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STENDHAL

IL ROSSO E IL NERO

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Cronaca del 1830

Parte prima

La verità, l'aspra verità

DANTON

I
Una cittadina

Put thousands together Less bad, But the cage less gay.
HOBBES

La cittadina di Verrières può essere considerata una delle più graziose della
Franca Contea. Le sue case bianche, con i tetti aguzzi di tegole rosse, si stendono
sul pendio di una collina, le cui più piccole sinuosità sono messe in risalto da
macchie di robusti castagni. Il Doubs scorre qualche centinaio di piedi sotto le
fortificazioni, costruite un tempo dagli spagnoli, ed ora in rovina.
Verrières è riparata a nord da un'alta montagna, che è una diramazione del Giura.
Le cime frastagliate del Verra si coprono di neve fin dai primi freddi di ottobre.
Un torrente, che precipita dalla montagna, attraversa Verrières prima di gettarsi
nel Doubs, e mette in moto un gran numero di segherie; è un'industria molto
semplice, che procura un certo benessere alla maggior parte degli abitanti,
contadini più che borghesi. Non sono tuttavia le segherie che hanno arricchito
questa cittadina. Si deve alla manifattura di tele dipinte, dette di Mulhouse,
l'agiatezza generale che, dalla caduta di Napoleone, ha fatto rinnovare le facciate
di quasi tutte le case di Verrières.
Appena entrati in città, si è storditi dal frastuono di una macchina rumorosa e
terribile a vedersi. Venti martelli pesanti sono sollevati da una ruota, mossa
dall'acqua del torrente, e ricadono con un rumore che fa tremare il selciato.
Ognuno di questi martelli fabbrica, quotidianamente, non so quante migliaia di
chiodi. Fresche e graziose giovinette porgono ai colpi di quei martelli enormi dei
pezzetti di ferro che vengono rapidamente trasformati in chiodi. Questo lavoro, che
appare tanto rude, è tra quelli che più sorprendono il viaggiatore che penetri per
la prima volta fra le montagne che separano la Francia dalla Svizzera. Se, entrando
a Verrières, il viaggiatore chiede a chi appartenga quella bella fabbrica di chiodi
che assorda i passanti sulla via principale, si sente rispondere con accento
strascicato: "Eh! è del signor sindaco".
Se il viaggiatore si ferma anche solo per qualche istante sulla via principale di
Verrières, che dalla riva del Doubs sale verso la cima della collina, c'è da
scommettere cento contro uno che vedrà comparire un uomo alto, dall'aria
indaffarata e importante.
Alla sua vista, tutti si tolgono in fretta il cappello. La sua testa è grigia, ed è
vestito di grigio. È cavaliere di molti ordini, ha la fronte alta, il naso
aquilino, e nell'insieme il suo viso non manca di una certa regolarità: si può anzi
osservare, a prima vista, che in quel viso la dignità del sindaco di paese si trova
unita a quella piacevolezza d'aspetto che si può conservare a quarantotto o
cinquant'anni. Ma ben presto il viaggiatore parigino è urtato da una certa aria di
autocompiacimento e di sufficienza, mista a un non so che di limitato, che dà
l'idea di un uomo senza fantasia. Si sente insomma che il suo talento non va oltre
la capacità di farsi pagare con la massima esattezza ciò che gli è dovuto, e di
pagare i suoi debiti il più tardi possibile.
Tale è il sindaco di Verrières, il signor de Rênal. Dopo aver attraversato la
strada con passo grave, entra in municipio e sparisce agli occhi del viaggiatore.
Il quale, cento passi più avanti, se continua nella sua passeggiata, può vedere una
bella casa, e, attraverso una cancellata in ferro, dei magnifici giardini. Più
oltre, la linea dell'orizzonte, formata dalle colline della Borgogna, sembra fatta
apposta per il piacere degli occhi. È una vista che fa dimenticare al viaggiatore
l'atmosfera infetta dei piccoli interessi di denaro da cui comincia a sentirsi
asfissiato.
Gli fanno sapere che la casa appartiene al signor de Rênal. Il sindaco di Verrières
deve ai guadagni realizzati con la grande fabbrica di chiodi la sua bella dimora in
pietra da taglio che sta rifinendo in questo periodo. La sua famiglia, si dice, è
spagnola, antica, e, a quanto si asserisce, si è stabilita da queste parti molto
prima della conquista di Luigi XIV. Dal 1815 si vergogna di essere un industriale:
il 1815 lo ha fatto diventare sindaco di Verrières. I muri a terrazza che
sostengono le diverse parti del magnifico giardino, che di ripiano in ripiano
scende fino al Doubs, sono anch'essi il premio della competenza di Rênal nel
commercio del ferro.
Non aspettatevi di vedere in Francia quei giardini pittoreschi che si trovano
attorno alle città manifatturiere della Germania, come Lipsia, Francoforte o
Norimberga. Nella Franca Contea, più muri si costruiscono, più si muniscono le
proprie terre di pietre disposte le une sulle altre, più diritti si acquistano al
rispetto dei vicini. I giardini di Rênal sono ancora più ammirati perché il sindaco
ha comperato a peso d'oro i piccoli appezzamenti dove si ergono quei muri. Per
esempio, la segheria che vi ha colpito entrando a Verrières per la sua singolare
posizione sulla riva del Doubs e dove avete notato il nome di SOREL, scritto a
caratteri cubitali su una tavola che sovrasta il tetto, occupava, sei anni fa, lo
spazio sul quale viene ora ad elevarsi il muro della quarta terrazza dei giardini
di Rênal.
Nonostante il suo orgoglio, il signor sindaco ha dovuto darsi da fare, eccome, con
il vecchio Sorel, contadino duro e testardo; ha dovuto versargli sonanti luigi
d'oro, per ottenere che trasferisse altrove la sua officina. Quanto al ruscello
pubblico che faceva andare la segheria, il signor de Rênal, grazie al credito di
cui gode a Parigi, ha ottenuto che fosse deviato. Questo favore gli fu concesso
dopo le elezioni del 182.
Il sindaco ha dato a Sorel quattro arpenti in cambio di uno, a cinquecento passi
più in basso sulle rive del Doubs. E, benché questa posizione fosse molto più
vantaggiosa per il suo commercio di assi d'abete, papà Sorel, come io chiamano da
quando è ricco, ha scoperto il segreto per ottenere una somma di 6000 franchi
approfittando dell'impazienza e della mania di proprietario che animava il suo
vicino.
È anche vero che questo accordo è stato criticato dai benpensanti del posto. Una
volta, era una domenica di quattro anni fa, Rênal, tornando dalla chiesa in tenuta
da sindaco, vide di lontano il vecchio Sorel, attorniato dai suoi tre figli, che lo
guardava sorridendo. Quel sorriso fu come un lampo fatale nell'animo del sindaco, e
da allora egli pensa che avrebbe potuto concludere lo scambio a condizioni
migliori.
A Verrières, per ottenere la pubblica stima, l'essenziale è di non adottare, pur
costruendo molto, quei progetti portati dai muratori italiani che in primavera
attraversano le gole del Giura per raggiungere Parigi. Innovazioni del genere
costerebbero all'imprudente costruttore una reputazione incancellabile di
bizzarria, ed egli sarebbe perduto per sempre presso la gente assennata e moderata
che distribuisce la buona considerazione nella Franca Contea.
In realtà, queste persone assennate vi esercitano il più fastidioso dispotismo; è a
causa di questa brutta parola che il soggiorno nelle piccole città è insopportabile
per chi sia vissuto in quella grande repubblica che si chiama Parigi. La tirannia
dell'opinione, e quale opinione!, è stupida nelle cittadine francesi come in quelle
degli Stati Uniti d'America.

II
Un sindaco

L'importanza! Signore, dite niente? Il rispetto degli sciocchi, lo stupore dei


fanciulli, l'invidia dei ricchi, il disprezzo dei saggi.
BARNAVE

Con grande vantaggio per il prestigio di amministratore del signor de Rênal, si


rendeva necessario un immenso muro di sostegno per la passeggiata pubblica che
costeggia la collina, a un centinaio di piedi sopra il corso del Doubs. Una
posizione bellissima, dalla quale si gode uno dei panorami più pittoreschi di
Francia. Ma, ad ogni primavera, le acque piovane scavavano lungo la strada dei
solchi che la rendevano impraticabile. Questo inconveniente, avvertito da tutti,
mise Rênal nella felice necessità di immortalare la sua amministrazione con un muro
alto venti piedi e lungo trenta o quaranta tese.
Il parapetto di questo muro, per il quale Rênal ha dovuto fare tre viaggi a Parigi,
in quanto il penultimo ministro degli Interni si era dichiarato nemico mortale
della passeggiata di Verrières, il parapetto di questo muro, dicevo, si eleva oggi
a quattro piedi dal suolo. E, come per sfidare tutti i ministri presenti e passati,
lo stanno ora rivestendo con lastre di pietra da taglio.
Quante volte, pensando ai balli di Parigi lasciati la sera prima, con il petto
appoggiato a quei grandi blocchi di pietra di un bel colore grigio tendente
all'azzurro, ho tuffato lo sguardo nella valle del Doubs! Al di là del fiume, sulla
riva sinistra, si snodano quattro o cinque valli sul cui fondo l'occhio distingue
facilmente dei piccoli ruscelli. Dopo aver corso di cascata in cascata vanno a
gettarsi nel Doubs. Il sole è molto caldo tra quei monti, e quando splende a
perpendicolo, i pensieri sognanti del viaggiatore trovano sul belvedere il riparo
di magnifici platani. La loro rapida crescita e la bellezza di quel verde sfumante
nell'azzurro sono dovuti alla terra di riporto che il signor sindaco ha fatto
trasportare dietro il suo immenso muro di sostegno, poiché, malgrado l'opposizione
del consiglio municipale, ha allargato la passeggiata di oltre sei piedi (e di ciò
non posso che lodarlo, benché lui sia un ultra e io un liberale), tanto che nella
sua opinione e in quella del signor Valenod, il fortunato direttore dell'ospizio di
mendicità di Verrières, questa terrazza può reggere il confronto con quella di
Saint-Germain-en-Laye.
Quanto a me, non trovo che una cosa da criticare al COURS DE LA FIDÉLITÉ - questo è
il nome ufficiale che si può leggere in quindici o venti punti diversi, su targhe
di marmo che hanno valso una croce in più al signor de Rênal; - ciò che non approvo
è il modo barbaro con il quale l'autorità fa tagliare e potare fino al vivo quei
vigorosi platani. Anziché somigliare, con le loro chiome basse, tonde e piatte,
alle più volgari piante da orto, non chiederebbero di meglio che avere quelle
magnifiche forme che sfoggiano in Inghilterra. Ma la volontà del signor sindaco è
dispotica, e due volte all'anno tutti gli alberi che appartengono al comune vengono
inesorabilmente amputati. I liberali del luogo sostengono, esagerando, che la mano
del giardiniere è molto più severa da quando il vicario Maslon ha preso l'abitudine
di impossessarsi dei prodotti della potatura.
Questo giovane ecclesiastico fu inviato da Besançon, alcuni anni fa, per
sorvegliare l'abate Chèlan e qualche curato dei dintorni. Un vecchio chirurgo
militare dell'esercito italiano ritiratosi a Verrières, e che in vita sua era stato
al tempo stesso, secondo il sindaco, giacobino e bonapartista, osò un giorno
lamentarsi con lui della periodica mutilazione di quei begli alberi.
"Mi piace l'ombra - rispose Rênal, con quella sfumatura d'importanza che si
conviene nella conversazione con un chirurgo, membro della Legion d'onore; - mi
piace l'ombra, faccio potare i miei alberi perché facciano ombra, e non concepisco
che un albero sia destinato ad altro scopo, a meno che, come l'utile noce, non
renda."
Ecco la grande parola che decide ogni cosa a Verrières: RENDERE. Da sola,
rappresenta il pensiero abituale di più di tre quarti degli abitanti.
Il rendimento: ecco la ragione che decide ogni cosa in questa cittadina che vi
sembrava tanto graziosa. Lo straniero che arriva, incantato dalla bellezza delle
valli fresche e profonde che la circondano, si immagina dapprima che i suoi
abitanti siano sensibili al bello; essi parlano fin troppo spesso della bellezza di
questi luoghi: non si può negare che le diano grande importanza; ma ciò dipende dal
fatto che attira qualche forestiero, il cui denaro arricchisce gli albergatori, e
ciò, per il meccanismo del dazio, rende alla città.
Era una bella giornata d'autunno e Rênal passeggiava per il Cours de la Fidélíté,
dando il braccio a sua moglie. Mentre ascoltava il marito, che parlava con aria
grave, la signora de Rênal seguiva con uno sguardo preoccupato i movimenti di tre
ragazzini. Il più grande, che poteva avere undici anni, si avvicinava troppo spesso
al parapetto, come per salirvi. Una voce dolce pronunciò allora il nome di Adolphe,
e il ragazzo rinunciò al suo progetto ambizioso. La signora de Rênal dimostrava
trent'anni, ma era ancora molto bella.
"Potrebbe anche pentirsene, quel bel signore di Parigi - diceva Rênal con aria
offesa, e ancora più pallido del solito. - Non mi mancano amici al Castello...".
Ma, per quanto io voglia parlarvi della provincia per duecento pagine, non cadrò
nella barbarie di farvi subire le lungaggini e le sapienti cautele di un dialogo di
provincia.
Quel bel signore di Parigi, tanto odioso al sindaco di Verrières, altri non era che
il signor Appert, il quale, due giorni prima, aveva trovato il modo di introdursi
non soltanto nella prigione e nell'ospizio. di mendicità di Verrières, ma anche
nell'ospedale amministrato gratuitamente dal sindaco e dai maggiori possidenti del
luogo.
"Ma - diceva timidamente la signora de Rênal, - quale torto può farvi questo
signore di Parigi, dal momento che voi amministrate i beni dei poveri con la
probità più scrupolosa?".
"È venuto solo per criticarci, e poi farà pubblicare degli articoli nei giornali
liberali."
"Ma voi non li leggete mai, mio caro."
"Ma ce ne parlano, di questi articoli giacobini; tutto ciò ci distrae e ci
impedisce di fare il bene. Quanto a me, non potrò mai perdonarla al curato."

III

Il bene dei poveri

Un curato virtuoso e senza intrighi è una Provvidenza per il villaggio.


FLEURY

Bisogna sapere che il curato di Verrières, un vecchio di ottant'anni, ma che doveva


all'aria frizzante di quelle montagne una salute e un carattere di ferro, aveva il
diritto di visitare ad ogni ora la prigione, l'ospedale e anche l'ospizio di
mendicità. Il signor Appert, che da Parigi era stato raccomandato al reverendo
Chèlan, aveva avuto l'accortezza di arrivare in quella cittadina pettegola proprio
alle sei del mattino. Ed era subito andato in canonica.
Leggendo la lettera che gli scriveva il marchese de la Mole, un pari di Francia che
era anche il più ricco possidente della provincia, il curato divenne pensieroso.
"Io sono vecchio, e qui mi vogliono bene - disse infine tra sé, - non oserebbero!"
Subito dopo, voltandosi verso quel parigino, con uno sguardo in cui, malgrado l'età
avanzata, brillava il fuoco sacro che annuncia il piacere di compiere una bella
azione un po' pericolosa:
"Venite con me, signore e, in presenza del portiere del carcere e soprattutto dei
sorveglianti dell'ospizio di mendicità, abbiate la cortesia di non esprimere alcuna
opinione su ciò che vedremo". Appert capì di aver a che fare con un uomo di
carattere: seguì il venerabile curato, visitò la prigione, l'ospizio e il ricovero
di mendicità, fece molte domande, e nonostante ricevesse strane risposte, non si
permise il minimo segno di biasimo.
La visita durò molte ore. Il curato invitò a pranzo Appert, che sostenne però di
avere alcune lettere da scrivere: non voleva compromettere di più il suo generoso
accompagnatore. Verso le tre andarono a ultimare l'ispezione dell'ospizio di
mendicità, e tornarono poi alla prigione. Qui, videro sulla porta il custode del
carcere, una specie di gigante alto sei piedi e con le gambe arcuate; il terrore
aveva reso ripugnante il suo volto già ignobile.
"Ah! signore - disse al curato appena l'ebbe visto, - la persona che vedo con voi
non è il signor Appert?" "Ebbene?" disse il curato.
"È che da ieri ho l'ordine preciso, inviatomi dal signor prefetto per mezzo di un
gendarme, che deve aver galoppato per tutta la notte, di non far entrare il signor
Appert nella prigione."
"Vi dichiaro, signor Noiroud - disse il curato, - che questo viaggiatore è il
signor Appert. Riconoscete che ho il diritto di entrare in prigione a qualsiasi ora
del giorno e della notte, facendomi accompagnare da chi voglio?".
"Certo, signor curato - rispose a bassa voce e abbassando la testa come un bulldog
che obbedisce a malincuore per paura del bastone. - Soltanto, signor curato, ho
moglie e figli, e se mi denunciano sarò destituito; non ho che il mio lavoro per
vivere."
"Non sarebbe meno grave, per me, se perdessi il mio" riprese il buon curato, con
voce sempre più turbata.
"C'è una bella differenza! - rispose prontamente il carceriere; - voi, signor
curato, si sa bene che avete ottocento franchi di rendita, della terra al sole...".
Questi erano i fatti che, commentati, esagerati in cento modi diversi, agitavano da
due giorni tutte le passioni astiose della cittadina di Verrières. Ed erano
l'argomento della piccola discussione di Rênal con la moglie. Quel mattino, seguito
da Valenod, direttore del ricovero di mendicità, era andato dal curato per
esprimergli la più viva disapprovazione. Chèlan non era protetto da nessuno, e si
rese conto del peso di quelle parole.
"Ebbene, signori, io sarò il terzo curato di ottant'anni che viene destituito da
queste parti! Sono qui da cinquantasei anni; ho battezzato quasi tutti gli abitanti
della città, che era solo un borgo quando ci arrivai. Unisco in matrimonio tutti i
giorni dei giovani di cui ho già sposato i nonni. Verrières è la mia famiglia; ma,
quando ho visto il forestiero, mi sono detto: "Quest'uomo venuto da Parigi può
anche essere un liberale, ce ne sono fin troppa; ma che male può fare ai nostri
poveri e ai nostri carcerati?"".
I rimproveri del sindaco, e soprattutto quelli di Valenod, si facevano sempre più
pressanti:
"Ebbene, signori, fatemi destituire! - aveva esclamato con voce tremante il vecchio
curato. - Non lascerò per questo il paese. Come sapete, quarantotto anni fa ho
ereditato un terreno che rende ottocento franchi. Vivrò con questa rendita. Nel
posto che occupo non ho modo di economizzare, io, signori, ed è forse per questo
che non mi spavento quando si parla di farmelo perdere".
Rênal viveva in buon accordo con sua moglie; ma non sapendo rispondere
all'obiezione che lei timidamente gli ripeteva: "Che male può fare quel signore di
Parigi ai carcerati?", era sul punto di irritarsi davvero, quando lei gettò un
grido. Il suo secondo figlio era appena salito sul muretto della terrazza, e si era
messo a correre, benché quel muro fosse alto più di venti piedi sopra la vigna che
era dall'altra parte. Il timore di spaventare suo figlio e di farlo cadere impediva
alla signora de Rênal di rivolgergli la parola. Finalmente il bambino, che rideva
della sua prodezza, guardò la madre, vide il suo pallore, saltò giù e corse da lei.
Fu molto sgridato.
Questo piccolo incidente cambiò il corso della conversazione.
"Voglio assolutamente che venga a stare a casa nostra il figlio di Sorel, il
padrone della segheria - disse Rênal. - Sorveglierà i bambini, che stanno
diventando dei diavoletti. È un giovane prete, o quasi, buon latinista, e farà
compiere molti progressi ai bambini; ha un carattere fermo, dice il curato. Gli
darò 300 franchi e il vitto. Avevo qualche dubbio sulla sua moralità, perché era il
beniamino di quel vecchio chirurgo, membro della Legion d'onore, che, con la scusa
di essere un loro cugino, si era messo a pensione dai Sorel. Quest'uomo, in fondo,
poteva essere benissimo un agente segreto dei liberali; diceva che l'aria dei
nostri monti giovava alla sua asma; ma non ci sono prove. Aveva fatto tutte le
campagne di Buonaparte in Italia, e si dice che una volta, anche, abbia votato no
per l'impero. Questo liberale insegnava il latino al giovane Sorel, e gli ha
lasciato un mucchio di libri che aveva portato con sé. Non mi sarebbe mai venuto in
mente di mettere il figlio del carpentiere vicino ai nostri bambini; ma il curato,
proprio il giorno prima di quella scena che ha guastato per sempre i nostri
rapporti, mi ha detto che Sorel studia teologia da tre anni, con il progetto di
entrare in seminario; dunque non è un liberale, ed è latinista. Questa sistemazione
conviene per più di un motivo - continuò Rênal, guardando sua moglie con aria
diplomatica; - Valenod è orgogliosissimo dei due bei normanni che ha appena
comperato per il suo calesse. Ma non ha un precettore per i suoi figli."
"Potrebbe portarcelo via."
"Dunque approvi il mio progetto? - disse Rênal ringraziando la moglie, con un
sorriso, per l'eccellente idea che aveva appena avuto. - Allora abbiamo deciso."
"Ah, buon Dio, mio caro, come fai presto a decidere!".
"Il fatto è che ho del carattere, io, e il curato se ne è accorto. Non
nascondiamoci le cose: qui, siamo circondati dai liberali. Questi mercanti di tela
mi invidiano, ne sono certo; due o tre stanno diventando dei ricconi; ebbene! mi
piace molto l'idea che vedano passare i figli del signor de Rênal accompagnati dal
loro precettore. Farà effetto. Mio nonno ci raccontava spesso che, in gioventù,
aveva avuto un precettore. Potrà costarmi cento scudi, ma dev'essere considerata
una spesa necessaria per essere all'altezza del nostro rango."
Questa decisione improvvisa lasciò perplessa la signora de Rênal. Era una donna
alta, ben fatta, che era stata la bellezza del paese, come si dice tra quelle
montagne. Aveva una cert'aria di semplicità, e un passo giovanile; a un parigino,
quella grazia naturale, vivace e piena d'innocenza, avrebbe potuto anche richiamare
dei pensieri di dolce voluttà. Se avesse saputo di poter avere questo tipo di
successo, se ne sarebbe certo vergognata. Né la civetteria né l'affettazione si
erano mai accostate al suo cuore. Si diceva che Valenod, il ricco direttore del
ricovero, le avesse fatto la corte, ma senza successo, cosa che dava una
particolare luce alla sua virtù. Infatti questo Valenod, giovane di alta statura,
ben piantato, con un volto colorito e grossi favoriti neri, era uno di quegli
esseri rozzi, sfrontati e rumorosi, che in provincia si definiscono begli uomini.
La signora de Rênal, timidissima e di carattere in apparenza molto mutevole, era
soprattutto urtata dal continuo agitarsi e dal vociare di Valenod. L'avversione che
aveva per ciò che a Verrières si definisce gioia, le era valsa la reputazione di
essere molto orgogliosa della sua nascita. Lei non ci pensava affatto, ma era stata
molto contenta di vedere che gli abitanti della città avevano diradato le visite a
casa sua. Non terremo nascosto che passava per una sciocca agli occhi delle loro
mogli, poiché, agendo senza nessuna "politica" con suo marito, si lasciava sfuggire
le migliori occasioni per farsi comperare dei bei cappelli a Parigi o a Besançon.
Purché la lasciassero sola a passeggiare nel suo bel giardino, non si lamentava
mai.
Era un'anima ingenua, che non aveva mai osato giudicare suo marito o confessare a
se stessa che la annoiava. Supponeva, senza dirselo, che tra marito e moglie non
potessero esistere rapporti più dolci dei loro. Le piaceva Rênal soprattutto quando
le parlava dei suoi progetti per i figli, uno dei quali voleva destinare alla
carriera militare, l'altro alla magistratura, e il terzo alla Chiesa. Insomma,
trovava il marito molto meno noioso di tutti gli altri uomini che conosceva.
Questo giudizio coniugale era ragionevole. Il sindaco di Verrières doveva la sua
reputazione di uomo di spirito e soprattutto di buon gusto a una mezza dozzina di
battute che aveva ereditato da uno zio. Il vecchio capitano de Rênal prestava
servizio, prima della rivoluzione, nel reggimento di fanteria del duca d'Orléans,
e, quando andava a Parigi, era ammesso nei salotti del principe, nei quali aveva
incontrato Madame de Montesson, la famosa Madame de Genlis, e Ducrest, l'ideatore
del Palais-Royal. Questi personaggi riapparivano molto spesso negli aneddoti del
signor de Rênal. Ma poco a poco il ricordo di queste cose tanto delicate da
raccontare era diventato per lui molto faticoso, e, da qualche tempo, ripeteva solo
nelle grandi occasioni i suoi aneddoti sulla casa di Orléans. Essendo d'altronde di
modi assai compiti, tranne quando parlava di denaro, era considerato il personaggio
più aristocratico di Verrières.

IV
Un padre e un figlio

E sarà mia colpa, Se così è?


MACHIAVELLI

"Mia moglie ha la testa sulle spalle!" pensava il giorno dopo, alle sei del
mattino, il sindaco di Verrières, scendendo verso la segheria di papà Sorel.
"Nonostante quello che le ho detto, per conservare la superiorità che mi spetta,
non avevo pensato che se non prendessi quel piccolo abate Sorel, che, si dice, sa
il latino come un angelo, il direttore del ricovero, quell'anima senza pace,
potrebbe anche avere la mia stessa idea e portarmelo via. Chissà con quale boria
parlerebbe del precettore dei suoi figli!... Ma questo precettore, una volta con
me, si metterà la tonaca?".
Rênal era tutto preso da questo dubbio, allorché vide in lontananza un contadino,
un uomo alto circa sei piedi, che già a quell'ora sembrava occupatissimo a misurare
del legname che si trovava lungo il Doubs, sull'alzaia. Il contadino non sembrò
molto soddisfatto di vedere che il sindaco si stava avvicinando; infatti il suo
legname ostruiva la strada, ed era stato deposto lì abusivamente.
Papà Sorel, poiché era proprio lui, fu molto sorpreso e più ancora contento della
singolare proposta che Rênal gli faceva per suo figlio Julien. Nondimeno lo ascoltò
con quell'aria di tristezza scontenta e priva di interesse, con cui i contadini di
quelle montagne sanno ben mascherare la loro astuzia.. Schiavi al tempo della
dominazione spagnola, conservano ancora quella particolare espressione del volto
che è propria del fellah egiziano.
La risposta di Sorel non fu inizialmente che una lunga sequela di tutte le formule
di ossequio che sapeva a memoria. Mentre ripeteva quelle parole vuote, con un
sorriso sinistro che accresceva l'aria falsa, e anche un po' furfantesca, della sua
fisionomia, l'intelligenza sveglia del vecchio contadino cercava di scoprire per
quale ragione un uomo così ragguardevole potesse pensare di prendersi in casa quel
buono a nulla di suo figlio. Era molto scontento di Julien, eppure il signor de
Rênal gli offriva per lui il salario insperato di 300 franchi all'anno più il vitto
e il vestiario. Anche su quest'ultima pretesa, che papà Sorel aveva avanzato
all'improvviso, come per un lampo di genio, Rênal fu d'accordo.
Questa richiesta colpì il sindaco. "Visto che Sorel non sembra né stupito né felice
per la mia proposta, come naturalmente dovrebbe essere, è chiaro - pensò - che ha
già avuto altre offerte; e da chi possono essergli venute, se non da Valenod?"
Inutilmente Rênal fece premura a Sorel per concludere subito: l'astuzia del vecchio
contadino oppose un rifiuto ostinato; voleva consultare suo figlio, diceva lui;
come se, in provincia, un padre ricco consultasse un figlio che non possiede nulla,
se non per salvare la forma.
Una segheria ad acqua consiste in un capannone sulla riva di un ruscello. Il tetto
è sostenuto da un'armatura che poggia su quattro grossi pilastri di legno. A otto o
dieci piedi d'altezza, in mezzo al capannone, si vede una sega che sale e scende,
mentre un meccanismo molto semplice spinge contro questa sega un pezzo di legno.
Una ruota messa in movimento dall'acqua fa andare questo duplice meccanismo: quello
della sega che sale e scende e quello che spinge lentamente il legno verso la sega,
che lo taglia in assi.
Avvicinandosi alla sua officina, papà Sorel chiamò Julien con voce stentorea; non
rispose nessuno. Vide soltanto i suoi figli maggiori, giganti armati di pesanti
scuri, che squadravano dei tronchi di abete per portarli alla sega. Occupatissimi a
seguire esattamente il segno nero tracciato sul legno, con ogni colpo di scure ne
staccavano frammenti enormi. Non udirono la sua voce. Papà Sorel si diresse allora
verso il capannone; entrandovi, cercò inutilmente Julien al posto che avrebbe
dovuto occupare, accanto alla sega. Lo vide cinque o sei piedi più in alto, a
cavalcioni di una trave. Anziché sorvegliare attentamente il funzionamento
dell'intero meccanismo, Julien leggeva. Niente avrebbe potuto irritare di più il
vecchio Sorel; avrebbe forse potuto perdonare a Julien la sua corporatura esile,
poco adatta ai lavori pesanti, e così diversa da quella dei fratelli maggiori; ma
quella mania della lettura gli risultava odiosa; lui non sapeva leggere.
Chiamò inutilmente Julien due o tre volte. L'attenzione con la quale il giovane
stava leggendo, più ancora del rumore della sega, gli impedì di sentire la voce
terribile di suo padre. Alla fine, nonostante l'età, questi saltò agilmente
sull'albero che veniva segato, e da lì sulla trave trasversale che reggeva il
tetto. Un colpo violento fece volare in acqua il libro che Julien aveva in mano; un
secondo colpo altrettanto violento gli arrivò sulla testa e gli fece perdere
l'equilibrio. Stava per cadere da un'altezza di dodici o quindici piedi, in mezzo
alle leve della macchina in azione, che l'avrebbero fatto a pezzi, quando suo padre
lo trattenne con la mano sinistra:
"E allora, pigrone! Devi sempre leggere i tuoi maledetti libri quando sei di
guardia? Leggili almeno di sera, quando vai a perdere tempo dal curato".
Julien, per quanto stordito dalla forza del colpo e tutto sanguinante, riprese il
suo posto accanto alla macchina. Aveva le lacrime agli occhi, non tanto per il
dolore fisico quanto per la perdita di quel libro che adorava.
"Scendi, animale, che devo parlarti."
Il rumore della macchina impedì un'altra volta a Julien di udire l'ordine. Suo
padre, che era sceso, non volendo prendersi la briga di risalire, andò a prendere
una lunga pertica per buttar giù le noci e lo colpì a una spalla. Non appena Julien
fu a terra, il vecchio Sorel lo spinse rudemente davanti a sé, verso casa. "Dio sa
che cosa sta per farmi!" si diceva il giovane. Passando, guardò tristemente il
ruscello dov'era caduto il suo libro; era quello che prediligeva, il Memoriale di
Sant'Elena.
Aveva le guance di porpora e gli occhi bassi; era un giovanottello fra i diciotto e
i diciannove anni, con tratti irregolari, ma delicati, e un naso aquilino. I grandi
occhi neri, che, nei momenti tranquilli, rivelavano un temperamento riflessivo, ma
focoso, erano animati in quell'istante dall'espressione dell'odio più feroce. I
capelli castano scuro, dall'attaccatura molto bassa, gli facevano piccola la
fronte, e nei momenti di collera gli davano un'aria cattiva. Fra le varietà
innumerevoli della fisionomia umana, non se ne è forse mai vista una così
singolare. Una figura snella e ben fatta denotava più agilità che vigore. Fin
dall'infanzia, la sua aria estremamente pensosa e il pallore del volto avevano
convinto suo padre che non sarebbe vissuto a lungo, o che sarebbe stato un peso per
la sua famiglia. Oggetto del disprezzo di tutti in casa, odiava il padre e i
fratelli; nei giochi domenicali, in piazza, era sempre sconfitto.
Da meno di un anno il suo bel viso cominciava a procurargli qualche segno di
simpatia fra le ragazze. Disprezzato da tutti come un essere debole, Julien aveva
adorato quel vecchio chirurgo militare che un giorno aveva osato parlare al sindaco
a proposito dei platani.
Il chirurgo pagava qualche volta al vecchio Sorel la giornata di suo figlio, al
quale insegnava il latino e la storia, vale a dire quello che lui sapeva di storia:
la campagna d'Italia del 1796. Morendo, gli aveva lasciato la sua croce della
Legion d'onore, gli arretrati della sua pensione, e trenta o quaranta volumi, di
cui il più prezioso era appena finito in quel torrente, deviato per l'autorevole
intervento del sindaco.
Appena entrato in casa, Julien si sentì afferrare una spalla dall'energica mano del
padre; tremava, si aspettava che lo picchiasse.
"Rispondimi senza mentire" gli urlò alle orecchie la voce dura del vecchio
contadino, mentre la sua mano lo rigirava, come fa un bambino con un soldatino di
piombo. I grandi occhi neri di Julien, pieni di lacrime, si trovarono di fronte a
quelli piccoli e grigi del vecchio carpentiere, che aveva l'aria di volerlo
scrutare fino al fondo dell'anima.

V
Una contrattazione

Cunctando restituit rem.


ENNIO

"Rispondimi senza mentire, se ci riesci, cane di un mangialibri; come hai


conosciuto la signora de Rênal, quando le hai parlato?".
"Non le ho mai parlato - rispose Julien, - e l'ho vista solo in chiesa."
"Ma l'avrai guardata! Brutto sfacciato!".
"Mai! Voi sapete che in chiesa io non vedo che Dio" aggiunse Julien, con un'arietta
ipocrita, la più adatta, secondo lui, ad evitare altre botte.
"Eppure c'è sotto qualcosa - replicò quel contadino malizioso, e tacque per un
istante. - Ma da te non saprò niente, maledetto ipocrita. Comunque sto per
liberarmi di te, e la segheria non avrà che da guadagnarci. Sei riuscito a
incantare il curato, o qualcun altro che ti ha procurato un buon posto. Prepara il
tuo fagotto, ti porterò da Rênal, sarai il precettore dei suoi figli."
"E cosa mi daranno?".
"Il vitto, il vestiario e trecento franchi di paga."
"Non voglio fare il servitore."
"Animale, e chi ti dice di fare il servitore? Credi che manderei mio figlio a fare
il domestico?".
"Ma, con chi mangerò?".
Questa domanda sconcertò il vecchio Sorel. Si rese conto che parlando avrebbe
potuto commettere qualche imprudenza; si arrabbiò con Julien, lo coprì d'improperi,
lo accusò di ingordigia, e se ne andò per consultare gli altri suoi figli.
Julien li vide poco dopo che tenevano consiglio, ognuno appoggiato alla sua scure.
Li guardò a lungo, ma accorgendosi che non poteva indovinare nulla, andò a mettersi
dall'altra parte della sega, per evitare di essere sorpreso. Voleva riflettere su
quell'annuncio improvviso che cambiava il suo destino, ma si sentì incapace di
farlo con saggezza; la sua immaginazione era tutta intenta a raffigurarsi ciò che
avrebbe visto nella bella casa del signor de Rênal.
"Devo rinunciare a tutto questo - si diceva, - piuttosto che ridurmi a mangiare con
la servitù. Mio padre vorrà costringermi, ma preferisco la morte. Ho quindici
franchi e otto soldi di risparmi; scappo stanotte. In due giorni, seguendo vie
secondarie per non incontrare i gendarmi, arrivo a Besançon; lì mi arruolo e, se
necessario, passo in Svizzera. Ma allora niente carriera, niente ambizioni. Dovrò
rinunciare a quello stato ecclesiastico che può condurre ovunque."
L'orrore che provava all'idea di mangiare con i domestici non era naturale in
Julien, che si sarebbe sottoposto a umiliazioni peggiori, pur di avere successo.
Aveva attinto questa ripugnanza dalle Confessioni di Rousseau. Era il solo libro
attraverso il quale si raffigurasse il mondo. La raccolta dei bollettini della
grande armata e il Memoriale di Sant'Elena completavano il suo corano. Si sarebbe
fatto uccidere per queste tre opere. Non credette mai in nessun'altra. Seguendo ciò
che diceva il vecchio chirurgo militare, considerava tutti gli altri libri
menzogneri, e scritti da astuti truffatori desiderosi di successo.
Oltre a un'anima ardente, Julien possedeva una di quelle memorie eccezionali che
tanto spesso si accompagnano alla stupidità. Per ingraziarsi il vecchio curato
Chèlan, dal quale, lo capiva bene, dipendeva il suo futuro, aveva imparato a
memoria tutto il Nuovo Testamento in latino, e anche il libro Del papa di de
Maistre, e credeva poco sia all'uno che all'altro.
Come per un reciproco accordo, Sorel e suo figlio evitarono quel giorno di
parlarsi. All'imbrunire, Julien andò dal curato per la lezione di teologia, ma non
ritenne prudente parlargli della strana proposta che avevano fatto a suo padre.
"Forse è un tranello - si diceva, - e occorre fingere di averlo dimenticato."
L'indomani, di buon mattino, Rênal mandò a chiamare il vecchio Sorel, il quale,
dopo essersi fatto aspettare un'ora o due, finì per arrivare, profondendosi,
quand'era ancora sulla porta, in cento scuse, condite da altrettante riverenze. A
furia di obiezioni di ogni sorta, Sorel si assicurò che il figlio avrebbe mangiato
con il padrone e la padrona di casa, e, quando ci fossero stati degli ospiti, in
una stanza a parte, con i ragazzi. Sempre più disposto a creare difficoltà, man
mano che notava nel sindaco una vera premura, ed essendo del resto pieno di
diffidenza e di stupore, Sorel chiese di poter vedere la camera in cui avrebbe
dormito suo figlio. Era una stanza grande, ammobiliata molto decorosamente, ma
nella quale stavano già trasportando i letti dei tre ragazzi.
Questa circostanza illuminò il vecchio contadino, che domandò subito con sicurezza
di vedere l'abito che avrebbero dato a suo figlio. Rênal aprì il suo scrittoio e
prese cento franchi.
"Con questi soldi, vostro figlio andrà da Durand, il negoziante di stoffe, e potrà
farsi un completo nero."
"E se poi decidessi di farlo tornare a casa - disse il contadino, che aveva di
colpo dimenticato i suoi modi riverenti, - questo vestito nero rimarrebbe suo?".
"Certo."
"Va bene! - disse Sorel con voce strascicata - non ci resta dunque che metterci
d'accordo su una sola cosa: il denaro che gli darete."
"Ma come! - gridò Rênal indignato, - siamo d'accordo già da ieri: gli darò trecento
franchi; mi sembra che sia molto, e forse troppo."
"Era la vostra offerta, non lo nego" disse Sorel parlando ancora più lentamente; e
con un lampo di genio che potrebbe stupire solo chi non conosce i contadini della
Franca Contea, aggiunse, guardando fisso Rênal: "Possiamo trovare di meglio
altrove".
A queste parole il volto del sindaco apparve sconvolto. Tuttavia si riprese, e,
dopo una sapiente discussione di due lunghe ore, nella quale non una sola parola
venne detta a caso, l'astuzia del contadino ebbe la meglio sull'astuzia del ricco,
che non ne ha bisogno per vivere. Furono stabiliti i numerosi punti che avrebbero
regolato la nuova vita di Julien; non solo il suo stipendio venne fissato in
quattrocento franchi, ma sarebbe stato pagato in mensilità anticipate.
"E va bene! Gli darò trentacinque franchi al mese" disse Rênal.
"Per arrotondare la somma, un uomo ricco e generoso come il nostro signor sindaco -
disse il contadino con voce carezzevole - potrà ben arrivare a trentasei franchi."
"E sia! - disse Rênal. - Ma facciamola finita."
Questa volta, la collera gli diede un tono di fermezza. Il contadino si rese conto
che non era il caso di andare oltre. Così toccò a Rênal fare qualche passo avanti.
Si rifiutò di versare la prima mensilità di trentasei franchi al vecchio Sorel, che
mostrava molta premura di riceverli per il figlio. Rênal stava intanto pensando che
sarebbe stato costretto a raccontare a sua moglie la parte che aveva sostenuto
durante la trattativa.
"Restituitemi i cento franchi che vi ho dato - disse stizzito. - Durand mi deve
qualcosa. Andrò io con vostro figlio a prendere la stoffa."
Dopo queste parole decise, Sorel tornò con prudenza alle sue formule rispettose,
con le quali proseguì per un quarto d'ora. Alla fine, vedendo che ormai non aveva
proprio più nulla da guadagnare, se ne andò. Il suo ultimo inchino finì con questa
frase:
"Manderò subito mio figlio al castello".
Era così che i cittadini chiamavano la casa del sindaco quando volevano essergli
graditi.
Tornato all'officina, Sorel cercò invano suo figlio. Diffidando di ciò che poteva
accadere, Julien era uscito nel cuore della notte per mettere in salvo i suoi libri
e la croce della Legion d'onore. Aveva portato tutto da un giovane commerciante di
legname, un suo amico di nome Fouquè, che abitava sull'alta montagna che domina
Verrières.
Quando riapparve, suo padre gli disse: "Solo Dio sa, maledetto poltrone, se avrai
mai l'onore sufficiente per ripagarmi il prezzo del tuo mantenimento, che ti
anticipo da tanti anni! Prendi i tuoi stracci, e vattene dal sindaco".
Julien, sorpreso di non essere stato picchiato, si affrettò ad andarsene. Ma non
appena fu certo che il padre non lo avrebbe visto, rallentò il passo. Ritenne che
una sosta in chiesa sarebbe stata utile alla sua ipocrisia.
La parola vi sorprende? Per arrivare a quest'orribile parola, l'anima del giovane
contadino aveva dovuto percorrere una strada molto lunga.
Fin dalla prima infanzia, la vista di certi dragoni del sesto reggimento, con quei
lunghi mantelli bianchi e gli elmetti dai lunghi crini neri, che tornavano
dall'Italia, e che Julien vide legare i cavalli alle inferriate della casa di suo
padre, gli aveva dato un folle entusiasmo per la vita militare. Più tardi aveva
ascoltato con trasporto i racconti delle battaglie del ponte di Lodi, di Arcole, di
Rivoli, che gli faceva il chirurgo militare. Notava gli sguardi accesi con i quali
il vecchio guardava la sua croce.
Ma quando Julien aveva quattordici anni, a Verrières cominciarono a costruire una
chiesa, che si può ben dire magnifica per una città così piccola. C'erano
soprattutto quattro colonne di marmo la cui vista colpiva Julien; divennero celebri
nel paese, per l'odio mortale che suscitarono fra il giudice di pace e il giovane
vicario, mandato da Besançon, che passava per essere una spia della Congregazione.
Il giudice di pace fu sul punto di perdere il suo posto, o quanto meno era questa
l'opinione comune, Non aveva forse osato mettersi in disputa con un prete che,
quasi ogni quindici giorni, andava a Besançon, dove incontrava il vescovo, a quanto
si diceva?
In questo frattempo, il giudice di pace, padre di una numerosa famiglia, aveva
emesso non poche sentenze che sembrarono ingiuste, ed erano tutte contro persone
che leggevano il "Constitutionnel". Il partito dell'ordine trionfò. Non si
trattava, è vero, che di somme di tre o cinque franchi, ma una di queste piccole
ammende dovette essere pagata da un fabbricante di chiodi, padrino di Julien.
Incollerito, quest'uomo esclamava: "Che cambiamento! E dire che da più di vent'anni
il giudice di pace passava per un vero galantuomo!". Il chirurgo militare, amico di
Julien, era morto.
Tutt'a un tratto, Julien smise di parlare di Napoleone; comunicò il suo progetto di
farsi prete, e lo si vide costantemente, nella segheria del padre, tutto preso a
imparare a memoria una bibbia in latino che gli aveva prestato il parroco. Quel
buon vecchio, meravigliato dai suoi progressi, passava intere serate a insegnargli
la teologia. Julien, davanti a lui, mostrava solo pii sentimenti. Chi avrebbe
potuto immaginare che quel volto di fanciulla, così pallido e dolce, nascondesse la
decisione incrollabile di affrontare mille volte la morte, piuttosto che rinunciare
a far fortuna?
Per Julien, far fortuna significava innanzitutto uscire da Verrières, che
detestava. Tutto ciò che vedeva in quel luogo gelava la sua immaginazione.
Fin dalla prima infanzia aveva avuto dei momenti di esaltazione. Pensava allora,
deliziato, che un giorno si sarebbe presentato alle belle donne di Parigi, e
avrebbe saputo attirarne l'attenzione con qualche gesto eccezionale. Perché
qualcuna di loro non avrebbe potuto innamorarsi di lui, come Bonaparte, ancora
povero, era stato amato dalla brillante signora de Beauharnais? Da parecchi anni,
Julien non passava forse neanche un'ora della sua vita senza dire a se stesso che
Bonaparte, da oscuro sottotenente privo di mezzi, era divenuto padrone del mondo
con la sua spada. Questa idea lo consolava delle sue sventure, che gli sembravano
grandi, e raddoppiava la sua gioia, quando ne aveva.
La costruzione della chiesa e le sentenze del giudice di pace lo illuminarono
improvvisamente; ebbe un'idea che lo mandò quasi in delirio per qualche settimana,
e infine s'impadronì di lui con l'onnipotenza della prima idea che un'anima
appassionata crede di avere scoperto.
"Quando Bonaparte fece parlare di sé, la Francia temeva l'invasione; il valore
militare era necessario e di moda. Oggi si vedono preti di quarant'anni con
centomila franchi di stipendio, vale a dire il triplo dei famosi generali di
divisione napoleonici. Hanno bisogno di gente che sia dalla loro parte. Ed ecco
questo giudice di pace, uomo così assennato, così onesto, finora, e così vecchio,
che si disonora per paura di riuscire sgradito a un giovane vicario di trent'anni.
Bisogna farsi prete."
Una volta, nel pieno di questa sua nuova religiosità - ed erano già due anni che
studiava teologia - Julien fu tradito da un'improvvisa irruzione di quell'ardore
che divorava la sua anima. Si trovava da Chèlan, a un pranzo di preti durante il
quale il buon parroco l'aveva presentato come un prodigio di cultura, quando gli
capitò di tessere appassionatamente le lodi di Napoleone. Si legò il braccio destro
al petto, sostenne di esserselo slogato spostando un tronco di abete, e lo portò
per due mesi in questa scomodissima posizione. Dopo essersi inflitto questa
punizione, si concesse il perdono. Tale era il giovane di diciannove anni, ma così
fragile in apparenza da dimostrarne tutt'al più diciassette, che, con un fagotto
sotto il braccio, stava entrando nella magnifica chiesa di Verrières.
La trovò buia e deserta. In occasione di una festa, tutte le vetrate erano state
coperte di stoffa cremisi. Con i raggi del sole, si creava uno splendido effetto di
luce, di religiosa imponenza. Julien trasalì. Solo, nella chiesa, si mise nel banco
che appariva più bello. Portava lo stemma dei Rênal.
Sull'inginocchiatoio, Julien notò un pezzetto di carta stampata; sembrava esposto
perché qualcuno lo leggesse. Vi posò gli occhi e vide: Particolari dell'esecuzione
e degli ultimi istanti di Louis Jenrel, giustiziato a Besançon, il...
Il foglio era strappato. Sul rovescio si potevano leggere le prime parole di una
riga, ed erano: Il primo passo.
"Chi avrà messo qui questo pezzo di carta? - si chiese Julien. - Povero disgraziato
- aggiunse con un sospiro, - il suo nome finisce come il mio..." e accartocciò il
foglio.
Uscendo, ebbe l'impressione di vedere del sangue vicino all'acquasantiera. Era un
po' d'acqua benedetta versata a terra: per il riflesso dei tendaggi rossi che
coprivano le finestre sembrava che fosse sangue.
Julien provò vergogna del suo segreto terrore.
"Sarei forse un vile? - si disse, - all'armi!".
Queste parole, così spesso ripetute nei racconti di battaglia del vecchio chirurgo,
erano eroiche per Julien. Si alzò, e si diresse rapidamente verso la casa di Rênal.
Nonostante i suoi bei propositi, non appena la vide a venti passi di distanza, fu
preso da una timidezza invincibile. Il cancello di ferro era aperto, e gli sembrò
magnifico. Bisognava entrare.
Julien non era la sola persona a sentirsi turbata dal suo arrivo in quella casa. La
signora de Rênal, donna timidissima, era sconcertata all'idea dell'arrivo di
quell'estraneo, il quale, per le sue mansioni, si sarebbe trovato costantemente tra
lei e i suoi figli. Era abituata a farli dormire nella sua camera. Quella mattina
aveva pianto a lungo, vedendo trasportare i loro lettini nell'appartamento
destinato al precettore. Chiese invano al marito che il letto di Stanislas-Xavier,
il più piccolo, fosse riportato nella sua camera.
La delicatezza femminile arrivava in lei all'eccesso. Si era fatta la sgradevole
immagine di un essere grossolano e scarmigliato, incaricato di sgridare e forse
anche frustare i suoi figli solo perché conosceva il latino, quella lingua barbara.

VI
La noia

Non so più cosa son, Cosa facio


MOZART (Figaro)

Con la vivacità e la grazia che le erano naturali quand'era lontana dagli sguardi
degli uomini, la signora de Rênal stava uscendo dalla porta-finestra del salotto
che dava sul giardino, quando vide vicino all'ingresso il viso di un giovane
contadino, quasi ancora un ragazzo, estremamente pallido e che aveva appena pianto.
Indossava una camicia bianchissima, e aveva sotto il braccio una giacca molto
pulita di ratina viola.
La carnagione di quel contadinello era così bianca, i suoi occhi così dolci, che lo
spirito un po' romantico della signora de Rênal ebbe a prima vista l'idea che
poteva trattarsi di una ragazza travestita, che veniva a chiedere qualche grazia al
sindaco. Provò pietà per quella povera creatura, ferma sulla soglia, e che
evidentemente non osava alzare la mano fino al campanello. Si avvicinò, distratta
per un momento dall'amarezza che le dava l'arrivo del precettore. Julien, rivolto
verso la porta, non la vide arrivare. Trasalì quando una voce dolce gli disse,
vicinissima al suo orecchio:
"Figliolo, cosa cercate?".
Julien si voltò di scatto e, colpito dalla grazia che c'era nello sguardo di quella
signora, dimenticò in parte la propria timidezza. Ben presto, sorpreso dalla
bellezza di lei, dimenticò tutto, anche quello che veniva a fare. La signora de
Rênal aveva ripetuto la domanda.
"Vengo per fare il precettore, signora" le disse finalmente, vergognandosi molto
per le lacrime che cercava di asciugarsi.
La signora de Rênal rimase interdetta; erano vicinissimi, e si guardavano. Julien
non aveva mai visto una persona così ben vestita, e tanto meno una donna con un
incarnato tanto smagliante, parlargli con dolcezza. Lei osservava le grosse lacrime
che si erano fermate sulle guance, prima così pallide ed ora così rosee, di quel
giovane contadino. Poi si mise a ridere, con la folle allegria di una fanciulla;
rideva di se stessa e neanche si rendeva conto di tutta la sua gioia. Era quello il
precettore che lei si era immaginata come un prete sporco e mal vestito, che veniva
a sgridare e frustare i suoi figli?!
"E dunque, signore - gli disse, - voi sapete il latino?" Quella parola, "signore",
stupì a tal punto Julien che ebbe bisogno di riflettere un istante.
"Sì, signora" disse timidamente.
La signora de Rênal era così felice che osò dire a Julien:
"Non sgriderete troppo quei poveri bambini?".
"Io, sgridarli - disse Julien sorpreso; - e perché?".
"Sarete buono con loro, è vero, signore?" aggiunse lei dopo un breve silenzio, e
con una voce sempre più commossa: "me lo promettete?".
Sentirsi di nuovo chiamare signore, così seriamente, e da una donna tanto ben
vestita, era qualcosa molto al di sopra delle previsioni di Julien: in tutti i
castelli in aria della sua giovinezza, aveva pensato che nessuna vera signora si
sarebbe degnata di parlargli, se non quando avesse indossato una bella uniforme. La
signora de Rênal, da parte sua, era proprio confusa dalla bellezza della
carnagione, dai grandi occhi neri di Julien, e dai suoi bei capelli, più ricci del
solito, perché il ragazzo aveva tuffato la testa nella vasca della fontana pubblica
per rinfrescarsi. Con sua grande gioia, scopriva che il fatale precettore, del
quale aveva tanto temuto la durezza e l'aspetto arcigno per i suoi figli, aveva
l'aria timida di una fanciulla. Per l'anima tranquilla di lei, il contrasto fra i
suoi timori e ciò che vedeva fu un vero avvenimento. Finalmente si riebbe dalla
sorpresa. Ma fu stupita di trovarsi sulla porta di casa sua, con un giovane in
maniche di camicia, e così vicina a lui.
"Entriamo, signore" gli disse con aria alquanto imbarazzata.
Mai, in vita sua, una sensazione del tutto piacevole l'aveva così profondamente
emozionata, mai un'apparizione tanto gradevole aveva preso il posto dei timori più
inquietanti. Dunque, i suoi cari bambini non sarebbero caduti nelle mani di un
prete sudicio e brontolone. Appena entrata nel vestibolo, si voltò verso Julien,
che la seguiva timidamente. La sua aria stupita, alla vista di una casa tanto
bella, era una grazia in più per la signora de Rênal. Non poteva credere ai suoi
occhi; le sembrava, soprattutto, che un precettore dovesse avere un abito nero.
"Ma è vero, signore? - gli disse fermandosi ancora, e con la tremenda paura di
essersi sbagliata, tanta era la gioia per quella sorpresa. - Voi sapete il
latino?".
Queste parole ferirono l'orgoglio di Julien e dissiparono l'incanto nel quale
viveva da un quarto d'ora.
"Sì, signora - le disse cercando di assumere un'aria distaccata. - Io so il latino
come il signor curato, e certe volte lui stesso ha la bontà di dire che lo so
meglio di lui."
La signora de Rênal trovò che Julien aveva assunto un'espressione molto cattiva. Il
giovane si era fermato a due passi da lei, che gli si avvicinò, e gli disse a mezza
voce:
"I primi giorni non frusterete i miei bambini, anche se non sapranno la lezione, è
vero?".
Quel tono così dolce, e quasi supplichevole, in una signora tanto bella, fece
subito dimenticare a Julien la sua reputazione di latinista. Il viso di lei era
vicino al suo, sentì il profumo degli abiti estivi di una donna, e ciò era
stupefacente per un giovane contadino. Julien arrossì violentemente, e disse in un
sospiro, con una voce che sembrava venir meno:
"Non abbiate timore, signora, vi obbedirò in tutto".
Solo in quel momento, quando la sua preoccupazione per i figli si dissipò
completamente, la signora de Rênal fu colpita dall'estrema bellezza di Julien. I
suoi tratti quasi femminei e la sua aria impacciata non parvero affatto ridicoli a
una donna che era a sua volta molto timida. L'aria virile, che di solito è ritenuta
necessaria alla bellezza di un uomo, le avrebbe fatto paura.
"Che età avete, signore?" chiese a Julien.
"Fra poco diciannove anni."
"Mio figlio maggiore ne ha undici - riprese lei, del tutto rassicurata. - Sarà
quasi un compagno per voi, con lui potrete ragionare. Una volta suo padre ha voluto
picchiarlo: il ragazzo è stato male per un'intera settimana; e non gli aveva fatto
quasi niente."
"Che differenza fra lui e me - pensò Julien. - Solo ieri mio padre mi ha picchiato.
Come sono fortunati i ricchi!"
La signora de Rênal cercava già di cogliere le minime sfumature di ciò che
attraversava l'animo del precettore; prese per timidezza quel momento di
malinconia, e volle incoraggiarlo:
"Qual è il vostro nome, signore?" gli chiese con un tono e una grazia di cui Julien
sentì tutto il fascino, pur senza rendersene conto.
"Mi chiamo Julien Sorel, signora; tremo, entrando per la prima volta in una casa di
estranei; ho bisogno della vostra protezione, e che voi mi perdoniate molte cose i
primi giorni. Non sono mai stato in collegio, ero troppo povero; non ho mai parlato
ad altri che a un mio cugino, chirurgo militare e membro della Legion d'onore, e al
curato Chèlan, che potrà darvi buone informazioni su di me. I miei fratelli mi
hanno sempre picchiato, e non credete loro, se vi diranno male di me. Perdonate i
miei errori, signora, non saranno dovuti a cattiva intenzione."
Durante questo lungo discorso, Julien osservava la signora e andava rassicurandosi.
Tale è l'effetto di una grazia perfetta, quando è parte naturale del carattere, e
quando soprattutto la persona che ne è dotata non si cura di averne; Julien, che
era un ottimo conoscitore della bellezza femminile, avrebbe giurato in
quell'istante che la signora de Rênal non aveva più di vent'anni. Ebbe al momento
l'idea audace di baciarle la mano, ma subito quest'idea lo spaventò, e un istante
dopo pensava: "Sarei un vile a non compiere un'azione che potrebbe essermi utile, e
diminuire il disprezzo che questa bella signora ha, probabilmente, per un povero
operaio appena strappato alla segheria". Forse Julien fu un po' incoraggiato da
quelle parole, "è proprio bello", che da sei mesi sentiva ripetere da qualche
ragazza alla domenica. Mentre era preso da questo contrasto interiore, la signora
de Rênal gli dava qualche istruzione sul primo approccio con i suoi figli. La
violenza che Julien faceva su se stesso lo rese di nuovo pallidissimo; disse, con
aria impacciata:
"Signora, non picchierò mai i vostri figli; lo giuro davanti a Dio".
Dicendo queste parole, osò prenderle la mano e portarsela alle labbra. Lei fu
sorpresa da quel gesto, e di riflesso ne fu urtata. Siccome faceva molto caldo, il
suo braccio era nudo sotto lo scialle, e il movimento di Julien, per portare la
mano di lei alle sue labbra, l'aveva scoperto completamente. Erano passati solo
pochi istanti, e già si rimproverava: le sembrava di non essersi indignata
prontamente.
Il marito, che aveva sentito le loro voci, uscì dal suo studio; con la stessa aria
maestosa e paterna che assumeva per i matrimoni in municipio, disse a Julien:
"È necessario che vi parli prima che i ragazzi vi vedano".
Fece entrare Julien in una stanza e trattenne sua moglie, che voleva lasciarli
soli. Chiusa la porta, Rênal si mise a sedere con gravità.
"Mi ha detto il curato che siete un buon soggetto; qui vi tratteranno tutti con
riguardo, e se sarò contento, vi aiuterò in seguito a farvi una piccola posizione.
Voglio che non vediate più né amici né parenti. flora modi non si addicono ai miei
figli. Eccovi trentasei franchi per il primo mese; ma esigo la vostra parola che
non darete un soldo a vostro padre."
Rênal ce l'aveva con il vecchio; che in quell'affare era stato più furbo di lui.
"Ora, signore - siccome per mio ordine tutti, qui, vi chiameranno signore, e voi
capirete il vantaggio di essere entrato in una casa di gente come si deve, - ora,
signore, non è opportuno che i ragazzi vi vedano in giacchetta. I domestici l'hanno
visto?" chiese alla moglie.
"No, caro" rispose lei con aria molto pensierosa.
"Tanto meglio. Mettete questo - disse al giovane sorpreso, dandogli una sua
redingote. - E adesso andiamo da Durand, il negoziante di stoffe."
Più di un'ora dopo, quando Rênal fece ritorno con il nuovo precettore tutto vestito
di nero, trovò sua moglie seduta allo stesso posto. Si sentiva tranquillizzata
dalla presenza di Julien, e osservandolo si dimenticò di averne paura. Julien non
pensava affatto a lei; nonostante tutta la sua diffidenza nei confronti del destino
e degli uomini, in quel momento aveva l'animo di un ragazzo: gli sembrava di aver
vissuto anni interi dal momento in cui, tre ore prima, era in chiesa, tutto
tremante. Notò l'aria glaciale della signora e capì che era in collera perché aveva
osato baciarle la mano. Ma il senso d'orgoglio che gli dava quell'abito, così
diverso da quelli che era abituato a indossare, lo eccitava talmente, e desiderava
tanto nascondere la propria gioia, che tutti i suoi gesti avevano qualcosa di
brusco e folle. Lei lo guardava con occhi stupefatti.
"Un po' di gravità, signore - gli disse Rênal, - se volete essere rispettato dai
miei figli e dai domestici."
"Signore - rispose Julien, - mi sento impacciato in questi. abiti nuovi; io, povero
contadino, ho sempre portato la giacchetta; se me lo permettete, vorrei ritirarmi
nella mia stanza."
"Che te ne pare di questo nuovo acquisto?" chiese Rênal alla moglie.
Lei, per un impulso quasi istintivo, e di cui certamente non si rese conto,
dissimulò la verità al marito.
"Non sono entusiasta come voi di questo contadinello; tutte le vostre premure
faranno di lui un impertinente che sarete costretto a licenziare prima che sia
passato un mese."
"Ebbene, lo licenzieremo! Mi potrà costare cento franchi, e Verrières si sarà
abituata a vedere un precettore per i figli del sindaco. Non avrei raggiunto questo
scopo se avessi lasciato Julien vestito da operaio. Se lo manderò via, io mi terrò,
si capisce, l'abito nero completo che ho appena ordinato. Gli lascerò solo quello
già confezionato che ho trovato dal sarto, e che gli ho fatto indossare."
L'ora che Julien trascorse nella sua camera parve un istante alla signora de Rênal.
I ragazzi, ai quali era stato annunciato il nuovo precettore, subissarono la madre
di domande. Finalmente Julien apparve. Era un altro uomo. Sarebbe improprio dire
che aveva un'aria grave; era la gravità incarnata. Fu presentato ai ragazzi, ai
quali parlò in un tono che stupì lo stesso Rênal.
"Sono qui, signori - disse loro terminando la sua allocuzione, - per insegnarvi il
latino. Voi sapete cosa significhi recitare una lezione. Ecco la santa Bibbia -
disse loro mostrando un volumetto in trentaduesimo, rilegato in nero. - Questa, in
particolare, è la storia di Nostro Signore Gesù Cristo, si tratta della parte che
si chiama Nuovo Testamento. Vi farò spesso recitare la vostra lezione, ora fatemi
recitare la mia."
Adolphe, il maggiore, aveva preso il libro.
"Apritelo a caso - continuò Julien, - e ditemi la prima parola di un capoverso.
Reciterò a memoria il libro sacro, regola di condotta per tutti noi, fino a quando
non mi fermerete."
Adolphe aprì il libro, ne lesse una parola, e Julien recitò l'intera pagina con
estrema facilità, come se avesse parlato francese. Rênal guardava sua moglie con
aria di trionfo. I ragazzi, vedendo lo stupore dei loro genitori, spalancarono gli
occhi. Sulla porta del salotto comparve un domestico, Julien continuava a parlare
in latino. Il domestico rimase dapprima immobile e poi sparì. Subito dopo la
cameriera della signora e la cuoca si avvicinarono alla porta; Adolphe aveva già
aperto il libro in otto punti diversi, e Julien aveva recitato sempre con la stessa
facilità.
"Ah, mio Dio, che bel pretino!" disse ad alta voce la cuoca, una brava ragazza
molto devota.
L'amor proprio di Rênal era inquieto; senza minimamente pensare a esaminare il
precettore, era occupatissimo a cercare nella sua memoria qualche parola di latino;
finalmente riuscì a dire un verso di Orazio. Di latino, Julien, non sapeva che la
Bibbia. Rispose, aggrottando un sopracciglio:
"Il santo ministero al quale mi sono votato mi ha proibito di leggere un poeta così
profano."
Rênal citò allora un buon numero di pretesi versi di Orazio. Spiegò ai suoi figli
chi era Orazio; ma i ragazzi, ammiratissimi, non prestavano alcuna attenzione a ciò
che diceva. Guardavano Julien.
Siccome i domestici erano ancora sulla soglia, Julien credette di dover prolungare
la prova.
"E ora - disse al più piccolo, - anche il signor Stanislas-Xavier mi dovrà indicare
un passo del libro santo."
Il bambino, tutto fiero, lesse come poté la prima parola di un capoverso, e Julien
disse a memoria tutta la pagina. Perché non mancasse nulla al trionfo di Rênal,
mentre Julien recitava, entrarono Valenod, il proprietario dei bei cavalli
normanni, e il signor Charcot de Maugiron, viceprefetto della circoscrizione.
Questa scena valse a Julien il titolo di signore; neppure i domestici osarono
rifiutarglielo.
La sera, tutta Verrières affluì a casa Rênal per vedere la meraviglia. Julien
rispondeva a tutti con un'aria cupa che teneva a distanza. La sua gloria si diffuse
così rapidamente in città che, pochi giorni dopo, Rênal, temendo che glielo
portassero via, gli propose di sottoscrivere un impegno per due anni.
"No, signore - rispose freddamente Julien, - se voi voleste licenziarmi, io sarei
obbligato ad andarmene. Un impegno che mi leghi senza obbligare voi a nulla non è
equo, e io lo rifiuto."
Julien seppe cavarsela così bene che, neppure un mese dopo il suo arrivo, anche il
sindaco lo rispettava. E siccome il curato era in lite con Rênal e Valenod, nessuno
poté rivelare l'antica passione di Julien per Napoleone; quanto a lui, ne parlava
solo con orrore.

VII
Le affinità elettive

Non sanno toccare il cuore senza ferirlo.


UN MODERNO

I bambini lo adoravano; lui non li amava affatto: il suo pensiero era altrove.
Qualunque cosa facessero, non si spazientiva mai. Freddo, giusto, impassibile, e
tuttavia amato - poiché il suo arrivo aveva in qualche modo scacciato la noia dalla
casa, - fu un buon precettore. Da parte sua, non provava che odio e orrore per
l'alta società in cui era ammesso, sebbene, in verità, lo confinassero in fondo
alla tavola, il che spiega forse quell'odio e quell'orrore. Ci furono dei pranzi di
gala in cui solo a fatica riuscì a trattenere il suo odio per tutto ciò che lo
circondava. Una volta, era la festa di San Luigi, mentre Valenod teneva banco in
casa di Rênal, Julien fu sul punto di tradirsi; si rifugiò in giardino, con la
scusa di vedere i ragazzi. "Quante lodi all'onestà! - esclamò, - si direbbe che sia
la sola virtù; e tuttavia quanta considerazione, e che vile forma di rispetto per
un uomo che, com'è chiaro, ha raddoppiato o triplicato la sua fortuna da quando
amministra i beni destinati ai poveri! Scommetterei che guadagna qualcosa anche sui
fondi per i trovatelli, quei poveretti la cui miseria è ancora più sacra di quella
degli altri! Ah! Mostri! Mostri! E anch'io non sono che una specie di trovatello,
odiato da mio padre, dai miei fratelli, da tutta la mia famiglia."
Qualche giorno prima di San Luigi, Julien, passeggiando da solo e recitando il suo
breviario in un boschetto chiamato Belvedere, che domina il Cours de la Fidélité,
aveva cercato invano di evitare i suoi due fratelli, che aveva visto venire di
lontano lungo un sentiero solitario. Il bell'abito nero, il suo aspetto
impeccabile, e il sincero disprezzo che provava per loro, erano stati una tale
provocazione per quei rozzi operai che l'avevano picchiato, lasciandolo svenuto e
sanguinante. La signora de Rênal, che passeggiava con Valenod e il viceprefetto,
arrivò per caso in quel bosco; vide Julien steso a terra e lo credette morto. La
sua emozione fu così evidente da suscitare la gelosia di Valenod.
Ma la sua preoccupazione era prematura. Julien trovava la signora de Rênal molto
bella, ma la odiava per la sua bellezza; era il primo scoglio che aveva rischiato
di arrestare la sua carriera. Le parlava il meno possibile, per farle dimenticare
lo slancio che, il primo giorno, l'aveva portato a baciarle la mano.
Èlisa, la cameriera della signora, non aveva perso l'occasione di innamorarsi del
precettore; ne parlava spesso alla padrona. L'amore di Èlisa era valso a Julien
l'odio di un domestico. Un giorno lo sentì mentre le diceva: "Non mi volete più
parlare, da quando è entrato in casa quel sudicio precettore". Julien non si
meritava questo insulto; ma, con l'istinto tipico di un bel ragazzo, raddoppiò le
cure per la sua persona. Fu così che aumentò anche l'odio di Valenod, il quale
disse pubblicamente che tanta civetteria non si conveniva a un giovane abate. E
come tale Julien era vestito, ad eccezione della tonaca.
La signora de Rênal notò che il precettore parlava con Èlisa più del solito; venne
a sapere che questi colloqui erano dovuti all'estrema esiguità del guardaroba di
Julien, il quale aveva così poca biancheria che era costretto a farsela lavare
molto spesso fuori di casa, ed era per questi piccoli servizi che Èlisa gli era
utile. Questa povertà estrema, che non aveva neppure sospettato, commosse la
signora. Provò il desiderio di fargli dei regali, ma non osò; questa resistenza
interiore fu il primo sentimento penoso che Julien le causò. Fino ad allora il suo
nome e il sentimento di una gioia pura e tutta intellettuale, erano stati sinonimi
per lei. Tormentata dall'idea della povertà di Julien, propose a suo marito di
regalargli della biancheria:
"Davvero un bell'affare - rispose. - Come! fare dei regali a una persona di cui
siamo perfettamente contenti, e che ci serve così bene? Sarebbe il caso di
stimolare il suo zelo solo se fosse negligente".
La signora de Rênal si sentì umiliata da una mentalità del genere; prima
dell'arrivo di Julien non se ne sarebbe neanche accorta. Ogni volta che osservava
l'estremo decoro degli abiti, del resto così semplici, del giovane abate, si
diceva: "Povero ragazzo, ma come farà?".
Poco a poco, anziché essere urtata per tutto ciò che mancava a Julien, ne ebbe
compassione. Era una di quelle donne di provincia che possono sembrare delle
sciocche a chi non le conosca da più di quindici giorni. Non aveva esperienza
alcuna della vita, e non si curava di brillare nella conversazione. Dotata di
un'anima delicata e sdegnosa, per quella tendenza naturale alla felicità che è in
ognuno di noi, non prestava in genere nessuna attenzione a ciò che facevano i
personaggi grossolani in mezzo ai quali il caso l'aveva gettata.
Si sarebbe fatta notare per la naturalezza e la vivacità di spirito, se avesse
ricevuto la minima educazione. Ma nella sua qualità di ereditiera, era stata
allevata in un convento di monache, adoratrici appassionate del Sacro Cuore di
Gesù, e animate da un odio violento per tutti i francesi nemici dei gesuiti. Aveva
poi trovato in sé abbastanza buon senso per dimenticare, come qualcosa di assurdo,
tutto ciò che aveva imparato dalle suore; ma non lo sostituì con nient'altro, e
finì col non sapere nulla. Le adulazioni precoci, di cui era stata oggetto in
quanto erede di una grossa fortuna, e la spiccata tendenza a una devozione
appassionata l'avevano portata a chiudersi in se stessa. Mostrando una perfetta
condiscendenza e abnegazione, che i mariti di Verrières citavano come esempio alle
loro mogli, e che era l'orgoglio di Rênal, la sua condotta abituale era in effetti
dovuta a un carattere molto altero. Ci sono principesse, famose per il loro
orgoglio, che prestano un'attenzione infinitamente maggiore a ciò che vedono fare
ai loro gentiluomini, di quanta non ne concedesse questa donna, tanto dolce e
modesta all'apparenza, a ciò che diceva o faceva suo marito. Fino all'arrivo di
Julien, non aveva avuto vere attenzioni che per i suoi figli. Le loro più lievi
malattie, i loro dolori, le loro piccole gioie occupavano tutta la sensibilità di
quell'anima, che in vita sua non aveva adorato che Dio, quando era al Sacré-Coeur
di Besançon.
Non si degnava di dirlo a nessuno, ma un accesso di febbre di uno dei suoi figli la
faceva soffrire quasi come se il bambino fosse morto. Uno scoppio di risa
grossolano, un'alzata di spalle accompagnata da qualche sentenza triviale sulla
follia delle donne, avevano sempre accolto la confidenza di quei dispiaceri, che
aveva fatto a suo marito nei primi anni di matrimonio per il bisogno di sfogarsi.
Quel modo di scherzare, soprattutto quando si trattava delle malattie dei suoi
figli, era per lei come un coltello nel cuore. Ecco cos'aveva trovato al posto
delle adulazioni premurose e melliflue del convento gesuitico in cui aveva passato
la sua giovinezza. Il dolore l'aveva educata. Troppo orgogliosa per parlare di quei
dispiaceri, anche con la sua amica, la signora Derville, si immaginò che tutti gli
uomini fossero come suo marito, come Valenod e il viceprefetto Charcot de Maugiron.
La volgarità, e la più brutale insensibilità per tutto ciò che non riguardava
interessi di danaro, di privilegi o di onorificenze, l'odio cieco per ogni
ragionamento che li contrariasse le sembravano cose naturali per l'altro sesso,
come portare gli stivali o il cappello di feltro.
Dopo lunghi anni, non si era ancora abituata a questa gente tutta presa dal danaro,
in mezzo alla quale doveva vivere.
Di qui il successo di un contadinello come Julien. La signora de Rênal trovò motivi
di una dolce gioia, illuminata dal fascino della novità, nella simpatia di
quell'anima nobile e fiera. Gli perdonò ben presto la sua estrema ignoranza, che
era un elemento di grazia in più, e la rudezza dei suoi modi, che riuscì a
correggere. Trovò che valeva la pena di ascoltarlo, anche quando si parlava delle
cose più comuni, anche quando si trattava di un povero cane schiacciato, mentre
attraversava la strada, dal carro in corsa di un contadino. Lo spettacolo di questo
dolore provocava le crasse risate di suo marito, mentre vedeva contrarsi le belle
sopracciglia nere e perfettamente arcuate di Julien. La generosità, la nobiltà
d'animo, l'umanità, a poco a poco le parve che esistessero solo in quel giovane.
Ebbe esclusivamente per lui tutta la simpatia, e anche l'ammirazione, che queste
virtù sanno suscitare nelle anime ben nate.
A Parigi, la posizione di Julien verso la signora de Rênal si sarebbe ben, presto
semplificata; ma a Parigi l'amore è figlio dei romanzi. Il giovane precettore e la
sua timida padrona, avrebbero trovato i chiarimenti necessari alla loro situazione
in tre o quattro romanzi, e persino nelle canzoni del Gymnase. I romanzi avrebbero
tracciato il loro ruolo, mostrato il modello da imitare: e prima o poi la vanità
avrebbe spinto Julien a seguire quel modello, magari senza alcun piacere, e forse
controvoglia.
In una piccola città dell'Aveyron o dei Pirenei, il minimo incidente sarebbe
diventato decisivo per l'ardore del clima. Sotto i nostri cieli più cupi, un
giovanotto povero, che è ambizioso solo perché la delicatezza del suo cuore gli
crea il bisogno dei piaceri che il denaro può offrire, resta a osservare giorno per
giorno una donna di trent'anni, sinceramente onesta, dedita ai suoi figli, e che
non prende dai romanzi i suoi modelli. Tutto procede lentamente, tutto avviene a
poco a poco in provincia, tutto è più naturale.
Spesso, pensando alla povertà del giovane precettore, la signora de Rênal si
inteneriva fino alle lacrime. Julien, una volta, la sorprese mentre piangeva
davvero.
"Oh, signora, non vi sarà capitata qualche disgrazia?!".
"No, amico mio - gli rispose; - chiamate i bambini, andiamo a passeggio."
Prese il suo braccio e vi si appoggiò in un modo che a Julien parve strano. Era la
prima volta che lo chiamava "amico mio".
Verso la fine della passeggiata, Julien notò che era molto arrossita. La signora
rallentò il passo.
"Vi avranno raccontato - disse senza guardarlo, - che sono l'unica erede di una zia
ricchissima che abita a Besançon. Mi fa tanti regali... I miei figli fanno dei
progressi... così sorprendenti... che vorrei pregarvi di accettare un piccolo dono
in segno di riconoscenza. Si tratta solo di qualche luigi per la vostra biancheria.
Ma..." soggiunse arrossendo ancora di più, e smise di parlare.
"Come, signora?" disse Julien.
"Sarebbe inutile - continuò abbassando il capo - parlarne a mio marito."
"Sono povero, signora, ma non di natura così bassa - rispose Julien fermandosi, gli
occhi accesi di collera, ed ergendosi in tutta la sua statura, - e a questo non
avete pensato. Sarei meno di un servo se dovessi nascondere al signor de Rênal
qualcosa che riguardi il mio denaro."
Lei ne rimase sconvolta.
"Il signor sindaco - proseguì Julien - mi ha versato cinque volte trentasei franchi
da quando sono nella sua casa, e sono pronto a mostrare il mio libro delle spese a
lui e a chiunque altro, anche al signor Valenod, che mi odia."
A una simile reazione, lei si era fatta pallida e tremante, e la passeggiata si
concluse senza che nessuno dei due riuscisse a trovare un pretesto per riprendere
il dialogo. Innamorarsi della signora de Rênal divenne qualcosa di impossibile per
il cuore orgoglioso di Julien, Quanto a lei, ne ebbe rispetto e lo ammirò; l'aveva
rimproverata! Con il pretesto di riparare all'involontaria umiliazione che gli
aveva causato, si permise le più delicate attenzioni, e la novità di questo suo
contegno fece per otto giorni la sua felicità. Si attenuò così la collera di
Julien, che era ben lontano dal vedere in quel comportamento una simpatia
personale.
"Ecco - pensava - come sono i ricchi: prima ti umiliano, e poi pensano di poter
rimediare a tutto con qualche moina!".
Il cuore di lei era troppo colmo, e ancora troppo innocente, perché, malgrado le
sue decisioni in proposito, non raccontasse al marito l'offerta che aveva fatto a
Julien, e il modo in cui era stata respinta.
"Come! - rispose Rênal, punto sul vivo. - Avete tollerato il rifiuto di un
domestico?".
E siccome la moglie protestava per quella parola:
"Io parlo, signora, come il principe di Condé, quando presentò i ciambellani alla
sua sposa: "Tutti questi - le disse - sono nostri domestici". Vi ho letto un passo
delle Memorie di Besenval, essenziale per capire le prerogative sociali. Chi non è
un gentiluomo, vive in casa vostra e riceve un salario, è un vostro domestico. Dirò
due parole a questo signor Julien, e gli darò cento franchi".
"Ah! mio caro - gli rispose tremante, - almeno non fatelo davanti ai domestici!".
"Sì, ne potrebbero essere gelosi, e con ragione" le rispose il marito
allontanandosi e pensando all'entità della somma.
La signora de Rênal si lasciò cadere su una sedia, semisvenuta per il dolore.
"Umilierà Julien, e per colpa mia!" Ebbe orrore di suo marito, e si nascose il viso
fra le mani. Si ripromise con decisione di non confidarsi mai più.
Quando rivide Julien era tutta tremante, e aveva un tale peso sul cuore che non
riuscì a pronunciare nemmeno una parola. In quell'affanno gli prese le mani e
gliele strinse.
"Dunque, amico mio - gli disse finalmente, - siete contento di mio marito?".
"Come potrei non esserlo? - rispose Julien con un sorriso amaro. - Mi ha dato cento
franchi."
Lo guardò un po' incerta.
"Datemi il braccio" gli disse poi con un tono coraggioso che Julien non le
conosceva.
La signora osò persino recarsi dal libraio di Verrières, nonostante la sua orribile
fama di liberale. Scelse dei libri per dieci franchi e li regalò ai suoi figli. Ma
sapeva che quei libri erano quelli che Julien desiderava. Volle che proprio lì,
nella bottega del libraio, ognuno scrivesse il suo nome sui libri che gli venivano
assegnati, Mentre la signora de Rênal si sentiva felice per quella specie di
riparazione che aveva l'audacia di offrire a Julien, questi era stupito dalla
quantità di libri che si vedeva attorno. Non aveva mai osato mettere piede in un
luogo così profano; il suo cuore palpitava. Ben lontano dal voler leggere nel cuore
della signora de Rênal, meditava su come un giovane studente di teologia avrebbe
potuto procurarsi qualcuno di quei libri, Alla fine ebbe l'idea che sarebbe stato
possibile, con un po' di abilità, convincere Rênal che era necessario dare ai suoi
figli, come argomento di composizione, la storia dei gentiluomini celebri nati
nella provincia. In un mese di paziente lavoro, Julien vide realizzarsi il suo
progetto, a tal punto che, qualche tempo dopo, osò proporre a Rênal qualcosa di ben
più penoso per il nobile sindaco; si trattava di contribuire alla fortuna di un
liberale, facendo un abbonamento in libreria. Rênal conveniva che era cosa saggia
offrire al maggiore dei suoi figli un'idea de visu di molte opere che avrebbe
sentito citare, nella conversazione, quando sarebbe andato alla Scuola militare; ma
Julien si accorse che il sindaco si ostinava a non andare oltre. Sospettava una
ragione segreta, ma non riusciva a indovinarla, "Pensavo, signore - gli disse un
giorno, - che sarebbe molto sconveniente se il nome di un vero gentiluomo, come un
Rênal, figurasse sul sudicio registro del libraio."
La fronte del sindaco si rischiarò.
"E potrebbe anche nuocere - continuò Julien in tono più umile - a un povero
studente di teologia, se si dovesse un giorno scoprire che il suo nome è stato sul
registro di una biblioteca circolante. I liberali potrebbero accusarmi di aver
chiesto i libri più infami; e forse arriverebbero anche a scrivere, accanto al mio
nome, i titoli di quei libri perversi!".
Ma Julien si stava allontanando dalla strada giusta. Vedeva la fisionomia del
sindaco riprendere quell'espressione di imbarazzo e malumore. Allora tacque. "L'ho
in pugno" pensò.
Qualche giorno dopo, il figlio più grande, in presenza del padre, interrogava
Julien a proposito di un libro annunciato su "La Quotidienne":
"Per non offrire alcun motivo di soddisfazione al partito giacobino - disse il
giovane precettore - e darmi tuttavia la possibilità di rispondere al signor
Adolphe, si potrebbe far prendere un abbonamento in libreria dall'ultimo dei vostri
servitori".
"Un'idea niente male" rispose Rênal visibilmente soddisfatto.
"Tuttavia bisognerebbe specificare - disse Julien con quell'aria grave e pressoché
infelice, che si adatta benissimo a certe persone, quando vedono profilarsi il
successo di quel che hanno a lungo desiderato, - bisognerebbe specificare che il
domestico non potrà prendere nessun romanzo. Una volta entrati in casa, questi
libri pericolosi potrebbero corrompere le cameriere della signora, e il domestico
stesso."
"Dimenticate i pamphlets politici" aggiunse Rênal, con aria altezzosa. Voleva
nascondere l'ammirazione che provava per il sapiente mezzo-termine escogitato dal
precettore dei suoi figli.
La vita di Julien consisteva così in una serie di piccole manovre; e la loro
riuscita era per lui più importante del sentimento di spiccata preferenza che, se
lo avesse voluto, avrebbe potuto leggere nel cuore della signora de Rênal.
L'atteggiamento morale che aveva avuto in tutta la sua vita si rinnovava in casa
del sindaco di Verrières. Qui, come nella segheria del padre, disprezzava
profondamente le persone con cui viveva, e dalle quali era odiato. Si accorgeva
ogni giorno, dai racconti del viceprefetto, di Valenod, degli altri amici di casa a
proposito di fatti accaduti sotto i loro occhi, che le loro idee avevano ben poco a
che fare con la realtà. Quando un'azione gli sembrava ammirevole, regolarmente
suscitava il biasimo delle persone che lo circondavano. Il suo commento interiore
era sempre: "Che mostri!", o "Che stupidi!". La cosa più divertente è che, con
tutto il suo orgoglio, spesso non capiva assolutamente nulla di quello che
dicevano.
In vita sua aveva parlato sinceramente solo con il vecchio chirurgo militare; le
poche idee che aveva riguardavano le campagne di Bonaparte in Italia, o la
chirurgia. Il suo coraggio giovanile si compiaceva al racconto circostanziato delle
operazioni più dolorose; diceva a se stesso: "Non avrei battuto ciglio".
La prima volta che la signora de Rênal tentò con lui una conversazione estranea
all'educazione dei ragazzi, si mise a parlare di operazioni chirurgiche; lei
impallidì e lo pregò di smettere.
Julien non sapeva nient'altro. Così, benché trascorresse la sua vita con la padrona
di casa, non appena erano soli scendeva tra loro il più strano silenzio. In
salotto, nonostante l'umiltà del suo contegno, la signora vedeva nei suoi occhi
un'aria di superiorità intellettuale verso tutti gli altri. Se veniva a trovarsi
anche per poco da sola con lui, notava che era visibilmente a disagio. Ne era
inquieta, perché il suo istinto femminile le faceva capire che in quell'imbarazzo
non c'era niente di tenero.
Seguendo non so quale idea, ricavata da qualche racconto sulla buona società, per
come l'aveva potuta conoscere il vecchio chirurgo, non appena scendeva il silenzio
in un luogo in cui si trovava con una donna, Julien si sentiva umiliato, come se
quel silenzio fosse un suo torto particolare. Questa sensazione diventava cento
volte più penosa in un téte-à-tète. La sua immaginazione, piena delle nozioni più
esagerate, più spagnolesche, su ciò che un uomo deve dire quando è solo con una
donna non gli offriva, nella sua confusione, che idee inammissibili. La sua anima
volava in alto, e tuttavia non era in grado di uscire da quel silenzio umiliante.
Così la sua aria severa, durante le lunghe passeggiate con la signora e i ragazzi,
era aggravata dalle sofferenze più crudeli. Si disprezzava orribilmente. Se per
disgrazia si imponeva di parlare, gli capitava di dire le cose più ridicole. Per
colmo di sventura, vedeva la sua stupidità e se la ingigantiva; ma quello che non
vedeva era l'espressione dei suoi occhi; erano così belli, e rivelavano un'anima
così ardente, che, come accade ai buoni attori, sapevano talvolta dare fascino a
ciò che non ne aveva. La signora de Rênal si accorse che quando erano soli riusciva
a dire qualcosa di buono soltanto se, distratto da un imprevisto, non si curava più
di mettere insieme qualche bella frase. E siccome gli amici di casa non la
viziavano certo con idee nuove e brillanti, si deliziava ai lampi d'intelligenza di
Julien.
Dopo la caduta di Napoleone, ogni parvenza di avventura galante è severamente
bandita dai costumi di provincia. C'è la paura di essere destituiti. I birbanti
cercano un appoggio nelle congregazioni: e l'ipocrisia ha fatto progressi anche
nelle classi liberali. La noia cresce. Non restano altri piaceri che la lettura e
l'agricoltura.
La signora de Rênal, ricca ereditiera di una zia devota, sposata a sedici anni a un
bravo gentiluomo, non aveva mai provato né visto in vita sua qualcosa che
somigliasse lontanamente all'amore. Solo il suo confessore, il bravo curato Chèlan,
le aveva parlato dell'amore, a proposito della corte che le faceva Valenod, e
l'immagine che gliene aveva presentato era così disgustosa, che quella parola non
rappresentava per lei che il libertinaggio più abietto. Considerava come
un'eccezione, o meglio come un fatto del tutto innaturale, quell'amore che aveva
trovato nell'esiguo numero di romanzi che il caso le aveva messo sotto gli occhi.
Grazie a questa ignoranza, la signora de Rênal era perfettamente felice, e benché
fosse assorbita dal pensiero di Julien, era ben lontana dal farsi il più piccolo
rimprovero.

VIII
Piccoli avvenimenti

Then there were sighs,the deeper for suppression


And stolen glances, sweeter for the theft,
And burning blushes, thoug for no transgression.
Don Juan, c. I, st.7.

L'angelica dolcezza che la signora de Rênal doveva al suo carattere e alla sua
felicità di quei giorni era solo un poco alterata quando le capitava di pensare
alla sua cameriera Èlisa. La ragazza aveva avuto un'eredità, era andata a
confessarsi dal curato Chèlan, e gli aveva confidato il proposito di sposare
Julien. Il curato provò una sincera gioia per la fortuna del suo amico; ma la sua
sorpresa fu estrema quando Julien gli disse con aria risoluta che l'offerta di
Èlisa non faceva al caso suo.
"State attento, ragazzo mio, a quello che avviene nel vostro cuore - disse il
curato aggrottando le sopracciglia; - mi rallegro per la vostra vocazione, se è
solo a lei che dovete il disprezzo per una fortuna più che sufficiente. Da
cinquantasei anni suonati sono il curato di Verrières, e tuttavia, a quanto pare,
sto per essere destituito. È una cosa che mi addolora, benché io abbia ottocento
franchi di rendita. Entro in questi particolari perché non vi facciate illusioni su
ciò che vi aspetta se diverrete un sacerdote. Se pensate di corteggiare i potenti,
la vostra dannazione eterna è sicura. Potrete far fortuna, ma dovrete nuocere alla
gente misera, adulare il viceprefetto, il sindaco, l'uomo importante, e assecondare
le sue passioni: questo comportamento, che nel mondo si chiama saper vivere, può,
per un laico, non essere del tutto incompatibile con la salvezza; ma, nella nostra
condizione, bisogna scegliere; si tratta di far fortuna in questo mondo o
nell'altro, non c'è via di mezzo. Andate, amico mio, riflettete, e tornate fra tre
giorni con una risposta definitiva. Intravedo con dolore, in fondo al vostro
carattere, un ardore cupo, che non mi fa presagire la moderazione e la piena
rinuncia ai beni di questa terra, virtù necessarie a un prete; ho molta fiducia
nella vostra intelligenza; ma, permettete che ve lo dica - aggiunse il buon curato
con le lacrime agli occhi, - se vi faceste prete, tremerei per la vostra salvezza."
Julien si vergognava della sua commozione; per la prima volta in vita sua si
sentiva amato; piangeva, ma di gioia, e andò a nascondere le sue lacrime nei grandi
boschi sopra Verrières.
"Perché mi trovo in questo stato? - si disse infine; - sento che darei cento volte
la mia vita per questo buon curato Chèlan, e tuttavia mi ha appena provato che sono
soltanto uno sciocco. È lui, soprattutto, che vorrei ingannare, ma lui mi legge
dentro. Quel segreto ardore di cui mi parla, è il mio progetto di far fortuna. Mi
crede indegno di essere prete, e questo proprio quando io mi immaginavo che il
sacrificio di cinquanta luigi di rendita gli avrebbe dato la più alta idea della
mia devozione, della mia vocazione.
"In futuro - pensò ancora Julien, - conterò solo su quegli aspetti del mio
carattere che avrò già messo alla prova. Chi avrebbe detto che avrei provato
piacere a versare delle lacrime! Che avrei amato chi mi dimostra che sono uno
sciocco!"
Tre giorni dopo, Julien aveva trovato il pretesto di cui avrebbe dovuto munirsi fin
dal primo giorno; quel pretesto era una calunnia, ma che importanza aveva? Confessò
al curato, con molta esitazione, che una ragione precisa l'aveva dissuaso da quel
progetto di matrimonio, ma che era meglio tacerla, per non nuocere a una terza
persona. Era come insinuare un'accusa sulla condotta della ragazza. Chèlan trovò
nei suoi modi un ardore tutto mondano, ben diverso da quello che avrebbe dovuto
animare un giovane sacerdote.
"Amico mio - gli disse ancora, - siate un buon borghese di campagna, stimabile e
colto, piuttosto che un prete senza vocazione."
Julien rispose molto bene a questa nuova osservazione, almeno a parole: trovò le
frasi che avrebbe usato un seminarista fervente; ma il tono con cui le pronunciava,
e il fuoco malcelato che balenava nei suoi occhi allarmarono il curato.
Non è il caso di trarre auspici troppo negativi per Julien; sapeva trovare
correttamente le parole di un'ipocrisia circospetta e prudente. Niente male per la
sua età. Quanto al tono e ai gesti... Viveva con gente di campagna, non aveva mai
avuto grandi modelli. In seguito, non appena ebbe l'occasione di avvicinare certi
signori, divenne bravissimo: nei gesti come nelle parole.
La signora de Rênal fu stupita che la nuova fortuna della sua cameriera non la
rendesse più felice; la vedeva andare continuamente dal curato, e tornarne con le
lacrime agli occhi. Alla fine Èlisa le parlò del suo matrimonio.
La signora si credette malata; una specie di febbre le impediva di prender sonno;
le sembrava di vivere solo quando vedeva la sua cameriera o Julien. Non riusciva a
pensare che a loro e alla felicità che avrebbero trovato nella vita domestica. La
povertà di quella piccola casa, nella quale avrebbero dovuto vivere con cinquanta
luigi di rendita, si dipingeva ai suoi occhi di colori incantevoli. Julien avrebbe
potuto benissimo fare l'avvocato a Bray, la sottoprefettura a due leghe da
Verrières; in questo caso avrebbe potuto vederlo qualche volta.
Credette sinceramente di essere vicina a impazzire; lo disse al marito, e infine si
ammalò davvero. La sera stessa, mentre la cameriera la serviva, si accorse che
stava piangendo. In quel momento detestava Èlisa, che poco prima aveva trattato
bruscamente; le chiese scusa. Èlisa, piangendo ormai a dirotto, disse alla sua
padrona che se glielo avesse permesso, le avrebbe raccontato la sua sventura.
"Dite pure" rispose la signora de Rênal.
"Ebbene, mi rifiuta; qualche cattiva lingua gli avrà detto male di me, e lui ci ha
creduto."
"Chi vi rifiuta?" chiese la signora de Rênal respirando appena.
"E chi, se non il signor Julien? - rispose la cameriera singhiozzando. - Il signor
curato non ha potuto vincere la sua resistenza; perché il curato pensa che lui non
può respingere una brava ragazza con la scusa che è stata una cameriera. Dopo
tutto, il padre del signor Julien non è altro che un carpentiere; e anche lui, come
si guadagnava da vivere prima di entrare in casa della signora?".
La signora de Rênal non ascoltava più; la troppa felicità le aveva quasi tolto
l'uso della ragione. Si fece ripetere parecchie volte che Julien aveva rifiutato in
modo deciso, e che non ammetteva la possibilità di una scelta più saggia.
"Voglio fare un ultimo tentativo - disse alla cameriera. - Parlerò io con il signor
Julien."
L'indomani, dopo colazione, si concesse la deliziosa voluttà di perorare la causa
della sua rivale, e di vedere la mano e la fortuna di Èlisa rifiutate senza
esitazioni per un'ora.
Poco a poco Julien abbandonò il suo modo compassato di rispondere, e replicò con
spirito alle sagge rimostranze di lei, che non seppe resistere al torrente di gioia
che le inondava l'anima dopo tanti giorni di disperazione, e si sentì davvero male.
Quando si riprese, si trovò nella sua camera e fece uscire tutti. Era profondamente
stupita.
"Sarei dunque innamorata di Julien?" si chiese infine.
Questa scoperta, che in qualsiasi altro momento l'avrebbe gettata nel rimorso e in
uno stato di profonda agitazione, non fu per lei che uno spettacolo strano, ma
quasi indifferente. La sua anima, spossata per tutto ciò che aveva provato, non
aveva altra sensibilità da concedere alle passioni.
Cercò di lavorare, e cadde in un sonno profondo; al risveglio, non si spaventò come
sarebbe stato normale. Era troppo felice per potersi turbare di qualcosa. Ingenua e
innocente, quella buona provinciale non si era mai torturata l'anima nel tentativo
di provare qualche nuova sfumatura di sentimento odi dolore. Interamente assorbita,
prima dell'arrivo di Julien, dalla mole di lavoro che, lontano da Parigi, tocca in
sorte a una brava madre di famiglia, pensava alle passioni come noi pensiamo a una
lotteria: imbroglio sicuro e fortuna cercata dai matti.
Suonò la campana del pranzo; la signora de Rênal arrossì vivamente quando sentì la
voce di Julien, che accompagnava i ragazzi. Fattasi un po' più accorta, da quando
era innamorata, si lamentò di un tremendo mal di testa per giustificare quel
rossore.
"Ecco come sono le donne - le rispose il marito con una gran risata. - C'è sempre
qualcosa da aggiustare in queste macchine."
Benché abituata a questo genere di spirito, quel tono di voce la urtò. Per
distrarsi, osservò il volto di Julien; se anche fosse stato il più brutto degli
uomini, in quell'istante le sarebbe piaciuto.
Sempre attento a imitare le abitudini della gente di corte, fin dalle prime belle
giornate di primavera, Rênal si stabilì a Vergy, il paese reso celebre dalla
tragica avventura di Gabrielle. A qualche centinaio di passi dalle rovine così
pittoresche dell'antica chiesa gotica, Rênal possedeva un vecchio castello, con
quattro torri e un giardino disegnato come quello delle Tuileries, con molte siepi
di bosso e viali di castagni potati due volte all'anno. Un campo vicino, coltivato
a meli, serviva da passeggiata. In fondo al frutteto, c'erano otto o dieci
magnifici noci; le loro immense fronde si ergevano a circa ottanta piedi di
altezza.
"Ognuno di questi maledetti noci - diceva Rênal quando sua moglie li ammirava - mi
costa il raccolto di un mezzo arpento, il grano non può crescere alla loro ombra."
La vista della campagna sembrò nuova alla signora de Rênal; la sua ammirazione
diventava estasi. Il sentimento dal quale era animata le dava vivacità di spirito e
risolutezza. Due giorni dopo il suo arrivo a Vergy, mentre il marito era tornato in
città per le sue incombenze in municipio, fece venire degli operai a sue spese.
Julien le aveva dato l'idea di un vialetto in sabbia, che si sarebbe snodato nel
frutteto e sotto i grandi noci, dando modo ai ragazzi di passeggiare fin dal
mattino senza bagnarsi le scarpe di rugiada. L'idea fu messa in pratica neanche
ventiquattr'ore dopo essere stata concepita. La signora de Rênal passò allegramente
tutta la giornata con Julien a dirigere gli operai.
Quando il sindaco di Verrières tornò dalla città, fu molto sorpreso di trovare il
vialetto già terminato. Il suo arrivo sorprese anche la moglie: si era dimenticata
della sua esistenza. Per due mesi Rênal parlò piuttosto stizzito dell'audacia che
c'era stata nel fare, senza consultarlo, una riparazione così importante, ma lei
aveva provveduto a sue spese, e ciò lo consolava un poco.
La signora de Rênal passava le giornate a correre con i bambini nel frutteto, e a
dare la caccia alle farfalle. Avevano preparato dei grandi cappucci di garza, con i
quali prendevano i poveri lepidotteri. Era questo il nome barbaro ché Julien aveva
insegnato alla signora. Lei, infatti, aveva fatto venire da Besançon il bel libro
di Godart, e Julien le raccontava i costumi singolari di quelle povere bestie.
Le trafiggevano senza pietà con degli spilli e le fissavano in un riquadro di
cartone, anche questo preparato da Julien.
Finalmente ci fu un argomento di conversazione tra la signora e Julien, il quale
non fu dunque più esposto alla tremenda tortura dei lunghi silenzi.
Si parlavano di continuo, e con estremo interesse, benché sempre di cose molto
innocenti. Quella vita attiva, intensa e allegra, piaceva a tutti, tranne che a
Èlisa, oberata di lavoro. "Mai, nemmeno a carnevale - diceva, - quando c'è il ballo
a Verrières, la signora si è preoccupata tanto della sua toilette; si cambia
d'abito due o tre volte al giorno."
Poiché non abbiamo intenzione di adulare nessuno, non negheremo certo che la
signora de Rênal, avendo una pelle bellissima, si facesse fare dei vestiti che le
lasciavano le braccia e Il petto alquanto scoperti. Era molto ben fatta, e quegli
abiti le stavano d'incanto.
"Non siete mai stata così giovane" le dicevano gli amici di Verrières che venivano
a pranzo a Vergy. (È un modo di dire del luogo).
Una cosa strana, che forse troverà poco credito fra noi, è che la signora de Rênal
si curava tanto della sua persona senza un'intenzione precisa. Trovava in questo un
piacere; e, senza pensarci molto, tutto il tempo che non passava a caccia di
farfalle con Julien e i ragazzi, lo dedicava a prepararsi dei vestiti con Èlisa.
Fece solo una scappata a Verrières, per comperare nuovi abiti estivi che erano
arrivati da Mulhouse.
Tornò a Vergy con una giovane parente. Dopo il matrimonio, si era a poco a poco
legata d'amicizia con la signora Derville; che era stata sua compagna al Sacré
Coeur e che si divertiva molto a quelle che chiamava le folli idee di sua cugina:
"Da sola, non ci avrei mai pensato" diceva. Di queste uscite inattese, che a Parigi
sarebbero passate per battute di spirito, la signora de Rênal si vergognava, quando
era con suo marito, come se fossero sciocchezze. Ma la presenza dell'amica le dava
coraggio. Sulle prime le confidava i suoi pensieri con una voce timida; ma quando
restavano sole per un po' di tempo, il suo spirito si animava, e una lunga
mattinata solitaria passava in un istante, lasciandole molto allegre. Quella volta,
però, la giudiziosa signora Derville trovò sua cugina meno allegra e molto più
felice.
Dal canto suo Julien, da quando era iniziato quel soggiorno in campagna, viveva
come un fanciullo, non meno felice dei suoi allievi nel rincorrere le farfalle.
Dopo tante costrizioni e tanta abilità politica, solo, lontano dagli sguardi degli
uomini, e istintivamente privo di ogni timore nei confronti della signora de Rênal,
si abbandonava al piacere di esistere, così vivo a quell'età, e in mezzo alle più
belle montagne del mondo.
Fin dal suo arrivo, gli parve che la signora Derville gli fosse amica; si affrettò
a mostrarle la vista di cui si godeva all'estremità del nuovo vialetto sotto i
grandi noci; in effetti quel panorama eguagliava, se non superava, ciò che la
Svizzera e i laghi italiani possono offrire di più meraviglioso. Se si prende la
ripida salita che inizia poco oltre, si arriva ben presto a grandi precipizi
costeggiati da boschi di querce che si estendono quasi fino al fiume. E sulle cime
di quelle rocce tagliate a picco che Julien, felice, libero, e ancora di più, re
della casa, portava le due amiche, e gioiva del loro ammirato stupore per quella
vista sublime.
"Per me è come la musica di Mozart" diceva la Derville.
La gelosia dei fratelli, la presenza di un padre dispotico e iracondo avevano
guastato agli occhi di Julien le campagne nei dintorni di Verrières. A Vergy, non
ritrovò questi ricordi amari; per la prima volta nella sua vita non vedeva nemici.
Quando il signor de Rênal era in città, come capitava spesso, Julien si permetteva
persino di leggere; ben presto, anziché leggere di notte, e per di più servendosi
di una lampada nascosta in fondo a un vaso di fiori rovesciato, poté abbandonarsi
al sonno; di giorno, nell'intervallo delle lezioni, andava su quelle rocce con il
libro che era l'unica regola della sua condotta e il solo oggetto dei suoi
entusiasmi. Vi trovava, al tempo stesso, felicità, estasi e consolazione nei
momenti di scoraggiamento.
Certe cose che Napoleone dice delle donne, parecchie osservazioni sul valore dei
romanzi alla moda sotto il suo regno, suscitarono in lui, per la prima volta, dei
pensieri che ogni altro giovane della sua età avrebbe già avuto da molto tempo.
Venne il gran caldo. Presero l'abitudine di passare le serate sotto un immenso
tiglio a pochi passi dalla casa. L'oscurità, lì, era profonda. Una sera, Julien
parlava animatamente e si compiaceva della sua brillante conversazione con quelle
giovani donne; gesticolando, toccò la mano della signora de Rênal, appoggiata alla
spalliera di una di quelle sedie di legno dipinto che si usano nei giardini.
La mano si ritrasse subito; ma Julien pensò che era suo dovere far sì che quella
mano non si ritraesse quando lui la toccava. L'idea di un dovere da compiere, e del
ridicolo o meglio del senso di inferiorità da sopportare se non ci fosse riuscito,
allontanò immediatamente ogni piacere dal suo cuore.

IX
Una serata in campagna

La Didone di Guérin, delizioso bozzetto.


STROMBECK

Il giorno dopo, quando rivide la signora de Rênal, la guardò in modo strano; la


osservava come un nemico con il quale ci si deve battere. Quegli sguardi, così
diversi da quelli del giorno precedente, confusero le idee alla signora de Rênal:
l'aveva trattato bene, e lui sembrava seccato. Non poteva staccare gli occhi dai
suoi.
La presenza della signora Derville permetteva a Julien di parlare di meno e di
concentrarsi su ciò che gli passava per la testa. Il suo solo impegno, per tutta la
giornata, fu quello di darsi forza con la lettura del libro ispirato che gli
ritemprava l'animo.
Abbreviò di molto le lezioni ai ragazzi, e poi, quando la presenza della signora de
Rênal venne a richiamarlo ai suoi disegni di gloria, decise che era assolutamente
necessario, quella sera, che lei non ritraesse la mano.
Calando il sole e avvicinandosi il momento decisivo, il cuore di Julien cominciò a
battere in modo insolito. Venne la sera. Osservò, con una gioia che gli tolse un
peso immenso dal petto, che sarebbe stata molto buia. Il cielo carico di grosse
nubi, mosse da un vento caldissimo, sembrava annunciare una tempesta. Le due amiche
passeggiarono a lungo. Tutto quello che facevano, quella sera, sembrava molto
strano a Julien. Godevano di quel tempo inquieto, che, in certe anime sensibili,
sembra rendere più vivo il piacere di amare.
Sedettero, infine, la signora de Rênal accanto a Julien, e la signora Derville
vicino alla sua amica. Preoccupato di ciò che stava per tentare, lui non riusciva a
dire nulla. La conversazione languiva.
"Sarò così tremante e infelice al mio primo duello?" si chiese Julien, che
diffidava troppo di sé e degli altri per non rendersi conto del suo stato d'animo.
Nella sua angoscia mortale, qualunque pericolo gli sarebbe parso preferibile.
Quante volte si augurò che la signora de Rênal fosse costretta, per una ragione
improvvisa, a rientrare in casa e a lasciare il giardino! La violenza che Julien
doveva fare su se stesso era troppo forte perchè la sua voce non ne fosse
profondamente alterata; presto anche la voce della signora de Rênal divenne
tremante, ma lui non se ne accorse. La lotta tremenda del dovere contro la
timidezza era troppo penosa perché Julien fosse in grado di osservare ciò che gli
accadeva attorno. All'orologio del castello suonarono le nove e tre quarti, e non
aveva ancora osato nulla. Julien, sdegnato della propria viltà, pensò: "Nel preciso
momento In cui suoneranno le dieci, eseguirò quello che per tutta la giornata mi
sono ripromesso di fare questa sera, oppure salirò nella mia stanza e mi brucerò le
cervella".
Dopo un ultimo momento di attesa e ansietà, durante il quale, per l'eccesso di
emozione, Julien fu come fuori di sé, suonarono le dieci all'orologio che si
trovava sopra la sua testa. Ognuno di quei rintocchi fatali riecheggiava nel suo
petto, provocandogli quasi una reazione fisica.
Infine, mentre l'ultimo rintocco delle dieci risuonava ancora, allungò la mano a
prendere quella della signora de Rênal, che la ritrasse subito. Julien, senza ben
sapere ciò che faceva, l'afferrò di nuovo. Benché fosse molto agitato, fu colpito
dalla freddezza glaciale di quella mano; la strinse con forza convulsa; dopo un
ultimo sforzo per divincolarsi, la mano rimase nella sua.
La felicità gli invase l'anima; non che Julien amasse la signora de Rênal, ma un
supplizio terribile era appena cessato. Perché la signora Derville non si
accorgesse di nulla, pensò che era necessario parlare; la sua voce, allora, si fece
squillante e forte. Quella della signora de Rênal, al contrario, tradiva una grande
emozione tanto che la sua amica, pensando che non stesse bene, le propose di
rientrare. Julien avvertì il pericolo: "Se rientra in salotto, ricadrò nella
terribile situazione in cui ho passato la giornata. Ho tenuto questa mano troppo
poco perché possa considerare la cosa come un vero successo".
Quando la signora Derville ripeté la proposta di tornare in salotto, Julien strinse
con forza la mano che gli si abbandonava.
La signora de Rênal, che stava già alzandosi, tornò a sedersi, dicendo con voce
fievole:
"Sì, mi sento un po' indisposta, ma stare all'aria aperta mi fa bene".
Queste parole rafforzarono la felicità di Julien, che in quel momento era immensa:
parlò, dimenticò di fingere, sembrò il più amabile degli uomini alle due amiche che
lo ascoltavano. Tuttavia, quell'eloquenza improvvisa denotava anche una certa
mancanza di coraggio. Aveva una gran paura che la signora Derville, stanca per il
vento che cominciava ad alzarsi e che precedeva la tempesta, volesse rientrare da
sola. In quel caso si sarebbe trovato a tu per tu con la signora de Rênal. Aveva
trovato, chissà come, il coraggio cieco di agire; ma sentiva che rivolgerle anche
la più semplice frase sarebbe stato superiore alle sue forze. Anche il minimo
rimprovero lo avrebbe sconfitto, annullando il vantaggio appena ottenuto.
Fortunatamente per lui, quella sera, i suoi discorsi commoventi ed enfatici erano
piaciuti alla signora Derville, che spesso l'aveva trovato maldestro come un
ragazzino, e poco divertente. La signora de Rênal, dal canto suo, la mano stretta
da quella di Julien, non pensava a niente. Le ore che passarono sotto il grande
tiglio, che la tradizione del luogo vuole sia stato piantato da Carlo il Temerario,
furono per lei momenti felici. Ascoltava deliziata i gemiti del vento nei folti
rami del tiglio, e il rumore di qualche goccia che cominciava a cadere sulle foglie
più basse. Julien non seppe notare un dettaglio che avrebbe potuto invece
rassicurarlo; la signora de Rênal, che era stata costretta a togliere la mano dalla
sua, per alzarsi e aiutare la cugina a sollevare un vaso di fiori che il vento
aveva rovesciato ai loro piedi, non appena tornata a sedersi, gli porse ancora la
mano senza difficoltà, e come se fosse tra di loro una cosa già convenuta.
Mezzanotte era suonata da un pezzo; bisognava lasciare il giardino: si separarono.
La signora de Rênal, tutta presa dalla gioia di amare, era così inesperta che non
si faceva alcun rimprovero. Ma la felicità le tolse il sonno. Un sonno di piombo
s'impadronì invece di Julien, duramente provato dalla lotta che per tutta la
giornata si era svolta nel suo cuore fra timidezza e orgoglio.
L'indomani fu svegliato alle cinque; e, cosa che sarebbe stata crudele per la
signora de Rênal se l'avesse saputo, le rivolse appena un pensiero. Aveva compiuto
il suo dovere, e un dovere eroico. Pieno di gioia per questa sensazione, si chiuse
a chiave in camera, abbandonandosi, con un piacere tutto nuovo, alla lettura delle
imprese del suo eroe.
Quando suonò la campana della colazione, aveva dimenticato, leggendo i bollettini
della grande armata, i suoi successi della sera prima. Scendendo in salotto, si
disse con leggerezza: "Devo dire a questa donna che l'amo".
Invece degli sguardi carichi di voluttà che si aspettava di incontrare, trovò il
volto severo del signor de Rênal, il quale, arrivato due ore prima da Verrières,
non nascondeva il suo disappunto, visto che il precettore non si era occupato dei
suoi figli per tutta la mattina. Nulla era più sgradevole di quell'uomo importante,
quando era di cattivo umore e si credeva nel diritto di mostrarlo.
Ogni parola acida di suo marito feriva al cuore la signora de Rênal. Quanto a
Julien, era talmente immerso nell'estasi, e ancora così preso dalle grandi cose che
per molte ore gli erano passate davanti agli occhi, che riuscì a malapena, sulle
prime, ad abbassare la sua attenzione fino alle parole dure che gli rivolgeva
Rênal. Alla fine gli disse piuttosto bruscamente:
"Non mi sentivo bene".
Il tono di questa risposta avrebbe urtato anche un uomo molto meno suscettibile del
sindaco di Verrières, che ebbe voglia di rispondere a Julien cacciandolo
immediatamente. Fu trattenuto solo dalla regola che si era dato: non essere
precipitoso nelle decisioni.
"Questo stupido ragazzo - pensò subito - si è fatto una certa reputazione in casa
mia. Potrebbe andare da Valenod, o forse sposerà Èlisa; e in entrambi i casi, in
cuor suo, potrà ridere di me."
Nonostante la saggezza di queste riflessioni, il malumore di Rênal esplose in una
serie di parole grossolane che a poco a poco irritarono Julien. La signora de Rênal
era sul punto di sciogliersi in lacrime. Terminata la colazione, chiese a Julien di
darle il braccio per la passeggiata, e si appoggiò a lui amichevolmente. Ad ogni
cosa che lei gli diceva, Julien riusciva solo a rispondere fra sé e sé:
"Ecco come sono i ricchi!".
Rênal camminava vicinissimo a loro; la sua presenza aumentava la collera di Julien.
Si accorse d'improvviso che lei si appoggiava al suo braccio in modo evidente; la
cosa gli fece orrore e la respinse con violenza liberando il braccio.
Per fortuna Rênal non vide questa nuova impertinenza, che fu notata solo dalla
signora Derville: la sua amica piangeva. In quel momento il sindaco inseguiva a
sassate una coatadinella che aveva preso un sentiero vietato, e attraversava
abusivamente un angolo del frutteto.
"Vi prego, signor Julien, moderatevi; pensate che abbiamo tutti dei momenti di
irritazione" disse in fretta la signora Derville.
Julien la guardò freddamente, e nei suoi occhi appariva il più grande disprezzo.
Quello sguardo stupì la signora Derville, e l'avrebbe sorpresa ancora di più se ne
avesse capito il senso; vi avrebbe letto come una vaga speranza della più atroce
vendetta. Sono senz'altro momenti di umiliazione come questi che hanno creato i
Robespierre.
"Il vostro Julien è molto violento, mi fa paura" sussurrò la signora Derville alla
sua amica.
"Ha ragione di essere in collera - le rispose la signora de Rênal. - Dopo i
progressi sorprendenti che hanno fatto i ragazzi per merito suo, cosa importa se
passa una mattina senza vederli; bisogna convenire che gli uomini sono molto duri."
Per la prima volta in vita sua, la signora de Rênal sentiva come un desiderio di
vendetta contro il marito. L'odio estremo che animava Julien contro i ricchi stava
per esplodere. Per fortuna Rênal chiamò il giardiniere e rimase occupato con lui a
sbarrare, con dei fasci di spine, il sentiero che attraversava il frutteto. Julien
non rispose con una sola parola a tutte le attenzioni di cui fu oggetto durante la
passeggiata. Appena Rênal si era allontanato, le due amiche, dicendo di essere
stanche, gli avevano chiesto il braccio.
Fra quelle due donne, rosse in volto e impacciate per la forte agitazione, il
pallore altero, l'aria cupa e decisa di Julien creavano uno strano contrasto.
Disprezzava quelle donne, e ogni tenero sentimento.
"Ah! - pensava. - Non avere neanche cinquecento franchi di rendita per terminare
gli studi! Come lo manderei al diavolo!"
Assorto in questi gravi pensieri, quel poco che si degnava di ascoltare nelle
gentili parole delle due amiche lo infastidiva, gli sembrava vuoto di senso,
sciocco, debole; in una parola, femminile.
A forza di parlare per parlare, e di cercare di mantener viva la conversazione, la
signora de Rênal disse persino che suo marito era venuto da Verrières per trattare,
con uno dei suoi fittavoli, delle foglie secche di granturco (che da quelle parti
servono per riempire i pagliericci).
"Mio marito non ci raggiungerà - disse ancora la signora de Rênal. - È occupato con
il giardiniere e il suo cameriere a rinnovare tutti i pagliericci della casa.
Questa mattina ha messo delle foglie di granturco in tutti i letti del primo piano,
e ora è al secondo."
Julien cambiò colore; guardò la signora de Rênal con un'espressione strana, e poco
dopo la prese da parte affrettando il passo. La signora Derville lasciò che si
allontanassero.
"Salvatemi la vita - le disse, - voi sola potete farlo; quel cameriere mi odia a
morte, lo sapete. Devo confessarvi, signora, che ho un ritratto; l'ho nascosto nel
pagliericcio del mio letto."
A queste parole la signora de Rênal impallidì a sua volta.
"Voi sola, signora, potete entrare in questo momento nella mia camera; frugate,
senza che nessuno se ne accorga, nell'angolo del pagliericcio più vicino alla
finestra; lì troverete una scatoletta rotonda di cartone nero e liscio."
"Che contiene un ritratto!" disse la signora de Rênal, reggendosi in piedi a
stento.
Julien si accorse del suo scoramento, e subito ne approfittò.
"Ho una seconda grazia da chiedervi, signora; vi supplico di non guardare quel
ritratto, è il mio segreto."
"È un segreto" ripeté lei con voce spenta.
Ma, anche se era cresciuta fra gente fiera della propria fortuna, e sensibile solo
a interessi di denaro, l'amore aveva già dato generosità al suo animo. Ferita
crudelmente, rivolse a Julien le domande necessarie per eseguire bene il suo
incarico con l'aria della più semplice devozione.
"Dunque - gli disse allontanandosi, - una scatoletta rotonda, di cartone nero e
liscio."
"Sì, signora" ripose Julien, con quell'aria dura che hanno gli uomini quando sono
in pericolo.
Salì al secondo piano del castello, pallida come se fosse andata alla morte. Per
colmo di sfortuna, sentì che era sul punto di sentirsi male; ma la necessità di
rendere un servizio a Julien le fece tornare le forze.
"Devo riuscire a prendere quella scatola" si disse accelerando il passo.
Sentiva suo marito parlare al cameriere, proprio nella stanza di Julien.
Fortunatamente si spostarono in quella dei ragazzi. Sollevò il materasso e tuffò
una mano nel pagliericcio con una violenza tale da scorticarsi le dita. Ma per
quanto fosse sensibile a questi piccoli dolori, non se ne accorse neppure, perché
quasi contemporaneamente aveva sentito la superficie liscia della scatola di
cartone. La prese e scomparve.
Non appena ebbe superato la paura di essere sorpresa dal marito, l'orrore che le
provocò quella scatola fu sul punto di farla venir meno.
"Julien, dunque, è innamorato, e ho tra le mani il ritratto della donna che ama!".
Seduta nell'anticamera di quell'appartamento, la signora de Rênal era in preda a
tutti i tormenti della gelosia. La sua totale inesperienza le fu ancora d'aiuto in
quel momento, e lo stupore mitigava in lei la sofferenza. Julien apparve, afferrò
la scatola senza ringraziare, senza dire nulla, corse nella sua camera, accese il
fuoco e la bruciò all'istante. Era pallido, annichilito, ingigantiva la portata del
pericolo che aveva corso.
"Il ritratto di Napoleone - pensava, scuotendo il capo - trovato nascosto nella
stanza di un uomo che professa tanto odio per l'usurpatore! Trovato dal signor de
Rênal, così ultra e così irritato con me! E per colmo d'imprudenza, sul rovescio
del ritratto, alcune righe scritte di mio pugno, che non possono lasciare dubbi
sulla mia enorme ammirazione! E ognuno di quegli slanci d'amore porta una data! Ce
n'è uno dell'altro ieri. Tutta la mia reputazione caduta, annientata in un istante!
- si diceva Julien vedendo bruciare la scatola, - e la mia reputazione è il mio
solo bene, la sola cosa che mi permetta di vivere... Ma che vita, mio Dio!".
Un'ora dopo, la stanchezza e la pietà che sentiva per se stesso lo disponevano alla
tenerezza. Incontrò la signora de Rênal e prese la sua mano, baciandola con una
sincerità che non aveva mai avuto. Lei arrossì di gioia, e quasi nello stesso
istante respinse Julien con la collera della gelosia. L'orgoglio di Julien, che era
appena stato ferito, lo indusse a comportarsi da sciocco. Vide nella signora de
Rênal solo una donna ricca, lasciò cadere con sdegno la sua mano e si allontanò.
Andò a passeggiare, pensieroso, in giardino; presto un sorriso amaro comparve sulle
sue labbra.
"Passeggio qui, tranquillo, come un uomo padrone del suo tempo! Non mi occupo dei
ragazzi! Mi espongo alle parole umilianti del signor de Rênal, che avrà anche
ragione." E corse nella stanza dei ragazzi.
Le carezze del più piccolo, al quale voleva molto bene, calmarono un po' il suo
cocente dolore.
"Lui non mi disprezza ancora" pensò Julien. Ma subito si rimproverò
quell'attenuarsi del dolore come una nuova debolezza. "Questi ragazzi mi
accarezzano come farebbero con il cagnolino da caccia comperato ieri!".

X
Un grande cuore e una piccola fortuna

But passion most dissembles, yet betrays,


Even by its darkness; as the blackest sky
Foretells the heaviest tempest...
Don Juan, c. I, st. 73

Il signor de Rênal, che stava facendo il giro di tutte le stanze del castello,
tornò in quella dei ragazzi con i domestici che rimettevano al loro posto i
pagliericci. L'entrata improvvisa di quell'uomo fu per Julien la goccia che fa
traboccare il vaso.
Più pallido, più cupo del solito, si lanciò verso di lui. Rênal si fermò, e guardò
i domestici.
"Signore - gli disse Julien, - credete che con qualsiasi altro precettore i vostri
figli avrebbero fatto gli stessi progressi che hanno fatto con me? Se rispondete di
no - continuò Julien senza lasciare a Rênal il tempo di parlare - come osate farmi
il rimprovero di trascurarli?".
Rênal, non appena gli fu passata la paura, congetturò, dal tono strano che aveva
preso quel contadinello, che avesse in tasca qualche proposta vantaggiosa e che si
preparasse a lasciarlo. La collera di Julien aumentava parlando:
"Posso vivere senza di voi, signore" aggiunse.
"Mi dispiace veramente di vedervi così agitato" rispose Rênal balbettando un po'. I
domestici erano a dieci passi, intenti a sistemare i letti.
"Non è di questo che ho bisogno - rispose Julien fuori di sé. - Pensate alle parole
infami che mi avete rivolto, e per di più davanti alle signore!".
Rênal capiva fin troppo quello che chiedeva Julien, ed era come lacerato da una
dura lotta interiore. Finché Julien, pazzo di collera, esclamò:
"So dove andare, signore, uscendo dalla vostra casa".
A queste parole, Rênal vide Julien già insediato da Valenod.
"Ebbene, signore - gli disse infine con un sospiro, e come se avesse chiamato il
chirurgo per l'operazione più dolorosa, - accolgo la vostra richiesta. A partire da
dopodomani, ogni primo del mese vi pagherò cinquanta franchi."
Julien ebbe voglia di ridere e rimase stupefatto: tutta la sua collera era sparita.
"Non disprezzavo abbastanza questo animale - pensò. - Questo è il maggiore atto di
scusa che un'anima così bassa sia in grado di fare."
I ragazzi, che avevano assistito a questa scena a bocca aperta, corsero in giardino
per dire alla madre che il signor Julien era molto arrabbiato, ma che avrebbe avuto
cinquanta franchi al mese.
Julien li seguì per abitudine, senza neanche guardare Rênal, che lasciò
profondamente irritato.
"Ecco che Valenod mi costa centosessantotto franchi - pensava il sindaco. - Bisogna
proprio che gli parli con fermezza di quelle sue forniture per i trovatelli."
Un istante dopo Julien si ritrovò faccia a faccia con Rênal:
"Devo parlare della mia coscienza al signor curato Chèlan; ho l'onore di informarvi
che mi assenterò per qualche ora".
"Eh, mio caro Julien! - disse Rênal sorridendo nel modo più falso, - per tutta la
giornata, se volete, e per tutta quella di domani, amico mio. Prendete il cavallo
del giardiniere per andare a Verrières."
"Ecco - pensò Rênal, - va da Valenod a dargli una risposta. Non mi ha promesso
nulla, ma è meglio lasciare che la testa di questo ragazzo si raffreddi."
Julien scappò via in fretta e salì verso i grandi boschi attraverso i quali, da
Vergy, si può raggiungere Verrières. Non voleva arrivare troppo presto da Chèlan, e
non voleva trovarsi costretto a una nuova scena di ipocrisia; aveva bisogno di
veder chiaro dentro di sé, e di dare ascolto alla folla di sentimenti che lo
agitavano.
"Ho vinto una battaglia - si disse, non appena fu nel bosco, lontano dagli sguardi
degli uomini; - sì, ho vinto una battaglia!".
Fu un pensiero che gli diede un'immagine felice della sua situazione, e lo rese un
po' più tranquillo.
"Eccomi con cinquanta franchi al mese di stipendio. Rênal dev'essersi proprio
spaventato. Ma di che cosa?".
Questa riflessione su ciò che poteva aver fatto paura all'uomo fortunato e potente
contro il quale, un'ora prima, fremeva di collera, rasserenò definitivamente
Julien. Per un momento fu quasi sensibile alla bellezza incantevole dei boschi che
stava attraversando. Blocchi enormi di nuda roccia erano precipitati un tempo nella
foresta, dalla parte della montagna. Grandi faggi sì elevavano fino quasi
all'altezza di quelle rocce, la cui ombra portava una frescura deliziosa, solo a
pochi passi da luoghi dove il calore dei raggi del sole avrebbe reso impossibile
una sosta.
Ogni tanto, Julien prendeva fiato all'ombra di quelle grandi rocce, e poi si
rimetteva in cammino. Ben presto, seguendo un sentiero strettissimo, a mala pena
tracciato, e che serviva solo ai caprai, si trovò ritto su un masso enorme, sicuro
di essere separato da tutti gli altri uomini. La posizione fisica in cui si trovava
lo fece sorridere: sembrava rappresentare la posizione morale che desiderava
ardentemente raggiungere. L'aria pura di quelle alte montagne comunicò alla sua
anima un senso di serenità, e anche di gioia. Il sindaco di Verrières restava pur
sempre, ai suoi occhi, l'immagine di tutti i ricchi e di tutti gli insolenti della
terra; ma Julien sentiva che l'odio dal quale era stato scosso non aveva nulla di
personale. Se non avesse più visto Rênal, dopo otto giorni l'avrebbe dimenticato:
lui, il suo castello, i suoi cani, i suoi figli e tutta la sua famiglia. "L'ho
costretto, e non so come, a fare il massimo sacrificio. Caspita! più di cinquanta
scudi all'anno! E un istante prima mi ero salvato dal pericolo peggiore. Ecco due
vittorie in un solo giorno; per la seconda non ho nessun merito, dovrei capirne il
motivo. Ma a domani, queste indagini noiose."
Julien, ritto su quella roccia, guardava il cielo infocato dal sole d'agosto. Le
cicale cantavano nei campi ai piedi del monte, e quando tacevano, intorno, il
silenzio era totale. Vedeva stendersi il paesaggio ai suoi piedi, per venti leghe.
Qualche sparviero, di tanto in tanto, si staccava dalle rocce al di sopra di lui,
descrivendo cerchi immensi nel silenzio. Lo sguardo di Julien seguiva
macchinalmente l'uccello da preda. I suoi movimenti tranquilli e potenti lo
colpivano, ne invidiava la forza, ne invidiava l'isolamento.
Era stato il destino di Napoleone, sarebbe stato un giorno anche il suo?

XI
Una serata

Yet, Julia's very coldness still was kind,


And tremulously gentle her small hand
Withdrew itself from his, but left behind
A little pressure, thrilling, and so bland
And slight, so very slight that so the mind
'Twas but a doubt.
Don Juan, c. I, st. 71

Bisognava tuttavia farsi vedere a Verrières. Uscendo dal presbiterio, un caso


fortunato volle che Julien incontrasse Valenod, al quale si affrettò ad annunciare
l'aumento di stipendio.
Tornato a Vergy, scese in giardino solo a notte fatta. Si sentiva stanco per tutte
le emozioni violente che lo avevano agitato durante il giorno. "Che cosa dirò
loro?" si chiedeva inquieto pensando alle signore. Non poteva accorgersi che il suo
animo era esattamente al livello di quelle piccole vicende che solitamente
assorbono gli interessi delle donne. Spesso Julien risultava indecifrabile alla
signora Derville, e anche alla sua amica, e a sua volta capiva solo in parte quello
che dicevano. Era l'effetto dell'energia, e, se così posso dire, della grandezza
dei moti di passione che sconvolgevano l'animo di quel giovane ambizioso.
Quell'essere singolare era quasi sempre in tempesta.
La sera, entrando in giardino, Julien era ben disposto a occuparsi di ciò che
pensavano le graziose cugine. Lo aspettavano impazienti. Si mise al suo solito
posto, accanto alla signora de Rênal. L'oscurità divenne presto profonda. Volle
stringere allora quella mano bianca che vedeva da un po' appoggiata allo schienale
della sedia. Dopo una breve esitazione, la mano si ritrasse, rivelando una certa
irritazione. Julien ne prese atto, e decise di continuare allegramente la
conversazione, quando sentì avvicinarsi Rênal.
Il giovane aveva ancora nelle orecchie le parole dure del mattino. "Non sarebbe
forse - si disse - un modo per farsi beffe di quest'uomo, ricco e fortunato,
prendere la mano di sua moglie proprio in sua presenza? Sì, lo farò, proprio io,
dopo che mi ha dimostrato tanto disprezzo."
Da quel momento la tranquillità, così poco naturale nel carattere di Julien,
scomparve. Desiderava con ansia, e senza poter pensare ad altro, che la signora de
Rênal gli lasciasse la mano.
Il sindaco parlava di politica con rabbia: due o tre industriali di Verrières
stavano diventando molto più ricchi di lui, e volevano contrastarlo nelle elezioni.
La signora Derville lo ascoltava. Julien, irritato da quei discorsi, avvicinò la
sua sedia a quella della signora de Rênal. L'oscurità nascondeva ogni gesto. Ebbe
il coraggio di mettere la sua mano vicinissima al bel braccio che l'abito lasciava
scoperto. Si sentì turbato, non fu più padrone del proprio pensiero, accostò la
guancia a quel braccio e osò appoggiarvi le labbra.
La signora de Rênal fremette. Il marito era lì a due passi. Si affrettò a dare a
Julien la mano, e nello stesso tempo ad allontanarlo un po'. Mentre Rênal
continuava a imprecare contro quella gente da poco e contro i giacobini che si
arricchivano, Julien copriva la mano, che gli si era abbandonata, di baci
appassionati, o che tali, almeno, sembravano alla signora de Rênal. Eppure quella
povera donna aveva avuto la prova, proprio in quel giorno fatale, che l'uomo che
adorava senza confessarselo, amava un'altra! Durante l'assenza di Julien, si era
trovata ha preda a una profonda sofferenza, che l'aveva fatta riflettere.
"Sarei dunque innamorata? - pensava. - Io, una donna sposata, sento in me l'amore!
Ma non ho mai provato, per mio marito, questa oscura follia che mi impedisce di
allontanare il mio pensiero da Julien, In fondo non è che un ragazzo pieno di
rispetto per me! Sarà una follia passeggera. Che cosa importa a mio marito dei
sentimenti che posso avere per questo giovane! Rênal si annoierebbe alle
conversazioni, piene di fantasia, che faccio con Julien. Lui pensa ai suoi affari.
Non gli tolgo nulla per darlo a Julien."
Nessuna ipocrisia alterava la purezza di quell'anima ingenua, smarrita in una
passione che prima non aveva mai provato. Ingannava se stessa, ma senza rendersene
conto; eppure, nel suo istinto di donna virtuosa, era spaventata. Tali erano i
tormenti che l'agitavano, quando Julien apparve in giardino. Lo sentì parlare, e
quasi subito lo vide sedersi al suo fianco. La sua anima fu come travolta
dall'incanto di quella felicità, che da quindici giorni la stupiva più ancora di
quanto la seducesse. Tutto, per lei, era imprevisto. Ma dopo qualche istante, si
chiese: "Basta dunque la presenza di Julien per cancellare i suoi torti?". Si
spaventò, e fu allora che ritrasse la mano.
I baci pieni di passione, come non ne aveva mai ricevuti, le fecero di colpo
dimenticare che lui, forse, amava un'altra donna. Presto non fu più colpevole ai
suoi occhi. La fine di un dolore straziante, generato dal sospetto, la presenza di
una felicità che non aveva mai neppure sognato, le diedero gli slanci dell'amore e
di una folle allegria. Quella serata fu incantevole per tutti, tranne per il
sindaco, che non riusciva a dimenticare i suoi industriali arricchiti. Julien non
pensava più alla sua cupa ambizione, né ai suoi progetti difficili da realizzare.
Per la prima volta nella sua vita si sentiva preso dal potere della bellezza. Perso
in una fantasticheria vaga e dolce, così estranea al suo carattere, premendo con
dolcezza quella mano che gli piaceva per la sua grazia perfetta, ascoltava appena
lo stormire delle fronde del tiglio mosse dal vento leggero della notte, e i cani
del mulino del Doubs che abbaiavano in lontananza.
Ma quell'emozione era un piacere e non una passione. Rientrando nella sua stanza
non pensò che a una sola gioia: riprendere il suo libro preferito; a vent'anni,
l'idea del mondo e di quanto è possibile compiervi domina su tutto.
Ben presto, tuttavia, posò il libro. A furia di pensare alle vittorie di Napoleone,
aveva visto qualcosa di nuovo nella propria. "Sì, ho vinto una battaglia - pensò, -
ma bisogna approfittarne, bisogna schiacciare l'orgoglio di questo fiero gentiluomo
mentre è in ritirata. Nel più puro stile di Napoleone. Devo chiedergli un permesso
di tre giorni per andare dal mio amico Fouquè. Se me lo rifiuta, gli dico che me ne
vado, ma cederà."
La signora de Rênal non riuscì a chiudere occhio. Le sembrava di non aver mai
vissuto fino ad allora. Non poteva distogliere il suo pensiero dalla gioia di
sentire Julien coprire la sua mano di baci infuocati.
D'improvviso le apparve la terribile parola: adulterio. Tutto ciò che di disgustoso
il vizio più basso può imprimere all'idea dell'amore dei sensi si presentò in
tumulto alla sua fantasia. Quei pensieri tentavano di offuscare l'immagine nobile e
divina che si era fatta di Julien e della felicità di amarlo. Il futuro le si
dipingeva a fosche tinte. Si sentiva spregevole.
Fu un momento spaventoso; la sua anima attraversava paesi sconosciuti. Il giorno
prima aveva assaporato una gioia mai provata; ora, sì trovava di colpo tuffata in
un dolore atroce. Non aveva idea alcuna di sofferenze simili, che turbarono la sua
ragione. Pensò, per un istante, di confessare al marito che temeva di amare Julien.
Sarebbe stato comunque parlare di lui. Per fortuna trovò nella memoria un
insegnamento che le era venuto da sua zia, molto tempo prima, alla vigilia del
matrimonio. Riguardava il pericolo delle confidenze fatte a un marito, che dopo
tutto è un padrone. Esasperata dal dolore, si torceva le mani.
Era in balìa di immagini contraddittorie e dolorose, che le si accavallavano nella
mente. Ora temeva di non essere amata, ora la terribile idea della colpa la
torturava come se il giorno dopo avessero dovuto esporla alla gogna sulla pubblica
piazza di Verrières, con un cartello che proclamasse al volgo il suo adulterio.
La signora de Rênal non aveva alcuna esperienza della vita; anche in una condizione
di perfetta lucidità, e nel pieno possesso della sua ragione, non avrebbe colto il
divario che esiste tra l'essere colpevole agli occhi di Dio e il trovarsi
sopraffatta in pubblico dalle dimostrazioni più vistose del disprezzo generale.
Quando la tremenda idea dell'adulterio, e di tutta l'ignominia che, nella sua
opinione, questa colpa portava con sé, le lasciava un po' di tregua, e pensava alla
dolcezza di poter vivere con Julien nell'innocenza, come in passato, veniva a
tormentarla l'idea orribile che egli amasse un'altra donna. Vedeva ancora il suo
pallore, quando aveva temuto di perderne il ritratto, odi comprometterla lasciando
che qualcuno lo vedesse. Per la prima volta aveva sorpreso il timore in quella
fisionomia così tranquilla e nobile. Non si era mai mostrato così commosso per lei
o per i suoi figli. Questo nuovo dolore la portò alla più intensa infelicità che
l'animo umano possa sopportare. Senza rendersene conto, urlò tanto forte da
risvegliare la sua cameriera. D'improvviso vide accanto al letto il chiarore di una
lampada, e riconobbe Èlisa.
"Forse ama voi?" gridò nella sua follia.
La cameriera, stupita dall'agitazione tremenda nella quale aveva sorpreso la sua
padrona, per fortuna non prestò nessuna attenzione a quelle parole. La signora de
Rênal si accorse della sua imprudenza: "Ho la febbre - le disse - e, credo, anche
un po' di delirio; restatemi vicina". Tornata del tutto in sé per la necessità di
dominarsi, si sentì meno infelice; la ragione riprese quel controllo che lo stato
di dormiveglia le aveva tolto. Per liberarsi dallo sguardo fisso della cameriera,
le ordinò di leggere il giornale, e al suono monotono della voce di lei, che
leggeva un lungo articolo su "La Quotidienne", prese la decisione virtuosa di
trattare Julien, quando lo avrebbe rivisto, con assoluta freddezza.

XII
Un viaggio

A Parigi si trovano delle persone eleganti, in provincia possono esserci delle


persone di carattere.
SIEYÈS

L'indomani, alle cinque, prima che la signora de Rênal fosse comparsa, Julien aveva
ottenuto da suo marito un permesso di tre giorni. Con sua sorpresa, sentì il
desiderio di rivederla, pensava alla sua bella mano. Scese in giardino, e la
signora de Rênal si fece attendere a lungo. Ma se Julien l'avesse amata, avrebbe
notato, dietro le persiane semichiuse del primo piano, la sua fronte appoggiata al
vetro. Lo guardava. Infine, nonostante i suoi propositi, decise di scendere in
giardino. Il suo abituale pallore aveva lasciato il posto ai colori più vivaci.
Quella donna così ingenua era visibilmente agitata; lo sforzo per dominarsi, e
anche una certa collera, ne alteravano l'espressione di serenità profonda e come
superiore a tutti i volgari interessi della vita, che dava tanto fascino al suo
volto angelico.
Julien le si avvicinò sollecito; ammirava la bellezza di quelle braccia, che uno
scialle, frettolosamente indossato, lasciava intravedere. La freschezza dell'aria
del mattino sembrava aumentare lo splendore di una carnagione che l'agitazione
della notte aveva reso ancora più sensibile a tutte le impressioni. Quella bellezza
modesta e toccante, e tuttavia colma di pensieri che non si trovano nelle classi
inferiori, sembrava rivelare a Julien una facoltà che non sapeva di avere in se
stesso. Tutto preso dall'ammirazione di quelle grazie che il suo sguardo avido
sorprendeva, Julien non pensava affatto all'accoglienza amichevole che si era
aspettato. Fu per questo anche più sorpreso dalla freddezza glaciale che gli veniva
dimostrata, e attraverso la quale credette persino di cogliere l'intenzione di
rimetterlo al suo posto.
Il sorriso di piacere sparì dalle sue labbra; si ricordò della sua condizione
sociale, tanto più evidente agli occhi di una nobile ereditiera. In quel momento
sul suo volto non c'era altro che sdegno, e collera contro se stesso. Provava un
senso di irritazione violenta: aveva ritardato la sua partenza di oltre un'ora per
ricevere un'accoglienza così umiliante.
"Solo uno sciocco - pensava - se la può prendere con gli altri: un sasso cade
perché è pesante. Sarò sempre un bambino? Quando, insomma, riuscirò a prendere la
buona abitudine di dare a questa gente solo quel tanto della mia anima che possono
pagarmi? Se voglio essere stimato, da loro e da me stesso, devo saper dimostrare
che se la mia povertà è in commercio con la loro ricchezza, il mio cuore è a mille
leghe lontano dalla loro insolenza, in una sfera troppo alta per essere raggiunto
dai loro piccoli segni di disprezzo o di favore."
Mentre questi sentimenti si affollavano nell'animo del giovane precettore, la sua
mutevole fisionomia assumeva l'espressione dell'orgoglio ferito e della ferocia. La
signora de Rênal ne fu molto turbata. Alla freddezza virtuosa con la quale aveva
voluto accoglierlo subentrò un'espressione di interesse, e di un interesse animato
dalla grande sorpresa per il cambiamento improvviso a cui aveva assistito. Le
parole vuote che si dicono al mattino sulla salute, sulla bellezza della giornata,
si spensero sulle labbra di entrambi. Julien, il cui pensiero non era turbato da
alcuna passione, trovò ben presto il modo per far capire alla signora de Rênal
quanto poco si credesse in amicizia con lei; non le disse nulla del breve viaggio
che stava per compiere, la salutò e partì.
Mentre lo guardava andarsene, sconvolta dal cupo distacco che leggeva in quello
sguardo, così amabile il giorno prima, il figlio più grande, che accorreva dal
fondo del giardino, le disse abbracciandola:
"Siamo in vacanza, il signor Julien parte per un viaggio".
A quelle parole la signora de Rênal si sentì afferrata da un freddo mortale; era
infelice a causa della sua virtù, e lo era più ancora per la sua debolezza.
Questo fatto nuovo occupò tutta la sua immaginazione; fu trascinata ben oltre le
sagge decisioni prese durante la notte terribile che aveva appena passato. Non si
trattava più di resistere a un innamorato così desiderabile, ma di perderlo per
sempre.
A colazione, il signor de Rênal e la signora Derville parlarono solo della partenza
di Julien, rendendo ancora più vivo il suo dolore. Il sindaco di Verrières aveva
notato qualcosa di insolito nel tono fermo con cui il precettore gli aveva chiesto
quel permesso.
"Quel contadinello ha senz'altro in tasca l'offerta di qualcun altro. Ma questo
qualcuno, fosse anche il signor Valenod, dev'essere un po' scoraggiato di fronte
alla somma di 600 franchi all'anno che ora bisogna sborsare. Ieri, a Verrières, ci
sarà stata una richiesta di tre giorni per riflettere; e questa mattina, per non
essere obbligato a darmi una risposta, il signorino è partito per la montagna.
Dover fare i conti con un miserabile operaio che fa l'insolente: ecco a cosa siamo
arrivati!".
"Poiché mio marito, che ignora quanto profondamente abbia ferito Julien, pensa che
ci lascerà, che cosa dovrei pensare io? - si disse la signora de Rênal. - Ah, tutto
è già deciso!".
Per poter almeno piangere liberamente, e non rispondere alle domande della sua
amica, disse di avere un tremendo mal di testa, e si mise a letto.
"Ecco come sono le donne - ripeté Rênal, - c'è sempre qualcosa che non funziona in
queste macchine complicate." E se ne andò con un'aria beffarda.
Mentre la signora de Rênal era in preda ai più terribili tormenti di una passione
come quella in cui il caso l'aveva sospinta, Julien proseguiva allegramente il suo
cammino fra quanto di più bello possa offrire uno scenario di montagna. Doveva
attraversare la grande catena a nord di Vergy. Il sentiero che stava seguendo, e
che sale poco a poco in mezzo a grandi faggeti, disegna infiniti zig-zag sul pendio
dell'alta montagna che delimita a settentrione la valle del Doubs. Presto gli
sguardi del viaggiatore, passando sopra i colli meno elevati entro cui scorre il
Doubs verso mezzogiorno, spaziarono fino alle fertili pianure della Borgogna e del
Beaujolais. Per quanto l'anima di quel giovane ambizioso fosse insensibile a questo
genere di bellezza, non poteva fare a meno di fermarsi, di tanto in tanto, per
guardare uno spettacolo così vasto e imponente.
Raggiunse infine la cima dell'alta montagna, da cui era necessario passare,
seguendo questa via traversa, per arrivare alla valle solitaria dove abitava
Fouquè, il giovane commerciante di legname suo amico. Julien non aveva fretta di
vederlo, né lui né alcun altro essere umano. Nascosto come un uccello da preda, fra
le rocce nude che coronano la grande montagna, avrebbe potuto scorgere da lontano
chiunque si fosse avvicinato. Scoprì una piccola grotta che si apriva sul pendio
quasi verticale di una roccia. Si mosse di corsa, e poco dopo era già installato in
quel rifugio. "Qui - si disse con gli occhi che brillavano di gioia, - gli uomini
non potranno farmi del male." Ebbe l'idea di abbandonarsi al piacere di scrivere i
suoi pensieri, cosa che ovunque, altrove, sarebbe stata per lui molto pericolosa.
Una pietra quadrata gli serviva da leggio. La sua penna volava: non vedeva niente
di ciò che gli era attorno. Osservò infine che il sole tramontava dietro i monti
lontani del Beaujolais.
"Perché non passare qui la notte? - si disse, - ho del pane, e sono libero." Al
suono di queste grandi parole il suo animo sì esaltò, la sua ipocrisia gli impediva
di essere libero, anche da Fouquè. Con la testa appoggiata alle mani, Julien restò
in quella grotta, più felice di quanto non fosse mai stato, agitato nel suo
fantasticare e nella gioia della sua libertà. Senza farvi attenzione vide
spegnersi, uno dopo l'altro, tutti i raggi del crepuscolo. In quell'immensa
oscurità, la sua anima si perdeva nella contemplazione di ciò che s'immaginava di
poter incontrare un giorno a Parigi. Prima di tutto c'era una donna molto più bella
e d'intelligenza ben più elevata di tutta quelle che aveva incontrato in provincia.
Amava appassionatamente, ed era amato. Se si separava da lei, solo per poco, era
per andare a coprirsi di gloria e meritarsi di più il suo amore.
Un giovane cresciuto nelle tristi verità della società parigina, anche se dotato
della fantasia di Julien, si sarebbe a questo punto ridestato dal suo romanzo
grazie a una fredda ironia; le grandi gesta sarebbero scomparse dalla sua mente, e
così la speranza di poterle compiere, per far posto alla ben nota massima: "Chi
lascia sola la propria amante, rischia, ahimè, di essere ingannato due o tre volte
al giorno". Tra sé e le più eroiche gesta, il giovane contadino non vedeva altro
che la mancanza dell'occasione giusta.
Ma una notte profonda era subentrata al giorno, e c'erano ancora due leghe da
percorrere per scendere al piccolo villaggio dove abitava Fouquè. Prima di lasciare
quella grotta, Julien accese un fuoco e bruciò con cura tutto quello che aveva
scritto.
Il suo amico rimase molto sorpreso quando lo sentì bussare all'una del mattino.
Fouquè stava facendo i conti. Era un giovane di alta statura, piuttosto malfatto,
con dei lineamenti molto duri, un naso enorme, e molta bonomia nascosta sotto un
aspetto ripugnante.
"Hai litigato con il tuo Rênal, per capitare qui all'improvviso?".
Julien gli raccontò, ma con qualche cautela, i fatti del giorno prima.
"Resta con me - gli disse Fouquè. - Vedo che hai imparato a conoscere Rênal,
Valenod, il viceprefetto Maugiron, il curato Chèlan; hai capito le astuzie di
quella gente; sei in condizione di partecipare alle aste. Conosci l'aritmetica
meglio di me, terrai i miei conti. Guadagno bene nel mio commercio. L'impossibilità
di poter fare tutto da solo e la paura di prendermi un furfante come socio mi
impediscono ogni giorno di intraprendere grossi affari. Neanche un mese fa ho fatto
guadagnare seimila franchi a Michaud de Saint-Amand, che non vedevo da sei anni, e
che ho incontrato per caso alla vendita di Pontarlier. Perché non avresti dovuto
guadagnarli tu quei seimila franchi, o almeno tremila? Infatti, se quel giorno tu
fossi stato con me, avrei fatto un'offerta superiore per quel taglio di legna, e me
l'avrebbero presto lasciata. Diventa mio socio."
Quell'offerta mise di malumore Julien, lo disturbò nella sua follia. Durante tutta
la cena, che i due amici si prepararono come eroi di Omero, poiché Fouquè viveva da
solo, questi mostrò i suoi conti a Julien, e gli provò che il suo commercio di
legnami era vantaggioso. Fouquè aveva la più alta considerazione dell'intelligenza
e del carattere dell'amico.
Quando Julien si ritrovò finalmente solo nella sua cameretta di abete, pensò: "È
vero, qui potrei guadagnare qualche migliaio di franchi, e poi riprendere più
vantaggiosamente il mestiere di soldato, o di prete, secondo la moda che allora
regnerà in Francia. Il piccolo gruzzolo di cui potrei disporre eliminerebbe certe
difficoltà concrete. Solitario su questi monti, potrei intanto porre rimedio alla
mia terribile ignoranza su tante cose di cui si occupa la gente di mondo. Ma Fouquè
rinuncia al matrimonio, e mi ripete che la solitudine lo rende infelice. È evidente
che se prende un socio che non ha fondi da investire nel suo commercio, ha la
speranza di avere un compagno che non lo lasci mai. Ingannerò dunque il mio amico?"
si disse Julien con rabbia. Quell'essere, nel quale l'ipocrisia e l'assenza di ogni
simpatia umana erano i mezzi abituali di salvezza, quella volta non riuscì a
sopportare l'idea della più piccola mancanza di delicatezza verso un uomo che gli
voleva bene.
Ma d'improvviso Julien si sentì felice: aveva una ragione per rifiutare. "Come!
Perderei così, vilmente, sette o otto anni! Arriverei a ventotto anni; ma a
quell'età Bonaparte aveva fatto le sue cose più grandi! Quando avrò guadagnato
oscuramente un po' di denaro, girando per i mercati di legname e godendo del favore
di qualche furfante subalterno, chi mi dice che avrò ancora il sacro fuoco con il
quale ci si fa un nome?".
Il mattino dopo, Julien rispose con molto sangue freddo al buon Fouquè, il quale
considerava già fatta la loro società, che la sua vocazione per il santo ministero
degli altari non gli permetteva di accettare. Fouquè non riusciva a farsene una
ragione.
"Ma ci pensi? - gli ripeteva. - Io ti faccio socio, o, se preferisci, ti do
quattromila franchi all'anno, e tu vuoi ritornare dal tuo Rênal, che ti disprezza
come il fango delle sue scarpe! Quando avrai da parte duecento luigi, chi ti
impedirà di entrare in seminario? Ti dirò di più: m'incarico io di trovarti la
parrocchia migliore della zona. Perché - aggiunse Fouquè abbassando la voce, io
fornisco legna da ardere al signor ***, al signor ***, al signor ***. È quercia di
prima qualità, che mi pagano come legna comune, ma non c'è mai stato denaro
investito meglio." Nulla riuscì a vincere la vocazione di Julien. Fouquè finì con
il crederlo un po' folle. Il terzo giorno, di primo mattino, Julien lasciò il suo
amico per passare la giornata fra le rocce della montagna. Ritrovò la sua piccola
grotta, ma non aveva la pace dentro di sé: le offerte del suo amico gliel'avevano
portata via. Come Ercole, si trovava, non già fra il vizio e la virtù, ma fra la
mediocrità seguita dal benessere sicuro e tutti i sogni eroici della sua
giovinezza. "Non ho, dunque, un'autentica fermezza - si diceva, ed era il dubbio
che lo faceva più soffrire. - Non ho la stoffa di cui sono fatti i grandi, poiché
temo che otto anni passati a procurarmi il pane mi toglierebbero quell'energia
sublime che permette di compiere cose straordinarie."

XIII
Le calze traforate

Un romanzo: è uno specchio che si porta lungo una strada.


SANINT-RÉAL

Quando Julien scorse le rovine pittoresche dell'antica chiesa di Vergy, si rese


conto che da due giorni non aveva pensato una sola volta alla signora de Rênal.
"Prima della mia partenza, mi ha ricordato la distanza infinita che ci separa; mi
ha trattato come il figlio di un operaio. Senza dubbio ha voluto dimostrarmi il suo
pentimento per avermi lasciato la mano la sera prima... E tuttavia è così bella,
quella mano! Che grazia! Che nobiltà nel suo sguardo!".
La possibilità di far fortuna con Fouquè aveva dato una certa leggerezza ai
pensieri di Julien, che non erano più così spesso turbati dalla collera e dal vivo
senso della sua povertà e della sua umile condizione. Come da un promontorio
elevato, poteva giudicare, e dominava, per così dire, la povertà estrema come il
benessere, che chiamava ancora ricchezza. Era lontano dal considerare la sua
posizione con filosofia, ma aveva la lucidità sufficiente per sentirsi diverso,
dopo quei giorni passati tra i monti.
Fu colpito dal turbamento estremo con il quale la signora de Rênal ascoltò il breve
racconto del viaggio, che lei stessa gli aveva chiesto.
Fouquè aveva avuto dei progetti di matrimonio, amori sfortunati; su questo
argomento, i due amici avevano parlato a lungo. Dopo aver trovato troppo presto la
felicità, Fouquè si era accorto che la divideva con altri. Queste confidenze
avevano stupito Julien, che aveva imparato molte cose che non sapeva. La sua vita
solitaria, interamente fatta di fantasia e diffidenza, l'aveva allontanato da tutto
ciò che avrebbe potuto illuminarlo.
Durante la sua assenza, la vita della signora de Rênal era stata un susseguirsi di
diversi supplizi, tutti intollerabili; stava davvero molto male.
"Soprattutto - le disse la signora Derville, quando vide arrivare Julien, -
indisposta come sei, non devi andare in giardino stasera: l'aria umida aggraverebbe
il tuo malessere."
La signora Derville notava con stupore che la sua amica, sempre rimproverata dal
marito per l'eccessiva semplicità del suo abbigliamento, aveva appena acquistato
delle calze traforate e delle deliziose scarpine arrivate da Parigi. Da tre giorni,
la sola distrazione della signora de Rênal era stata quella di tagliare e far
cucire in gran fretta da Èlisa un abito estivo, in una graziosa stoffa leggera
molto di moda. L'abito fu terminato proprio qualche istante prima dell'arrivo di
Julien, e la signora de Rênal lo indossò subito. La sua amica non ebbe più dubbi.
"L'infelice è innamorata!" pensò, e capì tutte le stranezze della sua malattia.
La vide parlare con Julien. Il pallore si alternava in lei al rossore più acceso.
L'ansietà appariva dai suoi occhi che non si staccavano da quelli del giovane
precettore. La signora de Rênal si aspettava che da un momento all'altro lui si
spiegasse, dicendo se voleva lasciare la casa o restare. Julien non si curava di
dir nulla su questo argomento, al quale del resto non pensava. Dopo una tremenda
lotta con se stessa, la signora de Rênal osò infine chiedergli, con una voce
tremante dalla quale traspariva tutta la sua passione:
"Lascerete i vostri allievi per andare altrove?".
Julien fu colpito dalla voce incerta e dallo sguardo di lei. "Mi ama - pensò. - Ma
dopo questo momento di debolezza passeggera, che il suo orgoglio le rimprovera, e
dopo che non dovrà più temere per la mia partenza, ritornerà a tenere le distanze."
Julien si rese conto in un lampo delle rispettive posizioni, e rispose esitando:
"Mi spiacerebbe molto lasciare dei ragazzi così cari e così ben nati. Ma forse sarà
necessario. Abbiamo dei doveri anche verso noi stessi".
Pronunciando quelle parole, così ben nati (una delle espressioni aristocratiche che
Julien aveva imparato da poco), fu preso da un profondo sentimento di anti-
simpatia.
"Agli occhi di questa donna - pensava, - io non sono ben nato."
La signora de Rênal, ascoltandolo, ne ammirava l'intelligenza, la bellezza, e aveva
il cuore trafitto dall'idea della possibile partenza che le faceva intravedere.
Tutti i suoi amici di Verrières, che durante l'assenza di Julien erano venuti a
pranzo a Vergy, avevano fatto a gara nel complimentarsi con lei per quel tipo
sorprendente che suo marito aveva avuto la fortuna di scovare. Non è che capissero
qualcosa dei progressi dei ragazzi. Il fatto di conoscere a memoria la Bibbia, e
per di più in latino, aveva suscitato negli abitanti di Verrières un'ammirazione
che durerà forse un secolo.
Julien, che non parlava con nessuno, ignorava tutto questo. Se la signora de Rênal
avesse avuto un po' di sangue freddo, si sarebbe complimentata con lui per la
reputazione che si era guadagnato, e Julien, rassicurato nel proprio orgoglio,
sarebbe stato dolce e gentile con lei, tanto più che il suo nuovo abito gli
sembrava incantevole. La signora de Rênal, molto compiaciuta del suo bel vestito, e
di ciò che gliene diceva Julien, aveva voluto fare due passi in giardino, ma ben
presto dovette confessargli che non era in grado di proseguire. Si era appoggiata
al braccio di lui, ma, anziché aumentare le sue forze, quel contatto gliele tolse
del tutto.
Era notte; appena si furono seduti, Julien, usando del suo antico privilegio, osò
accostare le labbra al braccio della sua bella vicina, e prenderle la mano. Pensava
all'ardimento di cui Fouquè aveva dato prova con le sue amanti, e non alla signora
de Rênal; le parole ben nato gli pesavano ancora sul cuore. Si sentì stringere la
mano, ma la cosa non gli diede alcun piacere. Ben lontano dall'essere fiero, o
quanto meno riconoscente del sentimento che la signora de Rênal tradiva quella sera
con segni anche troppo evidenti, rimase pressoché insensibile alla bellezza, alla
freschezza, all'eleganza di lei. La purezza dell'anima e l'assenza di sentimenti
astiosi prolungano senza dubbio la durata della giovinezza. È il volto che per
primo invecchia nella maggior parte delle donne belle.
Julien si mostrò di cattivo umore per tutta la serata; fino ad allora era stato in
collera solo con il caso e con la società; da quando Fouquè gli aveva offerto un
mezzo indegno per arrivare all'agiatezza, era adirato con se stesso. Tutto preso
dai suoi pensieri, benché ogni tanto rivolgesse qualche parola alle due signore,
Julien finì senz'accorgersene con l'abbandonare la mano che stava. stringendo. La
cosa turbò alquanto la povera donna, che vi lesse il segno del proprio destino.
Se fosse stata sicura dell'affetto di Julien, forse la sua virtù avrebbe trovato la
forza di resistergli. Temendo, invece, di perderlo per sempre, la sua passione la
sconvolse a tal punto che riprese la sua mano, distrattamente appoggiata allo
schienale di una sedia. Quel gesto risvegliò il giovane ambizioso: avrebbe voluto
che ne fossero testimoni tutti quei nobili pieni di sé, i quali, a tavola, quando
lui stava nel suo angolo con i ragazzi, lo guardavano con un sorriso protettivo.
"Questa donna non può più disprezzarmi - pensava, - e allora devo essere sensibile
alla sua bellezza; devo diventare il suo amante, è un dovere che ho con me stesso."
Un'idea del genere non gli sarebbe venuta prima delle ingenue confidenze che gli
aveva fatto il suo amico.
L'improvvisa decisione che aveva appena preso divenne una piacevole distrazione.
Pensava: "Una di queste due donne dev'essere mia". Si accorse che avrebbe preferito
far la corte alla signora Derville; non che fosse più bella, ma almeno l'aveva
sempre visto nei panni di precettore, onorato per la sua cultura, e non vestito da
operaio carpentiere, con una giacchetta di ratina piegata sotto il braccio, com'era
apparso alla signora de Rênal.
Ma era proprio vestito da giovane operaio, che arrossiva fino al bianco degli
occhi, fermo davanti alla sua porta senza il coraggio di suonare, che la signora de
Rênal se lo figurava ancora affascinata.
Continuando l'esame della sua situazione, Julien si rese conto che non doveva
pensare alla conquista della signora Derville, che probabilmente si accorgeva del
sentimento che l'amica aveva per lui. Tornando a pensare alla signora de Rênal,
Julien si chiese: "Cosa conosco del suo carattere? Soltanto questo: prima del mio
viaggio le prendevo la mano e lei la ritraeva; oggi sono io che la ritraggo e lei
me la riprende e la stringe. Una bella occasione per restituirle tutto il disprezzo
che mi ha dimostrato! Dio sa quanti amanti ha avuto! Forse si decide in mio favore
solo perché possiamo incontrarci facilmente".
E questo, ahimè, il male di una civiltà troppo avanzata! A vent'anni, l'animo di un
giovane, se ha un po' di educazione, è a mille leghe dalla spontaneità, senza la
quale l'amore non è spesso che il più noioso dei doveri.
"Devo, a maggior ragione, conquistare questa donna - continuava Julien, nel suo
piccolo sfogo di vanità, - in quanto, se mai farò fortuna, e se qualcuno mi potrà
rimproverare di essere stato un modesto precettore, potrò far credere che l'amore
mi aveva costretto a farlo."
Julien allontanò ancora la sua mano da quella della signora de Rênal, poi la
riprese e la strinse. Quando rientrarono, verso mezzanotte, lei gli disse a bassa
voce:
"Ci lascerete, allora? Ve ne andrete?".
Julien rispose sospirando:
"Devo andarmene, perché vi amo appassionatamente, ed è una colpa... e che colpa,
per un giovane prete!".
La signora de Rênal si appoggiò al suo braccio, e con un tale abbandono che la sua
guancia sentiva il calore di quella di Julien.
Trascorsero la notte in modo molto diverso. Lei era esaltata dagli slanci del più
elevato piacere spirituale. Una ragazza un po' civetta conosce presto l'amore, si
abitua ai suoi turbamenti; ma quando arriva all'età della vera passione, tutto
l'incanto della novità è ormai svanito. La signora de Rênal, invece, non aveva mai
letto romanzi, e perciò tutte le sfumature della sua felicità erano nuove per lei.
Non c'era nessuna triste verità che potesse raggelarla, neppure lo spettro del
futuro. Si vedeva felice dopo dieci anni come lo era in quel momento. Anche il
pensiero della virtù e della fedeltà giurata al marito, che le aveva dato
agitazione qualche giorno prima, le si presentò inutilmente: lei lo respinse come
un ospite importuno. "Non concederò mai nulla a Julien - si disse, - vivremo in
futuro come viviamo da un mese. Sarà un amico."

XIV
Le forbici inglesi

Una ragazza di sedici anni aveva un colorito di rosa, e si metteva il rossetto.


POLIDORI

Quanto a Julien, l'offerta di Fouquè gli aveva tolto ogni gioia. Non riusciva a
prendere nessuna decisione.
"Ahimè, forse manco di carattere, e sarei stato un cattivo soldato di Napoleone.
Per lo meno - pensò - il mio piccolo intrigo con la padrona di casa mi distrarrà un
poco."
Per sua fortuna, anche in quell'episodio secondario, il suo intimo non
corrispondeva a un linguaggio così spavaldo. Aveva paura della signora de Rênal per
il suo abito così bello, che secondo lui rappresentava l'avanguardia di Parigi. Il
suo orgoglio non volle lasciare nulla al caso e all'ispirazione del momento. In
base alle confidenze di Fouquè e di quel poco che aveva letto sull'amore nella sua
Bibbia, si fece un piano di battaglia molto dettagliato. E siccome, senza
confessarlo a se stesso, era molto turbato, mise quel piano per iscritto.
L'indomani mattina, in salotto, la signora de Rênal rimase un istante sola con lui:
"Non avete un altro nome, oltre a Julien?" gli chiese.
A questa domanda così lusinghiera, il nostro eroe non seppe che cosa rispondere.
Era una circostanza che non aveva previsto. Se non avesse avuto l'idea sciocca di
prepararsi quel piano, la sua pronta intelligenza l'avrebbe tratto d'impaccio, e la
sorpresa non avrebbe che aumentato la sua vivacità di spirito.
Fu invece maldestro, e gli sembrò di esserlo ancora di più. La signora de Rênal gli
perdonò subito quella goffaggine, che le parve l'effetto di un incantevole candore.
E ai suoi occhi era proprio il candore che mancava a quell'uomo, al quale tutti
riconoscevano tanto ingegno.
"Il tuo piccolo, precettore mi ispira molta diffidenza - le diceva qualche volta la
Derville. - Mi dà l'impressione che stia sempre meditando qualcosa e che agisca
solo per calcolo. È un sornione."
Julien rimase profondamente umiliato per non aver saputo rispondere.
"Un uomo come me ha il dovere di porre rimedio a questo scacco", e cogliendo il
momento in cui passavano da una stanza all'altra, si sentì in obbligo di dare un
bacio alla signora de Rênal.
Niente di meno preparato, niente di meno piacevole per entrambi, e niente di più
imprudente. Furono sul punto di essere scoperti. Lei lo credette pazzo. Ne fu
spaventata e soprattutto infastidita. Quella sciocchezza le fece venire in mente
Valenod.
"Cosa potrebbe succedermi - si chiese, - se rimanessi sola con lui?" e ritrovò
tutta la sua virtù, poiché l'amore sì eclissava.
Fece in modo che uno dei suoi figli le rimanesse sempre accanto.
La giornata fu noiosa per Julien, che la trascorse tutta a mettere goffamente in
pratica il suo piano di seduzione. Non guardò una sola volta la signora de Rênal
senza che il suo sguardo fosse dettato dalle circostanze; tuttavia, non era così
sciocco da non accorgersi che non riusciva ad essere gradevole, né tanto meno
seducente.
La signora de Rênal continuava a sentirsi stupita di trovarlo così impacciato e al
tempo stesso così audace. "È la timidezza dell'amore in un uomo intelligente! -
pensò infine, con gioia inesprimibile. - È dunque possibile che la mia rivale non
lo abbia mai amato!" Dopo pranzo, tornò in salotto per ricevere la visita del
signor Charcot de Maugiron, il viceprefetto di Bray. Stava lavorando a un telaio da
ricamo molto alto e la signora Derville era al suo fianco. Fu in quella posizione,
e in piena luce, che il nostro eroe ritenne opportuno allungare un piede e premerlo
contro quello della signora de Rênal, la cui calza traforata e la graziosa scarpa
parigina attiravano in modo evidente gli sguardi del galante viceprefetto.
Lei ebbe una gran paura; lasciò cadere le forbici, il suo gomitolo di lana, i suoi
aghi, e il gesto di Julien poté sembrare un goffo tentativo di impedire la caduta
delle forbici, che aveva visto scivolare. Per fortuna, quelle forbicine di acciaio
inglese si spezzarono, e la signora de Rênal non si stancava di rammaricarsi che
Julien non si fosse trovato più vicino a lei.
"Vi siete accorto prima di me che stavano cadendo, e avreste potuto impedirlo; e
invece, con il vostro zelo, siete riuscito solo a darmi un calcio."
Tutto questo ingannò il viceprefetto, ma non la signora Derville. "Questo bel
ragazzo ha dei modi alquanto stupidi! - pensò. - Le buone creanze di un capoluogo
di provincia non perdonano questi errori." La signora de Rênal trovò il momento per
dire a Julien:
"Siate prudente, ve lo ordino".
Julien si era accorto della sua goffaggine, ed era di cattivo umore. Ragionò a
lungo con se stesso per capire se fosse il caso di essere irritato per quelle
parole: Ve lo ordino. Fu tanto sciocco da pensare: "Potrebbe dirmi lo ordino se si
trattasse di qualcosa che riguarda l'educazione dei suoi figli; ma se risponde al
mio amore, si presuppone l'eguaglianza. Non si può amare senza eguaglianza...", e
la sua mente si perse in luoghi comuni sull'eguaglianza. Si ripeteva incollerito
quel verso di Corneille, che aveva imparato qualche giorno prima dalla signora
Derville:
... L'amore
crea le eguaglianze e non le cerca.
Julien, ostinandosi a recitare la parte di un Don Giovanni, lui, che in vita sua
non aveva mai avuto un'amante, fu terribilmente sciocco per tutta la giornata. Non
ebbe che un'idea giusta; annoiato di sé e della signora de Rênal, vedeva con
terrore avvicinarsi la sera, quando sarebbe stato seduto in giardino, vicino a lei
e nell'oscurità. Disse alla signora de Rênal che sarebbe andato a Verrières, per
far visita al curato; partì dopo cena, e rientrò a notte fonda.
A Verrières, Julien trovò Chèlan che stava traslocando. Era stato destituito, e il
vicario Maslon avrebbe preso il suo posto. Julien aiutò il buon curato, e gli venne
l'Idea di scrivere a Fouquè che la sua vocazione irresistibile per il santo
ministero gli aveva dapprima impedito di accettare le sue gentili offerte, ma che
era appena stato testimone di un tale esempio di ingiustizia, che sarebbe stato
forse più utile alla sua salvezza non entrare negli ordini religiosi.
Julien si compiacque della propria astuzia nel trarre profitto dalla destituzione
del curato di Verrières per lasciarsi una porta aperta al commercio, qualora,
dentro di lui, una mediocre saggezza avesse prevalso sull'eroismo.

XV
Il canto del gallo

Amour en latin faict amor;


Or donc provient d'amour la mort,
Et, par avant, soulcy qui mord,
Deuils, plours, pieges, forfaitz, remords...
Blason d'Amour

Se Julien avesse avuto un briciolo di quella destrezza che si attribuiva senza


ragione, il giorno dopo si sarebbe potuto compiacere dell'effetto prodotto dal suo
viaggio a Verrières. La sua assenza aveva fatto dimenticare i suoi atteggiamenti
goffi. Anche quel giorno era stato tutt'altro che amabile; verso sera, gli venne
un'idea ridicola, che comunicò alla signora de Rênal con rara audacia.
Non appena furono seduti in giardino, senza neppure aspettare l'oscurità
necessaria, Julien avvicinò la bocca all'orecchio di lei, e, rischiando di
comprometterla pesantemente, le disse:
"Signora, questa notte, alle due, verrò in camera vostra; ho qualcosa da dirvi".
Julien temeva solo che la sua richiesta fosse accolta; quel ruolo di seduttore gli
pesava a tal punto che, se avesse potuto seguire la sua inclinazione, si sarebbe
ritirato in camera sua per molti giorni, evitando di incontrare la signora de Rênal
e la sua amica. Capiva che, con il suo studiato comportamento del giorno prima,
aveva sciupato tutte le buone impressioni precedenti, e non sapeva proprio a che
santo votarsi.
La signora de Rênal rispose con indignazione autentica, e per niente esagerata,
all'annuncio impertinente che Julien aveva osato farle, e a lui sembrò di intuire
del disprezzo nella sua secca risposta, pronunciata a voce molto bassa, nella quale
risaltavano le parole attento a voi! Con la scusa di aver qualche cosa da dire ai
ragazzi, Julien andò nella loro stanza, e al ritorno si mise a sedere accanto alla
signora Derville, a una certa distanza dalla signora de Rênal, il che gli avrebbe
impedito di prenderle la mano. La conversazione fu seria, e Julien se la cavò molto
bene, salvo qualche momento di silenzio, durante il quale si torturava il cervello.
"Perché non riesco a inventare - pensava - qualche bella manovra che la costringa a
concedermi quei segni inequivocabili di tenerezza che mi avevano fatto credere, tre
giorni fa, che fosse già mia?".
Julien era molto sconcertato dalla situazione quasi disperata nella quale si
trovava. E tuttavia nulla l'avrebbe messo a disagio più del successo.
A mezzanotte, quando si separarono, il suo pessimismo gli fece credere che egli
godeva del disprezzo della signora Derville, e che probabilmente le cose non
andavano meglio con la signora de Rênal.
Di umore cupo e molto umiliato, Julien non riuscì a prendere sonno. Era mille leghe
lontano dall'idea di rinunciare a ogni finzione, a ogni progetto, e di vivere
accanto alla signora de Rênal, accontentandosi come un bambino della gioia che ogni
giornata gli poteva dare.
Si tormentò il cervello per escogitare sapienti manovre, e un attimo dopo le
trovava assurde; era insomma molto infelice quando all'orologio del castello
suonarono le due.
Quel rumore lo ridestò come il canto del gallo svegliò san Pietro. Vide che era
giunto il momento più difficile. Non aveva più pensato alla sua proposta
impertinente da quando l'aveva formulata; ed era stata accolta così male!
"Le ho detto che sarei andato da lei alle due - pensò alzandosi; - sarò anche
inesperto e rozzo, da quel figlio di contadino che sono. La signora Derville me
l'ha fatto capire bene; ma almeno non sarò un debole."
Julien aveva ragione di compiacersi del suo coraggio: non si era mai imposto un
dovere più penoso. Aprendo la porta della sua stanza, tremava a tal punto che le
ginocchia gli si piegavano e fu costretto ad appoggiarsi al muro.
Era scalzo. Andò a origliare alla porta del sindaco, e lo sentì russare. Se ne
dispiacque. Non c'era insomma alcun pretesto per non andare da lei. Ma, gran Dio!,
che cosa avrebbe fatto? Non aveva nessun progetto, e se anche l'avesse avuto si
sentiva talmente agitato che non sarebbe stato capace di seguirlo.
Finalmente, soffrendo mille volte di più che se fosse andato a morire, entrò nel
piccolo corridoio che conduceva alla camera della signora de Rênal. Aprì la porta
con mano tremante e facendo un rumore spaventoso.
La stanza era illuminata da una lampada da notte che ardeva ai piedi del caminetto.
Julien non si aspettava quest'altro inconveniente. Vedendolo entrare, la signora de
Rênal si gettò fuori dal letto. "Disgraziato!" gridò. Ci fu un po' di confusione.
Julien dimenticò i suoi vani progetti e tornò ad essere naturale; non piacere a una
donna così incantevole gli parve il peggiore dei mali. Rispose ai rimproveri di lei
gettandosi ai suoi piedi, abbracciando le sue ginocchia. E poiché lei gli parlava
con estrema durezza, scoppiò in lacrime.
Potremmo dire, in stile da romanzo, che qualche ora dopo, quando Julien uscì da
quella camera, non aveva più nulla da desiderare. Doveva infatti all'amore che
aveva ispirato, e all'impressione imprevista che avevano prodotto in lui quelle
grazie seducenti, una vittoria alla quale non sarebbe cerro arrivato con i suoi
calcoli maldestri.
Ma, nei momenti più dolci, vittima di un orgoglio bizzarro, pretese di sostenere la
parte dell'uomo abituato a soggiogare le donne: fece incredibili sforzi per
sciupare ciò che aveva di amabile. Anziché curarsi degli slanci che faceva nascere,
e dei rimorsi che ne aumentavano l'ardore, ebbe sempre presente l'idea del dovere.
Temeva un rimorso terribile e il ridicolo eterno se si fosse allontanato dal
modello ideale che si proponeva di seguire. In poche parole, ciò che faceva di
Julien un essere superiore fu esattamente ciò che gli impedì di gustare la felicità
che gli era capitata. Come una ragazza di sedici anni, che ha un colorito
incantevole, e che, per andare al ballo, fa la sciocchezza di imbellettarsi.
Mortalmente spaventata dalla sua apparizione, la signora de Rênal fu ben presto in
preda all'ansia più crudele. Il pianto e la disperazione di Julien la turbarono
profondamente.
Anche quando non aveva ormai più nulla da rifiutargli, lo respingeva lontano da sé
con sincera indignazione, e poi si gettava fra le sue braccia. Non c'era nessun
calcolo nel suo comportamento. Si credeva dannata senza remissione, e cercava di
nascondersi la vista dell'inferno colmando Julien delle più appassionate carezze.
Insomma, non sarebbe mancato nulla alla felicità del nostro eroe, neppure
un'ardente sensibilità nella donna che aveva fatto sua, se avesse saputo goderne.
Persino quando Julien se ne fu andato, non si placarono in lei gli slanci che
l'agitavano suo malgrado, e continuò a lottare con i rimorsi che la straziavano.
"Mio Dio! essere felice, essere amato, è soltanto questo?".
Fu il primo pensiero di Julien, quando rientrò nella sua camera. Si trovava in
quello stato di stupore e di turbamento inquieto nel quale cade l'anima che ha
appena ottenuto ciò che aveva a lungo desiderato. Abituata a desiderare, non ha più
nulla da desiderare, e tuttavia non ha ancora dei ricordi. Come il soldato che
torna dalla parata, Julien si mise a esaminare attentamente tutti i particolari
della sua condotta. "Non ho trascurato nulla di ciò che devo a me stesso? Ho fatto
bene la mia parte?".
E quale parte? Quella di un uomo abituato a essere brillante con le donne.

XVI
Il giorno dopo

He turn'd his lip to hers, and with his hand


Call'd back the tangles of her wandering hair.
Don Juan, c. I, st. 170

Fortunatamente per la gloria di Julien, la signora de Rênal era stata troppo


agitata, troppo stupita, per accorgersi delle sciocchezze commesse dall'uomo che,
in un momento, era diventato tutto per lei.
Quando lo aveva invitato a ritirarsi, vedendo spuntare il giorno, gli aveva detto:
"Oh! Mio Dio, se mio marito ha sentito qualche rumore sono perduta!".
Julien, che trovava il tempo per cercare delle frasi a effetto, si ricordò di
questa:
"Rimpiangereste la vita?".
"Ah, molto in questo momento! Ma non rimpiangerei di avervi conosciuto."
Julien ritenne fosse adeguato alla sua dignità rientrare all'alba e senza alcuna
prudenza.
Il grande scrupolo con il quale studiava le sue azioni anche minime, secondo l'idea
assurda di sembrare un uomo d'esperienza, non gli portò che un solo vantaggio.
Quando rivide la signora de Rênal a colazione, la sua condotta fu un capolavoro di
accortezza.
Quanto a lei, non poteva guardarlo senza arrossire fino alla punta dei capelli; era
ben consapevole del suo turbamento, ed ogni sforzo per nasconderlo non faceva che
aumentarlo. Julien alzò una sola volta gli occhi su di lei, che dapprima ne ammirò
la prudenza. Poi, vedendo che quell'unico sguardo non si ripeteva, cominciò a
preoccuparsi: "Forse non mi ama più - pensò; - ahimè, sono vecchia per lui; ho
dieci anni di più".
Passando dalla sala da pranzo al giardino, strinse la mano di Julien. Sorpreso da
quel segno d'amore così evidente, la guardò con trasporto, perché durante la
colazione gli era sembrata molto bella, e, pur tenendo gli occhi bassi, aveva
passato il suo tempo pensando nei dettagli alle sue grazie. Quello sguardo consolò
la signora de Rênal; non le tolse tutte le sue inquietudini; ma queste, a loro
volta, le toglievano ogni rimorso verso il marito.
A colazione, Rênal non si era accorto di nulla; non così la signora Derville, la
quale credette l'amica sul punto di soccombere. Per tutta la giornata, con la
tagliente audacia della sua amicizia, non le risparmiò quelle mezze frasi che
potessero raffigurarle, nei più foschi colori, il pericolo che correva.
La signora de Rênal ardeva dal desiderio di trovarsi sola con Julien; voleva
chiedergli se l'amava ancora. Nonostante l'inalterabile dolcezza del suo carattere,
fu più volte sul punto di far capire all'amica quanto fosse importuna.
La sera, in giardino, la signora Derville riuscì abilmente a sedersi fra Julien e
la signora de Rênal, che si era prefigurata con delizia il piacere di poter
stringere la mano di lui e di portarsela alle labbra: ma in quella posizione non
riuscì neppure a rivolgergli la parola.
Questo contrattempo aumentò la sua agitazione. Era divorata da un rimorso. Aveva
rimproverato moltissimo Julien per l'imprudenza della notte precedente, e dunque
temeva che non sarebbe ritornato. Lasciò il giardino molto presto, e si ritirò
nella sua camera. Ma, non riuscendo a controllare la propria impazienza, andò a
origliare alla sua porta. Malgrado l'incertezza e la passione che la divoravano,
non osò entrare. Un gesto simile le sembrava l'ultima delle bassezze, come dice
anche un proverbio di provincia.
Non tutti i domestici erano andati a dormire. E la prudenza la costrinse, infine, a
rientrare in camera sua. Due ore d'attesa furono come due secoli di tormenti.
Ma Julien era troppo fedele a ciò che chiamava il dovere, per venire meno
all'esecuzione dettagliata di ciò che si era ripromesso.
Quando suonò l'una, uscì furtivamente dalla sua stanza, si assicurò che il padrone
di casa fosse profondamente addormentato, e comparve dalla signora de Rênal. Quella
notte provò una gioia maggiore accanto alla sua amica, perché pensò meno
assiduamente alla parte che doveva recitare. Ebbe occhi per vedere e orecchie per
intendere. Ciò che lei gli disse sulla propria età contribuì a rassicurarlo.
"Ahimè, ho dieci anni più di voi! Come potete amarmi?!" gli ripeteva senza un
preciso scopo, solo perché quel pensiero la opprimeva.
Julien non capiva bene il senso di quel tormento, ma vide che era autentico, e
dimenticò quasi del tutto la sua paura di essere ridicolo.
Sparì in lui anche la sciocca idea di essere considerato un amante di rango
inferiore, a causa della sua modesta origine. Man mano che i suoi slanci davano più
sicurezza alla sua timida amante, lei ritrovava un po' di felicità e la facoltà di
giudicarlo. Per fortuna, quella notte, Julien non assunse mai quell'atteggiamento
poco naturale che aveva fatto dell'incontro precedente una vittoria ma non un
piacere. Se si fosse accorta del suo impegno nel recitare una parte, quella triste
scoperta le avrebbe tolto ogni gioia, irrimediabilmente. Non avrebbe saputo vedervi
che un triste effetto della differenza d'età.
Sebbene la signora de Rênal non avesse mai pensato alle teorie sull'amore, la
differenza d'età, dopo quella sociale, è uno dei grandi luoghi comuni dei motti di
spirito in provincia, ogni volta che si parla d'amore.
In pochi giorni, Julien, restituito a tutto l'ardore della sua giovinezza, fu
perdutamente innamorato.
"Bisogna convenire - pensava - che ha una bontà d'animo angelica, e che non
potrebbe essere più bella."
Aveva quasi del tutto dimenticato l'idea della parte da recitare. In un momento di
abbandono arrivò a confessarle tutte le sue inquietudini. Fu una confidenza che
portò al culmine la passione che ispirava. "Non ho dunque avuto una rivale
fortunata!" pensava lei con gioia, e osò anche interrogarlo sul ritratto al quale
lui teneva tanto; Julien le giurò che era quello di un uomo.
Quando conservava la calma necessaria per riflettere, la signora de Rênal non
riusciva a riaversi dallo stupore che esistesse una felicità simile, e che lei non
lo avesse mai sospettato.
"Ah, se avessi conosciuto Julien dieci anni fa - pensava, - quando potevo ancora
essere considerata bella!".
Julien era molto lontano da questi pensieri. Il suo amore era ancora ambizione; era
la gioia di possedere, lui, povero essere infelice e disprezzato, una donna così
nobile e bella. I suoi atti di adorazione, il suo trasporto alla vista delle grazie
della sua amica finirono per rassicurarla un po' sulla differenza d'età. Se avesse
avuto un pizzico di quel saper vivere che una donna di trent'anni possiede da tempo
nei paesi più civilizzati, avrebbe tremato per la durata di un amore che sembrava
nutrirsi di sorprese e di esaltazioni dell'amor proprio.
Nei momenti in cui dimenticava la sua ambizione, Julien ammirava con trasporto
persino i cappellini, persino gli abiti della signora de Rênal. Non poteva saziarsi
del piacere di sentirne il profumo. Apriva il suo armadio a specchio e restava ad
ammirare per ore intere le cose che vi trovava, per la loro bellezza, per come vi
erano disposte. La sua amica, appoggiata a lui, lo osservava; Julien guardava quei
gioielli, quei vestiti: i regali dello sposo alla vigilia delle nozze.
"Avrei potuto sposare un uomo così! - pensava qualche volta la signora de Rênal. -
Com'è ardente la sua anima! Che vita meravigliosa con lui!".
Quanto a Julien, non si era mai trovato tanto vicino a quei terribili strumenti
dell'artiglieria femminile. "È impossibile - pensava - che a Parigi ci sia qualcosa
di più bello!" E allora non poneva obiezioni alla sua felicità. Spesso la sincera
ammirazione e il trasporto della sua amante gli facevano dimenticare la vana teoria
che l'aveva reso così compassato e quasi ridicolo nei primi momenti della loro
relazione. A volte, nonostante la sua abitudine all'ipocrisia, provava un senso di
dolcezza estrema nel confessare a quella gran dama che lo ammirava la propria
ignoranza di tante piccole regole della vita in società. Il rango di lei sembrava
elevarlo al di sopra della sua condizione. La signora de Rênal, da parte sua,
provava la più dolce voluttà spirituale nell'istruire così, in tante piccole cose,
quel giovane pieno d'ingegno, e che tutti pensavano destinato ad andare molto
lontano. Anche il viceprefetto e Valenod non potevano fare a meno di ammirarlo; e
per questo le apparivano meno sciocchi. Quanto alla signora Derville, era ben
lontana dal condividere quei sentimenti. Molto dispiaciuta per ciò che credeva di
indovinare, e avendo capito che i suoi saggi consigli diventavano odiosi a una
donna che, letteralmente, aveva perduto la testa, lasciò Vergy senza dare una
spiegazione che nessuno, del resto, si curò di chiederle. La signora de Rênal versò
qualche lacrima, ma presto le sembrò che la sua felicità aumentasse. Grazie a
quella partenza, venne a trovarsi quasi per l'intera giornata a tu per tu con
l'amante.
Julien si abbandonava alla dolce compagnia della sua amica, tanto più che, quando
restava troppo a lungo solo con se stesso, la proposta di Fouquè tornava ancora ad
agitarlo. Nei primi giorni di questa nuova vita, ci furono dei momenti in cui
Julien, che non aveva mai amato, e che non era stato mai amato da nessuno, trovava
un piacere così delizioso nell'essere sincero, che era sul punto di confessare alla
signora de Rênal l'ambizione che fino ad allora era stata l'essenza stessa della
sua vita. Avrebbe voluto poterla consultare sulla strana tentazione che gli
procurava la proposta di Fouquè, ma un piccolo avvenimento rese impossibile ogni
franchezza.

XVII
Il primo assessore

O, how this spring of love resembleth


The uncertain glory of an April day:
Which now shows all the beauty of the sun,
And by and by a cloud taker all away!
Two Gentlemen of Verona
Una sera, al tramonto, seduto accanto alla sua amica, in fondo al giardino, lontano
dagli importuni, era profondamente immerso nei suoi pensieri. "Momenti così dolci -
si chiedeva - dureranno per sempre?" Era oppresso dalla difficoltà di farsi una
posizione, e deplorava quegli accessi di infelicità che concludono l'infanzia e
guastano la prima giovinezza a chi non è ricco.
"Ah! - esclamò, - Napoleone era davvero l'uomo mandato da Dio per i giovani
francesi! Chi prenderà il suo posto? Che cosa faranno senza di lui quei
disgraziati, sebbene più ricchi di me, che hanno appena il denaro sufficiente a
procurarsi una buona educazione, ma a vent'anni non ne hanno abbastanza per
corrompere qualcuno e avviarsi a una carriera. Qualunque cosa si faccia - aggiunse
con un profondo sospiro, - quel ricordo fatale ci impedirà per sempre di essere
felici."
Vide improvvisamente la signora de Rênal corrugare la fronte, e assumere un'aria
fredda e sprezzante; quel modo di pensare le sembrava degno di un domestico,
Cresciuta nell'idea di essere molto ricca, si comportava come se anche Julien lo
fosse. Lo amava mille volte più della vita stessa, e non badava al denaro.
Julien non poteva indovinare i suoi pensieri. Quelle sopracciglia aggrottate lo
riportarono sulla terra. Ebbe la presenza di spirito necessaria per correggersi, e
far credere alla nobile signora, seduta così vicina a lui su quella panchina nel
verde, che aveva solo ripetuto le parole sentite in casa del suo amico, il
commerciante di legname, e che era quello il pensiero degli scellerati.
"Ebbene, non mescolatevi a gente simile" disse la signora de Rênal, conservando in
parte quel tono glaciale che aveva preso il posto della più viva tenerezza.
Quell'aria accigliata, o meglio il rimorso per la sua imprudenza, fu il primo
scacco subito dall'illusione in cui Julien si era lasciato andare. Pensò: "È buona,
dolce, e io le piaccio molto, ma è cresciuta nel campo nemico. Devono soprattutto
aver paura di questa classe di uomini di valore, che dopo una buona educazione non
hanno abbastanza soldi per iniziare una carriera. Che ne sarebbe di questi nobili,
se ci fosse concesso di batterci ad armi pari! Io, per esempio, se fossi sindaco di
Verrières, se fossi una persona onesta e di buone intenzioni come lo è in fondo
Rênal, toglierei di mezzo il vicario, Valenod e tutti i loro imbrogli! Trionferebbe
la giustizia a Verrières! Non sarebbe certo il loro ingegno a ostacolarmi. Vanno
solo a tentoni."
La felicità di Julien, quel giorno, fu sul punto di farsi duratura. Mancò al nostro
eroe l'audacia della sincerità. Occorreva il coraggio di dare battaglia, ma subito.
La signora de Rênal era rimasta sorpresa dalle parole di Julien, in quanto gli
uomini del suo ambiente andavano ripetendo che un nuovo Robespierre sarebbe stato
possibile soprattutto a causa di quei giovani che appartenevano alle classi
inferiori, ma erano stati educati troppo bene. La freddezza della signora de Rênal
durò piuttosto a lungo, e a Julien parve molto evidente. In realtà il timore di
avergli detto indirettamente qualcosa di sgradevole prese il posto della ripugnanza
per le sue parole. Questo dispiacere ebbe un riflesso immediato nella sua
espressione, che era così pura e ingenua quando era felice e lontana da chi la
infastidiva.
Julien non osò più abbandonarsi al suo fantasticare. Più calmo e meno innamorato,
pensò che fosse imprudente andare nella camera della signora de Rênal. Meglio se
fosse stata lei ad andare da lui. Se un domestico l'avesse vista aggirarsi veloce
per casa, avrebbe potuto spiegarsi con un pretesto qualsiasi.
Ma anche questa soluzione presentava degli inconvenienti. Julien aveva ricevuto da
Fouquè alcuni libri che lui, studente di teologia, non avrebbe mai potuto chiedere
a un libraio. Osava aprirli solo di notte. Spesso sarebbe stato ben contento di non
essere interrotto da una visita, la cui attesa, solo il giorno che aveva preceduto
la piccola scena del giardino, l'avrebbe messo nell'impossibilità di leggere.
Se capiva i libri in un modo tutto nuovo, lo doveva alla signora de Rênal, Aveva
osato farle delle domande su una serie di piccole cose, la cui ignoranza blocca
l'intelligenza di un giovane nato al di fuori della buona società, per quanto
dotato di talento naturale.
Questa educazione dell'amore, impartita da una donna estremamente ignorante, fu una
fortuna. Julien arrivò a vedere direttamente la società com'è oggi. Il suo spirito
non era stato per nulla offuscato dal racconto di ciò che era stata un tempo,
duemila anni fa, o soltanto sessant'anni fa, al tempo di Voltaire e di Luigi XV.
Con un'inesprimibile gioia, vide cadere un velo davanti ai suoi occhi, e capì
finalmente quello che succedeva a Verrières.
In primo piano apparvero intrighi complicatissimi, orditi da due anni attorno al
prefetto di Besançon, e sostenuti da lettere provenienti da Parigi, scritte dai più
illustri personaggi. Si trattava di fare del signor de Moirod - l'uomo più devoto
della zona - il primo e non più il secondo assessore del sindaco di Verrières.
Ma c'era un concorrente, un industriale molto ricco, che bisognava assolutamente
ricacciare al posto di secondo assessore.
Julien comprese finalmente le mezze frasi che aveva potuto cogliere quando l'alta
società veniva a pranzo dal signor de Rênal. La società privilegiata del luogo era
tutta presa da questa scelta del primo assessore, della quale tutti gli altri
cittadini, e in particolare i liberali, non sospettavano neppure la possibilità.
L'importanza della cosa stava nel fatto che, come tutti sanno, sul lato orientale
la strada principale di Verrières doveva essere arretrata di oltre nove piedi,
essendo diventata una strada reale.
Ora, se Moirod, che possedeva tre case su quel lato, avesse avuto la carica di
primo assessore, e poi di sindaco nel caso dell'elezione di Rênal a deputato,
avrebbe chiuso gli occhi, consentendo di apportare alle case che si affacciano
sulla via pubblica quelle impercettibili modifiche che le avrebbero fatte durare
altri cento anni. Nonostante la grande religiosità e la probità riconosciuta di
Moirod, c'era la sicurezza che sarebbe stato di manica larga, perché aveva molti
figli. Fra le case minacciate, nove appartenevano alle migliori famiglie di
Verrières.
Agli occhi di Julien, quell'intrigo era molto più importante della battaglia di
Fontenoy, di cui leggeva il nome per la prima volta in uno dei libri che gli aveva
mandato Fouquè. C'erano cose che lo stupivano da quando, cinque anni prima, aveva
cominciato ad andare ogni sera dal curato. Ma poiché la discrezione e l'umiltà di
spirito sono le prime qualità di uno studente di teologia, gli era sempre stato
impossibile fare delle domande.
Un giorno, la signora de Rênal stava dando un ordine al cameriere di suo marito, il
nemico di Julien.
"Ma, signora, è oggi l'ultimo venerdì del mese" rispose quell'uomo con un'aria
strana.
"Andate pure" disse la signora.
"E adesso - osservò Julien - andrà in quel deposito di fieno, che una volta era una
chiesa, e da poco è stato riconsacrato; ma a fare che cosa? Ecco un mistero che non
sono mai riuscito a penetrare."
"È un'istituzione molto salutare, ma anche molto strana - rispose la signora de
Rênal; - le donne non vi sono ammesse; per il resto, so soltanto che tutti si danno
del tu. Per esempio, questo domestico incontrerà Valenod, e quell'uomo così fiero e
sciocco non sarà infastidito a sentirsi dare del tu da Saint-Jean, e si rivolgerà a
lui nello stesso modo. Se ci tenete a sapere quello che fanno, chiederò dei
particolari a Maugiron e a Valenod. Paghiamo venti franchi per ogni domestico,
nella speranza che un giorno non ci sgozzino."
Il tempo volava. Pensando alle grazie dell'amante, Julien si distraeva dalla sua
cupa ambizione. La necessità di non parlarle di cose tristi e serie, visto che
erano di partiti contrari, aumentava, senza che se ne accorgesse, la felicità che
le doveva e l'ascendente che lei acquistava su di lui.
Nei momenti in cui la presenza dei ragazzi, troppo intelligenti, li riduceva a
parlare solo nel freddo linguaggio della ragione, Julien, con docilità perfetta,
guardandola con occhi scintillanti d'amore, ascoltava le sue spiegazioni su come va
il mondo. Spesso, nel bel mezzo del racconto di qualche sapiente imbroglio, a
proposito di un lavoro stradale o di una fornitura, lo spirito della signora de
Rênal si smarriva d'improvviso fino al delirio, e Julien era costretto a sgridarla,
perché si permetteva con lui gli stessi gesti intimi che aveva con i figli.
Infatti, a volte, si illudeva di amarlo come un figlio. Non doveva, del resto,
rispondere continuamente alle sue domande ingenue su mille cose semplici che un
ragazzo ben nato di quindici anni non può ignorare? Un istante dopo lo ammirava
come un maestro. La sua genialità arrivava fino a spaventarla; di giorno in giorno,
le sembrava di riconoscere meglio, in quel giovane abate, il grand'uomo che sarebbe
stato. Lo vedeva papa, lo vedeva primo ministro come Richelieu.
"Vivrò abbastanza per assistere alla tua gloria? - gli chiedeva. - Il posto per un
grand'uomo è pronto; la monarchia, la religione ne hanno bisogno."

XVIII
Un re a Verrières

Non siete dunque capaci che di gettar là un cadavere di popolo, senz'anima, e senza
sangue nelle vene?
Discorso del vescovo, nella cappella di Saint-Clément

Il tre settembre, alle dieci di sera, un gendarme svegliò tutta Verrières,


risalendo la via principale al galoppo. Portava la notizia che Sua Maestà il re di
*** sarebbe arrivato la domenica seguente, ed era già martedì. Il prefetto
autorizzava, cioè richiedeva, la formazione di una guardia d'onore; bisognava
dispiegare la maggior pompa possibile. Una staffetta fu spedita a Vergy. Rênal
arrivò di notte, e trovò l'intera città in agitazione. Ognuno aveva le sue pretese;
i meno indaffarati prendevano in affitto dei balconi per vedere l'ingresso del re.
Chi avrebbe comandato la guardia d'onore? Rênal si rese conto subito di quanto
fosse importante, nell'interesse delle case in pericolo, che il signor de Moirod
avesse quel comando. Poteva essere un titolo per il posto di primo assessore. Non
c'era nulla da dire sulla devozione di Moirod, che era al di sopra di ogni
confronto: ma non era mai montato a cavallo. Era un uomo di trentasei anni, timido
sotto ogni aspetto, e che temeva in egual misura le cadute e il ridicolo.
Il sindaco lo fece chiamare fin dalle cinque del mattino.
"Vedete, signore, che chiedo il vostro parere come se già occupaste il posto a cui
tutti i galantuomini vi vogliono. In questa sfortunata città prosperano le
manifatture, il partito liberale diventa milionario, aspira al potere e da ogni
situazione sa come trarre un vantaggio. Teniamo presente l'interesse del re, quello
della monarchia, e soprattutto l'interesse della nostra santa religione. A chi
pensate, signore, che si possa affidare il comando della guardia d'onore?"
Nonostante avesse un'orribile paura dei cavalli, il signor de Moirod finì per
accettare quell'onore come un martirio. "Sarò all'altezza della situazione" disse
al sindaco. Restava appena il tempo di far mettere in ordine le uniformi che sette
anni prima erano state usate in occasione del passaggio di un principe del sangue.
Alle sette, la signora de Rênal arrivò da Vergy con Julien e i ragazzi. Trovò il
suo salotto affollato di donne liberali che predicavano l'unione dei partiti, ed
erano venute a supplicarla di esortare il sindaco ad accordare un posto ai loro
mariti nella guardia d'onore. Una di loro arrivò a sostenere che se suo marito non
fosse stato scelto, sarebbe andato in rovina per il dispiacere. La signora de Rênal
le mandò via in fretta. Sembrava che avesse molto da fare.
Julien fu sorpreso, e soprattutto infastidito, che lei si mostrasse misteriosa su
ciò che l'agitava. "L'avevo previsto -si disse con amarezza; - il suo amore si
eclissa davanti alla fortuna di ricevere un re a casa sua. Tutto questo clamore le
fa girare la testa. Tornerà ad amarmi quando le idee della sua casta non le
turberanno più il cervello."
Cosa sorprendente, l'amò ancora di più per questo.
I tappezzieri cominciarono a riempire la casa. Julien cercò a lungo, invano, il
momento di poterle dire una parola. Finalmente la incontrò: usciva dalla camera di
lui con un suo vestito. Erano soli. Tentò di parlarle, ma lei scappò via
rifiutandosi di ascoltarlo. "Sono davvero sciocco ad amare una donna del genere:
l'ambizione la fa diventare pazza come suo marito."
Ma lo era molto di più; uno dei suoi grandi desideri, che non aveva mai confessato
a Julien per la paura di offenderlo, era di vederlo almeno per un giorno senza quel
triste abito nero. Con un'abilità davvero ammirevole in una donna così spontanea,
ottenne dapprima da Moirod, poi da Maugiron, che Julien fosse nominato guardia
d'onore, e dunque preferito a cinque o sei giovani, figli di industriali molto
agiati, almeno due dei quali erano considerati esemplari per la loro devozione.
Valenod, che contava di prestare il suo calesse alle più belle signore della città
e di mettere in mostra i suoi magnifici normanni, acconsentì a cederne uno a
Julien, l'essere che odiava più di ogni altro. Ma ogni guardia d'onore possedeva, o
aveva preso a prestito, uno di quei begli abiti azzurro cielo con le spalline
d'argento da colonnello, che avevano brillato sette anni prima. La signora de Rênal
ne voleva uno nuovo, e non le restavano che quattro giorni per mandare a prendere a
Besançon l'uniforme, le armi, il cappello, ecc.: tutto ciò, insomma, di cui è fatta
una guardia d'onore. Il bello è che trovava imprudente far confezionare l'abito di
Julien a Verrières. Voleva cogliere di sorpresa lui e la città.
Sistemata la faccenda delle guardie d'onore e preparato lo spirito pubblico, il
sindaco dovette occuparsi di una grande cerimonia religiosa, poiché il re di ***
non voleva passare da Verrières senza visitare la famosa reliquia di san Clemente,
che è conservata a Bray-le-Haut, ad appena una lega dalla città. Ci volevano molti
sacerdoti, e fu la cosa più difficile da organizzare. Il nuovo curato Maslon voleva
evitare ad ogni costo la presenza di Chèlan. Invano il sindaco cercò di
dimostrargli che sarebbe stata un'imprudenza. Il marchese de La Mole, i cui
antenati erano stati per lungo tempo governatori della provincia, era stato
designato ad accompagnare il re di ***. Conosceva l'abate Chèlan da trent'anni.
Avrebbe certo chiesto sue notizie arrivando a Verrières; venendo a sapere che era
caduto in disgrazia, sarebbe stato capace di andarlo a cercare nella casetta in cui
si era ritirato, accompagnato da tutto il corteo di cui poteva disporre. Che
schiaffo!
"Sarei disonorato, qui e a Besançon - rispondeva l'abate Maslon, - se Chèlan
comparisse fra i miei sacerdoti. Un giansenista, gran Dio!".
"Dite quello che volete, mio caro abate - replicava Rênal, - ma io non esporrò
l'amministrazione di Verrières al rischio di subire un affronto dal signor de La
Mole. Voi non lo conoscete, a corte fa il benpensante, ma qui, in provincia, fa lo
spiritoso, il mordace, fa scherzi di cattivo gusto per mettere la gente in
imbarazzo. E capace, solo per divertirsi, di coprirci di ridicolo agli occhi dei
liberali."
Fu solo nella notte tra sabato e domenica, dopo tre giorni di trattative, che
l'abate Maslon si piegò davanti alla paura del sindaco, che stava tramutandosi in
coraggio. Fu necessario scrivere una lettera melliflua all'abate Chèlan, per
pregarlo di assistere alla cerimonia della reliquia di Bray-le-Haut, ammesso che
l'età avanzata e gli acciacchi glielo permettessero. Chèlan chiese ed ottenne una
lettera di invito per Julien, che avrebbe dovuto accompagnarlo come suddiacono.
Dal mattino della domenica, migliaia di contadini, provenienti dalle montagne
vicine, inondarono le strade di Verrières. C'era un sole bellissimo. Infine, verso
le tre, questa folla cominciò ad agitarsi: si vedeva un grande fuoco su una roccia
a due leghe da Verrières. Quel segnale annunciava che il re era entrato nel
territorio del dipartimento. Immediatamente il suono di tutte le campane e le
scariche ripetute di un vecchio cannone spagnolo appartenente alla città,
manifestarono la gioia di Verrières per quel grande avvenimento. Metà della
popolazione salì sui tetti. Tutte le donne erano ai balconi. La guardia d'onore si
mise in movimento. Se ne ammiravano le brillanti uniformi, e ognuno riconosceva un
parente, un amico. Si scherzava sulla paura di Moirod, la cui mano prudente era
sempre ben pronta ad afferrare l'arcione. Ma ci fu un dettaglio che fece
dimenticare tutti gli altri: il primo cavaliere della nona fila era un giovane
molto bello e molto sottile, che sulle prime non fu riconosciuto. Subito dopo, un
grido d'indignazione da una parte, un silenzio stupito dall'altra, vennero a
esprimere una sensazione generale. In quel giovane, che montava uno dei cavalli
normanni del signor Valenod, era stato riconosciuto il piccolo Sorel, il figlio del
carpentiere. Ci fu un grido unanime contro il sindaco, soprattutto fra i liberali.
Come, solo perché quel misero operaio travestito da abate era il precettore dei
suoi marmocchi, Rênal aveva avuto l'ardire di nominarlo guardia d'onore, a scapito
del signor tale, e del signor tal altro, ricchi industriali! "Questi signori -
diceva la moglie di un banchiere - dovrebbero dare una bella lezione a quel piccolo
insolente, nato nel fango."
"È un furbo, e porta la sciabola - le rispondeva un vicino; - sarebbe così vile da
sfregiarli in viso!".
I discorsi dei nobili erano più pericolosi. Le signore si domandavano se quella
cosa tanto sconveniente fosse da attribuirsi solo al sindaco. Ma in generale gli si
rendeva giustizia per il suo disprezzo verso le persone di umili origini.
Mentre era al centro di tanti discorsi, Julien si sentiva il più felice degli
uomini. Coraggioso per natura, stava a cavallo molto meglio della maggior parte dei
giovani di quella città di montagna. Leggeva negli occhi delle donne che parlavano
di lui.
Le sue spalline erano più brillanti, perché erano nuove. Il suo cavallo si
impennava ad ogni istante: lui era al colmo della gioia.
La sua felicità non ebbe più limiti, allorché, passando vicino ai vecchi bastioni,
il rumore del cannoncino fece scartare il cavallo fuori fila. Per puro caso non
cadde, e da quel momento si sentì un eroe. Era ufficiale d'ordinanza di Napoleone e
caricava una batteria.
Ma c'era una persona più felice di lui. Dapprima l'aveva visto passare da una
finestra del municipio; salita poi in calesse, e facendo rapidamente un lungo giro,
arrivò giusto in tempo per poter fremere quando il suo cavallo era scartato fuori
fila. Infine, facendo uscire il calesse al gran galoppo da un'altra porta della
città, giunse sulla strada dalla quale sarebbe passato il re, e poté seguire la
guardia d'onore a venti passi di distanza, in una nuvola di nobile polvere.
Diecimila contadini gridavano: "Viva il re!", quando il sindaco ebbe l'onore di
arringare Sua Maestà. Un'ora dopo, mentre il re, ascoltati tutti i discorsi, stava
per entrare in città, il cannone riprese a sparare rapidi colpi. Ci fu però un
incidente, non ai cannonieri, che avevano fatto le loro prove a Lipsia e a
Montmirail, ma al futuro primo assessore, il signor de Moirod. Il suo cavallo lo
depose mollemente nell'unico pantano della strada principale, e la cosa scatenò un
putiferio, in quanto era necessario tirarlo fuori, per lasciar passare la carrozza
del re.
Sua Maestà scese davanti alla bella chiesa nuova, che quel giorno era addobbata di
tutti i suoi paramenti cremisi. Il re doveva pranzare, e subito dopo risalire in
carrozza per recarsi a venerare la celebre reliquia di san Clemente. Non appena il
re fu in chiesa, Julien galoppò verso la casa di Rênal. Qui lasciò, sospirando, la
sua bella divisa azzurro cielo, la sciabola e le spalline, per rimettersi il suo
liso abituccio nero. Rimontò a cavallo e in qualche istante fu a Bray-le-Haut, che
si trova sulla sommità di una bellissima collina. "L'entusiasmo moltiplica questi
contadini - pensò Julien. - A Verrières è impossibile muoversi, ed eccone più di
diecimila intorno all'antica abbazia." Semidistrutta dal vandalismo rivoluzionario,
era stata magnificamente ricostruita dopo la Restaurazione, e si cominciava a
parlare di miracoli. Julien raggiunse Chèlan che lo rimproverò aspramente,
consegnandogli una tonaca e una cotta. Si vestì in fretta e seguì l'abate, che
doveva andare dal giovane vescovo d'Agde. Era il nipote del signor de La Mole,
nominato di recente, e aveva l'incarico di mostrare la reliquia al re. Ma non
riuscirono a trovarlo.
Il clero si spazientiva. Aspettava il suo capo nel cupo chiostro gotico dell'antica
abbazia, Vi si trovavano riuniti ventiquattro curati, per rappresentare l'antico
capitolo di Bray-le-Haut, che si componeva, prima del 1789, di ventiquattro
canonici. Dopo aver deplorato per tre quarti d'ora la troppo giovane età del
vescovo, i curati ritennero opportuno che il decano andasse da Monsignore per
avvertirlo che il re stava arrivando, e che era urgente raggiungere il coro. Per la
sua età avanzata, il decano era Chèlan, il quale, nonostante l'irritazione che
aveva dimostrato a Julien, gli fece segno di seguirlo. Julien indossava molto bene
la cotta. Grazie a qualche accorgimento di toeletta ecclesiastica, era riuscito a
rendere lisci i suoi bei capelli ricci; ma per una dimenticanza che fece aumentare
la collera di Chèlan, sotto le ampie pieghe della sua tonaca si potevano scorgere
gli speroni della guardia d'onore.
Giunti all'appartamento del vescovo, alcuni lacchè ben gallonati si degnarono
appena di rispondere al vecchio curato che Monsignore non poteva riceverli. Risero
di lui quando volle spiegare che, nella sua qualità di decano del Capitolo nobile
di Bray-le-Haut, aveva il diritto di essere ammesso in qualsiasi momento alla
presenza del vescovo officiante.
Il carattere altero di Julien fu urtato dall'insolenza di quei lacchè. Cominciò a
percorrere i dormitori dell'antica abbazia, scuotendo tutte le porte che trovava.
Una, molto piccola, cedette, e Julien si trovò in una cella, fra i camerieri di
Monsignore, in abito nero e con la catena al collo. Dalla fretta che dimostrava,
pensarono che l'avesse mandato il vescovo, e lo lasciarono passare. Fece qualche
passo e venne a trovarsi in un'immensa sala gotica, estremamente cupa, e tutta
rivestita di quercia nera; tranne una, le finestre, a ogiva, erano state murate con
mattoni. La rozzezza di quel lavoro di muratura non era per nulla mascherata e
creava un infelice contrasto con l'antica magnificenza del rivestimento in legno. I
due lati maggiori di quella sala, celebre fra gli esperti di antichità borgognoni,
e che il duca Carlo il Temerario aveva fatto costruire attorno al 1470 in
espiazione di qualche peccato, presentavano degli stalli in legno splendidamente
scolpiti. Vi erano raffigurati, in legni di diversi colori, tutti i misteri
dell'Apocalisse.
Questa magnificenza malinconica, degradata dalla vista di quei mattoni scoperti e
del gesso ancora bianchissimo, colpì Julien. Si fermò in silenzio. All'altra
estremità della sala, vicino all'unica finestra dalla quale penetrava la luce, vide
uno specchio incorniciato in mogano. Un giovane in veste viola e in cotta di pizzo,
ma a capo scoperto, era fermo a tre passi dallo specchio, che sembrava una presenza
strana in quel luogo, e, senza dubbio, vi era stato portato dalla città. A Julien
parve che il giovane avesse un'aria irritata; con la mano destra tracciava
gravemente delle benedizioni verso lo specchio.
"Che cosa può significare? - si chiese. - È una cerimonia preparatoria, quella che
sta compiendo questo giovane prete? Forse è il segretario del vescovo... sarà
insolente come i lacchè... beh, non importa, proviamo."
Si fece avanti, e percorse lentamente tutta la sala, con gli occhi sempre rivolti a
quell'unica finestra, guardando quel giovane che continuava a impartire
benedizioni, eseguite con lentezza, una dopo l'altra, come all'infinito.
Man mano che si avvicinava, distingueva sempre meglio la sua espressione
contrariata. La ricchezza della cotta adorna di pizzi fermò involontariamente
Julien a qualche passo dal magnifico specchio.
"È mio dovere parlargli" si disse infine; ma era emozionato per la bellezza della
sala, ed era come già risentito per le parole dure che gli sarebbero state rivolte.
Il giovane lo vide nello specchio, si voltò, e abbandonò subito quell'aria
infastidita, chiedendogli in tono dolcissimo:
"E dunque, signore, è stata finalmente accomodata?".
Julien rimase stupefatto. Mentre quel sacerdote si voltava verso di lui, Julien
notò la croce pettorale: era il vescovo di Agde. "Così giovane - pensò Julien. -
Avrà al massimo sette o otto anni più di me!".
Ed ebbe vergogna dei suoi speroni.
"Monsignore - rispose timidamente, - mi manda il decano del Capitolo, l'abate
Chèlan."
"Ah! mi è stato molto raccomandato - disse il vescovo in un tono tanto cortese che
aumentò l'ammirazione di Julien. - Ma vi chiedo scusa, signore, vi avevo scambiato
per la persona che doveva portarmi la mitra. Me l'hanno imballata male a Parigi, la
teletta d'argento si era orribilmente sciupata nella parte alta. E questo farebbe
un pessimo effetto - aggiunse il vescovo con un'aria triste, - e mi fanno aspettare
ancora!".
"Monsignore, vado a cercare la mitra, se Vostra Eminenza lo permette."
I begli occhi di Julien fecero il loro effetto.
"Andate, signore - rispose il vescovo con gentilezza incantevole; - mi occorre
subito. Sono desolato di far attendere i signori del Capitolo."
Quando Julien fu al centro della sala, si volse ancora al vescovo, e vide che era
tornato a impartire le sue benedizioni. "Ma che cosa può essere? - si chiese. - È
certo una preparazione ecclesiastica necessaria alla cerimonia che sta per aver
luogo." Appena arrivato alla cella dove si trovavano i camerieri, vide la mitra
nelle loro mani. Cedendo allo sguardo imperioso di Julien, gliela consegnarono
malvolentieri.
Si sentì fiero di portarla: attraversando la sala, camminava lentamente; la teneva
con rispetto. Trovò il vescovo seduto davanti allo specchio; ma di tanto in tanto
la sua mano, benché affaticata, impartiva ancora la benedizione. Julien lo aiutò a
mettersi la mitra. Il vescovo scosse la testa.
"Ah! così reggerà - disse a Julien con aria contenta. - Volete allontanarvi un
poco?".
Allora il vescovo si diresse velocemente al centro della stanza, e poi,
avvicinandosi allo specchio con passo lento, riassunse quell'aria infastidita e
impartì gravemente le sue benedizioni.
Julien era immobile per lo stupore; era tentato di capire, ma non osava. Il vescovo
si fermò, guardandolo con un'espressione che perdeva rapidamente la sua gravità:
"Che ne dite della mia mitra, signore? Va bene?".
"Molto bene, Monsignore."
"Non è troppo all'indietro? Non vorrei che mi desse un'aria un po' sciocca. D'altra
parte non si può portarla abbassata sugli occhi come uno sciaccò da ufficiale."
"Mi sembra che vi stia benissimo".
"Il re di*** è abituato a un clero venerabile e senza dubbio molto austero. Non
vorrei, soprattutto per la mia età, avere un aspetto troppo frivolo."
E il vescovo ricominciò a camminare impartendo benedizioni.
"È chiaro - pensò Julien, osando finalmente capire: - si esercita a dare la
benedizione."
Dopo qualche istante:
"Sono pronto - disse il vescovo. - Andate pure, signore, ad avvertire il decano e i
signori del Capitolo".
Poco dopo l'abate Chèlan, seguito dai due curati più anziani, entrò attraverso una
porta grandissima e magnificamente scolpita che Julien non aveva notato. Ma quella
volta rimase al suo posto, l'ultimo di tutti, e non riuscì a vedere il vescovo se
non guardando oltre le spalle dei sacerdoti che si accalcavano davanti alla porta.
Il vescovo attraversava lentamente la sala; quando fu sulla soglia i curati si
disposero in processione. Dopo un istante di disordine, la processione cominciò ad
avanzare intonando un salmo. Il vescovo procedeva per ultimo, fra Chèlan e un altro
curato molto anziano. Julien scivolò vicinissimo a Monsignore, come assistente
dell'abate Chèlan. Percorsero i lunghi corridoi dell'abbazia di Bray-le-Haut;
malgrado il sole splendente, erano bui e umidi. Arrivarono infine al portico del
chiostro. Julien era stupefatto e ammirato da una cerimonia così bella.
L'ambizione, risvegliata dalla giovane età del vescovo, la sensibilità e la
cortesia squisita del giovane prelato si contendevano il suo cuore. Era una
cortesia ben diversa da quella del signor de Rênal, anche nelle sue giornate
migliori. "Più si sale verso i ranghi importanti della società - pensò Julien - e
più è facile incontrare modi così incantevoli."
Entrarono in chiesa da una porta laterale; d'improvviso un rumore tremendo fece
risuonare le antiche volte; Julien credette che stessero crollando. Era ancora il
cannoncino; otto cavalli al galoppo lo avevano appena trainato sul posto e, messo
prontamente in azione dai cannonieri di Lipsia, tirava cinque colpi al minuto, come
se avesse di fronte i prussiani.
Ma quel formidabile rumore non faceva più effetto su Julien, che non pensava più a
Napoleone e alla gloria militare. "Così giovane - si diceva, - e già vescovo di
Agde! Ma dov'è Agde? E quanto guadagnerà? Forse due o trecentomila franchi."
I lacchè di Monsignore comparvero con un magnifico baldacchino; Chèlan prese una
delle aste di sostegno, ma in realtà fu Julien a reggerla. Il vescovo vi si mise
sotto. Era davvero riuscito a darsi un'aria da vecchio; l'ammirazione del nostro
eroe era senza limiti. "Cosa non si riesce a fare quando si è abili!" pensò.
Il re entrò. Julien ebbe la fortuna di vederlo molto da vicino. Il vescovo gli
rivolse un'allocuzione untuosa, senza tralasciare una lieve sfumatura di turbamento
molto cortese verso Sua Maestà.
Non ripeteremo qui la descrizione delle cerimonie di Bray-le-Haut; per quindici
giorni hanno riempito le colonne di tutti i giornali del dipartimento. Julien venne
a sapere, dal discorso del vescovo, che il re discendeva da Carlo il Temerario.
In seguito, uno dei compiti di Julien fu quello di verificare i conti della
cerimonia. Il signor de La Mole, che aveva fatto nominare vescovo suo nipote, aveva
voluto usargli la grande gentilezza di prendersi carico di tutte le spese. La
cerimonia di Bray-le-Haut venne da sola a costare tremilaottocento franchi.
Dopo il discorso del vescovo e la risposta del re, Sua Maestà andò a collocarsi
sotto il baldacchino, e poi si inginocchiò molto devotamente su un cuscino accanto
all'altare, Il coro era provvisto di stalli posti due gradini sopra il pavimento.
Julien era seduto sull'ultimo gradino, ai piedi dell'abate Chèlan, più o meno come
un caudatario accanto al suo cardinale nella Cappella Sistina di Roma. Ci fu un Te
Deum, ci furono nubi d'incenso, scariche a non finire di fucileria e di
artiglieria; i contadini erano ebbri di felicità e devozione. Una giornata del
genere distrugge l'opera di cento numeri di giornali giacobini.
Julien era a sei passi dal re, che era davvero immerso nella preghiera. Notò per la
prima volta un uomo piccolo, dallo sguardo vivo, che indossava un abito quasi senza
ricami; ma su quell'abito semplicissimo portava un cordone azzurro. Era più vicino
al re di molti altri signori, i cui abiti erano talmente ricamati d'oro, che, come
stava pensando Julien, non si vedeva più la stoffa. Venne a sapere poco dopo che
era il signor de La Mole e gli parve che avesse un'espressione altera e persino
insolente.
"Questo marchese non dev'essere cortese come il mio bel vescovo - pensò. - Ah, la
condizione ecclesiastica rende più dolci e saggi. Ma il re è venuto per venerare la
reliquia, e non vedo nessuna reliquia. Dove sarà san Clemente?"
Un giovane chierico, vicino a lui, gli spiegò che la venerabile reliquia era nella
parte alta dell'edificio, in una
cappella ardente.
"Che cos'è una cappella ardente?" si domandò Julien. Ma non volle chiedere
spiegazioni, e la sua attenzione aumentò.
Nel caso della visita di un principe sovrano, l'etichetta richiede che i canonici
non accompagnino il vescovo. Ma, dirigendosi verso la cappella ardente, il vescovo
di Agde chiamò l'abate Chèlan; Julien osò seguirlo.
Dopo aver salito una lunga scala, arrivarono a una porta piccolissima, la cui
cornice gotica era dorata con magnificenza. Sembrava un lavoro appena fatto.
Davanti alla porta erano inginocchiate ventiquattro fanciulle, appartenenti alle
famiglie più in vista di Verrières. Prima di aprire la porta, il vescovo si
inginocchiò in mezzo a quelle fanciulle, che erano tutte belle, e mentre pregava ad
alta voce sembrava non potessero saziarsi di ammirare le sue belle trine, la sua
grazia, il suo volto così giovane e dolce. Questo spettacolo fece perdere al nostro
eroe il buon senso che gli restava. In quel momento, si sarebbe battuto per
l'inquisizione, e in buona fede. D'improvviso la porta si aprì. La piccola cappella
apparve come incendiata dalla luce. Si vedevano sull'altare più di mille ceri, in
otto file separate da mazzi di fiori. Il profumo soave del più puro incenso usciva
a ondate dalla porta del santuario. La cappella, dorata a nuovo, era molto piccola,
ma altissima. Julien notò che sull'altare vi erano ceri di oltre quindici piedi. Le
fanciulle non poterono trattenere un grido di ammirazione. Nel piccolo vestibolo
della cappella erano state ammesse solo loro, con i due religiosi e Julien.
Poco dopo arrivò il re, seguito soltanto dal signor de La Mole e dal suo gran
ciambellano. Le stesse guardie erano rimaste fuori, in ginocchio, presentando le
armi.
Il re, più che lasciarsi cadere, si precipitò sull'inginocchiatoio. Fu solo allora
che Julien, addossato alla porta dorata, vide, da sotto il braccio nudo di una
fanciulla, l'incantevole statua di san Clemente. Era adagiato sotto l'altare, in
costume di giovane soldato romano. Aveva sul collo una larga ferita, dalla quale
sembrava che scorresse il sangue. L'artista aveva superato se stesso; gli occhi del
santo, morenti ma pieni di grazia, erano socchiusi. I baffi appena accennati ne
ornavano la bella bocca, che, semiaperta, sembrava pregasse ancora. A quella vista,
la fanciulla che era accanto a Julien pianse a calde lacrime, e una di quelle
lacrime cadde sulla mano di lui.
Dopo un istante di preghiera, nel silenzio più profondo, turbato soltanto dal suono
lontano delle campane di tutti i villaggi entro un raggio di dieci leghe, il
vescovo di Agde chiese al re il permesso di parlare. Fece un breve discorso molto
commovente, con parole semplici, ma anche per questo di sicuro effetto.
"Non dimenticate mai, giovani cristiane, di aver visto uno dei più grandi re della
terra inginocchiato davanti ai servitori di Dio, onnipotente e terribile. Questi
servitori deboli, perseguitati, assassinati in terra, come vedete dalla ferita
ancora sanguinante di san Clemente, trionfano in cielo. Giovani cristiane, vi
ricorderete per sempre di questo giorno, non è vero? Voi detesterete l'empio.
Sarete per sempre fedeli a questo Dio così grande, così terribile, ma così buono."
A queste parole, il vescovo si alzò con autorità.
"Me lo promettete?" disse, tendendo il braccio con aria ispirata.
"Lo promettiamo" risposero le fanciulle sciogliendosi in lacrime.
"Ricevo la vostra promessa in nome del Dio terribile!" aggiunse il vescovo con voce
tonante. E la cerimonia ebbe fine.
Lo stesso re piangeva. Solo molto tempo dopo Julien ebbe la freddezza sufficiente
per chiedere dov'erano le ossa del santo inviate da Roma a Filippo il Buono, duca
di Borgogna. Gli dissero che erano nascoste nella bellissima statua di cera.
Sua Maestà si degnò di concedere alle fanciulle che l'avevano accompagnato nella
cappella il permesso di portare un nastro rosso, sul quale erano ricamate queste
parole: ODIO ALL'EMPIO, PERPETUA ADORAZIONE.
Il signor de La Mole fece distribuire ai contadini diecimila bottiglie di vino. La
sera, a Verrières, i liberali trovarono una ragione per accendere luminarie cento
volte migliori di quelle dei monarchici. Prima di partire, il re fece visita al
signor de Moirod.

XIX
Pensare fa soffrire

Il grottesco degli avvenimenti quotidiani


vi nasconde la vera infelicità delle passioni.
BARNAVE

Rimettendo a posto i mobili nella stanza che era stata occupata dal signor de La
Mole, Julien trovò un foglio di carta molto spessa, piegato in quattro. Sulla prima
pagina, in basso, lesse:
A S. E. il marchese de La Mole, pari di Francia, cavaliere degli ordini del re,
ecc. ecc.
Era una petizione in grossolana scrittura da cuoca. "Signor marchese, per tutta la
mia vita ho avuto dei principi religiosi. Ero a Lione, esposto alle bombe, durante
l'assedio del '93, di esecrabile memoria. Faccio la comunione; vado tutte le
domeniche a messa nella chiesa parrocchiale. Non ho mai mancato al dovere pasquale,
neanche nel '93, di esecrabile memoria. La mia cuoca - prima della rivoluzione
avevo dei domestici - la mia cuoca rispetta il magro di venerdì. Godo a Verrières
di una considerazione generale, e oso dire meritata. Nelle processioni cammino
sotto il baldacchino, a fianco del signor curato e del signor sindaco. Nelle grandi
occasioni, porto un grosso cero comperato a mie spese. Di ogni cosa ci sono i
certificati a Parigi, al ministero delle Finanze. Chiedo al signor marchese il
banco del lotto di Verrières, che presto non potrà, in un modo o nell'altro, non
essere vacante, poiché il titolare è molto ammalato, e d'altra parte, vota male
alle elezioni, ecc.
DE CHOLIN".
In margine a questa petizione c'era una postilla firmata De Moirod, che iniziava
con questa riga:
"Ho avuto l'onore di parlare ferri del buon soggetto che fa questa domanda", ecc.
"Così anche quell'imbecille di Cholin mi indica la strada da seguire" pensò Julien.
Otto giorni dopo il passaggio del re di*** a Verrières, ciò che restava delle
innumerevoli bugie, delle sciocche interpretazioni, delle discussioni ridicole,
ecc. ecc., di cui erano stati oggetto, successivamente, il re, il vescovo di Agde,
il marchese de La Mole, le diecimila bottiglie di vino, la penosa caduta di Moirod
(il quale, nella speranza di ottenere una croce, non uscì di casa se non un mese
dopo), fu l'indecenza estrema di avere catapultato nella guardia d'onore Julien
Sorel, figlio di un carpentiere. Bisognava sentire, su questo argomento, i ricchi
fabbricanti di tele dipinte che, sera e mattina, si sgolavano al caffè a predicare
l'eguaglianza. L'autrice di un simile abominio era quella donna altezzosa, la
signora de Rênal. La ragione? I begli occhi e le guance così fresche dell'abatino
Sorel la spiegavano anche troppo.
Poco dopo il ritorno a Vergy, Stanislas-Xavier, il figlio più piccolo, si ammalò.
Di colpo la signora de Rênal fu in preda a rimorsi tremendi. Per la prima volta si
trovò a rimproverarsi del suo amore senza darsi tregua, e sembrò capire, come per
miracolo, in quale enorme colpa si fosse lasciata trascinare. Benché di carattere
profondamente religioso, fino a quel momento non aveva pensato alla gravità della
sua colpa agli occhi di Dio.
Un tempo, nel convento del Sacré-Coeur, aveva amato Dio appassionatamente; e con la
stessa intensità lo temeva in questa circostanza. Le lotte che laceravano la sua
anima erano tanto più tremende in quanto non c'era nessuna lucidità nella sua
paura. Julien si accorse che il minimo ragionamento la irritava, anziché calmarla:
lei vi sentiva il linguaggio dell'inferno. Tuttavia, siccome anche Julien voleva
molto bene al piccolo Stanislas, era più gradito quando parlava della sua malattia,
che ben presto si rivelò grave. Il rimorso continuo impedì allora alla madre anche
di dormire. Si chiuse in un accanito silenzio: se avesse aperto bocca, sarebbe
stato solo per confessare la sua colpa a Dio e agli uomini.
"Ve ne scongiuro - le diceva Julien quando erano soli, - non parlate a nessuno;
lasciate che sia io il solo confidente del vostro dolore. Se mi amate ancora, non
parlate: le vostre parole non potranno far cessare la febbre al nostro Stanislas."
Ma il suo conforto non produsse alcun effetto; non sapeva che la signora de Rênal
si era messa in testa che, per placare la collera del Dio geloso, doveva odiare
Julien o veder morire suo figlio. Ed era così infelice perché sentiva di non poter
odiare il suo amante.
"Fuggite da me - disse un giorno a Julien, - in nome di Dio, lasciate questa casa;
è la vostra presenza che uccide mio figlio. Dio mi punisce - aggiunse sottovoce; -
lui è giusto, adoro la sua equità; la mia colpa è spaventosa, e vivevo senza
rimorsi! Era il primo segno dell'abbandono di Dio: devo essere punita due volte."
Julien si sentì profondamente commosso. Non poteva scorgere in quelle parole né
ipocrisia né esagerazione. "Crede di uccidere suo figlio amandomi, e tuttavia
l'infelice mi ama più di suo figlio. Ecco, non c'è dubbio, il rimorso la uccide; è
questa la grandezza dei suoi sentimenti. Ma come ho potuto ispirare un amore
simile, io, così povero, così male educato, così ignorante, talvolta così rozzo nei
miei modi?".
Una notte il bambino si aggravò. Verso le due del mattino, il signor de Rênal andò
a vederlo. Il bambino era tutto rosso in viso, divorato dalla febbre, e non
riconobbe il padre. A un tratto la signora de Rênal si gettò ai piedi del marito:
Julien si accorse che stava per dire tutto e perdersi per sempre.
Per fortuna, quello strano gesto infastidì Rênal.
"Addio! Addio!" disse mentre se ne andava.
"No, ascoltami! - esclamò sua moglie, inginocchiata davanti a lui, cercando di
trattenerlo. - Devi sapere tutta la verità. Sono io che uccido mio figlio. Gli ho
dato la vita e gliela riprendo. Il cielo mi punisce, agli occhi di Dio sono
colpevole di omicidio. Devo perdermi, e umiliare me stessa; forse questo sacrificio
placherà il Signore."
Se Rênal avesse avuto un po' di fantasia, avrebbe capito tutto.
"Idee romanzesche! - esclamò allontanando la moglie che cercava di abbracciargli le
ginocchia. - Idee romanzesche e nient'altro! Julien, fate chiamare il medico appena
fa giorno."
E tornò a letto. La signora de Rênal cadde in ginocchio, semisvenuta, respingendo
con un gesto convulso Julien che voleva soccorrerla.
Julien rimase sbigottito.
"Ecco, dunque, l'adulterio! - si disse... - È mai possibile che quei preti così
falsi... abbiano ragione? Loro, che commettono tanti peccati, avrebbero il
privilegio di conoscere la vera teoria del peccato? Che cosa strana...".
Da venti minuti, da quando Rênal se n'era andato, Julien vedeva la donna che amava,
la testa appoggiata sul lettino del figlio, immobile e quasi priva di conoscenza.
"Ecco una donna di natura superiore ridotta al colmo dell'infelicità per avermi
conosciuto" si disse.
Le ore passavano velocemente. "Che cosa posso fare per lei? Devo decidermi. Non si
tratta più di me, adesso. Che cosa m'importa degli uomini e delle loro vane
smorfie? Che cosa posso fare per lei?... Lasciarla? Ma la lascerei sola in preda al
dolore più atroce. Quell'automa di suo marito le nuoce più che giovarle. Volgare
com'è, finirà col dirle qualche parola dura. Potrebbe impazzire, gettarsi dalla
finestra. Se la lascio, se smetto di vegliare su di lei, gli confesserà tutto. E
forse, nonostante l'eredità, Rênal le farà chissà quali scenate. Lei può dire ogni
cosa, gran Dio!, a quel c... dell'abate Maslon, il quale, con il pretesto della
malattia di un bambino di sei anni non si muove più da questa casa, e non senza uno
scopo. Nel suo dolore, e nel suo timore di Dio, lei dimentica tutto ciò che sa
dell'uomo e non vede che il prete."
"Vattene" gli disse all'improvviso la signora de Rênal riaprendo gli occhi.
"Darei mille volte la mia vita per sapere ciò che può esserti più utile - rispose
Julien: - non ti ho mai amato tanto, angelo caro, o meglio, solo da questo istante
comincio ad adorarti come meriti. Che destino potrei avere, lontano da te, e con la
coscienza che sei infelice per causa mia! Ma le mie sofferenze non hanno
importanza. Me ne andrò, sì, amore mio. Ma, se ti lascio, se smetto di vegliare su
di te, di trovarmi sempre fra te e tuo marito, tu gli dirai tutto, e ti perderai.
Pensa che ti caccerà di casa con ignominia; tutta Verrières, tutta Besançon
parleranno dello scandalo. Ti daranno tutti i torti; non uscirai più da una
vergogna simile...".
"È quello che chiedo! - gridò, alzandosi. - Soffrirò; tanto meglio."
"Ma con questo scandalo orribile farai anche la sua infelicità!".
"Ma io umilio me stessa, mi getto nel fango; e in questo modo, forse, salvo mio
figlio. Un'umiliazione davanti a tutti non è forse una pubblica penitenza? Per
quanto possa giudicare nella mia debolezza, non è forse il più grande sacrificio
che io possa offrire a Dio?... Forse si degnerà di accettare la mia umiliazione e
mi lascerà mio figlio! Indicami un sacrificio più penoso, e lo farò senza esitare."
"Lascia che sia io a punirmi. Anch'io sono colpevole. Vuoi che mi ritiri fra i
trappisti? L'austerità di quella vita può placare il tuo Dio... Cielo! Potessi
prendere su di me la malattia di Stanislas...".
"Ah, tu gli vuoi bene, tu!" disse la signora de Rênal, gettandosi fra le sue
braccia.
E nello stesso istante lo respinse con orrore.
"Io ti credo! Ti credo! - continuò, dopo essersi di nuovo inginocchiata - oh, mio
solo amico! Perché non sei tu il padre di Stanislas? Allora non sarebbe un peccato
orribile amarti più di tuo figlio."
"Vuoi permettermi di restare, e che ti ami, d'ora in poi, come un fratello? È la
sola espiazione ragionevole, e può placare la collera dell'Altissimo."
"E io - gridò lei rialzandosi, prendendo la testa di Julien fra le sue mani, e
tenendola a distanza davanti ai suoi occhi, - e io ti amerò come un fratello? È
forse in mio potere amarti come un fratello?".
Julien scoppiò a piangere.
"Ti obbedirò - disse, cadendo ai suoi piedi, - ti obbedirò, qualunque cosa tu mi
ordini; è tutto ciò che mi resta da fare. La mia mente è accecata; non so più che
cosa decidere. Se ti lascio, dici tutto a tuo marito, e perdi te stessa e lui. Dopo
essersi coperto di ridicolo, non potrà più diventare deputato. Se rimango, mi credi
la causa della morte di tuo figlio, e muori di dolore. Vuoi provare l'effetto della
mia partenza? Se lo vuoi, mi punirò della nostra colpa lasciandoti per una
settimana. Andrò in ritiro, dove tu vorrai. All'abbazia di Bray-le-Haut, per
esempio: ma giurami di non confessare nulla a tuo marito durante la mia assenza.
Pensa che non potrò più ritornare se tu parlerai."
Lei promise, lui partì, ma fu richiamato dopo due giorni.
"Mi è impossibile, senza di te, tener fede al mio giuramento. Parlerò a mio marito,
se non mi sarai sempre vicino a ordinarmi con i tuoi sguardi di tacere. Ogni ora di
questa vita abominevole mi sembra che duri una giornata."
Infine il cielo ebbe pietà di quella madre sventurata. A poco a poco Stanislas fu
fuori pericolo. Ma il ghiaccio era stato rotto, la ragione l'aveva messa di fronte
all'entità del suo peccato, e lei non poté più ritrovare un equilibrio. I rimorsi
non l'abbandonarono e seguirono l'inclinazione di un cuore così sincero. La sua
vita fu il cielo e l'inferno: l'inferno quando non vedeva Julien, il cielo quando
era ai suoi piedi.
"Non mi faccio più nessuna illusione - gli diceva, anche nei momenti in cui osava
abbandonarsi a tutto il suo amore: - sono dannata, irrimediabilmente dannata. Tu
sei giovane, hai ceduto alle mie seduzioni, il cielo ti può perdonare, ma io sono
dannata. Lo riconosco da un segno sicuro. Ho paura: chi non avrebbe paura alla
vista dell'inferno? Ma in fondo, io non mi pento. Commetterei di nuovo la mia
colpa, se fosse ancora da commettere. Se solo il cielo non vorrà punirmi in questo
mondo e nei miei figli, avrò più di quello che merito. Ma tu, almeno, mio Julien -
esclamava in altri momenti, - sei felice? Pensi che io ti ami abbastanza?".
La diffidenza e l'orgoglio tormentato di Julien, che aveva soprattutto bisogno di
un amore che imponesse sacrifici, si piegarono di fronte a un sacrificio così
grande, così indubitabile, e rinnovato ad ogni istante. Adorava quella donna. "Ha
un bell'essere nobile, e io figlio di un operaio... Lei mi ama! Per lei non sono un
servitore con funzioni di amante." Allontanato questo timore, Julien cadde in tutte
le follie dell'amore, nelle sue mortali incertezze.
"Almeno - esclamava lei vedendolo dubitare del suo amore, - vorrei poterti rendere
felice per i pochi giorni che ci restano da passare insieme! Non perdiamo tempo:
domani, forse, io non sarò più tua. Se il cielo mi colpisce nei miei figli,
cercherò inutilmente di vivere solo per amarti, di non vedere che è il mio peccato
che li uccide. Non potrò sopravvivere a un colpo simile. Se anche lo volessi, non
potrei; diverrei pazza. Ah, se potessi prendere su di me anche il tuo peccato, come
tu mi offrivi, così generosamente, di prendere su di te la febbre ardente di
Stanislas!".
Questa grande crisi morale cambiò la natura del sentimento che univa Julien alla
sua amante. Il suo amore non fu più soltanto nell'ammirazione della bellezza, ma
nell'orgoglio di possederla.
La loro felicità era ormai di una natura molto superiore, e la fiamma che li
divorava divenne più intensa. Avevano slanci pieni di follia. Agli occhi della
gente la loro felicità sarebbe apparsa anche più grande. Ma non ritrovarono più la
serenità deliziosa, la gioia senza nubi, la semplice felicità dei primi tempi del
loro amore, quando il solo timore di lei era di non essere abbastanza amata da
Julien. La loro felicità aveva talvolta la fisionomia del delitto.
Nei momenti più gioiosi, e in apparenza più tranquilli: "Ah, gran Dio!, vedo
l'inferno - gridava d'improvviso lei, stringendo la mano di Julien in un gesto
convulso. - Che orribili supplizi! E io li ho meritati". Lo abbracciava, gli si
avvinghiava come l'edera al muro.
Julien cercava invano di calmare quell'anima agitata. Lei gli prendeva la mano e la
copriva di baci. Poi, precipitando di nuovo in un cupo fantasticare: "L'inferno -
diceva, - l'inferno sarebbe una grazia per me: avrei ancora qualche giorno da
passare con lui sulla terra, ma l'inferno in questo mondo, la morte dei miei
figli... Tuttavia, a questo prezzo, mi sarebbe forse perdonato il mio delitto...
Ah, Gran Dio! Non concedetemi la grazia a un tale prezzo. Quei poveri bambini non
vi hanno offeso; io, io, solo io sono colpevole: amo un uomo che non è mio marito".
Julien vedeva poi la signora de Rênal trovare momenti in apparenza tranquilli.
Cercava di dominarsi, non voleva avvelenare la vita di colui che amava.
In questo alternarsi di amore, rimorso e piacere, le giornate passavano per loro
veloci come il lampo. Julien perse l'abitudine di riflettere.
Èlisa andò a Verrières per seguire una piccola causa che la riguardava. Incontrò
Valenod molto irritato con Julien. Lei odiava il precettore, e gliene parlava
spesso.
"Voi mi rovinereste, signore, se vi rivelassi la verità - diceva un giorno a
Valenod. - I padroni sono tutti d'accordo fra di loro per le cose importanti... Ai
poveri domestici non si perdonano mai certe confessioni...".
Dopo queste frasi convenzionali, che l'impaziente curiosità di Valenod trovò il
modo di abbreviare, venne a sapere le cose più mortificanti per il suo amor
proprio.
Quella signora, la donna più in vista del luogo, dopo che per sei anni l'aveva
circondata di tante attenzioni, e malauguratamente sotto gli occhi di tutti, lei,
così orgogliosa, i cui modi sprezzanti l'avevano tante volte fatto arrossire, si
era presa per amante un operaio qualsiasi camuffato da precettore. E perché nulla
mancasse al suo risentimento, la signora de Rênal adorava un simile amante.
"E Julien - aggiunse la cameriera sospirando - non ha dovuto darsi molto da fare
per conquistarla; non è neppure uscito, per lei, dalla sua abituale freddezza."
Èlisa aveva avuto la certezza di quella tresca solo in campagna, ma credeva che
datasse da molto prima.
"Senz'altro è per questo - aggiunse indispettita - che una volta ha rifiutato di
sposarmi. E io, stupida, che sono andata a consultare la signora, pregandola di
parlare al precettore...".
La sera stessa, Rênal ricevette dalla città, con il giornale, una lunga lettera
anonima che lo informava, con tutti i particolari, di ciò che accadeva in casa sua.
Julien lo vide impallidire mentre leggeva quella lettera scritta su una carta
azzurrognola, lanciandogli occhiate tremende. Per tutta la serata il sindaco non si
riprese dal suo turbamento, e Julien gli fece inutilmente la corte chiedendogli
spiegazioni sulla genealogia delle migliori famiglie della Borgogna.

XX
Le lettere anonime

Do not give dalliance


Too much the rein: the strongest oaths are straw to the fire o' the blood.
Tempest

Verso mezzanotte, mentre lasciavano il salotto, Julien ebbe il tempo di dire alla
sua amica:
"Non vediamoci questa sera, vostro marito ha dei sospetti; giurerei che quella
lunga lettera che leggeva sospirando è una lettera anonima".
Per fortuna, Julien si chiuse a chiave nella sua stanza. La signora de Rênal ebbe
l'idea folle che quell'avvertimento non fosse che un pretesto per non vederla.
Perse completamente la testa, e alla solita ora andò alla sua porta. Julien, che
aveva sentito un rumore nel corridoio, soffiò subito sulla lampada. Qualcuno si
sforzava di aprire; era lei, o era un marito geloso?
Il giorno dopo, molto di buon'ora, la cuoca, che proteggeva Julien, gli portò un
libro, sulla copertina del quale egli lesse queste parole scritte in italiano:
Guardate alla pagina 130.
Julien ebbe un fremito per quell'imprudenza, cercò la pagina centotrenta e vi
trovò, fissata con uno spillo, la lettera che segue, scritta in fretta, bagnata di
lacrime, e senza cura dell'ortografia. In genere la signora de Rênal scriveva in
modo molto corretto, Julien fu commosso da questo particolare e dimenticò un poco
la gravità dell'imprudenza.
"Non hai voluto ricevermi questa notte? In certi momenti mi sembra di non aver mai
letto fino in fondo la ma anima. I tuoi sguardi mi spaventano. Ho paura dite. Dio
mio, forse non mi hai mai amata? In questo caso, che mio marito scopra i nostri
amori, e che mi tenga reclusa in campagna, lontana dai miei figli. Forse Dio vuole
così. Morirò presto. Ma tu sarai un mostro.
Non mi ami? Sei stanco delle mie follie e dei miei rimorsi, empio? Vuoi perdermi?
Te ne do un mezzo molto facile. Vai, mostra questa lettera a tutta Verrières, o
meglio, mostrala soltanto a Valenod. Digli che ti amo, ma no, non pronunciare una
bestemmia simile, digli che ti adoro, che la vita non è iniziata per me che il
giorno in cui ti ho conosciuto; che nei momenti più folli della mia giovinezza, non
avevo neppure sognato la felicità che ti devo; che ti ho sacrificato la mia vita,
che ti sacrifico la mia anima. Tu sai che ti sacrifico molto di più.
Ma sa qualcosa, di sacrifici, quell'uomo? Digli, diglielo per irritarlo, che sfido
tutti i malvagi, e che non c'è più al mondo che una sola sventura per me, quella di
veder cambiare l'unico uomo che mi tiene attaccata alla vita. Che felicità, per me,
perderla, offrirla in sacrificio, e non temere più nulla per i miei figli!
Non dubitare, caro amico: se c'è una lettera anonima viene da quell'essere odioso
che, per sei anni, mi ha perseguitato con la sua grossa voce, con il racconto dei
suoi salti a cavallo, con la sua fatuità e con l'elenco infinito dei suoi meriti.
C'è una lettera anonima? Perfido, ecco di cosa volevo discutere con te; ma no, hai
fatto bene. Stringendoti fra le mie braccia, forse per l'ultima volta, non avrei
mai saputo ragionare freddamente, come faccio da sola. Da questo momento la nostra
felicità non sarà più così facile. Ne sarete addolorato? Sì, in quei giorni in cui
non avrete ricevuto qualche libro divertente da Fouquè. Il sacrificio è fatto.
Domani, che ci sia o non ci sia qualche lettera anonima, dirò a mio marito che ne
ho ricevuta una anch'io, e che bisognerà farti ponti d'oro, trovare qualche scusa
onesta, e rispedirti subito a casa tua.
Ahimè, mio caro amico, staremo separati quindici giorni, forse un mese! Va', ti
rendo giustizia, soffrirai quanto me. Ma è questo il solo mezzo per parare il colpo
della lettera anonima; non è la prima che riceve mio marito, e sempre sul mio
conto. Come ne ridevo, allora!
Il mio scopo è quello di far pensare a mio marito che la lettera viene da Valenod;
non dubito che ne sia lui l'autore. Se lasci questa casa, vai a stabilirti a
Verrières. Farò in modo che a mio marito venga l'idea di andare a passarci una
quindicina di giorni, per dimostrare agli sciocchi che fra lui e me non c'è
freddezza di rapporti: Una volta a Verrières, fai amicizia con tutti, anche con i
liberali. So già che tutte le signore cercheranno la tua compagnia.
Non litigare con Valenod, non tagliargli le orecchie, come dicevi un giorno di
voler fare; mostragli invece tutta la tua cortesia. L'essenziale è che a Verrières
credano che stai per andare da lui, o da qualcun altro, per educarne i figli.
Ecco una cosa che mio marito non potrà sopportare. Dovesse rassegnarsi, ebbene,
almeno abiterai a Verrières, e qualche volta ti vedrò. I miei bambini, che ti
vogliono tanto bene, verranno a trovarti. Mio Dio!, sento che amo anche di più i
miei figli perché ti vogliono bene. Che rimorsi! Come finirà tutto questo? Mi sto
perdendo... Infine, sai come dovrai comportarti: dovrai essere mite, cortese, per
nulla sprezzante con quei personaggi volgari, te lo chiedo in ginocchio. Saranno
loro gli arbitri della nostra sorte. Non dubitare mai, neppure per un istante, che
mio marito non si adegui, verso di te, a quello che gli imporrà l'opinione
pubblica.
Sarai tu a farmi avere la lettera anonima; armati di pazienza e di un paio di
forbici. Ritaglia da un libro le parole che troverai qui; attaccale poi, con la
colla, sul foglio azzurro che ti mando, e che ho avuto da Valenod. Aspettati una
perquisizione nella tua stanza; brucia le pagine del libro che avrai usato. Se non
troverai le parole già fatte, abbi la pazienza di comporle lettera per lettera. Per
risparmiarti fatica, ti ho preparato una lettera anonima cortissima. Ahimè, se non
mi ami più, ed è quel che temo, come ti sembrerà lunga la mia!

LETTERA ANONIMA

"Signora,
tutti i vostri piccoli intrighi ci sono noti; ma le persone che hanno interesse a
reprimerli sono avvertite. Per un residuo di amicizia verso di voi, vi invito a
staccarvi del tutto da quel contadinello. Se sarete abbastanza assennata da agire
così, vostro marito crederà che le informazioni ricevute volessero ingannarlo, e
sarà lasciato nel suo errore. Pensate che io conosco il vostro segreto; tremate,
sventurata; adesso, con me, bisogna rigar dritta"
Appena avrai finito di incollare le parole che compongono questa lettera (hai
riconosciuto il modo di esprimersi del direttore?) esci dalla tua stanza, ti
incontrerò.
Andrò in paese e tornerò con una faccia turbata; del resto lo sarò, e molto. Dio
mio, che cosa rischio! E tutto questo perché hai creduto di intuire che c'era una
lettera anonima. Infine, con il viso stravolto, darò a mio marito questa lettera,
che mi sarà stata consegnata da uno sconosciuto. Vai a passeggiare con i bambini
sulla strada dei boschi, e non tornare prima di cena.
Dall'alto delle rocce puoi vedere la torre della Colombaia. Se le cose vanno bene,
vedrai un fazzoletto bianco; in caso contrario non ci sarà niente.
Il tuo cuore, ingrato, saprà farti trovare il modo di dirmi che mi ami, prima di
uscire per quella passeggiata? Qualunque cosa accada, devi essere certo di questo:
non potrò sopravvivere un giorno alla nostra separazione definitiva. Ah, madre
snaturata! Ma sono due parole vane, queste che ho appena scritto, caro Julien. Io
non le sento, in questo momento non posso pensare che a te, e le ho scritte solo
per non essere biasimata da te. Ora che mi vedo vicina a perderti, perché dovrei
fingere? Sì! ti sembri anche perfida la mia anima, ma non voglio mentire all'uomo
che adoro! Ho ingannato anche troppo nella mia vita. Va', ti perdono se non mi ami
più. Non ho il tempo di rileggere la mia lettera. È poca cosa, ai miei occhi,
pagare con la vita i giorni felici che ho passato fra le tue braccia. Sai che mi
costeranno di più."

XXI
Dialogo con un padrone

Alas, our frailty is the cause, not we:


For such as we are made of, such tue be.
Twelfth Night

Con un piacere infantile, Julien passò un'ora a mettere insieme le parole. Quando
uscì dalla sua stanza, incontrò i suoi allievi con la madre, che prese la lettera
con una semplicità e un coraggio la cui calma lo spaventò.
"La colla è asciutta?" gli chiese.
"È questa, dunque - pensò Julien, - la donna che impazziva per il rimorso? Che
progetti avrà in mente, adesso?" Era troppo orgoglioso per domandarglielo; ma forse
non gli era mai piaciuta di più.
"Se le cose si metteranno male - aggiunse lei con lo stesso sangue freddo, - mi
toglieranno tutto. Prendete, sotterratelo da qualche parte sulla montagna; forse,
un giorno, sarà la mia sola risorsa." E gli diede un astuccio da bicchiere in
marocchino rosso, pieno d'oro e di qualche diamante.
"E ora andate" gli disse.
Abbracciò i figli, e due volte il più piccolo. Julien restava immobile. Lei si
allontanò con passo rapido, senza guardarlo.
Dal momento in cui aveva aperto la lettera anonima, Rênal aveva vissuto ore
tremende. Non si era trovato in un'agitazione simile da quando, nel 1816, aveva
rischiato un duello; e, per rendergli giustizia, bisogna ammettere che la
prospettiva di prendersi una pallottola l'aveva reso meno infelice. Esaminava la
lettera in ogni senso: "Ma non è una scrittura femminile? - si chiedeva. - In tal
caso, chi ha scritto questa lettera?", e passava in rassegna tutte le donne che
conosceva a Verrières, senza poter fissare i suoi sospetti. "Forse un uomo gliel'ha
dettata? E chi sarà quest'uomo?" E qui l'incertezza era la stessa. Rênal era
invidiato, e certo anche odiato dalla maggior parte delle persone che conosceva.
"Devo consultare mia moglie" pensò per forza d'abitudine, alzandosi dalla poltrona
in cui si era sprofondato.
Appena in piedi: "Gran Dio! - disse battendosi la fronte. - È soprattutto di lei
che devo diffidare; in questo momento è la mia nemica". E per la collera gli
vennero le lacrime agli occhi.
Quale giusto compenso all'aridità di cuore che costituisce la saggezza pratica dei
provinciali, i due uomini che in quel momento Rênal temeva maggiormente erano i
suoi due amici più intimi.
"Dopo di loro, ho forse dieci amici", e li passò in rassegna, valutando via via il
grado di conforto che ognuno avrebbe potuto offrirgli. "A tutti! a tutti! - esclamò
con rabbia, - la mia tremenda sventura farà un grandissimo piacere." Per fortuna si
credeva molto invidiato, e non senza ragione. Oltre alla sua magnifica casa di
città, che il re di " aveva onorato per sempre, dormendovi, Rênal aveva sistemato
nel migliore dei modi il suo castello di Vergy. La facciata era dipinta di bianco,
e le finestre erano provviste di belle persiane verdi. Si consolò un istante
all'idea di una tale magnificenza. Il fatto è che il castello si poteva vedere da
una distanza di tre o quattro leghe, con grave svantaggio di tutte le case di
campagna, o pretesi castelli delle vicinanze, ai quali era stato lasciato l'umile
colore grigio dato dal tempo.
Rênal poteva contare sulle lacrime e sulla compassione di un suo amico, il
fabbriciere della parrocchia; ma era un imbecille che piangeva di tutto. Quell'uomo
era del resto la sua sola risorsa.
"Quale sventura è paragonabile alla mia?" gridò con rabbia. "Che isolamento! - si
diceva quell'uomo, davvero da compiangere. - È possibile che nella mia disgrazia
non abbia un amico a cui chiedere consiglio? Perché la mia ragione si smarrisce, lo
sento! Ah, Falcoz! Ah, Ducros!" gridò con amarezza. Erano i nomi di due amici
d'infanzia che aveva allontanato con la sua superbia nel 1814. Non erano nobili, e
Rênal non aveva voluto mantenere i rapporti di uguaglianza in cui erano vissuti fin
da bambini.
Uno dei due, Falco; uomo intelligente e coraggioso, commerciante di carta a
Verrières, aveva comperato una tipografia nel capoluogo del dipartimento e fondato
un giornale. La Congregazione aveva deciso di rovinarlo: il giornale era stato
condannato e la licenza di stampa gli era stata ritirata. In quelle tristi
circostanze, pensò di scrivere a Rênal per la prima volta dopo dieci anni. Il
sindaco di Verrières credette suo dovere rispondergli da antico romano: "Se il
ministro del re mi facesse l'onore di consultarmi, gli direi: distruggete senza
pietà tutti gli stampatori di provincia, e mettete la stampa sotto monopolio, come
i tabacchi". Ora Rênal si ricordava con orrore di quella lettera a un amico intimo,
che un tempo era stato ammirato da tutta Verrières. "Chi avrebbe detto che con il
mio rango, la mia ricchezza, le mie decorazioni, un giorno lo avrei rimpianto?"
Così, fra accessi di collera, a volte contro se stesso, a volte contro tutto ciò
che lo circondava, trascorse una notte terribile; ma, per fortuna, non gli venne
l'idea di spiare sua moglie.
"Sono abituato a Louise - pensava, - conosce tutti i miei affari; se fossi libero
di sposarmi domani non saprei come sostituirla." Allora si compiaceva all'idea che
sua moglie fosse innocente. Questo modo di vedete le cose non lo costringeva a dar
prova di carattere, ed era certo più comodo; quante donne, del resto, sono state
calunniate!
"Ma come! - esclamava a un tratto, camminando con passo agitato. - Dovrei
sopportare come un uomo da nulla, come uno straccione, che mi prenda in giro con il
suo amante? Permetterò che tutta Verrières faccia matte risate sulla mia
compiacenza? Cosa non si è detto di Charmier?! - era notoriamente un marito
tradito. - Quando lo si nomina, non spunta il sorriso su tutte le bocche? È un buon
avvocato, ma chi parla mai del suo talento di oratore? Ah, Charmier!, dicono, lo
Charmier di Bernard. Lo chiamano così, dal nome dell'uomo che lo disonora. Grazie
al cielo - pensava Rênal in altri momenti - non ho una figlia, e il modo in cui
punirò la madre non potrà nuocere alla sistemazione dei miei figli; posso
sorprendere quel contadino con mia moglie, e ucciderli entrambi; in questo caso,
l'aspetto tragico della vicenda cancellerà il ridicolo." L'idea gli sorrise, e la
esaminò in tutti i dettagli. "Il codice penale è dalla mia parte, e, qualunque cosa
accada, la nostra congregazione e i miei amici della giuria mi salveranno,"
Controllò il suo coltello da caccia, che era molto affilato; ma il pensiero del
sangue gli fece paura.
"Posso suonarle di santa ragione a questo precettore insolente e poi cacciarlo via;
ma quale scandalo a Verrières e in tutto il dipartimento! Dopo la condanna del
giornale di Falcoz, quando il suo capo redattore è uscito di prigione, ho
contribuito a fargli perdere un posto che gli rendeva seicento franchi. Si dice che
quello scribacchino abbia il coraggio di farsi vedere ancora a Besançon, può
coprirmi di ridicolo con abilità, e in modo tale che sia impossibile portarlo in
tribunale. Portarlo in tribunale!... L'insolente insinuerebbe in mille modi di aver
detto il vero. Un uomo ben nato, che sa mantenere il suo rango, come me, è odiato
da tutti i plebei. Mi ritroverei su quei terribili giornali parigini; Dio mio! Che
abisso! Vedere l'antico nome dei Rênal tuffato nel fango del ridicolo... Se mai mi
mettessi in viaggio, dovrei cambiare nome... Lasciare il nome che mi dà gloria e
forza! Sarebbe il colmo della sventura!
Se non uccido mia moglie, se non la scaccio con ignominia, ha quella sua zia a
Besançon che le consegnerà direttamente le sue ricchezze. Andrà a vivere a Parigi
con Julien; a Verrières si verrà a sapere, e io farò ancora la parte dell'idiota."
Quell'uomo infelice si accorse allora, vedendo impallidire la lampada, che il
giorno cominciava a spuntare. Andò a cercare un po' d'aria fresca in giardino. In
quel momento era quasi deciso a non creare scandali, soprattutto per l'idea che uno
scandalo avrebbe riempito di gioia i cari amici di Verrières.
La passeggiata in giardino lo calmò un poco. "No - esclamava, - non mi priverò di
mia moglie, lei mi è troppo utile." Si immaginò con orrore cosa sarebbe stata la
sua casa senza quella donna; la sua sola parente era la marchesa de R..., vecchia,
imbecille e cattiva.
Ebbe un'idea molto sensata, ma l'esecuzione richiedeva una forza di carattere
decisamente superiore alla poca di cui il pover'uomo disponeva. "Se mi tengo mia
moglie - pensò, - mi conosco bene, un giorno, in un momento in cui mi darà
fastidio, le rinfaccerò la sua colpa. Lei è orgogliosa, litigheremo, e tutto questo
accadrà prima che abbia ereditato da sua zia. Allora sì che rideranno di me! Mia
moglie ama i suoi figli, e andrà a finire che toccherà tutto a loro. Ma io, io sarò
la favola di Verrières. "Come! diranno, non ha neppure saputo vendicarsi di sua
moglie!" Non sarebbe meglio che mi fermassi ai sospetti, senza andare oltre? Ma
così mi legherei le mani, e in seguito non le potrei rimproverare nulla."
Un istante dopo, Rênal, ripreso dalla vanità ferita, si fece tornare faticosamente
alla memoria tutti i mezzi per sapere la verità citati al biliardo del Casino o
Circolo dei nobili di Verrières, quando qualche spiritoso interrompeva la partita
per ridere alle spalle di un marito tradito. Ma come gli sembravano crudeli,
adesso, quegli scherzi!
"Dio mio! perché mia moglie non è morta? Il ridicolo non potrebbe toccarmi. Perché
non sono vedovo? Andrei a passare sei mesi a Parigi, nella migliore società." Dopo
la breve euforia che gli aveva dato l'idea della vedovanza, la sua immaginazione
tornò ad esplorare le vie per giungere alla verità. A mezzanotte, quando tutti
fossero andati a dormire, avrebbe potuto spargere un leggero strato di crusca
davanti alla porta della stanza di Julien. L'indomani mattina, alla luce del
giorno, avrebbe visto l'impronta dei passi.
"Ma questo trucco non vale niente! - esclamò a un tratto con rabbia. - Quella
furbona di Èlisa se ne accorgerebbe, e subito tutta la casa saprebbe che sono
geloso!".
In un altro racconto che aveva sentito al Casino, un marito aveva avuto la certezza
della propria sventura attaccando con un po' di cera un capello, come fosse un
sigillo, alla porta della moglie e a quella dell'amante.
Dopo tante ore d'incertezza, questo stratagemma per far luce sulla sua sorte gli
sembrò decisamente il migliore, e pensava di servirsene, quando, alla svolta di un
viale, incontrò la donna che avrebbe voluto veder morta.
Tornava dal paese. Era andata ad ascoltare la messa nella chiesa di Vergy. Una
tradizione, che sarebbe parsa assai dubbia agli occhi di un freddo filosofo, ma
alla quale lei prestava fede, vuole che la chiesetta sia stata la cappella del
castello del signore di Vergy. Quest'idea aveva ossessionato la signora de Rênal
per tutto il tempo che aveva trascorso in quella chiesa con l'intenzione di
pregare. Continuava a immaginarsi suo marito che uccideva Julien a caccia, come per
disgrazia, e la sera le faceva mangiare il suo cuore.
"La mia sorte - si diceva - dipende da quello che mio marito penserà ascoltandomi.
Forse, dopo questo fatale quarto d'ora, non troverò un'altra occasione per
parlargli. Non è un uomo che segua la logica e il buon senso. Potrei allora,
servendomi della mia debole ragione, prevedere ciò che farà o dirà. Deciderà lui la
nostra sorte comune, ne ha il potere. Ma questa sorte è legata alla mia capacità,
alla mia bravura nel guidare le idee di questo lunatico, che vede le cose a metà e
che la collera accieca. Mio Dio! Ho bisogno di abilità, di sangue freddo; ma dove
li trovo?".
Tornò calma come per incanto entrando in giardino e vedendo di lontano il marito. I
suoi capelli e gli abiti in disordine facevano capire che non aveva dormito.
Gli consegnò una lettera, dissigillata, ma piegata. Lui, senza aprirla, guardò la
moglie con occhi folli.
"Ecco una cosa ignobile - gli disse, - che un uomo ripugnante, il quale pretende di
conoscervi e di dovervi gratitudine, mi ha consegnato mentre passavo dietro il
giardino del notaio. Esigo da voi che rispediate a casa sua, e subito, questo
signor Julien." Pronunciò queste ultime parole in fretta, in modo un po'
precipitoso, per disfarsi del terribile peso di doverle dire.
Fu presa dalla gioia, osservando quella che venivano a creare nel marito. Dal suo
sguardo fisso su di lei, si rese conto che Julien aveva visto giusto. E anziché
affliggersi per la realtà di una situazione così infelice: "Che intelligenza -
pensò, - che intuito straordinario! E in un giovane che non ha ancora nessuna
esperienza! Dove potrà arrivare? Ahimè! i suoi successi lo porteranno a
dimenticarmi!".
Questo breve moto di ammirazione per l'uomo che adorava la liberò dalla sua
angoscia.
Si compiacque per il passo compiuto. "Non sono stata indegna di Julien" pensò, con
una voluttà intima e dolce.
Senza dire una parola, nel timore di compromettersi, Rênal esaminava la seconda
lettera anonima, composta, se il lettore se ne ricorda, di parole a stampa
incollate su una carta azzurrognola. "Ci si burla di me in tutti i modi" pensava,
oppresso dalla stanchezza.
"Altri insulti da esaminare, e sempre a causa di mia moglie!" Fu sul punto di
coprirla delle ingiurie più volgari, e la prospettiva dell'eredità di Besançon lo
trattenne a fatica. Divorato dal bisogno di prendersela con qualcosa, accartocciò
la seconda lettera anonima e si mise a camminare a grandi passi;,aveva bisogno di
allontanarsi dalla moglie. Qualche istante dopo tornò vicino a lei, più tranquillo.
"Bisogna prendere una decisione e mandare via Julien - gli disse subito lei; - dopo
tutto non è che il figlio di un operaio. Lo risarcirete con qualche scudo: del
resto ha una cultura e troverà facilmente un altro posto, per esempio da Valenod, o
da Maugiron, che hanno dei bambini. Così non gli farete alcun torto...".
"Parlate da quella stupida che siete - gridò Rênal con voce terribile. - Che buon
senso ci si può aspettare da una donna?! Non badate mai a ciò che è ragionevole;
quando mai capirete qualche cosa? La vostra indolenza, la vostra pigrizia, vi
impediscono ogni attività, salvo la caccia alle farfalle; esseri fragili, che
abbiamo la disgrazia di avere in famiglia!...".
La moglie lo lasciava parlare, e lui parlò a lungo; sfogava la sua collera, come si
suol dire.
"Signore - gli rispose alla fine, - io parlo come una donna oltraggiata nel proprio
onore, e cioè in quello che ha di più prezioso."
La signora de Rênal mantenne un perfetto sangue freddo per tutto il tempo di quella
penosa conversazione, dalla quale dipendeva ancora la possibilità di vivere con
Julien sotto lo stesso tetto. Cercava le idee che le sembravano più appropriate per
guidare la collera cieca del marito. Era rimasta insensibile a tutti i suoi
commenti ingiuriosi, non li aveva neppure ascoltati: pensava a Julien. "Sarà
contento di me?".
"Quel piccolo contadino che abbiamo riempito di premure e persino di regali, forse
è innocente - disse lei; - nondimeno è l'occasione del primo affronto che ricevo...
Signore! quando ho letto quel foglio spregevole, mi sono ripromessa che lui o io
saremmo usciti dalla vostra casa."
"Volete fare uno scandalo per disonorare me e voi stessa? Farete un vero piacere a
tanta gente di Verrières..."
"È vero, c'è un'invidia generale per la prosperità che la saggezza della vostra
amministrazione ha saputo dare a voi, alla vostra famiglia e alla città... Ebbene!
inviterò Julien a chiedervi un congedo per andare a passare un mese da quel
mercante di legname che abita in montagna, degno amico del nostro piccolo operaio."
"Guardatevi bene dal prendere iniziative - riprese Rênal con sufficiente
tranquillità. - Quello che esigo, soprattutto, è che voi non gli parliate. Lo
fareste mostrando la vostra collera, mettendomi in urto con lui, e sapete quanto è
suscettibile quel signorino."
"È un giovanotto rozzo - riprese la signora de Rênal; - può darsi che sia colto,
voi ve ne intendete, ma in fondo non è che un contadino. Per quanto mi riguarda,
non ne ho mai pensato bene, da quando ha rifiutato di sposare Èlisa, che era una
fortuna sicura; e questo con la scusa che lei, qualche volta, va a trovare in
segreto Valenod."
"Ah! - disse Rênal, sollevando smisuratamente le sopracciglia. - Julien vi ha detto
questo?".
"No, non proprio; mi ha sempre parlato della vocazione che lo chiama al santo
ministero; ma, credetemi, la prima vocazione, per questa gente da poco, è quella di
procurarsi il pane. Mi ha fatto capire abbastanza chiaramente che non ignorava
quelle visite segrete."
"E io, io, le ignoravo! - gridò Rênal di nuovo in preda al suo furore, calcando
sulle parole. - In casa mia succedono cose che ignoro... Come! C'è qualcosa fra
Èlisa e Valenod?".
"Eh! È una vecchia storia, amico mio - esclamò lei ridendo, - e forse non c'è stato
niente di male. Era il tempo in cui al vostro buon amico Valenod non sarebbe
dispiaciuto che a Verrières si pensasse a una storiella d'amore platonico fra lui e
me."
"Una volta ci ho anche pensato - gridò Rênal, battendosi la fronte con furore,
mentre passava da una scoperta all'altra, - e voi non me ne avete detto niente?".
"Era il caso di far litigare due amici per un accesso di vanità del nostro caro
direttore? Qual è la signora della buona società alla quale non abbia indirizzato
qualche lettera piena di spirito e anche un po' galante?".
"Dunque, vi avrebbe scritto?".
"Scrive molto."
"Mostratemi all'istante le sue lettere, ve lo ordino", e il signor de Rênal si fece
più alto di sei piedi.
"Me ne guarderò bene - gli rispose con una dolcezza che sfiorava la noncuranza. -
Ve le farò vedere un giorno, quando sarete più ragionevole."
"Subito, accidenti!" esclamò Rênal, fuori di sé dalla collera, e tuttavia più
contento di quanto non fosse stato in quelle ultime dodici ore.
"Mi giurate - gli disse molto gravemente la signora de Rênal - che non litigherete
mai con il direttore dell'ospizio per queste lettere?".
"Lite o non lite, gli posso togliere i trovatelli; ma - proseguì con furore -
voglio quelle lettere all'istante; dove sono?"
"In un cassetto del mio secrétaire; comunque non vi darò mai la chiave."
"Lo farò a pezzi!" gridò correndo verso la camera della moglie.
E in effetti spaccò con una spranga di ferro un prezioso secrétaire di mogano
venato, fatto venire da Parigi, che strofinava spesso con un lembo della giacca
quando credeva di scorgervi una macchia.
La signora de Rênal era salita di corsa per i centoventi gradini della colombaia e
aveva annodato l'angolo di un fazzoletto bianco a una sbarra del finestrino. Era la
più felice delle donne. Con le lacrime agli occhi, guardava verso i grandi boschi
della montagna. "Sicuramente - pensava, - sotto uno di quei faggi frondosi, Julien
sta spiando questo lieto segnale." Rimase a lungo in ascolto, poi maledisse lo
stridìo monotono delle cicale e il canto degli uccelli. Senza quel rumore
importuno, un grido di gioia, venuto dalle grandi rocce, avrebbe potuto
raggiungerla. Il suo sguardo divorava avidamente quell'immensa china, di un verde
cupo e compatto come un prato, che è formata dalla cima degli alberi. "Come mai -
si chiedeva commossa - non ha la prontezza di inventare un segnale per farmi capire
che la sua felicità è uguale alla mia?" Non scese dalla colombaia se non quando
ebbe paura che suo marito potesse venire a cercarla.
Lo trovò furente. Scorreva le frasi anodine di Valenod, poco abituate ad essere
lette con tanta emozione.
Cogliendo un momento in cui le esclamazioni del marito le lasciavano la possibilità
di farsi ascoltare:
"Resto sempre della mia idea - gli disse; - è bene che Julien faccia un viaggio.
Benché sia portato per il latino, non è dopo tutto che un contadino spesso volgare
e privo di tatto; ogni giorno, credendosi gentile, mi rivolge dei complimenti
esagerati e di cattivo gusto, che impara a memoria in qualche romanzo...".
"Non ne legge mai - esclamò Rênal, - me ne sono assicurato. Mi credete un padrone
di casa cieco, che ignora quello che succede sotto il suo tetto?".
"E allora, se non legge da nessuna parte quei ridicoli complimenti, vuol dire che
li inventa, ed è anche peggio. Avrà parlato di me in quel modo a Verrières...; e,
senza andare così lontano - disse la signora de Rênal, con l'aria di fare una
scoperta, - avrà parlato così davanti a Èlisa, il che è quasi come se avesse
parlato a Valenod."
"Ah! - gridò Rênal, facendo vacillare il tavolo e l'intera stanza con un pugno
spaventoso, - la lettera anonima con le parole stampate e le lettere di Valenod
sono scritte sulla stessa carta."
"Finalmente!..." pensò la signora de Rênal, che si mostrò sconvolta da questa
scoperta, e senza avere il coraggio di aggiungere una sola parola andò a sedersi
sul divano, in fondo al salotto.
La battaglia, ormai, era vinta; ma dovette darsi molto da fare perché il marito non
andasse a trovare il supposto autore della lettera anonima.
"Come, non vi rendete conto che fare una scenata, senza prove sufficienti, al
signor Valenod, sarebbe l'errore più straordinario? Voi siete invidiato, signore, e
di chi è la colpa? Delle vostre capacità. La vostra saggia amministrazione, le
vostre case piene di buon gusto, la dote che vi ho portato, e soprattutto l'eredità
considerevole nella quale possiamo sperare dalla mia buona zia, eredità di cui sì
esagera infinitamente l'importanza, hanno fatto di voi il primo personaggio di
Verrières."
"Dimenticate la mia nascita" disse il signor de Rênal accennando un sorriso.
"Voi siete uno dei gentiluomini più autorevoli della regione - aggiunse subito la
signora de Rênal: - se il re fosse libero e potesse rendere giustizia alla nobiltà
di nascita, figurereste senza dubbio alla Camera dei pari, ecc. Ed è in questa
magnifica posizione che volete dare agli invidiosi un fatto da commentare? Parlare
a Valenod della sua lettera anonima significa proclamare in tutta Verrières, ma che
dico, in tutta Besançon, in tutta la regione, che questo piccolo borghese, ammesso
forse imprudentemente nell'intimità di un Rênal, ha trovato il modo di offenderlo.
E se anche queste lettere, che avete appena scoperto, provassero che ho corrisposto
all'amore di Valenod, dovreste uccidermi - e me lo sarei meritato cento volte - ma
non dimostrargli la vostra collera.
Pensate a quanti si aspettano solo un pretesto per vendicarsi della vostra
superiorità; pensate che nel 1816 avete contribuito a certi arresti. Quell'uomo,
rifugiato sul tetto di casa sua...".
"Io credo che voi non abbiate né riguardi né amicizia per me - gridò Rênal con
tutta l'amarezza che quel ricordo risvegliava in lui. - E non mi hanno mai nominato
pari!...".
"Penso, amico mio - rispose sorridendo la signora de Rênal, - che sarò più ricca di
voi, che sono vostra moglie da dodici anni, e che per questi motivi devo avere voce
in capitolo, soprattutto in questa storia. Se mi preferite un signor Julien
qualsiasi - aggiunse con malcelato dispetto, - sono pronta a passare un inverno da
mia zia."
Queste parole furono dette in modo felice. C'era in esse una fermezza che voleva
mostrarsi cortese, e fecero decidere il signor de Rênal. Ma, secondo le abitudini
provinciali, parlò ancora a lungo, tornando su tutti gli argomenti. Sua moglie lo
lasciò dire: nella sua voce continuava a sentire la collera. Alla fine, due ore di
chiacchiere inutili spossarono un uomo che era stato in preda a un attacco d'ira
per tutta la notte. Rênal stabilì la linea di condotta che avrebbe seguito nei
confronti di Valenod, Julien, e anche di Èlisa.
Una o due volte, durante quella scenata, la signora de Rênal fu sul punto di
provare un po' di partecipazione per la sincera infelicità di quell'uomo, con il
quale aveva passato dodici anni. Ma le vere passioni sono egoiste. D'altra parte si
aspettava da un momento all'altro la confessione della lettera anonima che lui
aveva ricevuto il giorno prima, e quella confessione non venne. Alla piena
sicurezza della signora de Rênal mancava una cosa: conoscere le idee che potevano
essere state suggerite all'uomo da cui dipendeva la sua sorte. Perché, in
provincia, i mariti sono padroni dell'opinione pubblica. Un marito che si lamenta
si copre di ridicolo, cosa che in Francia è sempre meno grave; ma sua moglie, se
lui non le dà del denaro, cade nella condizione di un'operaia a quindici soldi la
giornata, e le anime buone, per di più, si fanno uno scrupolo ad assumerla.
Un'odalisca del serraglio deve amare il sultano a tutti i costi; lui è onnipotente,
e lei non ha nessuna speranza di sottrarsi alla sua autorità con una serie di
piccole astuzie. La vendetta del padrone è tremenda, cruenta, ma militare e
generosa: una pugnalata mette fine a tutto. Ma nel XIX secolo un marito uccide la
propria moglie a colpi di pubblico disprezzo, chiudendole le porte di tutti i
salotti.
Il senso del pericolo sì risvegliò in pieno nella signora de Rênal quando rientrò
nella sua camera; fu molto turbata dal disordine in cui la trovò. Le serrature di
tutti i suoi graziosi cofanetti erano state rotte; molte tavole del parquet erano
sollevate. "Non avrebbe avuto alcuna pietà di me! - pensò. - Rovinare così questo
parquet in legno colorato, al quale tiene tanto; quando uno dei suoi figli entrava
con le scarpe umide, diventava rosso di collera. Ed eccolo rovinato senza rimedio!"
La vista di quella violenza allontanò subito da lei gli ultimi rimproveri che si
era rivolta per la sua vittoria così rapida.
Poco prima della campana del pranzo, Julien rientrò con i ragazzi. Al dessert,
quando i domestici si furono ritirati, la signora de Rênal gli disse molto
seccamente:
"Mi avete manifestato il desiderio di andare per quindici giorni a Verrières. Il
signor de Rênal vi concede volentieri il permesso. Potrete partire quando lo
riterrete opportuno. Ma, perché i ragazzi non perdano tempo, vi manderemo ogni
giorno i loro compiti che voi correggerete".
"Di certo - aggiunse Rênal in tono molto aspro - non vi concederò più di una
settimana."
Julien trovò nel suo viso l'inquietudine di un uomo profondamente tormentato.
"Non ha ancora preso una decisione" disse alla sua amica, approfittando di un
momento in cui si trovarono soli nel salotto.
La signora de Rênal gli raccontò rapidamente tutto ciò che aveva fatto quel
mattino.
"I particolari a questa notte" aggiunse ridendo. "Perversità delle donne! - pensò
Julien. - Quale piacere, quale istinto le porta a ingannarci?".
"Mi sembrate al tempo stesso illuminata e accecata dall'amore - le disse con una
certa freddezza; - il vostro comportamento di oggi è ammirevole; ma è prudente
cercare di vederci stanotte? Questa casa è piena di nemici; pensate all'odio
terribile che Èlisa ha per me."
"Un odio che somiglia molto alla terribile indifferenza che voi sembrate avere per
me."
"Anche se fossi indifferente, dovrei salvarvi da un pericolo nel quale vi ho
cacciata. Se il caso vuole che Rênal parli a Èlisa, con una frase può dirgli tutto.
Potrebbe nascondersi vicino alla mia camera, armato...".
"Come! Neanche un po' di coraggio!" disse la signora de Rênal con tutta
l'alterigia, di una nobildonna.
"Non mi abbasserò mai a parlare del mio coraggio - disse freddamente Julien, -
sarebbe meschino. Che il mondo giudichi dai fatti. Ma - aggiunse prendendole la
mano, - voi non potete immaginare quanto io sia legato a voi, e quale sia la mia
gioia di potervi salutare prima di questa crudele separazione."
XXII
Modi di agire nel 1830

La parola è stata data all'uomo


per nascondere il suo pensiero.
R. P. MALAGRIDA

Appena arrivato a Verrières, Julien si rimproverò la sua ingiustizia verso la


signora de Rênal. "L'avrei disprezzata come una donnicciola, se, per debolezza,
avesse fatto male la sua parte con il marito! Se la cava come un diplomatico, e io
provo simpatia per il vinto, che è il mio nemico. C'è in me della grettezza
borghese; la mia vanità è ferita perché Rênal è un uomo, e dunque fa parte di
quell'illustre e vasta corporazione alla quale ho l'onore di appartenere anch'io!
Sono proprio uno sciocco."
L'abate Chèlan aveva rifiutato gli appartamenti che i liberali più in vista della
zona gli avevano offerto a gara quando, con la sua destituzione, era stato cacciato
dal presbiterio. Le due stanze che aveva affittato erano ingombre di libri. Julien,
volendo mostrare a Verrières che cosa significa essere un prete, andò a prendere da
suo padre una dozzina di assi d'abete che si portò sulle spalle per tutta la via
principale. Prese in prestito degli arnesi da un suo vecchio compagno, e in breve
costruì una specie di libreria, dove sistemò i libri dell'abate Chèlan.
"Ti credevo corrotto dalla vanità del mondo - gli disse il vecchio piangendo di
gioia; - ma vedo che ti riscatti da quell'esibizione puerile nella brillante
uniforme di guardia d'onore che ti ha procurato tanti nemici."
Rênal aveva ordinato a Julien di prendere alloggio nella sua casa. Nessuno sospettò
quello che era accaduto. Tre giorni dopo il suo arrivo, Julien vide salire nella
sua stanza nientemeno che il viceprefetto de Maugiron. Fu solo dopo due lunghe ore
di chiacchiere insipide e di grandi geremiadi sulla cattiveria degli uomini, sulla
scarsa probità delle persone incaricate dell'amministrazione del denaro pubblico,
sui pericoli di questa povera Francia, e così via, che Julien vide infine balenare
il motivo di quella visita. Erano già sul pianerottolo, e il povero precettore
quasi in disgrazia stava riaccompagnando, con il rispetto dovuto, il futuro
prefetto di qualche fortunato dipartimento, allorché questi si compiacque di
occuparsi della sorte di Julien, di lodarne la moderazione nelle questioni
d'interesse, e così via. Infine Maugiron lo strinse fra le sue braccia nel modo più
paterno, gli propose di lasciare il signor de Rênal, e di entrare in casa di un
funzionario che aveva dei bambini da educare, e che, come il re Filippo, avrebbe
ringraziato il cielo, non tanto per averglieli dati quanto per averli fatti nascere
dove viveva Julien. Il loro precettore avrebbe ricevuto ottocento franchi di
stipendio pagabili non già mensilmente, il che, secondo Maugiron, non era
signorile, ma in rate trimestrali e sempre anticipate.
Era il turno di Julien, che da un'ora e mezza aspettava, annoiato, di poter
parlare. La sua risposta fu perfetta, e soprattutto lunga come una lettera
pastorale; lasciava capire tutto, eppure non diceva nulla con chiarezza. Vi si
potevano trovare, al tempo stesso, rispetto per Rênal, venerazione per la gente di
Verrières, riconoscenza per l'illustre viceprefetto. Il quale, stupefatto di aver a
che fare con uno più gesuita di lui, tentò invano di ottenere qualcosa di preciso.
Julien, entusiasta, colse l'occasione per esercitarsi, e ricominciò la sua risposta
in termini diversi. Un ministro eloquente, che voglia approfittare della fine di
una seduta, quando la Camera sta per risvegliarsi, non ha mai detto di meno con più
parole. Appena Maugiron se ne fu andato, Julien scoppiò a ridere come un matto. Per
trarre profitto da quella sua verve gesuitica, scrisse una lettera di nove pagine
al signor de Rênal, nella quale gli rendeva conto di tutto ciò che gli era stato
detto, e gli chiedeva umilmente un consiglio. "Quel furfante, però, non mi ha detto
il nome della persona che fa l'offerta! Sarà Valenod, che vede nel mio esilio a
Verrières l'effetto della sua lettera anonima."
Spedita la lettera, Julien, contento come un cacciatore che, alle sei del mattino,
in una bella giornata d'autunno, sbuca in una pianura ricca di selvaggina, uscì per
chiedere consiglio a Chèlan. Ma prima di arrivare dal bravo curato, il cielo, che
voleva procurargli qualche soddisfazione, mise sulla sua strada Valenod, al quale
Julien non nascose che il suo cuore era straziato; un povero ragazzo come lui
doveva dedicarsi totalmente alla vocazione che il cielo aveva messo nel suo cuore,
ma la vocazione non è tutto in questo basso mondo. Per lavorare degnamente alla
vigna del Signore, e non essere del tutto indegno di tanti dotti collaboratori, era
necessaria un'istruzione; era necessario trascorrere al seminario di Besançon due
anni molto dispendiosi; diventava perciò indispensabile fare delle economie, il che
sarebbe stato molto più facile con uno stipendio di ottocento franchi all'anno,
pagati trimestralmente, che non con seicento franchi consumati mese dopo mese.
D'altra parte, il cielo, mettendolo accanto ai figli di Rênal, non sembrava
indicargli che non era opportuno abbandonare la loro educazione per dedicarsi a
un'altra?
Julien raggiunse un tale grado di perfezione in questo genere di eloquenza, che ha
preso il posto della rapidità d'azione dell'Impero, che finì con l'annoiarsi lui
stesso al suono delle sue parole.
Rincasando, trovò un domestico di Valenod, in alta livrea, che l'aveva cercato per
tutta la città, con un biglietto d'invito a pranzo per quel giorno stesso.
Julien non era mai stato a casa di quell'uomo; solo qualche giorno prima, non
pensava che al modo di dargli una scarica di legnate senza avere a che fare con la
polizia. Benché il pranzo fosse fissato per l'una, ritenne più rispettoso
presentarsi a mezzogiorno e mezzo nell'ufficio del direttore del ricovero. Lo trovò
che sfoggiava la sua importanza in mezzo a un mucchio di pratiche. I suoi grossi
favoriti neri, l'enorme capigliatura, il berretto greco piazzato di traverso in
cima alla testa, l'immensa pipa, le pantofole ricamate, le grosse catene d'oro
incrociate in tutti i sensi sul petto, e tutto quell'armamentario di un finanziere
di provincia che si crede molto amato dalle donne, non fecero nessuna impressione a
Julien; il quale, anzi, pensava più di prima alle bastonate che gli doveva.
Chiese l'onore di essere presentato alla signora Valenod, che però stava
preparandosi e non poté riceverlo. In compenso ebbe il privilegio di poter
assistere alla toilette del direttore. Passarono quindi dalla signora Valenod, che
presentò a Julien i suoi bambini con le lacrime agli occhi. Questa dama, una delle
più in vista di Verrières, aveva una grossa faccia da uomo, che si era un po'
imbellettata per la grande cerimonia, nel corso della quale dispiegò tutto il suo
pathos materno.
Julien pensava alla signora de Rênal. La sua diffidenza lo rendeva sensibile solo a
quei ricordi che sono evocati per contrasto, ma quando ciò accadeva ne era preso
fino alla commozione. Questo stato d'animo si fece ancora più vivo osservando la
casa del signor direttore. Gliela fecero visitare. Tutto era magnifico e nuovo, e
di ogni mobile gli dicevano il prezzo. Ma Julien trovò in tutto questo qualcosa di
ignobile, che sapeva di denaro rubato. Tutti, persino i domestici, avevano l'aria
di assumere un contegno per proteggersi dal disprezzo.
L'esattore delle tasse, l'uomo delle imposte dirette, l'ufficiale di gendarmeria e
due o tre altri funzionari pubblici arrivarono con le loro mogli. Furono seguiti da
qualche ricco liberale. A Julien, già molto mal disposto, venne da pensare che,
oltre la parete di quella sala da pranzo, c'erano dei poveri reclusi, sulla cui
porzione di carne Valenod aveva probabilmente rubato per procurarsi tutto quel
lusso di cattivo gusto con il quale voleva stordirlo.
"Forse in questo momento hanno fame" pensò; gli si chiuse la gola, e gli fu
impossibile mangiare e quasi anche parlare. Fu molto peggio un quarto d'ora dopo.
Si sentivano, di tanto in tanto, le note di una canzone popolare, e, a dire il
vero, piuttosto triviale, cantata da uno di quei disgraziati. Valenod lanciò
un'occhiata a un servitore in alta livrea, questi sparì, e poco dopo non si sentì
più cantare. In quel momento, un cameriere offriva a Julien del vino del Reno, in
un bicchiere verde, e la signora Valenod si premurò di fargli sapere che quel vino
costava, preso sul posto, nove franchi la bottiglia. Julien, tenendo in mano quel
bicchiere verde, disse a Valenod:
"Non cantano più quella canzonaccia".
"Perbacco! lo credo bene rispose il direttore trionfante. - Ho fatto imporre il
silenzio a quei pezzenti."
Questa parola fu troppo forte per Julien; aveva i modi ma non ancora il cuore della
sua nuova condizione. Nonostante la sua ipocrisia, così spesso esercitata, sentì
che una grossa lacrima gli scivolava sulla guancia.
Cercò di nasconderla con il bicchiere verde, ma gli fu del tutto impossibile fare
'onore al vino del Reno. "Proibirgli di cantare! - si diceva. - Dio mio! E tu
sopporti questo!".
Per fortuna, nessuno si accorse della sua commozione così poco elegante. L'esattore
delle tasse aveva intonato una canzone monarchica. Durante il chiasso del
ritornello, cantato in coro: "Ecco dunque la sudicia fortuna alla quale arriverai -
si diceva Julien, ascoltando la propria coscienza, - e non potrai goderne che a
queste condizioni e in questa compagnia! Avrai magari un posto da ventimila
franchi, ma mentre ti ingozzi di carne dovrai proibire di cantare a un povero
prigioniero; darai i tuoi pranzi con il denaro rubato sul suo miserabile pasto, e
intanto lui sarà ancora più infelice! Oh, Napoleone! Com'era bello ai tuoi tempi
arrivare alla fortuna fra i pericoli di una battaglia! Mentre ora si aumenta
vilmente il dolore dei disgraziati!".
Confesso che la debolezza di cui Julien dà prova in questo monologo mi ispira una
misera opinione di lui. Sarebbe un degno collega di quei cospiratori in guanti
gialli che pretendono di cambiare tutto in un grande paese, ma senza dover
infliggere a nessuno neanche un graffio di cui rimproverarsi.
Julien fu bruscamente richiamato alla sua parte. Non era certo per sognare e stare
zitto che era stato invitato a pranzo in così buona compagnia.
Un fabbricante di tele dipinte, ritiratosi ormai dagli affari, membro
corrispondente dell'Accademia di Besançon e di quella di Uzès, gli rivolse la
parola da un'estremità del tavolo all'altra, per chiedergli se fosse vero ciò che
tutti dicevano sui suoi stupefacenti progressi nello studio del Nuovo Testamento.
Ci fu ad un tratto un profondo silenzio. Un Nuovo Testamento in latino apparve come
per incanto nelle mani del dotto membro delle due accademie. Alla risposta di
Julien, fu letta a caso una mezza frase latina. Lui recitò: la sua memoria risultò
perfetta, e quel prodigio fu ammirato con tutta la rumorosa energia della fine di
un pranzo. Julien guardò i volti colorati delle signore; alcune non erano male.
Aveva notato, tra le altre, la moglie dell'esattore cantante.
"Mi vergogno, a dire il vero, di parlare così a lungo in latino davanti a queste
signore - disse guardandola. - Se il signor Rubigneau - era il membro delle due
accademie - vuole avere la bontà di leggere a caso una frase latina, anziché
continuare seguendo il testo cercherò di tradurla improvvisando."
Questa seconda prova portò al culmine la sua gloria.
C'erano diversi liberali ricchi, ma felici che i loro figli potessero ottenere
borse di studio, e che per questo si erano improvvisamente convertiti dopo l'ultima
missione, Malgrado questo gesto finemente politico, il signor de Rênal non aveva
mai voluto riceverli in casa sua. Queste brave persone che non conoscevano Julien
se non di fama e per averlo visto a cavallo il giorno dell'arrivo del re di ***,
erano i suoi più rumorosi ammiratori. "Quando si stancheranno, questi stupidi, di
ascoltare uno stile biblico di cui non capiscono nulla?" pensava lui. Ma, al
contrario, quello stile li divertiva per la sua stranezza, e ne ridevano. Ma Julien
si stancò.
Si alzò gravemente quando suonarono le sei, e parlò di un capitolo della nuova
teologia di Ligorio, che doveva imparare per recitarlo il giorno dopo all'abate
Chèlan. "Il mio mestiere, infatti - aggiunse amabilmente, - è quello di far
recitare le lezioni e di recitarne io stesso."
Risero molto, e lo ammirarono; è questo lo spirito che piace a Verrières. Julien
era già in piedi, tutti si alzarono senza badare all'etichetta; tale è il potere
del genio. La signora Valenod lo trattenne ancora un quarto d'ora; bisognava pure
che ascoltasse i suoi figli recitare il catechismo. Fecero gli errori più ridicoli,
ma se ne accorse solo Julien; che si guardò bene dal farlo notare. "Quale ignoranza
dei primi principi della religione!" pensava. Salutò, finalmente, credendo di
potersela svignare; ma dovette sorbirsi una favola di La Fontaine.
"Questo autore è molto immorale - disse Julien alla signora Valenod, - in una sua
favola su messer Jean Chouart osa gettare il ridicolo su quanto è più degno di
venerazione. Ed è vivamente biasimato dai migliori commentatori."
Julien, prima di andarsene, ricevette quattro o cinque inviti a pranzo. "Questo
giovane fa onore al dipartimento" esclamarono tutti insieme i convitati molto
contenti. Arrivarono persino a parlare di un assegno, votato sui fondi comunali,
per metterlo in condizione di continuare i suoi studi a Parigi.
Mentre quell'idea imprudente riecheggiava nella sala da pranzo, Julien era riuscito
a guadagnare velocemente il portone. "Ah! canaglie! canaglie!" esclamò a bassa voce
tre o quattro volte di seguito, respirando con piacere l'aria fresca.
In quel momento si scopriva molto aristocratico, lui, che per tanto tempo si era
sentito offeso dal sorriso sprezzante e dalla superiorità altezzosa che avvertiva
in tutte le gentilezze di cui era oggetto in casa Rênal. Non poté fare a meno di
notare l'enorme differenza. "Dimentichiamo pure - si diceva andandosene - che si
tratta di soldi rubati ai poveri detenuti, ai quali si impedisce persino di
cantare! Ma quando mai il signor de Rênal si è permesso di dire il prezzo delle
bottiglie di vino che offriva ai suoi ospiti? E questo signor Valenod, nell'elenco
delle sue proprietà, che ripete di continuo, non riesce a parlare della sua casa,
delle sue terre, ecc., se sua moglie è presente, senza dire la tua casa, le tue
terre."
La stessa signora, così evidentemente sensibile al piacere della proprietà, aveva
appena fatto una scena tremenda, durante il pranzo, a un domestico che aveva rotto
un calice e scompagnato uno dei suoi servizi da dodici; e quel domestico aveva
risposto con estrema insolenza.
"Che compagnia! - pensò Julien. - Mi dessero anche la metà di quello che rubano,
non vorrei vivere con loro. Un giorno o l'altro finirei col tradirmi; non potrei
nascondere il disprezzo che m'ispirano."
Tuttavia, secondo gli ordini della signora de Rênal, dovette partecipare ad altri
pranzi dello stesso genere; Julien divenne un personaggio alla moda; gli fu
perdonata la sua uniforme della guardia d'onore, o meglio quell'imprudenza era
diventata l'autentica causa dei suoi successi. Presto, a Verrières, non si parlò
d'altro che della disputa tra Rênal e il direttore del ricovero per assicurarsi
quel giovane sapiente. Quei due signori formavano, con Maslon, un triumvirato che,
da molti anni, tiranneggiava la città. Il sindaco era invidiato, e i liberali si
lamentavano di lui; ma dopo tutto era nobile e fatto per primeggiare, mentre il
padre di Valenod non gli aveva lasciato che seicento franchi di rendita. Si era
dovuti passare, nei suoi confronti, dalla compassione per quel misero abito verde
mela che tutti gli avevano visto addosso quand'era giovane, all'invidia per i suoi
cavalli normanni, per le sue catene d'oro, per i suoi abiti fatti venire da Parigi,
per la sua prosperità attuale.
In mezzo a tutta quella gente nuova per lui, Julien credette di scoprire un
galantuomo. Era geometra, si chiamava Gros, e passava per giacobino. Julien,
essendosi riproposto di dire solo cose che sembrassero false a lui stesso, fu
costretto a mostrarsi sospettoso nei confronti di Gros.
Riceveva da Vergy grossi pacchi di compiti. Gli si consigliava di vedere spesso suo
padre, e lui si adattava a questa triste necessità. Insomma, stava riassestando
come si deve la sua reputazione, quando un mattino fu molto sorpreso nel sentirsi
risvegliare da due mani che gli chiudevano gli occhi.
Era la signora de Rênal, che era venuta in città, e che, salendo gli scalini due
alla volta e lasciando i bambini alle prese con un coniglio portato dalla campagna,
era arrivata alla camera di Julien poco prima di loro. Fu un momento delizioso, ma
brevissimo; la signora de Rênal era sparita non appena i suoi figli erano arrivati
con il coniglio, che volevano mostrare al loro amico. Julien fece buona accoglienza
a tutti, anche al coniglio. Gli sembrava di ritrovare la sua famiglia; sentiva che
voleva bene a quei bambini, e che si divertiva a chiacchierare con loro. Era
stupito dalla dolcezza della loro voce, dalla semplicità e dalla nobiltà dei loro
modi infantili; aveva bisogno di purificarsi la mente da tutti i modi volgari, da
tutti i pensieri sgradevoli che respirava a Verrières. Sempre la paura di essere da
meno, sempre il lusso e la miseria che si accapigliavano. Le persone dalle quali
era invitato a pranzo, parlando del loro arrosto, riuscivano a fare delle
confidenze umilianti per loro e nauseabonde per chi le ascoltava.
"Voi nobili avete ragione di essere orgogliosi" diceva alla signora de Rênal. E le
raccontava di tutti i pranzi che aveva subito.
"Insomma, siete di moda!" e rideva di gusto, pensando al belletto che la signora
Valenod si credeva nell'obbligo di mettersi ogni volta che aspettava Julien. "Credo
che abbia dei progetti sul vostro cuore" aggiunse.
La colazione fu deliziosa. La presenza dei bambini, benché fastidiosa in apparenza,
in realtà aumentava la loro felicità. Quei poveri ragazzi non sapevano come
dimostrare la loro gioia di rivedere Julien. I domestici non avevano mancato di
informarli che gli erano stati offerti duecento franchi in più per educare i
piccoli Valenod.
Durante la colazione, Stanislas-Xavier, ancora pallido dopo la sua grave malattia,
chiese a un tratto a sua madre quanto valevano le sue posate e il suo bicchiere
d'argento.
"Perché vuoi saperlo?".
"Li voglio vendere e dare i soldi al signor Julien, perchè non sia un fesso se
rimane con noi."
Julien lo abbracciò, con le lacrime agli occhi. La madre piangeva davvero, mentre
Julien, che aveva preso Stanislas sulle ginocchia, gli spiegava che non bisognava
usare quella parola, fesso, perché era un modo di parlare da lacchè. Notando il
piacere che procurava alla signora de Rênal, cercò di spiegare, con esempi
pittoreschi che divertivano i bambini, che cosa significava essere fatto fesso.
"Capisco - disse Stanislas; - è il corvo che lascia cadere stupidamente il suo
formaggio; così se lo prende la volpe che l'aveva adulato."
La signora de Rênal, folle di gioia, coprì di baci i suoi figli, e non poté farlo
senza appoggiarsi un poco a Julien.
D'improvviso si aprì la porta; era Rênal. Il suo volto severo e scontento creò uno
strano contrasto con la dolce gioia che la sua presenza cancellava. La signora de
Rênal impallidì; sentiva che non sarebbe stata in grado di negare nulla. Julien
prese la parola, e, parlando a voce molto alta, si mise a raccontare al sindaco
l'episodio del bicchiere d'argento che Stanislas voleva vendere. Era sicuro che
quella storia sarebbe stata accolta male. Appena sentiva quella parola, argento,
Rênal aveva la buona abitudine di aggrottare la fronte. "Se qualcuno nomina quel
metallo - diceva, - sta preparandosi a farmi sborsare dei quattrini."
Ma in questo caso c'era di più, rispetto a un interesse di denaro; c'erano dei
sospetti che aumentavano. L'aria di felicità che animava la sua famiglia quando lui
non c'era, non era certo fatta per accomodare le cose in un uomo tanto vanitoso e
irritabile. E poiché sua moglie gli decantava il modo così garbato e pieno di
spirito con il quale Julien porgeva nuove idee ai suoi allievi:
"Sì, sì, lo so, mi rende odioso ai miei figli; gli è molto facile essere per loro
cento volte più piacevole di me, che in fondo sono il padrone. In questo secolo,
tutto tende a rendere odiosa l'autorità legittima. Povera Francia!".
La signora de Rênal non indugiò affatto a esaminare le sfumature nell'accoglienza
che le aveva riservato il marito. Aveva appena intravisto la possibilità di passare
dodici ore con Julien. Aveva una quantità di compere da fare in città, e dichiarò
che voleva assolutamente pranzare in un'osteria, e per quanto dicesse o facesse suo
marito, restò ferma sulla sua idea. I bambini erano incantati già alla parola,
osteria, che la pruderie moderna pronuncia con tanto piacere.
Rênal lasciò la moglie nel primo negozio di moda in cui era entrata, per andare a
far qualche visita. Tornò più cupo di quanto non fosse al mattino; era convinto che
tutta la città non pensasse che a lui e a Julien. A dire il vero, nessuno gli aveva
ancora lasciato sospettare quanto di offensivo ci fosse nei discorsi della gente.
Quello che era stato riferito al sindaco riguardava solo un dubbio: Julien sarebbe
rimasto da lui per seicento franchi, o avrebbe invece accettato gli ottocento
offerti dal direttore del ricovero?
E lo stesso Valenod, che incontrò Rênal in società, lo trattò con molta freddezza.
Questo comportamento non era privo di astuzia; in provincia non si è certo sbadati:
le sensazioni sono così rare, che si gustano fino in fondo.
Valenod era quello che si dice, a cento leghe da Parigi, un gradasso, e cioè un
tipo di carattere sfrontato e grossolano. La sua trionfante esistenza, dopo il
1815, aveva reso più forti le sue belle inclinazioni naturali. Regnava, per così
dire, a Verrières, sotto il comando di Rênal. Ma poiché era molto più attivo, non
arrossiva di nulla, si immischiava in ogni cosa, era sempre in movimento, scriveva,
parlava, dimenticava le umiliazioni, non aveva alcuna pretesa personale, aveva
finito col pareggiare il credito del suo sindaco agli occhi del potere
ecclesiastico. Era come se Valenod avesse detto ai droghieri del paese: datemi i
due più stupidi di voi; e agli uomini di legge: indicatemi i due più ignoranti; e
agli ufficiali sanitari: mostratemi i due più ciarlatani. Quando aveva messo
insieme i più sfrontati di ogni mestiere, aveva detto loro: regniamo insieme.
I modi di quella gente ferivano Rênal. La volgarità di Valenod non era offesa da
niente, neppure dalle smentite che il piccolo abate Maslon non gli risparmiava in
pubblico.
Però, in questo prosperare, Valenod aveva bisogno di rassicurarsi, con piccole
insolenze marginali, contro le pesanti verità che, come bene avvertiva, tutti
avevano il diritto di dirgli in faccia, La sua attività era raddoppiata dopo le
paure che gli aveva lasciato la visita di Appert; era andato tre volte a Besançon;
affidava molte lettere ad ogni corriere, e altre ne inviava attraverso sconosciuti
che passavano da lui al calare della notte. Forse aveva avuto torto nel far
destituire il vecchio curato Chèlan; e infatti questa mossa vendicativa gli era
valsa la fama, presso non pochi devoti di buona nascita, di uomo profondamente
malvagio, D'altra parte il servizio reso lo aveva anche messo alle totali
dipendenze del Gran vicario Frilair, dal quale riceveva strani incarichi. La sua
politica si trovava a questo punto, quando cedette al piacere di scrivere una
lettera anonima. Per rendere le cose ancora più difficili, sua moglie esigeva di
prendere Julien nella loro casa: la sua vanità se n'era infatuata.
In questa situazione, Valenod prevedeva una scenata decisiva con il suo antico
alleato Rênal, che gli avrebbe rivolto qualche parola dura; ma la cosa gli era
indifferente. Il sindaco, però, avrebbe potuto scrivere a Besançon, e anche a
Parigi, e un cugino di qualche ministro sarebbe magari piombato d'improvviso a
Verrières prendendosi il ricovero, Valenod pensò di riavvicinarsi ai liberali: era
per questo che molti di loro erano presenti al pranzo in cui si era esibito Julien.
Sarebbe stato fortemente sostenuto contro il sindaco. Ma potevano sopravvenire le
elezioni, ed era fin troppo evidente che l'ospizio di mendicità e un voto sbagliato
sarebbero stati incompatibili. La signora de Rênal, che aveva intuito bene questi
intrighi politici, li aveva raccontati a Julien, mentre lui le dava il braccio per
andare da un negozio all'altro, finché arrivarono al Cours de la Fidélité, dove
passarono diverse ore, tranquilli quasi come a Vergy.
Nel frattempo, Valenod cercava di tenere lontana una scenata decisiva con il suo
vecchio superiore, assumendo lui stesso un'aria insolente nei suoi confronti. Per
quel giorno il gioco ebbe successo, ma aumentò il malumore del sindaco.
La vanità, alle prese con tutto ciò che il misero amore del denaro può avere di più
aspro e meschino, non ha mai messo un uomo in uno stato più penoso di quello in cui
si trovava Rênal entrando all'osteria. Mai, al contrario, i suoi figli erano stati
più allegri e contenti Il contrasto portò la sua irritazione al colmo.
"Sono di troppo nella mia famiglia, a quel che vedo!" disse, in un tono che volle
rendere solenne.
Per tutta risposta, la moglie lo prese da parte e gli manifestò la necessità di
allontanare Julien. Le ore di felicità che aveva trascorso le avevano restituito la
disinvoltura e la fermezza necessarie per seguire la linea di condotta che andava
meditando da quindici giorni. A sconvolgere ancora di più il povero sindaco, c'era
anche il fatto che, come lui ben sapeva, in città scherzavano pubblicamente sul suo
attaccamento ai contanti. Valenod era generoso come un ladro, e lui, invece, si era
comportato in modo più prudente che brillante nelle cinque o sei ultime questue per
la Confraternita di San Giuseppe, per la Congregazione della Vergine, per la
Congregazione del Santo Sacramento, ecc. ecc.
Fra i signorotti di Verrières e dei dintorni, accortamente classificati nel
registro dei fratelli collettori secondo l'ammontare delle loro offerte, si era
potuto vedere più di una volta il nome di Rênal occupare l'ultima riga. Diceva
invano che non guadagnava niente. Il clero non scherza su questo argomento.

XXIII
Dispiaceri di un funzionario

Il piacere di alzar la testa tutto l'anno


è ben pagato da certi quarti d'ora che
bisogna passar.
CASTI

Ma lasciamo questa figura meschina alle sue piccole paure; perché si è preso in
casa un uomo di carattere, se gli occorreva un animo servile? Forse non sa
scegliere i suoi domestici? Di regola, nel XIX secolo, quando un individuo potente
e nobile incontra un uomo di carattere, lo uccide, lo esilia, lo imprigiona o lo
umilia a tal punto, che l'altro commette la sciocchezza di morirne di dolore. Per
puro caso, qui, colui che soffre non è ancora l'uomo di carattere. La grande
disgrazia delle cittadine francesi e dei governi a sistema elettorale, come quello
di New York, è quella di non poter dimenticare che esistono esseri come Rênal. In
una città di ventimila abitanti, uomini così fanno l'opinione pubblica, e
l'opinione pubblica è terribile in un paese che ha la carta costituzionale. Un uomo
dotato di un animo nobile, generoso, e che potrebbe esservi amico, ma che abiti a
cento leghe, vi giudica secondo l'opinione pubblica della vostra città, che è
determinata dagli stupidi che il caso ha fatto nascere nobili, ricchi e moderati.
Guai a chi si distingue!
Subito dopo pranzo, ripartirono per Vergy; ma solo due giorni dopo Julien vide
rientrare tutta la famiglia a Verrières.
Non era ancora passata un'ora, quando, con suo grande stupore, scoprì che la
signora de Rênal cercava di nascondergli qualcosa. Interrompeva le sue
conversazioni con il marito non appena lo vedeva passare, e sembrava quasi
desiderare che si allontanasse. Julien non ebbe bisogno di altri avvertimenti, e
divenne freddo e riservato; lei se ne accorse e non cercò spiegazioni. "Sta per
trovarmi un successore? - si chiese Julien. - Solo l'altro ieri era così intima con
me! Ma sì dice che le gran dame si comportino così. Sono come i re: non riservano a
nessuno tante premure come al ministro che, tornando a casa, troverà una lettera di
destituzione."
Julien osservò che in quelle conversazioni, che si interrompevano bruscamente al
suo avvicinarsi, si parlava spesso di una casa di proprietà del comune di
Verrières, una casa vecchia, ma grande e comoda, situata di fronte alla chiesa, nel
centro commerciale della città. "Che rapporto può esserci fra questa casa e un
nuovo amante?" si chiedeva Julien. Nella sua inquietudine, si ripeteva quei bei
versi di Francesco I, che gli sembravano nuovi, perché la signora de Rênal glieli
aveva fatti conoscere meno di un mese prima. Con quanti giuramenti, con quante
carezze erano stati smentiti, allora, quei versi!
Spesso la donna muta:
Pazzo chi se ne fida.
Rênal prese la carrozza per Besançon. Quel viaggio era stato deciso in due ore, e
il sindaco sembrava molto preoccupato. Al ritorno, gettò sul tavolo un grosso pacco
avvolto da una carta grigia.
"Ecco quella stupida cosa" disse alla moglie.
Un'ora dopo, Julien vide l'attacchino che portava via il pacco, e si affrettò a
seguirlo. "Conoscerò il segreto al primo angolo di strada."
Aspettava, impaziente, dietro l'attacchino, che con il suo pennello impiastricciava
il rovescio del manifesto. Appena fu incollato, la curiosità di Julien poté
leggervi l'annuncio dettagliatissimo: la grande e vecchia casa, di cui parlavano
Rênal e sua moglie, sarebbe stata data in affitto con un'asta pubblica. La
locazione sarebbe stata aggiudicata il giorno dopo alle due, nella sala comunale,
allo spegnersi della terza candela. Julien fu molto deluso; la scadenza gli
sembrava troppo ravvicinata: com'era possibile che tutti i concorrenti fossero
avvertiti in tempo? Del resto quell'avviso, che portava la data di quindici giorni
prima, e che rilesse per intero in tre punti diversi della città, non gli diceva
niente.
Andò a visitare la casa. Il portiere, che non l'aveva visto avvicinarsi, stava
dicendo misteriosamente a un vicino:
"Bah! Fatica sprecata. Maslon gli ha promesso di fargliela avere per trecento
franchi, e siccome il sindaco recalcitrava, è stato chiamato in vescovado dal Gran
vicario Frilair".
L'arrivo di Julien sembrò disturbare parecchio i due amici, che non dissero più
nulla.
Julien non mancò all'asta. C'era molta gente in una sala male illuminata; ma tutti
si squadravano in uno strano modo. Poi fissarono gli occhi su un tavolo, dove
Julien vide, in un piatto di stagno, tre pezzetti di candela accesi. L'usciere
gridava: "Trecento franchi, signori!".
"Trecento franchi! Questa è grossa - diceva un uomo al suo vicino, a bassa voce. E
Julien era fra loro due. - Ne vale più di ottocento. Voglio alzare le offerte."
"E come sputare in aria. Che cosa ci guadagneresti a metterti contro Maslon,
Valenod, il vescovo, il tremendo gran vicario Frilair, e tutta la cricca?".
"Trecentoventi franchi" gridò l'altro.
"Brutto scemo! - replicò il vicino, - e proprio qui c'è una spia del sindaco"
aggiunse indicando Julien.
Julien si voltò di scatto per reagire; ma i due non badavano più a lui. Il loro
sangue freddo gli fece ritornare il suo. In quel momento, l'ultimo mozzicone di
candela si spense, e la voce strascicata dell'usciere aggiudicò la casa, per nove
anni, al signor de Saint-Giraud, capo ufficio alla prefettura di ***, e per
trecentotrenta franchi.
Non appena il sindaco fu uscito dalla sala, cominciarono i commenti.
"Ecco trenta franchi che l'imprudenza di Grogeot ha fatto guadagnare al comune"
diceva uno.
"Ma Saint-Giraud - rispondeva un altro - si vendicherà di Grogeot, che se ne
accorgerà."
"Che infamia! - diceva un omaccione alla sinistra di Julien; - io l'avrei presa in
affitto a ottocento franchi per la mia fabbrica, e avrei fatto un buon affare."
"Bah! - gli rispondeva un giovane industriale liberale, - Saint-Giraud non fa parte
della Congregazione? I suoi quattro figli non hanno delle borse di studio?
Pover'uomo! Bisognerà che il comune di Verrières gli dia un assegno supplementare
di cinquecento franchi, ecco tutto."
"E dire che il sindaco non ha potuto impedirlo - notava un terzo. - Lui è un ultra,
d'accordo, ma almeno non ruba."
"Non ruba? - riprese un altro; - no, è una povera gazza. Tutto questo entra in una
grande borsa comune, e alla fine dell'anno si divide tutto. Ma ecco il piccolo
Sorel. Andiamo via."
Julien rientrò di pessimo umore; trovò la signora de Rênal molto triste.
"Venite dall'asta?" gli chiese.
"Sì, signora, dove ho avuto l'onore di passare per la spia del sindaco."
"Doveva ascoltarmi, gli avevo consigliato di partire."
In quel momento comparve Rênal; era molto cupo. Il pranzo trascorse senza una
parola. Il sindaco ordinò a Julien di seguire i ragazzi a Vergy; anche il viaggio
fu triste. La signora de Rênal consolava il marito:
"Mio caro, dovreste esserci abituato".
La sera erano seduti in silenzio attorno al focolare domestico; il crepitìo del
faggio che ardeva era la loro sola distrazione. Era uno di quei momenti di
tristezza che capitano anche nelle famiglie più unite. Uno dei ragazzi gridò
gioiosamente:
"Hanno suonato! Hanno suonato!".
"Diavolo! se è Saint-Giraud che viene a seccarmi con la scusa di farmi i suoi
ringraziamenti - esclamò il sindaco, - gli dirò il fatto suo; è troppo grossa.
Dovrà a quel Valenod la sua gratitudine, mentre io mi sono compromesso. Che dire,
se quei maledetti giornali giacobini si impadroniranno di questo aneddoto, e
faranno di me un signor Nonantecinq?".
Un uomo molto bello, con dei grossi favoriti neri, entrava in quel momento
preceduto da un domestico.
"Signor sindaco, io sono il signor Geronimo. Ecco una lettera che il signor
cavaliere de Beauvaisis, addetto all'ambasciata di Napoli, mi ha consegnato per voi
alla mia partenza. Sono passati solo nove giorni - aggiunse Geronimo, con aria
allegra, e guardando la signora de Rênal. - Il signor de Beauvaisis, vostro cugino,
e mio buon amico, signora, dice che voi conoscete l'italiano."
Il buon umore del napoletano rese divertente una serata triste. La signora de Rênal
volle assolutamente invitarlo a cena. Mise in moto tutta la casa: doveva distrarre
a tutti i costi Julien da quella parola, spia, con la quale l'avevano chiamato per
due volte nello stesso giorno. Geronimo era un celebre cantante, un uomo di maniere
eccellenti ma di buona compagnia, qualità, queste, che in Francia non sono più
compatibili. Dopo cena cantò un duettino con la signora de Rênal. Poi raccontò
delle storie divertenti. All'una, quando Julien propose loro di andare a letto, i
bambini si ribellarono.
"Continui questa storia" disse il più grande.
"È la mia, signorino - riprese Geronimo. - Otto anni fa ero come voi, un giovane
allievo al Conservatorio di Napoli. Voglio dire che avevo la vostra età, ma non
avevo l'onore di essere il figlio dell'illustre sindaco della bella città di
Verrières."
Queste parole fecero sospirare Rênal, che guardò sua moglie.
"Il signor Zingarelli - continuò il giovane cantante esagerando un po' il suo
accento che faceva scoppiar dal ridere i ragazzi, - il signor Zingarellii era un
maestro eccessivamente severo. Non è amato al Conservatorio, ma lui pretende che ci
si comporti sempre come se lo si amasse. Io uscivo più spesso che potevo; andavo al
piccolo teatro di San Carlino, dove ascoltavo una musica divina. Ma, cielo!, come
fare per mettere insieme gli otto soldi per l'ingresso in platea? Una somma enorme
- disse guardando i ragazzi, e i ragazzi scoppiarono a ridere. - Il signor
Giovannone, direttore del San Carlino, mi sentì cantare. Avevo sedici anni: "Questo
ragazzo è un tesoro" disse.
"Vuoi che ti scritturi, caro?" mi chiese.
"E quanto mi darete?".
"Quaranta ducati al mese." Signori, significa centosessanta franchi. Mi sembrò che
il cielo si aprisse.
"Ma come potrò ottenere - chiesi a Giovannone - che il severo Zingarelli mi
permetta di uscire?". "Lascia fare a me".
"Lasciate fare a me!" gridò il ragazzo più grande.
"Esatto, mio giovane signore. Giovannone mi dice: Caro, per prima cosa un piccolo
contratto. Io firmo, e mi dà tre ducati. Non avevo mai visto tanti soldi. Subito
dopo mi dice quello che avrei dovuto fare.
L'indomani chiedo udienza al terribile Zingarelli. Il suo vecchio cameriere mi fa
entrare.
"Che cosa vuoi da me, birbante?".
"Maestro - dissi io, - mi pento delle mie colpe; non uscirò mai più dal
Conservatorio scavalcando il cancello. Mi applicherò il doppio."
"Se non avessi paura di rovinare la più bella voce di basso che abbia mai
ascoltato, ti metterei in prigione a pane e acqua per quindici giorni,
monellaccio!".
"Maestro - ripresi, - voglio essere il modello di tutta la scuola, credete a me. Ma
vi prego di farmi un favore: se qualcuno viene a chiedervi di farmi cantare fuori,
rifiutate. Ditegli che non potete."
"E chi diavolo vuoi che mi venga a chiedere di un brutto discolo come te? Credi
forse che ti permetterei di lasciare il Conservatorio? Vuoi prendermi in giro? Fila
via, subito! - disse, cercando di darmi un calcio nel c... - Se no, pane secco e
cella."
Un'ora dopo Giovannone arriva dal direttore:
"Vengo a chiedervi di fare la mia fortuna - gli dice, - datemi Geronimo, lasciate
che canti nel mio teatro, e quest'inverno mariterò mia figlia".
"Ma cosa vuoi farne di quel birbante? - gli dice Zingarellii. - Non voglio, non
l'avrai; e del testo, anche se io fossi d'accordo, non vorrà mai lasciare il
Conservatorio. Me l'ha appena giurato."
"Se è solo della sua volontà che si tratta - risponde gravemente Giovannone,
prendendo dalla sua tasca il contratto, - carta canta! Ecco qui la sua firma."
Subito Zingarelli, furibondo; si attacca al campanello: "Cacciate via Geronimo dal
Conservatorio" gridò, fremente di collera. Così fui cacciato, mentre scoppiavo dal
ridere. La sera stessa, cantai l'aria del Moltiplico. Pulcinella vuole sposarsi e
conta sulle dita le cose di cui avrà bisogno in casa, ma s'imbroglia continuamente
nel calcolo."
"Ah! signore, vi prego! Cantateci quell'aria!" disse la signora de Rênal. Cantò, e
tutti piangevano per il gran ridere. Geronimo andò a letto solo alle due del
mattino, lasciando la famiglia entusiasta delle sue buone maniere, della sua
compiacenza e della sua allegria.
Il giorno dopo il signore e la signora de Rênal gli fecero avere le lettere di cui
aveva bisogno per presentarsi alla corte di Francia.
"Così - pensò Julien, - c'è falsità dovunque. Ecco Geronimo che va a Londra con
sessantamila franchi di stipendio. Senza l'abilità del direttore del San Carlino,
la sua divina voce, forse, sarebbe stata conosciuta e ammirata solo dieci anni
dopo... Certo, preferirei essere un Geronimo che un Rênal. Non è altrettanto
onorato in società, ma non ha neppure l'obbligo spiacevole di dover fare delle aste
come quella di oggi, e la sua vita è allegra."
Una cosa stupiva Julien: le settimane passate in solitudine a Verrières, nella casa
di Rênal, erano state per lui un periodo felice. Era stato preso,dal disgusto e da
tristi pensieri solo ai pranzi a cui l'avevano invitato; in quella casa solitaria
poteva leggere, scrivere, riflettere senza essere disturbato. Non veniva di
continuo sottratto ai suoi sogni luminosi per la crudele necessità di studiare le
mosse di un'anima volgare, per ingannarla con azioni o parole ipocrite.
"La felicità, per me, è dunque così vicina? Una vita del genere costerebbe poco;
potrei scegliere: sposare Èlisa o diventare socio di Fouquè..." Ma il viaggiatore
che ha appena finito di scalare una ripida montagna si siede sulla cima, e trova
nel riposo un piacere perfetto. Sarebbe felice se lo costringessero a riposarsi per
sempre?
La signora de Rênal, intanto, era arrivata a pensieri fatali. Nonostante le sue
decisioni, aveva spiegato a Julien la faccenda dell'asta. "Mi farà dimenticare
tutti i miei giuramenti!" pensava.
Avrebbe sacrificato la sua vita senza esitazione per salvare quella del marito, se
l'avesse visto in pericolo. Era una di quelle anime nobili e romantiche per le
quali scorgere la possibilità di un'azione generosa, e non farla, è fonte di un
rimorso quasi uguale a quello di un delitto commesso. Tuttavia, c'erano dei giorni
funesti in cui non poteva scacciare l'immagine dell'immensa felicità di cui avrebbe
goduto se, diventando vedova all'improvviso, avesse potuto sposare Julien, il quale
amava i suoi figli molto più del padre; e malgrado la severità della sua giustizia,
i ragazzi lo adoravano. Capiva bene che sposando Julien avrebbe dovuto lasciare
Vergy, le cui fronde ombrose le erano tanto care. Si vedeva a Parigi, mentre
continuava a dare ai suoi figli quell'educazione che tutti ammiravano. I suoi
bambini, lei, Julien: tutti perfettamente felici.
Strani effetti del matrimonio, così come l'ha fatto diventare il secolo XIX! La
noia della vita matrimoniale fa morire sicuramente l'amore, quando l'amore ha
preceduto il matrimonio. E tuttavia, direbbe un filosofo, porta ben presto, nelle
persone abbastanza ricche per non dover lavorare, la noia profonda di tutte le
gioie tranquille. E predispone all'amore le donne, tranne quelle che sono aride
d'animo.
La riflessione del filosofo mi porta a scusare la signora de Rênal, ma non la
scusavano a Verrières, e tutta la città, senza che lei ne avesse il sospetto, non
si occupava d'altro che dello scandalo dei suoi amori. Grazie a questa importante
faccenda, l'autunno fu meno noioso del solito.
L'autunno e una parte dell'inverno passarono molto in fretta. Fu necessario
lasciare i boschi di Vergy. La buona società di Verrières cominciò a indignarsi che
i suoi anatemi facessero così poca impressione su Rênal. In meno di otto giorni,
alcune persone austere, di quelle che si ripagano della loro abituale gravità con
il piacere di adempiere a questo tipo di incarichi, gli insinuarono i peggiori
sospetti, servendosi però delle espressioni più misurate.
Valenod, che faceva un gioco prudente, aveva sistemato Élisa presso una famiglia
nobile e molto stimata, dove c'erano cinque donne. Temendo, come diceva, di non
trovare un altro posto durante l'inverno, Élisa aveva chiesto a quella famiglia
solo i due terzi circa di quanto prendeva in casa del sindaco. La ragazza aveva poi
avuto da sé l'eccellente idea di andare a confessarsi sia dal vecchio curato Chèlan
che dal suo successore, con lo scopo di raccontare a entrambi i particolari degli
amori di Julien.
Il giorno dopo il suo arrivo, alle sei del mattino, l'abate Chèlan fece chiamare
Julien:
"Non vi chiedo nulla - gli disse; - vi prego, e se necessario vi ordino, di non
dirmi nulla; esigo che entro tre giorni voi partiate per il seminario di Besançon o
per la casa del vostro amico Fouquè, che è sempre disposto a offrirvi un ottimo
futuro. Ho previsto tutto, sistemato tutto, ma è necessario che ve ne andiate, e
che non torniate a Verrières per un anno."
Julien non rispose; si stava chiedendo se il suo onore dovesse ritenersi offeso dal
fatto che l'abate Chèlan si occupasse con tanta premura di lui, visto che non era
suo padre.
"Domani alla stessa ora avrò l'onore di rivedervi" disse infine al curato.
L'abate Chèlan, che contava di avere facilmente la meglio su un uomo così giovane,
parlò molto. Chiuso in un atteggiamento e in un'espressione di estrema umiltà,
Julien non aprì bocca.
Finalmente uscì, e corse ad avvertire la signora de Rênal, che trovò in preda alla
disperazione. Il marito le aveva appena parlato in modo piuttosto franco. La
debolezza naturale del suo carattere, sostenuta dalla prospettiva dell'eredità di
Besançon, l'aveva persuaso a considerarla del tutto innocente. Le aveva rivelato la
strana posizione che aveva preso l'opinione pubblica di Verrières. La gente aveva
torto, era fuorviata dagli invidiosi; ma, insomma, che cosa si poteva fare?
La signora de Rênal ebbe per un momento l'illusione che Julien potesse accettare le
offerte di Valenod, e restare a Verrières. Ma non era più la donna semplice e
timida dell'anno prima; la sua fatale passione, i suoi rimorsi le avevano aperto
gli occhi. E mentre ascoltava il marito dovette convincersi, con dolore, che una
separazione almeno momentanea era ormai indispensabile. "Lontano da me, Julien
ricadrà nei suoi progetti ambiziosi, così naturali quando non si possiede nulla.
Mio Dio! io invece sono ricca, e così inutilmente per la mia felicità! Mi
dimenticherà. È così affascinante: sarà amato, si innamorerà. Ah! come sono
infelice! Di cosa posso lamentarmi? Il cielo è giusto, io non ho avuto il merito di
mettere fine alla mia colpa, e il cielo mi annebbia la ragione. Avrei potuto
accattivarmi Èlisa con il denaro, niente mi sarebbe stato più facile. Non mi sono
curata di riflettere un istante, i sogni folli dell'amore assorbivano tutto il mio
tempo. Per me è la fine."
Mentre le dava la tremenda notizia della sua partenza, Julien rimase colpito da una
cosa: non incontrava alcuna obiezione egoistica da parte di lei, che stava facendo
sicuramente degli sforzi per non piangere.
"Abbiamo bisogno di fermezza, amico mio." Si tagliò una ciocca di capelli, poi
disse:
"Non so cosa farò, ma se dovessi morire, promettimi di non dimenticarti dei miei
figli. Da lontano o da vicino, cerca di farne delle persone oneste. Se ci sarà
un'altra rivoluzione, tutti i nobili saranno massacrati e forse il loro padre dovrà
emigrare a causa di quel contadino ucciso su un tetto. Veglia sulla famiglia...
Dammi la mano. Addio, caro! Sono gli ultimi momenti. Dopo questo grande sacrificio,
spero che in pubblico avrò il coraggio di pensare alla mia reputazione".
Julien si aspettava una scena disperata. La semplicità di questo addio lo commosse.
"No, non posso ricevere così il vostro saluto. Partirò, perché lo vogliono, e lo
volete anche voi. Ma tre giorni dopo la mia partenza verrò di notte a trovarvi."
L'esistenza sembrò cambiare per la signora de Rênal. Julien, dunque, l'amava
veramente, se aveva avuto spontaneamente l'idea di rivederla! Il suo tremendo
dolore si trasformò in uno dei più vivi moti di gioia che avesse mai provato. Tutto
divenne per lei più facile. La certezza di rivederlo toglieva a questi ultimi
istanti tutto ciò che avevano di straziante. Da quel momento, la condotta della
signora de Rênal, al pari della sua espressione, fu nobile, ferma e di grande
dignità.
Rênal rincasò molto presto; era fuori di sé. Parlò infine alla moglie della lettera
anonima che aveva ricevuto due mesi prima.
"Voglio portarla al Circolo, mostrare a tutti che è di quell'infame Valenod, che ho
strappato alla miseria per farne uno dei più ricchi borghesi di Verrières. Lo
svergognerò pubblicamente, e poi mi batterò con lui. È il colmo!"
"Dio mio! Potrei restare vedova!" pensò la signora de Rênal. Ma quasi nello stesso
istante si disse: "Se non impedisco questo duello, e sicuramente posso farlo,
divento l'assassina di mio marito".
Non aveva mai blandito la sua vanità in modo tanto abile. In meno di due ore,
riuscì a convincerlo, e sempre con ragioni trovate da lui, che era necessario
mostrare più amicizia che mai a Valenod, e persino riprendersi in casa Èlisa. La
signora de Rênal ebbe bisogno di un certo coraggio per decidersi a rivedere quella
ragazza, che era la causa di tutte le sue sventure. Ma era un'idea di Julien.
Alla fine, dopo essere stato messo tre o quattro volte sulla strada da seguire,
Rênal arrivò da solo alla conclusione, finanziariamente molto penosa: la soluzione
più spiacevole, per lui, era che Julien rimanesse come precettore dei figli di
Valenod, in mezzo al fermento e alle chiacchiere di tutta Verrières. L'interesse
evidente di Julien era di accettare le offerte dei direttore del ricovero di
mendicità. Per l'onore di Rênal, al contrario, bisognava che Julien lasciasse
Verrières ed entrasse nel seminario di Besançon o in quello di Digione. Ma come
indurlo a compiere questo passo? E poi, con quali mezzi sarebbe vissuto in
seminario?
Rênal, vedendo profilarsi un sacrificio di denaro, era più disperato di sua moglie.
Quanto a lei, dopo questo colloquio, era nelle condizioni di un uomo, forte d'animo
ma stanco della vita, che abbia preso una dose di stramonio, e agisca dunque solo
per inerzia, senza più interesse per nulla. Così accadde a Luigi XIV di dire in
punto di morte: Quand'ero re. Parole ammirevoli!
Il giorno dopo, di buon mattino, Rênal ricevette una lettera anonima, scritta nel
modo più offensivo. Ad ogni riga vi comparivano le espressioni più volgari che si
potessero riferire alla sua situazione. Era l'opera di qualche subalterno
invidioso. La lettera lo ricondusse al proposito di battersi con Valenod. Presto il
suo coraggio lo spinse fino al punto di dare un'esecuzione immediata a quel
progetto. Uscì da solo, e andò dall'armaiolo a prendere delle pistole che fece
caricare.
"Dovesse anche tornare la severa amministrazione napoleonica - pensò, - non avrei
da rimproverarmi neanche un imbroglio da un soldo. Al massimo ho chiuso gli occhi;
ma nella mia scrivania ho tanto di lettere che mi autorizzavano a farlo."
La signora de Rênal rimase spaventata dalla fredda collera del marito: le riportava
alla mente quella fatale idea della vedovanza, che faceva tanta fatica a
respingere. Si chiuse in una camera con lui, e per diverse ore gli parlò, ma
inutilmente, poiché la nuova lettera anonima lo aveva deciso. Alla fine riuscì a
trasformare il coraggio di dare uno schiaffo a Valenod in quello di offrire
seicento franchi a Julien perché si pagasse la retta di un anno in seminario.
Rênal, maledicendo mille volte il giorno in cui aveva avuto la fatale idea di
prendere un precettore, dimenticò la lettera anonima.
Si consolò un poco grazie a un'idea che non rivelò alla moglie: muovendosi con una
certa astuzia, e approfittando delle idee romantiche del giovanotto, sperava di
indurlo a rifiutare le offerte di Valenod per una somma minore.
La signora de Rênal dovette faticare molto di più per convincere Julien che,
sacrificando alle esigenze di suo marito un posto da ottocento franchi, offertogli
pubblicamente dal direttore del ricovero, avrebbe potuto accettare senza vergogna
un risarcimento.
"Ma io - continuava a dire Julien - non ho mai avuto, neanche per un istante,
l'intenzione di accettare quelle offerte. Voi mi avete abituato troppo a una vita
elegante, e la volgarità di quella gente mi ucciderebbe."
La crudele necessità, con la sua mano di ferro, piegò la volontà di Julien. Il suo
orgoglio gli offriva l'occasione di accettare solo come un prestito la somma
proposta dal sindaco di Verrières, rilasciandogli una ricevuta che prevedesse il
rimborso entro cinque anni con gli interessi.
La signora de Rênal aveva sempre qualche migliaio di franchi nascosti in quella
piccola grotta sulla montagna.
Glieli offrì tremando, poiché sapeva fin troppo bene che li avrebbe rifiutati
sdegnosamente.
"Volete rendere spregevole il ricordo del nostro amore?" le disse.
Infine Julien lasciò Verrières. Rênal fu molto contento; al momento fatale di
accettare da lui il denaro, Julien sentì che sarebbe stato un sacrificio troppo
pesante, e rifiutò con decisione. Rênal lo abbracciò con le lacrime agli occhi. E
siccome Julien gli aveva chiesto un attestato di buon servizio, non riusciva a
trovare, nel suo entusiasmo, parole abbastanza enfatiche per esaltarne l'operato.
Il nostro eroe aveva cinque luigi di economie, e contava di chiederne altrettanti a
Fouquè.
Era molto commosso. Ma a una lega da Verrières, dove lasciava un amore così grande,
pensava solo alla fortuna di poter vedere una capitale, una grande città militare
come Besançon.
Durante questa breve assenza di tre giorni, la signora de Rênal fu vittima di uno
dei più crudeli inganni dell'amore. La sua vita era accettabile, poiché tra lei e
l'estrema infelicità c'era quell'ultimo incontro che avrebbe dovuto avere con
Julien. Contava le ore, i minuti che ancora mancavano. Finalmente, durante la notte
del terzo giorno, udì in lontananza il segnale convenuto. Dopo essere passato
attraverso mille pericoli, Julien apparve davanti a lei.
Da quel momento non ebbe che un pensiero: "È l'ultima volta che lo vedo". Invece di
corrispondere all'ardore del suo amico, restò quasi esanime come un cadavere. Se
cercava di dirgli che lo amava, lo faceva con un tale impaccio che dimostrava quasi
il contrario. Nulla riuscì a distrarla dalla crudele idea della separazione
definitiva. Julien, sempre diffidente, credette per un istante di essere già stato
dimenticato. Le sue parole risentite furono accolte da grosse lacrime che
scendevano in silenzio, e da strette di mano quasi convulse.
"Dio mio! Come volete che vi creda? - rispondeva Julien alle fredde proteste di
lei. - Dimostrereste un affetto cento volte più sincero alla signora Derville, a
qualcuno che conoscete appena."
Lei, impietrita, riusciva solo a rispondere:
"È impossibile essere più infelici... Spero di morire presto... Sento il mio cuore
gelarsi...".
Queste furono le risposte più lunghe che Julien poté ottenere.
Quando l'avvicinarsi del giorno rese necessario il distacco, le lacrime della
signora de Rênal cessarono del tutto. Lo vide mentre attaccava alla finestra una
fune annodata senza dirgli una parola, senza neppure ricambiare i suoi baci. Invano
Julien le diceva:
"Eccoci arrivati al momento che avete tanto desiderato. Ormai vivrete senza
rimorsi. Se i vostri figli avranno una piccola indisposizione, non li vedrete più
nella tomba".
"Mi dispiace che non possiate abbracciare Stanislas" gli rispose con freddezza.
Julien rimase profondamente colpito dagli abbracci senza calore di quel cadavere
vivente, e per molte leghe non gli riuscì di pensare ad altro. La sua anima era
ferita, e prima di valicare la montagna, finché poté vedere il campanile della
chiesa di Verrières, continuò a voltarsi indietro.

XXIV
Una capitale

Quanto chiasso, quanta gente indaffarata!


Quante idee per il futuro in una testa di
vent'anni! Che distrazione dai pensieri
d'amore!
BARNAVE

Finalmente, su una montagna lontana, scorse delle mura nere; era la cittadella di
Besançon. "Come sarebbe diverso per me - pensò sospirando - se arrivassi in questa
nobile città militare per essere sottotenente in uno dei reggimenti incaricati
della sua difesa!".
Besançon non è soltanto una delle più belle città francesi, ma abbonda anche di
persone molto vive nella mente e nel cuore. Julien non era, però, che un piccolo
contadino e non ebbe modo di avvicinare gli uomini più in vista.
Si era fatto dare da Fouquè un abito borghese, e così vestito passò i ponti
levatoi. Aveva nella mente la storia dell'assedio del 1674, e volle vedere, prima
di chiudersi in seminario, i bastioni e la cittadella. Due o tre volte fu sul punto
di farsi arrestare dalle sentinelle: penetrava in luoghi che il genio militare
vieta al pubblico allo scopo di vendere dodici o quindici franchi di fieno ogni
anno. L'altezza delle mura, la profondità dei fossati, l'aspetto minaccioso dei
cannoni l'avevano assorbito per diverse ore, quando passò davanti al grande caffè,
sul corso. Rimase immobile, ammirato; aveva un bel leggere la parola "caffè",
scritta in grossi caratteri sopra le due immense porte: non poteva credere ai suoi
occhi. Fece uno sforzo per vincere la timidezza, ed ebbe il coraggio di entrare.
Venne a trovarsi in una sala lunga trenta o quaranta passi e col soffitto alto
almeno venti piedi. Quel giorno, tutto per lui era un incanto.
Erano in corso due partite di biliardo. I camerieri gridavano i punti; i giocatori
correvano attorno ai biliardi, tra i molti spettatori. Fiotti di fumo di tabacco
uscivano dalle bocche di tutti, avvolgendoli in una nube azzurra. L'alta statura di
quegli uomini, le loro spalle rotonde, il passo pesante, gli enormi favoriti, le
lunghe redingotes: tutto attirava l'attenzione di Julien. Quei nobili figli
dell'antica Bisontium parlavano solo gridando e si davano l'aria di guerrieri
terribili. Julien ammirava immobile; pensava all'immensità e alla magnificenza di
una grande capitale come Besançon. Non aveva proprio il coraggio di chiedere una
tazza di caffè a uno di quei signori dallo sguardo altero, che gridavano i punti
del biliardo.
Ma la signorina che stava al banco aveva notato il bel volto di quel giovane
borghese di campagna, che, fermo a tre passi dalla stufa, con il suo fagotto sotto
il braccio, contemplava il busto del re, di un bel gesso bianco. Era una ragazza
della Franca Contea, alta, molto ben fatta, vestita nel modo più adatto a
valorizzare un caffè, aveva già detto due volte, a bassa voce, per essere sentita
solo da Julien: "Signore! Signore!" Julien incontrò dei grandi occhi azzurri molto
teneri, e si accorse che si rivolgeva a lui.
Si avvicinò subito al banco e a quella bella ragazza, come se andasse verso il
nemico. In questo movimento, il suo fagotto cadde.
Chissà quale compassione potrà ispirare il nostro provinciale ai giovani liceali di
Parigi, che a quindici anni già entrano nei caffè con un'aria tanto distinta! Ma
questi ragazzi, così pieni di stile a quindici anni, a diciotto diventano ordinari.
La timidezza appassionata, che è frequente in provincia, qualche volta può essere
superata, e allora insegna a volere. Avvicinandosi a quella ragazza così bella, che
si degnava di rivolgergli la parola, Julien, che diventava coraggioso a furia di
vincere la propria timidezza, pensò che doveva dirle la verità:
"Signora, è la prima volta in vita mia che vengo a Besançon; vorrei avere, pagando,
del pane e una tazza di caffè".
La ragazza sorrise un poco, poi arrossì; temeva, per quel bel giovanotto,
l'attenzione ironica e gli scherzi dei giocatori di biliardo. Si sarebbe
spaventato, e non l'avrebbe più rivisto.
"Mettetevi qui, vicino a me" gli disse mostrandogli un tavolo di marmo, quasi
interamente nascosto dall'enorme banco di mogano che sporgeva nella sala.
La ragazza si protese sul banco, mettendo in evidenza un busto superbo. Julien se
ne accorse, e tutti i suoi pensieri mutarono. Quella ragazza così bella gli aveva
portato una tazza, dello zucchero e un panino. Esitava a chiamare un cameriere per
il caffè ben sapendo che il suo arrivo avrebbe messo fine a quel téte-à-téte con
Julien.
Il giovane, pensieroso, paragonava quella bellezza bionda e allegra a certi ricordi
che lo turbavano spesso. Il pensiero della passione di cui era stato oggetto gli
tolse quasi del tutto la sua timidezza. La ragazza, che non poteva dedicargli molto
tempo, lesse nello sguardo di Julien.
"Questo fumo di pipa vi fa tossire; venite a far colazione domani mattina prima
delle otto; sarò quasi sola."
"Come vi chiamate?" chiese Julien, con il sorriso carezzevole della timidezza
felice.
"Amanda Binet."
"Permettete che vi mandi, entro un'ora, un pacchetto come questo?".
La bella Amanda rifletté un poco.
"Sono sorvegliata: quello che mi domandate potrebbe compromettermi; tuttavia,
scriverò il mio indirizzo su un biglietto, che voi metterete sul vostro pacco:
mandatemelo senza paura."
"Mi chiamo Julien Sorel - disse il giovane, - e a Besançon non ho né parenti né
conoscenze."
"Ah! capisco - rispose lei con gioia. - Venite per studiare legge?".
"Ahimè, no! - disse Julien. - Mi mandano in seminario."
Il più completo scoraggiamento spense il volto di Amanda; chiamò un cameriere: ora,
ne aveva il coraggio. Il cameriere versò il caffè a Julien senza guardarlo.
Amanda riscuoteva del denaro al banco; Julien era fiero di essere riuscito a
parlare; a un biliardo stavano litigando. Le grida e le proteste dei giocatori,
riecheggiando in quell'immensa sala, facevano un baccano che stordiva Julien.
Amanda era pensierosa e aveva gli occhi bassi.
"Se volete, signorina - le si rivolse a un tratto con sicurezza, - dirò che sono
vostro cugino."
Quella sua arietta autorevole piacque ad Amanda. "Non è un ragazzo da poco" pensò,
e gli disse in fretta, senza guardarlo, controllando che qualcuno non si
avvicinasse al banco:
"Io sono di Genlis, vicino a Digione; dite anche voi che siete di Genlis e cugino
di mia madre".
"D'accordo."
"Tutti i giovedì alle cinque, d'estate, i seminaristi passano qui, davanti al
caffè."
"Se pensate a me, quando passerò, tenete fra le mani un mazzolino di violette."
Amanda lo osservò stupita, e il suo sguardo trasformò il coraggio di Julien in
temerarietà; tuttavia arrossì molto, dicendole:
"Sento di amarvi dell'amore più ardente".
"Ma parlate piano!" gli disse lei con aria spaventata. Julien cercava di ricordarsi
le frasi di un volume spaiato della Nuova Eloisa, che aveva trovato a Vergy. La sua
memoria non lo tradì e per dieci minuti recitò la Nuova Eloisa ad Amanda,
incantata. Era felicissimo della sua bravura, quando di colpo la ragazza assunse
un'aria glaciale. Uno dei suoi innamorati era apparso sulla porta del caffè.
Si avvicinò al banco, fischiettando e dimenando le spalle; guardò Julien, la cui
fantasia, sempre eccessiva, fu presa da idee di duello. Divenne pallidissimo,
scostò la tazza, assunse un'aria di grande sicurezza, e osservò molto attentamente
il suo rivale. Mentre questi chinava il capo, versandosi familiarmente un bicchiere
d'acquavite, con un'occhiata Amanda ordinò a Julien di abbassare lo sguardo. Egli
obbedì, e per due minuti rimase immobile al suo posto, pallido; risoluto, e
pensando solo a ciò che sarebbe successo; era davvero bello in quel momento. Il
rivale era rimasto stupito dagli occhi di Julien; mandò giù in un sorso
l'acquavite, disse qualcosa ad Amanda, si ficcò le mani nelle tasche laterali della
sua ampia redingote e si avvicinò a un biliardo sbuffando e guardando Julien.
Questi si alzò, trascinato dalla collera, ma non sapeva cosa fare per essere
insolente. Posò il suo fagotto, e, dondolando le spalle più che poteva, andò verso
il biliardo.
La prudenza gli diceva invano: se mi batto in duello appena arrivato a Besançon, la
mia carriera ecclesiastica è già finita. "Ma cosa importa, io non tollero un
insolente!".
Amanda vide il suo coraggio, che faceva un bel contrasto con l'ingenuità dei suoi
modi; in un istante lo preferì al bellimbusto in redingote. Si alzò, e, sempre con
l'aria di seguire con gli occhi qualcuno che passava per la strada, andò a mettersi
rapidamente tra lui e il biliardo.
"Non guardate in cagnesco quel signore; è mio cognato!".
"Che me ne importa? Mi ha guardato."
"Volete darmi un dispiacere? Certo, vi ha guardato, e forse verrà anche a parlarvi.
Gli ho detto che siete un parente di mia madre, che siete venuto da Genlis: Lui è
della Franca Contea, e non è mai andato più in là di Dôle, sulla strada della
Borgogna; potete dirgli quello che volete, state tranquillo."
Julien esitava ancora; allora lei, che stando al banco aveva imparato a inventare
bugie di ogni tipo, aggiunse in fretta:
"È vero, vi ha guardato; ma è stato quando mi ha chiesto chi siete; è un villano,
fa così con tutti, non voleva offendervi".
Lo sguardo di Julien seguiva il presunto cognato; lo vide che comprava un numero
per la partita che si giocava al più lontano dei due biliardi. Sentì il suo vocione
che gridava in tono minaccioso: "Entro io!". Passò svelto dietro Amanda e fece un
passo verso il biliardo. Amanda lo prese per un braccio:
"Prima venite a pagarmi" gli disse.
"È giusto - pensò Julien; - ha paura che io esca senza pagare." Amanda era agitata
non meno di lui, e tutta rossa; gli diede il resto più lentamente che poté,
ripetendogli a bassa voce:
"Uscite subito dal caffè, o non vi amo più; eppure vi voglio molto bene".
Julien uscì, infatti, ma lentamente. "Non è forse mio dovere - pensava, - andare
davanti a quel grosso tipo e guardarlo in faccia sbuffando?" Questa incertezza lo
trattenne per un'ora davanti al caffè; voleva vedere se il suo uomo usciva. Ma non
apparve, e Julien si allontanò.
Era a Besançon solo da qualche ora, e si era già guadagnato un rimorso. Il vecchio
chirurgo militare gli aveva dato, un tempo, nonostante la gotta, qualche lezione di
scherma; Julien non aveva altre risorse per soddisfare la sua collera. Ma non
sarebbe stato un grave ostacolo, se avesse saputo come mostrarsi irritato senza
ricorrere a uno schiaffo; se si fossero presi a pugni, il suo rivale, grosso
com'era, gliele avrebbe suonate lasciandolo sul posto.
"Per un povero diavolo come me pensò Julien, - senza protettori e senza soldi, non
ci sarà troppa differenza tra un seminario e una prigione; è meglio che depositi il
mio vestito borghese in una locanda e mi rimetta quello nero. Se avrò la
possibilità di uscire dal seminario per qualche ora, potrò benissimo rimettermi in
borghese e rivedere Amanda." Era un ragionamento che filava; senonché Julien,
passando davanti a tutte le locande, non trovava il coraggio di entrare. Ma poi,
ripassando davanti all'albergo degli Ambasciatori, i suoi occhi inquieti
incontrarono quelli di un donnone, ancora abbastanza giovane, di colorito vivace,
dall'aria felice e contenta. Si avvicinò a quella donna e le raccontò la sua
storia.
"Ma certo, mio bell'abatino - gli disse la locandiera dell'Ambasciatori, - terrò io
i vostri abiti borghesi, e li farò spazzolare spesso. In questa stagione non è bene
lasciare un abito di panno senza mai toccarlo." Prese una chiave e lo accompagnò
lei stessa in una stanza, raccomandandogli di prendere nota di quello che lasciava.
"Dio mio, come state bene così, abate Sorel - gli disse la donna quando scese in
cucina. - Vi farò servire un buon pranzo; e - aggiunse a bassa voce - vi costerà
solo venti soldi, e non cinquanta come a tutti gli altri; perché dovete stare
attento con il vostro gruzzoletto."
"Ho dieci luigi" replicò Julien con una certa fierezza.
"Dio mio! - rispose allarmata la brava locandiera, - non parlate così forte; ci
sono molti brutti tipi a Besançon. Vi deruberanno in un istante. E soprattutto non
entrate mai nei caffè. Sono pieni di cattivi soggetti."
"Davvero!" disse Julien, a cui quelle parole davano da pensare.
"Venite solo da me; il caffè ve lo farò portare io. Ricordatevi che qui troverete
sempre un'amica e un buon pasto a venti soldi; mi sembra che questo sia parlar
chiaro, o no? Mettetevi a tavola, vi servirò io stessa."
"Non riuscirei a mangiare - le disse Julien, - sono troppo emozionato; uscendo di
qui devo entrare in seminario."
La brava donna non lasciò che se ne andasse prima di avergli riempito le tasche di
provviste. Finalmente Julien si avviò verso quel luogo terribile; la locandiera,
sulla porta, gli indicava la strada.

XXV
Il seminario

Trecentotrentasei pranzi a 83 centesimi, trecentotrentasei cene a 28 centesimi, del


cioccolato a chi ne ha diritto; quanto c'è da guadagnare sull'appalto?
Il Valenod di Besançon

Vide da lontano la croce di ferro dorato sulla porta; si avvicinò lentamente; gli
sembrò che le gambe gli venissero meno, "Ecco dunque l'inferno sulla terra dal
quale non potrò uscire!" Si decise infine a suonare, e la campana riecheggiò come
in un luogo deserto. In capo a dieci minuti, un uomo pallido, vestito di nero,
venne ad aprirgli. Julien lo guardò e subito abbassò gli occhi. Quel portiere aveva
una fisionomia strana. Le pupille dei suoi occhi verdi e prominenti si
arrotondavano come quelle di un gatto; i contorni immobili delle palpebre
rivelavano l'impossibilità di qualsiasi forma di simpatia; le sue labbra sottili si
disegnavano a semicerchio sui denti sporgenti. Tuttavia i tratti del suo volto non
davano l'impressione della malvagità, ma piuttosto di quella perfetta insensibilità
che suscita nei giovani un terrore anche più grande. Il solo sentimento che il
rapido sguardo di Julien poté intuire in quella lunga faccia bigotta fu un profondo
disprezzo per qualsiasi argomento che non riguardasse le cose celesti.
Julien si sforzò di rialzare lo sguardo, e con una voce resa tremante dal
batticuore, spiegò che desiderava parlare con l'abate Pirard, direttore del
seminario. Senza dire una parola, l'uomo nero gli fece segno di seguirlo. Salirono
due piani di una larga scalinata dalla ringhiera in legno, i cui gradini sbilenchi
pendevano vistosamente dalla parte opposta al muro, e sembravano prossimi a
crollare. Una porticina, sormontata da una grande croce cimiteriale in legno dolce
dipinto di nero, fu aperta faticosamente, e il portiere lo fece entrare in una
stanza cupa e bassa, i cui muri imbiancati a calce erano adorni di due grandi
quadri anneriti dal tempo. In quel luogo Julien fu lasciato solo; era atterrito, il
cuore gli batteva con violenza; avrebbe voluto poter piangere. Un silenzio di morte
regnava in tutta la casa.
In capo a un quarto d'ora, che gli sembrò un'intera giornata, il portiere dal volto
sinistro riapparve, e, senza degnarsi di dire una parola, gli fece segno di venire
avanti. Julien entrò in una camera ancora più grande della prima, e molto male
illuminata. Anche lì i muri erano imbiancati, ma non c'erano mobili. Soltanto in un
angolo vicino alla porta, il giovane vide, passando, un letto di legno grezzo, due
sedie impagliate e una poltroncina di abete senza cuscino. All'altra estremità di
quella camera, vicino a una piccola finestra, dai vetri ingialliti, adorna di vasi
di fiori non curati, vide un uomo seduto a un tavolo, vestito di una tonaca tutta
sdrucita. Sembrava arrabbiato, e prendeva, uno dopo l'altro, una quantità di
quadratini di carta, che disponeva su quel tavolo, dopo aver scritto su ognuno
qualche parola. Non si era accorto della presenza di Julien, che era rimasto
immobile, in piedi in mezzo alla stanza, dove l'aveva lasciato il portiere, che era
uscito chiudendo la porta.
Passarono così dieci minuti; l'uomo vestito male continuava a scrivere. L'emozione
e il terrore di Julien erano tali, che gli sembrava di essere sul punto di cadere.
Un filosofo avrebbe detto, forse sbagliandosi: "È la violenta impressione del
brutto su un'anima fatta per amare ciò che è bello".
L'uomo che scriveva alzò la testa; Julien non se ne accorse subito, e anche dopo
averlo visto rimase immobile, come colpito a morte dallo sguardo terribile di cui
era oggetto. Gli occhi turbati di Julien distinguevano a mala pena un volto lungo,
tutto coperto di macchie rosse, tranne sulla fronte, che era di un pallore mortale.
Fra quelle guance rosse e quella fronte bianca, brillavano due piccoli occhi neri,
fatti per spaventare anche l'uomo più coraggioso. I vasti contorni della fronte
erano segnati da capelli folti, lisci, corvini.
"Volete avvicinarvi, sì o no?" chiese infine quell'uomo con impazienza.
Julien si fece avanti con un passo incerto, e finalmente, sul punto di svenire e
pallido come non era mai stato in vita sua, si fermò a tre passi dal tavolino di
legno grezzo coperto da quei foglietti di carta.
"Più vicino" disse l'uomo.
Julien avanzò ancora tendendo la mano, come se cercasse di appoggiarsi a qualcosa.
"Il vostro nome?".
"Julien Sorel."
"Siete molto in ritardo" gli disse l'altro, fissandolo ancora con il suo sguardo
terribile.
Julien non riuscì a sopportare quegli occhi; tendendo la mano, come per trovare un
appoggio, finì lungo disteso sul pavimento.
L'uomo suonò il campanello. Julien aveva perduto solo l'uso della vista e la forza
di muoversi; sentì dei passi che si avvicinavano.
Venne rialzato, e messo sulla poltroncina di legno grezzo. Udì l'uomo terribile che
diceva al portiere:
"Sembra un attacco di epilessia, non ci mancava che questo".
Quando Julien poté riaprire gli occhi, l'uomo dal volto rosso stava ancora
scrivendo; il portiere era sparito. "Devo avere coraggio - si disse il nostro eroe,
- e soprattutto nascondere quello che sento - provava una nausea violenta; - se mi
viene un accidente, Dio sa cosa penseranno di me."
L'altro, finalmente, smise di scrivere, e guardando di sbieco Julien:
"Siete in grado di rispondermi?".
"Sì, signore" disse Julien con voce fioca.
"Ah! meno male."
L'uomo nero si era alzato a metà e cercava con impazienza una lettera nel cassetto
del suo tavolo di abete, che si aprì cigolando. La trovò, tornò a sedersi
lentamente, e guardando di nuovo Julien, con un'aria tale da strappargli quel poco
di vita che gli restava, disse:
"Mi siete stato raccomandato dall'abate Chèlan; era il miglior curato della
diocesi, un uomo virtuoso se mai ce ne furono, e mio amico da trent'anni."
"Ah! è con l'abate Pirard che ho l'onore di parlare" disse Julien con un filo di
voce.
"A quanto pare" rispose il direttore del seminario, guardandolo irritato.
Un nuovo bagliore attraversò i suoi occhietti, seguito da una contrazione
involontaria dei muscoli agli angoli della bocca. Era l'espressione della tigre che
pregusta il piacere di divorare la preda.
"La lettera di Chèlan è breve - disse, come parlando a se stesso. - Intelligenti
pauca: coi tempi che corrono, non si scrive mai troppo poco." Lesse ad alta voce:
""Vi mando Julien Sorel, di questa parrocchia. L'ho battezzato quasi vent'anni fa.
È figlio di un carpentiere ricco, ma che non vuole dargli nulla. Julien sarà un
ottimo operaio nella vigna del Signore. La memoria e l'intelligenza non gli
mancano, ed è riflessivo. La sua vocazione sarà duratura? È sincera?"".
"Sincera!" ripeté l'abate Pirard con un'aria stupita, osservando Julien; ma già il
suo sguardo era meno privo di umanità. "Sincera! - ripeté ancora abbassando la voce
e riprendendo la lettura: - "Vi chiedo per Julien Sorel una borsa di studio; la
meriterà sostenendo gli esami necessari. Gli ho insegnato un po' di teologia, di
quella vecchia e buona teologia dei Bossuet, degli Arnauld, dei Fleury. Se non vi
sembrerà un soggetto adatto, rimandatelo a me; il direttore dell'ospizio di
mendicità, che voi conoscete bene, gli offre ottocento franchi per diventare il
precettore dei suoi figli. La mia coscienza è tranquilla, grazie a Dio. Mi sto
abituando al colpo terribile. Vale et me ama?".
L'abate Pirard, rallentando mentre leggeva la firma, pronunciò con un sospiro il
nome Chèlan.
"È tranquillo - disse; - e davvero la sua virtù meritava questa ricompensa; Dio
possa concederla anche a me, se ne avrò bisogno."
Guardò in alto e si fece il segno della croce. Alla vista di quel sacro segno,
Julien sentì diminuire l'orrore profondo che l'aveva raggelato da quando era
entrato in quella casa.
"Ho qui trecentoventuno aspiranti alla condizione più santa - disse infine l'abate
Pirard, con un tono di voce severo, ma non cattivo; - sette o otto soltanto mi sono
stati raccomandati da uomini come l'abate Chèlan; così, fra i trecentoventuno, voi
sarete il nono. Ma la mia protezione non è né favore né debolezza, è un motivo di
maggior attenzione e di severità contro i vizi. Chiudete questa porta a chiave."
Julien fece uno sforzo per camminare, e riuscì a non cadere. Notò che una piccola
finestra, vicina alla porta d'ingresso, dava sulla campagna. Guardò gli alberi;
quella vista gli fece bene, come se avesse visto dei vecchi amici.
"Loquerisne linguam latinam?" (Parlate latino?) gli chiese l'abate Pirard mentre
tornava da lui.
"Jta, pater optime" (sì, eccellentissimo padre) rispose Julien, riprendendosi un
poco. Di certo nessun uomo al mondo gli era parso meno eccellente dell'abate Pirard
in quella mezz'ora.
Il colloquio proseguì in latino. L'espressione degli occhi dell'abate si addolciva;
Julien ritrovò un po' di sangue freddo. "Come sono debole - pensava - a lasciarmi
impressionare da queste apparenze di virtù! Quest'uomo non dev'essere altro che un
furfante come Maslon." E Julien si compiacque di aver nascosto quasi tutti i soldi
negli stivali.
L'abate Pirard esaminò Julien in teologia e fu sorpreso dalla vastità del suo
sapere. Rimase ancora più stupito quando lo interrogò in particolare sulle Sacre
Scritture. Ma quando arrivò alle domande sulla dottrina dei Padri, si accorse che
Julien quasi ignorava persino i nomi di san Girolamo, di sant'Agostino, di san
Bonaventura, di san Basilio, ecc. ecc.
"Ecco quella tendenza fatale al protestantesimo - pensò l'abate Pirard - che ho
sempre rimproverato a Chèlan. Una conoscenza approfondita, e troppo approfondita,
delle Sacre Scritture."
(Julien gli aveva appena parlato, senza essere stato interrogato su questo
argomento, della vera epoca in cui erano stati scritti la Genesi, il Pentateuco,
ecc.).
"A cosa porta questo ragionare all'infinito sulle Sacre Scritture - pensò l'abate
Pirard, - se non al libero esame, cioè al più abominevole protestantesimo? E
accanto a questa scienza imprudente, nulla sui Padri che possa compensare una
simile tendenza."
Ma la sorpresa del direttore del seminario non ebbe più limiti, allorché,
interrogando Julien sull'autorità del Papa, e aspettandosi le massime dell'antica
Chiesa gallicana, si sentì invece recitare dal giovane tutto il libro di de
Maistre.
"Uomo strano, questo Chèlan - pensò Pirard. - Che gli abbia fatto conoscere questo
libro per insegnargli a burlarsene?"
Interrogò invano Julien per cercare di capire se credesse seriamente alla dottrina
di de Maistre. Il giovane rispondeva solo con la memoria. Da quel momento, Julien
fu davvero bravo; si sentiva padrone di sé. Dopo un esame molto lungo, gli sembrò
che la severità di Pirard verso di lui fosse ormai solo formale. In effetti, non
fosse stato per i principi di gravità austera che da quindici anni si era imposto
con i suoi allievi di teologia, il direttore del seminario avrebbe abbracciato
Julien in nome della logica, per la chiarezza, la nitidezza, la precisione delle
sue risposte.
"Ecco una mente audace e sana - pensava, - ma corpus debile (il corpo è debole)."
"Vi capita spesso di cadere in quel modo?" disse a Julien in francese, indicandogli
il pavimento.
"È la prima volta in vita mia; la faccia del portiere mi aveva raggelato" rispose
Julien arrossendo come un bambino.
L'abate Pirard quasi sorrise.
"Ecco l'effetto delle vane pompe del mondo; evidentemente siete abituato a volti
sorridenti, veri teatri della menzogna. La verità è austera, signore. Ma il nostro
compito quaggiù non è forse a sua volta austero? Sarà necessario vegliare perché la
vostra coscienza stia in guardia contro questa debolezza: troppa sensibilità per le
vane grazie del mondo esterno.
Se non mi foste stato raccomandato - continuò Pirard, tornando a parlare in latino
con evidente piacere, - se non mi foste stato raccomandato da un uomo come l'abate
Chèlan, vi parlerei nel vano linguaggio di quel mondo al quale mi sembrate anche
troppo abituato. Ottenere la borsa completa che chiedete, vi direi, è la cosa più
difficile del mondo. Ma l'abate Chèlan avrebbe meritato ben poco, in cinquantasei
anni di lavoro apostolico, se non potesse disporre oggi di una borsa al seminario."
Dopo queste parole, Pirard raccomandò a Julien di non entrare in alcuna società o
congregazione segreta senza il suo consenso.
"Vi do la mia parola d'onore" disse Julien, con lo slancio sincero di un uomo
onesto.
Il direttore del seminario sorrise per la prima volta.
"Queste parole non sono in uso, qui - gli disse; - ricordano troppo l'onore vano
della gente di mondo, che porta a tanti errori, e spesso al delitto. Voi mi dovete
la santa obbedienza in virtù del paragrafo diciassette della bolla Unam Ecclesiam
di san Pio V. Io sono il vostro superiore ecclesiastico. In questa casa, figliolo
carissimo, capire è obbedire. Quanto denaro avete?".
"Ci siamo - pensò Julien; - quel "figliolo carissimo" era per questo."
"Trentacinque franchi, padre."
"Annotate con cura l'uso che ne farete; dovrete rendermene conto."
Questa penosa seduta era durata tre ore; Julien chiamò il portiere.
"Sistemate Julien Sorel nella cella n. 103" gli disse l'abate Pirard.
Dimostrandogli un particolare riguardo, assegnava a Julien un alloggio personale.
"Portate il suo bagaglio" aggiunse.
Julien abbassò gli occhi e riconobbe la sua valigia proprio di fronte a lui; la
guardava da tre ore e non l'aveva riconosciuta.
Arrivando al n. 103, una cameretta di otto piedi quadrati, all'ultimo piano, Julien
notò che dava sui bastioni, oltre i quali si scorgeva la bella pianura che il Doubs
separa dalla città.
"Che vista incantevole!" esclamò, senza rendersi conto di tutto ciò che esprimevano
quelle parole. Le sensazioni violente, che aveva provato nel poco tempo trascorso
dal suo arrivo a Besançon, avevano completamente esaurito le sue forze. Si sedette
accanto alla finestra sull'unica sedia di legno della cella, e cadde subito in un
sonno profondo. Non udì la campana della cena, né quella della benedizione;
l'avevano dimenticato.
Quando i primi raggi del sole lo risvegliarono, l'indomani mattina, si trovò
disteso sul pavimento.

XXVI
Il mondo, ovvero ciò che manca al ricco

Sono solo sulla terra, nessuno si degna di pensare a me. Tutti quelli che vedo far
fortuna hanno una sfrontatezza e durezza di cuore che io sento di non avere. Mi
odiano, a causa della mia facile bontà. Ah!, presto morirò, o per la fame o per il
dolore di vedere gli uomini così duri.
YOUNG

Si affrettò a spazzolarsi il vestito e a scendere: era in ritardo. Un assistente lo


sgridò con severità; anziché cercare di giustificarsi, Julien incrociò le braccia
sul petto:
"Peccavi; pater optime (ho peccato, confesso la mia colpa, padre mio)" disse con
aria contrita.
Questo esordio ebbe un grande successo. I più accorti fra i seminaristi capirono di
non aver a che fare con un uomo alle prime armi. Venne l'ora della ricreazione.
Julien si vide oggetto della curiosità generale. Seguendo le regole che si era
dato, considerò i suoi trecentoventuno compagni come dei nemici; il più pericoloso
di tutti, ai suoi occhi, era comunque l'abate Pirard. Pochi giorni dopo, Julien
dovette scegliere un confessore. Gli presentarono una lista.
"Eh, Dio mio! Per chi mi prendono? - si disse. - Credono che non capisca cosa c'è
sotto?" E scelse Pirard.
Senza che se ne rendesse conto,,fu un passo decisivo. Un giovane seminarista,
nativo di Verrières, e che, fin dal primo giorno, si era dichiarato suo amico, gli
fece sapere che se avesse scelto il vice direttore Castanède, sarebbe stato forse
più prudente.
"Castanède è il nemico di Pirard, che è sospettato di giansenismo" aggiunse quel
seminarista parlandogli all'orecchio.
Tutte le prime mosse del nostro eroe, che si credeva tanto avveduto, furono, come
per la scelta del confessore, dei passi falsi. Sviato dalla grande presunzione che
ha un uomo di fantasia, confondeva le sue intenzioni con la realtà dei fatti, e si
credeva un consumato ipocrita. La sua follia arrivava fino al punto di
rimproverarsi i suoi successi nell'arte di mostrarsi docile.
"Ahimè, è la mia sola arma! In un'altra epoca - pensava - mi sarei guadagnato da
vivere con il linguaggio delle azioni, di fronte al mio nemico."
Julien, soddisfatto del suo comportamento, si guardava attorno, e incontrava sempre
l'apparenza della virtù più pura.
Otto o dieci seminaristi vivevano in odore di santità, e avevano delle visioni come
santa Teresa e come san Francesco quando ricevette le stigmate sulla Verna,
nell'Appennino. Ma era un grande segreto, che i loro amici tenevano nascosto. Quei
poveri giovani visionari erano quasi sempre in infermeria. Un altro centinaio
accoppiava a una robusta fede un'applicazione infaticabile. Studiavano fino ad
ammalarsi, ma senza imparare molto. Due o tre si distinguevano per un talento
autentico, e fra questi un certo Chazel; ma Julien sentiva una certa avversione per
loro, e loro per lui.
Il resto dei trecentoventuno seminaristi era composto da individui grossolani,
incerti sul significato delle parole latine che ripetevano per tutta la giornata.
Erano quasi tutti figli di contadini, che preferivano guadagnarsi la giornata
recitando qualche parola in latino piuttosto che zappare la terra. È in base a
queste osservazioni che, fin dai primi giorni, Julien si ripromise dei rapidi
successi. "In ogni attività ci vogliono delle persone intelligenti, perché, in ogni
caso, c'è un lavoro da fare - pensava. - Sotto Napoleone sarei stato sergente; fra
questi futuri curati, sarò Gran vicario. Sono dei poveri diavoli che hanno lavorato
duro fin dall'infanzia, sono vissuti, prima di arrivare qui, di latte cagliato e di
pane nero. Nelle loro capanne mangiavano la carne cinque o sei volte all'anno.
Simili ai soldati romani, che consideravano la guerra un periodo di riposo, questi
rozzi contadini sono entusiasti delle delizie del seminario."
Nel loro sguardo spento, Julien leggeva solo il bisogno fisico soddisfatto dopo il
pranzo, e il piacere fisico atteso prima del pasto. Questa era la gente in mezzo
alla quale occorreva distinguersi; ma quello che Julien non sapeva, quello che si
guardavano bene dal dirgli, è che essere il primo nei diversi corsi di dogmatica,
di storia ecclesiastica, ecc. ecc., che si seguono in seminario, non era ai loro
occhi che uno splendido peccato. Dopo Voltaire, dopo il governo delle due Camere,
che non è in fondo che diffidenza e libero esame, e dà allo spirito dei popoli la
cattiva abitudine della diffidenza, la Chiesa di Francia sembra aver capito che i
libri sono i suoi veri nemici, e ai suoi occhi la sottomissione dell'animo è tutto.
Riuscire negli studi, anche in quelli sacri, le risulta sospetto, e a buon diritto.
Chi impedirà all'uomo superiore di passare dall'altra parte, come Sieyès o
Grégoire? La Chiesa si aggrappa tremante al papa come alla sua unica possibilità di
salvezza. Solo il papa può cercare di paralizzare il libero esame, e, con le devote
pompe delle sue cerimonie di corte, impressionare lo spirito malato e annoiato
degli uomini di mondo.
Julien, penetrando a metà queste verità diverse, che tuttavia tutte le parole che
si pronunciano in un seminario tendono a smentire, era caduto in una profonda
malinconia. Lavorava molto, e riusciva a imparare rapidamente delle cose utilissime
a un prete, ma per lui soltanto false e prive di interesse. Credeva di non avere
nient'altro da fare.
"Tutti mi hanno dunque dimenticato?" si chiedeva. Non sapeva che l'abate Pirard
aveva ricevuto e gettato nel fuoco alcune lettere col timbro postale di Digione,
dalle quali, pur se scritte con la massima prudenza, traspariva una passione
ardente. "Tanto meglio - pensava Pirard; - per lo meno questo giovane non ha amato
una donna infame."
Un giorno l'abate Pirard aprì una lettera che sembrava semicancellata dalle
lacrime: era un addio per sempre. "Finalmente - vi si leggeva - il cielo mi ha
fatto la grazia di odiare non chi mi ha indotto alla colpa, poiché questi sarà
sempre colui che mi è più caro al mondò, ma la mia colpa stessa. Il sacrificio è
compiuto, amico mio. E non senza lacrime, come potete vedere. La salvezza delle
creature a cui dedico me stessa, e che voi avete tanto amato, è ciò che più conta.
Un Dio giusto ma terribile non potrà più vendicarsi su di loro per le colpe della
madre. Addio, Julien, siate giusto con gli uomini."
La parte finale della lettera era pressoché illeggibile. C'era un indirizzo di
Digione, e tuttavia veniva espressa la speranza che Julien non rispondesse, o che
almeno usasse parole che una donna tornata alla virtù avrebbe potuto leggere senza
arrossire.
La malinconia di Julien, con l'aggiunta del vitto mediocrè che passava al seminario
il fornitore di pranzi a 83 centesimi, cominciava a influire sulla sua salute,
quando un mattino Fouquè apparve all'improvviso nella sua stanza.
"Finalmente sono riuscito a entrare. Sono venuto cinque volte a Besançon per
vederti, sia detto senza rimprovero. La porta era sempre chiusa. Allora ho
appostato un tale all'ingresso del seminario. Ma perché diavolo non esci mai?".
"È una prova che mi sono imposto."
"Ti trovo molto cambiato. Finalmente ti rivedo. Due begli scudi da cinque franchi
mi hanno insegnato che ero stato uno stupido a non offrirli fin dalla prima volta."
La conversazione fra i due amici non finiva più. Julien cambiò colore quando Fouquè
gli disse:
"A proposito, lo sai? La madre dei tuoi allievi è tutta presa dalla religione".
E parlava con quell'aria disinvolta che fa un'impressione così strana sull'anima
sensibile di cui, senza averne il sospetto, si turbano i sentimenti più cari.
"Sì, amico mio, è nella devozione più esaltata. Si dice che faccia dei
pellegrinaggi. Ma, con eterno scorno dell'abate Maslon, che ha spiato così a lungo
quel povero Chèlan, la signora de Rênal non ha voluto saperne di lui. Va a
confessarsi a Digione o a Besançon."
"Viene a Besançon?" chiese Julien, tutto rosso in fronte.
"Abbastanza spesso" rispose Fouquè con un'aria interrogativa.
"Hai portato qualche numero del "Constitutionnel"?".
"Cosa dici?" fece Fouquè.
"Ti chiedo se hai qualche numero del "Constitutionnel" - riprese Julien con il tono
di voce più tranquillo. - Qui lo vendono a trenta soldi."
"Come? Dei liberali anche in seminario! - esclamò Fouquè. - Povera Francia!"
aggiunse, prendendo la voce ipocrita e il tono dolciastro dell'abate Maslon.
Questa visita avrebbe prodotto una profonda impressione sul nostro eroe, se una
frase rivoltagli il giorno dopo da quel seminarista di Verrières, che gli sembrava
tanto bambino, non gli avesse fatto fare un'importante scoperta. Da quando era in
seminario, il comportamento di Julien non era stato che un susseguirsi di passi
falsi. Rise di se stesso amaramente.
A dire il vero, nei momenti importanti della sua vita aveva agito saggiamente; ma
non si curava dei dettagli, mentre i più abili, in seminario, non badavano ad
altro. Così, passava già fra i suoi compagni per uno spirito indipendente. Era
stato tradito da una quantità di piccoli episodi.
Ai loro occhi era colpevole di un vizio enorme, pensava, giudicava da sé, anziché
seguire ciecamente l'autorità e l'esempio. L'abate Pirard non gli era stato di
alcun aiuto; non gli aveva rivolto una sola volta la parola se non in confessione,
dove comunque ascoltava più di quanto parlasse. Sarebbe stato ben diverso se avesse
scelto l'abate Castanède.
Dal momento in cui Julien si accorse della sua stoltezza, non si annoiò più. Volle
conoscere tutta la portata del suo errore, e con questo scopo uscì un po' da quel
silenziò altero e ostinato con il quale respingeva i suoi compagni. I suoi
tentativi furono accolti da un disprezzo che arrivò fino alla derisione. Dovette
riconoscere che, dal suo ingresso in seminario, non c'era stata un'ora, soprattutto
durante le ricreazioni; che non avesse avuto conseguenze a suo favore o contro di
lui, che non avesse aumentato il numero dei suoi nemici, o non gli fosse valsa la
benevolenza di qualche seminarista sinceramente virtuoso o un po' meno rozzo degli
altri. Il danno a cui porre rimedio era immenso, il compito difficilissimo. Da
allora l'attenzione di Julien fu sempre molto vigile; doveva disegnarsi un
carattere del tutto nuovo.
I movimenti dei suoi occhi, per esempio, gli diedero molto da fare. Non è senza
ragione che in quei luoghi si tengono sempre bassi. "Com'ero presuntuoso a
Verrières! - si diceva Julien. - Credevo di vivere, e mi preparavo soltanto alla
vita; eccomi dunque nel mondo, come lo troverò finché avrò finito la mia parte,
circondato da veri nemici. Che difficoltà enorme - continuava a pensare - in questa
ipocrisia di ogni minuto! Da far impallidire le fatiche d'Ercole. L'Ercole dei
tempi moderni è Sisto V, che inganna per quindici anni di seguito, con la sua
modestia, quaranta cardinali che l'avevano visto vivace e altero per tutta la sua
giovinezza."
La cultura, dunque, non conta niente, qui! I progressi nella dogmatica, nella
storia sacra e così via, contano solo in apparenza. Tutto quello che si dice a
questo proposito è destinato a far cadere in trappola i pazzi come me. Ahimè, il
mio solo merito consisteva nei miei rapidi progressi, nel mio modo di capire alla
svelta tutte queste frottole: Forse anche gli altri, in fondo, le stimano secondo
il loro autentico valore? Forse le giudicano come me? E io ero così sciocco da
esserne orgoglioso! I primi posti che ottengo sempre non mi sono serviti che a
procurarmi dei nemici accaniti. Chazel, che è più colto di me, mette sempre nei
suoi componimenti qualche scemenza che lo fa relegare al cinquantesimo posto; se
ottiene il primo, è per distrazione. Ah!, come mi sarebbe stata utile una parola,
una sola parola di Pirard!".
Da quando Julien aveva aperto gli occhi, i lunghi esercizi di devozione ascetica,
come il rosario cinque volte la settimana, i cantici al Sacro Cuore, ecc. ecc., che
gli erano sembrati così mortalmente noiosi, divennero i suoi momenti d'azione più
interessanti. Riflettendo severamente su se stesso, e cercando soprattutto di non
esagerare le proprie capacità, Julien non aspirò più a compiere ad ogni istante,
come i seminaristi che erano di modello agli altri, degli atti significativi, tali
cioè da testimoniare un genere di perfezione cristiana. In seminario, c'è un modo
di mangiare un uovo à la coque che rivela i progressi compiuti nella vita
religiosa.
Il lettore, che forse sorride, vorrà degnarsi di ricordare tutti gli errori che
fece, mangiando un uovo, l'abate Delille invitato a colazione da una gran dama
della corte di Luigi XVI.
Julien cercò inizialmente di arrivare al non culpa, che è la condizione del giovane
seminarista la cui andatura, il cui modo di muovere le braccia, gli occhi, ecc. non
segnalano, in effetti, nulla di mondano, ma non mostrano ancora un essere assorto
nell'idea dell'altra vita, e il puro nulla di questa.
Julien trovava continuamente sui muri dei corridoi, scritte col carbone, frasi come
questa: "Che cosa sono sessant'anni di dure prove, paragonati a un'eternità di
delizie o a un'eternità di olio bollente nell'inferno?". Non le disprezzò più;
comprese che era necessario averle sempre davanti agli occhi. "Che cosa farò per
tutta la mia vita? - si chiedeva; - venderò ai fedeli un posto in cielo. E come
renderò visibile questo posto ai loro occhi? Con la differenza tra il mio aspetto e
quello di un laico."
Dopo diversi mesi di un'applicazione continua, Julien aveva ancora l'aria di
pensare. Il suo modo di muovere gli occhi e di atteggiare la bocca non rivelava
quella fede implicita, pronta a credere a tutto e a sostenere tutto fino al
martirio. Ed era con rabbia che si vedeva superato in questo anche dai contadini
più rozzi. C'erano delle valide ragioni perché non avessero un'aria pensante.
Si dava una gran pena per arrivare a quell'espressione di fede fervente e cieca,
pronta a credere totalmente e a sopportare tutto, che si trova così spesso nei
conventi italiani, e di cui, a noi laici, il Guercino ha lasciato dei modelli tanto
perfetti nei suoi quadri di soggetto sacro.
Nei giorni di festa solenne, venivano servite ai seminaristi le salsicce coi
crauti. I vicini di tavola di Julien osservarono che era insensibile a questa
gioia; fu una delle sue prime colpe. I suoi compagni vi riconobbero un tratto
odioso della più sciocca ipocrisia. "Ma guardalo! il borghese, lo sdegnoso -
dicevano, - che finge di disprezzare la pietanza migliore, le salsicce coi crauti!
Ma chi si crede, questo brutto presuntuoso, questo dannato?".
"Ahimè, l'ignoranza, per dei contadinotti come i miei compagni, è un vantaggio
immenso!" esclamava Julien nei momenti di scoraggiamento. "Quando arrivano in
seminario, il professore non deve certo liberarli da quel terribile groviglio di
idee mondane che io porto con me, e che mi leggono in viso, nonostante i miei
sforzi."
Julien studiava, con un'attenzione simile all'invidia, i più rozzi fra i contadini
che arrivavano in seminario. Nel momento in cui si toglievano la giacca di ratina
per indossare l'abito nero, la loro educazione si limitava a un rispetto immenso e
totale per il denaro solido e liquido, come si dice nella Franca Contea.
E il modo sacramentale ed eroico di esprimere l'idea sublime del denaro contante.
La felicità, per questi seminaristi, come per gli eroi dei romanzi di Voltaire,
consiste soprattutto nel mangiar bene. Julien scopriva quasi in tutti un rispetto
innato per l'uomo che indossa un abito di stoffa fine. Questo sentimento porta ad
apprezzare la giustizia distributiva, come l'amministrano i nostri tribunali,
secondo il suo valore e forse anche al di sotto. "Che cosa si può guadagnare - si
ripetevano spesso fra di loro - a mettersi contro un pezzo grosso?" Così viene
definito un ricco nelle vallate del Giura. Si può quindi immaginare quale sia il
loro rispetto per il più ricco di tutti: il governo!
Non sorridere rispettosamente al solo nome del signor prefetto, passa, agli occhi
dei contadini della Franca Contea, per un'imprudenza: e l'imprudenza di un povero è
presto punita con la privazione del pane.
Dopo essere stato come soffocato, nei primi tempi, da un senso di disprezzo, Julien
finì col provare pietà: era capitato spesso, ai padri della maggior parte dei suoi
compagni, di tornare nelle sere d'inverno alla loro capanna e non trovarvi né pane,
né castagne, né patate. "Cosa c'è dunque di strano - pensava Julien, - se l'uomo
felice, ai loro occhi, è prima di tutto chi ha mangiato bene, e poi chi possiede un
bel vestito! I miei compagni hanno una vocazione salda, e cioè vedono nella
condizione ecclesiastica una lunga continuazione di questa felicità: mangiar bene e
avere un abito caldo per l'inverno."
Capitò a Julien di sentire un giovane seminarista, dotato d'immaginazione, dire a
un compagno:
"Perché non potrei diventare papa come Sisto V, che faceva il guardiano di porci?".
"Solo gli italiani diventano papi - gli rispose l'amico; - ma di certo
sorteggeranno fra noi per dei posti di gran vicario, di canonico, forse di vescovo.
Il vescovo di Chàlons è figlio di un bottaio: è il mestiere di mio padre."
Un giorno, durante una lezione di dogmatica, l'abate Pirard fece chiamare Julien.
Il povero giovane fu felicissimo di poter uscire dall'atmosfera fisica e morale
nella quale era immerso. Ma trovò dal direttore la stessa accoglienza che l'aveva
tanto spaventato il giorno del suo ingresso in seminario.
"Spiegatemi cosa c'è scritto su questo biglietto" gli disse guardandolo in un modo
da farlo sprofondare sottoterra.
Julien lesse:
"Amanda Binet, al Caffè della Giraffa, prima delle otto. Dire di essere di Genlis,
e cugino di mia madre".
Julien vide l'immensità del pericolo; la polizia dell'abate Castanède gli aveva
rubato quell'indirizzo.
"Il giorno in cui entrai qui - rispose guardando la fronte dell'abate Pirard,
poiché non riusciva a sopportare il suo sguardo tremendo, - avevo molta paura:
l'abate Chèlan mi aveva detto che era un luogo pieno di delazioni e di cattiverie
di ogni genere, dove si incoraggia a fare la spia e a denunciarsi fra compagni. Il
cielo vuole così per far capire ai giovani preti qual è la vita reale, e ispirar
loro il disgusto per il mondo e le sue pompe."
"E venite da me con queste belle chiacchiere - disse furente l'abate Pirard, -
furfantello!".
"A Verrières - riprese freddamente Julien, - i miei fratelli mi picchiavano quando
avevano qualche motivo per essere gelosi di me...".
"Veniamo al sodo!" gridò Pirard, quasi fuori di sé.
Per nulla intimidito, Julien continuò il suo racconto.
"Il giorno del mio arrivo a Besançon, verso mezzogiorno, avevo fame, ed entrai in
un caffè. Il mio cuore era pieno di ripugnanza per un luogo così profano; ma
pensavo che la colazione mi sarebbe costata meno lì che in una locanda. Una
signora, che sembrava la padrona, si impietosì per la mia aria di novizio.
"Besançon è piena di brutta gente - mi disse, - temo per voi, signore. Se dovesse
succedervi qualcosa, fate conto su di me, mandatemi ad avvertire prima delle otto.
Se i portieri del seminario si rifiutassero di farvi questa commissione, dite che
siete mio cugino, e nativo di Genlis...".
"Tutte queste chiacchiere saranno verificate - gridò l'abate Pirard, che non
riusciva a stare fermo e passeggiava avanti e indietro nella stanza. - Tornate
nella vostra cella!".
L'abate seguì Julien e lo chiuse a chiave. Il giovane controllò subito la sua
valigia, sul cui fondo aveva nascosto quel biglietto fatale. Non mancava niente, ma
c'era un po' di scompiglio; eppure aveva sempre con sé la chiave. "Per fortuna -
pensò Julien, - durante il periodo in cui ero cieco, non ho mai accettato il
permesso di uscire, che Castanède mi offriva tanto spesso con una bontà che capisco
solo ora. Forse avrei avuto la debolezza di cambiarmi d'abito per andare dalla
bella Amanda, e mi sarei perduto. Quando non hanno più avuto speranza di sfruttare
in questo modo le loro informazioni, hanno deciso di ricorrere a una denuncia."
Due ore dopo il direttore lo fece chiamare.
"Non avete mentito - gli disse guardandolo in modo meno severo; - ma conservare
quell'indirizzo è stata un'imprudenza di cui non potete concepire la gravità.
Ragazzo sventurato! Forse, fra dieci anni, potrà ancora nuocervi!".

XXVII
Prima esperienza della vita

Il tempo presente, gran Dio! è l'arca del Signore. Guai a chi la tocca.
DIDEROT

Il lettore vorrà concederci di riportare pochi fatti chiari e precisi su questo


periodo della vita di Julien. Non ce ne mancano di certo le notizie, al contrario.
Ma forse ciò che egli vide in seminario è troppo nero, rispetto alle tinte moderate
che abbiamo cercato di conservare in queste pagine. I contemporanei che soffrono di
certe cose non possono che ricordarsene con un orrore che paralizza ogni piacere,
anche quello di leggere un racconto.
Julien otteneva modesti risultati nei suoi tentativi di assumere un comportamento
ipocrita. Ebbe momenti di disgusto e anche di completo scoraggiamento. Non aveva
successo, e per di più in una così bassa carriera. Il minimo aiuto esterno sarebbe
bastato a rincuorarlo, poiché le difficoltà da superare non erano gran cosa; ma si
trovava solo come una barca abbandonata in mezzo all'Oceano. "E quand'anche ci
riuscissi? - pensava. - Avrei tutta una vita da passare in così cattiva compagnia!
Dei ghiottoni, che pensano solo alla frittata col lardo da divorare a pranzo, o
degli abati Castanède, per i quali nessun misfatto è troppo nero! Arriveranno al
potere; ma a quale prezzo, gran Dio!
La volontà dell'uomo è potente, lo leggo dappertutto; ma è sufficiente a superare
un simile disgusto? Il compito dei grandi uomini è stato facile; per quanto
terribile sia stato il pericolo, l'hanno trovato bello; e chi può capire, a parte
me, quant'è miserabile ciò che mi circonda?".
Mai come in quel momento era stato messo a dura prova. Sarebbe stato così facile,
per lui, arruolarsi in uno dei bei reggimenti di stanza a Besançon! Avrebbe potuto
diventare insegnante di latino; gli occorreva così poco per vivere! Ma allora,
addio carriera, addio avvenire per la sua fantasia: sarebbe stato come morire. Ma
ecco, nei particolari, una delle sue tristi giornate.
"La mia presunzione si è molto spesso compiaciuta di quanto io fossi diverso dagli
altri giovani contadini! Ebbene, sono vissuto abbastanza per capire che diversità
genera odio" pensava un mattino. Questa grande verità gli era stata appena
dimostrata da uno dei suoi più brucianti insuccessi. Aveva lavorato otto giorni per
ingraziarsi un allievo che viveva in odore di santità. Passeggiava con lui nel
cortile, ascoltava sottomesso delle scemenze da far dormire in piedi. A un tratto
il tempo sì guastò, venne il temporale, brontolava il tuono, e il santo alunno si
mise a gridare, respingendolo sgarbatamente:
"Ascoltate; ognuno per sé in questo mondo, e io non voglio farmi bruciare dal
fulmine: Dio potrebbe folgorarvi come un empio, come Voltaire".
A denti stretti per la rabbia e con gli occhi spalancati verso quel cielo solcato
dai lampi, Julien esclamò: "Meriterei di essere sommerso, se mi addormentassi
durante la tempesta! Tentiamo la conquista di qualche altro tanghero."
Suonò la campana per l'ora di storia sacra dell'abate Castanède.
A quei contadinelli, spaventati dal lavoro penoso e dalla povertà dei loro padri,
Castanède insegnava quel giorno che il governo, così terribile ai loro occhi, aveva
potere reale e legittimo solo in virtù della delega del vicario di Dio in terra.
"Rendetevi degni della bontà del papa con la santità della vostra vita, con la
vostra obbedienza, siate come un bastone nelle sue mani - aggiungeva, - e otterrete
un incarico elevato, un posto di comando esente da ogni controllo; un incarico da
cui sarete inamovibili, e il cui stipendio è pagato per un terzo dal governo, e per
gli altri due terzi dai fedeli, formati dalla vostra predicazione."
Uscendo dall'aula, Castanède si fermò in cortile.
"È proprio di un curato che si può dire: tanto vale l'uomo, tanto vale il suo posto
- diceva agli allievi che facevano cerchio intorno a lui. - Ho conosciuto, io che
vi parlo, delle parrocchie di montagna dove gli incerti superavano quelli di molte
parrocchie di città. C'era altrettanto denaro, senza contare i capponi ingrassati,
le uova, il burro fresco e mille piccole piacevolezze; e lì il curato è il primo,
senza discussione: non c'è buon pranzo dove non sia invitato, festeggiato...".
Non appena l'abate Castanède se ne fu andato, gli allievi si divisero in gruppi.
Julien non apparteneva ad alcuno: lo lasciavano solo come una pecora rognosa. In
tutti i gruppi si vedeva un allievo gettare in aria una moneta, e se indovinava a
testa o croce, i suoi compagni concludevano che gli sarebbe toccata una di quelle
felici parrocchie.
Vennero poi gli aneddoti. Un certo preticello, che aveva ricevuto gli ordini da
appena un anno, per aver regalato un coniglio alla serva di un vecchio curato,
aveva ottenuto di essere richiesto come vicario, e, pochi mesi dopo, poiché il
curato era morto in fretta, aveva preso il suo posto. Un altro era riuscito a farsi
designare successore nella parrocchia di un grosso borgo molto ricco, assistendo ad
ogni pasto il vecchio curato paralitico e trinciandogli con molta gentilezza il
pollo.
I seminaristi, come tutti i giovani impegnati in qualsiasi carriera, danno troppa
importanza all'efficacia di certi mezzucci, che sembrano straordinari e colpiscono
la fantasia.
"Bisogna che mi abitui a questi discorsi" pensava Julien. Quando non parlavano di
salsicce e di belle parrocchie, si intrattenevano sulla parte mondana delle
dottrine ecclesiastiche: contese tra vescovi e prefetti, tra sindaci e curati.
Julien vedeva apparire l'idea di un secondo Dio, ma di un Dio ben più temibile e
potente dell'altro; questo secondo Dio era il papa. Dicevano, ma abbassando la
voce, e quando erano ben sicuri di non essere sentiti dall'abate Pirard; che se il
papa non si occupava di nominare tutti i prefetti e tutti i sindaci di Francia, era
perché aveva incaricato di questo compito il re, nominandolo figlio maggiore della
Chiesa.
Fu in quel periodo che Julien pensò di poter trarre vantaggio, per la propria
reputazione, dal libro di de Maistre, Del papa. In effetti riuscì a stupire i suoi
compagni; ma gli andò male anche quella volta. Finì con l'urtarli, esponendo meglio
di loro le loro stesse opinioni. Chèlan era stato imprudente con Julien, come lo
era stato con se stesso. Dopo avergli dato l'abitudine di ragionare correttamente e
di non lasciarsi appagare dalle vane parole, non aveva pensato di dirgli che, per
chi non gode di alcuna considerazione, quest'abitudine è una colpa; perché ogni
buon ragionamento offende.
La sua capacità di parlare divenne così, per lui, una nuova colpa. I suoi compagni,
a furia di pensare a lui, arrivarono a esprimere tutto l'orrore che ispirava loro
soprannominandolo MARTIN LUTERO; soprattutto, dicevano, per quella logica infernale
che lo rendeva così orgoglioso.
Molti giovani seminaristi avevano un colorito più fresco, e potevano passare per
ragazzi più belli di Julien; ma lui aveva le mani bianche e non poteva nascondere
certe abitudini di pulizia raffinata. Questo non era un vantaggio nella triste
dimora in cui la sorte l'aveva fatto piombare. I sudici contadini in mezzo ai quali
viveva dissero che i suoi costumi erano troppo rilassati. Temiamo però di
affaticare il lettore con il racconto delle mille disavventure del nostro eroe. Per
esempio, i più robusti tra i suoi compagni presero l'abitudine di picchiarlo. Fu
costretto allora ad armarsi di un compasso di ferro, e a far capire, ma solo a
gesti, che l'avrebbe usato. Nel rapporto di una spia, i gesti non possono figurare
con la stessa efficacia delle parole.

XXVIII
Una processione

Tutti i cuori erano commossi. La presenza di Dio sembrava discesa in quelle


stradine gotiche, addobbate da ogni parte e ben cosparse di sabbia dai fedeli.
YOUNG

Julien aveva un bel farsi piccolo e sciocco: non poteva piacere, era troppo
diverso. "Eppure - pensava, - tutti questi professori sono persone molto fini e
scelte fra mille; come mai non apprezzano la mia umiltà?" Uno solo gli sembrava che
approfittasse della sua compiacenza nel credere a tutto, nel farsi imbrogliare da
tutti. Era l'abate Chas-Bernard, direttore delle cerimonie alla cattedrale, dove,
da quindici anni, gli facevano sperare in un posto di canonico; nell'attesa,
insegnava eloquenza sacra in seminario. All'epoca della sua cecità, questo corso
era uno di quelli in cui Julien risultava abitualmente il primo. Per questo l'abate
Chas aveva cominciato a dimostrargli una certa amicizia, e, alla fine della
lezione, lo prendeva volentieri sotto braccio per passeggiare in giardino.
"Dove vuole arrivare?" si chiedeva Julien. Ascoltava con stupore l'abate Chas, che
gli parlava per ore intere dei paramenti posseduti dalla cattedrale, C'erano
diciassette pianete gallonate, oltre ai paramenti funebri. Si sperava molto dalla
vecchia presidentessa de Rubempré; questa signora, che aveva novant'anni, da almeno
settanta conservava i suoi abiti nuziali, confezionati con magnifiche stoffe di
Lione ricamate d'oro. "Figuratevi, amico mio - diceva l'abate fermandosi di colpo e
spalancando gli occhi - che queste stoffe stanno in piedi da sole, tanto sono
cariche d'oro. A Besançon tutti pensano che, grazie al testamento della
presidentessa, il tesoro della cattedrale sarà aumentato di oltre dieci pianete,
senza contare quattro o cinque piviali per le feste solenni. Ma voglio andare oltre
- aggiungeva l'abate Chas abbassando la voce: - ho buone ragioni per credere che ci
lascerà otto magnifici candelabri d'argento dorato, che si suppone siano stati
acquistati in Italia dal duca di Borgogna, Carlo il Temerario, il cui ministro
favorito fu un antenato della presidentessa."
"Ma dove vuole arrivare con tutta questa mercanzia? - si chiedeva Julien. - È un
secolo che prepara qualcosa, ma non si vede niente. Deve fidarsi ben poco di me! Lo
scopo segreto degli altri si indovina in quindici giorni; lui è più abile. Ma
capisco: la sua ambizione soffre da quindici anni!".
Una sera, durante la lezione di scherma, Julien fu mandato a chiamare dall'abate
Pirard, che gli disse:
"Domani è la festa del Corpus Domini. L'abate Chas-Bernard ha bisogno che lo
aiutiate a ornare la cattedrale. Andate e obbedite".
L'abate Pirard lo richiamò, e aggiunse con aria di commiserazione:
"Tocca a voi decidere se volete approfittare dell'occasione per una scappatella in
città".
"Incedo per ignes" (ho dei nemici nascosti) rispose Julien.
L'indomani, di primo mattino, Julien andò alla cattedrale, con gli occhi bassi. La
vista delle strade e del movimento che cominciava ad animare la città gli fece
bene. Da ogni parte si paravano le case per la processione. Tutto il tempo che
aveva passato in seminario non gli sembrò che un istante. Il suo pensiero andava a
Vergy e alla bella Amanda Binet che avrebbe potuto incontrare, perché il suo caffè
non era molto distante. Scorse di lontano l'abate Chas-Bernard sulla porta della
sua cara cattedrale; era un uomo grande e grosso, dalla faccia gioviale e aperta.
Quel giorno era trionfante: "Vi aspettavo, mio caro figliolo - esclamò appena vide
Julien. - Siate il benvenuto. Il lavoro di questa giornata sarà lungo e duro;
mettiamoci in forze con una prima colazione; faremo la seconda alle dieci, durante
la messa grande".
"Padre - gli disse Julien con aria grave, - desidero non restare solo neppure un
istante; vogliate notare - aggiunse indicando l'orologio sopra le loro teste - che
sono arrivato alle cinque meno un minuto."
"Ah, quei mascalzoncelli del seminario vi fanno paura! Siete troppo buono a pensare
a loro rispose l'abate Chas. - Un sentiero è forse meno bello se ci sono delle
spine nelle siepi che lo costeggiano? I viaggiatori proseguono il cammino e
lasciano le cattive spine a marcire dove sono. Ma adesso all'opera, mio caro,
all'opera!".
L'abate Chas aveva ragione nel dire che il lavoro sarebbe stato duro. Il giorno
prima c'era stata una grande cerimonia funebre nella cattedrale; non si era potuto
preparare niente; bisognava, dunque, in una sola mattina, rivestire tutti i
pilastri gotici che formano le tre navate con del damasco rosso, fino a trenta
piedi d'altezza. Il vescovo aveva fatto venire da Parigi, con la diligenza postale,
quattro tappezzieri, ma da soli non potevano bastare a tutto, e invece di
incoraggiare i maldestri colleghi di Besançon, li prendevano in giro, peggiorando
la situazione.
Julien si rese conto che doveva salire sulla scala anche lui, e la sua agilità gli
fu di grande aiuto. Si prese l'incarico di dirigere i tappezzieri della città.
L'abate Chas, felicissimo, lo osservava volteggiare da una scala a un'altra. Quando
tutti i pilastri furono rivestiti di damasco, si trattò di andare a collocare
cinque enormi mazzi di piume sul grande baldacchino, sopra l'altar maggiore. Un
ricco coronamento di legno dorato è sostenuto da otto grandi colonne tortili in
marmo d'Italia. Ma, per arrivare al centro del baldacchino, sopra il tabernacolo,
era necessario camminare su una vecchia cornice di legno, forse tarlata e a
quaranta piedi d'altezza.
La vista di quella via tanto ardua aveva spento la brillante allegria dei
tappezzieri parigini, che guardavano dal basso, discutevano molto, ma non salivano.
Julien afferrò i mazzi di piume, e salì di corsa sulla scala. Li collocò alla
perfezione su quell'ornamento a forma di corona, al centro del baldacchino. Non
appena fu sceso dalla scala, l'abate Chas-Bernard lo strinse fra le braccia.
"Optime - esclamò il buon prete, - lo racconterò a Monsignore!".
La colazione delle dieci fu molto allegra. L'abate Chas non aveva mai visto la sua
chiesa così bella.
"Caro discepolo - diceva a Julien, - mia madre noleggiava le sedie nella nostra
veneranda basilica, e io dunque sono stato nutrito in questo grande edificio. Il
Terrore di Robespierre ci rovinò; ma a otto anni, quanti ne avevo allora, servivo
già la messa privata, e in quei giorni mi davano da mangiare. Nessuno sapeva
piegare una pianeta meglio di me, mai un guasto ai galloni. Dopo che Napoleone ha
ristabilito il culto, ho avuto la fortuna di dirigere tutto in questa cattedrale.
Cinque volte all'anno i miei occhi la vedono addobbata dei paramenti più belli. Ma
non è mai stata così splendente, i teli di damasco non sono mai stati attaccati
così bene come oggi, così aderenti ai pilastri."
"Finalmente sta per dirmi il suo segreto - pensò Julien. - Ecco che mi parla di sé;
finalmente si apre." Ma nulla di imprudente fu detto da quell'uomo, malgrado il suo
evidente entusiasmo. "Eppure ha lavorato molto, è felice - pensò ancora Julien, -
non ha risparmiato il vino buono. Che uomo! Che esempio per me! A lui la palma!"
(Brutta espressione che aveva imparato dal vecchio chirurgo).
Quando suonò il Sanata, Julien indossò una cotta per seguire il vescovo nella
splendida processione.
"E i ladri, amico mio, i ladri? - esclamava l'abate Chas, - voi non ci pensate. La
processione sta per uscire; la chiesa rimarrà deserta; vigileremo: voi e io.
Potremo dirci fortunati se mancheranno solo un paio di metri di quella splendida
decorazione che circonda la base dei pilastri. E anche questo un dono della signora
de Rubempré; proviene dal famoso conte suo bisavolo; è oro zecchino, mio caro -
aggiunse l'abate parlandogli all'orecchio con un'aria esaltata: -niente di falso!
Vi incarico di sorvegliare l'ala nord, non ne uscite. Io controllerò l'ala sud e la
navata centrale. Attenzione ai confessionali; è da quella parte che i complici dei
ladri ci spiano, aspettando il momento in cui voltiamo le spalle."
Non appena ebbe finito di parlare, suonarono le undici e tre quarti: subito si fece
sentire la campana maggiore. Suonava a distesa; quel suono così pieno e solenne
commosse Julien. La sua immaginazione non era più sulla terra.
L'odore d'incenso e delle foglie di rosa gettate davanti al Santissimo Sacramento
dai ragazzini vestiti da san Giovanni, portarono al culmine la sua esaltazione.
Il suono così grave della campana avrebbe dovuto risvegliare in Julien il pensiero
del lavoro di venti uomini, pagati cinquanta centesimi, e aiutati da forse quindici
o venti fedeli. Avrebbe dovuto pensare all'usura delle funi, a quella dell'armatura
di legno, al pericolo della stessa campana, che cade ogni due secoli, e riflettere
su come diminuire il salario dei campanari, o di pagarli con qualche indulgenza, o
con qualche altra grazia appartenente ai tesori della Chiesa, senza danneggiarne la
borsa.
Ma al posto di queste sagge riflessioni, l'anima di Julien, esaltata da quei suoni,
così robusti e intensi, errava negli spazi della fantasia. Non sarebbe mai stato né
un buon prete, né un grande amministratore. Un'anima che prova simili emozioni può,
tutt'al più, far nascere un artista. Così si svela in piena luce tutta la
presunzione di Julien. Cinquanta, forse, dei suoi compagni seminaristi, resi
attenti alla realtà della vita dall'odio pubblico e dal giacobinismo, che viene
loro dipinto in agguato ad ogni angolo, nel sentire la campana maggiore della
cattedrale, avrebbero pensato solo al salario dei campanari. Si sarebbero chiesti,
con il genio di Barême, se il grado di emozione della gente valesse la paga data ai
campanari. Se Julien avesse voluto pensare agli interessi materiali della
cattedrale, la sua immaginazione, oltrepassando lo scopo immediato, avrebbe cercato
di far risparmiare quaranta franchi alla fabbriceria, trascurando intanto
l'occasione di evitare una spesa di venticinque centesimi.
Mentre la processione, in una giornata magnifica, percorreva lentamente Besançon,
fermandosi davanti ai bellissimi tabernacoli innalzati a gara da tutte le autorità,
la chiesa era rimasta in un profondo silenzio. Vi regnavano una semioscurità e una
gradevole frescura; era ancora profumata di fiori e d'incenso.
Il silenzio, la solitudine profonda, la frescura delle lunghe navate rendevano più
dolce il fantasticare di Julien. Non temeva che potesse disturbarlo l'abate Chas,
impegnato in un'altra parte della chiesa. La sua anima aveva quasi abbandonato il
suo involucro mortale, che camminava a passi lenti nell'ala nord, affidata alla sua
sorveglianza. Ed era ancora più tranquillo in quanto si era assicurato che nei
confessionali c'erano solo alcune pie donne; il suo occhio guardava senza vedere.
Tuttavia la sua distrazione fu in parte vinta da due donne molto eleganti,
inginocchiate l'una in un confessionale e l'altra, accanto alla prima, su una
sedia. Guardava senza vedere; eppure, fosse per un vago senso del dovere, fosse per
l'abito semplice e nobile di quelle signore che richiamava la sua ammirazione, notò
che in quel confessionale non c'era il prete. "È strano - pensò - che queste belle
signore non siano inginocchiate davanti a qualche tabernacolo lungo la processione,
se sono così devote; oppure in prima fila su qualche balcone, se sono donne di
mondo. Ma che vestiti ben fatti! Che grazia!" E rallentò il passo cercando di
vederle meglio.
Quella che era inginocchiata nel confessionale voltò un poco la testa, udendo il
rumore dei passi di Julien in quel grande silenzio. A un tratto gettò un piccolo
grido, e svenne. Perdendo i sensi, cadde all'indietro; la sua amica, che le era
molto vicina, si precipitò a soccorrerla. Contemporaneamente, Julien vide le spalle
della donna che era svenuta. Una collana di grosse perle preziose intrecciate, a
lui ben nota, colpì il suo sguardo. Come si sentì, riconoscendo i capelli della
signora de Rênal! Era lei. E la donna che cercava di reggerle il capo e di
impedirle di cadere sul pavimento era la signora Derville. Julien, fuori di sé,
corse verso di loro. La caduta della signora de Rênal avrebbe forse trascinato a
terra anche la sua amica, se Julien non le avesse sostenute. Vide la testa della
signora de Rênal, pallida, del tutto priva di sensi, che oscillava sulla sua
spalla. Aiutò la signora Derville ad appoggiare quella testa incantevole sulla
spalliera di una sedia impagliata; Julien era in ginocchio.
La signora Derville si voltò e lo riconobbe:
"Andate via, andate via! - gli disse in un tono pieno di collera. - Che non vi
riveda, soprattutto. Vedervi le farebbe orrore! Era così felice, prima di
conoscervi! Vi siete comportato in modo atroce. Andate via, allontanatevi, se vi
resta un po' di pudore".
Queste parole furono pronunciate con grande decisione, e Julien era talmente debole
in quel momento che si allontanò. "Mi ha sempre odiato" disse fra sé, pensando alla
signora Derville.
In quel mentre, il canto nasale dei primi preti della processione risuonò nella
chiesa: rientravano. L'abate Chas-Bernard chiamò diverse volte Julien, che non lo
sentiva. Finalmente andò a prenderlo per un braccio dietro un pilastro dove si era
rifugiato, più morto che vivo. Voleva presentarlo al vescovo.
"Vi sentite male, ragazzo mio - gli disse l'abate vedendolo pallido e quasi
incapace di camminare; - avete lavorato troppo." Gli porse il braccio. "Venite,
sedetevi sul banchetto dell'acquasantiera, dietro di me; vi nasconderò." Era di
fianco alla porta centrale. "State tranquillo, abbiamo ancora venti minuti buoni
prima che Monsignore compaia. Cercate di rimettervi; quando passerà, vi solleverò
io: sono forte e vigoroso, nonostante la mia età."
Ma quando il vescovo passò, Julien tremava a tal punto che l'abate Chas rinunciò
all'idea di presentarlo.
"Non affliggetevi troppo - gli disse. - Troverò un'altra occasione."
Quella sera, l'abate fece portare alla cappella del seminario dieci libbre di ceri
economizzati - disse lui - grazie all'attenzione di Julien e alla rapidità con cui
li aveva fatti spegnere. Niente di più falso. Il povero ragazzo era spento a sua
volta; dopo che aveva visto la signora de Rênal non era stato più capace di
pensare.

XXIX
La prima promozione

Ha capito il suo secolo, ha capito il suo dipartimento, ed è ricco.


"Le Précurseur"

Julien era ancora immerso nei confusi pensieri in cui l'aveva gettato l'episodio
della cattedrale, quando un mattino il severo abate Pirard lo fece chiamare.
"L'abate Chas-Bernard mi scrive in vostro favore. Nell'insieme sono abbastanza
contento della vostra condotta. Siete molto imprudente e persino sventato, anche se
non sembra; tuttavia, finora il cuore è buono e persino generoso; l'intelligenza è
superiore. In sostanza vedo in voi una scintilla che non si deve trascurare.
Dopo quindici anni di lavoro, sto per andarmene da questo istituto: la mia colpa è
quella di aver lasciato i seminaristi al loro libero arbitrio, e di non aver né
protetto né ostacolato quella società segreta di cui mi avete parlato in
confessione. Voglio fare qualcosa per voi, lo meritate. Mi sarei deciso due mesi
prima, senza quella denuncia fondata sull'indirizzo di Amanda Binet, trovato nella
vostra stanza. Vi nomino ripetitore per il Nuovo e Antico Testamento."
Julien, in uno slancio di riconoscenza, pensò di buttarsi in ginocchio e
ringraziare Dio; ma cedette a un impulso più sincero. Si avvicinò all'abate Pirard,
gli prese la mano e se la portò alle labbra.
"Che cosa fate?" gridò il direttore con aria irritata; ma gli occhi di Julien
parlavano più ancora del suo gesto. Pirard lo guardò con stupore, come un uomo che
da tanti anni non aveva più incontrato la delicatezza dei sentimenti. Quel gesto
tradì l'abate, la cui voce si alterò.
"Ebbene, sì, ragazzo mio, ti sono affezionato. Sa il cielo che ciò è avvenuto mio
malgrado. Io dovrei essere giusto, non provare né odio né amore, per nessuno. La
tua carriera sarà difficile. Vedo in te qualcosa che offende la gente volgare. La
gelosia e la calunnia ti perseguiteranno. Dovunque la Provvidenza vorrà metterti, i
tuoi compagni ti guarderanno sempre con odio; e se fingeranno di amarti, sarà per
tradirti con più sicurezza. A questo non c'è che un rimedio: rivolgiti solo a Dio,
che ti ha dato, per punirti della tua presunzione, il peso di essere odiato. Che la
tua condotta sia pura; è l'unica risorsa che vedo per te. Se ti leghi alla verità
in un vincolo indissolubile, prima o poi i tuoi nemici saranno sconfitti."
Julien non sentiva da molto tempo una voce amica; dobbiamo allora perdonargli una
debolezza: scoppiò in lacrime. L'abate Pirard gli aprì le braccia, e quel momento
fu dolcissimo per entrambi.
Julien era pazzo di gioia; quella promozione era la prima che otteneva; i vantaggi
erano immensi. Per rendersene conto è necessario essere stati condannati a passare
interi mesi senza un istante di solitudine, e a contatto diretto con dei compagni
quanto meno importuni, e per la maggior parte intollerabili. Anche soltanto le loro
grida sarebbero bastate a confondere un organismo delicato. La gioia rumorosa di
quei contadini ben nutriti e ben vestiti non sapeva godere di se stessa, non sì
credeva completa se non quando veniva urlata con tutta la forza dei loro polmoni.
Adesso Julien mangiava da solo, o quasi, un'ora dopo gli altri seminaristi. Aveva
la chiave del giardino, dove poteva passeggiare quando non c'era nessuno.
Con sua grande sorpresa, sì accorse che lo odiavano meno; si aspettava, al
contrario, che l'odio sarebbe aumentato. Quel desiderio segreto che non gli
rivolgessero la parola, che era però troppo evidente e che gli valeva tanti nemici,
non fu più un segno di ridicola alterigia. Per quegli esseri rozzi che lo
circondavano, esprimeva il giusto senso della sua dignità. L'odio diminuì
sensibilmente, soprattutto fra i suoi compagni più giovani, divenuti suoi allievi,
e che Julien trattava con molta gentilezza. Poco a poco ebbe anche dei sostenitori;
divenne di cattivo gusto chiamarlo Martin Lutero.
Ma a quale scopo parlare dei suoi amici, dei suoi nemici? Tutto ciò è spiacevole, e
tanto più spiacevole quanto più il quadro corrisponde al vero. Eppure sono questi i
soli professori di morale che abbia il popolo; e senza di loro cosa diventerebbe?
Potrà mai il giornale sostituire il curato?
Da quando gli aveva conferito quell'incarico, il direttore del seminario ostentava
di non parlargli mai senza testimoni. Era un comportamento prudente sia per il
maestro che per il discepolo; ma era soprattutto una prova. Il principio
invariabile del severo giansenista Pirard era questo: vi sembra che un uomo abbia
dei meriti? Ostacolatelo in tutto ciò che desidera, in ogni sua iniziativa. Se il
merito è reale, saprà certo far cadere o aggirare gli ostacoli.
Era la stagione della caccia. Fouquè ebbe l'idea di mandare al seminario un cervo e
un cinghiale da parte dei genitori di Julien. Gli animali morti furono esposti nel
corridoio tra la cucina e il refettorio, dove tutti i seminaristi li videro mentre
andavano a pranzo. Furono oggetto di grande curiosità. Il cinghiale, per quanto
fosse morto, faceva paura ai più giovani, che gli toccavano le zanne. Non parlarono
d'altro per otto giorni.
Questo dono, che collocava la famiglia di Julien in una categoria sociale che
occorre rispettare, diede un colpo mortale all'invidia. La sua superiorità era
consacrata dalla ricchezza. Chazel e gli altri seminaristi più distinti tentarono
degli approcci, e quasi si lagnavano con lui perché non li aveva informati sulla
condizione dei suoi genitori, esponendoli così a una mancanza di rispetto per il
denaro.
Ci fu una coscrizione, dalla quale Julien fu esonerato nella sua qualità di
seminarista. Questa circostanza lo commosse profondamente. "Ecco dunque passato per
sempre il momento in cui, vent'anni fa, sarebbe cominciata per me una vita eroica."
Passeggiava da solo nel giardino del seminario, quando sentì parlare fra di loro
due muratori che lavoravano al muro di cinta:
"Bisogna partire, c'è un'altra chiamata".
"Ai tempi di quell'altro, almeno, un muratore poteva diventare ufficiale, o anche
generale! È capitato!".
"E guarda adesso, invece! Partono solo i pezzenti. Chi ne ha resta a casa."
"Chi è nato miserabile resta miserabile, Tutto qui."
"Ma è proprio vero quello che dicono, che l'altro è morto?" continuò un terzo
muratore.
"Sono i pezzi grossi che lo dicono, perché l'altro gli faceva paura."
"Che differenza, come funzionavano le cose ai suoi tempi! E dire che è stato
tradito dai suoi marescialli! Che razza di traditori!".
Questa conversazione consolò un poco Julien. Mentre si allontanava, ripeteva
sospirando:
Il solo re di cui il popolo serbi il ricordo!
Venne il tempo degli esami. Julien rispose alle interrogazioni in modo brillante.
Notò che persino Chazel cercava di sfoggiare tutto il suo sapere.
Il primo giorno, gli esaminatori, nominati dal famoso Gran vicario de Frilair,
furono molto seccati di dover sempre assegnare il primo posto, o tutt'al più il
secondo, a quel Julien Sorel, che era stato loro segnalato come il beniamino
dell'abate Pirard. In seminario molti scommisero che nella graduatoria generale
degli esami Julien sarebbe stato il primo, cosa che comportava l'onore di pranzare
alla tavola del vescovo. Ma alla fine di una seduta dedicata ai Padri della Chiesa,
un esaminatore molto abile, dopo aver interrogato Julien su San Girolamo, e sulla
sua passione per Cicerone, giunse a parlare di Orazio, di Virgilio e degli altri
autori profani. Julien, all'insaputa dei suoi compagni, aveva imparato a memoria un
gran numero di passi di questi autori. Trascinato dal suo successo, dimenticò il
luogo in cui si trovava, e, alle ripetute richieste dell'esaminatore, recitò e
parafrasò con molto calore diverse odi di Orazio. Dopo aver lasciato che si desse
la zappa sui piedi per venti minuti, d'improvviso l'esaminatore cambiò espressione
e gli rimproverò con asprezza il tempo perduto in quegli studi profani, e le idee
inutili o colpevoli che si era messo in testa.
"Sono uno sciocco, signore, avete ragione" disse Julien con aria modesta,
accorgendosi dello scaltro stratagemma di cui era stato vittima.
Quell'astuzia dell'esaminatore fu trovata indegna persino in seminario, il che non
impedì all'abate Frilair, l'uomo abilissimo che aveva organizzato sapientemente la
rete della Congregazione di Besançon, e i cui dispacci a Parigi facevano tremare i
giudici, il prefetto, e persino i generali della guarnigione, di porre, con la sua
mano potente, il numero 198 accanto al nome di Julien. Era una gioia, per lui,
mortificare in questo modo il suo nemico, il giansenista Pirard.
Da dieci anni, uno dei suoi scopi maggiori era quello di togliergli la direzione
del seminario. Questo sacerdote, seguendo per se stesso la linea di condotta che
aveva indicato a Julien, era sincero, pio, incapace di intrighi, ligio ai suoi
doveri. Ma il cielo, nella sua collera, gli aveva dato quel temperamento bilioso,
fatto per sentire profondamente le ingiurie e l'odio. Quell'anima ardente non
dimenticava nessun oltraggio ricevuto. Avrebbe dato cento volte le dimissioni, ma
si credeva utile nel posto in cui la Provvidenza l'aveva collocato. "Ostacolo i
progressi del gesuitismo e dell'idolatria" si diceva.
Al tempo degli esami erano forse due mesi che non parlava con Julien, e tuttavia
stette male per una settimana dopo aver visto, nella lettera ufficiale che
annunciava l'esito del concorso, il numero 198 accanto al nome dell'allievo che
considerava la gloria dell'istituto. La sola consolazione, per quel carattere
severo, fu quella di controllare Julien con tutti i mezzi di cui disponeva. Scoprì
allora con grande,gioia che in lui non c'erano né collera, né progetti di vendetta,
né scoraggiamento.
Qualche settimana dopo, Julien trasalì ricevendo una lettera; portava il timbro
postale di Parigi, "Finalmente - pensò - la signora de Rênal si ricorda delle sue
promesse." Un certo Paul Sorel, che diceva di essere suo parente, gli mandava un
vaglia di cinquecento franchi, aggiungendo che se avesse continuato a studiare con
successo i buoni autori latini, avrebbe ricevuto quella somma tutti gli anni.
"È lei! Questa è la sua bontà! - si disse Julien intenerito. - Vuole consolarmi; ma
perché neanche una parola d'affetto?"
Si ingannava su quella lettera. La signora de Rênal, sotto la guida della sua amica
Derville, era interamente presa dai suoi profondi rimorsi. Suo malgrado, pensava
spesso a quell'essere singolare che le aveva sconvolto l'esistenza. Ma si sarebbe
ben guardata dallo scrivergli.
Se parlassimo nel linguaggio del seminario, potremmo riconoscere un miracolo in
quell'invio di cinquecento franchi, e dire che il cielo si serviva proprio di
monsignor de Frilair per fare questo regalo a Julien.
Dodici anni prima, l'abate Frilair era arrivato a Besançon con una valigia quanto
mai esigua, che conteneva, stando alle cronache, tutti i suoi averi. Adesso era uno
dei più ricchi possidenti del dipartimento. Nel periodo in cui stava accumulando la
sua fortuna, aveva Comperato la metà di un terreno, mentre l'altra parte era
toccata in eredità al signor de La Mole. Ci fu per questo una lunga causa fra i due
personaggi.
Malgrado la brillante vita che conduceva a Parigi e gli incarichi che aveva a
corte, il marchese de La Mole si rendeva conto che era pericoloso scontrarsi a
Besançon con un Gran vicario che aveva fama di fare e disfare i prefetti a suo
piacimento. Eppure, invece di sollecitare una gratifica di cinquantamila franchi,
mascherata sotto una voce qualsiasi del bilancio dello stato, e abbandonare quella
meschina causa con Frilair per la stessa somma, il marchese si impuntò. Credeva di
aver ragione: bella ragione!
Ora, se si può dirlo: qual è il giudice che non abbia un figlio, o almeno un
cugino, da favorire in qualche carriera?
Per aprire gli occhi ai più ciechi, otto giorni dopo la prima sentenza, l'abate
Frilair prese la carrozza del vescovo, e andò di persona a portare la croce della
Legion d'onore al suo avvocato. Il signor de La Mole, un po' disorientato dal
contegno della parte avversa, e accorgendosi che i suoi avvocati perdevano colpi,
chiese dei consigli all'abate Chèlan, che lo mise in relazione con l'abate Pirard.
Queste relazioni duravano già da diversi anni, al tempo della nostra storia.
L'abate Pirard si occupò della cosa con tutto il calore del suo temperamento.
Vedendo di continuo gli avvocati del marchese, ne studiò la causa e, trovandola
giusta, divenne apertamente il sostenitore del marchese de La Mole contro
l'onnipotente Gran vicario. Il quale si sentì oltraggiato da questa insolenza, che
per di più gli veniva da un piccolo giansenista.
"Guardate cos'è questa nobiltà di corte che si pretende tanto potente! - diceva ai
suoi intimi l'abate Frilair. - Il signor de La Mole non ha mandato neppure una
miserabile croce al suo agente di Besançon, e lo lascerà tranquillamente
destituire. Tuttavia, mi scrivono, non passa una settimana senza che questo nobile
pari non faccia mostra del suo cordon bleu nel salotto del Guardasigilli, chiunque
esso sia."
Nonostante tutta l'attività dell'abate Pirard, e gli eccellenti rapporti del signor
de La Mole con il ministro della Giustizia, e soprattutto con i suoi funzionari,
tutto ciò che era riuscito a fare, in sei anni di fatiche, era stato di non perdere
definitivamente la causa.
In corrispondenza costante con Pirard, per una faccenda che seguivano entrambi con
passione, il marchese finì con l'apprezzare la particolare intelligenza dell'abate.
Poco a poco, malgrado l'enorme distanza delle posizioni sociali, la loro
corrispondenza assunse il tono dell'amicizia. Pirard diceva al marchese che
volevano obbligarlo, a forza di soprusi, a dare le dimissioni. Nella collera che
gli suscitava l'infame stratagemma che, secondo lui, era stato usato contro Julien,
raccontò tutta la storia al marchese.
Benché molto ricco, questo gran signore non era affatto avaro. Non era neanche
riuscito a far accettare all'abate Pirard il rimborso delle spese postali per il
processo. Ebbe allora l'idea di mandare cinquecento franchi al suo allievo
prediletto.
Il signor de La Mole scrisse di suo pugno la lettera di accompagnamento, e nel
farlo il suo pensiero andò all'abate.
Un giorno, quest'ultimo ricevette un bigliettino, nel quale, per un affare urgente,
lo si pregava di recarsi subito in una locanda nei sobborghi di Besançon, dove
trovò l'intendente del signor de La Mole.
"Il signor marchese mi ha incaricato di portarvi la sua carrozza - gli disse
quell'uomo. - Egli spera che dopo aver letto questa lettera riterrete opportuno
partire per Parigi entro quattro o cinque giorni. Nel frattempo visiterò le terre
del marchese nella Franca Contea. Dopo di che, il giorno che voi deciderete,
partiremo per Parigi."
La lettera era breve:
"Sbarazzatevi, caro signore, di tutte le seccature della provincia, e venite a
respirare un'aria tranquilla, a Parigi. Vi mando la mia carrozza, con l'ordine di
attendere le vostre decisioni per quattro giorni. Io stesso vi aspetterò a Parigi
fino a martedì. Mi basta un "sì", da parte vostra, per accettare a vostro nome una
delle migliori parrocchie dei dintorni di Parigi. Il più ricco dei vostri futuri
parrocchiani non vi ha mai visto, ma vi è più devoto di quanto possiate credere: è
il marchese de La Mole".
Senza rendersene conto, il severo abate Pirard amava quel seminario, popolato di
suoi nemici, e al quale, da quindici anni, dedicava tutti i suoi pensieri. La
lettera del signor de La Mole fu per lui come l'apparizione del chirurgo incaricato
di compiere un'operazione crudele ma necessaria. La sua destituzione era certa.
Diede appuntamento all'intendente per tre giorni dopo.
Durante le quarantott'ore che seguirono fu in preda alla febbre dell'incertezza.
Scrisse infine a de La Mole e compose, per il vescovo, una lettera, un capolavoro
di stile ecclesiastico, ma un po' lunga. Sarebbe stato difficile trovare
espressioni più irreprensibili e improntate al più sincero rispetto. Tuttavia,
questa lettera, destinata a mettere in qualche difficoltà Frilair di fronte al suo
superiore, sviluppava ogni argomento di grave lamentela, e scendeva fino nei
particolari delle più sordide e meschine vessazioni che, sopportate con
rassegnazione per sei anni, costringevano ora l'abate Pirard a lasciare la diocesi.
Gli rubavano la legna dalla legnaia, gli avvelenavano il cane, e così via.
Una volta conclusa quella lettera, fece svegliare Julien, che, alle otto di sera,
dormiva di già, come tutti i seminaristi.
"Sapete dov'è il vescovado? - gli disse in bello stile latino. - Portate questa
lettera a Monsignore. Non vi nasconderò che vi mando in mezzo ai lupi. Siate
tutt'occhi e tutt'orecchie. Nessuna menzogna nelle vostre risposte; ma pensate che
chi vi interrogherà proverebbe un'autentica gioia se potesse nuocervi. Sono molto
lieto, figliolo mio, di procurarvi quest'esperienza prima di lasciarvi, perché, non
ve lo nascondo, questa lettera contiene le mie dimissioni."
Julien rimase immobile; voleva bene all'abate Pirard, La prudenza aveva un bel
dirgli:
"Dopo la partenza di quest'uomo onesto, il partito del Sacro Cuore mi degraderà e
forse mi caccerà via".
Non poteva pensare a se stesso. Ciò che lo imbarazzava era che avrebbe voluto
rivolgersi a lui con una frase appropriata, ma non si sentiva in grado di farlo.
"E allora, amico mio, non andate?".
"Padre, si dice - rispose timidamente Julien - che durante la vostra lunga
amministrazione non abbiate messo nulla da parte. Io ho seicento franchi."
Le lacrime gli impedirono di continuare.
"Si prenderà nota anche di questo - disse freddamente l'ex direttore del seminario.
- Andate al vescovado. Si fa tardi."
Volle il caso che quella sera l'abate Frilair fosse di servizio in vescovado;
Monsignore cenava in prefettura. Fu dunque a Frilair in persona che Julien consegnò
la lettera: ma non lo conosceva.
Julien vide con stupore che quel sacerdote apriva senza esitare la lettera
indirizzata al vescovo. Il bel volto del Gran vicario espresse subito una sorpresa
mista a un vivo piacere; poi si fece più grave. Mentre leggeva, Julien, colpito dal
suo ottimo aspetto, ebbe il tempo di esaminarlo. Quel volto sarebbe stato ancora
più grave, senza l'estrema astuzia che rivelavano certi suoi tratti, e che avrebbe
potuto denotarne la falsità, se il suo possessore avesse cessato per un attimo di
controllarsi. Il naso, assai prominente, dava luogo a una linea retta, e creava
malauguratamente nel suo profilo, d'altronde molto distinto, un'irrimediabile
somiglianza con quello di una volpe, In ogni caso, quell'abate che sembrava tanto
preso dalle dimissioni di Pirard, era vestito con un'eleganza che piacque molto a
Julien, il quale non l'aveva mai trovata in nessun altro prete.
Julien si rese conto solo più tardi di una particolare qualità dell'abate Frilair.
Sapeva divertire il suo vescovo, un amabile vecchio, fatto per vivere a Parigi, e
che considerava Besançon come un esilio. Il vescovo ci vedeva pochissimo, e aveva
un'autentica passione per il pesce, Frilair toglieva le lische al pesce che veniva
servito in tavola a Monsignore.
Julien lo guardava in silenzio mentre rileggeva la lettera di dimissioni, quando la
porta si aprì rumorosamente all'improvviso. Un lacchè, riccamente vestito, passò in
gran fretta. Julien ebbe solo il tempo di voltarsi verso la porta, dove vide un
vecchietto che portava una croce pettorale. Si prosternò: il vescovo gli rivolse un
sorriso di bontà e passò oltre. Il bell'abate lo seguì e Julien rimase solo in
quella sala, di cui poté liberamente ammirare la religiosa magnificenza.
Il vescovo di Besançon, il cui spirito era stato duramente provato, ma non certo
spento, dalle molte pene dell'emigrazione, aveva più di settantacinque anni, e si
preoccupava pochissimo di ciò che sarebbe potuto accadere dieci anni dopo.
"Chi è quel seminarista dallo sguardo acuto, che mi sembra di aver visto passando?
- chiese. - Secondo il mio regolamento, a quest'ora, non dovrebbero essere a
letto?".
"Questo è molto sveglio, ve lo assicuro, Monsignore, e porta una grande notizia: le
dimissioni del solo giansenista che restava nella nostra diocesi. Quel tremendo
Pirard ha finalmente mangiato la foglia."
"Ebbene! - disse il vescovo ridendo, - vi sfido a sostituirlo con un uomo che valga
altrettanto. E per dimostrarvi tutto il suo valore, lo invito a pranzo per domani."
Il Gran vicario volle insinuare qualche parola sulla scelta del successore. Il
prelato, poco disposto a parlare della cosa, gli disse:
"Prima di trovarne un altro, cerchiamo di capire perchè se ne va questo. Fate
venire qui il seminarista, la verità è sulla bocca dei fanciulli".
Julien fu chiamato: "Sto per trovarmi in mezzo a due inquisitori" pensò. Non si era
mai sentito tanto coraggioso.
Mentre entrava, due camerieri molto alti, e vestiti meglio dello stesso Valenod,
stavano spogliando Monsignore. Il prelato, prima di parlare dell'abate Pirard,
pensò di interrogare Julien sui suoi studi. Affrontò la dogmatica e rimase stupito
dalle sue risposte. Venne poi ai classici come Virgilio, Orazio, Cicerone. "Questi
autori - pensò Julien - mi hanno fruttato il 198° posto. Non ho niente da perdere,
cercherò di essere brillante." Ci riuscì; il prelato, conoscitore eccellente dei
classici, era entusiasta.
Alla cena in prefettura, una giovinetta, giustamente famosa, aveva recitato una sua
poesia sulla Maddalena. Il vescovo, preso dai discorsi letterari, si dimenticò ben
presto dell'abate Pirard e delle altre faccende per discutere con il seminarista
una questione: se Orazio fosse ricco o povero. Il prelato citò diverse odi, ma
qualche volta la sua memoria era un po' pigra, e allora, all'istante, Julien gli
recitava l'intera ode, con aria modesta. Ciò che colpì soprattutto il vescovo fu
che Julien non usciva per niente dal tono della conversazione: diceva venti o
trenta versi latini come se stesse parlando di ciò che accadeva in seminario. Si
soffermarono a lungo su Virgilio e Cicerone. Alla fine il prelato non poté fare a
meno di complimentarsi con il seminarista.
"Sarebbe impossibile studiare meglio."
"Monsignore - disse Julien, - il vostro seminario può offrirvi centonovantasette
casi assai meno indegni della vostra alta approvazione."
"Ma come?".
"Posso sostenere con una prova ufficiale ciò che ho avuto l'onore di dire a
Monsignore. All'esame annuale del seminario, rispondendo proprio sugli argomenti
che mi sono valsi l'approvazione di Monsignore, ho ottenuto il 198° posto."
"Ah, ma è il beniamino dell'abate Pirard! - esclamò il vescovo ridendo e guardando
Frilair. - C'era da aspettarselo! Ma è un gioco leale. Non è vero, amico mio -
aggiunse rivolgendosi a Julien, - che vi hanno svegliato per mandarvi qui?".
"Sì, Monsignore. Prima non ero uscito dal seminario che una sola volta, per aiutare
l'abate Chas-Bernard a ornare la cattedrale, il giorno del Corpus Domini."
"Optime - disse il vescovo. - Dunque siete voi che avete dato prova di grande
coraggio, mettendo quei mazzi di piume sul baldacchino? Mi fanno fremere ogni anno;
ho sempre paura che mi costino la vita di un uomo. Mio caro, voi andrete lontano;
ma io non voglio fermare la vostra carriera, che sarà brillante, facendovi morire
di fame."
E, a un ordine del vescovo, furono portati biscotti e vino di Malaga, ai quali
Julien fece onore, e ancora di più l'abate Frilair, che sapeva quanto al vescovo
piacesse veder mangiare allegramente e con appetito.
Il prelato, sempre più contento della fine di quella serata, parlò brevemente di
storia ecclesiastica. Si accorse che Julien non capiva. Passò allora alle
condizioni morali dell'impero romano, sotto gli imperatori del secolo di
Costantino. La fine del paganesimo era stata accompagnata dalla stessa situazione
di inquietudine e dubbio che, nel XIX secolo, affligge gli spiriti tristi e
tediati. Monsignore notò che Julien ignorava quasi anche il nome di Tacito.
Julien rispose candidamente, allo stupore del prelato, che quell'autore non si
trovava nella biblioteca del seminario.
"Mi fa davvero piacere - disse il vescovo allegramente. - Mi togliete
dall'imbarazzo; da dieci minuti stavo pensando a come avrei potuto ringraziarvi
della bella serata che mi avete fatto passare, e in modo per me del tutto
imprevisto. Non mi aspettavo di trovare un dottore in un allievo del seminario.
Anche se il dono non è troppo canonico, voglio regalarvi un Tacito."
Si fece portare otto volumi splendidamente rilegati, e volle scrivere di suo pugno,
sul frontespizio del primo, un complimento in latino per Julien Sorel. Il vescovo
si piccava di essere un latinista eccellente. Finì col dirgli, in un tono molto
serio, in netto contrasto con tutto il resto della conversazione:
"Ragazzo mio, se avrete giudizio, vi toccherà un giorno la migliore parrocchia
della mia diocesi, e non a cento leghe dal mio palazzo episcopale; ma occorre che
abbiate giudizio".
Julien, carico dei suoi volumi, uscì dal vescovado, tutto stupito, mentre suonava
la mezzanotte.
Monsignore non gli aveva fatto parola dell'abate Pirard. Julien era rimasto
sorpreso soprattutto dalla grande gentilezza del vescovo. Non aveva mai neppure
immaginato una simile gentilezza unita a un'aria di così naturale dignità. Quando
rivide il cupo abate Pirard che lo aspettava spazientito, avvertì nettamente il
contrasto.
"Quid tibi dixerunt.?" (che cosa ti hanno detto?) gli gridò con voce tonante, non
appena lo vide di lontano.
E siccome Julien si confondeva un po' nel tradurre in latino il discorso del
vescovo:
"Parlate in francese, e ripetete le parole esatte di Monsignore, senza aggiungere
nulla, e senza nulla togliere" disse l'ex direttore del seminario, nel suo tono
duro e nei suoi modi assolutamente ineleganti.
"Che strano regalo, da parte di un vescovo, a un giovane seminarista!" commentava
sfogliando quel magnifico Tacito, il cui taglio dorato sembrava fargli orrore.
Suonavano le due, quando, dopo un resoconto molto dettagliato, consentì al suo
allievo prediletto di ritirarsi nella sua stanza.
"Lasciatemi il primo volume del vostro Tacito, dove c'è la dedica del vescovo - gli
disse. - Quella riga in latino sarà il vostro parafulmine in questo istituto, dopo
la mia partenza. Erit tibi, fili mi, successor meus tamquam leo quaerens quem
devoret" (perché, figliolo, il mio successore sarà per te come un leone feroce, che
cerca qualcuno da divorare).
L'indomani mattina, Julien trovò qualcosa di strano nel modo in cui gli parlavano i
suoi compagni. E per questo fu ancora più riservato del solito. "Ecco - pensava, -
l'effetto delle dimissioni di Pirard. Qui, tutti ne sono al corrente, e io passo
per il suo favorito. Forse vogliono provocarmi"; non capiva però su che cosa, e
notava invece che non c'era odio negli occhi di tutti quelli che incontrava nei
dormitori. "Che cosa può significare tutto questo? È certo una trappola, devo stare
attento." Finalmente, il piccolo seminarista di Verrières gli disse ridendo:
"Cornelii Taciti opera omnia" (opere complete di Tacito).
A queste parole, tutti fecero a gara nel complimentarsi con Julien, non solo per il
magnifico regalo che aveva ricevuto da Monsignore, ma anche per la conversazione di
due ore della quale era stato onorato. Se ne conoscevano anche i minimi dettagli.
Da quel momento non ci fu più invidia: gli facevano umilmente la corte. L'abate
Castanède, che ancora il giorno prima era stato con lui di un'insolenza estrema, lo
prese sottobraccio e lo invitò a colazione.
Era inevitabile, con il suo carattere, che se l'insolenza di quegli individui
grossolani lo aveva fatto molto soffrire, la loro meschinità gli provocasse solo
disgusto e nessun piacere.
Verso mezzogiorno, l'abate Pirard lasciò i suoi allievi non senza aver loro rivolto
una severa allocuzione. "Volete gli onori del mondo - disse, - tutti i vantaggi
sociali, il piacere del comando, quello di farvi beffe delle leggi e di essere
impunemente insolenti verso chiunque? O volete al contrario la salvezza eterna?
Anche i meno bravi, fra voi, non hanno che da aprire gli occhi per distinguere le
due strade."
Non appena fu uscito, i devoti del Sacro Cuore di Gesù andarono a cantare un Te
Deum nella cappella. Nessuno, in seminario, prese, sul serio l'allocuzione dell'ex
direttore. "È molto irritato per la sua destituzione" dicevano tutti. Non un solo
seminarista ebbe la semplicità di credere a dimissioni volontarie da quella carica,
che offriva la possibilità di tante relazioni con grossi fornitori,
L'abate Pirard prese alloggio nella migliore locanda di Besançon; e, con il
pretesto di certi affari che in realtà non aveva, volle passarvi due giorni.
Il vescovo l'aveva invitato a pranzo e, per burlarsi del Gran vicario Frilair,
cercava di farlo brillare nella conversazione. Erano al dessert, quando arrivò da
Parigi la strana notizia che l'abate Pirard era stato nominato per la magnifica
parrocchia di N..., a quattro leghe dalla capitale. Il buon prelato si complimentò
sinceramente con lui. Vide in tutta questa faccenda una mossa ben giocata che lo
mise di buon umore e gli diede un'altissima opinione delle qualità dell'abate. Gli
consegnò uno splendido certificato in latino e impose il silenzio all'abate
Frilair, che si permetteva delle rimostranze.
La sera, Monsignore manifestò questa sua ammirazione in casa della marchesa di
Rubempré. Fu una grande notizia per l'alta società di Besançon; si perdevano in
congetture su quel favore straordinario. Vedevano l'abate Pirard già vescovo. I più
furbi pensavano che il signor de La Mole fosse diventato ministro, e quel giorno si
permisero di sorridere dei modi imperiosi che l'abate Frilair mostrava in società.
L'indomani mattina, l'abate Pirard fu quasi seguito dalla gente per strada, i
bottegai si misero sulla porta dei loro negozi, quando andò a sollecitare i giudici
per la causa del marchese. Per la prima volta fu ricevuto con gentilezza. Il severo
giansenista, indignato di ogni cosa che vedeva, lavorò a lungo con gli avvocati che
aveva scelto per il marchese de La Mole, e partì per Parigi. Ebbe la debolezza di
confidare a due o tre amici di collegio, i quali lo accompagnarono fino alla
carrozza ammirandone gli stemmi, che dopo aver diretto il seminario per quindici
anni lasciava Besanion con cinquecentoventi franchi di economie. I suoi amici lo
abbracciarono piangendo, e poi dissero fra di loro: "Il buon abate avrebbe potuto
risparmiarci questa menzogna, è davvero troppo ridicola".
La gente, accecata dall'amore per il denaro, non era certo fatta per capire che
l'abate Pirard aveva trovato nella propria sincerità la forza necessaria per
lottare da solo, per sei anni, contro Marie Alacoque, il Sacro Cuore di Gesù, i
gesuiti e il suo vescovo.

XXX
Un ambizioso

Non c'è più che una sola nobiltà, il titolo di duca; marchese è ridicolo, alla
parola duca tutti voltano la testa.
"Edinburgh Review"

Il marchese de La Mole ricevette l'abate Pirard semplicemente, senza quei modi


cerimoniosi da gran signore, così cortesi, ma anche così impertinenti per chi ne
capisce il senso. Sarebbe stato tempo perso, e il marchese era troppo impegnato in
certi importanti affari per avere tempo da perdere.
Da sei mesi brigava per far accettare al re e alla nazione un certo ministero, che,
per riconoscenza, gli avrebbe procurato il titolo di duca.
Il marchese chiedeva invano, da molti anni, al suo avvocato di Besançoni, una
relazione chiara e precisa sulle sue cause in Franca Contea. Ma come avrebbe potuto
spiegargli qualcosa, il celebre avvocato, se a sua volta non ci capiva niente? Il
foglietto che gli diede l'abate spiegava tutto.
"Mio caro abate - gli disse il marchese, dopo aver esaurito in meno di cinque
minuti tutte le formule di cortesia e le domande d'obbligo sulle cose personali, -
mio caro abate, in questa mia pretesa prosperità, mi manca il tempo per occuparmi
seriamente di due piccole cose, peraltro assai importanti: la mia famiglia e i miei
affari. Curo moltissimo la fortuna della mia casa, e posso portarla lontano; curo i
miei piaceri, che devono avere la precedenza su tutto, almeno per me" aggiunse,
cogliendo un'espressione di stupore nell'abate Pirard. Il quale, benché pratico del
mondo, si èra meravigliato nel sentire un vecchio parlare così francamente dei suoi
piaceri.
"Il lavoro esiste senza dubbio a Parigi - continuò il gran signore, - ma si annida
al quinto piano, e quando io mi avvicino a un uomo, questi prende un appartamento
al secondo, e sua moglie fissa un giorno di ricevimento; così lavorano al solo
scopo di essere o sembrare gente di mondo. Non pensano ad altro, se hanno il pane
assicurato.
Quanto alle mie cause, per essere precisi, anzi per ogni singola causa, ho degli
avvocati che si ammazzano; me ne è morto uno di tisi l'altro ieri. Ma, per i miei
affari in generale, lo credereste?, da tre anni ho rinunciato a trovare un uomo
che, mentre se ne occupa, pensi un po' seriamente a ciò che sta facendo. Del resto,
tutto ciò non è che una premessa.
lo vi stimo, e arriverei ad aggiungere, benché vi veda per la prima volta, che vi
voglio bene. Volete essere il mio segretario, con uno stipendio di ottomila
franchi, o magari anche il doppio? Ci guadagnerei comunque, ve lo assicuro; e mi
impegnerei a conservarvi la vostra bella parrocchia per il giorno in cui non
andassimo più d'accordo."
L'abate rimutò; ma verso la fine della conversazione, il sincero imbarazzo che
vedeva nel marchese gli suggerì un'idea.
"Ho lasciato in seminario un povero giovane, che, se non m'inganno, sarà duramente
perseguitato. Se non fosse che un semplice religioso, sarebbe già in pace. Finora
non ha imparato che il latino e la Sacra Scrittura; ma non è impossibile che un
giorno manifesti un grande talento sia per la predicazione che per la guida delle
anime. Ignoro quello che farà; ma ha in sé un fuoco sacro, può andare lontano.
Contavo di darlo al nostro vescovo, se mai ne fosse venuto uno che avesse un po' il
vostro modo di considerare gli uomini e le cose."
"Da dove viene questo giovane?" domandò il marchese.
"Si dice che sia figlio di un carpentiere delle nostre montagne, ma io lo crederei
piuttosto il figlio naturale di un ricco signore. Gli ho visto ricevere una lettera
anonima o pseudonima contenente un vaglia di cinquecento franchi."
"Ah! È Julien Sorel" disse il marchese.
"Come sapete il suo nome?" chiese l'abate sorpreso; e mentre arrossiva per la sua
domanda:
"Questo non ve lo dirò" rispose il marchese.
"Ebbene - riprese l'abate, - potreste cercare di farne il vostro segretario; ha
energia e intelligenza; in breve: è una prova da tentare."
"Perché no? - disse il marchese. - Ma non sarà tipo da lasciarsi ungere dal
questore, o da qualcun altro, per fare la spia nella mia casa? Ecco la mia sola
obiezione."
Dopo che l'abate Pirard lo ebbe rassicurato, il marchese prese un biglietto da
mille franchi:
"Mandate questo viatico a Julien Sorel e fatelo venire qui".
"Si vede - disse l'abate Pirard - che abitate a Parigi. Voi non conoscete la
tirannia che pesa su noi poveri provinciali, e in particolare sui preti che non
siano amici dei gesuiti. Non vorranno lasciar partire Julien Sorel, riusciranno a
trovare i pretesti più abili, mi diranno che è ammalato, che la posta ha smarrito
le lettere, e così via."
"Uno di questi giorni mi farò dare una lettera del ministro per il vescovo" rispose
il marchese.
"Dimenticavo una precauzione - disse l'abate: - questo giovane, benché nato molto
in basso è di animo altero; non vi sarà di alcuna utilità se ne urterete
l'orgoglio; ne fareste uno stupido."
"Questo mi piace - disse il marchese. - Sarà il compagno di mio figlio. Basterà?".
Qualche tempo dopo, Julien ricevette una lettera la cui scrittura gli era
sconosciuta e che portava il timbro postale di Châlon. Conteneva un mandato di
pagamento presso un mercante di Besançon, e l'ordine di recarsi senza indugio a
Parigi. La lettera era firmata con un nome fittizio, ma aprendola Julien trasalì:
una foglia d'albero era caduta ai suoi piedi; era il segnale convenuto con l'abate
Pirard.
Meno di un'ora dopo, Julien fu chiamato in vescovado, dove venne accolto con
paterna bontà. Sempre citando Orazio, Monsignore gli fece dei complimenti
abilissimi sugli alti destini che lo aspettavano a Parigi, sperando di ottenere da
lui, in ringraziamento, qualche spiegazione. Julien non poté dire nulla, anche
perché non sapeva nulla, e Monsignore si fece di lui una considerazione molto
elevata. Uno dei preti del vescovado scrisse al sindaco, che si affrettò a portare
di persona un passaporto firmato, ma dove il nome del viaggiatore era stato
lasciato in bianco.
Prima di mezzanotte, Julien era da Fouquè, che nella sua saggezza rimase più
stupito che contento dell'avvenire che sembrava attendere l'amico.
"Andrà a finire - disse quell'elettore liberale - che avrai un posto di governo, e
sarai costretto a compiere qualche azione che sarà vilipesa sui giornali. Avrò tue
notizie solo per la vergogna che ti toccherà. Ricordati che, anche dal punto di
vista finanziario, è molto meglio guadagnare cento luigi in un buon commercio di
legname, in cui si è padroni, che ricevere quattromila franchi da un governo, fosse
anche quello del re Salomone."
Julien non vide in queste parole che la grettezza mentale di un borghese di
campagna. Finalmente stava per fare il suo ingresso sulla scena dei grandi eventi.
La felicità di andare a Parigi, che si figurava popolata da persone di spirito,
molto intriganti, molto ipocrite, ma anche di modi raffinati come il vescovo di
Besançon e il vescovo d'Agde, eclissava ai suoi occhi ogni altra cosa. Disse al suo
amico che la lettera dell'abate Pirard lo aveva come privato del suo libero
arbitrio.
L'indomani, verso mezzogiorno, arrivò a Verrières il più felice degli uomini;
contava di rivedere la signora de Rênal. Per prima cosa andò dal suo primo
protettore, il buon abate Chèlan. Trovò un'accoglienza severa.
"Credete di avere qualche obbligo verso di me? - gli disse Chèlan, senza rispondere
al suo saluto. - Faremo colazione insieme, e intanto manderemo a prendervi un altro
cavallo; poi lascerete Verrières, senza vedere nessuno."
"Capire è ubbidire" rispose Julien con aria da seminarista; e non parlarono d'altro
che di teologia e di autori latini.
Montò a cavallo, percorse una lega, e poi, vedendo un bosco, e nessuno che potesse
accorgersi di lui, vi si addentrò. Al tramonto, fece portare indietro il cavallo.
Più tardi, entrò in casa di un contadino, che accettò di vendergli una scala, e poi
di seguirlo, portandola fino al boschetto che domina il Cours de la Fidélité, a
Verrières.
"Sono un povero coscritto renitente...".
"... O un contrabbandiere - disse il contadino salutandolo. - Ma cosa importa! La
mia scala l'ho venduta bene, e anch'io, nella mia vita, ho passato qualche momento
burrascoso...".
La notte era molto buia. Verso l'una, Julien, carico della sua scala, entrò a
Verrières. Scese il più in fretta possibile nel letto del torrente che, stretto fra
due muri, attraversa il magnifico giardino del signor de Rênal a una profondità di
dieci piedi. Julien risalì facilmente con la scala. "Che accoglienza mi faranno i
cani da guardia? - pensava. - Il problema è tutto qui." I cani abbaiarono, e si
precipitarono verso di lui, che fischiò dolcemente, tanto che vennero a fargli
festa.
Risalendo allora di terrazza in terrazza, benché tutti i cancelli fossero chiusi,
gli fu facile arrivare fino alla finestra della camera da letto della signora de
Rênal, che, dalla parte del giardino, non è alta più di otto o dieci piedi.
C'era, nelle imposte, una piccola apertura a forma di cuore, che Julien conosceva
bene. Ma con suo grande disappunto notò che quell'apertura non era rischiarata
dalla luce interna di una lampada.
"Dio mio! - si disse. - Questa notte non è nella sua camera! Dove sarà andata a
dormire? La famiglia è a Verrières, perché c'erano i cani; ma potrei incontrare
nella stanza non illuminata proprio Rênal, o un estraneo, e allora che scandalo!"
Sarebbe stato più prudente ritirarsi, ma l'idea faceva orrore a Julien. "Se c'è un
estraneo, potrò salvarmi dandomela a gambe e lasciando qui la scala; ma se c'è lei,
che accoglienza mi aspetta? È tutta presa dal rimorso, e dalla più grande
devozione, non posso dubitarne, ma si ricorda ancora di me, visto che mi ha
scritto." Questo pensiero lo decise.
Con il cuore tremante, ma risoluto a vederla o morire, gettò dei sassolini contro
le imposte; nessuno rispose. Appoggiò la scala accanto alla finestra, e bussò,
prima cautamente, poi con forza. "Nonostante l'oscurità, possono tirarmi una
fucilata" pensò Julien. E l'idea trasformò quella folle impresa in una questione di
coraggio.
"Non c'è nessuno in questa camera, stanotte - si disse; - oppure, se c'è qualcuno,
adesso è sveglio. E inutile esitare. Devo solo fare in modo che non mi sentano
nelle altre stanze."
Scese, appoggiò la scala a una delle imposte, risalì, e passando la mano
sull'apertura a forma di cuore, ebbe la fortuna di trovare subito il filo di ferro
attaccato al gancio che chiudeva l'imposta. Tirò quel filo di ferro, e si accorse
con gioia inesprimibile che l'imposta non era trattenuta e cedeva al suo sforzo.
"Devo aprirla poco a poco e far riconoscere la mia voce." L'aprì quel tanto che
bastava per passare con la testa, ripetendo sottovoce: "È un amico".
Si assicurò, tendendo l'orecchio, che nulla turbasse il silenzio profondo della
stanza. Ma non c'era proprio nessuna lampada notturna, neppure semispenta, nel
caminetto: era un cattivo segno.
"Attento alle fucilate!" Rifletté un istante; poi, con il dito, osò bussare sul
vetro: nessuna risposta; bussò più forte. "Dovessi anche rompere il vetro, devo
arrivare in fondo" Bussò ancora più forte, e gli parve di intravedere, nel buio
profondo, come un'ombra bianca che attraversava la stanza. Infine non ebbe più
dubbi: vide un'ombra che sembrava avanzare con estrema lentezza. A un tratto scorse
una guancia che si appoggiava al vetro dal quale stava guardando.
Trasalì, e si spostò un poco. Ma la notte era talmente nera, che, anche da quella
distanza, non riuscì a distinguere se fosse lei. Temeva un primo grido di allarme;
sentiva i cani aggirarsi e brontolare sommessi attorno ai piedi della scala. "Sono
io - ripeté quasi ad alta voce, - un amico." Nessuna risposta; il fantasma bianco
era sparito. "Apritemi, vi prego, devo parlarvi, sono troppo infelice!" e bussava
così forte da rompere il vetro.
Udì allora un rumore leggero; la spagnoletta della finestra stava cedendo; spinse i
vetri e saltò agilmente nella stanza.
Il fantasma bianco si allontanava; lo prese per un braccio: era una donna. Tutti i
suoi propositi di audacia svanirono. "Se è lei, cosa dirà?" Ma cosa provò, quando
capì, a un piccolo grido, che era la signora de Rênal!
La strinse fra le braccia; lei tremava, e aveva a malapena la forza di respingerlo.
"Sciagurato! Cosa fate?".
La sua voce convulsa riuscì a fatica ad articolare queste parole. Julien notò in
lei il più sincero sdegno.
"Sono qui per vedervi, dopo quattordici mesi di una crudele separazione."
"Uscite, lasciatemi subito. Ah, Chèlan! Perché impedirmi di scrivergli? Avrei
potuto prevenire quest'orrore." E lo respinse con un'energia davvero straordinaria.
"Mi pento della mia colpa; il cielo si è degnato di illuminarmi - ripeteva con voce
spezzata. - Uscite! Andate via!".
"Dopo quattordici mesi di infelicità, non vi lascerò certo senza avervi parlato.
Voglio sapere tutto quello che avete fatto. Ah! vi ho amato abbastanza per meritare
questa confidenza... Voglio sapere tutto."
La signora de Rênal sentiva che, suo malgrado, quel tono autoritario aveva un
potere sul suo cuore. Julien, che l'aveva abbracciata con passione, resistendo ai
suoi sforzi per liberarsi, smise di tenerla stretta a sé, e questo la rassicurò un
poco.
"Ritiro la scala - disse lui. - Non vorrei che ci compromettesse. Qualche
domestico, svegliato dai rumori, potrebbe venire a controllare."
"Ah! Uscite invece, uscite! - gli rispose davvero incollerita, - Che cosa m'importa
degli uomini? È Dio che vede questa terribile scena, e mi punirà. Voi abusate
vilmente dei sentimenti che ho avuto per voi, ma che non ho più. Avete capito?"
Julien ritirò la scala molto lentamente, per non fare rumore.
"Tuo marito è in città?" le chiese, non per sfidarla, ma come ripreso da una
vecchia abitudine.
"Non mi parlate in questo modo, di grazia, o chiamo mio marito. Sono già anche
troppo colpevole per non avervi cacciato, qualunque cosa potesse accadere. Ho pietà
di voi" gli disse, cercando di ferirne l'orgoglio, che sapeva tanto irritabile.
Questo rifiuto di dargli del tu, questo modo così brusco di spezzare un legame
tanto tenero, e sul quale contava ancora, portarono fino al delirio il trasporto
amoroso di Julien.
"Come! È davvero possibile che non mi amiate più?" le disse con una voce che veniva
dal cuore, molto difficile da ascoltare a sangue freddo.
Lei non rispose, e Julien piangeva amaramente: non aveva più la forza di parlare.
"Così non sono più niente per il solo essere che mi abbia mai amato! Perché vivere,
ormai?" Tutto il suo coraggio l'aveva abbandonato, da quando non c'era più il
rischio di imbattersi in qualcuno. Dentro di lui non c'era nient'altro che l'amore.
Julien pianse a lungo, in silenzio. Le prese la mano, e lei volle ritrarla;
tuttavia, dopo qualche movimento quasi convulso, gliela lasciò. L'oscurità era
totale; si trovarono seduti sul letto.
"Che differenza con quanto accadeva quattordici mesi fa! - pensò Julien; e pianse
più violentemente di prima. - Così l'assenza distrugge senza rimedio tutti i
sentimenti umani."
"Raccontatemi, vi prego, ciò che vi è capitato" disse infine Julien, imbarazzato
dal suo silenzio, e con la voce rotta dalle lacrime.
"Senza dubbio - rispose la signora de Rênal con una voce dura, e con un tono secco
e come di rimprovero per lui, - il mio errore era noto in città, al momento della
vostra partenza. C'era stata una tale imprudenza nel vostro comportamento! Qualche
tempo dopo - ero disperata allora - il buon abate Chèlan venne a trovarmi. Fu
invano che, a lungo, cercò di farmi confessare. Un giorno ebbe l'idea di condurmi
nella chiesa dove ho fatto la prima comunione. E lì, a Digione, ebbe il coraggio di
parlarmi per primo... - Le lacrime la interruppero, poi riprese. - Fu un momento di
vergogna! Confessai tutto. Quell'uomo così buono non volle opprimermi con il peso
del suo sdegno: partecipò al mio dolore. In quel tempo, vi scrivevo ogni giorno:
lettere che non osavo spedirvi; le nascondevo accuratamente e quando mi sentivo
troppo infelice mi chiudevo nella mia stanza e le rileggevo. Alla fine, l'abate
Chèlan riuscì a ottenere che gliele consegnassi... Qualcuna, scritta con maggiore
prudenza, vi è stata consegnata; ma voi non mi avete mai risposto."
"Non ho mai ricevuto una sola tua lettera in seminario, te lo giuro."
"Dio mio, chi le avrà intercettate?".
"Pensa al mio dolore: prima del giorno in cui ti ho vista nella cattedrale, non
sapevo neppure se eri ancora viva."
"Dio mi ha fatto la grazia di capire com'era grande il mio peccato verso di lui,
verso i miei figli, verso mio marito - riprese la signora de Rênal. - Non mi ha mai
amato come io credevo, allora, che voi mi amaste."
Julien si gettò fra le sue braccia, senza pensarci, e come fuori di sé. Ma lei lo
respinse, e continuò con una certa fermezza:
"Il caro amico, il reverendo Chèlan, mi fece capire che, sposando Rênal, avevo
vincolato a lui tutti i miei affetti, anche quelli che non conoscevo, e che non
avevo mai provato prima di una relazione fatale... Dopo il grande sacrificio di
quelle lettere, che mi erano così care, la mia vita è passata, se non felicemente,
almeno abbastanza tranquilla. Non turbatela, siate un amico per me... l'amico
migliore".
Julien coprì le sue mani di baci; lei si accorse che piangeva ancora: "Non piangete
più, mi addolorate... Ditemi anche voi quello che avete fatto". Julien non poteva
parlare. "Voglio sapere della vostra vita in seminario - ripeté lei. - Poi ve ne
andrete."
Senza pensare a quello che diceva, Julien le raccontò degli intrighi e delle
continue gelosie che aveva incontrato all'inizio, poi della vita più tranquilla, da
quando era stato nominato ripetitore.
"Fu allora - aggiunse, - dopo un lungo silenzio che aveva senza dubbio lo scopo di
farmi capire quello che oggi mi dite, e cioè che non mi amate più e che ormai io vi
sono indifferente... - lei gli strinse le mani. - Fu allora che mi inviaste quei
cinquecento franchi."
"No, mai" rispose la signora de Rênal.
"Era una lettera con il timbro postale di Parigi e firmata Paul Sorel, per sviare i
sospetti."
Ci fu una piccola discussione sulla possibile origine di quella lettera. La
situazione cambiò. Senza rendersene conto, avevano abbandonato quel tono un po'
solenne, ed erano tornati a quello di una tenera amicizia. L'oscurità era così
profonda che non potevano vedersi, ma il suono delle loro voci diceva tutto. Julien
portò il suo braccio attorno alla vita dell'amica; era un gesto molto pericoloso.
Lei cercò di scostarlo, ma Julien, abilmente, seppe attirarne l'attenzione con un
particolare interessante del discorso. Quel braccio fu come dimenticato,e rimase
nella stessa posizione.
Dopo molte congetture sull'origine di quella lettera, Julien aveva ripreso infatti
il suo racconto; si faceva via via più padrone di se stesso parlando della sua vita
passata, che pure, rispetto a quanto gli stava accadendo, era per lui ben poco
interessante. La sua attenzione venne a concentrarsi sul modo in cui concludere
quell'incontro. "Ora dovete andare" si sentiva ripetere di tanto in tanto in tono
secco.
"Che vergogna, per me, se mi lascio mandar via! Il rimorso mi avvelenerà tutta la
vita - pensava. - Non mi scriverà mai. Dio solo sa. quando potrò tornare!" In un
istante, tutto quello che c'era di sublime nel cuore di Julien si dissolse. Seduto
accanto a una donna che adorava, quasi stringendola fra le braccia, in quella
stanza dov'era stato così felice, immerso in un'oscurità profonda, essendosi
accorto benissimo che da qualche istante lei piangeva, sentendo anzi dai sussulti
del suo petto che stava singhiozzando, ebbe la disgrazia di diventare un freddo
politico, quasi altrettanto freddo e calcolatore come quando, nel cortile del
seminario, doveva subire qualche brutto scherzo da un compagno più forte di lui.
Julien protrasse il suo racconto, e parlò della vita infelice che aveva condotto
dopo la sua partenza da Verrières. "Così - pensava la signora de Rênal, - dopo un
anno di assenza, senza quasi nessun segno del mio ricordo, mentre io lo
dimenticavo, non pensava ad altro che ai giorni felici passati a Vergy." I
singhiozzi di lei aumentarono. Julien, visto il successo del suo racconto, capì che
doveva tentare l'ultima carta, e arrivò bruscamente alla lettera che aveva ricevuto
da Parigi.
"Mi sono congedato dal vescovo."
"Come! Non ritornate a Besançon? Ci lasciate per sempre?".
"Sì - rispose Julien in tono deciso. - Sì, lascio una terra dove sono dimenticato
anche da chi ho amato di più nella mia vita, e la lascio per non rivederla più.
Vado a Parigi...".
"Vai a Parigi!" esclamò lei quasi ad alta voce.
Ma era una voce, ormai, pressoché soffocata dalle lacrime, e che rivelava un
turbamento estremo. Julien aveva bisogno di questo incoraggiamento: stava per fare
una mossa che avrebbe potuto condannarlo; e prima di quelle parole, non vedendo
nulla, ignorava completamente l'effetto che era riuscito a produrre. Non esitò più;
la paura del rimorso gli dava un perfetto controllo di se stesso; aggiunse
freddamente, alzandosi:
"Sì, signora, vi lascio per sempre, siate felice; addio".
Fece qualche passo verso la finestra; stava già aprendola. La signora de Rênal si
lanciò verso di lui gettandosi tra le sue braccia.
Parlarono per tre ore, e alla fine Julien ottenne ciò che aveva desiderato con
tanta passione per le prime due. Se il ritorno alle tenerezze e la scomparsa dei
rimorsi, in lei, fossero arrivati più presto, gli avrebbero dato una gioia divina;
ottenuti così, ad arte, non furono che un piacere. Julien volle assolutamente,
contro il parere della sua amica, accendere la lampada.
"Ma allora - le diceva, - vuoi che non mi resti nessun ricordo di averti vista?
L'amore che brilla in questi occhi incantevoli dovrò dunque perderlo? Il candore di
questa bella mano dovrà restarmi invisibile? Pensa che sto per lasciarti, forse per
molto tempo!".
La signora de Rênal non era in grado di rifiutare nulla davanti a un pensiero del
genere, che la faceva sciogliere in lacrime. Ma l'alba cominciava a disegnare
nettamente i contorni degli abeti sulla montagna a oriente di Verrières. Anziché
andarsene, Julien, ebbro di voluttà, le chiese di poter passare tutta la giornata
nascosto nella sua stanza, e di andarsene solo la notte seguente.
"E perché no? - rispose lei. - Questa fatale ricaduta mi toglie ogni stima di me
stessa, e mi getta per sempre nell'infelicità - e lo stringeva al suo cuore. - Mio
marito non è più lo stesso, ha dei sospetti; crede che io l'abbia ingannato in
tutta questa faccenda, e si mostra molto irritato con me. Se sente anche il minimo
rumore sono perduta, mi caccerà per quella sciagurata che sono."
"Ah! Ecco una frase di Chèlan - disse Julien; - non mi avresti parlato così, prima
della mia partenza per il seminario; mi amavi, allora!".
Julien fu premiato per il sangue freddo che aveva messo in queste parole: vide la
sua amica dimenticare subito il pericolo che la presenza di suo marito le faceva
correre, per pensare al pericolo ben più grande di vedere Julien dubitare del suo
amore. La luce aumentava rapidamente, illuminando la stanza; Julien ritrovò tutta
la voluttà dell'orgoglio quando poté vedere fra le sue braccia, e quasi ai suoi
piedi, quella donna così bella, la sola che avesse amato e che, poche ore prima,
era tutta presa dal timore di un Dio terribile e dall'amore per i suoi doveri. Ma
le sue risoluzioni, rafforzate da un anno di costanza, non avevano saputo resistere
davanti all'audacia che lui aveva dimostrato.
Presto si sentì qualche rumore dalle altre stanze; una cosa a cui prima non aveva
pensato turbò la signora de Rênal.
"Quella perfida di Èlisa sta per entrare nella mia camera. Che cosa ne facciamo di
quella scala enorme? - disse al suo amico. - Dove la nascondiamo? Vado a portarla
nel granaio" gridò a un tratto, con un tono di gaiezza.
"Ma bisogna passare per la stanza del domestico" disse Julien sorpreso.
"Lascerò la scala in corridoio, chiamerò il domestico e gli affiderò una
commissione."
"Pensa a qualche scusa da raccontargli, nel caso che, passando, notasse la scala."
"Sì, angelo mio - disse lei dandogli un bacio. - Tu, piuttosto, pensa a nasconderti
in fretta sotto il letto, se, durante la mia assenza, Èlisa verrà qui."
Julien fu stupito da quell'improvvisa allegria. "Così - pensò, - l'avvicinarsi di
un pericolo concreto, invece di turbarla, le restituisce la sua gaiezza, perché le
fa dimenticare i suoi rimorsi! Una donna davvero superiore! Un cuore su cui si può
essere fieri di regnare!" Julien era estasiato.
La signora de Rênal prese la scala; sembrava troppo pesante per lei. Julien si
mosse per aiutarla, ammirando quella figura elegante, che certo non dava l'idea
della forza; a un tratto, la vide sollevare la scala senza alcun aiuto, come se
fosse una sedia. La portò velocemente nel corridoio del terzo piano e l'appoggiò al
muro. Chiamò il domestico, e per lasciargli il tempo di vestirsi salì nella
colombaia. Cinque minuti dopo, tornando in corridoio, non trovò più la scala.
Dov'era finita? Se Julien non fosse stato in casa, quel pericolo non l'avrebbe
turbata. Ma, in quel momento, se suo marito avesse visto la scala! Poteva succedere
qualcosa di orribile. La signora de Rênal si mise a correre dappertutto. Finalmente
scoprì la scala sotto il tetto, dove il domestico l'aveva portata, anzi nascosta.
La circostanza era singolare, e in altri tempi l'avrebbe allarmata.
"Che cosa m'importa - pensò - di quello che mi può succedere fra ventiquattr'ore,
quando Julien sarà partito? Tutto, allora, non sarà per me che orrore e rimorso."
Aveva come una vaga idea di dover lasciare la vita, ma che importava? Dopo una
separazione che aveva creduto eterna, lo aveva rivisto, lo aveva riavuto, e ciò che
aveva fatto per arrivare fino a lei dimostrava tanto amore!
Raccontando a Julien il fatto della scala: "Cosa risponderò a mio marito, se il
domestico gli riferirà di averla trovata?". Rimase un istante pensierosa: "Avranno
bisogno di ventiquattr'ore per scoprire il contadino che te l'ha venduta". Poi si
gettò fra le sue braccia stringendolo convulsamente: "Ah, morire, morire così!"
gridò coprendolo di baci. "Ma non devi morire di fame!" disse poi ridendo.
"Vieni; per prima cosa ti nasconderò nella camera della signora Derville, che
rimane sempre chiusa a chiave." Si mise di guardia in fondo al corridoio, e Julien
passò di corsa. "Se bussano, non devi aprire - gli disse chiudendolo a chiave; - e
comunque non potrebbe essere che uno scherzo dei ragazzi che giocano."
"Falli venire in giardino, sotto la finestra - le disse Julien. - Vorrei avere il
piacere di vederli. Falli parlare."
"Sì, sì" gli gridò lei allontanandosi.
Ritornò presto con arance, biscotti, e una bottiglia di vino di Malaga; le era
stato impossibile rubare del pane.
"Che cosa sta facendo tuo marito?" chiese Julien.
"Prepara degli abbozzi di contratto con i contadini."
Ma le otto erano suonate, e c'era molto rumore nella casa. Se la signora non si
fosse fatta vedere, l'avrebbero cercata dappertutto; fu costretta a lasciarlo.
Tornò molto presto, senza nessuna prudenza, portandogli una tazza di caffè; aveva
paura che morisse di fame. Dopo colazione riuscì a portare i ragazzi sotto la
finestra della camera della signora Derville. Julien li trovò molto cresciuti, ma
avevano assunto un'aria banale, o forse era il suo modo di vederli che era
cambiato.
La madre parlava loro di Julien. Il maggiore rispose dimostrando amicizia e
rimpianto per l'ex precettore; ma era evidente che i più piccoli l'avevano quasi
dimenticato.
Rênal, quel mattino, non uscì; saliva e scendeva continuamente le scale, occupato
in quei contratti con i contadini, ai quali vendeva il suo raccolto di patate. Fino
all'ora di pranzo, la signora de Rênal non ebbe neppure un istante per il suo
prigioniero. Poi la campanella annunciò il pranzo che venne servito, e allora ebbe
l'idea di rubare per lui un piatto di minestra calda. Mentre si avvicinava senza
far rumore alla porta della stanza dov'era lui, portando il piatto con precauzione,
si trovò faccia a faccia con il domestico che aveva nascosto la scala. In quel
momento, avanzava anche lui nel corridoio senza far rumore, e come in ascolto.
Probabilmente Julien aveva avuto l'imprudenza di camminare. Il domestico si
allontanò un po' confuso. La signora de Rênal entrò audacemente da Julien;
quell'incontro l'aveva fatto fremere.
"Hai paura - gli disse lei; - io sfiderei tutti i pericoli del mondo senza batter
ciglio. Solo una cosa mi spaventa: il momento in cui sarò sola dopo la tua
partenza" e se ne andò di corsa.
"Ah! - pensò Julien, esaltandosi, - il rimorso è il solo pericolo che tema
quest'anima sublime!".
Finalmente venne la sera. Rênal se ne andò al circolo. Sua moglie si era lamentata
di una terribile emicrania, si era ritirata nella sua stanza e aveva congedato in
fretta Élisa. Subito dopo si era alzata per aprire la porta di Julien. Lo trovò che
moriva proprio di fame. Allora corse in dispensa a cercare del pane. Julien udì un
grido molto forte. Quando lei fu di ritorno, gli raccontò che entrando nella
dispensa al buio, avvicinandosi alla credenza dove tenevano il pane, mentre cercava
di prenderlo aveva toccato il braccio di una donna. Era di Èlisa il grido che aveva
sentito Julien.
"Che cosa stava facendo?".
"Rubava qualche dolce, o forse ci spiava - disse la signora de Rênal con assoluta
indifferenza. - Ma per fortuna ho trovato un paté e una bella pagnotta."
"E lì, che cosa c'è?" chiese Julien indicando le tasche del suo grembiule.
La signora de Rênal si era dimenticata che, dall'ora di pranzo, se le era riempite
di pane.
Julien la strinse fra le braccia con grande passione; non gli era mai sembrata così
bella. "Neanche a Parigi - pensava confusamente - riuscirò a incontrare un
carattere così nobile." Si vedeva, dal suo impaccio, che non era avvezza a quelle
situazioni, ma al tempo stesso mostrava il coraggio autentico di chi teme solo
pericoli di un altro genere, molto più tremendi.
Mentre Julien cenava con grande appetito, e la sua amica scherzava sulla semplicità
di quel pasto, perché aveva il terrore di parlare seriamente, la porta della stanza
fu d'improvviso scossa con forza. Era Rênal.
"Perché ti sei chiusa dentro?" gridò.
Julien ebbe appena il tempo di scivolare sotto il canapi.
"Come! Siete ancora vestita! - disse Rênal entrando. - Cenate, e con la porta
chiusa a chiave!".
In giorni normali, queste osservazioni, fatte con tutta la durezza coniugale,
l'avrebbero turbata; ma in quel momento sapeva che a suo marito sarebbe bastato
chinarsi un poco per vedere Julien; infatti Rênal si era buttato sulla sedia di
fronte al canapé, occupata poco prima da Julien.
L'emicrania servì a scusare tutto. Mentre il marito le raccontava nei dettagli la
partita a biliardo che aveva vinto al circolo, "una partita da diciannove franchi,
perbacco!", vide su una sedia, tre passi davanti a loro, il cappello di Julien. Il
suo sangue freddo aumentò, si mise a spogliarsi, e, a un certo punto, passando
velocemente dietro suo marito, gettò un indumento sul cappello.
Finalmente Rênal se ne andò. Lei pregò Julien di riprendere il racconto sulla sua
vita in seminario: "Ieri non ti ascoltavo; mentre parlavi, non pensavo ad altro che
a trovare in me la forza di respingerti".
La signora de Rênal era l'imprudenza in persona. Parlavano ad alta voce, e potevano
essere le due del mattino, quando furono interrotti da un colpo violento alla
porta. Era ancora Rênal.
"Apritemi subito, ci sono dei ladri in casa! - diceva - Saint-Jean ha trovato la
loro scala questa mattina."
"È la fine! - esclamò lei gettandosi fra le braccia di Julien. - Ci ucciderà
entrambi, non crede ai ladri; morirò fra le tue braccia, più felice nella morte di
quanto non lo sia stata in vita." Non si curava di rispondere al marito, che si
arrabbiava, e abbracciava appassionatamente Julien.
"Salva la madre di Stanislas - le disse lui con uno sguardo imperioso. - Salterò in
cortile dalla finestra del ripostiglio, e fuggirò in giardino: i cani mi hanno
riconosciuto. Fai un fagotto dei miei vestiti, e gettali appena potrai in giardino.
Intanto, lascia che sfondi la porta. Soprattutto, nessuna confessione, te lo
proibisco; meglio che abbia dei sospetti piuttosto che certezze."
"Ti ucciderai, saltando!" Fu la sua sola risposta, la sua sola preoccupazione.
Lo accompagnò alla finestra del ripostiglio; poi prese tempo per nascondere i suoi
vestiti. Finalmente aprì al marito, che ribolliva di collera. Guardò nella stanza,
nel ripostiglio, senza dire una parola, e scomparve. Julien afferrò gli abiti che
gli venivano gettati, e corse veloce verso la parte bassa del giardino, dalla parte
del Doubs.
Mentre correva, sentì fischiare una pallottola, e subito dopo il rumore di una
fucilata.
"Non è Rênal - pensò. - Tira troppo male per essere lui." I cani correvano
silenziosi ai suoi fianchi; un secondo colpo spezzò probabilmente la zampa di un
cane, che infatti guaiva in modo penoso. Julien saltò il muretto di una terrazza,
fece una cinquantina di passi al coperto, e riprese la fuga in un'altra direzione.
Sentiva delle voci che si chiamavano, e vide distintamente il domestico, il suo
nemico, sparare una fucilata; anche un fattore sparava dall'altra parte del
giardino, ma Julien aveva già raggiunto la riva del Doubs, e stava rivestendosi.
Un'ora dopo, era a una lega da Verrières, sulla strada di Ginevra. "Se hanno dei
sospetti - pensò, - mi cercheranno sulla strada di Parigi."

Parte seconda

Non è bella, non si dà il rossetto.


SAINTE-BEUVE

I
I piaceri della campagna

O rus quando ego te aspiciam!


VIRGILIO

"Il signore aspetta la corriera di Parigi, naturalmente" gli disse il padrone di


una locanda dove si era fermato per fare colazione.
"Quella di oggi, o quella di domani; poco importa" rispose Julien.
Mentre faceva l'indifferente, la corriera arrivò. C'erano due posti liberi.
"Come, sei tu, mio povero Falcoz?" disse il viaggiatore che veniva da Ginevra a
quello che saliva in vettura insieme a Julien.
"Credevo che ti fossi stabilito nei dintorni di Lione - disse Falcoz, - in una
deliziosa valle vicino al Rodano."
"Stabilito benissimo. E scappo."
"Come! Scappi? Tu, Saint-Giraud, con questa faccia perbene, hai forse commesso un
delitto?" disse Falcoz ridendo.
"Mah! Tanto varrebbe. Fuggo dalla vita orribile che si fa in provincia. Mi piace la
frescura dei boschi e la tranquillità dei campi, lo sai; mi hai accusato spesso di
essere un romantico. Non ho mai voluto sentir parlare di politica, e la politica mi
fa scappare."
"Ma di che partito sei?".
"Di nessuno, e proprio questo mi rovina. Ecco tutta la mia politica: amo la musica,
la pittura; un buon libro per me è un avvenimento; sto per compiere quarantaquattro
anni. Quanto mi resta da vivere? Quindici, venti, trent'anni al massimo! Ebbene,
scommetto che fra trent'anni i ministri saranno un po' più abili, ma onesti come
quelli di oggi. La storia d'Inghilterra mi serve da specchio per il nostro
avvenire. Ci sarà sempre un re che vorrà aumentare le sue prerogative; ci saranno
sempre dei ricchi di provincia ai quali l'ambizione di diventare deputati, la
gloria e le centinaia di migliaia di franchi guadagnati da Mirabeau toglieranno il
sonno. E chiameranno tutto questo essere liberali e amare il popolo. Il desiderio
di diventare pari o gentiluomo di Camera, farà sempre correre gli ultras. Sulla
nave dello Stato, tutti vorranno occuparsi della manovra, perché è ben pagata. Non
ci sarà mai, insomma, un posticino qualunque per il semplice passeggero?"
"Veniamo al sodo, al fatto, che dev'essere molto divertente, dato il tuo carattere
tranquillo. Sono le ultime elezioni che ti cacciano dalla tua provincia?".
"Il mio male viene da più lontano. Quattro anni fa avevo quarant'anni e
cinquecentomila franchi; oggi ho quattro anni di più, e probabilmente cinquantamila
franchi di meno, che sto per perdere nella vendita del mio castello di Montfleury,
vicino al Rodano, in una posizione stupenda. A Parigi ero stanco dell'eterna
commedia a cui ci obbliga quella che chiamate la civiltà del XIX secolo. Avevo sete
di una vita alla buona, di semplicità. Compero un terreno sulle montagne sopra il
Rodano, niente di più bello sotto il cielo. Il vicario del paese e i signorotti dei
dintorni mi fanno la corte per sei mesi; li invito a pranzo; "ho lasciato Parigi -
dico loro - per non parlare né sentir più parlare di politica. Come potete vedere,
non sono abbonato a nessun giornale. Meno lettere mi porta il postino e più sono
contento". Ma tutto questo non va a genio al vicario; ben presto mi trovo a subire
mille domande indiscrete, soprusi, e così via. Volevo dare due o trecento franchi
all'anno ai poveri, e me li chiedono per le associazioni religiose: quella di san
Giuseppe, quella della Vergine, ecc., e io rifiuto: allora mi insultano da ogni
parte, e io sono così stupido da offendermi. Non posso più uscire il mattino per
godere della bellezza delle nostre montagne, senza trovarmi tra i piedi qualche
seccatura che mi strappi al mio fantasticare e mi ricordi sgradevolmente gli uomini
e la loro cattiveria. Per esempio, alla processione delle Rogazioni, di cui mi
piace il canto (probabilmente una melodia greca), non benedicono più i miei campi,
perché, dice il vicario, appartengono a un empio. Muore la vacca di una vecchia
bigotta, e lei dice che è a causa di uno stagno vicino, che è mio, di un filosofo
empio che viene da Parigi, e una settimana dopo trovo tutti i miei pesci a pancia
all'aria, avvelenati con la calce. Sono assediato da ogni forma di vessazione. Il
giudice conciliatore, un galantuomo, ma che ha paura di perdere il posto, mi dà
sempre tono. La pace dei campi è per me un inferno. Quando mi hanno visto
abbandonato dal vicario, capo della congregazione del paese, e non più sostenuto
dal capitano in pensione, capo dei liberali, mi sono piombati tutti addosso,
persino il muratore al quale davo da vivere da un anno, persino il carraio che
voleva imbrogliarmi impunemente aggiustando i miei aratri. Per ottenere un
appoggio, e vincere, nonostante tutto, qualcuna delle mie cause, mi faccio
liberale; ma, come dici tu, arrivano quelle maledette elezioni e mi chiedono il
voto."
"Per uno sconosciuto?".
"Niente affatto: per un uomo che conosco anche troppo. Allora rifiuto: orribile
imprudenza! Da quel momento, ho contro anche i liberali, la mia posizione diventa
insostenibile. Credo che se fosse venuto in mente al vicario di accusarmi di aver
assassinato la mia serva, ci sarebbero stati venti testimoni dei due partiti pronti
a giurare di avermi visto commettere il delitto."
"Vuoi vivere in campagna senza impegnarti nelle passioni dei tuoi vicini, senza
neppure ascoltarne le chiacchiere. Che errore!...".
"Finalmente ho rimediato. Montfleury è in vendita, perdo cinquantamila franchi, se
è necessario, ma sono proprio contento; lascio quest'inferno di ipocrisia e di
angherie. Vado a cercare la solitudine e la pace dei campi nel solo luogo in cui
esistano in Francia: a un quarto piano sugli Champs-Elysées. E non ho ancora deciso
se iniziare la mia carriera politica nel quartiere del Roule, servendo la
parrocchia."
"Tutto questo non sarebbe successo sotto Bonaparte" disse Falcoz con gli occhi
scintillanti d'ira e rimpianto.
"Alla buon'ora! Ma perché non è riuscito a tener duro, il tuo Bonaparte? Tutto
quello di cui soffro oggi è colpa sua."
A questo punto l'attenzione di Julien si fece più viva. Aveva capito fin dalle
prime parole che il bonapartista Falcoz era l'amico d'infanzia di Rênal, il quale
lo aveva ripudiato nel 1816, e il filosofo Saint-Giraud doveva essere il fratello
di quel capufficio alla prefettura di ***, che sapeva farsi aggiudicare a un prezzo
di favore le case dei comuni.
"Sì, tutto questo lo dobbiamo al tuo Bonaparte - continuava Saint-Giraud. - Un
galantuomo, inoffensivo, se mai ce ne furono, a quarant'anni e con cinquecentomila
franchi, non può andare a stabilirsi in provincia e trovarvi la pace; i preti e i
nobili lo fanno scappare."
"Ah, non dire male di lui! - esclamò Falcoz. - La Francia non è mai stata così in
alto nella stima dei popoli come nei tredici anni del suo potere. Allora, c'era
qualcosa di grande in tutto ciò che si faceva."
"Il tuo imperatore, che il diavolo se lo porri - riprese l'uomo di quarantaquattro
anni, - è stato grande solo sui campi di battaglia, e quando ha risanato le finanze
verso il 1802. Ma cosa significa quello che ha fatto in seguito? Con i suoi
ciambellani, la sua gran pompa e i ricevimenti alle Tuileries, ha dato una nuova
edizione di tutte le stupidaggini monarchiche. Era un'edizione corretta, e avrebbe
potuto durare ancora un secolo o due. I nobili e i preti sono voluti tornare a
quella antica, ma non hanno il pugno di ferro che ci vuole per farla ingoiare al
popolo."
"Questo è proprio il linguaggio di un ex tipografo".
"Chi mi caccia dalla mia terra? - continuò il tipografo incollerito. - I preti, che
Napoleone ha fatto tornare con il suo concordato, invece di trattarli come lo Stato
tratta i medici, gli avvocati e gli astronomi, e cioè come normali cittadini, senza
preoccuparsi della professione che esercitano.per guadagnarsi la vita. Ci
sarebbero, oggi, dei gentiluomini insolenti, se il tuo Bonaparte non ne avesse
fatto dei baroni e dei conti? No, erano già passati di moda. Dopo i preti, sono
stati i piccoli nobili di campagna che mi hanno dato più fastidio, e mi hanno
costretto a diventare liberale."
La conversazione non finiva più: toccava un argomento che farà discutere i francesi
ancora per mezzo secolo. Siccome Saint-Giraud ripeteva continuamente che era
impossibile vivere in provincia, Julien propose timidamente l'esempio di Rênal.
"Perbacco, giovanotto, questa è bella! - esclamò Falcoz, - lui si è fatto martello
per non essere incudine, e un martello tremendo, per giunta. Ma lo vedo sopraffatto
da Valenod. Lo conoscete, quel furfante? Perché è un autentico furfante. Cosa dirà
il vostro signor de Rênal quando si vedrà destituito, una mattina di queste, e
vedrà al suo posto il signor Valenod?"
"Resterà a tu per tu con i suoi delitti - disse Saint-Giraud. - Dunque, giovanotto,
conoscete Verrières? Ebbene, Bonaparte, che il cielo confonda lui e il suo ciarpame
monarchico, ha reso possibile il regno dei Rênal e degli Chèlan, che ha portato al
regno dei Valenod e dei Maslon."
Questa conversazione politica a fosche tinte aveva stupito Julien, sottraendolo
alle sue fantasticherie voluttuose.
Non gli fece molta impressione Parigi, quando la vide da lontano. I castelli in
aria sul suo futuro dovevano lottare con il ricordo, ancora ben presente, delle
ventiquattr'ore che aveva passato a Verrières. Giurò a se stesso che non avrebbe
mai abbandonato i figli della sua amica, e che avrebbe lasciato ogni altra cosa per
proteggerli, qualora l'impudenza dei preti ci avesse regalato la repubblica e le
persecuzioni contro i nobili.
Che cosa sarebbe successo, la notte del suo arrivo a Verrières se al momento in cui
appoggiava la sua scala contro la finestra della camera da letto della signora de
Rênal, vi avesse trovato un estraneo, o lo stesso Rênal?
Eppure, che delizia quelle prime due ore, quando la sua amica voleva sinceramente
mandarlo via, e lui sosteneva la sua causa, seduto accanto a lei nel buio!
Un'anima come quella di Julien è accompagnata per tutta la vita da simili ricordi.
Il seguito del loro incontro già si confondeva in lui con ciò che era accaduto
all'inizio del loro amore, quattordici mesi prima.
Fu sottratto ai pensieri in cui era immerso quando la corriera si fermò. Erano
entrati nella rimessa di rue Jean-Jacques Rousseau. "Voglio andare alla Malmaison"
disse a un vetturino che si era avvicinato.
"A quest'ora, signore, e a far che?".
"Che cosa v'importa? Andate."
Ogni vera passione non pensa che a se stessa. È per questo, io credo, che le
passioni sono ridicole a Parigi, dove il vostro vicino pretende sempre che si pensi
molto a lui. Non starò a raccontarvi l'entusiasmo di Julien alla Malmaison. Pianse.
Come! Nonostante i brutti muri bianchi costruiti quest'anno, che hanno tagliato il
parco a pezzi? Sissignori: per Julien, come per la posterità, non c'era nessuna
differenza tra Arcole, Sant'Elena e la Malmaison.
La sera, Julien esitò a lungo prima di entrare in un teatro; aveva strane idee su
quel luogo di perdizione.
Una profonda diffidenza gli impedì di ammirare la vita di Parigi; era commosso solo
dai monumenti lasciati dal suo eroe.
"Eccomi dunque al centro dell'intrigo e dell'ipocrisia! Qui regnano i protettori di
Frilar".
La sera del terzo giorno, la curiosità ebbe la meglio sul progetto di vedere tutto
prima di presentarsi all'abate Pirard. Il quale gli spiegò, con freddezza, il
genere di vita che lo aspettava dal signor de La Mole.
"Se dopo qualche mese non vi sarete dimostrato utile, rientrerete in seminario, ma
dalla porta principale. Alloggerete dal marchese, uno dei più grandi signori di
Francia. Porterete l'abito nero, ma come un uomo in lutto, e non come un
ecclesiastico. Esigo che, tre volte alla settimana, seguiate i vostri studi di
teologia in un seminario, dovevi farò presentare. Tutti i giorni, a mezzogiorno, vi
farete trovare nella biblioteca del marchese, che conta di farvi scrivere delle
lettere per le sue cause e per altre faccende. Il marchese annota in due parole, in
margine a ogni lettera che riceve, il tipo di risposta che occorre. Ho sostenuto
che in capo a tre mesi sarete in grado di scrivere queste risposte, in modo che, su
dodici che gliene presenterete, il marchese ne possa firmare otto o nove. La sera,
alle otto, metterete in ordine la sua scrivania, e alle dieci sarete libero.
Può darsi - continuò Pirard - che qualche vecchia dama o qualche signore dal tono
mellifluo, vi faccia intravedere vantaggi straordinari, o vi offra molto
volgarmente del denaro per mostrargli le lettere che riceve il marchese...".
"Ah, padre!" esclamò Julien arrossendo.
"È strano - disse l'abate con un sorriso amaro - che,povero come siete, e dopo un
anno di seminario, abbiate ancora questi momenti di sdegno virtuoso. Bisogna dire
che eravate proprio cieco!".
"Che sia la forza del sangue? - disse Pirard a mezza voce e come parlando con se
stesso. - La cosa più strana - aggiunse guardando Julien - è che il marchese vi
conosce... Non so come. Per cominciare, vi darà cento luigi di stipendio. È un uomo
che agisce solo per capriccio; è il suo difetto. Per certi aspetti puerili farà a
gara con voi. Se sarà contento, il vostro stipendio potrà arrivare in seguito fino
a ottomila franchi. Ma capite bene - riprese l'abate in modo brusco - che non vi
darà tutti questi soldi per i vostri begli occhi. Si tratta di essere utile. Al
vostro posto, parlerei molto poco, e soprattutto non parlerei mai di quello che non
so.
Ah! - disse ancora Pirard - Ho preso qualche informazione per voi; dimenticavo la
famiglia del marchese de La Mole. Ha due figli: una ragazza e un giovane di
diciannove anni, un vero elegante, una specie di folle, che non sa a mezzogiorno
ciò che farà alle due. Non manca d'intelligenza, ha del coraggio; ha fatto la
guerra di Spagna. Il marchese spera, non so per quale motivo, che diventiate amico
del giovane conte Norbert. Ho detto che siete un grande latinista; forse conta che
insegniate a suo figlio qualche frase fatta su Cicerone e Virgilio.
Al vostro posto, non mi lascerei prendere in giro da questo bel giovanotto; e sarei
molto ma molto cauto, prima di cedere ai suoi approcci, che saranno cortesissimi,
ma un po' intaccati dall'ironia. Non vi nasconderò che il giovane conte de La Mole,
sulle prime, vi disprezzerà, perché non siete che un piccolo borghese. Un suo avo
faceva parte della corte, ed ebbe l'onore di avere la testa mozzata in place de
Grève, il 26 aprile 1574, per un intrigo politico. Voi, invece, siete il figlio di
un carpentiere di Verrières, e, per di più, alle dipendenze di suo padre. Pesate
bene queste differenze, e studiate la storia di questa famiglia sul Moreri. Tutti
gli adulatori che pranzano dal marchese vi fanno, di tanto in tanto, come dicono
loro stessi, qualche delicata allusione.
State attento al modo in cui rispondete alle battute del conte Norbert de La Mole,
capo di uno squadrone di ussari e futuro pari di Francia, e non venite poi a
lamentarvi con me."
"Mi sembra - disse Julien, arrossendo vistosamente, - che non dovrei nemmeno
rispondere a un uomo che mi disprezza."
"Non avete la minima idea di un disprezzo di quel genere; si manifesterà soltanto
in complimenti esagerati. Se foste uno sciocco, potreste cascarci; se voleste far
fortuna, dovreste cascarci."
"Il giorno in cui tutto questo non farà più per me - disse Julien, - passerò per un
ingrato se tornerò alla mia celletta n. 103?".
"Sicuramente - rispose l'abate. - Tutti gli amici compiacenti della casa vi
calunnieranno. Ma interverrò io. Adsum qui feci. Dirò che è una decisione voluta da
me."
Julien era avvilito dal tono amaro e quasi cattivo che notava nelle parole di
Pirard; un tono che sciupava del tutto l'ultima risposta.
Il fatto è che l'abate si faceva uno scrupolo di voler bene a Julien, ed era con
una sorta di terrore religioso che si intrometteva così direttamente nel destino di
un altro.
"Conoscerete poi - aggiunse con la stessa malagrazia, e come compiendo un dovere
penoso, - conoscerete la marchesa de La Mole. È una donna alta e bionda, devota e
altera, di grande cortesia, e soprattutto insignificante. È la figlia del vecchio
duca de Chaulnes, assai noto per i suoi pregiudizi nobiliari. Questa gran dama è
una specie di riassunto, in altorilievo, di ciò che è, sostanzialmente, il
carattere delle donne del suo rango. Non nasconde certo che, per lei, aver avuto
degli antenati alle crociate sia l'unico titolo che conti. Il denaro viene molto
dopo: la cosa vi stupisce? Non siamo più in provincia, amico mio.
Nel suo salotto, sentirete molti grandi signori parlare dei nostri sovrani con un
tono di singolare leggerezza. Ma la signora de La Mole abbassa la voce per rispetto
ogni volta che nomina un re, e soprattutto una regina. Non vi consiglierei di dire
in sua presenza che Filippo II o Enrico VIII furono dei mostri. Sono stati dei RE,
e questo dà loro il diritto imprescrittibile al rispetto di tutti, e soprattutto al
rispetto di chi è di modeste origini, come voi e me. Tuttavia - aggiunse Pirard, -
noi siamo preti, poiché tale voi sarete per lei; a questo titolo, ci considera come
dei domestici necessari alla salvezza della sua anima."
"Padre - disse Julien, - mi sembra di capire che non rimarrò molto a Parigi."
"E va bene; ma ricordate che, per un uomo che porta il nostro abito, non c'è
possibilità di far fortuna senza la protezione dei gran signori. Con quel non so
che d'indefinibile che c'è nel vostro carattere, almeno per me, se non farete
fortuna sarete perseguitato; non ci sono vie di mezzo, per voi. Non illudetevi. La
gente si accorge che non vi fa un piacere rivolgendovi la parola. In un paese
sociale come questo, siete votato alla sventura, se non riuscirete a farvi
riverire.
Che sarebbe stato di voi a Besançon, senza questo capriccio del marchese de La
Mole? Un giorno capirete quanto è insolito ciò che lui fa per voi, e, se non siete
un mostro, avrete per lui e per la sua famiglia un'eterna riconoscenza. Quanti
poveri preti, più colti di voi, sono vissuti per anni a Parigi con i quindici soldi
della loro messa e i dieci delle loro lezioni alla Sorbonal... Ricordatevi di ciò
che raccontavo, lo scorso inverno, sui primi anni di quel cattivo soggetto che è il
cardinal Dubois. Forse credete, nel vostro orgoglio, di avere più talento di lui?
Io, per esempio, uomo tranquillo e mediocre, contavo di morire nel mio seminario;
sono stato così ingenuo che mi ci sono affezionato. Ebbene, stavo per essere
destituito quando ho dato le dimissioni. Sapete qual era la mia ricchezza? Avevo
cinquecentoventi franchi, né più né meno; neppure un amico, appena due o tre
conoscenze. Il signor de La Mole, che non avevo mai visto prima, mi ha tolto da
questa brutta situazione; gli è bastato dire una parola perché mi fosse data una
parrocchia in cui tutti i parrocchiani sono persone agiate, al di sopra dei vizi
più volgari, e con una prebenda di cui mi vergogno, tanto è sproporzionata al mio
lavoro. Se vi ho parlato così a lungo è stato solo per mettervi in guardia, per
farvi riflettere.
Ancora una parola: ho la sfortuna di essere irascibile. Potremmo arrivare a non
rivolgerci più la parola. Se l'altezzosità della marchesa o gli scherzi di cattivo
gusto del figlio vi rendessero la loro casa decisamente insopportabile, vi
consiglio di terminare i vostri studi in un seminario a trenta leghe da Parigi, e
meglio a nord che a sud. Al nord c'è più civiltà e meno ingiustizia. E poi -
aggiunse abbassando la voce, - devo confessarvelo: la vicinanza dei giornali
parigini fa paura ai piccoli tiranni.
Se continueremo, invece, a frequentarci amichevolmente, e se la casa del marchese
non farà più per voi, vi offrirò il posto di mio vicario, e divideremo a metà
quello che rende la parrocchia. Vi devo questo, e ancora di più - aggiunse,
interrompendo i ringraziamenti di Julien, - per l'offerta, così straordinaria, che
mi avete fatto a Besançon. Se invece di avere cinquecentoventi franchi non avessi
avuto niente, voi mi avreste salvato."
La voce dell'abate aveva perduto il suo tono duro. Vergognandosi molto, Julien si
sentì le lacrime agli occhi; moriva dalla voglia di gettarsi fra le braccia
dell'amico; non poté fare a meno di dirgli, nel tono più virile che gli era
possibile:
"Sono stato odiato da mio padre fin dalla culla; e per me è stato sempre un grande
dolore; ma non potrò più lamentarmi del destino, perché in voi ho ritrovato un
padre".
"Bene! Va bene!" disse l'abate, imbarazzato. Poi, ritrovando molto a proposito una
frase da direttore di seminario: "Non bisogna mai dire "il destino", figliolo;
dovete dire sempre: "la Provvidenza"".
La carrozza si fermò. Il cocchiere sollevò il battente in bronzo di un'enorme
porta: era il Palazzo de La Mole; e perché i passanti non potessero avere dubbi,
quelle parole si leggevano incise su una lastra di marmo nero sopra la porta.
Quell'ostentazione dispiacque a Julien. "Hanno tanta paura dei giacobini! Vedono un
Robespierre e la sua carretta dietro ogni siepe; come sono ridicoli! E segnalano
così la loro casa in modo che la canaglia, in caso di sommossa, la saccheggi", e
comunicò il suo pensiero all'abate Pirard.
"Ah, povero ragazzo, sarete presto il mio vicario. Che spaventosa idea vi è passata
per la testa!".
"Mi sembra una cosa tanto semplice!" rispose Julien.
La gravità del portiere e soprattutto la pulizia del corrile lo riempirono di
ammirazione. C'era un bel sole.
"Che magnifica architettura!" disse all'amico.
Si trattava di uno di quei palazzi del faubourg Saint-Germain, dalla facciata così
banale, costruiti intorno all'epoca della morte di Voltaire. La moda e la bellezza
non sono state mai così lontane l'una dall'altra.

II
Ingresso in società

Ricordo comico e toccante: il primo salotto dove a diciott'anni siamo entrati soli
e senz'appoggio! Lo sguardo di una donna bastava a intimidirmi. Più cercavo di
piacere, più diventavo goffo. Di ogni cosa mi facevo le idee più sbagliate; o mi
abbandonavo alla confidenza senza motivo, o vedevo in un uomo un nemico solo perché
mi aveva guardato con aria grave. Ma allora, in mezzo alle atroci sofferenze della
mia timidezza, com'era bella una bella giornata!
KANT

Julien si fermò, sbalordito, in mezzo al cortile.


"Insomma, datevi un contegno - disse l'abate Pirard; - prima vi vengono idee
orribili, e poi diventate un bambino! Dov'è il nil mirari di Orazio? (non
entusiasmarsi mai). Pensate che questa folla di servitori, vedendo che vi stabilite
qui, cercherà di burlarsi di voi; vi riterranno un loro pari, posto sopra di loro
ingiustamente. Si mostreranno cordiali, vi daranno buoni consigli, diranno di
volervi aiutare, ma in realtà cercheranno di farvi commettere qualche
grossa.sciocchezza."
"Li sfido a farlo" rispose Julien mordendosi le labbra, e riacquistò tutta la sua
diffidenza.
Le sale che attraversarono al primo piano, per arrivare allo studio del marchese,
vi sarebbero apparse, cari lettori, al tempo stesso tristi e magnifiche. Se ve le
regalassero così come sono, rifiutereste di abitarci; sono la patria degli sbadigli
e della conversazione più triste. Eppure fecero aumentare in Julien l'entusiasmo.
"Come si può essere infelici - pensava, - quando si vive in un luogo così
splendido?".
Arrivarono infine alla stanza più brutta di quel bellissimo appartamento: c'era una
luce molto fioca; li aspettava un ornino magro, dallo sguardo vivace e con una
parrucca bionda. L'abate si volse verso Julien e glielo presentò. Era il marchese.
Julien faticò molto a riconoscerlo, tanto lo trovava gentile. Non era più il gran
signore, dall'aria così altera, dell'abbazia di Bray-le-Haut. A Julien parve che la
sua parrucca fosse troppo folta. Grazie a questa impressione, non fu per niente
intimidito. Il discendente dell'amico di Enrico III gli sembrò dapprima di aspetto
piuttosto meschino. Era magrissimo e si agitava molto. Ma notò ben presto che il
marchese mostrava una cortesia verso l'interlocutore ancora più squisita di quella
del vescovo di Besançon. L'udienza non durò neppure tre minuti. Uscendo, l'abate
disse a Julien:
"Avete guardato il marchese come se doveste fargli il ritratto. Non sono proprio un
maestro in ciò che questa gente chiama buona creanza, e presto ne saprete più di
me. Ma l'insistenza del vostro sguardo mi è parsa poco cortese".
Erano risaliti in carrozza; il cocchiere, giunto a un boulevard, si fermò. L'abate
introdusse Julien in una serie di sale, dove il giovane notò che non c'erano
mobili. Stava guardando una magnifica pendola dorata, che rappresentava, secondo
lui, un soggetto molto indecente, quando un signore elegante si avvicinò
sorridendo. Julien fece un mezzo saluto.
Il signore sorrise e gli mise una mano sulla spalla. Julien trasalì e fece un salto
all'indietro, rosso di collera. Quell'uomo era un sarto.
"Vi restituisco alla vostra libertà per due giorni - gli disse Pirard, uscendo; -
solo allora potrete essere presentato alla signora de La Mole. Un altro vi
sorveglierebbe come una ragazza, in questi primi momenti del vostro soggiorno nella
nuova Babilonia. Perdetevi subito, se dovete perdervi, così potrò sbarazzarmi della
debolezza di pensare a voi. Dopodomani mattina, questo sarto vi porterà due abiti;
darete cinque franchi al ragazzo che ve li proverà. Non fate sentire neanche il
suono della vostra voce a questi parigini. Se dite una parola, troveranno il modo
di burlarsi di voi. È la loro specialità. Dopodomani venite da me a mezzogiorno...
Andate, perdetevi... Dimenticavo: ordinate degli stivali, delle camicie, un
cappello, a questi indirizzi."
Julien guardava la calligrafia degli indirizzi.
"È la mano del marchese - disse l'abate; - è un uomo attivo, che prevede tutto, e
preferisce fare piuttosto che comandare. Vi prende con sé perché gli risparmiate
questo genere di fastidi. Sarete abbastanza sveglio per eseguire come si deve tutto
ciò che quell'uomo così sbrigativo vi indicherà con delle mezze frasi? Il futuro ce
lo dirà: state attento!".
Julien entrò senza dire una parola dai bottegai di quegli indirizzi; notò che lo
accoglievano con grande rispetto, e il calzolaio scrisse così il suo nome sul
registro: signor Julien de Sorel.
Al cimitero del Père-Lachaise, un signore molto cortese e ancora più liberale nelle
sue opinioni, si offrì di indicare a Julien la tomba del maresciallo Ney, che una
sapiente politica ha privato dell'onore di un epitaffio. Ma separandosi da quel
liberale, che, con le lacrime agli occhi, l'aveva quasi abbracciato, Julien si
accorse che non aveva più l'orologio. Ricco di quest'esperienza, due giorni dopo, a
mezzogiorno, si presentò da Pirard, che lo guardò a lungo.
"Forse state per diventare un vanesio" gli disse l'abate con tono severo. Julien
aveva l'aria di un uomo molto giovane in lutto strettissimo; in realtà faceva
un'ottima figura, ma il buon abate era troppo provinciale a sua volta per
accorgersi che Julien aveva ancora quel modo di dondolare le spalle che in
provincia è segno al tempo stesso di eleganza e di importanza. Vedendolo, il
marchese giudicò la sua avvenenza in modo del tutto diverso dall'abate, tanto che
gli disse:
"Avreste qualche obiezione se il signor Sorel prendesse lezioni di ballo?".
Pirard rimase impietrito.
"No - rispose infine; -Julien non è un prete."
Il marchese, salendo due alla volta i gradini di una scaletta nascosta, andò di
persona a sistemare il nostro eroe in una graziosa mansarda che dava sull'immenso
giardino del palazzo. Gli chiese quante camicie aveva comprato.
"Due" rispose Julien, intimidito nel vedere un così gran signore scendere in certi
dettagli.
"Molto bene - replicò il marchese, alquanto serio e in un tono secco e imperativo
che diede da pensare a Julien, - molto bene! Prendetene altre ventidue. Eccovi il
primo trimestre di stipendio."
Scendendo dalla mansarda, il marchese chiamò un uomo anziano: "Arsène - gli disse,
- voi servirete il signor Sorel". Pochi minuti dopo, Julien si trovò solo in una
magnifica biblioteca; fu un momento delizioso. Per non farsi sorprendere nella sua
emozione, andò a rifugiarsi in un angolino buio, dal quale poteva contemplare,
estasiato, i dorsi lucenti dei libri: "Potrò leggerli tutti - pensava. - E come
potrei trovarmi male, qui? Rênal si sarebbe sentito disonorato per sempre, se solo
avesse fatto la centesima parte di quello che il marchese de La Mole ha fatto per
me. Ma vediamo le lettere che devo copiare".
Terminato quel lavoro, trovò il coraggio di avvicinarsi ai libri; vide un'edizione
completa di Voltaire, e quasi impazziva dalla gioia. Corse ad aprire la porta della
biblioteca per non essere sorpreso. Poi si concesse il piacere di sfogliare uno per
uno quegli ottanta volumi. Erano rilegati magnificamente, erano il capolavoro del
miglior artigiano di Londra. Sarebbe bastato molto meno per portare al colmo la sua
ammirazione.
Un'ora dopo entrò il marchese, guardò le lettere, e notò con stupore che Julien
scriveva quello con una l sola: quelo. "Tutto ciò che mi ha detto l'abate della sua
cultura è soltanto una storia?" Il marchese, molto scoraggiato, gli disse con
dolcezza:
"Siete un po' incerto in ortografia?".
"È vero" rispose Julien, senza pensare minimamente al torto che faceva a se stesso.
Ma era commosso dalla bontà del marchese, che gli faceva tornare in mente
l'arroganza di Rênal.
"Perderò solo del tempo, con questo abatino della Franca Contea - pensò il
marchese; - e avevo tanto bisogno di una persona fidata!".
"Quello non si scrive con una l - gli disse il signor de La Mole. - Quando avrete
finito di copiare, cercate nel dizionario le parole della cui ortografia non siete
sicuro."
Alle sei, il marchese lo fece chiamare e osservò con disappunto evidente gli
stivali di Julien: "Ho un torto da rimproverarmi. Non vi avevo detto che tutti i
giorni, alle cinque e mezza, dovete cambiarvi".
Julien lo guardava senza capire.
"Voglio dire che dovete mettervi delle scarpine. Arsène ve lo ricorderà; per oggi
vi scuserò io."
Mentre finiva di parlare, de La Mole introdusse Julien in una sala splendente di
dorature. In occasioni simili, Rênal non perdeva l'occasione di affrettare il passo
per avere il privilegio di passare per primo. Ricordandosi di quella meschina
vanità del suo antico padrone, Julien pestò i piedi al marchese, facendogli molto
male. "Ah, come se non bastasse è anche balordo!" pensò il marchese, che lo
presentò a una donna di alta statura e di aspetto imponente. Era la marchesa. A
Julien parve che avesse un'aria impertinente, un po' come la signora de Maugiron,
la moglie del viceprefetto di Verrières, quando presenziava al pranzo per la festa
di San Carlo. Un po' turbato dalla magnificenza estrema della sala, Julien non
sentì quello che diceva il signor de La Mole. La marchesa lo degnò appena di uno
sguardo. Tra i presenti, Julien riconobbe con un piacere indicibile il vescovo di
Agde, che si era degnato di parlargli, qualche mese prima, alla cerimonia di Bray-
le-Haut. Il giovane prelato ebbe un po' di paura di fronte allo sguardo tenero con
il quale, nella sua timidezza, Julien lo fissava, e fece finta di non riconoscere
quel provinciale.
A Julien sembrò che i signori riuniti in quel salotto avessero qualcosa di triste e
innaturale. A Parigi si parla a bassa voce, e non si dà mai troppa importanza alle
piccole cose.
Verso le sei e mezza entrò un bel giovane con i baffi, molto pallido e slanciato;
aveva una testa piccolissima.
"Vi farete sempre aspettare" gli disse la marchesa, alla quale baciò la mano.
Julien capì che era il conte de La Mole. Lo trovò delizioso fin dal primo momento.
"E questo - pensò Julien - sarebbe l'uomo che con le sue battute offensive potrebbe
farmi scappare? Com'è possibile?"
Continuando a esaminare attentamente il conte Norbert, Julien notò che aveva gli
stivali e gli speroni. "E io dovrei mettermi delle scarpine; evidentemente perché
sono un inferiore."
Si misero a tavola. Julien sentì la marchesa che parlava in tono severo, alzando un
po' la voce. Quasi nello stesso tempo vide una ragazza, biondissima e molto ben
fatta, che venne a sedersi di fronte a lui. Non gli piacque affatto; tuttavia,
guardandola attentamente, pensò che non aveva mai visto degli occhi così belli,
anche se rivelavano una grande freddezza d'animo. In seguito Julien notò che
avevano l'espressione annoiata di chi esamina gli altri senza dimenticarsi
l'obbligo di incutere rispetto. Julien pensò che anche la signora de Rênal aveva
occhi bellissimi, per i quali tutti le facevano i complimenti, "ma non hanno nulla
in comune con questi". Julien non aveva sufficiente esperienza per rendersi conto
che il fuoco dell'arguzia brillava, a tratti, negli occhi della signorina Mathilde,
come sentì che si chiamava. Quando gli occhi della signora de Rênal si animavano,
era per il fuoco delle passioni, o per l'effetto di un generoso sdegno al racconto
di qualche perfida azione. Verso la fine del pranzo, Julien trovò la parola che
poteva definire la particolare bellezza degli occhi della signorina de La Mole:
"Sono scintillanti" si disse. D'altronde, rassomigliava terribilmente a sua madre,
che gli piaceva sempre meno, e così smise di guardarla. In compenso, il conte
Norbert gli sembrava del tutto straordinario. Ne era talmente ammirato, che non fu
neppure sfiorato da un sentimento di gelosia o di odio per la sua nobiltà e la sua
ricchezza.
A Julien parve che il marchese avesse l'aria di annoiarsi.
Alla seconda portata, disse al figlio:
"Norbert, ti chiedo la massima cortesia verso il signor Julien Sorel, che ho appena
assunto nel mio stato maggiore e del quale intendo fare un uomo, o almeno è quelo
che desidero. È il mio segretario - aggiunse rivolgendosi al suo vicino, - e scrive
quello con una sola l".
Tutti guardarono Julien, che fece un inchino col capo un po' troppo pronunciato a
Norbert; ma in generale il suo sguardo piacque abbastanza.
Il marchese doveva aver parlato dell'educazione che aveva ricevuto Julien, poiché
uno dei convitati volle affrontarlo su Orazio. "È proprio parlando di Orazio che ho
avuto successo con il vescovo di Besançon - pensò Julien; - evidentemente è il solo
autore che conoscono." Da quel momento fu padrone di se stesso. E la cosa gli
riuscì ancora più facile avendo appena deciso che per lui la signorina de La Mole
non sarebbe mai stata davvero una donna. Dopo il seminario, diffidava moltissimo
degli uomini, e difficilmente se ne lasciava intimidire. Avrebbe potuto sfruttare
meglio il suo sangue freddo se la sala da pranzo fosse stata arredata con minore
magnificenza. Di fatto, c'erano due specchi alti otto piedi ciascuno, nei quali
ogni tanto vedeva il suo interlocutore mentre parlava di Orazio, che gli mettevano
un po' di soggezione. Ma le sue frasi non erano prolisse, per un provinciale. E poi
aveva dei begli occhi, di cui la timidezza trepidante o felice, quando dava una
buona risposta, aumentava lo splendore. Lo trovarono piacevole. Questa specie
d'esame rese più interessante una cena austera. Il marchese invitò con un cenno
l'interlocutore di Julien a metterlo più duramente alla prova. "È mai possibile che
sappia qualcosa?" pensava.
Julien rispose improvvisando, e perse buona parte della sua timidezza, mostrando di
avere, se non dello spirito - cosa impossibile per chi non conosca il linguaggio
degli ambienti parigini, - delle idee nuove, benché presentate con poca eleganza e
non sempre a proposito; e tutti si accorsero che conosceva perfettamente il latino.
L'avversario di Julien apparteneva all'Académie des Inscriptions, e, per caso,
sapeva il latino; trovò che Julien era un ottimo umanista, non ebbe più paura di
farlo arrossire, e cercò di metterlo realmente in difficoltà. Nel calore della
contesa, Julien dimenticò finalmente il magnifico arredamento della sala da pranzo,
ed espose sui poeti latini delle idee che il suo interlocutore non aveva letto da
nessuna parte. Da uomo leale, riconobbe i meriti del giovane segretario. Per
fortuna, si misero poi a discutere su questo argomento: Orazio era povero o ricco?
E dunque era un uomo amabile, voluttuoso e spensierato, che scriveva dei versi per
divertirsi, come Chapelle, l'amico di Molière e di La Fontaine; o era un povero
diavolo di poeta laureato, legato alla corte, e costretto a scrivere delle odi per
il compleanno del re, come Southey, l'accusatore di Lord Byron? Parlarono della
società sotto Augusto e sotto Giorgio IV; in entrambe le epoche l'aristocrazia era
onnipotente; ma a Roma vedeva strapparsi il potere da Mecenate, un semplice
cavaliere, mentre in Inghilterra aveva ridotto Giorgio IV pressoché nelle
condizioni di un doge veneziano. Questa discussione sembrò sottrarre il marchese a
quel torpore in cui l'aveva immerso la noia all'inizio della cena.
Julien non sapeva niente di tutti i nomi moderni, come Southey, lord Byron, Giorgio
IV, che sentiva pronunciare per la prima volta. Ma non sfuggì a nessuno che quando
si parlava di fatti avvenuti a Roma, la cui conoscenza si poteva dedurre dalle
opere di Orazio, Marziale, Tacito ecc., la sua superiorità era incontestabile.
Julien fece tranquillamente sue alcune idee che aveva espresso il vescovo di
Besançon, nella famosa conversazione che aveva avuto con lui. E non furono le meno
apprezzate.
Quando ebbero finito di parlare di poeti, la signora de La Mole, che si faceva un
dovere di ammirare tutto ciò che divertiva suo marito, si degnò di guardare Julien.
"I modi goffi di questo giovane abate nascondono forse un erudito" disse alla
marchesa l'accademico, che le era seduto accanto, e Julien riuscì ad afferrare
qualche parola. Le frasi fatte erano piuttosto congeniali allo spirito della
padrona di casa, che adottò subito quella definizione di Julien e si rallegrò di
aver invitato l'accademico. "Diverte il signor de La Mole" pensava.

III
I primi passi

Questa immensa valle, piena di luci scintillanti e di tante migliaia di uomini, mi


abbacina. Nessuno mi conosce, tutti mi sono superiori. La mia mente si smarrisce.
Poemi dell'avv. REINA

L'indomani, di buon mattino, Julien stava copiando delle lettere in biblioteca,


quando la signorina Mathilde entrò da una porticina nascosta molto bene dietro i
libri. Mentre Julien ammirava quella trovata, Mathilde sembrò alquanto sopresa e
piuttosto seccata di averlo incontrato lì. Julien pensò che, con i bigodini di
carta, aveva un'aria dura, altera e quasi mascolina. La signorina de La Mole
conosceva il segreto di sottrarre libri alla biblioteca del padre senza che nessuno
se ne accorgesse. La presenza di Julien rendeva inutile quella sua scappata
mattutina, e ne era ancora più contrariata in quanto avrebbe voluto prendere il
secondo volume della Principessa di Babilonia di Voltaire, degno complemento di
un'educazione eminentemente monarchica e religiosa, capolavoro del Sacro Cuore! Per
interessarsi a un romanzo, quella povera ragazza di diciannove anni, aveva già
bisogno che ci fosse qualcosa di piccante.
Il conte Norbert apparve in biblioteca verso le tre; veniva a consultare un
giornale, per poter parlare la sera di politica, e fu ben contento di rivedere
Julien, del quale aveva dimenticato l'esistenza. Fu gentilissimo, e gli offrì di
andare a cavallo con lui.
"Mio padre ci lascia liberi fino all'ora di pranzo."
Julien comprese il senso di quel plurale e lo trovò incantevole.
"Dio mio, signor conte - disse Julien, - se si tratta di abbattere un albero alto
ottanta piedi, e di squadrarlo per farne delle assi, oso dire che potrei cavarmela
bene; ma montare a cavallo... non l'ho fatto più di sei volte in vita mia."
"Ebbene, questa sarà la settima" disse Norbert.
In realtà Julien si ricordava dell'ingresso a Verrières del re di ***, ed era
convinto di saper cavalcare benissimo. Ma, tornando dal Bois de Boulogne, nel bel
mezzo della rue du Bac, per evitare un calesse con un movimento brusco, cadde e si
ricoprì di fango. Per sua fortuna aveva due vestiti. A pranzo, il marchese, che
voleva rivolgergli la parola, gli chiese della sua passeggiata; Norbert si affrettò
a rispondergli in modo vago.
"Il signor conte è davvero buono nei miei confronti - disse Julien. - Lo ringrazio,
e apprezzo molto la sua cortesia. Si è degnato di farmi dare il cavallo più bello e
docile. Ma certo non poteva farmi restare legato alla sella, e, senza questa
precauzione, sono caduto proprio nel mezzo di quella strada così lunga, vicino al
ponte."
Mathilde cercò invano di nascondere una risata; poi, nella sua indiscrezione,
chiese dei particolari. Julien si trasse d'impaccio con molta semplicità; e senza
rendersene conto parlò con grazia.
"Ho buone speranze per questo giovane prete - disse il marchese all'accademico; -
un provinciale tanto spontaneo in una circostanza simile! Una cosa che non si è mai
vista e non si vedrà più. E per giunta racconta la sua disavventura davanti alle
signore!".
Julien mise talmente a loro agio i suoi uditori, parlando del suo infortunio, che
alla fine del pranzo, quando la conversazione generale aveva ormai preso un altro
corso, Mathilde continuò a fare domande a suo fratello su quell'incidente. Mentre
insisteva per saperne di più, il suo sguardo incontrò diverse volte quello di
Julien, che ebbe il coraggio di rispondere direttamente, benché non fosse
interrogato, e tutti e tre finirono per ridere della cosa, come avrebbero potuto
fare tre giovani abitanti di un villaggio sperduto in mezzo ai boschi.
Il giorno dopo, Julien andò a sentire due lezioni di teologia, e tornò per
trascrivere una ventina di lettere. Vide che al suo posto, in biblioteca, si era
sistemato un giovane vestito con molta cura, ma con un aspetto meschino e la
fisionomia dell'invidioso.
Entrò il marchese.
"Che cosa fate qui, signor Tanbeau?" chiese al nuovo venuto con un tono severo.
"Credevo..." rispose il giovane con un sorriso ossequioso.
"No, signore, voi non credevate. È stato un tentativo, ma infelice."
Il giovane Tanbeau si alzò furibondo e sparì. Era un nipote dell'accademico amico
della signora de La Mole, e voleva dedicarsi alle lettere. L'accademico aveva
ottenuto che il marchese lo prendesse come segretario. Tanbeau, che lavorava in una
camera appartata, essendo venuto a sapere del favore di cui godeva Julien, aveva
voluto condividerlo, e quel mattino era andato a sistemarsi in biblioteca con
l'occorrente per scrivere.
Alle quattro, Julien trovò il coraggio, dopo un po' di esitazione, di presentarsi
dal conte Norbert. Questi stava uscendo per andare a cavallo, ed essendo molto
cortese rimase imbarazzato.
"Penso - disse a Julien - che inizierete presto a venire al maneggio; e dopo
qualche settimana, sarò felicissimo di cavalcare con voi."
"Volevo aver l'onore di ringraziarvi delle grandi cortesie che mi avete usato;
credete, signore - aggiunse Julien con aria serissima, - so bene quanto vi devo. Se
il vostro cavallo non si è ferito in seguito alla mia mossa maldestra di ieri, e se
è libero, avrei piacere di montarlo questa mattina."
"Bene, mio caro Sorel, a vostro rischio e pericolo. Fate conto che vi abbia già
mosso tutte le obiezioni che suggerisce la prudenza; comunque sono le quattro, e
non abbiamo tempo da perdere."
Una volta a cavallo, Julien chiese al giovane conte: "Che cosa bisogna fare per non
cadere?".
"Molte cose - rispose Norbert, con una risata. - Per esempio, tenere il corpo
all'indietro."
Julien spinse decisamente il cavallo al trotto. Erano in piaiza Luigi XVI.
"Ah, temerario! - disse Norbert, - ci sono troppe carrozze, e per di più guidate da
imprudenti! Se cadrete, i loro tilbury vi schiacceranno; non rischieranno certo di
rovinare la bocca al cavallo per fermarlo di colpo."
Norbert vide Julien venti volte sul punto di cadere; ma la passeggiata si concluse
senza incidenti. Rientrando, il giovane conte disse alla sorella:
"Vi presento un audace rompicollo".
A pranzo, parlando a suo padre, da un capo all'altro della tavola, Norbert rese
onore al coraggio di Julien; era la sola cosa lodevole nel suo modo di cavalcare.
Quel mattino, il giovane conte aveva sentito gli stallieri, che governavano i
cavalli in cortile, burlarsi di Julien in modo offensivo per la sua caduta.
Malgrado tanta gentilezza, Julien si sentì presto completamente isolato in mezzo a
quella famiglia. Tutte le loro abitudini gli sembravano strane e non riusciva a
seguirle. Ogni suo sbaglio maldestro faceva la gioia dei camerieri.
L'abate Pirard era partito per la sua parrocchia. "Se Julien è una debole canna,
soccomba; se è un uomo di carattere, se la cavi da sé" pensava.

IV
Palazzo de La Mole

Che cosa ci fa qui? Gli piace starci? Pensa forse di piacere?


RONSARD

Se tutto sembrava strano a Julien, nel nobile salotto di Palazzo de La Mole, quel
giovane pallido e vestito di nero sembrava a sua volta molto singolare alle persone
che si degnavano di notarlo. La signora de La Mole propose a suo marito di
allontanarlo, con la scusa di qualche incarico, quando avevano a pranzo certe
persone.
"Voglio portare l'esperimento fino in fondo - rispose il marchese. - L'abate Pirard
sostiene che abbiamo torto a ferire l'amor proprio delle persone che ammettiamo in
casa nostra. Ci si appoggia solo a ciò che oppone resistenza... Costui appare
sconveniente solo per la sua faccia sconosciuta; per il resto è un sordomuto."
"Per potermi orientare - pensò Julien, - bisogna che mi scriva il nome di ogni
persona che frequenta il salotto e una frase sul suo carattere."
Mise in prima fila cinque o sei amici di casa che, per non sbagliare, gli facevano
la corte credendolo protetto da un capriccio del marchese. Erano dei poveri
diavoli, più o meno ossequiosi; ma bisogna riconoscere il merito, a questo genere
di personaggi che frequentano i salotti aristocratici, di non essere ugualmente
meschini con tutti. Qualcuno fra di loro si sarebbe lasciato maltrattare dal
marchese, ma si sarebbe ribellato a una frase dura della signora de La Mole.
C'era troppa fierezza e troppa noia in fondo al carattere dei padroni di casa;
erano troppo abituati a offendere per distrarsi, perché potessero sperare di avere
dei veri amici. Ma, salvo nei giorni di pioggia, e nei momenti di noia più feroce,
rari, in verità, apparivano sempre di una perfetta cortesia.
Se le cinque o sei persone compiacenti che dimostravano un'amicizia paterna per
Julien avessero disertato casa de La Mole, la marchesa avrebbe dovuto affrontare
dei momenti di grande solitudine; e agli occhi delle donne del suo rango la
solitudine è una cosa spaventosa: è l'emblema dell'insuccesso.
Il marchese era perfetto con la moglie; vigilava affinché il suo salotto fosse ben
frequentato; ma non dai pari: trovava infatti che i suoi nuovi colleghi non fossero
abbastanza nobili per venire a casa sua come amici, e che non fossero abbastanza
divertenti per esservi ammessi come inferiori.
Solo dopo molto tempo Julien riuscì a penetrare questi segreti. Della politica di
governo, che è il primo argomento di conversazione nelle case borghesi, non si
parla in quelle dell'alta aristocrazia che nei momenti di sconforto.
È ancora così prevalente, in questo secolo dominato dalla noia, il bisogno di
divertirsi, che anche quando c'erano dei pranzi, non appena il marchese aveva
lasciato il salotto, tutti quanti scappavano via. Purché non si scherzasse né su
Dio né sui preti, né sul re né sulle persone importanti, né sugli artisti protetti
a corte, né su qualsiasi altra cosa che rappresenti l'ordine stabilito; purché non
si dicesse bene né di Béranger né dei giornali dell'opposizione, né di Voltaire né
di Rousseau, né di chiunque si permetta di parlare con franchezza; purché
soprattutto non si parlasse mai di politica, si poteva liberamente discutere di
ogni cosa.
Non ci sono rendite di centomila scudi né titoli di cordon bleu che possano opporsi
a queste leggi dei salotti. La minima idea vivace passava per una volgarità.
Malgrado le buone maniere, la cortesia perfetta, il desiderio di essere piacevoli,
la noia si leggeva in viso a tutti. I giovani che venivano a porgere i loro omaggi,
temendo di dire qualcosa che potesse far sospettare un pensiero, o che tradisse una
lettura proibita, si zittivano dopo qualche frase elegante su Rossini o sulle
condizioni del tempo.
Julien osservò che la conversazione era solitamente tenuta viva da due visconti e
cinque baroni che il signor de La Mole aveva conosciuto durante l'emigrazione. Quei
signori godevano di rendite dai sei agli ottomila franchi; quattro parteggiavano
per "La Quotidienne", e tre per la "Gazette de France". Uno di loro raccontava
tutti i giorni qualche aneddoto sul palazzo reale, in cui faceva spreco della
parola mirabile. Julien notò che aveva cinque croci, mentre gli altri, in genere,
non ne avevano che tre.
In compenso, si vedevano in anticamera dieci lacchè in livrea, e per tutta la
serata, ogni quarto d'ora, venivano serviti dei gelati o del tè; poi, verso
mezzanotte, una specie di cena con champagne.
Era questo il motivo per cui a volte Julien restava sino alla fine; per il resto,
quasi non riusciva a capire come si potesse ascoltare seriamente la conversazione
abituale di quel salotto, splendidamente dorato. Talvolta guardava i suoi
interlocutori, per assicurarsi che non ridessero loro stessi di quello che stavano
dicendo. "De Maistre, che conosco a memoria - pensava, - ha detto le stesse cose
cento volte meglio. Eppure anche lui com'è noioso!"
Julien non era il solo ad accorgersi di quell'asfissia morale. Gli uni si
consolavano a furia di gelati; gli altri pensando al piacere di poter dire per
tutto il resto della serata: "Vengo da palazzo de La Mole, dove ho sentito che la
Russia...", e così via.
Julien seppe da uno dei suoi ammiratori che, neppure sei mesi prima, la signora de
La Mole aveva ricompensato un'assiduità di oltre vent'anni facendo nominare
prefetto il povero barone Le Bourguignon, viceprefetto dalla Restaurazione.
Quel grande evento aveva ritemprato lo zelo di tutti quei signori, i quali, se
prima si offendevano pochissimo, a questo punto avrebbero sopportato qualunque
cosa. Raramente si mancava loro di riguardo direttamente, ma Julien aveva già colto
due o tre brevi scambi di battute tra il marchese e la moglie, davvero crudeli
verso i loro vicini di tavola. Quei nobili personaggi non dissimulavano un sincero
disprezzo per chiunque non discendesse da antenati che salivano sulle carrozze del
re. Julien osservò che la parola crociata era la sola che conferisse al loro volto
un'espressione di serietà profonda, mista a grande rispetto. Mentre il loro normale
rispetto aveva sempre una venatura di compiacenza.
In mezzo a quello splendore e a quella noia, Julien non s'interessava che del
signor de La Mole; lo sentì con piacere, un giorno, mentre sosteneva di non aver
avuto nessuna parte nella promozione di quel povero Le Bourguignon. Era una forma
di riguardo nei confronti della marchesa: Julien aveva saputo la verità dall'abate
Pirard.
Una mattina, mentre l'abate lavorava con lui, nella biblioteca del marchese,
all'interminabile causa Frilair, Julien disse a un tratto:
"Padre, pranzare tutti i giorni con la signora marchesa fa parte dei miei doveri o
è una cortesia che mi viene usata?".
"È un onore insigne! - rispose l'abate, scandalizzato. - Il signor N.,
l'accademico, che da quindici anni fa una corte assidua alla famiglia, non è mai
riuscito ad ottenerlo per suo nipote Tanbeau."
"Per me, padre, è l'aspetto più penoso del mio impiego. Mi annoiavo di meno in
seminario. Qualche volta vedo sbadigliare persino la signorina de La Mole, che pure
dev'essere abituata alla cortesia degli amici di casa. Ho paura di addormentarmi.
Vi prego, fatemi avere il permesso di pranzare con quaranta soldi in una trattoria
qualsiasi."
L'abate, autentico parvenu, era molto sensibile all'onore di pranzare con un gran
signore. Mentre si sforzava di far capire questo sentimento a Julien, un leggero
rumore fece volgere il capo a entrambi. Julien si accorse che Mathilde li
ascoltava, e arrossì. Era venuta a cercare un libro e aveva sentito tutto; provò
una certa considerazione per Julien. "Non è un tipo nato schiavo come quel vecchio
abate - pensò. -Dio, com'è brutto!".
A pranzo, Julien non osava guardare la signorina de La Mole, che ebbe però la bontà
di rivolgergli la parola. Quel giorno doveva venire molta gente, e lo invitò a
rimanere. Alle ragazze di Parigi non piacciono molto le persone di una certa età,
soprattutto se si vestono con poca cura. Julien non aveva avuto bisogno di
particolare sagacia per accorgersi che i colleghi del signor Le Bourguignon, quelli
che frequentavano ancora il salotto, avevano l'onore di essere l'oggetto abituale
delle facezie della signorina de La Mole. Quel giorno, che ci fosse o meno
dell'ostentazione da parte sua, fu molto crudele con le persone noiose.
La signorina de La Mole era il centro di un gruppetto che si formava quasi ogni
sera dietro l'immensa bergère della marchesa. C'erano il marchese de Croisenois, il
conte de Caylus, il visconte de Luz e due o tre altri giovani ufficiali, amici di
Norbert o di sua sorella. Questi signori si sedevano su un grande divano azzurro.
All'estremità del divano opposta a quella occupata dalla brillante Mathilde, Julien
era seduto silenziosamente su una piccola sedia di paglia molto bassa. Quel posto
modesto gli era invidiato da tutti gli adulatori; Norbert vi lasciava il segretario
di suo padre per proteggerne la dignità, rivolgendogli la parola o nominandolo due
o tre volte ogni sera. In quella circostanza, la signorina de La Mole gli chiese
quale poteva essere l'altezza della montagna su cui si trovava la cittadella di
Besançon. Julien non seppe dire se quella montagna fosse più o meno alta di
Montmartre. Spesso rideva di cuore per quello che dicevano in quel gruppetto; ma si
sentiva incapace di inventare qualcosa di simile. Era come se ascoltasse una lingua
straniera, che comprendeva, ma che non era in grado di parlare.
Quella sera, Mathilde e il suo gruppetto si divertivano a prendere di mira tutte le
persone che entravano. Gli amici di casa ebbero dapprima la preferenza, essendo i
più conosciuti. Si può immaginare quanto fosse attento Julien; tutto lo
interessava: la sostanza di quello che dicevano come il loro modo di burlarsene.
"Ah, ecco Descoulis! - disse Mathilde. - Non ha più la parrucca; vuole forse
diventare prefetto per il suo genio? Mette in mostra quella sua fronte calva che
considera piena di elevati pensieri."
"È un uomo che conosce tutti - disse il marchese de Croisenois; - frequenta anche
mio zio cardinale. È capace di coltivare una menzogna con ognuno dei suoi amici,
per anni, e ne ha due o trecento. Sa alimentare l'amicizia, è il suo talento. Così
come lo vedete, d'inverno, alle sette del mattino, è già lì, tutto inzaccherato,
davanti alla porta di un amico. Ogni tanto litiga, e scrive sette o otto lettere di
rottura. Poi si riconcilia, e scrive sette o otto lettere piene di slanci
d'amicizia. Ma brilla soprattutto nello sfogo franco e sincero del galantuomo che
non serba rancore. Compie questa manovra quando ha qualche favore da chiedere. Uno
dei Gran vicari di mio zio è ineguagliabile quando racconta la vita del signor
Descoulis dopo la Restaurazione. Ve lo porterò qui."
"Bah! Non darei peso a queste chiacchiere; gelosie fra gente da poco" disse il
conte de Caylus.
"Descoulis avrà un nome nella storia - rispose il marchese; - ha fatto la
Restaurazione con l'abate de Pradt, con Talleyrand e Pozzo di Borgo."
"Quell'uomo ha maneggiato milioni - disse Norbert, - e non riesco a capire perché
venga qui a sorbirsi le frecciate di mio padre, spesso tremende. "Quante volte
avete tradito i vostri amici, caro Descoulis?" gli gridava l'altro giorno, da un
capo all'altro della tavola."
"Ma è vero che ha tradito? - chiese Mathilde. - E chi non ha tradito?".
"Come! - disse il conte de Caylus a Norbert. - C'è qui Sainclair, il famoso
liberale; cosa diavolo è venuto a fare? Devo avvicinarlo, parlargli, farlo parlare.
Dicono che ha tanto spirito!".
"Ma come lo accoglierà tua madre? - disse il marchese de Croisenois. - Ha delle
idee così stravaganti, così generose, così indipendenti...".
"Guardate - disse la signorina de La Mole: - ecco l'uomo indipendente che si
inchina fino a terra per salutare Descoulis, e che gli prende la mano. Ho quasi
creduto che se la portasse alle labbra."
"Descoulis dev'essere in migliori rapporti con il potere di quanto noi crediamo"
riprese de Croisenois.
"Sainclair viene qui per entrare nell'Accademia - disse Norbert. - Guardate,
Croisenois, come saluta il barone L...".
"Sarebbe meno vile inginocchiarsi" fece de Luz.
"Caro Sorel - disse Norbert, - voi che avete dello spirito, ma che venite dalle
montagne, cercate di non salutare mai come fa quel grande poeta, si trattasse anche
del Padreterno."
"Ah, ecco l'uomo di spirito per eccellenza, il barone Bâton" disse la signorina de
La Mole, imitando un po' la voce del lacchè che lo aveva annunciato.
"Credo che anche i vostri servitori ridano di lui: Che nome: barone Bàtoni" disse
de Caylus.
"Che cosa importa il nome?" ci diceva, proprio lui, qualche giorno fa - riprese
Mathilde. - "Figuratevi il duca di Bouillon annunciato per la prima volta; quanto a
me, per il pubblico, è solo una questione di abitudine."
Julien si allontanò dal divano. Ancora poco sensibile alle incantevoli raffinatezze
di un'ironia leggera, per ridere di una battuta pretendeva che avesse una vera
ragione. Nelle parole di quei giovani trovava invece solo un tono di generica
maldicenza, e ne era urtato. La sua pruderie provinciale, o inglese, lo portava a
credere che in quelle battute ci fosse dell'invidia; ma in questo, sicuramente si
sbagliava.
"Il conte Norbert - pensava - al quale ho visto fare tre brutte copie per una
lettera di venti righe al suo colonnello, sarebbe molto contento se avesse scritto
in vita sua una sola pagina come quelle di Sainclair."
Passando inosservato a causa della sua scarsa importanza, Julien si avvicinò
successivamente a diversi gruppi; seguiva da lontano il barone Bâton, perché voleva
sentirlo parlare. Quell'uomo pieno di spirito aveva un'aria inquieta, e Julien lo
vide riprendersi un poco solo quando ebbe trovato tre o quattro frasi argute. A
Julien parve che quel genere di spirito avesse bisogno di spazio.
Il barone non riusciva a esprimersi in poche parole; per risultare brillante gli
occorrevano almeno quattro frasi di sei righe ciascuna.
Quest'uomo non conversa, disserta, diceva qualcuno dietro Julien. Si voltò e
arrossì di piacere quando sentì fare il nome del conte Chalvet, l'uomo più acuto
del secolo. Julien aveva trovato spesso il suo nome nel Memoriale di Sant'Elena e
nei brani di storia dettati da Napoleone. Il conte Chalvet era conciso nel parlare;
le sue uscite erano dei lampi, giusti, vivi, profondi. Di qualunque cosa parlasse,
la discussione faceva un passo avanti. Portava dei fatti, e ascoltarlo era un
piacere. Peraltro, in politica, era cinico, sfrontato.
"Sono un indipendente, io - diceva a un signore che aveva tre decorazioni, e del
quale sembrava prendersi gioco. - Perché volete che io sia oggi della stessa
opinione di sei settimane fa? In questo caso la mia opinione sarebbe il mio
tiranno."
Quattro giovani austeri, che gli stavano attorno, si fecero scuri in volto; non
amavano l'ironia. Il conte si accorse di essersi spinto troppo avanti.
Fortunatamente vide l'onesto Balland, un tartufo di onestà. Si mise a parlare con
lui: altri si avvicinarono, e capirono che Balland stava per essere immolato. A
forza di morale e di moralità, benché orribilmente brutto, e con degli esordi in
società difficili da raccontare, Balland aveva sposato una donna ricchissima e
presto defunta, poi una seconda, pure ricchissima, che nessuno vedeva mai in
pubblico. Poteva godere, umilmente, di sessantamila franchi di rendita, e aveva
molti adulatori. Il conte Chalvet gli parlò di tutto questo senza pietà. Presto,
attorno a loro, si formò un cerchio di trenta persone. Sorridevano tutti, anche i
giovanotti austeri, la speranza del secolo.
"Perché viene in casa de La Mole, dove evidentemente fa da bersaglio?" si chiese
Julien. Si avvicinò all'abate Pirard per avere una risposta.
Balland se la svignò.
"Bene - disse Norbert. - Ecco che una spia di mio padre se n'è andata. Resta
soltanto quello zoppetto di Napier."
"Che sia questa la chiave dell'enigma? - pensò Julien. - Ma, in questo caso, perché
il marchese riceve Balland?".
Il severo Pirard se ne stava imbronciato in un angolo del salotto, ascoltando i
nomi annunciati dal lacchè.
"Ma questo è un vero covo - diceva come don Basilio. - Vedo arrivare solo gente
bacata."
Il fatto è che il severo abate non conosceva i costumi dell'alta società. Ma,
attraverso i suoi amici giansenisti, aveva delle informazioni molto esatte sugli
uomini che riescono a entrare nei salotti solo per la loro astuzia, messa al
servizio di tutti i partiti, o per la loro ricchezza scandalosa. Per qualche
minuto, quella sera, rispose con sincerità alle pressanti domande di Julien; poi si
fermò di colpo, desolato, perché doveva dire sempre male di tutti, e se ne faceva
una colpa. Bilioso, giansenista, e convinto del dovere della carità cristiana, la
sua vita in società era una lotta con se stesso.
"Ma che faccia quell'abate Pirard!" disse la signorina de La Mole non appena Julien
si fu riavvicinato al divano.
Julien si sentì irritato, anche se non poteva darle torto. Pirard era senza dubbio
l'uomo più onesto fra i presenti, ma il suo viso, con quelle chiazze rossastre, e
reso inquieto dai tormenti della sua coscienza, in quel momento lo rendeva.
ripugnante. "E poi dovremmo fidarci delle fisionomie - pensò Julien. - È proprio
quando la sua sensibilità gli rimprovera qualche peccatuccio che l'abate Pirard
prende un aspetto atroce; mentre sul volto di quel Napier, che è noto a tutti come
una spia, si legge una felicità pura e tranquilla." Eppure l'abate Pirard aveva
fatto grandi concessioni alla sua nuova posizione: aveva assunto un domestico, ed
era vestito molto bene.
Julien notò qualcosa di strano nel salotto: tutti gli sguardi si volsero alla
porta, e d'improvviso ci fu un mezzo silenzio. Il valletto annunciava il famoso
barone de Tolly, sul quale le ultime elezioni avevano richiamato l'attenzione di
tutti. Julien si fece avanti e lo vide benissimo. Il barone, presidente di un
collegio elettorale, aveva avuto l'idea luminosa di far sparire le schede con i
voti di un partito. Ma, per compensarne la mancanza, le aveva sostituite di volta
in volta con altre, sulle quali c'erano dei nomi a lui graditi. Questa manovra
decisiva era stata scoperta da alcuni elettori, che si erano affrettati a
complimentarsi con lui. Il brav'uomo era ancora pallido per quella brutta faccenda.
Certi spiriti maligni avevano pronunciato la parola galera. Il signor de La Mole lo
accolse freddamente. Il povero barone scappò via.
"Se ci lascia così presto è per andare da Comte" disse il conte Chalvet, e tutti
risero.
In mezzo a qualche gran signore taciturno e ad alcuni intriganti, quasi tutti
bacati ma pur sempre uomini di spirito, che quella sera approdavano uno dopo
l'altro nel salotto del marchese de La Mole (si faceva il suo nome per un
ministero), il piccolo Tanbeau era alle prime armi. Se non aveva ancora acutezza di
vedute, cercava di supplire, come vedremo, con l'energia della parola.
"Perché non condannare quell'uomo a dieci anni di prigione? - stava dicendo, quando
Julien si avvicinò al suo gruppo; - rettili del genere vanno confinati in fondo a
una segreta; bisogna farli morire al buio, altrimenti il loro veleno si fa più
potente, più pericoloso. A cosa serve condannarlo a mille scudi di ammenda? È
povero? Va bene, tanto meglio. Ma il suo partito pagherà per lui. Ci volevano
cinquecento franchi di ammenda e dieci anni di segregazione."
"Dio mio, chi sarà mai il mostro di cui si parla?" si domandò Julien, che ammirava
il tono veemente e i gesti bruschi del suo collega. Il viso piccolo, magro e tirato
del nipote favorito dell'accademico era ripugnante in quel momento. Julien seppe
ben presto che stavano parlando del più grande poeta del tempo.
"Ah, mostro! - esclamò Julien quasi ad alta voce, mentre i suoi occhi si bagnavano
di lacrime generose. - Ah, miserabile! Ti farò pagare queste parole! Eppure - pensò
- sono queste le anime perse del partito di cui il marchese è uno dei capi! E
quell'uomo illustre, che costui calunnia, quante croci, quante sinecure avrebbe
potuto accumulare, se si fosse venduto, non dico a quel meschino ministro de
Nerval; ma a uno qualsiasi di quei ministri passabilmente onesti che abbiamo visto
succedersi?".
L'abate Pirard, da lontano, fece un cenno a Julien; il signor de La Mole gli aveva
appena detto qualcosa. Ma quando Julien, che in quel momento ascoltava con gli
occhi bassi le lamentazioni di un vescovo, fu finalmente libero di avvicinarsi
all'amico, lo trovò preda dell'abominevole piccolo Tanbeau. Quel miserabile lo
disprezzava, sapendo che si doveva a lui il favore di cui godeva Julien, eppure gli
faceva la corte.
"Quando la morte verrà a liberarci da questo vecchio marciume?".
Era in questi termini, di un'energia biblica, che quel letterato da quattro soldi
stava parlando del rispettabile Lord Holland. Il suo merito consisteva nel
conoscere molto bene la biografia dei viventi, e aveva appena fatto una rapida
rassegna di tutti coloro che potevano aspirare a qualche influenza sotto il regno
del nuovo re d'Inghilterra.
L'abate Pirard si spostò in una sala vicina; Julien lo seguì.
"Il marchese non ama gli scribacchini, vi avverto; è la sua sola antipatia.
Sappiate il latino, il greco se potete, la storia degli egizi, dei persiani ecc.:
vi onererà e vi proteggerà come un uomo dotto. Ma non cercate di scrivere unii
pagina in francese, e soprattutto su argomenti seri e al di sopra della vostra
posizione sociale, perché allora vi chiamerà scribacchino, e gli diverrete odioso.
Come! Abitando nel palazzo di un gran signore, non conoscete queste parole del duca
de Castries su d'Alembert e Rousseau: "Vogliono parlare di tutto e non hanno
neanche mille scudi di rendita"?".
"Vengono a sapere tutto - pensò Julien, - qui come in seminario!" Aveva scritto
otto o dieci pagine alquanto enfatiche, una specie di elogio storico del vecchio
chirurgo militare che, diceva, aveva fatto di lui un uomo. E quel quadernetto - si
disse Julien - era sempre stato chiuso a chiave!" Andò in camera sua, bruciò quel
manoscritto, e tornò in salotto. I più brillanti gaglioffi erano andati via,
restavano soltanto i signori più decorati.
Attorno alla tavola, già apparecchiata dai camerieri, c'erano sette o otto donne
molto nobili, molto devote, molto manierate, fra i trenta e i trentacinque anni. La
brillante marescialla de Fervaques entrò scusandosi per l'ora tarda. Era già
passata mezzanotte; andò a sedersi accanto alla marchesa. Julien ne fu
particolarmente colpito; aveva gli occhi e lo sguardo della signora de Rênal.
Il gruppo della signorina de La Mole era ancora numeroso. Mathilde, con i suoi
amici, stava prendendosi gioco del povero conte de Thaler. Era il figlio unico di
quell'ebreo famoso per le ricchezze che aveva accumulato prestando denaro ai re per
fare guerra ai popoli. L'ebreo era morto da poco, lasciando ai suoi figli centomila
scudi di rendita mensile, e un nome, ahimè, troppo conosciuto! Questa singolare
posizione avrebbe richiesto semplicità di carattere, o una grande forza di volontà.
Disgraziatamente, il conte non era che un buon uomo, pieno di tutte le pretese che
gli erano ispirate dai suoi adulatori.
Il signor de Caylus sosteneva che gli avessero anche attribuito la volontà di
chiedere in matrimonio la signorina de La Mole (alla quale il marchese de
Croisenois, che sarebbe presto diventato duca con una rendita di centomila franchi,
faceva la corte).
"Ah! Non accusatelo di avere una volontà!" diceva Norbert, con aria di compassione.
Ciò che soprattutto mancava a quel povero conte de Thaler, era proprio la facoltà
di volere. Per questo aspetto del suo carattere, sarebbe stato degno di essere re.
Prendeva continuamente consigli da tutti, ma non aveva il coraggio di seguirne
neanche uno fino in fondo.
La sua fisionomia sarebbe bastata da sola, diceva la signorina de La Mole, a
ispirarle un'eterna gioia. Era uno strano miscuglio di delusione e inquietudine; ma
di tanto in tanto, come a vampate, il conte assumeva un'espressione d'importanza e
quel tono perentorio che deve avere l'uomo più ricco di Francia, soprattutto quando
ha un fisico prestante e non ha ancora compiuto trentasei anni. "È timidamente
insolente" diceva de Croisenois. Il conte de Caylus, Norbert e due o tre giovani
coi baffi lo presero in giro finché vollero, senza che lui se ne accorgesse, e alla
fine, quando suonava l'una, lo congedarono:
"Sono i vostri famosi cavalli arabi, quelli che vi aspettano alla porta con questo
tempaccio?" gli chiese Norbert.
"No; è una nuova pariglia molto meno cara - rispose il signor de Thaler. - Il
cavallo di sinistra mi costa cinquemila franchi, e quello di destra non vale che
cento luigi; ma vi prego di credere che lo faccio attaccare solo di notte. Il suo
trotto è perfettamente uguale a quello dell'altro."
L'osservazione di Norbert fece pensare al conte che per un uomo come lui era
opportuno avere la passione dei cavalli, e che non poteva lasciare i suoi sotto la
pioggia. Se ne andò, e poco dopo uscirono anche gli altri, continuando a prenderlo
in giro.
"Così - pensava Julien, sentendoli ridere sulle sedie, - mi è stato concesso di
vedere l'estremo opposto della mia situazione! Io non ho neppure venti luigi di
rendita, e mi sono trovato accanto a un uomo che ha venti luigi di rendita all'ora;
eppure si burlavano di lui... Uno spettacolo del genere guarisce dall'invidia."

V
La sensibilità e una gran dama devota

Un'idea un po' vivace sembra loro Volgare, tanto sono abituati alle parole banali,
Guai a chi, parlando, inventa qualcosa.
Faublas

Dopo parecchi mesi di prove, ecco il punto a cui era arrivato Julien il giorno in
cui l'intendente del marchese gli consegnò il terzo trimestre di stipendio. Il
signor de La Mole l'aveva incaricato di seguire l'amministrazione delle sue terre
in Bretagna e in Normandia, dove Julien faceva viaggi frequenti. Aveva poi la
responsabilità maggiore della corrispondenza relativa al famoso processo con
l'abate Frilair. Pirard gli aveva dato tutte le istruzioni.
Sulla base delle brevi annotazioni che il marchese scarabocchiava in margine alle
carte di ogni genere che riceveva, Julien scriveva delle lettere che venivano quasi
sempre firmate.
Alla scuola di teologia, i suoi professori si lamentavano della sua scarsa
assiduità, eppure lo consideravano uno degli allievi migliori. Questi diversi
lavori, intrapresi con tutto l'ardore di un'ambizione tormentata, avevano ben
presto tolto a Julien quel colorito fresco che aveva portato dalla provincia. Il
suo pallore era un merito agli occhi dei suoi compagni seminaristi. Julien li
trovava molto meno cattivi, molto meno devoti al denaro di quelli di Besançon.
Quanto a loro, lo credevano malato di petto. Il marchese gli aveva regalato un
cavallo, e Julien, temendo che lo incontrassero durante le sue cavalcate, aveva
detto che quell'esercizio gli era stato prescritto dai medici.
L'abate Pirard l'aveva introdotto in diverse compagnie di giansenisti. Julien ne fu
molto stupito. L'idea della religione era invincibilmente legata, nella sua mente,
a quelle di ipocrisia e speranza di guadagno. Ammirò molto quegli uomini pii e
severi che non pensavano certo al loro bilancio. Parecchi giansenisti l'avevano
preso in simpatia e gli davano dei consigli. Davanti a lui si apriva un mondo
nuovo. Conobbe tra di loro un certo conte Altamira, alto quasi sei piedi, liberale
condannato a morte nel suo paese, e molto religioso. Quello strano contrasto tra la
devozione e l'amore per la libertà lo colpì.
I rapporti di Julien con il giovane conte si erano raffreddati. Norbert riteneva
che rispondesse in modo troppo vivace agli scherzi di alcuni suoi amici. Julien,
essendo venuto meno una o due volte alle convenienze, si era imposto di non
rivolgere mai la parola a Mathilde. Erano sempre perfettamente cortesi verso di lui
a palazzo de La Mole; ma Julien si sentiva decaduto. Il suo buon senso provinciale
spiegava questa situazione con un proverbio: quel che è nuovo è sempre bello.
Forse era un po' più lucido nei giudizi, rispetto ai primi giorni; o meglio:
l'entusiasmo iniziale, prodotto in lui dall'urbanità parigina, si era dissolto.
Non appena smetteva di lavorare, cadeva in preda a una noia mortale; era l'effetto
di inaridimento che provoca la cortesia squisita, ma così misurata, così
perfettamente graduata secondo la posizione sociale, che distingue l'alta società.
Un cuore un po' sensibile vi sente l'artificio.
Senza dubbio si possono rimproverare alla provincia dei modi comuni e non
perfettamente cortesi; ma almeno chi risponde alle vostre parole lo fa con calore.
A palazzo de La Mole l'amor proprio di Julien non era mai ferito; ma spesso, alla
fine della giornata, aveva voglia di piangere. In provincia, se entrando in un
caffè vi capita un piccolo incidente, il cameriere si occupa di voi; ma se questo
incidente ha qualcosa di spiacevole per il vostro amor proprio, lo stesso
cameriere, continuando a compiangervi, ripeterà dieci volte la parola che vi fa
soffrire. A Parigi, se ridono di voi, si curano di farlo in vostra assenza, però
restate sempre un estraneo.
Passiamo sotto silenzio una serie di piccole avventure che avrebbero potuto mettere
in ridicolo Julien se non fosse stato, in qualche modo, al di sotto del ridicolo.
Una folle sensibilità gli faceva compiere un'infinità di mosse maldestre. Tutti i
suoi divertimenti non erano che precauzioni: si esercitava tutti i giorni con la
pistola, ed era un bravo allievo dei più famosi maestri di scherma. Non appena
aveva un momento libero, invece di occuparlo nella lettura, come una volta, correva
al maneggio e chiedeva i cavalli più ombrosi. Nelle passeggiate con il maestro di
equitazione, finiva quasi sempre per essere disarcionato.
Il marchese lo trovava utile, per il suo lavoro ostinato, per il suo silenzio, per
la sua intelligenza, e, a poco a poco, gli affidò tutti gli affari più complicati
da sbrogliare. Nei momenti in cui la sua grande ambizione gli lasciava un po' di
respiro, il marchese concludeva ottimi affari; potendo disporre di buone
informazioni, giocava in borsa con successo. Comperava case, boschi; ma era
facilmente irritabile. Regalava centinaia di luigi e poi faceva causa per qualche
centinaio di franchi. Gli uomini ricchi e di nobili sentimenti cercano negli affari
un divertimento e non dei risultati concreti. Il marchese aveva bisogno di un capo
di stato maggiore che mettesse ordine, in modo chiaro e facilmente comprensibile,
alle sue questioni finanziarie.
La signora de La Mole, benché di carattere così misurato, qualche volta si burlava
di Julien. L'imprevisto, frutto della sensibilità, fa orrore alle gran dame, perché
è agli antipodi delle convenienze. Due o tre volte il marchese prese le parti del
suo segretario: "Sarà ridicolo nel vostro salotto, ma eccelle nel suo ufficio".
Julien, da parte sua, credette di aver colto il segreto della marchesa: si degnava
di interessarsi ad ogni cosa non appena veniva annunciato il barone de La Joumate.
Era un essere freddo, dalla fisionomia impassibile, piccolo e sottile, brutto,
molto ben vestito, passava la sua vita a corte, e in generale non diceva niente su
niente. Era questo il suo modo di pensare. La signora de La Mole sarebbe stata
straordinariamente felice, per la prima volta nella sua vita, se avesse potuto
farne il marito di sua figlia.

VI
Modo di pronunciare

La loro alta missione è quella di giudicare con calma i piccoli avvenimenti della
vita quotidiana dei popoli. La loro saggezza deve prevenire le grandi collere per
futili motivi, o per quegli avvenimenti che la voce pubblica trasfigura portandoli
lontano.
GRATTUS

Pur essendo un nuovo venuto, che, per orgoglio, non faceva mai domande, Julien non
commise sciocchezze troppo gravi. Un giorno si era rifugiato in un caffè di rue
Saint-Honoré per ripararsi da un acquazzone; un uomo alto, in redingote di panno,
stupito dal suo sguardo cupo, lo guardò a sua volta, esattamente come aveva fatto a
Besançon l'amico di Amanda.
Julien si era rimproverato troppo spesso di aver lasciato correre quella prima
offesa, per sopportare uno sguardo simile. Chiese una spiegazione. L'uomo in
redingote gli rispose con le più volgari ingiurie: tutti quelli che erano nel caffè
li circondarono; i passanti si fermarono davanti alla porta. Per una precauzione da
provinciale, Julien portava sempre con sé delle piccole pistole; la sua mano le
stringeva nella tasca con un movimento convulso. Tuttavia riuscì a controllarsi e
si limitò a ripetere di continuo: "Signore, il vostro indirizzo? Siete spregevole".
La costanza con la quale insisteva su quelle sei parole finì per far colpo sulla
gente.
"Diamine! Bisogna che l'altro, che parla da solo, gli dia il suo indirizzo."
L'uomo in redingote, sentendosi ripetere più volte quella richiesta decisa, gettò
in faccia a Julien cinque o sei biglietti da visita. Nessuno, per fortuna, lo
colpì, perchè si era ripromesso di usare le pistole solo se fosse stato toccato.
L'uomo se ne andò, non senza voltarsi di tanto in tanto per minacciarlo con il
pugno e rivolgergli altre ingiurie.
Julien si trovò in un bagno di sudore. "Così l'ultimo degli uomini ha il potere di
ridurmi in questo stato! - pensò con rabbia. - Come potrò annientare questa
sensibilità così umiliante?".
Dove trovare un padrino? Non aveva un amico. Aveva fatto molte conoscenze; ma
tutti, regolarmente, in capo a sei settimane si allontanavano da lui. "Non sono
socievole, ed eccomi crudelmente punito" pensava. Alla fine gli venne l'idea di
cercare un ex tenente del 96° reggimento, di nome Liéven, un povero diavolo con il
quale spesso tirava di scherma. Julien fu sincero con lui.
"Vi farò volentieri da padrino - disse Liéven, - ma a una condizione: se non
ferirete il vostro avversario, vi batterete con me, seduta stante."
"Siamo d'accordo" rispose Julien molto soddisfatto, e andarono a cercare il signor
C. de Beauvoisis all'indirizzo indicato nei suoi biglietti, nel faubourg Saint-
Germain.
Erano le sette del mattino. Solo quando si fece annunciare, Julien pensò che poteva
trattarsi di quel giovane parente della signora de Rênal, un tempo impiegato
all'ambasciata di Roma o di Napoli, e che aveva dato una lettera di raccomandazione
al cantante Geronimo.
Julien aveva consegnato a un cameriere molto alto uno dei biglietti da visita che
gli erano stati gettati in faccia il giorno prima, e uno dei suoi.
Fecero attendere lui e il suo padrino per tre quarti d'ora; infine furono
introdotti in un appartamento di mirabile eleganza. Vi trovarono un giovane di alta
statura, vestito come una bambola; i suoi lineamenti mostravano la perfezione e
l'insignificanza della bellezza greca. La sua testa, considerevolmente stretta,
aveva una piramide di capelli di un magnifico colore biondo. Erano capelli
arricciati con tale cura che non ce n'era uno fuori posto. "È per farsi arricciare
così - pensò il tenente del 96°- che questo maledetto ci ha fatto aspettare." La
vestaglia variopinta, i pantaloni da camera, tutto, fino alle pantofole ricamate,
era impeccabile, meravigliosamente curato. La sua fisionomia, nobile e vuota,
rivelava rare idee tutte per bene: l'ideale dell'uomo amabile, l'orrore per
l'imprevisto e per lo scherzo, e molta gravità.
Julien, al quale il tenente del 96° aveva spiegato che farsi attendere così a
lungo, dopo avergli gettato villanamente il suo biglietto in faccia, era un'offesa
in più, entrò dal signor de Beauvoisis in modo brusco. Aveva pensato di mostrarsi
insolente, ma voleva anche conservare le buone maniere.
Fu talmente colpito dalla cortese dolcezza di Beauvoisis, dalla sua aria al tempo
stesso compassata, autorevole e contenta di sé, e dalla splendida eleganza di ciò
che lo circondava, che in un batter d'occhio perse ogni intenzione di essere
insolente. Non era lo stesso uomo del giorno prima. Il suo stupore fu tale
nell'incontrare un essere tanto distinto invece del volgare personaggio del caffè,
che non gli riuscì di trovare una sola parola. Esibì allora uno dei biglietti che
gli erano stati gettati.
"È il mio nome - disse l'uomo alla moda, al quale l'abito nero di Julien, alle
sette del mattino, ispirava ben poca considerazione; - ma non capisco, sul mio
onore...".
Il modo di pronunciare queste ultime parole restituì a Julien un po' della sua
irritazione.
"Vengo per battermi con voi, signore", e spiegò in breve tutta la faccenda.
Il signor Charles de Beauvoisis, dopo averci pensato a lungo, fu abbastanza
soddisfatto del taglio dell'abito nero di Julien. "È di Staub, non c'è dubbio -
pensava ascoltandolo parlare; - il panciotto è di buon gusto, gli stivali sono
belli; però... quest'abito nero di primo mattino!... Sarà per sfuggire meglio al
proiettile" concluse il cavaliere.
Dopo essersi dato questa spiegazione, tornò a una cortesia perfetta, e quasi da
pari a pari con Julien. Il colloquio fu abbastanza lungo, la questione era
delicata; ma alla fine Julien non poté negare l'evidenza. Quel giovane dai modi
squisiti che aveva di fronte non aveva alcuna somiglianza con quel villano che
l'aveva insultato il giorno prima.
Julien provava un senso di riluttanza invincibile a doversene andare, e prolungava
la spiegazione. Osservava il sussiego del cavaliere de Beauvoisis - come si era
nominato parlando di sé, infastidito perché Julien lo chiamava semplicemente
signore. Ammirava la sua gravità, mista a una certa aria di fatuità modesta, ma che
non lo abbandonava mai. Era stupito dal suo modo singolare di muovere la lingua nel
pronunciare le parole... Ma, infine, in tutto questo non c'era proprio la minima
ragione per litigare con lui.
Il giovane diplomatico si offriva di battersi con molta buona grazia, ma l'ex
tenente del 96°, seduto da un'ora, con le gambe divaricate, le mani sulle cosce e i
gomiti in fuori, decise che il suo amico Sorel non era certo fatto per attaccar
briga senza motivo con un uomo, solo perché a quest'ultimo erano stati rubati dei
biglietti da visita.
Julien uscì di pessimo umore. La carrozza stava aspettando il cavaliere de
Beauvoisis in cortile, davanti alla scalinata; per caso, Julien alzò gli occhi, e
riconobbe il suo uomo nel cocchiere.
Vederlo, tirarlo per le falde della giubba, farlo cadere da cassetta e prenderlo
ripetutamente a scudisciate fu tutt'uno. Due lacchè cercarono di difendere il loro
compagno e presero a pugni Julien, che caricò subito una delle sue pistole e sparò
su di loro mettendoli in fuga. Tutto questo accadde in un minuto.
Il cavaliere de Beauvoisis scendeva la scala con la più ridicola gravità,
ripetendo, nella sua pronuncia da gran signore: "Ma cosa c'è? Cosa c'è?". Era
evidentemente molto incuriosito, ma la sua dignità diplomatica gli impediva di
mostrare un interesse maggiore. Quando seppe di che si trattava, i suoi tratti
mostravano ancora il contrasto fra l'altezzosità e il sangue freddo leggermente
ironico che non può mai abbandonare il volto di un diplomatico.
Il tenente del 96° capì che Beauvoisis aveva voglia di battersi: ma lasciò al suo
amico, diplomaticamente, i vantaggi dell'iniziativa.
"Questa volta - esclamò - ce n'è abbastanza per un duello!".
"Lo credo bene" rispose il diplomatico. Poi disse ai suoi lacchè: "Caccerò questo
furfante. Salga un altro a cassetta". Aprirono lo sportello della carrozza. Il
cavaliere volle assolutamente che Julien e il suo padrino salissero con lui.
Andarono a cercare un amico del signor de Beauvoisis, che indicò loro un luogo
tranquillo. La conversazione, mentre andavano sul posto, fu assolutamente normale.
Di strano non c'era che il diplomatico in veste da camera.
"Questi signori, benché molto nobili - pensò Julien, - non sono affatto noiosi come
quelli che vengono a pranzo dal marchese de La Mole; e capisco perché - si disse
poco dopo - si permettano di essere indecenti." Parlavano infatti di ballerine che
il pubblico aveva molto apprezzato a uno spettacolo del giorno prima. Quei signori
facevano allusioni a certi aneddoti piccanti che Julien e il suo padrino, il
tenente del 96°, ignoravano completamente. Julien non si comportò da sciocco, non
finse di conoscerli: ammise con garbo la sua ignoranza. Questa franchezza piacque
all'amico del cavaliere, che gli raccontò quelle storielle in modo brillante e con
ricchezza di particolari.
Una cosa stupì enormemente Julien. Un altare provvisorio, che stavano costruendo in
mezzo alla strada per la processione del Corpus Domini, fermò per un momento la
carrozza. Quei signori si permisero delle battute irriverenti; il curato, secondo
loro, era figlio di un arcivescovo. In casa del marchese de La Mole, che aspirava a
diventare duca, nessuno avrebbe mai osato dire cose del genere.
Il duello terminò in un istante. Julien si prese una pallottola in un braccio;
glielo fasciarono con dei fazzoletti bagnati nell'acquavite, e il cavaliere de
Beauvoisis lo pregò molto gentilmente di lasciarsi ricondurre a casa nella stessa
carrozza con cui era venuto. Quando Julien indicò palazzo de La Mole, ci fu uno
scambio di sguardi tra il cavaliere e il suo amico. C'era anche il fiacre di
Julien, il quale tuttavia trovava la conversazione di quei due signori molto più
divertente di quella del buon tenente del 96°.
"Mio Dio! Un duello è tutto qui! - pensava Julien. - Che fortuna aver ritrovato
quel cocchiere! Che pena se avessi dovuto sopportare un'altra offesa in un caffè."
La piacevole conversazione non era quasi mai stata interrotta. Julien capì allora
che l'affettazione diplomatica serve a qualcosa.
"La noia - pensava - non è dunque essenziale in una conversazione fra nobili!
Questi scherzano sulla processione del Corpus Domini, hanno il coraggio di
raccontare, e con dettagli pittoreschi, degli aneddoti molto scabrosi. Non manca
loro che la discussione politica, ma è una mancanza più che compensata dalla grazia
dei loro modi e dalla proprietà perfetta nella quale si esprimono." Julien sentiva
una forte inclinazione verso di loro. "Come mi piacerebbe vederli spesso!".
Non appena si furono lasciati, il cavaliere de Beauvoisis si affrettò a chiedere
informazioni, che non furono brillanti.
Era molto curioso di sapere chi fosse Julien; avrebbe potuto fargli visita, senza
venir meno alle convenienze? Le poche notizie che riuscì ad avere non erano
incoraggianti.
"È orribile! - disse al suo padrino. - Come potrei confessare di essermi battuto
con un semplice segretario del signor de La Mole? E, come non bastasse, perché il
mio cocchiere mi ha rubato dei biglietti da visita!".
"Tutto questo può risultare ridicolo, non c'è dubbio."
La sera stessa, il cavaliere de Beauvoisis e il suo amico dissero ovunque che
questo signor Sorel - un giovane, peraltro, compitissimo - era figlio naturale di
un intimo amico del marchese de La Mole. La cosa fu facilmente creduta, e,
sistemata la faccenda, il giovane diplomatico e il suo amico si degnarono di fare
qualche visita a Julien, nei quindici giorni che dovette passare nella sua stanza.
Julien confessò loro che in vita sua era stato una sola volta all'Opéra.
"Ma è spaventoso! - gli dissero. - Non si può andare altrove! Bisogna che la vostra
prima uscita sia per il Comte Ory."
All'Opéra, il cavaliere de Beauvoisis lo presentò al famoso cantante Geronimo, che
allora aveva un successo immenso.
Julien faceva quasi la corte al cavaliere; era incantato da quel miscuglio di alta
considerazione di sé, aria di misteriosa importanza e giovanile fatuità. Per
esempio, il cavaliere balbettava un po', perché aveva il privilegio di vedere
spesso un gran signore che aveva quel difetto. Julien non aveva mai trovato,
riuniti in una sola persona, il ridicolo che diverte e la perfezione dei modi che
un povero provinciale cerca di imitare.
Lo si vedeva all'Opéra con il cavaliere de Beauvoisis; questa amicizia fece
pronunciare spesso il suo nome.
"Ebbene - gli disse un giorno il signor de La Mole, - eccovi dunque figlio naturale
di un ricco gentiluomo della Franca Contea, un mio intimo amico!".
Julien protestava di non aver contribuito in alcun modo ad accreditare quella voce:
"Il signor de Beauvoisis non voleva ammettere di essersi battuto con il figlio di
un carpentiere".
Il marchese lo interruppe: "Lo so, lo so; tocca a me, adesso, dare consistenza a
questa storia, che mi conviene. Ma ho un favore da chiedervi, e che non vi costerà
più di mezz'ora del vostro tempo. Quando c'è spettacolo all'Opéra, alle undici e
mezza, andate nell'atrio ad assistere all'uscita del gran mondo. Noto ancora in
voi, qualche volta, dei modi provinciali, dei quali dovreste liberarvi; d'altra
parte non è male conoscere, almeno di vista, i grandi personaggi presso i quali
potrei un giorno affidarvi qualche incarico. Passate al botteghino per farvi
riconoscere; avrete ingresso libero".

VII
Un attacco di gotta

Ed ebbi una promozione, non per mio merito, ma perché il mio padrone aveva la
gotta.
BERTOLOTTI

Il lettore è forse sorpreso da questo tono libero e pressoché amichevole; abbiamo


dimenticato di dire che da sei settimane il marchese era costretto in casa da un
attacco di gotta.
La signorina de La Mole e sua madre erano a Hyères, dalla madre della marchesa. Il
conte Norbert non vedeva suo padre che per pochi minuti; andavano molto d'accordo,
ma non avevano niente da dirsi. Il signor de La Mole, ridotto alla sola compagnia
di Julien, si accorse con stupore che non era privo di idee. Si faceva leggere i
giornali, e ben presto il giovane segretario fu in grado di scegliere i passi più
interessanti. C'era un nuovo giornale che il marchese aborriva; aveva giurato di
non leggerlo mai, ed ogni giorno ne parlava. Julien rideva. Il marchese, irritato
contro i suoi tempi, si fece leggere Tito Livio; la traduzione improvvisata sul
testo latino lo divertiva.
Un giorno il marchese disse con quel tono di esagerata cortesia, che spesso
spazientiva Julien:
"Permettetemi, mio caro Sorel, che vi faccia dono di un abito blu: quando vorrete
indossarlo e venire da me, sarete, ai miei occhi, il figlio minore del conte de
Chaulnes, cioè il figlio del vecchio duca, mio amico".
Julien non capì molto bene di cosa si trattasse; la sera stessa provò a fargli una
visita in abito blu. Il marchese lo trattò come un suo, pari. Julien aveva una
sensibilità capace di avvertire la gentilezza autentica, ma gli sfuggivano ancora
le sfumature. Avrebbe giurato, prima di quel capriccio del marchese, che era
impossibile essere ricevuto da lui con maggiore riguardo. "È un uomo
straordinario!" pensò Julien. Quando si alzò per uscire, il marchese si scusò di
non poterlo accompagnare a causa della gotta.
Julien fu preso allora da una strana idea: "Che si prenda gioco di me?" pensava.
Andò a chiedere consiglio all'abate Pirard, il quale, meno corretto del marchese,
gli rispose fischiettando e parlando d'altro. L'indomani mattina Julien si presentò
al marchese in abito nero, con la sua cartella e le lettere da firmare. Fu ricevuto
con i modi abituali. La sera, in abito blu, ebbe un'accoglienza del tutto diversa,
gentilissima come la sera prima.
"Poiché non vi annoiate troppo nelle visite che avete la bontà di fare a un povero
vecchio malato - gli disse il marchese, - dovreste parlargli di tutti i piccoli
casi della vostra vita, ma con franchezza e senza pensare ad altro che a raccontare
in modo chiaro e divertente. Perché bisogna divertirsi - continuò; - non c'è che
questo, di vero, nella vita. Non ci può essere un uomo che tutti i giorni mi salva
la vita in guerra, o che mi regala un milione; ma se avessi Rivarol, qui, accanto
alla mia poltrona a sdraio, mi toglierebbe ogni giorno un'ora di sofferenza e di
noia. L'ho conosciuto molto bene ad Amburgo, durante l'emigrazione."
E il marchese raccontò a Julien gli aneddoti di Rivarol tra gli amburghesi, che
dovevano mettersi in quattro per capire una sua battuta.
Il signor de La Mole, ridotto alla compagnia di quell'abatino, volle stuzzicarlo, e
lo punse nell'amor proprio e nell'onore. Visto che gli si chiedeva la verità,
Julien decise di dire tutto, ma tacendo due cose: la sua fanatica ammirazione per
un nome che irritava il marchese, e la sua totale mancanza di fede, che poco si
addiceva a un futuro curato. La sua piccola questione con il cavaliere cadde molto
a proposito. Il marchese rise fino alle lacrime della scena nel caffè di me Saint-
Honoré, con il cocchiere che lo aveva ricoperto di volgari ingiurie.
Fu un periodo di perfetta schiettezza fra il padrone e il suo protetto. Il marchese
aveva un autentico interesse per quel carattere originale. Agli inizi, assecondava
compiaciuto gli aspetti ridicoli di Julien, per divertirsene. Ma presto trovò più
interessante correggere con molta dolcezza le opinioni sbagliate di quel giovane.
"Gli altri provinciali che arrivano a Parigi ammirano tutto - pensò il marchese. -
Lui, invece, odia tutto. Gli altri hanno troppa affettazione, lui non ne ha
abbastanza, e gli sciocchi lo prendono per uno sciocco."
L'attacco di gotta fu prolungato dai grandi freddi dell'inverno e durò parecchi
mesi.
"Ci si affeziona a un bel cane da caccia - pensava il marchese. - Perché mi
vergogno tanto ad affezionarmi a questo abatino? È originale. Lo tratto come un
figlio. E allora, cosa c'è di sconveniente? Questo capriccio, se dura, mi costerà
un diamante da cinquecento luigi nel mio testamento."
Una volta che il marchese ebbe capito la fermezza di carattere del suo protetto,
gli affidò ogni giorno qualche nuovo incarico.
Julien si accorse con spavento che a quel gran signore capitava di prendere
decisioni contraddittorie sulla stessa cosa. Questo avrebbe potuto comprometterlo
gravemente. Non lavorava più con lui senza portare con sé un registro sul quale
annotava le decisioni del marchese, che le siglava. Inoltre si era preso un
aiutante che trascriveva gli ordini relativi ad ogni affare in un registro a parte.
Sullo stesso registro venivano ricopiate anche le lettere.
Fu un'idea che dapprima sembrò al marchese il colmo del ridicolo e della noia. Ma,
in meno di due mesi, ne capì i vantaggi. Julien gli propose di assumere un
contabile che avesse lavorato da un banchiere, e che tenesse in partita doppia il
conto delle entrate e delle uscite delle terre che Julien aveva l'incarico di
amministrare.
Grazie a queste misure il marchese vide talmente chiaro nei propri affari che poté
concedersi il piacere di intraprendere due o tre nuove speculazioni senza ricorrere
al suo prestanome, che lo derubava.
"Prendete tremila franchi per voi" disse un giorno al suo giovane amministratore.
"Signore, potrei essere calunniato."
"E allora, che cosa volete?" rispose stizzito il marchese.
"Che abbiate la bontà di scrivere di vostro pugno, sul registro, un ordine di
pagamento nel quale mi si assegni una somma di tremila franchi. Del resto è l'abate
Pirard che ha avuto l'idea di tutta questa contabilità."
Il marchese, con l'aria annoiata del marchese de Moncade mentre ascolta i
rendiconti del suo intendente Poisson, fece ciò che gli veniva richiesto.
La sera, quando Julien compariva in abito blu, non si parlava mai di affari. Le
gentilezze del marchese erano così lusinghiere per l'amor proprio sempre inquieto
del nostro eroe, che presto, suo malgrado, questi provò una - specie di affetto per
quell'amabile vecchio. Non che Julien fosse sensibile nel senso che i parigini
danno a questa parola; ma non era un mostro, e nessuno, dopo la morte del suo caro
chirurgo militare, gli aveva parlato con tanta bontà. Notava con stupore che il
signor de La Mole dimostrava, per il suo amor proprio, dei riguardi che non aveva
trovato neppure nel vecchio chirurgo. Si rese conto, infine, che il chirurgo era
più orgoglioso della sua croce di quanto il marchese non lo fosse del suo cordon
bleu. Ma il padre del marchese era già un gran signore.
Una mattina, alla fine di un'udienza dedicata agli affari, Julien, nel suo abito
nero, divertì il signor de La Mole, che lo trattenne per due ore, e volle dargli a
tutti i costi alcuni biglietti di banca che il suo prestanome gli aveva appena
portato dalla Borsa.
"Io spero, signor marchese, di non venir meno al profondo rispetto che vi devo,
supplicandovi di consentirmi una parola."
"Parlate pure, amico mio."
"Signor marchese, permettetemi di rifiutare questo dono. Non è destinato all'uomo
in abito nero e sciuperebbe del tutto i modi che avete la bontà di tollerare
nell'uomo in abito blu." Salutò molto rispettosamente e se ne andò senza guardarlo.
Fu un'uscita che divertì il marchese, il quale la raccontò, la sera, all'abate
Pirard.
"Devo confessarvi una cosa, caro abate. Conosco le origini di Julien, e vi
autorizzo a non tenere il segreto su questa confidenza."
"Il suo comportamento di questa mattina è nobile - pensò il marchese, - e io ne
farò un nobile".
Qualche tempo dopo il signor de La Mole fu finalmente in grado di uscire.
"Andate a passare due mesi a Londra - disse a Julien. - I corrieri straordinari e
altri incaricati vi porteranno le lettere che ricevo con le mie annotazioni. Mi
manderete le risposte, allegando la lettera a cui si riferiscono. Ho calcolato che
il ritardo sarà solo di cinque giorni."
Viaggiando velocemente sulla strada di Calais, Julien era stupito dei pretesi
affari per i quali era inviato a Londra.
Non diremo con quale sentimento di odio e quasi di orrore mise piede sul suolo
inglese. Sappiamo della sua folle passione per Bonaparte. Egli vedeva in ogni
ufficiale un sir Hudson Lowe, in ogni gran signore un Lord Bathurst, che aveva
ordinato le infamie di Sant'Elena ricevendone in cambio dieci anni di ministero.
A Londra conobbe finalmente la fatuità suprema. Aveva stretto amicizia con dei
giovani nobili russi che lo iniziarono.
"Siete predestinato, caro Sorel - gli dicevano. - Avete per natura
quell'espressione fredda e mille miglia lontana dalla sensazione del momento, che
noi ci sforziamo di assumere."
"Voi non avete capito il vostro secolo - gli diceva il principe Korasov: - dovete
fare sempre il contrario di quanto ci si aspetta da voi. E questa, sul mio onore,
la sola religione dell'epoca. Non siate né folle, né ostentato, perché allora ci si
aspetterebbero da voi follie e ostentazioni, e il precetto non verrebbe
rispettato."
Julien si coprì di gloria, un giorno, nel salotto del duca di Fitz-Folke, che
l'aveva invitato a cena con il principe Korasov. Ci fu un'ora di attesa. Il
comportamento di Julien, fra le venti persone che aspettavano, è ancora citato dai
giovani segretari d'ambasciata a Londra. La sua espressione era impagabile.
Volle vedere, a dispetto dei suoi amici dandy, il celebre Philippe Vane, il solo
filosofo che l'Inghilterra abbia avuto dopo Locke. Stava terminando il suo settimo
anno di prigione. "L'aristocrazia non scherza in questo paese - pensò Julien. - E
per di più Vane è disonorato, vilipeso...".
Lo trovò pieno d'energia; la rabbia dell'aristocrazia lo divertiva. Uscendo dalla
prigione, Julien pensava: "È il solo uomo allegro che abbia incontrato in
Inghilterra".
"L'idea più utile ai tiranni è quella di Dio" gli aveva detto Vane...
Tacciamo sul resto del suo sistema in quanto cinico. Al suo ritorno: "Che idea
divertente mi portate dall'Inghilterra?" gli chiese de La Mole... Julien taceva.
"Che idea mi portate, divertente o meno?" riprese incalzante il marchese.
"Primo - rispose Julien: - l'inglese più saggio è pazzo per un'ora al giorno; è
visitato dal demone del suicidio, che è il dio del paese.
Secondo: l'intelligenza e il genio perdono il venticinque per cento del loro valore
sbarcando in Inghilterra.
Terzo: niente al mondo è bello, meraviglioso e commovente come il paesaggio
inglese."
"Ed ora a me - disse il marchese. - Primo: perché siete andato a dire, al ballo
dell'ambasciatore di Russia, che ci sono in Francia trecentomila giovani di
venticinque anni che desiderano ardentemente la guerra? Credete che questo possa
piacere ai sovrani?".
"Non si sa come fare, parlando ai nostri grandi diplomatici - rispose Julien. -
Hanno la mania di intavolare discorsi seri. Se ci si attiene ai luoghi comuni dei
giornali, si passa per sciocchi. Se ci si permette qualcosa di vero e di nuovo, ne
restano stupefatti, non sanno cosa rispondere, e l'indomani, alle sette, vi mandano
a dire dal primo segretario d'ambasciata che siete stato sconveniente."
"Non c'è male - disse il marchese ridendo. - Del resto, signor uomo profondo,
scommetto che non avete indovinato che cosa siete andato a fare in Inghilterra."
"Scusatemi - rispose Julien - ci sono andato per cenare una volta alla settimana
dall'ambasciatore del re, che è il più cortese degli uomini."
"Ci siete andato a procurarvi questa croce - gli disse il marchese. - Non voglio
farvi lasciare il vostro abito nero, anche se sono abituato a una conversazione più
divertente con l'uomo in abito blu. Fino a nuovo ordine, tenete bene in mente
quello che vi dico: quando vedrò questa croce, voi sarete il figlio minore del mio
amico duca de Chaulnes, e questo giovane, senza saperlo, è da sei mesi in
diplomazia. Notate - aggiunse il marchese, con aria molto seria e tagliando corto
ai ringraziamenti - che non voglio farvi cambiare condizione sociale. È sempre un
errore e una sventura, sia per il protettore che per il suo protetto. Quando le mie
cause vi saranno venute a noia, o quando non farete più al caso mio, chiederò per
voi una buona parrocchia, come quella del nostro amico, l'abate Pirard, e niente di
più" concluse il marchese in tono molto secco.
Quella decorazione tranquillizzò l'orgoglio di Julien. Parlava molto di più, e si
sentiva meno spesso offeso e preso di mira da certe frasi che possono essere
interpretate come poco cortesi, ma che in una conversazione animata possono
sfuggire a chiunque.
La decorazione gli valse anche una singolare visita, quella del barone de Valenod,
che era venuto a Parigi per ringraziare il ministro del titolo ottenuto e prendere
accordi con lui. Stava per essere nominato sindaco di Verrières al posto del signor
de Rênal.
Julien rise di cuore, dentro di sé, quando Valenod gli fece capire che avevano
scoperto in Rênal un giacobino. Sta di fatto che per le imminenti elezioni il neo-
barone era il candidato del governo, e nel collegio centrale del dipartimento, a
dire il vero molto reazionario, era proprio Rênal ad essere sostenuto dai liberali.
Julien cercò inutilmente di sapere qualcosa della signora de Rênal; il barone
sembrò ricordarsi della loro vecchia rivalità e fu impenetrabile. Finì per chiedere
a Julien il voto di suo padre. Julien promise che gli avrebbe scritto.
"Dovreste, signor cavaliere, presentarmi al marchese de La Mole."
"Infatti dovrei - pensò Julien. - Ma un simile furfante!...".
"In verità - rispose, - conto troppo poco in casa de La Mole, per potermi
permettere di presentare qualcuno." Julien, che diceva tutto al marchese, la sera
gli raccontò della pretesa di Valenod, ed anche vita e miracoli del neo-barone dal
1814 in poi.
"Non solo - disse il signor de La Mole molto seriamente - mi presenterete domani il
barone, ma io lo inviterò a pranzo per dopodomani. Sarà uno dei nostri nuovi
prefetti."
"In questo caso - riprese Julien freddamente, - chiedo il posto di direttore
dell'ospizio di mendicità per mio padre."
"Alla buon'ora - disse il marchese riprendendo il suo tono scherzoso; - è cosa
fatta; mi aspettavo che faceste il moralista; vi state formando."
Valenod informò Julien che era morto da poco il titolare del banco del lotto di
Verrières; a Julien sembrò divertente dare quel posto a Cholin, il vecchio
imbecille del quale aveva trovato un giorno la petizione in camera del signor de La
Mole. Il marchese rise di gusto della petizione che Julien gli recitò, facendogli
firmare la lettera in cui si chiedeva quel posto al ministero delle Finanze.
Non appena Cholin fu nominato, Julien seppe che per il banco del lotto c'era una
richiesta della deputazione del dipartimento per il famoso geometra Gros:
quell'uomo generoso non aveva che millequattrocento franchi di rendita, e ogni anno
prestava seicento franchi al defunto titolare per aiutarlo a mantenere la famiglia.
Julien si stupì con se stesso di ciò che aveva fatto. "Non è niente - si disse; -
dovrò arrivare a ben altre ingiustizie, se voglio avere successo, e inoltre dovrò
saperle nascondere sotto belle parole sentimentali. Povero Gros! Era lui che
meritava la croce, ma sono stato io ad averla, e devo agire secondo le direttive
del governo che me l'ha data."

VIII
Qual è la decorazione che distingue?

"La tua acqua non mi rinfresca" disse il genio assetato. "Eppure è il pozzo più
fresco di tutto il Diar Bekir."
PELLICO

Un giorno Julien tornava dal bel podere di Villequier, sulle rive della Senna,
prediletto dal marchese, perché, fra tutti quelli che possedeva, era il solo che
fosse appartenuto al celebre Boniface de La Mole. A casa trovò la marchesa e sua
figlia, appena arrivate da Hyères.
Julien, ormai; era un dandy, e conosceva l'arte di vivere a Parigi. Fu di
un'impeccabile freddezza con Mathilde. Sembrava che non avesse conservato alcun
ricordo dei tempi in cuì lei gli chiedeva tanto allegramente dei particolari sul
suo modo di cadere da cavallo.
La signorina de La Mole lo trovò più alto e più pallido. La sua figura e il suo
portamento non avevano più nulla del provinciale. Non così la sua conversazione,
nella quale si poteva notare ancora qualcosa di troppo serio e concreto. Malgrado
questi suoi modi giudiziosi, grazie al suo orgoglio, non parlava certo come un
subalterno; ci si accorgeva, se mai, che dava ancora importanza a troppe cose. Ma
si capiva che era un uomo capace di sostenere le sue ragioni.
"Manca di leggerezza, ma non di intelligenza - diceva la signorina de La Mole a suo
padre, scherzando con lui sulla decorazione che aveva procurato a Julien. - Mio
fratello ve l'ha chiesta per diciotto mesi, ed è un La Mole!...".
"Sì, ma julien sa essere imprevedibile, il che non è mai successo a quel La Mole di
cui mi parlate." Venne annunciato il duca de Retz.
Mathilde fu presa da uno sbadiglio irresistibile; ritrovava le antiche dorature e i
visitatori abituali del salotto paterno. Le si presentò un'immagine estremamente
noiosa della vita che stava riprendendo a Parigi. Eppure, a Hyères, aveva rimpianto
Parigi.
"E dire che ho diciannove anni! - pensava: - L'età della felicità, secondo quegli
stupidi libri dal taglio dorato." Guardava otto o dieci volumi di poesie recenti,
che si erano accumulati, durante il viaggio in Provenza, sulla console del salotto.
Aveva la sfortuna di essere più intelligente di Croisenois, di Caylus, di Luz, e
degli altri suoi amici. S'immaginava già tutto quello che stavano per dirle sul bel
cielo di Provenza, la poesia, il mezzogiorno, ecc. ecc.
I suoi occhi così belli, in cui spirava la noia più profonda, e, peggio ancora, la
disperata certezza di non poter trovare la felicità, si fermarono su julien. Per lo
meno non era uguale a nessun altro.
"Signor Sorel - disse con quel tono di voce secco e vivace, che non ha niente di
femminile, e che usano le giovani donne dell'alta società, - signor Sorel, verrete
questa sera al ballo del signor de Retz?"
"Signorina, non ho avuto l'onore di essere presentato al duca" (Si sarebbe detto
che quelle parole e quel titolo graffiassero la lingua dell'orgoglioso
provinciale).
"Ha dato incarico a mio fratello di condurvi da lui; e, se veniste, potreste darmi
dei ragguagli su Villequier; si parla di andarci questa primavera. Vorrei sapere se
il castello è abitabile, e se i dintorni sono belli come si dice. Ci sono tanti
casi di fama usurpata!".
Julien non rispondeva.
"Venite al ballo con mio fratello" aggiunse in modo brusco.
Julien s'inchinò rispettosamente. "Così, anche durante un ballo, devo rendere conto
a tutti i membri della famiglia. Non sono forse pagato come uomo d'affari?" La sua
irritazione gli fece anche pensare: "Dio sa, poi, se quello che dirò alla figlia
non contrarierà i progetti del padre, del fratello, della madre! È un'autentica
corte da principe sovrano. Bisognerebbe essere una nullità perfetta, ma senza dare
anessuno il diritto di lamentarsi".
"Questa ragazza proprio non mi piace! - pensò, guardando camminare la signorina de
La Mole, che la madre aveva chiamato per presentarla ad alcune sue amiche. -
Esagera tutte le mode, il vestito le casca dalle spalle... è anche più pallida di
quando è partita... Ha i capelli talmente biondi che sembrano incolori! Si
direbbero trasparenti!.., E che alterigia in quel modo di salutare, in quello
sguardo! Che gesti da regina!".
La signorina de La Mole aveva intanto chiamato suo fratello, che stava per uscire
dal salotto.
Il conte Norbert si avvicinò a Julien:
"Caro Sorel - gli disse, - dove volete che passi a prendervi, a mezzanotte, per
andare al ballo del duca de Retz? Mi ha incaricato espressamente di condurvi da
lui."
"So bene a chi devo tanta gentilezza" rispose Julien, inchinandosi fino a terra.
Non trovando nulla da eccepire, nel suo malumore, al tono di cortesia e anche di
interessamento con il quale Norbert gli aveva parlato, Julien se la prese con se
stesso, per la risposta che aveva dato a quelle parole cortesi. Vi trovò una
sfumatura servile.
La sera, arrivando al ballo, fu colpito dalla magnificenza di palazzo de Retz. Il
cortile d'ingresso era coperto da un'immensa tenda di traliccio cremisi con stelle
d'oro: nulla di più elegante. Al di sopra di questa tenda, il cortile era
trasformato in un bosco di aranci e di oleandri in fiore. I vasi erano stati
accuratamente interrati, in modo che gli oleandri e gli aranci sembrassero spuntare
dalla terra. Il sentiero che percorrevano le carrozze era cosparso di sabbia.
L'insieme parve straordinario al nostro provinciale. Non aveva idea di una
magnificenza simile; in un istante l'immaginazione, nell'entusiasmo, lo portò a
mille leghe dal cattivo umore. In carrozza, mentre andavano al ballo, Norbert era
felice, mentre Julien vedeva tutto nero; appena entrati in cortile, le parti si
invertirono.
Norbert era sensibile solo a qualche dettaglio, che, in tanto splendore, non
avevano potuto curare alla perfezione. Calcolava il costo di ogni cosa, e, man mano
che il totale aumentava, Julien si accorse che appariva quasi geloso e cominciava a
irritarsi.
Quanto a lui, arrivò affascinato, e quasi intimidito per l'emozione, nella prima
sala dove si ballava. Alla porta della seconda, la ressa era tale che gli fu
impossibile entrare. La decorazione di questa seconda sala rappresentava l'Alhambra
di Granada.
"È la regina del ballo, bisogna ammetterlo" diceva un giovanotto con i baffi, la
cui spalla premeva contro il petto di Julien.
"La signorina Fourmont, che per tutto l'inverno è stata la più bella - gli
rispondeva il suo vicino, - si è accorta di essere scesa al secondo posto: guarda
che arie!".
"Davvero fa di tutto per piacere. Guarda, guarda quel dolce sorriso, ora che è sola
nella contraddanza. Parola d'onore, è impagabile!".
"La signorina de La Mole ha l'aria di dominare il piacere che le dà il suo trionfo,
di cui si accorge benissimo. Si direbbe che abbia il timore di piacere a chi le
parla."
"Perfetto! E questa l'arte della seduzione."
Julien faceva degli sforzi vani per vedere quella donna seducente; in sette o otto,
più alti di lui, gliela impedivano.
"C'è molta civetteria nel suo nobile ritegno" riprese il giovane coi baffi.
"E quei grandi occhi azzurri che si abbassano così lentamente, quando sembrerebbero
sul punto di tradirsi - disse il vicino. - Beh! Un'abilità eccezionale."
"Guarda come sembra mediocre, accanto a lei, la bella Fourmont" disse un terzo.
"Tutto quel suo riserbo vuoi dire: "Come sarei amabile con voi, se foste l'uomo
degno di me!"".
"E chi può essere degno della sublime Mathilde? - disse il primo. - Qualche
principe sovrano, bello, ben fatto, spiritoso, eroico in guerra, e al massimo
ventenne."
"Il figlio naturale dell'imperatore di Russia... il quale, grazie a questo
matrimonio, potrebbe ottenere un regno... o molto semplicemente il conte de Thaler,
con la sua aria da contadino rivestito...".
La porta si liberò, e Julien poté entrare.
"Visto che appare tanto straordinaria a questi fantocci, vale la pena di esaminarla
- pensò. - Capirò qual è la perfezione per questa gente."
Mentre la cercava con gli occhi, Mathilde lo guardò. "Il dovere mi chiama" si disse
Julien. Ma il malumore, ormai, era solo nella sua espressione. La curiosità lo
spingeva con un piacere che l'abito molto scollato di Mathilde fece aumentare ben
presto, in un modo in effetti poco lusinghiero per il suo amor proprio. "La sua
bellezza è molto fresca" pensò. Cinque o sei giovanotti, fra i quali Julien
riconobbe quelli che aveva sentito parlare sulla porta, lo dividevano da lei.
"Voi, signore, che siete rimasto qui tutto l'inverno - gli chiese lei, - ditemi,
non è vero che è il più bel ballo della stagione?" Julien non rispondeva.
"Questa quadriglia di Coulon mi sembra magnifica, e le signore la ballano in modo
perfetto." I giovanotti si voltarono per vedere chi fosse l'uomo fortunato dal
quale si esigeva una risposta. Che non fu affatto incoraggiante:
"Non potrei essere un buon giudice, signorina; passo la mia vita a scrivere: è la
prima volta che vedo un ballo di simile magnificenza".
I giovanotti baffuti rimasero scandalizzati.
"Siete un saggio, signor Sorel - gli rispose Mathilde con più spiccato interesse. -
Voi vedete questi balli, tutte queste feste, come un filosofo, come Jean-Jacques
Rousseau. Sono follie che vi stupiscono senza sedurvi."
Quel nome era bastato a spegnere l'entusiasmo di Julien e a scacciare dal suo cuore
ogni illusione. La sua bocca assunse l'espressione del disprezzo, forse un po'
esagerato.
"Secondo me - rispose, - Rousseau non è che uno sciocco quando pretende di
giudicare l'alta società. Non la comprendeva, e ne parlava con l'animo di un servo
arricchito."
"Ha scritto il Contratto sociale" rispose Mathilde in un tono di venerazione.
"Pur predicando la repubblica e il rovesciamento delle dignità monarchiche, questo
parvenu si riempie di gioia se un duca cambia l'itinerario della sua passeggiata
pomeridiana per accompagnare un suo amico."
"Ah, sì! il duca di Lussemburgo, che a Montmorency accompagna un certo Coindet
verso Parigi... " riprese la signorina de La Mole con il piacere e l'abbandono di
una prima esibizione di pedanteria. Era inebriata del suo sapere, più o meno come
l'accademico che scoprì l'esistenza del re Feretrio. Lo sguardo di Julien restò
penetrante e severo. Mathilde aveva avuto un momento di entusiasmo; la freddezza
del suo interlocutore la sconcertò profondamente. E fu ancora più sorpresa in
quanto di solito era lei a produrre quell'effetto sugli altri.
In quel momento il marchese de Croisenois cercava con sollecitudine di avvicinarsi
a Mathilde. Rimase per qualche istante a tre passi da lei, senza poterla
raggiungere a causa della folla. La guardava, sorridendo dell'ostacolo. La giovane
marchesa de Rouvray, una cugina di Mathilde, era accanto a lui. Dava il braccio al
marito: erano sposati solo da quindici giorni. Il marchese de Rouvray, giovanissimo
anch'egli, mostrava in volto quell'amore beato che prende un uomo quando, facendo
un matrimonio di convenienza combinato interamente dai notai, si trova poi ad avere
una moglie bellissima. Il signor de Rouvray sarebbe diventato duca alla morte di
uno zio molto anziano.
Mentre il marchese de Croisenois, non potendo fendere la folla, la guardava
sorridendo, lei posava i suoi grandi occhi azzurri su di lui e sui suoi vicini.
"Niente è più banale di loro! - pensava. - Ecco Croisenois, che pretende di
sposarmi; è mite, gentile, di modi ineccepibili come Rouvray. Se non fossero così
noiosi, sarebbero simpaticissimi. Anche lui mi seguirà al ballo con quell'aria
stupida e contenta. Un anno dopo il matrimonio, la mia carrozza, i miei cavalli, i
miei vestiti, il mio castello a venti leghe da Parigi, tutto questo sarà quanto c'è
di più bello, proprio quello che occorre per far morire d'invidia una parvenue, una
contessa de Roiville, per esempio, e poi?...".
Mathilde si annoiava in anticipo. Il marchese de Croisenois riuscì ad avvicinarla,
e le parlò, ma lei fantasticava senza ascoltarlo. Il suono delle sue parole si
confondeva, per lei, con il brusìo del ballo. Il suo sguardo seguiva macchinalmente
Julien, che si era allontanato con un'aria rispettosa, ma anche fiera e scontenta.
Vide in un angolo, lontano dalla folla che andava e veniva, il conte Altamira,
condannato a morte nel suo paese, e che il lettore già conosce. Sotto Luigi XIV,
una sua parente aveva sposato un principe Conti; questo ricordo lo proteggeva un
po' contro la polizia della Congregazione.
"Non c'è che la condanna a morte, per distinguere davvero un uomo - pensò Mathilde.
- È la sola cosa che non sí compera. Ah, è proprio una battuta felice! Peccato che
non mi sia venuta al momento giusto per farmi apprezzare!" Mathilde aveva troppo
buon gusto per introdurre nella conversazione una battuta pensata prima; ma era
anche troppo vanitosa per non compiacersi di se stessa. Un'espressione felice prese
nel suo volto il posto di quell'aria annoiata. Il marchese de Croisenois, che stava
ancora parlandole, pensò di leggervi il proprio successo, e divenne ancora più
facondo.
"Che cosa potrebbe obiettare, un tipo maligno, alla mia battuta? - si chiese
Mathilde. - Potrei rispondere alle critiche: "Un titolo di barone, uno di conte, si
possono comprare. Una decorazione, ve la danno; mio fratello l'ha appena avuta, e
che cosa ha fatto? Un grado, si ottiene. Dieci anni di guarnigione, o un parente
ministro della guerra, e si diventa comandante di uno squadrone, come Norbert. Una
grande ricchezza!... È ancora la cosa più difficile, e perciò la più meritoria. È
buffo! Tutto il contrario di quello che dicono i libri... Ebbene, per la ricchezza,
si sposa la figlia di Rothschild.
Davvero la mia battuta ha qualcosa di profondo. La condanna a morte è ancora la
sola cosa che nessuno pensa di sollecitare."
"Conoscete il conte Altamira?" chiese a Croisenois.
Mathilde aveva l'aria di tornare da lontano, e questa domanda era così estranea a
tutto quello che il povero marchese stava dicendole da cinque minuti, che la sua
amabilità ne rimase sconcertata. Era tuttavia un uomo di spirito, e molto rinomato
per questo.
"Mathilde è un'originale - pensò. - Questo è un inconveniente, ma può dare una
magnifica posizione sociale a suo marito! Non so come faccia questo marchese de La
Mole; ha relazioni con i personaggi più importanti di tutti i partiti; non
affonderà mai. D'altronde la bizzarria di Mathilde può passare per genialità. Con
una nascita illustre e una grande ricchezza, la genialità non è affatto ridicola, e
allora, che distinzione! E poi, quando vuole, dimostra quell'insieme di spirito, di
carattere e di tatto, che la fanno apparire perfetta..." Ma poiché è difficile far
bene due cose alla volta, il marchese rispondeva a Mathilde con un'aria assente, e
come recitando una lezione:
"Chi non conosce quel povero Altamira?". E si mise a raccontarle la storia della
sua cospirazione fallita, ridicola, assurda.
"Davvero assurda! - disse Mathilde, come parlando a se stessa. - Ma almeno ha
agito. Voglio vedere un vero uomo; portatelo da me" ordinò al marchese, molto
seccato.
Il conte Altamira era uno degli ammiratori dichiarati dell'aria altera e quasi
impertinente della signorina de La Mole; secondo lui era una delle più belle donne
di Parigi.
"Come sarebbe bella su un trono!" disse a Croisenois, e si lasciò condurre da lei
senza difficoltà.
Non mancano persone, nell'alta società, decise a sostenere che nulla è di cattivo
gusto come una cospirazione, una cosa che sa di giacobino. E cosa c'è di peggio di
un giacobino senza successo?
Lo sguardo di Mathilde, incrociandosi con quello di Croisenois, era molto ironico
nei confronti del liberalismo di Altamira, che pure ascoltava con piacere.
"Un cospiratore al ballo, che bel contrasto" pensava. Trovava nel suo volto, con
quei suoi baffi neri, l'aria di un leone che riposa; ma si accorse ben presto che
la sua mente non aveva che una direzione: l'utilità, l'ammirazione dell'utilità.
All'infuori di ciò che avrebbe potuto dare al suo paese il governo delle due
Camere, il giovane conte trovava che nulla fosse degno della sua attenzione. Lasciò
con piacere Mathilde, la donna più seducente del ballo, perchè vide entrare un
generale peruviano.
Non avendo più fiducia nell'Europa, il povero Altamira era ridotto a pensare che se
gli stati dell'America meridionale fossero diventati forti e potenti, avrebbero
potuto restituire all'Europa la libertà che Mirabeau aveva fatto arrivare fino a
loro.
Uno sciame di giovani baffuti si era avvicinato a Mathilde, che si era accorta
benissimo di non aver conquistato Altamira, e si sentiva punta sul vivo perché si
era allontanato da lei; vedeva brillare i suoi occhi neri mentre parlava con il
generale peruviano. La signorina de La Mole guardava quei giovani francesi con una
serietà profonda che nessuna delle sue rivali poteva imitare. "Chi di loro -
pensava - potrebbe farsi condannare a morte, anche trovandosi nelle condizioni più
favorevoli?".
Quel suo sguardo singolare lusingava i più ingenui, ma preoccupava gli altri, che
temevano qualche battuta pungente a cui sarebbe stato difficile rispondere.
"Una nascita illustre dà cento qualità la cui mancanza mi offenderebbe, come
dimostra l'esempio di Julien - pensava Mathilde; - ma inaridisce quelle doti
dell'animo che provocano una condanna a morte."
In quel momento qualcuno, vicino a lei, diceva: "Questo conte Altamira è il
secondogenito del principe di San Nazaro Pimentel; fu un Pimentel che tentò di
salvare Corradino, decapitato nel 1268. E una delle più nobili famiglie di Napoli".
"Ecco - pensò Mathilde - una bella conferma della mia massima: una nascita illustre
toglie la forza di carattere necessaria per farsi condannare a morte! Sono
destinata a sragionare, questa sera. E poiché non sono che una donna come le altre,
ecco: devo ballare!" Cedette alle insistenze del marchese de Croisenois, che da
un'ora sollecitava un galop. Per distrarsi dal suo insuccesso in filosofia,
Mathilde volle essere seducentissima. Croisenois ne fu incantato.
Ma né la danza, né il desiderio di piacere a uno degli uomini più belli della
corte, né altro poté distrarre Mathilde. Sarebbe stato impossibile avere più
successo: era la regina del ballo e se ne accorgeva, ma con distacco.
"Che vita grigia passerò con un essere come Croisenois! - si diceva, mentre la
riaccompagnava al suo posto, un'ora dopo. - Dove sarà mai, per me, il piacere -
pensò con tristezza, - se, dopo sei mesi di assenza, non lo trovo a un ballo che è
nei desideri di tutte le donne parigine? E circondata, come sono, dagli omaggi di
una società che non potrei immaginare più scelta. Di borghesi, qui, c'è solo
qualche pari e forse uno o due Julien. E tuttavia - sì disse, facendosi ancora più
triste, - che privilegi mi ha concesso la sorte: un'origine illustre, ricchezza,
giovinezza! Ahimè, tutto, tranne la felicità. I miei vantaggi più dubbi sono
proprio quelli di cui mi hanno parlato tutta la sera: l'intelligenza? Sì, ci credo,
perché evidentemente intimidisco tutti. Se hanno il coraggio di affrontare un
argomento serio, dopo cinque minuti di conversazione arrivano senza fiato, e come
se facessero una grande scoperta, a qualcosa che sto ripetendo da un'ora. Sono
bella, ho questo privilegio, per il quale Madame de Staël avrebbe sacrificato
tutto; eppure è un fatto che io muoio di noia. C'è forse una ragione per la quale
dovrei annoiarmi di meno quando avrò cambiato il mio nome con quello del marchese
de Croisenois? Ma, Dio mio! - e aveva quasi voglia di piangere - non è forse un
uomo perfetto? È il capolavoro dell'educazione di questo secolo, non si può
guardarlo senza che trovi una parola gentile e anche spiritosa da dirvi; è buono e
coraggioso... Ma quel Sorel è un tipo singolare - si disse, e nei suoi occhi la
tristezza lasciava il posto all'irritazione. - L'ho avvertito che dovevo parlargli,
e non si degna di ricomparire!".

IX
Il ballo

Il lusso degli abiti, lo splendore delle candele, i profumi: tante belle braccia,
tante belle spalle; mazzi di fiori, arie di Rossini che rapiscono, quadri di aceri!
Sono fuori di me!
Viaggi di Uzeri

"Siete di cattivo umore -le disse la marchesa de La Mole;- vi avverto: non è di


buon gusto a un ballo."
"Ho solo un po' di mal di testa - rispose Mathilde con aria sdegnosa. - Fa troppo
caldo, qui."
In quel momento, come per giustificare la signorina de La Mole, il vecchio barone
de Tolly si sentì male e cadde; furono costretti a portarlo via. Si parlò di
apoplessia; fu un fatto spiacevole.
Mathilde non se ne preoccupò. Per partito preso non badava mai ai vecchi e a tutte
le persone che notoriamente parlano di cose tristi.
Si mise a ballare, per sottrarsi alla conversazione sull'apoplessia, che poi tale
non era, visto che due giorni dopo il barone riapparve.
"Ma Sorel non viene proprio" tornò a pensare Mathilde dopo aver ballato. Stava
quasi cercandolo con gli occhi, quando lo vide in un'altra sala. Cosa sorprendente,
sembrava aver perduto quel tono di fredda impassibilità che gli era così naturale;
non aveva più l'aria inglese.
"Sta parlando con il conte Altamira, il mio condannato a morte! - si disse
Mathilde. - I suoi occhi hanno una luce cupa; sembra un principe travestito; il suo
sguardo è ancora più orgoglioso."
Julien, sempre parlando con Altamira, si avvicinava a lei, che lo fissava,
studiando i suoi lineamenti, cercando di trovarvi quelle grandi qualità che possono
valere a un uomo l'onore della condanna a morte.
Mentre le passava accanto sentì che diceva al conte Altamira:
"Sì, Danton era un uomo!".
"Cielo! Che sia un Danton? - pensava Mathilde - Eppure ha un volto così nobile, e
quel Danton era orribilmente brutto, un macellaio, credo." Julien le era ancora
molto vicino, e lei non esitò a chiamarlo; aveva la piena consapevolezza e
l'orgoglio di rivolgergli una domanda molto insolita per una fanciulla.
"Danton non era un macellaio?" gli chiese.
"Sì, agli occhi di certe persone - le rispose Julien con l'espressione del più
malcelato disprezzo, e con lo sguardo ancora acceso dalla sua conversazione con
Altamira, - ma sfortunatamente per la gente ben nata, era avvocato a Méry-sur-
Seine; vale a dire, signorina - aggiunse con aria cattiva, - che aveva cominciato
come molti pari qui presenti. È vero che Danton aveva uno svantaggio enorme di
fronte alla bellezza: era bruttissimo."
Queste ultime parole furono dette rapidamente, in un tono insolito, e senz'altro
poco cortese.
Julien attese un istante, con il busto leggermente inclinato e un'aria
orgogliosamente umile. Pareva dire: "Sono pagato per rispondervi, e vivo della mia
paga". Non si degnava di alzare lo sguardo su Mathilde, la quale, con i suoi begli
occhi spalancati e fissi su di lui, sembrava la sua schiava. Alla fine, poiché il
silenzio si stava prolungando, la guardò come un servo guarda il suo padrone per
riceverne degli ordini. Benché i suoi occhi incontrassero in pieno quelli di
Mathilde, sempre fissi su di lui con un'espressione strana, si allontanò con fretta
ostentata.
"Lui, che è davvero così bello - si disse allora Mathilde, uscendo dal suo
fantasticare, - fare un simile elogio della bruttezza. Non riflette mai su se
stesso! Non è come Caylus o Croisenois. Questo Sorel ha qualcosa di mio padre
quando imita Napoleone a un ballo." Aveva dimenticato completamente Danton.
"Decisamente, questa sera mi annoio." Prese il braccio del fratello, e lo
costrinse, con suo grande fastidio, a fare un giro fra le danze. Le venne l'idea di
seguire la conversazione tra il condannato a morte e Julien.
La folla era enorme. Riuscì tuttavia a raggiungerli nel momento in cui, a due passi
da lei, Altamira si avvicinava a un vassoio per prendere un gelato. Parlava con
Julien, volgendo il capo verso di lui. Vide una manica ricamata, una mano che
prendeva a sua volta un gelato. Quel ricamo sembrò colpire la sua attenzione; si
voltò per vedere a chi appartenesse quel braccio. Subito, i suoi occhi così nobili
e ingenui assunsero una lieve espressione di disprezzo.
"Vedete quest'uomo? - disse sottovoce a Julien. - È il principe d'Araceli,
ambasciatore di ***. Questa mattina ha chiesto la mia estradizione al ministro
francese degli Affari esteri, il signor de Nerval. Guardate, eccolo là che gioca a
whist. Nerval è piuttosto propenso ad assecondarlo, perché vi abbiamo consegnato
due o tre cospiratori nel 1816. Se mi rimette nelle mani del mio re, mi
impiccheranno entro ventiquattr'ore. E sarà qualcuno di questi bei signori con i
baffi ad agguantarmi."
"Infami!" esclamò Julien quasi ad alta voce.
Mathilde non perdeva una sillaba di quella conversazione. La noia era sparita.
"Non tanto infami - riprese il conte Altamira. - Vi ho parlato di me per colpirvi
con un'immagine viva. Guardate il principe d'Araceli; ogni cinque minuti dà
un'occhiata al suo Toson d'oro; non può rinunciare al piacere di vedersi quel
ciondolo sul petto. Quel pover'uomo non è in fondo che un anacronismo. Cent'anni fa
il Toson d'oro era un onore insigne. Ma allora, per lui, sarebbe stato
irraggiungibile. Oggi, fra la gente ben nata, bisogna essere un Araceli per esserne
ammaliati. Avrebbe fatto impiccare una città intera per averlo."
"L'ha avuto a questo prezzo?" chiese Julien ansioso.
"No, non esattamente - rispose Altamira con freddezza. - Ma forse ha fatto gettare
nel fiume una trentina di ricchi possidenti del suo paese che passavano per
liberali."
"Che mostro!" disse ancora Julien.
La signorina de La Mole, inclinando il capo con il più vivo interesse, gli era
talmente vicina che i suoi capelli sfiorarono la sua spalla.
"Siete molto giovane! - rispose Altamira. - Vi dicevo che ho una sorella sposata in
Provenza; è ancora bella, buona e dolce; è un'eccellente madre di famiglia, fedele
a tutti i suoi doveri, religiosa, ma non bigotta."
"Dove vuole arrivare?" si chiedeva Mathilde.
"È felice - continuò il conte Altamira. - O lo era nel 1815. Allora io ero nascosto
da lei, nella sua tenuta vicino ad Antibes; ebbene, quando seppe dell'esecuzione
del maresciallo Ney, si mise a ballare!".
"È mai possibile?" disse Julien, sgomento.
"È lo spirito di parte - riprese Altamira. - Non ci sono più autentiche passioni
nel XIX secolo: ed è per questo che ci si annoia tanto in Francia. Si commettono le
crudeltà peggiori, ma senza crudeltà."
"Tanto peggio! - disse Julien; - almeno, quando si commettono dei delitti, bisogna
farlo con piacere: non hanno che questo di buono, e solo per questa ragione si
possono in parte giustificare."
La signorina de La Mole, dimenticando del tutto il contegno che doveva tenere, si
era ormai quasi messa in mezzo fra Altamira e Julien. Suo fratello, che le dava il
braccio, abituato a obbedirle, guardava altrove nella sala, e, per darsi un tono,
fingeva di essere bloccato dalla gente.
"Avete ragione - diceva Altamira; - si fa ogni cosa senza alcun piacere, e senza
neanche ricordarsene, persino i delitti. Vi potrei mostrare, in questa festa, forse
dieci uomini che saranno dannati in quanto assassini. Ma l'hanno dimenticato, e
l'ha dimenticato anche la gente.
Molti di questi signori si commuovono fino alle lacrime se il loro cane si rompe
una zampa. Al Père-Lachaise, quando si gettano dei fiori sulla loro tomba, per
usare una divertente espressione parigina, qualcuno di loro ci spiega che il
defunto riuniva in sé tutte le virtù dei prodi cavalieri, e ci parla delle grandi
gesta di qualche antenato vissuto al tempo di Enrico IV. Se, malgrado i buoni
uffici del principe di Araceli, non sarò impiccato, e potrò godermi le mie
ricchezze a Parigi, voglio farvi pranzare con otto o dieci assassini onorati e
privi di rimorsi.
Voi e io, a questa cena, saremo i soli a non avere le mani sporche di sangue, ma io
sarò disprezzato e quasi odiato, come un mostro sanguinario e giacobino, e voi
sarete disprezzato semplicemente come un uomo del popolo che si è intrufolato nella
buona società."
"Niente di più vero" disse Mathilde.
Altamira la osservò stupito; Julien non si degnò di guardarla.
"Notate che la rivoluzione di cui mi sono trovato a capo - continuò il conte
Altamira, - non è riuscita unicamente perché io non ho voluto far cadere tre teste
e distribuire ai nostri seguaci quei sette o otto milioni custoditi in una cassa di
cui avevo la chiave. Il mio re, che oggi arde dal desiderio di farmi impiccare, e
che prima della rivolta mi dava del tu, mi avrebbe conferito il gran cordone del
suo ordine se avessi fatto cadere quelle tre teste e distribuito quel denaro,
perché almeno avrei ottenuto un mezzo successo, e il mio paese avrebbe avuto, bene
o male, una costituzione... Così va il mondo, è una partita a scacchi."
"Allora - riprese Julien con uno sguardo infuocato - bon conoscevate il gioco;
ora...".
"Farei cadere delle teste, volete dire, e non sarei un girondino, come mi avete
fatto capire l'altro giorno?... Vi risponderò - disse Altaniira con un'aria triste,
- quando avrete ucciso un uomo in duello, il che è molto meno ignobile che farlo
giustiziare da un boia."
"Ma il fine giustifica i mezzi - disse Julien. - Se non fossi un atomo, se avessi
qualche potere, io farei impiccare tre uomini per salvarne quattro."
I suoi occhi esprimevano l'ardore della coscienza e il disprezzo per i vani giudizi
degli uomini; incontrarono quelli della signorina de La Mole, che ili era
vicinissima, e il disprezzo, ben lontano dal mutarsi in un'aria gentile, sembrò
diventare più intenso.
Mathilde ne fu profondamente ferita, ma ormai non era più in grado di cancellare
dalla sua mente Julien; si allontanò indispettita, trascinando con sé il fratello.
"Devo prendere un punch, e ballare a lungo - pensò; - voglio scegliere chi c'è di
meglio e far colpo ad ogni costo. Bene, ecco quel famoso impertinente, il conte de
Fervaques." Accettò il suo invito; ballarono. "Si tratta di vedere - pensò - chi
fra noi due sarà il più impertinente, ma, per potermi divertire meglio alle sue
spalle, dovrò farlo parlare." Ben presto tutti gli altri che partecipavano alla
contraddanza ballarono solo per darsi un contegno. Non volevano perdere neppure una
delle battute pungenti di Mathilde. Il conte de Fervaques era a disagio, e, non
trovando di meglio che qualche frase elegante, ma di contenuto banale, si faceva
scuro in volto. Mathilde, che era di pessimo umore, fu crudele con liti e se ne
fece un nemico. Ballò fino all'alba, e alla fine se ne andò terribilmente stanca.
Ma, in carrozza, usò le ultime energie che le restavano per alimentare la sua
tristezza e la sua infelicità. Era stata disprezzata da Julien e non poteva
disprezzarlo.
Julien era al colmo della felicità, rapito, senza rendersene conto, dalla musica,
dai fiori, dalle belle donne, dall'eleganza di ogni cosa in quel luogo; ma,
soprattutto, dalla sua stessa immaginazione, che lo portava a sognare onori per sé
e libertà per tutti.
"Che ballo magnifico! - disse al conte. - Non manca nulla."
"Manca il pensiero" rispose Altamira, e il suo volto tradiva quel disprezzo che si
fa più bruciante se le buone maniere impongono di dissimularlo.
"Ma voi siete qui, signor conte. Il pensiero continua a cospirare, non è vero?".
"Io sono qui per il mio nome. Ma il pensiero è odiato nei vostri salotti. Non deve
mai elevarsi oltre un'arguzia da vaudeville; in questo caso è premiato. Ma l'uomo
che pensa, se ha dell'energia e qualcosa di nuovo nelle sue uscite, voi lo chiamate
cinico. Non è forse così che un vostro giudice ha definito Courier? L'avete messo
in prigione, come Béranger. Da voi, se un uomo ha un'intelligenza che vale
qualcosa, la Congregazione lo porta alla polizia; e la gente di mondo applaude.
Questo accade perché la vostra società invecchiata apprezza soprattutto le forme...
Non vi innalzerete mai oltre il valore militare, avrete dei Murat, ma non dei
Washington. Non vedo che vanità, in Francia. Un uomo che abbia un po' di estro
nella conversazione, può lasciarsi facilmente sfuggire una battuta imprudente, e il
padrone di casa si crede disonorato."
A questo punto, la carrozza del conte, che riaccompagnava Julien, si fermò davanti
al palazzo de La Mole. Julien era come innamorato del suo cospiratore. Altamira gli
aveva fatto questo bel complimento, che evidentemente veniva da una convinzione
profonda: "Voi non avete la leggerezza francese, e capite il principio di utilità".
Proprio due giorni prima, Julien aveva visto Marino Faliero, la tragedia di Casimir
Delavigne. "Israel Bertuccio non ha forse più carattere di tutti quei nobili
veneziani? - si diceva il nostro plebeo ribelle; - e tuttavia sono persone la cui
provata nobiltà risale all'anno 700, un secolo prima di Carlo Magno, mentre le
origini dei più nobili che c'erano questa sera al ballo del duca de Retz non
risalgono, e per di più a stento, che al XIII secolo. Ebbene, in mezzo a quei
nobili veneziani, di nascita così illustre, ci si ricorda solo di Israel Bertuccio.
Una cospirazione annulla tutti i titoli dovuti ai capricci sociali. Un uomo assume
subito, in questo caso, il rango che gli assegna il suo modo di considerare la
morte. La stessa intelligenza perde il suo potere...
Che cosa sarebbe, oggi, Danton, in questo. secolo di Valenod e di Rênal? Nemmeno
sostituto procuratore del re...
Ma cosa dico? Si sarebbe venduto alla Congregazione; sarebbe ministro, perché in
fin dei conti il grande Danton ha rubato. Anche Mirabeau si è venduto. Napoleone
aveva rubato milioni in Italia, e senza questo la povertà l'avrebbe fermato, come
Pichegru. Solo La Fayette non ha mai rubato. E necessario rubare? Bisogna
vendersi?" si chiese Julien, e questa domanda troncò di colpo i suoi pensieri.
Passò il resto della notte a leggere la storia della Rivoluzione.
L'indomani, occupandosi delle sue solite lettere in biblioteca, continuava a
pensare a quella conversazione con il conte Altamira.
"Di fatto - si diceva, dopo aver molto fantasticato - se quei liberali spagnoli
avessero compromesso il popolo con qualche delitto, non li avrebbero spazzati via
così facilmente. Erano dei bambini orgogliosi e chiacchieroni... come me!
-esclamò a un tratto Julien, come svegliandosi di soprassalto. - Che cosa ho mai
fatto, io, di difficile, che mi dia il diritto di giudicare dei poveri diavoli, che
dopo tutto, almeno una volta nella loro vita, hanno osato, hanno cominciato ad
agire? Io sono come un uomo che alzandosi da tavola esclama: "Domani non mangerò; e
questo non m'impedirà di essere forte e allegro come oggi". Chi può immaginare ciò
che si prova a metà strada di una grande azione?"
Questi elevati pensieri furono turbati dall'arrivo improvviso della signorina de La
Mole, che entrava in biblioteca. Julien era talmente eccitato dalla sua ammirazione
per le straordinarie qualità di Danton, di Mirabeau, di Carnot, i quali avevano
saputo non essere dei vinti, che il suo sguardo si fermò su Mathilde, ma senza
pensare a lei, senza salutarla, quasi senza vederla. Finalmente, quando i suoi
grandi occhi spalancati si accorsero della sua presenza, il suo sguardo si spense.
La signorina de La Mole se ne accorse con amarezza.
Gli chiese un volume della Storia di Francia di Vély, che si trovava nell'ultimo
scaffale, e ciò lo costrinse a salire sulla scala più alta. Julien trovò il volume
e glielo diede, ma il suo pensiero era ancora lontano da lei. Rimettendo a posto la
scala, sempre assorto, urtò con il gomito un vetro della biblioteca; le schegge,
cadendo sul parquet, riuscirono finalmente a ridestarlo. Si affrettò a scusarsi con
la signorina de La Mole; volle essere cortese, ma fu soltanto cortese. Mathilde
vide con chiarezza che l'aveva disturbato, e che Julien avrebbe preferito restare
immerso nei suoi pensieri anziché parlare con lei. Dopo averlo guardato a lungo, se
ne andò lentamente. Julien la osservò camminare. Gli piaceva il contrasto fra la
semplicità dell'abito che indossava e la magnifica eleganza di quello della sera
prima. La differenza frate due fisionomie era quasi altrettanto sorprendente.
Mathilde, così altera al ballo del duca de Retz, aveva ora uno sguardo quasi
supplichevole. "Questo vestito nero - pensò Julien - mette davvero più in risalto
la bellezza della sua figura. Ha un portamento regale; ma perché è in lutto? Se ne
chiedessi a qualcuno il motivo, sarei criticato ancora per la mia goffaggine."
Julien era del tutto riemerso dalle profondità del suo entusiasmo. "Devo rileggere
tutte le lettere che ho scritto questa mattina - pensò. - Chissà quante parole
saltate e quante sciocchezze..." Mentre leggeva con forzata attenzione la prima
lettera, sentì vicinissimo il frusciare di un abito di seta; si voltò di scatto; la
signorina de La Mole era a due passi dal suo tavolo e rideva. Questa seconda
interruzione irritò Julien.
Mathilde aveva avvertito, accusando il colpo, che per Julien non rappresentava
nulla; ridendo, cercava di nascondere il suo imbarazzo, e ci riusciva.
"Evidentemente state pensando a qualcosa di molto interessante, signor Sorel. Non
sarà qualche curioso aneddoto sulla cospirazione che ci ha portato a Parigi il
conte di Altamira? Ditemi di che si tratta; ardo dal desiderio di saperlo; sarò
discreta, ve lo giuro!" Fu stupita delle sue stesse parole, mentre sentiva la sua
voce che le pronunciava. Stava dunque supplicando un inferiore! Il suo imbarazzo
aumentò, e aggiunse, con un'aria di leggerezza:
"Cosa sarà mai stato a fare di voi, solitamente così freddo, un essere ispirato,
una specie di profeta di Michelangelo?".
Questa domanda vivace e indiscreta ferì profondamente Julien e gli restituì tutta
la sua follia.
"Danton ha fatto bene a rubare? - le chiese bruscamente, e in un tono che via via
si faceva più feroce. - I rivoluzionari piemontesi e spagnoli avrebbero dovuto
compromettere il popolo con qualche delitto? Dare anche a gente senza meriti tutti
i gradi importanti dell'esercito, tutte le decorazioni? Gli individui insigniti di
queste onorificenze non avrebbero allora temuto il ritorno del re? Bisognava
saccheggiare il tesoro di Torino? In poche parole, signorina - disse avvicinandosi
a lei con un'aria tremenda, - colui che vuole cacciare dalla terra l'ignoranza e il
delitto deve passare come la tempesta e fare il male così come capita?".
Mathilde ebbe paura, non poté sostenere il suo sguardo, e indietreggiò un poco. Lo
osservò un istante; poi, vergognandosi della sua paura, uscì dalla biblioteca con
passo leggero.

X
La regina Margherita

Amore, da quale follia non sai trarre un piacere?


Lettere di una monaca portoghese

Julien rilesse le sue lettere. Quando la campana del pranzo si fece sentire, pensò:
"Come devo essere apparso ridicolo agli occhi di quella bambola parigina! Che
follia dirle ciò che pensavo realmente! Ma forse non è stata una follia così
grande. La verità, in questo caso, era degna di me. Perché, poi, interrogarmi su
cose intime? È stata indiscreta, sconveniente. I miei pensieri su Danton non fanno
parte delle mansioni per cui suo padre mi paga".
Entrando in sala da pranzo, Julien venne sottratto al suo malumore dal lutto
strettissimo della signorina de La Mole, tanto più sorprendente in quanto
nessun'altra persona della famiglia era vestita di nero.
Dopo pranzo, quella sorta di esaltazione che l'aveva preso per tutta la giornata
era ormai svanita. Per fortuna era presente l'accademico che conosceva il latino.
"Ecco l'uomo che non si burlerà di me come farebbero gli altri - pensò Julien, - se
la mia domanda sul lutto della signorina de La Mole, come presumo, è inopportuna."
Mathilde lo guardava con una strana espressione. "Ecco la civetteria delle donne
parigine, proprio come me l'aveva descritta la signora de Rênal - si disse Julien.
- Non sono stato gentile con lei questa mattina, non ho ceduto al suo capriccio di
chiacchierare con me. Così ai suoi occhi valgo di più. Certo, è diabolica. Più
tardi la sua sdegnosa alterigia saprà come vendicarsi. La spingo solo al peggio.
Che differenza con quello che ho perduto! Che naturalezza incantevole! Che
ingenuità! Conoscevo i suoi pensieri prima di lei, li vedevo nascere; non avevo per
antagonista, nel suo cuore, che la paura della morte dei suoi figli; era un affetto
normale, naturale, dolce anche per me che ne soffrivo. Sono stato uno sciocco. Le
idee che mi facevo di Parigi mi hanno impedito di apprezzare quella donna sublime.
Che differenza, mio Dio! E cosa trovo, qui? Solo una vanità arida e altera, tutte
le sfumature dell'amor proprio, e niente di più."
Si alzarono da tavola. "Non devo farmi sfuggire il mio accademico" si disse Julien;
gli si avvicinò mentre uscivano in giardino, assunse un'aria mite e sottomessa, e
condivise le sue ire contro il successo dell'Emani.
"Fossimo ancora al tempo delle lettres de cachet" gli disse.
"Allora non si sarebbe osato!" esclamò l'accademico con un gesto degno di Talma.
A proposito di un fiore, Julien citò le Georgiche di Virgilio, e trovò che i versi
dell'abate Delille erano incomparabili. Insomma, lusingò l'accademico in tutti i
modi. Dopo di che, con l'aria più indifferente, gli disse: "Suppongo che la
signorina de La Mole abbia ereditato da qualche zio del quale porta il lutto".
"Come! Siete di casa - rispose l'accademico fermandosi di colpo - e non conoscete
la sua mania? In effetti è strano che sua madre le permetta simili cose; ma, detto
fra noi, in questa casa non si brilla certo per forza di carattere. La signorina
Mathilde ne ha per tutti gli altri, e li domina. Oggi è il 30 aprile!", e
l'accademico si interruppe, guardando Julien con un'aria maliziosa. Julien sorrise,
con l'espressione più arguta che poté. "Che rapporto può esserci - si chiedeva -
tra il dominare tutti in casa, mettersi in nero, e il 30 aprile? Devo essere ancora
più maldestro di quanto pensassi."
"Vi confesserò..." disse l'accademico, e il suo sguardo era sempre interrogativo.
"Facciamo un giro in giardino - continuò, intravedendo con gioia l'occasione di un
lungo racconto forbito. - Ma come! È possibile che voi non sappiate cos'è accaduto
il 30 aprile 1574?".
"E dove?" disse Julien, sorpreso.
"In place de Grève."
Julien era stupito a tal punto, che anche queste parole non gli dissero nulla. La
curiosità, l'attesa di sapere qualcosa di interessante e tragico, a cui il suo
carattere era particolarmente disposto, gli davano quella luce negli occhi che a un
narratore piace tanto vedere in chi lo ascolta. L'accademico, entusiasta di trovare
un orecchio vergine, raccontò lungamente a Julien come fu che il 30 aprile 1574,
Boniface de La Mole, il più bel giovane del suo secolo, e il suo amico Annibale di
Coconasso, gentiluomo piemontese, furono decapitati in place de Grève. "La Mole era
l'amante adorato della regina Margherita di Navarra; e notate - aggiunse
l'accademico - che la signorina de La Mole si chiama Mathilde Marguerite. La Mole
era al tempo stesso il favorito del duca d'Alengon e l'intimo amico del re di
Navarra, che divenne poi Enrico IV, marito della sua amante. Il martedì grasso di
quell'anno 1574, la corte si trovava a Saint-Germain con il povero re Carlo IX, che
stava morendo. La Mole volle liberare i principi suoi amici, che la regina Caterina
de' Medici teneva a corte come prigionieri. Fece avanzare duecento cavalieri sotto
le mura di Saint-Germain, il duca d'Alenqon ebbe paura, e La Mole fu gettato nelle
mani del boia. Ma ciò che più ha colpito la signorina Mathilde, come lei stessa mi
ha confessato setto o otto anni fa, quando non ne aveva che dodici, perché è una
testa, una testa!... - e l'accademico levò gli occhi al cielo - Ciò che l'ha
colpita, in questa catastrofe politica, è che la regina Margherita di Navarra,
nascosta in una casa di place de Grève, osò far chiedere al boia la testa del suo
amante. E alla mezzanotte seguente portò via quella testa nella sua carrozza, e
andò a seppellirla con le sue mani in una cappella situata ai piedi della collina
di Montmartre."
"È mai possibile?" esclamò Julien, emozionato.
"La signorina Mathilde disprezza suo fratello, perché, come vedete, non pensa
affatto a tutta questa vecchia storia, e non si mette in lutto il 30 aprile. Dopo
quel famoso supplizio, per ricordare l'intima amicizia di La Mole per Coconasso, il
quale Coconasso, da italiano qual era, si chiamava Annibale, tutti gli uomini della
famiglia portano quel nome. E questo Coconasso - aggiunse l'accademico abbassando
la voce, - a detta dello stesso Carlo IX, era stato uno dei più crudeli assassini
del 24 agosto 1572... Ma come è possibile, caro Sorel, che ignoriate queste cose,
voi, che vivete in questa casa?".
"Ecco perché, due volte, a cena, la signorina de La Mole ha chiamato Annibale suo
fratello. Credevo di aver capito male."
"Era un rimprovero. È strano che la marchesa sopporti simili follie... Il marito di
questa ragazza ne vedrà delle belle!".
Queste parole furono seguite da cinque o sei frasi satiriche. La gioia e il senso
di complicità che brillavano negli occhi dell'accademico urtarono Julien. "Eccoci
come due domestici - pensò - occupati a dir male dei padroni. Ma non posso stupirmi
di nulla con questo accademico." Un giorno Julien l'aveva sorpreso in ginocchio
davanti alla marchesa de La Mole; le stava chiedendo la concessione di una
rivendita di tabacchi per un suo nipote di provincia.
La sera stessa, una cameriera della signorina de La Mole, che faceva la corte a
Julien, come un tempo Èlisa; lo convinse che la sua padrona non si metteva in lutto
per attirare gli sguardi. Era una bizzarria che aveva radici profonde nel suo
carattere. Amava davvero quel La Mole, amante riamato della regina più brillante
del secolo, e che morì perché aveva voluto restituire la libertà ai suoi amici. E
quali amici! Il primo principe del sangue ed Enrico IV.
Abituato alla naturalezza perfetta che distingueva sempre il comportamento della
signora de Rênal, Julien non vedeva che affettazione in tutte le donne di Parigi;
e, anche se poco disposto a un tono malinconico, non trovava niente da dire quando
era con loro. La signorina de La Mole fece eccezione.
Iniziò a non considerare più un segno di aridità del cuore quel genere di bellezza
legato a un nobile contegno. Ebbe lunghe conversazioni con Mathilde, che qualche
volta, dopo pranzo, passeggiava con lui in giardino, davanti alle finestre aperte
del salotto. Un giorno lei gli disse che stava leggendo d'Aubigné e Brantóme.
"Strana lettura - pensò Julien; - e la marchesa non le permette di leggere i
romanzi di Walter Scott!".
Un giorno Mathilde gli raccontò, con quegli occhi accesi di piacere che dimostrano
una sincera ammirazione, il gesto di una giovane donna, sotto il regno di Enrico
III, che aveva letto nei Mémoires di l'Ètoile: avendo scoperto l'infedeltà del
marito, lo aveva pugnalato.
L'amor proprio di Julien era lusingato. Una persona circondata da tanti omaggi, e
che, a quanto diceva l'accademico, dominava su tutta la famiglia, si degnava di
parlargli in un tono che poteva sembrare amichevole.
"Mi ero sbagliato - pensò ben presto Julien; - non si tratta di familiarità, sono
soltanto un confidente da tragedia, è il suo bisogno di parlare. In questa famiglia
io passo per un uomo dotto. Leggerò Brantôme, d'Aubigné, l'Ètoile. Sarò così in
grado di contestare qualcuno degli aneddoti di cui mi parla. Voglio uscire da
questo ruolo di confidente passivo."
Poco a poco le sue conversazioni con quella fanciulla, dal contegno al tempo stesso
così autorevole e disinvolto, divennero più interessanti. Julien dimenticava il suo
triste ruolo di plebeo ribelle. La trovava colta, e anche ragionevole. Le opinioni
che esponeva in giardino erano molto diverse da quelle manifestate in salotto. A
volte dimostrava con lui un entusiasmo e una franchezza che erano in perfetto
contrasto con il suo modo d'essere abituale, così altero e freddo.
"Le guerre della Lega sono il periodo eroico della Francia - gli diceva un giorno
con gli occhi scintillanti di intelligenza ed entusiasmo. - Allora, ognuno si
batteva per ottenere qualcosa che desiderava, per far trionfare il suo partito, e
non per guadagnare volgarmente una decorazione, come al tempo del vostro
imperatore. Dovrete convenire che c'erano meno egoismo e meschinità. Quel secolo mi
piace."
"E Boniface de La Mole ne fu l'eroe" disse Julien.
"Per lo meno fu amato come forse è dolce esserlo. Quale donna d'oggi non avrebbe
orrore di toccare la testa del suo amante decapitato?".
La signora de La Mole chiamò sua figlia.
L'ipocrisia, per essere utile, deve nascondersi; e Julien, come si è visto, aveva
fatto una mezza confidenza a Mathilde sulla sua ammirazione per Napoleone.
"Ecco l'immenso vantaggio che hanno su di noi - pensò Julien, restando solo in
giardino. - La storia dei loro antenati li eleva sopra i sentimenti volgari, e non
devono sempre pensare ai mezzi da procurarsi per vivere! Che miseria! - si disse
con amarezza. - Sono indegno di affrontare questi grandi temi. La mia vita non è
che un susseguirsi di ipocrisie, perché non ho mille franchi di rendita per
mantenermi."
"A cosa state pensando?" gli chiese Mathilde, che era tornata di corsa.
Julien era stanco di disprezzare se stesso. Per orgoglio, disse apertamente il suo
pensiero. Si fece tutto rosso in viso parlando della sua povertà a una persona
tanto ricca, e cercò di mettere bene in chiaro, con la fierezza del suo tono, che
non chiedeva niente. A Mathilde non era mai sembrato così bello; trovò in lui
un'espressione di sensibilità e di franchezza che spesso gli mancava.
Meno di un mese dopo, Julien passeggiava in giardino, pensieroso, ma il suo volto
non aveva più quell'aria dura e arrogante da filosofo che gli veniva dal suo senso
ossessivo di inferiorità. Aveva appena accompagnato fino alla porta del salotto la
signorina de La Mole, che diceva di essersi fatta male a un piede correndo con il
fratello.
"Si è appoggiata al mio braccio in un modo molto strano! -pensava Julien. - Sono un
vanitoso, o è vero che le piaccio? Mi ascolta con un'aria così dolce, anche quando
le rivelo tutte le sofferenze del mio orgoglio! Lei, che è tanto altera con tutti!
Sarebbero molto stupiti, in salotto, se la vedessero con quell'espressione in viso.
Sicuramente non ha con nessun altro quest'aria dolce e buona."
Julien si sforzava di non dare troppa importanza a quella singolare amicizia. La
paragonava a un'intesa armata. Ogni giorno, ritrovandosi, prima di riprendere il
tono quasi intimo del giorno precedente, sembravano chiedersi: "Oggi saremo amici o
nemici?". Aveva capito che lasciarsi offendere impunemente, anche una sola volta,
da quella ragazza così altera, significava perdere tutto. "Se devo litigare con
lei, non è forse meglio farlo di primo acchito, per difendere i diritti del mio
orgoglio, anziché per respingere i segni del disprezzo che seguirebbe ben presto al
minimo cedimento della mia dignità personale?".
Parecchie volte, quando era di cattivo umore, Mathilde cercò di assumere con lui un
tono da gran dama; metteva in quei tentativi molta abilità, ma Julien li respingeva
seccamente.
Un giorno la interruppe di colpo: "La signorina de La Mole ha qualche ordine da
dare al segretario di suo padre? - le disse. - Egli deve ascoltare i suoi ordini,
ed eseguidi rispettosamente; ma, per il resto, non è tenuto a rivolgerle una sola
parola. Non è pagato per comunicarle i suoi pensieri".
Questo modo di comportarsi e i suoi strani dubbi fecero sparire, in Julien, la noia
che lo aveva preso regolarmente in quel salotto, che era magnifico, ma dove si
aveva paura di tutto, e dove non era opportuno scherzare su nulla.
"Sarebbe divertente che mi amasse! Ma che mi ami o no - pensava Julien, - ho per
confidente intima una ragazza intelligente, davanti alla quale vedo tremare tutti
in questa casa, e, più di ogni altro, il marchese de Croisenois. Quel giovane così
gentile, così mite e coraggioso, che riunisce in sé tutti i privilegi delle sue
origini e della sua ricchezza, uno solo dei quali basterebbe a mettermi il cuore in
pace! Ne è innamorato pazzo, deve sposarla. Quante lettere mi ha fatto scrivere il
marchese ai due notai per definire il contratto! E io, che mi vedo così inferiore
quando ho la penna in mano, due ore dopo, qui in giardino, trionfo su quel
giovanotto tanto amabile: perché in fin dei conti le preferenze di Mathilde sono
evidenti, nette. Forse odia in lui un futuro marito. È così altera... E la
gentilezza che mi dimostra la ottengo a titolo di confidente subalterno!
Ma no, o sono pazzo, o lei mi fa la corte; più mi dimostro freddo e formale e più
mi viene a cercare. Potrebbe essere un partito preso, o affettazione; ma io vedo i
suoi occhi animarsi quando le compaio davanti all'improvviso. Le donne di Parigi
sanno fingere fino a questo punto? Cosa m'importa! Le apparenze sono dalla mia
parte, godiamo delle apparenze. Dio mio, com'è bella! Come mi piacciono quei grandi
occhi azzurri, visti da vicino, quando mi guardano in quel modo, come succede
spesso! Che differenza fra questa primavera e quella dell'anno scorso, quando
vivevo infelice, e resistevo con la forza della volontà, in mezzo a trecento
ipocriti sudici e cattivi! Ero cattivo quasi come loro."
Nei giorni di diffidenza: "Questa ragazza si prende gioco di me - pensava Julien. -
È d'accordo con suo fratello per ingannarmi. Ma ha l'aria di disprezzarne a tal
punto la mancanza di energia! "È coraggioso, e questo è tutto" mi dice. "Non ha una
sola idea che si discosti dalla moda." Tocca sempre a me prendere le sue difese.
Una ragazza di diciannove anni! È mai possibile, a quest'età, essere fedeli, ìn
ogni momento della giornata, all'ipocrisia che ci si è imposta? D'altra parte, ogni
volta che la signorina de La Mole fissa su di me i suoi grandi occhi azzurri con
quell'espressione particolare, il conte Norbert si allontana. La cosa mi
insospettisce; non dovrebbe indignarsi, vedendo che sua sorella dimostra una
predilezione per un domestico? Perché ho sentito il duca de Chaulnes definirmi
così". A quel ricordo la collera prese il posto di ogni altro sentimento. "Forse ha
parlato così, quel duca fanatico, solo perché gli piace esprimersi all'antica?".
"Ma è bella! - pensava ancora Julien lanciando sguardi da tigre. - L'avrò, e poi
andrò via, e guai a chi vorrà ostacolare la mia fuga!".
Questa divenne l'idea fissa di Julien, che non poteva più pensare ad altro. Le sue
giornate passavano veloci come ore.
Ogni volta che cercava di impegnarsi in qualche faccenda seria, il suo pensiero si
perdeva; tornava in sé un quarto d'ora dopo, con il cuore palpitante, la testa in
subbuglio, e si chiedeva: "Mi ama?".

XI
Il potere di una fanciulla

Ammiro la sua bellezza, ma temo la sua intelligenza.


MÈRIMÈE

Se Julien avesse osservato meglio la vita del salotto, anziché dedicare tanto tempo
a esagerare nella sua mente la bellezza di Mathilde, o a irritarsi contro la
naturale alterigia della sua famiglia, che lei dimenticava solo per lui, avrebbe
capito in che cosa consisteva il suo potere su ciò che la circondava. Se qualcuno
non le piaceva, lei sapeva punirlo con una battuta così efficace, tempestiva e
corretta in apparenza, che la ferita si faceva più acuta quanto più chi l'aveva
subita tornava a pensarci. E poco a poco diventava atroce per l'amor proprio
offeso.
Poiché non dava alcun valore a molte cose che erano oggetto di vivo desiderio nelle
altre persone della famiglia, ai loro occhi Mathilde sembrava molto fredda. I
salotti dell'aristocrazia sono piacevoli perché si può parlarne quando se ne esce,
tutto qui. La perfetta cortesia che vi regna offre qualche interesse solo i primi
giorni. Julien ne aveva fatto esperienza, dopo l'entusiasmo e lo stupore iniziali.
"La cortesia - pensava - non è altro che l'assenza di quella collera che una
cattiva educazione lascerebbe apparire." Mathilde si annoiava spesso, forse si
sarebbe annoiata ovunque. Preparare una frecciata era per lei una distrazione, e un
autentico piacere.
Forse era solo per trovare delle vittime un po' più divertenti dei suoi parenti
illustri, dell'accademico e di quei cinque o sei cortigiani della famiglia, che
aveva dato qualche speranza al marchese de Croisenois, al conte de Caylus e a due o
tre altri giovanotti tra i più in vista. Per lei, non erano altro che nuovi
bersagli delle sue battute.
Confesseremo con dispiacere, perché vogliamo bene a Mathilde, che aveva ricevuto
delle lettere da alcuni di loro, e qualche volta aveva anche risposto. Ma ci
affrettiamo ad aggiungere che il nostro personaggio è un'eccezione, rispetto ai
costumi del secolo. In genere non è la mancanza di prudenza che si può rimproverare
alle allieve del nobile convento del Sacré-Cceur.
Un giorno il marchese de Croisenois restituì a Mathilde una lettera abbastanza
compromettente che lei gli aveva scritto il giorno prima. Era convinto, con questo
gesto di grande accortezza, di aver fatto qualche passo avanti nel suo scopo. Ma
nelle sue lettere, Mathilde amava essere imprudente. E così non gli rivolse la
parola per sei settimane.
Si divertiva a leggere ciò che quei giovani le scrivevano; ma secondo lei dicevano
tutti le stesse cose. Si trattava sempre della passione più profonda e malinconica.
"Sono tutti quanti lo stesso uomo perfetto, pronto a partire per la Terra Santa -
diceva a sua cugina. - Conoscete qualcosa di più insipido? Ecco come sono le
lettere che riceverò tutta la vita! Lettere che cambiano solo ogni vent'anni,
secondo le tendenze alla moda. Dovevano essere meno incolori al tempo dell'Impero.
Allora tutti i giovani del gran mondo avevano visto o compiuto azioni in cui c'era
realmente qualcosa di grande. Il duca de N***, mio zio, era a Wagram."
"Che intelligenza occorre per tirare una sciabolata? E poi, quando l'hanno fatto,
ne parlano in continuazione!" disse la signorina de Sainte-Hérédité, cugina di
Madiilde.
"Ebbene, quei racconti mi piacciono. Trovarsi in una vera battaglia, una battaglia
di Napoleone, nella quale si ammazzavano diecimila soldati, voleva dire avere del
coraggio. Esporsi al pericolo eleva l'anima e la salva dalla noia in cui sembrano
immersi i miei poveri adoratori. Chi di loro pensa di fare qualcosa di
straordinario? Cercano di ottenere la mia mano. Che bell'impresa! Io sono ricca, e
mio padre favorirà suo genero. Ah! Se almeno ne trovasse uno un po' divertente!".
Il modo di vedere, così vivace, setto, pittoresco, di Mathilde, si rifletteva anche
sul suo linguaggio, come abbiamo visto. Certe sue frasi sembravano stonate ai suoi
impeccabili amici. Sarebbero anche arrivati ad ammettere, se fosse stata meno alla
moda, che le sue battute avevano qualcosa di troppo colorito per la delicatezza
femminile.
Mathilde, da parte sua, era molto ingiusta verso i bei cavalieri che popolano il
Bois de Boulogne. Guardava all'avvenire non con terrore, che sarebbe stato almeno
un sentimento vivo, ma con un disgusto ben raro alla sua età.
Cosa poteva desiderare? La ricchezza, la nobiltà, l'intelligenza, la bellezza: a
quanto si diceva, e a quanto lei stessa credeva, le mani del caso avevano riunito
in lei tutti questi doni.
Tali erano i pensieri cella più invidiata ereditiera del faubourg Saint-Gerniain,
quando cominciò a trovar piacere in quelle passeggiate con Julien. Rimase stupita
dal suo orgoglio; ne ammirò l'abilità. "Riuscirà a diventare vescovo come l'abate
Maury" pensava.
Ben presto la resistenza sincera, e non recitata, che il nostro eroe opponeva molto
spesso alle sue idee, occupò i suoi pensieri. Raccontava alla sua amica i minimi
dettagli di quelle conversazioni, e le sembrava di non riuscire mai a renderne
adeguatamente il senso e il tono.
Un'idea la illuminò all'improvviso: "Ho la fortuna di amare - si disse un giorno
con un trasporto di gioia incredibile. - Io amo, amo, è chiaro! Alla mia età, una
ragazza bella, intelligente, dove può trovare delle sensazioni se non nell'amore?
Per quanto faccia, non amerò mai Croisenois, Caylus, e tutti quanti. Sono perfetti,
forse troppo perfetti: insomma, mi annoiano".
Ripassò nella sua mente tutte le descrizioni della passione che aveva letto in
Manon Lescaut, nella Nouvelle Héloise, nelle Lettere di una monaca portoghese, e
così via. Tutto ciò riguardava, beninteso, la grande passione; un amore leggero
sarebbe stato indegno di una ragazza della sua età e della sua nascita. Mathilde
chiamava amore solo quel sentimento eroico che si incontrava in Francia al tempo di
Enrico III e di Bassompierre. Un amore che non indietreggiava vilmente davanti agli
ostacoli; ma che, al contrario, spingeva a fare grandi cose. "Che disgrazia, per
me, che non ci sia una vera corte, come quella di Caterina de' Medici o di Luigi
XIII! Mi sento all'altezza di tutto ciò che vi è di più audace e di più grande.
Cosa non saprei fare di un re coraggioso, come Luigi XIII, che sospirasse ai miei
piedi. Lo porterei in Vandea, come dice così spesso il barone de Tolly, e di là
riconquisterebbe il suo regno; allora niente più costituzione... E Julien sarebbe
dalla mia parte. Che cosa gli manca? Un nome e la ricchezza. Ma si farebbe un nome,
guadagnerebbe la ricchezza.
Non manca nulla a Croisenois, e per tutta la vita non sarà che un duca un po' ultra
e un po' liberale, un essere indeciso, sempre lontano dagli estremi, e di
conseguenza sarà il secondo ovunque.
Quale grande azione non è qualcosa di estremo nel momento in cui viene intrapresa?
Solo quando è già compiuta sembra possibile alla gente comune. Sì, è l'amore, con
tutti i suoi miracoli, che regnerà nel mio cuore; lo sento dal fuoco che mi anima.
Il cielo mi doveva questa grazia. Non avrà assommato invano tutti i privilegi in
una sola persona. La mia felicità sarà degna di me. Le mie giornate non saranno più
così freddamente uguali. C'è già della grandezza, dell'audacia, nel coraggio di
amare un uomo così lontano da me per la sua condizione sociale. Vediamo: continuerà
a meritarmi? Alla prima debolezza che vedrò in lui, lo abbandonerò. Una ragazza che
ha un nome come il mio, e con il carattere cavalleresco che mi si attribuisce - era
un giudizio di suo padre - non deve comportarsi come una sciocca. E non è questa la
parte che farei, se amassi il marchese de Croisenois? Sarebbe una ripetizione della
felicità delle mie cugine, che disprezzo totalmente. So in anticipo tutto quello
che mi direbbe quel povero marchese, tutto quello che gli dovrei rispondere. Che
cos'è un amore che fa sbadigliare? Tanto varrebbe essere una bigotta. Alla firma
del contratto avverrebbe come per la minore delle mie cugine, con i nonni che si
commuovono, sempre che non siano di cattivo umore per un'ultima condizione
introdotta il giorno prima nel contratto dal notaio della parte avversa".

XII
Che sia un Danton?

Il bisogno d'ansietà, era questo il curattere della bella Margherita di Valois, mia
zia, che sposò il re di Navarra, che è oggi re di Francia con il nome di Enrico IV.
Il bisogno di rischiare era il segreto del carattere di questa amabile principessa;
di qui le sue liti e le sue riconciliazioni con i fratelli, fin dall'età di sedici
anni. Ora, cosa può mettere in gioco una fanciulla? Quello che ha di più prezioso:
la sua reputazione, il rispetto per tutta la sua vita.
Memorie del duca di Angoulême, figlio naturale di Carlo IX
"Tra Julien e me non c'è nessun contratto da firmare, nessun notaio; tutto è
eroico, tutto sarà figlio del caso. Tranne la nobiltà, che gli manca, questo è
l'amore di Margherita di Valois per il giovane La Mole, l'uomo di maggior spicco
del suo tempo. È forse colpa mia se i giovani della corte sono così legati alle
convenienze, e impallidiscono alla sola idea della minima avventura un po'
singolare? Un viaggetto in Grecia o in Africa è per loro il colmo dell'audacia, e
per di più non sanno muoversi che in truppa. Non appena si trovano da soli, hanno
paura, non della lancia del Beduino, ma del ridicolo, e questa paura li fa
impazzire. Al mio Julien, invece, non piace agire che da solo. A quest'essere
privilegiato non passa neppure per la testa di cercare l'appoggio o l'aiuto degli
altri, mai! Disprezza gli altri, ed è per questo che io non lo disprezzo.
Se, pur essendo povero, Julien fosse nobile, il mio amore non sarebbe che una
volgare sciocchezza, un insensato legame con un uomo socialmente inferiore; no, non
lo vorrei; non ci sarebbe nulla di ciò che caratterizza le grandi passioni: le
immense difficòltà da superare e l'oscura incertezza dell'esito."
La signorina de La Mole era talmente presa da questi bei ragionamenti, che
l'indomani, senza rendersene conto, faceva gli elogi di Julien al marchese de
Croisenois, e a suo fratello. Fu così eloquente che riuscì a irritarli.
"State attenta a quel giovanotto, che ha tanta energia! - esclamò Norbert. - Se
ricomincia la rivoluzione ci farà ghigliottinare tutti."
Mathilde sì guardò bene dal rispondere, e si affrettò a prendere in giro suo
fratello e il marchese de Croisenois per la paura che avevano dell'energia. Non è
altro, in fondo, che la paura di incontrare l'imprevisto, che il timore di trovarsi
inermi di fronte all'imprevisto.
"Sempre, sempre, signori, la paura del ridicolo, un mostro che, sfortunatamente, è
morto nel 1816."
"Non esiste più il ridicolo - diceva il signor de La Mole - in un paese dove ci
sono due partiti."
Sua figlia aveva capito il concetto.
"Così, signori miei - diceva ai nemici di Julien, - dopo che avrete avuto una gran
paura per tutta la vita, vi sentirete dire:
Non era un lupo, ma solo la sua ombra."
Poco dopo Mathilde li lasciò. Le parole di suo fratello le facevano orrore, le
davano molta inquietudine; ma dal giorno dopo vedeva già in esse la lode più bella.
"In questo secolo, nel quale ogni energia è morta, la sua energia mette loro paura.
Gli dirò la frase di mio fratello; voglio vedere come risponderà. Ma sceglierò uno
di quei momenti in cui i suoi occhi brillano. Così non potrà mentirmi."
"Che sia un Danton? - si disse poi Mathilde, uscendo dal suo vago fantasticare. -
Ebbene, se ricominciasse la rivoluzione, che ruolo avrebbero Croisenois e Norbert?
È già scritto: quello di una sublime rassegnazione. Sarebbero pecore eroiche, si
lascerebbero sgozzare senza dire una parola. Morendo, il loro unico timore sarebbe
ancora quello di non apparire di cattivo gusto. Il mio piccolo Julien farebbe
saltare le cervella al giacobino che venisse ad arrestarlo, anche se avesse solo la
minima speranza di salvarsi. Non ha paura di sembrare di cattivo gusto, lui."
Quest'ultima considerazione la rese pensierosa; nsvegliava in lei dei penosi
ricordi, e le tolse tutta la sua audacia. Si ricordava delle battute di Caylus, di
Croisenois, di Luz, e di suo fratello. Quei signori rimproveravano unanimi a Julien
la sua aria da prete: umile e ipocrita.
"Ma - riprese subito dentro di sé Mathilde, con gli occhi che le brillavano di
gioia - l'asprezza e la frequenza di certe battute provano, a dispetto di chi le
pronuncia, che Julien è l'uomo più notevole che abbiamo incontrato quest'inverno.
Che importanza hanno i suoi errori, i suoi lati ridicoli? Ha in sé qualcosa di
grande, e se ne sentono urtati, loro, che sono così buoni e indulgenti. D'accordo,
è povero, ha studiato per diventare un prete, e loro sono comandanti di squadrone,
e non hanno avuto bisogno di studiare; è molto più comodo.
Malgrado tutti gli svantaggi di quel suo eterno abito nero e di quell'aria da prete
- che deve pur avere, povero ragazzo, se non vuole morire di fame, - hanno paura
delle sue qualità, è assolutamente chiaro. E anche quell'espressione da prete
sparisce se restiamo per qualche istante insieme. Quando quei signori dicono. una
frase che credono sorprendente ed arguta, la loro prima occhiata non è forse per
Julien? Me ne sono accorta benissimo. Eppure lo sanno che non parla mai con loro se
non è interrogato. Solo a me rivolge la parola, perché mi giudica d'animo elevato.
Non risponde alle loro obiezioni, se non quel tanto che esige la buona educazione.
Poi torna a farsi contegnoso. Con me discute per ore intere, e non è sicuro delle
sue idee finché ho ancora qualcosa da obiettargli. Comunque, per tutto l'inverno,
non è accaduto nulla di speciale, non una fucilata: ci si poteva far notare solo
con le parole. Ebbene, mio padre, uomo superiore, e che porterà lontano le sorti
della nostra famiglia, rispetta Julien. Tutti gli altri lo odiano, nessuno lo
disprezza, tranne le bigotte amiche di mia madre."
Il conte de Caylus aveva, o fingeva di avere, una grande passione per i cavalli;
passava la sua vita in scuderia, dove spesso faceva anche colazione. Questa grande
passione, unita alla sua abitudine di non ridere mai, gli aveva procurato molta
stima da parte dei suoi amici: era l'aquila del gruppo.
Il giorno dopo, quando si trovarono riuniti dietro la poltrona della signora de La
Mole, Caylus, in assenza di Julien, e sostenuto da Croisenois e da Norbert, attaccò
vivacemente la buona opinione che Mathilde aveva di lui; iniziò a farlo senza alcun
pretesto e quasi al momento stesso in cui la vide entrare. Lei se ne accorse a un
miglio di distanza, e se ne compiacque.
"Eccoli tutti d'accordo - pensò - contro un uomo di genio che non ha neppure dieci
luigi di rendita, e che non può rispondere loro se non quando è interrogato. Lo
temono con quel suo abito nero. Cosa succederebbe se avesse le spalline?".
Non era mai stata più brillante. Fin dai primi attacchi, coprì di arguti sarcasmi
Caylus e i suoi alleati. Quando quegli ufficiali cessarono i loro motteggi, disse a
Caylus:
"Se domani qualche signorotto di montagna della Franca Contea si accorgesse che
Julien è suo figlio naturale, e gli desse un nome e qualche migliaio di franchi, in
sei settimane avrebbe dei baffi come i vostri, signori miei, e tra sei mesi sarebbe
un ufficiale degli ussari come voi. E allora la grandezza del suo carattere non
sarebbe più qualcosa di ridicolo. Vedo che siete ridotto, signor futuro duca, a
questo vecchio e cattivo argomento; la nobiltà di corte è superiore a quella di
provincia. Ma cosa direste, se volessi farvi arrabbiare, se avessi la malizia di
attribuire a Julien, come padre, un duca spagnolo, prigioniero di guerra a Besançon
dal tempo di Napoleone, e che, per uno scrupolo di coscienza, lo riconosce sul
letto di morte?".
Le sue supposizioni su una nascita illegittima di Julien furono trovate di pessimo
gusto da Caylus e Croisenois. Nelle parole di Mathilde non seppero vedere altro.
Per quanto Norbert fosse dominato da lei, le parole della sorella erano state così
chiare che assunse un'aria grave, tutt'altro che adatta, occorre dirlo, alla sua
fisionomia buona e sorridente. Ebbe il coraggio di obiettare qualcosa.
"Non vi sentite bene, mio caro? - gli disse Mathilde con un'arietta seria. - Dovete
sentirvi male davvero per rispondere a delle battute scherzose facendo la morale,
Voi, fare la morale! Cercate forse un posto di prefetto?".
Mathilde dimenticò ben presto l'espressione risentita di Caylus, il malumore di
Norbert e la disperazione silenziosa di Croisenois. Doveva risolvere un dubbio
atroce che si era impadronito di lei.
"Julien è abbastanza sincero con me - pensò; - alla sua età, in una condizione
inferiore, infelice com'è, a causa di un'ambizione straordinaria, ha bisogno di
un'amica. Io, forse, sono quest'amica, ma non vedo amore in lui. Con l'audacia del
suo carattere, me ne avrebbe parlato."
Quest'incertezza, questo discorso serrato con se stessa, da quel momento occupò
senza tregua Mathilde, che trovava nuovi spunti ogni volta che Julien le parlava,
vedendo svanire le crisi di noia che l'avevano afflitta così spesso.
Figlia di un uomo d'ingegno che poteva diventare ministro, e restituire al clero le
sue terre, la signorina de La Mole era stata oggetto delle più esagerate lusinghe
al collegio del Sacré-Coeur. È una disgrazia irreparabile. L'avevano convinta che
per i suoi privilegi di nascita, di ricchezza, ecc., doveva essere più felice di
ogni altra. È questa l'origine del tedio dei principi e di tutte le loro pazzie.
Mathilde non era sfuggita alla funesta influenza di quest'idea. A dieci anni, anche
se molto intelligenti, non si può stare all'erta contro le adulazioni di un intero
collegio, tanto meno se appaiono ben fondate.
Da quando aveva deciso che amava Julien, non si annoiò più. Ogni giorno si
rallegrava con se stessa per la risoluzione che aveva preso: concedersi una grande
passione. "È un divertimento molto pericoloso - pensava. - Tanto meglio! Mille
volte meglio! Senza una grande passione languivo di noia nel periodo più bello
della vita, tra i sedici e i vent'anni. Ho già perduto i miei anni migliori,
costretta, ed era il mio solo svago, ad ascoltare le sciocchezze delle amiche di
mia madre, che a Coblenza, nel 1792, non erano affatto, sembra, così severe come i
loro discorsi di oggi."
Mentre queste grandi incertezze agitavano Mathilde, Julien non capiva il senso dei
suoi lunghi sguardi. Aveva notato che il conte Norbert lo trattava molto più
freddamente ed era aumentata l'alterigia di Caylus, Luz e Croisenois. Ma vi era
abituato. Era una disgrazia che gli capitava qualche volta dopo una serata in cui
si era fatto notare più di quanto non convenisse alla sua posizione. Senza la
particolare accoglienza che gli riservava Mathilde e la curiosità che tutto
quell'ambiente gli suscitava, avrebbe evitato di seguire in giardino quei brillanti
giovanotti coi baffi, quando vi accompagnavano dopo pranzo la signorina de La Mole.
"Sì, non me lo posso nascondere - pensava Julien, - mi guarda in un modo singolare.
Ma anche quando i suoi begli occhi azzurri mi osservano con il più grande
abbandono, vi leggo sempre qualcosa che mi esamina, un fondo di freddezza e
cattiveria. Come potrebbe essere amore? Che differenza con gli sguardi della
signora de Rénall".
Un giorno, dopo pranzo, Julien aveva seguito il marchese nel suo studio, ed era poi
tornato rapidamente in giardino. Mentre si avvicinava senza indugi al gruppo della
signorina de La Mole, colse qualche parola pronunciata ad alta voce. Mathilde stava
maltrattando suo fratello. Julien udì due volte il proprio nome, distintamente. Lo
videro, e d'improvviso ci fu un silenzio profondo, che qualcuno cercò invano di
interrompere. Mathilde e suo fratello erano troppo infervorati per trovare un altro
argomento di conversazione. Caylus, Croisenois, Luz e un loro amico parvero a
Julien di una freddezza glaciale. Si allontanò.

XIII
Un complotto

Frasi scucite e incontri casuali si trasformano in prove di evidenza estrema agli


occhi di un uomo di immaginazione, se ha del fuoco nel cuore.
SCHILLER

L'indomani sorprese ancora Norbert e sua sorella mentre parlavano di lui. Al suo
arrivo scese un silenzio mortale, come il giorno prima. I suoi sospetti non ebbero
più limiti. "Questi cari giovani hanno forse pensato di prendermi in giro? Bisogna
ammettere che sarebbe molto più probabile, molto più naturale, di una presunta
passione della signorina de La Mole per un povero diavolo di segretario. E poi,
gente del genere può avere delle passioni? Mistificare è il loro forte. Sono gelosi
della mia misera superiorità di parola. E l'essere gelosi è una loro debolezza. In
questo sistema di cose, tutto si spiega. La signorina de La Mole vuole convincermi
che ha una predilezione per me solo per darmi in spettacolo al suo pretendente."
Questo crudele sospetto cambiò completamente la sua disposizione di spirito: aveva
trovato nel suo cuore un amore che stava nascendo e non ebbe difficoltà a
distruggerlo. Era un amore fondato soltanto sulla rara bellezza di Mathilde, o
meglio sui suoi modi da regina e sulla sua eleganza. In questo Julien era ancora un
parvenu. A quanto si dice, una bella donna del gran mondo colpisce più d'ogni altra
cosa un contadino intelligente che arriva ai livelli più alti della società. Non
era il carattere di Mathilde che aveva fatto sognare Julien nei giorni precedenti.
Aveva abbastanza buon senso per rendersi conto che non conosceva affatto quel
carattere. Tutto ciò che ne vedeva poteva anche essere soltanto apparenza.
Ad esempio, per nessuna ragione al mondo Mathilde avrebbe mancato alla messa
domenicale, e quasi ogni giorno accompagnava in chiesa sua madre. Se, nel salotto
di palazzo de la Mole, qualche imprudente si dimenticava il luogo in cui si
trovava, e si permetteva l'allusione scherzosa anche più vaga contro gli interessi
veri o supposti del trono o dell'altare, Mathilde si faceva all'istante di una
serietà glaciale. Il suo sguardo, che era così acuto, riprendeva in quei casi tutta
l'impassibile alterigia di un vecchio ritratto di famiglia.
Ma Julien sapeva con certezza che Mathilde aveva sempre in camera sua uno o due dei
volumi più filosofici di Voltaire. Anche lui rubava spesso qualche tomo della bella
edizione così magnificamente rilegata. Distanziando un po' i volumi l'uno
dall'altro, riusciva a nascondere la mancanza di quello che aveva sottratto, ma
presto si era accorto che un'altra persona leggeva Voltaire. Ricorse allora a
un'astuzia da seminario, mettendo qualche pezzetto di crine sui volumi che pensava
potessero interessare la signorina de La Mole. Sparivano per intere settimane.
Il marchese, spazientito con il suo libraio, che gli mandava tutte le false
Memorie, incaricò Julien di acquistare le novità un po' stuzzicanti. Ma perché il
loro veleno non si diffondesse in casa, il segretario aveva l'ordine di collocare
questi volumi in una piccola libreria che si trovava nella camera stessa del
marchese. Julien ebbe ben presto la certezza che quei libri, se appena mostravano
una minima ostilità per il trono o per l'altare, sparivano in breve tempo. Di certo
non era Norbert a leggerli.
Julien, dando un'importanza eccessiva a questo fatto, attribuiva alla signorina de
La Mole una doppiezza machiavellica. Questa supposta scelleratezza era per lui
un'attrazione, quasi il solo pregio morale che riconoscesse in lei. La noia per
l'ipocrisia e per tutti i discorsi virtuosi lo spingeva a questo eccesso.
Più che l'amore, lo trascinava l'immaginazione.
Solo dopo essersi perduto in fantasticherie sull'eleganza della figura di Mathilde,
sul gusto eccellente dei suoi abiti, sul candore delle sue mani, sulla bellezza
delle sue braccia, sulla disinvoltura di tutti i suoi movimenti, si sentiva
innamorato. Allora, per completarne il fascino, la credeva una Caterina de' Medici.
Non c'era niente di troppo profondo o di troppo scellerato per il carattere che le
attribuiva. Era l'ideale dei Maslon, dei Frilair e dei Castanède, che la sua
giovinezza aveva tanto ammirato. In poche parole, era per lui l'ideale di Parigi.
C'è stato mai qualcosa di più divertente del supporre profondità o scelleratezza
nel carattere parigino?
"Forse questo trio si prende gioco di me" pensava Julien. Conoscete ben poco il suo
carattere, se già non vedete l'espressione cupa e fredda che assunsero i suoi
sguardi rispondendo a quelli di Mathilde. Un'amara ironia respinse le dimostrazioni
di amicizia che la signorina de La Mole, stupita, azzardò due o tre volte.
Stimolato da questa improvvisa stranezza, il cuore di Mathilde, per natura freddo,
annoiato, sensibile solo all'intelligenza, provò tutta la passione che gli
consentiva la sua indole. Ma c'era anche molto orgoglio nel'suo carattere, e la
nascita di un sentimento che faceva dipendere da un altro essere tutta la sua
felicità fu accompagnata da una cupa tristezza.
Julien aveva già fatto sufficiente esperienza, dal suo arrivo a Parigi, per capire
che non si trattava dell'arida tristezza che viene dalla noia. Non era più
desiderosa, come prima, di serate, spettacoli, svaghi di ogni sorta, anzi li
sfuggiva.
La musica cantata dai francesi annoiava a morte Mathilde, e tuttavia Julien, che si
faceva un dovere di assistere all'uscita dall'Opéra, notò che vi si faceva
accompagnare più spesso che poteva. Gli parve che avesse perduto un po' di quella
perfetta misura che brillava in ogni sua azione. A volte rispondeva ai suoi amici
con battute così sferzanti da risultare offensive. Gli parve anche che avesse preso
in antipatia il marchese de Croisenois. "Questo giovane deve amare follemente il
denaro, se non la pianta all'istante, per quanto ricca sia!" pensò Julien. Da parte
sua, indignato dagli oltraggi fatti alla dignità maschile, diventò ancora più
freddo verso Mathilde, e arrivò spesso a risponderle in modo poco cortese.
Per quanto fosse deciso a non farsi ingannare dai segni d'interesse che gli
mostrava Mathilde, in certi giorni questi erano talmente evidenti, e Julien, i cui
occhi cominciavano ad aprirsi, la trovava così bella che ne restava a volte
imbarazzato.
"L'accortezza e la longanimità di questi giovani del gran mondo finirebbero con
l'avere la meglio sulla mia poca esperienza - pensò; - devo partire, mettere fine a
tutto questo." Il marchese gli aveva da poco affidato l'amministrazione di numerosi
terreni e di case che possedeva in Linguadoca. Un viaggio era necessario, ma il
signor de La Mole acconsentì a malincuore. Infatti, ad eccezione di ciò che
riguardava le sue maggiori ambizioni, Julien era diventato per lui un alter ego.
"In fin dei conti non me l'hanno fatta - pensava Julien preparando la sua partenza.
- Che le frecciate della signorina de La Mole avessero davvero per bersaglio quei
signori, o che avessero il solo scopo di ispirarmi fiducia, comunque mi hanno
divertito. Se non c'è nessuna congiura contro il figlio del carpentiere, la
signorina de La Mole si comporta in modo inspiegabile: sia con me che con il
marchese de Croisenois. Ieri, per esempio, il suo malumore era senz'altro
autentico, e ho avuto il piacere di far ingoiare un rospo per il favore di cui godo
a un giovane tanto nobile e ricco quanto io sono miserabile e plebeo. Ecco il più
bello dei miei successi; mi terrà allegro nel mio viaggio in corriera, nelle
pianure della Linguadoca."
Julien aveva tenuto segreta la sua partenza, eppure Mathilde sapeva meglio di lui
che avrebbe lasciato Parigi il giorno dopo, e per molto tempo. Con la scusa di un
tremendo mal di testa, che l'aria soffocante del salotto rendeva insopportabile,
andò a passeggiare in giardino, dove continuò a bersagliare con le sue battute
taglienti Norbert, il marchese de Croisenois, Caylus, Luz e alcuni altri giovani
che avevano pranzato in casa de La Mole, tanto che li costrinse ad andarsene.
Guardava Julien in modo strano.
"Forse questo sguardo è una commedia - pensò Julien. - Ma quel respiro affannoso, e
quel turbamento! Bah! Chi sono, io, per giudicare tutte queste cose? È la più
raffinata e sublime fra le donne di Parigi. Quel respiro affannoso, che mi ha quasi
commosso, l'avrà imparato da Léontine Fay, che le piace tanto."
Erano rimasti soli; la conversazione languiva in modo evidente. "No, Julien non
prova niente per me" si diceva Mathilde, davvero infelice.
Mentre la stava salutando, gli strinse il braccio con forza:
"Questa sera riceverete una mia lettera" gli disse con una voce così alterata da
risultare irriconoscibile. Julien ne fu commosso.
"Mio padre - continuò Mathilde - ha una giusta considerazione per i servigi che gli
rendete. Bisogna che non partiate domani; trovate un pretesto." E si allontanò di
corsa.
La sua figura era incantevole. Era impossibile avere un piede più delizioso.
Correva con una grazia tale che Julien ne fu rapito. Ma chi potrebbe indovinare
quale fu il suo secondo pensiero quando Mathilde era già scomparsa? Era rimasto
offeso dal tono imperativo con il quale aveva pronunciato quella parola, bisogna.
Anche Luigi XV, in punto di morte, fu molto urtato dalla parola bisogna,
maldestramente usata dal suo primo medico, e tuttavia Luigi XV non era un parvenu.
Un'ora dopo, un domestico consegnò una lettera a Julien; era un'esplicita
dichiarazione d'amore.
"Non c'è una particolare affettazione nello stile" si disse Julien, che cercava,
facendo delle osservazioni letterarie, di frenare la gioia che gli faceva contrarre
le gote e lo spingeva a ridere suo malgrado.
"Dunque, io - esclamò a un tratto, non potendo trattenere la forza della sua
passione, - io, povero contadino, ricevo una dichiarazione d'amore da una gran
dama!".
"Quanto a me, non c'è male - aggiunse, cercando di reprimere più che poteva la sua
gioia. - Ho saputo conservare la dignità del mio carattere. Non ho detto che
l'amavo", e si mise a studiare la calligrafia della lettera; la signorina de La
Mole aveva una bella, minuta scrittura inglese. Julien aveva bisogno di
un'occupazione fisica per distrarsi da una gioia che sfiorava il delirio.
"La vostra partenza mi costringe a parlare... Non vedervi più sarebbe superiore
alle mie forze."
Un pensiero colpì Julien come una scoperta, gli fece interrompere l'esame che stava
facendo della lettera di Mathilde ed aumentò la sua gioia. "Io trionfo sul marchese
de Croisenois - esclamò, - io, che parlo solo di cose serie! E lui è così bello! Ha
i baffi, una magnifica uniforme; trova sempre, al momento giusto, una battuta fine
e spiritosa."
Julien visse momenti deliziosi; vagava a caso nel giardino, pazzo di gioia.
Più tardi salì nel suo studio e si fece annunciare al marchese, che per fortuna non
era uscito. Lo convinse facilmente, mostrandogli delle carte bollate giunte dalla
Normandia, che le cause normanne di cui doveva occuparsi lo obbligavano a rimandare
la partenza per la Linguadoca.
"Sono molto lieto che non partiate - gli disse il marchese quando ebbero finito di
parlare d'affari. - Mi fa piacere vedervi." Julien uscì; quest'ultima frase lo
aveva messo a disagio.
"E io sto per sedurre sua figlia! per rendere forse impossibile il matrimonio con
il marchese de Croisenois, il sogno che accarezza: se lui non diventa duca, almeno
sua figlia avrà diritto a uno sgabello a corte." Julien ebbe allora l'idea di
partire per la Linguadoca nonostante la lettera di Mathilde, nonostante le
spiegazioni che aveva dato al marchese. Ma questo lampo di virtù svanì ben presto.
"Come sono buono - si disse; - io, plebeo, aver pietà di una famiglia di questo
rango! Io, che il duca de Chaulnes chiama domestico! Come fa il marchese ad
aumentare la sua immensa ricchezza? Vendendo dei titoli quando viene a sapere a
corte che per il giorno dopo si teme un colpo di stato. E io, gettato sul gradino
sociale più basso da una provvidenza matrigna, che mi ha dato un cuore nobile e
neppure mille franchi di rendita, il che significa neppure il pane, proprio così,
neppure il pane, io, dovrei rifiutare un piacere che mi viene offerto! Una limpida
fonte che viene a placare la mia sete nell'arido deserto di una mediocrità che sto
attraversando così penosamente. Beh, non sarò tanto sciocco! Ognuno per sé, in
questo deserto di egoismo che si chiama la vita."
Si ricordò allora di certi sguardi pieni di disprezzo che aveva subito dalla
signora de La Molé, e soprattutto dalle gran dame sue amiche. Il piacere di
trionfare sul marchese de Croisenois venne a completare la disfatta di quel barlume
di virtù.
"Come vorrei che si offendesse! - pensò Julien, - con quale sicurezza gli
assesterei ora un colpo di spada - e mimò il gesto di un affondo di seconda. -
Prima non ero che un misero pedante che approfittava bassamente di un po' di
coraggio. Dopo questa lettera sono un suo pari."
"Sì - diceva a se stesso con voluttà infinita e parlando lentamente, - i nostri
meriti, quelli del marchese e i miei, sono stati pesati, e il povero carpentiere
del Giura ha avuto la meglio. Ecco! - esclamò. - Ecco la firma della mia risposta!
Non crediate, signorina de La Mole, che io dimentichi la mia condizione. Vi farò
capire, e sentire, che è per il figlio di un carpentiere che tradite un discendente
del famoso Guy de Croisenois, che seguì san Luigi alla crociata."
Julien non riusciva a controllare la sua gioia. Dovette scendere in giardino,
perché la sua stanza, dove si era chiuso a chiave, gli sembrava troppo stretta e
gli toglieva il respiro.
"Io, povero contadino del Giura - continuava a ripetersi, - io, condannato a
portare sempre questo triste abito nero! Ahimè, vent'anni fa avrei indossato
anch'io l'uniforme, come loro! Un uomo come me, allora, o veniva ucciso o diventava
generale a trentasei anni." Quella lettera, che stringeva in una mano, gli dava la
figura e l'atteggiamento di un eroe. "Oggi, è vero, con quest'abito si possono
avere, a quarant'anni, un'entrata di centomila franchi e il cordon bleu, come il
vescovo di Beauvais.
Ebbene - si disse con un sorriso mefistofelico, - io sono più intelligente di loro;
so scegliere l'uniforme del mio secolo." E sentì aumentare in sé l'ambizione e
l'attaccamento per l'abito ecclesiastico. "Quanti cardinali, di origini più umili
delle mie, hanno governato". Il mio conterraneo Granvelle, per esempio."
Poco a poco l'agitazione di Julien si attenuò; riaffiorò la prudenza. Come il suo
maestro Tartufo, di cui sapeva la parte a memoria, si disse:
Posso credere queste parole un onesto artificio [...]
Ma non mi fiderò di sì dolci promesse,
Se qualche suo favore, per il quale sospiro,
Non mi darà certezza di ciò che mi si dice.
Tartuffe, atto IV, scena 5.
"Anche Tartufo fu rovinato da una donna, e non valeva meno di un altro... La mia
risposta potrebbe essere mostrata a qualcuno... Ma a questo troveremo rimedio -
aggiunse, pronunciando queste parole lentamente, con l'accento di una ferocia
controllata. - Inizieremo con le frasi più ardenti della sublime Mathilde.
Già, ma quattro servi di Croisenois si gettano su di me e mi strappano l'originale.
No, perché io sono armato, e ho l'abitudine, come è noto, di sparare sui lacchè.
Ebbene, uno di loro ha del coraggio, e si precipita su di me. Gli hanno promesso
cento napoleoni. Io lo uccido o lo ferisco: è quello che vogliono. Mi gettano in
prigione nel pieno rispetto delle leggi; compaio in tribunale e vengo spedito, con
la massima giustizia ed equità da parte dei giudici, a tener compagnia, a Poissy,
ai signori Fontan e Magalon, e a dormire confuso fra quattrocento straccioni... E
dovrei avere un po' di pietà per certa gente! - esclamò alzandosi d'impeto. - Ne
hanno forse loro per quelli del terzo stato, quando li hanno in mano?" Queste
parole furono l'ultimo anelito della sua riconoscenza verso il marchese de La Mole,
e dunque di uno scrupolo che l'aveva tormentato, suo malgrado, fino a quel momento.
"Piano, signori gentiluomini: capisco questa sottigliezza machiavellica; l'abate
Maslon, o l'abate Castanède, del seminario, non avrebbero fatto di meglio. Voi mi
porterete via la lettera provocatrice e io sarò la nuova versione del colonnello
Caron a Colmar.
Solo un istante, signori: io manderò la lettera fatale in un plico ben sigillato
all'abate Pirard. È un uomo onesto, un giansenista, e in questa qualità al riparo
dalle seduzioni del profitto. Sì, però apre le lettere... La manderò a Fouquè."
Bisogna ammetterlo: lo sguardo di Julien era atroce, la sua fisionomia orribile:
esprimeva il delitto allo stato puro. Era l'uomo infelice in guerra con la società
intera.
"All'armi!" esclamò Julien, e scese a balzi i gradini della scalinata. Entrò nel
chiosco dello scrivano all'angolo della via; gli fece paura. "Copiate" gli disse,
dandogli la lettera della signorina de La Mole.
Mentre lo scrivano lavorava, Julien scrisse a Fouquè; lo pregava di custodirgli un
plico prezioso. "Ma - pensò, interrompendosi - la censura segreta della posta
aprirà la mia lettera e vi consegnerà quello che cercate... No, signori!" Andò
allora a cercare un'enorme Bibbia da un libraio protestante, vi nascose molto
abilmente la lettera nella rilegatura, fece confezionare il tutto, e il suo pacco
partì con la corriera, indirizzato a un operaio di Fouquè, di cui nessuno a Parigi
conosceva il nome.
Fatto questo, rientrò svelto e contento a palazzo de La Mole. "A noi!, adesso"
esclamò, chiudendosi a chiave nella sua stanza e gettando la sua giacca nera.
"Ma come, signorina - scrisse a Mathilde, - è proprio la signorina de La Mole, che,
per mano di Arsène, un servitore di suo padre, fa consegnare una lettera talmente
lusinghiera a un povero carpentiere del Giura, senz'altro per burlarsi della sua
semplicità..." E trascrisse le frasi più esplicite della lettera che aveva
ricevuto. La sua sarebbe stata degna della prudenza diplomatica del cavaliere de
Beauvoisis. Erano appena le dieci; Julien, ebbro di felicità e del senso del suo
potere, tanto nuovo per un povero diavolo, entrò all'Opéra Italien. Sentì cantare
il suo amico Geronimo. La musica non l'aveva mai esaltato fino a quel punto. Era un
Dio.

XIV
Pensieri di una fanciulla

Quante perplessità! Quante notti insonni! Gran Dio! Mi renderò dunque spregevole?
Lui stesso mi disprezzerà. Ma parte, si allontana.
ALFRED DE MUSSET

Non era senza un'intima lotta che Mathilde gli aveva scritto. Comunque fosse
iniziato, il suo interesse per Julien ben presto dominò sull'orgoglio che, da
quando aveva coscienza di sé, regnava nel suo cuore. Quell'anima fredda e altera si
trovava per la prima volta in preda alla passione. Ma se questo sentimento
prevaleva sul suo orgoglio, alle abitudini dell'orgoglio era ancora fedele. Due
mesi di dissidio interiore e di nuove sensazioni rinnovarono, per così dire, tutto
il suo essere morale.
Mathilde credeva di vedere la felicità. Questa visione, onnipotente sulle anime
coraggiose e dotate al tempo stesso di un'intelligenza superiore, le impose una
lunga lotta contro la dignità e contro il sentimento comune del dovere. Un giorno,
entrò in camera di sua madre alle sette del mattino, e le chiese il permesso di
rifugiarsi a Villequier. La marchesa non si degnò neppure di risponderle, e le
consigliò di tornare a letto. Fu questo il suo ultimo sforzo di normale saggezza e
di deferenza verso le idee preconcette.
Il timore di comportarsi male e di urtare i principi considerati sacri dai Caylus,
dai Luz e dai Croisenois, aveva ben poco potere su di lei; esseri come quelli non
le sembravano fatti per comprenderla; li avrebbe consultati se si fosse trattato di
comperare un calesse o dei terreni. Il suo autentico terrore era che Julien fosse
scontento di lei.
"E se fosse solo in apparenza un uomo superiore?".
Aborriva la mancanza di carattere, ed era questa l'unica sua obiezione contro i bei
giovani che le stavano attorno. Più si burlavano con grazia di tutto ciò che si
discosta dalla moda (o la segue goffamente), e più scadevano ai suoi occhi.
Erano coraggiosi, tutto qui. "E poi, in che modo coraggiosi? - si chiedeva. - In
duello, certo, ma il duello non è più che una cerimonia. Si sa tutto in anticipo,
anche quello che si deve dire cadendo. Disteso sull'erba, con la mano sul cuore,
chi è stato colpito deve perdonare generosamente l'avversario e dire una frase per
una bella che è spesso immaginaria, o per chi andrà al ballo il giorno della sua
morte, per non far nascere sospetti.
Si sfida il pericolo alla testa di uno squadrone luccicante d'acciaio, ma il
pericolo solitario, singolare, imprevisto, davvero tremendo?
Ahimè! - pensava Mathilde, - solo alla corte di Enrico III c'erano uomini grandi
per coraggio e per nascita! Ah, se Julien avesse combattuto a Jarnac o a Moncontour
non avrei più alcun dubbio. In quei tempi di vigore e di forza, i francesi non
erano dei fantocci. Il giorno della battaglia era forse quello che dava più
certezze.
La loro vita non era imprigionata, come una mummia egiziana, in un involucro sempre
uguale per tutti, sempre lo stesso. Sì, ci voleva più coraggio a rincasare da soli,
alle undici di sera, uscendo da palazzo de Soissons, dove abitava Caterina de'
Medici, di quanto ce ne voglia oggi partendo per Algeri. La vita di un uomo era un
rischio continuo. Ormai la civiltà ha abolito il rischio e l'imprevisto. Se
qualcosa d'imprevisto riappare nelle idee è facile bersaglio di mille frecciate; se
riappare nei fatti, non c'è viltà peggiore della nostra paura. Qualunque follia ci
faccia commettere la paura, è sempre scusata. Che tempo degenerato e noioso! Che
cosa avrebbe detto Boniface de La Mole, se, sollevando dalla tomba la sua testa
mozzata, avesse visto, nel 1793, diciassette dei suoi discendenti lasciarsi
prendere come pecore, per essere ghigliottinati due giorni dopo? La morte era
sicura, ma sarebbe stato di cattivo gusto difendersi e uccidere almeno un giacobino
o due. Ah, nei tempi eroici della Francia, nel tempo di Boniface de La Mole, Julien
sarebbe stato capo squadrone, e mio fratello un giovane prete, di ineccepibili
costumi, saggio nello sguardo e ragionevole nei discorsi."
Qualche mese prima, Mathilde disperava d'incontrare un essere un po' diverso dal
modello comune. Aveva provato un certo piacere permettendosi di scrivere a qualche
giovane della buona società. Questa audacia così sconveniente, così incauta per una
fanciulla, avrebbe potuto disonorarla agli occhi del signor de Croisenois, di suo
padre il duca de Chaulnes, e di tutto palazzo de Chaulnes, che, vedendo andare in
fumo il matrimonio progettato, avrebbe voluto saperne la ragione. In quel tempo,
nei giorni in cui scriveva una delle sue lettere, Mathilde non riusciva a dormire.
Ma quelle lettere erano solo delle risposte.
Questa volta osava dire che amava. Scriveva per prima (espressione orribile!) a un
uomo che occupava uno degli ultimi gradini della società.
Era una circostanza che garantiva, se fosse stata scoperta, un eterno disonore. Chi
avrebbe osato prendere le sue difese, fra le amiche di sua madre? Quale poteva
essere la frase convenzionale da far ripetere a quelle signore, per attenuare
l'orribile disprezzo dei salotti?
Già parlare era terribile, ma scrivere! "Ci sono cose che non si scrivono!" aveva
esclamato Napoleone, alla notizia della capitolazione di Baylen. Glielo aveva
raccontato proprio Julien, come se avesse voluto istruirla in anticipo!
Ma tutto questo non era ancora niente; l'angoscia di Mathilde aveva altre cause.
Dimenticando l'effetto orribile che la cosa avrebbe prodotto in società,
l'indelebile marchio di disprezzo per aver oltraggiato la sua casta, Mathilde
scriveva a un uomo di ben altra natura rispetto ai Croisenois, ai Luz, ai Caylus.
La profondità, l'ignoto del carattere di Julien avrebbero potuto spaventare anche
chi avesse voluto. stabilire con lui un normale rapporto amichevole. E lei stava
per farne il suo amante, forse il suo padrone!
"Chissà quali saranno le sue pretese se potrà avermi in suo potere! Ebbene, come
Medea, dirò a me stessa: "In mezzo a tanti pericoli, mi resto IO"."
Credeva che Julien non avesse alcuna venerazione per la nobiltà di sangue. E forse,
peggio ancora, che non provasse alcun amore per lei!
In quegli ultimi momenti di dubbi atroci, ebbe pensieri di orgoglio femminile.
"Tutto deve essere singolare nel destino di una ragazza come me!" esclamò Mathilde,
esasperata. L'orgoglio che le avevano instillato fin dalla culla lottava contro la
virtù. Fu allora che la partenza di Julien fece precipitare ogni cosa.
(Simili caratteri, per fortuna, sono rarissimi).
Quella sera, molto tardi, Julien ebbe l'idea maliziosa di far portare un baule
pesantissimo in portineria; chiamò per questo il domestico che faceva la corte alla
cameriera di Mathilde. "Questa manovra può anche non riuscire - pensò, - ma se
riesce mi crederà partito." Si addormentò assai soddisfatto di quello scherzo.
Mathilde non chiuse occhio.
La mattina dopo, Julien uscì prestissimo senza farsi vedere, ma fece ritorno prima
delle otto.
Era appena entrato in biblioteca, quando la signorina de La Mole comparve sulla
porta. Le consegnò la sua risposta. Pensava che fosse suo dovere parlarle; la
situazione, per lo meno, era favorevole; ma lei non volle ascoltarlo e scomparve.
Julien ne fu ben contento: non sapeva cosa dirle.
"Se tutto ciò non è un gioco convenuto con il conte Norbert, è chiaro che sono i
miei sguardi pieni di freddezza che hanno acceso il bizzarro amore che questa
ragazza così nobile ha il coraggio di avere per me. Sarei davvero troppo sciocco se
mi lasciassi trascinare a invaghirmi di questa bambola bionda." Fu una riflessione
che lo rese più freddo e calcolatore di quanto non fosse mai stato.
"Nella battaglia che si prepara - pensò ancora, - l'orgoglio della nascita sarà
come un'alta collina, in una posizione strategica fra lei e me. È lassù che occorre
manovrare. Ho fatto malissimo a restare a Parigi; questo rinvio della mia partenza
mi avvilisce e mi mette allo scoperto, se si tratta solo di un gioco. Che pericolo
c'era a partire? Li avrei beffati, se vogliono prendermi in giro. Se il suo
interesse per me ha qualcosa di autentico, l'avrei centuplicato."
La lettera della signorina de La Mole aveva procurato alla vanità di Julien una
soddisfazione così viva, che, pur ridendo di ciò che gli capitava, aveva
dimenticato di pensare seriamente all'opportunità della partenza.
Era una fatalità del suo carattere l'essere estremamente sensibile ai propri
errori. Quello che aveva commesso, restando, lo contrariava molto, e non pensava
quasi più all'incredibile vittoria che aveva preceduto quel piccolo smacco, quando,
verso le nove, comparve Mathilde sulla soglia della biblioteca, gli gettò una
lettera e scappò via.
"Sembra che questo stia diventando un romanzo epistolare - si disse raccogliendo la
lettera. - Il nemico compie un movimento falso, e io farò intervenire la freddezza
e la virtù."
Gli si chiedeva una risposta decisiva con un'alterigia che aumentò la sua intima
gioia. Julien si concesse il piacere di prendersi gioco per due pagine delle
persone che avrebbero potuto burlarsi di lui, e, verso la fine della risposta,
annunciò, continuando in quel gioco, che sarebbe partito l'indomani mattina.
Terminata la lettera, pensò: "Il giardino mi darà modo di consegnarla", e ci andò.
Guardava la finestra della camera di Mathilde. Era al primo piano, di fianco
all'appartamento della madre, ma essendoci un grande ammezzato era un primo piano
molto alto. Passeggiando per il viale dei tigli con la lettera in mano, Julien non
poteva essere visto da quella finestra, poiché la volta formata dai tigli, potati
alla perfezione, a quella distanza lo nascondeva. "Ma come! - pensò Julien
irritato. - Un'altra imprudenza! Se stanno prendendomi in giro, farmi vedere con
una lettera in mano è come fare il gioco del nemico." La camera di Norbert,
infatti, era esattamente sopra quella di Mathilde, e se Julien fosse uscito dal
viale dei tigli il conte e i suoi amici avrebbero potuto seguirne tutti i
movimenti.
La signorina de La Mole apparve dietro i vetri; Julien le fece intravedere la
lettera; lei annuì. Il giovane risalì di corsa verso la sua camera, e incontrò per
caso, sullo scalone, la bella Mathilde, che prese la lettera con perfetta
disinvoltura e gli occhi ridenti.
"Quanta passione c'era negli occhi di quella povera signora de Rênal - pensò
Julien, - quando, anche dopo sei mesi di rapporti intimi, osava ricevere una mia
lettera! Credo proprio che non mi abbia mai guardato con occhi ridenti."
Proseguendo in quel confronto non fu altrettanto chiaro con se stesso. Forse si
vergognava della futilità degli argomenti. "Ma che differenza - si disse: -
nell'eleganza dell'abito del mattino, nell'eleganza della figura! Vedendo la
signorina de La Mole a trenta passi di distanza, un uomo raffinato capirebbe qual è
il suo rango sociale. E questa si può ben definire una qualità evidente."
Così, scherzando, Julien non confessava a se stesso tutto il suo pensiero: la
signora de Rênal non aveva nessun marchese de Croisenois da sacrificargli. Il suo
solo rivale era quell'ignobile viceprefetto Charcot, che si faceva chiamare de
Maugiron perché la discendenza dei Maugiron si era estinta.
Alle cinque, Julien ricevette una terza lettera; gli fu lanciata dalla porta della
biblioteca, poi Mathilde fuggì di nuovo. "Che mania di scrivere! - pensò ridendo. -
Quando sarebbe così comodo parlarsi! Il nemico vuole avere delle lettere mie, è
chiaro, e molte!" Non aveva fretta di aprire quella che aveva in mano. "Altre frasi
eleganti" pensava; ma poi impallidì leggendo. Erano solo otto righe.
"Ho bisogno di parlarvi: devo parlarvi questa notte; quando suonerà l'una trovatevi
in giardino. Prendete la scala del giardiniere accanto al pozzo; appoggiatela alla
mia finestra e salite da me. È una notte di luna: non importa."

XV
Che sia un complotto?

Ah! com'è crudele l'intervallo fra l'ideazione di un grande progetto e la sua


esecuzione! Quanti vani terrori! Quante incertezze! Si tratta della vita. E più
ancora: si tratta dell'onore!
SCHILLER

"La cosa si fa seria - pensò Julien... - e un po' troppo chiara - aggiunse dopo
aver riflettuto. - Come! questa bella fanciulla può parlarmi in biblioteca, e con
una libertà che, grazie a Dio, è completa; il marchese, per paura che gli mostri
dei conti, non ci viene mai. Come! il signor de La Mole e il conte Norbert, le sole
persone che entrino qui, sono assenti quasi tutto il giorno, e si può facilmente
controllare quando rientrano, e la sublime Mathilde, per la cui mano non sarebbe
troppo nobile un principe regnante, vuole farmi commettere una terribile
imprudenza.
È chiaro, vogliono rovinarmi, o almeno burlarsi di me. All'inizio hanno cercato di
farlo con le mie lettere; ma siccome erano prudenti, hanno bisogno di un gesto più
chiaro della luce del sole. Quei signorini mi credono troppo stupido, o troppo
fatuo. Diavolo! Con il chiaro di luna più bello del mondo, salire così, su una
scala, fino a un primo piano alto venticinque piedi! Farebbero in tempo a vedermi
anche dai palazzi vicini. Sarei proprio bello su quella scala!" Julien andò in
camera sua e si mise a fare la valigia fischiettando. Era deciso a partire senza
neanche rispondere.
Ma questa saggia risoluzione non gli metteva il cuore in pace. "Se per caso - pensò
a un tratto, dopo aver chiuso la valigia - Mathilde fosse in buona fede? Allora
farei la parte, ai suoi occhi, di un perfetto vigliacco. Non ho origini elevate,
io, e mi occorrono grandi qualità, devo pagare in contanti, con azioni concrete,
non posso affidarmi a comode supposizioni..."
Restò un quarto d'ora a riflettere. "Perché negarlo? - si disse alla fine. - Per
lei sarò un vigliacco. Non solo perdo la donna più brillante dell'alta società,
come la definivano tutti al ballo del duca de Retz, ma anche il divino piacere di
vedermi sacrificare il marchese de Croisenois, figlio di un duca, e che sarà duca a
sua volta. Un giovane affascinante che ha tutte le doti che mi mancano: prontezza
di spirito, nobiltà, ricchezza. Questo rimorso mi perseguiterà per tutta la vita;
non per lei, con tutte le donne che ci sono!
... Ma c'è un solo onore!
dice il vecchio don Diego, e qui, com'è chiaro, indietreggio di fronte al primo
pericolo; il duello con de Beauvoisis, in confronto, era solo uno scherzo. Questa
volta è tutto diverso. Se un domestico mi spara addosso non è niente; qui posso
perdere il mio onore.
La cosa si fa seria, ragazzo mio - continuò a pensare con l'allegria e
l'atteggiamento di un guascone. - Ne va dell'onore. Un povero diavolo come me,
gettato così in basso dalla sorte, non troverà mai più un'occasione simile; avrò
piacevoli avventure, certo, ma di poco conto...".
Rifletté a lungo, andando avanti e indietro a passi precipitosi, e ogni tanto
fermandosi di colpo. Nella sua stanza c'era un magnifico busto in marmo del
cardinale Richelieu, che suo malgrado attirava i suoi sguardi. Quel busto aveva
l'aria di osservarlo in modo severo, come a rimproverargli la mancanza di
quell'audacia che dev'essere una dote naturale del carattere francese. "Ai tuoi
tempi, grand'uomo, avrei forse esitato?".
"Nell'ipotesi peggiore - concluse Julien, - supponiamo che sia solo una trappola:
sarebbe qualcosa di molto brutto e compromettente per una ragazza. Si sa che non
sono un uomo che starebbe zitto. Dovrebbero dunque uccidermi. E questo poteva andar
bene nel 1574, ai tempi di Boniface de La Mole, ma il suo discendente non ne
avrebbe mai il coraggio. Questa gente non è più la stessa. La signorina de La Mole
è così invidiata! In tutti i salotti, il giorno dopo, non si parlerebbe che della
sua vergogna, e con quale piacere!
I domestici chiacchierano fra di loro delle evidenti preferenze di cui sono
oggetto; lo so, li ho sentiti...
Del resto, le sue lettere!... Possono immaginare che le abbia con me. Se mi
sorprendono nella sua camera, me le portano via. Avrò a che fare con due, tre,
quattro uomini, chi lo sa? Ma dove li trovano? Dove trovare, a Parigi, dei
servitori discreti? Hanno paura della giustizia... Saranno gli stessi Caylus,
Croisenois, Luz in persona. È proprio l'idea di quel momento, e la figura ridicola
che farei in mezzo a loro, che deve averli attratti nell'impresa. Attento a non
fare la fine di Abelardo, signor segretario!
Ebbene, signori, porterete i miei segni, vi colpirò in viso, come i soldati di
Cesare a Farsalo... Quanto alle lettere, posso metterle al sicuro."
Julien fece delle copie delle ultime due, le nascose in un volume della bella
edizione di Voltaire che c'era in biblioteca, e portò gli originali alla posta.
Quando fu di ritorno, pensò con sorpresa e terrore: "In che follia sto per
cacciarmi!". Per un quarto d'ora non aveva più riflettuto sull'impresa che lo
aspettava quella notte.
"Ma, se rifiuto, finirò poi col disprezzare me stesso! Per tutto il resto della mia
vita rimarrò nel dubbio, e un dubbio simile è la disgrazia peggiore. Non l'ho forse
già provato per l'amante di Amanda? Credo che potrei perdonarmi più facilmente un
delitto. Una volta confessato, non ci penserei più.
Come! Avrò avuto per rivale un uomo che porta uno dei più bei nomi di Francia, e mi
sarò dichiarato io stesso, a cuor leggero, inferiore a lui? In fondo, non andarci
sarebbe una vigliaccheria. Questa è la cosa decisiva - esclamò Julien alzandosi. -
Del resto è così bella... Se non si tratta di un inganno, che pazzia ha fatto per
me!... Ma se lo è, signori, toccherà solo a me trasformare lo scherzo in una cosa
seria, e lo farò.
Ma se mi immobilizzano le braccia appena entrato nella stanza? Potrebbero aver
preparato qualche marchingegno!
È come un duello - pensò ridendo, - per ogni colpo c'è una parata, dice il mio
maestro d'armi, ma il buon Dio, che vuole chiudere la partita, fa in modo che uno
dei due dimentichi la contromossa. Del resto, ecco: posso rispondere con queste":
prese le sue pistole e, benché l'esca fosse perfetta, la rinnovò.
Doveva aspettare ancora molte ore, e per fare qualcosa scrisse a Fouquè: "Amico
mio, non aprire la lettera qui acclusa se non in caso d'incidente, se senti dire
che mi è capitato qualcosa di strano. Allora, cancella i nomi propri dal
manoscritto che ti mando, e fanne otto copie che invierai ai giornali di Marsiglia,
Bordeaux, Lione, Bruxelles, ecc.; dieci giorni dopo, fai stampare questo
manoscritto, mandane il primo esemplare al marchese de La Mole; passati altri
quindici giorni, getta tutte le copie per le strade di Verrières".
Il breve memoriale giustificativo, messo in forma di racconto, e che Fouquè avrebbe
dovuto aprire solo in caso di incidente, Julien lo scrisse nel modo meno
compromettente possibile per la signorina de La Mole, dando comunque una
descrizione molto esatta delle cose.
Stava chiudendo il plico quando suonò la campanella del pranzo, che gli fece
battere' il cuore. La sua immaginazione, agitata dal racconto che aveva appena
concluso, era in preda a tragici presentimenti. Si era visto afferrato dai
domestici, saldamente legato e imbavagliato, e poi portato in una cantina, dove un
altro servitore lo guardava a vista. E se l'onore della nobile famiglia esigeva che
quell'avventura avesse una tragica fine, sarebbe stato facile concluderla con dei
veleni che non lasciano tracce; così avrebbero detto che era morto per una
malattia, e l'avrebbero trasportato già cadavere nella sua stanza.
Commosso dal proprio racconto come un autore drammatico; Julien aveva davvero paura
quando entrò in sala da pranzo. Osservava tutti quei domestici in gran livrea e ne
studiava l'espressione. "Quali saranno i prescelti per la spedizione di questa
notte? - si domandava. - In questa famiglia, i ricordi della corte di Enrico III
sono così presenti, così spesso rievocati, che, se credessero di aver subito un
oltraggio, sarebbero tutti molto più decisi delle altre persone del loro rango."
Guardò la signorina de La Mole per leggerle negli occhi i progetti della famiglia;
era pallida, e aveva proprio una fisionomia medievale. Non aveva mai visto in lei
un'aria così maestosa: era davvero bella e incuteva un grande rispetto. Se ne sentì
quasi innamorato. "Pallida morte futura" si disse (Il suo pallore annuncia i suoi
grandi progetti).
Invano, dopo pranzo, si fece vedere a lungo passeggiare in giardino: Mathilde non
comparve. Parlarle, in quel momento, gli avrebbe permesso di liberarsi il cuore da
un peso enorme.
Perché non ammetterlo? Aveva paura. Essendo deciso ad agire, si abbandonava a quel
sentimento senza vergogna. "Purché io trovi al momento opportuno il coraggio
necessario, che importanza ha quello che posso sentire adesso?" Andò a fate una
ricognizione, e a rendersi conto del peso della scala.
"È uno strumento - pensò ridendo - che fa parte del mio destino! Qui come a
Verrières. Però, che differenza! Allora - si disse sospirando - non ero costretto a
diffidare della persona per la quale rischiavo. Che differenza anche nel pericolo!
Se fossi stato ucciso nel giardino di Rênal, non ci sarebbe stato per me nessun
disonore. Avrebbero fatto passare facilmente la mia morte come qualcosa di
inspiegabile. Qui, chissà quali terribili racconti ne faranno nei salotti degli
Chaulnes, dei Caylus, dei Retz: ovunque, insomma. Sarò un mostro per la posterità.
E per due o tre anni - continuò, ridendo di se stesso; ma questo pensiero lo
annientava. - E io? Come potrò essere giustificato? Supponendo che Fouquè faccia
stampare il mio libello postumo, non sarà che un'infamia di più. Come! Vengo
accolto in una casa, e in cambio dell'ospitalità che vi ricevo, delle gentilezze di
cui mi si colma, stampo un libello su ciò che in questa casa avviene! Attento
all'onore delle donne! Ah, mille volte meglio essere preso in giro!".
Fu una serata tremenda.

XVI
All'una di notte

Quel giardino era molto grande, disegnato da pochi anni con gusto perfetto. Ma gli
alberi avevano più di un secolo. C'era qualcosa di campestre.
MASSINGER

Stava per scrivere un contrordine a Fouquè quando suonarono le undici. Fece


scattare rumorosamente la serratura, come se si fosse chiuso a chiave in camera.
Poi, a passi felpati, andò a vedere cosa succedeva in tutta la casa, soprattutto al
quarto piano, abitato dai domestici. Non c'era niente di speciale. Una delle
cameriere della signora de La Mole dava una festa, i domestici bevevano i loro
punch in grande allegria. "Quelli che ridono così - pensò Julien - non devono far
parte della spedizione notturna: sarebbero più seri."
Infine, andò a mettersi in un angolo buio del giardino. "Se il loro piano è quello
di agire all'insaputa dei do mestici, avranno ordinato agli uomini che devono
sorprendermi di scavalcare il muro di cinta. Se Croisenois conserva in tutto questo
un po' di sangue freddo, avrà pensato che sia meno compromettente, per la ragazza
che vuole sposare, farmi sorprendere prima che io entri in camera sua."
Fece una ricognizione militare molto minuziosa. "È in gioco il mio onore - pensò. -
Se faccio qualche sciocchezza, non potrò certo perdonarmi con la scusa che non ci
avevo pensato."
La notte era terribilmente serena. Verso le undici apparve la luna, e a mezzanotte
e mezza illuminava in pieno la facciata del palazzo che dava sul giardino.
"È pazza" pensava Julien. Quando suonò l'una, c'era ancora la luce alle finestre
del conte Norbert. In vita sua, Julien non aveva mai avuto tanta paura; non vedeva
che i pericoli di quell'impresa, e non provava nessun entusiasmo.
Andò a prendere l'enorme scala, aspettò cinque minuti, per lasciare il tempo a un
possibile contrordine, e all'una e cinque appoggiò la scala alla finestra di
Mathilde. Salì lentamente, con la pistola in mano, stupito che nessuno lo
assalisse. Si accostò alla finestra, che si aprì subito senza rumore:
"Eccovi qui, signore - gli disse Mathilde molto emozionata. - Seguo i vostri
movimenti da un'ora".
julien era imbarazzatissimo, non sapeva come comportarsi, non si sentiva affatto
innamorato. Nel suo imbarazzo pensò che doveva osare, e cercò allora di abbracciare
Mathilde.
"Ma insomma!" gli disse lei respingendolo.
Ben contento di essere stato allontanato, si affrettò a guardarsi intorno: la luna
era così splendente che formava nella stanza delle ombre nere. "Potrebbero esserci
degli uomini nascosti, senza che io li veda" pensò.
"Che cos'avete in tasca?" gli chiese Mathilde, soddisfatta di aver trovato qualcosa
di cui parlare. Soffriva stranamente. Tutti i sentimenti di ritegno e timidezza,
così naturali in una ragazza ben nata, avevano ripreso il sopravvento, e la
tormentavano.
"Ho qui armi e pistole di ogni genere" rispose Julien, non meno contento di aver
qualcosa da dire.
"Bisogna ritirare la scala" disse Mathilde.
"È molto grande, e potrebbe rompere i vetri della sala a pianterreno, o quelli del
mezzanino".
"Non bisogna rompere i vetri - riprese Mathilde, cercando invano di assumere il
tono di una normale conversazione; - mi sembra che potreste far scendere la scala
con una corda attaccata al primo piolo. Ho sempre una scorta di corde nella mia
stanza."
"E questa sarebbe una donna innamorata! - pensò Julien.- Ha il coraggio di dire che
mi ama! Tanta freddezza, tanta accortezza nelle precauzioni mi fanno capire a
sufficienza che io non trionfo su Croisenois, come credevo scioccamente: non sono
che il suo successore. Ma poi, che me ne importa? L'amo, forse? Trionfo comunque
sul marchese proprio perché sarà molto seccato di avere un successore, e lo sarà
ancora di più perché quel successore sono io. Con che alterigia mi guardava ieri
sera al caffè Tortoni, fingendo di non riconoscermi! E con che aria cattiva mi ha
salutato poi, quando non poteva più farne a meno!"
Julien aveva attaccato la corda all'ultimo piolo della scala, e la fece scendere
lentamente, sporgendosi molto per impedire che battesse contro i vetri. "Un bel
momento per uccidermi - pensò, - se c'è qualcuno nascosto nella camera di
Mathilde"; ma continuava a regnare dappertutto, intorno, un profondo silenzio.
La scala toccò terra, Julien riuscì ad adagiarla nell'aiola di fiori esotici lungo
il muro.
"Cosa dirà mia madre - disse Mathilde, - quando vedrà le sue belle piante tutte
schiacciate!... Bisogna buttar giù la corda - aggiunse con molto sangue freddo. -
Se qualcuno la vedesse appesa alla finestra sarebbe una circostanza molto difficile
da spiegare."
"E io come andare via?" disse Julien in tono scherzoso, imitando la parlata creola
(Una delle cameriere di casa era nata a Santo Domingo).
"Voi, voi andare via dalla porta" rispose Mathilde entusiasta dell'idea. E pensava:
"Ah, come è degno di tutto il mio amore, quest'uomo!".
Julien aveva lasciato cadere la corda nel giardino; Mathilde gli strinse il
braccio. Egli credette di essere stato afferrato da un nemico, e si voltò di scatto
estraendo un pugnale. A lei era parso di sentire una finestra che si apriva.
Restarono immobili, senza respirare. La luna li illuminava in pieno. Ma poiché il
rumore non si ripeteva, cessò la loro inquietudine.
Tornò allora l'imbarazzo, ed era molto forte per entrambi. Julien si assicurò che
la porta fosse chiusa con tutti i chiavistelli; pensò anche di guardare sotto il
letto, ma non osò farlo; potevano esserci nascosti uno o due domestici. Ma poi
temette di doversi rimproverare in futuro la sua scarsa prudenza, e controllò.
Mathilde era caduta in preda a tutte le angosce di un'estrema timidezza. La sua
situazione le faceva orrore.
"Che cosa avete fatto delle mie lettere?" gli chiese infine.
"Ecco un'ottima occasione per disorientare quei signori, se sono in ascolto, ed
evitare la battaglia!" pensò Julien.
"La prima è nascosta in una grossa Bibbia protestante che la diligenza di ieri sera
sta portando molto lontano."
Entrando in questi dettagli, scandiva bene le parole, per essere udito dalle
persone che potevano essere nascoste nei due grandi armadi di mogano, nei quali non
aveva osato guardare.
"Le altre due sono alla posta, e seguiranno la stessa strada della prima."
"Dio mio! Perché tutte queste precauzioni?" chiese Mathilde stupita.
"A quale scopo dovrei mentire?" pensò Julien, e le confessò tutti i suoi sospetti.
"Ecco perché c'era quella freddezza nelle tue lettere!" esclamò Mathilde, con un
tono più di follia che di tenerezza.
Julien non colse questa sfumatura. Sentendosi dare del tu, perse la testa, o per lo
meno i suoi sospetti svanirono. Ebbe il coraggio di stringere fra le braccia quella
fanciulla così bella, che gli ispirava tanto rispetto. Fu respinto molto
debolmente.
Ricorse allora alla memoria, come aveva fatto a Besançon, con Amanda Binet, e
recitò molte delle più belle frasi della Nuova Eloisa.
"Sei un vero uomo - gli rispose senza ascoltare troppo le sue parole; - ho voluto
mettere alla prova il tuo coraggio, lo ammetto. I tuoi primi sospetti e la tua
decisione ti mostrano ancora più intrepido di quanto io credessi."
Mathilde faceva uno sforzo per dargli del tu; era evidentemente più attenta a
questo modo di parlare che alla sostanza di quello che diceva. Quel "tu", privo di
tenerezza, non faceva alcun piacere a Julien, che si stupiva di non sentirsi
felice, e per cercare di esserlo, si appellò alla ragione. Si vedeva stimato da
quella ragazza così fiera, che non concedeva mai le sue lodi senza riserve; con
questo ragionamento riuscì ad appagare il suo amor proprio e fu felice.
Non si trattava, è vero, di quel piacere dell'anima che aveva provato qualche volta
accanto alla signora de Rênal. Non c'era nessuna tenerezza in lui, in quei primi
momenti. C'era solo la gioia che può dare l'ambizione, e Julien era soprattutto un
ambizioso. Parlò ancora delle persone che sospettava, e delle precauzioni che aveva
escogitato. E intanto pensava a come trarre profitto dalla sua vittoria.
Mathilde, ancora molto a disagio, e con l'aria sconvolta per il passo compiuto,
sembrò felicissima di aver trovato un nuovo argomento di conversazione. Parlarono
di come avrebbero fatto per rivedersi. Julien si sentiva deliziosamente soddisfatto
dello spirito e del coraggio di cui dava prova ancora una volta in quella
discussione. Avevano a che fare con persone molto acute, Tanbeau era sicuramente
una spia, ma neppure lui e Mathilde mancavano di astuzia. La cosa più semplice era
incontrarsi in biblioteca, per accordarsi su tutto.
"Io posso farmi vedere, senza destare sospetti, in qualunque parte della casa -
aggiunse Julien, - e forse anche in camera della marchesa." Infatti era
indispensabile attraversarla, per arrivare a quella della figlia. Ma se Mathilde
preferiva che continuasse a servirsi della scala, si sarebbe esposto a quel modesto
pericolo con il cuore ebbro di gioia.
Mentre lo ascoltava parlare, Mathilde si sentiva urtata da quell'aria trionfante.
"È dunque il mio padrone!" pensò. Era già in preda al rimorso. La sua ragione
provava orrore per la sublime follia che aveva commesso. Se avesse potuto, avrebbe
incenerito se stessa e Julien. Quando, a tratti, la sua forza di volontà metteva a
tacere il rimorso, un senso di timidezza e di pudore offeso la rendevano molto
infelice. Non aveva minimamente previsto il terribile stato d'animo in cui si
trovava.
"Eppure devo parlargli - pensò infine. - Fa parte delle regole, parlare con il
proprio amante." E allora, per compiere un dovere, e con una tenerezza che era più
nelle sue parole che nel tono della voce, gli raccontò le diverse risoluzioni che
aveva preso verso di lui negli ultimi giorni.
Aveva deciso, gli disse, che se avesse osato raggiungerla usando la scala del
giardiniere, come gli aveva ordinato, sarebbe stata sua. Ma parole così dolci non
furono mai pronunciate in un tono più freddo e più formalmente cortese. Fino a quel
momento il loro incontro era stató gelido. C'era di che far odiare l'amore. Che
lezione di morale per una giovane imprudente! Vale la pena di rovinarsi l'avvenire
per un momento come quello?
Dopo lunghe incertezze, che sarebbero parse a un osservatore superficiale l'effetto
della più tenace avversione, tanto il senso della dignità femminile stentava a
piegarsi anche a una volontà così ferma, Mathilde finì per essere con lui un'amante
affettuosa.
Ma a dire il vero, quegli slanci erano un po' voluti. L'amore appassionato era
ancora più un modello da imitare che una realtà.
La signorina de La Mole credeva di adempiere a un dovere verso se stessa e verso il
proprio amante. "Questo povero ragazzo - pensava Mathilde - ha dimostrato un
coraggio eccezionale; se non riesco a farlo felice, vuoi dire che non ho
carattere." Ma avrebbe voluto riscattare, a prezzo di un'infelicità eterna, la
crudele necessità in cui si trovava.
Malgrado la terribile violenza che faceva a se stessa, fu perfettamente padrona
delle sue parole.
Nessun rimpianto, nessun rimprovero venne a guastare quella notte, che a Julien
parve più singolare che felice. Dio! che differenza con quelle ultime
ventiquattr'ore passate a Verrières! "Le belle maniere parigine conoscono il
segreto di guastare tutto, anche l'amore" pensava, con estrema ingiustizia.
Si abbandonava a queste riflessioni chiuso in un grande armadio di mogano, dove si
era dovuto nascondere ai primi rumori provenienti dall'appartamento vicino, che era
quello della marchesa.
Mathilde accompagnò la madre a messa, poco dopo se ne andarono anche le cameriere,
e Julien riuscì a scappare facilmente prima che tornassero a finire le loro
faccende.
Montò a cavallo e cercò i luoghi più solitari di uno dei boschi vicini a Parigi.
Era molto più stupito che felice. La gioia che di tanto in tanto lo prendeva era
simile a quella di un giovane sottotenente che, in seguito a qualche azione
straordinaria, venga nominato colonnello sul campo. Si sentiva elevato a un'enorme
altezza. Tutto ciò che il giorno prima era sopra di lui, si trovava ora al suo
livello, o più in basso. Man mano che si allontanava, aumentava la sua felicità.
Se non c'era in lui nessuna tenerezza, era perché, malgrado questo possa sembrare
strano, Mathilde, in tutto il suo comportamento con lui, si era imposta di compiere
un dovere. Non c'era stato niente di imprevisto, per lei, in ciò che era accaduto
quella notte, ad eccezione della tristezza e della vergogna che aveva provato, in
luogo di quella felicità piena di cui parlano i romanzi.
"Che mi sia ingannata? Che non sia innamorata di lui?" si chiese.

XVII
Una vecchia spada
I now mean to be serious; - it is time,
Since laughter now-a-days is deem'd too serious
A jest at vice by virtue's called a crime.
Don Juan, c. XIII

A pranzo Mathilde non si fece vedere. La sera si fermò brevemente in salotto, ma


non guardò Julien, che trovò strano quel comportamento. "Non conosco le loro
abitudini - pensò. - Mi darà una spiegazione." Tuttavia, preso da una grande
curiosità, studiava l'espressione del volto di lei, e non poté nascondersi che
aveva un'aria dura e cattiva. Evidentemente non era la stessa donna che la notte
precedente aveva, o fingeva di avere, degli slanci di felicità anche eccessivi per
essere veri.
Il giorno seguente, e poi due giorni dopo, stessa freddezza da parte sua; Mathilde
non lo guardava, non si accorgeva della sua esistenza. Julien, divorato da una
tremenda inquietudine, era ormai lontanissimo da quel senso di trionfo che l'aveva
animato il primo giorno. "Non sarà, per caso, un ritorno alla virtù?" si chiese. Ma
era questa una parola troppo borghese per l'altera Mathilde.
"Nelle normali circostanze della vita non è per niente religiosa - pensava Julien.
- Apprezza la religione in quanto molto utile agli interessi della sua casta.
Può darsi che si rimproveri la colpa commessa per la sua sensibilità femminile."
Julien era convinto di essere il suo primo amante.
In altri momenti si diceva: "Bisogna ammettere che non c'è niente di ingenuo, di
semplice, di tenero in tutto il suo modo d'essere; non l'ho mai vista più altera.
Che mi disprezzi? Sarebbe degno di lei rimproverarsi ciò che ha fatto per me solo a
causa della mia umile origine".
Mentre Julien, pieno di pregiudizi ricavati dai libri e dai suoi ricordi di
Verrières, inseguiva la chimera di un'amante tenera e incurante della propria
esistenza dopo che ha reso felice il suo innamorato, Mathilde, nella sua vanità,
era furiosa con lui.
Poiché da due mesi non si annoiava, non temeva più la noia; così, senza poterlo
minimamente sospettare, Julien aveva perduto la sua maggiore risorsa.
"Mi sono data un padrone! - pensava lei, nel più cupo sconforto. - È pieno di senso
dell'onore, d'accordo; ma se esaspero la sua vanità, si vendicherà rivelando quali
sono i nostri rapporti." Mathilde non aveva avuto altri amanti, e in una
circostanza della vita che dà qualche tenera illusione anche alle anime più aride,
era in preda alle riflessioni più amare.
"Ha su di me un potere immenso, perché regna con il terrore, e può punirmi con una
pena atroce, se lo spingo agli estremi." Questo solo pensiero bastava a Mathilde
per indurla ad offenderlo. Il coraggio era la prima qualità del suo carattere.
Niente poteva scuoterla di più e guarirla da quel suo tedio profondo, e sempre
pronto a riemergere, dell'idea che stava giocandosi l'intera vita a testa o croce.
Il terzo giorno, siccome la signorina de La Mole si ostinava a non guardarlo,
Julien la seguì dopo cena, contrariandola in modo evidente, nella sala del
biliardo.
"E allora, signore, credete di aver acquisito dei diritti tanto forti su di me -
gli disse con una collera a stento trattenuta, - visto che, opponendovi alla mia
chiara volontà, pretendete di parlarmi?... Sapete che nessuno ha mai osato tanto?".
Niente di più ridicolo di quel dialogo tra amanti. Senza saperlo erano mossi l'uno
contro l'altro dall'odio più vivo. Poiché nessuno dei due aveva un carattere
tollerante, e avendo l'abitudine di parlarsi in modo confidenziale, arrivarono ben
presto a dirsi che era tutto finito.
"Vi giuro un eterno segreto - disse Julien, - e vi prometterei anche di non
rivolgervi più la parola, se questo non dovesse danneggiare la vostra reputazione."
Salutò rispettosamente e se ne andò.
Aveva compiuto senza troppa fatica quello che riteneva un dovere; era ben lontano
dal credersi molto innamorato della signorina de La Mole. Senza dubbio non l'amava
affatto, tre giorni prima, quando lei l'aveva nascosto nell'armadio di mogano. Ma
tutto mutò velocemente nel suo animo, quando pensò di avere rotto per sempre ogni
rapporto con lei.
La sua memoria si mise crudelmente a ripercorrere ogni minimo dettaglio di quella
notte, che in realtà l'aveva lasciato tanto freddo.
E nella notte stessa che seguì quella dichiarazione di irrimediabile rottura, a
Julien parve quasi di impazzire, vedendosi costretto a riconoscere che era
innamorato di Mathilde.
Una tremenda lotta interiore seguì questa scoperta: era sconvolto in tutti i suoi
sentimenti.
Due giorni dopo, invece di sentirsi fiero davanti a Croisenois, l'avrebbe quasi
abbracciato sciogliendosi'in lacrime.
La consuetudine con l'infelicità gli diede un barlume di buon senso. Decise di
partire per la Linguadoca, fece la valigia e andò alla stazione di posta. Si sentì
venir meno quando gli dissero che c'era un posto il giorno dopo nella corriera per
Tolosa. Lo prenotò, e tornò a casa per annunciare la sua partenza al marchese.
Il signor de La Mole era uscito. Più morto che vivo, Julien andò ad aspettarlo in
biblioteca. Come rimase, trovandovi Mathilde!
Vedendolo comparire lei assunse un'aria cattiva, sulla quale era impossibile
ingannarsi.
Travolto dal dolore, smarrito dalla sorpresa, Julien ebbe la debolezza di dirle,
nel tono più dolce, e che veniva dall'anima: "Così, non mi amate più?".
"Mi fa orrore l'essermi data al primo venuto" disse Mathilde, piangendo di rabbia
contro se stessa.
"Al primo venuto!" esclamò Julien, e si lanciò su una vecchia spada medievale che
era conservata in biblioteca come una curiosità.
Il suo dolore, che credeva fosse giunto al limite estremo quando le aveva rivolto
la parola, si era centuplicato alla vista di quelle lacrime di vergogna. Sarebbe
stato il più felice degli uomini se avesse potuto ucciderla.
Appena ebbe estratto, con una certa fatica, la lama dal suo fodero antico,
Mathilde, felice di una sensazione così nuova, si mosse con fierezza verso di lui;
le sue lacrime si erano asciugate.
Il pensiero del marchese de La Mole, il suo benefattore, si presentò di colpo a
Julien. "E io ucciderei sua figlia! Che orrore! - e fece per gettare la spada. -
Certo scoppierà a ridere - si disse, - vedendo il mio gesto melodrammatico!" E
ritrovò tutto il suo sangue freddo. Esaminò con attenzione la lama della vecchia
spada, come se vi cercasse qualche macchia di ruggine, poi la rimise nel fodero, e
con la massima calma la riappese al chiodo di bronzo dorato che la sosteneva.
Questa scena, condotta con crescente lentezza, durò almeno un minuto; Mathilde lo
guardò stupita, pensando: "Sono stata sul punto di essere uccisa dal mio amante!".
Quel pensiero la riportava ai più bei tempi di Carlo IX e di Enrico III.
Era immobile davanti a Julien, che aveva rimesso a posto la spada, e lo guardava
con occhi nei quali l'odio era sparito. Bisogna riconoscere che in quel momento era
proprio incantevole, e di certo una donna non era mai stata meno somigliante a una
"pupattola parigina" (con queste parole Julien esprimeva la sua critica più pesante
alle donne della capitale).
"Sto per commettere qualche altra debolezza per lui - pensò Mathilde; - allora sì
che si crederebbe mio signore e padrone, dopo una ricaduta, e proprio adesso che
gli ho parlato con tanta fermezza" e scappò via.
"Dio, com'è bella! - pensò Julien vedendola correre: - ed è lei che si precipitava
con impeto fra le mie braccia, neppure otto giorni fa... E quegli istanti non
torneranno più! Per colpa mia! E mentre accadeva un fatto così straordinario, così
importante per me, restavo quasi indifferente!... Devo ammettere di essere nato con
un carattere molto mediocre e disgraziato."
Sopraggiunse il marchese; Julien si affrettò ad annunziargli la sua partenza.
"Per dove?" gli chiese il signor de La Mole.
"Per la Linguadoca."
"No, per favore; siete riservato a ben più alti destini; se partirete, sarà per il
Nord... Anzi, in termini militari, siete consegnato in casa. Mi farete la cortesia
di non assentarvi mai più di due o tre ore; posso avere bisogno di voi da un
momento all'altro."
Julien salutò, e si ritirò senza dire nulla, lasciando il marchese molto stupito;
non si sentiva in grado di parlare, e si chiuse nella sua stanza, dove poté
ingigantire liberamente tutta l'atrocità della sua sorte.
"Così -.pensava - non posso nemmeno allontanarmi! Chissà per quanti giorni il
marchese mi tratterrà a Parigi. Dio mio, che sarà di me? E non un amico con il
quale consigliarmi. Se cercassi di parlare con Pirard, mi farebbe star zitto dopo
la prima frase, e il conte Altamira mi proporrebbe di affiliarmi a qualche società
di cospiratori.
E intanto divento pazzo, lo sento, divento pazzo!
Chi potrà guidarmi? Che sarà di me?".

XVIII
Momenti crudeli

E lei me lo confessa! Me ne descrive i minimi dettagli! I suoi occhi così belli,


fissi nei miei; esprimono l'amore che ha provato per un altro.
SCHILLER

Mathilde, estasiata, non pensava che alla gioia di aver rischiato di essere uccisa.
Giungeva fino a dirsi: "È degno di essere il mio padrone, perché è stato sul punto
di uccidermi. Quanti giovanotti dell'alta società bisognerebbe fondere insieme per
arrivare a un tale slancio di passione?
Devo ammettere che era molto bello quando è salito sulla sedia per riappendere la
spada, esattamente nella posizione pittoresca in cui l'ha messa il tappezziere!
Dopo tutto non sono stata così pazza ad amarlo."
In quel momento, se le si fosse presentata una possibilità dignitosa per
riallacciare i rapporti, ne avrebbe approfittato con piacere. Julien, chiuso a
doppia mandata nella sua stanza, era in preda alla disperazione più violenta. Nella
sua follia, pensava di gettarsi ai piedi di Mathilde. Se invece di starsene
nascosto in un luogo appartato, avesse vagato nel giardino, o per la casa,
offrendosi alla prima occasione, in un istante avrebbe forse visto mutarsi la sua
terribile infelicità nella gioia più piena.
Ma l'accortezza di cui gli rimproveriamo la mancanza gli avrebbe sicuramente
impedito il gesto sublime di afferrare la spada, un gesto che in quel momento lo
rendeva così bello agli occhi di lei. Era un capriccio, favorevole a Julien, e il
suo effetto durò tutta la giornata; Mathilde si era fatta un'idea incantevole dei
brevi istanti in cui lo aveva amato, e li rimpiangeva.
"In realtà - pensava, - la mia passione per questo povero ragazzo non è durata ai
suoi occhi che dall'una di notte, quando l'ho visto arrivare con la scala e con le
sue pistole in tasca, fino alle otto del mattino. Un quarto d'ora dopo, ascoltando
la messa a Sainte-Valère, ho cominciato a pensare che si sarebbe creduto il mio
padrone, e che avrebbe cercato di ridurmi all'obbedienza col terrore."
Dopo pranzo, la signorina de La Mole, ben lontana dall'idea di fuggire Julien, gli
parlò e lo invitò in qualche modo a seguirla in giardino; lui le obbedì. Era
un'altra prova da affrontare. Mathilde cedeva, senza rendersene conto, all'amore
che rinasceva in lei. Passeggiare al suo fianco le dava un immenso piacere, e
guardava con curiosità le sue mani, che quella stessa mattina avevano afferrato la
spada per ucciderla.
Dopo quel gesto, e dopo tutto quello che era successo, non potevano certo parlarsi
come prima.
Poco a poco Mathilde si mise a confidargli i propri intimi sentimenti. Provava una
strana voluttà in questo genere di conversazione; arrivò a raccontargli dei suoi
passeggeri entusiasmi per Croisenois, per Caylus...
"Come! Anche per Caylus!" esclamò Julien; e in quelle parole esplodeva tutta
l'amara gelosia di un amante abbandonato. Così parve a Mathilde, e non ne fu per
niente offesa.
Continuò a torturarlo, rivelandogli i dettagli dei suoi sentimenti passati, nel
modo più colorito e con l'accento della più intima verità. Julien capiva che
Mathilde stava descrivendo ciò che vedeva in quel momento. E si accorse anche, con
dolore, che lei, mentre gli parlava, scopriva nel proprio cuore qualcosa di nuovo.
Le pene della gelosia non possono andare oltre. Sospettare che un rivale sia amato
è già molto crudele, ma sentirsi descritto quell'amore nei dettagli, dalla donna
che si adora, è senz'altro il colmo della sofferenza.
Oh, com'erano puniti, in quei momenti, i moti d'orgoglio che avevano portato Julien
a sentirsi superiore ai Caylus, ai Croisenois! Com'era profondo il dolore con il
quale si ingigantiva, ora, i loro minimi pregi! Con quale ardente buona fede
disprezzava se stesso!
Mathilde gli sembrava adorabile, e non c'è parola capace di esprimere l'intensità
della sua ammirazione. Passeggiando accanto a lei, le guardava furtivamente le
mani, le braccia, il suo portamento regale. Era sul punto di cadere ai suoi piedi
implorando pietà.
"E questa creatura così bella, così superiore a tutto, e che una volta mi ha amato,
amerà presto Caylus!".
Julien non poteva dubitare della sincerità di Mathilde; l'accento della verità era
troppo evidente in ciò che diceva. Perché non mancasse proprio nulla alla sua
infelicità, ci furono momenti in cui, continuando a rievocare i sentimenti che
aveva provato un tempo per Caylus, Mathilde arrivò a parlarne come se ne fosse
innamorata. Nella sua voce c'era senza dubbio il tono dell'amore, e Julien lo
avvertiva chiaramente.
Avrebbe patito di meno se gli avessero versato del piombo fuso nel petto. Giunto al
limite estremo della sofferenza, come avrebbe potuto indovinare, quel povero
ragazzo, che la signorina de La Mole provava tanto piacere nel ripensare alle sue
velleità amorose per Caylus o Luz, proprio perché stava parlando con lui?
Non ci sono parole in grado di esprimere le angosce di Julien. Ascoltava tutti i
dettagli dell'amore che Mathilde aveva provato per altri, in quello stesso viale
dei tigli, dove, solo pochi giorni prima, lui aveva aspettato che suonasse l'una
per entrare nella sua camera. Un essere umano non può sopportare un'infelicità più
grande.
Quella forma di intimità crudele durò otto lunghi giorni. Mathilde sembrava
talvolta cercare le occasioni per potergli parlare, altre volte si limitava a non
sfuggirle; e l'argomento di conversazione al quale sembravano entrambi tornare con
una sorta di atroce voluttà, era il racconto dei sentimenti da lei provati per
altri. Gli diceva delle lettere che aveva scritto, gliene ripeteva le parole,
gliene recitava intere frasi. Negli ultimi giorni, sembrava che Mathilde lo
osservasse quasi con gioia maligna. Il suo dolore le procurava un vivo piacere.
Come si vede, Julien non aveva alcuna esperienza della vita, e non aveva neanche
letto dei romanzi; se fosse stato meno ingenuo, avrebbe trovato il sangue freddo
necessario per dire a quella fanciulla, che egli adorava e che gli faceva delle
confidenze così singolari: "Ammetterete che, benché non sia all'altezza di quei
signori, quello che amate sono comunque io...".
Forse, sentirsi capita l'avrebbe resa felice; o quanto meno il successo delle
parole di Julien sarebbe dipeso dal suo garbo nel pronunciarle e dalla scelta del
momento. In ogni caso sarebbe uscito felicemente, e con qualche vantaggio, da una
situazione che per Mathilde cominciava a diventare monotona.
"Voi non mi amate più, e io vi adoro!" le disse un giorno Julien, sconvolto
dall'amore e dall'infelicità. Era forse la più grossa sciocchezza che avrebbe
potuto commettere.
Quella frase distrusse in un batter d'occhio tutto il piacere che la signorina de
La Mole provava nell'aprirgli il suo cuore. Cominciava a stupirsi che dopo quanto
era successo Julien non si offendesse ai suoi racconti; era arrivata a pensare,
dopo quella sua uscita infelice, che forse lui non l'amava più. "L'orgoglio ha
sicuramente spento il suo amore - si era detta. - Non è uomo da vedersi impunemente
preferito a figure come Caylus, Luz, Croisenois, che pure riconosce tanto superiori
a lui. No, non lo vedrò più ai miei piedi!".
I giorni precedenti, nell'ingenuità del suo dolore, Julien le aveva fatto un
sincero elogio delle brillanti qualità di quei signori, arrivando anche
all'esagerazione Questa sfumatura non era sfuggita a Mathilde, che se ne era
stupita, senza indovinarne la ragione. Julien, nella sua esaltazione, lodando un
rivale che credeva amato, s'immedesimava nella sua felicità.
Quella sua frase, così sincera e così stupida, cambiò tutto in un istante:
Mathilde, sicura di essere amata, lo disprezzò.
Stavano passeggiando, quando Julien le aveva detto quelle parole infelici; lei si
era allontanata subito, esprimendo con lo sguardo un terribile disprezzo. Rientrata
in salotto, per tutta la serata non lo aveva più guardato. Il giorno dopo, quel
disprezzo le riempiva il cuore; era scomparso lo slancio che per una settimana le
aveva fatto provare tanto piacere nel trattare Julien come l'amico più intimo; ora,
al solo vederlo, avvertiva una sensazione sgradevole, che arrivò fino al disgusto.
Non è possibile esprimere l'enorme disprezzo che Mathilde sentiva per lui quando lo
incontrava.
Julien non aveva capito nulla di tutto ciò che era accaduto in quei giorni nel
cuore di Mathilde, ma ne coglieva il disprezzo. Ebbe il buon senso di farsi vedere
da lei il meno possibile, e senza mai guardarla.
Ma solo a prezzo di una pena mortale riuscì a privarsi della sua presenza. Gli
parve che la sua infelicità ne fosse ancora accresciuta. "La forza d'animo di un
uomo non può andare oltre" si diceva. Passava le sue giornate a una finestrella
della soffitta; le persiane erano accuratamente chiuse, e di lassù, almeno, poteva
scorgere la signorina de La Mole quando appariva in giardino.
E cosa provò quando la vide passeggiare, dopo pranzo, con Gaylus, con Luz, o con un
altro per il quale gli aveva confessato di aver avuto qualche velleità amorosa!
Julien non aveva mai pensato di poter essere tanto infelice; avrebbe voluto urlare.
Quell'anima, di solito così padrona di sé, era completamente sconvolta.
Ogni pensiero che non riguardasse Mathilde gli risultava odioso; era incapace di
scrivere anche le lettere più semplici.
"Siete impazzito" gli disse il marchese.
Julien, tremante per la paura di essere scoperto, gli disse di non sentirsi bene, e
riuscì a farsi credere. Fortunatamente per lui, il marchese, a pranzo, fece
dell'ironia sul suo prossimo viaggio. Mathilde capì che avrebbe potuto essere molto
lungo. Erano già diversi giorni che Julien la evitava, e quei giovani brillanti,
che avevano tutto ciò che mancava a quell'essere così pallido e cupo, non
riuscivano più a sottrarla ai suoi pensieri.
"Una ragazza qualunque - pensava lei - avrebbe scelto il suo preferito fra i
giovani che nei salotti attirano tutti gli sguardi; ma un carattere del genio è
proprio quello di non lasciarsi trascinare nel solco tracciato dalla gente comune.
Se fossi compagna di un uomo come Julien, al quale manca solo la ricchezza, che ho
io, non passerei certo inosservata nella mia vita. Ben lontana dal temere
continuamente una rivoluzione come le mie cugine, che per paura del popolo non
osano rimproverare un postiglione, sarei sicura di sostenere una parte, e una parte
importante, perché l'uomo che ho scelto ha del carattere e un'ambizione senza
limiti. Che cosa gli manca? Amici? Denaro? Glieli darò io."
Ma, così pensando, trattava un po' Julien come un inferiore, da cui ci si fa amare
quando si vuole.
XIX
L'opera buffa

O how this spring of love resembleth The


Uncertain glory of an April day; Which
now shows all the beauty of the sun And
by, and by a cloud takes all away!
SHAKESPEARE

Pensando all'avvenire, e al ruolo particolare che sperava di avere, Mathilde arrivò


presto a rimpiangere anche le discussioni aride ed astratte che aveva spesso avuto
con Julien. Talvolta, stanca di questi elevati pensieri, sospirava all'idea dei
momenti di felicità che aveva avuto accanto a lui; questi ultimi ricordi le
giungevano non senza rimorsi, che in certi momenti la opprimevano.
"Ma se una ragazza come me - pensava, - cede a una debolezza, non può dimenticare i
suoi doveri che per un uomo di valore; non si potrà dire che sono stati i suoi
baffetti, né il suo modo elegante di montare a cavallo, ad avermi sedotto, ma le
sue idee profonde sul futuro della Francia, sull'analogia possibile tra gli eventi
che ci minacciano e la rivoluzione del 1688 in Inghilterra. Sono stata sedotta -
rispondeva ai suoi rimorsi, - sono una debole donna, ma almeno non mi sono perduta
per dei pregi esteriori.
Se ci sarà una rivoluzione, perché Julien Sorel non dovrebbe essere un Roland, e io
una signora Roland? Preferisco questo ruolo a quello della Staël: un comportamento
immorale sarebbe un ostacolo nel nostro secolo. Certo non mi si potrà rimproverare
una seconda debolezza; ne morrei di vergogna."
I pensieri di Mathilde, bisogna ammetterlo, non erano tutti così solenni. Osservava
Julien e trovava una grazia incantevole nei suoi minimi gesti.
"Senza dubbio - pensava, - sono riuscita a distruggere in lui anche la più piccola
idea di avere dei diritti.
Lo prova, del resto, l'aria di infelicità e profonda passione con la quale il
povero ragazzo mi ha detto quelle parole d'amore otto giorni fa; bisogna ammettere
che sono stata un po' strana ad irritarmi per una frase tanto appassionata e
rispettosa. Non sono forse sua? Quella frase era del tutto naturale e, insomma,
molto piacevole. Julien mi amava ancora dopo interminabili conversazioni nelle
quali gli avevo solo parlato, e con molta crudeltà, lo riconosco, delle velleità
d'amore che la noia della mia vita mi aveva ispirato per quei giovani dell'alta
società di cui è tanto geloso. Ah! se sapesse come sono poco pericolosi per me!
Come, accanto a lui, mi sembrano scoloriti e tutti uguali!".
Mentre faceva queste riflessioni, Mathilde tracciava a caso dei segni di matita su
un foglio del suo album. Uno dei profili che aveva abbozzato le diede un'improvvisa
gioia: somigliava a Julien in modo sorprendente. "È la voce del cielo! Ecco un
miracolo dell'amore! - esclamò con entusiasmo. - Senza saperlo ho fatto il suo
ritratto."
Scappò in camera sua e vi si chiuse; s'impegnò molto per fare un vero ritratto di
Julien, ma non ci riuscì. Quel profilo tracciato a caso era sempre il più
somigliante; Mathilde ne fu felice: vi scorse la prova evidente di una grande
passione.
Si staccò dal suo album solo molto tardi, quando la marchesa la mandò a chiamare
per andare all'Opéra Italien. Ebbe un solo pensiero: cercare con gli occhi Julien
perché la madre lo invitasse ad accompagnarle.
Ma lui non si fece vedere, e le due dame ebbero nel loro palco solo persone
mediocri. Per tutto il primo atto dell'opera, Mathilde pensò all'uomo che amava con
il trasporto della più viva passione; ma al secondo atto una massima amorosa,
cantata, bisogna ammetterlo, su un'aria degna di Cimarosa, le penetrò nel cuore:
"Devo punirmi per l'eccessiva adorazione che ho per lui, lo amo troppo!".
Dopo che Mathilde aveva udito quel canto sublime, il mondo intero, per lei, era
come scomparso. Le parlavano e lei non rispondeva; sua madre la rimproverava e lei
riusciva appena a guardarla. La sua estasi arrivò a uno stato di esaltazione e di
passione paragonabile agli slanci più violenti che Julien provava per lei da
qualche giorno. Quella melodia, piena di una divina grazia, e sulla quale era
cantata la sentenza che le sembrava adattarsi in modo sorprendente alla sua
situazione, la accompagnava in tutti i momenti in cui non pensava direttamente a
Julien. In virtù del suo amore per la musica, ebbe quella sera le stesse sensazioni
che provava sempre la signora de Rênal quando pensava a Julien. L'amore di testa ha
certo più spirito dell'amore autentico, ma ha solo qualche istante di entusiasmo;
ha troppa coscienza di sé, si giudica continuamente; lungi dal confondere la
ragione, si costruisce sul pensiero.
Di ritorno a casa, senza badare alle parole di sua madre, Mathilde disse di avere
la febbre, e trascorse una parte della notte a ripetere quella melodia al suo
pianoforte. Cantava le parole dell'aria celebre che l'aveva affascinata:
Devo punirmi, devo punirmi,
Se troppo amai...
Il risultato di quella notte di follia fu che Mathilde credette di essere riuscita
a vincere il suo amore. Questa pagina nuocerà al disgraziato autore, per diverse
ragioni. Le anime gelide lo accuseranno di indecenza. Ma non ha certo il torto di
supporre che una sola fra le giovani più in vista dei salotti parigini possa
trovarsi nelle condizioni di follia che degradano il carattere di Mathilde. Questo
personaggio è del tutto immaginario, ed è anzi stato immaginato molto al di fuori
delle abitudini sociali che assicureranno un posto preminente alla civiltà del XIX
secolo rispetto a tutti gli altri.
Non è certo la prudenza ciò che manca alle fanciulle che hanno dato splendore ai
balli di quest'inverno.
Non penso neppure che si possa accusarle di disprezzare troppo una brillante
ricchezza, i cavalli, le terre e tutto ciò che garantisce una condizione piacevole
nel mondo. Ben lontane dal considerare una noia questi privilegi, ne fanno in
genere l'oggetto dei desideri più costanti, e se c'è una passione nei cuori è ad
essi che si rivolge.
Non è certo l'amore che può favorire la carriera dei giovani dotati di qualche
talento come Julien; essi si legano indissolubilmente a una consorteria, e quando
questa ha fortuna, tutti i benefici della società piovono loro addosso. Guai
all'uomo di studi che non appartiene ad alcuna consorteria: gli verranno
rimproverati anche i successi più modesti e provvisori e l'alta virtù trionferà
derubandolo. Eh, signori, un romanzo è uno specchio che passa per una strada
maestra. Ora riflette nei vostri occhi l'azzurro dei cieli, ora il fango dei
pantani. E voi accusate di essere immorale l'uomo che porta lo specchio nella
gerla! Il suo specchio mostra il fango, e voi accusate lo specchio! Accusate
piuttosto la strada, e più ancora l'ispettore stradale che lascia imputridire
l'acqua e formarsi i pantani.
Ora, dopo aver messo bene in chiaro che il carattere di Mathilde è impossibile nel
nostro secolo, che è prudente quanto virtuoso, ho meno paura di irritarvi
continuando a raccontare le pazzie di questa amabile fanciulla.
Per tutto il giorno seguente fu attentissima ad ogni occasione che potesse
assicurarle di aver trionfato della sua folle passione. Il suo scopo principale fu
quello di dispiacere in tutto a Julien; ma non le sfuggì nessun gesto di lui.
Julien era troppo infelice, e soprattutto troppo agitato per intuire una manovra
del sentimento così complicata, e ancora di meno era in grado di notare ciò che in
essa poteva essergli favorevole: ne fu la vittima, e mai, forse, la sua sofferenza
era stata tanto grande. La sua mente riusciva a controllare così poco i suoi atti,
che se qualche triste filosofo gli avesse detto: "Cercate di approfittare in fretta
di una disposizione d'animo che si mette a vostro favore. In questi amori di testa
che si vedono a Parigi, lo stesso comportamento non dura più di due giorni", non
l'avrebbe capito. Ma per quanto fosse esaltato, Julien aveva il senso dell'onore.
Capì che il suo primo dovere doveva essere la discrezione. Chiedere consiglio,
raccontare il suo supplizio al primo venuto, sarebbe stato per lui un sollievo
paragonabile a quello dell'infelice che, attraversando un deserto infuocato, riceva
dal cielo una goccia d'acqua gelata. Julien si rese conto del pericolo, ebbe il
timore di rispondere con un fiume di lacrime a qualche indiscreto che gli avesse
fatto delle domande, e si chiuse in camera sua.
Vide Mathilde passeggiare a lungo in giardino; quando infine se ne fu andata, vi
discese; si avvicinò a un rosaio dal quale lei aveva colto un fiore.
La notte era scura, e poté abbandonarsi a tutta la sua infelicità senza timore di
essere visto. Mathilde amava uno di quei giovani ufficiali con cui, poco prima,
parlava così allegramente, ne era certo. Aveva amato anche lui, ma poi si era
accorta del suo scarso valore.
"È vero, valgo così poco! - pensava Julien, con assoluta convinzione. - Dopo tutto
sono un essere così banale, comune, noioso per gli altri e insopportabile a me
stesso." Era mortalmente disgustato di tutte le sue buone qualità, di tutto ciò che
aveva amato con entusiasmo; e in questo stato di immaginazione rovesciata, si
metteva a giudicare la vita con la sua immaginazione. È uno sbaglio da uomo
superiore.
L'idea del suicidio gli si presentò più volte. Ed era qualcosa di molto seducente,
come un dolcissimo riposo. Era il bicchiere d'acqua gelata offerto allo sventurato
che, nel deserto, muore di sete e di caldo.
"La mia morte aumenterà il disprezzo che ha per me! - esclamò. - Che ricordo
lascerò!".
Caduto in quest'ultimo abisso di dolore, un essere umano non ha che una risorsa: il
coraggio. Julien non ebbe lo spirito necessario per dirsi: "Bisogna osare!". Ma
guardando la finestra della camera di Mathilde, vide attraverso le persiane che lei
spegneva la luce. Ripensò a quella camera deliziosa che aveva visto, ahimè, una
sola volta. La sua immaginazione non andava oltre.
Suonò l'una. Sentire la campana e dirsi: "Salirò con la scala" non fu che un
attimo. E fu un lampo di genio. Le buone ragioni per farlo gli si affollarono alla
mente. "Potrei essere più infelice?" pensava. Corse verso la scala; il giardiniere
l'aveva incatenata. Servendosi del cane di una delle sue pistole, che ruppe,
Julien, animato in quel momento da una forza sovrumana, riuscì a torcere un anello
della catena; in pochi minuti si impossessò della scala, e la mise contro la
finestra di Mathilde.
"Si arrabbierà, mi coprirà di disprezzo, ma cosa importa? Le do un bacio, un ultimo
bacio, poi salgo in camera mia e mi uccido...; le mie labbra toccheranno la sua
guancia prima di morire!".
Volava, arrampicandosi sulla scala. Bussa alla persiana; dopo qualche istante
Mathilde lo sente, vuole aprire, ma la scala glielo impedisce: Julien si aggrappa
al gancio che serve a tenere aperta la persiana, e, rischiando mille volte di
precipitare, dà una scossa violenta alla scala, spostandola. Mathilde riesce così
ad aprire.
Julien si lancia nella stanza più morto che vivo:
"Sei tu, dunque!" gli dice precipitandosi fra le sue braccia...

Chi potrà descrivere l'immensa felicità di Julien? Quella di Mathilde fu quasi


uguale.
Gli parlava contro se stessa, si accusava davanti a lui.
"Puniscimi per il mio tremendo orgoglio - gli diceva, stringendolo tra le braccia
fino a togliergli il respiro; - tu sei il mio padrone, io sono la tua schiava, devo
chiederti perdono in ginocchio per essermi voluta ribellare." E si gettò ai suoi
piedi.
"Sì, sei il mio padrone - gli disse ancora ebbra di felicità e d'amore. - Regna per
sempre su di me, punisci severamente la tua schiava quando vorrà ribellarsi."
Più tardi, si strappa dalle sue braccia, accende una candela, e Julien riesce con
grande fatica ad impedirle di tagliarsi una gran ciocca dei suoi capelli.
"Voglio ricordarmi - gli disse - che sono la tua serva: se mai il mio esecrabile
orgoglio dovesse ancora confondermi, mi mostrerai questi capelli dicendomi: "Non
c'entra l'amore, non c'entra il vostro sentimento, avete giurato di obbedire,
dunque obbedite sul vostro onore"."
Ma è meglio evitare la descrizione di un tale stato di esaltazione e di felicità.
La saggezza di Julien fu pari alla sua gioia. "Devo scendere dalla scala - disse a
Mathilde, quando vide l'alba sfiorare i comignoli lontani, verso oriente, oltre il
giardino. - Il sacrificio che m'impongo è degno di voi, mi privo di qualche ora
della più intensa felicità che possa godere un essere umano. Ed è un sacrificio che
faccio per la vostra reputazione: se conoscete il mio cuore, capite la violenza che
faccio a me stesso. Sarete sempre, per me, come siete adesso? Ma l'onore s'impone,
e tanto basta. Sappiate che, dopo il nostro primo convegno, non tutti i sospetti
sono caduti sui ladri. Il signor de La Mole ha messo una guardia in giardino.
Croisenois è circondato da spie, si sa quello che fa ogni notte...".
A questo pensiero, Mathilde scoppiò a ridere. Sua madre e una domestica si
svegliarono. D'improvviso, si sentì chiamare attraverso la porta. Julien la guardò,
lei impallidì, rimproverando la cameriera, e non si degnò di rivolgere la parola a
sua madre.
"Ma se pensano di aprire la finestra, vedono la scala!" le disse Julien.
La strinse ancora una volta tra le braccia, si gettò sulla scala, e più che
scendere si lasciò scivolare; fu a terra in un istante.
Tre secondi dopo, la scala era sotto il viale dei tigli, e l'onore di Mathilde era
salvo. Julien, riavutosi, si trovò insanguinato e seminudo: si era ferito,
lasciandosi scivolare senza precauzioni.
L'immensa gioia gli aveva restituito tutta l'energia del suo carattere: avrebbero
potuto farsi avanti venti uomini, e affrontrarli da solo non sarebbe stato che un
nuovo piacere. Per fortuna il suo valore militare non fu messo alla prova: adagiò
la scala nel suo posto abituale; le rimise la catena; non dimenticò neppure di far
sparire l'impronta che la scala aveva lasciato nell'aiola di fiori esotici sotto la
finestra di Mathilde.
Mentre nell'oscurità tastava la terra molle per assicurarsi che non fosse restata
alcuna traccia, sentì cadere qualcosa sulle sue mani: era una grossa ciocca di
capelli che Mathilde si era tagliata e gli aveva gettato. Era alla finestra:
"Ecco cosa ti manda la tua serva - gli disse quasi ad alta voce. - È il segno di
un'obbedienza eterna. Rinuncio all'uso della ragione. Sii il mio signore".
Julien, ormai vinto, fu sul punto di riprendere la scala e risalire da lei. Ma la
ragione ebbe la meglio.
Rientrare in casa dal giardino non era cosa facile. Riuscì a forzare la porta di
una cantina; ma poi fu costretto a sfondare, facendo meno rumore che poteva, la
porta della sua stanza. Nella precipitazione, aveva lasciato nella camera di
Mathilde anche la chiave che aveva nella tasca del vestito. "Purché - si disse -
pensi a nascondere quelle spoglie mortali!"
Infine la fatica ebbe la meglio sulla gioia, e non appena si levò il sole cadde in
un profondo sonno.
La campana della colazione lo svegliò a stento, e si recò in sala da pranzo. Presto
vi entrò anche Mathilde. L'orgoglio di Julien ebbe un momento di soddisfazione
vedendo splendere l'amore negli occhi di una fanciulla tanto bella e circondata da
tanta ammirazione, Ma poco dopo, nella sua prudenza, ebbe un motivo per allarmarsi.
Con la scusa di avere avuto poco tempo per occuparsi della sua pettinatura,
Mathilde si era sistemata i capelli in modo che Julien potesse notare a prima vista
la portata del sacrificio che aveva fatto per lui. Se era possibile sciupare un
volto così bello, Mathilde ci era riuscita: un'intera banda dei suoi bei capelli
biondo cenere era tagliata a mezzo pollice dalla testa.
A tavola, il comportamento di Mathilde fu coerente con quell'imprudenza. Sembrava
che si facesse un dovere di far conoscere a tutti la sua folle passione per Julien.
Per fortuna, quel giorno, il marchese e la marchesa de La Mole erano molto occupati
da un'imminente nomina di cordon bleu, dalla quale il signor de Chaulnes sarebbe
stato escluso. Verso la fine della colazione, capitò che Mathilde, mentre parlava a
Julien, lo chiamasse mio signore. Lui arrossì fino alla radice dei capelli.
Fosse per caso o per precisa intenzione, la signora de La Mole, quel giorno, non
lasciò sola sua figlia neppure un istante. La sera, passando dalla sala da pranzo
al salotto, Mathilde riuscì comunque a dire a Julien:
"Penserete che sia un pretesto, da parte mia? La mamma ha deciso che una sua
cameriera verrà a dormire nella mia stanza".
Quella giornata passò in un lampo. Julien era al culmine della felicità.
Il giorno dopo era già in biblioteca alle sette del mattino. Sperava che la
signorina de La Mole si sarebbe degnata di farsi viva. Le aveva scritto una lettera
interminabile.
Dovette aspettare alcune ore per vederla, a colazione. Quel giorno era pettinata
molto accuratamente; con grande abilità era riuscita a nascondere il taglio dei
capelli. Mathilde osservò una volta o due Julien, ma con uno sguardo cortese e
calmo; non l'avrebbe certo chiamato mio signore.
Per la sorpresa, Julien era rimasto senza fiato... Mathilde si rimproverava quasi
tutto quello che aveva fatto per lui.
Dopo una lunga riflessione, aveva deciso che si trattava di un essere, se non
proprio comune, non così eccezionale da meritare tutte le strane follie che gli
aveva dedicato. Insomma, non pensava proprio all'amore; quel giorno era stanca di
amare.
Quanto a Julien, i moti del suo cuore furono quelli di un ragazzo di sedici anni.
Il dubbio tremendo, lo stupore, la disperazione s'impadronirono di lui volta a
volta, durante quella colazione che gli sembrò eterna.
Non appena ebbe modo di alzarsi da tavola, più che correre si precipitò nella
scuderia, sellò lui stesso il suo cavallo e partì al galoppo; temeva di disonorarsi
commettendo qualche debolezza. "Devo uccidere il mio cuore a forza di fatica fisica
- si diceva, galoppando nel bosco di Meudon. - Ma che cosa ho mai fatto, che cosa
ho detto, per cadere così in disgrazia?
Oggi non devo fare niente, non devo dire niente - pensava rientrando a casa. - Devo
essere morto fisicamente come lo sono moralmente. Julien non vive più, è il suo
cadavere che si agita ancora."

XX
Il vaso giapponese

Il suo cuore dapprima non comprende la portata della sua infelicità; è più turbato
che commosso. Ma via via che gli torna la ragione, sente la profondità della sua
sventura. Tutti i piaceri della vita, per lui, sono annientati. Non può sentire che
le punte acuminate della disperazione che lo strazia. Ma a quale scopo parlare di
dolore fisico? Quale dolore sentito solo dal corpo è paragonabile a questo?
JEAN PAUL

Suonava la campana del pranzo, e Julien ebbe appena il tempo di vestirsi. Trovò in
salotto Mathilde, che stava pregando suo fratello e Croisenois perché non andassero
a passar la serata a Suresnes, dalla marescialla de Fervaques.
Non avrebbe potuto essere più seducente e gentile con loro. Dopo pranzo apparvero
Luz, Caylus e diversi loro amici. Si sarebbe detto che la signorina de La Mole
avesse ripreso, con il culto dell'amicizia fraterna, anche quello delle migliori
convenienze. Benché il tempo fosse incantevole, quella sera, Mathilde insisteva per
non andare in giardino; desiderava che tutti rimanessero vicini alla poltrona della
marchesa. Il divano azzurro divenne così il centro di quel gruppo, come d'inverno.
Mathilde provava un senso di fastidio per il giardino, o almeno le sembrava
noiosissimo: era legato al ricordo di Julien.
L'infelicità annebbia l'intelligenza. Il nostro eroe ebbe la cattiva idea di
sedersi sulla piccola seggiola impagliata, che un tempo era stata testimone dei
suoi brillanti successi. Quel giorno nessuno gli rivolgeva la parola; la sua
presenza era come ignorata, e peggio ancora. Gli amici della signorina de La Mole
che si trovavano accanto a lui, all'estremità del divano, gli voltavano le spalle
in modo ostentato, o almeno così gli parve.
"Sono in disgrazia a corte" pensò, cercando poi di esaminare coloro che
pretendevano di opprimerlo con il loro disprezzo.
Lo zio del signor de Luz aveva un incarico importante presso il re, perciò quel
bell'ufficiale, quando parlava con un nuovo interlocutore, iniziava sempre da
questo saporito dettaglio: suo zio si era messo in viaggio alle sette per Saint-
Cloud e contava di passarvi la notte. Lo diceva con apparente noncuranza, ma non
mancava mai di farlo.
Osservando Croisenois con lo sguardo severo dell'infelice, Julien poté notare
l'influenza enorme che quel giovane buono e gentile dava alle cause occulte.
Arrivava al punto di rattristarsi, e di irritarsi, se un fatto di una certa
importanza veniva attribuito a una causa semplice e del tutto naturale. "C'è in
questo un po' di follia - pensò Julien. - È un aspetto nel quale rassomiglia in
modo sorprendente all'imperatore Alessandro, come me l'ha descritto il principe
Korasov."
Durante il primo anno del suo soggiorno a Parigi, il povero Julien, uscendo dal
seminario, abbagliato dalla grazia per lui così nuova di quei giovanotti amabili,
non aveva potuto fare a meno di ammirarli. Solo ora cominciava a delinearsi ai suoi
occhi il loro vero carattere.
"Qui faccio una parte indegna" pensò a un tratto. Si trattava di lasciare quella
sedia di paglia in un modo non troppo goffo. Cercò di ideare qualcosa, ma la sua
immaginazione era troppo impegnata altrove. Doveva far ricorso alla memoria, ma la
sua, bisogna ammetterlo, aveva ben poche risorse per una situazione del genere. Il
povero ragazzo era ancora inesperto, e così fu molto impacciato, e tutti lo
notarono, quando si alzò per lasciare il salotto. L'infelicità era troppo evidente
nel suo comportamento. Da tre quarti d'ora sosteneva la parte di un subalterno
importuno, al quale non ci si cura neppure di nascondere ciò che si pensa di lui.
Le osservazioni critiche che aveva fatto sui suoi rivali gli impedirono tuttavia di
prendere troppo sul tragico la sua cattiva sorte; per sostenersi nel suo orgoglio
aveva il ricordo di ciò che era accaduto due notti prima. "Per quanti vantaggi
possano avere su di me - pensava uscendo in giardino, - Mathilde non è stata per
nessuno di loro ciò che è stata due volte per me."
La sua saggezza non andò oltre. Non capiva minimamente il carattere di quella
persona particolare che il caso aveva fatto padrona assoluta della sua felicità.
Il giorno dopo si limitò ad ammazzare di fatica se stesso e il suo cavallo. La
sera, non cercò di avvicinarsi al divano azzurro, a cui Mathilde era fedele. Notò
che il conte Norbert non si degnava neppure di guardarlo, quando lo incontrava per
casa. "Deve fare una strana violenza su se stesso - pensò, - lui, che è per natura
tanto cortese."
Il sonno sarebbe stato provvidenziale per Julien. Ma a dispetto della stanchezza
fisica, la sua immaginazione era invasa da troppi ricordi incantevoli. Non ebbe
l'intelligenza di capire che con le sue lunghe galoppate nei boschi attorno a
Parigi, agendo solo su se stesso e non sul cuore e sulla mente di Mathilde,
lasciava la sua sorte al caso.
Gli sembrava che una sola cosa avrebbe potuto dargli, nel suo dolore, un enorme
sollievo: parlare con lei. Ma che cosa avrebbe osato dirle?
Era concentrato su questo pensiero, quando una mattina, alle sette, la vide a un
tratto entrare in biblioteca. "So che desiderate parlarmi."
"Dio mio! Chi ve l'ha detto?".
"Che ve ne importa? Lo so. Se siete privo d'onore potete rovinarmi, o almeno
cercare di farlo; ma questo pericolo, che non credo reale, non m'impedirà certo di
essere sincera. Non vi amo più, signore, la mia folle immaginazione mi ha
ingannata..."
A questo terribile colpo, pazzo d'amore e di infelicità, Julien tentò di
giustificarsi. Niente di più assurdo. Ci si può forse giustificare di non piacere?
Ma la ragione non aveva più alcun potere sui suoi atti. Un istinto cieco lo
spingeva a ritardare la decisione della sua sorte. Gli sembrava che, finché
parlava, non fosse ancora tutto finito. Mathilde non ascoltava le sue parole, il
loro suono la infastidiva, non concepiva che avesse l'ardire di interromperla.
I rimorsi della virtù e quelli dell'orgoglio, quel mattino, erano per lei
altrettanto penosi. Era come annientata all'idea di aver concesso qualche diritto
su di lei a un piccolo abate, figlio di un contadino. "È più o meno come se dovessi
rimproverarmi una debolezza con un domestico" pensava nei momenti in cui
ingigantiva la sua disgrazia.
Nei caratteri audaci e fieri, non c'è che un passo fra la collera con se stessi e
l'ira contro gli altri. E gli scoppi di furore, in questo caso, sono un autentico
piacere.
Ben presto la signorina de La Mole arrivò al punto di colpire Julien con le
espressioni del massimo disprezzo. Aveva un'intelligenza molto acuta, che eccelleva
nell'arte di torturare l'amor proprio altrui, di infliggergli le più crudeli
ferite.
Per la prima volta in vita sua, Julien si trovò dominato da uno spirito superiore,
animato contro di lui da un odio violentissimo. Lontano dal pensare a una minima
difesa, giunse a disprezzare se stesso. Sentendosi schiacciato dalle parole di lei,
così crudelmente sferzanti, e calcolate con tanta intelligenza per distruggere la
buona opinione che poteva avere di sé, gli sembrò che Mathilde avesse ragione, e
che non dicesse nemmeno abbastanza.
Quanto a lei, provava un delizioso piacere d'orgoglio nel punire in quel modo se
stessa e Julien dell'adorazione che aveva provato per lui qualche giorno prima.
Mathilde non aveva bisogno di trovare al momento le parole crudeli che gli
rivolgeva con tanta soddisfazione. Non faceva che ripetere ciò che da otto giorni
diceva dentro di lei l'avvocato della parte avversa all'amore.
Ogni parola centuplicava la sofferenza tremenda di Julien. Cercò di fuggire, ma lei
lo trattenne per un braccio con un gesto autoritario.
"Degnatevi di notare - le disse - che parlate a voce molto alta; vi sentiranno
nella stanza vicina."
"Che importa! - rispose fieramente Mathilde. - Chi oserebbe mai dire di avermi
sentita? Voglio guarire per sempre il vostro meschino amor proprio dalle idee che
si è potuto fare sul mio conto."
Quando Julien poté finalmente uscire dalla biblioteca, era così stupefatto che la
sua sventura gli pesava di meno. "Ebbene, non mi ama più - si ripeteva ad alta
voce, come per convincere se stesso. - A quanto pare mi ha amato per otto o dieci
giorni, e io l'amerò tutta la vita. Ma com'è possibile? Non era niente, niente per
me, solo pochi giorni fa!"
Il piacere dell'orgoglio inondava il cuore di Mathilde; era dunque riuscita a
rompere per sempre! L'aver trionfato completamente su un'attrazione tanto forte la
rendeva felicissima. "Così quel signorino - pensava - capirà una volta per tutte
che non avrà mai alcun potere su di me." Era talmente felice, che davvero non
sentiva più amore in quel momento.
Dopo una scena così atroce, così umiliante, l'amore sarebbe diventato impossibile
per un uomo meno appassionato di Julien. Senza venir meno un solo istante alla sua
dignità, la signorina de La Mole gli aveva detto delle cose tanto sgradevoli e
tanto efficaci, che potevano sembrare la verità, anche ripensandoci a sangue
freddo.
La prima conclusione di Julien fu che Mathilde aveva un orgoglio smisurato. Era
fermamente convinto che tutto fosse finito per sempre tra di loro, e tuttavia il
giorno dopo, a colazione, fu maldestro e timido davanti a lei. Un difetto del quale
nessuno, fino ad allora, avrebbe potuto rimproverarlo. Nelle piccole come nelle
grandi cose, egli sapeva benissimo ciò che avrebbe dovuto e voluto fare, e lo
metteva in pratica.
Quel giorno, dopo colazione, la marchesa gli chiese un opuscolo sovversivo, e
tuttavia piuttosto raro, che il parroco le aveva portato in segreto quel mattino;
Julien, prendendolo su una console, fece cadere un vaso antico di porcellana
azzurra, bruttissimo.
La signora de La Mole si alzò gettando uh grido disperato, e andò a osservare da
vicino i frantumi di quel vaso che le era molto caro. "Era un antico vaso
giapponese! - disse. - L'avevo avuto da una mia prozia, badessa di Chelles; era un
presente degli olandesi al reggente duca d'Orléans, che l'aveva regalato a sua
figlia...".
Mathilde si era alzata a sua volta, ben felice di vedere in pezzi quel vaso che le
sembrava orribile. Julien era rimasto in silenzio, non troppo turbato; si accorse
che lei gli era vicinissima.
"Il vaso - le disse - è distrutto per sempre, e così è di un sentimento che è stato
padrone del mio cuore. Vi prego di accettare le mie scuse per tutte le pazzie che
mi ha fatto commettere", e uscì.
"Si direbbe proprio che questo Sorel - disse la marchesa mentre Julien se ne andava
- sia fiero e contento di quello che ha fatto."
Furono parole che arrivarono direttamente al cuore di Mathilde. "È vero - pensò, -
mia madre ha visto giusto: è questo il sentimento che lo anima." Solo allora cessò
la sua gioia per la scenata che gli aveva fatto il giorno prima. "Ebbene, è tutto
finito - si disse con una calma fittizia. - Mi resta un grande insegnamento; è
stato un errore spaventoso, umiliante! Mi servirà ad essere saggia per il resto
della mia vita."
"Non ho forse detto il vero? - pensava Julien. - Perché l'amore per quella pazza mi
tormenta ancora?".
Questo amore, invece di spegnersi come egli sperava, fece dei rapidi progressi. "È
pazza, è vero - si diceva. - Ma è forse per questo meno adorabile? Come potrebbe
essere più bella? Tutto ciò che di più attraente può offrire una civiltà raffinata
non si trovava forse riunito nella signorina de La Mole?" Questi ricordi di una
felicità passata s'impadronivano di Julien, distruggendo rapidamente l'opera della
ragione.
La ragione lotta invano contro ricordi simili; i suoi severi tentativi non fanno
che aumentarne il fascino.
Ventiquattr'ore dopo la rottura dell'antico vaso giapponese, Julien era decisamente
uno degli uomini più infelici al mondo.

XXI
La nota segreta

Poiché tutto ciò che racconto l'ho visto; e se mi sono potuto ingannare vedendolo,
sicuramente non vi inganno nel narrarvelo.
Lettera all'autore

Il marchese lo fece chiamare; il signor de La Mole sembrava ringiovanito, gli


brillavano gli occhi.
"Parliamo un po' della vostra memoria - disse a Julien; - si dice che sia
prodigiosa! Potreste imparare quattro pagine e andarle a recitare a Londra? Ma
senza cambiare una parola...".
Il marchese spiegazzava stizzito "La Quotidienne" di quel giorno, e cercava invano
di dissimulare un'aria di grande serietà che Julien non gli aveva mai visto,
neppure quando si parlava della causa con Frilair. Ma era già abbastanza esperto
per capire che avrebbe dovuto assecondare quel tono di finta leggerezza del signor
de La Mole.
"Questo numero della "Quotidienne" non è forse molto divertente; ma, se il signor
marchese lo permette, domani mattina avrò l'onore di recitarglielo per intero."
"Come? Anche gli annunci?".
"Esattamente, e senza dimenticare una sillaba."
"Mi date la vostra parola?" disse il marchese con improvvisa gravità.
"Sì, signor marchese; soltanto la paura di non riuscirci potrebbe turbare la mia
memoria."
"Ieri ho dimenticato di farvi una richiesta: non vi chiedo di giurarmi che non
ripeterete mai quanto state per ascoltare; vi conosco troppo bene per farvi un
simile affronto. Ho garantito per voi. Vi porterò in un salotto dove si riuniscono
dodici persone. Prenderete nota di ciò che dirà ognuno di loro.
Non vi preoccupate, non sarà una conversazione confusa; si parlerà uno per volta,
non dico con ordine - aggiunse il marchese riprendendo il tono sottile e leggero
che gli era più naturale. - E mentre noi discuteremo, voi scriverete una ventina di
pagine; poi tornerete qui con me, e ridurremo quelle venti pagine a quattro.
Saranno le quattro pagine che mi ripeterete domani mattina, invece di tutto il
numero della "Quotidienne". Partirete subito dopo, in diligenza, come un giovane in
viaggio di piacere. Starete attento a non farvi notare da nessuno. Andrete da un
grande personaggio. Qui dovrete essere più accorto. Si tratta di ingannare tutti
quelli che gli stanno attorno, poiché tra i suoi segretari, tra i suoi domestici,
c'è gente venduta al nemico, persone che spiano i nostri agenti per intercettarli.
Avrete una generica lettera di raccomandazione.
Nel momento in cui Sua Eccellenza vi guarderà, mostrerete il mio orologio che vi
presto per il viaggio. Prendetelo subito e datemi il vostro, e almeno una cosa è
fatta.
Il duca stesso vorrà scrivere sotto vostra dettatura le quattro pagine che avrete
imparato a memoria.
Dopo di che, ma non prima, fate bene attenzione, se Sua Eccellenza vi interrogherà,
potrete raccontargli della seduta a cui assisterete fra poco.
C'è una cosa che vi impedirà di annoiarvi durante il viaggio: tra Parigi e la
residenza del ministro c'è gente che non chiederebbe di meglio che tirare una
fucilata all'abate Sorel. Così la vostra missione sarebbe finita, e questo
comporterebbe un grave ritardo; infatti, mio caro, come potremmo sapere della
vostra morte? Il vostro zelo non potrebbe certo arrivare fino a darcene l'annuncio.
Correte subito a procurarvi un abito completo - riprese il marchese in tono molto
serio. - Mettetevi alla moda di due anni fa. È necessario che questa sera abbiate
un'aria un po' trascurata. In viaggio, invece, sarete come al solito. Tutto questo
vi sorprende? La vostra diffidenza vi fa intuire qualcosa? Sì, amico mio, uno dei
personaggi venerabili che sentirete parlare fra poco è capacissimo di spedire delle
informazioni in seguito alle quali potrebbero quanto meno darvi dell'oppio, la
sera, nella locanda dove vi fermerete a cenare."
"Sarebbe meglio - disse Julien - fare trenta leghe di più e non prendere la via
diretta. Si tratta di Roma, suppongo...".
Il marchese assunse un'espressione altezzosa e scontenta come non gli aveva più
visto dal tempo di Bray-le-Haut.
"Questo lo saprete, signore, quando riterrò opportuno dirvelo. Le domande non mi
piacciono."
"Ma io non volevo farvene - rispose Julien premuroso; - ve lo giuro, signore,
pensavo ad alta voce, cercavo nella mia mente la strada più sicura."
"Sì, mi sembra che la vostra mente si spingesse troppo oltre. Non dimenticate mai
che un ambasciatore, e tanto più della vostra età, non deve aver l'aria di voler
strappare una confidenza."
Julien rimase molto mortificato, aveva torto. Il suo amor proprio cercava una scusa
e non la trovava.
"Ricordatevi - aggiunse il marchese - che ci si appella sempre al cuore, quando si
è commessa qualche sciocchezza."
Un'ora dopo, Julien era nell'anticamera del marchese con atteggiamento da
subalterno: aveva un abito fuori moda, una cravatta di un bianco incerto e
nell'insieme una sciatteria da pedante.
Vedendolo, il marchese scoppiò a ridere, e solo allora Julien fu completamente
scusato.
"Se questo giovanotto mi tradisce - pensò il signor de La Mole, - di chi potrò
fidarmi? Del resto, quando si agisce, bisogna pur fidarsi di qualcuno. Mio figlio,
e i suoi brillanti amici della stessa risma, hanno coraggio e fedeltà per
centomila; se occorresse battersi, perirebbero sui gradini del trono, sanno
tutto... tranne ciò che serve al momento. Che il diavolo mi porti se uno di loro è
in grado di imparare quattro pagine a memoria e fare cento leghe senza essere
scoperto. Norbert saprebbe farsi ammazzare come i suoi antenati, ma di questo
sarebbe capace anche un coscritto...".
Il marchese sprofondò nei suoi pensieri: "E quanto a farsi uccidere - si disse
sospirando, - forse anche questo Sorel potrebbe farlo bene come lui...".
"Saliamo in carrozza" disse poi, come per scacciare un'idea molesta.
"Signore - disse Julien, - mentre mi sistemavano il vestito ho imparato a memoria
la prima pagina della "Quotidienne" di oggi."
Il signor de La Mole prese il giornale, e Julien recitò senza sbagliare una parola.
"Bene - pensò il marchese, che quella sera era molto diplomatico; - nel frattempo
il giovanotto non bada alle strade che facciamo."
Arrivarono in un salone molta cupo, con le pareti in parte rivestite in legno e in
parte tappezzate di velluto verde. Un domestico accigliato stava preparando una
grande tavola da pranzo, che trasformò poi in un tavolo da lavoro, con un immenso
tappeto verde tutto macchiato d'inchiostro, residuo di qualche ministero.
Il padrone di casa era un uomo enorme, il cui nome non venne pronunciato; Julien
trovò in lui la fisionomia e l'eloquenza di uno che sta digerendo.
A un cenno del marchese, Julien era rimasto a un'estremità del tavolo. Per darsi un
contegno, si mise a temperare delle penne. Con la coda dell'occhio contò sette
intelocutorí, ma non li vedeva che di spalle. Gli parve che due di loro si
rivolgessero al signor de La Mole da pari a pari, mentre gli altri sembravano più o
meno deferenti.
Senza essere annunciato, entrò un altro personaggio. "Che strano - pensò Julien, -
in questo salotto non si è annunciati. Che sia una precauzione presa in mio onore?"
Tutti si alzarono per accogliere il nuovo venuto. Portava la stessa altissima
decorazione di altri tre signori che erano già in quella sala. Parlavano a voce
molto bassa. Per giudicare il nuovo venuto, Julien dovette limitarsi a ciò che
potevano suggerirgli il suo volto e la sua figura. Era piccolo e tozzo, molto
colorito, e il suo sguardo acceso non esprimeva altro che la cattiveria di un
cinghiale.
L'attenzione di Julien fu rapidamente distratta dall'ingresso quasi immediato di un
altro tipo del tutto differente. Era un uomo alto e magrissimo, che indossava tre o
quattro panciotti. Il suo sguardo era dolce, i suoi gesti cortesi.
"Ha proprio l'espressione del vecchio vescovo di Besançon" pensò Julien. Quell'uomo
era certo un ecclesiastico, dimostrava fra i cinquanta e i cinquantacinque anni, e
non avrebbe potuto avere un'aria più paterna.
Apparve il giovane vescovo d'Agde, che sembrò molto stupito quando, passando in
rassegna i presenti, i suoi occhi caddero su Julien. Non gli aveva rivolto la
parola dalla cerimonia di Bray-le-Haut. Il suo sguardo sorpreso mise in imbarazzo
Julien e lo irritò. "Come, dunque - pensò: - conoscere qualcuno dovrà sempre
nuocermi? Tutti questi gran signori che non ho mai visto prima non mi intimidiscono
minimamente, e lo sguardo di questo giovane vescovo mi raggela! Bisogna ammettere
che sono un essere molto singolare e sfortunato."
Un omettino tutto nero entrò poco dopo rumorosamente, e si mise a parlare quand'era
ancora sulla porta; aveva un colorito giallastro e un'aria un po' folle. Dopo
l'arrivo di quel parlatore implacabile si formarono dei gruppi, in apparenza per
evitare la noia di ascoltarlo.
Allontanandosi dal caminetto, i presenti si avvicinarono all'angolo del tavolo
dov'era Julien, che provava un imbarazzo sempre maggiore. Infatti, per quanti
sforzi facesse, non poteva non capire, e per quanto poco esperto fosse, si rendeva
conto dell'importanza delle cose di cui parlavano molto liberamente; eppure gli
alti personaggi che aveva sotto gli occhi dovevano tenere molto alla segretezza di
ciò che dicevano.
Con la massima lentezza possibile, aveva già temperato una ventina di penne, e
anche questa risorsa stava ormai per venirgli meno. Cercava invano un ordine negli
occhi del signor de La Mole; ma il marchese si era dimenticato di lui.
"Quello che sto facendo è ridicolo - pensava Julien temperando le sue penne; - ma
questi uomini dall'aria così mediocre, incaricati da altri o da se stessi di
questioni tanto importanti, devono essere molto suscettibili. Il mio sguardo triste
ha qualcosa d'interrogativo e di poco rispettoso che senz'altro potrebbe irritarli.
Ma se tengo gli occhi bassi avrò l'aria di voler raccogliere le loro parole."
Il suo impaccio era estremo, e udiva cose singolari.

XXII
La discussione

La repubblica! Per uno, oggi; che sacrificherebbe tutto al bene pubblico, ce ne


sono migliaia, milioni, che pensano solo al loro piacere, alla loro vanità. A
Parigi si è stimati per la propria carrozza, non per la propria virtù.
NAPOLEONE, Memoriale

Il domestico entrò precipitosamente annunciando: "Il signor duca de ***".


"Tacete, siete uno sciocco" disse il duca entrando. E pronunciò queste parole così
bene, e con tanta maestà, che, suo malgrado, Julien pensò che tutta la scienza di
quel grand'uomo doveva consistere nel sapersi arrabbiare con un domestico. Julien
alzò gli occhi, ma li abbassò subito. Aveva intuito così bene l'importanza del
nuovo arrivato, da temere che il suo sguardo fosse apparso indiscreto.
Il duca era un uomo di cinquant'anni, vestito come un dandy, e camminava con passo
molleggiato. Aveva la testa stretta, un gran naso, un viso convesso e tutto proteso
in avanti; sarebbe stato difficile avere un'aria più nobile e più insignificante.
Il suo arrivo determinò l'apertura della seduta.
Julien fu bruscamente interrotto nelle sue osservazioni fisiognomiche dalla voce
del signor de La Mole:
"Vi presento l'abate Sorel - diceva il marchese. - È dotato di una memoria
straordinaria; solo un'ora fa gli ho parlato della missione di cui poteva essere
onorato, e, per dare una prova della sua capacità, ha imparato tutta la prima
pagina della "Quotidienne"".
"Ah, le notizie estere di quel povero N..." disse il padrone di casa. Si affrettò a
prendere il giornale, e guardando Julien con un'aria comica, tanto voleva essere
importante: "Parlate, signore" gli disse.
Il silenzio era profondo, gli occhi di tutti erano fissi su Julien, il quale recitò
così bene che dopo venti righe il duca disse: "Basta". L'ometto dallo sguardo di
cinghiale si sedette. Era il presidente; infatti, appena ebbe preso posto, mostrò a
Julien un tavolino da gioco e gli fece segno di portarselo vicino. Julien si
sistemò con l'occorrente per scrivere. Contò dodici persone sedute attorno al
tappeto verde.
"Signor Sorel - disse il duca, - ritiratevi nella stanza vicina. Vi faremo
chiamare."
Il padrone di casa aveva un'aria molto preoccupata: "Le imposte non sono chiuse"
disse a mezza voce al suo vicino. "È inutile guardare dalla finestra " gridò
scioccamente a Julien, il quale pensò: "Mi sono cacciato in una cospirazione. Per
fortuna non è di quelle che portano in place de Grève. E se anche ci fosse
pericolo, devo questo e molto di più al marchese. Sarei felice se mi fosse concesso
di riparare a tutto il dolore che le mie follie potrebbero causargli un giorno!"
Pur pensando alle sue follie e alla sua infelicità, si guardava attorno in modo da
non dimenticare più quel luogo. Si ricordò solo allora di non aver sentito il
marchese dire al cocchiere il nome della via; anzi, il signor de La Mole aveva
preso una carrozza pubblica, cosa che non faceva mai.
Julien fu lasciato a lungo nelle sue riflessioni. Si trovava in un salotto
tappezzato in velluto rosso con vistose passamanerie dorate. Sulla console c'era un
grande crocefisso in avorio, e sul caminetto un libro, Del papa di De Maistre,
rilegato magnificamente e con il taglio dorato. Julien lo aprì, per non aver l'aria
di ascoltare. Di tanto in tanto, infatti, nella stanza accanto parlavano ad alta
voce. Finalmente si aprì la porta, e lo chiamarono.
"Pensate - diceva il presidente, - che da questo momento stiamo parlando davanti al
duca de***. Il signore - disse indicando Julien - è un giovane levita, devoto alla
nostra santa causa, e ripeterà facilmente, grazie alla sua memoria prodigiosa, la
nostra discussione nei minimi dettagli. A voi la parola, signore" disse poi,
rivolgendosi al personaggio dall'aria paterna che portava tre o quattro panciotti.
Julien pensò che sarebbe stato più naturale pronunciarne il nome. Prese dei fogli
di carta e scrisse a lungo.
(E qui l'autore avrebbe voluto far seguire una pagina di puntini. "Sarebbe di
cattivo gusto - dice l'editore, - e per un'opera così frivola il cattivo gusto è la
morte." "La politica - risponde l'autore - è una pietra al collo per la
letteratura, e in meno di sei mesi la fa colare a picco. La politica, nel campo
dell'immaginazione, è come un colpo di pistola in un concerto: un rumore lacerante
ma senza efficacia. Non si accorda con il suono di nessuno strumento. Questa
politica offenderà terribilmente una metà dei lettori, e annoierà l'altra, che ne
ha avuto notizia in modo ben più dettagliato ed energico nel giornale del
mattino..." "Se i vostri personaggi non parlano di politica - riprende l'editore -
non sono dei francesi del 1830, e il vostro libro non è più uno specchio, come voi
pretendete...").
Il verbale di Julien era di ventisei pagine; eccone qui un pallido estratto; è
stato infatti necessario, come sempre, sopprimere gli aspetti ridicoli, la cui
abbondanza sarebbe parsa odiosa e poco verosimile (vedere "La Gazette des
Tribunaux").
L'uomo dai panciotti e dall'aria paterna (era forse un vescovo) sorrideva spesso, e
allora i suoi occhi dalle palpebre cascanti prendevano una luce singolare e
un'espressione meno indecisa del solito. Quel personaggio, che avevano fatto
parlare per primo davanti al duca ("Ma quale duca?" si chiedeva Julien), in
apparenza per esporre le varie tesi e fare la funzione di avvocato generale, parve
a Julien che dimostrasse l'incertezza e la mancanza di conclusioni decise che
vengono spesso rimproverate a questi magistrati. Nel corso della discussione, il
duca arrivò apertamente a farglielo notare.
Dopo parecchie frasi moraleggianti e di facile filosofia, l'uomo dei panciotti
disse:
"La nobile Inghilterra, guidata da un grand'uomo, l'immortale Pitt, ha speso
quaranta miliardi di franchi per contrastare la rivoluzione. Se questa assemblea mi
permette di affrontare con una certa franchezza un triste argomento, l'Inghilterra
non aveva capito abbastanza che con un uomo come Bonaparte, soprattutto quando non
gli si poteva opporre che una serie di buone intenzioni, non c'erano altri mezzi
decisivi che quelli personali...".
"Ah! Ancora l'elogio dell'assassinio" disse il padrone di casa con aria
preoccupata.
"Risparmiateci le vostre omelie sentimentali! - esclamò seccato il presidente, e il
suo occhio di cinghiale ebbe un lampo feroce. - Continuate" disse all'uomo dei
panciotti. Le guance e la fronte del presidente divennero di porpora.
"La nobile Inghilterra - riprese il relatore - si trova oggi schiacciata perché
ogni inglese, prima di pagare il suo pane, è costretto a pagare gli interessi dei
quaranta miliardi di franchi che furono spesi contro i giacobini. Non ha più un
Pitt..."
"Ha il duca di Wellington" disse un militare, assumendo un'aria di grande
importanza.
"Vi prego, signori: silenzio - esclamò il presidente; - se continuiamo in questa
disputa, sarà stato inutile aver fatto entrare il signbr Sorel."
"Si sa che il signore ha molte idee" disse il duca con aria seccata guardando il
militare, che era un ex generale di Napoleone. Julien capì che quelle parole
alludevano a qualcosa di personale e di molto offensivo. Tutti sorrisero; il
generale transfuga sembrò traboccare di collera.
"Non c'è più un Pitt, signore - riprese il relatore con l'aria scoraggiata
dell'uomo che dispera di far capire la ragione a chi lo ascolta. - Ma anche se ci
fosse un nuovo Pitt in Inghilterra, non si inganna due volte una nazione con gli
stessi mezzi...".
"Ed è per questo che un generale vincitore, un Bonaparte, è ormai impossibile in
Francia" interruppe ancora il militare.
Questa volta, né il presidente né il duca osarono mostrare la loro irritazione,
anche se a Julien parve di leggere nei loro occhi che ne avevano una gran voglia.
Abbassarono lo sguardo, e il duca si accontentò di sospirare in modo che tutti lo
sentissero.
Ma il relatore si era seccato.
"C'è fretta che io concluda" disse con calore e mettendo da parte quella cortesia
sorridente e quel linguaggio tanto misurato che Julien credeva espressione del suo
carattere. "C'è fretta che io concluda. Non si tiene conto degli sforzi che faccio
per non offendere le orecchie di nessuno, per quanto lunghe esse siano. Ebbene,
signori, sarò breve.
Vi dirò in parole molto povere: l'Inghilterra non ha più un soldo da mettere al
servizio della buona causa. Anche se Pitt tornasse al mondo, con tutto il suo genio
non potrebbe ingannare i piccoli proprietari inglesi, perché essi sanno che la
breve campagna di Waterloo è costata loro un miliardo di franchi. E poiché volete
che si parli chiaro - aggiunse il relatore, infervorandosi sempre di più, - vi
dirò: Aiutatevi da soli, perché l'Inghilterra non ha una ghinea per voi, e quando
l'Inghilterra non paga, l'Austria, la Russia, la Prussia, che hanno coraggio ma non
hanno denaro, non possono fare contro la Francia che una campagna o due.
Si può sperare che i giovani soldati messi insieme dal giacobinismo saranno
sconfitti alla prima battaglia, forse alla seconda; ma alla terza, dovessi anche
passare per un rivoluzionario ai vostri occhi prevenuti, alla terza avrete i
soldati del 1794, che non erano più i contadini irreggimentati del 1792."
A questo punto l'interruzione partì contemporaneamente da tre o quattro parti.
"Signore - disse il presidente a Julien, - andate a mettere in bella copia, nella
stanza accanto, l'inizio del verbale che avete scritto."
Julien uscì molto a malincuore. Il relatore aveva prospettato delle possibilità che
erano oggetto delle sue riflessioni abituali.
"Hanno paura che mi prenda gioco di loro" pensò. Quando lo richiamarono, il signor
de La Mole stava dicendo, in un tono serio che parve comico a Julien, che lo
conosceva bene:
"... Sì, signori, è soprattutto di questo disgraziato popolo che si può dire:
Sarà Dio, tavola o catino?
Sarà Dio! esclama il favolista. Queste parole così nobili e profonde sembrano
appartenere a voi, signori. Agite da soli, e la nobile Francia tornerà ad essere
press'a poco come l'avevano fatta i nostri antenati, e come i nostri occhi hanno
ancora potuto vederla prima della morte di Luigi XVI.
L'Inghilterra, o quanto meno i suoi nobili lords, detestano come noi l'ignobile
giacobinismo: senza libro inglese, l'Austria, la Russia, la Prussia non possono
sostenere che due o tre battaglie. E questo basterà per arrivare a una felice
occupazione, come quella che Richelieu sprecò così stupidamente nel 1817? Io non lo
credo".
Qui ci fu un'interruzione, soffocata però dagli zittii generali. Partiva ancora
dall'ex generale napoleonico, che ambiva al cordon bleu, e voleva farsi notare
dagli estensori della nota segreta.
"Io non lo credo" riprese il signor de La Mole dopo il tumulto, insistendo su
quell'io con un'insolenza che piacque molto a Julien. "Un'ottima mossa - pensò,
facendo scivolare la penna quasi con la stessa rapidità delle parole del marchese.
- Con una frase ben detta, il signor de La Mole annulla le venti campagne di questo
transfuga."
"Possiamo aspettarci una nuova occupazione militare dall'estero, ma non dall'estero
soltanto - continuò il marchese nel tono più misurato. - Tutta questa gioventù che
scrive articoli incendiari sul "Globe" potrà darvi tre o quattromila giovani
capitani, tra i quali potrebbe esserci un Kléber, un Hoche, un Jourdan, un
Pichegru, meno ben intenzionato, però."
"Non abbiamo saputo dargli la gloria - disse il presidente. - Bisognava
conservargli l'immortalità."
"È necessario, infine, che in Francia - riprese La Mole - ci siano due partiti, ma
due partiti non solo di nome, due partiti nettamente distinti. Sappiamo chi bisogna
schiacciare. Da una parte i giornalisti, gli elettori: insomma, l'opinione
pubblica; la gioventù e tutti quelli che l'ammirano. Mentre essa si stordisce al
rumore delle sue vane parole, noi, noi abbiamo il vantaggio sicuro di consumare il
denaro dello stato."
E qui, una nuova interruzione.
"Voi, signore - rispose il signor de La Mole a chi lo aveva interrotto, con una
fierezza e una disinvoltura ammirevoli, - voi consumate, anzi, e mi dispiace se la
parola vi urta, voi divorate quarantamila franchi del bilancio dello Stato e
ottantamila che ricevete dalla lista civile.
Ebbene, signore, poiché mi forzate a farlo, vi prendo decisamente ad esempio. Come
i vostri nobili antenati, che seguirono san Luigi alla crociata, voi dovreste, per
quei centoventimila franchi, dovreste farci vedere almeno un reggimento, una
compagnia, che dico!, una mezza compagnia, non fosse che di cinquanta uomini pronti
a combattere e devoti alla buona causa, per la vita e per la morte. Ma non avete
che dei servitori, i quali, in caso di rivolta, farebbero paura anche a voi.
Il trono, l'altare, la nobiltà potranno perire da un giorno all'altro, signori,
fino a quando non avrete creato in ogni dipartimento una forza di cinquecento
uomini devoti; ma per devoti intendo uomini dotati non solo di tutto il coraggio
francese, ma anche della costanza spagnola.
La metà di questa truppa dovrà essere composta dai nostri figli, dai nostri nipoti,
da veri gentiluomini, insomma. Ognuno di loro avrà al suo fianco non già un piccolo
borghese chiacchierone, pronto a sfoggiare una coccarda tricolore se ritorna un
1815, ma un bravo contadino semplice e franco come Cathelineau; sarà istruito dal
nostro gentiluomo, e, se possibile, sarà suo fratello di latte. Che ognuno di noi
sacrifichi il quinto delle sue entrate per formare questa piccola milizia devota di
cinquecento uomini per dipartimento. Allora potrete contare su un'occupazione
straniera. I soldati stranieri non si spingeranno mai neppure fino a Digione, senza
la sicurezza di trovare cinquecento soldati amici in ogni dipartimento.
I re stranieri vi ascolteranno solo quando annuncerete loro che ventimila
gentiluomini sono pronti ad armarsi per farli entrare in Francia. È doloroso,
direte. Signori, questo è il prezzo della nostra testa. Tra la libertà di stampa e
la nostra esistenza come gentiluomini c'è guerra all'ultimo sangue. Diventate degli
industriali, dei contadini, o prendete il fucile. Siate timidi, se volete, ma non
siate stupidi; aprite gli occhi.
Formate i vostri battaglioni, vi dirò con la canzone dei giacobini; allora si
troverà qualche nobile GUSTAVO ADOLFO, che, turbato dal pericolo imminente che
minaccia il principio monarchico, si lancerà a trecento leghe dal suo paese, e farà
per voi quello che fece Gustavo per i prìncipi protestanti. Volete continuare a
parlare senza agire? Fra cinquant'anni ci saranno in Europa solo dei presidenti di
repubblica, e neppure un re. E con queste due lettere - R, E - se ne vanno anche
preti e gentiluomini. Vedo solo dei candidati che fanno la corte a sudicie
maggioranze.
Avete un bel dire che la Francia non ha in questo momento un generale accreditato,
conosciuto e amato da tutti, che l'esercito è organizzato solo nell'interesse del
trono e dell'altare, che sono stati tolti di mezzo tutti i vecchi soldati, mentre
ogni reggimento prussiano e austriaco conta cinquecento sottufficiali che hanno
visto il fuoco.
Duecentomila giovani che appartengono alla piccola borghesia sono innamorati della
guerra...".
"Basta con le verità sgradevoli" disse con aria di sufficienza un solenne
personaggio, che evidentemente aveva un'alta carica ecclesiastica, poiché il signor
de La Mole sorrise in modo affabile invece di arrabbiarsi, e questo fu per Julien
un segnale molto importante.
"Basta con le verità sgradevoli. Riassumiamo, signori: l'uomo che dovesse subire
l'amputazione di una gamba in cancrena farebbe molto male se dicesse al chirurgo:
"questa gamba malata è sanissima". Consentitemi quest'espressione, signori: il
nobile duca de *** è il nostro chirurgo."
"Ecco finalmente le parole decisive - pensò Julien; - questa notte galopperò verso
il...".

XXIII
Il clero, i boschi, la libertà

La prima legge di ogni essere è di conservarsi, di vivere. Voi seminate la cicuta e


pretendete di veder maturare le spighe.
MACHIAVELLI

Quel solenne personaggio continuò a parlare; era evidente che conosceva le cose;
esponeva, con un'eloquenza dolce e moderata che piacque molto a Julien, queste
grandi verità:
"Primo: l'Inghilterra non ha una ghinea da usare per noi; l'economia e Hume sono di
moda. Neppure i Santi ci daranno denaro, e Brougham si burlerà di noi.
Secondo: è impossibile ottenere più di due campagne dai re europei senza l'oro
inglese; e due campagne non basteranno contro la piccola borghesia.
Terzo: necessità di formare un partito armato in Francia, senza il quale chi
sostiene il principio monarchico in Europa non arrischierà neppure quelle due
campagne.
Il quarto punto, che oso proporvi come evidente, è questo:
Impossibilità di formare un partito armato in Francia senza il clero. Ve lo dico
con franchezza, perché ve lo proverò, signori. Bisogna dare tutto al clero.
Primo: perché occupandosi giorno e notte delle sue questioni, ed essendo guidato da
uomini di grandi capacità, che vivono lontani dalle tempeste, a trecento leghe
dalla vostre frontiere...".
"Ah! Roma, Roma!" esclamò il padrone di casa...
"Si, signore, Roma! - riprese il cardinale con fierezza. - Quali che fossero le
facezie più o meno ingegnose che erano di moda quando eravate giovane, io dico
risolutamente, nel 1830, che il clero, guidato da Roma, è il solo che può parlare
al popolino.
Cinquantamila preti ripetono le stesse parole nel giorno stabilito dai capi, e il
popolo, che, dopo tutto, fornisce i soldati, sarà più sensibile alla voce dei suoi
preti che a tutti i vermiciattoli del mondo... (questo attacco suscitò dei
mormorii).
Il clero ha un ingegno superiore al vostro - continuò il cardinale alzando la voce;
- tutti i passi che avete fatto verso questo punto capitale, avere in Francia un
partito armato, li abbiamo fatti noi." E qui vennero fuori degli esempi: "Chi ha
mandato ottantamila fucili in Vandea?" ecc. ecc.
"Fino a quando il clero non riavrà i suoi boschi, non avrà nulla. Alla prima guerra
il ministro delle Finanze scrive ai suoi agenti che non ci sono soldi se non per i
curati. In fondo, la Francia non crede, e ama la guerra. Chiunque sia che gliela
procura, sarà doppiamente popolare, perché fare la guerra significa affamare i
gesuiti, per dirla come il volgo; fare la guerra, significa liberare quei mostri
d'orgoglio che sono i francesi dalla minaccia dell'intervento straniero."
Il cardinale era ascoltato con segni di approvazione...
"Bisognerebbe - disse - che il signor de Nerval lasciasse il ministero: il suo nome
è un'inutile provocazione."
A questa frase tutti si alzarono e si misero a parlare contemporaneamente. "Adesso
mi mandano fuori un'altra volta" pensò Julien; ma anche l'accorto presidente si era
dimenticato della sua esistenza.
Tutti gli sguardi cercavano un personaggio che Julien riconobbe. Era Nerval, il
primo ministro, che aveva visto al ballo del duca de Retz.
Il disordine era al colmo, come dicono i giornali parlando della Camera. Dopo un
buon quarto d'ora si ristabilì un po' di silenzio.
Allora il signor de Nerval si alzò e, assumendo l'aria di un apostolo, disse in un
tono strano:
"Non voglio affermare che non tengo al mio ministero. Mi si dimostra, signori, che
il mio nome raddoppia la forza dei giacobini, persuadendo contro di noi molti
moderati. Dunque, sarei pronto a dimettermi; ma le vie del Signore sono visibili
solo a pochi; e io - aggiunse fissando il cardinale - ho una missione; il cielo mi
ha detto: "Porterai la tua testa sul patibolo o ristabilirai la monarchia in
Francia, e ridurrai le Camere a ciò che era il parlamento sotto Luigi XV", e
questo, signori, io lo farò".
Tacque, tornò a sedere, e ci fu un gran silenzio.
"Ecco un buon attore" pensò Julien. Ma si sbagliava, come al solito, supponendo
negli altri troppa intelligenza. Preso com'era dalle discussioni di una serata
tanto vivace, e soprattutto dalla sincerità del dibattito, il signor de Nerval
credeva in quel momento alla sua missione. Aveva molto coraggio, quell'uomo, ma non
aveva molto cervello.
Suonò mezzanotte durante il silenzio che era seguito a quella bella frase: io lo
farò. A Julien parve che il suono della pendola avesse qualcosa di solenne e
funebre. Era emozionato.
La discussione riprese ben presto, ancora più animata, e soprattutto con
un'ingenuità incredibile. "Questa gente mi farà avvelenare - pensava Julien, in
certi momenti. - Come si possono dire cose simili davanti a un plebeo?"
Suonarono le due, e stavano ancora parlando. Il padrone di casa dormiva da un
pezzo. Il signor de La Mole fu costretto a chiamare i domestici per far cambiare le
candele. Il ministro Nerval era uscito all'una e tre quarti, non senza aver
osservato attentamente il volto di Julien da uno specchio che aveva accanto. Quando
se ne fu andato, sembrarono tutti più disinvolti.
Mentre cambiavano le candele, l'uomo dai molti panciotti sussurrò al suo vicino:
"Chissà cosa andrà a dire al re! Potrebbe coprirci di ridicolo, e rovinare il
nostro futuro. Bisogna convenire che ha avuto una bella presunzione, e molta
sfrontatezza, a presentarsi qui. Ci veniva prima di essere ministro; ma un
portafoglio cambia ogni cosa, avrebbe dovuto capirlo!".
Appena uscito il ministro, il generale di Bonaparte aveva chiuso gli occhi. Parlò
della sua salute, delle sue ferite, poi guardò l'orologio e se ne andò.
"Scommetterei - disse l'uomo dei panciotti - che il generale corre dietro al
ministro; andrà a scusarsi di essersi trovato qui, gli dirà che ci tiene a bada."
Quando i domestici, semiaddormentati, ebbero finito di cambiare le candele, il
presidente disse:
"E ora, signori, deliberiamo. Non cerchiamo più di persuaderci l'un l'altro.
Pensiamo al tenore della nota che fra quarantott'ore sarà sotto gli occhi dei
nostri amici stranieri. Si è parlato di ministri. Ora che Nerval ci ha lasciato,
possiamo ben dirlo: che ci importa dei ministri? Li costringeremo a volere".
Il cardinale approvò con un sorriso sottile.
"Niente di più facile, mi sembra, che riassumere la nostra posizione" disse il
giovane vescovo di Agde, con l'ardore intenso e trattenuto del più esaltato
fanatismo. Fino a quel momento era rimasto in silenzio; il suo sguardo, come aveva
notato Julien, era stato dapprima mite e calmo, ma si era infiammato dopo la prima
ora di discussione. Ora il suo animo traboccava come la lava del Vesuvio:
"Dal 1806 al 1814, l'Inghilterra non ha avuto che un torto - disse: - quello di non
agire direttamente contro Napoleone. Dopo aver creato duchi e ciambellani, dopo
aver ristabilito la monarchia, la missione che Dio gli aveva affidato era finita.
Doveva solo essere immolato. Le Sacre Scritture ci insegnano in molti passi il modo
di farla finita con i tiranni. (Seguirono parecchie citazioni in latino.)
Oggi, signori, non è più un uomo che bisogna immolare, ma è Parigi. Tutta la
Francia imita Parigi. A quale scopo armare cinquecento uomini per ogni
dipartimento? È un'impresa rischiosa, di cui non verremmo a capo. A quale scopo
coinvolgere l'intera Francia in qualcosa che riguarda soltanto Parigi? Solo Parigi,
con i suoi giornali e i suoi salotti, ha compiuto il male; perisca dunque la nuova
Babilonia. Bisogna farla finita con lo scontro fra l'altare e Parigi. Questa
catastrofe è anche negli interessi mondani del trono. Perché Parigi non ha osato
fiatare sotto Bonaparte? Chiedetelo al cannone di Saint-Roch...".

Solo alle tre del mattino Julien se ne andò con il signor de La Mole.
Il marchese era avvilito e stanco. Per la prima volta, parlandogli, ebbe un accento
di preghiera. Gli chiedeva di promettere, sul suo onore, di non rivelare mai gli
eccessi di zelo - fu questa la sua espressione - di cui il caso lo aveva reso
testimone. "Non parlatene al nostro amico straniero, a meno che egli non insista
seriamente per conoscere i nostri giovani pazzi. Che importa loro se lo Stato sarà
rovesciato? Diverranno cardinali, e si rifugeranno a Roma. Noi, nei nostri
castelli, saremo massacrati dai contadini."
La nota segreta, che il marchese ricavò dal lungo verbale di ventisei pagine
scritto da Julien, fu pronta solo alle quattro e tre quarti.
"Sono stanco morto - disse il signor de La Mole, - e si vede bene da questa nota,
che manca di precisione verso la fine; in vita mia, non sono mai stato così
scontento di una cosa che ho fatto. Adesso, amico mio - aggiunse, - andate a
riposarvi qualche ora; vi chiuderò io stesso a chiave nella vostra stanza perché
non vi rapiscano."
L'indomani, il marchese condusse Julien in un castello isolato, piuttosto lontano
da Parigi. C'erano degli ospiti strani: il nostro giovane pensò che fossero dei
preti. Gli venne consegnato un passaporto, che portava un nome fittizio, ma che
indicava finalmente la vera meta del viaggio, che egli aveva sempre finto di
ignorare. Sali da solo su un calesse.
Il marchese non aveva alcuna preoccupazione sulla memoria di Julien, che gli aveva
ripetuto più volte quella nota segreta; temeva molto, invece, che qualcuno potesse
bloccarlo.
"Cercate soprattutto di avere l'aria di un tipo fatuo, che viaggia per ammazzare il
tempo - gli disse in tono amichevole, mentre Julien se ne stava andando. - Forse
c'era più di un falso amico, nella nostra assemblea di ieri sera."
Il viaggio fu rapido e molto triste. Non appena Julien si trovò lontano dagli occhi
del marchese, si dimenticò della nota segreta e della sua missione e non pensò che
al disprezzo di Mathilde.
In un villaggio a qualche lega oltre Metz, il mastro di posta venne a dirgli che
non c'erano più cavalli. Erano le dieci di sera. Julien, molto contrariato, ordinò
la cena. Passeggiò davanti alla porta, e, attento a non farsi notare, sgusciò nel
cortile delle scuderie. Non vide nessun cavallo.
"Eppure quell'uomo aveva un'aria strana - pensò Julien; - il suo sguardo villano mi
controllava."
Come si vede, cominciava a non prendere alla lettera quello che gli dicevano.
Pensava di svignarsela dopo cena e, per sapere qualcosa del paese, lasciò la sua
stanza e andò a riscaldarsi davanti al focolare della cucina. Quale non fu la sua
gioia nel trovarvi il signor Geronimo, il celebre cantante!
Sprofondato in una poltrona che aveva fatto portare accanto al fuoco, il napoletano
si lamentava a gran voce, e parlava più lui da solo che i venti contadini tedeschi
che lo attorniavano stupefatti.
"Questa gente mi rovina - gridò a Julien. - Ho promesso di cantare domani a
Magonza. Sette principi sovrani sono accorsi per ascoltarmi. Ma andiamo a prendere
un po' d'aria" aggiunse con un'espressione significativa.
Quando fu a cento passi, sulla strada, sicuro di non poter essere sentito da altri,
disse a Julien:
"Sapete cosa succede? Quel mastro di posta è un furfante. Mentre passeggiava, ho
dato venti soldi a un monello che mi ha raccontato tutto. Ci sono più di dodici
cavalli in una scuderia all'altro capo del villaggio. Vogliono far ritardare
qualche corriere".
"Davvero?" disse Julien con un'aria innocente.
Aver scoperto l'imbroglio però non bastava, era necessario partire: ma Geronimo e
il suo amico non ci riuscirono.
"Aspettiamo che faccia giorno - disse alla fine il cantante. - Diffidano di noi. Ce
l'hanno forse con me o con voi. Domattina ordiniamo una buona colazione; mentre ce
la preparano, andiamo a fare una passeggiata, ce la svigniamo, prendiamo a nolo due
cavalli, e raggiungiamo la prossima stazione."
"E i vostri bagagli?" chiese Julien, il quale pensava che forse proprio Geronimo
poteva essere l'uomo incaricato di fermarlo. Non restava che cenare e andare a
letto. Julien era ancora nel primo sonno quando fu svegliato di soprassalto dalle
voci di due persone che parlavano nella sua stanza senza nessun riguardo.
Riconobbe il mastro di posta, munito di una lanterna cieca. La luce era proiettata
verso il baule che Julien si era fatto portare in camera. Accanto al mastro di
posta c'era un uomo che rovistava tranquillamente nel baule aperto. Julien non
poteva distinguerne che le maniche del vestito, che erano nere e strettissime.
"È un prete" pensò, e prese, con cautela, le pistole che aveva messo sotto il
cuscino.
"Non abbiate paura che si svegli, signor curato - disse il mastro di posta. - Il
vino che gli abbiamo servito era di quello che avete preparato voi stesso."
"Non c'è traccia di documenti - rispose il curato. - Molta biancheria, essenze,
pomate, cianfrusaglie; è un giovanotto di mondo, che si occupa dei suoi piaceri.
L'emissario sarà piuttosto I'altro, che ostenta quell'accento italiano."
I due si avvicinarono a Julien per frugare nelle tasche del suo abito da viaggio.
Ebbe la tentazione di ucciderli come ladri. Non poteva temere per le conseguenze.
Ne ebbe davvero voglia... Ma poi pensò: "Sarei uno sciocco, comprometterei la mia
missione". Dopo aver frugato nel vestito, il prete disse: "Non è un diplomatico".
Poi si scostò, e fece bene.
"Se mi tocca nel letto, guai a lui! - pensava Julien. - Potrebbe cercare di
pugnalarmi, ma non gliene darei il tempo."
Il curato voltò la testa, Julien aveva gli occhi semiapeni; quale non fu il suo
stupore! Era l'abate Castanède! In effetti, benché quei due cercassero di parlate
molto piano, gli era parso, fin dall'inizio, di riconoscere una delle due voci.
Julien provò allora una gran voglia di liberare la terra di uno dei suoi più vili
furfanti.
"Ma ho una missione!" pensò.
Il curato e il suo accolito uscirono. Un quarto d'ora dopo, Julien finse di
ridestarsi all'improvviso, chiamò, svegliando tutti quanti.
"Mi hanno avvelenato! - gridava. - Soffro terribilmente!" Cercava un pretesto per
correre in aiuto di Geronimo. Lo trovò mezzo soffocato dal laudano che c'era nel
vino.
Julien, temendo uno scherzo del genere, aveva cenato con la cioccolata che si era
portato da Parigi. Non gli riuscì di svegliare Geronimo quel tanto che bastava per
convincerlo a partire.
"Potrebbero anche darmi tutto il regno di Napoli - diceva il cantante, - e non
rinuncerei in questo momento alla voluttà di dormire."
"Ma i sette principi sovrani!?".
"Che aspettino."
Julien partì da solo e arrivò senza altri incidenti dal grande personaggio. Perse
un'intera mattina a sollecitare invano un'udienza. Per fortuna, verso le quattro,
il duca decise di prendere una boccata d'aria. Julien lo vide uscire a piedi, e non
esitò ad avvicinarlo per chiedergli l'elemosina. Quando fu a due passi da lui, tirò
fuori l'orologio del marchese de La Mole, e glielo mostrò con ostentazione.
"Seguitemi a distanza" gli fu detto senza uno sguardo.
Dopo un quarto di lega, il duca entrò bruscamente in un piccolo Café-haus. Fu in
una stanza di quella locanda d'infimo ordine che Julien ebbe l'onore di recitare al
duca le sue quattro pagine. Quando ebbe finito, gli fu detto: "Ricominciate e
andate più lentamente".
Il principe prese degli appunti. "Raggiungete a piedi la stazione di posta più
vicina. Lasciate qui il vostro bagaglio e il vostro calesse. Andate come potete a
Strasburgo, e il ventidue del mese (erano al dieci) trovatevi in questo stesso
posto a mezzogiorno e mezzo. Uscite di qui solo fra mezz'ora, Silenzio!"
Furono queste le sole parole che Julien poté udire, ma bastarono a ispirargli la
più alta ammirazione. "È così - pensava - che si trattano queste faccende. Che cosa
direbbe questo grande uomo di Stato se sentisse i chiacchieroni scalmanati di tre
giorni fa?".
Julien impiegò due giorni per arrivare a Strasburgo. Gli sembrava di non aver nulla
da fare in quella città, e prese la strada più lunga. "Se quel demonio dell'abate
Castanède mi ha riconosciuto, non è uomo da perdere facilmente le mie tracce... E
che piacere per lui farsi beffe di me, mandare a monte la mia missione!"
L'abate Castanède, capo della polizia della Congregazione per tutta la frontiera
del nord, fortunatamente non l'aveva riconosciuto. E i gesuiti di Strasburgo,
benché molto zelanti, non pensarono affatto a tenere d'occhio Julien, che con la
sua decorazione e la sua redingote azzurra aveva l'aria di un giovane militare
preoccupato solo della propria persona.

XXIV
Strasburgo

Fascino! Hai dell'amore tutta l'energia, tutta la capacità di soffrire. Solo i suoi
incantevoli piaceri, i suoi dolci appagamenti vanno oltre la tua sfera. Io non
potevo dire, vedendola dormire: è tutta mia, con la sua angelica bellezza e le sue
dolci debolezze! Eccola abbandonata in mio potere, così come l'ha fatta il cielo
nella sua misericordia per incantare il cuore di un uomo.
Ode di SCHILLER

Costretto a passare otto giorni a Strasburgo, Julien cercava di distrarsi con


pensieri di gloria militare e dedizione alla patria. Era dunque innamorato? Non lo
sapeva, ma nella sua anima tormentata non trovava che Mathilde, padrona assoluta
della sua felicità e della sua immaginazione. Aveva bisogno di tutta la sua forza
di carattere per non cadere nella disperazione. Pensare a qualcosa che non avesse a
che fare con Mathilde non era in suo potere. L'ambizione, i semplici successi di
vanità riuscivano a distrarlo, in passato, dai sentimenti che gli ispirava la
signora de Rênal. Mathilde, invece, aveva assorbito tutto; se la ritrovava dovunque
nel suo futuro. E in quel futuro non vedeva che l'insuccesso. Quel giovane che a
Verrières avevamo visto così pieno di presunzione ed orgoglio, era caduto in un
ridicolo eccesso di modestia.
Tre giorni prima avrebbe ucciso con piacere l'abate Castanède, e se a Strasburgo un
ragazzino se la fosse presa con lui, Julien gli avrebbe dato ragione. Ripensando
agli avversari, ai nemici che aveva incontrato durante la sua vita, gli sembrava di
aver avuto sempre torto.
Aveva ora, come implacabile nemica, quella sua fervida immaginazione che un tempo
gli disegnava un futuro pieno di brillanti successi.
La solitudine assoluta di quei giorni di viaggio aumentava il potere delle sue cupe
fantasie. Quale tesoro sarebbe stato per lui un amico! "Ma c'è forse un cuore che
batte per me? - si diceva Julien. - E se anche avessi un amico, l'onore non mi
imporrebbe un eterno silenzio?".
Passeggiava tristemente a cavallo nei dintorni di Kehl; è un borgo sulle rive del
Reno, reso immortale da Desaix e Gouvion Saint-Cyr. Un contadino tedesco gli
indicava i ruscelletti, i sentieri, gli isolotti del Reno divenuti famosi per il
coraggio di quei grandi generali. Julien, guidando il suo cavallo con la sinistra,
teneva aperta con la destra la splendida carta che illustra le Memorie del
maresciallo Saint-Cyr. Un'esclamazione di gioia gli fece alzare il capo.
Era il principe Korasov, l'amico di Londra che gli aveva svelato qualche mese prima
le regole essenziali di una sublime fatuità. Fedele a quell'arte eccelsa, Korasov,
arrivato da qualche giorno a Strasburgo, e trovandosi da un'ora a Kehl, non avendo
letto una sola riga sull'assedio del 1796, si mise a spiegarne ogni dettaglio a
Julien. Il contadino tedesco lo guardava stupefatto; sapeva infatti abbastanza bene
il francese per rendersi conto dei madornali errori del principe. Julien,
lontanissimo dai pensieri del contadino, guardava con stupore quel bel giovane che
ammirava per la sua grazia nel cavalcare.
"Che bel carattere! - pensava. - Come gli stanno bene quei pantaloni; che eleganza
nel taglio dei capelli! Ahimè, se fossi anch'io così, forse, dopo avermi amato per
tre giorni, lei non avrebbe cominciato a odiarmi."
Quando il principe ebbe finito il suo racconto sull'assedio di Kehl, disse a
Julien: "Avete l'aria di un trappista. A Londra vi ho insegnato i principi di un
contegno solenne, ma voi esagerate. Un'aria triste non è mai di buon gusto; ci
vuole un'aria annoiata. Se siete triste, c'è qualcosa che vi manca, qualcosa che
non vi è riuscito. Il che vuol dire mostrarsi inferiore. Se invece siete annoiato,
è inferiore chi ha inutilmente cercato di piacervi. Capite dunque, mio caro, la
gravità dell'errore".
Julien gettò uno scudo al contadino che li ascoltava a bocca aperta.
"Bene - disse il principe. - In questo c'è della grazia, e un nobile disdegno!
Benissimo!", e mise il cavallo al galoppo. Julien lo seguì, inebetito
dall'ammirazione.
"Ah, se fossi stato così non mi avrebbe preferito Croisenois!" Quanto più la sua
ragione era urtata dagli aspetti ridicoli del principe, tanto più si rimproverava
di non ammirarli abbastanza, e considerava una sventura non somigliare a lui. Non
si può andare oltre nel disgusto di se stessi.
Il principe, vedendolo davvero triste, gli disse, mentre rientravano a Strasburgo:
"Che cosa c'è, mio caro? Avete forse perduto tutto il vostro denaro, o siete
innamorato di qualche attricetta?".
I russi copiano i costumi dei francesi, ma sempre Con cinquant'anni di ritardo.
Attualmente si trovano al tempo di Luigi XV.
Dopo quella battuta sull'amore, Julien aveva le lacrime agli occhi. "Perché non
consigliarsi con un uomo tanto amabile?" si chiese a un tratto.
"Ebbene sì, mio caro - disse al principe. - Voi mi vedete qui, a Strasburgo, molto
innamorato e per di più abbandonato. Una donna affascinante, che abita in una città
vicina, mi ha piantato dopo tre giorni di passione, e questo suo brusco cambiamento
mi fa morire."
Descrisse al principe, usando nomi falsi, le azioni e il carattere di Mathilde.
"Non continuate - disse Korasov. - Per darvi la massima fiducia nel vostro medico,
concluderò io stesso questa confidenza. Il marito di lei gode di una fortuna
enorme, o meglio ancora la vostra amata appartiene alla più alta nobiltà del luogo.
Dev'essere orgogliosa di qualcosa."
Julien fece un cenno coi capo; non aveva più il coraggio di parlare.
"Molto bene - disse il principe. - Ecco tre medicine alquanto amare che prenderete
senza indugio:
1°: Vedere tutti i giorni la signora..., come la chiamate?".
"Signora de Dubois."
"Che nome! - disse il principe scoppiando in una risata; - ma scusatemi, per voi è
sublime. Si tratta di vedere ogni giorno la signora de Dubois; fate in modo di non
apparirle mai freddo e offeso; ricordatevi il maggior principio del vostro secolo:
siate il contrario di quello che gli altri si aspettano da voi. Mostratevi
esattamente com'eravate otto giorni prima di essere onorato dai suoi favori...".
"Ah, ero tranquillo, allora! - esclamò Julien in tono disperato. - Credevo di
averne pietà...".
"La farfalla si brucia alla candela - continuò il principe. - È un proverbio
vecchio come il mondo.
1°: La vedrete tutti i giorni.
2°: Farete la corte a una donna dell'alta società, ma senza mostrarvi appassionato,
mi capite? Non ve lo nascondo, la vostra parte è difficile; dovete recitare una
commedia, ma se si scopre che state recitando siete perduto."
"Ma lei ha tanto spirito, e io ne ho così poco! Sono perduto" disse Julien
tristemente.
"No, voi siete solo più innamorato di quanto credessi. La signora de Dubois si
occupa troppo di se stessa, come tutte le donne che hanno ricevuto dal cielo o
troppo denaro o troppa nobiltà. Guarda se stessa invece di guardare voi, perciò non
vi conosce. Nei due o tre slanci d'amore che si è concessa per voi, con un grande
sforzo d'immaginazione, vedeva in voi l'eroe che aveva sognato, e non quello che
voi siete realmente...
Ma, che diamine!, caro Sorel, sono cose elementari. Siete forse uno scolaretto?...
Entriamo in questo negozio; ecco un bel colletto nero, sembra fatto da John
Anderson, di Burlington street; fatemi il piacere di prenderlo, e di gettare
lontano quell'ignobile corda nera che avete al collo.
Dunque - continuò il principe uscendo dalla migliore bottega di passamanerie di
Strasburgo, - che società frequenta la signora de Dubois? Dio mio, che nome! Non ve
la prendete, caro Sorel, è più forte di me... A chi farete la corte?".
"A una donna virtuosa per eccellenza, figlia di un mercante di calze immensamente
ricco. Ha i più begli occhi del mondo, e mi piacciono moltissimo; è al rango
sociale più elevato del luogo, ma nonostante questo arrossisce e si confonde se
qualcuno le parla di commercio e di negozi. E, per disgrazia, suo padre era uno dei
commercianti più noti di Strasburgo."
"Così, se si parla di industria - disse il principe ridendo, - siete sicuro che la
vostra bella pensa a se stessa e non a voi. Questa cosa ridicola è divinamente
utile, e vi impedirà il minimo accesso di follia per i suoi begli occhi. Il
successo è sicuro."
Julien pensava alla marescialla de Fervaques, che veniva spesso a palazzo de La
Mole. Era una bella straniera, che aveva sposato il maresciallo un anno prima della
sua morte. Sembrava che tutta la sua vita avesse un solo scopo:, far dimenticare
che era la figlia di un industriale, e per contare qualcosa a Parigi difendeva a
spada tratta la virtù.
Julien ammirava sinceramente il principe: che cosa non avrebbe dato per essere così
nobilmente ridicolo! La conversazione fra i due amici sembrava interminabile;
Korasov era radioso: nessun francese gli aveva mai prestato tanta attenzione. "Sono
dunque riuscito - pensava soddisfatto - a farmi ascoltare, dando lezione ai miei
maestri!".
"Allora siamo d'accordo - ripeteva a Julien per la decima volta, - neppure l'ombra
della passione, quando parlerete a quella giovane bellezza, figlia del mercante di
calze di Strasburgo, in presenza della signora de Dubois. E, al contrario,
scrivendole dimostrerete una passione ardente. Leggere una lettera d'amore scritta
bene è il più grande piacere per una virtuosa; è un momento di abbandono, nel quale
non deve recitare la commedia, ma può ascoltare il proprio cuore; perciò: due
lettere al giorno."
"No, mai, mai! - disse Julien, scoraggiato. - Preferirei farmi schiacciare in un
mortaio piuttosto che inventare delle belle frasi; sono un cadavere, mio caro, non
aspettatevi più niente da me. Lasciatemi morire sul ciglio della strada."
"E chi vi dice di inventare qualcosa? Ho nel mio bagaglio sei volumi di lettere
d'amore manoscritte. Ce ne sono per tutti i tipi di donna, e ne ho anche per le più
virtuose. Forse che Kalinskij, quand'era a Richemond-la-Terrasse, a tre leghe da
Londra, non ha fatto la corte alla più bella quacchera di tutta l'Inghilterra?".
Julien era meno infelice quando lasciò il suo amico, alle due del mattino.
L'indomani il principe fece chiamare un copista, e due giorni dopo Julien possedeva
cinquantatré lettere d'amore, opportunamente numerate, e destinate alla virtù più
sublime e malinconica.
"Non ce ne sono cinquantaquattro - disse il principe, - perché Kalinskij si fece
mettere alla porta; ma a voi cosa importa di essere maltrattato dalla figlia del
mercante, visto che il vostro scopo è quello di far breccia nel cuore della signora
de Dubois?".
Tutti i giorni andavano insieme a cavallo: il principe era entusiasta di Julien.
Non sapendo come dargli prova di quell'improvvisa amicizia, finì per offrirgli la
mano di una sua cugina, ricca ereditiera di Mosca. "E una volta sposato - aggiunse,
- con la mia influenza e la vostra decorazione vi faranno colonnello in due anni."
"Ma questa croce non me l'ha data Napoleone, c'è una bella differenza!".
"Che importa - disse il principe. - Non l'ha creata lui? È ancora di gran lunga la
prima in Europa."
Julien fu sul punto di accettare; ma il suo dovere lo richiamava da quel grande
personaggio; lasciando Korasov, gli promise che avrebbe scritto. Ebbe la risposta
alla nota segreta che aveva portato, e corse a Parigi. Ma non appena fu solo per
due giorni di seguito, lasciare la Francia e Mathilde gli parve un supplizio
peggiore della morte. "Non sposerò i milioni che mi offre Korasov - pensò, - ma
seguirò i suoi consigli. Dopo tutto l'arte di sedurre è il suo mestiere; non pensa
ad altro da più di quindici anni, poiché ne ha trenta. Non si può dire che manchi
di spirito; è fine e astuto; l'entusiasmo, la poesia sono cose impossibili per un
carattere come il suo: è come un procuratore; una ragione in più perché non si
sbagli.
Sì, farò la corte alla signora de Fervaques. Forse mi annoierà non poco. Ma
guarderò i suoi occhi così belli, che somigliano tanto a quelli di colei che più mi
ha amato.
È una straniera; un tipo nuovo da osservare.
Sono pazzo, mi sto perdendo, devo seguire i consigli di un amico e non ascoltare
più me stesso."

XXV
Il ministero della virtù

Ma se mi concedo questo piacere con tanta prudenza e circospezione, non sarà più un
piacere per me.
LOPE DE VEGA

Appena tornato a Parigi, uscendo dallo studio del marchese de La Mole, che sembrò
molto sconcertato dai dispacci ricevuti, il nostro eroe corse dal conte Altamira.
Al privilegio di essere condannato a morte, l'affascinante straniero univa modi
austeri e la fortuna di essere devoto; questi due pregi, e soprattutto la sua
nobile origine, lo rendevano particolarmente gradito alla marescialla de Fervaques,
che lo riceveva spesso.
Julien gli confessò, con tono grave, di essere molto innamorato della signora.
"È l'espressione della virtù più alta e pura - rispose Altamira; - ha solo qualche
tratto un po' gesuitico ed enfatico. Ci sono giorni in cui capisco una per una
tutte le sue parole, ma non il senso esatto dell'intera frase. Questa signora mi fa
pensare che non conosco così bene il francese come dicono. Il frequentarla farà
parlare di voi, e vi darà un peso in società. Ma andiamo da Bustos - disse poi il
conte, che era un tipo metodico; - ha fatto la corte alla marescialla."
Don Diego Bustos si fece spiegare a lungo la faccenda, senza dire nulla, come un
avvocato nel suo studio. Aveva un faccione da frate, con dei baffi neri, e una
serietà senza pari; quanto al resto, era un buon carbonaro.
"Capisco - disse finalmente a Julien. - La marescialla de Fervaques ha avuto o non
ha avuto degli amanti? Avete insomma qualche speranza di riuscire? Questo è il
punto. Ed è come ammettere che, per quanto mi riguarda, ho fallito. Ora che la
delusione mi è passata, mi dico: spesso è di cattivo umore, e, come vi racconterò
tra poco, è piuttosto vendicativa. Non trovo in lei quel temperamento bilioso che è
proprio di una grande intelligenza, e che dà ad ogni atto un'apparenza di passione.
Al contrario, deve la sua rara bellezza e il suo colorito così fresco al carattere
flemmatico e tranquillo degli olandesi."
Julien si spazientiva per la lentezza e per la calma imperturbabile dello spagnolo;
di tanto in tanto, suo malgrado, gli sfuggiva qualche monosillabo.
"Volete ascoltarmi?" gli disse gravemente don Diego Bustos.
"Perdonate la mia furia francese; sono tutt'orecchi" rispose Julien.
"La marescialla de Fervaques è dunque molto incline all'odio; perseguita senza
pietà persone che non ha mai visto: avvocati, poveri diavoli di letterati che hanno
scritto delle canzoni come Collé, sapete?
Ho la manìa
Di amar Maria...".
E Julien dovette sorbirsi la citazione per intero. Lo spagnolo era molto
soddisfatto di cantare in francese. Ma quella divina canzone non fu mai ascoltata
con maggiore impazienza. Quando ebbe finito, don Diego Bustos disse: "La
marescialla ha fatto perdere il posto all'autore di questa canzone:
Un giorno l'amor mio, all'osteria...".
Julien fremette all'idea che volesse cantarla. Si accontentò invece di analizzarla.
Era davvero blasfema e piuttosto indecente.
"Quando la mareseialla s'infuriò contro questa canzone - disse don Diego, - le feci
notare che una donna del suo rango non deve leggere tutte le sciocchezze che si
pubblicano. Per quanti progressi facciano la devozione e l'austerità, ci sarà
sempre in Francia una letteratura da osteria. Quando la signora de Fervaques fece
perdere a quel povero diavolo dell'autore un posto da milleottocento franchi, le
dissi: "State attenta, avete attaccato quel poetastro con le vostre armi, lui può
rispondervi con le sue rime: scriverà una canzone sulla virtù. I salotti più
eleganti saranno dalla vostra parte; la gente a cui piace scherzare ripeterà i suoi
epigrammi". Sapete che cosa mi ha risposto la marescialla? "Tutta Parigi mi
vedrebbe andare al martirio per aver servito il Signore; sarebbe uno spettacolo
nuovo in Francia. Il popolo imparerebbe a rispettare la nobiltà d'animo. Sarebbe il
più bel giorno della mia vita". I suoi occhi non erano mai stati così belli."
"E sono splendidi!" esclamò Julien.
"Vedo che siete innamorato... Dunque - riprese gravemente don Diego Bustos, - la
marescialli non ha il carattere bilioso che porta alla vendetta. Tuttavia, se le
piace far del male, vuoi dire che è infelice. Sospetto in lei un'infelicità
interiore. Che sia una puritana stanca del suo mestiere?".
Lo spagnolo lo guardò in silenzio per un minuto intero.
"La questione, insomma, è tutta qui - continuò. - E potete trame qualche speranza.
Ci ho riflettuto a lungo, nei due anni in cui sono stato il suo umile servitore. Il
vostro avvenire, per voi che ne siete innamorato, dipende da questo grande
problema: è una puritana stanca del suo mestiere, ed è cattiva perché è infelice?".
"Oppure - disse Altamira uscendo finalmente dal suo profondo silenzio, - non si
tratterà di quello che ti ho detto venti volte? E cioè, semplicemente, di vanità
francese? È il ricordo del padre, il famoso mercante di stoffe, a fare l'infelicità
di una donna dal carattere tetro e arido. Potrebbe essere felice solo abitando a
Toledo, tormentata da un confessore che ogni giorno le mostrasse l'inferno
spalancato."
Mentre Julien se ne stava andando, don Diego, sempre più solenne, gli disse:
"Altamira mi ha informato che siete dei nostri. Un giorno ci aiuterete a
riconquistare la libertà, e così voglio aiutarvi in questo piccolo svago. E bene
che conosciate lo stile della marescialla; eccovi quattro lettere scritte da lei."
"Le copierò subito - disse Julien, - e ve le riporterò."
"E mai nessuno saprà da voi una parola di ciò che abbiamo detto?".
"Mai, sul mio onore!" esclamò Julien.
Questa scena rallegrò un poco il nostro eroe, che fu sul punto di sorridere: "Ecco
il devoto Altamira - pensava - che mi aiuta in un progetto di adulterio".
Per tutto il tempo dell'austera conversazione con don Diego, Julien era stato
attento alle ore che suonavano all'orologio di palazzo d'Aligre.
Si avvicinava l'ora della cena, e avrebbe dunque rivisto Mathilde! Rientrò, e si
vestì con molta cura.
"Prima sciocchezza - si disse scendendo le scale; - bisogna seguire alla lettera le
direttive del principe."
Risalì in camera sua, e indossò un semplicissimo abito da viaggio.
"Ora - pensò - devo fare attenzione ai miei sguardi."
Erano solo le cinque e mezza, e si pranzava alle sei. Gli venne l'idea di scendere
nel salotto, che trovò deserto. Alla vista del divano azzurro, si commosse fino
alle lacrime e ben presto sentì che le guance gli bruciavano. "Devo vincere questa
stupida sensibilità - pensò, adirato con se stesso; - potrebbe tradirmi." Prese un
giornale per darsi un contegno, e passò tre o quattro volte dal salotto al
giardino.
Tremante, e ben nascosto da una grande quercia, osò alzare gli occhi fino alla
finestra della signorina de La Mole. Era ermeticamente chiusa; fu sul punto di
cadere, e rimase a lungo appoggiato alla quercia; poi, con passo vacillante, andò
verso la scala del giardiniere.
La catena, che aveva forzato in circostanze, ahimè, molto diverse, non era stata
riparata. Preso da un moto di follia, Julien se la portò alle labbra.
Dopo aver vagato a lungo dal salotto al giardino, si sentì stanchissimo; era un
primo segno positivo, di cui si compiacque. "Avrò uno sguardo spento, che non mi
tradirà." A poco a poco arrivarono i commensali; ogni volta che la porta si apriva,
Julien sentiva un tremendo tuffo al cuore.
Presero posto a tavola. Finalmente comparve la signorina de La Mole, sempre fedele
alla sua abitudine di farsi aspettare. Vedendo Julien, arrossì intensamente; non le
avevano detto del suo arrivo. Seguendo le raccomandazioni del principe Korasov,
Julien le guardò le mani: tremavano. Turbato a sua volta oltre ogni dire da quella
scoperta, ebbe la fortuna di sembrare solo stanco.
Il signor de La Mole fece i suoi elogi. La marchesa si rivolse a lui un istante
dopo, e gli disse qualche parola gentile a proposito della sua aria stanca. Julien
si ripeteva ad ogni istante: "Non devo guardare troppo Mathilde, ma i miei occhi
non devono neppure sfuggirla. Devo sembrare com'ero realmente otto giorni prima
della mia disgrazia...". Ebbe modo di ritenersi soddisfatto del proprio
comportamento, e rimase in salotto. Si mostrò molto attento, per la prima volta,
alla padrona di casa, e si impegnò a tener viva la conversazione con i signori che
le stavano attorno.
La sua cortesia fu ricompensata: verso le otto venne annunciata la marescialla de
Fervaques. Julien si allontanò in fretta e riapparve poco dopo, vestito con la
massima cura. La marchesa apprezzò moltissimo questo suo segno di rispetto, e volle
dimostrargli la propria soddisfazione parlando del suo viaggio alla signora de
Fervaques. Julien si mise vicino alla marescialla, in modo che Mathilde non potesse
vedere i suoi occhi. In quella posizione, seguendo tutte le regole dell'arte,
mostrò alla signora de Fervaques la sua incantata ammirazione. Ed era proprio con
una tirata su questo sentimento che iniziava la prima delle cinquantatré lettere
che gli aveva regalato il principe Korasov.
La marescialla annunciò che si recava all'Opéra-Bouffe. Julien ci andò di corsa, e
incontrò il cavaliere de Beauvoisis che lo portò in un palco di gentiluomini della
Camera, proprio accanto a quello della signora de Fervaques. Julien la guardò in
continuazione. "Devo tenere un diario d'assedio - pensò mentre rincasava; -
altrimenti dimenticherò i miei attacchi." Si impose di scrivere due o tre pagine su
quell'argomento noioso, e riuscì in questo modo - cosa straordinaria! - a non
pensare, o quasi, alla signorina de La Mole.
Durante il suo viaggio, Mathilde l'aveva quasi dimenticato. "Dopo tutto non è che
un uomo qualsiasi - si era detta; - il suo nome mi ricorderà sempre il più grande
errore della mia vita. Bisogna tornare in buona fede ai principi comuni di saggezza
e onore; una donna ha tutto da perdere, dimenticandoli." Si mostrò finalmente
disposta a permettere la conclusione dell'accordo con il marchese de Croisenois,
già preparato da tempo. Questi era fuori di sé dalla gioia; l'avrebbero stupito non
poco se gli avessero detto che in quel modo di sentire di Mathilde, che lo rendeva
tanto fiero, c'era un fondo di rassegnazione.
Tutte le idee della signorina de La Mole cambiarono quando vide Julien. "In realtà
è lui mio marito - si disse; - se torno in buona fede ai principi di saggezza, è
evidente che devo sposare lui."
Si aspettava da Julien qualche mossa inopportuna e un'aria afflitta, e preparava
già le sue risposte. Pensava infatti che avrebbe cercato di dirle qualcosa, dopo
pranzo. Ma lui, non avendo alcuna intenzione di farlo, non si mosse dal salotto, e
non volse nemmeno uno sguardo al giardino, Dio sa a quale prezzo! "È meglio che ci
spieghiamo subito" pensò Mathilde, e andò da sola in giardino, dove Julien non si
fece vedere. Passeggiando davanti alle vetrate del salotto, lo vide molto occupato
a descrivere alla signora de Fervaques i vecchi castelli in rovina che coronano le
alture sulle rive del Reno, dando una fisionomia così particolare al paesaggio.
Cominciava a cavarsela bene con quel modo di esprimersi sentimentale e pittoresco
che in certi salotti viene chiamato spirito.
Il principe Korasov ne sarebbe stato molto fiero, se si fosse trovato a Parigi; la
serata si stava svolgendo esattamente come aveva previsto. E avrebbe certo
approvato anche il comportamento di Julien nei giorni seguenti.
Un intrigo fra i membri del governo occulto stava per assegnare alcuni cordons
bleus; la marescialli de Fervaques esigeva che un suo prozio fosse fatto cavaliere
di quell'ordine; il marchese de La Mole aveva la stessa pretesa per il suocero.
Riunirono i loro sforzi, e così la marescialla andava quasi tutti i giorni a
palazzo de La Mole. Julien venne a sapere proprio da lei che il marchese sarebbe
diventato ministro: offriva alla Camarilla un piano molto ingegnoso per abolire la
Costituzione in tre anni, senza gravi scosse.
Julien avrebbe potuto sperare nell'episcopato, se La Mole fosse arrivato al
ministero. Ma ai suoi occhi queste grandi aspirazioni erano come ricoperte da un
velo. La sua immaginazione riusciva a scorgerle solo vagamente e, per così dire, in
lontananza. La terribile infelicità che lo ossessionava gli faceva vedere ogni
interesse della vita solo alla luce dei suoi rapporti con Mathilde. Calcolava che
dopo cinque o sei anni di paziente attenzione sarebbe riuscito a farsi amare di
nuovo.
La sua mente così fredda, come si vede, era ormai nel delirio. Di tutte le qualità
per le quali un tempo si era distinto, non gli restava che un po' di fermezza.
Fedele nei fatti al piano che gli aveva tracciato il principe Korasov, andava a
mettersi ogni sera vicino alla poltrona della signora de Fervaques, ma gli era
impossibile trovare qualcosa da dire.
Lo sforzo che si imponeva per sembrare guarito agli occhi di Mathilde assorbiva
tutte le sue forze, e restava accanto alla marescialla come un essere quasi senza
vita, e anche i suoi occhi, come accade durante una grave sofferenza fisica,
avevano perduto tutta la loro luce.
La marchesa de La Mole, le cui opinioni non erano altro che la riprova di quelle
del marito, che avrebbe potuto farla diventare duchessa, da qualche giorno portava
alle stelle i meriti di Julien.
XXVI
L'amore morale

There also was of course in Adeline That


Calm patrician polish in the address,
Which ne'er can pass the equinoctial
line Of any thing which Nature would
express: Just as a Mandarin finds nothing
fine, At least his manner suffers not
to guess That any thing he views can
greatly please.
Don Juan, c. XIII, st. 84

"In questa famiglia - pensava la marescialla - vedono le cose in modo un po' folle;
sono infatuati del loro abatino, che è solo capace di ascoltare: con due begli
occhi, questo è vero."
Julien, da parte sua, trovava nei modi della signora de Fervaques un esempio
pressoché perfetto di quella calma patrizia che esprime una cortesia impeccabile, e
più ancora l'impossibilità di qualsiasi autentica emozione. L'imprevisto nei gesti,
la mancanza di controllo su se stesso avrebbero scandalizzato la marescialla quasi
quanto l'assenza di un maestoso distacco verso gli inferiori. Il minimo segno di
sensibilità sarebbe stato, ai suoi occhi, una sorta di ubriachezza morale di cui
arrossire: qualcosa di molto nocivo alla dignità di una persona di alto rango. La
sua gioia maggiore consisteva nel parlare dell'ultima caccia del re; il suo libro
preferito erano le Memorie del duca di Saint-Simon, soprattutto per la parte
genealogica.
Julien sapeva qual era il posto, secondo la disposizione delle luci, che dava
maggior risalto al tipo di bellezza della signora de Fervaques. Ed era lì che
andava a mettersi prima di lei, avendo cura di sistemare la sua sedia in un modo
che gli impedisse di vedere Mathilde che, stupita da quella sua costanza nel
nascondersi a lei, un giorno lasciò il divano azzurro e andò a lavorare a un
tavolino accanto alla poltrona della marescialla. Julien la vedeva da vicino, da
sotto il cappello della signora de Fervaques. Quegli occhi, da cui dipendeva la sua
sorte, dapprima lo spaventarono, poi lo sottrassero bruscamente alla sua apatia
abituale; così cominciò a parlare, e molto bene.
Rivolgeva la parola alla marescialla, ma il suo solo scopo era quello di agire
sull'animo di Mathilde. Si infervorò a tal punto che la signora de Fervaques non
riusciva più a capire quello che diceva.
Era un primo successo. Se Julien avesse pensato a completarlo con qualche bella
frase di misticismo tedesco, di alta religiosità e di gesuitismo, la marescialla
l'avrebbe collocato nel rango degli uomini superiori chiamati a rigenerare il
secolo.
"Visto che il suo cattivo gusto - pensò la signorina de La Mole - lo porta fino al
punto di parlare così a lungo, e con tanto calore, alla signora de Fervaques, non
lo ascolterò più" e per tutto il resto della serata, tenne fede al suo proposito,
seppure con fatica.
A mezzanotte prese il candeliere per accompagnare in camera sua madre, che si fermò
sulla scala a tessere gli elogi di Julien. Il malumore di Mathilde toccò allora il
culmine, e non riuscì a prendere sonno. La calmò un pensiero: "Ciò che disprezzo in
lui può farne un uomo di grande valore agli occhi della marescialla".
Quanto a Julien, aveva fatto qualcosa, ed era perciò meno infelice; il suo sguardo
cadde per caso sul portafoglio in cuoio russo nel quale il principe Korasov aveva
messo le cinquantatré lettere d'amore che gli aveva regalato. Vide un'annotazione
in calce alla prima lettera: Spedire la n.l otto giorni dopo il primo incontro.
"Sono in ritardo! - esclamò. - È già da tempo che vedo la signora de Fervaques." Si
mise subito a trascrivere quella lettera d'amore; era un'omelia piena di frasi
sulla virtù e noiosa da morire: Julien ebbe la fortuna di addormentarsi alla
seconda pagina.
Qualche ora dopo, la luce del sole lo sorprese ancora appoggiato al suo tavolino.
Uno dei momenti più penosi della sua vita era quello in cui, ogni mattina,
svegliandosi, riscopriva la sua infelicità. Quel giorno finì di copiare la lettera
quasi ridendo. "È mai possibile - si diceva - che un giovane abbia scritto in
questo modo!" Contò parecchie frasi che erano lunghe nove righe. In calce
all'originale, trovò un'annotazione a matita.
Queste lettere vanno portate di persona: a cavallo, cravatta nera, redingote
azzurra. Si consegna la lettera al portiere con aria contrita; malinconia profonda
nello sguardo. Se si vede una cameriera, asciugarsi furtivamente gli occhi.
Rivolgere la parola alla cameriera.
Tutto ciò fu eseguito fedelmente.
"Quello che faccio è molto audace - pensò Julien uscendo da palazzo de Fervaques. -
Tanto peggio per Korasov. Aver osato scrivere a una donna di così celebre virtù!
Sarò trattato con il massimo disprezzo, e mi divertirò moltissimo. In fondo è la
sola commedia alla quale posso essere sensibile. Sì, coprire di ridicolo
quell'essere così odioso che chiamo io, mi divertirà. Se dessi retta a me stesso,
commetterei qualche delitto per distrarmi."
Da un mese, il momento più felice nella giornata di Julien era quello in cui
riportava il suo cavallo in scuderia. Korasov gli aveva proibito espressamente di
guardare, per qualsiasi motivo, l'amante che lo aveva abbandonato. Ma il passo di
quel cavallo, che lei conosceva benissimo, il modo con il quale Julien batteva con
il frustino alla porta della scuderia per chiamare uno stalliere, attiravano
qualche volta Mathilde dietro le tendine della sua finestra. Erano di una mussolina
leggera, trasparente, tanto che Julien, guardando in un certo modo, sotto la tesa
del suo cappello, poteva scorgere la figura di Mathilde senza vederne gli occhi.
"Dunque - pensava, - neppure lei può vedere i miei; e allora questo non significa
guardarla."
La sera, la signora de Fervaques si comportò con lui esattamente come se non avesse
ricevuto la dissertazione filosofica, mistica e religiosa che, quel mattino, aveva
consegnato al suo portiere con tanta malinconia. Il giorno prima, per caso, Julien
aveva trovato il modo di essere eloquente; si mise in una posizione che gli
permettesse di vedere gli occhi di Mathilde. Lei, da parte sua, un istante dopo
l'arrivo della marescialla, lasciò il divano azzurro, disertando la sua compagnia
abituale. Croisenois sembrò costernato, a causa di questo suo nuovo capriccio; il
suo evidente dolore alleviò Julien della parte più atroce della sua infelicità.
Quell'imprevisto lo fece parlare come un angelo; e poiché l'amor proprio si insinua
anche nei cuori che sono il tempio della più augusta virtù, la marescialla,
risalendo nella sua carrozza, pensò: "La signora de La Mole ha ragione, questo
giovane prete ha delle qualità. I primi giorni, forse, la mia presenza lo
intimidiva. Sì, c'è molta leggerezza nelle persone che si incontrano in questa
casa. Vedo solo virtù sorrette dalla vecchiaia, virtù che avevano un gran bisogno
del gelo dell'età. Questo giovane si sarà accorto della differenza. Scrive bene, ma
ho davvero paura che la richiesta che mi fa nella sua lettera, e cioè di
illuminarlo con i miei consigli, sia dovuta a un sentimento inconsapevole.
Tuttavia, quante conversioni sono iniziate così! Ciò che mi fa sperare in bene, è
la differenza del suo stile rispetto a quello dei giovani di cui ho avuto occasione
di vedere le lettere. E impossibile non riconoscere la devozione, la serietà, e
molta convinzione, nella prosa di questo giovane levita; avrà la dolce virtù di
Massillon."

XXVII
Le migliori cariche ecclesiastiche

Servigi!Capacità! Meriti! Bah... Entrate in una consorteria.


Télémaque

Così, per la prima volta, l'idea dell'episcopato si associava al nome di Julien


nella mente di una donna che prima o poi avrebbe dispensato in Francia le migliori
cariche ecclesiastiche. Ma questo privilegio non gli avrebbe dato nessuna emozione;
in quel momento non era in grado di pensare a qualcosa che fosse estraneo alle
ragioni della sua infelicità: tutto, anzi, contribuiva ad aumentarla; per esempio
la vista della sua stanza gli era diventata insopportabile. La sera, quando
rientrava con la candela in mano, ogni mobile, ogni oggetto gli sembrava che
trovasse una voce per annunciargli crudamente un nuovo dettaglio della sua
sventura.
Quella volta, rientrando, si disse con una vivacità che non aveva da tempo: "Ho un
lavoro forzato; speriamo che la seconda lettera sia noiosa come la prima".
Lo era anche di più. Quello che stava copiando gli sembrava talmente assurdo che
finì col trascrivere riga per riga senza badare al senso.
"È ancora più enfatica - pensava - dei documenti ufficiali del trattato di
Miinster, che il mio professore di diplomazia mi faceva copiare a Londra".
Si ricordò solo allora delle lettere della marescialla de Fervaques, delle quali
aveva dimenticato di restituire gli originali all'austero spagnolo don Diego
Bustos. Le cercò; erano davvero astruse quasi al pari di quelle del giovane russo.
La loro vaghezza era totale. Dicevano tutto e niente. "È l'arpa eolia dello stile -
pensò Julien. - In mezzo ai più alti pensieri sul nulla, sulla morte, sull'infinito
e così via, non vedo, di vero, che un'atroce paura del ridicolo."
Il monologo che abbiamo qui riassunto fu ripetuto per quindici giorni di seguito.
Addormentarsi trascrivendo una specie di commentario dell'Apocalisse, andare
l'indomani a consegnare la lettera con aria malinconica, riportare il cavallo in
scuderia con la speranza di intravedere il vestito di Mathilde, lavorare, farsi
vedere all'Opéra nelle sere in cui la signora de Fervaques non andava a palazzo de
La Mole: queste erano le monotone occupazioni della vita di Julien, che diventava
un po' più interessante quando la marescialla faceva visita alla marchesa. Allora
Julien poteva scorgere gli occhi di Mathilde da sotto l'ala del cappello della
signora de Fervaques, e riusciva a conversare con disinvoltura. Le sue frasi
pittoresche e sentimentali cominciavano a prendere una forma più incisiva ed
elegante.
Si accorgeva benissimo che quanto diceva era assurdo per Mathilde, ma voleva
colpirla con la raffinatezza del suo stile. "Più è falso quello che dico e più devo
piacerle" pensava Julien, e allora, con un'audacia detestabile, si lasciava andare
all'esagerazione e all'artificio. Si accorse ben presto che, per non apparire
volgare agli occhi della marescialla, era soprattutto necessario guardarsi bene
dalle idee semplici e ragionevoli. Continuava allora in quel modo, o moderava le
sue opinioni, secondo l'approvazione o l'indifferenza che coglieva negli occhi
delle due gran dame alle quali voleva piacere.
Tutto sommato, la sua vita era meno orribile di quando le sue giornate passavano
nell'inazione.
"Ed eccomi qui - pensava una sera - a trascrivere la quindicesima di queste
abominevoli dissertazioni; le precedenti quattordici sono state regolarmente
consegnate al portiere della marescialla. Avrò l'onore di riempire tutte le caselle
del suo scrittoio. Eppure mi tratta esattamente come se non le scrivessi. Come
andrà a finire tutto questo? La mia costanza l'annoierà come mi annoio io? Bisogna
ammettere che questo russo, amico di Korasov, e innamorato della bella quacchera di
Richemond, fu a suo tempo un uomo tremendo; non si potrebbe essere più
asfissianti!".
Come tutti gli esseri mediocri che il caso pone di fronte alle manovre di un grande
generale, Julien non capiva nulla dell'attacco condotto dal giovane russo contro il
cuore della bella inglese. Le prime quaranta lettere avevano il solo scopo di farsi
perdonare l'audacia di scriverle. Era necessario che quella dolce persona, che
forse si annoiava infinitamente, si abituasse a ricevere lettere un po' meno
insipide della sua vita quotidiana.
Una mattina consegnarono una lettera a Julien; riconobbe lo stemma della signora de
Fervaques, e ruppe il sigillo con una premura che gli sarebbe parsa impossibile
solo qualche giorno prima: non era che un invito a pranzo.
Si precipitò a consultare le istruzioni del principe Korasov. Sfortunatamente il
giovane russo aveva voluto essere leggero come Dorat, proprio quando sarebbe stato
necessario essere semplice e comprensibile, così Julien non riuscì a capire che
atteggiamento avrebbe dovuto assumere al pranzo della marescialla.
La sala era di una magnificenza estrema; era dorata come la galleria di Diana alle
Tuileries, con quadri a olio sui rivestimenti in legno delle pareti. C'erano delle
macchie chiare, in quei quadri. Julien venne a sapere più tardi che i soggetti
erano parsi poco decenti alla padrona di casa, che li aveva fatti ritoccare. "Che
secolo morale!" pensò.
Osservò in quella sala tre personaggi che avevano assistito alla redazione della
nota segreta. Uno di loro, il vescovo di***, zio della marescialla, poteva decidere
l'assegnazione dei benefici ecclesiastici, e si diceva che non sapesse rifiutare
nulla a sua nipote. "Ho fatto un passo enorme - pensò Julien sorridendo
melanconico. - E come tutto ciò mi è indifferente! Eccomi dunque a pranzo con il
famoso vescovo di***."
Il pranzo fu mediocre e la conversazione esasperante. "È come l'indice di un brutto
libro - pensava Julien. - Tutti i maggiori temi del pensiero umano vi sono
fieramente affrontati. Ma dopo aver ascoltato per tre minuti ci si domanda se
prevale l'enfasi del parlatore o la sua orribile ignoranza."
Il lettore ha certamente dimenticato quel piccolo letterato, di nome Tanbeau,
nipote dell'accademico e futuro professore, il quale, con le sue basse calunnie,
sembrava incaricato di avvelenare il salotto di palazzo de La Mole.
Fu proprio quell'omiciattolo a far pensare a Julien che la signora de Fervaques,
probabilmente, pur non rispondendo alle sue lettere, considerasse con indulgenza.
il sentimento che le ispirava. L'anima nera di Tanbeau era straziata dai successi
di Julien. "Poiché, del resto, anche un uomo di valore, non diversamente da uno
sciocco, non può trovarsi in due luoghi al tempo stesso, se Sorel diviene l'amante
della sublime marescialla - pensava il futuro professore, - lei riuscirà a
sistemarlo nella carriera ecclesiastica in modo vantaggioso, e io sarò liberato
della sua presenza a palazzo de La Mole."
L'abate Pirard, da parte sua, fece delle lunghe prediche a Julien sui suoi successi
in casa de Fervaques. C'era gelosia di setta fra l'austero giansenista e il salotto
gesuitico, rigeneratore e monarchico della virtuosa marescialla.

XXVIII
Manon Lescaut

Ora, quando fu ben convinto della stoltezza e dell'asineria del priore, ebbe
successi pressoché costanti, chiamando nero il bianco e bianco il nero.
LICHTENBERG

Le istruzioni russe prescrivevano drasticamente di non contraddire mai, a viva


voce, la persona alla quale si scriveva. Non bisognava sottrarsi, per nessun
motivo, al ruolo dell'ammiratore più estatico; le lettere partivano sempre da
questo presupposto. Una sera, all'Opéra, nel palco della signora de Fervaques,
Julien portava alle stelle il balletto di Manon Lescaut. L'unica ragione che aveva
di esprimersi così, era che lo trovava insignificante.
La marescialla disse che quel balletto era molto inferiore al romanzo dell'abate
Prévost.
"Come! - pensò Julien sorpreso e divertito, - una persona di così elevata virtù
loda un romanzo!" La signora de Fervaques, due o tre volte la settimana, faceva
professione del più completo disprezzo per gli scrittori che, con le loro opere
banali, cercano di corrompere una gioventù, ahimè, già troppo disposta all'errore
dei sensi.
"In questo genere immorale e pericoloso, Manon Lescaut - continuò la marescialla -
occupa, si dice, uno dei primi posti. Le debolezze e le angosce che si merita un
cuore colpevole, vi sono, si dice, dipinte con una verità che ha qualcosa di
profondo; il che non impedisce al vostro Bonaparte di dire a Sant'Elena che si
tratta di un romanzo per camerieri."
Queste parole restituirono a Julien tutta la sua vivacità di spirito. "Qualcuno ha
voluto screditarmi presso la marescialla parlandole del mio entusiasmo per
Napoleone, e lei ne è rimasta così urtata che non ha resistito alla tentazione di
farmelo capire." Questa scoperta lo divertì per tutta la serata, e lo rese
divertente. Mentre si stava accommiatando dalla marescialla nel vestibolo
dell'Opéra, lei gli disse: "Ricordatevi, signore, che non si può amare Bonaparte
quando mi si ama; si può tutt'al più accettarlo come una necessità imposta dalla
Provvidenza. Del resto, quell'uomo non aveva un animo abbastanza duttile per
sentire i capolavori dell'arte".
"Quando mi si ama! - si ripeteva Julien. - Vuol dire tutto e niente. Ecco i segreti
del linguaggio che mancano ai nostri poveri provinciali." E pensò molto alla
signora de Rênal, copiando una lettera interminabile destinata alla marescialla.
"Come mai - gli chiese lei il giorno dopo, con un'aria di indifferenza che a Julien
parve mal simulata - mi parlate di Londra e di Richemond in una lettera che avete
scritto ieri sera, a quanto pare, dopo essere uscito dall'Opéra?".
Julien rimase molto imbarazzato; aveva copiato riga per riga, senza pensare a ciò
che stava scrivendo, ed evidentemente si era dimenticato di sostituire Londra e
Richemond, che erano nell'originale, con Parigi e Saint-Cloud.
Iniziò due o tre frasi senza riuscire a concluderle. Si sentiva sul punto di
scoppiare a ridere. Finalmente, cercando le parole giuste, gli venne quest'idea:
"Esaltato da un discorso che toccava i temi più grandi e sublimi per l'anima umana,
scrivendovi, sono caduto in una distrazione".
"Ho fatto una certa impressione - pensò. - Mi posso dunque risparmiare la noia del
resto della serata", e uscì di corsa da palazzo Fervaques. Più tardi, rileggendo
l'originale della lettera che aveva copiato la sera prima, arrivò ben presto al
passo fatale in cui il giovane russo parlava di Londra e di Richemond. Julien fu
molto sorpreso di trovare quella lettera quasi tenera.
Il contrasto fra l'evidente leggerezza della sua conversazione e la profondità
sublime e quasi apocalittica delle sue lettere lo aveva reso interessante. La
marescialla apprezzava soprattutto la lunghezza delle frasi: "Non è lo stile
frammentario che Voltaire, quell'uomo così immorale, ha fatto diventare di moda!".
Sebbene il nostro eroe facesse di tutto per bandire ogni ombra di buon senso dalle
sue parole, queste avevano ancora un certo sapore antimonarchico e irreligioso che
non sfuggiva alla signora de Fervaques. Circondata da personaggi di alta moralità,
ma spesso incapaci di esprimere una sola idea in tutta una serata, la marescialla
era profondamente colpita da tutto ciò che avesse una parvenza di novità; al tempo
stesso, però, riteneva doveroso sentirsene offesa. Definiva così quel difetto:
serbare l'impronta della leggerezza del secolo...
Ma i salotti di questo genere si possono frequentare solo quando si ha qualcosa da
ottenere. Tutta la noia di una vita priva di interesse, com'era quella che
conduceva Julien, è certo condivisa dal lettore. Sono queste le lande del nostro
viaggio.
Durante tutto il tempo sottratto alla vita di Julien dall'episodio Fervaques, la
signorina de La Mole doveva fare molta forza su se stessa per non pensare a lui. Il
suo animo era in preda a violenti contrasti: talvolta si compiaceva di disprezzare
quel giovane così triste; eppure, suo malgrado, era attratta dalla sua
conversazione. La stupiva soprattutto la sua totale falsità; non diceva una parola
alla marescialla che non fosse una menzogna, o per lo meno una vergognosa
dissimulazione del proprio modo di pensare, che Mathilde conosceva alla perfezione
su quasi ogni argomento. Un simile machiavellismo la colpiva. "Che profondità -
pensava; - che differenza rispetto agli sciocchi pieni d'enfasi o ai furfanti
comuni, come Tanbeau, che pure usano lo stesso linguaggio!".
Tuttavia Julien viveva giornate orribili. Si faceva vedere regolarmente nel salotto
della marescialla solo per compiere il più penoso dei doveri. I suoi sforzi per
recitare u