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INNOCENZO III, papa


di Werner Maleczek - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 62 (2004)

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INNOCENZO III, papa. - Lotario nacque verso il 1160-61 a


Gavignano, nel Lazio, a sud di Roma, figlio di un Trasmundo "de
comitibus Signie", con cui non si allude al titolare di una contea di
Segni, ma a un membro della nobiltà fondiaria che poteva essere
annoverato tra i notabili della cittadina vescovile. La madre Clarissa
apparteneva alla famiglia romana degli Scotti, circostanza che segnala
precoci relazioni della famiglia con Roma. Col pontificato di I. III
iniziò l'ascesa della famiglia, che fu presto chiamata Conti e che
divenne una delle casate nobiliari più influenti dell'Urbe fino agli inizi
dell'Evo moderno.

Lotario ricevette la prima educazione a Roma e in seguito, nella


seconda metà degli anni Settanta, fu mandato a Parigi. Dopo aver
frequentato i corsi di arti liberali, si dedicò alla teologia e tra i suoi
professori lo stesso Lotario dava particolare risalto a Pietro di Corbeil.
Probabilmente Lotario frequentò anche le lezioni di Pietro Cantore, il
più influente dei maestri parigini alla fine del XII secolo.
Questi studi segnarono profondamente il suo modo di pensare e di
argomentare e lo misero in contatto con un'élite intellettuale sulla
quale, divenuto papa, poté in parte appoggiarsi, non da ultimo
nominando cardinali suoi esponenti. Secondo l'anonima biografia del
pontefice, i Gesta Innocentii III, Lotario studiò anche a Bologna, ma
non si va oltre questa breve notizia. Poiché Bologna era il centro
indiscusso degli studi di diritto romano e canonico, le congetture
secondo cui Lotario possa avervi studiato teologia o altre discipline
appaiono poco convincenti, tanto più che le eccellenti conoscenze
giuridiche del papa sono state incessantemente celebrate dai suoi
contemporanei. Non è escluso che a Bologna sia stato allievo
dell'illustre decretista Uguccione, come riferirà centocinquant'anni più
tardi Giovanni d'Andrea, ma un rapporto diretto fra allievo e maestro
è poco probabile. Comunque il soggiorno a Bologna dovette essere
stato relativamente breve, circa tre anni, assumendo come termine
cronologico il conferimento del suddiaconato da parte di papa
Gregorio VIII, che nel corso del suo pontificato di appena sette
settimane soggiornò solo in Toscana e in Emilia Romagna, e che fu
proprio a Bologna tra il 18 e il 20 nov. 1187.

Il decisivo avanzamento di carriera giunse nell'autunno 1190, quando


Clemente III lo nominò cardinale diacono dei Ss. Sergio e Bacco.
Lotario entrò così nel novero dei numerosi chierici romani che quel
pontefice, originario di Roma, elevò al cardinalato dopo la
riconciliazione con il Comune nel 1188, con l'intento di rafforzare i
suoi sostenitori locali e tutelandosi in tal modo da tendenze antipapali
nella classe comunale dirigente. Il 7 dic. 1190 sottoscrisse per la prima
volta in questa veste un privilegio papale. In questo tempo Lotario
fece restaurare a proprie spese la piccola chiesa dei Ss. Sergio e Bacco
al foro Romano, oggi scomparsa.

Negli oltre sette anni del suo cardinalato non ebbe mai un ruolo di
spicco nella Curia, malgrado firmasse la maggior parte dei privilegi di
papa Celestino III. Più volte gli venne affidata, per lo più con altri
cardinali, l'istruzione preliminare di processi. È giunta fino a noi la
risposta, poco significativa, a una lettera dell'imperatore Enrico VI,
indirizzata anche agli altri porporati.

La vera importanza del periodo di cardinalato di Lotario è nelle opere


da lui scritte, che lo mostrano saldamente ancorato alle correnti
spirituali del suo tempo.

Il De miseria humane conditionis risale probabilmente al 1194-95 e rientra


nella categoria della letteratura del contemptus mundi, in cui l'uomo viene
descritto come una creatura che si è allontanata dal Creatore e diviene
vittima della propria superbia. Il tono di fondo pessimistico e desolato
dell'opera avrebbe dovuto essere temperato da un secondo trattato,
preannunciato nel prologo ma mai apparso, sulla dignità della natura
umana. La fosca visione del mondo che trapela da queste pagine
sembra essere stata uno degli atteggiamenti di fondo del pontefice,
che ritorna in molte lettere e sermoni, comunque sempre attenuato
dalla certezza dell'azione salvifica di Cristo.

L'opera conobbe un immenso successo. Se ne sono conservati più di


700 manoscritti, dato che dimostra come essa possa essere annoverata
fra gli scritti religiosi più letti del Medioevo.

Il De missarum misteriis, trattato liturgico-allegorico, commenta in modo


esauriente la messa papale e vi ricollega affermazioni teologiche
sull'eucaristia, tra le quali un posto preciso spetta ai problemi, a essa
collegati, della transustanziazione e della reale presenza, interpretando
la messa come memoria della vita di Cristo. Anche l'abbigliamento
liturgico è spiegato in senso allegorico tradizionale. Inoltre il trattato
introduce all'ecclesiologia del pontefice.

La tradizione manoscritta (circa 200 manoscritti conservati) e una gran


quantità di estratti e rielaborazioni mostrano come anche quest'opera
rappresenti un importante fondamento per l'interpretazione dei
sacramenti fra le generazioni successive, tanto più che in essa sono
esposte idee che riemergono in decretali e canoni del IV concilio
Lateranense.

Nella prima parte del De quadripartita specie nuptiarum Lotario delinea


un'interpretazione spiccatamente allegorizzante, dall'impronta
personale, dei quattro tipi di unione matrimoniale, una carnale e tre
mistiche (uomo-donna, natura umana e divina nella persona di Cristo,
Cristo-Chiesa, Dio-anima); nella seconda, difficilmente collegabile alla
prima, commenta in modo convenzionale il Salmo 44.

Quest'opera, la più originale del futuro papa, risulta illuminante non


solo in relazione alle usanze matrimoniali dell'epoca, ma anche alle
idee ecclesiologiche di Lotario. L'opera sopravvive solo in pochi
manoscritti e scarsa fu la sua influenza su autori successivi.

Per disegnare un panorama più esauriente è opportuno menzionare


ora anche gli scritti più tardi, iniziando dai Sermoni.

L'affermazione contenuta nei Gesta, secondo cui I. III sarebbe stato


"sermone tam vulgari quam litterali disertus" (c. 1), viene confermata
dai contemporanei del papa e molte occasioni in cui predicò sono ben
documentate, per esempio il sermone di apertura del IV concilio
Lateranense. Sono traditi circa 80 sermoni di I. III, in gran parte
inseriti in una raccolta del 1202-04 destinata all'abate di Cîteaux,
Arnaldo, successivamente ampliata. Considerando i manoscritti
tramandati (oltre 60), dovettero destare comunque un notevole
interesse. Sono documentabili anche frequenti paralleli con altre opere
e lettere.

Pochi mesi prima di morire I. III prese la penna ancora una volta per
scrivere un commento ai Salmi penitenziali, che presenta un interesse
teologico e ha un'impronta molto personale.

Quest'opera di rilievo, tramandata in circa 30 manoscritti e debitrice


dell'interpretazione allegorica nello stile della teologia scolastica,
mostra il papa, dopo diciotto anni di pontificato, ancora all'altezza
della dimestichezza acquisita a Parigi con i testi biblici, ma rivela anche
lo scetticismo del vescovo universale, all'apparenza così potente, il
quale guarda scoraggiato alla propria opera.

Quando, l'8 genn. 1198, Lotario di Segni fu eletto papa nella zona del
Settizodio e si fece consacrare e incoronare (22 febbraio) era il più
giovane dei 24 membri che componevano il Collegio cardinalizio. Nel
governo della Chiesa era un "foglio bianco", ma evidentemente, oltre
all'origine romana, lo rese consigliabile la sua personalità dalle qualità
spiccate, alla quale i suoi elettori affidarono la carica suprema in una
difficile congiuntura politica e in un periodo di instabilità sul fronte
ecclesiastico-religioso.

Anche se il carattere del papa e le sue inclinazioni si rivelarono


pienamente solo nel corso degli anni, già in questa fase si può tentare
di delineare un profilo della personalità di Innocenzo III. Vennero
magnificate dai contemporanei la sua grande cultura e la sagace
intelligenza, che gli consentiva di afferrare rapidamente le situazioni e
di emettere un giudizio conforme ai suoi principî. Poteva contare
inoltre su una straordinaria memoria e sul dono di sapersi esprimere
in modo brillante sia oralmente sia per iscritto. La sua prontezza di
spirito, abbinata al senso dell'umorismo, affiorava soprattutto nelle
udienze giudiziarie, circostanze in cui poteva anche diventare
sarcastico o addirittura cattivo, e non esitava a usare un linguaggio
diretto perfino nelle occasioni cerimoniali. Il suo zelo era smisurato,
tuttavia non lo si può definire un maniaco del lavoro, poiché era di
salute cagionevole, e quindi seppe risparmiarsi adottando ritmi
lavorativi ragionevoli e concedendosi una pausa di riposo pomeridiana
ed escursioni nella natura. Soffriva il caldo in estate, si rammaricava
della sua costituzione fragile e le malattie lo confinavano spesso a letto
(primavera 1198, autunno 1199, particolarmente acute nell'autunno
1203 e alla fine del 1209). Sopra tutti gli atti politici e giurisdizionali e
sui provvedimenti di organizzazione ecclesiastica che abbracciavano
l'intera Cristianità non va dimenticato che I. III era un uomo
profondamente pio, il quale, più di una volta, si rammaricò che le
occupazioni di governo lo distogliessero dalla preghiera e dalla
meditazione. Sempre rigorosamente determinato a salvaguardare la
purezza della fede e della morale, gran parte delle sue iniziative
scaturirono da un atteggiamento religioso di fondo da cui tuttavia a
volte si discostò per ragioni politiche.

Volendo isolare dall'ampio corpus di testi le idee centrali di I. III, è


inevitabile chiedersi in quale misura il papa fosse direttamente
coinvolto nella stesura delle lettere - oltre 10.000 - redatte a suo nome.
È certo che gran parte delle normali lettere giudiziarie, i privilegi e le
consuete lettere di grazia siano stati scritti senza il suo personale
contributo; è però fondata l'ipotesi che il papa non abbia affidato ad
altri la formulazione di testi più complessi. Parallelismi riscontrabili fra
le lettere di argomento teologico, sermoni e trattati, affermazioni di
fondo di carattere giuridico e teologico determinanti, reminiscenze
personali, giudizi insoliti su persone e situazioni, uso sporadico del
singolare invece del pluralis maiestaticussuggeriscono un forte apporto
personale di I. III nelle formulazioni più importanti.

Nel sermone della consacrazione, o in occasione di una


commemorazione di quest'evento (Patr. Lat., CCXVII, col. 658), lo
stesso I. III descrisse la propria posizione come quella di vicario di
Gesù Cristo, successore di Pietro, consacrato del Signore, Dio del
faraone, che è posto al centro fra Dio e gli uomini, al di sotto di Dio
ma al di sopra degli uomini, che è inferiore a Dio ma superiore
all'uomo. Profondamente compenetrato della dignità e della
responsabilità del suo ufficio, il papa, soprattutto nei primi anni del
pontificato, continuò a sviluppare le idee tradizionali relative
all'istituzione papale e, anche senza formularle sempre in modo
stringente, le difese con grande fermezza, dando prova anche di una
notevole flessibilità spirituale per imporre certi diritti. Le idee relative
al primato della giurisdizione, alla competenza legislativa, alla riserva
di tutte le "causae maiores" e delle canonizzazioni, il diritto di
convocare e presiedere i concili generali non erano affatto nuove, ma
I. III le perseguì con un'intransigenza e una coerenza mai riscontrate
fino a quel momento nel Papato. I. III si considerava "vicarius
Christi", dalla cui posizione di re e sommo sacerdote, sull'esempio di
Melchisedec, si faceva derivare la "plenitudo potestatis" pontificale.
Egli trasferì al papa e alla Chiesa il modello paolino del capo e delle
membra, analogamente ritenne la Chiesa romana, identificata con
Pietro e i suoi successori, la "mater omnium ecclesiarum" e la Sede
apostolica romana la fonte dell'intero diritto canonico. Talvolta
l'"ecclesia Romana" fu addirittura equiparata da I. III all'"ecclesia
universalis". Il primato, inteso in senso estensivo, includeva anche
l'episcopato universale, fatto che significava negare in via di principio
la derivazione del potere vescovile dall'autorità divina; esso veniva al
contrario interpretato unicamente come partecipazione alla pienezza
del potere papale ("vocati in partem sollicitudinis"). I. III non mise in
discussione in linea di massima l'elezione dei vescovi, ma considerò
traslazioni, postulazioni, deposizioni e modifiche dei confini delle
diocesi un diritto esclusivo del papa, dal momento che facevano parte
del primato di giurisdizione. Nei confronti di patriarchi e metropoliti
esercitò il suo potere assoluto in modo ancor più rigido. Questa
concezione del potere assegnava al papa non solo la posizione di
ultima istanza d'appello nelle questioni giudiziarie, ma anche la facoltà
di intervenire in ogni fase di un procedimento, in qualità di "iudex
ordinarius omnium", avocandolo a sé. I. III si attribuì inoltre un'ampia
competenza nelle questioni riguardanti gli ordini, che gli consentì non
solo di prendere in esame nuove regole e modificarle a propria
discrezione prima che entrassero in vigore mediante l'annuncio
papale, ma si comportò negli affari personali e materiali come un
superiore universale degli ordini.

Nelle questioni relative al potere temporale I. III incarnò posizioni


differenziate. Nel Patrimonium S. Petrie nella città di Roma si considerò
sovrano temporale con tutti gli attributi dell'autorità e i poteri
coercitivi connessi. Come signore feudale gli spettavano anche diritti
d'intervento diretto, sia nello Stato vassallo che era il Regno di Sicilia,
soprattutto durante la minorità di Federico II, sia in Inghilterra, il cui
sovrano Giovanni Senzaterra si era sottomesso al papa nel 1213
secondo il diritto feudale. Una serie di regni, pur non avendo un
rapporto di dipendenza feudale con il papa, intratteneva stretti vincoli
di fedeltà e di obbedienza canonica nei suoi confronti: l'Ungheria, la
Norvegia, l'Aragona, che con l'incoronazione di Pietro II nel 1204
non divenne un feudo, ma con cui il pontefice istituì un particolare
rapporto di protezione che comportava il riconoscimento del Regno
di Pietro; analoga era la situazione della Bulgaria.

Ma la rivendicazione del potere temporale da parte del papa come


"vicarius Christi" trascendeva i limiti dell'ambito ecclesiastico per
includere la "Christianitas" nella sua totalità. Non significava,
comunque, un diritto concreto di sovranità universale, ma un governo
spirituale che poteva investire anche questioni temporali. Sulla
supremazia del "Sacerdotium" nei confronti del "Regnum" non
sussistono dubbi, come testimonia per esempio la metafora sole-luna
ricorrente più volte in questo contesto (Die Register, I, 401, pp. 599-
601; Regestum Innocentii III, 141, 179, pp. 333, 386). Dunque il potere
secolare, in seno alla Cristianità, assolveva il proprio compito solo a
condizione di uniformarsi all'autorità spirituale. In accordo con i suoi
obblighi spirituali come "vicarius Christi", egli interferiva spesso in
veste di pacificatore nelle questioni temporali. L'esercizio del potere
temporale era inteso unicamente come un intervento sussidiario in
singoli casi, ispirato dalla convinzione che il suo diritto alla guida
temporale fosse di tutt'altra natura di quello dei principi. Per illustrare
le rivendicazioni di I. III relative all'esercizio del potere temporale i
canonisti del Duecento fanno spesso riferimento alle
decretali Venerabilem (marzo 1202), Per venerabilem (autunno 1202)
e Novit(aprile 1204), senza tuttavia tenere nella debita considerazione il
fatto che questi testi dovevano giustificare l'azione in una situazione
concreta.

Le idee del pontefice relative all'Impero erano estremamente


complesse, in quanto vi si mescolavano l'azione politica nella disputa
per il trono tedesco, le rivendicazioni territoriali nell'Italia centrale, la
minaccia di un accerchiamento svevo del Patrimonium S. Petri, la
tradizione di pensiero curiale e le dottrine dei canonisti. Gran parte
dei testi relativi a questo insieme di argomenti si trova nel registro
sulla disputa per il trono tedesco, ma anche in uno scambio di note
con l'imperatore bizantino. Poiché il papa è "caput et fundamentum
totius Christianitatis", all'imperatore non spetta alcuna giurisdizione
universale: se pure la sua dignità imperiale lo pone al di sopra dei
"regna", questo non gli attribuisce comunque una sovranità immediata
ma solo un rango e una considerazione più elevati.

Il potere imperiale discende direttamente da Dio, non dal papa, ma


l'imperatore ha con il "vicarius Petri" un particolare rapporto di
contiguità, che si fonda sul suo dovere di proteggere la Chiesa di
Roma. Al contrario, la Chiesa di Roma poteva far valere nei confronti
del suo "defensor" precisi diritti, allorché gli conferiva il titolo
imperiale tramite consacrazione e incoronazione: il diritto di verificare
la sua idoneità, di punirlo laddove fossero stati violati dei doveri o in
caso di ostilità e, in ultima istanza, il diritto di affidare l'"imperium" a
un altro popolo. Nella decretale Venerabilem I. III precisò e ampliò la
sua concezione distinguendo fra elezione e incoronazione imperiale: il
papa riconosceva ai principi tedeschi il diritto di eleggere il re, e in tal
modo egli era già "in imperatorem electus", tuttavia lo collegava alla
dottrina della traslazione e sottolineava la sua facoltà di verificare la
dignità e l'idoneità del candidato - com'era necessario per qualsiasi
consacrazione - prima di incoronarlo imperatore.

Sotto I. III la Curia divenne un centro di potere dalle competenze


fortemente ampliate, commisurato alle pretese universalistiche del
Papato. Nei confronti dei suoi collaboratori più stretti, i cardinali, I.
III mantenne, in senso sia giuridico sia ideale, la sua posizione sovrana
in cui non vi era spazio per un governo oligarchico esercitato dal
Collegio cardinalizio o addirittura per considerare di origine divina il
potere di questo. Ma il papa era consapevole della funzione
imprescindibile dei cardinali. Il Collegio cardinalizio nel 1198 si
componeva di 24 membri, provenienti in massima parte da Roma o
dal Patrimonium S. Petri. Nei primi anni di pontificato, I. III ne destinò
un contingente abbastanza notevole alle legazioni, all'amministrazione,
alla giustizia curiale, ma già dal 1202 al 1204, grazie al parziale
rinnovamento del Collegio cardinalizio, è possibile individuare un
circolo ristretto di cardinali annoverabili tra i suoi collaboratori
prediletti: sono soltanto pochi i sopravvissuti del "vecchio" gruppo.

I. III creò 30 cardinali in sei tornate (1198, 1200, 1204, 1206, 1212,
1216). Più della metà era originaria di Roma e del Patrimonium S. Petri;
in tal modo egli intendeva legare al sistema di potere curiale famiglie
insigni della città e del contado: quattro dei cardinali erano anche
imparentati col papa. In questo senso il suo nepotismo non
oltrepassava il livello abituale ai suoi tempi. Alcuni cardinali dovevano
la loro ascesa ai servizi resi nella Cappella pontificia, nella Cancelleria e
nella Camera. Altri appartenevano al ceto dirigente di Milano, Vercelli,
Capua, pochi erano gli stranieri: tre francesi, uno spagnolo, due
inglesi. Questi ultimi, Stefano Langton e Roberto di Corson,
erano magistriall'Università di Parigi, una scelta che illustra uno dei
criteri applicati da I. III nell'individuare i suoi collaboratori più stretti:
essere dotati di una solida cultura. Al contrario era irrilevante
appartenere a un ordine religioso, infatti solo tre cisterciensi rientrano
nel gruppo di cardinali creati dal papa. I. III convocava i cardinali a
consulto - il concistoro ha un altro significato - e discuteva con loro
tutti gli affari più importanti.

La Cancelleria, preposta alla redazione di privilegi e lettere, fu oggetto


di un'attenzione particolare da parte del papa, in quanto vennero
incrementati vigorosamente sia la produzione scritta (stimata oltre le
10.000 lettere) sia, di conseguenza, il personale impiegato (notai,
scrittori). A capo della Cancelleria, col compito di datare i privilegi,
erano tre notai, in carica da uno a tre anni; solo dal dicembre 1205 al
giugno 1213 Giovanni Odelo, cardinale diacono di S. Maria in
Cosmedin e imparentato col papa, svolse le funzioni di cancelliere
della Chiesa romana. La sua importanza era modesta.

Durante il pontificato I. III riformò la Cancelleria a varie riprese - la


cronologia è incerta - per impedire le falsificazioni, rendere più
trasparente l'iter burocratico e naturalmente anche per rendere più
redditizia l'attività.

Con il pontificato di I. III si avvia la serie quasi ininterrotta dei registri


di Cancelleria, tenuti da diversi notai, i quali per volere del papa o
anche dei destinatari registravano i pezzi significativi (dal 20 al 30%
circa della produzione complessiva di documenti), con l'intento di
compilare alcuni promemoria ufficiali del pontificato, di creare una
base per la redazione delle decretali e di salvaguardare l'autenticità
delle disposizioni emanate. Il registro speciale (Regestum super negotio
Romani Imperii) aveva lo scopo di documentare il sostegno ininterrotto
del papa prima a Ottone IV e poi a Federico II. L'attività della
Camera, che era preposta alla gestione delle finanze pontificie, rimane
tuttora imperscrutabile in quanto non si conosce molto di più dei
nomi dei camerari. La Curia era finanziata in massima parte tramite le
rendite patrimoniali, i censi cui erano soggetti i monasteri e altre
istituzioni religiose, che erano stati inseriti durante il pontificato di
Celestino III nel Liber censuum, i tributi feudali, le tasse per l'esercizio
della giustizia, le tasse di Cancelleria e donazioni di ogni tipo, che non
riuscirono a cancellare il pregiudizio di una Curia avida e venale. La
Curia, sotto I. III, cominciò a frammentarsi in ulteriori "uffici" con
personale assegnato e specifiche competenze. La Penitenzieria, che
concesse pieni poteri di assoluzione a vescovi e legati, e inoltre
impartiva l'assoluzione ai penitenti, assunse contorni più definibili
sotto il successore di I. III, Onorio III, ma è ugualmente possibile
ripercorrerne gli esordi. Lo stesso vale per la "Audientia litterarum
contradictarum".

Il papa risiedette prevalentemente nel palazzo del Laterano, ma anche


a S. Pietro, dove fece erigere una torre (dei 222 mesi del suo
pontificato, ne trascorse circa 160 a Roma, di cui 30 a S. Pietro: il
periodo più lungo fu dal settembre 1204 al maggio 1206). Nei mesi
estivi I. III, insieme con la Curia, lasciava abitualmente la città per
soggiornare in località del Patrimonium S. Petri (soprattutto a Viterbo,
Anagni, Ferentino, Segni, ma anche a Subiaco, Orvieto, Rieti,
Montefiascone, Perugia, ecc.).
La funzione principale della Curia era indubbiamente quella di
tribunale. Sotto il suo governo la Curia divenne la prima fonte del
diritto e il tribunale per eccellenza della Cristianità in Occidente. In
effetti, resoconti coevi sui processi condotti dalla Curia mettono in
rilievo il costante coinvolgimento del papa e dei suoi consiglieri in
questioni giuridiche. Affluivano alla Curia postulanti provenienti da
ogni luogo della Cristianità, e se anche molti casi venivano delegati a
giudici locali, senza che il papa intervenisse direttamente nel
dibattimento, la quantità dei procedimenti restanti è tale da rendere
comprensibili le sue lagnanze per il sovraccarico di lavoro.

Non solo tutti i pareri legali, ma anche molte altre lettere furono
inserite nelle collezioni di decretali, compilate già dopo pochi anni da
uomini vicini alla Curia, che avevano facoltà di copiare i testi sui
registri (Ranieri di Pomposa, 1201, Gilberto, 1202-03 circa, Alano
Anglico, 1206 circa, Bernardo da Compostela, 1208). Per garantirne
l'autenticità, nel 1209 I. III incaricò il suo notaio Pietro Collivaccino di
Benevento di redigere a partire dai registri una collezione ufficiale di
decretali - denominata in seguito Compilatio tertia - e di inviarla a
Bologna. Nei 1971 capitoli del Liber extra del 1234 le decretali di I. III,
con 596 numeri, a cui se ne aggiungono altre 70 del IV concilio
Lateranense, rappresentano la parte più consistente.

A I. III stava particolarmente a cuore la crociata per liberare la


Terrasanta, nell'incrollabile convinzione della legittimità, e addirittura
della qualità morale, dell'impiego della forza contro gli infedeli e in
generale contro i nemici della Chiesa. Ma proprio la quarta crociata,
avviata con grande fervore nel 1198 e conclusa senza grande successo
nel 1207, mostra impietosamente i limiti delle possibilità di un'azione
laico-militare alla quale il papa si sentiva chiamato in quanto detentore
della "plenitudo potestatis".

Le notizie degli insuccessi dell'esercito crociato tedesco indussero I.


III, nell'estate 1198, a un intervento energico e alla decisione di
assumere personalmente la gestione di gran parte dell'organizzazione
della spedizione. Il forte appello del 15 ag. 1198 non soltanto
prometteva ai crociati i consueti privilegi, ma conteneva anche
indicazioni minuziose in merito alla pianificazione e nominava due
cardinali legati ai quali era affidato un compito ben maggiore della
guida spirituale dell'impresa. L'attuazione delle misure organizzative fu
celere: propaganda attraverso i predicatori, pacificazione di tutto
l'Occidente e dell'Oriente cristiano per favorire il reclutamento dei
cavalieri combattenti, finanziamento mediante tassazione dell'intero
clero, preparazione diplomatica nell'area del Mediterraneo orientale
presso l'imperatore bizantino e i principi latini del Levante che erano
perennemente in contrasto fra loro. Il reclutamento procedette in un
primo tempo in modo stentato, poi, in seguito ai rinnovati appelli del
papa, nell'autunno del 1199, si costituì il nucleo dell'esercito crociato,
formato da un gruppo di principi in prevalenza originari della Francia
settentrionale, che intendeva avviare la spedizione nell'estate del 1202
muovendo da Venezia. I. III cedette l'iniziativa a quest'esercito,
perché nel frattempo era emerso con chiarezza che egli aveva
sopravvalutato le proprie possibilità di organizzare un'impresa militare
tanto dispendiosa. Con tale decisione egli si trasformò da promotore
attivo in istanza di controllo in balia della buona volontà dei
partecipanti. Quando nell'estate 1202 un numero molto meno
cospicuo del previsto di crociati giunse a Venezia e non fu in grado di
effettuare integralmente i pagamenti previsti dal contratto, il doge
Enrico Dandolo propose di dilazionare il saldo del debito a
condizione che l'esercito crociato si impadronisse del porto dalmata di
Zara, conteso tra Veneziani e Ungheresi. Sul piano morale veniva
quindi a crearsi una situazione coattiva: da un lato, era garantita in tal
modo la prosecuzione dell'impresa, dall'altro, era inevitabile attaccare
il re ungherese, che già da lungo tempo aveva preso la croce ed era di
conseguenza sotto la protezione speciale della Chiesa: pertanto i
crociati si sarebbero esposti a pesanti sanzioni religiose. Dai primi
mesi del 1202 I. III aveva dovuto confrontarsi con i progetti ancora
confusi del principe bizantino Alessio - figlio di Isacco II Angelo,
l'imperatore spodestato da Alessio III nel 1195 - fuggito in Occidente,
il quale intendeva usare l'esercito crociato che si stava formando per
riportare sul trono il padre. Aveva ottenuto l'appoggio di Filippo di
Svevia e di Bonifacio I marchese del Monferrato, che dall'autunno
1202 aveva assunto il comando dell'esercito. I. III respinse il progetto,
ma nondimeno i tentativi in questa direzione proseguirono e
riguadagnarono d'attualità nella città di Zara conquistata, anche perché
qui fece la sua comparsa nel gennaio 1203 il giovane pretendente al
trono bizantino insieme con gli accompagnatori svevi. Poiché
l'esercito si trovava in una situazione critica - continue diserzioni,
penuria di viveri, difficoltà finanziarie - i baroni si lasciarono sedurre
dalle promesse svevo-bizantine, che in un colpo avrebbero eliminato
tutti gli inconvenienti rendendo possibile una vittoriosa riconquista
della Terrasanta. E Venezia, grazie a questo avvicendamento sul
trono, avrebbe potuto assicurarsi una posizione privilegiata a
Costantinopoli e anche migliori condizioni per i suoi commerci. La
decisione di condurre l'esercito a Costantinopoli, stringendo
addirittura accordi precisi, venne presa a Zara ancor prima che
partisse l'ambasceria inviata al papa, sicché il comportamento tenuto
nei confronti della Curia - col quale i crociati avrebbero dovuto
ottenere il proscioglimento dalla scomunica - può essere considerato
un deliberato raggiro. Questo dimostra, in ogni caso, che I. III non
era tempestivamente informato degli eventi e che la spedizione era
sfuggita al suo controllo. Nei suoi contatti con i crociati, nei mesi
successivi, non riuscì mai a precorrere i tempi e cercò vanamente di
prendere il controllo della situazione, che perse completamente alle
prime azioni contro Costantinopoli nel luglio 1203 e alla definitiva
conquista della città nell'aprile 1204. L'organizzazione dell'Impero
latino, la sua frammentazione in principati feudali, l'insediamento di
una gerarchia latina furono tutti eventi realizzati indipendentemente
dalla volontà di I. III che aveva nutrito grandi speranze, poi deluse,
sull'unione della Chiesa latina con quella greca. L'interesse del papa
per la crociata si spense progressivamente e nella primavera 1207 egli
definì per l'ultima volta i latini nel nuovo Impero "crucesignati".

Il fallimento della crociata era ormai palese. La Terrasanta ne fu


indebolita, l'unione delle Chiese latina e greca si rivelò un'illusione,
l'Impero latino ebbe vita breve e dipese costantemente dal sostegno
occidentale, la frattura tra Oriente e Occidente si accentuò
irreparabilmente e l'Impero bizantino non riuscì mai più a risollevarsi
realmente da questo tracollo. Non si può supporre la corresponsabilità
di I. III nel mutamento di rotta dell'esercito, che non fu conseguenza
di un piano sapientemente elaborato ma frutto di un'imprevedibile
concatenazione di eventi; un più energico intervento prima e dopo la
conquista di Zara avrebbe però senz'altro modificato il corso delle
cose.
Nella seconda metà di aprile 1213 I. III bandì una nuova crociata,
fermamente intenzionato a evitare gli errori commessi nella
precedente impresa.

Direttive il più possibile minuziose ed esaurienti per la preparazione


dell'impresa avrebbero dovuto determinare il successo di questa
crociata: disposizioni dettagliate in merito ai privilegi dei crociati,
finanziamento, obblighi di chierici e laici per l'armamento dei soldati e
delle navi, proscrizione della pirateria, propaganda, processioni
augurali, nomina dei delegati per la crociata. I preparativi furono
avviati celermente. In effetti, presero la croce numerosi personaggi
insigni: Giovanni Senzaterra e Federico II, alla sua seconda
incoronazione ad Aquisgrana nel luglio 1215, Leopoldo VI duca
d'Austria, il re Andrea d'Ungheria. La crociata fu uno dei temi portanti
del IV concilio Lateranense. La dichiarazione più eloquente fu
l'annuncio che il papa in persona avrebbe benedetto l'esercito
crociato, che doveva partire il 1° giugno 1217, segno manifesto della
prioritaria importanza della crociata per il suo pontificato. Negli ultimi
mesi di pontificato, I. III lavorò febbrilmente per la sua realizzazione.
Anche il suo successore la considerò una delle eredità più significative
del precedente pontificato.

"Ad extirpandas hereses universas": è questa la formula centrale della


prima lettera (Die Register, I, 81, p. 120) in cui viene trattato il
problema degli eretici, scritta a poche settimane dall'inizio del
pontificato, che I. III ripeterà spesso. La lotta contro l'eresia fu un
tema capitale che attraversò l'intero pontificato e il papa investì una
profusione di energie e di mezzi senza precedenti in quest'impresa.
Ma la persecuzione, spinta fino all'annientamento fisico tramite la
crociata, era solo un risvolto della questione. L'altro era la
comprensione per i motivi di quanti intendevano ritornare alla fede
cattolica, e la ricerca delle ragioni della diffusione dell'eresia anche nel
clero.

Nel Sud della Francia il catarismo era diventato un temibile rivale per
la Chiesa, perché, essendo stato favorito da istanze sociali e politiche,
aveva potuto diffondersi senza incontrare ostacoli, avvantaggiandosi
anche del declino morale dell'alto clero e delle aspirazioni religiose
rimaste inappagate di ampi strati di popolazione. Anche nell'Italia
centrale e settentrionale, fin dentro il Patrimonium S. Petri, i catari
crearono attive comunità, e altri gruppi come i valdesi si erano diffusi
nella Francia settentrionale e in aree della Germania e dell'Italia. Gli
strumenti - rivelatisi poi inefficaci - di cui si avvalse la Chiesa per
combattere l'eresia furono, accanto alla predicazione e all'opera di
persuasione, sanzioni religiose come la scomunica e l'interdetto e
sanzioni che si estendevano anche sul piano sociale ed economico che
furono adottate a partire dal III concilio Lateranense del 1179 e dal
sinodo di Verona del 1184 (Ad abolendam); ma queste misure rimasero
lettera morta, e furono un compito esorbitante per i vescovi, ai quali
spettava in primo luogo di combattere l'eresia.

Anche I. III cercò per anni di procedere contro i catari della Francia
meridionale facendo ricorso agli abituali strumenti della Chiesa e
riponendo le sue speranze in una serie di legati, soprattutto
appartenenti all'Ordine cisterciense. Ma i risultati furono deludenti.
Nel Patrimonium S. Petri il papa mescolò motivi politici alla lotta contro
l'eresia e la decretale contro l'eresia Vergentis in senium, inserita
programmaticamente all'inizio della seconda annata del registro, non
era stata concepita in un primo momento come programma generale,
ma era solo indirizzata al Comune ribelle di Viterbo. Ma ben presto
venne recepita come decretale e lo stesso papa la trasferì ad altre
situazioni.

I sostenitori dell'eresia dovevano essere coperti d'infamia, ovvero


perdere i diritti civili, essere esclusi dai pubblici uffici e da qualsiasi
negozio giuridico. L'obiettivo consisteva nell'isolare gli eretici e nel
ricondurli in seno alla Chiesa grazie a queste pressioni e,
all'occorrenza, nel loro annientamento sociale e fisico.

Nel Sud della Francia il pontefice scelse il ricorso alla violenza. Dal
1204 chiese ripetutamente al sovrano francese di intervenire
militarmente contro gli eretici, ma Filippo II Augusto, troppo
impegnato nella guerra contro Giovanni Senzaterra, continuò a
respingere le pretese del papa, anche quando, nell'autunno del 1207,
venne rivolto a tutti i credenti di Francia un appello alla lotta contro
l'eresia.

Alla fine, il ricorso alla violenza fu determinato dall'uccisione del


legato, il cisterciense Pietro di Castelnau, il 14 genn. 1208, che lo
stesso I. III imputò allo scomunicato Raimondo VI conte di Tolosa.
Alcune settimane più tardi il papa chiamò un'altra volta i grandi di
Francia, sia laici sia ecclesiastici, alla lotta contro l'eresia, ma quando la
creazione di un esercito consistente fallì di nuovo per la protesta del
re e quest'ultimo consentì soltanto a un modesto contingente militare
di battersi contro gli eretici, I. III lo sopravanzò, proclamando la
spedizione di una crociata, con tutti i privilegi connessi, e impartendo
le disposizioni organizzative, come già era accaduto per l'analoga
impresa in Oriente. In seguito definì i partecipanti "crucesignati".
Malgrado la sottomissione di Raimondo di Tolosa, che ottenne
l'assoluzione nel giugno 1209, poco dopo ebbe inizio la sanguinosa e
spietata guerra che ben presto doveva degenerare in una guerra di
conquista scatenata dai baroni della Francia settentrionale. Non ne
seguiremo qui gli sviluppi, interessandoci ora solo del comportamento
del papa. Sembra che I. III avesse abbandonato l'idea della crociata già
nel corso del 1209, per vedere nell'impresa solo una guerra contro gli
eretici: una distinzione capziosa, di fronte alle devastazioni e ai danni
religiosi irreparabili che ne derivarono. Negli anni fino al IV concilio
Lateranense il papa fu coerentemente irremovibile sull'uso della
violenza nella lotta contro l'eresia: non sempre riuscì però a intuire i
mutevoli giochi politico-militari fra Raimondo di Tolosa, l'ambizioso
Simone di Montfort, re Pietro II d'Aragona e i contendenti coinvolti,
né i legati interpretarono sempre fedelmente la volontà del pontefice.
Anche se fu scarsamente informato sulle atrocità della guerra e se
nuovamente si pose il problema della trasmissione delle notizie, con la
connessa impossibilità di gestire in modo idoneo la variabile
situazione politico-militare, non si può assolvere I. III dalla
corresponsabilità nell'accaduto, anzi I. III è il primo papa colpevole di
aver acconsentito che si abusasse dei privilegi crociati. Solo dopo la
morte in battaglia del re aragonese a Muret, nel settembre 1213, I. III
contribuì a chiarire la situazione inviando un cardinal legato, il giurista
Pietro di Benevento. Tutto mirava alla cessione dei territori
conquistati a Simone di Montfort, anche se il legato dispose affinché
fossero incorporati per un certo lasso di tempo nei possedimenti della
Chiesa di Roma. Solo durante il IV concilio Lateranense il papa
pronunciò, senza soddisfare nessuno, il verdetto in merito ai territori
conquistati della Linguadoca, che conteneva in sé i presupposti di
futuri conflitti. Simone di Montfort ottenne tutte le terre conquistate
dai crociati, ma dovette prenderle in feudo dai precedenti titolari. La
terra non conquistata sarebbe stata amministrata dalla Chiesa finché
Raimondo VII di Tolosa, figlio di Raimondo VI, mandato in esilio,
non fosse stato in grado di governarle autonomamente.

L'ombra oscura della crociata contro gli albigesi non deve far
dimenticare l'altro risvolto del confronto con gli eretici. I. III venne
incontro abilmente alle richieste dei gruppi riformistico-radicali e
riuscì a ricondurli in seno alla Chiesa fissando regole più flessibili. Gli
umiliati, un movimento formatosi nelle città lombarde nell'ultimo
quarto del XII secolo, raccoglievano laici e chierici che conducevano
una vita laboriosa, semplice, ispirata ai precetti del Vangelo, ma nel
1184 erano stati tacciati di eresia a causa della pratica della
predicazione dei laici. Tuttavia le loro comunità continuarono a
sopravvivere e suscitarono ampi consensi grazie alle molte attività
caritatevoli e allo stile di vita esemplare. Poco dopo l'inizio del
pontificato furono avviate le trattative tra il papa e gli umiliati, che
approdarono nel giugno 1201 al riconoscimento e alla
regolamentazione da parte della Chiesa. Questo rappresentò una
svolta nella posizione della Curia verso i movimenti religiosi e l'eresia.
Analoga fu la vicenda con alcuni gruppi di valdesi, quelli più tardi detti
"pauperes catholici" che ebbero come portavoce Durando di Huesca,
e i seguaci di Bernardo Prim: ambedue i gruppi ottennero il
"propositum conversationis", la protezione papale e il permesso di
condurre vita apostolica e di predicare.

Non solo con i gruppi eterodossi riconquistati alla Chiesa ma anche in


altre circostanze I. III dimostrò una vigile sensibilità per le novità che
affioravano nelle comunità religiose. Per favorire la loro integrazione
con Roma, egli trovò spesso soluzioni a metà strada fra restrizioni
giuridiche e magnanima condiscendenza, anche perché aveva una
spiccata inclinazione personale per la vita degli ordini ed eresse a
programma la sua incentivazione. Durante il suo pontificato tutta una
serie di ordini organizzati in modo più tradizionale ottennero il
riconoscimento o la regola dal papa: l'Ordine ospedaliero dello Spirito
Santo di Guido di Montpellier (1198; nel 1204 egli lo trasferì a Roma e
nel 1208, dopo la morte di Guido, l'ospedale di S. Spirito in Sassia
divenne la casa madre), l'Ordine dei trinitari di S. Giovanni di Matha
(1198), l'Ordine teutonico (1199), l'Ordine ospedaliero di S. Marco a
Mantova (1207).

Particolarmente carico di conseguenze per la storia della Chiesa è


l'incontro di I. III con Francesco d'Assisi, che resta ammantato da
un'aura di leggenda. Francesco, nella primavera del 1209, venne a
Roma con i suoi compagni penitenti di Assisi. Sostenuto dall'appoggio
del vescovo locale sperava di ottenere dal papa l'approvazione di un
"propositum", di uno stile di vita conforme al Vangelo e il permesso
per la predicazione dei laici. Dopo che un cardinale incaricato ebbe
esaminato le richieste con esito positivo, essi furono ricevuti in
udienza dallo stesso I. III, il quale peraltro non accordò una conferma
scritta, ma approvando le intenzioni della piccola comunità concesse a
questa comunque un'opportunità. Potevano predicare e realizzare il
loro stile di vita radicale, a condizione di assoggettarsi a un rigoroso
controllo da parte del vescovo locale e della S. Sede. In questo
contesto non si dovrebbe parlare di una "conferma orale" della regola
primitiva, ma piuttosto di un positivo incoraggiamento. I. III diede
spazio all'appassionato entusiasmo di Francesco, confidando nella
possibilità di una stretta osservanza del Vangelo. Come apprendiamo
da Jacques de Vitry, nella Curia crebbe la simpatia per "fratres et
sorores minores", sebbene non vi sia notizia di un altro incontro fra I.
III e il "poverello". Il papa non ebbe invece contatti con Chiara
d'Assisi.

Il can. 13 del IV concilio Lateranense (Ne nimia religionum), che


proibiva l'introduzione di nuovi ordini religiosi e orientava gli aspiranti
verso le regole già approvate, non ha infatti nulla a che fare
direttamente con Francesco o Domenico, ma esprime la
preoccupazione di disciplinare i movimenti religiosi in rapido sviluppo
con le loro molteplici forme di comunità. Il canone rimase, d'altronde,
lettera morta e non fu più rispettato dai papi.

Anche nell'esercizio della sovranità temporale sul Patrimonium S. Petri e


su Roma, I. III determinò il corso degli eventi per lungo tempo, talora
per secoli. Con tempismo e risolutezza il pontefice seppe volgere a
suo favore il crollo del potere imperiale nell'Italia centrale, dopo la
morte di Enrico VI, per riesumare antiche pretese del Papato, che
furono estese dal Lazio alla Marca di Ancona, al Ducato di Spoleto e
alla Tuscia. Anche la Sardegna fu annoverata fra gli obiettivi del
dominio papale, ma il progetto naufragò a causa della supremazia
pisana. Malgrado l'estrema frammentazione del potere e le numerose
rivalità locali, nell'arco di pochi anni vennero poste le basi per la
creazione di un'amministrazione più efficiente nel Patrimonium S. Petri,
che avrebbe raggiunto nei pontificati successivi una notevole solidità.

Una delle premesse per il successo di questa politica di recuperi


territoriali era il solenne riconoscimento da parte dei re tedeschi
(Ottone IV a Neuss nel 1201 e a Spira nel 1209; Federico II a Eger
nel 1213). Mentre il dominio papale nella Marca di Ancona, in Umbria
e nella Toscana meridionale rimase in superficie, I. III si comportò da
autentico sovrano temporale nell'odierno Lazio, riscuotendo alterno
successo: in particolare Viterbo si mostrò a lungo recalcitrante al suo
potere. Il dominio temporale del papa si stabilizzò effettivamente solo
con la grande Dieta convocata per la prima volta a Viterbo nel
settembre 1207. Quanto fosse precario quest'ordine solennemente
istituito fu evidente già pochi anni dopo, allorché i baroni
del Patrimonium della Tuscia nella quasi totalità e le città a eccezione di
Viterbo si schierarono dalla parte di Ottone IV.

Solo negli ultimi anni di pontificato il governo di I. III a nord di Roma


fu incontrastato, anche perché egli seppe adattarsi alle molteplici
forme dell'esercizio del potere delle città e della nobiltà. Nella Sabina e
nel Lazio meridionale il dominio pontificio si era consolidato già dalla
metà del XII secolo, rendendo così relativamente agevole la politica
dei recuperi. I nobili più potenti della Sabina, in precedenza
soprattutto sostenitori dell'Impero, si sottomisero rapidamente. Anche
fra i grandi baroni della Campagna, dopo un iniziale stallo, si allargò il
consenso per il nuovo papa. La maggior facilità con cui l'autorità
papale veniva riconosciuta a sud di Roma dipende senz'altro anche
dalla presenza molto più frequente della Curia nella Campagna,
soprattutto durante i mesi estivi. Anche i rapporti di parentela
rinsaldarono i legami della regione col papa. Nel corso di tutto il XIII
secolo e anche oltre, la più importante istituzione del Patrimonium S.
Petri fu il rettorato della provincia. Era stato introdotto già intorno alla
metà del sec. XII nel Lazio meridionale, ma I. III rinvigorì questo
sistema di amministrazione provinciale e lo estese anche alle altre
regioni dello Stato della Chiesa. Da quattro a cinque rettori operavano
contemporaneamente con un ampio ventaglio di mansioni
amministrative e giuridiche. A partire da I. III si può seguire il loro
avvicendarsi in modo quasi ininterrotto. I detentori di quest'ufficio
furono in prevalenza cardinali, ma non di rado anche laici, fra cui
personaggi imparentati con il papa.

Anche Roma, della quale I. III si considerò signore temporale con


molta maggior intensità rispetto ai suoi predecessori, divenne parte
irrinunciabile della sua politica di recuperi. Ma per riuscire ad
assicurarsi questo dominio il papa dovette impegnarsi in un lungo e
difficile confronto, la cui valutazione è ardua a causa dell'univocità
delle fonti.

La polarizzazione politica interna alla città provocava sempre nuovi


disordini nei quali emersero le famiglie dei Conti, degli Annibaldi, dei
Capocci, degli Orsini, più tardi decisive. Fino all'autunno 1204 a Roma
la situazione rimase confusa: per mesi i partiti contendenti
ingaggiarono una sanguinosa guerra civile. L'opposizione antipapale
aspirava alla creazione di un Comune completamente autonomo, sul
modello di quelli dell'Italia settentrionale. I. III dovette addirittura
abbandonare la città per un periodo piuttosto lungo. Ma nell'ottobre
1204 la fazione antipapale aveva esaurito le sue forze e dovette cedere.
I. III dettò le condizioni della pace: Roma da quel momento in poi
sarebbe stata soggetta al suo dominio, il papa avrebbe avuto l'ultima
parola in merito alle cariche senatoriali, il radicalismo delle aspirazioni
comunali era sconfitto. Per il resto del pontificato non sarebbero stati
più contestati i diritti del papa al governo del Comune e i senatori
nominati negli anni seguenti svolsero di fatto la funzione di suoi
luogotenenti a Roma. Il clan dei Conti fu il principale beneficiario di
questa situazione.

Gli stretti rapporti col Regno di Sicilia che i papi avevano intrattenuto
dalla metà dell'XI secolo comportarono anche per I. III un grande
impegno nel Sud dell'Italia e nelle isole. Da cardinale Lotario aveva
sperimentato come Enrico VI, con la "unio regni ad imperium",
avesse posto un minaccioso ostacolo alla libertà della Chiesa romana
stringendo in una morsa lo Stato pontificio e avesse propugnato
tenacemente i diritti regi, soprattutto nelle nomine dei vescovi e nelle
legazioni. Pertanto I. III, nel corso di tutto il suo pontificato, perseguì
nella politica siciliana il duplice obiettivo di impedire la paventata
"unio regni ad imperium" e di ridurre l'influenza regia nel governo
della Chiesa.

Nel settembre 1197, dopo la morte dell'imperatore, la vedova


Costanza d'Altavilla prese il potere e si rivolse subito al pontefice
come signore feudale per rafforzare il proprio potere e quello del
figlio. Le trattative le fecero ottenere dopo oltre un anno l'auspicato
riconoscimento al prezzo delle rinunce richieste. Ma l'improvvisa
morte di Costanza, il 27 nov. 1198, fece precipitare la situazione. Nel
suo testamento l'imperatrice aveva nominato I. III tutore del figlio, di
appena quattro anni, e reggente del Regno perché ella evidentemente
solo da lui si aspettava un sostegno nei temuti disordini. I. III assolse
questo compito con grande impegno e di conseguenza si trovò
coinvolto per una decina d'anni in un viluppo spesso inestricabile di
forze, in cui condottieri tedeschi, baroni gelosi della propria
indipendenza, alti prelati, le città del Regno, il Consiglio dei familiari
residente a Palermo, le città portuali di Genova e Pisa, nonché
avventurieri di varia provenienza si contendevano il predominio. I. III
riuscì solo per brevi periodi a imporre la sua autorità e fu
ripetutamente costretto a formare compromettenti coalizioni e a
sborsare ingenti quantità di denaro.

La prima fase fu segnata dal conflitto con Marquardo di Annweiler


fino alla morte di questo, nel 1202. Ancora più oscura appare la fase
che si concluse con la fine della reggenza nel 1208. Sull'isola, in questi
anni di anarchia, dominarono il capitano tedesco Guglielmo di
Capparone, lo scaltro Gualtieri di Pagliaria, già cancelliere
dell'imperatore e vescovo di Troia, Palermo e infine Catania, e
addirittura il legato pontificio, mentre sulla terraferma Dipoldo di
Schweinspeunt, conte di Acerra, e Gualtieri di Brienne, principale
sostegno della politica papale, erano i due poli intorno ai quali si
andavano formando mutevoli coalizioni. Ma anche Federico, dopo
l'uscita di tutela, si mostrava poco malleabile; il conflitto che si andava
profilando fu però fermato da quello con Ottone IV. A partire
dall'incoronazione imperiale di questo nel 1209 la politica siciliana del
pontefice coincise con la politica nei confronti dell'Impero.

I. III intrattenne relazioni con tutti i paesi della Cristianità latina, ma


anche con il mondo greco e addirittura con i capi musulmani. La sue
lettere raggiunsero quasi tutte le terre conosciute all'epoca,
documentando l'orizzonte universale del Papato. In esse le questioni
ecclesiastico-religiose si mescolano con quelle più strettamente
politiche, ma le prime ebbero sempre il sopravvento. Per lo più erano
sollecitate dalla periferia e avevano lo scopo di ottenere una sentenza
giudiziaria, di avere risposta a un quesito giuridico oppure dottrinario,
di assicurarsi diritti già acquisiti o di conquistarne di nuovi. Solo pochi
temi erano direttamente riconducibili all'iniziativa papale, ma vennero
affrontati con grande tenacia: la crociata, la lotta contro l'eresia, la
riforma della Chiesa, il concilio e naturalmente il dominio temporale
del Patrimonium S. Petri e, in senso più ampio, del Regno di Sicilia. I
rapporti si delineano più chiaramente attraverso le legazioni, che I. III
affidò, con una consistenza e un'ampiezza di raggio d'azione fino ad
allora sconosciute, soprattutto a cardinali, ma anche ad altri uomini
della Curia o ad abati e semplici monaci, in particolare cisterciensi.
Nella loro prospettiva il potere papale si materializza in modo più
tangibile. Le legazioni più frequenti riguardavano l'Italia, dove le mete
principali erano il Patrimonium S. Petri e il Regno del Sud, seguiti
dall'Italia settentrionale e, in ordine decrescente, Francia e Germania,
Inghilterra, Oriente e Impero latino, Ungheria, Dalmazia, Spagna,
Bulgaria, ecc. In qualche caso il pontefice inviò in alcune regioni
anche incaricati speciali, che portavano altri titoli, per assolvere
compiti più circostanziati: per esempio, i "visitatores", che fra il 1205 e
il 1208 dovettero eliminare alcuni abusi nell'episcopato lombardo. È
sufficiente limitare l'analisi in modo paradigmatico ad alcuni paesi
dove l'aspetto politico si trova in primo piano: Germania, Francia,
Inghilterra, Aragona e, nell'area più periferica, Ungheria e Bulgaria.

L'atteggiamento di I. III nella disputa per il trono tedesco, ben


documentato dal Regestum super negotio Romani Imperii, a dispetto delle
sottili argomentazioni giuridiche e morali addotte - già illustrate in
precedenza a proposito della concezione papale del rapporto fra
"Imperium" e "Sacerdotium" - dipendeva unicamente da motivi
politici, ossia dalla preoccupazione di difendere la libertà della Chiesa
romana e la consistenza dei recuperi territoriali e di stornare la
minaccia di una "unio regni ad imperium". Poiché i due pretendenti
(Filippo di Svevia, eletto il 6 marzo 1198 e Ottone di Brunswick,
eletto l'8 giugno 1198) per rafforzare le rispettive posizioni, ambigue
dal punto di vista giuridico, cercarono di guadagnarsi il favore del
pontefice e chiesero di ricevere da lui la corona imperiale, molto
dipese dalla decisione di I. III, soprattutto rispetto ai principi
ecclesiastici vincolati dall'obbedienza al pontefice. Poiché da parte
degli Hohenstaufen veniva sempre più chiaramente portata avanti la
politica già perseguita da Federico Barbarossa e da Enrico VI, mentre
Filippo lasciava a desiderare per quanto riguardava il capitolo
sottomissione, il papa non poté che scegliere Ottone, disposto a
riconoscere i diritti e i possedimenti della Chiesa romana. Ma I. III si
fece garantire sulla base di documenti scritti queste promesse. Ottone
il 9 giugno 1201 presentò a Neuss il documento prescritto, che
conteneva ampie assicurazioni relativamente ai territori e si impegnava
ad appoggiare la politica papale di recuperi e a mantenere
l'indipendenza del Regno di Sicilia. Alcune settimane più tardi il legato
pontificio Guido pubblicò solennemente a Colonia il riconoscimento
papale di Ottone, eletto re e imperatore, e annullò i giuramenti di
fedeltà prestati a Filippo di Svevia. I. III procedette con una certa
flessibilità nei confronti dei conflitti di coscienza dei sostenitori dello
Svevo tanto più che per i guelfi la situazione peggiorava
continuamente. Dal 1204 si innescò un ampio movimento di
defezioni, per cui nell'autunno 1206 Ottone era ormai confinato nelle
sue terre d'origine. I. III gli tolse gradualmente il suo sostegno e avviò
trattative con Filippo. Nella primavera 1207 due dei cardinali più
agguerriti si recarono in Germania, in estate annullarono la scomunica
di Filippo, in autunno annunciarono una tregua e nella primavera
seguente ripartirono alla volta di Roma accompagnati da emissari di
entrambi i sovrani, affinché il papa stesso concludesse le trattative.
L'obiettivo fu raggiunto, ma si ignora il contenuto preciso degli
accordi. La morte di Filippo, ucciso da Ottone di Wittelsbach per una
vendetta personale il 21 giugno 1208, restituì a I. III la sua libertà di
manovra. Il papa si rivolse di nuovo al candidato guelfo e si impegnò
a sostenere energicamente la sua causa fra i principi tedeschi. Tuttavia,
ancor più decisivo della sua iniziativa fu lo stato d'animo dominante in
Germania, ormai estenuata da questa contesa: l'elezione di Ottone a
Francoforte, l'11 nov. 1208, fu accolta da ampi consensi. Al desiderio
di Ottone di essere incoronato imperatore, I. III rispose inviando due
cardinali legati e rinnovando la richiesta di concessioni scritte, che
venne soddisfatta a Spira il 22 marzo 1209. Le promesse relative alla
Chiesa (libertà nella elezione dei vescovi, rinuncia ai diritti di regalia e
di spoglio) e il reiterato riconoscimento delle "recuperationes", dei
beni matildici e della signoria feudale del papa sulla Sicilia - per quanto
in quel momento potessero essere stati intesi seriamente - non
vennero rinnovati da Ottone in occasione dell'incontro con il
pontefice nel giugno 1209, per cui sull'incoronazione imperiale, il 4
ott. 1209, già si allungava l'ombra del conflitto. Poiché Ottone venne
meno alle promesse, solo pochi mesi dopo I. III lo minacciò di
scomunica se non avesse desistito dal prendere iniziative ostili nei
confronti della Chiesa romana e di Federico. La scomunica fu
confermata allorché un distaccamento di truppe imperiali avanzò
verso l'Italia meridionale, e venne proclamata solennemente quando
Ottone, nel novembre 1210, varcò i confini del Regno. Furono sciolti
i giuramenti di fedeltà e ai vescovi fu ordinato di annunciare l'anatema
in tutto l'Impero. Di fronte alla mancanza d'efficacia delle misure
canoniche il papa dopo alcuni mesi di incertezza avallò le intenzioni di
un gruppo di oppositori fra i principi tedeschi e diede il suo assenso
all'elezione di un nuovo sovrano. Eletto nel settembre 1211, Federico
II, che poté registrare i primi successi della sua politica di
rivendicazioni proprio nel Regno di Sicilia, si assunse i rischi
dell'impresa e dopo aver lasciato l'isola, nel marzo 1212, si assicurò a
Roma l'appoggio del papa e nel settembre 1212 raggiunse la Germania
sudoccidentale (la nuova elezione ebbe luogo a Francoforte nel
dicembre 1212 e l'incoronazione a Magonza). Sostenuto dall'alleanza
con la Francia, Federico ingaggiò battaglia con Ottone, che alla fine
venne sconfitto a Bouvines nel luglio 1214. Ma già in precedenza I. III
aveva chiesto, in cambio del suo appoggio, le più solenni
assicurazioni. A Eger Federico garantì con una bolla d'oro e la
menzione di numerosi testimoni principeschi le concessioni territoriali
ed ecclesiastiche (come Ottone IV già aveva fatto quattro anni prima;
un anno più tardi assegnò solennemente alla Chiesa romana i territori
recuperati, la Sardegna e la Corsica). Un anno dopo la nuova
incoronazione ad Aquisgrana, il 25 luglio 1215, Federico dovette
acconsentire a dare altre assicurazioni sotto giuramento dinanzi a un
cardinal legato: rinunciare alla Sicilia dopo l'incoronazione imperiale e
alla patria potestà sul figlio Enrico, incoronato re di Sicilia, e affidare a
un uomo approvato dal papa la tutela del bambino fino alla maggiore
età. Il concilio Lateranense confermò le trasformazioni politiche e
vanificò qualsiasi speranza di restituzioni di Ottone IV. Come
durevole risultato della lotta per il trono tedesco I. III poté assicurarsi
il riconoscimento della sovranità feudale sul Regno di Sicilia e dar
veste giuridicamente valida alla sua politica di recuperi nell'Italia
centrale.
Del complesso delle lettere di I. III circa un terzo è destinato alla
Francia: più che a tutti gli altri paesi. Più volte il papa manifestò la sua
predilezione per il paese in cui aveva studiato.

I rapporti con esso ruotarono principalmente intorno a tre temi: il


matrimonio del re Filippo II Augusto con Ingeborg di Danimarca, la
guerra anglo-francese e la lotta all'eresia nelle regioni meridionali. La
principessa danese, sposata nel 1193 e subito ripudiata, si era appellata
alla Sede apostolica contro la sentenza di annullamento emessa dal
compiacente episcopato francese, e già sotto Celestino III aveva
ottenuto giustizia, ma ciò non aveva impedito al re di prendere in
moglie Agnese di Andechs-Meranien. I. III riprese subito la causa e
nel 1200, in seguito all'ostinato rifiuto di Filippo di separarsi da Agnes
per riunirsi a Ingeborg, colpì addirittura il Regno di Francia con un
interdetto di nove mesi. Si adoperò per far riconciliare la coppia e
rimase tenacemente schierato dalla parte di Ingeborg fino alla
soluzione puramente formale della vicenda nel 1213, pur astenendosi
dal prendere provvedimenti radicali per timore delle ripercussioni
politiche. In previsione della crociata, già nel 1198 la guerra anglo-
francese venne arginata e un cardinal legato svolse un ruolo decisivo
nelle trattative che condussero infine alla pace di Le Goulet (22
maggio 1200), che separò i belligeranti per un certo periodo di tempo.
Ma i tentativi di mediazione di I. III negli anni successivi si rivelarono
infruttuosi: Filippo II Augusto portò a termine la conquista delle
province inglesi sulla terraferma, senza curarsi affatto dei moniti e
delle minacce di Roma. È opportuno ricordare nuovamente in questo
contesto la decretale Novit, che giustificò l'intervento papale "ratione
peccati". Nel 1202 nella Per venerabilem era già stata messa in risalto la
sovranità del re rispetto all'imperatore. Invece l'invito rivolto al re
francese di sottomettere l'Inghilterra a causa dell'atteggiamento
ostinato di Giovanni Senzaterra nel grande interdetto avrebbe avuto
seguito se Giovanni, in ultimo, non avesse ceduto il suo Regno come
feudo alla S. Sede nel 1213. Così I. III cambiò completamente la sua
posizione. Il papa poté annoverare fra i propri successi la mediazione
pacificatrice dopo la disfatta di Bouvines e l'annullamento dei progetti
d'invasione dell'Inghilterra da parte del figlio primogenito di Filippo
Augusto. Infatti la cessazione delle ostilità in Occidente avrebbe reso
disponibili soldati per la crociata. Della crociata contro gli albigesi e
dell'atteggiamento del sovrano francese si è già parlato in precedenza.

Poiché i rapporti di I. III con l'Inghilterra e con la Chiesa inglese sono


quelli meglio studiati, le osservazioni qui presentate possono
valere, mutatis mutandis, anche per altri paesi.

In linea di massima I. III non avanzò richieste nuove, ma mostrò una


maggiore determinazione e sottolineò costantemente che ciò
discendeva dalla sua supremazia spirituale. L'aspetto politico e quello
esclusivamente religioso appaiono inscindibili; il primo, tuttavia, ebbe
implicazioni internazionali, soprattutto nei confronti della Francia e
nella contesa per il trono tedesco. I primi anni del pontificato furono
segnati, da un lato, dagli sforzi di I. III per assicurarsi il sostegno del
re inglese a favore di Ottone IV, dall'altro, soprattutto in vista della
crociata, per giungere a una pace tra il re di Francia e il suo avversario
inglese. Ma il papa non riuscì a evitare che Filippo II conquistasse la
Normandia o a convincerlo a tornare sui propri passi. In quegli anni
l'influsso papale mostrò la ben nota sfaccettatura: appellazioni che
davano luogo a una giurisdizione fortemente delegata, tassazioni del
clero per la crociata, norme per la commutazione e lo scioglimento dal
voto di recarsi in crociata, conferimento dei benefici. Dal 1205 lo
spinoso conflitto per l'elezione dell'arcivescovo di Canterbury pesò in
modo determinante sui rapporti con l'Inghilterra. I. III respinse sia il
candidato del capitolo sia il vescovo Giovanni di Norwich, appoggiato
da Giovanni Senzaterra, annullò entrambe le elezioni e fece scegliere
da membri del capitolo presenti a Roma Stefano Langton, cardinale
inglese ed ex professore di teologia dell'Università di Parigi. Il papa
intendeva imporlo a Canterbury mediante sanzioni di ordine
spirituale. In seguito all'opposizione del sovrano, nel marzo del 1208
lanciò l'interdetto su tutta l'Inghilterra, provocando in risposta misure
di ritorsione da parte del re. Alla fine, dopo il fallimento delle
trattative, Giovanni Senzaterra venne scomunicato nel gennaio 1209.
Al contrario di altri paesi, gli Inglesi sentivano intensamente l'autorità
papale. Dopo che la vita religiosa per anni declinò e Giovanni
Senzaterra proseguì nella sua politica di repressione, I. III, nel
febbraio 1213, gli pose un ultimatum - i documenti per lo scioglimento
dei sudditi del sovrano dal giuramento di fedeltà erano già pronti - ed
esortò il re di Francia a conquistare l'Inghilterra. Giovanni, temendo
di non poter più fare affidamento sui suoi baroni, mutò bruscamente
atteggiamento e, nel maggio 1213, accettò le condizioni di pace del
papa, acconsentendo a riconoscere Stefano Langton come nuovo
arcivescovo, a reintegrare nelle loro sedi i vescovi scacciati e a
restituire i beni ecclesiastici confiscati. Il 15 maggio 1213 cedette il
Regno alla Sede apostolica e lo riottenne in feudo contro il pagamento
di un censo annuale di 1000 libbre. Di conseguenza il pontefice
sospese immediatamente l'intervento francese e inviò alcuni legati per
riorganizzare la Chiesa inglese. I. III non riuscì a impedire la nuova
spedizione di Giovanni Senzaterra sulla terraferma, che si concluse
con la sconfitta di Bouvines (27 luglio 1214), ma il cardinal legato
Roberto di Corson fu coinvolto nella mediazione che condusse alla
tregua. Anche nel confronto fra Giovanni Senzaterra - che il 4 marzo
1215 aveva preso la croce - e i baroni ribelli, che l'avevano costretto a
sottoscrivere la Magna Charta (12 maggio 1215), I. III appoggiò il
nuovo vassallo dichiarando nulla la validità del documento il 24 ag.
1215. Il pontefice, con sanzioni spirituali, cercò di scongiurare la
minaccia di un trasferimento del Regno d'Inghilterra all'erede al trono
francese al quale i baroni ribelli lo avevano offerto, e inoltre dispose
un riordinamento interno della Chiesa inglese affidando il compito al
suo legato Guala, un cardinale fra i più validi, che al momento della
morte del papa e del re (19 ott. 1216) era in piena attività. Si deve a
Guala se la corona rimase al minorenne Enrico III, se si concluse la
pace e se negli anni seguenti furono annullate le conseguenze del
grande interdetto.

L'efficacia della diplomazia pontificia non deve comunque essere


sopravvalutata. I suoi fallimenti furono più numerosi dei successi
pieni e duraturi. I rapporti con il re Enrico di Ungheria (1196-1204)
ne sono un eloquente esempio.

Nei primi anni di pontificato I. III si adoperò - con risultati positivi -


per ricomporre la disputa tra il re e il fratello Andrea, soprattutto in
vista di un coinvolgimento ungherese nella crociata, che parve
realizzarsi quando entrambi i fratelli presero la croce. Per questo
motivo il papa sorvolò su alcune spinose questioni, quali talune
promesse non mantenute nei confronti della Serbia o la
riorganizzazione della Chiesa serba da parte di vescovi ungheresi. Ma
l'aggressione a Zara, da circa vent'anni ungherese, da parte
dell'esercito crociato, condannata dal papa molto tiepidamente, guastò
i rapporti, come pure gli intensificati contatti con la Bulgaria di
Kalojan (Joannitsa 1197-1207), che aveva mire espansionistiche ed era
in lite con l'Ungheria a causa di conflitti irrisolti soprattutto in Serbia.
La prospettiva di riunire la Chiesa bulgara a quella latina, estendendo
così la giurisdizione papale nei Balcani, indusse I. III ad
accondiscendere alle richieste di Kalojan, che desiderava essere
innalzato di rango e incoronato. Ma la legazione del cardinale Leone
di S. Croce nei Balcani dalla primavera 1204 era nata sotto auspici
sfavorevoli. Pur riuscendo a scongiurare la guerra imminente fra
Kalojan ed Enrico, non si giunse a un arbitrato in merito alle materie
del contendere: il legato fu anzi preso prigioniero dal sovrano
ungherese per impedirgli di proseguire il viaggio per la Bulgaria, allo
scopo di ottenere altre concessioni.

Per motivi non chiariti - in ogni caso non in seguito alle proteste e alle
minacce del papa - il legato alla fine venne rilasciato e il 4 nov. 1204
incoronò Kalojan re di Bulgaria. Ma la prevista mediazione di pace fra
Bulgaria e Ungheria fallì. Neppure gli atti d'amicizia nei confronti di
Kalojan poterono impedire l'aggressione sferrata contro l'Impero
latino, che si concluse con la disfatta di Adrianopoli, la cattura e la
morte dell'imperatore Baldovino alcuni mesi più tardi. Nessuno dei
problemi politici dei Balcani fu risolto definitivamente dalla
diplomazia pontificia, che raccolse solo successi effimeri: né i conflitti
fra Bulgari e Ungheresi, né la riorganizzazione della Chiesa serba o le
dispute intorno alla sovranità in Serbia, o ancora l'espansionismo
bulgaro antitetico alle intenzioni latine.
L'apogeo del pontificato di I. III coincide con il concilio celebrato
nella basilica del Laterano dall'11 al 30 nov. 1215. La convocazione
con la bolla Vineam Domini Sabaoth (19 apr. 1213) e l'appello alla
crociata, di pochi giorni successivo, Quia maior nunc, mettono in risalto
la stretta connessione fra gli obiettivi della riforma della Chiesa e della
riconquista della Terrasanta. Ma dovevano essere risolti anche i
problemi politici che laceravano la Cristianità. All'apertura del concilio
presenziarono oltre 400 vescovi, 800 abati e priori e molti
rappresentanti delle potenze secolari, sicché il IV Lateranense fu il
concilio più frequentato del Medioevo.

Lo svolgimento del concilio è ben documentato dal resoconto di un


testimone oculare e dimostra che i canoni conclusivi furono discussi
solo in piccola parte. Invece, in presenza del pontefice, furono trattate
nel corso di tre sedute numerose questioni ecclesiastiche e politiche:
l'elezione contestata del patriarca latino di Costantinopoli e i diritti
primaziali dell'arcivescovo di Toledo nei confronti degli arcivescovi di
Braga, Santiago de Compostela, Tarragona e Narbona. Si era già
parlato del riassetto della carta geopolitica della Francia meridionale a
favore di Simone di Montfort, malgrado la presenza dei conti di Foix
e di Tolosa. La decisione in merito alla legittimità di Ottone IV o
Federico II come sovrano tedesco non fu affrontata, perché fra gli
emissari nemici scoppiò una rissa. Nella terza sessione, il 30
novembre, venne approvato solennemente il Credo, fu condannata
l'eresia, specialmente quella di Gioacchino da Fiore e di Amalrico di
Bena, e fu approvata la crociata con la bolla Ad liberandam. Con la
crociata, che doveva procedere senza intralci, I. III motivò anche la
scomunica dei baroni inglesi, che si erano sollevati contro Giovanni
Senzaterra, e la sospensione dell'arcivescovo di Canterbury Stefano
Langton. Confermò, inoltre, definitivamente Federico II e condannò
Ottone IV. Solo a conclusione del concilio vennero proclamati i 70
decreti che non furono però votati. Non erano neppure stati
integralmente formulati, perché la redazione finale e la diffusione ai
vescovi fu rinviata al 1216. Possono essere considerati opera di I. III,
che in tal modo fece sancire dal concilio i suoi propositi dogmatici e
riformatori. Se ne possono individuare le premesse nelle opere del
papa e nelle decisioni prese fino a quel momento, piuttosto che nei
concili provinciali precedenti al 1215, ai quali in parte presenziarono
legati pontifici (Avignone 1209, Parigi 1212, Montpellier 1215). La
professione di fede introduttiva Firmiter (can. 1) e le altre due
costituzioni dogmatiche (cann. 2, 3) avevano un orientamento
espressamente antiereticale e rielaboravano nella dottrina dei
sacramenti concetti della scuola teologica di Parigi, per esempio la
transustanziazione. Le costituzioni riformatrici si riferivano a quasi
tutti i settori della vita ecclesiastica. Alla moralità del clero si provvide
con circostanziate norme di comportamento (cann. 14-20) e si
rinnovò la condanna di ogni forma di simonia (cann. 63-66). Venne
messa in risalto la responsabilità dei vescovi nella cura delle anime e fu
loro prescritto di preoccuparsi anche della scelta di predicatori e
confessori idonei (can. 10), nonché di insegnanti da destinare alle
cattedrali per la preparazione del clero (can. 11), e soprattutto di
sorvegliare la formazione dei candidati al sacerdozio (can. 27). Le
disposizioni in merito all'elezione canonica dei vescovi, libera
dall'influenza temporale, continuarono ad avere effetto per secoli
(cann. 24-26). Venne menzionato anche il compito di tenere
periodicamente capitoli provinciali e di visitare gli ordini, insieme con
il divieto di fondare nuovi ordini religiosi (cann. 12, 13). L'obbligo
della decima venne esteso anche ai conventi (cann. 55-56) e, vista la
contiguità con la simonia, il concilio proibì di chiedere denaro
all'ingresso di un candidato in convento (can. 64). L'obbligo della
confessione annuale e della comunione pasquale per tutti i credenti
(can. 21) fu il più duraturo nel tempo. Anche la regolamentazione del
diritto matrimoniale continuò a essere valida per secoli e in parte lo è
ancora oggi nella Chiesa: poiché le regole invalse fino ad allora,
secondo le quali i parenti fino al settimo grado non potevano
contrarre matrimonio, avevano provocato molti abusi e reso quasi
impossibili le unioni fra nobili, il can. 50 ridusse l'impedimento al
matrimonio fra parenti al quarto grado e il can. 52 abolì la "affinitas
secundi et tertii generis". I matrimoni clandestini vennero proibiti e ai
parroci venne imposto l'obbligo di rendere pubblica l'intenzione di
celebrare il matrimonio (can. 51). Prescrizioni assai dettagliate
completarono la procedura dei processi penali e civili (cann. 8, 24, 42,
48, 61). Le disposizioni contro gli ebrei emesse per motivi di una
scrupolosa cura d'anime (divieto di commerciare e di assumere cariche
pubbliche; contrassegno sulle vesti; cann. 67-70) approfondirono la
generale consapevolezza della loro inferiorità e contribuirono a
discriminarli. A eccezione di pochi canoni i decreti vennero inseriti
nel Corpus iuris canonici e lasciarono la loro impronta sulla Chiesa più di
qualsiasi altro concilio medievale fino al tridentino.

I. III morì il 16 luglio 1216 a Perugia. Restò sepolto fino al 1892 nella
cattedrale di questa città, poi le sue spoglie furono traslate a Roma in
S. Giovanni in Laterano.

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