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Il libro

2aprile 1985: l’auto che porta Carlo Palermo al suo ufficio, nella Procura di Trapani,

salta per aria. Lui e la scorta si salvano, muoiono invece una giovane donna e i suoi

due bambini. Che cosa, nelle sue inchieste, ha scatenato la vendetta? Il giudice

continua a indagare, anche dopo aver lasciato la magistratura. Le sue ricerche prendono corpo
quando, nel 2016, scopre che pochi mesi prima di morire Giovanni Falcone aveva

curato un’operazione segreta: l’estradizione negli Stati Uniti di un terrorista arabo, il primo
fabbricatore di autobombe realizzate con l’esplosivo militare usato per gli attentati

di Pizzolungo, dell’Addaura, di via D’Amelio. Una nuova luce sulle stragi «mafiose»? Di

più. Vecchie carte e atti processuali rimasti per anni sepolti negli archivi conducono a un’inedita
lettura di alcuni tra i più grandi misteri italiani, dall’omicidio di Aldo Moro all’attentato a papa
Wojtyla, alle stragi del 1992-1993, e anche degli attacchi terroristici alle Torri gemelle e al Bataclan,
a Parigi. Collegamenti criminosi documentati permettono

di individuare incredibili attività concepite da un direttorio internazionale – radicato negli apparati


politici e militari degli Stati, nella Chiesa, nei vertici delle oligarchie finanziarie –

che ha manovrato la storia europea, gli equilibri nel Mediterraneo, la crescita

dell’estremismo islamico, la democrazia incompiuta del nostro Paese fino al suo

inesorabile declino. Le chiavi interpretative di questo complesso quadro sono massoniche.

Sono nascoste nei palazzi del potere d’Italia, Francia, Svizzera, di Londra e New York.

L’autore le insegue in una ricerca infaticabile tra misteri, occulte ispirazioni e

macchinazioni diaboliche che riconduce, alla fine, a Trapani, proprio là dove, trent’anni prima,
l’indagine ha avuto inizio.

L’autore

CARLO PALERMO (Avellino, 1947), avvocato, è stato giudice


istruttore presso il Tribunale di Trento dal 1980 al 1985, anno in

cui, da febbraio a ottobre, è stato sostituto procuratore presso la

Procura di Trapani. Nel 1990 ha lasciato la magistratura. È stato

deputato e consigliere regionale e provinciale a Trento, dove

abita. Ha pubblicato, tra gli altri, L’Attentato (1993), Il quarto

livello. Integralismo islamico, massoneria e mafia (1996), Il

quarto livello. 11 settembre 2001 ultimo atto? (2002).

Carlo Palermo

LA BESTIA

Poi venne uno dei sette angeli che avevano le sette tazze, e parlò meco, dicendomi: «Vieni, io ti
mostrerò la condanna della grande meretrice, che siede sopra molte acque. Con la quale i re della
terra fornicarono, e furono resi ubriachi dal vino della fornicazione di essa coloro che abitano la
terra».

Ed egli mi trasportò in ispirito in un deserto; e vidi una donna che sedeva sopra una bestia di
colore scarlatto, piena di nomi di bestemmia, che aveva sette teste e dieci corna.

Apocalisse di Giovanni, 17,1-3 a

a. Questa versione dei versetti 17,1-3 dell’Apocalisse è riportata nel volume Una spiegazione
dell’Apocalisse contenente il vero misterioso nome 666 scoperto e scientificamente dimostrato
dall’ingegnere Michele Santangeli, Tipografia Bresciani, Ferrara 1868. Nella versione
interconfessionale approvata, da parte cattolica, dalla Conferenza Episcopale Italiana, l’espressione
«la bestia» risulta sostituita con «il mostro».

Introduzione

QUESTO libro ha la sua origine nell’estate del 2014, quando per la prima volta ho

compreso l’importanza e il ruolo svolto da alcuni personaggi i cui nomi mi erano

stati taciuti durante l’inchiesta su un traffico di armi e droga che avevo condotto

a Trento, quando ero giudice istruttore, dal 1980 al 1984.


Avevo scoperto fatti e informazioni di tale rilevanza e novità (grazie anche

alla divulgazione di segreti di Stato presenti all’epoca dei fatti), da credere che avrei potuto
ricostruire anche le ragioni dell’attentato che ho subito a Pizzolungo

il 2 aprile 1985, appena cinquanta giorni dopo il mio trasferimento alla Procura

di Trapani. Nell’esplosione dell’autobomba destinata a me rimasero uccisi, al

posto mio, due gemellini di sei anni e la loro mamma.

Non avevo mai smesso di indagare su quelle storie, ma a partire da quel

momento rivelatore del 2014 mi sono posto l’obiettivo di trovare qualche

riscontro attendibile alla prima vera ipotesi che dentro di me avevo formulato per

spiegarle. L’itinerario partito da quella prima supposizione mi ha condotto, nel

giro di due anni, a individuare una serie sempre maggiore di circostanze, tutte in

vario modo concatenate e al tempo stesso convergenti verso una ricostruzione

complessiva che non coincide col quadro comunemente noto. Una lista così

nutrita che all’altezza del 2016 mi ero ritrovato a incolonnare l’ipotesi numero

33.

Dapprima la scoperta di alcuni depistaggi quasi incredibili operati a Trento

nei miei confronti, poi il rinvenimento di importanti documenti che risalivano ai

nostri apparati segreti, mi hanno così portato a chiedermi se, accanto alla storia

nota del nostro Paese, non ce ne fosse anche un’altra, sino a oggi rimasta ignota.

Una componente occulta da me incrociata a Trento, allora non compresa e

preclusami per condotte e volontà esterne alla mia e infine ritrovata oggi, cioè in

un futuro di cui non avrei dovuto fare parte.

In ogni caso, nel 2016 – cioè all’inizio del terzo anno della mia indagine

riavviata da capo – la ricostruzione mi sembrava anche vicina al suo termine

poiché avevo raggiunto quel periodo dello stragismo degli anni Novanta alla cui
minuziosa ricostruzione (che pur presenta ancora buchi, opacità e discordanze)

appare ormai difficile apportare ulteriori certezze inedite. Anche questa volta,

però, mi sbagliavo.

È stato infatti in quel preciso momento che mi sono imbattuto nelle scoperte

più imprevedibili. Rileggendo i fatti di quegli anni mi si è spalancata

all’improvviso la visione di un intreccio di personaggi ed eventi che mi sono

accorto di avere (sia io che altri)... già incontrato, anche se in una lettura

semplificata e assai diversa da quella che ora si era dischiusa davanti ai miei

occhi. E non si trattava solo dell’intuizione del solito ruolo di Cosa nostra e di

«Cosa loro» (degli americani), né dei noti vecchi terroristi o di altri superservizi

segreti. Era una percezione nitida, precisa, nuova, fondata su documenti forse

fino ad allora inesplorati. Dal loro esame parrebbe che nel teatro degli anni

Novanta non abbiano recitato soltanto le stragi mafiose, i depistaggi, gli arresti

di Tangentopoli e i possibili accordi tra criminali e pezzi dello Stato. Sembra che

dietro le quinte di quel proscenio sia stato prima scoperto (e aperto), poi

risigillato (e quindi sepolto di nuovo), lo scrigno sacro degli scheletri e dei

fantasmi della nostra intera storia. E che pur di favorirne il rinnovato e definitivo

occultamento siano stati cancellati e tacitati tutti coloro che avrebbero potuto

disseppellire i vecchi scheletri, come pure quelli nuovi accumulati nel frattempo

per nascondere gli antichi.

Così è accaduto che di scoperta in scoperta, nella mia ricostruzione, dalla

prima ipotesi del 2014, ho raggiunto oggi – quando per varie necessità devo

fermarmi – l’ipotesi n. 106. E nemmeno posso considerarmi alla fine del lavoro,

perché la curiosità ormai mi avviluppa sempre di più. Anche perché per la prima
volta ho l’impressione di essere vicino a comprendere quel che successe a

Pizzolungo! E che la chiave per aprire quel sacro scrigno si trovi celata, forse, proprio lì, senza che
finora l’abbia vista nessuno. Può apparire incredibile. Per la

verità stento ancora a crederci anch’io.

Le mie spiegazioni sono, come ho detto, ipotesi, non accertamenti giudiziali

né tantomeno formulazioni di accuse di reati. Ho smesso di fare il giudice ormai

ventotto anni fa e quella che descrivo qui è solo una mia personale ricostruzione.

Suffragata, questo sì, da numerose carte, alcune inedite rivelazioni e molti anni

di ricerche.

Le ipotesi, illustrate nel testo, sono riportate anche in fondo al volume sotto

forma di elenco, con l’indicazione del grado di attendibilità che attribuisco loro,

ovviamente in via provvisoria. Si tratta spesso di letture dei fatti del tutto nuove,

che hanno bisogno di essere approfondite, e chissà, forse anche incrementate.

Insieme alla pubblicazione del libro mi sono proposto di sviluppare un sito

web contenente la copiosa documentazione raccolta, impossibile da racchiudere

ed esporre per intero nel volume. E di tale spessore da consentire una verifica e

una discussione successiva delle ipotesi che ho formulato.

Sono comunque sicuro che sarà assai difficile rimuovere tutti gli ostacoli che

si frapporranno al tentativo di portare alla luce gli scheletri nascosti nei vari

armadi del potere: non solo in ragione di segreti di Stato tuttora perduranti, ma

anche in conseguenza della rassegnazione o del perdono spesso espressi da

disperate parti offese (o dai comuni cittadini) che hanno perso la speranza di

conoscere la realtà, così come anche del naturale oblio che il tempo stende sulla

memoria e sulle vite degli esseri umani.

Ma brandelli di corpi dilaniati non lo consentono: prima di trovare pace,


reclamano giustizia e verità.

Il segno della Bestia

(Indagine 2016, 7 luglio)

1997: processo sulla strage di Capaci

«Sono quasi le sei...» Riascolto la mia voce sulle frequenze di Radio Radicale.

Registrata nel 1997, in una pubblica udienza del processo sulla strage di Capaci,

dinanzi alla Corte d’Assise del Tribunale di Caltanissetta. Parlavo in qualità di

avvocato, rappresentando Rosaria Costa e tutta la famiglia di suo marito,

l’agente Vito Schifani, ucciso insieme ad altri suoi colleghi il 23 maggio 1992

alle ore 17.58 per proteggere Giovanni Falcone.

Da sette anni avevo lasciato la magistratura e spesso difendevo parti offese in

procedimenti di mafia; lo facevo anche per comprendere alcuni fatti rimasti

oscuri nella mia storia. Ricordo che per evitare capogiri, viste le mie precarie

condizioni fisiche, tenevo appoggiata la gamba destra sulla sedia. Riascolto la

mia esposizione e la trovo più lenta e meditata rispetto al passato, quando mi

fluiva scattante, intensa, istintiva. Nell’aula di Caltanissetta quasi ogni mia

parola sembra strappata a pensieri e immagini che mi occupano la mente. Ho

iniziato quel mio intervento alle 17.00 del 23 maggio 1997, e cioè esattamente

cinque anni dopo la strage, stesso giorno e quasi stessa ora. Avverto la tensione

della mia voce mentre lo ricordo, allo scoccare di quell’attimo.

Riascolto questa arringa il 7 luglio 2016. Sono trascorsi oltre due anni

dall’inizio dell’ultimo tentativo di ricostruire la mia storia incompiuta. Ne ho per

la prima volta compreso alcuni snodi essenziali, ma solo ora mi accosto alla
rilettura delle stragi mafiose che hanno accompagnato anche la fine della Prima

Repubblica. Ed è proprio in questo momento che mi accorgo di qualcosa che

sinora mi era sfuggito. Emerge da un atto che commentavo allora e che ora ho

sott’occhio: l’esame testimoniale, a Washington, del giudice Charles Rose,

magistrato degli Stati Uniti. Con lui Falcone era stato in contatto prima come

giudice del Tribunale di Palermo e poi come direttore generale al ministero di

Grazia e giustizia a Roma.

Rose viene interrogato nel novembre del 1993 da tre nostri magistrati che

indagano sulla strage. Cercano di verificare a quando risalga l’ultima visita di

Falcone negli Stati Uniti.

Oggi colgo alcuni particolari sfuggiti a tutti: nell’atto è citato il nome di un

investigatore italiano, forse depistatore nei processi sulle stragi degli anni

Novanta (solo di recente scoperto in questo suo ruolo). Compare insieme al

nome di un avvocato ebreo americano (figura anonima nella nostra storia, ma

molto conosciuto negli Stati Uniti per avere difeso imputati importanti, per

esempio nel processo per l’assassinio di John F. Kennedy) e a quello di un nostro

parlamentare della sinistra non di primo piano e mai coinvolto nelle vicende del

processo di Capaci, ma che allora svolgeva un ruolo presso il ministero degli

Esteri.

Noto, soprattutto, il nome di un arabo a cui nessuno ha mai prestato

attenzione. Possibile che negli aspetti rimasti oscuri in quella strage, mi

domando, sia esistita anche una sconosciuta componente terroristica?

L’arabo proveniente dagli abissi

Questo nome, allora sotto gli occhi di tutti gli inquirenti, non è di un arabo
qualunque, come vedremo più avanti: si tratta del primo fabbricatore di

autobombe realizzate con un inconfondibile esplosivo militare di origine

cecoslovacca, il Semtex, usato (senza che ne sia mai stata trovata l’origine)

anche in altri attentati, come quelli avvenuti in via D’Amelio, all’Addaura e a

Pizzolungo.

Nella propria testimonianza il giudice Rose afferma che costui è stato

«estradato negli Stati Uniti da Giovanni Falcone». Ne dà conferma un altro

giudice che lo affianca, Laurie Bersella.

Queste dichiarazioni mi lasciano stupefatto. Riscontrare la presenza in Italia

di un pericoloso terrorista già costituisce una grande novità nella storia del

nostro Paese. Più inquietante è trovarne uno appena prima dell’uccisione di

Falcone e apprendere che era stato proprio quest’ultimo a consegnarlo agli

americani.

Sento che si tratta di un elemento significativo, rilevante, e inizio subito a fare

ricerche sui personaggi italiani e americani presenti nella vicenda. E incontro

grosse difficoltà. Dell’arresto dell’arabo nel nostro Paese non trovo traccia.

Come legale di parti offese mi rivolgo alle autorità dello Stato del massimo

livello. Non mi viene fornita alcuna informazione.

Cerco allora sul versante americano. E quando finalmente trovo qualcosa,

rimango ancora più allibito. Mi imbatto infatti nel nome di George Bush senior,

allora presidente degli Stati Uniti, e in quelli dei componenti del suo staff

militare: il capo di gabinetto John Sununu, il consigliere per la Sicurezza

nazionale Brent Scowcroft (nome spesso affiancato a quello del suo socio in

affari Henry Kissinger), il segretario di Stato James Baker.


Li vedo anche immortalati tutti insieme in una foto davanti a un elicottero da

guerra americano. Verso la fine del 1991 i quattro sono stati in Italia per un

summit militare della NATO. E con loro c’è anche l’ambasciatore in Italia Peter

Secchia. In tale occasione, sul suolo italiano, hanno discusso non solo

dell’invasione in atto dell’Iraq di Saddam Hussein e della nascente «Nuova

Europa», ma anche di questo pericoloso terrorista, come racconterà proprio

Secchia.

In sostanza «parlano» di questo arabo all’ambasciatore in Italia, membro della

Commissione esecutiva della Gerald R. Ford Foundation, i massimi vertici dei

supremi apparati militari degli Stati Uniti – National Security Agency (NSA),

Central Intelligence Agency (CIA), Federal Bureau of Investigation (FBI), Drug

Enforcement Administration (DEA) –, ovvero personaggi che, allora come

sempre, governano il mondo tramite questi summit. È un circolo rarefatto e

potente che si incontra anche attraverso altri enti ed eventi riservati denominati

Council on Foreign Relations, Bilderberg, Trilaterale, costantemente diretti ad

attuare il New World Order, il «nuovo ordine mondiale»; o attraverso misteriose

società ed entità cui talvolta sono collegati, come la Skull and Bones

dell’Università di Yale (società segreta che avrebbe visto tra i propri membri vari

futuri presidenti degli Stati Uniti); la Confraternita Phi Sigma Kappa della West

Virginia University; l’Ordine dell’Impero britannico; la Chiesa di Gesù Cristo

dei santi degli ultimi giorni, ossia dei mormoni.

Quale può essere l’oggetto del loro colloquio? Il tema ricorrente della (loro)

sovranità sul nostro Paese. Già il predecessore di Bush, il presidente Ronald

Reagan, nell’ottobre del 1985 aveva obbligato un aereo arabo ad atterrare in


Sicilia all’aeroporto di Sigonella e aveva tentato con la prepotenza di ottenere la

consegna del terrorista Abu Abbas. Questi però, essendo un militante del Fronte

popolare per la liberazione della Palestina, era stato protetto, con il plauso della

nostra popolazione, dal presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi, sulla

base di nostri vecchi patti di Stato risalenti all’inizio degli anni Settanta, quando

Aldo Moro era ministro degli Esteri.

Mi chiedo se l’arabo preteso nel 1991 dagli americani fosse uno di quelli

protetti con quei vecchi patti, poi denominati «Lodo Moro» con una

terminologia, tuttavia, non del tutto corretta, in quanto costituirono espressione

di volontà di interi nostri governi e non solo del politico democristiano

sequestrato dalle Brigate rosse nel 1978. Anche se di certo fu Moro stesso

l’unico a rivelarlo e ad appellarvisi pubblicamente durante la propria prigionia

per invocare un suo scambio con terroristi detenuti, che però venne negato sulla

base di ragioni... di Stato.

La risposta a questo primo quesito non lascia comunque adito a dubbi: il

terrorista estradato da Giovanni Falcone risulta di parte palestinese; anzi appare

stretto sodale dei due più terribili terroristi dell’Organizzazione per la liberazione

della Palestina (OLP) di quell’epoca: Salah Khalaf alias Abu Ayad, capo dei

servizi di sicurezza di Arafat, e Abu al-Hol, capo della famosa Forza 17, il

piccolo esercito clandestino dell’OLP incaricato anche dei suoi lavori sporchi.

Entrambi da noi ben conosciuti per forniture di armi alle Brigate rosse e per altri

episodi oscuri degli anni Settanta e Ottanta.

Come mai quest’arabo, legato a simili tradizionali «amici» dell’Italia, non

venne protetto nel nostro Paese e fu invece consegnato agli americani in un


accurato silenzio?

Questo è il punto dolente della vicenda. E ci rimanda a un giorno fatidico. Il

15 gennaio 1991 scade, a mezzanotte, l’ultimatum intimato dall’ONU al dittatore

Saddam Hussein per ritirarsi dal Kuwait. È quindi anche il giorno in cui, non

essendosi lui ovviamente arreso, inizia l’invasione dell’Iraq su ordine di George

H.W. Bush. Che si trascina dietro l’ONU, la NATO e perfino l’Italia, da sempre

fornitrice di armi anche al dittatore, del quale è alleato pure il capo dell’OLP, Yasser Arafat, nostro
vecchio amico. Ebbene, proprio alla vigilia di questo

giorno, il 14 gennaio 1991, Abu Ayad e Abu al-Hol vengono uccisi a Tunisi,

dove da anni risiedevano protetti.

Ed è a questo punto che l’arabo spunta d’improvviso come dal nulla, con

nove identità. Intende (narrano le carte giudiziarie) partecipare ai funerali dei

due amici assassinati. Viene però pizzicato e fermato a Roma in un’operazione di

polizia orchestrata tra Stati Uniti e Italia, alleati di guerra. È questo il triste e oscurato battesimo del
nostro intervento militare contro Saddam Hussein, non

raccontato in televisione né su alcun giornale. La pretesa di ottenere

l’estradizione del terrorista arabo sembra quindi diretta a colpire e porre fine a quei segreti patti
stipulati fra l’Italia e i palestinesi mai approvati dagli Stati Uniti

e ormai forse ritenuti superati dalla fine della Guerra fredda.

Poco dopo l’arresto a Roma dell’arabo, nel marzo del 1991, viene chiamato a

dirigere l’Ufficio Affari penali del ministero di Grazia e giustizia Giovanni

Falcone, noto amico degli americani e da essi sempre stimato e benvoluto per

tante indagini di mafia svolte nel passato.

Lo spartiacque e la tacitazione dell’Italia

Quando Falcone arriva al ministero di Grazia e giustizia, le indagini specifiche

da lui condotte a Palermo subiscono una battuta d’arresto. Ma allo stesso tempo
con la sua nomina viene espresso da Roma un chiaro segnale contro la mafia:

contro le scarcerazioni facili, contro i detenuti pericolosi, contro gli annullamenti

dei processi per motivi formali.

Intanto, pochi mesi prima, il 24 ottobre 1990, il presidente del Consiglio

Giulio Andreotti ha reso pubblica l’esistenza di Gladio, l’organizzazione

clandestina creata durante la Guerra fredda in funzione anticomunista e legata

alla rete NATO Stay-behind. L’ammiraglio Fulvio Martini, nominato direttore

del SISMI (Servizio per le informazioni e la sicurezza militare) da Craxi nel

1984, lascia l’incarico: era un profondo conoscitore dello scenario mediorientale

e aveva curato con attenzione i rapporti con palestinesi e israeliani.

Del tutto ignoto è, invece, quel che è avvenuto proprio in casa nostra a

proposito del terrorista arabo, che gira per il mondo con numerose identità,

esplosivi e conoscenze assai pericolose. Di questa storia, tenuta nascosta in Italia

per venticinque anni dai protagonisti degli eventi, parla invece apertamente Peter

Secchia in un’intervista rilasciata negli Stati Uniti nel 1994 (ignorata da noi

italiani) e ripresa in un link del 2015 che riesco a individuare nel web. 1 «There

were five people on their decision board», racconta. «We needed three votes to

make this work»: «C’erano cinque persone nel loro consiglio decisionale e noi

per fare questo lavoro [ovvero per l’estradizione dell’arabo, N.d.A. ] avevamo bisogno di tre voti».
E prosegue: «We started working on them one by one»,

«Abbiamo iniziato a lavorarceli uno per uno».

C’erano dunque cinque o sei personaggi italiani coinvolti nella decisione. Tre

di questi almeno avrebbero dovuto esprimersi a favore degli americani, tradendo

un palestinese, ovvero uno dei più tradizionali amici degli italiani. Uno di

costoro era il presidente della nostra Repubblica, Francesco Cossiga, che si


dimetterà nell’aprile del 1992, due mesi prima della scadenza del proprio

mandato. Un altro era Giulio Andreotti. Poi due ministri, Claudio Martelli, che

operava al dicastero della Giustizia ed era il superiore di Giovanni Falcone, e

Gianni De Michelis, cui erano affidati gli Esteri: due politici non sprovveduti

rispetto a quel tipo di iniziative degli USA – ben note a Craxi, capo del loro

partito –, ma nemmeno disposti a seguirne ciecamente le direttive.

Di un altro autorevole personaggio, determinante nella vicenda, Secchia non

pronuncia il nome né la carica. Ricordando però le norme vigenti in materia di

estradizione, si potrebbe pensare a un giudice. Magari a quello «superiore», della

Suprema Corte di Cassazione, per legge chiamata a esprimere il proprio assenso

o dissenso su ogni domanda di estradizione prima del provvedimento del

ministro di Grazia e giustizia. In tal caso, quale presidente del collegio

giudicante la pratica dell’arabo viene designato il noto Corrado Carnevale.

È ormai il 1992. E il 17 febbraio accadono – a Roma, Milano e Palermo –

cose apparentemente assai diverse e distanti tra loro, ma che, in seguito,

stranamente, appaiono convergere nei loro effetti. A Roma la Suprema Corte

esprime parere favorevole rispetto all’estradizione dell’arabo, a Milano iniziano

gli arresti di Tangentopoli, a Palermo (e dintorni) la più semplice decisione di

uccidere Giovanni Falcone a Roma viene sostituita da quella più micidiale di

attuare una strategia stragista in Sicilia.

Vengono, subito dopo, i giorni del terrore, quelli del silenzio e infine quelli

della tacitazione. Di tutti, anche dell’Italia della Prima Repubblica. Quasi

ripercorrendo quell’antico rito ebraico che prevedeva la scelta non di uno, ma di

ben due capri espiatori da sacrificare nel tempio di Gerusalemme, il cui sangue
era destinato a purificare il tempio e l’altare, profanati dai peccati degli israeliti.

Questo silenzio sulla vicenda del terrorista in Italia viene imposto – lo spiega

ancora l’ex ambasciatore statunitense – per motivi di sicurezza nazionale del

nostro Paese, perché eravamo stati minacciati dai terroristi arabi. «Gli italiani a

quel tempo erano sempre disponibili ad aiutarci, ma non sarebbero andati molto

lontano se il loro popolo fosse stato minacciato.» Tutto quindi avviene in gran

segreto. E l’estradizione di quell’arabo giunge a compimento senza che nessuno

lo venga a sapere. A eccezione, naturalmente, dei terroristi arabi, che, sino alla fine, continuano a
minacciare rappresaglie all’Italia. Che però, forse, non

vengono prese troppo in considerazione qui da noi. In ogni caso gli americani

agiscono con molta prudenza. «Non abbiamo mai reso pubblica la cosa perché

c’erano ancora minacce di ritorsioni», riferisce Peter Secchia. E poi aggiunge la

sua finale valutazione sulla vicenda, forse la più espressiva: «Quell’estradizione

poteva significare l’inizio della fine degli arabi. È stata uno spartiacque... un

segnale veramente importante». «A watershed, a very important signal» (Ip. 0).

Uno spartiacque per l’America? L’inizio della fine per gli arabi? E tutto ciò

avvenne per merito dell’Italia, di Giovanni Falcone e delle nostre massime

autorità su richiesta e volontà del governo statunitense? E nessuno ci ha

ringraziato? Nessuno ce lo ha mai raccontato? Nessuno ha mai riconosciuto

questa eccezionale collaborazione internazionale nella lotta al terrorismo

all’Italia, a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, alle loro famiglie, alle loro

scorte, a tutti noi?

Sembra la descrizione di una storia accaduta su un altro pianeta e della quale

viene omesso il racconto del seguito e dell’epilogo, che sono stati assai più

foschi della parte che abbiamo appreso da questo racconto quasi distratto. Come
vedremo, quel fatto ha riguardato, in particolare, proprio l’Italia del 1992 e

quella degli anni seguenti, ovvero il periodo in cui si verificarono le stragi

mafiose, le dimissioni di un presidente della Repubblica, la fine della Prima

Repubblica con l’inchiesta Mani pulite, la distruzione dell’allora florida

economia italiana, l’avvento del terrorismo internazionale e la completa

tacitazione dei più oscuri eventi che colpirono il nostro Paese. E in cui avvenne,

soprattutto, che alcuni servitori dello Stato pagassero il prezzo estremo della

vita, senza che da allora a oggi ancora se ne conosca il motivo.

1. «The Diplomacy of Extraditing an Alleged Terrorist», Association for Diplomatic Studies &
Training, 23

dicembre

2015,

https://adst.org/2015/12/the-diplomacy-of-extraditing-an-alleged-terrorist/.

Questa

intervista è approfondita nel capitolo 11.

Un palestinese nel 2008

(Indagine 2014, 27 luglio)

Un processo di terrorismo a New York

L’hotel all’estremità del golfo domina uno scenario incantevole sulla conca della

spiaggia di Mondello, vicino a Palermo. Il mare mi affascina con i suoi contrasti

di colore tra il blu cobalto e il verde smeraldo.

Mi ricorda momenti cruciali di un passato, mio e di altri, che non esiste più.

Ero venuto qui il 30 marzo 1985, tre giorni prima dell’attentato, a celebrare, con

i nuovi colleghi e amici di Trapani, il mio ritorno alla vita dopo le delusioni di
Trento, da dove ero arrivato quaranta giorni prima.

Ci ritornai qualche mese dopo. Ma c’era stato l’attentato, e tutto era cambiato.

E stavolta la festicciola cui partecipai prevedeva anche l’allucinante presenza di

decine di agenti di scorta, sparsi attorno, con i mitra spianati come se fossimo in

territorio di guerra, il trillo dei radiotelefoni militari con cui comunicavano, il rombo sopra le nostre
teste di due elicotteri a farci la guardia: uno per me, da poco sopravvissuto all’attentato di
Pizzolungo, l’altro per Giovanni Falcone.

Oggi, tanti anni dopo, questo posto mi attira. Mi fa riflettere. Devo questo

ritorno in Sicilia a un colloquio avvenuto due mesi fa con Margherita Asta. Il 2

aprile 1985 l’auto della sua famiglia fece da scudo a quella che mi portava al

lavoro: della madre Barbara e dei fratellini Giuseppe e Salvatore restarono solo

frammenti e una macchia rossa su una palazzina bianca. Margherita, che allora

aveva dieci anni, si salvò: non era in quella macchina solo per caso, ma era

passata in quello stesso punto un quarto d’ora prima. Da tanti anni promuove e

anima iniziative per la legalità e contro la mafia. Lo scorso maggio è venuta a

Trento e mi ha invitato a partecipare a un dibattito. Ma io, deluso dalle mie

ricerche sempre senza risultati positivi, inizialmente ho rifiutato. Nel corso del

pranzo mi ha incalzato: «Ricorda che l’anno prossimo saranno trascorsi

trent’anni da quel giorno. In quell’occasione a Trapani dovrai esserci tu a

ricostruire quella storia che ormai non ricorda quasi più nessuno. Prova ancora,

Carlo».

«Lo farò», l’ho rassicurata. Da allora ho ripreso a cercare.

Sono ripartito da due fatti concomitanti avvenuti nel 2008. Anzitutto, è stato

estradato dalla Spagna e poi condannato negli Stati Uniti un siriano, tale Monzer

al-Kassar. Si tratta di un trafficante di armi a me noto dagli anni Ottanta, quando


ero giudice istruttore a Trento: come altri miei indagati, lo avrei probabilmente

fatto arrestare se avessi potuto proseguire la mia indagine. In secondo luogo, alla

fine di quell’anno l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga ha parlato,

all’improvviso, di uno dei più misteriosi episodi occulti della nostra Repubblica,

su cui persiste ancora un segreto di Stato. Viene definito il «Lodo Moro». 1

A quanto comunemente si sostiene, questo patto clandestino venne siglato tra

il 1973 e il 1974 dalle massime autorità politiche dell’epoca e da rappresentanti

dei nostri apparati di sicurezza con i loro omologhi della Palestina, e cioè taluni

tra i più feroci esponenti del terrorismo. Con esso si volevano proteggere i nostri

cittadini da loro possibili attacchi. In cambio, l’Italia garantiva l’impunità per

transiti di armi sul territorio nazionale nonché per eventuali azioni violente

contro bersagli ebraici e israeliani.

Le rivelazioni mi apparvero però assai parziali. Privilegi analoghi erano stati

già concessi a Israele e anche alla Libia. Inoltre, Cossiga in passato aveva

raccontato verità ben limitate, per esempio sulla struttura Gladio, presente fin dal

dopoguerra nei Paesi nella NATO per contrastare l’allora ipotizzata invasione

dell’Unione Sovietica. La sua esistenza, come ho ricordato, era stata rivelata nel

1990 da Andreotti.

Dopo un paio di mesi di ricerche ho rintracciato, su questi due fatti, qualche

punto da approfondire. Uno si ricollega a Trapani, ed è per questo che sono

tornato in Sicilia. Ho in programma qualche incontro riservato che mi consenta

di riavviare il motore. Non sono più un giudice: ricominciare è difficile.

Ho davanti a me un lungo articolo del 2009 scelto fra quelli che trattano di

Monzer al-Kassar. È intitolato «Inside a Terror Trial. How a Manhattan jury


reached its verdict in the government’s case against international arms dealer

Monzer al-Kassar» («Dentro un processo per terrorismo. Come una giuria di

Manhattan è giunta al verdetto in un caso del governo contro il trafficante d’armi

Monzer al-Kassar»). Parla dei risultati derivanti da attività di copertura,

infiltrazioni di agenti segreti doppiogiochisti dentro organizzazioni eversive. Si

tratta di procedimenti assai discutibili e consentiti non sempre e non ovunque.

Nel nostro Paese sono ammessi, ma con molte limitazioni.

L’articolo però riporta fatti riguardanti gli Stati Uniti, dove questi «percorsi

speciali» servono per arrestare sospettati che, per motivi vari, non si vuole che

vengano sorpresi insieme ai complici veri, forse troppo ingombranti per normali

processi. Sono metodi introdotti a seguito degli attacchi dell’11 settembre 2001:

prevedono la possibilità di procedere contro stranieri per attività di terrorismo ai

danni di cittadini americani compiute non solo nel loro Paese, ma anche

all’estero.

Il resoconto è firmato dal giornalista e scrittore Steve Cohen, che tra il 2008 e

il 2009 ha fatto parte della giuria nel primo processo contro terroristi operanti

fuori dal territorio degli Stati Uniti. Gli imputati erano Monzer al-Kassar,

appunto, e il suo socio Luis Felipe Moreno Godoy. Al-Kassar, arrestato in

Spagna nel giugno del 2007 ed estradato negli Stati Uniti un anno più tardi, è

stato condannato a trent’anni di carcere nel febbraio del 2009, sentenza

confermata in via definitiva nel 2013. Nel 2006 la DEA (l’organo investigativo

americano per la lotta al traffico degli stupefacenti) aveva deciso di tendergli una

trappola, mettendo in atto un’operazione sotto copertura (denominata «Operation

Legacy»). L’accusa era quella di fornire armi alle FARC, le Forze armate
rivoluzionarie della Colombia, collegate a narcotrafficanti della cocaina.

Al-Kassar era uno dei miei principali indiziati in una complessa inchiesta su

un contrabbando di stupefacenti e armi, un personaggio collegato ai servizi

segreti d’Occidente, d’Oriente e anche dell’Unione Sovietica. L’articolo afferma

che si è trattato di un processo «speciale», in gran parte segreto, come alcuni

documenti che costituiscono prove e altri che non sono stati ammessi. Di fronte

alla trappola preparatagli dalla DEA, l’imputato ha cercato di difendersi

asserendo esattamente l’opposto, ovvero che stesse lavorando con i servizi

segreti (spagnoli) per incastrare proprio i terroristi delle FARC. Ha prospettato

cioè l’ipotesi di un doppio gioco speculare a quello della DEA. Ma i giudici non

gli hanno creduto, a causa delle contraddizioni emerse nel processo.

Cohen riporta però dettagli che non conoscevo. Mi soffermo su alcune

dichiarazioni riguardanti i soggetti utilizzati per incastrare il commerciante

d’armi: tre pregiudicati, ex detenuti, di cui due hanno finto di essere terroristi delle FARC e un terzo
– un palestinese di nome Samir – era stato realmente un

terrorista appartenente al gruppo Settembre nero. Quest’ultimo aveva

rappresentato la carta vincente degli uomini della DEA, perché proprio la sua

presenza aveva convinto al-Kassar a fidarsi. Al-Kassar conosceva infatti Samir

fin dai primi anni Settanta, quando quell’organizzazione palestinese aveva

seminato il terrore in tutta Europa, in particolare con la strage alle Olimpiadi di

Monaco del 1972 e con quella all’aeroporto di Fiumicino del 1973.

Al-Kassar viene descritto da Cohen come un personaggio folcloristico che,

dopo avere peregrinato nei suoi primi anni di traffici illeciti tra vari Paesi

europei, in particolare l’Italia, si era stabilito in Spagna guadagnandosi il

soprannome di «principe di Marbella» per la vita lussuosa e le frequentazioni di


massimo livello. Lì era scampato alla condanna in un processo in cui era stato

accusato dalla magistratura spagnola di avere aiutato i palestinesi nel

dirottamento della nave Achille Lauro: due testimoni contro di lui erano stati uccisi e un terzo si era
rifiutato di testimoniare dopo che gli era stato rapito il figlio.

Una domanda mi tormenta ancora – conclude Cohen dopo la pronuncia della condanna –: chi

ha deciso solo ora di usare degli infiltrati per intrappolarlo e arrestarlo, senza usare prove reali, che
pure esistevano da decenni? Chi è che nel governo degli Stati Uniti ha ordinato:

«Prendiamo ora quest’uomo prima che possa fare danni peggiori»? [...] Ho parlato con alti funzionari
della CIA e dell’antiterrorismo, ma mi hanno risposto solo con chiacchiere. La mia

ricerca è fallita. Per ora, mi rassegno a non sapere. Forse certe cose è meglio lasciarle segrete.

Penso e ripenso a quelle ultime parole: «Forse certe cose è meglio lasciarle

segrete». Dalle mie prime indagini su al-Kassar sono trascorsi trentacinque anni.

Davanti al magnifico tramonto siciliano di cui il mare intensifica i colori, anche

io inizio a domandarmi se certe prove sia opportuno ricercarle fino in fondo, o se

non sia meglio lasciarle riposare in segreto per sempre; o ancora se debbano

rimanere segrete. Non si tratta solo di processi di terrorismo. Si tratta di idee, di

ipotesi, di prove che incutevano terrore allora e che anche oggi potrebbero

produrne. Riguardano nomi e legami lontani: israeliani, palestinesi, terroristi,

mafiosi, stragi, depistaggi. E nomi anche molto vicini a noi, legati a fatti

terroristici che si trascinano fino al presente.

Più rifletto, più la catena si allunga, e più mi sembra verosimile. Un groppo in

gola si sovrappone all’entusiasmo iniziale ripensando al sacrificio dei magistrati

che se ne occuparono. Mi sento sfiorare da quell’ombra che mi ha inseguito per

così tanto tempo. Mi sembra però di scorgere, per la prima volta, spiragli di luce.

Il mare, d’improvviso, mi appare scuro. I pensieri si acquietano. Ho deciso:

riprenderò le mie ricerche, la mia vecchia indagine. Un’altra volta ancora,


l’ultima. Devo ripartire dal punto in cui venni fermato, dall’istante in cui mi

venne sottratta ogni carta e possibilità di compiere altri passi. Devo recuperare le

vecchie copie dei documenti rimasti in mio possesso. Infatti gli originali, quasi

incredibilmente, sono in gran parte spariti. Devo rileggere le carte per vedere se

è possibile ricostruire la vera storia alla luce dei fatti sopravvenuti e di elementi

emersi in indagini successive condotte in Italia e all’estero.

E se davvero dovessi trovare riscontri a quanto ho ora ipotizzato? Che

accadrebbe se scoprissi che, accanto alla storia ufficiale e già nota su quegli anni

e quegli avvenimenti del terrore, ne esiste un’altra? Che farei se scoprissi una

verità sepolta su quei micidiali fatti di sangue collegati da ingranaggi di morte e

nascosti da ombre e cortine fumogene, tra le quali io e altri giudici, finora, ci siamo trovati a vagare
invano? Non credo che manterrei segreti. In questi ultimi

anni una domanda mi ha sempre più ossessionato: se sono sopravvissuto con il

sacrificio della vita di altri, non sarà accaduto se non altro per consentirmi di comprenderne e
rivelarne il perché? La vita dell’uomo non vale almeno questo?

Il suo perché?

Spero che gli indizi trovati oggi mi diano la chiave per ottenere le risposte che

ho sempre cercato. Ce l’avevo sotto gli occhi. Ma in questi ultimi anni non l’ho

vista e non l’ho capita. Mi ero allontanato dalla speranza di trovarla. Che rabbia!

Grazie, Margherita, grazie amici e quanti mi siete stati vicini e avete

comunque creduto e mostrato fiducia in me, anche quando non ho saputo

spiegarvi le ragioni di ciò che era successo. Grazie, Dio, che mi hai dato

l’opportunità di vivere due vite e mi hai così concesso il tempo per continuare a

cercare. E anche di dare un senso alla mia seconda vita.

Grazie per consentirmi di scrivere, ora, quest’altra storia. Pur nella


consapevolezza di non conoscere la verità e di non poter mai arrivare a

conoscerla sino in fondo. Ma la cerco da una vita, anzi da due. Praticamente da

sempre. Ossessionato da ombre che continuano a inseguirmi dal giorno in cui un

orribile mostro ha colpito non solo me, spaccandomi l’esistenza in due, ma

anche altri innocenti. Era il 2 aprile 1985.

Trapani, 2 aprile 1985

Trapani. Otto del mattino di più di trent’anni fa. A pochi metri dalla spiaggia di

Pizzolungo. Una località che allora non conoscevo. Dalla costa si ammira un

meraviglioso paesaggio, sullo stesso mare che oggi mi si apre davanti, sempre

cristallino e intenso nei suoi colori.

Alcune tracce lasciano testimonianza del mio passaggio. Non lontana da una

stele che ricorda Anchise e la leggenda dell’approdo di Enea sulle coste della

Sicilia, ce n’è una più recente che commemora l’attentato del 2 aprile 1985.

Alcuni uomini, quel giorno, aspettavano sulla strada che da San Vito Lo Capo

conduce a Trapani. Assassini senza volto.

Poi si tenterà di individuarli. Alcuni personaggi legati alle cosche di Alcamo e

di Castellammare del Golfo verranno identificati e condannati con una sentenza

pronunciata dai giudici della Corte d’Assise del Tribunale di Caltanissetta,

competente per i reati compiuti contro i magistrati di Trapani, ma verranno

assolti in secondo grado e la Cassazione confermerà.

Ci sono volute le stragi in cui sono stati uccisi Giovanni Falcone e Paolo

Borsellino per trovare, nelle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia,

indizi e prove che conducono ai mandanti della bomba di Pizzolungo: Totò

Riina, Vincenzo Virga, Giuseppe Madonia e Baldassare Di Maggio. Il primo è


stato accusato in quanto capo della mafia nel 1985 e anche dopo. Virga perché

era al vertice del mandamento di Trapani. Madonia e Di Maggio sono stati

ritenuti i fornitori dell’esplosivo.

I primi tre si dichiareranno estranei al fatto, mentre l’ultimo, un «pentito», un

collaboratore di giustizia, afferma di aver partecipato al trasporto del materiale

esplosivo poi utilizzato a Pizzolungo insieme a un altro mafioso, pentito a sua

volta. Presto però si scoprirà che quest’ultimo in quei giorni era in carcere.

Tuttavia Di Maggio è già stato preso sul serio da molti magistrati in altrettanti fatti di mafia. Così
accade anche per Pizzolungo, e viene dunque dichiarato

colpevole per il ruolo avuto nella strage.

Ma perché indicare un complice «a caso»? Accade che i collaboratori di

giustizia mescolino verità e menzogne. Così normalmente si dice.

I quattro imputati verranno condannati all’ergastolo con sentenze confermate

dalla Corte di Cassazione e quindi divenute definitive. E così le ricerche si

fermeranno.

Intanto gli assassini materiali, a trent’anni dai fatti, rimangono senza volto.

Possono girare tranquilli, anche nei luoghi del massacro. L’esplosivo militare di

Pizzolungo risulterà analogo a quello utilizzato in altri attentati: quello al treno

904 proveniente da Napoli e diretto a Milano, avvenuto il 23 dicembre 1984,

quello utilizzato nel fallito attentato contro Giovanni Falcone all’Addaura nel

giugno del 1989, e quello, tragicamente riuscito, di via D’Amelio del 1992.

Torno a quel 2 aprile 1985. Gli assassini non si fanno distrarre dal rumore del

mare o dal profumo dei fiori primaverili, né dal contrasto dei colori lungo le

pendici del monte Erice.

In mano hanno un telecomando puntato su un’automobile imbottita di


esplosivo. Qualcuno l’ha parcheggiata sulla cunetta di una curva. Da non molto,

per prudenza. Premendo il pulsante intendono uccidere me, sostituto procuratore

della Repubblica a Trapani, che viaggio scortato.

Quella strada lungo cui è stata parcheggiata l’autobomba oggi la ricordo

appena. Del resto la percorrevo solo da sei giorni, ogni mattina in un senso e

ogni sera nell’altro: sempre la stessa perché non ci sono alternative, non è

possibile variare il percorso.

Quel giorno con me, a mia protezione, ci sono le due vetture che ogni mattina

arrivano verso le otto nella frazione di Bonagia, un villaggio affollato solo

d’estate, dove abito. Mi scortano per portarmi in Procura. Poi, conclusa la

giornata di lavoro, si fa la strada al contrario, verso la mia casa vicina al mare.

La solitudine e la scorta non mi erano nuove.

A Trento, nel 1980, la mia inchiesta era stata chiusa repentinamente e

forzatamente sei mesi prima, quando la Cassazione aveva stabilito il

trasferimento a Venezia di tutti i processi da me istruiti. In quei cinque anni mi

ero scontrato con la mafia turca, quella siciliana, la ’ndrangheta, i trafficanti di droga e di armamenti,
i servizi segreti, la massoneria e certi politici. Con il diktat

proveniente da Roma, le mie carte avevano preso la strada di Venezia e io avevo

chiesto di essere assegnato alla Procura di Trapani.

Dopo l’attentato in tanti hanno detto: lo hanno mandato a Trapani per finirlo.

Ma non è stato così. La scelta di venire a Trapani l’ho fatta io, liberamente. Di

certo indotto dalla forzata interruzione del lavoro a Trento, ma di mia spontanea

volontà, con una domanda inoltrata il 3 dicembre 1984. Nel febbraio del 1985

arrivai a Trapani tra furibonde polemiche sollevate sulle prime pagine dei

giornali. Non nascosi di essere andato proprio in quella città, importante centro
dei traffici internazionali di armi, per i legami emersi con il mio lavoro a Trento.

Volevo iniziare il prima possibile e il 21 dicembre 1984 avevo chiesto di

anticipare i tempi dell’insediamento. Lo avevo fatto di persona, incontrando

l’allora ministro di Grazia e giustizia, Mino Martinazzoli. Quel posto, del resto,

era rimasto a lungo vacante, indesiderato. Prima era stato occupato dal sostituto

procuratore Giangiacomo Ciaccio Montalto, ucciso nel gennaio del 1983: ad

assassinarlo era stata una mafia di cui, a Trapani, amministratori e investigatori

negavano l’esistenza. Il suo collega, Antonio Costa, era stato arrestato

nell’agosto dell’anno seguente per collusioni con la mafia.

Desideravo che il ministro mi consentisse di cominciare quanto prima. E tutto

si svolse secondo le regole precipitose da me stesso volute. Anche i mandanti e i

killer dovettero agire con molta fretta.

Giunto a Trapani, all’inizio alloggiavo nella base militare dell’aeroporto di

Birgi, come i colleghi provenienti da altre sedi. Da lì è possibile raggiungere il

palazzo di giustizia, nel centro della città, tramite tre strade, che alterno. Le

cambio ogni giorno, decidendo prima di ogni spostamento. Rimango sempre

colpito dalla maestosità delle saline che mi separano dal mare.

Ma questa sistemazione dura poco. Salta dopo le minacce giunte agli organi

di polizia e, a un certo punto, anche al centralino dell’aeroporto. Un alloggio

alternativo non c’è, sostengono carabinieri, polizia, finanza e ogni altro organo

dello Stato. Con difficoltà mi trovo un appartamento in una località scomoda,

Bonagia, appunto, nemmeno vicina al palazzo di giustizia. Inoltre per arrivarci

c’è un’unica strada, la statale che costeggia il mare da San Vito Lo Capo a

Pizzolungo. Da percorrere con la scorta. E nemmeno quest’ultima l’ho ottenuta


con facilità. A Trento mi avevano assegnato un nucleo speciale della finanza.

Erano i famosi «Baschi verdi», un gruppo speciale creato proprio allora

nell’antiterrorismo. Assegnato a me, Carlo Palermo, che di tutto a Trento mi

occupavo (droga, armi, petrolio, massoneria, tangenti), tranne che di terrorismo.

A Trapani nessun corpo di polizia ha dato la propria disponibilità, così il

Comitato per l’ordine pubblico ha stabilito che la scorta venga effettuata «con

turni di una settimana», che vedono l’alternarsi di carabinieri, finanza e polizia.

Il 2 aprile è un martedì. Il giorno prima è iniziato il turno di scorta della

polizia. Il commissario capo della squadra mobile si chiama Saverio

Montalbano. Gli agenti raggiungono la mia abitazione a bordo di due auto, una

Fiat Argenta blindata a disposizione della Procura della Repubblica e una

comune Fiat Ritmo su cui viaggia la scorta. Quando arrivano, mi aspettano fuori.

Salgo sulla prima macchina e partiamo in silenzio.

L’uso delle sirene è stato vietato dal prefetto dopo le lamentele dei cittadini. I

poliziotti indossano caschi speciali che li coprono sino al petto. Impugnano mitra

con colpi in canna. Anche loro, anzi soprattutto loro, sono al corrente delle

minacce arrivate agli uffici che dispongono i servizi di protezione. Sanno di

essere particolarmente esposti.

I più informati sono però gli assassini. Hanno previsto, hanno già agito e

preparato tutto. Quella mattina osservano attentamente la litoranea e ascoltano il

rumore delle vetture che si avvicinano. Sanno che da sei giorni, ogni mattina, da

lì passa la mia auto blindata seguita da quella della scorta.

Hanno predisposto l’agguato in corrispondenza di una curva, di fronte a una

stradina che si perde in direzione della montagna. I mezzi in transito, in quel


punto, sono costretti a rallentare. L’auto rubata, riempita di esplosivo, è

parcheggiata a ridosso di un muretto, dal lato del mare.

Al volante della mia vettura c’è un ex agente di custodia, Rosario Maggio,

che guida velocemente per accorciare la durata di quel tragitto quotidiano. Ci

ritroviamo davanti una Volkswagen Scirocco che procede ad andatura più lenta.

La conduce Barbara Rizzo, trent’anni, moglie dell’imprenditore trapanese

Nunzio Asta, titolare di una vetreria. Dietro di lei, sul sedile posteriore, ci sono i

suoi due figli gemelli Salvatore e Giuseppe, di sei anni, che sta accompagnando

a scuola.

Sono particolari che nemmeno avrei dovuto conoscere. Sono persone che

nella mia vita e sulla mia strada non avrei dovuto incrociare se non per un

insignificante attimo.

All’inizio della curva Maggio inizia a sorpassare l’automobile che ci precede

e c’è un momento preciso, un secondo, in cui l’auto parcheggiata, quella di

Barbara e la mia sono allineate, una di fianco all’altra. Le perizie sull’attentato di

Pizzolungo parleranno di «una coincidenza di tempi composti irripetibile».

Gli assassini vedono bene quel momento. Ma non si fanno problemi, attivano

il telecomando perché sanno che l’esplosivo è sufficiente a far saltare tutto. Lo

scoppio è istantaneo e violentissimo, tanto che viene registrato dalle

apparecchiature geosismiche dell’osservatorio di Erice.

L’onda d’urto si propaga esattamente dove doveva colpire, in direzione della

strada. L’autobomba si disintegra e della Volkswagen Scirocco, che fa da scudo

alla mia auto, non restano che pochi minuscoli frammenti.

La morte di quella donna e dei suoi bambini è la nostra salvezza, anche se


l’auto su cui viaggio viene sfondata dall’esplosione.

Rosario Maggio e l’agente seduto accanto a lui, Raffaele Di Mercurio,

rimangono feriti. I poliziotti che ci seguono sulla Ritmo, Antonio Ruggirello e

Salvatore La Porta, vengono sbalzati fuori, feriti gravemente dalle schegge della

vettura distrutta. Il primo viene colpito a un occhio e il secondo alla testa e in diverse parti del
corpo. Sui muri delle case vicine si aprono lunghe crepe. Si

frantumano vetri. Il corpo di Barbara Rizzo, squarciato, viene catapultato su un

terrapieno. Quelli dei suoi figli anche più lontano. Sul muro di una palazzina, a

duecento metri da lì, compare una grossa macchia rossa, lasciata da uno dei

gemelli, ormai irriconoscibile.

Quella mattina, per caso, mi ero seduto sulla sinistra dietro l’autista e non

dall’altra parte, sulla destra. La mia borsa di pelle stava al centro del sedile e anche questa
casualmente mi protegge dalle lamiere che si accartocciano. La

sicura della portiera era difettosa e quindi non inserita. Vengo sbalzato fuori e mi

ritrovo in piedi, mentre dall’auto si alza una colonna di fumo.

Ricordo ora come allora quegli interminabili minuti. Attendo, seduto per

terra, con la mia borsa accanto e macabri frammenti, quasi irreali, sparsi attorno

a me. Rimango vicino agli agenti di scorta che lottano tra la vita e la morte.

Un solo pensiero mi attraversa la mente: qualcuno prima o poi arriverà.

Un’organizzazione mafiosa nel tranquillo Trentino? Si apre

l’indagine, 1979

Avverto una piccola vibrazione tra le mani e ritorno al presente. Un messaggio di

Ferdinando Imposimato, anche lui un ex giudice alla ricerca di verità. «Ti

cerco», mi scrive, «per una cosa molto importante che hai evidenziato tanto

tempo fa e su cui ho appurato che avevi ragione. Ne sono rimasto sconvolto.


Vengo a trovarti a Trento fra un paio di giorni», mi assicura. «Ti aspetto», gli rispondo. Per quella
data sarò di nuovo a casa.

A Trento sono arrivato a ventisette anni, in un giorno di primavera del lontano

1975, accompagnato da mio padre come fosse il primo giorno di scuola. Sporto

sul balcone della mia attuale abitazione sulla collina est della città, mi pare di rivedere in carne e
ossa il giovane che ero, snello e scattante, mentre si diverte a

correre veloce sull’autostrada a bordo della fiammante Fulvia Sport Zagato

1300, gialla, premio di laurea. Quel giovane non porta con sé il coraggio o la

fermezza di un giudice, ma il semplice bagaglio di una valigia, una borsa di

codici e carte, tanto entusiasmo. Soprattutto, ha suo padre accanto, a rivivere e

condividere le stesse sensazioni che a sua volta aveva provato quando, durante la

guerra, nel lontano 1943, aveva assunto servizio in magistratura come giudice

istruttore ad Avellino.

Quanta emozione, quanta gioia, quante illusioni si racchiudevano in quel

giovane di prima nomina che, per seguire le orme del padre, aveva abbandonato

la più sicura, redditizia e tranquilla carriera, già intrapresa da due anni, come

funzionario direttivo della Banca d’Italia a Vicenza! Mio padre e io ci

avvicinammo a Trento scoprendone per la prima volta le verdi colline e

montagne, poi ci inoltrammo emozionati dentro questa città pulita, dopo aver

lasciato l’auto in un ordinato parcheggio e aver chiesto informazioni sulla via a

un passante stranamente allegro a quelle prime ore del mattino. A un passo dal

palazzo di giustizia subimmo, increduli, un ammonimento verbale,

preannunciato dal sibilo di un fischietto, da parte di un vigile solerte che, con un

dito alzato, ci richiamava quasi fossimo due marziani perché avevamo osato

attraversare la strada appena fuori dalle strisce pedonali. «Accidenti»,


commentammo guardandoci sorridenti negli occhi, «ma dove siamo capitati?

Siamo già tra i tedeschi?»

Ecco, questo era il giudice che aveva preso servizio a Trento nel 1975. E poi

ci rimase dieci anni, ovvero fino a quando un altro fischietto più stridulo, non più

di semplice richiamo, lo indusse ad andarsene quasi di corsa il più lontano

possibile, a Trapani, pur di continuare a lavorare in linea con quei principi e

ideali che ancora conservava dentro.

Ho voluto ricordare quel giudice perché era proprio così: semplice e

timoroso, non arrogante, né prepotente o sicuro di sé come poi venne dipinto e

come di certo, in parte, divenne con il passare del tempo. Quando arrivai a

Trento ero pieno di paure, come tutti i giovani, ma anche di profonde certezze:

quelle inculcatemi da un padre severo e quasi sempre distaccato, ma che si era

sciolto il giorno in cui, al trenta e lode dell’esame di diritto privato, non era stato

capace di trattenere in un abbraccio le sue lacrime di gioia. Per me quella era

stata la prima e più preziosa ricompensa che potessi desiderare, segno del suo

orgoglio e della sua stima.

Ora, all’inizio di quest’ultima battaglia alla ricerca della verità, devo, per

farmi comprendere e seguire nelle mie nuove «indagini», ricordare e riassumere

la vecchia istruttoria di Trento, poco conosciuta all’epoca e oggi ormai del tutto

dimenticata. Ma è il necessario punto di riferimento per individuare la mia

strategia di ricerca.

Quell’inchiesta iniziò alla fine del 1979, ma i fatti da cui partiva e i relativi documenti sequestrati
risalivano a molto tempo addietro. Allora non

immaginavo quanto. Sapevo però con esattezza che il 22 novembre di quell’anno

un cittadino turco si era presentato in Questura a Milano. Si chiamava Asim


Akkaia, aveva quarantotto anni ed era nato a Köprülü, una sconosciuta località

della Turchia.

In un italiano molto stentato, e supportato da un interprete tedesco, aveva

detto di avere notizie su un traffico internazionale di stupefacenti tra la Turchia e

l’Italia, collegate soprattutto tramite autocarri. Sosteneva, forse per attribuirsi

una patina di credibilità, di essere il fratello di un poliziotto della narcotici di Istanbul (ma questa
affermazione non fu confermata dalle autorità turche).

Aggiunse che, d’accordo con il fratello, doveva infiltrarsi in quella parte

dell’organizzazione che operava in Italia, per fornirgli elementi sufficienti a

smascherarla.

Magro, viso affilato e duro, espressione impenetrabile, alto circa un metro e

ottanta, Akkaia fu accompagnato nell’ufficio del commissario Enzo Portaccio, a

quell’epoca capo della squadra mobile. I dettagli che gli fornì lo ponevano

sempre ai margini dei traffici, evitandogli (così almeno sperava) di trasformarsi

in un indiziato. Raccontò che Trento costituiva un punto di congiunzione tra la

mafia turca e quella siciliana. In due hotel, il Karinhall e il Romagna, entrambi di proprietà di un
albergatore del posto d’origine altoatesina, Karl Kofler,

sarebbero stati occultati grossi quantitativi di morfina base e di eroina pura

provenienti dalla Turchia. Da Trento avrebbero preso la via della Sicilia, dove

sarebbero stati lavorati in raffinerie locali per poi andare sul mercato in Italia e

negli Stati Uniti.

All’inizio del 1980, quando presero piede le indagini, gli uomini delle forze

dell’ordine accolsero con diffidenza la notizia che nel tranquillo Trentino

esisteva una organizzazione di carattere mafioso. I telefoni dei due alberghi

furono messi sotto controllo e vennero registrate conversazioni in varie lingue,


dall’italiano al tedesco, dal turco all’arabo, in cui si parlava di tutto tranne che di

droga. Le perquisizioni ordinate dalla Procura non portarono a nulla e a quel

punto gli atti vennero trasmessi all’Ufficio istruzione per gli eventuali

accertamenti ulteriori.

In quel fascicolo, n. 4680/80, non esisteva un imputato. In una trentina di

pagine comprendeva un rapporto di polizia e un complicato grafico raffigurante

quasi tutti i Paesi del mondo, dall’Est all’Ovest, dal Medio Oriente agli Stati

Uniti, dalla Tunisia all’Olanda. Al centro c’era Trento. In collegamento, la

Sicilia. In quei giorni ero stato nominato giudice istruttore. Fu il primo fascicolo

che studiai, l’unico processo che istruii, l’unica indagine che condussi. Senza

ultimarla.

Nel dicembre del 1980 vennero scoperti a Trento, Bolzano e Verona i più

grossi quantitativi europei di morfina base ed eroina mai rinvenuti: duecento

chili. Risultò che l’organizzazione in quattro anni ne aveva importati

quattromila. Tutti diretti in Sicilia. Contemporaneamente, il giudice Giovanni

Falcone, che lavorava nel capoluogo siciliano, scoprì le raffinerie di Trabia e di

Carini, proprio vicino a Palermo, rifornite dal gruppo di Trento. Iniziarono gli

arresti, anzitutto Karl Kofler e il suo socio turco Arslan Hanifi. Ne seguirono

molti altri. Poco dopo l’albergatore trentino si suicidò in prigione, o almeno così

sembrò. Hanifi, invece, evase, in modo rocambolesco, dalle carceri di Trento.

Kofler, in stretto rapporto anche con mafiosi di Trapani, era stato il «garante»

italiano per i fornitori della mafia turca. Dalla metà degli anni Settanta era in contatto a Milano con il
siriano Wakkas Salah al-Din, a sua volta «garante»

arabo per i siciliani (che allora erano Gaetano Badalamenti, Gerlando Alberti, i

fratelli Grado e Totò Riina). Emerse poi, come possibile contropartita, il flusso
delle armi, che prendevano la strada del Medio Oriente in seguito a trattative

che, come per la droga, si svolgevano in particolare a Sofia, la capitale della

Bulgaria.

Iniziarono subito le minacce contro di me. Fui oggetto di esposti e liti da parte

di colleghi di altre località nonché di Trento. Nel 1982 mi fu assegnata una

scorta e la vita della mia famiglia si trasformò. Non avevo ancora trentacinque

anni. Ero sposato con Marina, più giovane di otto anni, bruna, con capelli

lunghissimi, scompigliati e indomabili come lei. Era diventata mia moglie dopo

appena sei giorni dai suoi esami di maturità. I suoi occhi verdi brillanti e

profondi mi avevano fulminato il cuore una sera sulla riva di Portonovo, sotto il

monte Conero. Fino allora, nella casa ai margini di un bosco sulla collina est di

Trento, la mia vita con lei e le nostre due bambine, Stefania e Laura, era stata calma, serena,
equilibrata.

Ma nei giorni in cui a Trento c’era Giovanni Falcone, venuto per interrogare

alcuni miei imputati, all’improvviso mi separai da mia moglie e dalle mie figlie.

Rimasto solo, mi buttai più di prima a capofitto nel lavoro. Arrivai all’arresto di

un altro siriano, Henry Arsan. Oggi, nel riaprire la mia indagine personale, credo

che costui rappresenti un primo punto da approfondire. Quel personaggio

complesso nascondeva rapporti «doppi»: con amici arabi e anche con gli USA.

Era informatore della DEA. L’agenzia federale statunitense, pur avendo raccolto

prove contro di lui, non lo aveva mai fermato perché aveva ritenuto più

conveniente lasciare che proseguisse nei suoi traffici in cambio di informazioni o

qualcos’altro.

Il suo nome in codice era XM-72-0005. Già anziano all’epoca del mio arresto

(sarebbe morto per un dubbio collasso cardiaco l’11 novembre 1983), Arsan era
un trafficante di armi che, in un regime di monopolio, dalle basi operative di

Milano, Londra, New York e Buenos Aires riforniva tutti i Paesi del mondo e in

particolare quelli del Medio Oriente e dell’Africa. Era il punto di riferimento per

governi e gruppi terroristici. Risultava in contatto, oltre che con la mafia turca,

anche con personaggi legati ai servizi segreti italiani e stranieri, da Washington a

Mosca.

Tra costoro figurava l’armatore turco Mehmet Cantas, legato a un altro

personaggio, Bekir Celenk, collegato a sua volta ai Lupi grigi, l’organizzazione

nazionalista terroristica di cui faceva parte Ali Agca, l’uomo che il 13 maggio

1981, a Roma, aveva sparato al papa polacco Karol Wojtyla. Questi collegamenti

sono un secondo punto da riesaminare in considerazione di alcuni importanti

riferimenti alla massoneria emersi allora e anche successivamente.

***

In quell’autunno-inverno del 1982 l’indagine procedeva velocemente. Avevo

conosciuto il sostituto procuratore di Trapani Giangiacomo Ciaccio Montalto, il

capo dell’Ufficio istruzione di Palermo Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e

altri. Iniziai a fare la spola tra Trento e la Sicilia e a percorrere a ritroso le vie dei

traffici. Inseguivo i trafficanti dai campi di papavero in Siria e in Libano alle strade della Turchia,
della Bulgaria, della Jugoslavia, dell’Italia, e poi ancora in

Germania, Austria, Olanda, Inghilterra, Svizzera, finendo per sbarcare

oltreoceano. Questi passaggi costituiscono un terzo punto significativo.

Un quarto elemento cruciale è costituito dai personaggi legati a vario titolo ai

servizi segreti in cui mi ero imbattuto nel marzo del 1983. Tra questi c’erano

Glauco Partel, legato sin dagli anni Settanta alla CIA e alla NSA (l’agenzia

statunitense che operava dallo spazio con i satelliti per spiare il mondo), e il
colonnello Massimo Pugliese, ufficiale del SIFAR (Servizio Informazioni Forze

Armate) e poi del SID (Servizio Informazioni Difesa) quando il servizio cambiò

nome nel 1966. A questi erano risultate legate personalità di rilievo come il

generale del SISMI Giuseppe Santovito, il colonnello Stefano Giovannone,

capocentro a Beirut, il Gran maestro del Grande Oriente d’Italia Armando

Corona, Vittorio Emanuele di Savoia, l’attore Rossano Brazzi, vicino a Ronald

Reagan, insediatosi alla Casa Bianca il 20 gennaio 1981.

L’inchiesta raggiunse lo Yemen, la Polonia, il Libano, la Siria, l’Iraq e l’Iran.

Riguardò anche la Somalia del dittatore Siad Barre, che riceveva armamenti

dall’Italia e anche dagli Stati Uniti; e così la Corea del Sud, sotto l’egida

americana, già allora alle prese con le smanie belliche di quella del Nord; e

l’Argentina, reduce dal conflitto con l’Inghilterra per le isole Falkland. Qui erano

finiti, tramite la Francia e attraverso canali di logge massoniche, i missili Exocet

che avevano affondato un cacciatorpediniere inglese. C’era poi la Libia di

Gheddafi, che con l’Italia trafficava in armi e petrolio. E non si potevano

dimenticare le connessioni tra i nostri servizi segreti, quelli americani e di altri Paesi, soprattutto
orientali, che coniugavano armamenti e droga in traffici che li

vedevano collegati.

Il 25 gennaio 1983 Ciaccio Montalto fu ucciso a Valderice, in provincia di

Trapani. Il 29 luglio successivo, a Palermo, saltò in aria con un’autobomba

Rocco Chinnici, insieme agli uomini della sua scorta. Nel mese di giugno, a

seguito di una soffiata anonima – che rappresenta un quinto elemento da

rivalutare –, sequestrai documenti che chiamavano in causa l’onorevole Bettino

Craxi, che il 4 agosto 1983 sarebbe diventato presidente del Consiglio.

L’indagine viene chiusa, 1984


Iniziai a svolgere verifiche sugli ambienti circostanti il PSI e in particolare su forniture di armi
all’Argentina, alla Somalia e al Mozambico nel quadro della

cooperazione governativa. Le reazioni furono durissime. Nel dicembre del 1983

procedevo su un doppio fronte: da un lato disponevo perquisizioni e sequestri di

documenti su una società finanziaria di proprietà del PSI e dall’altro chiedevo al

direttore del SISMI, Ninetto Lugaresi, documenti sulla cooperazione, in

particolare sulla Somalia. Fu allora che Craxi si rivolse al procuratore generale

della Cassazione, che intervenne immediatamente contro il mio lavoro. I

provvedimenti che avevo emesso nei confronti di società legate al PSI mi

vennero restituiti senza essere eseguiti. L’indagine rimase bloccata.

Mi furono contestati abusi sia dal punto di vista disciplinare che penale. Mi si

addebitò il mancato invio di una «comunicazione giudiziaria» al presidente del

Consiglio. Altri reclami si aggiunsero da parte di imputati e avvocati. Le

indagini, ormai in stato avanzato, proseguivano però da sole in tutto il mondo.

Nel luglio del 1984, malgrado le fortissime pressioni a cui ero sottoposto,

denunciai Craxi alla Commissione inquirente per il reato di finanziamento

illecito al PSI, nonché per vicende legate ai traffici di armi. Nelle mie carte

comparivano personaggi noti come Lelio Lagorio, Gianni De Michelis, Paolo

Pillitteri, e altri allora meno conosciuti, tra cui Ferdinando Mach di Palmstein,

Silvano Larini, Augusto Rezzonico.

Ma il 20 novembre 1984, secondo un copione che appariva già scritto,

intervennero le sezioni unite della Cassazione, che disposero il trasferimento a

Venezia delle trecentomila pagine di atti processuali messe insieme in quattro

anni di lavoro. Fu accolta un’istanza presentata in segreto da imputati, avvocati e

dallo stesso procuratore generale della Corte d’Appello di Trento, Adalberto


Capriotti. I colleghi di Trento manifestarono pubblicamente la loro solidarietà

nei miei confronti. Tale condotta consentì alla Suprema Corte di affermare che

né io né gli altri magistrati trentini eravamo «attendibili» e «imparziali».

Il 3 dicembre firmai, inattesa da tutti, la domanda di trasferimento a Trapani,

dove presi servizio il 15 febbraio 1985. Tutto si svolse in modo affrettato, quasi

stessi per far saltare segreti affari di Stato, e non solo del nostro. Ma a saltare fui

io. Dopo i primi contatti con la diffidente realtà trapanese e le prime indagini

ereditate da Ciaccio Montalto, il successivo 2 aprile ci fu l’attentato di

Pizzolungo, che uccise al mio posto due gemellini di sei anni e la loro mamma.

Un mese più tardi fu scoperta ad Alcamo, vicino a Trapani, la raffineria di

morfina base più grande d’Europa. Era rifornita dalla stessa organizzazione turca

che cinque anni prima avevo individuato nell’inchiesta di Trento. Ma, dopo

l’estate del 1985 e mesi di vita blindata e minacce di morte rivolte anche alle mie

figlie, che allora vivevano ad Ancona, lasciai la Sicilia e la magistratura attiva.

Mi trasferii a Roma e iniziai a lavorare, fuori ruolo, presso il ministero di

Grazia e giustizia, abbandonando ogni ricerca e tentando di dimenticare. Tuttavia

le minacce proseguirono e le intimidazioni crebbero. Frattanto a Trapani, nel

1986, la polizia entrò in quello che sembrava un innocuo circolo culturale, il

Centro studi Scontrino, scoprendo che celava logge massoniche coperte

frequentate da «fratelli», templari, politici nonché mafiosi sospettati della

partecipazione al mio attentato. Lì operava anche un’altra organizzazione,

l’Associazione musulmani d’Italia, il cui presidente compariva in alcuni atti

come «sostituto» in Sicilia del colonnello libico Gheddafi.

Intanto i trafficanti di droga che avevo incriminato a Trento vennero


condannati a pene molto severe, sino a ventinove anni di reclusione. Sorte

analoga subirono in primo grado numerosi imputati che avevo frettolosamente

rinviato a giudizio per traffici di armamenti. Ma in appello vennero assolti tutti,

perché – venne detto – le armi non transitavano per l’Italia.

Anche io, dopo qualche anno, sarei stato assolto da ogni addebito penale. In

sede disciplinare il Consiglio superiore della magistratura mi condannò

dapprima alla perdita di sei mesi di anzianità, ma la pena fu annullata in

Cassazione. Allora il CSM mi sanzionò con un semplice «ammonimento», ma

mi battei anche in questo caso. La Cassazione rimise gli atti alla Corte

Costituzionale, che alla fine accertò che il Consiglio superiore della magistratura

aveva commesso atti illegittimi nei miei confronti.

In quegli anni attraversai lunghi periodi di malattia. Le minacce non si

interruppero. Trascorsi tutto il mio tempo sotto scorta, ventiquattr’ore al giorno,

fino a quando, all’inizio del 1990, smisi di essere un giudice. Accettai di essere

dispensato dal servizio a causa delle lesioni (accertate dall’ospedale militare di

Roma) provocate dalla bomba di Trapani, che mi aveva lesionato il labirinto

destro compromettendo la funzione dell’equilibrio. Avevo già iniziato a soffrire

di cuore e perso quasi del tutto l’udito all’orecchio destro. Vivevo fra timori

ossessivi ed ero lacerato dai sensi di colpa per le vittime. Qualche mese dopo, in

vista delle elezioni regionali del Lazio del 6 maggio 1990, lo psichiatra e politico

comunista Luigi Cancrini mi propose di candidarmi nella lista della Sinistra

indipendente. Accettai, fui eletto, ma mi dimisi un anno dopo. Nel 1992 mi

ricandidai, stavolta alle politiche, e divenni deputato per La Rete, il movimento

antimafia creato da Leoluca Orlando e alcune vittime di mafia.


Qualche settimana prima, il 17 febbraio, a Milano era stato arrestato il

presidente del Pio Albergo Trivulzio, il socialista Mario Chiesa, e si era aperta la

stagione di Mani pulite. Poi il 12 marzo, a Palermo, fu assassinato Salvo Lima, il

rappresentante del potere andreottiano in Sicilia. Venne l’ora delle stragi: di

Giovanni Falcone, il 23 maggio, e poco dopo quella di Paolo Borsellino, il 19

luglio.

Nel settembre del 1992 in Sicilia ricominciai a cercare tra i documenti delle

inchieste di Trapani e quelli dell’indagine di Trento, chiesi la riapertura di vecchi

processi. Mi dimisi da deputato e mi trasferii ancora una volta a Trento. Dal

1990 avevo iniziato a esercitare la professione di avvocato, rappresentando parti

civili in processi che mi consentivano di proseguire le mie ricerche. Formulai

ipotesi su connessioni nelle stragi di mafia. Puntuali si ripresentarono le ostilità

contro di me. Si accrebbero le minacce e anche più folte tornarono le scorte. In

silenzio, sbandato nei miei affetti, continuavo a cercare, senza pubblicità né

clamore; rincorrevo vecchie carte e atti di nuove inchieste. Mi aggiravo tra uffici

giudiziari e palazzi del potere in Italia e all’estero, da Ovest a Est, da Trapani a

Liegi e Parigi, da Mosca a Washington.

Lavorai a uno studio sulla criminalità concentrandomi sul suo livello di

vertice, quello che io chiamo il «quarto livello».

Nel 1996 i miei anni erano quasi cinquanta. Cercai di ricostruirmi una vita

privata. Intanto, in varie procure, altri magistrati cominciarono a fare

collegamenti tra le loro indagini e ciò che quindici anni prima era emerso dalle

mie a Trento. Un ex collega di Torre Annunziata (Napoli) mi chiese di aiutarlo a

rintracciare vecchi documenti. Il 10 novembre andai a Venezia. Nell’archivio del


tribunale, insieme a un magistrato della locale procura e agli investigatori,

scoprii che quegli atti erano quasi tutti spariti, distrutti, cancellati. Ne restavano

frammenti in uno scantinato. Faldoni aperti, fogli sparpagliati a terra. L’inchiesta

di Trento finita così, fatta a pezzi. La denuncia che presentai non ha mai avuto

una risposta.

Tra i processi che potei seguire come avvocato ci furono per esempio quello

contro il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, chiamato in causa per

la vicenda di Gladio, e altri processi di mafia, in particolare quelli che

riguardavano la strage di Capaci e l’omicidio di Giovanni Falcone, e ancora

quello per la strage del traghetto Moby Prince, entrato in collisione la sera del 10

aprile 1991 con la petroliera AGIP Abruzzo, producendo un incendio in cui

morirono 140 delle 141 persone a bordo.

Lavorando su questa storia, incrociai il caso di Ilaria Alpi, la giornalista del

Tg3 uccisa a Mogadiscio il 20 marzo 1994 insieme al cineoperatore Miran

Hrovatin: emerse un collegamento con il siriano Monzer al-Kassar, in cui mi ero

imbattuto a Trento nel 1982, scoprendo che era operativo nei traffici illeciti già

dalla fine degli anni Sessanta.

L’indagine si riapre, 2014

Sì, devo ricominciare le indagini da questo nome.

Ritornato a Trento da Palermo, cerco subito i vecchi atti dell’inchiesta. Li

custodisco in faldoni nel mio studio di avvocato, in un ripostiglio nascosto in una

soffitta.

Recupero, per fortuna quasi integra, la vecchia ordinanza di rinvio a giudizio

che avevo scritto prima di trasferirmi a Trapani. Porta la data del 15 novembre
1984 e racchiude 5.968 pagine, ormai sbiadite. È raccolta in dieci faldoni. Tra

queste carte cerco subito i nomi ai quali l’articolo su Monzer al-Kassar mi ha

fatto pensare, quelli dei palestinesi.

Ritrovo alcuni rapporti di polizia giudiziaria molto strani, che all’epoca avevo

ritenuto depistaggi su alcuni gravi episodi. Rintraccio i pochissimi riferimenti al

gruppo Settembre nero. Individuo subito i due nomi più importanti: Abu

Bassam, citato spesso con l’aggiunta del titolo Sharif («onorevole», «illustre») e

soprannominato il «volto del terrore», e Abu Dawud, l’ideatore e organizzatore

del massacro di Monaco nel 1972. Sono i soli rappresentanti di Settembre nero

sopravvissuti nel XXI secolo. Sono proprio loro i palestinesi che, nei primi anni

Duemila, hanno confermato le poche indiscrezioni pubblicamente divulgate

sull’esistenza del Lodo Moro. Sono esattamente gli stessi che erano nascosti e

ben «coperti» nella mia inchiesta di Trento. Me ne sono accorto nel 2014! Felice

delle conferme trovate nelle mie vecchie carte, vado alla stazione di Trento per

accogliere l’amico Ferdinando Imposimato, accorso da Roma dopo il nostro

contatto di due giorni prima.

Mi parla subito delle sue verifiche su interrogazioni parlamentari che avevo

proposto negli anni 1992-1993 nei confronti di una lobby di potere presente al

ministero di Grazia e giustizia e delle ulteriori conferme e informazioni da lui

acquisite in proposito.

«Certo, hai attaccato Cossiga pesantemente!» lo interrompo però, seduto al

tavolino di una trattoria a quaranta metri dal duomo di Trento. È l’ora di pranzo,

c’è sole e il locale è pieno di gente.

«E forse non dovevo?» mi risponde Imposimato con altrettanta foga.


Mi parla subito del libro che ha scritto, I 55 giorni che hanno cambiato

l’Italia, e di Cossiga. Segue piste non molto distanti dalle mie. Abbiamo però esperienze e
conoscenze molto diverse. Lui si è occupato in particolare, come

giudice istruttore a Roma, del rapimento di Aldo Moro. Recentemente ha

raccolto le dichiarazioni di alcuni personaggi che sostengono di aver fatto parte

della cosiddetta «Gladio militare», quella struttura di cui proprio Francesco

Cossiga e Giulio Andreotti hanno negato l’esistenza quando, dopo il crollo del

Muro di Berlino e la pressione delle inchieste di taluni magistrati, fu rivelata la

struttura Stay-behind, presente in Italia dal dopoguerra sino al 1990. È convinto

che i servizi segreti conoscessero il luogo in cui le Brigate rosse nascondevano

Aldo Moro durante il rapimento, ovvero il covo di via Montalcini; lo avrebbero

tenuto d’occhio, a quanto sostengono alcuni, per settimane. Il generale Carlo

Alberto dalla Chiesa sarebbe voluto intervenire per liberarlo. Ma due giorni

prima dell’assassinio i suoi controllori avrebbero ricevuto l’ordine di

abbandonare la sorveglianza. Imposimato cerca ancora di approfondire quella

pista. È anche convinto che al di sopra degli attori noti ci sia un gruppo di potere,

attraverso il quale le massime autorità governano il globo. Lo farebbero con

attività occulte di destabilizzazione, come era risultato scritto in un vecchio

documento del 1967, rinvenuto dal giudice Emilio Alessandrini, su una riunione

del Gruppo Bilderberg, nato per iniziativa del banchiere statunitense David

Rockefeller nel 1954 (sotto la stessa spinta dell’organizzazione liberista Mont

Pèlerin Society, fondata in Svizzera nel 1947). In queste segrete strutture sarebbe

stata decisa la strategia della tensione da attuare nel nostro Paese per ostacolare

l’avanzata del Partito comunista.

«Scrivi quello che stai facendo», mi suggerisce alla fine della conversazione.
«Non fare come altri che non hanno lasciato una traccia.» «E tu convinci», gli

rispondo, «il collega che ti ha rivelato il nome di chi al ministero lavorava per la

CIA ad autorizzarmi a scrivere questa rilevante circostanza.» Ci scambiamo le

ultime considerazioni, concordando di ritrovarci a breve a Roma.

Seguo il consiglio di Imposimato. Scrivo un primo elenco di nomi ed episodi

da verificare. Ne annoto undici. E stendo la mia prima ipotesi (Ip. 1).

È possibile che io sia stato fermato prima a Trento, poi a Trapani, e dopo

abbia continuato a subire minacce, per un motivo riconducibile alla mia prima

inchiesta? Ricordo quando a Caltanissetta, nel processo per la strage di

Pizzolungo, mi venne domandato: «Ma a Trento lei ha subito minacce?» Io

risposi: «Sì, numerose e di vario tipo». Alle mie spalle percepii un brusio tra gli

avvocati: «Sta scagionando gli imputati!» E quelli, effettivamente, vennero poi

assolti, anche se non per le mie dichiarazioni sulle minacce di Trento.

A quelle domande io avevo risposto in quel modo, perché... era così. Ma

qualcuno ha mai indagato su quelle minacce e sui depistaggi? Di certo non lo

fece l’autorità giudiziaria di Venezia, la quale sarebbe stata competente, ma che

sin dall’inizio della mia inchiesta tentò di sottrarmela per poi procedere

penalmente contro di me.

E le minacce che sono arrivate anche dopo che lasciai Trapani e la

magistratura attiva? Non possono forse essere derivate dal fatto che, senza

saperlo, a Trento mi ero imbattuto in personaggi, fatti e vicende «coperti»,

ovvero protetti dal Lodo Moro? È poi così impensabile l’ipotesi che io sia stato

bloccato per essere entrato in possesso di prove «vietate», sulle quali non avrei

dovuto indagare? E che quindi, in ogni caso, avrei dovuto essere fermato perché
non emergesse una parte della nostra storia che non doveva venire a galla? È

davvero così assurda l’ipotesi che dietro il Lodo Moro (filoarabo) ci fosse anche

l’«altro» che avevo trovato a Trento, cioè i traffici degli Stati Uniti, ovvero Stay-

behind e Gladio, di cui allora l’esistenza era segreta?

Tutta la mia storia mi sembra attraversata da un medesimo filo conduttore,

ancora non individuato, perché diretto da volontà superiori ed esterne, da

direzioni occulte, che utilizzano come manovalanza le nostre forze più efficaci e

anche più nascoste, accomunate da una caratteristica operativa, l’omertà: da una

parte i servizi segreti e la massoneria, dall’altra Cosa nostra.

Questa è la prima idea che maturo nel 2014, la mia ipotesi iniziale di lavoro.

La chiamo ipotesi 1, Ip. 1. Attorno a questa costruisco la mia prima strategia di

ricerca. Mi appare rivoluzionaria per comprendere la mia vicenda di Trento e di

Trapani, anche se così lontana nel tempo: con i suoi segreti – ne sono convinto –

stende le sue ombre sino a oggi.

In questo momento iniziale non immagino neanche lontanamente a quali altri

sviluppi mi condurrà l’ipotesi 1.

1. Le parole pronunciate il 3 ottobre 2008 dall’ex presidente Cossiga si estendono alla attuale
vigenza del patto. Sono riportate nel sito http://www.focusonisrael.org/2008/10/06/cossiga-ebrei-
italiani-vi-abbiamo-venduti-lodo-moro/ «E se a qualcuno potesse sembrare che quei giorni bui siano
spariti – vi si scrive –, il quadro che dipinge Cossiga è allarmante: l’Italia, egli crede, attua oggi un
accordo analogo con Hezbollah. Le forze di UNIFIL (United Nations Interim Force in Lebanon)
sarebbero invitate a circolare liberamente nel sud del Libano, senza temere per la propria incolumità,
in cambio di un occhio chiuso e della possibilità di riarmarsi offerta a Hezbollah. ‘L’Accordo Moro
non mi fu mai esposto in maniera chiara, ne ho solo ipotizzato l’esistenza. Nel caso di Hezbollah
posso affermare con certezza che esiste un accordo tra le parti’, dice Cossiga sicuro di quanto
afferma. ‘Se verranno a interrogarmi, deporrò davanti ai giudici che trattasi di segreti dello Stato, e
io non sono tenuto a rivelare le mie fonti.’»

Luci e ombre
(Indagine 2014, 30 novembre)

La fabbrica delle idee

«Per le idee e l’impegno morale»: sarebbero questi i motivi per i quali dovrei

essere ricordato? Lo apprendo a quasi trent’anni dall’attentato, quando mi viene

conferito dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’aureo

riconoscimento di «vittima del terrorismo». La consegna della preziosa medaglia

avviene il 9 maggio 2013, nel cosiddetto «Giorno della memoria».

Dopo il controllo dell’invito da parte dell’usciere, nella fastosa accoglienza

tutt’intorno a me non trovo una mano che mi saluti, a parte quella, al momento

della formale consegna, del ministro dell’Interno Roberto Maroni, che ha

controfirmato l’attestato. Sentendomi quasi un intruso, avverto la curiosità di

leggere la motivazione del riconoscimento: appunto, «per le idee e l’impegno

morale».

Appena chiusa la cerimonia, mi allontano. Mi sembra di scappare, come feci

da Trapani. Rifletto sull’uso dei termini. L’«impegno» non mi appare una qualità

poi tanto rara. Ricerco allora dentro di me «le idee» per le quali dovrei essere ricordato e penso
siano da identificare in quelle nelle quali ho creduto, vissuto,

lavorato. Quindi non incontro difficoltà a individuarle. Sono, come per tutti, le

luci presenti nella propria vita. Le mie di allora erano la mia famiglia, colei che

all’epoca era mia moglie, le mie prime due figlie, il mio primo cane, il lavoro, in

cui credevo e che occupava il mio tempo, pochi amici, di vecchia data. Tutto

vissuto in un equilibrio allora nemmeno apprezzato a sufficienza, come spesso

avviene nella vita, e poi sconvolto da eventi che mi hanno indotto e quasi

obbligato a concentrarmi su un’«idea» sempre più invasiva: la ricerca della

verità. Questa è stata la mia principale idea, forse una fissazione: la scelta di fare
il giudice e di cercare la verità, sulle orme di mio padre. Ho iniziato a studiare

sui suoi libri di filosofia e poi di diritto, e non ho mai smesso di ascoltarne le parole. Anche durante
le mie scelte più difficili, come quella di denunciare

l’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi, o quella di trasferirmi a Trapani.

Ho ancora in mente ciò che mi disse quando, nel dicembre del 1982, aveva la

stessa età che ho io mentre scrivo nel dicembre del 2014: sessantasette anni. Fu

allora che, dopo i più recenti sviluppi della mia inchiesta di Trento, mi suggerì di

partecipare a un convegno di magistrati sulla criminalità organizzata che si

sarebbe tenuto a Sorrento poco prima di Natale. «Vai anche tu, Carlo. Non fare

l’orso come sempre. Condividi con i colleghi le tue esperienze, le tue scoperte, le

tue idee. Ti potrà essere utile.» Non immaginava che con i tempi che correvano

le rivelazioni sulle indagini, per me come per gli altri magistrati, potessero essere

un’esposizione inutile e imprudente.

A quell’incontro di magistrati avrò l’unica occasione di vedere presenti tutte

le luci della mia vita. Mi intrattengo con il sostituto procuratore della Repubblica

di Trapani, Giangiacomo Ciaccio Montalto, con cui già da tempo sono in

contatto per comuni indagini. Nessuno può immaginare che verrà ucciso poche

settimane dopo e che io mi ritroverò a lavorare nella sua città, tra i suoi fascicoli,

in capo a due anni. C’è Giovanni Falcone, che aveva lavorato a Trapani prima di

occupare il ruolo di giudice istruttore a Palermo. È da poco venuto a Trento a

interrogare alcuni miei imputati turchi, più disposti a parlare dei mafiosi perché

nel loro Paese esiste la pena di morte. A mia volta mi sono recato al carcere

dell’Ucciardone a Palermo per ascoltare personaggi accusati anche da lui. Lo

accompagna Paolo Borsellino: già allora i due appaiono legati da un rapporto di

confidenza oltre che di lavoro. C’è anche il loro capo, il consigliere istruttore
Rocco Chinnici, che ha creato nel capoluogo siciliano una specie di pool di

magistrati. Avverte nemici non solo nella criminalità, e non ne fa mistero. A me

chiede come sia la vita giudiziaria di Trento e l’Ufficio della Procura generale

presso la Corte d’Appello. «Sarei felice se tu venissi a Trento», gli rispondo

spiegandogli poi i contrasti con la locale Procura e anche con quella generale.

Tra i tanti magistrati che sono lì presenti, tutti estremamente abbottonati e

riservati, pochi espongono atti processuali o proprie «idee». Quasi nessuno,

comunque, condivide le mie sull’esistenza di «un terzo livello» esterno a Cosa

nostra, già allora ritenuta priva di registi esterni. Distribuisco tra perplessi

colleghi un’improvvisata mappa sulla presenza di altre entità. Nomino la Siria, il

Libano, la Turchia, la Francia, la Germania, gli Stati Uniti... oltre a Trento e a Palermo.

Non ho il coraggio di accennare a un altro livello, ancora più elevato, nel

quale i traffici di armi e di droga compaiono come indizi di alleanze trasversali

che mettono in contatto Paesi apparentemente nemici tra loro, servizi segreti,

massoni. Già lo denominavo fra me e me il «quarto livello», una sorta di centrale

direttiva di componenti internazionali (bancarie, economiche, finanziarie,

politiche, militari) che non avrebbe potuto essere toccata, scoperta, rivelata,

perché celava i nomi e gli interessi dei poteri diretti e trasversali fra gli Stati.

Questo era nei miei pensieri, nelle mie... idee. È per queste intuizioni o

convinzioni, a cui mi sono ispirato nella vita, che dovrei essere premiato e

ricordato?

Dopo un mese viene ucciso Giangiacomo Ciaccio Montalto; poco dopo,

Rocco Chinnici. Per me le ombre si materializzeranno nell’aprile del 1985. L’ora

di Giovanni Falcone scoccherà nel maggio del 1992. Quella di Paolo Borsellino
due mesi dopo.

Per Falcone l’ultima ora sarebbe forse dovuta essere il 21 giugno 1989

nell’attentato dell’Addaura, mentre si accompagnava alla collega svizzera Carla

Del Ponte, anche con alcune mie carte. Le stesse che tenevo sempre con me nella

borsa, pure il 2 aprile 1985.

Le avevo tra le mani anche quando venni interrogato, qualche mese dopo, dal

Consiglio superiore della magistratura e dovetti discolparmi dalle accuse che

avevano fermato l’inchiesta di Trento. E ricordo, come fosse oggi, quando con

poche parole tentai di difendermi brandendo come strali quei documenti,

tentando di pronunciare i miei atti di discolpa e insieme di accusa contro il

sistema: «È tutto collegato... è tutto collegato...» E il mio stesso avvocato – un magistrato della Corte
di Cassazione, Giovanni Tranfo, collega e amico di mio

padre che ebbe il coraggio di difendermi – con la mano continuava a

tamburellarmi sulla spalla per farmi capire che era del tutto inutile affrontare

quelle spiegazioni difficili. Non sarebbe servito: nessuno, in quella sede, voleva

sapere; nessuno voleva ascoltare. Niente doveva essere detto. La storia doveva

finire lì, con una sanzione, punto e basta.

Oggi sarei un bugiardo se dicessi che già allora sapevo tutto. No, non avevo

capito molto. Mi ero però imbattuto in alcuni nomi importanti, non solo italiani

ma anche stranieri, e avevo intuito che tutto era collegato: dalla droga alle armi,

dai servizi deviati al terrorismo e alla politica, dal Libano alla Sicilia, a Trapani,

agli americani e ai russi, ai turchi e ai siriani.

Ma non ero incappato nei palestinesi – ai quali allora, confesso, non pensai e

che nessun organo di polizia mi segnalò – né tantomeno nei loro conflitti con gli

israeliani e con gli americani, o in altre oscure chiavi di lettura che, nei primi anni Ottanta, non
potevo (né io né i miei colleghi) conoscere.

Tornando a quel convegno di Sorrento del dicembre 1982, comunque, non

siamo presenti solo noi giudici. Ci sono investigatori italiani della Criminalpol,

la Direzione centrale della polizia criminale, dell’Interpol, l’organizzazione

internazionale per la cooperazione delle forze di polizia, e anche americani:

agenti della DEA, dell’FBI, di ignoti apparati segreti. Ci osservano, ci ascoltano.

Ci lusingano anche per le nostre capacità e abilità. Ci spiegano e mostrano i loro

metodi di indagine, spesso costituiti da schemi con linee e frecce indicanti

contatti e rapporti tra vari personaggi, chissà da dove colti, visti o sentiti.

Appaiono assai preparati, attenti e pronti. Anche molto attivi.

... e la fabbrica del terrore

E noi giudici? Che sparuto e male attrezzato manipolo di rappresentanti della

giustizia eravamo! Eppure quel convegno sarebbe dovuto essere il

«coordinamento» tra i più ferrati magistrati italiani allora impegnati nella lotta

alla criminalità organizzata, alla mafia, a quei poteri occulti che già si intuivano

nella loggia massonica P2 di Licio Gelli e nei cosiddetti servizi segreti deviati.

Si trattava solo di un raggruppamento quasi casuale di magistrati di procure

della Repubblica e di tribunali, collegati da qualche numero di telefono, più rare

telescriventi, e rapporti tenuti nascosti per molteplici motivi. Non c’era alcuna

operatività congiunta, se non quella possibile tramite confidenze personali,

spesso rese difficili dalla imposta segretezza istruttoria, e, talora, anche da

rivalità.

Nessuno di noi avrebbe mai immaginato che quella nostra attività

professionale potesse essere sotto una lente di ingrandimento, forse anche in


quello stesso convegno a Sorrento. Che fossimo già parte di un conflitto tra

poteri di Stato (e di Stati), forse pure orchestrato dall’alto, manovrato dai

massimi centri dell’Ovest e dell’Est, da Washington come da Mosca. Di sicuro

già dal 1971, ovvero quando erano nati quegli occulti accordi tra occidentali e

arabi che favorirono anche i traffici di droga, di armi e l’impiego dei proventi nei

paradisi fiscali per liberalizzare i mercati, come dissero avendo anche in testa

altro, già avviato a livello più segreto.

Che cosa era accaduto, poco prima di quell’incontro di Sorrento, di tanto

significativo da provocare successivi stravolgimenti degli eventi? Su indicazione

di Giovanni Falcone il 20 ottobre 1980 ero andato a Varese per interrogare uno

dei principali indiziati (da lui e da me) di traffici di droga: un tale Gennaro Totta,

palermitano, in contatto con turchi e siriani. Tenni l’interrogatorio in Questura.

Al termine, chiesi al dirigente della mobile se in quella zona vi fossero turchi

o siriani operanti... in armi. Vidi volti sconcertati dalla mia irruenza, quasi che io

sapessi quello che c’era nei loro cassetti. In parte era vero: alla Criminalpol di Roma un
investigatore mi aveva dato una soffiata per cercare bene da quelle

parti. Poi venne castigato. Comunque, quel giorno a Varese, dopo una serie di

sguardi incrociati, i funzionari mi mostrarono un fascicolo sulla cui copertina era

scritto in grande «Henry Arsan». In alto compariva una recentissima richiesta di

informazioni della polizia austriaca che riguardava questo siriano residente a

Varese con la moglie italiana. Il riferimento riguardava traffici di armamenti

pesanti da lui trattati con un turco che non avevo mai sentito, Ertem Tegmen,

operativo in quel momento a Vienna, il quale faceva da tramite in Austria e

Germania tra i vertici USA e le organizzazioni internazionali: era ben noto agli

americani.
In un libro del 1990 ricorda questo equivoco personaggio anche Claire

Sterling, famosa scrittrice e discussa consulente delle attività di governo degli

Stati Uniti. Descrivendo l’origine delle ultime alleanze planetarie con il

«cartello» di Medellín in Colombia (produttore e distributore della cocaina in

tutto il mondo in cambio dell’eroina proveniente dall’Est), accanto ai famosi

italoamericani della famiglia Gambino a New York, l’autrice cita proprio questo

«noto trafficante della mafia turca, Ertem Tegmen, persona di raccordo, in

Austria e Germania, tra i vertici USA e le organizzazioni internazionali». 1

In quel momento, il 20 ottobre 1982, in realtà c’era già quasi tutto,

nell’indagine, pure se solo in abbozzo. Solo che nessuno lo sapeva tra noi,

nemmeno io, che l’avevo iniziata da oltre due anni.

Quell’inchiesta era stata subito contrastata e assunse connotati molto

singolari. Dopo aver ricevuto numerose minacce mi fu assegnata, nell’estate del

1982, una nutrita scorta (composta di ben dodici elementi) della guardia di

finanza, i Baschi verdi. Certo bene addestrati, ma normalmente non impiegati

per la tutela di magistrati. Perché ciò avvenne con me? Per tenere sotto controllo

i miei spostamenti o le mie attività? Ministro delle Finanze all’epoca era il

socialista Rino Formica (dal 28 giugno 1981 al 1º dicembre 1982), mentre il

governo era guidato da Giovanni Spadolini, noto «atlantista», cioè

filoamericano, il cui nome poi avrei trovato in un cosiddetto «comitato delle

tangenti», in relazione a vecchie vendite di armi e acquisti di petrolio. Mi sarei

imbattuto di nuovo in Formica nella stessa società finanziaria del PSI sulla quale

andò a infrangersi l’indagine di Trento. E lo avrei incontrato ancora, prima a

Trento e poi a Trapani, come firmatario di un decreto-legge, emesso dal ministro


delle Finanze, che di fatto favorì, in particolare, certi «Cavalieri del lavoro»

siciliani. Tutto per caso? Oppure no?

Di sicuro però l’inchiesta di Trento, sin dal suo inizio, nel 1980, apparve

frontalmente e formalmente contrastata dalla polizia giudiziaria e dalla

magistratura di Venezia; in particolare da un dirigente ben preciso della sua

Questura (più esattamente della Questura di Mestre), Arnaldo La Barbera, solo

di recente individuato come possibile «depistatore», nelle indagini sulla mafia

negli anni Ottanta e Novanta (Ip. 2).

L’inchiesta si aprì a Trento con i più rilevanti sequestri di stupefacenti

dell’epoca (circa duecento chili di eroina pura e di morfina base). Ma l’indagine

corse il rischio di rimanere subito bloccata. Negli atti di sequestro firmati da La

Barbera, questi non indicò la fonte che ne aveva consentito il rinvenimento per

proteggere la «sua incolumità». Tuttavia gli specifici luoghi in cui la droga era

stata recuperata, in bidoni sepolti sotto metri di terra, potevano essere conosciuti

solo da chi l’aveva riposta lì.

Il 31 dicembre 1980, nel mio ufficio di Trento, interrogai lui e i suoi agenti.

Dopo ammonimenti vari, sia La Barbera sia gli agenti della sua squadra

ammisero di aver fatto uscire dal carcere di Venezia, d’accordo con un

magistrato, il più importante socio di Kofler (imputato nell’inchiesta di Trento),

il turco Arslan Hanifi. Grande gloria per chi aveva condotto l’operazione. Ma la

prova contro l’imputato era stata cancellata. Non figurando nomi, lui e i complici

sarebbero rimasti fuori da ogni possibile indagine. In pari tempo, a un altro

personaggio, l’altoatesino Herbert Oberhofer, venne concessa dai magistrati di

Venezia una libertà provvisoria allora non consentita dalle imputazioni. Anche
costui, il giorno dopo la sua liberazione, fece trovare a La Barbera ulteriori

enormi quantitativi di morfina base occultati nel proprio orto, di cui però

addossò ogni responsabilità al suo vecchio custode, tale Bruno Meraner. Questa

condotta, alla conclusione del lungo processo subito da Oberhofer, sfocerà

nell’assoluzione in Cassazione, che scriverà la parola fine anche su altri delicati

aspetti del suo passato che lo ricollegavano al vecchio terrorismo in Alto Adige.

Le mie segnalazioni al riguardo rimasero senza esito.

Un secondo elemento inusitato che si frappose all’indagine che stavo

conducendo fu la richiesta inoltratami dal capo dell’Ufficio istruzione di

Venezia, Michele Curato, di trasmettergli tutti gli atti per «sua competenza». Io

mi rivolsi alla Cassazione, dal momento che i traffici facevano palesemente capo

al trentino Kofler; e la Suprema Corte, in quel momento iniziale, condivise le

mie argomentazioni e lasciò l’inchiesta a Trento.

Ma quando la mia indagine lambirà i vertici politici, gli atti finiranno proprio

all’Ufficio di Venezia e a quel magistrato, che mi incolperà di reati da cui sarò

successivamente assolto. A quel punto l’inchiesta di Trento si fermerà e resterà

incompiuta. È la stessa Cassazione, nel 1984, a spostarla a Venezia su pressione

dei politici e dell’allora procuratore generale di Trento Adalberto Capriotti.

Questi, nel 1993, diverrà direttore generale degli Istituti prevenzione e pena e

firmerà la soppressione del carcere duro. L’investigatore «speciale» La Barbera

continuerà invece a operare, anche di nascosto, per i nostri servizi (SISDE), tra

Venezia e Palermo. Craxi e Martelli governeranno. Poi cadranno.

Infine fin dagli esordi si susseguirono strane scomparse dei più importanti

indiziati, a partire dallo strano «suicidio» di Karl Kofler, avvenuto con due fatti
autolesivi contemporanei e di per sé incompatibili, ognuno dei quali causa

autonoma di morte istantanea: il taglio della gola con una lametta e la

perforazione del cuore con uno strumento acuminato dello spessore del raggio di

una ruota di bicicletta, mai ritrovato nella cella. Seguì una rocambolesca

evasione dalle carceri di Trento del famoso «socio» di Kofler, quell’Hanifi

protetto da La Barbera (l’evasione si valse del tradizionale taglio delle sbarre con

un seghetto e di lenzuoli appesi alla finestra per calarsi giù dal carcere, mentre i

detenuti sarebbero dovuti essere «sotto controllo continuo»), aiutato da una

potente organizzazione esterna, naturalmente mai individuata. Quindi vi furono

poi strane morti, in carcere o fuori: Arsan, Cantas, Celenk (in prigione), Stefano

Giovannone, Giuseppe Santovito (nelle proprie abitazioni), tanto per limitarmi a

nomi noti.

Settembre nero e il suo «Punto n. 6»

Che cosa scoprii di tanto importante nell’autunno del 1982 a Varese sul siriano

Arsan? Appresi del suo «accordo scritto, di collaborazione come informatore»,

accordo segreto e non riferito ad alcun magistrato, con i servizi segreti americani

e con la nostra Criminalpol, siglato fin dal 1973. Riguardava insieme traffici di

droga e di armi. Comprendo appieno questo accordo degli Stati Uniti con Arsan

in Italia soltanto adesso, dopo che è divenuto più noto anche l’altro accordo, quel

Lodo Moro che fu la reazione dell’Italia al ricatto terroristico, e dopo aver potuto

approfondire un altro precedente accordo, che ho chiamato «Lodo dei Nobel», di

cui parlo più avanti, tra i terroristi palestinesi e gli stessi USA.

Proprio in quel 1973 negli Stati Uniti nacque la DEA, organo investigativo

internazionale che, teoricamente, avrebbe dovuto concentrarsi sulla lotta alla


droga, non al terrorismo. Questo settore rientrava infatti nelle competenze di altri

apparati americani, la CIA, la NSA e l’FBI. Eppure dal processo contro il siriano

al-Kassar risulta chiaro che quel grande trafficante venne incastrato dalla DEA

per forniture di armi a terroristi. Come mai? Perché la DEA, che combatte la

droga, ha sempre avuto facile accesso a ogni Paese del mondo e maggiori

possibilità di interagire con i vari interlocutori esteri, sia a livello di governi, sia

a livello di trafficanti, anche usando i metodi operativi propri della più segreta organizzazione Stay-
behind, la cosiddetta «infiltrazione» (nelle organizzazioni

criminali) e la «esfiltrazione» (ovvero la loro fuoriuscita da esse).

La DEA riuscì così a creare la più capillare rete coperta di «infiltrati»

(dichiarati «informatori»), di agenti provocatori, da loro definiti «C.I.»

( confidential informants o criminal informants): loro alleati «coperti», protetti, nascosti e operanti
nel bel mezzo dei traffici illeciti di ogni sorta, da quelli di droga a quelli di armi, dai contrabbandi ai
finanziamenti illeciti, utilizzati per

dare appoggio a movimenti insurrezionali ma anche al terrorismo. Quest’ultimo,

all’epoca, ispirato in particolare dalle iniziative e dalle azioni dei palestinesi,

sotto sotto alleati anche degli Stati Uniti e poi degli italiani, dietro la minaccia (e

talora forse anche il pretesto) del terrore.

L’organizzazione Settembre nero fu fondata, a quanto descritto dai più attenti

osservatori dell’epoca, 2 il 7 novembre 1970, dopo le prodezze con cui alcuni

palestinesi si erano distinti nei plurimi dirottamenti di Dawson’s Field (assurti

poi a modello di tante azioni terroristiche, fino all’11 settembre 2001). A Beirut

ne venne stabilito il programma comune, con otto regole ben precise

analiticamente descritte dal giornalista Lojacono. La più importante mi appare la

numero 6. Venne deciso che «l’organizzazione opererà con varie cellule

assolutamente indipendenti l’una dall’altra, senza un unico capo, senza un’unica


direttiva», al fine di impedire l’eventuale e possibile infiltrazione da parte degli

israeliani. Questa regola sarà poi applicata da tutte le organizzazioni terroristiche

e darà luogo alla prassi di operare con l’attivazione improvvisa di cellule

«dormienti» sparse ovunque e pronte ad agire (Ip. 3). Così avviene fino a oggi.

Settembre nero prende il nome dalla violenta repressione scatenata da re

Hussein di Giordania contro i palestinesi nel settembre del 1970, e la sua azione

terroristica più famosa è quella che avvenne nel 1972: il sequestro e la strage

degli atleti olimpici israeliani a Monaco.

Forse, però, non tutti sanno che quell’operazione, memorabile nella sua

esecuzione e per i successivi ricatti innescati e le ritorsioni micidiali da parte di

Israele, nacque proprio in Italia. Questo è quanto emerso dalle indagini, ed è

anche stato ammesso dai diretti interessati, ma è rimasto impunito. Anzi il suo

ideatore, Abu Dawud, tra i fondatori di Settembre nero, è stato anche uno dei

terroristi che patteggiarono il Lodo Moro con le nostre istituzioni.

Era anche uno dei protagonisti dei crimini in cui mi ero imbattuto

nell’inchiesta di Trento. Posso meravigliarmi che ciò non mi sia stato detto? Che

poi l’inchiesta sia stata ostacolata? E che poi sia finita nel nulla... come anche le

sue carte?

1. Sterling, C., Cosa non solo nostra. La rete mondiale della mafia siciliana, Mondadori, Milano
1990, pp.

340-341.

2. Lojacono, V., I dossier di Settembre Nero. Un quadro del problema arabo-israeliano attraverso
uno dei suoi fenomeni più drammatici e sconvolgenti, Bietti, Milano 1974, p. 45. Lojacono descrive
e pubblica il suo prezioso volume sulle attività svolte dai fondatori di Settembre nero proprio mentre
risultano conclusi gli accordi tra loro e le nostre autorità.

4
Dal Lodo Moro al sequestro Moro

(Indagine 2014-2015)

La scuola dei confidential informants

È il 5 agosto 1973. La nuova DEA raccoglie prove, anche fotografiche, sui

traffici di droga svolti in Italia e in mezzo mondo dal siriano Henry Arsan. Poi si

assicura la sua collaborazione con un ricatto: «O lavori con noi o verrai arrestato,

insieme alla tua complice e moglie italiana» (Ip. 4).

Ciò avviene in territorio italiano, sotto la vigenza delle leggi italiane e con

l’espressa indicazione, negli atti sequestrati nell’inchiesta di Trento, che di tutto

è «a conoscenza» la polizia di Stato italiana. Chi agisce è un agente speciale

della DEA, Thomas Angioletti – noto collaboratore anche dei magistrati di

Palermo –, unitamente a un altro suo «informatore» (il trafficante turco Ertem

Tegmen incontrato nel capitolo precedente, anche lui con un numero in codice

ben preciso), che faceva parte di quella preziosa arma usata dagli Stati Uniti per

contrastare la criminalità: i C.I., confidential informants. Arsan conferma di essere coinvolto in


queste attività di contrabbando da almeno venticinque anni,

ovvero dal 1958 (Ip. 3). Dichiara inoltre che il prezzo della morfina base al chilo

è di settecentomila dollari. «Da questo momento», c’è scritto in quegli atti,

«Arsan collabora con i nostri uffici di Roma e Milano da dove ottiene vari

permessi, anche di acquistare cento chili di morfina base» da noti capi turchi.

Cento chili di morfina base valgono all’epoca cento volte settecentomila dollari,

ovvero settanta milioni di dollari in contanti. La droga diviene merce di scambio

per vendere armi o armamenti.

Questi patti sono contenuti in una lettera consegnata al capo della nostra

Criminalpol, Ennio De Francesco, su carta intestata della stessa Criminalpol di


Roma. In essa si racconta anche della consegna di documenti falsi a Henry

Arsan. Tra i nomi presenti in questa copertura figurano Monzer al-Kassar (che,

come abbiamo visto, verrà arrestato dagli americani con una trappola solo nel

2007), Abu Dawud (che nel 1972 aveva organizzato, a Monaco, la strage contro

gli atleti israeliani), Abu Bassam (che nel 1970 aveva attuato i dirottamenti di

Dawson’s Field).

«Quello che dico è la verità... non tutta la verità», affermerà proprio

quest’ultimo nel 2008, quando, conversando a distanza con l’ex presidente della

Repubblica Francesco Cossiga, ammetterà di avere partecipato alla formazione e

all’esecuzione del Lodo Moro. E Cossiga ne parla in relazione alle protezioni di

trasporti di armi avvenute sul territorio italiano, all’attentato alla sinagoga di

Roma nel 1982, ai trattamenti di favore riservati ad Abu Abbas (nella crisi di

Sigonella dopo il dirottamento della nave Achille Lauro ricordata nel primo

capitolo), alla strage di Fiumicino del dicembre 1985, alle stesse attività

terroristiche degli Hezbollah presenti negli anni Duemila.

Abu Bassam è l’ultimo sopravvissuto dei primi fondatori di Settembre nero e

di recente (nel 2017) è stato ricevuto quasi con deferenza e onore dal nostro

Parlamento, nell’ingenua speranza dei parlamentari di apprendere da lui la verità

sul caso Moro. Nel 1972, a Beirut, in Libano, gli esplose tra le mani una bomba

nascosta dal Mossad in un libro intitolato Le memorie di Che Guevara. Perse quattro dita e rimase
sordo da un orecchio e cieco da un occhio. Anche se oggi

viene trattato quasi da eroe, è però noto che nel 1970 fu proprio lui a organizzare

i famosi dirottamenti di Dawson’s Field, quando fra il 6 e il 9 settembre tre aerei

di linea europei furono costretti ad atterrare in Giordania in un vecchio campo di

aviazione della Royal Air Force. Un quarto dirottamento fallì, con l’uccisione di
un terrorista e la cattura dell’altra, Leila Khaled, compagna di lotta di Abu

Bassam presa a esempio dalle brigatiste rosse.

Già nel 1980 Bassam fece solenni richiami al Lodo Moro quando venne

arrestato Abu Saleh, responsabile dell’OLP in Italia, trovato insieme ad alcuni

estremisti della nostra sinistra con dei missili Strela che avrebbero dovuto essere

utilizzati (si sostiene) per colpire Golda Meir. «I missili erano in transito», ha ribadito nel 2008, «e
non era la prima volta che imbarcavamo armi per l’Italia.

Non erano però destinati a essere qui utilizzati, ma contro il nemico israeliano,

contro i bombardamenti aerei e contro l’imperialismo... Io in Italia viaggiavo

scortato dai vostri servizi.»

Lui viaggiava scortato e adeguatamente protetto. Alcuni magistrati e

investigatori italiani non sono stati altrettanto fortunati.

«Non lo farei come lo feci allora», dirà invece ancora più spavaldamente e

arrogantemente il suo amico Abu Dawud a proposito della strage di Monaco del

1972, «lo farei meglio: finché gli israeliani continueranno a occupare la mia

terra, farò tutto il possibile per oppormi a questa ingiustizia.»

L’incontro del 15 luglio 1972 tra Abu Dawud e Salah Khalaf (Abu Ayad)

servito a pianificare la strage di Monaco è avvenuto, come lo stesso Abu Dawud

spiega, a Roma, in piazza della Rotonda, davanti al Pantheon. Lo racconta

pavoneggiandosi in occasione dell’uscita, nel 2005, del film Munich di Steven Spielberg, in cui si
mostra l’angoscia della risposta di Israele all’assassinio di

undici dei propri atleti olimpici. La strage si compie il 5 settembre, anche in

conseguenza di un maldestro intervento da parte della polizia tedesca che porta

alla morte tutti gli atleti sequestrati, cinque fedayyin e un poliziotto tedesco.

Davanti ai televisori e alle radio, il mondo intero segue il primo assalto


terroristico dell’era mediatica, compiuto dall’organizzazione palestinese

Settembre nero come rivalsa su Israele. Il cui primo ministro Golda Meir

deciderà di vendicare gli ebrei assassinati in terra tedesca dai tempi della Shoah,

incaricando i vertici del Mossad, l’agenzia israeliana di intelligence, di dare

inizio alla missione segreta denominata in codice «Operazione Ira di Dio»,

diretta a eliminare fisicamente gli alti esponenti del terrorismo palestinese che si

ritengono implicati nell’attentato. Abu Dawud racconta anche l’episodio

dell’accordo per il Lodo Moro. «In Italia, nel 1974, concludemmo un accordo

con il governo. Se l’Italia avesse impedito agli israeliani di colpirci, noi

avremmo terminato ogni azione.» Anche dopo le sue pubbliche ammissioni

nessuno nel nostro Paese inizierà un processo contro di lui.

All’hotel Victoria di Varsavia, nei pressi di quei luoghi in cui fu concepito e

sottoscritto il Patto di Varsavia, viene tramandata una vecchia storia. Nel 1981,

un arabo, assiduo e noto frequentatore di quell’albergo, subisce un attacco da

parte di un altro arabo sotto gli occhi attoniti degli altri ospiti. Il palestinese viene raggiunto
all’interno dell’hotel e colpito con sei colpi d’arma da fuoco

sparati da una distanza di due metri. Eppure riesce a reagire, a inseguire il suo assalitore sino
all’uscita, e a dileguarsi. Quel palestinese era sempre Abu Dawud,

braccato dal Mossad. Morirà solo nel 2010.

In quello stesso hotel Victoria, l’anno successivo, il 1982, Abu Dawud, Abu

Bassam, Henry Arsan e Ertem Tegmen si incontreranno in occasione

dell’acquisto di armamenti pesanti per l’Iran, di cui rimane traccia nelle

intercettazioni telefoniche allora in corso a Varese.

Lui, Abu Bassam e qualche altro terrorista palestinese furono i fondatori di

Settembre nero. E furono anche i principali creatori del Lodo Moro. Sono rimasti
impuniti, sia pure costretti a rimanere nascosti per non venire uccisi dai servizi

israeliani.

E furono precisamente questi due i principali palestinesi coinvolti nei traffici

di armi dell’inchiesta di Trento, ma a me nascosti e non rivelati dagli

investigatori. La loro voce e i loro nomi compaiono impressi nelle registrazioni e

nelle trascrizioni delle conversazioni telefoniche con Henry Arsan. E di certo

anche i due ignorano l’esistenza di queste prove. Diversamente, in ben maggiori

guai sarebbero incorsi allora i nostri apparati.

Operavano in contatto con quel Rifa’at al-Assad, fratello minore del defunto

presidente della Repubblica siriana Hafiz al-Assad e zio quindi dell’attuale

presidente della Repubblica Bashar al-Assad, tutti acerrimi «nemici» degli Stati

Uniti, quantomeno a parole.

Il loro cognome in arabo significa «leone». E il «leone di Damasco» ricorda

quel valoroso e cavalleresco condottiero turco il quale, disgustato dalla slealtà

dei propri compagni d’armi, fattosi cristiano, passa nelle file del nemico, e per

riconsegnare un bambino ai genitori paga con la vita il suo intrepido eroismo.

Sinora le cose non sembrano essere andate come nel film.

Il Lodo dei Nobel

Queste protezioni in Italia e in altri Paesi dell’Occidente appaiono però

conseguenza di un primo altro accordo, formato a distanza, tra Kissinger e

Arafat, la cui ricostruzione si è resa possibile solo attraverso recenti

desecretazioni di alcuni documenti di cui la stampa ha dato notizia nel 2008. 1 Si

tratta dei documenti di Richard Helms, direttore della CIA dal 1966 alla fine del

1973. In essi il leader palestinese Yasser Arafat compare come mandante


dell’uccisione di due diplomatici americani e di uno belga, trucidati nel marzo

del 1973 durante il famoso attacco terroristico all’ambasciata saudita di

Khartum. La presidenza USA era a conoscenza del doppio ruolo giocato da

Arafat in qualità di leader di Fatah e di oscuro stratega delle operazioni di

Settembre nero. Henry Kissinger, allora consigliere per la Sicurezza del

presidente Richard Nixon, decise di imporre il segreto di Stato sulle

comunicazioni radio intercettate, in cui era stata registrata la voce di Arafat che
dava l’ordine di eliminare l’ambasciatore americano in Sudan, il suo vice e

l’incaricato d’affari belga. L’operazione di copertura venne decisa – a quanto si è

detto – non certo allo scopo dichiarato di alimentare la Guerra fredda, ma solo

per mantenere aperti i rapporti diplomatici con Arafat e quindi con l’OLP.

A quell’azione di forza in Sudan si affiancò una contemporanea attività

terroristica, finalizzata a moltiplicarne gli effetti intimidatori, svolta a New York

tramite un altro arabo che allora usava il nome di Khalid Duhham al-Jawary.

Costui piazzò tre autobombe con esplosivo Semtex in luoghi da cui sarebbe

dovuta transitare Golda Meir nella sua visita negli Stati Uniti. Le bombe però

non esplosero parrebbe perché vennero rilevate dalla NSA. Si trattava proprio di

quell’arabo catturato in Italia nel 1991 e poi estradato negli Stati Uniti da

Giovanni Falcone.

In quell’anno, il 1973, a Oslo verrà assegnato il premio Nobel per la pace a

Henry Kissinger. Il 14 ottobre 1994 l’ambito premio verrà assegnato invece a

Yasser Arafat (nonché a Shimon Peres e Yitzhak Rabin), «per premiare gli sforzi

per la pace in Medio Oriente»: sarà la fine dell’OLP (Ip. 5).

Il triplo Lodo Moro

In quel momento, alla fine del 1973, proprio dopo le stragi di Monaco e di

Khartum, scocca l’ora dell’accordo con l’Italia. È il 17 dicembre. Al Tribunale

penale di Roma si celebra un processo contro cinque arabi trovati a Ostia in

possesso di armi che volevano usare contro Israele. Nella tarda mattinata, da un

volo proveniente dalla Spagna, all’aeroporto di Fiumicino scendono alcuni

individui (cinque in totale) con bagagli a mano contenenti armi. Le estraggono

dalle borse e si dividono in due commandi. Uno dei gruppi si dirige sparando
verso un aereo della PanAm. Vengono gettate all’interno della fusoliera alcune

bombe incendiarie al fosforo. Il velivolo si incendia istantaneamente. Muoiono

carbonizzati ventotto passeggeri e una hostess. Sedici persone vengono

ricoverate negli ospedali romani. Una di queste perisce poco dopo per le ustioni.

Il secondo commando raccoglie altri ostaggi per salire a bordo di un aereo

Lufthansa che poi decolla con destinazione prima ad Atene, poi a Damasco e

infine nel Kuwait: qui, nella serata del giorno successivo, verranno liberati gli

ostaggi sopravvissuti e arrestati i terroristi.

Claire Sterling ricorda, in un suo studio, 2 «quel giorno del dicembre 1973,

quando Aldo Moro, allora ministro degli Esteri, comparve davanti al Parlamento

italiano per difendere il colonnello Gheddafi dall’accusa, peraltro fondata, di

aver organizzato, il 17 dello stesso mese, la più atroce azione terroristica

compiuta in Europa negli anni ’70. [...] Ero seduta nella tribuna stampa quando

Moro parlò alla Camera dei deputati, affermando che era felice di accettare il

vigoroso diniego del colonnello Gheddafi, che si dichiarava del tutto estraneo

alla vicenda di Fiumicino». Accadde così che due dei cinque palestinesi che

avevano fatto parte del gruppo di assalto ottennero la libertà provvisoria e gli

altri tre vennero rispediti in Libia a bordo di un aereo militare italiano. Era già

dal 1970 che l’Italia, attraverso accordi segreti, operava tali scarcerazioni a

favore dei libici, e prima ancora (dal dopoguerra) di israeliani implicati in

analoghe vicende processuali.

Nel gennaio del 1974, non si sa con esattezza da parte di chi, a chi e come,

perviene all’Italia una nuova minaccia di rappresaglia da parte dell’OLP. Sul

modello di Khartum, vengono prospettati il sequestro e l’uccisione di delegati


politici italiani di una nostra sede all’estero come ritorsione nel caso non

vengano liberati gli arabi attualmente sotto arresto per precedenti atti terroristici.

La situazione è matura per l’accordo. Avviene una riunione in cui si incontrano i

rappresentanti del governo italiano che decidono, in pochi minuti, di accettare il

patto del terrore. C’è tutto il governo. Ma l’accaduto resterà legato al nome di

Aldo Moro, dal 1969 ministro degli Esteri.

Tutto avviene tra la fine del 1973 e l’inizio del 1974, sotto l’occhio degli Stati

Uniti nonché con la benedizione di Mosca, sostenitrice delle più estreme

ideologie palestinesi e delle posizioni della Siria. Il Lodo Moro, tuttavia, non

garantirà solo il trasferimento nel territorio italiano di armi da usare contro

Israele e non riguarderà solo i palestinesi, ma anche i libici (a loro volta

sostenitori del terrorismo) e, ovviamente, lo stesso Mossad, anch’esso da tutelare

per garantire l’osservanza della promessa impunità agli arabi (Ip. 6).

Da allora quel patto è durato praticamente sino a oggi, salvo rare eccezioni

spesso dovute all’ovvia ignoranza dei magistrati circa questi accordi contrari al

diritto e ai principi di sovranità dello Stato.

È stato, comunque, il primo segreto di Stato a «saltare» nel nostro Paese, e

cioè a essere difuso, nonostante la rivelazione di un segreto di Stato sia punita assai severamente:
pena minima dieci anni di reclusione, pena massima

l’ergastolo. Negli Stati Uniti e in molti altri Paesi per simili rivelazioni è prevista

anche la pena di morte. Addirittura, capita che il pronunciamento e l’esecuzione

della condanna restino a loro volta sottoposti a segreto di Stato.

In Italia è stato Aldo Moro a confessarlo, per tentare di ottenere la propria

liberazione attraverso lo scambio con terroristi arrestati. Ma questo andava

contro le posizioni ufficiali. Non avvennero scambi e Moro venne ucciso. E


l’intera vicenda, imputata e attribuita esclusivamente alle Brigate rosse, è rimasta

ancora in gran parte segreta.

L’Operazione Smeraldo

«Ha mai sentito parlare dell’Operazione Smeraldo? L’intera operazione Moro

forse è stata una grande messa in scena delle BR...» Con queste parole inizia a

parlarmi Beirut 1, il primo mio narratore, quando, di sua iniziativa, si dichiara

disponibile a incontrarmi nel corso del 2015. Non ne conoscevo il nome né

tantomeno l’esistenza. Nei lontani anni Ottanta era stato un agente dei nostri

servizi a Beirut, sotto il diretto comando del colonnello Stefano Giovannone,

capocentro del SISMI in Libano. Oggi vive protetto da una nuova identità,

fornitagli dallo Stato per metterlo al sicuro dai suoi vecchi problemi di servizio.

È stato un anziano magistrato a indirizzarmi a lui, segnalandomelo come persona

molto competente.

Lo incontro una prima volta insieme a una giornalista che mi aiuta nella

ricerca di vecchie carte processuali. Gli spiego la mia curiosità sul Lodo Moro.

Lui sposta l’argomento sul sequestro Moro. «Sa della sabbia nei pantaloni di

Aldo Moro?» mi chiede. No, gli rispondo, non conosco nei dettagli l’azione

delle Brigate rosse, e rinvio l’incontro ad altra data.

In quest’ulteriore occasione, sempre di sua iniziativa, comincia a raccontarmi

del rapimento e poi dell’uccisione di Graziella De Palo e Italo Toni, i giornalisti

scomparsi nel settembre del 1980 a Beirut, dove indagavano sui traffici di armi

fra l’Italia e il Libano e su oscuri affari intrattenuti all’epoca dai nostri servizi e

dalle nostre stesse autorità. Poi mi parla anche del sequestro di Aldo Moro, così

come lui l’ha vissuto dal Libano, dove operava per i nostri servizi segreti.
«A Beirut», mi racconta, «sapevamo che doveva giungere un personaggio

dall’Italia da prima del 16 marzo, circa venti giorni prima. Ci doveva essere un

trasferimento di un personaggio. [...] Il sequestro è stato partorito da quattro

servizi segreti... C’erano i rappresentanti dei vari servizi: il nostro SISMI, la

CIA, il Mossad, il tedesco BND. Uno dei nomi era Camillo Guglielmi, del

SISMI. [...] I vari incontri avvenivano a Roma.»

«A lei chi ha detto dell’arrivo di questa persona? Giovannone?» domando.

«Lui aveva allertato tutti gli organismi di sicurezza libanesi, cristiani

maroniti, frange non controllate... ‘Se viene trasferita questa persona non

intralciatela.’»

«Da chi ha sentito il nome Operazione Smeraldo?»

«Da Giovannone stesso, inavvertitamente. Parlava via radio a qualcuno di

G230... La G stava per Gladio, immagino. Il numero non so a chi corrisponda.

‘Di’ a 230 che l’Operazione Smeraldo può intendersi attuabile’. In sostanza la

vera operazione militare fu fatta appunto dai militari... Io però il 15 marzo fui mandato a fare altro
nella valle della Beqa’ e mi venne detto che quella cosa era

stata annullata. Da altre informazioni che ricevetti da un druso, molto vicino a

Gemayel, seppi invece che il personaggio venne proprio portato a Beirut.»

Il nome del colonnello Camillo Guglielmi, l’agente del SISMI che si trovava

in via Fani al momento della strage, compare nelle indagini sul sequestro Moro

solo negli anni Novanta ed è presente anche in alcuni documenti di provenienza

di un altro ex dipendente dei nostri servizi, per la precisione dei Comsubin

(Comando subacquei e incursori) di La Spezia, che conoscerò in seguito.

Confermerebbero l’esistenza di esercitazioni eseguite nel mese precedente

all’agguato di via Fani, denominate «Rescue Imperator» e realizzate dal RUS


(S/B), ovvero il Raggruppamento unità speciali Stay-behind, e cioè Gladio,

avvenute in località Parco Gran Sasso (Campo Imperatore, a pochi chilometri a

nord dell’Aquila) e Magliano Sabina/Monte Soratte (comandanti operativi con i

nomi in codice Smeraldo e Rubino). Questi documenti, mai smentiti né

dichiarati falsi, sono stati illustrati da un noto settimanale italiano nel 2003. 3

Ho poi occasione di conoscere un altro ex funzionario dei nostri servizi che

operò in Libano negli anni Ottanta, ma dopo Giovannone. Lo chiamo Beirut 2.

Anche lui mi esterna dubbi sulle ricostruzioni ufficiali del sequestro. Mi parla di

Camillo Guglielmi e mi descrive qualcosa di interessante su una foto molto

particolare nonché su uno strano personaggio femminile.

«Il colonnello Guglielmi», mi racconta, «era espressione dell’ambito di destra

dei servizi, quello andreottiano, piduista. Una volta è successa una cosa

interessante: mi è stata detta durante una notte di esercitazione NATO da un

uomo del SIOS [Servizio informazioni operative e situazione] della Marina, del

quale non le dico il nome. Era un agente, un ufficiale di medio livello che

lavorava nel SIOS durante il caso Moro poi rientrato nel SISMI. Aveva una

decina d’anni più di me: nel 1978 avrà avuto quarantacinque anni. ‘Sai’, mi disse

un paio d’anni dopo il sequestro, ‘è successa una cosa strana: ci portarono una

foto che noi avremmo dovuto sviluppare in modo da ottenerne una stampa

quanto più larga possibile, con il massimo di dettagli. Quindi decidemmo di

farne una enorme. Mettemmo gli acidi all’interno di una stanza intera. E nella

foto c’era Moro all’interno di un cortile. Questo avviene prima... in via

Montalcini, dove si racconta che Moro fosse tenuto prigioniero, non c’era nessun

cortile’.»
«Prima di che?»

«Prima del ritrovamento di Moro. Durante il sequestro. Nella foto Moro

camminava in un cortile. Non ricordo se fosse stata presa in notturna... forse con

gli infrarossi. Noi mandammo la foto a Cossiga.»

«La persona che glielo ha riferito è vivente?»

«Penso di sì. Non ho più contatti da quindici anni almeno.»

«Ha timore a farne il nome?»

«No, ma comunque direbbe che non è vero, conoscendo il tipo.»

«Ma questa operazione venne fatta anche con altre persone...»

«Certamente.»

La sacra teste

Beirut 2 mi racconta anche di un altro episodio assai strano. Riguarda una

persona che, dopo l’azione di via Fani, fu in certo senso la prima vittima del

sequestro, sconosciuta quasi a tutti: la mistica Luigina Sinapi. Questa donna, di

cui è in corso il processo di beatificazione, forse aveva «sentito» la tragedia che

Moro stava vivendo e aveva tentato di salvarlo perorando un concreto aiuto del

papa, cioè il pagamento di un riscatto da parte della Chiesa. Morì il 17 aprile

1978, all’indomani della notizia contenuta nel comunicato n. 6 delle BR, quello

che annunciava la condanna a morte dello statista (Ip. 7).

«Il Vaticano come si mosse, a quanto le risulta?» gli chiedo.

«Il mio padrino di una vita si chiamava padre Raffaele Preite, pugliese; era

stato fin dagli anni del dopoguerra uno dei confessori della chiesa di Santa Maria

in Via, quindi confessore di una parte della nobiltà romana e di molti politici,

democristiani ovviamente, che andavano tutte le mattine a messa lì. [...] Da lui
ho saputo, cinque o sei anni dopo il caso Moro, tutti i dettagli di questa storia.

[...] In via Urbino a Roma, vicino a San Giovanni in Laterano, al quinto o sesto

piano di un palazzo popolare c’era una donna stigmatizzata, che io avevo

conosciuto da bambino. Questa donna, Luigina Sinapi, era stata la segretaria – in

quel momento forse non lo era già più – del professor Enrico Medi, all’epoca

importantissimo scienziato: in televisione aveva commentato lo sbarco sulla

Luna. Medi era un fervente cattolico, devoto alla Madonna; qualcuno gli

presentò questa donna e lui la prese come segretaria. [...] Lei ogni settimana

aveva un incontro, una visione della Madonna [...] del tipo di quelle avvenute

poi a Medjugorje. Diceva che le era stato assegnato il compito di occuparsi del

Vaticano. Vale a dire, di trasmettere al Vaticano messaggi provenienti dal Cielo.

[...] Nel periodo in esame la persona che per lei faceva da tramite con il papa era

Oscar Luigi Scalfaro, che con lei e altre persone faceva parte anche di un gruppo

di preghiera. Nei giorni del sequestro questa donna si allarmò, perché diceva di

sentire la sofferenza di Moro, che – affermava – non veniva trattato affatto bene:

interrogato e in qualche caso proprio torturato. A un certo punto disse che

bisognava salvarlo, che arrivavano richieste pressanti. Ma Paolo VI non reagì

nemmeno quando arrivò l’ultimo messaggio, quello contenente la condanna a

morte di Moro. [...] Lei soffrì molto [...] e disse [...] ‘Andate, andate’, rendendosi

conto che la Chiesa non avrebbe fatto nulla per salvarlo. E il giorno dopo morì, a

sessantadue anni.»

Il silenzio del presidente Napolitano. Roma, dicembre 2014

Tento di parlare con un’autorità forse a conoscenza del Lodo Moro: il presidente

della Repubblica in carica, Giorgio Napolitano. Lo avevo conosciuto nel 1992


quando venni eletto deputato per il partito La Rete. Allora lui era presidente

della Camera e fu anche apparentemente assai gentile.

Spinto dalle nuove stragi, gli avevo chiesto di darmi copia degli atti compiuti

dalla Commissione inquirente (l’organo competente a giudicare sui reati

compiuti da ministri) a seguito della denuncia che avevo fatto contro l’allora

presidente del Consiglio, l’onorevole Bettino Craxi. Era il 10 settembre 1992. Mi

rispose che gli atti erano «segreti», e che... avrei dovuto «attendere i termini

stabiliti dalle leggi sugli archivi di Stato: settant’anni». Insistetti adducendo la mia qualità di parte
offesa e infine ottenni «copia delle pronunce di archiviazione

della Commissione inquirente e i verbali delle sole udienze pubbliche».

Oggi intendo spiegargli le mie ultime scoperte su quei patti segreti di cui ha

da non molto parlato l’ex presidente Francesco Cossiga. Gli inoltro una richiesta.

Ma la risposta mi gela: «Egregio avvocato Palermo, le comunico che l’incontro

con il Presidente Ernesto Lupo [e cioè il segretario generale del presidente] avrà

luogo il giorno 10 dicembre 2014 alle ore 12.00 al Palazzo del Quirinale, Via

della Dataria n. 96. Cordiali saluti. Segretariato generale della Presidenza della

Repubblica».

Il segretario generale mi riceve in una stanzetta insieme a un alto magistrato

(parlo di statura) della Procura generale di Roma – così me lo presenta –, di cui

nemmeno annoto il nome. La circostanza mi fa solo ritornare alla mente

analoghe premure riservatemi all’epoca della mia inchiesta di Trento, quando

ogni mia attività veniva controllata dall’alto. Nelle mani del segretario –

naturalmente, a suo dire, ignaro della stessa esistenza del Lodo Moro – consegno

una sintetica illustrazione della mia ultima scoperta, corredata da un’educata

domanda, formulata appellandomi alle sue prerogative costituzionali di


«Comandante delle Forze armate dello Stato e del Consiglio supremo di difesa,

di superiore garante dei valori essenziali di democrazia, uguaglianza,

trasparenza, legalità, libertà, giustizia e verità».

Che cosa oso domandare al presidente? «Che richiami il governo, gli apparati

dello Stato e le Forze armate a espungere dalle proprie prassi operative

l’osservanza di eventuali patti segreti (anche di remota formazione), non

sottoposti a controllo parlamentare, e, in particolare, di quelli eventualmente

intrattenuti con soggetti e parti estere privi di validi e idonei riconoscimenti

giuridici internazionali».

Gli domando anche di sollecitare al presidente del Consiglio dei ministri la

rimozione di quei segreti di Stato ancora presenti sul cosiddetto «Lodo Moro»:

segreti non ipotizzati da me, ma di cui aveva parlato pubblicamente l’ex

presidente Francesco Cossiga, proprio durante il suo mandato.

Oggi, mentre scrivo, siamo quasi alla fine del 2018, ovvero quattro anni dopo

quel 10 dicembre 2014. Posso serenamente dire: grazie signor presidente. E poi,

ancora, grazie, senatore a vita Giorgio Napolitano, per quanto tempo e per

quante parole lei ha comunque dedicato a me, non discostandosi, peraltro, da ciò

che in realtà già mi attendevo: niente. A parte informarne, prima dell’incontro

che avevo richiesto, gli organi superiori della magistratura romana; e, una volta

concluso, i magistrati di Caltanissetta. Sono sicuro che lo ha fatto per aiutare la

ricerca della verità in reati di strage e in presenza di segreti di Stato, validi sino a

oggi.

Colgo anche l’occasione per ringraziarla delle sue numerose parole che hanno

accompagnato la concessione dell’aurea medaglia: per «le mie idee». Immagino


che lei le conosca.

1. Cfr. Baroz, E., il Giornale, 2 settembre 2008.

2. Sterling, C., La trama del terrore. La guerra segreta del terrorismo internazionale, Mondadori,
Milano 1981, p. 295.

3. Cfr. articoli Famiglia cristiana del 16 e del 23 marzo 2003: Carazzolo, B., Chiara, A., Scalettari,
L.,

«Terrorismo. Nuove rivelazioni sul rapimento di Aldo Moro. Quelle strane attività alla vigilia di via
Fani», http://www.stpauls.it/fc03/0311fc/0311fc44.htm e «Terrorismo. Caso Moro: l’ex senatore
Sergio Flamigni conferma ‘Quelle carte sono vere’»,
http://www.stpauls.it/fc03/0312fc/0312fc34.htm. Si tratta di dispacci che terminano con l’ordine di
distruzione immediata dei documenti.

La Grande Madre Sofia e l’attentato al papa

(Indagine 2015, 2 aprile)

Trapani, 2 aprile 2015

Trascorsi sei mesi dall’inizio delle mie nuove ricerche, ritorno a Trapani per il

trentennale della strage. È il 2 aprile 2015. È sempre come se frammenti di

quella esplosione del passato mi raggiungessero nel presente. Anita, mia moglie

ormai da vent’anni, Carlo Vittorio, il mio ultimo figlio, e Stefania e Laura, le mie

prime due figlie, mi rammentano quotidianamente il sacrificio che impongo a

tutti loro: dover subire il peso e il condizionamento psicologico di quelle ombre

e di quelle domande che continuano a inseguirmi.

Prima che raggiungessi Trapani, il 19 gennaio, il tenente colonnello dei

carabinieri Massimo Giraudo mi aveva chiesto, nel contesto delle allora attuali

indagini sulle trattative Stato-mafia, alcune informazioni su un mio indagato

nella vecchia inchiesta di Trento: una persona di nome Renato Spera, che, nella

vecchia organizzazione di cui avevo sequestrato copiosa documentazione,


risultava avere agito in operazioni «coperte» della CIA nel Sud-Est asiatico per

fronteggiare la pressione politica e militare dei Paesi comunisti dell’Asia. Alcuni

riferimenti bancari di quelle vecchie operazioni si ricongiungevano inoltre alle

indagini svolte in passato da Giovanni Falcone. Ma dopo tanti anni riesce assai

difficile districarsi in vicende così complesse.

In questo 2 aprile vengo accompagnato sul luogo della strage nell’auto

blindata di un attuale magistrato della Procura di Trapani. Alla mia consueta

tensione si aggiunge un’altra forte emozione, che provo stringendo tra le mani e

leggendo una carta di cui ho appena riconsegnato al giudice l’originale dopo

averlo firmato sotto la dicitura «consulente tecnico». È un incarico affidatomi da

un magistrato della procura «per la ricostruzione tecnica nel contesto geopolitico

dell’epoca per quanto attiene il periodo anteriore e prossimo all’omicidio dei

carabinieri Apuzzo e Falcetta commesso in Alcamo Marina il 26 gennaio 1976,

sino al periodo di operatività dell’organizzazione Gladio in provincia di Trapani

(1994)». Un quesito che racchiude, in sostanza, la segreta storia d’Italia! E inizia

con la strage di Alcamo Marina, avvenuta il 27 gennaio 1976 all’interno di una

stazione dei carabinieri: evento in cui due carabinieri risultano (solo oggi) uccisi

da altri carabinieri, che però (allora) erano stati protetti accusando innocenti che

vennero condannati al posto loro; e che finisce con sequestri di vecchi

armamenti a conclusione dell’epoca delle stragi degli anni Novanta.

Nella saletta dell’albergo nel centro di Trapani incontro un vecchio

investigatore locale al quale ho chiesto di raggiungermi. È il dirigente della

squadra mobile di Trapani, Saverio Montalbano. Gli agenti che mi facevano da

scorta quando avvenne l’attentato erano alle sue dipendenze. Nel 1986, anno
successivo alla mia partenza da Trapani, fu lui a eseguire una perquisizione nella

sede del Centro studi Scontrino, che si rivelò un luogo attorno al quale

gravitavano alcune logge massoniche. In quei locali Montalbano rinvenne

documenti di logge note ai trapanesi forse da sempre, ma ignote agli inquirenti. I

processi originati da quelle indagini sono sfumati in un nonnulla. Ma non i

rapporti sottostanti. Tra le carte, in particolare, il commissario trovò una

fotografia di Aldo Moro tra due monaci tibetani, uno dei quali era il Dalai Lama.

Sulla carta in cui quella foto era stampata erano impresse iscrizioni in una lingua

antica, probabilmente l’aramaico. Ma la foto scomparve, forse perché

confermava il collegamento occulto, mai provato, fra i personaggi che

frequentavano le logge massoniche trapanesi (fra i quali è certo che ci fossero

monaci tibetani) e la prigionia del politico democristiano.

Ancora più intricato appariva, nel Centro studi Scontrino, il ruolo svolto,

accanto a personaggi locali anche vicini ad ambienti mafiosi, da personaggi delle

più diverse estrazioni: uno di costoro risultava un autentico templare, uno era

priore del Grande priorato autonomo dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio di

Gerusalemme e rappresentante della Chiesa russa ortodossa in Italia, nominato

console onorario della Repubblica di Polonia dal presidente in esilio conte

Juliusz Nowina-Sokolnicki, uno era presidente dell’Associazione musulmani

d’Italia. Ma, soprattutto, tra i documenti sequestrati a quelle logge c’erano

riprove del contatto di mafiosi con personaggi turchi e di varie figure locali con

esponenti bulgari, anche in riferimento all’attentato a papa Karol Wojtyla

(avvenuto il 13 maggio 1981). Infine, erano dimostrati strani incontri massonici

risalenti a tre mesi prima di quell’attentato, ovvero a quando, nel marzo di quello
stesso anno, erano state scoperte le liste degli appartenenti alla loggia P2.

Interrogatori in Turchia, maggio 1982

A Trapani, poco dopo l’attentato di Pizzolungo, venne scoperto un laboratorio

per la trasformazione della morfina in eroina. Era rifornito dalla stessa

organizzazione della quale mi ero occupato nell’inchiesta di Trento.

Dall’uomo che sono oggi, l’attempato avvocato di Trento del 2015, ritorno al

giovane giudice che fui nella mia versione del 1982: trentacinquenne, con ancora

tutti i capelli, occhiali in celluloide, larghi e con lenti spesse, scattante e

dinamico, senza mai sonno, ancora (per poco) sposato felicemente, con una

figlia, Stefania, di quattro anni, i genitori ancora sereni a Roma, e un pastore

belga nero come la brace di nome Rasty e veloce come un fulmine, specie a

scippare gelati dalle mani. Alle prese, però, con pensieri di lavoro sempre più

assillanti e viaggi sempre più frequenti nonché pericolosi. A maggio sono in

Turchia per interrogare i tre personaggi che mi sono stati indicati come i

principali organizzatori dei traffici: Usein Cil, Mustafa Kisacik e Hassan Nehir.

I loro nomi sono tra i più noti nelle investigazioni internazionali conosciute.

Rimontano agli anni Cinquanta. Me ne aveva parlato in dettaglio Wakkas Salah

al-Din, il primo siriano da me arrestato in quell’indagine all’inizio del 1982 ad

Atene, mentre era in transito da Sofia con destinazione Tunisi. Ricordo il tremito

delle mie mani mentre verbalizzavo, nelle fredde carceri di Rovereto, le sue più

micidiali chiamate di correità: «[...] Posso in tal modo descrivere lo svolgimento

del traffico. I fornitori più importanti in Turchia erano e sono: [...] I trasportatori

erano e sono [...] Le persone che curavano in Italia i contatti con i destinatari sono: [...] Dai rapporti
che ho avuto con tali persone, posso dire che

l’organizzazione è quella che ho indicato».


I nomi che mi furono fatti allora sono quelli più importanti della mafia turca

dal dopoguerra a oggi, naturalmente con le rispettive famiglie. All’epoca li

arrestai quasi tutti, inseguendoli tra l’Europa, gli Stati Uniti e il Medio Oriente.

In Turchia i miei tre imputati erano note personalità, già rilasciate dopo vani

tentativi di arrestarle definitivamente. L’allora capo della polizia, un certo Attila,

era famoso per avere arrestato anche il suo predecessore, colluso con i

trafficanti.

Dopo interminabili giornate di attesa, le autorità turche avevano ritenuto

fondate le mie accuse e avevano arrestato i tre imputati, da interrogare ad Adana,

sede del Tribunale militare, competente a infliggere la pena di morte.

Da Ankara mi inoltro attraverso la Cappadocia su un’auto sgangherata,

enorme, di vecchissima produzione americana, lungo strade desertiche e

abbandonate. Quasi sempre guido io. La macchina ha un vecchio cambio al

volante, sconosciuto all’autista ma non a me, che sono abituato a guidare la

Lancia Flavia color grigio topo che era stata l’unico (e ultimo) lusso che mio

padre si era concesso nella vita.

A meno di cento chilometri dalla destinazione finale veniamo raggiunti da un

messaggio allarmato con cui ci avvertono che alle porte di Adana siamo attesi

dalle bande infuriate dei tre arrestati, pronte a togliermi di mezzo.

Torniamo indietro sino ad Ankara e raggiungiamo Adana in aereo. È l’antica

Antiochia di Cilicia. Nella Turchia meridionale, vicino alla costa, con templi

cristiani scavati anche sottoterra nel tufo. La parte vecchia della città, un tempo,

era abitata dall’imperatore Giustiniano. Compro, come ricordo, un tappetino

annodato a mano, che in realtà è una vecchia piccola sella da far indossare a un
cammellino, con due tasche laterali... Lo conservo tuttora religiosamente.

Il primo dei tre boss a essere interrogato è Mustafa Kisacik, di una sessantina

d’anni. Si difende affermando che i riconoscimenti da me eseguiti in Italia erano

falsi. Le foto avrebbero rappresentato un suo fratello che era deceduto. Cerco

qualche suo segno particolare. Gli vedo una piccola cicatrice sul volto, che

evidenzio con un dito al giudice turco. L’imputato inizia a sudare e a barcollare.

Chiedo al giudice, attraverso l’interprete, se l’imputato può sedersi. Lui, con

tono brusco, risponde: «Non è previsto». Kisacik balbetta che anche suo fratello

aveva una cicatrice. A questo punto il funzionario della Criminalpol che mi

accompagna trova il cartellino segnaletico compilato in occasione di un fermo

dell’imputato al valico di Trieste. Lo mostro al giudice. Ci sono le impronte

digitali. Il magistrato, in divisa militare, prende in mano il cartellino, affascinato

dalle sue caratteristiche tipografiche. Dà un ordine perentorio a un terrorizzato

militare rasato a zero. Vengono portati un foglio di carta e un’enorme boccia di

inchiostro nero. Le dita del tremante Kisacik vengono immerse nell’inchiostro e

quindi pigiate sul foglio di carta. Ne vengono fuori grosse macchie. Il giudice le

raffronta con le impronte del cartellino. Poi si mette a urlare contro l’imputato e

fa compilare una certificazione del fatto che la persona ora interrogata, questo

Mustafa Kisacik, è proprio l’uomo di cui si parla negli interrogatori da me

effettuati in Italia.

La maggiore sensazione di orrore la provo quando viene poi il turno

dell’ultimo interrogato, Hassan Nehir, il più anziano e forse il più potente. Al

termine del suo interrogatorio, rivolgendosi a me e al commissario che mi

accompagna, ci guarda fissi negli occhi con uno sguardo d’odio e pronuncia una
serie di parole che l’interprete turca omette di tradurmi. Solo dopo mie insistenze

mi riferisce, genericamente, che l’imputato ha pronunciato minacce di morte e

maledizioni sulla nostra stirpe. Difficilmente potrò dimenticare quegli occhi e il

tono di quella voce.

La polizia, entusiasta per l’esito dell’operazione, mi accompagna quindi di

nascosto a vedere le piantagioni di papavero da cui veniva estratta la morfina

base poi spedita in Italia. Vengo condotto a Diyarbakir e a Kilis, luoghi in cui sono presenti
coltivazioni di enormi papaveri. È, all’epoca, territorio della Siria.

Solo dopo apprendo che è stata un’inutile prodezza e, insieme, un affronto che

non può essere passato inosservato. Nemmeno sapevo, allora, che proprio

nell’estate del 1982 quel regime appoggiasse, finanziasse e ospitasse i

palestinesi, ovvero coloro che in quel periodo venivano intercettati nelle

conversazioni avvenute con il siriano Arsan. Né tantomeno sapevo che proprio

loro, in quel preciso momento, curassero trasferimenti di armamenti pesanti con

Arsan, per l’Iran, sotto il controllo di occhi e orecchie dei servizi occidentali.

Al mio ritorno in Italia apprendo dai giornali che in Turchia la pubblica

accusa ha richiesto la condanna a morte di quei tre imputati. Non immagino

quanto la mia esistenza stia per cambiare: nel lavoro, nella vita privata, in tutto.

Verso l’eclisse. Trento, 20 ottobre 1982

Il 20 ottobre 1982, a Trento, incontro Giovanni Falcone. Da Palermo mi ha

raggiunto per interrogare alcuni detenuti, arrestati nell’inchiesta trentina.

Minacce mi raggiungono a casa. Rendono impossibile l’esistenza a mia

moglie. La mia vita famigliare rimane sconvolta. Come per un’eclissi

improvvisa, il mio matrimonio si oscura. Rimango solo, nella mia casa, nel

silenzio, nel lavoro, con l’unica compagnia del mio cane, Rasty: lui abbaia
ancora per un po’, come a invocare la gioia che c’era prima. Poi cesserà pure lui.

Niente più strilli. Niente più liti. Ma da oggi non ci sarà più nessuno a sorridermi

al ritorno a casa e a dirmi: «Buonanotte, papà». Ci sarò solo io con la mia

coscienza, nel buio e nel silenzio di lunghe notti.

Per la scorta e per me inizia quella fase di lavoro da loro scherzosamente

chiamata dei «lunghi coltelli»: non mi fermo mai, non riesco quasi a dormire,

tento di riempire i miei vuoti con il lavoro, mi moltiplico, ignoro ostacoli o

pericoli nei quali mi imbuco fino quasi ad annullarmi. La scorta mi accompagna

in missioni improvvise e impara perfino a portarsi dietro i coltelli per tagliare le

pizze comprate a mezzanotte e mangiate in qualche questura su panche di legno

qua e là per l’Italia. Intanto io continuo a interrogare, a guardare documenti

sequestrati, a emettere provvedimenti decisi sul momento, spesso imprevedibili;

alcuni formidabili nei risultati, altri che rasentano l’incoscienza. Alla ricerca di qualcosa che, giorno
dopo giorno, mi dia la forza di andare ancora più avanti.

Passo dopo passo, in quel micidiale e oscuro ingranaggio di cui entro sempre più

a far parte.

L’occulto dietro l’attentato al papa

Dopo l’unico incontro avuto con loro nel convegno di Sorrento alla fine del

1982, Ciaccio Montalto viene ucciso a Valderice e Rocco Chinnici poco dopo a

Palermo. Avevo trasmesso in Sicilia una parte delle mie indagini: quella sui

traffici con gli arabi fornitori della droga. Comparivano anche personaggi legati

ai Lupi grigi, il braccio armato del movimento nazionalista impegnato nella sua

battaglia estremista all’interno e all’esterno della Turchia.

Nel febbraio del 1983 ho occasione di conoscere a Roma il turco Ali Agca.

Tra i boss della droga e delle armi emergeva la figura di un altro capo turco,
Bekir Celenk, accusato di aver commissionato ad Agca il «contratto» per

assassinare il papa. Celenk, colpito da vari mandati di cattura, uno dei quali

firmato da me, viene bloccato a Sofia e lì tenuto «sotto controllo» da parte delle

autorità bulgare. Le ipotesi accusatorie formulate sull’attentato provengono dalla

magistratura di Roma. L’inchiesta viene condotta dal giudice istruttore Ilario

Martella. Questi, sulla base delle dichiarazioni di Mehmet Ali Agca, individua i

mandanti in alcuni personaggi appartenenti ai servizi segreti bulgari. L’ipotesi è

in linea con l’impostazione ideologica allora dominante in Occidente, in

particolare negli Stati Uniti, ma anche in Italia: quella che enfatizza la

pericolosità di Mosca e del comunismo per le democrazie occidentali e per la

Chiesa.

Ascolto come teste Agca poco prima di recarmi a Sofia per interrogare

Celenk sui traffici di droga e di armi. In una lunghissima giornata, alla presenza

del suo avvocato e dell’interprete, mi parla della mafia turca e delle connessioni

internazionali che si sviluppano a Sofia, spesso con coperture e connivenze delle

autorità governative bulgare. È un giovane colto, intelligente, intuitivo, ma anche

un palese fanatico. Si sforza in tutti i modi di mettersi al centro dell’attenzione e

di dimostrare la propria volontà di «cooperare». Al termine dell’interrogatorio

mi colpisce una sua domanda (all’epoca Ali Agca parla già discretamente

l’italiano) mentre ci salutiamo: «Allora», mi chiede, «potrò essere teste

nell’inchiesta di Trento?» «Vedremo...» rispondo. Non sono affatto convinto che

mi abbia raccontato la verità. Ne rileggo la deposizione. Il giorno dopo faccio

alcune verifiche con gli atti della mia inchiesta di Trento e all’estero (a Vienna).

Ne risulta, però, che le utenze telefoniche segnalatemi da Agca per dimostrare le


sue conoscenze siano state fornite agli interessati nel 1982, e cioè

successivamente all’attentato al papa e allo stesso arresto del turco!

Mehmet Ali Agca era un gran mentitore, ma in questa vicenda non era il solo.

Una simile macchinazione internazionale doveva avere un bravo regista. Subito,

il giorno seguente, lo interrogo di nuovo. Chiedo al giudice istruttore di Roma,

Ilario Martella, di assistere all’interrogatorio. Alla presenza sua, dell’interprete e

dell’avvocato, ripeto le domande. Agca, senza scomporsi, ribadisce le proprie

risposte. Gli contesto, documenti alla mano, la falsità delle sue dichiarazioni.

Rimane frastornato. Dinanzi alle mie insistenze, ammette che, mentre si trovava

in carcere, gli erano stati consegnati alcuni documenti sequestrati ad altri

imputati, arrestati dopo di lui. Così aveva imparato a memoria indicazioni utili a

conferire credibilità alle proprie dichiarazioni.

Una copia di quel verbale rimane a me; ne consegno un’altra al giudice

istruttore Martella. Qualche anno dopo ne riparlerò con Rosario Priore, il nuovo

magistrato di Roma incaricato di portare a termine quella vecchia indagine.

Apprendo che negli atti del processo non esiste copia di quell’interrogatorio,

ovvero della prova – datata 1983 – che le dichiarazioni di Agca erano state

costruite, almeno in parte, a tavolino.

***

La prima mattina a Sofia è l’8 marzo 1983. Vedo numerosi uomini incolonnati

che attendono pazientemente di comprare un ramoscello di mimose da regalare.

Qui la festa dura un mese. Mi è stato raccontato che in questo periodo esiste

l’usanza, per gli uomini e le donne, di concedersi «piccole trasgressioni» (ma per

ben trenta giorni). Giovani e meno giovani regalano un ramoscello alla propria
amata. Le donne, pur se legate da vincoli di coppia, spesso si dimostrano più

aperte, accondiscendenti perfino a qualche piccola fuga dalla triste e monotona

realtà quotidiana, in cui è difficile anche sopravvivere.

«Scusi, signor Celenk, lei ha avuto contatti con i servizi segreti americani? Se

sì, mi dica quali.» La mia improvvisa domanda appare strana ai giudici bulgari.

Seguendo le piste della droga che portano a Trento, procedo contro questo

importante personaggio turco, Bekir Celenk, ora a Sofia «sotto controllo» delle

autorità bulgare, come queste dicono, ma che è accusato per l’attentato al papa

sulla base delle dichiarazioni di Ali Agca.

In questo momento la gravità dei fatti ha addirittura causato l’interruzione dei

rapporti diplomatici tra Italia e Bulgaria. A Sofia alloggio nella nostra

ambasciata, completamente abbandonata, con la sola assistenza materiale di

un’inserviente bulgara, minuta, graziosa, che parla un italiano addolcito.

Nell’inchiesta di Trento è emersa in tutta la sua importanza la funzione della

Bulgaria e di Sofia nei traffici di droga e di armi. Ho individuato una società

governativa, la Kintex, che apparentemente gestisce commerci leciti. Risulterà

ancora attiva e utilizzata nelle operazioni sulle armi anche ai tempi dell’arresto

di Monzer al-Kassar.

«Lei mi accusa di aver intrattenuto rapporti strani con gli americani... Sono

sue semplici calunnie»: così mi risponde Celenk, sicuro e arrogante, palesemente

appoggiato dai magistrati, dai funzionari di polizia e dagli interpreti attraverso i

quali avviene l’interrogatorio. Per me è un imputato. Per le autorità bulgare è un

testimone, sotto la loro protezione. Mentre il giudice lo interroga,

contemporaneamente un interprete traduce il bulgaro in turco, e un altro il turco


in italiano (la mia interprete, un’anziana signora turca che mi ha accompagnato

dall’Italia, mi sussurra le «correzioni» o le forzature che avvengono nelle

traduzioni ufficiali). Nello stesso tempo una stenotipista bulgara batte

velocemente le dita su una macchinetta. Questa è collegata a un’altra

apparecchiatura nella stanza accanto, che converte i caratteri digitati in cirillici.

Un’altra ancora li traduce in caratteri romani. Frattanto alcune telecamere

riprendono tutto ciò che avviene nella stanza.

Nei giorni iniziali a Celenk era stato consentito, prima di rispondere a ogni

mia domanda, di consultare varia documentazione custodita in una valigetta.

Pongo un ultimatum, chiedendo il sequestro di tutti gli atti in suo possesso e

minacciando, in caso contrario, la mia immediata partenza da Sofia. Prima che

l’interrogatorio riprenda «alle mie condizioni», vengo condotto per due giorni in

giri turistico-culturali in una vicina città, a visitare antichi resti dell’Impero

romano. Nel tragitto, attraversando alcuni paesini, chiedo di vedere i negozi di

alimentari. Mi mostrano un paio di macellerie. Vendono solo zampe e teste di

galline. Però la sera mi conducono in lussuosi ristoranti, dove, tra spettacoli

folcloristici e cabaret, non mancano di farmi apprezzare la propria cucina. Mi

mostrano anche il famoso hotel Vitosha («Giapponese») che nelle mie indagini

appare come luogo di incontro di criminali e di centri di potere occulto. Mi

mostrano un castigatissimo spettacolo di varietà e giochi, del tipo della roulette,

con puntate di minima entità.

Tutto è chiaramente preordinato a evitarmi qualsiasi impressione di fatti

illeciti, coperture di traffici, responsabilità governative. Ma non mi lascio

condizionare e, per verificare quanto mi ha detto Celenk, chiedo informazioni


ovunque. Alla fine scopro nei suoi documenti una palese falsità che non poteva

essere stata allestita né usata se non proprio in Bulgaria, dove, in teoria, Celenk

sarebbe stato tenuto «sotto controllo». La copertura da parte delle autorità

bulgare è chiara. E tanto mi basta.

Ma perché il killer Agca era stato «indirizzato» verso una tesi di comodo,

consona alle disposizioni anticomuniste dell’epoca? E solo dopo l’attentato?

Oppure quella sua stessa azione delittuosa contro il papa rientrava in un più

ampio progetto politico, commissionatogli da quegli stessi soggetti che lo

avevano poi ammaestrato?

Il killer turco, sulla base di miei studi proseguiti negli anni successivi, nelle

sue attività precedenti e seguenti all’attentato a Roma appare collegato e

appoggiato dai vertici della massoneria internazionale. A Sofia questi ultimi

avevano un centro operativo tramite cui manovravano e dirigevano traffici

mondiali di vario genere, operando trasversalmente, in modo occulto, tra attività

svolte da servizi segreti e personaggi legati alla massoneria esoterica da lungo

tempo ispirata ai culti egizi evocanti la Grande Madre, simboleggiata dallo

stesso suo nome Sophia, a richiamo dell’antica sapienza ricercata dai vecchi

saggi dell’Egitto, e quindi da alcune sue più note divinità: Iside, Osiride, Horus,

ovvero quelle stesse che si ritrovano evocate anche a Trapani da logge

documentate in nascosti rapporti di antichissima data (Ip. 8).

E ciò mentre, nel contesto della Guerra fredda tra New York e Mosca, i colpi

bassi e le accuse incrociate si mescolavano ai pochi episodi in realtà accertabili

dai magistrati: esclusi, questi ultimi, dalla conoscenza di quei segreti che

avrebbero potuto consentire quantomeno la comprensione storica dei fatti.


6

Il governo della guerra

(Indagine 2015, settembre-dicembre)

Roma-Beirut, 26 settembre 2014

«Ciao, Camillo, ti ricordi di me? Sono Carlo Palermo.» Dopo tanti squilli che mi

fanno dubitare di ottenere una risposta, riconosco la voce che alla fine si fa viva

all’altro capo, sempre giovane e squillante, di Piercamillo Davigo. L’ho

conosciuto trentacinque anni fa.

«Certo, dimmi», mi risponde, come se ci fossimo salutati ieri.

Ricorro a lui nell’autunno del 2014, quando decido di «rientrare» nella mia

vecchia indagine di Trento, questa volta partendo da Beirut, luogo al centro di

traffici e interessi contrapposti ieri come oggi. In quel territorio già nei primi anni Ottanta erano
presenti esponenti dei più svariati Paesi, come CIA (USA),

MI5 (servizi di sicurezza inglesi), i nostri gladiatori, piduisti, terroristi e arabi in

opposizione a israeliani, brigatisti, bulgari, sovietici: un appetitoso ma pericoloso

mix di notizie per i giornalisti di tutto il mondo. Micidiale per due di loro,

italiani, che forse avevano il difetto di essere noti per qualche idea di sinistra e di

essere a caccia di scoop nei traffici di armi. Si chiamavano Graziella De Palo e

Italo Toni. Ebbero l’imprudente idea di recarsi lì nel settembre del 1980.

Trovarono la morte. E segreti di Stato. Due documenti raccolti nelle indagini

sulla loro scomparsa nascondono ancora, a tutt’oggi, misteri che evidentemente

possono spiegare non solo la loro morte ma anche qualcosa sugli affari del

terrore, e forse non soltanto quelli legati ai traffici di armi.

Il numero di Davigo me lo fornisce l’ex senatore Sergio Flamigni, che è stato

membro delle Commissioni parlamentari d’inchiesta sul caso Moro, sulla loggia
P2 e antimafia. È lui la prima persona con cui parlo delle mie nuove intuizioni,

proprio sotto il palazzo di giustizia, sede della nostra Suprema Corte di

Cassazione. E si mostra felice nell’apprendere delle nuove ricerche che sto

conducendo, subito interessato da alcune vecchie intercettazioni telefoniche dei

primi mesi del 1980, stranamente finite nelle mie mani e in cui compariva un

apparente brigatista di nome «Mario» in contatto con quel misterioso covo delle

BR di via Giulio Cesare di cui risultò proprietaria una certa Giuliana Conforto,

collegata al KGB, poi assolta da ogni reato. Io mandai in Parlamento questi atti

nel luglio del 1984, ovvero quando la mia inchiesta era stata ormai bloccata, e li

inserii anche nella mia ultima ordinanza di rinvio a giudizio, a futura memoria.

Solo ora, nel 2014, da un archivio presente sul web, apprendo che quelle

intercettazioni provenivano da un processo trattato nel 1980 dall’allora sostituto

procuratore della Repubblica di Milano Piercamillo Davigo. È per questo che ho

voluto parlargli.

«Mi trovo vicino a te. Vorrei parlarti di una vecchia cosa», gli propongo.

«Non posso», mi risponde. «Ho udienza e quando finisco rientro a Milano.

Non so quando ritornerò.»

«Forse», insisto, «mi puoi spiegare per telefono.» Continuo di corsa: «Ricordi

quel fascicolo di traffici di armi che mi trasmettesti a Trento, per competenza,

nel 1983?»

«Sì, certo.»

«In quel fascicolo ne confluì in modo strano un altro che mi venne allora

trasmesso dai carabinieri. Conteneva certe intercettazioni telefoniche che

provenivano dai nostri servizi e che erano state disposte da un magistrato di cui
non mi si volle dire il nome. Eri tu, e quindi volevo chiederti un aiuto per

rintracciare quel fascicolo.»

«Sì, ricordo», mi risponde, «gli imputati vennero condannati. Non posso

aiutarti per il fascicolo. Non lavoro più a Milano.»

Non voglio sprecare l’occasione, quindi insisto: «Ma tu ricordi se in quegli

atti emerse il nome di un brigatista?»

«Assolutamente no», mi risponde. «Se ci fosse stato un terrorista, lo

ricorderei.»

E sono così costretto a cercare quelle carte per oltre un anno. Ma, alla fine,

con l’aiuto di un altro magistrato e di una giornalista brava e disponibile a darmi

una mano, Antonella Beccaria, le trovo e ho occasione di entrare in contatto con

l’altro prezioso spontaneo «narratore» dei nostri servizi segreti, già in servizio a

Beirut: quello che in precedenza ho chiamato «Beirut 1». Con le informazioni

che questi mi fornisce busso a un’altra porta.

Due giornalisti tra terroristi, agenti segreti e politici

È il settembre del 2015 quando suono il campanello di un appartamento di

Roma, non molto distante dai luoghi in cui abitavo da giovane, in viale Libia, nel

quartiere Africano. Apre la porta Giancarlo, fratello di Graziella De Palo. Lei era

nata a Roma il 17 giugno 1956. Scomparve a Beirut il 2 settembre 1980, assieme

al giornalista Italo Toni, e poi entrambi vennero uccisi in modo mai accertato.

Giancarlo si mostra agitatissimo ed emozionato. Quasi non lo riconosco.

Quanto tempo è passato da quel novembre del 1983 in cui a Trento lo intravidi

appena e lo evitai! E quante volte ho ripensato al fatto che forse avrei potuto

scoprire di più sulla fine fatta da sua sorella, se solo mi fosse stato consentito.
Il fratello maggiore di Graziella ha i capelli leggermente brizzolati,

un’espressione assai triste, preoccupata, un’ansia profonda, un incontrollato

tremito. Mi presenta l’altro fratello, Fabio, e la mamma Renata, seduta su una

piccola poltroncina antica, stanca. Ha novantuno anni, i capelli bianchissimi

assai curati; estremamente gentile, è una signora di altri tempi, abituata

all’educazione, quasi militare, e a soffrire in silenzio con un sorriso di maniera

sotto il quale forse nasconde lacrime versate sino a un attimo prima.

Giancarlo ricorda quando venne a Trento, da me, all’inizio delle indagini

sulla scomparsa della sorella e del suo collega e amico Italo Toni nonché sui

traffici di armi di cui Graziella scriveva nei suoi articoli. «Lei fu forse il primo a

metterli in collegamento con attività illecite in cui risultarono implicati i nostri servizi segreti», mi
dice. «Raggiunsi il suo ufficio quando lei interrogò il

colonnello Giovannone.» «Mi ricordo», gli rispondo. «Le assicuro che avrei

voluto indagare su Graziella ma non potevo, come pure non potevo parlare

direttamente con lei. Avevo addosso gli occhi di tutti.»

«Certo, capisco», mi rassicura. «E poi Giovannone era il rappresentante in

Libano dei nostri servizi segreti militari. E venne incaricato proprio lui delle

indagini. Lui, che era in quegli impicci. Capimmo subito che ci depistava. Il suo

capo era il generale Giuseppe Santovito, che lei aveva accusato di traffici illeciti

di armi. Entrambi appartenevano alla loggia P2. Erano coinvolti nella sua

inchiesta anche numerosi altri appartenenti a quella loggia massonica, scoperta

qualche mese dopo il rapimento di nostra sorella, non è vero?»

Poi sono io a parlare: «In diversi dei suoi ultimi articoli Graziella aveva

riferito di armi provenienti da nostri porti liguri e dirette in Libano. Dava

fastidio. Si mise al centro dell’attenzione. Forse entrò in un gioco più grande di


lei. Ho avuto recentemente occasione di parlare con una persona dei nostri

servizi. Mi ha riferito che potrebbe costituire un ‘testimone scomodo’ per la

vicenda in cui rimase vittima Graziella» (Ip. 9).

«Ci dica, signor giudice», interviene la madre. «È una vita che attendiamo di

sapere qualcosa che nessuno ci ha mai voluto spiegare.» Gira la testa, tra le

lacrime, verso la foto della figlia appesa al muro. Giancarlo le offre un bicchiere

d’acqua, che lei rifiuta.

Lo rifiuto anch’io e prendo la mia borsa. Ne estraggo alcuni fogli e cerco il

punto in cui questo potenziale «teste scomodo» parla dell’episodio di Beirut: «A

un certo momento i due giornalisti vennero informati che un determinato giorno

un ospite inatteso sarebbe giunto a Beirut, un italiano, un grosso esponente

politico che si sarebbe dovuto incontrare con Arafat, con Gemayel e con altri del

governo libanese per trattare su questioni di armi e di terrorismo e per visitare dei campi di
addestramento. Era un politico frequentatore abituale di Beirut. Si

trattava di un noto politico». Ma aggiungo subito: «Per ora, questo nome non

può essere divulgato... Potranno chiedersi verifiche all’autorità giudiziaria. Si

tratta di affermazioni di una persona che lavorava per i nostri servizi, in un

contesto contrapposto ai comunisti. Esiste sempre anche il pericolo di

depistaggi...» Al porto di Beirut settimanalmente giungevano container

dall’Italia, e uno dei tanti traffici era quello della localizzazione dei rifiuti tossici

delle centrali nucleari italiane (di Trino Vercellese, di Piacenza, di Latina...) con

la nave Zenobia, cioè la famosa nave dei veleni. Tutti sapevano che partiva da vari porti (Genova,
Civitavecchia, Palermo, Trapani) per sviare le indagini.

Portava sempre fusti con materiali radioattivi che venivano interrati nella valle

della Beqa¯’. Stiamo parlando del 1980.


«È stata ordita una trappola, secondo me, in cui questi due giornalisti sono

caduti e ‘ufficialmente’ scomparsi. Sono stati portati a vedere il personaggio che

non dovevano vedere e da lì non potevano più sopravvivere. Non potevano

essere testimoni. C’era il titolo, la giustificazione per dire: ‘Signori, questi

giornalisti sono pericolosi per noi’.» Mi fermo e questa volta bevo tutto d’un

fiato due bicchieri d’acqua uno dopo l’altro.

«È terribile quello che racconta, giudice, vorrei sapere...» mi dice Giancarlo.

Ma io lo fermo alzando il palmo della mano e continuo la lettura. Non ho finito

di raccontare ciò che mi è stato riferito su questo episodio. Quel tizio, Beirut 1,

aveva continuato a dirmi altre cose che adesso riporto ai famigliari di Graziella

De Palo: «Io al momento non feci caso al fatto che il politico era accompagnato

da un altro personaggio. Di quest’ultimo però, quando feci rapporto a

Giovannone, consegnai anche delle fotografie. Lui mi disse di non permettermi

mai più di prendere fotografie. Io gli spiegai che volevo consegnargli un

rapporto informativo dettagliato. Rispose: ‘Apprezzo il suo zelo, ma sappia che

sono io quello che decide se deve prendere foto’, e mi prese foto e rullino. Io non

so perché mi attirò questo personaggio che seguiva il politico; forse perché

sembrava conoscere la geografia di Beirut meglio di chi lo accompagnava. Dopo

alcune settimane feci dei controlli per mio conto, esponendomi, per sapere chi

fosse. Non ne parlai con Giovannone, perché sapevo che avrebbe risposto

allontanandomi completamente. Allora venni a sapere che questo personaggio

che affiancava il politico era... un brigatista».

«E anche questo nome, badate bene», faccio notare ai De Palo, «non si può

divulgare, e vi ho già spiegato il perché.» La mia fonte aveva infine aggiunto:


«Era un uomo dei servizi segreti. Io feci le foto del gruppo che sbarcò dal jet a

Beirut. Mi ero vestito come addetto all’aeroporto con il giubbotto della

compagnia aerea libanese MEA. La foto fu sequestrata da Giovannone con il

rullino. Le avevo fatte tutte con la macchina fotografica Leica 35mm».

Alzo gli occhi verso i famigliari De Palo e concludo: «Qui finisce la storia

raccontatami da questo teste che si qualifica ‘scomodo’».

«Non ho capito molto», mi dice Giancarlo, tremando più di prima. Interviene

sua madre: «Neanche io ho capito. Ci aiuti, signor giudice».

«Certo, cercherò di aiutarvi», rispondo, «ma non sono più un giudice. E non

sarà facile. Posso solo cercare di far riaprire l’inchiesta.»

Due segreti di Stato

«Sarà difficile ricostruire la verità a distanza di tanti anni», aggiungo. «Anche

perché, pur passato un trentennio da quando, nel processo, Giovannone oppose il

segreto di Stato sui rapporti tra il nostro governo e l’OLP, mi risulta che l’attuale

governo non voglia rivelare il contenuto di quei documenti. O sbaglio?»

Giancarlo mi aggiorna: «Abbiamo chiesto che venga tolto il segreto su due

atti presenti in un elenco di documenti che si trovano nel procedimento che

riguarda Graziella. I servizi segreti si sono opposti. Poi, dopo un nostro ricorso al

Tribunale amministrativo regionale, loro ci hanno mostrato quei due

documenti». Suo fratello Fabio mi mostra un foglietto con due semplici

annotazioni che contengono i dati per identificarli.

Lo guardo: pochi nomi, alcune date. Chiedo se posso annotarne gli estremi.

Non sono i segreti di Stato, ma solo i numeri e i riferimenti per identificare i due

documenti (Ip. 10):


1. (n. 396 3/7/1981) rif. Bustany – Abu Ayad.

2. (n. 3162/69. 23/01 del 13/8/1984, alleg. n. 3332/J.4/01 002 4/6/82) Incontro Lugaresi con Arafat e
Abu al-Hol di fine maggio del 1982.

«Li ho potuti leggere», mi spiega Fabio, «solo dopo avere fatto ricorso al

TAR. Alla sede dei servizi mi hanno fatto firmare una dichiarazione in cui è

scritto che me li hanno fatti vedere, ma che non riguardano la vicenda di

Graziella. C’è anche scritto che questi documenti vengono di nuovo posti sotto

segreto e, quindi, se ne divulgo il contenuto, compio un reato che prevede un

minimo di dieci anni di reclusione... Comunque, leggendoli, non ho colto un

collegamento con la sparizione di Graziella.»

«Quelle notizie e anche solo quelle date», replico, «a voi possono non

indicare alcunché. Ma siccome erano presenti nel fascicolo di Graziella, si

riferivano ai contatti che l’Italia ebbe con l’OLP per ottenere la loro liberazione.

Forse uno scambio.»

«E cioè?» mi chiedono in coro.

«Quando Aldo Moro venne sequestrato dalle BR, si richiamò a un patto con i

palestinesi per essere scambiato con brigatisti in carcere. Il sequestro di Graziella

e dell’altro giornalista non avvennero forse mentre un terrorista palestinese si

trovava nelle carceri italiane e aspirava a essere liberato?» Alludo al palestinese

Abu Saleh.

È in questo modo che «rientro» nella vecchia inchiesta di Trento,

affacciandomi questa volta nella Beirut degli anni Ottanta. Individuo nuove carte

da studiare e qualche segreto da scoprire, alcune date e nomi da mettere a fuoco.

Consulto con pazienza le numerose carte di questo processo. Trovo il nome in

codice dei due nostri investigatori che allora si adoperarono per ottenere la
liberazione di entrambi i giornalisti. Il primo è quello, già conosciuto, del

colonnello Giovannone, che individuo con il soprannome «Maestro»: era un

vero massone. La sua presenza a Beirut per quella vicenda era comunque cosa

nota.

Il secondo nome è invece del tutto nuovo: si tratta dell’allora colonnello

Fulvio Martini, con il nome in codice «Ulisse», come lui stesso amerà

identificarsi quando, dopo la conclusione della propria carriera, racconterà

alcune delle sue imprese. Diviene nel 1984 il direttore dei nostri servizi segreti

militari. Nel 1980 risulta essersi trovato in Libano a trattare con i palestinesi

mentre era in servizio su una nave militare. Risulta anche in contatto con il

nunzio apostolico del papa e con alcuni avvocati del palestinese Abu Saleh, che

era stato arrestato in Italia nel 1979 insieme ad appartenenti a nostre formazioni

di sinistra mentre trasportavano missili Strela che sarebbero dovuti servire – a

detta dei palestinesi – per attentati contro Israele. 1

Ne emerge il solito quadro e il medesimo contesto operativo: il territorio

italiano reso neutrale per i palestinesi, la loro possibilità di usarlo come base per

attività terroristiche contro Israele; se arrestati, l’aspettativa di essere liberati, semmai con scambi;
anche con l’intervento del papa, se necessario. Come per il

sequestro Moro. E, come per il sequestro Moro, se lo scambio non riesce, guai a

chi capita sotto tiro.

I nomi dei palestinesi che in quel fascicolo individuano i due documenti

ancora sottoposti a segreto sono quelli di Abu Ayad e Abu al-Hol. Personaggi

già presenti nelle indagini allora eseguite dal giudice Carlo Mastelloni di

Venezia sulle forniture di armi dall’OLP alle Brigate rosse. Sono precisamente

questi che verranno uccisi a Tunisi, sotto lo stesso tetto, nella notte tra il 14 e il
15 gennaio 1991.

Solo un anno dopo inizierò a capire il seguito di questa interminabile storia

che accompagnerà l’inizio dell’ultima fase del terrore, quella degli anni Novanta.

E che condurrà ai nostri giorni.

Dalle forniture di armamenti all’Iran alla strage di Sabra e Shatila

«Mi ha chiamato Monzer dalla Bulgaria. Gli ho detto che eri in Spagna. I siriani

sono ancora lì o sono già partiti?» Lo chiede Giovanna Morandi a suo marito

Henry Arsan, per telefono. Avviene il 2 settembre 1982 alle ore 11.03.

«I siriani», le risponde il marito, «sono partiti oggi credo per Damasco

portando l’iraniano con loro. Non lo mollano più, fin quando non paga. Ha

confermato che è tutto in ordine per il pagamento... Capito? Noi abbiamo detto

che se paga l’altra roba ancora, defalchiamo seicentomila dollari... Lui ha detto:

a voi [e cioè ai siriani che lo trattengono] trecentocinquantamila dollari di

commissione. Gli altri sono per noi. Capito che l’affare si fa, lui fa tutto per avere... [parola
incomprensibile]. Se no, vuole pagare per le altre... ‘Loro lo

fanno per la patria’, ha detto.»

La moglie risponde con una «[risata] per la patria... per la gloria... [risata] per

la gloria, sì».

Ancora suo marito: «Cercano tutti di... L’importante è che paghi».

La moglie: «È finito, se non paga».

La conversazione tra Arsan (a Sofia) e la moglie (a Varese) avviene subito

dopo l’enorme trasferimento di armi pesanti russe all’Iran, compiuto transitando

in aereo sopra una decina di Paesi amici e nemici: dalla Polonia, alla Spagna,

allo Yemen (Aden), al Pakistan (Islamabad), fino a raggiungere Teheran. I

singoli passaggi vengono descritti nelle telefonate in cui chi parla nomina i Paesi
come interlocutori (per esempio, «Cipro consente il transito aereo», «Egitto non

consente», «Iraq, a cui abbiamo appena fornito armi, se ci vede ci fa saltare»). Si

tratta degli stessi rapporti emersi nel 1980 tra Italia e Libano, e, prima ancora, nel 1972-1973, nei
documenti di Milano firmati dall’agente Thomas Angioletti,

e risalenti, nella descrizione di questi traffici, al 1958. Si protrarranno ancora

dopo gli anni Duemila.

Arsan svolgeva l’attività di procacciatore di armamenti per i suoi vari soci in

affari: gli americani (forse come loro spia), i sovietici (forse in quanto alleati dei

palestinesi e dell’Iran), gli iraniani (forse, in quel momento, in quanto

intermediari di qualcun altro), per le tangenti (sicuramente per tutti: fabbriche,

servizi, politici, intermediari, non esclusi i guerriglieri Contras oppositori del

governo rivoluzionario sandinista del Nicaragua, inviso agli Stati Uniti perché

filocomunista).

Questi rapporti compaiono nero su bianco in oltre mille pagine di

intercettazioni telefoniche e nei numerosi telex sequestrati che sono ancora in

mio possesso. E durano sino al giorno in cui passano nelle mie mani. È il

momento in cui dispongo arresti, perquisizioni e sequestri di documenti, per tutti

imprevedibili. Ma le relative notizie, «controllate» dai servizi USA (di cui Arsan

risulta informatore), transitano anche nelle mani, forse più pericolose, del

servizio di Israele, il Mossad. Proprio gli israeliani, il 16 settembre di quel 1982,

dopo le attività dei palestinesi per l’Iran, tramite le loro alleate milizie cristiano-

falangiste del Libano, entrano nei campi profughi di Sabra e Shatila e compiono

un massacro. L’OLP viene cacciata da Beirut. Vengono uccisi bambini e donne

palestinesi. A loro volta i palestinesi, subito dopo, reagiscono. E il 9 ottobre un

commando composto da cinque terroristi di origine palestinese compie l’atto


antisemita forse più terribile mai avvenuto in Italia nel secondo dopoguerra.

L’attentato alla sinagoga di Roma, con bombe a mano e mitra, causa la morte di

Stefano Gaj Taché, di due anni, e il ferimento di altre trentasette persone (Ip. 11).

In quel preciso momento (ovvero nel 1982-1983) io sono ignaro di tutto. Ho

solo le carte in mano sui traffici di armi svolti da queste persone che inizio a chiamare «i siriani»
(Henry Arsan come prima Wakkas Salah al-Din). Non

figurano i palestinesi che con loro avevano rifornito l’Iran e altri. Non mi

vengono nemmeno nominati. Eppure erano conosciuti sin dal Lodo Moro. I due

«siriani» di cui parlavano Arsan e sua moglie con ironiche battute «alla patria»,

erano quei signori di nome Abu Dawud e Abu Bassam, terroristi palestinesi, ex

di Settembre nero, cioè i creatori del Lodo Moro nonché suoi primi e diretti

beneficiari. Ma io, come chiunque altro, ignoravo che costoro fruissero del

territorio italiano come zona franca per mettere in opera i propri traffici e

transiti.

Stupefacente, ancora, è che tutta l’organizzazione di queste operazioni

avvenga, in questo lontano 1982, su iniziativa degli Stati Uniti in direzione

dell’Iran, ovvero di quel Paese mediorientale loro acerrimo nemico, e proprio in

un momento in cui un gruppo di occidentali risulta sequestrato a Beirut dagli

Hezbollah, tenuto prigioniero in qualche buco in Libano come ritorsione per

l’invasione israeliana del Libano.

Si tratta, forse, del primo caso documentato dei traffici svolti dai servizi

segreti americani che poi emergeranno con clamore, quattro anni dopo, con lo

scandalo definito Iran-Contras: ovvero quei traffici i cui i proventi (derivanti

dalla vendita di armi all’Iran) finanziarono la guerra civile in Nicaragua (contro

il governo comunista sandinista, eletto democraticamente).


In definitiva, tra l’ottobre e il novembre del 1982, mi trovo in mezzo a queste

vicende senza saperne niente, ma arrestando in Italia – territorio di guerra

permanente deciso dagli Stati Uniti e da altri alla fine della Seconda guerra

mondiale – chi traffica armi per attuare il governo sul Mediterraneo e sul mondo.

E gli ordini provengono, come risulta dagli atti e dalle stesse dichiarazioni degli

arrestati, proprio dagli Stati Uniti, gestiti in quel momento dall’amministrazione

di George H.W. Bush (allora vicepresidente di Ronald Reagan), supervisore

assoluto delle attività della CIA nonché di tutte le strutture federali segrete che fanno capo al
Pentagono. I percorsi e le armi trattate risultano da documenti mai

contestati, mai esaminati, e (teoricamente...) ancora disponibili.

L’Italia vende gli israeliani ai terroristi: questo verrà ammesso dallo stesso ex

presidente Francesco Cossiga nella sua nota intervista rilasciata nel 2008. Anche

in tal caso, spiegherà, si trattava di condotte autorizzate sul nostro territorio in quanto dirette solo
contro gli israeliani, e rientravano quindi negli accordi

stabiliti con il Lodo Moro: liberi trasferimenti di armamenti, libere attività

terroristiche, ma non contro cittadini italiani.

GFT, la sigla misteriosa

Sempre in quel 1982, dopo la rivelazione conseguente all’arresto di Arsan, leggo

in alcuni tabulati consegnatimi dalla stessa DEA a Milano un’annotazione

riferita al 1972 dove compare il nome dello stesso Arsan: «già registrato sotto

GFT (Italian Task Force)». Chiedo formalmente al consolato USA di Milano il

significato di questa sigla. Ricevo la risposta che «al nome Italian Task Force

non è registrata alcuna cartella». Riporto questa anomalia nell’ordinanza del

novembre del 1984 e poi in tutti i miei libri, e quindi così farà anche chi mi cita

in studi e in atti parlamentari. Ma è sbagliato. Oggi rivedo l’atto originale e noto


subito la sua esatta formulazione, diversa da quella tradottami dagli americani

con «Italian Task Force». In inglese, sull’originale, era scritto «GFT». La DEA,

scaltramente, mi aveva risposto con esattezza letterale: al nome Italian Task

Force non risulta niente (Ip. 12).

Durante l’esecuzione dei miei provvedimenti (operata dal personale della

Questura di Varese, con altre mie intercettazioni in corso) mi viene

assolutamente sconsigliato di arrestare il siriano Nabil, che appariva un

personaggio di piccolo spessore tra vicende più grandi di lui. Di queste non

conosceva granché, se non che comparivano (nelle intercettazioni) Rifa’at al-

Assad e il capo della polizia segreta siriana, Abu Ayad, capo della sicurezza di

Arafat.

Però dalle ultime telefonate in corso emergeva che Nabil si accingesse a

portare a casa di Arsan un «pacchetto» che appariva assai compromettente. Per

impedirmi di arrestarlo mi venne detto che si trattava di un personaggio protetto

da immunità diplomatica del consolato di Milano. E io mi attenni alla

«consigliata» condotta di non arrestare quel siriano. Qualche giorno dopo

verificai che non era protetto da alcuna immunità.

Il pacchetto, i documenti compromettenti e la sorpresa mi sfuggirono. Di quel

pacchetto è rimasta un’inutile traccia nelle incuriosite domande che faccio a

Nabil nei suoi interrogatori, e nella sua quasi divertita risposta: era un barattolo

di marmellata... protetta da immunità diplomatica.

Il governo della guerra

La fornitura di armi all’Iran viene descritta, nei minimi dettagli, nelle

intercettazioni del 1982 e nelle dichiarazioni di uno dei soci più stretti di Arsan,
il turco Ertem Tegmen (altro agente della DEA), dove appaiono inequivocabili i

ruoli dei vari personaggi di tutto il mondo collegati tra loro in doppi e triplici giochi del terrore, con
passaggi tra Stati Uniti (Virginia), Varsavia, Islamabad,

Teheran, Beirut. Base operativa? Varese-Milano. Si spiega che queste forniture

all’Iran vengono organizzate all’inizio del 1982 in Virginia (dove studia

all’università il figlio di Tegmen...) e si concludono, come accennato, nel

settembre dello stesso anno, con il determinante coinvolgimento delle autorità

polacche e secondo schemi operativi attivi da tempi immemorabili.

In una conversazione registrata Arsan chiede alla moglie di consultare,

proprio per verificare dati su questi due contratti con l’Iran, gli appunti riportati

in una sua agenda (a Varese, tra le mani della moglie), contrassegnati con i

numeri 41.244 e 41.246, dove sono riportate le quantità esatte delle rispettive

merci. L’agenda, pur nominata nelle intercettazioni in corso, non viene cercata

né tantomeno sequestrata dalle forze di polizia che poco dopo eseguono arresti e

perquisizioni. Considerando che Arsan, per sua stessa ammissione, operò in

Italia dal 1958, e visti i «numeri d’ordine», calcolo che in quei ventiquattro anni

abbia concluso una media giornaliera di quasi cinque contratti di questo genere.

L’agenda ne conteneva l’elenco, con nomi, materiali, fornitori, destinazioni.

Nessuno ha mai indagato. Quei pochi personaggi che in quei mesi vennero da

me in Italia individuati, imputati e rinviati a giudizio come possibili partecipanti

a questi traffici, furono tutti assolti con la motivazione – così venne scritto – che

le armi «non transitavano per l’Italia».

E, tra l’altro, in molti casi nemmeno era vero.

1. Tra questi contatti merita un cenno anche quello di Graziella De Palo e Italo Toni con l’interprete
che venne messo loro a disposizione da Yasser Arafat, monsignor Ibrahim Ayad, un prete palestinese
della chiesa copta ortodossa di San Michele Arcangelo a Londra, il cui intervento in Vaticano
condurrà – come risulta da recenti indicazioni – al primo incontro di Arafat con il papa, il 15
settembre 1982.

Il depistaggio

(Indagine 2015-2018)

L’incompreso Lyndon LaRouche

Le indagini, particolarmente complesse, vengono a saldarsi con le acquisizioni dell’istruttoria


condotta dal giudice istruttore di Trento Carlo Palermo in ordine ad un imponente traffico di

morfina base proveniente dalla Turchia e dal Medio Oriente e destinata ai laboratori clandestini
siciliani per la trasformazione in eroina [...] le cui acquisizioni istruttorie hanno offerto un notevole
contributo per la individuazione degli autori di gravissimi fatti criminosi avvenuti a Palermo negli
ultimi anni e, più in generale, per una migliore comprensione del fenomeno mafioso e delle strutture e
dinamiche di «Cosa nostra». Le risultanze delle indagini

del giudice istruttore di Trento sono contenute in parte nei volumi trasmessi alla Autorità giudiziaria
di Palermo a seguito di sentenza di incompetenza da questi emessa il 20.1.1983. 1

Con queste precise parole inizia il provvedimento di chiusura dell’istruttoria

di primo grado del «maxiprocesso» di Palermo, condotto dai giudici palermitani

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, firmato dal consigliere istruttore Antonino

Caponnetto nel 1985, oggetto infine della sentenza della Cassazione nel gennaio

del 1992. È quello che avrebbe causato la reazione di Riina e della mafia. In

origine il capo dell’Ufficio istruzione di Palermo era stato Rocco Chinnici. Con

lui e gli altri incontrati a Sorrento mi ero accordato per trasmettere loro quegli atti, in modo da
evitare sovrapposizioni nelle indagini. Quella mia trasmissione

documentale seguiva la cattura da me disposta nel 1981 e 1982 dei siriani

Wakkas Salah al-Din (ad Atene) ed Henry Arsan (a Varese).

Il 20 novembre 1982 la notizia dell’ultimo arresto era stata divulgata con

enorme clamore dal capo della Procura di Trento, Francesco Simeoni. Proprio

lui, dall’inizio delle mie indagini, mi aveva sempre osteggiato. In quel caso,
considerata l’eloquenza dei documenti sequestrati, cercò di attribuirsene il

merito.

«Stiamo affondando il coltello in grossi gangli», affermò, «e in questioni i cui

risvolti lasciano perplessi. Non dovrebbe essere la magistratura a dover fare

tutto. Perché da sopra nessuno è intervenuto prima?»

Poco più tardi, nel ricordare queste dichiarazioni altisonanti, sorrido fra me e

me, mentre aspetto l’arrivo in Procura, da Wiesbaden, di alcuni funzionari della

BKA, la polizia federale tedesca, che cercano informazioni sull’operatività di

Arsan in Germania. Da Roma giungono invece responsabili della DEA e

l’addetto militare dell’ambasciata americana, un certo Francis S. Vossen.

Mi rivedo in quei momenti. Con i primi e i secondi non parlo nemmeno.

Vossen mi racconta un episodio sconcertante: «Sono venuto a conoscenza che in

Italia sono spariti trenta o quaranta carri armati Leopard da una partita di

duecento acquistata dal governo per l’esercito italiano». In realtà vuole

conoscere le carte della NATO (sui carri armati Leopard) che ho sequestrato.

Non lo accontento. Al termine dell’incontro si rifiuta di firmare il verbale che ho

scritto a mano. Lo sbatto fuori dalla stanza e vedo un ragazzo, italiano, che già

avevo notato, seduto dalla mattina presto fuori dal mio ufficio. La scorta mi

spiega che desidera parlarmi. Si chiama Andrea Cilli. Appartiene al Movimento

solidarietà, il cui leader nel mondo si chiama Lyndon LaRouche junior, politico e

attivista statunitense, perenne candidato per il Partito democratico alla carica di

presidente degli Stati Uniti. In Europa l’associazione aveva (e credo abbia

tuttora) la sede principale a Wiesbaden. Conduce studi sulla finanza e sul

crimine a livello globale, critici nei confronti di alcuni poteri forti come quelli di
David Rockefeller, dei Bush, di Henry Kissinger, dei potentati bancari ebraici,

della massoneria internazionale.

Faccio entrare Cilli, perché mi mostra una faccia buona e mi appare allegro.

Inizia infatti a parlarmi, quasi estasiato dalle mie indagini sulla mafia turca,

sull’attentato al papa e sulla bulgarian connection. Poi però inizia a trattare argomenti che ignoro:
gli Illuminati (li chiama i magicians, i «maghi»),

l’organizzazione commerciale internazionale Permindex del primo dopoguerra,

l’assassinio di John F. Kennedy, i centri di potere USA e quelli del KGB russo, la

Chiesa russa ortodossa, il Club di Roma, le sette occulte di una certa ucraina di

nome madame Blavatsky, di cui si meraviglia che io ignori l’esistenza perché, a

suo parere, sarebbe «alla base di tutto». Mi parla come un fiume in piena di

banche libanesi, di Bekir Celenk, di Ali Agca.

Oltrepassa ben presto il limite della mia pazienza, già scossa dal precedente

incontro con l’americano Vossen, che ho bruscamente chiuso. Ma lui,

imperterrito, continua a parlare e a descrivermi logge massoniche ispirate a

Iside, a Osiride, alla Grande Madre onorata a Sofia, capitale della Bulgaria, con

il culto di santa Sofia, per questo motivo – a suo dire – al centro dei traffici in cui

mi sono imbattuto.

Potrei mai, in quel momento, attribuire attendibilità a questa persona? Posso

immaginare che a Trapani esistano logge massoniche ispirate ai riti dell’antico

Egitto? Posso supporre che sempre a Trapani verranno trovate tracce

dell’attentato al papa del 1981 e anche di Aldo Moro? E mafiosi che verranno

scoperti nel 1985 in un laboratorio che raffina la stessa droga turca trovata a

Trento? E che Giangiacomo Ciaccio Montalto da Trapani inseguisse un mafioso

chiamato Nanà, Leonardo Crimi, socio del mio imputato trentino Kofler, già nel
1976? No di certo. E così mi rifiuto di raccogliere qualsiasi sua dichiarazione.

Per liberarmene gli prometto che potrei cercare di capire ciò che mi ha

raccontato solo se me ne pervenisse richiesta in modo ufficiale da un organo di

polizia giudiziaria. Aggiungo una raccomandazione: nel caso in cui ciò

avvenisse, il mio nome non dovrebbe essere menzionato accanto a quelle

argomentazioni. Temo infatti che ne sarei screditato.

Cilli promette, e mantiene la promessa. Nell’aprile del 1983 mi perviene un

dettagliato rapporto (in italiano) dalla guardia di finanza di Milano che mi

riassume le argomentazioni di Lyndon LaRouche. In esso compaiono anche le

accuse sulla matrice massonica dell’attentato al papa (assai circostanziate). Ma

non sono presenti le informazioni sui culti egizi a Sofia che poi avrei trovato a

Trapani.

Oggi, però, sul web, consulto l’archivio storico dell’ Executive Intelligence

Review, la rivista fondata da LaRouche, e scopro – ripeto, solo oggi – un articolo, di cui alla pagina
seguente è riprodotta una pagina, scritto su un’altra sua rivista satellite, Solidarity, in inglese,
pubblicato il 21 dicembre 1982, sull’inchiesta di Trento, sugli Illuminati, sulla Permindex, sulle
logge Iside e

Osiride a Sofia e sui collegamenti tra Celenk, Ali Agca, i libanesi, il KGB, nella

capitale bulgara, sull’allora sconosciuto Club di Roma, su quella certa madame

Blavatsky nella quale mi sarei imbattuto... trentatré anni dopo. Nel numero della

settimana successiva (datato 28 dicembre 1982) trovo un altro dettagliato

articolo che descrive le connessioni con il libico Muammar Gheddafi di

movimenti separatisti della Sardegna e della Sicilia, per il tramite di alcuni

personaggi italiani quali il catanese Michele Papa, il terrorista Bernardino

Andreola, il mafioso Gateano Badalamenti, protetto dal KGB e collegato a

Giangiacomo Feltrinelli.
Erano le affermazioni che Cilli mi aveva argomentato a Trento. Gli articoli

ricordano l’inchiesta trentina, con la citazione delle parole di fuoco pronunciate

dal procuratore Simeoni. La guardia di finanza di Milano, quindi, non sarebbe

stata «completa» nelle traduzioni e informazioni in italiano che mi trasmise

qualche mese dopo: avrebbe infatti omesso tutti i riferimenti alla massoneria

egizia, a Gheddafi, ai bulgari, al KGB e a Michele Papa, ovvero a coloro che

sarebbero emersi a Trapani... nel 1986 (Ip. 13).

Nel dicembre del 1982, quindi, quando vado al convegno di Sorrento, non

conosco quello che so oggi. Incontro Giangiacomo Ciaccio Montalto, anche lui

ignaro di lavorare vicino a centri occulti di potere.

Pagina dell’ Executive Intelligence Review (numero del 21 dicembre 1982), che descrive i
collegamenti fra Celenk, Ali Agca e i libanesi in Bulgaria citando i culti massonici legati alla Grande
Madre.

Quelle convergenze segrete, però, vengono oggettivamente divulgate il 21

dicembre 1982. Io vado avanti per la mia strada e a metà gennaio del 1983 firmo

poi due ordinanze di trasmissione di atti. Alla Procura di Milano invio quelli

relativi a decine di imputati che costituivano il collegamento con il capoluogo

lombardo della mafia turca, di quella siciliana, della ’ndrangheta e della camorra.

Alla Procura di Palermo invio gli atti relativi a una decina di «siciliani» di

massimo rilievo (della cosiddetta «mafia perdente» nella guerra di mafia del

1980). Allego interrogatori e rapporti di polizia che illustrano quei traffici dalla

metà degli anni Settanta, compresi quelli dei libanesi e palestinesi (non

individuati come tali) interrogati da Falcone a Trento tre mesi prima. Tra questi è

presente anche quel libanese di nome Bou Chebel Ghassan che, poco dopo,

preannuncerà la strage che ucciderà Rocco Chinnici. Era presente in rapporti e

grafici (si vedano le pp. 152ss. dell’ordinanza del 15 novembre 1984).

Gli atti pervengono a Palermo il 20 gennaio 1983. Cinque giorni dopo (il 25

gennaio) Giangiacomo Ciaccio Montalto viene ucciso (Ip. 14). Rocco Chinnici

salterà in aria, poco più di sei mesi dopo, il 29 luglio (Ip. 15).

La fotografia del governo della guerra

Sempre più immerso nel lavoro, il 30 marzo 1983 decido una missione operativa

a Roma nel fine settimana. La sera tardi del 29 partito da Trento, faccio una

improvvisata ai miei genitori. La mattina dopo, prestissimo, vado alla sede

romana della Criminalpol, all’Eur. Sul raccordo anulare l’autista della mia auto

compie un sorpasso azzardato di una macchina che ci precede; noi passiamo

sulla sinistra e la scorta sulla destra. Sbandiamo ultimando la manovra, sicché a


grande velocità strisciamo prima sull’auto della nostra scorta e poi sul guardrail;

a questo punto il guidatore riesce a riprendere il controllo della vettura. Quando

raggiungiamo la sede della Criminalpol, le gambe continuano a tremarmi.

L’operazione giudiziaria che avevo in corso era il seguito di quella

precedente, nella quale, partendo da armi di provenienza sovietica, avevo

arrestato il siriano e i suoi soci (e «mancato» i palestinesi). In questa avevo

identificato (seguendo le indicazioni sui telefax) i fornitori di armamenti

dell’Occidente: Stati Uniti, Francia, Inghilterra, Italia, Germania, Spagna; ma

pure Paesi dell’Est.

Al termine di una giornata convulsa, la sera tardi, verso le undici, mi trovavo

di nuovo dietro una scrivania, con l’assillante dubbio: che devo fare? Cinque

persone attendevano le mie decisioni.

Tutta quella giornata mi appariva diversa dal consueto. Le carte sequestrate

portavano l’indicazione di armamenti pesanti anche mai incontrati: materiali

fissili, nucleari. Beneficiari risultavano Paesi allora in guerra e sotto embargo, in

cui era quindi vietato esportare armi: Iraq, Iran, Argentina, Venezuela, Somalia,

Taiwan, Corea e tanti altri. Venivano indicati banche, numeri di conto, codici,

nominativi di funzionari governativi, di dirigenti bancari. I personaggi fermati

dichiaravano che si trattava di «operazioni autorizzate» dai nostri servizi. «Di

quali?» avevo chiesto. «Italiani, americani, israeliani, elvetici», mi era stato

risposto. Uno diceva che «aveva salvato Israele dalla sua distruzione»; un altro

che lavorava per la CIA; un altro per la Svizzera eccetera. Non mi appariva

possibile. Come potevano essere operazioni autorizzate, quelle? Altre carte, poi,

portavano incisi segni massonici ed espressioni come «Signore delle Fiamme»,


«Reggente delle Americhe», «Grande Madre», «L’Immortale». Nemmeno mi

sentivo di leggerle sino in fondo perché non capivo che cosa c’entrassero, se non

nella frase «sono alle dipendenze del ministro di Grazia e giustizia». E questo mi

allarmava un po’. Ma, per l’incomprensibilità dei termini usati e dei simboli

incisi, quelle lettere mi sembravano quasi tutte una «patacca». La stanchezza e la

confusione mi offuscavano la mente.

Qualche particolare documento poi, nella notte, richiamò la mia attenzione

più degli altri: tre ordigni nucleari, uranio arricchito, plutonio... all’Iraq! Come avrebbe potuto
essere lecito – presi a domandarmi – un simile commercio di

armamenti? Li vietavano trattati internazionali. Le carte erano autentiche e

numerose. O si trattava di operazioni reali, oppure di spionaggio. In entrambi i

casi erano per forza illecite. Un telex, in particolare, riguardava la fornitura

all’Iraq di una partita di trentatré chilogrammi di plutonio. Risultavano dettate

prescrizioni per due intermediari: «Sono ritenuti responsabili dell’operazione e

dovranno essere sul posto in garanzia; per motivi di sicurezza non bisogna

comunicare alcunché a nessuno». Mi sembrava di rivedere l’iraniano tenuto in

garanzia dai «siriani» nella vendita di armamenti all’Iran. In un altro documento

il compratore di carri armati ed elicotteri appariva, in persona, il ministro delle

Finanze della Somalia, il cui presidente, Siad Barre, era spesso sui giornali

dell’epoca per aiuti da parte dell’Italia. Aiuti, pensai, per fare che cosa? La

guerra?

Alla fine decisi di arrestare tutti quelli che avevo fatto fermare. Uno,

Massimo Pugliese, iscritto alla P2, risultava di rientro da Ginevra dove aveva

appena avuto un incontro con Vittorio Emanuele di Savoia. Mi sembrava tutto

una follia.
Dieci giorni dopo questa mia operazione, sui quotidiani italiani viene riportata

una notizia: una delegazione governativa del dittatore somalo Siad Barre

incontra a Roma il nostro governo per lamentarsi di mancati aiuti militari e per

reclamarne di nuovi. Il sottosegretario agli Affari esteri del PSI, Margherita

Boniver, sul quotidiano il manifesto, dichiara che «le iniziative politiche ed economiche del PSI
sarebbero state volte a riparare un debito storico che il

nostro Paese ha contratto con il popolo somalo».

Ho fatto «saltare» una fornitura occulta di armi alla Somalia organizzata

dall’Italia e dagli Stati Uniti. Ne chiederò informazioni al direttore del SISMI, il

generale Ninetto Lugaresi. Lui rifiuterà di rispondere, scrivendomi di rivolgermi

al governo italiano e a quello degli Stati Uniti. Alcune tracce di questi rapporti

del 1982 sono presenti negli accertamenti di oggi, 2018, sulla morte della

giornalista Ilaria Alpi e del suo cineoperatore Miran Hrovatin, avvenuta il 20

marzo 1994, di cui parlerò più avanti.

Uno degli arrestati, Glauco Partel, risultava (per sua ammissione) essere un

agente al servizio della CIA e della NSA. Da un atto che avevo sequestrato,

appariva munito del massimo «nullaosta di segretezza» della NATO: il

Clearance Top-secret Cosmic NATO n. 543. Lui, ingegnere nucleare italiano,

istruito alla scuola navale (italoamericana) di Livorno era, cioè, uno dei pochi

esseri viventi – a differenza anche dei magistrati – ad avere accesso ai dati, alle

strutture e alle operazioni della NATO (e cioè della CIA).

A quell’epoca era ancora ignoto l’apparato Stay-behind/Gladio. Ma le carte

che sequestrai quel giorno non riguardavano solo i Paesi della NATO. Si

estendevano a tutto il mondo. Costituivano allora (e costituiscono ancora oggi) i

fotogrammi del governo della guerra a opera degli Stati Uniti, con l’indicazione
delle loro fabbriche di armamenti (americani e occidentali), a iniziare da quelli

più importanti (aerei Lockheed nuovi e usati, navi, carri armati, materiali fissili),

sin da quell’epoca notoriamente trattati da Kissinger e da sue società private. Le

responsabilità, come mi vennero spiegate con nomi e cognomi, chiamavano in

causa direttamente il presidente degli USA, in quel momento Ronald Reagan, i

componenti del suo governo, il suo dipartimento di Stato, i servizi CIA e NSA.

A costoro apparivano collegati i personaggi italiani che mi trovai a inquisire,

tutti di elevato livello, quali Massimo Pugliese, Giuseppe Santovito, Rossano

Brazzi, Armando Corona, Gran maestro del Grande Oriente d’Italia, numerosi

appartenenti ai nostri servizi segreti come anche alla vecchia e nuova

massoneria, alla vecchia destra italiana (da quella monarchica fascista ai nostri

servizi segreti ex SID), nonché personaggi del nazismo tedesco. A Partel

risultava collegato un italoamericano, Roger D’Onofrio, descritto come ufficiale

pagatore della CIA: «I pagamenti alla DC avvengono in capo al ministro

dell’Interno» (all’epoca era Virginio Rognoni, nel governo presieduto dal

democristiano Amintore Fanfani). Questo D’Onofrio, undici anni dopo, nel

1994, comparirà in importanti indagini (denominate Operazione «Cheque to

cheque») svolte dai magistrati di Torre Annunziata (Napoli).

Dalla documentazione sequestrata si desumeva che tre ordigni nucleari

sarebbero stati acquistati da arabi in Libano con pagamenti sulla banca tedesca

Deutsche Bank. Tra le carte sequestrate c’era un contratto per la vendita di

missili Exocet all’Argentina durante la guerra per le isole Falkland/Malvine,

ancora in corso, con nomi, date, messaggi cifrati, sabotata dalla CIA e dai servizi

inglesi MI5 in concomitanza con la morte di Roberto Calvi a Londra.


Di quasi tutto ciò – circa duemila pagine di documenti – conservo ancora la

copia rimasta inesplorata al novantanove per cento, una specie di fotografia

dell’attività svolta dalla CIA nel mondo degli anni Ottanta: un vespaio che dal

mio odierno esame eseguito a campione risulta tuttora operante, perché mai

scoperchiato, con nomi ancora ricorrenti (Ip. 16).

Il depistaggio

Questa parte dell’indagine sarebbe durata solo nove mesi. Venni subito depistato

e poi fermato. Come ho accennato in precedenza, fui indirizzato, attraverso

lettere anonime inviatemi in tribunale, a eseguire perquisizioni che mi avrebbero

portato a trovare un documento che chiamava in causa Bettino Craxi e una

società nell’orbita del Partito socialista per affari svolti in Argentina durante la guerra tra quel Paese
e l’Inghilterra per le isole Falkland/Malvine. Ciò mi

avrebbe dato l’accesso al sistema italiano di corruzione politica e spinto a

eseguire accertamenti nei confronti delle società e dei personaggi che ruotavano

attorno a Bettino Craxi: colui che, il 4 agosto 1983, sarebbe divenuto presidente

del Consiglio dei ministri. Nello stesso tempo, però, quella linea d’indagine mi

avrebbe distolto dalle piste principali che avevo individuato e che riguardavano

da una parte la CIA e i servizi americani, dall’altra i palestinesi; in altri termini,

le attività – italoamericane – sottoposte a segreto di Stato: Stay-behind, Gladio, il

Lodo Moro e i traffici collegati.

Questi i fatti: il 17 giugno 1983, ovvero tre mesi dopo la mia operazione a

Roma del 30 marzo, mi vengono recapitate per posta due lettere anonime

contenenti riferimenti a traffici di armi e in particolare una spedita da un

italoargentino di nome Gaio Gradenigo a una società di Milano, la Body

Protector, apparentemente collegata ai traffici di cui mi occupo. I documenti che


sequestro, dai quali emergono il nome dell’onorevole Bettino Craxi e di

personaggi di area PSI assai noti in Argentina, riguardano forniture di armi

italiane e appalti ricevuti in contraccambio.

Che cosa scopro oggi? Intanto scopro che la Body Protector di Milano è

collegata ai nostri servizi: in particolare al covo delle Brigate rosse di via Giulio

Cesare (di proprietà di un’agente del KGB, poi assolta) e a giubbotti

antiproiettile (da essa fabbricati) ceduti, a scopo commerciale, ai brigatisti (che

comparivano nelle famose intercettazioni telefoniche disposte dal magistrato

Davigo). Inoltre risulta collegata a Gaio Gradenigo per rapporti con militari

argentini; è anche possibile ricondurla, verosimilmente, a fornitori militari di

Gladio in Perù, nell’Operazione Lima del SISMI del 1987, anch’essa sottoposta

a segreto di Stato.

Ma, soprattutto, oggi conosco qualcosa di nuovo proprio su Gradenigo,

l’autore della lettera che chiamava in causa Bettino Craxi. Nel 2016, infatti, ho

fatto una scoperta sconcertante: Gaio Gradenigo in passato aveva fatto parte

della milizia fascista, ovvero della GNR, la Guardia nazionale repubblicana nella

Repubblica sociale italiana, dove «eccelse come un torturatore e come tale venne

poi condannato a diciotto anni di carcere, subito dopo la guerra [...]. Ma non fu

mai arrestato perché riuscì, come altri protetti nazisti e fascisti, a fuggire in

Argentina, ove divenne una delle grandi figure della comunità, per decenni,

‘ricercato’ – così si scrive nei testi – dalle forze alleate». Lo raccontano articoli

di stampa argentini e poi anche, in particolare, un volume del 2007 che tiene

conto di atti desecretati solo negli anni Duemila. 2 Quel personaggio viene

indicato quale principale leader degli uomini della Repubblica sociale italiana
che sbarcarono a Buenos Aires nel dopoguerra. E viene descritto come ex agente

dei servizi segreti a Verona, «ricercato dagli alleati per crimini di guerra», in

particolare dopo che, nella primavera del 1945, partì da Genova diretto a Rio de

Janeiro per poi raggiungere l’Argentina. «Nel maggio del 1947», si racconta,

«assieme a Vittorio Mussolini [il secondogenito di Benito Mussolini], raggiunge

Buenos Aires, dove fonda la rivista Risorgimento. » In sostanza era un uomo protetto dai nostri stessi
servizi e rimasto tale sino al 1983, collegato al regime

fascista, e poi protetto dai servizi in chiave anticomunista (Ip. 17).

«Dirige la rivista Risorgimento» era stata l’unica notizia fornitami dalla

guardia di finanza di Roma nel 1983. L’unica che conosco quando interrogo

Gradenigo a Buenos Aires, in presenza del procuratore della Repubblica di

Trento, di colonnelli italiani e argentini di polizia giudiziaria, dei magistrati

militari di Buenos Aires.

Come spiegarmi un simile atteggiamento? Nessuno di loro mi riferisce

alcunché sul suo passato di estrema destra, e tutti tacciono anche quando lui

oppone segreti di Stato alle carte da me sequestrate riguardanti militari e forse

desaparecidos. Nell’interrogatorio Gradenigo chiama invece in causa militari

argentini, affaristi, industriali italiani e anche Bettino Craxi per i suoi interessi collegati agli
elicotteri costruiti dalla società Agusta (guidata da un socialista,

Raffaele Teti) e da fornire all’Argentina, ricevendo in possibile contraccambio

l’assegnazione dei lavori per la metropolitana di Buenos Aires.

Proprio durante questa mia missione a Buenos Aires qualcuno lascia nel

frigorifero della mia camera d’albergo un biglietto scritto a penna contenente il

primo avviso su ciò che in un futuro mi sarebbe dovuto accadere: sarei saltato

per aria.
Bettino Craxi ferma le indagini

Di ritorno da Buenos Aires, trovo sulla mia scrivania anche un’altra busta

ufficiale, del capo di gabinetto del ministro di Grazia e giustizia. Dentro c’è un

appunto «riservato» del vicecapo di gabinetto del ministero dell’Interno.

Oggetto: possibile azione terroristica in Trento. Mi si comunica, comunque, che

sono «già stati sensibilizzati i competenti organi di polizia».

Il 15 dicembre 1983 interrogo come teste l’onorevole Giulio Andreotti e

subito dopo parto per Reggio Calabria, dove si tiene un convegno sulla

criminalità. Lì mi raggiunge un messaggio, l’ordine perentorio di «mettermi

subito in contatto con il presidente del Tribunale di Trento, Rocco Latorre».

Questi mi riferisce di aver ricevuto verso le tredici alcuni fonogrammi da parte

del procuratore generale della Cassazione, il dottor Giuseppe Tamburrino, che

mi accusava di avere compiuto atti contro parlamentari minacciandomi di

provvedimenti cautelari (cioè di sospendermi dal servizio).

Non riesco a capacitarmi di che cosa sia accaduto. La mattina seguente, alle

sei, riparto in aereo per Milano e poi raggiungo Trento, dove spiego il mio

operato al presidente del Tribunale. Lui non ha dubbi sulla correttezza del

lavoro. È sabato 17 dicembre. Riparto subito per Roma. Trascorro la domenica

con i miei genitori e lunedì mattina mi reco al Palazzaccio, in piazza Cavour.

Alla Procura generale della Cassazione chiedo di parlare con il procuratore

generale. Lui è presente, ma non mi riceve. Devo attendere. Mi viene indicato un

suo sostituto procuratore generale. È anziano e mi scruta con occhio assai torvo.

Si chiama Guido Guasco. Gli spiego la vicenda senza sbilanciarmi sulle carte

che ho e che lui mi chiede di conoscere. Mi intima senza mezzi termini di «non
compiere più alcun altro atto».

Torno a casa, anche irritato perché so di non aver commesso atti contro

parlamentari e nemmeno altri illeciti. Apprendo da mio padre che Guasco aveva

avocato, qualche anno prima, il caso Moro. Ma la mia sorpresa diviene maggiore

quando, sempre lì a Roma, mi sopraggiunge la visita di funzionari del nucleo

della guardia di finanza. Mi restituiscono, non eseguito, l’ordine di sequestro che

avevo firmato mentre aspettavo di parlare al ministro Andreotti, quel famoso 15

dicembre, prima di scendere a Reggio Calabria.

Qualche giorno dopo sono alla guardia di finanza per ottenere spiegazioni.

Parlo con l’ufficiale superiore che conoscevo, il colonnello Claudio Soreca, di

cui pensavo di essere quasi amico. Gli chiedo se altri fossero stati a conoscenza

dei miei provvedimenti emessi quel giorno. Mi mostra una missiva dell’inizio

del mese di dicembre – di cui mi imprimo in mente il numero di protocollo –,

inviatagli dal procuratore generale presso la Corte d’Appello di Roma. Dava alla

finanza disposizione di comunicare, al fine di applicare eventualmente l’istituto

della «avocazione», «i provvedimenti istruttori impartiti alla guardia di finanza».

Replico: «Ma io che cosa c’entro con la Procura generale presso la Corte

d’Appello di Roma? Potrebbe mai avocare il mio procedimento, condotto a

Trento?» Soreca non mi risponde.

Gli chiedo se fossero stati comunicati i miei provvedimenti del precedente 9

dicembre. Lui mi risponde: «Sì». Riguardavano le società del PSI. Dopo attimi

di silenzio: «E il provvedimento del 15?» Silenzio. Il mio pensiero va ancora più

avanti. Domando: «Quel mio provvedimento del 15 dicembre è stato almeno

preso in carico da voi?» Era stato cioè annotato nei loro registri? Risultava che io
lo avessi consegnato? Silenzio. Ormai non avevo più bisogno di altre domande o

risposte. L’indagine di Trento era finita (Ip. 18).

Prima di Natale compio – ignorando gli inviti a non fare nulla –

l’interrogatorio di Ferdinando Mach di Palmstein, uomo emergente del PSI, un

finanziere che opera sulle borse internazionali. Le spiegazioni che mi fornisce,

arrogante e sicuro di sé, saranno comunque illuminanti per la comprensione delle

carte sequestrate e di alcune prassi del malaffare. Avrò il tempo di rileggerle, di

ripensarci e di riflettere su tante cose. Il tempo, in futuro, non mi mancherà.

1. Cfr. Ordinanza-sentenza emessa dal Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione processi penali,
2289/82

R.G., procedimento penale contro Abbate Giovanni + 706, noto come «maxiprocesso». È stata
depositata l’8 novembre 1985.

2. Casarrubea, G., Cereghino, M.J., Tango Connection. L’oro nazifascista, l’America Latina e la
guerra al comunismo in Italia (1943-1947), Bompiani, Milano 2007.

Le «XI Tavole»

(Indagine 2015-2018)

La chiave dei collegamenti fra traffici, terrorismo e massoneria

Settembre nero. [...] i sopravvissuti hanno mantenuto i loro rapporti con i trafficanti curando la
consegna di droga e armi nel Medio Oriente e in tutto il bacino del Mediterraneo in cambio

di una percentuale del carico (15% delle armi) o in danaro.

Mi sembra di leggere un mia odierna ricostruzione e invece sono affermazioni

scritte da altri che risalgono alla fine del 1983 o al massimo ai primi di gennaio

del 1984. Le scopro per la prima volta il 14 maggio 2015 tra gli atti della

Commissione P2 (Ip. 19). E parlano proprio di coloro che cerco adesso, i

«sopravvissuti di Settembre nero» e in particolare quelli presenti nella mia


vecchia inchiesta di Trento.

Non le ho mai viste prima. Eppure quadrano perfettamente con le

intercettazioni telefoniche, con i documenti allora sequestrati e anche con... le

mie arrabbiature di allora nei confronti della guardia di finanza. In quel gennaio

del 1984 queste indicazioni avrebbero potuto confermare le mie indagini mentre

ero sotto attacco da parte di tutte le istituzioni dello Stato. Nessuno me le ha mai

mostrate. In esse si spiega non solo il ruolo dei palestinesi, ma anche l’intreccio

di circa duecentosessanta nomi in torbide vicende di armi, di droga, di banche, di

affari, di terrorismo dall’ultimo dopoguerra e anche da prima.

Questi appunti, scritti a penna, che d’ora in poi chiamerò «XI Tavole»,

risultano provenire dal Comando generale del IV reparto della guardia di finanza

di Roma, ovvero quel suo supremo organo che opera in contatto con i nostri

servizi di sicurezza. E risultano consegnati all’onorevole Tina Anselmi,

presidente della Commissione P2, il 23 gennaio 1984, in un periodo in cui era in

contatto con me ( vedi Appendice). Nella lettera che accompagna questo

documento viene scritto che provengono da «fonte [...] non valutabile». Questo

modo di esprimersi senza rivelare la fonte spesso avviene per motivi deviati,

occulti. Il fatto che quest’atto sia stato scovato da me trent’anni dopo la sua

redazione conferma in pieno il raggiungimento di quello scopo.

La prima pagina delle «XI Tavole» è un organigramma, una sintesi, con

quaranta nomi (vedi Tav. 1, in Appendice). Al centro indica i principali

personaggi allora presenti nell’inchiesta di Trento (Massimo Pugliese e Giuseppe

Santovito, entrambi della P2, ex dei servizi segreti e allora imputati nei traffici di

armi nell’inchiesta di Trento). Ai lati, sopra, sotto, a destra e sinistra, sono


indicati numerosi altri personaggi di tutto il mondo. Alcuni di questi li

conoscevo già all’epoca. Altri li ho incontrati in seguito. Altri ancora li apprendo

soltanto adesso, sconosciuti, potenziali indagati, di allora e del futuro, sino a

oggi.

L’intero documento è dedicato ai traffici internazionali di armi, di droga, dei

massimi affari di ogni tempo, del petrolio, dei rifiuti tossici, di omicidi, stragi, terrorismo, strategie
della tensione, P2, massoneria, ordine mondiale.

Il «col. Massimo Pugliese» vi compare, come accennato, al centro. Cinque

frecce lo uniscono, in doppi sensi inversi, ad altri personaggi legati alla destra, al

terrorismo, a fatti eversivi. Il nome del generale Giuseppe Santovito, che, sempre

nell’inchiesta di Trento, si ricollegava direttamente a Pugliese, compare subito

sotto.

In alto sono scritti nomi posti in una posizione di apparente supremazia che

dovrebbero corrispondere alle oligarchie inglesi. Non li conosco. Ma non fatico

a individuarli parlando con Carlo Calvi, il figlio del banchiere Roberto Calvi,

ucciso nel 1982, episodio a sua volta presente nell’inchiesta di Trento per le

forniture all’Argentina di armamenti contro l’Inghilterra.

Nella sintesi, a scendere sulla sinistra sono stati scritti nomi di faccendieri

arabi e americani, dal Nord al Sud, legati a traffici internazionali di petrolio,

armi e droga. Sulla destra viene indicata, in pochi passaggi, la catena dei flussi

finanziari della Sicilia, ovvero quella chiave di lettura mai individuata né

tantomeno oggetto di organiche indagini da ieri a oggi.

Il primo nome è assai importante. È quello di un arabo, un libanese per

esattezza, Mahmud Fustok, nativo di Beirut, nell’epoca in cui questa città

apparteneva all’Impero ottomano. Questo personaggio appare rappresentante di


massimo rilievo dei reali dell’Arabia Saudita; da ieri a oggi. Dopo la sua morte,

avvenuta nel 2006, i suoi fratelli si muovono ancora come influenti finanzieri dei

reali sauditi sino a intrattenere rapporti con il presidente degli Stati Uniti Barack

Obama.

L’appunto si presenta vergato con una penna stilografica. Ormai appare

vecchio, sbiadito, in alcuni punti illeggibile o quasi. È stato quasi tutto redatto in

carattere stampatello, per rendere comprensibile la calligrafia, altrimenti

pressoché impossibile da decifrare. L’autore mostra erudizione, ironia e

sarcasmo.

Alla prima pagina, contenente l’organigramma, ne seguono altre dieci, ricche

di centinaia di nomi, di citazioni, di fatti, di date, di episodi, tra i più eclatanti della storia d’Italia,
da quelli stragisti ad altri affaristici, finanziari e politici.

In tutta la memoria non compare mai il nome del suo verosimile autore:

Stefano Giovannone, ovvero il capogruppo dei nostri servizi segreti militari a

Beirut dal 1972 al 1981, liquidato dagli stessi servizi perché risultato

appartenente, anche lui, alla P2. Nonché, come sin da allora noto, in stretto

rapporto con i fondatori di Settembre nero con cui, proprio per suo tramite,

venne stipulato il Lodo Moro e con cui lo stesso Moro cercò un contatto quando

venne sequestrato dalle Brigate rosse.

L’appunto risulta scritto verso fine di ottobre del 1983. Infatti cita un articolo

pubblicato sul quotidiano la Repubblica il 21 ottobre di quell’anno.

«Giovannone lascia Beirut il 12 ottobre 1983», scrisse in una ricostruzione Falco

Accame, ammiraglio e politico di area socialista, in apparenza molto attento alla

denuncia di traffici di armi.

Avevo interrogato Giovannone a Trento, il 27 di ottobre, prima del mio


viaggio in Argentina. La sua identificazione come autore dello scritto è per me

intuitiva per molti motivi: per i nomi da lui prioritariamente segnalati presenti

nell’inchiesta di Trento; per la descritta connessione dei trafficanti di armi e di droga con i
palestinesi (e anche con libici e altri arabi); per l’uso di cognizioni

arabe, che possedeva; attraverso il raffronto tra la firma presente nei suoi

interrogatori con il testo (maiuscolo e minuscolo) dell’appunto, che, a mio

parere, non lascia adito a dubbi; per la presenza di alcune circostanze trattate

anche nella sua deposizione a Trento, appena una settimana dopo la citazione,

contenuta nell’appunto della data del 21 ottobre, giorno in cui sul quotidiano la

Repubblica, come si ricorda nel documento, viene pubblicato un ampio articolo

incentrato sulla figura di Glauco Partel e sull’interrogatorio di Giuseppe

Santovito, avvenuto il giorno prima; e ancora per i lusinghieri apprezzamenti che

dedica alle «scoperte» del giudice istruttore di Trento sulla pista argentina, sui

palestinesi, sui collegamenti piduisti tra vari imputati a Trento (in particolare su

Pugliese, Santovito, Partel, sulla P2, su Calvi e sul finanziamento della guerra

per le isole Falkland); per il ripetuto uso (come nel suo interrogatorio) della

parola «livello» (primo, secondo, terzo) per descrivere i vari gradi della struttura

criminale individuata; e, non ultimo, per la citazione come «esperto» del

professor Pino Arlacchi (allora presidente dell’Associazione mondiale per lo

studio della criminalità organizzata), di cui Giovannone mi aveva fatto cenno

anche nel suo interrogatorio, tant’è che, essendo un personaggio stimato anche

da me, proprio a lui poi affidai la stesura dell’introduzione del mio volume del

1988 Armi & droga. L’atto d’accusa del giudice Carlo Palermo.

Il giorno seguente all’interrogatorio di Giovannone, il giornalista Gianluigi

Da Rold sul Corriere della Sera ricorda il colonnello in un dettagliato articolo dal titolo «Una pista
porta il magistrato al ‘giallo’ di Graziella De Palo e Italo Toni», in particolare evidenziando: «Ora,
il giudice Palermo ha ascoltato, la

settimana scorsa, per sette ore e mezzo Giuseppe Santovito e, ieri mattina, al

palazzo di giustizia di Trento, si è presentato anche, inaspettatamente, il

colonnello Giovannone. Con una valigetta ventiquattr’ore, Giovannone è entrato

nell’ufficio di Carlo Palermo alle 10 ed è uscito alle 14. Unico commento:

‘Credo proprio di aver detto cose interessanti al giudice’».

L’autore dell’appunto parla anche dell’episodio relativo alla sparizione dei

giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni, affermando di sapere qualcosa di

analogo a quanto oggi, nel 2018, emerge sull’assassinio della giornalista Ilaria

Alpi e dell’operatore del Tg3 Miran Hrovatin, uccisi in Somalia nel 1994: «Si sa

[...] che il SISMI ha archiviato o distrutto il fascicolo relativo trasmesso dalla Sureté Libanese, dove
si indicavano nomi e mandanti italiani [il corsivo è mio,

N.d.A. ]».

Leggendo dopo lunghi anni di ricerca tale appunto, mi viene da pensare che

Giovannone l’avesse preparato proprio per consegnarmelo nell’ipotesi che

l’avessi interrogato su quegli argomenti. Invece il mio esame testimoniale si

limitò alla parte libanese e non escludo che il mio probabile tono autoritario

possa avergli sconsigliato di fornirmi informazioni di propria iniziativa. Mi

appare

innanzitutto

inquietante

la

rivelazione

del
ruolo

svolto

dall’organizzazione terroristica Settembre nero «nei traffici di droga e di armi»,

mai emersa altrove (Ip. 20):

Settembre nero fu fondato da alcuni guerriglieri palestinesi di varia origine e ideologia nel 1971 con
lo scopo di vendicare, per mezzo di spettacolari azioni terroristiche, i «fratelli palestinesi»
massacrati da re Hussein di Giordania nel settembre 1970. Sin da principio tale

organizzazione ebbe rapporti con terroristi di tutto il mondo: IRA dell’Irlanda del Nord, RAF

della Germania Federale; FI della Corsica e FARC in Francia; BR e NAP, ma anche Ordine

nero in Italia eccetera. Anche per questo motivo l’attuale leader OLP Yasser Arafat lo sciolse nel
1975. Ma alcuni sopravvissero a Baghdad (Gruppi di azione del dr. Wadie Haddad, oggi

+; Comando rivoluzionario di Abu Nidal; «Giugno e Settembre nero» di Ahmed Hizzani, ecc.) e in
Libia. D’altra parte i capi superstiti di Settembre nero – la maggior parte morirono in guerra o furono
assassinati dal Mossad israeliano, e cioè Khalil al-Wazir (Abu Jihad), Salah Khalaf (Abu Ayad),
A.R. Saleh (Abu Saleh) eccetera – hanno mantenuto i loro rapporti con i

trafficanti curando la consegna di droga e armi nel Medio Oriente e in tutto il bacino del
Mediterraneo in cambio di una percentuale del carico (15% delle armi) o in danaro. Nel processo
sulla strage di Bologna e in quello per l’assassinio del giudice Occorsio questo ruolo dei palestinesi
fu chiaramente stabilito come dimostra anche il recente mandato di cattura internazionale per Salah
Khalaf. Notizie giornalistiche attestano inoltre che nella zona del Libano sud controllata dai
palestinesi sino al giugno 1982 (c.o. Fatah) terroristi di «Ordine nero» e delle «BR» si allenano al
maneggio delle armi, talora nello stesso campo, con camorristi cutoliani, membri di cosche calabresi
e delinquenti poi arrestati e uccisi in relazione al traffico di droga ed armi.

Presenta particolare rilievo l’accento posto sul nome di Abu Saleh, e cioè quel

palestinese arrestato nel sequestro dei missili Strela, che è stato l’episodio alla base del possibile
tentativo di scambio, in base al Lodo Moro, con i giornalisti

Toni e De Palo; come anche nelle collegate indagini nei processi sull’omicidio

Occorsio e sulla strage di Bologna. Ancora oggi, seguendo altre piste, magistrati

proseguono accertamenti in questa direzione.

Il diretto collegamento di capi di primo piano dell’OLP stesso, si aggiunge

ancora nelle «XI Tavole», come Salah Khalaf, alias Abu Ayad, nel traffico di
armi da e attraverso l’Italia è stato confermato ultimamente dal giudice istruttore

di Trento.

Altro aspetto di particolare importanza di questo appunto mi appare

l’esposizione in chiave filoatlantista tipica di Gladio/Stay-behind (quindi

propensa, in particolare, a evidenziare le connessioni riconducibili all’Unione

Sovietica), con l’indicazione anche di nomi di esponenti del KGB in Italia non

segnalati altrove (quantomeno non che io sappia). Cioè vengono anticipate

spiegazioni e fornite indicazioni analitiche anche personali che i magistrati

italiani non hanno intuito né compreso nemmeno vent’anni dopo, quando si sono

trovati a indagare su Gladio, sul Centro operativo Scorpione (creato nel 1987) e

sull’uccisione del maresciallo Li Causi, né in altre delicate indagini (dal caso

Moro alle stragi dei primi anni Novanta) o in quelle sul dossier Mitrokhin.

Al sottoscritto, in quel gennaio del 1984, fu invece destinata ben altra

conoscenza di informative. Il 7 gennaio la Procura generale della Cassazione

comunica al Consiglio superiore della magistratura l’avvio di un’azione

disciplinare contro di me. Il settimanale l’Espresso del 10 gennaio ne attribuisce

la causa al presidente del Consiglio Bettino Craxi. Come reazione, il 19 gennaio,

dopo alcuni miei ultimi interrogatori, dispongo il «deposito di tutti gli atti per le

richieste del PM», ovvero concludo l’istruttoria. E mi viene subito ridotta la

scorta.

Il 20 gennaio seguente ritorno a Roma per parlare con Tina Anselmi. In più

riprese, nei mesi precedenti, avevo già trasmesso, prima informalmente e poi

formalmente, atti della mia inchiesta sui personaggi iscritti alla loggia di Gelli, ottenendo in cambio
notizie sulle indagini presenti in Italia tramite la più

preparata segretaria archivista della Commissione, la dottoressa Piera Amendola.


«Tina Anselmi», annota Marcella Andreoli sull’ Europeo di gennaio, «non fa

mistero dell’opportunità di seguire con attenzione la vicenda del magistrato

trentino.» Ma la presidente, pur rimanendo in contatto con me sino a novembre,

non mi informa di questo documento ricevuto dalla guardia di finanza né

tantomeno lo cita in qualsivoglia atto della Commissione.

Il 3 febbraio sopraggiunge poi a Trento il sostituto procuratore generale della

Cassazione Guido Guasco. Nello stesso giorno, a modo di annuncio, Bettino

Craxi sceglie le colonne de il Giornale per pubblicare una sua lettera che merita

la prima pagina, in cui lamenta che io «abbia provveduto ad estendere l’azione

stessa anche alle violazioni commesse in danno mio e dell’onorevole Pillitteri

[suo cognato]», auspicando che «sul comportamento del giudice Palermo,

rilevato e denunciato da molti mesi in pubbliche assemblee di avvocati con

documentate accuse di abuso di potere, interesse privato in atti d’ufficio, falsità

ideologica ed altre violazioni di legge, mi auguro, come ogni cittadino, che sia

fatta luce e giustizia nelle sedi competenti».

Primavera di passione, tra arabi, italiani e inglesi

Le «XI Tavole» iniziano con l’indicare chiavi di collegamento tra nomi italiani e

oligarchie bancarie, e, in particolare, gli aspetti emersi nelle indagini sui traffici
di armi per le isole Falkland, su Calvi, sul Banco Ambrosiano, sulla P2, sui

servizi britannici e sulle oligarchie inglesi. In un passaggio dell’appunto

intitolato «Nota aggiuntiva. La P2 e il traffico di droga ed armi», tra i trafficanti

«piduisti» si specifica: «Lo sono l’ex colonnello del SID Pugliese, oggi in

carcere, e lo sono coloro che (argentini e italiani) collaborarono a vendere armi

alle forze armate argentine durante la guerra delle Falkland: lo stesso Pugliese,

l’ex capo di Stato maggiore della Difesa generale Marchese, l’affarista Glauco

Partel».

L’appunto indica, nel suo iniziale prospetto riassuntivo, il seguente rapporto:

Mahmud Fustok

Bunker Hunt

Artoc Bank

Peter de Savary

Roberto Calvi

Lasciando per un attimo i primi due (che conducono direttamente ai massimi

petrolieri americani Rockefeller e ai reali sauditi, produttori petroliferi

dell’Arabia Saudita), i nomi subito sotto evocano i casi giudiziari di Roberto

Calvi, del Banco Ambrosiano, di Michele Sindona e di Giorgio Ambrosoli (tutti


morti ammazzati), rapportandoli esplicitamente alle più elevate oligarchie

britanniche (che poi scopro essere emerse nelle indagini inglesi sulla morte del

banchiere Roberto Calvi). Nell’inchiesta di Trento erano già comparse le

operazioni di riarmo dell’Argentina, il tentativo del Paese sudamericano di

procacciarsi missili Exocet tramite personaggi legati alla P2, il ricorso al piduista

Carlos Corti (parente di Licio Gelli), l’uso del Banco de la Nación Argentina, la

connessione di quei fatti con le tangenti Petromin. Negli anni Duemila queste

connessioni con il caso della morte di Roberto Calvi risultano in particolare nelle

dichiarazioni del figlio Carlo, dirette a dimostrare il collegamento tra la morte

del padre ed elementi e nomi emersi in occasione del rinvenimento del cadavere.

Nelle «XI Tavole» vengono indicati i collegamenti tra quella morte e la Artoc

Bank, il Banco Andino del Perù e alcune operazioni finanziarie a New York, il

nome di Peter de Savary, la connessione con le tangenti Petromin.

I legami espressi in quelle pagine ricevono un riscontro quasi incredibile nel

successivo maggio del 1984, quando – come ora accerto – viene pronunciata una

sentenza dalla Corte d’Appello di New York del 10 maggio 1984 (Ip. 15), oggi

in rete, 1 attraverso cui la Corte distrettuale di New York condanna la Artoc Bank

a restituire al Banco Ambrosiano di Calvi quindici milioni di dollari, da versare a

una consociata del Banco Ambrosiano in Perù. Quindi pare incontrovertibile che

Calvi, prima di morire, fosse accorso a Londra per reclamare giustamente, con le

oligarchie inglesi, quantomeno questi importi dovutigli attraverso società di

arabi collegati ai massimi traffici internazionali inglesi e americani. Mi domando

dove siano finiti questi soldi dopo la sua morte, e poi lo chiedo anche al figlio di

Roberto Calvi, ma senza ottenere risposte. Nel 1987 in Perù, località nemmeno
rientrante nelle competenze della nostra Gladio né dell’ultima cellula operativa

Scorpione, appena formata a Trapani, avverrà una strana missione segreta dei

nostri servizi, su ordine di Bettino Craxi – da allora a oggi sottoposta a segreto di

Stato –, per contrastare, si dirà, i guerriglieri di Sendero luminoso. Tuttavia

proprio in quel Paese risiedeva la «società controllata del Banco Ambrosiano in

Perù», in favore della quale la Corte distrettuale di New York pronunciava nel

1984 la sentenza di condanna (Ip. 21).

Al di sopra di questo rapporto viene descritta l’attività svolta nella «Silver

connection», operazione quasi sconosciuta da noi e persino in quelle oligarchie

poi chiamate «sinarchie». Queste supreme connessioni si traggono dai nomi

citati nella parte più alta del grafico (Ip. 22):

Mahmud Fustok

Nelson Bunker Hunt

Artoc Bank

Peter de Savary

Dal collegamento di Peter de Savary (pare peraltro che una sua figlia sia stata

a lungo legata al premier della Gran Bretagna David Cameron prima dell’attuale

moglie Samantha) con la Artoc Bank si risale all’arabo Mahmud Fustok; da


questi all’inglese Nelson Bunker Hunt; da quest’ultimo all’ebreo statunitense

David Rockefeller.

Fustok e Hunt sono uniti da una freccia indicante un flusso dal primo verso il

secondo. Nel testo si descrivono i principali affari praticati da questi personaggi:

i commerci di metalli, anzitutto dell’argento alla Borsa di Londra con i fondi

forniti dalle casse reali saudite. Ma, si badi bene, come indicato nel grafico

riassuntivo, in collegamento alla Artoc Bank e quindi al caso Calvi e alle

connessioni con i traffici di armi, con la P2 e la massoneria, la mafia e il

terrorismo italiano e internazionale, a livello mondiale. In altre parole, ci

troviamo in presenza della segnalazione di una catena di nomi in cui sono

presenti alcuni tra i massimi esponenti della finanza mondiale di ieri e di oggi,

delle operazioni petrolifere americane, inglesi, arabe, con connessioni con il

terrorismo internazionale che dalla Palestina proseguono poi tramite i vertici

della casa reale dell’Arabia Saudita, per collegarsi, in futuro (non posso essere

certo dell’attendibilità, ma constato l’insistenza in fonti internazionali) persino

con l’organizzazione terroristica Al Qaida, e pervenire, oggi, anche ai recenti

collegamenti con l’islamismo più integralista. Esiste, in sostanza, datata fine

1983/inizio 1984, la segnalazione di alcuni contatti e connessioni (certamente da

verificare e approfondire e che possono apparire al limite della credibilità) che

ricollegano, in modo impressionante, la realtà di ieri a quella di oggi, transitando

anche per l’Italia (del passato e attuale) nonché attraverso la Sicilia,

evidenziando alcuni collegamenti che erano emersi, in particolare, nell’inchiesta

di Trento. Nelson Bunker Hunt, miliardario texano, è stato principalmente

proprietario di società petrolifere in collegamento con David Rockefeller. Creò


la Placid Oil, una delle più grandi compagnie petrolifere mondiali, e svolse un

ruolo molto importante nella scoperta e nello sviluppo dei giacimenti petroliferi

in Libia nazionalizzati da Muammar Gheddafi nel 1973. A partire dai primi anni

Settanta, lui e suo fratello William Herbert cominciarono ad accumulare grandi

quantità di argento. Nel 1979 avevano quasi conquistato il mercato globale con

guadagni colossali. In epoca successiva alle «XI Tavole», nel settembre del

1988, quella speculazione innescherà azioni legali e condanne. È stato anche

membro del Consiglio della John Birch Society, ed è risultato implicato nella

vicenda Iran-Contras. Ciò che appare impressionante in questa correlazione di

nomi è che questa stessa connessione si ritrova oggi in studi approfonditi

eseguiti sulle sinarchie e in particolare sulla Pilgrims Society, la «Società dei

pellegrini» collegata alle ricorrenti associazioni segrete e cinghie di trasmissione

quali la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, gli istituti di affari

internazionali come il Council of Foreign Relations (CFR), la Round Table

britannica, la Gran Loggia di Londra, Madre d’Inghilterra. Una delle principali

operazioni economiche perseguite dalla suddetta Pilgrims Society pare sia stato

proprio l’investimento in argento di cui parlano le «XI Tavole». In un articolo

del 2005 di Charles Savoie si ricorda che «principali nomi della parte araba del

gioco d’argento che fece Hunt includevano come alleati Gaith R. Pharaon, lo

sceicco Khalid bin Mahfouz, Ali bin Musallam, Mahmud Fustok e Mohammed

Aboud Al-Amoudi, e persino Michele Sindona». Si ricorda che «la Rothschild

Bank costrinse la liquidazione di ottanta milioni di once d’argento tenuto negli

anni 1973-1974 da Michele Sindona, operazione che contribuì a far precipitare il

grande calo dei prezzi d’argento [...] Sindona ricorse alla Franklin National
Bank, la quale però crollò nel 1974 e i suoi beni vennero acquistati dalla

European American Bank, guidata da Harry E. Ekblom (Pilgrims Society)» (Ip.

23).

Non pare incredibile che quasi tutti i nomi solo oggi riportati in questi

recentissimi studi su un’associazione segreta con aspirazioni mondialiste siano

presenti in un appunto dei nostri servizi segreti risalente al 1984? Bunker Hunt,

Fustok, Pharaon e persino Sindona?

Se tutto ciò era noto ai nostri servizi, alla Procura di Palermo, alla

Commissione P2, perché nessuno ha mai fatto accertamenti in queste direzioni?

Di certo, purtroppo, io non li feci. Nella primavera di quel 1984 a me

pervengono altre due buste ufficiali. La prima, dal sostituto procuratore generale

della Cassazione Guido Guasco, contiene l’inizio di un procedimento

disciplinare contro di me «per avere compiuto atti istruttori contro

parlamentari». Il mittente della seconda, che perviene due giorni dopo, è il

procuratore aggiunto Elio Naso della Procura della Repubblica di Venezia: è la

comunicazione giudiziaria dell’inizio di un procedimento penale nei miei

confronti in relazione all’arresto che avevo operato, nel giugno del 1983, di due

avvocati. Il reato che viene ipotizzato è il seguente: interesse privato in atti

d’ufficio. Un’altra comunicazione mi perviene poi dal procuratore generale

presso la Corte d’Appello. Dopo avermi convocato con estrema riservatezza,

questi mi riferisce, «affettuosamente», di ulteriori indagini effettuate, questa

volta a Milano, su attentati terroristici, e, in particolare, su materiale sequestrato

sui Comunisti organizzati per la liberazione proletaria (COLP).

Dopo tanti anni, mi sembra di vedere come in un film quel giudice di Trento
che si rode per lo stop inflitto all’inchiesta mentre scopre le proprietà del PSI riguardo a quelle
società indagate nelle operazioni di esportazioni di armi. Lo

vedo recarsi a Roma, incredulo e deciso ad andare fino in fondo, per un incontro

con il ministro di Grazia e giustizia Mino Martinazzoli con in mano un esposto

contro l’onorevole Craxi (che conservo come ricordo). Dopo averlo letto, il

ministro mostra un volto serio e accigliato e dice: «Se anche il presidente del

Consiglio, intervenendo in quel modo, dovesse avere sbagliato, io, come

ministro di Grazia e giustizia, che cosa potrei fare?»

Per il deposito di tutti gli atti del processo (quasi trecentomila pagine), i locali

occupati sono numerosi. Una mattina cerco una mia segretaria. La trovo in una

di quelle stanze stipate di atti insieme al sostituto della Procura: con una grossa

forbice sta aprendo i plichi di documenti sequestrati che avevo richiuso dopo

averli esaminati. Sbigottito chiedo a quest’ultimo: «Ma che cosa stai facendo?»

Mi risponde sorridendo: «Apro tutte le buste; non vorrei che si possa dire che la

Procura non ha esaminato gli atti!»

In due ore la Procura risulta aver compiuto l’esame su tutti gli atti. Qualche

giorno dopo il medesimo sostituto procuratore, Enrico Cavalieri, deposita le sue

requisitorie nel processo. È dai giornalisti che apprendo le dichiarazioni di

Simeoni, procuratore capo della Repubblica: «Il documento della Procura

chiarisce la vicenda Craxi». Come può essere chiarita, se nemmeno hanno letto i

documenti sequestrati?

Estate di fuoco, tra connessione siciliana e nuovo narcoterrorismo

Mi sembra di rivederlo, quel povero giudice Palermo, con gli occhi cerchiati e

magro magro come quando aveva diciott’anni. Di rivedermi... giovane, triste,

solo, dopo le delusioni nel matrimonio e poi nel lavoro, ma ancora con fiducia
nella giustizia, anche quando, il 23 maggio, la situazione nell’intero palazzo di

giustizia di Trento precipita. Il 10 maggio era iniziato, dinanzi alla Corte

d’Appello di Trento, un processo su un primo gruppo di imputati. Il sostituto

procuratore Cavalieri lo paragona... ad Armando Diaz dopo la disfatta di

Caporetto. In Corte d’Appello, il pubblico ministero, sostituto procuratore

generale Vincenzo Luzi, nella sua requisitoria, usa parole anche più dure:

«L’istruttoria è stata una ricerca di tutti i mali del mondo e dei punti di crisi della

genesi superiore; si è assistito ad artificiosi collegamenti tra imputati; i diritti della difesa sono stati
accantonati». Anche se poi la Corte d’Appello conferma

nelle parti essenziali la pronuncia dei primi giudici confermando numerose

condanne, da diciotto anni di reclusione in giù.

Non replico. Ma la polemica diventa aspra e la contesa tra giudici e avvocati

si fa sempre più forte. Dopo riunioni e confronti, tutti i magistrati del Tribunale

inviano al procuratore generale Adalberto Capriotti una lettera, che consegnano

anche ai cronisti, in cui mi esprimono solidarietà. Questa compatta

manifestazione a mio favore costituirà pretesto per sottrarmi tutte le indagini: da

quel momento infatti il Tribunale di Trento non verrà più considerato

«imparziale».

Capriotti, come ho già ricordato, è lo stesso che dieci anni dopo sarà

nominato direttore dell’Amministrazione penitenziaria e attiverà le procedure

per la soppressione del carcere duro. In quel 1984 trasmette alla Corte di

Cassazione una domanda di spostamento ad altro giudice per due imputati,

richiamando «gravi motivi di ordine pubblico, stante il grave stato di tensione

effettivamente esistente tra i magistrati del Tribunale e gli avvocati e stante il notevole
disorientamento della opinione pubblica, messo in piena luce da
numerosi articoli non solo di giornali locali ma anche nazionali». La Cassazione

accoglie immediatamente la doppia richiesta di spostamento del processo a

un’altra sede giudiziaria.

Frattanto l’indagine, attraverso il coordinamento di una pluralità di organi di

polizia giudiziaria, parrebbe procedere autonomamente: carabinieri, polizia e

guardia di finanza inoltrano altri rapporti, altri riscontri vengono da tutto il

mondo; perfino dall’Australia. Dallo stesso Parlamento degli Stati Uniti giunge

la richiesta di una mia audizione sul caso del sequestro Dozier.

Il 23 giugno sento che per me è scoccata l’ora delle decisioni. Prendo carta e

penna e denuncio il finanziamento illecito del PSI al presidente della Camera

Nilde Iotti e al presidente del Senato Francesco Cossiga. Il 17 luglio inoltro

ancora a loro altri documenti sequestrati «sui rapporti militari italo-argentini, sui

rapporti militari italo-somali, sulle connessioni del traffico di armi con la P2, con

attività dei servizi e terrorismo (Brigate rosse)». Allego anche le stesse

intercettazioni telefoniche confluite nella mia inchiesta, sulle quali effettuerò,

trentacinque anni dopo, le odierne ricerche.

Ogni giorno che trascorro è una battaglia non solo per le indagini che

rischiano di andare sprecate, ma per la mia stessa persona.

Il 19 luglio 1984 mi difendo, a Venezia, dinanzi al consigliere istruttore

Curato e al procuratore aggiunto Naso in ordine al mandato di comparizione.

Quanti anni dovranno trascorrere per vedere accertata la mia innocenza? Saranno

cinque. In quel momento è solo la rabbia a prevalere in me, per avere dovuto

interrompere il processo, per avere tentato invano di parlare, immediatamente,

anche con il procuratore generale della Cassazione, Tamburrino, che era stato
anche un collega di mio padre... in ottimi rapporti, in passato.

Sì, in passato. Ma altre «ragioni», altre «regole», avevano ora imposto che

nemmeno potessi essere ricevuto, che nemmeno potessi avere una sola

possibilità di parlare, di spiegare alla massima autorità della magistratura il torto,

non solo personale, ma nei confronti della giustizia, che sentivo di subire. Era il

1984. Ero giovane, ed ero solo contro tutti. «Giustizia» era che l’indagine

venisse chiusa. Giustizia voleva dire che da quei procedimenti e da quelle accuse

sarei stato prosciolto con formula piena, e che quindi, sia pure con una

valutazione a posteriori, quell’indagine non avrebbe dovuto essermi tolta. La

Corte di Cassazione e poi la Corte Costituzionale affermeranno che anche nel

procedimento disciplinare nei miei confronti non fu fatta giustizia, perché

vennero compiute illegittimità contro di me.

E invece, quante risposte e occasioni di altre indagini erano presenti in quelle

«XI Tavole»! Se avessi conosciuto questo documento nel gennaio del 1984,

avrei almeno disposto perquisizioni e verifiche. E non credo che avrebbero avuto

esiti negativi, considerato che i nomi lì presenti, negli anni seguenti, comparvero

realmente in fatti e scandali internazionali.

In quell’appunto venivano indicate, come tramite del collegamento con le

oligarchie arabo-inglesi, la vecchia Cassa centrale di Risparmio Vittorio

Emanuele a Palermo e, al Banco di Sicilia, un ex direttore generale di nome

Giuseppe Trapani, che poi mi risulterà presente nella dirigenza della banca nei

primi anni del dopoguerra. Le due banche venivano in quell’appunto poste in

correlazione, verso l’alto, con Calvi, e tramite lui con i vertici delle oligarchie arabo-inglesi.
Venivano fatti i nomi della nuova massoneria succeduta alla P2,

che mai, sino a oggi, è stata individuata: quella dei Rosa-Croce. E lo stesso
Giovannone non era soltanto un iscritto alla loggia «di facciata» di Gelli: era un

massone puro e autentico. E in quell’appunto si paleseranno segreti della

massoneria mai rivelati prima (Ip. 24).

Come questo stesso appunto sia finito nelle mani della guardia di finanza non

è chiaro. Forse l’aveva inviato proprio l’autore come ultimo suo «testamento»

cognitivo, cioè in modo che «dovesse» per forza avere un seguito. Lo si desume

anche dal tenore complessivo dello scritto, volutamente didascalico, erudito,

anche ironico. Mancano esclusivamente le rivelazioni dei segreti di Stato.

Che cosa fece la guardia di finanza di quel documento? Non lo trasmise a me,

dopo che anche i miei provvedimenti riguardanti società del PSI erano stati

bloccati. Lo avrebbe forse potuto trasmettere ai magistrati di Venezia, che pure si

occupavano di OLP e Brigate rosse, come anche della sparizione dei giornalisti

Toni e De Palo, di cui peraltro l’appunto parlava? Probabilmente sarebbero stati

in grado di capire più cose, anche perché era già iniziato il travaso di atti da Trento a Venezia. Ma
non lo fece.

Lo avrebbe potuto trasmettere alla Procura della Repubblica di Roma per le

implicazioni governative? Sarebbe stata un’altra possibilità. Ma anche questa

soluzione non venne adottata.

Dati gli argomenti che trattava, poteva trasmetterlo alla Procura di Palermo:

un ufficio già colpito da omicidi eccellenti, come quelli di Giuliano, Costa,

Chinnici, e di tanti amministratori e investigatori. Palermo, però, avrebbe potuto

rappresentare un facile canale per affossare le indagini. Così fu. Sono curioso di

conoscere quali indagini vennero eseguite e come venne archiviato a Palermo

quel procedimento. L’appunto risulta infatti mandato all’autorità giudiziaria del

capoluogo siciliano dal comandante del nucleo di polizia tributaria di Palermo.


E tutti i nomi fatti nell’appunto? Non sarebbe stato giusto tenerli all’oscuro

delle indagini che avrebbero dovuto essere svolte e che potevano condurre a

loro? Ecco che prende corpo l’ultimo gioco, forse veramente del terrore:

l’appunto venne trasmesso dove nessuno avrebbe svolto indagini, perché in quel

momento i lavori erano conclusi. La Commissione sulla P2. Così facendo, però,

venne consegnato alla grancassa dei parlamentari, come se si trattasse di un

avviso ai potenziali inquisiti. Il documento è datato 23 gennaio 1984. Risulta

trasmesso dalla guardia di finanza di Palermo alla guardia di finanza di Roma.

Nicola Chiari, generale di corpo d’armata, ventiseiesimo comandante generale

della guardia di finanza dal luglio 1981 al dicembre 1984 lo trasmette, a mano,

all’onorevole Tina Anselmi.

Io sino al novembre del 1984 continuo a incontrare la Anselmi e il personale

della Commissione, che metteva a disposizione di tutti i magistrati d’Italia gli

atti acquisiti. Nessuno mi ha mai detto o riferito alcunché su questo appunto.

Nemmeno me ne hanno parlato i giudici Caponnetto e Falcone nei primi mesi

del 1985, quando li ho incontrati a Palermo, né prima né dopo il mio attentato a

Trapani, provincia in cui risultavano descritti, con base a Mazara del Vallo,

traffici di armi sulle stesse piste che io seguivo a Trento.

E nessuno mi ha mai chiesto se fosse o non fosse vero quanto era scritto sui

palestinesi, nei confronti dei quali io avrei accertato i traffici di armamenti e di

droga nell’intero Mediterraneo: gli stessi sui quali a Palermo indagavano sulla

base dei miei stessi atti mandati loro nel gennaio del 1983; e dei siriani, tra cui

era presente il libanese Bou Chebel Ghassan, anche come socio di Wakkas Salah

al-Din e in pari tempo imputato nel procedimento sull’uccisione di Rocco


Chinnici.

Chi c’era in questa Commissione, oltre alla presidente Tina Anselmi e al suo

noto collega di partito Sergio Mattarella? Vicepresidente era il socialista Salvo

Andò, di Catania, la stessa città in cui aveva operato a lungo il direttore del

Banco di Sicilia nominato in quell’appunto, come anche i Cavalieri del lavoro

Rendo, Costanzo e Graci; ma anche il braccio finanziario di Craxi, Rino Formica

(membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2

dal 12 agosto 1983; membro della Commissione parlamentare per i servizi

d’informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, 26 ottobre 1983-1º agosto

1986), anche presente in quella società del PSI (la Sofinim) oggetto del mio

provvedimento di sequestro (non eseguito) del 15 dicembre; lo stesso che era

ministro delle Finanze negli anni 1981-1982 quando venne disposta la mia scorta

della finanza; lo stesso che firma il decreto sulle false fatturazioni tornato utile ai

«Cavalieri del lavoro».

Tutti compatti nell’ignorare quanto era scritto in quell’appunto: il suo

contenuto sulla massoneria, sulla P2, sulle logge americane, sulla nascita del

narcoterrorismo, collegato ai flussi bancari e finanziari della Sicilia (Ip. 25).

Elementi che lasceranno un marchio indelebile in tutto il futuro: che forse

avrebbe potuto anche essere diverso da quello che poi è stato. Sino a oggi.

Tutto è rimasto nascosto.

Credibile o incredibile? Provo tanta rabbia e anche tanta pena per quel

giovane giudice che in quel momento, nell’estate del 1984, sperava ancora di

riuscire a trovare il modo di andare avanti nella sua inchiesta. Concede la libertà

provvisoria a numerosi imputati. Si reca ad Amelia per partecipare a un dibattito


contro la droga organizzato da don Pierino Gelmini, dove questi curava la più

grande comunità per tossicodipendenti. Parlare dinanzi a vittime di quei traffici

che ha perseguito gli pare un segno. Non sa che le «XI Tavole» citano anche

quel sacerdote e suo fratello padre Eligio, che avrebbero dapprima sponsorizzato

Francis Turatello e il finanziere della camorra Franco Ambrosio, e poi si

sarebbero avventurati in traffici di armi collegati alle «comunità terapeutiche»

presenti attorno a Trapani. Non sa, quel giudice, che tra il pubblico di Amelia ci

sarebbe stato qualcuno, imputato nell’inchiesta e appena rilasciato dal carcere,

seduto là a registrare il suo intervento. Intendeva trarne spunto per denunciarlo...

al presidente della Repubblica. E per chiedere il sequestro di tutti gli atti

dell’istruttoria di Trento, che nessuno – a suo parere – avrebbe dovuto leggere...

Apprenderò di questa iniziativa e di quell’interessato spettatore nel 2016: si

trattava di Massimo Pugliese, il destinatario di quella carta massonica

sequestrata il 30 marzo 1983 che conteneva simboli di un’altra massoneria,

diversa dalla solita P2.

Il 23 ottobre 1984 è l’avvocato Carlo Striano questa volta a rivolgersi al

sostituto procuratore Cavalieri a nome e per conto dell’onorevole Claudio

Martelli, vicesegretario del PSI. Chiede «la pronta iniziativa della Procura di

Trento per l’accertamento e il perseguimento delle penali responsabilità per la

sfrontata pubblicazione dei documenti che si assumono provenire dal dott.

Palermo, e che vengono ancora una volta strumentalmente utilizzati per

alimentare la indegna campagna contro il Partito socialista italiano».

Il 15 novembre pongo la firma sull’ultimo atto della mia istruttoria. Iniziata il

4 novembre 1980, conclusa il 15 novembre 1984.


Il 3 novembre, pochi giorni dopo il deposito degli ultimi atti per i difensori,

mi avevano meravigliato tanto l’assenza di altre istanze di proroga dei termini,

quanto l’inconsueta presenza di gentilezze varie colte nei corridoi del palazzo.

Non riuscivo a capirne la ragione, dati i rapporti tesi del passato. Quel 3

novembre parlo per telefono con mio padre, che era andato la mattina in

Cassazione per una causa che seguiva come avvocato. Da un collega aveva

appreso di un’udienza fissata in Cassazione il successivo 24 novembre per

decidere sullo spostamento ad altra autorità giudiziaria anche di quest’ultimo

mio processo, di cui mi rimaneva da depositare soltanto il provvedimento

conclusivo.

Mi prende il panico. Si voleva che non potessi compiere nemmeno questo

mio ultimo atto? Quello che riguardava trecentomila documenti, cioè tutta la

parte dei traffici di armi? Chiedo conferme in giro. Dopo manifestazioni di

stupore, apprendo da dove viene quest’ultima iniziativa. Questa volta non da

imputati e nemmeno da avvocati. Era stata proposta direttamente dal procuratore

generale della Corte d’Appello Capriotti, il quale il 29 agosto aveva scritto una

lettera, «riservata», in cui dopo un’accurata descrizione dei vari esposti e istanze

di imputati e avvocati, concludeva: «È fermo convincimento dello scrivente che,

una volta liberata dalle competenze della sede di Trento tutta la materia che da

circa due anni è stata fonte di laceranti polemiche, interni dissidi e disorientanti

notizie di stampa, sarà recuperato tra gli operatori della giustizia quel clima di serenità e di
reciproca fiducia che è presupposto imprescindibile per una corretta

amministrazione della Giustizia».

E questa sarebbe la «Giustizia»? La serenità? La tranquillità? La reciproca

fiducia? La buona «amministrazione»? Apprendo che l’8 ottobre l’avvocato


generale dello Stato Alberto Antonucci ha firmato la sua motivata richiesta alla

Suprema Corte di Cassazione: «Voglia rimettere l’istruzione ed il giudizio dei

procedimenti in corso di istruzione presso il Tribunale di Trento, per legittimo

sospetto e gravi ragioni di ordine pubblico, ad altro giudice di sede diversa.

Voglia eventualmente sospendere immediatamente la istruzione degli stessi

procedimenti».

Be’, non posso certo dire che i primi «suggerimenti» di Guasco, «non

compiere altri atti», non avessero avuto seguito! E se non sono riuscito a

compiere proprio tutti quelli che avrei voluto, alcuni sì, almeno per non perdere

la possibilità che altri leggessero le mie carte.

Dentro di me provo smarrimento. Eppure mi sento sereno, perché so che i

principi di giustizia, le idee che ho dentro, non sono una fantasia; semmai sono

piuttosto un’illusione, la parvenza di una realtà che non vorrei fosse tale. Invece

è proprio così.

Mi sento sereno. Certamente posso avere commesso degli errori, ma non sono

comunque questi ad avere determinato la situazione attuale. Mi sento sereno,

svuotato e... piango. Piango come quella volta che Kofler si uccise. Perché anche

quello mi era apparso ingiusto. E oggi piango perché avverto l’ingiustizia che si

sta consumando. Perché non ho più tempo. Perché, con sorrisi e gentilezze, mi

hanno ingannato. Anche chi mi incontrava nel palazzo di giustizia, chi mi

conosceva e sapeva che avevo dato tutto me stesso per la «giustizia». Per questa

vuota parola. Mi hanno ingannato, e hanno anche riso alle mie spalle. Sapevano

che non avrei avuto il tempo di concludere neanche il mio ultimo atto. Mentre io

non lo sapevo. Piango perché al di fuori devo mostrare la mia maschera, quella
di un giudice forte, che ha osato sfidare il potere; ma che invece avverte il vuoto

della sua debolezza, della sua insignificanza in un ordine, in un sistema

prestabilito, che non può essere mutato.

Quando riparlo al telefono con mio padre, non piango più. Non posso

gravarlo ulteriormente del mio peso. Non è giusto riversare su di lui, per

l’ennesima volta, i miei drammi. Cerco di esprimergli solo quella rassegnazione

che mi deriva dal fatto di aver operato secondo la mia coscienza e basta, come

mi aveva sempre insegnato lui.

«Pazienza.» «Ma chi se ne frega.» «Tanto, che cosa sarebbe cambiato?»

Ed ecco, ancora una volta (l’ennesima volta), le parole di mio padre, pur

intrise del pessimismo della sua visione della vita, si trasformano per me in un

incoraggiamento, in una spinta a reagire. Mi dice: «Carlo, qualcosa puoi fare.

Non è detto che devi scrivere tutto, scrivi quello che puoi. Bene ha fatto la

Cassazione: così sei costretto a finire prima. Invece di scrivere, allega le carte più importanti. Fai
solo una sintesi. Lascia parlare i documenti. Hai pur sempre

quindici giorni. Ricordati che in quindici giorni preparavi un esame

all’università. Hai preparato anche gli esami orali per fare il magistrato».

«Sì, lo facevo, l’ho fatto. Ma allora credevo in quello che facevo. Avevo

entusiasmo. Ora non ce l’ho più. Ho tutti contro.»

«Che te ne importa, fai quello che riesci a fare, firma la tua ordinanza e poi ci

saranno altri giudici a giudicare. Non perderai le carte. Carlo, non devi

rinunciare, non devi abbandonare.»

«Ma hanno anche richiesto di sospendere immediatamente l’istruttoria, di

annullare tutto quello che ho fatto», gli rispondo, iniziando a ritrovare dentro di

me un po’ di speranza.
«Devono anche assumersi la responsabilità di deciderlo. Di fare qualcosa che

non è stata mai fatta nella storia d’Italia nei confronti di un giudice.»

«Ma...» non riesco quasi a replicare.

«Provaci, Carlo.»

«Sì, ci provo... Grazie papà.» Sì, ci provo. Ci devo provare.

Quella notte non dormo. Penso a come organizzare il lavoro. La mattina

arrivo presto in ufficio, convoco il mio personale, parlo con il presidente del

Tribunale. Chiedo aiuto a tutti. Aiutatemi. E così... per il 15 novembre ce l’ho

fatta. Con l’aiuto di tutti. Con l’affetto, la comprensione di quanti hanno seguito

il mio lavoro materiale di quattro anni, le mie arrabbiature, i miei rimproveri, le

mie ansie. Firmo la mia ordinanza di rinvio a giudizio: 5.968 pagine. La sintesi

di tutta quella parte dell’istruttoria che mi era rimasta. Pagine scritte a mano,

fotocopie, fogli dattiloscritti, intercettazioni, documenti. Tutto quello che sono

riuscito a comporre. Una sintesi che racchiude i risultati di quattro anni di

lavoro. Il traffico di stupefacenti. La mafia siciliana, la camorra, la ’ndrangheta.

Dal traffico di stupefacenti al traffico di armi. Dagli anni Settanta al 1984. I

servizi segreti. La P2, anche le carte massoniche sui Rosa-Croce...

Mancano le ultime parti, quelle politiche, che sono già partite per altri lidi,

quelli di Venezia. In questo provvedimento, del 15 novembre 1984, c’è la mia

storia e la chiave di lettura di tutte le mie carte. Per sicurezza dispongo che una

copia venga trasmessa alla Procura di Milano, un’altra alla Procura di Roma,

un’altra alla Commissione inquirente, un’altra alla Commissione P2. Denuncio

all’autorità giudiziaria di Roma i reati di spionaggio. Evidenzio la mancata

risposta del SISMI al mio ordine di esibizione. Faccio quello che posso. In
quindici giorni non vedo giorno né notte: solo carte, carte, nient’altro che carte.

Nemmeno dieci giorni dopo la mia firma, la Suprema Corte di Cassazione

decide lo spostamento del processo ad altro giudice, l’autorità giudiziaria di

Venezia. Aveva avuto ragione mio padre. Non aveva adottato provvedimenti

sospensivi dell’istruttoria, né annullato gli atti che avevo compiuto. Le carte

erano salve.

Lotta contro il tempo

«Signor ministro, vorrei subito prendere servizio a Trapani.» È il 21 dicembre. E

parlo con voce ferma e determinata dinanzi al ministro di Grazia e giustizia,

Mino Martinazzoli. Già si era rifiutato di ricevere la mia denuncia contro Craxi.

Gli chiedo l’«anticipato possesso»: cioè di prendere subito servizio a Trapani.

Diversamente rischio che il trasferimento avvenga sei mesi o un anno dopo. Ho

chiesto il colloquio pochi giorni fa.

«Non crede sia molto pericoloso ciò che richiede?» mi risponde con tono

preoccupato. «A Trento non voglio più stare», gli replico, «non ho più altro da

fare. Lì non hanno più necessità di me. Saranno solo sollevati. Con me ancora

presente tutto il palazzo di giustizia ‘non è sereno’. Ritroveranno la tranquillità e

la necessaria buona amministrazione della giustizia. A Trapani hanno bisogno di

un magistrato alla Procura: uno è stato ucciso e un altro è stato arrestato. Hanno

chiesto l’assegnazione d’urgenza di un sostituto procuratore.» Lo stesso giorno il

ministro firma il fax di trasferimento per l’anticipato possesso.

Trascorrono due giorni. Presso la Galleria dell’Appennino avviene l’attentato

ai danni del treno rapido numero 904. L’esplosione causa quindici morti e

duecentosessantasette feriti. I morti poi salgono a sedici. Nel marzo del 1985
vengono arrestati a Roma Guido Cercola e Giuseppe Calò, mafioso palermitano

meglio noto come Pippo Calò. Il seguente 11 maggio verrà poi identificato il

loro covo vicino a Rieti. Vengono rinvenuti alcuni chili di eroina, un apparato

ricetrasmittente, batterie, alcuni apparecchi radio, antenne, cavi, armi ed

esplosivi. Le perizie condotte prima a Roma e poi a Firenze dimostrano come

quel tipo di esplosivo, Semtex, risulti compatibile con il materiale usato

nell’attentato al treno. Emergono rapporti tra Cercola e un certo tedesco,

Friedrich Schaudinn, incaricato di produrre dispositivi elettronici da usare per

attentati. Sono quelli trovati in casa di Pippo Calò. Vengono fatti collegamenti

tra Calò, mafia, camorra napoletana, ambienti del terrorismo eversivo

neofascista, loggia P2 e banda della Magliana. Tra le apparecchiature elettriche

utilizzabili per l’esplosione a distanza di ordigni fabbricate da Schaudinn, uno

dei congegni risulta mancante.

Di lì a poco un’altra strage richiederà l’uso di un identico dispositivo: quella

di Pizzolungo (Ip. 26).

1. https://www.leagle.com/decision/198412762ny2d651120

La macchia indelebile

(Indagine 2016-2017)

Un gladiatore dall’Olimpo degli dei

«Dopo quella strage cerco solo la verità.» È questa la risposta che nel 2016 non

faccio che ripetere al mio interlocutore appena conosciuto. Lui mi ribadisce che

parlare di queste cose è pericoloso e che non comprende il motivo della mia

insistenza. E allora perché mi ha condotto in un frequentato bar sul porto? Ci


troviamo a Le Grazie, promontorio all’estremità ovest del golfo di La Spezia.

Sono venuto qui da Trento per cercare di capire l’oscura realtà di Trapani.

Stringo forte il manico della borsa, che tengo appoggiata su una sedia accanto a

me.

«Dove ci troviamo?» chiedo. So di avere un’espressione stanca, dovuta anche

al lungo viaggio. Il mio interlocutore, a differenza di me, indossa

l’abbigliamento tipico di una località di mare. Ha i capelli brizzolati. Mostra di

conoscere la barista e anche qualche passante. «Quello», mi indica con un dito e

con un’occhiata, «è l’ingresso del Comando subacquei e incursori, conosciuto

anche con l’acronimo di Comsubin. Il nome ufficiale, come saprà, è

Raggruppamento subacquei e incursori Teseo Tesei. È un reparto della Marina,

molto segreto, fa parte delle forze speciali italiane, svolge operazioni anche di

guerra non convenzionale in ambiente acquatico e di difesa subacquea, e altro. Io

provengo da lì...» Si alza e si allontana per ordinare un paio di aperitivi.

Annuisco, ma rimango dubbioso. L’acqua del porto è immobile. Il giudice che

è dentro di me stenta a riconoscermi: un tempo non mi sarei mai avvicinato a

una struttura militare senza un adeguato accompagnamento, né tantomeno avrei

parlato con uno sconosciuto, per di più un sedicente ex «gladiatore» militare.

Vado avanti come posso.

Avevo appreso dell’esistenza di questa possibile fonte – che da qui in avanti

chiamo La Spezia 1 – molto tempo fa, nel 2003, leggendo un articolo pubblicato

sul settimanale Famiglia cristiana. Si discuteva dell’esito negativo delle indagini

svolte sulla morte di un agente dei nostri servizi segreti, appartenente a Gladio,

Vincenzo Li Causi. Era stato ucciso nel 1993 in Somalia, in circostanze poco
chiare, forse in collegamento con il successivo omicidio della giornalista Ilaria

Alpi.

«Dottore, per capire l’origine del patto tra lo Stato e la mafia bisogna risalire

al dopoguerra e al ruolo svolto da quel vecchio aeroporto...» comincia lui

tornando con due bicchieri. «Iniziamo dalla preistoria, allora?» replico.

Mi risponde con un velocissimo flusso di informazioni che a fatica riesco ad

annotare su un foglio di carta. «Per quei traffici di armamenti che la interessano,

dottore, viene spesso citato un aeroporto di Trapani, quello di nome Chinisia»,

dice, «ma per capire l’origine di quei traffici, non della ‘trattativa’ tra lo Stato e

la mafia ma del ‘patto’ Stato-mafia, bisogna risalire all’altro aeroporto.»

«Parla dell’aeroporto di...?» lo sollecito. «Di Milo», riprende. «Prima della

guerra, la struttura SIM, ovvero il Servizio informazioni militari, si trova, come

saprà [in effetti lo ignoro] a San Vito Lo Capo, vicino Trapani, e comprende due

aeroporti, quello di Milo e quello di Chinisia. Il primo viene usato per i caccia, il

secondo per i ricognitori. Quei campi di volo poi vengono presi dagli americani.

L’aeroporto di Milo nacque come importante campo di volo della Regia

aeronautica sin dagli anni Trenta e venne utilizzato durante la Seconda guerra

mondiale. Poi, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia nel luglio del 1943, fu usato

dall’aviazione USA sino al dopoguerra. Venne abbandonato circa nel 1947,

perché gli fu preferito quello di Chinisia. Nel 1961 i voli vennero spostati a

Birgi, il nuovo aeroporto nella contrada vicina. Lei c’è stato.»

«Sì», rispondo, «ho alloggiato nella base militare dell’aeroporto per circa

quaranta giorni.»

«Comunemente si ritiene che l’aeroporto militare di Milo sia stato in uso solo
sino al 1947 o al 1949. In realtà non è così. Dopo l’abbandono, Milo rimase un

campo d’atterraggio ‘fantasma’, in gestione a famiglie mafiose. Sono state

queste, e non altri, a occuparsi dell’uso dell’aeroporto per fini militari. Sin dal 1974», continua, «e
cioè da quando ho iniziato la mia attività lì», e con la testa

indica la sede del Comsubin, «si sapeva che era la famiglia Virga a provvedere

alla manutenzione dell’aeroporto. Il campo era abbandonato e pieno di erbacce

alte così. All’improvviso i Virga lo ripulivano perfettamente e lo rendevano

idoneo per l’atterraggio. Erano i loro uomini, persone distinte della zona, e non i

militari, a dare accoglienza a quelli che atterravano e che poi prendevano in

consegna quanto veniva scaricato lì...»

«Vincenzo Virga, nel suo ruolo di capo del mandamento mafioso di Trapani, è

stato condannato per l’attentato a Pizzolungo», intervengo nell’attimo in cui si

ferma.

«Sopra di lui», riprende il mio interlocutore, «c’era però Messina Denaro: non

Matteo, quello di cui tutti oggi parlano come dell’ultimo latitante, ma suo padre,

don Ciccio. Era lui che comandava nel 1985, all’epoca del suo attentato...»

Rimango in silenzio, sempre perplesso. Lui continua in fretta: «Quelli che

accoglievano i militari e li mettevano a proprio agio erano civili. Erano

operazioni ‘coperte’, nascoste, per carico e scarico di materiali». Ecco

ricomparire il patto Stato-mafia e il solito riferimento ad alcuni nostri organi

militari sospettati da decenni di fornire unità operative alla struttura Stay-behind,

dal dopoguerra, per conto delle forze americane. Anche autorevoli magistrati

hanno espresso queste tesi nel corso di indagini penali, senza però suffragarle

con prove certe. Semmai scontrandosi con il muro ricorrente dei segreti di Stato

(Ip. 27).
«Tutti i trasporti a Trapani venivano da La Spezia. Si trattava di casse delle

dimensioni di circa 100x70x50 centimetri. La documentazione veniva prelevata

alla base Comsubin di La Spezia, primo centro Gladio. Il termine ‘Gladio’ non

era conosciuto o usato da nessuno: si diceva semplicemente S.B., Stay-behind. Il

gladio, comunque, era il simbolo della Decima MAS.»

La mia fonte è un fiume in piena. «Li Causi era un sottufficiale. Stranamente

venne messo a capo della cellula Scorpione nel 1987, dopo un’operazione

denominata ‘Lima’ che lui svolse in Perù. Come se avesse ricevuto un premio.

Proveniva da una famiglia di Partanna, vicino Trapani, fra le valli del Modione, a

ovest, e del Belice, a est. Anche quel territorio faceva capo al vecchio Messina

Denaro, a don Ciccio, mi spiego?» E aggiunge: «A quell’epoca, siamo nel 1973-

1974. Li Causi, già appartenente all’Arma dei carabinieri, frequentava il

Comsubin di La Spezia come addestratore».

«L’associazione Saman, quella comunità presso la quale hanno operato

Mauro Rostagno e Francesco Cardella, è collegata con il campo di Milo, vicino

alle vecchie batterie antiaeree... Esiste una galleria che congiunge l’aeroporto

con la comunità. Risulta da una vecchia mappa. La Saman venne creata nel 1980

proprio per queste cose...» E aggiunge particolari che non ho mai sentito

divulgare prima d’ora: «Il Centro Scorpione controllava ogni forma di traffico

aereo e marino di superficie e subacqueo, anche attraverso boe di intercettazione

dei traffici: si chiamavano BSS, boe subacquee satellitari. Venivano costruite a

La Spezia in un’area del Centro nazionale ricerche».

«Chi ha quella mappa? Chi realizzava queste boe? C’entrava il padre di

Francesco Pazienza, lo ha conosciuto?» Si tratta di un tecnico italiano non


comparso nelle indagini degli anni Ottanta, ma del quale mi aveva parlato il

senatore Falco Accame interrogato da me come teste nell’inchiesta di Trento.

Mi risponde con sicurezza: «Certo, era lui il più importante referente italiano

dei nostri apparati segreti per la NATO e per gli Stati Uniti. Lavorava a La

Spezia e anche a Livorno, all’Accademia navale. So che fece studi assai

importanti in questo settore». Poi continua sull’altra mia domanda: «Il Centro di

Trapani rilevò una battaglia aerea su Ustica, e poi... puff». E fa un gesto con le

mani a indicare che tutto è poi volato via, sparito. «Il Centro serviva anche per la

fornitura di armamenti da e per il Nordafrica, per l’addestramento e la

formazione, per i rapporti con le famiglie mafiose. Era dotato di strutture per la

movimentazione di aeromobili, per il controllo dei campi di atterraggio, e anche

di una struttura marina per il controllo costiero e per l’utilizzo di ‘assaltatori’

nell’area di tutta la Sicilia sud-occidentale, militari e civili... Mi spiego?»

A conclusione della giornata mi conduce in città nei dintorni e mi mostra

alcuni luoghi protetti dai nostri servizi per i libici e i palestinesi, come per Abu

Abbas, che, sotto altro nome, aveva potuto esaminare la nave Achille Lauro, che

verrà dirottata nel 1985 mentre era in porto per lavori di manutenzione.

Al termine dell’incontro avverto una tensione estrema. Il mio nuovo narratore

promette di farmi avere qualche riscontro documentale. Rimango però molto

disturbato dal fatto che abbia voluto mostrarsi con me in pubblico, quasi a

esibirsi.

Rifletto sulle mie attuali ricerche. Le ho iniziate pensando di avere

individuato in Settembre nero il mistero chiave della mia storia, e supponendo di

essere risalito con esso anche troppo indietro nel tempo. Per ricostruire la storia
di Trapani devo forse ritornare addirittura al dopoguerra? Che cos’altro resta da

scoprire? L’Olimpo degli dei?

Birgi e le mappe rivelatrici

Oltre trent’anni fa, nel febbraio del 1985, partivo da Trento con la mia macchina,

seguito dalla scorta. Avevo lasciato i miei cani a un’amica. A Trapani mi ero

sistemato alla base militare dell’aeroporto di Birgi, come mi aveva indicato il

collega Claudio Lo Curto. La sera cenavo in una caserma. Ci incontravo le

autorità di polizia, carabinieri, finanza. Di mafia non si parlava. Sembrava non

esistere, come anche la massoneria. E pure della presenza dei servizi segreti non

c’era alcuna indicazione. «Qui è tutto tranquillo.» Ma da cartine ufficiali e non

ufficiali, un altro «controllo» superiore, di carattere militare, risulta presidiare

l’intera zona da Trapani a Palermo.

Me ne rendo conto esaminando due cartine, emerse dopo la rivelazione del

1990 sulla struttura Stay-behind della CIA e riportate nel volume Gladio. La

verità negata, 1 scritto da chi diresse quella struttura occulta: il generale Paolo Inzerilli, ex capo di
Stato maggiore del SISMI. In una delle mappe sono

individuate le località del Nord, del Centro e del Sud Italia in cui dal dopoguerra

in avanti risultava dislocata l’attenzione degli Stati Uniti (contro le minacce di

invasione dell’URSS) nella Guerra fredda. Per la Sicilia è indicato il numero 12,

che dovrebbe corrispondere al numero dei gladiatori a essa destinati. Con i 46

della Sardegna, sono 58 gli uomini indicati per le isole ( vedi cartina «Dispositivo

Gladio» qui).
Cartina tratta dal libro di Paolo Inzerilli Gladio. La verità negata (p. 212), in cui sono indicate le
località difese dall’apparato Stay-behind: il numero 58 riferito a Sicilia e Sardegna dovrebbe
indicare i gladiatori destinati alle isole.
Cartina dell’agosto 1985 sul controllo, incentrato in Alcamo, dell’area compresa fra Trapani e
Palermo.
Lo stesso territorio nella cartina del maggio 1989 con controllo incentrato in San Vito Lo Capo.
Cartina risalente alla Regia aeronautica in cui compare la galleria di collegamento tra l’aeroporto di
Milo e l’area in cui negli anni Ottanta sorse la comunità di Saman.

Altre tre cartine sono oggi a mia disposizione, fornitemi dall’ex gladiatore ma

anche formalmente prodotte nel processo di primo grado celebrato a Trapani per

l’assassinio di Mauro Rostagno. La prima raffigura il territorio attorno a Trapani

a metà del 1985. Con un grafico radar a raggio vengono comprese la zona di

Alcamo, quella dell’aeroporto, quella in cui avviene l’omicidio di Mauro

Rostagno nel 1988, Trapani centro, Erice (luogo in cui vengono individuate nel

1986 numerose logge massoniche di ispirazione egiziana), Trapani Nord (dove

sono avvenuti l’uccisione di Ciaccio Montalto nel 1983, l’attentato di

Pizzolungo nel 1985, la scoperta del laboratorio-raffineria di droga nel 1985), la


parte più a nord della provincia di Trapani sino a Capo Gallo e poi a Palermo

(ovvero le zone in cui sono avvenuti, a Palermo in particolare, l’uccisione del

giudice Rocco Chinnici nel 1983, l’attentato dell’Addaura contro Giovanni

Falcone nel 1989 e poi le stragi nel 1992 di Capaci e di via D’Amelio, ma anche,

in passato, l’abbattimento a Ustica dell’aereo Itavia, nel 1980). La seconda rappresenta lo stesso
territorio nel maggio del 1989, ovvero appena prima

dell’attentato dell’Addaura e delle stragi del 1992 ( vedi qui).

Un’ultima cartina, che risale addirittura alla Regia aeronautica (forse

anteriore quindi alla fine della Seconda guerra mondiale), indica il collegamento

sin da allora esistente, attraverso una galleria, tra l’aeroporto di Milo e l’area in

cui nei primi anni Ottanta sorse la comunità di Saman, e che – secondo la fonte

La Spezia 1 – era occupata prima dal campo d’atterraggio «fantasma» utilizzato

per scambi tra servizi segreti e mafia e operazioni coperte della CIA ( vedi qui).

In poche parole, questi documenti, di provenienza diversa e di epoche varie,

mostrano tutti come il territorio di Trapani (proteso sino a Palermo) non fosse,

come comunemente si ritiene, controllato da Cosa nostra, ma piuttosto sottratto

alla sovranità dello Stato italiano e sottoposto al controllo militare degli USA.

Oltre alla mafia e al controllo militare sulla zona, un altro aspetto misterioso e

occulto si intuisce anche solo considerando i nomi dei luoghi e delle vestigia

antiche lì presenti. E anche il mio accoppiamento con questa città, l’antica

Drepanum, si sarebbe rivelato funesto. «Saturno, Dio della morte e

dell’oltretomba», scrisse un commentatore dell’ Eneide, «amputò i genitali al

padre con una falce (in greco drepánon) dando tale forma alla terra su cui poi la

scagliò: era situata sotto il monte Erice, consacrato a Venere. Trapani nacque

così dal sangue del cielo e dalla spuma del mare...»


La festa di Carnevale

Quando percorro in auto, mattina e sera, la strada fra Birgi e Trapani, osservo le

bianche saline che separano la terra dal mare. Per me sono uno spettacolo

insolito. La più grande proprietaria di saline era stata, nell’Ottocento, la famiglia

D’Alì Staiti (detentrice anche della Banca Sicula di Trapani, il primo istituto

bancario privato della Sicilia). Il proprietario attuale è un discendente, Antonio

D’Alì, zio dell’omonimo senatore trapanese. L’attuale maggiore ricercato della

mafia, Matteo Messina Denaro, insieme al padre, Francesco Messina Denaro

soprannominato don Ciccio, notoriamente lavorava in origine come fattore

proprio presso le tenute della famiglia D’Alì Staiti. Si tratta di quel don Ciccio di

cui più di trent’anni dopo mi parlerà l’ex gladiatore.

Tre giorni dopo l’arrivo a Birgi, mi imbatto nella Cassa rurale di Xitta, nella

frazione di Trapani, che oltrepasso arrivando da Birgi. Il direttore dell’aeroporto

organizza una festa per il Carnevale a cui non posso sottrarmi. In quella serata

mi avvicina il direttore della filiale trapanese della Banca d’Italia. Ne ero stato anch’io funzionario
prima di fare il magistrato. Mi confida che è quasi ultimata

un’ispezione interna nei confronti di un locale istituto di credito, la Cassa rurale

di Xitta, appunto, e che stanno emergendo ipotesi che riconducono alle mie

indagini di Trento, cioè al PSI e al finanziamento illecito. Manifesta molta

preoccupazione: «Stia attento», mi ripete più volte.

Da verifiche che farò solo nel 1993 scoprirò che «delle operazioni anomale e

delle altre irregolarità riscontrate dagli ispettori della Banca d’Italia veniva

informato il consiglio di amministrazione nella seduta del 18 febbraio 1985».

Dunque le persone che erano sotto la lente d’ingrandimento della Banca d’Italia

di Trapani erano già informate, al momento della festa di Carnevale.


Nel corso di quest’ultima, intanto, faccio un’altra conoscenza che mi

riconduce alle vecchie indagini di Trento. Mi viene presentata una ragazza, figlia

di un politico locale, con cui chiacchiero e ballo, esibendomi anche nel gioco

della mela. La mattina dopo descrivo la mia allegra serata ai due nuovi colleghi

della Procura di Trapani, i giovanissimi Dino Petralia e Totto (Salvatore) Barresi.

Sorridono mentre mi informano: «Ma lo sai con chi hai ballato? Con la fidanzata

del figlio di Leonardo Crimi».

A Leonardo Crimi era indirizzata la cartolina che avevo sequestrato a Kofler e

sulla quale avevo chiesto verifiche alla Questura di Trapani. Ciaccio Montalto,

nel dicembre del 1982, scoprì che nella tasca di una persona uccisa a Palermo,

un certo Giuseppe Galante, era stato trovato un biglietto con disegnato, in una

specie di rosa dei venti, un possibile organigramma dei nuovi vertici della mafia:

per il trapanese figurava il nome di quel Leonardo Crimi che gli avevo segnalato.

Su queste carte lavorava quando venne ucciso all’inizio del 1983.

Qualche giorno dopo la festa ricevo una convocazione urgente dal procuratore

generale di Caltanissetta. Apprendo che gli è pervenuta una lettera anonima che

mi descrive a quella festa: «Il giudice Palermo, appena arrivato, si è dato a

impegni mondani». Viene pure descritto il mio «elegante» abbigliamento. È il

primo avvertimento.

Prime minacce

Dieci giorni dopo il mio arrivo, tra i fascicoli impolverati del collega Antonio

Costa, arrestato con l’accusa di corruzione mafiosa, scopro un rapporto della

guardia di finanza su una vicenda di false fatturazioni eseguite negli anni

precedenti da personaggi a me ben noti, i Cavalieri del lavoro catanesi Rendo,


Costanzo e Graci. Riattivo quell’indagine, ottenendo dal capo della Procura, un

magistrato anziano in attesa solo di andare in Cassazione, un’assegnazione

congiunta a tutti noi sostituti. Faccio in modo che avvenga la stessa cosa anche

per un altro processo dormiente, che riguarda ventiquattro bobine di

intercettazioni telefoniche in cui erano presenti aspetti oscuri connessi tanto

all’uccisione di Ciaccio Montalto quanto all’arresto di Costa. Per farlo mi reco a

Palermo e chiedo al procuratore generale di accompagnarmi. Al palazzo di

giustizia saluto Giovanni Falcone e conosco il nuovo capo dell’Ufficio, il

giudice Antonino Caponnetto, che ha preso il posto di Rocco Chinnici.

Intanto arrivano, da più parti, gli attacchi. Il Giornale di Montanelli si scaglia

contro l’arroganza e il protagonismo delle toghe con tre articoli in prima pagina,

puntando il dito in particolare su di me. Come al solito, incasso e non replico.

Qualche sera dopo arriva la prima minaccia esplicita. Giunge all’una e mezza

di notte alla guardia di finanza. In quei giorni sono loro che curano la mia tutela

alternandosi con polizia e carabinieri. «Faremo saltare il giudice Palermo e tutta

la scorta», dice la voce al centralinista, e a riprova della propria affidabilità

aggiunge che, in quel momento, la finanza è impegnata in una certa operazione.

Come stava effettivamente avvenendo.

I controlli si fanno più accurati. Al palazzo di giustizia viene introdotta la

prassi di chiedere i documenti a tutti quelli che entrano. Gli avvocati iniziano a

lamentarsi. Il clima si appesantisce di giorno in giorno. Trascorro tutte le

giornate in ufficio. Un panino dal bar. La sera il ritorno, tra le sirene, nella sede

militare e la cena, da solo, a un tavolino. Lunghe notti in cui non riesco a

prendere sonno.
A metà marzo scatta la prima operazione in pool della Procura di Trapani, i

primi arresti. Una sera, rientrando da un interrogatorio fuori dall’isola,

all’aeroporto di Palermo trovo ad attendermi il mio autista con la solita auto

blindata e la scorta con una macchina da museo che non riesce a superare i

quaranta chilometri all’ora. Il mio autista guida con ansia, percorrendo i cento

chilometri di autostrada che collegano Palermo a Trapani senza incontrare una

macchina, un bar o un distributore. Attorno c’è campagna immersa nel buio più

pesto: nemmeno la luce di una casa. Avvicinandoci a Trapani gli chiedo di

chiamarmi il comandante delle scorte. Ma sono le 23.30 e il comandante non

accetta di mettersi in contatto con me. Gli faccio trasmettere il messaggio di

presentarsi immediatamente in caserma al mio arrivo. Mi fa rispondere che il suo

orario di lavoro è terminato. La mattina dopo il procuratore Lumia mi esprime

formali gentilezze.

La notte tra il 17 e il 18 marzo arriva un’altra telefonata anonima, questa volta

alla base di Birgi. La riceve un militare, il centralinista di turno: «Dite al giudice

che il regalo sta per essergli recapitato». In ufficio un giornalista chiede di

incontrarmi per domandarmi le mie impressioni sulla nuova attività. Lo avevo

conosciuto già a Trento, si chiama Gigi Moncalvo. Mi spiega che gli articoli

pubblicati su il Giornale erano stati preparati da due persone che li avevano proposti a numerosi
quotidiani, anche a quello per cui lavorava lui. Comunque

non voglio interviste. Gli accenno alle minacce e ai miei timori di subire un

attentato. Avrò la fortuna di poter rivedere quel giornalista a Roma, un anno

dopo.

Lo stesso 18 marzo, dopo cena, mi raggiunge al tavolo il comandante

dell’aeroporto. «Mi scusi, signor giudice, ma deve lasciare la camera», mi dice


perentoriamente. «Ma come», rispondo, «e perché?» «La settimana prossima

deve venire in visita l’onorevole Spadolini.» «Ma io sto qui da trenta giorni. E

non so dove andare», obietto. «Il presidente del Consiglio ha bisogno proprio

della camera in cui alloggio io?» Non mi risponde nemmeno. «Non mi può

spostare, per quel giorno o per un paio di giorni, in un altro posto, anche in una

camera di militari?» «Le ho detto che deve lasciare la camera.» «Ma quando va

via Spadolini, posso riaverla, posso rientrare qui?» «No.»

Non ho più voglia di replicare, di discutere, di parlare. Ho voglia di rimanere

solo, nella «mia» camera. Alla televisione cerco di seguire il telegiornale della

notte. Sono presente anche lì. «A Trapani, sono stati fatti gli interrogatori...» La

spengo. Domani incomincio a cercare. Un buco per me si troverà. La testa mi

gira, è tardi. Vedo tutto offuscato. Guardo i mobili, la televisione, l’armadio, le

«carte». Le riprendo in mano. Cerco di vederci dentro qualcosa. Non trovo nulla.

Non riesco più a seguire un pensiero sino in fondo.

La mattina dopo mi rivolgo al procuratore Lumia. In un paio d’ore, dopo che

sono state sentite le «autorità», cioè carabinieri, polizia, guardia di finanza

eccetera, apprendo che nessuna stanza mi può essere messa a disposizione. Mi

rivolgo al personale di cancelleria, ai colleghi, alla scorta. Eppure passando in

macchina per le strade della città ho visto innumerevoli cartelli con la scritta

«Affittasi». «Il cartello è vecchio», «l’appartamento non è più disponibile», «la

figlia si deve sposare» sono le risposte.

Provo a cercare più lontano. Mi viene indicata una villetta, nemmeno

ultimata, a San Vito Lo Capo, che dista però una trentina di chilometri. Quando

con la mia vettura di servizio arriviamo all’ultimo cartello «Trapani», l’auto di


scorta si ferma. Fermo anche la mia. Chiedo spiegazione al capo scorta. «Non

siano autorizzati a seguirla al di fuori di questo limite», mi viene risposto.

«Chieda di essere autorizzato», ribatto. «Già fatto», mi dice. Torniamo indietro.

Infine un vigile urbano mi segnala una villetta, disabitata da anni, già

arredata, che stando a quanto afferma mi viene messa a disposizione da un

politico locale democristiano. I colleghi mi assicurano che non ha precedenti

penali. La visito in un giorno di pioggia. Va benissimo. Ha pure un giardino.

L’unico inconveniente è che si trova a una decina di chilometri da Trapani ed

esiste un solo percorso per arrivarci. Una strada stretta, poco frequentata in

questo periodo, che costeggia il mare. L’abitazione è inserita in un complesso

residenziale estivo. Tutte le case in quel momento sono disabitate. Non c’è

illuminazione. A me va bene lo stesso. Non ho scelta. Un paio di giorni per

pulirla. Il telefono è disattivato da anni. Si provvede immediatamente. Mi

accordo per farmi spedire da Trento, via treno, i miei cani. Prima di lasciare la

base NATO chiedo il conto e pago come un insolito cliente dell’alloggio

ufficiali. Non saluto nessuno e nessuno viene a salutarmi.

E finalmente sono nella mia nuova casa e riprendo una vita «normale». Vado

a Palermo, alla stazione, con la mia auto per prendere i cani. Sono arrivati con un

giorno di ritardo, dopo essere incappati in una giornata di scioperi. Per

quarantott’ore sono rimasti accovacciati in gabbiette. Hanno sostato a lungo a

Roma. Mia sorella e i miei nipoti hanno portato loro dell’acqua. Ma l’hanno

rifiutata, terrorizzati. Quando il treno raggiunge la stazione di Palermo, non li

perdo d’occhio. Sono emozionato e felice. Dopo averli chiamati per nome –

«Jar! Koral!» – e averli sentiti abbaiare con gioia, li vedo correre felici e saltare
intorno a me, con grandi feste. Li faccio salire sull’auto. Il viaggio di ritorno avviene... con i
finestrini aperti. Mi sembra quasi impossibile trovarmi di nuovo

in una casa, con i mobili, una televisione, un giardino, i miei cani. Tutto mi

sembra bellissimo. Anche se Totto e Dino mi ripetono: «Tu sei un incosciente.

Tu sei un pazzo». Ho avuto altre scelte?

Allegria, incoscienza, e poi, di nuovo, incubo. Il secondo giorno nella nuova

casa, di ritorno per pranzo, sento suonare il telefono. Quel numero appena

riallacciato lo conoscono il proprietario, Dino e Totto, gli organi di polizia, i miei

genitori, la mia ragazza a Trento, la società dei telefoni e nessun altro. Al mio

«Pronto?» chi ha chiamato riaggancia. L’episodio si ripete. Poi basta. Il caso? Un

contatto? Il pomeriggio ritorno in ufficio. Rientro la sera alle nove. Cinque

minuti dopo, stessa telefonata. Alle undici, stessa telefonata. Chiamo il 113. Mi

dicono: sarà un contatto. Non si preoccupi. Faremo un controllo. Il rituale si

perpetua. Mi agito sempre di più. Il secondo giorno una pattuglia bussa alla

porta: «Tutto a posto, dottore?» Chiedo al procuratore Lumia la vigilanza della

casa. Lo stesso giorno ricevo la risposta: negativa. Mancano i mezzi, manca il

personale.

Frattanto proseguono gli interrogatori. Il rapporto con Lumia si incrina di più

riguardo a ciò che si deve fare nel processo sui Cavalieri del lavoro. Totto, Dino

e io siamo convinti che dovremmo emettere ordini di cattura. Lumia continua a

differire la decisione circa la modalità di procedere. Io sento che il tempo stringe,

perché girano «voci» che stiamo per fare qualcosa. Un avvocato ha già chiesto

informazioni.

Si inserisce un’originale decisione delle autorità locali. Poiché sono pervenute

lamentele sull’uso delle sirene nei miei spostamenti (due volte al giorno), un
ordine formale dispone che io non ne faccia più uso. Significa procedere più

piano, fermarsi, rischiare più di quanto già accada... I ragazzi della scorta non

trascurano mai di indossare giubbotti antiproiettile e caschi e di tenere il dito sul

grilletto dei mitra, con cui si impicciano le mani anche nell’auto.

Un pomeriggio decido di restare a casa ed esco con la mia macchina, da solo.

So che è un’imprudenza. So anche che è uno spostamento imprevisto e che

chiunque volesse organizzare qualsiasi cosa dovrebbe conoscere in anticipo orari

e itinerari. Ho bisogno di reagire, di sentirmi vivo, di cercare la normalità, di entrare in un negozio,


di distrarmi dagli incubi e dalle ansie dei processi e delle

ombre. Esco. Per due ore mi trattengo in un supermercato, a comprare tutto

quello che mi può servire, dal cibo per i cani e i pappagalli, a coperte, tazze, piccole scorte
alimentari. Due ore di distrazione. Due ore di «aria». Torno a casa.

Sono le sette e mezza. Squilla il telefono e poi squilla ancora. Poi tace.

Per il 31 marzo, domenica, Dino e Totto, in gran segreto, mi hanno proposto

l’evasione di un giorno intero con alcuni loro amici. Il solo pensiero di stare a casa con quel telefono
che squilla mi fa terrore. Ho desiderio di evadere.

Accetto. E trascorro una fantastica giornata. Tra nuovi amici. Amici di Sicilia.

Tra chiacchiere e giochi, scherzi, senza parlare di ufficio, un pranzo normale,

anzi eccezionale. Poi arriva la sera e tutto finisce, anche se io non vorrei. Ho...

paura. Dino mi accompagna a casa con la sua macchina. Gli dico: «Vuoi provare

la mia?» Lui ci pensa e poi accetta. Un sospiro di sollievo mi fa tornare il

sorriso. Ma l’auto non parte, la batteria è quasi scarica e si ingolfa. «È tardi», dice Dino, «lasciamo
perdere. Sarà per un’altra volta.» Il giorno dopo, a sera, di

nuovo mi accompagna Dino. Io non voglio rientrare in casa. Non voglio rientrare

nell’incubo della mia solitudine e dei miei pensieri, delle mie ossessioni, dei

miei presentimenti. Dino è andato via e io riprovo a mettere in moto la


macchina. «Accenditi. Accenditi!» le urlo. Come in un gesto d’amore, si

accende, sbuffa e... parto come un razzo, all’inseguimento di Dino, e di una

strada che stento a riconoscere. Lo raggiungo appena sotto casa sua. Lampeggio

e suono come un matto. «Allora, vuoi provare questo bolide?» gli dico. La

tentazione di Dino è grande; quella della moglie, stanca, un po’ meno. Ma alla

fine accetta. Sale sulla macchina, che non ho mai fatto guidare a nessuno. Ci

dirigiamo sul raccordo, per correre un po’. A un certo punto gli dico: «Perché

non arriviamo fino a Palermo?» Lì abita Totto e lì, probabilmente, ritroveremmo

gli amici. Tra questi c’è una ragazza che mi è rimasta simpatica. Abbiamo

parlato a lungo assieme. La vita mi chiama e io desidero ascoltare questo

richiamo. Dopo varie resistenze, alla fine decidiamo. Corriamo a Palermo, su

quell’autostrada deserta. Alla fine arriviamo e troviamo gli amici. Due spaghetti

in fretta e furia, qualche chiacchiera, sempre più smorzata. Un taciturno ritorno.

Rientro infine a casa. I cani, felici, mi fanno le feste.

Il telefono suona. Non rispondo. Prendo i due guinzagli, la rivoltella ed esco

per strada. Tra quelle strade buie. Cammino lento. Sono le due. Ho le lacrime

agli occhi. La rivoltella in mano. Libero i cani. Non c’è nessuno. È tutto buio. So

che tornando a casa quel telefono, quel maledetto telefono, riprenderà a suonare.

Il giorno prima

È il mio primo giorno di «turno», in cui devo stare a disposizione dalla mattina

alla sera. Finisce anche il turno di scorta della guardia di finanza. Inizia quello della polizia di Stato.
Qualche nuovo volto, a cui nemmeno bado. Salgo

automaticamente sulla macchina. Il solito percorso, le solite curve. Arrivo in

ufficio. Incontro i colleghi, ma devo uscire subito. È morto un uomo in un

incidente. La macchina è carbonizzata. È stata tamponata da un mezzo agricolo,


ha urtato contro un muro e si è incendiata. Devo autorizzare la rimozione del

cadavere. Il cadavere? Un pezzetto compatto di carbone. Ridotto a non più di un

metro.

Poi arriva un altro cadavere; trovato, questo, in mare. Un corpo rigonfio e

lucido come un pallone, mezzo corroso e mangiato dai vermi. Arriva il medico

che deve eseguire l’autopsia. Provo ad assistere. È la mia prima volta. Non

resisto. Esco fuori. Per la puzza, per l’impressione che mi fa, per lo schifo di questa vita. È una
giornata assolata. Il caldo brucia. Al termine dell’autopsia, il

verbale, la mia firma. Lavoro ordinario. Passo in ufficio, ma non c’è più

nessuno. Vedo quali sono i miei prossimi impegni. Aspetto. Sono di turno. Devo

rimanere sempre a disposizione. Utilizzo il tempo per raccogliere alcune carte da

studiare, sulle quali potermi concentrare un po’. Non riesco più a leggere

nemmeno un romanzo.

Torno a casa. È sera. Una sola telefonata. Mi cucino la cena. Preparo il pasto

per i cani. Faccio la solita passeggiata per le stradine deserte. È diventato un

rituale e insieme il modo per scaricare la tensione, un tentativo di vita normale,

un ritorno a una realtà che non voglio perdere, una sfida contro me stesso e

contro chi, come qualcosa di impalpabile, mi sovrasta.

Rientro. Telefono ai miei. Alle mie bambine, alla mia ragazza di Trento, con

la quale è rimasto solo questo labile contatto. Nella vita è stata sfortunata. Anche

conoscere me è stata una sfortuna. In questo momento mi riesce impossibile

vivere un rapporto. Lei è superstiziosa e tante volte, a Trento, aveva cercato,

leggendo i tarocchi, di trovare una rassicurazione sul nostro futuro. Nei «miei»

tarocchi, lì a Trento, compariva spesso una carta, a volte per dritto, a volte

rovesciata, quella della morte. Era un gioco stupido, che metteva anche
agitazione. Avevamo smesso di farlo. Stasera, parlando, chissà perché, il

discorso finisce su quelle carte. Su quelle coincidenze ripetitive. Ne parliamo

senza scherzare. Lei avverte quello che sento io, un’apprensione maggiore

rispetto al solito. Alla fine una sua domanda mi suona inconsueta: «Domani,

appena arrivi in ufficio, mi telefoni?» Sì, certo, appena posso. Abbasso la

cornetta. Ma il telefono squilla un’altra volta. È mezzanotte. Stacco la spina. Se

mi vogliono per servizio, vengano a cercarmi a casa.

Trascorro a letto, immobile – in una notte insonne, con gli occhi aperti, anche

con il senso di colpa per avere staccato la spina del telefono –, quelle che

sarebbero state le ultime ore che avrei vissuto in quella casa. E che sarebbero

state le ultime di vita per dei bimbi innocenti, due gemellini, e della loro

mamma, colpevoli solo di abitare lì vicino e di trovarsi l’indomani sul mio

cammino.

2 aprile 1985. Il tempo si ferma

Alle otto e trenta esco di casa. Nemmeno osservo in volto gli agenti della scorta.

Loro non guardano me. I movimenti sono meccanici, concitati. Goffamente, con

giubbotto e casco, sono intenti a osservare tutt’attorno, con i mitra rivolti in alto.

La mia auto è parcheggiata sulla destra della stradina. Per entrarci devo salire da

sinistra. Mi siedo dietro l’autista, Rosario Maggio. È la prima volta che non

occupo il posto di destra. Appoggio la borsa, zeppa di carte, accanto a me sul

sedile. Maggio inserisce la sicura per le portiere dell’auto. Quella della mia parte

però è guasta. Non si blocca. Con uno scatto, come sempre, Rosario parte. Guida

bruscamente. Come sempre, non viene pronunciata una sola parola. Procede

assai velocemente, anche imprudentemente. Senza le sirene, correre a quel modo


significa un rischio ulteriore per noi e per chi si trova sul nostro percorso. La strada costeggia, con
continue curve, diradate case lungo il mare. In quei sei

giorni, osservando gli scogli e il colore verde a chiazze di quell’acqua cristallina,

mi domandavo se prima o poi mi sarebbe stato possibile farci un bagno. I

genitori di Dino avevano una villetta proprio lì.

Un’auto si trova improvvisamente sul nostro percorso. C’è una curva a destra.

Un’altra macchina, all’altezza della curva, è ferma sul margine destro della

strada. L’autista frena. Si allarga. Accelera bruscamente. Inizia a superare in

piena curva, invadendo la corsia opposta...

Il tempo si ferma. Tutto si ferma. L’esplosione, il fuoco, il calore, lo

spostamento d’aria, sono appena percepibili. È solo una frazione di secondo.

Non c’è il tempo di chiudere gli occhi. Il cofano anteriore schizza per aria. Il vetro del parabrezza si
frantuma. L’intera auto si accartoccia verso di me. Dagli

squarci della carrozzeria si aprono spicchi di cielo. Il tempo è fermo. Sto

morendo. Questo è l’attentato. Dio, mi pento... Il buio.

Sono in piedi, fuori dall’auto. Salvo. In piedi. Sulle mie mani non vedo un

graffio. Come sono uscito? Attorno non c’è nessuno. Da quel che resta della

vettura si alza del fumo scuro. Un ronzio nelle orecchie è l’unica cosa che

percepisco. Aiuto Maggio a venire fuori dalla porta posteriore. Ha una profonda

incisione sul volto. Mi porto la mano al capo. Mi stacco dai capelli un pezzo di

lamiera bruciata, che cade per terra. Lo raccolgo. Mi tocco la faccia. Gli chiedo:

«Ho ferite?» «No, dottore. Ce l’abbiamo fatta.»

Un allucinante silenzio scandisce i secondi. Prendo la mia borsa in pelle che è

ancora sul sedile. Schiacciata dalla lamiera, che è arrivata sino lì. La poggio sul

prato. Non ho più gli occhiali. Ci vedo poco. Guardo verso la Ritmo della scorta.
Si trova una ventina di metri indietro. Tra le due auto c’è per terra uno degli agenti che la
occupavano. Ha ancora il giubbotto; il casco è spostato lì vicino.

Sulla guancia un buco largo, netto e profondo alcuni centimetri, lascia vedere un

pezzo di ferro incastrato dentro. Si lamenta, sussurra «mamma». Non ho parole,

non ho lacrime. Ritorno verso la mia macchina. Sulla destra nella strada c’è una

voragine di metri. Vedo per terra piccoli frammenti di lamiera di altri colori. Un

flash nella mente mi fa muovere di scatto la testa. Le altre macchine? Dove

sono? Scomparse. Mi giro attorno. Vedo tutto offuscato. Una macchia rossa in

alto sulla parete di una casa richiama la mia attenzione. Mi avvicino. C’è un

cancello, chiuso. All’interno, per terra, in corrispondenza della macchia in alto,

piccoli resti... di un bimbo... di un elastico... fogli svolazzanti di libri di scuola.

Ho gli occhi umidi. Ritorno alla mia auto. Vado avanti fino a un distributore di

benzina. A una cinquantina di metri. Persone immobili, attonite, guardano mute.

Chiedo un bicchiere d’acqua. Ritorno alla mia auto. Guardo l’ora. È sempre la

stessa. Quindici minuti alle nove. Il tempo non passa mai. Mi gira la testa.

Incomincia a dolermi il piede destro. Cerco le sigarette. Nella tasca del giubbotto

trovo la mia penna. È completamente frantumata. Mi accendo una sigaretta. Mi

siedo sul prato accanto alla macchina.

Attendo.

Roma, Camera dei deputati. Resoconto stenografico n. 293 della seduta di

martedì 2 aprile 1985. Ore 10.00.

Presidente Leonilde Iotti: Onorevoli colleghi, desidero informarvi che è giunta ora la notizia di un
grave attentato dinamitardo, avvenuto a Trapani, in cui il giudice Carlo Palermo è rimasto ferito,
mentre sono rimaste uccise tre persone, tra cui un bambino ed una donna, e ferite cinque persone,
delle quali due versano in condizioni estremamente gravi. Non si hanno

per il momento altre notizie. Ho ritenuto mio dovere informare la Camera di questo fatto, che
riconferma come nel nostro Paese stia di nuovo sviluppandosi, e con molta forza, il fenomeno

del terrorismo.

La presidente della Camera Iotti conosceva bene me e le mie carte. Il

precedente 17 luglio con la mia ultima lettera le avevo spiegato le connessioni

dei finanziamenti illeciti – che a lei e al presidente del Senato Francesco Cossiga

spettava controllare – con il traffico di armi, la P2, le attività dei servizi e il terrorismo.

Le immagini del presente e del passato mi si sovrappongono.

Arrivano a sirene spiegate auto della polizia. Il capo della mobile, Saverio

Montalbano, impreca e piange insieme. Prende a calci la Ritmo. Io, come un

matto, cerco di dare disposizioni per i posti di blocco: «Dall’altra parte della

città... dall’altra parte della città!» Nessuno mi ascolta. Come dal di fuori di me,

ascolto la mia voce, guardando, con gli occhi sbarrati, brandelli di corpi dilaniati.

Vengo preso di peso e infilato in un’auto della polizia. A sirene spiegate

percorriamo quei chilometri senza fine che ci separano dal palazzo di giustizia.

Quando arrivo, la macchina riparte subito e io rimango lì. Guardo l’ora. Sono

passati solo dieci minuti. Attorno tutto pare irreale. Nulla sembra accaduto. Tutto

normale. Qualcuno mi accenna dei saluti. Nemmeno lo riconosco. Ho la vista

offuscata. Salgo le scale di corsa. Affannato. Entro in ufficio. Dino. Totto. Mi

vengono le lacrime agli occhi. «Che hai fatto?» mi dicono scherzando,

osservandomi. Rimango senza parole. Mi guardo per un attimo: sono tutto

bianco, impolverato. «C’è stato l’attentato.» «Ci sono stati morti.» «Non sto

scherzando.»

Mi siedo alla scrivania. Prendo subito il telefono. Risponde papà. So che è il

più emotivo. «Passami mamma. Mamma, sto bene, ma ho avuto un attentato. Sto
bene. Sto bene. Non piangere. Papà. Sto bene.» Passo il telefono alla segretaria.

«Glielo dica lei che sto bene.» Telefono alla mia compagna di Trento. Abbasso il

telefono. Racconto concitatamente quello che è accaduto. Mi si avvicina Totto:

«Carlo, ti devo dire... Sono tre le vittime. Ora vai all’ospedale. Non si può fare

più niente. Non si può fare più niente. Non puoi fare più niente». Tutto sembra

irreale. I presentimenti, gli avvertimenti, gli incubi. Sono realtà. Come sono

realtà quei pezzi di carne che ho visto. Quella macchia di sangue...

La mia testa è svuotata. Davanti all’ospedale sembrano essersi materializzati

quegli uomini e quei mezzi che le autorità dicevano di non possedere. Nel mio

lettino, una minuta infermiera bruna mi medica il piede con delicatezza e

dolcezza. Iniziano le telefonate. Tra queste una. Non aveva bisogno di dirlo, che

era Claudio Lo Curto; eravamo stati troppo vicini nelle sensazioni comuni

provate: «Carluccio. Carluccio...» «Claudio...» «Carluccio... ma che cosa ti

hanno fatto!» E piange. Io non riesco quasi a rispondere. «Lo hanno fatto.»

Piangiamo insieme e basta. Poi mette giù.

Quindi arrivano colleghi, conoscenti e non conoscenti. Viene il presidente del

Consiglio superiore della magistratura Giancarlo De Carolis. A sera mi

raggiungono Totto e Dino. Con un tono di voce grave, mi dicono che Lumia ha

chiamato Dino per dirgli che avrebbe affidato solo a lui il processo contro i

Cavalieri del lavoro, ma con la precisa disposizione che si sarebbe dovuto

limitare a trasmettere gli atti o a Catania o all’Ufficio istruzione di Trapani, con

la richiesta di contestare agli imputati i reati di associazione per delinquere, ma

solo con mandati di comparizione.

La sera parlo al telefono, in televisione, con Enzo Biagi. I miei genitori,


seguendo la trasmissione, hanno potuto finalmente constatare che sono sano e

salvo e ragiono ancora. Alla fine crollo.

Il telefono non avrebbe squillato. Questa notte avrei potuto riposare

«tranquillo». Altri, ormai, riposavano, già da ore, nella notte dei tempi. Che

avrebbe dovuto essere la mia.

Gli scambi dell’onorata consocietà

Mi ingessano la gamba destra e mi assegnano un periodo di riposo. Prima di

partire ricevo una sorpresa. Alle tre del pomeriggio si apre la porta della mia

stanzetta. È mio padre. Dall’epoca della guerra in Africa non era più voluto

salire su un aereo. Anziano. Stanco della vita e delle preoccupazioni che gli do.

Mi ero raccomandato con mia madre di tenerlo calmo, perché sarei tornato a

Roma per la convalescenza. Eppure mio padre viene, qui, subito. Mi abbraccia.

Riversa le proprie lacrime su di me. Si siede. E, ancora più stanco, va a quei

solenni funerali che lo Stato organizza per le vittime della mafia. Anche se in

questo caso le massime autorità sono assenti... E stanco riposa la notte. Ma felice

di essere vicino a me. E io felice di essere vicino a lui.

Il giorno dopo lasciamo l’ospedale, tra auto della polizia che spuntano da tutte

le parti, sirene che si sono moltiplicate senza che adesso ci sia più qualcuno che

si lamenti. Perché andiamo via. Passiamo alla villetta di Bonagia per raccogliere

le mie cose. Mi raggiungono Dino, Totto e il procuratore Lumia. A quest’ultimo

chiedo senza mezzi termini: «Che cosa intende fare?» «Naturalmente», mi

rassicura, «procederemo tutti e quattro insieme, al tuo ritorno. Tutti insieme.»

Prendo l’aereo e torno a Roma, nella casa dei miei genitori. Lì trascorro la

Pasqua. Mi riducono la scorta: Roma è un’altra cosa. Mi raggiungono le mie


figlie Stefania e Laura. Sono troppo piccole per comprendere, per fortuna. Subito

polemizzo di nuovo con il prefetto di Trapani. Il sindaco Garuccio, parlando

dell’attentato di Pizzolungo ai propri elettori, li rassicura: «A Trapani la mafia

non esiste... L’attentato? Sarà stato fatto al giudice Palermo per il lavoro che

aveva svolto a Trento».

Anche a me, per la verità, non è chiaro perché a Trapani, dopo solo cinquanta

giorni, abbiano cercato di eliminarmi. E perché due anni prima un altro

magistrato, che indagava su cose simili, fosse stato ucciso. E un altro fosse stato

arrestato per sospetti di collusione con la mafia. E altri quattro trasferiti. Tutti fatti casuali e
sconnessi? Non avrebbero dovuto ritenersi sintomi di medesime

occulte presenze?

Si riuniscono intanto in un’aula del potere a Roma, a palazzo San Macuto, i

parlamentari che avrebbero dovuto giudicare sulla mia denuncia contro Craxi

alla Commissione inquirente. Dopo l’esposizione del senatore Ignazio Gallo

della Democrazia cristiana, prendono la parola soltanto per archiviarla in base a

un accordo tipicamente consociativo che leggiamo nel resoconto di un battibecco

tra due componenti della Commissione.

On. Ugo Spagnoli (PCI): «Questa commissione ha già messo delle mine al sistema

democratico, delle mine grosse come una casa! In due giorni ci avete fatto chiudere questa vicenda!
Avete avuto paura delle carte che avevamo chiesto di vedere! Non ci avete fatto sentire un solo teste,
avete respinto tutto!»

On. Domenico Romano (PSI): «Il giudice Palermo parla di un possibile travaso di denaro

pubblico, attraverso la società Sofinim, al bilancio del Partito socialista. Ma sul piano giuridico non
avete elementi».

Spagnoli: «Ma stiamo scherzando! Se avessi richiesto i libri contabili della Sofinim, di proprietà del
PSI e che il giudice Palermo voleva sequestrare nella stessa sede del partito, cosa mi avresti detto?»

Romano: «Quando apriremo il processo al PSI allora potrai sequestrare le carte della Sofinim, però
apriremo anche il processo a carico del PCI e vedremo tutti i bilanci della Federcoop».

Questi interessanti scambi, con i quali venne chiusa l’inchiesta di Trento, li

leggerò dieci anni dopo l’attentato e solo perché insisterò con la richiesta di

vedere gli atti (Ip. 28).

E sono stato ancora io – solo nel 2017 – a rintracciare i verbali (per la parte

che mi riguarda) di Luigi Ilardo, boss mafioso di spicco della famiglia di

Caltanissetta che venne ammazzato a Catania davanti a casa sua la sera del 10

maggio 1996, per tappargli per sempre la bocca. Parlò della strage di Pizzolungo

oltre vent’anni fa: forse che le sue dichiarazioni non erano note ai magistrati di

Palermo, di Caltanissetta, di Genova? Ecco quello che dichiarò dopo avere già

espresso ai giudici la propria volontà di diventare collaboratore di giustizia:

L’intesa tra la mafia e il PSI nasce intorno al 1985, anno in cui quel partito aumenta le preferenze
nella regione Sicilia. Tale accordo trova suggello con l’attentato eseguito da esponenti di Cosa nostra
al giudice Carlo Palermo, su richiesta dei vertici del PSI [...].

Quando avviene l’attentato a Carlo Palermo, io ero ristretto a Favignana [...]. A un certo punto
arrestano Vincenzo Milazzo, imputato per questa cosa, e un altro di là, un certo Calabrò [...].

Il vero motivo per cui era successa questa strage era che il giudice Palermo aveva alzato la testa e
stava indagando su fatti pochi chiari che riguardavano la condotta del PSI in generale e la posizione
di Craxi in particolare e qualche altro del suo entourage.

«Sono dichiarazioni generiche e non sono valide processualmente», avrei

detto io per primo, apprendendole. Ma dai magistrati non vengono comunque

disposte misure protettive in presenza di dichiarazioni come queste (e altre) di

Ilardo? E non vengono svolte indagini persino in presenza di anonimi? E non si

sarebbero potute svolgere quantomeno alcune verifiche, e cercare riscontri,

anche su possibili depistaggi o altri più torbidi collegamenti?

Sempre nel 1996, dieci anni dopo l’attentato contro di me, rimasi all’oscuro

anche di quella che mi appare la più importante circostanza emersa in quel


periodo sulla mia storia tra Trento e Trapani. Venni contattato da due magistrati

di Torre Annunziata. Indagavano sull’inchiesta chiamata «Cheque to cheque».

Mi dissero che cercavano carte sul colonnello Massimo Pugliese perché avevano

arrestato quel Roger D’Onofrio che, nell’inchiesta di Trento, risultava ufficiale

pagatore della CIA ( vedi stralcio dell’interrogatorio qui). Andai da loro. Mi fecero interrogare il
collaboratore di giustizia Francesco Elmo, il quale

dichiarava cose che loro non capivano sui traffici riguardanti Trapani, ovvero

l’esistenza da lungo tempo di uno stretto rapporto fra i personaggi da me

indagati a Trento e i traffici con la Libia operati da Trapani. Poi i magistrati mi

mandarono a Venezia con il maresciallo Vincenzo Vacchiano per constatare

che... le carte di Trento, e in particolare quelle riguardanti Pugliese, quelle


massoniche, erano sparite.

Eppure questi magistrati e il loro maresciallo mi tacquero la cosa più

importante che avevano scoperto riguardo alla mia storia! E da quanto apprendo

nel 2018, parrebbe che questa storia nemmeno sia stata riferita ai magistrati di

Caltanissetta per le indagini che riguardavano non solo me, ma anche le altre

vittime di Pizzolungo...

Stralcio del verbale del 6 dicembre 1995 con le dichiarazioni di Ruggero D’Onofrio sui traffici con
la Libia operati da Trapani.

Anno 1995 [...] 6 del mese di dicembre, in Benevento presso la casa circondariale, alle ore 16.00
[...] Maresciallo Capo Vincenzo Vacchiano [...] è presente D’Onofrio Ruggiero, in oggetto [...]
generalizzato il quale spontaneamente presentatosi dichiara: «[...] Voi mi chiedete della società IBC
di Monrovia [...] è una società di diritto liberiano. La fondammo io e Michele Papa, che era il mio
referente in affari con la Libia, dato che lui e Massimo Pugliese avevano un commercio con il
presidente di quel Paese, Mohammed Gheddafi. Non che loro

conoscevano il presidente di persona, ma avevano tutti i giorni a che fare con i suoi dipendenti e
avevano insieme una specie di associazione culturale di nome Associazione dei musulmani

italiani, che serviva per coprire tutte le attività commerciali e informative nello scambio tra l’Italia e
la Libia. Nel 1992 Papa mi disse che era ora di far funzionare la IBC come una vera società di
import ed export».

D’Onofrio Ruggiero era l’ufficiale pagatore della CIA, collaboratore di Partel

così come del massone Massimo Pugliese. Qualcuno ha forse indagato su questi

mai approfonditi e imprevedibili rapporti? Massimo Pugliese (Trento, servizi

segreti italiani, P2 e «altra massoneria»)

Michele Papa (Trapani, Fratelli

musulmani, Gheddafi)

Ruggiero D’Onofrio (CIA, Stati Uniti

ufficiale

pagatore della DC)

Logge di Trapani

Mafiosi

Laboratorio di

Alcamo (morfina ed eroina)

Centro Scorpione, scoperto nel 1987 insieme a

Gladio, presente dal dopoguerra.

Tra cavalieri, droga, banche e un ministro premuroso (Ip. 29)

Roma, aprile 1985. Il piede comincia a dolermi di meno. Un giorno mi tolgo un

pezzo di ingessatura, un giorno un altro, dopo tre giorni il piede è libero. Mi

aiuto con il bastone. Voglio tornare a Trapani. Ma dove? La mia casa è stata

giudicata non proteggibile. Il percorso idem. Ancora una volta carabinieri,


guardia di finanza, polizia, prefettura mi comunicano che non esistono

disponibilità per accogliermi. Sono invitato formalmente a non tornare. Prenoto

ugualmente l’aereo e invio un telegramma preannunciando il mio rientro a

Trapani per l’indomani. In extremis, spunta fuori la disponibilità di un camera

nella sede della polizia stradale.

Dall’aeroporto mi reco direttamente al palazzo di giustizia, in un viaggio tra

fulmini e violentissime folate di vento. I vetri del tribunale vibrano

fragorosamente. Mi incontro con Totto, Dino e il procuratore Lumia, nell’ufficio

di quest’ultimo. Discutiamo sui Cavalieri del lavoro, sull’opportunità di emettere

ordini di cattura, sulla motivazione dei provvedimenti. A un certo punto, mentre

stiamo parlando, il capo scorta (in quei giorni è la guardia di finanza) entra

agitatissimo nella stanza e ci dice che a un giornale di Messina è arrivata una

telefonata con il messaggio che mi «avrebbero fatto subito saltare». In quel

momento (è ormai buio) viene a mancare la luce. Si sparge il panico tra noi e la

scorta, i cui uomini urlano per non spararsi tra loro. Il procuratore capo, nella penombra di un cerino,
goffamente raggruppa con le mani le carte e dice: ne

riparliamo domani. Dopo aver mangiato un boccone a casa di Totto, vengo

portato alla caserma della polizia stradale in una stanza al secondo piano del

fabbricato. Manca ancora la corrente. Mi faccio luce con fiammiferi per

prepararmi il letto. Le coperte mi sono state fatte trovare nella posizione del

classico «cubo». Rimango vestito, senza luce, senza un telefono, senza acqua.

Tutta la notte. Avverto presenze oscure tra tuoni, lampi, vento, fragore degli

avvolgibili che sbattono... e il distributore di benzina che ho visto proprio sotto

la finestra, che mi pare voglia esplodere da un momento all’altro.

Dopo gli incubi della notte, la mattina seguente, insieme a Lumia, Dino e
Totto preparo gli ordini di cattura contro Rendo, Costanzo, Graci e altri

ventisette imputati. I reati che formuliamo sono quelli di associazione per

delinquere, truffa e frode fiscale. L’operazione scatta il 19 aprile, tra Trapani,

Catania e Roma. La sera mi ritiro in una nuova camera: questa volta la finestra

dà su un cortile interno. Una brandina militare. Un comodino. Una sedia. Manca

un tavolo. Dovrò attenderne la disponibilità. Per andare al bagno, aperto al

pubblico, devo percorrere dieci metri in un corridoio, sempre in una zona di

libero accesso. Per fare la doccia... dovrò attendere di andare in ferie.

Pochi giorni dopo riprendono le minacce di farmi saltare in aria. Apprendo,

con malinconia, che un gruppo di cittadini sta raccogliendo firme per chiedere

che io me ne vada. All’inizio di maggio emerge il primo dei tasselli mancanti: il

traffico internazionale di droga. Quel traffico, si diceva, non toccava la zona

perché era «tranquilla», in quanto... c’erano pochi tossicodipendenti. In

un’operazione di polizia viene trovata ad Alcamo la raffineria più importante

d’Europa ed è la prova che la mafia è presente anche lì a Trapani e che interessa

anche questa zona tranquilla: proprio perché essendo tranquilla non desta

attenzioni né sospetti, come accadeva anche a Trento. Vengono trovate tracce di

morfina e sacchi con scritte in lingue che indicano la stessa provenienza della

morfina e dell’eroina scoperte nell’inchiesta di Trento.

A Venezia, nella parte del processo da me istruito che riguardava i fornitori e

gli organizzatori dei traffici, tra cui quel siriano Wakkas Salah al-Din che mi

aveva illuminato sulle dimensioni del mercato della morte, vengono pronunciate

le condanne più alte mai inflitte per questi reati: ventinove anni di reclusione.

All’inizio di luglio viene ultimato un appartamento blindato al terzo piano del


palazzo di giustizia. Tre camere e una cucina: un’abitazione decorosa,

ammobiliata con arredamenti da ufficio, che presenta un solo inconveniente. È

circondata da vetri blindati ermeticamente chiusi. Anche il balcone per i cani.

L’aria che respiro non è pura, ma filtrata da condizionatori. In ogni momento

avverti che sei al chiuso. Una porta blindata, pesante non so quanti quintali, è

l’unica via di uscita. La presidiano carabinieri o agenti, con giubbotti, casco e

mitra. L’entrata dovrebbe prevedere una stanza blindata «filtro», con bocche da

fuoco. Ma non viene ultimata. È al terzo piano. Il mio ufficio è al primo. Due

piani di percorso, due rampe di scale di passeggiata.

Il 26 giugno, a Roma, è stato celebrato il procedimento disciplinare nei miei

confronti. Sono stato assolto per alcuni episodi e ritenuto responsabile per altri.

Spiccano quelli relativi alla condotta processuale che avevo tenuto con

l’onorevole Craxi. La sanzione: sei mesi di perdita d’anzianità. Rientro con

molta amarezza a Trapani: «Sono tornato più giovane di sei mesi».

A Caltanissetta il mio collega Claudio Lo Curto, giudice istruttore nelle

indagini relative all’attentato, firma nove mandati di cattura. Secondo lo

sviluppo delle indagini, a organizzare e commissionare l’attentato sarebbero stati

i boss di Castellammare del Golfo, in quanto ero sulle tracce della raffineria di

Alcamo. Le accuse parlano di strage, attentato alla sicurezza dello Stato,

associazione per delinquere di stampo mafioso, detenzione illegale di esplosivo.

Spazi vuoti mi circondano. Niente più sirene. Non disturbo più. Le parole che

ripeto ai miei famigliari ogni sera non sono più le stesse. Nemmeno so quando

potrò riabbracciare Stefania e Laura. Ogni sera un’allucinante passeggiatina con

i cani nell’atrio del palazzo. Proiettori illuminano a giorno tutta la zona. Decine
di agenti mi fanno da scudo umano. Anche i cani, con tutte queste divise attorno

a me, hanno timore ad avvicinarmi e anche a fare i loro bisogni. A rispondermi

quando li chiamo. È tutto silenzio.

Le ferie estive sono pesanti. Passo una ventina di giorni in una località sul

mare vicino a Roma. Ci vado da vent’anni a trascorrere le vacanze. Mi

conoscono tutti, da quando ero ragazzo. Ma sono giustamente turbati dalla vista

di giubbotti antiproiettile, di caschi, di mitra. Sono felici quando me ne vado.

Per una settimana poi alloggio in un villaggio turistico tra Palermo e Trapani,

a Terrasini: Città del Mare. Non scelgo a caso quel luogo. Siccome è vicino alla

mia sede di lavoro, mi consente di seguirne da vicino gli sviluppi. Per motivi di

sicurezza concordati con la guardia di finanza, il posto mi viene prenotato sotto

altro nome. Tre giorni prima dell’inizio del soggiorno, la finanza avvisa la

direzione. Ricevo subito un telegramma di disdetta della prenotazione. Mi

impunto. Mi reco dal direttore, reclamo, cito tutti gli articoli del codice e della Costituzione. Alla
fine mi «autorizza» la vacanza. Il giorno dopo il mio arrivo,

agli organi di polizia locale giunge una telefonata nella quale si preannuncia che

«mi avrebbero fatto saltare». Ricevo una convocazione urgentissima del

procuratore generale della Corte d’Appello di Palermo, che mi invita, per motivi

di sicurezza, ad andarmene. Respingo l’invito. Trascorro quella settimana con

una scorta che mi segue pure al bagno in mare, due agenti blindati fuori

dall’ingresso della mia camera, altri due sotto un ombrellone sul balcone in cui

affaccia la mia finestra. Negli spostamenti un elicottero mi vola sopra a indicare

che mi sto muovendo, lì come a Mondello, quando (una sola volta) vado a

incontrarmi con colleghi e amici di Palermo, in assetto di guerra tra le misure

mie e quelle di Giovanni Falcone.


Prima di partire per le ferie, in ufficio, avevamo praticamente ultimato le

prime indagini sui Cavalieri del lavoro. Un giorno vado a Catania, nella sede di

alcune banche: quelle che avevano emesso alcuni libretti al portatore sui quali

era emerso il versamento di quei fondi. Spuntano, come dal nulla, altri libretti al

portatore intestati a nomi di fantasia. Personalmente ritengo che si potrebbe

celebrare subito il processo. I colleghi non sono d’accordo. Decidiamo di

concedere la libertà provvisoria a tutti gli imputati.

Alla fine di agosto si pronuncia la prima sezione della Cassazione, presieduta

da Corrado Carnevale. Il quale annulla tutti gli ordini di cattura per inesistenza

del pericolo di fuga, inesistenza del pericolo di inquinamento delle prove,

inesistenza della caratteristica della pericolosità sociale degli imputati, e perché i

reati fiscali erano già coperti da amnistia; perché, infine, la Procura di Trapani era in ogni caso
«incompetente» in quanto avrebbe dovuto procedere quella di

Catania.

I giornali non perdono occasione per attaccarmi: «La Cassazione sconfessa il

giudice Palermo», «La Cassazione ha posto riparo a un’ennesima insensatezza

del giudice Palermo, che ha agito [...] in modo arbitrario». Eppure gli ordini di

cattura portano quattro firme. Il Tribunale della libertà aveva confermato gli

ordini di cattura... La prima sezione della Cassazione è composta da supremi

interpreti del diritto. Uno di essi, per l’appunto Corrado Carnevale, in seguito

avrebbe dichiarato in un’intervista che, emettendo quegli ordini di cattura, io mi

sarei comportato in maniera «vergognosa», che «certi giudici andrebbero tolti

dalla circolazione».

Mi chiedo il perché di tanti attacchi. Comincio a rendermi conto che

l’accerchiamento di Trento si è ripetuto e ingigantito a Trapani. Mi attaccano gli


imputati, mi attaccano gli avvocati, mi attaccano i politici, mi attacca la stampa,

mi attaccano i supremi organi della magistratura, dalla Procura generale della

Cassazione al Consiglio superiore della magistratura e alla Cassazione stessa. Mi

attacca e continua a minacciarmi (ma evidentemente questo lo vedo solo io)

anche la mafia. E qualcosa di misterioso che c’è dietro e che non vedo: i servizi

segreti? Non riesco più a rendermi conto di ciò che devo o non devo fare.

Cercano di sostenermi isolate manifestazioni di affetto di gente che mi scrive

una lettera. Il vuoto che mi viene fatto attorno, paradossalmente, restringe

sempre più i miei spazi. In troppi, ormai senza nemmeno nascondersi, affermano

che non ho più diritto ad agire, né come giudice né tantomeno come uomo.

All’inizio di ottobre un certo onorevole chiede di parlare con me. Per

correttezza, non sapendo nemmeno di chi si tratti, lo ricevo in ufficio. Si mostra

gentilissimo. Mi dice che ha ottimi rapporti e influenza «a Roma». A un certo

punto gli chiedo: «Ma qui a Trapani, lei che cosa fa?» Mi risponde: «Sono... il

presidente della Cassa rurale di Xitta». Dentro di me suona un campanello di

allarme. Indico la porta all’onorevole. Ne parlo con i colleghi. Qualche giorno

dopo vengo chiamato in disparte dal procuratore Coci che mi riferisce: «Sai, è

venuto da me il senatore Di Nicola e mi ha chiesto se può essere nei tuoi desideri

essere trasferito a Roma». «Impossibile», rispondo, «non ho maturato il minimo

previsto di permanenza a Trapani.» Passa qualche giorno e ricevo da Roma, per

il tramite di un funzionario del ministero (la collega Liliana Ferraro, che ha già

curato l’allestimento dell’appartamento blindato all’interno del palazzo di

giustizia) la proposta di trasferirmi al dicastero di Grazia e giustizia.

Tutto pare collegarsi all’inchiesta di Trento. Mi sembra incredibile. «Carlo,


figlio mio, allontanati, se puoi», mi suggerisce, questa volta, mio padre, non più

velatamente. «Già ci sono stati morti, non attenderne altri, cambia.» La proposta

mi appare forse l’unica soluzione. Una lettera anonima con il timbro postale

Santa Maria Nuova (FO), indirizzata al dottor Carlo Palermo, Procura della

Repubblica, Trapani: «Ti senti protetto nella tua nuova residenza? Un consiglio,

metti al sicuro i tuoi figli, non sono protetti come dovrebbero. A presto». Mi

mancava il messaggio trasversale. Sono già morti altri a causa mia. Altri

bambini. Ora anche i miei entrano nel gioco?

Sono le voci di un sistema nel quale ho fatto la mia parte. E gli altri la

propria. Sono venuto qui. Ho voluto prendere il posto di un amico e collega

ammazzato. Credo di avere sfidato la sorte. Ho scoperto quello che ho potuto.

Alla fine ho perso. Continuerò a cercare giustizia e verità. Mi dispiace lasciare

questa terra di brava gente che non è capace di chiedere l’aiuto di cui ha bisogno.

Grazie, signor ministro. Mi trasferisca. Hanno minacciato anche le mie figlie.

Loro lasciamole fuori. Già ho dato loro così poco. Arrivederci, Trapani. Vi saluto

Totto, Dino, miei primi e unici colleghi di un pool fallito sul nascere. Vi saluto,

amici di Saman che ho visto sorridere quando vi ho visitato. Vi lascio un mio

pappagallo. Vi saluto affettuose segretarie, che in ufficio non avete mai fatto

mancare un fiore. Autisti, che avete visto da vicino il terrore nei miei occhi,

come io l’ho visto nei vostri. Lascio con le lacrime anche Jar, uno dei miei

affettuosi cani, per i quali ho litigato con un colonnello che non voleva li tenessi

nell’appartamento al tribunale. A Roma mia madre ne accetta solo uno.

Ritorno a casa. Dove sono stato un bambino. Dove mi sono illuso di fare il

giudice. Smetto di combattere la mafia, la criminalità, la droga, le armi, la


corruzione del potere, i poteri segreti: i «parti» delle mie fantasie. Grazie a tutti

quanti. Torno a Roma. Troverò un vuoto nella mancanza del lavoro, della lotta in

cui ho creduto e in cui mi sono solo reso conto di non avere concluso niente.

Ritroverò l’abbraccio forte di chi ha continuato a soffrire per me. Di chi mi

aiuterà a riempire questo vuoto. A credere che, forse in qualche altro modo,

potrò battermi ancora per quello che è rimasto dentro di me. Che un giorno,

chissà, ritornerò qui per le ultime battaglie della mia vita.

1. Inzerilli, P., Gladio. La verità negata, Analisi, Bologna 1995.

10

Il patto col diavolo e la cellula Scorpione

(Indagine 2016)

Giochi di guerra nel Mediterraneo: tra Sigonella, Fiumicino e...

Giuseppe Mazzini (Ip. 30)

Ritorno a Roma il 6 dicembre 1985. L’unico cane che mi è rimasto, Koral, crea

problemi ai miei. Mi sposto in una casa in affitto in periferia, appena fuori dal raccordo anulare,
circondata da un giardino immenso. Il mio schnauzer gigante

gioca, finalmente divertito, con alcune caprette. Purtroppo lo contageranno di

una brutta malattia da cui non guarirà. I quattro barboncini della proprietaria gli

abbaiano sempre contro. Per tacitarli procuro a Koral un focoso compagno di

giochi: Attila, mastino napoletano. Dai pochi grammi che pesa a venti giorni di

età, quando lo prendo da una fattoria in cui cresce insieme a un maialino, in un

anno e mezzo passerà a novanta chili di carne e qualche altro di bava. La sua

rumorosa irrequietezza mi indurrà a comprarmi il prima possibile una casa di

proprietà. Sarà a Formello, vicino Roma, sulla Cassia bis in direzione di Viterbo,

dove credo ricordino ancora i suoi ululati notturni, il coro degli altri cani da
guardia e le proteste di tutto il vicinato.

Inizio un nuova fase della mia vita, che si rivelerà la più difficile. Dopo quel

vulcano che ero a Trento e poi a Trapani, annullo me stesso, azzero l’attività

professionale, mi sento inutile. A colmare il vuoto inizia una nuova storia

sentimentale, assai intensa e che durerà sette anni; mi sarà di molto conforto

nella mia forzata solitudine, cagionata anche da minacce sempre maggiori che

non riesco a spiegarmi dato che non conduco più alcuna attività investigativa. E

invece sono comunque riprese le telefonate anonime e altre intimidazioni.

Il ministero di Grazia e giustizia dispone maggiori misure di cautela. Tre auto

a sirene spiegate mi accompagnano in ogni movimento. La mia abitazione viene

presidiata con una vigilanza fissa. Una scorta ossessionante protegge anche le

mie figlie, che vivono ad Ancona, e continuerà a farlo sino alla loro adolescenza.

A marzo del 1986, a Livorno, il magistrato di sorveglianza segnala alla direzione

centrale della Polizia criminale di avere appreso da un detenuto che: «Nitto

Santapaola, Carmelo Colletti e due stranieri dovrebbero compiere un attentato

contro il giudice Palermo. Mandanti finanziatrici del delitto dovrebbero essere

due ditte catanesi». Il 12 settembre sui giornali compaiono nuove notizie su di

me. «Il giudice Carlo Palermo, scampato alla strage di Pizzolungo, era la vittima

designata di un secondo attentato terroristico. L’agguato avrebbe dovuto essere

eseguito a Roma per ordine di alcuni esponenti della mafia e della ’ndrangheta

da tempo latitanti. La tecnica usata sarebbe ancora una volta quella della

automobile-bomba [...] La testimonianza, definita molto dettagliata e attendibile,

è stata raccolta dal sostituto procuratore di Roma Giancarlo Armati [...] Il nome

del killer calabrese che doveva commettere l’attentato: Umberto Bellocca,


attualmente latitante».

Il 27 settembre, giorno del mio trentanovesimo compleanno, ricevo un’altra

lettera anonima (un secondo messaggio congiunto per me e per le mie figlie)

spedita da Milano: «Lo sai bene che devi morire...»

Di cinque anni della mia vita non riuscirò a conservare quasi nulla nei miei

ricordi.

E invece in quell’arco di tempo nella nostra storia collettiva matura un

cambiamento essenziale, che nemmeno sembra essere mai stato adeguatamente

compreso, forse perché più politico che criminale. È possibile farsene un’idea

riflettendo sulle tre cartine della Sicilia che ho già illustrato. Considerandole

insieme ci si rende conto del fatto che Trapani, nel decennio degli anni Ottanta (e

in particolare dal 1985), passa da quella posizione di difesa che svolgeva

originariamente nella struttura Stay-behind (e cioè «stava dietro», nell’ipotesi di

invasione da parte dell’Unione Sovietica dal Nord Italia) a una posizione

strategica di «intervento operativo» nell’intero Mediterraneo, dall’installazione

degli euromissili a Comiso all’attacco promosso dagli Stati Uniti contro gli arabi

dagli anni Novanta in avanti, praticamente sino a oggi.

Solo considerando questa diversa strategia degli Stati Uniti credo si possa

comprendere appieno tutto quello che è accaduto in Italia dal 1985, ovvero le

numerose loro azioni contro la Libia e contro i palestinesi, le loro (altrettanto

pesanti) reazioni terroristiche, le nostre iniziative filoarabe (per cercare di aprirci

nuovi ruoli nel Mediterraneo), i mutamenti a Trapani di vecchie alleanze (a

livello di servizi e di massoneria), le quali, pur fondate su precedenti e

consolidate politiche filoarabe, sono destinate a sfociare nella partecipazione


all’attacco frontale contro gli arabi con l’invasione dell’Iraq nel 1991.

Il mio trasferimento a Roma coincide con il dirottamento della nave da

crociera italiana Achille Lauro, cui ho già accennato, caratterizzato dalla nota protezione data da
Craxi al terrorista Abu Abbas. Evidenzio qui il parallelo tra

questa condotta del presidente del Consiglio e quella antecedente di Aldo Moro

espressa dopo la strage di Fiumicino del dicembre 1973, allora in favore di

Muammar Gheddafi e degli stessi palestinesi. Le affermazioni di Craxi del 6

novembre 1985 appaiono anche più forti di quelle pronunciate a suo tempo da

Moro, soprattutto per il suo stranissimo richiamo a Giuseppe Mazzini, in cui, già

nei primi anni Novanta, subito percepisco criptici messaggi occulti declamati e

trasmessi dal palco del Parlamento:

Quando Giuseppe Mazzini [...] nel suo esilio si macerava nell’ideale dell’unità ed era nella
disperazione per come affrontare il potere – dice Craxi dinanzi ad attoniti parlamentari – [...]

concepiva e disegnava e progettava gli assassini politici. Questa è la verità della storia; e contestare
a un movimento che voglia liberare il proprio Paese da un’occupazione straniera la

legittimità del ricorso alle armi significa andare contro le leggi della storia. [...] Comunque, non l’ho
inventata io questa posizione italiana nei confronti dell’OLP, onorevoli colleghi, ma esiste fin dal
1974, quando una delegazione dell’OLP fu ricevuta alla Farnesina.

L’episodio del 1974 fa riferimento, come ho già sottolineato, all’accordo poi

denominato Lodo Moro, approvato subito dopo la strage di Fiumicino del 1973.

Sul dirottamento della nave Achille Lauro apprendo qualche ulteriore

informazione dal mio narratore di La Spezia durante un secondo incontro,

nell’agosto del 2016, quando mi spiega gli appoggi offerti dai nostri servizi ad

Abu Abbas e ai libici fin dagli anni 1978-1980: «In quella casa che le ho

mostrato la volta scorsa», mi racconta, «fra il 1982 e il 1983 risiedeva il capo della sicurezza libica
[...] e lui vi ospitò un contrammiraglio della marina libica.

Si trattava in realtà di Abu Abbas che studiava, per una futura operazione, la
nave Achille Lauro lì in riparazione».

A monitorare e controllare la zona, aggiunge il mio contatto, si vedeva spesso

Vincenzo Li Causi, maresciallo dei carabinieri dei nostri servizi, che seguiva

Abu Abbas. Come a dire: quel terrorismo veniva in qualche modo approvato da

tutti, da Washington a Mosca. Ma questo cambia, per l’appunto, dalla fine del

1985.

Subito dopo le parole di Craxi in Parlamento, il gruppo palestinese di Abu

Nidal assalta, il 27 dicembre 1985, l’aeroporto di Roma Fiumicino e quello di

Vienna, uccidendo diciannove persone. Nessuno collega pubblicamente questi

due atti terroristici alle protezioni appena manifestate da Craxi in favore dei

terroristi palestinesi. Sarà il solo Francesco Cossiga, nel 2008, a evidenziare la

correlazione tra il Lodo Moro (rievocato e avallato da Craxi nel dicembre del

1985) e l’attentato a Fiumicino. L’ex presidente spiegherà: «Non furono colpiti

obiettivi italiani, fu la compagnia aerea israeliana a essere attaccata

nell’aeroporto. I morti furono tutti israeliani e americani, non italiani. Così

funzionavano le cose. Qualcosa», aggiunge Cossiga, «non ha funzionato con le

forze della sicurezza italiane, che sapevano a priori dell’attacco».

L’occulta convergenza tra i due blocchi della Guerra fredda

Nel contesto in cui mutano gli equilibri internazionali che riguardano l’Italia

(come riflesso dalle dichiarazioni di Craxi), in poco più di un anno a Trapani

risultano avvenuti tre fatti importanti: vengono scoperte le logge massoniche

presenti dietro il Centro studi Scontrino; parte per il Perù l’operazione Lima,

condotta dal trapanese maresciallo Li Causi; nel settembre del 1987 viene creato

il Centro Scorpione dalla VII divisione del SISMI, ovvero da Gladio. O, meglio
ancora, dalla NATO, e cioè dalla CIA.

Però nello stesso quadro avviene un altro fatto assai significativo, ignorato da

tutti ed evidenziato solo di recente in Polonia (guarda caso, dopo il suo

passaggio alla NATO). Dopo l’avallo di Craxi nei confronti del terrorismo arabo

(appoggiato dai russi), non solo avvengono i citati atti terroristici a Roma e a

Vienna, ma si manifesta concretamente una presa di distanze di Mosca dai

preesistenti equilibri presenti durante la Guerra fredda. Viene creata una

particolare società, di nome Skorpion S.A., con sede a Vienna e a Panama, della

quale rintraccio i dati nei registri ufficiali. Forse già la vecchia centrale operativa

di Trapani aveva il nome Scorpione (così mi ha riferito l’ex gladiatore di La

Spezia). Di fatto la data di costituzione di quella nuova è il 29 gennaio 1986, a

Panama. La sua sede operativa viene aperta... all’aeroporto di Vienna, ovvero

proprio nel luogo in cui un mese prima, a fine dicembre 1985, era avvenuta la

strage causata da Abu Nidal, «permessa» dal già citato Lodo Moro. Rimanda a

quella componente «russa» (diretta da un certo Konstantinos Dafermos, che

compare come formale rappresentante della società e poi intermediario in oscuri

commerci d’armi e da ultimo arrestato in Grecia per traffici di armi pesanti con

personaggi governativi) 1 che prende le distanze dall’insieme di quei rapporti

segreti presenti sino al 1985 a Trapani, dopo che sono stati alterati da attentati,

anche falliti, dal dirottamento dell’ Achille Lauro di quell’anno e infine dalle nuove strategie degli
Stati Uniti contro gli arabi (Ip. 31).

Subito dopo, nell’aprile del 1986, risultano scoperti e quindi «bruciati» il

Centro studi Scontrino di Trapani e anche quello di via Roma a Palermo,

entrambi della massoneria internazionale e con sottostanti consolidati

accostamenti tra servizi segreti ed elementi mafiosi. A queste due «rivelazioni»


subentrano differenti alleanze, che denotano una marcata separazione della

componente filosovietica (in seguito allo strappo compiuto da Craxi verso i

palestinesi e verso altri arabi) rispetto a quella filoatlantica.

Quest’ultima componente (USA/CIA), prendendo evidente spunto dal nome

di quella russa, appena creata, la Skorpion S.A., sfocia nella costituzione, nel

1987, del nuovo centro operativo di Gladio denominato «Scorpione», destinato

(pur cessando le vecchie esigenze Stay-behind) ad assumere una maggiore

autonomia e operatività per le successive (e forse già programmate) azioni degli

anni Novanta, che poi continueranno sino a oggi (vedi gli interventi contro la

Libia partiti da Trapani e non certo finalizzati a difendere la NATO dalla Russia

sul fronte europeo).


Alcuni dati su queste nuove convergenze occulte, e sulle relative

modificazioni, emergeranno da una relazione redatta dall’ONU nel 2003 e

soprattutto, successivamente, in atti investigativi diffusi dalla Polonia dal 2006,

dopo lo spostamento di questo Paese dal versante di Mosca a quello di

Washington.

Era noto che, su richiesta di alcuni governi, la Polonia avesse dovuto

organizzare la fornitura di armi alle organizzazioni terroristiche palestinesi. Si

sapeva anche – viene scritto solo allora e solo in polacco (ne conservo l’originale

in documenti provenienti dal polacco Antoni Macierewicz, per diversi anni

anche ministro dell’Interno) – che prima del 1989 i servizi polacchi e Monzer al-

Kassar venivano utilizzati dai servizi segreti comunisti per organizzare la

fornitura di armi ai Paesi dell’OLP affinché rimanessero in uno stato di guerra

con Israele e impegnati in politiche antiamericane.

Si ammette, nella sostanza, la micidiale convergenza tra i due blocchi della

Guerra fredda (Stati Uniti e Unione Sovietica, e, dopo, Russia) nell’aiutare

l’OLP e l’estremismo islamista in quell’attività terroristica considerata

necessaria al fine di alimentare, nutrire e conservare lo stato di guerra

permanente dei Paesi arabi con Israele e l’Occidente. Il fine di questa torbida

politica concorde è, ovviamente, il mantenimento della Guerra fredda, cioè in fin

dei conti la spartizione del potere sul Mediterraneo e quindi sul globo, fondata

sul governo della guerra.

A capo del Centro studi Scontrino, a Trapani, quando le operazioni ne

portarono alla «scoperta», c’era Giovanni Grimaudo, ex prete, professore di

filosofia. Risultano presenti sette logge massoniche con nomi di origine araba e
radice egiziana (che fanno ricordare le piramidi di sale nelle vecchie saline

fenicie di Xitta e Paceco): Iside, Iside 2 (riservata ai non residenti), Hiram,

Ciullo D’Alcamo, Cafiero e Osiride (a esclusiva presenza femminile), e una

misteriosa Loggia «C», la settima, di cui mai è stata individuata la natura né

tantomeno la relativa attività operativa.

L’indagine parte da un vecchio esposto anonimo proveniente dall’ambiente

dei vigili urbani di Trapani, lo stesso da cui era «sorta» la disponibilità del mio

alloggio a Bonagia di Pizzolungo dopo lo sfratto dalla base di Birgi. L’11 aprile

1986 avviene una perquisizione dalla squadra mobile comandata da Saverio

Montalbano, ovvero colui che era stato colpito, nei propri uomini, dalla strage di

Pizzolungo. Al Centro studi Scontrino risulteranno collegati personaggi in vista

del mondo civile e militare. Viene sequestrata un’agenda con la copertina rossa

intestata alla Cassa rurale e artigiana di Xitta. Grimaudo era membro dell’AMI,

l’Associazione musulmani d’Italia con sede a Roma, e risultava amico

dell’avvocato Michele Papa, massone, a sua volta in rapporti professionali e

personali con Gheddafi, ma, come abbiamo visto, anche con la CIA e con i nostri

servizi. 2

***

Ulteriori e maggiori informazioni su quelle logge e sui loro componenti si

apprendono ancor più di recente, nel 2015, nella motivazione della sentenza

sull’uccisione di Mauro Rostagno, rimasto vittima di un agguato mafioso nel

1988. Era stato uno fondatori del movimento politico Lotta continua e poi della

comunità terapeutica Saman, inizialmente ispirata al movimento di Osho

Rajneesh. L’ex gladiatore che ho chiamato La Spezia 1 mi ha candidamente


dichiarato che quella comunità venne creata appositamente per i rapporti con gli

americani e i traffici di armi, e che era collegata all’aeroporto di Milo attraverso

una galleria della quale si trova traccia nella cartina della Regia aeronautica,

riportata alla p. 126, di cui il lettore è già stato informato. Il terreno su cui nacque quella comunità
apparteneva alla famiglia Cardella da prima della

Seconda guerra mondiale. Sembrano confermarlo le verifiche che ho fatto.

Tuttavia, davanti alle mie richieste di maggiori informazioni e a parole schierate

contro la mafia, persone di Trapani anche di elevato livello si sono rifiutate di eseguire i più
semplici riscontri catastali. Forse non del tutto semplici, a dire il

vero: perché quell’aeroporto di Milo è militare e, dopo gli usi «servizi-mafia»

che mi aveva descritto l’ex gladiatore e che in passato conducevano ai Virga e a

don Ciccio Messina Denaro, nell’attualità pare sia stato adibito a base per droni

non proprio di interesse fotografico-turistico.

Si direbbe che attorno alle logge scoperte nel 1996 ruoti l’inimmaginabile,

con nomi del passato, del presente e del futuro. Non aggiungo altro, considerati i

limiti di ricostruzione storica di questa mia ultima indagine, che peraltro ho

svolto tra enormi difficoltà non avendo più alcun potere giudiziario di

accertamento.

Trapani, 1985-1988. Armi, droga e servizi segreti

Ritorno al maresciallo Vincenzo Li Causi, nominato capo del Centro operativo

Scorpione nell’ottobre del 1987 dal nostro presidente del Consiglio Bettino

Craxi. Tutto lascia pensare che fosse un personaggio importante. Ma non sono in

grado di confermarne la posizione di raccordo tra servizi e mafia, come insinuato

dall’ex gladiatore La Spezia 1. Appare invece verosimile che la nomina a capo

del Centro Scorpione di Trapani, e cioè di un apparato di Gladio, abbia costituito


un riconoscimento, un premio per qualcos’altro che aveva ben compiuto. Di

certo questa sua nomina avviene dopo la già ricordata «Operazione Lima»,

avvenuta, come hanno sostenuto le nostre fonti governative, all’inizio del 1987.

«Falso», ribatte però l’ex gladiatore di La Spezia. «Nel 1987 [...]

l’Operazione Lima si conclude, ma è iniziata molto tempo prima.»

Comunemente si sostiene che attraverso quest’attività coperta il SISMI, su

ordine del presidente del Consiglio Bettino Craxi, avrebbe inviato armi,

apparecchiature tecnologiche e istruttori in Perù per aiutare il governo a

contrastare i terroristi di Sendero luminoso. Nemmeno specifiche indagini

parlamentari sono riuscite a chiarirne il reale scopo, comunque assai distante

dalle finalità «europee» di Stay-behind e di Gladio. Di certo quando Li Causi

(dopo aver guidato all’estero questa operazione) torna in Italia, lo stesso Craxi

gli conferisce la funzione di capo del Centro Scorpione e assegna alla medesima

struttura un aereo superleggero di cui non si individua una reale funzione o

necessità. Sappiamo poi che nel 1993 il maresciallo Li Causi muore in uno

strano agguato nel corso della missione ONU in Somalia; riguardo a questo, a

quanto pare manca addirittura ogni certezza che il corpo trasportato in Italia sia

effettivamente il suo. Difatti non ci sarebbe stato alcun accertamento autoptico

né il riconoscimento da parte della nostra magistratura militare.

«Ma no!» insiste e insiste ancora, l’ex gladiatore, sull’Operazione Lima sia

nel primo sia nel secondo incontro. «Già verso la fine del 1980 Li Causi mi

chiese se volevo partecipare a una missione governativa in Sudamerica, e per la

precisione in Perù, che sarebbe dovuta avvenire allora. Io rifiutai per motivi

famigliari. Successivamente appresi da Li Causi che quell’operazione era


effettivamente avvenuta.»

«Di che si trattava?» gli chiedo.

«L’operazione», mi spiega, «dovrebbe essersi sviluppata in diversi anni.

All’inizio credo vi abbiano preso parte anche funzionari della Banca d’Italia e

del ministero delle Finanze italiano, accompagnati a recuperare ciò che era

ancora giacente al Banco de la Nación del Perù dei denari del vecchio Banco

Ambrosiano e consociate. Tutto questo, a quanto ho compreso, è stato realizzato

e portato a compimento nel 1987, prima che Li Causi ricevesse, a modo di

premio, la nomina di capocentro allo Scorpione.»

In realtà anche nelle «XI Tavole», come ho già sottolineato, era stato

evidenziato un rapporto tra Calvi, il Banco Ambrosiano e le oligarchie inglesi,

da cui prima della morte del banchiere emergevano effettivi crediti a lui dovuti

di grossi importi, che dovevano raggiungere una filiale peruviana dello stesso

Banco Ambrosiano.

«E di che cifre ha sentito parlare, lei, da Li Causi?» gli chiedo per

comprendere la sostanza di questa lunga attività segreta.

«L’operazione», mi risponde senza mostrare dubbi sulla cifra che mi indica,

«dovrebbe essere consistita nel recupero di circa cinquecentosettanta milioni di

dollari e svariati milioni in promissory notes [cambiali internazionali, mi spiega].

Craxi dovrebbe avere ricevuto, in utilità, un totale di venti miliardi di lire. Il grosso però a quanto
pare è finito in un’area di Mogadiscio controllata

dall’imprenditore e trafficante Giancarlo Marocchino [area soggetta, in tempi

successivi, a tentativi di attentati, con incendi con esplosioni].»

«Affermazioni prive di alcun riscontro», penso e gli dico io; me lo conferma

anche lui, affermando di non conoscere altri particolari.


«Ma tutto proveniva dal Perù?» gli chiedo ancora.

«No», afferma senza però indicare possibili riscontri, «in questi venti miliardi

ricomprendo anche i contributi di svariata natura elargiti dal FAI [Fondo aiuti

internazionali].»

«E per che cosa vennero utilizzati quei fondi?»

Anche questa sua risposta mi appare sconcertante, carente di puntualizzazioni

e di possibili concrete verifiche: «Vennero utilizzati in particolare per la

costituzione della nascitura Forza Italia». Si stringe nelle spalle dicendomelo,

senza altre aggiunte. Se non quella che, a suo dire, queste sarebbero le sole

informazioni riferitegli da Li Causi prima che restasse ucciso.

Sempre che sia effettivamente morto come, qualche tempo dopo, certo è

avvenuto per Ilaria Alpi, sua conoscente, e per qualcun altro che ebbe rapporti

con la Somalia.

***

Qualche particolare rilevante su altri rapporti che ruotano attorno a Trapani mi

viene raccontato un giorno del settembre 2016, a Piacenza, da Calogero

Germanà, dirigente della squadra mobile al commissariato di Mazara del Vallo

dal 1984 al 1987, per poi lavorare come capo della squadra mobile di Trapani

fino al 1991 finché, nel 1992, è tornato a dirigere il commissariato di Mazara del

Vallo. Il 14 settembre 1992, tre mesi dopo aver ripreso servizio a Mazara, subì

un attentato e poi venne trasferito al Servizio centrale operativo di Roma fino al

1994.

Germanà mi riassume alcune indagini di quegli anni Ottanta (in particolare

del 1987 per conto del sostituto procuratore Paolo Borsellino) e mi descrive un
sistema di ordinazioni e fornitura della droga che in quel periodo riguardava tutta

l’Italia e prevedeva l’acquisto congiunto e la successiva distribuzione della droga

attraverso una nave che veniva chiamata la «Mamma». «Questa nave veniva

caricata in Albania (a Durazzo)», mi racconta, «e distribuiva alle varie famiglie

facendo sbarchi in ciascuna delle aree interessate [...]. In seguito numerose

intercettazioni telefoniche collegheranno questi traffici a rapporti internazionali,

anche di massoneria (legati all’ordine della Stella d’Oriente), riguardanti

l’Argentina e il mondo intero per affari tipo acquisto di argento, rame, petrolio,

costruzioni di navi, vendita forse anche di armamenti tramite operazioni di borsa

internazionali, organizzate dal territorio di Castelvetrano e di Mazara del Vallo

dapprima con riferimento all’importazione e vendita di carne e dopo all’attività

svolta da una società libico-maltese, di nome Libyan Fishing, che alla luce del

sole vendeva pesce ma in effetti si occupava anche di traffici di diamanti e di

riciclaggio, raggiungendo gli stessi Stati Uniti.»

Per quanto mi riguarda, nel 1987, nella mia irrequietezza, dalla sede del

ministero di via Arenula mi faccio trasferire alla Direzione generale degli istituti

di prevenzione e di pena. Ricevo l’ennesima comunicazione ufficiale di ulteriori

iniziative per la mia eliminazione. Questa volta provengono dai nostri servizi di

sicurezza: «Fonte confidenziale, degna di fede, ha riferito che organizzazione

mafiosa facente capo alla famiglia Greco avrebbe deciso di compiere un

attentato nei confronti del giudice Carlo Palermo, addetto alla Direzione generale

degli istituti di prevenzione e di pena».

Il 18 dicembre 1987 viene data in breve un’altra notizia sui giornali: «Al

giudice che effettuò indagini sul conto di Craxi la più lieve delle sanzioni»,
«Palermo se la cava con poco, solo un ammonimento dal CSM»,

«Ridimensionata dal CSM la sanzione contro Palermo». Qualche titoletto,

quaranta righe. Poche spiegazioni: «Obiettive circostanze escludono nel dottor

Palermo l’intento di voler ampliare l’istruttoria per fini estranei al processo: sono

incompatibili con tali fini le dichiarazioni di astensione, il sollecito invio alla Commissione

inquirente

eccetera».

La

pena

mi

stata

ridotta

all’«ammonimento» e cioè a un richiamo verbale. Ma impugno anche questa

decisione dinanzi alla Corte di Cassazione. Non riesco a digerirla.

Un ministro da ricordare e la neutralizzazione di Montreal

È il 30 gennaio 1988. Sono a Roma nel mio ufficio presso la Direzione generale

degli istituti di prevenzione e di pena, in via Bravetta. Ricevo una telefonata. Chi

mi parla si presenta come un funzionario dello Stato del massimo livello e mi

precisa subito di essere persona molto vicina al ministro di Grazia e giustizia

Giuliano Vassalli. Riferisce che ha urgente bisogno di parlarmi per una cosa che

mi riguarda personalmente. Fissiamo un appuntamento.

Non conoscevo il nome di quell’alto funzionario, Luigi Augusto Lauriola, ma

con discrezione, in pochi minuti, appuro di chi si tratti.


Mi reco all’appuntamento misterioso e mi rendo conto che le mie sorprese

sono solo all’inizio. Esordisce così: «Sa, il ministro è molto preoccupato per la

sua incolumità e mi ha dato incarico di trovare per lei una sistemazione...

all’estero». Rimango attonito. «Di questa iniziativa sono a conoscenza solo tre

persone: il ministro, l’onorevole Andreotti, ministro degli Esteri, e l’onorevole

Nilde Iotti, presidente della Camera, quelle necessarie al provvedimento.»

Taccio e ascolto.

Lui riprende: «L’intenzione è che lei ‘sparisca’ dall’Italia. Ho riflettuto sulla

sua ‘sistemazione’ e ho immediatamente dovuto scartare i Paesi europei, perché

in questi lei è troppo noto. Ho eliminato gli Stati Uniti per le presenze mafiose e

i Paesi orientali per ovvi altri motivi».

A questo punto, mi è scappato un sorriso: «Be’, a occhio e croce», lo

interrompo, «mi pare che rimangano il Polo Nord e l’Australia».

«Ha quasi indovinato», replica, «abbiamo pensato al Canada.»

«Mi pare sia un posto freddo», commento.

«Sì, è vero», mi risponde, «ma è una nazione dove si vive benissimo e ci si

può ricostruire un’ottima vita. E da benestante.»

«Ma che cosa dovrei andarci a fare?» gli domando.

«Lei avrebbe un ottimo posto presso l’ICAO, a Montreal. L’ICAO», mi

spiega, «è un organismo internazionale, tipo ONU, che si occupa di aviazione

civile; ha sede a Montreal, dove si parla il francese, che so che lei conosce.» E

infatti l’alto funzionario aveva sul tavolo la cartellina o copia del mio fascicolo

personale, dal quale si evince la mia conoscenza delle lingue. Mi illustra i

vantaggi economici della mia «sistemazione»: avrei mantenuto qui in Italia lo


stipendio di magistrato, e lì, in Canada, una lauta indennità di numerosi milioni,

esentasse, con tutta un’altra serie di benefici connessi. «Naturalmente» non avrei

dovuto più avere «contatti» con l’Italia.

Non so che dire e nemmeno che pensare. Per la verità un pensierino,

istintivamente, già l’avevo fatto. Lui mi dice: «Ci rifletta, e mi faccia sapere».

Torno a casa e per prima cosa mi rinfresco le idee sul Canada. Poi prendo

un’altra enciclopedia e cerco ICAO, cioè International civil aviation

organization. La trovo. Tutto corrisponde. Ne parlo con i miei e con la mia

compagna. Le reazioni che ricevo (a parte lo stupore) corrispondono,

ovviamente, a quelle che avevo provato anch’io istintivamente: ero

sopravvissuto per miracolo a un attentato, ma venivo, comunque, «sistemato»

altrove. Mi ritornano alla mente quelle parole: dell’iniziativa del ministro sono a

conoscenza due alte personalità politiche. Non avevo avuto occasione di

conoscere personalmente Nilde Iotti, ma conoscevo Andreotti per averlo già

interrogato come testimone nel dicembre del 1983.

Gli chiedo un appuntamento e quando mi reco nel suo ufficio mi riceve

cordialmente e mi conferma di essere a conoscenza dell’iniziativa del ministro.

Allora gli chiedo: «Ma lei, sinceramente, che cosa ne pensa?» Lui mi risponde:

«In verità, per quello che posso avere compreso del suo carattere, non mi pare

che l’idea le si addica molto».

Ritorno a casa, ci penso e ci ripenso, ne parlo e ne riparlo con i miei. Avevo

una diffidenza inconscia verso il ministro Vassalli. Anche perché di minacce e

anche pesanti ne avevo ricevute, e numerose, pure in certi momenti della mia

storia successiva all’attentato. E mai ad alcun ministro erano venute «idee» del
genere. Comunque, per quanto mi riguardava, una cosa era certa: non avevo

alcuna intenzione di essere «sistemato» altrove, di perdere i «contatti»; di

annullare, in sostanza, la mia identità.

Peraltro forse non era elegante rispondere con un secco no a un’iniziativa del

ministro.

Mi ripresento dunque dall’alto funzionario e dico che «è possibile», ma

desidero ricevere maggiori informazioni su tutto: lavoro, inquadramento,

funzioni e via dicendo. Ho altri incontri con lui. Mi parla, mi fornisce

informazioni. Chiedo sempre qualche altra cosa. Gli dico che ho una casa di

proprietà, che non la voglio vendere. Si può pensare anche a quello, mi risponde.

Il «contatto» si allenta. Poi finisce. Il ministro Giuliano Vassalli proseguirà il suo

mandato sino al 31 gennaio 1991, facendo poi spazio a Claudio Martelli.

L’omicidio di Mauro Rostagno

Il 26 settembre 1988 a Lenzi di Valderice viene ucciso Mauro Rostagno. Dopo

innumerevoli indagini in ogni direzione andate a vuoto, nel maggio del 2014 la

Corte d’Assise del Tribunale di Trapani condanna in primo grado all’ergastolo il

boss trapanese Vincenzo Virga e il killer Vito Mazzara. La pronuncia avviene

sulla base di indicazioni di collaboratori di giustizia e riscontri vari che, in

qualche modo, ricollegano l’omicidio a suoi interventi giornalistici di denuncia

che davano fastidio a esponenti di Cosa nostra della provincia di Trapani. La

recente sentenza esamina però anche il contesto storico dei fatti e, nella sua

lunga motivazione (depositata nell’estate del 2015), evidenzia interessanti

circostanze fattuali sui traffici di armi.

Nella precedente pronuncia di archiviazione del Tribunale di Trapani del 2000


era stata affermata l’assenza di collegamenti tra il Centro operativo Scorpione,

operante dal 1987, e l’omicidio di Mauro Rostagno, avvenuto l’anno dopo.

Tuttavia, considerata l’importanza che va riconosciuta a quell’apparato militare

(di nomina NATO), in primo luogo non appare di per sé insignificante

l’oggettiva constatazione della contiguità territoriale della località dove matura e

avviene l’assassinio di Mauro Rostagno (cioè appena fuori dalla comunità

Saman) con l’aeroporto militare di Milo.

Nell’udienza del 30 gennaio 2014, poi, avviene l’audizione di due testimoni

(giornalisti) che producono numerosi documenti provenienti da una fonte che

non indicano per sua protezione. Da uno di questi documenti emerge l’esistenza

della galleria di collegamento tra il campo di volo di Milo e l’adiacente contrada

Rigaletta, dove venne realizzata la comunità Saman. Si tratta dei documenti

messi a disposizione dalla fonte La Spezia 1 e in particolare della mappa

riprodotta a p. 126.

Nella sentenza vengono inoltre dedicate numerose pagine a «Trapani crocevia

del traffico d’armi», riprendendo in particolare una testimonianza resa

dall’avvocato Salvatore Maria Cusenza: questi ricorda, con riferimento a un

programma preparato per RTC (l’emittente con cui Rostagno collaborava), il

ruolo svolto da Trapani quale tradizionale crocevia di lucrosi traffici illeciti

riconducibili a Cosa nostra, nel contrabbando prima di tabacchi, poi di droga e

quindi di armi. E racconta un particolare curioso: «Noi sapevamo che nel mare

Mediterraneo, nel canale di Sicilia, attraverso i pescherecci, si svolgesse un

traffico di armi. Venne segnalato in base a notizie circolate negli ambienti del

Partito comunista in un documento redatto nel 1984 [...] in cui si individuavano


nei pescherecci [delle flotte di Castellammare del Golfo e di Mazara] capaci di

accedere con facilità ai porti del Nord Africa, i mezzi di trasporto dei carichi di

armi». «Nel 1984», ovvero l’anno in cui vennero consegnate alla Commissione

P2 le «XI Tavole», con l’indicazione di quei traffici di armi, effettuati

precisamente nei luoghi indicati dal testo.

Eppure a Trapani, quando arrivai lì nel febbraio del 1985, nessun organo di

polizia giudiziaria pareva a conoscenza di questi traffici, nemmeno la guardia di

finanza di Palermo che pure era in possesso di quei documenti.

La strage di Lockerbie e l’uccisione di Alfred Herrhausen

Oltre all’uccisione di Rostagno, fra il 1988 e il 1989, avvengono altri due episodi

significativi per questa ricostruzione.

Il 21 dicembre 1988 i resti del volo PanAm 103 si schiantano su Lockerbie,

una località scozzese situata a centoventi chilometri a sud-ovest di Glasgow e a

trentadue chilometri dal confine con l’Inghilterra. È esploso in volo a causa di un

attentato terroristico. Un ordigno nascosto nella stiva del Boeing 747-121 lo ha

fatto saltare quando ha raggiunto una determinata pressione atmosferica. Oltre a

tutti gli occupanti dell’aereo (duecentocinquantanove persone) nell’attentato

muoiono undici abitanti di Lockerbie. È l’attacco terroristico più sanguinoso

condotto contro un aereo civile prima dell’11 settembre 2001. Due uomini

verranno, in seguito, accusati dagli Stati Uniti di appartenere ai servizi segreti

libici e di avere piazzato la bomba. Uno di loro (Al-Amin Khalifa Fhimah) verrà

subito del tutto scagionato. Invece l’altro, Abd el-Basset Ali al-Megrahi, verrà

incriminato e poi condannato all’ergastolo, nel gennaio 2001, dopo

ottantaquattro giorni di udienze celebrate in un processo ad hoc istituito presso


una Corte scozzese, che eccezionalmente si riunirà a Camp Zeist nei Paesi Bassi.

Nel 2005, però, un ufficiale della polizia in pensione ribadirà l’affermazione,

già fatta in precedenza (nel 2003) da un ex agente della CIA, secondo cui le

prove contro quel libico, Al-Megrahi, sarebbero state costruite ad arte. E

riprenderà corpo un’altra ipotesi, già di antica data, che poneva a fondamento di

quell’attentato l’attività svolta dal gruppo di Ghassan, al-Kassar, Abu Nidal.

Negli anni Novanta venne anche redatto un rapporto investigativo, denominato

Interfor (consultabile anche in rete), secondo cui quel volo PanAm 103 «era un

aeroplano che trasportava otto agenti della CIA impegnati a dirigere il

narcotraffico utilizzando come collaboratore Monzer al-Kassar, un operativo di

alto livello della DEA». Chissà che nella loro specifica attività non fossero

presenti anche responsabilità italiane rimaste sempre oscure.

Un ulteriore fatto criminoso, di livello altissimo, sintomatico dei cambiamenti

strategici mondiali in corso, avviene il 30 novembre 1989, quando Alfred

Herrhausen, capo di Deutsche Bank, dal 1971 membro del Club Bilderberg e del

suo consiglio direttivo, viene ucciso in un attacco terroristico attuato da

attentatori professionisti; attribuito ufficialmente alla Rote Armee Fraktion, in

effetti non è mai stato risolto da indagini convincenti ed esaustive.

Rostagno, Lockerbie, Herrhausen... Un giornalista legato ad ambienti assai

diversi, ma possibile testimone in traffici di armi con la Somalia; un aereo di

linea fatto saltare con esplosivo Semtex e dispositivi di ultima generazione; un

dirigente bancario della più importante banca tedesca e con grandi aspirazioni

sulla nascente nuova Europa. Sono solo frammenti sparsi di una criminalità

impazzita? Oppure la loro esecuzione rappresenta «tagli» necessari per coprire


occulte attività, e quindi messaggi mirati secondo un progetto già preparato che è

sul punto di esplodere? (Ip. 32)

La nostra storia raggiunge il momento della sua ineluttabile svolta. Che –

nella mia ricostruzione – risulta maturata, studiata e programmata

dall’immediato dopoguerra.

Sarà l’inizio della fine di un mondo e la nascita di uno nuovo.

1. Cfr. «Arms dealer Konstantinos dafermos arrested on bribery charges», 6 ottobre 2015.

2. Michele Papa, come «Agente Z» dei nostri servizi segreti nel 1981, collaborò con gli americani
insieme al faccendiere Francesco Pazienza e al direttore del SISMI Giuseppe Santovito, per
incastrare il presidente democratico degli Stati Uniti Jimmy Carter (con il caso «Billy Gate», uno
scandalo con Gheddafi) al fine di favorire l’elezione del repubblicano Ronald Reagan, in carica dal
20 gennaio 1981.

11

L’Olimpo degli dei

(Indagine 2016-2017)

Il Golpe, fase 0. L’attentato dell’Addaura, 21 giugno 1989

Parigi. Al centro della Cour Napoléon, la Corte di Napoleone, il 30 marzo 1989

viene inaugurata la piramide di vetro e acciaio che contraddistingue il moderno

museo del Louvre, rinnovato per volontà di François Mitterrand, presidente della

Repubblica francese dal 21 maggio 1981.

«L’Europa non è altro che una trappola per topi. Qui tutto si logora. Bisogna

andare in Oriente: tutte le grandi glorie provengono da là.» Questo si racconta

abbia dichiarato Napoleone Bonaparte nel 1798 quando progettò di colpire il

predominio inglese nel Mediterraneo per aprirsi la strada verso le Indie

britanniche. Anche se fallì questo suo obiettivo, riuscì comunque ad accrescere

la propria fama. Affiancò alle battaglie una spedizione di studiosi, le cui scoperte
e acquisizioni di importanti cimeli gli sarebbero valse l’immagine del liberatore

del popolo egiziano dall’oppressione ottomana. Altrettante e forse anche più

accurate ricerche fecero gli inglesi.

A realizzare la piramide, infine, sarà un famoso architetto cinese, Ieoh Ming

Pei, naturalizzato cittadino USA, che verrà anche premiato il seguente 11

dicembre 1992 dal presidente George H.W. Bush con la prestigiosa Medaglia

presidenziale della libertà. In conclusione, l’ispirazione egizia del nuovo museo

del 1989 non esprimerà univocamente gli originari principi di libertà francesi.

Anzi rivelerà al mondo la presenza di un marchio occulto e indelebile che da

allora sovrasta la Francia, i francesi, la nascente nuova Europa e il già

programmato New World Order, contenendo il preannuncio dell’avvento della

Bestia dell’Apocalisse.

Questa oscura presenza si manifesterà in particolare nel nostro Paese

attraverso una serie di eventi che appaiono collegati a tale occulta matrice:

l’attentato dell’Addaura contro Giovanni Falcone, le rivelazioni sugli apparati

Stay-behind, l’invasione dell’Iraq e lo stragismo degli anni 1992-1993. Sarà

come una base di eventi da cui in seguito decollerà il nuovo terrorismo islamico.

Il 21 giugno 1989 Giovanni Falcone si trova vicino a Mondello. È l’ultimo

giorno che trascorre con i colleghi magistrati svizzeri Carla Del Ponte e Claudio

Lehmann, impegnati insieme a lui in interrogatori e approfondimenti sul

riciclaggio collegato ai traffici di droga. Di un possibile bagno in mare presso la

sua casa in affitto parla lui stesso la sera prima, durante una cena con loro e con

altre persone vicine. Nella spiaggia antistante la villetta, la mattina presto del

giorno 21, gli agenti di polizia addetti alla protezione di Falcone trovano un
borsone sportivo con accanto una muta subacquea e pinne abbandonate. Al suo

interno ci sono cinquantotto cartucce di esplosivo stipate in una cassetta

metallica con l’innesco di due detonatori. La deflagrazione non avviene. Prima si

pensa a un difetto di funzionamento, poi a un’azione intenzionalmente non

ultimata. L’episodio rimane a lungo avvolto nel mistero (Ip. 33).

Falcone vive un periodo difficile tra contrasti con colleghi e misteriosi nemici

coperti dall’anonimato. Pensa anche a possibili connivenze di funzionari dello

Stato. Un nome in particolare era stato fatto dall’imputato Oliviero Tognoli al

termine di un interrogatorio in cui il giudice siciliano era stato affiancato dai due

colleghi elvetici: quello del funzionario di polizia Bruno Contrada, dal quale

forse l’interrogato stesso, cinque anni prima, era stato avvisato in modo da

sfuggire a un mandato di cattura per riciclaggio in traffici di stupefacenti.

***

Nell’inchiesta di Trento, qualche anno prima, anche io mi ero imbattuto in

numerose banche svizzere e nei loro collegamenti con la mafia. In un famoso

processo chiamato in Italia e negli Stati Uniti «Pizza Connection» c’erano

forniture di droga che dalla Turchia, passando per Trento, raggiungevano la

Sicilia per la raffinazione, per poi finire al dettaglio in Italia, in Europa e negli

Stati Uniti. Tutto passava, a livello bancario, per la Svizzera.

Tognoli, imputato come riciclatore e sfuggito all’arresto in Sicilia, si era

consegnato alla fine del 1988 all’autorità giudiziaria della Svizzera, che poi lo

avrebbe condannato a tre anni e mezzo di carcere per riciclaggio di denaro,

mentre lo avrebbe assolto per le imputazioni sulla droga.

Prima dell’attentato dell’Addaura c’è però un altro personaggio che inizia a


collaborare con gli investigatori. Avviene oltreoceano. Si tratta di Giuseppe

Cuffaro, detto Joe, italoamericano in contatto con le principali famiglie

statunitensi di Cosa nostra. Il boss John Galatolo (poi condannato negli Stati

Uniti a sessantacinque anni di carcere per traffici di droga) si fa pagare

cinquecento dollari al chilo la cocaina importata dai cartelli della Colombia. Joe

Cuffaro lavora per lui.

Nel 1988 Galatolo lo manda a New York per consegnare cinque chili di

cocaina a Francesco Gambino. È il 9 novembre 1988 quando, nel corso di un

controllo di routine sull’autostrada Miami-New York, la polizia stradale scopre il

carico di cocaina nella sua automobile. Cuffaro viene arrestato e comincia a

collaborare con l’FBI. In occasione di una rogatoria avvenuta a Filadelfia alla

presenza di Giovanni Falcone, Cuffaro racconta di una spedizione di seicento

chili di cocaina da Aruba a Palermo. È una fornitura dalla colombiana Medellín.

L’indagine prende il nome della nave usata, la Big John. La merce sarebbe stata

portata a Castellammare del Golfo, in provincia di Trapani. Il contatto per il

pagamento è un intermediario finanziario, un certo Giuseppe, a Milano. Vengono

usate banche svizzere. Nel caso, in particolare, la Trade & Development Bank

(TDB) di Lugano.

Questa banca poi risulterà usata anche per pagare o pulire tangenti accertate

dal pool di Milano. Insieme ad altre era già apparsa nell’inchiesta di Trento.

***

«A quali banche conducevano le indagini della tua inchiesta?» mi chiede per

telefono Carla Del Ponte nel giugno del 1989. Da poco sono tornato in servizio

come pretore a Terracina, in provincia di Latina, sulla costa sabbiosa del mare
Tirreno, a metà strada tra Roma e Napoli. «Noi in Svizzera e Giovanni Falcone a

Palermo», mi racconta, «svolgiamo indagini su alcune banche elvetiche, sui

riciclatori della mafia. Possiamo incontrarci? Poi proseguiamo per Palermo e

raggiungiamo Giovanni Falcone.» Ci vediamo appena prima della sua partenza

per Palermo. L’incontro avviene nella casa dei miei genitori, presso il Lido di

Enea, sotto il controllo delle rispettive scorte.

Indico alla giudice elvetica le banche usate dalla CIA e dalla NSA nei traffici

di armi: la Trade & Development Bank, la Banca del Gottardo, la BCC (la Banca

di Credito e Commercio) di Lugano, la Deutsche Bank Germany. Le consegno

una copia dei prospetti riassuntivi che avevo inserito nel novembre del 1984

nella mia vecchia ordinanza di rinvio a giudizio ( vedi il documento qui).

Ripenso a questo episodio verso la fine del mese di agosto del 2016, quando

entro in possesso dei documenti provenienti dalla mia fonte La Spezia 1. Prima

di tutto la cartina della Sicilia occidentale che porta la data del 21 maggio 1989,

cioè un mese prima del fallito attentato a Falcone ( vedi qui). Vi sono

rappresentati i luoghi in cui avverranno tutti i fatti stragisti di Sicilia dal 1989 al

1992, con la riproduzione dell’intera zona da Trapani a Palermo, tutta sotto

controllo radar. Vengono indicate le ubicazioni precise di alcune BSS, ovvero le

boe satellitari di cui pure mi aveva parlato l’ex gladiatore; ce ne sono anche in

prossimità dell’Addaura. Non parrebbe casuale, immagino, il controllo militare

dei luoghi in quel preciso periodo. Anche perché ci sono anche altri due

documenti che sembrano disporre operazioni NATO collegate a quell’attentato.

Inoltre, poiché si tratta di documenti prodotti formalmente in un noto

processo (quello sulla morte di Mauro Rostagno) da uno dei magistrati che li
acquisirono, apprendo che in quella sede processuale non erano emerse prove

che si trattasse di falsi.

Prospetto tratto dall’ordinanza di rinvio a giudizio da me depositata il 15 novembre 1984 nel quale
compaiono le banche usate dalla CIA e dalla NSA nei traffici di armi, pp. 3031ss.

Per spiegare questi altri due documenti, ritorno a essenziali fatti oggettivi.

Secondo le indagini alcuni uomini piazzano l’esplosivo, che però non

s’innesca. Le testimonianze di alcuni collaboratori di giustizia consentono di

incriminare e poi di condannare alcuni mafiosi per l’esecuzione dell’attentato.

Qualcuno ritratterà. La ricostruzione conclusiva configura un attentato di sola

mafia contro Giovanni Falcone.

«Dalle dichiarazioni del consulente», dichiara nel processo il pubblico


ministero Luca Tescaroli, «emerge che sono state rinvenute cartucce di marca

Brixia confezionate in candelotti avvolti in carta cerata colore avana, che

contraddistingue quelli prodotti dalla società SEI presso lo stabilimento di Ghedi

(Brescia) e li distingue da quelli analoghi prodotti nello stabilimento di

Domusnovas, avvolti in carta cerata di colore rosso [...]. Un rilevante

quantitativo di esplosivo di tipo corrispondente è stato utilizzato a Trapani [...]

per l’attentato di Pizzolungo contro il giudice Carlo Palermo.»

Qualche giorno dopo Giovanni Falcone, nel corso di un’intervista rilasciata a

un giornalista de l’Unità, dice: «Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che

tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di

collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri

interessi, ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si

vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi».

Collegamenti tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere?

Il primo dei due documenti ( vedi qui) consegnati dalla fonte è un messaggio –

qualificato come «dispaccio» – del 18 giugno 1989 . Proviene dal Centro CSI (Comando subacqueo
incursori) dello Stato maggiore della Marina di Roma e se

ne prescrive l’immediata distruzione. Nel suo oggetto si legge «Mondello». In

esso viene autorizzata l’«esercitazione» denominata «Domus Aurea». Questa

prevede il «posizionamento di dispositivi radiosegnali» in località prossime a

Mondello e precisamente alla cosiddetta Addaura, «Villino», «Imbarcadero» e

«Cupola Torre del Rotolo». Si tratta di un’operazione «NATO» disposta «in

modo difforme da quanto originariamente preventivato». Verranno utilizzate

«due navi di superficie provenienti dal Comsubin».

L’attentato a Falcone avviene tre giorni dopo, il 21 giugno 1989.


Il secondo messaggio è del 24 giugno 1989 ( vedi qui), ovvero tre giorni dopo

l’attentato. Proviene da un altro ufficio dello stesso Stato maggiore della Marina.

Da un tenente colonnello, comandante NATO, viene disposta un’altra operazione

S/B, denominata «Damage Prince», che ha per scopo «la distruzione totale

residui

apparecchiature

subacquee

et

relativo

materiale

esplodente

eventualmente in avanzo da esercitazione S/B ‘Demage Prince’ svoltasi su

litorale di v/s competenza operativa et non più utilizzabile» nella competenza

territoriale della Cellula Skorpio 4 di Trapani (tra San Vito Lo Capo e Marsala)

con «invariata operatività eventuale se necessaria di campo volo Milo».

L’operazione e la successiva distruzione dei materiali risultano autorizzate e

disposte dal capo di Stato maggiore della Marina, Filippo Ruggiero.

La «Torre del Rotolo» è segnata sulle mappe in località Capo Gallo, Addaura.

Sul web sono presenti foto che la ritraggono, e vi compare anche una sua

immagine rappresentata ai primi del Novecento da autore ignoto. Detta anche di

Fra’ Giovanni, sorge sulla strada litoranea che va da Palermo a Mondello.

Mostro il documento e le indicazioni di tale luogo a Salvatore Borsellino,

fratello di Paolo. Mi conferma che è prossimo alla villetta abitata da Giovanni

Falcone nell’estate del 1989.Il dispositivo rinvenuto all’Addaura per


l’attivazione dell’esplosivo era un «radiocomando», come appare anche scritto in

quell’atto.

Sposto la mia attenzione sulla ditta produttrice degli esplosivi. È la SAI di

Brescia . Fa parte del gruppo Rheinmetall. Fondata alla fine dell’Ottocento,

risulta sempre attiva nelle forniture agli organi governativi di difesa e in

triangolazioni per il Sudafrica, per i Contras del Nicaragua , per la Grecia.

Dispaccio del 18 giugno 1989, proveniente dal Comando subacqueo incursori, che autorizza
l’esercitazione

«Domus Aurea» e il relativo posizionamento di «dispositivi» presso il «Villino», presso


l’«Imbarcadero e cupola Torre del Rotolo».
Dispaccio del 24 giugno 1989 che dispone il recupero e la distruzione del materiale residuo
utilizzato per l’operazione «Damage Prince».

Ritorno ai dati accertati processualmente.

«Emerge dalle dichiarazioni del consulente», si afferma nella sentenza, «che

effettivamente all’Addaura sono state rinvenute cartucce di Brixia B5

confezionate in candelotti avvolti in carta cerata colore avana.» Mi chiedo se una

carta cerata definita di colore «avana» non possa anche essere qualificata di

colore «oro, aureo». A me paiono identici.

Le cartucce contengono un esplosivo. Prodotto in quale luogo? In «Domus

aurea», c’è scritto nel documento. Forse questo nome deriva dall’indicazione

della sede principale dello stabilimento, ovvero quella di Brescia, e non da quella
di Domus Novas, in Sardegna, che costituisce lo stabilimento realizzato più

recentemente. Forse. I candelotti, comunque, sono stati prodotti a Brescia,

peraltro luogo di nascita dell’imputato, Tognoli, che risultò aiutato da qualcuno a

sottrarsi alla giustizia.

Cercando eventuali elementi occulti noto alcune particolarità: Giovanni

Falcone? Forse: Giovanni, Fra’ Giovanni, Augusto, Falcone. «Augusto» è anche

il secondo nome di Falcone. Augustus, aureus → Domus aurea → come anche

«Caligola» . Perché Caligola? Perché fu un Imperator. E Imperator risultò pure scritto nell’altro
documento riguardante un’esercitazione NATO prima del

sequestro di Aldo Moro: un’operazione denominata Rescue Imperator. E, per gli

imperatori romani, ricorrenti sono i riferimenti ai gladiatori e quindi alla Gladio

di Stay-behind.

Caligola, Imperator, anche chiamato Princeps → Prince → Operazione:

« Demage Prince» → forse si voleva dire: Damage Princess → Danni al Principe → Danni
all’Imperatore → Danni ad Augusto → Danni a Caligola?

→ Danni a Falcone? Danni?

Aureo, d’oro, come il colore della fiamma dei gladiatori: forse come quelli

del... Comsubin o della Decima MAS? O quelli della Folgore (di cui è patrono

san Michele arcangelo), del nono reggimento d’assalto incursori paracadutisti

Col Moschin, il reparto di forze speciali dell’esercito italiano? Stanziato a

Livorno, ma in contatto con il Comsubin di La Spezia. Da cui pare provenissero

i mezzi navali di superficie utilizzati per l’operazione «aurea». O dei gladiatori,

di Scorpione, destinatari dell’operazione di recupero e distruzione del materiale

residuo rimasto?

Cinquantotto candelotti di esplosivo? Cinquantotto risulta anche essere, come


già notato, sulla cartina del dispositivo Gladio ( vedi qui), il numero dei gladiatori

indicati dall’apparato Stay-behind nella zona della Sicilia occidentale (con una

freccia indirizzata su Trapani). E forse Trapani non era anche il luogo

frequentato da Li Causi in quel periodo? Alcune indicazioni fanno ipotizzare che

fosse meta occasionale anche dell’agente di polizia Antonino Agostino,

ammazzato con la moglie poco dopo. Dalla mafia? Così si è detto. Oppure da

altri, di cui è non è stata trovata traccia? Si racconta, però, che Falcone abbia confidato a un suo
amico commissario: «Io a quel ragazzo gli devo la vita» .

Supponiamo, in alternativa, che i due documenti sopraindicati costituiscano

dei falsi. O invece degli autentici, tuttavia allestiti solo allo scopo di depistare.

Ma anche in questi casi non evidenzierebbero ugualmente una tipica azione

Stay-behind?

Il Golpe, fase 1. 1989-1991: dal tradimento di Andreotti alla

decapitazione del Lodo Moro (Ip. 34)

Il crollo del Muro di Berlino avviene il 9 novembre 1989. Poco dopo inizia la

disgregazione dell’Unione Sovietica. Nell’ottobre del 1990 l’allora presidente

del Consiglio Giulio Andreotti rivela l’esistenza di Gladio e degli apparati Stay-

behind. Salterà fuori anche il vecchio patto tra gli Stati Uniti e Cosa nostra? No.

Salteranno Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, molti altri verranno uccisi e tutti

gli italiani saranno messi a tacere.

***

«Sono quasi le sei...» Per affrontare la strage di Capaci devo ripartire di qui, dal

mio intervento del 23 maggio 1997 nel Tribunale di Caltanissetta, trasmesso e

registrato da Radio Radicale. L’arringa che ho ricordato in apertura di questo

libro, pronunciata durante la discussione finale nel processo di primo grado sulla
strage di Capaci. In quel mio intervento lamento subito l’assenza di indagini sul

precedente attentato dell’Addaura, quasi che il giudice Falcone, ucciso nel 1992,

non fosse lo stesso che doveva saltare nel 1989. Ho davanti a me le carte che

allora avevo presentato per sollecitare ulteriori approfondimenti. A lungo le

avevo scrutate cercando tracce di rapporti celati, inesistenti però nel suo ufficio

romano, che appariva ripulito.

Commento la trascrizione della testimonianza del giudice Charles Rose sulle

ultime presenze di Giovanni Falcone negli Stati Uniti. Nel 1993 anche io ero

volato a New York per incontrarlo. Gli avevo anche strappato una strana

dichiarazione; Rose disse infatti «di essere venuto a Palermo per l’indagine USA

sulla strage di Pizzolungo». Eseguita da chi? Con quali finalità? Con quali

risultati? Nessuno ne ha mai parlato.

Rose viene interrogato nel novembre del 1993 da tre magistrati della Procura

di Caltanissetta: Ilda Boccassini, Fausto Cardella e un certo Antonio Borsellino

(non parente del giudice assassinato). Rivedendo quel verbale noto oggi la

presenza del funzionario di polizia Arnaldo La Barbera, depistatore nel

procedimento sulla strage di via D’Amelio.

Come ho anticipato, solo ora mi accorgo anche dell’affermazione del giudice

Rose secondo cui l’ultima pratica trattata da lui con Falcone avrebbe riguardato

l’estradizione di un terrorista arabo che sarebbe stato arrestato in Italia il giorno

prima dell’inizio dell’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein. Ovvero subito

dopo che a Tunisi, ultima roccaforte dell’OLP, i suoi più fedeli capi e alleati

dell’Italia, Salah Khalaf, alias Abu Ayad, e Abu al-Hol, erano stati massacrati dal

gruppo di Abu Nidal o forse dallo stesso Mossad.


All’uccisione di questi due capi dell’OLP e ai loro accordi del passato con

l’Italia conduce proprio quell’arabo estradato da Giovanni Falcone: Khalid

Duhham al-Jawary. Spunta nell’interrogatorio di Rose a rammentare che, nel

momento in cui Falcone si accinge a lasciare il ruolo di magistrato inquirente in

Sicilia, non esiste solo la nostra mafia, ma è in gioco il governo della guerra in

Medio Oriente, in Europa, in Africa, nel Mediterraneo (Ip. 35).

Al crollo del Muro di Berlino alcuni Paesi a nord dell’Italia tentano di attuare

un modello di nuovo ordine europeo incentrato sulla Germania. Gli Stati Uniti,

invece, cercano di espandersi attraverso la NATO e di sganciarsi dalle

autorizzazioni dell’ONU. Iniziano anche a ricevere generosi sostegni finanziari

attraverso una miriade di organismi internazionali. Ne menziono alcuni che

meritano di essere seguiti nelle loro attività: il Programma di cooperazione Rose-

Roth con centro operativo a Ginevra, diretto ad attuare «il controllo democratico

delle forze armate»; 1 l’USAID, cioè l’Agenzia statunitense per lo sviluppo

internazionale; il Centro per il controllo democratico delle forze armate di

Ginevra (DCAF, ente che opera d’intesa con la NATO ma in particolare con il

governo svizzero, con la Norvegia, con la Danimarca e con lo stesso Parlamento

del Lussemburgo); il National Endowment for Democracy (NED), dietro cui

compaiono la CIA, George Soros e gli apparati finanziari e bancari influenti

come i Rothschild e i De Picciotto; nonché una vecchia conoscenza dell’Italia, la

United States Information Agency (USIS), la cui istituzione rimonta addirittura

al presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower, nel 1953, nata con scopi di

propaganda e assai attiva nei primi anni Novanta.

Nella sostanza parrebbe che, mentre in passato le forniture illecite di


armamenti transitavano, in base a direttive militari, attraverso «banche», ora le

cose andrebbero al contrario: le oligarchie bancarie tendono ad assumere

iniziative per manovrare forniture militari. Nel frattempo, comunque, continuano

a comparire delle vecchie conoscenze, come il siriano Monzer al-Kassar, che tra

il 1991 e il 1992 appare intento a vendere armi russe (dalla solita Polonia) alla

Croazia, alla Bosnia e poi anche alla Somalia, tramite la libanese-svizzera

Private Bank Audi, dietro la quale parrebbero operare alcuni già noti centri

bancari arabi, e anche il greco Konstantinos Dafermos.

È dunque in questo generale contesto che nel gennaio del 1991 avvengono

l’attacco degli Stati Uniti contro l’Iraq e l’arresto di Al-Jawary. Mentre la guerra

in Iraq riempie le pagine dei giornali, il secondo avvenimento passa in sordina.

Non riesco infatti a trovare, in fonti italiane, notizie su questa novità, che mi incuriosisce. Solo dopo
molto tempo individuo quel nome in fonti inglesi e

americane che ne indicano l’avvenuto arresto a Roma subito dopo il massacro di

Tunisi e proprio all’inizio dell’invasione dell’Iraq.

Si direbbe una patata bollente che piomba sull’Italia proprio nel momento in

cui il nostro governo, con il suo presidente Giulio Andreotti, cerca di ridisegnare

per il nostro Paese un ruolo più rilevante nel Mediterraneo. È però anche il

momento in cui sono in corso indagini, da parte di magistrati italiani, sugli

apparati segreti e anche su stretti legami (di mafia, di droga, di riciclaggio) tra Palermo, Milano,
Svizzera, New York, i cartelli colombiani (per la cocaina) e i

tradizionali fornitori arabi (per l’eroina).

Dopo l’arresto dell’arabo a Roma, si nota un frettoloso susseguirsi di vicende.

Il 26 febbraio 1991 Andreotti liquida il capo del SISMI, ovvero l’ammiraglio

Fulvio Martini. Era stato il capo di Gladio contro l’Unione Sovietica, ma anche
l’artefice dell’operazione di Sigonella comandata da Craxi in favore del

palestinese Abu Abbas. Al ministero di Grazia e giustizia il ministro Claudio

Martelli chiama Giovanni Falcone, che, duramente attaccato nella sua attività

professionale a Palermo, accetta di continuare a operare contro la mafia a livello

centrale, da Roma. A marzo si apre il suo periodo al ministero. Per fargli posto il

ministro pare abbia letteralmente «silurato» il dottor Piero Callà, ovvero il

precedente direttore generale degli Affari penali (quello che si era opposto a

Reagan su ordine di Craxi). 2

La prima fonte americana che rinvengo sull’arabo è presente in un

commentario di dottrina intitolato «In re Extradition of Khaled Mohammed El

Jassem». 3 L’articolo contiene commenti USA assai favorevoli alla «sentenza

della Cassazione del presidente Carnevale, che non ha minato il diritto italiano»,

si scrive, «anche se lo ha un po’ sconvolto». Individuo così tutti gli altri anelli della catena: la
sentenza della Corte d’Appello di Roma del maggio 1991; quella

della Corte di Cassazione, del febbraio 1992, che in Italia esprime il parere

favorevole all’estradizione; la sentenza di condanna emessa negli Stati Uniti nel

1993; ulteriori notizie diffuse nel 2009 da WikiLeaks; e infine una recente

intervista rilasciata negli Stati Uniti dall’agente che lo trasportò materialmente

da Roma a New York.

Nella sostanza, Al-Jawary, di origine palestinese-giordana, venne arrestato

mentre probabilmente arrivava proprio da quell’Iraq che veniva attaccato dagli

Stati Uniti, dalla NATO e anche dall’Italia. Infine scopro le notizie più delicate

sul procedimento di estradizione, provenienti dall’allora ambasciatore degli Stati

Uniti in Italia, Peter Secchia, da sempre collaboratore di Bush e Kissinger, amico

di Giovanni Falcone, di giudici, politici e affaristi italiani, fin dagli anni Settanta.
Imprenditore, politico assai potente, ambasciatore degli Stati Uniti in Italia dal

1989 al 1993, Secchia proviene da una famiglia italiana. Emigrato oltreoceano,

già dagli anni Sessanta è un assiduo sostenitore del Partito repubblicano al

seguito del presidente Gerald Ford e poi di George H.W. Bush. È proprio lui a

raccontare, con orgoglio e con un po’ di arroganza, come andarono le cose su

quell’estradizione, in particolare proprio per merito suo. Lo fa in un’intervista

rilasciata nel giugno del 1994 a Charles Stuart Kennedy, richiamata nel già citato

link del dicembre 2015 ( vedi qui). 4

E ammette candidamente che per portarsi via dal nostro Paese quell’arabo si

scomodarono di persona il presidente Bush e tutti i capi delle forze armate e dei

servizi USA, nonché della stessa NATO. Nel processo USA il prosecutor, ovvero

il sostenitore dell’accusa, fu il giudice Rose, il vecchio collega di Giovanni

Falcone. Al-Jawary verrà difeso da un legale ebreo, William Kunstler, già

difensore di italiani in varie vicende e amico di connazionali della nostra sinistra.

Il governo degli Stati Uniti – e quindi Bush – in Italia verrà rappresentato dallo

studio legale Aricò, lo stesso che, a quanto parrebbe, in passato assistette Licio

Gelli e Michele Sindona.

Rileggo le dichiarazioni di Charles Rose e anche quelle del giudice Laurie

Bersella, il secondo magistrato americano presente all’interrogatorio in qualità di

assistente del teste e di «mediatore» ufficiale nella rogatoria. Rose racconta che

la giornalista Maria Cuffaro, che dal 1992 collaborava con Michele Santoro nel

programma Il rosso e il nero, gli telefonò più volte. Gli era stata raccomandata

dal suo caro amico avvocato William Moses «Bill» Kunstler, noto negli Stati

Uniti anche come attivista e poeta per le chiusure in versi dei propri interventi.
Nel 1975 si era già occupato dell’italiana Silvia Baraldini, militante del Black

Panther Party e della Black Liberation Army, accusata nel 1983 dell’omicidio di

un poliziotto e di altri crimini federali. Successivamente difenderà alcuni dei

terroristi che eseguiranno gli attentati a New York del 1993. Rose aggiunge che,

in quegli anni 1991-1992, era stato in contatto con l’onorevole Lucio Manisco,

padre dell’allora marito della giornalista Cuffaro. Lui, stando al giudice Rose, gli

avrebbe fatto arrivare una misteriosa lettera.

Stralcio dell’intervista rilasciata nel 1994 da Peter Secchia, ex ambasciatore statunitense in Italia.
Nella fotografia, che risale al 1991, si vedono, a partire da sinistra, Brent Scowcroft, James Baker,
John Sununu e George Bush senior.

***

Contatto per telefono Maria Cuffaro, che conosco da molto tempo, e le chiedo
conferma di quanto dichiarato da Rose. Mi dice di non ricordare. In ogni caso mi

mette in contatto con l’anziano ex suocero. Gli parlo per telefono e gli rinfresco

la memoria girandogli l’interrogatorio di Rose. Manisco nega di avere mandato

la lettera e mi racconta, invece, dell’interessamento suo e di Giovanni Falcone

per far trasferire la Baraldini dagli Stati Uniti all’Italia. Mi accenna per scritto (il

7 novembre 2016) «ai suoi incontri con il compianto Falcone e ai suoi scambi

polemici con il giudice Rose sulla Baraldini». Ed è proprio lui a fornirmi le

prime notizie sulle motivazioni del viaggio dell’arabo in Italia, scrivendomi:

Arrestato a Fiumicino nel gennaio del 1991 in quanto il suo passaporto giordano risultava falso. Era
in transito dall’Iraq a Tunisi ove doveva presenziare ai funerali dell’amico e sodale Abu Ayad. Pochi
mesi dopo l’arresto è stato affidato ad agenti dell’FBI ed estradato negli USA sotto l’accusa di aver
perpetrato attentati terroristici a New York. Il processo nel Tribunale di Brooklyn ( prosecutor
Charles Rose) si è concluso con una condanna a trent’anni.

Nel 2000 altre indagini hanno rivelato la sua militanza in Hamas. Rilasciato nel febbraio 2009, è
stato estradato in Sudan.

Sulla base di queste nuove indicazioni, adesso, formulo anche un’altra

ipotesi: la possibilità di una trattativa nascosta per lo scambio dell’arabo con la

Baraldini, del tipo di quella che venne prospettata per Aldo Moro durante il suo

sequestro e con identico esito, ovvero l’eliminazione di chi, per l’Italia, si era richiamato a
quell’accordo. E quindi mi domando: Giovanni Falcone venne

messo a conoscenza di ciò che faceva mentre richiedeva il trasferimento della

Baraldini in Italia in concomitanza della richiesta degli Stati Uniti di ottenere

l’estradizione dell’arabo? E venne messo anche a conoscenza del fatto che il

Lodo Moro era stato approvato per proteggere i palestinesi e non per consegnarli

agli americani?

Di fatto verifico che effettivamente Falcone si adoperò per ottenere il

trasferimento della Baraldini, peraltro assai malata, ricevendo – a quanto


apprendo – dallo stesso presidente Bush rassicurazioni circa il trasferimento in

Italia.

Dopo la morte di Falcone a Capaci, però, Bush si rimangiò le decisioni prese

e annullò l’autorizzazione al trasferimento in Italia della Baraldini. 5

Per motivare la mutata condotta del governo degli Stati Uniti vennero addotte

queste argomentazioni: «Se la detenuta fosse stata trasferita in Italia con la

condanna a quarantadue anni di detenzione inflitta negli Stati Uniti, a costei

sarebbero di certo stati concessi sconti di pena non previsti negli USA e

l’opinione pubblica americana sarebbe rimasta allarmata dalla sua liberazione,

non essendosi lei pentita».

Queste argomentazioni non mi convincono. Non sarebbe stato possibile, con

un patto tra Stati Uniti e Italia, condizionare il trasferimento all’effettiva

esecuzione della pena della condannata? E, in ogni caso, Bush e il suo staff non

conoscevano già queste eventualità quando accettarono la richiesta di Giovanni

Falcone e volevano assolutamente ottenere l’arabo?

Scontrandomi con la quasi assurda negazione di qualsiasi informazione

oppostami dal nostro presidente del Consiglio pro tempore (e dei relativi

ministri), cerco, comunque, conferme a quest’ultima mia ipotesi. E ne trovo

nella trattazione orale di un’interpellanza alla Camera discussa proprio da

Manisco. Questi, infatti, al termine del proprio intervento sul rifiuto degli Stati Uniti a rilasciare la
Baraldini, pronunciato il 5 ottobre 1992, pone una sua

conclusiva domanda al ministro di Grazia e giustizia: «Questa risposta negativa

per la Baraldini non ha a che fare con il fatto che Khalid Duhham al-Jawary è

stato trattenuto per oltre un anno?» In effetti si trattò di un anno e quattro mesi.

Non può essere un riscontro dello scambio di Stato effettivamente tentato tra
l’arabo e la Baraldini, espresso da uno dei pochi che erano a conoscenza di

questa segreta vicenda? E pronunciato pubblicamente in Parlamento? In un

luogo, cioè, dove il nome dell’arabo non avrebbe dovuto essere conosciuto da

nessuno? E invece, evidentemente, era noto a livelli istituzionali e ministeriali,

ma risultava «tacitato» dinanzi a tutti.

Non sembra di trovarsi dinanzi a una storia simile a quella che riguardò il

sequestro di Aldo Moro? Anche allora nessuno sottolineò ufficialmente la

rilevanza di quell’accordo di Stato con i palestinesi rivelato da Moro, e finì che

venne ammazzato. E non ricorda pure la pretesa consegna di Abu Abbas a

Sigonella da parte del presidente degli Stati Uniti? Anche in quel caso fu

evidenziata l’arroganza di Reagan per il tentato arresto in Italia, ma non i favori

dell’Italia verso i terroristi attraverso patti di Stato che formalmente non

esistevano né tantomeno erano approvati dagli Stati Uniti.

Questa particolare attività svolta da Giovanni Falcone mi lascia profondi

dubbi. Pare che i magistrati che indagarono sulla sua morte proprio non se ne

siano accorti. Né di Al-Jawary, né di quanto avvenne dopo negli Stati Uniti. E

nemmeno della Baraldini. E ancor meno degli stop imposti al processo Big John,

che pure ci furono, per le indagini in corso sulle implicazioni americane. Anche

perché l’FBI, apparentemente, mostrò di «collaborare» nelle indagini sulla

mafia, sulla strage di Capaci, sulle cupole di Cosa nostra, e pure, all’inizio, su quelle di Mani pulite.
Per poi, però, fare dietrofront e criticare i metodi

d’indagine dei giudici di Mani pulite e non collaborare, per esempio, nelle

indagini sulle attività svolte negli Stati Uniti da Marcinkus; e senza fare indagini

(almeno «note») sulle cupole di Cosa loro né tantomeno sulle ipotizzabili regie

presenti nel loro Paese, che pure erano già emerse.


La Baraldini, in questa vicenda, sembra sia stata trattata, assai tristemente,

come una merce di scambio. E anche quando nel 1999 verrà rilasciata, non

mancheranno voci di un suo baratto con gli americani: questa volta si trattava di

veri assassini americani... nell’incidente del Cermis. Sarà stato vero?

Personalmente ritengo di sì. Ma non posso fornirne una prova. Anche su

quell’argomento esiste il segreto di Stato.

***

Ritorno invece all’aprile del 1991, ovvero a quando il ministro Martelli,

supportato da Giovanni Falcone, si rivolge alla Corte d’Appello di Roma e

chiede il parere (peraltro obbligatorio) sull’estradizione dell’arabo, che gli

americani vorrebbero portare a termine in quattro e quattr’otto. E allora, tra il

pressing di Bush per ottenere Al-Jawary e le immediate minacce di rappresaglie

degli arabi (di cui l’ambasciatore Secchia dà ampia notizia nelle sue

dichiarazioni), avviene a Livorno la collisione del traghetto Moby Prince contro

una petroliera, la AGIP Abruzzo, che evoca l’altro nemico giurato degli Stati Uniti, la Libia, in quel
momento a loro assai invisa, come anche agli inglesi (in

un’epoca di difficili forniture petrolifere, come quando venne approvato il Lodo

Moro e pure al momento del rapimento dello stesso Moro da parte delle BR).

Accenno solo in sintesi a questo avvenimento, in quanto è assai complesso e

non perché lo ritenga poco rilevante nella ricostruzione dei fatti. Anche in questo

caso, infatti, sembrano ricorrere inequivocabili riscontri oggettivi che conducono

a Stay-behind, a Bush, al suo staff. E in questo caso ci sono elementi coincidenti:

provengono, da una parte, dallo stesso processo sul caso del Moby Prince; da un’altra, dall’arabo
arrestato nel gennaio del 1991; e, ancora, dal suo difensore

ebreo. E infine... dall’ex gladiatore di La Spezia (Ip. 36).


La sera del 10 aprile 1991 il traghetto Moby Prince sperona, appena fuori dal

porto di Livorno, la petroliera AGIP Abruzzo. Nei pressi del porto c’è la base USA (non NATO, ma
USA) di Camp Darby, che dal 1951, alla periferia della

città toscana, custodisce gli armamenti americani in Europa e quindi svolge un

ruolo centrale di base e di collegamento per la struttura Stay-behind, o meglio

per la CIA. Stay-behind risulta operativa proprio nella guerra contro Saddam

Hussein e quindi nell’operazione del gennaio 1991. La sera del 10 aprile 1991 è

in effetti l’ultima prima della conclusione della guerra del Golfo. Quindi è anche

l’ultima occasione per operazioni «coperte», ovvero facilmente offuscabili da

nebbie artefatte sul porto e sui radar. In quei giorni rientrano armamenti dall’Iraq

e altri ne ripartono, sempre in segreto, per la prossima guerra nei Balcani, in quel

momento ignota a tutti ma già decisa e avviata dal presidente Bush e dal suo

staff.

Avviene la collisione, appena a sud del porto. Che cosa produce, oltre ai danni

e alla strage? Concentra l’attenzione di tutti su quanto avviene a sud e la distrae

da quanto avviene a nord. Il porto è civile. Ma, nella sua rada, a nord, si trovano

numerose navi «militarizzate» americane (almeno sette, come emerge

abbastanza chiaramente solo nel 1995), sottoposte al controllo del governo degli

Stati Uniti e del tutto sottratte a quello dell’Italia. Effettuano trasbordi di

armamenti con la base militare di Camp Darby, collegata alla rada del porto

tramite il canale dei Navicelli. Le operazioni di trasferimento avvengono con

imbarcazioni più piccole. Transitano per il canale passando sotto un ponte

levatoio (di nome Calambrone) che ne regola il passaggio (e l’annotazione). In

questi giorni – anche il giorno 10 aprile e la sera stessa (lo afferma nel primo processo, in
dibattimento, il capitano della finanza Cesare Gentile) – avvengono
operazioni di trasbordo di armamenti almeno da una delle navi americane, la

Cape Flattery. Le sette navi americane sono la Margareth Lee, la Cape Breton, la Cape Flattery, la
Cape Syros, la Cape Farewell, la Gallant II e la Edfim Junior. Tutte, in quei giorni, operano
nell’ombra più totale, allo stesso modo in

cui avviene la cattura e la estradizione di Al-Jawary: nessuno le vede. Eppure

risultano tutte, quantomeno negli atti e nei registri del «Navigatore di porto»

(ufficio della capitaneria che controlla quotidianamente le presenze di

imbarcazioni nel porto); allo stesso modo in cui esistono gli atti dell’arabo,

anche se nessuno pare vederli. Di quelle navi, ripeto, nessuno (prefetto, organi di

polizia giudiziaria, magistrati) si accorge. Come per l’arabo Al-Jawary. Nelle

successive operazioni militari all’estero ci sarà anche la partecipazione italiana,

diretta dal comandante della brigata paracadutisti Folgore, il generale Franco

Monticone, che poi comparirà in un inutile e quasi ridicolo tentativo di golpe.

I primi nuovi Paesi di destinazione di questi armamenti (nel 1991) sono la

Croazia e la Slovenia, un altro sarà la Somalia. Le forniture avvengono tramite i

soliti intermediari che conosciamo: da una parte (quella americana,

verosimilmente nel quadro Gladio-Centro Scorpione) Monzer al-Kassar.

Dall’altra (quella russa), quel Konstantinos Dafermos che, dal 1986, opera con la

Skorpion S.A. In questi traffici, dalla parte del territorio italiano (in Veneto),

emergono anche personaggi legati alla mafia (quella «del Brenta»), al regime

jugoslavo, ai nostri vecchi servizi, a Livorno, alla nave October II della

SHIFCO, presente nel porto la sera della collisione, e, quindi, ai traffici

mascherati attraverso gli aiuti della cooperazione, attuati sotto l’ombrello USA,

fino ad allora (e forse anche dopo) iperattivo.

La Procura di Livorno, nella sua ultima inchiesta (riaperta su istanza


presentata da me nel 2006, in difesa di alcune parti offese), archivia tutto nel

2010 in pochissime righe, nelle quali afferma che non sarebbe provata

l’operazione militare di quella notte, annullando, senza le garanzie del

contraddittorio, quanto era emerso nelle testimonianze assunte nel dibattimento

avvenuto nell’immediatezza dei fatti e nel corretto dibattito tra le parti. E

dichiarando soprattutto per la ragione di diritto che il reato prospettato di

«attentato alla Costituzione», a mio parere ravvisabile nell’abdicazione al

principio di sovranità del nostro Paese sul porto civile di Livorno, per la sua

indiscutibile cessione agli Stati Uniti, non sarebbe avvenuto con la «forza».

Requisito discriminante, quest’ultimo, che è stato imposto solo a partire dal 2006

da un nostro legislatore che, in quel momento disattento rispetto a questi riflessi

indiretti, appariva più intento a risolvere altri problemi di sovranità (di

indipendentismo politico, di cui si occupava la magistratura veneta).

In ogni caso, al di là delle responsabilità penali, soggettive, che oggi sono

ardue da accertare giudizialmente, non mi pare difficile individuare chi diresse

quelle operazioni militari.

Verifico che la nave Gallant II appartiene a un armatore (Nikolaos Frangos)

che poi riceverà anche un’onorificenza del Congresso statunitense nel 1997,

motivata dal fatto che «durante la guerra del Golfo assistette gli Stati Uniti

trasportando indispensabili forniture alle nostre truppe in Medio Oriente». Ed

emerge un legame stretto tra questa famiglia Frangos e il solito banchiere

Edmond Safra che compare nella banca TDB presente nell’inchiesta di Trento e

poi nel caso Big John. Della nave Margareth Lee appuro l’appartenenza alla

famiglia Lykes, latifondisti della Florida che fecero parte di quel gruppo
Permindex non estraneo all’omicidio del presidente John F. Kennedy. E il suo

assassino, l’ebreo Lee Harvey Oswald, a sua volta venne ucciso, due giorni dopo

il fatto, da Jack Ruby. Quest’ultimo fu difeso da quell’avvocato William M.

Kunstler già difensore della Baraldini, poi di Al-Jawary e infine dei terroristi

integralisti arabi del 1993.

Sul riferimento alla mafia e a Stay-behind oggi compare un documento,

questa volta di provenienza dell’ex gladiatore di La Spezia, ovvero,

verosimilmente, degli apparati USA in Italia. L’atto porta la data dell’11 aprile

1991, giorno successivo alla collisione livornese, e proviene dal solito Comando

SIOS Marina di Roma. Risulta indirizzato al Centro Scorpione di Trapani

(ancora non del tutto morto). Si legge testualmente:

Confermasi operativa S/B 4/91 Magister notte [...] circa ore 23.55 area [...] urbe. Stop.

Esclusione aree portuali e aeroportuali Stop EST confermata presenza «BRUCO» coord. ext.

STOP Le operazioni verranno estese in area Viale MARCHESE VILLA BIANCA STOP.

Inviasi c/o v/o Centro «S» chimico [...] artificiere nostro Centro G.O.S. STOP. Confermare e

distruggere. STOP. F.to Il Capitano (SIOS) [firma illeggibile].

Viene «confermato» un invio già programmato di un «chimico artificiere» dei

servizi a Palermo. Dove ? Tra le case di Falcone e Borsellino. Un anno esatto prima che entrambi
saltino in aria nel 1992. Può essere considerato un

documento casuale, irrilevante o, comunque, da ignorare? Quando poi è noto che

lo stesso comando Comsubin invia subito nel porto di Livorno sommergibili da

La Spezia per perlustrare e forse ripulire i fondali sottostanti alla petroliera e forse impedirne
l’esatta localizzazione, e quindi la reale dinamica della

collisione?

Mi soffermo su questo documento. L’area di Palermo indicata per


l’operazione «Magister» è quella di «viale Marchese di Villabianca», che si trova

circa a metà strada tra l’abitazione di Giovanni Falcone (in via Notarbartolo) e

quella della madre di Paolo Borsellino (via D’Amelio, più vicina). Il messaggio

appare un preavviso o un’esercitazione del tipo di quelle operate da Stay-behind

prima del sequestro Moro. Il nome in codice «Bruco» potrebbe, intuitivamente,

richiamare alla mente quello di Bruno Contrada, già presente nei mormorii sulla

sua correità dopo l’attentato dell’Addaura.

Se, però, si considerano le varie operazioni militari coperte in corso in quel

momento (l’arresto dell’arabo proveniente dall’Iraq, i trasbordi di armamenti da

quello stesso Paese, la collisione del Moby Prince contro una petroliera

dell’AGIP), quel documento potrebbe anche rivelarsi un messaggio diretto a

sollecitare l’estradizione di Al-Jawary e insieme a minacciare l’Italia (sia per le

sue forniture di petrolio dalla Libia, sia per quelle di armi verso la Somalia, che

avvenivano con la nave October II della SHIFCO, a sua volta presente nel porto)

di un atto stragista di tipo mafioso (e si potrebbe ipotizzare che esso sia poi

avvenuto nel 1992, con le stragi di Capaci e di via D’Amelio). E, insieme, non

potrebbe contenere anche un’insinuazione espressa, dall’interno dei servizi, per

screditare Bruno Contrada, forse diffusa proprio allo scopo di toglierlo di mezzo

o di fargli pervenire un messaggio mafioso?

Nel mese successivo viene pronunciata dalla Corte d’Appello di Roma la

prima sentenza, favorevole, sulla domanda di estradizione. Emessa il 16 maggio,

è stata depositata il 21. Però viene impugnata dall’arabo.

Subito dopo, a giugno, dal 6 al 9, si riunisce il comitato del Club Bilderberg a

Baden-Baden in Germania. Là il potente petroliere e banchiere statunitense


David Rockefeller, portavoce del potere dell’ebraismo negli Stati Uniti, dichiara

che «il mondo è pronto per raggiungere un governo mondiale. La sovranità

sovranazionale di una élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente

preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati». Da

Evian, in Francia, echeggia un annuncio quasi identico da parte di Henry

Kissinger: «Si rinuncia volentieri ai propri diritti in cambio della garanzia del

proprio benessere assicurata dal governo mondiale. Una vera economia globale

richiederà [...] un compromesso sulle sovranità nazionali. Non si può evadere il

sistema».

Ricordo che è in agosto che Giovanni Falcone visita Baraldini nel

supercarcere di Marianna in Florida e riceve rassicurazioni in merito al suo

trasferimento in Italia dal presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush.

A questo punto interviene un imprevisto acceleratore negli avvenimenti.

Forse a determinarlo è stata la rivelazione imprudente o involontaria di un

ufficio doganale degli Stati Uniti, interpellato dagli investigatori italiani sul caso

Big John, i funzionari di polizia Alessandro Pansa e Gianni De Gennaro del

nostro SCO (Servizio centrale operativo). Costoro identificano a Milano il

riciclatore (indicato da Joe Cuffaro): si chiama Giuseppe Lottusi e viene

arrestato il 15 ottobre 1991. Era già emerso il nome del suo complice nel

riciclaggio dalla Svizzera agli Stati Uniti, Giancarlo Formichi Moglia.

Che cosa era successo? Il precedente 9 ottobre l’ufficio doganale del governo

statunitense aveva indirizzato (su richiesta del nostro SCO) alle autorità

investigative italiane un Memorandum, con l’oggetto «FBI Operazione DEAD

FISH...», sulle attività svolte da Formichi Moglia. Vi venivano descritte alcune


operazioni di versamenti provenienti dalla Svizzera a una società statunitense di

nome «GRUTMAN, MILLER, GREENSPAN & HENDLER» (e varie

combinazioni e grafie di questi cognomi), con sede al 505 Park Avenue di New

York. L’attività da costoro dichiarata sarebbe dovuta essere l’estrazione dell’oro,

ma le operazioni reali risultano invece essere versamenti in banconote di piccolo

taglio sulla Chase Manhattan Bank (la famosa banca di David Rockefeller) e

sulla First Los Angeles Bank (ovvero la filiale americana del San Paolo di

Torino). L’importo totale di queste operazioni ammonta a 1.672.164 dollari, una

media di 278.000 dollari per ognuna delle sei operazioni individuate (Ip. 37).

Questo Memorandum risulta inviato per conoscenza al dottor Gianni De

Gennaro e verrà allegato nel successivo procedimento di estradizione promosso

dall’Italia (tramite il ministero di Grazia e giustizia) contro Giancarlo Formichi

Moglia ( vedi qui).

Chi sono questi quattro americani dai cognomi palesemente ebraici? Norman

Grutman è un notissimo avvocato di New York. Jay J. Miller, a sua volta

avvocato, svolge, come giudice di grado elevato, attività di controllo sulla

trasparenza della Borsa di Wall Street. Samuel Greenspoon (erroneamente

trascritto Greenspan nel Memorandum) è un altro avvocato molto conosciuto, il

cui cognome rimanda a una famiglia ebrea immigrata negli Stati Uniti negli anni

Venti del secolo scorso, sotto la protezione della celebre famiglia Rothschild.

L’avvocato Lewis Handler è vicino alla famiglia italoamericana Cuomo, il cui

ultimo rampollo, Andrew Cuomo, dal 2011 è governatore dello Stato di New

York, come lo era stato il padre, Mario Matthew Cuomo, dal 1983 al 1994.

Questi quattro importanti avvocati, però, pur comparendo in una ricostruzione


di operazioni di pagamento di droga (avvenute attraverso riciclaggi operati da

Giancarlo Formichi Moglia tra banche svizzere e di New York) da parte di Cosa

nostra ai cartelli di Medellín, poi spariscono dalle successive indagini, anche se

in teoria negli accertamenti sui narcotraffici (così come avviene per ogni attività

illecita svolta a livello internazionale) la ricostruzione dei passaggi del denaro,

dagli acquirenti ai venditori, «dovrebbe» avvenire come regola e come prassi.

Nel momento in cui Lottusi viene arrestato, Giancarlo Formichi Moglia – che

fa per professione immersioni e riprese subacquee – si trova in Australia.

Poco dopo, il seguente 10 novembre, a Roma, George Bush senior parlerà con

l’intero suo staff militare e l’ambasciatore Peter Secchia dell’arabo Al-Jawary,

già da troppo tempo in Italia in evidente contrasto con i progetti USA (e forse

anche con l’approssimarsi delle successive elezioni presidenziali).

Ed ecco l’antefatto. Nel 1973 vennero trovate a New York tre bombe nascoste

in auto noleggiate. Erano preparate per esplodere in coincidenza con l’arrivo del

primo ministro israeliano Golda Meir. Le vetture erano parcheggiate nei pressi di

due banche israeliane e nel terminal cargo El Al dell’aeroporto internazionale

John F. Kennedy. Gli esplosivi non detonarono e le impronte digitali condussero

gli investigatori a Khalid Duhham al-Jawary, già noto come falsario di passaporti

affiliato a Settembre nero. Ci vollero diciotto anni per trovarne le tracce e farlo

arrestare a Roma. Poi gli Stati Uniti ebbero bisogno dell’approvazione dell’Italia

per estradarlo.
Intestazione e destinatari del Memorandum trasmesso dall’ufficio doganale del governo degli Stati
Uniti sulle operazioni finanziarie che vedono coinvolti Giancarlo Formichi Moglia e la società
Grutman, Miller, Greenspan & Hendler.
Stralci del Memorandum dove si indica la società Grutman, Miller, Greenspan & Hendler come
destinataria del versamento di 1.672.164 dollari.

Per capire come andarono le cose riprendo il racconto fatto da Peter Secchia

nell’intervista rilasciata a C.S. Kennedy che ho ricordato a p. 184. Durante il suo

mandato in Italia l’ambasciatore Secchia non ha mai accennato a tale episodio.

Ricordo quando [il presidente George H.W.] Bush venne al vertice NATO a Roma nel

novembre 1991. Stavamo tornando all’aeroporto e l’ultima cosa che mi disse prima di salire

sul suo nuovo 747... anzi, no, ero sul suo elicottero, il Marine One, con lui, [il capo di gabinetto della
Casa Bianca John H.] Sununu, [il consigliere della Sicurezza nazionale degli

Stati Uniti Brent] Scowcroft e [il segretario di Stato James] Baker [...] e tutti e quattro mi dissero:
«Peter, prendi Al-Jawary». Lo dissero in modi diversi, come «Hai un compito importante, devi
catturare questo tipo».
[Quando] lo abbiamo arrestato aveva, credo, nove pacchetti di documenti di identità diversi. Gli
italiani nel frattempo erano stati minacciati dai terroristi arabi. Se ce lo avessero dato, due
ambasciatori italiani in Nord Africa sarebbero stati «curati». Gli italiani a quel tempo erano sempre
disponibili ad aiutarci, ma non sarebbero andati molto lontano se il loro

popolo fosse stato minacciato. Questo è stato un problema difficile per noi. Abbiamo cercato

di lavorare su tutti i tipi di accordo. Avremmo dovuto trasportare Al-Jawary in un Paese terzo,
amico, per il processo? Avremmo dovuto rapirlo? Avremmo potuto appostare ufficiali

statunitensi per arrestarlo in un aeroporto internazionale? Abbiamo ipotizzato tutti gli scenari.

Non pensavamo che gli italiani ce lo avrebbero consegnato. C’erano cinque persone titolate a

prendere la decisione nel loro Consiglio e noi per fare questo lavoro avevamo bisogno di tre

voti. Il Presidente della Repubblica, il ministro degli Esteri, il ministro della Giustizia, e il primo
ministro, che è il presidente del Consiglio [...] abbiamo iniziato a lavorarceli, uno per uno. [...] Gli
italiani prendevano tempo. Passò un anno e mezzo.

Infine, un giorno, durante la guerra del Golfo, quando la maggior parte delle

organizzazioni terroristiche era stata neutralizzata e Saddam Hussein, che ne aveva finanziate diverse,
era in ginocchio, arrivò per gli italiani il momento giusto per fare una mossa e l’hanno fatta. Ci hanno
consegnato Al-Jawary. Così abbiamo potuto portarlo velocemente fuori da Roma e metterlo su un
aereo. Non ne abbiamo mai fatto cenno. Non abbiamo mai reso pubblica la cosa perché c’erano
ancora minacce di ritorsioni . Abbiamo fatto tutto silenziosamente. Lui è stato portato negli USA e
interrogato.

[...] Il segnale trasmesso da quell’azione, dall’estradizione di Al-Jawary, avrebbe potuto essere


l’inizio della fine per i terroristi arabi. Hanno imparato che, anche dopo diciassette anni, un’impronta
digitale impressa su una valigia in un’auto a New York ci ha permesso di

prenderlo. Così quello è stato uno spartiacque. È stato un momento interessante ma un segnale

molto importante [...] Così il caso Al-Jawary non è mai andato sulla stampa, ma lui è qui ed è poi
stato interrogato e stiamo apprendendo molto.

Vi furono, quindi, sollecitazioni e (indebite) pressioni sulle massime autorità

dell’Italia, mentre queste erano oggetto di contrapposte minacce arabe di

rappresaglie terroristiche.

Frattanto altre guerre iniziano anche nella vicina Jugoslavia. Che ora risulta

rifornita di armi tramite il solito Monzer al-Kassar (questa volta direttamente,


con Abu Bassam, il palestinese ex affiliato di Settembre nero). Avviene con

triangolazioni che transitano apparentemente dallo Yemen, come già si era

scoperto nell’inchiesta di Trento. Nel 1992 Monzer al-Kassar verrà anche

arrestato in Spagna con l’accusa di avere fornito, nel 1985, le armi ai terroristi palestinesi e ad Abu
Abbas nel dirottamento dell’ Achille Lauro. Ma sarà

rilasciato, perché i testimoni non andranno al processo. Abu Bassam, di

passaggio a Ginevra nel 1994, verrà interrogato da funzionari svizzeri e anche

lui ne uscirà senza conseguenze dopo avere spiegato che... si trattava di forniture

ufficiali governative.

***

Nel dicembre del 1991 – come poi racconteranno vari collaboratori di giustizia

in Italia – viene decisa la strategia di Cosa nostra: un piano stragista che prevede

l’assassinio dei suoi nemici storici, i giudici Falcone e Borsellino, oltre che dei

traditori e/o inaffidabili, primo fra tutti l’onorevole Salvo Lima.

Se rimaniamo aderenti ai documenti, in realtà, basandoci sul Memorandum

dell’ottobre 1991, la decisione di Cosa nostra di attaccare lo Stato (destinata

prevedibilmente a ritorcersi contro di lei) avviene dopo la comparsa, nel

Memorandum, dei nomi dei personaggi USA. E, quindi, dopo che ormai si è

fatta ipotizzabile la convenienza, per quel Paese, di tagliare tutti i «ponti» che, dall’Italia e dal suo
passato, avrebbero potuto condurre a esso. Di quali «ponti»

parlo? Certo di quelli rappresentati da Cosa nostra. Ma forse pure di quegli altri

(bancari, finanziari nonché politici) che in passato avevano avuto contatti con la

centrale operativa negli Stati Uniti: la nostra Prima Repubblica.

Il Golpe, fase 2. 17 febbraio-23 maggio 1992: la strage di Capaci (Ip.

38)
Frattanto l’attacco dell’Italia contro Cosa nostra si palesa in modo sempre più

evidente: il maxiprocesso contro i mafiosi (anch’esso istruito in origine da

Giovanni Falcone) viene assegnato alla prima sezione della Corte di Cassazione,

presieduta dal giudice Arnaldo Valente e non da Corrado Carnevale. Nella

sentenza emessa il 30 gennaio 1992 vengono confermate le condanne inflitte dai

giudici di merito. È la prima sconfitta vera e definitiva inflitta dallo Stato alla mafia.

Il 17 febbraio 1992 a Milano inizia l’operazione Mani pulite con l’arresto di

Mario Chiesa, su cui da mesi indagavano i magistrati di Milano. Queste indagini

condurranno alla fine del sistema politico della Prima Repubblica.

A Roma, in quello stesso giorno, la Corte di Cassazione penale pronuncia la

sentenza con cui si afferma la fondatezza della domanda di estradizione richiesta

dal governo USA per l’arabo Al-Jawary. Questa volta è Corrado Carnevale a

presiedere la prima sezione della Cassazione. Ma nel collegio è presente anche

Arnaldo Valente, che ha presieduto qualche giorno prima il collegio della

Cassazione contro Cosa nostra. Ne ricaviamo, quantomeno, l’esistenza di una

prova oggettiva di «conoscenza» di entrambi i processi, e dei due sottostanti

fenomeni criminali: contro la mafia e contro il terrorismo arabo. Si tratta di

quelle entità, che, sotto la Prima Repubblica, operavano congiuntamente nei

traffici di droga, in quelli di terrorismo nonché in oscure vicende in cui non

erano mancate «presenze» dei servizi segreti, americani e italiani.

Il giorno seguente, il 18 febbraio, si aggiunge un altro provvedimento: viene

emesso dal Tribunale di Palermo che ordina la cattura del «riciclatore» in

Svizzera nel processo Big John, ovvero di colui che costituiva (insieme a

Lottusi, che però opera dall’Italia) l’anello di congiunzione (dalla Svizzera verso
gli Stati Uniti) tra Cosa nostra (e Mani pulite), la Svizzera, la centrale di New York e i cartelli
colombiani della droga. Quel Giancarlo Formichi Moglia che nel

momento dell’arresto di Lottusi si trovava in Australia.

Il mandato di cattura, poiché andrà eseguito all’estero, viene trasmesso al

ministero di Grazia e giustizia, alla Direzione generale Affari penali. Il direttore

è Giovanni Falcone, tra l’altro l’unico magistrato che conosce quel procedimento

e la retrostante attività investigativa. Risulta emesso dai giudici di Palermo il 18

febbraio 1992. Viene diramato all’estero su provvedimento della Direzione

generale degli Affari penali del ministero. Ovvero di Giovanni Falcone.

Moglia, di conseguenza, viene subito arrestato in Australia. Lo raggiunge il

suo difensore, l’avvocato Francesco Musotto di Palermo. Ma la richiesta di

estradizione verrà respinta perché non conforme alle convenzioni tra Italia e

Australia, che non consentono estradizioni «per scopi d’indagine», ovvero con le

finalità formulate e allora inoltrate dall’Italia a quel Paese.

***

Per conoscere invece le motivazioni della Cassazione sull’estradizione di Al-

Jawary si dovrà attendere il 24 marzo 1992. La Corte d’Appello di Roma, per

accogliere la domanda, aveva escluso la natura «politica» degli atti compiuti da

Al-Jawary. La Cassazione non condividerà questa motivazione, ma riterrà

comunque fondata la domanda proposta sulla base di un affidavit presentato

dalla difesa del governo USA, ovvero dall’avvocato Giovanni Aricò,

verosimilmente lo stesso avvocato che poi difenderà il giudice Carnevale nei

processi in cui questi rimarrà implicato (Ip. 39). 6

Parrebbe anche che lui stesso (o il suo studio) in passato avesse difeso Licio

Gelli e Michele Sindona, usando un singolare mezzo di prova tipico del diritto
anglosassone. «Alla fine del 1976», ricorda Piero Messina, 7 «quando vennero

fatti alcuni tentativi di evitare che Sindona venisse estradato in Italia dagli Stati

Uniti, parte ‘l’operazione affidavit’, ovvero dichiarazioni giurate in suo favore.

Protagonista principale, a quei tempi, è il presidente di sezione della Corte di

Cassazione Carmelo Spagnuolo che risulterà anche iscritto alla loggia P2.»

L’ affidavit, negli ordinamenti di Common law, è una dichiarazione scritta resa da una persona e
confermata da un giuramento. Non ricorre molto nella nostra

pratica. Con gli Stati Uniti nel 1992 lo si è usato per valutare la dichiarazione giurata dell’agente
speciale dell’FBI Michael Finnegan (quello che poi

trasporterà Al-Jawary negli Stati Uniti). L’ affidavit prodotto dal governo

statunitense «contiene», si dice nella sentenza, «l’attestazione del risultato di un

esperimento sugli ipotetici effetti dell’ordigno realizzato venti anni prima da Al-

Jawary» [ ... ] e che nel 1973 non funzionò, «ma che», sostiene la dichiarazione giurata, «se avesse
funzionato, avrebbe potuto fare tanti morti».

Questo affidavit, ammesso come nuova prova in Cassazione, presenta – così è

scritto nella sentenza – la data del 6 dicembre 1991, ovvero una data successiva

a quella della sentenza impugnata (del precedente maggio) e anche alle

«sollecitazioni» ultime del governo USA (che arrivarono a ottobre). Gli

americani, cioè, stranamente sembrano conoscere in anticipo che la domanda di

estradizione sarebbe stata ritenuta infondata e «creano», nel dicembre del 1991,

una prova nuova. Dove, come e in presenza di chi ciò sia avvenuto, non lo so ,

per il semplice motivo che non è scritto nella sentenza. Di certo c’è che gli

americani hanno fatto «un esperimento» e che lo hanno tradotto in questo

affidavit, che viene poi ritenuto prova decisiva il 17 febbraio 1992. Non esprimo

commenti su eventuali analoghe possibilità di prova in processi a carico di

italiani e di comuni cittadini.


Nei commenti giuridici americani 8 si legge che la sentenza avrebbe

«permesso ai giudici italiani di discostarsi dal tradizionale approccio [...]

progettato per preservare la ideologia fascista e la definizione all’epoca fascista

di reati politici, e che si dimostra incompatibile [...] alla luce delle maggiori

attività terroristiche». Chiacchiere.

Nemmeno mi è noto in quale misura e con quali reali iniziative Giovanni

Falcone possa essere entrato in questa vicenda: alla mia domanda di rilascio di

copia dei relativi atti (proposta nell’interesse della parte offesa Rosaria Costa,

presentata nel maggio del 2017) non ho ricevuto alcuna risposta.

Dalla sentenza emessa poi negli Stati Uniti a carico dell’arabo nel febbraio

del 1993 si apprende che «il detenuto chiede che gli vengano riconosciuti 451

giorni di pena per il tempo trascorso in prigione tra il 16 gennaio 1991, quando è

stato arrestato in Italia, e il 12 aprile del 1992», data in cui l’arabo vola negli Stati Uniti. Nella
sentenza della nostra Cassazione è invece scritto che «è stato

arrestato il 18 gennaio 1991». Due giorni di differenza. Piccole discordanze?

Irrilevanti? Non saprei dire. L’inosservanza di alcuni termini, in particolare nella

carcerazione preventiva – lo ha sempre insegnato proprio la Suprema Cassazione

– produce annullamenti e scarcerazioni. Senza vedere i relativi fascicoli (quello

italiano e quello americano) non posso dire chi avesse ragione. Di certo uno

aveva ragione; l’altro no.

Mi chiedo anche come sia stato possibile che in Italia Al-Jawary non abbia

subito un solo giorno di carcere per reati commessi nel nostro Paese, per

esempio la ricettazione dei documenti falsi («nove pacchetti», dice Secchia) di

cui era in possesso. E come non sia nota l’esistenza di indagini su eventuali

fiancheggiatori di altri terroristi, allora anche formali nemici bellici, come in


quel momento accadeva con l’Iraq per l’Italia. E, ancora, come sia stato

possibile che all’arabo in questione (ovvero a un noto terrorista già arrestato per

trasporto di esplosivo Semtex) sia stata concessa la sospensione condizionale

della pena, quando già si sapeva che sarebbe rimasto in galera (e castigato con

una pena esemplare: ben trent’anni di reclusione) per atti di terrorismo.

Nel mio diario L’attentato, poi pubblicato nel gennaio del 1993, con

riferimento alle mie attività svolte a Palermo quale presidente del

Coordinamento antimafia del movimento La Rete, avevo annotato: «Vengo

contattato a Palermo da persone che mi parlano, confidenzialmente, di alcune

cose delicatissime, di oggi. Non so che fare. Devo verificare tante cose. Non so a

chi rivolgermi. Come tanti anni fa, non ho più punti di riferimento. E non sono

più un giudice». 9 Nel 1996, all’epoca della pubblicazione del mio successivo

volume Il quarto livello, scrivo qualcosa in più:

Giovanni Falcone, nel 1991, prima di lasciare Palermo per i suoi incarichi ministeriali a Roma,
svolse indagini su un ultimo processo riguardante rapporti tra mafiosi, società svizzere (in
particolare di Chiasso) e istituti bancari elvetici, nodi di smistamento di narcodollari. Il processo
noto come Big John. Nel 1992 anche l’ultimo fascicolo passato per le mani di Giovanni Falcone al
ministero, per una rogatoria all’estero, era siglato Big John. Dopo la morte di Falcone, un imputato di
quel processo, legato al ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, fu in contatto dalla Svizzera
con il giudice Borsellino, poco prima che questi

saltasse in aria a Palermo: forse intendeva «parlare»... Poi non parlò più! 10

Da allora trascorrono oltre quindici anni. Un giorno del 2012, sul mio profilo

Facebook (che frequento pochissimo) un ignoto interlocutore chiede di parlarmi.

Non rispondo. Passa molto tempo. Una sera mi perviene un messaggio più

esplicito: «[...] dopo la morte di Falcone, un imputato di quel processo, legato al

ruolo centrale del riciclaggio del denaro sporco, [...] forse intendeva parlare [...].

Poi non parlò più». Intuisco così chi sia il misterioso nuovo contatto. E non mi
sbaglio.

Incontro Giancarlo Formichi Moglia nel mio appartamento a Roma, una

specie di bunker tra vecchie mura romane in cui l’assenza di segnale mi protegge

nella riservatezza tra i più antichi mobili, quadri e cimeli storici di famiglia.

Moglia mi confida che, a seguito delle minacce che gli trasmise in carcere, in

Australia, il suo difensore, l’avvocato Musotto, non ha mai parlato in quel

processo e nemmeno ha mai raccontato ad altri di quei soldi che gli era stato

chiesto di riciclare dalla Svizzera. In uno sfogo, la mia nuova fonte rievoca, tra

innumerevoli particolari, quella storia nascosta che avrebbe potuto modificare lo

svolgimento dei fatti, se fosse emersa allora. Ma non emerse, perché lui non

parlò e soprattutto perché, su quelle carte dell’ottobre 1991, non indagò mai

nessuno.

«Innanzitutto vorrei sapere da lei», gli chiedo, «se suppone che Giovanni

Falcone, dal ministero di Grazia e giustizia, si occupò direttamente di lei.»

«Quando arrestarono Lottusi», mi spiega Moglia, «mio fratello a Ginevra

lesse i giornali e mi informò inviandomi via fax i vari articoli in Australia. Gli

risposi a mia volta con un fax che diceva ‘Io ho lavorato per il SISMI dieci anni

e conoscono chi sono e non capisco che cosa vogliano da me...’ Poi sono stato

arrestato in Australia. Immagino che quel fax (sequestrato) arrivò di certo alla

Procura di Palermo e quindi a chi in passato aveva indagato su quel processo,

ovvero a Falcone, che era l’unico a conoscere il caso Big John... Certo non posso

sapere chi abbia portato il fax a Falcone al ministero.»

«Ma dove portano le sue conoscenze più importanti?»

«Al vertice, negli Stati Uniti. A chi non è mai stato toccato. A Jay Miller, il
giudice della Borsa di New York. Lui era preposto al controllo della legalità e

trasparenza delle operazioni alla Borsa di Wall Street. A lui pervenivano i soldi

mandati da me dalla Svizzera, provenienti dall’Italia. E non solo dalla mafia,

anche dalle tangenti su cui poi indagarono i giudici di Tangentopoli, anche su

Pacini Battaglia, sulla Karfinco Bank, la cosiddetta (da Di Pietro) ‘Banca di

Dio’. Lui, Miller, sulla valuta che gli trasmettevo eseguiva operazioni di cambio

attraverso società tramite le quali perveniva al pagamento, direttamente nelle

rispettive valute, ai colombiani e venezuelani, ai quattro cartelli della cocaina

[...]. Il suo nome non è uscito da nessuna parte perché [...] non poteva uscire: era

protetto negli Stati Uniti e anche in Svizzera... In effetti uscì sul Memorandum

che le ho consegnato e che è citato nei miei procedimenti di estradizione, ma [...]

non venne perseguito né lui né gli altri della società che lì compare. [...] A me,

dal mio difensore, l’avvocato Francesco Musotto, fu detto di non parlare

altrimenti sarei stato ammazzato. E di rimanere in Australia.»

«Quali banche sono implicate in questo giro?» gli chiedo.

«La Trade & Development Bank. La capitale mondiale del sistema bancario

sefardita. Edmond Safra, la famiglia Dana, Victor e Terry, la Republic National

Bank, il Credit d’Alsace et Lorraine del Lussemburgo, direttore mister Vogt.»

«Per caso, anche la Banca del Gottardo?»

«Sì, ma non lo sa nessuno. Non è mai uscita questa banca. Lo ha capito solo

lei... Il responsabile era tale Berresti, per operazioni superiori a

duecentocinquantamila dollari in contanti. La Banca del Gottardo presentava il

vantaggio, rispetto alle banche elvetiche, di avere una sua sede alle Bahamas.

Avveniva un immediato trasferimento di fondi. A Chiasso c’era la sede italiana.


Famosa all’epoca di Gelli e Calvi, a sua volta era collegata all’Istituto San Paolo,

e cioè al Vaticano, allo IOR, con il San Paolo a Roma. Negli Stati Uniti il San

Paolo aveva la sua filiale estera che si chiamava First Los Angeles Bank. I soldi

che mandavo lì erano, come per gli altri, in favore del conto ‘Alcantara’ di New

York, controllato da Jay Miller. Anche per Marcinkus abbiamo Vaticano, IOR,

San Paolo. Dal Vaticano continuiamo la rete con il San Paolo, la sede a Roma e

la sede a Los Angeles che si chiamava, come ho detto, First Los Angeles Bank,

oggi chiusa. Tutti i soldi che arrivavano a New York e quelli che ho ricevuto a

Los Angeles passavano dalla First Los Angeles Bank e finivano a New York sul

conto Alcantara [...]. A New York io avevo anche un altro ufficio dove parte di

quei soldi venivano depositati presso il capo della sicurezza della Borsa di New

York, che li faceva cambiare ai colombiani di San Antonio del Táchira, che li

acquistavano e li cambiavano in pesos. Un intreccio pazzesco.»

Moglia mi sta offrendo informazioni e conferme preziose. Le mie ipotesi si

rafforzano, intravedo nuovi collegamenti.

Lo incalzo: «Mi parli ancora di questo Miller. Su quali banche inviava il

denaro con il riferimento Alcantara?»

«Tutti avevano il ‘riferimento Alcantara’, sulla First Los Angeles Bank, sulla

Chase Manhattan Bank, sulla Merrill Lynch. I soldi finivano, attraverso questi

canali, nello stocking exchange ovvero nella Borsa dei cambi di New York

attraverso il controllo del giudice superiore del nono circuito, questo Jay Miller.

E da questi venivano acquistati da società venezuelane, cambiati e ulteriormente

rivenduti in Colombia per avere i pesos. I soldi confluivano a New York con

cambi finanziari intricatissimi... Il triangolo era questo: la radice era la


Colombia. Qui c’erano i quattro cartelli: Cúcuta, Bucaramanga, Medellín e Cali.

All’interno della Borsa di New York ci sono dei personaggi che curano queste

operazioni. Io ho conosciuto personalmente Jay Miller, perché era amico di

Victor Dana ed entrambi erano direttamente conosciuti dall’allora mia moglie,

Clarissa Meditash, che era agente del Mossad. Una volta ho assistito

personalmente alla consegna a Miller di un milione di dollari nel suo ufficio a

quell’indirizzo: portatigli, in mia presenza, dai colombiani in scatole di cartone e

da lui ricevuti in prima persona. Miliardi di operazioni simili confluiscono nel

trading del denaro di alta potenzialità nella Borsa di Wall Street. Nessuno se ne

accorge perché appare tutto regolare. Al governo, poi, all’interno, qualcuno

invece lo sa: un gioco di scatole cinesi.»

«Il canale che porta all’Italia?»

«Questo triangolo parte così: mi dicono ‘guarda che ci sono dei soldi in

Italia’. Io telefono a Lottusi il quale dice chi li porta. Lo fanno nei camion della

frutta, in contanti, a Milano, in piazza Santa Maria Beltrade. Da qui vanno a

finire in pacchi postali alla TDB. Il direttore della banca mi dice che li trattiene

ventiquattr’ore per farci quello che vuole. Lui lo sa che vengono dalla droga.

Dopo di che me li mandano a New York, riferimento ‘Alcantara’. A Los Angeles

ricevono i soldi e vanno a finire a New York, riferimento ‘Alcantara’. A New

York c’è l’avvocato Jay Miller, nono circuito della Corte superiore.»

«Come si passa dagli operatori della banca a Safra?»

«Ma la banca era dei Safra!»

«Lei quando ha iniziato?»

«Nel 1986, quando è stato aperto il conto. Attraverso mia moglie Clarissa,
che era amica di Safra, di Victor Dana e di Miller negli USA. Il suo ex marito

aveva da anni conti correnti alla Trade Development Bank. Lei venne indagata

ma poi prosciolta.»

«Lei era già a conoscenza del rapporto con Safra?»

«Mio fratello aveva sposato Lucia Rechulski, figlia del miliardario ebreo

russo che viveva a Ginevra. Safra in Brasile operava con la sua banca, la Safra

Bank. Rechulski a San Paolo aveva costituito la prima compagnia aerea Panair.

Ed era socio della compagnia aerea nazionale colombiana Avianca. Julio Mario

Santo Domingo, l’uomo più ricco della Colombia, è il marito della sorella della

moglie, Lucia Rechulski, di mio fratello Adriano. Erano tutti azionisti

dell’Avianca. Tutti quanti erano ebrei. Io so questo. Anche io sono ebreo.»

«A lei è stata tappata la bocca?» chiedo ancora in conclusione del nostro

incontro.

«Mi ha detto il mio avvocato Musotto: non dire una parola altrimenti ti

ammazza la mafia italiana o quella colombiana; la difesa dobbiamo

inventarcela... Lui mi ha venduto.»

Francesco Musotto, avvocato, ex presidente della Provincia di Palermo, il

fratello Cesare e altre tre persone verranno rinviati a giudizio per associazione

mafiosa – Musotto per collaborazione «esterna» –, perché avrebbero favorito la

latitanza del boss Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, dopo le varie accuse

di partecipazione alle stragi e altri fatti di associazione mafiosa. Francesco

Musotto verrà poi assolto e cesserà di svolgere l’attività professionale di

avvocato.

I fatti raccontatimi da Giancarlo Formichi Moglia non sono mai emersi, da


allora a oggi.

In quel marzo del 1992, quando Giancarlo Formichi Moglia viene prima

arrestato e poi scarcerato, Elio Ciolini, vecchio piduista e depistatore in nostri

vecchi processi (come quello sulla strage di Bologna), dal carcere in cui è

detenuto, fornisce strane e precise «premonizioni» sulla strategia stragista

all’allora giudice istruttore del Tribunale di Bologna, Leonardo Grassi: «Una

nuova strategia della tensione in Italia – periodo: marzo-luglio 1992 –, del tipo di

quella posta in essere quindici anni prima».

A che cosa intendeva riferirsi Ciolini citando, da piduista e massone qual era,

la strategia della tensione di quindici anni prima?

Alludeva forse ai commerci di armi e petrolio avvenuti appena prima del

sequestro di Aldo Moro, alle accuse rivoltegli dagli americani per le questioni

dello scandalo Lockheed, ma anche per i suoi rapporti di favore con Gheddafi? E

poi anche alla sua uccisione?

Ciolini si rivolge al giudice Grassi il 4 marzo. Pochi giorni dopo, il 12,

avviene l’omicidio del politico Salvo Lima, a Mondello.

I collaboratori di giustizia Francesco Onorato e Giovanbattista Ferrante

confesseranno il delitto e verranno condannati a tredici anni come esecutori

materiali dell’agguato. Gli altri a pene maggiori. Ma questa conclusione lascia

anche qualche perplessità. I testimoni sembrano non aver notato la presenza di

Onorato, un omone la cui stazza non sarebbe dovuta passare inosservata. Come

mai?

Frattanto – come si viene a conoscere dalle dichiarazioni di Peter Secchia –

proseguono le minacce arabe contro l’Italia, anche perché ormai questa è in


procinto di consegnare Al-Jawary agli Stati Uniti. E anche fuori dall’Italia gli

altri Paesi mostrano di temere ritorsioni e atti terroristici. L’agente Finnegan

(quello che nel processo giura con l’ affidavit) in una sua recente intervista racconterà come «nessun
altro Paese alleato accettò di consentire al nostro aereo

di atterrare per fare un carico di carburante, che dovette avvenire in volo». 11 Per

quali aerei, mi domando, è possibile il rifornimento in volo, a parte quelli

presidenziali e, forse, quelli dei direttori dei servizi segreti?

Il 23 maggio, poco dopo le 18.00, la notizia dell’attentato mi raggiunge

mentre mi trovo all’aeroporto di Roma, in attesa di ripartire per Trento. Viene

fatto il nome di Giovanni Falcone. Poi arriva qualche smentita. Infine le ultime

notizie e una stretta nel cuore. Come sono prevedibili gli eventi! È possibile che

lo sentiamo solo noi? È possibile che chi è preposto alla nostra protezione non lo

preveda? Non faccia alcunché? Non avvisi gli interessati del pericolo che

corrono?

Si avvicina un giornalista della televisione di Palermo. «Facciamo

un’intervista?» mi chiede. «No», rispondo. Vado all’accettazione per cambiare

l’aereo. Il posto c’è. Apprendo altri particolari: è una strage. Non me la sento di

andare, di vedere altri corpi dilaniati. Troppe immagini sono dentro di me. Torno

a Trento.

Oggi mi chiedo se, dopo la strage di Capaci, i nostri investigatori siano stati

informati delle rappresaglie arabe raccontate da Secchia. E come mai vennero

ignorate e non esaminate dalla magistratura. Il giorno dei funerali «si tiene a

Roma», è Secchia a raccontarlo in un’intervista dell’epoca, «nell’ufficio

dell’allora ministro di Grazia e giustizia Claudio Martelli, un vertice tra l’FBI e i

responsabili delle forze dell’ordine italiane. Il vertice servì a mettere a punto


quei problemi di coordinamento tra le varie forze di polizia italiana e l’FBI che

erano venuti fuori subito dopo la strage di Capaci». 12 Esistono verbali e

resoconti di queste azioni congiunte o separate dell’FBI svolte in Italia?

Personalmente sono convinto che Giovanni Falcone non sia stato mai

informato del Lodo Moro né tantomeno degli «inconvenienti» che in passato

hanno di fatto subito coloro che ne invocarono l’applicazione. Non credo

nemmeno che possa avere saputo di preciso che cosa ci fosse in New York, 505

Park Avenue. Altri, però, negli Stati Uniti (e forse anche in Italia) certo ebbero

l’opportunità di conoscere di che cosa si trattasse, dati i nomi che risultano in un

atto processuale ufficiale destinato all’Italia.

E la scorta di Giovanni Falcone venne informata delle ripetute minacce arabe

contro l’estradizione da lui curata? Anche in questo caso credo di no. Me lo ha

indirettamente confermato recentemente l’agente sopravvissuto Giuseppe

Costanza, che avrebbe dovuto guidare l’auto al posto di Falcone. Eppure, per

esempio a Pizzolungo, gli agenti della mia scorta evitarono danni maggiori

proprio perché, essendo al corrente delle minacce, indossavano sempre giubbotti

e casco dalla testa a tutto l’addome, anche il giorno dell’attentato.

Ho chiesto a Giuseppe Costanza anche quale fosse lo stato d’animo del

giudice Falcone nell’ultimo suo viaggio dall’aeroporto di Palermo, se apparisse

preoccupato o allarmato da minacce di attentati, se lui stesso e gli altri della

scorta fossero stati allertati in qualche modo particolare. Lo ha escluso.

***

E quali prove, comunque, esistono sulla reale provenienza «araba» di quelle

minacce? E sulla loro consistenza? Furono messe per scritto? Furono verbali? A
chi pervennero? Quali indagini vennero svolte, e da chi? Anche alla luce del

fatto che nel successivo attentato in via D’Amelio venne usato il Semtex, ovvero

lo stesso esplosivo usato dai palestinesi e che risultava essere stato trasportato in

passato proprio dall’arabo, Al-Jawary, estradato da Giovanni Falcone?

L’estradizione avvenne così, racconta Peter Secchia: «Quando la maggior

parte delle organizzazioni terroristiche era stata neutralizzata e Saddam Hussein,

che ne aveva finanziate diverse, era in ginocchio, arrivò per gli italiani il

momento giusto per fare una mossa e l’hanno fatta». Quali organizzazioni

terroristiche erano state neutralizzate? Ciò che restava dei palestinesi uccisi nella

notte tra il 14 e il 15 gennaio 1991? Ovvero, dell’OLP? Oppure Hamas, che era

viva e vegeta e della quale faceva parte – come si saprà solo in seguito per sua

espressa confessione – proprio Al-Jawary?

Come anche un secondo importante arabo che venne, anche questo, arrestato

in Italia, nel dicembre del 1991, precisamente a Roma, di nome Hussein Hassan

Khalid Thamer Birawi, allora militante del Consiglio rivoluzionario di Abu

Nidal... Questi, però, venne liberato subito, dopo una settimana, anche se, da

pubbliche notizie di stampa, parrebbe fosse stato già accusato dell’attentato del

1982 alla sinagoga di Roma; come anche di avere introdotto nel febbraio del

1985 in Germania altro esplosivo Semtex; anche se era stato già estradato e

detenuto in Italia nel 1987 per altri fatti terroristici. Quest’ulteriore arabo viene

arrestato il 21 dicembre 1991 a Roma mentre sono noti – si apprende da notizie

ANSA e da quotidiani italiani – suoi contatti a Parigi con le nuove Brigate rosse

e il solito Abu Nidal. Rimase imputato nel procedimento Moro quater, insieme

ai nuovi brigatisti degli anni Novanta, fino ai primi anni Duemila. Ma, in quel
momento, alla fine del 1991, venne scarcerato dalla magistratura di Roma pochi

giorni dopo l’arresto.

***

Con la morte di Giovanni Falcone salta comunque l’accordo che questi aveva

concluso con Bush per trasferire in Italia Silvia Baraldini. Non è allora

ipotizzabile che, dall’ottobre del 1991 (ovvero dall’epoca del Memorandum) e,

ancor di più, dal 18 febbraio 1992 (quando era stata richiesta l’estradizione di

Giancarlo Formichi Moglia, respinta dall’Australia il seguente 20 marzo), nelle

mire del nostro Paese possa essere entrato in gioco un altro possibile scambio di

Al-Jawary: ovvero, questa volta, con l’indagato Giancarlo Formichi Moglia,

personaggio che forse poteva apparire anche più utile alle inchieste italiane

allora in corso nonché a conoscenza di affari dei nostri servizi segreti, con cui aveva lavorato per
dieci anni. Naturalmente questo eventuale scambio sarebbe

potuto avvenire solo nell’ipotesi che lui fosse stato arrestato dagli Stati Uniti. Ma

precisamente questo si verificherà poco dopo e non in modo del tutto lineare.

Nell’ottobre del 1992 Giancarlo Formichi Moglia partirà da Sydney e arriverà ad

Auckland, in Nuova Zelanda (membro fedele del vecchio Impero britannico),

con l’intenzione di raggiungere poi le isole Figi dove lo attende la sua

imbarcazione. Giunto ad Auckand, la polizia in borghese di quel Paese (da chi

richiesta e sollecitata?) dopo averlo fermato, lo carica di peso sul primo aereo di

lì in partenza, che non è per le isole Figi (come lui sperava), bensì per Honolulu

(capitale delle Hawaii, cinquantesimo componente degli Stati Uniti d’America).

E lì verrà subito arrestato... e rimarrà a disposizione dell’Italia. E il relativo seguito di questo


procedimento (di estradizione dagli Stati Uniti, al pari di quello

avvenuto in Italia contro Al-Jawary) non avverrà con un metodo proprio


«corretto», bensì con altri metodi più spicci, più all’americana che all’italiana.

Il 4 maggio 2017 ho richiesto al presidente pro tempore del Consiglio dei

ministri (e agli altri ministri competenti), copia dei seguenti atti:

1. quelli già esaminati e visionati nel vecchio fascicolo dei giornalisti Toni-De

Palo, rif. Bustany – Abu Ayad e Abu al-Hol, uccisi il 14 gennaio 1991 a

Tunisi, e cioè quelli relativi al Lodo Moro;

2. tutti quelli relativi all’estradizione di Al-Jawary;

3. quelli contenenti le minacce di provenienza araba riferite dall’ambasciatore

Secchia;

4. quelli del ministero di Grazia e giustizia e del ministero degli Esteri relativi

al trasferimento in Italia di Silvia Baraldini, negli anni 1991-1992;

5. quelli relativi alla richiesta di estradizione di Abu Abbas nel 1985 (forse

riguardante anche – come asserito da Peter Secchia – Abu Nidal) e

un’attestazione dell’eventuale visione di tale fascicolo da parte di Giovanni

Falcone.

A queste domande mi ha risposto solo il ministero degli Esteri, negando

l’esistenza della lettera scritta dal senatore Manisco al giudice americano di Al-

Jawary, dichiarata in un esame testimoniale, sotto la responsabilità derivante da

eventuali dichiarazioni di falso, dai due magistrati Rose e Bersella, che avevano

sotto i propri occhi il fascicolo processuale relativo all’estradizione dall’Italia di

Al-Jawary.

Per tutto il resto, ancora attendo risposte da parte delle nostre massime

autorità, che nel frattempo sono anche mutate.

La verità, secondo il parere di tutte le autorità preposte all’esame di tale


domanda, può attendere.

Il Golpe, fase 4. 19 luglio 1992: via D’Amelio e la chiave occulta (Ip.

40)

È il 23 luglio 1992. Mi trovo nella stanza di un hotel, a Trento. Squilla il mio telefonino. «Sono
Antonella.» «Ciao», le rispondo. È una giornalista. L’avevo

conosciuta a Catania, qualche mese prima, in occasione di un dibattito con

Claudio Fava. Minutina, biondissima, occhi celesti, brillanti e vivi, come i suoi

ventidue anni. Lavorava a Milano presso un’emittente privata.

Con voce tremante questa volta mi dice: «Avevi qualche idea per quello che è

accaduto...?»

«Perché... che cos’è accaduto?» rispondo allarmato. Non so niente. Ma ogni

notizia mi fa sobbalzare.

Riprende: «Scusami... Non volevo essere io a dirtelo... non voglio essere io».

«Che cos’è successo?» le urlo.

«Borsellino... a Palermo... anche lui... un’altra strage ... »

«No... non è... non è.. . » Mi viene meno la voce.

«Scusami... scusami... Carlo.» Non parlo più. Antonella mette giù.

Piango. Lo stomaco mi si contrae. Mi ritorna alla mente il suo sguardo degli

ultimi giorni, nelle poche immagini trasmesse dalla televisione: occhi di morte.

Mi ritorna alla mente il suo sguardo rattristato quando, il giorno dell’attentato a

Trapani, era venuto a trovarmi in ospedale insieme con il collega Di Lello.

«Carlo...» «Paolo...» E i nostri occhi erano lucidi, senza il coraggio di dirci una

parola. E insieme piangevamo stringendoci l’un l’altro le mani... Chissà con

quali occhi, solo cinquantasette giorni prima, aveva visto morirgli tra le braccia

Giovanni!
E ripenso anche a Giovanni e alle indagini sulla droga dal Libano, dalla Siria,

dai palestinesi... di lì provenienti, e anche ai primi depistaggi nella mia inchiesta,

a quelli provenienti da Arnaldo La Barbera sin dal 1980, alla sua «incombenza»
dietro l’attentato dell’Addaura, alla sua presenza dietro i depistaggi nel processo

di via D’Amelio (su Scarantino), alla sua presenza dietro l’interrogatorio di

Rose, alla sua attività svolta per il SISDE. No, non è stato, penso, un solo

casuale depistaggio quello sull’uccisione di Paolo Borsellino. Era in gioco ben

altro che lui proteggeva dal passato.

Quanti anni sono passati da quando ci eravamo conosciuti. Eravamo giovani!

Falcone aveva scoperto le raffinerie di Trabia e Carini; io, i fornitori della

morfina. Lui si trovava a Trento a interrogare i miei imputati il giorno in cui si

sfasciò la mia famiglia. Io almeno dieci volte scesi a Palermo per interrogare

miei e suoi imputati. Ogni volta era un turbinio di parole, di storie, di nomi.

In uno dei nostri ultimi incontri, nel 1991, in occasione di un convegno svolto

presso il Consiglio regionale del Lazio, mi suggerì di cercare i collegamenti tra

le banche emerse nell’inchiesta di Trento e la Banca di Girgenti di Agrigento.

«Cerca lì», mi disse.

Sarà Paolo Borsellino a indagare sulle attività illecite svolte in quei luoghi,

poco prima di essere ammazzato. Lo apprendo più in particolare quando, nel

dicembre del 2016, incontro suo fratello Salvatore e leggo la copia cartacea

dell’unica agenda rinvenuta (non quella «rossa», più nota). Nelle descrizioni che

gli mostro dei luoghi del primo attentato dell’Addaura lui riconosce la villetta

usata da Giovanni Falcone nel 1989. E anche la strada indicata per il «chimico»

a Palermo l’11 aprile 1991. Riconosce i luoghi, incredibilmente vicini a via

D’Amelio e non distanti dall’abitazione di Falcone.

Tutto fa pensare che l’uccisione di entrambi fosse stata già decisa insieme,

anche perché colgo un particolare punto di contatto tra le attività svolte da loro
in quelle attività investigative da Borsellino all’inizio di luglio tra Agrigento e la

Germania. In quel momento lui, infatti, si sposta a Mannheim per alcuni

accertamenti che riguardano l’uccisione di Rosario Livatino e anche

dell’ufficiale dei carabinieri Giuliano Guazzelli (assassinato anche lui in quel

contesto, il 4 aprile 1992). Dal 7 al 10 luglio 1992 nella città tedesca lo

accompagnano il tenente Carmelo Canale e il sostituto procuratore Teresa

Principato, per interrogare Gioacchino Schembri, un mafioso di Agrigento,

catturato in Germania e sospettato di essere uno dei killer di Rosario Livatino

(Ip. 41).

Lì però Borsellino si imbatte in un rilevante depistaggio: viene sviato nei

confronti degli assassini del maresciallo Giuliano Guazzelli. Schembri gli

racconta falsità che condurranno a condanne errate, mentre copriranno «altro».

Che cosa? Un killer, un suo mandante del tutto speciale, Calogero Todaro,

destinato da Riina a svolgere una sua attività poco nota, forse perché... non

riguarda cose di Sicilia o d’Italia, ma cose estere, che paiono essere attuate in favore della CIA, di
Stay-behind, di Gladio. Calogero Todaro, e altri agrigentini

tra cui Domenico (Mimmo) Castellino, risulteranno infatti collegati ai traffici di

armi e all’omicidio del politico socialista belga André Cools, che era stato ucciso

a Liegi il 18 luglio 1991 dopo aver minacciato rivelazioni sulla NATO riguardo a

forniture militari a Saddam e su quei signori della guerra che avevano diretto

l’invasione dell’Iraq inaugurata il 14 gennaio 1991 con l’uccisione a Tunisi dei

capi dell’OLP (Abu Ayad e Abu al-Hol) e con l’arresto a Roma, il seguente 16

gennaio, di quell’arabo alias Al-Iraqi, su cui si trovò costretto a operare Falcone

appena chiamato al ministero. Come è possibile pensare, mi domando, che

nemmeno a Borsellino, legato a lui da amicizia fin da giovani e sino alla morte,
Falcone avesse rivelato la propria attività sull’arabo, gli sviluppi delle indagini

sulla Big John, i suoi sospetti sulle «menti raffinatissime»? Non riesco a

crederci.

Lo stesso Peter Secchia, quando parla dell’occasione «colta» dall’Italia per

l’estradizione di Al-Jawary, fa esplicito riferimento a un «momento opportuno»

scelto dall’Italia per effettuarla, perché, in quel periodo, ovvero nell’aprile del

1992, «la maggior parte delle organizzazioni terroristiche era stata neutralizzata

[il corsivo è mio, N.d.A. ] e Saddam Hussein, che ne aveva finanziate diverse, era

in ginocchio». Attraverso questa dichiarazione Secchia conferma perciò

l’esistenza di un collegamento preciso tra l’estradizione di quell’arabo (curata da

Falcone), le forniture di armi all’Iraq e gli accertamenti (oscurati e depistanti)

allora svolti da Borsellino a Mannheim, dove avrebbe dovuto recarsi il giorno

dopo il suo assassinio. A Tunisi, invece, era presente (e probabilmente esiste

ancora) quella «chiave occulta» di rapporti tra il mondo arabo, Cosa nostra, la

Gran Bretagna, gli Stati Uniti e persino nostri noti politici. Lì, allora, in ogni caso risultarono
assoldati i killer (per l’appunto «tunisini») che uccisero André

Cools (negli articoli di cronaca internazionale vennero ventilate implicazioni di

Gladio, della CIA e del Mossad), che aveva annunciato di essere entrato in

possesso delle prove sulla corruzione belga, canadese e americana nel settore

degli

armamenti,

all’interno

dell’industria

delle

armi
inglesi

dell’amministrazione Bush.

Ancora oggi tali vicende non solo non sono state chiarite, ma anzi si sono

arricchite di ulteriori omicidi e di suicidi eccellenti a esse collegati. Dei nove imputati che si
presenteranno al processo Cools nel gennaio del 2004, due

verranno assolti e sei condannati a vent’anni di carcere. Tra questi figurano il suo

ex assistente, Richard Taxquet, l’autista Pino Di Mauro, Cosimo Solazzo,

Domenico Castellino: tutti personaggi di Agrigento, con collegamenti – si

racconta – con la mafia italiana, con centri bancari, con la pedofilia

internazionale, con i Cavalieri di Malta e con l’Opus Dei.

Definisco questo caso e questa «chiave occulta» un vero e proprio persistente

«buco nero d’Europa», ancora avvolto nelle nebbie e non solo in quelle dello

stragismo dell’Italia, ma anche di quello della nuova Europa. È in questa «chiave

occulta» che colloco i patti segreti (con gli arabi, ma anche con gli israeliani) come anche i
collegamenti massonici (anche quelli con la Chiesa, anzi, in

particolare, della massoneria nella Chiesa, da Marcinkus alle varie «scatole»

attraverso cui essa operò all’estero dal remoto passato).

Questi collegamenti richiamano direttamente l’altra importante attività che lo

stesso Borsellino svolge nel medesimo periodo: i suoi colloqui con il

collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, che gli parla di Paul Marcinkus,

presidente della banca vaticana IOR fino al 1989, ovvero quell’importante

personaggio del Vaticano che non solo è collegato ai vecchi fatti di Sicilia

dall’epoca di Sindona, Calvi, Gelli, ma che risulta ancora connesso ai personaggi

svizzeri e statunitensi del caso Big John, come ho spiegato. Senza che anche i
giudici di Milano riescano mai a ottenere dal Vaticano proficue cooperazioni

nelle indagini, tantomeno dagli Stati Uniti.

Da queste catene di rapporti internazionali risulta in sostanza confermata

l’importanza dei flussi finanziari provenienti dalla Sicilia, convergenti verso

l’alto (ovvero la loro utilizzazione all’estero) e cioè nella direzione di quel Vito

Ciancimino che risulterà essere stato, in passato, al vertice dei flussi finanziari della Sicilia e dei
tesori esteri di Cosa nostra.

Da quel luglio del 1992 proprio «don Vito» – a questo punto va accennato,

ma sottolineandolo – risulterà implicato nelle cosiddette trattative Stato-mafia (di

cui di certo venne a conoscenza lo stesso Borsellino). Tali trattative, però, nella

lettura da me ipotizzata (intrisa di presenze occulte ed estere), non contenevano

forse solo le note richieste di benefici vari per i detenuti. Quei contatti, infatti, rappresentavano di
per sé pesanti minacce di rivelazioni riguardo a quella

superiore entità o regia esterna che, in quel momento, appariva sul punto di

essere scoperchiata. Poi le intimidazioni inflitte con la strage di via D’Amelio,

gli altri mirati ammazzamenti e le stragi d’Italia del 1993, quasi magicamente,

produssero la tacitazione della Prima Repubblica. In particolare oscurando del

tutto l’altra componente – occulta e diretta da massoneria e oligarchie – che pure

si era manifestata in Europa addirittura prima del crollo del Muro di Berlino, con

la realizzazione del nuovo museo del Louvre e con i suoi incombenti sottostanti

rapporti e richiami ad antiche simbologie di potere.

Questo mi appare forse il più rilevante punto ancora non sufficientemente

approfondito nella complessiva lettura degli eventi «mafiosi» avvenuti in Sicilia

nel 1992 e di quelli stragisti avvenuti nell’Italia del 1993: il fatto che accanto alle

stragi di Capaci e via D’Amelio – o meglio nel cono d’ombra dei loro riflettori –
avviene anche qualcos’altro di assai rilevante per il nostro Paese: l’approdo dello

yacht Britannia sulle sue coste. E, con tale sbarco – come vedremo nel prossimo

capitolo – non scende in campo solo la regina Elisabetta II, che viaggia a bordo

dell’imbarcazione reale, ma anche quei sovrani poteri segreti della massoneria (a

iniziare da quella inglese) a cui non di rado ci siamo trovati sottoposti.

1.

Cfr.

http://www.fondazionedegasperi.org/2016/06/23/92-seminario-rose-roth-tra-lassemblea-

parlamentare-nato-ed-il-consiglio-ucraino/

2. Cfr. Sarzana, C., Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Le cose non dette e quelle non fatte,
Castelvecchi, Roma 2017, pp. 117-118. Nota Sarzana: «Il presidente Callà non solo non era
dimissionario ma era vivo e vegeto al momento della defenestrazione. Fu proprio una mattina
nell’apprendere dalla radio di essere stato strappato brutalmente dal suo incarico, che ebbe il primo
malore, inizio di una patologia irreversibile che determinò qualche tempo dopo, purtroppo, il suo
decesso».

3. Russo, S.F., «In re Extradition of Khaled Mohammed El Jassem: The Demise of the Political
Offense Provision in U.S.-Italian Relations», in Fordham International Law Journal, 16(4), 1992,
pp. 1253-1321.

4. «The Diplomacy of Extraditing an Alleged Terrorist», 23 dicembre 2015,


https://adst.org/2015/12/the-diplomacy-of-extraditing-an-alleged-terrorist/

5. Cfr. Mancinelli, E., Il caso Baraldini, Datanews, Roma 1995.

6. Cfr. Scottoni, F., «Il giudice Carnevale evita le manette», la Repubblica.it, 27 marzo 1994;
Bongiovanni, G., «Corrado Carnevale: se un giudice è bugiardo», la Repubblica.it, 12 dicembre
2015.

7. Messina, P., Onorate società. Mafia e massoneria, dallo sbarco alleato al crimine globale, cento
anni di trame oscure, BUR, Milano 2014.

8. Russo, «In re Extradition of Khaled Mohammed El Jassem: The Demise of the Political Offense
Provision in U.S.-Italian Relations», cit.

9. Palermo, C., L’attentato, Publiprint, Trento 1993.

10. Palermo, C., Il quarto livello, Editori Riuniti, Roma 1996.


11.

Cfr.

«Trail

of

Terrorist»,

Point

Park

University,

https://www.pointpark.edu/About/AdminDepts/MarketingandCommunications/ThePoint/media/News/T

ePoint/ThePOINT_Spring_09.pdf

12. «Falcone: Secchia racconta il vertice al ministero», archivio ADN Agenzia, 22 maggio 1993.

12

La piramide rovesciata, la rete bancaria e l’approdo del Britannia

(Indagine 2016-2017)

I Rosa-Croce e la P 2 (Ip. 42)

Menti raffinatissime, apparati segreti, Stay-behind, Gladio, Centro Scorpione,

operazioni di guerra contro popolazioni arabe e formazioni terroristiche, ma

anche contro la nuova Europa e l’Italia, rappresaglie come negli anni Settanta,

messaggi criptici espressi da massime autorità non solo del nostro Paese,

operazioni coperte, stragi, sabotaggi, nomi in codice, imperatori romani,

messaggi occulti! Non siamo forse in presenza di manifestazioni massoniche

«diverse» rispetto alla consueta (ma nemmeno del tutto nota) loggia P2 scoperta

nel 1981? Questo dubbio mi sorge in seguito alla constatazione che le ultime
manifestazioni stragiste si trovavano preannunciate nelle «XI Tavole» del 1984,

alla fine delle quali veniva indicata l’esistenza già allora di un pericoloso nuovo

« réseau narcoterroristico» (Ip. 24).

Quel documento, come ho subito compreso, è stato scritto da Stefano

Giovannone, un ex appartenente ai nostri servizi segreti, ma anche e forse

soprattutto un reale «massone». Viene definito «Maestro» dal suo stesso

superiore, l’ammiraglio Fulvio Martini, 1 il quale non risultava piduista ma era

stato a capo del nostro servizio di difesa militare dal 1984 sino al febbraio del 1991. È proprio
questi che rivela, dopo la cessazione della propria carriera (che

lui giudica «ingrata»), il proprio nome in codice di allora, «Ulisse», come anche

quello di colui che asserisce essere stato il suo principale collaboratore, ossia

proprio Stefano Giovannone: «il Maestro», il massone.

Trovo questi due nomi in codice leggendo gli atti del 1980 – rimasti segreti

per trent’anni –, che ho la possibilità di esaminare sperando nella riapertura del

processo Toni-De Palo. Li esamino una prima volta, dopo l’incontro del

settembre 2015 con la loro famiglia. Constato che durante quella operazione

(ovvero nel periodo successivo alla sparizione dei due giornalisti a Beirut), nei

messaggi solo ora leggibili, compaiono sia Giovannone (di cui era già nota la

partecipazione alla vicenda, dato che era stato proprio lui a eccepire il segreto di

Stato sulla vicenda dei «rapporti tra l’Italia e l’OLP»), con il nome «Maestro»,

sia, con il nome in codice «Ulisse», Fulvio Martini, da molti indicato come il

reale capo di Gladio.

E quest’ultima «presenza» nel caso Toni-De Palo non era assolutamente nota.

In quel periodo lui, peraltro, si sarebbe dovuto trovare a bordo di navi della

marina in tutt’altre operazioni. Risulta presente in tale vicenda anche il prete


palestinese Ibrahim Ayad (della chiesa copta ortodossa di San Michele

Arcangelo, che apparirà attivo nelle aperture del papa ad Arafat), interprete e

accompagnatore dei due giornalisti in Libano. Dopo il sequestro, compaiono

anche monsignor Hilarion Capucci e il nunzio apostolico del papa,

verosimilmente per trattare in segreto il possibile «scambio» dei due giornalisti

con il palestinese Abu Saleh: di qui la presenza di quei documenti (sul trattato

segreto Lodo Moro), gelosamente custoditi e protetti negli atti del processo sui

giornalisti. Tutti rapporti e vicende finiti con l’uccisione dei sequestrati di turno.

A questo punto – ovvero nel 2016, nel momento in cui mi dedico alla

ricostruzione degli anni Novanta –, mi rendo conto che ormai non ci troviamo

più solo dinanzi ai problemi derivanti dal Lodo Moro. Emergono infatti attività

«occulte» di più ampia portata, forse anche antagoniste rispetto alla P2 (come

fanno pensare anche le profetiche anticipazioni di Elio Ciolini) condotte da

autentici e autorevoli «massoni» appartenenti a raggruppamenti di logge (o super

logge), non solo italiane ma anche straniere (in particolare americane, NATO,

ebraiche), come tali abituate a esprimersi attraverso chiavi segrete difficili da

interpretare.

In questa nuova ottica cerco quindi, da questo momento, di sviluppare le mie

ulteriori ricerche ripartendo dalle informazioni contenute nelle «XI Tavole» su

due direttori generali di banche siciliane: Ottavio Salamone, del Banco di Sicilia

(BDS), e Giuseppe Trapani, della Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele per le

province siciliane. In quell’atto del 1984 le due banche venivano infatti indicate

al centro di una nascente rete narcoterroristica, ed entrambe, paradossalmente, a

loro volta, risultano destinate a «saltare» (quasi a essere «mangiate») proprio


negli stessi anni Novanta.

Ricostruiamo alcune date. Ottavio Salamone, direttore generale del BDS,

firma nel 1990 la lettera di dimissioni irrevocabili dopo una presenza nell’istituto

bancario che durava dal 1950. Il suo nome (anticipato nelle «XI Tavole»)

comparirà nel 1993 in una piccola lista di altri nomi assai qualificati: quella dei

componenti del Comitato di consulenza globale e di garanzia per le

privatizzazioni. Ovvero figurerà accanto a Carlo Azeglio Ciampi (di formazione

gesuita, presidente del Consiglio dei ministri dal 28 aprile 1993 al 10 maggio

1994 ma già dal 1979 governatore della Banca d’Italia e presidente dell’Ufficio

italiano dei cambi dopo il crack Sindona), Giuliano Amato (militante storico del

PSI, allora presidente del Consiglio), Mario Draghi (di formazione gesuita, studi

al Massachusetts Institute of Technology, direttore esecutivo della Banca

mondiale e governatore della Banca d’Italia, presidente del Comitato di

consulenza globale e di garanzia per le privatizzazioni). Si tratta dunque di una

catena di rapporti bancari che parte dalla Sicilia degli anni Cinquanta e risulta

poi oggettivamente collegata all’epoca delle stragi degli anni Novanta e ai suoi

successivi sviluppi (ovvero alle privatizzazioni dell’Italia decise nel 1992 e

attuate nel decennio successivo) e, insieme, all’operato delle massime istituzioni

bancarie d’Italia, della nascente nuova Europa e del nuovo mondo.

Sulla base delle anticipazioni «profetiche» che contengono, decido di

riprendere in mano le «XI Tavole» e di approfondirle, questa volta

esaminandone per la prima volta in vita mia gli aspetti «massonici», per me

nuovi, e con un bel salto indietro nel tempo mi avventuro nel difficile tentativo

di decifrarne contenuti, codici e misteri.


«Il potere di Licio Gelli non nasce con la P2», ricordava anche recentemente

la brava scrittrice Stefania Limiti 2 riprendendo una vecchia immagine che già

aveva segnalato la Commissione d’inchiesta sulla loggia di Gelli: la P2 è una

piramide. Tina Anselmi aveva già scritto: «Al vertice sta il Venerabile che però è

anche il vertice inferiore di una sovrapposta ‘piramide rovesciata’ che contiene

tutto ciò che non è mai stato scoperto. Nessuno, però, ha voluto mai assumersi la

responsabilità politica di questa possibile ricerca. Lo stesso Gelli ne offre una

conferma: ‘Mi sembra un’immagine corretta. Io ero il capo della loggia, ma

avevo contatti a livello internazionale’» (Ip. 43). 3

Analizzo meglio le «XI Tavole» e constato che parlano di personaggi iscritti

alla P2 ma anche di numerosi altri non compresi nelle liste ufficiali ritrovate dai

nostri magistrati nel 1981. In tutto vi vengono indicate duecentosessanta

persone, 4 tra italiane e straniere, di cui molte sconosciute o comunque ignorate

nelle indagini italiane e, apparentemente, anche in quelle straniere.

Nella tavola 9 (dedicata alla P2) viene in particolare spiegato il fatto che

questa loggia, da molti anni, sarebbe caduta sotto il controllo di un’altra

associazione segreta: «la società dei Rosa-Croce, con sede a Chicago e

Ginevra»; e che quindi sarebbe stata quest’altra organizzazione segreta a

rappresentare quel superiore «quinto livello» che l’autore dello scritto qualifica

con l’aggettivo «riunificante».

Nelle righe finali della tavola 11, infine, viene scritta l’ultima terribile

profezia: che tra «gli ambienti mafiosi del nisseno e del palermitano e con quel

gruppo Salamone sopra citato [si] sta cercando di creare nelle due principali

banche dell’isola un réseau narcoterroristico invero minaccioso».


E Giovannone (colui che ritengo autore di questo scritto) parla qui proprio di

quell’Ottavio Salamone del Banco di Sicilia che poi sarà presente nel Comitato

sulle privatizzazioni formato, dieci anni dopo, nel 1993, con Ciampi, Amato e

Draghi. Non solo. Addirittura solamente nel marzo del 2018 risulta condannato

(in via definitiva, dalla Cassazione) un noto componente del suo collegio

sindacale dell’altra famosa banca di Sicilia di cui si parla nelle stesse «XI

Tavole»: l’antica Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele. Si tratta dell’avvocato

Gianni Lapis, in passato condannato per il tesoro all’estero di Vito Ciancimino e

ora – ripeto, solo ora, nel 2018 – condannato in via definitiva per illeciti relativi

all’antichissima Cassa di risparmio fondata dai Savoia.

Comunque, di fronte alle affermazioni presenti nelle «XI Tavole», mi chiedo

subito se quelle raccontate nel 1984 dal «massone» Stefano Giovannone siano da

considerare solo ipotesi azzardate. Oppure se esistesse realmente, già nel

passato, quel réseau narcoterroristico da lui denunciato, e che poi sembrerebbe –

pur con naturali dubbi – essere però stato attuato (come accertato

giudizialmente) dalla sola Cosa nostra.

Verifico intanto che nella storia «regolare» dei Rosa-Croce la parola francese

réseau parrebbe indicare qualcosa di espressamente vietato: «La fraternité

rosicrucienne est désintéressée et ne s’appuie sur aucun réseau»: «La fraternità

Rosa-Croce è disinteressata e non si appoggia su alcun réseau», su alcuna rete,

d’affari, che viene espressamente vietata. Ci troviamo, cioè, dinnanzi ad attività

ufficialmente disconosciute e anzi apertamente condannate.

Mi accorgo che tuttavia nelle «XI Tavole» il termine «P2» non compare nella

sua consueta rappresentazione grafica. La denominazione si presenta sempre, per


la precisione sette volte (anche questo numero appare significativo) e quindi non

casualmente, con una «P 2», ovvero una P elevata al quadrato. E quando inizio a

pensarci su non mi nascondo i dubbi (di formazione giuridica) sull’apprestarmi a

esami ipotetici di occulti significati di parole, nomi e simboli. Però dopo

numerose riflessioni pervengo a una domanda e a una risposta quasi incredibili,

ma che alla fine mi sembrano inconfutabili: quella espressione «P 2» non indica

forse la dilatazione (che si apre verso l’alto) rispetto a ciò che ne rappresenta la

base? Se, cioè, immaginiamo la P2 come una tradizionale piramide che presenta

il proprio vertice in alto – così comunemente la rappresentano i massoni –, la P 2

non starà a indicare proprio quella piramide sovrapposta e rovesciata ipotizzata

dalla Commissione P2 (e confermata dal «venerabile» Gelli), che parrebbe non

si sia mai voluta esaminare perché racchiuderebbe qualcosa che si trova «su» e

non debba essere scoperto? Per di più questa rappresentazione, non casuale

(perché, come detto, ripetuta sette volte), non corrisponde a quell’opera

architettonica che poi verrà di fatto realizzata all’interno del nuovo museo del

Louvre a Parigi?

Alla fine – lo ammetto, con stupita ammirazione per questa mia intuizione –

mi convinco che la mia constatazione è esatta. Le «XI Tavole» indicano, cioè, la

piramide rovesciata, quella inversa, quella in teoria sempre ricercata ma mai

scoperta, sino a oggi. In Appendice si può leggere l’intero documento delle «XI

Tavole» (che, penso a questo punto, forse non per caso rimase senza seguito e

senza commenti tra gli atti della Commissione P2), con l’indice dei nomi dei

personaggi che descrive. Posso assicurare che oggi, nel 2018, dopo averlo

studiato per diversi anni, continua a presentarmi, tra estreme difficoltà, notevoli
sorprese.

È la prima «scoperta» massonica nella mia ricostruzione, storica, tecnica,

giuridica!

Dall’esoterismo a Portella delle Ginestre (Ip. 44)

Individuata la piramide rovesciata, mi appare chiaro, anche, che Stefano

Giovannone scrisse questi appunti dopo aver appreso – dalla documentazione

che io avevo trasmesso alla Commissione P2 (e di cui lui stesso parla nelle «XI

Tavole» contestando anche le «confusioni» espresse dalla sua presidente Tina

Anselmi) – il contenuto dei documenti che avevo sequestrato il 30 marzo 1983 al

massone e piduista Massimo Pugliese. Noto anche che, sempre in queste «XI

Tavole», l’autore, forse non a caso, mette al centro dello schema introduttivo del

proprio documento (vedi Tav. 1, in Appendice) il nome di questo mio

vivacissimo imputato (che appena arrestato si ribellò apertamente manifestando

la propria volontà di denunciarmi). Perché? Perché tra quelle carte che gli avevo

sequestrato il 30 marzo 1983 era presente la famosa lettera (scritta appena un

mese prima) del «Grande Architetto dei Rosa+Croce», che lì si presenta come

tale.

Riprendo immediatamente in mano la lettera sequestrata all’indiziato

Massimo Pugliese e intestata proprio ai Rosa-Croce, riportata alle pp. 228-229.

D’ora in avanti la chiamerò «Carta M.», «Carta Maledetta». A Trento l’avevo

definita così per i simboli massonici – e non solo – che conteneva nonché per il

suo evidente richiamo al Signore delle Fiamme, ovvero al diavolo, comunemente

conosciuto sotto l’appellativo di Lucifero. L’avevo subito accantonata

sentendomi già sufficientemente bersagliato da dardi di svariata natura. Ora però


osservo meglio i suoi tre scudi e ne sintetizzo così il disegno: una spada (anzi, anche più spade, pure
incrociate); un teschio con tre pentagoni al proprio interno

(due al posto degli occhi, di cui uno con vertice in alto e uno in basso, e il terzo,

più piccolo, sotto la mascella); tre o quattro serpenti (anche con la bocca

spalancata); una vecchia data di cui cercare il significato, il 12-8-1943; almeno

due colombe o comunque volatili; due piramidi sovrapposte a rombo; il nome

presente nella sua intestazione, i Rosa-Croce; e tutti gli appellativi che si

autoattribuisce l’autore, i quali ricordano, apparentemente, molti di quelli che

vengono riconosciuti ai cosiddetti «Illuminati», un’antica setta di cui però

dovrebbero, in teoria, mancare documentazioni che ne attestino la stessa

esistenza, per la bravura dei suoi membri a non farsi riconoscere.

***

La prima scoperta che faccio esaminando questi simboli riguarda il rombo

(diviso a metà) presente nel secondo scudo e che (come verifico sulla base di un

antico testo del 1785, intitolato I simboli segreti dei Rosa + Croce), 5 corrisponde

al simbolo della famosa «pietra filosofale» (della sapienza o Sacro Graal)

ricercata dai Rosa-Croce (e non solo da loro) ( vedi qui); assomiglia anche, complessivamente, a una
stella a quattro punte, una specie di rosa dei venti, che

cioè individua i punti cardinali nord, sud, est, ovest espressamente nominati

anche nel testo della «Carta M.». Nella parte inferiore appare la lettera M (che,

controllo, dovrebbe stare per «Matrice», Madre); nella parte superiore spicca un

volto apparentemente radioso (forse di un illuminato o di qualche santo), che

comunque sembra diverso da quello impresso nell’intestazione, verosimilmente

raffigurante l’autore della lettera del 1983, il «Signore delle Fiamme», ovvero

Lucifero.
Il nome formale presente nell’intestazione e nella firma della lettera è Pietro

Felice Ergos Vetrani, che poi si firma e qualifica «fratello di Taddeo», ma anche

«Accademico di Roma, Reggente capo di tutte le Americhe» e molto altro

ancora su cui per ora sorvolo.

Questo documento è tuttora presente negli atti da me custoditi dell’inchiesta

di Trento. Insieme alle carte sulla P2 lo mostrai e poi trasmisi anche formalmente

alla Commissione P2 (in particolare alla sua segretaria Piera Amendola); lo si

trova riprodotto anche nella documentazione online del Senato.

In questa lettera l’autore si rivolge al «Venerabile Fratello» Massimo Pugliese

indicando, alla fine, due soggetti da lui «raccomandati» per essere introdotti

nella «Famiglia» che Pugliese frequenta a sua volta come vecchissimo fratello;

ritengo si intenda qui il «Corpo rituale» Capitolo Rosa-Croce «Atanor», a cui

Pugliese risulta iscritto a Cagliari addirittura dal 3 febbraio 1965 con il grado di

«Maestro segreto».
La Carta M., uno dei documenti sequestrati nel 1983 a Massimo Pugliese. Di fianco, l’ultima parte
della lettera ( verso) e l’ingrandimento dei tre scudi contenenti i simboli massonici.
L’ultima parte della lettera ( verso).

L’ingrandimento dei tre scudi contenenti i simboli massonici.


Frontespizio del libro del 1785 I simboli segreti dei Rosa + Croce e pagina dedicata alla pietra
filosofale con il rombo diviso a metà in cui compare, nel triangolo superiore, la parola «solfo»,
zolfo, elemento associato al diavolo che nell’alchimia corrisponde al fuoco e, nel triangolo inferiore,
la Matrice, la prima Madre.
Esamino intanto i nomi dell’autore e dei due raccomandati. Parto dall’autore:

Pietro Felice Ergos Vetrani. Compongo il nome sul web e ricavo subito la prima

sorpresa, al limite dell’assurdo: a distanza di quasi quarant’anni dalla scrittura di

quella lettera, individuo un sito in cui ritrovo il nome «Ergos Vetrani»

( Concilium Vesperi di Ergos Vetrani / Words Social Forum). 6 Risulta ispirato a

Lucifero e all’esoterismo e si presenta arricchito da immagini, scritte e video con

contenuti e pretese artistiche. Nella prima pagina del sito, ora privato, campeggia

l’immagine della scultura Genio del male, il Lucifero di Guillaume Geefs (uno

scultore belga nato ad Anversa nel 1805) conservato nella cattedrale di Liegi, in

Belgio. Mostra un giovane uomo dalla bellezza classica, seduto, incatenato, nudo

se non per un drappo sulle cosce, con il corpo intero racchiuso dalla mandorla
delle sue ali di pipistrello. La parola latina lucifer, ricordo, deriva da lux («luce») e ferre
(«portare»). Lucifero significa quindi «colui che porta la luce» ed è a sua

volta traduzione della parola greca phosphoros, «portatore di luce»; nella

mitologia greca Fosforo (o Eosforo) veniva ritratto come un bambino nudo con

una torcia stretta in mano, simbolo presente anche nella figura di Prometeo e, più

recentemente, nella statua della Libertà. Dovrebbe essere anche l’angelo tutelare

della Repubblica massonica di Francia.

Sul sito è raccontata una storia che drammatizza la caduta di Lucifero. Tra le

«Iniziative in corso» (a cui si accede attraverso il sommario della home page),

s’incontrano videoclip che parrebbero sogni o rappresentazioni di iniziazione

alla luce immortale. Me ne colpisce uno, in particolare, accompagnato da una

canzone del 2015, Fåån, della band svedese Valsaland. Può impressionare le

persone sensibili (o giovani), alle quali ne sconsiglio la visione. In questo

videoclip compare un bambino. È in camera sua, arredata in modo poco

contemporaneo con trenini, videogiochi e poster anni Ottanta (la copertina del

disco The dark side of the moon dei Pink Floyd, la locandina del film Scarface).

Il bambino si infligge tagli sulle braccia, si punta alla testa una pistola, suona una

chitarra e la rompe, sfascia tutto quello che ha intorno, sputa, urla rabbioso,

sbatte la testa contro il muro fino a sanguinare dalla fronte. Alla fine, però, il video ritorna a mostrare
il bambino immobile sul letto, circondato dalla camera

in perfetto ordine, come se tutto fosse stato solo un sogno. Al di là del testo in

lingua svedese, l’atmosfera del videoclip mi appare di cupa solitudine e ricorda

quella inquietante violenza spesso associata a riti d’iniziazione anche satanici.

L’unica presenza accanto al bambino è un gatto bianco e nero che sembra

rimanere impenetrabile in disparte, intento a bere nel vaso in cui si trova un


pesciolino. Le immagini sono violente e anche autolesionistiche e forse

simboleggiano Diana, sorella di Lucifero, quando, in una favola, assume le

sembianze di un gatto in un sogno di iniziazione.

Mi esimo da ulteriori approfondimenti su questo sito, ma mi rendo conto (in

questo mi aiuta qualche commento che vi leggo) che è «Ergos» la parola o il

nome che dovrebbe rappresentare la chiave o il portale del tempo, ovvero quel

termine ricorrente (come una specie di password) nel passato, nel presente e

sicuramente nel futuro, a rappresentare l’entità spirituale che viene evocata da

chi crede in queste elaborazioni mentali.

Eseguo ricerche su questo nome e, con fatica e tempo, risalgo a una certa

«Entità X» ben determinata e affermata presente in un «soggetto spirituale»: è

quello evocato con il nome di «Ergos» da Giuseppe Cambareri, 7 nato nei primi

anni del Novecento e morto nel 1972 ignoto alle storie massoniche degli anni

Ottanta-Novanta ma presente, dopo gli anni Duemila, in numerosi scritti italiani

sul fascismo e sul nostro dopoguerra, anche a seguito di recenti desecretazioni di

vecchi atti.

In queste storie, che molto assomigliano a romanzi d’avventura, Cambareri

risalta come un personaggio formato nella massoneria inglese e poi presente in

Italia fin dall’inizio del nostro fascismo (dal 1920) e sino al dopoguerra, in

particolare dopo il 1933 in Germania e dal 1938 a Roma. Dall’incontro con

quella che diventò sua moglie, Jole Fabbri Vallicelli, derivò la nascita della

Fratellanza bianca universale dell’arcangelo Michele. Jole sosteneva di essere in

contatto, in qualità di medium, con l’entità chiamata «Maestro Ergos». Questi, in

sostanza, attraverso teosofiche reincarnazioni, dovrebbe rappresentare l’entità


spirituale che, nel documento da me sequestrato nel lontano marzo del 1983 (la

«Carta M.»), veniva evocata da una persona che però di certo non era Cambareri,

morto, come detto, nel 1972.

A Roma Cambareri si sarebbe adoperato per predisporre una setta

rosacrociana, destinata a condizionare la politica del governo del nostro Paese al

fine di realizzare l’unità del mondo. Avrebbe seguito le prescrizioni

dall’esoterista tedesco Arnold Krumm-Heller e viene descritto in contatto,

guarda caso, con personaggi ricorrenti nelle indagini di Trento e in quelle di

Trapani, quali Gianfranco Alliata di Montereale, Vittorio Mussolini e anche quel

Gaio Gradenigo col quale – come ho scoperto solo di recente – il figlio del Duce

fuggì in Argentina nel 1947.

Nella sostanza, apprendendo questi ulteriori riferimenti, mi sembra delinearsi

un allargamento (anche nel tempo) della rete di quei personaggi con cui, come

giudice a Trento, mi scontrai nel marzo del 1983, cui seguì il depistaggio, poi la

mia rogatoria in Argentina e tutti gli eventi successivi.

Cambareri asseriva di essere la reincarnazione di Cagliostro (cognome della

madre) e scrisse, firmandolo con lo pseudonimo «Ergos», anche un libro

intitolato Sapienza mondo astrale. Al termine della guerra, con altre trecento persone, emigrò in
Brasile e fondò la Fraternidade branca universal do arcajo

Mickael, ovvero l’omologo di quel lucrativo tempio di sincretismo

internazionale già fondato anni prima in Italia.

Questo personaggio calabrese risulterebbe, in particolare, collegato ai

tentativi di golpe avvenuti in Italia negli anni 1943-1947, nel cui contesto l’OSS

(ovvero il vecchio servizio segreto degli Stati Uniti) avrebbe reclutato anche

Salvatore Giuliano, il bandito accusato della strage di Portella delle Ginestre


avvenuta il 1° maggio 1947. Questo Cambareri viene nominato in particolare

nella denuncia alla Procura di Palermo fatta dallo storico Giuseppe Casarrubea,

che nei primi anni Duemila chiedeva la riapertura delle indagini su Portella delle

Ginestre. Ricorre di continuo anche nell’accurato volume Psyops di Solange

Manfredi. 8

Individuato «Ergos», riprendo la ricerca di riscontri sulle altre indicazioni

presenti nella «Carta M.»: i due raccomandati.

Il primo che compare si chiama «Bruno Tracchia... di padre ‘M’» (la M forse

indica «Maestro»). Anche questa volta rintraccio un sito web assai particolare. È

denominato «InMiaMemoria». Nello spazio dedicato al ricordo di quei defunti

che in vita hanno mostrato di avere dato «un’occhiatina oltre il velo» compaiono

una rosa bianca o una rosa rossa, noti simboli dei Rosa-Croce. Al sito si può

accedere, a mio parere, senza preoccupazioni emotive. Nella home page si

consulta l’appartenenza dei defunti registrati al culto dei morti. Per caso

rinvengo i nomi di Giuseppe Mazzini e di Francesco Cossiga, ma ve ne sono

tantissimi. Non trovo quelli di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che

evidentemente non diedero la prescritta «occhiatina oltre il velo» preventiva. Le

due rose che vi si vedono (una bianca, immobile, e una rossa, che si schiude

lentamente) sono identiche a quelle raffigurate in un’inquadratura del film

Cagliostro, del 1975, del regista Daniele Pettinari e tratto dal libro Cagliostro il taumaturgo di
Arnaldo Piero Carpi. 9 Leggo che quest’ultimo fu creatore di un movimento teosofico (fondato sulla
stessa «reincarnazione» declamata da

Cambareri), nonché tra i primi iscritti alla loggia P2 e stretto amico di Licio

Gelli. Di Carpi è nota un’intervista rilasciata al giornalista Enzo Biagi in cui,

parlando dei suoi stretti rapporti con il «Venerabile», lo assimila a... Cagliostro.
Figura particolarmente venerata: me lo conferma il fatto, appreso di recente, che

Licio Gelli, in un suo colloquio con il giornalista Jacopo Iacoboni, pubblicato

sulla Stampa del 15 dicembre 2008, racconta «di aver sviluppato grande

ammirazione per Linda Giuva, moglie di Massimo D’Alema, archivista, e di

averle donato nel 2006, per l’archivio di Stato di Pistoia, le sue carte storiche tra

cui i testi di Cagliostro e di Garibaldi». Da tutti probabilmente ritenuti inutili vecchi cimeli, mentre
forse non lo sono.

Esamino il secondo nome «raccomandato» a Massimo Pugliese dal Grande

Architetto dei Rosa-Croce. È quello di «Giuseppe Sciortino (rag.) figlio di

Marianna Giuliano sorella di ‘Turiddu’ – Montelepre – (Palermo) – di anni 36».

Che coincidenza, penso ora immediatamente quando leggo questo nome,

rammaricandomi di non averlo riconosciuto nei primi anni Ottanta, quando ero

troppo giovane per individuarlo: si tratta proprio di quel Giuseppe Sciortino

figlio del defunto Pasquale «Pino» Sciortino, cognato del bandito Salvatore

Giuliano, ovvero di colui che è stato accusato e condannato per la strage di

Portella delle Ginestre del 1947 su cui permane, ancora oggi, nel 2018, a

distanza di oltre settant’anni, segreto di Stato.

Su tale episodio, nel corso di questa mia ricostruzione, ho anche occasione di

rintracciare un’antica sceneggiatura teatrale scritta dallo stesso Sciortino, in cui

descrive quella strage attribuendone la causa agli spari non eseguiti da Giuliano

ma da quattro americani. La presenza dei tipici bossoli militari consentirebbe di

confermare la matrice del massacro.

Di fatto l’episodio, da sempre, viene collocato all’origine degli ipotetici

rapporti tra il nostro Stato (sotto la direzione USA) e la mafia. A me appare

importante che ora questa strage si arricchisca della documentata presenza di un


interesse da parte dei Rosa-Croce d’America, colorando di queste ulteriori

connotazioni massoniche anche le prime azioni eversive della nostra Repubblica,

poi seguite dalle altre, tutte dirette a colpire il comunismo (Piano Solo, golpe

Borghese, Rosa dei venti).

La rete bancaria narcoterroristica (Ip. 45 e 24)

Tenendo sempre sott’occhio le «XI Tavole», ritorno ai collegamenti tra le

oligarchie angloamericane disegnate nella prima tavola. E in particolare a quelli

tra l’americano Nelson Bunker Hunt (legato, negli affari petroliferi e bancari, al

miliardario David Rockefeller, dal cui omonimo Center di New York è noto che

operasse il faccendiere Francesco Pazienza all’epoca dei suoi rapporti con Licio

Gelli, Giuseppe Santovito e il cosiddetto Super-SISMI) e i... bancari siciliani tra

cui Ottavio Salamone, attivo nel 1993 nelle privatizzazioni dell’Italia.

Sotto il nome di Calvi compare, sempre nella prima tavola, quello di

Giuseppe Trapani, indicato come ex direttore della Cassa di Risparmio di Sicilia

e implicato in traffici di armi con personaggi arabi oltre che inglesi, americani e

italiani. Dopo lunghe ricerche ne scorgo una possibile traccia in un articolo

pubblicato su la Repubblica nel gennaio del 2004, in cui è riportata un’intervista

rilasciata da un battagliero sindacalista di Palermo sulla crisi della Cassa di

Risparmio siciliana negli anni Novanta. 10 In particolare si legge: «Quando entrai

in azienda nel ’64, una delle tante ‘stanze segrete’ era quella di Margherita

Bontade, cognata dell’allora direttore generale Trapani e deputata nazionale della

DC, che di fatto usava la Cassa come segreteria politica. I dipendenti la

salutavano con l’inchino».

Margherita Bontade – è facile oggi ricostruirlo consultando il web – a sua


volta riconduce al boss mafioso Francesco Paolo Bontade e anche al bandito

Gaspare Pisciotta, implicato e presente in prima persona nella solita strage di

Portella delle Ginestre. La signora Bontade nacque a Palermo il 5 ottobre 1900,

era giornalista pubblicista e venne eletta deputato alla Camera nel 1948 per la

DC e poi riconfermata nel 1953 e nel 1958. «Il bandito Gaspare Pisciotta», si

annota oggi sulla rete, «la chiamò in causa per la strage di Portella della

Ginestra. Un suo grande elettore fu il boss mafioso Francesco Paolo Bontade e

padre di Stefano Bontade, suo parente. Cognata dell’allora direttore generale

della Sicilcassa, Andrea Trapani», viene scritto, «la deputata nazionale della DC

di fatto usava la banca come segreteria politica». 11

«Andrea Trapani?» mi chiedo perplesso. È un nome diverso da quello

indicato nelle «XI Tavole». Là era Giuseppe Trapani. Eseguo altre verifiche e

infine, a Palermo, incontro nel settembre del 2016 una persona bene informata,

che chiamerò Palermo 1, che accetta di spiegarmi quanto conosce di quei

personaggi. L’incontro avviene nella solita Mondello, luogo che rivedo sempre

volentieri perché mi riporta alla memoria vecchi ricordi, amici e colleghi, anche

l’inizio di queste ultime ricerche. Faccio conoscenza con questo distinto signore,

elegantemente vestito in giacca e cravatta, un po’ anziano, magniloquente,

allegro e disponibile, curioso e sempre alla ricerca di verità, sia pur con

comprensibile apprensione.

Sino a quando non iniziamo a parlare più in dettaglio, avverto il timore che il

nome presente nelle «XI Tavole» non corrisponda a quello riportato nell’articolo,

e poi sul web, con il nome di Andrea. Ma lui, dinanzi all’appunto che gli mostro,

dissipa subito ogni dubbio: «Sul web è sbagliato. Quel Giuseppe Trapani
indicato nel suo appunto è proprio il direttore generale della Cassa di Risparmio

di Palermo. Abitava a Palermo, in via Libertà 100. Durante la guerra era

divenuto grande ufficiale e avvocato della Cassa di Risparmio. Verso il 1960 fu

nominato direttore generale, fino alla fine degli anni Settanta. È stato anche

presidente dell’opera Pia Principe di Palagonia, che riceveva immobili

dall’Istituto Santa Lucia del Politeama. Era una persona molto ricca, sino a oggi.

Dopo il 1983 è stato responsabile del settore credito».

Quando gli chiedo di Margherita Bontade ci addentriamo subito negli impicci

delle due banche di Sicilia, il BDS e la Sicilcassa.

«Quando Trapani entrò alla Cassa di Risparmio, Margherita Bontade era

deputata nazionale della DC. Era proprio parente del boss Bontade. Aveva un

ufficio politico nella stessa sede della direzione generale della Cassa di

Risparmio in piazza Borsa. Lì svolgeva la propria attività politica. Poi Trapani

venne sostituito da Giovanni Ferraro, che finì in galera perché era stato adottato

il sistema di far sì che ogni anno la banca chiudesse con una ricapitalizzazione

miliardaria: negli anni Sessanta questa ammontava a circa cinquanta miliardi di

lire annui, negli anni Ottanta-Novanta si arrivò fino a circa quattrocento miliardi

annui. Nel tempo sorse la prassi che i direttori generali fossero anche presidenti

del Fondo pensioni. E avevano il compito di investire in immobili. Spesso

utilizzarono questo strumento per favorire i Cavalieri del lavoro di Catania

Rendo, Costanzo, Graci, e quelli di Palermo, Parasiliti e Cassina. Il ‘favore’ era

costituito dal pagare gli immobili in contanti o accollandosi i debiti dei venditori.

Quindi, attraverso queste operazioni, i mutui creavano successivi ‘incagli’ e cioè

operazioni che creavano grossi debiti perché i clienti poi non pagavano.»
Mi consegna due documenti della banca dei primi anni Novanta, dai quali

emergono impressionanti implicazioni dell’istituzione nei confronti dei Cavalieri

del lavoro di Catania, personaggi comparsi dapprima nelle inchieste di Trento,

poi a Trapani, tra l’altro in concomitanza con l’attentato di Pizzolungo, e anche

in quelle di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino con riferimento alle ultime

sul «sistema degli appalti».

«Quando la Cassa di Risparmio fallì», mi spiega, «del Fondo era presidente

Ferraro. Direttore generale della Cassa era Pasquale Salamone, fratello di

Ottavio.»

«Alla sede provinciale della Cassa di Risparmio di Palermo, quella in via

Stabile, era dirigente capufficio il nipote di Margherita Bontade, all’ufficio

‘estero’. Ciò dalla metà degli anni Ottanta. Pasquale Salamone era notoriamente

un ‘soprannumerario’ dell’Opus Dei: ne era cioè un membro laico. Dell’Opus

Dei faceva anche parte suo fratello Ottavio Salamone, che in precedenza era

stato a capo del servizio estero del Banco di Sicilia’. Sicché», mi evidenzia,

rimarcando l’anomala concentrazione di potere, «in un certo periodo, qui in

Sicilia, ci fu coincidenza temporale delle rispettive cariche. Bignardi [altro nome

presente nelle «XI Tavole», N.d.A. ] era il presidente o il direttore generale del Banco di Sicilia.»

«C’erano collegamenti con la vicina Trapani?» gli chiedo ancora.

«L’ex direttore generale della filiale di Trapani della Cassa di Risparmio di

Palermo apparteneva alla loggia Scontrino. Venne trasferito a Trapani. Una volta

teneva nelle mani e distribuiva materiale elettorale per l’elezione del sindaco di

Trapani.» 12

«E Vito Ciancimino?» chiedo.


«Anche lui ebbe molti rapporti con la Sicilcassa, tanto da esserne nominato

consigliere di amministrazione alla metà o verso la fine degli anni Settanta. Poi

fu costretto a dimettersi. Nel suo collegio sindacale, negli anni 1970-1980, era

presente il professor Gianni Lapis, prestanome di Ciancimino, in passato

interprete del colonnello statunitense Charles Poletti.»

«Ritorniamo ai Salamone», continuo, ripensando ai collegamenti indicati

nelle «XI Tavole» con Trapani e poi con Roberto Calvi.

«Pasquale Salamone fu assunto all’epoca della direzione di Giuseppe Trapani.

Ottavio è laureato con master al Massachusetts Institute of Technology. Quando

poi la Cassa venne commissariata, nel Consiglio di amministrazione fu nominato

dalla Regione Sicilia l’avvocato Augusto Sinagra [già avvocato di Gelli, N.d.A. ]

che fece aiutare i profughi dell’Est ex sovietico con sede in Italia negli anni

1994-1995.»

«Ha mai sentito parlare di Carlo Flenda?» Gli faccio anche questo nome

perché conosco alcune indagini sui colletti bianchi svolte negli anni Ottanta da

Giovanni Falcone, in particolar poco prima del mio attentato, nel 1985.

«Carlo Flenda», mi spiega, «è nativo di Palermo ed è stato capo dell’ufficio

estero della Cassa di Risparmio di Palermo nei primi anni Settanta e cioè

all’epoca delle cariche direttive detenute da Trapani e da Salamone.»

A questa catena di dirigenti delle banche della Sicilia aggiungo nomi tramite

una persona che ne conosce altri, addirittura collegati con la Libia. Si tratta di quello stesso
Giancarlo Formichi Moglia che già mi ha spiegato il riciclaggio tra

la Svizzera e gli Stati Uniti e che conosce anche le storie tra la Sicilia e la Libia

per il lavoro da lui svolto in passato per la RAI e anche per vicinanza di alcuni

personaggi alla sua stessa famiglia. Quando lo intuisco, approfondisco tali


aspetti e gli faccio qualche domanda mirata.

«Parliamo», gli chiedo, «del periodo in cui lei lavorava in Libia presso

Gheddafi. Lì ha fatto filmati per la RAI?»

«Ho avuto occasione di trovarmi non solo vicino a Gheddafi ma ai vari capi

arabi: Gamal Abdel Nasser, Bashar al-Assad, il re di Giordania. I filmati li aveva

la televisione libica.»

«È stato presente all’incontro di Gheddafi con Aldo Moro?»

«Ho filmato l’incontro», mi risponde orgogliosamente. «Ero lì, con la

macchina da presa in mano, Gheddafi e Moro davanti a me. Filmai l’incontro di

Aldo Moro con Gheddafi nel 1969-1970, un po’ prima che venissero cacciati gli

italiani. Ero inviato dalla RAI. I miei avi erano andati in Libia nel 1911 per

cacciare i turchi: hanno bonificato la Libia dal vaiolo.»

«Mi spiega che cosa si dissero Moro e Gheddafi?»

«Moro avrebbe risarcito i libici e avrebbe messo a posto noi italiani in Libia.

Le sole condizioni poste erano che i pozzi petroliferi non pregiudicassero i

rapporti con l’Italia, che la Vianini, che faceva le strade, potesse continuare i

lavori già in corso. Insomma, Moro tutelò gli interessi dell’amico conte Arturo

Cassina... che non dovevano essere toccati... C’erano i Cassina, gli Haggiag, 13

gli interessi di Marchino. E si sono stretti la mano. Moro dice: ‘Tu mandali via,

ma non nazionalizzare’. C’era anche la FIAT, detta Lybia Motors.»

«Lei era il solo a lavorare per la RAI?»

«No, la RAI ha dato tre tecnici in prestito alla televisione libica. La RAI poi,

quando c’è stata la rivoluzione, si dimentica di me e di qualcun altro e mi lascia

lì. Io ero sposato con Monica Marchino, il cui padre era Erminio Marchino. Il
nonno Giacomo Marchino era rappresentante all’ONU delle minoranze etniche

in Tripolitania e direttore della Cassa di Risparmio di Tripoli. Erminio Marchino

tramite la Cassa di Risparmio di Tripoli mandava i soldi al Banco di Sicilia dove

aveva il conto: tutti i soldi che poteva caricare. Nel 1978 il sequestro Moro si collega agli interessi
che allora stavano modificandosi.»

L’ultima affermazione mi riporta agli interessi italiani di approvvigionamenti

petroliferi assai cari agli inglesi e forse troppo spesso trascurati nelle nostre

analisi storiche (e giudiziarie).

Dopo avere ricostruito l’esistenza di questa catena di nomi bancari della

Sicilia non credo possa nemmeno essere sottovalutata anche l’altra affermazione,

quella conclusiva, presente nelle «XI Tavole», ovvero la sibillina asserzione del

«collegamento dell’ex sindaco Salvatore Mantione con gli ambienti mafiosi del

nisseno e del palermitano e con quel gruppo Salamone [...] che sta cercando di

creare nelle due principali banche dell’isola un réseau narcoterroristico invero minaccioso».

Da un articolo sul quotidiano la Repubblica del 1999 14 intitolato «La collina

del disonore tra abusi & miliardi», ho conferma del ruolo di Salvatore Mantione

in riferimento ad attività edilizie che verranno descritte anche da collaboratori di

giustizia come Giovanni Brusca e Angelo Siino nel contesto delle indagini sui

mandanti delle stragi siciliane del 1992 e riguardo al sistema di controllo degli

appalti. Con quale esito sinora? Parrebbe nessuno.

***

Ma, tra le due stragi di Capaci e di via D’Amelio, avviene un altro episodio che

rimane offuscato, come in occasione di altre nebbie del passato, e in presenza

delle catene bancarie ora individuate non mi pare più possibile ignorarlo.

Il Golpe, fase 3. L’approdo del Britannia (Ip. 46)


Ritorno a quella P 2 appena identificata e ai due fratelli Salamone. Il più noto di

essi è Ottavio, presente nel comitato di «consulenza e garanzia» che svolge il

compito di attuare il percorso più veloce per le privatizzazioni. 15 Del comitato

fanno parte Piergaetano Marchetti (docente alla Bocconi), Ariberto Mignoli

(consigliere e legale della Gemina e del gruppo De Benedetti oltre che docente

anche lui alla Bocconi), Lucio Rondelli (responsabile dell’organismo che regola

il mercato telematico ed ex presidente del Credit). 16 Ciò avviene nel 1993. Ma

prima di questo evento ne avviene un altro (l’approdo del Britannia in Italia), sempre tenuto distinto
dalle stragi del 1992 per l’assenza di collegamenti. Questa

carenza di legami pare però che oggettivamente cessi nel momento in cui –

seguendo le affermazioni letterali esposte nelle «XI Tavole» – i flussi finanziari

provenienti dalle «banche di Sicilia» vengono espressamente descritti come

componenti essenziali della nascente nuova rete narcoterroristica di natura

massonica.

***

È il 2 giugno 1992. Porto di Civitavecchia. Nella piazza è presente una statua

eretta a ricordo di Giuseppe Garibaldi. Lì l’eroe dei due mondi andò per curarsi

l’artrite nel mese di agosto del 1875. Dopo poco più di cento anni, lo yacht reale

proveniente dalla Gran Bretagna, con a bordo la regina d’Inghilterra, approda

sulla stessa riva, apparentemente per medicare dolori questa volta insorti

nell’Italia ora inserita nella nascente nuova Europa.

«Si tratta di convincere gli italiani della bontà delle privatizzazioni.» Questo è

il messaggio che viene trasmesso dagli altolocati passeggeri dell’imbarcazione,

essenzialmente di origine angloamericana e di una specifica cultura denominata

«Washington Consensus». È un’imbarcazione vecchiotta, ma è pur sempre il


panfilo Britannia, che appartiene alla regina Elisabetta II d’Inghilterra, Her Majesty’s Yacht
Britannia. Utilizzato per il trasporto dei membri della famiglia,

da Carlo e Diana e nella guerra civile ad Aden per l’evacuazione di mille

rifugiati. Il 2 giugno 1992 i rifugiati che salgono a bordo appaiono essere i

banchieri italiani, economisti, politici, colpiti dagli eventi dell’epoca.

A questo preciso ambiente bancario britannico riportano le «XI Tavole» non

solo con la citazione di Nelson Bunker Hunt (la cui figlia in seguito si fidanzerà

con il futuro capo del governo inglese David Cameron) e di Winston Churchill

junior, amico di Soraya, moglie di Adnan Khashoggi, tutti scritti in bella vista

nella prima delle «XI Tavole». All’interno dell’appunto è citato, tra gli

intermediari di armi segnalati, il nome del più vecchio John R. Moore-Brabazon,

primo barone di Tara, nato l’8 febbraio 1884 a Londra e morto il 17 maggio

1964, cavaliere di Gran Croce dell’Ordine dell’Impero britannico nel 1953.

Quest’ordine è presente a tutt’oggi (nel 2018) in Gran Bretagna. Ne è capo il

sovrano della Gran Bretagna, ovvero la regina Elisabetta II. E membro illustre di

quell’ordine è, come Gran maestro, il principe Filippo, consorte della regina e

duca di Edimburgo, non del tutto estraneo ai vertici dei servizi segreti britannici

così come della massoneria internazionale. Creato nel 1917, in passato veniva

chiamato Ordine reale vittoriano.

Di questo stesso ordine sovrano risultano confratelli altri personaggi che

incontriamo nelle vicende dell’Italia del 1992: il socio di Kissinger, Brent

Scowcroft, dirigente della Kissinger Associates e tra i più fidati consiglieri di

George Bush senior. Anche lui cavaliere onorario dall’Impero britannico. Stesso

onore spetta a Caspar Weinberger, un altro «fratello» di Bush, rimasto coinvolto

nello scandalo Iran-Contras, nel quale si racconta che venne scambiata droga
contro armi per terroristi.

Al simposio prendono parte, non credo proprio scelti a caso, diversi noti

banchieri inglesi insieme ad alcuni manager ed economisti italiani, che

nemmeno intendo nominare perché estendono troppo questa mia ricostruzione.

Nel quinto livello del réseau siciliano spiccava il nome di Ottavio Salamone, non segnalato a bordo
del Britannia. Al quarto livello delle «XI Tavole»

venivano descritte le centrali bancarie in Svizzera, in particolare a Ginevra: la

UBS, la Banque Cantonale Vaudoise, la banca Pictet, il Credit Suisse, la banca

Rothschild, la Morgan Garanty Trust, l’UBAE. 17

Da questo preciso momento sembra ci perseguiti un turbinio di eventi che,

associato alle stragi di Sicilia e poi d’Italia e a Mani pulite, cancella l’Italia della

Prima Repubblica. Quello che, a un livello più globale, avrebbe dovuto

rappresentare il «processo d’integrazione europea» si traduce in una sostanziale

iniziativa antieuropea che spalanca le porte dell’Europa alla globalizzazione pro-

americana.

Nel marzo del 1993 verrà tenuto, a Washington, un incontro della Trilateral

Commission che proporrà la controlled disintegration, ovvero la disintegrazione

controllata dell’economia mondiale. Il presidente del Consiglio Giuliano Amato

affiderà alle tre banche Merrill Lynch, Goldman Sachs, Salomon Brothers

l’incarico di (s)vendere il patrimonio dell’Italia grazie a ripetute svalutazioni

della lira innescate dalle banche di Londra.

Non mi avventuro oltre su tali istituzioni bancarie e finanziarie.

Rappresentano però senza dubbio quella élite economico-finanziaria mondiale

(Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockefeller, Rothschild e via

elencando) che in gran parte appare toccata dalle indagini sui narcotraffici
promosse dall’Italia all’inizio degli anni Novanta.

Dal gennaio del 1984 a questa parte le «XI Tavole» non risultano esaminate

dalla magistratura di Palermo, nonostante le fossero state trasmesse.

Spicca però il fatto documentato e già sottolineato che, previa naturale

autorizzazione, siano state «girate» dalla guardia di finanza di Roma alla

commissione d’inchiesta sulla P2. La commissione d’inchiesta e i suoi esimi

rappresentanti (i loro nomi sono noti e alcuni ancora sono ben presenti nelle

nostre istituzioni) omettono di segnalare al Parlamento e agli italiani la

«massoneria vincente», ovvero quella che da lungo tempo operava già tra

l’America e l’Italia. Omettono di segnalare il quinto livello della P2 che va

chiamato P 2 e che rappresenta la piramide rovesciata. È la componente bancaria

che risale a Sindona, a Calvi, a Gelli, a Ciancimino (avvocato Orazio Campo →

direttore Trapani → direttori fratelli Salamone eccetera), alle oligarchie

angloamericane (Roberto Calvi → Peter de Savary → Artoc Bank → Nelson

Bunker Hunt → David Rockefeller).

Omettono soprattutto di additare l’incombente avvisaglia che vi si trova

espressamente indicata come «minaccia narcoterroristica del nisseno e del

palermitano» legata alle banche di Sicilia e quindi ai flussi finanziari e ai

potentati di Sicilia, materializzatasi negli anni appena seguenti (con gli attentati

di Pizzolungo, dell’Addaura, di Capaci, di via D’Amelio e delle stragi del 1993),

con nomi e cognomi.

Che cos’altro fanno la Commissione P2, la sua presidente, i pur esperti

vicepresidenti, i rappresentanti della maggioranza e dell’opposizione, di quanto

dichiarato dai servizi e dai massimi vertici della guardia di finanza?


Nulla. Pubblicano, a spese dello Stato, enormi tomi di documenti su cui non

spendono una sola parola. Attraverso i quali di certo divulgano una gran quantità

di nomi e atti processuali, informandone in tal modo i soggetti che vi

compaiono.

Sono curioso di vedere con i miei occhi l’originale del documento in possesso

del comando generale della guardia di finanza (e trasmesso in copia alla

commissione), al fine di comprenderne l’esatto percorso. E anche di conoscere

quali indagini svolse su di esso la Procura della Repubblica di Palermo, quale

magistrato fu delegato alle indagini, quale esito ebbero e, infine, quali

motivazioni ne giustificarono l’archiviazione.

1. In un suo libro, Nome in codice: Ulisse. Trent’anni di storia italiana nelle memorie di un
protagonista dei servizi segreti, Rizzoli, Milano 1999.

2. Limiti, S., Doppio livello, Chiarelettere, Milano 2013.

3. Citato in Neri, S., Licio Gelli. Parola di Venerabile, Aliberti, Reggio Emilia 2006.

4. Vedi, in Appendice, Indice dei nomi citati nelle «XI Tavole».

5. Edizioni Rebis, Viareggio 1785.

6. https://wordsocialforum.com/2012/12/14/concilium-vesperi-di-ergos-vetrani/

7. Di origini calabresi (nasce a Solano di Scilla nel 1901), all’età di dieci anni si trasferisce con la
famiglia a Buenos Aires. Presente in Italia all’inizio del periodo fascista, se ne allontana al momento
delle campagne antimassoniche. Si sposta in vari Paesi in Europa negli anni Trenta. Nel dopoguerra
fonda un settimanale di destra finanziato della massoneria e dal magnate italo-brasiliano Francesco
Matarazzo, zio del principe siciliano Giovanni Francesco Alliata di Montereale. Nella primavera del
1946 partecipa alla costituzione dell’AIL del colonnello Ugo Corrado Musco, una formazione
paramilitare anticomunista che vanta tra i suoi capi il generale Antonio Sorice e il maresciallo
d’Italia Giovanni Messe. Nel luglio 1947 questa organizzazione può contare su cinquanta generali
anticomunisti pronti a tutto e impegnati nell’organizzazione di un colpo di Stato. Appartiene ai
rosacrociani d’America e al Fronte internazionale antibolscevico. Si è spento a San Paolo (Brasile)
nel 1972. Il 27 luglio 1933 ha fondato una loggia, a Rio de Janeiro, chiamata Aula Lucis Cagliostro.
Cfr. Casarrubea, Cereghino, Tango Connection, cit.

8. Manfredi, S., Psyops, lulu.com 2015, pp. 167ss.


9. Pier Carpi, Cagliostro il taumaturgo, Meb, Torino 1972.

10. Cfr. Gioia Sgarlata, «Splendore e morte di Sicilcassa amarcord di un mistero glorioso», la
Repubblica, 23 gennaio 2004.

11. Dino, A., «Ambigui intrecci e giochi di potere nel successo politico di una donna in Sicilia: il
caso di Margherita Bontade», 2002.

12. Dalla motivazione della recente sentenza emessa sull’uccisione di Mauro Rostagno si apprende
della presenza a Trapani, tra le logge gravitanti attorno al Centro studi Scontrino, del nome di un
dipendente della Cassa di Risparmio palermitana, Francesco Grimaldi.

13. Noti sono Roberto, Lino, Ever Haggiag, ma di essi non si trovano facilmente notizie pertinenti
alle vicende raccontate nel testo.

14. Cfr. la Repubblica.it, 16 novembre 1999.

15. Dal sito ufficiale di Confindustria emerge: «Tra il 1993 e i primi mesi del 2001 in Italia sono
state effettuate cessioni al mercato di quote di aziende pubbliche per circa 234.800 miliardi di lire.
Le cessioni hanno riguardato importanti aziende di proprietà del Ministero del Tesoro (come
Telecom, SEAT, INA, IMI, ENI, ENEL, Mediocredito Centrale, BNL), dell’IRI (come Finmeccanica,
Aeroporti di Roma, Cofiri, Autostrade, Comit, Credit, ILVA, STET), dell’ENI (come Enichem,
Saipem, Nuovo Pignone), dell’EFIM, degli altri enti a controllo pubblico (come Istituto Bancario S.
Paolo di Torino e Banca Monte dei Paschi di Siena) e degli enti pubblici locali (come ACEA, AEM,
AMGA)».

16. Cfr. «Lo Stato padrone vende davvero», la Repubblica.it, 1° luglio 1993.

17. Anche una superficiale e sommaria occhiata a queste banche riconduce a noti rapporti degli anni
Ottanta ma anche degli anni Novanta:

– La UBS: basti ricordare il conto UBS «Protezione» di Lugano 633369, da cui emergono, nel 1993,
le responsabilità di Martelli, Craxi, Larini, ma anche le vecchie tangenti ENI Petromin e tanto altro.

– La banca cantonale vodese: con essa risultano avere ottimi rapporti i De Picciotto: René De
Picciotto rileverà nel 1995 dalla SBG una partecipazione del 40% alla Cantrade Banque Privée
Lausanne S.A., a cui è sostanzialmente collegata la Banca Cantonale di Ginevra. Altri azionisti di
questa Cantrade Banque Privée Lausanne (da non confondersi con la banca Cantrade, affiliata alla
SBG zurighese) erano il libanese Adel Kassar e Philippe Setton.

– La banca Pictet di Ginevra: la famiglia Pictet è stata strettamente coinvolta nelle attività bancarie a
partire dalla metà del XIX secolo. È solo nel 1926 che l’istituzione prende il nome di Pictet & Cie.

Nicolas Pictet nacque nel 1932. Fu il patriarca della famiglia Safra, alla base della CDB, implicata
nel caso Big John.

– Il Credit Suisse: il Credit Suisse Group venne fondato nel 1856 da Alfred Escher.
13

Ritorno al passato: Caligola crime, il caso Moro

(Indagine 2016-2017)

Dal quadrumvirato al caso Moro

Mi annoto le principali strutture finanziarie di cui le oligarchie bancarie

parrebbero essersi avvalse per fare pressione sull’Italia con le iniziative

promosse dalla corona inglese nel giugno del 1992. Da una parte vi sono quelle

svizzere (nel caso Big John e nelle precedenti indagini di Trento: Trade &

Development Bank, Banca del Gottardo, Banca di Credito e Commercio di

Lugano, Deutsche Bank, i cui nomi compaiono nei traffici di armamenti

promossi dalla CIA e nei narcotraffici planetari); dall’altra quelle presenti sul

versante degli Stati Uniti (destinatarie, attraverso i conti Alcantara, dei flussi

finanziari delle banche di Sicilia e poi di Mani pulite: Chase Manhattan Bank,

Merrill Lynch, First Los Angeles Bank, Istituto San Paolo di Torino, IOR).

Accantono questi ultimi dati e cerco di scoprire qualcosa in più sulle attività

svolte da quella società di avvocati che compare nel Memorandum dell’ottobre

1991 dell’indagine Big John. Si trattava, ricordo, di Norman Grutman, Jay J.

Miller, Samuel Greenspoon, Lewis Handler. Miller, come mi è stato spiegato,

riconduceva a Wall Street, al conto Alcantara e a quanto ne seguiva. Ora

riesamino da capo tutti e quattro insieme i nomi e poi uno per volta, verificando

se esiste qualcos’altro che può apparire collegato ai rapporti tra Cosa nostra

d’Italia e Cosa nostra d’America. La sorpresa in cui mi imbatto è strabiliante: mi

rendo conto infatti che alcuni nomi cui si perviene attraverso le indagini svolte

alla fine del 1991... erano già comparsi nel sequestro e nell’uccisione di Aldo
Moro. È, cioè, come se alcuni giudici italiani (dal Sud al Nord del Paese), nella

lenta ricostruzione della nostra storia dal suo passato al presente, nel 1991

raggiungano e individuino un vecchio scrigno che racchiude i costumi di suoi

antichi mascheramenti. E allora parrebbe verificarsi che, per impedire che esso

venga scoperchiato e che i vecchi costumi vengano scoperti, i loro supremi

custodi decidano di dare fuoco a tutto, serrature, coperchio, vecchi contenuti, i

suoi storici attori, le loro maschere e pure i pupi (guarda caso, siciliani) utilizzati

per non venire riconosciuti (Ip. 47).

In quale modo compare il déjà vu più drammatico del nostro passato? Quello

del caso Moro? Non è certo a causa di quelle pur strane (ma coincidenti)

affermazioni di Elio Ciolini, che, nel marzo del 1992, profetizzò le strategie

stragiste (poi puntualmente attuate) richiamando proprio quelle già compiute

quindici anni prima (ovvero il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro). Il motivo è

un altro e appare subito percepibile a quanti seguirono nel passato o anche di

recente quelle vecchie tragiche vicende. I quattro avvocati del 1991 – come

constato, tutti ebrei – compaiono infatti in numerose controversie riguardanti il

notissimo periodico Penthouse, rivista porno famosa sin dagli anni Sessanta e che si occupò molto
del sequestro Moro pubblicando, alla fine del 1978, un

ampio servizio-inchiesta in stretto contatto con i brigatisti, che ancora oggi fa

assai discutere.

È in particolare il primo dei quattro «soci» comparsi nel Memorandum,

Norman Grutman, a essere ricordato sul web per avere trascorso diciotto anni

della sua vita professionale come principale consulente esterno del creatore ed

editore della rivista Penthouse: Bob Guccione, cioè Robert Charles Joseph

Edward Sabatini Guccione, di ascendenza siciliana. 1 Su Guccione, deceduto nel


2010, e su Penthouse è tuttora presente in rete amplissimo materiale,

proporzionato alla loro notorietà. Famoso disegnatore ed editore, era di origine

siciliana da parte di entrambi i genitori. Tuttavia la rivista, nata nel 1965, si è sviluppata tra Londra,
Parigi, Roma e New York in coincidenza con l’avvento

della cultura new age. Ne ha offerto un’immagine variegata: la rivoluzione

sessuale, le proteste di classe, le battaglie per le libertà, il libero sesso, la libera

droga, la libera pratica dell’omosessualità, divulgando immagini pornografiche

su carta e su video.

Negli Stati Uniti l’attività commerciale nel settore del porno ha una lunga

storia, associata a traffici illeciti. Vecchi resoconti giudiziari ci mostrano che la

qualificata primogenitura nel settore spetta, parrebbe, proprio ad alcune famiglie

originarie del trapanese, per la precisione di Castellammare del Golfo. 2 Tra loro,

in particolare, la famiglia Galante (affiorata nelle vecchie indagini fra Trapani,

Palermo, il Veneto e Trento), quella Gambino (presenza di antica data e sino al

caso Big John del 1991), e anche la meno conosciuta famiglia De Cavalcante,

per me ignota sino a quando ne ho letto il nome («Dei Cavalcanti») nella prima

delle «XI Tavole».

Il successo di Guccione venne agevolato da una bella e ricca ragazza

americana, la star Kathy Keeton, prima sua collaboratrice e poi diventata sua

moglie, la quale lo aiutò a creare Penthouse, poi la rivista scientifica Omni nel 1978 e ancora quella
di salute Longevity nel 1989. Lo introdusse tra personaggi

altolocati come Mario Gabelli, imprenditore e finanziere anch’egli

italoamericano.

Aldo Moro viene rapito il 16 marzo 1978 e ucciso il successivo 9 maggio,

dopo cinquantacinque giorni. Penthouse e Bob Guccione si occuparono molto


del sequestro. La rivista, infatti, pubblicò nel dicembre del 1978 un ampio

servizio-inchiesta firmato dallo scrittore italoamericano Pietro Di Donato, che

aveva raccolto delle informazioni durante un soggiorno a Roma, dove era

arrivato all’inizio del maggio 1978, ovvero nella fase conclusiva del sequestro

Moro.

In quella ricostruzione dei fatti si trovano strani accenni (mai decifrati, ma

nemmeno forse esaminati a fondo). Per vederci meglio la metto a confronto con

gli articoli allora divulgati dal giornalista Mino Pecorelli, iscritto alla P2, il quale

a sua volta dedicò agli stessi argomenti ricostruzioni enigmatiche e altrettanto

misteriose.

L’oscura fonte dell’inchiesta Penthouse

Di Donato aveva scritto negli anni Trenta un romanzo dal titolo Cristo fra i

muratori, ispiratogli dalla figura del padre muratore. Il servizio sul sequestro di

Aldo Moro, intitolato «Cristo nella plastica», venne anticipato su Panorama a opera del giornalista
Claudio Sabelli Fioretti (che aveva lavorato per il periodico

milanese ABC, edito da quel Francesco Cardella che poi aprirà a Trapani la comunità Saman).
Sabelli Fioretti presenta il racconto di Di Donato il 5

dicembre 1978. È un resoconto molto critico in cui evidenzia errori e

grossolanità del servizio, che definisce «prodotto di un mitomane disinformato e

superficiale». Penthouse gli replicherà che ai suoi lettori interessano proprio quelle caratteristiche.

In breve, Di Donato racconta di avere conosciuto, cinque anni prima, tramite

un suo amico senatore del Partito comunista italiano, un noto industriale famoso

per le idee di sinistra (che viene individuato nell’editore Giangiacomo Feltrinelli,

morto oltre sei anni prima, il 14 marzo 1972) e un brigatista in contatto con i rapitori di Moro. «Il
mio articolo», racconta Di Donato, «è il frutto del loro

racconto.» Alla pubblicazione faranno seguito anche indagini dei nostri


investigatori. Di fatto ancora oggi su tutto l’episodio permangono dubbi e

misteri, nonostante innumerevoli processi (fondati essenzialmente sulle

confessioni dei brigatisti, in molti punti ancora incomplete o contraddittorie). Ma

ora emergono addirittura inquietanti riscontri rispetto ad alcune indicazioni

allora contenute su Penthouse in riferimento al luogo della prigionia di Moro. 3

Preciso però che eseguo questo mio nuovo esame del caso Moro con il

limitato scopo di verificare se riesco a individuare nella ricostruzione di

Penthouse qualche aspetto riconducibile a quella nuova massoneria (dei Rosa-

Croce) che solo ora ho scoperto.

Mi imbatto immediatamente nel nome del brigatista che Di Donato afferma di

avere conosciuto in Italia: il suo nome sarebbe «Zucor», indicato come capo

della colonna delle BR che avrebbe rapito Moro e trucidato la sua scorta. Sul

fantomatico Zucor si sono a lungo affannati investigatori e magistrati senza

approdare a nulla.

Rimango però colpito dal fatto che, tra le prime frasi di Di Donato, si legge

testualmente: «Nella sua stanza della prigione [di Aldo Moro], Zucor aveva

attaccato ai muri i crocifissi e i rosari della madre». Non mi pare azzardato

individuare espliciti richiami (ovviamente per chi fosse stato in grado di

recepirli: per esempio la P2, in particolare Pecorelli, forse... Ciolini, ma anche

tutti i piduisti presenti nei vari apparati, corpi militari e comitati di crisi nominati

dal ministro dell’Interno Francesco Cossiga) ai simboli massonici dei Rosa-

Croce e della Grande Madre. Non mi pare infatti che si potessero azzardare

battute di spirito sui principi cattolici dei brigatisti rossi. Noto anche che quelle

parole e quei simboli potrebbero essere suonati in modo particolare anche alle
orecchie dello scrittore Di Donato (noto «proletario») e pure nel titolo del suo

scritto («Cristo nella plastica»), in connessione concettuale rispetto al precedente

libro Cristo fra i muratori.

Colgo subito anche un altro particolare. Il nome «Zucor» potrebbe suggerire

un voluto richiamo al nome di una nota fabbrica di quel particolare strumento da

disegno che si chiama «tecnigrafo», uno strumento di disegno tecnico composto

anche da una squadra. In questo campo proprio la Zucor è una marca rinomata. 4

E la squadra, insieme al compasso, è strumento che simboleggia comunemente

la massoneria.

E potrebbe contenere pure un richiamo ad Adolph Zukor, allora assai

conosciuto specialmente dal punto di vista di Penthouse. Questi, nativo

dell’Ungheria, è stato il fondatore della Paramount (il che lo annovera fra i

principi hollywoodiani della produzione cinematografica), finanziato da

Rockefeller e da Morgan, tra i più grandi finanzieri di Wall Street. Facevano

parte dei «Big Three», «i Grandi Tre»: i gruppi Rockefeller, Morgan e Kuhn

Loeb & Co. Che a quell’epoca (come oggi) vengono comunemente collocati

anche al centro della massoneria mondiale simboleggiata dalla famosa «piramide

del potere». L’«occhio» che la sovrasta nelle raffigurazioni evoca la figura

allegorica massonica di Hiram, corrispondente a quella del dio Horus.

Nella sostanza, su questo primo punto, direi che attraverso simili iniziali

messaggi contenuti nell’articolo-inchiesta è possibile individuare un’esplicita

«firma» massonica dello scritto, espressa apertamente allo scopo di mandare un

ben preciso e minaccioso messaggio ai destinatari.

Rilevo anche che la festa di Horus-Hiram nell’antico Egitto inizia con la


stagione detta «Shomu», ovvero con quella dell’abbondanza e del raccolto, e

cioè con i giorni del «Pachons», che, come leggo, 5 «vanno dal 16 marzo al 14

aprile» perché coincidono con l’inizio delle celebrazioni egizie dei culti ispirati a

Iside, poi festeggiata nell’equinozio di primavera (tra il 20 e il 21 marzo). Il 16

marzo avviene per l’appunto il sequestro di Aldo Moro, e, quindi – vere, false o

imprecise che siano le fonti indicate – l’azione di via Fani «potrebbe»

considerarsi coincidente con quella festività egizia di Horus che alcune

ricostruzioni storiche datano appunto al 16 marzo. Come spiegherò, questa

possibile datazione dell’azione di via Fani non è priva di importanza.

Il servizio di Claudio Sabelli Fioretti, pubblicato su Panorama nel dicembre del 1978, che dà conto
dell’articolo di Penthouse sul caso Moro. Nella pagina a fianco, il riquadro con le accuse del Poe ai
potentati israeliani.
Dopo questi primi più generici collegamenti tra il caso Moro e i Rosa-Croce

(con i riferimenti esoterici alle divinità egizie), mi imbatto in un altro nesso assai

più indicativo e collegato a quel nome «Ergos» che ho individuato come una

sorta di chiave nel tempo nella storia dei Rosa-Croce. Quale relazione può

esserci con il caso Moro?

Questa volta mi trovo costretto a ritornare al 1968, ovvero a quel famoso

maggio «francese», in cui, mentre io frequentavo il terzo anno di giurisprudenza

all’Università La Sapienza di Roma, a Parigi iniziò il movimento studentesco e

con esso la rivoluzione sessuale, quella dei lavoratori, del femminismo, dei

movimenti e delle formazioni più estremisti, poi anche terroristici, che hanno fra

tutti concorso a indirizzare lo sviluppo culturale e sociale dell’epoca. Alcune


citazioni ed espressioni di allora sono divenute proverbiali. Venivano urlate e

cantate. Sintetizzavano proteste e rivendicazioni sociali. Chi ha vissuto quegli

anni (io ero un «sessantottino» moderato) non può dimenticare.

Maggio 1968. Dall’Ergos di Camus al Caligola di Guccione

Uno dei più noti slogan di allora scaturiva dalla celebre espressione presente nel

dramma Caligola di Albert Camus, scrittore e filosofo francese. Un’opera assai

ripresa e citata, in cui l’autore metteva in bocca al bizzarro imperatore romano

una frase che, tradotta, recita così: «Siate realisti, chiedete l’impossibile»,

«l’impossibile è a portata di mano».

Dal dramma teatrale Caligola pervengo direttamente al film Caligola

prodotto da Bob Guccione, da lui diretto insieme a Tinto Brass, celebrato e

pubblicizzato su Penthouse. Ci trovo questa battuta pronunciata dal folle

imperatore romano: «Io esisto dal principio del mondo ed esisterò finché

l’ultima stella non cadrà dalla notte. Anche se ho preso la forma di Gaio, detto

‘Caligola’, io sono tutti gli uomini e nessun uomo e perciò io sono Dio», ergo sum Deus. ERGO Sum,
«ERGOS».

Ecco l’Ergos, chiave nel tempo, da me scoperta nel 1983, ritrovata nel 2016 e

ora individuata a ritroso nel 1968, a esprimere una sintesi spirituale con cui tende

a identificarsi, in sostanza, l’intero movimento new age. Caligola, l’imperatore,

compare come un’ulteriore possibile «chiave di lettura» nella ricostruzione del

sequestro Moro.

Dopo questa «scoperta», ritorno a quelli che, a leggerli meglio, potrebbero

dunque rivelarsi tutt’altro che sprovveduti o errati messaggi presenti nei testi di

Penthouse su Moro. Forse depistaggi (diretti a confutare accuse contro i vari Kissinger, Rothschild,
Rockefeller e i potentati bancari e petroliferi ebrei), o
forse, anche di più, espliciti messaggi di minaccia contro chi avesse mostrato di

seguire proprio quelle tracce.

Concentro così le ricerche sul film Caligola, prodotto tra il 1976 e il 1977. Lo

sceneggiatore originario del film è il famoso scrittore americano Gore Vidal,

pseudonimo di Eugene Luther Gore Vidal, acerrimo critico dell’imperialismo

americano e sostenitore della causa gay, oltre che romanziere, saggista,

sceneggiatore e drammaturgo. Però è anche nipote di Thomas P. Gore, senatore

democratico dello Stato dell’Oklahoma. La famiglia Gore (democratica e

«presidenziale») viene spesso ricordata come espressione del più massonico

imperialismo USA.

Il soggetto del film Caligola viene scritto da Gore Vidal per una

sceneggiatura di Roberto Rossellini, in rapporti di conoscenza con Vittorio

Mussolini, già incontrato nelle storie di Giuseppe Cambareri.

Per il Caligola di Vidal entrò nella produzione anche il nipote Franco

Rossellini. La realizzazione del film venne attuata, insieme a Guccione, negli

studi romani della DEAR (gli stessi dove era stato girato il kolossal Cleopatra).

Le riprese cominciarono già nel settembre del 1976, mentre il montaggio e i

tagli, curati da Tinto Brass con una piccola squadra di editor, avvennero, molto

riservatamente, a Londra, nel successivo inverno. Di queste operazioni,

compiute in tutta segretezza, dà notizia un tecnico che, in un articolo leggibile in

rete, 6 non esita a definire «brigatisti» gli stessi editor del film («Gli editors, bisogna capire, erano
simpatizzanti delle Brigate rosse – Brigatisti»; «Brigatiste»

è il termine usato). E rinvengo pure il nome «Ergos» in rievocazioni del film che

usano espressioni forse geniali ma anche volgari, del tipo coito, ergo sum. 7

Più importante mi appare il richiamo, all’inizio del film, della frase attribuita
a Caligola che abbiamo citato poco sopra, posta a fondamento dell’immortale

significato e valore che l’imperatore attribuisce a se stesso: «E perciò io sono

Dio». In latino: ERGO Sum, ERGOS.

A questo punto si rende necessario sintetizzare la trama di Caligola per

spiegare alcune ulteriori ricorrenze e messaggi, forse occulti, presenti dietro la

vicenda. Nel film Gaio Cesare, meglio noto come Caligola, è il giovane erede

del prozio, il paranoico imperatore Tiberio. Caligola viene proclamato

imperatore, mentre Drusilla, sua sorella e segreta amante, è dichiarata sua pari.

Drusilla tenta di trovare una moglie per il fratello fra le sacerdotesse di Iside, dea

che entrambi venerano in segreto. Caligola sceglie come sposa Cesonia,

cortigiana nota per la promiscuità. Nel frattempo il comportamento del

neoimperatore comincia a peggiorare. Si dichiara un dio e decide di progettare la

distruzione della classe senatoriale. La vecchia religione viene messa al bando e

l’esercito è costretto a raccogliere papiri sulla costa gallica settentrionale:

verranno presentati come prova del fatto che Caligola ha conquistato la Gran

Bretagna. Il giorno seguente, dopo aver recitato in uno spettacolo egiziano nello

stadio, Caligola, la moglie e la figlia vengono assaliti dai cospiratori. Una volta

uccisi, i loro cadaveri sono gettati sulle scale dello stadio e Claudio viene

proclamato nuovo imperatore.

Mi pare balzino agli occhi tre particolarità che possono associare questo film

al caso Moro. La prima è rappresentata dalla presenza delle sacerdotesse di Iside,

divinità ricorrente nella massoneria egizia e in particolare in quella dei Rosa-

Croce; la dea primeggia anche nella vecchia cultura pagana insieme ai culti a lei

ispirati, alla Grande Madre (Grande Dea o Dea Madre) e alle più antiche Venere,
Cibele, Astarte, divinità femminili primordiali, richiamate anche nello scritto di

Penthouse.

La seconda deriva dall’incesto tra Caligola e la sorella Drusilla, con la

benedizione e la partecipazione della moglie. Il rapporto incestuoso viene

presentato in maniera analoga a quello attribuibile a Moro in conseguenza dei

suoi contatti con i comunisti, dopo quelli già consolidati con libici e palestinesi.

Inoltre è stato definito parricida, anche pubblicamente, il rapporto dello statista

(secondo le sue ultime lettere dalla prigionia) rispetto alla sua famiglia politica della DC, ad altri
partiti e alla stessa Chiesa.

Una terza particolarità, come elemento di congiunzione tra i due «casi»

(Caligola e Moro), è il violento attacco alla Chiesa e alla polis condotto da Caligola non meno che
da Moro.

A questo punto passo all’esame di alcuni punti specifici del caso.

L’azione di via Fani

Roma. 16 marzo 1978, ore 9 circa. L’auto che trasporta Aldo Moro viene

intercettata e bloccata in via Mario Fani. In pochi secondi i brigatisti uccidono

due carabinieri e tre poliziotti che viaggiano sulle auto di Moro e della scorta, e

sequestrano il presidente della DC. Durante i cinquantacinque giorni di prigionia

Moro viene sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «Tribunale

del popolo», nel corso del quale chiede invano di essere scambiato con brigatisti

prigionieri: un colloquio che si prolunga per nove comunicati. Il suo cadavere

viene fatto ritrovare il 9 maggio nel bagagliaio di una Renault parcheggiata in

via Caetani, a poca distanza da via delle Botteghe oscure, dove c’è la sede

nazionale del Partito comunista italiano, e da Piazza del Gesù, dove c’è quella

della Democrazia cristiana.


Cerco le ricorrenze e le simbologie.

Roma. 16 marzo 1978, ore 8.30. Manca circa mezz’ora al rapimento. È Renzo

Rossellini, figlio di Roberto, uno dei fondatori di Radio Città Futura, che dalla

propria emittente preannuncia un evento clamoroso che di lì a poco avrebbe

occupato ogni singolo notiziario. Le spiegazioni che lui stesso fornirà riguardo a

quella sua anticipazione, da allora fino a oggi, non saranno mai convincenti.

Verrà però accertato che quella radio veniva ascoltata dalla DIGOS. Lui dirà che

le sue premonizioni erano soltanto ipotesi personali e che in trasmissione non

aveva mai citato il nome di Moro, come dimostrano le registrazioni. Da notare è

però che Rossellini, in qualche occasione, ha espresso altre congetture

inquietanti che si avvicinano molto a quanto ora mi pare di cogliere da altre

prospettive. Rossellini ipotizza che le BR fossero infiltrate ed etero-dirette, che

si fosse trattato di una vera e propria operazione militare preparata con i servizi

segreti (parlò di quelli della Cecoslovacchia, ma forse era uno sviamento), che la

fase della «preparazione fosse stata attuata con una ricostruzione della stessa

strada all’interno di un teatro di posa», studiando le angolazioni di tiro, le

possibilità di fuga, ogni dettaglio. 8 E se la sua ricostruzione corrispondesse

proprio alla verità, per il semplice fatto che lui in qualche modo ne era venuto a

conoscenza diretta e all’inizio, forse, aveva sottovalutato l’importanza delle sue

stesse anticipazioni? (Ip. 48)

Di fatto, pochi mesi dopo quella sua soffiata, il 9 gennaio 1979, Renzo

Rossellini subì, proprio nella sede della radio, un attentato addebitato ai NAR in

cui cinque donne rimasero ferite gravemente con molotov e colpi di mitra sparati

all’impazzata.
Le trame senza fine: Malvolio e Lenguanero

Nello scritto di Penthouse compare, dopo Zucor, l’uso di un altro pseudonimo,

attribuito questa volta al prigioniero Moro. Questi, nel racconto di Di Donato,

«nelle proprie passeggiate sognava di tessere trame senza fine, di chiamarsi

Malvolio, ma di essere più conosciuto nel Sud con il nome di Lenguanero».

Su questi due nomi non rintraccio studi di investigatori, magistrati o studiosi.

Provo qualche verifica in proprio.

Malvolio (o Malvollo) è il nome del personaggio centrale di una nota

commedia, La dodicesima notte o quel che volete ( Twelfth night or what you will, 1599-1601) di
William Shakespeare (Ip. 49). Vi risalta la figura del

maggiordomo Malvolio rispetto alla sua «desiderata e amata Olivia»,

incarnazione di passionalità e sensualità che rappresenta l’elemento dionisiaco

sublime: la dispensatrice dell’erotismo. Malvolio viene presentato come un

individuo in origine rispettabile, che poi subisce una radicale trasformazione e

alla fine cade vittima della sua stessa inclinazione. 9 Il personaggio ha sempre

costituito uno spunto ideale per storie e possibili «trame». Se ne sono date

successive interpretazioni poetiche e polemiche (come la Lettera a Malvolio di Eugenio Montale, in


contrapposizione a Pier Paolo Pasolini). Malvolio è

divenuto anche un personaggio ricorrente in giochi di strategia psicologica

competitiva per la valutazione delle persone e pure in test di analisi psichiatrica

utilizzati, in particolare, per studiare le reazioni, i comportamenti e i disturbi

mentali.

Dell’impiego di queste tecniche psicologiche in giochi di guerra (da parte

delle strutture NATO) ho ricevuto personale conferma da parte di un funzionario

dei servizi segreti che chiamerò Roma 2.


Ero in servizio al SID – mi ha spiegato – in qualità di valutatore politico di alcuni Paesi [del Patto di
Varsavia]. Successivamente sono stato impiegato alla Segreteria del direttore dell’Ufficio S, capitano
di vascello Fulvio Martini. In questa veste, la mattina in cui è avvenuto il sequestro Moro,
partecipavo, insieme ad altri colleghi di varie forze armate, a un’esercitazione NATO di nome, a
quanto ricordo, Wintex, ristretta ai soli governi e comandi

di alto livello. Preciso che, cercando ora sul web, ho trovato traccia di un’esercitazione con quel
nome avvenuta nel 1979. In quella del 1979 ci fu anche impiego di mezzi in concreto.

Nel 1978 l’operazione era invece «virtuale» cioè erano «giochi di guerra» in cui uno fa il nemico e
dice «ti faccio questo», e tu replichi, per esempio «bombardo una base militare». La

mattina del sequestro Moro l’esercitazione era in corso e, appresa dalla radio per caso la notizia del
sequestro Moro, venne interrotta. Fu un caso di interruzione di emergenza.

Ho verificato personalmente che in effetti di questo «gioco» organizzato dalla

NATO compaiono tracce in rete solo dal 1979, e vengono denominate Wintex-

Cimex. E quindi mi chiedo: perché mancano quelle del 1978?

In ogni caso abbiamo conferma della prassi allora abituale per gli apparati

NATO (ovvero la CIA) di utilizzare il sistema psicologico delle mosse e

contromosse evocato da Penthouse nel 1978 quando cita le trame di Malvolio.

In realtà nei giorni del sequestro ci fu una persona in particolare che,

probabilmente, comprese che si trattava di quel «gioco» di scambiarsi messaggi

occulti. Ovvero Carmine Pecorelli, meglio conosciuto come Mino, anche lui

iscritto alla P2. La rivista della sua agenzia OP nacque proprio nel mese del

sequestro, quasi che anche lui, come Rossellini, lo avesse saputo in anticipo. E

Pecorelli è l’unico, con alcuni suoi articoli, a interloquire con i messaggi dei

brigatisti e con le risposte del governo. Il 23 maggio 1978, dopo la morte di

Moro, pubblica la sua cronaca sul ritrovamento del corpo in via Caetani e

annota:

«E adesso a chi toccherà?» domanda un uomo vestito in un bellissimo completo di velluto verde. Un
vicino alza le spalle e scoppia in una risata stridula [si può immaginare che sia lo stesso Pecorelli,
N.d.A. ]. «A rigore», dice, «dovrebbe toccare a tutti gli altri: a Leone, ad Andreotti e a Cossiga, a
Fanfani, a La Malfa e anche a Berlinguer. Non perché hanno scelto di

salvare lo Stato e far morire Moro. L’avrei fatto anch’io. Ma perché con Moro morto, lo Stato

non lo salveranno. E allora a cosa serviva la morte di Moro?» «Se succede questo», dice l’uomo col
vestito verde, «per loro sarà la fine.» «Stai tranquillo», gli dice il vicino, «prima di loro finiremo noi
e l’Italia. Quelli si salvano sempre. Guarda Crociani o Sindona, se non ti capaciti.»

L’uomo vestito di velluto verde (il velluto viene citato come il tessuto usato

per le vestizioni massoniche e in particolare dei cappucci) citato da Pecorelli ben

potrebbe adattarsi al personaggio della massoneria, ispirata a culti egizi e

romani, poi evocato da Penthouse. Pecorelli ricorda, poco prima, l’immaginaria

presenza in via Caetani di un ignoto cronista all’atto del rinvenimento del

cadavere di Aldo Moro, e annota: «Un cronista egiziano scrive su un taccuino

chissà che cosa, coi caratteri svolazzanti della sua lingua», dove «svolazzanti»

possono essere le farfalle, le cui ali colorate caratterizzano gli abiti con cui anche

oggi usano vestirsi le ballerine nelle ritmiche danze dedicate ai culti isiaci già celebrati soprattutto
nella Roma antica sotto Caligola.

Pecorelli poi aggiunge la presenza di «una immaginaria signora bionda, è

addossata al muro dove è parcheggiata la Renault rossa. Dietro ci sono i ruderi

del teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma». Scrive ancora Pecorelli: «Ho

letto in un libro che a quei tempi gli schiavi fuggiaschi e i prigionieri vi venivano

condotti perché si massacrassero tra loro. Chissà cosa c’era nel destino di Moro

perché la sua morte venisse scoperta proprio contro quel muro? Il sangue di

allora e il sangue di oggi?»

Il ruolo svolto dagli schiavi fuggiaschi mi fa pensare (nel gioco del botta e

risposta) ai brigatisti, costretti a nascondersi e a fuggire, ricercati dagli

inquirenti; in pari tempo servi e «gladiatori» agli ordini, forse, dell’uomo vestito
di verde che dirige la scena e le successive mosse del gioco; mentre quello dei

«prigionieri» mi fa pensare ad Aldo Moro.

Ed eccoci al secondo nome. Moro. Come abbiamo visto, sempre secondo

Penthouse, nelle proprie passeggiate sognava di tessere trame, di chiamarsi

Malvolio... «di essere più conosciuto nel Sud con il nome di Lenguanero» (Ip.

50). Chi può essere quel «Lenguanero del Sud» indicato dalla rivista americana

come tessitore di trame oscure «più conosciuto» di Malvolio? A Roma si erano

alzate le «voci» di Franco Zeffirelli e di Mino Pecorelli. Quella del Sud potrebbe

essere appartenuta al povero Giuseppe Impastato, Peppino, giornalista, attivista

italiano, membro di Democrazia proletaria e noto per le sue denunce contro le

attività di Cosa nostra. Perché Penthouse lo definirebbe «assai noto»? Intanto perché viene
assassinato il 9 maggio 1978, lo stesso giorno di Aldo Moro e con

una clamorosa sceneggiata drammatica che richiama quella già montata ad arte,

in passato, per Feltrinelli (l’amico di Di Donato, citato all’inizio dell’«inchiesta»

a «ricordare», forse, anche la sua fine).

Dal 1968 Impastato dirigeva le attività dei gruppi comunisti ed era stato

fondatore di Radio Aut, altra emittente libera autofinanziata, con cui in prima

persona denunciava i crimini e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini: in

primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti (che Peppino chiamava «Tano

Seduto»), il quale svolgeva un ruolo di primo piano nei traffici internazionali di

droga attraverso il controllo dell’aeroporto di Punta Raisi. Con il suo cadavere

venne inscenato un attentato per distruggerne anche l’immagine, in cui la vittima

appariva suicida. Sotto il suo corpo, adagiato sui binari della ferrovia, venne

posta una carica di tritolo, inducendo sia la stampa, sia la polizia giudiziaria sia

la magistratura a parlare a lungo di un atto terroristico in cui l’attentatore stesso


sarebbe rimasto ucciso; e poi di suicidio, dopo la scoperta di una lettera che in

realtà non rivelava affatto propositi suicidi. Per il delitto Impastato vennero

condannati Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo. Quest’ultimo, considerato

cassiere di Cosa nostra, compariva già nelle inchieste della Sicilia (e anche di

Trento) sui pagamenti delle forniture di eroina dalla Svizzera agli Stati Uniti.

Non è difficile ricondurre l’omicidio di Impastato («lingua da infame», cioè

«lenguanera», l’associazione è nientemeno che del poeta Orazio) al delitto

Moro; e non solo per la coincidenza della «esecuzione» in contemporanea

(circostanza mai presa in esame nelle tante indagini eseguite sui due «casi» di

omicidio). In realtà ad associarli ci sono almeno altri tre argomenti: primo, che i

due assassini di Impastato (Gaetano Badalamenti e Vito Palazzolo) appaiono

collegati ai rapporti tra Cosa nostra e Cosa loro di quel periodo (mi riferisco in

particolare alle indagini su Pizza Connection e a quelle successive sul riciclaggio

Big John); secondo, una buona amica di Impastato fu Teresa Ann Savoy (nata a

Londra il 18 luglio 1955 e deceduta a Milano il 9 gennaio 2017), brava e bella

attrice britannica fuggita di casa a sedici anni per raggiungere la comune hippy

siciliana di Terrasini, frequentata da Peppino Impastato; proprio la Savoy è nel

cast del film Caligola, nel ruolo di Drusilla, la sorella incestuosa. Amica di Impastato, potrebbe
averlo informato di qualcosa esponendolo a un pericolo più

specifico di eliminazione. Terzo argomento è la sua «lingua lunga», ovvero il

fatto che parlasse attraverso la propria emittente, come allude Penthouse quando

rammenta la fine che fa chi ha la lingua troppo sciolta.

Ecco un collegamento diretto tra Penthouse, il film Caligola, l’attrice, Lenguanero, Impastato, Cosa
nostra italoamericana, Gaetano Badalamenti, Vito

Palazzolo, i rapporti lucrosi di droga, dollari e forse... la pornografia.


Il falso comunicato (Ip. 51)

Dopo l’azione di via Fani, il ministro dell’Interno Francesco Cossiga si circonda

di comitati di crisi e di esperti militari; fa uso anche di collaboratori esterni. Tra

questi, come è noto, intervengono lo psichiatra Steve R. Pieczenik (all’epoca

capo dell’ufficio per la gestione del terrorismo internazionale del Dipartimento

di Stato USA e uomo di fiducia di Henry Kissinger), Franco Ferracuti (psichiatra

e criminologo, ordinario di psicopatologia forense nell’Università La Sapienza di

Roma, iscritto alla P2); e spicca tale Ferdinando Guccione Monroy (anch’egli

iscritto alla P2 e allora prefetto a Pavia), su cui non rinvengo accertamenti da

parte della Commissione P2 e nemmeno della Commissione sulla strage di via

Fani. Il suo cognome risuona in una delle tre più antiche famiglie di Erice (con

ascendenze spagnole che risalgono alla presenza in Sicilia di Alfonso V

d’Aragona nella prima metà del XV secolo): potrebbero esserci rapporti (da

verificare) con personaggi influenti di Trapani, presenti in vecchie storie di

quella città e della sovrastante Erice. Guccione Monroy, comunque, viene

nominato allora prefetto responsabile della «sala situazione globale» al

Viminale.

L’attività di Pieczenik risulta decisiva dopo il sesto comunicato delle BR,

quello del 15 aprile in cui viene data la notizia che «l’interrogatorio è finito.

Moro è colpevole e viene pertanto condannato a morte». Spiegando appena

prima che: «Questo Stato, questo regime DC sorretto dall’infame complicità dei

partiti cosiddetti di ‘sinistra’, vorrebbe soffocare ed allontanare lo spettro di un

giudizio storico che il proletariato ha già decretato».

La mossa seguente (che verrà ricostruita solo di recente) è del 18 aprile: al


quotidiano romano Il Messaggero perviene una telefonata con cui si avvisa

dell’arrivo di un altro messaggio delle BR, il numero sette, che dice:

Oggi, 18 aprile 1978, si conclude il periodo «dittatoriale» della DC che per ben trent’anni ha
tristemente dominato con la logica del sopruso. In concomitanza con questa data

comunichiamo l’avvenuta esecuzione del presidente della DC Aldo Moro, mediante

«suicidio». Consentiamo il recupero della salma, fornendo l’esatto luogo ove egli giace. La salma di
Aldo Moro è immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa, alt. mt. 1800 circa

località Cartore (RI), zona confinante tra Abruzzo e Lazio.

Non si tratta di un comunicato proveniente dalle BR, ma dal nostro governo.

Un falso messaggio stilato e diramato su iniziativa e decisione congiunta di

Francesco Cossiga e Steve Pieczenik il quale, subito dopo, riparte per gli Stati

Uniti, lasciando intuire che la sua missione è ultimata. Quando lo psichiatra

statunitense riconosce di avere svolto questo ruolo chiave, Cossiga è ancora in

vita e non lo contraddice. Peraltro il riconoscimento assume, per come è stato

espresso, un carattere solo morale. 10 Pieczenik, infatti, scrive:

Lessi le molte lettere di Moro e i comunicati dei terroristi. Vidi che Moro era angosciato e stava
facendo rivelazioni che potevano essere lesive per l’Alleanza atlantica. Decisi allora che doveva
prevalere la Ragion di Stato anche a scapito della sua vita. Mi resi conto così che bisognava
cambiare le carte in tavola e tendere una trappola alle BR. Finsi di trattare.

Decidemmo quindi, d’accordo con Cossiga, che era il momento di mettere in pratica una operazione
psicologica e facemmo uscire così il falso comunicato della morte di Aldo Moro

con la possibilità di ritrovamento del suo corpo nel lago della Duchessa. Fu per loro un colpo
mortale perché non capirono più nulla e furono spinti così all’autodistrizione. Uccidendo Moro
persero la battaglia.

Di fatto gli investigatori danno retta al nuovo comunicato delle BR e

accorrono sul luogo indicato. Trovano il lago ghiacciato, fanno brillare cariche di

esplosivo, spalano neve, fanno immersioni e infine si accertano della falsità del

messaggio.
***

Poniamo, invece, per ipotesi, che l’intervento di Pieczenik non implicasse solo

un’operazione psicologica per indurre le BR a decidere la sorte di Moro, ma per

comunicare una decisione.

Rilevo intanto che attraverso quel falso comunicato si introduce, per la prima

volta, un luogo (il lago della Duchessa) mai ricorso negli scambi di

comunicazioni tra governo e BR; manca anche tra i pur numerosi documenti che

attestano esercitazioni preventive di liberazione targate Stay-behind.

A questo punto verifico se nei testi di psichiatria sul gioco psicologico delle

trame (il Malvolio a cui ammicca Penthouse) ci siano accenni o richiami in proposito. In un manuale
abbastanza recente (ma che riprende il contenuto di

uno studio più vecchio, che risale agli anni Quaranta) 11 rinvengo una citazione

dove, per formulare un test diagnostico sui disturbi di comunicazione, ovvero di

espressione e comprensione dei messaggi orali, si prende spunto proprio dai

versi di Shakespeare presenti nella commedia La dodicesima notte in cui

compare il personaggio di Malvolio citato da Penthouse. E in questo testo

psichiatrico vengono citate proprio le parole più famose pronunciate dal

protagonista shakespeariano, che «aprono» verso la formazione di possibili

diverse trame con gli altri pretendenti alla dama da lui desiderata. Si legge in

particolare: «‘Remenber who thy condemned yellow stockings and wished to see

thee ever cross-gartered’ (II, 148-9) substituting ‘condemned’ for ‘commended’.

Clearly, this risks the main meaning in a schede crucial to the plot of the play», e

cioè: «‘Ricorda chi ha condannato la tua calza gialla e che ha desiderato vederti

indossare giarrettiere con i lacci incrociati’ (II, 148-9), sostituendo ‘comandata’

con ‘condannata’».
Nel volume si spiega: «Chiaramente, la sostituzione [del termine ‘comandata’

con ‘condannata’] cambia il significato fondamentale nella trama del gioco».

Ritorno allora al messaggio numero sei (autentico) delle BR. Con esso i

brigatisti avevano comunicato al governo italiano la fine dell’interrogatorio e la

conseguente «condanna» di Aldo Moro. Così facendo giocavano la propria sesta

mossa, lasciando ancora in vita Moro e anche le richieste di scambio, o (si può

anche ipotizzare) pure quelle, subordinate, di pagamento di un riscatto (per

esempio tramite la Chiesa).

I sequestratori, cioè, «girano la mossa» successiva al governo e alle possibili

trame a venire. Segue il messaggio (falso) numero sette con cui si mette

fittiziamente in bocca alle BR la comunicazione dell’«avvenuta esecuzione del

presidente della DC mediante ‘suicidio’»‚ con la salma «immersa nei fondali

limacciosi del lago Duchessa».

Che cosa può significare? Se stiamo alla chiave di comunicazione indicata nei

testi di psicologia supponendo che fosse stata concordata, in risposta al

messaggio (autentico) in cui le BR annunciano la «condanna» il governo

trasmette, diffondendo il falso messaggio, il definitivo ordine, il «comando».

Ovvero, con il falso comunicato sembra possa essere stato impartito alle BR il

comando di uccidere Aldo Moro seguendo una delle «trame» concordate. Quale?

La addita lo stesso falso messaggio: «Che la salma di Aldo Moro venga

immersa nei fondali limacciosi del lago Duchessa».

Dall’indicazione del lago della Duchessa alla... «Duchessa»

Il fatto che nel falso messaggio si legga «del lago della Duchessa» sembra

indicare l’esistenza di un accordo preventivo tra gli «ideatori» e i sequestratori.


Cerco di individuare gli elementi eventualmente preconosciuti e concordati.

Inizio esaminando il luogo (monti della Duchessa, al confine tra il Lazio e

l’Abruzzo). Seguo il percorso di un’escursione descritta in rete. 12 Si segnalano

antichi resti ispirati a Iside, i quali, nella lettura massonica che sto seguendo

(presente anche in Penthouse) non sarebbero potuti mancare. Leggo infatti: «In

località Venarossa iscrizioni funerarie attestano l’esistenza di una necropoli

rupestre. Numerosa è la quantità di epigrafi provenienti dalla zona, testimonianti,

tra l’altro, l’esistenza di un teatro e la diffusione di culti e misteri sufici come Mitra, Iside e
Serapide».

Nella zona circostante, non dimenticando il nome indicato nel falso

messaggio («lago e monti della Duchessa»), si individua un castello che rievoca

un’altra storia antica, di cui fu teatro, anch’essa assai pertinente al caso Moro, in

quanto il personaggio evocato richiama l’«incesto» e il «parricidio» addebitati al

presidente della DC con la sua intenzione di apparentarsi con il PCI. Si tratta

della famosa storia di Beatrice Cenci, nata a Roma il 6 febbraio 1577 e lì uccisa

dall’Inquisizione l’11 settembre 1599. Siamo negli stessi anni di William

Shakespeare e anche di quelli in cui viene bruciato vivo Giordano Bruno (il 17

febbraio 1600). L’uno e l’altro, per diversi motivi, sono celebrati dai Rosa-

Croce; il corpo del loro fondatore Christian Rosenkreutz (nato nel 1378 e morto

nel 1484) viene rinvenuto, a quanto si racconta, «perfettamente intatto»,

centoventi anni dopo, quando alcuni confratelli ne ritrovano e aprono la tomba.

Siamo nel 1604, e qui ha inizio il suo mito e quindi quello dei Rosa-Croce, di cui

si rinvengono i simboli nella prigione di Aldo Moro.

Beatrice Cenci è una giovane nobildonna romana che subisce incesto su

violenza del padre e alla fine viene giustiziata per l’uccisione dello stesso,
ovvero per parricidio. Assurge al ruolo di eroina popolare. Incesto e parricidio

(peccati imperdonabili per la Chiesa) appaiono elementi di chiara congiunzione

tra il caso Moro e quello di Beatrice Cenci e, come vedremo a breve, il lago della

Duchessa. E se vogliamo la vicenda non è lontana, nella sostanza, dall’altrettanto

incestuosa storia amorosa di Caligola con la propria sorella-amante Drusilla, e

anche con la moglie Cesonia.

La storia di Beatrice Cenci, raccontata a teatro e nei cinema, richiede qui un

sintetico ricordo.

È figlia del conte Francesco Cenci, un ricco e influente personaggio del

tempo, rissoso, violento, che usava abusare di lei. Beatrice, come è naturale,

avrebbe voluto legarsi a un altro uomo. Ma il padre, oberato dai debiti, pur di

non rinunciare alla dote che la figlia, se si fosse sposata, avrebbe perso (la

Crypta Balbi, ovvero un isolato del centro storico di Roma dove sorgeva un

vasto portico annesso al teatro di Lucio Cornelio Balbo, del 13 a.C.), le

impedisce di sposarsi, segregandola con la famiglia nel piccolo castello del

Cicolano, chiamato «Rocca», vicino a quello che poi viene denominato lago

della Duchessa.

Parenti e servitori aiutano la ragazza a uccidere il padre, ma uno di loro viene

arrestato e confessa l’assassinio del conte. La famiglia viene imprigionata e

anche Beatrice è costretta, sotto tortura, a confessare. I Cenci vengono giudicati

colpevoli e condannati a morte, seguendo la vecchia lex romana di Caligola e applicando le


tradizionali pene del contrappasso previste per i delitti più gravi: lo

squartamento per il fratello Giacomo, la decapitazione per Beatrice e la matrigna

Lucrezia.

L’esecuzione avviene davanti a una grande folla la mattina dell’11 settembre


1599 di fronte a Castel Sant’Angelo, seguita da tumulti di folla che provocano

altri morti e annegati nel Tevere tra i popolani presenti. Il corpo di Beatrice viene

quindi raccolto dalla Confraternita della Misericordia e, insieme a una folla

commossa, portato a San Pietro in Montorio, la chiesa che sorge sul luogo in cui,

secondo la tradizione, l’apostolo Pietro era stato crocifisso a testa in giù. Qui, sotto l’altare
maggiore, viene sepolto il corpo di Beatrice, in un loculo coperto

da una lapide priva di nome, secondo le norme previste per i giustiziati.

Ritorno ora all’unica indicazione del «lago della Duchessa» presente nel falso

messaggio numero sette (Ip. 52).

Non viene naturale chiedersi come sia stato possibile per le BR, per Mino

Pecorelli e poi per Penthouse, conoscere il significato di questa indicazione, se

non in presenza di accordi preesistenti al sequestro e alla uccisione di Aldo

Moro? L’esecuzione del delitto da parte dei suoi «sequestratori» presenta infatti

decisivi riferimenti alla storia di Beatrice Cenci (evocata, ma non nominata, con

la citazione del lago della Duchessa). In concreto: l’abbandono della Renault

rossa con il cadavere di Aldo Moro in via Caetani (ovvero sotto il palazzo

Mattei, proprio il palazzo della Duchessa e cioè di Beatrice Cenci, come

vedremo); la citazione del teatro di Balbo (che pur faceva parte della dote della

stessa Beatrice), come vedremo, da parte di Mino Pecorelli nella sua

ricostruzione del rinvenimento del cadavere di Moro; e ancora la presenza

dell’uomo vestito di velluto verde e del cronista egiziano a ricordare i riti

orientali. E altro ancora, come la presentazione del cadavere di Aldo Moro

secondo il rituale previsto dalla cosiddetta poena cullei, la vecchia pena di morte

prevista per il parricidio nel diritto romano.

Mi soffermo su quest’ultima, forse il riferimento meno trasparente.


La poena cullei, in origine, prevedeva che il condannato venisse alla fine

racchiuso in un sacco con animali vivi (come la scimmia, il cane o il gallo) e

fosse poi abbandonato nell’acqua del mare. Era una tipica modalità esecutiva

riservata ai più orribili reati, come il parricidio (di qui il nesso con Beatrice), ai

tempi di Roma, compresa l’epoca di Caligola (a sua volta ucciso e massacrato).

L’atto conclusivo dell’«abbandono in mare» costituiva, nella tradizione più

antica, il momento essenziale della pena, che coincideva col finale del rituale e

veniva applicato al condannato per condotte particolarmente gravi contro la polis

romana, ovvero per i reati contro la cittadinanza. Questa pena veniva infatti

considerata come una procuratio prodigii e cioè un rito analogo a quelli che le autorità sacerdotali
mettevano in campo allorché si trattava di «stornare», ovvero

di eliminare, «prodigi ritenuti nefasti per la sicurezza e la vita della collettività e

il cui scopo ultimo era quello di ‘eliminare un mostro’». 13

Ebbene, a me pare che nell’esecuzione di Aldo Moro venne inscenata, a scopi

intimidatori e di generale tacitazione, la rappresentazione figurata proprio di

questo macabro rito.

Nel telegiornale RAI, alle ore 14.01, 14 il ritrovamento del cadavere di Moro è

descritto come segue:

È stato appena trovato il cadavere di un uomo nella vettura indicata dal messaggio che ha condotto al
rinvenimento dell’auto in via Caetani. [...] Il corpo è forse quello di Aldo Moro.

Esistono solo notizie ufficiose [...]. Il cadavere si trova visibile nella parte posteriore di una Renault
rossa fatta trovare in via Caetani [...]. Il corpo si trova « in un sacco» [...] Arrivano volanti e la
DIGOS, Lettieri, venti minuti prima. Arriva il comandante dell’Arma dei carabinieri. La voce del
rinvenimento, si dice, è stata diffusa alle 13.45. A via Caetani arriva il ministro dell’Interno Cossiga,
con il sottosegretario Clelio Darida. La riunione della DC alla sede di Piazza del Gesù, si cui vi è
riserbo, è stata sospesa [...]. Da una agenzia ANSA si è appreso che un funzionario DIGOS ha detto
che il cadavere è di Aldo Moro.

Alla fine del filmato, si ribadisce: il corpo si trova « in un sacco... »


Dai dettagli successivamente raccontati nelle cronache, dopo la rimozione

della coperta che avvolge Aldo Moro all’interno del bagagliaio, sparisce la

possibile messa in scena del sacco, pur descritto nell’immediatezza del

rinvenimento dell’auto. Pare, cioè, che il corpo della vittima risultasse avvolto in

una coperta come in un sacco. I primi operatori della televisione che hanno visto

e descritto la scena, che poi può essere cambiata, magari solo a causa della

necessità di identificare la persona, parlano di un sacco: inizialmente il corpo

appariva chiuso «in un sacco», come per la poena cullei, la pena del sacco.

Passo all’esame della successiva perizia (richiamata nella sentenza): il

«sacco» non viene più menzionato. Si dà però atto dell’uccisione di Moro con

undici colpi sparati con due rivoltelle (dieci colpi con una rivoltella e uno con un’altra). Si è tra
l’altro riscontrata la presenza di:

abbondante bitume analogo a quello presente in alcuni nostri litorali inquinati e [...] alcune delle
specie vegetali identificate nei bordi dei pantaloni e nel bagagliaio forniscono elementi indicativi
sulla provenienza e sul momento del prelievo che sono in accordo con un’origine del materiale di
aree del Lazio non montane bensì litoranee con zone e giardini e coltivazioni.

Per parte del materiale vegetale il ciclo biologico denuncia uno stadio evolutivo tipico di aprile e
maggio; la presenza di formazioni pilifere umane e di peli bianchi di animale potrebbero costituire
interesse nel prosieguo delle indagini qualora venissero analizzati con tecniche appropriate.

Non si tratta, forse, dell’evocazione delle altre due specifiche modalità di

uccisione e di abbandono del condannato a morte nella poena cullei? È infatti prescritto che il
condannato venga rinchiuso in un sacco con un animale (che lo

massacra come nello squartamento). Ne vengono rinvenute tracce: «formazioni

pilifere umane e di peli bianchi di animale», tanto significative da essere

espressamente indicate dal perito e sottoposte alla valutazione del magistrato per

ulteriori approfondimenti (che non ci saranno). E le tracce rinvenute nei suoi

pantaloni, allo stesso modo, non richiamano proprio quell’abbandono sulla riva,

«tra fondali limacciosi» (come era indicato nel falso messaggio numero sette di
Pieczenik-Cossiga), proveniente dalla stessa zona delle antiche inflizioni della

poena cullei? (Ip. 51)

Nella sostanza vennero inscenate le modalità rituali indicate da Pieczenik-

Cossiga. Ma queste avrebbero dovuto essere ignote ai brigatisti, a meno che non

ne fossero stati informati prima da accordi incorsi con chi ordinò loro di far

rinvenire il corpo racchiuso in una coperta come in un sacco; e che si facessero

trovare peli di animale e residui limacciosi a evidenti scopi evocativi e quindi

intimidatori.

Di quei peli e di quei residui si rinviene traccia anche nell’automobile, una

FIAT 132 azzurra, dalla quale si ritiene avvenuto l’ultimo trasbordo di Moro.

Tuttora lo asserisce la Commissione parlamentare d’inchiesta nella relazione del

presidente Giuseppe Fioroni, approvata nella seduta del 6 dicembre 2017:

L’ipotesi che il garage fosse localizzato in quella zona è rafforzata dal secondo verbale di
rinvenimento del 16 marzo 1978, redatto da personale del gabinetto regionale della polizia
scientifica della Questura di Roma, inerente la nota FIAT 132 targata Roma P79560, nel quale

si legge: «Sull’alloggiamento del mandante del congegno di chiusura dello sportello

posteriore destro, poggia uno stelo di infiorescenza arborea, contrassegnata con la lettera ‘Y’

[...] In prossimità dell’angolo posteriore destro del canaletto della sede del bordo del coperchio del
portabagagli, si rinvengono altre infiorescenze arboree ed alcuni peli, contrassegnati con la lettera
‘O’».

Mi viene da chiedermi come sia stato possibile che mai nessuno abbia notato

questi particolari, anche di fronte alle contraddittorie spiegazioni dei brigatisti

sulla sabbia nei pantaloni di Moro. Chi dunque, mi domando, sono stati

realmente i suoi sequestratori, chi ha raccolto le sue «lettere», chi gli uccisori e i

reali mandanti?

E danno da pensare anche i riferimenti colti dall’ultima Commissione Moro):


sugli appartamenti in via della Balduina ricondotti a monsignor Paul Marcinkus

e a Omar Yahia, finanziere libico, legato all’intelligence di casa sua e a quella statunitense.
Ricompaiono infatti nelle indagini di Mani pulite del 1992-1994 e

riguardano in particolare quel Pierfrancesco Pacini Battaglia e lo stesso

arcivescovo presidente dello IOR vaticano, che sembrano essere stati attivi sino

agli anni Novanta attraverso gli stessi conti e le stesse banche manovrate da

Lottusi e Moglia (dalla Sicilia e da Milano alla Svizzera, e quindi alla centrale di

Wall Street).

Del resto il figlio di Vito Ciancimino, Massimo, racconta che «le transazioni a

favore di mio padre passavano tutte tramite i conti e le cassette dello IOR». 15

Può darsi che sia stato questo il reale motivo per cui nel 1978 si arenarono le trattative del Vaticano
per liberare Aldo Moro? E che, allo stesso modo, fece

interrompere le indagini sull’operato della centrale di Wall Street nel 1991,

avviate dall’autorità giudiziaria di Palermo e dall’inchiesta Mani pulite nel 1992-

1994? E quelle di Paolo Borsellino sulle dichiarazioni del collaboratore Calcara?

E perché mai, in fin dei conti, su Pentohuse vennero espresse quelle soffiate

esplicite, se non per infondere terrore e minacciare chi avesse accennato anche

una sola parola in proposito? Magari anche nei confronti della stessa P2, allora

assorbita dalla sconosciuta («sconosciuta»?) societas dei Rosa-Croce? Insomma,

non si può scacciare il sospetto che tutto ciò sia stato funzionale a tacitare tutto,

come del resto è effettivamente avvenuto da allora sino a oggi.

Il teatro di Balbo e il palazzo Mattei (Ip. 52)

Esaminiamo ora l’altro elemento «comune» presente tra il caso di Beatrice Cenci

e quello di Aldo Moro; il luogo dell’abbandono dell’auto, via Caetani, nonché le

descrizioni di Mino Pecorelli sulla Crypta Balbi.


Ho già accennato a questa ricostruzione parlando di Malvolio, quando

Pecorelli riporta le parole di un’immaginaria signora che osserva ciò che avviene
davanti a lei «addossata al muro dove è parcheggiata la Renault rossa»,

sottolineando proprio la presenza dell’antico edificio: «Dietro ci sono i ruderi del

teatro di Balbo, il terzo anfiteatro di Roma». Pecorelli dà l’impressione di

conoscere la sceneggiatura del sequestro e dell’assassinio di Moro, o di aver

comunque individuato la rievocazione storica che ne ha ispirato le modalità di

esecuzione.

Il fatto che quel preciso luogo venga citato proprio in occasione del

rinvenimento del corpo di Moro in via Caetani assume un significato particolare.

Le indagini riguardanti quest’ultimo sito si sono sempre indirizzate verso

componenti della famiglia Caetani e personaggi della sinistra, ma anche verso la

Cecoslovacchia: Paese infatti menzionato anche da Renzo Rossellini come teatro

di «prove» e simulazioni del sequestro di via Fani.

***

Se, però, le stesse informazioni venissero interpretate nel senso da me indicato

(ovvero dei richiami massonici alle divinità egizie, a Caligola e ora anche alla

storia di Beatrice Cenci), non sarebbe impossibile ipotizzare che nell’articolo di

Penthouse, specie nel riferimento al teatro di Balbo e alla sua cripta, sia stato individuato il luogo
esatto del nascondiglio in cui venne realmente condotto e

forse giudicato Aldo Moro.

La Crypta Balbi fa parte dell’antico teatro che Lucio Cornelio Balbo fece

erigere nel Campo Marzio nel 13 a.C. Oggi si trova al n. 31 di via delle Botteghe

oscure. Fu Francesco Albertini, all’inizio del XVI secolo, a identificare nel teatro

di Balbo quelle rovine che, ancora visibili al suo tempo nei pressi della casa di

Domenico Mattei, erano poi state inglobate nella costruzione di altri edifici della

stessa famiglia. In questa zona durante i lavori fu rilevata la presenza di un


mitreo (antro sotterraneo dedicato al culto del dio Mitra, originariamente

indoiranico) risalente al II secolo d.C. 16 Iside, così, venne venerata

congiuntamente a Cibele e alla Grande Madre. 17 La Grande Madre, dea della

natura, degli animali ( Potnia theròn) e dei luoghi selvatici, impersonava la forza

riproduttrice della natura ed era venerata spesso sotto il nome di Grande Dea,

Madre degli dei, Matrice.

In vecchi volumi sulla storia della duchessa Beatrice e sui ruderi del palazzo

di Balbo si trova menzione di specifiche opere dedicate alla Madre degli Dei,

Cibele, nel palazzo Mattei, di cui una, la più antica, presenta le mani posate sulle

teste di due leoni, e un’altra, più recente, ricorda la prima. Sempre nel palazzo Mattei esiste un altro
riferimento a Iside ancora più specifico: è rappresentata

come dea alata in un bassorilievo di basalto verde, nel corso di una processione

sacrificale. Le sue ali, attaccate al di sotto dei fianchi, coprono e inviluppano le

cosce e le anche, come nelle figure alate delle «medaglie di Malta».

Incentro la mia attenzione sul palazzo Mattei. Nell’articolo «Cristo nella

plastica», su Penthouse, si legge:

Come risposta Chiesa e Stato fanno immagini per mostrare alla gente che stanno aiutando Aldo ed
Eleonora. Il papa ha un elicottero che contiene una bella statua di nostra Signora di

Fatima e un prete che dice una messa per la salvezza mentre sorvola la casa di Moro. [...]

l’Air Force ha sei jet che spargono rosso, bianco e verde, i colori della bandiera italiana nei cieli
sopra la via del Martire.

Un teste che ho ascoltato all’inizio di questa mia ricostruzione (Beirut 2) mi

aveva raccontato di quella enorme fotografia, eseguita dall’alto di un elicottero,

che ritraeva Aldo Moro in un cortile nel corso della sua prigionia. Poteva essere

il cortile di palazzo Mattei? Potrebbe essere proprio questa la base protetta

ricavabile incrociando le indicazioni Pieczenik-Cossiga sul lago della Duchessa,


il collegamento tra Beatrice Cenci (evocata dal lago) e palazzo Mattei, il

rinvenimento di Aldo Moro in quel luogo, le foto aeree del cortile, la citazione

sarcastica delle foto del papa con a bordo la statua di Fatima (evocata anche per

l’incontro iniziale della scorta a casa di Moro).

In conclusione lo statista sarebbe stato «martire» nella sua ultima casa: quella

della prigionia.

Il palazzo Mattei di Giove (detto anche Antici Mattei) è nel centro storico, tra

via Michelangelo Caetani e via dei Funari, nel rione Sant’Angelo. Ospita

attualmente alcune colte istituzioni: due istituti del ministero dei Beni e delle

attività culturali e del turismo (la Biblioteca di storia moderna e contemporanea e

l’Istituto centrale per beni sonori e audiovisivi, già Discoteca di Stato), nonché

l’Istituto storico per l’età moderna e contemporanea e il Centro studi americani,

munito di ingressi separati. Quest’ultimo venne creato a Roma poco prima della

Seconda guerra mondiale grazie anche alla donazione di numerosi testi su

argomenti americani (storia, letteratura, saggistica, poesia, teatro eccetera). Dal

1963 l’ente, senza finalità di lucro, gode di riconoscimento giuridico.

Le cronache del ritrovamento del cadavere di Moro riferiscono le diverse

reazioni espresse dai due massimi esponenti del «partito della fermezza» accorsi

sul posto: «Pecchioli non lasciava trasparire emozione o nervosismo. Cossiga,

invece, coinvolto anche dal punto di vista affettivo e psicologico [...], appoggiò

la testa al muro dell’adiacente palazzo Antici Mattei ed esplose in un pianto

sommesso e prolungato». 18

Dal Centro studi americanial «nucleare»

A palazzo Mattei, è stato presidente del Centro studi americani Gianni De


Gennaro. Prima di lui lo è stato Giuliano Amato, nel 1992 uno degli artefici delle

privatizzazioni in Italia. Un noto premiato del Centro è stato l’ex ambasciatore

americano in Italia Peter Secchia (Ip. 53).

Ritorno, così, ai rapporti di Penthouse e del suo fondatore Bob Guccione con

i servizi americani, domandandomi se possano esservi ulteriori strani intrecci

con gli agenti segreti USA. Individuo un altro suo particolare settore di

intervento: quello del nucleare, più precisamente la «fusione nucleare», ossia il

difficile impiego dell’idrogeno e dell’elio, le sostanze produttive della energia

del sole... del mitico Helios (Ip. 54).

Informative americane (e documenti biografici) raccontano che già negli anni

Settanta, e in particolare nel 1978, Bob Guccione realizzò una joint venture con

il fisico americano Robert Bussard, uno scienziato dedito alla fusione nucleare,

per progettare il reattore Ignitor in collaborazione anche con il fisico italo-

americano Bruno Coppi; era destinato ad alimentare la ricerca del progetto

Tokamak, il cosiddetto Riggatron e l’apparecchiatura denominata IEC Polywell.

Tutto ciò avvenne presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), centro

studi da cui proveniva anche Steve Pieczenik. I partner del progetto erano in

contatto con i centri di ricerca nucleare presenti in Svizzera (il CERN) e negli

USA (il Fermilab); il sodalizio scientifico prevedeva anche la collaborazione

della Russia.

L’iniziativa si valeva di una particolare banca: la Washington Riggs Bank,

un’istituzione nota agli americani come la «banca del Presidente» (e dei suoi

fondi riservati), cioè manovrata dalla CIA. Ed è pure risaputo il suo

collegamento con la Russia: nei primi anni Novanta i nativi di quel Paese
ottenevano la cittadinanza americana quando ne divenivano clienti (e

finanziatori delle attività che patrocinava). A questa particolare operazione di

«finanziamento» indirizzata a Bob Guccione in veste di studioso prese parte un

altro italiano, il già citato Bruno Coppi, molto noto anche nel nostro Paese.

Trasferitosi sin da giovane negli Stati Uniti, nel 1968 divenne professore al MIT:

fu appunto, come accennato, l’inventore del progetto Ignitor. Non stupisce che in

questo sia stato seguito e accompagnato da partner americani; qualche stupore

desta invece l’appoggio di vari nostri governi, sino a oggi: un simile progetto,

sebbene in apparente contrasto con il vecchio referendum italiano sul nucleare,

nel caso di attività svolte all’estero parrebbe invece evidentemente attuabile, se

realizzato... in Russia.

***

Il 18 gennaio 2011 la testata web Talkingpointsmemo.com (TPM) pubblica un

lungo servizio su Bob Guccione realizzato dopo la sua morte. 19 L’articolo è stato

scritto sulla base di dati forniti dall’FBI dietro una formale richiesta di accesso

(«Through a Freedom of Information Act Request»). Il lungo racconto riporta la

descrizione di svariati rapporti tra Bob Guccione e le autorità USA. In

particolare accenna a oscure relazioni e coperture tra lui e la Casa Bianca (con il

presidente Ronald Reagan). Il servizio si conclude con la seguente precisazione

editoriale: «Nella risposta dell’FBI si dichiara che alcuni file interessati dalla

nostra richiesta di accesso risultano essere stati distrutti il 2 luglio 1977 e il 21

maggio 1992. Inoltre, non è stato possibile reperire i documenti dell’ufficio

dell’FBI di Los Angeles; altri ancora sono stati trasferiti negli Archivi nazionali

il 28 gennaio 2010».
La distruzione dei dati dell’FBI avvenuta il 2 luglio 1977 potrebbe riguardare

parte del materiale di registrazione del film Caligola (ignoro per quale aspetto abbia potuto
interessare l’FBI), che arriva in Italia, per il controllo della censura,

il 9 luglio 1979, dopo il licenziamento, avvenuto il 18 aprile 1977, di Tinto Brass

da parte di Bob Guccione, a quanto pare contestato da quest’ultimo con

fondamento riconosciuto dalla magistratura. 20

Quanto alla distruzione datata 21 maggio 1992, posso solo rilevare che porta

la data di due giorni prima della strage di Capaci. Non sarebbe forse il caso, mi

chiedo, di appurare che cosa l’FBI non abbia intenzionalmente fatto conoscere

su Bob Guccione (e su di sé) in riferimento a questo particolare periodo?

Posso ora ritornare alle vicende degli anni Novanta non senza aver constatato

che l’FBI è allora «entrata» in varie vicende del nostro Paese: nell’arresto e

nell’estradizione dell’arabo Al-Jawary, nelle indagini su Joe Cuffaro, in quelle su

Giuseppe Lottusi e Giancarlo Formichi Moglia in Italia, in Svizzera e negli Stati

Uniti, in quelle sulla società di americani indicata nel Memorandum, nelle

operazioni eseguite a Wall Street nonché nelle attività di Bob Guccione, relative

al porno ma anche al nucleare.

Che cosa avviene – viene naturale chiedersi – subito dopo la comparsa di quei

particolari nomi nel Memorandum dell’ottobre del 1991, dopo le stragi mafiose e

le altre vicende dell’Italia del 1992? È l’Italia questa volta, anch’essa in totale silenzio, che riesce a
fare un colpaccio incredibile negli Stati Uniti: preleva

oltreoceano (senza legittima estradizione, secondo un tipico modello di azione

USA) un personaggio lì agli arresti che interessava particolarmente sia al nostro

Stato sia proprio a Giovanni Falcone.

Davvero può essere stata possibile una tale prodezza?


Possibile, sì.

Con qualche seria conseguenza, però.

1. Norman Roy Grutman, deceduto il 26 giugno 1994 a sessantatré anni a New York, viene ricordato
perché

«ha trascorso diciotto anni come principale consulente di Guccione» e delle sue imprese, tra cui le
riviste Penthouse e Omni ( Associated Press, 29 giugno 1994).

2.

Cfr.

Millegan,

K.,

«Mafia

&

Porn»,

febbraio

2000,

https://www.mail-

archive.com/ctrl@listserv.aol.com/msg34913.html

3. Nel racconto in inglese di Di Donato veniva in particolare detto: «In via della Balduina n. 224
esiste un garage di pertinenza di un residence, dove potrebbero essere state celate le auto per il
rapimento Moro, successivamente abbandonate in via Licinio Calvo». Negli anni 2016-2017 le
indagini dell’ultima commissione d’inchiesta del Senato si sono mosse in questa direzione sulla base
di minuziosi riscontri che hanno in particolare indicato l’esistenza di significative proprietà dello
IOR, ovvero del Vaticano.

4. Tecnigrafi di quella marca sono tuttora commercializzati su Ebay con espliciti richiami a un luogo
in cui se ne rinvengono diversi, probabilmente per il loro... frequente uso: «tecnigrafo Zucor,
Massoni (Stia, Arezzo)»; «Tecnigrafo Zucor... vendo braccio tecnigrafo marca Zucor».

5. Cfr. «Le festività di Iside», www.ebookesoterici.net/le-festivita-iside/


6. Vedi il sito http://caligula.org/ e in particolare «Stuart Urban Remembers Working on Caligula».

7. Cfr. per esempio Ragni, G., Coito ergo sum: quando il cinema d’autore incontra l’hard,
WHIPART –

Associazione onlus, 3 aprile 2014, http://lnx.whipart.it/cinema/9735/cinema-hard-autore.html

8. Cfr. http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/figlio-roberto-rossellini-renzo-che-annunci-
radio-45-133550.htm

9. «Il suo sogno socio-erotico è una delle più brillanti invenzioni di Shakespeare, e ciò che adesso
può apparirci un vezzo (le giarrettiere e le calze) allora era davvero trasgressione. Ha un ruolo
enigmatico soprattutto quando legge la lettera di Olivia, il brano più irriverente della produzione
shakespeariana.

Porta dentro di sé tutto il suo universo erotico, incapace di distinguere la realtà dalla fantasia. Sogna
con tanta intensità da deformare il proprio senso della realtà e cadere vittima nelle mani di Maria»,
https://www.shakespeareitalia.com/il-teatro/la-dodicesima-notte/

10. Cfr. Amara, E., Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo 30 anni un protagonista esce dall’ombra,
Cooper, Roma 2008. Su Pieczenik, http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/moro-psyco-thriller-
verit-pieczenik-mi-resi-conto-che-mia-88688.htm

11. Beech, J.R., Singleton, C. (a cura di), The psyichological Assesment of Reading, Routledge,
Londra-New York 1997, pp. 61-62, e prima ancora Singleton, C., Reading-Ability testing, 1944.

12. http://saltocicolano.it/images/itinerari/Alla%20scoperta%20delle%20origini.pdf

13. Cfr. Lentano, M., «Sbatti il mostro in fondo al mare: Caligola e le spintriae di Tiberio», in I
Quaderni del Ramo d’oro, 3(2010), pp. 292-319.

14. http://www.teche.rai.it/2016/05/aldo-moro-il-ritrovamento-del-cadavere/

15. Cfr. Rendina, C., I peccati del Vaticano. Superbia, avarizia, lussuria, pedofilia, Newton
Compton, Roma 2010.

16. I culti mitraici nell’Impero romano si ricollegano a Iside: riguardavano la scoperta della
precessione degli equinozi da parte di Ipparco di Nicea. Cfr. in particolare Lippera, S., «Alla Crypta
Balbi riaffiora una Roma millenaria», 23 marzo 2007, http://urloweb.com/cultura/le-meraviglie-e-
misteri-di-roma/alla-crypta-balbi-riaffiora-una-roma-millenaria/

17. Secondo il mito, raccontato nei Testi delle Piramidi e da Plutarco nel suo Iside e Osiride, Nefti
con l’aiuto della sorella recuperò e assemblò le parti del corpo di Osiride, riportandolo alla vita. Per
questo era considerata una divinità associata alla magia e all’oltretomba. Dall’epoca tolemaica la
venerazione per la dea, simbolo di sposa, madre e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo
ellenistico, fino a Roma. Il suo culto, diventato misterico per i legami della dea con il mondo
ultraterreno, nonostante all’inizio fosse ostacolato, dilagò in tutto l’Impero romano. Gli imperatori
augustei si opposero sempre all’introduzione del suo culto e nel 19 d.C. Tiberio fece distruggere il
tempio di Iside, gettandone nel Tevere la statua e crocifiggendone i sacerdoti, a causa di uno
scandalo. Poi il culto della divinità femminile venne ripreso da Caligola e si diffuse nei circoli colti
della città, in particolare tra le ricche matrone. Successivamente Iside venne assimilata a molte
divinità femminili locali, quali Cibele, Demetra e Cerere, e molti templi furono innalzati in suo onore
in Europa, Africa e Asia. Durante il suo sviluppo nell’Impero, il culto di Iside si contraddistinse per
processioni e ricche feste in onore della dea.

18. Fasanella, G., Mori, M., Ad alto rischio. La vita e le operazioni dell’uomo che ha arrestato
Totò Riina, Mondadori, Milano 2011, versione ebook.

19.

https://talkingpointsmemo.com/muckraker/bob-guccione-s-fbi-file-from-direct-mail-smut-peddler-to-
penthouse-founder

20. Cfr. https://visioniproibite.wordpress.com/2017/07/12/caligola-tinto-brass-prima-parte

14

Dal museo del Louvre alle stragi del 1993

(Indagine 2017-2018)

Lo sgarbo dell’Italia: l’estradizione inversa del 1993 (Ip. 55)

Dalla rievocazione (massonica) del caso Moro ritorno alle stragi dei primi anni

Novanta, evidenziando la presenza all’interrogatorio del giudice Rose di un altro

singolare investigatore (oltre ad Arnaldo La Barbera, depistatore nelle indagini

sulla strage di via D’Amelio). Si tratta sempre di un nostro funzionario di

polizia, Ruggero Perugini, esperto in delitti seriali e ufficiale di collegamento tra

forze di polizia nostre e degli Stati Uniti. In quel periodo era divenuto famoso

nelle indagini sul Mostro di Firenze, un presunto serial killer di sei coppie tra il

1968 e il 1985. È possibile, mi chiedo, che in quel momento qualcuno verificasse

se nostre indagini seguissero possibili collegamenti «seriali» (ovvero ricorrenti)

tra quelle stragi e altre più vecchie attività targate Stay-behind? Al processo

fiorentino sul Mostro (il successivo 15 luglio 1994), nell’aula bunker del
capoluogo toscano, depose il criminologo Francesco Bruno, chiamato come

consulente della difesa dell’imputato Pacciani (accusato di essere il Mostro).

Questi risultò, come La Barbera, collaboratore del SISDE nonché, in passato,

consulente speciale dell’altro criminologo, Franco Ferracuti, il cui nome era

comparso nelle comunicazioni tra le nostre autorità e i brigatisti durante il

sequestro Moro in occasione del falso messaggio.

Tutte casualità? Forse. Eppure le stranezze e i segreti connessi con l’arabo e i

nomi degli americani che si presentano legati alle vicende del caso Big John (che

negli anni 1991 e 1992 avrebbero potuto riportare al caso Moro) m’inducono

comunque quantomeno a ipotizzare che anche la strategia stragista del 1993

possa essere collegata alle vicende precedenti in un qualche altro modo che

sinora ci sfugge. E in tale caso – mi chiedo – non potrebbe ritenersi anomalo

anche il brusco dietrofront manifestato dal presidente Bush sul trasferimento di

Silvia Baraldini in Italia? In poche parole, mi chiedo se, a un certo punto, non possa essere stato
mutato l’oggetto dello scambio con l’arabo arrestato a Roma:

ovvero che l’Italia, pressata affinché concedesse quella estradizione (violando il

Lodo Moro), abbia alla fine preteso e ottenuto invece, come «oggetto» di

scambio, il riciclatore Giancarlo Formichi Moglia, al quale senza dubbio

tenevano in modo particolare i nostri investigatori (e Giovanni Falcone

soprattutto), ma che i vertici degli Stati Uniti avrebbero comunque voluto

tacitare in ogni riferimento alla «regia» di Wall Street. Non c’erano forse tutti gli

estremi per giustificare un’altra operazione «in segreto»?

Ricostruisco alcuni fatti oggettivi. La domanda di estradizione dell’arabo

viene ritenuta fondata dalla nostra Cassazione il 17 febbraio 1992, ma a quel

punto sussistono ancora tempi tecnici di attuazione, nonché la decisione finale


del ministro Martelli. Il giorno seguente, 18 febbraio, l’autorità giudiziaria di

Palermo emette un mandato di cattura per Giancarlo Formichi Moglia, come

abbiamo visto nel capitolo 11. Giovanni Falcone, dal ministero, allarga il

mandato all’estero e ne chiede l’arresto in Australia. L’indiziato viene fermato il

successivo 6 marzo, ma (dopo che il suo legale lo ha ammonito di non parlare se

ci tiene alla vita) l’Australia nega comunque l’estradizione perché il mandato

non risponde ai requisiti legali richiesti da quel Paese per consegnare un

«indagato» all’Italia.

Dopo l’uccisione di Giovanni Falcone giunge notizia, in autunno, che è

saltato l’accordo da lui fatto con Bush per ottenere il trasferimento in Italia della

detenuta Baraldini, forse (come insinua Lucio Manisco) per il protrarsi

dell’estradizione dell’arabo.

E se fosse subentrata una diversa pretesa da parte di nostri apparati?

***

Verifico con Moglia che cosa esattamente gli sia avvenuto.

Come già sappiamo, nell’ottobre del 1992 Giancarlo Formichi Moglia viene

forzosamente trasferito dalla Nuova Zelanda negli Stati Uniti, a Honolulu.

Lì viene subito arrestato, su richiesta del nostro ministero e del governo, dalle

autorità USA, che tuttavia non paiono intenzionate a procedere contro di lui.

Anzi gli propongono di collaborare contro il mafioso Joe Gambino (che Moglia

però dichiara di non conoscere).

Formichi Moglia viene dunque trattenuto in arresto dagli Stati Uniti in attesa

del definitivo provvedimento di estradizione. Il relativo procedimento, come in

Italia, prevede due gradi di giudizio e le decisioni finali amministrative e del


governo USA.

Frattanto l’arabo estradato dall’Italia negli Stati Uniti (Al-Jawary) viene

sottoposto a processo dinanzi alla corte di Manhattan, dopo che sono scaduti i

termini dei rinvii da lui richiesti adducendo la giustificazione di dover

approntare con il difensore avvocato Kunstler la propria difesa dinanzi al

procuratore Rose e ai giudici di New York. Subito dopo l’inizio delle formalità

di apertura del processo, il 26 febbraio 1993 (ovvero tre giorni dopo la

formazione della giuria), a New York avviene l’attentato al World Trade Center

con quel furgone carico di circa seicentottanta chili di esplosivo che esplode nel

parcheggio sotterraneo al fine di causare il crollo delle due Torri. Si tratta, come

apprenderò più avanti, dei Fratelli musulmani (sodali dell’organizzazione

terroristica Hamas, cui appartiene lo stesso Al-Jawary), attirati negli Stati Uniti

con l’estradizione dell’arabo.

Lo stesso giorno, il 26 febbraio 1993 (un venerdì), la Corte di Honolulu

dichiara fondata la richiesta di estradizione (di primo grado) avanzata dal

governo italiano per Giancarlo Formichi Moglia. L’FBI nel frattempo continua a

proporgli accordi: non riguardano assolutamente l’intento di mettere a nudo la

regia di Wall Street (anche perché la singola attività da lui lì svolta non risulta illecita), ma sperano
che accetti di «infiltrarsi» nell’organizzazione dei traffici di

droga diretta da Joe Gambino (Cosa nostra di casa loro).

La sentenza sull’estradizione di Moglia verso l’Italia viene impugnata dal suo

difensore negli Stati Uniti. La carcerazione preventiva dell’indiziato nel

procedimento di estradizione può durare sessanta giorni, e quindi (per Moglia)

può protrarsi sino al 26 aprile 1993, quando deve essere scarcerato per affrontare

il seguito del procedimento di estradizione in stato di libertà.


Il giorno 26 aprile è un lunedì e non risulta ancora fissato il giudizio di

secondo grado. Dovrà quindi essere scarcerato. Ma qualcosa accade il giorno

prima, 25 aprile. Di domenica.

25 aprile 1993: il giorno del ratto

Chiedo a Giancarlo Formichi Moglia di spiegarmi quegli eventi in una mail, allo

scopo di evitare fraintendimenti. Mi risponde il 1° maggio 2018.

Dovevo essere preso in custodia – mi racconta – dall’agente speciale capitano Kavein Peterson
dell’FBI uno di quei giorni [...]. Mi trovavo con altri detenuti nelle celle di sicurezza ubicate sotto le
aule della Court House nel palazzo di giustizia in Los Angeles. Quando stavano per riportarmi in
istituto mi chiamano e mi accompagnano alla porta di uscita. Sono

sempre ammanettato, mani e piedi. Con me ho solo due buste con alcuni documenti relativi

alla mia estradizione. Resto in attesa da solo in una stanza con doppie porte per quindici minuti. Poi
da un altoparlante mi comunicano di uscire. La porta si apre e invece del capitano Peterson trovo ad
aspettarmi due 007 italiani, forse dello SCO, con una bella donna di nome

Whitehead che era un marshall in borghese [polizia penitenziaria per trasferimenti dei detenuti,
N.d.A. ]. Mi dice che devo andare con quei signori in Italia. E che lei è incaricata di accompagnarmi
all’aeroporto. Rispondo che deve esserci uno sbaglio. Le spiego la mia posizione e insisto per
parlare con il mio avvocato. Uno dei due agenti mi chiede dove sono i

miei effetti personali e documenti. Rispondo che non ho nulla con me. Lui rivolgendosi al collega gli
domanda: «Ma non ha il passaporto? Come facciamo per l’identificazione?»

L’altro risponde: «Non fa nulla, tanto ha dichiarato verbalmente di chiamarsi Moglia». Io insisto per
far valere i miei diritti. Ma mi portano via senza vestiti, senza documenti, così come sono,
ammanettato in macchina, verso l’aeroporto. Durante il percorso stavo per buttarmi dalla macchina.
Ma il poliziotto italiano se n’è accorto e ha inserito la chiusura di sicurezza. Se ci fossi riuscito sarei
uscito per scadenza termini, in Italia non sarei mai più tornato. Il marshall si è fermato ben due volte
in quanto riceveva delle telefonate a mio riguardo da agenti esterni. Al passaggio dogana i due agenti
[italiani, N.d.A. ] estraggono i loro passaporti di colore azzurro e io vengo completamente ignorato
dalla polizia americana. Direi

un sequestro di persona fatto da un’agenzia a un’altra. Tutto questo in violazione dei diritti civili sul
trattato di estradizione Italia-USA. [...] Il 27 aprile, dal carcere di Rebibbia a Roma vengo subito
trasferito a Palermo, carcere dell’Ucciardone. Al mio arrivo, ad attendermi, c’erano almeno cinque
cameraman di varie emittenti televisive, carabinieri in tuta

antisommossa, una scena da film alla siciliana. Dopo il percorso a tutta velocità e a sirene spiegate,
con la puzza del disco frizione che slittava, dico al comandante: «Io credo che voi
abbiate sbagliato persona». Mi risponde: «È per la sua sicurezza e per la nostra». Arrivati infine in
Questura e passati gli esami del caso, mi accompagnano al carcere dell’Ucciardone.

Era ormai tarda sera e all’ingresso non volevano farmi entrare... perché mancavano i miei documenti
e non c’era il certificato della mia estradizione. Perché? Perché il giudice mi aspettava ancora a
Honolulu per l’appello.

Il giorno dopo davanti al giudice per le indagini preliminari, il mio avvocato Musotto mi

chiede: «Come mai sei qui?» Il giudice dice: «Ho sentito di questa storia, vuole darci spiegazioni?»
Rispondo che prima vorrei parlare con il mio avvocato... E il sostituto procuratore Egidio La Neve
risponde: «Cinque giorni». Sono rimasto là, in isolamento, blindato, chiuso, per quarantacinque
giorni... [...] L’avvocato Musotto mi ha consigliato di non farmi interrogare al processo di primo
grado. E anche in carcere mi ha detto di non parlare con nessuno. Perché non sanno chi sono e potrei
essere ammazzato o dalla mafia o dai colombiani o dalle autorità. [...] Questo disse e non lo nego.
Nessuno è mai venuto a interrogarmi in carcere. Ricevetti solo la visita del vicequestore dello SCO
di Roma Guglielmini con l’ispettore Tiano. Mi è stato riferito che con la mafia io ci sono capitato per
sbaglio, che loro erano quelli che avevano fatto tutte le indagini e che avevano arrestato Lottusi a
Milano. Da allora non sono stato più interrogato da alcun magistrato.

A New York l’udienza in Corte d’Appello sull’estradizione avviene dinanzi

all’imbarazzato giudice Barry M. Kurren il successivo 30 aprile 1993. Dalla

trascrizione ufficiale emerge lo stupore di tutti i presenti e dello stesso magistrato

nel constatare l’assenza del soggetto da estradare. Il caso, alla luce del suo

comunque già avvenuto rientro in Italia, non può che essere archiviato.

E Moglia, dunque, si ritrova in Italia senza alcuna estradizione, trasportato in

carcere di peso e di nascosto, contro la propria volontà, senza documenti, tramite

personale del ministero dell’Interno o del SISMI. Quindi viene tenuto in

isolamento e obbligato a tacere sotto minaccia del suo legale, che nemmeno

eccepisce alcunché sul suo illegale trasferimento in Italia. Con il beneplacito,

quindi, di qualche istituzione USA e su disposizioni di apparati e vertici italiani.

Rimarrà in isolamento per quarantacinque giorni, ovvero dal 28 aprile al 17

giugno 1993, e poi non parlerà più con nessuno sino a oggi.

Il caso di Moglia e quello di Al-Jawary sembrano speculari: entrambi arrestati


ed «estradati» in modo strano, entrambi coperti da segreti di Stato, entrambi nel

contesto di stragi.

Che cosa accadrà in quei quarantacinque giorni?

L’attentato a Maurizio Costanzo e quello in via dei Georgofili. Poi seguiranno

gli altri eventi del 1993. Targati anche «Falange armata». Forse coinvolgeranno

colleghi di quelli che hanno preso Giancarlo Formichi Moglia negli Stati Uniti e

lo hanno condotto in Italia? O di quelli che hanno trattato con l’FBI l’arresto e

l’estradizione di Al-Jawary? O di quelli che hanno eseguito gli accertamenti

contenuti nel Memorandum?

Moglia, comunque, non parlerà mai, e del resto sino a oggi nemmeno ha

compreso ciò che io invece intuisco, mettendo semplicemente in fila i fatti, uno

dopo l’altro.

Sui nomi degli americani che hanno consentito l’arbitraria operazione

nessuno indagherà mai. E nemmeno sulla cupola di Wall Street. Il processo a

carico di Moglia verrà celebrato cinque anni dopo. I suoi conti bancari, zeppi di

prove sui trasferimenti di denaro, non verranno sequestrati né controllati.

Nemmeno i suoi documenti: gli verranno tranquillamente restituiti. Non gli verrà

chiesto neanche di pagare la pena pecuniaria stabilita nella sentenza di condanna.

Lui non parlerà mai, seguendo il consiglio dell’avvocato Musotto. Si prenderà

una condanna a diciotto anni di reclusione. Espierà la propria pena in silenzio.

Ha raccontato a me ciò che ora ho riferito qui (Ip. 55).

Dalla P 2 dei Rosa-Croce al nuovo museo del Louvre (Ip. 56)

Dopo anche quest’altra operazione coperta, mi pare più che comprensibile che

tra gli Stati Uniti e l’Italia possano essere intercorsi altri accordi sottoposti a segreti o messaggi in
codice. Riprendo quindi in esame le mie scoperte, poche
ma credo rilevanti, a partire dalla nuova realizzazione del museo del Louvre,

ovvero da quell’evento che parrebbe aver rappresentato la solenne ouverture

della nuova era: l’apertura, l’inizio dei nuovi giochi di potere previsti per l’epoca

successiva alla conclusione della Guerra fredda. Un processo accompagnato da

operazioni occulte che negli anni successivi hanno dilaniato in particolare

l’Italia, ma anche l’Europa, sino a oggi.

Ritorno così alla P 2, alla piramide rovesciata, al massimo obbiettivo

«riunificante» indicato nelle «XI Tavole» del 1984, a quella cosiddetta piramide

del potere che viene comunemente nominata per simboleggiare la civiltà in

declino del vecchio continente nel XX secolo, superata con l’avvento della

«nuova Era dell’Acquario» (contrapposta alla precedente «Era dei Pesci»),

elaborata e richiamata dalla massoneria esoterica e in particolare da quel suo

esaltato apostolo inglese cui piaceva farsi chiamare «la Bestia», Edward

Alexander «Aleister» Crowley.

Come ho accennato all’inizio del capitolo 11, l’opera architettonica di Parigi

nella quale la P 2 risulta più fedelmente rispecchiata è rappresentata dal nuovo

museo del Louvre aperto nell’aprile del 1989 e progettato dall’architetto

sinoamericano Ieoh Ming Pei, ideatore della monumentale piramide di vetro

nella vecchia Cour Napoléon che evoca, con forme geometriche modernissime, i

grandi monumenti funerari egizi simboli dell’eterno potere faraonico.

Controllo alcuni dati tecnici, affidandomi ai calcoli ufficiali. Lungo un bordo

connesso alla parte superiore della piramide di vetro del Louvre si contano

diciotto piastre. Poiché la piramide è regolare, questo numero si ripete in ogni

bordo ed è possibile calcolare con una formula matematica il numero


complessivo sulle quattro facce della piramide. Fanno 684 piastre complessive.

Il numero si riduce a 673 se si sottraggono al numero complessivo le undici

piastre mancanti per realizzare l’apertura al pubblico.

L’occulta evocazione di simboli massonici nel nuovo museo del Louvre è

stata sempre negata dalle fonti governative ufficiali, poiché il numero delle

piastre (673) non corrisponde a quello (666) che identificherebbe Satana

nell’Apocalisse di Giovanni (13,16-18).

A ben vedere, tuttavia, è nel successivo capitolo 17 dell’Apocalisse che viene

descritto l’avvento della «Bestia». Avviene quando l’ Ekklesia (la Chiesa) e la Polis (ovvero la
cittadinanza, la civiltà) raggiungono un apice di corruzione che

coincide con la massima decadenza dell’Impero romano. In questo momento

viene evocata la figura della «prostituta Babilonia», cioè Roma, ovvero

l’immagine della città simbolo dell’Occidente (sintesi di Polis ed Ekklesia) che domina i popoli,
regna sui re della terra, e ha «fatto bere a tutte le nazioni il vino

della sua sfrenata prostituzione». Con questa prostituta, viene scritto, hanno

fornicato i re e con essa si sono corrotti. La donna descritta è dunque la stessa meretrice Roma che
Giovanni in visione scorge seduta sopra una bestia simbolo

dell’Impero romano e che poi viene personificata nell’Anticristo Ottone. In

questa raffigurazione nelle sette teste si possono interpretare i primi sette

imperatori che precedettero Otone (o Ottone), ovvero i primi sette Cesari. Tra

questi c’era Caligola.

Dopo avere consultato innumerevoli testi, ne individuo in particolare uno

ottocentesco, di cui riporto una parte in Appendice, intitolato Una spiegazione

dell’Apocalisse contenente il vero misterioso nome 666 scoperto e

scientificamente dimostrato. Ne è autore l’ingegnere italiano Michele Santangeli,

dottore in filosofia e in matematica; lo pubblicò a Ferrara la Tipografia Bresciani


nel 1868. Nell’opera il termine «MUSTERION, μυστήριον, mystérion» viene

spiegato secondo calcoli basati non già sui tradizionali metodi di origine ebraica,

bensì greca. 1

Per l’aritmetica (o la ghematria greca di cui si compiaceva Giovanni), al

numero si perviene sommando le due parole: Polis + Ekklesia = Mystérion

Secondo l’aritmetica greca:

Mystérion = 40+400+6+8+100+10+70+50 = 684.

Polis = (80+70+30+10+200) = 390.

Ekklesia = (5+20+20+30+8+200+10+1) = 294.

Quindi: 390+294 = 684.

Mystérion = Polis + Ekklesia.

A questo punto raffronto il numero reale delle piastre che formano la nuova

piramide di vetro del Louvre con quello corrispondente al calcolo eseguito, nel

XIX secolo, da Santangeli, che di certo non può essere considerato un

complottista dei nostri giorni, ma forse fa parte dei più attenti studiosi ispiratori

delle condotte segrete dai massoni. E constato che il numero presente sulla

fronte dell’apocalittica donna meretrice di Apocalisse (17,5) è il 684. Rinvengo

cioè la prova – non confutabile – della ricorrenza di questa specifica identità, dal

passato (in cui non esisteva l’attuale museo del Louvre) all’epoca

contemporanea (in cui è stata attuata quella nuova realizzazione).

Un’altra coincidenza assai curiosa emerge dalla lettura delle spiegazioni che

vengono fornite in questo stesso capitolo dell’Apocalisse in riferimento

all’imperatore romano Aulo Vitellio Germanico Augusto, prima delle due

vittime sacrificali della Bestia. La seconda sarà il suo successore Tito Flavio
Vespasiano. Ebbene, il busto di Vitellio conservato al museo del Louvre, come si

vede nell’immagine che è facile trovare sul web, è contrassegnato con il numero

684 ( Pseudo-Vitellius Louvre, MR684).

Non mi resta altra conclusione: nel nuovo museo del Louvre di Parigi è

presente la più orribile raffigurazione profetica presente nelle nostre Sacre

scritture, quella della Chiesa meretrice e corrotta a cavallo della Bestia, nel suo

apocalittico avvento.

La donna meretrice evocata nel 1989 in Francia con il nuovo museo del

Louvre sembra coincidere dunque con l’immagine della Grande Madre posta

anche a fondamento di quelle moderne culture denominate new age di cui sono

permeati consistenti settori della cultura moderna sin dall’inizio del XX secolo.

Lo stragismo seriale degli anni Novanta: Gladio, Falange armata,

Unabomber (Ip. 57)

Avverto la necessità di verificare l’esistenza di ulteriori segni (e numeri) in

aggiunta a quelli sin qui rinvenuti. Dalla consultazione dell’Apocalisse traggo

intanto alcune cifre e simboli che studiosi e commentatori hanno già notato: il 17

(il capitolo dell’Apocalisse dedicato all’avvento della Bestia e della Grande

Meretrice), il 684 (il numero che rappresenta il Mystérion e il numero delle piastre che si trovano
nel nuovo museo del Louvre), il 673 (lo stesso numero

privo delle piastre mancanti per il vano d’ingresso), l’11 (numero delle piastre

corrispondenti alla sua «apertura» ovvero al suo accesso o, anche, al suo

«occhio» sul mondo, coincidente pure con il numero delle «XI Tavole» che

mostrano i Rosa-Croce), che moltiplicato per 5 conduce a quel numero 55 già

rinvenuto per i giorni del sequestro Moro e che, peraltro, rappresenta il numero

derivante dall’accostamento di due 5, evocati dai due pentagoni (con cinque lati)
disegnati nella Carta M. al posto degli occhi del teschio. A questi numeri e ai

loro significati aggiungo la parola simbolo della «Vittoria», richiamata 17 volte

nel libro dell’Apocalisse ( Nikao significa «superare, conquistare, vincere,

prevalere») a evocare il trionfo finale nella battaglia tra il bene e il male.

Mi è invece ovviamente impossibile verificare tutti i dati oggettivi presenti

negli incartamenti relativi alle vicende che ora esamino (sullo stragismo);

tuttavia riesco a individuare alcuni riferimenti numerici e simbolici traendoli

dagli studi dei pochissimi autori che hanno notato ricorrenze di questo tipo. E

pervengo, tramite il loro ausilio, a ulteriori risultati quasi incredibili. Riscontro infatti che segni e
simboli oggettivamente presenti nella nuova piramide del

Louvre ricorrono anche con riferimento a Gladio, alla Falange armata, alle stragi

del 1993, a Unabomber, e, infine, anche alla missione della Bestia.

Per cominciare, constato che una quasi assurda coincidenza riguarda proprio

l’apparato Stay-behind denominato dagli Stati Uniti Operazione «Gladio». La

trovo in una recente audizione (seduta n. 53, martedì 13 ottobre 2015) di Libero

Mancuso dinanzi alla Commissione parlamentare sul caso Moro. L’ex

magistrato, che era stato a suo tempo incaricato dalla Commissione di verificare

i dati relativi agli elenchi dei gladiatori rinvenuti nel 1990 nell’appartamento di

via Monte Nevoso a Roma, risponde al senatore Miguel Gotor (il quale aveva

ipotizzato l’«ingresso» nella prigione di Moro, durante il sequestro, degli elenchi

degli appartenenti a Gladio) e afferma:

Noi siamo stati alla VII divisione del SISMI e abbiamo notato che i documenti della Gladio

erano gestiti da chi era titolare del sequestro, cioè i «gladiatori», i capi della Gladio. Avevano fatto
quello che volevano. Noi abbiamo fatto una perizia su quei documenti e abbiamo accertato che sono
tutti documenti fasulli, che quel 622 [numero ufficiale dei gladiatori indicato dalle nostre autorità,
N.d.A. ] è una sciocchezza straordinaria. Ne avevamo già contati 684, o uno di meno, senza Nardi,
prima per la sua esclusione, e poi per la sua inclusione... (Ip.
58)

Noto, inoltre, che la citazione di questo particolare numero (684), pur

evidenziato con decisione, precisione e sicurezza dal giudice Mancuso, poi, per

qualche motivo che ignoro, non è rintracciabile in atti ufficiali, nemmeno come

ipotesi di un passaggio investigativo.

Evidenzio, quindi, l’ulteriore (e a mio parere mostruosa) ipotesi che la stessa

creazione di Gladio (risalente cioè alla fine degli anni Cinquanta) non sia stata

solo un «prodotto» della CIA e degli apparati Stay-behind (come ci è stato

raccontato e come risulta dai pochi atti conosciuti), bensì della preesistente

massoneria, e cioè di una «entità occulta» trasversale d’oltreoceano, a questo

punto ipotizzabile e già allora presente, preordinata, sin dalla propria nascita, a

dirigere il mondo sotto una regia massonica.

Mi soffermo sulla «Falange», per ipotesi ulteriore «operazione S/B» che

segue alla cessazione dell’operazione Gladio. È stata intesa abitualmente come

un’operazione diretta a indurre condizionamenti psicologici di timore nella

popolazione. Io invece mi chiedo se sia poi così assurdo pensare che sia stata un

supporto territoriale (in Italia) offerto da un ben determinato gruppo di agenti

operativi (ex Gladio). 2 Si potrebbe supporre che questo gruppo abbia adottato

con la «regia oltreoceano» un metodo di comunicazione analogo a quello che

venne usato nel sequestro Moro: ovvero tramite messaggi e comunicazioni

criptici, cioè, scambiati a debita distanza in modo da impedire qualsiasi

intercettazione di rapporti diretti. In questa prospettiva le «rivendicazioni» della

Falange armata potrebbero essere servite per trasmettere, usando la radio e gli

altri media come casse di risonanza, i «codici operativi» di accompagnamento


alle azioni compiute in Italia da parte di esecutori materiali (appartenenti a Cosa

nostra o altri soggetti comunque collegati ai servizi).

Nel loro complesso le attività intimidatorie e stragiste degli anni 1992-1993,

oltre che servire all’eliminazione di bersagli, avrebbero contenuto «firme»

(massoniche) idonee a farsi riconoscere (come avvenne, tra mosse e

contromosse, nei messaggi nel sequestro Moro) e, quindi, indirizzate al fine di

lanciare messaggi ancora più precisi di terrore e «tacitazione».

Le rivendicazioni della Falange, a loro volta, facendo riscontro alle azioni

delittuose, avrebbero potuto avere un significato di «Ok. Eseguito» tramite

richiami numerici e simbolici funzionali a conferire loro attendibilità (Ip. 59).

Intanto rilevo che anche per la Falange armata è facile rinvenire l’uso di una

nomenclatura del genere, anche in riferimento al solito imperatore Caligola, che

così definiva le sue truppe rivolgendosi, al termine del suo impero, a Giove-

Jupiter. 3 Lo stesso termine, peraltro, si riscontra pure in antiche citazioni

riguardanti i Rosa-Croce.

Passo a questo punto a esaminare, sinteticamente, le stragi del 1993.

La sera del 14 maggio 1993 a Roma, nel quartiere Parioli, non lontano dalla

RAI, avviene un’esplosione mentre passa l’automobile del conduttore televisivo

Maurizio Costanzo, all’epoca impegnato in trasmissioni che contrastavano i

messaggi mafiosi. Lui rimane illeso. Qualche ora dopo una telefonata anonima

rivendica l’attentato a nome della «Falange armata».

Mi chiedo se a questo punto non si possa cogliere una firma massonica nella

famosa intervista fatta da Maurizio Costanzo a Licio Gelli il 5 ottobre 1980, 4 in

cui il Venerabile aveva indicato l’antica presenza, nelle proprie file, del magico
Cagliostro.

La notte del 26 maggio avviene poi l’esplosione in via dei Georgofili a

Firenze, che provoca il crollo dell’adiacente Torre dei Pulci, l’uccisione di

cinque persone e una quarantina di feriti. La mattina successiva due telefonate

anonime giungono alle sedi ANSA di Firenze e Cagliari per rivendicare la strage

a nome della Falange armata. Chissà se è casuale, anche in questo caso, il

richiamo alla magia, all’esoterismo e all’occultismo presente nelle opere di

Sandro Botticelli che sono custodite in quel luogo: si racconta che questo pittore

venne prescelto per rappresentazioni pittoriche evocanti viaggi iniziatici, la cui

meta era il massimo grado massonico di Gran maestro. Tra essi si potrebbero

individuare, forse, elementi riconducibili ai Templari e ai Rosa-Croce.

A metà luglio del 1993 vengono poi colpite da attentati due chiese romane:

San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano. Gli attentati, a distanza di

quattro minuti l’uno dall’altro, provocano ventidue feriti e gravi danni. Mezz’ora

prima è avvenuta un’esplosione in via Palestro a Milano, che ha ucciso alcuni

vigili del fuoco intervenuti per una fuoriuscita di fumo biancastro

dall’autobomba, e un uomo marocchino. Ha causato anche il ferimento di dodici

persone, e gravi danni all’adiacente Padiglione di arte contemporanea e alla

Galleria d’arte moderna.

Anche in questo caso due lettere anonime, a nome della sigla Falange armata,

pervengono alle redazioni dei quotidiani Il Messaggero e Corriere della Sera, minacciando ulteriori
attentati. Forse non è irrilevante il fatto che in prossimità

dei luoghi dell’esplosione di via Palestro sia presente la figura di Giuliano Di

Bernardo, Gran maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1990 al 1993 (che abita

al 6 di quella via): quello che aveva pubblicamente ricordato come George Bush
fosse un trentatreesimo grado della Massoneria di rito scozzese e fin dal 1943

appartenente alla setta Skull and Bones dell’Università di Yale, fondata nel 1832,

come suo padre Prescott, e che avesse pure diretto la CIA e quindi anche... le

cose d’Italia.

Nella chiesa di San Giovanni in Laterano, poi, è presente la statua di Taddeo o

Giuda di Giacomo o Giuda Taddeo Lebbeo, uno degli apostoli di Gesù e primo

catholicos degli armeni. È autore di una Lettera del Nuovo Testamento e il suo

nome richiama l’invocazione, in presenza di gravissime dispute e disgrazie

dell’umanità, dell’arcangelo Michele: questi a sua volta è figura rappresentativa

di Gesù prima e dopo la sua vita terrena, e alla resa dei conti finale sarà

condottiero dell’umanità nella vittoria contro la Bestia. Nella lettera di Giuda

nemmeno Michele osa proferire parola dinanzi a Satana, rimettendo a Dio

l’ultimo giudizio di condanna. Non richiama proprio la firma in calce sulla Carta

M., scritta dal Grande Architetto dei Rosa-Croce?

L’attentato alla chiesa del Velabro, poi, contiene il più esplicito richiamo

all’unitario piano globale e alla «Vittoria» presente in numerose rivendicazioni

della Falange e in successive rivendicazioni anche di Unabomber, 5 che

seguiranno all’operazione La Falange. Il tempio della Vittoria (dal latino aedes

Victoria) venne edificato nella parte sud-ovest del Palatino, a Roma. Secondo la

tradizione è forse il più antico di Roma. Era dedicato alla dea Vittoria e sorgeva

in una posizione adiacente al tempio della Magna Mater. La strada principale che

dava accesso al colle Palatino proveniva dal Velabro.

Ulteriori trame dell’ordito che sto individuando e descrivendo si potrebbero

desumere anche dal fallito attentato allo stadio Olimpico, a fine ottobre del 1993.
Potrebbe indicare, semplicemente ma chiaramente, la comunicazione di una

specie di sospensione delle ostilità, in quanto i pericoli di possibili derive a

sinistra e soprattutto di rivelazioni (che avrebbero potuto scoperchiare

l’ipotizzata regia esterna) appaiono oramai «compresi» e accettati.

Nel 1994, quindi, cessano le rivendicazioni della Falange. Ma ne iniziano

altre, sia pure più miti, a firma del misterioso «Unabomber», allo scopo quasi

dichiarato di mantenere vivo il livello di guardia degli apparati. L’appellativo

ricalca quello attribuito negli Stati Uniti a un ben più minaccioso autore di

«lettere bomba». Qui da noi venne dato all’autore di numerosi atti di violenza

commessi in Veneto e in Friuli, nell’arco di una dozzina d’anni. Non c’erano

rivendicazioni politiche, non ci furono colpevoli, ma potremmo vederli come

messaggi di una fonte occulta che comunica a tutti ( rectius a chi è in grado di capirli) di essere
pronto a intervenire da capo. Lo fa collocando in luoghi

pubblici ordigni esplosivi che procurano lesioni e menomazioni a chi vi si

imbatte (Ip. 60).

In Italia le azioni a lui attribuite sono fra trentuno e trentatré, nell’arco

temporale che va dal 1994 al 2006, con una sospensione fra il 1996 e il 2000. Gli

attentati addebitati a Unabomber presentano collegamenti con azioni svolte in

precedenza dalla Falange armata e, persino, con alcune che per primo aveva

compiuto l’arabo di nome Al-Jawary. Come minimo le più antiche indicazioni

riguardanti quell’arabo lo connettono a una campagna di letter-bombing, ovvero

di lettere esplosive, che in quel caso erano state ricondotte a Settembre nero

contro i leader mondiali nel 1970. 6

È anche curioso che in relazione all’Unabomber operante in America (negli

Stati Uniti e in Canada) si rinvengano collegamenti con la già usata cassa di


risonanza costituita dalla rivista Penthouse e da Bob Guccione. Questi, infatti, offre ampi spazi alle
«idee» (radicali, specie contro la sinistra e

l’industrializzazione nel mondo) dell’Unabomber americano, e si racconta che

abbia ostacolato le indagini svolte dall’FBI per individuarlo e catturarlo. 7

In Italia, ben pochi autori hanno approfondito le attività svolte

dall’Unabomber italico, e ancora di meno sono state descritte le peculiarità che

spesso lo associano alla precedente Falange armata. Questa continuità si può

intuire, per esempio, nell’attentato alla chiesa del Velabro, considerando il

comune elemento della «Vittoria» presente in alcune rivendicazioni della

Falange e poi di Unabomber. Lo stesso segno emerge nella strage fiorentina di

via dei Georgofili, rivendicata dalla Falange armata (gruppo 17 novembre). Il

telefonista utilizza il codice numerico di identificazione 763321, lo stesso usato

per la strage di via D’Amelio, anch’essa rivendicata dalla Falange armata.

Ritorno al 28 luglio 1993 e agli attentati di Milano e di Roma. Anche qui il

codice di riconoscimento risulta lo stesso: 763321.

La Falange armata utilizza diversi codici per le sue rivendicazioni. A quanto

pare, tutti iniziano con le tre cifre 763.

L’utilizzo del numero 321, invece, risale addirittura all’attentato a Paolo

Borsellino.

La Falange armata, nelle telefonate, si attribuisce il nome «17 novembre». I

numeri 17 e 11 compariranno spesso negli attentati di Unabomber. Il 17

novembre ricorre la festa di santa Vittoria.

Il 17 novembre è anche il 321° giorno dell’anno. Tale numero corrisponde a

quello di una denominazione (il «Capitolo», una «loggia») di una ben nota

società segreta tedesca (la n. 321), ovvero quella dalla quale, secondo gli storici,
sarebbe derivato quel Capitolo 322 corrispondente al Gruppo degli Skull and

Bones dell’Università di Yale, di cui furono membri George W. Bush e altri

futuri presidenti statunitensi. Il richiamo a questo particolare numero (il 321

evidenziato nella pagina e nell’organigramma disegnato e riprodotto in un noto

volume sulla massoneria e sulle sette segrete in riferimento ai Rosa-Croce e ai

congiunti presidenziali Bush senior e junior) presenta connotazioni assai

inquietanti in ragione dell’avvenuto rinvenimento nella presente ricerca di tutte

le componenti associative occulte ivi indicate. 8

È possibile, dunque, ipotizzare che dietro agli attentati di Unabomber ci sia

stata la mano di Gladio, della Falange armata, dei servizi segreti, della regia

esterna della preesistente massoneria radicata nelle Americhe? È possibile che,

ideando le bombe del Nord-Est d’Italia, si sia voluta anche «ricordare» la

presenza di continuità di azioni risalenti all’epoca delle stragi degli anni Novanta

e a più antichi loro prodromi?

Annoto intanto i numeri 17, 11, 763.

Il numero 763 presenta un’inversione rispetto al numero 673 che, ricordo,

proviene dal calcolo 684-11. In certi messaggi («pizzini») scritti dal nostro

ultimo grande latitante Matteo Messina Denaro, ci si imbatterà nella sua

descrizione di codici basati intenzionalmente su salti di numeri o di lettere

operati allo scopo di rendere più difficili i riconoscimenti delle sigle.

In sintesi, ritengo verosimile (e di certo da approfondire) una continuità di

segni e messaggi criptici tra centri di potere occulto, espressa con i numeri 684,

673, 11, 17, con la parola Vittoria e con altri simboli o richiami massonici da una

parte ai Rosa-Croce (o, che dir si voglia, sedicenti Illuminati) e ai


raggruppamenti esoterici in voga nel XX secolo (ma anche prima, dal XIV

secolo) e dall’altra alla figura sincretica di Fatima (presente in particolare negli

attentati al papa polacco), che a sua volta richiama il concetto (e la terminologia)

di «mistero» attribuito alla sua terza profezia, quasi a richiamare quello stesso

Mystérion scritto nell’Apocalisse sulla fronte della donna che sovrasta la Bestia.

Nel quadro così delineato, gli atti intimidatori e stragisti del 1993 potrebbero

pertanto non essere solo funzionali al conseguimento di benefici per i detenuti,

né tantomeno essere stati disposti e comandati, a livello superiore, dalla sola

Cosa nostra (di Sicilia). Si dovrebbe ipotizzare, piuttosto, che a compierli –

talora con imprecisione e maldestramente – siano stati in gran parte suoi

esponenti, che però eseguivano ordini provenienti dall’esterno. Ordini funzionali

a farne ben comprendere la paternità (massonica) della medesima regia

oltreoceano, la sua minacciosa presenza e incombenza, la sua richiesta di

silenzio e tacitazione totale per la stessa mafia come anche per le nostre

istituzioni, espressa di fatto attraverso i messaggi diffusi dalle rivendicazioni

della Falange.

Nel quadro di una simile interpretazione (che potrebbe estendersi all’indietro

fino al periodo iniziale della strategia, quindi al 1989) penso possa apparire

comprensibile e compatibile anche la richiesta, avanzata a un certo punto da

parte dei vertici di Cosa nostra, di benefici sulla carcerazione dei detenuti: forse

anche in conseguenza del fatto che l’organizzazione mafiosa avrebbe saputo di

essere soltanto esecutrice di attività distruttive (e poi autodistruttive), rispetto ad

altre attività, strategiche e direzionali, destinate a rimanere non soltanto impunite

ma pure innominabili per le ben prospettabili vendette operabili all’esterno delle


carceri (come molte volte risultava essersi verificato già in passato).

1. Cfr. Annotazioni al Cap. XVII, in originale in Appendice, pp. 429-430.

2. Paolo Fulci, ai vertici del CESIS tra il 1991 e il 1993 e dal 1993 al 1999 ambasciatore all’ONU,
nel 2015

ne ha identificato i membri in questo modo: «Un analista del SISDE mi portò la mappa dei luoghi da
dove partivano le chiamate e quella delle sedi periferiche del SISMI: coincidevano perfettamente»,
aggiungendo poi: «All’interno dei servizi c’è una cellula che si chiama OSSI, esperta nel piazzare
polveri,

fare

attentati».

Cfr.

Pipitone,

G.,

il

Fatto

Quotidiano,

25

giugno

2015,

https://www.ilfattoquotidiano.it/2015/06/25/trattativa-lex-capo-dei-servizi-fulci-la-falange-
chiamava-dalle-sedi-sismi-alcuni-007-usavano-esplosivi/1813429/

3. Cassio Dione racconta che alla «falange armata» si riferiva l’imperatore stizzito nei confronti di
Giove, che con tuoni e fulmini gli aveva impedito di assistere agli spettacoli dei pantomimi. Con essa
intendeva replicare e contrapporsi al dio. Cfr . Pagliordi, G.M. , Caligola delirante, melodramma
da rappresentarsi in musica nel teatro Grimano di SS. Giouanni, e Paolo, 1680, anche sul web.

4. Cfr. http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/piduista-piduista-famigerata-intervista-1980-
maurizio-115222.htm

5.
Cfr.

Grimaldi,

L.,

«Unabomber

le

stragi?

Roba

da

servizi

segretissimi»,

http://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/261-cronaca/37021-unabomber-e-le-stragi-
roba-da-servizi-segretissimi.html; Brunoro, G., Pezzan, J., Unabomber. Il terrore senza nome, La
Case 2011; il blog di Paolo Franceschetti; cfr. anche intervista e blog di Solange Manfredi.

6. https://en.wikipedia.org/wiki/Khalid_Duhham_Al-Jawary

7. Cfr. LaFraniere, S., Thomas, P., «Manifesto Poses Ethical Dilemma for Two Newspapers»,
https://www.vice.com/en_uk/article/7b7pdq/unabomber-222333-v20n9;

https://www.vice.com/en_uk/contributor/bob-gucciones-archives; «Unabomber ha vinto i giornali si


piegano», la Repubblica, 20 settembre 1995.

8. Cfr. il prospetto dei vari enti e apparati indicati come gli strumenti operativi dei Rosa-Croce
presente nel volume di Epiphanius, Massoneria e sette segrete, Controcorrente, Napoli 2002, p. 142,
e precedenti edizioni, che vi ricomprende associazioni segrete e organismi internazionali tutti
incontrati nelle presenti ricostruzioni fondate su riferimenti giudiziali.

15

La Bestia

(Indagine 2017-2018)

L’arabo Al-Jawary, la Bestia (Ip. 61)

L’arresto di Al-Jawary/alias Al-Iraqi (proveniente dall’Iraq), i suoi precedenti


attentati compiuti a New York nel 1973, la sua esemplare condanna negli USA,

avrebbero dovuto rappresentare per gli americani, esplicitamente, la

giustificazione dell’invasione dell’Iraq, e soprattutto, nascostamente, il mezzo

per trascinarvi l’integralismo islamico e quindi creare i presupposti per un nuovo

ordine mondiale.

«Under intense security that included the closing of the Rome airport and its

air space, Al-Jawary arrived on a helicopter gunship. He had iron plates

protecting the front and back of his torso. He was wearing a Kevlar hood.» («Al-

Jawary arriva su un elicottero da guerra in condizioni di estrema sicurezza, che

comprendono la chiusura dell’aeroporto di Roma e dello spazio aereo

circostante. Ha lastre di ferro a protezione del torso e della schiena. Indossa un

cappuccio di kevlar.») Il kevlar è una fibra sintetica che possiede grande

resistenza al calore e alla fiamma e viene, per questo motivo, utilizzata come

componente di giubbotti antiproiettile. La descrizione dell’arabo all’aeroporto di

Roma, tra numerose altre, è riportata in un mix di documenti diffusi da

WikiLeaks 1 nel 2009, quando cioè Al-Jawary (solo una settimana dopo

l’avvenuta condanna a trent’anni di reclusione di Monzer al-Kassar da parte del

Tribunale di New York) dalla medesima autorità viene rilasciato anzitempo,

ovvero con dodici anni di anticipo, dopo la condanna del siriano a identica pena

di trent’anni di reclusione. La descrizione del suo arrivo in elicottero

all’aeroporto di Roma bloccato per tale evenienza mal si concilia (perché non

sarebbe passata inosservata) con date diverse da quella in cui l’aeroporto di

Roma fu realmente sottoposto (come ovunque in Italia) a misure speciali di

sicurezza, ovvero nel primo giorno di guerra contro l’Iraq, il 16 gennaio 1991,
quando cioè venne arrestato a Roma per essere poi estradato negli Stati Uniti. E

da Roma ripartirà nell’aprile del 1992 per raggiungere New York.

Dalle varie fonti si apprende che operò nell’ombra tra l’Europa e il Medio

Oriente per quasi vent’anni, dopo aver preparato nel 1973, a New York, tre

attentati al Semtex contro Israele, falliti per l’intervento dei servizi USA. Nel

1992 egli risulta talmente conosciuto dai Paesi europei che nessun alleato degli

Stati Uniti consentirà all’aereo americano che lo trasporta di atterrare, nemmeno

per la durata del rifornimento di carburante.

Si racconta che fosse stato catturato mentre cercava di raggiungere Tunisi per

partecipare al funerale dei suoi sodali Abu Ayad e Abu al-Hol. Tra le coperture e

le operazioni segrete di quell’epoca, può apparire anche più verosimile che lui

stesse fuggendo da Baghdad per evitare di fare la stessa fine dei palestinesi

uccisi; e che, poiché era seguito e controllato, infine fosse stato fermato a Roma

perché il suo arresto avrebbe potuto essere utilizzato da Bush (una volta

ottenutane l’estradizione negli Stati Uniti) come strumento per realizzare un

progetto più ambizioso: presentare in America la cattura del primo terrorista

arabo negli USA, ovvero la prova che avrebbe potuto giustificare l’invasione

dell’Iraq, ma, insieme, lo strumento per trascinare strategicamente da quella

parte del mondo le reazioni dell’integralismo islamico e quindi riacciuffare quel

potere militare sul pianeta che, dopo il crollo del comunismo, gli Stati Uniti

correvano il rischio di perdere. In parole povere, l’arresto di Al-Jawary avrebbe

dovuto rappresentare un mezzo per creare un nuovo ordine mondiale.

I suoi soci palestinesi, Abu Ayad e Abu al-Hol, i cui nomi ricorrono tra gli atti

secretati del processo sulla morte dei giornalisti Toni e De Palo, vennero
assassinati, come ho già ricordato, nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1991 nei

sobborghi di Tunisi dal gruppo di Abu Nidal, forse su mandato di Israele o degli

stessi Stati Uniti.

Esamino i vecchi documenti dell’inchiesta di Trento e in particolare quelli che

contenevano i nomi arabi del gruppo più antico, come Arsan e al-Kassar, in

origine addirittura affiancati a nomi israeliani. Da questi documenti deduco che

l’identità di Al-Jawary è riconducibile a quella di Mohamed Anani, già

«domiciliato al Cairo come Prince Salim George, alla Mecca e a Milano come

Prince Awani al Faisal; è figlio di Prince George Yussef e vanta visti d’ingresso

del consolato d’Italia a Parigi e Copenaghen». Mohamed Salim Youssef Anani,

questo il suo nome completo, dovrebbe essere lo stesso Muhammad Salim

Youssef al-Hawari a sua volta corrispondente a Khalid Duhham al-Jawary/Al-

Iraqi. Secondo questi vecchi atti l’arabo, ex appartenente a Settembre nero,

sembra (in passato) essersi dedicato in Italia ad attività di import-export tra il nostro Paese e il
Medio Oriente, operando con il mobilificio Turri di Carugo

(Como) e la Dell’Orto Tessuti di Seregno. Avrebbe quindi collaborato con

personaggi italiani assai noti e successivamente comparsi anche nelle inchieste

di Tangentopoli. 2

***

Di Al-Jawary mi è noto un episodio che riveste particolare importanza proprio in

relazione all’intervento americano in Iraq nel 1991. Degli atti dell’inchiesta di

Trento faceva parte un corposo dossier sull’avvenuto pagamento di ottocento

milioni di dollari per tre toys da ottanta chilotoni (ovvero tre ordigni nucleari di

potenza analoga a quella usata per Hiroshima). L’operazione risultava avvenuta

per diretto tramite di tale Prince Awani al Faisal (una delle identità dell’arabo),
nonché targata CIA. Per i movimenti creditizi ci si era allora valsi della Trade &

Development Bank e della Deutsche Bank (la prima compare nelle indagini Big

John, della seconda venne ucciso il presidente Herrhausen nel 1989). Quindi,

dieci anni prima (ovvero nel 1982-1983) erano stati gli stessi Stati Uniti a

imbastire quelle forniture di armamenti a Saddam Hussein (nel quadro di aiuti

militari all’Iraq avvenuti sin dai primi anni Settanta, anche per il tramite

dell’ingegnere canadese Gerald Bull), mentre il Paese era in conflitto con l’Iran.

Di certo attività con gli arabi come questa venivano spesso organizzate dalla CIA

al preciso scopo di rivoltarle, all’occorrenza, contro di loro, per dimostrare che

tentavano di procurarsi armamenti nucleari (in realtà inesistenti): servirono a

giustificare i successivi devastanti interventi militari americani (così avvenne per

le invasioni dell’Iraq del 1991 e del 2003).

La Bestia e la nuova Babilonia (Ip. 0)

L’estradizione dell’arabo dall’Italia rappresenta, quindi, non solo un’oggettiva

provocazione nei confronti degli integralisti islamici, ma anche un’azione

strumentale finalizzata a trasferire la reazione araba dall’Europa agli Stati Uniti

(Ip. 62).

Ricostruisco queste vicende dal momento dell’estradizione dall’Italia. 3 Lo

spostamento in aereo da Roma a New York avviene il 12 aprile 1992. Lo

accompagna nel volo l’agente dell’FBI Michael Finnegan (quello che nel

processo giura con l’ affidavit spiegando la necessità di rifornire in volo il loro aereo dopo il
diniego all’atterraggio da parte degli alleati, dovuto al timore di

ritorsioni arabe).

Dal successivo processo celebrato negli Stati Uniti all’inizio del 1993 si

apprende che le minacce degli arabi subito raggiungono gli stessi Stati Uniti,
mentre l’imputato ha ottenuto rinvii del processo sino ad allora. Di sicuro spera

in una liberazione. Il processo si celebra in febbraio dinanzi al Tribunale di

Brooklin. Accusatore ( prosecutor) è Charles Rose, in passato collega di Falcone.

Il processo si concluderà con la condanna di Al-Jawary a trent’anni di

reclusione. Sconterà in effetti poco più della metà della pena, dopo avere

confessato di fare parte di Hamas, la nuova organizzazione che ha preso il posto

dell’ormai superata OLP.

Dalla motivazione della sentenza si apprende che, tre giorni dopo la

formazione della giuria, avviene proprio a New York l’attentato del 26 febbraio

1993 contro il World Trade Center di Manhattan. Un furgone bomba, come al

solito preso a noleggio, viene fatto esplodere nel parcheggio sotterraneo. Si tratta

del primo tentativo di far crollare le Torri gemelle, questa volta dal basso. Viene

impiegata una miscela di nitrourea e idrogeno dal peso di circa seicentottanta

chili. Il crollo dei grattacieli però non avviene perché, pur causando una voragine

di trenta metri, l’esplosione incontra, verso l’alto, i forti rinforzi d’acciaio

presenti ai singoli piani. Rimangono comunque uccise sei persone e i feriti sono

1.042.

Aggiungo che risulta fosse stata programmata una serie di altri attentati

simultanei (al palazzo dell’ONU, ai due tunnel sotto il fiume Hudson, Lincoln e

Holland, al ponte George Washington e alla sede dell’FBI) fortunatamente non

attuati. A un certo punto, si legge negli atti del processo all’arabo, viene chiesto

ai componenti della giuria se qualcuno voglia abbandonarla. Nessun giurato lo

farà: significherebbe tradire la lotta al terrorismo.

Progettisti ed esecutori di quegli atti terroristici a New York risulteranno i


Fratelli musulmani, folto gruppo integralista (fondato in Egitto nel 1928) alleato

dell’organizzazione Hamas. Lo statuto di quest’ultima, infatti, dichiarava: «il

Movimento di resistenza islamico [Hamas] è una delle branche dei Fratelli

musulmani in Palestina».

Si assoderà che l’attacco del 1993 venne pianificato da un commando diretto

dagli arabi Ramzi Yusuf e Omar Abd al-Rahman, detto «lo sceicco cieco», noto

anche alla moschea di Milano in viale Jenner: qui nel 1989 era nato quell’Istituto

culturale islamico di cui nel 1995 venne scoperta un’intensa attività criminale,

quando ne emerse il ruolo nel finanziamento di attività di fiancheggiamento al

terrorismo (sin dal 1991) tramite la fornitura di basi logistiche a volontari inviati

in Bosnia e in Cecenia.

A capo dell’organizzazione e guida spirituale di quella al-Jama’a al-Islamyya

lombarda risultò l’imam della moschea, il quarantanovenne Anwar Shaban.

Questi sfuggì all’arresto, ma poi rimase ucciso in Bosnia. Suo grande amico e

socio risultò proprio Omar Abd al-Rahman, lo «sceicco cieco» capo della jihad

egiziana, in passato accusato anche dell’uccisione di Muhammad Anwar al-

Sadat, presidente della Repubblica egiziana dal 1970 al 1981.

L’altro arabo, Ramzi Yusuf (il capo del commando), all’inizio del 1995

tenterà di attuare un attentato esplosivo nei confronti del papa Giovanni Paolo II

in occasione della sua visita nelle Filippine. Il piano prevedeva di piazzare

l’esplosivo sotto il ponte su cui avrebbe dovuto transitare. Aveva anche previsto

di far esplodere simultaneamente alcuni aerei di linea americani. Ma il progetto

venne sventato per puro caso dalla polizia. Progettò anche il fallito attentato al presidente egiziano
Hosni Mubarak, il 26 giugno 1995, ad Addis Abeba.

Chiunque ricostruisca la vicenda sulla base dei dati adesso facilmente


riscontrabili sul web giunge alla conclusione che questi organizzatori (di Hamas

e i Fratelli musulmani, ovvero Ramzi Yusuf, Omar Abd al-Rahman, e, dal

carcere, Al-Jawary) sono stati i padri spirituali (e materiali) della guerra santa

contro gli Stati Uniti, prima ancora che questa venisse recepita e poi

formalmente dichiarata da Osama bin Laden il 23 agosto 1996. Questa sfocerà

nell’attacco conclusivo dell’11 settembre 2001 contro le Torri Gemelle, simboli

del potere del XX secolo, la nuova Babilonia (Ip. 63).

L’occhio di DIO e la regia per il terzo millennio

L’ipotesi che dietro le azioni dell’11 settembre 2001 siano state presenti forze

segrete e trasversali mi ha sempre tentato: attorno a quell’evento si sono sempre

affollate numerose circostanze e molteplici mistificazioni, che in questa sede è

troppo difficile riassumere. 4

Inoltre, dopo avere constatato la ricorrente presenza della massoneria dal

dopoguerra fino al crollo del Muro di Berlino, nonché la sua implicazione nelle

operazioni più strategiche attuate da coalizioni trasversali di potere tra servizi

segreti e potentati bancari e militari, mi meraviglierei che simili oscure alleanze

non abbiano svolto un ruolo operativo nella ricerca e nell’attuazione degli

equilibri di potere successivi alla conclusione della Guerra fredda tra

Washington e Mosca.

Seguendo essenzialmente i riferimenti documentali di cui ho parlato in

passato, ricordo che l’alleanza tra la Fratellanza musulmana e il Grande Oriente

era menzionata nella Carta M. del febbraio 1983: se ne indicavano le coalizioni

massoniche sin da allora presenti a livello trasversale e occulto. Proprio queste

conducono agli eventi del 1989 e poi all’invasione dell’Iraq.


Sempre riguardo agli attentati dell’11 settembre, è innegabile che i diciannove

terroristi implicati nell’esecuzione materiale provenissero per la maggior parte

dall’Arabia Saudita. In realtà questo Paese, già da prima dell’invasione dell’Iraq

nel 1991, presentava consistenti basi americane schierate contro l’Islam. Dagli

anni Settanta esisteva un filo diretto (e convergenze affaristiche) tra Gran

Bretagna, Stati Uniti e i reali dell’Arabia Saudita, tramite quei famosi

intermediari libanesi-siriani tra cui comparivano i vari Arsan, al-Kassar,

Khashoggi, Pharaon, che ho già nominato altrove. Il nome dell’esponente

principale fra questi arabi era forse indicato nelle «XI Tavole» in alto a sinistra:

Mahmud Fustok. La sua famiglia, di origine libanese, ha sempre rappresentato

un importante anello di collegamento tra la casa reale saudita e rilevanti attività

finanziarie svolte nelle borse di Londra e di New York. Affari che nelle «XI

Tavole» erano descritti in riferimento all’accaparramento dell’argento. Negli

anni Novanta, invece, organi di stampa ne segnaleranno i collegamenti con il

finanziamento del terrorismo.

Ho rintracciato un documento del marzo 2001 in cui alcuni organi governativi

statunitensi descrivono al Congresso degli USA le modalità operative di quella

che sin d’allora definiscono «la guerra del futuro». Il documento in questione ha

il titolo di Joint Vision 2020 e contiene la descrizione, quasi raccapricciante, dei

conflitti informatici del ventennio successivo, con l’utilizzo del soldato e del

singolo «uomo» come sostanziale trasmettitore radar e rilevatore universale di

informazioni. Viene proposta la creazione di una struttura di comando che

coordini i soliti servizi statunitensi NSA e CIA, che ha il nome «DIO»

(Defensive Information Operations) (Ip. 64): una sorta di occhio supremo che,
per funzionare, si sarebbe avvalso di costosi servizi svolti da quattro satelliti

orbitanti, a quell’epoca ancora da costruire. Questi avrebbero osservato e diretto

dall’alto attività idonee a garantire la sicurezza del nuovo sistema di controllo

globale. I progetti bellici sarebbero stati affidati sempre più a reti di

informazione interconnesse per identificare obiettivi, creare e trasmettere

programmi, diffondere e condividere informazioni e combattere le battaglie del

futuro. 5 Il documento individua quattro basi logistiche: una in Australia, una nel

Sud-Est della Virginia, una nell’isola di Oahu dell’arcipelago delle Hawaii, e la

quarta... a Niscemi, in Sicilia, a circa sessanta chilometri dalla Naval Air Station

di Sigonella. In questo territorio, in epoca successiva, ignare popolazioni si sono

viste costrette a subire le volontà degli Stati Uniti. Qualche associazione

cercherà di protestare, appellandosi a danni ambientali, senza che tuttavia

nessuno abbia mai informato i cittadini sul sottostante piano globale, a mio

parere terrificante (e anche contrario ai nostri principi costituzionali). Siamo

infatti divenuti, senza saperlo, «parte» essenziale di un organismo bellico USA,

offrendo praticamente gratis il nostro territorio agli Stati Uniti. A Niscemi questo

progetto si chiama MUOS (SatCom), ma non aggiungo altro perché non è questa

la sede per soffermarmi sugli enormi interessi economici coinvolti

nell’operazione che presenta, per le popolazioni locali, pure serie conseguenze

ambientali.

Frattanto, anche in Arabia Saudita, la fornitura dei sistemi di difesa risulta di

provenienza britannica e americana. Risale a un tempo remoto e segue gli stessi

sistemi operativi. Si chiama SangCom.

Sulla possibile esistenza di tangenti attorno a queste forniture quasi-


governative di recente è emerso un enorme scandalo dopo indagini aperte prima

negli Stati Uniti e poi in Inghilterra. Sul web hanno lasciato poche indicazioni e

sono sconosciute in Italia: l’unico a descriverle approfonditamente è un

meticoloso storico inglese, Nicholas Gilby, in un volume pubblicato solo nel

2014. 6 Nel libro si parla di «commissioni» in favore di quel Fustok che per

primo era stato già nominato nelle «XI Tavole» del 1983. E riguardano queste

operazioni (SangCom) sin dai lontani anni Settanta-Ottanta. Il pagamento di tali

«commissioni» avveniva attraverso banche di Londra e di New York e, in

particolare, tramite la società Engineering and Trading Operations Company

Beirut, anch’essa (quasi incredibilmente) indicata nelle solite «XI Tavole». A

questa società, racconta lo storico Gilby, andava (e, parrebbe, va) il dieci per

cento di commissioni sulle cifre finali, una specie di tangente sulla guerra del

passato, del presente, del futuro. E leggendo questo volume, ricco di riferimenti

documentali, ancor più dell’entità di quei macroscopici compensi mi colpisce il

fatto che ne venga evidenziata la scarsa «trasparenza» e non la loro funzione di

incentivo a scatenare guerre e a governare il mondo.

Questo progetto del marzo 2001 viene presentato all’approvazione del

governo USA in vista dei finanziamenti indispensabili ad attuarlo, date le

carenze del sistema di difesa degli Stati Uniti. Queste «carenze», di certo per

caso, si faranno palesi l’11 settembre successivo.

Sette anni dopo, ad agosto, verrà pubblicato, controcorrente, uno studio

dettagliato su quegli attentati. Porta il nome Zero ed espone l’ipotesi di un colossale inganno
architettato da una parte dell’establishment degli Stati Uniti

per indurre Bush a decretare una guerra infinita contro il terrorismo islamico,

con l’avvio di una strategia imperiale per la conquista del mondo. Fra gli autori
spiccano famosi giornalisti. 7 Noto tra questi Gore Vidal (l’autore del Caligola di

Bob Guccione), membro onorario della National Secular Society e nipote del

senatore democratico Albert Gore senior. La sua intervista viene riportata in

calce al volume. In essa afferma: «Bush e Cheney non sono stati i responsabili

dell’attentato, perché non avevano la competenza». Ma allora chi altri sarebbe

stato capace di realizzarli? Naturalmente, a sua conoscenza?

Anche Steve R. Pieczenik, lo psichiatra che ha ammesso di avere applicato le

direttive presidenziali del proprio Paese nel sequestro Moro, esprime forti

perplessità sull’operato dei servizi durante l’attacco dell’11 settembre e ipotizza

il ricorso a False Flag (operatività sotto falsa bandiera) per giustificare gli interventi americani
contro il nuovo avversario del terrorismo integralista. 8

Qualche autorevole membro della Commissione d’indagine USA sull’11

settembre, come il repubblicano John F. Lehman, racconta che «alcuni

funzionari sauditi attivi in America hanno avuto una parte importante nel

sostenere i dirottatori». Bob Graham, copresidente della Commissione

d’indagine USA, ha detto: «La pubblicazione di quelle pagine non costituirebbe

una minaccia alla sicurezza nazionale, mentre lo è il loro occultamento. I sauditi

sanno che cosa hanno fatto e sanno che il governo USA lo sa e lo vuole tenere

segreto: questo ovviamente li induce a continuare a fare lo stesso. Al Qaida è

stata una creatura saudita, così come lo sono i gruppi regionali tipo Al-Shabaab,

e l’ISIS è la loro ultima creatura».

Continuo a cercare i segni di quello che ormai non mi appare più un fatto

nuovo e slegato rispetto ai precedenti, ma solo l’attuazione di quell’ultimo folle

progetto concepito addirittura nell’immediato dopoguerra.

Lo inseguo da oltre trent’anni.


«Palermo cerca la genesi di tutti mali del mondo!» mi sembra ancora oggi di

sentirmi ripetere da alcune voci del passato. Mentre un’altra continua a

sussurrarmi più silenziosamente: «Vai avanti». Questa mi viene da dentro. Sento

che, stavolta, forse è la volta buona. Che forse riuscirò a comprendere l’intera

storia.

1. https://wikileaks.org/gifiles/docs/37/373126_re-al-jawary-.html. Khalid Al-Jawary.

2. La ditta Turri, tuttora attiva in Brianza nella progettazione di interni (è tra le maggiori firme del
design italiano e internazionale), ricorrerà nelle inchieste di Tangentopoli a proposito di personaggi
quali Giancarlo Gorrini, Maria Donatella Turri, Antonio D’Adamo, lo stesso Eleuterio Rea (ex capo
della DIGOS), Sergio Cusani. Dell’Orto Tessuti faceva parte del gruppo tessile Vallesusa di Felice
Giulio Riva, imprenditore e dirigente sportivo italiano, già presidente del Milan (il cui nome
compare in primo piano nella prima delle «XI Tavole»). Quel cotonificio era stato acquistato nel
1906 da Augusto Abegg, banchiere e industriale tessile svizzero, eminente figura del Credit Suisse a
Zurigo, a Ginevra e poi a Torino; successivamente associato allo svizzero Emilio Wild e, quindi, al
torinese Giovanni Agnelli, personaggio vicino ad antichi centri di potere anche massonici.

3. Così dirà Michael Finnegan, il rappresentante USA (dell’FBI) che contribuisce a incastrare
l’arabo e a ottenerne l’estradizione: «Gli sforzi sono stati ripagati alla fine del 1990, quando la
revisione delle prove a suo carico e una forte rete di contatti hanno portato a localizzarlo a Cipro
presso la sede centrale dell’OLP. Il soggetto sospetto è rimasto sotto il radar fino all’anno
successivo, quando è emerso a Roma». Finnegan, come si apprende in un recente articolo, avrebbe
emesso un mandato provvisorio (possibile?) per l’arresto di Al-Jawary in Italia, tra gli altri Paesi, e
questo costituirebbe il presupposto per cui è stato fermato e trattenuto dalle autorità italiane. «Dopo
un processo di estradizione che si è trascinato per diciotto mesi, molto più lungo della normale
finestra fra i trenta e i novanta giorni, siamo riusciti a portarcelo via.» Tali dichiarazioni risultano, in
ogni caso, inesatte e assai superficiali considerati i reali tempi previsti dai nostri codici.

4. Cfr. Palermo, Il quarto livello, cit., pp. 214ss.

5. Questo progetto militare si basa sulla capacità di rilevare e tenere traccia del nemico, passare le
informazioni attraverso i continenti, fondere i dati e analizzarli, per poi decidere e agire spesso in
tempi molto stretti, a volte in pochi minuti. La protezione delle informazioni, su cui la futura task
force avrebbe dovuto concentrare i propri sforzi, viene oggi attuata con l’ascolto e il controllo di
ogni singola persona del globo e con l’utilizzo di droni e in futuro di automi.

6. L’indagine sulle tangenti aperta dall’organo americano SFO risulta ancora in corso. Ci rientra
Mahmud Fustok, laureato presso l’Università di Oklahoma in ingegneria petrolifera. Dal 1978 era
proprietario di una fattoria nel Kentucky. Possedeva anche vari stabili nei pressi di Parigi. Notizie
dettagliate su questi rapporti sono contenute nel volume di Gilby, N., Deception in High Places: A
History of Bribery in Britain’s Arms Trade, Pluto Press, Londra 2014.
7.

Cfr.

Dario

Fertilio,

11

Settembre,

la

teoria

del

Complotto,

27

agosto

2007,

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2007/08_Agosto/27/Complotto_11_settembre.shtml; il
libro Zero. Perché la versione ufficiale sull’11/9 è un falso, Piemme, Casale Monferrato 2007,
curato dal giornalista Giulietto Chiesa, riporta, fra gli altri, interventi del medievalista Franco
Cardini, del filosofo Gianni Vattimo, di Gore Vidal, di Lidia Ravera, dell’ex ministro
socialdemocratico Andreas von Bülow, del giornalista americano Webster Griffin Tarpley, del
giornalista tedesco Jürgen Elsässer e dell’economista canadese Michel Chossudovsky.

8. Cfr. il forum di ismokecannabis, audio clip sulla testimonianza di Steve Pieczenik contro il
governo USA, e sua intervista sul nuovo «Caso Oswald» a proposito della morte di Bin Laden, in
varie date a partire dall’indomani dell’11 settembre 2001; https://forum.grasscity.com/threads/steve-
pieczenik-testifies-against-u-s-government.813114/.

16

Mystérion e l’ultima battaglia

(Indagine 2017-2018)

L’angelo mi trasportò in spirito nel deserto. Là vidi una donna seduta sopra una bestia scarlatta,
che era coperta di nomi blasfemi, aveva sette teste e dieci corna. [...] Sulla sua fronte stava scritto
un nome misterioso [Mystérion]: «Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori
della terra».

Giovanni, Apocalisse, 17,3-5

Un angelo possente prese allora una pietra, grande come una macina, e la gettò nel mare
esclamando: «Con questa violenza sarà distrutta Babilonia, la grande città, e nessuno più la
troverà».

Giovanni, Apocalisse, 18,21

«Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per
non disperderci su tutta la terra». Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che i figli degli
uomini stavano costruendo. [...] Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di
costruire la città. Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la
terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.

Genesi, 11,4-9

Le Twin Towers, le torri di Babele del secondo millennio (Ip. 65)

Nel capitolo 17 dell’Apocalisse viene descritto l’avvento della Bestia. Lì si

raffigura la «donna vestita di porpora e di scarlatto» (17,4) e si afferma che sulla

sua fronte è scritto il nome Mystérion. Costei è «la madre delle prostitute e degli

orrori della terra».

In analogia con questa «Nuova Babilonia» (che cade rovinosamente nel

successivo capitolo 18 dell’Apocalisse), in tempi ancora più antichi era stata

narrata la distruzione della simbolica Torre di Babele. Nella Genesi biblica era

stato scritto così: «Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la

lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra» (11,9).

Secondo vecchie tradizioni massoniche, osservando le antiche facciate di

certe chiese si nota che spesso presentano una coppia di torri gemelle e un

gigantesco rosone al centro. 1 I due pilastri dovrebbero rappresentare uno dei

principali simboli della Fratellanza, indicando il passaggio verso luoghi sacri,

ovvero verso l’ignoto e l’ultraterreno. Nell’antica Grecia torri del genere


venivano chiamate colonne d’Ercole.

Qualunque sia stato il principio ispiratore dell’attentato contro le Torri

Gemelle, le Twin Towers, a New York, il loro abbattimento avviene l’11

settembre 2001, l’11/9.

Nella Bibbia 11,9 è il passo della Genesi in cui il Signore confonde la lingua

parlata dagli uomini in modo da impedire che la torre di Babele (sinonimo di

Babilonia) venga completata, punendo il loro atto di superbia.

Dopo l’attentato alle Torri Gemelle la terminologia usata nell’Apocalisse

(«Babilonia la grande, la madre delle prostitute e degli orrori della terra»),

ricorre esplicitamente, quindici anni dopo, quando il 13 novembre 2015 inizia

l’ulteriore nuova fase di attentati terroristici, questa volta a Parigi, condotta dallo

Stato Islamico (ISIS). L’irruzione dei terroristi nella sala da spettacolo Bataclan

avviene all’inizio del concerto della rock band Eagles of Death Metal, mentre sul

palco i musicisti cantano l’amore per il demonio e il desiderio di baciarlo sulla

bocca. Anche nelle successive rivendicazioni dell’ISIS di quell’azione

terroristica riappare la stessa terminologia: l’attacco è avvenuto a Parigi – si

sostiene nelle rivendicazioni – perché questa città rappresenta «la capitale

dell’abominio e della perversione» e il locale Bataclan (notoriamente assai

frequentato da ebrei) è stato «scelto per la presenza di centinaia di idolatri in una

festa di perversione».

L’«Ultima battaglia» (Ip. 66)

L’avvento della Bestia dà luogo a quella che viene descritta, nell’Apocalisse,

come l’«Ultima battaglia» (tra il bene e il male): è quella in cui l’arcangelo

Michele aiuterà l’uomo nella contesa finale.


Tento di verificare l’ipotesi che gli eventi fra il 1989 e il 2001 abbiano tratto

ispirazione dai riferimenti biblici contenuti nell’Apocalisse e nella Genesi,

cercando riscontri esterni rispetto a tale ipotesi e anche più vicini ai nostri

luoghi.

Individuo un nuovo personaggio che mi riporta alla Sicilia, alla provincia di

Catania, in un territorio sottoposto al controllo del clan Santapaola, a trenta

chilometri scarsi dalla base di Sigonella. Ad Adrano, piccolo comune alle

pendici dell’Etna. Qui visse padre Ildebrando Antonino Santangelo (1913-1992).

Non si tratta di un complottista. Tutt’altro. È un sacerdote che ha fatto della

propria vita un esempio di militanza, tra l’altro realizzando un lebbrosario in

India. È noto soprattutto per l’attività sacerdotale e per le ricostruzioni storiche

elaborate e pubblicate ad Adrano. È un «servo di Dio»: vale a dire, per lui è stata

avanzata una proposta di beatificazione (da parte di un cardinale di Catania).

Non è un Santangeli (come il citato studioso dell’Apocalisse), ma questo

Santangelo è uno studioso degli stessi testi del suo quasi omonimo predecessore.

Non appartiene alla storia del XIX secolo, ma a quella del XX secolo. È morto

alla fine del 1992, subito dopo la conclusione del primo periodo stragista di

quell’epoca. Aveva intrapreso gli studi ecclesiastici negli anni Venti. Uno dei

suoi scritti principali (nella mia ricostruzione appare il più significativo) si

intitola L’ultima battaglia (1991) ed è facilmente consultabile in rete, divulgato

dalla Comunità Editrice di Adrano, dove ha operato.

Leggendo le narrazioni di padre Santangelo rimango personalmente

sbalordito. Sia pure dalla sua diversa prospettiva di sacerdote, ricostruisce i fatti

nel mio stesso modo. È come trovarsi davanti un primo testimone dei segni e dei
disegni della massoneria. Descrive «la bestia della terra», individuata sin dalle

profezie di Fatima nel totalitarismo e nel comunismo, e «la bestia dal mare», che

lui identifica nella massoneria internazionale e, in particolare, in quella presente

nella Chiesa. Ecco alcune sue significative parole:

La bestia che viene dal mare molto probabilmente è la massoneria che viene dall’Inghilterra,

dove fu fondata nel 1717 [...]. La massoneria si estende in un batter d’occhio nel mondo occidentale.
Fa sorgere l’illuminismo, il giacobinismo, le rivoluzioni che risparmiano solo l’Inghilterra, perché il
suo re ne è il Gran Maestro.

Sulla new age, o «nuova era», riporta e condivide notizie tratte dall’opera

Adoratori del diavolo e rock satanico, pubblicata da monsignor Corrado

Balducci nel 1991. E, quasi ripercorrendo la storia a cui sono risalito (seguendo

però riferimenti e atti processuali), espone la propria ricostruzione, facendo nomi

e cognomi corrispondenti a quelli individuati sulla base dei documenti giudiziali:

La Nuova Era è una sintesi di religioni orientali, di gnosticismo, di spiritismo. Rifiuta Dio e al suo
posto innalza Lucifero. Trae origine dalla Società Teosofica fondata in America dalla russa Helena
Blavatsky, la quale per via medianica riceve i messaggi del suo progetto da un

certo tibetano di nome Dywal Khul, nel 1875 [...]. Ciò che la rende fortemente pericolosa è il suo
legame con le più importanti organizzazioni internazionali: con l’ONU, con l’UNESCO,

col Consiglio Mondiale delle Chiese, con il Club di Roma, con la Fondazione Rockefeller, con la
Trilaterale, col Gruppo Bilderberg, con la Fondazione Ford, con la Massoneria, ecc.

[...] Il vero padre del satanismo moderno è Aleister Crowley. Egli fondò l’Ordo Templi Orientis
(OTO). Praticava accanto a sacrifici di cani e di gatti fatti al diavolo, anche sacrifici umani. Nel
1920 venne in Sicilia a Cefalù e vi fondò nell’abbazia di Thélema il «Convento di

Satana» [...] Il suo OTO si diffuse anche in Europa, specie in Germania e in Italia. [...]

L’Alleanza Israelitica Universale al Congresso di Losanna del 1875, dove si ebbe

ufficialmente la fusione tra Ebraismo e Massoneria, dichiarò: «[...] Dobbiamo mettere al nostro
servizio gli uomini più capaci del mondo. A tale scopo ci serviremo della Massoneria»

[...] Per raggiungere il Governo Mondiale la grande banca ebraica degli Schiff, dei Warburg,
dei Rothschild finanziò la rivoluzione bolscevica per riunire il mondo in due blocchi e, infine, nel
Governo Mondiale [...] manovrato dall’alta finanza ebraica, il cui centro propulsore ha sede in USA
e in Inghilterra, dove risiede la Gran Loggia Madre della massoneria mondiale.

[...] Attraverso gli stessi Warburg finanzia il Movimento «PanEuropa» che da questo 1992 si

batterà per un Governo Unico Sopranazionale Europeo. Sarà l’ultimo passo per giungere al Governo
Mondiale...

Gli USA sono divenuti una colonia ebrea [...]. Continuiamo a citare i fili della «Rete» con

la «Tavola Rotonda», società segreta fondata nel 1891. Nel 1891 essa rinnova la ragnatela degli
Illuminati di Baviera (setta massonica fondata 1’1.5.1776 dal giudeo Adam Weishaupt),

ristrutturandola a cerchi concentrici con un gruppo ristretto di iniziati come i Balfour, i Rothschild, i
Milner. Altra catena di trasmissione del Gran Kaal è la «Pilgrim Society», strettamente legata al
British Israel, che amalgama insieme l’imperialismo inglese, il socialismo fabiano, il biblismo
protestante. Il loro simbolo è la «Piramide tronca con il suo occhio onniveggente» cioè quello del
Sommo Sacerdote del Sinedrio, stampato nel dollaro americano, il loro dio.

Pietra miliare della «Rete» sono gli «Istituti Internazionali» sviluppatisi tra le quinte della

«Società delle Nazioni», dove Mandell raduna l’élite della Massoneria e della Sinarchia. [...]

Terminiamo con un’occhiata sulla Trilaterale, la quale con il B’nai B’rith, costituisce l’asse portante
della schiavitù e del terrore mondialisti. Fondata nel 1973 da David Rockefeller come centro del
nuovo «club dei ricchi», in essa confluiscono in perfetta intesa i vari Bilderberg, CRF con una
concentrazione insuperabile di mezzi economici e di propaganda. I

suoi 200 membri hanno lo scopo di finirla con la menzognera divisione tra blocchi contrapposti per
unire attorno al loro, formato dagli USA, Europa, Giappone, tutte le Nazioni, dall’Atlantico al Mar
Giallo.

Alle affermazioni di Santangelo sulla massoneria anche nella Chiesa si

affianca un’altra impressionante descrizione coincidente con la mia

ricostruzione: proprio con riferimento al periodo successivo all’apertura del

nuovo museo del Louvre egli evidenzia un’innumerevole serie di apparizioni

della Madonna. Da lui vengono esposte nel «Capitolo 11 della Battaglia finale».

Racconta come, in quel momento, Maria spieghi l’Apocalisse e riveli, questa

volta, la massoneria ecclesiastica.


La massoneria nella Chiesa (Ip. 67 e 68)

Santangelo di certo non era un complottista del web. È nato all’inizio del XX

secolo, era un servo di Dio. Nell’aprile del 1989 non gli sfugge, e non sfugge

nemmeno agli altri che lui cita, il significato di ciò che avviene in quel momento

e che io individuo nell’inaugurazione del nuovo museo del Louvre, nella sua

piramide di vetro, nella piramide rovesciata della massoneria. Lui ci coglie il

richiamo alla Meretrice, alla Grande Madre nella stessa Chiesa. Le citazioni e i

richiami che espone in riferimento a questo preciso momento – che a prima vista

non dovrebbe essere particolarmente significativo dal punto di vista storico – mi

paiono impressionanti.

Quasi tutti conoscono don Stefano Gobbi, fondatore del Movimento Mariano Sacerdotale.

Egli nell’edizione 1991 del suo libro Maria scrive i seguenti messaggi avuti in apparizione della
Madonna o in locuzioni interiori. Li trascriviamo sia perché in sé stessi evidenti, sia perché le stesse
cose le sapevamo e in parte le avevamo pubblicate, sia perché comprovate dai

fatti e da reali scoperte (Ip. 69).

- Santuario di Tindari (Sicilia), 14 maggio 1989. Solennità di Pentecoste. «L’enorme Drago

rosso [...] l’ateismo marxista si presenta con dieci corna, cioè con la potenza dei suoi mezzi di
comunicazione.»

- Milano, 3 giugno 1989. «La bestia simile a una pantera. In questa terribile lotta sale dal

mare, in aiuto al Drago, una bestia simile a una pantera. Se il Drago rosso è l’ateismo marxista, la
Bestia nera è la Massoneria. Il Drago si manifesta nel vigore della sua potenza. La Bestia nera invece
agisce nell’ombra, si nasconde, si occulta in modo da entrare in ogni parte.

[...] Le sette teste indicano le varie logge massoniche, che agiscono ovunque in maniera subdola e
pericolosa.»

- Dongo (Como), 13 giugno 1989. Anniversario della seconda apparizione a Fatima. La bestia simile
a un agnello. «Figli prediletti, oggi ricordate la mia seconda apparizione, avvenuta nella povera
Cova di Iria in Fatima, il 13 giugno 1917. [...] Vi ho annunciato la grande lotta fra Me, Donna vestita
di sole, e l’enorme Drago rosso, che ha portato l’umanità a vivere senza Dio. Vi ho anche predetto il
subdolo e tenebroso lavoro, compiuto dalla Massoneria, per allontanarvi dalla osservanza della
Legge di Dio e rendervi così vittime dei

peccati e dei vizi. [...] La bestia nera, simile a una pantera, indica la Massoneria; la bestia con due
corna, simile a un agnello, indica la Massoneria infiltrata all’interno della Chiesa, cioè la
Massoneria ecclesiastica, che si è diffusa soprattutto fra i membri della Gerarchia. Questa
infiltrazione massonica, all’interno della Chiesa, vi è già stata da Me predetta in Fatima, quando vi
ho annunciato che Satana si sarebbe introdotto fino al vertice della Chiesa.»

- Milano, 17 giugno 1989. Sabato. Il numero della Bestia: 666. «Figli prediletti,

comprendete ora il disegno della vostra Mamma Celeste, la Donna vestita di sole, che combatte, con
la sua schiera, nella grande lotta contro tutte le forze del male. Per raggiungere questo scopo la bestia
vuole costruire un nuovo idolo, cioè un falso Cristo ed una falsa Chiesa. La massoneria ecclesiastica
giunge fino a costruire una statua in onore della bestia e costringe tutti ad adorare questa statua [...].
Si sostituisce DIO con un IDOLO potente, forte, dominatore, un idolo così potente, da far mettere a
morte tutti coloro che non adorano la statua della bestia. Ma nessuno può comprare o vendere senza
avere marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome. Questo grande idolo, costruito per
essere da tutti adorato e servito, come vi ho già rivelato nel precedente messaggio, è un falso Cristo e
una

falsa Chiesa. Ma qual è il suo nome? Al capitolo 13 dell’Apocalisse è scritto: ‘Qui sta la sapienza.
Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: esso rappresenta un nome di un uomo. E tale cifra è
666 (seicentosessantasei)’. Lucifero, il serpente antico, il diavolo o Satana, il dragone rosso diventa,
in questi ultimi tempi, l’Anticristo [...]. In questo periodo storico, l’Anticristo si manifesta attraverso
il fenomeno dell’Islam, che nega direttamente il mistero della divina Trinità e la divinità di nostro
Signore Gesù Cristo [...]. In questo periodo storico, la massoneria, aiutata da quella ecclesiastica,
riuscirà nel suo grande intento: costruire un idolo da mettere al posto di Cristo e della sua Chiesa.»

[...]

- Fatima (Portogallo), 15 settembre 1989. «[...] Esulta il Drago di fronte alla vastità della

sua conquista, con l’aiuto della bestia nera e della bestia simile a un agnello, in questi vostri giorni,
in cui il diavolo si è scatenato contro di voi, sapendo che gli resta poco tempo. Vuoi appartenere
all’armata di Maria?»

- L’eco di Medjugorie di Mantova riporta nel n. 82 (maggio 1991) due messaggi estremamente
espliciti dati dalla Madonna a Medjugorie: 6.12.1990: «È l’ultima battaglia».

- 28.2.1990: «Figli miei, io sto combattendo la battaglia finale». Un altro giorno, pure a Medjugorie,
la Madonna disse: «Satana ha sferrato la più furibonda battaglia contro la Chiesa». Satana ha
elaborato e preparato una battaglia cosmica contro il Corpo Mistico: quella che potremmo chiamare
con linguaggio apocalittico Armaghedòn. Ha mobilitato tutti i

demoni dell’inferno, ha assoldato quasi tutti i mass media, quasi tutti i governi, quasi tutte le
organizzazioni laiche, quasi tutte le scuole, quasi tutte le caserme, quasi tutti i luoghi pubblici.
Questa lunga serie di apparizioni e premonizioni non può considerarsi

casuale. Santangelo non sta parlando di altri avvenimenti. Li descrive in

riferimento al 1989, ovvero in un momento appena successivo all’inaugurazione

del nuovo museo del Louvre. E mette in evidenza la data della successiva

«esplosione» del male per l’anno 1992. Non ripete l’affermazione, a quell’epoca

consueta, che tutto l’accaduto andrebbe addossato alla mafia. Lo addebita,

attraverso la sua denuncia della massoneria, allora del tutto inconsueta, ai

potentati bancari ebraici e all’Islam.

La «Massoneria della Chiesa» richiama il simbolo Ekklesia e la Chiesa

presente nel marchio Mystérium, presente sulla fronte della donna che cavalca la

Bestia: quello espresso dal numero 684, che a quanto pare nessuno osa affiancare

al reale «idolo» dell’epoca contemporanea.

A questo punto esamino il percorso esistenziale di quel religioso, che viene

minuziosamente descritto in un sito sul web da tutti consultabile. 2

L’armata di Maria e il territorio di Adrano

Negli scritti di padre Santangelo è presente un invito assai particolare rivolto ai

destinatari dei suoi messaggi: «Vuoi appartenere all’armata di Maria?» Il

richiamo evoca quell’Armata blu di Fatima comparsa negli anni Ottanta: un

gruppo integralista interno alla Chiesa e antagonista (specie in alcuni Paesi del

Sudamerica) rispetto ad alcune posizioni assunte dal papa.

Padre Santangelo nasce ad Adrano, trenta chilometri a nord-ovest di Catania,

il 30 luglio 1913. Avrà sette fratelli. Dalla sua biografia si apprende che sin da

giovane «si propone di prepararsi bene a diventare un santo [il corsivo è mio]

sacerdote sulla scia di grandi santi come ad esempio sant’Ignazio di Loyola»,


cioè il fondatore della Compagnia di Gesù, vissuto fra il 1491 e il 1556, il cui corpo venne collocato
in un’urna di bronzo dorato nella cappella a lui dedicata

nella chiesa di piazza del Gesù, a Roma.

Nella Carta M., «piazza del Gesù» è la prima indicazione precisa per

individuare il percorso iniziatico del suo autore (e precede quelle di palazzo

Giustiniani e palazzo Barberini) ( vedi qui). Inoltre sui primi due scudi compare il

disegno di un sole raggiante che richiama quello della stessa Compagnia di

Gesù. Così come è presente la spada che riprende l’arma dell’arcangelo Michele.

Inoltre l’autore della Carta M. si firma, come già accennato, «fratello di

Taddeo», un altro richiamo all’arcangelo Michele nella Lettera di Giuda, il

quale, di fronte a chi nega, ingiuria, disprezza la sovranità, si rivolge al Signore

invocandone la punizione divina (Ip. 70).

Lo stesso Ignazio di Loyola, tuttavia – a quanto comunemente si racconta –,

avrebbe avuto anche contatti equivoci con i templari e con i fondatori degli

Alumbrados (e cioè gli Illuminati), che gli causarono l’arresto su ordine

dell’Inquisizione. Un autentico templare emerse a Trapani al Centro studi

Scontrino, e altri vennero notati nella chiesa del Vaticano dopo l’attentato a papa

Giovanni Paolo II del 1981, intenti a formare, attorno alla cappella papale, un

simbolico triangolo equilatero.

I riferimenti di Santangelo al 1992, se osservati dalla prospettiva della realtà

territoriale di Adrano, mi inducono ad approfondire quel luogo e il momento

storico in cui il prete matura, scrive e diffonde la propria ricostruzione.

Si tratta di un territorio implicato nelle vicende mafiose dell’epoca, da sempre

sotto il controllo di Benedetto Santapaola (detto Nitto), boss di Cosa nostra,

condannato anche per le stragi del 1992.


Mi chiedo dunque se le descrizioni degli eventi che padre Santangelo espone

(in particolare sulle conflittualità e sulle manifestazioni del potere massonico dal

1989 al 1992) provengano, o, viceversa, abbiano costituito un eventuale canale

per veicolare idee e informazioni, utilizzabile o persino utilizzato da qualcun

altro (anche a fini illeciti).

Al territorio di Adrano si ricollega intanto un clan mafioso che porta lo stesso

cognome del sacerdote, i Santangelo, spesso in competizione con la famiglia

rivale degli Scalisi. Questo clan risulta alleato da sempre ai Santapaola-Ercolano

di Catania, con rapporti anche massonici tra quel territorio e le zone di Agrigento

e di Trapani.

Ad Adrano emersero rapporti criminali tra Nitto Santapaola, un certo

Giuseppe Cannizzo e il banchiere elvetico Cesare Guglielmone. Si era nei primi

anni Novanta, e le indagini riguardavano attività di riciclaggio collegate alla

Banca di Credito e Commercio, svizzera di Lugano, a sua volta oggetto di

indagine nell’inchiesta di Trento e poi in quella della giudice elvetica Carla Del

Ponte.

Ulteriori indagini su quei fatti verranno svolte anche dalla magistratura di

Firenze, e nel 1995 dalla Direzione centrale antimafia: qui si accerta il rapporto

di Nitto Santapaola con il siriano Monzer al-Kassar, attivo dalla celebre

Marbella, sulla Costa del Sol in Spagna, luogo che può essere ben identificato

anche con il nome Alcántara, suo sobborgo intitolato a san Pedro de Alcántara,

sacerdote spagnolo dell’Ordine dei frati minori. E «Alcantara», come ho già

segnalato, era il nome in codice dei conti bancari su cui convergevano i flussi

finanziari della Sicilia per pagare la cocaina proveniente dalla Colombia.


Alcántara era anche il nome del socio in Brasile del calabrese Giuseppe

Cambareri negli anni Cinquanta. E ancora Alcantara è il nome delle gole sotto

l’Etna, chiamate così per il torrente che le percorre esaltando la natura

primordiale della Sicilia.

Numerose indagini hanno riguardato, nell’agrigentino, la stidda locale e quel

Salvatore Puzzangaro in cui si erano imbattuti prima Rosario Livatino

(assassinato nel settembre del 1990), poi Giuliano Guazzelli (ucciso nell’aprile

del 1992, poco dopo Salvo Lima), e Paolo Borsellino (ucciso nel luglio del

1992), ma anche quel «buco nero» costituito da traffici di armamenti e rapporti

bancari con l’Iraq incentrati a Liegi e Bruxelles, ma collegati con la Tunisia. A

questi luoghi risalgono anche i depistaggi riscontrati nelle dichiarazioni

dell’imputato Gioacchino Schembri a Paolo Borsellino, nei primi di luglio; come

anche quelle indagini che avrebbero potuto condurre alla centrale di Wall Street

e a monsignor Marcinkus, non espressamente nominato da Santangelo ma forse

da lui indirettamente suggerito quando parla di massoneria nella Chiesa; e ciò

mentre, quasi contemporaneamente, il collaboratore di giustizia Vincenzo

Calcara parla (anche dello stesso Marcinkus) con Paolo Borsellino. Poco prima

che questi venga fatto saltare in aria a via D’Amelio, dopo una «spiata» sui

propri movimenti privati di cui non è mai stato individuato l’autore.

Padre Bucaro e antichi legami (Ip. 71)

La presenza proprio ad Adrano delle ricostruzioni di Santangelo mi suggerisce di

ricordare qui un altro collegamento forse importante. Alludo al rapporto dello

stesso Borsellino, nei suoi ultimi giorni di vita (e poi anche della sua famiglia),

con padre Giuseppe Bucaro. Si tratta di quel sacerdote che svolgeva la propria
attività nella chiesa di Santa Luisa di Marillac a Palermo, da sempre frequentata

da Paolo Borsellino. Padre Bucaro ha affermato di essere stato una sorta di suo

confessore, e quindi in particolare confidenza con lui. Non sono riuscito ad

averne riscontri concreti nemmeno parlando con il fratello del giudice, Salvatore.

Dopo l’uccisione di Paolo, comunque, Bucaro ne avrebbe avvicinato la madre al

fine di promuovere una raccolta fondi in sua memoria. Su questa iniziativa ci

sarebbe poi stata un’indagine, in relazione ai rapporti intrattenuti da Bucaro con

l’avvocato Gianni Lapis, nel quale Paolo Borsellino si era imbattuto in passato

investigando sul patrimonio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino (nel

giugno del 2007 la magistratura di Palermo dispose l’archiviazione dell’ipotesi

di riciclaggio). Ricordo che Lapis fa parte di quella catena di flussi finanziari che

risulta collegata alle banche della Sicilia: veniva considerato il tributarista di

Ciancimino ed è stato (addirittura solo nel 2018) ritenuto responsabile di reati

collegati ad attività che svolgeva nel collegio sindacale della Cassa di Risparmio

Vittorio Emanuele delle Province Siciliane. In passato, lo stesso Lapis – a quanto

si sostiene – era stato interprete personale di quel colonnello Charles Poletti che

forse organizzò i primi golpe in Italia nel dopoguerra; avrebbe anche gestito

(insieme alla madre di Ciancimino e all’avvocato Giorgio Ghiron) l’ingente

patrimonio accumulato all’estero da Vito Ciancimino. 3

Considerato questo fitto intreccio di rapporti, mi chiedo oggi, nel 2018, se, in

relazione alla strage di via D’Amelio (oggetto anche di depistaggi accertati),

possa essersi verificata una sorta di trasmissione o fuga di notizie, idee o

informazioni (anche personali, cioè riguardanti movimenti e spostamenti di

Paolo Borsellino) che abbiano, anche all’insaputa di padre Bucaro, «seguito»


percorsi in qualche modo affiancati o sovrapposti a quelli religiosi.

Analogamente, del Centro studi di Adrano risultavano fare parte sacerdoti

salesiani, operanti «sotto la luce di san Francesco di Sales» (anch’egli devoto di

Ignazio di Loyola), punto di riferimento religioso anche per quella santa Luisa di

Marillac al cui nome è intitolata la chiesa frequentata da Paolo Borsellino. E non

sono rari gli esempi di appartenenti a Cosa nostra (o ad altre mafie d’Italia)

particolarmente vicini alla Chiesa, così come di massoni.

In sostanza mi chiedo se sia mai possibile che le ricostruzioni di Santangelo

(riguardanti ambienti massonici e pure criminali) possano descrivere

precisamente ciò che allora ruotava, in particolare, proprio attorno a Paolo

Borsellino, come anche a Giovanni Falcone e agli eventi di quell’epoca.

Con Ildebrando Santangelo, in conclusione, da una parte si ritrova la stessa

massoneria (anche internazionale) già individuata nei riferimenti e negli atti

giudiziali. Dall’altra, si risale – per sua diretta dichiarazione – a quella

massoneria presente nella Chiesa di cui aveva parlato esplicitamente forse il solo

Mino Pecorelli il 12 settembre del 1978 quando pubblicò sulla sua rivista OP

( Osservatore politico) una lista di «presunti massoni» tra cui figuravano

cardinali eminentissimi e altre illustri personalità del mondo ecclesiastico. 4

In definitiva, prima e dopo l’uccisione di Paolo Borsellino, si notano strani

avvicinamenti agli ambienti della famiglia da parte di terzi, in qualche modo

collegati a poteri misteriosi degli Stati Uniti, provenienti dal più remoto passato.

Allo stesso modo, anche prima e dopo l’uccisione di Giovanni Falcone,

risultano esserci stati avvicinamenti nei suoi confronti da parte di personaggi

collegati, a livello elevatissimo, con i servizi degli Stati Uniti e con altri poteri occulti.
Quali? Li ho indicati all’inizio di questo libro: l’ambasciatore statunitense in

Italia Peter Secchia, assai vicino a Giovanni Falcone nel periodo in cui lavorò al

ministero, e poi, dopo la sua uccisione, anche alla sua famiglia e alla Fondazione

Falcone; ma pure George Bush senior, allora presidente degli Stati Uniti, il capo

di Stato maggiore John H. Sununu, il consigliere per la Sicurezza nazionale

Brent Scowcroft (associato in affari con Henry Kissinger), il segretario di Stato

James Baker, ovvero i massimi vertici dei supremi apparati militari degli Stati

Uniti: NSA, CIA, NATO, FBI, DEA, Stay-behind, Gladio.

E questi apparati segreti degli Stati Uniti non sono forse sempre stati assai

vicini all’Italia sin dall’ultima guerra mondiale?

1. Cfr. «Il segreto perduto della massoneria codificato nell’architettura delle cattedrali gotiche»,
https://marcorundo.wordpress.com/2013/01/28/1264/

2. Portale, G., «Padre Ildebrando Antonino Santangelo, Vita-Pensiero-Opere-Testimonianze»,


www.preghiereagesuemaria.it/libri/padre%20idelbrando%20antonino%20santangelo.htm

3. Nel libro Lupara nera. La guerra segreta alla democrazia in Italia (1943-1947), Bompiani,
Milano 2009, Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino raccontano che alla vigilia della caduta
del fascismo, nella primavera del 1943, il Sicherheitsdienst hitleriano, diretto a Berlino da Ernst
Kaltenbrunner e da Walter Schellenberg, si mobilitò per contrastare l’imminente sbarco
angloamericano in Sicilia. Nasce così la Rete Invasione e Sabotaggio affidata a Herbert Kappler e
Karl Hass. Come raccontato in Lupara nera, questa «Rete Invasione e Sabotaggio viene segretamente
inglobata dall’intelligence americana di James Angleton nel dopoguerra, assieme a migliaia di
terroristi nazifascisti a cui verranno risparmiati i processi per gli eccidi commessi nei venti mesi di
Salò» e poi, dall’autunno del 1946, il presidente Harry Truman autorizza un colpo di Stato con
l’obiettivo strategico di instaurare una «dittatura militare» affidata all’Arma dei carabinieri, volto a
mettere fuori legge il PCI con la susseguente esecuzione in Sicilia, il 1°

maggio 1947, della strage di Portella della Ginestra, inizio della strategia della tensione. Vengono
anche citate le carte britanniche sul neofascismo, desecretate nel 2005, che permettono di
comprendere il ruolo svolto, per esempio, dal colonnello Charles Poletti, il capo del governo
militare alleato tra il 1943 e il 1945. Grazie alle protezioni del presidente argentino Juan Domingo
Perón, l’Internazionale nera stanzia decine di milioni di dollari per il colpo di Stato nell’Italia degli
anni 1946-1947. Soldi forniti in abbondanza ai corpi dello Stato, ai gruppi paramilitari neofascisti, ai
«picciotti» siciliani che si richiamano ai fronti antibolscevichi e al separatismo monarchico, alla
mafia siculo-americana di Lucky Luciano. Sono i milioni di dollari dei nazisti tedeschi e dei fascisti
italiani, rifugiatisi in Brasile e in Argentina a partire dal 1943, ad alimentare l’eversione nera in
Italia. È il celebre oro nazista che Himmler ordina di trasferire nel Cono Sud latinoamericano dopo
la sconfitta di Stalingrado, pensando già alla rinascita del nazifascismo nel mondo. A tirare le fila
della storia segreta della nascente repubblica italiana troviamo Pio XII, James Angleton, Felix
Morlion, Lucky Luciano, e ricompare il noto Giuseppe Cambareri.

4. Fra i componenti di questa «grande loggia vaticana», su cui si diffusero in particolare gli studi di
Carlo Alberto Agnoli, si ricordano il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, monsignor Dino Monduzzi
prefetto della Casa pontificia, l’arcivescovo di Bruxelles Leo Suenens, l’arcivescovo di Trento
Alessandro Gottardi, il vescovo di Albano Gaetano Bonicelli, l’arcivescovo di Ravenna Salvatore
Baldassarri, il cardinale Sebastiano Baggio, il cardinale Agostino Casaroli (con questi «dati»:
Iscrizione: 28/9/1957; Matricola: 41/076; Monogramma: CASA), il cardinale Ugo Poletti, il
cardinale Salvatore Pappalardo, il cardinale Jean-Marie Villot, segretario di Stato, il vescovo Paul
Marcinkus (con questi «dati»: Iscrizione: 21/8/1967; Matricola: 43/649; Monogramma: MARPA).

17

Il Grande Architetto

Tra passato e presente: vecchia NSA e nuovo IC-NSA (Ip. 72)

Gli strani avvicinamenti dei servizi USA all’Italia non sono di certo iniziati in

quell’incontro avvenuto a Roma nel novembre del 1991, quando ai margini di un

summit della NATO presero di punta cinque-sei rappresentanti delle nostre

massime autorità per raggiungere quei tre voti che (secondo i loro principi di

democrazia) sarebbero stati necessari a portarsi a casa la Bestia araba, la loro

preda di guerra, utile in quel momento per partorire il loro nemico del terzo

millennio: l’integralismo islamico. Appare il primo passo per inaugurare l’Era

dell’Acquario, sottoposta non più al potere della Chiesa bensì a quello di

«Lucifero»: e più in concreto, appunto, a quello della Lucis Trust, l’associazione

no profit che da molto tempo fa parte del Consiglio economico e sociale

dell’ONU, affiliata con la Windsor International Bank and Trust Company,

controllata attraverso un consiglio fiduciario internazionale che all’epoca

annoverava John D. Rockefeller, Henry Clausen (Gran Commendatore del

Consiglio supremo del trentatreesimo grado del Distretto meridionale del Rito
scozzese) ed Henry Kissinger. La Lucis Trust risulta legata a vari gruppi elitari

come il Council on Foreign Relations (CFR), il Bilderberg Group e la

Commissione Trilaterale. Sì, Lucifero: la nuova Luce del New World Order, il

risorto, colui che ha ricevuto «l’investitura immortale come Rosa+Croce, lo

Sconosciuto, l’innominabile Grande Architetto». Così scriveva di se stesso il

reggente delle Americhe nella Carta M.: «Rex Ora», «Mors Vita», prega il Re, il

Signore delle Fiamme, il nuovo Risorto nell’Era dell’Acquario.

Chi era, in quel summit di Roma, il grande capo (della National Security

Agency), già allora occhio di Dio, attraverso satelliti vaganti non certo per caso

sul nostro cielo, radar o boe di superficie? Si chiamava Brent Scowcroft. Ancora

nel settembre del 1969 questo personaggio, mormone, risultava assegnato alla

direzione delle questioni relative al Consiglio di sicurezza nazionale degli USA,

intento a occuparsi della guerra in Vietnam con il vicepresidente Nelson Aldrich

Rockefeller e William Colby. Quest’ultimo, direttore della CIA dal 1973, già dal

1958 era stato incaricato di impedire l’ascesa del comunismo in Italia. Il 2 aprile

1976 presso la Georgetown University di Washington si tenne un convegno

organizzato dal CSIS (Center for Strategic and International Studies), che radunò

vari personaggi, tra cui un certo Michael Leeden, allo scopo di studiare il miglior

modo per gli Stati Uniti di intervenire in Italia «al fine di contenere la minaccia

comunista». Oltre a Colby a quel convegno parteciparono grossi esponenti dei

servizi militari USA e personaggi con importanti ruoli politici fra cui William

Casey (intimo di Reagan e poi direttore della CIA), John Connolly (ex segretario

al Tesoro con Nixon, finanziere, petroliere, legato in molti affari con Michele

Sindona, definito da tanti animatore della politica dell’estrema destra americana


nei confronti dell’Italia), nonché Claire Sterling, la giornalista che dette

dell’attentato al papa la nota versione che ne addebitò le responsabilità ai servizi

segreti bulgari e russi. 1

Scowcroft, oltre al centralissimo ruolo pubblico che ricopriva, a suo tempo

era privatamente in società con Henry Kissinger nella produzione e vendita di

mezzi militari, in particolare tramite la Lockheed Martin, azienda aerospaziale

globale americana: difesa, sicurezza e tecnologie avanzate con interessi a livello

mondiale. Oggi, nel 2018, è a capo dello Scowcroft Center for Strategy and

Security dell’Atlantic Council, da cui continua a governare sul mondo.

***

In quel mostro dello spazio che si chiama National Security Agency, che nel

novembre 1991 incombeva sulla nostra Repubblica (e su Falcone), mi ero

imbattuto il 30 marzo 1983: in teoria l’agenzia statunitense avrebbe dovuto

svolgere il compito di individuare i segreti apparati del «nemico», ma, per farlo,

sovvenzionava la Democrazia cristiana contro il Partito comunista e, in pari

tempo, percepiva tangenti in commerci di armamenti collegati a traffici di droga.

Era collegata anche con la Sicilia? Sino a non molto tempo fa non

immaginavo che potesse esistere un rapporto tra le attività svolte da qualche

imputato di Trento e quei personaggi poi emersi a Trapani nelle logge gravitanti

attorno al Centro studi Scontrino. Non avevo mai ipotizzato niente del genere

sino al giorno in cui, quasi all’inizio di questa mia ultima ricostruzione, due

giornalisti (che non conoscevo prima e che nemmeno successivamente sono

riuscito a rintracciare) vennero a trovarmi da Milano a Trento perché

intendevano scrivere un articolo su un notabile che compariva nelle mie vecchie


inchieste.

Al termine del nostro incontro mi accennano all’esistenza di una

dichiarazione testimoniale che riguarda alcuni indiziati della mia vecchia

indagine, mostrandomela dicono: «Come di sicuro saprà, quell’agente della CIA

e della NSA che lei aveva individuato a Trento e che era ufficiale pagatore in

Europa del nostro governo, poi si rifece vivo dal 1992 a Trapani». Percepisco

bene quel «Come di sicuro saprà» e ribatto «Certo», per non fare brutta figura.

Ma poi trattengo, con disinvoltura, quel documento e anche alcune pagine di un

loro libro in corso di stampa, che non sarei mai riuscito a rintracciare sul

mercato.

È in questo modo che sono venuto in possesso di un atto giudiziario di cui,

incredibilmente, non mi ha mai parlato alcun magistrato, sebbene contenga una

notizia fondamentale nella ricostruzione della mia storia e di quelle collegate.

Dimostra infatti l’esistenza di un altro stretto rapporto tra la mia indagine di

Trento e la realtà di Trapani, in aggiunta a quelli relativi a Crimi, a Galante, alla

raffineria di Alcamo e alla massoneria esoterica dell’antico Egitto. Vale a dire, i

legami tra i servizi segreti militari del nostro Paese, quelli degli Stati Uniti e quelli arabi: diretti,
univoci, anche societari.

Ma da Trento, nel febbraio del 1983, avevo scoperto già che costoro agivano,

ben nascosti tra i nostri poteri occulti (massonici e dei servizi segreti d’Italia e degli Stati Uniti), in
particolare al ministero di Grazia e giustizia a Roma.

Torno così, ancora una volta, alla carta del 20 febbraio 1983, dove ho già

trovato molti indizi.

Il rapporto descritto nell’atto processuale riguarda Massimo Pugliese (il

destinatario della lettera dei «Rosa+Croce») e Michele Papa, il rappresentante di


Gheddafi e dei musulmani in Italia, individuato nelle logge massoniche

gravitanti attorno al Centro studi Scontrino. Nelle relazioni che costoro

intrattengono entra un altro personaggio dell’inchiesta di Trento che ho già

ricordato nel capitolo 9: l’italoamericano Roger D’Onofrio, «ufficiale pagatore

della CIA in Europa». Così veniva definito da quel Glauco Partel (amico e socio

di Pugliese), agente della NSA, della CIA e della NATO, in possesso di «nulla

osta Cosmic Nato». In quella veste effettuava i versamenti USA anche al

governo italiano.

D’Onofrio era stato interrogato dai giudici di Torre Annunziata per il

processo Cheque to cheque (che alla fine sfociò nel nulla). Gli stessi giudici mi

avevano invitato, all’inizio del 1996, a raggiungerli. E mi avevano dato la

soddisfazione di interrogare liberamente – ripeto, «liberamente» – un importante

collaboratore di giustizia, Francesco Elmo (che dichiarava cose per loro

incomprensibili).

Di questa audizione conservo ancora lo schema, disegnato su una cartelletta

di cartoncino di colore azzurro ( vedi qui), in cui compaiono nomi importanti gravitanti attorno a
Trapani, alla mafia turca e alla massoneria locale, come

anche quella di Roma, collegata alla ’ndrangheta tramite una certa loggia di

nome Colosseum, solo assai più recentemente indagata su questi oscuri legami.

Quei due magistrati mi «confidarono» circostanze rilevanti e mi consegnarono

anche alcuni atti delle loro indagini sui traffici di armi in Croazia (di cui non coglievano la portata):
in quei Paesi della ex Jugoslavia dei primi anni Novanta,

cioè, che quadrano con altre notevoli vicende del 1991 e del 1992.
Appunti presi durante l’audizione di Francesco Elmo, che feci presso la stazione dei carabinieri di
Massa Lubrense nel 1996. Sono evidenziati i nomi che si rivelarono importanti per le mie indagini
successive.

Ma i magistrati di Torre Annunziata nel 1996 non mi raccontano niente di

quei particolari rapporti fra Trento e Trapani. A Venezia poi scoprirò, insieme al

maresciallo Vacchiano, che aveva raccolto personalmente le dichiarazioni di

D’Onofrio, che gli atti dell’inchiesta di Trento non esistevano più. Ho già

raccontato questo per me assai triste episodio.

Quante volte ho cercato il maresciallo Vacchiano in questi ultimi quattro

anni? Prima chiedendogli per cortesia, poi quasi supplicandolo, di dirmi

qualcosa in più su quel rapporto tra Pugliese, Papa, D’Onofrio, la CIA e

Gheddafi, a Trapani? In quattro anni mi ha solo colmato di promesse: per


esempio di mandarmi un cd già pronto, salvo poi accampare scuse e

impedimenti vari, anche nell’andare alla posta per spedirlo. Tante «promesse»,

tante «scuse» e tanti «impedimenti».

Non so nemmeno se i giudici di Trapani e quelli di Caltanissetta abbiano mai

saputo alcunché di questo collegamento stretto, lontano e vicino, tra il «giudice

dell’inchiesta di Trento» e il «PM di Trapani», e dei suoi precedenti contatti con

Montalto, Chinnici, Falcone, Borsellino...

Da quel 1995, quando avevo quasi cinquant’anni, ne trascorrono altri venti.

Nel 2016, a metà di questa mia ricostruzione, ne ho quasi settanta. E ancora mi

ritrovo curvo a studiare su queste stesse carte. Finché viene un giorno del

febbraio 2016 in cui, inseguendo i segreti di Stato tra le carte del processo per l’uccisione dei
giornalisti Toni e De Palo in Libano nel 1980, mi imbatto negli

attuali servizi segreti militari italiani. E constato, in quel febbraio del 2016, che

seppure essi oggi si celino dietro sigle diverse dal passato (AISE, DIS eccetera)

nella sostanza non appaiono molto diversi dai servizi di ieri. Ma colgo anche

un’altra strana trasmigrazione di soggetti ed enti del passato verso il presente. E

incappo, di nuovo, in alcuni nomi altisonanti, che rinviano all’NSA. In effetti

però non si tratta questa volta dell’apparato USA, ma di uno nostrano, una specie

di versione «all’italiana». Apprendo sul web che queste strutture vennero create

proprio nel febbraio del 2016 (nel momento in cui dovevo incontrare qualcuno di

loro che non posso nominare perché... è segreto di Stato) dall’allora presidente

del Consiglio Matteo Renzi presso il ministero degli Esteri, dicastero di cui era

titolare Paolo Gentiloni. Si tratta di una NSA preceduta da un IC e quindi un IC-

NSA che sta per Italian Council for National Security Affairs. 2

L’economista ed esperto di geopolitica Giancarlo Elia Valori, primattore e


artefice del nuovo IC-NSA, spiega che si tratta di una specie di società d’affari

con cui «si intende creare una sorta di intercapedine tra la sua struttura, che sarà

al servizio di grossi clienti privati, come banche, finanziarie, aziende impegnate

in settori strategici come quello energetico, e gli apparati statali, che dal canto loro tendono in
qualche modo a privatizzarsi sempre di più». Anche perché,

come precisa il nuovo collaboratore dei nostri servizi, «l’intelligence oggi è

sempre più il vero centro dello Stato [...] l’asse portante delle decisioni

pubbliche. [...] una intelligence economica, finanziaria, industriale, laddove,

tradizionalmente, i servizi si occupavano solo di equilibri di potenza e

organizzazioni militari. I servizi stanno quindi divenendo il centro dell’azione e

delle attività statali, ma vi è una domanda di intelligence che sorge dalle

organizzazioni private, dalle imprese, dalle strutture finanziarie che devono

conoscere il meccanismo generatore dei pensieri e delle decisioni

dell’avversario, del concorrente, dell’alleato».

Questa moderna privatizzazione dell’intelligence dello Stato parrebbe

destinata a durare, in quanto sembra sia stata introdotta con una legge, ovvero

con un certo DCPS (parrebbe un Decreto del Capo Provvisorio dello Stato) del

febbraio 2016, in cui sembra ci sia scritto: «Nelle situazioni di crisi e di

emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti, il

presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta

opportuna, può autorizzare, avvalendosi del DIS, l’AISE, ad adottare misure di

intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita

dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa

stessa».

«Situazioni di emergenza»? Mi sembra quasi inverosimile, nel febbraio del


2016, una simile disposizione. E insieme vedo particolarmente attivo un

personaggio che ritenevo appartenente solo al mio passato.

La fondazione dell’ultima societas dei Rosa-Croce (Ip. 73)

Mi riallaccio intanto alle ricostruzioni sulla massoneria eseguite non da me, ma

da quel padre Santangelo che l’ha descritta proprio dai luoghi in cui avvennero

le stragi degli anni Novanta. Mi soffermo su Aleister Crowley, l’avventuriero

inglese fondatore dell’Ordo Templi Orientis, che andò in Sicilia negli anni Venti

del secolo scorso, a Cefalù, per fondare il convento di Satana nell’abbazia di

Thélema. I suoi collegamenti portano come tessere di un vecchio puzzle alle

Nazioni Unite (alla loggia Lucis Trust), all’UNESCO, al Consiglio Mondiale

delle Chiese, al Club di Roma, al progetto paneuropeo di Richard Nikolaus di

Coudenhove-Kalergi, alla Fondazione Rockefeller, alla Trilaterale, al Gruppo

Bilderberg, alla Fondazione Ford, ovvero ai più antichi riferimenti massonici che

erano già comparsi nella vecchia inchiesta di Trento ma che risultano presenti

anche nelle vicende degli anni 1991-1992 e, da ultimo, ai margini del summit

NATO dell’ottobre del 1991.

Ancora un viaggio all’indietro nel tempo. Ritorno al 1934, in Germania. È un

momento della ricostruzione che mi pare essenziale. A Berlino Giuseppe

Cambareri riceve la sua iniziazione all’Astrum Argentinum da parte di Aleister

Crowley. Ripartirà per Roma con il compito di predisporre la societas dei Rosa-
Croce, destinata a condizionare la politica di governo del nostro Paese negli anni

successivi. Non ci sono riscontri giudiziari di queste ricostruzioni, che tuttavia

sono state raccontate e approfondite da numerosi autori, 3 tutti in epoca

successiva agli anni Duemila, quando sono stati desecretati numerosi vecchi atti

rimasti fino ad allora celati alla conoscenza dei cittadini. Riguardo alla

massoneria, in Italia l’opinione pubblica conosceva e considerava

esclusivamente l’attività svolta dal toscano Licio Gelli, anche perché la sua

attività svolta nella massoneria d’Italia fu la sola a essere sostanzialmente

verificata dalla Commissione d’inchiesta sulla P2 presieduta da Tina Anselmi

negli anni Ottanta.

La modalità con cui Cambareri svolse quel compito nel 1934 appare analoga

a quella adottata da Arnold Krumm-Heller (che a sua volta aveva allora operato

in Germania anche ispirandosi a culture orientali, in particolare del Tibet):

quest’ultimo non andò contro il nazismo ma operò al suo interno, o meglio

ancora al di sopra, con l’ambizione di orientarlo. Quattro anni dopo, nel 1938,

Cambareri fonda la Fratellanza bianca universale dell’arcangelo Michele, il cui

vertice viene descritto come dominato da «un triangolo» – come bene evidenzia

l’autore Corvisieri – in cui al vertice alto compare l’Entità X denominata Ergos

(il maestro planetario che prepara iniziati e discepoli all’avvento del terzo

millennio), mentre alla base da una parte sta Cambareri e dall’altra la compagna

Jole, in possesso di qualità medianiche. A un livello più elevato viene collocata

la luce splendente dell’arcangelo Michele, considerato dalle tre grandi religioni

monoteiste il più grande di tutti gli angeli: quello che sarebbe «come Dio» e che,

nella tradizione rosacrociana, assume una forma gloriosa. Ergos parrebbe vivere
libero fuori dal tempo e dallo spazio (attraverso trasmigrazioni) e

rappresenterebbe l’essenza spirituale del vecchio mago di nome Cagliostro.

Simili concetti (espressi a quei tempi attraverso atti definiti magici e, forse,

anche truffaldini) sembrano trovare riscontri ancora nella Carta M., che contiene

simboli vari ispirati ai culti egizi, ma non solo a quelli.

Cambareri, frattanto, lascia molte tracce di sé tra Germania, Inghilterra, Italia

(nell’ultima fase della guerra e nello sbarco degli americani in Sicilia), Argentina

e infine Brasile. Risulta essersi avvalso anche successivamente della sua Entità

X per attività di affiliazioni, affari e arricchimenti (più o meno leciti) nei riguardi

di numerosi proseliti vicini sia al fascismo sia alla famiglia reale d’Italia.

Ritornato da Roma in Brasile, sembra che la sua influenza divenga ancora

maggiore. Il governatore dello Stato di San Paolo, Adhemar de Barros, lo

incarica di rappresentarlo in una trattativa con il governo argentino per un

accordo commerciale di grandi dimensioni: l’11 marzo 1950 Cambareri scrive

all’ambasciatore argentino in Brasile di adoperarsi per farlo ricevere dal

presidente Juan Domingo Perón al fine di illustrare il proprio pensiero «su

questioni di grande interesse e rilievo per l’economia» del Brasile. Cambareri va

a Buenos Aires e raggiunge un accordo sull’importazione di carni

dall’Argentina, pagabili per il cinquanta per cento con merci di San Paolo,

quindi torna in Brasile vantando la sua grande amicizia con Perón risalente ai

tempi in cui frequentavano la stessa scuola elementare a Buenos Aires. Viene

anche descritto come azionista di una certa società denominata CMTC, nome

che ricorda la CMC della Permindex. In Brasile a questa sigla è aggiunta una T

che probabilmente indica la parola «trasporti», settore nel quale Cambareri pare
specializzarsi. In questo caso si tratta degli autobus di San Paolo. Come

presidente della società compare un suo devotissimo proselito, una sorta di

braccio destro, che si chiama Francisco Quartier de Alcántara. Cambareri è

sempre più ricco e gestisce il potere facendo l’eminenza grigia di persone

potenti. Avvia la costruzione di una città sacra abitata dai fedeli della

Fraternidade branca universal do arcanjo Mickael, la Fratellanza dell’arcangelo

Michele.

In una sua hacienda Cambareri installa una tipografia per stampare la rivista

della Fraternidade Nova Era, che evoca i principi della Fratellanza massonica. È

inoltre implicato, pubblicamente, in grossi traffici internazionali di armi tra

autorità politiche e militari del Brasile e dell’Argentina, anche nel momento in

cui Perón è in esilio in Spagna.

Cambareri (su questo si trattiene Silverio Corvisieri con dovizia di particolari)

inizia a farsi vedere sempre meno in giro e a farsi chiamare con il nome di Elio,

che lui definisce «bellissimo», perché evoca il sole, l’energia cosmica e

spirituale, e, guardando oltre, forse anche quella nucleare. Riesce quasi ad

assistere al trionfale ritorno al potere di Juan Domingo Perón. Quasi, perché

muore appena prima, stroncato da un infarto nell’ottobre 1972, in un ospedale di

San Paolo.

Il nuovo Architetto dei Rosa-Croce (Ip. 74)

Un mese dopo, il 17 novembre 1972, uno speciale aereo dell’Alitalia (lo stesso

che aveva portato in Sudamerica papa Paolo VI) trasporta in Argentina Perón,

che dopo un colpo di Stato militare si era rifugiato in Spagna, la moglie Isabelita,

il politico e poliziotto José López Rega e il cadavere di Evita Perón, la


precedente moglie. Cambareri, fosse stato ancora vivo, avrebbe certo fatto parte

di questo gruppo. Sull’aereo sono comunque presenti due italiani: Licio Gelli e

Giancarlo Elia Valori. Del primo è ormai ben conosciuta la frenetica attività in

Italia. Meno note quelle svolte all’estero.

Ancora meno risapute sono le vicende di Giancarlo Elia Valori, nato a Meolo

(Venezia) il 27 gennaio 1940, oggi operoso, oltre che presso il nostro ministero

degli Esteri, anche come presidente della holding La Centrale Finanziaria

Generale Spa, come presidente onorario di Huawei Technologies Italia, e

partecipe in innumerevoli altri enti italiani ed esteri, persino in Cina e in Corea

del Nord.

Suo padre era amico e compagno di studi di Amintore Fanfani (capo del

governo nel 1982, all’epoca in cui Roger D’Onofrio provvedeva a finanziare la

DC per conto della CIA). Sua madre Emilia gli è stata sempre accanto sino alla

morte nel 1988. Nata nel 1902 a San Sepolcro, in provincia di Arezzo, nel 1938

(anno di promulgazione delle leggi razziali in Italia) si era trasferita con la

famiglia a Meolo, un paesino del Veneziano, dove gestì un magazzino di

tabacchi. Durante la guerra riuscì a sottrarre ebrei, soprattutto madri con bambini

e neonati, alla deportazione e allo sterminio. Chiamata «mamma Emilia», il 27

gennaio 2010 nelle celebrazioni per il Giorno della Memoria è stata premiata dal

presidente Napolitano come donna di elevatissime qualità umane e morali. Dal

2004 l’Académie des sciences di Francia (prestigiosissima società scientifica

francese che risale al XVII secolo, come l’Accademia dei Lincei di Roma e la

Royal Society di Londra) aveva già istituito un premio annuale a suo nome da

assegnare a ricercatori francesi distintisi nelle scienze matematiche, fisiche,


dell’universo.

Uno dei nomi di suo figlio Giancarlo è Elia (come si faceva chiamare, alla

fine, Cambareri), sebbene non ricorra sempre nella sua firma. Cattolico, Croce di

Malta e formatosi presso i gesuiti, oggi si dichiara seguace di papa Francesco,

che a suo dire «vuole trasformare, su un piano di eguaglianza, la Chiesa di Pietro

in una Chiesa, anche fisicamente, universale». Vengono in mente i gesuiti che

paragonavano dottamente le mitologie sioux e cheyenne a quelle trinitarie, o che,

nell’India portoghese, inserivano parole indù o buddiste nel testo della messa.

Sembra anche di sentire, nelle esternazioni del pontefice, le grida dei gesuiti che

organizzarono le estancias in Paraguay, o che hanno sempre difeso i popoli

latinoamericani dalle dittature del XX secolo, come padre Franz Jalics, o il grido

dei gesuiti uccisi nell’università di San Salvador, quasi solo venticinque anni fa,

mentre magari qualche alto prelato giocava a tennis con i «generali».

Nonostante queste elevate evocazioni e universali glorificazioni di pace e di

fede, in giovinezza Valori si guadagnò una scomunica da parte del Vaticano per

essersi iscritto alla Gran Loggia d’Italia degli ALAM (Antichi Liberi Accettati

Muratori), nata nel 1910 da un gruppo di appartenenti al Rito scozzese antico e

accettato (usciti dal Grande Oriente d’Italia nel 1908 con sede storica a Roma, in

piazza del Gesù). A venticinque anni, nel 1965, si iscrisse alla Loggia

Romagnosi del Grande Oriente e un anno dopo si presentò alle elezioni

amministrative di Roma nelle liste della DC, senza avvisarne la loggia. Questo

gli valse un processo massonico e la radiazione. «Non accettarono la mia linea»,

spiegherà poi Valori, «del dialogo tra cattolicesimo e massoneria».

Nel 1973 un altro iscritto alla Loggia Romagnosi che aveva voglia di mettersi
in proprio, Licio Gelli, lo contatta perché è a conoscenza dei suoi ottimi rapporti

con l’Argentina. Lo iscrive al Centro Culturale Europeo (in realtà era la loggia

P2) e lo coinvolge in una società di import-export chiamata ASE (Agenzia

Sviluppo Economico). Il fratello maggiore di Giancarlo si chiamava Leo. Ex

partigiano bianco, era stato mandato da Enrico Mattei nel 1948 in Argentina per

rappresentare l’ENI. Fu lui a introdurre il fratello minore negli ambienti del

governo di Buenos Aires. Arturo Frondizi, presidente democratico

dell’Argentina tra il 1958 e il 1962, era suo amico e lo aveva nominato padrino

dei propri figli.

Sempre nel 1965, il venticinquenne Giancarlo Elia era entrato nella RAI di

Ettore Bernabei, prima come consulente, poi occupandosi di relazioni

internazionali. Strinse rapporti con le curie, con l’estero, con dittatori quali Kim

Il-sung in Corea del Nord, con Nicolae Ceausescu in Romania, con i dirigenti

della Cina. Nei primi anni Settanta organizzò una visita in Italia di Frondizi, che

fece incontrare con diverse personalità italiane. La nuova moglie di Perón,

Isabelita, diventò amica di Emilia, la madre di Valori.

Quando nel 1972 la coppia argentina viene a Roma, si racconta che sia ospite

di casa Valori a Trastevere. Il 12 marzo 1972, dopo un lavorio durato sette mesi,

sullo sfondo di un fitto impegno di lobby industriali internazionali, il

trentaduenne Giancarlo Elia riesce a far incontrare a Madrid, faccia a faccia,

Frondizi e Perón: l’ex presidente e l’ex dittatore. È la prima pietra del trionfale

ritorno di Perón in Argentina. Dopo il suo ritorno al potere, il rapporto di Valori

con Gelli parrebbe incrinarsi.

Nel 1981, quando viene trovata ad Arezzo la lista degli appartenenti alla P2 di
Licio Gelli, il nome di Valori compare con l’annotazione «espulso».

Il testimone Giancarlo Elia Valori (Ip. 75)

Quando Giancarlo Elia Valori giunge a Trento, nell’ottobre del 1983, per essere

interrogato da me, giudice istruttore, lui ha quarantatré anni e io trentasei. Mi

sono separato da poco da mia moglie. Le mie figlie sono lontane, a Roma, con i

miei anziani genitori. E io, in conflitto con tutti, lavoro a perdifiato, anche

perché nel frattempo nelle indagini ha fatto la sua comparsa il filone politico che

punta verso Craxi: me lo hanno additato quegli anonimi che risalgono a Gaio

Gradenigo fuggito in Argentina con Vittorio Mussolini, il figlio del Duce, amico

di Cambareri e quindi, probabilmente, anche di Giancarlo Elia Valori. Ma questo

di certo io allora non posso nemmeno ipotizzarlo.

Superato il controllo dei carabinieri che presidiano da due anni il Tribunale di

Trento, Valori sale gli scaloni che portano al primo piano del palazzo di giustizia.

Per un ultimo controllo viene fermato alla porta blindata dalla mia scorta della

guardia di finanza. Posso aprirla soltanto io, dall’interno. È il 25 ottobre. Sono le

dieci in punto. Lo faccio sedere dinanzi a me. Sopraggiunge il sostituto

procuratore della Repubblica Enrico Cavalieri. Non interviene quasi mai nei

miei atti istruttori: soltanto quando interrogo persone importanti. Mi auguro non

faccia battute come talora si concede, spesso alle spalle. Una volta mi ha

paragonato a Savonarola. Un’altra volta, ai giornalisti che gli facevano domande,

ha detto: «Non posso rispondervi, altrimenti Palermo arresta pure me». Qualche

giorno prima, dopo che avevo interrogato, in quanto indiziato del reato di

associazione per delinquere, il noto Rossano Brazzi – un attore, certo, ma in

possesso di documentazione militare e di richieste di finanziamenti al presidente


degli Stati Uniti Ronald Reagan –, il suo capo, Francesco Simeoni (che in

occasione dell’arresto di Henry Arsan aveva dichiarato: «affonderemo il coltello

sino in fondo alla piaga; siamo montanari, andiamo piano piano, ma arriviamo

fino in fondo») si era fatto fare un suo autografo fuori del mio ufficio. Luzi, un

altro collega del piano di sopra, aveva detto: «Palermo cerca la genesi di tutti i

mali del mondo».

Ogni volta che ci ripenso, mi viene da sorridere.

Ritorno all’interrogatorio di Giancarlo Elia Valori e alle informative che

avevo ricevuto dai nostri servizi: me ne indicavano i rapporti di vario genere con

la massoneria e con Paesi esteri, come l’Argentina ma anche nazioni orientali. In

quel momento sto per recarmi proprio in Argentina in seguito alle anonime

soffiate che ho ricevuto nel giugno precedente e che mi portano proprio lì, a

Buenos Aires, a Gradenigo, a Craxi, alla FIAT in Argentina (la SEVEL) ai due

importanti fratelli Macrì... Il figlio di uno di loro, Mauricio, dal 22 dicembre

2015 è presidente dell’Argentina, coniugato con una giovane di origine siriana.

Ha tolto l’accento al cognome, facendosi chiamare Macri, ma suo padre è

l’italiano Francesco («Franco») Macrì, imprenditore edile di origine calabrese,

nato a Roma nel 1930 ed emigrato in Argentina nel 1948. L’ho interrogato nel

novembre del 1983 in quanto sarebbe stato lui a innescare «le ire e i fulmini» di

Craxi che poi inguaiarono la mia inchiesta.

Valori è seduto dinanzi a me. Sono io stesso a scrivere il verbale, che riporta il

racconto del suo rapporto con Licio Gelli, con la P2, con un suo amico che si

chiama Gianfranco Bernard, di Parigi, consigliere di Georges Pompidou,

presidente della Repubblica francese dal 1969 al 1974. Successivamente, in


Francia, i capi dei Rosa-Croce saranno Raymond Bernard e quindi Christian

Bernard.

Quel giorno Valori mi parla degli scambi tra l’Italia e l’Argentina «sulla

carne», di quel Paese e del suo presidente Perón con Licio Gelli e Umberto

Ortolani. Spiega il meccanismo del pagamento di tangenti per il presidente

argentino. Questi affari loschi, afferma a verbale, lo hanno indotto a

interrompere ogni rapporto con Gelli. Mostra una sua lettera, che però descrive

le cose in modo un po’ diverso, perché parla della collaborazione fra i due. Da

queste carte, cioè, non parrebbe del tutto esatto che egli sia stato «espulso» dalla

P2 come annotato da Gelli sulla lista ritrovata nel 1981.

Il Reggente delle Americhe e Signore delle Fiamme

Mi soffermo sulla sua firma, ripetuta su ogni pagina dell’interrogatorio.

Ricerco un altro suo scritto a mano, allo scopo di eseguire una comparazione.

Esaminando i numerosi atti della Commissione P2 ne trovo soltanto uno. Si

tratta di una lettera di Valori indirizzata a Gelli su carta intestata a un Istituto per

le relazioni internazionali con sede a Roma nel Lungotevere degli Anguillara

( vedi qui). Nell’intestazione è disegnato un altro scudo con spade intrecciate. La

firma è naturalmente identica a quelle apposte sul verbale firmatomi in ufficio

nel 1983. Su questa lettera appaiono altre sue scritte a mano vergate con una

penna stilografica: «Con la speranza di rivederti presto. Tuo aff.mo Giancarlo

Valori».

Accosto questa lettera alla Carta M. a firma Ergos Vetrani.

Ne rileggo anche il contenuto: l’autore si firma «Reggente delle Americhe

eccetera eccetera, anche alle dirette dipendenze del Sommo Signore, ministero di
Grazia e giustizia». Accenna a un incontro avuto con Rossano (verosimilmente

Rossano Brazzi) in presenza di Massimo Pugliese. Nelle spiegazioni che dà di sé

per farsi riconoscere, scrive: «Il Guardiano della Soglia la Porta del Tempio aprì

dopo che uscii dai 33 e Maestro Cavaliere fui Sovrano degno di Rispetto».

«Uscii», racconta nella Carta M. Ripenso all’elenco degli appartenenti alla P2

sequestrato nel 1981, in cui è noto che solo un iscritto risulta essere uscito da quella loggia:
Giancarlo Elia Valori, con l’annotazione accanto «espulso». Nella

lettera è scritto che «uscì...» e ipotizzo che forse non sia proprio uscito, ma solo

transitato alla P 2.

Raffronto le calligrafie. Non ho intenzione di comprovare verità processuali

né tantomeno reati. So bene che gli accertamenti giudiziali vanno svolti nel

contraddittorio tra le parti. In questa ricostruzione, però, sto esponendo solo

alcune considerazioni e valutazioni personali. Le scritte sulle lettere e sui

documenti in mio possesso mi appaiono chiaramente vergate dalla stessa mano.

Non mi dilungo nemmeno. Queste mie conclusioni possono essere tratte, penso,

da chiunque accosti gli scritti (e osservi le «d», la «z», la «t»). Inoltre la

constatazione appare logica e consequenziale: la si trae anche dal contenuto del

documento in tutte le sue parti.

Ripenso anche al modo assai vivace in cui Massimo Pugliese aveva reagito al

sequestro dei propri documenti, nonché di quelli del suo socio Partel: denunce

per chiederne il dissequestro, portate fino al Capo dello Stato (allora era

Francesco Cossiga, sardo come lui). Queste rimostranze e questi tentativi erano

continuati anche dopo la conclusione forzata delle indagini di Trento, dopo il

mio trasferimento a Trapani, dopo l’attentato e la mia nuova vita a Roma; anche

mentre ero deputato in Parlamento.


Lettera di Giancarlo Elia Valori indirizzata a Licio Gelli e scritta su carta intestata dell’Istituto per le
relazioni internazionali di Roma.

Frattanto da parte mia avevo sempre ignorato che Roger D’Onofrio avesse

proprio a Trapani una società con lo stesso Massimo Pugliese e con quel Michele

Papa presente nel Centro studi Scontrino, paravento di logge massoniche ispirate

a Iside, Osiride, Hiram.

Inizio a pensare alla possibile esistenza di una misteriosa loggia massonica

mai ipotizzata in Italia, trasversale tra Stati Uniti e Gran Bretagna, Americhe,

Germania, Francia, Italia, Paesi arabi e persino Russia: pressappoco le presenze

«soggettive» che vennero constatate attorno al Centro studi Scontrino. Sì, è forse

attorno al Centro studi di Trapani... e non a Trapani, che si sarebbe dovuto cercare! L’attentato non
avvenne a Trapani, ma a Pizzolungo. Nell’aurea
medaglia è scritto «Erice, 2 aprile 1985». E il 2 aprile 2015, nel trentennale della

commemorazione, è stato il Sindaco del comune di Erice, Giovanni Tranchida, a

conferirmi la cittadinanza onoraria... di Erice.

Possibile? Mi chiedo come qualcosa di così importante possa essere sfuggito

a tutti.

Inizio a cercare dove in passato nessuno, e nemmeno io, aveva mai guardato.

1. Cfr. Maquis Dossier, maggio 1986, p. 26.

2.

Cfr.

http://www.progettodreyfus.com/italian-council-for-national-security-affairs-cose-e-perche-e-

necessario/

https://foglioverde.com/2016/03/18/oggi-nasce-litalian-council-for-national-security-come-il-cis-
per-gli-usa-giancarlo-elia-valori-ic-nsa/

https://foreignminister.gov.au/Pages/default.aspx

3. Cfr. Corvisieri, S., Il Mago dei generali. Poteri occulti nella crisi del fascismo e della
monarchia, Odradek, Roma 2001; Zanello , F., Italia. La massoneria al potere, Castelvecchi, Roma
2001; Manfredi, Psyops, cit.; Giuseppe Casarrubea ne parla in numerosi studi, alcuni dei quali sono
anche sfociati in una richiesta di riapertura delle indagini sulla strage di Portella delle Ginestre, poi
archiviata negli anni 2000

dall’autorità giudiziaria di Palermo.

18

La loggia degli immortali

(Indagine 2018)

... nel 1717 si è aperta l’era della massoneria e della fisica newtoniana. [...] Da tempo siamo
passati in un’altra era della fisica e della scienza moderna, contraddistinta dal nome e le teorie di
un altro grande iniziato: l’era di Albert Einstein [...] Attualmente si è aperta un’altra era, quella
di Plank e della teoria dei Quanti. E si è in attesa di un’ulteriore era scientifica che riesca a
coniugare Einstein e Plank, e scoprire così il segreto più intimo dell’Universo, della sua creazione
e del miracolo della vita. [Tale approccio] che permetterà di penetrare questa nuova frontiera
della fisica non potrà essere meramente scientifico, ma richiederà anche un’intuizione per così
dire «esoterica» per immaginare e formulare l’essenza del tutto.

[...] E questa riserva di saperi e sensibilità esoteriche la si trova ancora proprio nelle logge
massoniche. La cosa che più siamo in grado di sperimentare nelle logge è infatti il Mistero. È

questa l’emozione fondamentale alla base della vera Arte e della vera Scienza. 1

Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: è infatti un numero di
uomo, e il suo numero è seicentosessantasei.

Giovanni, Apocalisse, 13,18

Da Trapani a Erice, ‘ u Munti (Ip. 76)

Ripenso a Trento, a Trapani, ai miei quarantadue giorni a Birgi, ai sei trascorsi a

Bonagia e all’attentato subito a Pizzolungo, località entrambe appartenenti al

comune di Erice. «Attentato di Erice», così recita la medaglia d’oro assegnatami

dal presidente Napolitano. Più precisamente avvenuto in località Pizzolungo, a

pochi metri dalla stele dall’approdo di Anchise. Il luogo è visibile, dall’alto,

dalle terrazze e dalle mura di Erice: luogo consacrato a Venere, la dea romana

della bellezza, ma anche alla più antica Afrodite, all’ancora più antica Iside, ai remoti culti egizi, a
quelli dell’antica Babilonia. Fenicie sono le muraglie della

vecchia Eryx, che deve il nome a un gigante che si diceva aver ricevuto Ercole

durante la sua visita in questa parte di Sicilia, e avrebbe sostenuto con

quell’eroe, assistente di Iside, una lotta da lui vinta.

Per i siciliani Erice è ’u Munti, «il monte», il monte santo.

Visitai Erice subito dopo l’attentato. Un paese misterioso, sacro, in cui il

tempo pare essersi fermato. Punteggiato di chiese, ma anche di più vecchi edifici

rappresentativi di antichissimi culti pagani. E tutto convive avvolto tra le nuvole,

come una sorta di magico e supremo Olimpo degli Dei.

Cerco di ricostruirne la storia dalla vecchia scrivania del mio studio a Trento,
oggi, nel 2018. Rintraccio una guida ricca di illustrazioni. 2 Apprendo che nei

primi anni del XVI secolo, a Trapani, nel periodo della dominazione spagnola, fu

la Confraternita del preziosissimo Sangue di Cristo (oggi Confraternita di san

Michele arcangelo) a provvedere a commissionare i primi gruppi statuari

affidandone la realizzazione ad artisti trapanesi.

La Confraternita di san Michele arcangelo? Mi riporta a Giuseppe Cambareri,

ma anche a Ibrahim Ayad, l’interprete di Graziella De Palo... a Beirut, al Lodo

Moro? Ad Aldo Moro? Alla sua foto nelle logge al Centro studi? Approfondisco.

Dal 1539 al 1582 la Confraternita di san Michele ebbe sede nell’edificio annesso

alla chiesa di San Michele, sino a quando per decisione del Senato non dovette

cedere l’edificio ai padri gesuiti, giunti a Trapani nel 1561.

I «padri gesuiti»? La loro comparsa mi riconduce a Ildebrando Santangelo.

«Insorta nel Vespro contro gli Angiò», leggo, «divenne città degli Aragona.» E

ripenso alla Carta M. e ai numerosi altri documenti massonici sequestrati a

Massimo Pugliese; all’attuale presenza in rete di Ergos Vetrani e al suo sito

esoterico Concilium Vesperi di Ergos Vetrani / Words Social Forum.

Sempre a Erice, il santuario di Sant’Anna è anche punto di riferimento per

quell’Ignazio di Loyola, approdo spirituale per le Serve di sant’Anna, per

Ildebrando Santangelo, per la Compagnia di Gesù, per san Francesco di Sales.

In questa guida turistica colgo anche un’attenzione particolare per gli interessi

economici della comunità di Xitta, che dal 1580 furono oggetto di

colonizzazione e di donazioni da parte di tanti ordini religiosi e soprattutto dei gesuiti, con un
inquadramento delle varie maestranze nei gruppi dei

Misteri/Mestieri ispirati alla spiritualità della riforma cattolica. La comunità di

Xitta? La Cassa rurale di Xitta, Birgi, la festa di Carnevale, ma... ancora una
volta l’agenda trovata al Centro studi Scontrino. E poi da Birgi venni spedito

dritto dritto a Bonagia, sempre in quell’altro comune.

Più procedo in questa mia ricerca e più mi rendo conto che le recenti scoperte

di logge massoniche a Trapani derivano non tanto dalla sua antica storia, ma da

quella di Erice.

Raccolgo sulla scrivania anche le altre carte e i documenti che avevo

sequestrato a Massimo Pugliese, insieme alle «XI Tavole». Sulla destra della

prima tavola, in basso, rileggo l’ultimo nome in fondo all’elenco dei personaggi

preposti ai flussi finanziari e bancari, elenco aperto dal nome di quel Nelson

Bunker Hunt che negli Stati Uniti seguiva le trame ebraiche di David

Rockefeller e i suoi piani per comandare il mondo attraverso i commerci di

petrolio e gli investimenti nelle borse internazionali. Al di sotto comparivano i

referenti collegati a Roberto Calvi, al Banco Ambrosiano e poi ai flussi

finanziari della Sicilia: il direttore dell’antica Cassa di Risparmio, Giuseppe

Trapani, e poi Graziano Verzotto, Felice Riva, l’avvocato Orazio Campo di

Palermo (difensore di Ciancimino). Sotto il nome di quest’ultimo compariva un

«dott. Gregorio d’Aragona». Mi sono sempre chiesto chi potesse essere.

Intuitivamente ho sempre nutrito un sospetto, che però ho tenuto per me perché

non c’erano mai stati motivi per indagare in proposito o anche solo perderci

tempo. Oggi, nel 2018, dopo quattro anni di ricerche, mi rendo conto,

finalmente, dell’importanza di questo richiamo agli Aragona nella storia di

Trapani e di Erice. Osservo gli altri documenti «strani» sequestrati a Massimo

Pugliese insieme alla Carta M. La corrispondenza in parte è stata scritta su carta

dove abbondano sigilli e croci, intestata «Sovereign Order of New Aragon –


Office of the Grand Magistry», come si può vedere a p. 351. Leggo il nome (e la

firma) di «Rossano Bernardino Brazzi» insieme al «Gregorio, Principe di Nuova

Aragona» che lo nomina ministro senza portafoglio (Ip. 77). Dallo schema del

mio colloquio con Elmo ( vedi qui) Brazzi risultava non solo in contatto con il presidente USA
Ronald Reagan, ma anche con lo stesso D’Onofrio,

l’italoamericano Enzo De Chiara, Elvio Sciubba (33° grado del Rito Scozzese

Antico ed Accettato, P2, punto di riferimento dell’ambasciata americana a Roma

e della Central Intelligence Agency di Langley, Virginia), 3 Armando Corona

(Grande Oriente), Giovanni Grimaudo (loggia Scontrino) e questi con Giuseppe

Mandalari eccetera. Nelle «XI Tavole» il «dottor Gregorio d’Aragona» risultava

scritto subito sotto il nome dell’avvocato Orazio Campo, al quale non veniva

risparmiata l’insinuazione di essere lontano parente di un noto trafficante di

droga colombiano (uno di quelli su cui sarebbe stato «fermato» Giovanni

Falcone nelle indagini su Big John dal 1988 al 1991).

Riconduco il «dottor Gregorio d’Aragona» (indicato nelle «XI Tavole») al

sedicente principe Gregorio di Aragona (delle carte sequestrate a Pugliese), e

anche alle indicazioni della Carta M. a proposito di un incontro avvenuto tra

l’autore e Massimo Pugliese stesso (il destinatario) all’«Ufficio in via Siacci, di

Rossano: vecchio fratello».

Si parla appunto di Rossano Brazzi, il personaggio nominato Ministro del

Nuovo Ordine di Aragona. Un attore cinematografico, intimo dell’ex attore e

allora presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, come anche, a suo dire, dei

Rockefeller, del duca di Kent e amico d’infanzia di Vittorio Emanuele di Savoia.

In quel periodo (1982-1983), secondo le indagini e i dati acquisiti, Rossano

Brazzi svolgeva il ruolo di tramite per procurare finanziamenti miliardari


(trecento milioni di dollari) del governo USA alla Somalia di Mohammed Siad

Barre, tramite l’Italia. Il suo nome ricorreva anche in formali «giustificazioni»

rivolte ai vertici della massoneria internazionale riguardo al triste operato della

P2 (per lo scandalo scoppiato nel 1981).

Uno dei documenti sequestrati a Massimo Pugliese insieme alla Carta M., su carta intestata
«Sovereign Order of New Aragon – Office of the Grand Magistry».

Tra gli scopi del progetto dei personaggi indiziati appariva quello di fondare

una specie di Ordine cavalleresco di Nuova Aragona in un’isola delle Antille. Mi

era stata indicata quella di Barbuda, che avrebbe dovuto essere acquisita dal

Commonwealth dell’Impero britannico tramite Rossano Brazzi. L’intenzione era

realizzarvi una sorta di paradiso (in passato lo è stato, sotto un profilo naturale,
per gli indigeni arawak e siboney; successivamente, dal 1966, l’isola si è

trasformata in meta di investimenti miliardari degli americani): un paradiso

soprattutto fiscale, riconosciuto come tale dall’Italia solo nel 1999, quando il

nostro Paese ha inserito l’isola nella cosiddetta blacklist, la lista nera delle località attive
nell’elusione finanziaria offshore.

I riferimenti contenuti nelle «XI Tavole», nella Carta M. e negli atti del

principe Gregorio d’Aragona convergono, ancora una volta, sulle rievocazioni

storiche e sui simboli di Erice.

Torno a concentrarmi sull’antico monte ericino. «Ad Erice, in Sicilia», leggo

sempre sulla guida, 4 «c’è una festa che gli ericini e tutti quelli che abitano

nell’intera Sicilia chiamano anagóghia. [...] dicono che Afrodite, proprio in quei

giorni, vada da lì in Libia. [...] lì vi è una gran massa di colombe; quando non appaiono, dicono che
sono andate a far guardia al corpo della Dea. Trascorsi

nove giorni, si vede volare una bella colomba che torna dal mare libico [...]

segue la nebbia delle altre colombe e per gli Ericini è di nuovo festa.»

Si tramandano, in questi luoghi, antichissimi rapporti tra il santuario di Erice

e quelli africani al Cairo, in Libia e anche a Sicca Veneria, oggi Le Kef, in

Tunisia, santuario ritenuto di fondazione siciliana e celebre per il culto tributato

alla dea ericina. Un culto molto diffuso nel Mediterraneo: per esempio lo si

praticava a Locri, dove nel tempio di Afrodite si esercitava la prostituzione sacra

(Ip. 78).

Mi imbatto in un volume di oltre un secolo fa che descrive i riti di fertilità e di

fecondità delle sacerdotesse di Venere. 5 Queste pratiche avvenivano sin dal

periodo sumerico e assiro-babilonese. Il loro momento focale era rappresentato

dall’unione ierogamica del sacerdote o del re con la grande sacerdotessa del


tempio. C’era un collegio di sacerdotesse consacrate alla divinità che

praticavano la «prostituzione sacra» in appositi ambienti annessi al tempio.

Queste fanciulle prostitute erano chiamate dai greci «ierodule». Dalla rovina di

Babilonia e dalla conseguente mercificazione dell’attività sessuale è derivata la

qualificazione dispregiativa di «puttana di Babilonia» e di «Chiesa meretrice»

riportata nell’Apocalisse per la grande città distrutta, in similitudine con la

punizione della torre di Babele eretta verso il cielo a sfidare Dio. I riti erano anche simili a quelli
dei vecchi culti celtici della fertilità e delle acque dedicati a

Karidwe, alla Grande Dea Madre e a Epona, celebrati negli insegnamenti dei

druidi che costituivano il collegio dei sacerdoti dediti al culto, allo studio degli

astri e all’interpretazione delle cose divine. 6

Leggo di recenti ricerche archeologiche (riportate anche sulla stampa) che

confermano, per la prima volta in via ufficiale l’esistenza del famoso «gineceo»

di cento ierodule narrato nei versi immortali di Catullo, Properzio, Ovidio e

Seneca. Si trovano tracce di antiche minacce rivolte ai profanatori del sottosuolo,

che verrebbero stritolati nelle spire di gigantesche serpi nere, come anche del

santuario indigeno dell’Irukà, dedicato alla Dea Madre, una delle più arcaiche

identificazioni di Afrodite. 7

Quasi incredibilmente, ritroviamo questi stessi remoti riti nelle ben più recenti

pratiche che il bretone Aleister Crowley (che aveva iniziato Giuseppe Cambareri

alla società dei Rosa-Croce) mise in atto nella vicina Cefalù, verso gli anni Venti

del XX secolo. 8 Crowley prese spunto dai più antichi studi sull’«Iside svelata»

praticati da Helena Blavatsky e adottò come suo simbolo preferito Nostra

Signora «Babalon», rappresentata da una stella a sette punte. Le sette punte

erano le sette lettere di quel nome, i sette pianeti, i sette «veli» e i sette chakra.
«Babalon» era solo una variazione del nome di «Babilonia», usata da Crowley

anche con il nome della «Donna Scarlatta» o come «Avatar dell’Undicesima

Ora». 9 Lui la faceva derivare dalla Meretrice di Babilonia nominata

nell’Apocalisse, sicché Babalon, nel sistema di Crowley, si identificò con la

libera espressione della propria natura sessuale, spirituale e terrena che,

cavalcando sulla Bestia, sperimentava l’unione e la gnosi della propria vera

volontà. 10

Si racconta che nel 1918, ovvero ancor prima di trasferirsi a Cefalù, Crowley

iniziò un’operazione di magia sessuale chiamata Alamantrah working, che poi

praticò a Palermo ove fondò la setta di Thélema con la sua regola Do what thou

wilt shall be the whole of the Law e cioè «Fai ciò che vuoi, sarà tutta la legge»,

basata sul principio che la rivelazione passasse attraverso i culti orgiastici ispirati

alla prostituzione sacra praticata dai greci e da antiche civiltà orientali, in

particolare... a Erice. Quando circolarono voci poco rassicuranti su ciò che

accadeva dentro al tempio dei thelemiti, come l’abuso di droghe, alcol, orge

sfrenate e perfino sacrifici di bambini, si arrivò alla sua cacciata da parte del Duce, ufficialmente per
sospetta attività antifascista.

Risale addirittura a questa lontana epoca la «voce» (pubblicamente anche

presente sul web) 11 secondo cui Aleister Crowley avrebbe conosciuto la nonna

materna di George W. Bush e forse avuto rapporti intimi con lei. Apparenti

rivelazioni evidenziano infatti la concreta possibilità che Crowley,

congiungendosi nel 1924 a Parigi con la signorina americana Pauline Pierce,

possa essere stato il vero padre di Barbara Bush, poi moglie di George H.W.

Bush, e quindi madre di George W. Bush. Infatti nel 1924 a Parigi quattro

persone – a quanto si racconta – si unirono in una «comune» eseguendo


sperimentazioni magiche: Frank Harris, Nellie O’Hara, Pauline Pierce e Aleister

Crowley. Pauline tornò in America all’inizio di ottobre del 1924 e l’8 giugno

1925 diede alla luce una figlia di nome Barbara. Barbara Pierce sposò George

H.W. Bush, poi quarantunesimo presidente degli Stati Uniti, carica in cui lo

avrebbe seguito il figlio George W. Bush. Al di là della veridicità storica di

queste ricostruzioni, credo conti la già notata possibilità di utilizzazione di tali notizie personali a
scopo ricattatorio (più volte presenti anche nelle «XI Tavole»

in relazione a vari personaggi citati – dal frontespizio al corposo testo – anche con pesanti
indiscrezioni personali, tipiche espressioni delle vecchie raccolte di

dati riservati).

In ogni caso nel 1947 nomi famosi si sparsero nel mondo a diffondere i riti

magici di Aleister Crowley, anche ai livelli più elevati, in Inghilterra come negli

Stati Uniti. Jack Parsons e Ron Hubbard, suoi discepoli, iniziarono i Babalon

workings, nuovi rituali magici volti, fra le altre cose, ad allargare i «portali»

magici, temporali e spirituali aperti da Crowley in modo da produrre un cambio

di coscienza e di paradigma dell’intera umanità. 12 Avverrà tramite il Vril,

l’energia esoterica. Il termine «vril» nasce da un libro fantascientifico del 1871

di Edward Bulwer-Lytton, un adepto dei Rosa-Croce, intitolato Vril: The Power

of the Coming Race. 13

‘A Loggia (Ip. 78)

Ritorno ora sulle antiche tracce impresse nel centro di Erice, dove è ben noto un

luogo fulcro della città vecchia: «piazza della Loggia», che tutti chiamano

familiarmente in dialetto ’a Loggia. Qui avvennero, nel XVI secolo, grandi

scontri tra comunità cristiane ed ebraiche. Il termine «loggia», comunque,

significa «edificio aperto, sostenuto da pilastri». E, come è noto, indica il luogo


in cui i massoni si ritrovano oggi e si ritrovavano in passato.

Resto sbalordito quando apprendo e constato che la città di Erice nella sua

millenaria costruzione presenta un impianto urbano di perfetta forma triangolare,

delimitato sul lato occidentale da mura ciclopiche edificate dagli Elimi, risalenti

all’VIII-VI secolo a.C. È, in sostanza, un monte che si chiude con una piramide

triangolare tronca, naturale, di roccia, protetta da mura ciclopiche. Ai suoi vertici

si collocano il castello normanno, la chiesa madre (altrimenti detta «Matrice») e

il quartiere spagnolo, con le mura interrotte da torrioni e da tre porte normanne:

porta Spada, porta del Carmine e porta Trapani. Le tre porte delle cattedrali? mi

domando, iniziando a rendermi conto che ho trovato un fondamento naturale

delle più antiche tradizioni pagane, in gran parte poi trasfuse in quelle

cristiane. 14

Rilevo questa incredibile forma triangolare – proseguita nel corso di secoli

anche con la realizzazione di un centinaio di chiese – anche attraverso le

immagini dall’alto fornite da Google Earth ( vedi qui). In riferimento ai luoghi di

porta Spada rintraccio una curiosissima, antica storia che viene tramandata circa

uno strano solco che ricorda la sagoma di un’orma: 15 sarebbe quella del piede

del diavolo, giunto a Erice in cerca di anime sotto le sembianze di un vecchio

pellegrino; identificato per il suo puzzo di zolfo, riuscì a dileguarsi dandosi una

spinta su uno dei blocchi delle mura ciclopiche, dove lasciò impressa la sua

orma, ancora oggi ben visibile.

Il triangolo naturale del Sacro Monte non può non richiamare subito alla

mente quello di cui parla Cambareri in Brasile nella sua Confraternita dedicata

all’arcangelo Michele. Il triangolo da lui descritto corrisponde a quello che


compare nel secondo scudo della Carta M., in ben due luoghi.

Nell’ingrandimento riprodotto a p. 229 si può vedere in alto (con il vertice in

basso) sopra la croce (tagliata dai due simboli R e C, come per scrivere

Rosa+Croce), e al cui centro si trova un cerchietto. E nei due triangoli a destra

(che integrano il rombo, simbolo della pietra filosofale), quello in basso ha il

vertice in giù con al centro una «M» – facilmente identificabile con «Madre» o

«Matrice» – sovrastata da una piccola T o croce. Nel triangolo sovrastante si

vede il disegno minuto di un volto raggiante e illuminante, che secondo quanto

detto da Cambareri sarebbe l’arcangelo Michele. In realtà, tenendo a mente i

simboli dei Rosa-Croce 16 e i contenuti simbolici generali della lettera, quel volto

radioso dovrebbe corrispondere al «Signore delle Fiamme», Lucifero. Tanto più

se si tiene conto del fatto che nello stesso disegno della pietra filosofale dei

Rosa-Croce il triangolo di sopra indica proprio lo «solfo», lo zolfo (associato al

diavolo), ovvero quell’elemento attivo dell’alchimia che corrisponde al fuoco,

principio generatore maschile, chiamato «sperma minerale», e che, per l’uomo,

rappresenta nel corpo ciò che il Sole (Helios, Elia, Elio) rappresenta

nell’universo, nel cosmo. Chi si eleva alla suprema luce è Lucifero, ormai

principe delle tenebre, ovvero il Signore delle Fiamme (di fronte al quale si

ferma anche l’arcangelo Michele).

Leggo oltre, sempre più stupito dalla concordanza di testi scritti da studiosi

assai diversi e lontani nel tempo e nello spazio. «Al centro perfetto del

triangolo» si eleva, nella realtà dei fatti, la Chiesa di san Pietro, il riconosciuto

capo dei dodici apostoli, ovvero della Chiesa cristiana; viene dunque a trovarsi

in una posizione corrispondente a quella che, seguendo la Carta M., coincide con
la Grande Madre, il Sacro Graal, cioè il raggiungimento della capacità (o meglio

della sapienza) di tramutare i metalli in oro, ovvero l’agognata immortalità. È

precisamente questo che viene scritto nella lettera quando il suo autore dichiara,

con la sua iniziazione come Maestro dei Rosa-Croce, di avere raggiunto la sua

natura «Immortale».

Cambareri identificava il «Guardiano della Soglia la Porta del Tempio» in

Cagliostro. E che cosa ne pensa nel 1983 l’autore della Carta M.? Credo che il

riferimento sia ancora lo stesso. La iniziale «C» forse si intravede sotto i sette simboli di luce del
secondo scudo ( vedi qui), che – immagino – esprimono le sette lettere di luce del nome Babalon, i
sette pianeti, i sette «veli» e i sette chakra del «Babalon» di Crowley, comunemente associati al fiore
del loto.

Ritorno al triangolo urbanistico di Erice. In piazza della Loggia spicca la

presenza del monastero, da cui poi si sale al punto più elevato dell’altopiano.

Questo è costituito dal muraglione e dalla torre a nord, antica sede dei «militari

venerei» imposti dai romani per assicurare il culto a Venere e, nel passato, sede

delle divinità dell’antica Babilonia Mitra e Serapide.

Considerando che la radice degli Aragona risale al Portogallo, estendo le mie

ricerche ad alcune letture in lingua portoghese. Ne traggo qualche altro

particolare. Esiste un serpente del luogo (già incontrato nella descrizione di

Erice), qui denominato con il nome boa jabalina ( Eryx jaculus), termine dal significato trasparente.
Un altro particolare già trovato con la mia individuazione

(nella Carta M.) di Sant’Anna appare leggendo che il luogo in cui venne

realizzata la città vecchia di Erice si trovava a metà della montagna. Lì era

presente il convento di Sant’Anna.

La chiave «inglese»: la terza carta (Ip. 79)

Ma la più imprevedibile scoperta deriva dalla lettura di un’altra annotazione che


trovo per la prima volta in lingua spagnola. È quella secondo cui il monte «da la

sensación de más altura de la que tiene (666 metros)»: Erice è una collina isolata

che «dà la sensazione di essere più alta di quanto in effetti non sia (666 metri)».

Si tratta proprio di quel numero, il 666, comunemente indicato, sin

dall’Apocalisse, per individuare il diavolo, Satana, Lucifero: lo stesso numero

con cui si faceva chiamare Aleister Crowley e sul quale eseguì studi e

sperimentazioni magico-rituali.

L’informazione altimetrica, però, non corrisponde a quella effettiva di Erice

secondo le misurazioni strumentali odierne: essa infatti si attesta sui 750 metri.

Ma l’indicazione mi pare comunque di importanza essenziale, perché lascia

pensare che il numero rimandi all’intenzione esplicita di contrassegnare quel

luogo come marchiato dal diavolo. A partire da questa considerazione inizio una

nuova ricerca e trovo corrispondenze anche in alcuni siti italiani su Erice.

Infine rinvengo la decisiva «chiave inglese», autentica e proveniente da un

vero druido britannico: uno scienziato, geografo, astronomo e cosmologo

famosissimo. È il londinese William Henry Smyth (21 gennaio 1788 - 8

settembre 1865), che prestò servizio nella Royal Navy durante le guerre

napoleoniche nel Mediterraneo (divenendone ammiraglio) e fu anche astronomo

così insigne da meritarsi la medaglia d’oro della Royal Astronomical Society; ne

fu anche presidente, nonché membro dell’altra prestigiosa istituzione scientifica

britannica Royal Society. Smyth scrisse numerosi volumi, ottenendo

riconoscimenti e consensi in particolare sul moto dei corpi celesti. Ricordo per

inciso che queste antichissime società reali britanniche vengono spesso

richiamate quando si parla degli Illuminati e dei Rosa-Croce.


D’altra parte è bene ricordare anche che, per quanto mi riguarda, a questo

riferimento alle società segrete inglesi sono già pervenuto tramite l’analisi di atti

processuali.

Questa è ora la mia ricostruzione: nel 1817 Smyth, in occasione di

rilevamenti di analisi idrografiche nel Mediterraneo, incontrò il palermitano

Giuseppe Piazzi, religioso e astronomo direttore dell’Osservatorio Astronomico

di Palermo. Da quell’incontro Smyth avrebbe tratto preziosi stimoli per le sue

ricerche astronomiche, sfociati in celebri studi sugli spostamenti dei corpi celesti

e nella medaglia dalla Royal Astronomical Society. Nel 1824 pubblicò anche un

libro, Sicily and its islands, a seguito delle sue visite nell’isola.

Mi procuro una copia del volume originale inglese. L’autore lo ha dedicato al

Lord grand’ammiraglio d’Inghilterra, il sovrano Giorgio IV. Alle pagine 242-244

Smyth descrive Erice-Erix con abbondanza di notizie, condite di conoscenze

storiche, mitologiche e rituali ( vedi qui). Spiega che la città venne costruita da un

gigante figlio di Bute e di Licasta, donzella siciliana che per la sua bellezza

venne poi denominata Venere. E a parere dello scienziato le mura ciclopiche e il

gigante individuerebbero di fatto il protettore e le opere che contengono i più

antichi misteri della storia pagana e della mitologia. Le muraglie vennero

costruite da Dedalo. Il gigante Erix fu poi trucidato combattendo contro Ercole,

che divenne proprietario della città, lasciandola però in uso ai discendenti ericini.

In seguito essa venne reclamata da Dorieo di Sparta, fratello dell’immortale

Leonida, dopo numerosi tentativi falliti di colonizzare l’Africa.

Penso siano questi gli essenziali riferimenti all’Immortale – agli Immortali di

Sparta – e agli Illuminati citati nella Carta M.


Vengono indicate le imprese di Ercole, i vecchi riti isiaci ricordati, per

Cartagine, da Eraclito, la fine di Leonida e dei suoi trecento valorosi soldati

spartani morti nella battaglia delle Termopili (contro l’immenso esercito persiano

che proveniva da Oriente). Anche questi mitici trecento conservano ulteriori

richiami agli «Immortali»: nelle Storie di Erodoto vengono denominati

athanatoi, in greco appunto «gli immortali».

«Immortale» si dichiara l’autore della Carta M. «Trecento» erano anche gli

eletti di Cambareri a formare la sua confraternita in Brasile... Ed è noto il

cosiddetto Comitato dei Trecento costituito dagli Illuminati e Immortali, a cui

oggi si riferiscono tanti siti (complottisti). Circa trecento erano gli appartenenti

alle logge rinvenute attorno al Centro studi Scontrino di Trapani. Trecento erano,

quasi sicuramente, anche le tesserine (con nomi) semi-preziose che avevo

sequestrato a Trento, destinate ai «cittadini» del regno di Nuova Aragona, che

poi sono sparite dagli atti sequestrati. E spero ancora che, prima o poi, qualcuna

ne possa riemergere grazie a chi (avvocati o giornalisti) ne fece fotocopia

all’epoca del deposito degli atti dell’inchiesta di Trento.

Ritorno all’altitudine della cittadina. Smyth fissa a 2.175 piedi la misurazione

altimetrica della vecchia Erix. Riscontro che questa cifra trae origine anche dalle

antiche misurazioni «greche dei piedi delle dee» (che presentavano una

lunghezza maggiore rispetto alle consuete femminili: si sosteneva che

eguagliassero quelle maschili). La designazione di 2.175 piedi, applicando il

tramandato coefficiente di conversione greco per il «piede» di 0,306 17

(2.175x0,306), consente di individuare che la misura indicata nel libro equivale a

665,55 metri. Corrisponde con la traduzione, in lingua italiana, «non superiore a


666 metri».

Il 666, come noto, è il numero del diavolo nel capitolo 13 dell’Apocalisse.

Alla configurazione naturale triangolare di Erice trova corrispondenza il più

antico triangolo realizzato in pietra, che ritrae al suo centro «la Loggia», come se

fosse l’occhio dell’antica sapienza (forse per questo motivo richiamato anche

sulle banconote americane da un dollaro). Dovrebbe simboleggiare, perciò,

l’occhio di Dio, di Horus, del dio Sole, del Grande Architetto.

La sua ubicazione coincide con la primordiale consacrazione di quel luogo ai

culti della prostituzione sacra. Quelle cerimonie rituali – ricorda Smyth –

avvenivano raccogliendo le fanciulle più belle della Sicilia, che poi

trasformarono quel luogo in una «località di libertinaggio ai cui festeggiamenti

avevano accesso pure i consoli, i pretori, e pure i magistrati». Nella sala del

castello c’era una sorta di cisterna chiamata il «pozzo di Venere».

A tutt’oggi vengono rinvenuti vecchi proiettili per armare le fionde, su cui

erano incise antiche imprecazioni. Ci vivono colombi selvatici, nonostante siano

stati fatti numerosi tentativi per eliminarli, in quanto considerati simbolo di riti

pagani.
Frontespizio del libro di William Henry Smyth.
Pagina dedicata a Erice in cui l’autore parla dell’altezza del Monte San Giuliano, di «two thousand
one hundred and seventy-five feet».

La presenza nella Carta M. dei serpenti avvolti attorno alle croci con bocche

spalancate evoca i rettili denominati «boa jabalina» ( Eryx jaculus).

Corrispondono anche le colombe, nei riti tramandati sino a oggi.


Gli antichi Misteri e i simboli perduti (Ip. 80)

Mi pare rilevante anche l’espressione (in inglese) usata da William Henry Smyth

per indicare la vetustà delle mura ciclopiche: « Are pronounced to be the oldest

masonry in Sicily», sono chiamate le più vecchie costruzioni murarie della

Sicilia. L’uso del termine masonry evoca,