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Francesco Lamendola

Come l’Italia si giocò il ruolo di grande potenza


Il club della grandi potenze, nella prima metà del XX secolo, comprendeva l’Italia, specialmente
dopo la scomparsa dell’Austria-Ungheria e la partecipazione italiana alla vittoria dell’Intesa nella
Prima guerra mondiale. La decisione del nostro Comando Supremo di rinviare per più di quattro
mesi l’offensiva sul Piave, dopo l’insuccesso austriaco nella Battaglia del Solstizio del giugno 1918,
ebbe il suo peso nel far apparire come non decisiva la vittoria sul fronte italiano, mentre la verità è
che essa fu realmente decisiva. Infatti la Germania si arrese – l’ammissione è del generale
Ludendorff – quando, in seguito al crollo dell’Austria, si trovò con il fianco meridionale scoperto e
l’esercito italiano in condizioni di proseguire la marcia da Trento e Bolzano, attraverso il Brennero,
fino al cuore della Germania stessa. Il ritardo nell’offensiva finale compromise fatalmente la
posizione della delegazione italiana a Versailles, indebolendo la forza diplomatica dell’Italia, sicché
Orlando e Sonnino vennero trattati come parenti poveri da Clemenceau, Lloyd George e Wilson,
liberi ormai di disporre del mondo a loro piacimento. Ad ogni modo, qualche anno dopo l’Italia
ottenne la parità negli armamenti navali con la Francia, per cui la Marina italiana entrò nel gruppo
delle cinque marine da guerra più potenti del mondo. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale,
sia la Germania che l’Unione Sovietica si erano rialzate dal tracollo di vent’anni prima ed erano di
nuovo potenze di prima grandezza; e benché l’Italia non potesse certo sostenere un confronto sul
piano della forza militare o industriale con simili giganti, pure il possesso di una grande marina,
unito alla conquista dell’Impero, ne faceva comunque una delle grandi potenze mondiali, sicché il
27 settembre del 1940 l’Italia poté firmare il patto Tripartito con la Germania e il Giappone su un
piano di assoluta parità formale con esse. Del resto, nemmeno il Giappone possedeva le materie
prime strategiche, e quanto all’industria, era ben lungi dal poter competere con quella statunitense,
o russa, o britannica. I capi politici e militari del Giappone avevano però una cosa che faceva difetto
ai loro colleghi italiani: una chiara concezione strategica per fare del loro Paese una grande potenza
non solo nominale, ma effettiva. La grande marina giapponese era destinata ad essere gettata nella
lotta senza riguardi, ma badando unicamente alla meta da raggiungere: il dominio del Pacifico. E
quel dominio, a sua volta, aveva una ragione precisa: assicurare alla madrepatria le materie prime
strategiche per rendere il Giappone autonomo dal punto di vista industriale, a cominciare dal
combustibile. I capi politici e militari dell’Italia, invece – e questa è una precisa responsabilità del
fascismo – si cullarono nello status teorico di grande potenza e pretesero di fare una politica da
grande potenza, senza avere non solo i mezzi di una vera grande potenza, ma senza averne neppure
una chiara concezione strategica. Le trasvolate atlantiche di Italo Balbo, ad esempio, avevano creato
l’impressione che l’Italia fosse all’avanguardia nella nuova arma aerea; invece, quando si arrivò al
dunque, si vide che era stata curata l’apparenza, ma non la sostanza, che è fatta di continui
aggiornamenti tecnologici. I nostri aerei che andarono a bombardare l’Inghilterra apparvero agli
alleati tedeschi come veri pezzi da museo; e a subire l’incursione degli aerosiluranti a Taranto fu
l’Italia, la cui flotta subì un colpo durissimo, proprio come gli Stati Uniti subirono quella di Pearl
Harbor, con la differenza che l’Italia, come il Giappone, aveva scelto di entrare in guerra contro un
nemico già impegnato nella lotta, ma, a differenza del Giappone, non aveva saputo sfruttare il
fattore sorpresa. Se i capi politici e militari dell’Italia avessero avuto una chiara concezione
strategica, avrebbero sferrato subito, nell’estate del 1940, il colpo su Malta, che avrebbe reso la
marina italiana padrona del Mediterraneo, proprio come i giapponesi sferrarono subito il colpo su
Singapore: la flotta britannica di Gibilterra e quella di Alessandria si tenevano già pronte a evacuare
il Mediterraneo. Non lo fecero quando si resero conto che l’Italia aveva dichiarato guerra, ma non
aveva nessuna voglia di farla. Se l’Italia avesse preso Malta e Suez nei primi mesi di guerra, l’intero
conflitto avrebbe avuto un andamento completante diverso, a noi molto più favorevole.

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Ma per essere una grande potenza, bisogna che i capi possiedano una mentalità da grande potenza;
cosa che non solo non avveniva, ma la realtà era tutto il contrario: una bella fetta delle classi
dirigenti faceva il tifo per il nemico e si augurava la sconfitta dell’Italia. Questo obiettivo
accomunava la grande borghesia finanziaria e industriale e la dirigenza dei partiti di sinistra,
comunisti e socialisti, più i cattolici; in altre parole, nel 1940 esisteva già la convergenza d’interessi
che avrebbe portato alla Repubblica democratica e antifascista del 1946, un brutto compromesso tra
forze politiche e sociali diversissime, accomunate solo da una cosa: l’odio e il disprezzo per la
propria Patria e il desiderio di mettersi al più presto possibile all’ombra di un protettore straniero:
gli Stati Uniti per le classi dirigenti borghesi, l’Unione Sovietica per i dirigenti e i militanti socialisti
e comunisti. Fra parentesi, il quadro non è mutato: quel senso di odio e disprezzo per la propria
Patria e quel servile desiderio di mettersi al riparo di un potere straniero sono rimasti, sono solo
cambiati gli schieramenti: ora a sostenere gli Stati Uniti (e l’Unione Europea) sono i gruppi
dirigenti di sinistra, più il vertice della Chiesa cattolica (questa è la grande novità, si fa per dire),
mentre a guardare con speranza alla Russia sono i gruppi populisti e sovranisti, considerati come
espressioni della destra. Ma su una cosa sono tutti d’accordo: che l’Italia non sa far da sola; non può
far da sola; non può, per esempio, uscire dall’UE e neppure dall’euro, perché da sola non
conterebbe nulla (come se attualmente contasse qualcosa): mentalità auto-svalutativa che è l’esatto
contrario di quel che si richiede a un popolo, anche a un grande popolo, come lo è il popolo italiano,
per essere una grande potenza. Il nodo della questione è tutto qui: se la Germania è in procinto di
ottenere un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, mentre l’Italia no, la vera
ragione è questa, non il fatto che l’economia tedesca va più forte di quella italiana (il che dipende in
gran parte dai meccanismi truffaldini dell’euro, voluti dalla BCE appunto per favorire la Germania
e penalizzare l’Italia). E se l’India ha potuto trattenere per anni i nostri due marò come non avrebbe
osato fare con un altro grande Paese europeo, ad esempio la Francia, non è perché l’Italia ha una
minor forza militare della Francia, ma perché l’Italia, anche se avesse una forza militare rispettabile,
non avrebbe la propensione ad usarla. Lo si è visto nel caso della marina, quando l’Italia aveva una
delle maggiori marine al mondo, appunto nel 1940. Vale la pena di rievocare quella vicenda, perché
è la chiave per capire tante cose, anche del presente.
Dicevamo che il pre-requisito essenziale per essere una grande potenza è quello di ragionare da
grande potenza. Se un Paese ha una grande marina, ma non sa o non vuole usarla, come è accaduto
nel 1940; se preferisce giocare al risparmio e attendere che a vincere la guerra siano i suoi alleati,
ciò crea fatalmente le condizioni perché quel Paese venga retrocesso, a guerra finita, al rango di
potenza secondaria, perfino indipendentemente dall’esito della guerra. La Germania è uscita
distrutta dalla Seconda guerra mondiale, ma è di nuovo il primo Paese d’Europa e sta per avere un
seggio permanente all’ONU: questa è la prova che l’essenziale non è vincere o perdere, ma avere
una classe dirigente che crede fermissimamente nel destino della propria Patria. Credere nel destino
significa saper rischiare anche la cosa più preziosa, e tale era il caso della nostra flotta nel1940. Pur
senza il radar e con molti altri difetti (la mancanza di addestramento al combattimento notturno, per
esempio) la flotta italiana del 1940 era magnifica, ed era costata molti quattrini. Fu un errore non
gettarla decisamente nella lotta; fu un errore non impegnare lo scontro decisivo con la flotta
britannica - la Francia era già uscita di scena, e con lei la sua flotta -; ma l’errore peggiore di tutti fu
quello di consegnarla, l’8 settembre del 1943, senza averla gettata nella battaglia finale. Battaglia
finale che essa, probabilmente, avrebbe perduto: ma il solo fatto di combatterla avrebbe salvato
all’Italia il rango di grande potenza, almeno in senso morale; e quando c’è quello, il futuro è ancora
aperto a tutte le possibilità. Mentre quando ci si arrende come l’Italia si è arresa, e quando si
consegna una flotta come la flotta italiana si è consegnata, si perde ogni diritto a essere stimati dalle
altre nazioni e bisogna rassegnarsi al ruolo di nazione secondaria. Le cose stanno così: era la flotta a
fare dell’Italia una grande potenza, ma quella flotta bisognava usarla da grande potenza, a costo di
perderla (come il Giappone perse la sua a Midway). Persa la flotta, l’Italia ha perso il rango di
grande potenza; ma il male più grande è come l’ha persa, cioè consegnandola senza combattere e
vanificando, così, il lungo sacrificio di tanti coraggiosi marinai.

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Una delle migliori ricostruzioni del clima in cui L’Italia ha consegnato la sua flotta, e con ciò stesso
non solo ha perduto il rango di grande potenza, ma si è giocata il suo futuro di nazione rispettata e
autorevole nel consesso delle altre nazioni, lo abbiamo trovato nel libro di Enrico Cacciari Due
guerre per una sconfitta, (Palermo, Cusimano Editore, 1967, pp. 224-226):

La resa della nostra marina ebbe conseguenze politico-militari di indubbio valore per le sorti della
guerra; e ciò perché essa rappresentò per gli alleati l’immediato beneficio di diventare, da un’ora
all’altra, padroni del Mediterraneo e perché consentì loro di intensificare con l’accresciuta
disponibilità di naviglio, la lotta nel Pacifico contro il Giappone. Commentò allora il Primo Lord
dell’Ammiragliato che “la capitolazione della flotta italiana significa una svolta decisiva nella
guerra marittima. L’equilibrio delle forze marittime si è completamente spostato e noi saremo in
grado di concentrare tutte le nostre in Estremo oriente in soccorso della Cina”. Tutto questo non
poteva sfuggire alla valutazione degli Stati Maggiori delle nostre navi, composti da uomini scelti
per cultura e intelligenza, educati alla scuola severa del dovere e animati dalle leggi dell’onore di
una lunga tradizione marinara, che combatterono una tremenda battaglia interiore prima di
risolversi a prendere il partito che presero soltanto perché ingannati dagli uomini di Roma.
Questo va detto, questa va ricordato. Gli anglo-americani ottennero la nostra flotta con il bluff che
precedette la firma della capitolazione e per l’aiuto di coloro che, della capitolazione artefici,
vollero a tutti i costi perfezionare il loro delitto. E va detto e va ricordato, non fosse altro per
trovare in noi la forza per insegnare ai nostri figli la necessità di smentire concretamente quanto
Smith [Walter Bedell Smith, capo di Stato Maggiore del comandante in capo alleato, l’americano
D. Eisenhover] nell’occasione ebbe a dire: che, cioè, “con la consegna della sua flotta, l’Italia era
sparita dalla scena politica e non avrebbe potuto mai più ritornare ad essere una grande potenza”.
E veniamo al racconto delle peripezie che portarono le nostre navi a Malta.
Il 6 settembre, tre giorni dopo la forma dell’armistizio, l’ammiraglio De Courten, che dell’avvenuta
capitolazione era edotto, impartiva telegraficamente questi ordini alle nostre squadre navali di
Taranto e de La Spezia: predisporsi ad attaccare un grosso convoglio nemico in presunta rotta su
Salerno; tentare ad ogni costo di impedire lo sbarco delle fanterie; le navi da battaglia, ove non
fosse loro riuscito di prendere contatto con le grosse unità nemiche, dovevano portarsi sulla costa
– magari affondandosi – e di là porre fine all’ultimo colpo contro il convoglio.
Con questi ordini – impartiti con la coscienza di non farli eseguire – logico che i nostri equipaggi,
la mattina dell’otto settembre, pensassero unicamente allo scontro che, tra poche ore, li avrebbe
messi di fronte all’avversario da essi mai temuto. Sempre in quella mattinata, gli ammiragli di
squadra erano stati convocati a Roma da De Courten il quale confermò gli ordini, raccomandò di
stare all’erta, ma non fece cenno alcuno di quanto era stato combinato a Cassibile.
Gli ammiragli comandanti delle Squadre erano appena rientrati in sede che la radio inglese,
americana e italiana – annunciavano la capitolazione. Ma gli anglo-americani, come
continuazione del bluff iniziato a Lisbona, cominciarono a barare e furono diffuse, sempre via
radio, comunicazioni atte ad ingannare gli stati maggiori delle nostre navi ai quali già da Roma
cominciavano a pervenire strani messaggi-ordine.
Tra le notizie che gli alleati si affrettarono a diffondere, a proposito della resa della Marina,
nell’evidente preoccupazione di un auto-affondamento della nostra flotta, era quella rassicurante
sulla sorte delle nostre unità che garantiva esse non sarebbero state considerate né prigioniere, né
bottino di guerra. Un proclama dell’ammiraglio Cunningham, trasmesso quasi in continuazione
dalla radio di Algeri e di Malta, esortava i nostri equipaggi ad eseguire gli ordini ricevuti per poter
concorrere - diceva lui – ad assicurare l’approvvigionamento dell’Italia affamata. Alle menzogne
degli alleati si aggiunse l’inganno di Roma; telegrafò il Supermarina agli ammiragli di portare la
squadra a Malta; ma raccomandava e assicurava: “per ordine del re eseguite lealmente le clausole
dell’armistizio, siate certi che la bandiera non sarà ammainata e ricordatevi che dalla vostra
obbedienza dipendono le sorti della Patria”.

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Abbiamo già avuto occasione di parlarne nelle pagine precedenti: negli alti comandi della nostra
marina si era purtroppo annidato il tradimento. La struttura del telegramma sopra riferito dà la
misura della capacità e del grado di fellonia di questi uomini indegni che ben sapevano come
ricattare sentimentalmente l’animo leale dei nostri marinai. Con quell’oscura dizione “ricordatevi
che dalla vostra obbedienza dipendono le sorti della Patria”, essi riuscirono ad insinuare, nella
mente e nel cuore dei nostri equipaggi, il dubbio, poiché la salvezza della Patria era per essi
preminente sopra ogni altra valutazione.

Il tradimento, quindi, ci fu, ma fu più politico che militare; non degli ammiragli in mare -
ricordiamo il valoroso ammiraglio Begamini, che si sacrificò con la Roma, ma che certamente non
avrebbe accettato di condurre la sua corazzata a Malta, una volta compreso che di una resa si
trattava, e di una resa ignominiosa, senza condizioni – ma piuttosto degli ammiragli ben piazzati
sulle loro poltrone, a Roma, presso Supermarina. In altre parole, il tradimento era parte integrante
della nostra classe dirigente, e non solo della casta navale e militare, ma dei finanzieri, dei grandi
industriali e dei diplomatici di carriera: tutti interessati a saltar giù dal carro del perdente e ad
assicurarsi un posto su quello del vincitore. L’ammiraglio De Courten, che ingannava
deliberatamente comandanti ed equipaggi e li spediva a Malta, ad arrendersi, quando già sapeva che
l’Italia, tramite il generale Castellano, aveva firmato l’armistizio di Cassibile, offre un esempio del
clima torbido che regnava nelle alte sfere politico-militari di un Paese impegnato strenuamente in
una guerra gigantesca, che già aveva avuto centinaia di migliaia di morti e lottava disperatamente
per la vita e per la morte, cioè per sopravvivere come nazione indipendente e sovrana.
Enrico Cacciari sostiene che, se comandanti ed equipaggi avessero saputo che la meta dell’ultima
crociera era Malta, si sarebbero rifiutati di sottostare a una tale umiliazione: che avrebbero scelto o
di affrontare il nemico in un’ultima battaglia, se la resa non era ancora stata firmata, oppure di
autoaffondarsi, se la resa era già stata firmata. Certo, è possibile vedere le cose in questo modo. Noi,
però, invece di arrischiare ipotesi su quel che avrebbe potuto essere, preferiamo restare sul terreno
dei fatti; e osserviamo che, per una marina degna di questo nome, la marina di una grande potenza,
non vi è spazio per il “dubbio” adombrato dal menzognero telegramma di Supermarina, nel senso
che non è nemmeno pensabile una “salvezza della Patria” che prescinda dall’onore delle sue forze
armate. Vi sono cose che una nazione non può sacrificare, se vuol conservare la stima di se stessa e
degli altri, e l’onore è la prima fra esse. Supermarina scelse le navi senza onore, e alla fine l’Italia
perse sia l’onore che le navi. Le navi, dopotutto, sono pezzi di lamiera muniti di motori e cannoni:
non hanno un’anima. L’anima della flotta è la volontà di coloro che la guidano in battaglia: perché
le navi sono fatte per essere usate, non per essere risparmiate in vista di giochetti politici e furberie
da quattro soldi. L’Italia, al tavolo della pace, fu trattata come meritava; a nulla valse che De
Courten, tardivamente, chiedesse che la flotta rimanesse, intatta, all’Italia, in considerazione della
sua co-belligeranza: gli alleati se ne infischiarono di promesse e blandizie ormai superate, e se la
spartirono. E neppure allora essa ebbe la fierezza di auto-affondarsi. Il dottor Goebbles, che era un
uomo intelligente, in quei giorni scriveva sul suo diario: Gli italiani non vogliono essere una
grande potenza. Giudizio esattissimo. Ma una mentalità da grande potenza non s’improvvisa; e un
popolo che per secoli, come diceva Mussolini, è stato incudine, non diviene martello da un giorno
all’altro. E qui torniamo al presente. Gli italiani sono stati abituati a pensare che l’Italia, da sola,
non può farcela, che non conta nulla; che può essere qualcosa, che può avere una ripresa
economica, solo restando in un’alleanza, che sia la NATO o l’UE. Perciò, se capita un governo che
vuol fare gli interessi dell’Italia, e non della NATO o della UE, subito una parte degli italiani, e la
maggior parte della classe dirigente, si mette a fare il tifo contro di lui, e a dar ragione ai poteri
stranieri. Si arriva al punto che l’ultrasinistra, tramite il Manifesto, difende il neocolonialismo
francese, pur di dar torto a Di Maio sulla questione del franco africano; mentre la solita magistratura
di sinistra mette sotto inchiesta il ministro dell’Interno, reo di aver difeso i confini, proibendo lo
sbarco all’ennesimo barcone di clandestini. Si spiega così la nostra irrilevanza internazionale. Ed
ecco la Francia attaccare la Libia, poi alimentarne il caos, per soffiarci il suo petrolio sotto il naso...