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ASPETTI

PSICOLOGICI NELLE
PATOLOGIE ONCOLOGICHE

di
MARCO FRATICELLI
Copyright © 2012 Nome autore

Tutti i diritti riservati.

Codice ISBN: 9781520337449


DEDICA


A tutte le persone che, con grande amore per il prossimo, ed assoluto altruismo, mi hanno
concesso di poterle intervistare mettendo a disposizione degl’altri le loro esperienze di vita e
consentendo la condivisione delle loro esperienze e difficoltà.


Al mio Amico Matteo Goss, stimato Medico e grande amico, che ha visto in me un professionista
in grado di entrare nel disagio che questa patologia sviluppa. Che mi ha incoraggiato sempre con
le parole più semplici ed efficaci.

Al mio professore Giuseppe Fabiano che ha saputo stimolarmi ed indicarmi la strada migliore da
percorrere per una comprensione più ampia delle problematiche psicologiche che una patologia
così importante è in grado di sviluppare.




INDICE
INDICE

ASPETTI PSICOLOGICI NELLE PATOLOGIE ONCOLOGICHE

PREMESSA
INTRODUZIONE

CAPITOLO 1

LA PSICONCOLOGIA

1.1 - FASI STORICHE ED EVOLUZIONE

1.2 - PSICHE E SOMA: COLLEGAMENTI BIOLOGICO-PSICHICI

1.4 BIO-PSICO-SOCIALE: UNA VIA PER COMPRENDERE

1. 5 IL RUOLO DELLO PSICOLOGO IN AMBITO ONCOLOGICO


1.6 IL COUNSELING E GLI INTERVENTI PSICOTERAPEUTICI

1.7 LA VALUTAZIONE DEL PAZIENTE


IL CONCETTO DI MALATTIA

2.1 - LA MALATTIA E IL MALATO

2.2 - I MECCANISMI DI DIFESA, LE PAURE E LE ANGOSCE


Sentimenti di impotenza

Depressione ed Ansia

2.3 LA VOLONTÀ DI GUARIGIONE E IL "SENSO DELLA MORTE"

2.5 SOGGETTIVITÀ E RESILIENZA

2.6 PREDISPOSIZIONI BIOLOGICHE E PSICOLOGICHE: INTERAZIONI FRA SISTEMA NERVOSO CENTRALE,


SISTEMA IMMUNITARIO E SISTEMA NEUROENDOCRINO
2.7 - EFFETTI DELLO STRESS SULLA RISPOSTA IMMUNITARIA

CAPITOLO 3

IL SISTEMA FAMIGLIA

3.1 - LA FAMIGLIA POSTMODERNA

3.2 - LA FAMIGLIA COME SISTEMA

3.3 - TIPI DI SISTEMI

3.4 - MODI DI FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA FAMIGLIA

3.5 - LA FAMIGLIA DEL MALATO

3.6 - IMPATTO DELLA NEOPLASIA SULLA RELAZIONE DI COPPIA


3.7 - FAMIGLIA E MALATTIA PSICOSOMATICA: IPOTESI A CONFRONTO

3.8 EFFETTI PSICOLOGICI DELLA DIAGNOSI DI NEOPLASIA SUI GENITORI E SUI FIGLI

3.9 - IL LUTTO

CAPITOLO 4
NEOPLASIA E MODELLO SISTEMICO

4.1 - IL MODELLO "SISTEMICO RELAZIONALE"


4.1.1 – La Cibernetica

4.1.2 La sistemica

4.2 APPROCCIO SISTEMICO RELAZIONALE NELLA PSICONCOLOGIA


4.2.1 - La famiglia come sistema relazionale condiviso

4.3 - STRATEGIE DI COPING SISTEMICI IN PAZIENTI E FAMIGLIE


4.3.1 – I processi di mutamento e adattamento alla malattia

4.4 - ATTEGGIAMENTI, OPINIONI E CREDENZE: IL RUOLO DELLA FAMIGLIA


4.4.1 I modelli interpretativi dei processi familiari nella malattia oncologica

4.5 - COMPLIANCE ALLE CURE: AZIONI/REAZIONI DEL "SISTEMA FAMIGLIA"


4.5.1 - Diagnosi sui Coniugi

4.5.2 - Diagnosi sui Figli

4.6 - TERAPIA SISTEMICO RELAZIONALE PER UN MIGLIORE ADATTAMENTO E RESILIENZA DELLA


FAMIGLIA DEL MALATO

4.7 - ASCOLTO: AIUTO ALLA COMPRENSIONE DELLA MALATTIA


4.8 - ACCOMPAGNAMENTO NEL PERCORSO TERAPEUTICO DI CURA E SUPPORTO PSICOLOGICO ALLE
CONSEGUENZE DELLE CURE
4.8.1 - La Terapia Familiare Fasica

CAPITOLO 5

GESTIONE DELLA RABBIA E DELLA PAURA

5.1 - LA GESTALT: IL GESTO, LA METAFORA, IL SILENZIO


5.1.1 – La Teoria del campo

5.1.2 - Il Gesto

5.1.3 - La Metafora

5.1.4 - Il Silenzio: favorire l'insight del paziente

5.2 - LA COMPRENSIONE E LA GESTIONE DELLA RABBIA

5.3 - TERAPIE GESTALTICHE PER CONVOGLIARE RABBIA E VIOLENZA


5.4. - PARALLELISMI TRA PSICOTERAPIA E ARTI MARZIALI

5.5 - Il KENDO : LA VIA DELLA SPADA COME CANALIZZAZIONE DELLA RABBIA, COME ANNIENTARE IL
NEMICO DENTRO DI NOI
CONCLUSIONE

ALLEGATO : LE INTERVISTE
- ROBERTA

- ELISABETTA

- ALFONSO

- CARLA

BIBLIOGRAFIA
Studi e monografie:

Netbibliografia:
www.fondazionefloriani.eu/riviste-fondamentali
RINGRAZIAMENTI


Ai Professori: Antonio Mussa e Riccardo Torta, perché senza il loro lavoro e la loro incredibile
esperienza in questa materia, questo libro non sarebbe potuto esistere, come non sarebbe
possibile avere un faro che illumini il lavoro come il mio, e quello di tanti come me, che da loro,
hanno preso esempio.
ASPETTI PSICOLOGICI NELLE PATOLOGIE
ONCOLOGICHE

La psiconcologia è una disciplina a cui afferiscono le culture di tipo psichiatrico,
psicologico clinico, l’oncologia medica, la chirurgia oncologica, la radio e la chemioterapia, la
terapia del dolore e riabilitativa.
Nata negli Stati Uniti, è stata introdotta in Europa negli anni ’70 grazie al contributo fondamentale
della psichiatra Elisabeth Kubler-Ross, che ha approfondito l'analisi delle reazioni e delle
variabili connesse alla diagnosi di cancro.
L'intervento psiconcologico è rappresentato dal sostegno offerto al paziente, nel corso del
cammino terapeutico, individuale o di gruppo, e consente una rielaborazione dell'evento e un
miglioramento dell'atteggiamento psichico verso la malattia.
E’ una presa in carico globale del paziente affetto da neoplasia, che va dalla valutazione
psicologica prima della comunicazione della diagnosi, alla fase riabilitativa e alla gestione
psico-fisica del malato terminale.
Lo psiconcologo ha il delicato compito di aiutare il malato con i suoi dubbi, le sue paure, i suoi
conflitti, ma anche l’intero nucleo familiare.
Questa area d'intervento include l’analisi delle tecniche comunicative che possono risultare utili
a migliorare le variabili psicologiche rispetto alla compliance degli individui, la resilienza
familiare e gli stili di coping. L'attenzione è rivolta agli aspetti psicologici, emozionali, sociali e
spirituali per costruire intorno al malato e alla sua famiglia una "rete" di protezione e di cura.
I trattamenti di supporto psicologico per la famiglia del paziente oncologico sono centrate su
skills comunicativi, sulla facilitazione dell’espressività emozionale, sulla ristrutturazione
cognitiva dell’esperienza di malattia e sulla condivisione empatica dei sentimenti di frustrazione,
rabbia e dolore scatenati dalla malattia.
Un’ulteriore funzione della Psiconcologia è la ricerca, volta alla chiarificazione delle possibili
reazioni tra psiche e soma nei confronti della patogenesi dei tumori e della loro evoluzione.
Nella parte centrale della tesi sono state esaminate le variabili psicologiche e sociali, capaci di
condizionare a vari livelli l’esposizione degli individui a fattori di rischio per le neoplasie.
L’assunzione fondamentale del modello bio-psico-sociale è che la condizione di salute o di
malattia sia la conseguenza dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e sociali. Il
meccanismo biologico principalmente chiamato in causa nel correlare tra loro ambiente, reazione
da stress, aspetti psichici e cancro è rappresentato dal sistema immunitario.
Ne deriva una lettura della patogenesi del cancro che corrisponde a un modello di rischio di tipo
multifattoriale. In tal senso, l'influenza negativa di alcuni fattori psichici, in particolare della
risposta patologica allo stressor, sembrerebbe dimostrarsi un co-fattore di rischio per
l'insorgenza del cancro.
Diversi autori, tra i quali LeShan e Kissen, occupandosi della possibile struttura di
personalità del malato di cancro, hanno correlato la malattia a tipiche situazioni psicologiche
individuali, quali le esperienze di perdita o l’incapacità di espressione, sul piano emozionale,
delle pulsioni aggressive, ipotizzando peculiari tratti di personalità del paziente oncologico.
La rabbia nasce come risultato della restrizione alla nostra spontaneità, restrizione che facciamo
per sopravvivere alle minacce che percepiamo provenire dal mondo esterno.
La repressione della rabbia è un processo che indebolisce la vitalità e, se non viene superata, la
chimica del nostro corpo potrebbe subire alterazioni con l’induzione a modificazioni cellulari e
neoplasie.
Nel caso di uno stato neoplastico già conclamato, il processo catartico di espulsione delle
tensioni, della rabbia e della paura potrebbe favorire processi di rallentamento della diffusione
neoplastica, coadiuvare al meglio le terapie oncologiche e aumentare la capacità di
sopportazione di cure pesanti come la chemioterapia.
Un capitolo è stato dedicato al contributo terapeutico della Gestalt per come realizzata e
proposta da Fritz Perls e alla sua capacità trasformativa efficace incentrata sulla
consapevolezza, l'autenticità, l'espressione emozionale e l'autoregolazione. Attraverso il gesto,
che assume valenza catartica, è possibile aiutare la persona a scaricare la rabbia prodotta dalle
emozioni represse ed immagazzinata a livello corporeo, azzerandola.
Gli esercizi gestaltici hanno lo scopo di produrre un sovvertimento degli schemi di riferimento
vissuti come rigidamente immutabili. I nostri comportamenti attuali, ciò che viviamo e mettiamo
in atto nelle relazioni affettive, sono lo specchio delle difficoltà relazionali del passato.
Affrontare il presente, nel “qui e ora”, ci induce a essere protagonisti e ad assumere la
responsabilità della nostra vita, favorendo il processo che consente di esternare i sentimenti, le
paure, le ansie, i problemi, le angosce e le emozioni. Così come nella psicoterapia, il processo
può essere doloroso e frustrante, ma favorevole per un’occasione di crescita.
Nella parte finale della tesi sono stati esaminati i parallelismi tra la psicoterapia e le arti
marziali. La pratica delle arti marziali in genere, può direttamente migliorare la salute mentale:
favorisce l’integrazione del corpo e della mente, il rilassamento, l’attenzione, la comunicazione,
l’autoaccettazione, favorisce sentimenti di armonia, di controllo e di autostima.
Parecchi gruppi di persone sono stati seguiti per lo studio delle arti marziali come trattamento
psicologico. Il Judo, l’Aikido, il Karate e il Tai chi chuan sono state elencate quali pratiche utili
per superare traumi di varia origine, in pazienti con problemi comportamentali, come strategia
d’intervento in studenti con gravi disturbi emozionali, per ridurre l’incidenza dello stress e
ottenere diminuzioni della rabbia e migliorare i disturbi dell’umore.
In particolare, il Kendo, la scherma giapponese, attraverso l’uso della spada e delle forti
vocalizzazioni (Kiai) consente l’armonizzazione psicofisica, unendo il movimento al processo
catartico vocale.
E’ stato portato, come ulteriore testimonianza, il progetto intrapreso presso l’Ospedale pediatrico
Bambin Gesù di Roma, noto per l’eccellenza raggiunta in campo di assistenza medica e di
sviluppo della ricerca scientifica in ambito evolutivo, di Kids Kicking Cancer, KKC, “dare un
calcio alla malattia cancerosa”, frutto di un’organizzazione non profit nata dieci anni fa negli
Stati Uniti. Attraverso l’utilizzo della filosofia e delle tecniche delle arti marziali lo scopo è
aiutare i piccoli pazienti oncologici ad affrontare e gestire meglio la malattia nella vita
quotidiana.
Altro esempio, in Italia, è quello dell’Ospedale San Matteo di Pavia dove, una volta alla
settimana, i bambini ricoverati nel reparto di Onco-ematologia pediatrica indossano il karategi
e ingaggiano la loro personale battaglia contro il cancro, per allenare il corpo e la mente in un
momento in cui si deve fare ricorso alle risorse psichiche più profonde.
In allegato alla tesi sono state inserite alcune interviste realizzate con persone affette da
neoplasia che confermerebbero, una volta di più, il collegamento tra traumi o forti disagi
psicologici e l'insorgere di malattie, comprese quelle neoplastiche o processi di mutazioni
cellulari e cancerogene.
PREMESSA
Ho avuto l'opportunità e, per certi versi anche l'onore, di essere Amico di due persone
ammalate di SLA e di condividere con loro vicissitudini ed implicazioni emozionali e psichiche
che mi hanno insegnato che la gioia di vivere non va mai persa e loro ne possiedono da far
invidia alle persone “in salute”, che non sono in grado di apprezzare, spesso, le piccole gioie
quotidiane che la vita, anche se per molti versi complicata, é sempre in grado di offrire.
Da ormai trent'anni mi diletto, per hobby, come prestigiatore e, in collaborazione con il
Circolo Amici della Magia di Torino, spesso ci adoperiamo per portare qualche sorriso e un po'
di stupore tra i malati di corsia all'Ospedale delle Molinette di Torino. Penso, quindi, di
comprendere abbastanza bene le implicazioni positive di una risata e di un momento di svago e di
divertimento, seppur breve.
Ottenere il master di I° livello in Sistemica Relazionale presso l'Eteropoiesi di Torino,
diretto dal Dott. Busso e dalla Dott.ssa Stradoni, mi ha permesso di capire quanto il sistema sia
implicato nella Psicologia del Malato Oncologico e quanto la Sistemica Relazionale possa
venire in aiuto in tutte le fasi che coinvolgono il malato oncologico e la sua Famiglia. Prima,
durante e dopo la malattia qualunque possa essere il suo esito.




INTRODUZIONE

Ancora oggi nell’immaginario collettivo il cancro è oggetto di timore, angosce e spesso terrore.
E’ un immaginario collettivo che nasce da un insieme di opinioni più o meno fondate, dove la
reazione alla malattia è determinata da un insieme di dati oggettivi e soggettivi, in particolare dal
forte impatto che la malattia ha sulla singola personalità e sui meccanismi di difesa del paziente.
La diversa natura, il significato e l’intensità delle reazioni sono da mettere in rapporto con la
compromissione somatica e con il dolore determinato dalla malattia stessa e dalle conseguenze
che tale situazione determina su tutti i piani esistenziali della persona.
L’incertezza e il timore della diagnosi, il setting ospedaliero con tutte le sue contraddizioni,
l’attesa dell’intervento terapeutico e le relative conseguenze sono, inevitabili elementi che
determinano una condizione altamente stressante.
Anche in considerazione di questi fattori si è giunti alla definizione della branca specialistica di
psiconcologia che ha saputo svilupparsi come disciplina specifica, con l'obiettivo di porsi come
collegamento tra la specialistica oncologica e quella psicologico-psichiatrica.
L’approccio al paziente con cancro, alla famiglia e all’equipe che se ne occupa, negli ultimi venti
anni ha acquisito anche in Italia un preciso indirizzo culturale, scientifico e metodologico, in altre
parole una ben connotata identità.
La psiconcologia si pone come ponte tra la patologia tumorale e la mente. Già da alcuni anni
ormai c'è un’altra disciplina che studia questi rapporti, ancora in modo più approfondito,
"l’oncologia psicosociale", secondo la quale il cancro non riguarda soltanto i singoli individui,
ma anche le loro famiglie, i rapporti trigenerazionali, gli amici, l'ambiente di lavoro ed i
colleghi, l’equipe curante e il contesto in cui si vive.
Si prospettano così, due aree di ricerca, la prima come area psicobiologica, che studia
l’influenza dei fattori psicologici e comportamentali sul rischio d'insorgenza di malattie e sul
possibile miglioramento e/o sopravvivenza dei pazienti con diagnosi di cancro, l’altra area di
impronta psicosociale.
La tesi si articola su cinque capitoli. Il primo capitolo tratta la Psiconcologia partendo dalle sue
fasi storiche ed evolutive a partire dagli anni '70 dello scorso secolo, dove i principali obiettivi
erano: la prevenzione e la diagnosi precoce, la valutazione, il trattamento delle conseguenze
psicosociali e l'intervento psicologico. La formazione del personale doveva essere sempre più
competente e specializzata. Le collaborazioni tra gli psiconcologi, chirurghi ed i medici curanti.
Il paziente, che attraversa le varie fasi della malattia dalla diagnosi in poi, può tentare di essere
accolto ed aiutato per non sentirsi solo di fronte a questa nuova condizione. Quale supporto
psicologico per se stesso e la sua famiglia.
Il supporto al personale medico ed il problema del burn-out delle persone che lavorano con il
carico "pesante" di una patologia che spesso porta alla morte. Anello di integrazione tra le
discipline psichiche e quelle somatiche tra le discipline mediche e quelle psicologiche.
La definizione e gli interventi sulla psiche e sul soma con le implicazioni che lo stress ha sul
funzionamento fisiologico del nostro corpo e su come la mente e quindi la psiche influisca sulle
caratteristiche ormonali e neuroendocrine.
Sono stati illustrati i collegamenti biologico-psichici, Bio-Psico-Sociale: una via per
comprendere ciò che potrebbe favorire l'insorgere della malattia oppure ostacolarla o rallentarla.
Il secondo capitolo tratta il concetto di malattia, della patologia neoplastica, della quale dopo
molti studi, non si conosce ancora tutto, anzi, in alcuni casi ancora ben poco e dove per loro
stessa ammissione, anche i luminari di questa specializzazione medica, oncologi di fama
mondiale, ammettono di brancolare in un semibuio scientifico che procede troppo lentamente.
Assumono importanza le varie predisposizioni biologiche e psicologiche. Un malato, prima di
essere diagnosticato come tale, in presenza di sintomi in organi conosciuti a rischio di neoplasia,
un nodulo al seno o sangue nelle feci, ha una reazione d’allarme che si concretizza con un’elevata
preoccupazione ed incertezza per il significato che può avere quel sintomo.
In molti casi, prevale una reazione con un alto grado d’ansia, a volte, mediata dalla tendenza
della persona a razionalizzare la sua condizione e ad attendere l’esito di esami diagnostici.
In altri casi potrebbe prevalere l'atteggiamento pessimista, in cui i pensieri si fissano sui sintomi,
sono vissuti con la paura che possano indicare la presenza di cancro.
Qualche volta potrebbe accadere che l’ansia sia talmente elevata, da instaurare dei meccanismi
di difesa come la minimizzazione o la negazione del significato dei sintomi stessi, non portando
così alla giusta attenzione del medico, determinando un ritardo sulla diagnosi. Il malato
oncologico è una persona sospesa tra la prospettiva di morte e la speranza della guarigione.
Si è analizzata l'ipersensibilità psichica con tutti i suoi meccanismi di difesa, le sue difese
immunitarie. Vi sono, inoltre, altre difese attivate dall’Io: la negazione, la rimozione,
l’identificazione, la regressione, la razionalizzazione. Queste riguardano aspetti
emozionali nella stessa misura della rabbia ed aggressività che coprono le modalità precedenti e
sostengono l’esigenza di mantenere delle relazioni significative con la realtà.
La depressione e l'ansia sono le maggiori espressioni psicologiche con cui il malatto reagisce
alla malattia. Sono anche i più grandi nemici psicologici contro i quali, a partire dal malato
stesso, passando per i familiari, per finire ai medici e a tutti coloro che con il malato
interagiscono nel suo percorso di paura e dolore. Tutto questo é ciò che ostacola una possibile ed
auspicabile guarigione, ciò che influenza negativamente la stessa aspettativa di vita.
Si è parlato, quindi di soggettività, di capacità di resilienza verso la malattia e le prove che la
vita ci mette di fronte. E' la resilienza a essere la norma negli esseri umani, non la fragilità. C’è
chi si spinge addirittura oltre. Qualcuno sostiene che condizioni difficili possano aiutare la gente
a ritrovare equilibrio psicologico e motivazioni.
Quali sono le predisposizioni biologiche e quali quelle psicologiche e com'è possibile che le une
influiscano sulle altre e viceversa. Già nel 1919 lo studio di Ishigami aveva evidenziato che
eventi stressanti influenzano lo stato mentale del paziente e che tali influenze sono correlabili a
una riduzione della fagocitosi nei microbatteri della tubercolosi.
Infine le varie malattie professionali e perché qualcuno si ammala, come la caratterialità e la
soggettività incidano, a volte pesantemente, sulla vita del malato e di come influenzino il suo
sistema di vita e relazionale. Quali sono gli effetti dello stress sulla risposta immunitaria delle
persone e dei malati di cancro in particolare. Come lo stato psicologico può fortemente
influenzare anche l'andamento della malattia e la possibile guarigione.
Il terzo capitolo si occupa della famiglia del malato. Viene fatta un'analisi del sistema famiglia;
quali tipi di "sistema" possono esistere e come il sistema famiglia reagisca alla patologia
oncologica; Il cancro come immaginario collettivo di morte o non guarigione.
Le teorie dei sistemi hanno rappresentato una svolta nello studio all'interno della famiglia.
Secondo questo orientamento la famiglia è un sistema aperto in interazione con l'ambiente.
Tra i membri di ogni famiglia vengono a stabilirsi dei "modelli transazionali" cioè modelli di
interazione reciproca praticamente costanti i quali determinano le relazioni e regolano i
comportamenti.
In questo senso, i modelli transazionali servono al sistema famiglia per mantenere la propria
identità e opporre resistenza al cambiamento. È importante, però, che questi modelli non
diventino così rigidi da non permettere né una crescita né uno sviluppo.
Grazie all'osservazione delle transazioni che si realizzano tra i familiari è possibile disegnare
una mappa della struttura familiare indicando sottosistemi, gerarchie e confini.
Ci si addentra nelle spiegazioni dei miti familiari per i quali s'intende un insieme di credenze
condivise da tutti i membri della famiglia, in parte reali, in parte frutto della fantasia, che
concernono i reciproci ruoli familiari e la natura delle relazioni tra i membri, favorendone
l'identità e la coesione.
Sono tramandati di generazione in generazione, rappresentano una sorta di chiave di lettura e di
interpretazione della realtà per tutta la famiglia.
A seguito di quanto sopra, sono stati analizzati quali possano essere i vari modi di funzionamento
della famiglia.
Nel quarto capitolo viene spiegato il modello "Sistemico Relazionale" dall'inizio con il gruppo
che si dedicò alla prima cibernetica ed il gruppo di Palo Alto dove avvenne il connubio tra: la
famiglia, la "Teoria generale dei sistemi" di Von Bertalanffy e la cibernetica di Wiener.
Cosa abbia potuto fare il modello sistemico per la psiconcologia e cosa questo possa
rappresentare nella prevenzione e nell'assistenza alla malattia ed al malato. In che modo la
famiglia, in quanto sistema relazionale condiviso, influenzi l'intero sistema, arrivando al punto di
"creare" una "vittima designata" , con lo scopo inconscio di mantenere la raggiunta omeostasi
familiare.
La malattia somatica grave, come altri eventi significativi di vita, ha la potenzialità di
trasformare il sistema familiare secondo una logica irreversibile e i processi adattivi sono
connessi all’equilibrio dinamico del sistema: paziente-famiglia-equipe di cura.
L'elaborazione di possibili strategie di coping, in questo caso "sistemici", sia nei pazienti che
nelle famiglie. La famiglia può influenzare, in senso positivo o negativo, aspetti non secondari
del decorso e, finanche, dell’esito della malattia del congiunto. Come il "Sistema Famiglia" si
adatta alla malattia.
Le strategie sistemiche di coping nei pazienti e nelle famiglie; la convivenza con la malattia
stessa; la compliance alle cure: azioni/reazioni del "Sistema Famiglia". La terapia sistemico
relazionale per l'incremento dell'adattamento e la resilienza della famiglia del malato. L'ascolto
del paziente per l'aiuto alla comprensione della malattia. Quali sono gli atteggiamenti, opinioni e
credenze che possono modificare l'equilibrio familiare. Come i miti familiari, a volte, non
permettano di uscire dallo schema autoindotto, obbligandoci a perseverare in atteggiamenti
negativi e distruttivi.
Si é analizzato come la diagnosi di cancro su uno dei coniugi possa influenzare le risposte
psichiche della coppia, ed infine, come la stessa diagnosi fatta su un figlio possa influire sulla
vita familiare ed in particolare su entrambi i genitori. L'accompagnamento nel percorso
terapeutico di cura e supporto psicologico alle conseguenze delle cure.
Nel quinto capitolo vengono trattate varie terapie a partire dalla Gestalt, rappresentata dal gesto,
la metafora e il silenzio. Come questi strumenti possano aiutare il terapeuta ad accogliere,
spiegare, far accettare la malattia al paziente lasciandogli il controllo delle proprie emozioni ma
portandole alla sua attenzione conscia.
Di come questo possa essere vissuto dal malato e di come possa aiutarlo nel processo catartico
delle emozioni negative, della malattia stessa. La comprensione e la gestione della rabbia, della
violenza, delle paure e delle angosce attraverso gli strumenti gestaltici.
L'uso delle arti marziali, l'aikido, il kendo, (la via della spada), come via fortemente catartica per
combattere la rabbia, il risentimento, i pensieri negativi e di morte propri di questo tipo di
patologie.
La via della spada, come canalizzazione della rabbia e mezzo per tentare di annientare il nemico
dentro di noi.
Viene riportato, infine, un lavoro fatto con la scuola di kendo del maestro Livio Lancini di
Brescia e i professori: Giovanni Corsetti della "Sezione di Anatomia Umana, Dipartimento di
Scienze Biomediche e Biotecnologie" e Alessandro Mahony della "Sezione di Psicologia,
Dipartimento Materno Infantile, Università degli Studi di Brescia".
Un lavoro teso a dimostrare come la pratica di alcune arti marziali giapponesi, ed in particolare
il kendo, (la scherma giapponese), possono portare ad importanti modificazione biochimiche del
corpo, e di conseguenza, anche importanti cambiamenti nella psicologia e nei comportamenti dei
praticanti.
Questo lavoro, completato con un estratto di quattro, su trenta interviste fatte a malati oncologici
della struttura Psiconcologica Torinese di Candiolo, con l'aiuto della associazione ANAPACA,
cercherebbe di spiegare come, le pratiche di espulsione della rabbia e delle tensioni attraverso
pratiche particolarmente catartiche, favorirebbero cambiamenti psichici e bio-psichici, ormonali
e comportamentali che potrebbero influenzare positivamente il decorso delle malattie
neoplastiche ed aiutare i malati a vivere meglio la stessa malattia.




CAPITOLO 1
LA PSICONCOLOGIA
1.1 - FASI STORICHE ED EVOLUZIONE

Il termine psico deriva dal greco “psiche”, che significa mente o anima; oncologia,
deriva, invece, dal termine greco “onkos”, cioè massa, e significa studio dei tumori.
La psiconcologia è una disciplina in continua crescita evolutiva rispetto a quando furono
pubblicati, in Italia, i primi libri negli anni 1995 – 97.
La prospettiva psicosociale in oncologia è collocabile intorno agli anni cinquanta del
secolo scorso, quando negli Stati Uniti iniziarono a costituirsi le prime associazioni di pazienti
laringectomizzati, colostomizzati, e di donne operate al seno. Nascono in quel periodo i primi
servizi con finalità di assistenza psicologica del paziente affetto da tumore.
Fu al Memorial Sloan Kettering Center di New York, sotto la guida dello psichiatra
Arthur Sutherland, che già negli anni trenta e quaranta, vennero messe a punto le prime ricerche
sulle caratteristiche di personalità dei malati e sugli eventi di vita correlati all’insorgenza dei
tumori. Vennero condotti i primi studi su sintomi e sulle cause del lutto patologico. Questo
preparò la strada allo sviluppo delle discipline psicologico-psichiatriche in campo oncologico.
In Europa, invece, l’approccio psiconcologico che venne rivolto ai malati di cancro è
riconducibile alla metà degli anni '70 grazie soprattutto al lavoro incessante di Elisabeth Kubler-
Ross, psichiatra. Il suo lavoro si incentrava sulle reazioni psicologiche del malato, con
l'attenzione spostata dalla "malattia" alla "persona".
Nel 1980 venne istituito l’Istituto Nazionale per la ricerca sul cancro con l’apertura di un
centro specialistico a Genova e un polo d’eccellenza oncologico a Candiolo in provincia di
Torino. Nel 1996, fu inaugurata a Roma la Divisione di Ricerca Oncologica Molecolare con le
collaborazioni dell’Università Cattolica Sacro Cuore e il Policlinico Gemelli.
Queste sono le prime strutture ad annoverare, tra le loro unità operative, un servizio di
Psicologia orientato in modo specifico all’assistenza del paziente oncologico e dei suoi familiari.
Progetto che è poi stato seguito da altre istituzioni in Italia costituendo, durante gli ultimi
vent'anni, centri di psicologia e psichiatria oncologica, in Istituti Nazionali per lo studio e la
cura dei tumori e di servizi oncologici ospedalieri ed universitari all’interno degli ospedali
generali.
La psiconcologia è una materia multidisciplinare a cui afferiscono principalmente le
culture di tipo psichiatrico e psicologico clinico ma anche le importanti esperienze sul campo
dell’oncologia medica, della chirurgia oncologica, della radio e della chemioterapia, della
terapia del dolore e della riabilitazione.
Gli obiettivi che questa disciplina si pone sono:

 La prevenzione e della diagnosi precoce.

 La valutazione e il trattamento delle conseguenze psicosociali.

 L'intervento psicologico e la formazione del personale che dev'essere


sempre più competente e specializzato.

Determinante nel periodo iniziale per un individuo affetto da malattia neoplastica è
l'opera della psiconcologia. Quella psiconcologica è una presa in carico globale del paziente con
tumore, che va dalla valutazione psicologica prima della comunicazione della diagnosi, alla fase
riabilitativa sino, ove purtroppo necessario, alla corretta gestione psico-fisica del malato
terminale.
Molteplici sono gli interventi dello psiconcologo, nelle differenti fasi che intercorrono
fra la diagnosi del tumore e il trattamento del paziente a lungo termine.
In questo modo si avrà una visione del malato non più come un numero di matricola
d'entrata, come a volte accade, ma come una persona con propria identità, sentimenti e bisogni.
Il malato non è più considerato come una persona da guarire solo fisicamente poiché il
corpo reagisce in funzione della psiche.
Compito dello psiconcologo è di valutare la reazione del paziente modulando la
comunicazione della diagnosi di tumore: se infatti è dovere del chirurgo, sancito anche da precise
disposizioni legislative, ottenere dal paziente il consenso per l'intervento, è noto come tale
consenso debba essere "informato", cioè debbano essere forniti al malato dati esaustivi sulla sua
malattia, sul tipo di intervento, sui rischi collegati a tali procedure.
Ogni individuo si pone di fronte a tale informazione con una situazione emozionale
differenziata: alcuni pazienti desiderano essere informati di tutta la verità, qualunque essa sia;
altri preferiscono non sapere; altri ancora scelgono di negare il problema, di non accettare la
diagnosi e quindi di non aderire al progetto terapeutico.
Lo psicologo e il chirurgo, in concordanza col personale paramedico, devono mediare
tali istanze, garantendo al paziente il massimo dell'informazione necessaria, ma nella misura
tollerabile per il singolo individuo.
Un altro aspetto dell'intervento psiconcologico è rappresentato dal sostegno offerto al
paziente, nel corso del cammino terapeutico, sia esso chirurgico, chemioterapico, radioterapico:
molti malati mettono in atto meccanismi di difesa congrui e proficui, altri pongono delle rischiose
barriere psicologiche, altri ancora scivolano in una sintomatologia psichiatrica (oltre quindi una
normale e attesa possibile reazione di ansia o depressione, e strutturandosi come vera e propria
condizione psicopatologica) che diventa un elemento aggravante nel decorso della malattia.
In tale condizione la persona potrebbe non reagire e collaborare attivando una
tendenza a “lasciarsi andare” inevitabilmente fino alla morte. Il cancro è sempre collegato a
sofferenza, dolore, e difficoltà di grave entità e quindi rappresenta un evento critico di alto
contenuto emotivo.
La patologia tumorale rappresenta ormai la seconda causa di morte in Europa e in
America del Nord: tale incidenza dipende dalla riduzione della mortalità per altre cause, la
maggiore esposizione a fattori favorenti lo sviluppo di un tumore, agenti chimici, fisici,
ambientali, alimentari, eccetera, nonché da altri fattori per esempio genetici.
Tuttavia, nonostante l’incremento nell'incidenza dei tumori, la sopravvivenza dei malati
con neoplasia si è notevolmente prolungata: la diagnosi precoce, il miglioramento delle tecniche
chirurgiche, il perfezionamento della chemioterapia, le maggiori possibilità tecniche delle radio-
terapie che in alcuni casi possono essere risolutive o consentire sopravvivenze percentualmente
molto elevate, anche a distanza di anni dalla scoperta della malattia tumorale sono alcuni degli
elementi coinvolti in questo risultato.
Paradossalmente tali conquiste allungando il periodo di sopravvivenza comportano,
molto frequentemente, nuove importanti problematiche, sia di ordine sia fisico che psichico nell’
affrontare in modo corretto e completo la malattia.
Il paziente che ha subito una diagnosi di neoplasia, che ha affrontato un intervento
chirurgico, che ha superato una chemioterapia e/o una terapia radiante, è un individuo che deve
essere aiutato convivere con la sua situazione, organica ed emozionale, che deve essere portato
ad un buon livello di qualità della vita, che deve essere reinserito, quando è possibile, nel
contesto economico, sociale e lavorativo in cui viveva prima della diagnosi: in altri termini, egli
deve affrontare un processo riabilitativo.
Una terapia psicologica di sostegno, talora individuale, più frequentemente di gruppo,
consente in molti casi una rielaborazione dell'evento e un miglioramento dell'atteggiamento
psichico verso la malattia.
Per alcuni pazienti può essere utile l'impiego di psicofarmaci, (ansiolitici, più sovente
antidepressivi), finalizzati al trattamento e al superamento della crisi, nonché a una migliore
accettazione della sintomatologia e delle eventuali collateralità dell'iter terapeutico.
In tal senso, compagno scomodo di molta patologia tumorale, differenziato a seconda
del tipo di patologia e dello stadio di essa, è il dolore, sintomo strettamente collegato a
componenti sia psichiche che somatiche.
Il dolore acuto genera ansia, quello cronico depressione: a volte il dolore è
prevalentemente correlato ad elementi fisici, in altri casi può essere più importante la
componente emozionale per cui il dolore diviene messaggio, richiesta di aiuto perentoria.
Lo psicologo collabora alla terapia del dolore, unitamente agli antalgologi,
discriminando nelle possibili componenti di risonanza e amplificazione emozionale trattandole,
sul versante psicologico e/o psichiconeurofarmacologico, in una sinergia con le terapie
antalgiche, per restituire dignità e qualità della vita all'individuo sofferente.
Un altro aspetto importante che compete la psiconcologia è il supporto psicologico alla
famiglia del malato poiché è il tipo di evento che porta l’individuo e il suo sistema familiare ad
una disgregazione organizzativa. Tutti i membri si trovano ad attingere alle proprie risorse
individuali per far fronte alle difficoltà insite nella situazione.
Frequentemente la famiglia del paziente oncologico non sa come comportarsi verso il
familiare che è affetto da neoplasia, come accudirlo correttamente, senza pietismi né false
negazioni, come rincuorarlo o stimolarlo, non sa gestire le sue variazioni di salute o di umore nel
corso dei trattamenti e talora le persone care divengono il bersaglio della rabbia o della
disperazione del paziente.
I colloqui con i familiari rappresentano uno degli aspetti psicopedagogici della
psiconcologia che consentono di estendere il programma terapeutico riabilitativo dall'ambiente
medico e istituzionale all'interno dello stesso nucleo familiare.
Analogo progetto di contenimento emozionale può essere operato dalla psiconcologia
nell'ambito dello staff medico chirurgico: lo stress dovuto al tipo di paziente, l'importanza e
l'ineluttabilità delle decisioni da assumere, il costante impegno personale in "prima linea", il
rapporto non delegabile verso il singolo malato oncologico sono tutti fattori che possono
comportare un coinvolgimento psicofisico non è più tollerabile per il personale sanitario, sia
medico che paramedico: è la situazione che gli autori anglosassoni indicano con il pregnante
termine di "Burn Out".
La Psiconcologia deve saper fornire agli operatori, attraverso interventi
psicopedagogici e di contenimento, di confronto all'interno di gruppi, e così via, un intervento
atto a prevenire e contenere tale "Burn Out".
Un ultimo aspetto della Psiconcologia è quello della ricerca, volta alla chiarificazione
delle possibili reazioni tra psiche soma a riguardo della patogenesi dei tumori, della loro
evoluzione, forse anche di alcune possibili "guarigioni spontanee" del tumore.
La Psiconcologia può dunque rappresentare un importante anello di integrazione fra le
discipline psichiche e quelle somatiche, nell'affrontare una patologia così vasta, multifattoriale e,
per certi versi, così oscura come quella tumorale.
La presa in carico del paziente, ancor più che in altre patologie, deve essere globale,
spaziando dalle problematiche corporee a quelle emozionali, sino ad investire i profondi vissuti
esistenziali sul significato immanente o trascendente dell'esistenza che riaffiorano in ogni
individuo posto a confronto con le tematiche della vita, del dolore e della morte.
La prevenzione e la diagnosi precoce sono realtà ormai consolidate nell'approccio
della patologia oncologica, nella quale si studiano le variabili psicologiche e sociali, capaci di
condizionare a vari livelli l’esposizione degli individui a fattori di rischio per le neoplasie.
Questa area d'intervento include anche l’analisi delle tecniche comunicative che
possono risultare utili a migliorare le variabili psicologiche rispetto alla compliance degli
individui.
La valutazione dell’aspetto psicosociale in oncologia riguarda anche le ricerche sui
sintomi che indicano la sofferenza psicologica nei pazienti oncologici e nei suoi familiari. Questo
include anche gli stili di coping, la storia psicologica pregressa, gli stili di comunicazione
familiare e il supporto sociale.

1.2 - PSICHE E SOMA: COLLEGAMENTI BIOLOGICO-PSICHICI

La relazione tra cancro e psiche è fondata sulla conoscenza delle modificazioni indotte
da eventi stressogeni che agiscono sul sistema immunitario.
E' una visione sulla quale ancora si lavora in quanto si dibatte ormai da anni di come lo
stress possa essere causa di malattia o peggiorare le condizioni cliniche già compromesse. Lo
stress aumenta la vulnerabilità dell’individuo, provocando immunodepressione, e sviluppare una
maggiore facilità nel contrarre alcune malattie o patologie.
Innanzitutto è necessario distinguere tra lo stress “buono” (eustress) che può essere
anche funzionale ad un incremento delle capacità di adattamento a fronte di mutamenti
dell'ambiente. Esiste, poi, uno tipo di stress definito “cattivo” (distress) che è in grado di
provocare l’annientamento dell’individuo che soccombe al mutamento.
Lo stress di tipo fisiologico attiva una risposta più blanda che può essere facilmente
reversibile in quanto non quantitativamente eccessiva, diversamente lo stress patologico produce
una risposta irreversibile, perché sproporzionata ma sopratutto prolungata nel tempo in rapporto
alle risorse dell’organismo chiamato a sostenerla.
“La risposta che si attiva per lo stress è neuroendocrina. Questa si traduce in una
pronta attivazione sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, ne consegue il rilascio di un
“corticotropin releasing factor” di origine ipotalamica, determinato dalla liberazione
d’ACTH, (corticotropina), dall’ipofisi e degli ormoni-cortisolo e dell’adrenalina dalla zona
corticale e midollare del surrene. Vengono indotte in questo modo, importanti modificazioni
nei processi metabolici, che portano all’aumento del tasso glicemico, del flusso, e della
frequenza cardiaca e del flusso venoso; inoltre l’ACTH ipofisario ha un effetto sul sistema
nervoso centrale che determina un incremento della capacità di concentrazione e
d’attenzione”.[1]
La persona che coglie la presenza di uno stato di stress (stressor) è in fase di allarme e
se il fattore di disturbo persiste, nell’organismo subentra una fase d’adattamento e sotto l'aspetto
dell'attivazione neuroendocrina viene prodotto il massimo sforzo per far fronte alla rottura
dell’equilibrio omeostatico dell’evento stressante.
Se lo stato d’equilibrio non si ricomponesse e l’adattamento non si verificasse,
l’organismo soccomberebbe. Per Bahnson, lo stress può agire sulla salute dell’individuo
attraverso tre meccanismi tra loro per altro connessi:[2]

 Un’azione diretta del Sistema Nervoso Centrale sui tessuti attraverso le vie
d’innervazione periferica (ponte nervoso).

 Una via secondaria con l’induzione d’alterazione endocrine da parte delle


strutture nervose (ponte endocrine).

 Una depressione del Sistema Immunitario mediata in via endocrina che non
sarebbe in grado di controllare e quindi contrastare la produzione di cellule
neoplastiche.
Il sistema nervoso e quello endocrino possono, così, essere considerati come i
principali regolatori dell’organismo deputati al mantenimento dell’omeostasi nell'intera
organizzazione corporea.
E’ intuibile come il sistema immunitario addetto al riconoscimento e alla conservazione
dell’individualità dell’organismo (self) tendente a difenderlo da tutte le entità estranee (non self)
debba obbligatoriamente relazionarsi con gli altri due sistemi, (nervoso ed endocrino). Potrebbe
essere discutibile, con le attuali conoscenze, se questa relazione sia di dipendenza o
complementarietà.
La discriminazione "self-non-self" e la conseguente tolleranza o eliminazione (risposta
immune) del non self sono un processo dinamico alla cui base troviamo un equilibrio tra
differenti popolazioni linfocitarie, che interagiscono tra di loro e con altre cellule di origine
leucocitaria.
“La comunicazione tra le diverse organizzazioni cellulari, sia prossime che distanti,
avviene con l’utilizzo di prodotti solubili come le immunoglobuline, le linfochine, il sistema
del complemento, gli ormoni e altro.
La comunicazione tra il S.N.C, (sistema nervoso centrale,) il S.N.V, (sistema nervoso
periferico), il S.E. (sistema endocrino), ed il S.I, sistema Immunitario), avviene con modalità
complesse che coinvolgono numerose strutture organiche in un circuito che si esplica con
tempi, modalità ed effetti diversi.
Nella ricerca delle vie attraverso cui lo stress può indurre una malattia organica, un
impulso notevole è scaturito dalla scoperta dei neuropeptidi, di cui si conoscono sempre
meglio sia le implicazioni sul comportamento, sulla memoria, sull’apprendimento, sulla
sessualità e sulla patologia mentale, che sui sistemi endocrino ed immunitario”.[3]
“Per quanto riguarda il cancro permangono notevoli divergenze tra i vari ricercatori
sulle possibili cause psicologiche, mentre la gran parte di loro concorda sul ruolo
fondamentale svolto dall’immunità di cui si conoscono, ma non sono totalmente chiarite, sia le
modificazioni sotto stress, che il ruolo svolto nella crescita e nell’evoluzione delle neoplasie”.
[4]

Un tentativo di individuare dei fattori psicologici capaci di influenzare la carcinogenesi


ha radici antiche. Già nel secondo secolo dopo Cristo, “Galeno, secondo la teoria umorale,
faceva notare che le donne melanconiche avrebbero maggiori probabilità di sviluppare un
carcinoma mammario; in altre parole l’eziologia del cancro era attribuita ad uno squilibrio
della bile nera.
La dottrina medica di Galeno rimase immutata fino al sedicesimo secolo, quando il
massimo chirurgo del rinascimento, Ambrosie Parè, condivise l’ipotesi dell’eziologia sullo
sbilanciamento melanconico e spiegò le metastasi come manifestazioni locali dell’umor nero”.
[5]

Negli ultimi trent'anni con l’accumularsi di conoscenze scientifiche sul cancro sono
stati messo in luce tutti quegli elementi anomali che vedevano il cancro come malattia locale[6]
come:
 L’insorgenza solo in alcuni dei soggetti a rischio.

 Variabilità interindividuale nell’insorgenza e nell’evoluzione dei


tumori.

 Resistenza in alcuni individui nella progressione.

 Stato lungamente quiescente delle metastasi.

 Minore efficacia delle terapie locali rispetto alle terapie sistemiche.



E’ così che la psicologia ha cominciato ad interessarsi della patologia neoplastica ed
ha iniziato a sviluppare delle ricerche e degli studi sulle cause psicologiche nell’eziopatogenesi
del cancro.
Il fulcro principale d’ogni accezione di natura psicosomatica dell’eziologia del tumore
è nella necessità di spiegare il passaggio attraverso cui un disturbo di tipo psicologico, emotivo e
affettivo può evolvere verso una disfunzionalità organica come il cancro.

Il problema può essere affrontato sotto un duplice aspetto:
 indagare il rapporto tra psiche e cancro, valutandone la responsabilità di tutti quei
fattori comportamentali e fisio-biologici, considerati come “fattori di rischio” ( ad
esempio l’abuso di tabacco, alcol, problemi legati al regime alimentare ecc. )
 Studiare le variabili psicologiche e l’eziopatogenesi delle neoplasie.

Gli autori che seguono il modello di riferimento psicodinamico, come ad esempio: Aneb,
Morris, Greer, Grossarth-Maticek, Temoshok, LeShan, Diego Frigol, (Fondatore della
Scuola di specializzazione in Psicoterapia), Guido Garbolino, (docente dell'università
della terza età in torino), sono concordi nell’affermare che la causa principale dello
stress per il malato oncologico è che la malattia rappresenti, rievocandole, le perdite del
passato.
Hanno anche notato come la stessa patologia neoplastica, abbia un significato simbolico,
definendo il processo canceroso come un sintomo di un conflitto intrapsichico irrisolto.
L'ipotesi più elaborata, quella di LeShan elaborata nel 1966, prevede che la personalità del
malato di cancro si sviluppi in tre fasi[7]:

1) Un’infanzia e/o adolescenza costellata da sentimenti d’isolamento e di


disperazione, che deriverebbero dalla percezione di pericolosità di rapporti
interpersonali profondi;

2) Lo stabilizzarsi nel tempo di una relazione o ruolo che non dia la possibilità alla
persona di sentirsi accettata dagli altri e di non dare un valore alla propria vita;

3) La perdita di un oggetto significativo, lutto o separazione, ritorno a sentimenti di


inutilità e disperazione con lo sviluppo e comparsa clinica, dopo un periodo variabile,
della malattia neoplastica.
Negli anni ’80 un gruppo di ricercatori europei (Morris, Greer, Grossarth-Maticek,
Temoshok), hanno elaborato un modello di personalità di tipo "C", tipica del malato di cancro,
denominandola “Cancer- Prone Personality”.[8]
Il tipo C è caratterizzato da un insieme specifico di atteggiamenti: accondiscendenza,
scarsa assertività, passività, tratti emozionali quali ad esempio la scarsa espressione della
rabbia.[9]
In campo medico la situazione cambia: il cancro può colpire chiunque, dalla donna di
cinquant’anni al bambino di cinque, non c’è un limite d’età.
E' riconosciuto però, che ci sono un insieme di fattori predisponenti come l’uso
smodato di tabacco e alcol, l’esposizione a radiazioni ionizzanti, l’esposizione a luce solare, in
particolare la sua componente ultravioletta, (per i tumori cutanei), e i fattori di origine genetica.
[10]



1.4 BIO-PSICO-SOCIALE: UNA VIA PER COMPRENDERE

L’assunzione fondamentale del modello bio-psico-sociale è che ogni condizione di
salute o di malattia sia la conseguenza dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e
sociali[11].
La concettualizzazione del modello muove dalla consapevolezza di diversi punti di
debolezza del modello biomedico. Innanzitutto la difficoltà di comprendere le relazioni causali
tra condizioni somatiche e malattia.
In molte condizioni epidemiologicamente rilevanti, ad esempio, l’esposizione ad un
agente contagioso conduce solo in una percentuale di casi, e non nella totalità, allo sviluppo della
malattia.
Il modello biomedico non considera i fattori sociali e psicologici che possono
modulare l’efficacia della risposta del soggetto ed ignora quasi completamente l’importanza
della relazione tra medico e paziente nei processi di diagnosi e terapia come fattori che invece
influenzano fortemente gli esiti terapeutici.
La crisi del “paradigma” biomedico ha aperto la strada ad una più ampia
considerazione dei fattori implicati nella salute, verso un approccio che tenga conto:

a) dell’interazione nella configurazione dello stato di salute e di malattia tra processi


che agiscono a livello macro, (come l’esistenza di sostegno sociale o la presenza di
depressione), e a livello micro, (come squilibri a livello biochimico e cellulare);

b) della natura multifattoriale sia delle cause che agiscono sulla salute e sulla
malattia sia degli effetti che la salute e la malattia possono avere;

c) della non distinguibilità della mente e del corpo nell’influenza sulle condizioni di
salute di un individuo;

d) della considerazione che la salute è un obiettivo che deve essere conseguito


positivamente, mediante un’attenzione alle necessità di ordine biologico, psicologico e
sociale e non come uno stato solamente da salvaguardare.

Un’implicazione importante del modello biopsicosociale è l’esplicito riferimento al
concetto di sistema, sviluppato da L. Von Bertalanffy nel 1968, inteso come un’entità dinamica in
cui le componenti sono in continua e reciproca interazione, in modo da formare un unità o un tutto
organico.
Il modello bio-psico-sociale privilegia, coerentemente con l’approccio
contestualistico-evolutivo, la non linearità o la multilinearità entro modelli causali complessi,
piuttosto che legami di tipo deterministico e lineari.
Allo stesso modo le relazioni previste dal modello tra i diversi livelli di
organizzazione si possono definire come transazioni, che implicano cambiamenti in tutti i livelli
di organizzazione coinvolti, piuttosto che come interazioni, in cui tali cambiamenti non sono
implicati e in cui l’enfasi è conferita più agli effetti che ai processi.
Rispetto alla medicina, la psicologia della salute ha un'impostazione differente. Si
passa infatti da un modello biomedico, basato sulla visione della malattia come una deviazione
rispetto alla norma biologica, al modello biopsicosociale, che tiene conto di fattori biologici,
psicologici e sociali nel valutare lo stato di salute.
Per il modello biomedico la malattia deve essere trattata come entità indipendente dal
comportamento sociale, tenendo conto delle deviazioni comportamentali attraverso processi
somatici, enfatizzando così la funzione del medico e una visione passiva del paziente.
Per il modello biopsicosociale la valutazione dello stato di salute di un individuo viene
contestualizzata all'interno dell'ambiente psicosociale, attraverso un approccio sistemico. Tale
approccio sottolinea la complessità della salute, valorizzando l'importanza
dell'interdisciplinarità.
“Il modello biopsicosociale si orienta verso la salute globale promuovendo la salute
intesa come realizzazione di sé, attribuendo importanza alla prevenzione, e considerando vari
livelli di analisi del paziente, gestendoli in associazione ai vari ruoli professionali nel campo
medico”.[12]
L'approccio con il paziente oncologico per essere efficace deve essere necessariamente
multidisciplinare. Di conseguenza diverse sono le figure professionali che devono collaborare e
coordinarsi, in modo sincrono e sinergico, al fine di ottenere il risultato migliore possibile per il
paziente.
Bisogna che tutte le figure professionali, che entrano in contatto con il paziente malato
di tumore, abbiano ben presente che qualunque sia l'intervento che sono orientate a fare, deve
avere come obiettivo il miglioramento della vita.
Il primo obiettivo, quindi, non sarà sicuramente raggiungere, a tutti i costi, un mero
allungamento della vita, vale a dire, non è solo importante, quanto il paziente riuscirà a
sopravvivere alla sua malattia ma quale sarà la sua vita. "bisogna dare vita agli anni e non anni
alla vita" [13]
Questi principi, brevemente introdotti, hanno un'importanza enorme in ambito
oncologico: gli Oncologi infatti oltre a cercare di approfondire sempre di più tutte le possibili
informazioni relative alle molteplici variabili proprie della malattia neoplastica, che possono
essere collegate alla risposta del tumore alle terapie (chirurgica, radioterapica, chemioterapiche,
teoria di supporto, terapia antalgica e psicoterapica, psicofarmaco logica) devono essere
preparati a gestire l'impatto di queste sul paziente.
Nell'ottica dell'approccio globale con il paziente, l'oncologo, dove possibile, è bene
che sia affiancato dallo psiconcologo, per gestire l'impatto della diagnosi sul malato, nonché gli
effetti negativi della terapia chirurgica, radiante e farmacologica.
Elementi fondamentali, dai quali può dipendere il buono o il cattivo esito di tutta la
pianificazione terapeutica, sono la comunicazione e l'informazione.
Un corretto ed adeguato metodo di comunicazione e di informazione deve prefiggersi
come risultato quello di aumentare le conoscenze, ridurre il sentimento di smarrimento provocato
dalla malattia dal timore di non poterla controllare, ottenere da parte del paziente una condivisa e
attiva partecipazione al programma di cura e quindi un comportamento adeguato.
In una parola è fondamentale dare al paziente la confortevole convinzione che l'intera
equipe terapeutica si stia prendendo cura di lui. In ambito oncologico ci dobbiamo rapportare
con individui in cui la malattia fisica ha determinato, in modo repentino e destrutturante, una
profonda frattura nella continuità nella sicurezza dell'esistenza.
Si verifica un cambiamento rapido totale nella vita quotidiana ma soprattutto incertezza
nella prognosi determinata dall'assoluta impossibilità da parte dei medici di fornire garanzie.
Il malato si domanda: "se acconsento a fare quello che mi viene proposto guarirò?".
Il paziente si trova a dover cambiare rapidamente le proprie abitudini e il comportamento, vede
dissolversi i progetti per il futuro, deve adattarsi e accettare interventi chirurgici conservativi o
demolitivi che possono anche causare una distorsione dell'immagine della propria corporeità.[14]
Deve inoltre sottoporsi a terapie i cui effetti collaterali sono a volte negativamente
incisivi sulla qualità della vita. Da quanto premesso, appare evidente che l'aiuto dello
psiconcologo diventa irrinunciabile nell'approccio globale al paziente con la malattia tumorale.
L'intervento può aiutare, infatti, ad accettare le terapie alle quali viene sottoposto il
paziente e a non considerarle più insopportabili della malattia stessa.
Nelle varie fasi della malattia tumorale, il paziente si trova a dover affrontare svariate
situazioni che possono creare seri problemi di carattere affettivo, emozionale comportamentale e
in determinati casi possono dare origine a disturbi di interesse psichiatrico.
Un trattamento psicofarmacologico può essere di notevole supporto e deve avere come
obiettivo il miglioramento della qualità della vita, raggiungibile solo attraverso un buon controllo
della malattia tumorale fino a quando è possibile.
In quest'ottica l'introduzione degli psicofarmaci nel bagaglio della terapia oncologica
trova una precisa collocazione. Contribuendo a facilitare il paziente nell'accettare il piano
terapeutico che gli viene proposto, rendendo più agevole l'adesione consapevole al trattamento,
anche grazie all'apporto e all'appoggio dello psiconcologo.
Nel paziente oncologico si sovrappongono problemi somatici e psichici che vanno
affrontati con un approccio sia psicoterapeutico che psicofarmacologico. La terapia combinata,
psicoterapia più farmacoterapia, quando necessario, può essere di notevole aiuto. Questo
approccio integrato viene realizzato dalla collaborazione tra oncologo e psichico-oncologo.
Come spiegato, si può prevedere che nel paziente oncologico coesistono situazioni di
sofferenza legate sia ad uno stato ansioso che ad uno depressivo: in entrambe queste situazioni
può essere di grande aiuto un intervento farmacologico, che rapidamente attenui lo stato di
sofferenza.
“I farmaci utilizzati nella terapia farmacologica dell'ansia sono le benzodiazepine il
cui meccanismo d'azione è legato al potenziamento dell'azione centrale GABAergica. Il Gaba
svolge un'azione inibitoria su altri sistemi neurotrasmettitori ali, le benzodiazepine agiscono
su specifici recettori a livello centrale”. [15]
Il paziente va quindi valutato in modo approfondito congiuntamente dall'oncologo e
dallo psicologo nonché dallo psichiatra.
Nel paziente oncologico anche la possibilità di una condizione depressiva è molto
frequente. È molto importante saper riconoscere le situazioni definibili come "depressioni
mascherate". Spesso lo stato depressivo è una reazione alla condizione di malattia e a tutto ciò
che essa comporta.
“Nei pazienti oncologici la tollerabilità degli effetti collaterali degli antidepressivi
può essere ulteriormente ridotta dalla sofferenza somatica. Gli inibitori del reuptake della
serotonina possono costituire una valida alternativa”.[16]
L'oncologo, coadiuvato dallo psiconcologo, valuterà di volta in volta sia la scelta del
trattamento, che la sua modalità applicativa o deciderà per il non trattamento, rispetto alla scelta
soggettiva del paziente.

1. 5 IL RUOLO DELLO PSICOLOGO IN AMBITO


ONCOLOGICO

La medicina sta cambiando profondamente. “Il medico, da un tipo di "contratto" con
il malato e con il suo ambiente, è passato, per gradi e nel tempo, a un tipo di "rapporto"
sempre più mediato: una mediazione di tipo tecnologico a volte esasperata ed esautorante che
tende a chiudere gli spazi che spettano alla persona”.[17]
Nel contempo, il nascere di nuove sensibilità, di nuove aspettative da parte della gente,
sta modificando non solo il rapporto medico-paziente, ma il ruolo dell'intera medicina nella
società.
Siamo soliti usare i termini di terapia e cura attribuendogli eguale significato mentre la
terapia e la cura non sono sinonimi. Aver cura è una cosa diversa dalla somministrazione
ragionata dei farmaci e dalla riparazione chirurgica della lesione.
La cura si applica ad una afflizione, alla malattia soggettiva, “illness”, a questo o quel
soggetto malato. Si ha cura della Salute della persona.
La terapia ha per campo la malattia e la si applica ad una affezione, cioè alla malattia
oggettiva, quella che gli inglesi chiamano "desease".
La trasformazione che si attua, ed il settore dove sicuramente diventa più percettibile é
nell'ambito delle cure palliative. Esse si occupano della persona e della malattia; prevedono un
intenso programma di quando la malattia non è più responsiva alle terapie specifiche aventi come
scopo la guarigione.
Sono rivolte a pazienti in fase avanzata di malattia, con aspettativa di vita limitata, per i quali
l'obiettivo delle cure è migliorare la qualità della vita.
Il miglioramento della qualità della vita si ottiene non solo con il controllo del dolore e
degli altri sintomi fisici, ma ponendo anche l'attenzione agli aspetti psicologici, emozionali,
sociali e spirituali costruendo intorno al malato e alla sua famiglia una "rete" di protezione e di
cura attraverso le attività di diverse figure professionali che lavorano in equipe: medici,
infermieri, assistenti sociali, fisioterapisti, assistenti spirituali.
Le diverse figure professionali si attivano in modo dinamico e collegiale a seconda dei
bisogni del paziente. Negli ospedali dove è presente un reparto o una cattedra di psiconcologia,
viene adottato un modello organizzativo multidisciplinare, di cui fanno parte numerose specialità
ospedaliere e il supporto ad altre discipline integrative.
Gli obiettivi delle cure palliative sono[18]:

 provvedere al sollievo del dolore degli altri sintomi fisici;

 affrontare la sofferenza nella sua globalità fisica, emotiva, spirituale e


sociale;

 non prolungare né abbreviare la vita dell'ammalato;

 supportare i bisogni psicologici spirituali;

 offrire un sistema di supporto per aiutare la famiglia dell'ammalato a


convivere con la malattia e poi ad elaborare il lutto;

 affermare il valore della vita considerando la morte come un elemento


naturale
Purtroppo, questi obiettivi, molto spesso, vengono applicati solo per i pazienti in fase
terminale. Le cure palliative possono invece essere applicabili anche più precocemente, fin dal
momento della diagnosi, lungo tutto il percorso della malattia in parallelo alle terapie
antineoplastiche, intensificandosi, poi, nella fase avanzata di malattia e continuando con i
familiari per il periodo dell'elaborazione del lutto, raggiungendo così un livello di qualità della
vita che rappresenta l'obiettivo non solo nei paesi anglosassoni ma anche nel nostro paese.
Il livello di qualità del trattamento palliativo è determinato dalla continuità delle
terapia di supporto che prevedono[19]:

 una terapia antalgica volta a ridurre o abolire la percezione del dolore

 un adeguato supporto nutrizionale

 procedure fisioterapiche che consentano un'autonomia compatibile con le


condizioni cliniche generali

 un continuo supporto psicologico

 un aiuto spirituale se desiderato



Le cure palliative, però, devono essere prospettate anche come modalità esistenziali e
assistenziali ospedaliere, garantendo così al paziente quella continuità delle cure di cui necessita
per mantenere una dignitosa qualità della vita, anche se sempre difficile da valutare perché non
standardizzabili.
Si possono infatti formulare vari protocolli terapeutici, si possono tentare abbozzi di
linee guida, ma non vi potrà mai essere né terapia ne cura che risulti efficace, sebbene efficiente,
se non si instaura fin dall'inizio una corretta comunicazione attraverso la quale il medico e il
paziente acquistano la nozione di un rapporto privilegiato costituito da coinvolgimento reciproco.
L'impostazione della corretta comunicazione è stata oggetto di discussione all'interno di
gruppi multidisciplinari che già in passato hanno accettato la modalità di approccio proposto
dallo specifico sottogruppo di lavoro psichico-oncologico.
Il contatto con il paziente, da parte di tutta l'equipe, avviene attraverso una competente
accoglienza che inizia con l'ascolto della persona malata, dei suoi bisogni, delle sue paure e una
corretta sistematica valutazione delle informazioni in suo possesso, dei dubbi, delle richieste e
difese messe in atto per trovare più o meno consapevolmente un equilibrio interiore. I gruppi di
lavoro hanno individuato nello psicologo la figura più adatta a tale ruolo.
È ovvio che si tratta di un percorso impegnativo e in continua trasformazione nonché in
evoluzione ma deve essere anche contrassegnato dal rispetto dei diritti fondamentali di una
persona che sta morendo, affinché possa morire con dignità, potendo esprimere le sue emozioni
con il conforto e la vicinanza dei suoi cari e con l’aiuto di tutto uno staff che si possa dire
professionale in modo tale che la morte possa diventare un momento di vera autenticità.
Il concetto di morte è un concetto rifiutato dalla nostra società perché è una società del
benessere, dei consumi, dell'immagine, dello spettacolo, mentre la morte è una zona d'ombra
nella quale cade il nostro silenzio.
Lo psiconcologo ha il delicato compito di aiutare sia il malato stesso con tutti i suoi
dubbi, le sue paure, i suoi conflitti, ma anche l’intero nucleo familiare, composto da una propria
storia sia di individui come singoli, sia di individui come membri di uno stesso sistema.
Compito dello psicologo è quello di fornire al paziente un "Io" ausiliario che lo può
aiutare a superare la fase di shock. Lo psicologo dovrebbe intervenire subito dopo la
comunicazione della diagnosi, in quanto le emozioni scaturite da una comunicazione di tal genere
porta il paziente a vivere quella fase in uno stato totale di shock.
Il comportamento dello psicologo non è mirato a “dover dire un qualcosa per forza”.
La pratica del silenzio, infatti, è molto utilizzata dagli esperti in psiconcologia, in quanto “se non
si sa cosa dire in quel momento, il silenzio vale più di tante e inutili parole”.
Il silenzio fa in modo che il paziente neoplastico entri in relazione con se stesso,
sapendo però che di fronte a lui c’è una persona che non è presente per raccontargli bugie, ma per
ascoltarlo solo se lui lo desidera.
La malattia neoplastica pone il paziente il problema della morte, quindi è raro trovare
persone che non hanno voglia di raccontarsi, chiedendo di non essere dimenticati, perché la paura
più comune è quella di non “aver lasciato un segno”, di aver vissuto una vita vuota e senza
affetti sinceri.
Giuliana Apreda, psicologa e psicoterapeuta, che collabora con la divisione di
oncologia pediatrica del Policlinico A. Gemelli, alla domanda: “Come vi comportate con i
familiari di fronte alla morte?” afferma: “Lo strumento che utilizziamo di più è il silenzio.
Rimaniamo ad ascoltare e accogliamo il loro pianto, la loro disperazione. Per chi ha parenti,
ci tiriamo un po’ indietro, perché è un momento molto intimo, da condividere con i loro cari.
L’intervento è modulato e tutto deve essere ragionato, riflettuto, mai si deve agire in maniera
istintiva, bisogna valutare caso per caso, bisogna sapere cosa stai facendo e perché ti trovi
lì.”[20] Lo psiconcologo si pone come caregiver dello stato emotivo del malato, deve fare in
modo di non far sentire il paziente solo.
La psicoterapia con i pazienti oncologici si presenta come un intervento centrale e
comune ai diversi modelli d’intervento in quanto la persona, esistendo su più livelli: quello
fisico, psicologico e sociale, necessita per tutti di un supporto ugualmente importante.
Esistono vari tipi di psicoterapia applicabili in oncologia; essi utilizzano metodologie
di intervento differenti che derivano dai modelli teorici di riferimento: individuali, di gruppo,
interventi direttivi o non direttivi.

1.6 IL COUNSELING E GLI INTERVENTI


PSICOTERAPEUTICI
Il counseling è un processo relazionale di tipo professionale rivolto ad una persona che
sente il bisogno di essere aiutata a risolvere un problema. Richiede abilità e strategie
comunicative, mirate alla riorganizzazione delle risorse esistenti nella persona.
Il counseling non si pone obiettivi psicoterapeutici, ma alla sua base vi sono componenti
mirati alla relazione di aiuto che sono:

La capacità di porsi in termini sinceri e genuini verso la persona che soffre, fornendo
alla persona la percezione assistenziale nell’incontro (onestà).
La capacità di mettersi sulla stessa lunghezza d’onda del paziente o del familiare,
connettendosi alla loro realtà, comprendendo quanto da loro portato e comunicando
loro tale comprensione (empatia).
L’accettazione dell’altro, basata sulla consapevolezza che il paziente e la famiglia sono
persone uniche, con proprie qualità e valori (rispetto).
In oncologia, però, piuttosto che gli interventi di counseling, sono predilette alcune modalità
d’intervento psicoterapeutico specifiche. Le più conosciute sono:

La terapia psicologica di Moorey e Greer: una delle più recenti applicazioni del
modello cognitivo. E' la psicologia adiuvante, messa a punto da questi due autori in
Gran Bretagna al Royal Marsden Hospital di Sutton. Un ciclo di terapia consiste in 6-
12 sedute a cadenza settimanale di 50 minuti ognuna; generalmente il setting è
individuale. Può essere previsto anche un intervento sulla coppia al fine di migliorare
la comunicazione tra i partner in un momento così delicato come la malattia.

La terapia di LeShan:
LeShan cominciò a lavorare in campo oncologico nel 1947 applicando il metodo
tradizionale freudiano. Ben presto, però, si accorse che tale metodo si accordava male
alle esigenze dei pazienti: si trattava, infatti, di persone che vivono una situazione di
dolore fisico e reale, difficilmente riconducibili ad una simbolizzazione, preoccupati
per il loro futuro e per i loro familiari.
LeShan mise a punto una terapia ad orientamento analitico il cui principale obiettivo è
quello di aiutare i pazienti a realizzare una vita che sia il più possibile soddisfacente e
che fornisca loro una solida ragione di essere e che possa colorare emozionalmente il
tempo che rimane a loro da vivere.
Il setting terapeutico classico analitico è stato modificato e l’elemento centrale di tale
approccio comporta una completa ristrutturazione del proprio modo di relazionarsi
con gli altri e della propria filosofia di vita ma, se compaiono le resistenze
psicologiche, lo psicoterapeuta interviene in modo analitico.

La terapia di gruppo:
La terapia di gruppo per pazienti con cancro è estremamente diffusa in Gran Bretagna,
negli Stati Uniti, in Israele e in Sud America. In Italia si comincia a considerare questo
tipo di intervento come valida alternativa ai trattamenti individuali. I gruppi sono
composti generalmente da cinque ad otto partecipanti, con una durata della seduta di
circa novanta minuti.
Il terapeuta effettua un colloquio iniziale individuale per vedere se la persona è adatta
a far parte di un determinato gruppo, tenendo conto della personalità, dell’età, del tipo
di malattia e del livello d’ansia. Ciascun gruppo è condotto da uno psicologo o
psichiatra con una formazione nella psicoterapia di gruppo.
I fattori terapeutici che la terapia di gruppo può offrire ad un paziente sono
sostanzialmente cinque:
1. essere di modello l’uno per l’altro;
2. condividere le proprie esperienze con altre persone che condividono le
stesse problematiche;
3. vedere se stesso come persona e non come malato/a;
4. sentirsi inclusi in un gruppo;
5. aiutarsi a vicenda.
Tutti gli interventi, anche se diversi fra loro per origine teorica e per metodologia,
hanno come obiettivi generali:
migliorare la qualità della vita del paziente;
contenere lo stato di sofferenza soggettiva;
sviluppare modalità più funzionali e positive per affrontare la malattia;
aiutare il paziente e la sua famiglia ad integrare la malattia nella propria
esperienza di vita;
aiutare il paziente e la sua famiglia a trovare un senso a ciò che è successo;
Qualsiasi sia l’intervento scelto dallo psicologo o dallo psicoterapeuta, questi deve
sempre tener conto dei “concetti base” del rapporto supportivo cioè gli elementi di
fondo che permettono di entrare in contatto con il malato oncologico al fine di
aiutarlo al meglio delle proprie capacità. Questi elementi sono:
1. La fiducia: la capacità di aver fiducia si costruisce nella storia di ognuno di noi,
soprattutto nella relazione diadica madre-figlio, dove la madre è colei a cui il
bambino indifeso si affida per soddisfare le esigenze di cura e affettività.
Considerando che molti pazienti si affidano alle cure delle strutture sanitarie
con un atteggiamento di sfiducia, dovute a esperienze passate o a pregiudizi, il
compito dello psiconcologo è quello di creare un rapporto valido con il
paziente, basato innanzitutto sulla fiducia, dove lo psicologo deve tener conto
che il cancro mette in crisi il paziente nella sua globalità.
2. L’empatia: l’empatia è la capacità di percepire i sentimenti e le emozioni di
un’altra persona. E' necessario per costruire un rapporto di supporto, poiché per
prestare aiuto al paziente, bisogna sapersi rendere conto non solo del suo stato
fisico, ma anche del suo vissuto psicologico ed emotivo, delle sue difese e
resistenze.
Provare empatia non significa instaurare un rapporto d’amicizia e simpatia,
bensì un rapporto equilibrato, evitando sia l’eccessivo coinvolgimento
emotivo, sia la mancanza d’affettività.
3. Interessamento: significa l’accettazione dell’altro come persona. Il paziente non
ha bisogno di sentirsi “uno dei tanti”, ma come un soggetto unico degno
d’attenzione e di valore.
Questo atteggiamento d’attenzione si esprime più che con le parole, con la
comunicazione non verbale di vicinanza e legame; in particolare il contatto
fisico con il malato che esprime, calma, dolcezza, pazienza.
4. L’Autonomia: lo scopo di qualsiasi rapporto di aiuto è quello di fare il modo
che il paziente passi dalla condizione di malato dipendente a quello di persona
autosufficiente.
Per un normale meccanismo di difesa, il paziente tende a regredire, il suo
comportamento si fa meno maturo e adattivo, si affida alla struttura sanitaria o
ai propri familiari, divenendo vittima di se stesso e tale atteggiamenti si
ripercuotono negativamente sull’eventuale successo terapeutico.
5. La reciprocità: é lo strumento che consente la realizzazione dell’autonomia.
Ognuno dà il proprio contributo in vista del raggiungimento dell’obiettivo: la
guarigione o il miglioramento della qualità di vita.
Reciprocità significa dialogo e dare al paziente le informazioni necessarie per
trarre tutte le notizie utili.

Per quanto riguarda la comunicazione, chiunque sa quanto sia importante saper ben
comunicare. Uno dei più importanti assunti é: "E’ impossibile non comunicare" [21]: ogni
comportamento trasmette un messaggio e ogni comunicazione avviene all’interno di un contesto in
grado di influire sul significato stesso della comunicazione.
Spesso si sottovaluta l’impatto ambientale: comunicare una diagnosi di cancro al telefono, nel
corridoio di un ospedale, nella stanza del paziente, alla presenza di altri ammalati, in una stanza
dove il telefono squilla o dove entrano altre persone, può determinare impatti molto differenti fra
loro.
L’uomo ha tre modalità di comunicare: verbale, non verbale e simbolica. Le caratteristiche
della comunicazione verbale (emittente, messaggio, canale, ricevente, feed-back) sono
generalmente note; meno nota è la comunicazione non verbale, che può essere definita con le
caratteristiche dell’espressione del volto, dello sguardo, del comportamento spaziale, dei gesti e
dei movimenti del corpo.
Non è raro trovare pazienti che di fronte allo psicologo rimangono in silenzio. In generale il
valore comunicativo del silenzio è da attribuire alla sua ambiguità, poiché può essere l’indizio di
un ottimo rapporto e di una comunicazione intensa oppure il segnale di una pessima relazione e di
un rapporto deteriorato.
Il silenzio, in ambito oncologico, non assume il significato del “non saper cosa dire”; il
silenzio ha, in questo caso, una sua voce. La voce dell’interiorità, della riscoperta di se stessi,
della paura o semplicemente del bisogno di silenzio.
Durante la comunicazione della diagnosi, il paziente può non dire nulla ma dentro è pieno di
sensazioni intense; sta al medico capire che non è necessario dire “mi dispiace”, o comunicare
un insieme di nozioni che il paziente in quel momento non ha interesse ad ascoltare, né a capire.
In questo caso è la mimica del volto che funziona da specchio delle emozioni del malato, in
quanto i movimenti del volto costituiscono un sistema semiotico privilegiato.
Lo psiconcologo ha il delicato compito di “leggere” i segnali del corpo, di capire ciò che il
malato non vuole dire ma che gli trasmette con il corpo, con gli occhi. Dovrebbe riuscire a
diventare “un buon ascoltatore" anche quando non vi sono le parole.

1.7 LA VALUTAZIONE DEL PAZIENTE



Il cancro pone l’individuo di fronte a molteplici conflitti, dalla paura della morte alla
paura per chi resta. I modi di reazione possono essere diversi. Greene e collaboratori, ne hanno
individuati cinque[22]:

1) Spirito Combattivo: caratterizzato da atteggiamenti fiduciosi, accettazione
dell’evento malattia come evento di vita drammatico ma affrontabile;

2) Negazione-Evitamento: in cui è presente un’indifferenza verso la malattia,
accompagnata da una tendenza a minimizzarla, con un desiderio di continuare a vivere
come se non fosse accaduto niente;

3) Fatalismo: distinguibile per l’accettazione rassegnata e passiva della malattia,
con un atteggiamento fatalistico, indifferenza stoica e nessun desiderio di combattere la
malattia;

4) Preoccupazione ansiosa: caratterizzata da forte ansia, non accettazione della
malattia, intenso e costante timore rispetto all’evoluzione della stessa;

5) Disperazione: con la comparsa di un atteggiamento d’inutilità. Un’accettazione
della malattia con sensazioni d’infermità e sconfitta irrimediabile, depressione con
idee profonde di morte accompagnata da sentimenti di sopraffazione.

L’incidenza di disturbi di tipo depressivo in pazienti neoplastici, inoltre, è
notevolmente alta e appare come un disturbo dell’umore in cui il nucleo depressivo è centrato sui
sintomi d’inerzia, marcata inibizione e stati di solitudine.
La solitudine che il malato oncologico è costretto ad affrontare è una solitudine di tipo
spirituale-esistenziale; non è raro però trovare pazienti che sono “abbandonati” dai familiari, e
ciò sta ad indicare che in passato vi erano stati dei conflitti che l’evento malattia, invece di
riunire, allontana ulteriormente.
Guarino (1994), ha individuato nei pazienti neoplastici un insieme di sintomi
psicologici, comuni a molti, tanto da definirli con un’unica espressione “Sindrome
neoplastica”[23]. I sintomi sono:

 Precipitoso senso d’imminenza della morte;


 Caduta della propria immagine;

 Spiacevole alterazione del vissuto corporeo;

 Angoscia di disgregazione;

 Modificazioni imposte dallo stile di vita;

 Riduzione delle capacità lavorative e senso di perdita del gruppo sociale;

 Senso di frustrazione e depressione per il senso di perdita;

 Senso di colpa, invidia, d’ingiustizia;

 Senso d’ineluttabilità della malattia, d’impotenza;

 Uso massiccio dei meccanismi di difesa, quali negazione e rimozione.


La tendenza all’invio del paziente ai servizi di consulenza psicologica o psichiatrica è molto
bassa, in quanto, tra le persone che gli oncologi valutano come bisognose di un intervento
psicologico, solo la metà presenta effettivi disturbi clinicamente significativi, in particolar modo
disturbi di tipo depressivo e disturbi d’ansia.
L’importanza di una cura psicologica e/o psichiatrica nei malati oncologici è di notevole
importanza, in quanto il rischio di suicidio nei malati di tumore, con la presenza in particolar
modo di depressione, è molto alta. La valutazione del paziente in psiconcologia [24]avviene su
diverse fonti:
- La valutazione del supporto sociale: identifica l’insieme dei possibili sostegni
emotivo-affettivi. Tale variabile è importante nel modulare le risposte emozionali allo
stress, nel favorire il mantenimento della salute psichica e nell’adattamento alla
malattia.
- La valutazione della reazione emozionale e dell’adattamento alla malattia: la
valutazione dell’evento della malattia, l’elaborazione del suo significato, la
ristrutturazione cognitiva che il soggetto effettua di fronte alle richieste determinate
dalla situazione, le reali possibilità di risoluzione del problema in funzione del
contesto nel quale del paziente si trova, le caratteristiche di personalità e del supporto
ricevuto per il raggiungimento di tale obiettivo.
- La valutazione dello stile di coping del paziente.
- La valutazione delle funzioni cognitive: soprattutto nelle fasi avanzate della
malattia ed a causa degli effetti collaterali dei farmaci sul sistema nervoso centrale è
possibile incorrere in disturbi mentali caratterizzati da compromissione e alterazione
delle funzioni cognitive (intelligenza, attenzione, memoria, linguaggio, calcolo, abilità
costruttive, astrazione affettiva, pratico-materiale, derivanti dai rapporti
interpersonali.
- La valutazione della sofferenza psichica: riguarda la valutazione della
sintomatologia e della sofferenza psicologica rappresentata dalla presenza di
somatizzazioni, ossessività, compulsività, sensibilità interpersonale, depressione,
ansia, ostilità, fobie, psicoticismo, stress.
- La valutazione della qualità della vita.
Tutti questi aspetti sono analizzati attraverso specifici questionari e all’interno di un
colloquio dove è possibile far emergere sentimenti, paure, bisogni e pensieri che uno strumento
psicometrico non è in grado di valutare.

IL CONCETTO DI MALATTIA

2.1 - LA MALATTIA E IL MALATO



In base al riduzionismo cartesiano del modello biomedico la malattia è una condizione
patologica definita che può essere adeguatamente descritta in termini biochimici e fisiologici.
Differenti correnti di pensiero scientifico affermano, invece, che la malattia è la storia
personale del malato, che non inizia banalmente da una patologia ma è il risultato del suo
percorso di vita. Non può essere vista solo come l’espressione dei limiti della natura, ma anche
come possibilità della natura di esprimersi.
La malattia inizia nell'esistenza della persona, è l’espressione della soggettività storico
culturale della persona. Non è spiegabile tanto attraverso il caso, l'accidentalità e la sfortuna ma
é come se tutti gli avvenimenti accaduti della persona fossero rappresentati attraverso il corpo.
Questo cambia la visione della medicina: nel curare bisogna tener conto dei significati
profondi che la malattia riveste per una persona.
“La ragione medica si è sempre considerata in contrapposizione alla natura malata,
tant'è vero che il suo linguaggio richiama talvolta il gergo militare, (lotta, disordine,
discrasia, squilibrio, alterazione, insulto, stroncare, abbattere, bloccare, eccetera), quasi che
la natura fosse nemica, avesse una sua colpa ed una sua responsabilità.
Se la malattia é sia nella natura che nella persona, allora si tratta di curare la malattia
usando sia le possibilità offerte dalla natura che quelle offerte dalla persona. Ma ciò non è
possibile se la ragione medica resta ancorata alla visione di dialogistica della malattia.
Se la natura della malattia resta puramente biologica, la terapia non può che essere concepita
come una contrapposizione tra una sostanza nemica e una sostanza amica. Così ritorniamo a
una nozione antiquata di sostanza.[25]
Il malato è un soggetto complesso che, oltre alle prerogative dell'essere, presenta quelle
peculiari della malattia. Il malato e la malattia sono una contingenza, l'essere è un'estensione
della malattia e viceversa. Il malato è perciò una coestensione complessa di biologia e
ontologia.
Il malato è considerato dalla ragione medica riducibile alla sua malattia e dunque ad un
fenomeno naturale. Tale riduzione, in realtà, è una catena di riduzioni: la visione biologica
riduce il malato alla malattia, l'essere al fenomeno, la persona al corpo, il corpo all'organo,
l'organo in parti più piccole e così via, fino ad arrivare alla biochimica e alla medicina
molecolare. Si tratta di un'operazione epistemologica, che oggi va integrata con
un'operazione epistemologica inversa, vale a dire con la ricostruzione della complessità bio-
ontologica”.
Il malato, prima di essere diagnosticato come tale, dopo la scoperta di sintomi in organi
conosciuti a rischio di neoplasia, un nodulo al seno o sangue nelle feci, ha una reazione
d’allarme che si concretizza con un’elevata preoccupazione ed incertezza per il significato che
può avere quel sintomo.
In molti casi, prevale una reazione con un alto grado d’ansia, a volte, mediata dalla
tendenza della persona a razionalizzare la sua condizione e ad attendere l’esito di esami
diagnostici.
In altri casi potrebbe prevalere l'atteggiamento pessimista, in cui i pensieri si fissano
sui sintomi, sono vissuti con la paura che possano indicare la presenza di cancro.
Qualche volta potrebbe accadere che l’ansia sia talmente elevata, da instaurare dei
meccanismi di difesa come la minimizzazione o la negazione del significato dei sintomi stessi,
non portando così alla giusta attenzione del medico, determinando un ritardo sulla diagnosi.
Il malato oncologico è una persona sospesa tra la prospettiva di morte e la speranza
della guarigione. E' colui/colei che immagina una fine più o meno vicina con incubi di dolore e di
sofferenza. E' una persona che spera, che nega la propria condizione sperando che gli altri si
siano sbagliati, in qualche modo confusi. E' un malato disperato che abbandona ogni speranza e si
lascia andare al proprio destino oppure, è un guerriero che lotta fino alla fine qualunque essa sia:
la guarigione o la morte.
L'ansia lo pervade, l'incertezza del domani lo sovrasta, l'angoscia di non farcela
scalfisce ogni sua certezza interna, convinzione, rassicurazione esterna. Gli si affacciano scenari
di sofferenza, dolore, cure estenuanti, magari inutili, di morte che, occupando la quasi totalità dei
suoi pensieri, non gli lasciano spazio ad una possibile alternativa, ad una auspicabile possibilità
di guarigione.
Questi pensieri permeano la sua mente e non lasciano più spazio all’ottimismo, alla
voglia di vivere, di continuare a lottare per farcela, per poter migliorare e, perchè no, guarire.
Fortunatamente, non tutti i tumori portano alla morte. Grazie ai progressi fatti nel campo
della terapia oncologica c'è stato un miglioramento sia per la guarigione, sia per la qualità della
vita.
Guarire significa, sempre più spesso, ritornare alla normalità o quasi, è possibile
quindi un cammino dallo stato di sofferenza a quello di benessere.
Per quanto riguarda le malattie neoplastiche si deve pensare che gli esiti degli
interventi chirurgici, l’assunzione di terapie, specie se protratte per lungo tempo, le visite di
controllo e le inevitabili modifiche agli stili di vita personali influenzano drasticamente il senso
d’identità e il livello d’autostima, dando una proiezione completamente diversa del proprio
futuro. Svariati autori hanno "battezzato" queste persone: "long-survivors".
Dopo la comunicazione della diagnosi, c'è la scelta di una possibile terapia da seguire,
tuttavia, occasionalmente, può capitare che il paziente rifiuti la terapia. Si ipotizza, in questo
caso, che la scelta rappresenti una via di fuga da un’esistenza difficile, infelice, una condanna
"divina" e si instaurino sentimenti tali da ipotizzare una sorta di suicidio passivo.
In seguito, dover co-esistere con la malattia indirizza il malato di tumore verso una fase
di riorientamento, nella quale si assiste a nuove ricerche di significati della malattia stessa come
evento esistenziale.
In questa fase di riorganizzazione la persona in terapia è obbligata ad un nuovo stile di
vita e cambia i ritmi della vita e delle azioni, spessissimo rinunciando a ciò che prima faceva e
che ora, non può più fare.
A causa delle radioterapie e chemioterapie, la persona è costretta ad andare ogni
giorno in day hospital o, se le condizioni generali e/o la terapia a cui è sottoposto lo richiedono,
a ricoverarsi nel reparto di degenza.
In day hospital, la persona arriva la mattina presto in ospedale, fa la terapia, poi torna
a casa; questo fa sì che possa rientrare nel suo ambiente familiare e possa, eventualmente, anche
lavorare. Il malato ricoverato, invece, è un malato che non può fare i trattamenti in regime day
hospital o perché è nella cosiddetta ultima fase.
Nella fase di convivenza con la malattia il paziente che viene ricoverato in reparto di
degenza instaura rapporti più profondi con il personale oncologico, con infermiere in primis e
con medici.
Sempre più ospedali sono provvisti di psicologi per far fronte a danni emotivi e
psicologici che molti malati devono affrontare in una fase molto delicata della malattia, dove il
corpo, soprattutto con il trattamento chemioterapico, si trasforma drasticamente.
Il rischio di recidiva in un ex malato di cancro è sempre presente. Questa rappresenta
un altrettanto, se non ancora di più, evento gravemente traumatico.
La speranza che il cancro fosse stato definitivamente sconfitto, si annulla
automaticamente e si ripresentano gli stessi scenari della sofferenza della malattia, già vissuti la
prima volta, di terapie neoplastiche nonché della paura della morte. Il rischio di depressione
diventa ancor più elevato, in quanto si percepisce il dolore come unica realtà possibile.

2.2 - I MECCANISMI DI DIFESA, LE PAURE E LE


ANGOSCE
La comunicazione di una diagnosi oncologica obbliga il paziente alla terribile
consapevolezza di avere un cancro. Dopo la prima inevitabile fase di sbigottimento, paura e
disperazione, la persona mette in atto meccanismi di difesa che gli danno la possibilità di evitare
o per lo meno ridurre la consapevolezza di ciò che si presenta come intollerabile alla coscienza e
far fronte così alla, più o meno, imminente minaccia di perdere la vita.
Nonostante in questa fase non siano così evidenti cambiamenti di tipo fisico, la
scoperta del tumore porta con se uno scompenso emozionale, per cui non è raro trovare pazienti
che dichiarino di sentirsi:” "... come se un macigno mi fosse caduto addosso”.
E' assodato, ormai, da decenni di statistiche fornite ed elaborate dagli ospedali che
questo determina sintomatologie psicosomatiche come l’ansia, la cefalea o l’insonnia.
Vi sono, inoltre, altre difese attivate dall’Io: la negazione, la rimozione,
l’identificazione, la regressione, la razionalizzazione. Queste riguardano aspetti emozionali nella
stessa misura della rabbia ed aggressività che coprono le modalità precedenti e sostengono
l’esigenza di mantenere delle relazioni significative con la realtà.

Sentimenti di impotenza
Le conseguenze delle terapie sono tante come ad esempio, per la chemioterapia, la
caduta di capelli, che può causare un duro colpo per la rappresentazione e l'integrità fisica ed
emotiva del malato. Quasi sempre i capelli cadono a ciocche e, quindi, non è raro per il malato
di tumore risvegliarsi la mattina e trovare sul cuscino una notevole quantità di capelli. Questo gli
farà inevitabilmente sentire che la parte di sé che coincide con il suo Io fisico, inizia a decadere.
Sintomatologie come: nausea e vomito, perdita d’appetito, diarrea sono le conseguenze
organiche più comuni per chi si sottopone a cicli chemioterapici.
Queste sono sentite come talmente forti, da non riuscire più a fare niente perchè la sensazione
sarà quella di sentirsi senza forze. Per quanto riguarda la radioterapia, gli effetti dipendono dalla
dose somministrata e dall’età del soggetto.
La fase di "transito dentro" la malattia, (per usare termini che i malati Oncologici
usano più spesso), può portare il malato a non riuscire “a convivere” con la suddetta malattia, in
quanto genera il lui sofferenze fisiche e psicologiche.
Egli si sente solo e abbandonato. Questo sentimento di solitudine è molto comune e la
sensazione è reale, nonostante e comunque, intorno al malato vi possano essere molte persone.
Depressione ed Ansia
La persona che non abbia più parenti o abbia rapporti di tipo anaffettivo con i parenti
viventi è più soggetta a sviluppare dei disturbi psichici di tipo depressivo.
La depressione, è una condizione psicopatologica che ha delle conseguenze come: un
abbassamento del tono dell’umore, una perdita d’interesse verso l’esterno, sentimenti negativi
espressi verso di sé, significativa perdita di peso, insonnia o ipersonnia e, quando si tratta di
depressione maggiore, ricorrenti pensieri di morte.
La depressione è, quindi, una condizione psicologica, con intensità variabile,
accompagna molti disturbi psicopatologici, soprattutto quelli di somatizzazione.
Nel corso delle diverse malattie organiche di lunga durata, frequentemente compaiono
sintomi depressivi reattivi che possono manifestarsi con una fenomenologia psichica o
mascherarsi in altre sintomatologie, quali ad esempio colite e asma.
Il termine "depressione mascherata" pone il problema dei disturbi psicosomatici, i
quali si riferiscono a tutta la patologia umana, giacchè appare impossibile individuare fenomeni
fisici sprovvisti di un correlato psichico e viceversa.
Molti studi del settore psico-oncologico hanno mostrato che la comorbidità psichiatrica
in oncologia è piuttosto elevata.[26]
Tra gli studi più comuni vanno ricordati:
1) I disturbi dell’adattamento sono tra i più frequenti nei malati di cancro e comprendono
quadri di disagio, in risposta all’evento malattia.
I disturbi dell’adattamento, in conseguenza diretta di eventi stressanti, sono caratterizzati
da sintomi che evidenziano lo sforzo da parte della persona di adattarsi alla situazione con
possibili sintomi d’ansia, demoralizzazione, labilità emotiva, disturbi del comportamento
per una durata di circa sei mesi.
2) I disturbi d’ansia: i disturbi d’ansia sono diversi e possono manifestarsi in situazioni
disparate fra loro; in caso di malattia di cancro, il malato presenta comunemente disturbo
acuto da stress e disturbo post traumatico da stress.
3) Disturbi della sessualità: le problematiche sessuali secondarie al cancro hanno
ricevuto solo recentemente un’adeguata attenzione, in quanto prima si tendeva a parlare sì
dell’evento cancro come portatore di disagi, ma non era calcolato il disagio di tipo
sessuale, in quanto era considerato dai medici un “lusso” e certamente l’ultima priorità
nella mente del malato. Ovviamente non è così, in quanto i sintomi maggiori che si possono
presentare sono legati alla sfera del desiderio sessuale, disturbi dell’eccitamento con
diminuzione o perdita della lubrificazione, dispareunia per la donna, mentre per l’uomo,
impotenza e disturbo dell’erezione, disturbi dell’orgasmo, eiaculazione precoce. Per
quanto riguarda i tumori dell’apparato genitale, in particolare il carcinoma dell’utero, si
sottolinea una compromissione significativa dell’attività sessuale.
4) disturbi del sonno: sono circa il 40% dei malati oncologici che soffre di insonnia o
ipersonnia.







2.3 LA VOLONTÀ DI GUARIGIONE E IL "SENSO DELLA MORTE"

Specialmente in Italia la paura della morte come quella dell’aldilà, viene ereditata
dalla cultura cristiana/cattolica e permea il dolore della patologia terminale.
Le paure del malato terminale si manifestano sostanzialmente di due tipi di
comportamento:
1. Negare di parlare della morte, neppure quando potrebbe essere imminente.
2. La difficoltà di decidere se la vita vale ancora la pena di essere vissuta anche se
oramai é solo sofferenza oppure se sarebbe meglio morire per non soffrire.
Questa difficoltà, alla base del pensiero che divide le persone sul problema dell’eutanasia, è una
delle più dibattute negli ultimi dieci anni.
Con il peggioramento della malattia, la persona affetta dalla patologia oncologica, é
costretta a sperimentare il dolore profondo derivante dalla consapevolezza di essere obbligato a
separarsi da tutto ciò che ama e l'ansia derivante dalla paura del futuro, la perdita della speranza,
di qualsiasi progettualità, dell'integrità e funzionalità fisica, del ruolo familiare e sociale.
Kubler-Ross, una psichiatra americana che si è dedicata alle dinamiche psicologiche
dei malati oncologici e delle loro famiglie, ha individuato nelle persone in fase terminale di
questa malattia cinque fasi psicologiche[27]:
I fase: rifiuto, incredulità, negazione della consapevolezza della morte.
II fase: collera, rabbia verso la vita, verso gli altri, verso Dio, con forti e violente
esplosioni emotive.
III fase: contrattazione sul tempo rimanente da vivere (“faccio un altro ciclo di
chemioterapia, così vivo più a lungo… non lo faccio per me, ma per stare di più con i miei
nipotini…”).
IV fase: depressione, caratterizzata da rassegnazione, paura e disperazione.
V fase: accettazione consapevole della propria fine (“non ho paura di dover morire”).
Kubler-Ross ha sostenuto la regolarità della successione delle fasi e l’accettazione
serena e consapevole della propria fine.
Altri autori, come Stedeford, invece, hanno analizzato le forme anomale di comportamento
dei malati terminali:
 I fase: shock, stordimento e pesante rifiuto della realtà con manifestazioni
psicotiche, con forme di paranoia, depressione e maniacalità:
 I fase: sofferenza e ribellione che si manifestano ad ogni aggravamento e
aumento delle limitazioni fisiche.
 III fase: difficoltà ad accettare la propria sorte, di “lasciarsi andare” e affidarsi
agli altri.
Quando i dolori, sia fisici che psichici, riducono una persona ad un “organismo in
preda al marasma”, l’essere umano accoglie la morte come un “compassionevole salvataggio in
extremis”, in quanto per il morente, e in molti casi anche per i familiari, questo determina la fine
del dolore e di tutte le sofferenze.
Kubler-Ross ha parlato di “accettazione” della morte, riferendosi al momento in cui il
morente si trova regressivamente in una sorta di “narcisismo primario” dove non c’è quasi più
distinzione tra sé e non sé, una condizione “al di là della paura e del dolore”, che sarebbe da
favorire, secondo la psichiatra americana, come l’unica possibilità dell’uomo di accettare la
morte, essendo ormai in uno stato di quasi-fusionalità con il tutto.[28]
Kastenbaum parla della morte piacevole nei seguenti termini: “La realtà fisica del
corpo distrutto fa capire al morente di non poter andare avanti più a lungo. Quanto piacere
sarebbe lasciarsi andare! Un’immagine di questo processo è quella di vedere se stessi
finalmente alleggeriti dall’obbligo di lottare e di doversi controllare, assumere la forma di
una sfera incredibilmente leggera”[29].
Gli interventi sui bisogni fisici del paziente devono possedere requisiti, per cui il senso
della speranza possa essere riformulato in senso diverso, ma comunque presente.
La speranza è certamente una variabile complessa, influenzata com’è sia dagli eventi
della realtà concreta (la consapevolezza di ciò che accade e che non può essere modificata), sia
da elementi interiori e spirituali.
Esiste un documento, “la Carta dei Diritti dei Morenti”[30], elaborato dal comitato
etico della Fondazione Floriani di Milano nel 1997 per diffondere una cultura e una prassi
curativa centrata sulla persona del paziente, sui suoi bisogni, sui suoi diritti, soprattutto
riguardante l’autodeterminazione. E’ un testo che i malati e i familiari dovrebbero conoscere, per
essere informati dei propri diritti e anche delle possibili richieste da fare agli altri per renderli
operanti.
La carta sostiene che chi sta morendo, ha diritto a:
1) Essere considerato una persona fino alla morte;
2) Essere informato sulle sue condizioni, se lo vuole;
3) A non essere ingannato e a ricevere risposte veritiere;
4) A partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto delle sue volontà;
5) Al sollievo dal dolore e dalla sofferenza;
6) A cure e assistenza continue nell’ambito desiderato;
7) A non subire interventi che prolunghino il morire;
8) A esprimere le sue emozioni;
9) All’aiuto psicologico e al conforto spirituale, secondo le sue convinzioni e la sua fede;
10) Alla vicinanza dei cari;
11) A non morire nell’isolamento e nella solitudine;
12) A morire in pace e in dignità.
La realtà della malattia in fase avanzata e terminale si presenta complessa. Sarebbe
utile accompagnare il malato, finché è ancora in vita, condividendo l’ultimo tratto di strada,
accogliendo i suoi bisogni, i suoi desideri, ma soprattutto ascoltando la richiesta, o meglio la
paura, che è comune a tutti, di non morire in solitudine, ma di avere accanto a sé tutti gli affetti
più cari.

2.5 SOGGETTIVITÀ E RESILIENZA



«Le difficoltà rafforzano la mente, così come il lavoro irrobustisce il
corpo.»
Seneca

Quando si parla di soggettività il riferimento più importante va al concetto di
"Resilienza". Questa importante caratteristica della psiche potrebbe essere chiamata
comunemente, combattività, in realtà è qualcosa di molto più completo e se vogliamo complicato.
Quando la vita rovescia la nostra barca, alcuni affogano, altri lottano strenuamente per
risalirvi sopra. Gli antichi connotavano il gesto di tentare di risalire sulle imbarcazioni
rovesciate con il verbo «resalio» iterativo di «salio».
La resilienza é il nome della qualità di chi non perde mai la speranza e continua a
lottare contro le avversità. Il genere umano é stato progettato per affrontare con successo
difficoltà e stress. Generazione dopo generazione, l’evoluzione ha modellato i nostri progenitori
perché fronteggiassero efficacemente ogni sorta di ostacolo o di problema.
Discendiamo da una specie animale che è sopravvissuta a un’infinità di predatori,
guerre, carestie, migrazioni, malattie e catastrofi naturali e che attraverso la discendenza genetica
ci hanno trasmesso la capacità di reagire e combattere. Questo aspetto psicologico é la
resilienza.
La maggior parte delle persone, fortunatamente, tende a essere resiliente: può adattarsi
e apprendere a superare indenne le avversità più severe. Tra le persone direttamente coinvolte
negli attacchi alle Torri Gemelle, per esempio, solo una piccola percentuale ha sviluppato
disturbi psicologici gravi. Tutti gli altri sono invece riusciti, un po’ alla volta, a ricostruirsi una
vita normale, anche dal punto di vista emotivo e psicologico.
Si può affermare che la psicologia negli ultimi anni stia un po’ ribaltando la
prospettiva consueta: è la resilienza a essere la norma negli esseri umani, non la fragilità. C’è chi
si spinge addirittura oltre. Qualcuno sostiene che condizioni difficili possano aiutare la gente a
ritrovare equilibrio psicologico e motivazioni.
In effetti, esistono testimonianze eloquenti a proposito. Durante la seconda guerra
mondiale Londra venne bombardata duramente. Si temevano gravi ripercussioni sull’equilibrio
psichico degli abitanti. Avvenne il contrario. Diminuirono i ricoveri nei centri d’igiene mentale e
i suicidi. La stessa cosa avvenne nelle fasi più acute del conflitto per l’autonomia dell’Irlanda del
Nord o durante i tumulti razziali avvenuti negli Stati Uniti tra gli anni ’60 e ’70.
Nel campo della tecnologia metallurgica il termine resilienza indica la capacità di un
metallo di resistere alle forze di trazione, torsione e compressione, che vi vengono applicate. Per
un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità. Così anche in campo psicologico:
la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile.
La resilienza è, quindi, la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti,
fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul
cammino. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche
inconfondibili:
è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e
circoscritti;
ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e
sull’ambiente che lo circonda;
è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato;
tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità,
piuttosto che come una minaccia;
di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la
speranza.
Sono numerosi i concetti e i termini che «confinano» e «scon-finano» con quello di
resilienza. La parola «Hardiness» identifica un concetto molto vicino a quello di resilienza
psicologica: esso deriva dagli scritti della psicologa Suzanne Kobasa, che l’ha elaborato negli
anni ’70 a partire dalla sua esperienza nel mondo del lavoro e delle organizzazioni.
Il lavoro di questa studiosa è poi stato portato avanti, attraverso numerosi articoli e
libri da un collega di origini italiane, Salvatore Maddi, professore alla California University di
Irvine.[31]
Secondo Trabucchi, il modello della “Personalità Resistente”[32] è un costrutto basato
su quattro dimensioni. Queste quattro dimensioni si sono evolute negli anni e si sono trasformate
nei quattro aspetti cognitivi della resilienza che vengono presentati nel suo libro.
Queste sono rispettivamente: senso di controllo; tolleranza alla frustrazione; capacità di
ristrutturazione cognitiva; attitudine alla speranza.
La resilienza può essere potenziata, si può imparare a migliorarla. Anche se venendo al
mondo siamo già in possesso di una dotazione di base in termini di resilienza, possiamo
accrescerla. Diventare psicologicamente più resistenti è possibile. Si può imparare a gestire lo
stress. Generalmente non c’è molta consapevolezza di questa possibilità; in parte lo si deve a
ragioni esterne a noi stessi.
E’ senz’altro più redditizio, per esempio, per la fiorente industria degli antidepressivi
puntare sugli effetti delle molecole che ci “aiutano” ad affrontare la vita, piuttosto che favorire lo
sviluppo della resilienza nelle persone.
Non è soltanto colpa della società o delle cattive lobby industriali. Fa comodo anche a
noi condividere una visione di noi stessi deboli e inermi sotto i colpi della vita; perché questo ci
permette di non impegnarci a fondo, di non prenderci fino in fondo tutte le responsabilità e, alla
fine, ci consente pure di lamentarci.
Tutti gli organismi viventi, di fronte agli stimoli ambientali, si adattano o muoiono: gli
unici che contemplano una terza possibilità, quella di auto-commiserarsi, sono gli esseri umani. A
mio modesto parere, a questo scopo, il mondo dello sport può essere utilizzato sia come metafora
sia come ambito da cui mutuare metodologie ed esperienze.
“Alcune hanno come protagonisti atleti disabili e sconosciuti, altre atleti molto
celebri. Non è scontato che i professionisti siano per forza più resilienti o più bravi a gestire
lo stress di persone che fanno sport con il massimo impegno pur avendo un altro lavoro. Anzi,
spesso è il contrario: il professionista mette in gioco molte più cose nello sport, ma vive
spesso in un mondo ovattato, dove tutto gira in funzione della possibilità di allenarsi; e dove il
resto della vita, con tutti i suoi problemi, è tenuto lontano”.[33]
A volte chi riesce ad allenarsi coniugando gli impegni di lavoro e familiari ha
sviluppato delle capacità fantastiche di gestione dello stress.

“La resilienza non è una condizione ma un processo: la si costruisce lottando”
George Vaillant

Visto da questo punto di vista lo sport diventa interessante per molti, anche per chi non
è uno sportivo. Ci si potrebbe spingere persino a recuperare il concetto di “sport come scuola di
vita” senza rischiare il ridicolo: ridicolo in quanto, alla luce di molti fatti di cronaca, attualmente
lo sport sembra incarnare della vita solo gli aspetti negativi.
L’Hagakure[34], il libro segreto dei samurai, paragona le persone a delle barche: è solo
quando le acque si fanno agitate che diventa manifesta la differenza tra quelle che tengono il mare
e quelle che non ce la fanno.
Le persone non sono vittime passive degli eventi stressanti. Reagiamo alle difficoltà e
ci stressiamo, in base a come le “leggiamo” e a come consideriamo le nostre capacità di farvi
fronte. Questa “lettura” si chiama valutazione cognitiva, ed é ciò che ci fa vedere lo stesso
bicchiere mezzo pieno piuttosto che mezzo vuoto.
In base quindi a come leggiamo le cose, in base a come le viviamo in quel dato momento, in
quella data predisposizione psicologica, siamo capaci o meno di reagire. come sentenzia
l’eredità di Epitteto:
«La gente non è disturbata dalle cose in sé, ma dall’opinione che ha di esse.»
Epitteto
Anche se a volte tendiamo a credere il contrario, la sensibilità allo stress è in gran
parte prodotta da noi stessi: essa dipende da come interpretiamo gli eventi. E da quanto ci
pensiamo “forti” cioè in grado di fare fronte ad un determinato problema.
Sulla base di questi concetti possiamo considerare alcune persone più propense alla
"lotta" ed altre meno.
Questo non vuol dire, ovviamente, che non si possa cercare di aiutare le persone che
hanno la tendenza a "lasciarsi andare" a rinforzare le caratteristiche psicologiche utili per reagire
alle difficoltà, al dolore ed alla malattia che, come abbiamo già visto, molto è condizionata dalla
Psiche personale.


2.6 PREDISPOSIZIONI BIOLOGICHE E PSICOLOGICHE:
INTERAZIONI FRA SISTEMA NERVOSO CENTRALE,
SISTEMA IMMUNITARIO E SISTEMA NEUROENDOCRINO

Come già menzionato la possibilità di una relazione tra psiche e cancro è un'ipotesi
formulata sin dai tempi di Galeno. Questi mise in correlazione, sulla base dell'osservazione
diretta dei pazienti, l'aumentato rischio di patologia neoplastica con la deflessione del tono
dell'umore.[35]
Nella pratica clinica oncologica, trova conferma il dato di come la modulazione
dell'umore possa influenzare il decorso della patologia neoplastica: ne sono un esempio le
improvvise accelerazioni della progressione della malattia in seguito ad eventi traumatici con un
significato negativo sotto il profilo emozionale per il paziente.
Già nel secolo scorso, alcune segnalazioni si orientavano in tale direzione. Il medico
inglese Nunn descriveva infatti, nel 1822, nel volume Cancer of the Breast, l'improvviso
peggioramento del cancro in una paziente in seguito alla morte del marito.
Sir James Piaget, nel 1870, annotava sul Sirurgical Patology, l'influenza negativa
derivante dall'angoscia, dalla perdita di speranza e dalla delusione affettiva sul decorso del
cancro.
Diversi studi clinici hanno riscontrato una presenza maggiore e statisticamente
significativa di eventi stressanti nei pazienti affetti da tumore rispetto ai controlli nel periodo che
precedeva dai due ai dieci anni l'insorgenza del cancro.
La situazione più frequente è rappresentata da eventi di perdita affettiva, (emotional
loss). Questi studi sono relativi soprattutto alle neoplasie mammaria, a quelle del collo
dell'utero, alle polmonari e alle forme dell'infanzia.[36]
Il meccanismo biologico principalmente chiamato in causa nel correlare tra loro
ambiente, reazione da stress, aspetti psichici e cancro è rappresentato dal sistema immunitario.
Il termine psicoeuroimmunologia, è stato utilizzato per la prima volta da Ader nel 1981
per illustrare le interazioni esistenti tra sistema nervoso centrale, (SNC), e sistema immunitario,
(SI).
Una possibile interazione tra questi due sistemi era, in realtà, già stata presa in
considerazione in precedenza. Infatti, nel 1919 lo studio di Ishigami, aveva evidenziato che
eventi stressanti influenzano lo stato mentale del paziente e che tali influenze sono correlabili a
una riduzione della fagocitosi nei microbatteri della tubercolosi.
In seguito, “l'approfondimento delle conoscenze relative alla struttura e alla funzione
del SI, ha permesso di evidenziare come le funzioni immunitarie rappresentano la via
attraverso cui si sviluppano numerose malattie, sia di tipo autoimmune, sia risultanti da una
diminuzione della Immunosorveglianza.”[37]
“Il sistema nervoso centrale e il sistema immunitario sono in stretta relazione
attraverso numerose vie. Il sistema nervoso è connesso infatti, attraverso l'innervazione con
organi del sistema linfatico, (sistema linforeticolare, milza, midollo osseo, timo), che vengono
raggiunti sia da neurotrasmettitori sia da neuropeptidi.”[38]
Al sistema limbico afferiscono vie provenienti sia degli emisferi cerebrali, sia dal
diencefalo, aree correlate al comportamento emozionale dell'individuo. Il sistema limbico
integra, infatti, gli stimoli sensoriali con quelli provenienti dall'ambiente, li confronta con le
esperienze se memorizzate e, infine, modula le reazioni comportamentali, affettive ed emozionali
dell'individuo.
Questo sistema complesso, che ha la capacità di attribuire un significato emozionale
all'esperienza, è chiamato in causa in diversi disturbi psichici, quali la depressione, la
schizofrenia, i disturbi d'ansia, così come nelle manifestazioni di adattamento allo stress.
“Lesioni dei nuclei neurovegetativi, (formazione reticolare caudale, nuclei del rafe),
corrispondono, sul versante immunologico, al potenziamento di risposte di ipersensibilità
ritardata, involuzione timica, inibizione della risposta anticorpale primaria, potenziamento
dell'attività soppressori a dei linfociti T, ridotta risposta proliferativa dei timociti.”[39]
Queste aree mostrano prevalentemente una trasmissione di tipo serotoninergico, di cui è
nota l'attività modulatoria su altri sistemi neurotrasmettitoriali e di regolazione di processi
fisiologici come l'umore, l'appetito, il sonno, l'attività sessuale, l'impulsività e la compulsività.
“Le cellule del sistema immunitario mostrano, inoltre, di possedere recettori per i
neurotrasmettitori. Ne deriva che questi ultimi possono agire come regolatori delle funzioni
immunitarie attraverso il legame con i recettori di queste cellule.”[40]
Allo stato attuale della conoscenza, il rapporto tra il sistema nervoso e il sistema
immunitario, deve essere quindi considerato quale un sistema integrato con capacità di
interazioni reciproche. Il concetto di sistema unitario deve, del resto, tenere conto anche della
relazione con il sistema neuroendocrino.

2.7 - EFFETTI DELLO STRESS SULLA RISPOSTA IMMUNITARIA



L'aumentata suscettibilità alla malattia, derivata dall'esposizione patologica allo stress,
ha dato vita a numerosi studi volti a scoprire i meccanismi attraverso i quali lo stress modula la
risposta immune.
Scopo di tali ricerche è individuare il possibile significato dell'immunomodulazione
legata allo stress nel contesto della patogenesi o del decorso della malattia e di definire strategie
di intervento mirate anche sotto l'aspetto psicologico.[41]
E' stata così notata una diminuzione dell'attività dei linfociti citotossici e delle cellule
NK, (Natural Killer) parallelamente all'incremento di eventi che possiedono il significato di
stress emozionale.
L'attività delle cellule NK (Natural Killer) su studenti di medicina è risultata minore
nei periodi in cui questi erano sottoposti ad esami. Questo risultato indica anche come i
meccanismi citotossici, che sono importanti nell'immunità antivirale e nella immunosorveglianza,
possono essere depressi in seguito ad un'esposizione allo stressor.
In realtà, alcuni tipi di eventi si dimostrano in grado di influenzare maggiormente il
sistema immunitario, in relazione al significato che determinate situazioni esprimono a livello
emozionale. Per esempio, uno stress coniugale, quale una separazione o divorzio, ha mostrato di
avere un effetto immunodepressivo significativo in entrambi i sessi.
Gli stili di risposta all'evento emozionale e immunodepressione sono ormai
chiaramente correlati. Da diversi studi viene riscontrato come differenze comportamentali nella
risposta allo stressor rispecchino diversi livelli di immunodepressione stress-correlata. Ne
deriva che, oltre alle caratteristiche dello stressor, anche lo stile cognitivo in merito
all'attribuzione di significato, la risposta emozionale e la struttura psicologica dell'individuo
sono in grado di influenzare la funzione del sistema immunitario.
I rapporti tra l'ambiente, le modificazioni psicologiche, le alterazioni di tipo
psiconeurobiologico e le variazione del sistema endocrino ed immunitario sono quindi da
considerarsi in una relazione circolare di interazioni reciprocamente influenzantisi. In pazienti
affette da cancro mammario, dopo l'intervento chirurgico sono stati dimostrati sintomi depressivi
in correlazione con l'alterazione delle cellule NK (Natural Killer) .
La visione psicodinamica della depressione come perdita di oggetto d'amore trova
interessanti correlazioni in senso psicoimmunologico, con lo studio di Schliefer nel 1983 sui
familiari di pazienti terminali.
Questo autore infatti ha notato come i congiunti di persone deceduti per malattia
terminale mostrassero un valore normale di reattività al mitogeno da parte dei linfociti T prima
della morte del coniuge, una riduzione nelle settimane successive al decesso è un ritorno verso
l'anormalità a distanza di alcuni mesi. È verosimile quindi che, in seguito a un evento di perdita,
l'organismo esprima una diminuzione delle difese immunitarie che, a sua volta, aumenta il rischio
di suscettibilità a una malattia.
Anche se da una lettura critica della letteratura non emerge, nemmeno oggi, nel 2015, la
certezza di una sicura correlazione tra depressione e sopravvivenza dal cancro, un ampio studio
prospettico ha, comunque, evidenziato come, in senso statistico, la depressione sia positivamente
associata all'incidenza e alla mortalità del cancro. Inoltre, pazienti affette da cancro mammario
che esprimono un atteggiamento di lotta, e quindi non depressivo, dopo l'intervento chirurgico
hanno mostrato periodi più lunghi senza ricadute e una maggiore durata della vita.
L'insieme dei dati finora raccolti conduce all'osservazione che sia in fattori psico-
sociali, che di personalità, le modificazioni biologiche attraverso la mediazione del sistema
immunitario, possono rivestire un ruolo importante.
L'influenza degli aspetti psichici sulla funzione immunitaria può essere considerata
come l'anello di congiunzione biologica dell'associazione tra alcuni fattori psico-sociali e
cancro.
Queste affermazioni si basano su alcune considerazioni generali:

 il cancro è influenzato da fattori psico-sociali;

 il cancro è correlato all'attività del sistema immunitario;

 alcune funzioni del sistema immunitario sono influenzate da fattori psico-sociali;

 esiste correlazione a livello neurotrasmettitoriali e neuroendocrino con la


funzione immune e con gli aspetti psico relazionali.
Un esempio clinico è stato dato da uno studio condotto nel 1989 da Spiegel, che
descrive il significato affettivo di interventi psico-sociali sul prolungamento della durata della
vita di pazienti affette dal cancro alla mammella con metastasi.
Anche secondo il modello di tipo circolare di Biondi (1997), l'interazione fra stressor
e individuo si articolerebbe in fasi ben distinte[42]:

1. azione al livello del SNC (sistema nervoso centrale) da parte di agenti stressanti di tipo
fisico e psicologico;

2. liberazione di ormoni e neurotrasmettitori, attraverso l'interazione recettoriale e la


cascata di reazioni intercellulari con la modifica dell'espressione genetica, correlata al
contesto psicosociale e dalla condizione psicologica dell'individuo;

3. variazioni a livello del sistema nervoso periferico e vegetativo, del sistema


neuroendocrino e del sistema immunitario;

4. adattamento sul piano somatico e modifica del comportamento dell'atteggiamento


mentale; effetto di tale modificazione anche sull'interazione con lo stressor;
“La relazione fra stress e cancro si esprime anche a livello genetico.
inoltre, è stata evidenziata, sempre nell'uomo una correlazione tra aumentati livelli di
angoscia e diminuzione della capacità riparativa del DNA linfocitario.
Un'evidenza sperimentale del fatto che lo stressor faciliti lo sviluppo del cancro deriva
dall'osservazione di come l'esposizione allo stressor incrementi la comparsa
dell'adenocarcinoma mammario nel topo del ceppo C3H/He.
Animali sottoposti a test portatori del virus oncogeno di Bitter, sviluppano abitualmente il
cancro nell'80-100% dei casi dopo (-18 settimane dalla nascita è stato visto che al 400º giorno
di vita, la comparsa del tumore nel gruppo di animali sottoposti a stressor è stata del 92%.”[43]
In realtà, lo stress non è di per sé negativo, rappresentando per l'organismo una
stimolazione che induce risposte di adattamento. La relazione si modifica da adattiva in
potenzialmente dannosa soprattutto in caso di stimolazioni eccessive, sia sul piano quantitativo,
sia nel senso della durata.
La sensazione dell'individuo di non poter controllare o modificare una stressor, che sia
troppo intenso o troppo protratto, determina l'impossibilità di disattivare la relazione di stress
con conseguente sollecitazione dei sistemi neuroendocrino, neurovegetativo immunitario.
La correlazione con gli aspetti psichici è, a questo punto, ancora più stretta, basti
pensare all'evidenza di come in corso di depressione si assiste a una diminuzione di questi
neurotrasmettitori.
L'attuale modello biologico della depressione trae origine dall'ipotesi che considera,
alla base del disturbo depressivo, la diminuzione delle ammine, quali noradrenalina, serotonina e
dopamina, in specifiche aree cerebrali.
Le basi biologiche della depressione sarebbero quindi da correlarsi a una complessa
interazione di sistemi neurotrasmettitoriali quali:
 riduzione dell'attività Beta-adrenergica importante in un effetto mediato degli
antidepressivi;
 diminuzione di dopamina chiamata in causa per il coinvolgimento di meccanismi
di ricompense rinforzo;
 aumento di attività colienergica posta in relazione con il disturbo depressivo;
serotonina che eserciterebbe un'azione modulatoria sugli altri neurotrasmettitori e la
cui sua alterazione sarebbe chiamata in causa da comportamenti conservativi condotti
con modalità aggressive.
I punti di contatto tra gli aspetti psichici emozionali, cognitivi, comportamentali,
affettivi e neurobiologici nei casi di cancro sono dunque molteplici. Ne deriva una lettura della
patogenesi del cancro che corrisponde a un modello di rischio di tipo multifattoriale.
In tal senso, l'influenza negativa di alcuni fattori psichici, in particolare della risposta
patologica allo stressor, sembrerebbe dimostrarsi un reale co-fattore di rischio per l'insorgenza
del cancro.
A questo proposito, l'incremento del rischio potrebbe esprimersi a diversi livelli:

attraverso l'aumento dei comportamenti correlati all'esposizione ad agenti cancerogeni


per esempio tabagismo, alcolismo, scorrette abitudini alimentari;

mediante l'espressione di una scarsa capacità a livello psichico e comportamentale di


un'adeguata risposta allo stressor;

tramite l'influenza del vissuto emozionale dello stress sulla risposta


neurotrasmettitoriale, endocrina, neuroendocrina e immunitaria;

a causa dell'influenza degli eventi psichici sui meccanismi di controllo genetico della
proliferazione cellulare.
Nella psichiatria oncologica, le implicazioni cliniche terapeutiche si collocano
nell'ambito della prevenzione dei comportamenti che incrementano il rischio di neoplasia,
(tabagismo, alcolismo), sino alla presa in carico psicoterapeutica dei pazienti oncologici e delle
famiglie e/o all'intervento farmacologico di fronte a quadri clinici psichiatrici, oppure come
adiuvante nella terapia del dolore.
È interessante notare come, oltre a migliorare la qualità della vita del paziente, gli
interventi psicoterapeutici e farmaco-psichiatrici possono esprimere un effetto direttamente sul
percorso della malattia neoplastica.
Nell'ottica psicoimmunologica, per esempio, l'impiego di tecniche di rilassamento, in
pazienti anziani ha dimostrato un'azione positiva, oltre che sulla diminuzione della risposta
patologica allo stress anche sull'incremento dell'attività delle cellule e NK (Natural Killer).
Simonton nel 1980 aveva utilizzato su 225 pazienti neoplastici in stadio avanzato di
malattia, tecniche psicoterapiche quali esercizi di rilassamento e visualizzazione di immagini
mentali, evidenziando una sopravvivenza doppia rispetto a quanto atteso.
Anche alcuni farmaci psicotropi in particolare gli antidepressivi, hanno dimostrato di
possedere una possibile azione di regolazione sul sistema immunitario.
Ravindran nel 1985 ha descritto, per esempio, come gli SSRI (fluoxetina, fluoxamina,
setralina, paroxetina) abbiano normalizzato, parallelamente al miglioramento del quadro clinico,
le alterazioni immunologiche in un gruppo di pazienti affetti da depressione maggiore distimia.
Questi studi hanno richiesto ulteriori approfondimenti tesi a valutare le specifiche
correlazioni esistenti tra variazioni immunologiche, aspetti psicopatologici e il decorso della
neoplasia.
Sempre per quanto riguarda lo stress, il carcinoma mammario è la patologia che
sembra prestarsi particolarmente a ricerche sulla correlazione tra, stress e possibile comparsa
della neoplasia, sia per la sua frequenza che per la sua curabilità in termini di sopravvivenza a
lungo termine.
Secondo indagini effettuate in Italia, precisamente presso il Dipartimento di Oncologia
dell’Azienda Nazionale Ospedaliera S. Maria della Misericordia, di Udine,[44] l’imprevedibile
ricomparsa del tumore dopo le terapie risulta riconducibile a fattori psico-sociali stressanti, che
si aggiungono al già difficile percorso di cura della patologia primaria.
In un campione di 95 donne trattate per un tumore della mammella, 59 donne riferiscono
di aver vissuto nei sei mesi precedenti la diagnosi almeno un evento di vita considerato
stressante, indesiderabile ed incontrollato, riguardante la salute, il lutto o gravi problemi
familiari; 25 donne affermano di aver vissuto anche un secondo evento, e 5 di esse anche un
terzo.
All’atto dell’intervento chirurgico è stato determinato il volume medio del tumore delle
intervistate: nelle 59 donne suddette esso era uguale a 13.3 cm3, mentre era di 5.2 cm3 nelle
donne che non avevano riferito di aver vissuto eventi stressanti.[45]
Anche a seguito di un’altra ricerca condotta presso la Struttura Complessa di Oncologia
Clinica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Arcispedale S. Anna di Ferrara, su un campione
di 145 pazienti con tumore alla mammella, si è giunti alle medesime conclusioni.
La melatonina il più importante ormone epifisario viene prodotto maggiormente tra
mezzanotte e le cinque del mattino. Però, affinchè ciò avvenga nel giusto dosaggio, dev'essere
sottoposta l'alternanza luce-buio, ed é durante la fase di oscurità che la melatonina raggiunge il
picco di produzione.
La melatonina viene anche secreta dalle cellule della mucosa gastrointestinale e tramite
l'assimilazione di zinco potenzia il sistema immunitario.
La melatonina permette all'ipifisi di comunicare con l'ipofisi e il timo, e relazionando
con i neurormoni permette all'individuo di porsi in continua e mutua relazione con l'ambiente.
Da ricerche scientifiche condotte su persone che per motivi di lavoro dovevano stare
sveglie la notte in ambienti illuminati, ad esempio gli infermieri, si é appurato che il calo della
melatonina aumenta il rischio di tumori, e nello specificocaso delle infermiere, il cancro al seno.
Eventi di vita rilevanti, dunque, tra cui le difficoltà di adattamento mentale al cancro
dopo la comunicazione della diagnosi e del trattamento, possono modificare la storia della
malattia in termini di maggiore diffusione metastatica e di minore risposta al trattamento
chemioterapico sino all’abolizione della sua efficacia[46].
L’identificazione degli individui maggiormente vulnerabili può permettere di
sviluppare e finalizzare varie tipologie di azioni, incluse quelle di natura psicoeducazionale e
farmacoterapica, ma al contempo occorre agire affinché non si verifichino situazioni di
esclusione nel contesto sociale e lavorativo in cui l’ammalato vive. Sono ancora molte le
conseguenze poco conosciute della malattia tumorale, fra queste vi è la fatigue.
Secondo Hofman, Ryan e collaboratori,[47] tutti i malati di cancro sono soggetti alla
fatigue, addirittura essa può essere un sintomo della malattia.
La fatigue (termine inglese che significa astenia, stanchezza) può essere considerata come
parte integrante della sintomatologia causata dal tumore, come effetto collaterale delle terapie
oncologiche e non oncologiche, oppure come espressione di uno stato depressivo.

La fatigue può essere acuta e cronica:
1. fatigue acuta: i meccanismi di recupero conservano tutta la loro efficacia, permettendo
quindi all'organismo di riacquistare le forze, per mezzo di un adeguato periodo di
riposo e/o reintegrando le energie consumate;
2. fatigue cronica: il paziente non riesce a recuperare un adeguato livello energetico
neppure dopo un prolungato periodo di riposo e/o un'idonea terapia di supporto.
Le persone che provano fatigue non hanno energia e trovano difficoltoso compiere quelle
semplici attività quotidiane che di norma svolgono senza difficoltà, impedimento o
preoccupazione.
Dalla testimonianza di una paziente sottoposta a chemioterapia: "Tutto è una grande fatica.
Sembra assurdo, ma anche solo pettinarmi o vestirmi richiede uno sforzo immane. Scendere
dal letto o andare al bagno è il massimo che possa fare. Le faccende sono veramente troppo:
non sarei neppure capace di sollevare l'aspirapolvere."
Gli aggettivi più comunemente usati dai pazienti per descrivere come si sentono sono:
svogliato, prostrato, debole, lento, confuso, scoraggiato, apatico, stanco, trascurato, pigro, fiacco,
indifferente, abbattuto, sfinito, esausto, esaurito, a terra.
La fatigue è, dunque, una sensazione soggettiva e per tale motivo è ancor più difficile
inquadrare il fenomeno. Tali descrizioni ben evidenziano la variabilità dei disturbi lamentati e la
soggettività della sindrome.
La fatigue è, infatti, fondamentalmente un fenomeno multidimensionale che si sviluppa nel
tempo, riduce i livelli di energia e le capacità mentali, e influisce negativamente sullo stato
psicologico dei pazienti.
In alcuni soggetti, però, essa assume conseguenze invalidanti, con durata variabile a
seconda della patologia specifica e delle terapie effettuate.
È per questo motivo che occorre una vera e propria “presa in carico” dell’ammalato,
volta al trattamento del suo aspetto fisico, sociale, emotivo e cognitivo.
Tutto ciò è quanto si propone di fare la riabilitazione oncologica, come afferma M.L.
LUOMA: "La salute e la qualità della vita, posta in correlazione nelle donne con carcinoma
mammario avanzato, diventano una questione di come si misurano i significati clinici e quelli
personali",[48].
Si parla di riabilitazione oncologica anche nella fase finale della malattia: l’esigenza
delle cure palliative è riconosciuta da tempo in campo medico, sia per il malato sia,
indirettamente, per i suoi familiari.[49]
Come già accennato precedentemente, le "condizioni" per il manifestarsi della malattia
Oncologica possono essere da imputare anche alle condizioni psicologiche della persona, a
cominciare dalla sua capacità di far fronte alle difficoltà e sofferenze.
“La transdisciplinarietà, è un approccio scientifico ed intellettuale che mira alla piena
comprensione della complessità del presente mondo moderno. Il termine transdisciplinarità è
stato introdotto da Jean Piaget nel 1970.[50] L'ecologia umana o meglio la "oikologia" umana
(letteralmente ed etimologicamente il discorso sullo "abitare" nel senso più ampio della
parola), procede con un approccio fondamentalmente transdiciplinare nel suo tentativo di
analisi e di comprensione della complessità del mondo moderno nel quale viviamo.
La transdisciplinarità viene definita da Basarab Nicolescu con tre postulati metodologici:
- l'esistenza di differenti gradi di Realtà, di percezione e di conoscenza;
- la logica del terzo incluso;
- la complessità”.[51]
L'armonia esistente nei fenomeni e gli eventi quantistici vicini tra loro come la fisica, la
filosofia, la psicologia, l'Oriente e l'Occidente, presentandoci con evidenza fisica e quindi in
modo innegabile le leggi del tutto.
In questo quadro la psicologia che si riferisca alle tesi quantistica della fisica deve
necessariamente pensare alla realtà degli umani in forma olistica, operando di conseguenza negli
interventi con metodi integrati non solipsistici, (dal latino solus, "solo" e ipse, "stesso": "solo se
stesso", credenza secondo cui tutto quello che l'individuo percepisce venga creato dalla
propria coscienza).
Inoltre, la psicologia quantistica che nasce da certi presupposti, non è più soltanto, la
scienza della mente e del comportamento; essa si impone oggi come la scienza dell'essere
complessivo, da avvicinare, studiare, da aiutare attraverso l'esame delle parti che lo
costituiscono e poi nel suo insieme interattivo: l'OntoSe, la mente, il corpo nelle loro connessioni
funzionali.
Se l'essere umano fosse un sistema puramente biologico-meccanico, come ancora crede
certa parte della medicina, non potrebbe prevedere anche esso risultati indeterminati all'atto
dell'agire come quelli ideati prima, e sperimentati poi, con la prova detta "della doppia
fenditura" al livello dei fotoni.
L'esperimento della doppia fenditura è una variante dell'esperimento di Young[52] che
permette di dimostrare la dualità onda particella della materia.[53]
Occorre infatti che la materia possegga una natura quantistica per manifestare tali
proprietà e risultati, altrimenti l'assenza di libertà data da un assetto di natura deterministico non
li avrebbe consentiti e resi possibili.
L'esistenza di esperimenti quantici positivi dimostra che la vita è inperniata su sistemi
nervosi capaci di amplificare gli effetti quantistici interni su scala più ampia; quindi, un certo
tipo di sistemi nervosi può sfuggire al classico determinismo meccanico".[54]
Oggi sappiamo che il sistema nervoso vegetativo, l'immunitario e quello endocrino,
sono parti di un'unica rete psicosomatica in cui non vi sono posizioni gerarchiche come si
credeva in passato, ma interconnessioni[55].
Le correlazioni fra stati emotivi e cancro sono ormai ben note. Dice Fritjof Capra[56],
"La medicina contemporanea pone cura nell'evitare i problemi filosofici ed esistenziali che
pure sorgono connessi ad ogni malattia grave; ne deriva un approccio ingegneristico alla
salute.
Williams James, il massimo psicologo americano del funzionalismo, sottolineava che:
"Nessuna spiegazione dell'universo nella sua totalità può essere completa se trascura le forme
di coscienza (...) E se ci impediscono di chiudere prematuramente i conti con la realtà".[57]
Come nella concezione Newtoniana, anche nella psicanalisi di S. Freud la visione
meccanicistica della materia comprende un rigoroso determinismo, secondo le tendenze della
scienza di quel tempo; una rigidità razionale che si ravvisa ancor oggi nei terapeuti freudiani.
Le terapie più primitive ed ancestrali, per esempio quelle sciamaniche, seguono
tecniche di tipo psicosomatico unendo alla cura delle infermità organiche, (patologie di ordine
fisico), metodi psicologici, per questo tra sciamanesimo e psicoterapia esistenziale
contemporanea ci sono delle similitudini.

"Cura con maggior successo colui in cui la gente ha maggior fiducia".
- Galeno -

"Il concetto di fiducia è il primo elemento basilare che determina la positività
dell'atto curativo. sembra determinante, nell'effetto placebo, il concetto di desiderio
dell'ammalato, che si proietta sull'oggetto; ossia la ricerca di un oggetto "buono", capace di
neutralizzare un oggetto "cattivo", cioè la malattia. Lo stato psicologico del paziente
influenza la risposta al placebo. Per quanto riguarda il medico abbiamo prima di tutto
l'immagine doppia che di lui si fa l'ammalato: un personaggio rassicurante, protettore,
materno. Il medico si trova diviso, a sua volta, tra rappresntante del sapere ufficiale e
immagine di un potere occulto che lo avvicina a quello dello sciamano. così anche il medico
stesso servirà come placebo, tanto più efficace quanto più egli sarà convinto della bontà della
cura.
All'effetto placebo, con i suoi tre aspetti, (biologico, psicologico e sociale), e all'azione
contemporanea del medicamento attivo, si dovrebbe aggiungere anche la capacità propria
dell'individuo propria a reagire. Al concetto di effetto placebo, troppo restrittivo, si dovrebbe
così sostituire quello, più esteso, di risposta terapeutica individuale.[58]
Tutti i teorici della Psicologia moderna sono concordi nell’asserire che è altamente
terapeutico il riconoscimento, per il paziente, dei suoi reali bisogni e della necessità di un
riequilibrio personale.
La guarigione si esprime come risultato dell'interazione fra: OntoSe-mente-corpo, nella
convinzione che si debbano attivare sottili energie vitali. Questo per non rendere la vita
disarmonica. Quando si utilizzano i termini "bioenergia", oppure "elementi vitali", si intende
quello che per gli orientali è il concetto del Ki, il flusso vitale.
La fisica quantistica si basa proprio sui concetti di flusso, vibrazione, ritmo, sincronia,
nella visione sistemica dei fenomeni vitali. Così la psicologia clinica nell'atto psicoterapeutico
deve oggi fare riferimento ai modelli dinamici e connessi dell'organizzazione triadica dell'essere,
(eliminare) . A tal proposito possiamo ricordare che William Reich sosteneva che "L'amore, il
lavoro e il sapere sono le fonti della nostra esistenza. Lasciamo anche che la governino".[59]
Si sa come gli stress prolungati indeboliscono il sistema immunitario dell'organismo e
quindi l'efficacia di un trattamento dipende più dalla reattività del paziente che dalla gravità del
disturbo.
Le nevrosi, diceva K.G.Jung: "... Provengono da cause psichiche possono venir
guarite come esclusivamente psichiche, da troppo numerosi insuccessi, sappiamo che la
terapia organica è assolutamente inefficace nelle nevrosi”.[60]
Per Jung il senso delle parole contiene qualcosa di spirituale, la maggior parte dei suoi
pazienti aveva come problema sostanziale quello dell'atteggiamento religioso: "tutti si
ammalano perché hanno perduto ciò che le religioni avevano dato ai loro fedeli e nessuno
guarisce veramente se non riesce a raggiungere un atteggiamento religioso verso la vita".[61]
E ancora “"...Gli stregoni e i Druidi sono stati, forse per questo motivo, i primi
terapeuti della terra; sacerdoti, guaritori e psicologi tutto in uno..." (C.G.Jung.)[62]
Il paziente sente che, a differenza del sacerdote, lo psicologo è comprensivo e non vi è
pregiudizio, poiché deve venire accettato anche ciò che di peggiore vi è in lui. Un concetto ben
espresso da Goethe che fa dire a Faust: "... Due anime abitano nel mio petto, l'uomo dei sensi
e quello dello spirito, l'Io e l'ombra." [63]
Ancora oggi l'intervento dello psicologo comincia, troppo spesso, quando le cosidette
scienze esatte esauriscono la loro forza. Obiettivo è invece quello di una condivisione di tutto il
percorso assistenziale per la qual cosa è richiesta una preparazione tale da consnetire alle varie
discipline di parlarsi, comprendersi, integrarsi .
Il paziente si rivela spesso un immaturo dipendente che non ha chiara la differenza tra l'avere
ed essere, dove il primo termine deriva dalla concezione che il bambino si fa del mondo, (il
mondo viene da me), mentre il secondo termine rimanda all'essenza della persona, non
all'apparenza.
La trasformazione della personalità deve avvenire parallelamente a quella del sistema
di vita del soggetto, perché si può continuare ad analizzare in eterno la dipendenza dell'individuo
ma non cambierà nulla finché esso continuerà a trovarsi nella stessa situazione in cui viveva
prima di comprendersi.
Quindi, allora, pur vivendo, operando, lavorando, in uno stesso ambiente, c'è chi si
ammala e chi invece no. Non possiamo pensare, come "Scienziati", che possa essere soltanto una
questione di fortuna o di sfortuna.
Una patologia oncologica, una malattia così importante, uno stato alterato delle nostre
cellule, un disequilibrio fisico, non può che dipendere anche, se non soltanto, se non soprattutto,
da un disequilibrio psicologico.
Appare evidente, che l'equilibrio psicofisico, la caratterialità, la capacità di avere una
resilienza maggiore, essere in armonia con se stessi e con il mondo che ci circonda, l'essere in
amore con il prossimo, riuscire a combattere le avversità, le difficoltà, i dispiaceri, ci possono
salvaguardare dall'essere in un "momento disarmonico".
Possiamo pensare a chi per lunghi anni ha avuto: contrasti sia con se stessi che con gli
altri, tali da indurre la modificazione comportamentale in maniera ampia e radicata; una vita
stressante e così pesante per la psiche ed il corpo tanto da indurlo ad una così forte disarmonia
Bio-psichica tale da favorire in questo modo il proliferare di cellule cancerogene, neoplastiche,
metastasiche.
Non è ancora assolutamente e scientificamente dimostrato, che la malattia neoplastica
possa dipendere soltanto ed esclusivamente da quanto illustrato più sopra, possiamo affermare
però, che le malattie psicosomatiche sono ormai una realtà scientifica, e che le nostre inclinazioni
caratteriali, psicologiche, esperienziali e di resilienza personale, possono influire sullo sviluppo
o meno di alcune malattie e patologie.
La psicologia comportamentista, transazionale e sistemica hanno, nel corso di questi
ultimi trent'anni, già fornito diverse risposte a questi problemi.









CAPITOLO 3
IL SISTEMA FAMIGLIA
3.1 - LA FAMIGLIA POSTMODERNA
Gli studi demografici mettono in evidenza come a partire dalla metà degli anni 70, nei paesi
dell'Europa occidentale, a causa delle trasformazioni sociali, culturali ed economiche, si fa
sempre più evidente una disaffezione verso la famiglia tradizionale.
Più che di un'autentica crisi si tratta di una trasformazione della famiglia verso nuove
molteplici modalità di vivere insieme. L'aspetto fondamentale della famiglia moderna, che va dal
XIX secolo agli anni 70, era nel connubio tra sentimento amoroso e matrimonio.
Il matrimonio sembrava rappresentare il naturale approdo di una storia d'amore tra un uomo e
una donna. Alcune caratteristiche che contraddistinguevano questo tipo di famiglia erano: una
forte attenzione e cura per i figli, una chiara divisione dei ruoli coniugali, un'inferiorità sociale
giuridica della moglie nei confronti del marito e dei figli nei riguardi del padre. Era alto il
numero dei matrimoni e dei figli, assai pochi erano i divorzi.
A partire dalla metà degli anni 70, al contrario, il numero dei matrimoni tende sempre più a
diminuire, così come quello delle nascite, e si diffondono nuove forme di vita di coppia a
prescindere dal matrimonio.
Si giunge così ad una famiglia postmoderna che, partendo dalla stessa logica affettiva che era
alla base della famiglia moderna, rende più fragile l'istituzione matrimoniale. La difesa della
qualità relazionale affettiva all'interno della famiglia, infatti, viene a giustificare anche la rottura
dell'unione.
Anche se in Italia questo fenomeno si mostra più lento viene comunque avviato il processo di
"Pluralizzazione della famiglia ", per il quale insieme alle famiglie nucleari, le famiglie
allargate, sono sempre più presenti altri modelli di famiglia.
Seppur brevemente, vediamo le caratteristiche di ciascuna delle forme familiari presenti in
Europa seguendo la categorizzazione solitamente usata a livello sociologico demografico relativa
al vivere sotto lo stesso tetto e al condividere una serie di attività.
La lingua inglese a questo proposito ha un termine specifico che è Household, (aggregato
domestico), anche se di fatto occorre notare che il vivere insieme non sempre costituisce una
famiglia e quindi, non è detto che tutte le forme di Household corrispondano ad una famiglia in
senso stretto.
I processi interattivi della famiglia presentano determinate proprietà in quanto "sistema". Le
caratteristiche della struttura, alcuni suoi modelli di funzionamento e alcune sue modalità
comunicative, fanno della famiglia un vero e proprio sistema che interagisce tramite una legge di
rapporti psicologici cosiddetti "circolari".
Una delle leggi principali della "Sistemica" é infatti, la "Circolarità dei rapporti" contro una
"Linearità di rapporto".

3.2 - LA FAMIGLIA COME SISTEMA



Le teorie dei sistemi hanno rappresentato una svolta nello studio e all'interno della famiglia.
Secondo questo orientamento la famiglia è un sistema aperto in interazione con l'ambiente. Le
principali proprietà dei sistemi aperti sono: totalità, non sommatività; causalità circolare;
equifinalità; omeostasi; morfogenesi.
In base alla proprietà della "totalità" tutti gli individui che compongono la famiglia sono in
relazione tra di loro in modo tale che, il cambiamento di uno di questi, rappresenta una
perturbazione per l'intera famiglia.
Collegata a quella di totalità c'è la proprietà di "non sommatività", per la quale una famiglia
non è costituita dalla somma delle sue parti/individui ma dalla loro interazione. Da questo
possiamo dedurre che l'individuazione delle caratteristiche dei singoli membri della famiglia non
basta a fornire le informazioni utili sulle loro relazioni.
La "causalità circolare", conseguentemente, sta ad indicare che la comunicazione non è mai
univoca e unidirezionale, quindi, l'azione di ogni individuo provoca a sua volta un effetto o una
reazione in un complesso e costante processo di influenzamento reciproco.
In questo modo, si evita una lettura di causalità lineare dei fatti in cui é A a determinare B, e
non si cade nell'errore di definire un membro della famiglia come "capro espiatorio", o "paziente
designato".
Equifinalità: mentre nei sistemi chiusi lo stato finale é determinato dalle condizioni iniziali,
nei sistemi aperti, come la famiglia, le condizioni iniziali non determinano rigidamente lo stato
finale e viceversa. In questo caso, pur partendo da vicende diverse, due famiglie possono
giungere ad adottare comportamenti simili oppure, al contrario due famiglie con situazioni
iniziali affini possono giungere a condizioni di vita assai diverse.
Secondo il principio dell'Omeostasi, la famiglia funziona un po' come un termostato che,
grazie a dei meccanismi di retroazione, è in grado di mantenere costante la temperatura di un
ambiente.
L'omeostasi indica la tendenza del sistema familiare a mantenere la coesione, la stabilità e la
sicurezza all'interno del proprio contesto socioculturale, attraverso meccanismi di retroazione
negativa.
Grazie questi automatismi una parte dei dati in uscita rientra sotto forma di informazioni e lo
scopo di ciò é ridurre la deviazione all'uscita rispetto al valore di riferimento. Tutto ciò permette
al sistema di mantenere il suo equilibrio. In questo senso, la retroazione negativa, neutralizza le
potenzialità evolutive che verrebbero attivate e ristabilisce le regole abituali così da garantire
stabilità nelle relazioni. Tale possibilità è funzionale soprattutto quando si presentano eventi
critici, in quanto permette alla famiglia di far fronte a situazioni critiche, mantenendo costante la
propria identità.
Tutto questo, quindi, potrebbe, di per sé, garantire la resilienza familiare necessaria a far
fronte ad un evento "deflagrante" come una diagnosi di neoplasia in un membro.
Non é sempre così, purtroppo, come vedremo nel paragrafo delle "Famiglie
Psicosomatiche", perchè è proprio la tendenza all'omeostasi a non favorire l'elasticità necessaria
a garantire di poter far fronte in modo "positivo" al momento di crisi che la malattia provoca.
Nella morfogenesi, i sistemi viventi possiedono la capacità di evolvere verso gradi di
organizzazione superiore. Hanno cioè la capacità di adattarsi. Questo è il caso in cui si verifica
la retroazione positiva. L'informazione che rientra nel sistema agisce in modo tale da ampliare le
deviazioni all'uscita rispetto al valore normativo, permettendogli di passare da un equilibrio
inferiore ad uno stato superiore. Uno dei frutti della terapia familiare è proprio quello di
permettere ai processi morfogenetici del sistema di manifestarsi.
Minuchin, uno dei pionieri della terapia familiare, a proposito della struttura della famiglia
diceva: "... La famiglia è un sistema con propria struttura e per struttura familiare si intende
l'invisibile insieme di richieste funzionali che determina i modi in cui i componenti della
famiglia interagiscono".[64]
Tra i membri di ogni famiglia vengono a stabilirsi dei "modelli transazionali" cioè modelli
di interazione reciproca praticamente costanti i quali determinano la relazione e regolano i
comportamenti.
In questo senso, i modelli transazionali servono al sistema famiglia per mantenere la propria
identità e opporre resistenza al cambiamento. È importante però che questi modelli non diventino
così rigidi da non permettere né una crescita né uno sviluppo.
Grazie all'osservazione delle transazioni che si realizzano tra i familiari è possibile
disegnare una mappa della struttura familiare indicando sottosistemi, gerarchie e confini.
Il sistema familiare presenta diversi sottosistemi, con precise funzioni, che vengono a crearsi
attorno alle specifiche caratteristiche dei componenti. Le principali differenze che
contraddistinguono i sottosistemi sono relative all'età e al sesso.
Tra i vari sottosistemi quelli specifici del sistema famiglia, sono:
sottosistema dei coniugi;
sottosistema dei genitori;
sottosistema dei fratelli e delle sorelle.
Per quanto riguarda le gerarchie e i confini in ogni struttura familiare esistono specifici
rapporti gerarchici. È fondamentale per il terapeuta individuarli per non cadere in errori
grossolani che potrebbero compromettere la terapia.
La gerarchia nasce dalla differenziazione delle figure e delle funzioni che danno un
riconoscimento reciproco delle personali competenze in aree specifiche, al fine di un migliore
funzionamento del sistema.
In una prospettiva strutturale la presenza di una gerarchia generazionale
sufficientemente solida è importante per il buon funzionamento della famiglia. (Minuchin 1974).
La famiglia cresce ed educa i propri figli attraverso una serie di processi dinamici che si
esplicano nei miti, nelle storie e nei rituali. In questo senso la famiglia rappresenta quel
complesso sistema simbolico che dà forma e tramanda la propria cultura da una generazione
all'altra attraverso tradizioni, valori e condotte.
Per miti familiari si intende un insieme di credenze condivise da tutti i membri della famiglia,
in parte reali, in parte frutto della fantasia, che concernono i reciproci ruoli familiari e la natura
delle relazioni tra i membri, favorendone l'identità e la coesione.
Sono tramandati di generazione in generazione, rappresentano una sorta di chiave di lettura
e di interpretazione della realtà per tutta la famiglia: "offrono delle immagini ideali di quel che
dovrebbe essere realizzato; affermano ciò che non si deve o che si deve fare; offrono le
conoscenze comuni condivise da tutti i familiari." [65]
Dal punto di vista sistemico il mito ha una rilevante funzione omeostatica perché rafforza la
coesione interna della famiglia e la difende nei confronti dell'esterno. Non a caso, il mito trova
un ruolo particolarmente significativo ogni qualvolta vi sia un pericolo di trasformazione, caos o
rottura delle relazioni familiari.
Per Ferreira (1966), i miti rappresentano per le famiglie ciò che i meccanismi di difesa,
elaborati dalla psicoanalisi, rappresentano per l'individuo. Sono valvole di sicurezza che
proteggono la famiglia dalla disgregazione.[66]

3.3 - TIPI DI SISTEMI



La famiglia allargata: è composta da più di due generazioni. Per esempio, nella stessa casa
vivono i nonni, i figli sposati e i nipoti. Si tratta di una forma tradizionale di famiglia in declino.
In Italia, comunque, è ancora significativa la tendenza dei figli sposati a mantenere forti
legami con i genitori; le nuove famiglie scelgono, spesso, di vivere nelle vicinanze della famiglia
d'origine.
In questo caso i sociologi parlano, però, di famiglia estesa modificata,[67] perché i nuclei
non convivono sotto lo stesso tetto, ma hanno intensi rapporti di scambio mutuo aiuto. Per
famiglia estesa, infatti, si intende quella in cui più nuclei abitino sotto lo stesso tetto. Sotto
l'aspetto psicopatologico e/o psicosomatico si parlerà, in alcuni casi, di famiglia invischiata.
La famiglia nucleare: è composta dai coniugi e dai figli. Si tratta di un tipo di famiglia
abbastanza diffuso anche se il suo peso rispetto alle altre coppie tende a calare. La ragione é da
imputare alla diminuzioni dei matrimoni ed alla differenzazione dei tipi di unioni, nonchè alla
parallela diminuzione delle nascite. Nel caso di una eventuale diagnosi neoplastica, in questo
caso, vengono inevitabilmente coinvolti anche i figli.
La famiglia con coniugi senza figli: è composta da coppie anziane per cui i figli se ne sono
andati di casa, da giovani coppie che non hanno ancora figli, da coppie che hanno scelto o che
non possono avere figli. Visti i diversi tipi di coppia compresi in questo modello è facile notare
come la percentuale sia abbastanza elevata, seppur sempre inferiore a quelle delle famiglie
costituite da coniugi con figli. Questo tipo di coppia rischia l'invischiamento terapeutico ed è più
soggetta alla depressione di uno o entrambi i coniugi.
La famiglia di fatto: è l'unione civile di un uomo e di una donna senza matrimonio. La
particolarità di questa famiglia non è data dalla struttura, per la quale potrebbe essere equiparata
nella maggioranza dei casi ad una famiglia nucleare o ad una coppia senza figli, ma per il tipo di
legittimazione della coppia. In questa famiglia la coppia non è legittimata dal matrimonio ma
dalla decisione di convivere. "In questo tipo di famiglia, in caso di malattia, vi é il più alto
rischio di disgregamento del nucleo familiare." [68]
In alcuni paesi, tra i quali l'Italia, questa unione di fatto, in particolar modo quando non ci
sono figli, comporta un riconoscimento parziale rispetto alle coppie sposate. E’ la nascita dei
figli a rafforzare il ruolo di famiglia delle convivenze eterosessuali, proprio per l'equiparazione
avvenuta in tutti i paesi occidentali tra figli nati all'interno del matrimonio, e figli naturali, nati al
di fuori del matrimonio.
Esistono poi altri tipi di famiglie come: la famiglia monogenitoriale, la famiglia
ricomposta, la famiglia multietnica, la famiglia immigrata, la famiglia adottiva, l'unione
omosessuali, la famiglia unipersonale, cosiddetta famiglia di persone sole. Quest'ultima è una
forma alquanto anomala se non paradossale di famiglia ma che sta assumendo sempre più una
propria rilevanza statistica; ad essa infatti appartengono giovani celibi e nubili, adulti separati,
divorziati, anziani e vedovi. Nel caso di una disgnosi di cancro e se in assenza di famigliari
stretti, la depressione è il più grave pericolo, che influenza ed ostacola il decorso della malattia.
La solitudine, od il senso della stessa ne è la maggiore causa.


3.4 - MODI DI FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA
FAMIGLIA

Negli anni 80, nel tentativo di integrare la teoria con i risultati conseguiti nell'ambito della
ricerca terapeutica, vennero identificati alcuni modelli di funzionamento della famiglia.
Si tratta di un apporto particolarmente significativo che offre un’utile griglia di valutazione,
sia per chi deve pianificare un progetto di ricerca sulla famiglia, sia per chi deve intervenire su
di un problema o un disturbo che coinvolge la famiglia.
Lo studio sui modelli di funzionamento che valuta le interazioni familiari, è strettamente
collegato all'interesse che in quel periodo si sviluppò verso la famiglia "normale" invece che nei
confronti di quella "patologica".
L'obiettivo era definire quale potesse essere il funzionamento ottimale. Importante a questo
proposito la sintesi offerta da Froma Walsh, sulle convergenze emerse dagli studi degli interventi
clinici a proposito dei processi funzionali della famiglia.[69] L'autrice riporta i seguenti elementi:
1. impegno dei membri della famiglia come unità di cura e di sostegno reciproco;

2. rispetto per le differenze individuali, per l'autonomia e i bisogni dei singoli, sostegno
allo sviluppo per il benessere dei componenti di tutte le generazioni, dal più giovane al
più anziano;

3. per le coppie, una relazione caratterizzata da rispetto reciproco, dal sostegno, dalla
condivisione paritaria del potere e delle responsabilità;

4. autorità genitoriale responsabile, con potere esecutivo, a favore della cura, della
protezione e della socializzazione dei figli e degli altri membri familiari più deboli;

5. stabilità organizzativa caratterizzata da chiarezza, coerenza e prevedibilità dei pattern


interattivi;

6. adattabilità: flessibilità nell'affrontare le ricerche esterne o interne di cambiamento, nel


far fronte efficacemente allo stress e ai problemi che insorgono, nel padroneggiare le
sfide normative, non normative e le transizioni lungo il ciclo vitale;

7. comunicazione aperta caratterizzata dalla chiarezza delle regole, delle aspettative, da


interazioni soddisfacenti, da una "varietà di espressioni emotive da rispondenza
empatica";

8. processi efficaci di problem solving, e di risoluzione del conflitto;

9. un sistema di credenze condiviso che consenta la fiducia reciproca, la capacità di


affrontare i problemi, di restare in contatto con le generazioni passate e future, i valori
etici nell'apertura verso la comunità allargata;

10. risorse adeguate per la sicurezza economica in base al supporto psicologico fornito da
reti di amicizie e parentele estese e nella comunità.

Per Olson, invece, la famiglia segue un modello circonflesso.[70] Questo si basa su tre
dimensioni: "coesione, adattabilità e comunicazione".
La comunicazione familiare è intesa come modalità di interazione tra i membri della famiglia.
E' positiva quando è costituita da ascolto empatico, scambio comunicativo, apertura verso
l'altro, chiarezza, rispetto e attenzione.
E' invece negativa quando è chiusa, confusa, poco rispettosa e attenta alle altre persone. In
questo caso, riduce la capacità dei membri di condividere sentimenti ed emozioni e, quindi, offre
solo una scarsa possibilità di coesione e di adattamento.
La coesione si riferisce al legame emotivo esistente tra i membri della famiglia. Indica la
vicinanza e la lontananza cognitiva ed affettiva tra le persone che appartengono al nucleo
familiare. Agli estremi negativi c'è il disimpegno e l'invischiamento, passando per la separatezza
e la connessione.
Nel grado di connessione e coesione più basso, corrispondente al disimpegno, la vicinanza
emotiva tra i membri della famiglia è minima. In questa situazione le famiglie stimolano un alto
grado di autonomia nelle persone che la compongono ed esse a loro volta, esprimono un basso
attaccamento ed impegno nei confronti del gruppo.

3.5 - LA FAMIGLIA DEL MALATO


Per la famiglia, ogni fase evolutiva è caratterizzata dal sopraggiungere di una situazione
problematica che per essere superata richiede una ristrutturazione delle relazioni familiari. Per
questo motivo, secondo la prospettiva del ciclo vitale, i momenti critici hanno una funzione
positiva perché, nonostante comportino un disagio per l'intero sistema, essi rappresentano una
condizione per l'attivazione dei processi di sviluppo.
Una situazione diviene invece distruttiva, quando la famiglia non è in grado di adattarsi, di
reagire all'evento critico instaurando nuove modalità relazionali idonea alle nuove richieste. In
questo caso la famiglia viene a trovarsi in una condizione di malessere che può manifestarsi
anche in un comportamento sintomatico da parte di uno o più dei suoi componenti.
Gli eventi critici sono divisi in due categorie: gli eventi prevedibili o normativi e gli eventi
imprevedibili o paranormativi.
Gli eventi critici paranormativi sono rappresentati dalle situazioni che accadono in modo
imprevisto e che sono, quindi, inattesi come un incidente, una malattia, una morte, una vincita alla
lotteria, un licenziamento, ecc..
Si tratta di avvenimenti che comportano uno stress maggiore proprio perché inattesi e perché,
il più delle volte, si vanno ad aggiungere a eventi critici normativi previsti dalla normale fase
evolutiva in cui la famiglia si trova.
Si pensi per esempio al caso di una famiglia in cui il padre, riceve una diagnosi di malattia
oncologica, o peggio, viene a mancare mentre il nucleo familiare si trova in una fase con un figlio
adolescente. Un evento simile rende molto più complicato il processo di separazione emotiva tra
genitori e figlio.[71]
L'impatto della malattia neoplastica sul nucleo familiare del paziente ha implicazioni enormi.
L'intera famiglia, così come il paziente neoplastico, viene investita passivamente dall'evento
dalle connotazioni estremamente negative legate alla malattia, con notevoli ripercussioni sulle
relazioni intrafamiliari e sull'equilibrio della struttura.
Il cancro evoca immediatamente il fantasma della morte e racchiude in sé un senso di
minaccia, di colpa e disperazione, per cui si configura come l'evento familiare stressante e come
"malattia familiare", più che come patologia dell'individuo singolo.
Le problematiche coinvolgono non solo l'esperienza esistenziale del singolo, bensì incidono,
con immediata profonda risonanza, nell'ambiente familiare, in modo differenziato a seconda delle
varie fasi della diagnosi, della terapia e del reinserimento sociale.[72]
Il lungo e difficile percorso che la famiglia deve affrontare insieme al paziente, prescindendo
dall'esito favorevole o infausto della malattia, si pone sicuramente come un evento trasformativo
di enorme significato, fino ad essere considerato come un un modo di conoscere e di conoscersi
in tale contesto, in cui la malattia rappresenterebbe una sorta di catalizzatore.
Ogni momento della crisi e della perdita, può infatti assumere un profondo significato
trasformativo, sia per l'individuo che per il nucleo familiare.
La concezione familiare della malattia e della morte, inciderà significativamente sulla
modalità di organizzazione di quel particolare nucleo familiare. Questo si verificherà, sia in
presenza di famiglie "sane", in grado di fronteggiare in maniera ottimale la situazione di
adattamento fisiologico alla diagnosi della patologia, sia in presenza di famiglie "patologiche",
contraddistinte da modalità di funzionamento improntate al distacco o all'invischiamento.
Nodo cruciale nel contesto familiare, il problema della comunicazione della diagnosi che non
investe esclusivamente la figura del medico, bensì coinvolge in modo eminente i congiunti del
paziente.
Spesso è lo stesso medico, sopraffatto dall'angoscia, a delegare a un familiare il compito di
comunicare al paziente la diagnosi o a lasciare a lui la decisione di comunicarla o meno. Si
realizza, pertanto, una "connivenza" tra medico, paziente e familiari che frequentemente
incrementa le angosce del paziente, al quale viene celata o mistificata la verità sulla malattia,
almeno in termini verbali, mentre la comunicazione non verbale contraddice il più delle volte
quanto negato verbalmente.
Numerosi lavori, tra i quali quello della Taylor del 1987, sostengono l'opportunità di una
comunicazione più onesta e aperta con il malato dal momento che essa influisce positivamente sul
processo di adattamento alla malattia, favorendo un coping costruttivo, oltre a fornire al paziente
la sensazione di accoglimento e considerazione dei propri bisogni, delle proprie angosce
esistenziali, finalmente divenute esprimibili.
La tendenza comune a molti familiari di pazienti neoplastici è di non parlare della malattia
esprimendo un atteggiamento di diniego e di negazione, tipicamente occidentali nei confronti
della morte che mira, teoricamente, ad evitare al paziente situazioni depressive o tentativi
suicidari; in realtà, priva il paziente di un'importante possibilità di cambiamento, oltre che
un'altra di condivisione e di reciproca consolazione.
Le modalità di reazione della famiglia verso la malattia neoplastica, secondo Fiorentino[73],
possono essere identificate nelle seguenti tipologie:

 situazione di assenza, sia fisica che psicologica, dei congiunti, probabilmente nel
tentativo di un distanziamento di natura difensiva nei confronti di un carico di angoscia
eccessivo;

 partecipazione attenta e coinvolgimento discreto nella situazione del paziente;


 eccessiva invadenza dei congiunti, tendenza alla prevaricazione del paziente,
con possibili ripercussioni negative sul rapporto medico-paziente;

 atteggiamento costruttivo dei familiari con capacità di manifestazioni empatiche


e affettive nei confronti del paziente (Invernizzi e Bressi, 1992).[74]

Una partecipazione empatica e attenta alle necessità del malato da parte dei familiari con una
condivisione di progetti di vita, rappresenta un modello di coping adattivo e funzionale in grado
di inscrivere più positivamente l'evento malattia nel contesto familiare, da cui ne consegue un
migliore resilienza familiare che rinforza di più il coping del paziente.[75]
Nell'ambito delle dinamiche familiari, al momento della diagnosi di neoplasia possono essere
riconosciute alcune specifiche "fasi di risposta", dei membri del nucleo familiare, assimilabili e,
per certi versi, complementari a quelle attraversate dal paziente:

 una prima fase di shock, una sorta di stupore e incredulità, dominata da intensa
angoscia per il tipo di diagnosi e per gli oscuri fantasmi di sofferenza e di morte che
essa evoca;

 una fase successiva, dal carattere più squisitamente operativo, dominata da


meccanismi di razionalizzazione e di negazione ad un tempo, dall'affannosa ricerca di
terapie, di strutture di supporto, dell'esecuzione di ulteriori indagini cliniche che
possono eventualmente ridurre il pessimismo diagnostico.
Questa fase è spesso caratterizzata dall'istituirsi di una sorta di "connivenza", o di
"cospirazione del silenzio", ai danni del paziente da parte dei familiari e spesso anche dei
curanti: segue una fase di accettazione, una sorta di rielaborazione cognitiva del problema con la
tendenza a ricercare un supporto emozionale di tipo psicologico religioso e il raggiungimento di
un nuovo equilibrio delle dinamiche intrafamiliari; questa fase si rende evidente soprattutto nei
casi in cui la neoplasia consenta delle lunghe sopravvivenze o la guarigione clinica del paziente.
Nel caso in cui questo non si verifichi e le condizioni del paziente si aggravino fino alla fase
terminale, subentrerà la fase del lutto, dapprima anticipatorio dell'evento mortale, cui seguirà la
fase del lutto propriamente detto.[76]

3.6 - IMPATTO DELLA NEOPLASIA SULLA RELAZIONE DI


COPPIA

Gli effetti della malattia sulla relazione di coppia sono, come prevedibile, imponenti; i
coniugi appaiono maggiormente coinvolti dal punto di vista emotivo rispetto ad altre figure
familiari, in genere, quasi tutti modificano i propri ritmi di vita e li inscrivono nel rapporto di
coppia.
Nel contempo, si osservano molto frequentemente meccanismi di irrigidimento nella
relazione tra i coniugi, derivante da una comunicazione spesso non autentica, dal diniego della
malattia e delle sue implicazioni. Il più delle volte manca un'elaborazione psicologica dell'evento
con conseguente mistificazione dei rapporti.[77]
Nei casi più fortunati il coniuge sano può manifestare la sua partecipazione affettiva, la sua
capacità di calore empatico e di sostegno nei confronti del coniuge malato, condividendone le
esperienze e le difficoltà: questa modalità di comportamento favorisce un maggior adattamento
della coppia al cancro.[78]
Anche la sessualità, in presenza di una malattia neoplastica, subisce dei contraccolpi sotto
forma di disfunzioni rappresentate da disturbi dell'erezione, del desiderio sessuale, di una netta
diminuzione dell'attività sessuale, soprattutto in presenza di neoplasie a carico della sfera
genitale, (carcinoma della mammella, dell'utero, dell'ovaio, testicolare). Questo in entrambi i
sessi.[79]
In uno studio, non molto recente ma tuttora attuale, del 1995, di Lalos e collaboratori, è stata
presentata una esamina delle esperienze con partner di pazienti affetti da cancro alla cervice
uterina dell'endometrio.[80]
Prima dell'inizio degli specifici trattamenti antineoplastici, la maggior parte degli uomini
partecipanti allo studio attraversava una profonda crisi psicologica con la comparsa di vari
svariati sintomi di natura psicosomatica e di problematiche intrapsichiche interpersonali; molti
soggetti riferivano notevoli difficoltà riguardanti le modalità comportamentali e comunicative con
la propria partner.
La maggior parte di essi non aveva una comunicazione onesta e aperta nei confronti della
malattia e spesso non riceveva le informazioni più elementari sulla malattia propria o della
propria partner. L'attività sessuale del partner maschile risultò influenzata negativamente dal
tipo di patologia, soprattutto dopo l'esecuzione dei trattamenti, con netta riduzione del desiderio
sessuale.
Una delle conclusioni della ricerca sembra essere che un miglior adattamento della donna o
del partner, e quindi della coppia, con una più precisa e dettagliata informazione e con la
partecipazione del partner al programma terapeutico alla malattia, può condurre a un coping più
funzionale e ad una più efficace riabilitazione della coppia, oltre che per i suoi singoli
componenti.
E' stato, inoltre, rilevato come la sessualità si sia modificata drasticamente in donne affette da
carcinoma della cervice uterina, che presentavano una vita sessuale normalmente attiva prima
della diagnosi.
Dopo essere state trattate chirurgicamente e con radioterapia, si è evidenziata una riduzione
dell'attività sessuale ed un decremento del piacere sessuale, in modo più accentuato nelle pazienti
sottoposte a radioterapia.
Le ragioni di tale modificazione a carico della sfera sessuale sono da imputare a un calo di
libido e alle precarie condizioni fisiche, piuttosto che alla preoccupazione di trasmissione della
malattia attraverso contatti sessuali.
Anche in donne mastectomizzate si assiste a una modificazione del funzionamento,
dell'interesse e del comportamento sessuale, (Lim e Collaboratori)[81], del tutto comprensibili
laddove si tenga conto della stretta correlazione esistente tra l'immagine corporea e
l’identificazione sessuale femminile.
Labrum parlando del cancro ginecologico, presenta una chiara descrizione che è rilevante per
questa tesi. I suoi scritti sono stati resi ancora più validi dalle correlazioni tra i fattori
neuroendocrini, immunologici e cancro.
Labrum afferma che: "fattori diversi da alcuni agenti trasmessi dal coito determinano
quali donne svilupperanno forme cancerose. Devono essere reinterpretate delle associazioni
epidemiologiche relative all'inizio precoce, al susseguirsi di numerosi partner sessuali, al
divorzio o alla separazione".[82]
Egli riporta, inoltre, gli studi sulla connessione tra la disperazione, gli stili di vita e il
cancro all'utero. In uno studio in cui si confrontavano 100 donne con il cancro dell'utero e 100
con altre forme cancerose é stato notato che le donne affette da cancro all'utero dimostravano
"disinteresse per i rapporti sessuali, frequenza ridotta di orgasmi, casi di leucorrea, tendenza a
sposare alcolisti e alta incidenza di divorzi.

3.7 - FAMIGLIA E MALATTIA PSICOSOMATICA: IPOTESI


A CONFRONTO

Nel 1963 un medico Inglese di nome Kellner pubblicò uno scritto in cui rilevò in forma
grafica come in alcune famiglie curate da lui in una piccola cittadina inglese, i membri tendessero
ad avere simultaneaneamente malattie.
Aveva creato un sistema di registrazione dei dati relativi ad ogni famiglia su di una
scheda, elencando verticalmente i componenti della famiglia e orizzontalmente il mese, cosicché
con un solo sguardo, poteva rilevare non solo chi aveva avuto malattie e quando ma anche se la
famiglia tendeva ad averne più di una nello stesso periodo.
In genere le malattie che si raggruppavano non comprendevano affezioni o di tipo
traumatologico, ma erano di tipo psicosomatico, cioè mal di testa, mal di stomaco o malattie
infettive.
Documentò che in alcune di queste famiglie una persona poteva avere un raffreddore senza
che gli altri membri della famiglia ne fossero contagiati, mentre in altre famiglie, quando una
persona prendeva un raffreddore, anche gli altri membri lo prendevano successivamente.[83]
Non si può certo paragonare un raffredore ad una patologia oncologica; non è questo il senso,
certo è che le malattie Psicosomatiche e la Psicosomatica in generale è, ormai, una realtà
scientifica.
"Gli studi sulla famiglia sono proliferati dopo la seconda guerra mondiale e ciò
sembra essere stato favorito sia dalla generale enfasi scientifica sui sistemi, (ad esempio la
cibernetica), sia da esperienze specifiche che i terapisti andavano via via conducendo con
pazienti schizofrenici. Fino a quando la schizofrenia venne considerata un disturbo organico e
praticamente senza speranza, il terapista non fece molto nel trattamento dei pazienti
schizofrenici, oltre che a isolarli in mausolei d'acciaio e cemento, eufemisticamente chiamati
ospedali." [84]
Se la famiglia opera come un sistema attivato dall'errore allora questo fatto specifico
dovrebbe essere osservabile e addirittura misurabile.
I terapisti negli anni '60 si resero conto rapidamente che c'era qualcosa di anormale nelle
famiglie dei pazienti affetti da schizofrenia, e le prime teorie sulla famiglia di Lidz, Bowen,
Bateson e Jackson si basarono tutte sullo studio degli famiglie di pazienti schizofrenici. Ci sono
molti centri negli Stati Uniti, compreso il Mental Research Institute di Palo Alto, dove l'oggetto
principale della ricerca é la famiglia.
Nel 1964, Haley ha dimostrato con l'aiuto di un computer che la semplice misura di "chi
parla dopo chi" in una famiglia rivela pattern diversi per ogni famiglia, e questi pattern non
sono soltanto straordinariamente coerenti, ma sono differenti nelle famiglie "normali" e in quelle
"anormali".
In un campione di 100 famiglie, (50 normali e 50 anormali), le famiglie normali usavano
pattern di "chi parla dopo chi". Questo conferma due ipotesi cliniche:[85]
1. Che le famiglie in generale stabiliscono una serie di regole e che esse mantengono
queste regole nel tempo, indipendentemente dagli innumerevoli assalti che vengono
portati sia dall'ambiente sia dai singoli membri.
2. Che le famiglie che presentano un membro deviante, (questo campione comprende
famiglie con pazienti psichiatrici, con pazienti con coliti ulcerose, con figli che non
hanno raggiunto un quoziente d'intelligenza pari al loro sviluppo), sono estremamente
rigide e i loro pattern omeostatici non "permettono" deviazioni da questi pattern.
In un secolo, lo studio sulle malattie psicosomatiche, che inizialmente si limitava alla
semplice raccolta di aneddoti clinici, ha presentato una significativa evoluzione che ha condotto
all'uso delle tecniche di laboratorio più sofisticate e alle scienze comportamentali.
La teoria basata sull'ipotesi che certe dinamiche psicologiche sono specifiche di certe
malattie somatiche è stata sostituita da studi sistematici sulle complesse inter-azioni tra psiche e
soma.
Contributi molto importanti sono stati dati nell'interpretare il meccanismo di
mediazione con cui le emozioni provocano cambiamenti nel corpo. Sfortunatamente questo
progresso nella comprensione delle cause nelle sindromi psicosomatiche non è stato
accompagnato da un analogo progresso nell'efficacia del trattamento terapeutico.
Mara Selvini Palazzoli, (1970), una psichiatra italiana che ha riferito sul trattamento di oltre
60 bambini anoressici, esemplifica più specificamente il cambiamento avvenuto nel campo.
Quando iniziò a lavorare sull'anoressia, si concentrò sulla relazione tra il bambino malato e la
madre patogena. Più tardi cominciò a domandarsi: "potrebbe l’anoressia essere l'unico
adattamento possibile di un dato oggetto a un dato tipo di funzionamento familiare?" [...] . "Il
semplice fatto di diventare consapevole dell'esistenza del problema, mi indusse ad adottare
nuovi metodi di lavoro".[86]
Cominciò a ricevere insieme tutti i membri della famiglia del paziente anoressico.
Affrontando il problema in questo modo, scoprì che c'erano alcuni componenti della famiglia in
cui i comportamenti erano correlati direttamente alla sindrome anoressica e che questi potevano
essere modificati con la terapia familiare.
Le famiglie psicosomatiche presentano principalmente quattro tipi di caratteristiche
transazionali:
1. invischiamento;
2. iperprotettività;
3. rigidità;
4. mancanza di risoluzione del conflitto.

Queste quattro caratteristiche possono essere osservate nel comportamento interattivo della
famiglia durante test familiari, interviste diagnostiche e sedute di terapia familiare.
Queste caratteristiche sembrano essere indicative di un tipo generale di organizzazione
e di funzionamento familiare la cui descrizione si può trovare in Family for the Slums di
Minuchin, Montalvo, Guerney et al. del 1967[87]; mentre l'intervista diagnostica è discussa in
Familes and Family Therapy di Minuchin del 1974.[88]
Un sistema familiare patologicamente invischiato è caratterizzato da un alto grado di
coinvolgimento e di attaccamento reciproco. Questo porta a una interdipendenza delle relazioni e
a intrusioni nei confini personali, ad una percezione scarsamente differenziata di sé e degli altri
membri della famiglia.
Nelle famiglie con un componente affetto da malattia psicosomatica, i membri della famiglia
dimostrano un alto grado di preoccupazione per il benessere reciproco. Tale preoccupazione non
è limitata al paziente designato o all'area della malattia.
Risposte che esprimono cura e protezione sono costantemente sollecitate nelle
interazione dei membri della famiglia. “Uno starnuto mette in moto una miriade di offerta di
fazzoletti”. I soggetti psicosomatici sentono una grossa responsabilità nel proteggere la famiglia.
Per il malato l'esperienza di essere capace di proteggere la famiglia usando i propri sintomi, può
diventare uno dei principali fattori di rinforzo della malattia stessa.
Le famiglie patologicamente invischiate sono fortemente impegnate nel mantenere lo status
quo. In certi periodi, quando il cambiamento richiesto dalla crescita è necessario, subentrano
gravi difficoltà. Di fronte agli eventi che richiedono un cambiamento, i membri della famiglia
insistono nel mantenere metodi abituali di interazioni. Conseguentemente si sviluppano circuiti di
evitamento e un "portatore di sintomo" diventa un mezzo particolarmente utile di depistaggio.
Quando si è raggiunto il massimo livello di tolleranza per il conflitto, il figlio malaticcio si
ammala seriamente, permettendo ai membri della famiglia di evitare il conflitto rivolgendo la
preoccupazione nei suoi confronti.
La rigidità e la iperprotettività del sistema familiare, combinate con le caratteristiche di
costante interferenza reciproca nei modelli transazionali, fanno sì che le famiglie invischiate
mantengano una soglia molto bassa di tolleranza al conflitto
Le interruzioni costanti ai cambiamenti, tipici di un sistema invischiato, impediscono ogni
sblocco conflittuale prima che giunga ad un livello pericoloso. A volte, le famiglie negano
semplicemente l'esistenza di qualsiasi problema.
Le quattro caratteristiche transazionali tipiche delle famiglie con un malato psicosomatico
costituiscono il contesto nel quale la malattia può essere usata come una via di comunicazione.
Una volta comparso il sintomo psicosomatico si incastra nella organizzazione familiare ma al
tempo stesso la cambia. Messi alla prova dalla imprevedibilità e dalla gravità della malattia,
spesso minacciosa per la vita, i membri della famiglia rispondono accentrando il controllo
protettivo sul malato e stabilendo una forte dipendenza dai medici.
La concentrazione sul malato sintomatico accresce la sua auto-valutazione come paziente, con
la conseguente utilizzazione della malattia come una sostanziale moneta per le transazioni
interpersonali. Il malato si sente protetto ma anche colpevolizzato e aumenta la sua dipendenza
dai familiari. Il feedback della famiglia ai sintomi del malato, in questo caso, diventa un processo
autonomo che mantiene il sintomo.
Le iniziali strategie terapeutiche sfidano questi processi e possono talvolta provocare rapidi
miglioramenti nella sintomatologia e, inoltre, produrre una chiarificazione delle dinamiche
familiari.[89]
Nella terapia familiare, la famiglia multigenerazionale é stata molto spesso oggetto di studio.
Come regolare procedura clinica è bene tracciare un "Genogramma", (albero genealogico).
Il parallelo tra omeostasi familiare e psicosomatizzazione del sintomo appare
abbastanza evidente, soprattutto quando il sintomo diviene, se pur inconsciamente, "funzionale"
ad uno scopo ben delineato che debba essere conservato al fine di manterene lo status e
l'omeostasi raggiunta.
La terapia, in questo caso non potrà che essere rivolta alla comprensione del contesto in cui
si delinea la "storia personale"; qual'é il sintomo inconsciamente scelto e perché; a quale "scopo"
si rivolge il sintomo; alla coscientizzazione delle cause che hanno indotto il soggetto a tale
“scelta”; all’elaborazione di una strategia destrutturante del sintomo e della situazione
psicopatologica psicosomatica.

3.8 EFFETTI PSICOLOGICI DELLA DIAGNOSI DI


NEOPLASIA SUI GENITORI E SUI FIGLI

Gli effetti psicologici di una diagnosi di cancro dei genitori sono, per i figli, molto
significativi: il manifestarsi di una malattia neoplastica in uno dei genitori, infatti, modifica
profondamente gli equilibri familiari, evidenzia una precarietà del futuro e spesso innesca vissuti
di ambivalenza nei confronti della figura genitoriale[90].
Frequentemente si osservano nei bambini, figli di un genitore affetto da neoplasia, difficoltà
di adattamento e disturbi comportamentali quali difficoltà scolastiche, disturbi della condotta
alimentare, disturbi del ritmo sonno-veglia, manifestazioni ansiose, difficoltà nei rapporti
interpersonali, manifestazioni auto o etero aggressive legate alla difficoltà di gestione e di
elaborazione di un carico di incertezza e angoscia così elevato.
Queste reazioni sono ovviamente diversificate soprattutto in relazione all'età, alla fase di
sviluppo psicologico dei figli e al tipo di rapporto precedentemente instaurato con il genitore.
In genere, i bambini di età compresa tra i tre ed i dieci anni, presentano sentimenti di
solitudine, angosce, abbandoni, stati depressivo-ansiosi, idee di colpa derivanti dalla
convinzione di essere in qualche modo responsabili per la malattia del genitore.
In fase pre-adolescenziale, per lo più, prevalgono sentimenti di rabbia e di aggressività
rivolte alle figure genitoriali, correlate alla sensazione di perdita del sostegno familiare e alla
conseguente insicurezza oppure, al contrario, può predominare una sorta di
autoresponsabilizzazione del ragazzo che si propone come figura in grado di ammortizzare le
angosce familiari.
In età adolescenziale le problematiche si fanno ancora più complesse, anche in
considerazione dei sommovimenti emozionali e di formazione della definizione del sé che questa
fase esistenziale comporta.[91]
Possono, in tali casi, emergere intensi sentimenti di ambivalenza legati al conflitto tra il
bisogno di autoaffermazione e di autonomia, della necessità di dover fornire sostegno alla
famiglia nella particolare contingenza.
La dura realtà della malattia , inoltre, costringe l'adolescente a rinunciare bruscamente
alla realizzazione dei propri desideri infantili, così che spesso si manifesta la tendenza a una
chiusura narcisistica, con ovvie ripercussioni nella struttura della personalità del soggetto.[92]
Due studi di Grant e Compas del 1995 e di Welsh e Collaboratori del 1996, condotti su
bambini e adolescenti, figli di un genitore affetto da neoplasia, riferivano come in essi il disagio
psicologico, che si esprime con sintomi ansioso-depressivi e con comportamenti aggressivi, varii
considerevolmente in base all'età, al sesso e alla figura genitoriale colpita dalla malattia.[93]
Sembra che le adolescenti di sesso femminile manifestino livelli di disagio psicologico
più elevati rispetto agli adolescenti di sesso maschile, ancor di più quando la figura genitoriale
colpita dalla malattia è quella materna.
Per quanto riguarda, invece, il bambino affetto da tumore, l'impatto della diagnosi sulla
famiglia può essere ancor più drammatico.
La diagnosi di neoplasia apre una serie di problematiche psicologiche e impone un
riadattamento di tutte le figure familiari. Ogni singolo membro della famiglia presenterà degli
specifici bisogni psicologici e dovrà affrontare determinati compiti.
Il bambino deve imparare, molto spesso, a gestire e a dominare la sofferenza, ad affrontare le
procedure diagnostiche e terapeutiche, molte volte dolorose e invasive, l'ospedalizzazione con il
senso di solitudine e di abbandono ad essa correlato, a volte, in assenza pressoché totale di
informazioni e di spiegazioni da parte dei genitori.
Tutto ciò provoca un notevole disagio emotivo nel bambino, anche perché le terapie sono
vissute come intrusive ed aggressive, evocando vissuti di rabbia, di persecuzione e di terrore.[94]
Il bambino sperimenta le angosce di morte prima di possederne una chiara
concettualizzazione poichè la malattia è vissuta come un atto aggressivo proveniente dall'esterno
o dal proprio interno, a seconda dell'età del soggetto.
In genere, fino ai sette anni, questa affezione che associa dolore alla sofferenza fisica viene
vissuta dal bambino come la conseguenza di un evento aggressivo di provenienza esterna.
In rapporto a questa situazione il bambino va incontro a una regressione che richiede
protezione e contenimento che siano in grado di appagare il suo bisogno di essere difeso e
salvaguardato, con conseguente dipendenza e perdita del grado di autonomia precedentemente
raggiunto.[95]
Intensamente coinvolti nell'esperienza del cancro sono anche i fratelli, i quali possono
sperimentare una situazione di temporanea perdita dei genitori, con conseguente paura di
abbandono e sentimenti di esclusione. Proprio i fratelli rappresentano in genere le figure
familiari più trascurate e tra le più sottoposte a stress psicologico in simili circostanze.
La disponibilità familiare nei loro confronti si riduce e spesso vengono affidati a figure
sostitutive nei periodi di ospedalizzazione del fratello malato; possono derivarne, quindi,
sentimenti di abbandono, solitudine, reazioni di gelosia e rabbia commiste a sentimenti di colpa,
talora, identificazione col fratello malato e angosce di morte, manifestazioni comportamentali
rappresentate da difficoltà scolastiche, disadattamento, comportamenti aggressivi, disturbi
psicosomatici, disturbi depressivi.[96]
Dal canto loro, i genitori del bambino affetto da neoplasia, e in particolare la madre, sono
investiti di reazioni emotive marcate, determinate dal gravoso compito di sostenere il bambino
nel doloroso iter diagnostico-terapeutico, di gestire le proprie angosce di morte, il senso di
rabbia impotente, i vissuti depressivi, la perdita di speranza, e di mantenere nel contempo
l'integrità del nucleo familiare.
La coppia madre-figlio costituisce una sorta di alleanza nella quale si assiste a un
ripiegamento su di sé dei due membri in un atteggiamento regressivo e fusionale.[97]
In conclusione, appare evidente quanto profondamente la malattia neoplastica
contribuisca a modificare i delicati equilibri familiari quando un membro ne viene colpito. Ne
deriva l'importanza fondamentale della valutazione familiare sotto molteplici aspetti, dalle
caratteristiche socio-culturali alle dinamiche intra-familiari, dal tipo di equilibrio esistente prima
della malattia alla capacità di adattamento agli eventi.
Indispensabili, inoltre, risultano il coinvolgimento familiare nella relazione terapeutica con lo
staff oncologico, così come l'identificazione di eventuali familiari a rischio e l'offerta di un
valido supporto psicologico, in modo tale che i membri sani si possano offrire, a loro volta,
come sostegno al malato. Ricevere una diagnosi di cancro per il proprio figlio è un evento di
incomparabile e destruente angoscia.
I genitori di bambini affetti da neoplasia soffrono di un importante distress che si perpetua nel
tempo; sono spesso afflitti da sentimenti di colpa, dolore luttuoso, disperazione e, talvolta,
riferiscono una gamma di sintomi, pensieri ricorrenti e intrusivi.
L’incertezza del futuro rappresenta una fonte ancora maggiore di stress. La convinzione che la
vita familiare si sia modificata per sempre li spinge a credere che dovranno sostenere gli esiti
della malattia per il resto della loro vita.
La cura degli altri figli, nonché il desiderio di proteggere il loro benessere psicofisico,
rappresenta un’ulteriore fonte di preoccupazione e impegno quotidiano. I genitori sono spesso
angosciati al pensiero di non riuscire a dividere equamente il proprio tempo e i propri affetti fra
tutti.
L’eventuale carenza di supporto da parte di parenti, amici e colleghi di lavoro procura
loro sentimenti di sconforto. Infine avvertono frequenti difficoltà di relazione con il corpo
medico.
Fino a cinque anni dopo la diagnosi, un elevato numero di genitori manifesta, sia pure
con gravità attenuata, sintomi di ansia e depressione.
I genitori di bambini che incorrono, eventualmente, in ricadute cliniche sono a maggior
rischio di distress, addirittura più grave di quello osservabile nei casi di bambini deceduti.
Le madri dei pazienti manifestano disagio più rilevante dei padri, tranne quando è il padre il
caregiver primario del bambino. L’eventuale tipologia di struttura di personalità dei genitori,
nonché precedenti episodi di sofferenza psichica nella biografia personale, influenzano in modo
significativo le loro risposte di coping.
Nei genitori di bambini off therapy, il distress a cui sono sottoposti fino a cinque anni
successivi è correlato alla resilienza familiare e, in particolare, alle aspettative più ottimistiche.
Al contrario, ove prevalgono l’angoscia e il dubbio sull’effettiva guarigione del bambino, il
distress genitoriale rimane persistente nel tempo.

3.9 - IL LUTTO

La fase del lutto anticipatorio, altro non è se non una minaccia di morte che si prospetta
alla famiglia del malato terminale nelle ultime fasi della malattia, mentre il lutto propriamente
detto, legato alla perdita del congiunto ed il successivo superamento della stessa, inizia con la
morte del paziente.
In realtà questa distinzione potrebbe apparire superflua dal momento che, come afferma
Bowlby (1982), "... Il lutto comincia quando la morte recide il legame che ci lega alla persona
cara".[98]
Nel momento in cui la minaccia del trapasso di un congiunto si materializza, nei familiari si
innesca una serie di reazioni emozionali, cognitive ed esistenziali rappresentate da:
 vissuti depressivi, sentimenti di ira, di collera, di colpa;
 meccanismi difensivi sotto forma di negazione dell'imminenza
dell'evento, di rimozione, talora di abbandono del paziente a se stesso per
l'incapacità di accettarne la fine, oppure di recupero e di valorizzazione
degli aspetti positivi del rapporto con il paziente.

Si parla invece di fasi del lutto anticipatorio con:
 vissuti depressivi, sentimenti di colpa;
 meccanismi difensivi, di negazione o rimozione, abbandono del
paziente, oppure recupero del rapporto col paziente;
 strategie cognitive, anticipazione dell'adattamento alla perdita,
rielaborazione dei significati esistenziali.
 Strategie cognitive mirate ad anticipare, per così dire, l'adattamento
alla perdita del congiunto, a volte, alla riaffermazione dei significati
esistenziali più profondi[99].

Questa parte, peraltro, coincide con la fase terminale della malattia, dolorosa, ambivalente e
colma di incertezze, la quale espone la famiglia del paziente ad un compito estremamente
gravoso: dover attuare un disinvestimento emotivo nei confronti del congiunto in attesa del
distacco, effettuare un allentamento dei legami e, nel contempo, continuare ad assisterlo
amorevolmente, consolarlo e mantenere un contatto empatico, senza annullare la speranza, fino al
momento della così detta "cerimonia degli addii".
La fase del lutto propriamente detto, che fa seguito al decesso del congiunto, si caratterizza
per la presenza di uno stato di sofferenza intima spesso imponente, con tutti gli aspetti tipici di
una sindrome depressiva acuta, caratterizzata da:[100]
 manifestazioni emozionali quali la tristezza, la tendenza al pianto, la
disperazione, il senso di solitudine e di abbandono;
 manifestazioni cognitive quali la difficoltà di concentrazione, i pensieri
ossessivi relativi alla figura del congiunto, i sentimenti di colpa, la tendenza alla
ruminazione psicologica, l'ideazione suicidaria, il disorientamento;
 manifestazioni comportamentali quali l'evitamento sociale, l'incapacità di
condurre le proprie attività, la dipendenza dagli altri, l’eventuale ricorso all'abuso di
sostanze, (alcol, fumo, farmaci);
 manifestazioni somatiche quali l’insonnia, la riduzione dell'appetito, la perdita
di energie, le manifestazioni somatiche dell'ansia, (vertigini, tachicardia, cefalea,
ecc.), le variazioni l livello neuroendocrino e immunitario.

Bowlby nel 1983 ha distinto quattro fasi principali nella reazione al lutto attraversata
dall'individuo che abbia subito una perdita di una persona cara:[101]

 La fase di stordimento caratterizzata dall'incredulità, dall’incapacità di accettare
la realtà, talvolta da eccessi di collera o di attacchi di panico;
 La fase di struggimento caratterizzata dalla ricerca della figura perduta, da
rabbia impotente spesso diretta verso l'ambiente esterno, da disperazione, da
irrequietezza, da pensiero continuo e ossessivo della persona scomparsa, talora da
illusioni sensoriali;
 La fase di disperazione in cui compaiono sentimenti di consapevolezza della
perdita fino ad allora non accettata, profondo dolore morale, disorganizzazione, senso
di inutilità, chiusura in sè, talora depressione e apatia;
 La fase di accettazione e riorganizzazione in cui gradualmente si realizza la
ridefinizione di se stessi nell'ambito di una nuova e diversa situazione di vita, con
reinvestimento in progetti esistenziali futuri.

In genere, la normale e fisiologica reazione al lutto copre un arco di tempo di otto/dodici
mesi. In alcuni casi, però, il processo può prolungarsi oltre ed esprimersi con manifestazioni più
accentuate; in tal caso si parlerà di lutto complicato o patologico che, frequentemente, assumerà
le caratteristiche proprie di una depressione maggiore.

Interventi psico-pedagogici a favore della famiglia possono essere di diverso tipo:[102]
 interventi psico-sociali aventi come obiettivo quello di aiutare il paziente e la
sua famiglia a integrare la malattia nella propria esperienza di vita e a trovare un senso
a ciò che è successo;
 interventi psicoterapeutici aventi come obiettivo quello di aiutare il paziente e la
famiglia a elaborare i vissuti collegati all'angoscia di morte che la malattia implica.

Entrambi gli interventi possono essere svolti in un setting individuale o di gruppo. Possono,
inoltre, essere programmati interventi generali di tipo educativo-informativo.[103]
Soprattutto la famiglia ha bisogno di interventi finalizzati a:
 incoraggiare a far domande; facilitare la comunicazione con lo staff curante e
con il paziente stesso;
 affrontare problemi che incontrerà il paziente dimesso, sia a casa che
nell'ambiente sociale inteso in senso ampio.
 favorire una partecipazione più attiva all'intero processo terapeutico dal
momento che l'informazione aumenta la conoscenza e fa diminuire il senso di
smarrimento e incontrollabilità.





CAPITOLO 4
NEOPLASIA E MODELLO SISTEMICO
4.1 - IL MODELLO "SISTEMICO RELAZIONALE"

Negli Stati Uniti, durante gli anni '50, grazie ad autori come Bateson, Von Bertalanffy e altri
appartenenti alla scuola di Palo Alto, si realizza il connubio tra: la famiglia, la "Teoria generale
dei sistemi" di Von Bertalanffy e la cibernetica di Wiener.
La teoria generale dei sistemi, concepita intorno agli anni 30, trova divulgazione intorno agli
anni 40 in risposta alla forte esigenza che contraddistingue la cultura americana di quel periodo
storico: quello di unificare il sapere scientifico, di superare la settorializzazione degli studi in
modo da far dialogare le varie scienze nella soluzione dei problemi e per la comprensione del
comportamento degli organismi viventi nel contesto relazionale in cui vivono.
È quello un periodo di rinnovamento delle scienze. In biologia si sta facendo strada la
concezione organicistica, per la quale non basta solamente studiare i processi analizzandoli
separatamente ma anche nel loro modo di organizzarsi. Queste sono le stesse teorie sostenute in
psicologia dalla scuola della Gestalt.
La psicologia della forma è interessata a studiare l'interazione dei singoli elementi che
concorrono a formare il tutto, al contrario della psicologia associazionista, che intende studiare il
mentale a partire dagli elementi più semplici che lo compongono.
Contemporaneamente tra le scienze umane fanno l'esordio nuove discipline come l'etologia,
l'antropologia e la sociologia, particolarmente interessate a comprendere la condotta
dell'individuo inserito in un ampio contesto di relazioni significative. Il problema è quello di
rendere possibile il dialogo tra tutte queste discipline visto il loro alto grado di specializzazione.
E’ cercando di rispondere a queste due sfide, quella della complessità degli organismi viventi
e quella dello studio interdisciplinare, che Von Bertalanffy, (1969), elabora la "Teoria Generale
dei Sistemi".
Secondo questa teoria ogni organismo è un sistema: una totalità composta di parti interagenti
tra di loro e tendenti all'equilibrio. Tra le parti di un sistema esiste un rapporto circolare così che
il cambiamento di una di queste provoca la modifica delle altre e, quindi, dell'intero sistema.
Si tratta di una teoria che sottolinea come un fenomeno possa essere compreso solamente se
affrontato nella sua globalità. La spiegazione scientifica ad un problema va dunque rintracciata
nell'interazione che si stabilisce tra le singole unità che la costituiscono.
"Tutto ciò permette di passare dal vecchio metodo scientifico fondato sulla causalità di
tipo lineare, fatto di rapporti causa-effetto tra variabile indipendente e variabile dipendente,
ad uno nuovo basato, invece, sulla causalità di tipo circolare, fatto cioè di interazioni
reciproche tra le molteplici variabili, in cui causa ed effetto si influenzano reciprocamente".
[104]
Per la teoria meccanicistica é il mutamento di "A" a determinare il cambiamento di "B". Per
la teoria dei sistemi non solo "A" influenza "B", ma anche tutte le altre parti, ("C, D, E", etc), ed
a sua volta il mutamento di "B" influenza retroattivamente quello di "A" e quello di tutte le altre
componenti del sistema.


4.1.1 – La Cibernetica

Lo sviluppo del paradigma sistemico è pressoché contemporaneo a quello della cibernetica
tanto che vi è un ricco interscambio tra i due orientamenti.
La teoria generale dei sistemi e la cibernetica hanno in comune l'intento antiriduzionista e
quello interdisciplinare. Pur trattandosi di due discipline molto diverse, esse trovano una loro
complementarietà nel fatto che la prima considera i sistemi dal punto di vista strutturale mentre la
seconda osserva gli stessi dal punto di vista processuale.
La cibernetica é alla base delle scienze e delle tecnologie computazionari. Nasce per la
progettazione e la realizzazione di sistemi artificiali automatici ma é capace di interpretare anche
i sistemi viventi. Il suo ideatore, Wiener, (1948), la definisce come "la scienza del controllo e
della comunicazione nell'animale e nella macchina".
Il principio cardine della cibernetica è quello del feedback o retroazione, secondo il quale
una parte dei dati in uscita da un sistema aperto rientrano nel sistema sottoforma di informazioni
riguardo all'uscita dallo stesso.
Esiste una retroazione negativa ed una positiva. Nel caso di retroazione negativa il processo
viene chiamato omeostasi. In questo modo i sistemi tendono a mantenere il proprio equilibrio
interno. Nel caso invece di retroazione positiva la correzione tende ad aumentare la deviazione in
uscita, in questo caso si parla di morfogenesi.
Chiaramente chi si occupa dello studio della famiglia, sistema aperto in continuo scambio con
l'ambiente, può trovare nei principi della prima cibernetica un valido criterio di lettura. Un
classico esempio lo si ritrova quando, alla comunicazione da parte di un membro della famiglia
corrisponde un messaggio di ritorno da parte degli altri, la risposta che ne deriva, tende sempre
a modificare anche il comportamento dell'emittente. La famiglia viene così considerata
come un sistema relazionale in cambiamento per permettere agli individui che ne fanno parte di
evolvere influenzandosi a vicenda.
La sofferenza di uno dei suoi membri viene considerata come espressione della
disfunzionalità dell'intero sistema in riferimento alle relazioni interne o all'ambiente.
Nei primi anni Bateson e i suoi collaboratori si occupano prevalentemente di comunicazione
ambigue e paradossali. In una loro pubblicazione del 1956 propongono l'ipotesi della "Teoria del
doppio legame". Questa modalità comunicativa è tipica di una famiglia in cui un componente
presenti sintomi schizofrenici.
Bateson pone in evidenza le valenze psicologiche della comunicazione, cioè di come gli
individui comunicano, mettendo in gioco se stessi e la propria identità. Il problema nasce quando
nella comunicazione é presente il doppio legame. Questo comporta richieste contraddittorie alle
quali il ricevente non può sottrarsi. Per questo si parla di ingiunzioni paradossali.
E' il caso, per esempio, di una madre che invia un messaggio ambiguo al proprio figlio
dicendo "ti voglio bene" ma poi utilizza messaggi non verbali che contraddicono quanto gli ha
detto. E' una comunicazione alla quale il figlio non riesce a dare un senso.
Secondo gli studi di Bateson sono proprio questi i tipi di comunicazione disfunzionali alla
radice di disturbi psicologici più o meno gravi.
Watzlawitck, Jackson, Haley e Weakland, sono gli altri studiosi che prendendo spunto dalla
cibernetica ne hanno usufruito nella pratica terapeutica.
La condivisione delle idee fin qui analizzate non porta, comunque, alla definizione di un unico
modello teorico operativo in ambito familiare. Dieci anni dopo la loro ampia diffusione, negli
anni 60, il movimento di ricerca e terapia familiare appare definitivamente scisso in due
orientamenti.
I ricercatori del gruppo di Palo Alto, da cui nel frattempo Bateson è fuoriuscito, continuano a
portare avanti i presupposti sistemici senza dare spazio ad alcuna possibilità di contaminazione
con altre teorie e furono per questo chiamati puristi del sistema.

4.1.2 La sistemica

Un altro gruppo di studiosi di matrice psicoanalitica fa proprie le idee della teoria sistemica
e le integra con la prospettiva relazionale. Tra di loro ci sono Ackerman, Boszormenyi-
Nagy, Framo, Bowen, Whitaker.
Si tratta di terapeuti familiari che incentrano il loro interesse sulle relazioni familiari cioè su
ciò che emerge nel presente, legato alla soggettività degli individui, alle emozioni, alle
aspettative e alle motivazioni.
In questo modo i ricercatori concentrano la loro attenzione sulla comprensione dei legami
familiari, come frutto dell'interiorizzazione, da parte degli individui, di significati scambiati nel
tempo in una successione di interazioni.
In sintesi, si può dire che i terapeuti sistemici-relazionali, considerino il "qui ed ora", con
l'intento di collegare il momento presente al fitto intreccio di interazioni che si sono realizzate nel
tempo passato, cercando di dare un significato all'attuale condizione emotiva della famiglia nel
suo insieme.
In questo senso, muovendosi all'interno di una cornice sistemica, utilizzano le conoscenze in
ambito psicodinamico in modo da risalire alla comprensione delle relazioni familiari e della loro
dimensione emotiva e storica.
Il terapeuta non è più un osservatore distaccato ma partecipa, insieme ai soggetti che
compongono la famiglia, con la propria individualità e le proprie emozioni, collaborando alla
co-costruzione di uno spazio relazionale nel quale sia possibile evolvere.
Questa prospettiva in linea con la cibernetica di secondo ordine integra la prima cibernetica
nella quale i sistemi vengono studiati senza tener conto dell'influenza esercitata dall'osservatore
sui fenomeni osservati.
La seconda cibernetica prende in considerazione come l'osservatore sia tutt'altro che
esterno alla realtà osservata e di come, per questo, non possa essere definito neutrale.
Nell'atto di osservare è necessariamente insita un'attività di selezione, delimitazione,
organizzazione dei dati che tende a pregiudicare la neutralità del ricercatore. La conoscenza é il
prodotto di un processo di costruzione attiva della realtà poichè passa attraverso
l’autoriflessività.
E' osservando la famiglia nel suo insieme e il vissuto dei singoli membri che ci è possibile
comprendere il tipo di relazioni esistenti all'interno di essa. In questo modo, l'approccio
sistemico-relazionale non prende in considerazione solo le persone, le relazioni, le idee e i
significati connessi ai problemi da risolvere ma anche come questi vengono descritti e vissuti.

4.2 APPROCCIO SISTEMICO RELAZIONALE NELLA


PSICONCOLOGIA

La malattia somatica non è solo un’esperienza di sofferenza fisica e psicologica individuale,
ma anche uno status psicosociale che modula le relazioni interpersonali del paziente in modo
significativo.
Nell’approccio sistemico relazionale le malattie oncologiche possono essere
considerate prototipiche dei processi relazionali conseguenti all’insorgenza, al decorso e
all’esito delle malattie gravi, invalidanti, croniche o a prognosi infausta.
I contesti elettivi di osservazione di tali processi sono la famiglia del paziente e l’ambiente
sociosanitario entro il quale viene vissuta la malattia. Nell’ambiente familiare dei pazienti
oncologici segnalano due ordini di fenomeni:
l’uno concerne le trasformazioni degli affetti e dei rapporti nella famiglia e nel
contesto di cura;
l’altro consiste nei riflessi psicologici e/o psicopatologici della malattia nelle
figure dei caregiver.

La tensione emotiva (distress), il carico oggettivo (burden) e la preoccupazione per
l’ammalato (strain), rappresentano gli indicatori principali dei riflessi psicosociali della
malattia sui familiari.
Per quanto concerne i comportamenti adattivi (coping) dei familiari, questi sono modulati da
alcune variabili concomitanti: [105]
il supporto sociale disponibile per la famiglia;
la resilienza psicologica di ciascuno;
gli altri eventi stressanti;
la rappresentazione della malattia.

I riflessi psicopatologici più frequenti consistono in angoscia e umore depresso, diagnosticati
come disturbi dell’adattamento, nonché sindromi post-traumatiche osservabili, con una maggiore
frequenza, nel caregiver e nei figli del paziente.
Anche la struttura delle relazioni familiari viene negativamente influenzata dalla malattia. Si
evidenziano conflitti di ruolo, crescenti difficoltà di comunicazione, isolamento sociale,
disorganizzazione o, al contrario, esasperato invischiamento.
La conoscenza di questi processi consente di programmare idonei interventi di sostegno
psicologico per il partner del paziente e i familiari che consistono in un’ampia gamma di
trattamenti collocabili lungo un continuum clinico in base a teorie che oscillano fra modelli
ermeneutico-interpretativi, supportivo-espressivi e informativo-educazionali.
Questi interventi hanno l’obiettivo di migliorare la collaborazione tra la famiglia, il paziente
e l’equipe di cura e di sostenere la famiglia nelle fasi cruciali della malattia e delle terapie
oncologiche, con particolare riguardo in fasi specifiche come la diagnosi iniziale, l’adesione ai
trattamenti (compliance), le cure palliative, l’oncologia pediatrica, le eventuali recidive e,
infine, la fase terminale.Uno specifico momento di supporto psicologico è fornito durante il lutto.
Ammalarsi di cancro non è un avvenimento infrequente nella vita familiare. Veach, Nicholas e
Barton[106] stimano che tre famiglie su quattro devono fronteggiare una diagnosi di cancro nel
corso del loro ciclo di vita.
Se in questa valutazione viene inclusa anche la memoria o la narrazione di esperienze
analoghe vissute nel corso delle generazioni precedenti si può giungere ad affermare che il
cancro è un evento paranormativo nel ciclo di vita della famiglia che tuttavia si manifesta con
frequenza tale da divenire normativo[107].
Ogni volta che un membro della famiglia si ammala di cancro questa evenienza viene vissuta
come inattesa oltre che negativa. Il cancro viene percepito come un ospite sgradito che si
presenta non invitato, occupa il nostro spazio domestico in modo invadente, impone radicali
mutamenti nelle nostre abitudini, influenza i nostri rapporti, condiziona il nostro futuro.
Il cancro incide in modo così radicale, talvolta irreversibile, sulla vita familiare “che esso,
come una cartina di tornasole degli affetti e delle relazioni, unisce alcune famiglie mentre
altre le disgrega, senza che nessuna di esse possa sfuggire ai mutamenti che derivano
necessariamente dall’intrusione della malattia nella vita personale del paziente e dei suoi
familiari.”[108]
Queste considerazioni, oggi ampiamente condivise da tutti coloro che in ambito sanitario
studiano i riflessi psicosociali delle malattie neoplastiche, corroborano la tesi di chi sostiene che
le dinamiche adattive e i fenomeni di distress che si manifestano nella famiglia del paziente
neoplastico debbano costituire parte integrante di studi e ricerche nonché di programmi di
trattamento in ambito psiconcologico.

4.2.1 - La famiglia come sistema relazionale condiviso

La psicologia sociale della famiglia si avvale di variegati costrutti di riferimento, tutti utili a
comprendere la centralità funzionale della famiglia in tempi, culture, etnie e credenze religiose
fra loro molto diverse.
Di fatto, nel corso della storia dell’umanità, tranne sporadiche eccezioni, la famiglia ha
mantenuto un ruolo essenziale nell’evoluzione dell’homo sapiens. Ai fini di questo
contributo verranno privilegiati solo alcuni dei costrutti conoscitivi disponibili di questa struttura
sociale di riferimento: la famiglia come “sistema biopsicosociale”[109], la famiglia come
“struttura relazionale-simbolica”[110], la famiglia come “organizzazione antropologico-
culturale”[111].
In accordo con la Teoria Generale dei Sistemi[112], tutti i fenomeni naturali vanno indagati nel
loro insieme come una totalità integrata. “La struttura, il processo e l’ organizzazione sono i
fattori che regolano l’evoluzione e le funzioni dei sistemi biologici e sociali. Si può dunque
affermare che la salute e la malattia sono fenomeni inerenti i sistemi biopsicosociali.”[113]
Il pensiero sistemico, un approccio olistico ai problemi della salute e della sofferenza,
consente di descrivere le malattie dell’uomo nel contesto dell’ambiente psicosociale entro cui si
dipana la vita del soggetto, in equilibrio dinamico fra fattori patogeni e fattori protettivi.
Nella famiglia, in quanto sistema biopsicosociale, i comportamenti individuali e le relazioni
interpersonali si influenzano in modo reciproco secondo una logica di feedback.
“I comportamenti individuali di adattamento alla malattia (illness behaviours)
interagiscono con gli stili relazionali. Secondo questa prospettiva anche i valori, le credenze, i
comportamenti, gli stili di pensiero, gli affetti dei membri della famiglia sono connessi fra loro
secondo una logica complessa di reciproche interazioni e le relazioni familiari si organizzano
e si modificano nel tempo secondo una traiettoria diacronica ed evolutiva.
Gli eventi di vita significativi modulano, momento per momento, un diverso assetto (pattern)
bio-psico-sociale della famiglia che include risorse adattive e trasformative.”[114]
La malattia somatica grave, come altri eventi significativi di vita, ha la potenzialità di
trasformare il sistema familiare secondo una logica irreversibile e i processi adattivi sono
connessi all’equilibrio dinamico del sistema: paziente-famiglia-equipe di cura. Tuttavia la
famiglia è anche una struttura relazionale-simbolica.
Secondo questo costrutto “la famiglia è l’unione durevole, socialmente consolidata, di un
uomo, una donna e dei loro figli, un’organizzazione di relazioni primarie fondata sulla
differenza di genere e sulla trasmissione culturale fra generazioni che ha come progetto la
generatività e la trasmissione della cultura e della conoscenza[115].
Infine, la famiglia è anche un’organizzazione antropologico-culturale che interagisce
attivamente con il contesto culturale e storico influenzandolo ed essendone influenzata, nella
misura in cui, da un lato, esprime valori, credenze, atteggiamenti mutuati dalle proprie radici
culturali trasmesse nelle generazioni e, dall’altro, accoglie e integra nuove forme e nuovi
contenuti che la comunità di appartenenza elabora.
In tal senso, “la famiglia è il “trait d’union” fra il micro ed il macrosociale, fra passato e
futuro, fra stabilità e trasformazione di forme di vita dell’uomo”[116].
Questi costrutti, se applicati al tema della salute umana, consentono di intendere la malattia
come un fenomeno biologicamente fondato che tuttavia non si risolve solo in questa dimensione
ma include anche un asse psicologico e un asse sociale.
Il paziente portatore della malattia viene inteso come “persona sofferente in uno specifico
contesto di vita”[117] e la medicina rivendica la propria vocazione umanistica integrata alle
opportunità di diagnosi e cura offerte dai progressi delle conoscenze biomediche.


4.3 - STRATEGIE DI COPING SISTEMICI IN PAZIENTI E
FAMIGLIE

L’insorgenza e il decorso delle malattie neoplastiche modulano una pluralità di processi nei
riguardi della relazione genitori-figli, delle relazione di coppia, degli stili comunicativi, delle
attribuzioni di ruolo, delle dinamiche emotive e delle relazioni con la parentela e la comunità di
appartenenza, (tabella sotto).[118]

I mutamenti della famiglia Nomenclatura
con il cancro. Americana
Relazione genitori-figli (parent-child
relationship)
Qualità delle relazioni (marital
coniugali adjustment)
Struttura familiare (family structure)
Comunicazione familiare (family
communication)
Sostituzioni di ruolo (role replacement)
Stili di relazione (family functioning)

L’esperienza del cancro trasforma, in modo spesso definitivo, le rappresentazioni delle
relazioni familiari e dei legami affettivi. La famiglia costruisce complessi, reciproci e
interattivi processi psicologici nel confrontarsi con la malattia. In tal senso è inesatto affermare
che la famiglia del paziente è colpita dalla malattia. È vero, piuttosto, che la famiglia può
influenzare in senso positivo o negativo aspetti non secondari del decorso e, finanche, dell’esito
della malattia del congiunto.[119],[120]
Come premessa, occorre ricordare che al costituirsi della coppia genitoriale, e, in seguito,
del nucleo familiare, l’aspettativa nei confronti dei legami familiari sia la loro indissolubilità nel
tempo.
Accade, invece, che variegati eventi di vita, positivi o negativi e inclusivi delle esperienze di
malattia, conducano i membri della famiglia verso una realistica, seppur dolorosa,
consapevolezza sulla natura mutevole dei legami, talvolta destinati a dissolversi.
La malattia neoplastica si costituisce come esempio paradigmatico della crisi evolutiva cui la
famiglia è destinata, nel passaggio da illusorie aspettative di un legame perenne a una matura
consapevolezza sulla complessità, la caducità e l’ambiguità dei rapporti affettivi nel corso
dell’esistenza.
Il ruolo decisivo della famiglia del paziente nella cura della malattia neoplastica è oggetto di
un’ampia e articolata riflessione in letteratura. “Robinson, Carroll e Watson sostengono che la
comparsa del cancro genera un crogiolo dilemmatico per la famiglia che oscilla fra spinte
all’isolamento ed esigenze di connessione, perdita di senso e ricerca di significati, sentimenti
luttuosi di perdita e necessità di trasformazione, esigenze di rinuncia e desiderio del
godibile.”[121]
Kissane e Bloch evidenziano che, “poiché la famiglia è il provider di cure principale per il
paziente neoplastico, il suo stile di funzionamento diviene un fattore chiave per il
mantenimento del benessere emotivo del paziente e dei suoi congiunti.” [122] Anche gli studi
empirici sui riflessi psicologici della malattia nei familiari del paziente giungono a simili e
convergenti conclusioni.
La diagnosi di cancro è un evento stressante e traumatico, per il paziente e la famiglia, che
impone un adattamento a una condizione esistenziale incerta e angosciosa. E’ documentato che un
certo numero di pazienti e i loro familiari manifestano distress, ansia e depressione gravi. [123],
[124],[125]
Ad esempio, mentre è noto che il paziente manifesta il rischio di soffrire di
disturbi psichici, meno conosciuto è il riscontro di analogo rischio nei familiari.[126],[127]
Nella fase terminale della malattia i sentimenti luttuosi, che preludono alla scomparsa del
congiunto, incrementano il rischio psicopatologico dei familiari, particolarmente delle partner e
delle figlie dei pazienti.[128],[129]
Il distress emotivo è più intenso nei figli adolescenti piuttosto che nei bambini;[130]negli uni
come negli altri esso si manifesta con reazioni fobiche, sentimenti di dolore luttuoso, di colpa e
di rabbia. Ciò in relazione alla piena consapevolezza delle vicende di malattia ma anche al
conflitto che essi patiscono fra urgenti esigenze di sostegno sia emotivo che di tipo pratico e
istanze di emancipazione personale.[131]
Le figlie adolescenti di madri ammalate esprimono i più frequenti e gravi riflessi emotivi.[132]
Al contrario i figli maschi dei pazienti, sia in età scolare che adolescenziale, non mostrano
difficoltà evidenti nel rendimento scolastico e nelle relazioni con i pari.
Il distress dei figli è anche dipendente da quello dei genitori, dalla qualità della relazione
coniugale, dall’efficacia della comunicazione nonché dalla qualità della rete sociale supportiva.
Baider e collaboratori hanno dimostrato che, buone relazioni familiari sono correlate
con minore gravità di distress, depressione e ansia nel paziente.[133]

4.3.1 – I processi di mutamento e adattamento alla malattia



Nell’incipit di Anna Karenina, Tolstoj sostiene che: “Tutte le famiglie felici sono
simili le une alle altre; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”[134]
In questa frase troviamo il concetto che le famiglie si assomigliano nella salute mentre si
differenziano nella sventura e nella malattia. L’esperienza familiare del cancro sembra
confermare questa intuizione psicologica.
La malattia sortisce un duplice e antitetico effetto sulle relazioni familiari: nelle prime fasi
della malattia, come ad esempio in occasione della diagnosi, lo shock emotivo determina effetti
coesivi e fusionali, mentre il decorso successivo, gli esiti dei trattamenti e, quando inevitabile, la
fase terminale, ottengono l’effetto opposto, cioè provvedono ad elicitare risposte emotive e
comportamenti differenziati in ciascuno dei membri della famiglia.
Lo scarto più rilevante si osserva nelle risposte psicologiche del paziente rispetto a quelle
dei suoi familiari nonché fra essi e il caregiver elettivo.
Zhang e Siminoff riportano un caso di cancro al polmone nel decorso del quale la famiglia
sperimenta gravi difficoltà comunicative come strategia di evitamento del distress psicologico,
mutuo desiderio di reciproca protezione nonché credenze sul “positive thinking”, il coniuge del
paziente manifesta una marcata depressione, lamenta scadente supporto sociale e pressante
impegno nell’assistenza.[135]
Accade anche che paziente e familiari elaborino rappresentazioni diverse della malattia. I
familiari esprimono spesso opinioni più pessimistiche del paziente sulla gravità dei sintomi e
sulla sua disabilità.[136] Il coniuge non concorda con il paziente sulla rappresentazione della
malattia, percepita con tonalità emotive e valutazioni più pessimistiche, mentre nutre opinioni più
ottimistiche sulla qualità del rapporto di coppia.[137]
Questo fenomeno si evidenzia anche riguardo all’identità di genere. Ad esempio i pazienti e i
partner manifestano distress ridotto, al contrario le pazienti e le partner manifestano risposte di
distress peggiori.[138]
Tuttavia, l’insight di malattia è scadente negli uomini se confrontato a quello delle donne. I
processi di coping sono più adeguati negli uomini mentre nelle donne si osserva un migliore
impegno nel caregiving e una maggiore partecipazione empatica alla sofferenza del partner.[139]
Qualora la famiglia sia chiamata a condividere decisioni rilevanti in ordine ai trattamenti
accade spesso che le opinioni sul da farsi siano differenti. Il 65% dei familiari riferisce conflitto
decisionale (decision making) con il paziente.[140]
Questi schemi di risposta adattiva, sia comportamentale che emotiva, sono modulati, di
volta in volta, da elementi della biografia personale, circostanze, difficoltà e risorse specifiche,
dinamiche di coesione/cooperazione, competenze di ruolo, qualità della comunicazione
interpersonale.[141]
I processi di adattamento della famiglia alla malattia possono, inoltre, essere trasmessi
alle generazioni future sotto forma di narrazioni, miti, tabù, sistemi di credenze e pregiudizi.[142]
I miti familiari sulla salute e sulla malattia, descritti come credenze condivise, trasmessi e
affrancati dalla costante verifica sui piani di realtà, influenzano il supporto dei familiari e
l’adesione ai trattamenti.[143]
In tal senso la trasformazione del pensiero familiare sulla malattia è una tappa cruciale per
costruire un’alleanza terapeutica nel contesto della biomedicina.[144]
L’intreccio fra tutti questi fattori determina il migliore o peggiore adattamento alla malattia.
Le famiglie con migliori strategie cooperative, flessibilità di ruoli, funzioni e bassa conflittualità
manifestano migliore adattamento e modesti livelli di distress. [145]
E’ possibile descrivere il sistema psicosociale costituito dal paziente, la famiglia e lo
staff medico, congruo e sincrono al decorso della malattia. “Si osserva, innanzitutto, una fase
acuta segnata dall’intreccio fra le procedure diagnostiche e la maggiore disponibilità al
supporto psicologico del paziente (assessment and support), seguita da una fase intermedia e
cronica di vigile attenzione al decorso della malattia ma anche di rischio di distress (vigilance
vs burnout) e, infine, una fase terminale di preparazione ed elaborazione del lutto (comfort
and composure).” [146]

4.4 - ATTEGGIAMENTI, OPINIONI E CREDENZE: IL
RUOLO DELLA FAMIGLIA

Le persone sono portatrici di credenze e opinioni sulle malattie frutto di processi di
attribuzione di senso sia personali che collettive.
Secondo le teorie di attribuzione causale,[147] anche le esperienze e le relazioni familiari
contribuiscono al formarsi e perpetuarsi di tali credenze, spesso difformi dalle conoscenze
mediche e dalle informazioni disponibili per il pubblico.
Tali rappresentazioni di malattia sostengono e orientano le scelte del paziente e dei familiari
nonché i comportamenti nei confronti della malattia.
Le esperienze pregresse del paziente e dei familiari nel corso delle generazioni contribuiscono
alla costruzione di queste credenze.
Un ampio studio statunitense,[148] condotto su oltre 6.000 soggetti, esplora le credenze
personali nei confronti delle cause e delle strategie di prevenzione del cancro. Il dato saliente
evidenzia che sono le esperienze familiari pregresse piuttosto che quelle personali che orientano
le risposte.
In particolare, una esperienza familiare di malattia neoplastica sembra influenzare la tesi
personale sull’effetto cancerogeno potenziale del fumo, di una dieta ipercalorica, dello stress,
dell’abuso di alcool, della carenza di esercizio fisico, dei pesticidi.
Al contrario, l’idea che i comportamenti sessuali promiscui possano essere potenzialmente
cancerogeni non è influenzata da precedenti esperienze di malattia personale o familiare.
Infine, una pregressa malattia neoplastica nella famiglia induce a credere fortemente in una
componente ereditaria-costituzionale. Aver già sofferto di cancro ha una minore influenza sulle
opinioni personali a proposito delle causa della malattia sembra una risposta difensiva, laddove
una storia familiare di cancro non solo orienta le opinioni personali ma consente altresì di
esprimerle con maggiore sincerità.
Nello studio viene anche suggerito che l’aver sofferto di cancro predisponga a un
atteggiamento “fatalistico” che può avere influenze negative sul futuro del paziente e al contempo
inclina le persone verso comportamenti di salute migliori, in quanto sostenuti da rappresentazioni
di malattia centrate sulla responsabilità personale verso comportamenti potenzialmente nocivi.
Uno studio italiano[149] esplora le opinioni dei genitori di bambini neoplastici sulle possibili
cause della malattia, nell’ipotesi che i contenuti impropri e non realistici dei genitori possano
influenzare negativamente le scelte riguardanti la gestione della malattia.
Queste opinioni includono, in egual misura, i fattori di inquinamento ambientale, le emissioni
radioattive e i fattori genetici. Questi genitori vorrebbero ricevere maggiori informazioni sulla
malattia e non si sentono rassicurati nel sentirsi dire che non è possibile risalire con certezza alla
eziopatogenesi della malattia.

4.4.1 I modelli interpretativi dei processi familiari nella malattia
oncologica

Lo studio delle dinamiche familiari di pazienti neoplastici ha suggerito la possibilità di
identificare configurazioni ricorrenti che potessero risultare utili in fase di assessment
psicologico per individuare le condizioni più a rischio di distress.[150]
Kissane descrive cinque tipologie organizzative delle famiglie di pazienti neoplastici
derivate dalla studio dei processi comunicativi nel corso di prolungate osservazioni longitudinali
nelle fasi terminali della malattia e del lutto conseguente alla morte del congiunto. [151]
Kissane valuta la coesione, la libera e reciproca espressione di emozioni e sentimenti
nonché la capacità di risoluzione dei conflitti utilizzando la Family Environment Scale. [152]
In tal modo egli distingue famiglie funzionali o disfunzionali lungo un continuum che va dalle
famiglie “supportive” (supportive, 30% dei casi), caratterizzate da forte e stabile coesione;
risolutrici di conflitti” (conflict resolvers, 20%), nelle quali si osserva una comunicazione
efficace; “intermedie” (intermediate, 30% ); “ostili” (hostile, 6%), afflitte da scadente
coesione e frequente conflittualità; e, infine, “cupe” o “mute” (sullen, 9%), sofferenti di livelli
clinici di depressione sostenuta da rabbia repressa.[153] Sulla base di questa tipologia, Kissane
sviluppa un programma di trattamento per le famiglie in fase di lutto: la Family Grief Therapy.
[154]

Cazzaniga giunge a descrivere otto categorie familiari che solo in parte concordano con le
tipologie di Kissane e che sono mutuate da una lettura sistemica dei processi familiari nella
malattia neoplastica.[155]
John Rolland propone un modello psicosociale dell’esperienza familiare del cancro
denominato Family System-Illness Model, basato sul presupposto di una reciproca interazione
fra le caratteristiche cliniche della malattia, le fasi del ciclo di vita della famiglia e il contesto
socio-culturale.[156] Fra le prime include l’esordio, il decorso e l’esito della malattia nonché i
livelli di handicap ad essa connessi.
Un’accurata valutazione di queste tre dimensioni consente di programmare interventi
rivolti alla famiglia che potenziano le risorse insite in essa in termini di processi adattivi e
resilienza.


4.5 - COMPLIANCE ALLE CURE: AZIONI/REAZIONI DEL
"SISTEMA FAMIGLIA"

4.5.1 - Diagnosi sui Coniugi

La malattia neoplastica impone un significativo mutamento dei processi relazionali di coppia,
con particolare riguardo all’esperienza dell’intimità.[157]
"Si stima che il 15-50% dei pazienti e dei rispettivi partner possano incorrere in fenomeni
di distress nel corso della malattia neoplastica, con un progressivo incremento nelle fasi
terminali".[158] Tale distress si esprime sia con manifestazioni di episodi depressivi o di
angoscia, sia come difficoltà nella reciproca rimodulazione dei ruoli e delle funzioni.[159]
In particolare, la qualità del legame di coppia e le dinamiche familiari sono predittive dei
livelli di distress conseguenti alla malattia. Le coppie in cui prevalgono aspetti del legame
affettivo fortemente coesivi e cooperativi manifestano migliori risorse nei processi adattivi alla
malattia. Viene osservato che la qualità del legame di coppia è connesso allo stile di
attaccamento di ciascuno dei partner e che il caregiving dipende strettamente dall’intreccio fra i
reciproci stili di attaccamento.
Infine, è l’identità di genere e non il ruolo di paziente o caregiver che influisce sui livelli di
distress e sulle strategie di coping.[160]
Le difficoltà, spesso cospicue, a mantenere una vita sessuale soddisfacente contribuiscono a
rendere la coppia particolarmente esposta a processi di distanziamento emotivo, tensioni
conflittuali e difficoltà comunicative.
I processi relazionali di coppia osservabili nel corso del cancro al seno sono esemplificativi
al riguardo. Vengono descritti quattro processi diadici: due di essi condivisi dai partner, due
gestiti prevalentemente dal caregiver: [161]

Il primo, “sharing in the recovery”, consiste nella migliore disponibilità di entrambi i
partner a condividere informazioni ed emozioni sulla malattia.
Il secondo, “helping her”, si caratterizza per il supporto emotivo e strumentale del
partner verso la paziente.
Il terzo, “normalizing the household”, è distinto dalla competenza di entrambi nel
mantenere un’adeguata organizzazione della vita quotidiana.
Il quarto, “moderating the intrusion of cancer”, vede il partner impegnato a costruire
una barriera emotiva protettiva per la paziente.

In altre circostanze, tuttavia, le risposte adattive o maladattive dei partner sono differenziate.
Ad esempio, nel caso delle terapie chirurgiche si possono osservare risposte depressive di
intensità diversa fra i partner in relazione all’effettuazione o meno dell’intervento chirurgico.

4.5.2 - Diagnosi sui Figli


Ricevere una diagnosi di cancro per il proprio figlio è un evento di incomparabile e
destruente angoscia.[162]-[163]-[164] I genitori di bambini neoplastici soffrono di un severo distress
che si perpetua nel tempo; sono spesso afflitti da sentimenti di colpa, dolore luttuoso,
disperazione e, talvolta, riferiscono una gamma di sintomi, pensieri ricorrenti e intrusivi,
riferibili a una condizione di distress post-traumatico.
L’incertezza sul futuro rappresenta una fonte ancora maggiore di stress per loro. La certezza
che la vita familiare sia modificata per sempre li spinge a credere che dovranno sostenere gli
esiti della malattia per il resto della loro vita.
La cura degli altri figli nonché il desiderio di proteggere il loro benessere psicofisico
rappresenta un’ ulteriore fonte di preoccupazione e impegno quotidiano.
I genitori sono spesso angosciati al pensiero di dover dividere equamente il proprio tempo e i
propri affetti fra tutti loro. La carenza di supporto da parte di parenti, amici e colleghi di lavoro
procura loro sentimenti di sconforto. Infine avvertono frequenti difficoltà di relazione con chi si
prende cura del malato.
I genitori di bambini che incorrono in recidive cliniche sono a maggior rischio di distress,
finanche più grave di quello osservabile nei genitori di bambini deceduti.
La struttura di personalità dei genitori nonché precedenti episodi di sofferenza psichica
nella biografia personale influenzano in modo significativo le loro risposte di coping e distress.
Le madri dei pazienti manifestano disagio in modo più rilevante rispetto ai padri, tranne quando
il padre riveste il ruolo di caregiver primario.
Nei genitori di bambini off therapy, il distress si può manifestare lungo un periodo che
arriva fino a cinque anni dopo, [165],[166]. sia pure con gravità attenuata, con sintomi di ansia e
depressione, è correlato alla resilienza familiare e, in particolare, alle aspettative più
ottimistiche. Al contrario, ove prevalgono l’angoscia e il dubbio sull’effettiva guarigione del
bambino, il distress genitoriale rimane persistente nel tempo.

4.6 - TERAPIA SISTEMICO RELAZIONALE PER UN
MIGLIORE ADATTAMENTO E RESILIENZA DELLA
FAMIGLIA DEL MALATO

I trattamenti di supporto psicologico per la famiglia del paziente oncologico sono centrate su
skills comunicativi, sulla facilitazione dell’espressività emozionale, sulla ristrutturazione
cognitiva dell’esperienza di malattia e sulla condivisione empatica dei sentimenti di frustrazione,
rabbia e dolore scatenati dalla malattia.
Taluni di questi interventi prediligono tecniche orientate al lavoro introspettivo
congiunto del paziente con i propri familiari e sono, nella gran parte dei casi, brevi e focalizzati
sullo scopo.
Il counselling e la psicoterapia familiare o di coppia, nel contesto dell’oncologia, focalizzano
l’intervento sulla modificazione dei pattern relazionali e sull’insight di malattia del gruppo
familiare con l’obiettivo di migliorare l’adattamento alla malattia e la gestione emotiva delle
angosce di perdita.
Gli interventi psicosociali rivolti alla famiglia del paziente oncologico sono plurimi e
variamente denominati :
 Family Treatments nei contesti biomedici.
 Family therapy
 Family counselling
 Family psychoeducation
 Family information and support programs
 Direct provision of health services to the family
 Family conferences
 Family meetings

Questi interventi, seppur designando obiettivi clinici e tecniche di intervento differenti fra
loro, mantengono taluni aspetti teorico-clinici affini che legittimano una descrizione univoca.
Gli aspetti consimili sono i seguenti: si preferisce un setting di lavoro congiunto che prevede
l’incontro con il paziente e i familiari. Alcune eccezioni sono contemplate nelle fasi terminali
della malattia, in caso di grave debilitazione fisica del paziente e, come ovvio, in caso di
indisponibilità di alcuni dei familiari. La modularità e flessibilità degli interventi sono vincolati
al decorso della malattia nonché alle cure medico-chirurgiche.
Poiché questi interventi prendono spunto da modelli teorico-clinici diversificati si
caratterizzano per una certa quota di eclettismo terapeutico inclusivo, di volta in volta, di
strategie e tecniche supportive, espressive, introspettive e pedagogiche.
I “family meetings”[167] le “family conferences”[168] e le “family consultations”[169] sono le
unità costitutive degli interventi psicologici supportivi per le famiglie in difficoltà.
Nella tradizione anglosassone esse sono gestite in prevalenza da medici, personale
infermieristico e assistenti sociali piuttosto che da psicologi o psichiatri; nella gran parte dei casi
vengono allestite nelle fasi avanzate e terminali della malattia e nel corso di trattamenti palliativi.
Spesso la sede dell’incontro è l’hospice.
Il focus consiste nel sostegno alla famiglia allorché sia necessario prendere decisioni cruciali
di fine vita e sostenere l’angoscia e il dolore luttuoso che si accompagnano ad esse. Due di questi
interventi sono:

la Family Focused Grief Therapy[170] è un programma di prevenzione del
distress familiare proposto nel corso dei trattamenti palliativi e della fase
terminale di malattia, che consiste in un lavoro breve, focalizzato, di durata
variabile da 6 a 18 mesi.
Ogni sessione, di 90 minuti, è incentrata dapprima sulla valutazione delle
dinamiche familiari e sulla condivisione di un progetto di lavoro (due sessioni),
poi sull’empowerment familiare (4-6 sessioni quindicinali o mensili) e, infine,
su 1-2 sessioni conclusive a intervallo di due-tre mesi l’una dall’altra.
Il terapeuta focalizza quattro aree di intervento: i processi di coping e di lutto,
la qualità della comunicazione, le relazioni conflittuali e quelle coesive.
Le tecniche utilizzate includono la raccolta delle notizie sulla biografia
familiare e sulle cornici culturali e valoriali, il problem-solving, la
rassicurazione, la focalizzazione costante e congrua con gli obiettivi del
trattamento e la costruzione di una solida alleanza terapeutica.[171]

La Medical Family Therapy (MFT),[172] annovera un più ampio spettro di
indicazioni e ricorre a un modello sistemico biopsicosociale per l’intervento
con famiglie che hanno un membro affetto da malattia cronica o da disabilità.
Il terapeuta familiare lavora in collaborazione con il medico e le altre figure
professionali per aiutare le famiglie ad affrontare alcune delle sfide più
difficili che la vita impone.
Gli obiettivi della MFT sono:
• Migliorare il coping con la malattia cronica o la disabilità
• Migliorare l’adesione ai trattamenti
• Migliorare la comunicazione con il medico
• Migliorare l’accettazione della malattia inguaribile
• Trasformare gli stili di vita

4.7 - ASCOLTO: AIUTO ALLA COMPRENSIONE DELLA


MALATTIA

E' noto che l’applicazione di trattamenti psicoterapeutici e di counselling rivolti alla famiglia
nei contesti della biomedicina offre l’occasione di riconsiderare l’opportunità e i limiti di queste
forme di cura progettate per la salute di un paziente che soffre innanzitutto nel corpo e, solo di
conseguenza, manifesta un disagio psichico.
Steinglass[173] suggerisce che gli ambiti applicativi della Family Systems Medicine
dovrebbero includere i trattamenti di fine vita, l’adesione ai trattamenti, le malattie croniche
nonché i disturbi affettivi e i disturbi d’ansia.
Nel caso specifico del paziente oncologico, questo aspetto assume una particolare rilevanza
poiché il paziente, i familiari e i medici sono del tutto legittimati nel considerare la
fenomenologia somatica della malattia meritevole di attenzione e cura in modo prioritario
rispetto ai suoi riflessi psicologici.
Ne consegue che ogni programma di intervento sulla sfera psicosociale del paziente si scontra
con un pregiudizio negativo di base e, di frequente, un consolidato scetticismo.
Questa difficoltà preliminare può essere proficuamente risolta collocando questi interventi
all’interno di una cornice culturale che il counsellor/terapeuta dovrebbe annoverare nel proprio
bagaglio professionale. Egli dovrebbe mantenere come solido assunto personale che la
sofferenza di cui si occupa è primariamente somatica, dunque esito di specifici processi patogeni
di ordine biologico che non possono essere sottaciuti, mistificati o rimossi dalla scena clinica.
Il counsellor non dovrebbe fare ricorso ad erronee interpretazioni psicosomatiche di queste
specifiche malattie perché questa strategia rischia di minare seriamente l’equilibrio psicologico
del paziente e della famiglia e non garantisce una proficua alleanza terapeutica.
Di conseguenza, questi trattamenti dovrebbero essere proposti come sinergici piuttosto che
antagonisti ai trattamenti medici o chirurgici, ed essere discussi e modulati nel tempo sulle
esigenze del paziente, in costante consultazione con i curanti. Dovrebbero essere intesi come
parte di processi integrati di cura poiché, con tali premesse l’efficacia dei trattamenti
psicosociali in oncologia verrebbe potenziata.

" Là dove, se la parola è d'argento, il silenzio è di platino lucente! ..." [174]

Come lascia intuire la frase del filosofo indiano Sri Nisargadatta, spesso le parole tendono a
coprire la verità invece che lasciarla emergere. Nelle pratiche psicologico-terapeutiche ed in
particolare nel "counseling relazionale", per favorire un l'insight del paziente, saper sfruttare il
proprio e l'altrui silenzio, dovrebbe essere il modus operandi del terapeuta.
Nel contesto dell’oncologia, le pratiche di counselling psicologico per il paziente e la
famiglia risultano particolarmente indicate in virtù di alcune loro caratteristiche.
La specificità dell’intervento, la sua focalizzazione e brevità, l’elevata potenzialità di
integrazione con i trattamenti medico-chirurgici intercorrenti, fanno del counselling uno
strumento di supporto psicologico di prima scelta e di indubbia efficacia.

Gli obiettivi del counselling familiare sono[175]:
il coinvolgimento precoce dei familiari nella partecipazione attiva alla gestione
della malattia, (funzione coesiva):
il sostegno all’espressione dei sentimenti/emozioni (funzione espressiva);
il miglioramento della comunicazione fra medico, paziente e famiglia (funzione
educativa);
l’elicitazione e trasformazione dei vissuti di malattia della famiglia (funzione
introspettiva).
Se rivolto alla famiglia del paziente, il counselling[176]:
può essere orientato alla condivisione di informazioni e conoscenze sulla
malattia e sulle terapie in accordo con gli scambi informativi dei sanitari,
(informative counselling):
può essere focalizzato a un sostegno psicologico indispensabile nelle fasi di
crisi emotiva del paziente e dei familiari (crisis counselling);
può concorrere all’elaborazione di rilevanti decisioni da condividere con i
curanti (decision-making counselling) e, infine:
può sostenere la famiglia nella risoluzione di problemi di vita quotidiana
inerenti la necessità di contemperare l’assistenza al paziente con le abitudini, gli
impegni e le esigenze di ciascuno dei membri della famiglia (problem-solving
counselling).

4.8 - ACCOMPAGNAMENTO NEL PERCORSO
TERAPEUTICO DI CURA E SUPPORTO PSICOLOGICO
ALLE CONSEGUENZE DELLE CURE

Nell'esperienza clinica, la consulenza psiconcologica per la famiglie si è rivelata di grande


utilità. Nel "setting" di lavoro si provvede ad adempiere alla richiesta di consultazione e ad
esplorare, nel contempo, i riflessi familiari della malattia.
“Questa procedura, da noi denominata Consulenza Psiconcologica per la Famiglia (CPF),
si conclude spesso in un singolo incontro della durata di circa 90 minuti e si chiude con una
relazione scritta inerente la condizione psicologica o psicopatologica del paziente ad uso dei
colleghi invianti, nonché di una restituzione verbale alla famiglia focalizzata sulle
problematiche emerse nel corso dell’incontro”. [177]
Al termine si comunica alla famiglia la disponibilità ad incontrarli ancora nel corso del
tempo, qualora essi ne sentissero la necessità, fatta salva l’opzione di un sostegno personale al
paziente.
Gli obiettivi della Consulenza Psiconcologica per la famiglia possono essere
sintetizzati con[178]:

Coinvolgere la famiglia nella gestione della malattia (funzione coesiva);
Sostenere la condivisione degli affetti (funzione espressiva);
Facilitare lo scambio di informazioni fra famiglia e medici (funzione
educazionale);
Elicitare le dinamiche psicologiche profonde (funzione introspettiva).

Gli obiettivi scaturiscono dall’opportunità di sostegno ed empowerment che la famiglia è in
grado di offrire al paziente se precocemente coinvolta nella soluzione dei problemi quotidiani di
caregiving.
Queste potenzialità positive sono, tuttavia, offuscate da precoci dinamiche interpersonali che
ostacolano la comunicazione efficace nella famiglia e con i sanitari. Inoltre, esse elidono i
riflessi affettivi della malattia su ciascuno dei familiari e le esperienze di insight e minano le
strategie cooperative.
La Consulenza Psiconcologica offre alla famiglia uno spazio protetto in cui riconoscere
queste difficoltà per affrontarle insieme, la sensibilizza sulla dimensione psicologica della
malattia e la predispone ad interventi successivi più strutturati sotto forma di sessioni di
counselling o di psicoterapia.
La Consulenza Psiconcologica per la famiglia "risulta utile in alcuni dei momenti
cruciali del percorso di malattia del paziente. In occasione della comunicazione della
diagnosi, in concomitanza di impegnativi trattamenti medico-chirurgici, allorquando si
manifestano recidive.
Di certo, più precoce è il coinvolgimento della famiglia, migliori sono le prospettive di
mantenere un contatto con loro anche nelle fasi terminali della malattia e nelle decisioni di
fine vita, quando la CPF spesso non può più includere il paziente.
È opportuno predisporre una fase preparatoria alla CPF, che consiste nel coordinare data e
luogo dell’incontro con i medici curanti e raccogliere informazioni preliminari sulla famiglia
per quanto è dato loro conoscere.
Si preferisce scegliere uno spazio riservato per l’incontro che, quando possibile, non dovrebbe
coincidere né con i luoghi delle cure oncologiche né con un ambiente psichiatrico. In taluni
casi si é sperimentata l’efficacia di un incontro domiciliare. Fra le mura domestiche la
famiglia si sente protetta ed anche più disponibile al colloquio; in più la sessione domiciliare
ci offre la possibilità di conoscere i luoghi di vita quotidiana del paziente e di raccogliere
preziose informazioni sulle dinamiche familiari.
Nella fase preparatoria viene valutata anche la disponibilità di ciascuno dei membri della
famiglia di partecipare all’incontro, e ci rendiamo flessibili a incontrare anche solo alcuni di
loro purché congiuntamente al paziente.
L’atmosfera di una CPF dovrebbe giovarsi di un approccio molto informale, come quello di
una conversazione guidata dall’ascolto rispettoso e dall’opportunità di conoscere problemi e
opportunità di soluzioni che la famiglia si trova di fronte. Tuttavia essa mantiene una sua
struttura inerente le fasi dell’incontro, gli skills comunicativi cui fare affidamento, le
tematiche più opportune da toccare, l’attenzione da dedicare al paziente, gli errori da evitare
e, infine, la restituzione finale.
Si inizia con le presentazioni e si esplicitano le premesse e gli obiettivi dell’incontro. Si
richiede ancora la disponibilità dei presenti e si sondano i contenuti e la chiarezza dell’invio
da parte dei curanti per come sono stati recepiti dalla famiglia.
Si preferisce chiedere loro anche ragguagli sulla condizione clinica del paziente per esplorare
aspetti spesso complessi delle comunicazione con i curanti che sono fonte di fraintendimento
senza, per questo, sostituirci agli oncologi.
Piuttosto si sollecita il paziente e i familiari a mantenere un dialogo costante con i colleghi
sulle informazioni poco chiare per loro.
La fase centrale della CPF è mirata all’esplorazione delle esigenze della famiglia. Viene loro
richiesto di esprimere anche a noi quesiti ancora in attesa di una risposta da parte dei
sanitari. Si chiedono commenti sui trattamenti in corso nonché sulle prospettive terapeutiche
rassicurandoli che ci faremo carico di formulare domande e riferire loro risposte più chiare."
[179]

Tener fede a questo impegno con la famiglia richiede una solida sinergia fra gli Psicologi e
gli Oncologi, un’alleanza per la cura rispettosa delle reciproche competenze ma aperta
all’esperienza della psichiatria di liaison.
In questa fase dell’incontro si prova a sondare, con cautela, il flusso affettivo fra paziente e
familiari, sostenendo i sentimenti positivi di condivisione empatica della sofferenza dell’uno e
degli altri ma dando, altresì, spazio a espressioni di angoscia e dolore.
Infine, si chiedono notizie sui problemi contingenti che paziente e familiari sono
costretti ad affrontare nonché sui mutamenti di consuetudini che la malattia impone loro. Ci si
rende disponibili a discutere con loro delle soluzioni pratiche che si possono prospettare.
La Consulenza Psiconcologica per la famiglia richiede alcune competenze dialogiche
specifiche e idonee alle premesse dell’incontro, dunque è opportuno non eludere i temi più
impegnativi riguardo l’esperienza di malattia senza, tuttavia, limitarsi ad essi, ma allargando la
prospettiva della conversazione ad altri aspetti della vita familiare.
È opportuno anche focalizzare la conversazione sull’esperienza attuale della famiglia,
rispettando l’inevitabile silenzio sul passato e l’angosciosa prospezione sul futuro.
Ogni famiglia percepisce momenti della propria biografia come privati, non condivisibili con
un estraneo, dunque è necessario rispettare aspetti elusivi della conversazione nella narrazione di
fatti, circostanze e legami affettivi.
Quanto al linguaggio, si preferisce rinunciare, per quanto possibile, ai lessici specifici della
medicina, della psichiatria e della psicologia; provando invece a sintonizzarsi sul linguaggio
quotidiano della famiglia, facendo domande chiare, dirette ma non intrusive oppure domande
aperte o, ancora, commenti cauti sempre connotati dalla premessa che si tratta di nostre prime e
superficiali osservazioni.
"Ci si dispone a ripetere o riformulare domande e commenti: repetita iuvant, quando sono
in gioco emozioni ed esperienze così impegnative. Valorizzando le fasi di silenzio breve se si
manifestano, non interrompendo chi parla, dando modo di esprimersi a tutti ma rispettando il
silenzio di qualcuno. Da non sottovalutare gli aspetti della comunicazione non verbale dei
presenti.
Come detto la CPF è orientata sia su funzioni espressive che introspettive, di conseguenza, la
conversazione sostiene l’esplicitazione delle emozioni ma anche l’occasionale emergenza di
considerazioni personali su significati soggettivi e ricordi, nonché metafore e immagini che
l’esperienza di malattia sollecita in loro." [180]
Su questo materiale clinico si mantiene, tuttavia, un atteggiamento di ascolto precludendo ogni
intervento di orientamento interpretativo che si ritiene non attinente agli obiettivi.
Nei confronti del paziente, che è al centro della conversazione, si assume una posizione che
valorizza la sua personale sofferenza, le sue difficoltà comunicative, l’impegno verso una
partecipazione attiva alle cure e, infine, le difficoltà crescenti nella relazione con i familiari,
spesso precocemente connotate da oscillazioni emotive fra aspettative di supporto e tentativi di
autonomia nella gestione della malattia.
Ignorare qualcuno dei presenti, mostrarsi esigenti sugli obiettivi dell’incontro, squalificare le
opinioni o i sentimenti espressi, privilegiare il dialogo solo con alcuni dei presenti, fingere
partecipazione emotiva, suggerire rassegnazione, eludere domande e, infine, esprimere diagnosi
psicologiche/psichiatriche, sono errori frequenti nella gestione di tali incontri che andrebbero
accuratamente evitati.

4.8.1 - La Terapia Familiare Fasica

"Allorché dopo questo primo incontro la famiglia si renda disponibile per ulteriori
appuntamenti, il nostro programma di lavoro si organizza in un programma denominato
Terapia Familiare Fasica (TFF).
Mentre la CPF costituisce l’unità elementare di questo programma di intervento per le
famiglie, articolato in moduli terapeutici che oscillano dal counselling alla psicoterapia
breve, tale programma, (TFF), persegue obiettivi più ampi e complessi della CPF, che qui sono
solo menzionati:

rinsaldare i legami affettivi per lenire l’angoscia del paziente e dei
familiari di fronte alla prospettiva della sofferenza fisica, delle transitorie
separazioni e delle difficoltà materiali cui si andrà incontro, ma anche
reperire nuove risorse emotive per tutti i membri;
rassicurare il paziente che teme un distacco emotivo dei familiari e in
particolare del partner rispetto al quale paventa la perdita dell’intimità
fisica o, peggio, il tacito tradimento fisico o affettivo;
sostenere i familiari nell’impegno emotivo e strumentale quotidiano,
aiutandoli a distribuire le proprie energie psichiche e fisiche verso il
paziente senza venir meno ad altri compiti affettivi e lavorativi;
sostenere la famiglia nel mantenere costanti legami affettivi con la
parentela e con la cerchia delle amicizie evitando la scelta dell’isolamento
sociale.

La Terapia Familiare Fasica consta di quattro moduli indipendenti utilizzabili nelle diverse fasi
della malattia e calibrati sullo stato di salute psicofisica del paziente nonché sulle esigenze e
disponibilità della famiglia.[181]

1. La fase detta “sostegno alla crisi” può essere utilmente programmata nel momento
della diagnosi di malattia per sostenere la famiglia nello shock emotivo che ad essa
consegue.
Possono essere proposte due o tre sedute volte a rafforzare le strategie supportive e
cooperative nella famiglia e a facilitare i processi comunicativi e la presa in carico da
parte dei medici curanti.

2. La fase del “counselling breve” può essere proposta nel corso delle fasi di malattia.
Consiste in 2-4 sedute finalizzate a sostenere i processi di coping, a rimodulare le
relazioni familiari necessarie per le esigenze di terapia, nonché a facilitare
l’espressività emotiva.

3. La fase della “terapia breve” dura dalle 4 alle 8 sedute ed è indicata per l’intervento
intensivo sui disturbi psicopatologici manifestatisi nel paziente o nei familiari oppure
nel caso di una crisi dei rapporti familiari che mettano a repentaglio la coesione
familiare e il benessere emotivo del paziente.

4. Infine il “counselling nel lutto” è mirato al sostegno emotivo dei familiari nella fase di
lutto successiva alla scomparsa del paziente. Nell’arco di 2-4 sedute viene facilitata
l’espressione dei sentimenti dolorosi e angosciosi, dei sentimenti di rabbia e di colpa.
Si esplora anche la possibilità precoce di una predisposizione dei sopravvissuti verso
un futuro di rapporti familiari meno traumatici che includa ma non si esaurisca nel
ricordo del defunto e nella irreparabile mancanza.








CAPITOLO 5
GESTIONE DELLA RABBIA E DELLA PAURA
5.1 - LA GESTALT: IL GESTO, LA METAFORA, IL
SILENZIO

La Gestalt è la "terapia dell’ovvio" dice Perls, e "negarsi è l’essenza della nevrosi": l’unico
cambiamento che va verso il benessere è imparare ad essere esattamente ciò che siamo,
rinunciando a quel continuo lavorio interiore per sostenere qualche parte di sé e rifiutarne altre;
solo accettando e accogliendo il nostro sentire e la tensione dei conflitti interni, prende l’avvio
quel movimento di trasformazione in cui “maggiore è il contrasto, più grande è il potenziale”.
[182]

L’accettazione di se stessi senza giudizio è lo strumento per uscire dall’insidia dolorosa
dell’autocondanna. Spesso ci poniamo verso noi stessi come genitori esigenti, ci creiamo mete
irraggiungibili, sentendoci sminuiti se non siamo all’altezza dei nostri ideali di perfezione.
Ovvio che, se le mete sono irraggiungibili, non potremmo mai essere all'altezza del compito,
così, entra in gioco la nostra "autocondanna", e ad infliggerci pene severe siamo bravissimi.
Uscire da questa continua lotta significa raggiungere una condizione di pura consapevolezza,
sperimentando gli opposti che coesistono in noi, senza volerli eliminare. Essenziale per non
cadere nel cerchio della somatizzazione e non dare messaggi contradditori al proprio essere, alle
proprie cellule.
Messaggi energetici, elettrici, psicofisici che potrebbero stimolare la stessa energia corporea
ad un doppio legame psichico-energetico; proprio ciò che accadrebbe all'inizio delle neoplasie.
Fermarsi e riconoscere profondamente le dualità che affollano il nostro mondo interno
consente di vivere pienamente l’esperienza di essere e di esistere, momento per momento, alla
ricerca di ciò che arricchisce, in un processo di continuo confronto e adattamento creativo: “il
conflitto, così vissuto, invita alla crescita, al cambiamento, all’emozione, all’avventura di
vivere”.[183]
La premessa di recuperare l’equilibrio che abbiamo perduto dà per scontata l’ipotesi di
un’essenza sana dell’essere umano, in cui il disagio psicologico e psicosomatico deriva
dall’essersi allontanati da quell’essenza. “Siamo in cerca di quella primordiale
saggezza che la vita, con le sue difficoltà, ci ha fatto perdere ed è fondamentale sentirsi,
riconoscere quali problematiche, incertezze, incoerenze si agitano nel nostro intimo per
scegliere come procedere”.[184]
Di solito diamo molto spazio a ciò che abbiamo vissuto nel passato e alle nostre proiezioni
nel futuro, evitando il presente, ma il “qui e ora” è in realtà l’unico luogo in cui abbiamo la forza
e il potere di agire, in cui è possibile contattare i nostri bisogni e discernere la fantasia dalla
realtà. I nostri comportamenti attuali, ciò che viviamo e mettiamo in atto nelle relazioni affettive,
sono lo specchio delle difficoltà relazionali vissute nel passato; affrontare il presente ci induce a
essere protagonisti e ad assumere la responsabilità della nostra vita.
Fritz Perls propose la terapia della Gestalt più come una filosofia di vita che come un
modello terapeutico, pensando che ognuno potesse raggiungere una condizione di salute e
benessere, partendo dalla propria realtà.
Egli non si pose limiti nell’accettare tecniche e metodologie, purché utili a ritrovare la
consapevolezza di sé. Dalla psicanalisi assunse le libere associazioni, dalla bioenergetica il
lavoro sul corpo, da Moreno lo psicodramma, dall’analisi transazionale la lettura dei giochi di
ruolo, dalle filosofie orientali la meditazione e lo Zen, favorendo la nascita di una molteplicità di
interventi, capaci di far fronte alle più svariate situazioni di disagio.[185]
La Gestalt come pratica terapeutica inventata e proposta da Fritz Perls ha
una potenza trasformativa efficace e poggia principalmente sulla consapevolezza, l'autenticità,
l'espressione emozionale, l'autoregolazione organismica. Sono questi gli elementi e i fattori
personali che nella "prevenzione" della patologia neoplastica vengono proposti dai terapeuti
della Gestalt, con i gruppi di incontro, definiti come "T Group", (incontri di psicoterapia
motivazionali, musico terapia e arte terapia).

5.1.1 – La Teoria del campo



Il tema dell'interazione tra l’individuo e l’ambiente costituisce un altro dei fondamenti
della psicologia della Gestalt, in particolare per come venne sviluppato attraverso il lavoro di A.
Goldstein e di K. Lewin. Quest'ultimo, in particolare, utilizzando le ricerche che sul versante
della fisica delle forze elettromagnetiche andavano sviluppando Faraday, Hertz, Einstein e
Maxwell, elaborò quel modello interpretativo delle relazioni individuo/ambiente noto come
Teoria del Campo.
Ricordiamo inoltre la "sensibilità cellulare" per i campi elettromagnetici ed agli "sbalzi"
improvvisi causati da ragioni esterne, come l'ambiente, ed interne, come il proprio Sè.[186]
Secondo questa impostazione ogni oggetto è inteso in relazione al contesto nel quale è incluso.
La traslazione operata da Lewin dal campo delle forze fisiche di attrazione/repulsione ai
comportamenti che è dato osservare nelle dinamiche all'interno dei piccoli gruppi intesi, a loro
volta, come rientranti in sistemi di interazione più allargata, venne da Perls ripresa ed estesa
anche per ciò che avviene interiormente al singolo individuo.
L'individuo infatti, nell'espressione della sua esistenza concreta, non fa che muoversi
all'interno di un campo di forze originate da interazioni di attrazione o repulsione in rapporto ad
elementi esterni come pure risultanti da gl'equilibri di forza tra gl'elementi costitutivi del suo
mondo interiore.
L'interpretazione sviluppata da Lewin, nei confronti del comportamento dell'individuo come
"imprescindibilmente collegato al campo di forze del contesto ambientale in cui si trova" [187],
apriva quindi la possibilità di arricchire il tema della dinamica figura/sfondo di un ingrediente
fondamentale: quello appunto dell'elemento di forza teso a riportare il sistema ad uno stato di
equilibrio omeostatico e di ridistribuzione ottimale delle valenze energetiche all'interno di un
determinato campo.
Asserisce K. Lewin: “Il presupporre l'esistenza di uno stato stazionario di tensione,
inoltre, implica una certa rigidità da parte del sistema in questione”[188]
Tale rigidità, alla luce dei successivi sviluppi della Teoria di sistemi, è in relazione al fatto
che il sistema considerato sia rigido o elastico, chiuso o aperto.
“Mentre infatti un sistema chiuso tende a mantenere uno stato di equilibrio nel rapporto
tra gli elementi costitutivi, un sistema aperto, all'immissione di elementi nuovi o influenzabile
in qualche modo da altri sistemi o da un sistema più allargato che lo comprende, sarà soggetto
ad una dinamica continua di redistribuzione di forze e di aggiustamenti reciproci tra le
componenti”.[189]
Secondo Perls e Goldstein, l'uomo in realtà è cronicamente insoddisfatto e tale condizione
nasce appunto dalla sua incapacità di essere quello che è.
Più che una teoria generale sulla natura dell'uomo, Perls ci fornisce degli strumenti che hanno
dimostrato di essere utili nel cammino della ricerca della "dinamiche di personalità".
“In particolare, il nucleo che unisce innumerevoli esercizi, invenzioni e tecniche, resta
l'esercizio della consapevolezza di ciò che sentiamo, siamo, vogliamo o non vogliamo
scambiare con l'ambiente in cui ci muoviamo.”[190]
Molti delle tecniche presentate nella prima parte del libro Terapia della Gestalt del 1965
hanno lo scopo di produrre un sovvertimento degli schemi di riferimento vissuti come
imprescindibili e quindi rigidamente immutabili.
“Infinite ingiunzioni di tipo limitativo restringono in effetti la gamma delle nostre possibili
esperienze di vita e ci costringono forzosamente entro schemi ripetitivi di pensiero e di
comportamento in cui viene meno il fondamentale aspetto del fluire sempre nuovo del vivere e
del conoscere.”[191]

5.1.2 - Il Gesto

Il "gesto" assume nella Gestalt il principale veicolo della Terapia-Filosofia. Il gesto é
la "catarsi", che favorisce il processo che consente di esternare i sentimenti, le paure, le ansie, i
problemi, le angosce, le emozioni. Un buon lavoro gestaltico comporta quindi l’attitudine a dare
tridimensionalità al vissuto emergente.
Se la porta d’ingresso è un pensiero, ad esempio un ricordo o una traccia onirica, è utile
collegarlo appunto all’emozione associata nonchè alla sensazione somatica che la accompagna.
L’enfasi posta dall’approcco della Gestalt sul corpo, ha portato non raramente ad inserire la
stessa tra gli approcci psicorporei.
Tale impostazione, seppure non priva di fondamento, va chiarita con alcune precisazioni.
Perls riconosce a Wilhelm Reich come “la sua nozione di identità funzionale all'interno di un
fenomeno corporale (contratture e tensioni muscolari) ed uno emozionale e pertanto
psicologico (la difesa) fu la chiave per il lavoro sul corpo e la somatizzazione.”[192]
Ciò implica la consapevolezza che i fenomeni mentali e quelli fisici formano un’unità e
possono essere accessibili all'intervento psicologico così come a quello somatico. Questo
avvalora la tesi che le modificazioni fisiche, dall’emicrania alle modificazioni cellulari, sono
continuamente influenzabili dalla psiche e dal suo stato.
Reich fu il primo a mettere in relazione con chiarezza il funzionamento corporale e
psicologico come un tutt’unico. Formulò anche la prima metodologia somatica o "lavoro
corporeo" con obiettivi terapeutici attraverso "la liberazione di emozioni e di energia psichica
bloccata come una espressione di conflitti e fissazioni nello sviluppo”.[193]
Oltre ai contributi di Reich, Perls fa di frequente riferimento, specie nelle sue prime opere,
anche al lavoro di altri studiosi di seguito elencati:
1. M. F. Alexander, (allievo e collaboratore di Perls), ha incentrato i suoi interventi
sull’aiutare il paziente ad acquistare coscienza sui dettagli della sua postura e dei suoi
movimenti per migliorare l'uso che fa abitualmente del suo corpo e conseguire un
rilassamento delle tensioni inutili, un migliore uso della muscolatura e la sensazione di
leggerezza e libertà.
2. E. Jacobson, psicofisiologo americano che elaborò il metodo di "rilassamento
progressivo", centrato sulla regolazione del tono muscolare attraverso la riduzione
progressiva e volontaria della contrazione.
3. Laura Perls, (figlia di Fritz Perls), sintetizza a proposito del suo stile di lavoro: "Ogni
gestaltista sviluppa uno stile proprio; io lavoro molto con la coscienza corporale,
con la respirazione, la postura, la coordinazione, la fluidità dei movimenti, le
espressioni della faccia, i gesti, la voce, perché ho studiato musica, euritmia, danza
contemporanea, i metodi orientali che si basano sul corpo".[194]
Molti terapeuti della Gestalt sviluppano delle competenze anche in altre tecniche di
approccio corporeo che integrano al proprio lavoro clinico con sintesi diversificate e personali.
[195]
A partire dal gesto gestaltico, fino alle varie tecniche di psicoterapia alternativa sviluppatesi
negli anni della rivoluzione del sessantotto, più moderni stili di psicoterapia, come le terapie
motivazionali di gruppo, l'arte-terapia, la musicoterapia, la danza terapia o lo psicodramma,
segnarono il passo e testimoniarono come, in quegli anni di forte fermento ideologico-culturale,
l'attenzione si sia spostata da un'idea di psicologia con approccio rigidamente scientifico-
settoriale ad una olistica, fondata sulla persona sia dal punto di vista mentale che corporeo.
Questi molteplici lavori sul corpo, in stretta connessione con la mente e le emozioni, aprirono
il campo a tecniche nuove e alla sperimentazione con le discipline scientifiche e i modelli di
riferimento già consolidati, facilitandone la miscellanea e lo scambio produttivo di informazioni.
La sempre maggiore globalizzazione, la crescita dei media, la fine della guerra fredda tra
Occidente e Oriente, la liberalizzazione completa della "Rete internet", pongono il mondo delle
terapie psicologiche, in una situazione di comunicazione globale. Le culture, le conoscenze, le
filosofie, anche le più riservate, sono a disposizione di ogni studioso che desideri approfondirle.
Lo Yoga, lo Zen, le millenarie filosofie indiane e la medicina tradizionale cinese diventano,
via via, sempre più accessibili e si mescolano alla cultura occidentale e viceversa.
In questo contesto, nuovo crogiuolo di una nascente moderna cultura olistico-terapeutica
globale, l'uomo é nuovamente al centro come "persona", come entità energetica universale con il
potere di poter cambiare la propria vita ed il proprio destino.
Sono gli anni del Mahatma Gandhi, di Martin Luther King, di Madre Teresa di Calcutta,
di Papa Giovanni XXIII, di Kennedy, dei giovani in fermento in un mondo che cambia e che
cresce in fatto di consapevolezza sociale.
E' in questo nuovo contesto che si sviluppano le tecniche terapeutiche che attingono da un
passato millenario. L'uso della metafora, ad esempio, è una di queste tecniche. Usate
giornalmente nei discorsi, tanto come dai filosofi dell'antica Grecia, quanto da quelli indiani
degli anni '70, come: Sri Nisargadatta, Maharishi, Krisnamurti, lo stesso Gandhi, per provocare
"insight" in chi li segue ed ascolta.

5.1.3 - La Metafora

La metafora è da sempre un espediente didattico e un valido meccanismo di cambiamento e,
consapevolmente o no, i terapeuti usano le metafore per aiutare i loro clienti a effettuare i
cambiamenti desiderati.
E’ capitato a tutti nella vita di osservare un albero in modo troppo ravvicinato e perdere di
vista l’intera foresta. La metafora ha la funzione di fornire il suggerimento a chi osserva l’albero
di indietreggiare di qualche passo per avere la visione dell’intera foresta.
Gordon afferma che “la soluzione dovrà avere due componenti: il risultato desiderato e la
strategia di risoluzione del problema. Strategia di cambiamento: il risultato desiserato
presuppone una strategia di collegamento (di cambiamento) che il più delle volte verrà
indicata dallo stesso paziente dopo averlo aiutato a comprendere come le strategie usate in
passato non hanno condotto ai risultati attesi.
Spesso le richieste dei pazienti sono: “Non voglio più arrabbiarmi così…” oppure “Non
voglio più essere triste”, ma di per sè queste emozioni/comportamenti non sono il problema: il
problema sta nel modo in cui sono stati usati.
Non ci sono emozioni, comportamenti o esperienze intrinsecamente “buoni” o “cattivi” ma
tutto è utile se viene espresso in contesti, modi e momenti appropriati.
Aiutare il paziente a riformulare il proprio bisogno in modo che possa essere realisticamente
soddisfatto è uno dei momenti più delicati e importanti del processo terapeutico.
Giunti a questo punto è possibile iniziare la costruzione della metafora terapeutica che deve
avere determinate caratteristiche: mancare di indici referenziali (nomi o sintagmi troppo
specifici), verbi non specificati da avverbi modali (es. “entrò nello sgabuzzino e non “entrò
furtivamente nello sgabuzzino”), specificare l’oggetto di relazione delle emozioni (es. “era
arrabbiato con…” oppure aveva paura di…”), contrassegnare momenti rilevanti del racconto
metaforico con modulazioni del tono della voce.”[196]
L’ultima parte del testo, qualunque esso sia, si concentra sull’utilizzazione e sulle strategie da
usare per far sì che la metafora venga accettata dal cliente.
Prima di tutto non è necessario che il paziente conosca esplicitamente e coscientemente il
significato della metafora: se è veramente isomorfa, tutti i cambiamenti e collegamenti necessari
avverranno ad un livello inconscio.
Inoltre con alcuni pazienti, quelli che oppongono resistenze e annullano gli interventi del
terapeuta con il gioco del “sì ma…”, è opportuno usare metafore coperte come aneddoti su altri
pazienti o aneddoti di altro genere che abbiamo però l’obiettivo di far prendere distanza
dall’albero per permettere una più ampia visione d’insieme.
In alcuni casi è possibile utilizzare le citazioni di personaggi illustri e possibilmente
conosciuti anche dal paziente in modo da far dire a loro cose che vorrebbe dire il terapeuta ma
che rischierebbero di non essere accettate.
Inoltre, fra le varie possibilità di costruzione e utilizzazione della metafora c’è quella di far
lavorare il cliente attraverso una fantasia guidata. In questo caso, il cliente persegue una fantasia
di propria scelta, mentre la sua attenzione viene indirizzata dalle osservazioni e dalle domande
del terapeuta verso gli aspetti potenzialmente più significativi.
Altra variante è far trovare al cliente la soluzione di una metafora costruita dal terapeuta in
modo da attivarlo nella ricerca di possibili strategie di comportamento. Questa modalità è
risultata particolarmente efficace con i bambini. La metafora è neutrale, è come un magico vestito
che prende immediatamente la taglia di chi lo indossa. La metafora è dinamica, si adatta a
qualsiasi situazione mentale debba ricoprire, affiancare, accompagnare.

5.1.4 - Il Silenzio: favorire l'insight del paziente



Il silenzio, prezioso in ogni terapia, acquista, nel caso della terapia psiconcologica,
un’importanza maggiore per la particolare natura della patologia che spesso è, purtroppo,
terminale.
Il silenzio accompagna, accoglie, comprende, lascia spazio all'altro, favorisce l'insight, ri-
specchia, non giudica, consola.
Se nel modello psicodinamico il silenzio ha il preciso compito di "stressare" il paziente,
nella Gestalt ha quello di favorire il manifestarsi della reale personalità dell'individuo e con essa
le sue paure e le sue rabbie.
Nel ricercare materiale per la compilazione di questa tesi, ho incontrato le affermazioni seguenti
sul sito www.psicodipiu.wordpress.com, trovando in special modo interessanti quelle scritte
dalla dottoressa Simona Milani "Penso che a molti il silenzio faccia paura, forse perché
avvertito come un vuoto da riempire a tutti i costi, forse perché percepito come una forma di
passività, che può mettere a contatto con zone d’ombra o aspetti di sé temuti.
Al contrario, nel lavoro psicoterapeutico il silenzio è l’ingrediente indispensabile per
l’incontro con l’altro. Per un ascolto attento occorre stare in silenzio: solo nel
silenzio possiamo prestare attenzione alle parole del nostro interlocutore. Il silenzio può
essere accogliente ed empatico, in esso si può condividere il dolore di chi abbiamo vicino;
talvolta è lo stesso silenzio fonte di una comunicazione che va colta e svelata all’altro." [197]
Il silenzio affina le nostre capacità percettive ed induce alla creatività, diventa fecondo
quando ci fornisce lo spazio per riflettere e consolidare il nostro pensiero. Talvolta, il silenzio
porta in sé contraddizioni ed ambiguità di cui è bene prendere coscienza.
Nel corso delle interviste a compendio di questa tesi, ho "usato" spesso i momenti di silenzio
per favorire ricordi ed a volte anche momenti di insight dai quali sono emerse cose molto
interessanti anche per gli stessi intervistati.
Esiste anche un silenzio chiuso ed ostile, resistente alla comunicazione, usato per creare
distanza e per respingere chi cerca l’incontro: in questo caso si parla di mutismo e non di
silenzio. Nel mutismo c’è sfiducia e rifiuto di comunicare la propria sofferenza all’altro.
Tuttavia, proprio attraverso la terapia, è possibile ristabilire la fiducia perduta. In questa
cornice chi vive un disagio psichico trova uno spazio di accoglimento affinché gli stati emotivi
dolorosi possano essere espressi e contenuti e le esperienze traumatiche del passato elaborate e
superate.
Sempre la dottoressa Milani suggerisce "Generalmente, è noto che lo stare accanto all’altra
persona nel silenzio sia una delle esperienze più profonde: fra due amanti o due amici (ma
anche fra un genitore e un figlio), condividere il silenzio significa accogliere e rispettare il
mistero dell’altro, che ci stupisce con il suo sguardo d’amore. Ad esempio come diceva Pablo
Neruda: “La parola è un’ala del silenzio” [198]
Così scriveva Monoimo, uno gnostico del II secolo, a Teofrasto:
"Impara chi è colui che, in te, si appropria di ogni cosa e dice: Il mio Dio, il mio spirito, il mio
pensiero, la mia anima, il mio corpo. Impara donde vengono il dispiacere, la gioia, l'amore,
l'odio; donde viene che si vegli senza volerlo, che senza volerlo si ami. (...) perché, partendo
da te stesso, avrai trovato la via per uscire da te stesso." [199]
Uno dei canali più noti, fin dall'antichità, per raggiungere se stessi è il silenzio, itinerario di
ricerca ed illuminazione dei mistici. Per l'uomo moderno, che corre freneticamente, è difficile
abbandonarvisi. Egli é avviluppato nell'estenuante logica dell'attivismo, stordito e bombardato
dalla civiltà del rumore e sazio da stimoli di ogni genere, non ha dimestichezza con la privazione
di generi di prima necessità, e raramente trova in sè stesso la dimensione del silenzio,
classificandola come vuoto improduttivo. Nella modernità è difficile concepire l'idea della vita
disgiunta dal rumore.
Nella scuola buddista del "giusto mezzo" il silenzio è uno dei possibili "upaya" (trucchi) o
artifici didattici per contattare "il silenzio tonante".
Entrare nel silenzio è molto più che contemplare, in quanto richiede uno sforzo attivo del
corpo che si impegna in uno spazio simbolico, lontano dalla logica che condiziona l'ordinario
"pensare".
“Silenzio per ritrovarsi ad attingere dal fondo di se stessi, per evocare quello spazio muto
che chiamiamo semplicemente silenzio, ciò comporta la necessità di lasciare sullo sfondo,
dopo averli incontrati uno ad uno, tutti i pensieri e i predicati che scandiscono la storia e
l'identità di ognuno.”[200]

5.2 - LA COMPRENSIONE E LA GESTIONE DELLA


RABBIA

Come tutte le emozioni, anche la rabbia di per sé, non è né positiva né negativa. Le emozioni
ci sono semplicemente utili. Per viverle realmente come tali, occorre conoscerle, sentirle ed
essere in grado di dar loro un nome.

"Ogni muscolo cronicamente teso è un muscolo arrabbiato, dato che la rabbia è la
reazione naturale alla restrizione coatta e alla perdita della libertà." [201]

Secondo Lowen, la rabbia nasce come risultato della restrizione alla nostra
spontaneità, restrizione che facciamo per sopravvivere alle minacce che percepiamo provenire
dal mondo esterno e pertanto “la repressione della rabbia è un processo mortificante che
indebolisce la pulsazione interna del corpo, la sua vitalità e la sua eccitazione. Se si reprime
un sentimento, si reprimono, in qualche misura, anche tutti gli altri. Inoltre la rabbia repressa
non scompare, ma va a strutturare dei blocchi muscolari, oppure si va ad incanalare
inconsapevolmente in altri nostri distretti mentali e corporei, ponendo le basi anche per lo
sviluppo di sintomi psicosomatici.
Gli individui che per paura hanno represso la rabbia contro i genitori, per fare un esempio,
mostrano una notevole tensione nei muscoli superiori della schiena. Ma questo non significa
che la persona sia in contatto con l'impulso rabbioso sottostante, e molto spesso non è
consapevole della reale natura della propria “rabbiosità” di fondo.”[202]
La rabbia in bioenergetica, viene considerata da Lowen nella sua qualità di risposta
organismica alle frustrazioni che riceviamo dall'ambiente.
La sua posizione è una estensione della visione reichiana che ritiene lo sviluppo della nevrosi
come direttamente collegato al blocco, nel bambino, della sua capacità di esprimere rabbia
quando qualcosa minaccia l'integrità della personalità. Infatti, per Reich, la frustrazione di un
movimento teso al piacere porta al ritiro dell'impulso e ad una perdita di integrità nel corpo.
Questa integrità può essere restaurata solo attraverso la mobilitazione del sentimento
aggressivo: ecco perché Lowen considera la rabbia come l'emozione che guarisce.
L’espressione dell'energia aggressiva repressa è necessaria anche perché la rabbia
repressa non scompare ma va a strutturare i blocchi muscolari. Questa posizione non comporta,
certamente, andare nel mondo senza filtri rispetto alle proprie pulsioni aggressive. Anzi, secondo
Lowen, ripristinare la reazione organismica a questo livello permette proprio di evitare le
esplosioni di rabbia narcisistica, collera e ira. Infatti egli afferma che "La capacità di contenere
la rabbia è il corrispettivo della capacità di esprimerla efficacemente. Il controllo cosciente
necessario al contenimento è equivalente alla coordinazione e fluidità dell'azione che esprime
la rabbia. Perciò una persona non può sviluppare la capacità di controllo se non sviluppa la
capacità d'espressione."[203]
Contenimento e controllo, che in bioenergetica equivale a padronanza di sé, si sviluppano
quando si impara a mantenere l'eccitazione fino ad un livello elevato prima di scaricarla. I
bambini non hanno un Io sufficientemente forte, né una adeguata struttura muscolare, per avere
questo tipo di contenimento.
La salute psichica è connessa a questa adeguata capacità di contenimento e per questo
sostiene Lowen "Quasi tutti i pazienti hanno bisogno di molta pratica per coordinare i
movimenti e arrivare a compiere un movimento in cui sia coinvolto tutto il corpo". [204]
Un movimento che coinvolge tutto il corpo è un movimento in cui le sensazioni fisiche,
emotive e i pensieri sono connessi e si ha una piena consapevolezza e capacità di
autoespressione e padronanza.
Gli esercizi proposti nelle sedute hanno lo scopo di aiutare le persone a percepire la
qualità organismica di rabbia per acquisire la capacità di esprimerla e controllarla. Un controllo
che dipende dalla consapevolezza e non dalla repressione.
Gli esercizi, per avere un pieno effetto terapeutico, devono essere accompagnati da
parole che ne confermino il significato. Le parole danno oggettività al sentimento e aiutano a
mettere a fuoco l'azione. Dire: "sono tanto arrabbiato" mentre si colpisce il lettino o si percuote
un grande cuscino, integra la mente con l'azione corporea.
Il tono della voce riflette e determina la qualità dell'esperienza. L'uso della voce fa risuonare
il canale centrale del corpo aumentando notevolmente la carica energetica dell'azione.
La rabbia si calcifica nel corpo come una frattura fa con le ossa, le rende più forti ma allo
stesso tempo ne impedisce i movimenti. Come i batteri in una ferita che non pulita
immediatamente, imputridisce ed incancrenisce.
Il rischio, se non viene superata la rabbia custodita gelosamente all'interno di noi e che
"cronicizzando" ci "consuma" alterando la chimica del nostro corpo, è di indurre modificazioni
cellulari e neoplasie.
Urlare la propria rabbia percuotendo qualcosa è nello tempo liberatorio e canalizzante
dell'energia, sia essa negativa che positiva. Il corpo sprigiona energia attraverso la percussione
delle mani e delle braccia e unendo in una sola "forma" mente e corpo, coesi in un unico
momento energetico/catartico, favorisce l'espulsione catartica della rabbia e delle tensioni che
vengono scaricate sull'oggetto sostitutivo.
E' impossibile contrastare un nemico se non lo si conosce. Un anziano maestro giapponese di
Aikido, durante una cena, mi vide molto deluso ed arrabbiato con una persona che a quell'epoca
consideravo un nemico e mi disse: "Attento a non pensare così. Rispetta invece il tuo nemico,
egli è colui che ti può insegnare delle cose, molto di più dell'amico con cui sei in armonia, Il
nemico contrasta le nostre idee mettendole in discussione, amplifica le nostre paure, ed in
questo modo ce le fa conoscere e sperimentare. Un nemico si rispetta perchè per noi fa un
grande lavoro..." [205]
Un malato di cancro, non può non essere arrabbiato. Questo è ciò che mi hanno detto tutti i
malati oncologici con i quali mi sono ritrovato a parlare.
Questa rabbia, può essere considerata come un nemico o come un amico, può essere sfruttata
a proprio favore, se opportunamente convogliata con delle tecniche o delle terapie; oppure
"passivamente subita", spesso autoinflitta, e da essa venirne soppraffatti e schiacciati.[206]
“La rabbia di scoprire di essere ammalati; la rabbia che la malattia abbia colpito noi e
non un altro; la rabbia di doversi curare; la rabbia di dover fare la chemioterapia; la rabbia
di esser costretti a vomitare e stare male per poi, forse, stare meglio, la rabbia di essere
arrabbiati.
Questi i sentimenti di rabbia, che agitano la mente del malato oncologico, queste le paure, i
timori di non guarigione, la paura della morte, la rabbia e la sicurezza che nessuno possa
capire se non un altro malato come te, che come te stia rischiando la morte”.[207] (Nadia Crotti,
psicologa presso l’Istituto Tumori di Genova).
Nella fase post-trattamento i pazienti devono fare i conti con i timori di eventuali ricadute
quando i medici non controllano direttamente il decorso e quando non c’è un trattamento in atto.
Nella fase di progressione della malattia i pazienti cercano disperatamente nuove
informazioni, medici e terapie alternative. Infine nella fase terminale/palliativa vi è la presa di
coscienza della natura irreversibile della malattia. Le preoccupazioni possono riguardare
l’abbandono, la perdita di dignità del proprio corpo, il dolore fisico, l’angoscia per le
aspirazioni non realizzate e i figli lasciati senza protezione.
Diversi autori, tra i quali Le Shan e Kissen, si sono occupati di una possibile struttura di
personalità del malato di cancro. In particolar modo, essi hanno correlato la malattia a tipiche
situazioni psicologiche individuali, quali le esperienze di perdita o l’incapacità di espressione,
sul piano emozionale, delle pulsioni aggressive, ipotizzando peculiari tratti di personalità del
paziente oncologico.
E’ importante individuare quali meccanismi di difesa dell’Io vengano messi in atto più
massivamente, per inferire in quale direzione le scariche pulsionali si dirigeranno, se verso
la regressione psicologica, da cui avrà origine la malattia mentale nei suoi vari gradi, o la
regressione somatica.
Per autori come M. Biondi, A. Costantini, A. Mussa, R. Torta,[208] i pazienti portatori di
cancro utilizzano principalmente le difese della rimozione e della negazione, in modo più
accentuato rispetto alla popolazione sana ed alla popolazione affetta da altre malattie. Sarebbe
proprio a causa dell’incapacità o impossibilità di proiettare gli affetti negativi, che
deriverebbero il particolare tipo di alienazione che può rendere necessaria la conversione,
espressa somaticamente, delle emozioni di colpa, ostilità e depressione. Conducono al massimo
grado di scarica somatica o psichica solamente conflitti di particolare intensità soggettiva.
La neoplasia, sul versante somatico, e il deterioramento psicotico, su quello psichico,
rappresentano il più alto grado di disorganizzazione ed alienazione.
I diversi modelli di intervento psicoterapeutico sono sostanzialmente classificabili in due
principali categorie: psicoterapie individuali e di gruppo. Gli obiettivi qui di seguito specificati
possono essere ritenuti comuni a tali diversi modelli:[209]

 chiarire al paziente l’influenza ed il peso delle determinanti psicologiche
nell’ambito delle malattie “fisiche”;
 contenere lo stato di sofferenza incoraggiando i pazienti a verbalizzare pensieri e
sentimenti negativi;
 aiutare il paziente a sviluppare atteggiamenti e comportamenti più adattivi,
restituendogli il senso di controllo personale sulla propria vita;
 favorire la comunicazione tra il paziente, lo staff medico, la famiglia, favorendo
la soluzione di problemi pratici connessi con la gestione della malattia;
 restituire al paziente ed alla famiglia il senso del futuro.

5.3 - TERAPIE GESTALTICHE PER CONVOGLIARE


RABBIA E VIOLENZA
Le reazioni fisiologiche dell’organismo alla rabbia, sono, come tutte le emozioni, un
“autosegnale” del corpo rispetto ad uno stimolo esterno.
Quando nello scambio con l’ambiente avverto una sensazione di rabbia essa diventa “ciò che
succede in me”, in relazione a quel determinato stimolo, una sorta di “riscrittura” percettiva,
esistenziale ed esperienziale di stimoli esterni che altrimenti esisterebbero soltanto come stimoli
cognitivi, del tutto privi di ogni componente affettiva.
L’attivazione emozionale della rabbia coinvolge tutto il corpo, prima di tutto i muscoli poiché
la memoria muscolare è più antica, primitiva e fisica di quella cerebrale, (cervello rettiliano).
Lo stato emotivo della rabbia corrisponde ad una sorta di “preparazione” al successivo
comportamento che verrà agito. Può succedere che si attivi lo stato emotivo e che venga inibito il
passaggio all’azione, cioè dalla fase “preparatoria” non si passa a quella “consumatoria”. In
questo caso tutti i muscoli sono tesi e pronti all’attacco e all’aggressività. L’inibizione della
rabbia porta inevitabilmente a contratture nel corpo.
Se il corpo è lo strumento e i muscoli sono il tasto, nel caso dell’inibizione della
rabbia avrà luogo una vera e propria contrazione muscolare che modifica l’attività dei muscoli
coinvolti nella genesi dell’emozione in questione.
“I muscoli sottoposti a tale contrazione non producono più le oscillazioni di tono
sentimento-genetiche.”[210]
Così facendo, l’emozione non si consuma, il processo si blocca e, spesso, in modo del tutto
inconsapevole, si perde il vissuto soggettivo della sensazione emotiva.
“La rabbia rimane nel corpo, anche se non se ne è consapevoli, rimane come
bloccata dentro e può dar luogo anche a contratture croniche, difficili da sciogliere e davvero
resistenti. La contrattura cronica blocca dalla periferia del corpo, attraverso meccanismi di
stop retro-attivi, ogni evoluzione spazio-temporale dell’emozione.” [211]
Come scrive Vezio Ruggeri: "le contratture, i muscoli tesi come un violino hanno lo scopo
di impedire al soggetto di vivere e agire consapevolmente la rabbia. Queste contratture e
inibizioni possono diventare come meccanismi di difesa e componenti stabili della personalità
del soggetto. È davvero difficile scioglierle perché in modo quasi automatico e inconsapevole
l’individuo resiste al cambiamento e quindi allo scioglimento di tali contratture".
Se vengono manipolate e rimosse può darsi poi che lo stato emotivo riappaia in modo
violento e imprevedibile, con crisi di pianto, di rabbia o di panico. A volte queste crisi sono
passeggere e facili da assimilare per il soggetto, altre volte possono essere devastanti. [212]
Ci sono modi di trattare la rabbia con tecniche psicoterapiche gestaltiche, come ad esempio
portare l’attenzione e la consapevolezza alle zone contratte per scoprire a cosa possa essere
funzionale questo blocco e resistenza.
Nel momento in cui il soggetto ne prende consapevolezza e dà un senso a
quest’inibizione/blocco, può cominciare a lavorare per il cambiamento.
Ci sono, inoltre, altri "lavori" che si possono fare con la rabbia. Innanzitutto lavorando in
seduta si può scoprire che può essa può essere generata da un timore, da una paura e, in questo
caso, si può parlare di una sorta di rabbia reattiva, che porta l’organismo a reagire a ad agire.
Quindi è bene questa rabbia possa fuoriuscire dal corpo per trasfomarsi in un’azione
costruttiva per il Sé. Non sempre però è possibile sfogare la rabbia e prendersela con qualcuno o
qualcosa, e non sempre ciò è funzionale per l’organismo. Per questa ragione si possono usare dei
"sostituti" dell'oggetto causa della rabbia emersa come: il lettino, dei cuscini, il cavallo di legno
imbottito della bioenergetica, delle fascine di legno da percuotere con un bastone.
Nel caso di una diagnosi di cancro, la rabbia è rivolta a qualcosa che è dentro di noi.
L'evento, non solo ci rappresenta ma, in quanto non è fisicamente raggiungibile, diventa anche
materialmente impossibile reagire direttamente.
La rabbia è quindi rivolta a noi stessi che ci siamo ammalati ed immediatamente negata
perchè ci coinvolge direttamente. A questo punto i nostri meccanismi di difesa fanno il resto,
spesso bloccando, trascendendo, spostando e razionalizzando la rabbia.
E' nella "filosofia della Gestalt" il concetto che ogni strada è percorribile, quindi se per
esempio, colui che abbiamo di fronte è un soggetto razionale, non si potrà far altro che passare
attraverso la sua razionalità per poi cercare di scendere ad un livello più "emozionale" per
mettere in contatto la persona con la sua emozionalità e, quindi, la sua rabbia che, solo una volta
conosciuta, accolta ed accettata, potrà essere catarticizzata e sperabilmente, con il tempo
trascesa.



5.4. ​- PARALLELISMI TRA PSICOTERAPIA E ARTI
MARZIALI

Tutte le arti marziali possono essere concepite come una sorta di psicoterapia. L’efficacia
dell’approccio fisico è attribuibile alle basi fisiche (fisiologiche) dell’esperienza.
Piaget mostrò che i bambini imparano primariamente attraverso le vie visive, tattili e
cinestesiche, integrate in un secondo tempo da nozioni cognitive. Stern sostenne che la
modalità fisica dell’esperienza è presente lungo tutta la vita, e la capacità di ciò che egli chiama
“percezione transmodale” indica che l’apprendimento fisico è automaticamente trasportato alla
sfera cognitiva ed emozionale.
Fuller ritenne che alcune arti marziali posseggano qualità che sostengono la salute
psicologica e promuovono cambiamenti personali in una direzione socialmente desiderabile. Egli
puntò il dito sul fatto che i paralleli teorici tra la psicoterapia e le arti marziali sono diversi.
Parsons trovò una certa similarità di vocazione tra lo psicanalista e il praticante di arti marziali.
Nardi esamina i paralleli tra la rational emotive therapy di Ellis e alcuni principi della
pratica marziale ( un esempio tra quelli analizzati è il concetto di mushin, cioè uno stato in cui la
mente non è fissata in particolar modo su qualcosa ma rimane aperta e disponibile verso tutte le
cose e riflette come farebbe uno specchio.) Come Parsons, egli considera le capacità di uno
psicoterapeuta e di un maestro di arti marziali come essenzialmente complementari.
Saposnek discute le similarità tra i principi dell’aikido e le tecniche impiegate in terapia
familiare strategica (per esempio una visione circolare della causalità, l’uso del paradosso e altri
elementi).
Gleser e Brown fanno notare che il concetto di ju (morbido), cioè il concetto di cedevolezza
per poter usare la forza dell’avversario contro l’avversario stesso, è un concetto che è stato
inconsapevolmente applicato in terapia dinamica e nelle psicoterapie strategiche di parecchi
studiosi, tra i quali Erikson, Watzlawitck, Rogers, Bandler e Grinder. Reinhard, ad esempio,
collega l’aikido al metodo Feldenkrais.
Secondo Seitz le arti marziali hanno molto da offrire alla psicoterapia, particolarmente in
termini di energia (chi o ki), per quanto riguarda il corpo, la mente e le relazioni interpersonali.
Un’efficace gestione dell’energia è una dimensione importante nelle arti marziali, come nelle
professioni riguardanti la salute mentale. A ciò si potranno anche aggiungere i concetti di
"distanza", "posizione" e "tempi".[213]
Weiser e i suoi collaboratori sostengono le arti marziali come utili, appunto, per la salute
mentale oltre che per quella fisica. Rappresenterebbero dunque una legittima forma di terapia sia
per le nevrosi sia per alcune malattie mentali croniche, soprattutto se associate alla psicoterapia
verbale in soggetti che hanno difficoltà di relazione con la modalità verbale, come in pazienti
psicosomatici e alessitimici.
Come dimostrato, inoltre, da Kutz e collaboratori la pratica della meditazione e le arti
marziali evidenziano problemi che possono essere trattati in psicoterapia: difficoltà di relazione,
sentimenti di paura e la regolazione delle distanze interpersonali.
La pratica degli esercizi delle arti marziali può direttamente migliorare la salute mentale:
favorisce l’integrazione corpo-mente, il rilassamento, l’attenzione, la comunicazione e
l’autoaccettazione; come una psicoterapia, una pratica adeguata delle arti marziali innalza i
sentimenti di armonia, di controllo e il proprio senso di autostima.
Esattamente come nella psicoterapia, il processo può essere doloroso e frustrante, ma
favorevole per un’occasione di crescita, in particolare per i soggetti nevrotici, per coloro i quali
soffrono di sentimenti di inadeguatezza, un basso senso di autostima, ansia e depressione.
Stuart e Sacco le vedono, inserite in un adeguato setting terapeutico, come uno straordinario
aiuto, una forma di ego-building psychotherapy.[214]
Da quando si ritiene che le arti marziali possono offrire benefici psicologici, un grande
numero di persone ha guardato ad esse come ad un aiuto per trattare disordini psicologici.
Guthrie sostiene, per esempio, che con l’aiuto del karate, diverse donne hanno superato il
trauma causato da abusi psicosessuali, disordini alimentari, abusi da sostanze e vissuto in
famiglie disfunzionali. In un altro studio, Weiser e collaboratori mostrarono che la pratica del
karate Shotokan aveva aiutato un paziente ad ottenere più velocemente risultati in terapia
verbale.
Parecchi gruppi di persone sono stati seguiti per lo studio delle arti marziali come trattamento
psicologico. Il judo, per esempio, risulterebbe essere utile a soggetti disabili, ma potrebbe anche
favorire l’evoluzione di una psicoterapia, in particolar modo in soggetti regrediti e pazienti
psicotici violenti difficilmente raggiungibili con una terapia verbale. Anche il tai chi chuan
viene praticato con successo da soggetti con disabilità fisiche.
L’aikido negli adolescenti con problemi comportamentali fornirebbe maggiori incrementi
nell’autostima rispetto al trattamento tradizionale, e altri studi rivelano che le arti marziali
possono ridurre problemi comportamentali nei bambini. L’aikido è stato anche usato come
strategia d’intervento in studenti con gravi disturbi emozionali.
Si può subito notare una differenza fondamentale: gli sport occidentali tendono a enfatizzare
la competizione, mentre le arti marziali orientali pongono l’accento sull’autoconoscenza. Questi
ultimi, hanno quindi alla base una filosofia inerente al loro stesso modo di vivere, che enfatizza
tra l’altro l’osservazione rispetto all’azione, l’integrazione tra corpo e mente e una forte
componente meditativa. E’ per questo motivo che gli aspetti non-fisici delle arti marziali hanno
un’influenza a lungo termine sui cambiamenti psicosociali dei partecipanti.
Le ricerche che comparano le arti marziali con altre attività fisiche suggeriscono in genere
che le prime producono cambiamenti psicosociali migliori, sia qualitativamente che
quantitativamente, rispetto a quelli prodotti da molte altre attività.
Il tai chi chuan, per esempio, è ritenuto la pratica marziale per eccellenza per ridurre
l’incidenza dello stress. Rispetto ad altre attività fisiche, riduce l’incidenza di incubi notturni e
conduce a maggiori decrementi della rabbia e migliora i disturbi d’umore.
I risultati forniti da una terapia marziale sembrerebbero essere più efficaci di quelli offerti da
una psicoterapia. Questo probabilmente perché le arti marziali consentono, per loro propria
definizione, un soddisfacente lavoro sia sul corpo sia sulla mente.
Non si conosce, però, esattamente quali aspetti influiscano maggiormente sui vantaggi
psicologici offerti dalla pratica: potrebbe essere l’aspetto fisico, o la filosofia che soggiace a
ognuna di esse, o ancora l’influenza dovuta al maestro (molto più di un semplice allenatore) o,
probabilmente, la combinazione di tutti questi fattori messi insieme.
Esistono, invece, alcune problematiche che non sembra possano essere trattate con le arti
marziali. Jasnoski e collaboratori, per esempio, hanno trovato che l’esercizio aerobico era
efficace nel ridurre le caratteristiche della personalità di tipo A (aggressività. iper-allarme,
emozioni ostili), mentre con l’aikido non si otteneva lo stesso risultato.
A seguito delle ipotesi sulle possibilità psicoterapeutiche offerte si prospettano molteplici
sviluppi di ricerca, riguardo al loro impiego psicoterapeutico.

5.5 - Il KENDO: LA VIA DELLA SPADA COME


CANALIZZAZIONE DELLA RABBIA, COME ANNIENTARE
IL NEMICO DENTRO DI NOI

Nevrosi e psicosi non necessitano solo di terapie verbali o di psicofarmaci; le discipline
marziali che, per intrinseca natura, fondono corpo e mente hanno in questo campo virtù
terapeutiche.
E' ormai risaputo che, rispettando determinate condizioni, l’attività fisica induca un
miglioramento dello stato di salute; e migliorare il proprio stato di salute sembra essere
un’ambizione comune a molti. Ciò che invece merita di essere approfondito sono i benefici
psicologici connessi ad una pratica sportiva.
L’effetto terapeutico dello sport sullo psichismo sembra evidente: “lo sport è fondamentale
per un armonico sviluppo della personalità; è strumento di educazione, di socializzazione, di
equilibrio e di terapia; è fondamentale nello sviluppo ed è di notevole aiuto nei casi sia di
nevrosi sia di psicosi.”[215]
Nell’attività fisica non c’è solo il vivere la propria aggressività, c’è anche l’istinto dell’eros,
l’amore, la sessualità. “La dinamica di gruppo è l’esperienza attraverso la quale l’individuo
esprime delle cariche libidiche, di relazione istintuale e d’amore che vanno al di là
dell’individuo, dell’egocentrismo, della pura esperienza relazionale, e che determinano una
dinamica di rapporti più profonda.”[216]
Lo sport può esercitare un’enorme influenza, perché c’è uno scarico di tensioni, una catarsi,
la capacità di esprimere e di scaricare le tensioni. L’attività sportiva può dunque definirsi
psicoterapico-simile, perché favorisce l’emancipazione dell’Io, la sua naturale espressione, e un
sano ridimensionamento della realtà.
SUN TZU nel famoso libro “ L’arte della guerra” afferma in mdo efficace seppure sintetico “
Conosci il nemico e conosci te stesso: in centinaia di battaglie non sarai mai in pericolo”[217]
Cercherò di spiegare brevemente come, secondo me, il Kendo e la sua pratica, può avere un
senso in una tesi sulle patologie oncologiche e sulle loro implicazioni psicologiche.
Le ricerche scientifiche aventi per oggetto il kendô, sono attualmente molto limitate. Dal 1970
al momento della stesura di questo articolo, sulle riviste biomediche del circuito PubMed[218],
sono stati pubblicati solo 25 studi; di questi, 11 riguardano traumi acuti o cronici occorsi
durante la pratica, mentre i restanti 14 riportano le alterazioni metaboliche, anatomiche e
fisiologiche conseguenti la pratica e, spesso, derivano da osservazioni di casi singoli.
Di contro, nella banca dati SportDiscus-SIRC[219], sono censite 171 pubblicazioni riguardanti
il kendô, ma la maggioranza riguarda gli aspetti storici, tecnici e didattici della disciplina, e una
piccola percentuale studi di biomeccanica e metabolismo energetico. Verosimilmente è lecito
ipotizzare che numerosi studi sul kendô siano pubblicati in lingua originale su riviste giapponesi;
pertanto raramente si trovano i riferimenti bibliografici e in ogni caso la complessità della lingua
li rende di difficile, se non impossibile, interpretazione.[220]
La carenza di pubblicazioni scientifiche riguardanti le modificazioni psicofisiche indotte con
la progressione nella pratica del kendô nelle diverse fasce d’età e nei diversi sessi, rappresenta
una grave lacuna conoscitiva.
Sarebbe quindi auspicabile un maggior interesse della ricerca di base per chiarire i numerosi
aspetti biomedici legati a questa arte marziale, anche in rapporto ai diversi contesti culturali. In
Italia il kendo è poco praticato perché ancora sconosciuto. La Confederazione Italiana Kendô
(CIK)[221] raccoglie i praticanti la disciplina. Secondo i dati della CIK, in Italia ci sono 67 dojo,
ovvero luoghi, dove si allenano 1197 praticanti, detti kendoka.
Il nostro "referente " giapponese si chiama Masatake Sumi ed è il rettore dell'Università di
Fukoka in Giappone.[222] Egli è anche insegnante di pedagogia ed a capo della squadra dei
professori della stessa università. In pratica, come pedagogo, è colui che insegna agli insegnanti
di Kendo come si insegna quest'arte.
Ha fondato, inoltre, in Giappone, una associazione che si occupa di insegnare il Kendo nelle
carceri minorili. Egli é convinto che il Kendo ed il suo consegnuente "scarico" di aggressività
aiuti alla riabilitazione ed a trovare una strada per la rettitudine morale e l'equilibrio psicofisico.
La malattia neoplastica è forse il più temibile degli avversari perché è interno e perché ci
costringe a fare i conti con i nostri limiti e ad attivare una forza che a volte nemmeno sospettiamo
di avere.
Per esempio, é così che ogni lunedì mattina all’ospedale San Matteo di Pavia i bambini
ricoverati nel reparto di Onco-ematologia pediatrica indossano il karategi, la tradizionale divisa
bianca usata nel karate, e ingaggiano la loro personale battaglia contro il cancro, un’ora di
lezione per allenare il corpo ma anche e soprattutto la mente in un momento in cui si deve fare
ricorso alle risorse psichiche più profonde.
Gli esercizi aiutano i piccoli allievi a recuperare la motorietà e a riprendere coscienza del
proprio corpo. In Lombardia il San Matteo è stato il primo ospedale a ospitare questo corso che
per il momento è attivo solo a Firenze, Roma e Pisa. "Questo è più facile per i bambini che con
un corpo giovane e articolazioni e cartilagini ancora in via di continua formazione, perchè è
noto che la chenioterapia oltre a debilitare usuri, renda più fragili, e trumatizzabili:
cartilagini, tendini ed ossa. In considerazione del fatto che, durante la chemio vengono
somministrate anche cure a base di cortisone, l'insieme non giova di certo all'attività fisica ne
allo stato psicologico che nella maggiorparte dei casi è accompagnato da depressione e
svogliatezza." [223]
L’idea di utilizzare le tecniche e la filosofia delle arti marziali per aiutare i bambini malati ad
affrontare e gestire meglio la malattia e la quotidianità è dell’organizzazione no profit Kids
Kicking Cancer, nata dieci anni fa negli Stati Uniti su iniziativa di Rabbi Elimelech Goldberg,
professore di Pediatria alla Wayne State University School of Medicine.
Un altro esempio di come le arti marziali, spesso superficialmente vissute come meri
strumenti per scaricare la propria aggressività o imporsi sugli altri in modo violento, siano
anche vie di potenziamento e sviluppo armonico del sé. Potenziano disciplina, coraggio e
autocontrollo.[224]
In un articolo apparso sul mensile di "Famiglia Cristiana" del 28/03/2012, scritto dalla
dottoressa Veronica Ornaghi, psicologa, assegnista di ricerca presso l’Università degli studi di
Milano-Bicocca e attenta studiosa dello sviluppo delle emozioni nell’infanzia, dichiara che "Gli
psicologi dello sport evidenziano che le arti marziali sono molto utili allo sviluppo di bambini
e ragazzi perché allenano il corpo in maniera armonica, i muscoli diventano forti ed elastici,
le articolazioni si rinforzano e diventano più flessibili, gli istinti e l’energia vengono
incanalati secondo regole precise e non tarpati come invece avviene in tante altre attività
fisiche.
Bambini e cancro, un “binomio” non facile da concepire e accettare, né per i piccoli
ammalati né, tanto meno, per i loro genitori. Per andare incontro alle difficoltà, alle paure e
alle esigenze fondamentali mostrate dai bambini affetti da patologie tumorali, l’Ospedale
pediatrico Bambin Gesù di Roma, noto per l’eccellenza raggiunta in campo di assistenza
medica e di sviluppo della ricerca scientifica in ambito evolutivo, ha scelto di sposare e
promuovere un “progetto pilota” in Europa, dalla portata innovativa e originale. Si tratta
di Kids Kicking Cancer, (KKC, letteralmente “dare un calcio alla malattia cancerosa”), frutto
di un’organizzazione non profit fondata a Detroit, (Stati Uniti), da Rabbi Elimelech Goldberg,
(professore in Pediatria alla Wayne State University School of Medicine), il cui obiettivo si
traduce nell’utilizzo della filosofia e delle tecniche proprie delle “arti marziali” per aiutare i
piccoli pazienti oncologici ad affrontare e gestire meglio la malattia nella vita quotidiana."
[225]

In queste palestre di arti marziali, in particolare quelle per bambini con problemi oncologici, si
insegna ai bambini, alcune semplici tecniche mutuate dalle arti marziali, accanto a precisi
esercizi di respirazione, rilassamento e meditazione. In questo modo, gli istruttori cercano
di migliorare le capacità dei bambini di gestire il dolore e di affrontare le cure e le terapie, e
soprattutto di fortificare lo stato psicologico interno nei confronti della malattia, per viverne il
decorso con maggiore determinazione, coraggio e serenità.
Prosegue nell'articolo la dottoressa Ornaghi "Un progetto, dunque, che ha a cuore la qualità
della vita dei pazienti e l’offerta di un’assistenza a 360 gradi. Aspetto ben sottolineato
da Massimiliano Raponi, direttore sanitario del Bambin Gesù: «Sul fronte dell’accoglienza e
del miglioramento della qualità della vita dei nostri piccoli pazienti siamo quotidianamente
impegnati a trovare nuove opportunità di miglioramento. Le nuove opportunità fornite da
"Kids Kicking Cancer" stanno coinvolgendo dallo scorso gennaio ben 15 bambini che
frequentano con regolarità il corso offerto loro il lunedì, ai quali si uniranno ben presto anche
bambini affetti da altre malattie croniche. Non ci resta che attendere i benefici che da questo
intervento potranno prodursi sia per i bambini sia per i genitori".[226]
Il professor Asami Yutaka ha oggi 67 anni e visita ininterrottamente l’Italia dal 1989. Negli
ultimi due anni Asami Sensei, pur con il suo stile estremamente pratico, ha cominciato ad
affrontare temi piuttosto articolati e molte persone hanno richiesto una sintesi in italiano dei suoi
messaggi.[227]
Asami Sensei ha cominciato il kendo alle scuole medie nella città di Urawa, alle porte di
Tokyo, nella prefettura di Saitama.
Fu selezionato per accedere alla Tokyo Educational University, corso di Educazione Fisica, il
cui insegnante di kendo era uno degli “hanshi” più famosi del Giappone, Il Prof Nakano. Da
quell’Università, poi trasferitasi a Tsukuba (prefettura di Ibaraki), nota oggi come Tsukuba
University.
Una volta laureatosi i trasferì alla Iwate University nella città di Morioka, come insegnante di
Educazione Fisica, prevalentemente insegnando kendo.
In questo periodo arriva il cancro e l’operazione. Nella riabilitazione Asami si dedica tutte le
mattine alla camminata ed al jogging, percorrendo circa 10 kilometri. Questa abitudine (che
prosegue ancora oggi ma senza la corsa causa problemi al ginocchio) porta ad un potenziamento
consistente delle gambe, che si riflette nel kendo. in questo periodo comprende l'importanza del
kendo nella pratica quotidiana.
Dice Asami Yutaka: "L’importante è cambiare, per ampliare la propria esperienza. Solo
uno vince, uno arriva secondo, e tutti si confrontano con l’avversario, che in questo caso è
rappresentato dalla malattia neoplastica. Il nostro nemico da sconfiggere è interno a noi stessi
e perciò bisogna lottare ancora più forte. L'avversario che ci fronteggia, e che attraverso il
"Men", (elmo protettivo), non possiamo quasi riconoscere, può rappresentare la malattia da
sconfiggere."
Chi perde può demotivarsi. Shugyo, nel kendo, è l’approccio all’errore ed alla sconfitta
come normalità. Tutti gli attuali maestri hanno affrontato i propri errori e le proprie sconfitte.
Anche comprendere ed accettare la sconfitta può essere educativo per i più giovani e terapeutico
per tutti.
Nella pratica del Kendo sono state misurate le quantità di adrenaline, noradrenaline e di
cortisolo, quest'ultimo, che produrrebbe lo stress, tende a scendere, appena dopo la pratica, a
valori quasi poco misurabili. I tassi di serotonina salgono a livelli decisamente oltre la media e
rimangono stabili per molto tempo.
La paura e la soppravvivenza allarmano il Sistema nervoso simpatico, mettendo in moto una
serie di reazioni a catena di natura ormonale che hanno lo scopo di porre il corpo in "psizione
reattiva".
Le strade che percorrono le informazioni sono: organi di senso, (occhi o braccia), attraverso
questi, l'informazione arriva al talamo. Queste informazioni giungono al talamo attraverso una via
"alta", fino alla neo-corteccia cerebrale, ed attraverso una via una "bassa", all'amigdala.
La strada verso l'amigdala, "si trasmette" con tempi molto rapidi mediamente 12 millisecondi
che sono circa la metà di quelli impiegati per la trasmissione della Neo-corteccia che sono circa
24 ms.
Un colpo portato alla testa dalla spada di bambù usata nella pratica del Kendo và, mediamente
tra i 400 e gli 800 km/ora e percorre un tragitto di un metro circa.
Il tempo per poter colpire l'avversario è quindi da 4,5 a 9,0 millisecondi. Ne consegue che il
circuito sopracitato non ha il tempo di reagire all'attacco e ne risulta sempre sovrastimolato.
Il sistema nervoso simpatico risulta, così, sempre attivato, sempre all'erta a causa di un
possibile un nuovo attacco, (attivazione dell'arousal), sempre alla ricerca di una soluzione, si
attiva in un continuumm attacco/fuga, dimenticando tutto il resto intorno.
Sotto l'aspetto psichico ed energetico il corpo e la mente sono totalmente impegnati a
rispondere a questo stimolo psichico di "soppravvivenza", totalmente coinvolto a rispondere
agli stimoli che il combattimento impone, non lasciando spazio per altre attività se non quelle
dedicate al "significato sotteso" della conservazione di se stessi.
La pratica quotidiana, risulterebbe quindi altamente terapeutica sia sotto l'aspetto della
stimolazione neuroendocrina che fisica. Un ottimo mezzo per la prevenzione di ogni malattia sia
fisica che psichica.
Una delle ragioni per cui le arti marziali giapponesi, nella loro accezione più filosofica di
"DO" cioé "VIA", (intesa come via spirituale e di miglioramento di se), abbiano avuto molto
successo negli ultimi quarant'anni, sarebbe anche per la loro valenza "terapeutica" del "colpire",
"gettare a terra" il proprio avversario, in sostanza vincere senza nessun danno per l'altro. Come
afferma Tommaso Betti Berutto: "...si butta per terra, si colpisce l'avversario con la sicurezza
che questi non si fa male". In tutte le arti marziali la prima cosa insegnata è a cadere o a
ricevere i colpi senza farsi male..." [228]
Questa particolarità è importante per l'aspetto terapeutico dello scarico dell'aggressività,
senza produzione di inconsci sensi di colpa da parte dei partecipanti.
L’errore è l’ostacolo che ci serve per migliorare, lo stimolo ad un confronto con se stessi, in
una declinazione molto concreta, ovvero si tratta non tanto di fare meglio del proprio avversario
ma di fare meglio di quanto fatto nell’esecuzione precedente.
Per fare questo si deve necessariamente fare una disamina di se stessi per arrivare a
comprendere quale può essere una direzione di miglioramento praticabile e, a volte, è più
semplice potenziare i propri punti forti piuttosto che eliminare i punti deboli.
Risulta chiaro quindi che chi pratica kendo deve lavorare contemporaneamente su due fronti.
Migliorare il fondamentale, che richiede un lavoro ampio e ripetitivo, (ma non meccanico), e
migliorare nel cogliere l’opportunità, che richiede viceversa flessibilità e movimenti rapidi.
Non meno importante il coinvolgimento psichico sul corpo. Il colpo di spada parte dalle
braccia e spesso tutte le tensioni, la rabbia, le frustrazioni si accumulano, muscolarmente, sulle
braccia e sulle spalle.
Le tensioni accumulate a livello dello stomaco e della schiena, vengono "scaricate" dalla
schiena alle spalle, da queste attraverso le braccia alla spada, (che diventa soltanto un
prolugamento naturale delle braccia), il colpo portato all'avversario viene restituito dallo stesso
con un feed-back di azione-reazione immediata, che ne testimonia la "verità" del momento.
Questo scarica le tensioni accumulate ed in contemporaneamente "tranquillizza" i partecipanti
all'azione che nulla di negativo è accaduto ma che tutto procede, nella pratica quotidiana,
esattamente come deve andare.
In allegato alla tesi un lavoro condotto dai dottori:
Giovanni Corsetti - Sezione di Anatomia Umana, Dipartimento di Scienze Biomediche e
Biotecnologie
Alessandro Mahony - Sezione di Psicologia, Dipartimento Materno Infantile, Università degli
Studi di Brescia. Brescia, Italy
sul Kendo da titolo:
Variazioni di alcuni parametri psicologici indotte dalla pratica del Kendô
del quale riporto per completezza l' Abstract quì di seguito:
Questo studio, il primo in Italia, ha per oggetto la valutazione di alcune variabili psicologiche
nei praticanti di un’antica arte marziale giapponese: il kendô, “la via della spada”.
Si ipotizzava che i soggetti praticanti potessero presentare una modifica positiva della
personalità in base al grado conseguito con la pratica. A tal fine a 23 volontari, 13 maschi
(29,5±11.2 anni) e 10 femmine (29.3±10.5 anni) del dojo di Brescia sono stati somministrati
due tests psicologici standard multidimensionali: l’Adjective Check List (ACL) e il Cognitive
Behavioural Assessment (CBA-sport) versione 0.0.
I soggetti sono stati divisi in tre gruppi: 1°, principianti (6°-4° kyu); 2° gruppo, intermedi
(3°-1° kyu); 3° gruppo, avanzati/esperti (oltre il 1° dan). Tra i maschi 3 soggetti
appartenevano al gruppo 1, 4 al gruppo 2 e 6 al gruppo 3. Tra le femmine 5 appartenevano al
gruppo 1, 5 al gruppo 2 e purtroppo nessuna al gruppo 3. I risultati ottenuti sono stati coerenti
con le aspettative.
In generale si può affermare che solo con una pratica lunga e costante è possibile
conseguire significativi miglioramenti d’alcuni parametri della personalità, per esempio la
diminuzione dell’esuberanza nella ricerca della relazione con il sesso opposto, la ricerca di
una maggiore stabilità emozionale e delle situazioni, la disposizione a migliorarsi
psicologicamente, l’incremento dello pirito di sacrificio e dell’autocontrollo.
Tuttavia, tra le femmine si sono evidenziati anche benefici immediati soprattutto per
quanto riguarda la diminuzione dell’attivazione psicofisiologica, ovvero una migliore capacità
di affrontare stress e paure.
Il presente lavoro costituisce un primo passo verso ulteriori auspicabili ricerche sulle
conseguenze psicofisiche della pratica del kendô al fine di conoscerne le potenziali
applicazioni nel campo della psicologia, della pedagogia e più in generale del benessere
psicofisico.
Sebbene perseverare nella pratica sia spesso faticoso, i benefici che si conseguono
rappresentano un buon incentivo per iniziare e continuare la via della spada.[229]
I risultati ottenuti sono coerenti con lo scopo del kendô: disciplinare il carattere mediante
l’applicazione dei principi dell’arte della spada. Infatti, abbiamo trovato delle differenze
dovute al grado e al sesso dei praticanti nei parametri sotto elencati. Purtroppo la
comparazione tra maschi e femmine è stata possibilesolo tra i principianti e gli intermedi a
causa della mancanza di femmine kendoka esperte.
Il questionario CBA-sport ha rilevato differenze tragradi e sesso solo nell’attivazione
psicofisiologica enella consapevolezza corporea. Questionario psicofisiologico. Questo
parametro rappresenta un indice delle paure e dello stress. Si modifica rapidamente solo nelle
femmine dove si registra una significativa riduzione già tra i principianti e gliintermedi.
Per le donne, la pratica del kendô offre quindi il vantaggio di moderare l’attivazione
psicofisiologica prima di un avvenimento psicologicamente importante, consentendo di
acquisire un maggior autocontrollo e sicurezza in tempi relativamente brevi.
Consapevolezza corporea ed efficienza fisica. Rappresenta la capacità di auto-valutarsi in
termini di efficienza fisica e di fitness, mostrando una maggiore consapevolezza del proprio
aspetto esteriore. Eterosessualità. Rappresenta il bisogno di essere in relazione con l’altro
sesso. Coloro che ottengono alti punteggi apprezzano la compagnia e hanno una forte spinta
nei confronti degli individui dell’altro sesso.
Coloro che invece ottengono bassi punteggi tendono a mantenere l’altro sesso a debita
distanza e cercano minori rapporti intersessuali.
Il cambiamento rappresenta il bisogno di novità. Questi cambiamenti possono essere
considerati indici del raggiungimento di una maggiore stabilità psicologica, intesa come
capacità di adattamento e d’interpretazione dell’ambiente più matura, un miglior
contenimento delle pulsioni aggressive ed una maggiore capacità di analisi logica delle
situazioni, senza nulla togliere alla spontaneità del carattere.
Coloro che ottengono alti punteggi sono caratterizzati dalla disposizione a migliorarsi
psicologicamente e quindi da una costante ricerca volta al conseguimento dei propri scopi.
Il bisogno di comprendere gli altri rappresenta la capacità di sforzarsi di comprendere sia
il proprio comportamento che quello degli altri. I maschi dei gradi intermedi sembrano farlo
meglio delle femmine, le quali sembrano meno portate all’analisi, alla previsione di
situazioni, e meno efficaci nella gestione
dello stress.
Si passa da un eccessivo autocontrollo a scapito della spontaneità (soggetti con punteggi
alti) all’estremo opposto, rappresentato da un’eccessiva libertà d’impulsi che possono anche
interferire con la corretta pratica, sia nell’apprendimento che nei rapporti con i compagni.
Passando da principianti ad intermedi, i maschi sembrano essere più creativi, o per lo
meno acquisire più creatività rispetto alle femmine. Inoltre sembrano possedere una maggiore
ampiezza d’interessi, maggiore fluidità d’ideazione e maggiori abilità cognitive, mentre le
femmine, nel passaggio di grado, sembrerebbero più remissive e meno espressive.
La caratteristica del genitore critico rappresenta la tendenza di una persona ad esibire
comportamenti ostili. Coloro che ottengono alti punteggi sono portati a contrapporsi agli altri
e tendono a comportamenti narcisisti.
Coloro che ottengono bassi punteggi, invece, sono più aperti ai rapporti interpersonali.
Le conclusioni sul lavoro rappresenta il quadro delle variabili psicologiche rilevato nei
kendoka nella Scuola di Kendo di Brescia e, sebbene il campione esaminato appaia
relativamente scarso, costituisce un primo passo verso ricerche più estese ed approfondite
sugli effetti psicofisici di quest’antica ed importante arte marziale.
I risultati ottenuti sono stati incoraggianti ed abbastanza chiari soprattutto per i maschi,
quindi rimane la necessità di definire un quadro globale che possa descrivere l’intero percorso
della pratica in entrambi i sessi e nelle diverse età.
In generale possiamo affermare che solo con una pratica lunga e costante è possibile
conseguire significativi miglioramenti di alcuni parametri della personalità.
Sono tuttavia necessarie ulteriori ricerche per misurare i vantaggi della pratica durante il
percorso della “via”, e per poter confrontare i dati dei praticanti il kendô con quelli derivanti
da altre arti marziali, al fine di conoscere le potenziali applicazioni nel campo della
psicologia, della pedagogia e più in generale del benessere psicofisico. per questo lavoro si
ringraziano per la collaborazione i kendoka del dojo Sei-chu-do Kendô-Brescia, guidati dal M
° Livio Lancini, 7° dan di Kendô e più volte componente della Nazionale Italiana di Kendo in
campionati internazionali.










CONCLUSIONE
I tumori rimangono tutt'oggi il grande, se non il maggiore, flagello dell'umanità. Infatti, tranne
qualche successo parziale - come nel caso della leucemia infantile - non si intravvede ancora una
via di uscita, nonostante gli sforzi nei campi della ricerca, della prevenzione e della terapia.
Si ha l'impressione di rimanere stazionari malgrado un'enorme investimento, sempre
crescente, sul piano finanziario, su quello tecnico e intellettuale.
Così, sono sempre più numerosi gli oncologi, i medici e i ricercatori che rimettono in
questione l'ipotesi fondamentale sulla natura e sull'origine dei tumori e quindi sulla validità dei
mezzi a disposizione.
Ecco perché emergono interrogativi sempre più preoccupanti per i terapeuti familiari a
orientamento sistemico: fino a che punto possono essere validi i modelli, le categorie e le
differenze fondamentali sono utili nell'affrontare un problema di tale portata e nel ricercarne una
soluzione. Molti dei concetti oggi importanti per noi risalgono a Descardes.
Per lui, la psiche e soma, lo spirito e il corpo erano distinti e quindi due concetti nettamente
separati e separabili. L'uno materiale, una "res extensa" , e l'altro immateriale, una "res
cogitans".
Una tale concezione dualistica, presuppone che si attribuiscano le malattie sia all'anima che
al corpo, distinguendo la malattia dell'anima e della mente da quella del corpo. Questa
concezione ha, in seguito, condotto a distinguere le affezioni psicosomatiche, cioè le affezioni
dovute esclusivamente o prevalentemente alla psiche, dalle affezioni fisiche vere e proprie.
Da tempo, le ulcere, diverse forme di ipertensione arteriosa o asma bronchiale sono
considerate appunto come psicosomatiche, ma, seguendo l'evoluzione in campo medico, sono
state evocate sempre meno cause o fattori spirituali a vantaggio di una psicodinamica
individuale, di profili di personalità e di tipi di conflitto specifici. Sono state soprattutto le
concezioni psicoanalitiche che hanno incentivato la ricerca di tali dinamiche e profili.
Tuttavia, possiamo ormai considerare sorpassati questi tentativi. Perché nel frattempo, la
medicina psicosomatica, per riprendere il termine della ricercatrice americana Margaret Singer,
(1977), si è "sviluppata".
La Singer, partita dall'esaminare i fattori psicologici nelle malattie croniche, è arrivata a
studiare i fattori psicologici in tutte le malattie, ivi compreso il cancro.
Il gruppo di malattie nelle quali si possono mettere in evidenza le influenze psicologiche o
psico-sociali va: dalle infezioni da streptococco, passando per la predisposizione agli infortuni,
fino ai più comuni disturbi del sistema cardiovascolare e del metabolismo come il diabete.
Questo gruppo di malattie include oggi, anche le affezioni che interessano in questa sede, cioè
i tumori. Data l'attuale onnipresente diffusione delle influenze psico-sociali, diventa sempre più
difficile e problematico delineare per ognuna di queste malattie un profilo specifico di
personalità di conflitto.
Questo è altrettanto evidente per ciò che concerne i tumori. Tenendo presente queste
riflessioni, consideriamo qualche dato a proposito della medicina psicosomatica. Innumerevoli
studi epidemiologici, effettuati anche su animali, sottolineano l'importanza del ruolo dei fattori
somatici, e rispettivamente bio-fisiologici, nel cancro.
Questi studi dimostrano che in alcuni uomini e in alcuni animali esiste una predisposizione,
senza dubbio in parte ereditaria, di ammalarsi di tumore. Inoltre, sono state identificate migliaia
di sostanze pericolose e cancerogene che sostengono quest'ipotesi, come ad esempio i derivati
dei catrami o nitrosamine, contenute in alcuni prosciutti e salumi.
Quando questi prodotti sono assunti in quantità sufficiente per periodi abbastanza lunghi,
provocano l'apparizione di un tumore o ne aumentano il rischio. Infine, numerosi studi hanno
dimostrato come i processi infiammatori neurologici, ormonali, enzimatici, immunologici e
metabolici possono favorire l'insorgenza dello sviluppo di un tumore, con un'interazione
sorprendente e ancora in buona parte inesplorata.
Come contrappunto a questi studi e osservazioni pragmaticamente scientifico-biologici,
sempre più numerosi, viene dimostrato che i fattori psicologici e sociali giocano anch'essi un
ruolo importante in questa interazione e in questo complesso multifattoriale di cause.
Ad esempio, alcuni esperimenti effettuati su ratti e topi dimostrano che diversi tipi di stress,
come l'isolamento, la refrigerazione, il rumore intenso, le carenze nutritive, una densità di
popolazione troppo elevata possono aumentare il rischio di essere colpiti da tumore.
A questi bisogna aggiungere degli studi che hanno confrontato gruppi affetti da tumore e
gruppi di controllo mediante diversi metodi psicologici, riferiti a caratteristici comportamenti
sociali, quali: eventi traumatici dell'infanzia, conflitti emotivi, difficoltà di adattamento familiare,
professionale e così via.
Alcuni di questi studi suggeriscono che il rischio di tumore aumenta, fra l'altro, in seguito a
gravi perdite non elaborate, ad un'incapacità persistente di superare le difficoltà, una
disperazione che permane anche se non apparentemente dichiarata oppure ad una tendenza a voler
mettere a tutti costi secondo piano i propri personali bisogni vitali.
Questi dati della ricerca corrispondono più o meno, alle osservazioni dei clinici, oncologi,
internisti, chirurghi, psicoterapeuti e terapeuti familiari, i quali sostengono che chi abbia vissuto
di grave perdite, rifiuti, delusioni, così come una forma di disperazione persistente e silenziosa,
un'eccessiva moderazione, una idealizzata disposizione ad adattarsi, possono favorire
l'insorgenza di un tumore.
Nakagawa e Ikemi, (1977), due ricercatori giapponesi, descrivono una regressione del tumore
primario o delle metastasi in 21 pazienti affetti da cancro e non sottoposti al trattamento
convenzionale. Questa regressione fu verificata istologicamente e radiologicamente. I ricercatori
fanno notare la calma interiore, il sangue freddo ottimista e fiducioso di molti tra questi pazienti.
Queste considerazioni hanno trovato piena corrispondenza in tutte le interviste che ho
somministrato e dalle quali ho estratto quelle che sembravano più significative e pregnanti di
questi concetti. Le esperienze traumatiche, i dolori psicologici, (lutti non risolti, perdite, forti
delusioni non superate), forti contrasti familiari protratti nel tempo, possono essere i fattori
scatenanti di una malattia psicosomatica, compreso il cancro.
Studi in linea con l'orientamento di ricerca, sempre in espansione, potrebbero indurre ad
abbozzare il profilo tipico di un individuo minacciato da tumore. Max Weber, che ha introdotto il
concetto di "tipo ideale" nell'esistenza sociale, lo definiva come "una costruzione che non
riproduce esattamente la realtà, ma che si riferisce a ciò che è tipico".
La persona sciupa la sua salute, si espone, quasi sempre per cause psicologiche, in modo
eccessivo agli agenti cancerogeni come, ad esempio, il fumo, i sonniferi, i lassativi, minimizza i
sintomi della sua malattia, non tiene conto né dei segnali di allarme, né delle diagnosi di sospetto,
non concede mai alcun riposo al suo fisico.
Spesso per questi soggetti l'obiettivo è l'armonia, evitano i conflitti, non si rivoltano, si
sacrificano molto più per gli altri, in particolar modo per i membri della sua famiglia che, inoltre,
idealizzano. Dietro questa facciata di adattamento e di ottimismo, appaiono disperati e oppressi:
in fondo ogni cosa per loro è un peso, l'avvenire rappresenta un fardello.
Appaiono, così, indifferenti ai loro propri bisogni essenziali, la calma, il piacere sessuale,
l'attaccamento agli altri, il riposo. Hanno difficoltà nel trovare persone capaci di soddisfare i
loro bisogni, che non riconoscono distintamente.
Per quel che riguarda le relazioni familiari delle persone affette da tumore, le interviste
praticate possono dare al massimo delle indicazioni che vanno in una certa direzione.
Per anni, delle circolarità negative avevano esercitato la loro influenza nelle relazioni di
coppia della famiglia di questi pazienti, impedendo a tutti membri di aprirsi a discussioni intime
nelle quali fosse possibile dare e ricevere il coraggio di vivere, la consolazione e la
riconoscenza. Discussioni intime, che avrebbero dato, ove fosse stato necessario, la possibilità
di imporsi, di affermarsi, di manifestare in modo adeguato la collera, la rabbia, l'irritazione e la
delusione.
Invece, in tutta buona fede, non vi era altro che un gioco relazionale, di inganni reciproci e di
delusioni, nel quale alla fine non possono esservi che dei perdenti.
Le relazioni che questi pazienti hanno con i medici e con il personale addetto dimostrano
ancor più chiaramente quel tipo di comportamento. I pazienti affetti da tumore trovano maggiori
difficoltà di altri a ricevere un aiuto vero durante il colloquio terapeutico.
Essi continuavano anche in questa situazione esistenziale così precaria a sforzarsi di
manifestare ottimismo, spirito di sacrificio, eroismo, come apparentemente avevano sempre fatto
in situazioni difficili. Anche in questo frangente si irrigidivano davanti ai segnali che venivano
dal loro corpo e che dicevano loro: "sono stanca, stressata, malata, arrabbiata, ho paura, sono
in collera e non posso andare avanti così."
Spesso i pazienti non considerano questa loro "richiesta interna" come un'ultima disperata
richiesta di aiuto di un organismo stressato, un ultimo invito a cambiare tipo di vita, ai loro occhi,
invece, anche questa era la prova del loro ennesimo fallimento, estremo questa volta, e ciò le
portava a vergognarsi ulteriormente e a "rinforzare" il proprio autocontrollo eroico e lo spirito
di abnegazione.
Di fronte a un tale comportamento, il terapeuta si trovava oltre che nell'impossibilità di
ragionare empaticamente sulla situazione penosa delle pazienti, anche nell'impossibilità di
valutare obiettivamente la situazione, di chiarire, di aiutare a distinguere e a scegliere le
possibili soluzioni.
A questo punto, non ci stupisce che al momento in cui la biopsia confermava la natura maligna
del tumore, queste pazienti rifiutassero di affrontare una psicoterapia individuale o familiare.
Nell'esperienza fatta con l'Istituto di Psiconcologia delle Molinette, presso il centro dei
tumori di Candiolo e l'associazione di volontariato ANAPACA, le persone intervistate hanno
confermato questo modello, ed in qualche caso lo hanno rinforzato, confermando di aver preso
coscienza con la terapia psicologica di sostegno che il problema era nato molti anni prima, nel
caso di conflitti familiari, o che il motivo scatenante poteva quasi sicuramente imputarsi ad una
forte delusione, ad un lutto non superato, alla mancata voglia di vivere.
E' nella mia convinzione che una preventiva e corretta terapia di supporto psicologico possa,
se non evitare, allontanare il pericolo di una neoplasia, mettendo in armonia il soma e la psiche;
le emozioni ed il vivere sano; i rapporti con il sociale, con se stessi con la salute generale. Che
nel caso di uno stato neoplastico già conclamato, il processo catartico di espulsione delle
tensioni, della rabbia, della paura, possa se non guarire, favorire processi di rallentamento della
diffusione neoplastica e coadiuvare al meglio le terapie oncologiche ed aumentare la
sopportazione di cure pesanti come la chemioterapia.
















ALLEGATO : LE INTERVISTE
I nomi delle persone intervistate sono ovviamente di fantasia per coprirne l’identita’ e
preservarne la privacy nel rispetto personale e delle vogenti norme.
- ROBERTA
La signora Roberta ha 52 anni e nel 2001 si accorge durante la doccia che nell'area sinistra
tra il seno e la scapola le era spuntata una pallina molto sporgente e dura da farle pensare un
callo osseo di una costola fuoriuscito improvvisamente. Dopo aver fatto una visita dal suo
medico curante viene inviata prontamente a fare degli esami e un controllo istologico.
Il medico che la visita, sospettando una forma tumorale, fa un invio di urgenza all'Ospedale
Regina Margherita di Torino, presso la sezione ginecologica, dove ha Roberta viene praticata una
ecografia è in seguito anche un ago aspirato. La diagnosi di una forma neoplastica e perviene
dopo due settimane e si decide di operarla con urgenza.
La signora Roberta dichiara, di aver chiesto al medico che l'avrebbe operata, di fare una
"pulizia" accurata, senza badare troppo al problema estetico perché non avrebbe voluto
sottoporsi alla chemioterapia, che a suo dire sarebbe stata una cosa insopportabile.
L'operazione di Roberta si conclude con esito positivo il seno sinistro viene completamente
ripulito da ogni forma neoplastica è anche la zona superiore sotto clavicolare e ascellare subisce
la stessa terapia chirurgica.
A seguito di diversi controlli, nel corso dei mesi seguenti, non emerge nulla di importante.
Circa un anno dopo, durante un controllo di routine, un medico del reparto oncologico delle
Molinette di Torino, viene insospettito da alcune macchioline scure presenti nell'altro seno
destro.
Si procede a una nuova biopsia che evidenzia la presenza di una probabile metastasi, creatasi
dal seno sinistro, si decide quindi di intervenire chirurgicamente e proseguire la terapia anche
con la chemio.
Il fisico di Roberta sembra ben recepire e reagire alla chemioterapia, lei si dichiara forte e si
dimostra molto battagliera nei confronti del male che l'affligge e della situazione critica che, dice
lei: "ho voluto affrontare con il giusto eroismo metropolitano che deve contraddistinguere una
madre in prima battuta, ed una donna che viene colpita da questa spiacevole situazione...".
A seguito della chemioterapia e durante nuovi controlli, si nota che i punti neoplastici si sono
ridotti e non sono proliferati. Si decide comunque un nuovo intervento anche sul seno destro, ed
in quell'occasione, per favorire anche una migliore visione di se, ad un intervento di plastica
mammaria al fine di non compromettere completamente la propria percezione di femminilità.
Questo, dichiara Roberta, ha aiutato molto la sua autostima e non ha ostacolato ulteriormente i
rapporti sociali sia con le amicizie che con il marito.
Gli effetti chemioterapici prodotti sul corpo di Roberta, sono stati quelli classici, dimagrimento,
(che peraltro Roberta non ha dato molto fastidio essendo sempre state in sovrappeso di almeno
una ventina di chili, dopo la nascita del figlio), perdita dei capelli e delle sopracciglia,
infossamento degli occhi, stanchezza pressoché cronica, con dei picchi nei due giorni seguenti la
chemioterapia, orbite oculari infossate, ipersensibilità gengivale, perdita di gusto e olfatto. Tutti
questi effetti, fortunatamente, sono scomparsi all'interruzione della terapia.
Il forte carattere di Roberta, in primis, ma soprattutto una stretta ed importante rete familiare,
composto da due fratelli più grandi, una madre e un padre ancora vivi, un marito e un figlio,
hanno fatto sì che Roberta potesse vivere tutta la fase della chemioterapia e della convalescenza
in modo spensierato, attivo, autoironico, quasi allegro.
Roberta mi ha dichiarato, che senza i suoi fratelli, ed in particolare quello di età più vicino a
lei, molto accudente, premuroso, gentile, amorevole, non avrebbe sicuramente avuto le stesse
possibilità di riuscita e di speranza che invece avuto con tutte le figure familiari presenti intorno
a lei.
Suo figlio allora di quattro anni, è stato molto accudito dal marito, che si è prodigato nei
momenti più difficili. Vista l'età molto giovane del figlio, Roberta ha avuto sicuramente degli
stimoli ulteriori per combattere la malattia e fronteggiare tutti i momenti difficili e complicati
della chemioterapia.
Nonostante queste dichiarazioni, apprendo che tra il primo intervento e il secondo, Roberta si
è separata dal marito. A seguito della mia richiesta di chiarimenti riguardo questi sviluppi della
vicenda familiare, Roberta mi confessa che in realtà il desiderio di separarsi era molto
antecedente la scoperta della malattia neoplastica, è che il periodo di crisi fisica, non ha fatto
altro che amplificare le difficoltà e le convinzioni di non essere fatti l'uno per l'altro.
La signora Roberta il marito è sicuramente un ottimo padre, ma la convivenza stretta proprie
del matrimonio, ha fatto capire Roberta che in realtà i due non si amavano e soprattutto lui non la
desiderava, quanto lei avrebbe desiderato lui. Questo allontanamento quasi naturale ha avuto una
svolta poco prima della notizia della malattia, quando il marito, ingegnere dell'Alenia Spazio, si
è fatto assegnare un lavoro in Olanda, che lo teneva fuori di casa tre settimane al mese.
Anche dopo la comunicazione della malattia il fatto che il marito non abbia affrettato il suo
rientro ma, invece, lo abbia poi fatto a sua naturale scadenza del contratto, ha fatto intendere
Roberta che l'interesse per lei non era di certo dei più alti, convincendola che la separazione
sarebbe stata una naturale conclusione.
A fronte di alcune domande più profonde, sulla natura e composizione della famiglia di
origine di Roberta, emerge un difficilissimo rapporto con il padre, anche lei descrive come un
padre padrone, che incuteva paura e rispetto a tutta la famiglia, e a tutti coloro che osassero
frapporsi tra le sue decisioni e la famiglia stessa. Il padre viene descritto come un amante delle
belle cose, e delle belle donne, sempre alla ricerca di avventure che lo portassero fuori
dall'ambito familiare. Nello stesso tempo unico portatore di reddito della famiglia, vantava il suo
diritto decisionale, anche in base all'aspetto economico.
Roberta dichiara la sua sofferenza fin dalla più tenera età, per come il padre trattava tutti in
specie al modo la madre, che non aveva quasi diritto di parola. Questa situazione ha sempre
pesato a Roberta che riferisce un racconto della madre di quando lei era in maternità per la
nascita di Roberta e di padre entrando in ospedale, dove era molto conosciuto perché
sindacalista, incrociando un'infermiera riceve la notizia della nascita di un bel maschietto, che
sarebbe stato in ordine cronologico il terzo. Il padre molto orgoglioso recatosi però dalla madre
apprende che l'infermiera si era sbagliata e che lui era diventato padre di una bella femminuccia.
Questo ed altri aneddoti riferitemi da Roberta pervadono di un grigiume affettivo tutta la vita
di Roberta bambina, preadolescente ed adolescente dopo. Divenuta grande con l'aiuto dei fratelli,
consiglia la madre di separarsi da un padre così schiavizzate, prepotente, egoista. Consiglio che
la madre accetta separandosi dal marito.
Il rapporto con il padre non è buono nemmeno ora, che Roberta ha oltrepassato i
cinquant'anni. Nel proseguimento del calvario neoplastico di Roberta, come lei stessa definisce,
dice di prendere coscienza che il rapporto con il padre, sempre stato così conflittuale, potrebbe
anche essere una delle cause psicosomatiche delle forme tumorali che lei ha sviluppato in questi
anni.
Lei dichiara che dopo aver molto letto sull'argomento e su diverse filosofie orientali, crede di
aver capito che non potendo punire il padre in altro modo, potrebbe averlo messo alle strette con
una soluzione radicale rappresentata dalla sua malattia.
Roberta ha subito altre tre operazioni di medio piccole entità una al cervelletto, una sotto una
vertebra intrascapolare, e dal momento è sotto osservazione e nuovamente sotto chemioterapia,
per alcune macchie al fegato.
Lei è sempre molto combattiva, e sempre più convinta che andando risolvendo piano piano il
suo rapporto con questo "padre conflittuale", riuscirà a non solo stare meglio ma a rallentare
molto il processo di metastasi se non addirittura a risolverlo.
L'obiettivo di una guarigione, o come lei stessa dice, almeno di una più lunga vita possibile,
nella maniera più serena possibile, lontano dagli odii, e dai sentimenti negativi che hanno
pervaso parte della sua vita, sarà probabilmente possibile, se non sconfiggere, allungare molto la
sua vita, (almeno così lei spera), e nello stesso tempo dare serenità a suo figlio invece che a
autocommiserazione e disperazione.
Roberta è stata molto contenta del nostro incontro, soprattutto perché spera che le cose
donatemi da lei, possano perché no in qualche modo, aiutare anche gli altri. Volontaria da alcuni
anni, dell'associazione ANAPACA, che ha sede a Torino centro, ed un importante punto di
riferimento presso la struttura oncologica di Candiolo, ormai famosa in tutt'Italia, presta il suo
servizio di ascolto aiuto sia nella struttura, che a domicilio.



- ELISABETTA
La signora Elisabetta ha 66 anni e nel 2011 le viene diagnosticato un mieloma osseo,
normalmente localizzato lungo la colonna vertebrale, ma può tuttavia presentarsi in qualsiasi altra
zona dello scheletro. Non è inusuale che il dolore scaturisca poi in una vera e propria frattura a
causa del progressivo indebolimento dell'osso colpito.
Il dolore osseo e le possibili fratture sono causate dalla proliferazione delle cellule tumorali
nel midollosi con centro della neoplasia nella colonna vertebrale, a seguito della quale la Sig.ra
Elisabetta subisce fino a tre plastiche di trapianto osseo alla colonna vertebrale.
Dopo aver iniziato il primo ciclo di chemioterapie inizia a sentirsi meglio ma dopo alcuni
mesi necessità di un nuovo trapianto a causa di un nuovo peggioramento della situazione generale
e della scoperta di una nuova metastasi creatasi all'anca.
La Sig.ra Elisabetta era una bella donna, che a suo dire, prima della malattia, era circa 15 cm.
più alta. Lavorava come assistente di volo per l'Alitalia dalla quale si è congedata quando é
andata in pensione.
Madre di due figli, Marco e Alessandro, avuti da due diversi mariti, che ora hanno 42 e 38
anni e che vivino a Roma presso il primo marito e padre del primo figlio di Elisabetta.
Il primo marito e padre di Marco viene definito da Elisabetta come una persona molto avaro
ed egoista. Definito come una persona che ha, principalmente, sempre pensato solo a se stesso ed
i figli, sopratutto il primo, sarebbero "ammaliati" ed in parte anche succubi del padre.
Elisabetta definisce i figli, entrambi, egoisti, approfittatori e sfruttatori, dato il fato che si
presentano da lei solo quando ne hanno bisogno. Le ragioni principali sono quasi sempre soldi o
appoggio logistico.
Di questo lei ha sempre sofferto molto ma dichiara che, da quando ha dovuto confrontarsi con
la malattia, ha imparato ad abbandonare progressivamente la rabbia il rancore ed anche molti
sensi di colpa fuori dalla sua "porta", perchè ha capito che, in ogni caso, non sarebbero serviti a
nulla, e che magari, secondo lei hanno coadiuvato l'insorgere della malattia stessa, quindi ora che
è ammalata ha deciso di togliersi molti "sassi dalle scarpe" e, finalmente si sente libera di poter
fare e dire ciò che vuole.
Elisabetta racconta di un padre molto affettuoso ma totalmente succube di una madre despota
e aggressiva che decidava tutto ed esigeva molto da tutti i componenti della famiglia composta da
Padre, Madre, Lei ed una Sorella maggiore, che sono ormai anni che non vede e con la quale
dopo il primo matrimonio non ha mai molto parlato.
Il padre di Elisabetta è morto di un cancro al fegato 14 anni fa, mentre la madre dopo un
penoso cammino di Alzeimer 5 Anni fa. Definito da Elisabetta come una benedizione divina,
visto il pessimo rapporto che aveva con la madre.
Il processo di solitudine e di rabbie, condito da innumerevoli sensi di colpa per la cose più
svariate, vengono identificati da Elisabetta come in viatico per la malattia.
E' convinta che: "...queste rabbie e questi continui sensi di colpa abbiano alimentato i suoi
problemi di Mieloma carcinoso e che averi repressi per anni abbiano causato l'esplosione
della malattia..." ;
Lei stessa definisce come: delle cose che ci portiamo dentro, alle quali, anche se ci fanno
soffrire ci affezioniamo, ma, che una volta portate "dentro" stando li ristagnino e, con l'andare
del tempo, marciscano, trasformandosi nel famoso "Brutto Male".
Elisabetta appare molto lucida circa il suo destino e dice:
"...so che devo morire, ma, dal tronde, non lo dobbiamo fare tutti? Solo che a me accadrà
prima. Ma, in fondo, prima di cosa? Prima di quando? Sappiamo che a nessuno è concesso di
sapere quando finirà il proprio tempo e quindi, non ci resta che accettarlo. Di certo posso
dirle che da quando non mi tengo tutto dentro sto meglio; o si certo che sto meglio...molto
meglio. Dovevo solo cominciare prima a mandare a quel paese le persone stupide ed a farmi
meno problemi per le persone alle quali di me poi, non gliene importa niente...figli compresi.
- ALFONSO
Alfonso De Martino era un mio amico fin dall'infanzia dall'età di 3 anni giocavamo insieme
sotto casa. Era impiegato presso l'ufficio IVA della Regione responsabile nel CED, (Centro
Elaborazione Dati).
Nel 2002 venne accusato dal suo superiore, di usare gli strumenti informatici della struttura
per uso personale cosa assolutamente non vera e, che in seguito fu anche dimostrata. Ci fu una
causa legale che vinse, purtroppo postuma la sua scomparsa.
Alfonso era una persona piuttosto geniale fin dai tempi della scuola elementare egli si
interessava all'elettronica e con l'avvento della "generazione informatica" delle macchine
divenne un esperto di Computer a tutti i livelli, sia hardware che software. Questa piccola
divagazione per spiegare una parte della sua personalità e delle sue tendenze.
Lui, onesto e leale com'era era stato profondamente deluso e amareggiato dall'accaduto e non
riuscì mai a capacitarsi del fatto che ci fosse qualcuno che aveva potuto credere alla sua, anche
banale, disonestà. Che non fosse solamente una montatura per screditarlo.
Durante i nostri frequenti colloqui, Alfonso mi confidò spesso che avrebbe voluto avere le
possibilità di dimenticare tutto con un solo colpo sulla testa.
Alcuni anni, circa due, difficile definirlo ovviamente con esattezza, Alfonso sviluppò una
neoplasia al cervello. Fu operato due volte e fece tutte le cure di routine ma non guarì, anzi
peggiorò velocemente e morì.
Da persona intelligente ed istruita qual'era, si rendeva conto lui stesso, che ci fosse un
collegamento tra il trauma psicologico e la forte pressione socio-professionale alla quale era tutti
i giorni sottoposto e la sua malattia neoplastica. In particolare diceva sempre, addirittura avendo
la forza di scherzarci sopra, che aveva usato troppo il cervello e così si era usurato oltre modo.
Certamente la sicurezza scientifica non si potrà avere, almeno non per ora ma, il collegamento
apparrebbe significativo se non palese per certi versi a tutti coloro che lo hanno conosciuto. La
moglie e la sorella ne sono addirittura certe. Il trauma psichico è stato così forte da farlo
ammalare, di cosa e come non lo possono dire ma i problemi sono arrivati subito dopo la
denuncia da parte del posto di lavoro.
Difficile dire dove sia la verità che, presumibilmente, si "annida" sempre nella via di mezzo.
Dopo una discussione scientifica e volutamente asettica e scevra da sentimenti di ogni tipo, che
ho avuto con i medici che hanno curato ed operato Alfonso, si può però ipotizzare che il germe
della neoplasia potesse essere già presente e che il trauma sia stato il fattore scatenante che abbia
fatto "esplodere" la malattia.
Anche in questo caso la "somatizzazione" della sindrome neoplastica troverebbe un riscontro.



- CARLA
La signora Carla, classe 1952, ha sviluppato un carcinoma maligno al collo dell'utero nel
1979, all'età di 27 anni, risolto attraverso un'operazione di asportazione parziale per poter
consentire un regolare ciclo di menarca ed ormonale.
La storia familiare e psicologica di Carla inizierebbe secondo i suoi racconti e le sue prese
di coscienza dalla seconda infanzia. Proviene da una realtà contadina dell'Astigiano con un padre
molto autoritario e manesco seconda genita di una famiglia composta da padre madre fratello più
vecchio di lei e sorella più giovane di lei.
Cerca un'indipendenza in giovane età sciegliendo di andare a frequentare le magistrali a
Torino insieme alla sorella più giovane. Trascorsi gli anni della scuola superiore nel 1970 si
iscrive all'università di Torino alla facoltà di lettere.
Nel corso di una vacanza di lavoro come "baby sitter" nel 1972, presso una famiglia
benestante della borghesia torinese, si innamora di un uomo abbastanza più grande di lei con il
quale inizia una relazione di convivenza felice e profiqua sotto l'aspetto sia sentimentale che
intellettuale. Li legano, oltre che l'amore, anche un'intesa intellettuale molto stimolante per
entrambi.
Nel 1977 il compagno si ammala del morbo di Hopkins per il quale viene curato per circa
due anni prima di morire. durante la malattie e le cure che vengono effettuate privatamente in una
clinica Svizzera, Carla che durante la settimana studia e lavora a Torino, parte per raggiungere
l'amore della sua vita, (come lo definisce lei stessa), in aereo il venerdì sera per tornare il lunedì
mattina.
Nel corso di un anno e mezzo anche lei si ammala e le viene diagnosticato il carcinoma che
viene asportato con successo e nessuna metastasi. In questo periodo lui che pare stare meglio e
viene nel frattempo dimesso, le sta accanto prendendosi cura di lei.
Secondo i racconti della signora Carla, è convinta che la forma tumorale le sia venuta per
tutta una serie di vissuti e di concomitanze psichiche di desideri inconsci e di recondite
convinzioni che lei si era fatta nel tempo; ad esempio il fatto che prima o poi avrebbe potuto
avere dei figli dall'uomo che amava, e che prima o poi si sarebbero sposati ed avrebbero vissuto
felici come fino ad allora per il resto della vita che entrambi speravano lunga e felice.
La sua malattia, secondo lei stessa, arriva nel momento di massima preoccupazione e tensione
per quella di lui.
Il lavoro fatto a suo tempo con una terapeuta porta alla coscienza come insight che un
carcinoma al collo dell'utero non poteva che, sotto l'aspetto psicosomatico: " ...figli o con te o
con nessu'altro al mondo...".
Alla morte di lui un enorme vuoto rimane per molto tempo e l'elaborazione del lutto prenderà
diversi anni nei quali la signora si legherà, a detta sua, sempre con persone sbagliate e a volte
che avrebbero avuto problemi di dipendenza da alcool.







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INFORMAZIONI SULL'AUTORE


Dr. Fraticelli Marco laureato in Psicologia della Comunicazione presso l'Istituto SSF-
Rebaudengo - Università Pontificia di Torino con una tesi sulla "Destabilizzazione dei Figli
Adottivi e Biologici all'interno del ciclo vitale della coppia e della famiglia".
Laurea Magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma con una
tesi sulla Psiconcologia.
Master di 1° livello in Sistemica Relazionale e Familiare presso L'Eteropoiesi di Torino.

- Counselor Psicologico - Sistemico Relazionale iscritto al Registro Nazionale dei
Counselor Professionisti CNCP n° 9326.

- Partecipante e conduttore di gruppi Gestaltici sulla Coppia e sulle problematiche
ad essa collegate. Coordinatore di gruppi di incontro sulla coppia e la famiglia dal
1987 al 1995.

Il Modello di riferimento "Sistemico" é perciò quello che prende in carico il Sistema nella sua
integrità, piuttosto che il singolo componente del sistema stesso, senza mai perdere di vista
l'importanza della "Persona", ma con uno sguardo più ampio sul Sistema, (per es. il Sistema
Famiglia).
Il Counseling sistemico è il processo relazionale, che si attiva tra Counselor e Clienti,
(individui, famiglie, gruppi o istituzioni), per il raggiungimento degli obiettivi concordati.
Essi consistono nel fornire opportunità e sostegno per sviluppare le loro risorse e promuovere il
loro benessere come individui e come membri della società affrontando specifiche difficoltà o
momenti di crisi.
Il "Cliente" è la persona, la coppia, la famiglia o l’organizzazione che richiede di essere aiutata
mediante un’opera di supporto, in un percorso formativo o un processo di sviluppo personale
inerente una specifica problematica.


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