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Logo di collana e progetto grafico di copertina: Cristina

Giubaldo, Studio Pym


Titolo originale: Qingtong Kuihua
Testo: Cao Wenxuan
© 2013 Phoenix Juvenile and Children’s Publishing House
Ltd
Pubblicato in accordo con Niu Niu Culture Limited

Traduzione: Paolo Magagnin


Editing: Alessandra Gnecchi-Ruscone
Redazione: Elena Santorelli
Impaginazione: Stefania Cinotti
www.giunti.it
© 2015 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese 165 – 50139 Firenze – Italia
Piazza Virgilio 4 – 20123 Milano – Italia
Prima edizione: maggio 2015
ISBN 9788809811126
Prima edizione digitale: maggio 2015
Presentazione

Il libro
Girasole
Nella Cina della Rivoluzione Culturale, una
bambina di città si ritrova orfana in una zona
rurale dove era stata esiliata con il padre. Viene
deciso che sarà data in affidamento a una delle
famiglie del villaggio vicino. Ma per i
contadini, anche una sola bocca in più da
sfamare può rappresentare un problema. Solo la
famiglia di Bronzo, un ragazzino muto,
deciderà di accoglierla. È la famiglia più povera
del villaggio, ma straordinariamente unita e
coraggiosa. Girasole, sette anni, e Bronzo, di
pochi anni più grande, affronteranno avversità,
sfide e grandi avventure insieme alla loro
meravigliosa famiglia. Il capolavoro senza
tempo di uno dei più grandi autori
contemporanei della Repubblica Popolare
Cinese. Un racconto universale sul valore
dell’amore e della solidarietà.

L’autore
Cao Wenxuan
Cao Wenxuan, nato nel 1954 nella provincia
cinese dello Jiangsu, è il più grande autore per
ragazzi della Repubblica Popolare. Professore
di letteratura cinese presso l’Università di
Pechino, è un maestro di stile e scrittura che ha
formato la nuova generazione di autori del suo
Paese. Ha scritto più di cinquanta racconti e
romanzi per ragazzi e adolescenti, molti dei
quali sono considerati dei classici della
letteratura cinese. Ha vinto innumerevoli premi
tra cui, due volte, il prestigioso Ching Ling
Children Literature Award e lo Jiangsu
Literature Prize. È tradotto in molte lingue tra
cui francese, russo, inglese, giapponese e
coreano.

Dicono del libro:


http://www.giunti.it/libri/ragazzi/girasoli-
di-bronzo/

Altri titoli in collana:


http://www.giunti.it/editori/giunti/best-
seller-dal-mondo/
La barchetta di
legno

Girasole aveva sette anni. Quando si


incamminò verso la riva del fiume, la
stagione delle piogge era già terminata:
la luce del sole, che non si vedeva ormai
da giorni e giorni, ora attraversava il
cielo come un limpido ruscello. E il
cielo, che fino a poco prima incombeva
lugubre, si era di colpo sollevato come
in preda all’euforia, facendosi alto e
luminoso.
L’erba era umida, i fiori umidi, i
mulini umidi, le case umide, i bufali
umidi, gli uccellini umidi… ogni cosa
era ancora umida.
Mentre attraversava l’aria zuppa
d’acqua, in un baleno anche Girasole si
ritrovò tutta umida. I capelli, che già non
erano folti, le si appiccicarono alla testa
facendola sembrare ancora più
magrolina, ma al tempo stesso l’umidità
dava un tocco di vivacità a quel suo
visino un po’ emaciato.
Ogni singolo filo d’erba lungo la
strada era coperto di rugiada, e in men
che non si dica Girasole si ritrovò le
gambe dei pantaloni bagnate. Il sentiero,
poi, era tutto una fanghiglia, tanto che
più di una volta ci si impantanò con le
scarpe: alla fine decise di togliersele
del tutto e, tenendone una in ciascuna
mano, proseguì a piedi nudi sguazzando
nella piacevole frescura di quel pantano.
Proprio mentre Girasole passava sotto
un acero, soffiò una gentile folata di
vento che fece cadere una pioggerellina
di gocce di rugiada. Qualche gocciolina
le finì sul collo e Girasole, colta di
sorpresa, si strinse d’istinto nelle spalle.
Poi alzò la testa, osservò i rami là sopra
e vide tante foglie perfettamente ripulite
da giorni e giorni di pioggia incessante,
lucide lucide: uno spettacolo
incantevole.
Poco lontano, il grande fiume la
attirava con lo scrosciare della sua
corrente. Girasole si allontanò
dall’acero e si mise a correre verso la
riva.
La corsa verso il fiume era una sua
abitudine quasi quotidiana, perché sulla
sponda opposta sorgeva un villaggio dal
nome affascinante: Campodigrano.
Su questa riva del fiume c’era solo lei,
Girasole.
Girasole avvertiva una profonda
solitudine, la stessa solitudine di un
uccellino che, mentre percorre l’infinita
vastità del cielo, non incontra mai un suo
simile. Un uccellino che volteggia sotto
la sconfinata volta celeste, senza udire
altro suono che quello, solitario, delle
sue ali che fendono le correnti d’aria.
Una distesa senza limiti, uno spazio
senza confini. Nuvole delle forme più
varie che ondeggiano tutt’intorno. A
volte il cielo diventa una distesa
uniforme, senza il minimo segno, come
una gigantesca lastra di pietra blu. E
magari, quando la solitudine si fa sentire
più forte, l’uccellino lancia un grido, ma
quel grido serve solo a far sembrare il
cielo ancora più sconfinato, a farlo
sentire ancora più solo.
Su questa riva del fiume sorgeva lo
stesso canneto che era sempre esistito in
quello stesso punto, e che si estendeva a
perdita d’occhio.
Quella primavera uno stormo di aironi
spaventati si era levato chiassosamente
in volo proprio da quel canneto in cui,
per secoli e secoli, aveva regnato il
silenzio. Gli uccelli si erano messi
prima a piroettare sopra la palude e poi
a sorvolare Campodigrano, starnazzando
come se cercassero di dire qualcosa ai
suoi abitanti. Non erano più tornati nel
punto da cui si erano alzati in volo,
perché lì era arrivata della gente. Tanta
gente.
Tanti sconosciuti: bastava un’occhiata
per capire quanto fossero diversi dagli
abitanti di Campodigrano.
Venivano dalla città. Erano lì per
costruire case, dissodare terre
abbandonate, scavare laghi in cui
allevare pesci.
E cantavano, cantavano canzoni di
quelle che intona la gente di città, e il
loro modo di cantare era quello tipico
della città. Cantavano con voci limpide
e possenti, tanto che a Campodigrano
tutti quanti drizzavano le orecchie per
ascoltarli.
Nel giro di pochi mesi ecco che in
mezzo alla palude erano spuntate, tutte
belle luccicanti, sette o otto schiere di
case fatte di mattoni neri e tegole rosse.
E poi, qualche tempo dopo, era stato
issato un pennone altissimo: quella
mattina era salita in cielo una bandiera
rossa, simile a una palla di fuoco che
bruciava pacifica nell’aria, sopra le
canne dell’acquitrino.
Non si capiva bene cosa avessero in
comune i nuovi arrivati con gli abitanti
di Campodigrano: erano come uccelli di
due specie diverse, e si guardavano l’un
l’altro con sguardi estranei e curiosi.
Avevano attività, un gergo e una vita
tutti loro: qualunque cosa facessero, la
facevano per conto proprio. Di giorno
lavoravano e di sera tenevano riunioni:
era già notte fonda quando gli abitanti di
Campodigrano scorgevano, in
lontananza, le luci ancora accese. Nel
buio che avvolgeva ogni cosa quelle
lucine baluginavano misteriose, come le
lanterne dei pescatori sul fiume o in
mezzo al mare.
Il loro era praticamente un mondo a
parte.
Ben presto, però, a Campodigrano
impararono come chiamarlo: Scuola per
Quadri del Sette Maggio1.
Dopodiché cominciarono a riempirsi
la bocca di questa Scuola per Quadri del
Sette Maggio: «Le vostre anatre si sono
spinte fino alla Scuola per Quadri». «I
tuoi bufali si sono mangiati il raccolto
della Scuola per Quadri e li hanno
trattenuti». «I pesci nello stagno della
Scuola per Quadri sono cresciuti, ormai
peseranno mezzo chilo». «Stasera alla
Scuola per Quadri danno un film» e via
dicendo.
A quel tempo, in quella zona di canne
e paludi che si estendeva per
centocinquanta chilometri, di Scuole per
Quadri ne erano sorte parecchie.
Era tutta gente che proveniva da grandi
città, alcune anche molto lontane. Non
erano tutti quadri del Partito, c’erano
anche scrittori e artisti. Quello che
svolgevano lì, però, era essenzialmente
un lavoro manuale.
Che cosa fossero le Scuole per Quadri
e da dove saltassero fuori, gli abitanti di
Campodigrano non lo avevano ben
chiaro e a dire il vero non erano neanche
interessati a saperlo, e comunque non lo
avrebbero capito. Si può ben dire che
l’arrivo di quelle persone non aveva
portato nessun danno: a Campodigrano,
semmai, la vita si era fatta più
interessante.
Ogni tanto la gente della Scuola veniva
a fare un giro in paese: appena si
accorgevano della loro presenza, i
bambini accorrevano in massa, li
fissavano inebetiti o si mettevano a
seguirli; quando i visitatori si voltavano
con un sorriso, quelli si nascondevano
dietro una balla di fieno o un albero.
Gli uomini della Scuola per Quadri,
che trovavano i bambini del paese teneri
e divertenti, facevano loro cenno di
avvicinarsi. A quel punto uno di loro,
più coraggioso degli altri, usciva allo
scoperto e si faceva avanti, e loro
stendevano la mano per fargli una
carezza. A volte tiravano fuori dalla
tasca qualche caramella: erano
caramelle di città, avevano un incarto
stupendo. Una volta mangiate le
caramelle, i ragazzini non avevano cuore
di buttare la carta ma la stendevano per
bene e la infilavano nei libri di scuola,
come fosse un tesoro.
Capitava, a volte, che la gente della
Scuola per Quadri venisse a
Campodigrano per comprare meloni,
frutta, verdura, uova d’anatra salate e
cose del genere. Anche gli abitanti del
villaggio facevano delle passeggiate
lungo la riva del fiume per osservarli
mentre allevavano i pesciolini appena
nati.
Campodigrano era circondata
dall’acqua, e dove c’è acqua ci sono
anche pesci. Agli abitanti del villaggio
certo il pesce non mancava, ma a
nessuno era mai venuto in mente di
allevarlo, come invece faceva questa
placida gente venuta dalla città.
Facevano delle iniezioni ai pesci che,
eccitati dalla puntura, cominciavano ad
agitarsi nei bacini come se si stessero
divertendo un mondo. Pesci maschi e
pesci femmine, mescolandosi gli uni alle
altre, trasformavano le vasche in un
tripudio di onde e spruzzi. Poi, una volta
tornata la calma, gli allevatori
pescavano i maschi con una rete, mentre
le femmine fecondate si ritrovavano con
un bel pancione. Gli allevatori
passavano delicatamente la mano sulla
pancia delle femmine che sembravano
bearsi delle carezze, come se quel
rigonfiamento fosse diventato
insopportabile, e li lasciavano fare
senza protestare. Gli ovetti che uscivano
grazie a questa operazione venivano poi
messi in una grande cisterna in cui
l’acqua era tutta uno spumeggiare:
all’inizio erano tanti luccicanti puntini
bianchi ma poi, onda dopo onda, eccoli
trasformarsi in tanti sfavillanti puntini
neri. Nel giro di qualche giorno, i
puntini neri diventavano tanti minuscoli
pesciolini. Era uno spettacolo che
lasciava gli abitanti di Campodigrano,
tutti quanti, grandi e piccoli, a bocca
aperta.
Agli occhi dei paesani, gli uomini
della Scuola per Quadri erano una sorta
di maghi. I ragazzini di Campodigrano
ne erano incuriositi, anche perché alla
Scuola per Quadri viveva una bambina.
Sapevano tutti come si chiamava:
Girasole.
Girasole era un nome da contadinella,
e i ragazzini del villaggio proprio non si
raccapezzavano: come mai una bambina
di città aveva un nome di quelli che si
danno soltanto in campagna?
Era una bambina dall’aspetto molto
ordinato, una bambina gentile, tranquilla
e un po’ smunta.
Non aveva più la mamma, che era
morta di malattia due anni prima.
Quando il papà era stato mandato alla
Scuola per Quadri non aveva avuto altra
scelta che portarla con sé: e così, dalla
città, erano arrivati insieme a
Campodigrano. Non aveva nessun altro
parente oltre al papà, perché i genitori
erano entrambi figli unici. Dovunque
andasse, il padre se la portava sempre
dietro.
Girasole, che era ancora piccina, non
poteva immaginare quale fosse il destino
che la aspettava, né ciò che l’avrebbe
legata al paesino che sorgeva sulla riva
opposta del fiume, Campodigrano. Nei
giorni immediatamente successivi al suo
arrivo tutto, ai suoi occhi, era
assolutamente nuovo.
«Ma che immenso canneto!»
Era come se il mondo intero fosse una
palude piena di canne. Piccola di statura
com’era non riusciva a vedere lontano,
così aveva spalancato le braccia
pregando il papà di prenderla in
braccio. Lui, allora, l’aveva sollevata in
alto: «Guarda bene, vedi dove finisce?».
No, non se ne vedeva la fine.
Era l’inizio dell’estate e le canne
ormai avevano messo delle foglie che
sembravano lunghe spade, di un verde
che riempiva gli occhi. Il papà l’aveva
portata a vedere il mare, una volta: e ora
Girasole vedeva un altro mare, un mare
agitato da impetuose onde verdi. Un
mare che emanava un profumo delicato e
piacevole. Se lo ricordava, quel
profumo, perché in città aveva mangiato
degli zongzi, quei fagottini di riso
avvolti proprio in foglie di canna. Ma
era appena percettibile, certo non poteva
reggere il confronto con il profumo che
sentiva ora. Era una fragranza che
portava con sé l’umidità dell’acqua:
Girasole ne era avvolta e la aspirava
profondamente.
«Vedi dove finisce?»
Lei aveva fatto di no con la testa.
Quando si era alzato il vento, il
canneto sembrava essersi trasformato in
un campo di battaglia affollato da
migliaia e migliaia di soldati che
brandivano lunghe spade verdi e
menavano colpi di sciabola cadenzati
sotto la volta celeste, diffondendo
tutt’intorno un rumore di fendenti.
Uno stormo di uccelli allarmati si era
levato in volo.
Girasole, impaurita, si era aggrappata
forte al collo del padre.
La grande palude con il canneto da un
lato la attirava, dall’altro le ispirava una
paura indescrivibile. Lei, che aveva
sempre seguito il papà come un’ombra,
sembrava terrorizzata dall’idea che la
palude potesse divorarla. Nei giorni di
forte vento, quando le canne si
allungavano convulsamente verso
l’orizzonte, e poi dall’orizzonte verso la
Scuola per Quadri, si avvinghiava con
tutte le sue forze alla mano del padre o
alla manica della sua giacca, gli occhi
neri come la pece, completamente
atterrita.
Il papà, però, non poteva stare sempre
con lei. Era lì per lavorare, e quello che
doveva svolgere era un pesante lavoro
manuale: il suo compito era quello di
tagliare le canne e, insieme ai suoi
numerosi compagni, trasformare il
canneto in terreni coltivabili e stagni per
i pesci.
Lo squillo di tromba della sveglia
risuonava all’alba, quando Girasole era
ancora nel mondo dei sogni.
Il padre sapeva bene che al risveglio,
non vedendolo, si sarebbe messa a
piangere per la paura, ma non se la
sentiva di strapparla ai suoi sogni.
Con le mani incallite dal lavoro le
accarezzava dolcemente le morbide
guance tiepide, poi, con un sospiro,
imbracciava gli attrezzi, chiudeva piano
la porta e, nella debole luce del primo
mattino, si avviava insieme agli altri
uomini verso il cantiere, senza smettere
per un attimo di pensare alla sua
bambina. La sera, quando finiva la
giornata di lavoro, spesso la palude era
già inondata dalla luce della luna.
E così, in queste giornate, Girasole
non poteva far altro che andarsene in
giro per conto suo.
Andava a guardare i pesci nelle loro
vasche, o alla mensa a osservare i
cuochi all’opera, trotterellando da una
schiera di case all’altra. Le porte delle
case erano per lo più chiuse a chiave,
ma di tanto in tanto se ne trovava
qualcuna aperta: forse era qualcuno che
si era ammalato, o forse qualcuno che
lavorava lì all’interno del complesso.
Girasole, allora, si avvicinava all’uscio
e sbirciava dentro. A volte si sentiva
dall’interno una vocina flebile ma
cordiale che la salutava: «Girasole,
entra pure!». Ma lei, in piedi sulla
soglia, scuoteva la testa, si tratteneva lì
per un po’, poi andava da un’altra parte.
Spesso la vedevano parlare con un
crisantemo selvatico color dell’oro, con
una cornacchia caduta da un albero, con
qualche incantevole coccinella posata su
una foglia…
La sera, alla debole luce della
lampada, finalmente il papà tornava da
lei con una stretta al cuore. E spesso,
dopo che avevano cenato insieme,
doveva abbandonarla di nuovo lì nella
loro casetta: riunioni, sempre riunioni.
Girasole proprio non capiva perché i
grandi, dopo essersi spaccati la schiena
tutto il santo giorno, la sera avessero
ancora voglia di tenere riunioni. Quando
però non c’erano incontri a cui
presenziare, il papà si coricava insieme
a lei facendole da cuscino con il
braccio, e le raccontava delle storie.
In quei momenti, fuori casa, a volte
regnava un silenzio perfetto, a volte
invece si udiva il frusciare delle canne
sferzate dal vento.
Dopo una giornata intera passata
lontano dal papà, Girasole non resisteva
alla tentazione di stargli incollata. Il
papà, dal canto suo, la teneva
abbracciata a sé, e lei si beava. Poi,
quando si spegneva la lampada, padre e
figlia rimanevano lì ancora un po’ a
chiacchierare, e quello era il momento
più bello e dolce della giornata.
Dopo un po’ la fatica sferrava il suo
irresistibile attacco: il papà bofonchiava
qualche frase confusa, ma alla fine
doveva cedere alla stanchezza e si
addormentava russando sonoramente,
mentre Girasole aspettava di sentire il
seguito della storia. Ma lei, che era una
bambina intelligente, non se la
prendeva: distoglieva lo sguardo e
continuava a tenergli la testa posata sul
braccio, respirando l’odore di sudore
che sprigionava il corpo del padre.
Mentre aspettava che la Farfallina del
Sonno volasse da lei, stendeva la
manina per sfiorare pian piano il viso
del papà, su cui spuntavano i nuovi peli
della barba.
I giorni erano trascorsi così, uno dopo
l’altro.
Dopo qualche tempo, la riva del fiume
era diventata la meta preferita di
Girasole.
Passava gran parte della giornata a
guardare, in lontananza, il villaggio di
Campodigrano. Campodigrano era un
paese piuttosto grande, circondato da
canneti.
Il fumo dei comignoli, i versi dei
bufali e dei cani, quei festosi canti di
lavoro… tutto esercitava sulla piccola
Girasole un fascino irresistibile. In
particolare, però, la incuriosivano gli
altri ragazzini e i loro allegri
schiamazzi.
Era un mondo felice, in cui non
esistevano né tristezza, né solitudine.
C’era poi il fiume, un grande fiume di
cui non si vedevano né l’inizio né la
fine. Chissà da dove arrivava la sua
corrente, chissà dove era diretta. Le sue
acque scorrevano giorno e notte, tanto
limpide da sembrare azzurre. Le canne
che spuntavano su entrambe le sue
sponde scortavano la corrente da ovest
verso est, in un flusso ininterrotto. Il
gorgogliare dell’acqua e il fruscio dei
giunchi sembravano un tenero dialogo
tra innamorati. L’acqua si muoveva tra i
fusti come se a legarli fosse una vecchia
amicizia, anche se alla fine doveva
staccarsene. Eppure, mentre quell’acqua
scorreva via, ecco che dietro di lei
arrivava subito acqua nuova, in un ciclo
senza fine. Le foglie delle canne scosse
dalla corrente sussultavano, come
solleticate da quell’acqua birichina. E
così, giorno dopo giorno, mese dopo
mese, anno dopo anno, l’acqua e le
canne continuavano a spassarsela senza
mai stancarsi l’una delle altre.
Girasole adorava quel fiume. Lo
contemplava, osservava il suo scorrere,
le sue increspature, i suoi spruzzi
d’acqua, lo guardava portare via con sé
le anatre selvatiche o le foglie cadute,
guardava le barche delle misure più
svariate navigarvi sopra, guardava il
sole di mezzogiorno tingerlo d’oro e la
luce del crepuscolo colorarlo di rosso,
guardava innumerevoli gocce di pioggia
tempestarlo sollevando tanti schizzi
argentei, guardava i pesci saltare dai
suoi flutti verdi e disegnare un elegante
arco nel cielo azzurro prima di rituffarsi
in acqua…
Girasole se ne stava seduta all’ombra
di un vecchio olmo, in silenzio, lo
sguardo puntato lontano.
Se da una barca di passaggio qualcuno
avesse scorto quella bambina striminzita
seduta su quella riva immensa, avrebbe
pensato che il cielo e la terra fossero
troppo grandi, e che lo spazio tra quel
cielo troppo grande e quella terra,
anch’essa troppo grande, fosse davvero
troppo vuoto…
Girasole s’incamminò verso la riva.
Campodigrano sembrava una
monumentale nave ormeggiata in mezzo
al canneto dall’altra parte del fiume.
Scorse gli imponenti pagliai, simili a
collinette sparse qua e là. Vide gli alberi
dei rosari, che proprio allora stavano
mettendo i loro fiori di un azzurrino
pallido. Non distingueva i fiori, ma
vedeva tanti grumi di azzurro che
avvolgevano delicatamente, come una
nuvola, la chioma degli alberi. Vide
provenire dalle case il fumo dei
comignoli, un fumo bianco latte, ora più
denso, ora più tenue: le colonnine di
fumo si libravano nel cielo e poi, a poco
a poco, si congiungevano galleggiando
sopra il canneto.
I cani scorrazzavano per i viottoli del
paese. Un gallo, volato in cima a un
gelso, lanciava il suo chicchirichì.
Ovunque riecheggiavano le risate dei
ragazzini.
A Girasole venne voglia di visitare
Campodigrano.
Al vecchio olmo era attraccata una
barchetta, Girasole l’aveva notata non
appena giunta alla riva del fiume.
Beccheggiava placida sulla superficie
dell’acqua, come se volesse attirare la
sua attenzione.
Gli occhi di Girasole ormai non
fissavano più il fiume o il villaggio,
vedevano soltanto la barca. Nella sua
mente prese forma un’idea, proprio
come un ciuffo d’erba che spunta da un
suolo umido. Un ciuffo d’erba cullato
dalla brezza primaverile, che cresceva,
cresceva senza sosta. Nella mente di
Girasole c’era un solo pensiero: voglio
salire su quella barca, voglio arrivare a
Campodigrano!
Non ne aveva il coraggio, eppure lo
desiderava tanto.
Si voltò a guardare la Scuola per
Quadri, che si era ormai lasciata lontana
alle spalle, poi, nervosa ma
eccitatissima, si avvicinò alla barchetta.
Non c’era nessun molo solo un argine
scosceso, ma non troppo. Girasole non
sapeva se scendere con il viso rivolto
verso il fiume oppure verso l’argine:
dopo un attimo di indugio optò per la
seconda soluzione. Si aggrappò con
entrambe le mani all’erba che spuntava
sulla riva, appoggiando tentoni i piedi
sulla parete dell’argine. Anche
quest’ultima, però, era coperta d’erba,
al che Girasole pensò: “Potrei
aggrapparmici e poi, un passetto alla
volta, scivolare giù fino al fiume”. Si
muoveva lentamente ma con grande
agilità, e in men che non si dica si
ritrovò con la testa al di sotto del livello
del terrapieno.
Proprio in quel momento passava una
barca, e la scena suscitò una certa
apprensione tra gli uomini
dell’equipaggio: ma erano lontani e,
nonostante la preoccupazione, dovettero
continuare a navigare seguendo il vento.
Quando, piano piano, ebbe raggiunto
la metà dell’argine, Girasole era ormai
tutta sudata. La corrente gorgogliava
sotto i suoi piedi. Si lasciò prendere
dalla paura, e con entrambe le manine
afferrò disperatamente l’erba sul fianco
dell’argine.
Passò un’altra barca, il cui timoniere,
vedendo una bambinetta abbarbicata
all’argine come un geco, non poté
trattenersi dal gridare a pieni polmoni:
«Chi sono i tuoi genitori?». Poi, però, si
disse che non era il caso di spaventarla
e non osò gridare una seconda volta,
rimase quindi a guardarla con una certa
apprensione, ed era ancora in ansia
quando la bambina sparì dalla sua vista.
Sulla sponda opposta del fiume un
bufalo d’acqua si mise a muggire come
la sirena di una di quelle fabbriche che
c’erano in città.
In quel preciso istante la terra cedette
sotto i piedi di Girasole, che scivolò
rovinosamente verso il basso. Tentò in
tutti i modi di acciuffare l’erba con le
mani, ma quell’erba cresceva sullo
strato superficiale del terreno e si
strappò con tutte le radici. Girasole
chiuse gli occhi, terrorizzata.
Ben presto, però, si accorse di essere
ancora aggrappata all’argine: i suoi
piedi avevano incontrato un cespuglio
che spuntava proprio dal terrapieno.
Rimase lì per un bel pezzo, senza osare
muovere un muscolo. Il rumore
dell’acqua che le scorreva sotto i piedi
si era fatto sensibilmente più forte. Alzò
gli occhi verso la cima dell’argine, ma
quello era ormai parecchio sopra la sua
testa.
Era indecisa se arrampicarsi o
continuare a scivolare verso il basso.
Voleva soltanto che in quel momento, su
quella sponda, apparisse qualcuno,
meglio ancora se il papà. Poi abbassò lo
sguardo verso il cespuglio e rimase
immobile. Quanto le mancava il papà.
Il sole era ormai alto, e Girasole ne
avvertiva il calore sulla schiena. La
brezza soffiava sulla parete inclinata
dell’argine: la sentiva nelle orecchie,
come uno scorrere d’acqua leggero
leggero.
Si mise a cantare. Non era una canzone
importata dalla città, l’aveva imparata
dalle bambine che vivevano al di là del
fiume. Quel giorno, seduta sulla riva,
aveva sentito il canto di alcune bambine
provenire dal canneto lì di fronte:
avrebbe voluto vederle ma non ci
riusciva, erano nascoste dai giunchi. Di
tanto in tanto scorgeva le loro sagome
muoversi veloci negli spiragli tra una
canna e l’altra: passavano rapide, coi
loro vestitini rossi o verdi. Le sembrava
che stessero tagliando le canne. Ci
aveva messo un attimo a imparare quella
canzone: lei da questa parte del fiume,
loro sulla sponda opposta, la intonavano
insieme.
Con voce un po’ incerta, Girasole
cantava:
Fagottino profumato
La cucina hai deliziato
L’artemisia, che fragranza
Riempie tutta la mia stanza.
Sulla soglia sorge il pesco
Campi d’oro appena esco
Festa delle Barche Drago
Festa delle Barche Drago…
La sua vocina flebile era assorbita
dalla terra umida.
Aveva ancora voglia di salire su
quella barca, di arrivare a
Campodigrano.
Ricominciò a farsi scivolare giù
tastoni, e ben presto i suoi piedi
incontrarono la soffice battigia. Si voltò,
ed eccola sul bordo dell’acqua.
Fece qualche passo in avanti proprio
mentre sopraggiungeva un’onda che le
sommerse i piedi: un brivido fresco le
serpeggiò lungo tutto il corpo, e
istintivamente Girasole tirò fuori la
lingua per la sorpresa.
La barchetta ondeggiava ritmicamente.
Girasole ci salì sopra.
Non aveva più tutta questa fretta di
andare a Campodigrano, ora voleva
starsene lì seduta per un po’. Come si
stava bene! Seduta su una delle assi,
mentre la barchetta dondolava, si sentì
completamente appagata.
Campodigrano la stava chiamando,
avrebbe continuato a chiamarla per tutta
la vita.
Avrebbe voluto usare la barca per
arrivarci, ma si rese conto solo in quel
momento che lì non c’erano né una
pertica né dei remi. Alzò d’istinto lo
sguardo verso la fune: era saldamente
legata al vecchio olmo.
Tirò un sospiro di sollievo: per fortuna
era ancora fissata perché, se l’avesse
sciolta prima di scendere, la barchetta
sarebbe andata a finire chissà dove!
Non ci sarebbe stata nessuna gita a
Campodigrano quel giorno. Fissò l’altra
sponda, poi la barchetta vuota senza
pertica né remi, e un senso di amarezza
le riempì il cuore. Non poteva far altro
che starsene seduta lì, a scrutare
impotente il fumo dei comignoli di
Campodigrano nel cielo e ascoltare il
chiasso dei ragazzini che proveniva
dalle stradine del villaggio.
Finché, a un certo punto, Girasole
ebbe l’impressione che la barca si
stesse muovendo.
Alzò la testa sbigottita: la corda si era
liberata chissà quando dal vecchio olmo
e la barchetta si era allontanata ormai di
parecchi metri dalla riva. La fune
sembrava una lunga coda sottile che
spuntava dal retro dell’imbarcazione.
Girasole si precipitò a poppa e,
inspiegabilmente, tirò a sé la corda.
Quando però si rese conto che quella
mossa non aveva alcun senso, lasciò la
presa: subito la corda cadde di nuovo
nell’acqua e presto tornò a trasformarsi
in una lunga coda sottile.
Fu in quel momento che notò, in piedi
sulla riva, un ragazzino.
Un ragazzino di undici o dodici anni,
che le sorrideva malignamente. Nei
giorni a venire avrebbe anche scoperto
il suo nome: Pescerauco.
Pescerauco era di Campodigrano, la
sua era una famiglia di allevatori di
anatre da generazioni e generazioni.
Girasole vide una frotta di anatre
schizzare fuori dal canneto come
un’onda di marea e posarsi ai piedi di
Pescerauco sbattendo le ali e
riempiendo l’aria del loro qua qua. Poi,
in un battito di ciglia, tornò a regnare un
silenzio assoluto.
Avrebbe voluto chiedergli: «Perché
hai slegato la corda?». Ma non lo fece,
limitandosi a fissarlo impotente.
Il suo sguardo non sortì alcun effetto su
Pescerauco, che anzi si mise a
sghignazzare con ancora più gusto. A
quella risata le centinaia di anatre, al
suo comando, si misero a seguire la
corrente barcollando in modo
scomposto; le più furbe si tuffarono in
volo direttamente nel fiume, sbattendo le
ali e sollevando grandi schizzi d’acqua.
La pioggia aveva reso gonfie e
impetuose le acque del fiume e la
barchetta andava minacciosamente alla
deriva.
Tenendo lo sguardo fisso su
Pescerauco, Girasole si mise a piangere.
Lui, dal canto suo, se ne stava lì in piedi
a gambe incrociate e il mento sul dorso
delle mani, anch’esse incrociate e
posate sul manico del badile con cui
guidava le anatre, continuava a passarsi
la lingua sulle labbra screpolate,
guardando indifferente la barchetta e
Girasole.
Le anatre dimostrarono di avere più
cuore di lui e si misero a nuotare svelte
verso la barca.
Quando se ne accorse, Pescerauco
raccolse del fango con il badile, ne
afferrò il manico – che era lungo una
trentina di centimetri – con entrambe le
mani, lo brandì in alto e poi,
protendendosi in avanti, lo scagliò con
forza. Il fango andò a schiantarsi giusto
di fronte all’anatra che guidava il
gruppo. Colta di sorpresa, scuotendo le
ali e lanciando dei gran qua qua di
terrore, nuotò in direzione contraria: a
quel punto anche le anatre che la
seguivano invertirono la rotta con un
grande frullare d’ali.
Girasole si guardò intorno e, non
vedendo anima viva, scoppiò in
singhiozzi.
Pescerauco le diede le spalle, si
inoltrò tra le canne e ne trascinò fuori
una lunghissima pertica. Probabilmente
l’aveva nascosta lì il proprietario della
barca, temendo che qualcuno prendesse
il largo.
Pescerauco si affrettò verso la
barchetta, proprio come se volesse
lanciare la pertica in direzione di
Girasole. Lei, con gli occhi annebbiati
dalle lacrime, lo guardò piena di
riconoscenza.
Quando ebbe raggiunto il punto più
vicino alla barca, Pescerauco si lasciò
scivolare dal bordo dell’argine fin sulla
battigia: entrò in acqua, posò la pertica
sulla superficie e la spinse cautamente
con la mano, finché l’altro capo della
pertica arrivò quasi a toccare la chiglia.
Quando Girasole se ne accorse si
sporse dal fianco della barchetta,
allungando la mano per raggiungere la
pertica.
Proprio nell’attimo in cui stava per
acciuffarla, però, Pescerauco la tirò
nuovamente verso di sé con un ghigno.
Girasole, rimasta a mani vuote, restò a
guardarlo con le punte delle dita
gocciolanti.
Pescerauco finse di volerle passare la
pertica e, sempre tenendola tra le mani,
s’incamminò nell’acqua bassa. Trovata
la distanza giusta, la spinse nuovamente
verso la barca.
Girasole si sporse di nuovo
allungando la mano.
Nei momenti che seguirono, ogni volta
che la mano di Girasole era sul punto di
agguantare la pertica, Pescerauco
tornava a tirarla a sé: non la ritirava di
colpo, solo quel tanto che bastava
perché la mano di Girasole non
arrivasse a toccarla. Poi, vedendo che
lei aveva rinunciato ad afferrarla, la
spinse di nuovo nella sua direzione,
finché l’estremità non arrivò quasi a
toccare la barca.
Girasole non smetteva di piangere.
Stavolta Pescerauco sembrò volerle
davvero passare la pertica.
Girasole si fidò di nuovo, e vedendo
avvicinarsi la pertica si sporse in avanti
più che poté nel tentativo di acciuffarla.
Ma quando Pescerauco, con uno
strattone, tirò la pertica verso di sé,
poco mancò che Girasole finisse in
acqua. Lo spettacolo della bambina
raggirata più e più volte lo fece
scoppiare in una gran risata.
Girasole piangeva seduta su una delle
assi della barca.
Vedendo che le anatre, a forza di
nuotare, si erano ormai allontanate,
Pescerauco ritirò la pertica, ne bloccò
un’estremità sul bagnasciuga e, usandola
come supporto per la scalata, risalì la
parete dell’argine guadagnando la cima
in quattro e quattr’otto. Poi, lanciando
un’ultima occhiata a Girasole, sfilò la
pertica, tornò a gettarla in mezzo al
canneto e, senza nemmeno voltarsi, si
lanciò all’inseguimento delle sue
anatre…
La barchetta, di traverso in mezzo al
fiume, continuava a scivolare verso est.
Il vecchio olmo, agli occhi di
Girasole, si faceva sempre più piccolo.
Poco alla volta anche le casette dai tetti
di tegole rosse della Scuola per Quadri
scomparvero dietro la selva di canne.
Era tanto paralizzata dal terrore da non
sentire nemmeno più la paura: non
faceva che starsene seduta nella barca, a
piangere in silenzio. Davanti ai suoi
occhi si apriva una confusa distesa
verde, di un verde che sembrava acqua
piovuta dal cielo.
Tutt’a un tratto la superficie del fiume
si allargò, ricoperta da una fitta nebbia.
“Quanto dovrò andare ancora alla
deriva?” pensò Girasole. Ogni tanto le
passava accanto un battello, ma in quei
momenti Girasole, invece di saltare in
piedi a fare dei gran gesti con le mani o
mettersi a urlare, se ne restava lì
inebetita: rimaneva seduta e faceva a
malapena un cenno, tanto che la gente
sulle altre barche pensava che stesse
facendo un’allegra gita in barca, non se
ne curava troppo, e dopo qualche attimo
di perplessità continuava per la sua
strada.
Girasole, tra le lacrime, chiamò
debolmente il papà.
Un uccello bianco si alzò in volo dal
canneto, mettendosi a volteggiare
solitario sopra la superficie dell’acqua.
Era come se si fosse accorto di
qualcosa, perché continuava a
volteggiare lentamente a bassa quota.
Girasole vide le lunghe ali, vide le
piume sottili sul petto sollevate dal
vento che spirava sul fiume, vide il
collo lungo e snello, il becco di un
giallo dorato e gli artigli, anch’essi di un
colore tra l’oro e il rosso.
L’uccello teneva la testa inclinata,
fissandola con i suoi occhi marroni. La
barca galleggiava sull’acqua, l’uccello
svolazzava nell’aria. Tra cielo e terra,
solo una calma e una desolazione senza
confini.
Poi, di colpo, l’uccello si posò sulla
prua.
Era enorme, con due zampe lunghe
lunghe e un’aria austera.
Girasole smise di singhiozzare e prese
a fissarlo. Non era affatto spaventata,
come se lo conoscesse da una vita. Una
bambina e un uccello, in un mondo
sconfinato, che si scrutavano in silenzio,
senza infastidirsi. Si udiva solo il
semplice rumore della corrente.
Ma l’uccello doveva proseguire per la
sua strada, non poteva tenerle
compagnia per sempre. Così, con un
elegante cenno del capo, batté le ali e
riprese il volo verso sud.
Girasole lo accompagnò con lo
sguardo finché non sparì in lontananza,
poi si voltò verso est: una distesa
d’acqua senza fine. E poi, come se si
sentisse in dovere di piangere, scoppiò
di nuovo in lacrime.
Non lontano, sulla riva erbosa, un
ragazzino stava facendo pascolare un
bufalo. Il bufalo brucava l’erba e il
padroncino la mieteva. Si era già
accorto di quella barchetta in balia della
corrente, per cui aveva smesso di
mietere e, con il falcetto stretto in mano,
era rimasto in silenzio tra i cespugli a
fissarla in lontananza.
Anche Girasole si era accorta del
ragazzino e del suo bufalo. Anche se non
distingueva ancora i tratti del suo viso,
sentì inspiegabilmente che aveva un che
di familiare, e nel suo cuore spuntò un
barlume di speranza.
Si alzò in piedi e, senza una parola,
guardò nella sua direzione.
Il vento sul fiume scompigliava la
zazzera scura del ragazzino. I suoi occhi
svegli, sotto la frangia che gli copriva il
viso, brillavano di un nero lucido.
Più la barchetta si avvicinava, più
Girasole sentiva montare la tensione.
Il bufalo, sul cui capo spuntavano due
lunghissime corna, smise di brucare e,
imitando il padroncino, cominciò a
fissare la barca e la bambina.
Al ragazzino bastò un’occhiata per
capire cosa stava succedendo. Così,
mentre la barca si avvicinava, raccolse
da terra la corda a cui era legato il
bufalo e, trascinandolo, si incamminò
verso il bordo del fiume.
Girasole non piangeva più, i solchi
delle lacrime erano stati asciugati dal
vento. Si sentiva tirare la pelle del viso.
Il bambino afferrò la coda che
spuntava dalla groppa del bufalo e, con
un balzo fulmineo, in un attimo gli fu a
cavalcioni.
Dall’alto poteva osservare il fiume, la
barchetta e la ragazzina, mentre lei
poteva solo guardarlo dal basso. In quel
momento, con il cielo azzurro che gli
faceva da sfondo, tante nuvole bianche
si affollavano alle sue spalle.
Anche se non riusciva a distinguere i
suoi occhi, Girasole trovò che avessero
una luminosità particolare, come stelle
nel cielo notturno. In cuor suo Girasole
era fermamente convinta che quel
ragazzino l’avrebbe salvata. Non chiese
aiuto, né fece alcun gesto che
somigliasse a una richiesta di soccorso:
si limitò a rimanere in piedi nella barca
e a fissarlo rapita con il suo sguardo
adorabile.
Il ragazzino assestò un colpo deciso al
sedere del bufalo, che proseguì
obbediente fino a entrare nell’acqua.
Girasole rimase a osservare.
Guardava, guardava, mentre il bufalo e
il bambino si abbassavano sempre più.
Ben presto il corpo dell’animale fu
completamente sommerso dall’acqua del
fiume: rimanevano fuori soltanto le
orecchie, le narici, gli occhi e la linea
della schiena. Il ragazzino agguantò le
redini e, sempre in groppa al bufalo,
avanzò fino a ritrovarsi i pantaloni
immersi nell’acqua.
La distanza tra la barca e il bufalo si
stava accorciando, e i due bambini
erano sempre più vicini.
Il ragazzino aveva occhi di una
grandezza e di una luminosità fuori dal
comune. Girasole li avrebbe ricordati
per tutta la vita.
Mentre la barchetta si avvicinava il
bufalo agitò le grandi orecchie,
sollevando degli spruzzi che andarono a
finire dritti dritti sul viso di Girasole.
Lei chiuse gli occhi di colpo,
proteggendosi con la mano: quando
scostò la mano dal viso e riaprì gli
occhi, il ragazzino a cavallo del bufalo
era ormai a poppa e, chinandosi,
acchiappò con estrema agilità la fune
che galleggiava nell’acqua.
Con un sobbalzo appena percettibile la
barca interruppe la sua deriva.
Il bambino assicurò la fune alle corna
del bufalo e poi, voltandosi verso
Girasole, le fece segno di sedersi, diede
delicatamente qualche colpetto sulla
testa dell’animale che, sempre
trasportandolo sulla schiena, iniziò a
guadare trascinando la barca nella
direzione da cui era arrivata.
Girasole rimase seduta buona buona
sul banco della barchetta.
Del ragazzino riusciva a vedere
soltanto il retro della testa e la nuca, una
nuca perfettamente tonda e ben
proporzionata. Il bambino teneva la
schiena dritta come un fuso, con l’aria di
chi ha dentro una grande forza.
L’acqua scorreva ai lati della testa del
bufalo, poi sul dorso, si divideva in
corrispondenza del sedere del bambino
e tornava a confluire subito dopo,
scivolava oltre la coda e infine andava a
infrangersi dolcemente contro la chiglia
facendo blub blub.
Il bufalo trainava la barca a un ritmo
regolare, puntando verso il vecchio
olmo.
Girasole aveva smesso da un pezzo di
avere paura: anzi, ora se ne stava seduta
ad ammirare tutta eccitata il paesaggio
del grande fiume.
Sulla superficie dell’acqua illuminata
dal sole, innumerevoli puntini dorati
sprizzavano raggi di luce che spuntavano
e scomparivano con l’alzarsi e
l’abbassarsi delle onde. Anche le canne
ai bordi del fiume, con lo spostarsi delle
nuvole, si ritrovavano ora immerse nella
luce del sole, ora oscurate dall’ombra
delle nubi.
Di tanto in tanto nuvole grandi e
piccole, vicine e lontane, eclissavano
del tutto il sole, tanto che il cielo si
faceva cupo e i raggi di luce sul fiume
morivano nel giro di un istante. Ma poi,
non riuscendo a offuscarlo troppo a
lungo, si dileguavano facendolo spuntare
nuovamente, e allora ecco che i raggi
luminosi diventavano ancora più
brillanti e splendenti, al punto che tenere
gli occhi spalancati diventava
impossibile. Alcune nuvole coprivano
soltanto un angolino del sole, sicché nel
canneto compariva qui una chiazza
luminosa, qui una buia: le chiazze
luminose erano di un lucido verde
smeraldo, quelle buie si tingevano
invece di un verde scuro che nei punti
più lontani diventava quasi nero.
Le nubi, il sole, l’acqua e le canne che
si stendevano a perdita d’occhio
creavano tutt’intorno un paesaggio
fantastico da cui Girasole era
completamente stregata.
Solo quando il bufalo muggì, si
ricordò di se stessa e della sua
situazione.
Un lunghissimo giunco con in cima un
ciuffo lanoso si avvicinò galleggiando
sull’acqua.
Il bambino si chinò ad afferrarlo e lo
issò in alto: prima il ciuffo sembrava
puntare verso il cielo azzurro come un
gigantesco pennello, ma ben presto,
sferzato dal vento, si scompigliò sempre
di più. Illuminato dal sole, splendeva di
una luce argentea mentre lui continuava
a tenerlo alto come se si trattasse di uno
stendardo.
Stavano quasi per raggiungere il
vecchio olmo, quando all’improvviso
ricomparvero Pescerauco e il suo
stormo di anatre. Spingeva una piccola
zattera fatta apposta per pascolare le
anatre, che scivolava bel bello sulla
superficie dell’acqua.
Non appena vide il bufalo e la
barchetta scoppiò in una risata da
sbellicarsi: era una risata che veniva
dalla gola, molto simile al verso che
facevano i maschi delle anatre.
Poi si sdraiò sulla sua zattera e rimase
in silenzio a fissarli: fissava la
barchetta, poi il bufalo, poi il bambino,
poi la bambina.
Il ragazzo non lo degnò di uno sguardo,
badava soltanto a tenersi ben saldo in
groppa al bufalo, pungolandolo verso il
vecchio olmo con la barchetta al traino.
Sotto l’albero c’era il papà di
Girasole, che osservava la scena tutto
agitato.
In piedi sulla schiena del suo bufalo, il
bambino tornò a ormeggiare la barca
intorno all’olmo, poi smontò
dall’animale e, afferrandola per la
fiancata, trascinò l’imbarcazione finché
non fu sicura a riva.
Girasole scese dalla barca e si
inerpicò lungo la parete dell’argine,
mentre il papà si chinava allungando le
braccia verso di lei.
La superficie della parete era coperta
di un terriccio che le rendeva
difficoltosa la scalata.
Il bambino si avvicinò e la spinse con
forza verso l’alto, sostenendola da
dietro con entrambe le braccia finché le
mani di Girasole non furono tra quelle
possenti del papà, che tirò
energicamente facendole finalmente
guadagnare la cima dell’argine.
Tenendo ben strette le mani del padre,
Girasole si voltò verso il ragazzino,
guardò il bufalo e la barchetta, e poi si
mise a piangere con i lacrimoni che le
scorrevano lungo le guance.
Il padre si accucciò tirandola a sé,
mentre con la mano le carezzava
dolcemente la schiena. Fu allora che
scorse il viso rivolto in alto del
ragazzino e, come se qualcosa lo avesse
colpito al cuore, la mano che passava
sulla schiena della figlia si bloccò.
Il ragazzino tornò verso il suo bufalo.
«Piccolo, come ti chiami?» chiese il
papà di Girasole.
Quello si voltò verso di loro, padre e
figlia, senza dire una parola.
«Allora, come ti chiami?» insistette il
papà.
Per qualche oscuro motivo il ragazzino
si fece rosso in viso come un peperone e
si allontanò a testa bassa.
«Si chiama Bronzo, e non parla perché
è muto!» starnazzò Pescerauco, il
guardiano delle oche.
Il ragazzino montò di nuovo in groppa
al bufalo spronandolo verso l’acqua.
Girasole e il papà lo accompagnarono
con lo sguardo.
Mentre tornavano verso la Scuola per
Quadri, il papà sembrava pensieroso.
Erano quasi arrivati a destinazione
quando l’uomo, trascinandola per mano,
tornò di corsa verso la riva del fiume.
Del ragazzino e del suo bufalo non c’era
più traccia, erano spariti anche
Pescerauco e le sue oche, restava
soltanto il fiume deserto.
Quella sera, spento il lume, il papà
fece a Girasole: «Com’è possibile che
quel ragazzino somigli così tanto a tuo
fratello?».
Girasole lo aveva già sentito parlare
di questo fratello più grande di lei,
morto di meningite all’età di tre anni, ma
non lo aveva mai conosciuto. E ora,
sentendo nominare questo fratello che
ormai non era più di questo mondo,
rimase a lungo con gli occhi sbarrati nel
buio, la testa poggiata sul braccio del
papà.
In lontananza si udivano il tenue
scrosciare delle acque del fiume e il
latrato dei cani di Campodigrano…

1 - La Scuola per Quadri è uno dei campi di


lavoro istituiti dal presidente Mao Zedong nel 1966
per educare gli intellettuali cittadini alle attività
manuali e agricole, avvicinandoli così alle
condizioni di vita dei contadini [N.d.T.].
Il campo di girasoli

Era l’anno del quinto compleanno di


Bronzo.
Un giorno, nel cuore della notte,
mentre dormiva beatamente, la mamma
lo aveva preso in braccio strappandolo
di colpo al suo lettino.
Si sentiva sobbalzare tra le sue
braccia mentre udiva, indistinto, il suo
respiro affannoso.
Era autunno inoltrato e là fuori, nella
notte, l’aria era densa e frizzante.
Bronzo si era svegliato lì, tra le
braccia della madre.
Tutt’intorno risuonavano grida di
terrore.
Bronzo aveva notato che il cielo era
rosso, come immerso nella luce del
primo mattino.
Vicino, lontano, il ringhiare furioso dei
cani tradiva un nervosismo che
rasentava la follia. Le grida di chi
chiamava i familiari s’intrecciavano al
rumore scomposto dei passi e
mandavano in mille pezzi la pace di
quella notte d’autunno.
Qualcuno urlava a squarciagola: «Il
canneto ha preso fuoco! Il canneto ha
preso fuoco!».
La gente correva fuori dalle case,
fuggendo verso la riva del fiume. I
grandi portavano tra le braccia i
bambini, i bambini più grandi
trascinavano i più piccoli, i giovani
sorreggevano gli anziani o li portavano
sulle spalle, e tutti arrancavano a fatica.
Poi, appena fuori Campodigrano,
Bronzo aveva visto quell’incendio
spaventoso.
Era come un immenso branco di bestie
rosse che si scavalcavano urlando
dirigendosi verso il villaggio. Di colpo,
Bronzo aveva affondato il viso nel petto
della mamma.
Sentendolo tremare tra le sue braccia,
lei gli accarezzava la schiena con la
mano senza smettere di correre: «Non
aver paura, tesoro mio, non aver
paura…».
Riecheggiavano le urla e i pianti dei
bambini.
Alcuni proprietari non avevano fatto in
tempo a liberare i propri bufali dai pali
a cui erano legati: vedendo le fiamme i
bufali si divincolavano con tutte le loro
forze e sradicavano da terra i pali
oppure, a furia di strattoni, si laceravano
le narici in cui erano infilate le corde
per lanciarsi in una folle corsa sotto il
cielo notturno, illuminato dall’incendio,
come tanti bufali selvatici.
Polli e anatre svolazzavano senza meta
nella notte. I maiali vagavano qua e là
tra i grugniti. Capre e pecore si univano
alla folla che fuggiva verso il fiume o si
lanciavano in una corsa disperata nei
campi. Due di loro, invece, si erano
lanciate dritte tra le fiamme.
Un bambino, forse accorgendosi che
quelle capre erano le sue, si era gettato
al loro inseguimento ma era stato
bloccato da un adulto e si era preso una
bella lavata di capo: «Vuoi morire o
cosa?». E così non aveva potuto far altro
che assistere, impotente e in lacrime,
alla scena delle sue capre che si
precipitavano nel fuoco.
Al momento di lasciare Campodigrano
il papà di Bronzo non aveva portato con
sé nulla di ciò che avevano in casa,
tranne quel bufalo. Era un bufalo sano,
forte e obbediente: era arrivato in casa
loro che era ancora un cucciolo, e aveva
il corpo completamente ricoperto dai
segni della scabbia.
La famiglia di Bronzo lo aveva accolto
con amore: lo avevano nutrito con l’erba
più buona e più fresca, lo avevano
strofinato ogni giorno con l’acqua del
fiume, avevano raccolto e sminuzzato
erbe medicinali per farne un unguento da
spalmargli sulle piaghe. Così, nel giro di
poco tempo, la scabbia era
completamente guarita, ed era diventato
un bufalo dalla pelle liscia e lucida
come l’olio. Non si metteva a correre
all’impazzata, come facevano invece gli
altri bufali, ma seguiva docile il suo
padrone.
Erano una famiglia, e nei momenti
difficili una famiglia fa di tutto per
restare unita. La nonna di Bronzo era un
po’ più lenta degli altri e di tanto in tanto
il bufalo si fermava ad aspettarla. Tutti e
cinque i membri della famiglia
camminavano insieme, stretti l’uno
all’altro, e né le persone, né le capre, né
i bufali che correvano forsennatamente
potevano separarli.
Di tanto in tanto Bronzo, sprofondato
tra le braccia della mamma, si voltava a
guardare: il fuoco ormai stava lambendo
Campodigrano.
Le abitazioni all’ingresso del villaggio
erano rischiarate dall’incendio, che le
faceva sembrare tante casette dorate. Le
canne rinsecchite dall’autunno
bruciavano furiosamente e intorno era
tutto un crepitare, come se stessero
esplodendo migliaia e migliaia di
petardi, gettando tutti nello scompiglio.
Alcuni polli, volati in mezzo alle
fiamme, si trasformavano all’istante in
grumi dorati per abbattersi a terra subito
dopo, ridotti in cenere. Un coniglio si
era messo a correre davanti al fuoco che
protendeva la sua lunghissima lingua
tentando a più riprese di trascinarlo
verso di sé. Mentre il coniglio saltava
illuminato dall’incendio, la sua ombra,
diventata di colpo grande come quella di
un cavallo, si muoveva rapida nella
campagna buia.
Alla fine anche lui era stato inghiottito
dalle fiamme: nessuno aveva udito le
sue grida di dolore, o forse qualcuno le
aveva sentite, ed erano grida che
strappavano il cuore. Pochi istanti, ed
eccolo scomparso per sempre.
Anche alcune capre si lanciavano
verso il fuoco.
«Quanto sono stupide quelle capre!»
esclamava chi assisteva alla scena.
Le prime case del villaggio avevano
ormai preso fuoco. Si era levato in volo
uno stormo di anatre: qualcuna era
precipitata tra le fiamme, le altre si
erano librate nel cielo nero come la
pece.
Bronzo era tornato a incollare il viso
contro il petto della mamma.
Gli abitanti di Campodigrano avevano
guadagnato tutti la riva del fiume, e
alcune barche che facevano la spola
sulle sue acque li stavano portando sulla
sponda opposta: se non altro il fuoco
non poteva attraversare il fiume. Tutti
sgomitavano per salire sulle
imbarcazioni, e c’era sempre qualcuno
che finiva a mollo. Grida, pianti e
imprecazioni diventavano un tutt’uno
nell’aria della notte. Vedendo come si
mettevano le cose, chi sapeva nuotare
rinunciava a salire a bordo, si toglieva i
vestiti e, tenendoli in mano, raggiungeva
a nuoto l’altra riva.
Tra questi c’era un padre che teneva un
bambino di quattro o cinque anni a
cavalcioni sul collo: alla vista di quella
distesa d’acqua il piccolo si era
aggrappato con tutte le sue forze alla
testa del papà, urlando disperato.
L’uomo non ci aveva fatto caso e aveva
continuato ad attraversare il fiume a
nuoto: una volta guadagnata la riva il
bambino, smontato dalle spalle del
papà, non piangeva e non strillava più,
non faceva altro che starsene lì
inebetito. Era paralizzato dal terrore.
Il fuoco sembrava un torrente in piena
che travolgeva, uno dopo l’altro, i vicoli
di Campodigrano. In men che non si
dica, l’intero villaggio era naufragato in
un mare di fiamme.
Non senza fatica, il papà di Bronzo era
riuscito a far salire la nonna su una delle
barche, dopodiché aveva condotto il
bufalo sul bordo del fiume. L’animale
sapeva quale era il suo compito e, senza
bisogno che il padrone gli desse alcuna
istruzione, si era immerso nell’acqua. La
mamma teneva ancora Bronzo tra le
braccia, mentre il padre la aiutava a
montare in groppa al bufalo: poi,
tenendo ben stretta la corda, l’uomo si
era messo a nuotare insieme all’animale
verso l’altra sponda.
Stretto nell’abbraccio della mamma,
Bronzo non smetteva di tremare.
Nel buio un bambino era caduto in
acqua, al che si erano levate grandi
grida di terrore e richieste di aiuto. Ma
era notte fonda, come si faceva a
cercarlo? Forse, dopo essere caduto, era
riemerso facendo capolino qua e là tra
le onde, ma nessuno lo aveva visto.
L’incendio avanzava in direzione
dell’acqua: i contadini dovevano
attraversare il fiume in fretta, ansimando
nella spasmodica attesa di una barca
vuota, e non furono in molti quelli che si
lanciarono tra i flutti nel tentativo di
salvare il bambino. Chi era già sulle
barche non se ne curava minimamente.
La madre del bambino, in preda a un
pianto isterico, lanciò un grido che
lacerava l’aria.
Quando il cielo aveva iniziato a
rischiararsi, gli abitanti di
Campodigrano, al di là del fiume,
avevano visto il fuoco ridurre in cenere
la riva prima di perdere finalmente
vigore un poco alla volta.
Campodigrano era divenuta una
lugubre distesa nera.
Una volta estintosi l’incendio Bronzo,
che prima tra le braccia della mamma
sentiva un gran freddo, aveva iniziato a
infiammarsi di febbre. La febbre alta era
durata cinque giorni: quando la sua
temperatura era tornata ai livelli normali
Bronzo, oltre a essere visibilmente
smagrito, aveva gli occhi – che già di
per sé erano grandi – ancora più enormi
e sporgenti. Per il resto sembrava tutto
normale.
Ben presto, però, in casa si erano
accorti che quel bambino, che prima era
un gran chiacchierone, era diventato
muto.
Da quel giorno in poi il mondo di
Bronzo era cambiato. Quando i suoi
coetanei, una volta raggiunta l’età,
avevano iniziato ad andare a scuola, lui
non lo aveva fatto. Non è che non ci
volesse andare, era stata la scuola a
respingerlo.
Mentre gli altri ragazzini di
Campodigrano se ne andavano
allegramente a lezione con le loro
cartelle in spalla, lui non poteva che
osservarli da lontano.
Ogni volta che succedeva, una mano
gli carezzava dolcemente la testa: era la
mano della nonna. Non diceva nulla, ma
sapeva cosa frullava nella testa del suo
nipotino. E così, carezza dopo carezza,
gli passava sulla testolina quelle mani
grinzose e un po’ rattrappite. Alla fine
Bronzo allungava la mano verso la
nonna che, sempre tenendolo per mano,
lo riportava a casa o verso i campi. Lo
accompagnava a osservare le rane nelle
canalette, le cavallette sulle foglie delle
canne in riva al fiume, i trampolieri
nelle risaie, le barche a vela sull’acqua,
i mulini con le pale che ruotavano senza
sosta vicino agli argini…
A Campodigrano Bronzo e la nonna
erano sempre insieme. Dovunque
andasse, lei lo portava con sé: quel
nipotino era già tanto solo, almeno c’era
lei a tenergli compagnia.
A volte, vedendolo più solo del solito,
la nonna se lo metteva in spalla e gli
asciugava le lacrime e quando lo
guardava si faceva tutta radiosa, come
se il mondo fosse pieno di gioia.
Il papà e la mamma di Bronzo
lavoravano duramente, da mattina a sera
nei campi, e proprio non avevano tempo
di accudirlo.
Dopo la nonna, chi era più affezionato
a Bronzo era il suo bufalo. Ogni volta
che il padre riportava il bufalo a casa,
Bronzo prendeva la corda dalle sue
mani e conduceva l’animale dove
l’erbetta cresceva più rigogliosa. Il
bufalo lo seguiva docile, contento di
andare dovunque Bronzo lo portasse.
Oltre alla scena della nonna che
portava a spasso il nipotino tenendolo
per mano, anche quella di Bronzo che
portava il suo bufalo al pascolo era una
scena frequente a Campodigrano:
insomma, faceva parte del panorama.
Era uno spettacolo che gli abitanti del
villaggio si fermavano sempre a
guardare anche se, in fondo, lasciava nei
loro cuori un vago senso di dolore e di
amarezza.
Il bufalo brucava l’erba e Bronzo lo
guardava brucare. Aveva una lingua
lunghissima e molto agile, che usava per
infilarsi metodicamente l’erbetta in
bocca. Mentre mangiava agitava di
continuo la coda con un movimento
perfettamente ritmato. All’inizio Bronzo
lasciava che il bufalo si arrangiasse, ma
poi aveva preso l’abitudine di falciare
l’erba prima di dargliela in pasto, e
quella che falciava era tutta erba
particolarmente tenera.
Quel bufalo era il più robusto e più
bello di Campodigrano. Gli abitanti del
villaggio dicevano che era perché
Bronzo anzi, il muto, lo nutriva bene.
Nessuno, però, lo chiamava così in sua
presenza: quando c’era lui usavano
sempre il suo nome. E quando lo
chiamavano per nome, Bronzo
rispondeva sempre con un sorriso: un
sorriso senza pensieri, un sorriso
sincero, un sorriso buono e ingenuo, che
lasciava negli occhi e nel cuore dei
compaesani una punta di tristezza.
A volte, mentre pascolava il suo
bufalo, Bronzo udiva gli altri scolaretti
che leggevano ad alta voce e restava ad
ascoltarli rapito, trattenendo il respiro.
Le voci si alternavano fluttuando sopra
la campagna: quello era per lui il suono
più gradevole del mondo, tanto che
rimaneva imbambolato con lo sguardo
fisso in direzione della scuola.
In quei momenti il bufalo smetteva di
brucare e si metteva a leccare
delicatamente la mano di Bronzo con la
sua lingua morbida.
A volte Bronzo scoppiava di colpo in
singhiozzi, stringendogli forte la testa e
lasciando che le lacrime gli
scivolassero sulla criniera.
La cosa che al bufalo piaceva di più
era chinare un pochino la testa per
invitare il padroncino a montargli sul
collo, lui si aggrappava alle corna e gli
saliva in groppa. Tenendo Bronzo ben in
alto attraversava solennemente la
campagna, sotto gli sguardi dei bambini
di Campodigrano… Bronzo provava un
grande senso di appagamento. Si teneva
ben saldo in groppa al suo bufalo, con
l’aria di chi è perfettamente sicuro di sé.
In quei momenti aveva negli occhi
soltanto il cielo, le canne che si
alzavano e si abbassavano come onde,
gli enormi mulini in lontananza. Poi,
quando tutti quegli sguardi erano ormai
lontani, rilassava la schiena che fino a
quel momento aveva tenuto ben dritta e,
adagiandosi esausto sulla groppa del
bufalo, lasciava che lo portasse dove
voleva.
Bronzo provava una grande solitudine.
La solitudine di un uccello unico
padrone del cielo, di un pesce unico
padrone del fiume, di un cavallo unico
padrone della prateria.
Ma, proprio durante uno di questi
momenti, ecco apparire quella bambina.
L’apparizione di Girasole gli aveva
fatto capire una cosa: contrariamente a
quanto credeva, non era affatto il
ragazzino più solo della terra.
Da quel giorno in poi Bronzo, con il
suo bufalo al seguito, cominciò a farsi
vedere regolarmente in riva al fiume.
Il papà di Girasole, dal canto suo, le
diceva sempre: «Vai a giocare in riva al
fiume».
E così Bronzo e Girasole avevano
ciascuno un compagno, anche se questo
si trovava sulla sponda opposta.
Girasole se ne stava seduta sotto il
vecchio olmo, il mento appoggiato sulle
ginocchia piegate, a scrutare in silenzio
la riva opposta.
All’apparenza, mentre pascolava il
suo bufalo, Bronzo non aveva niente di
diverso dal solito: continuava a falciare
l’erba e a indicargli dove brucare e
dove no, tutto come prima. Ora, però, di
tanto in tanto alzava la testa per dare
un’occhiata al di là del fiume.
Era un mondo silenzioso. A fare
rumore erano solo quegli sguardi
innocenti che attraversavano il fiume.
I giorni trascorsero così, uno dopo
l’altro, ma Bronzo sentiva di dover fare
qualcosa per Girasole, là dall’altra
parte. Avrebbe voluto cantarle una
canzone, una delle canzoni che
cantavano i bambini di Campodigrano,
ma non poteva farlo. Avrebbe voluto
chiederle: “Vuoi venire nel canneto a
raccogliere le uova delle anatre
selvatiche?” ma non poteva dirle nulla.
Allora trasformò il suo lato del fiume in
un immenso palcoscenico su cui poteva
recitare alla perfezione.
Il suo pubblico era costituito da una
sola persona, e la sua spettatrice
conosceva un’unica posizione: quella
con il mento appoggiato sulle ginocchia
piegate.
A un certo punto, in groppa al suo
bufalo, Bronzo tirò le redini, gli assestò
un colpo deciso alla pancia con i talloni,
e subito quello si lanciò al galoppo
lungo il fiume. Gli zoccoli mulinavano
ritmicamente, sollevando in aria una
pioggia di schizzi di fango.
Girasole se ne stava lì seduta come al
solito, ma adesso girava la testa
lentamente seguendo lo sguardo di lui.
Il bufalo galoppava in mezzo alla
selva di canne e queste si abbattevano ai
due lati con un chiassoso fruscio.
Proprio quando le sagome di Bronzo e
del suo bufalo stavano per scomparire
alla vista di Girasole il ragazzino tirò le
redini: clop clop, a sorpresa il bufalo
tornò trottando sui suoi passi.
Era un trottare così solenne da togliere
il respiro.
Di tanto in tanto il bufalo lanciava un
sonoro muuu rivolto verso il cielo, tanto
potente che le acque del fiume
sembravano tremare.
Dopo aver cavalcato avanti e indietro
per un po’, Bronzo si voltò per smontare
dal bufalo, lasciò andare le redini con
noncuranza e si sdraiò sul tappeto
erboso.
Il bufalo rimase lì a sbuffare sbattendo
le grandi orecchie, poi abbassò la testa e
iniziò a brucare pacifico.
In quel silenzio così perfetto Girasole
udì un suono che non aveva mai sentito
prima. Era il fischietto che Bronzo
aveva fabbricato con delle foglie di
canna e che ora zufolava senza sosta.
Girasole alzò la testa verso il cielo: uno
stormo di anatre selvatiche stava
volando verso ovest.
Bronzo montò di nuovo sulla schiena
del bufalo. In piedi su di lui diede fiato
al suo fischietto: quando il bufalo iniziò
a muoversi Girasole ebbe paura che
potesse cadere giù, ma lui se ne stava
ben saldo. Poi lasciò cadere il fischietto
e fece la verticale sulla testa del bufalo:
teneva le gambe sollevate in aria, ora le
univa insieme, ora le divaricava.
Girasole lo guardava rapita.
Tutt’a un tratto Bronzo cadde dalla
testa del bufalo.
Girasole, allarmata, saltò in piedi.
Passò un bel pezzo prima che Bronzo
ricomparisse. Era coperto di fango dalla
testa ai piedi: era finito in una pozza di
pantano. Il fango gli ricopriva
completamente anche la faccia,
lasciando visibili soltanto gli occhi: era
una scena talmente comica che Girasole
scoppiò a ridere.
La giornata trascorse così e quando il
sole si immerse nell’acqua, all’estremità
del fiume, i due bambini si
incamminarono ciascuno verso casa.
Girasole saltellava canticchiando una
canzone. Anche Bronzo canticchiava una
canzone, la canticchiava nella sua
mente…
Era una notte d’estate e il vento del
sud spirava gentile, quando il papà di
Girasole sentì il profumo dei girasoli.
Era una fragranza che veniva dalla riva
del fiume, da Campodigrano. Tra tutte le
piante, il girasole era quella che amava
di più: ne conosceva bene il profumo, un
profumo che nessun altro fiore
possedeva, che portava con sé il gusto
dei raggi del sole, trasmetteva calore,
inebriante, che ispirava vigore.
Il sentimento tra il padre e i girasoli
era uno di quelli che durano in eterno, un
legame indissolubile.
Il papà faceva lo scultore, e l’opera
più riuscita di tutta la sua carriera era
proprio un girasole, un girasole in
bronzo. Era convinto che il materiale
più adatto a rappresentare il girasole
fosse il bronzo: la sua eterna lucentezza,
che si irradiava fresca e semplice,
risultava estremamente suggestiva.
I toni tiepidi del girasole e quelli
freddi del bronzo si fondevano in una
sfumatura dalle mille gradazioni. Una
vitalità profonda, una pace perfetta: era
questo il mondo che il papà amava di
più, e in questo mondo amava perdersi
fino a dimenticare ogni altra cosa.
Nella città da cui proveniva, la
scultura più famosa era proprio il
girasole di bronzo fatto da lui. Era
proprio nel centro della piazza
principale. Il nome della città e quella
scultura erano legati in modo così intimo
che quel girasole di bronzo era diventato
il simbolo stesso della città.
Quasi tutte le sue sculture erano
costituite da girasoli di bronzo: alcuni
imponenti, alti anche più di tre metri,
altri piccoli, misuravano dai tre ai dieci
centimetri. Alcuni avevano uno stelo
solo, altri due, altri ne avevano tre,
cinque, una selva di gambi. Tante
prospettive diverse, tanti modelli
diversi. In seguito, in città, quei girasoli
erano diventati vere decorazioni: erano
incastonati nei portoni degli alberghi,
nelle maestose pareti di alcuni edifici,
nelle colonne dei saloni, nelle
staccionate dei parchi. Poi erano
diventati prodotti di artigianato:
laboratori grandi e piccoli ne
producevano in tutte le fogge possibili
ma sempre in bronzo, ed erano esposti
sui banconi dei negozi perché i turisti
che visitavano la città li comprassero.
Allo scultore capitava spesso di
pensare che quella fosse
un’esagerazione, ma non aveva tempo
per curarsene.
L’amore per i girasoli lo aveva spinto
a scegliere per la figlia un nome da
contadinella: eppure trovava che quel
nome avesse un suono magnifico.
Quando lo chiamava gli sembrava così
caldo, così radioso da inondare il
mondo intero con la sua luce.
Quel nome sembrava piacere anche
alla sua bambina. Ogni volta che si
sentiva chiamare dal papà rispondeva a
pieni polmoni: «Papà, sono qui!». A
volte, invece, parlava di sé in terza
persona: «Papà, Girasole è qui!».
Girasole era diventata una parte della
sua anima.
E ora, in quella distesa desolata,
l’uomo sentiva di nuovo il profumo dei
girasoli.
Campodigrano era immerso nella notte
estiva: ogni cosa era bagnata dalla
rugiada, e l’aria impregnata della
fragranza di piante e fiori di ogni sorta.
Poi, in mezzo a tanti profumi mescolati
tra loro, il naso del papà aveva
riconosciuto, senza possibilità di errore,
quello dei girasoli. «Non sono certo una
o due piante soltanto» disse alla figlia.
«Sono centinaia, migliaia».
Girasole annusò ma non sentì nessun
profumo. Il papà la prese per mano
sorridendo: «Andiamo al fiume».
Nella notte il fiume scorreva placido.
La luna era alta nel cielo, e la superficie
dell’acqua era come disseminata di
frammenti d’argento. Sui pescherecci
attraccati per la notte dondolavano le
lanterne. Se si rimaneva a fissarle per un
po’ le lanterne smettevano di muoversi e
si aveva l’impressione che a dondolare
ora fossero il cielo e la terra, le canne e
il fiume stesso. Le notti d’estate, a
Campodigrano, erano uno spettacolo
meraviglioso.
Continuando ad annusare, il papà
avvertì ancor più chiaramente il
profumo dei girasoli che proveniva
dall’altra riva. Ora sembrava sentirlo
anche Girasole.
Rimasero a lungo seduti in riva al
fiume e tornarono indietro solo quando
la luna scivolò verso ovest. In quel
momento la rugiada si era ormai fatta
densa, come più densa era diventata la
fragranza nell’aria. Forse per la
stanchezza, forse perché stregati da quel
profumo, fatto sta che si sentivano girare
la testa, mentre il mondo tutt’intorno si
confondeva e iniziava a ondeggiare.
All’alba del giorno seguente, quando
Girasole si svegliò, il papà si era già
alzato per andare chissà dove.
Il sole non era ancora sorto quando il
papà si era tirato su dal letto senza far
rumore: aveva preso con sé la cartella
con i suoi disegni e tutto l’occorrente
per dipingere e poi, seguendo il profumo
dei girasoli che era aleggiato per tutta la
notte e ancora aleggiava nell’aria, aveva
attraversato il fiume e raggiunto
Campodigrano.
Al momento di lasciare la Scuola per
Quadri aveva affidato Girasole al
guardiano dell’ingresso, zio Ding, un
amico fidato.
Il papà aveva attraversato il paese, poi
il canneto, e d’un tratto ecco davanti a
lui la distesa di girasoli. Era un campo
la cui immensità andava oltre ogni
immaginazione. Di campi di girasoli ne
aveva visti a bizzeffe, ma uno così
grande mai. Mentre saliva su un’altura
per ammirare la spianata che si
estendeva a perdita d’occhio là sotto,
provò una sorta di agitazione.
Dopo aver scelto la prospettiva più
soddisfacente, posizionò il cavalletto e
posò a terra la seggiolina pieghevole. Si
stava levando il sole, una mezza sfera
rossa simile a un fungo dorato che
spuntava dal terreno all’orizzonte.
Erano girasoli di una varietà bizzarra,
con un lungo fusto diritto e coperto di
spuntoni che sorreggeva una corolla
perfettamente rotonda. Le corolle
pendevano appena verso il basso o
puntavano leggermente in alto, proprio
come tante facce sorridenti.
Ora che la notte si stava dissolvendo e
la luce della luna si diradava, tutti quei
girasoli stavano lì in piedi, tranquilli e
solenni, tanto che si poteva scambiarli
per una folla di persone, anzi, una
schiera di guerrieri.
Il campo di girasoli era stato ricavato
dalla bonifica di un canneto paludoso: lì
la terra era estremamente fertile e le
piante avevano tutte un aspetto sano e
robusto. Il papà non aveva mai visto
steli tanto alti e spessi, né corolle tanto
grandi e resistenti, ciascuna delle
dimensioni di un catino.
Era una vera e propria foresta di
girasoli.
In quella foresta reduce da una notte di
rugiada, mentre la luce del sole non era
ancora arrivata a illuminare tutto, le
piante gocciolavano ancora. Dalle foglie
a forma di cuore e dalle corolle
penzolanti colavano lucide perle di
guazza che davano ai girasoli un’aria
straordinariamente preziosa.
Il sole, intanto, continuava a salire.
I girasoli possono ben dirsi le piante
più intelligenti sulla faccia della terra,
se è vero che danno l’impressione di
avere una sensibilità acuta, una vita, una
volontà. Il loro viso è sempre rivolto al
sacro sole, del quale sono figli. In ogni
istante della giornata tengono il viso
puntato verso di lui, senza distrarsi mai,
e ne seguono il movimento spostandosi
senza che gli uomini se ne accorgano
minimamente. L’amore e la lealtà che
provavano verso il sole raggiungevano
il culmine in quell’immensa distesa
silenziosa.
Il papà era ancora assorto in
contemplazione. Vide le teste penzoloni
dei girasoli risvegliarsi e sollevarsi a
poco a poco seguendo il sole nella sua
ascensione. Erano come un corpo solo.
Il sole si alzò nel cielo.
I girasoli sollevarono il viso. Nel giro
di un istante i petali, che fino a un attimo
prima pendevano ancora flosci, si
dispiegarono uno dopo l’altro
assorbendo l’energia dei raggi solari, e
il loro colore ora sembrava ancora più
vivo.
Alla vista di tutti quei volti, il papà
sentì la commozione montargli nel
cuore.
Il sole sembrava una ruota dorata. I
suoi raggi piovevano come un ruscello
sul campo di girasoli, che in un attimo si
misero a risplendere d’oro. Se in cielo
c’era quel sole immenso, sulla terra
ecco innumerevoli piccoli soli, un
cerchio di piccoli soli dai petali
ondeggianti. Il sole enorme e quei
piccoli soli si guardavano, l’uno rivolto
verso il basso, gli altri verso l’alto, e a
unirli era un sentimento forte e profondo
che non aveva bisogno di parole. Quei
girasoli avevano un aspetto ingenuo e
fanciullesco, ma al tempo stesso davano
un’impressione di tenacia e di lealtà
senza pari.
Quella del papà per i girasoli era
davvero una passione che veniva dal
cuore.
Gli tornò in mente la città, gli
tornarono in mente i suoi girasoli di
bronzo. Pensò che, a questo mondo,
nessuno conosceva meglio di lui il
temperamento, il carattere dei girasoli:
eppure la distesa che aveva davanti agli
occhi lo turbava. Era come se avesse
visto qualcosa di nuovo e impossibile
da descrivere a parole, voleva sforzarsi
di comprenderlo e certo un giorno,
quando sarebbe tornato in città, avrebbe
mostrato alla gente dei girasoli di
bronzo ancora più raffinati e
affascinanti.
I raggi del sole si facevano sempre più
vivaci, come sempre più vivaci erano
anche i girasoli. I loro petali iniziarono
a pulsare come lingue di fuoco sotto il
sole cocente.
Il papà dipingeva sulla tela. Spesso,
però, attratto com’era dallo spettacolo
che aveva davanti, si dimenticava per
qualche istante del suo quadro.
La magia di quel campo di girasoli era
irresistibile.
A mezzogiorno il sole irradiava
migliaia di fasci dorati. I girasoli
entravano allora nel momento di
massimo splendore della giornata: di
colpo le corolle si rivolgevano verso il
sole sforzandosi di elevarsi, tanto che i
fusti sembravano allungarsi ancor di più.
Ecco allora tante sfere infuocate
bruciare sotto il cielo azzurro. Per
contrasto, in mezzo ai ciuffi bianchi
delle canne che crescevano tutt’intorno,
quelle palle di fuoco si caricavano di
una vitalità ancora più esuberante.
Il cielo sopra il campo era cosparso di
un vapore violaceo, inconsistente, che
fluttuava al primo alito di vento. Nel
momento in cui alcune anatre lo
attraversarono fu come se stessero
volando attraverso una materia
impalpabile come quella dei sogni.
Il papà tracciava schizzi sulla carta,
foglio dopo foglio. La sua intenzione non
era quella di rappresentarli nel
dettaglio, perché solo seguendo
l’ispirazione del momento poteva dare
forma a ciò che gli si agitava nel cuore.
Si dimenticò della figlia, si dimenticò
che era ormai ora di pranzo, si
dimenticò di tutto: negli occhi, nel cuore
aveva soltanto quello sconfinato campo
di girasoli.
Poi, esausto, dopo aver fatto viaggiare
lontano lo sguardo spaziando tutt’intorno
a sé, tornò ad abbassarlo. A quel punto i
suoi occhi si soffermarono su un
girasole in particolare. Lo osservò con
attenzione: era così seducente, con
quella corolla elegante e carnosa che
dietro sembrava così verde. Eppure, a
uno sguardo più attento, si notava che al
centro era di un bianco delicato come la
pelle di una persona, una pelle che
sembrava burro solidificato. Ciascun
petalo aveva alla base una minuscola
fogliolina, un triangolino tenero appena
più piccolo del petalo stesso: le
foglioline, una accanto all’altra,
componevano un addentellato che
somigliava a un fiore. Un autentico
spettacolo. La corolla, poi, non era
perfettamente liscia, ma si incurvava
gradualmente verso il centro; anche il
colore passava da chiaro a più scuro,
fino a diventare, nel mezzo, un
cuscinetto marrone. Era un unico
girasole, ma dava la sensazione di
poterlo leggere all’infinito.
«Che fortuna mi è capitata!» sospirò il
papà.
Era rimasto legato a quelle piante per
tutta la vita: anche questa era una
fortuna. Si fermò a riflettere pensando a
quanta felicità gli fosse capitata, quanta
ricchezza. Gli sembrò di rivedere la sua
città illuminata dai suoi girasoli di
bronzo, piena di vita.
Stava per lasciare il campo di girasoli
quando, all’improvviso, gli venne
un’idea. Posò la cartella dei disegni, si
tuffò nel campo e continuò a camminare.
I fiori erano tutti più alti di lui, e poteva
ammirarne le corolle solo alzando la
testa. Andò avanti, avanti ancora, finché
ben presto fu inghiottito dai girasoli.
Quando ne rispuntò fuori era ormai
passato un bel pezzo: era ricoperto di
polline dorato dalla testa ai piedi, e
aveva dorate anche le sopracciglia.
Alcune api gli ronzavano intorno al
volto con un bzz bzz così sonoro da
dargli una leggera vertigine.
Mentre attraversava Campodigrano, il
papà rallentò.
Era già mezzogiorno: erano tutti partiti
per il lavoro nei campi e nei vicoli
quasi non c’era anima viva, se non
qualche cane che gironzolava
pigramente.
Il papà si sentiva strano: aveva
l’impressione che il fango di
Campodigrano gli bloccasse i piedi,
come se una forza misteriosa volesse
bloccarlo per fargli dare un’occhiata al
villaggio.
Era un villaggio piuttosto grande,
attraversato verticalmente da una decina
di stradine che s’incrociavano con
innumerevoli vicoli orizzontali. Le porte
delle case erano tutte rivolte verso sud.
Era evidente, però, che il villaggio era
anche molto povero: se si escludeva un
esiguo numero di case con il tetto di
tegole, tutte le altre avevano il tetto di
paglia. Sotto i raggi del sole estivo,
dalle case dal tetto di paglia si
sprigionava un vapore azzurrino.
Parecchie tra le abitazioni più nuove
avevano il cocuzzolo ricoperto di
stoppie di grano che in quel momento,
come tanti fili dorati, mandavano raggi
di luce da far girare la testa. I vicoli, per
quanto non ampi, erano molto profondi e
tutti lastricati di mattoni neri: mattoni
che avevano un’aria ormai vecchiotta,
irregolari e lucidi com’erano.
Era un villaggio semplice e tranquillo.
Per quanto si sentisse spaesato, il papà
avvertiva una sensazione di calore. Era
come se volesse parlare a quel
villaggio, come se avesse da dirgli
qualcosa, qualcosa di molto importante.
Eppure era tutto così confuso. Mentre
attraversava le strade un cane alzò il
muso verso di lui: aveva uno sguardo
gentile, non sembrava affatto lo sguardo
di un cane. A un suo cenno del capo il
cane sembrò rispondere annuendo: il
papà ridacchiò tra sé e sé. Uno stormo
di colombe passò in volo sopra il
villaggio, tante ombre scure che
sfiorarono i tetti delle case, disegnarono
alcuni cerchi sopra la sua testa e si
posarono sopra una delle abitazioni.
Quando fu fuori dal villaggio gli sembrò
di aver camminato per un’eternità. Si
voltò a guardare: continuava ad avere
quella vaga sensazione di dover affidare
qualcosa al villaggio, ma non sapeva
bene cosa. Era una sensazione davvero
bizzarra.
Solo quando ebbe superato il canneto
gli sembrò che quella strana sensazione
fosse finalmente svanita.
Giunse in riva al fiume. Pensava di
trovare la figlia seduta all’ombra del
vecchio olmo, ma di lei non c’era
traccia. Forse quel ragazzino, Bronzo,
l’aveva portata da qualche parte a
giocare.
Avvertì nel cuore un senso di vuoto.
Per qualche ragione aveva una voglia
matta di vedere la sua bambina. Si
rimproverò: il tempo che trascorreva
insieme a Girasole durante la giornata
era troppo poco, anche se appena aveva
qualche istante libero pensava a lei.
Preso dal senso di colpa si lasciò
andare all’amarezza, ma iniziò a
sgorgargli nel cuore, come un
ruscelletto, una sensazione di calore.
Mentre aspettava la barca che lo
avrebbe portato al di là del fiume si
sedette sulla riva: da quel momento ogni
pensiero fu per la sua bambina. Quando
la piccola aveva tre anni, alla morte
della mamma, era stato lui a crescerla
da solo. Era come se nella sua vita non
ci fossero che due cose: i girasoli di
bronzo e la figlia. Una bambina così
dolce, bella e adorata da tutti! Gli bastò
pensare a lei per sentirsi il cuore
sciogliersi come una pozza d’acqua in
primavera.
Una sera, era molto tardi, e lui era
ancora intento ai suoi girasoli di bronzo.
Girasole aveva sonno: l’aveva portata
sul letto e, dopo averle rimboccato le
coperte, l’aveva accarezzata
dolcemente: «Su, da brava, Girasole, fai
la nanna, fai la nanna…». In cuor suo
pensava a quel girasole che non aveva
ancora finito. La piccola non riusciva a
prender sonno e teneva gli occhi aperti,
capendo che non c’era verso di farla
addormentare, vi aveva rinunciato: «Il
papà deve lavorare, Girasole farà la
nanna da sola». E si era ritirato nel suo
laboratorio. Girasole era rimasta buona
buona. Dopo un po’ che lavorava l’uomo
era tornato nella stanza a passi felpati.
Poi, sulla soglia della camera, aveva
udito la voce della bambina: «Su, da
brava, Girasole, fai la nanna, il papà ha
da lavorare, fai la nanna…». Aveva fatto
capolino al di là della porta: Girasole si
stava cantando la ninnananna da sola,
facendosi delle carezze con la manina.
Carezza dopo carezza, anche la sua voce
si era fatta sempre più flebile e
impastata. Teneva le manine posate sul
petto, come un uccellino sfinito posato
su un ramo: si era cullata da sola, fino
ad addormentarsi. Una volta tornato nel
suo laboratorio, mentre continuava il suo
lavoro, il papà non era riuscito a
trattenere un sorriso ripensando
all’espressione della bambina.
A volte Girasole se ne stava a giocare
da qualche parte e, a forza di giocare,
finiva per addormentarsi. Quando il
papà la abbracciava le sentiva le
braccia e le gambe molli come le zampe
di un agnellino. Nel momento in cui la
posava nel suo lettino, poi, spesso le
vedeva sbocciare agli angoli della
bocca un sorriso dolcissimo, che
affiorava come un’onda sulle sue labbra.
In quei momenti il viso della figlia gli
sembrava un fiore, un fiore pieno di
pace.
Là fuori era rimbombato un tuono.
Girasole se ne stava raggomitolata
contro il petto del papà che, la guancia
appiccicata alla sua testolina, le
carezzava con le sue manone la schiena
scossa da brividi continui: «Girasole,
non aver paura, era solo un tuono, è
arrivata la primavera. E quando torna la
primavera l’erbetta diventa verde,
sbocciano i fiori, tornano le api e le
farfalle…». Così, un poco alla volta, la
bambina si era calmata: la testa posata
sul braccio di lui, si era voltata piano a
guardare fuori dalla finestra proprio
mentre un lampo azzurro lacerava il
cielo. Vedendo gli alberi vacillare per il
gran vento aveva di nuovo incollato il
viso al petto del papà: l’uomo aveva
ripreso a consolarla finché lei, non più
spaventata da tuoni e fulmini, si era
voltata di nuovo a contemplare,
trepidante, quel cielo tutto saette, boati,
pioggia e vento.
Così, giorno dopo giorno, la bambina
era cresciuta.
Il papà la conosceva meglio ancora di
quanto non conoscesse se stesso. Ne
conosceva il viso, le braccia e le gambe,
ne conosceva il temperamento, ne
conosceva il profumo. Il corpo della sua
bambina aveva sempre avuto addosso un
leggerissimo profumo di latte: era una
fragranza che si sprigionava soprattutto
quando dormiva profondamente, proprio
come profumano le piante inzuppate
dalla rugiada notturna. E lui lo aspirava
piano sul viso e sulle braccia lasciate
scoperte dalle lenzuola mentre le
rimboccava con cura. La pelle della sua
bambina, così tenera e liscia, sembrava
seta tiepida.
Mentre ripensava ai suoi girasoli di
bronzo, coricato sul letto, sentiva
all’improvviso un’ondata di tenerezza
battergli nel cuore e non resisteva alla
tentazione di stringersi forte la figlia al
petto, la punta del naso contro la sua
guancia, accarezzandola dolcemente.
Quelle guance lisce come porcellana gli
davano una gioia senza pari.
Quando faceva il bagno a Girasole, la
vista di quel corpicino senza neanche un
segno lo riempiva di una commozione
impossibile da descrivere. Sembrava
giada, candida e senza il minimo difetto,
e non poteva permettere che quella giada
subisse nemmeno un graffio. La
bambina, però, non badava granché a se
stessa: anzi, disobbediente com’era,
dispettosa persino, le capitava spesso di
ferirsi un braccio, tagliarsi un dito o
sbucciarsi un ginocchio. Una volta,
mentre camminava distrattamente per la
strada, era scivolata ferendosi il viso sui
mattoni, e dalla ferita era uscito un
sangue rosso scuro. Il papà era andato su
tutte le furie e si era molto preoccupato:
aveva paura che le rimanesse una
cicatrice sul viso, e la sua bambina non
doveva assolutamente averne. Così, per
qualche giorno, le aveva curato con ogni
premura la ferita senza smettere un
attimo di stare in ansia per lei, finché il
taglio non era guarito e la cicatrice
sbiadita. Solo quando il viso di Girasole
era tornato liscio come prima si era
finalmente dato pace.
Per qualche ragione, in quel momento
aveva una gran voglia di vedere la sua
bambina. Il desiderio si trasformò in
nervosismo, come se il fatto di non
vederla significasse che non l’avrebbe
rivista mai più. Era evidente che aveva
qualcosa da dirle.
Girasole, però, non si fece viva. Era
andata a giocare da qualche parte
insieme a Bronzo.
Quel ragazzino aveva l’aria di
piacerle molto. Il padre sperava che
Bronzo la portasse spesso a giocare con
lui, saperli insieme gli ispirava un senso
di fiducia e di serenità difficile da
spiegare. In quel momento, però, voleva
soltanto vedere la sua bambina.
Scorse una barchetta vicino alla riva:
al suo arrivo l’aveva notata subito, ma
non aveva pensato di usarla per
attraversare il fiume. La barca era
troppo piccola e non gli ispirava
sicurezza, così decise di aspettarne una
più grande: ma il tempo passava e non
arrivava nessuno. Così, vedendo che il
sole ormai puntava verso ovest, decise
di usare quella.
Filava tutto liscio e la barchetta non
gli dava motivi di preoccupazione:
viaggiava sicura sulla superficie
dell’acqua con a bordo l’uomo, la sua
cartella dei disegni e gli altri strumenti.
Era la prima volta che guidava una
barca, ed era una bellissima sensazione.
La barca scivolava sull’acqua come se
non incontrasse la minima resistenza.
Anche se non sapeva usare la pertica,
riuscì a cavarsela, con un po’ di
difficoltà, arrangiandosi con una canna
di bambù.
Scorse l’argine, altissimo.
Nel cielo sfrecciò uno stormo di
cornacchie e si udì un cra improvviso.
Un grido malinconico che lo fece
sobbalzare. Nel momento esatto in cui
alzò la testa per guardarle, fu colpito
proprio in faccia da una cacchina.
Posò la canna di bambù, si accovacciò
con cautela e si ripulì portandosi al viso
dell’acqua fresca con le mani. Poi,
proprio mentre stava per asciugarsi con
la manica della giacca, apparve ai suoi
occhi una scena terrificante.
Una tromba d’aria stava puntando dal
fiume proprio nella sua direzione!
Era un enorme cono che doveva essere
arrivato dalla campagna perché in quel
turbine, così solido eppure trasparente,
mulinavano a folle velocità un mucchio
di rami secchi, foglie morte e polvere.
Quella furia sembrava avere una
straordinaria forza di attrazione perché
un grande uccello, che volava lì accanto,
fu risucchiato all’istante e iniziò a
roteare insieme ai rami e al fogliame.
A poco a poco il cono scese dal cielo
e non appena il suo vertice toccò la
superficie del fiume, nell’acqua si aprì
un mulinello rotante: le acque del fiume
si sollevarono lanciando spruzzi
rumorosi e innalzando un muro alto più
di tre metri, anch’esso a forma di cono.
Nel mezzo, come se sgorgasse dal fiume
stesso, un getto d’acqua alto metri e
metri puntava verso il cielo. Il cono
avanzava roteando, aprendo una specie
di sottile gola sulla superficie del fiume.
Il terrore lo faceva tremare come una
foglia.
In men che non si dica la tromba d’aria
raggiunse il luogo dove stazionava la
barchetta. Per fortuna, però, non la
attaccò proprio nel mezzo, ma si limitò a
sfiorarne la prua, risucchiando con
violenza verso l’alto la cartella dei
disegni che era lì davanti. Poiché non si
trovava proprio nell’occhio del ciclone,
la cartella fu brutalmente squadernata da
un potente colpo d’aria: mentre il mostro
d’aria continuava la sua avanzata, i
disegni si spiegarono nell’aria come le
ali di enormi uccelli. Bastò un attimo
perché dieci schizzi o più venissero
strappati dalla cartella invadendo il
cielo.
L’uomo vide una miriade di girasoli
spargersi nell’aria. I fogli balenavano a
mezz’aria e ricadevano sulla superficie
dell’acqua, uno dopo l’altro. A
raccontarla, la cosa aveva
dell’incredibile: quando gli schizzi
cadevano giù, non ce n’era uno che non
fosse rivolto verso l’alto. Sulle limpide
acque del fiume increspate dalle onde
erano sbocciati tanti girasoli: uno
spettacolo che lasciava a bocca aperta.
Il sole splendeva nel cielo in tutto il
suo fulgore.
Dimenticando di essere a bordo di una
barchetta e di non saper nuotare, l’uomo
si accovacciò, tendendo la mano e
allungando il corpo con tutte le sue forze
nel tentativo di raggiungere il girasole
più vicino alla barca, finché questa, di
colpo, si capovolse.
Mentre lottava per tenersi a galla
intravide l’argine. Cosa avrebbe dato
per un ultimo sguardo alla sua bambina.
Sulla riva, però, c’era soltanto il
vecchio olmo…
Sul fiume illuminato dal sole
galleggiavano i girasoli.
L’equipaggio di un battello che aveva
assistito alla scena da lontano, spiegò le
vele e puntò verso il luogo
dell’incidente. In quel braccio del fiume,
però, oltre alla chiglia della barchetta
rivolta verso l’alto, che ora sprofondava
ora tornava a galla, alla deriva sulla
superficie dell’acqua non c’era altro che
la cartella dei disegni, gli schizzi dei
girasoli e gli altri strumenti, non si
vedeva altro movimento. L’equipaggio
del battello, nel tentativo di trovare
qualcosa, continuava a setacciare la
superficie del fiume.
Il fiume scorreva verso est, mentre
alcuni uccelli acquatici tracciavano
cerchi a bassa quota.
Dal battello si misero a gridare a pieni
polmoni in direzione della riva: «È
caduto in acqua qualcuno! È caduto in
acqua qualcuno!».
Le grida furono udite sia alla Scuola
per Quadri che a Campodigrano. Prima
a una persona, poi a dieci, poi a cento,
le grida arrivarono fino ai luoghi in cui
si radunavano i loro abitanti: in breve su
entrambe le rive del fiume ci fu un gran
vociare finché, dai luoghi più diversi,
un’enorme folla raggiunse di corsa il
luogo dell’incidente.
«Chi è finito in acqua?»
«Chi è finito in acqua?»
Ma chi fosse finito in acqua non lo
sapeva nessuno.
Quando però gli uomini della Scuola
per Quadri trovarono la cartella dei
disegni e gli schizzi dei girasoli, non
ebbero più dubbi sull’identità dello
sventurato.
In quel momento Girasole si trovava
alla Scuola per Quadri, sul bordo delle
vasche dei pesci, e osservava Bronzo
che pescava dall’acqua delle cozze di
fiume. Poi, vedendo gli adulti
precipitarsi verso il fiume, si erano
accodati a loro. Girasole non era veloce
e di tanto in tanto Bronzo si fermava ad
aspettarla, riprendendo la corsa una
volta che lei lo aveva raggiunto. Quando
arrivarono al fiume la riva era ormai
gremita di persone, parecchie delle
quali si erano tuffate in acqua e si
immergevano verso il fondale alla
ricerca del malcapitato.
A Girasole bastò un attimo per
scorgere i bozzetti che fluttuavano sul
pelo dell’acqua. La ragazzina si mise a
gridare con tutto il fiato che aveva:
«Papà!». Si fece strada tra la folla,
alzando di continuo la testa nel tentativo
di riconoscere il viso di quegli adulti:
«Papà…».
Quando gli uomini della Scuola per
Quadri si accorsero di lei, uno di loro le
corse incontro per bloccarla. Girasole si
dimenava con tutte le sue forze in quella
stretta, agitava senza sosta le braccia
come impazzita: «Papà! Papà…».
Ormai, però, dal papà non avrebbe
avuto mai più risposta.
Alcune donne della Scuola per Quadri
circondarono l’uomo che teneva stretta
Girasole e, lasciata in fretta e furia la
riva, si diressero verso la Scuola. Non
volevano che la ragazzina vedesse
proprio tutto. Lungo il tragitto
continuavano a consolarla ma era
inutile: piangeva e si disperava e le
lacrime le scorrevano tra i singhiozzi.
Bronzo li seguiva da lontano.
Ben presto Girasole ebbe la gola rauca
dal piangere, finché non fu più in grado
di emettere alcun suono. Lacrime gelide
le colavano lungo il naso, scorrendo
senza rumore verso gli angoli della
bocca e giù sul collo. Tendeva le mani
verso il fiume senza smettere di
singhiozzare.
Per tutto il tempo Bronzo era rimasto
in piedi sotto il muro di cinta della
Scuola per Quadri, immobile.
Sul fiume era arrivata una decina di
barche grandi e piccole, mentre la folla
si era ulteriormente infittita. La gente
ricorreva ai metodi di ricerca più
disparati, ma quando scese il buio il
papà di Girasole ancora non era stato
ritrovato.
Le operazioni di ricerca proseguirono
per una settimana ma non si arrivò ad
alcun risultato, non fu mai rinvenuto
nemmeno il cadavere. Alla gente che
stava su una sponda e sull’altra del
fiume tutto ciò sembrò molto, molto
strano.
In quei giorni, alla Scuola per Quadri,
le signore si diedero i turni per
prendersi cura di Girasole.
Lei non piangeva più, ma sul suo viso
esangue era rimasto uno sguardo fisso e
sconsolato. Ogni volta che, nel cuore
della notte, la si udiva chiamare in
sogno il papà, i suoi custodi non
riuscivano a trattenere le lacrime.
Finché, una settimana dopo che il papà
era caduto in acqua, tutt’a un tratto
Girasole fece perdere le sue tracce.
L’intera Scuola per Quadri si mobilitò:
frugarono ogni angolo del complesso,
ma la ragazzina non si trovava.
Allargarono allora il raggio delle
ricerche fino a un chilometro tutt’intorno
alla Scuola, sempre senza successo. Ci
si chiese se per caso non se ne fosse
andata a Campodigrano, al che qualcuno
andò a verificare. Quando in paese si
era sparsa la voce che la ragazzina era
scomparsa anche i suoi abitanti, uno
dopo l’altro, si erano attivati per dare
una mano con le ricerche. Setacciarono
il villaggio e i dintorni, ma nemmeno
loro furono in grado di trovarla.
Proprio quando sembrava che ogni
speranza fosse perduta, Bronzo, quasi
avesse sentito una specie di richiamo
improvviso, con un balzo montò in
groppa al suo bufalo e, facendosi largo
tra la folla, lo lanciò al galoppo lungo lo
stradone che portava in paese.
A cavallo del bufalo, Bronzo
attraversò il canneto finché non scorse il
campo dei girasoli.
Il sole di mezzogiorno risplendeva
maestoso. Sotto i suoi raggi, i girasoli
erano placidamente immersi in una luce
dorata, frotte di api e farfalle
svolazzavano qua e là.
Bronzo saltò giù dal bufalo, mollò le
redini e si inoltrò di corsa nella
piantagione.
Fitte com’erano, le piante gli
permettevano soltanto una visuale molto
ravvicinata; lui, però, continuò a correre
finché non si ritrovò con il fiatone e tutta
la testa madida di sudore.
Finalmente, nel cuore del campo, ecco
Girasole. Era distesa in una piccola
radura tra le piante e sembrava
addormentata.
Bronzo corse fuori dal campo e si
inerpicò fino in cima a una collinetta da
cui si mise a fare dei gran cenni in
direzione di Campodigrano. «Che sia
riuscito a trovarla?» fece qualcuno
quando se ne accorse.
Una folla accorse numerosa.
Bronzo li guidò fino al punto in cui si
trovava Girasole. Per il momento
nessuno la disturbò, limitandosi a
starsene in cerchio a fissarla.
Nessuno sapeva come avesse
attraversato il fiume, né come fosse
arrivata fin lì.
Girasole era convinta che il papà non
fosse andato da nessuna parte, ma che
fosse proprio lì in quel campo.
Uno degli uomini la sollevò
prendendola tra le braccia. Girasole
socchiuse appena gli occhi mormorando
tra sé: «Ho visto il papà, era proprio
qui, tra i girasoli…».
Aveva le guance paonazze. L’uomo che
la teneva in braccio le passò la mano
sulla fronte ed esclamò allarmato:
«Questa bambina ha la fronte che
scotta!».
Mentre un gruppetto le faceva da
scorta, un gran rumore di passi
riecheggiò sulla strada sterrata che
portava all’ospedale.
Quel pomeriggio il sole fu oscurato da
spessi nuvoloni scuri: presto, poi, si
levò un vento fortissimo seguito da un
temporale. Sul far della sera, quando
vento e pioggia si furono calmati, non si
vedeva altro che una distesa di girasoli:
avevano perso tutti i loro petali dorati,
che ora ricoprivano il terreno verso cui
pendevano le corolle, ormai private del
loro splendore...
La vecchia sofora

Gli uomini della Scuola per Quadri


erano arrivati fino a quei canneti da
molto lontano per lavorare, e il loro era
un pesantissimo lavoro manuale.
Ma a Campodigrano, dove la gente
lavorava da generazioni e generazioni,
proprio non riuscivano a capire cosa
avessero in testa quegli uomini di città:
perché non se n’erano rimasti belli
comodi e tranquilli nelle loro città
invece di venire a rompersi la schiena in
quelle lande desolate? Cosa ci
trovavano di così bello nel faticare?
Gli abitanti di Campodigrano
sgobbavano da generazioni e
generazioni, ma da generazioni e
generazioni sognavano di fuggire a quel
destino, e se le loro vite erano rimaste
legate a quella terra era soltanto perché
non avevano altra scelta. In fin dei conti
quei cittadini erano brave persone, ma
quella di spingersi fin lì apposta per
lavorare era un’idea davvero
strampalata. I paesani avevano spesso
notato che, quando per i contadini la
giornata di lavoro era ormai finita, nella
Scuola per Quadri si sgobbava ancora.
Più di una volta gli abitanti di
Campodigrano erano stati svegliati di
soprassalto dai canti e dalle grida degli
uomini della Scuola intenti al lavoro
notturno. «Quelli là sono matti!»
biascicavano voltandosi dall’altra parte.
Più vento e pioggia si facevano sentire,
più quei matti ci davano dentro. Se in
paese la gente si presentava spesso tutta
in ghingheri, quelli della Scuola erano
sempre ricoperti di macchie di fango,
nemmeno fossero sbucati dal pantano.
Alla Scuola per Quadri il lavoro era
un dovere.
Cosa si poteva fare per Girasole, che
continuava a voler scappare verso la
piantagione? Certo non si potevano
scegliere una o due persone perché si
occupassero di lei. Senza contare che
anche suo padre era figlio unico, e
quindi non c’era al mondo un solo
parente a cui poterla affidare. E così,
una quindicina di giorni più tardi, i
dirigenti della Scuola per Quadri
contattarono le autorità locali per capire
se a Campodigrano ci fosse qualche
anziano disposto a prendersi cura della
bambina. Le autorità trovavano che gli
uomini della Scuola si fossero
comportati bene con gli abitanti di
Campodigrano: con i loro trattori
avevano aiutato i contadini ad arare la
terra senza chiedere nulla in cambio,
avevano sborsato il denaro necessario
per la costruzione di un ponte, avevano
persino mandato qualcuno in paese a
dipingere le pareti delle case. Ora che
questi si trovavano in difficoltà, si
sentirono in dovere di alleviare quel
peso, così li rassicurarono: avrebbero
fatto un tentativo.
Temendo che gli abitanti di
Campodigrano trovassero il compito
troppo gravoso, i dirigenti della Scuola
suggerirono che si sarebbe trattato di un
affidamento.
C’era anche stato chi, nella Scuola,
aveva proposto di rimandarla in città
perché fosse cresciuta lì, ma gli amici
del padre non erano d’accordo: «Meglio
che sia allevata da qualcuno di
Campodigrano: c’è soltanto un fiume di
mezzo, e se qualcosa dovesse andare
storto potremmo benissimo prenderci
cura di lei».
Il giorno prima che i dirigenti della
Scuola consegnassero Girasole, nel
cuore della notte, a Campodigrano
risuonarono gli altoparlanti: era il
capovillaggio che annunciava
solennemente la notizia agli abitanti del
paese. Poi l’uomo ripeté per tre volte
che alle otto e mezza del mattino
seguente sarebbe stata consegnata una
bambina, e che la consegna sarebbe
avvenuta ai piedi del vecchio albero di
sofora. Il capovillaggio auspicava con
tutto il cuore la partecipazione di tutti gli
abitanti del paese.
E aggiunse: «È una bambina tanto
carina!».
Benché fosse muto, Bronzo aveva un
udito finissimo. Anche se si trovava in
casa, aveva udito perfettamente, senza
perdersi una parola, l’annuncio degli
altoparlanti là fuori. Lasciata la cena a
metà uscì di casa, guidò fuori il suo
bufalo e fece per andarsene.
«Ma cosa vai a fare di sera con il
bufalo?» chiese il padre.
Bronzo non si voltò nemmeno.
Agli occhi degli abitanti di
Campodigrano Bronzo, il muto, aveva
un’intelligenza fuori del comune ma si
comportava in modo piuttosto curioso.
Provava le stesse emozioni che
provavano tutti gli altri ragazzini, ma le
esprimeva in un modo tutto suo.
Quando gli succedeva qualcosa di
doloroso, si infilava nel cuore del
canneto e se ne stava lì da solo e, per
quanto lo chiamassero, non voleva
uscire. Una volta, era rimasto tra le
canne per tre giorni: era così dimagrito
che pareva una scimmietta. La nonna non
aveva quasi più lacrime.
Quando gli capitava qualcosa di bello,
invece, si arrampicava fino in cima al
mulino a vento e se ne stava lì a ridere
di gusto, da solo, lo sguardo rivolto al
cielo. Prima che compisse dieci anni,
quando gli capitava qualcosa di
particolarmente eccitante, si spogliava
tutto e si metteva a correre di qua e di là
come mamma l’aveva fatto.
A Campodigrano si ricordavano
ancora di quell’inverno in cui, a nove
anni, entusiasmato da chissà cosa (del
resto i paesani faticavano a capire cosa
lo entusiasmasse davvero) era schizzato
fuori di casa dopo essersi spogliato fino
a rimanere in mutande, mentre a terra
c’erano cumuli di neve alti trenta
centimetri buoni e nevicava ancora
abbondantemente. In paese erano corsi
fuori quasi tutti per godersi la scena e
lui, alla vista di un pubblico tanto
numeroso, si era messo a correre con
ancor più soddisfazione. Intanto papà,
mamma e nonna lo inseguivano
chiamandolo, ma lui non ci badava
nemmeno. Anzi, dopo un po’ si era tolto
anche le mutande e le aveva lanciate in
mezzo alla neve per poi ripartire di
slancio. I fiocchi di neve cadevano
morbidi e lui galoppava come un
puledrino, tanto che gli uomini che lo
avevano rincorso avevano avuto un bel
da fare per acchiapparlo. Mentre lo
rivestiva, la mamma si era messa a
piangere, ma lui continuava a tentare di
divincolarsi.
Forse le cose che lo rallegravano e lo
elettrizzavano così tanto, agli occhi dei
suoi concittadini erano invece cose di
ben poco conto.
Una volta, per fare un esempio, mentre
pascolava il suo bufalo, aveva trovato
un nido pieno di lucidissime uova verdi:
si era nascosto tra le canne per
ammirare quella coppia di uccelli dalle
piume stupende darsi i turni per la cova,
ogni giorno. Era stato in ansia quando
aveva notato che la coppia era sparita, e
quando le uova si erano trasformate in
una nidiata di uccellini completamente
implumi, si era sentito riempire di gioia
ed entusiasmo.
Provò la stessa gioia e lo stesso
entusiasmo quando, mentre falciava
l’erba lì vicino, alzando lo sguardo si
era accorto che su un ramo del vecchio
salice in riva al fiume, morto oramai da
anni, erano spuntate due foglioline verdi,
che tremolavano timidamente nel vento
gelido. Ecco perché a Campodigrano
nessuno sarebbe mai stato davvero in
grado di capire cosa gli facesse
quell’effetto.
Ogni giorno Bronzo aveva le sue
faccende a cui badare, e il suo mondo
sembrava del tutto separato da quello
degli altri bambini.
Poteva starsene ore e ore a osservare
il fondo del fiume limpido in cui una
cozza strisciava a velocità
impercettibile. Poteva fabbricare, in
pochi attimi, un numero impressionante
di barchette con le foglie di canna
piegate, posarle una a una sul fiume e
guardarle gareggiare sospinte dal vento,
e se qualcuna era travolta dalle onde,
provava per lei una punta di tristezza.
Bronzo aveva anche qualcosa di
misterioso, che gli altri non riuscivano a
capire. Lo avevano visto che pescava
con le mani in un laghetto in cui, a detta
di tutti, era impossibile che ci fossero
dei pesci: lui, invece, ne aveva
acchiappati parecchi e anche belli
grossi.
C’era poi chi l’aveva notato infilarsi
più volte nei canneti e mettersi a battere
le mani vicino a una pozza d’acqua: batti
e batti, dal canneto si alzavano in volo
decine di uccelli che, dopo aver
volteggiato un po’ sopra la sua testa,
tornavano a posarsi nella pozza; erano
uccelli che nessuno aveva mai visto a
Campodigrano, uno più bello dell’altro.
Era come se Bronzo non amasse
giocare con gli altri bambini del
villaggio, né del resto gli importava che
lo coinvolgessero nei loro giochi. Per
compagni lui aveva la corrente del
fiume, le canne, il suo bufalo e una
quantità infinita di erbe, insetti e uccelli
di cui non sapeva neanche i nomi.
Un ragazzino diceva di aver visto
Bronzo passare ripetutamente i palmi
delle mani ben aperti su una zolla d’erba
tutta avvizzita, finché, un filo dopo
l’altro, l’erba era tornata a raddrizzarsi.
Gli adulti non gli avevano creduto, gli
altri ragazzini nemmeno, ma quello
insisteva: «Ve lo posso giurare!». Lo
aveva giurato davvero, ma neanche
questo era bastato perché gli credessero.
«Se non ci credete, pazienza!» si era poi
rassegnato. Eppure continuavano a
vedere Bronzo andare e venire solitario
per la campagna: andava e veniva, tra le
mani una fila di pesci infilzati su un
rametto di salice, e in quei momenti
pensavano che il muto aveva davvero
qualcosa fuori del comune.
Quella sera Bronzo, in groppa al suo
bufalo, fece la sua comparsa sullo
stradone del villaggio.
«Il muto ha in mente qualcosa»
commentarono quelli che assistevano
alla scena.
Gli zoccoli pestavano sui mattoni neri
facendo clop clop.
Trascinato dal suo istinto com’era, non
si rendeva nemmeno conto di essere a
cavallo del suo bufalo, né si era accorto
dei tanti curiosi che facevano capolino
dalle porte delle case. Mentre l’animale
avanzava senza fretta, il corpo di Bronzo
ondeggiava seguendone le oscillazioni,
come una barca sulle onde. Il suo
sguardo non vedeva più Campodigrano,
ma soltanto il cielo di quella notte di
fine estate: era un cielo blu scuro, e
nell’infinità della Via Lattea
baluginavano migliaia di stelle che ora
affioravano, ora tornavano a
sprofondare. Il ragazzino era come in
estasi.
Clop, clop…
Il rumore degli zoccoli riecheggiava
nei vicoli deserti. Nessuno sapeva dove
Bronzo, il muto, stesse guidando il suo
bufalo. Non lo sapeva nemmeno Bronzo.
Si fidava del bufalo e andava dovunque
lui volesse portarlo. Voleva solo vagare
un po’ sotto il cielo notturno, non aveva
voglia di starsene a casa.
Il bufalo attraversò il villaggio,
attraversò la campagna. Bronzo arrivò in
vista del grande fiume che, la notte,
sembrava ancora più immenso di quanto
non fosse di giorno, così largo e
sconfinato. Sulla sponda opposta vide la
Scuola per Quadri, una distesa di luci
scintillanti in mezzo al canneto.
Al di là del fiume c’era una bambina:
la mattina dell’indomani avrebbe
lasciato quella sponda per raggiungere il
vecchio albero di sofora.
La luce della luna inondava come
acqua il fiume e la terra. In mezzo
all’erba risuonavano i versi degli insetti
autunnali. Nel canneto, invece, un
uccello spaventato si levò
improvvisamente in volo, lanciando
qualche grido nell’aria prima di sparire
chissà dove. Il cielo era così lontano
dalla terra e l’aria già frizzante.
L’autunno era ovunque.
Bronzo scese dal suo bufalo e rimase a
piedi scalzi nell’erba impregnata della
rugiada.
Il bufalo alzò il muso e si mise a
fissare la luna. I suoi occhi erano
scurissimi e lucidi come due gemme
nere.
Anche Bronzo osservava la luna, che
quella sera era bianca e particolarmente
gradevole.
Quando il bufalo tornò a chinare la
testa per brucare, Bronzo s’inginocchiò
nell’erba e si mise a gesticolare
fissandolo. Era in grado di capire cosa
gli stava dicendo, ne era sicuro, gli
parlava sempre, con lo sguardo e con i
gesti: “Ti piace Girasole?” gli domandò.
Il bufalo continuava a masticare.
Bronzo, però, lo sentì rispondere: “Sì
che mi piace”.
“Che ne dici di portarla a casa?”
Il bufalo alzò il muso.
Bronzo udì di nuovo una risposta: “Va
bene”.
Gli diede dei colpetti sulla testa e
aveva una gran voglia di stringergliela
tra le braccia. Quello non era un bufalo,
Bronzo non lo aveva mai considerato
tale. In casa lo avevano sempre
considerato uno di famiglia. A parlargli
non era soltanto Bronzo, lo facevano
spesso anche la nonna, il papà e la
mamma. A volte lo sgridavano, altre gli
imprecavano contro, ma per loro era
come sgridare o imprecare contro un
bambino.
Il bufalo li guardava con il suo solito
sguardo docile.
“Allora è deciso”. Bronzo gli diede
ancora qualche colpetto sulla testa prima
di rimontargli sulla schiena.
L’animale lo riportò verso il villaggio,
ma all’altezza della sofora che sorgeva
alle porte del paese si fermò. Sotto
l’albero c’era una macina di pietra: lì,
l’indomani mattina, Girasole avrebbe
aspettato che una delle famiglie di
Campodigrano la portasse con sé. Gli
sembrava quasi di vederla: seduta sulla
macina, con un fagotto accanto. Teneva
la testa bassa, senza sollevarla mai.
Quando la luna si spostò sopra la
vecchia sofora, poi, tutto iniziò a farsi
indistinto.
Alle otto e mezza del mattino seguente,
in perfetto orario, Girasole fu condotta
dalla gente della Scuola per Quadri ai
piedi del vecchio albero di sofora.
Le donne della Scuola avevano
agghindato la ragazzina con la massima
cura: era perfettamente pulita,
assolutamente adorabile. I capelli le
erano stati pettinati senza lasciarne
neanche uno fuori posto, e i codini stretti
da due nastri scarlatti.
Sul suo viso smunto gli occhi
apparivano un po’ più grandi del solito,
e sotto le palpebre sottili ma profonde
ecco due iridi nerissime, senza la
minima traccia di altri colori. Lo
sguardo carico di timidezza, se ne stava
seduta immobile sulla macina con il suo
fagotto.
Negli ultimi giorni le persone della
Scuola per Quadri si erano affaccendati
per lei e le avevano già spiegato tutto
quanto.
Non piangeva. «Girasole non piange»
ripeteva tra sé.
Vicino a lei era rimasto ad aspettare un
gruppetto di donne. Una le scuoteva via
con la mano la polvere che si era appena
depositata sul vestitino, un’altra le
accarezzava la testa. Una di loro notò il
segno delle lacrime, appena visibile,
vicino al lobo dell’orecchio: allora si
diresse verso il fiume, bagnò il
fazzoletto nell’acqua cristallina e tornò
indietro a cancellarlo con cura.
Di fronte agli abitanti di
Campodigrano le donne parlavano con
lo sguardo: «È una bambina tanto
buona!».
Già da un bel pezzo, all’ombra
dell’albero, aveva iniziato a radunarsi
un discreto capannello.
«Dov’è? Dov’è?» Un sacco di gente si
stava avvicinando facendo un gran
baccano: eppure, appena furono sotto la
sofora e videro quello scricciolino di
Girasole, si zittirono all’istante come se
qualcosa li avesse ammutoliti.
La folla continuava a infoltirsi:
uomini, donne, vecchi e bambini ormai
gremivano lo spiazzo, quasi fosse giorno
di mercato. L’unica differenza era che lì
non volava una mosca, al massimo si
sentiva un mormorio appena
percettibile.
Alla vista di così tante persone, così
tante facce buone e gentili, per un attimo
Girasole si scordò della tragedia che
l’aveva colpita. “Che giornata
movimentata” pensò.
Alzò lo sguardo e sbirciò timidamente
tutti quegli spettatori: ora, almeno per un
po’, era lei a guardare loro. Non passò
molto tempo, però, prima che le tornasse
di colpo in mente perché quel giorno si
trovasse lì, seduta sulla macina. Tornò
quindi ad abbassare la testa e a fissarsi i
piedi: portava scarpe e calze nuove,
gliele avevano comprate le donne della
Scuola.
Le foglie della vecchia sofora erano
ingiallite dal vento d’autunno. Una folata
più forte delle altre ed eccone cadere
giù qualcuna. Una finì sui capelli di
Girasole: la donna che le era accanto
gliela soffiò via. A quella leggera
corrente i suoi capelli formarono un
piccolo mulinello. Girasole non sapeva
cosa le fosse caduto in testa, e quando la
donna soffiò via la foglia si strinse nelle
spalle: questo semplice gesto ispirò ai
presenti una tenerezza ancora più
profonda.
Di tanto in tanto, seduta sulla macina,
Girasole si dimenticava di essere
circondata da tutta quella gente, come se
lì non ci fosse che lei. Pensò al papà.
Pensò al campo di girasoli. Vide il papà
in mezzo al campo, e in quel momento
socchiuse gli occhi come colpita dai
raggi del sole.
Nessuno fiatava.
Il sole era sempre più alto, un sole
autunnale imponente e luminoso.
Nessuno aveva espresso il desiderio
di adottare Girasole.
Alle famiglie di Campodigrano, in
generale, i bambini non mancavano.
Grazie all’aria frizzante, al sole potente,
al pesce e ai gamberi freschi e
all’eccellente qualità del riso, le donne
erano particolarmente fertili: nel corso
della loro vita di bambini ne sfornavano
una sfilza, tanto che a metterli in fila in
ordine di altezza avrebbero formato un
treno.
«Zhu Guoyou è sposato da anni ma non
ha ancora figli, dev’essere lui ad
adottare questa signorina».
«E chi l’ha detto? Sua moglie ora è
incinta, le è venuto un pancione così».
«Ma non c’è una famiglia in cui ci
siano solo maschietti e nessuna
femminuccia?»
E così passarono in rassegna una
famiglia dopo l’altra. Una di queste era
la famiglia di Pescerauco: era l’unico
figlio, e la mamma non dava
l’impressione di poterne avere altri.
C’era da dire, poi, che la famiglia di
Pescerauco era la più ricca di
Campodigrano: aveva allevato anatre
per intere generazioni e poteva contare
su ricchezze che nessun’altra famiglia
del villaggio possedeva. Eppure non si
erano presentati ai piedi della sofora.
Fu allora che la famiglia di Bronzo
fece la sua apparizione al gran
completo. Bronzo era l’unico maschietto
in casa, e per di più era muto. A
nessuno, però, era venuto in mente che
potessero adottare Girasole, perché
erano troppo poveri.
La famiglia di Bronzo vide Girasole.
Alla nonna, con la sua chioma
completamente argentea, bastò uno
sguardo per innamorarsi della bambina.
La folla spingeva di qua e di là ed era
davvero difficile riuscire a rimanere in
piedi, ma lei, appoggiata al suo bastone,
manteneva la posizione senza scostarsi
di un millimetro.
Girasole la notò. Non l’aveva mai
incontrata prima, era la prima volta:
eppure aveva l’impressione di averla
già vista da qualche parte. La nonna
guardava lei, lei guardava la nonna.
Trovava che avesse dei capelli
bellissimi, davvero bellissimi: non ne
aveva mai visti di così magnifici, dei
capelli che sembravano tanti fili
d’argento. Quando soffiava il vento si
mettevano a ondeggiare mandando raggi
di luce. Lo sguardo benevolo e dolce
della nonna le accarezzava le guance.
Era come se riuscisse a udire la sua
voce tremolante: “Non aver paura,
bambina!”. Quello sguardo silenzioso la
attirava a sé.
A un certo punto la nonna andò a
cercare il figlio, la nuora e il nipotino in
mezzo alla ressa. Sembrava voler dire
loro qualcosa.
Si avvicinava ormai mezzogiorno, ma
ancora nessuno aveva espresso il
desiderio di prendere con sé Girasole.
Il capovillaggio, leggermente
allarmato, andava tra la folla ripetendo:
«È una bambina tanto buona!».
Soltanto in seguito si rese conto che se
gli abitanti di Campodigrano esitavano
era proprio perché quella bambina era
davvero troppo buona.
Una volta che l’avevano vista, anche
quelli che sarebbero stati disposti ad
adottarla se ne andavano via sospirando:
«Non ci meritiamo una fortuna del
genere!». “Una ragazzina così bisogna
trattarla bene” pensavano. Ma
Campodigrano era un paese povero, e
nessuna delle sue famiglie conduceva
una vita agiata. E la piccola piaceva a
tutti, piaceva così tanto! Proprio per
questo nessuna famiglia osava farsi
avanti: temevano, in futuro, di farle un
torto.
Le donne che accompagnavano
Girasole erano rimaste in trepidante
attesa che qualcuno facesse un passo
avanti. Vedendo che il sole era ormai a
picco sopra le loro teste si dissero tra le
lacrime: «Andiamocene, la cresceremo
a turno. E se anche qualcuno la
reclamasse, noi non gliela daremo».
Alla fine, però, non se ne andarono e
rimasero ad aspettare ancora un po’.
Girasole chinò la testa ancora più in
basso.
Scorgendo la famiglia di Bronzo, il
capovillaggio si fece loro incontro:
«Siete una famiglia perbene e questa
bambina non potrebbe trovarne una più
adatta della vostra, se solo non foste…».
E se ne andò scuotendo la testa prima
che le parole «troppo poveri» gli
uscissero dalla bocca.
Mentre passava accanto a Bronzo gli
fece qualche carezza sulla testa con la
sua manona, pieno di compassione.
Poco più tardi il padre di Bronzo, che
fino a quel momento era rimasto
accovacciato sull’erba, si alzò in piedi e
disse: «Torniamocene a casa».
Nessuno della famiglia osò fiatare.
Memore delle parole del capovillaggio,
la nonna non si voltò verso Girasole.
Tutti quanti volevano soltanto
allontanarsi dall’albero di sofora il
prima possibile, tutti meno Bronzo.
Vedendolo rimanere lì immobile, il papà
andò a prenderlo per mano.
Il bufalo, che brucava l’erba in
disparte, lanciò un lungo muuu.
Tutti coloro che erano riuniti ai piedi
della sofora si zittirono. Quando si
voltarono, videro che la famiglia di
Bronzo se ne stava andando. La scena
che si presentò loro sotto i raggi del sole
di mezzogiorno li colpì nel profondo: la
nonna guidava la fila con il suo passo
vacillante, dietro di lei la mamma, e
dietro ancora il papà che stringeva con
decisione il braccio di Bronzo, che
evidentemente non aveva alcuna
intenzione di andarsene. Chiudeva la fila
il bufalo, anche lui restio ad
allontanarsi, che continuava a puntare gli
zoccoli anteriori sul sentiero arcuando il
corpo all’indietro.
Vedendo Bronzo e il resto della
famiglia farsi sempre più lontani, a
Girasole scesero le lacrime…
Proprio mentre la folla si disperdeva
un poco alla volta ecco comparire,
all’ombra della sofora, la famiglia di
Pescerauco. Padre e figlio avevano
passato la mattinata lontano, a pascolare
le oche.
I nuovi arrivati si piazzarono a poco
più di tre metri dalla macina.
Pescerauco, abbronzato come un
carboncino, non faceva che sbirciare lo
sguardo e l’espressione dei genitori. A
giudicare dalla loro aria interessata,
aveva l’impressione che a mamma e
papà Girasole piacesse parecchio.
Fissava Girasole con un ghigno, in preda
a un’eccitazione impossibile da
esprimere a parole. Il padre di
Pescerauco alzò la testa verso il sole e
poi bisbigliò qualcosa nell’orecchio del
figlio, che corse via. Tornò poco dopo,
sempre di corsa, con un uovo d’anatra
bollito in ciascuna mano.
La madre di Pescerauco gli fece segno
di dare le due uova a Girasole: lui, però,
si vergognava, e gliele mise tra le mani.
La donna si fece avanti e, chinandosi
verso Girasole, le disse: «Signorina,
ormai è mezzogiorno e avrai fame. Su,
mangia queste uova».
Girasole, però, non le accettò, nascose
le mani dietro la schiena e scosse la
testa.
La mamma di Pescerauco, allora,
infilò le uova nelle tasche del vestitino
di Girasole, una in ciascuna tasca.
La famiglia di Pescerauco al completo
rimase all’ombra della sofora. Di tanto
in tanto si faceva loro incontro
qualcuno: i genitori di Pescerauco
scambiavano con il nuovo arrivato
qualche borbottio, poi tornavano a
fissare Girasole. Le si avvicinavano
sempre di più, anche se
impercettibilmente.
Le donne della Scuola, che fino ad
allora erano rimaste in piedi, si
sedettero sulla macina. Avevano deciso
di aspettare ancora un pochino.
La famiglia di Bronzo rincasò senza
una parola. La mamma servì il pranzo,
ma poiché a tavola non si presentò
nessuno se ne andò sospirando.
Poi, in un batter d’occhio, Bronzo
sparì. La mamma uscì a cercarlo. «Hai
visto Bronzo?» chiese a un ragazzino
incontrato per strada. «Non è quello
laggiù?» rispose quello indicando il
fiume, a est della loro casa. La donna si
voltò: il figlio era seduto in cima a un
pilone di cemento in mezzo al fiume.
Anni addietro era stata prevista la
costruzione di un ponte, ma avevano
appena piantato un pilone che il progetto
era stato abbandonato per mancanza di
fondi. Il pilone non era mai stato
rimosso, ed era rimasto lì in mezzo
all’acqua. Spesso gli uccelli acquatici,
esausti per il volo, lo usavano per
riposarsi e questo spiegava lo strato di
sterco bianchiccio che lo ricopriva.
Bronzo aveva raggiunto il pilone di
cemento con una barchetta, dopodiché ci
si era aggrappato fino a raggiungerne la
sommità. Era stata sua la decisione di
non legare la barchetta: quando Bronzo
fu sulla cima, si era già allontanata alla
deriva da un bel pezzo.
Acqua tutt’intorno e un altissimo
pilone di cemento. Bronzo ci stava
seduto sopra, come un enorme uccello.
La mamma smise di fissarlo e corse a
chiamare il marito. L’uomo salì sulla
barchetta, che ormai era tornata a riva,
la assicurò al pilone e, con lo sguardo
rivolto verso l’alto, si mise a gridare:
«Vieni giù!».
Bronzo non mosse un muscolo.
«Vieni giù!» gridò l’uomo, ancora più
forte.
Il ragazzino non lo degnò nemmeno di
uno sguardo. Rimase seduto in totale
immobilità sulla cima del pilone, in
quello spazio striminzito, lo sguardo
puntato lontano verso il fiume.
In breve tempo si radunò una discreta
folla di spettatori. E siccome era giusto
l’ora di pranzo, molti di loro avevano
ancora tra le mani una scodella.
Era uno spettacolo di inizio autunno a
Campodigrano, uno spettacolo singolare,
di quelli che Bronzo offriva spesso ai
compaesani.
Sulle tremolanti acque del fiume
Bronzo stagliava un’ombra che, come in
un miraggio, ora si faceva più grande,
ora più piccola.
Il papà andò su tutte le furie e,
brandendo la pertica di bambù, iniziò a
minacciarlo: «Se non vieni giù te le do
con questa!». Bronzo non lo degnò della
minima attenzione.
Anche la mamma gli gridava dalla
riva: «Bronzo, vieni giù di lì!».
Per quante volte il papà gli intimasse
di scendere, lui non ne volle sapere.
Furioso, l’uomo gli diede uno spintone
sul sedere con la pertica per farlo
cadere nel fiume.
Ma Bronzo, che si era preparato,
strinse disperatamente braccia e gambe
intorno al pilone di cemento, come se
fosse spuntato proprio dalla cima del
palo.
Dalla riva del fiume qualcuno
esclamò: «Però, se la cava bene! Un
altro, al suo posto, non avrebbe mica
resistito!».
«Per quanto mi riguarda, lassù ci puoi
anche crepare!» Non potendo far altro, il
papà spinse la barca fino a riva, si
inerpicò su per l’argine, ansimando per
la rabbia, e tornò ad arare i suoi campi
trascinandosi dietro il bufalo.
Anche gli altri spettatori, che avevano
visto abbastanza, abbandonarono la riva
alla spicciolata.
«E allora restatene seduto lassù! E non
scendere mai più, se ce la fai!» Anche la
mamma lo lasciò perdere e se ne tornò
verso casa.
A Bronzo sembrò che sul mondo fosse
scesa di colpo una gran pace.
Rimase seduto con le gambe penzoloni
e il mento tra le mani. Sul fiume si era
alzata una brezza che continuava a
scompigliargli i capelli e i vestiti.
Una volta rientrata in casa, la mamma
si mise a fare ordine senza riuscire a
togliersi dalla testa il pensiero di
Bronzo seduto in cima al pilone di
cemento. Sistemò questo, sistemò
quello, e infine si bloccò: tutt’a un tratto,
infatti, si era accorta che stava facendo
qualcosa di insensato.
Perché aveva preparato un lettino?
Perché aveva staccato la zanzariera dal
letto di Bronzo per riporla in un catino?
Perché dall’armadio aveva preso un
lenzuolo pulito? Perché aveva tirato
fuori un cuscino? Rimase seduta sul letto
appena preparato, lo sguardo esitante.
Nel frattempo, il papà di Bronzo era
impegnato a litigare con il bufalo. Se di
solito era molto obbediente, quel giorno
l’animale si comportava in modo
davvero irritante. Ora faceva la cacca,
ora la pipì, e quando l’uomo lo spingeva
a camminare procedeva a passo di
lumaca, sbocconcellando di nascosto le
piante altrui.
Arrivati al campo, al momento di
mettergli il giogo sul collo assestò una
testata al papà di Bronzo facendolo
finire per terra. L’uomo sollevò
ripetutamente la frusta per colpirlo, ma
quello alzava la testa, lanciava un paio
di muuu e sbuffava senza sosta dalle
narici. Finalmente riuscì a sistemargli il
giogo ma, proprio mentre stava per
mettere mano all’aratro, il bufalo fece un
improvviso balzo in avanti,
trascinandosi dietro l’aratro che si era
rovesciato a terra. L’uomo ebbe un bel
da fare per riacchiapparlo e, fuori di sé
per la rabbia, alzò la frusta e gli assestò
un violento colpo in piena testa.
Non capitava spesso che usasse la
frusta: il bufalo non fece resistenza e non
fiatò, si limitò ad abbassare il capo. Il
papà, pentito, si avvicinò a guardarlo e
nei suoi occhi gli sembrò di vedere
delle lacrime: «Non dare la colpa a me,
sei tu che non obbedisci!» disse con una
stretta al cuore. Rinunciò a farlo
lavorare e, rimosso il giogo, gli posò le
redini sulle corna come a dire: «Fai
come ti pare». Il bufalo rimase lì senza
muovere un passo. L’uomo si mise a
sedere sul sentiero ai bordi del campo,
fumando una sigaretta dopo l’altra.
La nonna, dal canto suo, dopo essere
rientrata, era rimasta all’ombra dello
steccato di bambù, sostenendosi con il
suo bastone, gli occhi puntati in
direzione del vecchio albero di sofora.
Poi, proprio mentre la mamma di
Bronzo scendeva nuovamente in riva al
fiume per intimargli di scendere dal
pilone di cemento, la nonna la raggiunse.
Guardò il nipotino, ma senza chiamarlo
subito.
In famiglia la persona che Bronzo
adorava più di tutti era la nonna, ed era
sempre lei a comprendere, meglio di
chiunque altro, cosa avesse in cuore. I
genitori erano impegnati con il lavoro
nei campi e si poteva ben dire che era
stata lei a crescerlo: prima che compisse
cinque anni dormiva addirittura nel suo
stesso letto, ai suoi piedi e non serve
dire quanto fosse magnifica la
sensazione che provava l’anziana
quando i suoi piedini fasciati2
toccavano quel batuffolo di carne
tiepido e soffice. Nelle notti d’inverno,
mentre imperversava il vento gelido,
aveva l’impressione che il nipotino ai
suoi piedi fosse un piccolo braciere.
A Campodigrano avevano notato che
la nonna lo portava con sé ovunque
andasse; avevano notato anche che i due
non smettevano un attimo di parlare.
Bronzo parlava usando sguardi e gesti,
ma lei coglieva tutto alla perfezione e
senza la minima difficoltà: poteva essere
il concetto più complesso e raffinato del
mondo, eppure lei riusciva a “capirlo”
senza alcuno sforzo.
Nel mondo di Bronzo soltanto la nonna
poteva entrare, e indugiare nel mondo
misterioso del nipotino le piaceva da
matti.
Con lo sguardo rivolto verso Bronzo,
ancora seduto in cima al pilone di
cemento, la nonna disse: «A che serve
startene lì seduto? Se hai qualcosa che ti
tormenta devi dirlo al papà, che è il
capofamiglia. Se invece non dici nulla
puoi startene lì anche tutta la vita, ma
non servirà a niente… Ricordati che non
puoi giocare per sempre, dovrai pur
guadagnarti da vivere… E se non ti
sbrighi a venire giù, se non scendi, se la
porterà via qualcun altro… Devi
comportarti bene con lei e guai a te se la
maltratti, perché altrimenti non te lo
perdonerò… Scendi da lì e vai dal tuo
papà, io l’ho capito che quella bambina
piace anche a lui, è solo che pensa che
siamo troppo poveri… Vieni giù, forza,
vieni giù…». Con il suo passo incerto la
nonna si avvicinò alla riva e, usando la
pertica di bambù, spinse piano piano la
barchetta verso il pilone.
Toccato dalle parole della nonna, e
vedendo la barchetta avvicinarsi,
Bronzo si lasciò scivolare giù per il
pilone finché non ne fu a bordo.
Nel frattempo il papà era stranamente
tornato, con il bufalo al seguito.
«Come mai sei tornato?» domandò la
moglie.
Il papà non spiccicò parola.
Bronzo gli si parò davanti e, con gli
sguardi e i gesti che solo i suoi familiari
erano in grado di comprendere, gli disse
impaziente:
“È una bambina buona, tanto, tanto
buona”.
“Prendila e portala da noi, portala a
casa nostra!”.
“Lavorerò come si deve, lo
prometto!”.
“Non mi serviranno vestiti nuovi per
la Festa di Primavera3 di quest’anno”.
“Non mi lamenterò più perché voglio
mangiare carne, non lo farò più”.
“Voglio che diventi la mia sorellina, lo
voglio tanto”.
I suoi occhi erano pieni di lacrime.
Anche la nonna e la mamma avevano
gli occhi pieni di lacrime. Il papà si
accovacciò a terra prendendosi la testa
tra le mani.
«È vero, siamo poveri» disse la nonna.
«Ma non credo che non saremmo in
grado di crescere quella ragazzina.
Basta che ognuno di noi rinunci a un
boccone e possiamo farcela. E poi mi
manca giusto una nipotina».
Bronzo si incamminò verso la vecchia
sofora, trascinando per mano la nonna.
Il papà avrebbe voluto fermarli, ma si
limitò a tirare un sospiro. Quando la
mamma prese a rincorrerli, però, si
accodò a lei.
Clop clop, ed ecco il bufalo correre in
testa alla fila.
Mentre attraversavano i vicoli del
villaggio i compaesani chiedevano dove
fosse diretta la famigliola al gran
completo: loro, però, non rispondevano
e puntavano dritti verso la sofora.
Il sole puntava ormai verso ovest.
Ai piedi del vecchio albero era
rimasto solo uno sparuto gruppetto, ma
le donne della Scuola per Quadri erano
ancora sedute sulla macina accanto a
Girasole.
Pescerauco e il resto della famiglia
erano piuttosto vicini: la mamma si era
addirittura seduta sulla macina e teneva
la mano sulla spalla di Girasole, il volto
chino su di lei come se le stesse
parlando.
Tutto faceva pensare che la faccenda
sarebbe stata sbrigata in fretta.
Dal viso del capovillaggio traspariva
un nervosismo misto a una punta di
soddisfazione.
Il padre di Pescerauco, accucciato a
terra, stava tracciando dei segni sul
suolo, come se stesse facendo dei
calcoli. Per tutto quel tempo se n’era
stato lì a fare, appunto, calcoli: quante
uova in più avrebbero dovuto produrre
le sue anatre in un anno per poter
mantenere la bambina? Ci aveva perso
un sacco di tempo, ma ancora non era
riuscito ad arrivare a una cifra precisa.
Pescerauco e la mamma avevano perso
la pazienza da un pezzo, come da un
pezzo l’avevano persa anche il
capovillaggio e tutti i presenti. L’uomo,
invece, continuava a fare i suoi calcoli
senza la minima fretta o agitazione.
Di tanto in tanto si bloccava e alzava
lo sguardo verso Girasole: gli piaceva
davvero tanto. Poi riprendeva a contare,
con il sorriso sulle labbra.
Proprio in quel momento arrivarono
Bronzo e il resto della famiglia.
«Cosa siete tornati a fare?» li
interrogò il capovillaggio.
«Qualcuno si è già preso la bambina?»
chiese il papà.
«Ancora non è stata presa la decisione
finale» risposero all’unisono il
capovillaggio e le donne accanto a
Girasole.
«Per fortuna» sospirò il papà.
Il padre di Pescerauco, sempre
accovacciato a terra, aveva ascoltato la
conversazione senza batter ciglio.
Non poteva certo immaginare che alla
famiglia di Bronzo venisse in mente di
adottare Girasole: come avrebbero fatto
a mantenerla? Nessuno, a
Campodigrano, poteva competere con
lui. Non li degnò nemmeno di
un’occhiata.
Pescerauco sbirciò Bronzo di
sottecchi: sentendo che le cose stavano
prendendo una brutta piega diede un
calcetto sul sedere al padre.
La madre del ragazzo, fiutando il
pericolo, corse verso il marito gridando:
«E sbrigati a dare una risposta!».
Ma il padre di Bronzo, senza mezzi
termini, dichiarò: «La bambina la
vogliamo noi!».
Il padre di Pescerauco alzò lo sguardo
e lanciò un’occhiata a quello di Bronzo:
«La volete voi?».
«La vogliamo noi!» ribadì l’uomo.
«La vogliamo noi!» gli fece eco la
moglie.
La nonna, agitando il bastone da
passeggio, ripeté: «La vogliamo noi!».
Rivolto al cielo, il bufalo lanciò un
muuu che lasciò tutti sgomenti e fece
cadere a terra parecchie foglie.
Il padre di Pescerauco si alzò in piedi:
«E così la volete voi?». Sbuffò
leggermente: «Spiacenti, siete arrivati
tardi. L’abbiamo già presa noi».
«Il capovillaggio ha appena detto che
non è stata ancora presa una decisione.
Non siamo arrivati tardi, anzi, abbiamo
annunciato le nostre intenzioni prima di
voi» ribatté il papà di Bronzo.
«Nessuno si porta via la bambina!»
sbraitò l’altro e aggiunse: «Dunque la
volete voi? E con che soldi pensate di
mantenerla?».
A queste parole la nonna si fece
avanti: «È vero, siamo poveri. Ma
cresceremo questa ragazzina, a costo di
buttare giù la casa e venderla! La
vogliamo noi, non si discute!».
La nonna di Bronzo era rispettata in
tutta Campodigrano. Vedendo la
vecchietta così furiosa, il capovillaggio
corse a sorreggerla: «Alla sua età non
deve arrabbiarsi, della faccenda
possiamo ancora discutere».
Poi, puntando il dito contro il padre di
Pescerauco: «Stai ancora facendo i tuoi
calcoli? E sbrigati! Dicci una buona
volta quante uova in più all’anno devono
fare le tue anatre!».
Le due famiglie erano quanto più
lontane dal cedere le armi. Il padre di
Pescerauco, che fino a quel momento
aveva temporeggiato, ora aveva un’aria
più decisa che mai. Ben presto
iniziarono a litigare rumorosamente:
attratti dal chiasso, in molti accorsero
per assistere alla scena.
Fu a quel punto che qualcuno se ne
uscì con una proposta: «Se le cose
stanno così, lasciamo che sia la piccola
a scegliere».
A tutti quanti quella sembrò una buona
idea.
«Che ne dici, facciamo così?» chiese
il capovillaggio al padre di Pescerauco.
«E va bene!» L’uomo sentiva che quel
sistema sarebbe senz’altro andato a suo
vantaggio. Poi, puntando il dito verso il
lato ovest del villaggio, verso l’unica
abitazione con il tetto di tegole,
annunciò: «Guardate, quella è casa
nostra!».
Il capovillaggio si spostò poi dalla
famiglia di Bronzo: «E per voi va
bene?».
«Non vogliamo certo mettere in
imbarazzo la bambina» rispose la nonna.
«Bene, allora». Il capovillaggio si
avvicinò a Girasole: «Signorina, tutte le
famiglie qui a Campodigrano ti adorano,
ma hanno paura di non essere alla tua
altezza. In paese siamo tutti brave
persone: qualunque famiglia ti tocchi,
stai pur certa che ti tratterà con i guanti.
Ora, però, sta a te scegliere».
Bronzo se ne restava lì impalato, con
le redini del suo bufalo strette in mano e
gli occhi puntati su Girasole.
Pescerauco sogghignava.
Girasole lanciò un’occhiata a Bronzo e
si alzò in piedi.
Nel frattempo, all’ombra della sofora,
regnava un gran silenzio: tutti quanti
fissavano Girasole senza fiatare, in
attesa di scoprire verso chi si sarebbe
diretta.
La famiglia di Bronzo si trovava a est,
quella di Pescerauco a ovest.
Girasole raccolse il suo fagotto.
Le donne scoppiarono a piangere.
Girasole guardò di nuovo verso
Bronzo e poi, seguita da tutti quegli
sguardi, si incamminò a passi lenti verso
ovest.
Bronzo chinò la testa.
Pescerauco gli lanciò un’occhiata con
un ghigno che gli si allungava fino alle
orecchie.
Girasole continuò a camminare finché
non raggiunse la mamma di Pescerauco.
Le rivolse uno sguardo pieno di
riconoscenza, poi tirò fuori dalle tasche
le uova d’anatra, una con ciascuna mano,
e gliele ripose nelle tasche del vestito.
Dopodiché, senza distogliere lo sguardo
dalla famiglia di Pescerauco,
indietreggiò.
Dopo alcuni passi si voltò e si diresse
verso il punto in cui si trovavano Bronzo
e i suoi.
Gli occhi degli spettatori si
muovevano seguendo i movimenti della
sua sagoma.
La nonna di Bronzo diede qualche
colpetto con il bastone sulla testa del
nipotino, che continuava a tenere il capo
chino.
Quando tornò ad alzare la testa
Girasole gli era ormai vicinissima.
La nonna spalancò le braccia verso di
lei: ai suoi occhi, la ragazzina che
veniva lentamente verso di lei con quel
fagotto sottobraccio era ormai la sua
nipotina di sangue. Una nipotina che se
n’era andata tanti anni addietro, che le
era mancata da impazzire, e che ora era
tornata.
Sull’acciottolato di mattoni neri
rimbombava, chiaro e piacevole, il
rumore degli zoccoli.

2 - Era usanza, per lo più tipica delle famiglie


aristocratiche, comprimere con delle bende i piedi
delle femmine, fin dalla prima infanzia, in modo
che, pur crescendo, rimanessero piccolissimi: i
piedi piccoli erano infatti considerati
tradizionalmente più attraenti. Sebbene si trattasse
di una pratica dolorosissima, che comprometteva i
movimenti e le attività quotidiane, iniziò a
scomparire solo nei primi decenni del XX secolo
[N.d.T.].
3 - La Festa di Primavera corrisponde al
Capodanno cinese ed è una delle festività
tradizionali più importanti. Si celebra il primo
giorno del primo mese dell’anno secondo il
calendario lunare, tra il 21 gennaio e il 19 febbraio
del nostro calendario [N.d.T.].
Le scarpe di
paglia

Gli abitanti di Campodigrano rimasero


sbalorditi vedendo come quella
bambina, Girasole, si fosse
perfettamente inserita nella sua nuova
famiglia nel giro di un giorno, anzi,
ancora meno. Nel momento stesso in cui
aveva varcato la soglia di quella casa
era diventata la nipotina di nonna, la
figlia di mamma e papà e la sorellina di
Bronzo.
Così come Bronzo stava sempre
attaccato alla nonna, ora Girasole stava
sempre attaccata a Bronzo.
Dovunque andasse il fratello, lei lo
seguiva. In quello che era sembrato un
tempo brevissimo, Girasole aveva
iniziato a condividere tutto con lui,
compresi i pensieri più segreti, e questo
scambio era semplice e naturale come lo
scorrere di un fiume attraverso la
pianura.
Che stessero oziando o avessero da
fare, gli abitanti di Campodigrano li
vedevano sempre insieme.
Un giorno in cui splendeva il sole,
videro Bronzo che raccoglieva erbe
selvatiche nei campi sconfinati con
Girasole al seguito, attraversavano uno
dopo l’altro i sentieri rialzati tra i
campi. Di tanto in tanto si sedevano sul
sentierino o vi si sdraiavano. Quando
rincasarono, Bronzo portava in spalla
una grande sacca di corda e Girasole
teneva al braccio una cesta di bambù:
erano entrambe piene di erbe selvatiche.
Un’altra volta venne giù un diluvio che
durò tutta la notte, c’era acqua
dappertutto. Bronzo e Girasole uscirono
di casa, lui con addosso un mantello di
paglia e lei con un ampio cappello
conico di bambù, lui con una rete da
pesca, lei con una cesta per le prede. La
pioggia non accennava a smettere e
cadeva sottile creando come una tenda
d’argento. Nella campagna immensa,
soltanto loro due. Sotto il cielo, un
grande silenzio zuppo d’acqua. Un po’
camminavano e un po’ si fermavano, un
po’ si fermavano e un po’ camminavano.
A un certo punto Bronzo scomparve –
era sceso in un canale per buttare la rete
– e Girasole era rimasta lì accucciata
con la cesta tra le braccia. Dopo un po’
il ragazzino riapparve, trascinando su la
rete: era piena di pesci di tutte le
domensioni. Tutti eccitati,
probabilmente per il ricco bottino, si
misero a correre a rotta di collo sui
campi impregnati di pioggia. Bronzo
inciampò, lo aveva fatto apposta e anche
Girasole fece di proposito uno
scivolone.
I due andavano spesso al campo di
girasoli.
Le piante avevano completamente
perso foglie e petali, conferendo al
campo un aspetto desolato. I capolini
dei girasoli erano pieni zeppi di semi
carnosi. Forse perché i capolini erano
troppo pesanti, forse perché in realtà
erano ormai morte, fatto sta che le piante
avevano tutte la testa che pendeva verso
il suolo: per quanto luminoso splendesse
il sole, non avrebbero mai più alzato il
viso a seguirne il movimento. Bronzo
accompagnava Girasole a vedere quelle
piante e restavano a lungo seduti sulla
collinetta di fianco al campo. Dopo
esser stati assorti nei propri pensieri per
un po’, lei si alzava. Aveva visto il
papà: era lì in piedi, all’ombra di un
girasole. Bronzo si alzava con lei e
seguiva il suo sguardo: non vedeva altro
che tanti girasoli, ma in cuor suo era
certo che il papà, Girasole lo avesse
visto davvero.
Anche a Campodigrano c’era chi
aveva affermato di aver visto l’uomo lì
nel campo: nessuno ci credeva, nessuno
tranne Bronzo. Ogni volta che leggeva
negli occhi della sorellina il desiderio
di andare laggiù, Bronzo lasciava
perdere qualunque cosa stesse facendo e
la accompagnava.
Di giorno e di notte, con il bel tempo e
con le nuvole, erano sempre in giro, se
Bronzo era bagnato dalla testa ai piedi,
lo era anche Girasole.
Quando arrivò l’autunno, il cielo si
illuminò e la terra si asciugò.
I ragazzini di Campodigrano, dopo
un’estate passata a divertirsi, si resero
conto che nel giro di qualche giorno
sarebbe ricominciata la scuola e, come
impazziti, presero a spassarsela ancora
di più.
Gli adulti, dal canto loro, iniziarono a
fare i conti delle spese necessarie per la
scuola. Anche se non si trattava di una
cifra esagerata, per la maggior parte
delle famiglie di Campodigrano non
erano spese di poco conto. Tra i
ragazzini del villaggio c’era chi,
raggiunta l’età per andare a scuola,
iniziava a seguire le lezioni, ma c’era
anche chi decideva di rimandare. Questo
perché, se in casa non c’erano soldi, i
grandi pensavano: “Aspettiamo ancora
un anno, dopotutto la scuola serve solo a
imparare qualche carattere e a scrivere
il proprio nome”. E così lasciavano che
i figli continuassero a trastullarsi
scioccamente mentre falciavano l’erba
per i maiali o portavano al pascolo le
capre o le anatre. Alcuni ragazzini
rimandavano per un anno e un anno
ancora finché, arrivati all’età di dieci
anni e oltre, ci si rendeva conto che se
avessero continuato a svicolare la
scuola non avrebbero potuto andarci mai
più: solo allora, stringendo i denti, i
genitori si rassegnavano a iscriverli. Per
questo motivo, nella scuola elementare
di Campodigrano, tra gli alunni di una
stessa classe c’erano differenze d’età
enormi: uno grande, uno piccolo, uno
alto, uno basso, quando uscivano
dall’aula, formavano una fila
incredibile. C’era chi i figli, a scuola,
non ce li mandava proprio. C’erano poi
alcuni ragazzini che rimandavano per
anni e anni: i genitori avrebbero voluto
mandarli a scuola, ma erano loro stessi a
non volerci andare. Anche tra quelli che
andavano a scuola, però, c’era chi
faceva fatica. La scuola esigeva il
pagamento della retta e, se dopo un certo
numero di richiami, un alunno non era
ancora in grado di saldare il conto, il
maestro gli intimava: «Porta via il tuo
sgabello e tornatene a casa». Lo scolaro,
allora, prendeva lo sgabello e tornava a
casa tra le lacrime.
In quei giorni, a casa di Bronzo, i
grandi non riuscivano ad avere una sola
notte di sonno tranquillo. Li
opprimevano cupi pensieri. Erano
riusciti a mettere da parte un po’ di
denaro che doveva servire a far andare
Bronzo in città, a studiare alla scuola
per sordomuti. Aveva undici anni ormai,
non poteva aspettare oltre. Una lontana
parente che viveva in città era
disponibile a offrirgli vitto e alloggio.
Anche Girasole, però, aveva ormai sette
anni, l’età per andare a scuola. In paese
c’erano anche bambini che iniziavano a
cinque. Comunque stessero le cose,
bisognava mandarla a scuola.
Il papà e la mamma tirarono fuori la
scatola di legno in cui tenevano il loro
piccolo patrimonio. Era denaro ottenuto
in cambio di tante uova, pesci e ceste di
verdura, risparmiato rinunciando a un
boccone dopo l’altro. Rovesciarono la
scatola e contarono: conta e riconta,
però, si resero conto che quel denaro
non sarebbe mai bastato per mandare a
scuola entrambi i figli. Rimasero a
fissare quei pochi soldi frutto di tanto
sudore, senza saper cosa fare.
«Vendiamo qualche gallina» propose
la mamma.
«Non abbiamo altra scelta» annuì il
papà.
«Ma stanno facendo le uova, anche se
le vendessimo non basterebbero.
Dopotutto i soldi che abbiamo ci
vengono proprio da quelle uova»
protestò la nonna.
«Chiediamo un prestito» suggerì la
mamma.
«Ma qui nessuno se la passa tanto
bene» rispose il marito «e in questo
momento tutti chiedono prestiti».
«A partire da domani» propose la
nonna «ogni dieci giorni daremo ai
bambini del semplice riso bollito, così
racimoleremo qualche soldo».
Fu chiaro, però, che non sarebbe stato
possibile raggranellare i soldi per
pagare due rette. Dopo essersi consultati
più volte, la conclusione a cui
arrivarono fu una: quell’anno i soldi
bastavano per mandare a scuola solo
uno dei due. Ma chi avrebbero fatto
studiare, Bronzo o Girasole? Era
davvero una scelta difficile. Pensa che ti
ripensa, alla fine presero una decisione:
quell’anno avrebbero mandato a scuola
per prima Girasole. E questa era la
ragione: Bronzo era muto e che andasse
a scuola o meno non faceva una grande
differenza, e poi ormai era in ritardo
sull’iscrizione, tanto valeva rimandare
ancora di un anno o due. Sarebbe andato
a scuola quando le finanze della famiglia
lo avrebbero permesso: a un muto,
dopotutto, bastava imparare a scrivere
giusto qualche carattere.
Ma le preoccupazioni dei grandi non
erano passate inosservate a quei due
ragazzini così sensibili.
Era da tempo che Bronzo non vedeva
l’ora di iniziare la scuola. Quando
camminava per conto suo, nei vicoli del
paese o in mezzo alla campagna, si
sentiva avvolgere da una solitudine
infinita. Spesso gli capitava di portare il
bufalo a pascolare non lontano dalla
scuola. In quelle occasioni udiva gli
scolari leggere a voce alta, e quelle voci
avevano su di lui un fascino
straordinario. Sapeva che non avrebbe
mai potuto declamare con voce stentorea
insieme agli altri alunni, ma si sarebbe
accontentato di stare con loro ad
ascoltarli. Voleva imparare a leggere. I
caratteri avevano un potere magico, lo
attiravano come fuochi accesi nella notte
in qualche landa selvaggia. C’era stato
un periodo in cui, ogni volta che trovava
un foglio con scritti dei caratteri, lo
prendeva con sé: poi, tutto solo, si
nascondeva da qualche parte e studiava
quegli scarabocchi con grande serietà,
come se quei caratteri li conoscesse uno
per uno. Quando vedeva gli altri
bambini tracciare un carattere con la
pipì o scribacchiare con il gesso sui
muri delle case, provava ammirazione e
vergogna, una vergogna tale da spingerlo
a nascondersi. Aveva anche provato a
intrufolarsi a scuola per origliare e
imparare qualche carattere, ma una volta
era stato cacciato, un’altra era stato
sbeffeggiato dagli altri alunni. Uno di
questi, vedendolo, si era messo a
gridare: «Il muto!». Si erano girati tutti
verso di lui e gli erano andati incontro
strillando: «Il muto! Il muto!». Per loro
era un piacere vedere quella sua faccia
così confusa, imbarazzata e comica. Uno
spintone a destra, una botta a sinistra,
finalmente era riuscito a rompere
l’accerchiamento e a fuggire, nell’ilarità
generale.
Andare a scuola, per Bronzo, era un
sogno.
Ora, però, era chiaro come stavano le
cose: solo uno dei due, lui o la sorellina,
avrebbe potuto farlo.
La notte, nel suo lettino, guardava qua
e là senza riuscire a prender sonno.
Eppure, quando faceva giorno, era come
se non avesse pensieri, e riprendeva le
sue scorribande in campagna con
Girasole, come se niente fosse.
Dal canto suo, neanche Girasole
sembrava avere dei pensieri e
continuava a seguire il fratello come
un’ombra.
Alzavano il naso ad ammirare le oche
selvatiche in volo verso sud, si
spingevano in barca fino al canneto per
raccogliere le magnifiche piume lasciate
da germani reali, fagiani e anatre
mandarine, oppure s’infilavano nei
cespugli rinsecchiti per catturare insetti
dal verso particolarmente melodioso…
Quella sera i grandi convocarono i due
ragazzi per informarli della loro
decisione.
«Fate andare prima a scuola mio
fratello, io ci andrò l’anno prossimo!
Sono ancora piccola, starò a casa con la
nonna» protestò Girasole.
La nonna se la tirò al petto e la
abbracciò forte forte, con una stretta al
cuore.
Bronzo, invece, sembrava aver preso
da tempo la sua decisione e, usando
l’espressione e i gesti, disse
chiaramente alla nonna, alla mamma e al
papà: “Fate andare a scuola la mia
sorellina. Io non ne ho bisogno, non mi
servirebbe a niente. Porterò a pascolare
il mio bufalo, solo io ne sono in grado, e
lei è troppo piccola per farlo”.
Di fronte a questo continuo rimpallo i
grandi provarono una profonda tristezza,
tanto che la mamma si voltò e scoppiò in
lacrime.
Girasole affondò il viso nel suo petto,
anche lei incapace di trattenere il pianto:
«Non voglio andare a scuola, non ci
voglio andare…».
Il papà non ebbe altra scelta se non
concludere: «Va bene, ne riparleremo».
Nemmeno l’indomani, però, si riuscì
ad arrivare a una conclusione. Bronzo
allora andò in cucina e ne uscì poco
dopo con una giara di coccio. La posò
sul tavolo ed estrasse dalla tasca due
frutti di ginkgo colorati, uno rosso e uno
verde. I bambini del posto facevano
spesso una specie di gioco della morra
in cui chi perdeva doveva cedere
all’avversario dei frutti di ginkgo: questi
frutti, che venivano colorati, erano
bellissimi, e i ragazzini si riempivano le
tasche di queste palline multicolori. Con
i gesti, Bronzo disse: “Ora metterò in
questa giara un frutto rosso e uno verde,
e chi pescherà quello rosso andrà a
scuola”.
I tre adulti lo fissarono perplessi.
Bronzo li rassicurò tutti con un gesto
furtivo: “State tranquilli”.
I grandi sapevano bene quanto Bronzo
fosse intelligente, ma stavolta non
avevano idea di cosa stesse tramando e
temevano che il sorteggio desse un esito
diverso dal previsto.
Lui, però, fece un altro gesto
impercettibile come a dire: “Non può
fallire”.
Dopo essersi scambiati un’occhiata
d’intesa, i grandi acconsentirono.
“Hai capito?” chiese Bronzo a
Girasole.
Lei fece di sì con la testa.
“Sei d’accordo?” le chiese ancora.
La bambina guardò il papà, poi la
mamma, e infine la nonna.
«Mi sembra una buona idea»
commentò la vecchietta.
Girasole, allora, fece di nuovo di sì
con la testa.
“Però dovete promettermi di
mantenere la parola!” aggiunse Bronzo.
«Promesso!»
«Allora noi stiamo in disparte a
guardarvi, ma voi due vedete di non
barare!»
Bronzo, però, non era ancora
tranquillo, così allungò la mano e strinse
quella di Girasole per suggellare il
patto.
«Una stretta di mano ed è deciso, non
si torna indietro!» dichiarò la nonna.
Girasole si voltò e ripeté con un
sorriso: «Una stretta di mano ed è
deciso, non si torna indietro!».
«Una stretta di mano ed è deciso, non
si torna indietro!» le fecero eco
all’unisono mamma e papà.
Bronzo rovesciò la giara e la scosse
più volte come a dire: “È vuota, non c’è
dentro nulla”.
Poi aprì la mano sinistra e si avvicinò
a tutti perché vedessero chiaramente: in
mano non aveva altro che un frutto di
ginkgo rosso e uno verde.
Tutti annuirono: «Abbiamo visto,
abbiamo visto, sono due frutti di ginkgo,
uno rosso e uno verde».
A questo punto Bronzo chiuse il pugno,
infilò la mano nella giara e dopo un
attimo la ritirò. Poi, tenendo chiusa
l’imboccatura, la agitò all’altezza delle
orecchie: tutti quanti udirono
chiaramente il rumore delle due palline
che vi si agitavano dentro.
Bronzo smise di scuotere la giara e la
posò sul tavolo, facendo segno a
Girasole di estrarre per prima.
Girasole, che non sapeva se scegliere
per prima le convenisse o meno, si voltò
verso la nonna.
«Se al bordo dei campi tu scegli i
germogli, i soffici prima e i più vecchi
poi cogli. Girasole è la più piccola,
deve essere lei a scegliere per prima» la
incoraggiò la nonna.
La bambina si avvicinò alla giara e ci
infilò dentro la manina. I due frutti di
ginkgo se ne stavano lì al buio: rimase a
lungo incerta su quale prendere e si
decise solo dopo una lunga esitazione.
“Non ci si rimangia la parola!” intimò
Bronzo rivolto al papà, alla mamma,
alla nonna e a Girasole.
«Non ci si rimangia la parola!» ripeté
la nonna.
«Non ci si rimangia la parola!»
ribadirono anche mamma e papà.
«Non ci si rimangia la parola»
sussurrò Girasole, con voce tremante. La
mano con cui aveva afferrato il frutto di
ginkgo uscì piano piano dalla giara,
come un uccellino che ha paura di
lasciare il nido. La tenne stretta a pugno
per un pezzo senza trovare il coraggio di
schiuderla.
«Aprila» ordinò la nonna.
«Su, aprila» la incalzò il papà.
«Aprila, su, vediamo» fece eco la
mamma.
Girasole chiuse gli occhi e aprì
lentamente le dita…
«Abbiamo visto» dissero i grandi.
La bambina aprì gli occhi: sul palmo
madido di sudore se ne stava, buono
buono, il frutto rosso.
Bronzo allungò la mano fin dentro la
giara, cercò un po’, poi la ritirò e la
aprì: nel palmo aveva il frutto verde.
Si mise a ridere.
Nonna, papà, mamma, rimasero tutti a
fissarlo.
Rideva ancora quando nei suoi occhi
comparvero le lacrime. Non avrebbe
mai rivelato il suo segreto.
Girasole era una fifona: che andasse a
scuola o tornasse a casa dopo la fine
delle lezioni, c’era sempre qualcosa che
la impauriva. Tra casa e scuola c’era un
bel pezzo di strada e bisognava anche
attraversare dei terreni abbandonati.
Qualche ragazzino che faceva la stessa
strada c’era, ma lei non aveva ancora
grande confidenza con i bambini di
Campodigrano: quelli, del resto, non la
consideravano una del paese, la
trovavano diversa da loro, e questo
creava inevitabilmente un certo
distacco.
Piccina com’era, quando se ne andava
a scuola tutta sola anche la nonna, il
papà e la mamma erano un po’ in
pensiero. Bronzo aveva preso subito la
decisione di accompagnarla e andarla a
prendere.
È probabile che nella storia di
Campodigrano nessuno avesse mai
assistito a una scena come quella: una
bambina che ogni giorno arrivava a
scuola a cavallo di un bufalo,
accompagnata dal fratello. Ogni mattina
s’incamminavano puntuali e, altrettanto
puntuali, Bronzo e il bufalo
comparivano all’ingresso della scuola
alla fine delle lezioni. All’alba, lungo il
tragitto, Girasole ripeteva a memoria la
lezione e, arrivata a scuola, l’aveva
ormai imparata a menadito. Sulla strada
del ritorno, invece, risolveva
mentalmente i problemi di matematica,
per cui una volta arrivata a casa finiva i
compiti in men che non si dica. Ogni
volta che Bronzo arrivava a scuola,
Girasole correva nel cortile e ne usciva
un attimo dopo: «Fratellone, ti aspetto
all’uscita!». Aveva paura che si
dimenticasse di lei, ma come avrebbe
potuto? Un paio di volte, però, il papà
aveva consegnato il bufalo a Bronzo in
ritardo, facendolo arrivare un po’ oltre
l’orario: arrivato di corsa a scuola
aveva trovato Girasole, già seduta fuori
dal portone, in lacrime.
Nei giorni di pioggia il fango della
strada si trasformava in un pantano
scivolosissimo: molti alunni, nel tragitto
da casa a scuola, ne avevano le scarpe
completamente ricoperte e a volte,
complice uno scivolone, si ritrovavano
tutti sporchi di melma. Girasole, invece,
era sempre pulita in modo impeccabile,
tanto che le altre ragazzine la
invidiavano e ne erano persino un po’
gelose.
Un’altra delle ragioni per cui Bronzo
accompagnava e andava sempre a
prendere la sorellina, era per
proteggerla dalle prepotenze di
Pescerauco.
Aveva la stessa età di Bronzo, e
nemmeno lui andava a scuola. Non certo
per mancanza di soldi, ma perché non
aveva voglia di studiare. Passi per la
sua poca voglia di studiare, il fatto è che
a scuola gli piaceva un sacco creare
scompiglio e combinare guai. Oggi si
azzuffava con quello, l’indomani con
l’altro, oggi rompeva i vetri dell’aula, il
giorno dopo spezzava gli alberelli
appena piantati. Dalla scuola, allora,
chiamarono il padre: «Pescerauco lo
venite a riprendere voi o dobbiamo
espellerlo noi?». E l’uomo, dopo un
attimo di riflessione, decise: «A scuola
non ce lo mandiamo più!». Da allora
Pescerauco vagava con le sue anatre per
le campagne di Campodigrano.
Quando Girasole andava a scuola o ne
tornava, Pescerauco poteva spuntare da
un momento all’altro dietro al suo
branco di anatre. Capitava spesso che
bloccassero completamente la strada,
procedendo avanti a lui con una lentezza
esasperante. Di tanto in tanto Pescerauco
si voltava a lanciare ai due fratellini
un’occhiata malevola. Era come se
aspettasse sempre l’occasione buona, un
momento in cui Bronzo non fosse
presente: ma era passato quasi un
semestre e lui quell’occasione non
l’aveva ancora avuta.
Bronzo, dal canto suo, aveva giurato
che mai e poi mai gli avrebbe concesso
questa opportunità.
Era come se Pescerauco avesse un po’
paura di Bronzo: quando Bronzo era
presente non faceva che starsene lì tutto
mogio e sconsolato. Si dedicava allora
alle sue anatre, facendole scorrazzare di
qua e di là finché una di loro non finiva
in una pozzanghera mettendosi a sbattere
le ali e, qua qua, a starnazzare
terrorizzata.
Bronzo e Girasole non badavano a lui
e continuavano per la loro strada.
La famiglia di Bronzo era come un
carro, un carro vecchio e malandato. Per
anni e anni aveva arrancato su una strada
accidentata, procedendo a fatica tra il
vento e la pioggia. L’asse aveva bisogno
di essere oliato, le ruote erano logore e
le giunture, visibilmente allentate,
facevano un penoso cric cric. Eppure il
carro continuava ad andare avanti senza
rallentare mai.
Da quando su quel carro era salita
anche Girasole, poi, sembrava ancora
più pesante.
Girasole era piccola ma intelligente e,
in cuor suo, ne era cosciente anche lei.
Un giorno, verso la fine del semestre,
il maestro arrivò in classe con una
notizia: «Domani pomeriggio Liu lo
Sciancato, dello studio fotografico di
Campodilino, verrà da noi per
fotografare gli insegnanti. È un’ottima
occasione, perciò se desiderate essere
fotografati, preparate il denaro in
anticipo».
Non appena l’annuncio si diffuse nelle
classi, la scuola ribollì come un
pentolone di pappa di riso.
Per i ragazzi di Campodigrano quello
di farsi fotografare era un sogno e un
lusso.
Chi sapeva di poter rimediare il
denaro in casa iniziò ad agitarsi, saltare,
ridere e strillare; chi pensava di poterlo
ottenere, ma sapeva che non sarebbe
stato facile, dopo un iniziale entusiasmo,
s’innervosì.
Chi invece sapeva benissimo che non
avrebbe mai avuto i soldi necessari –
non perché i genitori non volessero ma
perché in casa non c’era il becco d’un
quattrino – si sentì sprofondare, deluso e
amareggiato, e restò malinconicamente
lontano dalla folla festante senza dire
una parola.
Chi sapeva che non avrebbe mai
racimolato il necessario ma sperava
tanto in una fotografia, di nascosto,
chiese un prestito a chi invece i soldi li
aveva facendo mille promesse al
creditore, dicendo che gli avrebbe
portato lo sgabello, fatto i compiti, o
ancora rubato una coppia di colombe
per fargliene dono.
Chi rimediava il prestito faceva salti
di gioia; chi invece non ci era riuscito
sfogava la sua rabbia con farsi tipo:
«Ricordati, d’ora in poi non siamo più
amici!».
Nessuno era più elettrizzato all’idea di
farsi fotografare delle ragazze. Se ne
stavano a cinguettare a gruppetti,
discutendo dello sfondo che avrebbero
scelto e del vestito che avrebbero
indossato l’indomani pomeriggio per la
posa. Le scolare che un vestitino carino
non lo avevano, andavano dalle altre e
chiedevano: «Domani, dopo che avrai
fatto la tua foto, posso mettermi un
attimo il tuo vestito?». Chi riusciva a
strappare la promessa se ne andava via
felicissima.
Dentro e fuori dalle aule non si
parlava d’altro che delle fotografie.
Girasole, nel frattempo, era rimasta
seduta al banco sola soletta, ma
l’eccitazione che pervadeva il cortile la
stava contagiando nel profondo. Era
ovvio che l’indomani anche lei avrebbe
voluto farsi fotografare: da quando era
arrivata a Campodigrano col papà non le
era mai stata fatta una foto. Sapeva di
essere bella: in qualunque modo
l’avessero ritratta, la ragazzina nella
foto sarebbe stata adorabile. Va detto
che Girasole si piaceva molto: quando
si vedeva in una vecchia foto rimaneva
addirittura sorpresa, quasi non riuscisse
a credere che quella fosse davvero lei.
Guardare le proprie foto o mostrarle
agli altri era davvero una gioia. Si
sforzava di studiare ma, per quanto
s’impegnasse, non c’era verso di andare
avanti, anche se manteneva un’aria
assorta e concentrata.
Di tanto in tanto una delle compagne si
voltava a lanciarle un’occhiata furtiva.
Girasole sembrava percepire quegli
sguardi e avvicinava ancora di più il
viso al libro, fino a scomparire quasi
dietro le pagine.
Quando venne a prenderla, Bronzo
ebbe l’impressione che, quel giorno, gli
alunni si comportassero in modo molto
diverso dal solito, nemmeno fosse la
Festa di Primavera: solo la sorellina
aveva un’aria decisamente abbattuta.
Sulla strada verso casa Girasole, a
cavallo del bufalo, vide che la sfera del
sole era sul punto di immergersi a ovest,
nella grande distesa d’acqua. Un sole
immenso, grande come una cesta di
bambù. Un sole arancione che bruciava
in silenzio. I ciuffi delle canne, prima
bianchi come la neve, ora si erano tinti
di rosso, simili a infinite torce issate nel
cielo del crepuscolo.
Girasole era assorta nei suoi pensieri.
Mentre trascinava il suo bufalo,
Bronzo non smetteva di rimuginare: “Ma
che succede a Girasole?”. Ogni tanto
alzava lo sguardo verso di lei, che gli
rispondeva con un sorriso e poi,
indicando il cielo a ovest, diceva:
«Fratellone, si è posato un germano
reale».
Quando arrivarono a casa era quasi
buio. Il papà e la mamma erano appena
rientrati dal lavoro nei campi: vedendoli
esausti e assetati Girasole porse alla
mamma dell’acqua, prendendola
dall’orcio con un recipiente ricavato da
una zucca. Dopo qualche bella sorsata la
donna lo passò al marito. Girasole,
pensò, era davvero una ragazzina
sensibile. Sollevò un lembo del vestito e
le ripulì il sudore dal viso.
Come ogni sera, poiché non avevano
una lampada, mangiarono una leggera
pappa di riso in penombra.
Nella casa risuonava distinto il rumore
della cena. Girasole mangiava la sua
porzione mentre raccontava le cose
interessanti che le erano successe a
scuola quel giorno, facendo ridere gli
adulti.
Bronzo prese la sua ciotola e andò a
sedersi, solo, sulla soglia di casa.
In cielo brillava una pallida luna. La
pappa di riso era piuttosto annacquata, e
la luna tremolava solitaria nella ciotola.
L’indomani pomeriggio Liu lo
Sciancato, dello studio fotografico di
Campodilino, comparve zoppicando sul
portone della scuola elementare di
Campodigrano, portandosi dietro le sue
attrezzature.
«È arrivato Liu lo Sciancato!» gridò il
ragazzo che lo vide per primo.
«È arrivato Liu lo Sciancato!»
strillarono tutti quanti, che l’avessero
visto o meno.
Dopo l’arrivo di Liu lo Sciancato
passò a tutti la voglia di fare lezione.
Nelle aule sembrava che fossero stati
spalancati i recinti per le capre: ansiose
di brucare l’erba tenera, le caprette si
riversarono fuori dalle porte
rovesciando anche qualche banco.
Vedendo che le porte erano bloccate e
che non si riusciva a uscire, alcuni
maschi spalancarono le finestre e si
lanciarono fuori passando da lì.
«È arrivato Liu lo Sciancato!»
Quando Liu lo Sciancato se li trovò
davanti, non si offese di esser chiamato
così perché, dopotutto, sciancato lo era
davvero. L’unico studio fotografico nel
giro di parecchi chilometri era proprio
quello della cittadina di Campodilino.
Oltre a starsene seduto, in città, ad
aspettare i clienti, Liu lo Sciancato si
ritagliava una decina di giorni all’anno
per fare il giro dei villaggi vicini.
Benché fosse da solo, riusciva a
sollevare un trambusto incredibile,
perché quando arrivava lui era come se
arrivasse una troupe teatrale o il circo.
Dovunque andasse portava con sé una
grande festa. Faceva affari per lo più
nelle scuole e, quando sentivano del suo
arrivo, vi si precipitavano anche le
ragazze dei villaggi vicini, per cui lui,
tra una foto ai maestri e una agli alunni,
trovava il tempo di fotografare anche
loro. Il tutto a prezzi leggermente più
bassi rispetto a quelli che faceva nel suo
studio.
Come di consueto, venivano
fotografati prima gli insegnanti e poi gli
alunni. Si procedeva una classe dopo
l’altra, mettendo tutti quanti in fila. Se
qualcuno non rispettava l’ordine, Liu lo
Sciancato prendeva il telo nero, che
normalmente teneva sollevato, e lo
ripiegava in giù oscurando l’obiettivo:
«Guardate che smetto!». A quel punto un
insegnante si faceva avanti per
mantenere l’ordine.
Quando tutto procedeva ordinatamente
invece, Liu lo Sciancato era felicissimo
e lavorava con straordinaria diligenza.
Dopo aver sistemato la pesante
macchina fotografica sul suo cavalletto,
altrettanto pesante, si affaccendava
senza sosta e continuava a sbraitare:
«Fotografiamo prima quella bambina
lì!», «Avanti il prossimo! Il prossimo!»,
«Piegati un pochino di lato!», «Su con la
testa!», «Non tirare il collo! Cos’hai, il
torcicollo?». Se poi qualcuno non
seguiva le sue istruzioni, gli si
avvicinava claudicando, lo rigirava e gli
ruotava il collo finché non obbediva.
Liu lo Sciancato portò nella scuola una
gioia davvero incontenibile.
Quasi tutti i ragazzini erano riusciti a
racimolare i soldi per pagarsi una
fotografia, alcuni addirittura per due o
tre.
Anche Liu lo Sciancato era
soddisfatto: gridava con una voce
ancora più squillante del solito e faceva
un sacco di battute, suscitando continui
scoppi di ilarità.
Girasole era rimasta in classe, dove il
chiasso proveniente da fuori le arrivava
a tratti. Una compagna che era tornata di
corsa in classe, a prendere delle cose, la
vide: «Come mai non vai a farti
fotografare?».
Girasole borbottò qualcosa.
Per sua fortuna la compagna era intenta
a rovistare tra le sue cianfrusaglie e, una
volta che le ebbe trovate, tornò fuori di
corsa.
Temendo che qualcuno la vedesse,
Girasole scappò dal retro dell’aula.
Vide che là fuori c’era gente ovunque:
nessuno, però, la notò. Costeggiò una
fila di aule e, rapida come un fulmine, si
allontanò senza farsi vedere e si diresse
verso il fitto boschetto di bambù che
sorgeva dietro gli uffici.
Le risate si erano fatte più distanti.
Girasole rimase tra i bambù,
aspettando che nel cortile tornasse il
silenzio.
Quando raggiunse l’ingresso della
scuola Bronzo era già lì, con la testa
madida di sudore per l’agitazione. Non
appena lo vide si mise a cantare piano
una canzoncina che le aveva insegnato la
nonna:
A sud, tra le montagne, la giara
d’olio resta
e due cognate scherzano, giocando a
pettinarsi
la prima delle due si fa una crocchia
in testa
e l’altra a pecorella decide di
acconciarsi.
Girasole ridacchiò, le sembrava
proprio una filastrocca divertente.
“Perché ridi?” le chiese Bronzo.
Lei non rispose e continuò a ridere, a
ridere fino alle lacrime.
Una settimana dopo, andando a
prendere Girasole, Bronzo notò che i
ragazzi che facevano la loro stessa
strada contemplavano ciascuno la
propria fotografia o se le scambiavano
facendosi delle belle risate. Girasole fu
praticamente l’ultima a uscire. “E la tua
foto?” domandò Bronzo.
Lei scosse la testa.
Lungo il tragitto nessuno dei due disse
una parola ma, appena furono a casa,
Bronzo informò papà, mamma e nonna
della faccenda.
«Perché non ci hai detto niente?» le
chiese la mamma.
«Non mi piace farmi fotografare»
rispose lei.
La mamma sospirò. Con il naso che le
prudeva la tirò verso di sé per
abbracciarla e le pettinò con le dita i
capelli scompigliati dal vento.
Quella notte nessuno di loro, nessuno
tranne Girasole, riuscì a dormire un
sonno tranquillo e sereno. Si erano
ripromessi di non farle mai mancare
niente e invece era successo.
«Dovremmo avere sempre un po’ di
soldi in casa» disse la mamma al marito.
«Non ho mai detto il contrario»
rispose lui.
Da quel giorno, in casa di Bronzo si
lavorò con impegno ancora maggiore. La
nonna, benché già avanti con gli anni,
badava all’orto e raccoglieva legna da
ardere. Spesso quando scendeva il buio
non era ancora rincasata: Bronzo e
Girasole, usciti a cercarla, la trovavano
curva nella fioca luce della notte, che
arrancava faticosamente verso casa con
un mucchio di fascine alto come una
montagna sulla schiena. Volevano
mettere da parte un po’ di denaro,
centesimo dopo centesimo. La loro
pazienza e la loro decisione erano
evidenti a tutti.
Mentre portava al pascolo il suo
bufalo, Bronzo raccoglieva i ciuffi delle
canne.
Quando arrivava l’inverno la gente
della zona, non potendosi quasi mai
permettere scarpe con l’imbottitura di
cotone, portava delle scarpe fatte,
appunto, con i ciuffi dei giunchi.
Si facevano così: si raccoglievano i
ciuffi che spuntavano in cima alle canne
e s’infilavano uniformemente in un
cordame di paglia di riso, che poi
veniva tessuto. Erano calzature molto
spesse, simili a caldi nidi d’uccello,
tanto che nel dialetto locale erano dette
“nidi lanosi”. D’inverno tenevano i
piedi al caldo anche se si camminava in
mezzo alla neve.
Quando si concluse il raccolto
autunnale, a casa di Bronzo era stata
presa una decisione: durante l’inverno si
sarebbero tutti dati da fare per
confezionare cento paia di scarpe di
paglia, Bronzo se le sarebbe caricate in
spalla e le avrebbe vendute in città, a
Campodilino.
La famiglia ne avrebbe ricavato un
guadagno, un guadagno importantissimo.
L’idea di questo profitto riempì tutti
quanti di un entusiasmo incontenibile. I
loro cuori s’illuminarono, e anche il
futuro sembrò più luminoso.
Armato di un grande sacco di iuta,
Bronzo s’intrufolò nel cuore del canneto
e iniziò a scegliere ciuffi soffici,
vaporosi e dai lucidi riflessi argentati,
tirandoli giù dalla cima delle piante.
Scartava i vecchi, raccogliendo solo
quelli spuntati nell’anno in corso.
Sembravano proprio piume d’oca,
bastava un’occhiata per sentirsi
pervadere da una specie di tepore. In
quel canneto sconfinato i ciuffi
abbondavano ma Bronzo li selezionava
con cura meticolosa: quelli che finivano
nel suo sacco dovevano essere di
primissima qualità.
Una domenica Girasole seguì Bronzo
nel canneto. Guardava in alto, intenta
nella sua ricerca, e quando adocchiava
un ciuffo particolarmente bello, invece
di coglierlo si metteva a gridare:
«Fratellone, qui ce n’è uno!».
Bronzo accorreva a quel richiamo e,
se il ciuffo che indicava Girasole era
davvero buono, in volto gli si dipingeva
un sorriso.
Quando ebbe raccolto una quantità
sufficiente di ciuffi, tutta la famiglia si
mise all’opera.
Aiutandosi con un martello di legno,
Bronzo pressava la paglia: si trattava di
paglia fresca selezionata con cura, tanti
fili di un giallo dorato che andavano
ripetutamente battuti con un martello di
legno. Quella ancora da pressare era
detta “paglia cruda”, poi sarebbe
diventata la cosiddetta “paglia cotta”. La
paglia cotta era flessibile ma resistente,
si prestava a essere attorcigliata per
ottenerne delle corde, era facile da
intrecciare, robusta, e si spezzava
difficilmente. Con una mano Bronzo
brandiva il martello, con l’altra girava e
rigirava la paglia: quando il martello
batteva produceva un tum tum come di
tamburo che faceva tremare leggermente
il suolo.
La nonna era incaricata di attorcigliare
la corda. Quella che intrecciava era una
corda regolare e resistente, liscia e bella
da vedere, rinomata in tutta
Campodigrano. Va detto che la corda
che stava lavorando in quell’occasione
era una corda particolare perché al suo
interno andavano infilati, in modo
regolare, i ciuffi delle canne. Abile
com’era, però, la nonna non si lasciò
scoraggiare: la corda imbottita di
lanugine fluiva dalle sue mani come la
corrente di un fiume. Era una corda
soffice, sembrava viva.
Girasole prese uno sgabellino e andò a
sedersi accanto alla nonna. Il suo
compito era quello di raggomitolare la
corda che la nonna intrecciava. Tenerla
tra le mani era una sensazione
piacevole.
Quando ebbero a disposizione una
corda sufficientemente lunga, il papà e
la mamma iniziarono a tesserla: il papà
si occupava delle scarpe da uomo, la
mamma di quelle da donna. Erano
entrambi molto abili: le scarpe da uomo
sembravano proprio scarpe da uomo e le
scarpe da donna avevano tutta l’aria di
scarpe da donna, le prime più solide, le
seconde più eleganti. Che si mirasse alla
solidità o all’eleganza, la tessitura
richiedeva comunque un certo impegno:
trama e ordito dovevano essere ben fitti,
in modo da impedire all’acqua di
filtrare quando si camminava sotto la
pioggia. La suola, poi, doveva essere
ancor più robusta, perché non si
consumasse dopo pochi mesi.
Quando dalle mani del papà e della
mamma uscirono il primo paio di scarpe
da uomo e il primo paio da donna, in
casa si scatenò una gioia irrefrenabile,
se le passavano di mano in mano senza
mai stufarsi di rimirarle.
Quelle due paia di scarpe di paglia
erano davvero uno spettacolo. I ciuffi
teneri sembravano spuntare proprio
dalla tomaia: bastava un soffio di vento
ed eccoli piegarsi tutti da una parte
rivelando la paglia dorata, non appena il
vento si quietava, la paglia scompariva
di nuovo. Veniva da pensare a un uccello
posato sul ramo di un albero, le cui
piume si scompigliavano, scoprendone
la pelle, non appena si alzava la brezza.
Le due paia di scarpe sembravano
quattro piccoli nidi, oppure due coppie
di uccelli.
Nei giorni seguenti continuarono senza
sosta a martellare, attorcigliare,
arrotolare e intrecciare.
Anche se la vita non era facile, in
famiglia non c’erano musi lunghi:
stavano insieme, parlavano e
scherzavano. Il presente li angustiava ma
le loro speranze erano rivolte al futuro.
Sarà anche stato malridotto, ma quel
carro era ben solido. Sarà stato lento, è
vero, ma aveva davanti a sé una meta e
intorno un paesaggio. Nessuno dei
cinque, grandi o piccoli, aveva
intenzione di abbandonare quel carro: se
si fossero imbattuti in pioggia, vento,
fango, ostacoli e ripidi pendii,
sarebbero smontati e avrebbero spinto
come un sol uomo, con le spalle, le
braccia, tutto il corpo in avanti.
Alla luce della luna la nonna
intrecciava la corda cantando. Non
smetteva mai di cantare. Il resto della
famiglia adorava stare ad ascoltarla: non
appena intonava una canzone non
sentivano più la fatica, si sentivano
rigenerati e lavoravano con risultati
ancora migliori. Carezzando la testa
della nipotina, seduta accanto a lei, la
nonna sorrise: «Ecco una canzone per la
nostra Girasole».
È aprile, quando i bachi si inizia ad
allevare
del gelso a coglier foglie vanno le
due cognate
un cesto è appeso ai rami del gelso
secolare
le lacrime asciugate, le fronde
accarezzate…
In casa di Bronzo tutti, grandi e
piccoli, usavano ogni attimo libero per
confezionare scarpe. Ne realizzarono
centouno paia. Il centunesimo paio era
destinato proprio a Bronzo, dopotutto
anche a lui ne servivano di nuove.
Anche Girasole ne avrebbe voluto un
paio, ma la mamma le disse: «Le scarpe
di paglia non stanno bene alle bambine»
e le confezionò un paio di stupende
pantofole di pezza imbottite.
Da allora in poi, ogni giorno, Bronzo
si mise in spalla una decina di paia di
scarpe e andò a venderle a
Campodilino.
Era una cittadina piuttosto grande, con
un porto per i battelli, un mercato di
alimentari, stabilimenti in cui si
lavoravano i cereali, un ospedale,
negozi e botteghe di ogni genere: un
viavai continuo da mattina a sera.
Le scarpe erano tenute insieme da un
sottile spago di canapa: Bronzo lo
teneva sulle spalle per cui, sia davanti
che dietro, aveva un mucchio di scarpe
che a ogni passo gli ballonzolavano sul
petto e sulla schiena.
Vedendolo arrivare dal ponte a est
della città, gli abitanti di Campodilino, e
i vari venditori ambulanti giunti fin lì
per smerciare i loro prodotti,
esclamavano: «Il muto è tornato a
vendere le sue scarpe!».
Bronzo non faceva caso ai continui
commenti sul fatto che era muto. Voleva
soltanto vendere le sue scarpe, fino
all’ultimo paio. Dopotutto muto lo era
davvero e, pur di vendere le sue scarpe,
non faceva nulla per nasconderlo. Anzi,
continuava a gesticolare ai passanti per
invitarli a esaminare la sua merce:
“Guardate qua, che belle scarpe di
paglia!”.
Intorno a lui si radunava un discreto
pubblico.
Un po’ per la sua onestà, un po’ perché
quelle scarpe erano davvero di ottima
qualità, fatto sta che riusciva sempre a
venderle tutte quante.
Nella scatolina di legno che avevano
in casa, il misero mucchietto di soldi era
diventato sempre più alto e la famiglia
si riuniva spesso a contemplare quelle
banconote stropicciate, poi il papà
sollevava le tavole del letto e vi
nascondeva di nuovo la scatola.
Avevano concordato che, una volta
vendute tutte le scarpe, sarebbero andati
a Campodilino, nello studio del
fotografo, e avrebbero chiesto a Liu lo
Sciancato un ritratto di famiglia come si
deve. Poi avrebbero fatto fare una foto a
Girasole, da sola, per risarcirla, e
l’avrebbero fatta anche colorare.
Con in mente tutti questi progetti –
certo, alcuni più realistici, altri meno
concreti e più a lungo termine – Bronzo
si era sistemato subito in uno dei punti
più favorevoli per vendere, all’imbocco
del ponte di Campodilino. Aveva fissato
una fune a due alberi e vi aveva appeso
le sue scarpe, un paio alla volta.
Quando i raggi del sole le
illuminavano, quelle scarpe di paglia,
che dondolavano al vento, brillavano di
una luce argentea: era una luce che
ammaliava, tanto che i passanti, anche
quelli che non avrebbero mai indossato
delle scarpe del genere, non riuscivano
proprio a fare a meno di lanciar loro
un’occhiata.
Era ormai inverno e l’aria si era fatta
gelida.
Specialmente all’imbocco del ponte il
vento del nord, soffiando dal fiume
verso la riva, sferzava la pelle come la
lama affilata di un rasoio. Bastava
restare fermi per un attimo e ci si
ritrovava i piedi paralizzati dal freddo:
ecco perché Bronzo saltellava senza
sosta. Facendo dei saltelli a mezz’aria
riusciva a vedere cose che erano
invisibili da terra: oltre i colmi dei tetti
delle case più vicine scorse il tetto di
un’altra casa, su cui si era posato uno
stormo di colombe. Mentre saltava
pensò che quelle colombe, con le penne
scompigliate dal vento, sembravano
tanto le sue scarpe di paglia. Era
un’associazione immotivata, ma lo
commosse profondamente. Quando poi
toccò di nuovo terra guardò le sue
scarpe e pensò che somigliavano
davvero a tante colombe. Fu preso come
da un senso di compassione: forse
pativano il freddo anche loro?
A mezzogiorno tirò fuori dalla tasca
della giacchetta una galletta gelida e
rinsecchita e si mise a masticarla, un
boccone dopo l’altro. I suoi gli avevano
permesso, per pranzo, di comprare
qualche baozi 4 alla verdura lì in città,
ma lui aveva deciso di risparmiare quel
denaro ed era rimasto a stomaco vuoto
tutto il giorno. A quel punto i suoi non
avevano avuto altra scelta che
preparargli qualcosa da portarsi dietro.
Bronzo, che aveva la testa dura, non
cedeva nemmeno di un centesimo
quando qualcuno cercava di trattare sul
prezzo. Per delle scarpe così buone non
si mercanteggiava! Quando ne vendeva
un paio, però, mentre guardava il
compratore che si allontanava, provava
sempre una punta di tristezza. Era come
se un estraneo stesse portando via non
un paio di scarpe ma un gattino o un
cagnolino che aveva cresciuto lui stesso.
Tuttavia, la sua speranza era quella di
vendere le scarpe al più presto. Se
vedeva che qualcuno era interessato
all’acquisto ma esitava e finiva per
andarsene, lui afferrava le scarpe in
questione e lo seguiva, senza dire niente,
si limitava a tallonare quella persona
con ostinazione. Tutt’a un tratto quel
qualcuno se ne accorgeva e, quando si
voltava, vedeva che si trattava del
ragazzino. A quel punto le comprava
subito o lo respingeva con un: «Non te
le compro, le tue scarpe di paglia» e
continuava per la sua strada. Bronzo,
allora, continuava a seguirlo: quello
camminava ancora un po’ ma poi,
sentendosi tremendamente in colpa, si
fermava di nuovo. A quel punto vedeva
Bronzo, con le scarpe in mano, gli occhi
grandi e neri traboccanti di sincerità.
Allora gli faceva qualche carezza sulla
testa e, decidendosi all’acquisto,
commentava: «Queste scarpe non sono
proprio niente male».
Gliene restavano ancora undici paia.
Nevicava abbondantemente.
La neve era alta una buona trentina di
centimetri, tanto che quella mattina
fecero fatica ad aprire la porta di casa.
E continuava a scendere.
«Non andare a vendere le scarpe oggi»
disse la nonna.
«Ne restano undici paia» le fecero eco
mamma e papà. «Un paio è per te,
quanto agli altri dieci, se riesci a
venderli bene, se non ci riesci li terremo
per noi».
Anche Girasole, mentre lui la
accompagnava a scuola, non faceva che
ripetere: «Fratellone, oggi non andare!».
Dopo essere entrata a scuola corse di
nuovo fuori per urlare a Bronzo, ormai
lontano: «Fratellone, non ci andare
oggi!».
Una volta rientrato a casa, però,
Bronzo insistette per andare in città lo
stesso. “Con questo freddo” disse alla
nonna “a qualcuno delle scarpe
serviranno senz’altro”.
I grandi della famiglia sapevano che
quando s’incaponiva su qualcosa era
difficile convincerlo a cambiare idea.
«Allora scegline un paio per te»
ordinò la mamma «altrimenti non ti
lascio andare».
Bronzo acconsentì. Quando ne ebbe
scelto uno adatto ai suoi piedi e lo ebbe
indossato, si caricò in spalla le dieci
paia rimaste, rivolse un cenno di saluto
ai familiari e si lanciò in mezzo alla
tempesta di neve.
Arrivato in città, vide che le vie erano
pressoché deserte, soltanto la neve non
smetteva di cadere sulle strade
silenziose e desolate.
Si sistemò nel solito punto, quello che
si era scelto nei giorni precedenti.
Di tanto in tanto passava qualcuno che,
vedendolo in piedi in mezzo alla neve
senza alcun riparo, gli faceva dei gran
gesti con la mano: «Muto, tornatene a
casa, oggi non farai affari!».
Bronzo, però, non ascoltò quei
consigli e continuò a presidiare
l’imbocco del ponte.
In men che non si dica le dieci paia di
scarpe stese lungo la fune si coprirono
di neve.
Ancora qualche giorno e sarebbe
arrivata la Festa di Primavera. Ecco un
tizio venuto in città per far compere in
vista delle festività: forse perché la neve
rendeva tutto confuso e indistinto, forse
perché non ci vedeva granché di suo,
fatto sta che ai suoi occhi le scarpe che
penzolavano dalla corda sembrarono
tante oche bianche morte. «Quanto
vengono le oche al chilo?» domandò
avvicinandosi.
Non capendo cosa stesse blaterando,
Bronzo si voltò a lanciar loro
un’occhiata.
«Le tue oche, dico, quanto vengono al
chilo?» ripeté il tizio indicandole con la
mano.
Bronzo allora capì: tirò giù dalla
corda un paio di scarpe, con la mano le
ripulì della neve che vi si era
accumulata sopra e gliele mise sotto il
naso. Quando il tizio capì come stavano
davvero le cose si lasciò sfuggire una
risatina.
Anche Bronzo rise.
I pochi passanti, assai divertiti da
quella scenetta, camminavano veloci in
mezzo alla tempesta di neve
sbellicandosi dalle risate. Poi
ripensavano a Bronzo e si lasciavano
scappare un sospiro di commiserazione.
Bronzo, invece, ridacchiava senza
sosta. Ripensando a tutta la faccenda,
quando si voltò a guardare quelle dieci
paia di scarpe scoppiò in una risata
irrefrenabile: non riusciva proprio a
smettere.
Gli abitanti di una casa lì davanti, che
si stavano scaldando vicino al fuoco,
accorsero sulla soglia per capire cosa
stesse succedendo.
Bronzo si accucciò imbarazzato, ma a
smettere di ridere proprio non ce la
faceva; si sganasciava tanto che la neve
che gli era piovuta in testa gli cadde
frusciando dentro il collo della giacca.
Chi lo vedeva commentava a bassa
voce: «Quel ragazzino ha la ridarella!».
Finalmente smise di ridere. Rimase
accucciato, incurante della neve che
continuava a piovergli addosso, e restò
a lungo in quella posizione senza alzarsi.
Vedendolo così, un passante iniziò a
preoccuparsi e lo chiamò piano:
«Muto». Poi, visto non si muoveva, alzò
la voce: «Ehi, muto!».
Era come se si fosse addormentato ma
sentendosi chiamare ebbe un sussulto e
alzò la testa. In quel momento il
mucchietto di neve che gli si era
accumulato sulla testa scivolò a terra.
La famiglia che si stava scaldando al
fuoco lo chiamò: «Vieni dentro, puoi
tenere sotto controllo le tue scarpe anche
da qui, non scappano mica».
Bronzo fece un cenno di diniego e si
ostinò a rimanere di guardia, vicino alla
sua merce.
A mezzogiorno la neve iniziò a
scendere ancora più copiosa, cadeva a
terra a grumi.
La famiglia della casa di fronte gridò:
«Muto, tornatene subito a casa!».
Ma Bronzo si strinse nei vestiti e
rimase immobile.
Due persone uscirono dalla casa e,
senza preoccuparsi se Bronzo fosse
d’accordo o meno, lo afferrarono
ciascuno per un braccio e lo
trascinarono dentro a forza, senza tanti
complimenti.
Rimase un po’ a scaldarsi vicino al
fuoco ma poi, notando un tizio che si era
fermato e indugiava davanti alle sue
scarpe, colse l’occasione per
precipitarsi nuovamente fuori.
Il tizio rimase a guardarle per qualche
istante prima di rimettersi in marcia.
«Quello là pensava che le scarpe
appese fossero oche morte!»
commentarono gli abitanti della casa.
Ci fu uno scoppio di risa generale.
Stavolta Bronzo non rise. Quanto
avrebbe desiderato vendere anche
quelle dieci paia! E invece era quasi
pomeriggio e non ne aveva piazzato
nemmeno uno!
Mentre fissava il cielo pieno di fiocchi
di neve si ripeteva tra sé: “Sbrigatevi,
comprate le mie scarpe! Compratele,
su!”. Un poco alla volta, tra una supplica
e l’altra, smise di nevicare. Bronzo tirò
giù le scarpe dalla corda, le ripulì per
bene dalla neve e le riappese.
In quel momento dalla strada arrivò un
gruppo di persone. Non avevano l’aria
di campagnoli, sembrava gente di città.
Venivano da una qualche Scuola per
Quadri e, visto che la Festa di
Primavera si stava avvicinando, erano lì
per prendere il battello e tornarsene a
casa. Chi sulla schiena, chi in braccio,
portavano dei borsoni, probabilmente
pieni di prodotti tipici della zona. Si
avvicinavano calpestando la neve che
faceva cric crac tra chiacchiere e risate.
Bronzo non cercò di attirare la loro
attenzione, convinto che quella gente di
città non avrebbe mai comprato delle
scarpe di paglia. Del resto portavano
tutti scarpe imbottite di pezza o di pelle.
Non portavano calzature di paglia, è
vero, ma passando lì davanti alcuni si
fermarono e lo fecero anche altri. Quelle
dieci paia di scarpe, sullo sfondo del
suolo innevato, avevano attirato
immediatamente la loro curiosità.
Alcuni di loro dovevano lavorare nel
campo dell’arte perché, alla vista delle
scarpe, si lasciarono andare ad
apprezzamenti senza fine. Dimenticando
a cosa servivano, le trovavano
semplicemente belle: e non di una
bellezza qualunque, ma di una bellezza
straordinaria. Era evidente che si
trattava di scarpe, ma quelli non
riuscivano proprio a immaginare cosa
diavolo fossero. Restarono lì a lungo
senza riuscire a esprimere con esattezza
la sensazione che suscitavano in loro
quelle calzature, e forse non ci
sarebbero mai riusciti. Si facevano
avanti uno dopo l’altro per accarezzarle
con le mani, e quel gesto li faceva
innamorare ancor di più. Alcuni se le
portarono al naso per annusarle: in
quell’aria così pura e fresca, il profumo
della paglia si distingueva nitido.
«Ne prendo un paio da appendere alla
parete di casa, sono proprio belle»
annunciò uno di loro. In parecchi
approvarono con un cenno e ne
afferrarono un paio per ciascuno,
temendo di farsele soffiare dai
compagni, se si fossero mossi troppo
tardi.
Erano in nove e tutti ne presero un
paio, uno di loro addirittura due: ecco
passare di mano anche le dieci paia.
Dopodiché si parlò del prezzo. Bronzo,
che era rimasto diffidente, non si
rassegnò a credere che fossero davvero
interessati finché non iniziarono a
chiedere insistentemente quanto
costassero. Nonostante l’entusiasmo che
aveva visto balenare nei loro occhi, non
gonfiò i prezzi e chiese la solita cifra:
tutti quanti la trovarono conveniente e
pagarono senza fiatare. Erano
decisamente appagati dal loro acquisto,
convinti che fosse la cosa più adatta da
portare in città, e se ne andarono via tutti
soddisfatti.
Con quel fascio di banconote stretto in
mano, in piedi in mezzo alla neve, per
qualche istante Bronzo rimase come
incapace di reagire.
«Muto, le scarpe adesso le hai
vendute, tornatene a casa! Se non te ne
vai morirai congelato!» gli gridarono
dalla casa di fronte.
Bronzo s’infilò i soldi nella tasca del
vestito, sciolse la fune legata ai due
alberi e se la legò in vita. Vide che dalla
soglia della casa di fronte lo stavano
fissando: rispose con un cenno della
mano e si mise a correre come un pazzo
sulla neve.
Il cielo si era schiarito e illuminava la
campagna.
Bronzo tornò verso casa seguendo la
stessa strada che aveva percorso
all’andata.
Aveva voglia di cantare una canzone,
quella che cantava la nonna mentre
intrecciava la corda. Non potendolo fare
a voce alta si accontentò di farlo tra sé e
sé:
Chi appende reti ai rami non piglia
granchiolini
nel fango non c’è oro, la sabbia
stringerà
se in mezzo alle robinie poi pianti
mandarini
chissà in quale momento la peonia
sboccerà.
Stava ancora canticchiando quando,
alle sue spalle, si avvicinò di corsa un
tizio che lo chiamava a gran voce:
«Ragazzo, tu che vendi scarpe di paglia,
fermati!».
Bronzo si bloccò e si girò verso di lui:
non aveva idea di cosa volesse, era
perplesso. «Ho visto le scarpe che
hanno comprato quelli là e mi piacevano
parecchio, ne hai ancora?» gli domandò
quando gli fu vicino.
Bronzo scosse il capo desolato.
Deluso, il tizio lasciò cadere le braccia
con un sospiro.
Il ragazzo lo guardò con un vago senso
di colpa. L’uomo s’incamminò verso il
molo per i battelli. Bronzo si diresse
verso casa ma dopo un po’ rallentò il
passo. Il suo sguardo cadde sulle scarpe
di paglia che portava ai piedi e facevano
cric crac sulla neve. Rallentò finché si
fermò del tutto.
Guardò il cielo, il suolo ricoperto di
neve, le sue scarpe. Stava ancora
canticchiando tra sé, scosso dai brividi.
Avvertiva un piacevole tepore ai piedi.
Dopo qualche attimo tolse il piede
destro dalla scarpa e lo posò sulla neve:
immediatamente sentì sulla pianta un
gelo che penetrava nelle ossa. Tirò fuori
il piede sinistro e posò anche quello
sulla neve. Poi raccolse le scarpe e le
esaminò tenendole davanti agli occhi.
Erano nuove e la strada era innevata,
non avevano neanche una macchiolina:
sembravano nuove di zecca. Con un
sorriso tornò sui suoi passi, per
rincorrere quel tizio.
Mentre calpestavano la neve, i suoi
piedi nudi sollevavano nuvole di
fiocchi. Il tizio stava per salire le scale
del molo quando Bronzo gli si parò
davanti sollevando in alto le scarpe
verso di lui.
L’uomo, piacevolmente sorpreso, stese
il braccio per prenderle. Voleva pagargli
un piccolo sovrapprezzo, ma Bronzo non
volle niente di più del dovuto.
Dopodiché gli rivolse un cenno di saluto
e si diresse di corsa verso casa senza
nemmeno voltarsi.
I suoi piedi, puliti dalla neve, erano
arrossati per il gelo…

4 - Nella cucina cinese il baozi è un fagottino di


pasta cotto al vapore, ripieno di carne o verdure
[N.d.T.].
Il falasco bianco

Girasole si era accorta che, quando


faceva i compiti, Bronzo amava starsene
seduto accanto a lei e la fissava rapito
mentre scriveva o risolveva problemi di
aritmetica. Aveva gli occhi pieni di
ammirazione e di desiderio.
Un giorno, tutt’a un tratto, le venne
un’idea: “Insegnerò a leggere e scrivere
a mio fratello!”. Questo pensiero le
rischiarò il cuore come un fulmine, la
colse di sorpresa e la riempì di
un’eccitazione incontenibile. Addirittura
si rimproverò: come mai non ci aveva
pensato prima?
Prese quello che le era avanzato del
denaro che le aveva dato la mamma per
comprare dello spago e lo diede a
Bronzo per comprare una matita, poi gli
disse: «A partire da oggi ti insegnerò a
leggere».
Bronzo la fissò come se non avesse
capito.
A quelle parole anche la nonna, il papà
e la mamma, che in quel momento
stavano lavorando, s’interruppero.
Girasole gli mise davanti la matita ben
temperata e un quaderno: «A partire da
oggi ti insegnerò a leggere!».
Bronzo provò una certa sorpresa e una
punta di agitazione: si vergognava anche
un po’ e non sapeva che pesci prendere.
Guardò Girasole, poi la nonna, il papà e
la mamma, poi fissò di nuovo Girasole.
Per i grandi fu come un tuono
improvviso nel sonno: fecero un
sobbalzo, il cielo e la terra furono
attraversati da un lampo di luce e
restarono a lungo ammutoliti.
Di fronte alla matita e al quaderno che
Girasole gli aveva messo davanti,
Bronzo indietreggiò. Girasole li prese e
andò verso di lui, un passo dopo l’altro.
Bronzo corse fuori. Lei lo inseguì
chiamandolo: «Fratellone!».
Bronzo correva senza fermarsi.
«Fratellone!» Girasole gli stava alle
calcagna.
Lui si voltò, dicendole con le mani e
con lo sguardo: “No! No! Non sono
capace! Non posso imparare!”.
«Certo che sei capace! Certo che lo
sei!»
Bronzo continuò la sua fuga.
Girasole, dal canto suo, continuava a
tallonarlo gridando: «Fratellone!».
Una radice che spuntava dal suolo la
fece inciampare e cadde ruzzolando
lungo la parete dell’argine.
Non sentendo improvvisamente più il
rumore dei suoi passi, Bronzo si girò,
ma lei era ormai rotolata fino in riva al
fiume.
Nella caduta aveva continuato a tener
stretti al petto il quaderno e la matita.
Bronzo andò verso di lei, saltò giù
dall’argine e si affrettò ad aiutarla ad
alzarsi.
Era completamente ricoperta di terra
ed erba, ma tra le sue mani il quaderno
era ancora perfettamente lindo.
Bronzo la aiutò a scrollarsi di dosso la
polvere e i rimasugli di erba.
«Da oggi ti insegnerò a leggere!»
Bronzo scoppiò a piangere e le
lacrime gli scendevano giù lungo il
naso. Si accovacciò per caricarsi in
spalla la sorella e poi, un passettino alla
volta, risalì in cima all’argine.
I fratelli si misero a sedere sotto un
grande albero.
Il disco del sole calante colorava
d’arancio le acque del fiume.
Girasole indicò il sole, prese un
rametto e, un tratto alla volta, tracciò sul
terreno sabbioso due grandi caratteri,
quelli che corrispondevano alla parola
SOLE. Li lesse ad alta voce: «SO-LE» e
poi, sempre usando quel rametto,
continuò a ricalcare i due caratteri
ripetendo quella che sembrava una
formula magica: «Un tratto orizzontale,
un tratto che scende verso sinistra, uno
che scende verso destra, una goccia:
ecco qua il primo carattere della parola
SOLE…».
Cercò un rametto anche per lui e lo
invitò a scrivere seguendo i suoi
movimenti.
Bronzo scriveva a fatica ma con
impegno: in quel momento era come se
non fosse più il fratello maggiore di
Girasole, ma il suo fratellino.
Il sole continuava a scendere, a
scendere giù…
Dall’albero cadde una foglia, e anche
quella piano piano scese giù…
Girasole indicò con il dito la foglia
che cadeva, seguendola con lo sguardo:
«Scende… scende giù».
Come una farfalla, la foglia si posò su
un cespuglio.
Girasole aggiunse, dopo i due caratteri
della parola “sole”, i tre della frase
SCENDE GIÙ. Poi, con lo sguardo
rivolto al sole, lesse tutto quanto: «Il
sole scende giù…».
Bronzo aveva una memoria
eccezionale: anche se i tratti e la
composizione dei caratteri gli erano
ancora poco chiari, era incredibile la
velocità con la quale aveva memorizzato
i tratti che componevano i caratteri e
l’ordine in cui andavano tracciati.
Il sole era tramontato.
A poco a poco, anche i caratteri
tracciati sul suolo sabbioso svanirono.
«Fratellone, dobbiamo tornare a
casa».
Ma Bronzo, che era un allievo pieno di
entusiasmo, fece di no con la testa, e
continuò a scrivere maldestramente con
il suo rametto sul terreno sabbioso.
Nel frattempo era sorta la luna.
Una nuova luce, delicata e pura,
rischiarava la terra.
Bronzo indicò la luna con il dito.
Girasole scosse la testa: «Basta per
oggi».
Lui, però, continuò testardamente a
indicare la luna.
Girasole, allora, cedette: «La luna…
la luna sale su».
Era tardi, la mamma li stava
chiamando perché rincasassero. Sulla
strada del ritorno Bronzo non smise di
leggere e scrivere mentalmente: “Il sole
scende giù… la luna sale su…”.
Da quel giorno in poi, sotto la guida di
Girasole, Bronzo imparò tutti i caratteri
che la sorella conosceva, tracciandoli
per terra a uno a uno e annotandoli nel
suo quaderno. Studiavano in ogni
momento e in ogni luogo, dovunque
capitasse. Se vedevano un bufalo
scrivevano BUFALO. Se vedevano una
capra scrivevano CAPRA. Se vedevano
un bufalo brucare l’erba scrivevano IL
BUFALO BRUCA L’ERBA. Se
vedevano delle capre litigare
scrivevano LE CAPRE LITIGANO.
Scrivevano CIELO, TERRA, VENTO,
PIOGGIA, OCA, COLOMBA, OCA
GRANDE, OCA PICCOLA, COLOMBA
BIANCA, COLOMBA NERA… Quel
mondo, che a Bronzo era sempre
apparso in tutta la sua incomparabile
bellezza, si stava trasformando in una
miriade di caratteri: quei caratteri
avevano in sé un mistero straordinario,
gli davano l’impressione che il sole, la
luna, il cielo, la terra, il vento, la
pioggia, tutto quanto, non avessero più
l’aspetto che avevano prima ma fossero
diventati ancora più affascinanti, nitidi,
piacevoli.
Bronzo, che prima non faceva altro che
scorrazzare come un matto per la
campagna, incurante del vento o della
pioggia, si diede una calmata.
Grazie alla sua straordinaria
intelligenza, Girasole trovò mille modi
originali e ingegnosi per insegnare al
fratello i caratteri che lei stessa aveva
imparato.
I caratteri si scolpivano nella memoria
di Bronzo come se fossero stati incisi
con uno scalpello e non li avrebbe mai
dimenticati. Ora iniziava anche a
scrivere in modo più ordinato e, anche
se i suoi caratteri non erano regolari
come quelli di Girasole, avevano uno
stile tutto loro, spontaneo ed energico.
A Campodigrano questo passò del tutto
inosservato: era una storia tra fratello e
sorella.
Era un pomeriggio tranquillo: uno dei
maestri della scuola elementare stava
dipingendo una scritta sul muro di una
casa di Campodigrano con della calce
bianca, quando per caso Bronzo, che
stava portando al pascolo il suo bufalo,
passò di lì.
Notando l’uomo che scriveva, legò
l’animale a un albero e si avvicinò per
osservarlo, incantato.
Quando notò quei due occhi il maestro,
stringendo il pennello da cui la calce
continuava a gocciolare, disse a Bronzo:
«Vieni qui, ti insegno a scrivere un
carattere».
Bronzo fece di no con la testa.
«Ma dovrai pur conoscere un paio di
caratteri, no?» insistette l’uomo.
A guardare il maestro che scriveva
c’era anche un gruppetto di persone e
uno di questi commentò: «Quando vede
qualcuno scrivere, il muto lo fissa
imbambolato, è come se sapesse farlo
anche lui».
«Muto, vieni qui a scriverci un
carattere» fece un altro.
Bronzo fece di nuovo di no con la
mano e indietreggiò.
«E allora non stare a guardare,
tornatene a pascolare il tuo bufalo!
Stupido di un muto!»
Si voltò e fece per tornare
dall’animale. Mentre scioglieva la corda
che lo teneva legato udì il gruppetto
farsi sfacciatamente delle grasse risate
alle sue spalle. Rimase immobile per un
istante, curvo in avanti, poi raddrizzò la
schiena di colpo, si voltò e si diresse
verso quegli uomini.
Il maestro stava ancora scrivendo e,
approfittando di un suo attimo di
distrazione, Bronzo gli strappò il
pennello dalla mano.
Il gruppetto si zittì di colpo.
Bronzo afferrò con una mano il
secchio di metallo pieno di calce, con
l’altra il pennello e, prima che quelli
avessero il tempo di reagire – scic scic
scic – dipinse sul muro un’intera serie di
caratteri cubitali:
IO SONO BRONZO DI
CAMPODIGRANO!
Quel punto esclamativo fu come una
martellata.
Bronzo lanciò loro un’occhiata, posò
il secchio, gettò il pennello e si
allontanò senza nemmeno voltarsi.
Quella fila di caratteri sbilenchi ma
vigorosi lasciò di sasso i presenti.
Quel giorno la notizia si diffuse in tutta
Campodigrano. Tutti, nessuno escluso,
trovarono che la cosa aveva
dell’incredibile. Ripensarono a tutte le
curiose dicerie sul conto di Bronzo e
convenirono sul fatto che quello non era
affatto un muto come gli altri.
I giorni trascorrevano uno dopo l’altro
e nella famiglia di Bronzo, da mattina a
sera, la vita proseguiva felice.
Girasole cresceva, nonostante gli
scarsi mezzi e le difficoltà, e il suo
visino, prima leggermente emaciato, ora
sembrava aver preso un po’ di colore.
Con i suoi pantaloni corti, la blusa
stretta in vita, le scarpe di pezza e le due
treccine, poco alla volta era diventata
una di Campodigrano.
Ben presto la gente del posto aveva
scordato come fosse finita lì, nella
famiglia di Bronzo. Era come se ne
avesse sempre fatto parte e anche in
casa di Bronzo, quando parlavano di lei,
lo facevano sempre con grande
naturalezza e tenerezza, dicendo: «La
nostra Girasole…» e provavano un
piacere particolare nel parlare di lei in
presenza d’altri.
In famiglia non smettevano mai di
rallegrarsi di un sacco di cose, le più
disparate. La sera, dopo aver spento la
lampada, rimanevano a lungo a
chiacchierare facendo delle gran risate.
Sentendo quegli scoppi di risa, la gente
che passava davanti a casa loro
rimaneva interdetta: cos’era mai
successo di tanto divertente? Non
passava sera senza che le loro risate non
riecheggiassero da quella bassa casetta
dal tetto di paglia, per diffondersi nella
notte scura di Campodigrano.
Arrivò così il mese di marzo.
La primavera, a Campodigrano, era
uno spettacolo senza pari: fiori selvatici
di mille colori abbellivano i bordi dei
campi e le pozze vicino al fiume.
Tutto era di un bel verde luminoso.
Gazze, gazze azzurre e tanti altri uccelli,
ben noti o sconosciuti, passavano le
giornate sorvolando i campi e il
villaggio e lanciando senza sosta i loro
gridi.
Sul fiume, rimasto tranquillo per tutto
l’inverno, le barche ripresero a navigare
più numerose e, di tanto in tanto, si
vedeva anche qualche vela bianca o
marrone.
Risuonavano di continuo le grida dei
lavoratori, il latrare dei cani e le risate
delle ragazze che raccoglievano foglie
di gelso e questo rendeva il mese di
marzo un mese straordinariamente
vivace. La terra era pervasa da una
vitalità prorompente.
Non c’era alcun segno che lasciasse
presagire quello che sarebbe successo
nel marzo di quell’anno.
Da alcuni giorni, per la verità, il
bufalo di famiglia dava qualche segno di
nervosismo. Ovunque cresceva erba
tenera e fresca ma lui ne mangiava
distrattamente giusto qualche boccone e
poi tornava ad alzare la testa al cielo: di
giorno verso il sole, di notte verso la
luna. Spesso lanciava dei lunghi muuu,
così potenti da far stormire le foglie
degli alberi.
Una sera rifiutò di farsi riportare nella
stalla e, strappate le redini dalle mani di
Bronzo, corse via: non scappò lontano,
si limitò a fare un giro dopo l’altro
intorno alla casa. Solo con l’intervento
di Bronzo e del papà fu possibile
riacchiapparlo.
Il vento soffiava lieve e la luna
sembrava fatta d’acqua.
Tutto preannunciava che quella
sarebbe stata una primavera mite e
serena.
Poi, nel cuore della notte, mentre
Campodigrano era immersa nel sonno
più profondo, il cielo cambiò colore: in
pochi istanti un vento furioso
proveniente dall’orizzonte investì
ululando il paese. Il vento sembrava
fatto di migliaia di neri animali
leggendari che mugghiavano
ininterrottamente spalancando fauci e
srotolando lingue. Dovunque si
guardasse, rami secchi, fogliame
lacerato, sabbia e polvere mulinavano in
aria volteggiando confusamente qua e là.
Le tavole di legno del ponte finirono nel
fiume, le barchette furono sbalzate sulla
riva, le canne – crac! – spezzate, le
colture sradicate, i fili della luce
strappati, i nidi sugli alberi dispersi e
gli uccelli sbattuti a terra… In un attimo
il mondo divenne del tutto
irriconoscibile.
Qualcosa svegliò Girasole di
soprassalto. Non appena aprì gli occhi,
la sorpresa fu grande: come mai sopra la
sua testa c’era la distesa blu del cielo?
Aveva anche l’impressione che,
nell’oscurità, baluginasse qualche stella.
Quando si guardò intorno, però, vide
quattro pareti.
La mamma arrivò di corsa: «Girasole,
Girasole! Alzati, presto! Girasole,
alzati, presto!». La prese di forza dal
letto, stringendola tra le braccia ancora
intontita, e la vestì in tutta fretta.
Nel buio si udì la voce del papà:
«Bronzo, aiuta la nonna e uscite,
subito!».
Poi la voce tremolante della nonna: «E
Girasole? Dov’è Girasole?».
«È qui con me!» gridò la mamma.
Girasole non aveva idea di cosa stesse
succedendo. Mentre lasciava che la
mamma la vestisse, continuava a tenere
lo sguardo in alto: dappertutto, nel cielo,
turbinavano rami rinsecchiti e foglie
morte.
«Il tetto è stato portato via dal vento!»
disse la mamma.
“Il tetto portato via dal vento?”
Sulle prime Girasole rimase confusa,
ma presto capì e scoppiò in lacrime.
La mamma la abbracciava stretta:
«Non aver paura, non aver paura…».
Le raffiche di vento sferzavano il
cielo, sibilando sopra la casa senza più
tetto, sparpagliando senza sosta oggetti e
polvere.
Il bufalo, che era scappato da un pezzo
dalla stalla, ora aspettava docilmente i
padroni fuori dalla soglia.
Sostenendosi a vicenda, i membri
della famiglia uscirono facendosi strada
in mezzo al forte vento che entrava dalla
porta di casa.
In mezzo alle raffiche si udivano da
ogni lato, indistinti, le grida e i pianti
degli abitanti di Campodigrano.
Il vento aumentava continuamente
d’intensità e ora si era anche messo a
piovere.
«Verso la scuola! Andiamo verso la
scuola!» urlò il papà. Quello della
scuola, infatti, era un edificio di tegole e
mattoni scuri, il più solido del paese, e
poi si trovava in un punto rialzato.
Il cielo fu attraversato da un lampo.
Quando Bronzo e i suoi familiari si
voltarono, videro che le quattro pareti
della casa erano ormai crollate. Mentre
correvano verso la scuola notarono che,
tutt’intorno, erano in molti ad andare in
quella direzione.
In seguito, poco alla volta, il vento
perse vigore, ma in compenso la pioggia
si fece sempre più battente. Nel
momento di massima violenza sembrò
che il Fiume Celeste, la Via Lattea,
avesse rotto gli argini e si riversasse
sulla terra.
Si stiparono tutti nelle aule fissando,
impotenti e preoccupati, la pioggia
torrenziale che scrosciava di traverso là
fuori, senza dire una parola.
Poi il cielo s’illuminò. La pioggia
diminuì leggermente d’intensità, pur
continuando a cadere senza tregua. I
campi coltivati erano ormai sommersi e
a Campodigrano, anche se il paese
sembrava sempre lo stesso, molte case
erano già crollate.
La prima famiglia a tornare nei campi
fu quella di Pescerauco. Il recinto dove
tenevano le anatre era stato divelto dalla
furia del vento e le poverette
scaraventate chissà dove. Ora le stavano
cercando, le chiamavano senza sosta.
Solo allora i paesani che avevano
trovato rifugio nelle aule, ancora
attoniti, ripensarono alle loro anatre, ai
polli, ai maiali, alle capre e a ciò che
avevano in casa.
In molti si avventurarono in mezzo alla
pioggia, dirigendosi verso le case ormai
distrutte.
«Non ho preso la mia cartella!»
esclamò Girasole, e fece per uscire.
«E a cosa ti serve andare a
prenderla?» protestò la nonna. «Ormai i
libri che c’erano dentro saranno tutti
marci per l’acqua».
«No, devo andare a riprenderla!»
Anche il papà e la mamma, pensando
alle cose che avevano in casa, uscirono
dall’aula dopo aver chiesto alla nonna
di restare di guardia alle cose portate
via in fretta e furia quella notte.
La strada era sprofondata nell’acqua.
Dopo aver fatto montare Girasole a
cavallo del bufalo, Bronzo lo condusse
verso casa.
Davanti ai loro occhi, una distesa
d’acqua che sembrava non aver fine.
Delle canne sbucavano solo le punte,
che ondeggiavano sulla superficie come
tante codine spuntate dall’acqua. Alberi
alti e imponenti erano diventati bassi e
smilzi: passando in barca sulla
superficie e allungando il braccio si
poteva raggiungere i nidi che il vento
non era riuscito a sparpagliare. Sul pelo
dell’acqua galleggiavano coperchi di
pentole, scarpe, pitali, stuoie, secchi,
anatre senza più un rifugio… c’era
davvero di tutto.
Trovarono la loro casa. Ma era una
casa per modo di dire, era un cumulo di
rovine. Appena varcata la soglia,
Bronzo pensò subito a cercare la
cartella di Girasole e si mise a rovistare
tentoni con i piedi immersi nell’acqua.
Ogni volta che incappava in qualcosa, lo
afferrava e lo portava in superficie:
ecco allora una ciotola, una pentola, una
pala. Alla vista del fratello che pescava
un oggetto dopo l’altro, Girasole,
incuriosita, chiese al papà di farla
smontare dal bufalo per finire, un po’
preoccupata, nell’acqua. Ogni volta che
Bronzo riportava in superficie qualcosa
si metteva a gridare tutta eccitata:
«Fratellone, dai qua! Dai qua!».
Il papà e la mamma, invece, restarono
in piedi in mezzo all’acqua a fissare
abbattuti la scena, senza muovere un
muscolo.
Tutt’a un tratto Girasole ricevette
come una botta violenta che quasi la
fece cadere in acqua. Per lo spavento
lanciò uno strillo, e un attimo dopo notò
qualcosa che si muoveva rapido, sotto il
pelo dell’acqua, e che produceva delle
bollicine.
Un pesce!
Bronzo si fiondò verso la soglia di
casa e chiuse con un gesto fulmineo la
porta, che ostinata, restava ancora in
piedi. Il pesce, intrappolato in quelle
quattro mura, continuava a sbattere
contro le pareti o contro le gambe di
Bronzo e Girasole e, a ogni colpo,
saltava prepotentemente fuori
dall’acqua.
Tutta la famiglia lo vide: era una carpa
gigantesca!
Girasole non la finiva di strillare per
la paura.
Bronzo, dal canto suo, continuava a
inseguire il pesce in mezzo all’acqua.
Il pesce fece un nuovo salto e schizzò
completamente il viso di Girasole, lei si
riparò con le mani, poi alzò il collo e si
mise a ridacchiare.
Vedendola in quello stato, anche
Bronzo spalancò la bocca in una risata
incontenibile.
Il pesce urtò violentemente contro la
gamba del ragazzo: lui, che non prestava
attenzione perché era curvo all’indietro
per le risa, perse l’equilibrio, vacillò di
qualche passo e cadde in acqua.
«Fratellone!» gridò Girasole, mentre
Bronzo si rimetteva in piedi tutto
grondante.
Vedendolo così fradicio e comico,
Girasole non poté trattenersi dal
ridacchiare. Poi Bronzo tornò a
immergersi nell’acqua, tastando qua e
là…
Girasole, intanto, in disparte in un
angolo, lo guardava agitata e in
trepidante attesa.
Il pesce finì più volte tra le mani di
Bronzo e altrettante riuscì a sfuggirgli
facendolo infuriare. Gli sembrava
incredibile non riuscire ad acchiapparlo
e continuava a frugare nell’acqua con il
fiatone… Poi, per puro caso, il pesce gli
andò a finire dritto tra le braccia e lui fu
prontissimo ad afferrarlo. Si dimenava
disperatamente, agitava la coda senza
tregua e gli riempiva il viso di schizzi
d’acqua.
Girasole gridava: «Fratellone!
Fratellone!».
A poco a poco il pesce tra le braccia
di Bronzo perse le forze, lui però non
osava mollare minimamente la presa e,
stringendolo forte, si alzò in piedi
nell’acqua.
Il pesce apriva e chiudeva la bocca,
facendo vibrare senza sosta i barbigli
agli angoli. Bronzo fece segno a
Girasole di avvicinarsi ad accarezzarlo,
e lei obbedì. Allungò la mano e sfiorò la
carpa delicatamente: era fresca e
scivolosa.
Poi si misero a saltare e balzare
nell’acqua per la gioia, in un tripudio di
spruzzi.
Vedendo i figli così spensierati e la
casa ormai inesistente, la mamma si
voltò e scoppiò in pianto, mentre il papà
continuava a sfregarsi le ruvide mani sul
viso altrettanto ruvido...
Quando le acque si furono ritirate, la
famiglia di Bronzo tirò su una baracca
su quelle che erano state le fondamenta
della loro casa.
D’ora in poi avrebbero dovuto vivere
in modo ancor più frugale: dovevano
ricostruirsi un tetto. Ne avevano
comunque bisogno, non potevano
passare il resto della loro vita in quella
minuscola catapecchia. Se fossero stati
tutti adulti avrebbe fatto poca differenza
costruirla o meno, o che la ricostruzione
tardasse di un giorno, ma ora avevano
due bambini: non potevano lasciarli
senza una casa, se li avessero fatti
vivere per sempre in quel tugurio, tutti li
avrebbero guardati con disprezzo. Il
problema era che in casa non c’erano
soldi e per costruire una casa bisognava
spendere un patrimonio!
Nel giro di pochi giorni i capelli del
papà s’ingrigirono, le rughe sul viso
della mamma aumentarono e la nonna,
che già prima era debole, si debilitò
ancor di più: quando soffiava il vento, i
due ragazzini avevano paura che volasse
via.
«Non ci vado più, a scuola» annunciò
Girasole.
«Basta con queste sciocchezze!»
replicò la mamma.
La nonna se la strinse al petto e, senza
dire una parola, le accarezzò la testa con
la mano. Girasole, però, capiva
chiaramente la voce che le veniva dal
profondo del cuore: «Non dire certe
stupidaggini!». Da allora non si azzardò
mai più a dire di voler abbandonare la
scuola.
Iniziò a studiare con impegno ancora
maggiore: i suoi compiti erano sempre i
migliori della classe e tutti i maestri
della scuola la portavano in palmo di
mano: «Se tutti gli alunni di
Campodigrano fossero come lei»
sospiravano «quanto sarebbe bello!».
Ma Girasole non si adagiava sugli
allori.
La sera faceva i compiti, tantissimi
compiti, ma temeva anche di consumare
l’olio per la lampada. Allora, col
pretesto di giocare da Cuihuan o da
Qiuni, andava a casa loro per poter fare
i compiti alla luce del loro lume.
Quando era da loro si comportava
sempre in modo garbato e responsabile,
senza mai disturbarle nello studio. Non
si accaparrava mai il punto più luminoso
ma andava a sedersi in un angolo dove
riusciva a malapena a leggere, e se
doveva fare i compiti faceva i compiti,
senza mai fiatare né perdersi in
chiacchiere.
Cuihuan era una bambina che amava
dare ordini, non faceva altro che
comandare a Girasole di fare questo e
quello: «Dammi la gomma», «Non ho
ancora disegnato i quadratini nel mio
quaderno dei compiti, fammeli tu».
Girasole le obbediva sempre con grande
docilità, per paura di scontentarla.
Qiuni, invece, era una ragazzina di
vedute molto ristrette. Non sopportava
che Girasole riuscisse a fare i compiti
meglio e più velocemente di lei, era una
cosa che la faceva regolarmente
imbestialire. Girasole, dal canto suo,
cercava sempre di essere prudente.
Quando aveva finito i compiti se ne
stava seduta in disparte e certo non
sbandierava: «Ho finito». Se poi c’era
un esercizio che Qiuni non sapeva
svolgere e lei sì, Girasole si guardava
bene dal vantarsi, «Io lo so fare», a
meno che non fosse lei a chiederglielo.
Anche in questo caso non si dava arie,
anzi, cercava sempre di non mostrarsi
troppo sicura e spiegava le cose a Qiuni
con calma, con un tono dubbioso e
aperto alla discussione. A volte, invece,
capitava che Qiuni risolvesse un
problema prima di lei. Quando
succedeva, tutta compiaciuta, chiedeva a
Girasole: «E tu l’hai risolto?». Che ci
fosse già riuscita o che, pur non
avendolo ancora risolto, ne fosse
comunque in grado, Girasole rispondeva
sempre: «Non ancora». A quel punto
Qiuni andava da lei e, tutta soddisfatta,
glielo risolveva sotto il naso: «Sei
proprio stupida». Nemmeno queste
parole, però, riuscivano a farle mettere
il muso.
A volte, con Cuihuan o Qiuni, Girasole
faceva addirittura un po’ la ruffiana.
Un giorno il maestro aveva criticato
pesantemente i compiti fatti a casa di
Cuihuan e di Qiuni, arrivando a
strappare loro il quaderno davanti a tutta
la classe. Fosse stato solo questo, e
invece no: subito dopo aveva preso il
quaderno perfettamente lindo di
Girasole e, sceso dalla cattedra, lo
aveva fatto vedere a tutti quanti: «Ecco,
guardate un po’ i compiti di Girasole!
Questi sì che sono compiti!».
Per tutto il tempo Girasole era rimasta
a testa bassa.
Quella sera, dopo cena, si era messa a
rimuginare: “È il caso che vada da
Cuihuan o da Qiuni a fare i compiti?”.
Ormai era buio e in casa la lampada era
spenta. Da quando la casa era andata
distrutta, la lampada non era stata
praticamente mai più accesa: si
mangiava al buio e al buio ci si
coricava. Quella sera, però, aveva una
montagna di compiti a casa!
Dopo una breve riflessione Girasole
fece ai suoi: «Vado a giocare un po’ da
Cuihuan» e uscì dalla baracca. Quando
arrivò a casa della compagna trovò la
porta chiusa.
Girasole bussò.
«Siamo già a letto» rispose Cuihuan.
Eppure, attraverso la fessura della
porta, Girasole vide chiaramente
Cuihuan intenta a fare i compiti alla luce
della lampada. Senza bussare una
seconda volta s’incamminò nel vicolo a
capo chino: non voleva andare da Qiuni,
perciò fece per rincasare. Dopo aver
fatto qualche passo, però, si diresse
comunque verso la casa della compagna:
doveva assolutamente finire i compiti!
A casa di Qiuni la porta non era
chiusa.
Dopo essere rimasta qualche istante in
piedi sulla soglia, Girasole entrò
annunciandosi: «Qiuni, sono io».
La compagna continuò a fare i compiti
come se non avesse sentito nulla.
Girasole vide uno sgabellino vuoto
vicino al tavolo e fece per sedervisi
sopra.
«Tra poco servirà a mia mamma per
cucire le suole delle scarpe» la bloccò
Qiuni.
Colta alla sprovvista, Girasole rimase
lì impalata.
«Non ce l’avete una lampada?» chiese
Qiuni senza nemmeno sollevare lo
sguardo.
«Avete deciso di non accendere mai
più la lampada a casa vostra?» la
incalzò ancora, sempre senza alzare la
testa.
Girasole se ne andò in tutta fretta con i
compiti sotto il braccio. Corse tutto d’un
fiato verso casa percorrendo i lunghi
vicoli del villaggio, con le lacrime che
le sgorgavano a fiotti, lasciando scie di
pianto.
Invece di tornare subito a casa andò a
sedersi sulla macina ai piedi della
vecchia sofora. Pochi anni prima era
rimasta in quello stesso punto, prima di
tornare a casa insieme a Bronzo, a
cavallo del suo bufalo. Alzò gli occhi
verso la sofora imponente: era estate, e
rami e foglie erano rigogliosi come non
mai. Per qualche oscura ragione le
venne una gran voglia di abbracciare
l’albero e sfogare le lacrime, ma non lo
fece. Rimase invece incantata a fissare
con gli occhi umidi il cielo blu e la luna,
lassù sopra l’albero.
Bronzo, intanto, era uscito a cercarla.
Passò prima da casa di Cuihuan e,
attraverso la porta, udì la mamma che la
rimbrottava: «Perché non hai aperto a
Girasole?». «Non le lascerò più usare la
nostra lampada!» rispose. La mamma le
diede uno schiaffo e Cuihuan si mise a
frignare: «Non le lascerò più usare la
nostra lampada!». La mamma insistette:
«Ma dove la trovi, al mondo, una
bambina sensibile come Girasole? Non
vali nemmeno un briciolo di quello che
vale lei!».
«Forse è andata da Qiuni» pensò
allora Bronzo. Mentre stava per
raggiungerla, però, sentì in lontananza
Qiuni che si lagnava: «I pezzenti non ci
devono andare, a scuola! Perché deve
venire qui a rubarci la luce?».
Probabilmente i suoi l’avevano
sgridata o picchiata.
Bronzo si mise a correre per le
stradine: attraversò un vicolo, poi un
altro, finché non trovò Girasole sotto la
sofora, appena fuori dal villaggio.
Era sdraiata sulla macina a pancia in
giù e si sforzava di fare i compiti alla
luce della luna.
Bronzo rimase in piedi alle sue spalle,
in silenzio.
Finalmente Girasole si accorse della
sua presenza. Tenendo stretto con una
mano il quaderno dei compiti, allungò
l’altra verso di lui.
Mano nella mano, senza dire nulla,
s’incamminarono verso la loro baracca
costeggiando il fiume di fronte al
villaggio, sotto una luna che pareva di
latte.
L’indomani, al crepuscolo, Bronzo
prese una barca e raggiunse il canneto.
Prima, però, raccolse nell’orto una
decina di fiori di zucca sul punto di
sbocciare: quando la nonna gli chiese a
cosa gli servissero, sorrise senza
rispondere.
Quando la barchetta, superata una zona
del canneto particolarmente fitta,
raggiunse un laghetto, ai suoi occhi si
presentò uno spettacolo emozionante:
migliaia e migliaia di lucciole
danzavano tra i cespugli sul bordo dello
specchio d’acqua, illuminando il
laghetto e il cielo.
Anni prima il papà lo aveva
accompagnato in città, e la sera lo aveva
portato in cima a una pagoda che
sorgeva proprio in mezzo alle case:
guardando in giù aveva potuto ammirare
una miriade di luci sfavillanti, una scena
da mozzare il fiato. Ora, di fronte a
quello spettacolo, Bronzo ripensò alle
luci della città che aveva visto dalla
pagoda. Stordito da quella visione,
rimase lì impalato per un pezzo, senza
muoversi.
Le lucciole danzavano in volo senza
una direzione precisa, in totale libertà,
disegnando nell’aria un’infinità di
traiettorie irregolari, dritte e curve. Le
loro lucine sembravano scintille che, pur
brillando una qui e una là, irradiavano
un chiarore straordinario. Cosa ci
facevano tutte quelle lucciole riunite lì?
Lo specchio d’acqua e i cespugli ai suoi
bordi ne erano illuminati a giorno. Con
quella luce Bronzo riusciva a
distinguere nei minimi dettagli gli occhi,
le zampe, le ali delle libellule sui
rametti degli arbusti.
Bronzo iniziò a catturarle. Sceglieva
con cura quelle che avevano la forma
più regolare ed emanavano la luce più
chiara e potente. Una volta acchiappate,
le infilava in un fiore di zucca: in questo
modo il fiore, trasformatosi in una
lampada, s’illuminava. La sua idea era
di infilare almeno una decina di lucciole
in ciascun fiore: più ce n’erano,
maggiore era la luce che sprigionava.
Quando ne era pronto uno, lo metteva
nella barchetta e passava al successivo:
con quei fiori di zucca voleva fabbricare
dieci lumini e usarli per illuminare la
loro baracca, illuminare ogni singolo
carattere scritto nel quaderno di
Girasole.
Bronzo, instancabile, continuava la sua
caccia nell’acqua bassa in mezzo ai
cespugli.
A un certo punto vide una lucciola
particolarmente grossa e luminosa, ma
quella sorvolava continuamente il centro
del laghetto senza mai posarsi sui
cespugli che si trovavano a riva.
Ansioso di acchiapparla, si mise a
battere ripetutamente le mani: tra i
bambini di Campodigrano, infatti, era
risaputo che le lucciole amavano quel
rumore. Non appena Bronzo iniziò a
battere le mani, eccone un nugolo volare
nella sua direzione e danzargli
tutt’intorno. Lui non smetteva di
applaudire, e quelle non smettevano di
volargli incontro: ben presto Bronzo fu
circondato, da capo a piedi, da tanti
anelli luminosi, e quando le lucciole
furono ancor più numerose, sembrò
sprofondare in un vortice di luce. Ne
catturò dieci o più, di grandi e di
brillanti, senza però dimenticare la
lucciola che continuava a piroettare in
mezzo allo specchio d’acqua: eppure,
per quanto battesse le mani, quella si
ostinava a non rispondere al suo
richiamo. Bronzo ne fu un po’ deluso e
anche un po’ arrabbiato.
I dieci lumini erano ormai pronti e
ammucchiati alla rinfusa nella barchetta,
che adesso sembrava un enorme
lampadario.
Bronzo si preparò a tornare a casa, ma
in cuor suo non si rassegnava all’idea di
dover rinunciare alla lucciola più grossa
e più luccicante di tutte.
Poteva bastare: Bronzo smise di
battere le mani. Non appena il rumore
svanì le lucciole si dispersero a una a
una, mentre la loro luce si diffondeva
tutt’intorno come in un’inondazione.
Bronzo iniziò a muovere la barca con
la pertica, ma invece di puntare in
direzione di casa, scartò violentemente a
poppa spingendosi verso il centro della
pozza. Desiderava catturare quella
lucciola con tutto il cuore, era davvero
troppo incantevole.
Vedendo che la barchetta si
avvicinava, la lucciola si allontanò.
Bronzo continuò a poggiarsi sulla
pertica, al suo inseguimento.
Resasi conto di non poter competere in
velocità con la barca, la lucciola si
lanciò verso l’alto. Bronzo rimase a
guardarla con il naso all’insù senza
poter fare niente.
Dopo un attimo, però, quella tornò a
scendere tracciando una lenta spirale.
Bronzo, che aveva smesso di spingere,
stava in piedi sul pagliolo, dritto come
un palo di legno, in paziente attesa.
La lucciola, attratta dai lumini sulla
barca, scendeva in picchiata in
perlustrazione, e poi riprendeva
velocemente quota. Dopo aver ripetuto
l’operazione più e più volte, prese
coraggio e si mise a volare di qua e di
là, proprio davanti al naso di Bronzo.
Vide le sue ali – ali di un marrone
lucidissimo – ma non riusciva ancora a
raggiungerla.
Non demordeva, in testa un sol
pensiero: “Piccolina, prima o poi
volerai lì dove io riuscirò ad
acchiapparti!”.
La lucciola volò proprio sopra la testa
di Bronzo: forse aveva scambiato la sua
zazzera per un ciuffo d’erba selvatica.
Bronzo era al settimo cielo: magari i
suoi capelli fossero stati davvero un
cespuglio!
Nell’aria della notte la luce
dell’insettino rischiarava a intermittenza
il suo viso.
Bronzo attese ancora un istante, finché
non arrivò l’occasione giusta, quando la
lucciola volteggiò in diagonale sulla sua
testa.
Fece un rapido calcolo: per afferrarla
gli sarebbe bastato uno scatto, così
trattenne il respiro e, quando quella si
avvicinò, spiccò un balzo, richiuse le
mani a mezz’aria e la catturò. La barca,
però, fu spinta via dal colpo di gambe, e
Bronzo finì dritto in acqua. Bevve un po’
ma non lasciò la presa.
Riuscì faticosamente a guadagnare la
riva: il bagliore della lucciola che
teneva imprigionata tra le mani non
accennava a spegnersi, anzi, splendeva
come quando ancora volava libera, di
una luce che filtrava attraverso le mani
rendendole semitrasparenti.
Bronzo salì di nuovo sulla barchetta e
infilò la lucciola in uno dei fiori di
zucca.
Una volta a casa, prima di varcare la
soglia, appese i lumini ricavati dai fiori,
uno per uno, a una cordicella e poi,
tenendola per i due capi, fece il suo
ingresso.
Di colpo la buia catapecchia si riempì
di luce.
Uno dopo l’altro, i volti della nonna,
del papà, della mamma e di Girasole
emersero dall’oscurità.
Restarono tutti lì, come inebetiti,
incapaci di qualunque reazione.
Bronzo legò i due capi della
cordicella ai pali piantati nella baracca
e si rivolse a loro con un sorriso:
“Lampade! Ecco le lampade!”.
Quella sera Girasole non ebbe bisogno
di andare a casa di Cuihuan o di Qiuni.
Quelle erano le lampade più luminose
e più belle di tutta Campodigrano.
La famiglia di Bronzo doveva
assolutamente ricostruire la casa prima
che arrivasse l’inverno.
Dopo essersi consultati a lungo, papà,
mamma e nonna si trovarono d’accordo
sul da farsi: dal momento che andava
ricostruita, tanto valeva costruire una
casa decente.
Avevano passato tutta l’estate a fare
progetti. Gli alberi davanti alla porta
andavano abbattuti e venduti. Uno dei
maiali, venduto anche quello. Avevano
poi uno stagno con delle radici di loto,
un sesto di acro coltivato a erba saetta e
un dodicesimo di acro coltivato a rape:
anche quelli si potevano liquidare nel
giro di qualche tempo. Bisognava
vendere tutto il vendibile: anche così,
però, mancava ancora una bella somma.
Non era il caso di vergognarsi:
avrebbero chiesto prestiti ai parenti, a
questa e a quella famiglia, avrebbero
garantito di restituire anche gli interessi
entro una certa scadenza. A loro
importava solo che i loro figli potessero
mettere piede in una casa nuova prima
dell’arrivo dell’inverno. Anche la nonna
voleva dare il suo contributo, ma venne
bloccata con decisione dal papà e dalla
mamma: alla sua età non si poteva certo
esporla agli sguardi sprezzanti della
gente.
Guardando Bronzo e Girasole che
giocavano fuori, la nonna sospirò:
«Insomma, quanto potrà mai valere la
vecchia faccia che mi ritrovo?». E così,
di nascosto da mamma e papà e
appoggiandosi al suo bastone, si
avventurò comunque per racimolare un
po’ di denaro.
La maggior parte della gente, vedendo
una signora così anziana andare di porta
in porta a chiedere un prestito, non solo
era pronta a prometterglielo, ma si
sentiva anche un po’ in colpa: «Non
deve far altro che chiedere e le farò
avere subito i soldi».
La nonna aveva un nipote, figlio del
fratello, la cui situazione finanziaria era
piuttosto buona: pensò quindi di potergli
chiedere del denaro. Non si aspettava
certo che quel nipote la liquidasse con
un brusco: «Non ho soldi». Non solo
non le diede un centesimo, ma le si
rivolse con parole che non è il caso di
ripetere. La nonna avrebbe potuto, a
ragione, insultarlo per bene, e invece
lasciò quella casa reggendosi al bastone,
senza dire una parola.
Niente da fare, mancavano ancora dei
soldi: quelli che servivano per
raggiungere una spiaggia, affittare un
terreno in cui crescessero fusti di
falasco bianco, e falciarli.
Da quelle parti, infatti, lo sapevano
tutti: i tetti migliori non erano fatti di
tegole, bensì di falasco bianco.
Era una pianta che cresceva lungo le
spiagge marine, a oltre cento chilometri
da lì.
«Potremmo sempre usare la paglia di
riso» suggerì il papà alla moglie.
«Non avevamo deciso di usare il
falasco?» protestò la nonna.
«Mamma, su, lasciamo perdere»
replicò la donna.
La nonna, però, fece di no con la testa:
«Il tetto si farà con il falasco».
L’indomani mattina all’alba la
vecchietta uscì di casa. Nessuno aveva
idea di dove fosse diretta. Venne l’ora di
pranzo e ancora non tornava, solo verso
sera eccola spuntare, con il suo passo
incerto, sullo stradone che portava in
paese.
Vedendola rincasare, Girasole le corse
incontro gridando: «Nonna!».
Aveva un’aria esausta, ma i suoi occhi
erano pieni di gioia.
La nonna era l’anziana con il
portamento più elegante di tutta
Campodigrano. Alta di statura, con la
sua chioma argentea, amante della
pulizia: in qualunque stagione si lavava
solo con acqua pura e fresca. I suoi
abiti, poi, erano sempre piegati con
cura, per cui quando li indossava le
pieghe apparivano ben definite. Anche
se era difficile che i suoi vestiti non
fossero rattoppati, i rammendi erano
eseguiti con tale precisione, con cuciture
così perfette, con abbinamenti di colori
così appropriati, da far pensare che
senza toppe quegli abiti non sarebbero
stati altrettanto belli. In qualunque
momento la nonna si facesse vedere
dagli abitanti di Campodigrano, era
sempre l’anziana signora dal viso pulito,
dagli abiti in ordine e dall’espressione
amabile. La nonna, però, era anche una
persona estremamente tenace.
Una volta Girasole aveva sentito
raccontare dalla mamma che la nonna
era nata in una grande e ricca famiglia, e
che fino alla giovinezza aveva avuto una
vita agiata.
Alle orecchie la nonna portava degli
orecchini con dei pendenti verde chiaro.
Al dito aveva un anello d’oro, e al polso
un braccialetto di giada.
In passato le era venuto in mente di
venderli, o almeno di venderne uno, ma
ne era sempre stata dissuasa dal figlio e
dalla nuora. Una volta aveva portato un
paio di orecchini a un monte dei pegni,
in città: quando erano venuti a saperlo,
mamma e papà avevano venduto i
cereali che avevano in casa e l’indomani
erano tornati in città per riscattarlo.
Mentre tornava verso casa insieme
alla nonna, Girasole avvertì che quel
giorno, in lei, c’era qualcosa di diverso:
eppure, per quanto rimuginasse, non
riusciva a capire cosa. Si mise allora a
esaminarla con lo sguardo.
«Che hai da guardare?» chiese la
nonna con un sorriso.
Finalmente Girasole si accorse che gli
orecchini della nonna non erano più al
loro posto, e con il dito si mise a
indicare ripetutamente prima uno, poi
l’altro orecchio.
La nonna non disse nulla e continuò a
sorridere. Tutt’a un tratto Girasole la
piantò lì e corse a perdifiato verso casa.
«Gli orecchini della nonna non ci sono
più!» gridò al papà e alla mamma non
appena li vide.
I due capirono subito dove la nonna
fosse stata tutto il giorno. Quella sera
non fecero che tormentare la nonna per
sapere in quale monte dei pegni avesse
portato i suoi orecchini. Lei, però, non
rispondeva e continuava a ripetere
sempre la stessa frase: «Dobbiamo
costruire una casa con il tetto di falasco
bianco».
Guardando i soldi sul tavolo, la
mamma scoppiò a piangere. «Quegli
orecchini li hai portati per tutta la vita»
disse alla nonna «come hai potuto
venderli?».
Lei ripeté la solita frase: «Dobbiamo
costruire una casa con il tetto di falasco
bianco».
La mamma si asciugò le lacrime: «Ci
sentiamo in colpa verso di te, davvero in
colpa…».
«Basta con queste stupidaggini!»
replicò irritata la nonna. Poi tirò a sé
Bronzo e Girasole e li strinse tra le
braccia, alzò gli occhi verso la luna in
cielo e sorrise: «Bronzo e Girasole
abiteranno in una casa bella grande!».
Un mattino presto, dopo aver preso in
prestito un barcone, il papà partì da
Campodigrano insieme a Bronzo.
Quella mattina la nonna, la mamma e
Girasole erano tutte in riva al fiume ad
augurare loro buon viaggio.
«Arrivederci, papà! Arrivederci,
fratellone!» In piedi sull’argine,
Girasole agitava la mano verso di loro,
solo quando il barcone scomparve, in
fondo all’ansa del fiume, si rassegnò a
tornare verso casa, alle spalle della
nonna.
Da quel momento, per le donne di
casa, iniziò l’attesa.
A bordo del barcone, le vele ben
spiegate, il papà e Bronzo navigarono
senza sosta giorno e notte, lasciandosi
alle spalle il fiume e puntando verso il
mare, finché non raggiunsero il litorale
all’alba del terzo giorno. Non ci misero
molto ad affittare un bellissimo
appezzamento di spiaggia coperto di
falasco bianco: tutto filava liscio.
Era ormai autunno e il falasco, per via
della brina, aveva assunto un colore
rosso dorato. I fusti dritti, simili a tanti
fili di rame, strusciavano gli uni contro
gli altri al soffiare del vento producendo
un rumore metallico. A perdita d’occhio,
il mare con le sue onde bianche e un
mare d’erba, con le sue onde di un rosso
dorato. Il rumore dei cavalloni
rimbombava cupo, mentre quello delle
onde, nel mare d’erba, era come un
fruscio.
Tra i cespugli c’era un animale
selvatico, un animale che non esisteva a
Campodigrano.
Il papà spiegò che si trattava di un
capriolo d’acqua. L’animale lanciò
un’occhiata a padre e figlio prima di
accucciarsi e scomparire nella macchia.
I due costruirono una capanna: ormai
in cielo era sorta la luna.
Si sedettero all’ingresso del loro
rifugio per mangiare il cibo portato da
casa. Soffiava solo una lieve brezza, non
si vedeva anima viva né si sentivano
voci umane. Anche il rumore delle onde
non era forte quanto lo era di giorno, e
dal mare d’erba proveniva solo un
delicato sussurro. In lontananza si
vedeva il bagliore di una lampada a
cherosene. «Forse anche laggiù
qualcuno ha affittato un terreno da
falciare» osservò il papà.
La spiaggia era troppo grande, ma
quella minuscola lampada, che brillava
in lontananza, diede loro un senso di
conforto: su quel litorale sterminato
avevano una compagnia, anche se così
lontana.
Stremati da un viaggio tanto faticoso,
entrarono nella capanna: rimasero ad
ascoltare il respiro affannoso delle onde
pensando a Campodigrano e non passò
molto prima che si addormentassero.
L’indomani il sole non era ancora
sorto quando i due iniziarono la
mietitura.
Il papà era armato di una falce dalla
lunga lama curva, con un’impugnatura
massiccia. Tenendone un’estremità
appoggiata alla vita e tenendola ben
stretta con entrambe le mani, faceva
oscillare ritmicamente il corpo: sotto i
colpi della falce così brandita – scic
scic – ecco cadere una marea di fusti.
Il compito di Bronzo consisteva nel
raccogliere i fusti di falasco falciati dal
papà e legarli in fascine che andavano
affastellate le une sulle altre.
Il papà continuava a roteare la sua
falce e ben presto si ritrovò con le vesti
fradice, mentre gocce di sudore – plic
plic – gli colavano dalla fronte sugli
spuntoni d’erba.
Anche Bronzo ormai grondava di
sudore per la fatica.
Bronzo diceva di fare una pausa al
papà, che a sua volta diceva al figlio di
riposarsi un poco: nessuno dei due,
però, smetteva di lavorare.
Di fronte a quell’immenso mare
d’erba, non riuscivano a pensare ad
altro che alla loro grande casa. Benché
fossero intenti a falciare, la casa
continuava ad apparire davanti ai loro
occhi: alta, grande, dal tetto di un rosso
dorato.
Si stagliava imponente nel cielo
continuando a dare forza a padre e
figlio.
Sulla spiaggia i giorni trascorrevano
molto semplicemente: si mangiava, si
falciava, si dormiva.
Di tanto in tanto i due facevano una
pausa, raggiungevano la spiaggia e
scendevano in acqua. Dato che,
nonostante fosse autunno, l’acqua era
ancora tiepida, facevano qualche bagno.
Con loro grande sorpresa, nuotare nel
mare si rivelò diverso dal nuotare nel
fiume: lì ci si sentiva più leggeri, si
galleggiava.
Nel mare infinito non c’erano che loro
due.
Osservando Bronzo che si divertiva in
acqua, il papà sentì un’improvvisa e
inspiegabile stretta al cuore.
Da quando quel bambino era venuto al
mondo, il senso di colpa non lo aveva
mai abbandonato e, specialmente da
quando aveva perso la voce, lui e la
moglie non si erano dati pace. La vita
era dura, il lavoro li occupava molto e
non avevano mai potuto dedicare molto
tempo al figlio.
A differenza degli altri bambini, però,
Bronzo non si era mai lamentato. Mai un
lamento, è vero, ma di tanto in tanto
dava l’impressione di essere lui a
sentirsi in colpa, e allora faceva di tutto
per consolare i genitori. «Come è triste
quel bambino» ripeteva loro la nonna.
Ora che aveva condotto Bronzo con sé,
via da casa, su quella spiaggia deserta,
ecco di nuovo quella morsa al cuore. Lo
tirò a sé, lo fece sedere e, con la mano,
gli scrollò energicamente la sporco di
dosso. Sentendolo così mingherlino, gli
pizzicò il naso e poco mancò che gli
scendessero le lacrime. Poi, con la voce
appena appena rotta, gli disse: «Se
falciamo ancora per un po’ avremo
abbastanza paglia per costruire la nostra
casa. Dobbiamo costruire una casa
grande, con una camera tutta per te e una
per Girasole».
“E una per la nonna” aggiunse Bronzo.
Il papà gli sciacquò il volto con
l’acqua fresca: «Certo».
I raggi del sole splendevano tiepidi sul
mare e alcuni gabbiani volteggiavano
eleganti sulla sua superficie.
Passavano i giorni, e Bronzo iniziò a
sentire la mancanza della mamma e della
nonna, di Campodigrano e, com’è
naturale, della sorellina Girasole più di
ogni altra cosa.
Più passava il tempo, più il mare gli
sembrava troppo immenso e la distesa
d’erba troppo grande, tanto che quasi
non riusciva più a sopportarli. A volte
se ne stava lì impalato con una fascina
tra le braccia, mentre il pensiero, come
un uccello, volava a Campodigrano,
finché i fusti che aveva in mano non
cadevano frusciando a terra.
«Su, fai presto» gli ripeteva il papà.
Alle loro spalle c’era ormai una
distesa completamente mietuta, mentre
due covoni giganteschi troneggiavano
sulla spiaggia come due colline dorate.
Ogni giorno, Bronzo aveva un ulteriore
compito: secchio di metallo alla mano,
doveva recarsi al di là di un immenso
terrapieno per prendere dell’acqua
dolce. La strada gli pareva infinita: non
appena il papà scompariva dalla sua
vista si sentiva terribilmente solo, come
se le onde del mare stessero per
inghiottirlo.
Un giorno, però, ebbe una
straordinaria sorpresa: mentre
attraversava il terrapieno con il secchio,
vide un ragazzino più o meno della sua
stessa età che, anche lui secchio alla
mano, scalava nella sua direzione.
Anche l’altro ragazzino provò la stessa
sorpresa quando lo vide.
Bronzo posò il secchio sul terrapieno,
in attesa.
Dopo un attimo d’incredulità, l’altro
s’inerpicò rapido fino in cima. Erano in
piedi l’uno di fronte all’altro, si
studiavano a vicenda come due
animaletti selvatici provenienti da
luoghi diversi.
Il nuovo arrivato parlò per primo: «Di
dove sei?».
Bronzo arrossì leggermente e,
aiutandosi con i gesti, gli fece capire di
non poter parlare.
L’altro lo indicò con la mano: «Sei
muto?».
Bronzo fece timidamente di sì con la
testa.
I due sedettero e iniziarono
faticosamente a comunicare.
Con un rametto Bronzo tracciò per
terra due caratteri, quelli del suo nome.
Si diede qualche colpetto sul petto, poi
indicò con il dito il petto del ragazzino.
«Mi stai chiedendo come mi chiamo?»
Bronzo fece cenno di sì.
L’altro gli prese il rametto di mano e
scrisse: Caneverde.
Bronzo tracciò una linea sotto il
carattere che corrispondeva alla parola
“verde” e sorrise. L’altro trovò
divertente il fatto che i loro nomi
contenessero entrambi il carattere che
significa “verde” e si mise a ridere5.
Caneverde disse a Bronzo che anche
lui e suo padre erano arrivati lì per
affittare un terreno, mietere la paglia e
costruirci una casa al loro ritorno. Poi
indicò con il dito due mucchi di paglia
in lontananza e spiegò: «Quelli sono i
nostri covoni».
Erano due covoni grandi, più o meno,
come quelli di Bronzo.
Bronzo avrebbe voluto passare un po’
più di tempo insieme a Caneverde, ma
lui gli disse: «No, devo sbrigarmi a
prendere l’acqua e tornare indietro. Se
faccio tardi il papà si arrabbia». A
quanto pare ne era terrorizzato.
Bronzo pensò tra sé e sé: “Perché si
dovrebbe aver paura del proprio
padre?”.
«Vediamoci qui domani alla stessa
ora, va bene?» propose Caneverde.
Bronzo annuì. E così, a malincuore, i
due si separarono.
Mentre tornava sui suoi passi Bronzo
si sentì felice. “Sul terrapieno ho
incontrato un ragazzino” annunciò al
papà non appena lo vide.
Il padre ne fu contento: «Davvero? Ma
che bella cosa!». Non si aspettava certo
che, in un posto del genere, il figlio
potesse incontrare un coetaneo.
Da quel momento Bronzo e Caneverde
s’incontrarono ogni giorno in cima al
terrapieno. Da quelle conversazioni
Bronzo apprese che Caneverde non
aveva la mamma ma soltanto il papà, e
che questo aveva un pessimo carattere.
Bronzo avrebbe voluto dirgli che il suo,
di papà, era invece una persona
estremamente pacata, ma non lo fece.
Non era per niente facile, del resto, farsi
capire da Caneverde. Solo al loro
ultimo incontro, infatti, Bronzo scoprì
che, undici anni prima, quando non
aveva neanche un anno, la mamma di
Caneverde lo aveva abbandonato per
fuggire con un teatrante. Questo perché,
quando l’aveva sposata, il padre le
aveva promesso una casa di tre stanze,
dal tetto di falasco bianco, ma non lo
aveva ancora fatto. Il padre gli aveva
detto che era una donna bellissima:
quando se n’era andata l’aveva stretta
tra le braccia, l’aveva implorata in
ginocchio, le aveva giurato che entro tre
anni le avrebbe costruito una casa con il
tetto di falasco bianco. Lei, però, gli
aveva riso in faccia e se n’era andata
con il commediante.
Caneverde, tuttavia, non la odiava
affatto.
Bronzo provava pena per lui. La storia
di Caneverde gli aveva fatto capire
quanto calore ci fosse nella sua
famiglia!
Mentre raccoglieva l’erba e la legava,
non resisteva alla tentazione di lanciare
un’occhiata al papà, pensando a quanto
fosse generoso e gentile. Era un pensiero
che gli faceva venir voglia di lavorare
con ancora più impegno.
Alla fine erano riusciti a ottenere un
terzo covone.
Quel giorno, mentre gli ultimi raggi del
sole morente illuminavano il cielo, il
papà, con la falce stretta in una mano, si
terse il sudore dalla fronte e tirò un
lungo sospiro, guardò in alto, poi disse a
Bronzo: «Figliolo, ora abbiamo paglia a
sufficienza!».
Vedendo quei tre mucchi avvolti dagli
ultimi raggi del sole, a Bronzo venne una
gran voglia di inginocchiarsi a terra e
inchinarsi fino a battere la testa.
«Domani dovrai salutare quel
ragazzino, ce ne torniamo a casa». Il
papà era felice dell’amicizia con quel
bambino chiamato Caneverde.
Bronzo fece di sì con la testa.
Era la loro ultima notte sulla spiaggia.
La luna era alta nel cielo, il mare calmo
e tranquillo. L’aria dell’autunno iniziava
a farsi più fresca e gli insetti, sentendo
arrivare la propria fine, intonavano un
canto malinconico.
Non ci volle molto perché padre e
figlio, distrutti dalla fatica, scivolassero
nel mondo dei sogni.
Poco prima dell’alba, il papà uscì
dalla capanna per un bisogno. Appena
guardò fuori, stropicciandosi gli occhi,
sbiancò per il terrore: tre cumuli
infuocati, alti come montagne, stavano
bruciando! Non credendo ai propri
occhi riguardò con attenzione: no, erano
davvero tre cumuli in fiamme. Schizzò
nella capanna per svegliare Bronzo:
«Alzati, alzati! Qua fuori è scoppiato un
incendio!».
Bronzo si lasciò trascinare fuori dalla
capanna: le fiamme che si propagavano
da quei tre vulcani ardevano alte nel
cielo.
Bronzo ebbe l’impressione di udire le
grida di Caneverde e di suo padre.
Sicuro, quelli che stavano bruciando
erano i covoni di Caneverde. Un po’ più
vicino, a dire il vero, c’era un punto in
cui alcune fiamme, più contenute delle
altre, erano ormai spente: era la capanna
in cui dormivano il ragazzo e suo padre.
Le fiamme si erano propagate proprio
dalla capanna. La sera prima il padre di
Caneverde aveva alzato il gomito e,
quando si era addormentato, il
mozzicone ancora acceso della sua
sigaretta era caduto sul suolo coperto di
fieno. Per fortuna il ragazzino, destato
dal calore, aveva svegliato in fretta e
furia il padre ed erano riusciti a fuggire
in tempo. La capanna era stata divorata
dal fuoco in un battito di ciglia e le
fiamme, come tanti serpenti, si erano
dirette crepitando verso i tre covoni…
Quando Bronzo e suo padre giunsero
correndo sul posto, i tre vulcani si erano
ormai praticamente spenti e, nella fosca
luce dell’alba, Caneverde e il padre si
stavano dirigendo verso il mare.
Quella sera, dopo aver caricato la
paglia sul barcone, Bronzo si preparò a
salpare con il padre. Ritto a prua,
guardando verso la riva, vide Caneverde
in piedi, accarezzato dalla brezza
marina. In quel momento si rese
improvvisamente conto di essere uno dei
ragazzi più felici al mondo, un ragazzo
davvero fortunato. Quando agitò la mano
in direzione di Caneverde, le lacrime gli
appannavano gli occhi. In cuor suo
continuava ad augurare felicità a
Caneverde e a suo padre. Avrebbe
voluto dirgli: “Si sistemerà tutto!”.
Da quando Bronzo e il papà erano
salpati verso il mare, Girasole non
aveva smesso un sol giorno di aspettare
con ansia il momento in cui sarebbero
tornati.
La prima cosa che faceva, ogni mattina
appena alzata, era aggiungere una linea,
con il gesso, su un palo della baracca. Il
papà le aveva detto che sarebbero
tornati dopo un mese e lei contava, un
giorno dopo l’altro.
Dopo la scuola, invece di tornare
subito a casa, saliva sul ponte e si
metteva a scrutare in direzione del
fiume. Quanto avrebbe voluto che il
papà e il fratellone, con la loro barca
carica di paglia, apparissero
improvvisamente nella luce del
crepuscolo!
Ogni volta, però, arrivava la nonna a
convincerla: «Torniamo a casa, non è
ancora ora».
Negli ultimi giorni, poi, Girasole
aveva chiamato più volte, nel sonno:
«Fratellone!».
Quelle grida avevano svegliato la
nonna che, divertita, le aveva chiesto:
«E tuo fratello dove sarebbe?».
«Sulla barca» aveva inaspettatamente
risposto Girasole, sempre nel sonno.
«E dov’è questa barca?»
«Sul fiume».
La nonna aveva continuato a
interrogarla, ma lei si era limitata a
farfugliare qualche parola indistinta e
dopo un po’, biascicando qualcosa, si
era zittita.
«Diavolo d’una bambina» si era messa
a ridere la mamma «ti risponde anche
nel sonno».
Quel giorno, come sempre, Girasole se
ne stava seduta sul ponte a guardare
verso ovest, verso l’ansa del fiume.
Il sole, poco alla volta, si stava
immergendo tra le acque. A ovest il
cielo era una distesa del colore delle
rose rosse. Gli uccelli, di ritorno dal
pasto, piroettavano nella luce del
tramonto e le loro ombre aggraziate
sembravano figurine di carta, ritagliate
con le forbici.
Tutt’a un tratto Girasole notò una
montagnola di paglia che spuntava
dall’ansa del fiume. Sulle prime non si
rese conto di cosa fosse, ma quando
scorse la grande vela finalmente capì: il
papà e il fratellone erano tornati! Scattò
in piedi in preda a un’eccitazione
incontenibile, con il cuore che batteva
all’impazzata.
La barca puntava a testa alta nella sua
direzione, e ben presto il mucchio di
fieno oscurò il sole calante.
Girasole corse verso casa gridando:
«È tornato il barcone! Il papà e il
fratellone sono tornati!».
La notizia arrivò alle orecchie delle
donne di casa. La mamma arrivò al
fiume sorreggendo la nonna.
Il barcone era sempre più vicino.
Bronzo era seduto in cima all’immensa
montagnola di paglia. Anche se stavano
navigando sul fiume, gli sembrava di
trovarsi alla stessa altezza delle case
che sorgevano sull’argine.
Nel momento in cui la barca attraversò
lentamente il braccio di fiume di fronte a
Campodigrano, la montagnola superava
l’argine in altezza.
La barca carica di paglia sembrava
davvero una barca piena d’oro. La sua
luce preziosa illuminava i paesani
accorsi a guardare, tingendo d’oro anche
i loro visi.
Bronzo si tolse la camicia e,
stringendola in mano, la sbandierò in
direzione di Campodigrano, verso la
nonna, la mamma e Girasole…

5 - In cinese il nome di Bronzo è composto dai


caratteri qing “verde” e tong “rame”, che
combinati insieme significano, appunto, “bronzo”.
Il nome di Caneverde è composto dal carattere
qing “verde” e gou “cane”. Quindi i nomi dei due
ragazzi contengono entrambi il carattere che
significa “verde” [N.d.T.].
La collana di
ghiaccio

Quando le oche selvatiche ebbero


finito di migrare, fu completata anche la
costruzione della casa della famiglia di
Bronzo.
Quella grande casa attirava numerosi
sguardi a Campodigrano: non erano in
molti, in paese, a possedere
un’abitazione del genere. Chi da vicino,
chi da lontano, ammiravano quella
“reggia dorata” e pensavano che la
famiglia più povera del villaggio avesse
iniziato ad arricchirsi.
Il papà si arrampicò sul tetto e fece
una cosa che gelò il sangue nelle vene
sia a Bronzo che a Girasole: accese un
fiammifero e lo lanciò sul tetto di paglia.
Si accese immediatamente un
fuocherello che in breve si propagò da
un lato all’altro del tetto.
Bronzo si mise a saltare, fuori di sé
per l’agitazione.
Girasole strillava a pieni polmoni:
«Papà! Papà!».
Ma lui li guardava ridacchiando, come
se niente fosse. Anche la mamma e la
nonna sorridevano. I ragazzi erano
confusi: che fossero impazziti tutti
quanti?
A un certo punto l’incendio sul tetto si
spense da solo.
Per lo spavento, Bronzo si portò la
mano al petto e Girasole si morse le
mani.
«La paglia di falasco che c’è lassù
basta per due tetti» spiegò la nonna. «È
stata pressata filo contro filo, senza
lasciare il minimo spazio tra l’uno e
l’altro. Quelli andati a fuoco erano fili
fuori posto, residui e ciuffetti. Ora che
sono bruciati il tetto è ancora più bello».
Quando i ragazzi guardarono in su, il
papà stava spazzando il tetto con una
grossa scopa, facendo cadere a terra la
cenere della paglia: grazie al fuoco, il
tetto era perfettamente liscio e ancor più
luminoso di prima.
L’uomo si sedette sul tetto.
Vedendolo lassù, in alto, Bronzo lo
guardò pieno di invidia. Il papà lo invitò
con un gesto della mano: «Sali anche
tu». Bronzo si arrampicò in tutta fretta
sulla scala e poi sul tetto. Girasole si
sbracciò: «Fratellone, voglio salire
anch’io!». Bronzo guardò il papà:
“Facciamo venire anche lei?”. L’uomo
annuì: aiutarono Girasole a montare
sulla scala, poi il papà la sollevò sul
tetto. Inizialmente era un po’ spaventata,
ma non appena il padre la strinse tra le
braccia, ogni traccia di paura
scomparve.
I tre in cima al tetto attiravano
l’attenzione di parecchia gente, che si
fermava a guardarli.
«Ecco i tre maschiacci di casa!»
commentò la mamma.
Da lassù Bronzo e Girasole potevano
vedere molto lontano. Vedevano tutta
Campodigrano, i mulini oltre il
villaggio, la Scuola per Quadri in riva al
fiume e il canneto, impossibile
comprenderlo con un solo sguardo…
«Nonna, sali anche tu!» gridò Girasole
guardando in giù.
«Ora basta con le stupidaggini!» tagliò
corto la mamma.
Per quanto la nonna e la mamma li
chiamassero, i tre maschiacci di casa
non volevano saperne di scendere. Se ne
stavano seduti lì, uno accanto all’altro,
senza dire una parola, osservavano il
villaggio e la campagna prima
dell’arrivo dell’inverno…
Quando tutto fu sistemato alla
perfezione, Bronzo e famiglia erano
stanchi morti. Quel giorno pioveva:
chiusero la porta e, senza neanche
mangiare, rimasero a letto e dormirono,
dormirono fino a sera.
La nonna fu la prima a svegliarsi, poi
preparò da mangiare e svegliò il resto
della famiglia. Mentre mangiavano,
Bronzo e Girasole continuavano a
barcollare a destra e a sinistra,
sbadigliando senza sosta.
«In questi ultimi tempi i bambini si
sono fatti in quattro per aiutarci nel
lavoro, si sono parecchio sciupati»
disse il papà alla moglie. «Quando si
saranno riposati a dovere lasceremo che
si divertano come meritano».
Nei giorni che seguirono i due
continuarono a sentirsi fiacchi e
svogliati.
Un giorno, però, un viandante portò a
Campodigrano una notizia: a
Risofragrante era arrivato il circo e
quella sera ci sarebbe stato uno
spettacolo.
La prima a correre a perdifiato verso
casa, appena udita la novità, fu Girasole.
Poi, quando incappò nel fratello, la
riferì anche a lui. “Ti ci porto io!” le
disse Bronzo, entusiasta della notizia.
Quando ne furono informati, anche i
grandi li incoraggiarono: «Su,
andateci!».
La nonna tostò dei semi di girasole e
ne riempì le tasche dei ragazzi. «Ve li
mangerete durante lo spettacolo» disse.
«Bronzo, prenditi cura tu di Girasole».
Il ragazzino annuì.
Quella sera, dopo aver cenato di
buon’ora, Bronzo e Girasole
s’incamminarono, insieme a una folla di
altri ragazzi, verso Risofragrante, che
distava oltre tre chilometri. Il tragitto fu
allietato da risate e grida di giubilo: «Si
va al circo! Si va al circo!». Le voci
riecheggiavano nella campagna.
Quando giunsero a Risofragrante era
già buio. Lo spettacolo si teneva nello
spiazzo utilizzato per la pilatura del
riso, che ormai era inondato da un mare
di persone. Il palco era lontanissimo e
quattro lampade a olio facevano quasi
male agli occhi, da quanto erano
luminose. I ragazzi aggirarono la folla,
ma non riuscivano a vedere nulla se non
una marea di sederi che continuava a
dondolare di qua e di là.
Bronzo strinse forte la mano di
Girasole e tentò di farsi largo per
avvicinarsi un poco al palco: con sua
grande sorpresa, però, la folla era
talmente fitta da essere impenetrabile. A
forza di spingere, Bronzo e Girasole si
trovarono madidi di sudore e alla fine
dovettero rassegnarsi a farsi da parte
con il fiato corto.
Il pubblico continuava a schiamazzare
e a precipitarsi verso lo spiazzo. Nel
buio risuonavano continui richiami. Una
bambina, che probabilmente aveva
perso di vista il fratello maggiore,
piangeva sconsolata, in piedi sul bordo
di un campo poco lontano, e gridava:
«Fratellone!». Inconsciamente, Girasole
strinse ancor più forte la mano del
fratello.
Con la manica della giacca, Bronzo le
asciugò il sudore dalla fronte e poi,
tirandola per la mano, continuò a
cercare un punto da cui si vedesse il
palcoscenico.
Anche gli alberi che circondavano lo
spiazzo brulicavano di ragazzi, vi si
erano arrampicati e, nel buio della notte,
sembravano tanti enormi uccelli posati
sui rami.
Proprio mentre Bronzo e Girasole
passavano di lì, il ramo di un albero,
incapace di sostenere due ragazzini che
vi si erano seduti sopra, si spezzò con un
sonoro crac facendoli finire a terra. Il
primo si lamentò «Ahi ahi, ohi ohi»,
l’altro scoppiò in un pianto acuto e
disperato. In molti si voltarono a
guardare ma nessuno si avvicinò:
temevano di farsi soffiare il posto così
faticosamente conquistato.
Bronzo e Girasole fecero un altro paio
di giri intorno allo spiazzo, ma nemmeno
stavolta riuscirono a trovare una
posizione da cui poter assistere allo
spettacolo. Si rassegnarono ad
allontanarsi e cercarono un punto
sopraelevato su cui salire.
Nel buio scorsero, non lontano, un
rullo di pietra abbandonato in un
cespuglio. Era incredibile che non fosse
già stato scoperto e preso: Bronzo, su di
giri come non mai, vi trascinò Girasole
e ci si sedette al volo, per paura che
qualcuno glielo rubasse. Si sistemarono,
diedero un’occhiata in giro e gioirono
nel capire che quel rullo era tutto loro. A
questo punto non dovevano far altro che
spingerlo verso lo spiazzo.
Si trattava di un rullo di quelli che
trascinano i buoi per schiacciare il riso
o il grano, pesantissimo. I due fratelli
avrebbero dovuto usare tutte le loro
forze per muoverlo: si misero a spingere
con il corpo tutto proteso in avanti e,
centimetro dopo centimetro, benché con
grande lentezza, il rullo stava
indubbiamente rotolando nella giusta
direzione.
Gli altri ragazzi palesarono una grande
invidia e i fratelli si misero sul chi vive,
terrorizzati all’idea che qualcuno
potesse scacciarli.
Finalmente riuscirono a spingere il
rullo fino allo spiazzo per la pilatura del
riso: avevano ormai gli occhi annebbiati
dal sudore e per un bel po’ furono
incapaci di distinguere ciò che avevano
davanti. Per il momento, vi si misero a
sedere sopra.
Sul palco sembrava esserci del
movimento: probabilmente lo spettacolo
stava per cominciare.
Bronzo salì per primo in cima al rullo,
poi aiutò Girasole: accidenti! Ora sì che
il palco si vedeva bene! Si sentirono
riempire di gioia. Girasole si voltò, e
quando vide la schiera di bambini che
vagava ancora al di là della muraglia
umana, provò per loro pietà. Bronzo,
però, le diede un colpetto e la esortò a
guardare verso il palco: in fondo allo
spiazzo, infatti, un tizio con una scimmia
al guinzaglio stava per entrare in scena.
Girasole stava in piedi appiccicata al
fratello, gli occhi spalancati fissi sul
palco illuminato a giorno.
Di colpo rimbombarono cimbali e
tamburi e il clamore della folla si zittì
immediatamente.
Il tizio con la scimmia si fece avanti
allegramente, salutando il pubblico sotto
il palco. Davanti a tutta quella gente, la
scimmia ne fu intimorita ma poi,
ricordandosi che si trattava di
un’esibizione di routine, iniziò a fare la
birichina e a saltare di qua e di là con
grande esuberanza: ora balzava a terra,
ora di nuovo sulle spalle del padrone.
Aveva due occhi sporgenti, enormi e
brillanti, che sbatteva senza sosta.
L’animale, con il corpo snello e i
movimenti agili, a un cenno del padrone,
iniziò una serie di mosse buffe e
divertenti che suscitarono
l’incontenibile ilarità degli spettatori.
Da un albero cadde un altro bambino:
stavolta, però, non si era rotto nessun
ramo, era scivolato giù da solo,
spanciandosi dal ridere fino a perdere
l’equilibrio. Dagli altri alberi
scoppiarono altre risate, ma non era
chiaro se per la scimmia o per quel
ragazzino finito a terra, che ora si
massaggiava il sedere tra le smorfie.
In quel momento Bronzo sentì un colpo
sulla gamba: un ragazzotto poco più alto
di lui, grosso e massiccio, bastone in
mano, lo fissava con sguardo feroce.
Dietro lui c’era un gruppetto di
ragazzotti dall’aspetto altrettanto ostile.
Spaventata, Girasole afferrò la mano
di Bronzo.
«Lo sai di chi è questo rullo?» disse il
ragazzo.
Bronzo scosse la testa.
«Se non sai di chi è, cosa ci fai lì
sopra?»
“Abbiamo fatto una gran fatica a
spingerlo fin qui da quel cespuglio”
spiegò Bronzo a gesti.
Il gruppetto, però, quei gesti non li
capiva affatto. «Ehi, ma questo qui è
muto!» fece il ragazzo piegando le
labbra in una smorfia sarcastica. Poi
colpì le gambe di Bronzo con il bastone:
«Scendi! E scendi!».
«Ma lo abbiamo portato fin qui!»
insistette Girasole.
Il ragazzo la squadrò con aria di
sufficienza: «Non potevate farlo
comunque!».
«Di dove siete?» chiese uno dei
ragazzi alle sue spalle.
«Siamo di Campodigrano» rispose lei.
«E allora andate a Campodigrano a
prendervi un rullo, questo appartiene a
noi che siamo di Risofragrante!»
Bronzo decise di non badare a loro,
così fece voltare Girasole prendendola
per le spalle e guardò verso il palco. La
scimmia stava ancora dando spettacolo:
ora aveva in testa un cappellino di
paglia e teneva tra le zampette una
minuscola zappa, sembrava un
vecchietto in miniatura diretto al lavoro
nei campi. Da sotto il palco si udì
un’esplosione di risa. Anche Bronzo e
Girasole scoppiarono a ridere,
scordandosi di avere alle spalle sette o
otto teppisti dalle intenzioni tutt’altro
che amichevoli.
Proprio in quel momento, il bastone
colpì violentemente la caviglia di
Bronzo, che avvertì un dolore lancinante
e si voltò verso chi lo aveva colpito.
Quello aveva proprio una faccia da
mascalzone: «Beh, che c’è? Vuoi fare a
botte?».
Bronzo voleva solo restare lì, sul rullo
di pietra, e permettere a Girasole di
godersi il circo così, anche se gli sudava
la fronte per il dolore, strinse i denti e
resistette alla tentazione di saltar giù e
azzuffarsi con quel bullo.
«Che ti prende, fratellone?» chiese
Girasole.
Bronzo scosse la testa e le disse di
godersi lo spettacolo.
Quel gruppetto però non se ne andava,
anzi, aveva proprio l’aria di volersi
prendere il rullo di pietra.
Bronzo cercò in mezzo alla folla gli
altri ragazzi di Campodigrano:
sarebbero corsi in suo aiuto, pensò. Ma
si erano cacciati chissà dove, e l’unico
che riuscì a trovare era Pescerauco. Non
lo chiamò: non voleva chiedere il suo
aiuto.
Dopo aver nuovamente invitato la
sorella a voltarsi e guardare il circo,
Bronzo affrontò il gruppetto.
Dalla folla degli spettatori si alzò un
altro scoppio di risa: evidentemente lo
spettacolo era di loro gradimento. Le
risate provocarono nei bulli, che non
riuscivano a vedere, un moto
d’impazienza: non volevano perdere un
altro minuto, dovevano conquistare
subito il rullo di pietra.
«Allora, vieni giù sì o no?» urlò il
ragazzo con il bastone, alzandolo contro
Bronzo.
Lui lo fissò, per nulla intimorito.
«Tiriamoli giù di lì!» ordinò ai suoi
scagnozzi puntando il bastone verso
Bronzo.
Quelli vi si lanciarono contro e non
ebbero difficoltà a trascinare Bronzo e
Girasole giù dal rullo. Quando Girasole,
tutta concentrata nello spettacolo, si
sentì buttare a terra in modo così
improvviso, ebbe un attimo di
stordimento e subito dopo scoppiò in
lacrime. Bronzo si ripulì dalla polvere e
alzò da terra la sorella, la accompagnò
in un angolo tranquillo e le intimò di non
muoversi, dopodiché tornò verso il
gruppetto.
«Fratellone!» gridò Girasole.
Bronzo non si voltò. Quando li
raggiunse i ragazzi erano già sul rullo,
schiacciati gli uni contro gli altri, a
godersi beati il circo.
Proprio come faceva il suo bufalo,
caricò a testa bassa e a braccia larghe e
cozzò rabbiosamente contro le loro
schiene… Pim! Pum! Il gruppetto
ruzzolò rovinosamente a terra.
Bronzo montò sul rullo di pietra con
l’espressione di chi avrebbe portato
quella lotta fino in fondo.
Rimasero di sasso, fissavano il
ragazzo con il bastone che giaceva a
terra e non si era ancora rialzato ma lui
non si alzava, aspettava che i suoi
scagnozzi lo aiutassero. Quando lo
capirono si precipitarono a tirarlo su.
Seccato dalla loro lentezza, non appena
fu in piedi, respinse con le braccia i
compagni imbarazzatissimi. Dopodiché
iniziò a battere ripetutamente il bastone
sul palmo della mano, fece un giro
intorno al rullo di pietra e,
improvvisamente, brandendo la sua
arma, si avventò contro Bronzo.
Bronzo scartò di lato e, facendosi
scudo con le braccia, riuscì a evitare il
colpo. Quando il bastone fu sul punto di
abbattersi nuovamente su di lui, spiccò
un balzo e scaraventò a terra il rivale,
con cui ingaggiò una lotta al suolo. I due
rotolavano a terra, proprio come il rullo
di pietra a cui ora nessuno prestava più
attenzione.
Bronzo però non poteva competere con
il suo avversario e ben presto si ritrovò
sotto di lui che, ansimando, fece segno
agli altri ragazzi di portargli il bastone
caduto a terra. Quando lo ebbe in mano,
diede qualche leggero colpetto sulla
fronte di Bronzo: «Schifoso di un muto,
vedi di fare il bravo! Perché se non mi
obbedisci io butto te e quella
mocciosetta nel fiume!».
Bronzo tentò invano di divincolarsi.
Girasole se ne stava lì impalata a
piangere, terribilmente angosciata per il
fratello. «Torniamo a casa, torniamo a
casa…» strillava tra le lacrime. Rimase
ancora un po’ in attesa ma poi, vedendo
che Bronzo non tornava da lei, gli
disobbedì e corse verso il rullo. In quel
momento i ragazzi lo avevano bloccato a
terra tenendolo stretto per le braccia:
Girasole si lanciò contro di loro
gridando «Fratellone!» e prendendoli a
pugni. Quando si voltarono e videro che
si trattava della bambina, non ebbero il
coraggio di reagire e si limitarono a
evitare quei pugnetti senza vigore,
mentre tenevano Bronzo inchiodato a
terra.
Lo trascinarono fino a un cespuglio
lontano dallo spiazzo, lo lasciarono
andare e tornarono di corsa al rullo di
pietra. Girasole si accovacciò per
aiutarlo ad alzarsi. Bronzo si ripulì dal
sangue che gli usciva dal naso e poi,
barcollando, si rimise in piedi.
«Fratellone, torniamo a casa, lasciamo
perdere il circo… Andiamo via,
lasciamo perdere…» Fece per
allontanarsi, sostenendo il fratello che
zoppicava.
Bronzo avrebbe voluto riconquistare il
rullo ma, temendo che la sorellina
soffrisse per causa sua, si rassegnò a
mandar giù la cosa e a riprendere la
strada da cui erano venuti…
Il chiasso delle risate continuava a
farsi sentire, a intermittenza. Girasole
non poté resistere alla tentazione di
voltarsi a guardare. Bronzo si fermò,
poi, trascinando Girasole per mano, si
diresse di nuovo verso lo spiazzo.
«Fratellone, torniamo a casa, lasciamo
perdere…» Girasole temeva che volesse
tornare ad azzuffarsi con quei ragazzi
per il rullo di pietra.
Bronzo le fece qualche gesto alla luce
della luna: “Non voglio fare a botte con
loro, assolutamente no”. Una volta
arrivati sul posto, Bronzo scelse un
punto non troppo affollato e si accucciò.
Girasole rimase in piedi immobile.
Bronzo si diede un colpetto sulla
spalla per farle capire di montarvi a
cavalcioni ma lei se ne stava lì impalata
a sussurrare: «Fratellone, andiamo a
casa, lasciamo perdere…».
Bronzo restò accucciato, lei non
voleva muoversi ma lui si rifiutò di
alzarsi e, un po’ spazientito, continuò a
battersi la spalla. Girasole si avvicinò,
allungò le braccia verso di lui e gli salì
sulle spalle.
Bronzo era un ragazzino dotato di una
certa forza e, appoggiandosi leggermente
con le mani alla schiena del tizio che
aveva davanti, pian piano si rimise in
piedi. Il tizio si rivelò molto gentile,
perché quando si voltò verso Bronzo e
notò la sua espressione un po’
imbarazzata gli disse con lo sguardo:
“Non fa niente”. Anzi, si chinò
leggermente in avanti per permettergli di
usare tutta la sua forza.
Bronzo si alzava in piedi pian piano e
Girasole saliva sempre più in alto. Per
prima cosa vide la schiena degli
spettatori davanti a lei, poi le loro teste,
infine il palco illuminato. In quel
momento sulla scena c’era un orso dal
collare dall’aria un po’ tonta: Girasole,
che non aveva mai visto un animale
come quello, non riuscì a frenare un
moto di paura e si avvinghiò stretta alla
testa di Bronzo.
Lì sulle spalle del fratello, Girasole
aveva la visuale migliore di tutti. Il
vento soffiava fresco, era una sensazione
gradevole.
Quell’orso era un golosone che, se non
riceveva del cibo, si sdraiava a terra e
rifiutava di recitare. Era una scena
spassosa che faceva sbellicare i più
piccoli.
L’attenzione di Girasole fu subito
attirata da quello che succedeva sul
palco. Se ne stava seduta sulle spalle di
Bronzo, aggrappandosi stretta alla sua
testa, si sentiva comoda e al sicuro.
Dopo la scenetta dell’orso fu il turno
di un cagnolino, di un cagnolone, di un
gattino, di un gattone, poi ecco giocare
insieme gatto e cane, poi una bambina a
cavallo… Insomma, un numero più
appassionante dell’altro.
Un cane che saltava in un cerchio
infuocato, un gatto che cavalcava un
cane, un uomo che reggeva una gran pila
di scodelle in sella a un cavallo…
Girasole passava continuamente
dall’ansia all’euforia. Nei momenti di
massima eccitazione batteva le mani
sulla testa di Bronzo, completamente
rapita dallo spettacolo: si era scordata
di essere sulle sue spalle.
Abbracciato alle gambe della sorella,
Bronzo, sulle prime impassibile, dopo
un po’ cominciò a sentirsi mancare le
forze e a barcollare. Ciò nonostante,
strinse i denti e tenne duro. C’era gente
accalcata anche alle sue spalle, ne era
circondato e l’aria non circolava: si
sentiva soffocare. Pensò di uscire
dall’accerchiamento infilandosi tra la
gente con la sorella in spalla ma non ci
riuscì. Il sudore gli colava giù senza
sosta, davanti agli occhi aveva solo il
buio: in quel buio dimenticò dove era, e
si dimenticò anche della sorella che
guardava il circo seduta sulle sue spalle.
Gli sembrò di stare in piedi su una
barchetta: era l’alba, il cielo era ancora
pieno di foschia e sul fiume c’era vento,
vento e onde, le onde dondolavano, la
barchetta dondolava con loro,
dondolavano le sponde del fiume e
dondolavano anche il villaggio e gli
alberi sulle rive. Pensò a un uccello, un
uccello nero, quello che aveva scoperto
in un punto del canneto dove nessuno si
avventurava, un giorno in cui aveva
portato il suo bufalo a pascolare. Si
erano fissati a lungo. Sembrava un
folletto nero, di quelli che ora appaiono,
ora scompaiono. Non ne aveva mai
parlato con nessuno. Poi pensò a un
ragno, un ragno che aveva intessuto una
tela gigantesca, che si stendeva tra i
gelsi e gli alberi dei rosari che
sorgevano dietro la loro casa. Era un
ragno stupendo, color rosso scuro, che
immobile sulla sua rete sembrava un
fiorellino scarlatto. Era l’alba, e sulla
ragnatela erano sospese tante perline di
rugiada: il sole, alzandosi nel cielo,
illuminava le gocce e i fili della rete,
filo dopo filo, goccia dopo goccia…
Tutt’a un tratto si sentì la testa vuota e
il corpo privo di peso. Barcollò nel buio
ma riuscì a non cadere.
Era la più bella serata che Girasole
avesse mai trascorso. Anche se, a dir la
verità, lo spettacolo di quella compagnia
circense lasciasse molto a desiderare,
era più che sufficiente per stregarla. Si
aggrappava alla testa del fratello come
quando, in primavera, contemplava dalla
riva di un ruscello gli uccelli acquatici
stretta al tronco di un albero sull’argine,
quella sensazione di appagamento era
proprio la stessa.
Nel suo stordimento Bronzo ebbe
improvvisamente la sensazione che una
brezza fresca gli soffiasse sulla fronte.
Vide confusamente che, sullo spiazzo, la
folla si stava disperdendo e tutt’intorno
doveva esserci un gran vociare. Sentiva
solo quel brusio cupo, simile al rumore
delle onde del mare. Gli passò davanti
qualcuno: sembravano i ragazzini di
Campodigrano, e forse tra loro c’era
Pescerauco. Come in trance, si accodò
al gruppetto…
Girasole era ancora immersa nel
piacere che le aveva regalato lo
spettacolo. Poi, un po’ stanca, appoggiò
il mento sulla testa del fratello e sentì
l’odore dei suoi capelli: un odore forte,
molto forte, di sudore.
«Ti è piaciuto di più l’orso o il cane?
Il cane nero, dico» chiese al fratello.
«A me è piaciuto di più il cane, era
davvero intelligente, più di una persona.
Sapeva persino leggere!»
«E quando il cane è saltato nel cerchio
di fuoco hai avuto paura?»
«Io sì. Avevo paura che non ce la
facesse, che mentre lo attraversava il
pelo gli prendesse fuoco».
Bronzo continuava ad avanzare
ciondolando.
Tra i campi, nel buio della notte, si
vedevano ovunque le luci delle lampade
al cherosene e delle torce, proprio come
in un sogno.
«Ti è piaciuto di più l’orso o il cane?
Il cane nero, voglio dire» insisteva
Girasole. Voleva che il fratello le
rispondesse e continuava a ripetere la
domanda, ma dopo averlo interrogato
ancora e ancora si fermò.
Si ricordò improvvisamente che era
grazie a lui che, poco prima, aveva
potuto assistere allo spettacolo, seduta
sulle sue spalle. No, non era poco
prima, era stato tanto tempo prima:
sembrava che fosse successo tutto anni
addietro, così sembrava a Girasole, era
rimasta sulle sue spalle per tutto quel
tempo. Concentrata com’era sul circo si
era dimenticata del fratello. Bronzo se
l’era caricata in spalla ed era rimasto in
piedi sullo spiazzo. E non aveva visto
nulla.
Girasole lanciò un’occhiata alla
campagna avvolta nella foschia di fronte
a lei. Strinse con forza il collo del
fratello mentre le lacrime, goccia dopo
goccia, scivolavano sui capelli sudati di
Bronzo. «Non andremo mai più a vedere
il circo…» disse piangendo.
Il denaro preso in prestito per la
costruzione della casa andava restituito,
e fin dall’inizio erano state fissate delle
scadenze.
Il padre di Bronzo era una persona di
parola.
Nello stagno le radici del loto erano
già state dissotterrate, e dalla loro
vendita si era ricavata una discreta
somma. Anche le rape nel campo da un
dodicesimo di acro erano state raccolte,
e se ne era ricavato un guadagno molto
vicino alle previsioni iniziali. Ora
restava lo stagno coltivato a erba saetta,
quello che misurava un sesto di acro.
Negli ultimi giorni il papà andava
continuamente a perlustrare lo stagno:
non aveva intenzione di iniziare subito il
raccolto ma pensava di farlo con il
nuovo anno, che era ormai alle porte.
Da quelle parti, per la Festa di
Primavera, alcuni cibi in tavola non
potevano proprio mancare, come la
radice di taro, il sedano d’acqua o,
appunto, l’erba saetta.
Ora che si avvicinava la fine dell’anno
l’avrebbero raccolta e portata a
Campodilino per venderla, e certo ne
avrebbero ricavato un bel gruzzoletto.
Con quei soldi, oltre a pagare i debiti,
avrebbero comprato qualche metro di
stoffa per confezionare ai bambini i
vestiti per l’anno nuovo.
A casa di Bronzo la vita trascorreva
così, con nonna, papà e mamma che
passavano giorno e notte a fare calcoli.
Il papà aveva infilato le mani nel
pantano per tastare i tuberi di erba saetta
nascosti lì sotto: erano dei cosini grossi
e perfettamente tondi, che davano una
sensazione piacevole al tatto. Resistette
alla tentazione di estrarne un paio,
voleva che per il momento le piantine
rimanessero nel fango e lì continuassero
a crescere: una volta arrivato il
momento avrebbe prosciugato lo stagno
e raccolto i tuberi a uno a uno, poi li
avrebbe messi in un cesto e lavati per
bene.
Gli sembrava già di vedersi mentre,
dopo aver selezionato un mezzo quintale
di tuberi di prima qualità,
s’incamminava verso Campodilino.
«Sono soldi ben spesi!» gli sembrava
persino di sentire i complimenti della
gente, «Questa sì che è erba saetta!».
A casa di Bronzo quell’acquitrino
coltivato a erba saetta era molto
importante.
Un giorno, mentre rincasava dalla sua
ispezione allo stagno, il papà vide uno
stormo di anatre nuotare nel fiume ed
ebbe un sussulto: come aveva fatto a non
pensare al rischio delle loro incursioni?
Le anatre, infatti, andavano matte per
l’erba saetta ed erano abilissime:
infilavano i loro becchi lunghi e piatti
nel pantano e, con il sedere tutto
sollevato in alto, trivellavano il fango
fino agli strati più coriacei, quelli oltre i
quali era impossibile insinuarsi. Uno
stormo era in grado, nel giro di poco
tempo, di ripulire completamente un
intero stagno di erba saetta! Il solo
pensiero gli fece venire i sudori freddi:
“Per fortuna il nostro raccolto non se lo
sono ancora mangiato, quei maledetti
becchi-a-paletta!”.
Una volta a casa il papà confezionò
alcuni spaventapasseri e li piantò in
mezzo allo stagno dell’erba saetta.
Dopodiché, facendo passare una corda
dietro gli alberi che circondavano lo
stagno, creò un perimetro a cui appese
alcune decine di ciuffi di fili di paglia
che oscillavano al primo alito di vento.
Non sentendosi ancora del tutto
tranquillo decise che, da quel giorno e
fino al momento in cui i tuberi sarebbero
stati estratti dal fango, tutta la famiglia, a
turno, avrebbe montato la guardia allo
stagno.
Quel giorno era domenica e il turno di
guardia del pomeriggio toccava a
Girasole.
Il papà e la mamma erano andati
insieme a dei compaesani a dragare il
fiume lontano da casa, la nonna era
rimasta a casa a badare ai maiali e alle
capre, mentre Bronzo, che era al canneto
per pascolare il suo bufalo, raccoglieva
i ciuffi delle canne. Anche quell’anno
volevano confezionare un centinaio di
paia di scarpe di paglia: il guadagno era
già stato messo in conto da tempo.
Nella famiglia di Bronzo non c’era
nessuno, grande o piccolo, che se ne
stesse con le mani in mano. La vita
poteva riservare loro imprevisti di ogni
tipo, ma erano sempre tutti sereni e
tranquilli.
Girasole raggiunse il bordo dello
stagno portandosi dietro i compiti.
Accanto a lei c’era una lunghissima
canna di bambù a cui era fissata una
corda, in fondo alla corda era legato un
ciuffo di paglia. Serviva a scacciare le
anatre, era stato Bronzo a fabbricarla
per lei.
Anche se ormai era inverno inoltrato,
quel pomeriggio faceva caldo.
Girasole faceva la guardia a un
campicello coltivato a erba saetta e poi
allagato, e sommersi dall’acqua erano
anche i campi circostanti.
Sotto i raggi del sole, i campi allagati
riflettevano in direzione del cielo una
luce abbagliante.
Alcuni uccelli acquatici dalle lunghe
zampe cercavano cibo negli acquitrini.
Avevano un portamento davvero
elegante. Quando catturavano un
pesciolino, lo tenevano stretto nel
lunghissimo becco, ma solo dopo averlo
fatto scattare avanti e indietro molte
volte si decidevano ad alzare il collo e
inghiottirlo lentamente.
Quando si alzava il vento, sui campi
allagati si formavano delle onde, delle
piccole onde appena accennate, certo
non imponenti come quelle del fiume.
Sulla superficie degli acquitrini
galleggiava del muschio che, nonostante
l’acqua fredda, si manteneva di un verde
brillante, come tanti drappi di seta color
smeraldo immersi nell’acqua e rimasti a
bagno per parecchi giorni.
Sui bordi dei campi alcuni ravanelli
verdi spuntavano per metà dal terreno:
facevano venir voglia di sradicarli,
lavarli un poco nell’acqua e
sgranocchiarli di gusto.
Per Girasole stare sotto quel sole così
luminoso a fare la guardia al campo era
proprio una bella soddisfazione.
Accanto ai campi scorreva un
fiumiciattolo.
Girasole udì, un po’ confuso, uno
starnazzare di anatre. Quando si voltò a
guardare non vide altro che un enorme
stormo, proveniente dallo sbocco del
fiumiciattolo, che puntava nuotando
nella sua direzione. Alle loro spalle
c’era una zattera, e chi la spingeva con
la pertica era Pescerauco.
Appena vide Pescerauco, Girasole si
mise in guardia.
Anche lui si era accorto della sua
presenza. Prima, però, fece pipì nel
fiume. Si accorse che il colore della sua
pipì era molto diverso da quello
dell’acqua e che quando toccava l’acqua
produceva un piacevole din din. Quando
l’ultima gocciolina di pipì finì nel fiume
lasciò passare un bel po’ di tempo prima
di allacciarsi i pantaloni, perché stava
meditando qualcosa.
La zattera avanzò scivolando
sull’acqua. Pescerauco lanciò
un’occhiata a Girasole, che sedeva sul
bordo dello stagno, poi ordinò alle
anatre di posarsi. Gli uccelli, che
conoscevano bene i suoi comandi,
smisero di nuotare e si diressero verso
il canneto in riva al fiume.
Pescerauco accostò la zattera e la legò
a un albero, si arrampicò sull’argine e,
stringendo al petto la pala dal lungo
manico che usava per guidare le sue
anatre, andò anche lui a sedersi sul
bordo di un campo.
Indossava un’ampia giacca nera e
pantaloni abbondanti, entrambi di cotone
imbottito. Mentre se ne stava lì seduto
Girasole gli lanciò uno sguardo e, tutt’a
un tratto, ripensò all’orso dal collare del
circo: le venne da ridere, ma non osò
farlo. Pescerauco le incuteva un certo
timore.
Sul bordo dello stagno Girasole
leggeva, ma non riusciva a sentirsi del
tutto tranquilla. Quanto avrebbe voluto
che suo fratello si facesse vivo.
Vedendo che Girasole non lo degnava
di attenzione, Pescerauco si alzò in piedi
e, impugnata la sua pala, scavò una zolla
di fango e la scagliò nell’acqua, lontano.
Nell’acquitrino placido si levarono
degli spruzzi e gli uccelli acquatici dalle
lunghe zampe, che mangiavano
tranquilli, si levarono in volo spaventati.
Disegnarono alcuni cerchi nell’aria ma
poi, vedendo che Pescerauco non
accennava ad andarsene, si diressero
verso campi più lontani.
A quel punto, oltre agli acquitrini,
c’erano soltanto Pescerauco e Girasole.
D’inverno, sul bordo dei campi,
spuntavano ciuffi d’erba riarsa e
scompigliata.
Pescerauco vi si sdraiò. Era davvero
comodo, come stare distesi su un soffice
cuscino. La luce del sole faceva un po’
male agli occhi, così li chiuse.
Non vedendo più il loro padrone, le
anatre sul fiume, qua qua, si misero a
starnazzare.
Pescerauco non ci fece caso.
Le anatre si chiedevano dove fosse
andato il loro padrone e così, un po’
allarmate, si arrampicarono lungo
l’argine schiamazzando e battendo le ali.
La parete era leggermente ripida e
ruzzolavano giù nel fiume. Sembrava
quasi che si fossero abituate a cadere e
ricadere, perché si limitavano a
scrollarsi le gocce d’acqua dalle piume
e poi, sempre sbattendo le ali,
proseguivano la loro scalata. A forza
d’insistere, senza perdersi d’animo,
finalmente tutte guadagnarono la cima
dell’argine. Quando videro il padrone,
apparentemente addormentato, si
tranquillizzarono e cominciarono a
becchettare tra i cespugli intorno a lui.
Quando si accorse che le anatre
avevano risalito l’argine, Girasole posò
il libro di testo e, impugnata la canna di
bambù, scattò in piedi.
Come se avessero sentito uno strano
odore, in rapida successione le anatre
interruppero la loro ricerca di cibo,
alzarono la testa e si strinsero l’una
contro l’altra sul bordo dello stagno
d’erba saetta, senza fiatare, come intente
a esaminare qualcosa. Un maschio di
alzavola abbassò il capo e vide la
propria immagine riflessa nell’acqua.
Girasole strinse nervosamente la canna
di bambù: non osava guardare da
nessuna parte, teneva gli occhi fissi solo
su quell’immensa frotta di anatre.
Il maschio di alzavola fu il primo a
saltare nello specchio d’acqua, seguito
immediatamente dalle compagne.
Girasole, armata del suo bastone, si
precipitò verso di loro esclamando:
«Sciò! Sciò!» nel tentativo di scacciarle.
Contrariamente a quanto ci si sarebbe
aspettato, molte anatre, inizialmente un
po’ titubanti, vedendola brandire la
canna di bambù, presero una decisione
e, con un gran frullare d’ali, si tuffarono
nello stagno d’erba saetta. In un attimo
l’acquitrino si riempì di anatre fino ad
esserne quasi completamente coperto.
Girasole agitava senza sosta il bastone
cercando di cacciarle con i suoi sciò.
Alcune anatre erano un po’ impaurite
ma dopo aver visto che altre, più svelte,
estraevano dal fango i tuberi bianchi e
teneri e li inghiottivano stendendo il
lungo collo, persero ogni timore. Così,
schivando la canna di bambù,
aspettavano l’occasione buona per
infilare quei loro becchi lunghi e piatti
nel pantano a caccia di tuberi.
La golosità di quelle anatre era
davvero senza ritegno.
Girasole correva di qua e di là lungo il
bordo dello stagno, cercando
continuamente di cacciarle via. Ma
quelle, che ormai avevano assaporato il
bottino, nonostante le bastonate non
avevano alcuna intenzione di andarsene.
C’era un’altra cosa molto importante da
dire: il fatto che il padrone, beatamente
disteso lì di fianco, le ignorasse del tutto
equivaleva, per loro, a un tacito
consenso.
Sotto i raggi del sole d’inverno il
mondo era una distesa placida, mentre le
oche di Pescerauco saccheggiavano il
campo della famiglia di Bronzo con
brutalità inaudita.
Pescerauco, dal canto suo, se ne lavò
le mani: se ne stava coricato sull’erba
tenera e cedevole, a godersi il tepore
del sole, mentre con gli occhi socchiusi
guardava Girasole correre angosciata
avanti e indietro. Quello che Pescerauco
voleva vedere in lei era proprio
angoscia, se non addirittura panico, e
quella scena gli procurò un enorme
piacere.
Era pomeriggio anche quella volta in
cui Girasole si era allontanata dalla
vecchia sofora insieme alla famiglia di
Bronzo, e anche in quell’occasione
splendeva il sole. Mentre alle orecchie
gli arrivavano gli sciò sciò di Girasole,
chiuse gli occhi, ma la luce filtrava
comunque attraverso le palpebre. Il
cielo era rosso.
Non appena Girasole riusciva a
cacciare un gruppo di anatre da una
parte, altre piantavano il becco nel fango
da un’altra parte. Quello che fino a poco
prima era uno specchio limpido si era
trasformato ora in un lago così torbido
che alcuni pesciolini, soffocati, alzavano
la testa verso il bordo dell’acqua.
Non avendo più la forza di correre,
Girasole si mise a inveire contro le
anatre con gli occhi ormai pieni di
lacrime: «Siete senza vergogna!».
Una selva di becchi, simili a tanti
piccoli aratri, continuava a setacciare la
palude.
Le anatre scovavano nel fango i tuberi
di erba saetta andando a colpo sicuro,
avevano tutte il muso coperto di melma,
ne spuntavano soltanto gli occhietti
grandi come un fagiolo di soia nera.
Avevano davvero l’espressione di chi
non sa cosa sia la vergogna.
Girasole non sapeva più cosa fare,
poteva solo stare a guardare con gli
occhi sbarrati, mentre le anatre si
rimpinzavano dell’erba saetta della sua
famiglia. Per il papà quei tuberi, dal
primo all’ultimo, erano preziosi quanto
l’oro. Pensò di correre a chiamare i suoi
ma il campo era troppo lontano da casa,
al loro arrivo il raccolto sarebbe già
sparito da un pezzo. Si guardò intorno,
ma a parte qualche uccello che
sorvolava la campagna, non si vedeva
anima viva.
Si mise allora a gridare, rivolta a
Pescerauco: «Le vostre anatre stanno
mangiando la nostra erba saetta! Si
stanno mangiando la nostra erba
saetta!».
Lui rimase immobile come un cane
morto.
Girasole si tolse scarpe e calze,
arrotolò i pantaloni e, incurante del fatto
che in inverno l’acqua fosse gelida,
scese nel campo allagato. Le anatre,
finalmente, balzarono nello stagno
accanto sbattendo le ali e strillando qua
qua. Quello stagno, però, era vuoto: le
anatre ficcarono il becco qua e là nella
melma ma, quando si resero conto che lì
non c’era niente di buono, si misero a
galleggiare sulla superficie dell’acqua
fissando Girasole. Nonostante il vento
rimanevano impassibili, anche se le
folate le spingevano via.
Girasole rimase in piedi nell’acqua
stringendo la canna di bambù. Aveva la
sensazione che una miriade di aghi le
stesse pungendo gambe e piedi. Se fosse
stata notte, lo stagno sarebbe stato
ricoperto da un sottile strato di ghiaccio.
Ben presto cominciò a tremare in tutto il
corpo e a battere i denti, ma tenne duro:
intendeva resistere finché non fosse
arrivato il fratello.
Le anatre furono portate via lontano
dal vento. Forse perché stanche, forse
perché ormai satolle, fatto sta che
avevano un’aria beatamente appagata,
tanto che molte di loro infilarono
addirittura la testa sotto l’ala per
schiacciare un pisolino.
Girasole, convinta che non avrebbero
più tentato l’assalto al campo di erba
saetta, risalì a terra in fretta e furia.
Mentre si sciacquava la melma da
gambe e piedi fu sorpresa di vederli tutti
arrossati per il freddo. Si raggomitolò su
se stessa e iniziò a saltellare sotto il
sole, guardando continuamente verso il
punto in cui Bronzo stava raccogliendo i
ciuffi delle canne.
Poi, proprio quando Girasole credeva
che le anatre si fossero ormai ritirate,
eccole arrivare di nuovo volando
controvento e tuffarsi rapide nello
stagno come un’onda di marea.
Girasole scese nuovamente in acqua,
ma stavolta i pennuti non avevano più
nessuna paura di lei e fuggivano solo
quando arrivavano le bastonate. Non ci
volle molto prima che si accorgessero
che, nella fanghiglia, Girasole faceva
fatica a sollevare i piedi, per cui anche
quando fuggivano lo facevano senza
fretta, sfuggivano facilmente ai suoi
attacchi e lei si ritrovò circondata come
da un vortice d’acqua.
In piedi in mezzo al fango, Girasole
scoppiò in lacrime. Le anatre
continuavano a ingozzarsi di tuberi, e
sulla superficie dell’acqua si sentiva
soltanto lo schioccare soddisfatto dei
loro becchi. Girasole tornò sulla
terraferma e si avventò contro
Pescerauco: «Le vostre anatre stanno
mangiando la nostra erba saetta!».
L’acqua era agitata, i cespugli agitati,
le foglie sugli alberi agitate, l’unico a
restare immobile era lui. Girasole gli
puntò contro la canna di bambù: «Mi hai
sentito?».
Nessuna reazione.
Girasole si avvicinò e gli diede un
violento spintone: «Le vostre anatre
stanno mangiando il nostro raccolto!».
Pescerauco rimase impassibile.
Girasole, allora, gli afferrò il braccio
per tirarlo su da terra ma Pescerauco
non batté ciglio. Gli lasciò andare il
braccio: quello, però, non sembrava
nemmeno appartenergli, perché non
appena lasciò la presa ricadde a terra
con un tonfo. Girasole, spaventata, fece
istintivamente un passo indietro.
Pescerauco non si muoveva, con gli
occhi chiusi e i capelli arruffati che, in
mezzo all’erba altrettanto arruffata, si
alzavano e si abbassavano soffiati dal
vento.
Girasole si accucciò a debita distanza
e, allungando il braccio, gli diede una
spintarella sulla testa che, come
un’anguria, rotolò di lato prima di
rimanere immobile.
Girasole lo chiamò prima a voce
bassa: «Pescerauco!». Poi lo chiamò di
nuovo, stavolta alzando la voce:
«Pescerauco!». Scattò in piedi e corse
verso il villaggio gridando: «È morto
Pescerauco! È morto Pescerauco!».
Stava per raggiungere il paese quando
incontrò Bronzo.
Balbettando, Girasole gli spiegò ciò
che aveva visto.
Bronzo, insospettitosi, corse verso lo
stagno d’erba saetta trascinandosi dietro
la sorellina. Stavano per arrivare sul
posto quando udirono Pescerauco
cantare con la sua voce sgradevole.
Cercarono con lo sguardo il punto da cui
proveniva quel canto e, con loro grande
sorpresa, videro Pescerauco che, a
bordo della sua zattera, percorreva il
fiume conducendo via le sue anatre.
Queste avevano un’aria pacifica e
spensierata. Quando il vento aumentava
d’intensità e sul fiume si formavano
delle onde, l’acqua limpida le bagnava
ma scorreva subito via scivolando
nuovamente nel fiume lungo le loro
code.
Il sole stava ormai puntando verso
occidente.
Bronzo chiese a Girasole di attenersi
alla sua versione dei fatti: quel
pomeriggio le aveva dato il cambio,
l’aveva mandata a fare i compiti ed era
rimasto lui di guardia al campo d’erba
saetta, poi si era allontanato per dare la
caccia a una lepre ed era stato in quel
momento che le anatre di Pescerauco
erano entrate nello stagno.
Accucciato in riva all’acquitrino
colpito dalla catastrofe, la testa stretta
tra le mani, il papà rimase a lungo senza
dire una parola. Poi scese nell’acqua e
si mise a tastare il fondo melmoso con i
piedi. Prima gli bastava posare il piede
per sentire tuberi in abbondanza ma ora,
dopo molti tentativi, non ne trovò
nemmeno uno. Raccolse un pugno di
fango e lo lanciò lontano con rabbia.
Bronzo e Girasole, la testa bassa, se
ne stavano immobili sul bordo del
campo.
Il papà prese un’altra manciata di
fango e si voltò verso il figlio, poi,
all’improvviso, gliela lanciò addosso.
Bronzo non fece nulla per schivare il
colpo.
Girasole guardò il papà piena di
agitazione.
Il papà raccolse altro fango e lo lanciò
ancora contro Bronzo, vomitando
improperi. Aveva perso il controllo e,
fuori di sé, continuava a bersagliarlo di
melma, un lancio dopo l’altro. Un grumo
colpì Bronzo in faccia ma lui non si
ripulì e non cercò nemmeno di
proteggersi con le mani.
«Papà! Papà!» continuava a strillare
Girasole.
A quelle grida la nonna, che si stava
incamminando nella loro direzione,
accorse con il suo passo barcollante
appoggiandosi al bastone. Vedendo
Bronzo ricoperto di fango dalla testa ai
piedi lasciò cadere il bastone e gli fece
schermo con il proprio corpo, sfidando
il figlio: «Colpisci me! Su, colpisci me!
Forza! Perché non mi colpisci?».
L’uomo, in piedi in mezzo al campo,
chinò il capo e lasciò cadere il braccio.
Il fango cadde in acqua con un tonfo.
La nonna prese per mano Bronzo e
Girasole: «Tornate a casa!».
La sera il papà impedì a Bronzo di
cenare e di mettere piede in casa, lo
lasciò fuori dalla porta in balia del
vento glaciale.
Girasole rifiutò di mangiare e rimase
fuori insieme al fratello.
«Girasole, torna a mangiare!» ruggì il
papà.
Lei, però, si avvicinò al fratello,
decisa a resistere.
L’uomo, fuori di sé per la rabbia, si
precipitò fuori e, afferratala per il
braccio con la sua mano possente, fece
per trascinarla dentro.
Girasole si dibatté con forza e riuscì
inaspettatamente a divincolarsi. Proprio
mentre il papà tornava all’attacco per
tentare nuovamente di riportarla in casa,
all’improvviso si gettò in ginocchio
guardandolo fisso negli occhi: «Papà!
Papà! Ero io di guardia al campo, lo
stavo sorvegliando io, mio fratello è
rimasto tutto il pomeriggio a raccogliere
i ciuffi delle canne…». Dagli occhi le
sgorgò un fiume di lacrime.
Anche la mamma si precipitò fuori e
cercò di rimetterla in piedi, ma lei
rimase in ginocchio a terra rifiutando
categoricamente di alzarsi. Indicò con il
dito il pagliaio davanti a casa: «Mio
fratello ha raccolto un enorme sacco di
ciuffi, è nascosto lì dietro…».
La mamma, dietro il mucchio di
paglia, trovò un grande sacco di iuta
pieno di ciuffi di canna. Anche lei, di
colpo, scoppiò in lacrime.
Inginocchiata a terra, la testa china,
Girasole continuava a singhiozzare…
Per un attimo al papà era balenata
l’idea di chiedere un risarcimento alla
famiglia di Pescerauco, ma poi aveva
rinunciato. A Campodigrano il padre di
Pescerauco era famoso per essere molto
attaccato al denaro, oltre a essere una
persona con cui era impossibile
ragionare: andare a importunarlo non
serviva a niente se non a farsi venire il
sangue amaro.
Bronzo però non dimenticava che
avevano ancora un conto in sospeso.
Spesso, con la coda dell’occhio,
spiava Pescerauco e le sue anatre.
Pescerauco, sentendo che dietro quegli
sguardi si nascondeva qualcosa, si
affrettava a metterle al sicuro. Aveva
sempre avuto un po’ paura di Bronzo,
come ne avevano anche tutti i ragazzini
del villaggio: nessuno sapeva di cosa
sarebbe stato capace il muto se lo
avessero fatto arrabbiare. Per loro,
Bronzo era sempre stato un mistero e,
ogni volta che lo incrociavano, lo
evitavano o si dileguavano in fretta.
Bronzo non perdeva mai di vista
Pescerauco.
Un giorno, Bronzo si accorse che
Pescerauco si era allontanato lasciando
le sue anatre incustodite.
Bronzo e il suo bufalo si erano
nascosti nel canneto vicino. Era come se
il bufalo sapesse cosa aveva in mente il
suo padrone perché se ne stava buono
buono tra le canne senza fare il minimo
rumore. Non appena vide scomparire la
sagoma di Pescerauco, Bronzo spiccò un
balzo, montò sulla schiena dell’animale,
gli diede un colpetto e quello partì
subito al galoppo, calpestando le canne
con un fragoroso crac crac.
Le anatre, che Pescerauco aveva
appena nutrito, si stavano riposando
sulla battigia. A cavallo del bufalo
Bronzo si lanciò violentemente contro di
loro costeggiando il fiume: quando le
anatre, che stavano sonnecchiando con
gli occhi semichiusi, furono svegliate di
soprassalto dal rullo del galoppo, il
bufalo era ormai vicino.
Qua qua! Si misero a starnazzare
come impazzite per il terrore, fuggendo
disordinatamente da tutte le parti.
Qualcuna di loro per poco non finì
calpestata sotto gli zoccoli.
Quando il bufalo si allontanò le anatre
si erano ormai disperse ai quattro venti.
Bronzo cavalcò lontano senza fermarsi
nemmeno un istante.
Le anatre terrorizzate stavano ancora
starnazzando sopra il fiume, tra i
cespugli, sul bagnasciuga.
Pescerauco riuscì a radunarle tutte
solo al tramonto.
All’alba del giorno seguente, come di
consueto, il padre di Pescerauco prese
con sé un cesto di salice e andò nel
recinto a raccogliere le uova. Era il
momento della giornata in cui si sentiva
più felice. Quando vedeva il suolo
ricoperto di uova bianche e verdi
pensava che la sua era proprio una bella
vita, una bella vita davvero. Le
raccoglieva con grande cura e, con
altrettanta cura, le riponeva nel cestino.
Si avvicinava la Festa di Primavera e
quelle uova diventavano sempre più
remunerative. Quella mattina, però,
capitò un fatto strano: in tutto il recinto
c’erano solo un uovo qui e uno là, e a
metterle tutte insieme erano poco più di
una decina. Scosse la testa, incapace di
trovare una spiegazione: non potevano
mica aver deciso di non deporre più
uova! Alzò gli occhi al cielo: era il
cielo di sempre, era tutto perfettamente
normale. Raccolse la cesta e uscì dal
recinto, la testa piena di domande senza
risposta.
Non poteva certo immaginare che, per
lo spavento, le anatre avessero
accidentalmente deposto nel fiume,
prima del tempo, le uova che invece
avrebbero dovuto deporre quella notte
nel recinto.
Se Bronzo prendeva qualcuno di mira,
non gli toglieva più gli occhi di dosso.
Nei giorni seguenti, non appena se ne
presentava l’occasione, Bronzo si
avventava sulle anatre a cavallo del suo
bufalo come un tornado. Il consueto
ritmo di posa delle uova ne fu
completamente scombussolato, tanto che
alcune di loro le deponevano addirittura
a mezzogiorno, tra i cespugli in riva al
fiume, con grande gioia dei ragazzini che
scovavano le uova in mezzo agli arbusti.
Poi, un giorno, Bronzo decise di
smetterla con gli attacchi a sorpresa alle
anatre di Pescerauco. Voleva affrontarlo
a viso aperto: voleva che a
Campodigrano tutti quanti sapessero che
la sua non era una famiglia che accettava
umiliazioni.
Trovò in casa una coperta malandata e
la fissò a una canna di bambù: era una
coperta con il lato interno rosso e
l’esterno tutto decorato di enormi fiori.
La alzò verso il cielo, agitandola come
fosse una bandiera. Poi aspettò il
momento in cui gli alunni delle
elementari di Campodigrano tornavano a
casa dopo la fine delle lezioni e, in
groppa al suo bufalo, la schiena dritta e
la bandiera malandata issata bene in
alto, si mise in marcia.
Le anatre di Pescerauco stavano
mangiando in un campo in cui era
appena stato raccolto il riso.
Bronzo, spuntò sul bordo del campo.
Pescerauco, non sapendo cosa diavolo
stesse tramando, si mise in guardia
stringendo la pala che usava per
pascolare le anatre.
In quel momento molti ragazzini
stavano venendo in quella direzione.
Improvvisamente Bronzo lanciò il
bufalo alla carica.
La coperta logora, che si era
vigorosamente spiegata, frusciava al
vento.
Le anatre fuggirono terrorizzate in ogni
direzione. Come se stesse inscenando
uno spettacolo, Bronzo cavalcava nella
risaia ormai vuota, lanciandosi al
galoppo e tracciando dei cerchi. I
ragazzini di Campodigrano si erano
assiepati sul bordo del campo e
assistevano alla scena con grande
trepidazione.
Pescerauco si lasciò cadere a terra.
«Fratellone! Fratellone!» urlò
Girasole.
Bronzo diede uno strattone alle redini
e il bufalo galoppò verso di lei. Poi
saltò giù a terra, la fece montare in
groppa e trascinò ciondolando l’animale
verso casa.
Girasole cavalcava con espressione
fiera.
Pescerauco, disteso a terra, piangeva.
Quella sera Pescerauco venne legato
dal padre a un grande albero davanti
alla porta di casa e picchiato senza
pietà. Inizialmente l’uomo voleva andare
a casa di Bronzo portandosi dietro il
figlio per fare i conti, ma lungo il
tragitto qualcuno gli aveva raccontato di
come, qualche giorno prima, Pescerauco
avesse lasciato che le sue anatre
mangiassero l’erba saetta della famiglia
di Bronzo. A quel punto aveva assestato
un bel calcio nel didietro al figlio e,
sempre trascinandoselo dietro, appena
arrivato a casa, lo aveva legato
all’albero.
In cielo c’era la luna.
Pescerauco la fissava piagnucolando.
Quando alcuni ragazzini si misero lì
intorno a osservarlo cercò invano di
prenderli a calci: «Smammate!
Smammate!».
Si avvicinava la Festa di Primavera.
Con il passare del tempo il clima
festoso si faceva sentire sempre più. I
ragazzini di Campodigrano contavano i
giorni, uno dopo l’altro. Gli adulti erano
allegramente intenti ai preparativi e loro
ricevevano continui incarichi: «Oggi non
puoi uscire a giocare, devi aiutare a
spolverare in casa…».
«Vai un po’ dalla zia a vedere se
stanno ancora usando la macina, ci serve
la farina per le focaccine…»
«Oggi bisogna pescare qualche pesce
dalle vasche, porta la nassa al papà…»
Eppure i compiti che gli affidavano
sembravano renderli felici.
Qualcuno stava già uccidendo il
maiale e le strilla risuonavano in tutta
Campodigrano.
C’era sempre qualche ragazzino che,
non stando più nella pelle, tirava fuori,
di nascosto, i petardi da usare la sera
della vigilia e la mattina del primo
giorno dell’anno nuovo, e li faceva
scoppiare con un chiassoso pim pim
pum pum.
Sullo stradone che portava al villaggio
c’era un continuo andirivieni di persone
che andavano e venivano da
Campodilino per fare le compere per le
feste.
In campagna, invece, era tutto un
chiacchierare: «Quanto viene il pesce al
chilo?».
«Costa tre volte il prezzo normale».
«Non me lo posso permettere».
«Che ci vuoi fare, è la Festa di
Primavera, va mangiato anche se non te
lo puoi permettere».
«C’è tanta gente in città?»
«Un sacco, non c’è neanche lo spazio
per fermarsi, ma io mi chiedo da dov’è
saltata fuori tutta quella gente».
Per quanto fosse povera, anche la
famiglia di Bronzo era allegramente
affaccendata nei preparativi per l’anno
nuovo.
La casa era nuova e quindi non c’era
bisogno di grandi pulizie. Quanto a tutto
il resto, la mamma volle lavare tutto con
dell’acqua pulita. Passava le giornate a
fare la spola tra il molo e casa: le
coperte, lavate; i vestiti, lavati; i
cuscini, lavati; il tavolo, lavato; le
sedie, lavate… Tutto quello che si
poteva lavare era stato lavato. Sulla
corda tesa davanti a casa c’era sempre
una fila di panni gocciolanti ad
asciugare.
«Perché non butti in acqua anche la
stufa e non le dai una lavata?» ironizzò
un passante.
Se a casa di Bronzo era tutto lindo, lo
si doveva soprattutto all’amore della
nonna per la pulizia. In ogni stagione,
ogni singolo giorno dell’anno, la nonna
non riusciva a stare senza acqua pulita.
Gli abitanti di Campodigrano la
vedevano sempre al molo, mentre
scostava con la mano le alghe che
galleggiavano sulla superficie
dell’acqua per sciacquarsi le mani e il
viso. A casa di Bronzo grandi e piccoli,
quando uscivano di casa, profumavano
di pulito. Per quanto logori fossero,
vestiti e lenzuola erano sempre
impeccabili.
Quell’anno, però, né grandi né piccoli
avrebbero potuto permettersi vestiti
nuovi per le festività, solo vestiti puliti.
Bronzo e Girasole ricevettero tuttavia
delle attenzioni particolari: i vecchi
abiti di Bronzo furono mandati in una
tintoria di città per una ripassata al
colore, Girasole, invece, rimediò un
vestitino a fiori, ricavato da un abito
della mamma quando si era sposata, che
non aveva messo quasi mai e che ormai
non le stava più. La nonna prese in
consegna il vestito: a Campodigrano
nessuno era bravo come lei con ago e
filo, nella sua vita aveva sistemato o
confezionato una tale quantità di abiti da
non ricordare neanche quanti.
Dopo un paio di giorni di diligente
lavoro, la nonna finì di sistemare il
vestitino. Quando Girasole lo indossò
tutti lo trovarono stupendo, tanto che lei
per un po’ non aveva più voluto
toglierlo.
«Te lo metterai il primo dell’anno» le
aveva detto la mamma.
«Ma lo metto solo per mezza giornata»
aveva protestato la ragazzina.
«Mezza giornata, non di più» l’aveva
ammonita la nonna. «E guai se lo
sporchi».
Il giorno in cui Girasole doveva
partecipare alle prove dello spettacolo
della scuola, ci era andata indossando
quel vestito. Quando maestri e compagni
l’avevano vista arrivare erano rimasti di
stucco.
Girasole era la colonna portante del
gruppo di propaganda artistica6 della
scuola elementare e, oltre a recitare
nello spettacolo, ne era la presentatrice.
La maestra, crucciata da tempo dal fatto
che Girasole non avesse un vestito
nuovo per la recita della Festa di
Primavera, aveva deciso che se lo
sarebbe fatto prestare da un’altra
bambina. Adesso, vedendola con un
abito così magnifico, era felicissima.
Maestri e compagni erano rimasti a
lungo intorno a Girasole per ammirare il
suo nuovo abitino, tanto che iniziava a
sentirsi un po’ a disagio.
Era un vestito con il collo alto, stretto
in vita.
La maestra Liu, responsabile del
gruppo di propaganda artistica, aveva
commentato: «Con una collana d’argento
al collo saresti ancora più bella».
Mentre parlava gli sembrò di vedere
Girasole con la collana al collo. Era una
ragazzina davvero incantevole. Tutti si
erano messi a fissarla.
Finalmente la maestra Liu, resasi conto
che stava divagando, aveva battuto le
mani con forza: «Bene, bene, ciascuno al
proprio posto, cominciamo le prove!».
Nemmeno dopo le prove, però, la
maestra era riuscita a liberarsi del
pensiero di Girasole e della collana
d’argento.
Dopo le prove Girasole se n’era
tornata a casa al settimo cielo.
«Cos’hanno detto del tuo vestito, è
piaciuto?» le aveva chiesto la mamma.
«Hanno detto tutti che era bello».
Poi, durante la cena, Girasole aveva
annunciato tutta compiaciuta: «La
maestra Liu ha detto che con una collana
d’argento sarei ancora più bella».
La mamma le aveva dato un colpetto
leggero sulla testa con le bacchette: «Ma
sei uno schianto, tu!».
Mentre la famiglia cenava, mangia che
ti mangia, tutti avevano immaginato
Girasole con una collana d’argento al
collo. Quanto sarebbe stata bella quella
ragazzina, con quel vestito e un gioiello!
Come mai tutti quanti, vedendola
indossare il suo abitino, avessero
pensato che dovesse abbinarci una
collana d’argento, nessuno se lo sapeva
spiegare.
Come tutti gli anni, il pomeriggio del
primo dell’anno gli abitanti di
Campodigrano, dopo essersi scambiati
gli auguri, si sarebbero riuniti nella
piazza all’ingresso del paese, per
assistere allo spettacolo del gruppo di
propaganda artistica del villaggio e di
quello della scuola elementare.
Dal giorno in cui Girasole si era
presentata con il suo vestito, la maestra
Liu non aveva smesso di pensare allo
spettacolo del primo dell’anno e a
Girasole che lo presentava, con la sua
collana d’argento al collo.
Da quelle parti la gente adorava i
gioielli, e molte ragazze di
Campodigrano una collana d’argento la
possedevano davvero. Per esempio
Lingzi, che faceva parte del gruppo di
propaganda, ne aveva una. Così, la
mattina del primo dell’anno, alle prove,
la maestra Liu le disse: «Alla recita di
stasera potresti prestare la tua collana a
Girasole?». Lingzi fece cenno di sì con
la testa, si tolse la collana e la diede
alla maestra. Questa chiamò Girasole e
gliela legò al collo: era ancora più bella
di come se l’era immaginata.
Indietreggiò di qualche passo, la guardò
e sorrise: la sera, alla recita, con quella
collana avrebbe fatto un figurone!
Dopo le prove, però, Lingzi ci ripensò
e disse alla maestra: «Se lo viene a
sapere la mamma mi prenderà a male
parole. Mi ha detto che la mia collana
non la può portare nessun altro».
Girasole si affrettò a restituirle la
collana, era tutta rossa in viso per il
grande imbarazzo.
Una volta a casa, Girasole non riuscì a
togliersi quella faccenda dalla testa. Si
vergognava terribilmente.
«È la Festa di Primavera, che ti
prende?» le chiese la mamma.
«Non è niente, mamma» rispose lei
con un sorriso.
La mamma era perplessa. Proprio in
quel momento, però, arrivò Lanzi, anche
lei membro del gruppo di propaganda, e
la mamma ne approfittò per chiederle:
«Lanzi, da quando è tornata a casa
Girasole è un po’ taciturna, cos’è
successo?».
Lanzi, allora, le raccontò sottovoce la
storia della collana.
La mamma non poté far altro che
sospirare.
Ma le parole di Lanzi erano state
carpite per filo e per segno anche da
Bronzo, che era lì vicino. Si sedette
sulla soglia con aria pensierosa.
Ai suoi occhi la più bella bambina di
Campodigrano era proprio la sua
sorellina Girasole, e doveva essere
anche la più allegra e la più felice del
paese.
Una delle attività preferite di Bronzo
era starsene imbambolato a osservare la
nonna o la mamma che agghindavano
Girasole. Guardava la nonna pettinarle
le trecce e stringerle con dei nastri,
guardava la mamma infilarle nelle trecce
un fiore appena colto, guardava la
nonna, per la Festa di Primavera o le
altre festività, intingere un polpastrello
nella tinta rossa e disegnarle un puntino
in mezzo alle sopracciglia, guardava la
mamma tingerle le unghie di rosso con
un preparato a base di fiori di vetro
mescolati ad allume di potassio.
Se poi qualcuno faceva apprezzamenti
sulla bellezza di Girasole, passava la
giornata intera a bearsene come un
matto.
«Il muto sì che è un fratello come si
deve!» commentavano gli anziani di
Campodigrano.
Se Girasole non aveva una collana,
Bronzo non poteva farci niente, e non
poteva farci niente neanche il resto della
famiglia.
Bronzo e i suoi possedevano solo il
cielo, la terra, la limpida acqua del
fiume e la loro estrema dignità.
In cielo si udì il tubare delle colombe:
Bronzo alzò la testa ma non le vide, vide
solo una fila di ghiaccioli cristallini di
diverse lunghezze, che pendevano dalla
grondaia e, per un bel pezzo, non riuscì
a staccarne gli occhi.
Non capiva come mai lo attirassero e
lo affascinassero tanto, restava
semplicemente a fissarli con il naso
all’insù. Sembravano germogli di bambù
in primavera, appesi a testa in giù alla
grondaia.
Mentre era assorto, il cuore – tum tum
– iniziò a battergli come se avesse una
rana in petto.
Prese un tavolino, vi si arrampicò,
raccolse una decina di quei ghiaccioli e
li mise su un grande piatto posto ai piedi
del pagliaio davanti a casa. Andò poi in
riva al fiume, tagliò qualche fusto di
canna e, con le forbici, ne ricavò tanti
tubetti sottili. Poi chiese alla mamma del
filo rosso, di quello resistente.
Vedendolo così affaccendato i familiari
rimasero un po’ perplessi, ma non fecero
domande: ormai erano abituati alle sue
trovate bislacche.
Con un bastoncino di legno Bronzo
ridusse i ghiaccioli in frantumi:
illuminato dal sole, il piatto emanava
una luce abbacinante, sprigionava raggi
splendenti come fosse pieno di diamanti.
Scelse un pezzetto di ghiaccio che non
fosse né troppo grande né troppo
piccolo, prese un sottilissimo tubetto di
canna lungo una decina di centimetri, se
ne mise un’estremità in bocca e, con
l’altra estremità puntata verso il pezzo
di ghiaccio, soffiò insistentemente aria
calda. Quell’aria, come un punteruolo
delicato ma resistente, vi scavò pian
piano un minuscolo foro rotondo, nel
mezzo. Per forare il pezzetto di ghiaccio
ci vollero circa sei o sette minuti.
Bronzo pose i pezzetti di ghiaccio già
forati su un altro piattino, vi cadevano
facendo din din.
Apparvero Girasole e Lanzi. «Che stai
facendo, fratellone?» chiese Girasole.
Bronzo alzò la testa e le rivolse un
sorriso enigmatico.
La sorella non insistette e andò a
giocare insieme alla sua amica.
Seduto ai piedi del pagliaio, Bronzo
continuò pazientemente la sua opera. I
frammenti di ghiaccio che aveva
selezionato non potevano essere tutti
uguali per forma e dimensione, eppure,
proprio perché leggermente diversi tra
loro, una volta ammucchiati insieme
brillavano di una luce ancor più
splendente. Era una luce un po’ fredda,
ma anche straordinariamente pacata ed
elegante.
Bronzo traforava un pezzetto di
ghiaccio dopo l’altro. Mentre il sole si
spostava verso ovest, anche la luce di
questi “diamanti” cambiava intensità e
colore finché, al tramonto, non si tinse di
un arancio pallido.
Non sentendo più le guance a forza di
soffiare, Bronzo si diede qualche
colpetto sulla bocca.
Prima che il sole tramontasse prese il
filo rosso e vi infilò con cura tanti e poi
tanti pezzetti di ghiaccio forati, poi lo
legò stretto. Lo alzò tenendolo sul dito:
ecco qui, illuminata dagli ultimi raggi di
luce del sole calante, una collana di
ghiaccio!
Invece di rimetterla sul piatto, Bronzo
la tenne a lungo sospesa al dito, a
mezz’aria, ne rimase stupefatto.
Non se la provò al collo ma si limitò a
posarsela sul petto. Al pensiero di
essersi trasformato in una ragazzina,
sorrise imbarazzato.
Bronzo non mostrò subito la collana né
alla nonna e ai suoi, né a Girasole, la
mise invece sul piatto e la coprì
dolcemente con della paglia di riso.
Dopo cena, sulla piazza all’ingresso
del paese si raccolse quasi tutta la
popolazione di Campodigrano.
Sul palco erano già accese le lampade
al cherosene.
Proprio nell’attimo in cui il gruppo di
propaganda stava per entrare in scena,
Bronzo apparve dietro le quinte.
Girasole gli corse incontro:
«Fratellone, cosa sei venuto a fare
qui?».
Bronzo le porse il piatto con entrambe
le mani. Soffiò via la paglia che lo
ricopriva ed ecco comparire la collana,
alla luce fioca di una delle lampade
appese dietro il palco.
A Girasole brillarono gli occhi. Non
sapeva cosa fossero quei cosini sul
piatto di ceramica bianca e blu, ma il
bagliore che diffondevano l’aveva ormai
stregata.
Bronzo le fece segno di prenderla dal
piatto.
Girasole non ne ebbe il coraggio.
Reggendo il piatto con una mano, con
l’altra Bronzo prese la collana e posò il
piatto a terra. Poi fece segno a Girasole,
ancora confusa: “È una collana, una
collana fatta di ghiaccio”. E le disse di
avvicinarsi perché potesse mettergliela
al collo.
«Non c’è il rischio che si sciolga?»
chiese Girasole.
“Fa freddo e siamo all’aperto, non si
scioglierà”.
Girasole, allora, si avvicinò
obbediente e abbassò la testa.
Bronzo le mise la collana al collo. Il
gioiello cinse l’alto colletto del vestito,
ricadendole con molta naturalezza sul
petto. Girasole non sapeva neanche se le
stesse bene, ma quando ci passò sopra la
mano trovò quella sensazione di freddo
molto gradevole. Chinò il capo per
ammirarla e poi si voltò come in cerca
di qualcuno a cui chiedere se la trovasse
bella.
“È bella, sì” le rispose Bronzo.
La collana, a dire il vero, era ancora
più bella di come Bronzo se la
immaginasse. Mentre guardava la
sorella non riusciva a smettere di
fregarsi le mani.
Girasole chinò di nuovo la testa:
quella collana era un vero spettacolo,
era così bella da far venire il capogiro,
tanto bella da non riuscire a crederci.
Era una sensazione quasi insopportabile,
tanto che fu tentata di sfilarsela dal
collo.
Bronzo glielo impedì con decisione.
Proprio in quel momento la maestra
Liu gridò: «Girasole, Girasole, dove
sei? Tra poco tocca a te annunciare lo
spettacolo!».
Girasole corse verso di lei.
Quando la vide, la maestra Liu rimase
sbigottita come se avesse ricevuto una
bastonata. Dopo aver guardato la
collana al collo di Girasole riuscì a dire
solo: «Santo cielo!». Poi si avvicinò, la
sollevò leggermente e la soppesò sul
palmo della mano: «Da dove salta fuori
questa collana? E di cos’è fatta?».
Girasole, credendo che non fosse di
suo gradimento, diede una rapida
occhiata a Bronzo e fece per sfilarsela.
«Non togliertela!» esclamò la maestra
Liu.
Ormai era ora, e la maestra diede una
leggera spinta alla ragazzina che ancora
tentennava. Girasole salì sul palco. Alla
luce delle lampade, il bagliore
intermittente irradiato dalla collana era
ancora più affascinante. Nessuno
riusciva a capire esattamente che genere
di gioiello fosse quello che aveva al
collo, eppure diffondeva una luce così
magnifica, pura, misteriosa e solenne da
lasciare di stucco tutti quanti.
In quel momento il tempo smise di
scorrere.
Sopra e sotto il palco c’era come una
foresta silenziosa.
Girasole, convinta che la collana
avesse rovinato tutto, rimase qualche
istante impalata sotto la luce accecante,
senza sapere cosa fare.
Proprio in quel momento, però, dalla
folla qualcuno si mise ad applaudirla,
subito imitato da molti altri. Nel giro di
pochi secondi tutti battevano le mani.
Dovunque, sopra e sotto il palco, si
sentivano soltanto applausi. In quella
che era senza dubbio una serata limpida
sembrava, invece, che scrosciasse un
acquazzone.
Girasole scorse il fratello: era in piedi
su uno sgabellino. I suoi occhi neri
brillavano mentre un velo di lacrime gli
annebbiava la vista…

6 - I Gruppi di propaganda artistica nacquero negli


anni ’40 per organizzare spettacoli di teatro per
l’Esercito Popolare di Liberazione cinese durante
la guerra con il Giappone (1937-1945). Negli anni
’60 e ’70 questi gruppi furono istituiti anche nelle
scuole, nelle fabbriche e nei villaggi [N.d.T.].
Le locuste di
primavera

Era l’ultimo semestre dell’anno in cui


Girasole frequentava la terza
elementare, tra la fine della primavera e
l’inizio dell’estate, quando a
Campodigrano e nei dintorni si verificò
un’invasione di locuste.
Prima che le locuste riempissero il
cielo di Campodigrano, la vita in paese
procedeva come sempre, ora più
frenetica, ora più quieta.
Mucche, capre, maiali e cani, polli,
anatre, oche e colombe si comportavano
come sempre: chi doveva brucare
brucava, chi doveva starnazzare
starnazzava, chi doveva nuotare nuotava
e chi doveva volare volava.
Il cielo sopra Campodigrano sembrava
ancora più azzurro del solito: da mattina
a sera l’aria era pulita come se
l’avessero lavata e nuvole bianche
fluttuavano placide come batuffoli di
cotone.
Le messi non erano mai state ricche
come quell’anno, era stata un’annata
eccellente. I campi di colza si
alternavano a quelli, sconfinati, di
grano: sotto il cielo si vedeva ora una
distesa gialla, ora una verde, e questo
scombussolarsi dei colori del mondo
scaldava il cuore. I fiori di colza
sbocciavano a grappoli, circondati da
api e farfalle. Il grano cresceva fitto, con
fusti grossi e spighe simili a code di
scoiattolo, voluminose e pungenti.
In quell’aria tiepida i contadini di
Campodigrano aspettavano una stagione
del raccolto che si preannunciava rosea.
I fattori bighellonavano pigramente per
le stradine del paese o sui bordi dei
campi, come assonnati o in preda ai
postumi di una sbornia.
Eppure, a un centinaio di chilometri di
distanza, le locuste già riempivano il
cielo e oscuravano la terra, masticando
e inghiottendo. Dove passavano non
restava neanche un centimetro d’erba, si
lasciavano dietro la devastazione più
assoluta.
Quella di Campodigrano era una zona
di canneti in cui si alternavano periodi
umidi e altri più asciutti, un clima ideale
per la riproduzione delle locuste. In
passato le invasioni di questi insetti si
erano ripetute con frequenza e, a tal
proposito, gli anziani del paese
raccontavano delle storie da far rizzare i
capelli: «Dove passano le locuste
lasciano tutto perfettamente spoglio
come una testa appena rapata, non resta
nemmeno un filo d’erba». «Quando
arrivano le locuste divorano anche i
libri e i vestiti dentro le case. Per
fortuna non hanno denti, perché se li
avessero si mangerebbero anche le
persone».
Negli annali del paese, catastrofi come
quelle erano citate innumerevoli volte:
Dinastia Song, terzo anno dell’era
Chunxi (1176): invasione di locuste.
Dinastia Yuan, diciannovesimo anno
dell’era Zhiyuan (1282): locuste
volanti oscurarono il sole,
e ovunque passarono distrussero i
raccolti di granaglie.
Dinastia Yuan, sesto anno dell’era
Dade (1302):
le locuste si sparsero per le
campagne divorando
i cereali.
Dinastia Ming, quindicesimo anno
dell’era Chenghua (1479): siccità,
le locuste divorarono
i cereali e la popolazione fuggì a
frotte dai villaggi.
Dinastia Ming, sedicesimo anno
dell’era Chenghua (1480): grave
siccità e locuste, non si poté
raccogliere nemmeno un chicco di
grano.
L’ultima invasione di locuste era
avvenuta molti anni addietro. La gente
credeva che non si sarebbe mai più
verificata una catastrofe del genere. Le
locuste esistevano ormai soltanto nei
ricordi dei più anziani.
I ragazzini come Bronzo le locuste le
avevano viste, ma quando la nonna
tirava fuori l’argomento, non riuscivano
a crederle e dicevano un sacco di
stupidaggini: «Beh, i polli e le anatre
devono pur mangiare, e quando si
saranno mangiati le locuste faranno più
uova».
«Non c’è niente da temere, le
ammazzeremo una per una a bastonate,
altrimenti accenderemo un fuoco e le
stermineremo bruciandole».
La nonna, non riuscendo a spiegar loro
come stavano davvero le cose, non
poteva far altro che sospirare e scuotere
la testa.
A Campodigrano le facce erano
sempre più tese. Alla Scuola per Quadri
in riva al fiume, così come in paese, gli
altoparlanti trasmettevano senza sosta il
bollettino sulle dimensioni dello sciame
di locuste, sul punto fino al quale si era
spinto, sui chilometri che lo separavano
da Campodigrano. Era come se
annunciassero fin dove bruciavano i
fuochi della guerra. Eppure, nonostante
tutta quella preoccupazione, non si
poteva fare nulla. Le piante erano verdi
e non ancora gialle, stavano ancora
crescendo e non erano del tutto mature,
perciò non era possibile anticipare la
mietitura, prima dell’arrivo dello
sciame, e metterla al sicuro. Guardando
quei campi di un verde brillante, gli
abitanti di Campodigrano avevano
pregato migliaia e migliaia di volte:
«Che le locuste volino da un’altra parte!
Che le locuste vadano da qualche altra
parte…».
I ragazzini del villaggio, invece, erano
in preda a una trepidazione mista a
paura.
In groppa al suo bufalo, Bronzo alzava
spesso gli occhi al cielo: come mai lo
sciame di locuste non era ancora
arrivato? Aveva sempre pensato che i
grandi del paese fossero un po’ ridicoli:
grandi e grossi com’erano avevano
paura di quegli insettini minuscoli! Lui,
invece, fra i cespugli e nei canneti,
quante volte aveva ucciso locuste per i
polli e le anatre di casa, e a decine!
Quel giorno, finalmente, vide che dal
cielo, là a ovest, stava arrivando in volo
qualcosa, una densa massa scura. Dopo
qualche istante, però, capì: era un
immenso stormo di passeri.
Alla fine delle lezioni Girasole e i
suoi compagni non avevano altri
argomenti di conversazione se non le
locuste. Si capiva che ne avevano un po’
paura, ma era come se da quella paura
traessero piacere. Mentre erano tutti
intenti in qualche attività c’era sempre
qualcuno che dal nulla si metteva a
gridare: «Sono arrivate le locuste!».
Tutti, spaventati, alzavano il naso al
cielo. Il bambino che aveva gridato,
allora, si dondolava per le gran risate.
Non vedevano proprio l’ora che le
locuste arrivassero vicino a
Campodigrano.
«Piccoli bastardi!» imprecavano gli
adulti.
Girasole importunava continuamente la
nonna con la stessa domanda: «Nonna,
quando arrivano le locuste?».
«Vuoi che ti mangino?» chiedeva la
nonna.
«Le locuste non mangiano le persone».
«Le locuste mangiano i raccolti. Ma
quando si saranno divorate i raccolti tu
cosa mangerai?»
Girasole trovava che quello fosse un
problema piuttosto grave e non riusciva
a smettere di preoccuparsi.
Poi si diffuse una notizia: lo sciame di
locuste si trovava a cinquanta chilometri
da Campodigrano.
Tra i paesani la tensione cresceva.
Alla Scuola per Quadri di là dal fiume,
così come a Campodigrano, erano già
state approntate decine e decine di
vaporizzatori di pesticida, come se ci si
preparasse a una battaglia decisiva.
Arrivarono persino notizie di aerei
inviati dalle autorità per spruzzare
l’antiparassitario. La notizia suscitò una
certa agitazione tra gli adulti del
villaggio: nessuno di loro aveva mai
assistito a uno scontro all’ultimo sangue
tra aerei spruzza-pesticida e locuste!
Quando la notizia arrivò alle orecchie
dei ragazzini, questi la diffusero con
ancor più entusiasmo.
Qualcuno degli anziani li tranquillizzò:
«Non agitatevi. Anche se sono lontane
cinquanta chilometri, alla loro velocità
saranno qui nel giro di un giorno e una
notte. Non è detto, però, che arrivino qui
a Campodigrano, bisogna tener conto
della direzione del vento in questi
giorni».
A detta dei più vecchi, le locuste
amavano viaggiare controvento: anzi,
più il vento era forte, più per loro era un
piacere volare sfidando le correnti
d’aria più impetuose.
In quel momento soffiava un vento
favorevole, perciò era impossibile dire
con certezza se le locuste avrebbero
raggiunto il villaggio oppure no. Alcuni
ragazzi correvano di continuo in riva al
fiume o ai piedi degli alberi per vedere
in che direzione il vento piegasse le
canne o soffiasse le foglie. Da mattina a
sera, soffiava sempre un vento
favorevole, e i ragazzini di
Campodigrano ne erano un po’ delusi.
Poi, una notte, il vento cambiò
improvvisamente direzione e aumentò
piano piano d’intensità.
La mattina seguente, mentre Bronzo e
Girasole dormivano ancora
profondamente, si udì un grido di
terrore: «Arrivano le locuste! Arrivano
le locuste!».
Nel giro di un attimo, si misero a
gridare in molti. Ora che l’intero
villaggio si era svegliato, gli abitanti
correvano fuori dalle case con lo
sguardo puntato verso il cielo. Ma il
cielo ormai non si vedeva più, ora il
cielo era quello sciame di locuste, un
cielo che si muoveva facendo cri cri.
Il sole ormai si stava alzando, ma i
suoi raggi erano oscurati dagli insetti.
Era simile a un’enorme focaccia
tempestata di semini di sesamo nero.
La nube di locuste tracciava delle
spirali nel cielo, ora scendendo in
picchiata, ora risalendo di nuovo, simile
a un turbine scuro.
Alcuni anziani, tenendo dei bastoncini
d’incenso accesi tra le mani, stavano
inginocchiati sul bordo dei campi,
rivolti a oriente, in preghiera. Pregavano
perché le locuste si allontanassero in
fretta. Dicevano che non era stato affatto
facile far crescere quelle messi.
Dicevano che quei cereali erano il loro
sostentamento, e che a Campodigrano
tutti quanti, grandi e piccoli, contavano
su quel raccolto! Dicevano che il loro
era un villaggio povero, e che non
poteva reggere la voracità delle locuste.
Nei loro sguardi supplicanti c’era una
devozione senza fine: a quanto pare
erano davvero convinti che le loro
preghiere potessero smuovere il Cielo e
muovere a pietà anche quei minuscoli
esserini.
Un uomo di mezza età, vedendo lo
sciame scendere lentamente dal cielo,
disse a quei devoti: «Lasciate perdere,
non serve a niente!».
Quanto ai ragazzini di Campodigrano,
quando mai avevano assistito a uno
spettacolo così maestoso? Se ne stavano
tutti con il naso all’insù, completamente
imbambolati.
Girasole tirò la nonna per un lembo
della veste, visibilmente spaventata. La
sera prima le stava ancora chiedendo
quando le locuste sarebbero finalmente
arrivate a Campodigrano, ma ora
sembrava iniziare a capire: quando
quegli insetti si sarebbero posati,
avrebbero fatto un vero disastro!
Il rumore del battere d’ali diventava
sempre più intenso, tanto che quando
raggiunsero un’altezza di alcuni metri da
terra il loro bzz bzz divenne
insostenibile. Era un suono che aveva un
che di metallico, come quello degli
strumenti ad ancia.
In un baleno, come una pioggia fitta, si
abbatterono sui canneti, sugli alberi, sui
campi. In quegli istanti, dal cielo,
proveniva un flusso continuo e
ininterrotto di insetti volanti.
I bambini correvano in mezzo a quella
pioggia di locuste, che continuava a
schiantarsi sui loro visi fino quasi a
intorpidirli.
Quando quegli insetti color cachi si
posavano a terra, diventavano quasi
tutt’uno con il suolo. Quando volavano,
invece, rivelavano l’interno delle ali di
un rosso intenso, simili a tante gocce di
sangue che invadevano l’aria o a una
miriade di minuscoli fiori. Non
emettevano nessun verso ma, una volta
atterrati, masticavano senza
preoccuparsi di niente e di nessuno,
divorando qualsiasi cosa vedessero,
senza distinzioni.
Tutt’intorno si sentiva il rumore della
pioggia che batteva sull’erba secca.
Bronzo afferrò una grossa scopa e si
mise a menare dei gran colpi in aria. Le
locuste, però, erano come un fiume in
piena: appena un nugolo veniva
abbattuto, eccone arrivare subito un
altro. Dopo aver menato colpi per un po’
Bronzo si rese conto che il suo era uno
sforzo del tutto inutile, gettò la scopa e
si sedette a terra.
La gente correva verso i propri terreni,
mentre a quelli comuni non badava più
nessuno: ognuno cercava di proteggere il
proprio raccolto. In ogni famiglia
maschi e femmine, chi brandendo scope,
chi agitando abiti tra urla e grida
assordanti, inseguivano le locuste senza
risparmiarsi, ma ben presto
rinunciarono. Le locuste sciamavano a
frotte, del tutto incuranti di scope e
vestiti. Ne morivano a migliaia, ma ne
arrivavano di nuove come un’onda di
marea.
Qualcuno, in mezzo a quella pioggia
d’insetti, piangeva.
I ragazzini di Campodigrano non erano
più eccitati, anzi, alcuni di loro erano
semplicemente terrorizzati, persino più
degli adulti. Temevano che quegli
esserini intenti a mangiare le piante, una
volta divoratele tutte, iniziassero ad
attaccare la gente. I grandi li
rassicuravano che le locuste non
mangiano le persone, ma loro
continuavano a temerlo. Era un timore
che nasceva dalla furia delle locuste.
Bronzo e i suoi, seduti a terra,
assistevano alla scena senza dire una
parola.
Le locuste divoravano a quattro
palmenti la loro colza e il loro grano.
Mangiavano le foglie delle piante dando
loro una forma tutta irregolare e poi
continuavano a morderle a zig zag.
Sembravano adottare una divisione del
lavoro ben precisa: una mangiava da un
lato, una dall’altro, convergevano
gradualmente verso il centro e, in un
battito di ciglia, ecco sparire una foglia
intera. Le loro bocche a forma di sega
erano tutte impiastricciate di un succo
verde, mentre dal retro ritto e ben alto
continuavano a uscire cacchine nere e
verdi, simili a pillole medicinali.
Girasole, il mento appoggiato sul
braccio della nonna, osservava la scena
in silenzio.
Le piante nei campi diventavano
sempre più basse, così come le canne e
l’erba fresca. Le foglie sugli alberi
scomparivano una dopo l’altra lasciando
solo rami spogli: Campodigrano
sembrava immersa in un inverno
desolato.
I vaporizzatori preparati dalla Scuola
per Quadri e dal paese non sortivano
alcun effetto.
La gente alzava lo sguardo al cielo
nella speranza di veder apparire gli
aerei spruzza-pesticida. Ma non se ne
vide neanche l’ombra: forse era stata
solo una diceria.
Quando le locuste s’allontanarono, fu
come se avessero ricevuto un ordine
generale, perché tutte quante spiegarono
le ali e si alzarono in volo quasi
contemporaneamente.
In un attimo Campodigrano si ritrovò
oscurata e ogni cosa fu avvolta da
un’ombra nera. Un’ora più tardi, ai
bordi della nube di locuste iniziò
lentamente a filtrare la luce.
Mentre lo sciame si dirigeva verso
ovest la zona illuminata diventava
sempre più grande, finché l’intero paese
ricomparve sotto i raggi del sole.
Sotto quel sole, però, di
Campodigrano restava solo una distesa
spoglia e desolante.
Alla maggior parte delle famiglie di
Campodigrano non era rimasto cibo a
sufficienza.
Avevano calcolato che le scorte di
cereali contenute nelle giare sarebbero
bastate proprio fino alla maturazione del
grano. Ora, però, di quel grano non
rimaneva nemmeno un chicco. Mentre le
scorte si assottigliavano un poco alla
volta, anche il morale delle famiglie si
faceva sempre più basso con il passare
dei giorni.
Gli animi si facevano deboli e avviliti.
Qualcuno era già partito in cerca
d’aiuto presso parenti lontani. Altri, i
più forti fisicamente, lasciarono le
famiglie a casa per andare a lavorare in
un bacino artificiale a cento chilometri
di distanza. Un paio di persone, di
nascosto, andarono a raccogliere
spazzatura in città. A Campodigrano si
cercava di cavarsela nei modi più
disparati.
Dopo averci pensato a lungo, la
famiglia di Bronzo non trovò altra via
d’uscita se non rimanere nel paese ormai
quasi deserto.
Da quando le locuste avevano divorato
il loro raccolto, non avevano fatto altro
che sollevare i coperchi delle giare e
controllare se vi fosse rimasto del riso,
che in quei giorni veniva messo in
pentola dopo esser stato pesato quasi
chicco per chicco. Bronzo portava il
bufalo al pascolo e coglieva erbe
selvatiche, anche la nonna raccoglieva
erbe commestibili a bordo dei campi o
in riva al fiume e le metteva in una cesta
di salice. Il pensiero di avere cibo
sufficiente affliggeva mamma e papà da
mattina a sera. Andavano nei campi
allagati a raccogliere le radici di erba
saetta e le castagne d’acqua che ancora
non erano state colte ed esponevano di
continuo al vento il pulone del riso
dell’anno precedente, alla ricerca di
qualche chicco.
Il clima diventava sempre più caldo e
le giornate sempre più lunghe. Il sole
faceva dilatare i pori sulla pelle e
diffondeva ininterrottamente il suo
calore: il tempo che trascorreva tra la
mattina e la sera era tanto lungo che
sembrava non finire mai. Nelle case tutti
speravano che il buio scendesse in fretta
per potersene andare a letto e liberarsi
così del pensiero di mangiare.
Al di là del fiume, nella Scuola per
Quadri, si continuava a darsi il cambio:
qualcuno se ne andava, qualcuno
arrivava. Delle persone arrivate anni
prima insieme al papà di Girasole, ne
erano rimaste ben poche, ma quelle non
si erano dimenticate di lei e, nonostante
la scarsità di cibo affliggesse anche
loro, avevano fatto avere alla famiglia
di Bronzo un sacco di riso.
Quel sacco era preziosissimo. Quando
la mamma lo vide le scesero le lacrime.
Poi chiamò Girasole: «Su, ringrazia gli
zii e le zie».
«Grazie, zii, grazie, zie» disse
Girasole tirando la mamma per un lembo
del vestito.
«Siamo noi che dobbiamo ringraziare
lei e tutta la sua famiglia» risposero alla
mamma.
Non passò molto e anche loro
rientrarono in città. Si diffuse la notizia
che forse tutte le persone della Scuola
per Quadri sarebbero dovute partire.
A volte Girasole stava in piedi in riva
al fiume e guardava la Scuola per
Quadri, sulla sponda opposta. Trovava
che le tegole rosse non fossero più
lucide come una volta, e poi non c’era
più lo stesso andirivieni, ora sembrava
tutto un po’ desolato. Le erbacce si
erano estese tutt’intorno alla Scuola. La
sentiva sempre più lontana.
Quando la famiglia di Bronzo era
ormai sull’orlo della fame, gli uomini
della Scuola per Quadri furono
richiamati in massa. Da quel momento in
poi gli edifici furono tristemente
inghiottiti dall’immenso canneto.
In casa di Bronzo fu mangiato anche
l’ultimo chicco di riso rimasto nella
giara.
A Campodigrano alcune famiglie erano
allo stremo.
Tutti quanti dicevano che le chiatte con
le provviste di emergenza sarebbero
arrivate presto, ma non se ne vide mai
nemmeno l’ombra. Forse l’area colpita
dalla catastrofe era troppo vasta e per
questo era impossibile far arrivare i
soccorsi in tempi brevi. Forse
Campodigrano avrebbe dovuto
sopportare quel tormento ancora per un
po’. Ma tutti speravano che un giorno le
chiatte con i rifornimenti sarebbero
arrivate davvero ed era tutto un correre
in riva al fiume per guardare
all’orizzonte. Era un fiume di speranza
le cui acque limpide, come sempre,
scorrevano gioiosamente sotto i raggi
del sole.
Un giorno Bronzo, badile in spalla e
bufalo al seguito, e Girasole, in groppa
al bufalo e una cesta al braccio, si
diressero verso il canneto. Volevano
addentrarsi lì nel mezzo e riempire la
cesta di radici di canna, morbide e
dolci.
Bronzo sapeva che più a fondo si
scavava, più le radici erano soffici e
succulente.
Già da tempo, grazie alla pioggia e ai
raggi del sole, i giunchi sbocconcellati
dalle locuste avevano ributtato le foglie
nuove: vedendo quella macchia così
rigogliosa, sembrava impossibile che di
lì fosse passata un’invasione d’insetti.
Dall’alto del bufalo Girasole vedeva
le canne agitarsi disordinatamente al
vento e tra queste, qua e là, delle pozze
d’acqua. Alcune più grandi, altre più
piccole, riflettevano la luce come se
fossero di mercurio. Su queste vedeva
volare degli uccelli: c’erano dei
germani reali, delle gru, e altri uccelli di
cui non sapeva il nome.
Girasole, affamata, chiese:
«Fratellone, vuoi andare ancora
avanti?».
Bronzo fece di sì con la testa.
Era da un pezzo che aveva fame, tanto
da sentirsi la testa pesante e le gambe
molli, tanto da avere le allucinazioni.
Eppure voleva andare avanti a tutti i
costi, voleva che Girasole potesse
gustare le radici migliori, quelle che al
primo morso schizzavano ovunque il
loro dolce succo.
Girasole si guardò intorno:
Campodigrano era ormai lontana,
attorno a lei soltanto il canneto.
Non riuscì a trattenere un moto di
apprensione.
Finalmente Bronzo fermò il bufalo e,
fatta scendere la sorella, cominciò a
scavare. In quel punto le canne erano
effettivamente diverse da quelle che
crescevano ai bordi del boschetto,
avevano fusti più grossi e foglie più
larghe e allungate. “È sotto a canne
come queste che si trovano le radici
migliori” le disse.
Non appena piantò il badile si udì il
rumore secco della radice spezzata e,
poco dopo, da un buchetto, spuntò,
candida e soffice, una radice.
A Girasole, che non aveva mai
assaporato una radice di canna, era già
venuta l’acquolina in bocca.
Bronzo dissotterrò un pezzo di radice,
la lavò nel fiume e la porse alla sorella.
Girasole le diede un bel morso e la
bocca le si riempì di un succo fresco e
dolce. Chiuse gli occhi.
Bronzo sorrise.
Girasole diede altri due morsi, poi
fece per mettere la radice in bocca al
fratello.
Bronzo scosse la testa.
Girasole si ostinò a porgergli la
radice.
Lui si rassegnò a prenderne un
boccone. Proprio com’era successo a
Girasole, quando il succo fresco gli era
scivolato in bocca, e giù giù fino al suo
stomaco affamato, anche lui chiuse gli
occhi. In quel momento il sole lo
abbagliò filtrando attraverso le palpebre
e il mondo si tinse d’arancio. Un arancio
caldo.
Non smettevano di mangiucchiare le
radici estratte da terra. Di tanto in tanto
si scambiavano un’occhiata, con il cuore
pieno di appagamento e di felicità: lo
stesso appagamento della pozza
prosciugata che accoglie l’acqua fresca,
la stessa felicità del corpo stremato che
riprende vigore, delle membra gelate
che tornano a scaldarsi.
Rosicchiavano le radici agitando
soddisfatti la testa, le sgranocchiavano
in modo volutamente sonoro e invitante.
Una a te, una a me, una a te, una a
me… Si stavano godendo la leccornia
più prelibata al mondo, fin quasi a
esserne inebriati.
Volevano estrarre radici fino a
riempire completamente la cesta:
volevano che anche la nonna, il papà e
la mamma le assaporassero e ne
mangiassero a sazietà.
Le radici più vecchie le diedero al
bufalo, che le masticò di gusto agitando
la coda in lungo e in largo. Quando fu
soddisfatto alzò la testa e rivolse al
cielo un muuu tanto lungo e potente da
far tremare il canneto con un sonoro
fruscio.
Girasole seguiva Bronzo, raccoglieva
le radici che lui estraeva e le metteva
nella cesta che portava al braccio.
La cesta era quasi piena quando alcuni
germani reali passarono in volo sopra le
loro teste, per poi posarsi in una pozza
poco lontano o nel folto del canneto.
Di colpo Bronzo ebbe un’idea. Posò il
badile che aveva in mano e fece dei
segni a Girasole: “Se riuscissimo a
catturarne uno sarebbe un colpaccio!”.
Si fece strada tra le canne verso il punto
in cui erano atterrati gli uccelli. Dopo
qualche passo si voltò verso Girasole e
la ammonì ripetutamente: “Torno tra un
attimo, tu intanto resta a guardia delle
radici e non andartene per nessun
motivo!”.
Girasole annuì: «Torna presto!».
Bronzo fece di sì con la testa e
scomparve in mezzo ai giunchi.
«Fratellone, torna presto!».
Girasole si mise a sedere su un
mucchietto di foglie di canna che Bronzo
aveva appositamente pressato per lei e
rimase in sua attesa, sorvegliando la
cesta.
Il bufalo, ormai sazio, si coricò su un
fianco e, anche se non aveva più nulla in
bocca, continuava a ruminare
imperterrito.
Girasole lo guardava divertita.
Intanto, in mezzo alle canne, Bronzo
procedeva in punta di piedi, in testa un
pensiero che continuava a elettrizzarlo:
se fosse riuscito a catturare uno di quei
germani reali sarebbe stato un
colpaccio. Era ormai da tempo
immemorabile che in casa non si
toccava un pezzettino di carne. Lui e
Girasole ne avevano voglia da tanto ma
non l’avevano mai confessato ai grandi,
che del resto lo sapevano bene ma non
potevano farci nulla. Mettere sotto i
denti dei cereali era già una gran cosa,
figuriamoci sognarsi di mangiare della
carne!
Quando Bronzo intravide una pozza, si
mise a camminare a passi ancor più
felpati. Scostò con cautela le canne e
avanzò, un passo alla volta. Finalmente
avvistò il gruppetto di germani reali, un
maschio e alcune femmine che
scorrazzavano nell’acqua. Forse
venivano da lontano, perché ora
sonnecchiavano sull’acqua con la testa
infilata sotto l’ala.
L’attenzione di Bronzo era così
concentrata sugli uccelli che per qualche
istante si scordò di Girasole e del suo
bufalo. Si accovacciò nel canneto
pensando a come catturarli: pensò di
cercare un bel mattone pesante da
lanciarli addosso per stordirli. Peccato
che lì, oltre alle canne, non ci fosse
altro. Pensava: “Se avessi sotto mano
una rete bella grande sarebbe perfetto...
Se mi fossi immerso in acqua prima che
si posassero sarei a cavallo...”.
“Quanto sono grassi!”
Tutt’a un tratto Bronzo fu colto dal
pensiero di una bella zuppa d’anatra
appena cotta, e da un angolo della bocca
un filino di saliva gli scivolò sui
cespugli. Si pulì la faccia con un sorriso
imbarazzato.
Il tempo passava e lui se ne stava lì,
incantato a fissare quegli uccelli ignari
di tutto. Si era anche dimenticato di
Girasole e del bufalo che lo aspettavano
là fuori!
Girasole, in ansia ormai da un pezzo,
era in piedi e guardava nella direzione
in cui si era incamminato il fratello.
A un certo punto il cielo cambiò volto:
il sole, che fino a un attimo prima
illuminava possente il canneto, fu
oscurato di colpo da nuvoloni scuri. Da
verdi che erano, le canne divennero
nere. Da lontano iniziò a soffiare il
vento e i giunchi cominciarono a
ondeggiare, a ondeggiare sempre più
furiosamente.
«Come mai mio fratello non è ancora
tornato?» si chiese Girasole fissando il
bufalo.
L’animale aveva un’aria dubbiosa.
Sembrava sul punto di piovere. Nei
canneti viveva una razza di uccello nero
e furtivo che, ogni volta che si
preparava un acquazzone, lanciava un
grido simile al pianto di un bambino: era
un verso che faceva rabbrividire, come
se una mano gelida ti sfiorasse la
schiena dall’alto in basso. Girasole
tremò leggermente: «Fratellone, ma
dove ti sei cacciato? Come mai non sei
ancora tornato?». Sembrava che
quell’uccello lamentoso fosse sempre
più vicino.
Girasole non riuscì più a resistere e
s’incamminò alla ricerca del fratello.
Dopo aver fatto pochi passi si voltò
verso il bufalo: «Tu aspettaci qui, e guai
se mangi le radici nella cesta. Sono per
la nonna, il papà e la mamma. Sii
ubbidiente…».
Il bufalo la guardò sbattendo le
orecchie lanuginose.
Senza smettere di chiamare
«Fratellone!», Girasole si lanciò in una
corsa disperata.
Il vento era aumentato d’intensità, le
canne frusciavano ed era come se alle
calcagna avesse una creatura mostruosa
che la inseguiva, ne sentiva persino il
respiro affannoso. «Fratellone!
Fratellone!» strillava, ma di Bronzo non
c’era traccia. Si era appena allontanata
dal bufalo ed ecco che si era già persa
in mezzo al canneto!
Girasole, però, non lo sapeva ancora.
Si precipitò in un’altra direzione,
convinta di correre verso il fratello.
Bronzo sentì un brivido freddo e solo
allora si ricordò di Girasole e del
bufalo. Alzò lo sguardo al cielo e
vedendo quei nuvoloni neri, spaventato,
si mise a correre.
Impauriti, i germani reali si alzarono
in volo lasciandosi dietro una scia di
spruzzi sul pelo dell’acqua.
Bronzo li guardò ma poi lasciò
perdere e corse con il fiatone verso il
luogo in cui aveva lasciato Girasole e il
bufalo. Tornò così al punto di partenza,
ma non vide altro che il bufalo e la cesta
piena di radici. Allargò le braccia e si
voltò da tutte le parti: al di là delle
canne, però, c’erano solo altre canne.
Guardò il bufalo.
Anche il bufalo lo guardò.
Di sicuro, pensò, Girasole era venuta a
cercarlo: si rituffò nel canneto e,
seguendo la strada appena percorsa,
prese a correre all’impazzata, sbattendo
contro i fusti e facendoli frusciare.
Arrivò di nuovo in riva alla pozza, ma
di Girasole nemmeno l’ombra.
Voleva gridare, ma non era in grado di
emettere alcun suono. Tornò indietro,
sempre di corsa.
Il bufalo, che nel frattempo si era
alzato, aveva un’espressione irrequieta.
Bronzo si lanciò ancora una volta tra i
giunchi correndo senza sosta, grondava
di sudore. Crac! Le canne continuavano
a spezzarsi.
Nella sua corsa senza fine gli spuntoni
dei fusti gli stracciarono i vestiti,
ferirono il viso, le gambe, e le braccia.
Correva e davanti agli occhi non aveva
nient’altro che la sorellina Girasole:
Girasole seduta sulla macina all’ombra
della vecchia sofora, Girasole intenta a
scrivere alla luce dei lumini ricavati dai
fiori di zucca, Girasole che gli
insegnava a scrivere con un rametto
sulla sabbia, Girasole che saltellava sul
bordo dei campi con la cartella sulle
spalle, Girasole che rideva, Girasole
che piangeva…
Uno spuntone di canna quasi gli
trapassò la pianta del piede: per poco il
dolore lancinante non lo fece svenire. A
forza di mangiare solo erbe selvatiche il
suo corpo si era molto indebolito e
adesso, correndo, si era sentito mancare
le forze. Ora poi, si era anche ferito al
piede: un dolore tremendo che lo faceva
sudare tutto. Davanti ai suoi occhi tutto
diventò nero: fece qualche passo
barcollando e infine cadde a terra.
Dal cielo iniziò a scendere la pioggia.
Le gocce fredde continuarono a
inzupparlo finché non riprese
conoscenza. Si rimise faticosamente in
piedi dalla pozzanghera in cui era finito,
e quando alzò gli occhi vide balenare un
lampo simile a una frusta azzurra che
sferzava rabbiosamente il cielo. La
cicatrice lasciata nel cielo scomparve in
un istante, seguita da un tuono che
squassò il cielo e la terra.
La pioggia si fece più intensa.
Trascinando il piede zuppo di sangue,
Bronzo si fece strada in mezzo al
nubifragio alla ricerca di Girasole.
La sorella, però, era già molto lontana.
Si era completamente persa, non correva
neanche più, camminava piano,
piangendo e chiamando: «Fratellone…
fratellone…». Era come se avesse perso
qualcosa e lo stesse cercando.
Ogni fulmine, ogni tuono le dava i
brividi.
La pioggia le appiccicava i capelli al
viso e copriva i suoi lucidissimi occhi
neri. Negli ultimi tempi era smagrita
molto e i vestiti, inzuppati dalla pioggia,
le aderivano al corpo facendola
sembrare ancor più magra, magra da far
compassione.
Non aveva idea di quanto grande fosse
il canneto. Sapeva soltanto che il
fratello e il bufalo la stavano aspettando,
che la nonna, il papà e la mamma la
stavano aspettando. Non poteva
fermarsi, doveva camminare, prima o
poi avrebbe trovato l’uscita.
Non poteva certo sapere che invece si
stava addentrando sempre più, e che il
bordo del canneto era sempre più
lontano.
Sotto il diluvio, la distesa sconfinata
di canne aveva ormai inghiottito quella
minuscola ragazzina.
Bronzo tornò nuovamente nel punto in
cui aveva raccolto le radici. Stavolta,
però, il bufalo era sparito e rimaneva
soltanto la cesta.
Cadde di nuovo svenuto in una
pozzanghera.
Nel cielo continuavano a rimbombare i
tuoni, mentre lì sotto tutto era avvolto in
una nebbia piovigginosa.
Nel frattempo, a Campodigrano,
nonna, papà e mamma li stavano
chiamando. I capelli argentei della
nonna, sempre appoggiata al suo
bastone, erano resi ancora più lucenti
dalla pioggia. L’anziana, terribilmente
dimagrita, barcollava in cima all’argine
come un salice secolare. Cercava di
chiamare i nipotini, ma la sua voce
flebile era coperta dal soffiare del vento
e dallo scrosciare della pioggia.
In mezzo al fiume Pescerauco, con un
mantello di paglia, spingeva la sua barca
e guidava le anatre verso casa.
La nonna gli chiese: «Hai visto Bronzo
e Girasole?».
Pescerauco non capì nulla. Pensò di
fermare la barca per sentire meglio, ma
le anatre, nel tentativo di sfuggire alla
pioggia, lo stavano distanziando molto, e
lui non poté far altro che ignorare la
nonna e seguirle.
Quando Bronzo riprese conoscenza
per la seconda volta la pioggia
sembrava diminuita d’intensità. Si mise
a sedere, non senza difficoltà, guardava
le canne che si alzavano e abbassavano,
lo sguardo svanito e l’aria di chi ha
perso ogni speranza.
Non poteva tornare a casa senza aver
trovato Girasole.
La pioggia continuava a scorrergli sul
viso dai capelli nerissimi. Quello
davanti ai suoi occhi era un mondo
confuso e indistinto.
Abbassò la testa, pesante come una
macina, finché il mento quasi gli toccò il
petto. A quel punto, a sorpresa, si
addormentò. Sognò girasoli che
fluttuavano di qua e di là, c’era
Girasole, la sua sorellina, e c’erano altri
girasoli che crescevano nei campi…
Poi, un po’ indistinto, udì il muggito
del suo bufalo. Quando sollevò la testa
lo sentì di nuovo e non era molto
lontano.
Si alzò traballando e guardò verso il
punto da cui provenivano i muggiti…
Il bufalo stava galoppando nella sua
direzione e, dove passava, le canne
cadevano ai lati come le acque di un
fiume solcate dalla chiglia di un battello.
Sulla sua schiena era seduta Girasole!
Bronzo si lasciò cadere in ginocchio
nella pozzanghera e il tonfo sollevò una
fontana di spruzzi.
Quando smise di diluviare e tornò il
sereno, Bronzo trascinò zoppicando il
bufalo fuori dal canneto. Girasole era
sempre seduta sull’animale, con la cesta
al braccio.
Le radici, ormai perfettamente ripulite
dalla pioggia, erano candide come tante
zanne di elefante…
Le chiatte per il trasporto dei cereali
erano a poche centinaia di chilometri di
distanza ma procedevano con lentezza
perché, a causa della siccità prolungata,
la portata del fiume si era ridotta e
l’acqua era poco profonda.
Nel frattempo, a Campodigrano, con il
passare dei giorni, le cinghie dei
pantaloni erano sempre più strette.
Gli occhi di Bronzo e Girasole, che
già prima erano grandi, ora si erano fatti
ancora più sporgenti. Anche gli occhi
della nonna, del papà, della mamma e di
tutti gli abitanti di Campodigrano si
erano fatti più grandi: non solo più
grandi, ma anche più luminosi, era la
luce di chi non ha più nulla al mondo.
Nelle loro bocche due file di denti
bianchissimi, che davano l’impressione
di poter azzannare qualunque cosa con
un taglio netto e un suono secco.
Quando giocavano per le strade i
bambini del villaggio non erano più
vivaci e turbolenti come prima, un po’
perché non ne avevano la forza, un po’
perché gli adulti, quando li vedevano
agitarsi, gridavano: «Piantala di saltare,
risparmia le energie!». Risparmiare
energie significava risparmiare cibo.
A Campodigrano iniziavano a
serpeggiare sconforto e depressione.
Quando i contadini parlavano, lo
facevano con voce da convalescenti,
mentre quando camminavano
vacillavano a destra e a sinistra come se
galleggiassero a mezz’aria, sembravano
davvero malati.
Il tempo continuava a essere
straordinariamente bello, ogni giorno
era illuminato dal sole.
La vegetazione rigogliosa era una
distesa verde brillante, mentre nel cielo
volavano grandi stormi di uccelli che
lanciavano senza sosta le loro grida. Gli
abitanti di Campodigrano, però, non
avevano né la voglia né la forza di
godersi lo spettacolo.
Gli alunni continuavano ad andare a
scuola e a studiare come avevano
sempre fatto. Eppure quelle voci
squillanti, modulate e piene di energia si
erano molto affievolite. Quando si
sforzavano di leggere a voce alta il testo
della lezione non ci riuscivano. Le loro
pance vuote toglievano loro le energie
rendendoli nervosi, e quando
s’innervosivano iniziavano a sudare in
modo eccessivo. Quando la fame
arrivava al limite, erano tentati di
divorarsi la lingua. Eppure, adulti e
bambini, a Campodigrano tutti
sembravano mantenere la calma.
Nella famiglia di Bronzo nessuno si
lagnava dicendo: «Ho fame», neanche
quando arrivava la sera e non c’era
niente da mettere sotto i denti. Non solo,
ma mantenevano la casa e loro stessi
ancor più puliti e in ordine di prima.
Quando uscivano di casa Bronzo e
Girasole avevano il viso e i vestiti
perfettamente lindi. Anche la nonna
continuava a sciacquarsi con l’acqua
fresca in riva al fiume; nella sua chioma
argentea non c’era un solo capello fuori
posto, sui suoi abiti neanche una
macchia.
Quando camminava sotto il sole,
pulitissima e ordinata, il suo ampio
vestito svolazzava come se fosse un paio
d’ali.
In un modo o nell’altro Bronzo e
Girasole riuscivano a procurarsi del
cibo: la campagna era vasta e i corsi
d’acqua innumerevoli, qualcosa da
mangiare lo trovavano sempre. Quando
vagava per i campi o navigava sul
fiume, Bronzo si ricordava sempre che
qua o là si poteva rimediare qualcosa di
commestibile. Si portava dietro
Girasole, e non c’era volta che non
facessero una piacevole scoperta o
conquistassero un bottino inaspettato.
Un giorno Bronzo s’avventurò verso
l’ansa del fiume a bordo di una barchetta
di legno, con Girasole. Ricordava che, lì
dove il fiume curvava, sorgeva un ampio
canneto con in mezzo un laghetto in cui
crescevano le castagne d’acqua. Lui e
Girasole avrebbero potuto farsene una
bella scorpacciata e, se andava bene,
avrebbero potuto raccoglierne un po’ da
portare anche alla nonna e ai genitori.
Stavolta, però, non ebbero fortuna: le
piante c’erano ancora, ma qualcuno
aveva già raccolto i frutti che
crescevano sotto le foglie.
Si rassegnarono quindi a tornare
indietro. Lungo il percorso, però, a
Bronzo mancarono le forze e dovette
sdraiarsi sul pagliolo della barca. Anche
Girasole era esausta e si coricò accanto
al fratello.
Soffiava una brezzolina che, pian
piano, spingeva la barca alla deriva.
I fratelli udivano il rumore della
corrente che si infrangeva contro la
chiglia. Era un suono secco ma
piacevole, come quello di uno strumento
musicale.
Nuvole bianche fluttuavano nel cielo.
«Quello è un ciuffo di zucchero filato»
disse Girasole.
Le nuvole, sparse qua e là,
continuavano a mutare forma.
«Quello è un panino al vapore» disse
ancora Girasole.
“Ma non è un panino al vapore, è una
mela” la corresse Bronzo.
«Non è una mela, è una pera».
“Quella è una pecora”.
«È un intero gregge di pecore».
“Chiediamo al papà di ucciderne una e
darcela per cena”.
«Allora uccidiamo quella lì, la più
grossa e pasciuta».
“Diamone un cosciotto a zio Zhou,
anche lui una volta ce ne ha regalato
uno”.
«Diamone uno anche alla nostra nonna
materna».
“Voglio bermi tre scodelle di zuppa di
montone”.
«Io ne voglio quattro».
“Io cinque”.
«Ci voglio un cucchiaio di
peperoncino».
“Io ci voglio una manciata di
coriandolo”.
«Sbrighiamoci a berla, altrimenti si
raffredda!»
“Bevi!”
«Bevi!»
E si misero a bere deglutendo
sonoramente. Poi, quando ebbero finito,
schioccarono le labbra e tirarono
persino fuori la lingua per leccarsele.
«Ho sete» disse Girasole.
“Se hai sete mangia una mela”.
«No, mangerò una pera, è più
succosa».
“Io voglio mangiarmi una mela e poi
una pera”.
«Io invece mangerò due pere e poi due
mele».
“Ti scoppierà la pancia”.
«E allora andrò a fare una passeggiata.
Quella volta che ho fatto una
scorpacciata di castagne d’acqua mi ci
avevi portato tu, a camminare nei campi,
fino a sera, e quando siamo tornati a
casa ho mangiato un’altra castagna».
Le nuvole in cielo prendevano mille
forme diverse. Agli occhi dei due
ragazzini, però, eccole diventare campi
di grano giallo brillante, risaie agitate
da onde dorate, un imponente albero di
cachi, un pollo, un’oca, un pesce, un
pentolone in cui ribolliva il latte di soia,
un’enorme anguria, un gigantesco
melone…
Mangiavano di gusto, offrendosi a
vicenda quelle leccornie. Poi, a forza di
mangiare, si appisolarono soddisfatti.
La corrente del fiume trasportava la
barchetta, facendola ondeggiare
dolcemente sotto i raggi dorati del
sole…
Un giorno, di ritorno da scuola,
proprio mentre stava varcando la soglia
di casa, Girasole vide tutto nero, le
cedettero le gambe e cadde a terra con
un tonfo.
La nonna accorse immediatamente:
«Tesoro mio, che succede?».
La mamma la tirò su da terra: aveva
battuto la fronte sulla soglia e si era
procurata un taglio da cui fluiva lento un
rivolo di sangue.
La mamma la prese in braccio e la
portò sul letto. Vedendola così pallida
corse a mettere sul fuoco un brodo di
riso, ne aveva giusto preso in prestito un
chilo.
Quando Bronzo, dopo aver portato il
bufalo al pascolo, rientrò a casa e vide
la sorella sdraiata sul letto, ripensò al
gruppo di germani reali nella pozza del
canneto.
All’alba del giorno seguente prese con
sé un’ampia rete da pesca e, senza dire
niente a nessuno, si addentrò da solo nel
canneto.
Ritrovò il laghetto, ma sull’acqua
c’era soltanto il riflesso del cielo e
nient’altro. Pensò che forse erano volati
da qualche altra parte. Attese un po’, fu
tentato di andarsene, ma tenne duro e
sedette dietro le canne, costringendosi
ad attendere con pazienza: “Saranno
andati a mangiare da qualche parte ma
torneranno certamente». Strappò un paio
di foglie da un giunco e, piegandole, ne
fece due barchette. Poi alzò lo sguardo
al cielo ma, non notando il minimo
movimento, posò sull’acqua le
barchette, uscì dal canneto e imboccò
svelto la via del ritorno. Scostando i
fusti delle canne vide che le barchette,
sospinte da un vento favorevole, si
stavano ormai allontanando.
Il sole saliva sempre più in alto, ma
dei germani reali neanche l’ombra.
Bronzo si mise a pregare: “Venite,
germanucci, su, venite, germanucci…”.
Era quasi mezzogiorno quando uno
stormo di germani reali apparve
davvero nel cielo. Bronzo sentì montare
un’eccitazione travolgente: gli uccelli,
però, puntarono in un’altra direzione.
Demoralizzato, sospirò e raccolse la
rete, deciso a ritirarsi. Proprio in quel
momento, però, un nuovo gruppetto fece
capolino nel cielo sopra la pozza.
Bronzo li seguì con lo sguardo senza
perderli di vista. Gli sembrò di
riconoscerli: erano gli stessi che aveva
visto quel giorno!
Lo stormo disegnò alcune spirali in
aria prima di iniziare la sua discesa. I
germani reali sono, tra tutti gli uccelli, i
più imbranati: hanno ali corte, il corpo
pesante e volano senza un briciolo di
scioltezza e di eleganza. Quando si
posarono nell’acqua sembrò, né più né
meno, che dall’alto fossero caduti dei
mattoni – plop plop – perché
sollevarono tutt’intorno una miriade di
spruzzi.
Girarono la testa di qua e di là,
esaminando guardinghi i dintorni e, solo
dopo essersi accertati che non ci fossero
movimenti, si misero a nuotare tranquilli
sull’acqua. Battevano le ali lanciando
qualche qua qua, si strofinavano le
piume schizzandosi l’acqua addosso con
i loro becchi piatti o bevevano
rumorosamente.
Il maschio era grosso e pasciuto, con
una testa scurissima e lucida che
mandava bagliori come se fosse di seta.
Le femmine, invece, si facevano gli
affari loro poco distante. Una di queste,
più minuta, sembrava essere la favorita
del maschio perché, non appena si
allontanava, lui la seguiva, poi si
lisciavano a vicenda le piume con il
becco e, sempre con il becco, battevano
una serie di colpi sul pelo dell’acqua
come se si stessero dicendo qualcosa.
Dopo un po’ il maschio, frullando le ali,
le montò sulla schiena: lei non riuscì a
reggere quel peso e sprofondò di colpo
con metà del proprio corpo, lasciando
fuori solo la testa.
Strano a dirsi, non oppose resistenza e
lasciò che il suo compagno la
schiacciasse verso il basso lasciandola
semisommersa.
La cosa destò in Bronzo una certa
preoccupazione. Passò qualche istante, e
il maschio scivolò giù dal dorso della
femmina. Sembravano entrambi al
settimo cielo e non smettevano di
sbattere le ali.
Sbatti sbatti, improvvisamente il
maschio prese il volo. Bronzo si agitò:
temeva che il germano reale conducesse
via anche le sue compagne. Loro, però,
continuavano a galleggiare impassibili
sullo specchio d’acqua, intente alle loro
faccende. Dopo aver fatto qualche giro
in aria, il maschio tornò verso il
laghetto. Si spruzzò ripetutamente
dell’acqua sul collo: le gocce, invece di
filtrare tra le piume, scivolavano via
luccicando.
Bronzo afferrò la rete da pesca e
aspettò il momento giusto. L’unica
possibilità che aveva di catturare le sue
prede era attendere che s’immergessero
nell’acqua alla ricerca di un pesciolino,
un gamberetto o una chiocciolina. Lui
avrebbe gettato di scatto la rete, quelle
prima o poi sarebbero tornate in
superficie, e forse qualcuna sarebbe
rimasta intrappolata con la testa tra le
maglie.
Gli uccelli, però, sguazzavano in
superficie e non avevano nessuna
intenzione di immergersi.
Bronzo ormai cominciava a sentirsi le
gambe intorpidite, la testa gli girava e la
vista si annebbiava. Non ce la faceva
proprio più e, lentamente, si sdraiò: si
riposò un poco e, quando ebbe ritrovato
un minimo di energia, si alzò per
osservare i germani reali.
Anche loro sembravano essersi
riposati a sufficienza e davano segni
d’irrequietezza. Si misero a nuotare
sulla superficie dell’acqua, ma più
velocemente di prima. Dopo un po’, due
degli esemplari più giovani diedero il
via a una scherzosa scaramuccia: una
provocò una compagna, iniziò a farsi
rincorrere, e quando stava per essere
raggiunta, tuffò la testa sott’acqua,
rimase con il sedere a mezz’aria e
infine, pedalando forsennatamente con le
zampe di un giallo dorato, s’immerse del
tutto. Vedendo scomparire la compagna,
l’inseguitrice fece qualche giro su se
stessa prima di inabissarsi a sua volta
nell’acqua.
Ben presto il gioco coinvolse tutto il
gruppetto: una s’immergeva, l’altra
spuntava dal pelo dell’acqua, e in un
attimo nel laghetto si scatenò una
baraonda mai vista.
Bronzo riprese coraggio. Le mani che
stringevano la rete erano madide di
sudore e gli tremavano le gambe: si
disse che quei tremori dovevano
smettere, ma certo le gambe non
potevano obbedirgli, e infatti
continuarono. Le gambe tremavano, tutto
il corpo tremava e tremavano frusciando
anche le canne. Bronzo chiuse gli occhi,
sforzandosi di ritrovare la calma, e a
poco a poco riuscì a fermare i tremori.
Sulla superficie dell’acqua scese
improvvisamente il silenzio: i germani
reali si erano inabissati tutti quanti.
Bronzo doveva entrare subito in azione
e lanciare la rete in aria. Aveva la
certezza quasi matematica di riuscire a
catturarne qualcuno, ma esitò e proprio
quando aveva ritrovato la sua
determinazione, gli uccelli spuntarono
rapidi dall’acqua a due a due, a tre a tre.
Terribilmente rammaricato, non poté far
altro che aspettare una nuova occasione.
Quando questa si presentò erano
passate già due ore.
Stavolta un solo germano reale era
rimasto a galleggiare in superficie,
mentre gli altri si erano tutti immersi.
Senza la minima esitazione, Bronzo si
lanciò in avanti torcendo il corpo: la
rete, come un enorme fiore, si spiegò
completamente nell’aria per poi
ricadere in acqua con un sibilo.
L’uccello fuori dall’acqua si levò
immediatamente in volo, strillando di
paura.
Gli altri, forse udendo l’allarme del
compagno, riemersero in rapida
successione: eppure, inspiegabilmente,
nessuno di loro finì nella rete. Non
appena usciti si misero a sbattere
disperatamente le ali e si alzarono in
volo.
Bronzo rimase a guardarli impotente
mentre si allontanavano tutti.
La rete era ancora nell’acqua,
perfettamente immobile.
Il laghetto era attraversato da nuvole
di passaggio.
Bronzo, demoralizzato, entrò
nell’acqua per recuperare la rete. Fu in
quel momento che, lì sotto, vide
emergere due file di bolle sempre più
grandi.
La rete, come spinta da una forza,
stava risalendo in superficie. Bum bum,
il cuore prese a battergli all’impazzata
come se un martello gli picchiasse senza
sosta contro il petto.
Il pelo dell’acqua si coprì di spruzzi:
era chiaro che lì sotto stava lottando
qualcosa: era uno dei germani, che testa
e ali imprigionate nella rete, tentava
disperatamente di divincolarsi.
A Bronzo parve di riconoscerlo: era il
maschio.
La forza del germano sembrava non
essersi ancora esaurita, perché non
appena vide il cielo si mise a sbattere
violentemente le ali portandosi dietro la
rete.
Bronzo tenne giù giù la rete, non osava
ritirarla, la teneva contro la pancia:
nell’acqua c’era qualcosa che lottava.
Sentì montare la tristezza e gli venne
voglia di piangere, ma continuò a tenere
saldamente la rete, finché l’acqua non
tornò tranquilla.
Gli altri uccelli, che non si erano
allontanati, giravano nel cielo lanciando
grida lamentose.
Quando Bronzo recuperò la rete, la sua
preda era ormai morta. Era un magnifico
esemplare di germano reale con un
collare di piume lucenti, due occhi
brillanti come fagioli di soia nera, il
becco che scintillava come un corno di
bue, il piumaggio perfetto e le zampe
dorate, linde e luccicanti.
Bronzo rimase a contemplarlo con il
cuore pesante.
Finalmente le sue compagne si
allontanarono.
Eccitato, Bronzo mise la rete in spalla
e corse fuori dal canneto.
Mentre percorreva la riva del fiume
incrociò alcune persone che, vedendolo,
gli chiedevano: «Che cosa hai nella
rete?».
Bronzo, allora, la apriva tutto
soddisfatto per un mostrare il germano
reale, bello grosso e bello grasso.
Sorrideva a quei curiosi e poi, come un
turbine, riprendeva la sua corsa verso
casa.
La giornata volgeva ormai al
crepuscolo e in casa non c’era nessuno.
La nonna era ancora fuori a raccogliere
erbe selvatiche, Girasole non era ancora
uscita da scuola, papà e mamma non
avevano ancora concluso la loro
giornata di lavoro nei campi. Bronzo
diede un’occhiata alla pesante preda che
stringeva tra le mani e decise di fare una
sorpresa ai suoi. Spennò il volatile,
avvolse le piume in foglie di loto (le
piume potevano essere vendute) e le
infilò sotto il pagliaio. Prese un coltello,
un tagliere e un catino di terracotta e
raggiunse il fiume. Pulito per bene
l’uccello dalle interiora, lo tagliò in
pezzi e li pose nel catino.
Tornato a casa, mise la carne in una
pentola, la riempì per metà d’acqua e
accese il fuoco nella stufa. Voleva
preparare una bella zuppa d’anatra
prima che il resto della famiglia
rincasasse.
La prima a tornare fu Girasole.
Ultimamente i ragazzini di
Campodigrano avevano sviluppato un
odorato finissimo. Non era neanche
entrata che aveva già fiutato un
profumino da far venire l’acquolina in
bocca, e quel profumino veniva
chiaramente dalla cucina di casa sua.
Alzò lo sguardo verso il comignolo:
stava fumando. Annusò ancora un po’
l’aria e corse svelta in casa.
Bronzo, che stava ancora badando al
fuoco, aveva il viso tutto rosso per il
calore.
Girasole si precipitò in cucina:
«Fratellone, cosa prepari di buono?» e
sollevò il coperchio: un getto di vapore
bianco le offuscò la vista. Blub blub,
nella casseruola era tutto un gran
ribollire e ne veniva un profumino
davvero delizioso.
Bronzo si avvicinò, riempì una
scodella di brodo e la porse alla
sorella: “Su, bevi. Ho preso un germano
reale, la carne non è ancora cotta,
intanto bevi un po’ di zuppa”.
«Davvero?» A Girasole brillavano gli
occhi.
“Dai, bevi”. Bronzo soffiò sul brodo
nella scodella.
Girasole la prese tra le mani e,
inspirando a fondo, disse: «Voglio
aspettare che tornino la nonna e gli altri,
la berremo insieme».
“Bevi, ce n’è finché ne vuoi” la esortò
il fratello.
«Allora bevo?»
“E bevi!”
Girasole ne prese un sorsino e cacciò
fuori la lingua: «Ohi ohi, mi cascherà la
lingua da quanto è deliziosa!». Guardò
Bronzo e, senza preoccuparsi di quanto
scottasse, afferrò la scodella e, glu glu,
trangugiò la zuppa un sorso dopo l’altro.
Bronzo rimase in silenzio a guardarla,
era molto smagrita. Mentre la sentiva
mandar giù rumorosamente la zuppa si
ripeteva: “Bevi, bevi e quando avrai
finito, tuo fratello te ne riempirà un’altra
scodella!”.
Forse per le lacrime, forse per il
vapore che si alzava fumando dalla
pentola, fatto sta che i contorni di
Girasole erano un po’ offuscati…
L’indomani, a mezzogiorno,
Pescerauco e il padre si presentarono a
sorpresa sulla porta della casa di
Bronzo. L’uomo aveva uno sguardo
glaciale, gli occhi del figlio, invece,
erano pieni di disprezzo e provocazione.
Il papà di Bronzo, che non sapeva
bene cosa fossero venuti a fare quei due,
li invitò a sedersi in casa chiedendo: «È
successo qualcosa?».
Nessuno dei due rispose. Pescerauco
se ne stava a braccia conserte, il collo
girato da un lato e le labbra corrugate.
Il papà di Bronzo domandò al
ragazzino: «Il nostro Bronzo ti ha preso
a botte?».
Il ragazzino sbuffò dal naso.
Il papà, allora, tornò a interrogare
l’uomo: «È successo qualcosa?».
L’altro replicò: «Ah, non sapete cos’è
successo?».
Pescerauco lanciò un’occhiata a
Bronzo e Girasole, intenti a scrivere, e
ripeté: «Non sapete cos’è successo?».
Il papà di Bronzo si sfregò le mani:
«Se è successo qualcosa, ditecelo! Noi
non ne sappiamo davvero niente».
Il padre di Pescerauco socchiuse gli
occhi: «Davvero non lo sapete?».
«Davvero» rispose il papà.
Il padre di Pescerauco inarcò la
schiena e chiese gelido: «Era buona
l’anatra?».
Il figlio ripetè da dietro le sue spalle:
«Era buona l’anatra?» e iniziò a fissare
Bronzo e Girasole.
Il papà di Bronzo sorrise: «Ah,
intendete il germano reale?».
L’uomo piegò sarcasticamente le
labbra: «Il germano reale?».
«È un’anatra anche quella» precisò il
papà.
Il padre di Pescerauco si mise a
ridere, ma la sua era una risata
decisamente strana.
Anche Pescerauco rise e anche la sua
era una risata molto strana.
«Ma insomma, cosa significa tutto
questo?» chiese il papà di Bronzo.
«Non lo capisci cosa significa?»
ribatté l’altro.
«Non lo capisci?» gli diede man forte
il figlio, per poi tornare a guardare di
traverso Bronzo e Girasole.
«No, non lo capisco!» sbottò il papà,
che stava iniziando a spazientirsi.
«Vorrà dire che lo capisce tuo figlio!»
annunciò il padre di Pescerauco. Indicò
Bronzo: «Tuo figlio lo capisce!».
Il papà di Bronzo fece un passo in
avanti e puntò il dito contro il naso del
padre di Pescerauco: «Se hai qualcosa
da dire ti conviene farlo subito,
altrimenti…». E poi, indicando la porta
urlò: «Fuori di qui!».
«Se è successo qualcosa dillo
chiaramente» disse freddamente la
nonna.
Il padre di Pescerauco esclamò: «In
casa nostra manca all’appello
un’anatra!».
Il figlio fece un salto: «Manca
all’appello un’anatra!».
«Un maschio!» precisò l’uomo.
«Un maschio!» gli fece eco il figlio.
La mamma di Bronzo s’intromise: «E
se in casa vostra manca un’anatra noi
che c’entriamo?».
«Ben detto!» esclamò il padre di
Pescerauco. «Ma se davvero voi non
c’entraste, saremmo forse venuti a casa
vostra?».
Il papà di Bronzo lo afferrò per il
colletto: «Se non mi dici chiaramente
come stanno le cose…» e gli puntò di
nuovo il dito contro il naso.
A questo punto Pescerauco corse
rapido in strada: «Rissa! Rissa!».
A quell’ora in strada c’era molta
gente, che accorse subito richiamata
dalle grida.
Vedendo un pubblico così folto, il
padre di Pescerauco arringò la folla
mentre tentava di liberarsi dalla presa:
«Non si trova più una delle nostre
anatre, un maschio!».
Il papà di Bronzo, che era molto più
forte del suo rivale, fece per trascinarlo
fuori sempre tenendolo per il colletto:
«Se non si trova valla a cercare!».
L’altro, però, puntava il sedere e
rifiutava di andarsene, finché a un certo
punto gridò: «Me l’avete rubato voi! Ve
lo siete mangiato!».
«Prova a dirlo un’altra volta!» lo
minacciò il papà di Bronzo.
Pensando che, in presenza di tutta
quella gente, il suo avversario non
avrebbe potuto fargli chissà che, il
padre di Pescerauco continuò: «È stato
il vostro Bronzo a catturarlo con una
rete, lo hanno visto!».
La mamma di Bronzo si agitò: «Non
abbiamo mai rubato le loro anatre! Non
le abbiamo mai rubate!». Poi, tirando a
sé il figlio, gli domandò: «Hai rubato tu
la loro anatra?».
Bronzo scosse la testa.
Anche Girasole, che era dietro di lui,
scosse la testa.
«Non è stato il nostro Bronzo a rubare
la loro anatra!» tagliò corto la mamma.
Pescerauco schizzò fuori, prese
l’involucro di foglie di loto da sotto il
pagliaio e lo gettò a terra: le foglie,
disperdendosi, rivelarono un mucchio di
piume d’anatra.
I presenti ammutolirono di colpo.
Il padre di Pescerauco si mise a
urlare: «Ecco, signori, guardate, quelle
cosa sono? Per caso loro allevano
anatre? Eh, ne allevano?».
Nessuno fiatò.
Spinte dalla brezza, alcune soffici
piume si alzarono in volo verso il cielo.
La nonna condusse Bronzo davanti alla
folla: «Ora che c’è tutta questa gente,
vuoi spiegar loro cos’è successo?».
Bronzo, che sudava copiosamente
dalla testa, iniziò a gesticolare
nervosamente.
Nessuno riuscì a capire cosa volesse
dire.
«Sta dicendo che quello era un
germano reale!» spiegò la nonna.
Bronzo continuò a gesticolare.
«Dice che lo ha catturato nel canneto»
tradusse la nonna studiando i gesti del
nipotino. «Lo ha preso con una rete… È
rimasto appostato nel canneto per oltre
mezza giornata prima di riuscirci…»
Bronzo si fece largo nella folla per
andare a prendere la rete con cui aveva
acchiappato il germano reale. La mise
sotto il naso dei presenti tenendola tra le
mani, perché tutti quanti la vedessero.
«Se si tratta di un’anatra selvatica o
domestica lo si capisce dal piumaggio»
disse qualcuno nella folla.
A quel punto un altro si accovacciò
per studiare le piume che giacevano a
terra.
Il gruppo rimase in silenzio,
aspettando che gli esaminatori
arrivassero a una conclusione, ma non vi
riuscirono e si limitarono ad annunciare:
«Sono le piume di un maschio».
«Quello che non si trova è proprio un
maschio!» sbraitò Pescerauco.
«Qualcuno ha visto il germano reale
nella rete di Bronzo ed era appunto un
maschio!» aggiunse il padre.
In fondo alla folla ci fu chi commentò:
«Certo che catturare un germano reale
con una rete non è mica facile».
A queste parole il padre di Pescerauco
sbuffò dal naso: «Prendere un germano
reale con una rete? Catturatene uno e poi
ne riparliamo!». Cercava in tutti i modi
di liberarsi dalla presa del padre di
Bronzo. «Se vi viene voglia di qualche
leccornia basta dirlo. Io un’anatra ve la
posso anche regalare, ma non potete…»
La nonna di Bronzo, da persona posata
e cordiale quale era, non aveva mai
avuto un contrasto con i compaesani in
vita sua. Quando lo sentì parlare così,
però, gli si parò davanti trascinandosi
dietro Bronzo con una mano e Girasole
con l’altra: «Ti sembrano cose da dire?
E dire che hai un figlio anche tu, non ti
vergogni a parlare così davanti a dei
bambini?».
Quello, invece, alzò il mento tutto
impettito: «Vergognarmi di cosa? Mica
ho rubato le anatre di qualcun altro, io!».
Non aveva ancora finito di parlare che
il papà di Bronzo gli assestò un pugno in
faccia, mollando la presa subito dopo. Il
padre di Pescerauco ruzzolò all’indietro
e cadde rovinosamente a terra.
Stordito dal pugno si rimise in piedi,
fece un salto e ruggì: «Rubate le oche
degli altri per mangiarvele senza tanti
complimenti!». E così dicendo si scagliò
contro il papà di Bronzo che era pronto
ad attenderlo. La folla, vedendo la
scena, si affrettò a separarli:
«Smettetela! Smettetela!».
Nel giro di pochi istanti, davanti a
casa si scatenò un putiferio.
La mamma diede uno scappellotto a
Bronzo: «Golosone!». Poi, tirando
Girasole: «Forza, tutti in casa!».
Bronzo, però, non voleva saperne. La
mamma, allora, lo spinse dentro di forza
e chiuse la porta.
La folla si divise in due gruppi,
ciascuno dei quali cercava di
persuadere uno dei due contendenti.
Qualcuno sorresse la nonna di Bronzo,
che tremava come una foglia: «Alla sua
età non deve scaldarsi! Qui a
Campodigrano non c’è nessuno che in
cuor suo non sappia chi siete, e
sappiamo tutti che disgraziato sia il
padre di Pescerauco. Non si metta a
discutere con gentaglia del genere».
Qualcuno cercava di tranquillizzare la
mamma di Bronzo: «Lascia stare, lascia
stare».
La donna si asciugò le lacrime con un
lembo del vestito: «Non si possono
offendere le persone in questo modo.
Siamo poveri, è vero, ma non siamo
ladri…».
«Lo sappiamo, lo sanno tutti» la
confortarono alcune donne.
Qualcun altro cercava invece di
riportare alla calma il papà di Bronzo:
«Non ti arrabbiare, non ti arrabbiare».
Pescerauco e il padre furono condotti
via dai compaesani, che cercavano di
portare l’uomo a più miti consigli: «Vi
vedete tutti i giorni, non è il caso di
litigare così. E poi di anatre ne hai a
bizzeffe, una in meno che differenza
fa?».
«Un’anatra, o anche dieci, gliela posso
regalare» fece l’uomo. «Ma rubare,
questo no!»
«E piantala di parlare di furto. L’hai
visto? Hai delle prove?»
«Ma l’avete visto anche voi quel
mucchio di piume!» protestò il padre di
Pescerauco. «Ditemi se non sembrano
quelle di un maschio!»
Chi di loro aveva visto pensò: “In
effetti lo sembrano davvero” ma tenne il
commento per sé.
All’improvviso si levò un forte vento
che fece volare in aria il mucchio di
piume posato davanti alla soglia della
casa di Bronzo. Leggere com’erano,
furono sollevate dalla corrente d’aria e
spinte in alto, disperdendosi ovunque.
Alla vista delle piume sparpagliate in
aria il padre di Pescerauco si mise a
pestare i piedi e a urlare in direzione
della casa di Bronzo: «Sono le piume
della nostra anatra, quelle!».
Quando la folla si fu dispersa nessuno,
a casa di Bronzo, aveva voglia di
parlare.
Mentre le lacrime continuavano a
bagnargli l’angolo degli occhi, il papà
lanciava a Bronzo sguardi feroci.
Bronzo, dal canto suo, non aveva fatto
niente di male, ma quelle occhiatacce gli
fecero pensare che, forse, un pasticcio
lo aveva combinato davvero. Si
muoveva con la massima cautela per
timore di far infuriare il papà. Nemmeno
Girasole aveva il coraggio di guardarlo
in faccia, si limitava a seguire il fratello
come un’ombra. Ogni tanto lanciava al
papà un’occhiata furtiva, ma non appena
questi la guardava, iniziava a tremare e
distoglieva lo sguardo o correva a
nascondersi dietro la nonna o la mamma.
Il padre aveva una faccia che
sembrava un cielo pieno di nuvole cupe:
un cielo da cui ancora non proveniva
alcun rumore, ma era evidente che si
preparava un uragano terribile.
Di fronte a quel silenzio Bronzo non
sapeva che pesci prendere: si sentiva
come un uccello che ha fiutato l’odore
della pioggia e cerca disperatamente un
grande albero in cui trovare rifugio.
Forse quell’albero era la nonna o la
mamma, ma se l’uragano fosse arrivato
davvero neanche loro potevano bastare
a proteggerlo.
Girasole era ancora più tesa perché se
lui aveva fatto qualcosa di male era
stato solo per colpa sua.
«Vai, fratellone» avrebbe voluto dirgli
«vai fuori a nasconderti!». Bronzo era
come inebetito.
Davanti agli occhi il papà non aveva
altro che gli sguardi, un po’ fiduciosi e
un po’ increduli, dei suoi compaesani. In
casa sua nessuno aveva mai rubato
niente, nemmeno un cetriolo colto di
passaggio, e a Campodigrano non c’era
famiglia che tenesse alla propria
reputazione più della sua. Se per caso,
passando vicino a un albero di cachi che
apparteneva a qualcun altro, vedeva
cadere a terra un frutto, il papà si
chinava a raccoglierlo, lo posava sul
muretto di cinta e gridava verso il
cortile: «È caduto un frutto dal vostro
albero, ve l’ho lasciato sul muretto». Da
dentro si udiva una voce: «Ah, mangialo
pure!». Ma lui rispondeva con un
sorriso: «No, verrò da voi un’altra volta
e ce ne faremo una scorpacciata!».
Erano tutte cose che gli aveva
insegnato la nonna.
Ora, però, la famiglia di Pescerauco li
accusava bellamente di aver rubato una
delle loro anatre! Come se non bastasse,
aveva chiamato l’intero villaggio ad
assistere alla scena, ma la faccenda non
era affatto trasparente.
Doveva vederci chiaro: l’anatra in
questione era selvatica o domestica?
Verso sera Bronzo uscì di casa, ma si
azzardò a farlo solo quando fu certo che
né la nonna, né la mamma, né Girasole
erano in casa. Pensava che stessero
raccogliendo la verdura nell’orto
davanti casa, ma in realtà erano sul retro
ad accatastare la legna da ardere.
Silenziosamente, il papà lo seguì:
lungo il tragitto vide a terra un bastone,
lo raccolse e lo nascose dietro la
schiena.
Bronzo sembrò percepire quella
presenza alle sue spalle. Non sapeva se
fermarsi o mettersi a correre, ma
rimpianse di essere uscito di casa.
Il papà accelerò sensibilmente il
passo, il bastone stretto tra le mani.
Bronzo fu tentato di darsela a gambe,
ma rinunciò all’idea. Non aveva né la
forza né la voglia di correre, così si
voltò per affrontare la furia del padre.
L’uomo si avvicinò, sollevò il bastone
e pum! Bronzo cadde a terra
ginocchioni.
«Parla! Era un’anatra selvatica o
apparteneva a Pescerauco?» Il papà
batteva il bastone al suolo facendo
schizzare qua e là zolle di terra.
Bronzo non rispose. Un attimo dopo,
sul suo viso scarno scivolarono due
rivoli di lacrime.
«Parla! Era selvatica o domestica?» E
gli assestò una bastonata sul sedere.
Bronzo si piegò in avanti e cadde
supino a terra.
Girasole era rincasata, preoccupata
per il fratello. Vedendo che in casa non
c’erano né lui né il papà, schizzò fuori
dalla porta chiamando: «Fratellone!
Fratellone!».
A quelle grida anche la nonna e la
mamma tornarono di corsa verso casa.
Quando vide il papà e il fratello
disteso a terra, Girasole si precipitò
verso Bronzo come impazzita. Gli
abbracciò la testa e cercò con tutte le
sue forze di rimetterlo in piedi, mentre
guardava il papà con gli occhi pieni di
lacrime: «Papà… papà…».
«Fatti da parte! Se non ti togli di
mezzo picchio anche te!»
Lei, per tutta risposta, strinse le
braccia intorno al petto del papà.
Nel frattempo arrivarono la nonna e la
mamma.
Tutta tremante, la nonna gridò al figlio:
«Vieni qui, picchia me! Picchiami! Su,
picchiami! Cosa aspetti? Ammazzami di
botte! Tanto sono vecchia, mi sono
stufata di vivere!».
Girasole piangeva a dirotto.
La nonna si accucciò, e con le sue
mani ripulì il viso di Bronzo da lacrime,
polvere ed erba: «La nonna lo sa che
quella era un’anatra selvatica!». E poi,
rivolta al papà: «Questo ragazzino è
arrivato alla sua età senza mai dire una
bugia! E tu invece lo picchi, ma con che
coraggio?».
Stretto nell’abbraccio della nonna,
Bronzo non smetteva di tremare…
L’indomani, all’alba, Bronzo andò a
sedersi in riva al fiume.
Era corso laggiù appena sveglio. Non
sapeva perché, ma voleva andare al
fiume. Il sole estivo illuminava il fiume
con i suoi raggi che parevano di zolfo.
Sulle sponde le colture crescevano e
maturavano, ma tenevano anche la gente
sulle spine: quando sarebbero divenute
finalmente cibo per la popolazione
affamata?
Bronzo, invece, alla fame sembrava
ormai essersi abituato. Seduto
sull’argine, raccoglieva distrattamente
qualche filo d’erba fresca che s’infilava
in bocca, masticando lentamente.
Quell’erba così aspra aveva un
retrogusto dolce.
Alcune gazze volarono da una sponda
all’altra, poi tornarono indietro, infine si
diressero verso la Scuola per Quadri.
Bronzo scorse i tetti di tegole rosse
della Scuola. Presto quegli edifici
sarebbero stati inghiottiti dal canneto
che si espandeva ormai senza controllo.
Sulle foglie di una canna, una
cavalletta lanciava il suo grido vibrando
le ali. Era un verso semplice e solitario,
che rendeva più pacata la chiassosa
stagione estiva.
Bronzo se ne stava seduto a gambe
conserte, gli occhi puntati sul fiume,
come in attesa che dall’acqua spuntasse
qualcosa.
Quando i passanti lo notavano, gli
lanciavano giusto un’occhiata e poi
proseguivano per la loro strada. A
Campodigrano nessuno riusciva
veramente a capire che tipo fosse quel
ragazzino muto di nome Bronzo. Era
sempre stato un po’ diverso dagli altri,
ma proprio non sapevano dire in cosa.
Bronzo rimase lì seduto fino a
mezzogiorno. Girasole lo chiamò per
farlo tornare a casa ma lui non volle
saperne, e alla sorella non rimase che
tornare sui suoi passi per avvertire il
resto della famiglia. La mamma, allora,
mise due fagottini di verdure in una
ciotola e la diede a Girasole perché
gliela portasse. Girasole doveva tornare
a scuola e non poteva tenergli
compagnia.
Mentre tutta Campodigrano era ancora
sprofondata nella siesta pomeridiana, gli
sembrò che dal lato orientale del fiume
arrivasse a nuoto un’anatra.
Bronzo aveva notato subito quel
puntino nero che si muoveva. Era come
se fosse stato seduto lì tutto quel tempo
ad aspettarlo. Ciò nonostante, non diede
il minimo segno né di agitazione, né di
curiosità. Sì, era proprio un’anatra.
L’uccello continuò a nuotare in
direzione di Campodigrano, di tanto in
tanto faceva una sosta per cercare un po’
di cibo in mezzo all’acqua, poi, come se
avesse fretta, dopo appena qualche
boccone riprendeva il suo viaggio.
Era sempre più vicino. Era un
maschio, proprio un bel maschio. Gli
occhi di Bronzo non lo perdevano di
vista. Anche lui sembrò accorgersi dello
sguardo di Bronzo, perché ora
procedeva con un po’ di esitazione.
Ormai Bronzo lo aveva riconosciuto:
era il maschio che mancava all’appello
a casa di Pescerauco. Quello che non
capiva, però, era dove diavolo fosse
andato a cacciarsi e perché fosse lì da
solo.
Quell’anatra aveva una bella faccia
tosta.
Una sera, mentre guidava verso casa le
sue anatre, Pescerauco si era imbattuto
in un nuovo branco. Non se ne era
preoccupato perché quando due stormi
di anatre, nuotando, si mescolano, non
passa poi molto tempo prima che tornino
ciascuno per la propria strada.
I due stormi, che viaggiavano in
direzioni opposte, si erano infatti
mescolati fino a formare un nugolo unico
in cui si distinguevano soltanto alcune
teste che puntavano verso est e altre che
puntavano verso ovest. Ma poco dopo si
erano già separati. Le anatre
sembravano eccitate da quell’incontro
con i propri simili e l’eccitazione non le
aveva abbandonate per un bel pezzo,
anche dopo che erano rientrate nei
rispettivi stormi.
Per via del buio Pescerauco non si era
accorto che uno dei maschi non era
tornato con le sue compagne.
Il maschio, infatti, si era invaghito di
una femmina dell’altro branco e se n’era
andato insieme a loro. Nemmeno il
proprietario dell’altro stormo si era
accorto del nuovo arrivato.
Dopo aver trascorso la notte con loro,
l’anatra di Pescerauco aveva continuato
a scorrazzare con le nuove compagne
per tutta la giornata e la notte seguente.
Lo stormo era talmente grande che il
proprietario non si era accorto di nulla.
Gli altri maschi del gruppo, invece, se
n’erano accorti eccome: dopo ripetuti
inviti ad andarsene alla svelta, e
vedendo che l’anatra di Pescerauco
continuava a molestare senza ritegno le
loro femmine, l’avevano circondata in
modo che non potesse opporre
resistenza e cacciata a colpi di becco.
Solo allora l’anatra di Pescerauco,
ancora stordita, si era ricordata del suo
stormo e si era rimessa in viaggio verso
Campodigrano.
Era sempre più vicina. Bronzo si alzò
in piedi, e in quel momento notò che le
sue piume erano davvero molto simili a
quelle del germano reale.
Viaggiava a velocità sostenuta. Bronzo
la inseguì lungo l’argine.
Proprio quando l’uccello stava per
raggiungere Campodigrano – pluf! –
Bronzo si tuffò nel fiume.
L’anatra, allarmata, fece uno scattò in
avanti, sbattendo le ali e lanciando un
qua qua.
Bronzo non riemerse immediatamente,
nuotò sotto il pelo dell’acqua, e quando
riaffiorò era a poco più di tre metri
dall’anatra. Puntò dritto verso di lei, ma
l’uccello scappò con un gran frullare
d’ali. L’inseguimento sul fiume andò
avanti per un bel po’.
Bronzo era al limite delle forze, tanto
che più di una volta fu sul punto di
mollare, ogni volta, però, lottava per
tornare in superficie e riprendeva la
caccia.
Un gruppetto di ragazzi del paese notò
la scena e rimase a osservarla
dall’argine.
Bronzo affondò di nuovo. Mentre
fissava il cielo con gli occhi spalancati,
in mezzo all’acqua vide il sole: un sole
che pareva essersi sciolto nell’acqua,
che a sua volta si tingeva d’oro.
Continuò a sprofondare, incapace di
reagire, e presto toccò le alghe con i
piedi: sentendole avvilupparsi intorno
alle gambe si spaventò e, spingendo con
tutte le sue forze, risalì verso la
superficie. Vide ancora una volta il sole
come sciolto nell’acqua: alzò il viso,
puntando verso il sole, e poi, mentre
risaliva, vide nuotare un paio di zampe
palmate color giallo dorato.
Ritrovò il controllo del proprio corpo
e, allungata la mano, le acciuffò
entrambe in un colpo solo.
L’uccello si mise a battere
freneticamente le ali.
Bronzo riaffiorò dall’acqua e, senza
mollare la presa, raggiunse la riva. Non
aveva più un filo di energia, se non
quella appena sufficiente a tenere stretta
l’anatra. Sempre tenendo la preda tra le
mani si coricò sulla spiaggia: anche
l’anatra era allo stremo delle forze e
smise di opporre resistenza, limitandosi
ad ansimare a becco spalancato.
Un ragazzino che portava al pascolo le
capre, passando vicino alla scuola e
vedendo Girasole, le disse: «Tuo
fratello ha catturato l’anatra di
Pescerauco».
A questa notizia Girasole, scordandosi
di dover andare a lezione, corse verso il
villaggio.
Quando si sentì tornare le forze,
Bronzo si strinse al petto il germano
reale, imboccò uno dei vicoli del paese
e lo attraversò da un capo all’altro,
senza fretta. L’anatra sembrava
collaborare, perché si lasciava tenere in
braccio buona buona.
La gente si era svegliata dal pisolino
pomeridiano e aveva messo il naso
fuori, per cui furono in molti a notare
quel ragazzino con un’anatra tra le
braccia.
Bronzo percorse un vicolo, poi un
altro ancora.
Faceva un caldo infernale. I cani
stavano all’ombra degli alberi e
ansimavano con la lingua penzoloni.
Bronzo ricominciò a sentirsi stanco, e
in men che non si dica si ritrovò la testa
completamente coperta di sudore.
Poi arrivò Girasole. Capì che
intenzioni aveva il fratello: voleva far
vedere a tutti i compaesani che non
aveva rubato l’anatra di Pescerauco! Si
mise a seguirlo, come se fosse la sua
coda.
Bronzo andava avanti in silenzio,
sempre stringendo l’anatra di
Pescerauco, i passanti si fermavano. In
tutto il paese si sentiva solo il rumore
dei passi di Bronzo e Girasole, e quel
rumore colpiva al cuore tutta
Campodigrano.
Un’anziana signora, che reggeva una
scodella ricavata da una zucca piena
d’acqua fresca, gli bloccò la strada:
«Piccolo, ora lo sappiamo, non hai
rubato nessuna anatra a Pescerauco. Ora
però, da bravo, ascolta la nonna,
fermati» e gli offrì da bere.
Bronzo però rifiutò e continuò la sua
marcia.
La donna, allora, porse la scodella a
Girasole, che la guardò riconoscente,
prese la ciotola e, tenendola tra le mani,
si accodò di nuovo al fratello.
L’acqua nella scodella ondeggiava, e
nell’acqua ondeggiavano anche il cielo e
le case.
Dopo aver battuto tutte le strade del
villaggio, Bronzo abbassò la testa, la
affondò nella scodella d’acqua tra le
mani di Girasole e la bevve tutta d’un
fiato.
Intorno a lui si radunò una piccola
folla.
Poi Bronzo, sempre con l’anatra tra le
braccia, raggiunse il fiume e la lanciò
delicatamente verso l’alto.
L’uccello diede qualche colpo d’ala e
infine si posò sul fiume…
Si diffuse la notizia che le barche con i
rifornimenti di cibo erano state
completamente saccheggiate dai villaggi
a monte del fiume.
Per gli abitanti di Campodigrano, che
aspettavano con ansia i soccorsi, fu un
duro colpo.
Il paese era ormai allo stremo e si
erano già verificati alcuni casi di
collasso dovuti alla fame.
La gente non andava più al fiume nella
speranza di avvistare le chiatte, e sul
paese calò come un velo lugubre.
Quando camminavano, gli abitanti di
Campodigrano avevano la schiena
curva, nessuno aveva voglia di parlare,
e se lo facevano il suono che ne usciva
era simile al ronzio di una zanzara. Non
si cantava più, non si recitava più, non
ci si riuniva più ad ascoltare letture, non
ci si divertiva più, non ci si azzuffava
nemmeno più. In molti iniziarono a fare
lunghissime dormite, come volessero
dormire per cento, mille anni di fila.
I cani di Campodigrano, con le loro
pance scheletriche, si aggiravano per i
viottoli del paese barcollando a destra e
a sinistra.
Il capovillaggio, preoccupato, si
strinse la cinghia e iniziò a gridare a
gran voce per le strade del paese:
«Alzatevi! Su, alzatevi!».
Fece radunare nello spiazzo antistante
il paese tutti gli abitanti, maschi e
femmine, vecchi e bambini, li dispose in
fila e ordinò a una delle maestre della
scuola elementare di dirigere il coro con
un repertorio formato interamente da
canzoni vivaci. Benché avesse una voce
orribile, il capovillaggio diede il via ai
canti, e la sua era la voce più potente di
tutte. Di tanto in tanto si fermava per
controllare i concittadini, e se vedeva
qualcuno che non cantava con sufficiente
impegno, lo riempiva di improperi
irripetibili perché ci desse dentro:
«Sembrate cani bastonati! Su con quella
schiena! State dritti! Dritti come un
albero!». Fu così che gli abitanti di
Campodigrano, chi alto, chi basso,
drizzarono la schiena fino a trasformarsi
in tanti alberelli.
Vedendo davanti a sé quella foresta
sentì una stretta al cuore e gli vennero le
lacrime agli occhi: «Tenete duro ancora
un po’, presto sarà tempo di raccogliere
il riso!».
I paesani affamati cantavano a
squarciagola sotto un sole infuocato.
«Sì! Questa è Campodigrano!» esclamò
il capovillaggio.
Campodigrano era stata inondata dal
fiume e bruciata dal fuoco, era stata
colpita dalla pestilenza e insanguinata
da briganti e “diavoli giapponesi”7,
aveva conosciuto una catastrofe dopo
l’altra, eppure esisteva ancora, lì in
mezzo ai canneti sconfinati. I suoi
abitanti si erano moltiplicati,
generazione dopo generazione, e
Campodigrano era diventata un grande
villaggio. La mattina gli sbuffi di fumo
dai camini delle case si univano
formando nel cielo quello che sembrava
un mare di nuvole.
Un giorno la nonna di Bronzo sparì. I
familiari la cercarono dappertutto, senza
esito: poi, verso sera, ricomparve sullo
stradone sterrato che conduceva in
paese. Sembrava camminare con enorme
lentezza, perché a ogni passo doveva
riposarsi a lungo. Era tutta ricurva e
portava in spalla un piccolo sacco di
riso. Bronzo e i suoi le corsero incontro.
Dopo aver consegnato il sacco al papà,
la nonna disse alla nuora: «Stasera
prepara qualcosa da mangiare ai
bambini». Avevano tutti notato che lo
scintillante anello d’oro che portava al
dito non c’era più.
Nessuno fece domande.
Bronzo e Girasole la sorreggevano,
l’uno a sinistra e l’altra a destra.
Al tramonto una luce gentile tinse di
rosso la campagna e il fiume…
Un giorno, nel cuore della notte,
un’enorme chiatta approdò finalmente
sulle rive del fiume di Campodigrano…

7 - Allude ai soldati dell’esercito giapponese che


invasero ampie zone della Cina durante la guerra
del 1937-1945 con una violenza che non risparmiò
i civili. L’espressione è ancora comune in Cina
[N.d.T.].
La lanterna di
carta

Ci fu la mietitura, poi il raccolto, e


infine il riso nuovo fu portato sullo
spiazzo destinato alla pilatura.
A Campodigrano l’aria era piena della
fragranza del riso appena raccolto. Era
un profumo che nessun’altra pianta
possedeva.
Il papà di Bronzo spronava il bufalo,
che a sua volta trascinava il rullo di
pietra che serviva a schiacciare il riso.
Di tanto in tanto l’uomo urlava un
comando, e le sue grida riecheggiavano
nella campagna autunnale, facendo
sembrare il mondo più luminoso.
I chicchi di riso non sono facili da
separare dallo stelo come quelli di
grano, e spesso ci vogliono sette o otto
ore per battere uno spiazzo intero.
Dato che l’autunno era stato piuttosto
piovoso, il riso era maturato
praticamente tutto insieme, perciò furono
mobilitate le forze dell’intero villaggio:
si raccoglieva, si trasportava, si
schiacciava il riso senza tregua.
Anche il papà spronava il bufalo,
giorno e notte.
L’animale, però, aveva una certa età,
senza contare che per tutta l’estate non
aveva potuto mangiare nemmeno un
chicco di grano, soltanto un po’ d’erba:
per questo, mentre trascinava il rullo di
ardesia, dava l’impressione di fare una
grande fatica.
Vedendolo con quell’andatura fiacca e
il sedere spigoloso e cascante, il papà si
sentì stringere il cuore. Eppure non
aveva scelta, doveva continuare a
incitarlo, e persino ad alzare la frusta
per assestargli qualche frustata e
spingerlo ad accelerare il passo.
«Ho paura che questa bestia non
sopravviva all’inverno» si preoccupava.
L’uomo, ormai esausto, sonnecchiava
seguendo il rullo e le sue grida
servivano tanto a pungolare il bufalo
quanto a tenersi sveglio. Quando
scendeva la notte le grida del papà
riecheggiavano nell’aria tersa e umida e
avevano un che di malinconico.
Dopo esser stato pressato con il rullo
per alcune volte, il riso a terra doveva
essere capovolto e schiacciato di nuovo.
Era il gong ad avvertire che era ora di
procedere a questa operazione. Non
appena il gong risuonava, tutti
afferravano i forconi e correvano verso
lo spiazzo.
Di notte gli uomini, distrutti dalla
fatica, ci mettevano un bel pezzo a
svegliarsi e il gong doveva suonare a
lungo prima che si presentassero, tra
grandi sbadigli. Quando il primo carico
di riso fu mondato, fu subito distribuito
tra le famiglie, a seconda del numero dei
componenti.
Quella sera si poté mangiare il riso
nuovo.
Era ricoperto da una pellicina verde
pallido che brillava come se fosse
spalmata d’olio; quando lo si bolliva,
che fosse al vapore o in pentola,
diffondeva un profumo delizioso.
Alla luce della luna gli abitanti di
Campodigrano, con una capiente
scodella tra le mani, gustavano il loro
riso e per un attimo, pensando a quello
che avevano passato, non se la sentirono
di mangiare. Aspiravano quel profumo
inebriante, e nella ciotola qualche
anziano versò addirittura una lacrima.
Tutti uscirono di casa con la scodella
tra le mani, camminavano per le stradine
del villaggio esclamando quanto fosse
fragrante il riso nuovo. Dopo qualche
giorno i volti pallidi e smunti dei
contadini tornarono a colorarsi di rosa e
i corpi ritrovarono le forze.
Poi, una sera, la nonna annunciò alla
famiglia: «Devo partire».
Disse che voleva andare a trovare la
sorella minore, sul Mar Cinese
Orientale. Progettava quel viaggio ormai
da tempo: non le restava molto da
vivere, spiegò, e voleva rivederla finché
era ancora in grado di camminare. Era
l’unica sorella che aveva.
Il papà e la mamma, alla fine,
acconsentirono.
Quello che non sospettavano, però, era
che la nonna avesse altre ragioni più
importanti per partire. Negli ultimi
tempi la famiglia di Bronzo aveva preso
in prestito una quantità notevole di
cereali: ora che li avevano restituiti, in
casa la situazione delle scorte era
tornata drammatica. E così la nonna
aveva pensato che, andando a vivere
dalla sorella per un po’, avrebbe
risparmiato ai familiari una bocca da
sfamare.
La famiglia di sua sorella era
benestante e, lì vicino, c’era una grande
piantagione di cotone dove ogni anno,
quando arrivava la stagione della
raccolta, veniva assoldato un gran
numero di lavoratori che venivano
pagati in denaro o in cotone. In passato
la nonna ci era andata diverse volte,
proprio per lavorare come raccoglitrice:
la sua idea era quella di rimediare il
cotone con cui confezionare giacche e
pantaloni imbottiti per Bronzo e
Girasole, per affrontare l’inverno. Per
quanto misera fosse la loro vita, i due
piccolini continuavano a crescere di
statura e i loro vestiti, benché non rotti o
consumati, erano ormai troppo corti.
La nonna, tuttavia, disse soltanto che
voleva fare visita alla sorella.
Poi un giorno, a Campodigrano, una
barca fece rotta verso il Mar Cinese
Orientale con un carico di carote, e la
nonna si fece dare un passaggio. Bronzo
e Girasole la accompagnarono al molo.
Girasole scoppiò in singhiozzi.
«Perché piangi, piccina?» la consolò
la vecchietta. «La nonna non se ne va
mica per sempre, tu rimani a casa e
vedrai che tra un po’ torna!»
I capelli argentei oscillavano al vento.
La barca, caricata la nonna, salpò.
Quando fu partita, nel cuore di Bronzo
e dei suoi familiari scese un gran vuoto.
Erano passati soltanto pochi giorni
quando Girasole chiese: «Mamma,
quando torna la nonna?».
«È via solo da pochi giorni e già ti
manca? È ancora presto!» rispose la
mamma.
Eppure anche a lei, mentre lavorava,
capitava di avere la testa tra le nuvole e
di pensare alla suocera.
Passarono due settimane ma la nonna
non era tornata, né aveva fatto avere sue
notizie.
«Non avresti dovuto lasciarla andare»
rimproverò la mamma al marito.
Ma lui ribatté: «Ha voluto andare a
tutti costi, tu saresti riuscita a
impedirglielo?».
«E invece bisognava proprio
impedirglielo» insistette lei. «Alla sua
età non può più andarsene così lontano».
«Se tra qualche giorno non è tornata»
annunciò il papà seccato «vado a
prenderla io».
Quando furono passate un paio di
settimane il papà diede incarico di
recapitare al mare una lettera in cui si
chiedeva alla nonna di tornare presto.
Arrivò una risposta in cui si diceva
che la nonna stava bene e che sarebbe
tornata nel giro di un mese circa.
E invece, appena due settimane dopo,
la barca tornò dal mare riportando a
casa la nonna. L’imbarcazione attraccò
durante la notte. Ad accompagnare la
nonna c’era suo nipote, un cugino più
vecchio del papà, che bussò alla porta
della famiglia di Bronzo portando
l’anziana sulla schiena.
Tutti quanti si alzarono. Il papà, che
era andato ad aprire, chiese subito al
cugino: «Cos’è successo?».
«Te lo dico in casa» rispose l’altro.
Entrarono in fretta e furia.
A tutti la nonna sembrò dimagrita e
rimpicciolita. Eppure sorrideva,
sforzandosi di sembrare rilassata.
Il papà la abbracciò per farla scendere
dalla schiena del cugino e la coricò sul
letto preparato dalla mamma. Mentre la
sollevava ebbe un tuffo al cuore: era
leggera come un foglio di carta!
«È tardi» disse la nonna «tornatevene
tutti quanti a letto, su, io sto bene».
Il cugino del papà disse: «Si è
ammalata dieci giorni fa. Avremmo
voluto informarvi subito ma lei ce lo ha
impedito, aveva paura che la notizia vi
mettesse in agitazione. Allora abbiamo
pensato di aspettare che stesse meglio e
di avvertirvi quando fosse migliorata.
Non ci aspettavamo certo che la malattia
non solo non desse segni di
miglioramento, ma, anzi, peggiorasse
con il passare dei giorni. Quando ha
visto come si mettevano le cose, la
mamma ha detto che così non andava e
che dovevamo rimandarla indietro alla
svelta». Guardò la nonna sul letto e, con
voce un po’ tremante, aggiunse: «Si è
ammalata per il troppo lavoro».
Il cugino, poi, raccontò per filo e per
segno cosa era successo alla nonna in
quei giorni al mare.
«Quando è arrivata da noi si è riposata
un paio di giorni, poi ha subito iniziato
la raccolta del cotone. Per quanto tutti le
dicessero di lasciar perdere non ha
voluto sentir ragioni, appena faceva
giorno andava nei campi. Tutti i
braccianti che ci lavorano sono
ragazzine o giovani donne, lei era
l’unica a essere così anziana. La
piantagione si estende a perdita
d’occhio, per raggiungere il fondo e
tornare indietro ci vuole più o meno una
giornata intera. Eravamo preoccupati
che non reggesse la fatica e le dicevamo
di restare a casa, ma lei insisteva nel
dire che ce l’avrebbe fatta. La mamma la
minacciava che se fosse andata ancora a
raccogliere il cotone l’avrebbe
rimandata a casa. Lei diceva che
sarebbe partita solo dopo aver
racimolato abbastanza cotone. Poi un
giorno, a mezzodì, è svenuta tra le piante
e da allora non si è più alzata dal letto.
Al mondo non si è mai vista una
vecchia come lei: mentre era distesa
continuava a pensare al cotone da
raccogliere nei campi, diceva di dover
cucire giacche e pantaloni imbottiti per
Bronzo e Girasole. La mamma le ha
detto che poteva smettere di
preoccuparsi perché il cotone per i loro
vestiti lo poteva prendere da casa
nostra. Ma lei diceva che il nostro era
cotone vecchio e che voleva guadagnare
due bei sacchi di cotone appena colto.
Ne aveva già così tanto che, se fosse
stata pagata in cotone, le sarebbe già
bastato per le giacche e i pantaloni dei
ragazzi. Ma lei si ostinava a dire che
non era abbastanza, che l’inverno era
freddo, che voleva cucire dei bei vestiti
pesanti per i suoi nipotini… Laggiù la
conosciamo tutti, dicevamo tutti che una
vecchia così non si è mai vista…»
Bronzo e Girasole erano rimasti per
tutto il tempo al capezzale della nonna.
Il suo viso sembrava essersi ristretto e i
capelli le erano diventati bianchi come
neve gelata.
Allungando una mano, tutta scossa dai
brividi, la nonna li accarezzò entrambi.
Bronzo e Girasole la sentirono fredda.
La nonna era tornata con due grandi
sacchi di cotone. Quando, l’indomani,
furono aperti alla luce del sole, il
candore di quel cotone lasciò tutti i
presenti di sasso, non avevano mai visto
un cotone di così buona qualità!
La mamma ne prese una bella
manciata: se stringeva la mano si
riduceva a una piccola noce, ma non
appena allentava la presa, come gonfiato
dall’aria, il cotone tornava vaporoso.
Guardò la nonna, che giaceva sul letto
silenziosa e immobile, e pianse.
Non c’era niente da fare, la nonna non
riusciva ad alzarsi. Restava distesa a
letto, in silenzio, ad ascoltare il rumore
del vento, il canto degli uccelli e lo
starnazzare dei polli e delle anatre.
Nel giro di una notte di vento
fortissimo, che ululò furiosamente, a
Campodigrano arrivò l’inverno.
In casa di Bronzo misero da parte il
denaro necessario per mandare la nonna
in città a curarsi.
«Non sono malata, è solo che sono
vecchia» protestava lei. «È arrivata la
mia ora, come succede ai bufali».
Al bufalo di famiglia capitò
esattamente quello che lei aveva detto.
Quando la prima neve dell’inverno
cadde su Campodigrano, proprio come
la nonna, anche il bufalo crollò a terra.
Cadde così, senza ragione apparente, e
quando cadde fece un gran rumore
perché era pur sempre un bufalo. Tutti,
in paese, udirono quel rumore, sembrava
che fosse crollato un muro.
Tutta la famiglia si precipitò verso la
stalla. L’animale, stramazzato a terra, li
guardava impotente.
Non muggiva, non emetteva il minimo
sibilo. Si sforzava di alzare la testa, che
doveva essere pesantissima, e fissava i
suoi padroni con occhi che sembravano
palle di vetro.
Il papà chiese subito alla moglie di
tritare dei fagioli di soia per fargli bere
un po’ di latte, ma quando gli
avvicinarono il catino alla bocca non
fece il minimo movimento. Non voleva
bere. Era come se pensasse che non ce
n’era più bisogno.
La nonna sospirò quando apprese la
notizia: «È vecchio, sì, ma è un po’
presto perché crolli così». Poi aggiunse:
«Non preoccupatevi per me, io sto bene.
Quando l’inverno sarà passato e tornerà
la primavera starò meglio. Andate a
prendervi cura del bufalo, invece! La
povera bestia è stata con noi per tanti
anni ma non ha mai fatto una bella vita».
Bronzo e i suoi familiari ripensavano
ai tanti episodi del loro passato legati a
quel bufalo. Era un buon bufalo, un
bufalo che capiva il cuore degli uomini.
In tutti quegli anni non aveva mai fatto il
lavativo, né si era mai mostrato
cocciuto. Anzi, era sempre stato
addirittura più docile e generoso degli
esseri umani.
Lavorava senza fiatare e senza fiatare
seguiva i suoi padroni. A volte, quando
era felice, lanciava un muggito al cielo.
Per la maggior parte dell’anno non
faceva altro che brucare l’erba: fresca in
primavera, estate e autunno, secca in
inverno. Solo quando il lavoro nei
campi diventava particolarmente intenso
poteva mangiare fagioli o grano, e solo
quando era malato aveva diritto a un
catino di latte di soia o a qualche uovo.
Si accontentava di brucare l’erba
agitando la coda. Amava farsi cavalcare
da Bronzo e Girasole e farsi portare qua
e là da loro, i loro sederini gli davano
una sensazione gradevole. Quello che
aveva con i suoi padroni era un legame
indissolubile, un affetto che si
esprimeva senza bisogno di parole. Se
per qualche giorno uno di loro non si
faceva vedere e poi ricompariva, lui
tirava fuori la sua lingua lunghissima e
calda per leccargli la mano e loro lo
lasciavano fare, senza preoccuparsi di
quella saliva bagnaticcia.
Ai suoi padroni capitava spesso di
dimenticare che era un animale e di
raccontargli istintivamente quello che
passava loro per la testa. Gli parlavano
di continuo, senza curarsi se fosse in
grado di capire quello che dicevano.
Mentre gli umani parlavano lui drizzava
le grandi orecchie senza smettere di
ruminare.
In generale, gli altri abitanti di
Campodigrano non osavano trattarlo
male: ai loro occhi, fare del male a quel
bufalo equivaleva a fare del male alla
famiglia di Bronzo.
Proprio come aveva fatto la nonna,
anche il bufalo tentò, senza riuscirci, di
rimettersi in piedi: poi smise di provarci
e rimase paralizzato a terra, in silenzio.
Anche lui ascoltava il rumore del
vento, il canto degli uccelli e lo
starnazzare di polli e anatre.
Fuori dalla stalla fioccava la neve.
Bronzo e Girasole portarono una gran
quantità di paglia di riso e gliela
ammucchiarono intorno fino a ricoprirlo
tutto, tranne le testa.
Il papà gli disse: «Questa famiglia ti
deve delle scuse. In tutti questi anni
abbiamo pensato solo a farti lavorare.
Arare in primavera, trasportare acqua in
estate, trascinare il rullo di pietra in
autunno, e nemmeno in inverno ti
abbiamo lasciato tranquillo. Io ti ho
persino frustato…»
Nello sguardo del bufalo c’era
un’infinita dolcezza.
Non mostrava alcun risentimento nei
loro confronti. Era un bufalo, e vivere
nella famiglia di Bronzo era stata la sua
fortuna. Presto se ne sarebbe andato: che
altro poteva avere nel cuore? Solo
un’immensa riconoscenza verso di loro.
Era riconoscente perché nessuno di
loro aveva avuto disgusto per la sua
scabbia, perché in estate appendevano
una tenda di giunco all’ingresso della
stalla risparmiandogli così le punture
delle zanzare, perché in inverno lo
portavano a bearsi del sole tiepido… In
tutte le stagioni dell’anno, che tirasse
vento o fosse bel tempo, che piovesse o
nevicasse, aveva sempre fatto la vita che
un bufalo raramente può sperare di
avere. Era valsa la pena di vivere così.
Tra tutti i bufali, lui era stato uno dei più
fortunati.
Stava per lasciarli. Guardando la
famiglia di Bronzo, il suo unico
rimpianto era quello di non aver potuto
rivedere la nonna. “Quando arriverà la
primavera” pensò “quando a
Campodigrano la terra si coprirà di fiori
selvatici, certo lei sarà di nuovo in
piedi”. Anche se la nonna era abituata a
chiamarlo “bestia” lo faceva sempre con
un tono affettuoso, tanto che a volte
usava l’espressione “quella bestiola”
anche riferendosi ai nipotini.
Quella notte, al momento di coricarsi,
il papà accese una lanterna di carta e,
sfidando la tempesta di neve, la portò
nella stalla per potergli dare
un’occhiata. Anche Bronzo e Girasole
andarono con lui. Quando furono
rientrati in casa, il papà disse: «Temo
che quella bestia non sopravviva alla
notte».
L’indomani Bronzo e Girasole lo
trovarono già morto, morto in mezzo a
un grande mucchio di paglia dorata.
Quando la nonna fu portata
all’ospedale della città di Campodilino
per essere visitata, non le trovarono
alcun malanno e le suggerirono di fare
una nuova visita all’ospedale del
distretto. Il secondo controllo rivelò che
era malata gravemente, ma non seppero
dire di cosa; i medici suggerirono di
ricoverarla e tenerla in osservazione, a
pagamento.
Quando il papà andò allo sportello a
chiedere a quanto ammontassero le
spese per il ricovero, la signorina fece
dei calcoli e comunicò una cifra: il
papà, dopo una serie di «Oh oh» si
accucciò a terra senza dire una parola.
Era una somma spropositata, una spesa
che la famiglia di Bronzo non sarebbe
mai e poi mai riuscita ad accollarsi.
Il papà si sentì come se avesse sulla
testa una montagna, una montagna
immensa. Ci volle un bel po’ prima che
si rialzasse e tornasse verso
l’ambulatorio: in fondo al corridoio, la
moglie vegliava la nonna ancora distesa
sul lettino.
Il papà e la mamma si rassegnarono e
riportarono la nonna a Campodigrano.
La nonna, a letto, diceva: «Non c’è
bisogno di altre visite». E poi
sospirava: «Non avrei mai pensato che
quella bestia se ne andasse prima di
me».
Giorno e notte, i coniugi si
arrovellavano: dove avrebbero potuto
rimediare il denaro per il ricovero?
In presenza della nonna mantenevano
una parvenza di serenità, ma lei sapeva
bene in che stato fossero le finanze di
famiglia. Vedendoli invecchiati così in
fretta cercava di consolarli: «Solo io
conosco davvero il mio corpo, e vi dico
che quando tornerà il caldo sarò guarita.
Non state in pensiero, fate quel che
dovete fare». C’era poi una frase che
continuava a ripetere: «I soldi nella
scatola di legno servono a pagare il
secondo semestre di scuola per
Girasole, che non vi venga in mente di
toccarli».
Mentre il papà e la mamma cercavano
di racimolare del denaro ovunque, la
nonna restava a letto e chiedeva ai
bambini di tenerle compagnia. Sentiva
che la malattia l’aveva avvicinata
ancora di più ai suoi nipotini: le piaceva
talmente averli accanto da provare paura
al pensiero che potessero allontanarsi.
Ogni volta che Girasole andava a
lezione cominciava a rimuginare:
“Quando uscirà da scuola?”. Quando poi
l’ora della fine delle lezioni si
avvicinava si metteva ad ascoltare il
rumore dei passi fuori dalla porta:
Girasole tornava sempre di corsa. Se
una volta finiva tardi e non riusciva a
rincasare all’ora prevista, la nonna
diceva a Bronzo: «Vai fino all’incrocio
a dare un’occhiata, come mai non è
ancora qui?». E lui andava laggiù a
scrutare l’orizzonte.
Una mattina la famiglia si era appena
alzata quando arrivò Pescerauco.
Reggeva un’oca in ciascuna mano, un
maschio in una e una femmina nell’altra.
Bronzo e i suoi familiari erano
piuttosto perplessi.
Pescerauco posò a terra le due anatre,
legate per le zampe, che si misero
immediatamente a battere le ali
cercando di divincolarsi. Dopo aver
sollevato un gran polverone, però, si
resero conto di non avere scampo e si
lasciarono cadere docili al suolo.
Pescerauco, un po’ in imbarazzo,
farfugliò: «Mio padre mi ha chiesto…
mi ha chiesto di darvi… darvi due…
due anatre… anatre, da preparare per la
nonna… preparare una zuppa… una
zuppa d’anatra. Il papà dice… ha detto,
che se la nonna beve… beve la zuppa…
la zuppa d’anatra, poi si sentirà meglio,
starà meglio… meglio…».
Bronzo e i suoi si lasciarono prendere
dalla commozione.
«Io… io vado…»
«Ehi, ragazzino!» lo chiamò la nonna.
Pescerauco si bloccò.
«Lasciane una alla nonna» disse
«l’altra riportala a casa».
«No!» protestò lui «Il papà dice… ha
detto, due… due anatre» e corse via.
La famiglia di Bronzo rimase a
guardare la sagoma di Pescerauco che si
allontanava, in silenzio.
Il ragazzino non se n’era andato da
molto quando Bronzo prese tra le
braccia l’anatra femmina, che era ancora
in grado di fare uova, andò in riva al
fiume e la liberò.
Quel giorno Girasole aveva un esame.
Quando Pescerauco se ne fu andato, la
mamma le disse: «Cosa aspetti ad
andare a scuola? Non hai un esame
oggi?».
Girasole avrebbe voluto dirle
qualcosa, ma la mamma era già andata a
dar da mangiare ai maiali. Era già
qualche giorno che cercava di fare un
annuncio ai suoi: «Il prossimo semestre
non voglio più andare a scuola».
Faceva già la quarta elementare.
A Campodigrano non erano pochi i
ragazzi che non andavano a scuola per
mancanza di soldi. Lei, invece, era
arrivata alla quarta, eppure la sua era la
famiglia più povera di tutto il villaggio.
Sapeva bene che in quella casa l’unica a
non lavorare era proprio lei: non solo,
era anche l’unica per cui veniva speso
del denaro. Era un peso notevole per la
famiglia, e ogni volta che vedeva i
genitori crucciarsi per questioni
finanziarie, provava una profonda
amarezza. Se però era così brava negli
studi era soprattutto perché era sveglia,
e perché sapeva che studiare sodo era il
suo dovere.
Negli ultimi giorni le era venuta
un’idea, un’idea che le dava una grande
frenesia, un’idea che aveva avuto
all’improvviso mentre rincasava da
scuola.
Era un pensiero che l’aveva fatta
sobbalzare a tal punto che si era
guardata intorno come per paura che
qualcuno lo potesse vedere. Quel
pensiero sembrava un uccellino
irrequieto che volava di qua e di là
dentro la gabbia del suo cuore, e che,
pur sbattendo la testa da ogni lato,
tuttavia continuava a lanciare il suo cip
cip.
Si coprì la bocca con la mano, le
pareva che il cuore potesse saltarle fuori
da un momento all’altro.
Non poteva assolutamente permettere
che quell’uccellino volasse fuori e che
qualcuno lo vedesse, men che meno i
suoi familiari. Prima di varcare la soglia
di casa doveva fare in modo che
l’uccellino si calmasse.
Girasole si era accarezzata il viso che
scottava nonostante il vento freddo.
Aveva fatto un giro e poi un altro,
sfidando le folate gelide: aveva
aspettato che nella gabbietta l’uccellino
la smettesse di agitarsi e che le sue
guance si raffreddassero, e solo allora
era entrata in casa.
Nei giorni che seguirono non era
passato un solo momento senza che
Girasole sentisse, nella gabbietta, il
canto dell’uccellino.
Finché, quel giorno, decise di attuare
il suo piano: si sarebbe fatta bocciare
agli esami di tutte le materie!
L’uccellino finalmente si era calmato,
come se all’imbrunire avesse trovato un
bosco in cui nessuno avrebbe potuto
disturbarlo.
In inverno, in mezzo ai campi spogli,
correvano tanti sentieri desolati, che gli
scolari percorrevano, chi provenendo da
una parte, chi da un’altra. Indossavano
vestiti di colori diversi, che decoravano
la campagna grigia e la ravvivavano un
poco.
Presto Girasole non avrebbe più
camminato insieme a loro. Il pensiero la
rattristava un po’.
Era una bambina che amava studiare,
anzi, era addirittura innamorata dello
studio, della scuola.
Quando si ritrovavano insieme, maschi
e femmine, alti e bassi, puliti e sporchi,
birichini e meno birichini, svegli e meno
svegli, facevano tutti un gran baccano.
Eppure, appena suonava la campanella
che segnava l’inizio della lezione, si
comportavano come un banco di pesci
che, intenti fino a un attimo prima a fare
follie in acqua, non appena venivano
disturbati si disperdevano subito in tutte
le direzioni, finché non restava altro che
un placido stagno in cui si specchiavano
le nuvole di passaggio nel cielo. Appena
finiva la giornata di scuola, poi,
schizzavano fuori come se fossero stati
tenuti prigionieri per decenni, e un
attimo dopo ecco che il cortile davanti
alle aule veniva invaso da un gran
polverone.
Anche lei correva in mezzo alla
polvere.
Girasole piaceva quasi a tutte le altre
ragazzine.
Giocavano al volano, al gioco della
campana e a tanti altri giochi di ogni
genere. Tra bambine si litigava spesso,
ma era raro che qualcuna bisticciasse
con lei. Girasole, poi, non attaccava mai
briga con nessuna.
Qualunque cosa facessero, le bambine
la volevano con sé e non facevano che
chiamarla: «Girasole, vieni con noi!»,
«Girasole, stiamo insieme!».
Tra bambine si facevano anche delle
chiacchiere, chiacchiere senza fine. Si
chiacchierava per strada, in classe,
dovunque capitasse, persino in bagno:
anzi, in bagno si chiacchierava un sacco.
I maschietti origliavano ma non
sentivano bene tutto quanto. Quando le
bambine si accorgevano che qualcuno le
stava ascoltando si zittivano di colpo,
ma non ci mettevano molto a
ricominciare.
D’estate, a scuola, gli alunni dovevano
fare il pisolino pomeridiano. Si dormiva
sui banchi o sugli sgabelli e Girasole
trovava la cosa molto divertente. Tutti
quei bambini che si coricavano insieme
non potevano fare il minimo rumore, ma
nessuno aveva mai voglia di dormire e
si facevano di nascosto dei gesti, si
lanciavano occhiate, parlavano a voce
bassissima. Quando finalmente suonava
la campanella saltavano tutti in piedi
con un sospriro di sollievo: nessuno
aveva dormito veramente.
Nelle fredde giornate invernali si
mettevano in piedi lungo il muro fino a
formare una lunga fila, dopodiché si
stringevano con decisione l’uno contro
l’altro: quelli nel mezzo, per quanto
disperatamente volessero rimanere nella
schiera, finivano sempre per essere
spinti fuori. A Girasole capitava spesso.
I malcapitati, allora, correvano ai lati
della fila e si stringevano di nuovo
addosso ai compagni: si spingeva e si
veniva spinti a turno, e in questo modo
si iniziava presto a riscaldarsi.
Girasole si era ormai abituata
all’odore che emanavano tutti quei
ragazzini stipati in un’aula così
striminzita: era un odore piacevolmente
caldo, di sudore appena un po’ acre, ma
sudore di bambino.
Le piacevano i caratteri, le piacevano
i numeri: trovava che nascondessero un
mistero profondo. Le piaceva quando
tutti leggevano a voce alta il testo della
lezione, ma ancora di più le piaceva
quando la maestra le chiedeva di alzarsi
e leggere da sola. Dal silenzio che la
circondava capiva di leggere in modo
molto accattivante: nessuno le aveva mai
insegnato come fare, ma in quella scuola
le sue letture erano famose. Non aveva
una voce squillante, anzi, era addirittura
un po’ fioca ma era pura come se fosse
stata lavata con acqua limpida. Aveva il
senso del ritmo, della cadenza, della
modulazione, e conosceva queste cose
come il gregge conosce il pascolo, come
gli uccelli conoscono il cielo.
La sua lettura sembrava provenire da
molto lontano, come di notte il canto
degli insetti alla luce della luna,
induceva negli altri bambini uno stato
simile al sonno. La ascoltavano con il
mento sulle mani e quando aveva finito
non erano in grado di ricordare cosa
avesse letto, alle volte non si rendevano
conto che avesse smesso finché la
maestra non diceva: «E adesso leggiamo
di nuovo tutti insieme».
Ma tra breve, tutto questo sarebbe
stato soltanto un ricordo lontano.
Non aveva ripensamenti.
Quella mattina aveva l’esame di
lingua, il pomeriggio quello di
matematica. Le domande sui fogli non
presentavano la minima difficoltà per
lei, ma a tutte rispose in modo
disastroso.
Quando ebbe compiuto la sua missione
si sentì incredibilmente sollevata. La
sera, mentre faceva compagnia alla
nonna, si mise persino a cantare, una
dopo l’altra, le filastrocche che lei le
aveva insegnato.
«Che è successo a quella bambina, ha
mangiato i fagottini della felicità?» fece
la mamma al marito.
Girasole, sempre cantando, uscì di
casa.
Era notte, e quel giorno aveva
nevicato. Prima di cena sugli alberi, sui
tetti, sui campi erano caduti copiosi
fiocchi. Guardando lontano Girasole
ebbe l’impressione che fosse giorno.
Quando alzò lo sguardo scorse persino
alcune cornacchie che si riposavano
sugli alberi. Là, in lontananza, c’era la
scuola. L’altissimo pennone della
bandiera era diventato una sottile linea
grigia.
D’ora in poi Girasole avrebbe potuto
vederla soltanto da lontano.
Si mise a piangere, ma la sua non era
tristezza. Finalmente non avrebbe più
pesato sulla sua famiglia. Ora poteva
dare una mano in casa, insieme al
fratello, voleva guadagnare anche lei un
po’ di soldi come faceva il resto della
famiglia, i soldi che servivano a curare
la nonna.
Sentì di essere diventata grande.
Due giorni dopo, a scuola, iniziarono
le vacanze invernali. Gli scolari, pagella
alla mano, se ne tornarono a casa con in
spalla gli sgabelli che si erano portati in
classe.
Quasi tutti erano al corrente dei voti
che aveva preso Girasole, ma nessuno
sapeva spiegarsi una cosa del genere.
Sulla strada di casa non si sentivano più
il chiasso e le risate degli altri giorni.
Girasole si avviò verso il villaggio
insieme ad alcune delle compagne con
cui andava più d’accordo. Al momento
di congedarsi le amiche restarono
impalate e immobili.
Girasole fece loro un gesto con la
mano: «Se avete un po’ di tempo venite
a trovarmi» e con questo invito si
incamminò verso casa. Per tutto il
tragitto non fece altro che trattenere le
lacrime.
Le compagne rimasero a lungo lì in
piedi.
Quel pomeriggio la maestra si
presentò a casa di Girasole per
informare i suoi genitori del risultato
degli esami.
«Non mi stupisce che si sia messa a
temporeggiare quando le ho chiesto di
darmi la pagella» commentò il papà. Era
così furioso che avrebbe voluto darle
una bella lezione, anche se non l’aveva
mai picchiata, anzi, non l’aveva mai
sfiorata nemmeno con un dito.
La notizia lasciò di stucco anche la
mamma, che si lasciò cadere di peso su
uno sgabello.
In quel momento Girasole era andata
insieme a Bronzo nei campi allagati,
dove avevano fatto dei buchi nel
ghiaccio per pescare.
Nei campi, infatti, i pesci erano
rimasti intrappolati per via del ghiaccio:
quando volevano respirare un po’ d’aria
fresca soffiavano contro la lastra
congelata per praticarci un forellino.
Così facendo, però, non solo non
riuscivano nel loro intento ma
rivelavano anche la propria presenza: se
si abbassava lo sguardo verso il
ghiaccio, infatti, si vedevano delle
bollicine bianche sotto la superficie, e
bastava dare una decisa martellata per
stordire il pesce che stava lì sotto. A
quel punto era sufficiente rompere
ancora un po’ il ghiaccio e allungare la
mano nell’acqua per catturarlo. Nel
cesto che Girasole teneva in mano
c’erano già parecchie prede.
Avrebbe voluto tirare fuori subito la
pagella che teneva in tasca per mostrarla
al fratello, ma non ne aveva avuto il
coraggio. Si decise a farlo solo dopo
che Bronzo ebbe catturato l’ennesimo
pesce.
Quando Bronzo lesse la pagella il
martello gli cadde di mano finendogli
quasi su un piede.
In campagna tirava vento, tra le sue
mani il foglio ondeggiava frusciando.
Poi, forse perché aveva le mani
intirizzite dal gelo, forse perché aveva
ormai la testa da un’altra parte, fatto sta
che il vento gli soffiò via la pagella
dalle dita facendola finire sul ghiaccio.
Il foglio piegato in due, simile a una
farfalla bianca, svolazzò sulla lastra
azzurrina.
Quando finalmente si rese conto che la
pagella gli era sfuggita dalle mani,
Bronzo si lanciò al suo inseguimento e
riuscì ad acciuffarla solo dopo un
rovinoso scivolone sul ghiaccio. Poi,
brandendola furibondo, tornò
barcollando sui suoi passi.
Si mise ad agitare la pagella davanti al
naso di Girasole, facendola frusciare
rumorosamente.
La sorellina teneva gli occhi bassi e
non osava guardarlo.
Il muto, che era decisamente
perspicace, esprimendosi a gesti le
disse brutalmente: “L’hai fatto
apposta!”.
Girasole scosse la testa.
“L’hai fatto apposta! Apposta!”
insistette agitando i pugni a mezz’aria.
Girasole si spaventò, non aveva mai
visto il fratello così furioso. Aveva
paura che quei pugni si abbattessero su
di lei e si protesse istintivamente la testa
con le mani.
Con un calcio Bronzo rovesciò la
cesta che Girasole aveva posato sulla
stradina a bordo del campo. I pesci
ancora vivi si contorcevano sull’erba
secca del sentiero e sul lastrone
ghiacciato illuminato dal sole.
Raccolse il martello e, ruotando il
corpo come in un mulinello, lo lanciò
lontano. Quando, dall’alto, precipitò
sulla superficie gelata, questa fece un
sonoro crac per il violento colpo
ricevuto, e nella lastra comparve una
crepa bianca a forma di fulmine.
Poi, stringendo la pagella con una
mano e il braccio della sorellina con
l’altra, Bronzo, la trascinò verso casa.
Quando furono quasi a destinazione,
lasciò la presa.
“Non possiamo dirlo a papà e
mamma” disse lui. “Se lo vengono a
sapere ti ammazzano di botte” aggiunse.
Si guardò alle spalle, dopodiché
trascinò ancora Girasole nella direzione
opposta a quella di casa.
Quando raggiunsero un boschetto si
fermarono.
“Devi continuare a studiare!” le disse.
«Non mi piace studiare».
“Sì che ti piace”.
«No che non mi piace».
“Vuoi smettere solo perché la nonna è
malata”.
Girasole chinò il capo e scoppiò in
singhiozzi.
Quando si voltò leggermente a
guardare la campagna ricoperta dalla
neve oltre il boschetto, Bronzo si sentì
pizzicare il naso.
I due vagabondarono finché non scese
il buio e furono costretti a tornare a
casa. Il papà e la mamma avevano tutta
l’aria di aspettare solo loro.
«Dov’è la tua pagella?» chiese il
papà.
Girasole guardò Bronzo, poi abbassò
gli occhi e rimase a fissarsi i piedi.
«Ti ho chiesto dov’è la tua pagella!» Il
papà alzò la voce.
«Il papà ti ha fatto una domanda! Ce le
hai le orecchie o no?» Era evidente che
stavolta la mamma non era dalla sua
parte.
Girasole lanciò una nuova occhiata al
fratello.
Bronzo tirò fuori la pagella dalla tasca
e la consegnò timorosamente al papà.
Sembrava quasi che non fosse della
sorella, bensì sua.
Senza nemmeno degnarla di uno
sguardo il papà la stracciò in mille pezzi
e li lanciò addosso a Girasole. I
brandelli di carta caddero
disordinatamente a terra e molti le
finirono sui capelli.
«In ginocchio!» ruggì il papà.
«In ginocchio!» gli fece eco la
mamma.
Girasole si inginocchiò.
Bronzo voleva aiutarla a rimettersi in
piedi, ma quando il papà gli lanciò
un’occhiata feroce si rassegnò a
rimanere in disparte.
Da dentro casa si udì l’anziana voce
della nonna: «Lasciatela parlare! Che ti
è preso?».
Era la prima volta che la nonna si
arrabbiava con lei.
Girasole non avrebbe mai immaginato
che, di fronte alla faccenda della scuola,
tutta quanta la sua famiglia potesse avere
una reazione del genere, e si spaventò a
morte.
Nonna, papà e mamma avrebbero
ricordato per sempre la scena che aveva
avuto luogo ai piedi della vecchia
sofora.
Nel momento in cui l’avevano portata
a casa con sé avevano deciso che
l’avrebbero cresciuta, che avrebbero
fatto di lei una persona con un futuro
roseo davanti.
Nessuno di loro aveva mai parlato con
gli altri dei propri piani, ma ciascuno di
loro udiva la voce del cuore dell’altro.
Per tutti quegli anni avevano avuto un
unico pensiero: “Bisognava far studiare
Girasole a costo di sacrificare tutto, a
costo di chiedere l’elemosina!”.
Sentivano che i veri genitori di
Girasole non se n’erano mai andati: la
loro anima vagava ancora tra i campi di
girasoli e le piantagioni di
Campodigrano.
La famiglia non avrebbe saputo
descrivere quale profondo legame la
univa a Girasole e a suo padre, proprio
come il vero papà di Girasole, dopo
aver visto Bronzo, non era più riuscito a
dimenticarlo.
Al mondo esistevano cose impossibili
da spiegare.
Girasole era davvero spaventata a
morte. Stava in ginocchio a terra, il
corpo scosso da brividi continui.
I maestri erano stati chiari: o Girasole
si ritirava o sarebbe stata costretta a
ripetere l’anno. Anche loro erano
convinti che quelli non fossero i veri
voti che meritava Girasole: il fatto era
che anche altri alunni non avevano
superato gli esami e la scuola aveva
messo anche loro di fronte alla scelta tra
ritirarsi o ripetere l’anno. Perciò, se la
scuola avesse accolto la richiesta dei
genitori di Girasole di farle ripetere gli
esami, i genitori degli altri bambini
avrebbero potuto pretendere lo stesso
trattamento.
I genitori di Girasole proprio non
riuscivano a spiegarsi come mai avesse
ottenuto dei voti del genere!
Era qualcosa che nemmeno i maestri
della scuola si sarebbero mai aspettati,
nessuno, però, immaginava che Girasole
l’avesse fatto apposta.
Sarebbe stata una mossa troppo
assurda.
La spiegazione che si diedero tutti
quanti era che probabilmente, negli
ultimi tempi, Girasole non si era
applicata nello studio, che qualche
preoccupazione le avesse impedito di
concentrarsi durante l’esame, o ancora,
che un attimo di sbadataggine l’avesse
fatta andare nel pallone.
Così, quando Bronzo rivelò che
Girasole si era fatta bocciare apposta
agli esami perché la nonna si era
ammalata e lei non voleva continuare a
studiare, nonna, papà e mamma rimasero
di sasso.
Girasole, a capo chino, singhiozzava
sommessamente.
La mamma le si avvicinò e la aiutò a
rialzarsi: «Accidenti a te, piccola, ma
perché sei così sciocca?». Quando se la
strinse al petto, due rivoli di lacrime
calde scivolarono sulla treccia di
Girasole.
«Volevo che la nonna potesse farsi
visitare, volevo che la visitassero…»
gemeva tra le braccia della mamma.
Dal suo letto, la nonna chiamò:
«Girasole, Girasole…».
La mamma, sorreggendo la bambina,
entrò nella stanza più interna della
casa…
Un giorno in cui cadeva una neve
sottile, la nonna, con l’aiuto di Bronzo e
Girasole, si alzò dal letto.
Non solo lasciò il letto, ma uscì
persino di casa.
Mentre percorreva faticosamente il
sentiero che portava alla scuola
elementare, sempre sorretta dai nipotini,
parecchi dei compaesani si fermarono
sul ciglio della strada.
I minuscoli fiocchi di neve
volteggiavano a mezz’aria come tante
zanzarine bianche.
Dopo tanti giorni passati senza vedere
la luce del sole, il viso della nonna si
era fatto terribilmente pallido. Per
giunta, dimagrita com’era, i pantaloni e
la giacca imbottita sembravano
particolarmente ampi e vuoti.
Dopo un tempo che sembrò infinito, i
tre finalmente raggiunsero la scuola.
Non appena li videro, il preside e i
maestri si affrettarono ad andar loro
incontro.
Stringendo la mano del preside, la
nonna disse: «Permetta alla mia nipotina
di rifare gli esami».
Rivelò che Girasole si era fatta
bocciare apposta perché, per via della
sua malattia, non intendeva proseguire
gli studi. Quella rivelazione lasciò di
stucco tutti gli insegnanti presenti.
«Permetta alla mia nipotina di rifare
gli esami». La nonna, senza distogliere
lo sguardo dal preside, fece il gesto di
inginocchiarsi sul suolo innevato.
Non appena se ne accorse il preside si
affrettò a sorreggerla: «E va bene,
nonna, voglio accontentarla, lascerò che
rifaccia l’esame, lascerò che ci provi di
nuovo».
Quella fu l’ultima volta che la nonna si
fece vedere a Campodigrano.
Di nascosto dalla nonna, il papà e la
mamma continuarono a raccogliere il
denaro necessario per ricoverarla.
La vecchietta peggiorava
progressivamente e da qualche tempo
non riusciva nemmeno più a mangiare.
Non provava nessun tipo di dolore,
semplicemente si sentiva sempre più
debole con il passare dei giorni. Ben
presto non ebbe più nemmeno la forza di
alzare le palpebre e dormiva per delle
intere giornate. Il suo respiro era più
flebile di quello di un neonato.
Rimaneva coricata a letto senza quasi
muoversi.
Vederla in quello stato procurava a
Bronzo e Girasole una tristezza
impossibile da descrivere.
Il papà e la mamma passavano le
giornate fuori casa a correre di qua e di
là da parenti e vicini, nel villaggio e in
campagna, a domandare prestiti e
chiedere aiuto per le cure mediche.
La nonna insisteva: «Non sono malata,
sono solo vecchia, smettetela di darvi
tanto da fare».
Ogni giorno, con il vento e con la
pioggia, Bronzo andava in città a
vendere le scarpe di paglia.
Girasole, invece, pensava: “L’unica
che non si rende utile sono io”. Questo
era per lei motivo di grande vergogna:
passava le giornate ad arrovellarsi sul
modo di racimolare un po’ di soldi
perché la nonna potesse andare in
ospedale. Sentiva di non essere più così
piccola, di dover sollevare la famiglia
da una parte di quel peso. Ma dove
andare a guadagnare qualcosa?
Poi, improvvisamente, si ricordò di
ciò che aveva sentito dai grandi quando
andava a fare i compiti da Cuihuan.
Poco prima della Festa di Primavera,
parecchia gente della zona era partita
per Campodilino: lì avevano noleggiato
una barca per andare nel Jiangnan8 a
raccogliere frutti di ginkgo, dalla cui
vendita si poteva ricavare un bel
gruzzolo. Negli anni passati anche molti
abitanti di Campodigrano avevano
intrapreso quel viaggio. Nel Jiangnan
amavano coltivare il ginkgo, tanto che ne
esistevano intere piantagioni. La gente di
lì ne raccoglieva i frutti ma, poiché le
colture erano abbondanti e le braccia
poche, molti non venivano colti e
rimanevano sui rami: anche solo quelli
caduti dagli alberi avrebbero assicurato
un raccolto notevole.
Dalle parti di Campodigrano, invece,
erano in pochi a coltivare il ginkgo, il
cui frutto era però molto apprezzato al
punto che veniva addirittura considerato
un ricostituente. I bambini del paese,
poi, amavano colorarli di varie tinte: se
li mettevano poi in tasca o in una scatola
e li usavano come decorazione o per
fare delle scommesse.
Così, ogni fine d’anno, qualcuno che
partiva per la raccolta del ginkgo nel
Jiangnan c’era sempre. Gli abitanti di lì
non avevano nulla in contrario,
dopotutto i frutti rimasti sugli alberi
sarebbero marciti.
A volte proponevano ai raccoglitori un
accordo: avrebbero potuto raccogliere
tutti i frutti che volevano, che fossero
ancora sull’albero o già caduti, ma
raggiunti i cinquanta chili erano tenuti a
cederne cinque o dieci chili al
proprietario. Era un affare da cui
entrambe le parti traevano beneficio e
che veniva concluso senza intoppi: anzi,
benché ufficialmente fosse, appunto, un
affare, sarebbe stato più corretto
definirlo un accordo tra amici.
Tra coloro che partivano per la
raccolta del ginkgo c’erano adulti e
ragazzini di dieci anni o poco più,
ovviamente al seguito dei grandi.
Per giorni e giorni Girasole non fece
che meditare su questa opportunità.
Voleva sentirsi degna di essere la
sorella di Bronzo. Era uguale a suo
fratello: non appena nella sua testolina
si insinuava un’idea, non c’era modo di
scacciarla nemmeno a frustate,
diventava un pensiero fisso,
un’ossessione, si intestardiva e doveva
realizzarla a ogni costo, anche
sbagliando, ma doveva farlo.
Un giorno, poco dopo che Bronzo era
partito con le sue scarpe di paglia in
spalla, si recò anche lei a Campodilino.
Si diresse subito verso il fiume.
A riva erano attraccati parecchi
barconi.
Costeggiò il fiume, una barca dopo
l’altra, chiedendo a tutti: «Qualcuno sta
andando nel Jiangnan a raccogliere il
ginkgo?». Infine un uomo le indicò un
barcone con il dito: «Su quella barca
sono saliti già in parecchi, da quel che
ho capito stanno andando proprio
laggiù».
Girasole vi si precipitò. Vide che sul
barcone c’era già un discreto numero di
passeggeri, per la maggior parte donne,
ma anche qualche ragazzino: due o tre
bambine avevano pressappoco la sua
età.
Erano tutti assorti nel loro
chiacchiericcio e si capiva che erano
effettivamente diretti nel Jiangnan per la
raccolta. Provenivano da diversi
villaggi nei dintorni di Campodilino.
Alcuni di loro stavano giusto discutendo
la tariffa con il comandante: la spesa
sarebbe stata equamente divisa tra i
passeggeri, questo era ovvio, ma
sembrava che sulla cifra precisa da
pagare non si riuscisse a raggiungere un
accordo. Il comandante trovava l’offerta
troppo bassa, mentre i passeggeri non
erano disposti a scucire di più. Il
comandante, però, non disse che non se
ne sarebbe fatto nulla e anzi propose:
«Allora aspettiamo un po’, se arriva
qualcun altro mi pagherà qualcosina in
più!».
A poco a poco sul barcone tornò la
calma: tutti si misero a guardare verso
l’argine, nella speranza che arrivasse
ancora qualcuno. Su quella barca
enorme non sarebbe certo stato un
problema caricare un’altra decina di
persone.
Girasole voleva avvertire Bronzo
della sua intenzione ma poi, pensando
che il fratello non avrebbe mai
acconsentito, rinunciò all’idea.
Moriva dalla voglia di partire insieme
a quella gente, ma non era pronta a farlo
quel giorno. Non aveva con sé nemmeno
un centesimo, né si era procurata i
sacchi per la raccolta. Inizialmente la
sua idea era semplicemente di andare a
dare un’occhiata, ma ora nel suo cuore
aveva preso forma un desiderio
irresistibile: partire subito!
Dalle discussioni dei passeggeri si
capiva che i primi raccoglitori erano
partiti per il Jiangnan tra la fine
dell’autunno e l’inizio dell’inverno:
quello che salpava quel giorno, quindi,
doveva essere l’ultimo gruppo.
Ripensò alla nonna, la nonna che se ne
stava a letto, avvolta nelle coperte,
immobile.
Bum bum, il cuore le batteva
all’impazzata.
Era evidente che il barcone sarebbe
partito proprio quel giorno e che
avrebbe potuto farlo da un momento
all’altro.
Girasole non aveva detto nulla ai suoi,
ma aveva già un piano. Prima di uscire
di casa avrebbe lasciato un bigliettino al
fratello senza dare indicazioni troppo
precise sulla sua destinazione: avrebbe
detto semplicemente che era partita, che
sarebbe tornata nel giro di qualche
giorno, e che non dovevano stare in
pensiero.
Peccato che questo bigliettino non
fosse ancora stato scritto: corse quindi
fino in cima all’argine, chiese alla
proprietaria di una bottega di darle un
pezzo di carta, di quella con cui si
impacchetta il sale o lo zucchero di
canna, si fece prestare una matita e,
curva sul bancone, scrisse un messaggio
al fratello:
Fratellone,
sono partita. Vado a fare una cosa
molto, molto importante, ma tornerò
tra qualche giorno. Di’ alla nonna, al
papà e alla mamma di stare tranquilli e
di non preoccuparsi per me, saprò
badare a me stessa. La nonna deve
tenere duro ancora qualche giorno e
poi potrà andare in ospedale, avremo i
soldi che servono. Torna a casa presto,
non aspettare di aver venduto tutte le
scarpe.
Tua sorella,
Girasole
Girasole scrisse questa letterina in
preda a un misto di nervosismo e
soddisfazione. Era davvero buffa:
quanto mai pensava di ricavare da quei
frutti di ginkgo? Credeva di poter
guadagnare un sacco di soldi, ma non
aveva la minima idea di quanto denaro
servisse per ricoverare la nonna. Prese
il bigliettino e tornò di corsa verso il
fiume. Fu allora che vide che altre sei o
sette persone si stavano imbarcando, e
capì che presto il barcone avrebbe
mollato gli ormeggi. Come fare per far
avere la lettera al fratello? Certo non
poteva farlo di persona. Era
tremendamente in ansia e non sapeva che
fare.
Si avvicinò un ragazzo che vendeva
girandole di carta.
Girasole gli corse incontro e gli disse:
«Puoi dare questo bigliettino al
ragazzino che vende scarpe di paglia? È
mio fratello, si chiama Bronzo».
Il ragazzo delle girandole la guardò un
po’ perplesso.
«Puoi farlo?»
L’altro annuì e prese il foglietto dalle
mani di Girasole.
Quando si voltò, vide che stavano già
ritirando la tavola che serviva a far
salire a bordo i passeggeri. «Aspettate
un attimo!» gridò.
Si lanciò in una corsa a perdifiato.
Il barcone si stava già staccando
lentamente dalla riva.
Girasole allungò le braccia.
I passeggeri, che tra loro non si
conoscevano, pensarono che fosse stata
lasciata a terra da un compagno di
viaggio: i due tizi che si trovavano a
prua, quindi, si piegarono in avanti e le
tesero le mani. Finalmente le mani si
toccarono e, con uno strattone deciso, la
tirarono a bordo. Dopo aver aggiustato
la rotta fu issata la vela maestra, e il
barcone iniziò allegramente il suo
viaggio sul fiume…
Il venditore di girandole stava
proseguendo il suo giro, quando venne
fermato da una bambina che ne voleva
comprare una. Concluso l’affare
continuò per la sua strada, finché non
vide un ragazzino che vendeva scarpe di
paglia.Preso com’era dal pensiero di
vendere le sue girandole lo scambiò per
la persona di cui gli aveva parlato
Girasole, quindi gli si fece incontro e gli
consegnò il bigliettino: «Tua sorella mi
ha chiesto di darti questo».
Il ragazzino che vendeva scarpe di
paglia prese il foglio un po’ titubante.
Anche l’altro ebbe un attimo di
esitazione: proprio in quel momento,
però, arrivarono altre due bambine a
chiedere il prezzo delle girandole e lui
tornò a concentrarsi sugli affari. Forse
perché pur desiderandole le trovavano
troppo care, forse perché non erano
realmente interessate, fatto sta che le due
bambine si informarono distrattamente
sul prezzo, diedero una rapida occhiata
e se andarono subito. Il venditore, che
invece era deciso a concludere l’affare,
si mise a seguirle, e in quell’istante la
faccenda del bigliettino gli uscì
completamente dalla testa.
Il ragazzino delle scarpe rimase lì
imbambolato con il foglietto tra le mani.
Finalmente lo aprì e si mise a
scorrerlo: più leggeva, più tutta quella
storia gli sembrava misteriosa, eppure
sempre più divertente. Così,
ridacchiando con il bigliettino in mano,
andò a vendere le sue scarpe da qualche
altra parte.
Bronzo tornò a casa molto tardi. Aveva
appena varcato la soglia quando la
nonna, dalla sua stanza, gli chiese: «Hai
visto Girasole?».
La raggiunse nella sua camera e, a
gesti, le rispose che no, non l’aveva
vista.
«Allora corri a cercarla» fece lei. «I
tuoi ci sono già andati. È così tardi e
quella bambina ancora non è tornata!»
Bronzo si precipitò fuori.
Proprio in quel momento il papà e la
mamma stavano rincasando dopo averla
cercata in lungo e in largo.
«Hai visto Girasole?» chiese la
mamma da lontano.
Bronzo agitò la mano.
La donna, allora, si mise a chiamarla a
gran voce: «Girasole! Torna a casa, la
cena è pronta!».
Gridava e gridava, ma da Girasole non
arrivò nessuna risposta.
Ormai era buio pesto.
Il papà, la mamma e Bronzo cercarono
dappertutto. Nelle tenebre continuavano
a riecheggiare le voci dei genitori: «Hai
visto la nostra Girasole?».
La risposta, però, era sempre la stessa:
«No».
Bronzo tornò a casa, accese una
lanterna di carta e si diresse verso il
campo di girasoli.
In quell’inverno rimanevano soltanto
alcuni gambi sparsi rinsecchiti da
tempo.
Tenendo alta la lanterna Bronzo fece il
giro del campo ma, non vedendo
Girasole, tornò verso il villaggio.
I suoi stavano ancora chiedendo ai
passanti: «Hai visto la nostra
Girasole?».
La risposta, però, era sempre la stessa:
«No».
Nessuno di loro aveva voglia di
mangiare, perciò rimasero fuori a
continuare le ricerche.
La nonna, l’unica rimasta a casa, era
terribilmente in ansia: tuttavia, non
potendo muovere nemmeno un muscolo,
il suo era un affanno pieno di impotenza.
In molti accorsero per dare una mano
con le ricerche, ora sparpagliandosi, ora
radunandosi di nuovo.
Si facevano congetture di ogni genere:
«Non potrebbe essere dalla nonna
materna?».
«C’è già andato qualcuno».
«Allora non potrebbe essere a casa
della maestra Jin?» Si trattava di
un’insegnante che veniva da fuori e che
adorava Girasole.
«Potrebbe essere» rispose un altro
«mandiamo qualcuno a controllare?»
«Ci vado io» si offrì un tizio di nome
Daguo.
«Grazie, Daguo» disse il papà.
«Ci mancherebbe!» si schermì l’altro,
e si incamminò a passi decisi.
«Pensiamo ancora, dove potrebbe
essere andata?»
E, dopo aver individuato alcuni luoghi,
anche gli altri si divisero e si misero in
marcia.
Erano tutti stanchi, per cui andarono a
riposarsi a casa di Bronzo, in attesa che
arrivassero notizie dai vari partecipanti
alle ricerche.
Per tutto questo tempo, Bronzo non era
ancora tornato a casa: lanterna alla mano
continuava a cercare, nei campi, in riva
al fiume, nel cortile della scuola,
dappertutto.
Era stato in piedi per tutto il giorno a
Campodilino e la sera non aveva
neanche cenato, si sentiva tremare le
gambe per lo sfinimento. Eppure
camminava senza sosta, con le lacrime
che gli brillavano negli occhi.
Quando tutti quanti furono rientrati, era
quasi giorno.
Dissero tutti che Girasole non si
trovava.
Ormai esausti, non poterono far altro
che tornarsene a casa a dormire.
In casa di Bronzo, però, nessuno
riusciva a chiudere occhio. Erano
sconvolti, allarmati, schiacciati
dall’angoscia.
Un nuovo giorno iniziò.
Poi, poco alla volta, fu trovata una
traccia. La prima a dare un’indicazione
importante fu Cuihuan: qualche giorno
prima, disse, Girasole le aveva rivelato
di voler andare a guadagnare un po’ di
soldi e che, una volta messa da parte una
piccola somma, sarebbe tornata a casa
per pagare le cure della nonna.
A queste parole nonna, papà, mamma e
Bronzo scoppiarono in lacrime.
«Accidenti a quella bambina, è una
follia!» gemette la mamma. Di questo
tutta la famiglia era convinta: Girasole
era andata da qualche parte per
racimolare del denaro. «Dannazione,
quanti soldi crede mai di guadagnare?»
imprecò la mamma tra le lacrime.
Emerse poi un nuovo indizio: il giorno
in cui aveva fatto perdere le sue tracce
qualcuno l’aveva vista a Campodilino.
La mamma rimase a casa a prendersi
cura della nonna mentre Bronzo e il
papà andavano in città.
Dopo aver fatto indagini presso
parecchia gente qualcuno confermò che
sì, aveva effettivamente visto la
ragazzina, ma non aveva idea di dove
fosse andata.
Scese il buio.
Bronzo e il papà dovettero infine
rassegnarsi e tornare a Campodigrano.
Quella notte Bronzo si svegliò di
soprassalto.
Fuori tirava un vento che faceva
ululare i rami secchi, un rumore che
sembrava un lamento.
Bronzo si mise a riflettere: e se in quel
momento fosse sulla strada di casa? Per
strada da sola, nel cuore della notte,
doveva essere terrorizzata!
Si alzò senza far rumore, prese con sé
la lanterna, aprì la porta e uscì dalla
stanza in punta di piedi. In cucina cercò
un fiammifero e, dopo aver acceso la
lanterna, si incamminò verso
Campodilino. Se Girasole era
scomparsa a Campodilino, pensò, di
certo ci sarebbe tornata.
La lanterna di carta ondeggiava nella
campagna, simile a uno spiritello
notturno.
Bronzo non andava di fretta: un po’
camminava, un po’ restava in attesa.
Camminò fino a notte fonda, e soltanto
allora raggiunse Campodilino. Lanterna
alla mano, percorse il viale che
attraversava la cittadina: sotto il cielo
non si udiva altro che il rumore dei suoi
passi sul selciato di quarzite verde.
Giunto sul ponte, contemplò il fiume
che si estendeva a perdita d’occhio.
Vide, sulle due sponde del fiume, tante
barche attraccate. Era convinto che
Girasole fosse partita proprio a bordo di
una barca. Se era partita in barca, in
barca sarebbe tornata: se fosse tornata
di giorno non c’era motivo di
preoccuparsi, sarebbe rientrata a casa
da sola. Ma se la barca fosse tornata di
notte? Come avrebbe fatto a tornare da
sola a Campodigrano? Era una bambina
tanto paurosa.
Sostituì la candela nella lanterna e
continuò a guardare in lontananza dal
ponte.
Da allora, ogni notte, Bronzo andò a
Campodilino a montare la guardia sul
ponte con la sua lanterna di carta.
Diverse persone, alzandosi di notte
per fare i propri bisogni, notavano la
lanterna sul ponte: vedendo la stessa
scena più e più volte e trovando la cosa
bizzarra, sulle prime si limitavano a
guardare da lontano, ma poi, si
accorgevano che lì c’era un ragazzino in
piedi con una lanterna in mano. «Chi stai
aspettando lì impalato?» chiedevano.
Bronzo non parlava: del resto, non ne
era capace.
A quel punto i curiosi si avvicinavano
e finalmente lo riconoscevano: era il
muto che vendeva scarpe di paglia.
Grazie al passaparola, a Campodilino
ormai quasi tutti conoscevano la storia:
Bronzo, il muto, aveva una sorellina di
nome Girasole che voleva racimolare
dei soldi per far curare la nonna ed era
partita da lì, da Campodilino, per andare
nessuno sapeva dove. Il muto, allora, la
aspettava ogni notte sul ponte con una
lanterna di carta.
Era una storia che scaldava e
commuoveva il cuore di tutti gli abitanti
di Campodilino.
Un giorno il ragazzo che vendeva
girandole, benché non fosse originario
di Campodilino, capitò di nuovo da
quelle parti per i suoi affari. Quando udì
la storia si ricordò improvvisamente
della ragazzina che lo aveva incaricato
di consegnare un biglietto al fratello, il
venditore di scarpe di paglia, e
dichiarò: «So dov’è andata!». Poi
raccontò l’intera vicenda.
«E dov’è il biglietto?» gli chiesero.
«Temo di averlo dato al ragazzino
sbagliato» rispose. «Anche lui vendeva
scarpe di paglia».
La gente andò a cercarlo per le
strade…
«Eccolo, eccolo là» annunciò il
ragazzo delle girandole puntando il dito.
Il venditore di scarpe si stava
avvicinando.
«Dov’è il biglietto che ti ho
consegnato?» lo interrogò il ragazzo.
«Non era destinato a te!»
Forse perché quel foglietto gli
sembrava importante, forse perché
quello che c’era scritto sopra era così
misterioso, fatto sta che il ragazzino
delle scarpe non l’aveva buttato via, e lo
tirò fuori dalla tasca.
Uno degli adulti prese il biglietto per
darci un’occhiata, dopodiché avvertì
immediatamente i familiari di Bronzo.
Quando Bronzo lo ebbe in mano e
riconobbe la scrittura di Girasole, le
lacrime cominciarono a scendergli giù
senza riuscire a fermarsi.
Seguendo quella pista fu possibile
rintracciare il barcone.
Ora era tutto chiaro: Girasole si era
imbarcata insieme a un sacco di altra
gente per andare nel Jiangnan a
raccogliere i frutti di ginkgo. In casa di
Bronzo l’ansia diminuì un pochino,
sostituita da una nostalgia e un’attesa
cariche di apprensione.
Inizialmente il papà voleva partire per
il Jiangnan alla sua ricerca, ma ne era
stato dissuaso: era una regione così
immensa, dove poteva andare a
cercarla?
Il papà, allora, iniziò ad andare a
Campodilino di giorno, mentre Bronzo
ci andava la notte: in questo modo padre
e figlio facevano dei turni di guardia in
città.
La lanterna di carta illuminava la
strada, illuminava l’acqua del fiume,
illuminava anche il cuore della gente di
Campodilino…
Il barcone, nel frattempo, era ormai
sulla via del ritorno. Giorno dopo
giorno, notte dopo notte, Girasole
pensava a casa.
Sulla barca tutti quanti la adoravano.
Scoprire che era lì da sola e che non
c’era nessun adulto che badasse a lei era
stata per loro una grandissima sorpresa.
La tentazione di attraccare e farla
tornare a casa era stata forte: lei, però,
si era avvinghiata all’albero maestro,
piangendo disperata, e non ne aveva
voluto sapere.
Quando poi le avevano chiesto perché
volesse andare a raccogliere ginkgo nel
Jiangnan e lei aveva risposto che le
serviva il denaro per le cure della
nonna, ne erano stati commossi ma anche
divertiti: «I pochi soldini che
guadagnerai non basteranno nemmeno
per una dose di medicine!».
Lei, però, non ci aveva creduto e
aveva insistito nel suo progetto. «I tuoi
lo sanno?» le avevano chiesto. Lei
aveva risposto che lo sapeva il fratello.
Poi, vedendola piangere in quel modo,
qualcuno aveva proposto: «E va bene,
portiamola con noi, dopotutto i suoi lo
sanno». A quel punto Girasole aveva
smesso di piangere e lasciato la presa.
Durante il viaggio tutti quanti si erano
offerti di prendersi cura di lei: era una
bambina troppo deliziosa.
Non aveva portato con sé niente da
mangiare, né qualcosa per coprirsi, e
così la notte le signore e le ragazze si
erano offerte, tutte, di farla dormire sotto
le proprie coperte. Temendo che durante
la notte potesse sgusciare fuori dalle
coperte e prendere freddo, poi, la
imbacuccavano per bene.
La nave rollava sulla fiume, mentre dal
fondo della stiva si sentiva riecheggiare
il tin tin dell’acqua.
Girasole dormiva di gusto. La notte le
donne si svegliavano di continuo per
controllare che un braccio o una gamba
non le spuntassero dalle coperte. Mentre
dormiva teneva le braccia al collo di
una delle signore facendosi cuscino del
suo petto, e questa sussurrava alle
compagne: «Questa bambina è davvero
adorabile».
Dato che non aveva portato con sé un
sacco per la raccolta, gliene fu regalato
uno. Erano disposti a darle qualunque
cosa.
Quanto a lei, poteva offrire loro le
canzoni imparate dalla nonna. La sera la
stiva era gremita di persone che se ne
stavano lì coricate e, quando si alzava il
vento e l’acqua si increspava, il barcone
somigliava a un’enorme culla. Il canto di
Girasole, in quella fredda desolazione,
restituiva ai passeggeri un po’ di calore,
un po’ di vivacità.
Tutti si rallegravano di non essere stati
troppo duri di cuore, il giorno della
partenza, e di non averla cacciata.
Una volta arrivati nel Jiangnan
avevano corso freneticamente da un
posto all’altro. Si erano mossi troppo
tardi: i frutti rimasti sugli alberi, o
caduti a terra e non ancora raccolti,
ormai erano davvero pochi e di
conseguenza erano stati costretti a
spostarsi di continuo.
Girasole andava avanti seguendo gli
adulti, e se restava indietro c’era sempre
una signora o una ragazza che si fermava
ad aspettarla.
Raccoglieva i frutti di ginkgo, uno
dopo l’altro, e a ogni frutto raccolto,
dentro di lei aumentava di un pochino la
speranza.
Se i suoi compagni, che la avevano
tutti a cuore, vedevano che in un certo
punto i frutti abbondavano, la
chiamavano: «Girasole, vieni qui a
raccoglierli».
Sulle prime aveva movimenti
tremendamente impacciati, ma nel giro
di un paio di giorni era diventata svelta
di occhio e di mano.
«Girasole, hai raccolto tutto tu, lascia
qualcosa anche alle ziette!» scherzavano
le signore.
A quelle parole lei, che non lo faceva
certo apposta, avvampava e rallentava
davvero il ritmo.
Le sue compagne, allora, si mettevano
a ridere: «Che sciocchina sei! Su,
continua a raccogliere, ce ne sono in
abbondanza anche per noi».
Mentre faceva di nuovo rotta verso
Campodilino, il barcone si fermava in
ogni cittadina in cui si teneva un
mercato, e tutti scendevano a vendere il
proprio raccolto di ginkgo. Grazie alle
signore, che trattavano sempre il prezzo
con i clienti, Girasole riusciva a
garantirsi un ricavo soddisfacente. Le
compagne prendevano dal suo sacco una
bella manciata di frutti: «Guardate qua
che ginkgo eccezionale!». Ci mettevano
più impegno di quanto non facessero per
vendere la loro stessa merce,
contrattavano addirittura su ogni
grammo.
Quando Girasole si era ritrovata un
po’ di soldi in tasca, una delle signore le
aveva detto: «Piccolina come sei, quei
soldi di sicuro li perderai per strada».
Lei glieli aveva immediatamente messi
tra le mani.
La signora aveva riso: «Ti fidi così
tanto della zia?».
Girasole aveva fatto cenno di sì con la
testa.
Il barcone continuava il suo viaggio, di
giorno e di notte.
Una notte, mentre dormiva, Girasole
sentì qualcuno dal ponte dire: «Stiamo
per imboccare il Fiume Giallo, ancora
poche ore e saremo di ritorno a
Campodilino».
Non riuscendo a riprender sonno,
Girasole rimase a occhi sbarrati nel
buio: pensava alla nonna, al papà, alla
mamma, a Bronzo.
Da quanti giorni era lontana da casa?
Non se lo ricordava nemmeno, ma le
sembrava un tempo lunghissimo!
Si chiedeva preoccupata: “La nonna
starà meglio?”.
Per un attimo pensò che la nonna fosse
morta. Le lacrime le scivolarono dagli
occhi.
“Come avrebbe potuto accadere?” si
costrinse a scacciare quel pensiero
doloroso. “E presto la rivedrò!”
Voleva far vedere alla nonna quanto
aveva guadagnato, quanto era in gamba!
Avrebbe voluto tanto che il barcone
filasse più svelto.
Pochi attimi più tardi scivolò
nuovamente in un sonno profondo.
Quando le signore la scossero per
svegliarla, il barcone si era già
accostato al molo di Campodilino.
Il cielo era ancora buio.
Ancora intontita com’era non riuscì
nemmeno a rivestirsi, tanto che le sue
compagne dovettero aiutarla. Le donne
le misero al sicuro i soldi nella tasca
interna della giacchetta, dopodiché
gliela chiusero con una spilla di
sicurezza.
Le restava ancora un piccolo sacco di
ginkgo che voleva portare a casa, e
sbucò dalla stiva stringendolo tra le
mani.
Sul fiume soffiava un vento gelido che
la fece rabbrividire e, nel giro di un
attimo, le fece ritrovare la lucidità.
Quando guardò davanti a sé vide
subito la lanterna di carta sul ponte.
Si stropicciò ripetutamente gli occhi
con le mani, convinta che fosse un
sogno.
La lanterna diffondeva una luce
arancione.
La conosceva, era la lanterna che
avevano a casa.
«La nostra lanterna!» urlò alle
compagne indicandola con il dito.
Una di loro si avvicinò e le tastò la
fronte con la mano: «Non hai nemmeno
la febbre e vaneggi?».
«Sì, è la nostra lanterna!» insistette
Girasole e poi, rivolta verso la luce,
gridò: «Fratellone!».
La sua voce squillante riecheggiò nella
silenziosa notte di Campodilino. La
lanterna sussultò, esitante.
«Fratellone!» chiamò Girasole a voce
ancora più alta.
Flap flap, gli uccelli sugli alberi in
riva al fiume si alzarono in volo.
A quel punto tutti coloro che erano sul
barcone la videro: sul ponte la lanterna
continuava a oscillare.
Subito dopo, eccola scendere dal
ponte e dirigersi a grande velocità verso
il molo.
Bronzo vide Girasole.
«È mio fratello! Mio fratello!» urlava
la bambina alle donne.
I passeggeri del barcone sapevano tutti
che aveva un fratello muto, un fratello
muto tanto, tanto buono.
Girasole salutò di cuore i suoi
compagni di viaggio e, aiutata da uno
degli adulti, smontò sulla banchina con
il suo piccolo sacco di frutti di ginkgo.
Fratello e sorella si corsero incontro
e, arrivati a metà della banchina, si
trovarono l’uno di fronte all’altra.
Dal barcone tutti quanti stavano a
guardarli.
Passò qualche istante, poi Bronzo
prese Girasole per mano e cominciò a
camminare.
Dopo qualche passo la bambina si
voltò e agitò di nuovo la mano verso i
compagni di viaggio.
Anche Bronzo si voltò e fece lo stesso.
Poi, mano nella mano, si inoltrarono
nel buio.
Sul barcone non ci fu una sola delle
donne che, vedendo la lanterna oscillare
nelle tenebre, non versasse una lacrima.
Quando i fratelli arrivarono a
Campodigrano ormai era già giorno.
La mamma, che si era alzata di
buon’ora per preparare la colazione,
gettò distrattamente lo sguardo verso la
strada davanti a casa e vide, in fondo al
viottolo, le sagome un po’ indistinte di
due ragazzini. Sulle prime non sospettò
nemmeno che potessero essere Bronzo e
Girasole. «Ma chi saranno quei
ragazzini, già in piedi a quest’ora?»
Si spostò in cucina, ma dopo appena
qualche passo tornò a guardare verso la
strada: qualche attimo più tardi il suo
cuore si mise a tremare come le foglie al
vento.
«Papà!» gridò scossa dai brividi.
«Che succede?» chiese il marito.
«Alzati! Su, alzati!»
Il papà saltò in piedi e uscì di casa.
«Guarda verso la strada! Guarda in
strada!»
Alle spalle dei due ragazzini stava
sorgendo il sole.
La mamma corse loro incontro.
Quando Girasole la vide, lasciò la
mano del fratello e si mise a correre
anche lei.
La mamma scorse una bambina magra
e di una sporcizia indicibile, ma
vivacissima.
«Mamma!» Girasole spalancò le
braccia.
La donna si accovacciò per stringerla
in un abbraccio, mentre le bagnava di
lacrime la giacchetta imbottita.
La piccola si batté la mano sul petto
tutto imbottito: «Mamma, ho fatto un
sacco di soldi!».
«Ma certo, ma certo!» disse la
mamma.
«Come sta la nonna?»
«Ti sta aspettando» rispose la donna.
«Ti ha aspettato ogni giorno».
Entrò in casa tenendola per mano.
Appena varcata la soglia, Girasole
corse verso la stanza più interna della
casa. «Nonna!» chiamò, e in pochi passi
fu al suo capezzale. La chiamò ancora,
poi si inginocchiò ai piedi del letto.
Ormai la vecchietta non riusciva più
né a mangiare, né a bere, eppure aveva
tenuto duro, aspettando il ritorno di
Girasole. Socchiuse appena gli occhi,
rivolgendo alla nipotina un sorriso pieno
di dolcezza.
Girasole si sbottonò la giacca, si tolse
la spilla, tirò fuori dalla tasca due
mazzette di banconote di piccolissimo
taglio e le mostrò alla nonna: «Ho
guadagnato un sacco di soldi!».
La donna avrebbe voluto tendere la
mano per accarezzarle il viso, ma non ne
aveva la forza.
Dopo soltanto un giorno, la nonna se
ne andò.
Prima di andarsene, però, fece segno
alla mamma di sfilarle il braccialetto
che teneva al polso. Si era già messa
d’accordo con lei quando ancora
riusciva a parlare, lo voleva regalare a
Girasole: «Daglielo quando si sposerà»
continuava a ripetere. La mamma
acconsentì.
Al tramonto la nonna venne sepolta.
Era un bel posto per essere seppelliti.
Quando scese il buio, gli adulti che
avevano partecipato al funerale se ne
andarono alla spicciolata.
Bronzo e Girasole invece restarono e,
per quanto i grandi cercassero di
convincerli, si rifiutarono di ascoltarli.
Rimasero seduti sull’erba secca
davanti alla tomba della nonna,
accoccolati l’uno contro l’altra.
Tra le mani Bronzo stringeva la
lanterna di carta.
Mentre illuminava la terra fresca del
tumulo della nonna, la sua luce si
rifletteva sulle tracce di pianto,
asciugate dal vento, sui loro volti.

8 - La zona a sud del Fiume Azzurro, il maggiore


fiume cinese [N.d.T.].
Il grande pagliaio

Girasole frequentava ormai la quinta


elementare.
Da quando si era entrati in autunno,
una notizia incombeva su Campodigrano
come un nuvolone nero: dalla città
sarebbero venuti a riprendersi la
ragazzina.
Difficile dire con esattezza da dove
fosse arrivata questa voce, fatto sta che
in paese la davano per buona.
Via via che la notizia si diffondeva
veniva arricchita dalla fantasia delle
persone, diveniva sempre più precisa e
convinceva ancora di più la gente della
sua indiscutibile verità.
A casa di Bronzo, però, la notizia non
era mai arrivata.
Pertanto, ogni volta che tiravano in
ballo la faccenda, i paesani si
guardavano sempre alle spalle per
controllare che non ci fosse in giro
qualcuno della famiglia. Se invece
vedevano arrivare uno di loro, mentre ne
stavano parlando, si disperdevano o
cambiavano discorso: «Oggi fa
freschino» oppure «Oggi fa proprio
caldo».
Nessuno voleva che la famiglia di
Bronzo venisse a conoscenza di questa
notizia tanto funesta.
Dalle occhiate poco spontanee dei
compaesani, Bronzo e i suoi intuivano
che si parlava di qualcosa che li
riguardava, ma non ci facevano troppo
caso. Una punta di perplessità rimaneva,
ma la famiglia continuava la sua vita di
tutti i giorni, fatta di chiacchiere e risate.
Se c’era una persona convinta che si
stesse tenendo loro nascosto qualcosa,
quella era Girasole.
Sentiva che c’era qualcosa negli
sguardi di Cuihuan e delle altre
compagne, e che quel qualcosa aveva a
che fare con la sua famiglia. Se ne
stavano sempre in un angolo a parlottare
a voce bassa lanciandole occhiate di
traverso e, appena la vedevano, si
mettevano a chiamarla a gran voce:
«Girasole, giochiamo a campana!»,
«Girasole, giochiamo a rubabandiera!».
Erano sempre state buone con lei, ma
ora lo erano più che mai.
Quando una volta, in un attimo di
sbadataggine, Girasole era scivolata
mentre camminava sbucciandosi
leggermente il ginocchio, Cuihuan e le
amichette l’avevano accerchiata
chiedendole insistentemente: «Fa
male?». Dopo la scuola, sulla strada del
ritorno, si erano addirittura date il turno
per portarla in spalla, come se le
occasioni di aiutarla fossero ormai
contate.
Anche le maestre mostravano verso
Girasole un’attenzione fuori del comune.
Tutta Campodigrano la trattava con una
gentilezza straordinaria.
Poi, un giorno, Girasole udì finalmente
la notizia…
Mentre giocava a nascondino in paese
con Cuihuan e le compagne si infilò in
un covone e coprì il pertugio con dei
ciuffi di paglia. Le amiche la cercarono
per un pezzo senza trovarla. Fecero un
giro intorno al pagliaio ma, non
trovandola, si fermarono lì davanti a
chiacchierare.
«Ma dove sarà andata a cacciarsi?»
«Già, dove sarà andata?»
«Chissà per quanto tempo ancora
potremo giocare con Girasole».
«Ho sentito dai grandi che presto
verranno dalla città a prenderla».
«Ma se la famiglia di Bronzo non
vuole che vada via, e nemmeno lei lo
vuole, non possono mica farci niente».
«I grandi dicono che non è così
semplice. Non andranno dalla famiglia
di Bronzo ma direttamente al villaggio,
insieme a qualche pezzo grosso».
«Ma quando vengono?»
«Il mio papà dice che possono
arrivare da un momento all’altro».
Dopo qualche minuto se ne andarono
via, sempre confabulando.
Nascosta dentro al pagliaio, Girasole
aveva sentito tutto chiaramente.
Non sbucò subito fuori, ma solo
quando le sembrò che Cuihuan e le altre
fossero ormai lontane.
Invece di tornare a giocare con loro
filò dritta a casa.
Aveva un’espressione turbata.
Quando la vide così, la mamma la
guardò perplessa: «Che ti prende?».
Lei, però, le sorrise: «Non è niente,
mamma».
Da quando era rincasata, Girasole era
sempre rimasta sulla soglia, come
inebetita.
La sera, a cena, aveva la testa tra le
nuvole: sembrava che mangiasse ma era
come se a inghiottire quel cibo non fosse
lei, ma qualcun altro.
Il resto della famiglia non smetteva di
osservarla.
Dopo cena Girasole aveva l’abitudine
di tormentare Bronzo perché la portasse
con sé nella radura davanti al villaggio,
là dove i ragazzini del paese si
radunavano per giocare dandosi alla
pazza gioia.
Stavolta, invece, dopo mangiato, se ne
andò da sola al di là del cortile e si
sedette su un cuscino ai piedi di un
albero, fissava in silenzio la luna e le
stelle nel cielo.
In quella notte d’autunno il cielo era
perfettamente pulito. Le stelle erano di
un giallo smorto e la luna di un azzurro
pallido.
L’immensa volta celeste sembrava
molto più leggera di quanto non fosse in
primavera, in estate o in inverno.
Le mani appoggiate al mento, Girasole
fissava il cielo stellato come istupidita.
I suoi familiari non la disturbarono, ma
erano tutti molto preoccupati.
Non passò molto prima che anche
Bronzo venisse a conoscenza della
novità. Non appena la udì corse a rotta
di collo verso casa, facendo anche un
bel ruzzolone lungo la strada, e quando
vide i genitori riferì loro
immediatamente quello che aveva
sentito.
Il papà e la mamma ripensarono agli
sguardi che i compaesani avevano
lanciato loro negli ultimi tempi e
capirono tutto. Rimasero a lungo
storditi.
Bronzo chiese: “È vero?”.
Il papà e la mamma non sapevano cosa
rispondere.
“Girasole non può andarsene via!”
I genitori lo rassicurarono: «Girasole
non se ne andrà».
“Non possiamo lasciarla andare!”
I suoi lo rassicurarono: «Non la
lasceremo andare».
Poi il papà andò dal capovillaggio e
gli chiese brutalmente se le cose stavano
così.
«È effettivamente così» rispose l’altro.
Il papà si sentì svenire, come se
qualcuno gli avesse dato una botta in
testa con un martello.
Il capovillaggio continuò: «È vero,
quelli della città vogliono portarsi via
Girasole, ma questo non significa che
possano portarla via così, su due piedi.
Vi devono pur sempre una spiegazione».
«Non vogliamo nessuna spiegazione»
ribatté il papà «e di’ pure a quelli là che
nessuno ce la può portare via!».
«Ci mancherebbe!» confermò il
capovillaggio.
Il papà sentì un grande vuoto nel
cuore.
«Così è deciso» lo rassicurò l’altro.
«Non c’è di che preoccuparsi».
«Quando sarà il momento ci darà man
forte, vero?» chiese il papà.
«Ma è naturale!» confermò il
capovillaggio. «Portarla via così? Non
se ne parla proprio!»
«Non se ne parla proprio!» ripeté il
papà.
«Non se ne parla proprio!» ripeté
anche il capovillaggio.
Se non c’era nemmeno da parlarne, di
cosa bisognava avere paura? Una volta
rincasato, il papà disse alla moglie:
«Che vengano pure, non ce ne importa
niente!».
«Ben detto!» approvò lei. «Voglio
proprio vedere chi riuscirà a portarcela
via!»
Nonostante i fermi propositi, la
questione continuava a schiacciare,
sempre più pesante, i loro cuori. La
notte i genitori di Bronzo faticavano a
prendere sonno, e dopo essersi
faticosamente addormentati si
svegliavano di soprassalto. Una volta
svegli non riuscivano più a dormire,
come se avessero un tormento nel cuore.
La mamma scendeva dal letto per
accendere la lampada a cherosene, poi
andava ai piedi del lettino di Girasole e,
alla luce del lume, rimaneva a guardarla
a testa china.
Talvolta capitava che anche Girasole
si svegliasse, ma non appena vedeva la
mamma che si avvicinava, tornava a
chiudere gli occhi.
A volte la mamma rimaneva a lungo a
osservarla e spesso allungava una mano
per farle una carezza leggera sulla
guancia.
La sua mano era ruvida, ma
trasmetteva a Girasole una sensazione
piacevole.
Ma c’erano anche altri occhi, che
vegliavano nel buio: quelli di Bronzo.
Negli ultimi giorni era sulle spine, come
se un giorno Girasole potesse
improvvisamente essere rapita mentre
camminava per la strada: per questo,
quando la sorella andava a scuola, la
pedinava da lontano, e quando ne usciva
lui era di guardia all’ingresso già da un
pezzo.
Girasole cercava di tenere all’oscuro
di tutto papà, mamma e fratello, e questi
facevano lo stesso con lei.
Si decisero a dire la verità soltanto il
giorno in cui un piccolo battello bianco
attraccò al molo di Campodigrano.
Il battello era arrivato poco dopo le
dieci del mattino.
Qualcuno, non si sa chi, lo vide e
sparse la voce: erano arrivati dalla città
a riprendere Girasole!
Qualcuno andò immediatamente a
informare la famiglia di Bronzo.
Il papà corse subito al fiume, dove
effettivamente c’era un piccolo battello
bianco, poi tornò di corsa verso casa e
disse a Bronzo: «Corri a scuola, poi tu e
Girasole andate a nascondervi da
qualche parte e uscite solo quando avrò
sistemato la faccenda con quelli là».
Bronzo corse a scuola a rotta di collo
e, senza badare alla maestra che stava
facendo lezione, irruppe nell’aula
trascinando via Girasole.
Senza nemmeno chiedergli:
«Fratellone, che succede?» Girasole lo
seguì verso il canneto. Si fermarono
solo quando furono nel punto più
inaccessibile.
Bronzo le disse: “Vogliono riportarti
in città!”.
Girasole annuì.
“Lo sapevi già?”
Girasole annuì di nuovo.
I due fratelli, stretti l’uno all’altra, si
sedettero in riva a una pozza nel cuore
del canneto.
Ascoltavano con trepidazione, attenti a
ogni movimento al di là dei giunchi.
Poi, più o meno all’ora di pranzo, si
sentirono chiamare dalla voce della
mamma, accompagnata da quelle di
Cuihuan e delle sue amichette. Erano le
grida che seguivano la fine di un
allarme.
Bronzo e Girasole le udirono ma non
ebbero il coraggio di uscire subito allo
scoperto. Fu Bronzo, poi, a decidere che
si potevano avventurare fuori, ma la
sorellina lo trattenne tirandolo per la
mano: era come se temesse che ci fosse
qualcuno in agguato, pronto a rapirla.
Lui la rassicurò: era tutto a posto, di
certo era tutto sistemato, e la guidò fuori
dal canneto.
Non appena vide la mamma, Girasole
le corse incontro e si tuffò tra le sue
braccia scoppiando in singhiozzi.
La mamma le dava dei colpetti sulla
schiena: «Va tutto bene, va tutto bene».
Era stato solo un falso allarme, il
battello bianco veniva dal distretto. Il
magistrato di distretto stava facendo
un’ispezione nelle campagne, era
passato per Campodigrano e vedendo un
villaggio così grande completamente
circondato da canneti, aveva ordinato di
fermarsi per poter dare un’occhiata, e
così l’imbarcazione aveva attraccato al
molo.
A poco a poco l’ululare del vento si
fece meno forte.
L’aria dell’autunno, però, diventava
più fresca con il passare dei giorni.
Sugli alberi le foglie rinsecchite ormai
cadevano, una dopo l’altra. Quando
l’ultimo stormo di oche ebbe
attraversato il cielo freddo e desolato di
Campodigrano, il villaggio divenne
un’opaca distesa marrone. Non appena
si alzava il vento, rami secchi e foglie
morte sbattevano ovunque frusciando gli
uni contro le altre.
In casa di Bronzo, i loro cuori, dopo
tanta tensione, stavano tornando, a poco
a poco, a tranquillizzarsi.
La loro vita era come il Fiume Giallo
quando non tirava vento né pioveva,
mentre scorreva verso est sotto i raggi
del sole e della luna.
All’incirca un mese più tardi,
l’autunno completò il suo corso e arrivò
l’inverno.
In una giornata apparentemente
normale, cinque persone venute dalla
città si presentarono improvvisamente a
Campodigrano. Erano accompagnate dal
funzionario di un’autorità superiore. Una
volta arrivati in paese non andarono a
casa di Girasole ma puntarono
direttamente verso il comitato di
villaggio.
Il capovillaggio era lì.
I cinque spiegarono il motivo della
loro visita.
«Sarà difficile» rispose l’uomo.
«Difficile o no, bisogna farlo
comunque» ribatté deciso il funzionario.
Nemmeno quegli uomini venuti dalla
città sapevano perché ci si fosse
dimenticati di quella bambina rimasta a
Campodigrano per tanti anni e poi, da un
momento all’altro, ci si fosse ricordati
di lei, al punto che riportarla indietro
era diventata una questione della
massima importanza.
Si era espresso persino il sindaco
della città: bisognava assolutamente
andarla a riprendere!
Il sindaco era lo stesso di un tempo.
Aveva trascorso tanti anni lontano
dalla vita pubblica, a lavorare in un
qualche luogo lontano, ma adesso era
tornato a casa, aveva riavuto il proprio
posto di lavoro ed era nuovamente
sindaco.
Mentre si aggirava per la propria città,
aveva visto il girasole di bronzo che
decorava la piazza principale: rifulgeva
maestoso sotto la sfolgorante luce del
sole, era uno spettacolo sacro, pieno di
energia.
Era lo stesso girasole che si ergeva
sulla piazza al tempo in cui era ancora in
carica. Poi, colpito da quella visione,
aveva chiesto: «E l’autore dov’è?».
Il personale che lo accompagnava gli
aveva risposto: «È morto. È annegato
nel villaggio di Campodigrano, mentre
lavorava alla Scuola per Quadri».
A queste parole era rimasto a
contemplare il girasole di bronzo in
silenzio, con il cuore pesante e le
lacrime agli occhi. Quanti
sconvolgimenti erano avvenuti sotto il
cielo nel giro di pochi anni! Il sindaco
non smetteva di sospirare.
In seguito aveva scoperto per caso che
la figlia dello scultore era stata presa in
affidamento a Campodigrano: così, nel
corso di una riunione, aveva tirato in
ballo la questione, che lui considerava
importantissima, e incaricato il
dipartimento competente di riportarla
indietro al più presto.
Qualcuno aveva manifestato un certo
imbarazzo, dicendo: «All’epoca c’era
una situazione particolare, non era
chiaro se il villaggio dovesse soltanto
prenderla in affidamento oppure
adottarla». Il sindaco, però, aveva
replicato: «Affidamento, adozione, non
importa, bisogna riportarla qui lo
stesso». E poi, guardando sulla mappa
dove si trovava il villaggio: «Che
sofferenza per la bambina. E che
ingiustizia verso suo padre!».
Il sindaco in persona si occupò di
raccogliere una ragguardevole somma di
denaro destinata a creare un fondo per la
crescita di Girasole, nonché di
organizzare nei minimi dettagli lo studio,
la vita e il futuro della ragazzina, una
volta che fosse tornata in città.
Mentre in città succedeva tutto questo,
a Campodigrano la vita procedeva piatta
e monotona come sempre, tra starnazzare
di polli e latrare di cani.
Anche Girasole, come tutti gli altri
bambini, faceva una vita semplice ma
attiva: era una ragazzina di
Campodigrano.
Eppure la città voleva davvero venire
a riprendersela.
«Possiamo venire incontro a qualsiasi
condizione» dissero al capovillaggio gli
uomini venuti dalla città. «Non
dev’essere stato facile crescerla fino a
questa età».
«Ma voi lo sapete cos’hanno dovuto
fare per poterla crescere fino ad ora?»
gemette il capovillaggio sull’orlo delle
lacrime. «Posso anche provare a
raccontarvelo, ma non vi assicuro di
riuscirci».
A quel punto il funzionario lo prese da
parte e gli disse: «Non si può fare
altrimenti, è una cosa che va fatta. Che
la famiglia non sopporti l’idea di
separarsi da lei possiamo capirlo tutti:
ci si affeziona persino a un cane,
figuriamoci a una persona. Su, vada a
parlarci, spieghi loro cosa abbiamo
pensato e cosa contiamo di fare in città.
Ma c’è una cosa che deve sottolineare: è
per il bene della bambina!».
«E va bene, va bene, ci vado, vado a
parlarci» rispose.
Il capovillaggio si avviò verso la casa
di Bronzo.
«Sono arrivati» annunciò.
A queste parole il papà ordinò subito a
Bronzo di andare a cercare Girasole,
che in quel momento era fuori a giocare,
e di nasconderla al più presto.
«Non c’è bisogno di nasconderla»
disse il capovillaggio. «Sono venuti a
trattare, non possono mica portarla via
con la forza. E poi scusami, che posto è
questo? Qui siamo a Campodigrano! Ti
pare che qui la gente starebbe a guardare
mentre qualcuno porta loro via un
figlio?» Poi si rivolse a Bronzo: «Vai
pure a giocare con Girasole, va tutto
bene».
Il capovillaggio si sedette e conversò
a lungo con i genitori di Bronzo: «Da
come stanno le cose sarà difficile che
possa rimanere».
La mamma scoppiò in lacrime.
Girasole, rientrata appena in tempo, si
tuffò tra le sue braccia: «Mamma, io non
me ne vado!».
Nel frattempo si era radunato un
gruppetto di spettatori che, di fronte a
quella scena, si mise a piangere.
«Nessuno può portarti via!» la
rassicurò la mamma.
Con un sospiro il capovillaggio uscì
dalla casa, annunciando a chiunque
incontrasse per strada: «Vogliono
portare via Girasole, sono al comitato di
villaggio!».
In un attimo lo seppe tutto il paese e
tutti si precipitarono al comitato di
villaggio: nel giro di pochi istanti lo
circondarono creando una muraglia
umana attraverso la quale non sarebbe
passato nemmeno uno spillo.
«Ma che succede?» chiese al
capovillaggio il funzionario, aprendo la
finestra per guardare fuori.
«Non lo so nemmeno io» rispose
l’altro. «Che ci fa qui tutta questa
gente?»
Dalla folla, inizialmente silenziosa,
presto cominciarono a udirsi delle grida.
«Pensate di portarla via così? Non se
ne parla nemmeno!»
«La bambina appartiene a
Campodigrano!»
«Ma lo sanno, quelli là, come è stata
cresciuta? In casa loro, d’estate, c’era
una sola zanzariera, e per poterla
lasciare a lei la famiglia scacciava le
zanzare facendo bruciare delle spighe di
tifa».
«E sempre in estate la sua nonna,
quando era ancora al mondo, le faceva
vento ogni notte con un ventaglio di
giunco e andava a dormire solo quando
aveva finito di asciugarle il sudore di
dosso».
«Dal giorno in cui è entrata da quella
porta, ai nostri occhi quella ragazzina è
sempre stata una di loro».
«La vita è stata dura da morire, ma per
quanto fosse dura la bambina non ne ha
mai sofferto».
«E poi è una ragazzina giudiziosa, non
si è mai vista una bambina giudiziosa
come lei».
«Sono tutti così uniti! Quella sì che è
una famiglia!»
Alcune persone si introdussero
nell’edificio dove aveva sede il
comitato.
«Fuori! Fuori!» ordinò il
capovillaggio.
Quelli, allora, si fermarono ma
rimasero a guardare freddamente il
gruppo dei cittadini.
Alla vista di quella folla immensa, gli
uomini venuti dalla città presero un
bello spavento: «Non siamo venuti a
rapire la bambina» dissero al
capovillaggio.
«Lo sappiamo, lo sappiamo» replicò
lui.
Finalmente un uomo che era riuscito ad
entrare gridò: «Non potete portare via la
ragazzina!».
«Non potete portarla via!» gridò la
gente rimasta fuori.
Il capovillaggio si diresse verso la
porta: «Ma cosa gridate, cosa gridate?
Non sono forse venuti a trattare? L’avete
visto anche voi, non sono andati
direttamente a casa loro, sentiamo prima
cosa hanno da dire».
L’uomo che aveva gridato per primo,
però, proseguì: «Vi conviene smammare
al più presto!».
«Ma è il modo di parlare?» protestò il
capovillaggio. «Sei proprio un cafone!».
Poi, entrato nella saletta interna, disse:
«Come vedete sarà difficile, proprio
difficile portarla via!».
Di fronte a quella situazione cosa
poteva dire la delegazione venuta dalla
città? «Forse è meglio andare» dissero
al funzionario che li aveva accompagnati
fin lì. «Una volta tornati in città faremo
rapporto al capo e si vedrà».
Il funzionario lanciò un’occhiata alla
ressa là fuori e disse: «Per oggi non
possiamo fare nient’altro». Poi,
voltandosi verso il capovillaggio, gli
disse a mezza voce: «Ti assicuro che la
cosa non finisce qui».
Il capovillaggio annuì.
«Faccia disperdere la folla» ordinò il
funzionario.
Il capovillaggio uscì: «Disperdetevi,
disperdetevi! Se ne vanno, non portano
via Girasole!».
Uscì dall’edificio seguito da una fila
di persone, mentre gli abitanti di
Campodigrano li lasciavano
educatamente passare.
Dopo la Festa di Primavera, quando
l’aria ricominciava appena a scaldarsi,
le notizie tornarono a farsi allarmanti.
Il capovillaggio fu convocato dai
superiori.
«Su questa faccenda non ci sono più
margini di discussione» gli dissero
prima di rispedirlo a fare il suo lavoro.
Se nel giro di tre giorni e tre notti non
fosse riuscito a sistemare la cosa, gliene
avrebbero dati anche dieci o quindici,
potevano aspettare. Ma era un compito
assegnato molto in alto e non poteva
fallire.
Per il sindaco la questione era della
massima importanza: si trattava di
capire se la sua città aveva ancora una
coscienza, un senso di responsabilità.
Voleva che tutti i cittadini sapessero
questo: una ragazzina, dimenticata in un
paesino nella campagna più sperduta,
stava finalmente per tornare a casa. Ma
bisognava fare un lavoro pulito, il
sindaco lo ripeteva di continuo:
bisognava spiegare chiaramente ai suoi
attuali genitori che sarebbe rimasta pur
sempre la loro bambina, ma bisognava
pensare anche al suo futuro e lasciare
che tornasse in città. Era anche un modo
per rendere giustizia al suo vero padre.
Il sindaco era sicuro che i nuovi
genitori si sarebbero mostrati
ragionevoli, scrisse persino di suo
pugno una lettera al capovillaggio in cui,
a nome della città intera, porgeva i suoi
omaggi agli abitanti di Campodigrano e
agli attuali genitori della ragazzina.
Il capovillaggio tornò dalla famiglia di
Bronzo e lesse la lettera in presenza dei
genitori.
Il papà non spiccicò una parola,
mentre la mamma non smetteva di
piangere.
«Ditemi voi cosa si può fare» disse il
capovillaggio.
«Non hanno tutti i torti» proseguì.
«Effettivamente, è per il bene di
Girasole. Pensateci, cosa sarebbe di lei
se rimanesse a Campodigrano? E cosa
potrebbe diventare se invece andasse in
città? Sarebbero due destini ben diversi!
Tutti sappiamo che dolore sarebbe per
voi se la bambina partisse. Lo so io, lo
sanno tutti, lo sanno anche loro. In questi
anni, con tutte queste catastrofi e queste
disgrazie, per fortuna era con voi! Qui a
Campodigrano nessuno è mai stato così
cieco, lo abbiamo visto tutti. In casa
vostra vi siete strappati il cuore per
darlo a quella benedetta ragazzina!
Quando la sua nonna era ancora al
mondo…» il capovillaggio si asciugò le
lacrime. «Stravedeva per lei, “a tenerla
per mano temeva di romperla, a tenerla
in bocca temeva di scioglierla” come si
suol dire, e avrebbe tanto voluto poterla
tenere per sempre sulle spalle…»
Il capovillaggio, seduto sul suo
sgabello, era un fiume in piena. Il papà
era rimasto sempre in silenzio.
La mamma pianse dall’inizio alla fine.
Bronzo e Girasole continuavano a non
farsi vedere.
«Dove sono i ragazzi?» chiese il
capovillaggio.
«Non ho idea di dove si siano
cacciati» rispose la mamma.
«Si saranno nascosti» commentò
l’uomo.
I fratellini si erano davvero nascosti:
era stata Girasole a insistere per farlo.
Stavolta, però, non erano nel canneto.
«Tra le canne ci sono i serpenti
velenosi, non dovete rimanerci troppo a
lungo» si era raccomandata la mamma.
Si erano rifugiati su un barcone
coperto da un telo, che avevano poi
lasciato andare alla deriva sul fiume.
Una sola persona conosceva il loro
nascondiglio: Pescerauco. Li aveva
scoperti quando, spingendo la zattera
con cui portava al pascolo le anatre,
aveva incrociato il barcone. «State
tranquilli» li aveva rassicurati «non lo
dirò a nessuno».
Bronzo e Girasole si erano fidati di
lui.
«Volete che avverta almeno i vostri
genitori?» aveva chiesto ancora
Pescerauco.
Bronzo aveva fatto di sì con la testa.
«Di’ loro che ci siamo nascosti, ma
non dire dove» aveva aggiunto Girasole.
«Va bene» ed era tornato a pascolare
le anatre a bordo della sua zattera.
Pescerauco aveva poi avvertito la
mamma di Bronzo e, vedendola in ansia,
l’aveva rassicurata dicendole:
«Tranquilla, ci sono io!».
A Campodigrano tutti quanti, grandi e
piccoli, avevano un codice d’onore.
Dopodiché, Pescerauco si era messo a
badare alle sue anatre non lontano dal
barcone. «La tua mamma ha detto di
starvene nascosti e di non uscire» aveva
riportato, anche se non era vero, era una
sua trovata personale.
Giunta l’ora di pranzo Pescerauco
aveva portato le provviste preparate
dalla mamma in una cesta che, senza
farsi vedere, aveva posato sulla sua
zattera per poi farla scivolare, sempre di
nascosto, sul barcone.
Gli uomini venuti dalla città tornarono,
stavolta a bordo del battello bianco del
distretto: erano cinque o sei, tutti quadri
di alto livello, e ad accompagnarli
c’erano altre cinque o sei persone. Tra
queste ce n’erano due che a
Campodigrano tutti conoscevano,
ovvero le signore che anni prima
avevano portato Girasole ai piedi del
vecchio albero di sofora. Erano
invecchiate parecchio, e anche piuttosto
ingrassate. Quando videro il
capovillaggio gli strinsero
calorosamente la mano, avrebbero
voluto dire qualcosa ma avevano la gola
strozzata e gli occhi velati di lacrime.
Il capovillaggio le portò a vedere la
Scuola per Quadri, al di là del fiume:
mentre stavano lì in piedi in mezzo a
quella foresta di erbacce scoppiarono a
piangere.
Poi parlarono della questione di
Girasole.
Il capovillaggio disse: «Ne ho giusto
parlato con i genitori della ragazzina,
sembra che sia riuscito a smuoverli un
pochino. Ma ci vorrà ancora un po’,
perciò vi chiedo di darmi una mano. Mi
lascio intenerire troppo!».
Le due donne chiesero di vedere
Girasole.
«Sentendo che volevate portarla via,
la piccola si è nascosta insieme a suo
fratello» disse il capovillaggio. E poi
aggiunse con un sorriso: «Chissà dove si
saranno cacciati quei due
mostriciattoli!».
«Non sarà il caso di cercarli?»
proposero le donne.
«L’abbiamo già fatto, ma non li
abbiamo trovati» rispose lui e aggiunse:
«Non importa, per ora lasciamo che si
nascondano».
Quando rivide Bronzo e Girasole,
Pescerauco li avvertì: «È tornata quella
gente di città, non fatevi vedere per nulla
al mondo!». I due fratelli annuirono.
«Andrà tutto bene, basta che restiate
sul barcone». E con queste parole tornò
a spingere la zattera all’inseguimento
delle sue anatre, senza smettere di
lanciare il suo richiamo: qua, qua,
qua… Le chiamava a voce altissima.
Pescerauco voleva che Bronzo e
Girasole, nascosti lì nel barcone,
sapessero che lui era lì nelle
vicinanze…
Con il capovillaggio a fare strada, le
due signore di città raggiunsero la casa
di Bronzo.
Quando le videro il papà e la mamma,
che erano seduti su degli sgabelli,
ebbero un attimo di stupore ma si
alzarono subito in piedi.
Erano di poco più vecchi delle due
donne.
«Sorella! Fratello!» li chiamarono le
nuove arrivate. Poi stesero le braccia
per stringere loro le mani, una quelle
della mamma, l’altra quelle del papà.
A qualche anno di distanza, trovarono i
genitori di Bronzo molto invecchiati.
Alla vista del colorito pallido e spento
dei loro volti, e di quei corpi che ormai
iniziavano a ingobbirsi, non riuscirono a
trattenere un moto di amarezza: strinsero
forte quelle mani e passò un bel po’
prima che lasciassero la presa.
Il capovillaggio si congedò: «Parlate
pure, io vado».
Delle due donne, una era un po’ più
alta, l’altra un po’ più magra, una
portava gli occhiali e faceva di cognome
Huang, l’altra si chiamava He.
Quando si furono sedute, la signora
Huang disse: «È già qualche anno che
siamo partite. Abbiamo sentito spesso il
desiderio di venire a trovare Girasole e
tutti voi, ma poi ci dicevamo che
vivevate felici e non ce la siamo sentita
di disturbarvi».
La signora He prese la parola: «Ci
siamo informati spesso su come stavano
i ragazzi, e abbiamo sempre sentito che
la loro vita procedeva bene. Ne
abbiamo parlato anche con gli altri e
abbiamo deciso che nessuno di noi
sarebbe dovuto venire a Campodigrano.
Avevamo paura di allarmare i ragazzi, e
di allarmare anche voi».
A poco a poco la conversazione si
spostò sul ritorno in città di Girasole.
La mamma continuava ad avere le
lacrime agli occhi.
Le due signore spiegarono per filo e
per segno i preparativi concreti e
minuziosi fatti in città. In quale scuola
avrebbe studiato (la migliore della
città), in quale famiglia sarebbe vissuta
(in casa della signora Huang, che aveva
una figlia più o meno della stessa età di
Girasole), quando sarebbe tornata a
Campodigrano a trovare i genitori
(avrebbe passato sempre lì le vacanze
estive e invernali), e così via.
Bastava ascoltarle per capire quanto si
fossero dati da fare, in città, per curare
nel dettaglio ogni minimo aspetto della
faccenda.
«Resterà sempre vostra figlia» disse la
signora Huang.
«Se sentite la sua mancanza potete
sempre venire in città» continuò la
signora He. «Il sindaco in persona ha
avvertito la foresteria del comitato
municipale, chiedendo che possiate
essere ospitati in qualsiasi momento».
«So quanto sia difficile separarvi da
lei» aggiunse la signora Huang. «Se
fossi al vostro posto sarebbe dura anche
per me».
«Sono sicura che nemmeno lei vuole
partire» ribadì la signora He.
La mamma iniziò a singhiozzare.
Le due donne, sedute una alla sua
destra e una alla sua sinistra, le cinsero
le spalle chiamandola: «Sorella,
sorella…» e piansero con lei.
Erano presenti molti abitanti del
villaggio, sia dentro che fuori della
casa.
«Non lo facciamo per nessun altro»
disse la signora Huang. «È solo per il
bene della ragazzina».
A Campodigrano la gente non insisteva
più come prima nel cercare di impedire
che Girasole tornasse in città. Avevano
iniziato a capire che intenzioni aveva, e
come la pensava, quella gente di città.
Quella sera le due donne dormirono a
casa di Bronzo.
L’indomani il capovillaggio si
presentò loro e chiese: «Allora?».
«Lei ha detto di sì» rispose la signora
Huang.
«Hanno detto di sì tutti e due?» chiese
ancora l’uomo.
«Ha detto di sì anche il padre»
confermò la signora He.
«Bene, bene, benissimo!» esultò il
capovillaggio. «È per il bene della
bambina. Qui a Campodigrano siamo
così poveri, sarebbe ingiusto verso di
lei».
«Se è una ragazzina assennata non
dimenticherà mai l’affetto che ha
ricevuto da Campodigrano».
«Non avete idea di quanto sia
assennata» replicò il capovillaggio. «È
una bambina così adorabile. Quando se
ne andrà si sentiranno strappare il
cuore!» e indicò i genitori di Bronzo.
Le due donne non facevano che
annuire.
«E poi c’è quel suo fratello muto…» Il
capovillaggio si fregò il naso che gli
pizzicava. «Quando Girasole sarà
partita, quel ragazzino impazzirà…»
La mamma scoppiò in un pianto
irrefrenabile.
«Ma cosa piangi, cosa piangi!» fece il
capovillaggio. «Non se ne va mica per
sempre. Dovunque vada sarà sempre la
tua bambina. Su, non piangere. Ci siamo
già messi d’accordo, guai a te se piangi
quando la piccola partirà. Pensaci:
d’ora in avanti avrà un avvenire radioso,
dovresti essere contenta!» e con il dito
si asciugò gli occhi.
La mamma annuì.
Il capovillaggio allungò una sigaretta
al papà e gliela accese. Poi ne aspirò
una bella boccata e domandò: «Quando
la farete partire?».
«Non c’è fretta» risposero le due
donne.
«E il battello resterà qui?» chiese
ancora il capovillaggio.
«Il magistrato di distretto si è messo
d’accordo con il sindaco» spiegò la
signora Huang. «Il battello aspetterà qui
finché sarà necessario».
«Forza, allora, chiamate i ragazzi e
approfittate di questi giorni» concluse
l’uomo.
«Ma non so dove siano andati» disse
la mamma.
«Lo so io» ribatté il capovillaggio.
Aveva notato già da un pezzo quel
barcone che andava alla deriva sul
fiume.
Il capovillaggio guidò la donna fino al
barcone.
«Girasole!» chiamò la mamma.
Nessuna risposta.
«Girasole!» chiamò di nuovo la donna.
Ancora nessuna risposta.
«Va tutto bene, vieni fuori» la
rassicurò.
Solo allora Bronzo e Girasole fecero
capolino dalla porta della cabina.
La mamma li riportò a casa.
La donna iniziò a preparare
l’occorrente per Girasole. Diceva quel
che c’era da dire, faceva quel che c’era
da fare, e si affaccendava senza sosta.
I due ragazzini se ne restavano spesso
in disparte, in piedi o seduti, a guardarla
come imbambolati. Non si
nascondevano nemmeno più, trovavano
che nascondersi non avesse più alcun
senso.
Durante i preparativi la mamma non
disse una parola. Mentre si dava da fare,
però, ogni tanto le capitava di fermarsi
tutt’a un tratto a guardare nel vuoto.
Gli abitanti di Campodigrano si erano
ormai rassegnati all’idea: a breve
Girasole se ne sarebbe andata.
Dal fondo del baule la mamma tirò
fuori il braccialetto che la nonna aveva
lasciato alla nipotina prima di morire.
Rimase a guardarlo pensando agli
orecchini che la nonna aveva portato e
all’anello che aveva tenuto al dito, e
sospirò: «Non ha tenuto niente per sé, se
non il vestito che indossava». Avvolse
con cura il bracciale in un lembo di
stoffa e lo ripose in un bauletto di rami
di salice intrecciati, che era già pieno
delle cose di Girasole.
La notte la mamma dormiva insieme
alla piccola.
«Se hai nostalgia di casa torna da noi»
le diceva. «Mi hanno già dato la loro
parola, basta che tu dica che vuoi
tornare e ti rimanderanno qui. Quando
sarai laggiù impegnati nello studio. Non
pensare sempre a Campodigrano, mica
scappa, resterà sempre qui dov’è. E non
pensare sempre a noi, stiamo tutti bene,
se ci mancherai ti verremo a trovare.
Affronta questo viaggio con gioia: se
sarai contenta tu lo saremo anche noi, il
papà, tuo fratello e io. Scrivici, chiederò
a tuo fratello che ti scriva anche lui.
D’ora in poi la mamma non sarà più
accanto a te, perciò dovrai prenderti
cura di te stessa. La signora Huang e la
signora He saranno buone con te.
Quando le ho viste sotto la sofora,
quell’anno, mi è bastata un’occhiata per
capire che erano buone, buone di viso e
di cuore. Con loro devi essere
ubbidiente. Quando dormi, la notte, non
devi tenere sempre fuori le braccia. La
sera devi lavarti i piedi da sola, non
disturbare le zie. E poi non sei più una
bambina, devi imparare ad arrangiarti,
non puoi mica farteli lavare per tutta la
vita! Per strada non camminare sempre
con il naso all’insù, in città ci sono le
auto, non è mica come in campagna,
dove se ruzzoli a terra al massimo ti
finisce un po’ di fango in bocca. E non
fare la matta come fai con tuo fratello o
con Cuihuan e le altre, i matti non
piacciono mica a tutti…»
Le parole della mamma scorrevano in
un flusso ininterrotto, come le acque del
fiume che passava davanti a
Campodigrano.
Nei giorni che precedettero la partenza
di Girasole i paesani scorgevano
spesso, la notte, una lanterna di carta che
ondeggiava in mezzo ai campi, si
fermava ora nel campo di girasoli, ora
davanti alla tomba della nonna.
Poi arrivò il capovillaggio. «Allora, è
pronta?» chiese.
Il papà fece di sì con la testa.
La mamma, un po’ preoccupata, disse:
«Ho solo paura che, quando sarà il
momento, Bronzo non la lasci partire».
«Ma come, non gli avete parlato?»
«Parlare ci abbiamo parlato» rispose
lei. «Ma lo sai anche tu, quel ragazzino
non è come tutti gli altri. Quando si
impunta non c’è modo di tenerlo a
bada».
«Un modo bisogna trovarlo, mandalo
via per un po’ con una scusa» ordinò il
capovillaggio.
Così, quella mattina, la mamma disse a
Bronzo: «Vai dalla nonna a prendere un
modello per scarpe, voglio cucirne un
paio nuovo per Girasole».
“Devo andarci adesso?” chiese il
ragazzino.
«Sì, devi andarci adesso» rispose la
mamma.
Bronzo partì con un cenno del capo.
«Presto, partiamo» si affrettò a dire il
capovillaggio.
Il battello bianco, che fino a quel
momento era rimasto attraccato al molo
comune all’ingresso del paese, si mise
in moto e raggiunse la banchina davanti
alla casa di Bronzo.
Mentre il papà caricava i bagagli di
Girasole sul battello, la piccola restò in
riva al fiume stringendo la mano della
mamma.
In riva al fiume c’erano anche quasi
tutti gli abitanti di Campodigrano.
«È tardi» disse il capovillaggio.
La mamma diede una leggerissima
spinta a Girasole, con sua sorpresa lei
rifiutò di andare e le si avvinghiò alla
vita singhiozzando: «Non voglio partire!
Non voglio partire, non voglio…».
Molti dei presenti si voltarono
dall’altra parte.
Cuihuan, Pescerauco e tanti altri tra i
ragazzini scoppiarono in lacrime.
La mamma continuava a spingere
Girasole.
Vedendo la situazione, il capovillaggio
si avvicinò e, con un sospiro, la sollevò
di peso e si diresse verso il battello.
Da sopra le sue spalle Girasole
agitava le braccia gridando: «Mamma!»,
«Papà!». Poi si mise a chiamare
ripetutamente: «Fratellone!».
Il fratello, però, non era tra la folla.
La mamma le diede le spalle.
Il capovillaggio, sempre tenendo
Girasole tra le braccia, raggiunse il
battello, dove le due signore la presero
con sé.
Girasole tentava disperatamente di
tornare a riva, ma le due donne la
tenevano stretta cercando continuamente
di consolarla: «Buona, Girasole, buona!
Se un giorno avrai nostalgia di casa le
tue zie ti riporteranno qui. E poi potrai
anche far venire in città tuo fratello e i
tuoi genitori! La tua casa sarà sempre
qui…».
A poco a poco Girasole si calmò, ma
non smise di singhiozzare.
«Partite!» ordinò il capovillaggio.
Le macchine si misero in moto e la
poppa del battello iniziò a sputare verso
la superficie dell’acqua una colonna di
fumo nero.
Girasole aprì il bauletto di salice e ne
tirò fuori il bracciale. Poi raggiunse la
prua del battello e urlò: «Mamma…».
La donna si diresse verso il molo.
Girasole le mise il bracciale tra le
mani.
«Lo terrò da parte per te» disse lei.
«Dov’è mio fratello?»
«L’ho mandato dalla nonna. Se fosse
stato qui non ti avrebbe lasciato
partire».
Le lacrime scesero copiose sulle
guance di Girasole.
«Partite! Su, partite!» gridò il
capovillaggio.
Poi spinse lo scafo con il piede,
separando così la mamma e Girasole.
Le due signore uscirono dalla cabina:
presero la ragazzina per mano,
rimanendo in piedi a prua con lei.
Dopo aver girato su se stesso il
battello si fermò per qualche istante,
mentre a poppa era tutto un ribollire di
schiuma. Poi lo scafo sprofondò
leggermente e, a grande velocità, si
allontanò da Campodigrano…
Bronzo, memore del poco tempo che
restava a Girasole per stare a casa, era
partito di corsa e di corsa era tornato.
Quando raggiunse Campodigrano vide
che, laggiù in fondo al fiume, del
battello bianco non restava che un
puntino delle dimensioni di una
colomba.
Non pianse, non strepitò, ma rimase
come in trance per il resto della
giornata. Gli piaceva starsene imboscato
da solo in qualche angolo. Nel giro di
poco tempo i compaesani si accorsero
che, fin dalle prime ore del mattino, se
ne stava seduto in cima a un grande
pagliaio, in riva al fiume.
Da quelle parti si accumulavano dei
pagliai talmente grandi da sembrare
collinette, alti quanto le case a tre piani
che si costruivano in città.
Accanto al pagliaio sorgeva un
pioppo. Ogni mattina, alle prime luci
dell’alba, Bronzo si arrampicava fino in
cima al pagliaio seguendo il tronco
dell’albero e se ne restava lì seduto
guardando verso est, completamente
immobile.
Da lì riusciva a vedere il punto più
lontano del fiume. Era proprio laggiù
che, quel giorno, era sparito il battello.
All’inizio qualche adulto o qualche
ragazzino lo andava a trovare ai piedi
del pagliaio. Poi, con il passare dei
giorni, smisero di farlo. Solo di tanto in
tanto alzavano il naso e lanciavano
un’occhiata all’enorme mucchio di
paglia per poi commentare, rivolti a
qualcun altro o semplicemente a se
stessi: «Il muto è ancora seduto in cima
al pagliaio». E se non lo dicevano a
voce alta lo pensavano e basta: “Il muto
è ancora seduto in cima al pagliaio”.
Con il vento e con la pioggia Bronzo
passava le giornate seduto lassù, a volte
lo vedevano addirittura di notte.
Un giorno in cui diluviava, tutto era
avvolto da una pioggia tanto fitta da
sembrare nebbia. Si sentiva la voce
della mamma che lo chiamava: era una
voce rotta dalle lacrime che attraversava
la cortina d’acqua, tanto vibrante da
riempire di pioggia anche il cuore dei
paesani.
Bronzo, però, fece finta di non sentire
quel richiamo.
I suoi capelli, come la paglia del
covone, erano completamente fradici di
pioggia, gli stavano appiccicati al viso,
fino quasi a coprirgli gli occhi.
Mentre la pioggia gli scorreva giù
incessante lungo la fronte, spalancava
gli occhi, ancora e ancora, lo sguardo
fisso verso l’estremità del fiume.
Vedeva la pioggia, vedeva una distesa
d’acqua senza fine.
Quando la pioggia cessò la gente alzò
gli occhi verso il pagliaio… Bronzo era
ancora là in cima, anche se sembrava
essersi ristretto.
Ormai era arrivata l’estate, con il suo
sole abbacinante.
A mezzogiorno le foglie delle piante
pendevano verso il basso o iniziavano
ad accartocciarsi.
Mentre attraversavano la strada
sterrata e ricoperta di polvere che
portava in paese, i bufali sbuffavano
facendo puf puf. Le anatre si rifugiavano
all’ombra degli alberi e spalancavano il
becco ansimando senza sosta, con il
petto che si alzava e si abbassava a
ritmo irregolare.
Per via dei raggi cocenti del sole, chi
attraversava lo spiazzo dove si pilava il
riso accelerava il passo.
Bronzo, invece, continuava a stare
seduto in cima al pagliaio.
«Quel muto morirà abbrustolito»
commentò un vecchio.
La mamma lo supplicava quasi in
ginocchio, ma lui rimaneva indifferente.
Si erano accorti tutti di quanto fosse
sciupato, ormai era magro come una
scimmia.
I raggi del sole gli roteavano davanti
agli occhi come un mulinello. Il fiume
ribolliva sprigionando vapori dorati. Il
villaggio, gli alberi, i mulini, le barche,
i passanti, tutto era come un sogno, in
bilico tra illusione e realtà, fluttuante e
indistinto come dietro una cortina di
pioggia.
Gocce di sudore cadevano dal mento
di Bronzo finendo in mezzo alla paglia
secca.
Davanti ai suoi occhi tutto diventava
ora dorato, ora nero, ora rosso, ora di
tutti i colori.
Presto ebbe l’impressione che il
pagliaio si mettesse a tremare, a tremare
sempre più violentemente, fino a
diventare un rollio come quello delle
navi tra le onde.
Non era chiaro quando avesse iniziato
a farlo, ma il suo corpo era ruotato su se
stesso: non guardava più verso il fiume,
ora davanti ai suoi occhi c’era la
campagna. I campi erano immersi
nell’acqua, e nell’acqua sembrava
immerso anche il cielo.
Mentre guardava davanti a sé Bronzo
ebbe un sussulto. Si stropicciò gli occhi
doloranti per il sudore e la vide:
Girasole era tornata!
Girasole stava correndo verso il
pagliaio, attraversando quella cortina
d’acqua che sembrava invalicabile.
Eppure non produceva alcun rumore: il
suo era un mondo silenzioso ma in
movimento.
Barcollando, Bronzo si alzò in piedi.
Non c’era dubbio, quella che stava
correndo verso di lui in mezzo a quel
velo d’acqua era Girasole.
Dimenticando di trovarsi in cima a un
altissimo mucchio di paglia, mosse le
gambe per correrle incontro…
Restò disteso, silenzioso e immobile,
per chissà quanto tempo prima di
svegliarsi. Poi si rimise lentamente in
piedi, appoggiandosi al pagliaio. Vide
Girasole: correva ancora in quello
schermo fatto d’acqua, agitando la mano
verso di lui.
Aprì la bocca e, con tutta la forza che
aveva in corpo, lanciò un grido:
«Gira… sole!».
Le lacrime presero a scorrere come
una fontana.
Quando Pescerauco, che per caso
passava di là con le sue anatre, udì il
grido improvviso di Bronzo, rimase di
sasso.
Bronzo gridò di nuovo: «Gira…
sole!».
Anche se le parole non erano chiare,
quella voce era uscita di certo dalla gola
di Bronzo.
Pescerauco abbandonò le sue anatre e
partì di corsa verso la casa di Bronzo.
Mentre correva annunciava alla gente di
Campodigrano: «Bronzo parla! Bronzo
parla!».
Bronzo scese dal pagliaio e si mise a
correre come un pazzo verso la
campagna.
I raggi del sole piovevano dal cielo.
Nel campo di girasoli che si estendeva a
perdita d’occhio migliaia di piante, con
le loro grandi corolle rotonde,
guardavano verso l’astro dorato che in
quel momento attraversava il cielo…
Indice

La barchetta di legno
Il campo di girasoli
La vecchia sofora
Le scarpe di paglia
Il falasco bianco
La collana di ghiaccio
Le locuste di primavera
La lanterna di carta
Il grande pagliaio