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Antonio Gramsci: I QUADERNI DEL CARCERE

Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi


non parteggia, odio gli indifferenti.

Gramsci, un uomo
Palmiro Togliatti, Paese Sera Libri, suppl. a Paese Sera, 19 giugno 1964, pp. I-II. Recensione a 2000 pagine di
Gramsci, a cura di G. Ferrata e N. Gallo, Milano, Il Saggiatore, 1964

Di Antonio Gramsci, della sua vita e dell’opera sua abbiamo parlato e scritto
ampiamente, noi che fummo suoi compagni d’arme, che nella luce del suo
pensiero e insieme con lui abbiamo vissuto, lavorato, combattuto. Ci hanno
anzi accusato di aver voluto comporre una agiografia, di averne voluto fare
una specie di santo dei tempi nostri. Che cosa siano stati, nel passato, i santi e
che cosa possa essere un santo del giorno d’oggi, io veramente con esattezza
non so. Credo di essere nel vero ritenendo che anche un santo possa aver fatto
qualcosa non giusta; che anche un santo possa, insomma, aver peccato.

Ma questo discorso non ha nessun valore se riferito a un uomo moderno,


vissuto con la coscienza che il solo peccato ch’egli poteva commettere era di
non tenere quel posto che a lui era affidato da un intreccio quasi fatale di fattori oggettivi e soggettivi che oramai
lo trascendevano, e che erano la storia del suo paese, del movimento delle classi oppresse e della sua stessa
persona, nella penosa ricerca del rapporto con i suoi simili. Fattori che lo trascendevano, ma che egli conosceva e
fino all’ultimo si sforzò di dominare, in un processo che ebbe periodi di lungo, tenace travaglio e scorci di rotture e
contrasti violenti.

A noi si potrebbe fare rimprovero se di questo processo, nel quale si racchiude una vita tormentata, che finì col
sacrificio di se stessa, avessimo nascosto o cercato di contraffare qualcosa. Ma ciò non è vero. Ciò non ha potuto
essere provato da nessuno che fosse in buona fede. E la conferma viene ancora una volta da questa nuova raccolta
antologica degli scritti del nostro grande compagno, di cui dobbiamo essere grati all’editore Mondadori e ai
pazienti collaboratori, Giansiro Ferrata e Niccolò Gallo.

Saranno, nel complesso, certo più di duemila pagine ed ora ne escono due volumi, ricchi di scritti nuovi: lettere
non comprese nelle precedenti raccolte perché non ancora recuperate; articoli di quel biennio di fuoco e di
battaglia che fu il 1921-22, stralciati da un’edizione completa non ancora potuta ultimare per la difficoltà della
precisa individuazione dell’autore di ogni scritto, documenti dell’attività come dirigente del Partito comunista
dopo il 1923.

Nel complesso non esce da queste pagine un Gramsci nuovo, soprattutto per coloro che furono a lui più vicini e
presero parte all’opera sua. Qualcosa nuova, però, ne esce. Qualcosa che richiede una riflessione più profonda di
quella che di consueto abbiamo dedicato alla vita sua.

È stato del tutto naturale e giusto, per noi, considerare la vita di Gramsci quasi parte integrante dell’attività del
nostro partito, delle sue ricerche ed elaborazioni politiche, delle sue lotte, dei suoi sacrifici. Non vorrei che questa

considerazione avesse ridotto la figura del nostro compagno, oppure dato ad essa un rilievo non giusto, tale che
non ne abbracci e spieghi tutti gli aspetti e la sostanza vera.

Forse dipende dal tempo che è passato, che ha gettato ombre e luci nuove su tanti avvenimenti; che ha fatto talora
balzare in primo piano fatti e linee di azione che ci eravamo abituati a collocare nelle loro caselle, con un giudizio
oramai definito, senza più pensarci troppo, e di altre cose, invece, ha sfumato l’importanza. Non so se sia per
questo motivo. Certo è che oggi, quando ho percorso via via le pagine di questa antologia, attraversate da tanti
motivi diversi, che si intrecciano e talora si confondono, ma non si perdono mai – la persona di Antonio Gramsci
mi è parso debba collocarsi essa stessa in una luce più viva, che trascende la vicenda storica del nostro partito.

Non riesco a trovare, nella storia dell’ultimo secolo del nostro paese, una figura che gli stia a pari, dopo la
scomparsa dei grandi del Risorgimento. Vi furono famosi specialisti del pensiero, vi furono, a un livello più basso,
uomini di azione degni di nota. Gramsci non ha messo assieme, non ha comodamente messo assieme, volevo dire,
nessun sistema della ragione. Nella sua vita la dialettica della lotta tra la volontà e la ragione e le spinte oggettive
naturali e sociali assume però le note del dramma, che non tanto prelude, quanto è già un atto vissuto della ricerca
morale dei tempi nostri.

Ripenso a quella lettera, dove egli riflette che dopo non so quanti anni tutte le particelle del suo organismo fisico
dovevano essere cambiate. Egli rimaneva quello di prima e di sempre, però. E andava avanti sicuro per la strada
che si era scelta. Se si trattasse di un santo, direi che qui affiora il momento della tentazione. Ma il problema
dell’esistenza, del presente, del futuro e dell’eterno (il «für ewig»), viene risolto, da lui, con l’affermazione sicura
della persona. Era una persona creatasi col lavoro e con la sofferenza, una sofferenza di cui abbiamo in alcune di
queste pagine, attestazioni vive, laceranti.

Nemmeno a noi, che gli fummo tra i più vicini, egli aveva aperto, se non per sprazzi di luce assai rari, questa parte
di se stesso. Se ora cerco di comprendere perché non lo facesse in modo più ampio, la sola ragione che trovo era
che egli considerasse anche la sua sorte personale come cosa necessaria. E tra le cose necessarie si doveva
guardare alla sostanza e all’essenziale, a tutto ciò che era oggetto continuo del suo pensiero, delle sue scelte, del
suo lavoro, – la realtà della nostra vita nazionale, la spietata lotta delle classi, la vittoria della prima rivoluzione
proletaria, la elaborazione di una dottrina che non negasse le cose reali, non credesse di poterle superare con salti
di irresponsabile ottimismo e superficialità, ma aderisse ad esse e ne indicasse il superamento attraverso una sia
pur crudele, disincantata consapevolezza.

Questo è Gramsci. Così ci appare egli oggi, nella unità inscindibile della lotta politica da lui condotta e della
riflessione quieta (ma non sempre…) dei Quaderni del carcere. Antonio Gramsci è la coscienza critica di un secolo
di storia del nostro paese. Il suo giudizio e la sua azione si inserirono nei fatti della nostra storia per un periodo
breve e in settori ben delimitati. Sono oggi presenti nella ricerca politica, nelle posizioni ideali e pratiche del
nostro partito. Ma i compagni mi scusino se dico che non è questo, a mio modo di vedere, ciò che conta di più.
Conta più di tutto quel nodo, sia di pensiero, sia di azione, nel quale tutti i problemi del tempo nostro sono
presenti e si intrecciano. È anche un nodo di contraddizioni, lo so; ma sono contraddizioni che trovano la loro
soluzione non in un pacifico giuoco di formule scolastiche, ma nell’affermazione di una ragione inesorabilmente
logica, di una verità spiegata e della costruzione operosa di una nuova personalità umana, in lotta non solo per
comprendere, ma per trasformare il mondo.

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