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LA RICERCA DI DIO OGGI

L’obiettivo di questa nostra prima conversazione è quello di tentare una


analisi della realtà contemporanea per evidenziare alcuni tratti caratteristici,
ormai consolidati, del nostro concreto mondo d’oggi al fine di far emergere
effettive situazioni, sensibilità, desideri, disagi, anche contraddizioni, che ci
riguardano un po’ tutti e delle quali è necessario tener assolutamente conto
in ordine al compito che abbiamo come cristiani di annunciare il vangelo oggi.
La cosa si fa urgente ed è nella continua attenzione anche dei nostri vescovi
preoccupati della necessità di rispondere in maniera adeguata alla domanda
religiosa di un uomo che, con il suo mondo tutto, si trova in uno stato di
continuo e veloce cambiamento.
“Annunciare il vangelo in un mondo che cambia” titola infatti il piano
pastorale della chiesa italiana per i primi 10 anni del 2000.

1. LA FEDE CRISTIANA NELL’EPOCA POST-MODERNA

Questo mondo che cambia è spesso definito oggi epoca post-moderna.


L’espressione ha avuto fortuna perché esprime con efficacia due aspetti su
cui generalmente si concorda: il primo è lo stato di cambiamento in cui ci
troviamo, la nostra oggi è una condizione di post, il secondo è che questa
nuova epoca non ha ancora contorni ben definiti, chiari, è in via di
costruzione (sarà ancora cristiana?), perciò non ha neppure un nome e, per
ora, la possiamo solo chiamare post-moderna.

Se la modernità è il nuovo che dal ‘400 al ‘900 ha visto la luce nel mondo europeo in
contrapposizione all’antico costituito dal Medioevo, allora essa indica una cultura nuova, una nuova
concezione di vita, di modo di pensare, di istituzioni politiche e civili, spesso vissuta come un
progresso.

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Da una visione teocentrico/divina si è passati ad una visione antropocentrico/terrestre, dal
geocentrismo all’eliocentrismo (Copernico), dall’autorità all’esperienza (Galileo, Bacone), da una
natura opera di Dio ad un creato da sfruttare per l’uomo (Bacone).
Con Macchiavelli (1469-1527) la politica è ormai sganciata da principi etico-religiosi, con la
Riforma protestante si passa ad un soggettivismo cristiano in cui l’uomo si pone direttamente
davanti a Dio relativizzando la mediazione ecclesiale.
Nel ‘600 inizia una rivoluzione culturale che ha il suo culmine con l’Illuminismo in cui la luce della
ragione vince l’oscurità della religione/superstizione e diventa norma unica e suprema. Strumento
del progresso è diventata la scienza.
Vi è così, parallelamente, la rivoluzione scientifica inaugurata da Galileo e Newton. L’universo è
governato da leggi scientifiche deterministiche, non da Dio, la sua ipotesi non serve più (Laplace a
Napoleone), ormai i cieli non narrano più la gloria di Dio, come dice il salmo 19 (18), bensì narrano
solo se stessi.
Nella modernità il potere non è più legittimato da Dio, non è più teocratico, ma diventa via via
democratico, esercitato in nome del popolo.
La democrazia è la forma moderna dello stato (Locke), dal suddito si passa al cittadino che delega il
potere, punto di arrivo sono qui la rivoluzione americana (1776) e quella francese (1789).
Ultima rivoluzione è quella industriale a partire dalla seconda metà del ‘700 in Inghilterra, con
nuove macchine (a vapore), trasporti (ferrovie), fonti di energia (carbone), organizzazione
(fabbrica), con tutti i problemi che conseguirono (urbanizzazione, sfruttamento del proletariato,
lotte sociali, etc.).
L’ottocento si presenta infine come il secolo del trionfo della modernità, delle libertà moderne
(pensiero, coscienza, stampa, associazione), dei sistemi onnicomprensivi (idealismo, positivismo,
materialismo, evoluzionismo, scientismo), delle monarchie costituzionali e delle repubbliche
parlamentari (a seguito dei moti rivoluzionari).
In economia trionfa il liberalismo e il capitalismo, cresce la tecnica, dunque la produzione, si
afferma l’idea di un progresso indefinito verso la felicità e il benessere: l’uomo è l’unico padrone
del suo destino.

La crisi della modernità


Come è noto questa modernità entra in crisi nel secolo XX, le due guerre mondiali portano al
tramonto dell’Occidente (Spengler, 1922). Il liberalismo non ha garantito l’armonizzazione degli
interessi e l’equa distribuzione del benessere economico, entra in crisi la democrazia, l’idea di
progresso, le scoperte scientifiche sono anche fonte di morte (armamenti, nucleare), per la prima
volta si sente il pericolo della morte totale, vi è la crisi ecologica.
Si tratta di vedere se in questi termini si debba parlare di crisi della modernità, di una rottura totale,
o non piuttosto di un mutamento e sviluppo.
Di sicuro è venuta meno la fiducia nel progresso indefinito, nella capacità della ragione umana di
togliere il male indicando il bene, l’idea che un uomo libero e autonomo avrebbe agito per il proprio
bene e degli altri.
Molte certezze sono cadute perché illusorie, sono crollate tutte le ideologie totalizzanti assieme
all’illusione che la rivoluzione avrebbe cambiato in meglio le cose (colpo di grazia il 1989 e il
crollo del muro di Berlino).
Il risultato è uno stato di smarrimento e di incertezza assai diffuso per il futuro prima ingenuamente
ritenuto luminoso, ora oscuro e minaccioso.
La ragione non è più capace di grandi verità e si incurva alla ricerca di verità alla sua portata,
parziali, settoriali, i valori non sono più condivisi, non trovano fondamento stabile, sono frutto di
una concertazione, di un accordo.
Molti principi del moderno hanno dunque fallito, ma non tutti.

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Per molti il postmoderno non è una era nuova, ma un periodo di crisi della modernità di cui
all’orizzonte ancora non si vede una soluzione se non in alcuni segnali possibili che vanno
interpretati.
Si pone dunque una sfida anche per la comunità cristiana chiamata a confrontarsi con aspetti del
post-moderno che non può accettare, nel tentativo di porre i presupposti perché nasca davvero
un’era post-moderna in senso nuovo che sappia proporre una nuova civiltà cristiana.

In effetti dalla seconda metà del XX secolo si è diffusa nel mondo occidentale
una nuova visione dell’uomo, un nuovo modello culturale.
Di fatto oggi vi è un uomo nuovo e ad esso deve essere rivolto l’annuncio
cristiano.
Gli elementi più evidenti, ed anche più problematici per l’annuncio cristiano,
sembrano, in veloce sintesi, essere:

1. Il soggettivismo radicale, individualista, libertario: l’io decide


autonomamente e liberamente il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, rifiuta
imposizioni ed obblighi. La tradizione è intesa come un qualcosa del passato,
è superata, così i valori vanno tutti rivisti e rivisitati, si sfugge alle strutture
accusate di ingabbiare. Gli impegni non sono più presi per sempre, a titolo di
esempio si può prendere l’evoluzione dell’istituzione matrimoniale/familiare.

2. Questo uomo è sempre alla ricerca di nuove esperienze, nuove emozioni,


nuovi interessi, un continuo andare, a volte un fuggire, un nomadismo anche
intellettuale. La domenica è deputata a queste cose, e non è più il giorno del
Signore, della calma, del riposo, della riflessione, del silenzio, della preghiera,
essa è il week-end.
Accanto a ciò vi è anche un nomadismo spirituale; nuove religioni, nuovi riti,
visionari, santoni, maghi, astrologia, NewAge. Il cristianesimo appare troppo
freddo e dogmatico, i suoi riti, distaccati e poco coinvolgenti, non suscitano
più quasi niente, perciò si cerca qualcos’altro.

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3. Questo uomo nuovo è poi naturalista e materialista. Preso da un
malcompreso spirito scientifico, nega un’anima, sostituita dal concetto di
mente in una sorte di spiritualismo materiale (il cervello), in ogni caso
destinato a terminare con la morte dell’individuo.
Così l’uomo è animale come gli altri, solo più evoluto, non ha una
trascendenza, non ha diritti superiori sugli animali (certe forme di protezione
degli animali…).
Ne consegue che nel vivere quotidiano tutto è naturale, non occorre una
morale, allora tutto è buono (omosessualità, sesso libero etc.), a condizione
di non fare del male agli altri, non c’è una legge di natura, si può fare tutto.
In larga parte oggi la filosofia morale nega che si possa ricavare dall’essenza
dell’uomo un comportamento che la realizzi, dall’essere non si passa ad un
dover essere (legge di Hume). Perciò i valori che ancora chiamiamo “umani”
(come quello della vita) sono solo frutto di un accordo, di una convenzione,
sempre legati ad un contesto, e quindi in linea di principio mutabili. Di essi
non si riconosce più la solidità di un tempo. Anche questo è post-modernità.

4. Quest’uomo dipende poi dai media che come non mai sono oggi invasivi e
pervasivi: quanti vivono senza la televisione?
Si pensa come i media (tormentoni…) e alla loro velocità, bel problema per la
fede che ha bisogno di tempi lunghi, di silenzio, di ascolto.

5. Vi è un pluralismo religioso non solo di fatto, ma anche di diritto. Di fronte


allo stato tutte le religioni sono uguali, al più si può considerare per motivi
storici, culturali, artistici una religione più delle altre, ma senza portare a
motivazione questioni circa la verità e la falsità di una religione e in ogni caso
senza imporre tale religione.

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Il cristianesimo è perciò una delle tante religioni presenti in Europa, anche se,
per ora, è la più diffusa.
La conseguenza più grave di questo panorama è il diffondersi di un
relativismo religioso, si pensa che tutte le religioni siano uguali, ognuno
segue quelle che più trova consona ai propri desideri, inclinazioni, cultura,
come tanti sentieri, più o meno lunghi e faticosi, per giungere alla identica
meta.
Gli stessi cristiani non raramente cercano in altre religioni ciò che il
cristianesimo oggi non riesce a dare loro, per esempio è singolare che in
Europa il 20/30% delle persone credano alla reincarnazione, un contenuto
molto distante dal vangelo e proprio della religiosità e della cultura orientale.

6. Vi è un diffuso atteggiamento di indifferenza verso la questione religiosa,


che sfocia anche in forme di secolarismo, con punte, minoritarie, di laicismo e
anti-clericalismo.
A volte tale indifferenza conserva ancora forme di appartenenza ecclesiali,
liturgiche, di tradizione, senza però che tutto ciò tocchi minimamente la vita
concreta e la scala di valori su cui essa risulta essere impostata: sono i
cattolici credenti, ma non praticanti, molte volte critici verso la chiesa, ma
non necessariamente verso Gesù Cristo.
È un cristianesimo fai da te in cui ognuno è libero di credere agli
insegnamenti della chiesa che più ritiene opportuni o sono di proprio
gradimento!
Così oggi l’appartenenza effettiva alla chiesa è piuttosto debole, perciò
l’affermazione credo in Dio o credo in Gesù Cristo può indicare contenuti
anche molto diversi.

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Testimone: Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, (1882) fr. 125,
“L’uomo folle”

Conseguenza: oggi l’evangelizzazione deve avere ben chiare queste


caratteristiche pur presenti in forme diverse tra gli italiani.
Stiamo andando inesorabilmente verso la fine, è un lento spegnersi quello del
cristianesimo in Italia, nelle nostre zone?
Dobbiamo, in ogni caso, essere consapevoli che siamo spesso ormai nella
logica del primo annuncio, dell’evangelizzazione non della catechesi,
sicuramente nella logica di un cammino lento paziente.

2. L’EFFETTO PIU’ IMMEDIATO: LA SECOLARIZZAZIONE


E IL SECOLARISMO

Il termine sta normalmente ad indicare un processo di distacco dalla religione


cristiana e quindi di affermazione della propria autonomia dalla chiesa e dai
suoi insegnamenti/precetti.
Oggi si dice che il mondo occidentale è secolarizzato, ciò non è
necessariamente per la chiesa un fenomeno negativo, la chiesa stessa ha
riconosciuto la giusta autonomia delle realtà terrestri ed umane, la laicità e la
non-confessionalità dello stato, l’autonomia della politica e la non confusione
di essa con la religione.
Ben diverso è invece l’approccio del secolarismo o del laicismo che ritengono
di dover escludere Dio da ogni ambito della vita umana e sociale tollerandolo
al massimo come espressione di una sensibilità personale ed individuale.
In termini pratici ciò significa, in particolar modo, non voler tener in alcun
conto gli insegnamenti morali proposti dalla dottrina cristiana.

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Una cultura, una società, una politica si dicono così secolarizzate al termine di un lungo processo
storico che affonda le sue radici già nel XIII secolo, trova un suo passaggio epocale nel ‘600, poi
nell’illuminismo, fino alle odierne concezioni relativistiche.
Eppure per secoli, cioè almeno fino alla Rivoluzione francese, lo Stato ha sempre avuto una
religione, quella del sovrano, e l’Europa ha sempre avuto come riferimento il cristianesimo, sia pure
nelle sue diverse confessioni.
La Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (1789) assicurava in Francia pieni diritti e
libertà di opinione anche ai non religiosi o non cristiani.
La Costituzione civile del clero (1790) sottometteva i chierici allo stato, con il giuramento di
fedeltà, toglieva alla chiesa i registri civili, istituiva il matrimonio civile, il divorzio, scioglieva gli
ordini religiosi, riformava le feste etc.
Con il tempo queste idee penetrarono in tutti i paesi europei portando alla dissoluzione dell’unità tra
ordine politico e religioso non senza lotte e scontri, si veda per esempio alcune questioni ancora
aperte: aborto, divorzio, scuola, educazione, opere di carità, 8 per mille, crocifissi nei luoghi
pubblici, nelle scuole, simboli religiosi ostentati.
La punta più alta di questo processo si ha in Francia nel 1905 con la Legge di Separazione.

Lo sviluppo della secolarizzazione


La cultura in Europa si è secolarizzata già ai tempi dell’Umanesimo e del Rinascimento, ma le
espressioni più radicali le abbiamo nell’Illuminismo, dove la religione viene ridotta all’interno degli
angusti limiti della pura ragione (Kant).
Idealismo, marxismo, positivismo portano a compimento il processo che nega la trascendenza in
favore dell’immanenza.
Nel ‘900, sulla linea del nichilismo di Nietzsche, assistiamo al crollo dei grandi sistemi metafisici e
ad una conseguente chiusura settoriale della ricerca, fino a giungere alle varie espressioni del
pensiero debole, dell’”indebolimento dell’essere” (G. Vattimo).
Una secolarizzazione scientifica ha poi inteso relegare la religione a forma di superstizione
mettendo in radicale antitesi scienza e fede e comunque ritenendo insignificante l’ipotesi Dio (J.
Monod).
Lo stesso uomo secolarizzato non ha l’anima ma solo una mente, non ha una prospettiva di vita
eterna, è frutto fortunato dell’evoluzione, viene dal nulla e va al nulla, non gode tutto sommato di
diritti inalienabili perché non si può più fondare una morale naturale (legge di Hume).
La natura diventa cava di materiali piuttosto che dono da conservare, si veda il caso dell’ingegneria
genetica, del vasto e problematico settore oggi della bioetica.
Nell’ambito dei costumi la secolarizzazione è ancora più evidente.
Sono oggi secolarizzate la vita (embrioni, aborto) la famiglia (convivenza, gay, divorzio), la
sessualità liberata da ogni norma morale, perfino la morte (eutanasia), ormai morale, nel senso di
morale cristiana o, più genericamente, dei dieci comandamenti, e legale non coincidono più.
Spia di questa situazione sono i mass-media che la sostengono e la veicolano.
Lo stesso tempo oggi è scandito in base a criteri profani, la domenica è secolarizzata, così le ferie
etc.

Nonostante le varie forme di concordato, miranti a regolare i rapporti


stato/chiesa, è indubbio registrare un progressivo tentativo di estraniamento
della chiesa dalle cose pubbliche al fine di relegare il religioso nella sfera del
privato.

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In tal caso ogni intervento pubblico della chiesa viene sentito come una
illegittima intromissione/intrusione, una inaccettabile ingerenza.
Vi è però qualche aspetto positivo in questo processo: la libertà religiosa
affermata per tutti, una libertà della chiesa svincolata da rapporti troppo
stretti con lo stato, l’indipendenza nelle nomine episcopali, la nascita di un
forte laicato, il riconosciuto prestigio del papato per il suo magistero
universale.
La diffusione della secolarizzazione presenta un quadro assai diverso oggi da
quello di un tempo ed interroga la chiesa a pensare forme nuove di
evangelizzazione senza fossilizzarsi con la ripetizione, non più in grado, come
nel passato, di veicolare il messaggio del vangelo.

Testimone: card. Paul Poupard, Torna il laicismo ed è rampante,


Avvenire, 6 luglio 2004

3. IL TRATTO PIU’ EVIDENTE E PROBLEMATICO:


L’INDIFFERENZA RELIGIOSA

È una esperienza che facciamo tutti: la conseguenza più forte della post-
modernità circa l’atteggiamento religioso non è, o non è più, tanto l’ateismo,
quanto l’indifferenza.
Per chi vive l’indifferenza, Dio e la religione non sono realtà di cui ci si debba
preoccupare, sono questioni irrilevanti, che non hanno importanza, non sono
problemi seri.
Così Dio non è importante per la vita dell’uomo, semplicemente non c’entra.
L’uomo ne può fare tranquillamente a meno.
Può anche esistere un essere superiore creatore, finalizzatore, ordinatore
etc., ma egli non ha nulla a che vedere con la vita degli uomini, con una
finalità, con una morale e non fonda alcun valore, dunque non serve.

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È una condizione più grave, paradossalmente, dell’ateismo che almeno si
interroga su Dio per poterlo rifiutare e si situa ancora nell’ambito del
religioso, sia pure per poterlo contrastare, mentre l’indifferenza si colloca in
un contesto post-religioso che è l’aspetto inquietante del nostro mondo
occidentale.
La novità d’oggi è dunque il fenomeno di chi non si pone più il problema
religioso, né avverte la necessità o l’utilità di porselo (non viene dato il
battesimo ai figli, non si fa il matrimonio in chiesa, reggono forse ancora solo
i funerali).
È questo, in ogni caso, di un dato tipicamente occidentale (America del Nord,
Australia, Europa ma qui più nei paesi del Nord che del Sud) e dei paesi
industrializzati.
Si tratta di un fenomeno complesso, non univoco, unito spesso a un interesse
non religioso delle questioni di chiesa o perfino all’interesse per alcuni
personaggi “singolari” (padre Pio, Madre Teresa etc.).
Ormai da noi una partecipazione via via sempre più svogliata o saltuaria alla
vita della chiesa, specie nella sua espressione liturgica, segnala una
condizione di indifferenza religiosa, anche se non così catalogabile in base ai
parametri sociologici (presenza in chiesa alle grandi feste, ai funerali, ai
matrimoni di amici etc.).
Italia: 5-6% di atei dichiarati adulti, 8-10% atei giovani, 25-30% di praticanti,
50% e più indifferenti.
Abbiamo dunque oggi, come conseguenza, una larga fetta di credenti non
praticanti (un ossimoro!) che assegnano ancora una importanza culturale e
tradizionale al fatto religioso, chiedono i sacramenti per i figli, ma spesso solo
per non creare loro un futuro disagio, chiedono il matrimonio religioso per
accontentare i genitori e per dare solennità al tutto.

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Si nasce credenti (la devozione della prima comunione!) e si diventa
indifferenti spesso senza traumi. Lentamente, ma inesorabilmente, Dio
sparisce, senza che neppure quasi ce se ne accorga!
Diventando grandi altri interessi soffocano i valori religiosi, oppure si
impongono altre preoccupazioni, a volte molto serie (lavoro, casa, famiglia
etc.) a volte futili (successo, denaro, carriera, piacere etc.) che si affermano
sui contenuti religiosi oppure li contrastano facendoli perire.
L’ideologia materialistica del benessere è comunemente considerata la causa
principale della diffusione dell’indifferenza religiosa, la religione, infatti, è qui
inutile, anzi dannosa.
Tale ideologia è forte anche perché imposta dalla società e dai mass-media
che sovente presentano modelli nei quali la visione religiosa è pressoché
assente (fiction televisive) o fortemente presente, ma per altri motivi (don
Matteo, don Luca di Laurenti, don Marco, Massimo Dapporto di “Un prete tra
noi” impegnato a Rebibbia, commedie sulle suore, Un ciclone in convento,
Sister Act, commedie sui frati come “Benedetti dal Signore” di Greggio e
Iacchetti ), con qualche lodevole eccezione che ha riportato un sorprendente
successo di audience (la Bibbia in televisione, le fiction sui santi, quella su
Madre Teresa è stata la più vista in tv).
La pubblicità impone l’acquisto e la facile identificazione della felicità con la
proprietà dei beni, il suo influsso è praticamente irresistibile fin dalla più
tenera età.
Il risultato è che la sete del benessere spegne la sete di Dio che propone beni
ben più alti, ma da godere in un altro mondo.
Il ritmo caotico e incessante della vita moderna chiude il cerchio impedendo
la calma, il silenzio, la riflessione e la contestazione dei modelli di vita
imposti.

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Testimone: Maurizio Costanzo, da Edgarda Ferri, Quel che resta di
Cristo dopo 2000 anni, Ed. Paoline 1995, pp. 75-85

Effetti
Tolto Dio dall’orizzonte esso è stato subito sostituito dai suoi surrogati.
L’ideologia del benessere: la buona salute del corpo da mantenere bello e
giovane, l’evitare ogni forma di sofferenza, il godere di tutte le cose piacevoli,
tecnologicamente avanzate.
Una nuova la salute spirituale trovata non nel cristianesimo, ma in varie
forme orientali o New Age (che è dolce e non impegna).

4. IL PROBLEMA DI DIO OGGI

Circa un quarto degli europei occidentali si dichiarerebbero senza religione.


Resiste ancora l’idea di un progresso indefinito e la fiducia nella scienza in
grado di risolvere ogni problema e in ogni caso non più necessitante
dell’ipotesi Dio.
Negli anni ’60-’70 sembrava davvero ci si stesse orientando verso questa
posizione al punto da elaborare perfino una teologia della morte di Dio, in
realtà la religione non è morta, tutt’altro, solo ha cambiato faccia (Kepel, La
rivincita di Dio), al punto che per alcuni autori si va verso un’epoca allora più
religiosa, ma meno cristiana.
L’ateismo militante è quasi scomparso perché ha perso le sue battaglie non
era infatti Dio a opprimere l’uomo, a togliergli la libertà, la dignità, a renderlo
servo e schiavo.
L’eliminazione di Dio ha aggravato la situazione lasciando l’uomo in balia
dell’uomo, perdendo nel nichilismo tutti i valori condivisi, portando drammi e
disperazione (cfr. De Lubach, Il dramma dell’umanesimo ateo).

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Nonostante tutto il suo sviluppo meraviglioso, la scienza lascia infatti irrisolti
troppi problemi che l’uomo sente come imprescindibili, in particolare il tema
del senso e del destino umano, dove l’unica risposta possibile per un non
credente è negare la domanda in quanto priva di senso e nascondente il
desiderio di consolazione: noi siamo natura, la natura non chiede un senso,
essa c’è e basta.
Ma la domanda del senso ne presuppone una ancora più radicale e del tutto
ineludibile: chi è l’uomo? È come un gatto, un cane, solo più intellettualmente
evoluto?
In quanto essere spirituale l’uomo trascende la natura materiale pur in parte
appartenendole (siamo anche corpo), sta qui la radice della nostra superiorità
che si esprime nel poter riflettere sulla vita e la morte, sul saper di vivere e di
dover morire (cosa che il cane non sa) che provoca inquietudine e
insoddisfazione anche nella più apparentemente riuscita delle vite possibili.
Da qui l’aspirazione a qualcosa di eterno.
L’agire dell’uomo è poi un agire morale, a differenza dell’animale, che si basa
sulla consapevolezza che c’è un bene e un male che rimanda ad un
fondamento assoluto e universale, a meno di considerare il sentimento
morale alla sola stregua di un elemento di autodifesa della specie (Scalfari).
L’ordine meraviglioso esistente ad ogni livello nell’universo è segno di un
ordinatore e non può essere lasciato al caso o alla probabilità.
Il problema di Dio si accende soprattutto di fronte all’esperienza drammatica
del male che non viene da Dio, ma da Dio è permesso e sul problema del
senso.
Emergono così le grandi domande: chi sono, da dove vengo, dove vado?
Vi sono infatti particolari esperienze umane, pressoché universali, che non
possono essere soppresse da nessuno e che rimandano a qualcosa/qualcuno
che ci è superiore e ci trascende, almeno come esigenza.

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Esse sono: il risentimento per il dolore, il timore dell’ingovernabile,
l’incondizionato della legge, l’inaccessibilità dell’origine.
Tali esperienze suscitano nella sfera dell’emozionale una reazione unanime
che non può essere troppo superficialmente non considerata.

Testimone: Antonino Zichici, Perché io credo in colui che ha fatto il


mondo, Il Saggiatore, Milano 1999, pp. 22ss

5. LA FEDE CRISTIANA NEL MONDO D’OGGI

Il post-moderno sta ad indicare una crisi esterna al cristianesimo (ha perso


senso, non interessa, è cosa del passato), ma anche una crisi interna al
cristianesimo stesso che passa quasi sempre attraverso un rifiuto della
mediazione della chiesa, una disaffezione ai sacramenti, agli insegnamenti
morali, specie quelli della sfera sessuale/familiare, una difficoltà ad accogliere
alcune verità dogmatiche, una critica verso posizioni ritenute intransigenti
(sacramenti ai divorziati, celibato sacerdotale, ordinazioni femminili), oppure
attraverso la ricerca di un rifugio in ambienti più gratificanti che comporta un
distacco dal cristianesimo per andare verso la proposta di qualche setta o
altra religione.

Oggi il clima cultuale non è favorevole per l’annuncio cristiano, la cultura laica
continua a rinfacciare gli errori del passato (Galileo, inquisizione, streghe,
ebrei, AIDS, opposizione al mondo moderno, antifemminismo etc.).
È poi un clima che favorisce e addirittura legittima il dubbio e l’incertezze,
vedendo con sospetto ogni forma di sicurezza giudicata dogmatica e imposta:
sono contestate le verità universali in nome della storicità.

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Un cristianesimo secolarizzato, privatizzato, ha perso il suo impatto sociale,
non influisce sulle istituzioni (politici “cristiani” in situazioni irregolari,
campane da far tacere, crocifissi da togliere).
Si accetta la chiesa come istituzione di carità, ma si impedisce ad essa
qualsivoglia ingerenza sulla legislazione.
Il fenomeno del ritorno religioso degli anni ’90 pone problemi anche alla
chiesa quando si configura come una sorte di sacro selvaggio o sacro fai da
te.
Già negli anni ’60 anche i teologi parlavano di una morte di Dio (Hamilton,
Altizer) e di una città secolare (Cox), di una eclisse del sacro (Aquaviva),
mentre invece si assiste ad una rivincita di Dio (Kempel) che non avviene nel
senso di un ritorno alla fede cristiana, bensì nel senso indeterminato di una
armonia con il divino spesso panteisticamente inteso (NewAge) in grado di
dare una emozione spirituale che il cristianesimo non riesce più ad offrire
neppure con i suoi riti più solenni.
Queste forme religiose alternative intendono la salvezza come sforzo umano,
ne cercano l’esaltazione del potenziale, la salute, l’armonia con il cosmo e la
natura, oppure cercano un distacco dall’umano in una riproposizione gnostica
e reincarnazionistica.
Tutto ciò non deve spaventare o scoraggiare, ma di ciò si deve prendere
coscienza con chiarezza leggendo i segnali che un tempo come il nostro invia,
cioè i segni dei tempi.
Tempi difficili, ma anche sorprendentemente stimolanti, chiedono risposte
adeguate e serie e in particolare vie nuove che sappiano rispondere alle
effettive esigenze dell’uomo d’oggi, consapevoli che Gesù Cristo ha da dire
qualcosa di importante anche a lui, benché lui non lo sappia: non è certo
scomparsa nel mondo la sete di Dio dato che essa è connaturale all’uomo,
casomai è nascosta dietro altre seti e fatica ad essere identificata.

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Testimoni: Claudio Magris, Quando scompare il senso religioso,
Corriere della Sera, 12 giugno 2004;
Enzo Bianchi, Magris, la fede e le ambivalenti rivincite di Dio ,
Avvenire, 13 giugno 2004

Fede cristiana pienezza dell’uomo


L’uomo trova nella fede la sua pienezza umana e il compimento delle sue
aspirazioni poiché la fede dà una risposta alle domande fondamentali che
l’uomo si pone sul senso della vita e soddisfa le esigenze più radicali e
profonde dello spirito umano.
Ma l’uomo contemporaneo, continuamente alla ricerca di tutto, preferisce non
porsi questi problemi, rimuoverli, salvo doverli poi prendere in considerazione
quando essi, inevitabilmente, riemergono e chiedono risposta.
Dietro le mille preoccupazione e ansie per l’esistenza, dietro i tanti desideri
che cerchiamo di soddisfare, vi è infatti qualcosa di più profondo ed
essenziale.
In ogni caso l’enigma della vita e della morte da sempre interessa l’uomo, le
religioni e le filosofie ne sono chiara testimonianza.
Di fronte a tutto lo scetticismo possibile, la fede cristiana afferma che la vita
ha un senso, che c’è un senso, un disegno, che la vita non è frutto solo del
caso. L’uomo può trovare risposta al suo desiderio di realizzazione e di felicità
e questa risposta la scopre in Dio che lo attende dopo la morte che allora non
è la fine di tutto.
Il vangelo è la buona novella di una verità che ha cambiato tutto: con Gesù il
male e la morte sono sconfitti, si aprono prospettive di vita e di vita eterna.

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Con Cristo nella morte, con Cristo nella resurrezione e nella vita.

Testimone: il comune di Pescasseroli, Avvenire

6. CHE FARE?

Nell’affrontare l’analisi della condizione attuale possono emergere due


posizioni contrastanti, la prima esprime un giudizio pessimistico sulle
condizioni e sul futuro della fede e della chiesa (“sopravviverà?”), la seconda,
ottimistica, ritiene che nel passato la chiesa abbia vissuto momenti ben
peggiori e li abbia saputi superare.
In realtà peccano entrambe per difetto e per eccesso. I nostri tempi
chiedono, esigono una posizione seria ed attenta che non nasconda le
difficoltà e i pericoli, ma sempre nell’ottica convinta della fede per la quale
comunque è il Signore a reggere le redini della storia.
Intendendo per cristianesimo un insieme di valori che la religione cristiana ha
portato in Europa e attorno ai quali il continente si è culturalmente formato e
che poi hanno via via subito un processo di secolarizzazione, allora si può
prima di tutto dire che l’Europa sia ancora oggi sostanzialmente cristiana ed
abbia sullo sfondo come suo codice normativo la Bibbia, la Sacra Scrittura.
Dal punto di vista della fede ecclesiale, invece, c’è oggi un cristianesimo
sicuramente di minoranza rispetto ad un tempo, eppure migliore dal punto di
vista qualitativo.
In ogni caso una nuova evangelizzazione deve partire dal dato di fatto che
l’Europa è ormai secolarizzata nel pensiero, nei costumi, nelle leggi e ha quasi
dimenticato il patrimonio del passato.

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In molti c’è una conoscenza infantile del cristianesimo, anche tra le persone
colte, il seme del vangelo fatica a cadere oggi su di un terreno fertile, pronto
ad accoglierlo e a dare buoni frutti.
La sfida che l’indifferenza pone cambia l’impegno primario che non è più oggi
quello di dare una risposta, quanto quello di suscitare la domanda.
L’indifferenza si colloca certamente oggi nel particolare humus della post-
modernità ed era già stata segnalata dal Vaticano II come un segno del
nostro tempo (GS 7, 19; AG 15, 20).

Testimone: Bruno Forte, Quale ragione? In, La sfida di Dio,


Mondatori, Milano 2001, pp. 155-157

Di fatto le chiese stentano a dare una risposta che pure è richiesta da una
domanda ancor oggi non sopprimibile, nonostante tutto. È perciò necessaria
una forma di sana autocritica.

1. Innanzitutto la chiesa deve restare tale, fedele al vangelo nella sua


integrità e nella sua inattualità, nella sua forza mai perduta, senza cedere ad
adattamento alcuno cadendo nel relativismo e/o nel pluralismo religioso.

La fede cristiana
Il riferimento a Gesù di Nazaret, alla certezza di verità della sua rivelazione, è dunque essenziale,
ma pone la chiesa in un atteggiamento opposto a quello del relativismo/scetticismo post-moderno.
La fede si fonda sulla rivelazione e perciò va accettata, non si basa su qualcosa di umano, ma di
divino.
Vi è qui una oggettività che è contraria al soggettivismo prospettico post-moderno che vede in
pericolo la propria libertà.
La fede cristiana è infatti una idea forte che globalizza, informa tutta la vita in tutte le sue
dimensioni, non è un frammento settoriale ed è esclusiva, contro la religiosità post-moderna che
preferisce il sincretismo spirituale alla NewAge.
La fede poi è ragionevole e si avvale anche di motivi di ragione per essere sostenuta, essa recupera
e difende perciò il valore e il compito della ragione messi in discussione dallo scetticismo
contemporaneo.
Contro razionalismo e fideismo, il cristianesimo propone un corretto rapporto tra fede e ragione.
Il cristiano poi vive la fede nella sua costitutiva dimensione ecclesiale e non nella forma autonoma
soggettivistica tanto in voga nell’individualismo di oggi.

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Queste tensioni tra fede e cristiana e post-moderno sono presenti tra i credenti e rendono talora
difficile l’adesione alla fede, o alle indicazioni morali della chiesa che sembrano togliere la libertà e
non sono in prima battuta condivise, con il rischio di una fede monca che accetta alcuni contenuti e
ne rifiuta altri e che non viene vissuta com’unitariamente, ma in una forma individuale e
“personalizzata”.

2. Il crollo dei miti del passato, diventati di fatto religioni secolari, lascia
vuoto e smarrimento che chiedono un riempimento, qui la religione cristiana
si ripropone legittimamente e chiede di essere accolta.
3. Nei momenti di crisi la chiesa offre una voce che viene ascoltata, essa è
sentita come la custode dei diritti umani, della pace, della dignità, della
famiglia, del matrimonio, della difesa dei poveri, della giustizia etc.
4. La fede cristiana propone poi soluzione all’enigma più grave e radicale,
quello della vita e della morte.
5. Così oggi la nostra era è magnifica e drammatica al tempo stesso, in essa
è possibile portare il vangelo trovando terreno fertile lasciato dopo la fine
delle ideologie e delle illusioni del passato moderno. È necessario raccogliere
la sfida nel migliore dei modi, ed anche con urgenza.
6. Si tratta, in ogni caso, di far emergere la domanda su Dio e risvegliare il
bisogno di lui latente nel cuore di ogni uomo.
Si può partire dall’inquietudine e l’insoddisfazione sommamente oggi diffusi,
non c’è la felicità promessa che va cercata, allora, in altro modo.
C’è un male di vivere terribile, mai il mondo ha avuto tanti beni e mai ha
avuto bisogno di tanto soccorso (psicofarmaci, psicologi etc.), c’è
scontentezza, amarezza, a volte disperazione.
7. I giovani sono la spia di una condizione diffusa, non cercano la felicità, ma
lo sballo, l’eccesso, l’estremo, banalizzano la vita.
8. E’ perciò necessario ed urgente presentare in modo giusto il cristianesimo
come risposta sensata ad una domanda di realizzazione presente in tutti, il

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cristianesimo non è la religione della superstizione, della tristezza, che toglie
libertà e ogni soddisfazione umana.
Il Regno di Dio è annuncio di gioia e di pace e così va vissuto già fin d’ora
nella vita terrena, Gesù Cristo, uomo perfetto, ci fa diventare più uomini, i
precetti morali aiutano questo processo, non impediscono la libertà, ma la
guidano e la rendono possibile.
9. Altro ambito essenziale è la liturgia, una celebrazione calda e
contemplativa che sappia rendere presente il mistero di Dio, e che sappia
valorizzare anche la sfera dell’emozionale che deve essere adeguatamente
recuperata.
10. Il cristianesimo può dare oggi un anima all’unione europea che rischia
una gravissima aridità spirituale.

7. UN PUNTO DELICATO: LA FEDE CRISTIANA ALLA PROVA DEL


SILENZIO DI DIO

Il silenzio di Dio di fronte al male del mondo è uno degli argomenti più forti
circa la difficoltà di credere in un Dio onnipotente che è amore.
Sono domande tremende, ma sono domande anche bibliche: “Perchè Signore
stai lontano?” (Sl 9 (10), 22-25).
Spesso la vita quotidiana stessa sembra essere vissuta nel silenzio di Dio,
anche per il credente. Gli stessi mistici, che hanno pure sperimentato la
presenza più alta di Dio, hanno anche sperimentato la sua assenza (le notti
dello spirito di S. Giovanni della Croce).
Il silenzio più difficile è quello di fronte alla sofferenza ingiusta: “Dov’era Dio
ad Auschwitz?”
Hans Jonas ha parlato di una differente concezione di Dio dopo Auschwitz, un
Dio che si è spogliato di ogni potere, per dare la libertà all’uomo, si sarebbe
limitato nell’onnipotenza, la sua è una kenosis, uno Zimzum.
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Dio non vuole la sofferenza, eppure la permette.
Nell’Antico Testamento la sofferenza permessa è a volte descritta come una
punizione finalizzata al ravvedimento (Os 14, 1), essa è perciò invito alla
conversione (Os 14, 2).
La sofferenza può poi avere un valore pedagogico un aiuto alla correzione, è
il Padre che corregge i figli (Dt 8, 5; Eb 12, 7-10), può essere una prova per
saggiare il cuore (Gdt 8, 27) e sperimentare la fedeltà (Sl 65, 10).
La sofferenza ha un valore redentivo (Is 53, 5).
Ma l’unica risposta davvero efficace può venire solo dalla vicenda di Gesù
Cristo che ha condiviso la sofferenza umana fino in fondo e poi l’ha risollevata
nella resurrezione: allora Dio non era muto di fronte alla sofferenza
dell’uomo, egli nel Figlio l’ha persino condivisa.
Ciò ha del tutto cambiato il significato del soffrire e del morire che, vissuti in
comunione con Cristo, non sono più il segno della sconfitta e della disfatta,
bensì lo strumento di redenzione e di salvezza.
Perciò nessuna lacrima è versata invano, nessun grido di dolore si perde nel
nulla del silenzio.
Si tratta, naturalmente, di una risposta che chiede una fede matura disposta
ad affidarsi del tutto alla Parola di Dio.

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LA RICERCA DI DIO OGGI

1. La fede cristiana nell’epoca post-moderna


Nel contesto odierno di post-modernità emerge una figura nuova di uomo
destinatario dell’annuncio cristiano. I suoi tratti più marcati sono:
individualismo libertario, nomadismo intellettuale e spirituale, materialismo e
naturalismo, accentuata dipendenza dai media, pluralismo religioso a rischio
di relativismo, indifferenza e secolarismo. Testimone: Friedrich Nietzsche.
Questa situazione pone oggi la chiesa molto spesso in uno stato di prima
evangelizzazione.

2. L’effetto più immediato: la secolarizzazione e il secolarismo


Secolarizzazione indica il processo di distacco dalla chiesa e dai suoi
insegnamenti, soprattutto nel campo della morale, ma anche un corretto
riconoscimento dell’autonomia delle realtà terrestri. Il secolarismo o laicismo
è l’atteggiamento che mira ad eliminare Dio dall’ambito della vita pubblica e
sociale. Testimone: Paul Paupard

3. Il tratto più evidente e problematico: l’indifferenza religiosa


Non tanto l’ateismo teorico, quanto l’indifferenza religiosa è la condizione
oggi dell’uomo post-moderno: Dio non c’entra nella vita dell’uomo, se ne può
tranquillamente fare a meno, il problema religioso non è un problema, sono
altri i veri problemi!. In larga parte gli indifferenti sono i credenti non
praticanti, presi dall’ideologia del benessere vedono nella pratica religiosa
coerente un ostacolo. Modelli dei mass-media. Sete di benessere che spegne
la sete di Dio. Testimone: Maurizio Costanzo
Dio è stato prontamente sostituito oggi dai suoi surrogati: idolatria del corpo,
nuove forme di spiritualità fortemente ambigue.

4. Il problema di Dio oggi


La secolarizzazione degli anni ‘60/’70 sostituita dalla rivincita di Dio? Si va, nel
mondo occidentale, verso un’epoca più religiosa, ma meno cristiana?
L’ateismo militante è pressoché scomparso. La scienza non ha risolto tutti i
problemi. Le domande fondamentali riemergono continuamente. Chi è
l’uomo? La meraviglia di fronte all’ordine esistente. Esperienze umane
universali che accendono la domanda di senso che chiede una risposta:
risentimento per il dolore, timore dell’ingovernabile, incondizionato della
legge, inaccessibilità dell’origine. Testimone: Antonino Zichichi.

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5. La fede cristiana nel mondo d’oggi
Gli effetti del post-moderno si fanno sentire anche all’interno del
cristianesimo stesso. Difficoltà di annunciare una verità forte in tempi di
povertà e debolezza. Il ritorno ad un religioso “fai da te”, salvezza come
sforzo umano, armonia con la natura. Tempi difficili e stimolanti. Testimoni:
Claudio Magris ed Enzo Bianchi.
La fede cristiana rende possibile la pienezza dell’uomo, dà la risposta alle vere
domande. Alla luce di Gesù ogni cosa è cambiata. Testimone: il comune di
Pescasseroli

6. Che fare?
La chiesa sopravviverà? Non si devono nascondere difficoltà e pericoli.
L’Europa è ancora cristiana, ma la fede ecclesiale è minoritaria. Una sfida da
accettare. Testimone: Bruno Forte
Sembra fondamentale: restare fedeli al vangelo senza tentare di annacquarne
il messaggio per riempire il vuoto lasciato dal crollo nei miti del passato. La
chiesa è oggi ascoltata nei momenti di crisi quale “esperta in umanità”. Dare
con coraggio una risposta che è attesa. Annunciare bene il cristianesimo. Una
liturgia calda ed accogliente.

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