Sei sulla pagina 1di 40

Università degli Studi di Napoli Federico II

Scuola Politecnica e delle Scienze di Base


Area Didattica di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali

Dipartimento di Fisica Ettore Pancini

Laurea triennale in Fisica

Monopolo magnetico e istantoni


Aspetti geometrici

Relatore: Candidato:

Prof. Francesco D'Andrea Domenico Frattulillo

Matricola: N85000952

Anno Accademico 2017-2018


Introduzione

Sin dall'antichità, l'uomo è stato attratto dalle proprietà elettromagnetiche di alcuni

materiali. La presenza di forze attrattive e repulsive nella materia, dovute a fenomeni

elettrici e magnetici era infatti nota sin dai tempi dell'antica Grecia; così come era noto

il problema che è impossibile separare i due poli di un magnete.

La formulazione delle leggi dell'elettromagnetismo oggi studiate è dovuta al sico scoz-

zese James Clerk Maxwell, il quale nel 1865 riuscì a darne una formulazione unitaria

attraverso le famose quattro equazioni di Maxwell che mostrano le proprietà e i legami

tra campi elettrici e magnetici. Nel vuoto, ma in presenza di sorgenti, il campo elettrico

E e il campo magnetico B soddisfano (nel sistema di unità di misura cgs):

• divE = 4πρ;

• divB = 0;

• rotE = − 1c ∂B
∂t
;

1 ∂E 4π
• rotB = c ∂t
+ c
j

in cui ρ è densità di carica elettrica e j la densità di corrente elettrica. Esiste una parziale

simmetria tra campi elettrici e magnetici, come è possibile vedere dalle equazioni, che

sarebbe completa se esistessero la densità di carica e di corrente magnetica.

Proprio questo problema di mancanza di simmetria tra fenomeni elettrici e magnetici ha

aascinato i sici nel corso della storia, e in particolare Dirac che aveva una particolare

visione dell'indagine sica e dedicò gran parte delle sua attività alla ricerca di simmetrie

nella natura.

Spinto dalla ricerca della bellezza nella descrizione del mondo, nel 1931, dopo un anno

dalla pubblicazione di un articolo in cui ipotizzò l'esistenza dell'antipartcella dell'elet-

trone (il positrone), cercò di continuare la sua opera di simmetrizzazione della sica

postulando l'esistenza di sorgenti puntiformi del campo magnetico, dette "monopoli ma-

gnetici".

1
Vediamo quindi che forma assumerebbero le equazioni di Maxwell se esistessero le sor-

genti del campo magnetico. Dette ρe e je la densità di carica e di corrente elettrica e ρm


e j m, la densità di carica e di corrente magnetica si ha :

• divE = 4πρe ;

• divB = 4πρm ;

• rotE = − 1c ∂B
∂t
− 4π
j ;
c m

1 ∂E 4π
• rotB = c ∂t
+ j
c e

L'obiettivo di questa tesi sarà quindi ripercorrere la storia dei monopoli magnetici, dalla

loro postulazione e trattazione matematica da parte di Dirac nel 1931, che ne dimostrò

la compatibilità con la teoria quantistica, no ad arrivare a una moderna trattazione del-

l'argomento tramite l'utilizzo di tecniche di geometria dierenziale, che ci consentiranno

di mettere a posto la teoria da un punto di vista formale.

Dopo aver formalizzato da un punto di vista geometrico la teoria dell'elettromagneti-

smo, introdurremo le teorie di Yang-Mills, che generalizzano le equazioni di Maxwell

associando alle particelle elementari particolari gruppi di simmetrie permettendo una

trattazione geoemtrica anche delll'interazione debole e forte. Concluderemo poi questa

tesi fornendo una soluzione alle equazioni di Yang-Mills, in cui il gruppo di simmetria

sarà SU (2). Questa soluzione prende il nome di "istantone" poichè la sua ampiezza

decresce rapidamente nel tempo.

2
Indice

1 Monopolo magnetico e quantizzazione della carica elettrica 4


1.1 Il monopolo di Dirac . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4

1.2 Il monopolo di Wu-Yang . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6

1.3 Quantizzazione della carica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 7

1.4 Fasi non integrabili e singolarità nodali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 8

1.5 Cenni sulla ricerca dei monopoli magnetici . . . . . . . . . . . . . . . . . 12

2 Equazioni di Maxwell in forma covariante 14

3 Fibrati vettoriali 19
3.1 Fibrati vettoriali e sezioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19

3.2 Riferimenti locali e funzioni di transizione . . . . . . . . . . . . . . . . . 21

3.3 Estensione di sezioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24

3.4 Connessioni sui brati vettoriali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25

3.5 Curvatura di una connessione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29

4 Aspetti geometrici del monopolo magnetico e istantoni 31


4.1 Monopolo magnetico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31

4.2 Teorie di Yang-Mills . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32

4.3 Istantoni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34

5 Conclusione 36

3
Capitolo 1

Monopolo magnetico e quantizzazione


della carica elettrica

1.1 Il monopolo di Dirac


In questa trattazione del monopolo magnetico seguiamo l'approccio di [3] e [8].

Supponiamo che esista un monopolo magnetico di carica g posto in r=0. Il suo campo

magnetico irradia nello spazio linee di forza uguali a quelle del campo elettrico generato

da una carica puntiforme.

B = gr/r3 (1.1)

Segue da ∆(1/r) = −4πδ 3 (r) e da ∇(1/r) = −r/r3 che:

divB = 4πgδ 3 (r). (1.2)

Il usso magnetico attraverso una sfera S di raggio R contenente il monopolo sarà quindi:
Z
ΦS = B M · dS = 4πg (1.3)
S
Ricaviamo ora il potenziale vettore A associato al campo magnetico. Il potenziale

sarà sicuramente singolare in quanto se fosse regolare si avrebbe divB = div(rotA) = 0.


Consideriamo una sfera di centro il monopolo e raggio r. Il campo ha una simmetria

radiale intorno al monopolo M. Si può scegliere a piacere un punto P sulla supercie che

delimita una regione sferica di raggio r che circonda il monopolo, e tracciare la semiretta

4
passante per P e di origine in M che facciamo convenzionalmente coincidere con il semi-

asse z negativo. Consideriamo una circonferenza C di raggio r· sin θ, intorno alla quale

calcoliamo la circuitazione di A.

In coordinate polari si ha: A = Ar êr + Aθ êθ + Aφ êφ . La circuitazione di A intorno


R R 2π R θ g 2
a C è quindi
C
A · ds = Aφ · 2πr sin θ, ed è uguale al usso ΦC = 0 0 r2
r sin θdθdφ =
2πg(1 − cosθ).
Otteniamo quindi:

g 1 − cos θ
Aφ = . (1.4)
r sin θ

Dove abbiamo sfruttato la simmetria per rotazione intorno all'asse z per supporre Aφ
non dipendente da φ.
Notiamo che il potenziale vettore è singolare per θ = π.
In coordinate cartesiane si ha quindi:

−gy
• Ax = r(r+z)
;

gx
• Ay = r(r+z)
;

• Az =0

In realtà la semiretta lungo la quale il potenziale è singolare poteva essere scelta arbitra-

riamente, facendola coincidere con un qualunque semiasse di R3 . Da un punto di vista

sico si può interpretare questo potenziale come quello generato da un semi-solenoide in-

nito di raggio innitesimo coincidente con il semi-asse negativo z .(vedi[9]) Sia dm = g/µ

5
dl0 ,il momento magnetico di una singola spira del solenoide, con dl0 che individua la

lunghezza innitesima in un generico punto del solenoide. Si ha quindi :

dm × (x − x0 ) 1
dA = µ 0
= −µdm × ∇ (1.5)
|x − x |3 |x − x0 |

Integrando da −∞ a 0 (gli estremi del solenoide) si ottiene il potenziale vettore A


ottenuto in precedenza.

Se facciamo il rotore del potenziale vettore possiamo trovare il campo magnetico, che

coincide con il campo generato dalla carica magnetica ovunque tranne che sul semi-asse

z negativo dove non è denito. Questa singolarità nodale è chiamata stringa di Dirac.

Segue dalla discussione appena fatta che il potenziale A trovato non può bastare per

descrivere il monopolo poichè, si ottiene un campo che a dierenza di quello generato

dal monopolo non è denito sul semiasse z negativo. Per evitare la singolarità si può

pensare di trovare un altro potenziale A0 simile a quello precedente ma che sia singolare

sul semi-asse z positivo e utilizzare il primo per i punti dello spazio con θ 6= π e il secondo
per i punti con θ 6= 0.
Chiamiamo A = AN e A0 = A S che sarà scritto in questo modo:

g(1 + cos θ)
AS (r) = − êφ (1.6)
r sin θ

1.2 Il monopolo di Wu-Yang


Wu e Yang nel 1975 [10] notarono che le strutture geometriche e topologiche dietro il

monopolo di Dirac sono meglio descritte dai brati. Della trattazione geometrica in ter-

mini di brati ce ne occuperemo nei capitoli seguenti. Analizziamo invece l'idea senza

entrare nei dettagli formali. Come già accennato prima per evitare la singolarità è pos-

sibile introdurre due potenziali AN in R3 meno il semiasse z negativo (U


N
) e AS in R3
S
meno il semiasse z positivo (U ). Questi potenziali ci permettono di ottenere il campo

B ovunque senza avere problemi di singolarità. Dove i domini dei due potenziali si in-

tersecano, AS e AN sono collegati da una trasformazione di gauge: AN -AS = gradΛ,


dove Λ è una funzione scalare di (x, y, z, t) che determineremo in seguito.

Ricordiamo il signicato di trasformazione di gauge per i campi elettromagnetici, richia-

mando in che modo i campi sono legati al potenziale vettore A e scalare V:

B = rotA

6
;

∂A
E= − gradV
∂t
.

Poichè le grandezze sicamente osservabili sono i campi elettrici e magnetici e non i

potenziali la sica deve essere invariante sotto le seguenti trasformzazioni di gauge che

lasciano invariati i campi:

• A0 = A + gradΛ;
1 ∂Λ
• V '=V -
c ∂t

Tornando ai potenziali che descrivono il monopolo magnetico determiniamo la trasfor-

mazione di gauge che lega i potenziali AN e AS .


2g
AN − AS = eφ = grad(2gφ) (1.7)
r sin θ
dove si è fatto uso di:

∂f 1 ∂f 1 ∂f
gradf = er + eθ + eφ (1.8)
∂r c ∂θ r sin θ ∂φ
La trasformazione di gauge è quindi Λ=2gφ.
Calcoliamo ora il usso totale:
Z Z Z
Φ= rotA · dS = rotA N
· dS + rotAS · dS (1.9)
S SN SS

dove SN e SS sono rispettivamente il bordo della semisfera superiore e inferiore. Per il

teorema di Stokes' si ha:

Z Z Z
N S
A · ds − A · ds = grad(2gφ) · ds = 4gπ (1.10)
equatore equatore equatore

in accordo con (1.3).

1.3 Quantizzazione della carica


Consideriamo una particella puntiforme di carica e e massa m che si muove all'interno

del campo magnetico generato da un monopolo magnetico g. Il moto dell'elettrone è

descritto dall'equazione di Schroedinger:

1 e
(p − A)2 ψ(r) = Eψ(r) (1.11)
2m c

7
Dalla meccanica quantistica è noto che sotto trasformazione di gauge A → A + gradΛ,
la funzione d'onda soluzione dell'equazione diventa ψ→ψ eieΛ/~c . In questo modo sia la

densità di probabilità che la corrente associata, che sono le grandezze siche osservabili,

rimangono invariate. Nel nostro caso AN −AS = grad(2gφ). Se ψN e ψS sono le funzioni

d'onda denite su UN e US rispettivamente, esse sono legate nell'intersezione dei domini

dalla seguente trasformazione:

−ieΛ N
ψ S (r) = exp( )ψ (r) (1.12)
~c
Dalla condizione di monodromia della funzione d'onda(ψ|φ=0 = ψ|φ=2π )si ha:

2eg
=n n∈Z (1.13)
c~
dove n è quindi un intero.

Questa è la famosa condizione di quantizzazione di Dirac per le cariche elettriche e

magnetiche; se il monopolo esiste la carica magnetica deve assumere valori discreti:

c~n c~
g= , n∈Z =⇒ eg = n, n ∈ Z (1.14)
2e 2
Se da qualche parte nell'universo esistesse il monopolo magnetico le cariche elettriche e

magnetiche dovrebbero essere quindi quantizzate.

In eetti tutte le cariche elettriche osservate in natura sono multipli interi della cari-

ca dell'elettrone e0 . Quindi l'esitenza dei monopoli magnetici sarebbe una prova della

quantizzazione della carica elettrica.

1.4 Fasi non integrabili e singolarità nodali


Nonostante la trattazione di Dirac sia superata da un punto di vista formale, ne mo-

striamo le idee fondamentali che saranno utili per capire le motivazioni siche alla base

dell'uso del linguaggio dei brati.

[1] Dirac ragionando sull'indeterminazione della fase di una funzione d'onda mostra che

l'esistenza di monopoli magnetici è compatibile con i principi della meccanica quantisi-

tica e studiando il moto di un elettrone nel campo magnetico generato da un monopolo

mostra come la funzione d'onda deve annullarsi su una linea nodale (la stringa di Dirac di

cui abbiamo parlato in precedenza), che può arbitrariamente essere scelta come la linea

lungo la quale il potenziale vettore non è denito (in questo modo risulta giusticato il

fatto che la stringa di Dirac è inaccessibile).

Come è noto in meccanica quantistica una funzione d'onda è denita a meno di una fase

8
costante arbitraria. Una funzione d'onda ψ infatti può sempre essere scritta nella forma:

ψ = Aeiγ (1.15)

Dove A e γ sono funzioni reali di (x, y, z, t), che rappresentano l'ampiezza e la fase

della funzione d'onda. ψ sarà determinata a meno di una fase costante che moltiplica

lo stato. Il valore di γ in un particolare punto non ha signicato sico, ma quello

che conta è la dierenza di fase tra due punti. Dirac in realtà fa un'ipotesi più forte.

Suppone che solo la dierenza di fase tra due punti molto vicini è determinata, mentre la

dierenza di fase tra due punti lontani può in generale dipendere dala curva che collega

i due punti. Il cambiamento di fase totale lungo una curva chiusa può quindi essere

diverso da 0. Si parla in questo caso di fasi non integrabili e Dirac mostra come le

fasi non integrabili non costituiscono un problema per la meccanica quantistica, anzi

sono collegate alla presenza di campi elettromagnetici. Mostriamo ora le condizioni

anchè fasi non integrabili non creino ambiguità. Data una funzione d'onda ψ la sua

densità di probabilità sarà indipendente dall'indeterminazione di fase che quindi non crea

ambiguità. Consideriamo ora due stati φm e ψn . Il loro prodotto scalare <ψn |φm > è un

numero, il cui modulo quadro rappresenta l'ampiezza di sovrapposizione dei due stati che

è una grandezza sicamente osservabile. Anchè questa quantità non sia caratterizzata

da una certa ambiguità connessa con l'indeterminazione di fase, il cambio di fase del

prodotto φ∗m ψn lungo una curva chiusa deve essere 0. Cio implica che il cambio di
fase lungo una curva chiusa deve essere lo stesso per ogni funzione d'onda. In maniera

analoga è possibile estendere questa condizioni anche a funzioni di trasformazione e

operatori associati a osservabili. Poichè il cambiamento di fase lungo una qualsiasi curva

chiusa deve essere lo stesso per ogni funzione d'onda questo deve essere determinato dal

sistema dinamico stesso, e nela caso di una singola particella in moto in un campo di

forze quindi, deve essere determinato dal campo stesso.

Resta da vericare che la non integrabilità della fase non crea problemi nel caso di

sovrapposizioni lineari. Prima di fare ciò scriviamo la ψ nella sua forma più generale in

virtù del ragionamento appena eettuato.

ψ = ψ1 eiβ (1.16)

dove ψ1 è una funzione d'onda ordinaria con la fase denita in ogni punto, e il fattore

e contiene l'indeterminazione di fase. β non sarà quindi una funzione di (x, y, z, t) con

valore denito in ogni punto, ma deve avere le derivate:

κx = ∂β
∂x
κy = ∂β
∂y
κz = ∂β
∂z
κ0 = ∂β
∂t
denite in ogni punto poichè la dierenza di fase tra due punti vicini deve essere deter-

minata essendo la funzione d'onda regolare.

9
∂κx ∂κy
In generale non sono soddisfatte le condizioni di integrabilità
∂y
= ∂x
...

Per il teorema di Stokes il cambiamento di fase lungo una curva chiusa sarà quindi:
Z Z
(k, ds) = (rotκ, dS) (1.17)

dove ds è un elementino innitesimo dell'arco di curva chiusa e dS è un elemento della

supercie il cui bordo è la curva chiusa. Il fattore ψ1 non inuenza il cambiamento di

fase. Possiamo quindi mostrare come l'indeterminazione di fase β è coerente anche per

sovrapposizioni lineari di funzioni d'onda. Se consideriamo una combinazione cm ψ m +

cn ψn , anche essa avra' lo stesso cambiamento di fase poichè il fattore eiβ fattorizza. Dalla

(1.16) si ottiene:
∂ ∂
−i~ ψ = eiβ (−i~ + ~κx )ψ1 (1.18)
∂x ∂x
Quindi se ψ soddisfa un'equazione di Schroedinger in cui P è l'impulso e W l'energia,

ψ1 soddisferà un'equazione di Schoredinger in cui l'impulso sarà P+~κ e l'energia


W − ~κ0 . Se ψ soddisfa l'equazione per particella libera allora ψ1 soddisferà l'equazione

per particella con carica −e che si muove in un campo elettromagnetico ottenuto dai

seguenti potenziali:

A = ~c/e · κ, A0 = −~/e · κ0 (1.19)

Poichè ψ1 è una funzione d'onda ordinaria con una fase denita in ogni punto, il campo

elettromagnetico si manifesta nella teoria di Dirac come l'eetto di un fattore di fase non

integrabile.

Ricordando ora le equazioni che legano i campi ai potenziali si ottiene:

e ∂κ e
rotκ = B gradκ0 − = E (1.20)
~c ∂t ~
Si ha quindi, considerando seperatamente componenti elettriche e magnetiche:
Z Z
e
βel = E · dS = κ0 dt (1.21)
~ S C

e
βmagn = ΦB (1.22)
c~
In questo modo Dirac ha messo in evidenza il legame tra non integrabilità della fase e

l'invarianza di gauge dell'elettromagnetismo.

Nel ragionemento fatto no ad ora non però non abbiamo tenuto conto del fatto che β
e β +2π n (con n intero relativo) sono lo stesso angolo.

Il cambiamento di fase lungo una curva chiusa può dierire per diverse funzioni d'onda

di un generico multiplo intero di 2π che non ci permetterà in modo immediato di in-

terpretare la connessione fase-campo. Cominciamo con l'esaminare il caso di una curva

10
innitesima. Dalla continuità della funzione d'onda segue che dierenti funzioni d'on-

da non possono accumulare lungo questa curva fasi che dieriscono per multipli di 2π .

Questo cambiamento di fase deve quindi avere un valore denito e molto piccolo e può

essere interpretato senza ambiguità in termini di campi elettromagnetici. C'è però un

caso speciale in cui la funzione d'onda può annullarsi e la fase non ha più signicato.

Poichè la funzione d'onda è complessa in generale il luogo dei punti in cui la funzione

si annulla sarà una curva detta linea nodale. In questo caso se consideriamo una cur-

va innitesima che circonda la linea nodale, possiamo dire che il cambiamento di fase

deve essere vicino a 2πn. Dove n dipenderà dalla linea nodale e il suo segno dal verso

di percorrenza della curva. La dierenza tra il cambiamento di fase lungo una piccola

curva chiusa deve dierire da 2πn di una quantità pari al cambiamento di fase di una

funzione senza linea nodale lungo la stessa curva chiusa. Per una curva tridimensionale

nello spazio (trascurando la dipendenza dal tempo) si avrà quindi:

e
β = 2πn + ΦB (1.23)
~c
Se vogliamo trattare lo stesso problema per curve chiuse grandi generiche, possiamo

pensare di dividere la curva in un reticolo di piccole curve chiuse che giacciono su una

supercie S delimitata dalla grande curva s. Il cambiamento di fase totale sarà quindi

uguale alla somma dei cambiamenti intorno alle piccole curve:

X e
β = 2π n+ ΦB (1.24)
~c
dove il usso viene preso su tutta la supercie S, e la somma viene calcolata su tutte le

linee nodali che l'attraversano con il rispettivo segno.


e
In questa espressione la parte Φ deve essere la stessa per tutte le funzioni d'onda,
~c B
mentre la parte restante può essere diversa per diverse funzioni d'onda. Se consideriamo

una supercie chiusa che quindi non ha bordo, il cambiamento di fase si deve annulare.

Si ha quindi:
X eΦB
n=− (1.25)
2π~c
P
Se n non si annulla signica che alcune linee nodali devono avere dei punti estremi

nella supercie altrimenti si avrebbero due contributi uguali e opposti per ogni linea e

la somma sarebbe 0. Poiche queste condizioni sono le stesse per ogni funzione d'onda,

segue che questi "punti nodali" devono essere gli stessi per ogni funzione d'onda. Devono

quindi essere punti di singolarità del campo elettromagnetico. Consideriamo una piccola

supercie che circonda un monopolo magnetico di carica g. Il usso totale sarà:

4πg = 2π~c/e (1.26)

11
n~c
Quindi nel punto estremo ci sarà un monopolo di intensità g = 2e
e all'innito dove

possiamo pensare ci sia l'altro estremo ci sarà un monopolo di carica opposta. Dirac

proseguì il suo ragionamento studiando il moto di un elettrone nel campo generato dal

monopolo magnetico. Non è possibile però trovare un potenziale vettore il cui rotore

è uguale al campo magnetico generato dal monopolo in tutto lo spazio, ma è possibile

farlo solo in R3 meno una semiretta con origine nel monopolo. Poichè questa linea può

essere scelta arbitrariamente, Dirac decise di farla coincidere con la singolrità nodale

della funzione d'onda. Dalla risouzione del'equazione di Schroedinger si ottengono due

funzioni d'onda:

ψ1 = φ(r) cos 2θ , ψ2 = φ(r) sin 2θ eiφ .


La prima si annulla per θ=π , mentre la seconda per θ = 0, proprio come abbiamo

ottenuto nella prima trattazione del monopolo.

1.5 Cenni sulla ricerca dei monopoli magnetici


Concludiamo questo capitolo con alcune osservazioni fatte da Dirac sui monopoli ma-

gnetici e con dei commenti sulla ricerca dei monpoli.[2] Abbiamo visto come da un punto

di vista teorico esiste una forte simmetria tra cariche elettriche e monopoli magnetici,

ma da un punto di vista pratico questi sarebbero molto diversi a causa dei diversi valori

numerici da attribuire alla carica elettrica e a quella magnetica. Abbiamo infatti trovato

la condizione di quantizzazione della carica:

1
e0 g0 = ~c (1.27)
2
dove e0 e g0 sono rispettivamente la carica elementare elettrica e magnetica. Da cui
e20 1
ricavando i valori sperimentali dalla costante di struttura ne α= ~c
= 137
si ha (nel

sistema di unità di misura cgs):

e20 = ~c/137 (1.28)

g02 = 137 ~c/4 (1.29)

Notiamo quindi che g0 sarebbe molto più grande di e0 e quindi a parità di distanza due

cariche magnetiche opposte si attraggono con una forza molto maggiore di quella eserci-

tata tra due cariche elettriche. Si pensò allora che fosse questo il motivo per cui non si

osservavno monopoli magnetici, essendo molto grande il lavoro da compiere per separare

i due poli.

Come sappiamo, oggi nonostante le altissime energie raggiunte negli acceleratori di par-

ticelle, ancora non sono mai stati osservati monopoli magnetici. Tra le tecniche di ricerca

12
possiamo citare il processo di scattering:

p + p̄ → M + M̄ + X (1.30)

in cui si considera l'urto di una coppia protone-antiprotone che produce anche una cop-

pia monopolo-antomonopolo. Con questo tipo di esperimetni non si è mai osservato

alcun evento di produzione di monopoli magnetici e si è così stabilito che un eventuale

monopolo dovrebbe avere massa superiore a 360 Gev.

Sebbene un monopolo magnetico non è mai stato osservato, ci sono molti fenomeni nella

sica della materia condensata dove un materiale per gli eetti collettivi dei suoi elettro-

ni e ioni, può mostrare eetti emergenti che globalmente hanno proprietà simili a quelle

dei monopoli magnetici. Questi eetti non devono però essere confusi con le particelle

"monopoli magnetici"; in particolare, la divergenza del campo magnetico microscopico

è nulla ovunque, al contrario di quello che succede per una vera particella "monopolo

magnetico". L'andamento di queste quasi particelle dovrebbe diventare indistinguibile

dai veri monopoli magnetici se quelli che sono chiamati tubi di usso magnetici che con-

nettono questi candidati monopoli diventasseo inosservabili, e quindi dovrebbero essere

innitamente sottili, obbedendo alla regola di quantizzazione di Dirac, meritando quindi

di essere chiamati stringhe di Dirac.

13
Capitolo 2

Equazioni di Maxwell in forma


covariante

Da questa prima trattazione del monopolo magnetico si può osservare come non è stato

possibile trovare un potenziale vettore A in R3 /{0} per descrivere il campo magnetico

generato da una carica magnetica, ma questo è stato trovato solo in R3 meno una qualsiasi
semiretta dello spazio. Cerchiamo di spiegarne il motivo.

Cominiciamo riscrivendo gli operatori dierenziali di gradiente, rotore e divergenza

utilizzando le k -forme dierenziali.

Sia M una varietà arbitraria e U ∈ M un aperto, ricordiamo le denizioni di campo

vettoriale, k -forma dierenziale, prodotto esterno e dierenziale esterno.

Sia χ(U ) l'insieme dei campi vettoriali su U , X∈ χ(U ) se è un'applicazione lineare

X : C ∞ (U ) → C ∞ (U ) soddisfacente la regola di Leibniz (X(f g) = X(f )g + f X(g)).


K
L'insieme delle k -forme Ω (U ) , invece è denito come l'insieme delle applicazioni ω :
∞ ∞
χ(U ) × ... × χ(U )(k volte)→ C (U ), che sono C (U ) multilineari e antisimmetriche.

In coordinate locali si ha:


χ(U ) 3 X = X i i
con X i ∈ C ∞ (U );
∂x

dxi ( j
) = δji ;
∂x  
dxi1 (X1 ) dxi1 (X2 ) ...
 
dxi1 ∧ ... ∧ dxik (X1 , ..., Xk ) = det 
 dx i2
(X 1 ) dx i2
(X 2 ) ...;

... ... ...
sia ω|U = ωi1 ,...,ik dxi1 ∧ ... ∧ dxik una k − f orma dif f erenziale :
∂ωi1 ,...,ik i
dω|U = dx ∧ dxi1 ∧ ... ∧ dxik .
∂xi

14
Sia M un aperto di R3 ed f ∈ C ∞ (M ) una funzione scalare. In coordinate cartesiane,

ogni 1-forma η∈ Ω1 (M ) ed ogni 2 forma ω∈ Ω2 (M ) si possono scrivere come:

η = η 1 dx1 + η 2 dx2 + η 3 dx3


ω = ω 1 dx2 ∧ dx3 + ω 2 dx3 ∧ dx1 + ω 3 dx1 ∧ dx2

con η = (η 1 , η 2 , η 3 ) e ω = (ω 1 , ω 2 , ω 3 ) ∈ C ∞ (M, R3 ) due funzioni vettoriali.

Si verica facilmente che:

df = grad(f )i dxi
dω = div(ω)dx1 ∧ dx2 ∧ dx3
dη = rot(η)1 dx2 ∧ dx3 + rot(η)2 dx3 ∧ dx1 + rot(η)3 dx1 ∧ dx2

Poichè d2 = 0, si ha :

rot ◦ grad = 0
div ◦ rot = 0.

Vediamo ora come è possibile associare ai campi elettrici e magnetici delle corrispon-

denti forme dierenziali che ci permetteranno di riscivere le equazioni di Maxwell in un

linguaggio più generale e più vicino a quello utilizzato per estendere le leggi dell'elettro-

magnetismo a varietà qualsiasi.

Ricordando le equazioni di Maxwell nel vuoto:

1. divE = ρ;

2. rotE = 0;

3. divB = 0;

4. rotB =J

Dove abbiamo posto uguale a uno tutte le costanti fondamentali.

Possiamo allora scivere E come 1-forma e B come 2-forma dierenziale nel seguente

modo:

wE := E 1 dx1 + E 2 dx2 + E 3 dx3 , (2.1)

wB := B 1 dx2 ∧ dx3 + B 2 dx3 ∧ dx1 + B 3 dx1 ∧ dx2 (2.2)

In questa notazione la seconda e la terza equazione di Maxwell diventano rispettivamente:

dωE = 0 (2.3)

dωB = 0 (2.4)

15
Ricordiamo per completezza le denizioni di forme chiuse ed esatte.

Denizione 2.1. Una forma ω∈Ωk (M ) si dice chiusa se dω = 0, si dice esatta se esiste
η∈ Ωk−1 (M ) tale che ω = dη

Campo elettrico e magnetico sono quindi descritti da forme chiuse.

Enunciamo ora il lemma di Poincarè che può essere utile per capire se una forma chiusa

è esatta.

Proposizione 2.2. Data una k-forma dierenziale liscia denita su uno spazio dieo-
morfo a Rn , se essa è chiusa, allora sarà anche esatta.

In Rn quindi i campi elettrici e magnetici saranno quindi forme esatte e sarà possibile
scriverli nella seguente forma:

ωE = dV (2.5)

ωb = d(Ai dxi ) (2.6)

Dove V è il potenziale scalare e A quello vettore.


Concentriamo adesso la nostra attenzione sul campo magnetico B e sul potenziale vet-

tore A ritornando all'esempio del monopolo magnetico. Abbiamo visto che in R3 /{0}
non esiste il potenziale vettore, ma questo esiste in R3 meno una qualsiasi semiretta dello
spazio.

Se infatti supponiamo per assurdo che A esiste in R3 /{0} allora B = dA e se conside-

riamo una sfera S di centro l'origine e raggio unitario si avrebbe:


Z
B · dS = 0 per il teorema di Stokes
S

Ma come abbiamo visto all'inizio il risultato di quell'integrale deve essere 4πg .

Se consideriamo ora U =R3 /{x = y = 0, z > 0} = R3 /{θ = 0} è possibile costruire un

dieomorsmo tra U e R
3
. Sia p∈U possiamo scrivere p=r·u con r>0 e u6= N con

N polo nord della sfera a r ssato. Possiamo quindi costruire il seguente dieomorsmo

da U in R3 :
p → (log r, φr,+ (u)) (2.7)

Dove φr,+ :Sr2 /N → R2 associa a un punto p l'intersezione fra la retta t passante per N e

p e il piano di equazione z = 0:
r
φr,+ (p) = (p1 , p2 ) (2.8)
r − p3

16
Quindi poichè U è dieomorfo ad R3 per il lemma di Poincarè sarà possibile trovare il

potenziale vettore A.
Proviamo adesso a riscrivere tutte e 4 le equazioni di Maxwell nel vuoto usando le forme

dierenziali che ci consentiranno di generalizzare le leggi dell'elettromagnetismo a una

generica varietà. Vogliamo quindi mostrare che esiste un modo per riscrivere le equazioni

usando solo i concetti di metrica e derivazione esterna. Utilizziamo la metrica dello spazio

di Minkowsky gii =(-1,1,1,1) e gij = 0 per i 6= j e cominciamo col denire la 2-forma di

Faraday F, le cui componenti sono:


 
0 −Ex −Ey −Ez
 
Ex 0 Bz −By 
  (2.9)
E −B 0 Bx 
 y z 
Ez By −Bx 0
E quindi :
1
F = Fµν dxµ ∧ dxν (2.10)
2
Imponendo la condizione dF = 0 si ottengono due delle equazioni di Maxwell. Infatti si

ha:

∂ρ Fµν + permutazioni = 0 con ρ 6= µ 6= ν e ρ , µ , ν = 1, 2, 3


=⇒ ∂x Bx + ∂y By + ∂z Bz = 0

Se ripetiamo lo stesso calcolo con ρ , µ , ν = 0, 1, 2 si ha:

∂t Bz + ∂x Ey − ∂y Ex = 0
=⇒ (rotE)z + ∂t Bz = 0

E analogamente si ritovano le altre due componenti dell'equazione rotE + ∂t B = 0.


2 2
Deniamo ora l'operatore ∗:Ω → Ω (duale di Hodge) che agisce nel seguente modo:

1
(∗F )µν = αβµν g iα g jβ Fij (2.11)
2
Calcoliamo quindi come esempio alcune componenti di ∗F , le altre si calcoleranno in

maniera analoga:

1
(∗F )01 = αβ01 g iα g jβ Fij = 2301 g 22 g 33 F23 = F23
2
1
(∗F )13 = αβ13 g iα g jβ Fij = 0213 g 00 g 22 F02 = F02
2
In componenti ∗F sarà quindi uguale a:
 
0 Bx By Bz
 
−Bx 0 Ez −Ey 
  (2.12)
−B −E 0 Ex 
 y z 
−Bz Ey −Ex 0

17
Imponendo la condizione d(∗F ) = 0 si ha:

∂ρ (∗F )µν + permutazioni = 0 con ρ 6= µ 6= ν e ρ , µ , ν = 1, 2, 3


=⇒ −∂x Ex − ∂y Ey − ∂z Ez = 0

Se ripetiamo lo stesso calcolo con ρ , µ , ν = 0, 1, 2 si ha:

− ∂t Ez + ∂x By − ∂y Bx = 0
=⇒ (rotB)z − ∂t Ez = 0

E analogamente si ritovano le altre due componenti dell'equazione rotB − ∂t E = 0.


Dal precedente discorso è possibile notare la simmetria che esiste nel vuoto tra campi

elettrici e magnetici, in particolari le equazioni di Maxwell sono invarianti per la sostitu-

zione (E, B) → (−B, E). Notiamo anche che se deniamo un quadripotenziale A nella

forma :

Aµ = (−V, A1 , A2 , A3 ) con µ = 0, 1, 2, 3 (2.13)

Dove V è il potenziale scalare e A1 , A2 , A3 sono le componenti del potenziale vettore (in

3 dimensioni).

Vale allora la segenute relazione:

Fµν = ∂µ Aν − ∂ν Aµ (2.14)

18
Capitolo 3

Fibrati vettoriali

3.1 Fibrati vettoriali e sezioni


In questo capitolo saranno introdotte le nozioni fondamentali di brato vettoriale (se-

guendo principalmente [6]) di cui in questa tesi discuteremo il ruolo chiave che hanno

acquisito nel campo della sica teorica moderna.

Iniziamo presentando alcuni semplici esempi che saranno utili per giusticare il signi-

cato della denzione formale di brato che presenteremo in seguito.

Sia:

E := {(p, v) ∈ Rn+1 × Rn+1 : kpk = 1, p · v = 0} ⊆ S n × Rn+1

Essendo un insieme di livello regolare, esso sarà una sottovarietà di S n × Rn+1 . Da un

punto di vista geometrico possiamo immaginare E come tanti piani tangenti "attaccati"
n
uno ad ogni punto p dell'ipersfera S .

19
Un altro facile esempio che generalizza quello precedente è il seguente: consideriamo

una supercie regolare S di R3 , l'insieme dei piani tangenti, uno in ogni punto p di S è

un brato vettoriale, in particolare è il brato tangente a S.

Un brato vettoriale è quindi intuitivamente una collezione di spazi vettoriali ognuno

"attaccato" ad un punto di una qualche varietà. Generalizziamo adesso il concetto di

brato presentandone la denzione formale.

Denizione 3.1. Siano E ed M due insiemi, un brato vettoriale di rango k è un'ap-


plicazione suriettiva π : E → M tale che per ogni p ∈ M :
1. Ep := π−1 (p) (bra di π su p) ha una struttura di spazio vettoriale di dimensione k;
2. esiste un insieme U 3 p e un'applicazione biettiva Φ : π−1 (U ) → U × Rk tale che:
-pr1 ◦ φ = π|U (dove pr1 : U × Rk → U è la proiezione sul primo fattore);
-per ogni q ∈ U , Φ|E q : Eq → {q} × Rk è un isomorsmo di spazi vettoriali.
Se k = 1, si parla di brato in linee su M.
L'applicazione Φ è detta banalizzazione locale del brato su U. E' detta globale se

U = M, ed in questo caso si parla di brato banale.

La denizione di brato topologico si ottiene chiedendo che π sia un'applicazione continua


fra spazi topologici e che le banalizzazioni locali siano omeomorsmi. Se chiediamo che

E ed M siano varietà dierenziabili e π sia una suriezione dierenziabile e Φ sia un

dieomorsmo con le proprietà della denizione (3.1), abbiamo la denizione di brato

vettoriale liscio.

Denizione 3.2. Una sezione locale di un brato vettoriale è un'applicazione σ : A →


E , con A sottoinsieme di M che soddisfa:

20
π ◦ σ = Id|A (3.1)

Intuitivamente una sezione assegna ad ogni punto di M un punto di Ep .


Nel caso di brati vettoriali lisci/topologici chiedendo a σ di essere dierenziabile/continua
abbiamo la denizione di sezione locale liscia/continua. L'insieme di tutte le sezioni li-

sce con dominio U sarà indicato con Γ∞ (A, E), mentre quello delle sezioni continue con

Γ(A, E).
Una sezione si dice globale se ha dominio M. Indichiamo con Γ(E) e Γ∞ (E) l'insieme

di tutte le sezioni continue e lisce rispettivamente.

Un facile esempio di brato banale è dato dal brato prodotto:

sia M uno spazio topologico, il brato prodotto è dato da E = M × Rk con proiezione

π =pr|1 :M × R → M . k
(Il brato sarà liscio se M è una varietà dierenziabile). Ogni

sezione locale σ :A → M × Rk ha la forma σ(p) = (p, f (p)),


dove f : A → Rk è una funzione vettoriale. Attraverso la corrispondenza tra σ e f
possiamo identicare Γ(A, E) con C(A, R k
) e

Γ (E) con C (A, R
∞ k
).

Consideriamo ora la restrizione di un brato vettoriale ad un aperto. Sia π :E → M un

brato vettoriale di rango k ed S⊆M una sottovarietà aperta. Allora:

π s := π|π−1 (S)

è un brato vettoriale liscio di rango k su S (in cui la struttura dierenziabile su π −1 (S)


è quella di sottovarietà aperta di E ). Se infatti Φ : π −1 (U)→U×Rk è una banalizzazione

locale di π su U ⊆ M aperto, Φ|π−1 (U ∩S) è una banalizzazione locale di πs relativa

all'aperto U ∩ S.

Denizione 3.3. Sia π : E → M un brato vettoriale. Diremo che una carta locale
(U ,φ) di M banalizza E se esiste una banalizzazione locale del brato denita su π−1
(U ). Un atlante A di M banalizza il brato E se ogni carta di A lo fa.
Proviamo ora che per ogni brato vettoriale liscio esiste un atlante banalizzante.

Per ogni p ∈ M, prendiamo una carta (Vp ,φp ) in p e una banalizzazione locale Φp in un

intorno Up di p. La restrizione di Φp a Up ∩ Vp è ancora una banalizzazione locale, e la

collezione {Up ∩ Vp , φp |Up ∩V p }p∈M è quindi un atlante banalizzante.

3.2 Riferimenti locali e funzioni di transizione


Sia π : E →M un brato vettoriale di rango k e siano {σ 1 ,...,σ k } delle sezioni locali

del brato. Diremo che tali sezioni formano un riferimento locale se {σ 1 (p) ,...,σ k (p)} è

21
una base di Ep per ogni p ∈ U. Se U =M il riferimento è detto globale.

Se {σ 1 ,...,σ k } sono sezioni dierenziabili di un brato liscio, parleremo di riferimento

locale liscio.

Dato quindi un riferimento locale ed una sezione locale η : A → E, per ogni p∈A∩U
il vettore η(p) si può scrivere in un unico modo come combinazione lineare delle σ i (p),
essendo queste una base per Ep .

η(p) = η i (p)σi (p) (3.2)

dove le funzioni ηi : A∩U →R sono dette funzioni componenti della sezione η.


Ad ogni banalizzazione locale possiamo associare un riferimento.

Infatti sia (ei )i=1


k
la base canonica di Rk . Se Φ : U × Rk è una banalizzazione locale di

fun brato liscio E → M, le sezioni denite da :

σi (p) := Φ−1 (p, ei ) (3.3)

per ogni i = 1, ..., k formano un riferimento locale liscio su U poichè Φ|Ep è un isomofri-

smo di spazio vettoriali.

Un'immediata conseguenza è che esiste un riferimento locale in un intorno di ogni pun-

to(associato alla banalizzazione locale).

In eetti vale anche il viceversa: ogni riferimento locale è associato ad una qualche

banalizzazione locale.

Teorema 3.4. Per ogni riferimento locale liscio σ1 ,...,σk di E → M su U esiste una
banalizzazione locale Φ :π−1 (U ) → U × Rk tale che

Φ−1 (p, v) = v i σi (p) ∀p ∈ U, v = (v 1 , ..., v k ) ∈ Rk (3.4)

Dimostrazione. Siccome σi (p)i=1 k è una base di Ep (per ogni p ∈ U ), l'applicazione Φ−1


denita in (3.4) è biunivoca e l'inversa Φ esiste. Siccome Φ−1 è biunovoca, per provare

che è un dieomorsmo basta provare che lo è localmente. Per ogni q ∈ U possiamo

trovare un intorno V di q ed una banalizzazione locale ψ : π −1 (V ) → V × Rk . A meno

di restringere il dominio possiamo pensare che sia V ⊆ U . ψ ◦ σi |V : V → V × Rk è

una sezione liscia. Come detto prima esiste quindi un'unica funzione vettoriale liscia, fi
1 n
=(fi ,...,fi ) : V × Rk , tale che ψ ◦ σi (p) = (p, fi (p))
per ogni p∈V. Sfruttando quindi la linearità di ψ sulle bre e l'equazione (3.4) ottenia-

mo che per ogni coppia (p, v) ∈ V × R k


vale : ψ ◦ Φ−1 (p, v)= ψ (v i σi (p)) = (p, v i fi (p))
Essendo sia ψ che Φ−1 biunivoche ψ ◦ Φ−1 i
è invertibile. Esiste allora una matrice [g j (p)]
i
inversa di [f j (p)], tale che Φ ◦ ψ −1 (p, v) = (p, v i gi1 (p),...,v i gik (p)).

22
Poichè l'inversione in GL(k, R) è un'applicazione dierenziabile, e gi j e f i j sono funzio-

ni dierenziabili e quindi Φ ◦ ψ −1 è dierenziabile con l'inversa in V × Rk , ovvero è

un dieomorsmo. Essendo ψ un dieomorsmo anche Φ−1 sarà quindi un dieomor-

smo su V ×R k
essendo una funzione composta di dieomorsmi, infatti Φ−1 |V ×Rk =

ψ −1 ◦(ψ◦Φ−1 |V ×Rk ).

Alcune importanti conseguenza che seguono dal teorema precedente sono le seguenti

osservazioni:

(1) Un brato liscio è banale se e solo se esiste un riferimento liscio globale.

(2) Un atlante { (Uα ,φα ) } su M banalizza un brato liscio π : E→M se e solo se ogni

carta è il dominio di un riferimento locale liscio.

Enunciamo ora un teorema che può essere utile per capire se una sezione locale è liscia.

Teorema 3.5. Una sezione locale τ : A → E di un brato liscio è dierenziabile in


un intorno di p ∈ A se e solo se lo sono le sue funzioni componenti in un qualsiasi
riferimento locale liscio denito in un intorno U di p.
Dimostrazione. Sia {σ1 ,...,σk } un riferimento locale in un intorno U di p e Φ la banaliz-

zazione associata. Da (3.3) e (3.4) segue che: τ (p)=Φ−1 (p,(τ 1 (p),...,τ n (p)). Essendo Φ
i
un dieomorsmo, τ è dierenziabile se e solo se lo sono τ ∀ i = 1, ..., n.

Come corollario di questo teorema si ha che ogni brato vettoriale liscio ha una

sezione globale liscia. Basta infatti considerare la sezione nulla che ad ogni p ∈ M
associa il vettore nullo 0p ∈ E p della bra corrispondente (Se il brato vettoriale non è

liscio, la sezione nulla sarà semplicemente una sezione globale). Poichè la sezione nulla

ha componenti identicamente nulle in ogni riferimento locale, è ovviamente una sezione

liscia.

Fino a questo punto abbiamo fatto vedere che dato un brato vettoriale, in un intorno di

ogni punto esiste un riferimento locale. Vediamo ora che succede quando due riferimenti

locali sono deniti su domini con intersezione non vuota, introducendo il concetto di

funzione di transizione.
k k
Dati due riferimenti locali (φi )i=1 e (ψ)i=1 di un brato π :E → M di rango k, deniti su

dei domini U e V rispettivamente che hanno intersezione non vuota, per ogni p ∈ U ∩V
(φi (p))ki=1 e (ψ(p))ki=1 sono due basi dello stesso spazio vettoriale Ep . Saranno quindi
i
legate da una matrice invertibile di cambio di base [gj (p)] ∈ Mk ( ). R

ψi (p) = gij (p)φj (p) (3.5)

in cui l'indice alto è quello di riga.

La funzione g : U ∩V→GL(k, R) è detta funzione di transizione tra i due riferiemnti

23
locali.
F
Consideriamo ad esempio il brato tangente T M := p∈M Tp M , ad ogni carta è associato
un riferimento locale canonico (le sezioni del brato tangente saranno chiaramente i

campi vettoriali che ad ogni punto della varietà associano un vettore tangente alla varietà

in quel punto). La funzione di transizione in questo caso sarà data dalla matrice jacobiana

di cambio di carta.

Se π:E →M è un brato liscio, U e V sono aperti ed i riferimenti locali in (3.5)

sono lisci allora l'aplicazione di cambio carta g è diernziabile in quanto possiamo vedere

gij come la j-esima funzione componente della sezione liscia ψi nel riferimento locale liscio

(φj )kj=1 e dal teorema (3.2) segue la dierenziabilità di g .


Chiudiamo la seguente sezione enunciando il "vector bundle chart lemma" che tonerà

utile in seguito.

Teorema 3.6. Supponiamo che per ogni α, β tali che Uα ∩ Uβ 6= 0, la funzione di


transizione gαβ : Uα ∩ Uβ → GL(k, R) sia dierenziabile. Allora esiste su E un'unica
struttura di varietà dierenziabile tale che π : E → M è un brato vettoriale liscio di
rango k, {(Uα , φα )} è un atlante su M banalizzante il brato, e (φαi )ki=1 un riferimento
locale liscio su Uα (per ogni α).

3.3 Estensione di sezioni


Introduciamo ora il concetto di estensione di una sezione che tornerà utile in seguito

quando saranno discusse le proprietà delle connessioni sul brato vettoriale.

Per parlare di estensione di sezioni è utile ricordare il concetto di funzione di troncatura.

Sia M una varietà, U ⊆ M aperto e K ⊆ U compatto, esiste allora una funzione

φ(funzione di troncatura) ∈ C ∞ (M ) tale che Im(φ)⊆ [0,1], φ|k ≡ 1 e supp(φ) ⊆ U.


Segue quindi dal teorema (3.2) che possiamo utilizzare le funzioni di troncatura per

estendere sezioni. Sia σ :U→E una sezione locale liscia ed S ⊆ U un sottoinsieme chiuso.

Se φ è una funzione di troncatura liscia per la coppia (S, U ), possiamo denire:

σ̃ := φ(p)σ(p) se p ∈ U, 0 se p ∈
/U (3.6)

Notiamo quindi che σ̃ è una sezione globale liscia su E. Infatti in E\U è identicamente

nulla e in U è C essendo il prodotto di una funzione dierenziabile e una sezione liscia.

Segue da quanto detto che per ogni sezione locale σ ∈ Γ∞ (U, E) ed ogni S⊆ U chiuso

esiste una sezione globale σ̃ ∈ Γ∞ con supporto U tale che σ̃ |S =σ |S .


Dove il supporto supp(η ) di una sezione η :M → E è denito come segue:

supp(η ):= {p ∈ M : η(p) 6= Op }.

24
3.4 Connessioni sui brati vettoriali
[6]L'obiettivo di questo capitolo è trovare un modo per derivare campi vettoriali su una

varietà o su una curva in essa. Il problema di questa operazione è che non è possibile

scrivere in maniera banale la derivata come rapporto incrementale poichè dovremmo

confrontare vettori tangenti in punti diversi della varietà e che quindi appartengono a

spazi vettoriali diversi. Storicamente il problema è stato risolto introducendo la tecnica

del trasporto parallelo che consente di confrontare spazi tangenti in punti diversi; noi

invece suguiremo il percorso inverso, partendo dalla denizione di derivata di un campo

vettoriale da cui si può dedurre il concetto di trasporto parallelo e scrivere la derivata in

una forma che ricorda il rapporto incrementale a cui siamo abituati quando operiamo in

Rn .
Formalizziamo ora il concetto di derivazione di campi vettoriali su varietà partendo dalla

denizione di connessione su un brato vettoriale.

Denizione 3.7. Sia π:E → M un brato vettoriale su una varietà M . Una connessione
su E è un'applicazione ∇:χ(M ) × Γ(E )→Γ(E ) (dove con χ(M ) indichiamo l'insieme
dei campi vettoriali lisci su M e con Γ(E ) l'insieme delle sezioni lisce di E ), scritta
(X, V )→ ∇X V , tale che:

1. ∇X V è C ∞ (M ) lineare in X , cioè per ogni X1 , X2 ∈ χ(M ), V ∈Γ(E) e f, g ∈


C ∞ (M ) si ha:
∇fX1 +gX2 V =f ∇X1 V + g∇X2 V ;

2. ∇X V è R-lineare in V : per ogni X ∈ χ(M ); V1 , V2 ∈ Γ(E) e a, b ∈ R si ha:


∇X (aV1 + bV2 )=a∇x V1 + b∇X V2 ;

3. ∇ soddisfa una regola di Leibniz: per ogni X ∈ χ(M ), V ∈Γ(E ) e f ∈ C ∞ (M ) si


ha:
∇X (f V )=f ∇X V + (Xf )V .

La sezione ∇X V è detta derivata covariante di V lungo X.


Un importante esempio di connessione è la connessione piatta. Sia E = M × Rn un

brato banale sulla varietà M. Sia E1 ,...,En il riferimento globale ottenuto ponendo

Ei (p) = (p, ei ) dove gli ei per i = 1, ..., n sono i vettori della base canonica di Rn . Ogni

sezione V ∈ Γ(E ) è del tipo V = V i Ei . Possiamo quindi denire la connessione piatta

su E ponendo:

∇X V = X(V i )Ei

25
Si verica facilmente che è eettivamente una connessione.

Notiamo che la connessione piatta sul brato tangente ci dà proprio il campo vettoriale

le cui componenti sono le derivate direzionali di V in direzione X.


Ricordiamo ora la denizione di partizione dell'unità subordinata a una varietà che ci

permetterà di dimostrare l'esistenza di connessioni su qualsiasi brato vettoriale.

Sia M una varietà dierenziabile, {(U α , φα )} un atlante su M, esiste una collezione

{ρα : M → R} di funzioni C ∞
tali che:

1. Im(ρα ) ∈ [0,1];

2. supp(ρα ) ⊂ Uα ;

3. ∀p∈M esiste un intorno A aperto, tale che A∩ supp(ρα )6=0 solo per un numero

nito di α;
P
4. α ρα (p)=1 per ogni p ∈ M.
{ρα } è chiamata partizione dell'unità subordinata all'atlante {(Uα , φα )}.

Possiamo ora enunciare la seguente proposizione:

Proposizione 3.8. Qualsiasi brato vettoriale π:E → M ammette una connessione.


Dimostrazione. Scegliamo un atlante {(Uα , φα , χα )} di M che banalizza E (nel capito-

lo precedente abbiamo dimostrato che sicuramente esiste), e sia {ρα } una partizione

dell'unità subordinata all'atlante. Dove conχα abbiamo indicato le banalizzazioni locali

associate alle carte Uα . Chiamiamo ∇0 la connessione piatta sul brato prodotto Uα ×Rn .
Possiamo allora denire una connessione ∇α su ciascun Uα ponendo.:

∀X ∈ χ(Uα ) ∀V ∈ Γ(Uα ) ∇αX V = ξα−1 (∇0X ξα (V ).

Incolliamo ora le ∇α usando la partizione dell'unità dendendo:


X
∀X ∈ χ(M ), ∀V ∈ Γ(E), ∇X V = ρα (∇αX|Uα V |Uα ).
α

Si vede facilmente che le proprietà (1) e (2) della denizione (3.4) sono soddisfatte. Resta

quindi da vercare che è vericata la regola di Leibniz.

X
∇X (f V ) = ρα (∇αX|Uα f V |Uα )
α
X
= ρα (f ∇αX|Uα V |Uα + X(f )V |Uα )
α
X
= f ∇X V + ( ρα )X(f )V
α

= f ∇X V + X(f )V

26
per cui vale la regola di Leibniz ed eettivamente ∇ è una connessione.

Osservazione. In Rn una derivata direzionale dipende solo dalla direzione in quel

punto e dal comportamento locale dell'oggetto che stiamo derivando.

Mostriamo allora che le connessioni che vogliamo vedere come derivate direzionali di

sezioni di un brato godono eettivamente di queste proprietà. In realtà non solo ∇x V (p)
dipende solo da X(p) e dal valore di V in un intorno di p, ma in particolare dipende solo
dal valore di X in p e di V ristretto a una curva tangente a X(p) in p.

Teorema 3.9. Sia ∇:χ(M ) × Γ(E )→Γ(E ) una connessione sul brato vettoriale π:E →
M.

1. se X , X̃ ∈ χ(M ) e V , Ṽ ∈Γ(E ) sono tali che X(p) = X̃(p) e V ≡Ṽ in un intorno


di p ∈ M allora ∇X V (p)=∇X Ṽ (p).

2. per ogni aperto U ⊆ M esiste un'unica connessione: ∇U : χ(U )×Γ(U )→Γ(U )


su E|U tale che per ogni X∈χ(M ), V ∈Γ(E ) e p ∈ U si abbia: ∇UX|U V |U (p)=∇X V (p);

3. se per X ∈χ(M ) e V ,Ṽ ∈Γ(E ) esiste una curva σ:(-,)→ M con σ(0) = p,
σ 0 (0) = X(p) e V ◦σ =Ṽ ◦σ allora ∇X V (p)=∇X Ṽ (p).

Dimostrazione. Prima di tutto dimostriamo che se V ≡0 in un intorno U di p allora

∇X V (p)=0 per ogni X ∈χ(M ).


Sia g ∈ C ∞ (M ) tale che g(p) = 1 e g|M \U ≡0.
Allora gV ≡0, per cui ∇X (gV )=∇X (0gV )=0∇X (gV )≡0 e quindi:

0=∇X (gV )(p) = g(p)∇X V (p) + (Xg)(p)V (p) = ∇X V (p).


Dunque se V ,Ṽ ∈Γ(E ) sono tali che V ≡ Ṽ in un intorno di p, abbiamo V − Ṽ ≡0 in

un intorno di p e ∇X V (p) = ∇X Ṽ (p) per ogni X ∈χ(M ).


Analogamente si fa vedere che se X ≡0 in un intorno U di p allora ∇X V (p)=0 per ogni

V ∈Γ(E). Da cui segue che se X≡X̃ in un intorno di p allora ∇X V (p) = ∇X Ṽ (p) per

ogni V ∈Γ(E ).
Ragionando in maniera simile e utilizzando le estensioni di sezioni è facile completare la

dimostrazione del teorema.

Con questo teorema abbiamo mostrato il carattere locale delle connessioni che ci

permetterà di denire la matrice delle forme di connessione.

Ricordiamo la denizione di 1-forma dierenziale su M.

Denizione 3.10. Una 1-forma dierenziale su M è un'applicazione C ∞ (M ) lineare


che manda campi vettoriali su M in funzioni C ∞ su M .

27
Sia π :E → M un brato vettoriale di rango k, e {s1 ,...,sk } un riferimento locale su

U ⊆ M. Consideriamo una connessione su E ∇:χ(M )×Γ∞ (E ) → Γ∞ (E ) .

Per le proprietà di località discusse nel teorema precedente ha senso considerare:

∇X Si = wij (X)j ∀X ∈ χ(M ), con wij ∈ C ∞ (M ). (3.7)

wij :χ(M )→ C ∞ (M ) sono 1-forme su M per ogni i, j . (wij ∈Ω1 (M )), infatti :

sia f ∈C∞ (M ), allora ∇f X Si =wij (f X)sj , ma ∇f X si =f ∇X si =f wij (X)sj . Quindi wij è



C (M ) lineare e quindi è eettivamente una 1-forma dierenziale per ogni i, j .

Denizione 3.11. (wij ) con i = 1, ..., k; j = 1, ..., k è detta matrice delle 1-forme di
connessione.

Vediamo ora come le 1-forme di connessione possono essere scritte in funzione dei
1 k
simboli di Christoel in una carta U in cordinate locali (x ,...,x ). Sia {e1 ,...,ek } una

base per lo spazio tangente T M |U .

∇X si = wij (X)sj
∇X k ek si = wij (X k ek )sj
X k ∇ek si = X k wil (ek )sl
Γlki = wil (ek )

Otteniamo quindi:

wil = Γlmi dxm (3.8)

Siano s1 ,...,sk e s01 ,...,s0k due riferimenti locali su U e gij ∈ C ∞ U le funzioni di transizioni,
j 0
tali che:si =gi sj .

Vediamo come cambiano gli elementi della matrice di 1-forme di connessione quando

cambiamo riferimento locale.

∇X si = wij (X)sj
∇X s0i = wi0j (X)s0j
si = gij s0j

Quindi:

wij (X)sj = ∇X si = ∇X (gij s0j ) = X(gij )s0j + gij ∇X s0j

28
Usando la trasformazione inversa s'j = (g −1 )ij si si ottiene:

w(X) = X(g)g −1 + gw0 (X)g −1 (3.9)

Ricordando ora che X(f ) = df (X), possiamo scrivere la precedente espressione in

un'altra forma come:

w = (dg)g −1 + gw0 g −1 (3.10)

La trasformazione trovata che lega la matrice w a w0 è detta trasformazione di gauge.

3.5 Curvatura di una connessione


Sia π:E→M un brato vettoriale di rango k, ∇ una connessione su E, e X e Y due

campi vettoriali su M, è possibile denire l'endomorsmo di curvatura come segue:

Denizione 3.12. R(X, Y ) = ∇X ∇Y − ∇Y ∇X − ∇[X,Y ] (Γ∞ (E) → Γ∞ (E))


In realtà R(X, Y ) è molto di più di un semplice endomorsmo: è infatti C ∞ (M )
lineare in tutte le variabili.

Sia infatti f un'applicazione C ∞ (M ) e Z un campo vettoriale su M.

R(X, Y )(f Z) =
= ∇X ∇Y (f Z) − ∇Y ∇X (f Z) − ∇[X,Y ] (f Z) =
= ∇X (f ∇Y Z + Y (f )Z) − ∇Y (f ∇X Z + X(f )Z) − f ∇[X,Y ] Z − [X, Y ](f )Z =
= f ∇X ∇Y Z − f ∇Y ∇X Z − f ∇[X,Y ] Z =
= f R(X, Y )Z

Poichè R(X, Y ) è antisimmetrico per lo scambio di X con Y basta far vedere che è

C ∞ (M ) lineare in X.

R[(f X), Y ]Z =
= ∇f X − ∇Y ∇f X Z − ∇[X,Y ] Z =
= f ∇X ∇Y Z − f ∇Y ∇X Z − f ∇[X,Y ]Z − Y (f )∇X Z + Y (f )∇X Z =
= f R(X, Y )Z

Sia s1 , ..., sk un riferimento locale di U ∈M consideriamo:

R(X, Y )si = Ωji (X, Y )sj (3.11)

29
Dove Ωji (X, Y ) ∈ C ∞ (M ).
Sfruttando la denizione di prodotto esterno e le espressioni(3.7) e (3.8), con un pò di

algebra è possibile far vedere che:

Ωji = dwij + wik ∧ wki (3.12)

dove ricordando che wij = Γjmi dxm si ha:

dwij = dΓjmi ∧ dxm dove abbiamo utilizzato d2 = 0 (3.13)

Ωji è detta 2-forma di curvatura ed è una matrice k×k di 2-forme dierenziali su M , dove
k è il rango del brato vettoriale considerato. Vediamo ora come si trasforma la matrice

di 2-forme di curvatura quando cambiamo riferimento locale (trasformazione di gauge).

Siano s1 ,...,sk e s01 ,...,s0k due riferimenti locali su U e gij ∈ C ∞ U le funzioni di transizioni.

R(X, Y )si = Ωji (X, Y )sj


0
R(X, Y )s0i = Ωij (X, Y )s0j
Ωji (X, Y )sj = R(X, Y )si = R(X, Y )(gij s0j ) = gij R(X, Y )s0j =
0 0
gij Ωjk (X, Y )s0k = gij Ωjk (X, Y )(gkl )−1 sl

=⇒ Ω(X, Y ) = gΩ0 (X, Y )g −1 (3.14)

Se K =1 si ha allora Ω(X, Y ) = Ω0 (X, Y ) ∀ X, Y ; il che signica che per i brati in

linee le 2-forme di connessioni sono invarianti sotto trasformazione di gauge.

30
Capitolo 4

Aspetti geometrici del monopolo


magnetico e istantoni

4.1 Monopolo magnetico


In questa sezione si mostreranno gli aspetti geometrici del monopolo magnetico e in che

modo la teoria del monopolo trattata nei capitoli precedenti può essere interpretata in

termini di brati e connessioni. Dal confronto di (1.7) con (3.10) e di (1.12) con (3.5)

notiamo che possiamo interpretare le funzioni d'onda ψN e ψS come due sezioni di un


N
qualche brato che troveremo in seguito. Se consideriamo U e US come due carte che

ricoprono R3 /{0}, nell'intersezione dei due dominii le funzioni d'onda sono legate da una
trasformazione di gauge che possiamo interpretare attraverso le funzioni di transizioni

nel seguente modo:


ieΛ
da (1.12) ψ N = e ~c ψ S , mentre da (3.5) sappiamo che vale ψ N = gN S ψ S .
Si ha quindi gN S = e2iegφ/~c = einφ con n ∈Z da (1.13).

Analogamente possiamo associare al potenziale A una uno forma di connessione:


j
ω = iAj dx . , ponendo tutte le costanti siche uguale a 1. Si ha quindi:
−1
ω N -ω S =-gN S d(gN S) in accordo con (3.10). Però per interpretare eettivamente ωN e

ωS come 1-forme di connessione e ψN e ψS come sezioni dobbiamo costruire un brato

E → M (k = 1) con gN S come funzioni di transizione. Questo brato sarà quello che

chiameremo "brato di monopolo".

Cominciamo col denire la seguente matrice:


!
1 1 − cos θ e−inφ sin θ
P (x) := (4.1)
2 einφ sin θ 1 + cos θ
con x = (r sin θ cos φ, r sin θ sin φ, r cos θ)
Deniamo quindi la seguente varietà:

31
E := {(x, v) : x ∈ R3 /{0}, P (x) · v = 0} ⊆ R3 × C2

Consideriamo π : E → M (= R3 /{0}) la proiezione sulla prima componente che manda

(x, v) → x. Si avranno quindi le seguenti bre:= Ex = {v ∈ C2 : P (x)v = 0} (nucleo

di P (x)). Poichè il rango di P (x) = 1 la dimC Ex = 1 come volevamo per il brato di

monopolo.

Per provare che il brato così denito è liscio basta utilizzare il "vector bundle chart

lemma". Costruiamo quindi le sezioni prendendo come carte che ricoprono M , UN e US


deniti come prima. Per trovare le sezioni basta trovare il nucleo dell'applicazione P (x)
in modo che ψN (x) sia denita in tutto UN e ψS (x)US .
in Si avrà allora:

!
e−inφ cos(θ/2)
ψS (x) = (4.2)
− sin(θ/2)
!
cos(θ/2)
ψN (x) = (4.3)
−einφ sin(θ/2)

Notiamo che ψS (x) è eettivamente denita in US infatti l'angolo φ non è denito sull'asse
z ma quando θ = π , il cos(θ/2) si annulla, mentre non è denita per θ = 0 come volevamo.
Stesso ragionamento per ψN (x). Notiamo anche come volevamo è soddisfatta la relazione
inφ
ψN (x) = e ψS (x).

4.2 Teorie di Yang-Mills


Introduciamo le teorie di Yang-Mills seguendo l'approccio di [4].

Lo scopo della teoria quantistica dei campi è porre sullo stesso piano dei fotoni tutte le

particelle elementari. Come i fotoni sono i quanti del della teoria classica dell'elettroma-

gnetismo, le particelle elementari dovrebbero essere i quanti di opportune teorie classiche

di campo. Le terorie di gauge recentemente sono apparse come i migliori candidati e le

equazioni di Yang-Mills sono una generalizzazione delle equazioni di Maxwell nel vuo-

to. Così come il gruppo associato alla teoria di Maxwell è U (1) i gruppi di Lie che ci

permettono di generalizzare la teoria dell'elettromagnetismo sono SU (2) e SU (3), dove

la scelta dei gruppi è dettata dalle simmetrie legate al comportamento delle particelle.

Poichè questi gruppi non sono abeliani a dierenza di U (1), le equazioni di Yang-Mills

saranno non lineari.

Da un punto di vista matematico lo studio delle teorie di gauge richiede conoscenze di

32
geometria dierenziale sui brati e sulle connessioni. Come abbiamo visto in preceden-

za infatti le equazioni di Maxwell possono essere scritte in forma geometrica usando la

2-forma di Faraday che possiamo vedere come 2-forma di curvatura di un qualche -

brato con gruppo U (1) e il potenziale A come 1 forma di connessione. Mostriamo ora

in che modo possiamo darne questa interpretzione geoemtrica estendendo l'idea al caso

di SU (n) (matrici n×n complesse invertibili e unitarie). Poichè per l'elettromagneti-

smo il potenziale di gauge è un vettore reale e R è l'algebra di Lie di U (1), possiamo

pensare che in generale il potenziale di gauge sia un set di funzioni Aµ (x) a valori in

matrici n × n hermitiane antisimmetriche a traccia nulla (algebra di Lie di SU (n)), dove

x = (x1 , ..., x4 ) è un punto dello spazio di Minkowski o euclideo (noi lo considereremo

euclideo), e µ = 1, 2, 3, 4 un indice spaziale. Consideriamo il seguente operatore:

∇µ = ∂µ + Aµ (4.4)

Facendo il commutatore tra ∇µ e ∇ν si ottiene il campo Fµν :

Fµν = [∇µ , ∇ν ] = ∂µ Aν − ∂ν Aµ + [Aµ , Aν ] (4.5)

dove il commutatore [Aµ , Aν ] appartiene all'algebra di Lie. Se G = U (1) il commutatore


è nullo e ritroviamo la teoria di Maxwell. La non unicità del potenziale ha la sua contro-

parte nel caso generale delle trasformazioni di gauge. Per denizione una trasformazione

di gauge è una funzione g(x) a valori in G che trasforma Aµ secondo la seguente formula:

Aµ → g −1 Aµ g + g −1 ∂µ g (4.6)

Il campo di gauge Fµν si trasforma nel seguente modo come mostrato nel capitolo

precedente:

Fµν → g −1 Fµν g (4.7)

Geometricamente quindi possiamo interpretare F come la curvatura del brato prodotta

da un campo esterno. Il fatto che abbiamo una curvatura non nulla ha importanti

coseguenze geoemtriche, infatti per esempio il trasporto parallelo tra due punti (che

sicamente nel caso di U (1) corrisponde a calcolare la dierenza di fase della funzione

d'onda tra due punti x e y di R4 ) dipenderà dalla curva che li collega. Questo risultato

era stato già mostrato da Dirac il quale aveva mostrato come la presenza di campi

elettromagnetici era equivalente ad avere fattori di fase non integrabili.

Le equazioni di una teoria di gauge scritte in termini di ∇µ , in unità in cui c = 1, sono:

[∇µ , [∇ν , ∇σ ]] + [∇ν , [∇σ , ∇µ ]] + [∇σ , [∇µ , ∇ν ]] = 0 (4.8)

[∇µ , [∇µ , ∇ν ]] = 0 (4.9)

33
In (4.9) sommiamo su µ e nel caso dello spazio di Minkowski il termine corrsipondente

alla componente temporale ha il segno meno.

La prima equazione è l'identità di Bianchi e quindi è automaticamente soddisfatta, e

solo la seconda, l'equazione di Yang-Mills, impone condizioni sul potenziale. Queste

equazioni scritte in termini della derivata covariante D (per la denizione formale vedere

[6], o [7]) implicano che :

DF = 0 (4.10)

D(∗F ) = 0 (4.11)

dove (DF = dF + A ∧ F − F ∧ A), e ∗ è l'operatore di Hodge, denito nel seguente modo:


p
i1 ik |detg| i1 j1 ik jk
∗(dx ∧ ... ∧ dx ) = g ...g j1 ...jn dxjk+1 ∧ ... ∧ dxjn (4.12)
(n − k)!

Cercare soluzioni generali di (4.7) e (4.8) è molto complicato essendo eqauzioni non

lineari. Si può notare però che se F soddisfa una delle seguenti equazioni:

∗F = ±F (4.13)

allora risolve anche (4.7) e (4.8); dove la soluzione col + è detto autoduale, mentre quella
col − antiautoduale.

4.3 Istantoni
[5] Proviamo a cercare una soluzione auto-duale dell'equazione di Yang-Mills con G=
SU (2).
Deniamo τ0 :1 e τj :=iσj , conσj matrici di Pauli:

! ! !
0 1 0 −i 1 0
σ1 = , σ2 = , σ3 =
1 0 i 0 0 −1

Notiamo che τ0† = τ0 ,τj† = −τj e:

τµ† τν = 0µνρ + δµν · 1 + δµ0 τν − δν0 τµ (4.14)

I primi due termine derivano dalle regole di commutazione delle matrici di Pauli, i restanti

si trovano nel caso uno dei due indici sia zero.

σi σj − σj σi = 2iijk σk
σi σj + σj σi = 2δij 1

34
Ricordiamo anche che il tensore di Levi-Civita soddisfa:

αβµν µνα0 β 0 = 2(δαα0 δββ 0 − δαβ 0 δβα0 ) (4.15)

Deniamo quindi il tensore Mµ ν := τµ† τν − τν† τµ . Determiniamone ora il tensore duale.

(∗M )αβ := αβµν τµ† τν = αβµν (0µνρ τρ + δµ0 τν − δν0 τµ )


= 2(δα0 τβ − δβ0 τα + αβ0µ τµ ) = τα† τβ − τβ† τα = Mαβ

Segue quindi che τµ† τν − τν† τµ è autoduale.

Consideriamo ora il tensore Nµν = xµ τν − xν τµ e mostriamo che non è autoduale:

(∗N − N )αβ := αβµν xµ τν − xα τβ 6= 0 (4.16)

Per provare l'ultima disuguaglianza basta far vedere che la derivata di una componente

qualsiasia è diversa da 0: ∂3 (∗N − N )12 = 1.


Troviamo adesso una soluzione auto-duale dell'equazione di Yang-Mills.

Usiamo la notazione T,µ = ∂µ T . Con un ansatz deniamo il seguente potenziale:

Aµ (x) = a(|x|2 )(xα τα† τµ − xµ ) = a(|x|2 )(b† (x)b,µ (x) − xµ ) (4.17)

con b(x) = xα τα e a(|x|2 ) da determinare in modo che il campo sia auto-duale. Vedremo

che la condizione x2 a(|x|2 ) sarà automaticamente soddisfatta (vogliamo che la curva-

tura sia a quadrato sommabile, cioè Fµν deve appartenere a L2 (R4 ) per motivi sici).

Calcoliamo Fµν usando le seguenti identità che sono di facile verica:

b† b,µ + b†,µ b = 2xµ , a,µ = 2xµ a0

Fµν = (a − x2 a)(τµ† τν − τν† τµ ) + 2(a0 + a2 )(xµ τν − xν τµ ) (4.18)

Il primo tensore come mostrato in precedenza è autoduale mentre il secondo no. Quindi

anchè ∗F = F deve valere: a0 + a2 = 0, la cui soluzione è:

1
a(x2 ) = (4.19)
x2 + λ2
con λ2 costante di integrazione, con λ 6= 0 anchè il campo sia denito in tutto R4 .
Si ha quindi:
λ2
Fµν = 2 2 2
(τµ† τν − τν† τµ ) (4.20)
(x + λ )
Notiamo che la soluzione ha ampiezza massima per x=0 e tende velocemente a 0, da

cui il nome "istantone".

Gli istantoni sono molto importanti nelle teorie quantistiche di campo, essendo stati di

vuoto non banali (minimi locali), attorno ai quali si può fare uno sviluppo perturbativo.

35
Capitolo 5

Conclusione

Con questa tesi dopo una prima trattazione sica del monopolo magnetico, abbiamo

mostrato come problemi di denizione del potenziale di monopolo possano essere risolti

utilizzando il linguaggio dei brati.

Pensando il campo magnetico B come una 2-forma dierenziale ωB , l'equazione di

Maxwell div(B) = 0 diventa la condizione che ωB sia una forma chiusa: dωB = 0. Dato

un monopolo magnetico posto nell'origine di R3


, togliendo un semiasse si ottiene una

sottovarietà aperta M dieomorfa ad R3 , ed il lemma di Poincaré (in Rn ogni forma

chiusa è esatta) garantisce che in questa sottovarietà ωB = dA è il dierenziale di una 1-


forma, il potenziale vettore del campo magnetico. Possiamo quindi trovare due potenziali

AN e AS , su Rn meno il semiasse z ≤ 0 e su Rn meno il semiasse z ≥ 0, legati da

una trasformazione di gauge. Essendo il usso di B attraverso una sfera centrata

nell'origine non nullo, abbiamo visto che il potenziale vettore non esiste (unico) su tutto

R3 r {0}. Abbiamo visto come i due potenziali AN e AS si possono interpretare come

rappresentazioni locali di un oggetto denito globalmente, una connessione su un brato


in linee su R r{0}.
3
Il campo elettromagnetico è proprio la 2-forma di curvatura di questa
connessione.

Nel capitolo 4 abbiamo costruito esplicitamente tale brato in linee, e mostrato che

è un brato liscio vericando che la trasformazione di gauge fra AN e AS (la funzione



di transizione fra le due carte su cui banalizza il brato) è C .

Come illustrato nel capitolo 2, la simmetria nelle equazioni di Maxwell fra campo

elettrico e magnetico diventa più evidente descrivendo entrambi simultaneamente come 2-


forma dierenziale F su una varietà di dimensione 4, lo spazio-tempo, ed introducendo un
endomorsmo nello spazio delle 2-forme detto operatore di Hodge. Le quattro equazioni

di Maxwell, nel vuoto e in R4 , prendono allora la forma dF = 0 e d(∗F ) = 0, e in assenza


di sorgenti la prima implica che F = dA è il dierenziale di una 1-forma, denita a meno

36
di una trasformazione di gauge, che chiamiamo quadripotenziale. Più in generale, d deve
essere sostituito da una derivata covariante: F sarà la curvatura di una connessione, le

equazioni prendono la forma DF = 0 e D(∗F ) = 0, dove D è la derivata covariante

associata alla connessione, e la prima equazione è automaticamente soddisfatta (identità

di Bianchi).

Nelle ultime due sezioni discutiamo brevemente una generalizzazione dell'elettroma-

gnetismo data dalla teoria di Yang-Mills SU (2). Questa si ottiene considerando, piut-

tosto che connessioni su brati in linee, connessioni su brati di rango 2. Le equazioni

di Yang-Mills prendono la forma D(∗F ) = 0, come sopra, equazione che in particolare

è automaticamente soddisfatta (in virtù dell'identità di Bianchi) se ∗F = ±F . Queste

particolari soluzioni prendono il nome di istantoni. Gli istantoni, come già accennato

sono molto importanti nelle teorie quantisitche di campo, essendo stati di vuoto non

banali (minimi locali), attorno ai quali si può fare uno sviluppo perturbativo. Nell'ulti-

ma sezione abbiamo studiato un esempio esplicito di istantone, per semplicità nel caso

particolare in cui lo spazio di base del brato è R4 .

37
Bibliograa

[1] Dirac, Paul AM. "Quantised singularities in the electromagnetic eld." Proceedings

of the Royal Society of London. Series A 133.821 (1931): 60-72.

[2] Dirac, Paul Adrien Maurice. "The theory of magnetic poles." Physical Review 74.7

(1948): 817.

[3] Nakahara, Mikio. Geometry, topology and physics. CRC Press, 2003.

[4] Atiyah, Michael Francis. "Geometry of Yang-Mills Fields." (1979).

[5] Nash, Charles, and Siddhartha Sen. Topology and geometry for physicists. Elsevier,

1988

[6] Abate, Marco, and Francesca Tovena. Geometria dierenziale. Springer Science &
Business Media, 2011.

[7] Lee, John M. Riemannian manifolds: an introduction to curvature. Vol. 176.

Springer Science & Business Media, 2006.

[8] Aloisi, Anna Maria, and Pier Franco Nali. "Dirac e il monopolo magnetico." arXiv

preprint arXiv:1608.00174 (2016).

[9] Ellis, Kevin M. "Magnetic Monopoles: Quantization and Quasiparticles."

[10] Wu, Tai Tsun, and Chen Ning Yang. "Concept of nonintegrable phase factors and

global formulation of gauge elds." Physical Review D 12.12 (1975): 3845.

38