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27 – IL PRIMO SCISMA

Il concetto di ortodossia

Questo concetto etimologicamente significa autenticità di fede e nella lingua


greca assume questo contenuto semantico: fede diritta, fede vera, fede
autentica. Si può dire, allora, che ogni comunità cristiana presume d’essere
ortodossa, compresa quella cattolica d’occidente. Parlando d’ortodossi, allora,
s’intende altra cosa rispetto al significato etimologico del termine, proprio
perché con cristiani ortodossi abitualmente si allude a cristiani orientali non
cattolici.
A questo proposito un’altra precisazione va fatta:
L’espressione “chiese orientali” di solito porta a pensare alla cosiddetta
ortodossia bizantina o greca. Vi sono molte altre chiese orientali, però, non
tutte unite a Bisanzio, l’attuale Istanbul.
Quando nascono le chiese orientali? Quando comincia a differenziarsi il
pensiero orientale da quell’occidentale?
Una prima distinzione è di carattere amministrativo riguardante la storia
romana ed è un fatto sistematico.
Nel 286 d.C. l’imperatore Diocleziano compie una riforma amministrativa che
ha una notevole portata anche dal punto di vista politico: divide l’Impero
romano in due parti; da questo momento le due anime sono affidate a due
Augusti (imperatori). E’ rilevante come la coesione di questi due segmenti
dell’impero o la loro diversificazione dipende dalle singole persone degli
imperatori. L’imperatore d’Oriente ha, talora, un prestigio anche sull’Occidente
com’è il caso di Teodosio, perciò non si vede questa profonda differenziazione,
anche dal punto di vista religioso e teologico.
E’ possibile stabilire con la morte di Teodosio (396 d.C.) il carattere definitivo
della divisione dell’Impero.
Si assiste in questi frangenti ad uno sviluppo teologico ed ecclesiale sempre più
articolato, che aiuta a capire i particolari successivi della divisione.

L’inizio: una diversificazione di tipo culturale.

E’ importante ora studiare i testi che ci sono stati tramandati e notare la


diversificazione che diventa inesorabile. Sono due mondi che diventano
reciprocamente incomprensibili l’uno all’altro.

• Canone VI del Concilio di Nicea.


I testi relativi a questo Concilio oltre al Simbolo ci trasmettono alcuni
canoni molto importanti, fra questi, il più significativo per il nostro studio è
il VI.
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Con la promulgazione di questo canone incominciarono ad emergere alcune


città, che poi avranno il nome di patriarcati, intorno alle quali si
coagularono le chiese orientali.
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“In Egitto, nella Libia e nella Pentapoli siano mantenute le antiche consuetudini
per cui il vescovo di Alessandria abbia autorità su tutte queste province. Anche al
vescovo di Roma, intatti, è riconosciuta una simile autorità. Ugualmente ad
Antiochia e nelle altre province siano conservati alle chiese gli antichi privilegi”.

• Costituzione di Teodosio “Cunctos populos”

“Noi vogliamo che tutti i popoli i quali il temperamento della nostra clemenza
regge, prendano questa religione che il divino apostolo Pietro ha trasmesso ai
romani. La religione, del divino apostolo Pietro, non è mai solo la religione del
vescovo di Roma; è la religione del vescovo di Roma e di Alessandria”.

• Canoni II e III del Concilio di Costantinopoli

“I vescovi preposti ad una diocesi non si occupino delle chiese che sono fuori dei
confini loro assegnati né le gettino nel disordine; ma, conforme ai canoni, il
vescovo di Alessandria amministri solo ciò che riguarda l’Egitto, i vescovi
dell’Oriente, solo l’oriente, salvi i privilegi della chiesa di Antiochia, contenuti nei
canoni di Nicea; i vescovi della diocesi dell’Asia, amministrino solo l’Asia, quelli
del Ponto, solo il Ponto, e quelli della Tracia, la Tracia.
A meno che siano chiamati, i vescovi non si rechino oltre i confini della propria
diocesi, per qualche ordinazione e per qualche altro atto del loro ministero.
Secondo le norme relative all’amministrazione delle diocesi, è chiaro che
questioni riguardanti una provincia dovrà regolarle il
sinodo della stessa provincia, secondo le direttive di Ambrogio †
Nacque a Treviri nel 335,
Nicea. Quanto poi alle chiese di Dio fondate nelle regioni
studiò diritto a Roma fu
dei barbari, sarà bene che siano governate secondo le nominato “Consularis
consuetudini introdotte ai tempi dei nostri padri”. Liguriae et Aemiliae” nel
370, e allo scopo di
riportare la pace fra
“Il vescovo di Costantinopoli avrà il primato di onore
cattolici e ariani accettò
dopo il vescovo di Roma perché tale città è la nuova l’elezione a vescovo di
Roma”. Milano nel 374. Mantenne
difficili rapporti con la sede
imperiale, come
Quando arrivò a Milano il testo di questi canoni, dimostrano i famosi episodi
Ambrogio scrisse, all’Imperatore Teodosio, una che fecero seguito
all’eccidio di Tessalonica.
lettera nella quale manifestò il rammarico perché il Soprannominato “il
canone III, introduceva la separazione tra oriente e martello degli ariani” fu
autore di numerose opere
occidente (Ep. 14,1). Un’altra attestazione ci esegetiche, dogmatiche e
proviene dal Concilio d’Aquileia in cui si dice: morali. Morì a Milano il
4.4.397.

“E’ con dolore che sono stati interrotti i consorzi delle sante comunioni fra
Oriente e Occidente”.

• Papa Gelasio (492-496)


La prima differenza legata ad una persona, si ha per opera di questo Papa
che introdusse un’interpretazione del Papato che il mondo orientale non
poté accogliere. Innanzi tutto, negli atti da lui promulgati, ripropose,
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richiamandosi al suo predecessore Leone I, il primato di giurisdizione del


vescovo romano. Per suggellare questo primato che comprendeva il potere
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di confermare, ratificare o annullare le delibera dei sinodi, la prima cosa


che fece fu quella di annullare il Canone 23 del Concilio di Calcedonia
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Leone Magno †
(451).
Nacque a Roma intorno al Il 21 ottobre del 451, senza l’assenso del legato
390 e si distinse subito
come abile diplomatico e
Papale, i vescovi riuniti in Concilio a Calcedonia
illuminato uomo politico. promulgarono questo canone che dava al primato
Eletto Papa nel 440 si
impegnò alla rifondazione
della sede di Costantinopoli un consolidamento
della Chiesa in un periodo ulteriore di quanto si era avuto nel
molto delicato durante il
quale l’impero romano
Costantinopolitano I.
d’occidente stava
sfaldandosi e i barbari “Seguendo in tutto le disposizioni dei santi padri, preso
dilagavano in tutta
l’Europa occidentale. Si
atto del canone or ora letto, dei 150 vescovi cari a Dio,
impegnò alacremente per che sotto Teodosio il Grande, di pia memoria, allora
imperatore si riunirono nella città imperiale di
il rispetto della communio
fidei, sia ad Efeso, dove
Costantinopoli, nuova Roma, stabiliamo anche noi e
maturò quello che lui
stesso arrivò a definire
decretiamo le stesse cose riguardo ai privilegi della
“latrocinium ephesinum”,stessa santissima chiesa di Costantinopoli, nuova Roma.
sia a Calcedonia, dove Giustamente i padri concessero privilegi alla sede
invece la sua politica e la
dell’antica Roma, perché la città era città imperiale. Per
sua teologia ebbero,
almeno in apparenza, la
lo stesso motivo, i 150 vescovi diletti da Dio concessero
meglio. Morì a Roma nel alla sede della santissima nuova Roma, onorata di avere
461. l’imperatore e il senato, e che gode di privilegi uguali a
quelli dell’antica città imperiale di Roma, eguali privilegi
anche nel campo ecclesiastico e che fosse seconda dopo di quella. Di
conseguenza, i soli metropoliti delle diocesi del Ponto, dell’Asia, della Tracia, ed
inoltre i vescovi delle parti di queste diocesi poste in territorio barbaro saranno
consacrati dalla saccentissima sede della santissima chiesa di Costantinopoli.”

Le proteste di Leone magno non portarono ad alcun risultato.


Cinquant’anni dopo, nel 494, Papa Gelasio pensò di poter risolvere la
vertenza inviando una lettera all’imperatore d’Oriente, Anastasio. Questa
lettera ruota intorno a tre principi che avranno influenza su tutta la teologia
papale del Medioevo:

− Il principio della distinzione dei due poteri, quello sacerdotale e quello


politico, che Gelasio dice di origine divina.
− Il principio dell’autonomia reciproca delle rispettive sfere di competenza.
− Il principio, che di per sé sembra annullare i due precedenti, che la sacra
autorità dei vescovi ha un valore maggiore “gravius pondus”, e
naturalmente questo “gravius pondus” trova la sua più alta autorità nel
Papato.

Scrive Gelasio:

“L’imperatore è figlio della Chiesa, ma non vescovo della Chiesa. Egli ha solo da
imparare nelle cose della fede, e non da insegnare. Tutta quanta questa chiesa
sulla terra sa che la sede di s. Pietro ha il diritto di sciogliere ciò che è legato in
base al pronunciamento di qualche vescovo, ha il diritto di giudicare sull’intera
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chiesa, mentre nessuno può permettersi di interferire nel suo giudizio”.


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• La definitiva rottura fra Michele Cerulario e Roma.

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Nel 1043 Michele Cerulario fu consacrato Patriarca di Costantinopoli. Nato
da famiglia senatoriale nel 1040 fu coinvolto in un complotto organizzato
contro l’imperatore Michele IV, il candidato alla successione sarebbe stato
proprio lui. Il piano fallì e tutti i cospiratori furono arrestati e imprigionati.
Per evitare il carcere Michele Cerulario chiese di entrare in convento. Anche
in ambiente ecclesiale, dimostrò di puntare molto in alto, diventando
consigliere particolare del Patriarca Alessio, e alla sua morte riuscì a
succedergli. Da uomo presuntuoso qual era, non
Leone IX †
volendo riconoscere sopra di sé alcun’altra Brunone dei conti di
personalità, si guardò bene dall’inviare al Papa, Egisheim-Dagsburg. Nato
in Alsazia nel 1002, eletto
Benedetto IX, la consueta dichiarazione di presa di Papa nel 1049. Condannò
possesso, e finì per rovinare i rapporti diplomatici l’eresia di Berengario di
Tours; tentò d’arginare,
con la sede apostolica ordinando ai suoi vescovi e con impegno, la simonia e
sacerdoti di non nominare nelle celebrazioni il nome il concubinato del clero.
Intervenne di persona nella
del Papa. guerra fra tedeschi e
Poco dopo il 1052 costatando che, nel territorio del normanni, catturato a
Civitate di Puglia, fu
suo patriarcato, i romani celebravano i loro riti in prigioniero a Benevento dal
lingua latina, fece chiudere le loro chiese. giugno al dicembre del
1053.
Scoppiarono disordini, i sacerdoti romani furono Morì a Roma nell’aprile del
picchiati e le ostie calpestate, in quanto non 1054.
regolarmente consacrate (gli orientali usavano,
infatti, pane lievitato e non pane azzimo).
Nei due anni seguenti ci fu un intenso carteggio fra Costantinopoli e Roma,
con accuse reciproche che sfiorarono la vera e propria dichiarazione di
guerra, e altrettanto repentini riavvicinamenti.
L’imperatore, Costantino Monomaco (detto il gladiatore), fece dei tentativi
di mediazione, inviando alcune lettere al Papa Leone IX.
Queste lettere indussero il Papa ad inviare una delegazione diplomatica a
Costantinopoli, sotto la guida di Umberto di Moyenmoutier, cardinale
vescovo di Silva Candida, personaggio ben poco affidabile a causa del
carattere impetuoso e combattivo, proprio come quello del Cerulario.
Gli inizi della missione si dimostrarono tutt’altro che promettenti. La
legazione romana giunta alla meta ignorò platealmente il Patriarca
rivolgendo la propria attenzione solo al “Basileus”. Solo dopo alcuni giorni,
si presentarono al Cerulario, ma con lo scopo dichiarato di raccogliere il suo
pentimento, per aver offeso la Santa Sede. Il Patriarca da parte sua non
voleva un semplice Cardinale come interlocutore, ma voleva trattare con
Roma da pari a pari! Non si trattenne, ovviamente, dal comunicarlo al
Cardinale Umberto.
I suoi piani furono agevolati dalla morte, il 19 aprile, del Papa.
Il clima si avvelenò ulteriormente quando il cardinale Umberto si trovò nella
condizione di doversi difendere dalle feroci polemiche avanzate da un
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monaco del monastero di Studion, Niceta Stetato, il quale aveva opposto al


trattato “Adversus Graecorum calumnias” un libello sugli azzimi, sul digiuno
del sabato e sul celibato ecclesiastico. Il cardinale reagì a modo suo e coprì
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il rivale d’ingiurie al punto che l’Imperatore stesso intervenne e in sua

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presenza il 24 giugno, lo Studita fece ammenda.
Il Patriarca, che aveva abilmente orchestrato questi fatti, si rifiutò di
ascoltare la delegazione, a suo avviso, assolutamente priva di poteri, in
quanto rappresentativa di una persona morta. Indispettito il cardinale
Umberto, sabato 16 luglio, entrò nella cattedrale di santa Sofia, durante il
solenne pontificale, e depose sull’altare la bolla di scomunica, non senza
aver scosso la polvere di sotto i piedi all’uscita dalla chiesa (secondo le
parole di Gesù - Mt. 10,14).

“Noi pertanto (…) per l’autorità della santa ed indivisa Trinità, della Sede
Apostolica, di cui noi siamo gli incaricati, di tutti i Padri ortodossi dei sette
concili, in una parola di tutta la Chiesa cattolica, firmiamo l’anatema contro
Michele ed i suoi fautori, anatema già pronunziato contro di essi dal
reverendissimo Papa se non venivano a resipiscenza. Per il che Michele, che
falsamente si dice patriarca, ma in realtà è un neofito che ha preso l’abito
unicamente per timore, essendo fatto segno alle più gravi accuse, e con lui
Leone, sedicente vescovo di Ochrida, ed il sacellario di Michele, Costantino, il
quale sacrilegamente ha calpestato il sacrificio dei Latini, e tutti coloro che ad
essi vanno dietro nei loro errori sopraddetti, siano tutti “anathema maranatha”,
unitamente con i simoniaci, valesiani, ariani, donatisti, nicolaiti, severiani,
pneumatomachi, manichei, nazarei e tutti gli eretici; di più, anzi, col diavolo ed i
suoi angeli decaduti, se non vengono a resipiscenza. Amen, Amen, Amen!” (P.L.
143, col. 1002-1003).

Poteva un semplice Cardinale scomunicare tutta una chiesa o era


necessaria la pronuncia di un Papa? Quando un Papa muore tutti i suoi
collaboratori decadono dell’incarico ricevuto, ne consegue che il Cardinale
non aveva l’autorità per portare a termine il suo mandato.
Da questo gesto, in ogni modo, derivarono vari contenziosi giuridici che
hanno attraversato tutta la storia.
Il Basileus fu tenuto all’oscuro di quanto accaduto, accolse la delegazione
pontificia prima della partenza, avvenuta il 18 luglio. Dopo aver percorso,
però, poche decine di chilometri l’ambasceria fu richiamata d’urgenza,
l’imperatore venuto a conoscenza dei fatti, voleva tentare un’ultima
impossibile mediazione.
Questa mossa non piacque per niente al Patriarca che aizzò il popolo contro
i romani. La folla in tumulto impedì alla delegazione il semplice rientro,
anzi, non riuscendo la guardia imperiale ad arginare le violenze, fu chiesto
ai romani di tornarsene al più presto a casa onde evitare gravi fatti di
sangue.
La domenica seguente, il 24 luglio il sinodo permanente della Chiesa
bizantina si riunì in santa Sofia sotto la presidenza del Patriarca ed emanò
un editto di condanna dell’operato dei legati. Si faceva distinzione fra la
delegazione e la Santa Sede, ma evidentemente si voleva prendere di mira
tutta la chiesa di Roma. All’editto con allegata la bolla di contro - scomunica
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fu data ampia pubblicità in tutto l’Oriente, da quel momento le due chiese


vissero separate, fino al 7 dicembre 1965, in occasione della conclusione
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del Concilio Ecumenico Vaticano II. Una delegazione pontificia, guidata dal
cardinale di Baltimora, Shehan, fu inviata a Istanbul per assistere al
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Pontificale solenne celebrato dal Patriarca, nel corso del quale fu letta una
dichiarazione in cui la scomunica di novecento anni prima veniva ritrattata.
La stessa comunicazione era fatta contemporaneamente a Roma, al
cospetto del Papa, da parte della delegazione ortodossa guidata dal
metropolita Melitone. Oggi, dunque, ad unità ritrovata le due chiese
possono ben dirsi “sorelle” anche se ancora molte questioni restano
d’appianare.

Le differenze

SULL’ORGANIZZAZIONE DELLA CHIESA


CATTOLICI ORTODOSSI
L’unità dei cattolici è rappresentata bene Le singole comunità ortodosse si raccolgono in
dall’unità con Roma. Tutte le comunità chiese nazionali il cui capo è il Presidente della
guardano al vescovo di Roma come al Ripubblica o Sovrano, secondo l’antica visione
successore di Pietro e vicario di Gesù Cristo. bizantina della suddivisione del potere. Le
chiese nazionali sono quindi autocefale, fanno
cioè capo a loro stesse e al Patriarca della
capitale.
SUL CLERO
CATTOLICI ORTODOSSI
Il clero è organizzato sulla base di tre Il clero è organizzato in tre principali ordini
principali ordini, il diaconato, il presbiterato e diaconi, presbiteri e vescovi (in alcuni casi
l’episcopato. Alcuni vescovi, scelti dal Papa, detti metropoliti).
diventano Cardinali, cioè suoi primi Il metropolita della capitale delle singole
collaboratori e responsabili dell’elezione del Chiese autocefale è detto Patriarca.
suo successore.
SUL CELIBATO DEI SACERDOTI
CATTOLICI ORTODOSSI
Nella tradizione Latina, il celibato è richiesto ai I sacerdoti e diaconi Ortodossi sono
candidati al sacerdozio, presbiteri o vescovi generalmente sposati, ma non possono
che siano; ai diaconi permanenti non è sposarsi o risposarsi dopo l'ordinazione. I
permesso sposarsi dopo l'ordinazione. vescovi devono essere celibi.
SU PARTICOLARI ASPETTI DELLA DOTTRINA
Uno dei motivi che finirono per scatenare la divisione fu la questione del “Filioque”,
sicuramente molto enfatizzata dagli orientali. Nel VIII secolo alcuni missionari ortodossi che
operavano in Bulgaria, si accorsero che i loro colleghi latini insegnavano un Simbolo di fede
(Credo) diverso da quello fissato al Concilio di Costantinopoli, e in particolare insegnavano che
lo Spirito Santo procedeva “a Patre Filioque”, “dal Padre e dal Figlio”, il piccolissimo
inserimento “e dal Figlio” diventò un problema di prim’ordine. Per comprendere la portata di
questa polemica fra le due chiese è necessario far riferimento alla diversa teologia trinitaria.
Mentre per il mondo greco si parte da quella che ancora oggi chiamano la “monarchia”, cioè il
“primo principio” che è rappresentato dal Padre, al quale sono in riferimento il Figlio e lo Spirito
Santo; per la concezione occidentale, elaborata da Agostino e rivista in epoca carolingia, si
avrebbe a fondamento, una realtà chiamata essenza, sostanza, da cui vengono sia il Padre sia
il Figlio e da questi due lo Spirito Santo. In sostanza, accusano gli orientali, c’è il rischio di una
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“quaternitas”.
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28 – STORIA DEGLI ORDINI RELIGIOSI

Gli inizi

Il monachesimo iniziò a fiorire intorno al 250 d.C. in Egitto, nella forma


eremitica.
La ricerca di una completa purificazione personale, di un contatto più diretto ed
immediato con Dio, portò gli uomini di questa generazione ad allontanarsi dalla
civiltà per vivere in luoghi aspri e deserti.
Paolo e Antonio sono due nomi che rappresentarono altrettante pietre miliari
nella storia degli inizi del monachesimo, in quanto dettarono per primi delle
regole, anche se orali, di vita anacoretica (da “ἀναχωρεῖν” = ritirarsi).
Anni dopo, personaggi come Ammonio, Macario il Vecchio e Ilarione,
ripensando all’esperienza eremitica, decisero di prendere sotto la loro tutela
dei giovani, desiderosi di fare quest’esperienza. Nacque così l’esperienza semi-
anacoretica, dove i monaci facevano vita solitaria, ma in momenti determinati
della giornata si ritrovavano per lavorare insieme, pregare o celebrare gli uffici
sacri. Monaci più anziani, con tanto di barba, e vestiti con pelli di capre che
fungevano da maestri di giovani che intendevano seguire Cristo integralmente.
L’esperienza cenobitica (dal greco “κοινός” = comune e “βίος” = vita ) fu
introdotta, invece intorno al 320, da Pacomio che nella Tebaide (sempre in
Egitto) fondò un vero e proprio monastero dove convivevano monaci giovani e
anziani sottoposti ad una vera e propria “regola”. Questa “istruzione” dell’abate
non fungeva tanto da regola giuridica per la pacifica convivenza, quanto da
guida spirituale per tutti i monaci, a cominciare dall’abate, ai cui compiti erano
dedicate ampie sezioni della regola stessa. Nel monachesimo in primo luogo si
determinano i doveri di chi comanda, più che di chi obbedisce.
Vivere insieme aiutava a superare le tentazioni (il desiderio di ritorno alla
civiltà o la durezza della solitudine, più che desideri della carne), ma implicava
un’enorme disponibilità all’obbedienza, nella consapevolezza che solo chi era
capace di obbedire, sarebbe stato in grado, un giorno, di comandare. Alla
morte di Pacomio esistevano nove monasteri maschili e
due femminili. Basilio di Cesarea †
Nacque intorno al 330 a
Fin dagli inizi, la Chiesa, ebbe grande stima nei confronti Cesarea in Cappadocia,
di questi nuovi modelli di vita, tanto da propagandarli studiò retorica ad Atene.
Nel 364 venne ordinato
fra la popolazione giovanile. Si oppose, invece, con sacerdote e sostituì
decisione, e a ragione, alla pratica dei “syneisaktoi” o Eusebio dopo la sua morte.
Grande e lucido pensatore,
delle “virgines subintroductae”, vale a dire la fu soprannominato “il
promiscuità di monaci e monache, sotto lo stesso tetto. Grande”, collaborò con
Atanasio di Alessandria e
Netta separazione dunque, come troviamo già ben con Roma in occasione
testimoniato nell’opera dei primi Padri apostolici, in dello scisma di Antiochia,
fu autore di molte opere
particolare Clemente Romano. fra le quali spiccano le due
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Nello stesso periodo in cui operò Pacomio, dobbiamo “Regole” monastiche. Morì
il 1 gennaio 379. E’
segnalare la decisa azione di Basilio di Cesarea, che certamente uno dei
pubblicò ad uso dei monaci una “Regula major” ed una massimi padri postniceni.
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“Regula minor” dirette debitrici delle regole formulate in

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precedenza.
Due i principi costitutivi ai quali i monaci dovevano osservanza assoluta:
obbedienza totale, al limite dell’annullamento della volontà individuale, verso
l’abate, vero rappresentante di Gesù Cristo, senso dell’appartenenza ad un
gruppo cementato dalla carità individuale e dalla guida dell’abate.
Martino di Tours e Agostino d’Ippona furono i primi ad importare queste nuove
idee in occidente alla fine del IV secolo, dove, in ogni modo, dobbiamo
aspettare più di un secolo per trovare il vero padre del monachesimo latino,
Benedetto.

Il monachesimo benedettino

Nato a Norcia nel 480, da famiglia agiata, Benedetto ricevette una solita
formazione di base, fondata sugli studi di retorica e diritto. Avendo da subito
manifestato l’intenzione di dedicarsi alla vita eremitica, si trasferì ad Enfida, e
in seguito nella campagna romana, dove Nerone aveva fatto costruire una villa
vicino a tre laghetti. Per questo motivo il posto era detto “Sublaqueum” ossia
Subiaco.
Visse tre anni in quest’eremo, tra preghiera e lavoro, quindi ricevette l’invito
dei religiosi del monastero di Vicovaro (presso Tivoli) a far loro da abate, e
dopo molto tergiversare Benedetto accettò.
L’esperienza fallì perché questi monaci non accettavano di buon grado le
asprezze dell’obbedienza, per questo Benedetto ripiegò su Montecassino dove
eresse l’omonimo monastero e due oratori. Nel 530, in questo luogo, passò
definitivamente all’esperienza cenobitica redigendo, fra l’altro, la Regola.
Analizzandola si scopre che le maggiori attenzioni sono riservate all’abate, il
padre dei monaci e figura chiave nel monastero:

“Niente perciò l’abate deve insegnare o stabilire o comandare che sia contro il
precetto del Signore; anzi il comando e l’insegnamento suo penetrino dolcemente
nell’animo dei discepoli come fermento dì divina giustizia. (…) Quando uno dunque
prende il nome di abate, deve governare i suoi discepoli con duplice insegnamento,
deve cioè tutto quello ch’è buono e santo, mostrarlo con i fatti più che con le parole;
sicché ai discepoli capaci d’intendere proporrà i comandamenti del Signore con le
parole, ma a quelli di tardo intelletto e di animo rude dovrà insegnare i divini precetti
con le proprie azioni (…) Eviti verso i suoi monaci ogni parzialità. Non abbia
preferenza d’amore se non per colui che egli avrà sperimentato migliore nella buona
condotta e nell’obbedienza. A chi è venuto nel monastero dalla condizione servile
non sia anteposto chi è nato libero (…) Nel suo magistero poi l’abate deve sempre
osservare quella norma dell'Apostolo che dice: “Ammonisci, esorta, rimprovera”
avvicendando cioè i modi secondo le circostanze, alternando il rigore e la dolcezza,
sappia dimostrare la severità del maestro e l’indulgente affetto del padre. In altre
parole, deve fortemente ammonire gl’indocili e gl’irrequieti; gli obbedienti invece e i
miti e i pazienti scongiurarli a progredire sempre più; ma i negligenti e gli spregiatori
della disciplina vogliamo che li rimproveri e li punisca. Né chiuda gli occhi sui vizi dei
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trasgressori, ma appena cominciano a sorgere, li strappi dalle radici con tutte le


forze che può (…) L'abate deve sempre ricordare ciò che è, ricordare quel che
importa il suo nome, e sapere che a chi più viene dato, più anche si richiede”.
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I monaci gli devono totale obbedienza:


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“Il principale contrassegno dell’umiltà è l’obbedienza senza indugio. Essa è propria di
coloro che niente hanno di più caro che Cristo; e sia per il servizio santo cui si sono
votati, sia anche per il timore dell’inferno e per la gloria dell’eterna vita, appena dal
superiore è stato dato un comando, quasi fosse un comando divino, sono insofferenti
d’ogni ritardo nell’eseguirlo. È di loro che il Signore dice: “Ha udito appena e già mi
ha obbedito”. Similmente dice ai maestri: “Chi ascolta voi, ascolta me”. Tali monaci
dunque abbandonano subito le cose loro e rinunziano alla propria volontà, e
liberandosi sull’istante di quanto avevano tra mano e lasciando incompiuto ciò che
stavano facendo, con piede prontissimo all’obbedienza, seguono con i fatti la voce
del superiore che comanda. Sicché, quasi nel medesimo momento, il comando
comunicato dal maestro e l’opera eseguita dal discepolo si compiono insieme
ambedue prestissimo, per quella celerità che è frutto del timore di Dio: è l'amore di
avanzare alla vita eterna che li preme”.

Il monaco deve dimostrare di non essere attaccato a questo mondo, non può
dunque possedere nulla, nemmeno il corpo e la volontà:

“Nel monastero bisogna soprattutto strappare fin dalle radici questo vizio: nessuno
ardisca dare o ricevere qualcosa senza licenza dell’abate, né avere alcunché di
proprio, assolutamente nulla: né libro, né tavolette, né stilo, proprio niente insomma;
perché i monaci non sono ormai più padroni del loro corpo né della loro volontà.
Invece tutte le cose necessarie devono sperarle dal padre del monastero. Né sia
lecito avere alcuna cosa che l'abate non abbia data o permessa. Tutto sia comune a
tutti, com'è scritto; e nessuno dica o consideri qualche cosa come sua.
Se si scoprirà che qualcuno è incline a questo tristissimo vizio, sia ripreso una prima
ed una seconda volta; se non si emenderà, soggiaccia al castigo”.

I discepoli che affluirono a Montecassino, divennero ben presto tanto numerosi


da rendere necessaria la fondazione di un altro monastero a Terracina. Nella
tranquillità delle fondazioni vivevano oblati, novizi e monaci. I primi erano i
fanciulli che erano allevati e educati dai monaci per volere dei loro genitori, in
qualsiasi momento potevano lasciare l’abbazia, diversamente s’integravano in
essa.
I novizi erano coloro che per libera scelta si preparavano alla vita del cenobio o
dell’eremo. Il noviziato durava un anno ed era diretto da un anziano.
I monaci erano coloro che avevano pronunciato i voti di povertà, castità ed
obbedienza.

“Il novizio che dev’essere ammesso prometta nell’oratorio alla presenza di tutti la
sua stabilità, la conversione dei suoi costumi e l’obbedienza, dinanzi a Dio e ai suoi
Santi, perché, se dovesse un giorno far diversamente, sappia che ne sarà condannato
da Colui del quale si burla. Di tale promessa rediga una carta di petizione nel nome
dei Santi di cui si conservano lì le reliquie, e dell’abate presente. Questa carta la
scriva lui di sua mano, oppure, se egli è ignaro di lettere, la scriva a sua richiesta un
altro, e quel novizio vi apponga un segno; di sua mano poi la collochi sull’altare”.

Benedetto morirà a Montecassino nel 547.


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Il monachesimo cluniacense

Nei secoli VII – IX il monachesimo benedettino progredì in tutta l’Europa


occidentale mentre già dal sec X secolo ci si rese conto che l’autentico spirito
benedettino si era inesorabilmente affievolito per questo si rese necessaria una
riforma dell’ordine che partirà da Cluny.
Fondato l’11 settembre del 909 dal duca d’Aquitania, Guglielmo, il monastero
in questi secoli ha conservato gelosamente nella sua biblioteca la “carta di
fondazione” nella quale leggiamo:

“E’ evidente a tutti coloro che hanno retto discernimento che, se la divina
Provvidenza ha voluto che ci fossero persone ricche, lo ha voluto perché esse
facessero buon uso dei beni provvisoriamente posseduti e cioè li usassero per
meritare una ricompensa eterna. E la divina parola ci dice infatti che questo è
possibile e anzi a questo ci esorta esplicitamente quando dice: la ricchezza di un
uomo è il riscatto della sua anima. Ecco allora che io, Guglielmo, conte e duca per
grazia di Dio, ho attentamente meditato su queste cose e, desideroso di provvedere
alla mia salvezza finché me ne resta il tempo, ho pensato che fosse cosa saggia, anzi
necessaria, e che tornasse a vantaggio della mia anima donare una piccola parte dei
beni temporali che mi sono stati concessi...
Sappiano dunque tutti coloro che vivono nell’unità della fede e nella speranza della
misericordia di Cristo che, per amor di Dio e del nostro salvatore Gesù Cristo, dono
agli apostoli Pietro e Paolo la proprietà delle terre di Cluny con tutte le loro
dipendenze. Questi beni sono nella contea di Màcon.
(…) Abbiamo voluto inserire in questo atto una clausola in forza della quale i monaci
qui riuniti non saranno soggetti al giogo di nessun potere terreno, neppure al nostro,
né a quello dei nostri congiunti, né a quello della regia maestà. Nessun principe
secolare, nessun conte, nessun vescovo e neppure il pontefice che siede nella Sede
Romana potrà mai impadronirsi dei beni spettanti ai suddetti servi di Dio, né
sottrarne una parte, né diminuirli, né permutarli, né darli in beneficio.
Vi supplico, dunque, o santi apostoli e gloriosi principi della terra Pietro e Paolo e
supplico voi, pontefice dei pontefici, che sedete sul trono della Sede Apostolica, di
escludere dalla comunione della santa Chiesa di Dio e dalla vita eterna, in virtù
dell’autorità canonica e apostolica che avete ricevuto, quanti osassero rapinare,
invadere, frazionare questi beni che vi concedo con gaudio e spontanea volontà.
Siate i tutori e i difensori di questo luogo di Cluny e dei servi di Dio che lo abitano”.

Così nacque Cluny.


La riforma che prenderà il nome da quest’abbazia, si fonderà su un principio in
particolare: il ritorno all’autentico ed originario spirito benedettino.
Gli abati che si successero in questo periodo insistettero soprattutto nel dare
pieno valore spirituale alla preghiera, all’Ufficio divino, ma anche ad una
maggiore valutazione del lavoro, specie degli studi. Tutti i monaci della vasta
fondazione cluniacense dovevano cogliere queste novità e metterle in pratica.
Le abbazie di Corbie, Fulda, Gorze, Saint Denis, Aniane divennero i veri centri
della nuova cultura europea, e i monaci ne erano i principali fautori. Ogni
abbazia sentì come un dovere evangelico, aprire una biblioteca e iniziare a
151

raccogliere i libri più importanti, non solo della letteratura latina e greca, ma
anche ebraica e araba. Filosofi saraceni come Avicenna, Averroè, al-Kindi,
Pagina

furono studiati ed apprezzati senza alcuna preclusione ideologica, nel nome


della cultura e dell’amore per il sapere.
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QUARTO CORSO
Accanto alle biblioteche sorsero gli “scriptoria”, per la copiatura dei manoscritti.
L’umanità che doveva venire non poteva essere privata di questi monumenti
della cultura.
Per quanto concerne la vita spirituale si cercò di dedicare più spazio all’incontro
con Dio, attraverso la preghiera, (specie quelle per i defunti, abati, monaci o
benefattori i cui nomi erano contenuti negli “obituari”) o attraverso il
“raccoglimento”. A Cluny si assiste al passaggio dal monaco penitente al
monaco orante, passaggio che rappresentò principalmente un salto culturale e
come tale un salto “epocale”.
Ogni monaco all’origine
era anche sacerdote, e
aveva diritto a
celebrare la propria
messa ogni giorno. Ciò
comportò delle
conseguenze sul piano
architettonico, ai lati
delle navate o nel
presbiterio delle
basiliche cluniacensi,
furono edificate
cappelle o altari adibiti
a questa funzione.
Solo più tardi
comparvero nei
monasteri i frati
“conversi”, che non
potevano diventare
sacerdoti, priori o abati
e non pronunciavano
voti.
Nel suo quotidiano, il
monaco vestiva un
abito marrone, era
vegetariano (regola che
permase fino al XIV
secolo), beveva vino
aromatizzato con miele
o pepe o, a scelta, la
birra prodotta nella
stessa sua abbazia,
dormiva in una propria cella, dove poteva meglio meditare e pregare.
152

Tutto ciò comportò delle conseguenze sul piano sociale, il monaco che dedicava
gran parte della sua giornata alla preghiera e alla copiatura delle opere, aveva
ben poco tempo per il lavoro manuale, da qui la necessità di avvalersi di
Pagina

manodopera esterna. Intorno ad ogni monastero s’insidiarono così contadini e

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QUARTO CORSO
allevatori, in genere povera gente che, però, non avendo altre possibilità
lavorative, potevano sopravvivere grazie al monastero, e comunque
conducevano una vita di pari tenore rispetto a quello dei monaci.
Alla storia di questo glorioso movimento di Riforma in seno al monachesimo
benedettino è strettamente legato anche un glorioso capitolo della Storia
dell’arte: il “romanico” che in questo ambiente trova una delle sue massime
espressione.
La basilica del monastero di Cluny, dopo i rifacimenti del 1088, divenne il più
grande monumento della cristianità. Un edificio tre volte più alto che largo, con
arcate e finestre che si aprivano a trenta metri d’altezza! Tutte le dimensioni
erano multiple per tre, cinque, sette, nove ecc., mentre le misure erano
multipli di sette. In sette giorni Dio aveva creato il mondo, lo aveva portato a
compimento, Cluny si elevava, nella presunzione, ad essere l’edificio sacro,
integro per antonomasia.
Accanto a questa grand’attenzione verso la spiritualità, la cultura e l’estetica, a
Cluny, nel corso dei secoli, si forgiò un nuovo tipo di organizzazione politica. La
maggior parte dei monasteri che facevano parte della grande famiglia
cluniacense, non avevano un abate, ma riconoscevano come loro guida quello
della casa madre, di fatto questa scelta favorì nei decenni successivi la nascita
del “priorato”, di un’istituzione, cioè, di comando rispetto alla comunità, ma
sottoposta a quella dell’abate.
Cluny, per volere, come visto, del suo fondatore, godeva, poi, di totale
“romana libertas”, ossia non doveva soggiacere ad alcun’autorità ecclesiastica
o politica periferica o locale.
Gregorio VII ribadì questo privilegio:

“Vogliamo e ordiniamo in virtù della nostra autorità apostolica che mai nessuno,
piccolo o grande, e che nessun potere e cioè nessun arcivescovo, vescovo, re, duca,
marchese, conte e neppure nessuno dei nostri stessi legati osi profferire parola
contro questo monastero o esercitare su di esso la sua autorità. Vogliamo invece che,
in conformità con la lettera del nostro privilegio e dell'autorità dei nostri
predecessori, tale monastero goda in modo assoluto, pieno e per sempre,
dell'immunità e della libertà che gli sono state concesse dalla Sede Apostolica”.

Questo valse per Cluny, ma quasi mai per i monasteri a lei affiliati.
L’abbazia madre aveva il controllo sui priorati, monasteri vincolati
completamente, come il monaco al suo abate. Attorno a quest’organizzazione
gravitavano altri monasteri più o meno indipendenti.
Il priorato era un monastero in cui il capo, eletto dai monaci, era detto “priore”
ed era sottoposto all’abate di Cluny. La gerarchia dava risalto a cinque priorati:
Souvigny, donata a Cluny nel 920; Sauxillanges, in Alvernia; La Charité sur
Loire, congiunta a Cluny nel 1059; Saint Martin des Champs, a Parigi,
assegnata a Cluny nel 1079; Lewes, in Inghilterra, nella contea del Sussex,
153

fondata nel 1077. Ognuno di questi priorati aveva a sua volta proprie
fondazioni, 52 nel solo priorato di La Charité sur Loire.Nel XII secolo, Pietro il
Venerabile, nono abate di Cluny, istituì il capitolo generale, assemblea di tutti i
Pagina

priori e dei superiori della vasta famiglia cluniacense (anche abati dei

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QUARTO CORSO
monasteri più autonomi),
mi), sot
sotto la sua stessa guida.
L’organizzazione capillare
illare di Cluny, rappresentò, però, anche il suo principale
problema. Le grandi di propr
proprietà terriere, frutto di donazion
onazioni e prebende,
necessitavano di continua
tinua amministrazione.
a I monaci per curare
cura gli interessi
delle fondazioni dovettero
ettero limitare
li maggiormente il tempo
mpo della preghiera e
dello studio.
Da quest’esigenza nacquero
cquero le esperienze cistercensi, certosine
rtosine ecc.

Il monachesimo mendican
endicante

L’ordine
rdine dei
de Frati Predicatori (O.F.P.)
L’ordine
rdine dei
d Frati Predicatori fu fondato
ndato nel
n 1215 dallo
spagnolo
agnolo Domenico di Guzman, e dal al qual
quale prese anche
l’improprio
proprio nome di “ordine domenicano”.
Natoto in Castiglia
Ca da una nobile famiglia,
ia, fece studi di biblica,
di teologia ed esperienze monastiche, e, ma ciò che più lo
attirava
tirava fu la predicazione della salvezza salvez presso le
popolazion
polazioni pagane ed eretiche.
Operò, per questo nella ella Linguadoca,
Lin dove ottenne dall vescovo
vescov di Tolosa di
poter creare una congregaz
ngregazione diocesana di monaci predicatori.
predicat Per il fatto
che il IV Concilio Lateranen
ateranense aveva sancito il divieto o di pubblicare
pu nuove
Regole, per nuovi Ordini,
dini, Domenico
Dom rivisitò e corresse la Regola Agostiniana.
Nel novembre del 1216 216 Pap
Papa Onorio III promulgò due e bolle successive che
riconobbero ufficialmente
ente l’Ordine.
l’O
In queste bolle, fra l’altro
altro si llegge:

“Ringraziamo Iddio, che


e ha fatto
fat di voi dei predicatori, dei veri
ri atleti della fede, e Noi
vi comandiamo, imponendove
nendovelo in remissione dei vostri peccati, di continuare a
predicare”.

Nasceva, così, uno deiei più gl


gloriosi ordini della cristianità cattolica.
cattolica
Solo un anno più tardordo Dom
Domenico fondò conventi a Bologna logna e a Parigi, a loro
volta queste prime due case c madri si preoccuparono ono di fondare nuovi
monasteri un po’ in tutta
utta Eur
Europa.
Secondo la Regola agostini
agostiniana, il novizio doveva studiare udiare tteologia e fare
esperienza claustrale,e, al ter
termine della quale professava va i vovoti. Era, quindi,
destinato ad un nuovo ovo convento
co dove riceveva l’ordinazion
dinazione diaconale e
presbiterale.
Il frate durante la giornata
ornata aveva
a il dovere di recitare l’Ufficio
fficio di
divino, meditare,
celebrare Messa. In diversi
divers periodi dell’anno era tenuto nuto a digiunare e a
mortificare il proprio corpo conc privazioni di varia natura. a. Durante
Duran tutta la sua
vita doveva vivere la povertà
povert integrale, per questo fu fatto atto esp
espresso divieto di
svolgere lavori manuali,
ali, dai quali
q avrebbe potuto ricevere e proven
proventi.
154

Al vertice dell’Ordine e sta(v


sta(va) il Capitolo generale, guidato dal Superiore
Generale coadiuvato dai rap rappresentati dei vari conventi, i, non necessariamente
n
Pagina

priori. Il Superiore General


Generale riceve(va) l’incarico a vita, ita, ma poteva essere
deposto. Alla guida delel convento
conve era nominato un priore.
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QUARTO CORSO
Dal 1221 l’Europa domenicana fu divisa in otto provincie: Roma, Lombardia,
Francia, Inghilterra, Germania, Ungheria, Provenza e Spagna. Contestualmente
all’espansione dell’Ordine furono aumentate le provincie.
Dal 1231 al 1235, Papa Gregorio IX promulgò delle norme relative alla
soppressione dell’eresia, i tribunali furono affidati ai domenicani.

L’Ordine dei Frati minori (O.F.M.)


Impropriamente definiti francescani, L’Ordine dei
frati Minori fu fondato da Francesco di Assisi, la cui
Regola fu approvata oralmente da Innocenzo III
prima del Concilio Lateranense IV, per questo non
rientrò nei termini del divieto espresso dalla stessa
assise di cui dicevamo più sopra. In occasione di
questa santa assemblea, Francesco ottenne il
riconoscimento ufficiale della Chiesa che per parte
sua riteneva di aver trovato la giusta “arma” per
proporre il Vangelo all’umanità più povera e tentata
dalle sirene dell’eresia.
I frati minori ben si prestavano a quest’opera, lo
stesso Francesco aveva posto come principio costitutivo della congregazione la
povertà assoluta.

“Si guardino bene i Frati dall’accettare chiese, abitazioni e quanto viene costruito per
loro, se non sono conformi alla santa povertà che abbiamo promesso nella Regola, e
vi dimorino sempre come forestieri e pellegrini. Comando fermamente per
obbedienza a tutti i frati che, ovunque sono, non osino chiedere lettera alcuna alla
Curia Romana direttamente o per mezzo di interposta persona, né per le chiese né
per altri luoghi, né ancor più con il pretesto di garantire la predicazione o di pro-
teggersi contro una persecuzione, ma, dove non saranno ricevuti, fuggano in altra
terra a far penitenza con la benedizione di Dio (…) E che non stiano a dire, i frati, che
questa è un’altra Regola, poiché questa è un ricordo, un’ammonizione, una
esortazione e il mio testamento che io, frate Francesco, poverello, faccio a voi,
fratelli miei benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo
promesso al Signore (Francesco di Assisi, Testamento)”.

In seguito a polemiche intestine scoppiate in occasione del Capitolo Generale


del 1227, Papa Gregorio IX dichiarò, disattendendo spudoratamente la volontà
del Fondatore, che il Testamento non aveva valore di Regola. Negli ultimi anni,
infatti, tutto l’Ordine, nell’intento di propagandare il messaggio di povertà,
aveva assunto posizioni polemiche contro la ricchezza romana. Per ordine dello
stesso Papa i frati potevano accettare elemosine e creare fondi per ogni
necessità!
Il rischio di snaturare completamente la congregazione provocò una profonda
lacerazione: da una parte frate Elia, fautore del Papa, dall’altro Giovanni
155

Parenti, esecutore testamentario ed integerrimo difensore dell’eredità spirituale


francescana. Per volere del potere papale, il controllo del movimento passò,
ovviamente, nelle mani di frate Elia che ottenne diversi privilegi per l’Ordine.
Pagina

Fece anche costruire ad Assisi, sopra la tomba di Francesco, una basilica.

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QUARTO CORSO
Il gruppo di questo mistificatore, però, cadde in disgrazia presso lo stesso Papa
e a partire dal 1231 il controllo dell’Ordine passò nelle mani degli Zelanti
guidati da Giovanni Parente che aveva trovato un buon compromesso con un
terzo gruppo detto dei “Conventuali” che nel frattempo si era formato. Il valore
della povertà fu ripristinato.
Bonaventura da Bagnoregio San Bonaventura di Bagnoregio, nuovo Ministro
Santo, Dottore della Generale, trovò una buona soluzione per tamponare la
Chiesa.
Soprannominato “Doctor disputa. I frati potevano fare uso di oggetti e beni per la
seraphicus” era figlio di un predicazione, ma la proprietà degli stessi era da
medico. Entrò nell’Ofm nel
1243 e solo cinque anni ascrivere alla Chiesa di Roma; coniò per tutto ciò il
dopo insegnava teologia. principio giuridico dell’usus pauper.
Dal 1257 fu professore a
Parigi e Generale Nel 1245, però, Innocenzo IV nominò, attraverso una
dell’Ordine. bolla, in una provincia Ubertino da Casale
E’ autore di opere eccelse
come: De reductione francescana, un procuratore Nato nel 1259 a Casale
Monferrato, predicò a
artium ad theologiam; De finanziario, con lo scopo di Firenze e a Parigi. In feroce
triplici via e la più celebre:
Itinerarium mentis in amministrare i beni che Roma polemica con Bonifacio
VIII, pubblicò l’opera
Deum. La Chiesa celebra la aveva messo a disposizione “Arbor vitae crucifixae
sua festa il 14 luglio.
dell’Ordine. Questo equivaleva, Jesu” nel 1308. Giovanni
XXII, con l’intento di punire
per gli Zelanti, a riconoscere la proprietà privata la sua intransigenza verso
nell’Ordine e a vanificare gli sforzi diplomatici di le ricchezze della Chiesa, lo
relegò nel monastero di
Bonaventura. Alla sua morte, lo Zelante Giovanni da Gembloux, in Belgio, nel
Parma riuscì a farsi nominare Ministro Generale, e per 1317. Avendo ancora
partecipato alle
prima cosa ripudiò la bolla papale. Questo fu motivo di controversie sulla povertà
scontro aperto con la Santa Sede che provocò un reale di Cristo, venne accusato
d’eresia e ribellione, ma,
rischio di scomunica per tutto l’Ofm, anche perché gli nonostante tutto, riuscì a
Zelanti non cessavano di criticare apertamente le morire serenamente, nel
suo letto, nel 1328.
ricchezze e i lussi della Chiesa romana.
Dietro la disputa su “Cristo possedeva o no gli abiti che indossava?” si
nascondevano gli stessi aneliti, la medesima ricerca di coerenza evangelica che
già stava animando molte sette eterodosse. Per questo, personaggi come
Giovanni da Parma, Ubertino da Casale, Angelo Clareno, Pier Giovanni Olivi,
rischiarono veramente di essere processati e di trascinare con sé tutto l’Ordine.
Solo nel 1312 Papa Clemente V, il giustiziere, come vedremo, dei Templari,
istituì una commissione teologica le cui decisioni furono fatte sue con la bolla
“Exivit de Paradiso”. In questo documento fu lodato lo spirito pauperistico del
movimento, riconosciuta l’ortodossia degli Zelanti e dei loro seguaci e fatto
proprio il principio dell’usus pauper di Bonaventura.

Gli ordini religiosi militari: l’Ordine dei Poveri


Compagni d'armi di Cristo e del Tempio di
Salomone
156

Per comprendere l’origine degli ordini militari occorre


partire dall’istituzione delle “assemblee di pace” che
evolvendo realizzarono varie forme di difesa e
Pagina

protezione diretta della Chiesa.

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QUARTO CORSO
Intorno all’anno mille, specie in Francia, il potere regio non era più in grado di
controllare debitamente i “milites”, che spesso si abbandonavano a saccheggi,
rapine, violenze e soprusi di ogni genere verso la popolazione. Per garantire il
diritto e la pace, la Chiesa s’impegnò ad organizzare delle assemblee pubbliche
dette “di pace” in cui costoro s’impegnavano, con solenne giuramento, a non
attaccare le chiese e la popolazione civile inerme. Alcuni Sinodi (Limoges e
Narbonne) sanzionarono la scomunica per gli spergiuri.
Certamente l’interesse principale, difeso da questa nuova istituzione, era quello
della Chiesa che tentava di affrancarsi sempre più dal potere dei signori nel
tentativo di difendere dalle mire egoistiche “laiche”, tasse e proventi percepiti.
Rimane, in ogni modo, il fatto che, una categoria difesa da queste assemblee,
erano gli “hinermes”, in altre parole il popolo, in particolare i mercanti. Il
canone 4 del sinodo di Verdun sur le Doubs, recita:

“Io non mi impadronirò del contadino, della contadina, dei servitori e dei mercanti.
Io non prenderò il loro denaro, non chiederò per loro riscatti, non mi impadronirò dei
loro beni né li sperpererò, e non li frusterò”.

E ancora:

“Io non incendierò e non distruggerò le case a meno che non vi trovi all’interno un
cavaliere che sia mio nemico e armato, o ladro, o che siano adiacenti ad un castello
che risponda al nome di castello”.

Questi interventi della Chiesa sui “milites”, in particolare cavalieri, avevano


anche lo scopo d’introdurre nella società feudale, un minimo di deontologia
professionale, di regolamentazione dei fatti d’arme.
Alla stessa stregua va valutata l’istituzione della “tregua di Dio”, il divieto, vale
a dire, di combattere durante i giorni sacri dell’anno liturgico, estendendo
spesso questo divieto anche a tutto il periodo d’avvento e di quaresima.
Da questi giuramenti che sottintendevano un comportamento passivo da parte
dei “milites” si passò a forme attive di difesa diretta della Chiesa, anche queste
sancite da forme svariate di giuramento. Il vescovo Aimone di Bourges
organizzando una “milizia di pace” che aveva il compito di difendere le chiese e
la popolazione dai saccheggiatori e violenti, impose un giuramento chiaro:

“Io sottometterò tutti gli invasori di beni ecclesiastici, gli istigatori di saccheggi, gli
oppressori dei monaci, delle monache e dei chierici e tutti coloro che attaccano la
nostra santa madre Chiesa, finché non si siano ravveduti”.

Nasce in quest’ambiente, l’idea dell’esercito ecclesiastico al servizio degli


interessi della cristianità in generale e della Chiesa in particolare. Carlo Magno
pretese da vescovi ed abati contingenti di soldati, era un fatto che costoro
potessero disporre di piccoli eserciti, spesso formati da ragazzi, che
157

combattevano sotto il vessillo del santo patrono di quella chiesa piuttosto che
di quel monastero. Furono chiamati i “milites ecclesiae”.
Pagina

Veniamo così al punto.

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QUARTO CORSO
Nel predicare la crociata Urbano II tentò di radunare sotto l’autorità della
Chiesa, una nuova cristianità formata da cavalieri audaci e invincibili. La gloria
personale, i beni saccheggiati, rappresentavano, si, un’allettante opportunità di
arricchimento personale, ma sarebbe riduttivo credere che tutto si risolse su
questo semplice piano dell’interesse personale. Il cavaliere, inizialmente laico,
scoprì la possibilità di riscattare se stesso ed ottenere il paradiso espletando
questo “dovere” religioso, come il contadino tentava di riabilitarsi con i
pellegrinaggi. La crociata dai più fu, dunque, vissuta come un momento di
conversione e purificazione, al fine di ottenere il Regno di Dio e la sua giustizia.
Il pellegrino, un tempo inerme e alla mercé del prossimo in terra straniera, si
trasformò in guerriero per ottenere le stesse grazie. Si può quindi concludere
che lo spirito, che animò il monaco combattente, fu genuino ed esemplare, in
relazione evidentemente alla cultura medievale, al contrario degli obiettivi reali
che spinsero i papi a farle predicare.
Le ragioni che produssero il fenomeno crociato, furono molteplici e seriamente
connesse. Due riflessioni tratte dalla letteratura del tempo, sono rivelatrici di
una mentalità cui corrispose per converso, da parte dei monaci, una notevole
sensibilità.
La prima è tratta da un’opera di Fulcherio di Chartres, Historia
Hierosolymitana, dove questo cronista francese sintetizza bene i sentimenti
collettivi:

“Che marcino, dunque in battaglia contro gli infedeli (…)quelli che finora
si abbandonavano a guerre private e crimini contro i fedeli! Che si
facciano cavalieri di Cristo, quelli che finora non erano che briganti! Che
attacchino adesso con buon diritto i barbari, quelli che attaccavano i loro
fratelli e i loro parenti! Guadagneranno, così, ricompense eterne, quelli
che si facevano mercenari per qualche miserabile soldo”.

L’intento, della Chiesa, fu quello di purgare l’Occidente cristiano di tutti i mali


che lo affliggevano e vide nelle crociate un’opportunità indiscussa.
Richiamando tanti Principi, rissosi o dissidenti, ai loro doveri religiosi, si poteva
ottenere o il loro recupero sociale o la loro fisica eliminazione. Per converso, gli
stessi protagonisti credettero fermamente a questa opportunità e la vissero
come un momento di purificazione personale.
Le guerre intestine alla cristianità, per l’alto clero del tempo, erano considerate
pericolose e colpevoli, tanto valeva giustificare una guerra giusta e persino
“santa” contro i pagani.
La seconda riflessione, in tal senso, ci è stata trasmessa niente meno che da
Bernardo di Chiaravalle, che nel “De laude novae militiae” esprime
candidamente la medesima convinzione:

“In questa moltitudine che accorre a Gerusalemme, sono relativamente in pochi


158

coloro che non siano stati criminali ed empi, razziatori e sacrileghi, omicidi, spergiuri
e adulteri. Così la loro partenza suscita una doppia gioia, che corrisponde ad un
doppio vantaggio: i loro vicini sono felici di vederli andar via, proprio come sono felici
Pagina

coloro che li vedono accorrere in loro aiuto”.

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QUARTO CORSO
Tra gli ordini più celebri che in questi anni si andavano formando, certamente
quello che colpì maggiormente l’immaginario collettivo, date anche le
risultanze storiche, fu quello dei “Cavalieri del Tempio”, fondato da Ugo di
Payens nel l119 a Gerusalemme.
La prima comunità, formata da dieci monaci ebbe sede a Gerusalemme in
quello che si credeva il Tempio di Salomone. Da cui il loro nome.
Fin dai primi anni il piccolo ordine ricevette prebende e donazioni, sia in denaro
sia in beni mobili, con lo scopo di fungere da supporto all’organizzazione delle
crociate e di proteggere coloro che attraversavano la Terra Santa per recarsi in
pellegrinaggio a Gerusalemme. Il ruolo militare si affermò lentamente, con il
passare dei decenni, fino a diventare quel potente caposaldo della cristianità,
contro i mori nel vicino Oriente.
L’incremento numerico dei Templari nei primi anni di vita dell’Ordine fu molto
modesto; e questo spiega le motivazioni per la quale Ugo di Payens si recò, nel
1127, in Francia appellandosi al sostegno di San Bernardo di Chiaravalle, padre
del monachesimo cistercense, che per loro compose il già citato “De laude
novae Militiae”. Fin da subito il successo in occidente del nuovo Ordine fu
evidente, molti giovani europei aderirono in massa ai voti monastici pur di far
parte di questa “milizia di Cristo”.
L’amministrazione delle proprietà e l’organizzazione politica dell’Ordine
rappresentavano la vera forza del movimento, esistevano tre livelli
amministrativi: la Commanderia (o convento), la Provincia e la Sede Centrale
dell’Ordine.
La Commanderia, rappresentava l’unità base amministrativa, ed era retta dal
Precettore; nel caso essa si trovasse in zone di confine, poteva assumere una
struttura prettamente militare. All’interno della stessa il numero di Templari
era spesso ridotto e gestiva esclusivamente solo gli aspetti amministrativi. Il
Precettore, assieme a quattro o più colleghi, deteneva anche il potere
giudiziario.
Le Provincie raccoglievano le Commanderie ed i loro confini corrispondevano a
quelli dei regni. La gestione della Provincia era affidata ad un Maestro
Provinciale che nominava i superiori delle Commanderie, ricevendo, in cambio,
delle rendite annuali. Le decisioni riguardanti, la compravendita di proprietà
erano, in ogni modo, riservate alla Sede centrale che provvedeva regolarmente
a visitare le Provincie.
La Sede Centrale dell’Ordine, era gestita dal Gran Maestro (23, dal 1119 al
1307) cui era affidato, congiuntamente ad altri membri, il governo ordinario. Il
Gran Maestro era coadiuvato da un siniscalco (fino al XII secolo), un Gran
Commendatore, un Maresciallo, un Tesoriere, un Drappiere ed un Turcopolo
(mercenario arruolato sul posto, esperto conoscitore del territorio e delle
strategie nemiche).
Il capitolo generale rappresentava l’altro organo di governo, e comprendeva i
159

Templari scelti in rappresentanza delle Provincie a formare l’Assemblea


dell’Ordine, che si riuniva mediamente con cadenza annuale, probabilmente
emanando le variazioni della Regola
Pagina

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QUARTO CORSO
A fronte di questi diritti riconosciuti, i Templari
s’impegnarono a difendere gli interessi di tutti i paesi
latini nel vicino oriente, responsabilità alla quale mai
si sottrassero e che affrontarono anche con gravi
perdite umane. Solo nella battaglia di Forbie nel
1244 persero la vita ben 312 monaci.
L’organizzazione militare era molto complessa. Di
norma i Templari fornivano supporto, logistico ed
organizzativo, all’intero esercito crociato, fungendo
da guida, e coprendo i punti deboli dello
schieramento. Va registrata la presenza di Cavalieri,
Sergenti inizialmente monaci, quindi laici, e
Turcopoli.
L’uso della croce rossa su abito bianco, era riservata
esclusivamente ai Cavalieri, sempre monaci; mentre
i Sergenti indossavano abiti scuri.
Un’organizzazione di questo tipo necessitava di grandi disponibilità finanziarie,
per questo fu permesso ai Templari di acquisire proprietà. Questa soluzione era
prevista anche per gli altri ordini militari, quindi non rappresentava
un’eccezione nella Chiesa, anzi, era prassi riconoscere determinati diritti a chi
aveva devoluto denaro a favore dell’Ordine (esenzione di un settimo della
penitenza e diritto di essere seppelliti nei cimiteri templari).
Queste entrate furono incrementate da ulteriori privilegi fiscali, l’esenzione ad
esempio dalle tasse ecclesiastiche e, fatto del tutto eccezionale per quei tempi,
l’esenzione giurisdizionale dal vescovo. Questi diritti quesiti finirono, poi, per
avere un peso decisivo nella condanna dell’Ordine, troppi interessi economici
circondavano l’augusta organizzazione.
Le grandi disponibilità economiche dell’Ordine fecero gola a Filippo il bello che,
incapace di gestire la situazione finanziaria della Francia, organizzò contro i
Templari uno dei più ingiusti e disgustosi processi della storia della Chiesa.
Accusando i monaci di pedofilia, satanismo, corruzione e bestemmia, riuscì ad
ottenere, dal pavido Clemente V, l’incriminazione di Giacomo di Molay, allora
gran Maestro dell’Ordine, la sua incarcerazione e la certificazione che contro i
Templari si sarebbe istituito un regolare processo. Il 13 ottobre 1307, dunque,
dopo aver proditoriamente atteso l’arrivo in Francia del Gran Maestro,
l’inquisitore Guglielmo Imbert, ordinò alle milizie guidate dal consigliere del re,
Nogaret, di arrestare tutti i Templari.
Nonostante falsi testimoni accusassero l’Ordine, non si trovarono prove
schiaccianti, ma solo testimonianze estorte con la tortura.
Il 3 aprile 1312, in occasione del Concilio di Vienne, Filippo il bello ottenne la
condanna dell’Ordine con la promulgazione della bolla “Vox
clamantis in excelso” da parte di Clemente V.
160

Il 18 marzo 1314, per aver ritrattato le confessioni dei presunti


crimini commessi dall’Ordine, Giacomo di Molay e Goffredo di
Charnay, furono arsi vivi a Parigi. La maledizione del Gran maestro
Pagina

espressa in punto di morte segnerà la fine della vicenda. Clemente

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QUARTO CORSO
VII morirà pochi mesi dopo e Filippo il bello non sopravviverà abbastanza per
assistere al primo anniversario di quest’indegna messinscena. C’è, per di più
da annotare che il re di Francia non riuscirà comunque ad entrare in possesso
dell’immenso tesoro templare perché il Papa (con la Bolla “Ad Providam” del 2
Maggio 1312) lo metterà a disposizione dei Cavalieri di Rodi, detti poi di Malta
(che ebbero comunque difficoltà a recuperare i beni).
Secondo un’antica leggenda parte di questo tesoro sarebbe stato nascosto in
una piccola chiesa di provincia, e mai più recuperato. Secondo alcuni a questo
tesoro sarebbero legate le vicende che videro protagonista nel 1892 il parroco
di Rennes le Chateau, François Berenger Saunière.

29 - L’INQUISIZIONE

Parlando di Inquisizione occorre fare alcune premesse. In primo luogo non è


storicamente corretto esprimere (dall’alto della nostra cultura di uomini del III
millennio, cultura fondata sul rispetto dei diritti dell’uomo sul rifiuto della
violenza anche nei confronti dei soggetti deviati), una condanna sull’azione di
uomini vissuti dai sette ai quattro secoli fa, che vivevano in tutt’altra
prospettiva storica, sociale e soprattutto culturale.
Per converso non si può tacere di fronte ad affermazioni come quelle di san Pio
V che in una lettera a Filippo II di Spagna così si esprimeva:

“Riconciliarsi mai: non mai pietà; sterminate chi si sottomette, e sterminate chi
resiste; perseguitate a oltranza, uccidete, ardete, tutto vada a fuoco e a sangue
purché sia vendicato il Signore; molto più che nemici suoi, sono nemici vostri”.

Qui sta tutta la spiegazione delle reiterate richieste di perdono della Chiesa
moderna.
L’organizzazione generale dell’Inquisizione non mutò molto nel corso dei secoli.
Il fulcro dell’azione era rappresentato dai tribunali. Ognuno di loro era
presieduto da due giudici, solitamente domenicani o francescani, investiti di
pari potere. A sostegno della loro azione furono pubblicati vari testi come ad
esempio la “Pratica Inquisitionis” di Bernardo Gui (1324).
Alla fine del 1233, nella Francia meridionale (Avignone, Toulouse,
Carcassone...), dove esistevano forti contingenti di Valdesi e di Catari, furono
istituiti i primi tribunali.
Tra i più famosi inquisitori emersero, Guglielmo di Valenza, Pietro di Marseillan,
Ferrier, soprannominato “Martello degli eretici”, il domenicano Guglielmo
Arnaud, il francescano Raimond Escriban, Roberto di Bougre e Bernardo Gui.
Per quanto concerne i processi agli eretici i sospetti, in genere erano individuati
dal parroco, nei processi per stregoneria tutto partiva, invece, dalla valutazione
di un medico. Le malattie a quei tempi ancora sconosciute e che portavano il
paziente a comportarsi in modo strano (per es. l’ergotismo), erano
161

sciaguratamente fraintese e attribuite a malie stregonesche, il passo


successivo consisteva nella ricerca e nell’arresto della presunta strega.
Pagina

Il rifiuto a comparire comportava la scomunica temporanea che diventava


definitiva dopo un anno.
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QUARTO CORSO
Ricevuto l’ordine di comparizione, l’imputato doveva presentarsi, giurare di
dichiarare il vero, purtroppo, spesso, anche a causa della delazione di terzi,
non era creduto, quindi subiva il carcere duro, la privazione del cibo e delle
bevande.
La tortura, che eufemisticamente era detta “domanda”, fu ufficialmente
riconosciuta e applicata, per disposizione d’Innocenzo IV, a partire dal 1252.
Terminato il processo, era emessa la sentenza, previa consultazione di una
giuria composta da religiosi secolari e regolari e da giureconsulti laici, nel corso
di un’assemblea solenne, pubblica e ufficiale, chiamata “Sermo generalis” o
“Auto da Fé”, in Spagna.
L’Inquisizione nacque, dunque, verso la fine del Medioevo come risposta della
Chiesa agli eccessi di movimenti ereticali, che non si limitavano a propugnare
deviazioni di contenuto esclusivamente teologico (contrastati fino allora sul
piano dottrinale e solo con mezzi spirituali), ma insidiavano mortalmente la
società civile. La ferma riprovazione dei civili, contro le vessazioni degli eretici,
costrinse le autorità ecclesiastiche a intervenire, anzitutto per controllare e per
frenare una reazione nata dal popolo e gestita, non sempre con il necessario
discernimento, dai tribunali laici, che s’illudevano di risolvere il problema
inviando con disinvoltura gli eretici al rogo.
Oggi è difficile immaginare il profondo malessere suscitato nella cristianità
dalla diffusione del catarismo, che, sotto il fascino esercitato dall’apparente
austerità di vita dei suoi proseliti, nascondeva un’ideologia sovversiva. Il
pericolo era rappresentato soprattutto dalla condanna del mondo materiale,
che implicava il divieto assoluto di procreare e, come culmine della perfezione,
il suicidio rituale, e dal rifiuto di prestare giuramento, che comportava il
dissolvimento del legame feudale, uno dei capisaldi della società medievale.
Considerata l’omogeneità religiosa della società del tempo, dunque, l’eresia
costituiva un attentato non solo all’ortodossia ma anche all’ordine sociale e
politico. Lo storico protestante Henry Charles Lea (1825-1909), pur poco
benevolo nei confronti dell’Inquisizione, scrive che, in quei tempi, “la causa
dell’ortodossia era quella della civiltà e del progresso” e Luigi Firpo, esponente
di rilievo della cultura laicista, uno dei pochi studiosi che ha avuto accesso
anche ai documenti riservati del Sant’Uffizio, intervistato dallo scrittore Vittorio
Messori, si è espresso così:

“Sono sicuro che l’apertura di quell'archivio, sinora assai limitata anche per esigenze
organizzative, gioverebbe molto all’immagine della Chiesa. Aprendo a tutti gli
studiosi quelle carte, cadrebbero altri pezzi dell’abusiva leggenda nera che circonda
l’Inquisizione”.

L’autorità temporale e quella spirituale, dopo aver agito a lungo separatamente


(la prima con i suoi tribunali, l’impiccagione e il rogo, la seconda con la
scomunica e le censure ecclesiastiche) finirono per unire i loro sforzi in
162

un’azione comune contro l’eresia.


Questi giudizi, nel complesso sereni, derivano dallo studio delle fonti.
Pagina

L’Inquisizione fu certamente un’istituzione sanguinaria, ma non come,


nell’ultimo secolo, l’hanno descritta.
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QUARTO CORSO
Esplorando in questi ultimi anni l’imponente documentazione archivistica, gli
storici si sono trovati, con stupore, al cospetto di tribunali dotati di regole eque
e di procedure non arbitrarie, di corti giudiziarie pronte a sconsigliare l’uso
della tortura o a scoraggiare denunce infondate e delazioni, d’organismi più
miti e indulgenti dei tribunali civili del tempo.
Sebbene certa propaganda insista sul carattere ideologico e totalitario
dell’Inquisizione, è sempre più evidente l’abisso esistente fra i suoi metodi e i
sistemi di controllo delle persone e di manipolazione delle coscienze, messi in
atto negli Stati moderni, specie in Germania, durante la seconda guerra
mondiale o in Unione Sovietica per tutta la durata del regime staliniano (29
anni).
E’ falsa, dunque, l’immagine dell’Inquisitore feroce e ignorante: gli inquisitori
erano, in genere, persone dotte, di costumi irreprensibili, certamente poco
tolleranti, ma pronti anche ad accordare il perdono al reo e a farlo rientrare in
seno alla Chiesa.
L’immaginario secondo cui i tribunali inquisitoriali erano teatro di raffinatissime
scene di crudeltà, di modi ingegnosi di infliggere l’agonia e di un’insistenza
criminale nell’estorcere le confessioni, è l’esito di certa propaganda diffusasi
dall’epoca illuminista.
L’Inquisizione perseguiva lo scopo di difendere la Chiesa dall’errore, ma anche
di correggere e di riavvicinare l’eretico alla fede; a questo scopo gli Inquisitori
imponevano penitenze di ordine spirituale, che davano al reo la possibilità di
emendarsi, attenuavano le pene più gravi quando ravvisavano in lui indizi di
ravvedimento e abbandonavano al braccio secolare, cioè alla morte, i recidivi
che, essendo tornati ai loro errori, facevano perdere ogni fiducia nella loro
conversione e nella loro sincerità.
Dall’esame degli archivi risulta, per esempio, che nella seconda metà del secolo
XIII gli inquisitori di Tolosa pronunciarono condanne a morte nella misura
dell’1% delle sentenze emesse. Dei primi mille imputati che comparvero
dinanzi all’Inquisizione di Aquileia - Concordia (Veneto) dal 1551 al 1647, solo
cinque furono condannati al rogo.
Insomma, è senza dubbio esagerato attribuire all’Inquisizione molte milioni di
vittime. La verità storica impone una revisione del fenomeno anche se non si
può farne solo una questione di numeri. Uccidere nel nome di Dio, anche solo
una persona, è quanto è fatto di gravità inaudita.
Che ci siano state esagerazioni strumentalizzate, è dimostrato da un altro
fatto. Gli studiosi hanno completato lo spoglio dei processi inquisitoriali di
Bernardo Gui (?-1331) (il domenicano di cui si parla molto male nel romanzo
“Il nome della rosa”, di Umberto Eco, del 1980, e nel film omonimo del regista
Jean Jacques Annaud, del 1986) constatando che su novecentotrenta imputati
solo quarantadue furono rimessi al braccio secolare, mentre centotrentanove
furono assolti e gli altri condannati a pene minori.
163

Nei tempi moderni il sacro tribunale è stato riformato da Papa san Pio X (1903-
1914) con la costituzione “Sapienti consilio”, del 29 giugno 1908, quindi da
Papa Paolo VI (1963-1978) con il motu proprio “Integrae servandae”, del 7
Pagina

dicembre 1965, che ne ha anche mutato il nome in “Sacra Congregazione per

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QUARTO CORSO
la Dottrina della Fede”. La riforma ha modificato le procedure ma ne ha
confermato il compito primario: “tutelare la dottrina riguardante la fede e i
costumi di tutto il mondo cattolico” (n. 29), soprattutto mediante la
promozione della sana dottrina.

30 - SPIRITUALITA’ POPOLARE ED ERESIE FRA I SECOLI XI E XIII

La spiritualità dell’uomo medievale

Gli anni immediatamente successivi allo scisma d’Oriente, furono scossi,


specie nell’Europa mediterranea, da una serie di movimenti spirituali ortodossi
e non, che trovarono il favore del popolo minuto, anche a causa
dell’insegnamento radicale che seppero proporre. Alcuni autori contemporanei,
come il padre Chenu, hanno coniato per questo periodo il termine di “risveglio
evangelico”, proprio ad intendere il volontario ritorno al Nuovo Testamento
che si tradusse, in particolare, nell’imitazione di Cristo e nell’applicazione dei
suoi insegnamenti, specialmente i più radicali.
Quest’interpretazione del Vangelo deve essere compresa nell’ambito della
cultura del tempo e non si discostò nemmeno dalle superstizioni e dagli abusi
popolari. La fede nei demoni e negli angeli dettero origine a tutto un fervore
artistico che troviamo ancor oggi ben testimoniato nei monasteri, nei santuari,
nelle chiese del tempo e che portò al cosiddetto “catechismo di pietra”.
L’uomo medievale non sapeva leggere, non era preparato sufficientemente
alla dottrina cristiana, ma aveva un gran vantaggio rispetto all’uomo
moderno: aveva molto tempo a disposizione.
In occasione dei pellegrinaggi, anche presso i santuari più vicini al luogo di
residenza, aveva molto tempo da dedicare all’osservazione degli affreschi,
delle sculture, delle opere artistiche che potevano far da cornice ad un altare,
un pulpito, persino una semplice porta e, da quest’osservazione, imparava a
pensare, a rivisitare il suo cammino spirituale e trarne le debite conseguenze.
In ciò fu favorito anche da alcune consuetudini del tempo. Era permesso, di
notte, ospitare pellegrini all’interno delle chiese.
I gruppi di fedeli, dopo aver pregato e salmodiato, mangiavano nelle navate,
in alcuni casi eccedevano nel bere, cantavano motivi popolari, per usare un
eufemismo, e vinti dalla stanchezza finivano per sdraiarsi sui banchi. Da qui
osservavano alla tenue luce delle candele, gli affreschi e i dipinti prendere
vita, demoni ed angeli che si muovevano e spiegavano loro il mistero del bene
e i pericoli della via del male. Vedevano vescovi e cardinali avviarsi verso
l’inferno e popolane accedere alla gloria eterna del paradiso. Leggevano i
simboli, molto meglio di quanto non sappiamo fare noi oggi, e li collegavano
alle virtù teologali, o ai vizi capitali, e su questo prendevano sonno, non senza
essersi prima scambiati sensazioni e paure.
164

In questo modo l’uomo medievale arricchiva la propria cultura religiosa e


progrediva nella via della fede. Grazie al “catechismo di pietra”.
Alla stessa stregua le manifestazioni popolari erano fortemente simboliche.
Pagina

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QUARTO CORSO
Una cronaca del tempo ci riferisce del rito dell’asino a Milano. Era portato in
chiesa e onorato un asino o un cavallo, discendente, secondo l’immaginario
collettivo, di quello che aveva portato in Egitto, e salvato, Gesù bambino.
Queste manifestazioni comprendono anche la tradizione del presepe fatta
risalire a s. Francesco. Erano momenti in cui il popolo imparava a conoscere i
misteri profondi della sua stessa fede e la fede del popolo non poteva che
essere una fede povera.
Non deve, dunque, stupire che in questi secoli si sentì il bisogno di una Chiesa
in sintonia con il messaggio evangelico, più coerente con gli insegnamenti di
Cristo e meno schiava del denaro e del potere. Il bisogno di una Chiesa
purificata dagli abusi della gerarchia, di una Chiesa “dei” e “dalla parte dei”
poveri contro le violenze dei signori locali. Questo anelito, questo desiderio di
ritorno alle origini, all’originale Chiesa apostolica, provocò, a sua volta,
reazioni, magari cruente, che si conclusero in molti casi con la condanna e il
rogo di molti eretici. Non deve stupire, quindi, il successo dei movimenti
pauperistici in questo periodo, come l’Ofm o l’Ofp, o quello dei catari, valdesi,
patarini ecc. per il versante eterodosso.
Il popolo aveva modo di entrare in contatto con questi ultimi, perché in genere
usavano un metodo di comunicazione molto diretto, detto: concionatio. Si
trattava di predicare in assemblee cittadine, con lo scopo non di insegnare
qualcosa, ma di smuovere le coscienze verso certi valori cristiani. Troviamo,
così, dei predicatori itineranti che annunciavano sul sagrato delle chiese la
condanna di Dio ai vescovi e ai preti, che invocavano una moralizzazione dei
costumi, che spesso erano salvati dallo stesso popolo, quando l’Inquisizione
cercava di trarli in arresto. L’ascolto di questi predicatori, spesso, contribuì al
risveglio d’interesse verso la cosa pubblica, costatiamo, così, che, nel tentativo
di imitare Cristo, molti fedeli si dedicarono alla politica, con lo scopo dichiarato
di imporre la pace e quei valori tipici della tradizione cristiana. Basti pensare
alla politica, anche verso gli islamici, nell’opera di san Francesco.
Il bisogno di predicare una chiesa diversa fu irrefrenabile e pochi pontefici
capirono, precorrendo i tempi. Due di questi furono Alessandro III e Innocenzo
III che pur con delle restrizioni consentirono questa volontà di annuncio del
Vangelo. Il grosso della gerarchia reagì, al contrario, in modo ostile e violento,
e in alcuni casi anche opportunista. La pataria fu accolta fino a quando fu utile
al Papato, abbandonata a se stessa quando, emancipatasi, iniziò a percorrere
una strada parallela. La chiesa non fu quasi mai in grado di capire la religiosità
del popolo e spesso non tentò nemmeno di sforzarsi. Fu scelta la più
grossolana strada della clericalizzazione, dell’imposizione dottrinale. Tutto
questo anelito evangelico poteva essere ricondotto nell’ambito dell’esperienza
monastica. Gli Ordini spesso rappresentarono la salvezza degli eretici, ma
anche la loro tomba, qui, infatti, potevano essere meglio controllati. Non è un
caso che nei processi di primo grado nei confronti di eretici, la pena
165

normalmente consisteva nel ritiro in qualche monastero francescano o


domenicano.
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QUARTO CORSO
La rinascita della predicazione si concretò, poi, nella nascita di confraternite,
specie nell’Italia centrale o in Lombardia, e di ordini un po’ dimenticati, come
quello dei Flagellanti, dei Disciplinati o quello più recente degli Umiliati.
I Flagellanti nacquero con lo scopo dichiarato di ricordare a tutti le sofferenze
patite dal Cristo, nel desiderio, quasi, di restituire a Dio la passione del suo
Figlio. Non a caso fu una pratica popolare, più volte ripresa, specie in
occasione di fenomeni tragici e luttuosi come lo scoppio di un’epidemia di
peste o di una logorante guerra di difesa. Chiedere perdono a Dio dei propri
peccati restituendogli i dolori del Figlio pareva la cosa più nobile e gradita ai
suoi occhi.

“Nobili e plebei, vecchi e poveri, fanciulli persino di cinque anni, ignudi salvo che
nelle parti vergognose, per le piazze della città a due a due, portando in mano un
flagello di corregge, colpendosi con gemiti e pianti sulle spalle fino a farne scaturire
sangue, implorando perdono per i loro peccati a Dio e alla Madonna, non soltanto di
giorno ma anche di notte, con ceri accesi, nell’asprissimo inverno, a cento a mille a
diecimila persino giravano intorno alle chiese, si prosternavano umilmente davanti
agli altari, precedendo i loro sacerdoti con croci e vessilli”.

Il problema si presentò quando queste manifestazioni di fede popolare furono


sottratte alla gerarchia, in un periodo in cui la Chiesa era molto lontana dai
bisogni e dalle attese dei suoi fedeli. Il rischio dell’eresia fu reale. L’uomo
medievale, ignorante in teologia, che non sapeva distinguere la fede eretica da
quella ortodossa, finì per accogliere quel modello di vita che meglio incarnava
gli ideali evangelici. Si può così concludere che se molti fedeli dal punto di
vista dottrinale furono giustamente definiti eretici, lo furono a causa degli
errori del clero.
L’eresia s’impose, paradossalmente, fra i migliori cristiani, i più coerenti, non
certo fra i chierici.
Questi aspetti di religiosità popolare interessavano anche le donne. Valdo le fa
predicare, e pagherà un alto prezzo per questa sua scelta. Francesco accolse
un ramo femminile: le clarisse ecc. Abbiamo sante, ed eretiche, valdesi,
albigesi, catare, patarine, dolciniane … La donna nel medioevo seppe giocarsi
una buona fetta di credibilità e non ebbe paura.

I primi tentativi di riforma

Tra le prime forme di protesta va segnalata quella capeggiata da Pietro Bruis


che predicò un messaggio semplice e, nello stesso tempo, rivoluzionario
fortemente osteggiato dall’abate di Cluny, Pietro il Venerabile.
Nella sua predicazione affermava che il battesimo dei bambini non aveva alcun
valore salvifico, giacché questi erano inconsapevoli. Per lui, solo chi
deliberatamente accoglieva la chiamata di Dio nella fede, poteva essere
166

battezzato. Per questo nelle sue comunità fece ribattezzare tutti i nuovi
adepti. Arrivò a dichiarare altresì inefficace la consacrazione eucaristica. Cristo
consacrò una sola volta, il giorno dell’Ultima cena, e gli uomini non avevano
Pagina

l’autorità né la facoltà di rifarlo. Dal momento che Dio ascoltava i suoi figli in

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QUARTO CORSO
ogni circostanza, non certo in dipendenza del luogo in cui vivono, Pietro Bruis
sostenne l’inutilità dei luoghi di culto, scatenando così fra i suoi e nella Chiesa
una vera ondata iconoclasta che portò alla distruzione delle chiese e degli
oggetti di culto in particolare.
La croce,in particolare, era intesa come uno strumento di morte. Non aveva
senso, dunque, inginocchiarsi al suo cospetto. Le croci andavano tutte
eliminate e il culto verso loro tributato, considerato idolatria. In ultimo predicò
contro ogni preghiera o culto per i defunti, inutile per chi è già vissuto e si è
già ritagliato un destino di salvezza o dannazione. Pietro Bruis credeva nella
predestinazione.
Il movimento si sviluppò rapidamente, sia in ambienti rurali sia in città fra, il
1110 e il 1139, interessando le regioni del Delfinato, Provenza e Guascogna.
Proprio a causa di quest’ambientazione intervenne l’abate di Cluny, Pietro il
Venerabile, che scrisse anche un trattato (“Contra petrobrusianos hereticos”)
indirizzato a tutti i vescovi della Francia meridionale. Le reazioni delle curie
non si fecero attendere, l’eresiarca fu tratto in arresto e condannato al rogo in
un luogo mai, in seguito, rintracciato, della valle del Rodano.
Il pensiero di Pietro Bruis ben si accordò con il contemporaneo movimento
valdese, sviluppatosi, come vedremo a Lione e mostrò, una volta di più, il
bisogno di riforma che la chiesa del tempo aveva e la sua ormai abissale
distanza dal popolo. La morte del chierico francese, però, non rappresentò
l’ultima parola su quei fatti di fede e di sangue, l’eredità petrobrusiana fu
raccolta, secondo la maggior parte degli studiosi, da un monaco francese
chiamato Enrico.
Predicatore itinerante aveva operato nelle principali città della Francia
meridionale scatenando la reazione dei potenti abati cistercensi.
Ogni cristiano è assolutamente responsabile del suo rapporto con Dio e con la
forza della stessa volontà, poteva salvarsi. In questo, il pensiero di Enrico
poteva definirsi neo - pelagiano, ma anche neo - donatista, dal momento che
riteneva che lo stato di grazia interiore del sacerdote incideva sulla validità del
sacramento che questi celebrava. La Chiesa per essere credibile e coerente
con il Vangelo doveva dedicarsi con assiduità sulla via della povertà
rinunciando a onori e ricchezze.
Le conseguenze sul popolo furono devastanti, le parrocchie si spopolarono e il
clero fu fatto oggetto di scherno e di violenze di vario tipo. Enrico fu arrestato
e in occasione di un sinodo, a Pisa, nel 1134, rinnegò il suo pensiero e ottenne
il trasferimento a Clairvaux. Durante il viaggio riuscì a fuggire e riprese la
predicazione fino al 1145 quando, arrestato nuovamente, fu probabilmente
bruciato sul rogo.

31 - LA PATARIA
167

Nella seconda metà del secolo XI, mentre scoppiava la lotta per le investiture,
a Milano si sviluppò un movimento di riforma, della Chiesa, molto espressivo.
Chiamati patarini, cioè straccioni, lottarono per ricondurre la Chiesa verso un
Pagina

livello di accettabile moralità, additando come pubblici peccatori vescovi ed

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QUARTO CORSO
ecclesiastici colpevoli di simonia e concubinato. La reazione del popolo fu loro
favorevole, a tal punto che il movimento, in breve tempo, si diffuse anche nelle
altre città lombarde, a Bologna e Firenze e nei paesi bassi.
Una testimonianza dell’epoca così descrive il loro tentativo.

“Al tempo di questo vescovo Guido (1045-1075) c’erano nella città di Milano due
chierici, uno chiamato Landolfo, di famiglia di vassalli maggiori, uomo fine ed
eloquentissimo, l’altro si chiamava Arialdo, nato da famiglia di nobiltà equestre,
uomo assai erudito negli studi liberali, che in seguito fu coronato del martirio.
Costoro, dedicandosi continuamente alla lettura dei Libri sacri e in particolare al
scritti del beato Ambrogio, scoprirono quanto sia colpevole nascondere il talento che
ci è stato affidato (Mt 2S,25).
Per questo motivo, affidandosi a Dio e al beato Pietro principe degli apostoli, un certo
giorno, aiutati dalla grazia divina, si misero a predicare al popolo. Nelle loro prediche
spiegarono alla gente i delitti derivanti dalla vendita simoniaca; dimostrarono con
estrema chiarezza quanto fosse indegno che sacerdoti e ministri dell’altare
celebrassero i sacramenti pur essendo concubinari; e illustrarono, avvalendosi della
testimonianza del beato Ambrogio, perché fosse eretico non obbedire alla chiesa di
Roma. Gli uditori che erano predestinati alla vita eterna, e soprattutto i poveri, che
Dio aveva scelto per confondere i potenti (l Cor. 1,27), accolsero volentieri questo
messaggio. Al contrario i chierici, che in quella stessa diocesi sono innumerevoli
come la sabbia del mare, incitarono alla ribellione i capitani e valvassori, i venditori
di chiese, i loro consanguinei e i congiunti delle loro concubine, ed essendo scoppiata
una rivolta tentarono di ridurre al silenzio i due chierici. Ma furono delusi nelle loro
speranze. Infatti gli straordinari atleti di Dio, con il crescere di giorno in giorno del
numero di fedeli sostenitori, si dedicavano con sempre maggior ardore alla pre-
dicazione; e i nemici di Dio, divulgatasi la loro dissolutezza, ogni giorno venivano
martellati dalla parola di quelli e diminuivano di numero a tal punto che un giorno
perfino colui che si faceva chiamare vescovo della sua chiesa fu cacciato dalla diocesi
(1057).
Al vedere questo i simoniaci, che d’altronde non erano in grado di resistere alla
verità e a così grande moltitudine, erano disorientati, ed imprecando contro la loro
povertà, li chiamavano Patarini, cioè straccioni. Ma quelli che dicevano al proprio
fratello “Racha” erano condannabili in giudizio (Mt 5,22)- infatti il greco “rachos” si
traduce in latino “pannus”, cioè straccio - beati invece questi, che, per il nome di
Gesù, erano degni di subire oltraggi (At 5,41)” (Bonizone, Liber ad amicum).

La prima forma di protesta fu lo sciopero liturgico, i patarini, cioè, guidati dalla


radicale predicazione del diacono Arialdo, rifiutarono di accostarsi ai sacramenti
impartiti da sacerdoti indegni, li costrinsero, poi, ad accettare il voto di castità
e nei casi più gravi istruirono processi popolari contro i sacerdoti, diaconi e
vescovi renitenti.
Arnolfo, difensore della gerarchia corrotta, nel “Gesta archiepiscoporum
Mediolanensium” ci fa il resoconto di queste tensioni.

“...Fra i sacerdoti, i diaconi e gli altri ministri del culto abbondano libidini di varia
natura, compresa la famigerata eresia simoniaca; poiché allora sono nicolaiti e
simoniaci si devono, con giusta ragione disprezzare. D’ora in poi guardatevi
168

assolutamente da costoro, se vi aspettate la salvezza dal Salvatore, e non


partecipate alle loro cerimonie religiose, perché i loro sacrifici contano esattamente
come lo sterco dei cani e le loro cattedrali come le stalle delle bestie. Disapprovateli
Pagina

perciò d’ora in poi e si confischino tutti i loro beni; tutti abbiano il diritto di
saccheggiare tutte le loro proprietà, ovunque siano, in città o fuori. Anch’io, in verità,
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QUARTO CORSO
ho commesso molte azioni degne di biasimo; e, ciò che è peggio, avendo avuto finora
rapporti con queste persone indegne, ho offeso il re dei cieli. Ora però con la
benevolenza di Dio faccio penitenza, cercando per il futuro di prevedere tali cose.
Siate dunque, o carissimi, miei imitatori, e camminate seguendo la nostra linea di
condotta”. Trascorse queste e molte altre cose, che l’umana memoria non può
ritenere, il popolo, sempre avido di novità, viene incitato ad assumere uno zelo
eccessivo contro il clero, alcuni pensando di riportarlo a Dio, altri desiderosi delle sue
ricchezze. A tal fine lo stesso Landolfo, insieme con il suo complice Arialdo, per molti
giorni incitò gli animi della gente e, approfittando del vento favorevole, propose nei
suoi discorsi sempre nuove accuse ed inaudite, ben conoscendo i desideri della
massa.
Spesso il clero maggiore della chiesa milanese si riunì per cercare di contenere la sua
temerarietà, contrapponendogli le Sacre Scritture e minacciando sanzioni canoniche.
Ma egli, nel pieno disprezzo di queste, continuò con le minacce. Anzi, in un giorno di
festa solenne, provenendo con gran folla dalla piazza alla cattedrale, cacciò dal coro
tutti i chierici intenti a cantare i salmi, inseguendoli poi nelle aule e negli alloggi. In
seguito, astutamente provvide a far redigere un editto di castità, tratto dalle leggi
secolari, trascurando canoni, e con l’aiuto di laici costrinse tutti gli ordini sacri della
diocesi ambrosiana, contro la loro volontà, a sottoscriverlo. Frattanto gruppi di ladri
della città, oltre ad aver distrutto alcune case urbane, scorrazzavano per la diocesi,
frugando nelle case dei chierici, e arraffando i loro beni. Allora il clero, oppresso in
molti modi, dapprima sì lamentò mediante una supplichevole delegazione presso i
vescovi della provincia ecclesiastica, e poi presso il pontefice romano”.

Andrea di Strumi, autore della “Vita sancti Arialdi” ricostruisce un genuino


spaccato della predicazione di questo onestissimo movimento.

“In quel tempo il ceto degli ecclesiastici si era traviato in tanti errori, che a mala
pena in esso esisteva ancora qualcuno, che potesse ritrovarsi al suo giusto posto.
Infatti alcuni, andandosene di qua e di là con cani e falconi, abbandonavano il proprio
ministero per la caccia; altri perfino avevano un’esistenza da osteria e da villani
fannulloni, e altri da empi usurai; quasi tutti conducevano vita disonorevole con
pubbliche mogli o con sgualdrine Tutti ricercavano il proprio tornaconto, non quello
di Cristo. Infatti, e questo non si può e non si deve dire né ascoltare senza gemerne,
tutti quanti si tenevano così invischiati nell’eresia simoniaca, che non si poteva
raggiungere nessun ordine o grado, dal più piccolo al più grande, se non
acquistandolo così come si compra il bestiame. E, cosa che è ancor peggiore, a quel
tempo nessuno si faceva avanti per opporsi a così grande perversità. Al contrario,
pur essendo lupi rapaci, si ritenevano veri pastori.
Per smascherare senza dubbio e correggere la loro corruzione fu mandato, da Dio
certamente, a Milano, dove questa iniquità era tanto più diffusa che nelle altre città,
quanto essa stessa era più popolosa, Arialdo, che, come abbiamo già detto, era ben
erudito nelle leggi divine.

La disgregazione del movimento iniziò già sotto i pontificati di Urbano II e


Callisto II, che confermando le tesi agostiniane contro il donatismo,
affermarono che i sacramenti impartiti da sacerdoti indegni erano, comunque,
validi. Il movimento si disarticolò, un gruppo ripiegò verso la chiesa cattolica
mentre un altro sfociò nei movimenti ereticali contemporanei, in particolare il
169

catarismo.
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32 – IL CATARISMO

Bogomil era un prete bulgaro che sosteneva la dottrina dell’esilio di Satana e


dei suoi demoni nel mondo materiale. Dio, però, avrebbe anche inviato un suo
angelo, Gesù, che attraverso la predicazione, aveva chiarito agli uomini il
modo per fuggire dalla schiavitù della materia.
La necessità di condurre una vita austera, votata alle mortificazioni corporali,
alla castità e al celibato furono, così, le prerogative prime del movimento
bogomilo.
In un secondo tempo questa dottrina si arricchì di altri elementi, frutto
dell’esperienza religiosa di altre comunità e s’incamminò sulla strada della
revisione dei miti primordiali.
Rifacendosi alle dottrine manichee, il catarismo, teorizzò l’esistenza di un dio
supremo, padrone del regno della luce, e di un dio maligno, signore delle
tenebre. Il dio della luce non aveva creato il mondo dal nulla, perché la
materia era eterna e il mondo non poteva aver fine. Il corpo umano era
anch’esso il frutto del principio del male; invece l’anima, secondo la loro
concezione, non aveva sempre un’unica origine. Per la maggioranza degli
uomini anche l’anima, come il corpo, era emanazione del male. Questi uomini
non potevano sperare di salvarsi ed erano condannati a perire quando il
mondo materiale fosse ritornato al caos primigenio.
L’anima di una cerchia ristretta di uomini, invece, era stata creata dal dio
buono, ma aveva subito la seduzione della donna e del potere, per questo era
stata imprigionata nel carcere del corpo. L’angelo delle tenebre avrebbe
acquistato, così, alla propria causa, moltissimi sostenitori, fedeli inizialmente
al dio della luce. Costoro, ingannati e traditi, avrebbero avuto un destino di
dannazione se non fosse stato per un angelo della luce, il Cristo, che
riproducendo nella sua vita la loro stessa esperienza e morendo sulla croce,
avrebbe svelato all’umanità, la via della purificazione e della salvezza.
Nella dottrina avevano un posto importante anche i concetti di peccato e di
salvezza. I catari rifiutavano il libero arbitrio. I figli del male, condannati a
perire, non sarebbero potuti sfuggire alla loro sorte, mentre chi aveva avuto
accesso per iniziazione alla categoria superiore della setta ormai non poteva
più peccare. Essi dovevano sottostare a tutta una serie di regole durissime,
per combattere il pericolo della contaminazione con la materia peccaminosa; e
se peccavano ciò significava semplicemente che il rito dell’iniziazione era
rimasto inefficace, perché l’anima dell’iniziatore o dell’iniziato non era
angelica.
Prima dell’iniziazione la libertà di costumi era illimitata, giacché l’unico vero
peccato era stato la caduta degli angeli dal cielo e tutto il resto era una
conseguenza necessaria.
Dopo l’iniziazione, il pentimento non era più ritenuto necessario, e nemmeno
170

l’espiazione dei peccati, quindi negavano il sacramento della confessione.


Ogni cataro, che significa “puro”, aveva il dovere di seguire pedissequamente
Cristo, attraverso le difficoltà e le persecuzioni quotidiane, senza mescolarsi
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con gli affari di questo mondo materiale che non gli apparteneva. Aveva il

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dovere di non sposarsi e comunque di vivere la continenza, per evitare di
mettere al mondo figli e contribuire così ad imprigionare altri spiriti nella
materia. L’atteggiamento dei catari verso la vita, nasceva dal loro concetto del
male, identificato con il mondo materiale. La perpetuazione della specie era
considerata opera satanica, la donna incinta si trovava sotto l’influenza del
demonio come pure ogni neonato. Il cataro non credeva nella risurrezione
della carne, nel ricorso alla giustizia e alle armi. E’ chiaro che in questo modo
diventava impossibile partecipare a molti aspetti dell’attività sociale. Per di più
molti consideravano proibito ogni rapporto con “la gente del mondo” estranea
alla setta, salvo che nel tentativo di convertirla.
Tutte le sette erano accomunate da un’accesissima ostilità verso la Chiesa
Cattolica che per loro non era la Chiesa di Cristo ma quella dei peccatori, la
meretrice Babilonia. Il Papa era considerato la fonte di tutte le prevaricazioni,
e i preti come pubblicani e farisei. La caduta della Chiesa cattolica, secondo
loro, risaliva al tempo di Costantino il Grande e di Papa Silvestro, quando la
Chiesa, a dispetto dei comandamenti di Cristo, diede la scalata al potere
secolare (con la cosiddetta Donazione di Costantino).
I sacramenti erano rigettati, specialmente il battesimo dei bambini, ma anche
il matrimonio e l’eucarestia.
Alcune ramificazioni secondarie dei catari (i catarelli e i rotari) usavano
saccheggiare regolarmente le chiese. Nel 1225 i catari incendiarono una
chiesa cattolica a Brescia; nel 1235 uccisero il vescovo di Mantova. Tra il 1143
e il 1148, Eon de l’Etoile, capo di una setta, si dichiarò figlio di Dio, signore di
tutto il creato e in virtù del suo potere ordinò ai suoi seguaci di mettere a ferro
e fuoco le chiese.
L’odio dei catari si dirigeva soprattutto contro la croce in cui essi vedevano il
simbolo del dio del Male. Già attorno al Mille, nella regione di Chálons un certo
Leutardo incitava a distruggere croci e immagini sacre.
Per loro le chiese non erano che mucchi di pietre, e la liturgia, un rito pagano;
rifiutavano pure le immagini sacre, l’intercessione dei santi, le preghiere dei
morti.
Rifiutavano la gerarchia cattolica ma ne possedevano una propria; lo stesso
era per i sacramenti. La struttura organizzativa di base poggiava sulla
divisione in due gruppi, quello dei “perfetti” e quello dei “credenti”. La stessa
suddivisione la troveremo anche presso altre comunità, come quelle valdesi. I
primi erano un numero ristretto (Ranieri ne contò 4.000 in tutto), ma
rappresentavano l’oligarchia che guidava la setta; essi costituivano il clero
cataro: vescovi, presbiteri e diaconi. Soltanto a loro era svelata l’intera
dottrina della setta, mentre i “credenti” erano tenuti all’oscuro di molti suoi
punti soprattutto dei più radicali in forte contrasto con il cristianesimo.
I “perfetti” dovevano sciogliere il loro matrimonio ed evitare qualsiasi contatto
fisico, anche il più banale, con una donna. Era loro proibito avere fissa dimora,
171

peregrinando in continuazione o rifugiandosi in asili segreti.


L’iniziazione dei “perfetti”, o “consolamentum”, era anche il sacramento più
importante. Non si può paragonarlo ad alcun sacramento della Chiesa
Pagina

cattolica. Si trattava di una via di mezzo tra il battesimo, l’ordinazione, la

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confessione e a volte anche l’estrema unzione. Soltanto chi lo riceveva poteva
sperare d’esser liberato dal carcere del corpo, perché la sua anima sarebbe
tornata alla dimora celeste.
La maggior parte dei catari non si piegava alle dure prescrizioni che
vincolavano i “perfetti”, ma contavano di ricevere il consolamentum solo in
punto di morte, si chiamava allora “la buona morte”. La preghiera che si
pronunciava in quell’occasione era simile al Padre Nostro.
Spesso, quando un malato che aveva ricevuto il consolamentum guariva, gli
era suggerito di por fine ai suoi giorni con il suicidio, che si chiamava
“endura”. In molti casi l’endura era la “conditio sine qua non” per impartire il
consolamentum; non di rado la subivano i vecchi e i fanciulli che avevano
ricevuto il consolamentum (naturalmente in questi casi il suicidio diventava
omicidio). Le forme di endura erano svariate: avvenivano per lo più per inedia
(nel caso di lattanti che le madri cessavano di nutrire), ma anche per
dissanguamento, o con bagni caldi alternati a esposizioni al gelo, con bevande
mescolate a frammenti di vetro, oppure ancora mediante strangolamento.
Dollinger, che ha esaminato gli archivi dell’Inquisizione a Tolosa e a
Carcassonne, scrive:

“Studiando attentamente i verbali dei due processi citati ci si convince che furono
molte di più le vittime dell’endura (alcune volontarie, altre costrette) che quelle
dell’Inquisizione”.

Il cataro rifiutava la proprietà privata nel modo più assoluto, ma, nello stesso
tempo, rifiutava categoricamente anche la proprietà “comune”. Di là del
capitalismo e del comunismo, quindi.
Interrogati da Evervino di Steinfeld così sono descritti:

“Questa è la loro eresia. Essi dicono che la chiesa è soltanto presso loro, al punto
che essi seguono con coerenza le vestigia del Cristo e rimangono i veri imitatori
della vita apostolica, perché non cercano le cose che sono del mondo, non
possedendo casa, né campi, né proprietà alcuna: così come il Cristo non ebbe
possessi, né ai suoi discepoli concesse di averne. “Voi invece - ci dicono -
aggiungete casa a casa e campo a campo, e cercate le cose che sono di questo
mondo: così che anche coloro che sono ritenuti tra voi i più perfetti, come i monaci e
i canonici regolari, benché non posseggano queste cose in proprio ma in comune,
tuttavia tutte queste cose possiedono”. Di loro stessi dicono: “Noi, poveri del Cristo,
senza una sede stabile, fuggendo di città in città, come agnelli in mezzo ai lupi,
siamo perseguitati come lo furono gli apostoli e i martiri, conducendo una vita santa
e durissima nel digiuno e nell’astinenza, perseverando giorno e notte in preghiera e
lavori, e da questi ricerchiamo unicamente il necessario per vivere. Noi sopportiamo
ciò poiché non siamo del mondo: voi invece che amate il mondo, avete pace con il
mondo, perché siete del mondo. Pseudo - apostoli, falsificatori della parola del
Cristo, che hanno ricercano i propri interessi, hanno fatto uscire dalla retta via voi e
i vostri padri. Noi e i nostri padri, generati apostoli, siamo rimasti nella grazia del
Cristo e vi resteremo sin alla fine dei secoli. Per fare una distinzione tra noi e voi, il
172

Cristo disse: “Dai loro frutti li riconoscerete” (Mt. 7, 16). I nostri frutti consistono
nel seguire le vestigia del Cristo”.
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I catari si diffusero rapidamente in Europa, in particolare nelle zone di più


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rapido sviluppo economico, nella Francia settentrionale e nelle Fiandre, dove
erano detti “pubblicani”, in Provenza, dove erano detti Albigesi, in Italia
settentrionale e nella Dalmazia dove erano detti “catari”, “bulgari” o confusi
con i “patarini”.
Nel 1012 si ha notizia di una setta a Magonza; nel 1018 e nel 1028 si fanno
vivi in Aquitania; nel 1028 a Orléans; nel 1025 ad Arras; nel 1028 a Monforte
(presso Torino); nel 1030 in Borgogna; nel 1042 e 1048 nella diocesi di
Chálons-sur-Marne; nel 1051 a Goslar. Il vescovo di Milano affermava nel
1166 che nella sua diocesi c’erano più eretici di credenti ortodossi.
Un’opera del XIII secolo enumera 72 vescovi catari. Ranieri Sacconi parla di
16 chiese catare. Esse avevano stretto legami reciproci, e sembra che in
Bulgaria avessero persino un papa. Tenevano concili cui presenziavano i
rappresentanti di molti paesi.
Nel 1199, Innocenzo III si trovò a fronteggiare una comunità catara a Viterbo
emettendo delle ordinanze notevoli per i suoi coadiutori.

“Se in virtù di sanzioni legittime, ai colpevoli di lesa maestà puniti di morte, sono
confiscati i beni e con una decisione misericordiosa si lascia solamente la vita ai loro
figli tanto più coloro che, allontanandosi dalla fede, offendono Dio nella persona di
Gesù Cristo, devono essere separati, con una censura ecclesiastica, dal nostro capo
Cristo, e privati dei loro beni temporali, poiché è molto più grave offendere la
maestà eterna che quella temporale”.

Il successo maggiore, l’eresia lo riscosse nel sud della Francia, nella


Linguadoca e in Provenza. Qui furono inviate numerose missioni per cercare di
convertire gli eretici. Con una di queste si recò anche san Bernardo di
Chiaravalle, il quale racconta che le chiese erano deserte e nessuno più si
comunicava né faceva battezzare i figli. I missionari e il clero cattolico locale
erano malmenati, minacciati e insultati. La nobiltà locale sosteneva
attivamente la setta, vedendovi una possibilità di appropriarsi delle terre della
Chiesa. Queste regioni parvero perse per Roma, per più di 50 anni.
Innocenzo III, preoccupato per il dilagare dell’eresia, che aveva portato
all’eccidio di un legato pontificio, Pietro di Castelnau, per parte del conte di
Tolosa, potente fautore della setta, indisse nel 1209, una crociata contro gli
abitanti della città di Albi, Beziers e limitrofe, che produsse stragi, violenze
spaventose ed eccidi. La crociata cui aderirono in particolare i cavalieri della
Francia settentrionale, si concluse con la pace di Parigi nel 1229.

“Al Padre santissimo e signore Innocenzo, per grazia di Dio sommo pontefice, il
frate Arnaldo, abate di Cistercio, e Milone, suo umile servo, inviano l’ossequio tanto
debito quanto devoto di una volontaria servitù.
Benedetto sia l’Iddio Onnipotente che... fece prosperare la parola uscita dalla bocca
vostra contro i soverchiatori della fede che, spinti dai loro peccati, troppo si erano
diffusi nella Provenza. Per la sua opera infatti sono stati distrutti i suoi nemici e
173

subito fuggirono dal suo cospetto coloro che lo odiavano ed avevano distrutto la sua
legge. Infatti dopo l’arrivo dell’illustre duca di Borgogna e di altri magnati con si
gran moltitudine di crociati, quanto non si può credere che mai si sia radunata nella
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cristianità, un tale spavento invase gli ipocriti, che quasi miracolosamente fuggirono
dinanzi alla faccia di coloro che li perseguitavano, specialmente dopo l’eccidio e la

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rovina della città di Beziers.
Benché, infatti, i cittadini di quella città fossero stati diligentemente ammoniti e da
noi e dal proprio vescovo, e benché avessimo creduto bene di ordinare loro sotto
pena della scomunica che consegnassero ai crociati gli eretici che avevano, con le
cose loro, ovvero, se non potevano fare questo, che uscissero di mezzo a loro, e che
se avessero fatto altrimenti il loro sangue sarebbe ricaduto sul loro capo, tuttavia
non accettarono i nostri moniti ed ordini ed anzi si accordarono con giuramento con
gli eretici stessi per la difesa della città... Nel giorno della festa di S. Maddalena,
nella cui chiesa i cittadini di Beziers poco avanti avevano ucciso il proprio signore a
tradimento, fu assediata al mattino la città. Essa in verità per posizione, per forze e
per vettovaglie pareva così forte che si pensava che avrebbe potuto resistere a qua-
lunque esercito per lungo tempo. Ma poiché non vi è forza e non vi è saggezza
contro a Dio, mentre con i baroni si stava trattando della liberazione di coloro che si
pensavano essere cattolici pure trovandosi entro la città, dei gaglioffi ed altra gente
plebea e disarmata, senza aspettare l’ordine dei principi, fecero un attacco alla città
e con stupore dei nostri, mentre si gridava “alle armi alle armi!”, quasi nel giro di
due o tre ore, passati i fossati e le mura, fu presa la città di Beziers. I nostri non
badando a condizione sociale, a sesso od ad età, passarono a fil di spada circa
ventimila persone. E fatta grandissima strage dei nemici, fu tutta saccheggiata la
città e poi fu bruciata, infierendo contro di lei in modo straordinario l’ira divina.
Disseminata perciò la fama di un così grande miracolo, fin a tal punto tutti furono
spauriti, che andandosene a rifugiare per le montagne impraticabili fra Beziers e
Carcassona, abbandonarono più di cento nobili castella, piene di cibarie e di altre
suppellettili, che i fuggiaschi non avevano potuto portare via seco: fra le quali
castella ve ne erano moltissime così forti per la posizione, per uomini e per
ricchezze da parere capaci di resistere moltissimo tempo all’assalto del nostro
esercito”.

Le condizioni poste al conte di Tolosa, ai suoi alleati e alla popolazione furono


severe.

“In tutti i feudi del conte nessun uomo nobile, borghese o contadino indosserà più
abiti di pregio; tutti, anche le donne, andranno vestiti obbligatoriamente con tuniche
scure di tela grossolana”.

Il conte dovette far smantellare tutti i suoi castelli e tutte le opere fortificate.

“I gentiluomini di provincia non potranno abitare né trattenersi nelle città o nei


paesi, ma dovranno vivere nelle campagne, come se fossero contadini o villani. I
capi di ogni famiglia verseranno al legato un tributo annuo di quattro denari tolosani
(pari a 20 franchi francesi pesanti). Al conte di Montfort ed a coloro che lo scortano
(siano essi personaggi di rango o semplici soldati) quando transiteranno nei territori
del conte Raimondo VI non potrà esser richiesto alcun pagamento per le cose che
essi vorranno prelevare ed asportare. In caso di eventuali contestazioni, gli abitanti
del luogo si rimetteranno in tutto e per tutto alle leggi del re di Francia. Il conte
Raimondo VI dovrà recarsi oltremare a combattere contro i Turchi e gli Infedeli e
potrà tornare in Linguadoca solo se il Legato gliene darà il permesso. Dopo aver
compiuto e mantenuto tutto quanto sopra prescritto, il conte Raimondo Vl, se vorrà
riavere le sue terre e sue signorie, entrerà nell’Ordine dei Templari o in quello di San
174

Giovanni di Gerusalemme. In caso diverso verrà privato di ogni bene in modo che
non gli resti nulla”.
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A seguito di questi sanguinosi fatti, l’eresia, agonizzante, riuscì a sopravvivere


solo per qualche secolo prima di morire.
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33 – STORIA DI UN ERETICO NOVARESE: FRA DOLCINO

I terribili, rivoltanti e cruenti fatti di sangue che videro protagonisti da una


parte fra’ Dolcino con i suoi discepoli e dall’altra il vescovo Raniero di Vercelli
fra il 1306 e il 1307, ebbero un importante preambolo rappresentato dalla
predicazione di Gerardo Segarelli, il fondatore della setta dei nuovi apostoli.
Tutto ebbe inizio a Parma nel 1260.

“Durante il mio soggiorno nel convento dei frati Minori di Parma, quando già ero
sacerdote e predicatore, si presentò un giovane del luogo, di famiglia di basso
rango, illetterato e laico, idiota e stolto, di nome Gherardino Segalello e chiese di
essere accolto nell’ordine. Costui, non essendo stato esaudito, se ne stava tutto il
giorno, quando gli era possibile, nella chiesa dei frati a meditare ciò che poi, nella
sua stupidità, mise in atto.
Tutt’intorno al lampadario della fraterna comunità del beato Francesco, c’erano
dipinti gli apostoli con i sandali ai piedi ed i mantelli tirati indietro sulle spalle,
secondo l’antico uso invalso tra i pittori e ancor oggi in voga. Se ne stava li in
contemplazione quando finalmente decisosi, lasciatisi crescere barba e capelli, si
rivestì dei sandali e della corda dell’ordine dei frati Minori; questo perché come ho
già avuto occasione di dire, chiunque intenda costituire una nuova congregazione,
inevitabilmente usurpa sempre qualcosa dell'ordine del beato Francesco.
Si fece anche un vestito di bigello e un mantello bianco di stamigna robusta, che
175

portava avvolto intorno al collo, credendo in tal modo di vestire come gli apostoli.
Venduta una piccola casa e intascatone il ricavato si mise sopra la pietra da cui un
tempo i podestà di Parma solevano arringare il popolo. Il sacchetto dei denari che
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possedeva non lo distribuì ai poveri né “si rese amabile alla comunità dei poveri”
(Ecli 4, 7), ma chiamati a sé dei poco di buono che se ne stavano a giocare sulla

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piazza gettò loro il denaro dicendo: “Chi lo vuole lo prenda e se lo tenga”. Subito
quei ribaldi raccolsero le monete e se ne andarono a giocare ai dadi bestemmiando il
Dio vivente, e Gerardo li sentiva.
Era quanto mai convinto di adempiere così al consiglio del Signore; “Se vuoi essere
perfetto va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e
seguimi “ (Mt 19, 21)”.

Così la “Cronaca” di Salimbene de Adam, francescano, ci riferisce degli esordi


della setta.
Innanzi tutto siamo nel 1260, l’anno che secondo Gioacchino da Fiore doveva
segnare l’inizio dell’era dello Spirito Santo, siamo quindi in un periodo di
attesa, di cambiamenti radicali forse epocali. Nella sua ingenua semplicità
Segarelli ebbe il merito di saper sintetizzare le prerogative patarine alle attese
gioachimite. Il risultato sarebbe stato inquietante, e non solo per il suo
movimento. La risposta della Chiesa fu, ancora una volta, sanguinosa, lontana
dal Vangelo.
Entrare nel movimento dei nuovi apostoli significava dover votare la propria
vita alla povertà, significava dover “seguire nudi il Cristo nudo”, per questo
era previsto un rito, la “svestizione”, erano fatti togliere ai neofiti gli abiti,
segno della morte dell’uomo “vecchio”, quindi gli abiti erano restituiti a caso.

“Costoro, riunitisi da diverse parti vennero per vedere il loro fondatore e ne tessero
tante e tali lodi che egli stesso ne rimase sbalordito. E altro non dicevano se non
che, standosene tutt’intorno a lui, per ben cento volte gridavano: “Padre, padre,
padre”; e dopo una breve interruzione riprendevano questo ritornello e cantavano:
“Padre, padre, padre”, ne più ne meno come fanno i bambini che, quando sono
istruiti dai maestri di grammatica, ripetono a voce alta e ad intervalli ciò che loro è
stato insegnato.
Egli li ricompensò per tanto onore facendoli spogliare tutti nudi, senza mutande o
altro vestimento che coprisse loro almeno i genitali, e se ne stavano appoggiati tutti
intorno al muro, ma in maniera disordinata, sconcia e tutt’altro che decorosa e
pudica. Voleva infatti togliere loro ogni bene perché d’ora in poi seguissero nudi
Cristo nudo. Su ordine del maestro, ciascuno, affardellati i propri vestiti, li pose in
mezzo alla stanza. Poi chiamata dal maestro, mentre costoro se ne stavano in quella
maniera impudica, fu fatta entrare “una donna, origine del peccato, arma del
demonio, causa della cacciata dal paradiso, madre di delitto, corruzione dell’antica
legge”. A lei Ghirardino Segalello, che era il loro maestro, ordinò di ridistribuire gli
abiti come se li desse a dei poveri privati di ogni loro bene. Costoro poi, una volta
rivestitisi, gridarono: “Padre, padre, padre”. Questo diede loro per ricompensa e
ringraziamento: si comportò da folle e fece comportarsi da folli pure loro…Fatte
queste cose, li mandò nel mondo a farsi vedere ed essi andarono, chi verso la curia
romana, chi a San Giacomo (di Compostella), chi a San Michele Arcangelo (Monte
Santangelo del Gargano), chi in terra d’oltremare”.

In un primo momento gli apostolici non furono rifiutati dalla gerarchia, anzi, il
vescovo Obizzo di Sanvitale li aiutò, anche economicamente.
Il problema non fu sanato e il secondo Concilio di Lione (7 maggio - 17 luglio
176

1274) sentenziò il divieto di costituire nuovi ordine religiosi e Segarelli non


ebbe scelta, o si piegava o si ribellava. Optò per la seconda ipotesi.
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Poteva contare sull’innegabile successo della sua semplice predicazione.


Occorreva convertirsi, fare penitenza (penitentiam agite deformato in
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penitençagite, che divenne il vero slogan del movimento), predicare il tempo
nuovo nelle piazze e nelle cattedrali, abbandonare le ricchezze per rivestirsi di
povertà. Una dottrina patarina, potremmo dire. Gerardo Segarelli fu in ogni
modo un uomo coerente, si fece addirittura circoncidere. Ebbe come amico un
vescovo che cercò anche di salvarlo dalle mani dell’Inquisizione lombarda, ma
non vi riuscì. Sotto il pontificato di Bonifacio VIII, “colpevole in molte eresie ed
enormi delitti” Gerardo fu arso. Correva il mese di luglio del 1300.
Esattamente un mese dopo, fra’ Dolcino da Novara scriveva la sua prima
lettera, prendendo in pugno la situazione e ridando vita, fortuna e notorietà al
movimento, anche se per poco.
Una testimonianza qualificata, anche se certamente di parte che possiamo
analizzare è nientemeno quella di Bernardo Gui, inquisitore, autore di
numerose opere, fra cui “De secta illorum qui se dicunt esse de ordine
apostolorum”, nella quale così riferisce sulla dottrina di Dolcino:

“Tolto di mezzo ed arso sul rogo l’eresiarca Gerardo Segarelli, gli succedette nel
magistero dell’errore e della perversa dottrina Dolcino della diocesi di Novara, figlio
naturale di un sacerdote, uno dei discepoli di Gerardo. Egli divenne il capo ed alfiere
di tutta quella setta e congregazione non apostolica, come sostengono per
ingannare, ma di fatto apostatica, ed aggiunse errori agli errori, come apparirà con
maggiore evidenza più sotto, dove gli errori di costoro sono raccolti in una sorta di
compendio, perché, una volta smascherati, i fedeli li possano evitare più facilmente.
Dolcino radunò nella sua setta ereticale molte migliaia di persone di entrambi i
sessi, da ogni dove, soprattutto in Italia settentrionale e in Toscana e nelle altre
regioni vicine, e a loro trasmise una dottrina pestifera e predisse molti avvenimenti
futuri con spirito, non tanto profetico quanto fanatico ed insensato, affermando e
fingendo di avere da Dio delle rivelazioni e uno spirito profetico…
Questi che seguono sono gli errori di Gerardo Segarelli di Parma, eretico condannato
e bruciato sul rogo e di Dolcino, della diocesi di Novara, suo successore, e dei loro
seguaci (…)
Innanzitutto insegnarono, come principio indiscutibile (…)
• Che tutta l’autorità conferita da Gesù Cristo Signore alla Chiesa di Roma si è
dissipata totalmente e già da un pezzo è finita a causa della malvagità dei prelati
(…)
• Che la Chiesa di Roma è quella meretrice che ha rinnegato la fede di Cristo, di cui
scrive Giovanni nell’Apocalisse (…)
• Che tutto il potere spirituale, che fin dall’inizio Cristo diede alla Chiesa, si è
trasferito nella setta di coloro che si dicono Apostoli o dell’ordine degli Apostoli
(…)
• Che Gerardo Segarelli di Parma fu il fondatore di questa setta e - come dice e
sostiene Dolcino - fu la nuova pianta di Dio, che produce germogli perché
piantata sulle radici della fede (…)
• Che soltanto essi, che si dicono Apostoli, appartenenti a detta setta o ordine,
costituiscono la Chiesa di Dio e si trovano in quello stato di perfezione in cui
vissero i primi apostoli di Cristo (…)
• Che né il Papa, né alcun altro, può ordinare loro di lasciare quello stato così
perfetto di vita, e neanche può scomunicarli (…)
• Che ogni appartenente a qualsiasi stato ed ordine religioso può legittimamente
177

passare al loro modo di vita, stato o ordine, sia egli religioso o laico; così che un
marito senza il permesso della moglie e una moglie senza il consenso del marito,
possono abbandonare lo stato di vita matrimoniale per entrare nel loro ordine
Pagina

(…)
• Che a nessuno, appartenente alla loro vita o stato o ordine, è lecito entrare in
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altro ordine o sotto altra regola senza commettere peccato mortale (…)
• Che tutti coloro che li perseguitano, peccano e si trovano in stato di dannazione e
di perdizione (…)
• Che nessun Papa della Chiesa di Roma può davvero assolvere qualcuno dai propri
peccati, a meno che non sia tanto santo quanto fu l'apostolo san Pietro (...)
• Che tutti gli ordini dei religiosi, dei sacerdoti, dei diaconi, dei suddiaconi e dei
prelati rappresentano un danno per la fede cattolica (…)
• Che i laici non sono tenuti e non devono dare le decime ad alcun sacerdote o
prelato della Chiesa di Roma (…)
• Che ogni uomo e ogni donna possono lecitamente, insieme e nudi, coricarsi nello
stesso letto e lecitamente toccarsi l’un l’altra in ogni parte del corpo e scambiarsi
baci senza commettere nessun peccato. E che non è peccato congiungersi
sessualmente con una donna - se si è eccitati carnalmente - per far cessare la
tentazione (…)
• Che giacere con una donna e non accoppiarsi carnalmente con lei è un miracolo
maggiore che far resuscitare un morto (…)
• Che è vita più perfetta quella condotta senza voti che coi voti (…)
• Che per pregare Dio una chiesa consacrata non è più idonea di una stalla per
cavalli o di un porcile (…)
• Che Cristo si può adorare cosi bene nei boschi come nelle chiese, o anche meglio
(…)
• Che per nessun motivo e in nessuna circostanza l’uomo deve prestare giu-
ramento, a meno che non si tratti di articoli di fede o di precetti divini, e tutto il
resto può tenerlo nascosto”.

Nel tentativo di difendere ad oltranza questa loro fede, Dolcino e i suoi, si


asserragliarono il 10 marzo 1306 sul monte Rubello, in Val Sesia, decisi a
vendere cara la loro pelle.
Dovettero ricorrere alle armi, sia per difendere il loro credo, sia per rifornirsi di
cibo, come ci racconta l’anonimo autore della “Storia di fra Dolcino eresiarca”.

“Sopra Varallo spogliarono chiese, incendiarono diversi luoghi, tanto che in quel
territorio per un raggio di circa dieci miglia pochi o nessuno osava abitarvi, la zona
rimase deserta e la popolazione fu costretta ad emigrate in altri paesi vivendo di
elemosine Se poi quei cani bastardi trovavano qualche cristiano, o lo uccidevano o ne
chiedevano il riscatto. Procurarono danni alle persone e alle cose sia in diocesi di
Vercelli sia in diocesi di Novara.
In seguito si trasferirono a Trivero, continuando le loro prave azioni. Alla fine si
ridussero ad un tal stadio di inedia che mangiavano carne di topo, di cavallo, di cane
e di altre bestie brute e fieno cotto col sego, anche in tempo di quaresima (…) Una
volta giunti, discesero di prima mattina al paese e alla chiesa di Trivero, senza che gli
abitanti se ne fossero affatto accorti e spogliarono la chiesa portando via calici, libri
e altri beni e saccheggiarono diverse altre case, facendo anche prigionieri e
portarono con sé sul monte Rubello, ora chiamato monte dei Gazzari o di fra Dolcino,
tutto ciò che riuscirono ad arraffare (…)
Distrussero totalmente e bruciarono i paesi di Mosso, Trivero, Coggiola, Flecchia,
numerosi borghi di Crevacuore e diverse case in Mortigliengo e Curino. Diedero fuoco
alla chiesa di Trivero, imbrattarono affreschi e dipinti, divelsero le lastre di marmo
dagli altari e amputarono un braccio ad una statua lignea della beata Maria Vergine;
178

saccheggiarono libri, calici e arredi sacri; fecero crollare il campanile e spezzarono le


campane; si impadronirono dei vasi sacri della comunità e dei beni del sacerdote.
Tutte queste cose rapinate le portarono via e le ammassarono sul monte”.
Pagina

Il vescovo Raniero di Vercelli organizzò un’imponente controffensiva per la


IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
primavera del 1307.

“Il successivo mese di marzo il Vescovo fece schierare contro i gazzari tutto il suo
esercito, perché vedeva le sue terre quasi totalmente distrutte e gli uomini costretti
a mendicare. Per questo, confidando nella clemenza divina e nell’aiuto di
sant’Eusebio martire e di tutti i santi, volendo mettere alla prova la sorte, fece
attaccare in forze i gazzari una e più volte durante la settimana santa. E il giovedì
santo gli uomini che combattevano contro i gazzari presero il bastione che
Si trovava sul luogo chiamato Stavello e nella pianura di Stavello la battaglia durò
per quasi tutto il giovedì santo e gran parte di quei dannati fu uccisa e anche molti
cristiani furono feriti, tanto che molti infedeli furono gettati in un ruscello, ora
chiamato Carnasco, e si dice che l’acqua del fiume fosse rossa come sangue per i
morti che vi furono gettati.
Finalmente il giovedì santo del 1307, 13 marzo, dopo lungo combattere e strenui
fatiche, l’eresiarca fra Dolcino fu preso vivo sui monti di Trivero insieme con
Margherita di Trento sua compagna e Longino di Bergamo, della famiglia dei Cattanei
da Fedo o da Sacco, che erano dopo Dolcino i personaggi di maggior spicco della
setta; e il Vescovo desiderava quanto mai averli vivi per rendere loro la pariglia, visto
i danni che avevano arrecati. Molti altri perfidi furono catturati e fatti prigionieri. I
fortilizi furono dati alle fiamme, distrutti e dispersi lo stesso giorno. E sempre nello
stesso giorno più di mille furono avvolti dalle fiamme o dal fiume, come si dice, o
morti di spada o di morte quanto mai atroce”.

La sorte di Dolcino fu tremenda, la sua compagna Margherita di Trento arsa


viva davanti ai suoi occhi.

“In seguito a disposizioni giudiziarie, fu crudelmente dilaniato con tenaglie roventi


che gli strappavano le carni e gliele laceravano fino alle ossa, e fu condotto in tale
stato per le contrade della città.
Chi era presente notò (cosa davvero straordinaria) che egli, fra tanti e cosi atroci
tormenti, non alterò mai l’espressione del volto, se non una sola volta, quando gli
strapparono il naso, perché si strinse un poco nelle spalle, e quando gli amputarono
il membro virile, presso la porta della città detta la Pinta, perché allora emise un
gran sospiro e contrasse le narici. Lo si sarebbe potuto definire un martire, se fosse il
supplizio a creare il martire e non l’intenzione volontaria di chi lo subisce.
Mentre poi veniva straziato fra i tormenti, di continuo esortava la sua Margherita ad
essere costante, benché non fosse presente.
Costei, imbevuta dell’insegnamento di Dolcino non venne mai meno alle sue
esortazioni; anzi, si dimostrò più salda e costante di lui nell’errore, tenuto conto della
naturale fragilità del sesso. Infatti, benché molti nobili la chiedessero in sposa, sia
per la sua straordinaria bellezza, sia per le sue grandi ricchezze, non cedette in alcun
modo. Per cui, sottoposta alla stessa pena del suo amatissimo Dolcino, straziata dal
ferro e dal fuoco, coraggiosamente lo seguì all’inferno” (da Benvenuto da Imola,
Commentum in Dantis Comoediam, in L.A. Muratori, Antiquitates Italicae Medi Aevi,
I, Mediolani 1738 (rist. anast. Bologna 1965), coll. 1120-22).

34 - LA POLEMICA CON I PROTESTANTI

Com’è noto la polemica fra la Chiesa di Roma e le Comunità tedesche e


179

svizzere prende esca dalla strumentalizzazione del sacramento della Penitenza.


Ma come si è arrivati a promettere il Paradiso in cambio del versamento di
Pagina

denaro? Per comprendere questo processo è necessario analizzare l’evoluzione


della prassi penitenziale nel corso dei secoli.
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QUARTO CORSO
1. La penitenza fino al VI secolo

Si svolgeva in tre momenti:

− Accusa dei peccati ed imposizione della penitenza


Il peccatore esponeva i peccati più gravi al vescovo, in quanto capo della
comunità, e chiedeva pubblicamente di entrare in penitenza.
Per i peccati meno gravi la remissione era data dalla comunione. La messa
infatti è celebrata “in remissione dei peccati” (cfr. Mt 26,28).
Erano universalmente ritenuti peccati gravi l’apostasia (= abbandono della
fede), l’omicidio volontario, l’adulterio. Vi erano anche peccati la cui gravità era
giudicata diversamente da una comunità all’altra come la bestemmia, la
fornicazione, la falsa testimonianza, la frode, l’aborto, la calunnia, l’invidia, la
collera, l’odio,la superbia, ecc.
− Penitenza (unica nella vita)
In proporzione alla gravità dei peccati manifestati, il vescovo assegnava un
congruo numero di anni di penitenza, che avevano la doppia funzione: dare
alla comunità la prova del pentimento e fornire al peccatore il mezzo per
pagare il proprio debito con Dio.
La penitenza pubblica era giudicata indispensabile, perché i cristiani sentivano
fortemente di essere tutti un solo corpo in Cristo; quindi peccare gravemente
era rinnegare la comunità e disonorarla. Per questo si è affermato l’istituto
della “scomunica”, cioè dell’esclusione dalla comunità. Per potervi rientrare era
necessario dar prova del proprio pentimento con le opere penitenziali.
I penitenti entravano a far parte “dell’ordo poenitentium” ed avevano vari
obblighi o divieti, anche se non sempre uguali nelle diverse chiese, come:
vestirsi col cilicio (saio tessuto con pelo di capra), radersi i capelli o portarli
lunghi ed incolti, dormire su un rozzo giaciglio cosparso di cenere, digiunare
spesso ecc.
La penitenza era vietata ai giovani (alcuni sinodi sanciscono: “non prima dei 50
anni”), e per gli sposati ci doveva essere l’assenso del coniuge.
− Diminuzione della pena
La durata della penitenza poteva essere ridotta od anche azzerata nei seguenti
casi:
– in seguito all’intervento di un “confessore” (cioè di un cristiano che aveva
subito il martirio per Cristo, senza morire), se, a suo giudizio, il peccatore
dimostrava un sicuro pentimento;
– in punto di morte. Il peccatore veniva riconciliato con la comunità anche se
non aveva ancora fatta tutta la penitenza, a patto, che, in caso di guarigione,
la portasse a termine;
– entrando in monastero. Il penitente veniva immediatamente riconciliato
180

senza scontare la penitenza pubblica, perché egli si votava ad una vita di


continua penitenza
Pagina

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
− Assoluzione (riconciliazione con la comunità)
Trascorso il periodo di penitenza, se il peccatore aveva dimostrato di essere
pentito e si riteneva che avesse pagato il proprio debito, era riammesso nella
comunità dal vescovo, il giovedì santo, e poteva partecipare a tutte le funzioni
liturgiche pasquali facendo la comunione.
L’assoluzione equivaleva alla riconciliazione con la comunità, ma era anche
segno della riconciliazione con Dio. La partecipazione all’eucaristia costituiva la
riammissione pubblica nella comunità stessa e la revoca della scomunica.
− Rilievi
— La penitenza era pubblica, solo l’accusa dei peccati veniva fatta
privatamente al vescovo.
— La penitenza era unica e non reiterabile, si poteva effettuare una sola volta
nella vita. Se il cristiano ricadeva in peccati gravi dopo la penitenza, non
poteva più essere riconciliato.
– Per evitare che i cristiani vivessero abitualmente nel peccato e non avessero
nessuno stimolo ad una vita cristiana seria, gli stessi vescovi ed i concili
raccomandavano di pentirsi privatamente e di condurre una vita di espiazione,
in attesa della riconciliazione pubblica.
– L’ordo poenitentium perciò era formato solo da vecchi, mentre proprio coloro
che forse ne avevano più bisogno, cioè i giovani e le persone mature, ne
restavano al di fuori.

2. La Penitenza tariffata: il rito fra il VI e il IX secolo

Il momento esatto in cui iniziò questo nuovo sistema penitenziale non è certo:
pare intorno alla seconda metà del V secolo. Sappiamo che nel 589 questa
usanza era diffusa, perché il concilio di Toledo la condannò.
Ad introdurla furono i monaci irlandesi, i quali, preoccupati del decadere della
vita cristiana presso i secolari, avevano trasmesso loro, un rito che si faceva
nei monasteri: il capitolo delle colpe, che era una forma di confessione pubblica
reciproca o al padre abate. Perciò questo tipo di penitenza fu chiamato anche
penitenza insulare o iroscozzese.
− Caratteristiche del nuovo sistema
Secondo la nuova disciplina, tutti i peccatori potevano riconciliarsi con Dio e la
comunità tutte le volte volevano. Il sistema piacque al popolo cristiano. Tanti si
confessavano ed il vescovo non fu più sufficiente per riconciliare tutti i
peccatori che ricorrevano a lui e così dovette avvalersi di preti da lui delegati.
La novità consisteva nella tassazione precisa di ogni singola colpa. Di qui il
nome di “penitenza tariffata”.
Ad ogni peccato corrispondeva una penitenza adeguata, consistente per lo più
in mortificazioni (digiuni, veglie, preghiere prolungate...) o multe a favore di
chiese e monasteri. Essa veniva moltiplicata per il numero di volte che il
181

peccato era stato fatto e si addizionava a quella degli altri peccati.


Il confessore diventava così un ragioniere che applicava un “listino prezzi”. Per
ricordare ai confessori le tariffe penitenziali da assegnare e per evitare
Pagina

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
concorrenze sleali fra loro, vennero compilati dei “Libri penitenziali” (i più
antichi risalgono al VI sec.), in cui era contenuto l’elenco dei vari peccati e la
relativa penitenza da dare.

Dal “Corrector sive Medicus” di Burcardo di Worms, libro penitenziale scritto fra il 1008 ed il
1012 e diffusissimo in tutto il Nord Europa:

− Hai commesso un omicidio per vendicare i tuoi parenti? In caso affermativo digiunerai
una quaresima, cioè 40 giorni, e così pure i 7 anni seguenti, poiché il Signore ha detto:
«A me appartiene la vendetta, sarò io che restituirò quello che è dovuto».
− Hai commesso un omicidio senza volerlo, avendo soltanto l’intenzione, nella tua ira, di
percuotere un altro, senza l’intenzione di uccidere? In caso affermativo, digiunerai per 40
giorni a pane ed acqua, cioè per una quaresima, e per 7 anni consecutivi.
− Hai ucciso in guerra, dietro ordine di un principe legittimo che faceva la guerra per
ristabilire la pace? Hai assassinato il tiranno che si applicava a turbare la pace? In caso
affermativo, digiunerai per 3 quaresime, e nei giorni prescritti. Però se le cose sono
avvenute diversamente, fuori da un principe legittimo, farai penitenza come per un
omicidio volontario (organizzazione del digiuno come sopra).

− Lo svolgimento del rito


Il peccatore andava dal suo confessore tutte le volte che lo desiderava,
denunciava i suoi peccati, specificandone anche numero e gravità; il confessore
gli imponeva la penitenza che doveva eseguire secondo la tariffa del libro
penitenziale. Il perdono dei peccati veniva ottenuto quando il peccatore aveva
pagato il suo debito con la giustizia divina.
In questo clima diventava essenziale denunciare tutti i peccati. Un peccato
infatti era perdonato solo se ne era stata fatta la regolare penitenza.
Terminata la penitenza, il peccatore, ormai perdonato, andava una seconda
volta dal suo confessore e riceveva l’assoluzione (si comincia ad usare questo
termine nel senso di “perdono dato da Dio” e progressivamente esso sostituirà
quello antico di “riconciliazione” che significava “pace con la comunità”).
Se il peccatore era ammalato o talmente rozzo da non capire, oppure se la
strada era troppo lunga e la stagione brutta, il confessore, dopo la confessione,
recitava immediatamente la preghiera dell’assoluzione e così evitava di far
ritornare il penitente a ricevere l’assoluzione.
− Rilievi
Tutto il processo penitenziale rimaneva segreto. Si era perso perciò l'aspetto
comunitario della penitenza. Il rapporto era solo col sacerdote.
Questa innovazione, rispetto al precedente sistema, era veramente totale. Si
capisce perciò la difficoltà che i vescovi ebbero ad accoglierla.
La professione monastica esentava dalla penitenza dei peccati commessi dopo
il battesimo. Si pensava infatti che la professione monastica fosse uguale al
182

martirio.
Pagina

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
− Il rito fra il IX - XII secolo
E’ enunciato un nuovo principio: per un peccato grave pubblico la penitenza
dev’essere pubblica; per un peccato grave occulto la penitenza dev’essere
segreta.
La penitenza acquistò sempre più le caratteristiche di una pena imposta che
doveva compensare il peccato. Di fronte a penitenze che potevano diventare
troppo lunghe, sorse la necessità delle “commutazioni penitenziali”, penitenze
lunghe e diluite nel tempo che venivano sostituite con penitenze più brevi, ma
più intense.
Al fondo dei libri penitenziali furono allora messi dei trattati di “equivalenze
penitenziali”. Era anche ammesso farsi sostituire da un altro nel fare la
penitenza. Sorsero così varie confraternite di penitenti: i flagellanti, gli umiliati,
i battuti... Di solito povera gente che, dietro compenso, faceva penitenza al
posto dei ricchi. Si introdusse anche l’idea che la penitenza potesse essere
commutata mediante opere buone (offerte alla Chiesa) o Messe dette per i
penitenti.
Prevalse tra i confessori la tendenza “misericordiosa”, cioè ad attenuare le
tariffe penitenziali, nel contempo si accentuò la pratica di dare l’assoluzione
subito dopo il riconoscimento dei propri peccati.
− Rilievi
L’accusa delle colpe divenne il mezzo indispensabile per permettere la
tassazione delle colpe stesse. Fu introdotto il principio: “peccato non
confessato, peccato non perdonato”.
Le opere di penitenza continuavano a rimanere l’essenziale della penitenza
stessa, però verso la fine del XII sec., col ridursi della quantità di esse, si
cominciò a vedere nell’accusa delle colpe la vera opera di penitenza.

− Il rito fra il XII e il XVI secolo


La penitenza tariffata, che tanto favore aveva incontrato presso i fedeli,
condusse, dopo il 1000, ad un consistente aumento del numero di penitenti
che, soprattutto in occasione delle grandi feste cristiane (Pasqua, Pentecoste,
Natale), chiedeva di confessarsi. Si dovette allora, per comodità, introdurre
un’altra forma di penitenza: il pellegrinaggio.
Si ebbero così tre modi per ottenere l’assoluzione dei peccati (sistema
tripartito):
− Penitenza pubblica solenne, amministrata dal vescovo all’inizio della
Quaresima (imposizione delle ceneri, cilicio, digiuno …).
− Penitenza pubblica non solenne era il pellegrinaggio penitenziale ad un
santuario, imposto dal Parroco. Il pellegrinaggio costituì una delle piaghe
della cristianità medievale, perché molti pellegrini, convinti che i loro peccati
venissero rimessi all’arrivo al santuario di destinazione, approfittavano del
viaggio di andata per fare ancora più peccati.
183

Dal XIV secolo le processioni dei flagellanti fecero concorrenza e poi


sostituirono quasi del tutto i pellegrinaggi penitenziali, i quali tuttavia
restavano in vigore.
Pagina

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
− Penitenza privata sacramentale era imposta per i peccati occulti di qualsiasi
natura ed era ripetibile secondo la necessità.
− Rilievi
A forza di addolcimenti successivi, l’espiazione perdette il suo rigore e la
penitenza si spostò definitivamente su un altro elemento, l’accusa dei peccati.
La confessione auricolare (= nell’orecchio del sacerdote) si identificò col
sacramento della penitenza: l’essenziale del sacramento diventò il “dire i
peccati”. Acquistarono grande importanza le indulgenze, intese come
attenuazione della penitenza, spesso date a chi faceva offerte generose in
denaro al vescovo o alla Curia romana (Fabbrica di san Pietro). Divennero
fonte di scandaloso commercio. Esse erano viste da molti come una forma
quasi automatica di perdono, senza più necessità del pentimento. Piacquero
soprattutto ai ricchi e ai nobili, ma provocarono la violenta reazione di Lutero
che, con la buona intenzione di combattere contro il loro aberrante uso, andò
oltre ed arrivò a negare il valore di ogni opera buona. In verità non si schierò a
favore della sua abolizione, ma fu forzato in questo dai comuni tedeschi che
volevano che il denaro tedesco rimanesse in mani tedesche e non finisse nelle
casse del Papa. Poco prima della Riforma di Lutero, la Chiesa cercò di riportare
la penitenza nel cuore dell’uomo, insistendo sulla contrizione (san Bernardino
da Siena) nel crescendo della polemica luterana si accantonò questo principio
che tuttavia finì con l’affermarsi dando vita al modo in cui noi oggi intendiamo
questo sacramento.

Tralasciando le differenze meno significative (culto di Maria, intercessione dei


Santi ecc.) possiamo indicare come ancora aperte nel dialogo
interconfessionale le seguenti questioni.

SULLA GRAZIA
CATTOLICI PROTESTANTI
Senza la fede la giustificazione dell’adulto non L’uomo non può, con le sue opere,
è possibile. Alla fede devono aggiungersi contribuire alla propria salvezza.
comportamenti consoni al vero cristiano, in L’unico che può salvare è Dio attraverso
particolare la carità (“Non chiunque mi dice: la sua grazia.
Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma
colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”
Mt. 7,21; “Così anche la fede: se non è seguita dalle
opere, in se stessa è morta” (Gc 2,17).
Va poi fatto notare che la fede a cui si
appellano i Protestanti è “la risposta
dell’uomo a Dio che si rivela”, e come tale è
già un’opera dell’uomo. Sostenere che la
giustificazione si attui per la sola fede e non
per le opere è una sorta di contraddizione.
SULLA SCITTURA
CATTOLICI PROTESTANTI
184

La dottrina cattolica cammina su tre I protestanti ritengono che l’unica fonte


binari: la Sacra Scrittura, la Tradizione, di Verità sia la Bibbia e che non
Pagina

composta dai contributi dei Padri e dei debbano esserci ulteriori strumenti per
Dottori della Chiesa, e il Magistero, decodificare la volontà di Dio.

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
episcopale, sinodale, conciliare e
papale. In tutt’e tre i casi vale
l’assioma che una dottrina appare
fondata quando è stata creduta da tutti
(la stragrande maggioranza), dovunque
e da sempre. Appellarsi, quindi, al
parere discordante di un solo Padre
della Chiesa (o gruppo ristretto) su un
determinato argomento, non è, quindi,
per la dottrina cattolica né pertinente
né tantomeno significativo.
SUI SACRAMENTI
CATTOLICI PROTESTANTI
I sacramenti sono sette: Battesimo, Sono riconosciuti come sacramenti solo
Confermazione, Penitenza, Eucarestia, il Battesimo, e con interpretazioni
Matrimonio, Ordine, Unzione degli Infermi. diverse a seconda della comunità
riformata, l’Eucarestia e molto
parzialmente, il sacramento della
penitenza.
SUL SACRAMENTO DELLA PENITENZA
CATTOLICI PROTESTANTI
E’ auricolare, di fronte ad un Sacerdote, e Nella Chiesa Protestante, in generale,
reiterabile. non viene amministrato il sacramento
della confessione in forma privata ma si
recita, generalmente, un rito
penitenziale interno alla celebrazione
eucaristica. Eccezione viene fatta dai
luterani che la praticano, ma più
raramente dei cattolici. Ugualmente i
luterani prevedono una confessione
privata prima del rito della Prima
Comunione,
SUL SACRAMENTO DELL’EUCARESTIA
CATTOLICI PROTESTANTI
L’Eucarestia contiene veramente, realmente e Sono divisi su quest’argomento: Lutero
sostanzialmente il corpo e il sangue di Gesù sostituì la consustanziazione alla
Cristo (presenza reale). transustanziazione: Dio c’è in presenza
Gesù è reso presente mediante la conversione ma non trasforma la sostanza, per
di tutta la sostanza del pane nel suo corpo e questo Lutero credeva nella presenza
di tutta la sostanza del vino nel suo sangue reale ma nel contempo negava il “vero
(transustanziazione). sacrificio”. Calvino, invece, credeva in
L’Eucarestia è un sacrificio vero e proprio in una presenza di Dio solo spirituale
cui Cristo si offre a Dio come vittima negando, di fatto la transustanziazione,
sacrificale (vero sacrificio). la presenza reale e il carattere
sacrificale della Messa.
SUL CELIBATO DEI SACERDOTI
CATTOLICI PROTESTANTI
185

Nella Chiesa antica i sacerdoti potevano Non esistono norme che vincolino il pastore al
sposarsi, molti fra gli Apostoli lo erano, celibato. Lutero fin dagli inizi della sua
e Gesù non trattò mai il tema del protesta invocò al riguardo la piena libertà dei
Pagina

celibato. A seguito degli abusi reiterati membri del vecchio clero che avevano aderito
del clero, della critica patarina e di altri alla Riforma, provocando, così, l’abbondo

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
movimenti ereticali, si impose in tutta degli ordini religiosi (in maniera massiccia, in
la cristianità questo istituto a partire particolare, nell’ordine al quale lui stesso
dall’anno mille, circa. Tale principio fu apparteneva, quello agostiniano)
poi ufficialmente codificato nel Concilio
di Trento. Il celibato dei sacerdoti è da
molti oggi criticato. Si ricorda che
dev’essere in ogni modo visto come una
sofferta decisione della Chiesa latina
conseguente a secoli di discernimento e
non come un antico dogma ormai
superato che debba essere ad ogni
costo rispettato. Rimane il fatto che si
tratta di legge ecclesiastica, e non di
diritto divino, per questo in quanto
legge dell’uomo, può essere in
qualunque momento abrogata.
SUL SACERDOZIO ALLE DONNE
CATTOLICI PROTESTANTI
Il Sacerdozio è stato istituito da Gesù in Alcune comunità riformate e la Chiesa
occasione dell’Ultima Cena, quando ordinò ai anglicana hanno introdotto il sacerdozio
presenti di “fare questo in memoria di me”. femminile, adducendo come giustificazione, la
Sappiamo che erano presenti in cultura moderna. In una parola è il Vangelo
quell’occasione 12 uomini. Nonostante i che si deve adattare ai nuovi tempi.
Vangeli ci dicano che Gesù aveva anche un
seguito femminile (spesso citato), in
quell’occasione volle con sé solo 12 uomini. Si
tratta quindi di legge divina. La comunità
cristiana non può modificare ciò che Dio
stesso ha istituito, proprio perché la comunità
cristiana dev’essere legata agli insegnamenti
del Vangelo (come vorrebbero i Protestanti).
SULLA DOTTRINA DELLA PREDESTINAZIONE
In senso ampio predestinazione significa qualsiasi disposizione di Dio in ordine all’uomo. In
senso stretto un decreto di Dio che si riferisce al fine soprannaturale delle creature razionali,
abbia esso per oggetto la felicità eterna o l’esclusione da essa. In senso strettissimo il decreto
di accogliere nella beatitudine celeste determinate creature razionali.
La predestinazione può comportare da parte di Dio un atto di intelletto (prescienza - Dio sa,
ma non vuole) o uno di volontà (predestinazione propriamente detta - Dio sa e vuole).
CATTOLICI PROTESTANTI
Non solo Dio vuole, nonostante il peccato Martin Lutero
originale, veramente e sinceramente la Nel De servo arbitrio (1525), fa della
salvezza di tutti gli uomini, ma dà a tutti la predestinazione assoluta l'opportuno sostegno
grazia sufficiente per l’osservanza delle sue della sua dottrina della giustificazione. Per lui
leggi, nonché per la conversione, nonché la il carattere assoluto della predestinazione
grazia sufficiente per salvarsi anche ai non risulta dall'attività esclusiva di Dio e dalla
credenti o ai fedeli di altre religioni Ciò non totale corruzione dell'uomo conseguente
toglie che Dio abbia predestinato alcuni al peccato originale. Dio opera la salvezza e la
uomini alla beatitudine eterna (Rom 8,29- perdizione in maniera similmente
30): incondizionata.
186

“Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li Giovanni Calvino


ha anche predestinati ad essere conformi
Riprende la teoria del monaco Gottescalco
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all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il


primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha (804-859) sostenendo che alcuni sono eletti
predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha da Dio per la salvezza eterna
IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha (predestinazione) altri per la dannazione
giustificati li ha anche glorificati”.
eterna (riprovazione). Dottrina condannata
La difficoltà principale sta nel sapere se nei sinodi di Magonza e Quiercy.
l’eterno decreto di predestinazione si è Affermava, poi, anche che l’individuo poteva
formato tenendo conto o meno dei meriti conoscere il suo stato di predestinato o
dell’uomo. riprovato, dottrina condannata dal Concilio di
Tomisti, agostiniani, scotisti sostengono una Trento
predestinazione assoluta, cioè avanti la
previsione di un merito (Dio decide
dall’eternità senza guardare ad un merito).
La maggior parte dei molinisti, invece,
propendono per una predestinazione
condizionata, cioè dopo la previsione dei
meriti.
La Chiesa ammette ambedue i tentativi di
soluzione.

35 - LA STREGONERIA

La religiosità popolare medievale non poté prescindere dalle varie forme di


magia che presero piede, almeno inizialmente, in ambiente pirenaico e alpino.
In occasione della crociata contro gli albigesi, gli inquisitori si accorsero
dell’esistenza, ben dissimulata, delle prime manifestazioni di stregoneria.
Tentarono di ottenere da Roma, giurisdizione su questi casi, ma fin dal 1257,
Alessandro IV respinse ogni pretesa, perché tutti gli antichi canoni negavano
l’esistenza delle streghe.
A poco a poco, di fronte all’insistenza domenicana il Papato dovette, però,
cedere, in particolare durante la cattività avignonese, e grazie all’operato di
due Papi originari della Linguadoca, Giovanni XXII e Benedetto XII. Proprio lo
spostamento in Francia della sede apostolica aveva contribuito ad una più seria
presa di coscienza del problema, che incominciò ad impensierire per vastità,
capillarità e perché, come sostenevano gli Inquisitori, direttamente legato
all’eresia catara e valdese.
Non a caso a Lione le streghe erano chiamate “waudenses”, e i loro convegni
“valdesia”, mentre sui Pirenei erano dette “gazarii” o “catare”.
Inizialmente la caccia alle streghe avvenne nelle regioni pirenaiche, per poi
spostarsi anche sulle Alpi. Il riconoscimento ufficiale di questo fenomeno si
ebbe nel Concilio di Basilea in occasione della sessione XV (26 novembre
1433), dove deliberando sul ruolo dei concili provinciali e sinodali si affermò:

“la preoccupazione principale del vescovo nel Sinodo sia quella di vigilare e di usare i
dovuti rimedi perché nessuna dottrina eretica, erronea, scandalosa, offensiva per
orecchie delicate, o sortilegi, divinazioni, incantesimi, superstizioni, e ogni altra
diabolica invenzione, contaminino la sua diocesi”.
187

Si può notare che non si parlò espressamente di stregoneria, ma si preferì


sottintenderla a partire dalle pratiche che comunemente si pensava fossero
tipiche delle streghe.
Pagina

IRC - APPUNTI
QUARTO CORSO
Nel frattempo, intorno al 1437, un puntiglioso inquisitore domenicano, Johann
Nyder, pubblicò il primo saggio divulgativo sulle streghe, portava il titolo di
“Formicarius” e si basava sulle confessioni estorte in Svizzera a presunte
streghe. Intorno al 1480 fu pubblicata, invece, l’opera – madre, il manuale per
eccellenza, il “Malleus maleficarum” di Henricus Institoris e Jacob Sprenger, cui
fece seguito nel 1470 il “Flagellum malleficorum” del teologo francese Pierre
Mamoris.
Molto interessante fu il cambiamento d’orizzonte operato dalla Chiesa in questi
secoli, se prima era considerato eretico colui che credeva ai racconti delle
donne che sostenevano di seguire in volo Diana, che divinavano e preparavano
pozioni magiche, ora diventava eretico lo scettico, colui che non credeva alle
streghe.
Negli anni a seguire un bel gruppo d’Inquisitori operò nelle regioni alpine,
Gerolamo Visconti e Bernardo di Como, furono tra i più attivi. In occasione di
un’epidemia scoppiata a Como nel 1485, ben 41 streghe furono bruciate in
quanto ree confesse di aver avuto rapporti sessuali con “incubi” e “succubi”.
Il fatto che questo fenomeno si fosse sviluppato in ambiente montano, aveva
un senso decisivo. La povertà, la fame e l’ignoranza furono le coordinate che
influenzarono gli avvenimenti. Dover sfamarsi con quanto la natura offriva,
significava esporsi al rischio d’ingerire sostanze allucinogene naturali. E’ il caso
del “Giusquiamo” (le cui foglie, la radice e i semi contengono alcuni alcaloidi
come la iosciamina e la scopolamina, usati ancor oggi in farmacologia), della
“Belladonna” (le cui bacche contengono iosciamina, atropina, apoatropina,
belladonnina), dello “Stramonio”, comune in tutti i terreni incolti dell’Europa
occidentale e soprattutto della segale cornuta (Claviceps purpurea) dalla quale
fu estratta nel 1938 da Albert Hofmann l’ LSD
A Salem, nel nuovo mondo, fu istruito uno dei più famosi processi contro le
streghe. Accusate da un pastore puritano di nome Cotton Mather,
cinquantacinque donne furono torturate e venti di loro uccise. Il processo fu
immortalato da un pittore locale. Nel suo dipinto si nota che queste povere
donne, durante l’istruttoria, tenevano in mano dei pani rossi: la prova, secondo
i tribunali protestanti di pratiche occulte legate all’adorazione di Satana.
In realtà, com’è stato dimostrato da alcuni botanici moderni, si trattava di
pane fatto con “segale cornuta” che dà luogo, nell’uomo, all’“ergotismo” che si
presenta in due forme distinte…

“una forma convulsiva, caratterizzata da crampi muscolari e, negli stadi finali, da


convulsioni e una forma gangrenosa con disturbi circolatori e poi gangrena secca
agli arti (fuoco di sant’Antonio). La forma acuta si manifesta con dolori, prostrazione
intensa, formicolii, vertigini, seguiti da confusione mentale e convulsioni”.

Questi pani erano stati preparati con ciò che le povere donne avevano trovato
nella campagna, gli effetti allucinogeni, dell’ergotossina, avevano convinto i
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giudici della loro connivenza con il demonio. Di qui la condanna. Questo caso ci
permette di capire come il più delle volte la strega era una donna povera,
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spesso vedova, emarginata, stravagante: diretta conseguenza dello stato di


degrado psico - fisico in cui viveva.
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E’ certo che molte di loro conoscevano gli effetti allucinogeni di certe piante e
ne facessero uso per lenire dolori, solitudine e quant’altro; da qui ad accusarle,
però, di rapporti sessuali con il demonio e di malefici contro i bambini, ne
passava.
Lo stesso “Malleus maleficarum” descrive alcuni comportamenti che erano
attribuiti, normalmente, alle streghe:

“Bisogna notare qui che questa iniquità ha inizi poveri e modesti, come sputare per
terra, o chiudere gli occhi, o borbottare parole vane al momento dell’elevazione del
corpo a Cristo. Conosciamo una donna, ancora in vita grazie alla legge secolare, che
quando il prete, durante la celebrazione della messa, benedice il popolo dicendo:
Dominus vobiscum, aggiunge sempre tra sé parole in volgare. Oppure dicono
qualcosa in confessione dopo aver ricevuto l’assoluzione, o non confessano tutto,
specialmente i peccati mortali, e così lentamente per gradi sono indotte al totale
rinnegamento della Fede e all’abominevole professione del sacrilegio”.

In altre parole queste donne erano veramente eretiche agli occhi dei
contemporanei, pronunciavano oscenità in chiesa o inveivano contro i
sacramenti, rifiutavano il segno di croce ecc. a causa della loro stravaganza, di
malattie mentali o dell’uso d’allucinogeni.
L’ignoranza della popolazione, poi, che prima emarginava e quindi stanava
queste “figlie e mogli del demonio” era la terza causa del fenomeno.
Un noto studioso del fenomeno, H. R. Trevor – Ruper, scrive:

“Quando leggiamo le confessioni delle streghe cinquecentesche e secentesche, siamo


spesso disgustati dalla crudeltà e dalla stupidità con cui esse sono state estorte e che
a volte, indubbiamente, hanno imposto a quelle confessioni una determinata forma
Siamo tuttavia costretti ugualmente ad ammetterne la fondamentale “realtà
soggettiva”. Per ogni vittima la cui storia è palesemente frutto totale o parziale della
tortura, ve ne sono due o tre che vi credono sinceramente. Questo dualismo
c’impedisce di accettare un’unica spiegazione razionale complessiva. Il
“razionalismo” dopo tutto, è relativo: relativo alla generale struttura culturale
dell’epoca. Gli ecclesiastici e i giuristi cinquecenteschi erano razionalisti: credevano
in un universo razionale, aristotelico, e dall’analogia, fin nei minimi particolari, tra le
confessioni delle streghe deducevano logicamente la loro verità obiettiva. Ai
difensori delle streghe, i quali sostenevano che costoro erano persone “vecchie dal
cervello debole”, la cui natura psicopatica era sfruttata dal diavolo, il reverendo
William Perkins poteva rispondere con sicurezza che, se così fosse stato, ognuna
avrebbe avuto un’allucinazione diversa, in realtà, invece, uomini eruditi avevano
dimostrato che “tutte le streghe di tutta l’Europa hanno un contegno e un
comportamento analoghi nei loro interrogatori e nelle loro convinzioni”. Questa
“coerenza” internazionale, egli sostenne, era una prova evidente dell’esistenza di
un’organizzazione centrale e dell’autenticità delle testimonianze”.

In realtà il reverendo Perkins si sbagliava di grosso. Era lo stesso inquisitore


che contribuiva a creare “l’universo culturale delle streghe”. Questo fu l’errore
più grave dell’Inquisizione che operò contro la stregoneria, più di quello di
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mettere a morte tanta gente.


La struttura religiosa medievale che aveva provocato traumi nelle coscienze,
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condannando le paure che lei stessa aveva materializzato scomodando Satana,


senza rendersi conto, condannava se stessa!
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L’inquisitore nella lotta ad oltranza ed isterica contro ogni eterodossia finiva
per creare una vera e propria mitologia, il cui protagonista era Satana. La
Chiesa discente, scorgeva, ad ogni manifestazione apparentemente irrazionale
del reale, la presenza del demonio, portata agli onori della cronaca
dall’Inquisitore stesso. L’Inquisizione, in questo caso aveva creato le basi di
una cultura che provvedeva, poi, selettivamente ad eliminare.
Secondo gli Inquisitori domenicani, autori del “Malleus”, il demonio poteva
contare su una fervida fantasia per causare sciagure agli uomini:

“hanno sei modi diversi di nuocere all’umanità. Il primo è di suscitare un amore


impuro nell’uomo per la donna o nella donna per l’uomo. Il secondo è dì seminare tra
gli uomini odio o gelosia. Il terzo è di stregarli cosicché l’uomo non possa compiere
l’atto sessuale con la donna o viceversa; o con mezzi svariati procurare l’aborto,
come s’è detto prima. Il quarto è causare una malattia che attacchi qualunque
organo. Il quinto togliere la vita all’uomo. Il sesto privarlo della ragione”.

Leggiamo, allora, alcune testimonianze.


Dai verbali d’interrogatorio del processo a carico di Orsolina la Rossa, redatti
fra il 14 maggio e il 13 giugno 1459 possiamo percepire in che clima questi
interrogatori erano fatti, analizzando il testo possiamo notare come la
confessione riguardi almeno tre aspetti: l’aver coperto in breve tempo grandi
distanze (o cavalcando il demonio o volando al suo fianco; sono i “viaggi” dei
tossicomani metropolitani), l’essersi unita carnalmente a Satana, l’aver
prodotto nocumento e morte a bambini.
Relativamente al primo aspetto ci fornisce una buona spiegazione il “Malleus
maleficarum”.

“Sebbene quelle donne immaginino di cavalcare con il diavolo, che assume un nome
simile e getta un incantesimo sui loro occhi (…) l’atto del cavalcare per l’aria può
essere puramente illusorio, perché il diavolo ha poteri straordinari sulla mente dei
suoi seguaci, cosicché quello che commettono soltanto con l’immaginazione credono
di aver fatto veramente e materialmente con il corpo”.

I processi a donne accusate d’essere streghe, però, non sempre seguivano


questa procedura. In molti casi gli atti a nostra disposizione dimostrano che la
tortura non era necessaria, bensì la confessione era liberamente data
dall’imputata. E’ il caso, ad esempio, di Françoise Fontaine, di professione:
collaboratrice domestica, interrogata dall’Inquisitore di Normandia Loys Morel.
Gli atti furono pubblicati integralmente nel 1883 e dimostrano che la donna
non fu per nulla torturata, ma che rilasciò, dopo essere stata convinta con
molta pazienza, una confessione vera e propria.
Dichiarò di essere stata posseduta dal demonio, entrato dalla finestra nelle
sembianze di un uomo vestito di nero, con una folta barba, che gli promise
potere, in cambio di una notte di follie!
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Il visconte di Moray, nell’introduzione al testo, già nel 1883 sosteneva che


all’ospedale di Parigi alcune donne dichiaravano le stesse cose, e concludeva
attribuendo i fatti ad una forma d’isterismo sessuale. Lo stesso “Malleus”
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riconosceva, in verità, che la medicina poteva aiutare, nei casi in cui si

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sospettava che la strega fosse stata una psicopatica:

“I diavoli non possono alterare la materia corporea a loro piacimento, ma solo


provocando la confluenza di agenti attivi e passivi (...) Nello stesso modo un oggetto
materiale può causare nel corpo umano una disposizione che lo rende suscettibile
alle operazioni demoniache. Ad esempio, secondo il parere dei medici, la mania
predispone fortemente gli uomini alla demenza e conseguentemente all’ossessione
demoniaca: perciò se, in un caso simile, l’agente passivo che induce la
predisposizione viene rimosso, ne seguirà che l’afflizione attiva, provocata dal
demonio, sarà guarita”.

Queste patologie mentali, secondo il “Malleus”, erano possibili, però, solo con il
concorso del peccato, di una vita votata al disprezzo per Dio:

“come risulta chiaro dalle parole di sant’Antonio: il demonio non può in alcun modo
entrare nella mente e nel corpo di un uomo né ha il potere di penetrate nei suoi
pensieri, se tale persona non s’è prima spogliata di tutti i pensieri santi ed è del tutto
cieca, privata di contemplazione spirituale”.

Il regresso culturale che fece seguito alla Riforma, portò una nuova ondata
persecutoria, e questa volta non solo per mano della Chiesa cattolica, ma
soprattutto grazie a quella protestante.
Nella sola Ginevra, in sessant’anni, Calvino fece bruciare 150 presunte streghe,
e nei 125 anni successivi all’introduzione della Riforma furono intentati più di
500 processi di stregoneria. A Chambéry nel 1577 fu permesso ad una
pattuglia di polizia cittadina di sparare a vista contro ogni sospetto. Da questi
frammentari esempi, possiamo già comprendere che Ginevra, centro del
calvinismo e più in generale della Riforma, non fu certo migliore della
demoniaca nuova Babilonia: Roma.

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