove si disputano i Masters.
Per la cerimonia inaugurale, Payne pensò a un tedoforo, o meglio a una tedofora
del tutto inattesa: Janet Evans, nuotatrice californiana, grande quattrocentista,
vincitrice di tre medaglie d’oro a Seul e di una a Barcellona. Ma la sera prima
della cerimonia, al momento della prova tecnica, Payne disse alla Evans che non
sarebbe stata lei proprio l’ultimo tedoforo, ma “qualcun altro”, e che quel
qualcun altro sarebbe stato Muhammad Ali.
La nuotatrice tra sé e sé pensò: “Ma come, un uomo così malconcio, come
potrà?”.
Notare anche che la Evans era nata nel 1971, perciò si era persa l’intero
periodo in cui quell’uomo così malconcio aveva dominato il mondo. Ma quando,
il giorno dell’apertura dei Giochi, Ali apparve sulla scalinata dello stadio tutti gli
atleti si mossero magneticamente, come guidati da una bussola impazzita, verso
di lui. Le ragazze della selezione americana di ginnastica implorarono quelli del
secondo Dream Team americano di basket di prenderle in spalla. David
Robinson, “The Admiral”, sempre generoso, se ne caricò due. E quando Janet
Evans consegnò ad Ali la torcia, sentì quel grande stadio oscillare per un’infinita
vibrazione. Un uomo così malconcio era in grado di tenerla relativamente ferma,
pur col braccio elettrificato dal Parkinson, e nonostante la cera bollente gli
colasse fino al gomito. Così, nella notte di Atlanta. Floyd Patterson, che aveva
detestato Ali al punto da definirlo una disgrazia per se stesso e per tutti i neri a
metà degli anni Sessanta, ha dichiarato: «Ho odiato quell’uomo con tutte le mie
forze, mi ha umiliato sul ring, ma in quel momento più mi sforzavo di odiarlo
meno ci riuscivo, come se in me si facesse irrimediabilmente largo un altro
sentimento cui alla fine mi sarei dovuto arrendere. Mi resi conto che noi, anche
chi come me era stato campione del mondo, in fondo eravamo dei buoni, anche
ottimi pugili, lui no. Lui era la Storia».
Anche Angelo Dundee in quei giorni si trovava ad Atlanta per commentare
gli incontri di boxe per un’emittente americana. Pochi giorni prima aveva chiesto
a Kimi, la segretaria di Ali, se fosse il caso che andasse lui a ritirare la medaglia
d’oro di Roma ’60 che Juan Antonio Samaranch, presidente del Comitato
Olimpico, franchista, in prima linea per tutta la vita per ideali diametralmente
opposti a quelli del suo ex campione, gli avrebbe riconsegnato. Angelo voleva
risparmiargli la fatica. Quando lo vide apparire in cima alla scalinata con la
torcia olimpica si levò gli occhiali, asciugò l’umido dagli occhi, li rimise e non
disse nulla. In fondo cosa c’era da dire?
Al termine della cerimonia, sia la Evans sia Ali vennero accompagnati nella
pancia dello stadio, dove attendevano le limousine che avrebbero riportato lui
all’hotel e lei al villaggio olimpico. Ali se ne andò subito, ma sua moglie Lonnie
dirà che, arrivato nella stanza del suo albergo, rimase per tutta la notte con quella
torcia spenta in mano, guardando le immagini della serata. E a lei sembrò di
poter riconoscere su quel volto ormai opaco una grande pace interiore, come se
finalmente fosse riuscito a vincere il quarto titolo mondiale.
La Evans invece chiese all’autista di pazientare un attimo, ma quell’attimo
diventava sempre più lungo. Prese a singhiozzare, ma poi quel singhiozzare si
trasformò in un pianto a dirotto. Lei, che non aveva pianto nemmeno per le sue
quattro medaglie olimpiche, era completamente frastornata, era come se si
vergognasse di non aver creduto che quell’uomo così malconcio avrebbe potuto
generare un uragano emozionale di quel genere. Un uragano in cui lei, osservata
da tre miliardi di persone, si era trovata in mezzo, travolta da qualcosa che non
riusciva nemmeno a spiegare.
Forse più che una vibrazione fu un congiungimento. No, Corporate America,
certo che Ali è stato ammansito, certo che è stato deposto dalla sua straripante
fisicità, ma c’è ancora una consistente parte di lui che non è in vendita, perché
l’arte muore solo se la puoi comprare. E la sua è stata arte vera.
Epilogo
Nei giorni del suo ritiro Ali dichiarò: «Con me è finita la boxe».
Questo non poteva essere vero, ma di certo con lui finì un periodo importante
della boxe, perché lui era il Concorde.
In una delle registrazioni delle telefonate di Ali ai suoi amici, arrivate fino a
noi grazie al documentario di Clare Lewins, possiamo sentire: «So che il
Concorde non è molto economico e si parla di ritirarlo. Se lo faranno, gli altri jet
continueranno a volare ma non vedremo più il Concorde. Io ero il Concorde
della boxe mentre gli altri pugili sono semplici jet. Volavo più in alto degli altri,
ero più veloce degli altri, ma ora dovrete abituarvi a volare di nuovo sui normali
jet, non potrete più volare sul Concorde».
A differenza di quello che succede normalmente per gli atleti e gli attori, il
tempo non solo non ne sbiadisce il ricordo, anzi. Muhammad Ali è stato un
uomo decisivo per uomini decisivi, da Nelson Mandela a Karol Wojtyla, che
rubava segretamente la chiave della stanza della televisione del collegio romano
polacco dove viveva da giovane per assistere tranquillamente e da solo ai suoi
match in diretta.
Ha detto no quando gli sarebbe convenuto dire sì, e siccome la storia l’hanno
cambiata soprattutto persone che hanno detto no, lui di storia ne ha fatta, e tanta.
È stato l’unico nero che abbia apertamente sfidato l’establishment bianco a
morire, incredibilmente, di morte naturale.
Non abbiamo visto il tramonto di uomini e donne decisivi nella seconda
parte del Novecento, come Ronald Reagan o Margaret Thatcher, che sono stati
giustamente protetti. Ma Ali, accettando di farsi vedere nello stato in cui versava
a metà degli anni Novanta, proprio lui che aveva dominato il mondo e che per
almeno dieci anni era stato l’uomo più riconoscibile del pianeta, ci ha costretto a
meditare sulla caducità delle nostre esistenze.
La figlia Hana, l’unica in grado di trasferire in parole di senso compiuto i
suoi semi intellegibili fonemi, vedendo il padre così malridotto non si è mai
domandata: «Ma perché proprio lui?», perché ha detto di non averlo mai sentito
domandare: «Ma perché proprio io?».
La sua ultima moglie, Lonnie, lo implorava e implorava i suoi amici perché
gli somministrassero le medicine, ma lui agli stessi amici opponeva il più
tremendo dei suoi jab: «Se Dio non mi avesse voluto così tremolante, sarei in
questo stato?».

Il mondo che Ali ha dominato era un mondo in pellicola, non in digitale. È stato
la fotogenicità assoluta, un volto di cui non si aveva mai abbastanza. Ha
soddisfatto tutti i requisiti grammaticali della grandezza assoluta, ha cambiato
per sempre la percezione del connubio tra massa e velocità in tutti gli sport. Ha
inventato lui il gesto attorno al gesto sportivo. Ha parlato come si muoveva,
padrone assoluto del suo spazio. È stato lui a estrarre l’attore dall’atleta, e ogni
volta che vedete Usain Bolt o LeBron James glorificare la loro strapotenza
atletica, sappiate che lo stanno solamente imitando.
Ali ha vissuto i suoi ultimi giorni in uno stato di stupefacente armonia.
Passava il tempo a cercare le incongruenze dei Vangeli di Marco e Matteo. In
particolare adorava il Natale. Per anni passò la vigilia chiamando numeri a caso
dell’elenco telefonico di Manhattan, augurando di tutto a tutti e sentendosi
regolarmente mandare a quel paese da gente che ovviamente non credeva
neppure per un secondo che fosse davvero lui. Un Natale chiamò anche Thomas
Hauser, il suo principale biografo, che obiettò: «Grazie Muhammad, però
ammetterai che è perlomeno divertente che un musulmano come te chiami un
ebreo come me per augurargli buon Natale…».
Ali, nemmeno glaciale, addirittura minerale, rispose: «Perché, non stiamo
tutti andando dalla stessa parte?». Da uomo che non ha avuto mai paura di
morire, perché non aveva mai avuto paura di vivere. Il suo ultimo Islam era
estremamente spirituale, quasi sofistico, e proprio verso la fine, quando alternava
senza problema la parola Dio alla parola Allah, ci ha fatto capire che secondo lui
proveniamo tutti da uno stesso creatore, solo che lo serviamo in maniere diverse.
E questo congiungimento, per rarissimo che sia, non è casuale, ce lo
insegnano le antiche conoscenze che da mondi antichi derivano, in tempi in cui il
genere umano era molto più spirituale di adesso. Accade, per circostanze
imperscrutabili, che si formi un perfetto triangolo isoscele che colleghi l’uomo,
pur condannato dai limiti della sua natura, la terra e il cielo. E raramente, nella
storia rintracciabile del genere umano su questo pianeta, è successo con tale
chiarezza come nel caso di un uomo, nato d’inverno come Cassius Clay, e
assentatosi di tarda primavera come Muhammad Ali.
Bonus track
I Am Ali
«Papà, non combattere di nuovo, per favore…»
MARYUM ALI
«Vorrei che ci fossero delle registrazioni di quando io ero così piccolo. Sono
sicuro che molti ne hanno ma altri non pensano mai a queste cose. Io ringrazio il
potente Dio Allah di apprezzare la vita e di sapere quanto essa sia stupenda.
Quando invecchiamo vogliamo ricordare gli anni della nostra infanzia, è bello
poter avere delle registrazioni.»

Questa non è una delle tante dichiarazioni di Ali che si possono leggere in una
delle biografie a lui dedicate. Queste parole, pronunciate da una voce placida e
armoniosa, sullo sfondo del fruscio di un registratore si possono sentire. Anzi, si
devono sentire.
È per questo che la visione, o meglio, l’ascolto di I Am Ali, il film
documentario del 2014 di Clare Lewins, avvicina a un’esperienza quasi mistica,
e le orecchie fanno davvero male. Quanto il cuore, colpito da un destro diretto
che non puoi schivare, perché chi parla e ti colpisce non lo vedi.
In quei centootto minuti di immagini inedite, di interviste ad amici e parenti,
viene messa a disposizione del mondo una piccola parte delle tante ore di
conversazione intercorse con i suoi figli (ma non solo con loro) e registrate
accuratamente da lui perché il giorno in cui se ne fosse andato potessero ancora
sentirlo vicino.
Con le sue parole Ali aveva scioccato il mondo, in anni in cui nessun altro
avrebbe osato proferirle, men che meno urlarle, aveva fatto di esse il suo scudo e
la sua spada nonché la sua prima arma di promozione. Sapeva che sarebbero
state captate e trasferite su ogni giornale, riportate nei tribunali d’America,
dibattute nei talk show, usate contro i suoi avversari, adoperate per divertire,
destabilizzare, a volte frustrare, impiegate per difendersi, mai per giustificarsi.
Senza chiudere la bocca, neanche una volta. Ma sembra quasi che non siano
queste le parole che ad Ali interessi tramandare. Le uniche a cui tiene davvero, le
uniche da custodire e incidere su nastro non sono quelle spese sul ring contro i
rivali, né quelle dei discorsi nei campus, o delle sue rime; neppure hanno a che
fare con la boxe o la politica, non appartengono alla guerra col governo federale.
Alla figlia Hana, primogenita di Ali e Veronica, con cui nel 2004 scrisse Con
l’anima di una farfalla, aveva affidato la custodia di questi nastri che iniziano
più o meno dalla sua nascita (1975). Le registrazioni riguardano naturalmente
anche le conversazioni con gli altri figli e i suoi amici più cari, compresi alcuni
avversari («Hey George Foreman, come va?»), quelli che Ali voleva sentire
vicino a sé fino alla fine, come se premere il tasto “record” su quel registratore
fermasse le sue e le loro parole in un istante indefinito in cui sarebbero potute
rimanere per sempre. Non c’era più bisogno di urlare, adesso che il peggio era
passato, che tutto era chiaro, il destino segnato, evidente come i nomi dei
campioni che aveva fatto dipingere sui massi disseminati lungo il suo centro di
allenamento a Deer Lake, in Pennsylvania, il buen retiro che aveva sempre
sognato per sé e per il suo entourage, il rifugio che dal 1972 diede una casa agli
uomini del suo team e una rinata voglia di allenarsi e combattere a lui. Era
riuscito a metter su una piccola cittadella e l’aveva aperta al mondo, come
nessun altro pugile prima di allora. Da Deer Lake, tra gli altri, era passato anche
l’attore Richard Harris, protagonista di Un uomo chiamato cavallo, il primo film
di Hollywood ad aver dato dignità agli indiani d’America. Ali lo aveva guardato
e riguardato nei giorni in cui preparava il match con Foreman e aveva chiesto a
Harris di passare da lui.
Un luogo pieno di amore e dedizione, convertito poi per sua volontà in un
centro di accoglienza per ragazze madri quando la boxe divenne un ricordo.
E questa era solo una delle sfaccettature dell’umanità di Ali, di quelle che
rifuggiranno sempre dall’essere smerigliate, come invece qualsiasi diamante
grezzo richiederebbe.

A chi gli chiedeva quale fosse il successo più grande della sua vita, Ali
rispondeva che non era il titolo dei pesi massimi ma il momento in cui era nata la
figlia Maryum, e lei aveva soltanto undici anni quando le chiese se avesse chiara
la sua ragione d’essere, perché lui sapeva qual era la sua da quando ne aveva
dodici.
«Maryum?»
«Sì?»
«Ora hai undici anni, vorrai andare all’università?»
«Sì.»
«E cosa vuoi fare? Tutto quello che fa Allah ha una ragione. Gli alberi hanno
una ragione, qual è la ragione delle mucche?»
«Donarci il latte.»
«Ok, e la ragione dell’esistenza del sole?»
«Del sole? Portarci luce e calore.»
«E far crescere le cose. Tutto quello che Dio ha creato ha una ragione
d’esistere: le mucche, la luna, le stelle, le formiche, tutto ha una ragione. Qual è
la tua? Tu sei un essere umano, e se Dio ha dato una ragion d’essere al sole
anche gli esseri umani devono averne una. Tu hai già trovato la tua ragione
d’essere?»
«Sì.»
«Per cosa pensi di essere nata, tu?»
«Per aiutare la gente a sentirsi meglio, per aiutarla.»
«Molto bene Maryum, molto bene.»

Quando da bambini si trovavano a guardare il cielo di sera, Ali spiegava al


fratello Rahman, nato Rudolph Valentino, che riusciva a vedere cosa c’era nelle
stelle, gli parlava di quale destino lo attendesse, di cosa sarebbe diventato, ma
soprattutto gli diceva che lo avrebbe voluto sempre al suo fianco. E, nel film, a
Rahman Ali scende una lacrima quando ricorda che suo fratello voleva diventare
un grande pugile «per aiutare la gente», perché la verità è che in tutta la sua vita
sembra non abbia fatto altro.
Lo sanno bene gli uomini dell’entourage di Ali, il team più numeroso del
mondo, perché voleva far lavorare tutti, impiegare e aiutare quanti più uomini
possibile, sopportando e anche pagando tutti i rischi del caso, per fare in modo
che molti di loro trovassero in lui la famiglia che non avevano mai avuto.
Lo sa bene la terza moglie Veronica, che quando rincasava trovava spesso
tracce del fatto che Ali aveva ospitato qualche senzatetto, lo aveva lavato, gli
aveva dato dei vestiti nuovi.
Lo sanno soprattutto tutti quei bambini ammalati ai quali provò a dare
coraggio e forza, quella che mancò a lui quando seppe che quel ragazzino malato
di leucemia che aveva ospitato a Deer Lake non ce l’aveva fatta. Alla vigilia del
Rumble in the Jungle gli aveva promesso: «Io sconfiggerò Foreman e tu
sconfiggerai il cancro», ma quando andò a trovarlo all’ospedale per l’ultima
volta fu il ragazzo a dirgli: «No Muhammad, io sto andando da Dio e gli dico
che ti conosco». Ali non ebbe la forza di partecipare al funerale, era troppo triste.
L’amico e manager Gene Kilroy andò da solo e vide che nella piccola bara c’era
anche la foto che aveva scattato loro il giorno in cui il padre di quel ragazzino lo
aveva portato a conoscere il suo mito.
Erano queste le volte in cui il campione del mondo non si sentiva invincibile,
le volte in cui tutti i suoi successi sul ring non valevano niente, se non era
riuscito ad aiutare qualcuno. Si abbandonò alle lacrime quando si rese conto di
cosa aveva fatto a Frazier negli anni della loro rivalità, soprattutto ai figli di Joe,
che avevano dovuto soffrire tutti quegli insulti. Negli occhi di Marvis Frazier
inquadrati dalle camere della Lewins, non c’è un’ombra di rancore, anzi un
sorriso nel ricordare che dopo il match di Manila, Ali andò da lui e gli disse:
«Tutte le cose che ho detto su tuo padre, sulla tua famiglia… Per favore chiedigli
scusa da parte mia», anche se Joe avrebbe solo voluto sentirselo dire di persona.

Ho immaginato tante volte cosa abbiano provato i figli del campione dopo aver
visto per la prima volta I Am Ali, alla fine di quei centootto minuti in cui, dopo
anni e anni di possibili interpretazioni, ritratti, biografie, film e libri, viene
restituita alla sua famiglia e al mondo un’immagine perfettamente integra,
rigorosa e infrangibile. Quella di un gigante le cui fattezze non sono più
martoriate o tumefatte, il cui braccio non trema quando prende il telefono, la cui
mano spinge sicura il tasto “record”, e nella cui voce non c’è alcuna traccia di
rabbia o rivalsa. Non quella di un pugile che ha sfidato il giudizio del mondo, ma
solo la voce di un uomo come tanti che voleva che un giorno i suoi figli
potessero ricordare che il loro padre aveva fatto tutto quello che poteva per farli
giocare e crescere insieme.
Ed è solo quando riemergono i fantasmi del ring che la voce di Ali sembra
incupirsi.

Non potrà mai fare a meno della boxe, anche quando la boxe fece a meno di lui e
soprattutto non poteva fare a meno di rimanere sempre in contatto con il suo
Angelo.
«Sì?»
«C’è un articolo del “Post” di oggi che dice che tornerai a Deer Lake per
riprendere gli allenamenti.»
«Davvero?»
«Sì, dicono che tornerai sul ring.»
«Lascerebbe tutti senza parole, vero?»
«Sì» dice Dundee ridendo.
«Ascolta, tornerò sul ring per la quarta volta e mi riprenderò la corona per la
quarta volta.»
«Spero che non sia vero, detto tra me e te.»
«Be’…»
«Hai già conquistato tutti gli obiettivi che potevi conquistare.»
«Te lo immagini? Immagini se diventassi campione per la quarta volta?»
«Ma a che ti serve Muhammad?»
«Non mi serve.»
«A che ti servirebbe? Nessuno diventerebbe tre volte campione del mondo.»
«Lo so.»
«Nessuno, non in questa vita.»
«Lo so, lo so, sto solo parlando.»
E chi poteva conoscerla meglio quella vita, chi più di Angelo Dundee poteva
sapere cosa albergasse in fondo al cuore di quel pazzaglione, lui che forse era
davvero l’unico a poterlo rassicurare sul fatto che quel titolo non avrebbe
significato niente per chi era già grande come lui. Anche la piccola Maryum,
comunque, fa sentire la sua voce per dire al papà: «No, non combattere di nuovo,
per favore», perché l’unica cosa che conta ai suoi occhi di bambina è che Ali
continui a portare magia nelle loro vite, perché magico era il modo in cui
riusciva a riunire tutti i suoi figli, a non far mancare loro la sua presenza, a tirarli
su con un rigore che non era mai autorità.
A tal proposito, Hana ricorda che quando aveva circa dieci anni, verso la
metà degli anni Ottanta, suo padre la vide con una gonna un po’ corta e non le
disse che era sbagliato indossarla, piuttosto la prese sulle ginocchia e le spiegò:
«Le cose preziose che Dio crea sono nascoste e coperte. Pensa a dove si trova
l’oro, nel cuore della roccia, è difficile arrivarci. Oppure: dove trovi il petrolio?
Si trova sottoterra, in profondità, ed è anche poco, nell’oceano si trovano le perle
protette da bellissime conchiglie. E tu, che sei più preziosa dei diamanti, dovresti
essere coperta anche tu».
E poi c’erano i giochi di prestigio, quella scatola con tutto l’occorrente “da
mago” che ricomprava ogni anno perché la perdeva, e di tutta quella “magia”
che praticava svelava sempre i trucchi perché la sua religione gli vietava di
ingannare, ma la verità è che tutti ormai vivevano già sotto il suo incantesimo.
«È il 6 dicembre 1979, sono le undici di sera, fine della registrazione,
arrivederci a tutti.» Così il campione del mondo, quel mondo di cui a suo modo
aveva sovvertito i contorni, spingeva “stop” su quel registratore, chissà quanto
conscio di donare all’umanità qualcosa che non avrebbe mai temuto la
consunzione di un nastro perché quelle risate spensierate, anche se filtrate da un
rumore magnetico, non potranno mai perdersi tra le corde di un ring.
E proprio Hana è protagonista di quello che probabilmente è il passaggio più
toccante dell’intero film. «Di’: “Vola come una farfalla, pungi come un’ape”» le
chiede il papà. Lei ride, ha solo tre anni, non riesce a pronunciare bene. «Pungi
come una mosca… come un’ape» poi si ferma. Ali allora la incalza dolcemente:
«Dillo, dillo per papà». Alla fine Hana dice: «Vola come un’ape, pungi come
un’ape», e a quel punto resta una sola domanda: «Chi è il tuo papà?». E qui la
voce della piccola diventa improvvisamente salda e squillante, e “si sente” un
sorriso, come una magia che rende visibile l’invisibile: «Muhammad Ali!».
Tutti avevano pronunciato il suo nome: lo avevano urlato con disprezzo,
paura, sfida, ammirazione, amore, rabbia, e tanti continueranno a farlo, ma
nessuno lo avrebbe mai fatto così.
I luoghi di Muhammad Ali
LOUISVILLE

I luoghi, le storie, gli aneddoti: un percorso sulle tracce di Muhammad Ali


partendo da quel ragazzino che nacque come Cassius Clay Jr. per diventare lo
sportivo più grande di tutti i tempi.

Muhammad Ali Hometown Hero Tour – Mint Julep Tours


È il tour che tocca tutti i luoghi di Louisville significativi per la vita di Ali. A
realizzare il tour è la Mint Julep Tours, che realizza i più importanti tour guidati
del Kentucky. Il viaggio sulle tracce di Ali a Louisville tocca tutti i luoghi
simbolici: la casa in cui è nato, la Central High School, il Muhammad Ali Center
e il Cave Hill Cemetery.

The Muhammad Ali Center


È un centro multifunzionale e multiculturale. È un museo. È un memoriale.
Fondato da Muhammad Ali e da sua moglie Lonnie: ogni angolo del centro è
ispirato alla vita di Ali e ai sei principi fondamentali che hanno alimentato la sua
esistenza: fiducia, convinzione, generosità, dedizione, rispetto, spiritualità. La
zona museale è uno spazio dedicato interamente alla carriera, alla vita e alla
missione di Ali. Il resto del centro ospita mostre ed eventi temporanei che
appunto si ispirano ai principi di Muhammad Ali. Per chiunque decida di vivere
un’esperienza alla ricerca delle origini, dello spirito, dell’importanza di The
Greatest nel mondo dello sport, della cultura, della politica e della società
americana e non solo, The Muhammad Ali Center è un luogo fondamentale da
visitare. Raccoglie tutti gli oggetti più importanti della vita di Ali, compresa la
torcia usata per l’accensione del braciere olimpico ad Atlanta nel 1996.

The Muhammad Ali Childhood Museum


È la casa in cui Cassius Clay ha vissuto dal 1947 al 1961 con la sua famiglia: il
padre Cassius Clay Sr., Odessa Clay e Rudolph Clay. È stato qui Ali, all’epoca
appunto ancora Clay, ha iniziato a boxare all’età di dodici anni, ed è qui che è
tornato dopo aver vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma, e dove ha
firmato con il Louisville Sponsoring Group il contratto che l’ha trasformato in
professionista. Oggi la casa è stata restaurata e riportata nelle esatte condizioni in
cui era fino al 1961 ed è diventata un museo visitabile: all’interno ci sono molti
oggetti appartenuti alla famiglia Clay e molto materiale audio, video e stampato
relativo soprattutto ai primi anni della vita e della carriera di Ali.

Kentucky Rushmore
Il murale che si trova al 1579 di Bardstown Road a Louisville è un’opera
dell’artista Margaret Morely. È ispirata al Mount Rushmore National Memorial,
ovvero alla celeberrima scultura realizzata sulle Black Hills del South Dakota e
raffigurante quattro presidenti americani. Usando la stessa immagine, Morely ha
disegnato sul muro quattro icone del Kentucky: Muhammad Ali, il presidente
Abraham Lincoln, il colonnello Sanders e il famosissimo cavallo Secretariat.
Originariamente fu concepito per essere una scultura gigante, ma il progetto fallì
a causa di problemi finanziari. Ed è stato trasformato in un murale, oggi
fotografato praticamente da ogni turista di passaggio a Louisville.

The former Columbia Gym (Derek Smith Gymnasium)


È il luogo in cui Ali ha cominciato a praticare la boxe agonistica. All’epoca, a
metà degli anni Cinquanta, era una normale palestra dedicata proprio alla boxe.
In un giorno di ottobre del 1954, Ali (all’epoca Cassius Clay) aveva scoperto il
furto della sua nuova bici proprio fuori dal Columbia Auditorium, il poliziotto
che lo confortò, Joe Martin, suggerì a Cassius di provare a sfogare la sua
frustrazione imparando la boxe piuttosto che nella ricerca di vendetta. Fu così
che cominciò la carriera da pugile. Oggi la palestra fa parte delle strutture
sportive della Spalding University ed è prevalentemente usata come campo da
basket. Dell’originale palestra resta ben poco. Un murale nella parte sud della
Fourth Street recita: «Ho odiato ogni minuto di allenamento, ma poi mi sono
detto: “Non smettere. Soffri ora per vivere il resto della tua vita da campione”».

Central High School


È la scuola superiore frequentata da Cassius Clay fino al 1960, anno in cui vinse
l’oro olimpico a Roma. È un luogo simbolo anche perché fino al 1956 era
l’unico liceo di Louisville aperto agli afroamericani. Due anni prima, nel 1954,
la Corte Suprema aveva eliminato la segregazione razziale dalle scuole
pubbliche. A Louisville, le scuole aprirono ai neri nel 1956, ma la Central High
School era già da tempo una scuola non segregazionista e con l’intero sistema
scolastico di Louisville, nel 1957 fu presa come esempio di integrazione dal
governo federale. Il liceo ha una grande tradizione sportiva: negli anni Cinquanta
è stato tre volte campione nazionale nel campionato scolastico di basket. Anche
la squadra di football ha avuto nel corso degli anni molti riconoscimenti. Oltre
ad Ali, dalla Central High sono passati due grandi giocatori di football (Lenny
Lyles e Corey Peters) e due giocatori NBA (Bob Miller e D’Angelo Russell).

Freedom Hall
È l’arena sportiva in cui Cassius Clay fece il suo debutto da professionista, il 29
ottobre del 1960 contro Tunney Hunsaker. Clay vinse l’incontro alla sesta
ripresa. Sempre nella Freedom Hall Ali, un anno dopo, sconfisse Willi
Besmanoff in un incontro diventato storico. La Freedom Hall è stata usata
soprattutto per le partite di basket, ma è sempre rimasta nella memoria degli
appassionati di pugilato e resta un luogo iconico per comprendere la carriera e la
vita di Ali. È lì che si sono tenuti i funerali il 9 giugno del 2016.

Cave Hill Cemetery


È il cimitero in cui è stato sepolto Muhammad Ali. Per la sepoltura The Greatest
e la sua famiglia hanno scelto una zona riservata. Stando ai racconti delle ore
immediatamente successive ai suoi funerali, Ali avrebbe scelto dieci anni prima
di essere sepolto al Cave Hill e dopo una visita all’intera area del cimitero
avrebbe individuato la zona in cui posizionare la sua tomba. Il Cave Hill
Cemetery è stato inaugurato nel 1848 ed è diventato presto uno dei più
importanti cimiteri del Paese, essendo stato scelto come luogo di sepoltura dei
soldati dell’Unione morti in servizio durante la Guerra Civile. La zona è
conosciuta per la sua bellezza, è circondata da alberi secolari, ampie distese di
prati e un lago. Nel 1979, il Cave Hill è stato inserito nel registro nazionale dei
luoghi storici americani.

Mural Muhammad Ali Hometown Hero


Sulla facciata dell’LG&E Building campeggia una enorme immagine di Ali. È
una meta obbligata per chiunque voglia avere una completa esperienza del
vissuto di Ali a Louisville e dell’importanza che Ali ricopre per la città. La
gigantografia fa parte del progetto Hometown Heroes voluto dalla Great
Louisville Pride Foundation (GLPF) che ha deciso di rendere omaggio ai
cittadini di Louisville che hanno reso onore alla città nel mondo. Lo scopo è
quello di costruire l’orgoglio all’interno della comunità locale e migliorare
l’immagine di Louisville per residenti, turisti e viaggiatori d’affari.

MIAMI

Il viaggio sulle tracce di Muhammad Ali arriva a Miami. È la città più


importante della vita e della carriera di The Greatest. In Florida, infatti, l’uomo
nato come Cassius Clay cambierà nome diventando Muhammad Ali dopo la
conversione all’Islam. A Miami, frequentando la comunità nera, Ali maturerà la
gran parte delle convinzioni morali e spirituali che influenzeranno le sue scelte e
le sue prese di posizione. Ma a Miami, Ali diventa anche campione del mondo
per la prima volta.

World Famous 5th Street Gym Miami Beach


La palestra dove boxava Muhammad Ali. Inaugurata nel 1950 da Chris Dundee,
fratello di Angelo Dundee che diventerà l’allenatore e il mentore di Ali. È un
luogo mitologico per il pugilato americano e mondiale. Ma non solo. Proprio per
il fatto di essere la “tana” di Ali, la palestra è stata frequentata da molte
personalità del mondo della politica e dello spettacolo, da Malcolm X a Frank
Sinatra, passando per i Beatles che proprio lì furono immortalati con Muhammad
Ali in alcuni scatti fotografici che hanno fatto la storia della fotografia. La
palestra ha traslocato più volte, senza perdere il suo fascino e il suo ruolo
centrale.

Convention Hall
È probabilmente il luogo più importante (con il ring di Kinshasa dove andò in
scena l’incontro con George Foreman del 1974) della carriera sportiva di
Muhammad Ali. Qui, quando ancora era conosciuto da tutti come Cassius Clay,
incrociò i guantoni con Sonny Liston. Era il 25 febbraio del 1964. Liston era
campione del mondo in carica dei pesi massimi. Ali lo mise al tappeto all’inizio
della settima ripresa. Vincendo questo incontro Clay diventò campione del
mondo e successivamente annunciò di essere diventato musulmano e di aver
cambiato nome.

Historic Hampton House


È un hotel-motel storico per la città di Miami e soprattutto per la sua comunità
afroamericana. Qui Muhammad Ali alloggiò spesso dopo il suo arrivo a Miami e
qui festeggiò con Malcolm X la vittoria del titolo mondiale conquistato il 25
febbraio 1964 contro Sonny Liston. All’interno del complesso c’è uno dei Jazz
Club più importanti di Miami, specie nell’era della segregazione, ovvero fino
agli anni Sessanta, quando i leader della comunità afroamericana (Malcolm X
così come Martin Luther King) lo frequentavano sia per svago, sia per riunioni
dei loro movimenti. Oggi il complesso è stato restaurato ed è stato indicato luogo
di rilevanza storica.

Mary Elizabeth Hotel e Sir John Hotel (Entrambi demoliti)


Entrambi erano (oggi non esistono più) due hotel storici della comunità
afroamericana di Miami. Al Mary Elizabeth Hotel, Muhammad Ali alloggiò non
appena arrivato in città. Ma non erano soltanto due alberghi, erano dei veri centri
culturali frequentati per lavoro o anche solo per svago dai più importanti artisti
della comunità nera. Erano soliti esibirsi qui Cab Calloway, Redd Foxx, Nat
“King” Cole, Josephine Baker, Aretha Franklin, Billie Holiday ed Ella
Fitzgerald.

La prima casa di Muhammad Ali


Dopo i primi tempi passati nelle stanze di albergo, nel 1963 si trasferì qui. Era
una casa modesta, immersa nel quartiere residenziale di Allapattah. Con la casa
di Louisville condivide per una strana coincidenza il colore rosa dell’esterno. Ali
non ci abitò per molti anni e l’abitazione non è diventata, come per la sua casa
natale, un luogo di interesse storico e nazionale. È rimasta lì, cambiando
proprietario nel corso dei decenni e oggi per chi vuole ripercorrere le tappe della
vita di Ali passando per la Florida è un punto di passaggio quasi obbligatorio.
MacArthur Causeway
La MacArthur Causeway è una strada a sei corsie, una soprelevata che collega
Downtown Miami a South Beach, ovvero a Miami Beach. È dedicata alla
memoria del generale Douglas MacArthur, capo delle forze armate americane
impegnate sul fronte orientale della Seconda guerra mondiale. Era una strada
frequentatissima dal boxeur. E proprio su questa strada, Muhammad Ali fu
fermato dalla polizia che sospettava stesse fuggendo dalla scena di un crimine.

Books and Books


È probabilmente la più importante e interessante libreria di Miami Beach,
nonché tra le più frequentate della città. Oltre a essere un negozio, è anche un
luogo di ritrovo per gli appassionati di letteratura e non solo della città.
Specializzata in volumi d’arte, design, moda e architettura, ha un’ampia
selezione di volumi sportivi, anche da collezione, molti dei quali dedicati a
Muhammad Ali. Alcuni di questi sono delle rarità, come i fumetti che la DC
Comics ha deciso di pubblicare usando Ali come coprotagonista con gli eroi del
fumetto americani, a cominciare da Superman.

Wynwood
Wynwood è l’art district di Miami. Qui insistono oltre 70 gallerie d’arte, negozi
di antiquariato, bar, nonché una delle più grandi street-art destination al mondo.
Molti infatti l’hanno soprannominata “Street art museum”. Tutto si deve all’idea,
nata nel corso degli ultimi anni, di far rinascere questa zona, partendo dalla sua
base architettonica, ovvero dai magazzini e dalle aree industriali che già
esistevano. Le strutture abbandonate e fatiscenti sono state recuperate e
trasformate in spazi d’arte, gallerie, ristoranti, caffè, e altre strutture creative.

Wynwood – Mural Muhammad Ali


All’interno dell’area di Wynwood campeggia un murale che ha come
protagonista Muhammad Ali. È uno dei simboli dell’intero art district, un
omaggio a The Greatest e alla sua vita a Miami. Ma non è l’unica presenza di Ali
in zona. In altre zone di Wynwood altri murales lo ricordano attraverso le sue
frasi celebri, in un rapporto tra lui e la città di Miami che pare indissolubile.
Mosque #29
È una delle moschee frequentate da Ali sia prima della conversione, sia
(soprattutto) dopo. Al suo arrivo a Miami, Sam Saxon, consigliere spirituale dei
musulmani neri, gli indicò la Moschea #29 per ascoltare i sermoni di Elijah
Muhammad. Ali ne fu affascinato. Il leader della Nation of Islam diventerà il suo
mentore spirituale conducendo Ali alla conversione.

ATLANTA

Atlanta, dove Ali si concilia con l’America. È il 19 luglio 1996, Ali ha 54 anni, è
l’ultimo tedoforo dei Giochi Olimpici, alza la torcia al cielo e trema in diretta
mondiale. I segni del Parkinson sono evidenti e lui commuove il mondo. È il
momento della riconciliazione con l’America: dopo anni di battaglie per i diritti
civili in cui spesso era stato vissuto da una parte del Paese come ostile, torna un
mito condiviso. E gli viene restituita la medaglia d’oro vinta a Roma nel 1960 e
poi smarrita.

Centennial Stadium – Turner Field


È lo stadio olimpico di Atlanta. È stato costruito per le Olimpiadi del centenario,
ma sin dalla progettazione è stato pensato per poter essere successivamente
riutilizzato come impianto per il baseball. Per le Olimpiadi aveva una capienza
di 85.000 posti. Fu inaugurato il 19 luglio 1996, giorno in cui Muhammad Ali
accese la torcia olimpica in una delle cerimonie di inaugurazione più toccanti
della storia. Dopo le Olimpiadi è stato ristrutturato per renderlo più funzionale al
baseball: la capienza è stata ridotta a 49.000 posti e lo stadio ha cambiato nome,
diventando Turner Field, in onore di Ted Turner, fondatore della CNN e
proprietario della squadra di baseball Atlanta Braves. Dall’anno prossimo, i
Braves cambieranno casa, trasferendosi in un nuovo stadio e il Turner Field, ex
Centennial Stadium, sarà utilizzato dalla Georgia State University.

Atlanta Olympic Torch Tower


È una torre, una observation deck costruita per posizionare sulla sua sommità il
braciere olimpico acceso da Muhammad Ali all’interno dello stadio di Atlanta
durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi del 1996. A dire la verità,
sulla Torch Tower non c’è l’esemplare originale del braciere, bensì una copia del
tutto identica. Situata molto vicino all’Olympic Park e altrettanto vicino al
Centennial Stadium, è ancora oggi una delle mete turistiche preferite da chi
vuole respirare la legacy delle Olimpiadi di vent’anni fa.

Centennial Olympic Park


È un parco pubblico costruito in occasione delle Olimpiadi di Atlanta e poi
rimasto come eredità socio-culturale nonché architettonica dei Giochi. Durante il
mese di Atlanta 1996 il parco ospitava gli spazi degli sponsor olimpici, spettacoli
per l’intrattenimento del pubblico dei Giochi e in alcune circostanze gli eventi
collegati alla consegna di una medaglia. Il 27 luglio 1996 il Centennial Park fu
teatro di un attentato che provocò la morte di tre persone (due per l’esplosione,
una per un attacco cardiaco conseguente all’esplosione stessa). Una delle
attrazioni del parco è la Fountain of Rings, una fontana interattiva i cui getti
d’acqua sono sincronizzati con la musica. Attorno alla fontana ci sono le
bandiere di tutti i Paesi delle città che hanno ospitato i Giochi prima di Atlanta
’96. Nel 1998 il parco è stato ristrutturato, oggi è uno dei parchi pubblici più
frequentati della città.

Georgia Dome
Lo stadio coperto che ospita le partite degli Atlanta Falcons, la squadra di
football americano che milita nella NFL. Per due volte è stato lo stadio in cui s’è
disputato il Super Bowl (nel 1994 e nel 2000). Durante le Olimpiadi, il Dome
ospitò le gare di ginnastica e i tornei di pallamano e basket. Fu qui che fu
riconsegnata a Muhammad Ali una copia della medaglia d’oro vinta a Roma nel
1960 e poi smarrita. Sempre qui, lo stesso Ali fu invitato come ospite d’onore
del Super Bowl del 2000.

Martin Luther King Jr National Historic Site


Il memoriale di Martin Luther King costruito nell’area in cui c’era (e c’è ancora)
la sua casa natale. Nel complesso c’è anche la Ebenezer Baptist Church, la
chiesa in cui il reverendo King fu battezzato. All’interno del memoriale è stato
allestito il museo che ricorda l’impegno dell’American Civil Rights Movement.
Il National Historic Site, che non è da confondere con il Martin Luther King Jr
Memorial di Washington, oltre a essere una delle tappe fondamentali del turismo
di Atlanta, ospita molti eventi che sono diventati importanti per la storia degli
Stati Uniti, a cominciare dalla commemorazione annuale della morte del
reverendo King che avviene il 4 aprile, giorno in cui nel 1968, Martin Luther
King Jr fu ucciso a Memphis.

Atlanta Civic Auditorium (Georgia State University’s Alumni Hall - Dahlberg


Hall)
È un luogo simbolo per la carriera e la vita di Muhammad Ali: qui, nel 1970,
The Greatest tornò sul ring dopo la squalifica di quattro anni arrivata in seguito
al suo rifiuto di arruolarsi nell’esercito per la guerra in Vietnam. Ali riottenne la
licenza per combattere il 12 agosto 1970 e l’incontro si svolse il 26 ottobre.
L’avversario era Jerry Quarry. Ali vinse al terzo round per K.O. L’incontro fu un
evento epocale, superato soltanto dal match di quattro anni dopo a Kinshasa
(Zaire).

W.E.R.D. Radio Station and Madame Museum


È la prima emittente radiofonica di proprietà di afroamericani, gestita
interamente da afroamericani, con trasmissioni ideate e condotte solo da
afroamericani. Fu fondata nel 1949. La sede della radio era all’interno del Prince
Hall Masonic Temple su Auburn Avenue, in quello che all’epoca, all’inizio degli
anni Cinquanta, era uno dei quartieri neri più ricchi d’America. In quello stesso
edificio, anni dopo, precisamente nel 1957, nacque la Southern Christian
Leadership Conference, il movimento guidato da Martin Luther King Jr. Tutto il
building della Prince Hall è dunque un luogo chiave nella storia della comunità
nera degli interi Stati Uniti e un luogo simbolo per chi, come Muhammad Ali,
combatterà tutta la vita contro la discriminazione.

Martin Luther King Monument & Chapel at Morehouse College


Morehouse College è il college nel quale Martin Luther King Jr ottenne a soli 15
anni l’ammissione. Ne sarebbe uscito quattro anni dopo con un diploma di laurea
in Sociologia. Successivamente completerà gli studi nella scuola di teologia
dell’università di Boston. Ma il Morehouse College resta il luogo in cui King
maturò tutte le scelte che l’avrebbero segnato nel futuro. Era un luogo al quale
era molto affezionato perché lì avevano studiato anche suo padre e suo nonno.
Oggi all’interno del college è stato eretto un monumento in omaggio a MLK ed è
stata costruita una cappella per commemorarlo.
Trentadue canzoni per raccontare Ali

di Massimo Oldani
Ali è stato il supereroe della mia adolescenza. Al pari di quelli dei fumetti della
Marvel.
Non portava maschera e costume come Capitan America o l’Uomo Ragno,
indossava semplicemente un accappatoio con il suo nome, ma aveva comunque
superpoteri. Poteva controllare il tempo, lo faceva indicando in quale ripresa
avrebbe sconfitto per knockout il suo avversario. Sapeva controllare il destino
dei suoi sfidanti e, soprattutto, come diceva di se stesso, “era più veloce della sua
ombra”.
Ero sedotto dalla sua comunicazione. Da quello che diceva e da come lo
diceva. Non mi sembrava parlasse normalmente: sentenziava. C’era musicalità
nelle sue parole e familiarità in quelle rime simili a filastrocche. Avrei scoperto
successivamente che questa forma di linguaggio si poteva avvicinare al rap. Il
libro Ali Rap, che raccoglie le sue frasi più celebri, me lo ha confermato anni
dopo.
Ali è stato la mia finestra sul mondo in un’epoca in cui la RAI aveva un solo
canale in bianco e nero e poca informazione internazionale.
Ho visto per la prima volta Ali nel 1974, in occasione dell’incontro con Joe
Frazier a New York, evento televisivo accompagnato da una telecronaca
telefonica e preceduto dalla (per me) incomprensibile scritta “Via Telespazio”.
Ricordo di aver visto un personaggio fuori dal comune, sicuro di sé ai limiti
dell’arroganza, l’uomo che io, allora timido quattordicenne, avrei voluto essere.
All’epoca c’erano però pochissime informazioni su di lui, per cui quando ero
così fortunato da trovare delle foto di Ali sulle riviste dei miei genitori, le
ritagliavo e le incollavo religiosamente sul mio diario Jacovitti. Riportavo,
virgolettate, quelle sue frasi immaginifiche, di così forte impatto. Quella raccolta
di foto e parole mi dava l’illusione di essere in contatto con lui, quando
nemmeno conoscevo il significato del termine “segregazione” e non sapevo
neppure dove si trovasse Louisville.
Da allora ho alimentato la mia curiosità fino a quando ho letto la prima
autobiografia di Ali, curata dalla Nation of Islam di Elijad Muhammad: Il più
grande. Ho colmato molte lacune grazie a questo libro pubblicato nel 1975, e al
film omonimo prodotto due anni dopo, interpretato proprio da Ali, con Ernest
Borgnine nel ruolo di Angelo Dundee, James Earl Jones in quello di Malcolm X
e Bundini che vestiva i panni di se stesso.
Ricordo ancora il trailer, recitava così: “Muhammad Ali, una delle figure più
controverse della sua epoca. Arrogante, coraggioso, clown, eroe”.
E questa figura così complessa mi ha accompagnato ben oltre l’adolescenza,
per tutta la vita. Mi sono commosso quando, nel 1996, “con una mano tremante
per il Parkinson e l’altra per la paura”, Ali ha acceso il braciere dei Giochi
Olimpici di Atlanta. E ancor più quando è scomparso, lo scorso 3 giugno, perché
per me è stato l’addio a una rockstar, una vera rockstar.
Questa playlist è una sorta di colonna sonora della vita di Muhammad Ali.
La scelta dei brani, rigorosamente in ordine cronologico, fissa i momenti più
importanti della sua vita e della sua carriera, che trovano qui un commento
musicale. I testi di alcune canzoni sono fotografie della storia americana e la
conferma di alcune scelte coraggiose di Ali giudicate, all’epoca, impopolari.
Semplice realizzare una colonna sonora quando il soggetto è stato un
romanzo vivente, quando il narratore ti sorprende trattando con rispetto la parola,
e i fatti, e quando i luoghi ti chiedono di essere raccontati.
Le canzoni scelte sono uno spunto per accompagnare la lettura di questo
libro, scritto con passione dal miglior storyteller in circolazione. Federico Buffa
parla sempre solo di ciò di cui è innamorato e, anche per questo, fa innamorare.

Billie Holiday – Strange Fruit (1939) Il clima che precede la nascita di Cassius
Clay è quello ritratto, in maniera poetica e cinica, da Billie Holiday, uno dei
talenti più puri della cultura afroamericana. Quei corpi di neri linciati che
penzolano dai rami degli alberi, come fossero frutti maturi, diventano un
elemento distintivo dei panorami della profonda provincia degli Stati del Sud.
Più tardi il tredicenne Ali ne vedrà uno fotografato in prima pagina sul
quotidiano locale di Louisville.

Andy Kirk and His Twelve Clouds of Joy – Take It and Git (1942) Nel 1942,
quando nasce Ali, l’America è segregata. Il mercato discografico, come i
ristoranti e i bus, è discriminato. Anche le classifiche musicali subiscono lo
stesso trattamento. Quella riservata agli artisti afroamericani si chiama “Harlem
Chart” e tre anni più tardi “Race Music”. La classifica si basa sulle vendite e
sulla programmazione dei juke box ma non quella delle radio, perché non ci
sono radio che programmino black music. La prima hit, la prima numero uno di
questa classifica, è Take It and Git dell’orchestra di Andy Kirk.
Ray Charles – I Got a Woman (1955) L’idea di questa canzone nasce durante i
concerti al Peacock Club di Atlanta. Ray Charles convoca i due massimi
esponenti dell’etichetta Atlantic: Jerry Wexler, il miglior produttore, e Ahmet
Ertegün, fondatore e proprietario. Un successo immediato. Seguiranno diverse
instant cover. Quelle di Elvis Presley, Jerry Lee Lewis, Johnny Cash, Bill Haley
e Van Morrison con i suoi Them. Mentre dilaga il successo di I Got a Woman,
Ali, tredicenne, scopre sul quotidiano locale la foto e la storia di Emmett Till,
suo coetaneo, linciato in vacanza in Mississippi per il sospetto di aver fischiato a
una donna bianca. Giudicato da una giuria bianca. Verdetto scontato. Il giovane
Ali porrà le prime domande sulla questione razziale a Mama Bird.

Sam Cooke – A Change Is Gonna Come (1963) Sam Cooke è uno degli artisti
più stimati da Ali. Un amico. The Champ spesso chiede ai giornalisti di scegliere
chi sia il più bello tra i due. Un pugile e una stella dello showbiz. A Change Is
Gonna Come è la rivelazione di un artista gospel prestato al soul e diventato
stella del pop. Ma c’è di più. L’elemento di protesta. La canzone di Cooke è in
un certo senso la risposta alle domande di Bob Dylan in Blowing in the Wind.
Dopo la morte di Sam Cooke nell’inverno del 1964, in un motel in circostanze
misteriose, la casa discografica decide di pubblicarla come facciata B di Shake e
il brano diventa un successo e inno del movimento per i diritti civili.

Beatles – I Want To Hold Your Hand (1963) Nel 1964 cresce la popolarità dei
Beatles in USA grazie a questo singolo che vende in sole tre settimane un
milione e mezzo di copie. L’esibizione all’Ed Sullivan Show a febbraio e il tour
americano ad agosto li rendono universali. L’incontro tra i Beatles e Ali avviene
nel suo santuario, la palestra 5th Street Gym a Miami Beach. Al termine
dell’allenamento in preparazione dell’incontro con Sonny Liston, scambio di
battute e servizio fotografico con i quattro, tra finti jab e K.O.

Curtis Mayfield & The Impressions – Keep On Pushin’ (1964), People Get
Ready (1965), We’re a Winner (1967) Queste canzoni fotografano un Paese
diviso dalla guerra in Vietnam e dai conflitti socio-razziali. Curtis Mayfield
rappresenta la voce fuori campo che descrive il difficile cammino del movimento
per i diritti civili. La colonna sonora delle marce pacifiste. Le sue canzoni
contengono sempre un messaggio di speranza, di incoraggiamento e la volontà di
rendere questo pianeta un posto migliore per tutti “… like Martin Luther King
told us to…”.

The Rascals – People Got To Be Free (1968) È la richiesta hippie di tolleranza


e libertà nell’estate del ’68, da sempre associata alla morte di Martin Luther
King e Bobby Kennedy. Ai concerti il pubblico di questo gruppo bianco è in
maggioranza afroamericano. Finalmente negli stadi i bianchi si mischiano ai
neri. Quattro anni dopo il tour dei Beatles e uno prima di Woodstock.

Les McCann & Eddie Harris – Compared To What (1969) Un paio di anni
dopo la renitenza alla leva di Ali, in cartellone al Festival di Montreux nel
giugno del 1969 ci sono Eddie Harris, pianista sassofonista, e Les McCann,
cantante soul. La loro esibizione live diventa un singolo di successo, nell’unica
versione esistente sul mercato. Perché l’empatia con quel pubblico è irripetibile.
Il primo anno di amministrazione Nixon si apre con un’altra canzone di protesta:
“…the President got this war… folks don’t know just what it’s for…”.

Edwin Starr – War (1970) La contestazione di una generazione nei confronti


della guerra in Vietnam. Anche Ali si espone con il mancato passo in avanti
all’appello militare per l’arruolamento. La canzone di Edwin Starr si guadagna la
credibilità anche nel mondo rock degli anni Ottanta grazie alla vigorosa rilettura
di Bruce Springsteen che inizia a riproporla nei suoi concerti. Anche Crosby
Stills Nash & Young, in un altro ambito, alzano la testa e protestano con il brano
Ohio.

Curtis Mayfield – (Don’t Worry) If There’s a Hell Below We’re All Going
to Go (1970) La posizione di Ali nei confronti delle donne bianche è chiara: la
sua religione gli impedisce qualunque relazione. Ci sono almeno tre episodi
significativi: il rifiuto a Kim Novak, lasciando cadere la chiave della stanza che
lei gli aveva praticamente messo in mano; quello di interpretare in un film Jack
Johnson, che ne ha sposata una, e soprattutto la famosa invettiva contro Chubby
Checker: «Chubby manderà tutto all’aria per le sue relazioni con donne bianche,
io per averle evitate». Il brano di Curtis Mayfield musicalmente è un funk con
percussioni latine, una chitarra wah wah e un massiccio arrangiamento di archi.
Ma anche un esempio di tolleranza. La possibilità di andare all’inferno è
riservata a tutti. Per scelta e per razza: “… Sisters Niggers Whities Jews and
Crackers…”.
Gil Scott-Heron – The Revolution Will Not Be Televised (1970) Ali si può
considerare un precursore del rap. Le sue dichiarazioni in rima sono simili ai
testi dei rapper della old school degli anni Ottanta, che usano una metrica
analoga. Un altro dei padri del rap è considerato Gil Scott-Heron. Uno
storyteller. Un poeta che racconta la protesta afroamericana all’inizio degli anni
Settanta con canzoni come Whitey On The Moon, sulle spese destinate ai
programmi spaziali in contrasto con la povertà nelle periferie, con Angel Dust,
contro la droga, Re-Ron, contro la presidenza Reagan, con The Bottle, contro
l’alcolismo. The Revolution Will Not Be Televised è un’esortazione ad agire e a
non subire passivamente televisione e pubblicità.

Marvin Gaye – What’s Going On (1971) La ribellione di Marvin Gaye. La


rottura con la Motown, il distacco dal passato e la sua profonda coscienza sociale
che si intrecciano a episodi legati alla sua vita privata. Il ritorno del fratello dalla
guerra in Vietnam è il propellente che determina la decisione di regalare al
mondo un album inaspettato e sorprendente. In What’s Going On ci sono la
passione e il dolore di un mondo che sta cambiando, sintetizzati in quella
copertina gotica con il ritratto di Marvin, avvolto da un impermeabile di pelle
nera, sotto il nevischio. Una metafora di purificazione.

James Brown – Say It Loud I’m Black and I’m Proud (1968), Gonna Have a
Funky Good Time (1973), The Payback (1974) James Brown è l’headliner del
cartellone musicale in programma a Kinshasa, in Zaire, per enfatizzare la sfida di
Ali al detentore del titolo George Foreman. Con Say It Loud I’m Black and I’m
Proud James Brown è diventato il simbolo e la coscienza dell’orgoglio nero,
ottenendo una credibilità pari a quella di leader come Malcolm X e Martin
Luther King. James Brown è inimitabile per le sue performance live. La sua
revue, il suo spettacolo, è estasi, sessismo, sudore, con una robusta sezione di
fiati. James Brown entra sul palco con un mantello rosso, corre, fa spaccate, si
sposta velocemente con movimenti ravvicinati dei piedi e cade in ginocchio.
James Brown lascia il segno, attira tutta l’attenzione dell’audience su di sé.

Fred Wesley & the JB’s – Doin’ It To Death (1973) Nello spettacolo
organizzato per Rumble In The Jungle c’è spazio anche per Doin’ It To Death,
brano scritto e prodotto da James Brown per i JB’s, la sua band, musicisti che
ritroveremo anche nel P-Funk dei Funkadelic di George Clinton.
Spinners – I’m Coming Home (1974) e Bill Withers – Ain’t No Sunshine /
You (medley, 1974) Le armonie vocali degli Spinners per il ritorno nella Madre
Africa di Muhammad Ali e il mesto soul sinfonico di Bill Withers sono altri due
elementi dello spettacolo afrocentrico del 30 ottobre 1974 al Kinshasa Stadium
in Zaire. Un evento visto da 120.000 spettatori e atteso da venti milioni di
africani. La catarsi di Cassius Clay.

Stevie Wonder – You Haven’t Done Nothing (1974) Invettiva contro una
classe politica lassista, colpevole di non fare abbastanza. Accusa
all’amministrazione del presidente Nixon che, un paio di settimane dopo la
pubblicazione del singolo, viene travolto dal caso Watergate e rassegna le
dimissioni. Stevie Wonder nel suo periodo più creativo, stimolato dalla
coscienza di Marvin Gaye, suo amico e collega in Motown. Ai cori i Jackson 5.

Billy Paul – Am I Black Enough for You (1973) / Let Them In (1977) Due
classici Philly Soul che gli anglosassoni definirebbero message songs. Due
esempi di canzoni che celebrano la consapevolezza e l’orgoglio afroamericano.
L’autodeterminazione e la presa di coscienza nera. Il primo sfruttando una
domanda retorica e un ricco arrangiamento dominato dalla tastiera Clavinet, con
gioiosi bonghi e una massiccia sezione fiati. Il secondo una cover del brano di
Paul McCartney, al quale vengono aggiunte le voci campionate di Malcolm X in
apertura e di Martin Luther King in chiusura. Nella lista di persone che bussano
alle porte del Paradiso c’è anche Louis Armstrong con Elijah (Muhammad) e
Malcolm (X) che “sono ancora amici…”.

Harold Melvin & The Bluenotes – Wake Up Everybody (1975) Un raro


esempio di perfetta sintesi tra le sonorità disco e la passione per il soul. La mia
adolescenza ne ha colto solo la musicalità, non il messaggio. I produttori Gamble
e Huff, l’elemento vincente della formula Philly Soul, erano intenzionati a
scuotere la comunità afroamericana dall’autocommiserazione. Wake Up
Everybody è una chiamata, l’esortazione ad agire. Il credito sul booklet firmato
da Kenneth Gamble lo conferma: «… Kingdom of God is here on Earth, open
your heart so your body can feel it… we have so much work to do, let’s unite…
wake up everybody!».

Bob Dylan – Hurricane (1976) La vita di Rubin Carter, campione di pugilato


accusato di omicidio, condannato all’ergastolo e scarcerato vent’anni dopo per
illegittimità processuale dovuta a pregiudizio razziale, ispira nel 1975 Bob Dylan
per Hurricane, soprannome di Carter. Il cinema nel 1999 racconta la sua storia
con Denzel Washington a interpretare il pugile. Ali è una delle prime celebrity a
sensibilizzare l’opinione pubblica sulla vicenda con una marcia a Trenton, nel
New Jersey, dove “Hurricane” è rinchiuso e dove Bob Dylan si esibisce per
manifestare il suo supporto alla causa.

Johnny Wakelin – In Zaire (1976) Nella seconda metà degli anni Settanta si
affaccia in alcune discoteche del Nord Italia il fenomeno della Afro Music. I
nuovi templi di questo blend musicale che fonde disco, funk, soul, dancehall e
world music, sono il Cosmic di Lazise sul Garda, il Typhoon di Gambara
(Brescia) e il Mecca di Rimini. Nella programmazione spicca il brano di un
musicista inglese: Johnny Wakelin. La versione originale Black Superman
(Muhammad Ali), viene successivamente reincisa con il titolo In Zaire. Il brano,
ispirato al famoso incontro di Kinshasa Rumble in the Jungle, non è mai stato
amato da Ali, forse anche per il ritornello: «And who was the victor in the night?
Elijah Muhammad’s boy Ali won the fight».

Mandrill – Ali Bomayé I & II (Zaire Chant) (1977) Il brano che più di ogni
altro si identifica con la sfida tra Muhammad Ali e George Foreman a Kinshasa.
Ali Bomaye. Ali Uccidilo. L’incitamento di un tifoso si propaga per le strade
della capitale dell’ex Congo belga per poi contagiare tutto il continente africano
e il mondo intero. La frase viene musicata da un gruppo funk di Brooklyn, i
Mandrill. La quintessenza del classico melting pot anni Settanta con armonie
impeccabili e un funk psichedelico. La colonna sonora di The Greatest, film del
1977, riporta erroneamente nella tracklist il titolo Ali Bombayé. Oltre al brano
dei Mandrill, presente anche la versione originale di The Greatest Love Of All di
George Benson, portata al successo in seguito da Whitney Houston.

Alvin Cash – Ali Shuffle (1977) La disco music di fine anni Settanta offre la
possibilità a molti soulsters in piena maturità di godere di ulteriore visibilità.
Credo sia stato semplice per Alvin Cash, che vantava già un’esperienza
decennale con i Crawlers e i Registers, adattarsi al nuovo mercato discografico.
La passione per il ballo e il fatto di essere nato e cresciuto a Louisville fanno il
resto. Il suo successo Ali Shuffle, che in Italia ballavamo più o meno
inconsapevolmente, è in realtà la riedizione di un suo brano di una decina di anni
prima e soprattutto la celebrazione dei passi che Muhammad Ali si era inventato
e che ripeteva in continuazione sul ring. Lo Shuffle di Ali era pura poesia. Una
sorta di ballo attorno all’avversario con una veloce accelerazione dei movimenti
dei piedi che creava la fluttuazione, la famosa “farfalla” che volava e che
“pungeva come un’ape”. Era la gestualità di Ali, difficilmente replicabile per un
altro peso massimo, ma di ispirazione per i giornalisti e i cantanti come Alvin
Cash.

Brian McKnight – Reaching for My Goal (1996) Quello di Brian McKnight è


uno dei tanti brani prodotti da Babyface e contenuti nel cd Rhythm of The
Games, l’album ispirato ai Giochi Olimpici di Atlanta del 1996. La sontuosa
cerimonia d’apertura all’Olympic Stadium prevede molti momenti emozionanti e
coreografie spettacolari riprese impeccabilmente dalla NBC: da The Star
Spangled Banner, l’inno americano, con l’Atlanta Symphonic Orchestra e il
Centennial Choir diretti da John Williams, a Power of the Dream, composta da
Babyface e cantata da Céline Dion, reduce dal successo di Titanic. Tutto
spazzato via da un tedoforo incerto che commuove il mondo.

Prince – Betcha by Golly Wow (1996) Nel 1996 Prince pubblica tre album:
Chaos and Disorder, Emancipation e la colonna sonora del film di Spike Lee
Girl 6. È lo zenit della protesta di Prince nei confronti della sua ex casa
discografica, la Warner. Questa libertà dopo diciotto anni impone un tatuaggio
temporaneo sulla guancia, “Slave”, un nuovo brand, un nuovo nome: Love
Symbol o TAFKAP (The Artist Formerly Known As Prince). L’anno successivo
Prince riceve una telefonata da Muhammad Ali e vola a Washington per
conoscerlo. Entrambi hanno cambiato il proprio nome. Prince è stato bandito
dall’establishment per sette anni, Ali condannato per renitenza alla leva e
bandito dal mondo della boxe per tre anni. I giornalisti li descrivono come due
bambini che si scambiano i trucchi del mestiere. Molti i punti in comune: il
talento, il coraggio, l’autenticità, l’integrità, la determinazione.

R. Kelly – The World’s Greatest (2001) Colonna sonora del film Ali,
interpretato da Will Smith. R. Kelly, icona dell’RnB anni Novanta che in Space
Jam, con I Believe I Can Fly, aveva celebrato il più forte giocatore di basket di
tutti i tempi, Michael Jordan, replica il successo cinque anni dopo con The
World’s Greatest. Nel video interpreta The Champ. La clip si apre con la
richiesta di un autografo da parte di un giovane fan nel camerino e poi il
palcoscenico, il ring. Immagini in bianco e nero con dettagli in rosso e inserti
video di repertorio del vero Ali. Un gospel, non ortodosso, molto coinvolgente e
commovente.
King – The Greatest (2011) Trio femminile che ha attirato l’attenzione di
Questlove dei Roots, di Stevie Wonder, di Nile Rodgers e di Prince che le
avrebbe volute come opening act nelle famose “21 Nights” al Los Angeles
Forum, ventuno concerti consecutivi che non si sono tenuti per la prematura
scomparsa dell’artista. Il video di The Greatest ripropone la grafica dei
videogame arcade dei primi anni Ottanta. Il successo delle King è un tributo a
“Muhammad The Greatest Great, the Champion heavyweight”.
Postfazione

di Elena Catozzi
Uno dei comandamenti del decalogo della boxe recita che “ogni combattimento
ti costa pena e dolore, la vera sfida è sconfiggere loro”. Altra sfida è mettere al
tappeto quel senso di mancanza e timore che assale alla fine di una storia, perché
l’ultimo punto coincide col ritrovarci improvvisamente da soli.
Una sera, aggirandomi ancora una volta in rete per contemplare il suo
straordinario corredo iconografico, mi sono imbattuta per caso su YouTube in un
video nel quale Ali, elegantissimo in giacca e cravatta, scende intimidito dalle
scale del New London Theatre accompagnato da un simpatico anchorman
irlandese. Era il 19 dicembre 1978, il programma televisivo si chiamava This Is
Your Life e il conduttore, Eamonn Andrews, stava per far incontrare al campione
del mondo tutti gli uomini e le donne più importanti della sua vita. Muhammad
Ali è all’oscuro di tutto e attende dietro un ingresso di platea del teatro, convinto
di dover solo rilasciare un’intervista. Le gag iniziano già al momento del suo
ingresso. Quando il conduttore si avvicina alla porta dietro cui si nasconde e lo
saluta con un «Hello Champ!», uno spaesato Ali lo riconosce e fa per scappare di
nuovo dietro le quinte, ma Andrews gli afferra temerariamente il braccio e lo
trascina giù per i primi scalini, quella manciata di secondi che gli serve per
familiarizzare con la fragorosa ovazione del pubblico in sala, che sembra non
dover finire mai.
Quando si accomoda sulla poltrona, quasi stordito, Ali è semplicemente
bellissimo: la camera stringe sul suo volto, una rotondità perfetta, la dolcezza del
taglio degli occhi e le labbra disegnate da uno scultore greco, ma lui sembra
ancora imbarazzato, si guarda intorno e quando si rende conto che i presenti non
hanno alcuna voglia di smettere di applaudire, chiude gli occhi e scuotendo il
capo si copre il viso con la mano. Quella mano, con cui si era difeso da colpi
sicuramente più letali, non sembra appartenere a un campione dei pesi massimi,
è levigata, ha le unghie perfette e la forma allungata come quella di un pianista.
Sembra che quell’uomo nella vita abbia fatto tutto fuorché combattere. Per ora,
non riesce a dire niente altro che «Oh, this is terrible…». Non fa in tempo a
riprendersi che Andrews comincia a far entrare gli ospiti e a presentare i
contributi video di chi non ha potuto esserci fisicamente.
Da qui, è tutto un susseguirsi di aneddoti e storie incredibili che magari non
hanno trovato spazio sui rotocalchi sportivi o nelle biografie, episodi che non
possiamo conoscere e che finiscono puntualmente per far sogghignare a occhi
bassi un Ali impacciato ma felice, che reagisce alla sua epopea con l’imbarazzo
divertito di un bimbo colto con le mani nella marmellata. E così comincia anche
per noi la meraviglia di ascoltare Mama Bird che racconta di quando, ad appena
18 mesi, agitando un braccino già evidentemente promettente, The Champ le
fece saltare un incisivo, e sentiamo Ali confessare di fronte alla moglie
Veronica, che ne ricorda la timidezza, di essere spaventato dalle belle donne.
Non il gancio sinistro di Frazier, non le bordate di Foreman, «le belle donne
sono la cosa che più mi spaventa al mondo». E poi le testimonianze di sincero
affetto di amici come Tom Jones, Anthony Quinn, dell’adorato Howard
Bingham. Per riportare Ali indietro nel tempo ai primi match irrompono in
studio da varie parti del mondo, solo per lui, ex sfidanti e amici come Ronnie
O’Keefe, il suo primissimo avversario, ormai operaio in una catena di montaggio
della Ford; l’ex barista polacco Zbigniev “Ziggy” Pietrzykowski, battuto nella
finale olimpica a Roma; e ovviamente Henry Cooper, il primo che riuscì a
mandarlo al tappeto; c’è persino Jimmy Ellis, amicone, avversario e sparring che
si fa trovare prima in video seduto su una poltrona da barbiere nella bottega di
zia Eva, diventata “barbiera” perché aveva «i capelli di otto fratelli da tagliare»,
poi in studio con tanto di zia Eva e Miss Cora, la maestra di Ali al seguito.
Gli autori della trasmissione giungono fino al mitico Joe Louis, che
malconcio, in sedia a rotelle, in un videomessaggio ha a malapena il fiato per un
saluto, unico momento in cui The Greatest tiene lo sguardo basso non per
dissimulare imbarazzo, ma per nascondere una sincera tristezza. Lo vediamo
bere con gli occhi tutta la grazia e la bellezza portate nel New London Theatre
dalla “sua” Wilma Rudolph, e lo ascoltiamo rievocare il furto di una bicicletta
rossa e bianca con Joe Martin e Fred Stoner, i primi ad aver puntato su di lui,
insegnandogli “uno il jab e l’altro il gancio”. Di Joe Martin, nonostante i
tentativi che aveva fatto il Black Islam, Ali non si era mai dimenticato, lo
chiamava spesso e organizzerà persino un’esibizione di raccolta fondi, parlando
in pubblico di lui, quando Martin di lì a qualche anno si candiderà a sceriffo
della Jefferson County, in Missouri. Stoner era l’altro allenatore della Columbia
Gym, rimasto sempre nell’ombra, e finalmente qui riceve il giusto omaggio da
Ali.
Soprattutto, lo vediamo scherzare emozionato con il personaggio più
significativo della sua carriera di pugile, Angelo Dundee. Quando entra il
cornerman della 5th Street Gym, ci si ritrova improvvisamente in un’atmosfera
da amici al bar dello sport, con grandi e sentiti abbracci, scherzi, risate che
culminano nella rievocazione della famosa telefonata del ’57 dall’interfono di
quell’albergo di Louisville con cui il giovane Cassius si presentò baldanzoso al
suo futuro angelo custode profetizzando tutti i titoli che verranno. Ma la
meraviglia della vita di Ali si manifesta in tutto il suo splendore quando entra in
scena il pugile che lui ha amato e rispettato di più, l’unico uomo con cui ha
condiviso la concreta possibilità di non vedere la fine di un match.
E mentre Andrews accenna il racconto di quando un giorno a Philadelphia
quell’uomo misterioso gli diede un passaggio in macchina fino a New York, Ali
inizia a gridare: «Joe Frazier! No! No! Not Joe Frazier!», poi si volta, vede
entrare Joe meraviglioso con la sua camicia rossa e la sua cravatta a pois, gli va
incontro e si stringono in un abbraccio così forte da rasentare la violenza dei
corpo a corpo di qualche anno prima.
Mentre il suo ex avversario racconta con dovizia di questo terrificante
viaggio in macchina da Philadelphia a New York durante il quale Ali non rimase
zitto un attimo, questi ripete in continuazione incredulo il nome di Joe come
fosse un mantra, scuote il capo e la sua risata si fa convulsa, fin quasi a strozzarsi
quando Smokin’ Joe lo imita e recita le rime che Ali aveva composto per lui. A
quel punto The Champ fa finta di cadere svenuto, in fondo Joe è stato il suo più
grande incubo, e ridere e ripetere quel nome in continuazione sembra quasi una
catarsi, l’unico modo per fronteggiare la sorpresa di trovarsi di fronte
quell’uomo impettito, affabile, dal volto leale e pulito, che ora lo sta facendo
sganasciare dalle risate quando qualche anno prima lo aveva quasi colpito a
morte. Ali lo guarda pieno di affetto, la sua risata è sincera e gioiosa, quasi fosse
il ricordo della sua spavalderia, del suo essere fragile fuori e forte sul ring, e il
sorriso perfetto di entrambi nonostante i colpi ricevuti sembra sublimarsi nelle
parole di Ali recitate da Joe, come se quelle rime fossero solo il ricordo di una
vita libera e piena per entrambi. Della rivalità Ali-Frazier non resta il sangue di
Manila, ma un abbraccio vigoroso e delle risate convulse, come se ci fosse
sempre stato solo quello dietro i loro colpi. E quando Smokin’ Joe si congeda
guardandolo con affetto, come se tutto il passato non fosse mai esistito –
«Signori, che dire, è un grande campione, tutti lo amiamo» – è ormai evidente,
ammesso non lo fosse ancora, che Muhammad Ali ha davvero compiuto miracoli
e ha fatto diventare i cuori di chiunque lo abbia incontrato ancora più grandi di
quanto non fossero già.

Il format di This Is Your Life era forse originale alla fine degli anni Settanta.
Oggi verrebbe da sospettare che fosse stato tutto scritto a tavolino, e che la
sorpresa di Ali in realtà non fosse grande quanto quella che gli fece «il sinistro di
Henry Cooper nel ’63», come dice Tom Jones nel suo intervento. Ma qui, ora,
non c’è spazio per i dubbi.
Il programma è finito, Ali è letteralmente sfinito, ma Eamonn Andrews fa
entrare inaspettatamente le sue bimbe, Hana e Laila, e il campione si rianima, le
prende entrambe in braccio, le bacia con tenerezza e gli resta giusto un filo di
voce per dire al mondo: «Loro vincono tutti i giorni». Scorrono i titoli di coda,
sono tutti in piedi. Per salutare gli ospiti, Ali prova a mettere giù le bimbe, ma
Laila, futura campionessa di boxe, scoppia a piangere. Ci sono la mamma, la
nonna e tanti altri a consolarla, ma nulla, vuol tornare solo tra le braccia del suo
papà. E da quelle braccia teneramente poderose si eleva l’unica, vera immagine
che possa davvero rappresentare The Greatest: la tenerezza di un padre, di un
padre qualunque che ha intorno a sé tutti gli uomini e le donne della sua vita e
non vede altro che le sue bambine.
Andrews gli consegna il libro con le foto e i ritagli che ha tenuto in mano per
tutta la trasmissione: «Muhammad Ali, this is your life!». E il sipario cala su
quella cosmogonia.

Le trasmissioni televisive devono finire prima o poi. Come i libri, le cui ultime
pagine dovrebbero accompagnare la fine di una storia, se solo certe storie si
potesse vederle svanire.
Quarantacinque minuti in uno studio televisivo non sono sufficienti per
spiegare come la potenza di un singolo uomo abbia potuto investire le vite di
tanti altri, ma bastano a raccontare di una teoria eliocentrica un po’ rivisitata, in
cui il Sole non dà solo la vita ai pianeti che gli ruotano intorno, ma li attrae a sé
il più possibile e li rende simili alle stelle perché, grazie a lui, anch’essi sono in
grado di produrre ed emanare energia.
Impossibile separarsi da Mama Bird, da Angelo Dundee, da Sonny Liston, da
Bundini, da George Foreman, da Joe Frazier, da Wilma. Abbiamo orbitato
troppo vicini a quel Sole. Ciò che fa più paura è la normalità a cui dovremmo
ritornare dopo aver messo l’ultimo punto, che si possa continuare a essere gli
stessi dopo aver conosciuto queste storie, dopo aver trovato in esse una prova di
ciò che intendeva Seneca quando scriveva che «se non sarà la ragione a porre
fine alle nostre lacrime, non lo farà certo la sorte».
All’indomani della morte di Ali, qualcuno scrisse che le nuove generazioni
che non hanno vissuto il suo tempo e condiviso il terreno delle sue battaglie
avrebbero sicuramente potuto conoscerlo e rispettarlo, ma non amarlo
abbastanza. Eppure è stato Ali stesso a raccontarci la sua storia, è lui che l’ha
scritta per noi, a volte ce l’ha sussurrata, altre urlata, perché la rivolta, quella
vera, implica un urlo, quel gesto estremo con cui ha trasformato la boxe in un
abbraccio, dimostrandoci che le cose da cambiare erano oltre il ring e che il
valore di un uomo non può essere contenuto da quelle corde.
Ci ha fatto salire su quel treno con lui, sui binari di quell’America di fine
anni Sessanta in cui probabilmente saremmo stati costretti a sederci in vagoni
diversi, e percorrere insieme gli anni e i chilometri che dividono la sua storia
dalla nostra, ci ha fatto leggere le pagine intrise di rabbia che lo accusano di aver
voltato le spalle agli Stati Uniti e ai loro deliri di onnipotenza, o ascoltare il
racconto degli anni trascorsi nella frustrazione di non riuscire a sferrare quel
colpo decisivo che potesse finalmente permettere a lui e a un’intera comunità di
urlare al mondo: «I’m not your negro!».
E anche se non abbiamo assistito in diretta, come Mick Jagger, alla fine della
nostra giovinezza, è bello immaginare che da qualche parte esista davvero chi
possa vendicare anche la nostra, per molti di noi forse mai iniziata, deformata e
mortificata dalle storture di questi tempi in cui i “mostri” che allora popolavano
ring e istituzioni adesso si fanno spazio anche dentro di noi, insidiosi come pugni
fantasma, ci svuotano, ci annichiliscono, ci mettono alle corde e nessuno sa
quanto vorremmo rialzarci e trovare al nostro angolo un Angelo che ci lavi via il
bruciore dagli occhi.
La celebrazione che ha meritato Muhammad Ali è stata degna dei giochi
funebri in onore di Patroclo, un peana planetario che ha tirato fuori la parte
migliore di chiunque lo abbia ricordato perché raramente si è visto un uomo
raggiungere così magnificamente la sua meta, e il mondo ha bisogno di ricordare
i propri eroi.
Eppure quegli esseri di natura semidivina faticano a staccarsi dai libri,
nessuno li ha mai conosciuti, nessuno ha mai visto Aiace Telamonio schiantarsi
sulla spada di Ettore se non quando, immersi nei doveri scolastici, abbiamo
boxato frustrati con gli eroi ellenici. Ma le tante sfaccettature di quel diamante
grezzo di Louisville sfuggono alle regole omeriche di un epos per definizione
“elitario” e distante dalla realtà, in cui raramente debolezze, errori,
contraddizioni e tentazioni si intromettono a corrompere coraggio, integrità e
lealtà. E persino la rigida e patinata categoria degli eroi diventa stretta, irreale,
perché più proviamo a scrivere della grandezza di Ali, più egli si stacca
prepotentemente da queste pagine, da tutto quel lessico sacro che manda in esilio
la concretezza dei suoi sogni, e allontana da quella dimensione terrena un uomo
che ha dimostrato di poter rischiare tutto pur di rimanervi attaccato.
Il mistero più grande resterà il modo in cui ci ha costretto a guardarlo come
si guarderebbe un funambolo avanzare sicuro su una corda senza rete sospesa nel
vuoto, trattenendo il fiato come se in pericolo ci fossimo noi.

Anche adesso stai correndo su e giù per i massi di Deer Lake, i tuoi colpi vanno
ancora a segno contro ogni indifferenza, colpiscono gli ignavi, vendicano diritti
calpestati, biciclette rubate, i tuoi abbracci confortano chi è solo, i tuoi sguardi
raggiungono chi è ai margini, le tue gambe leggere e veloci calpestano le
ingiustizie, le tue mani salde forse ora non sostengono più torce olimpiche, ma ci
accarezzano per ogni volta in cui non amiamo abbastanza la vita. Quella vita che
qualcuno crede ti abbia fatto del male, mentre mostravi al mondo che non era
così. Ma la tua voce, quella davvero non riposerà mai, trascende la potenza di
fotografie, biografie ed elogi, e la sentirò sempre, «When the night has come /
and the land is dark, / and the moon is the only light we’ll see».
È la voce del ragazzo dal sorriso più bello del mondo che cantava per il suo
amore la sua canzone preferita: «No I won’t be afraid, / oh, I won’t be afraid /
just as long as you stand, stand by me».
E davvero non avremo paura, perché quella riga che hai tracciato per terra
fino a noi si è trasformata in un magnifico viale alberato.
Grazie, Muhammad Ali.
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David Remnick, Il re del mondo. La vera storia di Cassius Clay, alias


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Filmografia

Ali di Michael Mann, 2001 – Biopic

Ali: An American Hero di Leon Ichaso, 2000 – Biopic

Ali the Fighter di William Greaves, 1975 – Documentario

Facing Ali di Pete McCormack, 2009 – Documentario

I Am Ali di Clare Lewins, 2014 – Documentario

Io sono il più grande di Tom Gries e Monte Hellman, 1977 – Biopic

Muhammad Ali’s Greatest Fight di Stephen Frears, 2013 – Drammatico

Muhammad Ali: King of the World di John Sacret Young, 2000 – Biopic

Quando eravamo re di Leon Gast, 1996 – Documentario

The Trials of Muhammad Ali di Bill Siegel, 2013 – Documentario


Indice

Prefazione di Federico Ferri

Introduzione

PARTE PRIMA

1. La bicicletta
2. Hey Champ!
3. La grande Olimpiade

PARTE SECONDA

4. Una persona onesta in uno sport malfamato


5. Il team della 5th Street Gym
6. Aspettando Liston
7. Uno per tutti
8. Il convitato di pietra
9. A change is gonna come
10. La fine di un’amicizia
11. Un nome, che cos’è un nome?
12. Sulla strada per Boston
13. Quel pugno fantasma
14. Cassius Clay contro gli Stati Uniti d’America
15. I Cavalieri di Cleveland

PARTE TERZA

16. Chi è il vero campione del mondo?


17. Un uomo libero
18. Rumble in the Jungle
19. Thrilla in Manila
20. Gli ultimi pugni di Joe
21. La fine della nostra giovinezza
Epilogo

BONUS TRACK

I Am Ali
I luoghi di Muhammad Ali
Trentadue canzoni per raccontare Ali di Massimo Oldani
Postfazione di Elena Catozzi

Bibliografia
Filmografia