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Grazie per aver acquistato l’ebook di Franz Ruppert


Scissione nella psiche e guarigione interiore.
Integrare le esperienze traumatiche

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© 2016 goWare, Firenze, prima edizione italiana

© 2007 Klett-Cotta – J.G. Cotta’sche Buchhandlung Nachfolger GmbH, Stuttgart


per il volume: Seelische Spaltung und innere Heilung. Traumatische Erfahrungen integrieren

Traduzione italiana di:


© 2016 Patrizia M anukian

Per accordo di Berla & Griffini Rights Agency


Via Stampa 4, 20123 M ilano, Italy
Tel. 0039.02.80504179, Fax 0039.02.89010646

ISBN 978-88-6797-625-6

Questo libro è opera di fantasia. Nomi, personaggi e avvenimenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o utilizzati in modo fittizio.
Qualsiasi somiglianza con fatti o persone reali, vive o defunte, è puramente casuale.

Redazione: goWare ebook team


Copertina: Lorenzo Puliti
Sviluppo ePub: Elisa Baglioni

L’immagine in frontespizio è una rielaborazione grafica di un’opera in ceramica dell’artista Heidi Erlinger.

goWare è una startup fiorentina specializzata in nuova editoria


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Presentazione

La causa dei problemi mentali spesso nasce dalle esperienze traumatiche che viviamo. Uno dei traumi che più incide
sul complessivo sviluppo della personalità è il trauma del legame: il bambino si sente impotente nell’instaurare il legame
emotivo con la madre traumatizzata. Il superamento naturale dei traumi avviene attraverso la scissione di strutture
psichiche. Questo garantisce la sopravvivenza all’evento traumatico, ma implica una vita più impegnativa e faticosa a
causa di strategie di fuga, di controllo, di compensazione e di autoillusione.
Franz Ruppert dimostra con innumerevoli esempi come si possa riuscire a portare a livello di consapevolezza le
scissioni inconsce della struttura della personalità, chiarire la loro provenienza e sviluppare delle soluzioni terapeutiche.
Il costante sviluppo del metodo delle costellazioni familiari, verso le costellazioni delle “componenti interiori”, fino alla
costellazione del trauma, ha in questo contesto un ruolo fondamentale.
Questo libro può dare importanti nuove prospettive non solo a psicoterapeuti o operatori psicosociali, ma anche a
persone colpite da vari disagi o parenti di persone traumatizzate.

***
FRANZ RUPPERT è professore presso l’Università Cattolica di Monaco, psicologo e psicoterapeuta. La sua specializzazione
è il lavoro con persone affette da pesanti malattie psichiche. Tiene seminari di costellazioni – con il metodo da lui
stesso messo a punto – in molti paesi del mondo. www.franz-ruppert.de
NOTA DELLA TRADUTTRICE

Il lavoro di Franz Ruppert ho iniziato a conoscerlo nel 2004 e ho avuto la fortuna di


partecipare alla sua evoluzione fino a oggi sia sul piano personale che su quello
professionale. Ho potuto constatare i benefici in prima persona e sui miei clienti, che
con me hanno sperimentato la sua teoria e la sua tecnica. Da questa esperienza, e su
molteplici richieste, è nato il desiderio e l’esigenza di iniziare a tradurre i suoi libri.
Non è stata un’impresa facile, visti gli argomenti profondi e coinvolgenti. Sono felice di
esserci riuscita con questo primo volume e ringrazio di cuore chi mi ha accompagnato
in questo lavoro. Prima di tutto Franz per aver studiato e sviluppato le sue teorie. Poi
vorrei ringraziare Anna Laura Villa, che con tanta pazienza e disponibilità mi ha aiutata
a correggere l’intero testo tradotto. Inoltre ringrazio il signor Roland Knappe della casa
editrice Klett-Cotta e la responsabile dell’agenzia Italiana Berla&Griffini, la dott.ssa
Barbara Griffini, per l’impegno alla realizzazione della pubblicazione di questo libro.
Mi auguro che molte persone, oltre ai miei clienti, possano beneficiare di questi
pensieri e queste teorie per trovare una risposta ai tanti quesiti che ci accompagnano
nella quotidianità.
Patrizia Manukian
Grazie di cuore!

Quando nel 2005 è stato stampato Trauma, Bindung und Familienstellen (Trauma,
legame e costellazioni famigliari), non pensavo di stampare già dopo due anni
nuovamente un libro sul mio lavoro psicoterapeutico. In questi due anni però, si sono
accumulate così tante nuove scoperte che mi sono sentito sollecito a metterle su carte,
anche per fare ordine nei miei pensieri e sistematizzarli.
Fondamentale è stata la scoperta e la comprensione delle scissioni mentali che
venivano causate da traumi e la distinzione di diversi stati dell’io (componenti sane,
componenti traumatizzate e l’io di sopravvivenza). D’altra parte negli ultimi due anni
mi ispirava l’idea, che tra il fenomeno del legame mentale, i neuroni specchio, scoperti
dalla scienza neurologica, e il metodo delle costellazioni, potesse esistere una
connessione interna. Dal mio punto di vista si aprono qui due nuove dimensioni, che ci
permettono di guardare più profondamente nell’essere e in profondità della nostra
anima umana.
Anzitutto vorrei ringraziare tutte le persone audaci che nei miei seminari aprono
coraggiosamente le porte della loro anima. Loro così aiutano anche molti altri esseri
umani. Oltre le innumerevoli costellazioni che ho condotto o vissuto di prima persona
mi è stato utile, per l’approfondimento di nuove conoscenze e l’ampliamento della
prospettiva, anche lo studio empirico che ho potuto realizzare con un gruppo di ricerca
a Monaco. A questo progetto hanno collaborato: Katharina Anane, Eva Baier, Christina
Freund, Carla Kraus, Elisabeth Krueger, Sabine Metz, Cecilia Pansinger, Monika
Stumpf e Joseph Telake. Claudia Haerter si è fatta carico della raccolta empirica dei
dati e ha fatto molto affinché questo materiale, elaborato magnificamente, fosse messo a
disposizione per l’analisi e la valutazione. Ringrazio calorosamente per il grande
lavoro che è stato svolto da questo team di ricercatori con grande affidabilità ed
enorme impegno lavorativo.
Il mio ringraziamento va anche alla dott.ssa Christine Treml per la straordinaria
collaborazione con l’editore Klett-Cotta. Ringrazio Joerg Schneider per la meticolosa
correzione del manoscritto, Radim Ress per i discorsi motivanti che hanno portato a
ulteriori approfondimenti in vari punti del testo.
Mia moglie Juliane, con le sue indicazioni durante la revisione del manoscritto, mi ha
indotto a non essere troppo affrettato e a controllare ogni pensiero. Anche a lei un
ringraziamento di cuore!
Monaco, luglio 2007
Franz Ruppert
1. Strappi profondi e piccole ferite
Due anime vivono, ahimè! nel mio petto
Johann Wolfgang von Goethe, Faust I

Nel suo racconto Lo strano caso del dott. Jekyll e di Mr. Hyde lo scrittore scozzese
Robert Louis Stevenson (1850-1894) racconta la storia di un uomo che di giorno lavora
come illustre medico e la notte si trasforma in un essere profondamente malvagio. Nei
panni dell’illustre dott. Jekyll si comporta da gentiluomo esemplare e si presenta alla
sua città come benefattore. Come Mr. Hyde, nascosto dall’oscurità, si lascia andare
senza ritegno a tutti i più impensabili vizi
Il dott. Jekyll descrive il suo dilemma spirituale:

Il bene e il male, i quali conferiscono probabilmente a ogni essere umano una specie di doppia natura, dentro di
me, tuttavia, erano separati nettamente. Nella mia consapevolezza lottavano due esseri contrapposti. Ero sia
l’uno che l’altro. Ero me stesso se mi liberavo da tutte le catene, abbandonandomi a ogni indecenza, ma non
valevo di meno, quando lottavo contro la miseria e la sofferenza o quando mi impegnavo per lo sviluppo della
scienza.
(Stevenson, 2003, p. 106)

La soluzione il dott. Jekyll la vede scindendo, anche fisicamente, questi esseri


contrapposti con l’aiuto di una pozione chimica. A entrambe le aspirazioni che
convivevano dentro di lui doveva esser permesso di svilupparsi con un proprio nome e
un proprio tempo indipendentemente l’una dall’altra:

Se ognuna di loro, così mi dicevo, fosse sistemata nel suo involucro personale, allora la vita sarebbe di colpo
liberata da ogni insopportabile peso! Il disonesto libero dalla coscienza sporca e dai rimproveri del suo gemello
onesto, potrebbe andare per la sua strada. L’onesto, indisturbato e sicuro, potrebbe continuare il suo cammino
verso l’alto, fare del bene quanto vuole e non sarebbe più esposto alle indecenze del cattivo a lui estranee (p.
107).

Il dott. Jekyll suppone addirittura che

l’uomo, un bel giorno, verrà visto come una creatura multipla che è composta da esseri diversi, incompatibili e
indipendenti uno dall’altro.

Quindi l’essere umano, per natura, sarebbe scisso in buono e cattivo. Esisterebbe
dunque solo la possibilità di sopportare pazientemente le tensioni snervanti e le
contraddizioni interiori oppure la possibilità di sfogare in un modo qualsiasi la
scissione. L’esperimento del dott. Jekyll che tenta quest’ultima opzione fallisce
miseramente. Dopo che Mr. Hyde è diventato un assassino, il dott. Jekyll si uccide.
Ci sono tanti aspetti in cui si manifesta la doppia natura di noi esseri umani. Talvolta è
molto palese e finisce in prima pagina come succede ai grandi della musica, del cinema
e della moda. La grande pop star Robbie Williams, ad esempio, si è fatto ricoverare in
una clinica per disintossicarsi dalla sua dipendenza dai farmaci e per la sua
depressione. Malgrado la sua bravura, la sua notorietà e la sua ricchezza sembra essere
profondamente infelice in una parte della sua anima. Anche durante i processi in
tribunale spesso si nota che le persone hanno due facce completamente diverse.
Nell’edizione del 1 agosto 2006 del quotidiano “Süddeutsche Zeitung”, c’era scritto:

Stalker assolda killer. La sua entrata nell’aula del tribunale è molto gioviale, addirittura amabile. “Buongiorno a
tutti”, dice Adrian J., e fa un cenno cortese con la testa verso il gruppo. Dietro alla facciata però sembra ci sia
un altro Adrian, uno che per mesi ha inseguito la sua ex ragazza, l’ha terrorizzata e minacciata e alla fine ha
addirittura assoldato un killer che doveva prima castrare e infine ammazzare il presunto amante.

Alcuni strappi nell’anima sono molto profondi e possono spingere le persone alla
pazzia o al suicidio. Altri invece sono ben nascosti e appaiono chiaramente soltanto in
situazioni critiche. Quando, ad esempio qualcuno precipita in una profonda depressione
dopo la separazione dal compagno oppure quando qualcuno finisce nel panico per
conflitti professionali. Altri ancora non sono così ovvi, ma comunque si notano.
Quando, ad esempio una persona dice una cosa e ne fa un’altra, quando fa delle cose di
cui in seguito si pente, quando non impara dagli errori fatti e li ripete continuamente.
Più divento sensibile al modo in cui si manifesta la scissione interiore in noi esseri
umani, e più riesco a vederla. Una mia collega ad esempio mi racconta:

La settimana scorsa ho portato a termine con successo un progetto con una famiglia. Tutti mi hanno molto
lodata per questo, per la mia competenza, per la mia accuratezza e la mia relativa documentazione... ma mi sono
rattristata e non so perché. Ma fa lo stesso, ora sono già stata incaricata di un nuovo caso e così si va avanti.

Mentre lei racconta questo, si vede come dentro le si stia muovendo qualcosa. In alcuni
momenti il suo sguardo si trasforma, a fasi alterne la sua voce cambia tono, in alcuni
momenti sembra presente e poi nuovamente irraggiungibile, come se fosse dietro a una
parete vetrata. Molto probabilmente lei passa velocemente da uno stato interiore a un
altro.
Quanto abilmente si nascondano alla nostra consapevolezza le scissioni mentali e
quanto può essere liberatorio riconoscerle e iniziare ad accettarne la presenza, l’ho
vissuto poco tempo fa personalmente. Da tanti anni sono membro di un gruppo di
supervisione. Sfruttiamo questo gruppo soprattutto per lavorare ai nostri temi personali.
In una riunione parlavamo dell’argomento “capire ed essere capiti”. All’inizio c’erano
molte incomprensioni tra di noi ma nel raccontare le nostre esperienze personali e le
nostre ferite del non-essere-visti da altre persone, si sviluppò sempre più comprensione
reciproca. Nel giro di chiusura tutti erano molto contenti di questo incontro e quando
toccò a me volevo esprimere anch’io quanto mi era sembrato bello poter parlare così
apertamente tutti insieme.
Poi però sentì a un tratto una pressione al petto e un dolore pungente vicino al cuore.
Decisi con coraggio di comunicare agli altri questa differenza tra la mia valutazione
obiettiva dell’incontro e le mie sensazioni fisiche emergenti. Subito dopo mi trovai in
uno strano stato. All’improvviso mi vennero le lacrime agli occhi e la pressione nel
petto cominciò a diminuire dopo alcuni minuti. Il dolore pungente però rimase e
divenne ancora più forte. Mi accorsi che le parole comprensive delle altre persone, che
percepivano il mio processo e lo commentavano, raggiungevano sì le mie orecchie,
però mi dimostravano che il mio stato interiore non veniva veramente compreso.
Continuai consapevolmente a rimanere in quello stato, malgrado ci fosse una parte in
me che mi diceva che poteva bastare, che gli altri non avrebbero comunque compreso
come stavo e non potevano essermi d’aiuto e l’incontro di gruppo era arrivato al
termine.
Cercavo di avvicinarmi sempre più al dolore pungente e lentamente il mio occhio
sinistro si riempiva di lacrime, mentre quello destro rimaneva asciutto. Percepivo come
se il mio corpo fosse attraversato da una linea trasversale. A sinistra divenne sempre
più caldo e pieno, a destra sempre più vuoto e freddo. Il mio impulso successivo era di
far passare il calore e le sensazioni della parte sinistra a quella destra. Ma riconobbi
che questo era troppo forzato e avveniva troppo velocemente. Ora potevo accettare
meglio che ci fossero, contemporaneamente, due stati diversi nel mio corpo. Li sentivo
chiaramente. Una metà del corpo era emotivamente agitata, l’altra rimaneva
indifferente. Una parte in me percepiva intensamente, l’altra rifletteva e pensava sotto
sforzo. Dopo un po’ dissi agli altri che questo processo era abbastanza per me e li
ringraziai per la loro presenza e il loro sostegno.
Dopo questa esperienza non capivo soltanto razionalmente cosa volesse dire non essere
compresi, ma ora lo potevo percepire chiaramente come qualcosa di molto doloroso –
un sentimento che conosco assai bene dalla mia infanzia. E allo stesso tempo feci
l’esperienza che potevo guardare gli altri negli occhi, anche se mi mostravano,
attraverso i loro commenti, che non capivano né me né il mio stato interiore. Io potevo
essere così come ero e potevo lasciare loro così come erano. Non dipendevo da loro
ma non dovevo neppure rifiutarli o giudicarli per la loro mancata sensibilità. Io li
potevo lasciare nella loro diversità e accettarli come miei amici e colleghi così come
erano. Io potevo accettare me stesso in questa scissione. In seguito si sviluppò un
profondo processo interiore di guarigione per me.
Fino a pochi anni fa non davo ancora nessuna importanza ai sintomi di una
traumatizzazione. Da quando so più cose sul fenomeno del trauma il mio comportamento
con me stesso e le altre persone è cambiato sostanzialmente. Posso trasmettere adesso
una diversa conoscenza ai miei studenti; posso lavorare in maniera molto diversa come
psicoterapeuta. Qualcosa di simile mi è successo ora in riferimento al fenomeno delle
scissioni mentali. Malgrado avessi già letto diverse cose su questo argomento, non mi
rendevo conto, fino a poco tempo fa, di essere di norma in contatto non con una singola
persona soltanto, ma con innumerevoli dei suoi stati interiori contemporaneamente, uno
vicino all’altro e uno dietro all’altro. La mia immagine dell’uomo e del mondo è
cambiata radicalmente da quando ho scoperto, sia in me stesso sia negli altri, che le
scissioni mentali sono molto frequenti. Diventa più chiaro perché noi esseri umani ci
comportiamo in una maniera o in un’altra e molti enigmi diventano più risolvibili. Per
utilizzare un’immagine matematica: là dove una volta cercavo di risolvere un’equazione
con un’incognita, vedo ora che l’equazione ha più di un’incognita, probabilmente
addirittura molte di più. Così ci sono diversi modi di impostare la risoluzione e diversi
risultati finali. Grazie a ciò vedo molte più possibilità di comprendere meglio le
persone nelle manifestazioni della loro vita e, se necessario, di accompagnarle come
terapeuta a trovare la via di uscita dalle loro scissioni mentali laddove lo desiderino.
Cosa siano le scissioni mentali, come si formino dissociazioni profonde e come si
possano trovare vie di guarigione per superarle: di questo tratta il mio libro.
2. L’“ANIMA”
Io vivo la vita cerchio dopo cerchio.
Rainer Maria Rilke

“Anima” è un’espressione che esiste in tutte le culture del mondo e fa emergere una
ricchezza di immagini e fantasie. La radice indogermanica della parola saiwala ad
esempio significa “colei che viene dal mare”, perché in indogermanico il mare è il
luogo dove vengono custoditi i non nati e i morti. Il prof. Hartmann Hinterhuber di
Innsbruck ha raccolto le espressioni che riguardano le immagini dell’anima nelle
diverse religioni e filosofie di tutto il mondo e ha scritto un trattato sulla natura
scientifica e sulla storia culturale della psiche, della mente e della consapevolezza
come espressioni dell’anima (Hinterhuber, 2001). Nell’essere umano l’anima non la si
può trovare come organo o apparato, né nel cervello né nel corpo. Non è materia
(hardware), ma è energia e informazione (software) che mantiene in vita il corpo
umano. Si può riconoscere l’anima di una persona nelle sue espressioni, nelle
percezioni, nei sentimenti, nei pensieri, nei comportamenti o nei ricordi; la si può
riconoscere in ciò di cui l’uomo ha paura, in ciò di cui ha voglia, in ciò che lo fa
disperare, in ciò in cui spera o in ciò che crede.
Dai tempi di Freud sappiamo che non si possono mettere sullo stesso piano la
consapevolezza e l’identità. La nostra essenza psicologica è molto lontana da ciò che
percepiamo, sentiamo, pensiamo o ricordiamo consapevolmente. La parola “anima” è
vicina alle emozioni di una persona e all’idea che esista qualcosa di intrinseco e intimo
dentro di noi. Personalmente è questo che a me piace di tale definizione. Uso
l’espressione “anima” in maniera piuttosto pragmatica e mi lascio sorprendere sempre
e nuovamente dalla moltitudine delle sfaccettature che porta in sé questa parola.
“Anima” è per me un concetto creativo, che nell’incontro con le persone fa emergere
molte domande importanti.
• Quando si origina l’anima umana?
• Qual è la caratteristica propria dell’anima?
• Con che cosa è connessa un’anima umana?”
• Per che cosa si apre, davanti a cosa si chiude?
• Quanti strati ha?
• A causa di cosa si spezza?

Suppongo che l’anima umana non si formi solo dopo la nascita; molto probabilmente
prende il suo inizio già durante l’atto della procreazione del bambino. Quando un uomo
e una donna si amano, la qualità del rapporto che essi instaurano con questo bambino è
molto diversa da quella di un bambino che nasce da uno stupro o che viene considerato
un “incidente” di percorso. So di quanto sia difficile, per pazienti nati da uno stupro,
amare se stessi, poiché non sono stati concepiti nell’amore. Può anche succedere, ad
esempio, che una donna non ami il padre di suo figlio, ma un altro uomo. Anche questo
sentimento confuso segna lo sviluppo dell’anima di un bambino fin dall’inizio.
La vitalità non è soltanto un insieme di sostanze chimiche. È una sostanza solida e allo
stesso tempo anche energia e informazione. Per questa ragione l’anima di un bambino
riceve dal padre e dalla madre per il percorso della sua vita, insieme alla componente
materiale, probabilmente anche la loro energia e la loro informazione, oltre all’energia
e all’informazione degli antenati dei suoi genitori. I geni non sono solo fisicamente un
supporto dati, sono l’esperienza di vita dell’umanità addensata e divenuta materia sia in
generale sia nella storia particolare degli antenati di ogni essere umano che si origina
ex novo. Gerald Hüther scrive a proposito:

L’immagine antica e ancora molto diffusa che un essere vivente sia soltanto una forma materiale
particolarmente complicata che si lascia descrivere con delle leggi fisiche o chimiche è perciò inutilizzabile per la
comprensione e l’analisi delle strutture viventi. I sistemi viventi devono essere piuttosto considerati come
costruzioni capaci di utilizzare le particolari proprietà fisiche e chimiche dei loro mattoni materiali per poi poter
costruire o mantenere una particolare struttura di rapporto che deriva da uno schema interiore che è stato
sviluppato oppure ereditato da un predecessore. Ciò che quindi ogni essere vivente deve possedere e ciò che lo
rende poi vivo è un progetto interiore, una matrice che guida la sua organizzazione interna e la sua
strutturazione, come proiezione intima di come dovrebbe essere o potrebbe diventare.
(Hüther, 2006, p. 33)

Ogni anima umana nuova si origina quindi dall’anima dei suoi genitori ed è segnata nel
bene e nel male. Questa eredità è il capitale di partenza per la nuova vita così come
l’ipoteca ereditata dalla vita vecchia. In ogni persona che si origina deve essere portato
avanti qualcosa di vecchio e tradizionale e allo stesso tempo le è data la possibilità di
un nuovo inizio. Ogni persona porta dentro di sé, grazie ai talenti e ai pesi che arrivano
dai suoi antenati, il potenziale mentale di diventare una cosa unica mai esistita fino a
quel momento. L’anima di una persona è sempre unica e deve, può e ha il permesso di
svilupparsi nell’ambito di realtà già presenti.
L’anima di un uomo, come il suo corpo, cresce nello scambio con altre persone. Prima
della nascita un bambino prende tutto ciò di cui ha bisogno per vivere da sua madre. In
condizioni normali, la madre acconsente e cede con piacere ciò di cui lei dispone
psicologicamente al suo bambino. Per lo sviluppo mentale del bambino è senza dubbio
una benedizione se anche il padre gioisce della sua crescita e sostiene la madre con
tutte le sue forze.
Però può capitare che le donne abbiano un atteggiamento ambivalente o di rifiuto
quando un bambino sta crescendo in pancia. Hanno paura della responsabilità e
dell’impegno, probabilmente non si sentono sostenute dal padre del bambino e allora
intervengono con un aborto o tentano di mettere a rischio la gravidanza. Forse si
nutrono male oppure assumono droghe malgrado la gravidanza. A causa di ciò lo
scambio tra madre e figlio è compromesso già da subito e lo sviluppo psicologico di un
bambino si confronta con una grande difficoltà. Egli viene minacciato dalla propria
madre e la sua anima, sviluppatasi fino a quel punto, deve lottare per la propria
sopravvivenza. Già soltanto il pensiero dell’aborto che può sfiorare la mente di una
donna gravida può probabilmente provocare paure esistenziali nel bambino che sta per
nascere. L’anima che sta nascendo o riesce a sopravvivere, oppure si ritira
precocemente dal palcoscenico della vita. Aborti spontanei sono probabilmente anche
da interpretare da questo punto di vista: i pesi mentali provenienti dai genitori sono
troppo gravi per il bambino e la sua piccola anima, e quindi la sua volontà di vivere si
spegne presto.
Con la nascita il bambino abbandona il luogo protetto dentro il corpo della madre e
deve trovare il suo posto nella comunità umana. La sua anima di nove mesi incontra ora
altre persone e le loro esigenze psicologiche. In primo luogo incontra sua madre e la
sua anima che o gli dà un’accoglienza amorevole nel mondo, oppure lo percepisce
come un fardello per la propria vita. In un caso l’anima del bambino riceve tanto
amore, attenzione, cura e sostegno e può ottenere molto per se stesso e prendere
progressivamente il proprio posto nella famiglia; nell’altro, l’anima del bambino, fin
dal primo respiro, deve fare l’esperienza che in effetti non c’è spazio per lei e per il
proprio sviluppo. Sente di non essere desiderata, che la si rifiuta e la si trascura. Ad
esempio, l’anima di quei bambini che dopo la nascita vengono dati in adozione viene
colpita molto duramente. Dalla situazione vissuta nei primi anni dopo la nascita può
derivare un’altra difficoltà fondamentale per lo sviluppo psicologico: l’anima infantile
può sostenere un rifiuto da parte dei propri genitori? Come può proteggere la propria
vita e la propria anima dalla minaccia degli esseri umani dai quali necessariamente
dipende e dei quali si deve per forza fidare?
In un certo modo, i bambini vengono sempre utilizzati perché le persone possano
soddisfare le loro esigenze affettive e procreative, il loro desiderio di famiglia o la
loro realizzazione personale. I sogni e le fantasie consapevoli e inconsapevoli dei
genitori riguardo al loro bambino rappresentano la motivazione e la rivalsa per le tante
privazioni di cui i genitori si fanno carico per il bene del figlio. Se dunque dal punto di
vista psicologico, una madre o un padre vogliono prendere dal figlio più di quello che
riescono o che sono pronti a dargli, oppure se cercano di confiscare del tutto l’anima
del bambino e di possederla, affinché la loro propria anima assetata riceva qualcosa di
cui sente l’assoluto bisogno, allora non c’è più molto spazio per quella del bambino.
Cosa può fare il bambino? Quanto può dare della sua propria anima? Cosa deve
trattenere per se stesso per non essere annientato? Come può resistere la sua anima alla
contraddizione che proprio le persone che ama di più gli fanno le cose peggiori?
L’anima di un bambino all’inizio della vita è ancora innocente, indipendentemente dalle
circostanze nelle quali il bambino è stato generato. Non ha colpa se ad esempio è nato
da uno stupro. L’anima del bambino conserva la sua innocenza fintanto che riceve con
piacere e volontariamente dai genitori, dai fratelli e più tardi da tante altre persone tutto
ciò di cui necessita per il proprio sviluppo e che può compensare con i propri doni. Se
un bambino deve lottare per ricevere qualcosa da qualcuno o se si deve sottomettere ad
altri per poter continuare a vivere, allora perderà presto la propria innocenza in queste
lotte. L’anima infantile diventa essa stessa un aggressore, che toglie qualcosa agli altri,
li limita, li usa e abusa di loro per le proprie necessità. Resa vittima dalle azioni dei
suoi genitori, diventa spesso, a sua volta, aggressore.
Nello sviluppo mentale ci possono essere dunque molte rotture e contraddizioni. Un
percorso evolutivo normale e sano lo si potrebbe immaginare così, come se da un punto
di inizio centrale si depositassero sempre nuovi strati dell’anima e il vecchio stadio
evolutivo venisse racchiuso da quello nuovo. Vecchio e nuovo sono strettamente uniti e
intrecciati. Così come in un albero si accumulano gli anelli nel tronco, conferendogli
sempre più compattezza e fermezza, l’anima di un uomo acquista con gli anni stabilità e
forza. Come in un albero si può leggere negli anelli cosa è avvenuto durante la crescita,
come da un seme è divenuto un germoglio, poi un alberello e infine un imponente e
grande albero, così negli “anelli” dell’anima si vede come un essere umano da
embrione è diventato feto, neonato, bambino, adolescente, giovane adulto/a, donna
adulta/uomo adulto.
Ho rappresentato schematicamente l’idea di uno sviluppo integrato dell’anima di un
essere umano [Figura 1 – Lo sviluppo mentale integrato visto dalla prospettiva esterna
e interna], da una parte vista esteriormente dove è visibile soltanto l’ultimo strato, e
quindi la componente di personalità più recente (la “corteccia dell’albero”), e
dall’altra vista in una prospettiva interna nella quale sono visibili i vari strati della
personalità sovrapposti l’uno all’altro e il nucleo.

Se dalla prospettiva interiore estraessimo i singoli strati di personalità dall’interno


verso l’esterno, apparirebbe tutte le volte un nuovo viso che mostrerebbe la persona in
una determinata fase del suo sviluppo. In ognuna di queste componenti di personalità
sono concretizzati, a modo loro, i diversi momenti dello sviluppo mentale normale di
una persona. Si susseguono e si integrano. Non si contraddicono nella loro esistenza, e
nemmeno si ostacolano.
3. TERMINI E CONCETTI RELATIVI ALLA SCISSIONE

3.1 Schizofrenico, ambivalente, lacerato, bloccato


Probabilmente ognuno di noi si augura uno sviluppo ben integrato della propria
personalità. Ma non sembra essere raro che le varie componenti di personalità in un
essere umano si contraddicano e si ostacolino a vicenda. L’esperienza del disaccordo o
della scissione interiore la possiamo fare noi stessi oppure osservarla in altre persone.
Spesso però facciamo fatica a credere, per quanto riguarda l’aspetto mentale, di essere
un “essere multiplo”. Secondo il nostro vissuto non riusciamo a capacitarci veramente
di essere più di un soggetto, e che più di un “io” abiti nel nostro corpo. L’idea di essere
parallelamente due o più persone e di possedere diversi stati del “sé”, sconvolge la
nostra concezione di identità. Questa idea risveglia le paure di perdere la propria
stabilità interiore, di non essere normali ma malati di mente e di venire giudicati pazzi
dalle altre persone.
“Allora sono schizofrenico?” Questa domanda emerge inevitabilmente quando si parla
di scissione mentale. La parola “schizzo” effettivamente significa “scisso”. Tradotto
letteralmente “schizofrenia” significa “diaframma scisso”, perché secondo un’antica
credenza il diaframma era la sede dell’anima. La “schizofrenia” però è una particolare
diagnosi psichiatrica, che dovrebbe essere emessa soltanto se ad esempio qualcuno si
sente perseguitato sebbene nessuno sia presente, oppure se qualcuno ha dei pesanti
sensi di colpa anche se non ha fatto nulla di male a nessuno. In ambito medico si parla
quindi di schizofrenia quando sussistono delle percezioni immaginarie (“allucinazioni”)
e pensieri maniacali. Non c’è da meravigliarsi che nessun essere umano voglia essere
schizofrenico, dato che la schizofrenia viene vista tuttora come una malattia inguaribile.
Quindi “schizofrenia” non è l’espressione corretta se si tratta in generale del fenomeno
della scissione mentale. Secondo le mie scoperte i sintomi di una “schizofrenia” sono le
conseguenze di forme molto ampie di scissioni mentali e di irretimenti le quali derivano
da determinati eventi accaduti in un sistema di legame familiare (Ruppert, 2002).
Tornerò sull’immagine sintomatica particolare della schizofrenia in un altro capitolo di
questo libro, quando tratterò l’argomento dei “traumi del sistema di legame”.
Mentre il termine “schizofrenico” è troppo compromesso e troppo specifico per
definire in generale ciò che desidero spiegare in questo libro, viene utilizzata
abitualmente nel gergo comune un’altra espressione che però è troppo semplice: “Io
sono ambivalente e tirato di qua e di là”, dicono molti, celando, dietro alle loro
opinioni riluttanti o ai comportamenti discontinui, dei conflitti mentali più profondi.
La definizione di scissione interiore, usata nel linguaggio quotidiano, si avvicina
sensibilmente di più a quello che ora seguirà. Questa espressione fa risaltare la netta
sensazione di difficoltà di una persona, il cui tessuto mentale è sottoposto a una grande
tensione, perché ha ricevuto un taglio profondo oppure è già stato strappato in molti
singoli pezzi. Anche la parola “blocco” esprime, secondo il mio parere, il fatto che in
una persona esistano varie correnti che si ostacolano a vicenda. Da un lato si vorrebbe
fare qualcosa, ma dall’altro qualcosa ce lo impedisce. Si vorrebbe dire qualcosa ma
non si riesce a esprimerlo. I blocchi spesso si manifestano fisicamente, come ad
esempio nelle contratture muscolari, nella pressione al petto, nel mal di testa o
nell’incapacità di azione.
Una pluralità di sentimenti di per sé non è ancora l’indizio di una scissione. Le
scissioni sono presenti piuttosto là dove c’è soltanto una scelta limitata di tendenze
interiori contrapposte, anziché una moltitudine di diversi stati emotivi. La scissione si
fa notare là dove la pluralità non riesce più a coesistere, ma dove può esserci soltanto o
l’uno o l’altro.
3.2 Scissione e dissociazione

Psicanalisi: Freud e Kernberg

Già in diversi modi la psicologia ha sollevato la questione della lacerazione e della


scissione interiore della natura umana. Sigmund Freud (1856-1939) indicava una
fondamentale polarità dell’anima umana nel suo modello dell’“es” e del “super-io”.
All’“es” egoista con le sue esigenze carnali è contrapposto il “super-io” rigido e
punitivo che spinge l’essere umano all’adattamento alle leggi culturali e alla
repressione delle sue pulsioni triviali. Schiacciato tra le esigenze dell’“es” e del
“super-io”, l’“ego” dovrebbe cercare un compromesso sopportabile e vivibile per la
persona in questione.
La definizione “scissione”, per Freud, è uno dei meccanismi mentali di difesa come lo
sono la “rimozione” e la “negazione”. Di conseguenza si creano, in una persona,
tendenze contrapposte e non collegabili tra di loro attraverso la rimozione delle
esigenze carnali, soprattutto gli impulsi sessuali e aggressivi, dall’interno dell’anima e
attraverso la negazione delle percezioni nel mondo esterno. Ciò che ne risulta è una
“scissione dell’io”, che avviene, per lui, attraverso dei “tentativi imperfetti di distacco
dalla realtà” (Freud, 1979, p. 58). La scissione per Freud è dunque un tentativo di
negazione della realtà.
Per molto tempo il meccanismo di difesa della scissione non venne considerato nella
psicanalisi freudiana. La discussione sulla scissione mentale si riaccese quando, negli
anni Settanta, si pose al centro dell’interesse scientifico il cosiddetto disturbo di
personalità Borderline. Tra l’altro Otto Kernberg cercò di spiegare, attraverso il
concetto della scissione, i tipici stati Borderline come la negazione, la
proiezione/introiezione, il disprezzo/idealizzazione, l’identificazione proiettiva o le
fantasie di onnipotenza, che vengono dalla prospettiva psicanalitica (Kernberg, Dulz e
Sachsse, 2000). Secondo questo concetto tutti i bambini attraversano uno stadio di
sviluppo nel quale non possono integrare nella loro struttura mentale le impressioni
ambivalenti che assorbono dal mondo esterno, in particolare in riferimento alla loro
madre. Mamma “buona” e mamma “cattiva” all’inizio coesistono quindi nel bambino
come immagine materna interiorizzata (“rapporto oggettivo”) in modo sconnesso.
Kernberg vede il superamento dello stato di sviluppo primitivo come un compito della
maturazione mentale per arrivare alla valutazione realistica dei rapporti, e per capire
che le altre persone possono essere sia buone che cattive. Seguendo questa teoria,
perfino una persona adulta trovandosi in una situazione critica può ricadere nel vecchio
stato di sviluppo mentale della scissione, se la sua maturazione psicologica non è
avvenuta bene. A livello psichico “regredisce” nuovamente a neonato (Kind, 2000).

Teoria del trauma: Herman, Putnam, Huber

Mentre la psicanalisi ha le sue radici nella cultura tedesca, la nuova terapia del trauma
si è sviluppata soprattutto in America, anche perché Freud nell’elaborazione della sua
teoria ha abbandonato il concetto di trauma che utilizzava ancora all’inizio a favore del
concetto dell’istinto carnale. Anziché parlare di “scissione” nel contesto della teoria
del trauma si parla piuttosto di “dissociazione”. Questo termine proviene
originariamente da Pierre Janet (1859-1947), uno dei primi psichiatri che riconobbero
il significato del trauma come origine delle malattie mentali.

Reazioni emotive a eventi traumatici che risultano insopportabili causano trasformazioni nella consapevolezza, le
quali a loro volta generano sintomi isterici. Janet chiamava questo stato alterato di consapevolezza
“dissociazione”.
(Herman, 2003, p. 23)

La “dissociazione” è la separazione di un’unità. Il contrario di ciò è l’associazione.


Questa definizione descrive la riconnessione di fenomeni separati.
In senso più stretto la parola “dissociazione” nella teoria del trauma viene intesa
soprattutto come meccanismo di sopravvivenza a traumi subiti nell’infanzia. Bambini
che hanno dovuto sottostare a ripetute violenze fisiche e sessuali scindono, secondo
questa teoria, la loro personalità per disperdere gli stati di memoria generati dal
trauma. Dalla maggior parte degli autori il dissociare viene visto come una capacità che
permette una via di uscita e una sopravvivenza mentale a una situazione di disarmante
impotenza. Frank Putnam indica quattro funzioni che possono realizzare la
dissociazione durante una situazione traumatica o dopo un evento traumatico:

In particolare i bambini sfruttano le loro particolari capacità dissociative entrando volutamente in stati dissociati
per sfuggire al trauma. Relativamente a questi stati di consapevolezza dissociativa è noto, già da molto tempo,
che possono fungere da reazioni di adattamento a traumi acuti, perché permettono 1) la fuga dai limiti imposti
dalla realtà, 2) la limitazione dei ricordi traumatici e dell’eccitazione che esulano dalla coscienza comune, 3) la
trasformazione o il distacco dalla consapevolezza di se stessi (così qualcun altro o un “io” depersonalizzato vive
il trauma) e 4) l’azzeramento della sensibilità al dolore.
(Putnam, 2003, p. 77)

In senso più ampio la dissociazione viene considerata come una capacità della psiche
umana di adattarsi a situazioni di vita particolarmente difficili e pesanti. Ludwig (1983)
la definisce come segue:
Dissociazione è il meccanismo psico-biologico fondamentale alla base del quale si trovano una grande varietà di
forme di consapevolezza alterata, come l’isteria di conversione, la trance ipnotica, la trance dei medium, la
personalità multipla, gli stati “fugue”, la possessione e la trance dell’autostrada. Questo meccanismo ha un
immenso valore per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. In certe occasioni adempie a sette funzioni
importanti. Facilita 1) l’automatizzazione di certi comportamenti, 2) l’impiego di forza effettiva ed economica, 3)
l’estinzione di conflitti ritenuti irrisolvibili, 4) la fuga dalle pressioni della realtà, 5) l’isolamento di vicissitudini
catastrofiche, 6) le catarsi di determinati sentimenti, 7) l’aumento dell’istinto del branco (ad esempio la resa del
sé personale a favore dell’identità del gruppo o un livello maggiore di suggestionabilità ecc.).
(Ludwig in Putnam, 2003, p. 32)

Anche l’esperta dei traumi Michaela Huber non vede nella dissociazione soltanto la
correlazione al trauma. La capacità di dissociare per lei è una capacità di staccare dalla
normale quotidianità e di evitare un afflusso di troppi stimoli alla psiche umana (Huber,
2003, p. 54).

Autobiografie di identità dissociative: Schreiber, Chase, Casey, Froehlich


Nella letteratura del trauma, viene considerato unanimemente come forma estrema di
dissociazione, il disturbo di identità dissociativo (DIS). Questa definizione ha sostituito
ampiamente l’espressione “disturbo multiplo di personalità”. In un disturbo di identità
dissociativo non esiste più un chiaro “io” o un “me stesso”. Nella psiche di un essere
umano traumatizzato coesistono più stati di “io” contemporaneamente. Secondo questo
modello di teoria, più intense e più durevoli sono le esperienze traumatiche, più
identità frazionate si formano che da quel momento conducono una vita propria nella
psiche della persona. Si formano personalità “di età”, quindi stati di personalità che
esistono in parallelo e che nel corpo di una stessa persona hanno diversi caratteri,
diverse età, diverso sesso e spesso addirittura diverso nome.
Il tema della personalità multipla o del disturbo di identità dissociativo è diventato noto
al vasto pubblico grazie a una serie di pubblicazioni autobiografiche come Sibilla
(Schreiber, 1994), L’Urlo (Chase, 2002), Io sono tanti (Casey, 1997) oppure Padre
nostro all’inferno (Froehlich, 1996). Queste pubblicazioni hanno scatenato soprattutto
negli Stati Uniti delle discussioni controverse sulle possibilità e la mole di una
scissione della personalità. Siccome io stesso ho avuto in terapia diversi pazienti ai
quali si addice la diagnosi di “disturbo di identità dissociativo” o di “identità
multipla”, so che tali scissioni estreme dell’identità sono possibili; in queste persone è
quasi inesistente un nucleo d’identità stabile, e queste scissioni avvengono quando un
bambino è stato traumatizzato molto presto e ripetutamente da violenza sadica e
sessualizzata.
3.3 Approcci teorici al concetto di “molteplicità della psiche”
L’idea che la psiche umana non sia unitaria, ma piuttosto sia costituita da una serie di
identità parziali, trova sempre maggior consenso tra gli psicoterapeuti di tutto il mondo
che si occupano dei disturbi fondamentali della psiche umana. Nel suo libro Internal
Family Systems Therapy (1997), il professore di psichiatria americano Richard C.
Schwartz offre una panoramica degli autori che sostengono con convinzione la
molteplicità della psiche umana. Egli cita tra gli altri:
• C.G. Jung e il suo concetto di archetipo, ossia di distinzione tra coscienza individuale
e coscienza collettiva;
• Roberto Assagioli con la sua teoria delle sub-personalità;
• i teorici delle relazioni oggettuali (Melanie Klein, Otto Kernberg, Donald Winnicott),
che partono dal presupposto che il bambino fa propria in parte l’identità dei genitori;
• la psicologia del sé di Heinz Kohut, che distingue tra io ideale e io reale;
• l’analisi transazionale di Eric Berne con i diversi stati dell’io (iogenitore, io-adulto,
io-bambino);
• l’ipnoterapia di Milton Erickson, che lavora terapeuticamente con i diversi stati della
coscienza della persona;
• la terapia dello stato dell’ego sviluppata da John Watkins e Helen Watkins.

Vorrei aggiungere qui anche il concetto di “voci interiori”, sviluppato da Hal e Sidra
Stone per il metodo “Voice Dialogue” (dialogo delle voci) (Stone e Stone, 2000), che
nel frattempo ha preso piede anche in Germania, dove trova una formazione creativa
facendo distinzione tra voci primarie e voci represse, con le loro diverse qualità
energetiche e posizioni all’interno della struttura psichica generale dell’essere umano
(Wittemann, 2006). Da menzionare anche il modello del “bambino interiore” elaborato
da vari autori e utilizzato in terapia e nel counselling (Bradshaw, 2000; Chopich e Paul,
2005; Wolinksky, 1995). Sulla scorta di questa varietà di teorie, Richard Schwartz
giunge alla conclusione che

indipendentemente dall’origine teorica delle entità interiori (apprendimento, trauma, introiezione, coscienza
collettiva o condizione naturale della psiche), alcuni di questi teorici, più di altri, tendono a considerarle delle
personalità complete. Tutti sono accomunati dalla convinzione che tali entità interiori non siano semplici
sovrapposizioni di pensieri o sentimenti o meri stati della mente.
(Schwartz, 2004, p. 30)

Nel mio lavoro ho deciso di parlare di sub-personalità, componenti della personalità o


parti dell’io. Il motivo scatenante della comparsa di tali parti è da ricercare a mio
avviso nelle esperienze traumatiche vissute dalla persona. A tale proposito è importante
sottolineare come una volta emerse queste componenti non siano solo un fenomeno
passeggero, ma costituiscano una presenza permanente nella psiche del soggetto. Le
scissioni causate dai traumi infatti continuano a produrre i propri effetti nel tempo se
non vengono superate attraverso un processo di guarigione interiore.
4. TRAUMA E SCISSIONE

4.1 Dissociazioni in situazioni di stress


Possiamo osservare facilmente in noi stessi processi di dissociazione mentale. Quando
una situazione diventa emotivamente troppo difficile, ridimensioniamo i nostri
sentimenti oppure ci distacchiamo interiormente. Se, ad esempio, in televisione
vediamo troppe immagini di miseria dobbiamo contenere la nostra compassione per non
disperarci.
Chi svolge determinati lavori deve trattenere, sopprimere o congelare i propri
sentimenti. Un chirurgo non può operare se percepisce il dolore dei pazienti, un
macellaio non può macellare se soffre insieme agli animali. Poliziotti, soccorritori o
pompieri devono tenere sotto controllo le loro paure, la loro compassione verso le
vittime o la loro spontanea rabbia rispetto agli aggressori affinché possano adempiere
al loro servizio. Se non riescono a salvare qualcuno non devono sentirsi personalmente
in colpa.
4.2 Dissociazioni e stress
Molte dissociazioni sono soltanto temporanee. Quando la situazione critica è passata
possiamo riammettere i nostri sentimenti rimossi. Però, più a lungo dura una situazione
di pesante stress emozionale, oppure più essa aumenta arrivando addirittura a dilagare,
più difficile sarà recuperare i sentimenti rimossi. Per potersi sentire nuovamente una
persona mentalmente integra ci vuole un distacco maggiore dalle situazioni stressanti. È
molto utile, parlando di dissociazione e scissione, differenziare tra situazioni pesanti,
stressanti e traumatizzanti. Mentre le situazioni pesanti provocano una breve
dissociazione dei sentimenti e della ragione, le situazioni stressanti portano a
dissociazioni e blocchi sentimentali più prolungati che, dopo la fine della situazione
stressante si ripristinano lentamente. Scissioni profonde che portano a una separazione
perenne di corpo, mente e sentimento vengono provocate – secondo la mia esperienza –
da vicissitudini traumatiche. Per questa ragione utilizzo l’espressione “scissione”
soprattutto in questo senso.
4.3 Reazioni traumatiche di emergenza
La conoscenza sulle traumatizzazioni è cresciuta notevolmente negli ultimi decenni (van
der Kolk, McFarlan e Weisaeth, 2000). Esistono sempre più riviste scientifiche che
informano sugli sviluppi recenti della teoria del trauma e divulgano i risultati delle
relative ricerche (in Germania ad esempio “Trauma und Gewalt”, “Zeitschrift für
Psychotraumatologie und Psychologische Medizin”). I traumi sono esperienze che
travolgono psicologicamente e minacciano l’esistenza dell’uomo e possono essere
vissute fondamentalmente da chiunque nella vita. Gottfried Fischer e Peter Riedesser,
nel loro manuale sulla psicotraumatologia, definiscono un’esperienza traumatica come

una vicissitudine discrepante tra fattori minacciosi e le possibilità di superamento individuale che comporta
sentimenti di impotenza e prostrazione e causa così una distruzione permanente della comprensione di se stessi e
del mondo.
(Fischer e Riedesser, 1999, p. 79)

Trauma perciò significa soprattutto l’esperienza dell’essere indifesi e impotenti.


Tali esperienze vengono fatte da che mondo è mondo. Anche gli animali sono sempre
nuovamente esposti a esperienze traumatiche. Non ci sarebbe dunque da meravigliarsi
se la natura non avesse trovato una risposta a un tale fenomeno universale? La regola di
base per affrontare in modo naturale un evento traumatico consiste principalmente
nell’anteporre la sopravvivenza a tutto il resto che viene così sacrificato. Affinché la
vita si mantenga tale, in caso di emergenza, tutte le qualità particolari che la
arricchiscono e la rendono piacevole e bella vengono messe all’ultimo posto.
Questo principio vale a livello personale-individuale e a livello di gruppo. Come
avviene in concreto? Supponiamo che una persona subisca un incidente in auto. Una
paziente ad esempio mi raccontò il seguente evento: era uscita di strada con la sua
macchina, che si era capovolta e aveva preso fuoco. Aveva con sé il suo bambino
piccolo. Malgrado lei fosse gravemente ferita e incastrata tra il sedile e il volante,
riuscì a sganciare il bambino dalla cintura e salvarlo dalla macchina in fiamme. Buttò il
bambino fuori dal finestrino rotto nell’erba bagnata. Alla fine riuscì anche a liberare se
stessa e salvarsi.
Cos’era successo? Malgrado questa donna si trovasse in una situazione disperata,
all’improvviso trovò la forza straordinaria per liberare prima il suo bambino e poi se
stessa. In quella situazione non sentiva più il dolore fisico. Agì d’istinto per salvare il
bambino e se stessa. Solo dopo, quando capì che non poteva fare più nulla, cadde
svenuta.
La mobilizzazione di forze straordinarie e la soppressione della sensazione del dolore
sono cenni caratteristici del comportamento degli esseri umani in una situazione
traumatica. Fintanto che esiste ancora una possibilità di salvare la propria vita o quella
degli altri, il corpo si attiva al massimo (reazione da stress) e sopprime il dolore.
Presumibilmente ogni azione eroica si basa su questo meccanismo. Più la situazione è
disperata più grandi sono le forze di sopravvivenza che vengono mobilitate.
Un altro meccanismo di emergenza entra in gioco quando l’azione, nella situazione
traumatica, è diventata vana e quando è più pericoloso agire che non fare niente. In quel
momento viene azionato, in una frazione di secondo, un processo di congelamento, un
blocco totale della muscolatura e del movimento. Il corpo si paralizza in uno stato di
shock. Il riflesso del fingersi morto è l’ultimo tentativo di illudere un felino, il quale
reagisce soprattutto al movimento, nella speranza di non essere visto da lui. Anche se
poi il felino morde comunque la preda, questa almeno non sente dolore. Attraverso la
reazione dello shock si è messa in uno stato di narcosi. La reazione allo stress mobilita
quindi tutte le forze fisiche, la reazione al trauma le immobilizza. Grazie a queste
manovre completamente opposte si formano, nell’anima e nel corpo di una persona, in
brevissimo tempo, degli stati di enorme tensione.
4.4 Suddivisioni e scissioni
Cosa succede dopo una situazione traumatica se si sopravvive? I dolori che prima sono
stati narcotizzati vengono vissuti interamente? Rimane il completo ricordo del trauma
con tutti i suoi dettagli? All’apparenza no. Non avrebbe alcun senso perché si tratta di
continuare a vivere dopo essere sopravvissuti. Quindi si dimenticano i dolori e i
ricordi? Apparentemente nemmeno questo; sarebbe contro il principio del ricordo che
esperienze intense ed essenziali non venissero impresse nella memoria di un essere
umano. Deve avvenire una memorizzazione dell’esperienza anche solo per evitare di
finire una seconda volta nella stessa situazione pericolosa. Allora come spiegare il
compromesso tra lo scordare che salva la vita e il ricordare utile per il futuro?
Qui avviene il meccanismo della scissione. Da una struttura mentale ancora integra –
qui supponiamo che non ci sia ancora stata nessuna esperienza traumatica prima – viene
scissa una parte. Una parte dell’anima, fin dove possibile, viene tenuta libera
dall’evento traumatico. Continuiamo a chiamare questa la componente sana. L’altra
componente memorizza in sé l’esperienza del trauma; chiamiamola la componente
traumatizzata. Come un’immagine allo specchio di fronte a questa componente
traumatizzata si forma ora una componente che si occupa soltanto del superamento
dell’evento traumatico: chiamiamola la componente di sopravvivenza. Ci sono quindi
in tutto tre componenti dell’anima che, grazie ai processi dissociativi, vengono
costantemente tenute divise e che d’ora in poi continuano a svilupparsi individualmente
[Figura 2 – Scissione di una persona dopo un’esperienza traumatica].
L’obbiettivo principale di questo processo di scissione è di tenere lontano il più
possibile la componente traumatizzata dalla percezione consapevole, dal sentire, dal
pensare e dall’agire. Questo è il compito peculiare della componente di sopravvivenza.
Essa ha quindi l’accesso agli eventi psichici consci e inconsci tutte le volte che l’io-
trauma si fa notare. L’io-sano deve fare posto all’io di sopravvivenza tutte le volte che
a questo sembra necessario. L’intera struttura mentale viene suddivisa, la componente
che contiene il ricordo del trauma viene scissa.

La suddivisione della struttura mentale di una persona dovuta a un trauma può avvenire
immediatamente. A seconda del tipo e della pesantezza del trauma ci possono volere
settimane, mesi, addirittura anni prima che la componente di sopravvivenza prenda il
sopravvento sulla componente traumatizzata nella struttura mentale e soprattutto nella
vita consapevole, cosicché sia nuovamente possibile una vita quotidiana pressoché
regolare dopo l’evento traumatico. Ci vuole quindi un certo periodo di tempo affinché
la componente di sopravvivenza rimuova la componente traumatizzata dalla
consapevolezza
4.5 Componenti sane
Che cosa sono le strutture mentali sane? Secondo Sigmund Freud al posto del
“principio del piacere” istintivo, nella persona matura e psichicamente sana, si colloca
il “principio di realtà”. Mentre nel principio del piacere sono i sentimenti a comandare,
il principio della realtà viene guidato dall’intelletto di una persona. Però si pone la
questione se questa opposizione tra sentimento e ragione determini effettivamente la
differenza tra persona mentalmente sana e persona mentalmente malata. Di per sé non è
che la razionalità sia sana e l’emozionalità malata. A mio avviso un segno di salute
mentale è quando i singoli livelli di funzionalità psichica come percepire, sentire,
immaginare, pensare, ricordare e agire si sviluppano bene in se stessi e se si pongono
in una buona relazione tra di loro. Con delle buone strutture mentali un essere umano,
nella fase di sviluppo in cui si trova, entra in contatto positivo e creativo con il suo
ambiente sia naturale che sociale.
Secondo me, alle strutture mentali sane appartengono quindi: disponibilità percettiva,
capacità di gestione dei sentimenti, immaginazione creativa, chiarezza di pensiero,
abilità di memorizzazione, facoltà di autoriflessione, empatia, capacità di reggere la
conflittualità oppure prontezza nell’assunzione di responsabilità. Esiste una paura sana
che avverte dai pericoli reali, esiste una rabbia sana che aiuta ad articolare i propri
interessi e a porre dei limiti ad altri esseri viventi. L’amore sano è attento all’altro ma
non è possessivo. Una tristezza sana in certi casi può suscitare un violento dolore. Un
sano senso del pudore tiene sotto controllo il comportamento sociale o sessuale
affinché possa essere gestibile anche per le altre persone. Un sano orgoglio per i propri
risultati ci rende autoconsapevoli. Sani sensi di colpa inducono ad azioni utili
all’equilibrio sociale e alla riappacificazione. Componenti dell’io sane sono autentiche,
vere, in sintonia, reali, sincere, centrate, misurate, rispettose. Sentimenti insani sono
esagerati, eccentrici, artificiali, fasulli, manipolati, esaltati, spudorati. È mentalmente
insana l’assenza di sentimenti che normalmente ci si aspetterebbe in determinate
situazioni, quando ad esempio mancano completamente sentimenti di paura, rabbia,
amore, colpa, orgoglio o vergogna.
Secondo il modello introdotto sopra, la componente sana è ciò che si è potuto già
sviluppare prima dell’esperienza traumatica e che non è stato distrutto da essa. È
composta dalle strutture mentali ben integrate che la persona, nel corso della sua vita
fino al punto della traumatizzazione, è riuscita a costruire e continua a costruire dopo e
malgrado la traumatizzazione.
Resilienza

Non tutte le persone vengono coinvolte allo stesso modo dalle traumatizzazioni e
sviluppano i sintomi di un “disturbo postraumatico” (DPT). Emmy Werner (2000) e
Michael Rutter (2000) hanno osservato per oltre 40 anni lo sviluppo di 700 bambini su
un’isola hawaiana. Un terzo dei bambini, che provenivano da situazioni problematiche
di povertà cronica e con genitori mentalmente malati, divennero malgrado ciò adulti
capaci di vivere. I due ricercatori constatarono che le caratteristiche peculiari di questi
bambini erano la ricerca attiva delle soluzioni, un temperamento vivace e la capacità di
trovare delle persone di riferimento, che prendevano come modello, al di fuori della
famiglia. Con la parola “resilienza” da allora si indicano i fattori che rendono la
persona particolarmente resistente ai colpi del destino come malattie, disoccupazione,
perdite di persone care. La ricerca sulla resilienza indica nei seguenti fattori gli
elementi che assicurano una buona sopravvivenza di situazioni difficili:
• le persone resilienti accettano il loro destino, non chiudono gli occhi e non tentano di
scappare;
• le persone resilienti costruiscono relazioni sociali, non risolvono da soli i loro
problemi;
• le persone resilienti non si sentono vittime, rimangono ottimiste e credono che un
giorno la situazione migliorerà.

Coerenza
La ricerca sulla resilienza arriva a dei risultati simili a quelli scoperti dalla ricerca
della saluto-genesi (Antonovsky, 1997; Margraf, Siegrist e Neumer, 1998). La salute
mentale e fisica, secondo il concetto di Aaron Antonovsky, si crea attraverso il senso di
coerenza, che permane anche con esperienze di vita traumatiche, e permette che queste
esperienze possano esser viste come comprensibili, gestibili e sensate. La persona
colpita non si vive quindi come l’oggetto di altre persone o di situazioni negative. Di
fronte al suo destino rimane un soggetto a sé stante con i suoi pensieri, sentimenti e
azioni.
Da che cosa si crei questo sentimento di coerenza, da dove originariamente nasca, sono
domande a cui la ricerca sul legame dà una risposta. Secondo il concetto del legame di
John Bowlby (2006) è il vincolo sicuro con la madre, che crea, entro i primi tre anni di
vita, la base per un fondamento mentale stabile e aiuta a superare situazioni critiche nel
corso della vita.
Henry Krystal, che studiò a fondo le traumatizzazioni dei superstiti dell’olocausto, parte
dal presupposto di una situazione infantile precoce e congenita di ottimismo nei
confronti dei sentimenti materni positivi:

Gli adulti non sono quasi mai consapevoli della profondità delle scorte emotive nell’anima; che queste esistano si
mostra in un evidente ottimismo, una vitalità particolare e voglia di scoprirsi nei contatti sociali e lavorativi, che
trasmette la convinzione irremovibile di essere ben visto e amabile. La base fondamentale è uno stato magico
precoce congenito che è praticamente programmato a ricevere le cure materne positive e a fiorire. Non appena
il neonato ha stabilito una consapevolezza del sé funzionante e scoperto l’oggetto “esterno” buono, la madre, se
essa è sensibile, traduce i bisogni del bambino rispondendo con proprie reazioni affettive. Si impegna ad
accontentare subito le esigenze del bambino e a ristabilire una situazione di benessere. Attraverso il suo
comportamento trasmette al neonato di essere amorevole e perfetta. In questo modo si rafforza il suo
sentimento di onnipotenza che più tardi si potrà riscontrare nella convinzione che i suoi desideri abbiano una
forza magica.
(Krystal, 2000, p. 842)

Secondo Krystal, persone con un sano residuo di questo narcisismo infantile precoce
sono in grado di mantenere il loro ottimismo in situazioni di eccessivo carico mentale e
di conservare l’iniziativa anche se si riduce soltanto al pensiero o alle fantasie. In
condizioni psichiche pesanti riescono ancora a individuare le loro possibilità di
migliorare la loro posizione anche in circostanze di pericolo. Se la situazione rischiosa
ha esito positivo, soprattutto quelle azioni che hanno salvato la vita e l’autostima,
rimangono come ricordi altamente apprezzati.
4.6 Componenti traumatizzate
Le traumatizzazioni possono avere effetto sull’anima del bambino già prima della
nascita o durante il parto e possono avvenire durante la vita intera di una persona.
Prima succede una traumatizzazione, maggiormente sarà condizionato l’intero sviluppo
della persona dall’influsso di questa. La costruzione di strutture mentali sane ne verrà
ostacolata.
Il sé traumatizzato è il luogo dove si conservano le esperienze gravi che sono state
risvegliate dal trauma: il panico, l’impotenza, la disperazione, il dolore insopportabile,
la rabbia immensa, la vergogna profonda, i sensi di colpa ecc. Ciò che è avvenuto di
tragico, c’è ed è reale. Non si può più tornare indietro. Si può soltanto tenere l’evento
fuori dalla consapevolezza di una persona quanto possibile.
Mentre il sé di sopravvivenza invecchia, il sé traumatizzato rimane sempre all’età in cui
è avvenuta l’esperienza traumatica, perché a causa della scissione non può fare nessuna
nuova esperienza. L’accesso a ulteriori esperienze di vita e all’essere consapevolmente
presente è bloccato, per via dei meccanismi di controllo del trauma che si instaurano
automaticamente e inconsapevolmente, e tale accesso viene negato attraverso le
strategie consapevoli dell’io di sopravvivenza. Per questa ragione non può più
imparare nulla di nuovo. Così persiste una vita intera al livello di sviluppo nel quale si
trovava quando avvenne il trauma. Rimane rinchiuso nel suo mondo senza prospettive
di cambiamento, impegnato soltanto a resistere al ricordo dell’evento tragico. Lasciato
solo si tormenta domandandosi come uscire dalla situazione traumatica, senza però
ottenere mai il risultato che serve. È soltanto impegnato con il passato del trauma come
suo unico riferimento reale possibile.
A volte l’io traumatizzato viene messo in stato di allarme attraverso immagini, voci,
odori o tocco fisico che sono simili all’esperienza traumatica. A questo punto, nella
teoria del trauma, si parla di trigger (evento scatenante) che fa attivare l’io
traumatizzato. In quei momenti esso viene strappato dal suo stato di ritiro ed entra in
grande agitazione e panico. Ora esiste il pericolo che la scissione dell’evento
traumatico dentro all’inconscio non funzioni più e l’io di sopravvivenza perda il
controllo sulla consapevolezza.
In tali ritraumatizzazioni la persona colpita cambia drammaticamente a seconda della
situazione traumatica originaria e tutti gli schemi di reazione traumatici diventano
visibili. Nei singoli tipi di traumi vedremo più precisamente come e con quali
connessioni ai quadri sintomatici le malattie psichiatriche si manifestano (ad esempio
attacchi di panico o stati depressivi). In fondo ogni ritraumatizzazione risveglia una
specie di stato psicotico. La persona colpita non si percepisce più nel presente, ma
pensa, sente e agisce come nel passato, quando avvenne il trauma.
Per molto tempo vedevo ciò che di traumatico veniva scisso, come negativo, finché non
mi divenne chiaro che, nella parte scissa, veniva conservato anche ciò che in origine
era sano. In una componente traumatizzata, a seconda del tipo della traumatizzazione, è
ancora presente, ad esempio, il dolore oppure la paura o la rabbia originaria. In essa
vengono conservati i sentimenti essenziali di relazione: amore e sofferenza con le varie
sfumature e stati intermedi. Sono rinchiuse in essa come in una prigione. In questa
segreta sono sottratte alla vita, ma anche protette e tutelate. In ogni scissione traumatica
viene conservato qualcosa che ha un grande valore per le componenti sane.
4.7 Componenti dell’io di sopravvivenza
L’io di sopravvivenza sta seduto sull’io traumatizzato come se esso fosse una piastra
bollente e cerca di acquisire sempre più distanza dal calore bruciante che viene
emanato dall’io traumatizzato. Di conseguenza risulta logico che il suo agire non può
essere visto come indipendente dall’io traumatizzato, ma viene definito e pilotato da
esso in tutte le sue forme presenti.
L’io di sopravvivenza ha accesso a tutte le capacità presenti nell’anima le quali sono
necessarie per organizzare il seguito della vita dopo il trauma. È capace di pensare,
sentire e agire. Dispone di tutte le esperienze e di tutti i ricordi di una persona, esclusi
quelli che appartengono alle varie situazioni traumatiche che questa persona ha subito.
Potrebbe essere che l’io di sopravvivenza mantenga addirittura parzialmente qualche
ricordo di questi eventi traumatici, ma che gli manchi qualcosa di essenziale: il
riferimento interiore emotivo verso quella situazione. Nei confronti di questo non ha i
corrispettivi sentimenti. Un ricordo puramente mentale e cognitivo del trauma non gli
dice nulla. Questo è anche il senso della scissione. Una parte della persona deve essere
liberata, essere e rimanere libera dalla sovreccitazione del corpo, dalle percezioni di
paura mortale, dal sentimento profondo di abbandono e solitudine, dalla sensazione di
essere sopraffatti, dal senso di impotenza, della totale perdita di speranze e di
prospettive, dal dolore insopportabile, dall’immensa rabbia, dalla profonda vergogna o
dei sentimenti di ribrezzo o colpa, i quali si sono creati nell’anima di una persona a
seconda del tipo di situazione traumatica particolare.
Il sopprimere questi sentimenti riguarda originariamente solo la situazione traumatica.
La gestione dei sentimenti però può diventare una difficoltà generale per l’io di
sopravvivenza, perché rimane sempre il pericolo che sentimenti troppo forti risveglino
il ricordo del trauma, instaurino un collegamento e che attivino nuovamente l’io
traumatizzato.
L’io di sopravvivenza diventa il guardiano della scissione. Deve impiegare tutta la sua
attenzione ed energia perché il ricordo traumatico e l’esperienza consapevole non si
riuniscano nuovamente. La scissione è da un lato un meccanismo di sopravvivenza, che
si innesca automaticamente e inconsciamente, che sta a nostra disposizione senza il
nostro impegno consapevole e che regola di conseguenza il metabolismo cerebrale (ad
esempio con le morfine, sostanze narcotizzanti del corpo e i blocchi nervosi).
Dall’altro, la scissione è anche un processo consapevole che viene conservato con la
volontà di sopravvivere e la rimozione di esperienze brutte di vita, cioè attraverso l’io
di sopravvivenza. Esso si impegna con tutte le forze affinché l’io traumatizzato non
riprenda il sopravvento sull’esperienza consapevole e sull’azione. Respinge l’io
traumatizzato dalla consapevolezza. Tiene ben chiuso il coperchio sopra l’io
traumatizzato.
L’io traumatizzato fondamentalmente teme che le percezioni e i sentimenti possano
riaprire i canali in cui scorrono le emozioni provenienti dall’io traumatizzato. Teme di
venirne coinvolto e trascinato via e di perdere nuovamente il controllo. Per questa
ragione – secondo le mie osservazioni – l’io di sopravvivenza sviluppa cinque strategie
principali per mantenere la scissione tra sé e l’io traumatizzato.

ELUSIONE: L’io di sopravvivenza evita tutte le situazioni che sono simili al trauma
originario. Evita di guardare delle immagini che potrebbero risvegliare i ricordi del
trauma, evita addirittura di ascoltare o accennare singole parole che nominano il
trauma. Evita tutti quei sentimenti che potrebbero sconvolgere qualcosa in lui. L’io di
sopravvivenza suddivide il suo mondo in zone emotive di pericolo e di sicurezza. Visto
che l’evitare risveglia sempre nuovi comportamenti di elusione, le zone emozionali di
sicurezza nella vita di una persona possono diventare sempre più piccole e le zone di
pericolo sempre più grandi. La vita intera può diventare così un’unica strategia di
elusione e distrazione. Il blocco dei sentimenti diventa quindi il contenuto
dell’esistenza di un tale io di sopravvivenza. L’io di sopravvivenza a volte si riempie,
fino a colmarsi, di obblighi e compiti, per non dover sentire i sentimenti traumatici. È
grato a ogni diversivo che gli impedisce di riposare, perché il riposo è pericoloso, dal
momento che può far emergere dei sentimenti in modo non controllato. Davanti a
domande scomode, che ad esempio potrebbero toccare l’evento traumatico, l’io di
sopravvivenza si sottrae al contatto interpersonale e si rifugia nella dimenticanza (“non
riesco a ricordarmi...”).

CONTROLLO: Sono le situazioni critiche che l’io di sopravvivenza, malgrado tutte le


precauzioni, non può evitare e cerca di tenere sotto controllo. Questa strategia si
rivolge in prima linea verso l’interno: i propri sentimenti vengono rigorosamente
repressi. In seconda battuta verso l’esterno: altre persone vengono controllate nel loro
comportamento, vengono manipolate di nascosto oppure rimproverate apertamente su
ciò che possono dire e fare affinché il trauma non affiori nei ricordi. L’io di
sopravvivenza definisce tramite delle indicazioni sottili o minacce pesanti le zone tabù
le quali non possono esser toccate. Distrarre subito se stesso e altri con futili argomenti
e occuparsi di cose poco importanti quando emergono dei sentimenti o delle immagini
minacciose è una strategia ben comprovata dell’io di sopravvivenza. Da un io di
sopravvivenza che controlla può nascere un dittatore per il mondo circostante, che in
modo mirato rende dipendenti da lui altre persone e che cerca di sottomettere al suo
potere di controllo tutte le relazioni interpersonali affinché non si possa parlare degli
argomenti minacciosi. Anche nelle sue strategie di controllo e potere, l’io di
sopravvivenza supera i suoi limiti di capacità e spesso viene fermato soltanto grazie al
completo crollo fisico.

COM PENSAZIONE: Visto che evitare e controllare rendono faticosa e arida la vita, le
tolgono il gusto, sottraggono il rapporto emotivo e soddisfacente con il mondo
circostante, perché non è più accessibile la via naturale dell’appagamento delle
necessità, l’io di sopravvivenza cerca un equilibrio e una compensazione per ciò che
non può più avere in modo naturale a causa delle sue strategie di elusione o di
controllo. Allegria artificiale, pagliacciate e risate isteriche diventano le maschere
dietro alle quali si nasconde. Mangiare e bere in eccesso diventano il compenso per la
gioia che potrebbe nascere dal contatto interpersonale. Droghe giornaliere come caffè o
nicotina, oppure addirittura stupefacenti più pesanti, devono sollecitare artificialmente
delle esperienze liberatorie, quando lo stato nel quale si trova l’io di sopravvivenza
diventa insopportabile. Anche altre persone vengono usate in modo compensatorio
dall’io di sopravvivenza: i bambini devono sostituire le relazioni di coppia, i pazienti
quelle amichevoli, i colleghi di lavoro quelle familiari ecc. L’io di sopravvivenza nel
caso estremo può diventare un artista dell’artificialità.

ILLUSIONI: Per l’io di sopravvivenza le illusioni sono un mezzo importante di


sostentamento. Proprio perché la realtà del trauma è così insopportabile, la fuga
nell’illusione è una possibile via di uscita per non arrendersi a se stessi. Come possono
sopravvivere tutte quelle persone in guerra senza credere in un futuro migliore? Come
si potrebbe cominciare la ricostruzione dopo una calamità naturale senza
l’immaginazione che in futuro non ricapiti di nuovo? Come potrebbe un bambino
violentato darsi nuovamente in una relazione senza la supposizione che questo uomo o
questa donna sarà violento? Non tutte le credenze per un mondo migliore sono di per sé
illusorie. Le illusioni non devono essere confuse con un ottimismo necessario o sano.
Fiducia e ottimismo sono proprietà che vengono sviluppate soprattutto da bambini che
hanno avuto dei legami sicuri. Hanno sperimentato di potersi fidare dei loro genitori.
Perciò hanno potuto costruire la fiducia in se stessi e si aspettano, in futuro, di poter
affrontare anche delle situazioni pesanti. Le illusioni invece creano una bella
apparenza. Sono immaginazioni idealizzate e sbagliate della realtà. Le illusioni
abbelliscono la realtà e alimentano immaginazioni ingannevoli. Sono un mezzo per
confondere se stessi e gli altri. Le illusioni sono i sogni dell’io di sopravvivenza. L’io
di sopravvivenza si aggrappa agli ideali di una vita bella e sana: l’uomo ideale, la
donna dei sogni, la famiglia serena, l’enorme successo professionale, la carriera unica,
il dottore miracoloso, il guaritore carismatico, la vita eterna, l’amore eterno, la
rinascita ecc. Le persone sulle quali poi sono proiettate tali illusioni non vengono
realmente prese in considerazione. Non vengono vissuti come tali uomini, donne,
bambini, politici o medici come in realtà sono. Anche se queste persone idealizzate
riconoscono le fantasie illusorie e si difendono contro esse, l’io di sopravvivenza non
molla e si difende dal crollo del suo castello mentale di carte. Dopo un crollo
ricostruisce sempre nuovi castelli di carte e si aggrappa con più forza alle sue immagini
di un mondo sano. Il lasciare andare queste illusioni significherebbe riconoscere il
proprio trauma, percepire veramente il vuoto interiore e le profonde paure e ammettere
nuovamente il grande dolore.

ULTERIORI SCISSIONI: Se tutte le strategie nominate non aiutano più, all’io di sopravvivenza
rimane ancora a disposizione, come ultima via di uscita, una nuova scissione. La
componente che diventa insopportabile viene sposata nell’inconscio. Il resto che rimane
si sente così più leggero però è impoverito di un pezzo di realtà.

L’io di sopravvivenza cerca di dare il meglio di sé perché una persona possa


continuare a esistere dopo un’esperienza di vita traumatica. Fondamentalmente non è
pronto e non è in grado di ricondurre i problemi che appaiono durante la sua vita alla
scissione mentale che sta sostenendo. E non può nemmeno immaginarsi di revocare le
scissioni. Non saprebbe nemmeno come fare. Vede nella scissione la soluzione e non il
problema. Così, in tutti i problemi di vita che inevitabilmente si instaurano attraverso le
sue estreme strategie di superamento, non vedrà la connessione con la traumatizzazione,
il peso della quale viene sostenuto dall’altra componente della persona. L’io di
sopravvivenza suppone cause superficiali quando si manifestano delle crisi private e
professionali. Visto che l’esperienza traumatica deve rimanere in ombra di fronte alla
consapevolezza, le sue teorie rimangono superficiali, confuse o casuali. Rimane
bloccato nel presente con le sue supposizioni sul perché dei suoi problemi. Meno hanno
a che fare con lui e il suo passato traumatico, più gli piacciono le teorie che sente da
altre persone, riguardanti i suoi problemi. Per questo motivo l’io di sopravvivenza non
è un amico delle teorie del trauma. Non può e non vuole riconoscere la verità mentale
del trauma. Nei singoli tipi di traumi vedremo più precisamente come si presentano e
che effetto hanno le strategie di elusione, controllo, compensazione e illusione.
Siccome ha perso il riferimento alla realtà attraverso i processi di scissione, l’io di
sopravvivenza crea sempre di nuovo situazioni nelle quali si possono manifestare
nuove traumatizzazioni. Più estreme sono le strategie dell’io di sopravvivenza più
probabili saranno nuove traumatizzazioni.
Le strategie dell’io di sopravvivenza nella psicanalisi si chiamerebbero “resistenza”
contro i cambiamenti, “meccanismi di difesa” oppure “deformazioni caratteriali”. Nel
senso della psicotraumatologia di Gottfried Fischer sarebbero da classificare sotto
“schema compensatorio del trauma” (Fischer, 2000). Nel modello della voce interiore
di Hall e Sidra Stone le strategie dell’io di sopravvivenza corrisponderebbero alle voci
del “protettore”, del “critico interiore” o del “controllore”.
4.8 Scissioni multiple
Traumi diversi o traumi ripetuti dello stesso tipo conducono a una moltitudine di
scissioni. Attraverso ogni trauma una parte dell’anima di una persona diventa l’io
traumatizzato e una parte l’io di sopravvivenza. Se una persona finisce nuovamente in
una situazione traumatica deve tornare a scindersi mentalmente e si forma un ulteriore
io di sopravvivenza di fianco a un ulteriore io traumatizzato [Figura 3 – Scissione dopo
una seconda esperienza traumatica].

Con ogni nuovo trauma una persona si spezza in ulteriori singole parti. Più
traumatizzazioni deve subire nella sua vita, più singole componenti dell’anima saranno
presenti e più complessa diventerà la sua composizione mentale, e lo scontro fra le
diverse componenti tra loro. Per esse poi è sempre più difficile trovare un equilibrio
interiore stabile a metà strada. Una persona pluritraumatizzata affonda sempre più nel
suo caos interiore. L’io sano è sempre meno in grado di sostenere una facciata
apparentemente ordinata. Per l’io sano rimane sempre meno sostanza mentale per
affrontare la vita.
La struttura della personalità di un essere pluritraumatizzato diventa, per forza di cose,
“multipla”. Le singole componenti suddivise e scisse possono diventare, nel caso
estremo, personalità a sé stanti e con un proprio nome che lottano per la loro rispettiva
sopravvivenza, che si aggiudicano la precedenza in questa persona, che si spiano e si
combattono a vicenda e – fino dov’è possibile – concludono insieme delle alleanze e
dei compromessi. Dietro a una facciata di normalità che una delle componenti di
sopravvivenza cerca di sostenere nei confronti del mondo esterno, incombe una lotta
delle diverse personalità parziali per il dominio della consapevolezza e dell’azione
(Michael Huber, 1998).
4.9 Polarizzazioni estreme
L’io traumatizzato e l’io di sopravvivenza sono immagini speculari. Più intensa è
l’esperienza traumatica, più ampio è il ritiro dell’io traumatizzato e più espanse e
radicali devono diventare allora le componenti di sopravvivenza. L’io di
sopravvivenza è la forza di contrapposizione all’esperienza di impotenza nella
situazione traumatica.
• L’io di sopravvivenza cerca di compensare la debolezza estrema dell’io
traumatizzato con estrema forza e dominanza.
• Un io traumatizzato, le cui funzioni vitali elementari sono ridotte, può avere di fronte
a sé un io di sopravvivenza maniacale, assetato di vivacità e che di tanto in tanto si
sfoga spudoratamente, senza rispettare nulla.
• Un bambino la cui traumatizzazione consiste nel non essere preso in considerazione
dai propri genitori, spesso sviluppa un io di sopravvivenza che si fa estremamente
grande e si gonfia per essere visto. Questo io di sopravvivenza ha l’energia, spinto
dalla sua pressione narcisistica, per diventare un grande artista, un noto politico o un
famoso scienziato.
• A un bambino con una componente traumatizzata estremamente ferita può stare
accanto un io di sopravvivenza rabbioso fuori misura e aggressivo, e che non ha paura
di niente per evitare di farsi ferire nuovamente.
• Una controreazione a un io traumatizzato estremamente impaurito e senza sostegno
può essere un io di sopravvivenza che rende completamente indipendente e che non si
vuole legare a nessuno.
• A un io traumatizzato che deve tacere qualcosa, può corrispondere uno spirito, nell’io
di sopravvivenza, che corre in giro a velocità supersonica, che parla e parla e cerca
qualcosa ovunque, qualcosa che non riesce ad afferrare concretamente.
• Da ferite estreme, da vergogna e sensi di colpa può crearsi un’immagine speculare di
un io di sopravvivenza altamente moralista.

Quali traumatizzazioni portino a determinate formazioni dell’io di sopravvivenza


diventerà più chiaro nei capitoli seguenti. Forse però, a questo punto è ragionevole che
ci occupiamo delle forme estreme dell’io di sopravvivenza nell’ambito di disturbi
pesanti della personalità (borderline, personalità narcisistiche, antisociali o isteriche) e
di schizofrenia (paranoia, manie, disturbi schizo-affettivi).
4.10 Stabilità ed equilibrio
Il sistema mentale deve essere sempre nuovamente bilanciato dopo un trauma. Esiste un
cortometraggio (Die Balance, “L’Equilibrio”) che rende questo visibile. Su una piccola
piattaforma, molto distante dal suolo ci sono diverse persone. Tutte le volte che una
persona si muove la piattaforma si inclina. Per evitare che la piattaforma si rovesci o
che una persona precipiti nel vuoto, un’altra persona si deve muovere in un altro posto.
Così qualcuno sulla piattaforma è in continuo movimento e tutti costantemente sono in
tensione per quando toccherà a loro fare un movimento di compensazione.
Il sistema delle componenti sane, traumatizzate e di sopravvivenza lo possiamo
immaginare in modo simile. Tutte le volte che una componente fa qualcosa anche le
altre devono reagire. Malgrado loro pensino di essere indipendenti tra di loro per via
della scissione, non lo sono per niente. Rimangono dipendenti l’una dall’altra. Se la
componente traumatizzata entra inconsapevolmente in azione, la componente di
sopravvivenza viene sottoposta a uno stress enorme. Quando la componente
traumatizzata diventa più attiva quella sana non può continuare a ignorarla. Quando la
componente di sopravvivenza reagisce in modo ancora più estremo, ciò riguarda anche
la componente sana. Fintanto che il trauma viene affrontato soltanto con le scissioni, ci
saranno – nel migliore dei casi – dei movimenti dell’anima un po’ meno violenti. Molta
dell’energia vitale fluisce nelle attività e nei movimenti di equilibrio delle componenti
dell’io di sopravvivenza. Il pericolo che l’io traumatizzato possa inaspettatamente
venire a galla in modo incontrollato e che rovesci tutto il sistema è perennemente
presente.
4.11 Basi fisiche per le scissioni
Dalle parti sane nell’anima ci si aspetterebbe che siano in grado di riconoscere le
scissioni come una realtà. Vedersi come scissi richiede però sempre lo sforzo e la
prontezza di affrontare se stessi sinceramente. Da parte dell’io di sopravvivenza esiste
come già detto una grande avversione a riconoscere consapevolmente la realtà di una
scissione mentale. L’io traumatizzato si è già nascosto e tace la maggior parte del
tempo. Il fatto che la moltitudine delle persone non percepisca consapevolmente le
scissioni oppure le consideri possibili solo in casi estremi, dice poco sulla reale
presenza di scissioni mentali. La nostra consapevolezza è il tentativo di un adattamento
mentale alla nostra attuale situazione di vita. Non coglie in nessun modo la realtà così
com’è. Interpreta e spiega il mondo dalla prospettiva delle necessità e dalle esigenze
vitali.
Per questa ragione, noi esseri umani ci abitueremo solo lentamente alla realtà delle
scissioni della personalità. Ma forse dovremmo prenderci lentamente confidenza se non
vogliamo trovare soltanto modi di fare illusori, ma delle vere soluzioni per i nostri
problemi mentali. Più invecchiamo e più ci dobbiamo confrontare con la questione, se
stiamo rincorrendo solo delle immagini illusorie oppure se siamo in grado di strutturare
la nostra vita con tutta la nostra realtà mentale.

Cervello e corpo
Una particolarità di noi esseri umani è il nostro cervello. È l’organo centrale nel quale
sono rappresentate tutte le singole componenti del nostro corpo e che produce le
connessioni necessarie tra le varie parti. Il nostro fisico è animato in ogni sua cellula e
la nostra psiche, la nostra anima e la nostra mente sono profondamente ancorate nel
nostro corpo. Corpo, anima e mente sono differenti forme di un’unità viva.
La ricerca sul cervello porta alla luce quotidianamente, grazie a delle procedure che
forniscono immagini, nuove verità (Spitzer, 2005). A differenza dell’idea tradizionale
che il cervello fosse una struttura stabile già dall’inizio, oggi sappiamo che:
• il cervello, nel corso della vita umana, subisce dei cambiamenti strutturali,
biochimici e funzionali a seconda delle fasi della vita e che non è conformato
geneticamente (Bauer, 2002);
• le impronte lasciate da esperienze relazionali nella prima infanzia hanno pesanti
conseguenze sullo sviluppo della struttura cerebrale (Huether, 2005);
• il cervello femminile e quello maschile si differenziano l’uno dall’altro in molti
aspetti (Brizendine, 2007).

Dal punto di vista anatomico si può riconoscere che il nostro cervello è costruito da
diversi strati:
• una zona del cervello, vecchia, che regola le funzioni base del metabolismo fisico
come il battito cardiaco, il respiro, il ritmo sonno-veglia e le funzioni sessuali;
• una zona del cervello, intermedia (“sistema limbico”), nel quale vengono elaborati
soprattutto i sentimenti e i ricordi, e
• una zona, relativamente giovane nel suo sviluppo (“neocorteccia”), nella quale
vengono messe a disposizione le basi neurali per le capacità intellettuali come il
pensiero, il linguaggio e l’immaginazione.

Il cervello deve coordinare tra di loro le componenti di diverse età-cervello e i loro


vari compiti. Deve correlare in modo sensato la percezione degli stati fisici interiori
con la percezione del mondo esterno tramite la vista, l’udito, l’olfatto, il gusto e il tatto.
Le percezioni devono essere messe in relazione con le valutazioni soggettive
dell’oggetto percepito, quindi con i nostri “sentimenti”. I sentimenti devono essere
coordinati con i pensieri che poi istruiscono la nostra azione.

Percezioni fisiche, sentimenti e ragione


La percezione fisica è il fondamento della nostra anima. Da queste percezioni fisiche
scaturiscono i sentimenti che, come descritto da Antonio Damasio, hanno sempre un
“marcatore somatico”, cioè sono ancorati nel nostro corpo (Damasio, 2005, 2006). I
sentimenti ci trasmettono se la cosa percepita è buona o cattiva per noi, se ci invoglia o
se ci rende svogliati. I nostri sentimenti imbrigliano il nostro pensiero anche se questo
ci vuol far credere il contrario. Damasio come ricercatore sostiene qui una posizione
chiara a favore del primato delle sensazioni e percezioni fisiche rispetto a quelle
puramente cognitive:

Per me le sensazioni hanno una condizione veramente privilegiata. Sono presenti su tanti livelli neuronali, incluso
quello neocorticale, nel quale sono l’equivalente neuroanatomico e neurofisiologico di tutto ciò che viene
assorbito da altri canali sensoriali. Ma grazie a questo legame indissolubile con il corpo si instaurano come prime
durante lo sviluppo e mantengono un primato che pervade la nostra vita spirituale impercettibilmente. Visto che
il cervello è il pubblico attento del corpo, le sensazioni si aggiudicano la vittoria su ogni cosa. E visto che ciò che
è presente per primo fornisce un sistema di riferimento per ciò che segue, le percezioni stabiliscono in modo
preponderante come il resto del cervello e il cognitivo avvertono i loro compiti.
(Damasio, 2006, p. 219)
Questo significa quindi che l’inconscio comanda il conscio più di quanto a noi esseri
umani possa spesso piacere. Le nostre esperienze precoci, soprattutto quelle della
prima infanzia, formano la base per ciò che percepiamo, sentiamo e quindi anche
pensiamo da adulti.
La capacità consapevole di pensare sembra essere piuttosto elemento aggiunto
tardivamente al processo evolutivo. Se il malessere, le sensazioni dolorose e le paure
ci informano che nel nostro corpo o nella nostra vita sociale c’è qualcosa che non va,
ha inizio un processo mentale di ricerca di una possibile risoluzione veloce del
problema. Con il pensiero si crea un certo margine di manovra che permette di non
dover reagire subito, né agire immediatamente. Se nell’immediato non troviamo niente
che dia sollievo al problema attuale allora ci possiamo occupare delle possibili cause,
con l’aiuto del pensiero. In fondo noi esseri umani non siamo ricercatori delle cause,
ma pragmatici del quotidiano. Fintanto che, bene o male, qualcosa funziona in modo
soddisfacente, ci adattiamo alle vicende attuali senza pensarci molto, oppure
legittimiamo con pensieri superficiali ciò che faremo secondo i nostri sentimenti.
Ciò che escogitiamo deve aver poco a che fare con la realtà finché troviamo nuove
soluzioni pratiche per affrontare i nostri problemi. Per questa ragione il mondo dei
pensieri umani è anche pieno di fantasie astruse, di idee e mezze verità assurde. Il
nostro pensiero non è abituato a individuare “obiettivamente” un’immagine teorica
della nostra realtà. Sta a servizio della singola persona o del gruppo al quale si sente
appartenente in quel momento. Il tempo per una ricerca precisa delle cause, noi esseri
umani ce lo prendiamo solo in casi eccezionali, durante delle crisi personali più o
meno grandi o dopo delle catastrofi sociali. Solo se spinti dall’esigenza siamo costretti
a guardare da vicino dove sono le radici del nostro bisogno. In tali momenti la nostra
mente si può innalzare a livelli impensati e portare alla luce profonde verità su noi
esseri umani e sul mondo. Per questa ragione, secondo la mia esperienza, persone
traumatizzate che hanno il coraggio di guardarsi dentro sono spesso i migliori
conoscitori dell’anima umana. Attraverso esperienze traumatiche e malattie mentali
siamo costretti a ripensare e ad ampliare la comprensione del nostro interiore.

Punti di rottura
Come ci sono le scissioni mentali, nello stesso modo naturalmente esistono punti di
rottura in ogni persona. Là dove con il proprio sforzo mentale si deve unire o
coordinare, spesso rimangono debolezze e carenze. In questi punti le connessioni
possono essere dissolte più facilmente. Questo riguarda soprattutto le zone di contatto
dove si incontrano sensazioni fisiche, sentimenti e pensieri.
Ad esempio la medicina sfrutta questa caratteristica per causare uno stordimento in
caso di dolori. Tramite delle sostanze chimiche, l’anestesista interrompe la
trasmissione del dolore dalla periferia al cervello.

Anche in presenza di una scissione mentale, nel nostro sistema nervoso avviene un
processo di intorpidimento: la trasmissione del dolore viene interrotta e viene bloccato
l’arrivo del segnale di paura nella corteccia cerebrale. Grazie all’inibizione della
trasmissione dello stimolo, ad alcuni scomparti del sistema nervoso può essere negato
l’accesso alla consapevolezza. Come nell’anestesia medica, anche nella scissione
dovuta al trauma, con il tempo diminuisce l’effetto delle sostanze anestetiche, che
causano l’interruzione della trasmissione dell’informazione e in particolare del dolore
nel sistema nervoso. L’anestesista deve fare quindi altre punture di anestetico; il
cervello deve sintetizzare nuove sostanze anestetiche. Per questo motivo la
dissociazione dovuta al trauma non è un evento unico, ma un processo metabolico, che
viene sostenuto e mantenuto attraverso dei meccanismi mentali, come già descritto. Io
suppongo che persone traumatizzate si stanchino così velocemente perché consumano
tanta energia in più per il mantenimento delle scissioni.
Nella Figura 4 vengono indicate diverse possibilità di scissioni orizzontali nella
percezione fisica: i segnali dal cervello alle corde vocali possono essere interrotti, una
persona può dunque non riuscire a parlare di qualcosa di importante. Sulle spalle ci può
essere un grande peso senza capire perché. La regione del torace e del cuore può
avvertire una pressione isolata o un dolore senza che altro trapeli alla coscienza. Nella
pancia si può sentire un grosso macigno senza alcun motivo apparente. Il piacere
sessuale può esser bloccato, anche se lo si vorrebbe vivere. Braccia, mani, gambe o
piedi possono avere percezioni isolate (formicolio, parestesia, inquietudine) [Figura 4
– Spunti per scissioni orizzontali].
Il tappo
Uno dei miei pazienti è andato dal dottore per una sensazione di pressione nella pancia.
Dopo il trattamento per alcuni giorni non avvertiva più il sintomo che però
successivamente si è spostato più in alto. La sua voce è divenuta roca e non poteva
quasi più parlare. Durante la sua psicoterapia si sono chiarite poi le correlazioni: da
piccolo aveva accumulato inconsciamente i traumi di guerra di sua madre e aveva poi
scisso i sentimenti di solitudine nati durante la sua infanzia. Queste paure estreme
avevano prodotto delle sensazioni di tensione nella sua pancia. In un primo momento,
durante un’ora di terapia le ha visualizzate come un tappo viscido e schifoso. A seguito
del trattamento medico la via verso l’alto era diventata più libera, ma il processo poi si
bloccava alla successiva zona di contatto utile alla trasmissione del suo dolore alla
consapevolezza. Il paziente non riusciva ancora a parlare della sua esperienza infantile
e non riusciva ancora a piangere. Per ora non aveva fiato per questo. Durante una seduta
terapeutica continuò a rimanere con le immagini che emergevano, e d’un tratto e in
modo spontaneo si scaricarono le energie traumatiche accumulate nel suo corpo, il suo
dolore e la sua paura. Per diversi minuti pianse violentemente. Poi divenne tranquillo e
si sentiva più rilassato e bene nel suo corpo. Il blocco fisico, che fino ad allora aveva
tenuto separato il suo io infantile traumatizzato dal suo io di sopravvivenza adulto si era
sciolto.
I due emisferi del cervello con i loro compiti diversi rappresentano anch’essi un punto
di contatto che può essere utilizzato per le scissioni. Mentre la parte destra del
cervello, evolutivamente più vecchia, elabora soprattutto il vissuto emozionale, la parte
sinistra più giovane è addetta per lo più ai processi di pensiero e logica. Una scissione
di emozioni e pensieri può dunque avvenire tramite un blocco nello scambio delle
informazioni tra l’emisfero sinistro e destro. All’emisfero sinistro si presume che
competa in particolare la funzione di estrapolare e registrare da una posizione meta-
cognitiva i processi mentali della persona, di commentarli ed elaborare così una
consapevolezza dell’io e del sé. Se quindi viene parzialmente bloccata la
collaborazione tra l’emisfero sinistro e destro, allora una gran parte del vissuto viene
spinto nell’inconscio e la parte rimanente rappresenta il resto della consapevolezza con
la quale si può ancora intellettualizzare ma non si può sentire.

Nella Figura 5 vengono indicate queste forme di scissioni verticali. Tali forme di
scissione si possono riconoscere quando ci si sente come divisi a metà, quando si
hanno due metà completamente differenti del viso o del corpo oppure quando alcuni
disturbi di salute avvengono soltanto in una metà del corpo [Figura 5 – Spunti per
scissioni verticali].
Quando si capiscono queste connessioni, diventa più chiaro perché le traumatizzazioni
precoci hanno effetti negativi diversi sullo sviluppo di una persona. Esse disturbano il
processo necessario di integrazione nel corpo e nella struttura mentale di un essere
umano fin dalla base. Se una scissione è attiva continuamente nello sfondo, il rischio di
una malattia fisica aumenta perché il corpo riesce sempre meno a combinare ed
equilibrare gli impulsi regolatori contraddittori che provengono dall’io di
sopravvivenza e dall’io traumatizzato. Il corpo, attraverso un trauma, diventa il servo di
due padroni, come se un cavallo avesse due o più cavalieri sulla schiena. Gli uni usano
gli speroni, gli altri tirano le briglie. Non c’è da meravigliarsi che dati questi
presupposti, il corpo un giorno neghi, in parte o del tutto, il suo servizio, perché in linea
di principio dovrebbe essere sia attivo che passivo allo stesso momento. Le malattie
autoimmuni mi sembrano degli esempi particolarmente adatti per spiegare disturbi nati
da scissioni mentali. In queste malattie il sistema immunitario aggredisce il proprio
corpo, invece di proteggerlo.
La corsa contro il filo spinato
Uno dei miei pazienti era cresciuto in una famiglia nella quale regnava un clima
particolarmente aggressivo. I suoi genitori litigavano regolarmente e i bambini
venivano picchiati spesso. D’altra parte il paziente era anche il confidente di sua
madre, una donna profondamente scissa e impaurita. Lui si sentiva come il suo principe
che doveva proteggerla dal padre violento. Più tardi sposò una donna con la quale, a
suo dire, ogni ricerca di contatto gli sembrava una corsa contro il filo spinato. In questo
matrimonio apparvero per la prima volta i suoi dolori reumatici muscolari e articolari
che lo resero sempre più immobile. I suoi medici diagnosticarono una malattia
autoimmune rara che venne trattata soprattutto col cortisone. Più lui riconosceva,
durante la sua psicoterapia, le sue scissioni mentali, più si liberava da questa
opposizione tra la paura estrema dei genitori violenti e la sua nostalgia infinita di
amore, e più miglioravano le sue condizione, con grande meraviglia dei medici.

L'attivazione di una scissione

Noi esseri umani memorizziamo le nostre esperienze. Questa è una proprietà positiva
perché grazie a ciò siamo capaci di imparare. La memorizzazione di esperienze
estremamente negative ha però dei difetti e delle controindicazioni: aumenta la
sensibilità per le percezioni negative. Più noi facciamo delle esperienze negative, più
sensibili diventiamo. Per chi ha fatto delle esperienze stressanti estreme, anche una
normale situazione carica diventa stressante. Per chi ha dovuto fare un’esperienza
traumatica, già una “normale” situazione da stress può risvegliare l’io traumatizzato con
le sue reazioni di paura e di impotenza. Se abbiamo già fatto delle esperienze
traumatiche, le situazioni pesanti vengono vissute come stressanti e situazioni stressanti
come traumatiche. Per questo spesso ci meravigliamo perché abbiamo delle reazioni
eccessive in situazioni innocue. Dietro c’è l’attivazione di un’esperienza scissa.
Consapevolezza del sé come risultato particolare

La consapevolezza è una delle tante qualità della nostra esistenza fisica e mentale. La
consapevolezza non è uno stato permanente. Essa può essere presente, può sparire in
parte o del tutto ad esempio in uno svenimento o nel sonno. Forse la consapevolezza è
come ciò che nei computer, viene caricato in programmi e dati nella memoria del disco.
Con questa possiamo affrontare il compito di vita che è necessario al momento.
Per questo motivo, “identità”, “io” e “sé” non sono delle grandezze mentali presenti fin
dall’inizio. La loro esistenza è il prodotto stesso dello sviluppo mentale. Frank Putnam
è del parere

che ai molti compiti di sviluppo, che dobbiamo affrontare nel periodo della nostra crescita, appartengono la
consolidazione del nostro sé e della nostra identità su stati comportamentali e la modulazione di passaggi tra
diversi stati comportamentali.
(Putnam, 2003, p. 75)

Presumibilmente solo la formazione di un secondo emisfero ha permesso questo grande


passo dell’evoluzione umana, cioè di diventare consapevoli di se stessi e di avere una
consapevolezza dell’io (Ivanov, 1983).

Processi paralleli
Parallelamente e allo stesso tempo in una persona si avvicendano molti stati che
vengono registrati, coordinati e gestiti dal sistema nervoso e dai quali essa si lascia
influenzare e dirigere. Il nostro cervello è una struttura reticolare che elabora molte
informazioni una di seguito all’altra e che si può rispecchiare in se stessa. È per questo
che si possono sviluppare più stati d’identità allo stesso momento dentro di noi. Come
vedremo poi in un capitolo speciale, esiste una particolare specie di neuroni, i “neuroni
specchio”, che presumibilmente permettono di simulare dentro di noi gli stati d’animo
di altre persone. Con questa moltitudine di possibili stati fisici, d’animo e mentali si
pone quindi la domanda di quale dei tanti stati presenti diventa, alla fine, lo stato
d’identità che viviamo come il nostro io “reale”. La consapevolezza dell’io può
percepire sempre soltanto un unico stato di identità, che ha il comando del momento
attuale. Gli altri candidati per l’io dominante devono rimanere inconsciamente sullo
sfondo e aspettare la loro possibilità di avanzare nella consapevolezza centrale.
Stati mentali che stanno facendo nuove esperienze con il mondo esterno, in circostanze
normali, entrano in correlazione con l’io consapevole. Se sono presenti delle scissioni
mentali, allora può succedere che l’io, che sta facendo l’attuale esperienze di vita,
venga influenzato così tanto dalla componente traumatizzata da proiettare nel mondo
molto più della sua esperienza traumatizzata di quanto possa estrarvi in informazioni
nuove. Consapevolmente però non se ne rende conto. Chi ad esempio ha vissuto
violenza estrema può percepire in una persona completamente innocente, d’un tratto, un
aggressore dal quale sentirsi minacciato.
5. FORME DI SCISSIONE

Nei miei libri Verwirrte Seelen (Ruppert, 2002) e Trauma, Bindung und
Familienstellen (Ruppert, 2005) ho differenziato quattro tipi di traumi:
• trauma esistenziale;
• trauma della perdita;
• trauma del legame;
• trauma del sistema del legame.

Il trauma e il legame psicologico devono essere capiti nella loro correlazione. Questa è
una delle scoperte essenziali del mio lavoro psicoterapeutico con molte persone
pesantemente traumatizzate. Un’esperienza traumatica ha quasi sempre un effetto sui
legami psicologici di un essere umano:
• perché tramite un evento traumatico vengono coinvolte altre persone (ad esempio in
un trauma esistenziale i familiari e i soccorritori);
• perché la perdita di un’altra persona viene percepita come perdita traumatica solo
quando c’è stato un legame mentale verso questa persona;
• perché l’esperienza traumatica riguarda direttamente il sistema di legame di una
persona e influenza in modo elevato la capacità di legarsi;
• perché un’esperienza traumatica in un sistema di legame intraumano, soprattutto in una
famiglia, può avere delle conseguenze così devastanti da distruggere le relazioni per
molte generazioni;
• e perché la possibilità di superare esperienze traumatiche dipende dalla sicurezza con
cui è legata una persona e le risorse affidabili alle quali può attingere (Gasch, 2007).

Io concordo fondamentalmente con Anngwyn St. Just che si manifesta contraria a un


restringimento della definizione del trauma come eventi di shock isolati (St. Just, 2005).
Un trauma è, nella maggioranza dei casi, un evento sociale. Trauma e processi di
legame nell’anima umana sono intrecciati in modo inseparabili.
5.1 Trauma esistenziale
In un trauma esistenziale si tratta di vita e di morte. Si tratta della pura sopravvivenza
nella situazione (ad esempio in una catastrofe naturale, in un incidente stradale, in
situazioni di guerra). Il sentimento principale in una situazione di trauma esistenziale è
la paura della morte. Spesso le persone si impietriscono alla fine della situazione
traumatica. Nel seguente esempio possiamo riconoscere bene come si comportano l’io
di sopravvivenza e l’io traumatizzato dopo un’esperienza di trauma esistenziale. Uno
dei miei studenti, Josip Stricevic, dopo la guerra in Croazia ha fatto una ricerca di come
vivono ora i veterani di guerra (Stricevic, 2002). Il seguente caso, parzialmente ridotto
e rielaborato, proviene dalla sua tesi di laurea (pp. 48-50).
“Ero pronto ad arrendermi”
Il signor L. ha 55 anni, è sposato e ha quattro figli. Mi dice che è stato in guerra quattro anni, cinque mesi e tre
giorni. Lui e la sua famiglia sono stati cacciati dal paese dove, da generazioni, facevano i contadini. Prima della
guerra aveva una bella casa, tanti campi e macchine per lavorarli. Il paese venne distrutto completamente dai
combattenti serbi, anche la sua casa. I serbi saccheggiarono tutte le case e diedero loro fuoco.
Nell’esercito il signor L. era un soldato semplice che come gli altri stava in trincea. Dopo che il suo paese era
stato occupato, non riusciva più a rimanere tranquillamente in trincea. Da solo andava dietro agli appostamenti
serbi e ispezionava sempre il paese, ricontrollando ogni volta se tutto era già stato distrutto. Durante uno di
questi spostamenti venne sorpreso da tre soldati serbi. Lo rincorsero dentro alla boscaglia dove lui cercava di
nascondersi. Queste le sue parole: “D’un tratto erano esattamente sopra di me. Io stavo rannicchiato sotto dei
piccoli e radi cespugli ma loro non mi vedevano. Nemmeno io riesco a capire come mai. Non ne potevo più dalla
paura. Ero pronto ad arrendermi. In quel momento, mentre volevo alzarmi, qualcosa dentro di me mi disse di
stare fermo ancora per breve. Questa fu la mia salvezza. Loro si allontanarono”.
Mentre il signor L. raccontava questo, si potevano vedere i primi segni di una ritraumatizzazione: la sua voce
divenne tremolante e bassa, non riusciva a tenere più ferme le mani e in breve tempo era completamente
bagnato di sudore. Io continuavo a ripetere che lui ora era qui e al sicuro. Lentamente si tranquillizzò, riprese a
respirare profondamente e per breve tempo non parlò. Riprese: “Quando non furono più in vista, ricominciai a
correre ma loro mi sentirono. Iniziarono a lanciarmi delle granate. In quell’istante passai in una zona dove si
trovavano dei cadaveri di soldati croati e corsi per nascondermi sotto di loro. La puzza era insopportabile ma
questi ragazzi mi salvarono la vita perché mi accorsi che le schegge delle granate si conficcavano nei loro corpi
e mi proteggevano come un giubbotto antiproiettile. Dopo un po’ di tempo i soldati serbi cessarono il fuoco e
qualcuno di loro si avvicinò. Nel vedere i cadaveri si divertivano e dicevano: ‘Ora quel porco è vicino ai suoi
fratelli, ai quali appartiene’. Presero a calci alcuni cadaveri e proseguirono nella convinzione che tutti fossero
morti. Io rimasi sdraiato così alcune ore finché non ebbi il coraggio di uscire e ritornare alla mia unità”.
I compagni si accorsero del suo progressivo cambiamento e quindi gli accennarono il fatto che si stava
chiudendo in se stesso sempre di più, che parlava da solo e a volte non gli si poteva rivolgere la parola. Gli venne
consigliato di consultare uno psicologo. Lui si offese per la loro proposta, perché non era matto e quindi non
aveva bisogno di uno psichiatra. Non era assolutamente un caso clinico ma solo stanco.
Malgrado ciò che aveva vissuto, non riusciva a trattenersi e continuò a tornare nel suo paese finché un giorno
non lo presero. Trascorse diversi mesi come prigioniero di guerra, però riuscì a liberarsi, grazie all’aiuto di un
soldato giovane che era nell’esercito jugoslavo. Dopo una marcia di diversi giorni tornò alla sua unità. Lo
congedarono ma lui non lasciò il suo posto finché non crollò e si svegliò dopo alcuni giorni all’ospedale. Al
risvegliò era completamente disorientato: aveva un’amnesia parziale relativa al suo momento del malessere.
Diagnosticarono un disturbo da stress postraumatico (DSP T) e un’alterazione della personalità. Non poteva più
tornare in guerra.
Oggi vive con la sua famiglia di nuovo nel suo paese. Soffre di incubi, attacchi di panico, fobie sociali e pensieri
di suicidio. Si è isolato dal suo ambiente. La maggior parte del tempo lo trascorre passeggiando, perché questo lo
tranquillizza. Visto che in quel posto era stato anche prigioniero, viene sempre attirato dai luoghi nei quali fu
picchiato e dove si coprì con i compagni morti. Quando raggiunge questi posti ha sempre la sensazione che degli
tschetniks lo inseguano o che gli stiano tendendo un agguato dietro a un cespuglio. Per combattere questi
sintomi deve prendere giornalmente 14 pastiglie. Le psicoterapie gli vengono concesse una volta all’anno per
due settimane.
Riceve una pensione minima che però non basta per sopravvivere. La sua famiglia lavora nei campi e lui cerca
come meglio può di contribuire. Ma ci sono dei giorni in cui per paura non va a lavorare. In campagna spesso ha
degli attacchi di panico e scappa via. La famiglia non si dimostra comprensiva nei suoi confronti: lo accusano di
essere pigro e uno scansafatiche. I vicini non vogliono avere a che fare con lui, perché la famiglia lavora e lui
trascorre il tempo facendo delle passeggiate. Anche se lui ha lottato per questo paese, appartiene, assieme ad
alcuni suoi compagni, alla minoranza. Spesso viene loro rimproverato di aver voluto fare gli eroi. All’inizio
reagiva con violenza a questi commenti, oggi però evita le piazze pubbliche per paura di perdere il controllo.

Dalla narrazione di questi eventi si possono capire bene origine e conseguenze di un


trauma esistenziale. La situazione traumatica in sé consiste nel fatto che il signor L.
guarda come soldato la morte negli occhi. Lui agisce lucidamente e seguendo l’intuito in
modo giusto. Poi cessa tutte le sue attività quando non vede più scampo e si arrende
impotente al suo destino. Nella sua paura di morire è sdraiato ai piedi dei suoi nemici
completamente spacciato. Solo per pura fortuna sopravvive e rimane impietrito per ore.
Quando si rialza si è già verificata la scissione nella sua anima. Ora è la componente di
sopravvivenza che torna alla sua truppa e continua a vivere come se niente fosse e la
componente traumatizzata che si ritira spaventata di fronte a tutte le persone e alla
quale, nel suo irrigidimento, non si può rivolgere la parola. Nel suo stato di shock è
come congelata. La componente di sopravvivenza del signor L. non può raccontare nulla
della situazione traumatica. Lui non può comunicare a nessuno l’esperienza appena fatta
e quindi il suo comportamento risulta incomprensibile dagli altri. Essi però avvertono
che il signor L. non è più quello di prima.
La sua componente di sopravvivenza rifiuta le considerazioni dei suoi compagni di
guerra secondo le quali c’è qualcosa che non va in lui. Egli cerca una spiegazione
plausibile al suo cambiamento nell’ambito della quotidianità e che quindi non ha nulla a
che fare con il trauma appena vissuto: crede di essere soltanto “stanco”.
La sua componente di sopravvivenza continua a comportarsi così come se il trauma non
fosse avvenuto e quindi si reca nuovamente nella situazione di pericolo. Ancora, solo
per pura fortuna, sopravvive all’arresto e alla prigionia. La componete di
sopravvivenza continua a non vedere la realtà: finge che non sia successo nulla. Qui
abbiamo il principio della polarizzazione: all’estrema impotenza della componente
traumatizzata corrisponde, nella componente di sopravvivenza, un eroismo cieco che si
crede invincibile. Tornando nel suo paese, questa componente di sopravvivenza espone
la componente traumatizzata nuovamente al trigger della paura della morte, fin tanto
che l’intero sistema psichico non è più in grado di funzionare. Attraverso il meccanismo
di emergenza dello svenimento si arriva a uno spegnimento dell’intera consapevolezza
vigile. L’amnesia post-risveglio indica che il signor L., subito prima dello svenimento,
si trovava nella componente dell’io traumatizzato.
Dopo la guerra, nel signor L. la componente di sopravvivenza mantiene il sopravvento
per la maggior parte del tempo, però viene stimolata ripetutamente la componente
traumatizzata e si manifestano spesso situazioni di ritraumatizzazione, quando il signor
L. sosta esattamente in quei punti nei quali ha vissuto le sue paure mortali. La sua
componente di sopravvivenza viene attratta, guidata inconsapevolmente dalla
componente traumatizzata, esattamente dai luoghi nei quali è avvenuto il trauma, come
se dovesse capire o risolvere qualcosa lì, qualcosa che attraverso la scissione della sua
esperienza gli è diventato incomprensibile.
Il segno evidente di un trauma esistenziale sono gli attacchi di panico, quindi fasi in cui
la componente traumatizzata diventa la consapevolezza dominante dell’io e che fa
tremare, sudare e cessare di respirare il corpo per diversi minuti.
Anche negli incubi notturni, la componente traumatizzata oltrepassa la soglia di
percezione, quando nel sonno l’anima tenta di elaborare i conflitti attraverso i sogni. Un
trauma non si lascia però elaborare attraverso i sogni. Il sogno porta sempre allo stesso
punto dell’impotenza e dello sconforto, dal quale ci si può allontanare nuovamente con
il risveglio tornando alla componente di sopravvivenza.
Le fobie sociali del signor L., cioè la sua paura generale delle persone, si spiegano
anch’esse con una componente traumatizzata. Egli ha un’enorme paura delle persone e
non può più distinguere l’amico dal nemico. Il suo io traumatizzato è ancora in guerra.
Il signor L. è diventato fondamentalmente diffidente verso le altre persone e non ne può
parlare.
Perché si aggiungono anche i pensieri di suicidio in un trauma esistenziale? Perché la
componente che sopravvive vede presumibilmente nella morte la liberazione da tutti i
suoi problemi. Chi viene minacciato a lungo con la pistola puntata alla tempia, vede
nello sparo la liberazione dalla sua paura.
L’esempio del signor L. mostra come la società spesso reagisce a una persona con un
trauma esistenziale. Regna l’incomprensione verso il suo atteggiamento inusuale.
Nessuno riconosce nel suo comportamento la scissione della sua personalità avvenuta a
causa del trauma. Attraverso la somministrazione di medicinali si cerca solo di
influenzare il suo metabolismo cerebrale. Il problema psichico viene ridotto a uno
fisico. Attraverso il blocco farmacologico della capacità di percepire la componente
traumatizzata viene sì limitata la sua possibilità di espressione, ma solo fintanto che ha
effetto la medicina, la quale deve essere assunta in dosaggi crescenti visto che il
cervello si adatta a questi apporti di droghe e sviluppa delle strategie per la loro
neutralizzazione. Il signor L. diventa dunque dipendente dalle medicine.

Le medicine tolgono alla componente sana dell’io anche gli ultimi residui emozionali
che la legano al suo ambiente e inducono una perdita della sua capacità relazionale.
La psicoterapia di due settimane all’anno proposta al signor L. sarebbe un punto di
inizio per un miglioramento della sua situazione mentale, ma sembra non essere una
terapia specifica per il trauma e due settimane non sarebbero comunque sufficienti per
sanare la sua scissione.
Più tempo dura il cambiamento di personalità del signor L., meno paziente diventa
l’ambiente sociale nei suoi confronti. Lo esclude sempre di più e lo giudica
moralmente. Il suo non-riuscire viene interpretato come un non-volere. Questo provoca
in lui un ulteriore ritiro dalla vita sociale. Non si sente capito e giudicato ingiustamente.
Può trattenere a malapena la sua rabbia e diventa così un pericolo per gli altri perché
crede di doversi difendere. Anche in Croazia ci sono dei resoconti su veterani di guerra
che nella loro disperazione senza via d’uscita e senza prospettive hanno fatto dei
massacri. Altre interviste di Josip Stricevic con i veterani di guerra croati, evidenziano
quanti trovano rifugio nell’alcol quando la componente traumatizzata, con le sue paure,
invade la consapevolezza e, a sua volta, la componente di sopravvivenza cerca di
narcotizzare queste paure con birra e grappa. Visto che per i soldati la paura diventa un
sentimento preponderante, le situazioni di trauma esistenziale, che loro vivono spesso,
producono in molti di loro delle scissioni mentali profonde che non possono più
superare. Così si formano delle spirali di paura mortale-violenza-paura mortale. La
paura della morte nella propria anima diventa un pericolo di morte per le altre persone.
La guerra avviene sia all’esterno che all’interno nella stessa misura e si protrae quindi
inevitabilmente nei periodi di pace nelle famiglie e nei paesi nei quali sono tornati i
soldati alla fine del conflitto.
Proprio perché la paura è un sentimento così dominante, nel caso di un trauma
esistenziale, le componenti dell’io sane vengono represse, non appena l’ondata di paura
si propaga nel sistema nervoso. La paura è molto probabilmente l’ostacolo più grande
per far retrocedere una scissione mentale. Nella Figura 6 è riassunta schematicamente
la scissione base in un trauma esistenziale [Figura 6 – Scissione in un trauma].
5.2 Trauma di perdita
In un trauma di perdita viene a mancare un legame importante con una persona a causa
della sua assenza permanente o della sua morte. Una situazione di trauma della perdita
avviene, ad esempio, quando un neonato viene separato per lungo tempo da sua madre,
quando la madre di un bambino muore precocemente, quando i genitori si separano
presto, quando il bambino viene dato in adozione o in affido. Paure di abbandono,
rabbia, dolore e lutto sono i sentimenti che rimangono dopo un trauma di perdita. Le
depressioni sono le conseguenze a lungo termine.

Conseguenze di una separazione in età infantile

Il processo di legame tra genitori e figli e, particolarmente, tra la madre e il suo


bambino è altamente sensibile e facilmente turbabile. L’esempio seguente lo traggo dal
libro Verlust di John Bowlby (2006 b, pp. 405 sgg.):

John aveva un anno e cinque mesi quando venne portato in un istituto per nove giorni perché sua madre
aspettava un secondo bimbo; il padre si trovava in un momento critico della sua carriera lavorativa e non
c’erano parenti a disposizione. L’istituto per bambini era rinomato per la preparazione dei suoi educatori; in quel
periodo però alle maestre venivano assegnati dei compiti e non dei bambini. Di conseguenza non c’era nessuna
maestra responsabile per la cura di John. Oltretutto John si trovò circondato da tanti bambini che vivevano in
quell’istituto fin dalla nascita e che si comportavano in modo rumoroso, aggressivo, arrogante ed esigente.
Le doglie della madre iniziarono la notte e lei lasciò John all’istituto mentre andava all’ospedale. Quando il giorno
dopo venne salutato da Mary, un’infermiera giovane e sorridente, il bambino reagì gentilmente e collaborò nel
vestirsi. Era disponibile anche con le altre infermiere giovani che andavano e venivano. Alla sera Mary lo portò
a letto ma non rimase con lui. John era deluso e protestava urlando. Anche il secondo giorno iniziò più o meno
bene. Una gran parte del tempo John lo trascorse giocando tranquillamente in un angolo lontano dagli altri
bambini, e ogni tanto cercava una tata che gli potesse fare delle coccole; i suoi tentativi di avvicinamento però
facilmente venivano ignorati e spesso altri bambini lo spinsero via. La maggior parte del tempo rimase tranquillo
e non si lamentò; questo atteggiamento però cambio quando il padre lo venne a trovare: non appena questi si
alzò per andare a casa, John pianse e lottò per andare via con lui. Suor Mary riuscì a consolarlo ma quando
anche lei dovette andarsene, John pianse di nuovo. Dal terzo giorno in poi John divenne sempre più afflitto, a
volte stava da solo in fondo alla stanza, a volte piangeva a lungo e disperatamente. Malgrado cercasse ancora di
avvicinare l’una o l’altra infermiera, giocava più spesso silenziosamente in un angolo oppure gattonava anche
sotto un tavolo per piangere là da solo. Al quinto giorno i suoi tentativi di avvicinamento alle tate erano diventati
più rari e anche se una di loro cercava di consolarlo, reagiva a mala pena. Allora piuttosto si rivolgeva a un
orsacchiotto gigante e lo abbracciava. Piangeva anche molto nella sua silenziosa disperazione, rotolandosi a
volte per terra e dimenando le mani. A volte urlava con rabbia, ma non rivolgendosi a nessuno in particolare, e
durante un breve contatto schiaffeggiò suor Mary.
Quando il padre lo venne a trovare di nuovo il sesto giorno, dopo un’assenza di due giorni, John dava dei calci e
dei pugni. Poi si illuminò in viso, andò a prendere le sue scarpe e si diresse speranzoso verso la porta; in fine
però seguì la delusione quando il padre andò via senza di lui. John andò da suor Mary e guardò allontanarsi suo
padre con espressione addolorata. Poi rifiutò anche Mary e si mise a sedere in disparte, prendendo tra le
braccia la sua coperta. Nei giorni successivi John rappresentava l’immagine della disperazione. Non giocava,
non mangiava, non chiedeva nulla e reagiva al massimo alcuni secondi agli scarsi tentativi della giovane
infermiera di rallegrarlo. Quando un altro bambino tentò di scacciarlo dalle ginocchia di un’infermiera c’era della
rabbia nella sua voce. Altrimenti stava sdraiato apatico, per terra, in silenzio, a lungo, con la testa appoggiata
sull’orsacchiotto gigante.
Quando l’ottavo giorno venne il padre all’ora del tè, John pianse convulsamente e non riuscì né a mangiare né a
bere. Alla fine della visita era completamente disperato, nessuno lo poteva consolare. Scese dalle ginocchia
dell’infermiera Mary, si rannicchiò in un angolo e rimase sdraiato piangendo vicino al suo orso senza reagire ai
tentativi della giovane infermiera confusa. Alla mattina del nono e ultimo giorno la situazione di John era
invariata; quando venne sua madre a prenderlo, stava immobile in grembo a un’infermiera. Alla vista di sua
madre iniziò a buttarsi per terra e a piangere forte. Più volte lanciava uno sguardo furtivo verso la madre ma poi
si girava piangendo forte e con fare agitato. Dopo alcuni minuti la madre lo prese in braccio ma lui si difendeva
e urlava, si dimenò e corse via piangendo verso Joyce Robertson (che era presente come osservatrice). Questa
lo tranquillizzò e dopo un tempo appropriato lo riconsegnò alla madre. John rimase fermo in braccio a sua madre
ma non la guardò nemmeno una volta. Quando poco dopo venne suo padre, John si liberò di nuovo da sua
madre. Poi tra le braccia di suo padre smise di piangere e guardò sua madre per la prima volta direttamente
negli occhi. “Era uno sguardo lungo e duro”, disse questa, “così non mi aveva mai guardato prima.”
Durante la prima settimana a casa, John pianse molto; al più piccolo ritardo diventava impaziente e aveva molti
attacchi di panico. Rifiutava i suoi genitori a ogni livello – non accettava né affetto né consolazione, non voleva
giocare con loro e si ritirava fisicamente, andando in camera sua e chiudendo la porta. Nella seconda settimana
era più tranquillo; nella terza settimana però era più triste che mai. Gli attacchi di panico tornarono; rifiutava il
cibo, perse peso e dormiva male; ora però iniziava ad aggrapparsi. I suoi genitori, scioccati dal suo stato, gli
dedicavano attenzioni fuori misura e facevano ciò che potevano per riconquistare la sua fiducia. I loro sforzi
avevano un certo successo e la relazione con sua madre migliorò molto. Questo miglioramento però era fragile
come si dimostrò, quando Joyce Robertson, che l’aveva osservato all’istituto, venne due volte a fare visita.
Dopo la sua prima visita, a quattro settimane dal ritorno a casa, per alcuni giorni John non mangiò nuovamente e
rifiutò le attenzioni dei suoi genitori. La stessa cosa successe dopo la sua seconda visita, tre settimane più tardi:
per cinque giorni John era estremamente disturbato e per la prima volta apertamente ostile verso sua madre.
Dopo tre anni, all’età di quattro anni e mezzo, vennero a fargli di nuovo visita: era un ragazzino bello e vivace
che dava molte gioie ai suoi genitori ma i resoconti dei genitori mostravano che aveva ancora estrema paura di
perdere sua madre ed era sempre agitato quando lei non era dove lui se lo aspettava. C’erano anche dei giorni
in cui lui, inaspettatamente, diventava ostile e provocatorio verso di lei.

John, per prima cosa, tenta di affrontare l’improvvisa separazione dalla madre con
l’attesa. Lui spera che lei torni da un momento all’altro. All’inizio si rivolge pieno di
speranza alle infermiere dell’istituto e cerca la loro vicinanza. Per due giorni sopporta
la sua tensione interiore e la paura dell’abbandono, nel trovarsi separato dai suoi
genitori. Lui si mantiene calmo aspettando finché arriva la prima grande delusione: suo
padre riappare ma non lo porta a casa con sé. Il dolore soppresso della separazione
esplode in John e le infermiere non lo possono più aiutare. Lui vive il fatto che suo
padre non lo porti con sé, come grande delusione e rifiuto. In seguito si ritira sempre di
più in se stesso e non lascia avvicinare nemmeno più le infermiere. Inizia un processo
di scissione nella sua anima. Non si lascia più consolare dalle altre persone e cerca
supporto in un orsacchiotto: questo lo riesce a tenere stretto. Esso è sempre presente,
non lo può abbandonare. Come tanti bambini in tali situazioni, trasferisce la sua
necessità di legame su qualcosa che nessuno gli può togliere, e sul quale può fare
riferimento comunque e sempre. È disperato perché sua madre e suo padre non possono
esserci per lui, la sua impotenza lo rende apatico. È come un morire interiore, e per
questo non mangia più nulla. Finisce così in una situazione critica e pericolosa per la
vita. Rinuncia alla speranza che i genitori tornino a riprenderlo.
Quando suo padre torna il sesto giorno insorge in lui una nuova speranza. Mostra di
nuovo chiaramente la sua esigenza di essere riportato a casa dalla mamma. Si rinnova
la delusione quando suo padre se ne va ancora una volta senza di lui e lo lascia
all’istituto: ciò lo dispera ancora più profondamente. Rinunciando ai suoi genitori
rinuncia anche a se stesso. Sprofonda nell’assenza di speranza. Il processo di scissione
nella sua anima si è ulteriormente approfondito. Un parte di lui scivola sempre di più in
sentimenti depressivi, l’altra parte si separa da questa componente traumatizzata e così
interiormente anche sempre di più dai suoi genitori. Questo si mostra quando il padre
torna l’ottavo giorno. John non va più attivamente verso di lui e non gli mostra più la
sua esigenza di essere preso con lui. Nel comportarsi passivamente lui cerca di
proteggersi dal dolore emergente di venire nuovamente deluso e lasciato solo. Il suo
ritiro apatico mostra che la componente di sopravvivenza, nella sua anima, sta tentando
di abituarsi al rimanere da solo. Ora deve farsene una ragione. Per questo non riesce a
raggiungerlo nemmeno la madre, tanto desiderata, quando appare al nono giorno per
prelevarlo dall’istituto. È sorpreso di vederla riemergere di nuovo. Le due componenti
della sua anima, segnate dalla paura dell’abbandono, ora entrano in conflitto l’una con
l’altra. Mentre una parte riacquista speranza e vorrebbe andare subito dalla madre,
l’altra non si fida più di lei. Il correre da un’altra persona e poi dal padre è come una
soluzione di compromesso a questo dilemma. Lo sguardo lungo e duro verso sua madre
proviene da quella parte dell’anima che si è già staccata, delusa da lei, e che vede
come la fonte del suo dolore mentale e della sua ferita. Lo sguardo di John significa: tu
sei colpevole della mia disperazione, sono profondamente ferito e sono arrabbiato con
te.
Anche nelle prime settimane nelle quali John è di nuovo a casa con i genitori, questa
tensione continua ad agire dentro di lui. Malgrado da fuori sembri essere tutto in ordine
e i genitori siano di nuovo a disposizione per il legame, John, dentro di sé, non può
annullare semplicemente la scissione avvenuta. È addirittura lui stesso vittima di questa
scissione. L’esperienza di separazione fatta in passato, domina il suo vissuto spesso più
che la presenza dei genitori. Lui ha perso la sua fiducia originaria in loro. Si è ritirato
in solitudine con una parte della sua anima e rimane imprigionato in questa componente.
Gli è estremamente difficile rinunciare a questa posizione di ritiro e ritrovare di nuovo
la fiducia nei suoi genitori. “Potrebbero di nuovo abbandonarmi inaspettatamente da un
giorno all’altro!”: è la paura della sua componente di sopravvivenza. “Allora mi devo
proteggere ed evitare di ritrovarmi nuovamente in una situazione di separazione così
dolorosa da rendermi impotente. Perciò è meglio rifiutare le proposte di contatto,
oppure punire l’altro che mi ha causato dolore.” Come ogni persona traumatizzata, egli
rimane ipersensibile al trauma originario e osserva costantemente se sua madre torna ad
abbandonarlo. Situazioni in cui non sa dove si trovi sua madre riattivano l’esperienza
della sua iperagitazione traumatica e del suo dolore psicologico che sfoga nell’accusa e
nella rabbia verso i suoi genitori. Per la delusione di essere stato abbandonato, la sua
rabbia si rinnova costantemente. Continua a punire i suoi genitori di averlo lasciato a se
stesso per nove giorni. Maschera il suo dolore con l’aggressività. La sua componente
traumatizzata si mostra ogni qualvolta è apatico e disperato, quando rinuncia a se stesso
non assumendo più cibo e quando diventa attivo aggrappandosi impaurito. Anche se
l’esperienza gli mostra che i suoi genitori non lo lasciano di nuovo solo, John non
riesce a uscire completamente dalla sua scissione. La sua componente traumatizzata
rimane attiva dentro di lui.
Se dunque già una separazione di quasi due settimane può lasciare delle tracce così
profonde nell’anima di un bambino, quanto più devono sovraccaricare allora la
capacità mentale di un bambino, le permanenze di svariati mesi nell’isolamento di un
ospedale pediatrico o nei collegi e causare delle scissioni permanenti nella sua anima.

Perdita precoce della madre


Il trauma della perdita più grande lo subiscono i bambini ai quali viene a mancare
presto la madre, o per la sua morte o perché vengono allontanati da lei ad esempio
nell’adozione o in un affido permanente in una famiglia o in un orfanotrofio. A una
situazione tale, secondo le mie osservazioni, non può sopravvivere nessun bambino
senza scindersi mentalmente. Questo dato di fatto spesso non viene considerato
sufficientemente dalle persone che si occupano di tali bambini, e non viene nemmeno
riconosciuto per intero dalle stesse persone colpite. Così alla morte precoce della
madre, all’adozione o alla permanenza nel collegio, secondo la mia esperienza, viene
data raramente l’importanza adeguata che realmente hanno questi fatti per l’intero
sviluppo mentale del bambino e che quindi portano a una scissione nel sistema di
legame. Una parte del bambino memorizza un’esperienza traumatica dentro di sé.
La componente di sopravvivenza del bambino non vuole sapere niente della perdita. Si
è adattato meglio possibile alla situazione cambiata. Reagisce addirittura infastidito se
gli viene chiesto di occuparsi di questo bambino piccolo, indifeso e abbandonato nella
sua anima. C’è molta resistenza ad accettare, che una perdita precoce della madre è
sempre un’esperienza traumatica. È presente la paura che la scissione non funzioni più e
che la componente di sopravvivenza venga trascinata nel burrone dai sentimenti di
paura, abbandono e disperazione della componente traumatizzata.
La componete traumatizzata spera invece che la madre non sia andata via per sempre e
che torni di nuovo. È delusa, arrabbiata, disperata e piena di dolore ma non rinuncia del
tutto né alla speranza di un suo ritorno né mostra apertamente il suo dolore né piange la
sua perdita irrecuperabile. Non è più in contatto con l’ambiente esterno e gira su se
stessa con i suoi sentimenti e pensieri scissi dal presente attuale. Questo stato è un
sintomo tipico della depressione.

Morte di un figlio
Per mettere più in chiaro i diversi aspetti di un trauma da perdita causato da morte,
scelgo nuovamente un caso da una tesi, scritta da uno dei miei studenti, Christian Probst
(Probst, 2004, pp. 57-63). Ha avuto un colloquio con i genitori di un bambino morto per
incidente, venti anni dopo questo evento. Ho ridotto e revisionato l’esempio.

Bernd T. è morto all’età di 18 anni per le conseguenze della frattura dell’osso del collo a seguito di un incidente
in macchina in cui la colpa era la sua. Poche ore prima aveva ricevuto la macchina dai genitori. La signora e il
signor T. descrissero i loro sentimenti quando venne data loro la notizia del decesso. Signora T.: “Io avevo come
la sensazione che qualcuno mi volesse strappare il cuore dal petto. Tutto il mio corpo bruciava dal di dentro. Io
oggi so soltanto che allora non capivo più niente. Ero completamente fuori di me, in parte avevo la sensazione di
seguire tutto l’evento non da partecipante, ma da esterna”.
Signor T.: “Visto che il poliziotto era molto concreto e diretto, ho assunto esattamente quella reazione. Anch’io
rimasi concreto. Volevo solo sapere quando, come e dov’era successo. Subito dopo diedi la notizia agli altri
nostri due figli ai quali devo averlo trasmesso in modo simile a come l’aveva fatto con noi la polizia. Mia figlia
allora ne rimase molto colpita e, fino a oggi penso che non l’abbia ancora superato del tutto”.

Realizzare la perdita definitiva, quindi la morte di un proprio figlio, rappresenta una


situazione traumatica per i genitori. Se la morte è ufficiale la propria impotenza di poter
fare qualcosa per questa perdita, è reale. Una situazione di trauma della perdita produce
lo shock maggiore se tale perdita non si annuncia poco alla volta, come ad esempio in
una malattia cronica, ma repentinamente e inaspettatamente.
La reazione della signora T. è quella tipica a un trauma della perdita. Un dolore
profondo proveniente dal suo cuore la invade di colpo. Il cuore è percepito come il
centro dell’amore, dell’affetto e del calore nel corpo umano. È un immagine che in
fondo dice tutto: attraverso un trauma di perdita viene strappata dal cuore una persona
che si ama. Poi deve seguire la dissociazione da questa realtà così che il dolore non
porti al completo crollo. In quel momento nella signora T. inizia la scissione delle
componenti traumatica e di sopravvivenza. Lei vive in questo processo come
un’osservatrice esterna di se stessa.
Diversamente il signor T., all’annuncio del decesso da parte della polizia, rimane
all’apparenza emotivamente calmo. In lui avviene immediatamente il distacco dai
sentimenti. Lui si mantiene attivo facendo le domande e trasmettendo l’informazione
agli altri due figli e così si protegge dal crollo traumatico visibile esternamente.
Questi due modi diversi di affrontare un trauma della perdita lo dimostrano anche i
fratelli del deceduto.

Signora T.: “Nostra figlia, allora ventiduenne, è sempre stata una persona sensibile. Da quella notte, quando
successe l’incidente, lo è diventata ancora di più. Lei, a confronto di suo fratello, riesce a parlare molto più
apertamente dei suoi sentimenti. Non si vergogna di mostrali. Anche per questo rimase così sconvolta quando
mio marito si mostrò completamente freddo e privo di emozioni annunciando il decesso. Nostro figlio Manfred,
fin da piccolo, aveva uno stretto rapporto con suo fratello Bernd. A tutt’oggi rifiuta ogni discorso sull’argomento.
Se qualcuno affronta l’argomento, lui lascia la stanza o scappa in un qualsiasi altro modo. Non c’è stato e non
c’è nessun avvicinamento su questo tema”.

Sia le reazioni a un trauma della perdita sia i comportamenti successivi sembrano anche
essere tipici di un sesso o dell’altro. Mentre le donne mostrano più facilmente e più
velocemente i loro sentimenti, gli uomini cercano di non acconsentire ai loro sentimenti
di emergere finché possibile e di evitare una perdita di controllo causata dall’emotività.
Questo presumibilmente trova le sue ragioni nella diversa costruzione di base fisica e
psicologica dei due sessi come nelle diverse aspettative sul ruolo degli uomini e delle
donne nella società. Se in un ambiente culturale, proprio in situazioni di crisi, ci si
aspetta dagli uomini che siano grandi, forti, indipendenti e capaci di agire, i sentimenti
come paura, dolore e tristezza vengono vissuti come un’ammissione di debolezza, come
non maschili, ma femminili. Per il signor T. vivere la morte del figlio a livello emotivo
rimane quindi un problema. Dice nell’intervista:

La barzelletta più grande è stato il comportamento dell’addetto al cimitero. Non mi volevano permette di vedere
ancora una volta il mio ragazzo prima della sepoltura. Non chiedevo nient’altro che mi aprisse ancora una volte
brevemente il coperchio prima che iniziasse la cerimonia funebre. Lui mi disse che c’erano delle regole e che le
doveva far rispettare. Allora lo minacciai che entro dieci minuti mi sarei trovato davanti alla camera mortuaria e
se non mi avesse aperto nessuno, avrei rotto la porta. In quel momento non mi interessavano le leggi o altre
regole. Poteva esserne certo che quella volta avrei buttato giù la porta, a qualunque costo. Quando si è disperati,
si fanno molte cose che in uno stato normale forse non si spiegherebbero. In quel momento si trattava per me
soltanto di poter essere sicuro che il mio bimbo fosse veramente in quella cassa, e non ci fosse stato uno
scambio o errore e che non ci avessero sottoposto una cassa vuota, come si era già sentito dire in altre
occasioni. Probabilmente avrei dissotterrato mio figlio ancora cinquanta volte se non l’avessi potuto vedere
quell’ultima volta.

Finché i sentimenti di dolore del signor T. sono bloccati e lui li respinge


consapevolmente cercando di tenerli sotto controllo, può sì rimanere attivo nelle azioni,
ma non arriva allo stato di accettazione emotiva della perdita. La sua componente di
sopravvivenza copre la sua reale impotenza con delle azioni violente verso il mondo
esterno e con la sua rabbia verso altri. Come diventerà chiaro in un passaggio
successivo dell’intervista, si ritira sempre sulla tomba di suo figlio quando ha dei
conflitti con sua moglie. Dice:

Io semplicemente non mi volevo più arrabbiare per futili motivi che riguardano la normale quotidianità. Perché
per me questa normale quotidianità non esisteva più.

Lui così si impedisce da un lato di essere sopraffatto dai sentimenti di dolore e


tristezza, però dall’altro rimane bloccato nella sua componente traumatizzata in uno
stato che non porta né al superamento del passato né a una nuova prospettiva per il
futuro. Esce dal suo presente senza sapere come gestire il suo passato. La tomba di suo
figlio rimane il suo punto di riferimento esterno. Nella sua interiorità vige l’immobilità.
Dalle affermazioni della signora T. emerge chiaramente la sua scissione mentale:

Mi sono accorta relativamente presto dopo la morte di nostro figlio, che non ero più capace di ricordarmi le cose
per un periodo prolungato. Iniziò che dimenticavo gli appuntamenti, che compravo cose che avevamo già in
casa, ma altre che mi servivano invece non le prendevo. All’inizio non era un problema così grave per me, ma
con il tempo cominciavo a preoccuparmi di non riacquistare più la mia buona memoria.

Disturbi della concentrazione e difetti della memoria sono alcuni dei tanti possibili
sintomi che appaiono dopo un trauma di perdita. Secondo me si spiegano: la
componente traumatizzata ogni tanto prende il sopravvento sulla componente di
sopravvivenza. Per la componente traumatizzata il presente non ha nessuna importanza,
lei vive nel passato. È occupata con qualcosa di molto diverso, con la perdita del
defunto.
Altri sintomi che si incontrano spesso e che provengono dall’io di sopravvivenza sono:
senso di inutilità, assenza di gioia, disturbi del sonno e appetito ridotto. Può esserci
anche una maggiore tendenza al suicidio, perché l’io traumatizzato ha nostalgia della
persona defunta e perché non vuole accettare la perdita come definitiva. In generale
sono tutti sintomi che descrivono il quadro di una depressione.
La componente di sopravvivenza dopo un trauma di perdita si mantiene occupata con
diversi argomenti, ai quali cerca una risposta.
• La domanda della colpa. Così la signora T: “Io mi sono continuamente rimproverata
di aver dato le chiavi della macchina a Bernd. Se non l’avessi fatto, non avrebbe potuto
andare via in macchina”.
• La domanda sul senso della vita. Signora T: “Sono ancora fermamente convinta che il
tempo di Bernd era concluso. Doveva avere solo poco tempo per vivere. Riflettendoci
a posteriori, probabilmente ha vissuto così velocemente e così intensamente per questo
motivo, mentre altre persone devono torturarsi per più di 80 anni e magari
preferirebbero morire ma non possono. Il destino è inspiegabile quindi non resta altro
che accettarlo”.
• La domanda se la vita è definitivamente conclusa con la morte oppure se c’è una vita
dopo. Signora T.: “Non saprei come avrei fatto ad accettare la perdita se non avessi
avuto la ferma convinzione che ho tutt‘ora, che il mio ragazzo stia bene là dove si trova
e dove spero andremo anche noi”.

I traumi di perdita sono per la componente di sopravvivenza una fonte di continue


domande alle quali ci sono diverse possibilità di risposta. Spiegazioni e fantasie
religiose che promettono una vita dopo la morte terrena e forse addirittura un possibile
ricongiungimento, in questo contesto esercitano una grande forza di attrazione. Donano
conforto e, più la morte è stata insopportabile, più è forte l’esigenza nell’io di
sopravvivenza di attaccarsi all’immagine della vita eterna.

Aborti
Anche gli aborti sono eventi traumatici sul piano del legame. Il processo di legame tra
madre e bambino, che ha inizio con il concepimento, viene interrotto bruscamente con
un aborto. La maggior parte delle donne, dopo un aborto, sente il dolore per la perdita
del proprio bambino. Se il dolore viene scisso, le donne si sentono interiormente vuote,
senza energia, hanno sensi di colpa e non vedono delle prospettive per il loro futuro.
Per questo mostrano spesso i tipici sintomi di una depressione.
Tramite un aborto si possono creare nell’anima della donna dei ponti affettivi verso le
scissioni già presenti. Traumatizzazioni precedenti penetrano in questo modo di nuovo
nel vissuto attuale.
La nuvola nera
Una giovane donna venne da me perché, dopo un aborto, aveva sviluppato attacchi di panico e sensi di colpa ed
era vicina a recarsi spontaneamente in psichiatria. Già durante il primo rapporto sessuale con il suo nuovo
compagno rimase incinta. Entrambi decisero subito per un aborto. Dopo l’intervento si manifestarono in lei gli
attesi sintomi di depressione. Divenne stanca, senza energia e aveva espliciti sensi di colpa verso il bambino
abortito.
Nelle sue sensazioni si mescolavano al panico anche dolori alla schiena che non riusciva a spiegarsi. Aveva la
sensazione che una nuvola nera alla sue spalle la minacciasse e la sovrastasse.
Durante il lavoro terapeutico venne fuori che i suoi sintomi depressivi erano da attribuire all’aborto. Il panico e i
dolori alla schiena si dimostrarono invece sensazioni traumatiche acquisite dal legame con sua madre. La nonna
era incinta al quinto mese della madre quando suo marito morì. In quel periodo c’era quindi questa nuvola nera,
il simbolo emotivo del dolore per la perdita del marito da parte di sua nonna. Essa simboleggiava la paura e il
peso di mettere al mondo un altro figlio senza avere un marito che la potesse sostenere in questo. I dolori alla
schiena si dimostrano spesso, nella prassi terapeutica, come sintomo di paura scissa, tristezza respinta e troppo
peso.

Nella Figura 7 ho riassunto graficamente lo schema base di un trauma di perdita [Figura


7 – Scissione in un trauma di perdita]. L’io sano può funzionare bene in tutte le
situazioni che non hanno nulla a che vedere con la morte. Però l’io di sopravvivenza
registra molto attentamente tutto ciò che ha a che fare con vita e morte. Per l’io sano è
difficile ritrovare una gioia di vita normale. La gioia di vita è connessa con la paura di
perdere nuovamente ciò che si ama di più.
5.3 Trauma di legame
In un trauma mentale la scissione è il meccanismo salvavita e allo stesso tempo la causa
di tante conseguenze negative a lungo termine, che sono già state descritte qui. Il legame
affettivo ha la funzione di conservare la vita: questo assicura il nostro legame con altre
persone e l’appartenenza a gruppi di persone. D’altra parte però, potenzialmente, tra le
persone non vengono scambiate solo le cose positive, ma anche quelle distruttive e che
vengono tramandate di generazione in generazione, con tutti i loro conflitti mentali
irrisolti – soprattutto quelli che si sono formati dalle traumatizzazioni.
Questi due processi mentali fondamentali, trauma e legame, possono ora agire insieme
in un modo particolare. Per questo ho scelto l’espressione “trauma del legame”. Trauma
del legame significa che l’esigenza primordiale di un bambino nel legame emotivo con i
suoi genitori viene traumatizzato, cioè un bambino si vede impotente e impossibilitato a
legarsi ai suoi genitori in modo tale da poter influenzare lui stesso questo legame e da
potersi sentire appartenente, senza paura, alla famiglia. Se in un bambino l’esigenza
primordiale verso un legame viene traumatizzata, questo ha delle conseguenze profonde
per l’intero sviluppo della sua personalità.

L’esigenza primordiale verso il legame materno


L’esistenza di un’esigenza di legame per molto tempo non venne tematizzato nella
psicologia. Solo i lavori di ricerca di John Bowlby e dei suoi collaboratori hanno
evidenziato questa mancanza. Bowlby ha esposto sistematicamente le sue scoperte nella
trilogia su “legame”, “separazione” e “perdita” (Bowlby, 2006 a,b,c). Quando studiai
per la prima volta questi fascicoli, furono per me una rivelazione. Attualmente vedo
negli eventi che riguardano il legame madre-bambino le fondamenta di tutti gli ulteriori
sviluppi mentali di un uomo. Secondo me, la salute psichica può essere capita bene
teoricamente attraverso il legame madre-bambino, le malattie mentali – da questo punto
di vista – possono essere curate bene nella pratica.
Un bambino è legato in un modo simbiotico con sua madre fin dall’inizio della sua vita.
Già durante la gravidanza percepisce gli umori e gli stati d’animo di lei e si lega a essi
perché quello è l’ambiente rilevabile. Si lega agli stati emotivi positivi di sua madre
così come a quelli negativi. Come potrebbe un bambino in questo stadio di vita precoce
già distinguere ciò che è bene e ciò che è male per il suo sviluppo successivo? Il
legame per un bambino deve esserci, e quindi si crea sempre. Appoggiandosi
all’assioma di Paul Watzlawick “non si può non comunicare” (Watzlawick, Beavin e
Jackson, 1972) si potrebbe dire: un bambino non può non legarsi.
Dopo circa nove mesi di unione intensiva e di imprinting prenatale del sistema di
legame del bambino, il processo del parto è un ulteriore sviluppo importante del
rapporto madre-bambino e una fase altamente sensibile per il legame, in particolare per
la madre. Madre e bambino vengono ora separati fisicamente. Visto che il bambino è
totalmente dipendente e non può occuparsi da solo del suo cibo e della sua protezione,
è completamente dipendente dalla madre. Per questo, per la sua sopravvivenza, è
estremamente importante che dopo la sua nascita venga accettato e amato da sua madre
e che il cordone interiore tra madre e bambino non si strappi dopo la nascita. La madre
deve accettare come suo compito di occuparsi, con tutte le sue forze, di questo
bambino, di assumersi la piena responsabilità della sua futura crescita e di accettare
delle rinunce personali. Questo lo può fare soltanto con buon senso se nutre verso il
bambino dei sentimenti positivi, cioè se lo ama con tutto il cuore.
Ossitocina
La natura dal canto suo si occupa del fatto che il legame tra il bambino e la madre, che
biologicamente è stato assicurato prima della nascita, venga continuato attraverso un
processo psicologico, un legame affettivo e un comportamento di accudimento.
Attraverso l’atto della nascita, nella madre, viene stimolata la produzione di ormoni, i
quali attivano la sua predisposizione ad accettare emotivamente il suo bambino. Tra
l’altro, durante la dilatazione del canale del parto, il corpo della madre secerne
l’ossitocina. L’ossitocina che è in primis l’ormone del legame. Durante l’ultima e
particolarmente dolorosa fase del parto continuano a essere liberate grosse quantità di
endorfine nel corpo della madre. Esse hanno un effetto antidolorifico simile all’oppio,
contrastano la paura e facilitano il parto alla madre.
Purtroppo nella società moderna il parto è soggetto a un’ottica che persegue scopi
razionali e quindi non dà importanza alla scissione fra il sentimento e la ragione.
Sembra ragionevole, se possibile, risparmiare alla partoriente tutto il dolore che il
parto comporta. Bisogna evitare a tutti i costi un pericolo per il bambino durante il
parto. Attualmente il taglio cesareo, metodo che sarebbe pensato solo per i casi di
emergenza, viene impiegato preventivamente fino a un terzo dei parti. Dal punto di vista
della teoria del legame, si contrappongono i motivi di interventi medici alla necessità
psicologica di avviare attraverso il parto un legame emotivo più intenso possibile tra
una madre e il suo bambino. Se il dolore del parto viene eliminato con anestesia o
medicine, queste anestetizzano anche i canali nervosi dei sentimenti intensi di amore e
felicità. Felicità e dolore sono i due lati della stessa medaglia. Nessuna madre può
amare il suo bambino solo con la testa. È dimostrato che il sostegno sociale alle
partorienti può aiutare affinché il parto diventi un evento intensamente gioioso per
madre e bambino (Kennell, 2007).
Dopo il parto il dosaggio delle endorfine nella madre è molto alto e quindi ha i
presupposti fisici per dei forti sentimenti se può abbracciare il suo neonato. Questo
alimenta il suo amore verso il bambino. Una dose extra di ossitocina pervade il corpo
della madre, quando il bambino si attacca per la prima volta al seno. Per madre e
bambino questi possono essere momenti di estrema gioia. Per questo il bambino non
necessita ancora di latte materno. Gli basta la sensazione del contatto fisico e visivo
con sua madre. Una serie fotografica impressionante in un libro di Marshall e Phyllis
Klaus (2003) mostra come il bambino, immediatamente dopo il parto, di propria forza e
con tutta la sua energia, trovi la sua strada dalla pancia della madre su verso il
capezzolo (pp. 40 ssg.). Queste foto danno chiarezza dell’intensità con cui il bambino
cerca il contatto visivo con la madre. Vuole vedere sua madre e vuole essere visto da
lei.
Neuroni specchio
Attraverso il contatto visivo si trasmette già in questa fase di vita precoce uno scambio
intenso di sentimenti. Attraverso gli occhi, molto probabilmente, si svolge una gran
parte di ciò che può essere definito come “rispecchiamento”, cioè l’intenso percepire
del movimento, delle sensazioni e degli stati d’animo di un’altra persona (Bauer, 2005).
Con riferimento ai neuroni specchio si può quindi dire che: già subito dopo il parto
madre e bambino iniziano a rispecchiarsi intensamente e reciprocamente. Costruiscono
un’immagine mentale del loro dirimpettaio nella propria struttura mentale.
Il contatto visivo rimane per tutta la vita un misuratore di intensità della qualità del
legame. Gli occhi sono le finestre dell’anima di una persona.

Componente mentale simbiotica


Le strutture mentali che vengono costruite sin dalla nascita in una persona sono così
basilari per il suo successivo sviluppo che mi sembra sensato parlare di una
“componente mentale simbiotica” che ogni persona possiede. Questa componente si
forma insieme all’organismo umano in crescita ed è attiva fino alla fine della sua vita.
Secondo la mia esperienza, in ogni psicoterapia abbiamo a che fare con le componenti
mentali simbiotiche: in particolare quando le esigenze simbiotiche primordiali di un
essere umano non sono state accontentate sufficientemente, come conseguenza le sue
strutture mentali in cerca di legame si organizzano insufficientemente e non riescono a
stabilizzarsi. Persone con deficit nelle strutture di legame mentale riescono ad avere
solo difficilmente contatto con altre persone, d’altra parte spesso riescono scarsamente
a porsi dei limiti.

Incapacità a legarsi da parte delle madri


Un bambino sano è fondamentalmente bisognoso di legame, pronto al legame e capace
di legarsi. Nella madre questo non sì può dare sempre per scontato. Già la modalità del
concepimento del bambino può essere vissuto dalla madre o come l’esperienza più
bella del mondo, oppure – all’altro estremo – come violenza, disonore e umiliazione.
Una donna mi scrisse: “Ho un marito molto buono e una figlia: una famiglia veramente
adorabile, armoniosa e senza nessun problema finanziario. Soltanto che io non trovo la
pace dell’anima. Sono alla continua ricerca, ma non riesco a trovarla. Mi addormento a
fatica e soffro d’insonnia. Ora ho capito che le paure e l’insonnia me le porto dietro fin
dall’infanzia. Sono la quinta figlia e ci sono 8 anni fra me e la quarta. Mia madre diceva
sempre che non mi voleva avere. È colpa di mio padre che io esista. Sembra che, in
stato di ubriachezza, lui l’avesse costretta. Io non trovavo protezione presso mia madre.
Tutte le volte che si litigava in casa diceva: ‘Non possiamo cambiare la nostra
situazione perché ci sei tu’. Non ho mai ricevuto una carezza da mia madre però dovevo
comunque ubbidire”.
Come ci si può aspettare da una donna violentata che gioisca del bambino che porta in
grembo? Comprensibilmente la felicità di una donna viene anche limitata, se il padre di
questo bambino l’abbandona durante la gravidanza o la tradisce con un’altra donna.
Ci sono dunque tante ragioni per le quali la disponibilità al legame da parte delle donne
verso i loro bambini non è possibile oppure presente solo in parte perché sovrastata da
sentimenti di stress. L’amore di una madre per il suo bambino inizia quindi con l’amore
di una donna per un uomo, il padre del bambino. Trova il suo inizio nel consenso
all’unione sessuale e le possibili conseguenze che ne seguono. D’altra parte la
creazione di una nuova vita non dipende dall’amore tra un uomo e una donna. Esiste
l’atto sessuale anche senza amore, milioni di volte e giorno dopo giorno. Sessualità e
amore possono esistere nell’anima di una persona completamente separati l’una
dall’altro.
Una situazione di trauma del legame si crea quindi per il bambino bisognoso di
attaccamento, quando sua madre non è in grado di costruire un legame emotivo con lui.
Secondo la mia esperienza, questo è il caso che si verifica ogni volta che una madre è
traumatizzata e quindi scissa in se stessa. Lei quindi non può reagire al bambino con il
suo io sano perché questi sentimenti intensi la mettono subito in contatto con l’io di
sopravvivenza che sopprime e respinge tali emozioni. In condizioni opportune può
rifocillare il bambino con del cibo, lavarlo, fasciarlo e vestirlo. Ogni contatto fisico
più intenso però può evocare in lei il pericolo di una ritraumatizzazione. L’allattamento
perciò non è una gioia per lei, ma una tortura. Lei lo rifiuta completamente oppure passa
più in fretta possibile al biberon. Non è capace di acconsentire a un contatto fisico
caldo e rilassato con il bambino. Toccando il bambino, per lei può essere come
prendere in braccio una bambola, perché entra in azione l’io di sopravvivenza. I
contatti fisici che vengono dall’io di sopravvivenza sono piuttosto meccanici. Visto che
anche attraverso gli occhi può avvenire uno scambio emotivo intenso, questo contatto
visivo con il bambino viene evitato da una madre traumatizzata. Nel frattempo si è
scoperto che i neuroni specchio, i quali rappresentano la base nervosa del contatto
empatico con un’altra persona, non funzionano più sotto stress. Una madre traumatizzata
ha elevate difficoltà di rispecchiare bene il suo bambino dentro di sé. Per questo non
riesce a interpretare bene le sue esigenze (Brisch, 1999). La componente di
sopravvivenza della madre ignora le esigenze emozionali del bambino, non le
percepisce oppure le interpreta male. Si orienta di più alle sue proprie esigenze e stati
emotivi che a quelli del bambino. Per la componente di sopravvivenza di una madre
traumatizzata il suo bambino è un oggetto di continua minaccia che deve controllare.
Il bambino neonato percepisce, dalla madre traumatizzata che funziona solo in modalità
di sopravvivenza, esclusivamente la meccanicità dei movimenti del corpo materno, non
il suo calore né il suo amore. Viene tenuto stretto ma non sente sostegno. Il tono di voce
della madre non è morbido e caldo, ma freddo e razionale. Il bambino sente che sua
madre sfugge a tutti gli approcci emotivi. Più egli cerca la vicinanza emotiva, più
aumenta la distanza interiore e più si ispessisce il muro di protezione che la madre
costruisce tra sé e suo figlio.
Il bambino vive in uno stato di incertezza emotiva riguardo a sua madre. In lei non trova
nessun rifugio. Ha sempre paura dell’abbandono. Se aumenta le sue proteste, piange e
urla per essere percepito finalmente da sua madre, questo aumenta ulteriormente
l’atteggiamento di rifiuto da parte della componente di sopravvivenza di lei, che col
tempo si sente sempre più assillata e incapace di reagire appropriatamente. Così, ad
esempio, rimpinza il bambino di cibo anche se lui necessiterebbe di un contatto fisico
caldo e sicuro. Il bambino si dispera sempre di più per il suo sforzo vano alla ricerca
di un sostegno emotivo da sua madre.
Più il bambino piange ed esige, più è probabile che venga stimolata la componente
traumatizzata della madre. Quando infine la madre scivola in una situazione di
ritraumatizzazione, la sua componente traumatizzata rivive nel bambino il suo personale
dolore mentale e la sua propria impotenza. A seconda del tipo di traumatizzazione
questa componente cerca di:
• aggrapparsi al bambino per trovare in lui il conforto al proprio abbandono;
• scappare dal bambino;
• diventare aggressiva verso il bambino, perché vede in lui l’aggressore originario e
nel confronto col bambino cerca di difendere la propria impotenza che ha vissuto lei
stessa da bambina (in questi casi il figlio rischia fortemente di essere picchiato dalla
propria madre, di essere maltrattato e ferito gravemente);
• in diversi casi le madri strozzano i loro bambino durante una situazione di
ritraumatizzazione o addirittura li uccidono, ciò che loro stesse hanno vissuto da
piccole come rifiuto, negligenza e violenza lo fanno poi vivere al proprio figlio. Da
vittime diventano aggressori.

In tutti questi casi il bambino viene sopraffatto dai sentimenti traumatici di sua madre, a
seconda del tipo particolare dei suoi traumi, o da panico, aggressività e rabbia,
disperazione, oppure da sentimenti sessuali confusi e senso di vergogna. Viene gettato
nel panico dalle azioni dell’io traumatizzato della madre, soffocato dal suo
attaccamento simbiotico, scosso fino al midollo dal suo odio oppure reso
profondamente insicuro a causa della sua vergogna.
A che cosa porta questa situazione di trauma di legame nella struttura mentale di un
bambino? Quali conseguenze hanno le sue esperienze traumatizzanti di legame con sua
madre? Che effetto ha sul suo legame con il padre? Nella maggior parte dei casi, da un
trauma di legame risulta una struttura complessa di scissioni nell’anima di una persona.

Scissioni che avvengono dentro al bambino


nel rapporto con sua madre
Il primo livello di scissione consiste nel fatto che il bambino deve decidere, malgrado
la negligenza e spesso addirittura il rifiuto da parte di sua madre, di vivere e di
resistere alla minaccia esistenziale di non essere voluto dalla propria madre. Il
bambino percepisce fin dall’inizio la paura di essere lasciato solo e di venire
abbandonato. La scissione originaria avviene perché il bambino deve riuscire,
malgrado tutto e in qualche modo, a conservare e proteggere la sua volontà di
sopravvivere e il nucleo della sua vivacità. Un paziente ricorda la sua situazione da
bambino:

Qui si tratta di un’enorme necessità. Non c’era nessuno che mi sentiva, che interpretava correttamente le mie
esigenze e per questo sarei quasi morto. Avevo paura di morire. È come avere una mela in gola, rantolare e
essere guardati da persone che non fanno niente oppure che non guardano nemmeno.

Una tale situazione, il non rinunciare alla vita, questo paziente l’ha vissuta in seguito
come una decisione consapevole:

La motivazione per morire c’era ed era grande. Era esattamente questa paura, che ho sentito recentemente:
essa era legata alla sensazione di venire isolato, abbandonato nel momento del bisogno, di venire ignorato
consapevolmente oppure di essere considerato non importante, indifferente, superfluo, stressante, un peso.
Qualcosa è successo nella mia prima infanzia ed era così terribile che quasi mi induceva ad andarmene
nuovamente, quindi a morire. Questa decisione la percepisco come consapevole, sebbene fossi troppo giovane.
È come se avessi pensato di non poter rimanere lì perché non sarei sopravvissuto. Questo spiega sicuramente
un po’ di più la mia paura di fondo, la mia sensazione di non essere mai compreso, di non potermi fidare di
nessuno e di dovere superare tutto da solo.

Questa componente mentale del bambino percepisce le altre persone come inaffidabili e
minacciose. È incastrato senza via di uscita nella sua paura:

Per questo sto semplicemente sdraiato a letto e dormo, sperando di svegliarmi un bel giorno e scoprire che tutto
è passato, ma non funziona e ho sempre comunque paura. Corro completamente solo attraverso il mondo e
tento semplicemente di sopravvivere ogni singolo giorno. Ogni mattina al risveglio ho la speranza che l’incubo
sia passato, ma la paura peggiora sempre di più.

In questo modo il bambino, all’inizio della sua vita, è costretto a elaborare degli schemi
di sopravvivenza contro la paura. Questo gli riesce soprattutto grazie al sentimento
dell’amore incondizionato, che ogni bambino rivolge alla propria madre qualsiasi cosa
ella faccia con lui. L’amore del bambino per sua madre è presente e indistruttibile.
L’amore è la disponibilità a vedere un’altra persona fondamentalmente in modo
positivo, di percepire piuttosto i suoi lati buoni che quelli cattivi. L’amore è
l’atteggiamento di chi si aspetta delle cose positive da un’altra persona. L’amore è
idealizzante poiché non vede o cancella la realtà di componenti negative e “cattive”
nell’altro. Grazie all’amore, in effetti, aumenta la possibilità che quest’altra persona
mostri maggiormente i suoi lati buoni nella relazione. Se io sorrido a qualcuno, la
probabilità che anche lui mi sorrida è alta. Per questo la natura si impegna a far
sembrare i bambini “dolci”, “coccoloni” e “carini” in modo che, quando gli adulti li
guardano, si “sciolgano”. Ai bambini è stato dato un repertorio di modi
comportamentali ed espressivi con i quali possono conquistare i cuori degli adulti e
soprattutto dei loro genitori. Sorridono, ci guardano meravigliati con i loro grandi
occhioni, si stringono a noi, hanno un buon profumo, reagiscono ai sentimenti ecc.
Se dunque un bambino in una situazione di trauma del legame non viene accettato da sua
madre, non interrompe la sua richiesta di amore verso di lei, ma la rinforza ancora di
più. Più la madre nega al bambino il suo amore, più intensamente egli si impegna a
provocarne la risposta. Dal punto di vista dell’idealizzazione della “cara mamma”, più
continuano le esperienze frustranti, più si instaura un atteggiamento illusorio. Mentre la
componente che si è ritirata deve sostenere l’estrema paura della mancanza di amore di
sua madre, la componente di sopravvivenza si rifugia nell’illusione di un amore
materno universale, onnipotente e infinito. Nell’anima del bambino, al male assoluto
viene contrapposto, come strategia di sopravvivenza, il bene assoluto. Il bambino
cerca, con tutte le sue forze, di crearsi e di mantenere l’immagine desiderabile della
madre buona e amorevole. Si ricorda ogni evento in cui la madre l’ha trattato con amore
e lo amplifica. “Mia madre cucinava molto bene”, disse una paziente. Dopo avere
approfondito la questione, si scoprì che sua madre aveva cucinato qualcosa per lei solo
tre volte.
A questa componente di sopravvivenza che ama, presente nel bambino traumatizzato,
appartiene anche il fatto di rendersi utile alla propria madre. Il bambino nella sua
disponibilità ad amare la madre, sente anche le paure e i bisogni di lei. Cerca di aiutare
la madre con tutte le sue forze. Con questo atteggiamento egli consente a sua madre di
scaricare su di lui le sue angosce, la sua rabbia, la sua disperazione, il suo dolore
fisico. Si sente prezioso proprio per il fatto che lei ha bisogno di lui per stare un po’
meglio. L’io di sopravvivenza infantile lotta, in questo modo, contro la paura che la
madre forse potrebbe non avere più bisogno di lui, che lo lasciasse perdere del tutto o
che se ne andasse definitivamente. Vive nell’illusione che, stando a completa
disposizione della madre questo le risulti utile e lo renda amabile e la faccia rimanere
con lui. Alcuni bambini percepiscono che la madre ha tendenze suicide e quindi lottano
con tutto il loro amore affinché lei non se ne vada.
La disponibilità del bambino nei confronti dell’amata madre è quasi senza limiti
malgrado egli rischi di essere sopraffatto. Vorrebbe metterle a disposizione tutta la sua
forza vitale. Non vede alternativa e in effetti non ne ha. A questo proposito una paziente
disse: “Di notte stavo sveglia nel mio lettino e ascoltavo come stava la mamma. Volevo
mandarle tutta la mia energia affinché restasse. Pensavo: ‘Io ne ho così tanta!’”.
Proprio perché sente quanto è debole la madre, la componente dell’io di sopravvivenza
del bambino tenta, con tutte le sue forze, di sacrificarsi e salvarla dai suoi problemi e
dalla sua disperazione e di mantenerla in vita.
Al di fuori della paura e dell’amore ci sono ulteriori sentimenti che sono presenti in
ogni evento di legame; rabbia, dolore e tristezza. La rabbia nasce normalmente quando
la paura dell’abbandono nel bambino prende il sopravvento. Attraverso le sue proteste
il bambino cerca di richiamare a sé sua madre. Per questo la natura gli ha dato a
disposizione gli urli e il pianto. Bambini che si trovano in una situazione di trauma del
legame si accorgono però presto che la loro rabbia e le loro proteste non portano frutti.
La loro rabbia, al contrario, provoca un rifiuto maggiore e spesso addirittura violenza
da parte della madre. Per questo non possono integrare la rabbia come elemento sano
nella loro anima. La rabbia assume, così come gli altri sentimenti di legame, vita
propria: si accresce senza più diminuire, perché la madre non reagisce e non riduce lo
stress dovuto alla paura che sta alla base. Può lievitare all’infinito fino all’odio e a
fantasie omicide nei confronti della madre ma non può esser mostrata apertamente. Per
questa ragione il potenziale di rabbia scisso si scarica nei bambini con traumi di
legame, su altre persone, ad esempio verso fratelli o sorelle o verso giocattoli o altri
oggetti. L’iperattività è una sintomatologia adatta a spiegare questo comportamento
infantile.
Nell’anima del bambino con trauma di legame vengono scissi anche i sentimenti di
dolore e tristezza. Questi bambini esprimono spesso attraverso malattie fisiche i dolori
che non riescono a elaborare mentalmente: ad esempio neurodermatite, asma,
raffreddore, mal di gola, otite ecc. In un bambino crea confusione quando la madre, che
fino a quel momento era arrabbiata o lo rifiutava, diventa di colpo esageratamente
gentile se appare una persona estranea che quindi ha l’impressione che la madre sia
sempre così disponibile e con tutti.
I bambini con trauma di legame sono sopraffatti dalle preoccupazioni e dalla tristezza
che non possono mostrare alla loro madre, la quale, altrimenti, si arrabbierebbe oppure
cadrebbe in depressione: completamente lasciati a se stessi, scindono la loro
componente triste, piangono di nascosto la notte a letto e cadono periodicamente in stati
depressivi.
L’io di sopravvivenza infantile che mantiene, malgrado le esperienze negative, il
legame simbiotico con la madre, per via della dipendenza da lei, indirizza la sua
attenzione su come influenzare e tranquillizzare una persona che in fondo non è
controllabile. Questa componente è ricattabile dalla minaccia del rifiuto,
dell’allontanamento o dalla violenza da parte della madre, ma si mostra anche subito
disponibile quando essa gli dice quanto bene vuole al suo bambino e quanto lui
dovrebbe esserle grato della sua vicinanza. Per questo il bambino deve fare per lei
qualsiasi cosa e inoltre volerle anche molto bene. Nei casi estremi questo può includere
la richiesta al bambino di dormire con lei ed eventualmente di abusare sessualmente di
lui. Madri che sono state abusate sessualmente non di rado sottopongono il proprio
bambino al medesimo abuso. Attraverso questa esperienza anche i sentimenti di pudore
del bambino si confondono, perché la madre dice o lascia intendere senza parole che
ciò che fa è normale. Si può arrivare fino al punto che la colpa di ciò che in realtà lui
ha subito, viene fatta ricadere sul bambino stesso. “Tu sei cattivo e la mamma deve
quindi fare questo con te!”, si dice poi. Così il bambino viene reso insicuro e confuso
anche in riferimento alla responsabilità e ai sensi di colpa. Si sente colpevole per
quello che altri gli fanno e quindi non impara nemmeno cosa vuol dire assumersi la
responsabilità di ciò che si fa ad altri.
Quando la madre soffre ed è infelice, la componente simbiotica del bambino si sente
comunque colpevole e responsabile per questo ma non si rende conto di non venir
neppure percepito dalle componenti sofferenti della stessa, che vede nel bambino o la
propria madre, dalla quale vorrebbe amore e riconoscimento, oppure suo padre, del
quale ha paura. Il bambino non comprende questi processi di trasferimento e si sente
sempre più coinvolto in prima persona nell’irretimento traumatico con sua madre.
Per questo motivo, crescendo, questo io di sopravvivenza simbiotico infantile è
costituito da un insieme di strategie di adattamento agli umori e alle sofferenze di sua
madre, per ultimo quindi alle diverse facce delle sue scissioni. Pertanto, nel bambino,
non si può sviluppare nessun io autonomo che potrebbe occuparsi delle proprie
esigenze e interessi. L’io adattato del bambino non può distinguere tra ciò che lui stesso
vuole e sente e ciò che ci si aspetta che lui faccia, pensi e senta. Le richieste di sua
madre diventano le sue stesse esigenze. Per questa componente del bambino, le
esigenze della madre di come esso debba essere, perché lei “gli possa voler bene”,
“non debba avere delle preoccupazioni”, “non debba sgridarlo”, “non debba punirlo”,
sono il completo contenuto della sua esistenza. Poiché sua madre non è in grado di
porre un limite sano tra se stessa e il bambino, anche per il figlio i limiti tra ciò che è
dentro e ciò che è fuori si confondono.
Quando la madre alterna i suoi stati traumatici, la componente simbiotica del bambino
assorbe nella sua anima anche questi, come se fossero i suoi. La componente simbiotica
di sopravvivenza del bambino è costituita per la maggior parte dalle “introiezioni”
materne, che da un lato esigono amore senza limiti, dall’altro sono estremamente
ricusanti, aggressive o violente: esse diventano il contenuto della sua struttura mentale –
il suo sé sbagliato. Una parte nel bambino rifiuta se stesso, si difende da se stesso e
punisce se stesso.
Per via della sua dipendenza, del suo desiderio di venire accettato e di appartenere alla
famiglia, un bambino non può interiormente porre dei limiti alla critica, ai rimproveri e
alla violenza dei suoi genitori e forse dei suoi fratelli e sorelle e altri parenti. Assorbe
tutto dentro di sé. Così le persone che gli fanno del male paradossalmente diventano una
parte di lui. Per questo motivo le offese, le umiliazioni e le false accuse sono attive
nella sua anima anche quando le persone responsabili non sono presenti. Per la sua
esigenza di essere riconosciuto e amato proprio dalle persone che gli fanno
maggiormente male, un bambino dipendente non trova nessun mezzo di difesa nella sua
anima per potersi proteggere dai suoi aggressori.
Risultato: un bambino con trauma di legame non può sviluppare in modo sano i
sentimenti essenziali – paura, rabbia, tristezza, amore, colpa e vergogna – e lasciarli
confluire in un’unità mentale. I suoi sentimenti primordiali rimangono a uno stato grezzo
di sviluppo. Per la sua sopravvivenza deve scindere tutti i sentimenti di legame in
strutture mentali isolate. Paura, amore, rabbia, dolore, tristezza, vergogna e colpa
vivono dentro di lui una vita propria e con il passare del tempo diventano piuttosto
estremi e irreali anziché flessibili e appropriati alle situazioni.
Nella Figura 8 viene riassunto questo livello di scissione primaria del bambino
traumatizzato nel legame in rapporto con sua madre [Figura 8 – Scissione di un bambino
in una situazione di trauma del legame in relazione alla madre]. Come presentato nella
grafica, la componente di sopravvivenza adattata del bambino, che per la sua
sopravvivenza mantiene viva la simbiosi con la madre a tutti costi, non è delimitata
dalle componenti scisse di lei.

Scissioni nel rapporto col padre


Dato che il bambino traumatizzato nel legame non può trovare una stabilità sicura
presso sua madre, è essenzialmente più aperto per altre proposte di legame. In un certo
senso è più sensibile alla seduzione. Se è disponibile un padre, si rivolge, con le sue
esigenze di legame, in modo più intenso a lui. Visto che le madri traumatizzate si
cercano per lo più dei compagni che a loro volta sono traumatizzati e fortemente scissi,
il bambino di norma entra in grande pericolo di essere coinvolto anche nella scissione
di suo padre. Nella sua componente simbiotica ed esigente di sopravvivenza ora
confluiscono anche le componenti traumatiche non elaborate di suo padre (vedi
l’esempio del caso “Stringi i denti” al Capitolo 6).
Secondo le esperienze, è molto alta la probabilità che la ricerca del bambino di
contatto fisico e calore, quindi di vicinanza emotiva, venga sessualizzata dal padre e
che il piccolo debba subire delle molestie sessuali da parte sua. In tali casi questo porta
a un ulteriore livello di scissioni mentali nel bambino. Così come è avvenuto con sua
madre, egli idealizza con una componente di se stesso anche suo padre. Più il bimbo si
sensibilizza e si rispecchia nell’anima di suo padre, più chiaramente percepisce la sua
componente impotente e traumatizzata e si accorge che anche il padre sta male alla
stessa maniera. Prova compassione per lui e vorrebbe aiutarlo.
Se il padre sfrutta queste offerte di compassione del bambino e lo abusa sessualmente,
il bambino deve scindersi nuovamente. Una componente di lui continua a idealizzare il
“buon papà” ed empatizza con lui. L’altra componente deve sopportare i dolori, i
sentimenti di ribrezzo, vergogna e di impurità causati dagli abusi sessuali del padre. La
componente che idealizza il padre, si comporta in un certo senso da pazza. Finge che il
contatto con lui sia un gioco divertente, ride ad esempio in modo spropositato, scopre il
suo corpo, mostra i genitali, utilizza espressioni sessuali, in breve: si comporta senza
pudore, perché il suo limite di pudore è stato invaso dal padre e lui non può più
delimitarsi in modo giusto. Mal di pancia e desideri libidinosi, paura e serenità, rabbia
impotente e affettuosità, sentirsi una principessa e una pattumiera sono sentimenti che si
alternano nel bambino, a seconda di quale sia la componente che prevale in quel
momento.

La Figura 9 rappresenta questo livello di scissione [Figura 9 – Scissione del bambino


in una situazione di trauma del legame dopo un abuso sessuale attraverso il padre]. La
componente traumatizzata dall’abuso sessuale è incastrata nei sentimenti confusi che
vengono risvegliati nel bambino dall’abuso. La componente di sopravvivenza che ne è
stata scissa non ha nessun ricordo consapevole dell’abuso. Se venisse interrogato in
proposito, risponderebbe sempre di non saperne nulla e che non potrebbe mai
immaginarsi che il padre avesse fatto una cosa del genere.
Come un dio
In una costellazione – io ero nel ruolo di rappresentante – ho fatto un’esperienza per me molto significativa, di
come si può arrivare a una relazione incestuosa tra padre e figlia. Ero stato messo in scena come padre della
paziente. Io mi sentivo molto male nel mio corpo, per alcuni momenti svaniva l’energia dalle mie gambe, e
credevo di crollare da un momento all’altro. Attorno al mio petto sentivo una specie di anello di ferro che mi
schiacciava, però allo stesso tempo mi dava un po’ si stabilità. Quando d’un tratto una componente di mia figlia
si avvicinò di schiena verso di me, volevo girarmi dall’altra parte così che lei non venisse a contatto con me e la
mia miseria. Le dissi di sentire una forte pressione sul petto. Allora questa componente di mia figlia rispose:
“Forte, sì, è questo ciò che cerco! Qualcosa di forte, potente!”. Subito ero meravigliato dalla sua reazione
maniacale, ma d’un tratto mi piacque l’idea che questa bambina mi ammirasse e sembrasse cercare sostegno
presso di me. Con lentezza iniziai a raddrizzarmi interiormente. E più questa bambina mi dava l’illusione di esser
forte, più mi sentivo potente.
Piano piano pensai che tutto attorno a me mi appartenesse e dovesse seguire la mia volontà. Più questa mia
fantasia cresceva, più mia figlia mi ammirava. Alla fine mi adorava letteralmente come se fossi un dio. Io
potevo dire ciò che volevo, da lei ricevevo solo applausi e ammirazione. Diventavo sempre più consapevole che
lei avrebbe fatto tutto ciò che io volevo. Erotismo, esoterismo, sessualità, trance e droghe, tutto si mescolò
dentro di me in uno stato di ebbrezza che aumentava sempre di più e che non accettava più nessun limite.
Ritmicamente e sincronicamente si muovevano i nostri corpi, e non esisteva più nulla che dall’esterno ci potesse
impedire di vagare nelle nostre illusioni.

Dopo questa costellazione mi divenne chiaro come il seduttore adulto e la giovane


sedotta avessero bisogno uno dell’altra, come si elevassero dalla loro condizione
interiore di necessità e si esaltassero reciprocamente sempre nella pazzia. Senza la
bambina questo padre sarebbe sprofondato prima o poi nella propria miseria.
L’ammirazione e l’adorazione di lei lo hanno condotto ad accrescere la mania di
grandezza della sua onnipotenza. La componente della bambina che esigeva un legame
si era prostrata a lui perché non poteva trovare sostegno presso sua madre depressa e le
sembrava di potersi erigere nella forza illusoria da lei proiettata nel padre.
In questa costellazione c’era anche un’altra componente di questa bambina: essa era
sdraiata per terra e si sentiva uno straccio, lurido e sporco. Era la componente che
rappresentava l’abuso sessuale e percepiva anche che non era giusto ciò che il padre
faceva con lei. Riconosceva la follia che si stava svolgendo tra il padre e l’altra sua
componente e si sentiva completamente impotente di fare qualcosa e di liberare le altre
due persone dal loro mondo bugiardo. Non aveva nemmeno la speranza che qualcun
altro la potesse aiutare.
Se per il bambino traumatizzato nel legame non c’è a disposizione un padre biologico,
può rivolgere le sue esigenze di sostegno e amore anche verso fratelli maggiori, nonni,
patrigni, zii, vicini di casa ecc. I pedofili hanno una particolare sensibilità verso
bambini che sono senza sostegno, bisognosi d’amore e compassionevoli e quindi
facilmente seducibili.
Anche i ragazzini, le cui madri non sono capaci di legarsi, sono facilmente seducibili da
parte del padre o di altri uomini. Anche in loro si formano degli schemi di scissione
simili. Una parte ha compassione per l’abusatone, l’altra parte sente paura e ribrezzo
verso di lui. Socialmente, l’abuso sessuale sui ragazzi è ancora un tabù maggiore
rispetto all’abuso sulle ragazze, del quale si inizia a parlare di più in pubblico. L’abuso
sessuale da parte delle madri su figli e figlie viene ancora completamente taciuto
(Homes, 2004).
Puttana e santa

La situazione di abuso diventa confusa in modo particolare quando – e qui specifico


soprattutto la situazione delle bambine – ha dato anche piacere. In seguito la bimba si
sente colpevole e sconvolta, e le parti che in lei sentono in modo sano, si vergognano
per questo. Per non dover sentire questi sentimenti confusi, nella sua vita futura
dissocerà se stessa nel contatto sessuale, uscirà dal suo corpo, nei rapporti intimi
interiormente scapperà sempre e farà cose pazze nelle sue relazioni con gli uomini e in
riferimento alla sua sessualità. In questi stati dissociati non può prendere sul serio né se
stessa né altre persone. Vaga nelle illusioni, spera nel principe azzurro che la ama
infinitamente e che la libera. Viene attirata inevitabilmente da uomini a loro volta
confusi, vacillanti e instabili e si butta in relazioni estremamente sessualizzate e
avventurose con loro. Inscena sempre nuovamente la sua esperienza infantile di abuso
anche come donna adulta.
Se una bambina viene abusata da suo padre, questi imprime il suo timbro alle sue
sensazioni sessuali future. Come può una ragazzina che lentamente diventa donna gestire
il suo desiderio? Si realizzano spesso le seguenti dinamiche relazionali: come donna
cerca di reinscenare nuovamente la situazione originaria con il padre. Per questo
motivo da adulta si cerca degli uomini che assomigliano al padre e hanno caratteristiche
simili a lui (età, aspetto, odore...). Quando arriva l’uomo che si adatta a questo schema,
in una componente di lei si attiva immediatamente il desiderio sessuale che ora sembra
che si possa sfogare. L’uomo non intuisce in quale vecchio dramma viene coinvolto.
Quando poi entra in gioco la realtà, quando le altre componenti della donna si
accorgono che c’è qualcosa che non va e che questo uomo non è il compagno giusto (ad
esempio perché è già sposato o perché è alcolizzato come il padre), allora scoppia
l’illusoria bolla di sapone e il desiderio risvegliato per il padre rimane insoddisfatto.
Ora il pendolo oscilla dall’altra parte e le sembra completamente impossibile vivere la
propria libido. Astinenza sessuale e frustrazione nello stare con un uomo “normale”,
che non può risvegliare questa “vera” voglia, sembra essere l’unica alternativa
possibile rispetto alla danza d’amore verace con il proprio padre. Così può succedere
che una bambina abusata da suo padre come donna adulta oscilli tra gli estremi della
puttana promiscua e della santa astinente.

Violenza pura
Figli maschi possono arrivare a situazioni estreme a causa di padri che sono molto
violenti. Se osservano, ad esempio, com’è brutale il loro padre nei confronti della
madre, si possono proteggere soltanto tramite una scissione, per dimenticare ciò che
hanno vissuto. Un paziente ha scoperto inaspettatamente una tale componente
traumatizzata scissa durante un suo lavoro:

Quando questa componente è attiva, allora sono completamente distratto. Non riesco a ricordarmi dove ho
parcheggiato la mia macchina, non riesco a memorizzare nessun nome oppure non ricordo più nomi che già
sapevo. Dimentico gli appuntamenti, non ho più la situazione sotto controllo e di conseguenza sono
completamente sopraffatto. Avverto bene questa componente attualmente nel mio lavoro. Non riesco più a
ricordare i nomi dei partecipanti, nemmeno quelli dei miei colleghi, anche se li sapevo in precedenza. Anche se
in fondo mi giudico intelligente mi sembra di essere completamente imbranato. Non riesco a connettere
lucidamente e a seguire ragionamenti logici. Sono completamente ovattato e mi arrabbio perché so che in fondo
ne sarei capace. Sono completamente fuori dalla realtà e percepisco tutto come attraverso una cortina di
nebbia. In quei momenti sono anche facilmente influenzabile da idee fuorvianti perché non le capisco e non me
ne accorgo. Allora mi si può raccontare tutto e fare tutto con me.

Componenti di sopravvivenza ambiziose


Alcuni figli maschi che non sono riusciti a stabilire un legame né con la loro madre
traumatizzata né con il loro padre, sviluppano come componente di sopravvivenza una
componente estremamente ambiziosa, la quale vuole dimostrare al padre che suo figlio
merita di ricevere considerazione e riconoscimento perché ora molte persone lo
ammirano. Con i loro risultati nella professione cercano di impressionare il loro padre
irraggiungibile e di dimostrargli di essere comunque qualcuno. Anche le figlie possono
sviluppare questa componente ambiziosa dentro di sé per dimostrare sia alla madre che
al padre che in fondo sarebbero meritevoli di amore. In questo modo però non
otterranno mai successo malgrado tutti i loro sforzi. Qualsiasi cosa riescano a fare nella
loro vita, non è mai sufficiente per creare un legame caldo e amorevole con il padre o
la madre, perché questi a riguardo si sentono sopraffatti.

Scissione aggressore-vittima
Una situazione di trauma del legame per un bambino è quindi legata a trascuratezza,
sopraffazione, violenza e spesso anche ad abusi sessuali. Il bambino è chiaramente la
vittima di questa situazione, la vittima dei suoi genitori traumatizzati. Deve, da
innocente, permettere l’ingresso alle energie negative dei suoi genitori. In parte si
identifica con queste energie negative nella speranza di potersi poi difendere meglio, e
sviluppa la sua propria rabbia e il suo odio verso gli aggressori. Come vittima è ben
presto colmato dall’energia dell’aggressore. Dove mettere però questa energia? Il
bambino rivolge la sua aggressività o contro i più deboli oppure contro se stesso sotto
forma di azioni autolesive.
Entrando nell’aggressività e nella distruttività perde completamente la capacità di
distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Non può più tenere separato il buono
dal cattivo. In una palude di sentimenti buoni e cattivi perde completamente
l’orientamento. Alla fine tutto gli diventa indifferente. Questo caos emotivo è il terreno
fertile per dei pensieri e delle azioni di suicidio.
Una scissione aggressore-vittima può portare sia a dei comportamenti sadici (cioè
provare piacere nel torturare gli altri) sia masochistici (ciò come vittima sentire
piacere nel venire torturati), a seconda di quale componente emerge nel vissuto.
Il seguente esempio, dove la scissione aggressore-vittima diventa visibile già in un
bambino molto piccolo, rende più comprensibili questi procedimenti confusi nell’anima
di una persona traumatizzata nel legame.
Rapporto sessuale con le bambole
Samira, di due anni e mezzo, è stata presa in affido dal servizio sociale, dopo che una maestra dell’asilo aveva
notato dei segni di strangolamento sul collo della bambina. Avevano anche scoperto una lesione da morso nella
regione genitale. Dal rapporto di una pedagogista sociale emerge il seguente svolgimento dei fatti: “Nei primi
tempi trascorsi nella famiglia di affido, Samira mostrava forti evidenze: per una bambina di due anni teneva poco
le distanze. La madre affidataria riferì che Samira in molte situazioni e nei posti più diversi andava verso
persone estranee, alzava le mani e voleva essere presa in braccio. Nei primi giorni dopo l’affido Samira indicava
ripetutamente il suo bassoventre e diceva ‘bua mamma’. Inoltre si teneva le mani al collo come se si volesse
strozzare. Spesso mostrava reazioni di paura. Appena il padre affidatario le voleva mettere il pannolino, iniziava
a piangere, gridava e lo picchiava. In presenza del figlio della famiglia affidataria Samira si irrigidiva, non
mostrava più reazioni e non rispondeva se interpellata.
All’asilo Samira afferrava il bambino in mezzo alle gambe, si spogliava ripetutamente davanti a loro oppure si
sdraiava sopra di loro. Afferrava in mezzo alle gambe anche i genitori affidatari e con le sue bambole giocava al
rapporto sessuale. Oltretutto allargava le gambe alle sue bambole così violentemente che si rompevano. Durante
la prima visita della madre biologica, Samira sembrava molto tesa, sedeva dritta e rigida sul suo grembo e non
diceva una parola.”
Samira mostra il tipico comportamento di avvicinamento aspecifico di bambini sessualmente traumatizzati, che
da persone esterne viene interpretato erroneamente o come “dolce” o come “invadente”. Qui è in azione la
componente simbiotica di sopravvivenza del bambino pesantemente traumatizzato nel legame. Questa
componente fa notare direttamente alla madre (“bua mamma”) la sua sofferenza (nell’indicare il bassoventre),
quindi l’abuso sessuale.
Al contatto con il padre affidatario e il figlio della famiglia, diventa visibile la componente traumatizzata che è
piena di paura e si irrigidisce di tanto in tanto. Al contatto con altri bambini emerge un’altra componente mentale
di Samira. Nel toccare i genitali alle sue compagne di gioco, nello spogliarsi davanti a loro e nell’imitare l’atto
sessuale con le sue bambole si evidenzia in lei chiaramente la scissione aggressore-vittima. Imita l’aggressore e
le azioni sessuali che lui ha effettuato su di lei. Che la bambina si metta le mani al collo da sola come se volesse
strozzarsi, può rispecchiare un’azione che l’aggressore ha agito su di lei.
Quando dopo alcune settimane Samira assunse un comportamento apparentemente normale verso sua madre,
l’assistente consigliò di ricondurre la bambina nuovamente in famiglia. Sembrava che la componente simbiotica
di sopravvivenza di Samira avesse imparato a normalizzare il contatto con gli adulti tanto da ingannare
addirittura un assistente-osservatore. La sua componente traumatizzata poteva rimanere sullo sfondo nella
situazione di protezione dell’affidamento e dell’accompagnamento sociopedagogico. Però non era scomparsa.
Nel riportare Samira nuovamente nella situazione di trauma del legame, non viene posto nessun freno alla
violenza verso questa bambina. Per questa ragione è prevedibile lo sviluppo di un pesante disturbo di personalità
in Samira. Come potrà mai sviluppare fiducia nei confronti di altre persone se le sue chiare indicazioni verso la
sua traumatizzazione sessuale vengono ignorate da sua madre e da tutti gli altri adulti? Nella sua disperazione di
non essere vista da nessuno, cosa dovrà ancora sopportare nella sua vita? Cosa arrecheranno le sue componenti
aggressive ad altri in futuro?

Ai ragazzi vittime di abusi sessuali, si aggiunge inoltre la difficoltà della confusione


nella loro identità sessuale. Si vergognano estremamente dell’abuso subito e per questo
non si sentono più uomini. Con una componente di sopravvivenza dell’io, tentano
perciò di confermare la loro mascolinità in modo particolare. Essere aggressori sembra
loro più sopportabile che essere vittima, perché corrisponde di più allo stereotipo del
ruolo maschile,

Conseguenze di divorzio
Un approfondimento del processo di scissione si può osservare nei bambini i cui
genitori si trovano in una situazione di separazione o divorzio, nella quale spesso si
litiga molto e dove il figlio viene conteso. Se ad esempio una madre con scissioni
mentali pesanti vuole tirare dalla sua parte il bambino durante il conflitto con suo
marito e per questo motivo dipinge il padre come il male e il cattivo, il bambino con la
sua componente simbiotica di sopravvivenza spesso si adatta in maniera esagerata alla
madre, la riempie di rassicurazioni amorose e imita il suo atteggiamento e le sue
argomentazioni (ten Hövel, 2003). Nelle procedure di affido gli osservatori ricevono
per questa ragione un’impressione completamente sbagliata, se vedono soltanto questa
faccia del bambino, la quale si sente completamente dipendente dalla madre e per
questo la idealizza. È fatale se gli osservatori non percepiscono sotto quale enorme
pressione si trova la componente traumatizzata del bambino e di quanto è già progredita
la scissione nella sua mente. Osservazioni dove non vengono riconosciuti e descritti
chiaramente fenomeni dissociativi e scissioni sia negli adulti che nei bambini, sono
fondamentalmente senza valore. Cadono nella trappola dell’apparente normalità che
viene naturalmente prodotta dalle componenti adattate di sopravvivenza di genitori e
figli nelle situazioni di osservazione che precedono procedure di affido.

Rabbia, aggressività e ignoranza


Bambini traumatizzati nel legame scindono la rabbia contro i loro genitori, oppure la
esprimono in modo nascosto. Quando questi bambini entrano nella pubertà e inizia il
processo di distacco dai genitori, la rabbia scissa viene sempre più a galla. Chi ha a
che fare con bambini traumatizzati nel legame conosce le loro strategie distruttive e i
loro comportamenti.
• Scaricano la loro rabbia senza una meta precisa su altre persone oppure contro
oggetti. Se altri si difendono dalle loro aggressioni, si arriva a un processo di
escalation in una spirale di violenza.
• Attuano la loro aggressione contro se stessi (ad esempio strappandosi i capelli,
tagliandosi la pelle oppure graffiandosi o facendosi piercing).
• Si autodistruggono attraverso il consumo di droghe.
• Cercano di scaricarsi nel sesso disinvolto e privo di sentimenti.
• Si istigano con musica dalle sonorità e dai testi aggressivi.

Se si osservano dei giovani che, a causa della loro negligenza emotiva dovuta ai loro
genitori traumatizzati, rimangono incastrati nel loro caos emotivo, si riconosce quanto
le emozioni caotiche impediscano anche la loro capacità di pensiero. Malgrado molti di
questi giovani possono fare delle cose sorprendenti, che lasciano pensare a un’alta
intelligenza (ad esempio, scassinare delle macchine in pochi secondi e partire) non
possono utilizzare i loro potenziale cognitivo per uscire da soli dalla loro miseria. Ne
abusano per scovare delle strategie di sopravvivenza sempre più radicali. Non
riconoscono le gravi conseguenze delle loro aggressioni né per se stessi né per gli altri.
Il loro io di sopravvivenza si rifiuta di utilizzare la ragione per capire veramente le
connessioni. Assumono un atteggiamento di non-serietà. “Cazzeggiano” in giro, cercano
di superarsi a vicenda con delle frasi “di moda” e a sfondo sessuale, vengono attratti
inevitabilmente da altre persone scisse allo stesso loro modo. Per il fatto che le loro
ferite mentali vanno così in profondità il loro io di sopravvivenza cerca una via
d’uscita nella superficialità.
Così si formano degli ambiti sociali nei quali la violenza, il consumo di droghe e il
sesso disinvolto e senza sentimenti viene visto da tutti come normale. Non ci si cura più
della ragione, si rinuncia a mete scolastiche perché “non di moda”. Per questo non
importa se, con l’andare del tempo, il cervello viene distrutto dall’uso di droghe.
L’istupidimento progressivo è il risultato. Si aggiunge un falso orgoglio per queste
azioni, che sono più che discutibili: bere più birra possibile, avere molti partner
sessuali, poter colpire velocemente. Contro gli influssi educativi di genitori, insegnanti,
operatori sociali, addirittura poliziotti e giudici, l’io di sopravvivenza dei giovani
traumatizzati nel legame si rende sempre più immune.
Quanto drammaticamente può cambiare il comportamento di bambini adottati e
traumatizzati nel legame non appena raggiungono l’età adolescenziale lo ha descritto
dettagliatamente e in modo impressionante una madre adottiva, con l’esempio dei suoi
due figli (Wolatz, 2004).

Madri traumatizzate nel legame e i loro figli


Per visualizzare più concretamente l’argomento “trauma del legame” prendo di nuovo
un caso come esempio, dalla tesi di uno dei mie studenti, Simon Holz (Holz, 2005, pp.
81-83). Per l’esposizione in questo libro ho ridotto il testo.
L’uomo dei sogni e il bambino fonte di preoccupazioni
La signora M. viene in un centro sociale per parlare del suo problema a casa. Lei è sposata da quattro anni con
suo marito e ha una figlia di cinque anni di nome Susanna. La coppia convive dalla nascita della figlia. Il marito
ha una posizione di responsabilità in una grande ditta. La signora M. è casalinga e si occupa della figlia. Chiede
consiglio perché non riesce più ad andare d’accordo con lei.
Fin dalla nascita della figlia la signora M. è in psicoterapia. Il suo terapeuta le ha diagnosticato un “disturbo di
personalità borderline”. La causa della terapia è stata una pesante crisi matrimoniale dopo la nascita della figlia.
Già molto prima della relazione con suo marito la donna voleva iniziare una terapia ma poi era così felice con
suo marito, che pensava che i suoi problemi si fossero dissolti grazie al suo “uomo dei sogni”.
Già a undici anni la signora M. era stata ricoverata in psichiatria infantile e adolescenziale perché aveva bevuto
di proposito del detersivo per togliersi la vita. Lì rimase per quattro settimane e alla fine tornò a casa senza che
in seguito ci fosse un’ulteriore accompagnamento o assistenza. Fino alla relazione con il suo attuale marito
descrive la sua vita come caotica. Aveva avuto più relazioni contemporaneamente e abitava alternativamente
dall’uno e dall’altro fino alla lite successiva, pur di non dovere andare a casa sua. Andava spesso alle feste,
consumava cocaina in alternanza con alcol e pasticche. I soldi li guadagnava con l’hobby della prostituzione. Per
questa ragione veniva spesso “pizzicata” dalla polizia e riportata a casa. Lì l’aspettava sempre sua madre che la
bastonava regolarmente, per punizione. Già nella sua infanzia veniva picchiata spesso e rinchiusa per giorni nella
sua stanza. Lei pensa che fossero successe delle altre cose che però al momento non riesce a ricordarsi perché
rimosse da troppo tempo. Sua madre non era mai pronta per parlare e iniziava o a piangere o a picchiare se le
chiedeva del suo passato.
La signora M. al momento della nascita della figlia e negli anni successivi si descrive come non ponderata,
caotica e testarda. Ora lei ha paura di avere trattato sua figlia ingiustamente oppure addirittura maltrattata.
Ammette di avere picchiato anche lei sua figlia perché in alcune situazioni non sapeva gestirsi diversamente.
Dalle conoscenze e dalla consapevolezza odierna, temeva di aver messo sua figlia probabilmente in situazioni
che lei stessa aveva vissuto da bambina. Le è molto difficile ammettere questo. Negli ultimi mesi ha tentato di
parlarne con sua figlia e di spiegarle perché si era comportata così. Però non riesce ad avvicinarsi
emotivamente a Susanna. Susanna è molto chiusa, distante e per la sua età molto adulta e diplomatica. Inoltre è
lunatica. Lei accetta sua madre come persona di fiducia quando sta molto male, ma appena si è ripresa, la
respinge nuovamente e la rimprovera di averla abbandonata. A queste fasi di attaccamento e di depressione
seguono fasi di rimprovero, delle quali la signora M. non riesce a capacitarsi. Susanna aveva iniziato una terapia
di disegno con entusiasmo ma dopo il quarto incontro si è rifiutata di ritornarci.
La signora M. si fa dei grossi rimproveri e chiede disperata come può costruire un buon rapporto con sua figlia.
Simili rimproveri arrivano da un po’ di tempo anche da suo marito. Quest’ultimo aveva già minacciato di uscire
di casa con sua figlia se nei mesi successivi non fosse cambiato niente nel rapporto tra madre e figlia. Alla
proposta del terapeuta della signora M. di iniziare una terapia di coppia, suo marito si rifiuta perché è convinto di
non avere nulla a che fare con questo problema. Per una questione del genere non vuole sacrificare inutilmente
il suo tempo. Anche Susanna si rifiuta di avere un colloquio dal terapeuta.

La biografia della signora M. è tipica di una situazione di trauma del legame. Sua madre
non le può dare nessun calore e nessun sostegno sicuro. Molto probabilmente lei stessa
traumatizzata, può sopravvivere alle situazioni di conflitto se reagisce con aggressività,
picchiando attorno a sé alla cieca e maltrattando la propria figlia. Il ricovero in
psichiatria pediatrica e adolescenziale per il tentativo di suicidio mostra quanto
indifesa e disperata doveva sentirsi la signora M. da bambina per cercare nella morte la
via d’uscita dai sui stati interiori insopportabili. Con grande probabilità, in aggiunta
all’esperienza di rifiuto materno e violenza, nell’infanzia della signora M. è presente
anche un abuso sessuale del quale non si ricorda perché è ancora troppo minaccioso per
lei. A favore dell’abuso parla il suo andamento di vita completamente caotico prima
del matrimonio. Lei si era lasciata andare con innumerevoli uomini e si era addirittura
prostituita.
Il consumo di droghe nel caso di una scissione da trauma del legame è spesso tanto
privo di selettività quanto eccessivo. La componente di sopravvivenza prende ciò che
le capita fra le mani per fuggire dalla realtà insopportabile, sia esteriore che interiore:
cocaina, alcol, medicinali, eroina, tutto va bene, basta che abbia effetto rapido. La
componente di sopravvivenza è assetata di sentimenti positivi e cerca di anestetizzare il
più veloce possibile i sentimenti negativi. Questo lo possono dare, nel più breve tempo
possibile e in modo efficace, le droghe pesanti.
Tipica dei bambini traumatizzati nel legame è la ricerca continua di persone che diano
il sospirato sostegno, che riempiano il vuoto interiore e che tranquillizzino la paura
profonda di abbandono. La signora M. ora sembra aver trovato in suo marito qualcuno
che riesce a mantenere le giuste distanze da lei e a non farsi coinvolgere completamente
dal suo caos emotivo. È impotente rispetto alla lotta sempre più violenta che si
sviluppa tra sua moglie e sua figlia. Minaccia la separazione e di conseguenza mette
paura e crea panico alla componente della signora M. che si aggrappa simbioticamente
a lui. Sotto questa pressione lei cerca l’aiuto del servizio sociale.
Sua figlia Susanna mostra in modo evidente i due aspetti della scissione del trauma di
legame. Se si trova nel suo stato di esigenze simbiotiche è affettuosa, depressa e la
rimprovera di farla sentire abbandonata; se è nella componente di sopravvivenza, si
mostra indipendente, non vuole sapere niente di sua madre e si comporta in modo
calcolato e manipolatorio per ottenere ciò che desidera avere. Si può entusiasmare in
fretta per qualcosa e con la stessa velocità cadere nuovamente in letargo, rifiutando il
contatto. La bambina ha assorbito la scissione di sua madre come base per la sua
struttura mentale. È legata alla componente energeticamente sovrasviluppata di
sopravvivenza di sua madre tanto quanto alle sue componenti traumatizzate indifese.
Visto che la madre oscilla sempre tra queste due componenti, la bambina non può fare
affidamento su di lei. Inizia una lotta per testare la madre. Fin dall’inizio non si è creata
la fiducia primordiale tra madre e figlia. Tale fiducia non può certamente essere
costruita se le componenti di sopravvivenza di madre e figlia si accusano
vicendevolmente. Dove le componenti di sopravvivenza entrano in lite, spesso si arriva
fino alla guerra. Più la bambina esige dei veri sentimenti dalla madre, più la componete
di sopravvivenza della madre ha paura di entrare in contatto con le proprie
traumatizzazioni e quindi va al contrattacco.
La terapia della madre probabilmente può mettere un freno affinché le scissioni presenti
nella figlia non vengano rafforzate e approfondite ulteriormente. Queste però sono già
radicate nell’anima della figlia come meccanismo di adattamento alla situazione di
trauma del legame con sua madre. Susanna un giorno avrà bisogno anche lei di aiuto
terapeutico se desidera uscire da queste scissioni. Rischia di sviluppare un disturbo di
personalità.
Mentre le figlie si irretiscono per tutta la vita con le loro madri traumatizzate e a mala
pena riescono a staccarsi da esse, i maschi tentano di sottrarsi alla loro madre
insopportabile. Una parte della loro anima rimane comunque legata a lei come illustra il
seguente esempio.
Devo diventare ancora più forte!
La madre di Thomas soffriva di ciò che in senso psichiatrico si definisce un disturbo di personalità isterico. Era
piena di paure, cambiava repentinamente i suoi stati d’umore, nei contatti extrafamiliari era su di giri e simpatica
e controllava suo figlio passo dopo passo. Thomas tentava di sfuggire alla tormentosa e umiliante tutela della
madre, nell’escogitare dei giochi e delle prove di coraggio sempre più pericolose. Anche più tardi nella vita
cercava l’avventura e la lotta. D’altra parte, per ogni minimo disturbo, andava dal dottore. Lo torturavano
innumerevoli problemi fisici. Si consultava con un esercito di specialisti. Fino alla sua terapia, l’unica via di fuga
alle eccessive cure materne e alla sua morsa era di rafforzare sempre di più la sua componente di
sopravvivenza per diventare un guerriero e uno spadaccino senza paura. Per questo la sua componente di
sopravvivenza reagiva con panico quando emergevano in lui dei sintomi fisici di malattia, perché questo
significava per lui debolezza e alimentava la paura di venire trascinato nell’abisso insieme a sua madre. Il motivo
del trauma di sua madre era un aborto in gravidanza avanzata prima della sua nascita, per il quale lei si sentiva
colpevole da una vita.

Dipendenza, irresponsabilità e potere


Se gli uomini vengono guidati principalmente dalla loro componente traumatizzata di
rabbia, spesso perdono la capacità di aver riguardo per altre persone. Molti uomini
respingono in modo estremo il bambino ferito e traumatizzato che è nella loro anima; il
loro io di sopravvivenza è altamente aggressivo e può combattere altre persone senza
pietà. Nei loro rapporti con le donne emerge ogni tanto il loro io illusorio d’amore che
equivale alla stessa componente d’amore illusoria nelle donne. Al minimo evento però
la situazione può ribaltarsi e possono uscire nuovamente le componenti estremamente
aggressive, per cui picchia brutalmente o violenta quella stessa donna, alla quale un
momento prima aveva promesso il paradiso terrestre. Nella violenza contro la donna si
scarica l’odio accumulato verso la propria madre, il quale non può esserle mostrato. I
magnaccia sostengono quindi non a torto di amare la loro donna che mandano a
prostituirsi. Sebbene ciò appaia assurdo, in un certo qual modo purtroppo corrisponde.
Anche nelle donne la scissione dei loro sentimenti di legame porta, per ragioni di
esperienze traumatiche di violenza, all’incapacità di creare un rapporto maturo di
coppia con un uomo. La sua componente di paura cerca fermezza vicino a un uomo
apparentemente “forte”; per lei sono adatti gli uomini che, come descritto sopra, hanno
costruito dentro di sé un io di sopravvivenza aggressivo e freddo. Quando si incontrano
le componenti infantili traumatizzate di entrambi, per una breve fase si crea veramente
qualcosa di simile alla comprensione reciproca del malessere interiore dell’altro. Per
questa ragione tali relazioni uomo-donna sono sostenibili per un periodo lungo,
malgrado la loro vita quotidiana sia intrisa di litigi perenni e violenza estrema, non
appena entra in azione l’io di sopravvivenza aggressivo di entrambi.
Un io di sopravvivenza che deriva da una traumatizzazione dovuta alla violenza non si
assume più la responsabilità per se stesso e per altre persone, non per il proprio
compagno, non per i propri figli, né ha riguardo per le regole sociali e le convenzioni.
Si pone al di sopra di tutto ciò che sbarra la strada alle sue azioni cieche. Questo io di
sopravvivenza aggressivo coinvolge altre persone nelle sue iniziative totalmente
imponderate, per non doversi occupare delle proprie esperienze traumatiche dolorose.
Il suo modo di affrontare il trauma è la traumatizzazione di altre persone. Attraverso di
loro cerca di acquisire potere, di renderle dipendenti da lui, di impossessarsene come
se fossero oggetti e di manipolarle a piacimento.
Come possono sentirsi dei bambini concepiti in una tale relazione di violenza, lo
mostra il seguente esempio.
Terrore familiare
La storia che Veronica portò a un seminario avrebbe potuto bastare facilmente per cinque vite. Sua madre tentò
di abortirla con i ferri da maglia, già da neonata veniva messa a disposizione su un “vassoio d’argento” per
l’abuso, due volte suo padre le puntò la pistola alla tempia e tirò il grilletto. Sua madre la picchiava molto spesso
e addirittura quando era già adulta suo fratello tentò di violentarla. Suo padre durante la seconda guerra
mondiale aveva oltretutto giustiziato dei partigiani. Sua madre idolatrava questo uomo e malgrado i suoi eccessi
di violenza non si voleva separare da lui. In una costellazione di Veronica venne alla luce che già la nonna
materna non riusciva a distinguere l’amore dalla violenza. La violenza, presente già da tante generazioni nella
linea femminile a causa delle ripetute traumatizzazioni legate alla violenza, era stata scambiata in modo
maniacale con l’affetto.
In un’ulteriore costellazione Veronica si occupò del sistema di origine paterno. Anche qui si mostrò come la
spirale di potere, impotenza e violenza aveva risucchiato nel suo vortice tutta la famiglia e nessuno dei
partecipanti conosceva un’altra via di fuga che aggredire di nuovo violentemente altri. Veronica, l’unica nella
sua famiglia, ha imboccato un’altra via e ha elaborato in terapia il suo passato. Per questo è stata disprezzata dai
parenti sia materni che paterni. Malgrado ciò lei ha seguito con decisione la sua strada per uscire dal caos della
violenza.

Anche l’esempio seguente getta una luce sul tentativo maniacale di vivere allo stesso
tempo la vicinanza familiare, l’assenza di sentimenti e la violenza.
“Non ci si dispiace per i deboli!”
Per il motivo che sua figlia già da anni era altamente aggressiva verso di lei, una paziente nel mio seminario mise
in scena la sua famiglia di origine. La rappresentante di sua nonna stava nella costellazione come uno scoglio
nelle onde. Emerse che probabilmente aveva abortito o lasciato morire, come minimo, tanti bambini quanti ne
aveva partoriti. A questo proposito disse soltanto che era stato necessario. I bambini forti avrebbero stretto i
denti e sarebbero sopravvissuti, per i più deboli non sarebbe stato un peccato, sarebbero stati solo di ostacolo
alla vita degli altri. Era totalmente sicura di ciò. Per i sentimenti – nel suo gelido io di sopravvivenza – non c’era
nessun posto. I sentimenti per lei erano solo debolezze che disprezzava profondamente. Questo atteggiamento si
manifestò anche nelle sue figlie, in sua nipote e infine anche nella sua pronipote, per la quale la paziente era
venuta al seminario. Questa bambina era fin dalla nascita estremamente irrequieta. Urlava continuamente e
negli anni successivi iniziò a lottare, verbalmente e fisicamente con tutti i mezzi, contro sua madre. La relazione
tra madre e figlia era diventata un campo di battaglia. Quando nella costellazione la rimozione dei sentimenti
amorevoli verso i bambini, praticata già da generazioni, è diventata visibile e la paziente si è un po’ ammorbidita
e ha potuto lasciar emergere il suo dolore e la sua tristezza infantile, anche la rappresentante della figlia si è
tranquillizzata.
Dopo questa costellazione i genitori raccontarono che questa bambina, che non era presente durante il seminario
delle costellazioni, anche nella realtà aveva smesso di lottare contro sua madre.

Disturbi di personalità
Sui vari sviluppi dei traumi che ho cercato di abbozzare in questo capitolo,viene posata
la pietra basilare dei diversi quadri di disturbi della personalità che nella letteratura
psichiatrica e clinica sono ben noti come personalità borderline, quadri sintomatici di
malattie mentali associali, isteriche e narcisistiche (Sass, Wittchen e Zaudig, 1998;
Kreisman e Straus, 2002). Persone con tali plurime scissioni mentali non hanno quasi
nessuna componente sana dell’io a disposizione alla quale potersi affidare. In ogni
relazione prossimale le loro componenti traumatizzate entrano nel panico e richiamano
in azione le componenti estreme di sopravvivenza, le quali tutte insieme
alternativamente mostrano le loro modalità comportamentali di aggrappamento,
aggressività, autolesionismo e/o invadenza, sviluppando delle strategie estreme
contrapposte ai sentimenti traumatici nel loro interno. Il caos interiore si ripete quindi
sempre nuovamente nel caos che causano all’esterno. Così bambini traumatizzati nel
legame, da adulti diventano loro stessi i loro più pericolosi avversari e le maggiori
barriere di sviluppo per la propria personalità. Come adulti si umiliano, si puniscono,
si torturano e si feriscono, anche se i loro genitori traumatizzati non hanno più accesso a
loro. Diventano la successiva generazione di genitori che traumatizzeranno i loro
bambini.
5.4 Trauma del sistema di legame
Ho coniato l’espressione “trauma del sistema di legame” per esprimere l’idea che il
trauma può riguardare non solo un singolo individuo, ma anche un intero sistema di
rapporti interpersonali. Un trauma del sistema di legame dà luogo a uno specifico
quadro di atteggiamenti e sintomi di disturbi mentali.
Gli eventi che portano al verificarsi di situazioni di trauma del sistema di legame sono
spesso la conseguenza naturale di una situazione di trauma del legame. Se un uomo e
una donna, ciascuno con le proprie scissioni interiori, vivono insieme continuando a
farsi la guerra e alternativamente a dipendere in maniera ossessiva l’uno dall’altro e
funzionano solo attraverso le rispettive strategie di sopravvivenza, diventa inevitabile
che prima o poi commettano atti che non possano essere definiti “normali” nemmeno in
un ambito sociale emotivamente insensibile e caratterizzato da traumi. Ad esempio:
• incesto con il proprio padre o la propria madre;
• relazioni sessuali con altri parenti o fratelli;
• aborti ripetuti, specialmente in fase avanzata della gravidanza;
• uccisione di figli appena nati o anche di figli più grandi, facendo passare tale atto per
un incidente;
• abbandono di figli frutto di incesto, dandoli in adozione o abbandonandoli in un
orfanotrofio.

Scissioni del nucleo dell’identità psichica


I traumi del sistema di legame hanno luogo quando in un sistema di legame si verificano
eventi che infrangono il principio fondamentale del legame, ossia tenere insieme
emotivamente, attraverso l’amore, elementi che appartengono l’un l’altro. Ad esempio,
quando una madre uccide il proprio figlio oppure lo trascura causandone la morte, ciò
origina una contraddizione all’interno della sua psiche, così come in quella di tutti
coloro che le sono legati. La persona che compie un simile atto può sopravvivere solo
scindendo quello che è il nucleo della propria identità psichica in una parte che agisce
come se nulla fosse accaduto e un’altra parte che seppellisce nel proprio profondo
l’orrore e il dolore per ciò che ha compiuto, insieme con i sentimenti di colpa e
vergogna che ne derivano.
Nel corso dei miei seminari lavoro spesso con persone provenienti da famiglie in cui si
sono verificati gli eventi sopra citati. Durante le rappresentazioni si osserva molto
chiaramente come si comportano le diverse componenti della psiche della persona che
si sono fatte carico del pesante fardello della colpa.
In seguito a un atto di questo genere, possiamo dire che la parte della psiche che è
rimasta traumatizzata “perde la propria bussola interiore”: un istante può inorridire per
quanto è accaduto e piangere per ciò che ha commesso e l’istante successivo scoppiare
improvvisamente a ridere. Può rivelarsi estremamente amorevole e improvvisamente
diventare terribilmente cattiva. La persona può essere seduta apaticamente e da un
momento all’altro balzare su e mettersi a correre intorno, agendo in modo del tutto
imprevedibile persino per se stessa. Gira continuamente in tondo, se non fisicamente,
nei pensieri e nella propria mente. Tende a parlare da sola, in quanto non riesce più a
comunicare con altre persone per paura del loro disprezzo e della punizione. La
persona si vergogna profondamente per ciò che ha fatto e non può più tornare indietro.
La parte di sopravvivenza protegge la parte traumatizzata dall’ambiente circostante,
tentando di presentarsi all’esterno come apparentemente calma al fine di fugare
eventuali sospetti in merito al fatto che possa essersi verificata un’ingiustizia o la
persona possa aver commesso qualcosa di male o anche solo contribuito o supportato
un tale atto. La parte di sopravvivenza nasconde agli altri i sentimenti scissi di paura e
vergogna. In maniera astratta, poiché ogni collegamento all’atto concreto è stato
rimosso dalla coscienza della persona, questa parte ha sempre paura di venire scoperta
ed essere giudicata colpevole o condannata moralmente.
Per la componente di sopravvivenza gli altri non fanno che cercare continuamente di
provare la sua colpevolezza di “qualcosa” e di estorcerle la verità, per questo motivo
tale parte sta il più possibile in silenzio. Tentare di fugare eventuali sospetti non la
renderebbe infatti ancora più sospetta? Diventa così estremamente prudente,
esageratamente diffidente e via via sempre più paranoica. Alla negazione estrema della
colpa concreta fa da specchio in forma astratta la sensazione costante di “cattiva
coscienza”. La componente di sopravvivenza, che si sente colpevole per un nonnulla,
non indugia un istante ad attaccare quando qualcuno comincia a scavare e a fare troppe
domande. Se necessario, la persona può giungere persino a sacrificare la relazione con
la propria figlia o il proprio figlio, qualora quest’ultimo dovesse cominciare a indagare
nella propria biografia e nella storia della propria famiglia.
Creare dei diversivi e agire come se tutto fosse assolutamente normale diventa
l’occupazione principale di un io di sopravvivenza, che presenta una componente
traumatizzata di colpa/vergogna responsabile di atti folli.
La coscienza di un carnefice non funziona più correttamente, in quanto tutte le emozioni
necessarie si sono scisse. L’io di sopravvivenza non ha più a disposizione nessuna
delle emozioni fondamentali necessarie per valutare realisticamente cosa è giusto e
cosa è sbagliato. Tale componente è allegra quando riesce a mascherare i propri dubbi
interiori agli occhi degli altri prendendosi gioco di loro.

La Figura 10 mostra schematicamente questa forma di scissione [Figura 10 – Scissione


in un trauma del sistema di legame]. In un trauma del sistema di legame difficilmente è
presente un io sano – sempre ammesso che la componente sana fosse esistita prima che
la persona commettesse il fatto – perché in teoria nulla può risvegliare il ricordo di ciò
che si vuole mantenere segreto. L’io di sopravvivenza infatti controlla tutto.
Paura, odio, freddezza emotiva, senso di colpa, vergogna sono i sentimenti dominanti in
questo tipo di situazioni traumatiche e vengono avvertiti da tutta la famiglia. Spesso i
soggetti interessati finiscono così per vivere in uno stato di confusione totale, quasi di
incapacità di intendere e di volere, al punto di non essere più in grado di assumersi la
responsabilità delle proprie azioni.

Confusione dei bambini


Tutti i legami con questa persona, e soprattutto verso una madre che si è fatta carico di
una colpa pesante, sottostanno inconsapevolmente al marchio di questa azione.
I bambini che nascono in un sistema di legame nel quale sono successe delle cose che
toccano il nucleo di identità dei loro genitori percepiscono che qualcosa non va. Ciò
che dicono i genitori è una cosa, ma quello che emanano emotivamente è un’altra. I loro
occhi, i loro gesti, la loro mimica, il tono della loro voce dicono qualcosa di diverso
rispetto alle loro parole. I genitori possono anche tacere ma esattamente nel loro
silenzio si esprime l’impossibilità di parlare di qualcosa di spiacevole. Se d’altra parte
parlano molto, anche per i bambini è percepibile che i loro genitori fuggono da
qualcosa. Così un paziente con una sintomatologia maniaco-depressiva mi disse che suo
padre non parlava quasi mai della sua famiglia, ma molto dettagliatamente e
profusamente della sua collezione di monete.
I bambini non ottengono nessuna conferma da parte dei loro genitori relativamente a ciò
che percepiscono dissonante. Cosa cercano allora? È pur tutto in ordine e normale!
Vengono considerati malati, ipersensibili o addirittura pazzi, se esprimono ciò che
sentono, e insistono a dire che qualcosa non va. In tale frangente essi, come tutti i
bambini in relazione ai loro genitori, agiscono per due motivi:
• cercano un sostegno psicologico per se stessi;
• sperano di poter aiutare i genitori a trovare questo sostegno.
Bambini che crescono in tali famiglie confuse mandano dei segnali, perché non possono
dire ciò che non va. Con il loro comportamento squilibrato esprimono il fatto che esiste
qualcosa di anomalo nella famiglia.
Bambino pazzo?
In un seminario una partecipante raccontò che circa a due anni aveva preso una sedia, l’aveva spinta davanti ai
fornelli, si era arrampicata sulla sedia e aveva premuto la mano destra sulla piastra rovente. Dopo che le
avevano medicato e fasciato la mano, in breve tempo tornò nuovamente a quel fornello e premette anche la
mano sinistra sulla piastra rovente. Nella sua famiglia e tra i parenti esisteva una guerra tra uomini e donne,
c’era dell’incesto, dell’abuso sui bambini, omicidi e suicidi.

Le illusioni dei bambini di guarire la scissione

Per i bambini in tali famiglie la situazione è pesante. Attraverso il legame coi genitori
vengono irretiti nei loro sentimenti traumatici scissi. Tramite i processi psichici di
legame cadono nella confusione dei loro genitori che a loro volta possono aver
interiorizzato la confusione dei propri genitori relativamente ai loro sentimenti di
legame. Secondo le mie osservazioni, omicidio o incesto nella linea materna continuano
ad agire fino alla terza, quarta generazione nella psiche di figli, nipoti o pronipoti.
Se i bambini in una tale situazione prendono le distanze, si sentono abbandonati e soli.
Ci sono dei bambini che malgrado ciò scelgono la via della solitudine per non essere
continuamente esposti ai sentimenti altalenanti dei loro genitori. Altri invece non
riescono a staccarsi e rimangono simbioticamente fissati su di loro immergendosi
profondamente nell’anima confusa dei loro genitori e arrivando così al nucleo del
segreto famigliare. Dentro di sé avvertono fortemente la loro emanazione emotiva, ma
non capiscono veramente ciò che è successo perché percepiscono sentimenti, immagini
e pensieri nella psiche dei genitori solo frammentariamente.
Un uomo mi scrisse, ad esempio:

Nella mia psicosi ho nascosto una croce di ferro della seconda guerra mondiale; ci ho impiegato tutto il giorno.
Per me tutto ciò era reale, non posso credere di aver avuto un’allucinazione. Soprattutto ho girato una notte
intera nel cimitero e ho guardato tutte le tombe. Lì, ho cercato qualcosa ma non so più che cosa. In quel periodo
mi interessava soprattutto la seconda guerra mondiale. Forse ha qualcosa a che fare col fatto che mio padre ha
partecipato alla seconda guerra mondiale. Dopo la sua morte ho trovato la sua busta paga delle SS. Non ne aveva
mai parlato. Durante la psicosi cercavo anche mio padre che dopo la guerra risultava disperso. Credo di essere
irretito sia nella storia di mio padre che in quella di mia madre. Ciò che mi risulta particolarmente difficile è
tenere tutto distinto. Per tutta la mia vita ho cercato pace, però non l’ho mai trovata. A dire il vero sono confuso
tutto il giorno.

Domandare ai genitori che cosa potesse significare tutto questo non ha senso. Così
questi bambini tentano di risolvere l’enigma psichico che i loro genitori o nonni non
vogliono affrontare perché ciò significherebbe esporsi nuovamente all’evento e
ammettere pubblicamente le loro azioni e la loro complicità. I bambini che cercano
qualcosa di concreto si confondono quindi sempre di più. Con i pensieri si addentrano
nei viaggi più avventurosi nelle storie, nella filosofia e fino agli albori del mondo. Nel
pensiero sezionano tutto e lo ricompongono nella maniera più assurda nella speranza di
scovare un segreto che sta alla base di tutto. L’essenza delle loro tentate soluzioni è
unire qualcosa che non sta insieme: colpa e innocenza, amore per l’assassino e amore
per le vittime, il bene e il male, cielo e terra, vita e morte. Per questo i bambini confusi
nel loro pensare magico spesso si rifugiano nell’immaginario religioso, nel quale tali
opposti sembrano essere annullati. Loro sperano che sacrificandosi per la salvezza del
mondo o sviluppando dentro di sé un ideale, allora anche nell’anima dei loro genitori si
mette in ordine qualcosa. Finalmente potranno ottenere la vicinanza ai loro genitori, dei
quali da un lato sentono la mancanza e dall’altro avvertono timore. Principalmente
questo vuol dire che se loro si fanno carico della pazzia e uniscono l’impossibile nella
loro psiche, gli altri della famiglia possono guarire e dare poi a loro l’amore e il
sostegno di cui hanno bisogno. Sulla base di un trauma del sistema di legame, secondo
le mie osservazioni, nei figli e nipoti di genitori emotivamente confusi si arriva alle
schizofrenie e alle psicosi. Più assurdo è l’evento successo nella famiglia, più
ostinatamente un io di sopravvivenza schizofrenico cerca un mondo sano oltre la realtà.

“La mia missione nella famiglia”


Per dare un’immagine di queste relazioni, scelgo qui come caso una lettera speditami da
una donna che, ricoverata in clinica psichiatrica, aveva letto il mio libro Verwirrte
Seelen. In questo testo ho illustrato per la prima volta la mia tesi che dietro alla
schizofrenia e alle psicosi si nascondono dei segreti di famiglia, che allontanano dalla
realtà creando confusione e che si possono manifestare soprattutto nei figli e nei nipoti
come stati psicotici e schizofrenici.

Io vivo delle fasi schizofreniche: questa uscita dalla realtà arriva tutti gli anni nello stesso periodo; ci si può
regolare quasi l’orologio. Nessuna medicina mi ha aiutato. Solo quando mi è stato somministrato il farmaco più
potente in commercio, ho trovato per quattro anni un po’ di apparente tranquillità, almeno secondo la medicina
tradizionale. Il prodotto era adatto a cancellare i segnali che venivano captati dalla mia anima. Avevo molta gioia
e voglia di vivere ma da poco tempo purtroppo questo è cambiato e spesso ho voglia di morire: vedo fallita la
mia missione nella famiglia. Ero una bambina allegra e entusiasta della vita; avrei dovuto curare gli shock che i
miei genitori avevano subito durante la guerra. Mia madre è dura come una roccia. Si è sposata senza amore. Io
sono cresciuta senza amore. Non posso parlare né con mia madre né con mio padre: lei non può esprimersi e lui
è muto. Mia madre si limita a chiacchierare su argomenti leggeri come la moda e le apparenze. Mio padre fa in
modo di essere sempre impegnato. È dipendente dal lavoro. Non appena si crea una pausa di più di mezzo
minuto, ossessiona tutti gli altri. Oltretutto non è mai stato presente. Malgrado io avessi un fratello fantastico,
non ci potevamo sopportare perché rispecchiavamo la relazione dei nostri genitori. Ho avuto varie indicazioni
sulla possibile esistenza di un’altra sorella. Questo mi paralizza emotivamente e scatena dentro di me odio e
disprezzo. Mia madre dice bugie per la metà della giornata. Menzogna e verità per lei non sono più distinguibili.
Questo può essere originato solo da una bugia di immense proporzioni. A volte mi sveglio piena di rabbia verso
gli interessati, per le verità svelate nel suo libro. Sicuramente ho ricostruito sette/otto pezzetti del mio puzzle
attraverso il suo testo. Questo mi sopraffà ma mi trasmette anche energia confermandomi che era falso ciò che
mi è stato raccontato con tanto sollievo dai miei genitori: per la mia malattia non c’era una spiegazione. I
terapeuti hanno partecipato a questo gioco. Non mi è mai stata prescritta una terapia anche se ho consultato una
dottoressa. Da nove anni la frequento circa ogni due mesi e vado a prendere le pastiglie. Il trattamento consiste
in un tè e quattro chiacchiere.

Il tacere eventi traumatici essenziali per il sistema di legame e la soppressione di verità


necessitano di un ambiente che stia al gioco: il coniuge in prima battuta. Secondo la mia
esperienza, spesso si incontrano due partner, ognuno dei quali porta con sé un segreto
della propria famiglia d’origine. Ci si protegge reciprocamente grazie a un consenso
muto, non indagando ulteriormente sul passato dell’altro.
Gli psicoterapeuti e gli psichiatri avrebbero la possibilità di smuovere le acque per far
emergere i segreti di famiglia, quando si presentano in ambulatorio dei bambini con
psicosi e sintomi schizofrenici. Sulla base della supposizione che la schizofrenia sia
una malattia metabolica di origina genetica, i genitori porteranno i loro bambini da
medici, psichiatri o psicoterapeuti, sollevati dall’obbligo di scavare nella propria
anima. Però a lungo andare questo non si rivelerà d’aiuto. I loro figli confusi saranno un
peso per tutta la vita o li faranno vergognare per i loro fallimenti o perché si
suicideranno. L’unica strada che vedo io per uscire dalla schizofrenia è il coraggio di
affrontare gli oscuri segreti della storia famigliare. Col passare del tempo ho
conosciuto una serie di genitori con figli schizofrenici che hanno intrapreso questa via
per nulla semplice. Questo è di aiuto a loro e alleggerisce anche i bambini.

L'eredità degli stupri durante la guerra


Per chiarire come questi traumi del sistema di legame si sono instaurati in un gran
numero di famiglie tedesche, fornisco alcune indicazione sugli eventi conseguenti la
fine della seconda guerra mondiale. All’arrivo dell’armata russa nella Germania
dell’Est e a Berlino avvennero dei massicci abusi sessuali.

Secondo Reichling vennero violentate 1,9 milioni di donne e ragazze tedesche dai soldati dell’armata rossa
durante l’avanzata verso Berlino, di cui 1,4 milioni nella ex Germania dell’Est durante la fuga e fra gli sfollati e
500.000 nelle zone di assedio sovietico. [...] Non è possibile quantificare il numero di bambini nati da queste
violenze. Il dott. Reichling ne stima 292.000. [...] I documenti relativi a Berlino ipotizzano che circa il 20% delle
donne rimase incinta, di cui il 92% abortirono. [...] Noi non sappiamo come queste donne abbiano superato lo
strazio, se e quanti bambini siano stati oggetto di aborto, siano morti dopo la nascita o siano stati uccisi.
(Sander e Johr, 2005, p. 58)

La maggior parte delle donne che hanno vissuto questa esperienza non ne hanno parlato
per una vita intera. I loro mariti raramente hanno indagato. La ragione era che si
vergognavano e si sentivano umiliati per non essere riusciti a proteggere le loro mogli
dalle violenze sessuali. Per la società del dopoguerra tale argomento è diventato un
tabù non sapendo come gestirlo, né socialmente né politicamente. I bambini che sono
nati dalle violenze sono stati inglobati da questi segreti bui e dunque indotti alla
scissione mentale, alcuni di essi così a lungo che la loro psiche si è frantumata in pezzi
e ha perso la fiducia in tutti.
Il ragazzo russo
Un paziente, che ha vissuto una lunga storia di sofferenza con tanti attacchi psicotici, mi scrisse: “A otto anni
ero sdraiato di schiena sul tavolo della sala e lamentavo mal di pancia. I miei fratelli, più vecchi di cinque e
undici anni, ridevano e dicevano: ‘Questo fa di nuovo scena’. Il più vecchio spiegò poi ridendo, che non
appartenevo alla famiglia ma che ero un ragazzo russo, trovato da neonato nel fosso nero, una località della
Slesia. Mia madre rideva con loro. Io piangevo e a un certo punto, l’esperienza fu fisicamente percepibile, la mia
psiche si divise in due dal dolore. Mentre mi disperavo mia madre iniziò a consolarmi dicendomi che non era
vero, ma lo strappo non si poteva più risanare. La qualità della risata di mia madre aveva infranto la mia fiducia
primordiale. Significava: non essere. Devo fidarmi di ciò che mi dicono o di ciò che percepisco? Durante un
seminario ero sdraiato sulle braccia degli altri e tutti si gustavano questo esercizio. Solo io allungai le braccia
verso l’alto e gridai: ‘Oddio, è così difficile!’. Fidarsi nuovamente con il rischio di venire feriti ancora di più”.
Solo durante la sua terapia è arrivato definitivamente alla certezza di essere nato dalla relazione di sua madre
con un russo.
6. SCISSIONI E IRRETIMENTI

Il continuo intreccio di componenti, dalle più piccole alle più grandi, dentro un essere
umano e tra le diverse persone, è il principio base del legame psicologico. Il principio
base della scissione è la separazione tra le connessioni psichiche della struttura globale
di una persona oppure all’interno dei sistemi di legame umano.
Dato che legame e trauma sono immediatamente connessi a livello mentale, le scissioni
psichiche agiscono inevitabilmente sulle relazioni intraumane. Evitano la costruzione di
relazioni di coppia sane e capaci di dare sostegno, rendono impossibili rapporti
amorevoli tra genitori e figli, rendono aggressivi i fratelli tra di loro, distruggono
amicizie e producono devastazioni nei rapporti di lavoro. Famiglie, gruppi di lavoro e
intere società possono essere coinvolte in conflitti fortemente polarizzati da persone
scisse dentro di loro, che aumentano sempre di più seguendo determinati schemi (Glasl,
1999), perché di fondo si combattono le componenti di sopravvivenza delle diverse
persone e dei gruppi. Adolf Hitler è un modello esemplare, di come un bambino
spaventato a morte trascorra la sua vita intera in modalità di sopravvivenza
crogiolandosi in manie di grandezza, trasmettendo il suo amore illusorio per la madre a
un’intera nazione e trascinando poi quest’ultima nel burrone delle sue fantasie. Hitler
era una persona che ha esternato i suoi sentimenti profondi di vergogna, provenienti dal
suo legame materno, in maniera talmente paranoide da vedere nelle altre persone (in
particolare negli ebrei) soprattutto l’inferiorità, e che poi sviluppò l’idea maniacale di
doverla distruggere per potersi sentire meglio.
Come “irretimento” definisco qui degli schemi relazionali in cui due o più persone
interagiscono emotivamente tramite il loro io di sopravvivenza, si rispecchiano
inconsciamente nelle loro traumatizzazioni e, malgrado i continui conflitti relazionali
che causano loro dispiaceri e svantaggi, non possono staccarsi l’un l’altro.
6.1 Simbiosi pericolosa
Simbiosi significa “convivenza di due esseri viventi per necessità reciproca”. Questa
definizione viene utilizzata nella psicologia per descrivere lo stato di unità di un
bambino con sua madre nelle prime fasi dopo la nascita (Mahler, 1972). Il bambino in
questo momento della vita è estremamente dipendente dal contatto con sua madre a
livello fisico e psicologico. Lei, da parte sua, deve percepire il figlio come
appartenente a lei, che la ama al di sopra di tutto e la cui vita lei deve proteggere come
la propria. Se l’amore fluisce così tra madre e figlio, questo dà al bambino il diritto di
esistere, sostiene la sua fiducia primordiale nella vita, gli conferma il suo valore,
sostiene la sua gioia di vivere e la sua autonomia crescente. Anche la madre riceve,
attraverso lo scambio positivo di sentimenti con il suo bambino, una conferma su se
stessa. Questa procedura può essere chiamata simbiosi positiva. Fintanto che tali
processi simbiotici sono limitati al legame precoce tra madre e figlio e una madre
riesce a immedesimarsi profondamente nelle esigenze del bambino e anche lui la
interiorizza con ogni fibra del suo essere, entrambi avranno il loro senso. Se invece la
relazione tra una madre e il suo bambino permane simbiotica nel tempo, allora c’è
qualcosa che non funziona a livello psicologico ed entrambi si bloccano nel proprio
sviluppo.
Si può poi parlare di una simbiosi pericolosa quando al posto di amore e gioia
subentrano sentimenti negativi come paura, rabbia e disperazione tra madre e bambino.
In questi casi la madre non riconosce le vere esigenze di suo figlio, proietta le sue
esigenze su di lui e per il bambino diventa difficile distinguere i suoi bisogni da quelli
di lei.
Agli irretimenti simbiotici madre-figlio si arriva spesso perché la donna stessa ha in sé
ancora una componente infantile-bisognosa scissa, che non ha ricevuto da sua madre
quelle cure simbiotiche che le sarebbero necessitate per lo sviluppo dell’autonomia.
Per questa ragione, da un lato, la componente infantile della madre si aspetta l’amore e
l’accettazione dal proprio bambino, dall’altro lato, il bambino viene accudito
simbioticamente così come lei avrebbe voluto per se stessa. Le esigenze vere e proprie
del bambino non vengono percepite. Il figlio diventa l’oggetto della soddisfazione delle
esigenze della componente simbiotica scontenta di sua madre e l’oggetto delle sue
strategie di sopravvivenza, per non sentirsi più sola. Il bambino quindi passa
dall’essere una componente dell’io di sopravvivenza di una madre traumatizzata nel
legame, all’oggetto delle sue esigenze d’amore, non venendo mai amato per quello che
è e come soggetto proprio.
Il bambino d’altro canto percepisce la componente simbiotica bisognosa di sua madre,
vorrebbe aiutarla e spera da parte sua in questo modo di essere percepito come
qualcosa di proprio e di venire soddisfatto nelle sue esigenze simbiotiche. Deduce
dalle cure simbiotiche di sua madre il proprio diritto di esistere. Rapporti simbiotici di
legame rendono difficile per tutta la vita la distinzione fra l’io e il tu tra le persone
coinvolte. Quali sentimenti appartengono a chi, chi agisce e chi reagisce, spesso non è
più possibile da stabilire.
Ho bisogno di te come mio scudo di protezione!
Nella costellazione di Giuseppe, la simbiosi pericolosa divenne visibile quando la componente traumatizzata della
madre si è nascosta dietro alla sua schiena e non voleva essere riconosciuta. Per questo, Giuseppe vedeva solo
la parte di sopravvivenza emotiva inaccessibile di sua madre, che sentiva bisognosa d’aiuto. La componente di
sua madre che si nascondeva alle sue spalle per vergogna, lui non la riusciva a percepire. Per la madre,
pesantemente traumatizzata da abusi sessuali nella sua infanzia, il figlio era lo scudo di protezione per apparire al
mondo esterno come una donna normale. Giuseppe, nel riconoscere coraggiosamente che sua madre cercava di
nascondere i suoi traumi dietro di lui, in questa costellazione poté allontanarsi di un passo dalla simbiosi
pericolosa con lei. In seguito mi scrisse: “Mi rende molto triste che mia madre abbia subito abusi sessuali,
violenze carnali e torture nella sua infanzia. Ora capisco molto bene queste manie di grandezza in me finalizzate
a cambiare qualcosa. Era come la battaglia di Don Chisciotte contro i mulini a vento. In questo ambito non
posso cambiare nulla, né per mia madre né per le mie amiche”. Nella sua vita fino a quel momento era stato
sempre magneticamente attratto da donne che, come sua madre, non volevano prendere per vere le loro
esperienze di violenza e non le volevano affrontare, ma la cui disperazione psicologica lui riusciva a percepire
con chiarezza.
6.2 Schemi di dipendenza infantile
I bambini sono completamente dipendenti dai loro genitori:
• per gli aspetti materiali (cibo, vestiti, casa, soldi);
• per l’affetto emotivo, per il conforto, per l’attenzione, per l’amore genitoriale e per il
riconoscimento.

Perciò esiste una fondamentale predisposizione infantile di adattarsi allo stato di


dipendenza dai genitori. Solo durante l’adolescenza i bambini maturano l’idea di avere
una possibile indipendenza futura dai genitori. Nell’adolescenza il compito dello
sviluppo psicologico consiste nel rendersi indipendenti dai genitori. Alla resistenza che
i genitori oppongono di permettere ai figli di prendere le proprie decisioni, i giovani
devono collaudare la capacità di diventare responsabili di se stessi. Genitori che a loro
volta hanno appreso positivamente l’indipendenza dai loro genitori, possono concedere
sempre più libertà al loro figlio. Genitori invece che sono ancora irretiti in modo
pericoloso con i propri genitori tenteranno di mantenere i figli in una situazione di
dipendenza.

L’“eroe” e la “pecora nera”


Bambini i cui genitori sono scissi mentalmente e che li trattengono in una condizione di
dipendenza perché ne hanno bisogno per la loro sopravvivenza psicologica agiscono in
modo differente. Una parte dei figli si comporta in modo amorevole con i genitori
facendosi carico di tanti doveri domestici, cercando grazie ai buoni risultati scolastici
di migliorare le prospettive professionali per smettere al più presto possibile di
gravare finanziariamente sui genitori e nel migliore dei casi contribuire alle spese
famigliari. Tali bambini aiutano i genitori a non percepire le loro traumatizzazioni e a
continuare a nascondere le loro componenti scisse. Sopprimono la loro rabbia, perché
la manifestazione di questa provocherebbe nei loro genitori, percepiti già deboli,
soltanto lacrime e ulteriore depressione. Tali bambini pongono le loro esigenze e
necessità sempre all’ultimo posto. Anche più tardi nella vita lavorativa sono sempre
molto adattabili e laboriosi. Si assumono di preferenza delle responsabilità per
qualcosa che in fondo li sovraccarica e che non corrisponde alle loro esigenze.
Lavorano fino allo sfinimento anche se preferirebbero non fare nulla e giocare soltanto.
Gli “eroi” sono bambini perfetti, diventano mogli perfette, generi perfetti, titolari
perfetti, e nella componente simbiotica bisognosa della loro anima rimangono per tutta
la vita profondamente soli.
Le “pecore nere” inseguono la strategia inversa. Si mostrano ancora più bisognosi dei
loro genitori. Un tale bambino fa di tutto per dimostrarsi quanto più possibile
irresponsabile e poco autonomo. I genitori devono continuamente preoccuparsi della
successiva mossa del figlio e di cosa potrà rompere. Conflitti con i maestri, con i
compagni di classe, consumo di droghe, rapporti sessuali precoci, il ventaglio delle
possibilità con le quali un bambino può spaventare i suoi genitori per assorbire la loro
attenzione e impedirgli di allontanarsi psicologicamente è molto vasto. Per svelare cosa
nascondono i genitori nella propria anima si assumono il ruolo dell’“enfant terrible”.
Portano alla luce tutte le scissioni psichiche dei loro genitori. Un tale bambino cerca
con l’ostinazione di costringere alla responsabilità i propri genitori. Richiede
ininterrottamente e non accenna minimamente a curarsi di se stesso. Si struttura nella
sua dipendenza, non mostrando alcun sano interesse a rinunciare a essa. Sviluppa i suoi
talenti senza l’obiettivo di diventare autonomo e indipendente. I genitori non possono
educare questo bambino all’autonomia e alla responsabilità fintanto che saranno
prigionieri essi stessi della loro profonda scissione mentale e funzionando solo in
modalità di sopravvivenza.
6.3 Farsi carico delle scissioni dei genitori
I bambini percepiscono quindi le traumatizzazioni nella psiche dei loro genitori, hanno
paura per loro e assumono le componenti traumatiche scisse dei genitori nella propria
struttura mentale. Portano il trauma dei genitori nella loro anima.
Stringi i denti!
Costanza strige molto forte la mandibola e per questo ha delle tensioni in tutta l’area del viso. Quando, durante
la costellazione per rappresentare questo sintomo, sceglie un uomo, vedendo la posizione ingobbita che questi
assume, le viene subito l’associazione : “Come mio padre!”. Nel corso della costellazione Costanza racconta
che suo padre è stato nelle SS e soldato sul fronte russo. A causa di una ferita è stato esonerato e ha evitato il
“sacco di Stalingrado” all’ultimo minuto. Costanza era l’unica alla quale aveva raccontato la storia della guerra.
Da bambina aveva una grande compassione per lui e sentiva che in fondo lui era attirato dai suoi compagni
caduti in guerra. Così sopportava il racconto della strage che lui le trasmetteva sia verbalmente che
emotivamente attraverso le sue esplosioni di violenza improvvise, per paura che suo padre potesse farsi del
male. Per reggere queste enormi tensioni tra lei e suo padre, Costanza ha dovuto scindersi. Una parte di lei
aveva assorbito il trauma del padre e se n’era assunta il peso. Un’altra parte sembrava non sapere nulla di tutto
ciò che il padre le arrecava. Era vicina al padre, gli dava calore e sentiva un certo affetto da parte sua.
L’irretimento con il padre veniva agevolato, perché la madre di Costanza non era raggiungibile emotivamente da
lei. Questa madre era stata a sua volta abbandonata emotivamente già dalla propria madre.
Attraverso la costellazione Costanza ha potuto percepire chiaramente la scissione presente in lei e alla fine
trovare mediazione tra le due componenti. Nella condivisione finale disse: “Ora ho la sensazione emozionante
che nel mio cervello i due emisferi si possano riunire di nuovo”.

Lo schema di dipendenza e irretimento acquisito nell’infanzia rimane come impronta


per tutta la vita. Si è formato inconsapevolmente e fintanto che non viene portato alla
consapevolezza e corretto, continua a influenzare il modo di pensare, di percepire e di
agire. Anche nelle situazioni dove non c’è più dipendenza materiale, le persone
continuano a riferirsi al vecchio schema emotivo che nella loro infanzia era funzionale
per la loro sopravvivenza. Hanno ancora paura di non sopravvivere senza la
disponibilità di questo schema.
Dal punto di vista della scissione, una componente di personalità è diventata grande e
indipendente, l’altra si sente ancora bisognosa come un neonato e continua la lotta per
conquistare la persona dalla quale una volta era dipendente. Al posto di questa persona
originaria si mettono poi amici, compagni, propri figli o colleghi di lavoro. Essi
vengono vissuti e trattati come la persona di riferimento, cioè la madre. Vengono amati
allo stesso modo, accuditi, temuti, odiati e combattuti.
Le esperienze sessuali negative e le corrispettive scissioni delle madri improntano
anche il comportamento dei loro figli con le loro compagne e mogli. Il figlio viene
attirato dalla componente traumatizzata di sua madre, perché lì sente i suoi sentimenti.
Le componenti di sopravvivenza di lei però lo tengono a distanza e lo affamano
emotivamente, come illustra il seguente esempio.
Inibito!
In un seminario di costellazioni, Rudiger cercava una soluzione per i suoi problemi di relazione con le donne che
attualmente si manifestavano così: con una donna, descritta come sua compagna ideale che a sua volta voleva
qualcosa da lui, non riusciva a lasciarsi andare, così che dopo un certo periodo lei si trovò un altro uomo. L’altra
donna dalla quale voleva qualcosa mise nettamente termine alla relazione ma lui non la poteva lasciare andare
interiormente. Nella costellazione, la componente psicologica di Rudiger che cercava la relazione era legata
simbioticamente a sua madre. Si muoveva in un corridoio stretto tra le due componenti di sua madre avanti e
indietro. Poteva solo oscillare lateralmente facendo piccoli passi. Non appena si avvicinava alla componente
traumatizzata di sua madre, si fermava perché sentiva la tristezza di lei.
Se si avvicinava alla componente di sopravvivenza della madre, questa fermava il tentativo di avvicinamento di
Rudiger. Con questa componente sua mamma si raccomandava di essere bravo e remissivo. Rudiger quindi era
prigioniero. Non riusciva ad arrivare a sua madre, perché altrimenti lei si arrabbiava e lo respingeva oppure
diventava triste e instabile. Non riusciva però nemmeno a staccarsi da lei perché non sapeva dove rivolgersi.
6.4 Relazioni di coppia irretite

La moglie come sostituta della madre

Bambini che sono stati lasciati soli fin dalla nascita, dati in adozione o in affido, messi
in istituti oppure a cui è morta presto la madre, non possono vivere senza l’immagine o
le fantasie illusorie della loro madre, alle quali si aggrappano. Perciò è sospetto se
persone con destini infantili pesanti si comportano come dei “raggi di sole” che
sorridono sempre, sono socievoli e non sembrano avere mai problemi personali. Tali
persone hanno sempre un orecchio aperto per i problemi degli altri. Sono sempre pronte
ad aiutare tutti, si preoccupano degli altri, risolvono i loro problemi e si sentono come i
loro salvatori. Dietro a ciò si nascondono spesso dei destini tragici.
Il raggio di sole
Cristian era sempre in viaggio o per motivi personali o per lavoro e molto amato nel suo grande cerchio di amici.
Era impegnato in molti progetti. In vacanza conobbe una donna del posto, la portò con sé in Germania, la sposò
ed ebbe una figlia con lei. Si occupava amorevolmente di moglie e figlia e addirittura comprò a sua moglie un
appartamento nel suo paese d’origine, così lei poteva stare con genitori e parenti tutte le volte che voleva. Piano
piano sua moglie però divenne “difficile”. Esigeva sempre di più, gli faceva dei rimproveri, era molto depressa
per alcuni periodi, poi all’improvviso di nuovo aggressiva. Mise la figlia contro il padre. Secondo le descrizioni di
Cristian, sua moglie mostrava il tipico comportamento di un bambino traumatizzato nel legame. C’è il sospetto
che con la crescita di sua figlia, in lei si siano risvegliate delle componenti traumatizzate scisse che le
ricordavano la propria infanzia e probabilmente anche l’abuso sessuale. Nel discorso Cristian aggiunse di avere
conosciuto sua moglie in ambienti a luci rosse.
Il mondo di Cristian crollò all’improvviso come un castello di carte. Sua moglie non accettava più nessuna
discussione sensata. Alla fine gli negò il contatto con sua figlia. Le solite strade dell’accentuazione del conflitto
presero il via: avvocati, polizia, giudice e tribunale dei minori erano impegnati a tenere entro i limiti il conflitto che
aumentava sempre di più. Solo in questa situazione Cristian cercò un aiuto personale. Nella prima seduta di
psicoterapia si scoprì che a due anni lui era stato abbandonato da sua madre e da allora non l’aveva più rivista.
Era cresciuto col padre che impediva al figlio di venire nuovamente in contatto con sua madre. Per il padre, la
madre di Cristian era pura provocazione ed era colpevole di tutto.
Nel lavoro terapeutico con Cristian, dietro al “raggio di sole” apparve un bambino profondamente triste,
impaurito e disperato che era stato abbandonato da sua madre. Solo quando Cristian fu pronto ad accettare
questa parte di sé e a guardarla amorevolmente, riuscì a trovare una soluzione per lui soddisfacente riguardo al
conflitto con sua moglie. Iniziò a porre in questione tutta la sua vita vissuta fino a quel momento, la sua
eccessiva prontezza ad aiutare e il suo cerchio di amici, in quanto “raggio di sole”, aveva radunato attorno a sé e
che si faceva servire da lui. Divenne più realistico in riferimento a ciò che veramente poteva fare per gli altri e
ciò di cui lui stesso aveva bisogno. Lui, fino a quel momento, aveva accudito gli altri nella speranza che loro poi
lo amassero e non lo abbandonassero, così come aveva fatto sua madre.

Il marito come sostituto della madre


La scelta del compagno avviene nella maggior parte dei casi sulla base di motivi
inconsci. Se nei compagni sono presenti delle scissioni, allora ogni partner scopre
nell’altro una componente dalla quale spera di ricevere un pezzo di stabilità per il
proprio equilibrio mentale. Se in una costellazione le coppie rappresentano le loro
diverse componenti psichiche, diventa visibile come queste si rapportano
reciprocamente e perché queste due persone da un lato si siano cercate e dall’altro però
non siano riuscite a creare un relazione veramente stabile.
“Non abbandonarmi!”
Monica ha portato suo marito Paolo in un seminario di costellazioni. È chiaramente riconoscibile che lei lo ha
convinto a venire e lui ha accettato perché non sapeva più che via d’uscita prendere per i loro conflitti relazionali
che aumentavano sempre di più. Paolo è artigiano. Lui descrive la sua infanzia come felice. Si è sentito sempre
a sua agio con i suoi genitori e ha sperimentato anche molta libertà personale. Solo il divorzio dei genitori,
quando era adolescente, lo aveva turbato. Molto presto era diventato autonomo e lavorava in proprio come
installatore.
Monica, secondo le sue parole, aveva avuto un’infanzia difficile. Descrive la sua relazione con la madre come
molto tesa. Alle mie domande viene fuori che sua madre a quattro anni era stata mandata in campagna da
parenti, per via della guerra, ed era rimasta separata per molto tempo da sua madre.
Discorrendo prima della costellazione, Monica si lamentava amaramente di suo marito. Lui la trascura, lavora
soltanto e fa anche degli sbagli ai quali poi lei deve rimediare. Paolo, desolato, reagisce a questi rimproveri
adducendo come spiegazione in modo comprensibile la sua vita da artigiano, spesso ricca di stress e spossante.
Per amore di Monica vorrebbe anche chiudere eventualmente la sua impresa e cercarsi un altro lavoro, se
questo potesse essere d’aiuto.
Come ci si poteva immaginare, la costellazione mostra che la soluzione per i problemi relazionali di entrambi non
stava lì. Faccio mettere in scena per prima cosa sia una componente adulta sia una infantile di Monica e di
Paolo. È subito chiaro che la componente infantile di Monica aveva interiorizzato la rabbia infantile e le paure di
abbandono di sua madre, che hanno impedito che Monica e sua madre potessero costruire un legame sicuro.
Molto probabilmente la mamma di Monica non era stata mandata in campagna solo per via della guerra. Anche
nella relazione tra la mamma di Monica e la nonna, nella costellazione, si evidenzia un legame profondamente
disturbato.
Monica quindi si aspetta da suo marito Paolo qualcosa che lui non può darle: l’amore materno, l’affetto e
l’attenzione. Allo stesso tempo lo accusa di non esserci per lei, ciò che aveva già fatto sua madre con la propria
madre. L’argomento del conflitto tra madre e nonna si è trasmesso inconsciamente su Monica e Paolo. Perché
però Monica si cerca un uomo come Paolo? Quando Paolo aggiunge nella costellazione sua madre, questo
diventa più chiaro. La componente infantile trascurata di Monica cerca di appoggiarsi subito alla madre di Paolo,
il che però viene osservato con rancore e gelosia dalla componente infantile di Paolo. La parte esigente di
Monica ha quindi scoperto nell’anima di Paolo la madre “accudente”.
Rimane ancora la domanda perché Paolo abbia cercato una donna così profondamente triste nel cuore e
perennemente scontenta. La risposta sta prima di tutto nella parte di sopravvivenza di Monica che per la
componente adulta di Paolo è sfidante e provocante, in un certo senso quindi una donna interessante. D’altra
parte la costellazione mostra che la parte infantile di Paolo ha interesse per la componente traumatizzata della
madre di Monica. A quanto pare questa componente di Paolo sente anche in sua madre una componente
indifesa alla quale vorrebbe stare a fianco.
Monica e Paolo nell’occuparsi delle proprie componenti scisse e nell’integrare maggiormente le parti infantili e
adulte in loro, non dovranno più aspettarsi la soluzione per i propri problemi psichici dal proprio partner.
Soprattutto Monica deve sciogliersi dal trauma di sua madre per non distruggere il suo matrimonio.
In questo caso riuscì a entrambi, nel corso del processo della costellazione, di fare qualcosa per la propria
integrazione psicologica e di incontrarsi nuovamente come coppia.
La donna come madre idealizzata

Uomini le cui madri sono diventate grandi in una situazione di trauma del legame spesso
si cercano, con “sicurezza sonnambula”, di nuovo delle compagne che sono anch’esse
bambine traumatizzate nel legame. Dato che hanno imparato a sopprimere perfettamente
la loro esperienza traumatica con la loro madre, si sentono abbastanza forti da
sopportare pazientemente le svariate sofferenze e scappatelle delle loro compagne.
Sono sempre al loro fianco come salvatori.
Pazientemente riequilibrano il caos che le componenti traumatizzate delle loro mogli
combinano e che viene sempre più alla luce durante la convivenza o il matrimonio.
Adottano ad esempio i figli del primo matrimonio fallito della donna, finanziariamente
sono estremamente generosi, sopportano l’incapacità della loro moglie di mantenere
l’ordine in casa perché nelle loro scissioni sono incapaci di prendere delle decisioni.
Non vedono la realtà e si aggrappano ai momenti nei quali le loro compagne mostrano
le componenti di “io faccio tutto bene per te”, apprese e adattate nella loro infanzia, con
le quali possono apparire estremamente carine, amabili e seducenti.
Credono che queste componenti siano la vera essenza delle loro mogli, malgrado ogni
esperienza contraria, così come da bambini avevano percepito consapevolmente
soltanto la componente “esaltata” della loro madre.
Tu sei il cattivo!
Nei discorsi conflittuali che una tale coppia prima o poi affronterà, con una certa
probabilità davanti a operatori sociali del tribunale dei minori, a osservatori
psicologici o avvocati divorzisti, perché al marito che idealizza sfugge sempre più la
situazione con i figli a causa dei conflitti con sua moglie, la moglie riesce a mettere in
gioco spesso la sua parte di “raggio di sole”. Suo marito si impegna invano nella sua
incapacità di dire qualcosa di veramente negativo di sua moglie per chiarire che sua
moglie in casa è completamente diversa e che tiranneggia lui e i figli. Le decisioni di
affidamento, in questi casi, vengono poi prese a favore della moglie. Quando
osservatori e giudici sanno poco sulle scissioni di personalità, spesso vedono nella
donna la povera vittima di un uomo dominante, al posto di percepire la componente
aggressiva di questa donna. Con l’aiuto burocratico e il permesso dei tribunali viene
poi spianata la strada perché dai figli di questa coppia si formino con grande
probabilità ragazze anoressiche e ragazzi sessualmente violenti. Si affronterebbe meglio
alla radice il disagio di tali famiglie irretite se si consigliasse alla madre,
profondamente scissa, di cercarsi subito un sostegno terapeutico. La si potrebbe così
aiutare a diventare chiara su chi è veramente il “cattivo” contro il quale il suo io di
sopravvivenza sta combattendo ciecamente e con il quale sta scambiando suo marito.
Anche al marito bisognerebbe consigliare di controllare con un aiuto terapeutico perché
si è innamorato ciecamente e legato strettamente a una donna così profondamente scissa.

L’uomo che mi ama e non mi abbandona mai


Non poche donne hanno l’immaginazione di poter salvare con il loro amore un uomo
che con le sue sbronze, la sua violenza o il suo comportamento abusante verso i figli
mostra sempre di nuovo quanto è veramente scisso psichicamente. Loro basano le loro
illusioni sui momenti nei quali questo uomo dice che lei è l’unica a capirlo, nei quali si
comporta da ragazzino piccolo, buono e dolce, ed è gentile o seducente come uomo.
Che però nel momento successivo si possa comportare nuovamente come un pazzo,
diventare violento e ubriacarsi insensatamente, questo non lo riconoscono come l’altro
lato della stessa medaglia. Sempre nuovamente cercano di dare una possibilità alla
componente “buona e cara”. Perché? Perché loro stesse hanno in sé questa parte
eternamente bisognosa di amore, che per la speranza di ricevere un po’ di affetto dalla
propria madre o dal proprio padre, accettano perfino violenza e maltrattamento e non
vogliono rinunciare all’illusione che attraverso l’amore sacrificale si possa raggiungere
tutto. Dato che non vogliono accettare la propria traumatizzazione, rimangono anche
cieche verso le traumatizzazioni del loro compagno. Nella letteratura psicologica
questo comportamento viene chiamato “co-dipendenza” (Kolitzus, 2000).
“Devo essergli grato!”
Una paziente si è rivolta agli Alcolisti Anonimi per via dell’alcolismo di suo marito. Durante la terapia venne
fuori come causa della sua co-dipendenza che era irretita nel destino di sua madre, la quale a nove anni, durante
la guerra, venne mandata via da casa e poi non rivide mai più i suoi genitori. Era legata alla componente psichica
di sua madre che permaneva nel sentimento di essere stata messa da parte, impotente e impaurita. Per questo
nelle relazioni, malgrado il suo aspetto attrattivo e le sue capacità comunicative e intellettuali alte, non aveva
nessuna percezione del proprio valore. Lei si sottometteva ed era felice e grata di venire accettata da suo marito
come moglie. Non percepiva veramente amore per lui. La sua insistente affettuosità era stata la ragione per la
quale aveva accettato alla fine la sua proposta di matrimonio. Quando durante la terapia elaborò il suo
irretimento con sua madre, comprendendo la sua traumatizzazione e staccandosi interiormente da lei, poté
accettare la propria bambina abbandonata e altamente spaventata. Divenne sempre più sicura di sé e seguì di
più la propria strada all’interno del matrimonio.
6.5 Irretimenti nella psicoterapia
Anche le relazioni tra psicoterapeuti e pazienti possono irretirsi e finire in strade
simbiotiche a fondo cieco. Uno dei problemi più frequenti è probabilmente che il
terapeuta cerca di cambiare le componenti dell’io di sopravvivenza del paziente e di
superare le sue “strategie di difesa”. Si arriva poi a dispute non fruttuose perché l’io di
sopravvivenza del paziente riesce a mobilizzare molta più energia rispetto all’io sano
di un terapeuta. Nel caso di una reazione educata, il paziente respinge tutti i tentativi del
terapeuta di indurlo a un cambiamento delle sue strategie di sopravvivenza con un “sì,
ma non riesco!”. Se poi il terapeuta, perché ad esempio si sente impotente o perché si
arrabbia, finisce lui stesso in un atteggiamento di sopravvivenza, si può arrivare agli
irretimenti e ai transfert pericolosi.
Da uno psicoterapeuta nel “ruolo di eroe” ci può essere la tendenza a proteggere il
paziente dai suoi sentimenti di trauma. Il terapeuta distrae subito, consola il paziente
oppure cerca di stabilizzarlo se da esso emergono massiccia paura, rabbia o forte
dolore, quindi sentimenti traumatici. Il terapeuta reagisce ora con il suo io di
sopravvivenza, il quale non vuole far emergere a sua volta le proprie componenti
traumatizzate. Visto che lui stesso teme di perdere il controllo quando prendono
sopravvento le sue componenti traumatizzate, lo pensa anche del suo paziente e quindi
entra in una coalizione con le parti di sopravvivenza di lui. Terapeuta e paziente in
questi casi hanno bisogno l’uno dell’altro per non toccare le proprie scissioni.
Può anche essere che i pazienti percepiscano di non potersi affidare al terapeuta con le
loro esperienze di vita veramente pesanti, altrimenti questo verrebbe sopraffatto come
una volta lo erano i suoi genitori. Così terapeuticamente non si può muovere molto e le
cure diventano lunghe e stancanti.
Esiste una fila di richieste di intervento terapeutico che portano in sé il seme
dell’irretimento.
• Quando i genitori mandano i loro figli dallo psicoterapeuta senza essere pronti a loro
volta a lavorare ai propri problemi psicologici: questo comporta il pericolo che anche
il terapeuta veda nel bambino l’effettivo problema e si allei con i genitori contro il
bambino.
• Quando i genitori fanno una psicoterapia soltanto per aiutare i loro bambini
psichicamente disturbati, ciò non porta nessuna buona soluzione. Con questo né viene
favorito il necessario distacco del bambino dai genitori, né i genitori lavoreranno con
piena serietà alla risoluzione delle proprie scissioni. Sono nuovamente fissati su
qualcun altro al posto di esserlo su se stessi e si distraggono dai propri temi.
• Spesso le donne iniziano una psicoterapia con l’idea di voler risolvere qualcosa per
il loro marito o compagno, malgrado questo si rifiuti espressamente di affrontare se
stesso. La difficoltà di queste donne è sì comprensibile, ma ho sempre verificato che
tali matrimoni danno alla donna la possibilità di respingere i propri incubi psicologici e
di cercare invece la causa nel marito.
“Cosa posso fare per mio figlio traumatizzato?”
Durante un seminario una madre voleva sapere se poteva fare ancora qualcosa per suo figlio che un po’ di
tempo prima aveva subito un grave incidente sul lavoro. Come mostrò la costellazione, però, era la sua propria
componente di sopravvivenza, traumatizzata durante l’infanzia, che cercava di aggrapparsi alla componente
traumatizzata dall’incidente di suo figlio. La componente traumatizzata di questa donna non si sentiva vista né
sostenuta dalle proprie componenti di sopravvivenza. Che la componente traumatizzata di questa madre si
aggrappasse anche a lui era troppo, sia per la componente traumatizzata sia per quella di sopravvivenza del
figlio. Il passo terapeutico necessario consisteva perciò nel rendere visibile alla madre questo irretimento e di
farle riconoscere l’importanza di prendersi il tempo e lo spazio per potersi curare meglio di se stessa.
Più lei riesce a fare qualcosa per se stessa e più aiuta allo stesso tempo suo figlio, visto che lui così può
concentrare tutta la sua forza nella sua guarigione.

“Ho paura che la paziente si uccida”


In un seminario di supervisione, un consulente psicologico espresse la sua preoccupazione che una delle sue
pazienti potesse uccidersi. Nella costellazione venne fuori che la sua propria componente traumatizzata stava
impotente tra la componente di sopravvivenza e quella traumatizzata della paziente e che bloccava ancora di più
il contatto fra le due. Solo quando lui riconobbe la sua propria paura di morire, che lo accompagnava fin dalla
sua infanzia (suo padre in guerra scampò per un pelo alla fucilazione), la strada si liberò, così che anche la sua
paziente poteva guardare più apertamente negli occhi la possibilità di trovare la soluzione nella morte. Lei notò a
quel punto che anche attraverso la morte non poteva essere liberata dalla sua solitudine. In questa costellazione
si mostrò ciò che in effetti si nasconde dietro a tanti pensieri di suicidio: il desiderio di contatto con un
interlocutore vivo. Le sarà più di aiuto, se il consulente riconosce questa esigenza dietro ai suoi pensieri di
suicidio e che la renda consapevole di ciò, piuttosto che andare lui stesso nel panico.
6.6 Irretimenti nel lavoro sociale
Gli operatori sociali nei loro tanti ambiti di lavoro hanno a che fare con persone molto
scisse e per questa ragione finiscono in situazioni di grande disagio e si irretiscono di
continuo in conflitti indissolubili. Oltretutto i loro clienti sono ancora molto lontani dal
vedere il problema in loro stessi e di accettare un aiuto sociopedagogico e tanto meno
un sostegno psicoterapeutico. Il loro io di sopravvivenza cerca molto di più la
soluzione dei problemi quasi esclusivamente all’esterno nel tentativo di difendersi
fortemente dal confronto con le proprie traumatizzazioni e scissioni.
Il seguente esempio l’ho trovato in una rivista (Brigitte, 9/2005). Per la presentazione
l’ho un po’ revisionato. Questo evento descrive molto bene, secondo il mio parere, la
situazione di una donna che a causa delle traumatizzazioni nella sua infanzia crea un
caso familiare gigantesco e impegna molti operatori sociali e i tribunali. Le scissioni
nella sua personalità si rispecchiano anche nei modi comportamentali delle persone che
vogliono e dovrebbero aiutare lei e i suoi figli.
“Io sono una buona madre!”
La signora H ha 26 anni ed è madre di cinque figli che hanno tre diversi padri. Il tribunale dei minori ha fatto
richiesta al tribunale dell’affido di dare Sandra, di sei anni, la seconda figlia della Signora H, a una famiglia
affidataria. Una perizia psicologica ha negato alla signora H l’idoneità di educazione di tutti i suoi figli. La
signora H trova questo ingiusto e cerca con tutti i mezzi di difendersi. Lei sostiene: “Io amo i miei figli e i miei
figli amano me. Io sono una buona madre. Io li educo in modo tale che loro a trenta o quarant’anni non mi stiano
ancora attaccati alla sottana. Devono essere gentili con altre persone, ma non fidarsi troppo di loro”.
Il suo primo figlio, Tobia, la Signora H l’ha avuto quando aveva 17 anni. I cinque bambini ora hanno nove, sei, 5,
tre e un anno. Con il padre dei due più giovani la signora H è oggi sposata. Vivono in sette in un trascurato
appartamento popolare al limite del paese.
La signora H è una fumatrice accanita e ha la tipica tosse del fumatore. Ha frequentato “classi differenziali”
così come anche ora suo figlio Tobia frequenta una scuola di sostegno. Quando suo figlio si avvia al campo di
calcio con l’operatrice sociale ingaggiata dal tribunale dei minori come supporto educativo per la famiglia, sua
madre gli chiede: “Come va con la tosse?”. Lei spiega all’operatrice sociale che a Tobia piace simulare delle
malattie per non andare a scuola.
La signora H nella sua famiglia di origine era la più vecchia di cinque fratelli. Il padre era muratore, la madre
lavorava come donna delle pulizie. Per quello che ne sapeva il tribunale dei minori la madre della signora H era
alcolizzata, anche suo padre beveva spesso e molto. A sei anni la signora H venne inserita in un istituto per
“ragazzi difficili”, come lo chiama lei. Dopo un anno tornò a casa. Della sua infanzia ha solo pochi ricordi.
Quando la signora H rimane incinta del primo bambino, sua madre la spinge all’aborto. L’operatrice sociale che
allora assisteva la famiglia le consiglia di dare il bambino in adozione. La signora H però vuole avere il bambino
e desidera crescerlo. Dopo il parto lascia il figlio spesso ai suoi genitori e inizia un apprendistato come cuoca che
interrompe dopo un anno. Il suo amico, il padre del bambino, viene mandato via dopo due anni perché durante i
fine settimana si ubriaca sempre.
Poi lei va ad abitare lontana dai suoi genitori insieme a suo figlio Tobia, in una città più grande. Lì conosce un
uomo molto più vecchio di lei. In seguito affida nuovamente il figlio ai suoi genitori. Quando dopo sei mesi lo
vuole riavere, i suoi genitori si rifiutano, così lei “rapisce” il bambino dall’appartamento dei nonni. Questi attivano
la polizia e così succede che Tobia viene consegnato a una famiglia affidataria per sei mesi attraverso il
tribunale dei minori; poi torna nuovamente da sua madre.
La signora H rimane nuovamente incinta ed entro due anni mette al mondo due bambine, Sandra e Annabella.
Poche settimane prima della nascita della seconda, manda via il padre. Lei dice: “Sono venuta a sapere che
questo uomo aveva fatto delle cose con degli animali”.
Il padre delle bambine ottiene dal tribunale il diritto di frequentare ogni 15 giorni le figlie. La signora H a volte
manda a quei fine settimana anche suo figlio Tobia. Dopo sei mesi, da uno dei suoi figli viene a sapere che
quest’uomo, il padre delle due femmine, abusa sessualmente dei bambini. Quando lei racconta ciò al tribunale
dei minori, non viene creduta. Secondo le parole della signora H, la “tipa del tribunale” le disse quella volta: “Lei
appartiene a quelle madri che buttano i loro bambini nel pattume. Allora io le ho rovesciato il tavolo sui piedi!”. I
bambini devono continuare ad andare dal padre. Solo quando un’altra donna denuncia alla polizia il padre di
Sandra e Annabella per abuso sessuale, questo viene arrestato e condannato in seguito a tre anni di carcere.
Quando la signora H conosce nuovamente un uomo molto più vecchio di lei, rimane ben presto incinta e i due
ragazzi, Martin e Dennis, vengono al mondo a poca distanza. Nella nuova famiglia, che va ad abitare in un
piccolo paese, soprattutto Sandra lotta per il suo posto. All’asilo le insegnanti scoprono “ematomi di differenti
stadi” su tutto il corpo della figlia di quattro anni. La signora H dice a proposito: “Io non do i calci a mia figlia. Al
massimo le do una sculacciata o una sberla”. Uno psichiatra, che visita Sandra scrive tra l’altro: “Sandra bagna
ancora il letto, svuota il frigorifero di notte e vaga per il paese. Ha annegato il coniglio di suo fratello nella
doccia”. Secondo quello che dice Sandra, è il suo patrigno che la picchia brutalmente. La signora H dice di
Sandra: “La bambina è continuamente bugiarda. Vuole sempre stare al centro e avere tutto per lei. Il coniglio di
Tobia lo voleva solo lavare”. Sandra viene messa in una famiglia affidataria che dopo un anno la rimanda
indietro perché il bambino adottivo in quella famiglia non si trova a sua agio con Sandra.
La sociopedagogista, per commissione del tribunale dei minori, che lavora 20 ore alla settimana nella famiglia
come sostegno educativo, stima la signora H come “sveglia e autentica”. Lei, con il suo esempio, vuole mostrare
che nella gestione dei bambini ci sono altre possibilità oltre l’aggressività. “Cerco di ampliare la visuale della
signora H. Voglio fortificare la sua consapevolezza di sé”. Ripetutamente allontana dalla famiglia la signora H
per una mezza giornata, per darle una percezione di se stessa. Ha già preso a casa con sé Sandra per un fine
settimana.
La signora H vuole essere finalmente lasciata in pace dal tribunale dei minori. Lei vuole che più nessuno si
immischi nella sua vita e nella sua famiglia. Dice: “Io e Sandra ci stiamo nuovamente avvicinando. Una volta la
respingevo, quando mi voleva dare un bacio. Questo ora non lo faccio più”.
Durante la trattativa presso il tribunale di affido, riguardo all’appartamento trascurato, lei dice: “Io posso
riordinare solo quando i bambini non ci sono”. Per il bernoccolo sulla fronte di Martin dice: “La notte lui sbatte la
testa contro il letto. Lo facevano anche Annabella e mio marito da piccolo”.
Il tribunale decide di mettere Sandra al più presto in una famiglia di affido. Il giudice ordina alla signora H e a
suo marito di iniziare una terapia di famiglia e la minaccia di toglierle anche gli altri figli se lei si rifiuterà.

In questo esempio diventa molto chiaro come da una situazione di trauma del legame, le
vittime di una generazione diventino i carnefici della successiva. La signora H trasmette
l’incuria e gli abusi che lei stessa ha vissuto nella sua infanzia ai suoi figli e si difende
con il suo io di sopravvivenza indipendente e testardo dal riconoscere la realtà della
sua vita. La sua componente di sopravvivenza idealizza la sua situazione familiare
completamente caotica. Lei non può immedesimarsi nei suoi figli perché per questo
avrebbe bisogno del contatto con le sue componenti traumatizzate scisse. La scissione
come sua strategia di sopravvivenza sarebbe quindi in pericolo. Quindi lei ha a
disposizione per educare i suoi figli solo l’immagine comportamentale astratta del
proprio io di sopravvivenza: staccarsi fisicamente dalla madre il prima possibile,
malgrado tutta la necessità interiore, e diventare indipendenti; non aspettarsi niente da
lei; adattarsi esteriormente e interiormente essere diffidente verso tutti gli adulti. Ai
bambini non viene permesso di essere deboli, bisognosi e malati. La signora H utilizza
tutta la sua diffidenza di base che ha sviluppato nella sua infanzia verso una madre
alcolizzata e un padre bevitore, anche coi suoi figli. Non crede loro se stanno male, li
picchia, nega la durezza e la mancanza di sentimenti con la quale agisce contro i suoi
figli, li accusa di essere bugiardi e li incolpa dei suoi problemi. Vede nei suoi figli tutte
le proprietà negative che la sua componente di sopravvivenza non riesce a vedere in se
stessa. Il suo io d’amore illusionistico cerca attenzione e sostegno negli uomini più
vecchi. Non riesce a registrare consapevolmente i comportamenti violenti e invadenti di
questi uomini e a proteggere i suoi bambini da questa violenza e dagli abusi, altrimenti
dovrebbe entrare in contatto con le esperienze traumatizzanti di violenza e di negligenza
della propria infanzia: psicologicamente non ne è in grado. La sua principale strategia
di sopravvivenza anche qui è la scissione: lei si stacca velocemente da un compagno e
interrompe improvvisamente le relazioni.
Negli interventi del tribunale dei minori non trova nessun aiuto per sé ma al contrario
degli attacchi alla sua forma di esistenza, nella quale si è installato il suo io di
sopravvivenza con le plurime scissione nella sua psiche. Si difende con tutti i trucchi e
i mezzi, all’emergenza anche venendo alle mani, quando il tribunale per i minori cerca
di scardinare queste strategie di sopravvivenza preoccupandosi per il benessere dei
bambini in pericolo. Facendo figli e stando in contatto con questi bambini per un po’ di
tempo, riesce probabilmente a prendere in braccio in modo consolante le proprie
componenti dell’anima traumatizzate illudendosi di vivere un’apparenza di normalità;
per lo meno non è sola. Non è veramente madre per i suoi figli, ma cerca una madre per
il suo bambino interiore traumatizzato. Per questo mette ripetutamente al mondo dei
bambini quando gli altri diventano troppo grandi per questo tipo di mamma contorta e
danno sempre più problemi. Se uno dei suoi figli si avvicina troppo alla sua
componente psichica traumatizzata e ferita, si sente minacciata, lo respinge e diventa
violenta.
Le intrusioni del tribunale dei minori, degli operatori sociali e dei giudici nella sua
famiglia, non hanno quindi l’effetto desiderato, finché il nocciolo della problematica
non viene toccato: la scissione psichica della signora H. Se si toglie a una donna
traumatizzata nel legame un bambino e lo si dà in custodia, molto probabilmente ne fa
presto un altro, perché il suo io di sopravvivenza ottuso emotivamente non è
consapevole delle sue responsabilità. La capacità di autoriflessione è enormemente
ridotta in persone con esperienze infantili precoci di trauma del legame per via delle
loro scissioni plurime e la paura di ciò che poi può emerge nell’anima quando se ne
occupano.
Chi quindi dall’esterno cerca di irrompere in un ambiente familiare che è già
improntato da generazioni alla violenza, all’abuso, all’incesto, al consumo di droghe
ecc., fa bene a rendersi conto che irrompe in un sistema di sopravvivenza che viene
mantenuto funzionante soltanto da scissioni delle persone interessate. Il centro di questo
caos di relazioni irretite spesso lo creano le madri che attirano sempre nuovamente
degli uomini traumatizzati nel legame con strutture di carnefici. Anche i bambini
diventano per forza parte di questo sistema. Per la loro dipendenza emotiva dai genitori
non possono sottrarsi al vortice d’amore mescolato a violenza, e assumono con relativa
velocità atteggiamenti da vittime e l’energia da carnefice dentro di sé. Per chiunque
intervenga, esiste il pericolo di venire irretito in questi sistemi di personalità scissi
dalle persone interessate.
Come si vede in questo caso, molti degli aiutanti professionali, ad esempio una
collaboratrice del tribunale dei minori, cercano di togliere le redini dalle mani della
signora H. Loro riconoscono la sua componente aggressiva. Con i “messaggi in tu”
(Schulz von Thun, 1992) come in questo caso ha tentato la collaboratrice del tribunale
(“tu sei una madre che...”), si provoca l’io di sopravvivenza di una persona. Questo io
di sopravvivenza si difende ancora di più contro l’analisi della sua realtà di vita e
mobilita tutta la sua resistenza trasmettendo i suoi sentimenti di odio, comunque già
accumulati, agli aiutanti. Mettere dei limiti senza irretirsi si può solo sulla base di
“messaggi in io”, quindi ad esempio con una frase come: “Io qui rappresento gli
interessi pubblici e prenderemo provvedimenti affinché i suoi bambini non siano
trascurati e non subiscano abusi da chissà chi. Fintanto che mi occupo della sua faglia
questo non continuerà a succedere. Riconosco bene che ci sono delle parti in lei che
non riescono a vederla in questo modo”.
Altri specialisti, come in questo caso la sociopedagogista responsabile del sostegno
educativo, sono molto probabilmente sensibili per le componenti traumatizzate infantili
bisognose o ferite della loro cliente. Loro rischiano di vedere esclusivamente le
componenti di vittima della loro cliente e di considerare innocue le sue componenti di
aggressore. Ciò che è “sveglia” nella signora H è, al massimo, la componente di
sopravvivenza sospettosa che osserva, ma quella che è effettivamente “autentica” nella
signora H non si individua dalla descrizione del caso. Voler essere soltanto un esempio
di educazione appropriata e non violenta, è troppo poco per lei.
Per questa ragione, le scissioni dei clienti si rispecchiano spesso nelle scissioni del
gruppo degli aiutati delle istituzioni sociali. Gli uni vedono solo le componenti
dell’aggressore e quelle di sopravvivenza e propongono provvedimenti di controllo e
punitivi. Gli altri percepiscono soltanto le componenti della vittima e quelle
traumatizzate e vorrebbero proporre al cliente e alla sua famiglia dei provvedimenti
ancora più protettivi e di aiuto. Può addirittura succedere che appartenenti a dei gruppi
professionali psicosociali che non sanno nulla di disturbi dissociativi e scissioni
mentali, vivano le componenti di vittima nella loro cliente come componenti del
carnefice e le componenti del carnefice come componenti di vittima. Questo diventa
chiaro anche in questo esempio. Quando la signora H porta l’attenzione sull’abuso dei
figli da parte del suo ex marito e chiede aiuto al centro per minori, non viene creduta.
Per i suoi metodi educativi aggressivi e senza cuore non viene ripresa chiaramente
dalla sociopedagogista domiciliare, ma piuttosto compatita e fatta apparire bisognosa
di aiuto.
Una via di uscita da tali irretimenti tra sociopedagogiste e clienti si realizza, secondo le
mie osservazioni, quando le componenti sia di vittima che di aggressore presenti nel
cliente vengono entrambe prese in considerazione in modo adeguato e tenuti presenti
nell’adozione dei provvedimenti giuridici e di consulenza del caso. Non è di molto
aiuto iniziare solo dai bambini psicologicamente disturbati, inserirli in scuole speciali,
metterli in istituti o famiglie affidatarie o fornire sostegni educativi domiciliari. I
bambini sono troppo irretiti simbioticamente con i loro genitori e soprattutto con le loro
madri. Il voler essere d’esempio per la madre nell’educazione, nella speranza che
quest’ultima possa acquisire delle competenze materne sortisce soltanto un effetto
limitato. Senza rendere queste madri chiaramente consapevoli del fatto che si può
vedere in tutto ciò che fanno le loro esperienze infantili traumatiche e le loro scissioni
psichiche, anche se cercano di nasconderle sia a se stesse sia agli altri, volendo
mantenere una parvenza di normalità, senza porre dei limiti alle loro strategie di
sopravvivenza dannose per sé e per gli altri, e facendo loro coraggio e incitandole a
cercarsi aiuto al loro sovraccarico in un trattamento terapeutico nel quale possono
lavorare in modo sensato alle loro scissioni dovute ai traumi, nulla di essenziale
cambierà in queste famiglie.
Nelle istituzioni professionali il team di aiuto dovrebbe vedere chiaramente cosa sta
accedendo a livello mentale in una madre traumatizzata e come le sue scissioni si
protraggono nella struttura psichica dei loro figli. I componenti del team professionale
di aiuto, in questo difficile compito, dovrebbero sostenersi a vicenda e ricavarne
sicurezza sia personale che professionale e trovare il coraggio di far confrontare tali
madri e padri con la verità delle proprie traumatizzazioni, di renderli consapevoli
apertamente delle loro componenti di sopravvivenza, di porre un limite chiaro alle loro
componenti di aggressore e di offrire sostegno alle loro componenti di vittima:
altrimenti nemmeno i figli potranno essere liberati dalle loro scissioni. Le figlie di
madri e padri traumatizzati nel legame diventano altrimenti, con altissima probabilità,
la successiva generazione di donne e madri confuse, i figli la successiva generazione di
uomini e padri violenti e molesti.
6.7 Irretimenti maniacali
Rispecchiandosi in sua madre, un bambino trova la base della sua identità psichica e
della percezione di sé. Nel caso che l’anima materna rappresenti uno specchio illusorio
di componenti psichiche scisse e confuse, anche il bambino non troverà un punto di
riferimento chiaro per la propria identità intrinseca. Siccome la madre non capisce
nemmeno lei stessa i suoi sentimenti, non riesce a distinguere i propri da quelli dei suoi
figli. Anche i bambini non possono discernere quali sono i loro sentimenti e quali
appartengono alla loro madre. Non riescono a riconoscersi nella loro madre
emotivamente confusa perciò essi stessi restano confusi a loro volta nella loro identità.
Dal contatto con sua madre un bambino assume tutte quelle incertezze nelle quali la
psiche materna è irretita.
Il contatto fisico con una madre sessualmente traumatizzata è irritante. Vicinanza fisica
e abbracci sono mescolati con sentimenti sessuali, la madre spesso proietta sul bambino
quella persona che l’ha eccitata e le ha fatto violenza da bambina. Perciò il bambino
deve proteggersi dal contatto con sua madre e ritrarsi da lei, malgrado non desideri
altro che la sua vicinanza, finendo così nella scissione tra la componente mentale che
cerca urgentemente l’amore della madre e un’altra che si difende dai suoi sentimenti e
comportamenti caotici, sessualmente sovraccarichi. L’alternativa è di essere
completamente esposti al sentimento di abbandono oppure di irretirsi con il trauma
sessuale della madre. La vicinanza può essere ammessa soltanto rinunciando alla lotta
per avere una identità propria e ben delimitata. Paradossalmente questo significa che il
bambino può ricevere un senso di identità trasmessogli dalla madre soltanto
rinunciando al rapporto con la propria realtà interiore.
Se dunque il bambino si lascia coinvolgere emotivamente dal mondo psichico della
madre, deve accettare che lei veda e percepisca in lui qualcuno di completamente
diverso. Lui viene identificato da sua madre con una persona che le ha fatto violenza e
l’ha sedotta sessualmente. Il bambino stesso si identifica con la madre e quindi con le
componenti confuse di vittima e aggressore compresenti nella sua anima. Ora lui è il
violentatore e la violentata nella stessa persona.
Se una parte del bambino accetta questo rispecchiamento emotivo come sua identità,
diventa confuso e rischia la pazzia. Diventa perfino insicuro della sua identità sessuale
visto che una bambina abusata rispecchia e porta in sé anche il carnefice maschile come
parte dell’anima e non riesce a distinguere se questa parte le appartiene oppure no.
Persone con tali destini nell’infanzia si arrovellano nella confusione dei loro pensieri.
Relativamente alla loro identità non possono fare affidamento sui loro sentimenti:
questa, nella terminologia psichiatrica, è la schizofrenia. Nel mio modello di scissione
mentale questo corrisponde a una componente di sopravvivenza che cerca in modo
estremo chiarezza cognitiva. Con la vicinanza emotiva tali persone possono finire in
stati “psicotici”, cioè maniacali, che però a loro sembrano completamente reali. Nella
mia teoria questo corrisponde all’attivazione di sentimenti traumatici e simbiotici che,
attraverso il contatto con la madre, essi hanno assunto nella propria anima.
Difficoltà nelle relazioni sessuali
Per illustrare quali profonde insicurezze provochi in una persona un trauma del sistema del legame, scelgo
alcune dichiarazioni che mi ha lasciato un paziente. Aveva diversi attacchi psicotici nei quali si sentiva
contemporaneamente un uomo al quale nessuna donna poteva resistere e un potenziale pedofilo-assassino. Lo
sfondo della sua storia familiare, ricostruita tramite diverse costellazioni, consiste in una nonna che
probabilmente aveva avuto delle relazioni extraconiugali, una zia nata fuori dal matrimonio e per questo motivo
uccisa, e una madre abusata sessualmente da suo padre. Il paziente ha anche dei ricordi di essere stato abusato
sessualmente lui stesso da bambino.
“Sono seduto al bar e inizio a scrivere. Come sempre osservo ognuno dei miei sentimenti e ogni pensiero. Oggi
sento odio verso le persone brutte e in particolare uomini disgustosi. Il disgusto è sessuale e grasso. Allo stesso
tempo mi affascinano diversi uomini. Uomini alla moda, creativi e mascolini, esternamente forti. Capita che per
un mese intero io non abbia nessun sentimento sessuale per gli uomini, e poi di nuovo sì. Anche se per molto
tempo l’attrazione sessuale verso gli uomini sia stato un tema importante, il pensiero di una vita da gay o
bisessuale è inaccettabile. Io non voglio, non sono per niente femminile. Oltretutto ho sempre dei sentimenti
sessuali per le donne ma torno insicuro quando provo attrazione per gli uomini.
Tre o quattro anni fa l’omosessualità sarebbe stata ancora accettabile, visto che, in particolare quando fumavo
lo spinello, sentivo questa ammirazione esagerata e un po’ matta per altri ragazzi. Nel frattempo sono piuttosto
contento di me stesso, posso accettare gli altri così come sono: prima li avrei considerati o fantastici o disgustosi.
Forse l’omosessualità non ha nulla a che fare con l’ammirazione ma è solo una questione di sentimenti: questo
per me non lo rende più semplice. A volte mi sento in colpa perché la questione sessuale mi impegna così tanto
dal momento che ci sono delle cose molto più importanti nella mia vita.
Da due, tre mesi ho una relazione con una ragazza, se ci penso sto un po’ meglio. È veramente una gran bella
ragazza. A volte sento dei sentimenti di innamoramento. A volte sento disgusto e odio. Da un lato sono contento
che mi sono innamorato di una ragazza (che così non ho mai sentito), dall’altro sono sempre di nuovo insicuro se
questo non è qualcos’altro (amicizia, agitazione, sentimenti acquisiti di innamoramento dall’incesto nella mia
famiglia). Quando bacio la ragazza, quando lei mi bacia, esco dalle mie sensazioni fisiche e allora il contatto non
è più gradevole. Anche durante l’atto sessuale sento poco. Penso che la mia sessualità al momento sia molto
debole. In fondo sono contento, perché una sessualità forte e potente mi farebbe paura. Dopo la mia seconda
psicosi avevo paura di fare di nuovo l’amore con una ragazza perché temevo di diventare violento nel vortice
dell’eccitazione sessuale. Ora, durante il sesso, grazie a Dio, non penso più tanto a questo argomento. Non ho la
coscienza sporca di fronte alla ragazza per il fatto di sentire e pensare così tante cose strane e terribili che la
spaventerebbero e la respingerebbero, dal momento che ora provo dei sentimenti sinceri.
La mia sensazione di fondo si può descrivere così: assenza di rapporti con il mondo. Vado a passeggio, siedo al
caffè, parlo con amici, mangio con la famiglia, ho una seduta dal mio terapeuta, vivo tante situazioni mentali
diverse, sono arrabbiato, sono esaltato, sono un po’ triste, sono anche innamorato. Ma non esiste un vero
sentimento, nessuna sicurezza, nessuna pace interiore. Tutto scorre e svolazza come se non potessi reagire alla
vita attorno a me. Ci sono così delle facce che scatenano qualcosa in me, ma tutto è contorto e malato.
Mi tengo stretto: al fumare, al bere caffè, al parlare dei miei problemi, alla pittura, al suonare musica, allo
scrivere. Alle persone non mi posso aggrappare, ma forse questo sarebbe sbagliato. Io non so ancora come sia
avere un buon rapporto con se stessi e con le altre persone attorno.”

Il trauma del sistema del legame, quindi, rende incapaci di relazione, perché impedisce
dei sentimenti affidabili e di vicinanza emotiva. L’io di sopravvivenza è imprigionato
nelle riflessioni e nei pensieri, e l’io del trauma bloccato in un caos di paura, rabbia,
sospetto, eccitazione sessuale, sentimenti di vergogna e colpa. L’incontro intimo tra
uomo e donna è influenzato da una sessualità che ha fatto dei danni ed è stata la causa di
violenze, incesto, figli illegittimi e la loro conseguente eliminazione. Sessualità è
tentazione e pericolo allo stesso momento. Non ha una direzione precisa, si può
indirizzare verso uomini, donne e bambini allo stesso momento. Non è distinta da un
affetto amorevole. A sua volta, la differenza tra amore genitoriale e amore di coppia
non esiste. Per questo, l’io di sopravvivenza si tiene il più lontano possibile da
relazioni intraumane temendo di trascinare con sé, nel vortice della psicosi, l’io del
trauma.
Per questo paziente, il riconoscimento che i suoi sentimenti psicotici venivano scatenati
dalla vicinanza intraumana è stata una consapevolezza molto importante. Così ha
trovato sempre più soluzioni alle sue tante scissioni.
Amore maniacale
Questo esempio è estratto dalla descrizione di un uomo che ha scritto delle sue fasi maniacali: “Amore, io sento
amore, un amore senza confini per J., verso i bambini, per E., verso i miei alunni e colleghi. Sentivo un amore
che andava di là dalla ragione. Allo stesso momento iniziavo a pensare in modo vertiginoso, su chi fossi io, cosa
fosse il mondo e la vita. Tutto acquisiva il proprio senso, il proprio ordine. Bene e male erano estinti. Scrivevo
testi confusi sulla guarigione e anche un paio di canzoni. Ero ossessionato dalla normalità: ma cos’era? Chi ero
io? In me c’erano pensieri che io sarei dovuto essere destinato a qualcosa di meglio. Sono forse una
reincarnazione di Gesù? La mia vocazione è essere primo ministro? In aula stendevo addirittura la lista dei
ministri. Poi abbandonavo altrettanto velocemente tali pensieri: andavano e venivano.
Intenso era il contatto sia con i bambini della mia compagna, sia con i miei alunni mentalmente ritardati. Con loro
e durante la lezione riuscivo a mantenere una concentrazione tale che fino ad allora non conoscevo. Ero così
sveglio, ma nelle pause mi ritrovavo esausto per la concentrazione e anche per i miei pensieri vertiginosi,
indipendenti dalla mia lezione. Un bell’evento era anche la festa di natale della scuola. Durante una
rappresentazione della natività impersonavo un prete. Prima di andare in scena mi sono seduto nella stanza
accanto e ho pregato per avere forza. Dopodiché sono rientrato nel ruolo, completamente presente. A molti dei
miei colleghi sembravo strano, da altri ho ricevuto un feedback positivo sulla mia interpretazione.
Nelle settimane antecedenti il Natale, interiormente si svolsero tantissime cose. All’inizio, prendevo appunti sulle
mie caratteristiche: era come se stesse iniziando una nuova fase della mia vita. Quelle mie sensazioni religiose
mi hanno fortemente segnato. Mi sentivo spinto ad andare in chiesa regolarmente e pregavo: leggevo la bibbia
con occhi nuovi.
Alla mia compagna tutto ciò appariva sospetto. A casa si accatastavano le casse di acqua minerale, perché
nelle mie particolari percezioni constatavo i differenti effetti dell’acqua minerale sul mio stato emotivo. La
Steinsieker alimentava il pensiero semplice se mi stavo arrovellando troppo, la Marienbrunnen mi dava calma e
forza, la Christinenbrunnen aveva effetto rinfrescante, ravvivante quando mi sentivo demotivato e stanco.
Impiegavo consapevolmente l’acqua e sviluppai una ‘teoria dell’acqua minerale’ che mandai a un famoso
medico omeopata. Lui fondamentalmente mi confermò le mie percezioni sensoriali – era noto che l’acqua
minerale avesse effetti curativi. Mi sentivo rinforzato nella veridicità delle mie percezioni, ma riconoscevo che le
mie scoperte ‘stravaganti’ non erano nulla di nuovo”.

In una fase psicotica, le persone irretite in un trauma del sistema del legame sfogano i
loro sentimenti confusi. Questi sentimenti intensi attivano pensieri sempre più confusi:
sotto a ogni mania si cela di solito un amore illusorio. Visto che non capiscono
l’origine di questi sentimenti che provengono da traumatizzazioni passate nella loro
famiglia, cercano delle spiegazioni nelle loro vicissitudini momentanee. Sotto l’influsso
di questi sentimenti, creano tutte le correlazioni maniacali nel loro presente quotidiano.
Percepiscono che qualcosa agisce dentro di loro molto intensamente ma non trovano la
chiave per la soluzione del quesito. Quella è sepolta profondamente nell’anima dei loro
genitori o nonni. Durante le loro fasi maniacali cercano quella chiave in maniera
febbrile, mettendo così in grande pericolo la loro esistenza. Possono portare alla
disgrazia anche altri. Soltanto la verità di ciò che sta veramente dietro a questi
sentimenti intensi può fermare questa pazzia per sempre e portare la calma. Spesso
nella sintomatica maniacale si tratta di un amore incestuoso dal quale sono nati dei
bambini, oppure relazioni tra uomini di rango superiore e ragazze o donne sottomesse o
dipendenti, dalle quali nascono dei bambini, la quale provenienza poi viene tenuta
nascosta oppure vengono eliminati. L’amore maniacale è un tentativo di compensare
un’estrema mancanza di amore.
7. VIVERE IN MODALITÀ “SOPRAVVIVENZA”

Ci sono innumerevoli vie che noi esseri umani percorriamo più inconsciamente che
consciamente, per poter gestire le nostre scissioni e i nostri blocchi interiori. È il
mondo dell’io di sopravvivenza che cercherò di caratterizzare brevemente qui di
seguito. Molte persone, dopo un esperienza traumatica, vivono per la maggior parte del
tempo in un “modus sopravviendi”.
7.1 Attivismo
Poiché ha paura di entrare di nuovo in contatto con il suo trauma una persona scissa
mentalmente nega, con il suo io di sopravvivenza, l’ammissione che i suoi problemi di
vita sono una conseguenza delle sue traumatizzazioni. Lei cerca la soluzione dei suoi
problemi nel presente e si fa delle illusioni su un futuro felice. Poiché non può e non
vuole cambiare interiormente, spera in un futuro migliore derivante dal cambiamento
del mondo esterno. Le varie forme degli irretimenti, che risultano da questi tentativi, li
ho descritti nel capitolo precedente. Portano a innumerevoli conflitti in questioni
relazionali, educative e anche sociali e politiche. Possono portare a delle piccole
guerre in famiglia e a guerre mondiali tra nazioni. L’io di sopravvivenza, per non
confrontarsi con il proprio dolore psicologico, vede nelle sue strategie momentanee
l’unica forma per la sua esistenza. Queste lo difendono e lo giustificano anche in
situazioni di vita conflittuali. Per tutelare queste strategie costruisce il suo ambiente
sociale ed eventualmente le istituzioni politiche. Sarebbe interessante indagare più
profondamente quali traumi collettivi portano intere società a servirsi di strategie
estreme di evitamento, controllo, compensazione e illusione.
Sostenere una persona nel suo attivismo di cambiare il suo ambiente, altre persone
oppure la società non lo aiuta ad andare avanti. Una donna che si lamenta della violenza
di suo marito o del suo compagno rimarrà con lui finché questa relazione si adatta alle
sue scissioni mentali e alle illusioni che ne nascono. Se la si aiutasse a separarsi senza
che lei cambiasse qualcosa nella sua scissione mentale, con grande probabilità
sceglierebbe un altro compagno con il quale ben presto avrebbe lo stesso problema
relazionale. Anche genitori traumatizzati non diventano felici aiutandoli con dei consigli
educativi utili ai loro figli iperattivi, aggressivi o drogati neppure cercando di guarirli.
Genitori traumatizzati spesso utilizzano i loro figli come valvola di sfogo per la propria
pressione mentale e caricano su di essi i loro sentimenti traumatici. Viceversa i figli
nella loro dipendenza sono pronti a prendere su di sé questa pressione per scaricare
così i loro genitori. Alla stessa maniera le persone che si lamentano del mobbing sul
posto di lavoro, hanno bisogno di sostegno psicologico. Finché che non percepiscono
qual è il proprio contributo a questa situazione di mobbing non vanno avanti per se
stessi. Una crisi psicologica rappresenta una possibilità di cambiare qualcosa di
essenziale in se stessi. Questo significa avere il coraggio di imparare a conoscere e
accettare la propria anima e il suo dolore. Allora anche la pressione sull’io di
sopravvivenza calerà piano piano, diminuendo l’iperattività verso l’esterno.
“Non trovo ascolto”
Una donna, il marito della quale torturava sadicamente il loro comune figlio fin da
piccolo, cercò consiglio terapeutico presso di me per come doveva gestire questa
situazione. Era già stata da innumerevoli medici, psicologi, avvocati per tutelarsi contro
suo marito. Si scontrava sempre con nuovi rifiuti e umiliazioni. Scrisse a dei deputati,
si incontrò con politici comunali, andò alla polizia, e prese contatto con l’avvocato del
tribunale perché temeva che suo marito non avesse soltanto torturato e violentato il
proprio bambino ma probabilmente anche altri bambini e che continuasse a farlo.
Ovunque incontrava orecchie sorde alle sue richieste e non trovava da nessuna parte
ascolto per le sue preoccupazioni e i suoi bisogni. La denuncia contro suo marito per
maltrattamenti su minorenni fu respinta dall’avvocato del tribunale.
Io avevo una grande compassione per il suo destino difficile, la sua impotenza era
percepibile. La mia sensazione, allo stesso tempo, mi diceva che ci doveva essere nella
sua anima qualcosa che l’aveva spinta a mettersi con questo uomo sadico, addirittura
arrivando a sposarlo. Questo non poteva essere un caso. Quando parlava di lui, accanto
alla paura e alla grande rabbia nei suoi confronti, c’era la preoccupazione di come
poterlo aiutare a uscire dalla sua aggressività.
In effetti, nel lavoro terapeutico che lei accettò di fare in seguito, emerse sempre più
chiaramente il suo destino: una storia incredibile. Lei era stata allontanata dal padre
durante la guerra da una donna e data, per consolazione di un aborto, a un’altra donna
che lei aveva sempre creduto fosse sua madre. Tutto il suo passato e tutta la sua
immagine familiare era stata così capovolta. Con questa nuova scoperta, per lei molto
dolorosa, si sentì a un tratto molto più in sintonia e poté rispondere a molte domande
sulle quali si interrogava da una vita intera, in rapporto ai suoi presunti genitori e
fratelli. Ora divenne lentamente più consapevole del suo comportamento negli uffici e
verso le istituzioni sociali. Riconobbe più chiaramente da chi poteva aspettarsi aiuto,
sostegno e comprensione per la sua situazione e da chi no e chi, al contrario, la
manipolava per i propri interessi. Comprese che in suo marito aveva percepito lo
stesso essere impotente simile a quello nascosto fino a quel momento nella sua anima.
Liberata da questa coalizione inconscia tra la sua componente infantile traumatizzata e
quella di suo marito, ora lei era in grado di agire nei suoi confronti. Riconobbe sempre
più ciò che nella sua vita era essenziale e importante.
7.2 Sopprimere i sintomi
Problemi che derivano da scissioni mentali si manifestano all’esterno come
inquietudine, insonnia, paura, demoralizzazione, confusione ecc. e un’infinità di sintomi
fisici. Tanto disturbi psichici quanto malattie fisiche sono l’espressione dell’io
traumatizzato scisso. L’io di sopravvivenza cerca perciò di sopprimere e respingere
questi sintomi dei quali non comprende l’origine.
Fuga nella droghe
Il consumo di droghe è il mezzo più comune per coprire i sentimenti traumatici che
emergono. Droghe giornaliere come caffè, sigarette e alcol sono per l’io di
sopravvivenza un mezzo semplice per procurarsi velocemente sollievo quando
emergono le componenti traumatizzate della personalità. Così vengono coperti e
anestetizzati nervosismo, paura, solitudine, vuoto interiore, disperazione e confusione.
Le sostanze attive contenute nelle droghe però possono adempiere al loro scopo solo
per un breve periodo. Con il tempo diminuisce sempre più il loro effetto, il
metabolismo del corpo e del cervello si abitua a esse e le neutralizza. Per questo la
tendenza dell’io di sopravvivenza è di aumentare le dosi. La strada verso la dipendenza
è quasi obbligata se agiscono delle traumatizzazioni nel subconscio. Se le droghe
giornaliere non sono più sufficienti per sopprimere i sintomi minacciosi per l’io di
sopravvivenza, il passo verso le droghe pesanti è vicino.
Il consumo di droghe è anche il tentativo di rendersi indipendenti dalle relazioni umane
intime perché attraverso di esse si possono risvegliare facilmente componenti di
sentimenti traumatizzati. Piuttosto di continuare a riscaldarsi, ad esempio, con litigi non
fruttuosi con i propri genitori o sopportare i conflitti coniugali dei propri genitori, molti
giovani accettano l’offerta dei loro amici e si intontiscono con la marijuana – pur
sapendo di danneggiare il loro cervello e compromettere le loro prestazioni
scolastiche. Sul momento non vedono altra strada per sottrarsi alla pressione subita dai
loro genitori.
Così era per Martino. Era un ragazzo molto sensibile e gli si leggeva in faccia quanta
nostalgia avesse di un contatto caldo con sua madre la quale però era emotivamente
fredda e inaccessibile. Di suo padre diceva di averne cercato, nel bene e nel male,
l’attenzione e un suo riconoscimento, ma nessuna strategia era stata d’aiuto. Il padre
urlava soltanto ed esplodeva alla minima occasione.
La droga deve sostituire le emozioni buone a cui noi esseri umani aspiriamo: fortuna,
contentezza, sentirsi amati e preziosi, percepirsi e sentirsi vivi. Più l’io di
sopravvivenza, attraverso il consumo di droga, si rende indipendente dalle relazioni
umane, più aumenta la sua dipendenza dalle droghe. Quindi anche come terapeuta non si
riuscirà a dissuadere nessuno dalla sua dipendenza, finché non si comprende cosa
sostituisce la droga per la componente di sopravvivenza. Quando una paziente
comprese che la sua dipendenza dalla cioccolata veniva dal fatto che da bambina era
molto sola e cercava consolazione nei dolci, poté abbracciare con la sua componente
sana la bambina interiore abbandonata che era in lei e allontanare la sua componente di
sopravvivenza dipendente.
Anche le cosiddette dipendenze comportamentali adempiono una funzione ben precisa
nel contenimento psicologico di una persona. Nessuno rinuncerà alla sua dipendenza da
lavoro o da gioco fintanto che non guarderà al motivo di questo comportamento. Nella
dipendenza da lavoro vengono coperte e respinte paure dovute a traumi e sentimenti
repressi di rabbia e tristezza da parte dell’io di sopravvivenza attraverso l’iperattività,
l’attivismo ininterrotto e l’organizzazione continua.
“Lei ha lavorato per due”
“Mia nonna ha lavorato per due uomini e questo ha un significato in una fattoria”, così una partecipante al
seminario descrisse sua nonna. Di primo acchito, si poteva interpretare la considerazione così: la nonna, dato il
suo impegno in campagna, aveva sostituito la forza lavoro di due uomini. La pronipote di questa nonna, quindi la
figlia della partecipante al seminario, durante la sua prima psicosi si comportava come una grande attrice. Nella
costellazione poi emerse che la suddetta nonna aveva falsamente attribuito al marito la paternità dei suoi figli. La
madre della partecipante al seminario quindi aveva probabilmente un padre diverso da quello che lei credeva. La
frase “la nonna lavorava per due uomini” acquisì a un tratto un senso completamente nuovo. C’erano
veramente due uomini per i quali doveva lavorare: per il marito tradito e per l’amante segreto. La partecipante al
seminario, la quale aveva un legame amorevole con sua nonna, si sentì molto sollevata e interiormente più libera
quando questo segreto di famiglia venne alla luce. Anche il suo io di sopravvivenza aveva lavorato per tutta la
sua vita fino all’orlo del crollo fisico, cercando di rimanere sempre una “brava bambina” e di non fidarsi degli
uomini. Attraverso il suo comportamento psicotico la figlia della partecipante al seminario aveva inconsciamente
rivelato tutta la truffa e dimostrato che la nonna era una grande attrice.
7.3 Eliminare le malattie
L’io di sopravvivenza vorrebbe far sparire le malattie al più presto. Ha questa
aspettativa anche verso medici e terapeuti. Partendo però dal presupposto che dietro ai
sintomi delle malattie agisce la componente traumatizzata, allora l’eliminazione del
sintomo porterebbe al successo soltanto se si potesse allontanare in questo modo anche
l’io traumatizzato. Ma visto che questo deriva essenzialmente dal ricordo di
un’esperienza di vita e che con tale energia contribuisce a guidare il corpo intero,
questo approccio terapeutico non può funzionare. Malattie che provengono da traumi,
non sono un problema di hardware, ma un problema di software. Non deve essere
riparato il disco fisso oppure un qualsiasi pezzo del computer, ma devono essere
cambiati e in parte riscritti i programmi che regolano il corpo e le sue funzioni
organiche.
La medicina tradizionale sostiene il tentativo dell’io di sopravvivenza di liberarsi dalle
sue esperienze di vita scisse, considerando i sintomi, che indicano una
traumatizzazione, uno stato di pura malattia meccanica e fisica. Senza fare luce
sull’origine dei sintomi e sul loro senso più profondo radicato nella storia della vita di
una persona, i sintomi mostrati da un paziente vengono considerati come malattie fisiche
da curare indifferentemente. Osservato in modo logico questo significa che non viene
fatta una gran distinzione tra le conseguenze, le condizioni e le origini di un fenomeno.
Ogni sintomo è principalmente origine, condizione e conseguenza allo stesso momento.
L’obbiettivo del trattamento è di conseguenza l’eliminazione del sintomo. Per questo
vengono impiegati:
• medicinali che tolgono il dolore, abbassano la pressione, anestetizzano la paura,
sollevano lo stato depressivo, attenuano il pensiero confuso ecc.;
• interventi chirurgici che tolgono il presunto o effettivo centro del sintomo;
• attività fisiche per dare sollievo ai sintomi.

Spesso il trattamento medico è un salvavita perché le scissioni traumatiche, avendo


agito sul corpo per così tanto tempo, gli hanno fatto perdere completamente il suo
equilibrio e la capacità di autoregolazione. Grazie alla medicina tradizionale, appaiono
effettivamente molti cambiamenti sintomatici. Il dolore, la pressione, l’infiammazione,
la febbre, la paura, la confusione ecc. si attenuano oppure spariscono per un po’ di
tempo a seguito di un trattamento. A lungo termine però, sintomi ai quali sottostanno
delle esperienze di vita traumatiche non mostrano però nessun successo duraturo di
guarigione. Le situazioni di malattia, che prima erano temporanee, col prolungarsi del
trattamento diventano piuttosto malattia cronica. Più a lungo si assume una medicina,
più cospicui diventano i sintomi collaterali di quest’ultima. Bisogna quindi assumere
delle nuove medicine per compensare gli effetti collaterali delle vecchie. Non sono
soltanto i malati mentali, trattati per lungo tempo con psicofarmaci, a finire in questi
meandri farmacologici interminabili. Anche persone con dermatite, reumatismi, asma
ecc. conoscono questo vortice di trattamento medico che si incrementa continuamente.
La soppressione di un sintomo può anche portare alla manifestazione di un altro
sintomo. A volte sembra che dolori fisici siano più facilmente sopportabili dei dolori
psichici. Ho acquisito l’abitudine a riflettere su quale collegamento possa essere
intercorso tra un sintomo fisico e il conflitto traumatico che esso potrebbero
simboleggiare. Le costellazioni possono essere d’aiuto a percepire più chiaramente il
linguaggio dei sintomi. In questi casi un paziente può scegliere dei rappresentati per i
sintomi della malattia. Certi sintomi si manifestano poi come componenti dell’io di
sopravvivenza i quali cercano di difendersi dal ricordo del trauma.
Nel caso di sintomi fisici, che nascondono esperienze traumatiche di una persona, essa
viene sottoposta a un trattamento meccanico intenso, esiste il pericolo che il
meccanismo di protezione del paziente si spezzi e i ricordi traumatici vengano liberati
in modo incontrollato.
La consapevolezza del paziente viene poi sommersa dalle esperienze traumatiche.
Corpo e palloncino
Una paziente mi raccontò che le si erano slatentizzate le sue tendenze suicide dopo
essere stata da un chiropratico che aveva sciolto e rimesso a posto la sua schiena
completamente contratta e contorta. Lei però aveva scisso le sue esperienze traumatiche
in modo tale da lasciar perdere quasi completamente il rapporto con il suo corpo e che
aveva ceduto per intero all’io traumatizzato. Aveva l’immagine che “la sua anima fosse
appesa in alto nel cielo come un palloncino e sotto fosse sdraiato il suo corpo, al quale
questo palloncino era legato con un filo sottile”. Dopo il trattamento fisico le sensazioni
del trauma che erano state represse nel corpo entrarono nella sua consapevolezza e la
inondarono. Il suicidio oppure l’impressione di impazzire, per le componenti disperate
dell’io di sopravvivenza, sembrano spesso l’unica via di uscita quando la negazione dei
ricordi traumatici non è più possibile.
Il cancro ha sicuramente delle cause plurime. In pazienti con diagnosi di cancro che
cercano da me aiuto terapeutico, spesso si osservano dei collegamenti significativi tra
la sintomatica della malattia e le loro scissioni mentali e irretimenti. Traumi di legame
e traumi del sistema del legame, secondo le mie osservazioni, aumentano le probabilità
in una persona di contrarre una malattia fisica grave, perché essa non può esprimere
apertamente la sua paura, i suoi sentimenti di rabbia e tristezza e il suo dolore
psicologico all’interno della famiglia, ma li sotterra profondamente in sé e li sopprime.
Una componente di sopravvivenza aggressiva che ininterrottamente è in lotta con se
stessa diventa autodistruttiva.
L’intervento chirurgico su organi vitali è un passo importante. Negli organi pari, come i
reni, rimane la speranza che quello sano rimasto assuma le attività di quello operato.
Questa speranza, senza la comprensione di quali eventi traumatici abbiano causato il
cedimento dell’organo, può essere d’inganno come mostra il seguente esempio.
Che gli interventi al cuore risolvano effettivamente il problema, se c’è un trauma
sottostante, sembra improbabile. Mi è rimasto impresso nel ricordo un lavoro con un
uomo che era venuto a un seminario per un problema al cuore.
“Tra un po’ mi strappo in due!”
Il signor F. è artigiano. Ha una ditta in proprio. La sua attività lo impegna molto, una settimana in cui lavori 60
ore non è una rarità. Quattro anni fa ha subito la sua prima operazione al cuore. Sua moglie è preoccupata per
lui perché teme un nuovo attacco. Per questo l’ha convinto a venire al seminario. Il signor F. rimane chiuso in se
stesso, seduto sulla sua sedia nei primi due giorni del seminario. Osserva attentamente ma non è ancora pronto
ad assumere dei ruoli da rappresentante. Il terzo giorno prende coraggio e mette in scena il suo problema. La
rappresentante per il suo cuore ha subito la sensazione di non ricevere più aria e di venire strappata in due. La
sua componente adulta inizia a ruotare su se stessa e alla fine cade esausta per terra.
L’origine del suo problema cardiaco era collegata alla perdita della patria, durante la guerra, da parte del padre.
Anche sua madre aveva perso un fratello in guerra: una profonda tristezza pesava su entrambi i sistemi di
provenienza, quello materno e quello paterno. Una componente del signor F. veniva attratta in questo vortice di
tristezza dei suoi genitori. L’altra componente cercava disperatamente una via di uscita da questo clima
familiare opprimente ma senza trovarla. Per questo lui – cioè il suo io di sopravvivenza – ruotava su se stesso
sempre più velocemente fino al totale esaurimento. Io sostenni il signor F. nell’affrontare il dolore psicologico dei
suoi genitori affinché non venisse risucchiato lui stesso da questo vortice di disperazione e tristezza. Il signor F. il
giorno seguente al seminario era come liberato.
8. GUARIGIONE INTERIORE
Come all’interno, così all’esterno.

Come guarigione interiore io intendo un processo che cerca una soluzione non
all’esterno ma nella propria psiche. Guarigione interiore significa rendersi indipendenti
da ciò che altri fanno per noi o si aspettano da noi. Chi percorre la strada della
guarigione interiore, ha la speranza che i problemi all’esterno si risolveranno non
appena sarà pronto interiormente. L’io sano quindi non si sottomette più a nessuna
pressione dell’io di sopravvivenza. La via della guarigione interiore coglie addirittura i
problemi all’esterno come una possibilità, in prima linea, di capire meglio se stessi e di
chiedersi perché la propria psiche necessita in quel momento di affrontare questo o quel
problema. Imparare a liberarsi dalle scissioni e non solo a convivere con esse non è
una strada semplice e comoda. Forse però alla fine è la strada più breve di tutte.
Secondo le mie esperienze ci sono diversi processi che si avvicendano, per raggiungere
passo dopo passo lo stato di guarigione interiore.
8.1 Riconoscimento delle scissioni
Al primo posto c’ è il riconoscimento e la distinzione delle proprie scissioni. Visto che
una caratteristica essenziale della scissione è la mancanza di un legame consapevole tra
le componenti psicologiche separate l’una dall’altra, una persona può percepire,
sentire, pensare e agire in piena consapevolezza o in una componente o nell’altra. Può
essere consapevole di se stesso solo in una componente traumatizzata o in una
componente di sopravvivenza oppure in una parte rimasta illesa. Un primo grande passo
sulla strada della guarigione interiore è quando gli esseri umani diventano consapevoli
delle loro scissioni mentali e riconoscono in quali situazioni quotidiane avviene il
cambio da una personalità all’altra.
Nel seguente esempio una paziente descrive le sue esperienze dopo una seduta di
terapia nella quale abbiamo lavorato con le sue componenti di aggressore e vittima che
si fronteggiavano inconciliabilmente. Sua madre non la voleva perché frutto di una
relazione extraconiugale e sua padre aveva messo incinta altre due donne nello stesso
momento. La paziente sopravvisse ai tentativi di aborto di sua madre e più tardi era
stata ripetutamente esposta ai suoi tentativi di ucciderla. L’energia distruttiva di sua
madre era in parte diventata la sua. Le sue altre componenti dovevano lottare,
proteggersi e tenere a bada questa componente autodistruttiva. Questa sua componente
fusa con quella violenta e di rigetto di sua madre – nel gergo si parlerebbe qui di
“introiezione del carnefice” (Huber, 2003) – inscenava nuovamente gli attacchi della
madre, che avevano avuto luogo nell’infanzia della paziente.
“Per questo non muori, continua!”
Dopo l’ultima seduta di terapia, i pensieri giravano vorticosamente, volevo scoprire e indagare su tutto. In
seguito a questo processo interiore, come in una pentola a pressione, dentro di me emersero sentimenti di
dubbio, rabbia e distruzione. Io parlai con questa componente esigente: “Di che cosa hai bisogno? Cosa posso
fare per te affinché tu stia meglio?”.
Feci un giro in bicicletta in campagna per raccogliere le more. Una scarpata con delle bacche nere luccicanti mi
invitò. Quando ebbi riempito quasi del tutto il recipiente ne vidi alcune più in alto. Andai per raccoglierle e d’un
tratto il recipiente volò via e io feci un salto all’indietro. Quando ripresi conoscenza e aprii gli occhi ero sdraiata
in fondo alla scarpata sull’erba bagnata. Controllai di non essermi ferita e ringraziai per la protezione.
Leggermente intontita sentii in me una voce che mi ordinò: “Continua con la raccolta, perché sei ancora
intera!”. Automaticamente mi alzai e ricominciai a raccogliere. A un tratto mi fermai e riconobbi la situazione.
Questa voce dentro di me era violenta e senza nessuna compassione. Riconobbi che dentro di me c’erano
diverse componenti: una parte che mi voleva distruggere, una parte che mi proteggeva e una parte che in caso
di necessità abbandonava il corpo. Qualcosa di simile mi era già capitato 25 anni fa quando ho distrutto la
macchina. Un’energia distruttiva di cui la macchina era piena mi travolse. Correvo da uno stop verso un cartello
stradale distante 150 metri. La macchina si capovolse e si ribaltò sulla cappotta. Era ridotta a un rottame. Oltre
allo shock e un piccolo colpo di frusta non avevo alcun graffio. L’energia distruttiva l’avvertii come qualcosa
che arrivava dal di fuori, così come l’energia di luce che mi proteggeva.
Ora vedo un ulteriore collegamento. A otto anni e mezzo dovevo aiutare a caricare il fieno. Il carro era già
stracarico e mia madre mi urlò: “Prendi il fieno e pestalo nel bordo esterno”. Subito dopo lei spostò
inaspettatamente il trattore in avanti. Io volai all’indietro dal carro, sbattei duramente per terra e annaspai. Mia
madre venne da me e disse: “Per questo non muori. Mettiti là sotto l’albero finché non smettono le vertigini”.
Per settimane ebbi poi dolori alla schiena.
A 35 anni feci degli accertamenti clinici per i miei dolori di schiena. Sulla lastra si vide che all’altezza delle
vertebre dorsali, due erano calcificate. Il medico disse: “Lei deve aver vissuto una caduta violenta in gioventù”.
Da bambina ero piena di domande sull’ambiente esterno. Oggi lo sono in riferimento al mio mondo interiore.
Come posso avere fiducia in me stessa se c’è una parte di me che mi vuole danneggiare, mi vuole uccidere?
Una parte dentro di me si fida ciecamente e mi tradisce anche. È deficiente e stupida. Come posso fidarmi di
altri? Ho la sensazione che dentro di me ci siano tanti piccoli strappi e scissioni immersi nella grande fessura tra
sentimento e ragione.

Soprattutto nei traumi di legame, in una persona si forma una struttura complessa di
spaccature e scissioni. Il metodo delle costellazioni può sostenere questo processo
dell’autoriconoscimento e di quali e quante componenti siano presenti nella propria
psiche. È come fare una radiografia, per riconoscere le strutture mentali. Scegliendo
singoli rappresentanti per ognuna delle sue scissioni, il paziente si può osservare
dall’esterno e guardare l’interazione delle sue diverse componenti. Guardare da una
prospettiva di osservatore facilita la formazione di un nuovo livello di consapevolezza
che è necessaria per il successivo processo di integrazione delle diverse componenti
psichiche.
8.2 Comprensione delle componenti scisse
Per una conoscenza approfondita delle singole componenti della personalità, secondo le
mie esperienze, il metodo delle costellazioni è eccezionalmente idoneo. I rappresentanti
danno espressione e voce alle percezioni, ai sentimenti e ai pensieri delle singole
componenti. Il paziente può vedere ciò che muove le sue singole componenti e quanto o
quanto poco esse siano in contatto tra di loro. Proprio nelle scissioni più profonde e
primarie, il paziente può accorgersi di quanto separate siano la componente
traumatizzata e quella di sopravvivenza che si percepiscono appena a vicenda. Di
regola la componente di sopravvivenza ignora la componente traumatizzata, si gira
dall’altra parte, la rifiuta, la reputa una simulatrice, trova insensato e pericoloso
occuparsi di lei, oppure ha paura che lei faccia delle cose incontrollate. L’io di
sopravvivenza contrasta comprensibilmente, rifiutando e criticando, la psicoterapia che
lavora alla loro scoperta.
Le componenti traumatizzate, nella maggior parte dei casi, sono rinchiuse nel loro
mondo, senza contatto con le altre componenti e concentrate su se stesse. Hanno freddo,
tremano, ondeggiano, guardano fisso un punto per terra o in lontananza. Stanno in piedi
irrigidite, sono come ovattate, si sentono come sotto una campana di vetro oppure si
mettono arrotolati per terra piene di disperazione. Sono imprigionate nelle loro
fissazioni. Tutto ciò che ho potuto leggere nella letteratura su stati traumatizzati oppure
che ho osservato in persone traumatizzate, l’ho già visto rappresentato nelle
costellazioni.
Paura e irrigidimento
In Hermann, secondo la diagnosi del suo medico, da oltre 15 anni si stava sviluppando un tumore nel suo
cervello. Anche dopo che questo era stato rimosso chirurgicamente, il paziente continuava a soffrire di mal di
testa e ad avere le vertigini e irrigidimento. Il tessuto cerebrale continuava a crescere. Hermann voleva scoprire
tramite un lavoro con le costellazioni quale significato psicologico avesse questo tumore nella testa. La
componente mentale che era in connessione con questo tumore si dimostrò essere uno stato prenatale, che non
riusciva a instaurare un contatto con sua madre, dato che questa faticava a decidersi se voleva avere questo
bambino oppure se preferiva abortirlo. Dietro a ciò agiva il destino della nonna che, traumatizzata durante la
guerra da una violenza sessuale, si era irrigidita completamente nella paura. Per lei la morte sembrava l’unica
via di uscita che la potesse liberare da questa rigidità. Quando portammo la morte nella costellazione, la parte di
Hermann che era in connessione con il suo tumore venne attirata magneticamente verso di essa. Si aggrappava
alla morte come il suo unico sostegno. Hermann, che era seduto ai margini della rappresentazione, disse che da
una vita era pieno di paure e che aveva già pensato spesso al suicidio. Quando poi venne introdotta la parte
vitale della nonna nella costellazione, alla quale aveva rinunciato per via della traumatizzazione, la situazione
cambiò. D’un tratto emersero dei sentimenti veri e anche Hermann venne toccato profondamente da essi. Aprì
sempre di più il suo cuore e poté piangere dal profondo dell’anima. Riuscì così a entrare in connessione con la
sua componete scissa e convincerla a lasciare andare la morte come suo unico punto di riferimento.
In una seduta seguente lavorammo direttamente con questa componente mentale precocemente irrigidita nella
sua paura. Durante la lotta con della resistenza fisica che io gli opponevo fisicamente, lui si svegliò dalla sua
rigidità e diventò sempre più mobile e allo stesso tempo più rilassato.

Questo lavoro di rendere visibili le scissioni può avvenire anche nella seduta
individuale. Per questo do ai pazienti la possibilità di scegliere dei cuscini come
elementi rappresentativi delle diverse componenti di personalità. Quando loro entrano
nel campo energetico delle varie componenti di personalità, possono percepire le
differenti sensazioni, le risonanze fisiche, gli umori e gli atteggiamenti delle diverse
componenti psichiche, se sono aperti a esse.
8.3 Comprensione dell’organizzazione globale delle componenti
Il fenomeno della scissione mentale è difficilmente comprensibile soltanto con la
ragione. L’io di sopravvivenza si rifiuta comunque di vedere le scissioni come una
realtà. Le esperienze terapeutiche, in particolare le costellazioni, possono creare per la
componente dell’io sano una consapevolezza nuova su cosa sono le scissioni mentali,
come si sono formate e come si sono sviluppate nel corso della vita. La comprensione
profonda dell’organizzazione interna delle scissioni mentali, l’accordo e il disaccordo
delle singole componenti, è per i terapeuti un presupposto importante per aiutare i
pazienti a uscire da queste scissioni. Diversamente è probabile che si lavori
esclusivamente con una singola componente; quando si crede di aver raggiunto un buon
risultato, un’altra componente che fino a quel momento si era mantenuta nello sfondo fa
svanire nuovamente l’effetto del trattamento terapeutico.
Diavolo e angelo
In particolare con esperienze di abuso, le scissioni nei pazienti possono essere così
profonde che questi, senza una comprensione della loro struttura psicologica generale,
non possono ritrovare se stessi. Una paziente descrive il suo processo di
riconoscimento:

La cosa più importante che ho scoperto è che ho una scissione. Questo l’ho riconosciuto durante la terapia. In
una costellazione è venuto fuori qualcosa di molto importante per me, cioè, che con una scissione non vengono
separati il “bene” e “il male”.
Con una semplice valutazione morale non si può affrontare l’argomento. Ci sono semplicemente due cose che
vengono separate l’una dall’altra. È proprio perché sono separate una dall’altra che si forma il problema. Le due
componenti non hanno nessuna reciproca consapevolezza dell’esistenza una dell’altra.
Per me si trattava essenzialmente di mio nonno, con il quale si può dire che sono cresciuta dal momento che mia
madre avrebbe preferito uccidermi. Per questo nonno ero la cosa più importane e amata del mondo e lui
viceversa per me. Lui era l’unica persona che avevo. E allo stesso tempo ha abusato di me in modo terribile e
costantemente. Tutti questi rituali provengono da lui. Apparteneva a un gruppo pseudoreligioso che ha portato a
questa esperienza. Attraverso la costellazione mi è diventato chiaro: mio nonno era presente in due versioni.
Una era semplicemente fantastica, quella la amo, e la amo ancora oggi. Questa è una persona fantastica e
amabile. Cosa voglia dire scissione ora mi è diventato molto chiaro. Questo poter-esistere-vicini-l’un-l’altro
malgrado ci si escluda a vicenda. Si potrebbe pensare che non sia possibile la coesistenza di un diavolo e un
angelo nella stessa persona. Ma noi ne siamo capaci.

Attraverso diverse costellazioni a questa paziente divenne sempre più consapevolmente


chiara l’organizzazione generale della sua personalità e il pro e il contro delle diverse
componenti dentro di lei.

Dentro di me ho una componente, questa è la “terapeuta”. Questa può uscire veramente – andarsene per un
po’ – e poi assumersi da sola la regia. Quella non ha nessun problema. È completamente in forma e molto
brava. E poi ho anche un’altra parte, quella la chiamo sempre “quella che affronta la quotidianità”, che supera
veramente tutto. Non esiste niente che lei non superi. Questa zittisce totalmente anche le altre componenti e le
rinchiude tutte. Lei dice: “Ora fate silenzio”. Quindi, non ci sono più problemi! Ora basta! Ora sparite!
Ma come stiano le altre, quelle altre che solitamente non appaiono mai, questo non lo sapevo prima. Questo l’ho
scoperto nella costellazione. Quanto male stiano veramente, questo non lo sapevo prima. Non l’ho percepito,
perché ho quelle altre due parti nelle quali mi rifugiavo subito: potevo fuggire immediatamente se diventava
troppo per me. Poi ho relegato questi poveri bambini in cantina e infine mi sono diventati indifferenti.
Ovviamente questa era anche una strategia di sopravvivenza. Questo veramente non lo sapevo. Questo l’ho
visto solo lì.
8.4 Ricostruzione della realtà
La realtà di un evento dopo un trauma viene frazionata tramite la scissione. Ognuna
delle componenti di personalità scisse conosce solo una parte di verità.
Per la componente sana la realtà del trauma deve essere ricostruita. In molti casi non sa
consapevolmente nulla del trauma. Anche i traumi dei genitori o dei nonni non gli sono
che vagamente o confusamente consapevoli. La realtà traumatica della propria biografia
e della storia familiare deve essere portata alla luce passo dopo passo sulla via della
guarigione interiore.
Se la volontà è presente e se possono essere convinte alla collaborazione quelle
componenti che fino a quel momento hanno bloccato il ricordo emotivo del trauma,
secondo le mie esperienze, con le costellazioni si riesce a portare alla consapevolezza
tutte quelle cause che hanno coagito alla formazione della scissione in un paziente e che
devono essere note perché si possa trovare la soluzione per uscire dalla scissione.
Spesso questo significa che la componente di sopravvivenza che si rifiuta di guardare il
trauma, debba essere semplicemente presa in considerazione dalla componente sana e
venga ignorata consapevolmente per un certo periodo di tempo. Successivamente per le
componenti traumatizzate, che si esprimono con sentimenti e percezioni fisiche, si
possono creare degli spazi che portano a esprimere ciò che è successo in fatto di
traumatizzazioni. Con esperienze molto pesanti questo non è possibile in un solo passo
e sono necessarie più sedute terapeutiche e più costellazioni.
Soprattutto l’abuso sessuale in famiglia viene completamente cancellato dalla
consapevolezza del bambino. L’io di sopravvivenza non ha nessun ricordo consapevole
e nessuna immagine. Molti pazienti hanno il coraggio solo dopo tanti anni, durante i
quali sono già stati in trattamenti tradizionali e alternativi o in psicoterapie
convenzionali, che non permettono di scoprire nulla, di affrontare un gruppo di
costellazioni sull’argomento del loro abuso sessuale. Se ce la fanno a riconoscere la
realtà del loro abuso sessuale tramite le confidenze di parenti stretti, questo significa
per loro un grande progresso sulla strada della loro guarigione interiore. Questo riesce
spesso solo attraverso delle tappe progressive.
“Sembra in sintonia”
Io da sempre avevo l’impressione che mio padre avesse abusato di me in età infantile. In fondo sapevo che mio
padre tendeva alla pedofilia e c’erano anche dei testimoni che l’avevano sperimentato, ad esempio mia sorella e
mia cognata. Quando accennai questo a mia madre, reagì in modo sconvolto e rifiutando l’idea. Anche il mio
ragazzo si è infastidito molto: riteneva fosse una stupidaggine addossare a qualcuno una tale responsabilità. Io
però ho iniziato a vedere le cose in modo diverso e ora mantengo molta più distanza interiore da mio padre. Ora
sto anche affrontando questo argomento dell’abuso nelle mie relazioni con gli uomini, che altrimenti si ripete
sempre di nuovo.

Segreti e verità
Nei casi in cui nello sfondo agiscono dei traumi del sistema del legame, per la
guarigione dalle scissioni e dagli irretimenti è particolarmente necessario che il
paziente riconosca quanto la sua psiche stia sotto l’influsso dei segreti di famiglia.
L’elemento decisivo sta, nella maggior parte dei casi, completamente celato nel buio
della sua anima quando un paziente con forti sintomi confusionali inizia una terapia.
Nella maggior parte dei casi si presume che con delle domande mirate, ad esempio alla
madre o al padre, non si riceva delle informazioni utili, su quali traumatizzazioni
nascoste agiscano nella famiglia. L’evento traumatico è così scisso allo stesso modo
anche nei genitori, che non lo possono ricordare consapevolmente. Questo è il caso ad
esempio di una madre che è stata abusata da bambina e ha sotterrato profondamente
questa esperienza. Oppure le domande di un bambino mettono i genitori sotto enorme
stress che essi allontanano nuovamente con la loro comprovata strategia di
sopravvivenza. Depistano, fanno finta di non avere capito la domanda, negano che ci sia
stato qualcosa. E se il bambino non dovesse essere contento, può succedere che
incolpino il bambino, di essere matto e malato, di essersi fatto convincere di qualcosa
da falsi amici o psicoterapeuti.
Nel mio ambulatorio ho vissuto finora solo pochi casi nei quali le domande dirette ai
genitori abbiano portato alla luce un segreto familiare. A volte zie o cugine possono
contribuire con qualche rivelazione a fare luce su capitoli oscuri della storia della vita
dei genitori o dei nonni. Altrimenti è consigliabile smettere di chiedere e fidarsi che
nella terapia emergano tutti i fatti necessari, e su quella base venga trovata una
soluzione gratificante.
Le costellazioni di gruppo offrono in questi casi la migliore possibilità per scovare
segreti traumatizzanti. In molti casi in una costellazione si mostra con sufficiente
chiarezza che un trauma agisce nel sistema di legame di un paziente e causa i più
svariati sintomi. Rimane pur sempre una certa sfocatura e incertezza che i pazienti
devono imparare a tollerare. In fondo è sufficiente che i pazienti ricevano per i loro
sentimenti, finora non chiariti, una spiegazione principale alla quale possono
acconsentire nella loro interiorità. Ora vedono che qualcosa di traumatico agisce nella
madre, nella nonna ecc. o che qualcosa di essenziale gli è stato nascosto, ad esempio
chi è il loro padre e che ci sono stati altri bambini negati. Non è importante conoscere
in ogni dettaglio ciò che è successo in passato per poter vivere meglio con una nuova
verità anziché con il vecchio segreto di famiglia. È importante il raggiungimento di una
maggiore sintonia interiore.
“Io sono un figlio del cuculo”
In una paziente, lei stessa terapeuta, si manifestò in più costellazioni che c’erano dei dubbi sul fatto che l’uomo
che lei vedeva come padre fosse effettivamente suo padre biologico. Entrambi i suoi genitori erano già morti.
Alla fine riuscì a concedere uno spazio nella sua psiche all’idea che lei era una bambina segreta di sua madre
con un altro uomo.
“All’inizio semplicemente non lo potevo credere. Poi venne nuovamente confermato in una costellazione, ma
con lo stesso gruppo e lo stesso conduttore della costellazione. Io poi l’ho comunicato a diverse persone che
hanno reagito in modi diversi. Le reazioni spaziavano da sorpresa, a incredulità, al poterselo immaginare o no.
Dalla mia esperienza e da quella dei miei pazienti ho imparato che una cosa che emerge inattesa ha bisogno di
tempo per essere accettata. Anche i sentimenti di perdita, vergogna e altro devono essere accolti. Ciò che ho
ricevuto da mio padre, che mi ha allevata, ora lo so apprezzare ancora di più. Adesso mi è chiaro perché nella
vita sono sempre alla ricerca di qualcosa, perché non potevo mai sistemarmi veramente e perché avevo da
sempre interesse per la psiche e i problemi degli altri. Ora capisco anche meglio perché ho fatto qualcosa nella
mia vita. Sarebbe più semplice per me se mia madre vivesse ancora e io glielo potessi chiedere. D’altra parte lo
accetto così. Indagare, fare cose come aprire la bara per ottenere del materiale genetico, non lo farò in nessun
caso. Non si tratta più di ottenere prove per me. Io ho trovato il mio posto. All’inizio la scoperta mi aveva
completamente confusa ma mi ha indotto a una maturazione personale che posso trasmettere ai miei pazienti.
Nel mio lavoro come terapeuta sono diventata più sensibile. Io ora ho più comprensione per i miei pazienti.”
Lei poi fa un’altra affermazione che mi sembra essenziale: “Per me ora è chiaro che un problema non si lascia
risolvere soltanto per il fatto che le cose sono venute alla luce. Quando queste emergono ci vuole del tempo e un
buon sostegno da parte del terapeuta per poter accettare la verità. In questo caso vengono svolti i vari processi
che conducono in fine all’accettazione.”

Nelle costellazioni può risultare efficace scegliere un rappresentante per la verità. Se


questo viene messo in scena dall’io sano del paziente e non dall’io di sopravvivenza –
per questo chiedo al paziente di nominare solo la persona e di non darle un posto fisso
nella costellazione – questo percepisce cosa non è stato chiarito e non è in ordine. Se il
paziente stesso non è aperto alla verità, cioè le componenti di sopravvivenza forti e
irretite simbioticamente in lui lo boicottano, allora con questo procedimento si mostra
come nel sistema familiare la verità venga utilizzata o sfruttata da ognuno in modo
diverso. In tali casi i fatti vengono abilmente negati e manipolati. La verità è scissa
come le persone che la relativizzano, quasi fosse una semplice opinione. Chi non si
affida ai propri sentimenti sani, tradisce se stesso e gli altri ed è esposto e impotente
alle bugie di altre persone. La verità emerge dal coraggio di accettare le proprie
emozioni dolorose.
8.5 Guadagnare componenti di sopravvivenza per la terapia
Da quando capisco meglio i principi della scissione, il mio obiettivo per ogni seduta di
terapia è che il paziente faccia un passo verso il riconoscimento e il superamento delle
sue scissioni. Dovrebbe diventare più chiaro al paziente che la soluzione per i suoi
problemi non può essere nel rafforzare le sue componenti di sopravvivenza
indugiandovi spesso e più a lungo. Dovrebbe riconoscere che le sue componenti sane
hanno bisogno del contatto con le componenti traumatizzate perché queste contengono
molta energia e del potenziale importante per la sua personalità globale. Soprattutto ha
bisogno delle qualità emozionali legate alle componenti traumatizzate: la paura, il
dolore, la rabbia, la tristezza, l’amore, liberate dall’esperienza traumatica. Perciò le
componenti di sopravvivenza devono permette alle componenti sane di rivolgersi alle
componenti traumatizzate. Questo non è semplice per le componenti di sopravvivenza.
Con le loro strategie si sentono superiori alle componenti sane e hanno la convinzione
che l’unico modo possibile di trattare l’agitazione interiore sia nel tenerla a bada. Per
compiere i primi passi verso l’integrazione è sufficiente che le componenti di
sopravvivenza rimangano un po’ ferme e non intervengano non appena il lavoro
terapeutico con le componenti traumatiche procede. È già un gran risultato se riescono a
non intromettersi in questo processo con l’obiettivo di evitare, controllare o
compensare. Le componenti dell’io di sopravvivenza dovrebbero imparare a fidarsi che
le loro particolari capacità non sono perse per sempre e che in futuro potranno essere di
grande utilità in una forma trasformata nella nuova organizzazione generale psichica.
Senza la disponibilità delle componenti di sopravvivenza di accettare un confronto con
il trauma, un vero cambiamento interiore non è possibile. Come terapeuta non voglio
venire manipolato dalle componenti di sopravvivenza di un paziente, e che esso si fissi
ancora di più nella sua scissione tramite una psicoterapia. Per questo è fondamentale
che il paziente formuli, all’inizio di ogni seduta terapeutica, la sua richiesta. In questo
modo viene stabilito il limite, fino a dove le sue componenti di sopravvivenza sono
pronte a spingersi, in quel momento, per accettare un cambiamento. Se il tentativo di
portare alla luce una componente traumatizzata viene proposto troppo presto e senza il
permesso di una componente di sopravvivenza, il processo di guarigione interiore non
procede.
“La parte brontolona”
Quando una volta tentai di portare a contatto un paziente direttamente con una componente traumatizzata, nella
quale era conservata molta della sua vivacità originaria, l’intera ora di terapia si dimostrò piuttosto difficile. Alla
fine della seduta il paziente aggiunse un cuscino vicino alle sue altre componenti: la chiamò la sua “parte
brontolona”.
Essa non era affatto convinta che la psicoterapia le portasse giovamento. Il giorno dopo ricevetti una mail dal
paziente che spiegò dove stava il problema: “Ti ricordi quando all’inizio dissi che non potevo ancora andare la,
perché mancava qualcosa e che non si intravedeva la soluzione? Allora forse questa parte brontolona si palesò
per la prima volta e io la ignorai. Le mie componenti in un qualche modo competono per avere il sopravvento
l’una sull’altra. Ognuna di loro sembra credere di fare bene e di volere ciò che è giusto. Ieri sera ho tentato di
dare un po’ di spazio alla parte brontolona nella speranza che si calmasse e che io potessi continuare con il
resto. Ma questo non bastava ancora. Posso raggiungere la mia vivacità solo se la parte brontolona si rilassa e si
chiarisce meglio”.
Il giorno dopo arrivò la seguente lettera che mostrava come il processo di comprensione delle sue componenti
continuasse ad avanzare e raggiungesse livelli sempre più profondi: “Mi sta diventando chiaro qualcosa su
questo brontolio. Esso ritiene tutto stupido, non ha più voglia di terapia e mi impedisce di sentire. Ma questo è
solo un sintomo: dietro c’è qualcos’altro. È un bambino capriccioso che vuole esattamente ciò che si immagina
in quel momento. E se la realizzazione ritarda, allora questo bambino passa all’azione oppure inizia a disturbare.
Mi manipola e non mi lascia dire delle cose che sono ovvie. Ad esempio all’inizio, quando ho affermato di non
potermi avvicinare alla vivacità perché manca ancora qualcosa. Avrei dovuto insistere su ciò perché questa
parte testarda voleva esser vista. L’avevo in testa e davanti agli occhi, ma volevo continuare e avanzare e ho
ignorato quella parte. Non volevo ammettere con me stesso che potevo avvicinarmi, meno di quanto poi ho fatto
comunque. La parte testarda vuole essere vista e non viene guardata, allora mi impedisce di sentire finché non
riceve adeguata considerazione. Un’altra parte di me non la vuole vedere e la elimina (‘stai zitto, non darmi sui
nervi, cosa vuoi ancora...!’) e si comporta come se la parte testarda non avesse detto niente. Io voglio
procedere esattamente verso la meta prefissata. Nessuna distrazione, nessun disturbo e nessun ulteriore
problema che potrebbero mostrarsi. Questo è il rifiuto di fare altri dieci anni di terapia come ho già fatto nella
mia vita. Voglio continuare, concludere bene senza più interferenze; questo però non funziona e a un certo punto
la parte testarda diventa così invadente e potente da impedire ogni cambiamento.
L’altra cosa che mi è rimasta dall’ultima ora di terapia è la parte vivace. In questo momento la percepisco un
po’. Stamattina presto, al risveglio, non ero così depresso, triste, svogliato e frustrato come al solito. Mi è venuto
in mente che non è proprio così importante dove lavorare e dove stare. Molto più importante è come mi sento
interiormente e quanto bene sto con me stesso. Come quel libro divertente dal titolo Se sei contento di te non
importa con chi ti sposi o qualcosa del genere. Questa per me era una nuova percezione”.

Il comportamento testardo si mostra normalmente nei bambini di età compresa tra i tre e
i quattro anni. La testardaggine è un passo di sviluppo psichico importante per liberarsi
dalla dipendenza dai genitori e anche contro la loro resistenza. Solo se il bambino
insiste a fare delle cose da solo, acquisisce fiducia nelle sue proprie capacità e può
imparare dai suoi errori. Se a un bambino non viene permesso di vivere questa fase di
testardaggine da parte dei suoi genitori traumatizzati, esso rimane fermo a questo livello
precoce di sviluppo. Questa testardaggine che non è stata incanalata in una sensazione
di autocompetenza, nei successivi livelli di sviluppo, emerge come elemento
disturbante anche quando ormai il soggetto veste abiti da adulto e continua ad apparire
testardo addirittura quando non esiste più nessuna dipendenza dai genitori. Insegnanti,
titolari, terapeuti vengono vissuti da una componente infantile testarda ancora come i
genitori che gli impongono dei limiti e contro i quali si deve scontrare... a qualsiasi
prezzo. Così alcune persone compromettono le occasioni della loro vita.
Poiché molti pazienti non hanno potuto percorrere un normale iter di sviluppo
psicologico adeguato alla loro età, i terapeuti devono essere molto cauti nel credere di
conoscere la soluzione ai problemi dei loro pazienti. Contro le componenti di
sopravvivenza testarde, che si difendono, non si possono imporre forzatamente delle
mete terapeutiche. Bisogna guadagnare la loro fiducia per favorire il processo della
guarigione interiore.
8.6 Autoliberazione della componente traumatizzata
Tutto ciò dal quale un essere umano può trarre energia e forza è utile per superare
meglio situazioni di vita stressanti (Eberspächer, 2002). Per questo nella letteratura è
stato coniato il termine “risorsa”. Le risorse possono essere:
• network di sostegno sociale (ad esempio famigliari, amici, persone in situazioni di
vita simili);
• sicurezze finanziarie (appartamento, redditi, tutele economiche);
• comportamento e atteggiamento interiore (ad esempio credere nella propria capacità
di risolvere dei problemi).

Insegnanti, preti, medici o psicoterapeuti possono diventare una risorsa per persone che
hanno sofferenze psichiche. Avere una persona di fronte che ascolta attentamente e
benevolmente, per molti è un’esperienza totalmente nuova.
Anche la teoria del trauma ha accolto il concetto delle risorse interiori. Per dare la
possibilità a una persona traumatizzata di confrontarsi nuovamente con il suo trauma,
innanzitutto devono essere rinforzate le sue risorse già esistenti e poi costruirne delle
nuove.
Luise Reddemann ha sviluppato innumerevoli esercizi che sostengono le vittime di
traumi a ritrovare stabilità interiore e a instaurare un rapporto sano con il proprio corpo
prima di affrontare l’incontro col proprio trauma (Reddemann, 2001, 2006). Anche
Michaela Huber dà delle istruzioni per svolgere da soli degli esercizi per trovare delle
vie di uscita dall’impotenza causata dal trauma (Huber, 2005).
Io per un po’ di tempo ho lavorato introducendo nelle costellazioni delle risorse per il
paziente come “l’aiuto”, “il sostegno”, “il calore”, “la sicurezza”, “l’amore”. Questo
sul momento portava sì un certo sollievo, ma in fin dei conti nessuna soluzione stabile.
Mi sono accorto che il paziente, quando metteva in scena lui stesso la risorsa, la
utilizzava spesso per sistemarsi ancora di più nella scissione, cioè che questa
fondamentalmente rafforzava le sue componenti di sopravvivenza. Finché le risorse
vengono inglobate dalle componenti di sopravvivenza dei pazienti, bloccano il
processo della guarigione interiore.
Per questo motivo rinuncio ultimamente a utilizzare delle risorse di questo tipo nelle
costellazioni. La risorsa essenziale per i primi passi verso il cambiamento a favore
delle componenti traumatizzate consiste nel tenere tranquille le componenti di
sopravvivenza e vivi l’interesse e il coraggio delle sue componenti sane, affinché si
possa trasformare qualcosa. La sfida nel lavoro terapeutico consiste essenzialmente nel
scoprire dietro a tutte le componenti di sopravvivenza la componente traumatizzata
scissa nella struttura psicologica del paziente, con la quale al momento è possibile fare
un lavoro risanante. Queste sono, secondo la mia esperienza, le componenti
traumatizzate rimaste essenzialmente sane nel loro nocciolo, le quali hanno conservato
in sé qualcosa dell’anima originaria, aperta alla vita, desiderosa di vivere e innocente.
Attraverso il processo terapeutico le componenti traumatizzate possono emergere dalla
loro prigione inconscia ed entrare nuovamente nella luce della consapevolezza. In
questo modo possono fare nuove esperienza e può manifestarsi così una connessione tra
le componenti sane e le componenti traumatizzate. Grazie a ciò diminuisce la pressione
sulle componenti dell’io di sopravvivenza e queste si tranquillizzano.
8.7 Frasi risolutive per i quattro tipi di trauma
Le difficoltà nel superamento delle scissioni sono diverse nelle quattro tipologie di
traumi. Per questo ci vogliono differenti frasi risolutive.

Traumi esistenziali
Nel trauma esistenziale si tratta di ritrovare fiducia nella sicurezza del mondo esterno.
Il pensiero che in ogni momento possa riaccadere qualcosa di pericoloso per la vita
deve essere superato. La componente traumatizzata deve perciò poter esternare la sua
paura originaria scaricando la tensione immagazzinata nel corpo, ad esempio attraverso
la lotta contro una resistenza, attraverso le urla, il dibattersi o il tremore fisico, come
spiega la teoria della somatic experiencing di Peter Levine (Levine, 1998). Se questo
riesce, le componenti di sopravvivenza possono azzardare a cedere sempre di più le
loro strategie di controllo delle situazioni reputate prima pericolose.
“Ho il diritto di difendermi”
Un’osservazione interessante l’ho fatta con una paziente della quale emerse, come causa per i suoi attacchi di
panico, il tentativo di strangolamento subito a due anni da parte del suo patrigno. Lui l’aveva presa per il collo e
stretta forte. La sua componente di sopravvivenza rifiutava rispettivamente la componente infantile
traumatizzata dentro di lei, paura e stress erano quindi rimasti intatti. Visto che da bambina ignorava ancora il
fatto che quest’uomo non fosse suo padre e che lei era il frutto di una reazione extraconiugale della madre, in
questa bambina traumatizzata, a parte la paura di morire, era presente il conflitto relativo al diritto di rifiutare suo
padre. Dopo che nella sua psiche si erano separare la paura mortale e il legame col patrigno poté integrare
liberamente la sua bambina traumatizzata che era in lei. Questa bambina ora aveva il permesso di urlare il suo
panico e difendersi e dibattersi con mani e piedi.

Traumi di perdita

I morti vengono trattenuti nella psiche per diversi motivi:


• perché la loro morte è avvenuta troppo presto per poter essere superata bene con il
lutto (questo vale soprattutto per i bambini);
• perché la loro morte ha evocato uno stato di shock e panico e per questo motivo non
si è svolto il processo del lutto (ad esempio in situazioni di guerra);
• perché ci sono dei sensi di colpa nei confronti del morto per non averlo assistito
abbastanza nell’ora della sua morte.

Nei traumi di perdita l’io di sopravvivenza sa – a livello intuitivo – che la persona


assente o deceduta non c’è e che non tornerà più. Sopprimendo i sentimenti di paura,
rabbia e dolore non percepisce completamente il dolore della perdita. Perciò questa
persona scomparsa non è veramente sparita dalla psiche e, nella fantasia e
nell’immaginazione della componente di sopravvivenza, è ancora viva e presente. L’io
di sopravvivenza cerca addirittura di trasferire questa immagine interiore della persona
perduta su una persona realmente disponibile. Un compagno deve quindi sostituire la
madre o il padre morti, un proprio figlio, un fratellino morto presto, un bambino nato
dopo la morte di uno precedente oppure un compagno rimpiazzare quello scomparso. Su
questa base non si possono instaurare delle vere relazioni. Prima di tutto le persone
sostitutive non possono essere percepite dall’io di sopravvivenza come quella persona
che in realtà sono. Secondo, non può essere ammessa una reale vicinanza con questa
persona sostitutiva altrimenti la componente traumatizzata diverrebbe troppo attiva e
finirebbe in uno stato di ritraumatizzazione. L’io traumatizzato permane ritirato nel suo
dolore e nella sua disperazione e spera che qualcuno venga a consolarlo e a liberarlo
dalla sua angoscia.
“Mamma è veramente morta!”
Giovanna aveva perso sua madre quando aveva 13 anni. La madre si era ammalata di tumore ed era morta in
breve tempo. Giovanna non ha vissuto la morte di sua madre. È stata portata a vivere presso dei parenti quando
la madre stava arrivando alla fine, e quando è tornata a casa la madre non c’era più. Della sua morte non si
parlò quasi più né in famiglia né al di fuori. Giovanna non aveva nessuno con cui condividere la sua sofferenza.
Così interiormente si scisse: una parte si ritirò dal mondo esterno ed era disperata per la mancanza della madre.
Un’altra si distraeva dal proprio dolore nel preoccuparsi dei due fratelli più giovani e pensava come poter
riempire il vuoto lasciato dall’assenza della madre. Si preoccupava soprattutto per il fratello più piccolo il cui
rappresentante nelle costellazioni non stava poi tanto male. Sembrava che avesse trovato un suo equilibrio nel
rapportarsi con la morte della madre. Le preoccupazioni assillanti dell’io di sopravvivenza della sorella però
glielo impedivano. Quando finalmente la paziente trovò il coraggio, su mio suggerimento, di dire alla sua
componente di sopravvivenza che per la madre morta non poteva esserci nessun sostituto, questa illusione
crollò. Venne travolta dal dolore e sentì dentro di sé, in quel momento per la prima volta, l’angoscia per la morte
della madre. La componente traumatizzata gattonò in seguito dal suo angolo verso la componente di
sopravvivenza. Entrambe le componenti di Giovanna ora potevano rivolgersi l’una all’altra e abbracciarsi nel
comune dolore. Giovanna andò da entrambi i rappresentanti e pianse amaramente anche lei. Non era più un
pianto lamentoso, ma sgorgava dal profondo dell’anima.

Nei traumi di perdita, essa deve essere accettate definitivamente e abbandonata


l’illusione che un giorno l’amato defunto possa tornare. Chi rimane deve riconoscere
che non ha senso rifiutare la vita perché la persona amata non c’è più. Lui si deve
staccare mentalmente dalla persona scomparsa e lasciarla in pace. Spesso è di aiuto
l’idea che chi è morto non desidera che, a causa sua, chi resta rifiuti la vita e non ne
possa più gioire. Immaginarsi che un morto stia meglio se coloro che una volta l’hanno
amato stanno bene, è di grande sollievo.

Traumi del legame


Nei traumi del legame i bambini non riescono a sintonizzarsi sui sentimenti dei loro
genitori. Essi rimangono per loro irraggiungibili. In certi momenti i genitori sono
sovraccarichi di sentimenti di paura, rabbia, disperazione, dolore o amore, in altri
momenti sono gelidi. Solo se si scindono interiormente, così come i genitori, i bambini
riescono a sostenere questa situazione. Dalle componenti compassionevoli,
simbioticamente bisognose dell’io di un bambino, sballottate di qua e di là, si scindono
poi delle componenti del sé che si barricano profondamente e non si lasciano più
avvicinare da nessuna emozione. I sentimenti sono per questa parte del sé qualcosa di
imprevedibile, qualcosa che deve essere tenuto sotto controllo perché non venga a
meno il terreno sotto i piedi. Da queste componenti del sé, mostrare dei sentimenti è
come essere indifesi. In effetti, questo è il caso dell’io simbiotico bisognoso che torna
di nuovo in azione, lasciandosi travolgere ripetutamente dai sentimenti degli altri.
Anche quando una persona è già adulta, a contatto con sua madre o suo padre, finisce
sempre per provare sensazioni di paura, rabbia o disperazione. Anche nella relazione
con il compagno, con i propri figli, con amici o colleghi di lavoro l’io simbiotico
bisognoso fa le stesse esperienze come con i propri genitori e si sente poi sempre
sovraccaricato e al limite delle proprie forze.
Quindi bisogna sfuggire a questo aut aut: o sono in un contatto emotivo con un’altra
persona e allora diventa difficile perché richiede troppo, mi sforzo di adattarmi agli
altri e per ciò non trovo pace dentro di me; oppure evito i sentimenti nelle relazioni ma
non creando poi un vero contatto rimango interiormente vuoto, solo e freddo. Al
processo della guarigione interiore appartiene, innanzitutto, il riconoscere che la
propria madre e il proprio padre erano talmente occupati con i propri traumi che non
potevano capire veramente il loro bambino. Lo potevano vedere sempre solo in modo
scomposto attraverso gli schemi di percezione dei propri traumi. Bambini che hanno
compassione per le loro madri e i loro padri traumatizzati, sminuiscono i loro lati
aggressivi e violenti. Per questo devono abbandonare l’illusione che i genitori li
possano vedere così come sono realmente. Per un bambino questa è un’amara e triste
verità, ma è l’unica che rende possibile abbandonare definitivamente i tentativi inutili
di indurre comunque i genitori ad amare illimitatamente. Questo significa imparare
finalmente a prendere le distanze dai propri genitori e dal loro caos emotivo e accettare
che essi sono così scissi interiormente e prigionieri, stare al loro fianco senza dover
reprimere i propri sentimenti e poterli percepire anche se i genitori ne hanno di diversi.
Questo vuol dire imparare a distinguere cosa sia appartenente a me e cosa no. Quali
sono i sentimenti traumatici assunti dai genitori e quali sono i propri? Quali sono le
loro componenti dell’io di sopravvivenza e quali le proprie? A cosa dunque devo
reagire e a cosa no? Per che cosa devo assumermi una responsabilità e per che cosa no?
Alla fine significa non cercare più all’esterno o in altre persone il sostegno emotivo, ma
dentro se stessi. Per questo, come già descritto prima, è necessario il contatto con una
componente della psiche rimasta salva in origine.
Nel caso di abuso sessuale, accettare la verità dell’evento è molto importante. Nella
situazione di abuso è iniziato un processo di scissione e una parte dell’anima crede che
l’abuso non sia avvenuto, oppure se è successo qualcosa allora non riguarda lui. Per
questo molti che vogliono scoprire la verità sul loro abuso sessuale vivono le seguenti
fasi in una costellazione le quali fanno retrocedere passo dopo passo la scissione: la
verità che emerge viene vissuta in un primo momento come se si svolgesse su un
palcoscenico. La componente mentale scissa è seduta tra gli spettatori che la incitano e
le confermano che tutto ciò è teatro. Come tappa successiva si può riuscire a salire sul
palco come attore ma ancora senza contatto emotivo. Davanti all’avvenimento c’è
ancora un velo che maschera la percezione. Se il processo continua il velo si assottiglia
diventando sempre più trasparente. Quando poi avviene l’urlo liberatorio che scatena i
sentimenti soppressi per una vita intera, il velo si strappa e la paziente raggiunge la
propria realtà psicologica.
Dalla testa al cuore
Quanto possa essere scissa la percezione fisica attraverso esperienze di violenza traumatizzanti mi è diventato
chiaro in un lavoro con una paziente la quale era esposta a pesantissimi abusi sessuali dal padre e veniva spinta
addirittura da sua madre a mettersi nel letto matrimoniale con suo padre. Iniziammo la sua costellazione con il
sintomo per lei più fastidioso: la tachicardia. La rappresentante del sintomo si percepiva solo dalla gola fino alle
anche. Nel corso della costellazione, passo dopo passo, abbiamo aggiunto altre tre componenti della paziente che
percepivano anch’esse solo una parte del proprio corpo: le gambe, il ventre, la regione di collo, nuca e viso e la
parte superiore. Attraverso l’accesso ai sentimenti percepiti nel cuore, la paziente riuscì a creare un nuovo
nucleo d’integrazione per le sue percezioni fisiche. In questo processo divenne visibile chiaramente quanto i suoi
pensieri si fossero distaccati dalle sue percezioni e quanto avesse tralasciato le sue esigenze emotive e fisiche a
favore di riflessioni puramente razionali per organizzare la sua vita.

Nei traumi di legame è anche essenziale che i pazienti trovino chiarezza per uscire dalla
dinamica vittima-aggressore. Una paziente talmente odiata da sua madre che quasi era
stata ammazzata da lei e che inoltre era stata pesantemente abusata da suo nonno, ha
spiegato così la sua soluzione per uscire dallo schema vittima-aggressore:

Questa è la cosa più importante – questo è un argomento enorme – il tema vittima-aggressore. La cosa più
interessante però è, quando ci si rende conto, d’un tratto, che si è tanto vittima quanto aggressore – su un altro
livello, a un altro punto e con un altra storia. Non è possibile che uno sia soltanto carnefice o soltanto vittima.
Entrambe le cose sono presenti dentro di noi, una la si vive forse consapevolmente e l’altra inconsapevolmente.
Oppure una viene vissuta attivamente e l’altra passivamente, l’una apertamente aggressiva e l’altra celatamente
aggressiva. Ma si hanno sempre entrambe le componenti e si fanno anche entrambe le cose. Questa
consapevolezza per me è stato in effetti il maggior guadagno ottenuto dalla mia terapia. Ciò che è stato con il
ruolo da vittima, mio Dio, va be’... ma ciò che per me è molto più importante è il mio ruolo di carnefice. Questo
è ciò che conta per me e per la mia vita. Se smetto di essere aggressore allora questo è decisivo ad esempio per
la mia relazione. Così do la possibilità al mio compagno di gestire adeguatamente i temi che sono difficili tra di
noi. Se incarno sempre solo il mio ruolo di vittima e se mi lamento sempre di cosa devo sopportare e non arrivo
mai dall’altra parte, allora non può esserci una vera unione. Questo non vale soltanto per le relazioni, quindi per il
mio matrimonio, ma vale sicuramente ovunque. Se tutte le persone iniziassero ad affrontare i loro ruoli di
aggressori, allora non ci sarebbero più problemi. Questo ora l’ho capito.

Il ruolo di vittima lo si può abbandonare solo accettando il proprio essere aggressore.


Chi osserva le azioni della propria vita in seguito, essendo stato in origine vittima di
violenza e abuso sessuale, ha anche il coraggio di staccarsi interiormente dai carnefici.
Fintanto che, in quanto vittima, si vede nel carnefice soltanto una povera vittima, si nega
il proprio essere carnefice.

Traumi del sistema del legame


Chi si è reso gravemente colpevole riesce ad andare avanti solo e se lo affronta
apertamente. È utile trovare una persona che non lo giudichi moralmente, che ascolti la
sua storia senza togliere nulla, senza abbellirla e scusarla. La forza per dare una nuova
svolta alla propria vita cresce dal coraggio di ammettere i propri sentimenti di colpa e
vergogna.
Se come bambini si è irretiti in un trauma del sistema di legame, la strategia
fondamentale di scioglimento consiste nello staccarsi il più possibile dal legame col
sistema familiare di origine. La componente di sopravvivenza irretita simbioticamente
che si è legata coi carnefici del sistema, deve essere pronta a liberarsi dalla tentazione
della pazzia di continuare a seguire la folle credenza che la violenza, l’abuso, le droghe
ecc. non siano una cosa terribile dal momento che altri le ritengono normali. La
componente irretita simbioticamente che sta in connessione psicologica con le vittime
nel sistema, deve lasciare la sua illusione di potervi rimediare qualcosa. Deve
rinunciare alla compassione per le vittime e i carnefici del sistema e all’illusione di
trovare lui stesso sostegno in questi sentimenti. Deve accettare la verità di ciò che è
successo di ingiusto. Ha il permesso di trovare il suo modo di relazionarsi con l’amore,
la sessualità e la rabbia. Per dei bambini che nascono in un sistema di legame confuso
non c’è scelta, devono legarsi ai loro genitori confusi e scindersi psichicamente a loro
volta a costo della propria identità. Solo da adulti si può trovare la forza per scoprire
questa dinamica mentale che confonde completamente la propria identità e di uscirne.
8.8 Sciogliersi dalla dipendenza infantile
Se non si capiscono le forze psichiche del legame, sembra incomprensibile perché
addirittura persone adulte non siano in grado di sciogliersi dalla loro madre o il loro
padre. Alcuni si sciolgono magari esternamente, hanno un proprio appartamento e
addirittura una propria famiglia, interiormente però rimangono fissati sulla loro madre,
a volte anche sul loro padre. Trascurano il compagno e i bambini e con i loro sentimenti
sono costantemente dai loro genitori. Si sacrificano fino alla loro morte sottomettendo
la loro vita a quella dei genitori.
Per me questo evidenzia un carattere della nostra esistenza umana: noi siamo esseri di
gruppo e come gruppo possiamo sopravvivere. La specie umana esiste in gruppi: come
unione familiare, come clan, come popolo, come nazione. Per questo, dal punto di vista
della sopravvivenza biologica, il gruppo è più importante del singolo individuo.
Fintanto che in un gruppo ci siano abbastanza individui che sopravvivono, si continua.
In questo senso ci servono anche personalmente le nostre forze psichiche di legame,
perché garantiscono la nostra sopravvivenza individuale in un gruppo. Queste forze ci
rendono però allo stesso tempo servi del nostro gruppo e ci fanno non solo soci, ma in
circostanze negative anche prigionieri. Il principio di legame non ci lascia mai
emotivamente liberi dalla responsabilità verso il nostro gruppo anche se mentalmente
prendiamo le distanze da esso. Il processo dello scioglimento dal legame può essere
solo graduale a livello psicologico, non assoluto. L’esigenza di appartenenza rimane
sempre presente a un livello profondo e inconsapevole. Il non poter più appartenere a
nessuno, la nostra psiche lo vivrebbe come una sentenza di morte.
Proprio persone con la diagnosi di “malato psichico” oppure “schizofrenico” non
riescono per niente a staccarsi dalla propria madre. Sono incollati a lei non malgrado,
ma proprio perché non riusciranno mai a raggiungere la madre emotivamente.
Un paziente che aveva già riconosciuto la sua scissione e aveva ammesso nel frattempo
che il contatto con la madre era la sorgente delle sue confusioni e psicosi, mi pose la
seguente domanda:

Tutte le volte che sono particolarmente alterato e stanco di tutta la situazione, ho la sensazione che una parte di
me (o più parti) voglia abbandonare il mio corpo, scindersi del tutto e andare da mia madre. Io questo
ovviamente non lo voglio. Cosa posso fare?

Le componenti scisse precocemente nel suo sviluppo infantile lo abbandonano quando


si accorgono che la componente adulta non riesce a gestire bene lo stress e la paura.
Allora si rifugiano, come è normale per i bambini, presso la persona con cui hanno un
legame primario. Là riceveranno nuovamente la solita dose di confusione.
Come terapeuta si vorrebbe aiutare un paziente a ottenere ciò che nella sua infanzia
ovviamente non ha ricevuto. Per questo motivo nelle costellazioni familiari si tenta – ed
è stato tentato così a lungo – di realizzare, in scena, comunque un buon contatto tra
madre e figli. Ma questo non lo dobbiamo scambiare come realtà. La realtà è che per il
paziente non è stato possibile, nella fase simbiotica della sua vita, venire sostenuto e
nutrito fisicamente, psicologicamente ed energeticamente dalla madre traumatizzata. Si
può dare però la possibilità a un paziente di entrare maggiormente in contatto con le sue
componenti interiori, di accettare le loro esigenze, di capire la loro richiesta di
l’accettazione da parte della madre e di capire i blocchi di lei. Si può aprire la sua
psiche verso quel po’ di amore vero che malgrado tutto c’era. Gli si può mostrare che
la sua psiche, anche se precocemente scissa, malgrado tutto contiene una forza e una
vivacità di cui lui ha bisogno per la sua vita.
Mentre nel mio lavoro terapeutico una volta la meta principale era di portare in contatto
il bambino simbiotico bisognoso con sua madre, ora questo obiettivo lo vedo in modo
critico. Se la madre è ancora in vita i pazienti sono poi spesso pieni di aspettative, sul
fatto che la relazione con lei possa cambiare radicalmente. Ma visto che la madre
stessa dovrebbe fare una terapia per superare le sue scissioni che le hanno impedito un
contatto amorevole con il suo bambino, le delusioni non possono mancare. La madre
tenterà sempre, tramite le sue scissioni, di impedire che il suo bambino le si affidi
completamente. La fase simbiotica per madre e figlio è passata da un pezzo e questa
possibilità di una connessione amorevole è andata persa per entrambi. È un’illusione
infantile pensare di poter invertire la direzione del tempo.
Dopo che in una costellazione viene messa in scena anche la madre tramite dei
rappresentanti, un paziente può vedere chiaramente perché ha o aveva dei conflitti così
grandi nella relazione con lei. Può imparare ad accettare la madre con le sue scissioni,
può riconoscere che lui stesso non ne ha colpa e che non può contribuire in nessun
modo a liberare la madre dalle sue scissioni.
“Io accetto il mio non essere accettato!”
Una paziente si è torturata disperatamente per tutta la vita perché non era stata voluta da
sua madre. Per lei un passo importante nella terapia era accogliere definitivamente il
suo non venire accettata da sua madre. Dopo che lei era pronta ad accettare questo
dolore e a dichiarare a se stessa: “Io accetto me stessa come bambina la cui madre non
l’ha mai voluta”. Mi scrisse in una lettera:
Ora so com’è il legame, ora mi posso immaginare qualcosa. Ciò che ho visto lo so. Ora ho fatto l’esperienza di
poter stare sulle mie due gambe e sentirle. Io posso stare da sola nel mondo senza avere la paura di affondare o
di finire in psichiatria. Posso fidarmi dei miei sentimenti che sono giusti per me. Ciò che percepisco è giusto. La
verità non ferisce, rende liberi se viene espressa con amore e viene percepita.

Il pianto che accetta la realtà della propria solitudine infantile ha, secondo le mie
esperienze, un suono diverso dal pianto che spera che la madre prima o poi ritorni. È
profondo, violento e straziante. Dopo una forte esternazione, si placa. Il pianto
depressivo invece è meno profondo, è pietoso e lamentoso e perdura nel tempo. Si
tranquillizza appena e ricomincia sempre quando la disperazione si infiamma
nuovamente. Quando un essere umano arriva a toccare il suo punto di dolore più
profondo, arriva a se stesso. L’illusione allora fa spazio alla realtà e lo spazio che si è
liberato si può riempire di nuova vivacità.
Chi è completamente con se stesso nel suo proprio dolore, è connesso di più e più
profondamente con tutte le altre persone piuttosto che nel suo instancabile tentativo di
raggiungere riconoscimento, accettazione e appartenenza. Diventa lui stesso un punto di
riferimento verso cui altre persone convergono. Perché l’esigenza di trovare la pace
nella propria anima in fondo è comune a tutti gli uomini.
“Io non sono più la migliore amica di mia madre”
Rinunciare al lavoro di Sisifo di conquistare la madre come tale, diventando noi stessi
madre per lei oppure, come dicono spesso le figlie, “la migliore amica”, può a volte
rendere possibile l’accesso verso altri componenti della famiglia, come ad esempio i
fratelli. Alla domanda su quale fosse stato il risultato essenziale della sua terapia, una
paziente rispose:

Sono uscita dall’irretimento con mia madre, ma il contatto è quasi sparito. Io una volta ero la sua migliore amica
e lei mi considerava come sua madre. Da quando però non faccio più l’amica, ma assumo il ruolo di figlia e mi
rifiuto di occuparmi di lei così come lei ha sempre desiderato, allora è diventata inizialmente aggressiva. Era
incredibile. Ha urlato e strepitato; poi una volta le ho detto: “Tu mi hai sempre scambiata per tua madre”. Allora
le è venuto un vero attacco di rabbia. Per molto tempo non ho più avuto nessun contatto con lei. Lei ha cercato
aggressivamente di ristabilire le vecchie dinamiche. Questo per me è stato terribile. Ho sempre pensato che
facendo le costellazioni avrei migliorato anche la relazione con mia madre. Ma questo non è assolutamente
accaduto. Ora questo è molto molto distanziato. Più di così non è possibile. Nel frattempo c’è anche più rispetto
reciproco. Mi lascia molto più in pace rispetto a una volta. Non si immischia più nella mia vita e questo è anche
molto gradevole. Ma il calore, quel calore familiare o qualcosa del genere, non c’è assolutamente più. E questo
non lo trovo bello. Mia madre vive alla giornata. Io l’ho lasciata andare e non ho più i sensi di colpa di doverla
sempre aiutare.
Però è migliorato notevolmente il rapporto con mio fratello. Siamo un cuore e un’anima. È diventato fantastico.
Qui ho guadagnato qualcosa, è una novità per me. Attraverso il lavoro con mia madre mi sono avvicinata a mio
fratello.
Lo scioglimento dalla simbiosi pericolosa con i genitori è un processo prolungato sulla
via della guarigione interiore. Visto che il dolore soppresso è, insieme alla paura, la
sorgente principale della scissione, si possono sciogliere legami simbiotici infantili con
i genitori solo attraverso il dolore. Solo attraverso l’esternazione dei sentimenti
repressi di paura, rabbia, vergogna e dolore le parti scisse trovano la connessione col
vissuto presente e il contatto con le componenti psichiche sane.
8.9 Fusione o affiancamento?
Se vengono riconosciute le traumatizzazioni e se le componenti di personalità scisse si
imparano a conoscere sempre meglio reciprocamente, si comprendono e si accettano,
sorge la domanda se la scissione tra di loro continua a essere necessaria o se diventi
possibile una fusione e integrazione in un io unico. In molti casi questo è raggiungibile,
in altri le componenti scisse sembrano coesistere consapevolmente. La componente
traumatica liberata dalla sua prigione può fare nuove esperienze, la componente di
sopravvivenza, che prima doveva essere sempre attiva e in allerta, si può ritirare più
spesso e lasciare più campo libero alle componenti sane. Come nel gioco del calcio il
processo fluisce meglio se una componente passa e lascia la palla sempre di nuovo a
un’altra. Le sedute di terapia si svolgono spesso così: in alternanza parla una o l’altra
componente ed entrambe, ognuna dal suo punto di vista, si avvicina cautamente verso
una nuova identità comune, la quale corrisponde sempre meglio alle paure come alle
esigenze di crescita di entrambe le parti. Da un “aut aut” si può passare a un “sia sia”
da entrambi le parti. Come in una cerniera, le componenti dell’io di sopravvivenza e
dell’io traumatizzato si possono unire e chiudere la scissione dente dopo dente.
Sentimenti sani posso aiutare sempre di più ad agire.
8.10 Vivere anziché sopravvivere
Chi si scioglie dalle sue scissioni traumatiche e dalle sue dipendenze simbiotiche, sente
piano piano l’esigenza di non voler più continuare la sua vita di prima. Si accorge che
così non va più bene. Perciò inizia, sia nel privato che sul lavoro, a orientarsi
diversamente. Si fa nuovi amici e conoscenti, mette in ordine la relazione di coppia
esistente oppure svolge la professione attuale con un’altra ottica. Il desiderio infantile
di aiutare la madre, porta spesso all’idea di dover aiutare urgentemente altre persone,
ad esempio come dottore, psicologo, operatore sociale o infermiera. Perciò è normale
che in seguito alla rinuncia a questo desiderio entri in crisi la propria motivazione
lavorativa e che si renda necessario un nuovo orientamento professionale. Questo può
essere molto motivante per sviluppare una nuova posizione professionale in un lavoro
di aiuto la quale lasci la responsabilità di se stessi ai pazienti e riesca a limitarsi nei
confronti dei loro tentativi di “assorbimento” attuati attraverso l’esagerata
dimostrazione del loro disagio, la minaccia di rifiuto o di violenza fisica.
“io non posso limitarmi”
Una paziente in un’intervista dice a questo proposito:

Io sono naturopata e lavoro anche in modo terapeutico. Ho scoperto che ho intrapreso questo lavoro per aiutare
mia madre. Sono entrata in questa professione d’aiuto per trovare una soluzione per lei. Quando ho risolto il suo
problema e non dovevo più aiutarla, non avevo più nessuna voglia di aiutare altri. Quindi anche la professione è
crollata. Mi devo reinventare me stessa perché quel mestiere non riesco più a svolgerlo come facevo una volta.
Ora piano piano si sta risolvendo. Tengo molta più distanza dai miei pazienti. Li lascio di più alla propria
responsabilità e mi dedico meno al loro accudimento. Alcuni mi rimproverano ma nel frattempo riesco a
schermarmi bene. È bello che il lavoro delle costellazioni diventi sempre più importante per me. Mi allontano
sempre di più dall’omeopatia con la quale devi insistere a lungo con la gente e la devi accudire molto. Tutte le
volte, quando si manifesta il primo peggioramento, bisogna essere lì per loro, anche di notte! Questo era
diventato troppo. Preferisco avere qualcuno che ha una sua intenzione ben chiara. Io continuo a svolgere il mio
lavoro in modo molto responsabile e questo mi viene sempre nuovamente confermato… ma non funziona più
come una volta.

L’io di sopravvivenza non voleva guardare indietro a ciò che era successo. Per questo
rivolgeva il suo sguardo in un futuro lontano e vuoto e si aggrappava alle sue illusioni.
L’io del trauma sostava nell’impotenza del passato ed era fissato su ciò che era
accaduto. Però aveva conservato qualcosa, in una parte di sé, grazie al suo ritiro, che
malgrado tutto era rimasto salvo. Da ciò poteva crescere la speranza che ci fosse una
via d’uscita se le componenti rimaste sane e le componenti traumatizzate si fossero
avvicinate l’una all’altra e se si fossero sostenute a vicenda. Così entrambe possono
arrivare insieme al presente e fare ciò che è possibile ora, malgrado tutto. Allora un
essere umano riacquista la sua vivacità originaria.
“Una meravigliosa sensazione”
Una paziente che era stata abusata sessualmente da suo nonno e da un amico di famiglia
durante la sua infanzia, tirò le seguenti conclusioni dal suo lungo cammino di
liberazione dalle proprie scissioni:

La mia intenzione per l’ultima costellazione era di capire perché ho dentro di me una rabbia così grande e
perché per me è così importante essere adulta e prendere delle decisioni giuste per me. Dopo le costellazioni
sono andata a casa dell’amico di famiglia di una volta, solo per verificare a livello di sensazioni, se questo era
vero oppure no. Poi sono stata anche sulla tomba di mio nonno e... questo è vero! Tutta la tristezza e tutto il
dolore, che sono sempre stati presenti in me ora me li posso spiegare. Ora sono molto più in sintonia. Non voglio
dire che dolore e tristezza siano belli ma avevano un senso. Ciò che sento al momento dentro di me sono una
calma e una normalità positive. L’iperattività e l’irrequietezza permanenti sono scomparse. Ora ho anche un
rapporto completamente diverso con mia madre.
L’evento motivante per l’ultima costellazione era in fondo la mia professione, perché sul lavoro ci sono sempre
stati questi grossi problemi. Perché ho sempre detto sì a delle cose che non volevo e poi sono sempre caduta in
una terribile scontentezza e mi arrabbiavo addirittura con me stessa perché ricadevo in questo atteggiamento a
me completamente incomprensibile. Questo ora è scomparso del tutto. Non ho più problemi con il mio datore di
lavoro. Si sono aperte delle prospettive professionali totalmente nuove. Ciò che valgo finanziariamente è molto
chiaro. Tutto è regolato. In questo momento sono felicissima: è successo così tanto. Sono felice e voglio
continuare a percorrere questa strada. Vedo quali possibilità ci sono e mi accorgo che la vita parte adesso. Non
è più soltanto sopravvivenza. Questa è una sensazione meravigliosa!
9. IL LAVORO TERAPEUTICO CON LE COSTELLAZIONI

9.1 Dalle costellazioni familiari a quelle del trauma


Le controversie, in parte molto violente, sulle costellazioni familiari in Germania mi
hanno coinvolto negli ultimi anni. Generalmente mi hanno dato maggiore chiarezza in
riferimento alle costellazioni familiari. Indipendentemente dal loro tetto filosofico e la
loro prassi secondo Bert Hellinger, il metodo delle costellazioni è rimasto uno
strumento estremamente prezioso per ottenere nuove visioni dall’interno della vita
psicologica umana. Per questo motivo continuo a essere interessato a comprendere
sempre meglio l’essenza di questo metodo e di contribuire al suo continuo sviluppo.
Il metodo delle costellazioni accompagna il mio sviluppo personale e la mia strada
professionale come psicologo e psicoterapeuta dal 1994. Ho iniziato con le
costellazioni familiari classiche a fare le mie esperienze con questo metodo.
Costellazioni familiari di questo tipo mi mostravano quanto fondamentale fosse il
legame di ogni essere umano ai propri genitori biologici e quanto incideva sul loro
destino. Mi hanno anche mostrato l’effetto dei legami psicologici plurigenerazionali.
Nei legami psicologici il passato di una famiglia viene tramandato per minimo tre,
quattro generazioni. Secondo la mia esperienza le costellazioni familiari sono quindi un
metodo terapeutico di aiuto per rendere visibile l’irretimento dalle dipendenze
reciproche nel quale ogni essere umano vive a partire dalla sua nascita. Attraverso le
costellazioni diventa comprensibile come questa rete di legami tocchi e segni ogni
persona nel suo nucleo psicologico.
Nel tempo mi sono reso conto che i problemi, per i quali gli esseri umani cercano aiuti
terapeutici o consulenze hanno quasi sempre origini traumatiche. Le persone si
interessano alle costellazioni, secondo le mie esperienze, perché nelle loro famiglie di
origine hanno dei conflitti relazionali con i loro genitori o fratelli oppure perché non si
trovano più a loro agio nella loro famiglia presente, con il loro compagno o con i loro
figli. Dietro a questi conflitti relazionali spesso si nascondono disturbi di legame in
relazione ai propri genitori. Questi disturbi a loro volta derivano molto spesso da
esperienze traumatiche dei genitori stessi. Così in molte famiglie si sono sviluppate
situazioni di trauma del legame con la tendenza che i traumi dei genitori si rispecchino
nelle strutture mentali dei loro figli con la probabilità di nuove traumatizzazioni nella
prossima generazione.
Le traumatizzazioni personali e i traumi integrati dal sistema familiare nella propria
struttura psichica di un paziente si evidenziano sì in una costellazione classica ma non
vengono direttamente definiti e trattati come traumi. La meta delle costellazioni
familiari classiche sembra essere piuttosto il tentativo di (ri)mettere in funzione il
sistema di legame familiare come risorsa psichica per il paziente e di soddisfare le sue
esigenze simbiotiche insoddisfatte. Cercano di chiarire al paziente gli “ordini” nei
rapporti intraumani nella famiglia secondo la gerarchia delle generazioni, basandosi
sull’amore e sul rispetto reciproco delle differenze nelle relazioni tra uomo e donna,
evidenziano la precedenza dei genitori alle nascite che seguono in una famiglia, offrono
delle immagini guaritrici per trovare il proprio posto nella relazione con la famiglia di
origine e quindi il proprio equilibrio interiore.
Oggi so che tutto questo ha un’idea benevola alla base, ma non è veramente di aiuto per
molte persone con problemi psichici. Dare a loro un punto di vista sulle regole in una
struttura di relazioni che si basa sul rispetto reciproco tocca i loro problemi solo
superficialmente e l’occuparsi di eventi esterni della famiglia può distrarre addirittura
il paziente dai suoi veri problemi interiori. Sotto il punto di vista del mio modello di
scissione – l’io del trauma, l’io sano e l’io di sopravvivenza – anzi, si potrebbe dire:
l’io di sopravvivenza è felice di tutte le forme di terapia nelle quali il vero trauma di
una persona non viene contattato e ha l’illusione, riferita alle costellazioni familiari, di
poter risolvere i suoi problemi relazionali attuali, senza doversi confrontare con le
proprie traumatizzazioni.
Come la maggior parte dei conduttori di costellazioni familiari, anch’io in principio non
avevo nessuna idea della teoria del trauma e per questo non potevo riconoscere le
traumatizzazioni e i loro sintomi in una costellazione, anche se, dal mio punto di vista
odierno, si mostrava in tanti casi molto chiaramente nel comportamento dei
rappresentanti. Così assegnavo la problematica individuale all’insieme del sistema.
Oggi so che questo può portare addirittura a un approfondimento della scissione nel
paziente quando il sistema familiare in un trauma di legame o trauma del sistema di
legame non risulta una risorsa ma l’effettiva causa delle traumatizzazioni.
Chiedere al bambino di genitori confusi e violenti, di “prendere i suoi genitori”, di
“inchinarsi davanti ai genitori”, significa in fondo per lui inscenare una
ritraumatizzazione. Un tale atteggiamento idealizza i genitori e ignora la violenza che è
partita da essi.
Costellatori che affrontano il fenomeno del trauma psicologico e riconoscono il suo
significato, non lavorano quindi più con le regole delle costellazioni classiche, ma
sfruttano i grandi potenziali del metodo della messa in scena nel loro modo creativo,
come ad esempio Johannes B. Schmidt descrive nel suo libro molto meritevole
(Schmidt, 2006). Al posto di costellazioni familiari si può parlare dunque di
costellazioni del trauma quando le esperienze traumatizzanti dei pazienti vengono messe
al centro del lavoro terapeutico.
9.2 La complessità delle costellazioni
Le costellazioni sono per me tanto affascinati quanto fenomeni misteriosi. Sul primo
momento appaiono semplicemente praticabili, all’osservazione più precisa risultano
però dei procedimenti altamente complessi. Sono composti da diversi singoli punti:
• le persone che sono partecipi a una costellazione, il conduttore, quelli che mettono in
scena, le persone che sono pronte ad assumersi ruoli da rappresentanti e il gruppo
intero che osserva il processo;
• le supposizioni teoriche, immaginazioni e mete di un conduttore, che impiega questo
metodo in funzioni o ruoli da lui stesso definiti come consulente, terapeuta, supervisore,
maestro spirituale o “guaritore”;
• la procedura metodica nel senso effettivo;
• i diversi contesti situativi (seminari di gruppo, organizzazione, ambito pubblico ecc.)
nei quali avvengono le costellazioni.

Come mostra la Figura 11, i fattori, le persone, le teorie e la procedura metodica in una
costellazione si influenzano reciprocamente [Figura 11 – Correlazioni tra teorie, metodi
e persone durante una costellazione]. Noi esseri umani abbiamo differenti
immaginazioni, interessi e mete e impieghiamo quindi gli attrezzi presenti in modi
completamente differenti.

La persona del conduttore è, secondo la mia opinione, un elemento essenziale e


decisivo per lo svolgimento di una costellazione. A seconda di quali supposizioni
filosofiche, psicologiche o sociologiche un costellatore segue, di quale conoscenza
storica dispone, quali qualifiche professionali e competenze lui abbia acquisito, quanto
lui sia avanzato nel suo proprio processo evolutivo oppure quanto è ancora
imprigionato nelle proprie scissioni, una costellazione può prendere un decorso
completamente differente. I modelli di pensiero filosofico di Bert Hellinger, al quale va
il grande merito di aver reso noto fino a un certo grado internazionale il metodo delle
costellazioni, sono quindi una di numerose altre possibilità di utilizzo. Bert Hellinger
segue tra l’altro il suo percorso di vita (Hellinger e ten Hövel, 2005) il quale viene sì
seguito in un certo senso da molti (Weber, 1998, 2011), ma viene osservato anche in
modo critico da altri (Goldner, 2003; Haas, 2005). Definire le costellazioni
fondamentalmente come “metodo Hellinger” avrebbe senso solo se ogni costellatore si
orientasse maggiormente alla struttura di pensiero filosofica di Bert Hellinger e se
impiegasse il metodo delle costellazioni esattamente così come lo sta facendo lui nelle
sue diverse fasi di sviluppo. La sua evoluzione più recente la chiama ad esempio
lavoro con il “movimento dello spirito” (Hellinger, 2007). Si sottrae così ancora di più
al discorso sia sociale che scientifico e si mette nella posizione del guaritore
illuminato.
Nel frattempo sulla scena dei costellatori è iniziato un distacco, secondo il mio punto di
vista, necessario dal metodo delle costellazioni direzionali alla persona di Bert
Hellinger, un'onorificenza ai suoi meriti, ma anche una disputa critica riguardo alla sua
unilateralità (Nelles, 2007). Si sta manifestando una critica verso il proprio passato del
costellatore:

Le accuse che spesso vengono rivolte alle costellazioni familiari sistemiche – di essere patriarcali, scioviniste,
reazionarie, fatalistiche o non scientifiche – hanno un nocciolo di verità, non perché siamo di parte, ma perché
siamo ciechi di fronte ai nostri pregiudizi.
(Gruen, 2007, p. 49)

Se gli atteggiamenti elencati da Gruen provengono dall’io di sopravvivenza, non si


possono cambiare attraverso degli appellativi. I traumi che stanno dietro vanno
riconosciuti.
9.3 La prassi del costellare i traumi
Nel frattempo guido le costellazioni sulla base delle qui descritte supposizioni di
legame, trauma e scissione. Questo è il motivo per il quale tale metodo non ha quasi più
nulla in comune con le classiche costellazioni familiari e i cosiddetti movimenti
dell’anima. Spesso inizio una costellazione con una o due componenti scisse della
psiche del paziente e poi vedo come si sviluppa il processo in seguito. La costellazione
deve aiutare il paziente a capire da dove vengono le sue scissioni psicologiche e come
può imparare ad accettarle e a superarle. La meta principale del lavoro terapeutico,
secondo il mio parere, non deve essere la ripetizione dell’irretimento o
l’approfondimento della scissione psicologica, ma la loro soluzione nella mente del
paziente. Le componenti simbiotiche bisognose del paziente devono poter imparare a
liberarsi dai sentimenti acquisiti dal trauma dei genitori e trovare un sostegno dentro se
stessi. Componenti dell’io sane e componenti traumatizzate devono poter ricongiungersi
in una nuova unità mentale cosicché la pressione sulle componenti dell’io di
sopravvivenza, il quale incita le altre alle sue strategie di evitare, controllare,
compensare e illudere, possa essere diminuita.
In pratica si può descrivere relativamente bene un processo di costellazione, per la sua
semplicità. Prima di iniziare a lavorare con un gruppo stendo appunto un contratto nel
quale vengono stabiliti i seguenti punti:
• i pazienti che mettono in scena sono consapevoli della propria responsabilità;
• io mi assumo la responsabilità terapeutica per tutta la durata del seminario di
costellazioni;
• nel caso che dei pazienti avessero bisogno di ulteriore sostegno terapeutico dopo il
seminario, sta nella loro responsabilità di cercarselo;
• ognuno decide per sé, se desidera accettare dei ruoli come rappresentante;
• se qualcuno come rappresentante si accorge che questo ruolo diventa troppo per lui,
può uscire da esso in ogni momento;
• ogni rappresentante si impegna a non esercitare nessun atto di violenza verso altri
partecipanti del seminario;
• chi abbandona prima il seminario lo comunica a me come conduttore del seminario e
al gruppo intero.

Così, dal mio punto di vista, viene definito uno spazio sufficientemente trasparente e
delimitato per le attività nel gruppo. Vengono stabiliti e limitati ruoli e responsabilità.
Il gruppo deve rappresentare un posto sicuro, un fatto molto importante per il lavoro
con i traumi.
Se un paziente (in seguito userò la forma grammaticale maschile, ma intendendo
certamente allo stesso modo donne e uomini) esprime nel gruppo la sua disponibilità di
fare una costellazione per se stesso, gli chiedo la sua intenzione e in seguito cosa
vorrebbe raggiungere attraverso la costellazione per se stesso come buon risultato.
Durante la formulazione della sua richiesta per la costellazione osservo se il paziente si
trova in una componente dell’io sana. Se è in uno stato dell’io di sopravvivenza cerco
prima di creare un ponte verso la sua componente dell’io sano. Se questo non riesce, di
regola è meglio non lavorare con il paziente visto che componenti dell’io di
sopravvivenza forti bloccano, secondo le mie esperienze, i cambiamenti e dopo un
certo tempo le costellazioni girano soltanto in tondo e diventano stancanti.
Se sento che sono presenti delle componenti dell’io sane pronte al cambiamento
propongo al paziente di scegliere dei rappresentanti dal gruppo per determinate
componenti di personalità, persone o sintomi. Il paziente sceglie queste e le posiziona
secondo il suo sentire in riferimento tra di loro. Poi torna a sedersi nuovamente al suo
posto vicino a me e insieme seguiamo lo sviluppo della costellazione. Lascio del tempo
ai rappresentanti per entrare nel ruolo, aspetto che loro si muovano da soli e che dicano
qualcosa. Io non do nessuna disposizione ai rappresentanti e in nessuno caso censuro le
loro parole durante la costellazione. Prendo i loro movimenti, parole e modi
comportamentali come espressione di qualcosa, il quale senso poi risulta deducibile
alla fine, quando è chiaro di cosa si tratta. Se mi sembra importante “aggiungere” altre
persone o componenti psicologiche nel processo della costellazione per portare più
chiarezza, chiedo al paziente di scegliere i rispettivi rappresentanti e di posizionarli
nella costellazione. A volte parlo con il paziente per ricevere ulteriori informazioni o
per accertarmi del suo intento. Lo tengo d’occhio durante il lavoro e osservo le sue
reazioni agli eventi della costellazione. Cerco di essere in contatto sia con il paziente,
sia con il sistema messo in scena. Rimango aperto alle indicazioni dei rappresentanti e
ciò che il paziente desidera comunicare a me e a tutto il gruppo durante la sua
costellazione.
Quando lentamente si chiarisce in cosa consiste il conflitto psicologico del quale soffre
il paziente, cerco di portarlo in risonanza con gli eventi della costellazione e di
evidenziare l’origine della scissione psicologica, facendogli dire delle frasi rivolte a
una delle componenti traumatizzate. Se questo processo si evolve positivamente, se
sono emersi ricordi traumatici rimasti all’oscuro fino a ora o degli irretimenti con i suoi
genitori, nonni ecc. diventati più trasparenti, allora il paziente può essere messo lui
stesso nella costellazione. Lui ora può completare il processo emozionale di
cambiamento dentro di sé il quale aveva già iniziato durante l’osservazione della
costellazione dall'esterno. Passo dopo passo lavoro con il paziente alla soluzione della
sua evidente scissione interiore. In questo modo si possono formare lentamente nuovi
spunti per una integrazione psicologica. Nella mia esperienza, il paziente arriva il più
lontano possibile se ha il coraggio di entrare più profondamente nel suo dolore
personale e sciogliere così i suoi blocchi emotivi. Tutti i rappresentanti continuano a
rimanere durante questa fase nei loro ruoli. La costellazione può essere conclusa solo
quando il paziente percepisce la sua intenzione che aveva espresso all’inizio come
esaudita.
Dopodiché chiedo a tutti i partecipanti alla costellazione di risedersi nel cerchio e di
far calmare lentamente il processo. Il paziente così deve avere il tempo e la calma
affinché i nuovi schemi sentimentali vissuti possano solidificarsi dentro di lui. Dopo un
po’ di tempo chiedo al paziente di rilasciare i rappresentanti dai loro ruoli, nel
ringraziarli per il loro lavoro e chiamandoli per nome. Spesso i pazienti esprimono il
desiderio di potersi ritirare per un po’ di tempo dal gruppo per dare spazio al
cambiamento dell’evento psicologico dentro di loro. Secondo la mia esperienza, lavori
terapeutici sugli eventi traumatici sono per il paziente molto faticosi e stancanti e per
questo è consigliabile per lui di prendersi una pausa di recupero.
Per me ci sono buoni argomenti per non intromettermi direttamente e subito nel
processo di costellazione, uno dei quali consiste nel mio irretimento con il paziente,
specialmente con le sue componenti dell’io di sopravvivenza e se agisco al posto suo
cercando una soluzione per lui nel manipolare il suo sistema interiore. Conduco la
costellazione con le mie conoscenze e la mia visuale considerando tale processo non
come uno specchio della realtà vera e propria ma come realtà psicologica del paziente.
Il paziente rimane comunque responsabile della possibilità di un cambiamento di questa
sua realtà psicologica. Per me come terapeuta c’è il rischio di venire tirato dentro dal
sistema psichico scisso del paziente e quindi diventare soltanto un’ulteriore figura nel
suo insieme di legami irretiti e traumatizzati. D’altra parte non devo ripararmi troppo
dal sistema del paziente ma possibilmente aprire con la mia presenza e competenza lo
spazio a esso, affinché lui possa sviluppare le sue forze di autoguarigione.
9.4 Gli aspetti metodici delle costellazioni
Malgrado le grandi differenze nell’applicazione del metodo delle costellazioni che
dipendono dalla persona del conduttore, esiste dunque qualcosa che si possa definire
come il metodo delle costellazioni?
Secondo la mia opinione, le basi del metodo consistono nel fatto che una persona cerca
di cogliere le sue strutture mentali profonde con l’aiuto di un’altra. Ciò che intendo dire
diventa forse più chiaro se ci rendiamo conto con quali altri metodi di solito si lavora,
per capire meglio le problematiche delle persone che cercano centri di aiuto
psicologico.
• Esiste il discorso dell’anamnesi attraverso la quale il terapeuta valuta cosa manca al
paziente. Si basa sulle autodichiarazioni del paziente e l’intuizione e l’esperienza del
terapeuta di cogliere in uno schema diagnostico generale il caso concreto di questo
paziente.
• Esistono questionari compilati dai pazienti che permettono di soppesare e valutare i
loro modi comportamentali e percettivi per poi confrontarli con i valori norma della
popolazione.
• Esistono misure di parametri psicologici: dalla semplice misurazione del battito
cardiaco fino a immagini complesse del cervello, che dovrebbero dare delle
indicazioni sui problemi psichici del paziente.
• A seconda dei loro studi, i terapeuti sfruttano sogni, segnali corporei, mimetica, gesti
o tono di voce come indice diagnostico per i problemi nascosti del paziente.
Nell’ipnosi-terapia ad esempio, il paziente viene messo in uno stato di trance per avere
accesso alle sue componenti inconsce.

La completa novità del metodo delle costellazioni è questa: non è il paziente con le sue
autodichiarazioni e nemmeno il terapeuta con i suoi metodi diagnostici e tecniche
terapeutiche a portare nella consapevolezza il conflitto mentale nascosto del paziente.
Invece lo è un’altra persona, spesso completamente estranea al paziente, che deve
trasmettere una maggiore chiarezza sulla sua vita mentale più interiore. Con questa
procedura non è assolutamente necessario che la persona che funge da rappresentante in
una costellazione conosca il paziente.
Se ci si rende conto quanto insolita sia questa procedure a confronto dei metodi
diagnostici consueti della psicologia, allora non ci si deve meravigliare che venga
messa in dubbio da tante persone e discussa tra quelli del mestiere. Non coincide con le
nostre idee abitudinarie, la nostra immagine del mondo e della consuetudine, che
qualcuno possa sapere qualcosa di personale su di noi, malgrado non glielo avessimo
detto concretamente oppure che un esperto non lo constati con una misurazione
obiettiva. Sembra magia prescientifica e perciò porta disagio e paura.
Ciononostante esiste tutta una fila di metodi psicologici che mostrano similitudini con il
metodo delle costellazioni, come ad esempio il gioco di ruolo. Nel gioco di ruolo si
parte dal fatto che si tratti di una sceneggiata fittizia, un giocoso “fare-come-se”, un
campo di prova per modi comportamentali e di comunicazioni. Anche lo psicodramma
sviluppato da Jakob Moreno si basa sulla messa in scena di una situazione familiare. Il
gioco psico-drammatico deve aprire al paziente nuove visuali e opzioni di azione. Allo
stesso modo nelle sculture familiari di Virginia Satir si cerca di mettere allo scoperto
gli schemi relazionali in una famiglia (Franke, 1996, pp. 44-60).
Le costellazioni portano all’osservazione delle realtà mentali e profondamente nascoste
di un paziente e delle sue relazioni interpersonali essenziali. Questa supposizione è
giustificata?
Dobbiamo partire dal presupposto che i rappresentanti percepiscano allo stesso modo
del cliente e possano rispecchiare autenticamente cosa le sue persone di riferimento
sentono e pensano? Questa supposizione la si potrebbe annientare come pura
speculazione. Il metodo delle costellazioni però non avrebbe trovato una così ampia
espansione se i costellandi non avessero fatto l’esperienza di trovarsi rispecchiati in
ambito significativo nei loro modi comportamentali dai rappresentanti. Anche le
persone che si rendono disponibili come rappresentanti nelle costellazioni sembrano
non avere, nella loro grande maggioranza, la sensazione di partecipare a un puro
spettacolo, ma nel momento di una costellazione di venire colti effettivamente da
qualcosa di estraneo. La supposizione che le costellazioni rispecchino una copia
affidabile della verità mentale di un paziente può essere perlomeno formulata come
un’ipotesi di lavoro da prendere sul serio.
Secondo le immaginazioni tradizionali di come avviene uno scambio di informazioni tra
esseri umani – soprattutto verbalmente e consapevolmente – non ci dovrebbe essere il
fenomeno delle costellazioni. Fino a oggi non esiste nessuna teoria che potrebbe
spiegare anche minimamente come funziona il fatto che persone completamente estranee
possano avere d’un tratto accesso alle emozioni psichiche più intime di un’altra
persona e che si mostri il passato di un sistema familiare nelle reazioni dei
rappresentanti con sorprendente chiarezza. L’immagine estrapolata e spesso citata dalle
teorie del biologo inglese Rupert Sheldrake, che le costellazioni siano “campi
morfogenetici” (Sheldrake, 1999) e che installerebbero “campi sapienti” è, dal mio
punto di vista, insoddisfacente. Questa teoria non è stata evinta da Rupert Sheldrake in
seguito a proprie esperienze con le costellazioni, ma la dicitura “campo” venne
impiegata solo in seguito come una spiegazione possibilmente plausibile per il
fenomeno delle costellazioni (Galarza, 2006). Anche i tentativi di illuminare il
fenomeno delle costellazioni con speculazioni scientifico-teoriche dalla fisica quantica
sono solo all’inizio, e non è prevedibile quanta chiarezza questo effettivamente possa
portare (Schneider, 2007).
Se in seguito suppongo che esiste un legame profondo tra il metodo delle costellazioni e
i cosiddetti neuroni specchio, non voglio assolutamente dire di poter chiarire tutti gli
enigmi del metodo delle costellazioni. Malgrado ciò, può apparire sufficientemente
interessante creare un riferimento tra una scoperta nuova eccitante nell’ambito della
ricerca sul cervello e un altrettanto affascinante fenomeno come il metodo delle
costellazioni.
9.5 I neuroni specchio
Dove si incontrano gli occhi, vieni creato tu.
Hilde Domin

Ho posato la mia attenzione sui “neuroni specchio” attraverso il libro di Joachim


Bauer, un professore di psiconeuroimmunologia di Friburgo. In questo libro dal titolo
Warum ich fühle, was du fühlst (Perché io sento ciò che senti tu), Joachim Bauer
spiega in una modo ben comprensibile, cosa sono i neuroni specchio e quali diverse
funzioni vengano associate a essi nello sviluppo umano: dall’apprendimento intuitivo di
movimenti semplici fino alla capacità di orientarsi in comunità sociali (Bauer, 2005).
L’esistenza dei neuroni specchio è stata provata da un gruppo di ricercatori
dell’università di Parma (Rizzolati, Fadiga, Fogassi e Gallese, 2002; Rizzolati, Fogassi
e Gallese, 2007). I ricercatori hanno scoperto che in un cervello di scimmia determinati
nervi cerebrali, i quali guidano movimenti molto speciali dell’animale, continuano a
trasmette degli impulsi anche quando questa scimmia osserva un’altra scimmia non
appena questa fa quei movimenti speciali. Questo vuol dire che avviene un’attività
neurale esattamente in quella zona del cervello la quale è responsabile per la guida di
questo speciale movimento, senza che la scimmia faccia il movimento lei stessa. Lei la
simula nella sua mente, mentre osserva un altro animale farla.

Cellule nervose che possono realizzare nel proprio corpo un determinato programma, le quali però possono
venire attivate quando si osserva oppure si vede come un altro individuo metta in pratica questo programma,
vengono definiti neuroni specchio.
(Bauer, 2005, p. 23)

Non solo l’osservazione visuale e il parlare di una determinata azione scatena il


fenomeno di risonanza: le cellule nervose speciali nel cervello si attivano e mostrano
con ciò che si sentono tirate in ballo. Attraverso i neuroni specchio dunque siamo
continuamente in contatto con ciò che sta accadendo attorno a noi. Il rispecchiare
l’attività degli altri dentro di noi avviene simultaneamente, involontariamente e senza
alcuna riflessione.
I neuroni specchio sembra siano anche in azione quando proviamo dentro di noi i
sentimenti di altri. Ognuno conosce il fenomeno di venire contagiati dalla paura di
un’altra persona, di stringere la faccia quando il nostro dirimpettaio morde un limone,
di vergognarsi quando l’altro si vergogna, di ridere quando ridono gli altri, e sentire noi
stessi dolore quando vediamo soffrire un altro. Correre, ridere, applaudire con gli altri,
cadere in un vortice collettivo, ci riesce essenzialmente più semplice, anziché
difenderci contro tali impulsi di azione. Negli stadi di calcio, sotto i tendoni delle feste
o nei cortei di carnevale, questo lo si può osservare bene e viverlo di persona.
Un’ulteriore caratteristica dei neuroni specchio è di “congiungere dei pezzi di una scena
a una sequenza totale” (Bauer, p. 31). I neuroni specchio, quindi, sembrano essere una
base fondamentale dell’intuizione. Visto che la maggior parte di queste sequenze di
azione corrispondono alle esperienze di tutti partecipanti di una comunità sociale, i
neuroni specchio facilitano secondo il parere di Bauer la formazione di uno spazio
comune intersoggettivo di azione e significato.

Barlumi intuitivi possono formarsi in un essere umano anche senza raggiungere la consapevolezza. Si ha ad
esempio una sensazione non buona ma non si sa perché. Questo tra l’altro è perché ci sono delle percezioni
subliminali, cioè non registrate consapevolmente, che attivano i nostri neuroni specchio.
(Bauer, p. 32)

I neuroni specchio non sono sempre qui per simulare interiormente i movimenti degli
altri e mettersi in sintonia con questi. Possono attivare dentro di noi anche le percezioni
fisiche e i sentimenti di altri. Questo porta a un’immediata comprensione delle
percezioni e sentimenti di un’altra persona. Ci facciamo schifo noi stessi, quando
vediamo un’altra persona che si fa schifo. Afferriamo spaventati la nostra propria mano
quando vediamo che un altro si taglia con il coltello nel dito. Compassione e empatia
ottengono attraverso la scoperta dei neuroni specchio una base scientifica.

Il sistema dei neuroni specchio ci mette a disposizione la base neurobiologica per la reciproca comprensione
emotiva. Quando noi viviamo i sentimenti di un altra persona, in noi stessi vengono messi in risonanze delle reti
cellulari nervose, quindi portate a oscillazione, le quali lasciano emergere i sentimenti dell’altro nella nostra vita
psichica.
(Bauer, p. 50)

Questi rispecchiamenti sembrano essere simili a delle procedure di fotocopiatura.


Probabilmente il sistema dei neuroni specchio è il fondamento per la parte simbiotica
della nostra presenza umana, la nostra grande dipendenza da affetto e riconoscimento, la
nostra profonda nostalgia per l’appartenenza e la comunità, la nostra capacità
pronunciata per la compassione, la nostra grande prontezza di impegnarci al massimo
per altre persone in caso di necessità.
Bauer indica in questo ambito che “persone in stretta connessione emotiva” possono
rispecchiarsi reciprocamente e intuire ciò che commuove l’altro. Più il legame con
un’altra persona è stretto, più profondo diventa anche il rispecchiarsi reciproco:

Lo schema di risonanza di richiamare ciò che ci sta più vicino, diventa entro breve tempo un’installazione fissa.
Si forma un’immagine interiore dinamica di questa persona, composta dalle sue proprietà vive, nostalgie ed
emozioni. Poter usufruire di una tale rappresentazione interiore di una persona vicina vuol dire, avere come
un’ulteriore persona dentro di sé.
(Bauer, p. 86)
L’aspetto che persone emotivamente vicine si rispecchiano reciprocamente, acquisisce
sotto il punto di vista della teoria del legame un particolare significato. La ricerca
scientifica promossa da John Bowlby sul legame madre-figlio mostra l’irretimento
emotivo tra madre e figlio (Bowlby, 2001). Nei primi anni del proprio sviluppo ogni
persona è un’unità mentale-simbiotica con la propria madre. In questo libro ne ho già
fatto riferimento più volte. Con riferimento ai neuroni specchio ora si può dire: madre e
figlio si rispecchiano reciprocamente. La madre rispecchia il bambino in sé e così
anche il bambino la madre. Grazie a questo il bambino riceve delle particelle
elementari per il proprio sviluppo psichico. Attraverso lo specchio di sua madre un
bambino riceve anche l’accesso alle altre persone che sono rappresentate nella psiche
di sua madre, ad esempio a suo padre, anche se questo forse è già morto, ai suoi fratelli
e sorelle, ai genitori della madre e ai loro genitori. Lui riceve l’accesso ai tutti i
predecessori che sono rispecchiati nell’anima della madre, e nel rispecchiarsi
dell’anima di sua madre riceve l’accesso agli eventi sia buoni che cattivi del sistema
familiare dal quale proviene.
Se la madre non è in grado di rispecchiare adeguatamente il bambino perché il suo
sistema “specchio” non funziona chiaramente a causa di proprie esperienze traumatiche,
allora anche il bambino potrà rispecchiare solamente una struttura mentale caotica della
madre. Questo pone la particella elementare per i disturbi di legame nel rapporto
madre-bambino e i risultanti problemi di sviluppo mentale del bambino. Anche Joachim
Bauer dice:

Paura, tensione e stress riducono in modo massiccio la rata di segnali emessi dai neuroni specchio. Non appena
subentra pressione e paura, tutto ciò che dipende dal sistema dei neuroni specchio si spegne: la capacità di
sensibilizzazione, di comprendere gli altri e di percepire le finezze.
(Bauer, p. 34)

Una madre traumatizza quindi non può rispecchiare adeguatamente in se stessa i bisogni
di suo figlio. Il bambino diventa per lei, soprattutto se è in uno stato di sopravvivenza,
un piano di proiezione della sua propria confusione emotiva. Viceversa, il bambino
entra in risonanza con le esperienze traumatiche scisse di sua madre e finisce quindi lui
stesso in stati di confusione perché non può più distinguere chiaramente ciò che
appartiene a lui e ciò che è di sua madre.
Anche l’esistenza delle “introiezioni dell’aggressore”, le quali si insidiano nella psiche
di un bambino quando diventa vittima di violenze, molestie e abusi, si spiega più
facilmente con il presupposto della presenza dei neuroni specchio. Il bambino in tali
situazioni non può fare altro che rispecchiare come schema i modi comportamentali e i
sentimenti intensi che partono dall’aggressore.
Sembra che i neuroni specchio producano un legame talmente stretto tra gli appartenenti
di una specie che vive in un gruppo sociale che si pone la domanda dove rimane
l’individualità. Il nostro cervello sembra preparare anche per questo delle fondamenta.
L’esistenza di due emisferi nell’uomo rende apparentemente un importante contributo
allo sviluppo dell’individualità e allo scioglimento della singola persona dalla sua sola
esistenza di gruppo. Il problema di come il cervello distingua il sé e il non-sé non è del
tutto risolto. I dati fino a oggi, come tra l’altro sono stati presentati da un gruppo di
ricercatori attorno a Jean Decety, mostrano però il seguente fatto:

Il cervello depone l’immaginazione del proprio sé e le immagini che abbozza di altre persone in diversi emisferi.
Se il proprio “sé” programma l’intenzione di un’azione oppure la esegue allora sarà l’emisfero sinistro ad
assumersi la regia. Il proprio agire viene rappresentato nell’emisfero sinistro del cervello. Le immaginazioni di
altre persone hanno la loro rappresentanza invece nell’emisfero destro. Nell’“insieme del corpo” contenuto
nell’emisfero destro si trova rappresentato il proprio corpo ma solo fintanto che il sé non agisce. Non appena il
sé diventa attore, entra in gioco la parte sinistra.
(Bauer, p. 90)

Se si parte dal presupposto che l’emisfero sinistro rappresenta un prodotto tardivo


dell’evoluzione, per noi uomini è possibile liberarci dal nostro istinto di branco e
uscire dalla nostra risonanza simbiotica con il rispettivo gruppo di riferimento.
Le scoperte citate sul modo di lavoro dei neuroni specchio e le diverse funzioni dei due
emisferi forniscono secondo il mio punto di vista dei buoni punti di inizio per capire
perché i rappresentanti nelle costellazioni sono in grado di captare gli stati emotivi
consapevoli e inconsapevoli del paziente in modo affidabile senza perdere allo stesso
tempo il proprio io. Perché possono distinguere tra i sentimenti acquisiti e i propri e
alla fine possono liberarsi relativamente senza problemi dai ruoli di rappresentanza.
Fin dall’infanzia siamo in grado di rispecchiare le persone nelle nostre circostanze e
allo stesso tempo di costruire una propria identità. Per questo non abbiamo bisogno di
una scuola particolare e di nessun esercizio. Perciò persone che affrontano per la prima
volta un ruolo di rappresentante in una costellazione e che non si bloccano con la loro
timidezza lo possono fare bene quanto qualcuno che è già stato tante volte
rappresentante.
La cognizione rispecchiante degli stati emotivi di altre perone dovrebbe essere di
particolare significato anche per la scelta dei rappresentanti nelle costellazioni.
Intuitivamente e inconsapevolmente i costellandi colgono con l’aiuto dei loro neuroni
specchio similitudini tra sé e i partecipanti presenti al seminario e scelgono
rispettivamente i rappresentanti.
Per fortuna non possediamo solo dall’infanzia la capacità di rispecchiare, ma
sviluppiamo anche controstrategie per proteggere il nostro più interno da accessi troppo
curiosi dei neuroni specchio di altre persone. Sembra che possiamo guidare e
controllare quanto vogliamo far vedere di noi, davanti a chi siamo aperti e contro chi
noi ci chiudiamo. Questo fenomeno lo possiamo osservare bene nelle costellazioni. I
rappresentanti, secondo la mia esperienza, possono percepire solo ciò che il paziente
permette dentro di sé. Quando lui inizia a chiudersi o cambia in uno stato dissociato,
allora si estingue per il rappresentante la sorgente delle sue informazioni.
Secondo le mie osservazioni è la regola, valutabile anche nel senso della teoria della
scissione, che un paziente durante una costellazione cambi in qua e in là tra le sue
diverse componenti psichiche. Anche i rappresentanti nel corso di una costellazione
sono più o meno “online”, dipende da quale dei suoi diversi stati mentali si trova
maggiormente il paziente in quel momento. Il gioco sottile di scambio tra i
rappresentanti e il paziente si mostra anche nel fatto che i rappresentanti sentono subito
un sollievo se il paziente, dopo un ritiro temporaneo in uno stato di io di sopravvivenza
scioglie i suoi blocchi emotivi e rende possibile con ciò nuovamente un chiaro specchio
emotivo dei suoi stati sentimentali.
Mi è piaciuta particolarmente un’ulteriore affermazione nel libro di Joachim Bauer sui
neuroni specchio:

Dal punto di vista neurobiologico esiste tutta la ragione a presupporre che nessun apparato e nessun metodo
biochimico possa cogliere e influenzare lo stato emotivo di un’altra persona, come è possibile attraverso l’uomo
stesso.
(Bauer, p. 51)

Più a lungo io lavoro con il metodo delle costellazioni, più arrivo alla convinzione che
non si possa cogliere in un altro modo migliore e più differenziato gli stati d’animo dei
pazienti che attraverso le costellazioni, quindi il rispecchiare una persona attraverso
un’altra. Il rappresentante è allo stesso tempo il metodo di misurazione migliore per
comprendere un altro essere umano nel suo stato d’animo. Nessun terapeuta o
consulente, anche nessun scienziato può, secondo il mio avviso, attraverso domande,
discorsi di anamnesi, test con domande o misurazioni dell’attività cerebrale, ricevere
delle informazioni così mirate, diversificate e esatte, sul perché un paziente ha paure,
depressioni o addirittura stati confusionali psicotici, come attraverso una costellazione.
Un terapeuta può imparare qualcosa di essenziale più velocemente e intensamente su
una malattia psichica entrando lui stesso in una posizione da rappresentante per una
persona che soffre di disturbi mentali. Non è la visuale distanziata e apparentemente
oggettiva dal di fuori verso il paziente, ma il cogliere possibilmente preciso dalle sue
prospettive interiori, che aiuta a comprendere di che cosa il paziente effettivamente
soffre. Attraverso i loro neuroni specchio sembra che quasi tutti gli esseri umani
posseggano la capacità di capire un’altra persona dalle sue prospettive interiori.
Infine non mi meraviglio che Joachim Bauer sotto l’aspetto di risonanza e riflesso si sia
accorto anche delle costellazioni e abbia riconosciuto il loro significato.

Le costellazioni (in particolare le costellazioni famigliari) sono delle procedure altamente effettive, nelle quali un
paziente mette in scena in un modo intuitivo e sensato, come delle figure, altri co-pazienti i quali fungono come
rappresentanti per i suoi parenti. Tali scene richiamano, se ravvivate con domande e indicazioni del terapeuta,
un’intensa risonanza in tutti i partecipanti (non solo nel paziente, ma anche nei rappresentanti messi in scena).
Come conseguenza possono avverarsi delle reazioni emotive massicce. Solo glii psicoterapeuti, le
psicoterapeute, e qui preferibilmente i terapeuti per la famiglia, sono in grado di maneggiare in modo
responsabile questa procedura.
(Bauer, p. 142)

Se è così, questo allora sarebbe un appello a tutte le correnti della psicoterapia di


riconoscere il grande potenziale delle costellazioni e di sfruttare questa procedura per
il bene dei loro pazienti.
I neuroni specchio non possono spiegare tutto ciò che i costellatori esperti e i
rappresentanti hanno osservato di affascinante negli anni di lavoro con le costellazioni.
La scoperta dei neuroni specchio potrebbe però, secondo il mio parere, rappresentare
un pilastro fondamentale per la comprensione scientifica e per l’ulteriore ricerca del
fenomeno delle costellazioni.
9.6 I fenomeni della risonanza del riflesso
Con lo sguardo sulle ultime scoperte, le costellazioni classiche si perdono il vantaggio
del metodo delle costellazioni, se il costellatore interrompe troppo presto i processi di
riflesso che si formano e immette le sue idee e immaginazioni di come potrebbe essere
la soluzione dei problemi per il paziente. Se in tempo breve dà degli schemi
relativamente uniformi, come immagini di soluzioni e frasi risolutive, allora il processo
di riflesso non può svilupparsi fino al punto di scatenare nel paziente un processo di
risonanza significante.
I cosiddetti “movimenti dell’anima”, nell’ulteriore sviluppo delle costellazioni
classiche tramite Bert Hellinger circa dal 1998, danno sì la possibilità di movimenti
liberi ed esternazioni dei rappresentanti, e per questo portano a un riflesso della realtà
mentale di un paziente che non viene interrotta dal costellatore, però manca la struttura
che rende comprensibile cosa stia succedendo in questo procedimento. Qualcosa nei
movimenti del rappresentante manifesta lo sfondo traumatico nella psiche del paziente,
ma non viene compreso nel suo insieme. Per questo, per molti pazienti, alla fine di una
tale costellazione rimangono molte domande aperte, e quindi poi emergono nuovamente
le loro componenti di sopravvivenza che non possono comprendere ciò che è apparso
per un istante come componente traumatizzata e la rispettiva scissione mentale.
Per questo motivo, secondo il mio parere, le costellazioni dovrebbero dare due cose.
• Come prima cosa, dovrebbero offrire al paziente una possibilità di riconoscere se
stesso al meglio possibile nell’avvenimento della costellazione. I rappresentanti
devono essere per lui uno specchio della sua psiche più chiaro possibile, nel quale lui
si può guardare. Deve potersi riscoprire lui stesso nuovamente con le sue diverse
componenti, anche quelle inconsapevoli.
• Come seconda cosa, il processo deve decorrere in modo tale che si instauri una
risonanza possibilmente intensa tra il paziente e i rappresentanti, e deve essere
mantenuta in moto per tutta la costellazione. Tra il paziente e i rappresentanti deve poter
avvenire un continuo scambio di informazioni verbali e non verbali.

Io per questo motivo vorrei chiamare le costellazioni un metodo di risonanza di riflesso


trasmessa attraverso dei rappresentanti umani. Cosa significa questo per una buona
riuscita di una costellazione?
• Devono essere messe in scena solo quelle persone e quei componenti psichici che
sono rilevanti per la richiesta attuale del paziente. Come costellatore devo capire bene
fin dall’inizio di cosa in fondo si tratta per il paziente, per poter fare una proposta
possibilmente sensata per l’“inizio della costellazione”.
• I rappresentanti devono essere in grado di risolvere la loro funzione specchio in
modo ottimale. Per questo devono essere completamente liberi di poter esprimere tutto
ciò che sentono e pensano nel loro ruolo.
• Il costellatore non può mettersi al di sopra dei rappresentanti e fare loro delle
prescrizioni di cosa dovrebbero pensare e sentire. Lui non deve censurare le loro
affermazioni per non disturbare il processo di riflesso.
• Il paziente deve essere fondamentalmente pronto a far avvenire la risonanza tra sé e la
costellazione. Deve accorgersi che dipende solamente da lui che cosa viene alla luce in
una costellazione e quali passi di sviluppo sono possibili per lui in quel momento.
• Il terapeuta non può decidere al posto del paziente quanto in profondità debba andare
il processo di risonanza. Il costellatore può dare al processo di risonanza soltanto le
condizioni generali ottimali di base.

Porre a una persona uno specchio davanti senza che questo sia pronto a guardare in
quest’ultimo non lo porta avanti. Una cosa così rafforza soltanto le sue paure e con esse
anche la resistenza delle sue componenti di sopravvivenza contro dei cambiamenti nel
suo insieme mentale. Una costellazione non può nemmeno dare dei buoni risultati se il
paziente dice di essere pronto per un lavoro e poi alla fine non instaura la risonanza con
i rappresentanti, perché le sue componenti di sopravvivenza bloccano l’accesso alle
sue componenti traumatizzate e i loro ricordi dolorosi racchiusi in esse. I risultati di una
tale costellazione possono diventare soltanto artificiali e frustranti per tutti i
partecipanti. Meno i rappresentanti sono connessi alla psiche del paziente, perché
questo blocca il processo di risonanza in quel momento, maggiore diventa il pericolo
che questi rispecchino ciò che appartiene alla loro propria mente. Una tale
costellazione non vale la pena. Solo quando il riflesso è dato alla stessa misura della
sua risonanza, una costellazione si può muovere, passo dopo passo, verso un punto nel
quale nella psiche di una persona può cambiare qualcosa di essenziale.
Le costellazioni in questo senso sono una procedura dalla quale ci si può aspettare le
qualità di ogni buon metodo terapeutico. Solo se i pazienti si sentono compresi
veramente nel loro più profondo interiore, hanno il coraggio e la fiducia di
sperimentare, al posto delle loro strategie di sopravvivenza, dei modi di vita più sani.
10. PROGETTO DI RICERCA PER IL METODO

Studi scientifici sul metodo della costellazione ce ne sono solo pochi. La scienza
rinomata tace ancora per la maggior parte riguardo alla discussione su come vada
valutato questo metodo. Studi che valutano con metodi scientifici il fenomeno delle
costellazioni arrivano soprattutto a delle affermazioni che sembrano comprovare
l’efficacia del metodo (Franke, 1996; Höppner, 2001; Pänziger, 2004; Schlötter, 2005;
Schwer, 2004; Mraz, 2006). Per poter valutare le costellazioni come metodo sensato e
affidabile nell’impiego della consulenza e della psicoterapia, mancano ulteriori e
ampie ricerche.
10.1 Interrogativi della ricerca
Nella primavera del 2005 ho iniziato un progetto di ricerca a Monaco che si occupa del
metodo delle costellazioni. Con questo progetto di ricerca avevo la particolare
intenzione di porre tali domande scientifiche partendo dalla mia propria esperienza con
il metodo delle costellazioni che ne risultano quando si pratica questo metodo in modo
intenso. Da questo si sono cristallizzate tre domande principali.
1. Cosa fa diventare specifica una costellazione?
2. I rappresentanti possono rispecchiare in modo affidabile ciò che è presente nella
struttura mentale del costellante?
3. Gli eventi che vengono alla luce in una costellazione vengono espressi dai
rappresentanti, sono veramente avvenuti così, e come reagiscono poi i pazienti con
tali nuove informazioni?

A questo progetto collabora il seguente gruppo di ricercatori: Katharina Anane, Eva


Baier, Christina Freund, Carla Kraus, Liesl Krüger, Sabine Metz, Cäcilia Pänzinger,
Monika Stumpf e Josef Telake. Claudia Härter, a parte la sua attività di intervistatrice,
si è assunta il compito del coordinamento della raccolta dati empirici e la trascrizione
delle tante interviste.

Cosa fa diventare specifica una costellazione?


Nel primo punto del progetto di ricerca volevamo scoprire come i pazienti stessi
vivessero la costellazione. Perché in fondo le persone fanno delle costellazioni e cosa
si ripromettono da esse?
La prima parte del questionario perciò era la seguente.

Con l’aiuto di questa parte dell’intervista vorremmo scoprire come le persone che fanno una costellazione vivano il
metodo e cosa prendono per sé da esso.
1) Quante costellazioni hai già fatto per te?
2) Per quali ragioni fai le costellazioni per te?
3) Se pensi alla tua ultima costellazione, quanto ti è stata di aiuto?
4) C’è stato qualcosa che hai percepito di aiuto?
5) Quando fai una costellazione a che cosa rivolgi la tua particolare attenzione durante il lavoro?
6) A cosa fai particolare attenzione nel rappresentante di te stesso?
7) A cosa fai in particolare attenzione negli altri rappresentanti?
8) Cosa hanno espresso i rappresentanti che per te era particolarmente importante?
9) Per te sono venute alla luce cose completamente nuove?
10) Cosa è stato importante per te quando tu stesso sei entrato nella costellazione?
11) Che ruolo ha per te il costellatore?
12) Che significato ha per te il gruppo?
13) La situazione generale per te ha un ruolo?

I rappresentanti possono rispecchiare in modo affidabile?


Il secondo punto della ricerca tratta la domanda se e come è possibile che un
rappresentante possa rispecchiare una persona a lui completamente estranea nella sua
natura essenziale. Il dubbio se un rappresentante possa sentire ed esprimere
effettivamente ciò che appartiene al paziente, oppure se esprima soltanto alcuni
sentimenti e fantasie, è legittimo e importante. Quanto è affidabile il metodo delle
costellazioni, quindi? Con quanta esattezza la struttura mentale di un paziente può
riflettersi nelle affermazioni del rappresentante? Dove stanno le sue imprecisioni? Per
avere dei punti di riferimento a questo proposito abbiamo interrogato delle persone le
quali avevano già raccolto delle esperienze come rappresentanti. La seconda parte del
questionario conteneva le seguenti 27 domande.

Con l’aiuto di questa parte della nostra intervista vorremmo scoprire come vengono assunti, riempiti e vissuti i ruoli da
rappresentante nelle costellazioni.
1. Quante volte sei stato rappresentante in una costellazione?
2. Cosa pensi, senti o percepisci nel racconto di una richiesta del partecipante all’inizio di una costellazione?
3. Da quale punto in poi senti che vieni scelto per un ruolo?
4. Assumi il ruolo spontaneamente?
5. Esistono delle situazioni dove rifiuti l’assunzione di un ruolo?
6. Come entri nel cerchio?
7. Cosa ti aiuta per poter entrare nel ruolo di rappresentante?
8. Di quanto tempo hai bisogno per “arrivare” bene nel ruolo di rappresentante e di poterti percepire?
9. Da cosa riconosci che ti trovi nel ruolo di rappresentante?
10. Da cosa riconosci che nel ruolo di rappresentate vieni colto da qualcosa di estraneo che non appartiene a te?
11. Durante l’intera costellazione hai la sensazione di stare nel ruolo?
12. Puoi guidare tu quanto profondamente ti lasci andare in un ruolo?
13. Ci sono dei momenti nei quali sei insicuro riguardo alla differenza proprio/estraneo?
14. In tal caso come diventi nuovamente sicuro?
15. Come rappresentante hai la possibilità di riconoscere se le tue esperienze personali si mescolano con il ruolo nel
quale tu sei stato scelto?
16. Nel ruolo di rappresentante ti vengono in mente delle similitudini con i tuoi stessi temi?
17. Come sei in contatto con chi guida la costellazione?
18. La guida della costellazione per te è importante per la decisione di quanto ti puoi lasciar andare nel ruolo da
rappresentare?
19. In questo senso, cosa ti dà sicurezza, cosa ti rende insicuro?
20. Nel ruolo diventano importanti anche desideri di voler aiutare colui che mette in scena?
21. Per ciò che esprimi, senti di censurarti interiormente?
22. Dopo il “rilascio” dal ruolo puoi tornare subito nuovamente nella tua propria identità?
23. Cosa ti è di aiuto per poterti sciogliere nuovamente da un ruolo di rappresentante?
24. Ti è già capitato di non poterti staccare da un ruolo dopo una costellazione?
25. Per quanto tempo sei rimasto in quel ruolo?
26. Hai un’idea del perché non potessi uscire subito dal ruolo?
27. Quali scoperte hai guadagnato dai ruoli di rappresentante per i tuoi processi mentali?

Nuove comprensioni grazie alle costellazioni


Il terzo punto importante della ricerca formò la domanda come trattare le informazioni
che emergono in una costellazione e che sono nuove per il paziente. Le costellazioni
possono essere un metodo fortemente rivelatore. Per questo non è raro che si accennano
eventi del sistema familiare o della storia della vita del paziente che per esso non erano
consapevoli prima. Questo può essere un proprio abuso sessuale rimosso, una violenza
sessuale della madre, il sospetto che ci sia un altro padre rispetto a quello supposto, un
bambino nascosto dai genitori, un omicidio nella famiglia e tanto altro. La domanda poi
è: come si comporta un paziente con una tale informazione nuova e spesso scioccante?
La mette in dubbio o si fida di essa? Fa delle altre ricerche per esserne sicuro? La terza
parte del nostro questionario aveva perciò le seguenti 14 domande.

In questa parte dell’inchiesta ci interessiamo particolarmente a che cosa succede se in una costellazione viene alla luce
qualcosa di completamente nuovo per il costellando, ad esempio:
• che ha dei fratelli o fratellastri che finora non erano noti;
• che lui o uno dei suoi genitori ha probabilmente un altro padre o addirittura un’altra madre;
• che c’è stato dell’incesto o dell’abuso sessuale nella famiglia;
• che probabilmente qualcuno della famiglia si è fatto carico di una grave colpa e si è reso colpevole della morte di un
altro componente familiare e molto altro.
Tu ti sei dato disponibile per l’intervista perché in una delle tue costellazioni è emerso qualcosa che è stato nuovo e
sorprendente per te.
1. Quanto tempo fa è avvenuta la costellazione rilevante per questa intervista?
2. Qual è stata la tua richiesta per la costellazione rilevante qui?
3. Quale nuova informazione è emersa per te in questa costellazione?
4. Hai vissuto la costellazione tu stesso come appropriata?
5. Cosa hai fatto subito dopo la costellazione, dal momento che sono emersi fatti completamente nuovi?
6. Hai fatto delle ricerche più tardi per confermare o rinnegare la nuova informazione?
7. Se sì, come hai proceduto?
8. Quale risultato ha portato la tua ricerca?
9. Cosa ha scatenato in te il risultato delle tue ricerche?
10. Eventualmente si è dimostrato qualcos’altro in un’altra costellazione oppure è stata confermata l’informazione
nuova?
11. Hai comunicato a qualcuno il risultato della/e costellazione/i e delle tue ricerche?
12. Come ha reagito questa persona?
13. Quale cambiamento c’è per te fino a oggi grazie a questa costellazione?
14. Cosa fai attualmente con le situazioni?

All’intervista sopraindicata di 54 domande abbiamo aggiunto altre tre domande


generali sulla persona intervistata:

1. Quanti anni hai?


2. Da quanto tempo sei in contatto con il metodo delle costellazioni?
3. Il sesso della persona intervistata.

Il questionario è stato testato in più passaggi sulla sua attuabilità e corretto


adeguatamente in alcuni punti prima che partisse la ricerca principale.
10.2 Prove a caso e messa in pratica
dei rilevamenti
Per rispondere alle tre interviste principali del progetto di ricerca abbiamo deciso nel
gruppo di progetto di intraprendere l’interrogatorio soprattutto con tali persone che
avevano già fatto spesso costellazioni per se stessi. Con questo dovevamo raccogliere
un bagaglio di esperienze che si era accumulato attraverso molti anni in numerose
persone nell’uso del metodo delle costellazioni. Come gruppo di meta concreto
dell’interrogatorio vennero definite persone che avevano fatto proprie costellazioni nei
miei seminari e avevano raccolto molte esperienze in ruoli di rappresentanti. Persone
che avevano fatto solo una costellazione o che avevano avuto raramente ruoli da
rappresentanti sono stati intervistati solo eccezionalmente. Si tratta quindi di una prova
molto selettiva. I risultati della ricerca non possono essere trasferiti alla pari su metodi
di costellazioni che si basano su degli sfondi teoretici diversi, come indicazioni
metodiche e interventi dei costellatori.
Dei 71 partecipanti hanno risposto:

• 62 persone al questionario 1 (perché faccio una costellazione per me e come la


vivo?);
• 58 persone al questionario 2 (cosa vivo nei ruoli da rappresentante?);
• 50 persone al questionario 3 (come tratto le nuove informazioni provenienti dalla mia
costellazione?).

L’età media degli interrogati si situa sui 46 anni, in un ventaglio da 21 a 78 anni. 50


persone sono di sesso femminile e 21 di sesso maschile. Gli intervistati al momento
dell’intervista erano di media da 6 anni a contatto con il lavoro delle costellazioni, con
un ventaglio complessivo tra 1 e 25 anni.
Le interviste sono state fatte nel tempo da maggio 2005 fino a marzo 2006. Otto
intervistatrici e un intervistatore hanno eseguito le interviste. Erano liberi di decidere
se registrare le interviste su nastro e di trascriverle più tardi o di immettere subito le
risposte al computer. Alcune interviste sono avvenute per telefono, nella maggior parte
gli interessati erano seduti uno di fronte all’altro nella stanza.
10.3 Come vivono i pazienti le costellazioni
Di seguito vengono presentati dei risultati scelti delle analisi. Elenco le risposte alle
singole domande, le unisco a dei sottogruppi e le commento alla fine della
rappresentazione. Dato che qui si tratta di uno spettro di possibili risposte, non vengono
fatte altre valutazioni quantitative. Le affermazioni degli intervistati vengono trasmesse
per la maggiore in originale e aggiustate solo nei punti dove serve per la migliore
leggibilità per la presentazione scritta.
Perché qualcuno fa una costellazione?
Le 62 persone le quali hanno risposto al primo paragrafo del nostro questionario di
media avevano fatto sei costellazioni per se stesse con un margine da una (10 persone)
a dieci (1 persona) costellazioni. Qui sono state incluse solo le costellazioni nel
gruppo, non quelle che sono state intraprese in sedute individuali.
Le seguenti risposte sono state date alla domanda perché qualcuno fa una propria
costellazione. Ho cercato di ordinarle secondo le diverse dimensioni.

Desideri generali in riferimento a se stessi


• Per aumentare la mia qualità di vita.
• Per sviluppare me stesso.
• Per avere più chiarezza sui miei problemi e risolverli sul piano mentale.
• Sostengo il mio sviluppo interiore anche con le costellazioni.
Cambiare gli schemi di vicissitudine, comportamento e speranza
• Nelle costellazioni cerco delle soluzioni per determinati processi che nella mia vita continuano a ripetersi allo stesso
modo, che mi feriscono, mi rendono infelice, e per poter interrompere questi processi.
• Vorrei elaborare gli schemi che mi limitano.
• Per guarire la mia anima e per uscire dalle mie traumatizzazioni e dai meccanismi.
Speranza di poter riconoscere e scoprire qualcosa che agisce di nascosto
• Per sapere di più cosa voglio veramente e cosa mi impedisce di saperlo. A volte ci sono dei sentimenti in me ai quali
non posso dare una spiegazione.
• Per conoscere gli aspetti di me che non posso scoprire razionalmente.
• Per superare il mio passato, per poter vivere.
• Per chiarire, per ordinare, scoprire e conciliare.
• Per scoprire delle cose che sono nascoste nella famiglia. Cose delle quali nessuno parla ma che nei tuoi sentimenti e
sogni percepisci che ci sono...
• Per ottenere chiarezza delle proprie vie errate e degli irretimenti familiari.
• Perché quando guardo i rappresentanti io possa ottenerne un nuovo punto di vista e non rimanga incollato a qualcosa
che influenza direttamente la mia vita.
• Ho la speranza, attraverso il lavoro in un gruppo, di avvicinarmi a delle informazioni che non sono raggiungibili
attraverso il lavoro terapeutico individuale.
Conflitti concreti con altre persone
• Per affrontare i miei conflitti con i miei genitori e non trasferire questa problematica sui miei figli.
• Per raggiungere la soluzione della mia problematica di madre.
• Per sapere di più sui miei fratelli morti e per onorarli.
• Per poter cambiare la mia relazione verso il mio compagno.
• Per risolvere i miei problemi con gli uomini e capire perché non volevo dei figli.
• Prima ho iniziato perché mio figlio non stava bene. Quando poi ho riconosciuto la mia parte in causa e quella della
famiglia sono arrivata sempre di più ai miei propri temi.
• All’inizio sono arrivato perché c’erano dei blocchi nella mia vita che non mi facevano andare avanti e perché i miei
figli stavano sempre peggio. Ogni costellazione mi ha portato un passo avanti, mi ha aperto gli occhi, mi ha portato
sempre più vicino a me, ai miei sentimenti e al mio centro, e con ciò anche più vicino ai miei figli.
• Vorrei avere conferme per dei sospetti che ho in riferimento alla mia famiglia.
Malattie psichiche
• All’inizio c’era la mia malattia psichica alla quale volevo andare a fondo perché guarisse.
• Per trovare la causa della mia irrequietezza e la mia nostalgia di morire.
Ricerca delle cause
• Non trovo pace finché non arrivo alla causa dei miei problemi.
• Vorrei riconoscere le ragioni profonde e le connessioni per svilupparmi sempre di più verso me stesso.
Evoluzione professionale
• Per chiarire delle decisioni professionali.
• Come terapeuta utilizzo le costellazioni come tecnica di supervisione per trovare le ragioni dei controtransfert.
Lavoro con un nuovo metodo terapeutico
• Non avanzavo più con i metodi tradizionali di terapia. Ero ferma a un determinato punto e non riuscivo a superarlo.
Con questo metodo sono riuscita a proseguire.
• Con le costellazioni ho conosciuto un metodo che fa arrivare il mio problema a una meta, senza doverla esprimere in
parole, e che non posso trasformare in parole semplicemente perché non lo so fare nemmeno io. Ma poi raggiungo
una soluzione con la quale posso continuare a lavorare e dove ho la sensazione di avere veramente fatto un passo
avanti.
• Prima di tutto un metodo per un’evoluzione personale. Più mi sono lasciato andare a questo metodo più è diventato il
metodo terapeutico più efficace che conosco per il superamento dei traumi.

Le risposte a queste domande mostrano che i motivi, per i quali le persone cercano
aiuto tramite costellazioni, corrispondono esattamente a quelle per le quali le persone
generalmente si cercano un sostegno terapeutico. Spesso sono problemi di vita generali,
il desiderio di un’evoluzione personale nella vita e problemi relazionali con genitori,
compagni, propri figli o colleghi di lavoro per i quali viene cercata una soluzione.
Spesso viene sottolineato che per il proprio sviluppo viene scelta la strada della
trasformazione interiore. Se qualcuno attraverso una costellazione entra più
profondamente nei suoi processi relazionali, questo lo porta sempre di più a contatto
con se stesso e con le cause che nel sistema familiare sono state finora al buio. La
ricerca di cause nascoste per i conflitti relazionali viene spesso nominato come criterio
specifico, per scegliere proprio il metodo delle costellazioni. Le costellazioni sono per
molti anche una via per continuare là dove, secondo le proprie esperienze, sono giunti
ai limiti con altri metodi di terapia, perché molti problemi non si riuscivano più a
renderli comprensibili verbalmente. La connessione specifica del mio lavoro
terapeutico con il concetto della traumatizzazione viene dato anch’esso come motivo
per aggiungere un altro aspetto al proprio processo terapeutico tramite le costellazioni

Come viene vissuto il processo della propria costellazione?


Qui di seguito anzitutto ancora una panoramica sulle differenti risposte su come i nostri
intervistati vivono il processo delle loro proprie costellazione dall’esterno.
Fare attenzione al linguaggio del corpo
• Controllo nei rappresentanti fin dove percepisco qualcosa come reale e non. Faccio attenzione alla postura, gesti,
mimica e pronuncia.
• Faccio attenzione all’energia: dov’è e com’è nella costellazione?
• Come sono le posture dei rappresentanti?
• Assorbo tutto ciò che succede e cerco di ordinarlo. Faccio attenzione se i miei rappresentanti coincidono con le mie
proprie percezioni, posture fisiche, affermazioni e impulsi. Dove mi ritrovo e dove no?
Fare attenzione ad affermazioni verbali
• Faccio attenzione a frasi marcate; molto importanti sono anche le sensazioni fisiche che esprimono i rappresentanti.
• Se vengono proposte delle frasi faccio attenzione a come agiscono.
Fare attenzione alle interazioni
• Faccio attenzione alle interazioni del mio rappresentante.
• Le interazioni del mio rappresentante con le altre persone nella costellazione devono sembrare autentiche. Devo
poterle concepire.
• Cerco di ricordarmi tutto, anche le posizioni dei rappresentanti e i messaggi che mi danno. Faccio in modo che ci sia
una risonanza interiore in me affinché tornino i ricordi e io possa sentire: sì, così è giusto.
Fare attenzione ai sentimenti
• Faccio particolarmente attenzione ai miei propri sentimenti e ai sentimenti che riflettono i rappresentanti.
• Faccio attenzione ai sentimenti. Dei sentimenti che vengono così dal nulla mi fido completamente. Quando però poi
viene interpretata un’immagine non mi piace.
• Attraverso la situazione che qualcuno sente per me ciò che non riesco più a sentire, a volte ridiventa anche per me
possibile percepire qualcosa. Quando sento poi questa sintonia in me, allora ho la sensazione che qualcosa in me
venga nuovamente ricollegato. Posso nuovamente sentire di più.
Attenzioni speciali
• Cerco di riconoscermi nel mio rappresentante.
• Mi focalizzo sulla mia personalità principale e sulle persone delle quali penso che ci sia nascosto ancora un segreto o
un blocco o un irretimento.
Assumere una posizione integra
• Faccio attenzione al tutto e come si sviluppa, senza evidenziare niente di particolare.
• Ho fiducia di capire tutto anche se la mia testa è più lenta del resto che invece recepisce veramente tutto.
• Non controllo, non osservo, non prendo appunti, lascio semplicemente che avvenga. Non cerco di manipolare queste
immagini della psiche.
Assorbire le immagini risolutive
• Faccio attenzione se tramite la costellazione si manifesta una nuova immagine. Un’immagine risolutiva con la quale
mi posso identificare e staccare da altre immagini.
Il proprio atteggiamento interiore
• Cerco di essere più sincera possibile con me.
• Cerco, proprio quando la costellazione si blocca, di aprire sempre di più lo spazio dentro di me affinché si possa
raggiungere una soluzione.

Il linguaggio del corpo, la mimica, i gesti, le affermazioni verbali, le interazioni tra i


rappresentanti, ci sono innumerevoli momenti singoli ai quali uno si può orientare
quando osserva la propria costellazione. Spesso i sentimenti vengono visti come
criterio se l’interessato riesce a seguire la sua costellazione.
Sembra ci siano due atteggiamenti base con i quali i pazienti osservano le loro
costellazioni: gli uni osservano il processo della costellazione molto attentamente e
controllano se possono ritrovare la loro storia nelle espressioni del viso, nei gesti,
nella postura corporea e nelle affermazioni dei rappresentanti. Cercano di distinguere
se determinate forme di espressione sono coniate dalla persona del rappresentante,
soprattutto quando conoscono già questa persona. Altri invece cercano di essere più
aperti possibile per tutto ciò che si mostra nella costellazione senza valutarlo. A quasi
tutti gli intervistati è comune il fatto che badano più ai sentimenti che a ciò che viene
parlato. Qui diventa molto evidente il desiderio di guardare dietro a ciò che è già stato
compreso razionalmente e di avvicinarsi alle sfere della propria psiche che sono state
rimosse e scisse.
Solo in pochi casi gli intervistati sono consapevoli che stanno osservando il processo
con le loro parti scisse e che alternano da stato mentale all’altro. Solo una intervistata
ha fatto riferimento alle sue scissioni mentali che logicamente sono presenti anche
durante il procedimento della costellazione:

Emotivamente sono nel bel mezzo, e sento cosa sta succedendo in quel momento. E per questo scivolo
naturalmente nella scissione. Ci si dissocia nuovamente. Ma questo non lo faccio di proposito: succede
semplicemente.

Che il procedimento della dissociazione sia un io di sopravvivenza che controlla ed


evita sentimenti traumatici lo ha constatato anche il seguente intervistato in se stesso, e
così lui cerca di contrastare ciò, affinché le informazioni emotive che conducono alle
componenti traumatizzate possano fluire verso i rappresentanti: “Io ho posto la mia
attenzione sullo stare in un buon contatto con i rappresentanti. Mi sono aperto per dare
la possibilità ai rappresentanti di percepire, di sentire e di ricevere le informazioni.
Ero completamente occupato ad aprirmi, a stare con me e, se mi dissociavo, a tornare a
sentire per potermi riaprire nuovamente”.
Come costellatore sono seduto direttamente vicino al paziente. Per questo posso
osservare bene che la maggior parte dei pazienti prima e durante una costellazione si
alternano in diversi stati dell’io. Quando mi accorgo che un paziente sosta troppo a
lungo nel suo io di sopravvivenza, cerco di costruire un contatto con le sue componenti
dell’io sane ed eventualmente, con tutta prudenza, di portare di nuovo un po’ di più in
superficie le sue parti traumatizzate rimosse.
Il contatto con me come costellatore e il fatto che io osservi contemporaneamente sia il
paziente che la costellazione viene percepito come aiuto. Un’intervistata lo esprime
così:

Era interessante che il costellatore mi considerasse sempre un po’. Potevo fare delle aggiunte e il
rappresentante diceva poi: “Sì, esatto, così l’ho percepito anch’io”.

La funzione del conducente


La funzione del conducente delle costellazioni è stato descritto dai costellandi come
segue:
Qualità personali
• Ha bisogno di trasmettere tranquillità.
• Ha bisogno di sensibilità e capacità di sintonia.
• Deve essere un suo desiderio profondo il volermi aiutare e non perché sono un partecipante che paga per la
costellazione. Non deve avere compassione per me, ma solo empatia.
• Deve darmi la sensazione che non sono solo, che qui c’è qualcuno che sta attento a me.
• Mi deve accettare anche con le mie parti oscure.
• Deve lasciarmi la mia dignità
Qualità materiali
• Ha una funzione centrale e più importante.
• È il mio accompagnatore durante la costellazione, che conosce me e il mio tema.
• Deve avere molta esperienza.
• Deve essere un professionista che non pone dei dogmi.
• Dovrebbe avere una posizione neutra.
• Deve essere competente, professionale e umano.
• Dà un confine e una sicurezza per la costellazione.
• Decide quali persone o sentimenti vengono messi dentro alla costellazione. Se non mette in scena qualcosa di
importante non si arriva a nessuna soluzione.
• Deve poter sostenere le sue decisioni nel guidare la costellazione.
• Deve essere di sostegno, di aiuto, deve poter mettere dei limiti positivi, introdursi e preservarmi dalla
ritraumatizzazione.
• Deve poter riconoscere le mie paure e non deve decidere ignorandomi.
• Deve poter separare le cose importanti da quelle non importanti. La problematica del paziente deve essere sempre
al primo posto e non deve lasciare spazio a cose secondarie.
• Deve avere la competenza di poter spiegare anche delle immagini non evidenti.
• È importante che suggerisca le frasi giuste, le quali hanno un effetto molto profondo e che portano così alla
soluzione e la costellazione a una buona conclusione.
• Deve lasciare tempo alla costellazione di svilupparsi e non dare mai l’impressione di voler raggiungere un
determinato risultato.
• Devo aprire degli spazi e tenere in mano il timone affinché io possa fidarmi di lui e dei suoi interventi. Deve sapere
cosa fa e allo stesso momento rimanere aperto per soluzioni che nessuno avrebbe immaginato.
• Alla fine di una costellazione mi deve dare il filo rosso in mano con il quale posso continuare a lavorare.
Autoriflessione
• Il conducente deve dare degli input chiari per guardare determinati punti. Non deve avere i miei stessi punti ciechi.
• Non deve agire lui stesso, ma aprire delle possibilità.
• Deve essere chiaro con se stesso, rimanere in movimento, e avere fatto i propri compiti a casa.

Le richieste che vengono rivolte a un conducente si coprono con un profilo di richieste


che ci si aspetta da un buon terapeuta: competenza sulla materia, capacità di sensibilità
umana e l’elaborazione dei propri temi. Un costellatore, secondo le opinioni degli
intervistati, deve cogliere il senso di ciò che avviene davanti agli occhi di tutti, che
però risulta solo passo dopo passo seguendo una certa logica interiore. Deve poter
distinguere l’importante dal non importante. Allora potrà intervenire nel posto giusto e
in modo mirato, ad esempio con frasi che aiutano il paziente a chiarire dei rapporti
conflittuali oppure a stringere maggior contatto con componenti traumatizzate scisse.
I pazienti non si aspettano compassione, né spavento per i loro destini di vita, nessuna
azione affrettata per aiutarli. Necessitano palesemente di qualcuno che crei un ambiente
sicuro, che li conduca con pazienza e senza giudicarli attraverso un processo difficile,
spesso intriso di paura e vergogna, nel momento che si aprono e lasciano emergere
sentimenti dentro di loro che normalmente hanno soppresso e nascosto di fronte ad altri.
La paura di una ritraumatizzazione incontrollata è sempre presente e c’è quindi
maggiormente l’esigenza che il costellatore sappia quello che fa. Sembra che i
costellandi sentano quando il costellatore è impegnato più con i suoi problemi
personali che con i loro. Con qualcuno del quale non si fidano, che non conoscono o del
quale non hanno già sentito delle cose positive non farebbero nessuna costellazione.
Un’ intervistata ha detto espressamente che la sua fiducia in me si è instaurata grazie al
fatto che ha visto come io stesso ho fatto una costellazione per me stesso. Disse: “Credo
che solo se qualcuno fa questo lavoro per sé e lavora con se stesso, possa guidare bene
una costellazione”.

La funzione del gruppo


Al gruppo viene attribuita una funzione essenziale nella costellazione. Da esso possono
venire scelti i rappresentanti e anche coloro che non agiscono come rappresentanti
durante la costellazione sostengono l’intero processo. Le seguenti affermazioni sono
state fatte dagli intervistati riguardo al significato di un gruppo.
• Deve essere sufficientemente grande per dare la possibilità a delle costellazioni complesse.
• In un gruppo grande è molto di aiuto se c’è un’alta percentuale di persone esperte di costellazioni.
• Devo sostenere il tutto. Deve essere un dare e un prendere reciproco, un sentimento di appartenenza.
• Non deve esserci nessuno che disturba e che non è adatto al gruppo.
• Devo avere fiducia negli altri del gruppo. È bene se li conosco già.
• Devo sentirmi accettato dal gruppo.
• Il gruppo deve sostenermi affinché io mi possa mostrare a nudo.
• Necessito di un’atmosfera dove sentirmi protetto.
• L’atmosfera del gruppo è molto terapeutica quando emergono tristezza e sentimenti forti.
• Non importa se singoli partecipanti del gruppo sono rappresentanti oppure se sono seduti nel cerchio esterno.
Ognuno aiuta ad avere la sensazione di essere sostenuto attraverso la costellazione.
• Nel gruppo vedo che le mie problematiche personali non sono così fuori luogo come avevo sempre pensato. Altre
persone hanno simili problemi e non sono solo con tali storie astruse.
• Il gruppo è come il grembo materno, nutre e ci accudisce finché non nasciamo e possiamo respirare e vivere da soli.
• È sufficiente condividere con il gruppo l’esperienza profonda durante un seminario. Un ulteriore contatto dopo non è
necessario.

Da parte dei nostri intervistati vengono poste anche delle alte aspettative al gruppo.
Esso deve trasmettere una sensazione di protezione e di fiducia. Una parte degli
intervistati sottolinea che gli piace se ci sono molti esperti di costellazioni nel gruppo.
Un’altra parte trova però meglio se può ricorrere a dei rappresentanti che non sono così
esperti di costellazioni. In ciò viene espresso una certa paura che esperti in
costellazioni possano mettere troppo in gioco le proprie intenzioni e i loro preconcetti.
Il gruppo svela l’anonimia nella quale molte presone vivono normalmente con i loro
problemi. In un gruppo di costellazioni diventa visibile che molte persone soffrono
simili situazioni e sintomi.
Che la percezione del gruppo e i suoi singoli partecipanti sia inerente a quanto si sia già
avanti nella propria evoluzione lo commenta un’intervistata:
Se partecipavo a gruppi nei quali erano presenti dei partecipanti che mi avevano totalmente infastidito, allora
questo aveva sempre qualcosa a che vedere con me. Il gruppo mi riflette sempre il mio mondo interiore. Lì poi
ci sono alcuni che mi piacciono molto, e altri che amo meno. Questo per me vuol dire che fin tanto mi succede
questo, ho in me delle componenti con le quali riesco a essere in chiaro e altre con le quali non sono d’accordo,
che non accetto e che non riconosco e che non hanno una buona vita con me. Ultimamente sono sempre solo in
gruppi dove vado d’accordo con tutti. Naturalmente ci sono sempre anche alcuni che mi piacciono di più, e
alcuni, che mi piacciono di meno, con i quali non ho tanti rapporti. Ma non posso dire che ci sono delle persone
che mi rendono difficile la vita. Una cosa così non mi succede più. E perciò il gruppo è qualcosa di importante.
Mi riflette molto. Lo trovo meraviglioso.

Altre condizioni di base


Esistono anche condizioni di base esterne che secondo le diciture dei nostri intervistati
sembrano opportuni per i gruppi di costellazione. A queste appartengono le seguenti.
Condizioni di luogo
• Deve regnare il silenzio (no rumore da traffico), ci si deve poter concentrare bene, la stanza deve essere abbastanza
grande, calda e luminosa.
• Le sedie devono essere comode affinché il stare seduti a lungo non diventi una tortura.
• L’ambiente non ha nessun ruolo per me.
Il vitto
• Che ci si curi anche del benessere fisico lo trovo fantastico.
• Ci vuole un’atmosfera nella quale ci si trovi bene e accolti.
Condizioni temporali
• Accordi presi riguardo alla puntualità e alla collaborazione devono essere rispettati da tutti.
• Deve esserci abbastanza tempo.
• Le intenzioni di coloro che mettono in scena devono essere pressanti.
• Se dura diversi giorni, allora prima o poi basta, se è solo una sera allora manca qualcosa.
• È sensato prendersi un giorno di ferie, ad esempio dopo un fine settimana di costellazioni, per poter continuare a
occuparsi in pace della propria costellazione.
Ambiente protetto
• È assolutamente importante l’obbligo della privacy.
Rilevanza
• È bene mettere in scena quando ho maturato il lavoro, e di non farlo solo per curiosità.

La maggior parte degli intervistati è d’accordo con la valutazione delle regole base
esterne per un seminario di costellazioni. È il compito del costellatore e degli
organizzatori del seminario di ottimizzare queste condizioni generali il più possibile.
Preparare se stessi bene per una costellazione e occuparsi di sufficienti possibilità a
lasciar reagire la costellazione dopo, appartiene all’ambito delle responsabilità delle
persone che fanno una costellazione per se stessi.
10.4 Quanto è affidabile il riflettere
dei rappresentanti?
Abbiamo posto un complesso di 27 domande differenziate su quanto siano affidabili i
rappresentanti nel distinguere l’estraneo dal proprio. 58 persone hanno risposto a
questa parte del questionario.
Abbiamo raggruppato la frequenza delle esperienze fatte da rappresentante. Risulta il
seguente quadro complessivo.
Frequenza di rappresentante Numero degli intervistati
da 1 a 10 volte 8

da 20 a 50 volte 13
da 50 a 100 volte 15
da 100 a 200 volte 24

Di seguito viene presentata la valutazione approfondita di quattro domande.


• Come entra un rappresentante nel suo ruolo?
• Come si accorge che viene investito da qualcosa di estraneo?
• Come può distinguere l’estraneo dal proprio?
• Cosa lo aiuta a sciogliersi nuovamente dal ruolo di rappresentante?

Entrare nel ruolo di rappresentante


I partecipanti a un seminario di costellazioni spesso intuiscono se vengono scelti per
questa costellazione e in questo ruolo oppure no.

Quando qualcuno espone la sua richiesta, si percepisce spesso che lì c’è qualcosa di spaventoso. Mi concentro
sull’ascolto. L’emozione mi può far entrare in risonanza, a volte sento che questo mi tira dentro, che questo ha a
che fare con me. Oppure sento un’agitazione, qualcosa mi risuona. Ci sono a volte dei partecipanti in un gruppo,
che già durante il racconto del paziente si sentono in un ruolo oppure durante una costellazione hanno la
sensazione di avere un ruolo nella scena: mi sento emotivamente legata fin dall’inizio o nel mentre. E se si tratta
di mettere in scena una persona, oppure un sentimento che mi assale letteralmente e io non vengo messo in
scena allora “raschio con gli zoccoli” e dico interiormente: “Prendi me per favore, ora vorrei entrare”.

L’assunzione di ruoli di rappresentante di regola non viene rifiutata dalle persone


chiamate. Anche se si tratta di ruoli difficili, ad esempio di un aggressore, sono
comunque pronti ad accettare il ruolo. Un’intervistata affermava di rifiutare un ruolo
solo se conosceva molto bene la costellanda e se le veniva chiesto di assumere un ruolo
principale (madre, figlia, sorella): “Non mi sentirei così libera per qualcosa di nuovo,
perché conosco già così tanto della sua storia”. Il fatto che si viene scelti espressamente
sembra essere importante: “Per me è importante, venire scelta in modo diretto e chiaro
come rappresentante, altrimenti diventa comune”.
Ho raggruppato le risposte su come qualcuno si rende disponibile per un ruolo di
rappresentante e come ci entra, nel seguente modo.
Raggiungimento immediato
• Non ho nessuna fase di accelerazione. Sono subito nel ruolo.
• Una volta necessitavo di tempi lunghi, oggi entro nel momento nel quale mi si chiede se voglio assumermi il ruolo.
• Posso aspettare finché si instaurano dei sentimenti. A volte arrivano subito, a volte no. Questo dipende dal ruolo, se
è importante per la costellazione oppure no.
Contatto fisico
• Spesso mi posiziono a gambe larghe per avere un buon contatto con il suolo. Prendo sempre il corpo come
strumento.
• Entro nel ruolo quando la persona che mi mette in scena mi tocca, mi guarda forse ancora una volta e quando sento
che per lei è una cosa seria.
• Per me è importante il contatto fisico. Se qualcuno mi mette in scena molto esitante, mi ci vuole un po’ più di tempo
per entrare nel ruolo.
• Sento molto attraverso le mani di chi mi mette in scena.
• Trovo sempre subito il ruolo a meno che non ci sia qualcosa di storto nella richiesta, se manca l’energia o mi viene
tolta.
Liberarsi interiormente
• Mi libero da ogni immaginazione e cerco di concentrarmi sul mio sentire quando sto al mio posto.
• All’inizio mi libero interiormente con del training autogeno.
• Devo chiudere gli occhi e respirare a fondo un paio di volte, apro consapevolmente il mio chakra della corona e poi
in seguito va tutto velocemente.
• Chiudo gli occhi e sento dove vengo attratto e se ho delle sensazioni di caldo o freddo. Poi spesso emergono già i
sentimenti.
• Chiudo gli occhi per spegnere l’esterno e sento dentro di me. Ho bisogno di un po’ di tempo finché non raggiungo il
ruolo.
• Penso che si metta principalmente la propria personalità in una specie di sala di attesa e ci si riempie poi con il ruolo
di rappresentante.
Trance
• Mi vivo nel cerchio della costellazione e ho un rapporto particolare con gli altri. Il grande cerchio fuori e soltanto uno
sfondo sfuocato.
• Questo è uno stato nel quale sparisce tutto. Io poi sono in un altro stato.

La maggioranza degli intervistati racconta che tentano all’inizio di liberarsi per il ruolo
da rappresentante, di lasciare andare e di spegnere i propri sentimenti e i propri
pensieri che prima erano presenti non appena entrano nel cerchio della costellazione.
Vogliono esserci per la costellazione e vogliono far succedere qualcosa con se stessi
senza fare loro stessi qualcosa di proposito come ad esempio in un gioco di ruoli o un
teatro. Alcuni utilizzano immagini come “mi sento come un calice, che si apre e che
viene riempito di informazioni”, oppure “sono come una radio con un’antenna di
ricezione”, oppure “apro una specie di radar a 360 gradi”, oppure “è come se azionassi
un interruttore”. Per segnalare il cambio tra una partecipazione normale e un ruolo di
rappresentante e per avere una buona postura e un buon radicamento, molti si tolgono le
scarpe, tolgono il portamonete dalla tasca dei pantaloni oppure appoggiano gli occhiali.
La maggior parte degli intervistati sono del parere che il raggiungimento di un ruolo
abbia per loro qualcosa a che fare con il ruolo stesso. A volte sembra succeda in una
frazione di secondi, già quando qualcuno viene scelto come rappresentante ed è ancora
seduto nel cerchio, a volte dura da uno a cinque minuti e poi ci sono dei ruoli che si
sviluppano solo lentamente. Può essere anche che non si senta niente all’inizio. Anche
questo viene vissuto dagli intervistati come appartenente al ruolo, se sanno che ci sono
delle componenti che non percepiscono nulla, che bloccano qualcosa e che
rappresentano una protezione difronte a dei sentimenti traumatici.
Il processo decisivo per molti è l’ascolto delle sensazioni fisiche. Per alcuni le
informazioni essenziali si trasmettono attraverso le mani di colui che mette in scena.
Percezioni elementari fisiche come calore o freddo sono per loro le porte d’ingresso
nel processo del rappresentante.
Se durante delle costellazioni prolungate il focus della costellazione si allontana da un
rappresentante, questo può avere la sensazione momentanea di non essere più nel ruolo,
ma: “Se il ruolo lo esige, ritorno dentro molto velocemente”.

Venire investiti da qualcosa di estraneo


Su come gli intervistati colgono la differenza tra il proprio stato d’animo e le
caratteristiche mentali “estranee” che appartengono alla persona rappresentata, ci
ragguaglia il seguente elenco.
Sintomi fisici
• Sintomi fisici nuovi e insoliti, ginocchia che si piegano, dolori, sentimenti di aggressione, libidine che sento d’un tratto
nei confronti di qualcuno verso il quale prima ero neutro.
• Mi spavento, mi viene la pelle d’oca, mi viene caldo, vorrei sedermi, sento un peso sulle spalle.
Stati emotivi straordinari
• Se emerge la sensazione che ciò che sto sentendo continua ad agire, malgrado io pensi che sia una stupidaggine.
• Io ero in un ruolo di una madre che continuava a ridere, malgrado la situazione che si stava svolgendo attorno fosse
molto tragica. Ma nel ruolo dovevo comportarmi inevitabilmente così, anche se cercavo di sopprimere la risata. Ma
non funzionava, mi sentivo completamente pazza. Io personalmente mi sentivo molto a disagio.
• Io una volta avevo accettato un ruolo da rappresentante di un uomo che in guerra era stato dichiarato per morto in
concomitanza di un’epidemia. Nella bara poi si è alzato e ha continuato a vivere. L’uomo, tornato poi dalla guerra,
ha picchiato sua moglie e i suoi figli. Questo era il problema. Quando ero nel ruolo non ho sentito più nulla. Niente
più. Ero completamente morto. Uno stato d’animo che per me è completamente inusuale. Mi sono reso conto che
dovevo picchiare, per avere una qualsiasi possibilità di sentire qualcosa in me. Picchiare era l’ultima possibilità di
sentire ancora me stesso. Questo, devo dire, mi ha impressionato profondamente.
• Io ad esempio sono scoppiata in lacrime malgrado in fondo non sapessi nulla della situazione.
• Nel ruolo a volte sembra che ci sia una potenza pazzesca a fianco o dietro di te.
Comportamenti inusuali
• Quando d’un tratto faccio delle cosa che personalmente non farei mai.
• Quando percepisco da un cambiamento di postura di non essere più me stesso. Penso diversamente, sento
diversamente, mi muovo diversamente.
• Quando percepisco d’un tratto l’impulso di muovermi. Devo fare un movimento che normalmente non vorrei fare.
Immagini che si impongono
• Quando si sviluppano sentimenti e immagini così spontaneamente senza che io rifletta o che pensi questo o quello,
ma che fluiscono semplicemente attraverso di noi e fuori di noi.
• Quando mi impietrisco oppure quando ho d’un tratto dei sentimenti oppure non ho sentimenti, se mi sento attirato
verso qualcuno nella costellazione oppure respinto. Quando arrivano d’un tratto pensieri, immagini e sentimenti.
• Io allora vedo delle immagini oppure un paesaggio o vengo travolto da ondate di sensazioni che in fondo non hanno
nulla a che vedere con la mia situazione normale di quando ero seduto nel cerchio.
Esperienze di relazioni straordinarie
• Entro in relazione con delle persone estranee, anche se non le conosco e io stesso mi sento come viene richiesto nel
ruolo, un bambino, un uomo, un padre ecc.
Percezione energetica
• Visto che prima mi sono svuotato, so che ora mi investe qualcosa di estraneo.
• Sento nella mia energia la presenza di un’altra, una seconda energia dentro di me. Non sono solo io stesso, ma si è
aggiunto qualcos’altro in me. E questo io lo posso distinguere.

Gli intervistati percepiscono in maniera più netta l’essere entrati in un ruolo di


rappresentanti se dentro di loro emerge qualcosa che non appartiene alla loro
consuetudine, o in modo sostanziale oppure non appropriato allo stato vissuto prima
della costellazione. La cosa più convincente per loro sono dei forti sentimenti fisici che
si instaurano subito dopo essere stati messi nella costellazione:

All’inizio di un ruolo da rappresentante sono prevalentemente delle reazioni fisiche come, pressione sul petto o
nella testa. Poi arrivano delle emozioni come allegria o tristezza.

Anche la percezione di impulsi di movimento (movimenti rotatori, andare verso


qualcuno, scappare ecc.) hanno un ruolo importante. Seguire un impulso di movimento
rende i rappresentanti particolarmente sicuri di essere stati colti da qualcosa di
estraneo. Assecondare questo movimento significa anche “spegnere la testa”:
Tempo fa, non potevo assecondare così i movimenti. Questo mi rendeva insicuro. Nel frattempo cedo al
movimento e mi accorgo che io stesso non l’avrei fatto così. E per questo sono sicuro che è un movimento che
non è mio. Se entro di più nel movimento, spegnendo la testa, questo mi dà la sicurezza in assoluto.

Secondo la teoria della scissione della psiche, questi sono per ciò soprattutto sentimenti
che appartengono alle componenti traumatizzate del paziente i quali vengono percepiti
più intensamente dai rappresentanti e che trasmettono a loro la sensazione di essere
colti da qualcosa di estraneo.

Distinguere l’estraneo dal proprio


Come può un rappresentante distinguere ciò che appartiene a lui stesso da ciò che
appartiene al paziente e al suo sistema psichico?
Gli intervistati hanno dato in parte delle risposte molto differenziate.
Certezza fondamentale
• Io qui non ho dubbi, in me c’è un atteggiamento di fiducia il quali mi assicura di percepire ciò che è presente nel
ruolo. Non sono con le mie cose.
• Si viene sempre scelti perché c’è anche una nostra propria componente. In seguito poi riconosci la tua parte.
• Se sono in un ruolo di rappresentante è come essere al cinema. Anche lì ho più distanza verso l’estraneo che verso
il proprio.
• Sento emozioni che mi sono estranee, ho l’esigenza di fare delle azioni o di dire delle cose che non sono mie. Sento
che ciò non è mio. La mia propria personalità va nel retroscena come uno spettatore che si ritira in platea. Mi sento
un po’ come un traduttore che traduce. Io sono solo il trasmettitore o il canale attraverso il quale fluisce
l’informazione.
Percezione della differenza
• Ci sono sempre delle leggere differenze tra il proprio e l’estraneo che arriva dal ruolo.
• Prima sento me, poi l’altra energia e posso così distinguere tra me e l’altro. Quando poi sono incerto posso sempre
tornare da me stesso e distinguere.
• Sono consapevole di entrare dentro al ruolo anche con le mie cose e mi accorgo quando viene toccato qualcosa di
mio.
Percepire le similitudini
• Quando sento delle similitudini con me stesso le osservo, lascio poi andare il proprio e mi concentro di nuovo
sull’estraneo.
• Quando mi accorgo che assomiglia al proprio, che c’è una similitudine, allora il pensiero se ne va di nuovo, posso
spegnere ciò che mi appartiene e sono di nuovo nel ruolo. Se però arrivo a una situazione limite, ad esempio, dove in
un ruolo dovrei urlare e non lo posso fare per me stesso, allora il pensiero del proprio rimane sempre presente.
• Quando avverto delle similitudini con qualcuno che ha subito dell’abuso sessuale, non percepisco tutto allo stesso
modo dalla A alla Z. Una volta ho vissuto una situazione dove ero il bambino interiore il quale cercava l’io adulto e
poi subito dopo ero l’io adulto che voleva andare dal bambino interiore. Entrambe le volte ho pensato: ah, è così
allora dentro di me. Era più un riconoscere dove potevo riconoscere: ah, così allora è dentro di te. Era come un
risveglio o come un comprendere. Non è che io dica, sono io questo e con questo poi rivesto la situazione. Ma dalla
situazione nella quale mi trovavo come rappresentante mi sono capita meglio io stessa. Era molto istruttivo vivermi
una volta nei miei elementi. Non erano tanto le similitudini di me che avevo rivestito ma più il ruolo di rappresentante
mi aveva aiutata a capirmi. E anche lì erano solo degli scorci.
Poter cambiare di qua e di là
• Entro in contatto con qualcosa che è già presente. Io posso anche sentire dentro o fuori e chiedermi se questo è
qualcosa di mio o del ruolo.
• Devo solo respirare a fondo una, due volte e poi il proprio si ritira e l’altro può di nuovo essere presente. Il mio
proprio può di nuovo andare via se viene percepito.
• Me ne accorgo se degli atteggiamenti spontanei non sono proprio estranei ma piuttosto inconsueti e mi osservo da
solo nel ruolo di rappresentante; una parte di me lo commenta a volte dall’esterno e si meraviglia, che lo si potrebbe
vedere anche così come lo si sta vivendo o formulando in quel momento nel ruolo di rappresentante.
Riferimento verso gli altri rappresentanti
• Se divento insicuro, ridivento sicuro attraverso l’interazione con gli altri rappresentanti, nel guardare gli altri.
• Le reazioni degli altri mi mostrano: è giusto o non è giusto. Sono anche pronto, se porto troppo del mio, a dire: un
momento, ora c’è qualcosa che non va da me.
• Rifletto ciò che è nella posizione, verso l’esterno, indipendentemente dal fatto se posso decidere se è mio o qualcosa
di estraneo. Indipendentemente da ciò, per prima cosa lo rispecchio. E se ho la sensazione che è mio, allora lo
nomino prima di tutto per renderlo chiaro al costellatore e per ricevere una risposta dagli altri che sono dentro. A
seconda della reazione degli altri mi diventa molto chiaro, se è mio o estraneo. E finora è sempre stato così che, se
da me c’è qualcosa di simile, apparteneva comunque sempre alla costellazione.

Per distinguere l’estraneo del ruolo dal proprio e personale ci vuole innanzitutto
percezione per il proprio. Di poter sentire questo proprio, tutti gli intervistati sembrano
esserne sicuri. Per questo motivo all’interno di un processo di costellazioni può
succedere che si alterni in qua e in là tra il proprio e l’estraneo. Fondamentalmente la
maggior parte degli intervistati è però del parere che il ruolo abbia a che vedere anche
con loro stessi, altrimenti non sarebbero stati scelti per esso.

Non ne sono certo se tutto ciò che ci assale in questi ruoli di costellazione abbia in un certo senso anche a che
fare con noi stessi. Quindi, io finora non ho mai avuto un ruolo dove avrei potuto dire “questo è qualcosa di
totalmente diverso”, “questo non ha niente a che vedere con me”. Questa esperienza non l’ho ancora fatta. Ho
sempre avuto un qualche punto che si agganciava alle mie cose.

Gli interrogati non hanno problemi fondamentali con le similitudini tra i propri processi
e ciò che percepiscono come estraneo nel ruolo di rappresentante, ma dispongo per se
stessi di molteplici possibilità di separare il proprio dall’estraneo.

Nel bel mezzo appare d’un tratto il riconoscimento. Eccoci, ora sono qui. Almeno finora ho avuto la sensazione
di aver sentito che due cose si fondono insieme e dove il mio è ben presente. Allora interiormente mi richiamo
all’ordine e mi dico: “Ora il mio retrocede un po’, ora faccio qualcos’altro, oppure, ora sono nel ruolo.
Riconosco, che è in gioco il mio. ma se il mio desidera prendere troppo il sopravvento, allora in quel caso non
glielo permetto.

Un intervistato era del parere che quando era insicuro, lui aspettava:
Se sono insicuro, se introduco troppo del mio, io aspetto e valuto se torna l’impulso. Aspetto circa tre volte e poi
lo esprimo.

In particolare sono sensazioni fisiche, e meno immagini e immaginazioni che servono


alla maggior parte dei rappresentanti per tornare a essere sicuri e di distinguere il
proprio dall’estraneo.

Se ho la sensazione di esaltarmi in qualsiasi immagine o associazione che ho imparato da qualche parte o che ho
letto in qualche romanzo, divento cauto e mi affido piuttosto alle mie sensazioni fisiche o all’essenza di questo
sentimento. Non mi piace molto entrare nelle immagini, ma preferisco rimanere nella sensazione perché le
immagini sono a volte esteriori e spesso troppo drammatiche e deviano dall’essenziale.

Quindi sembrerebbe che per gli intervistati non si tratti tanto di ignorare o addirittura di
negare che il proprio del rappresentante possa emergere in un ruolo. Nel momento che
viene riconosciuta questa possibilità e che il rappresentante lo percepisca anche
durante la costellazione perde per la maggior parte il suo carattere di disturbo e di
messa in dubbio del metodo delle costellazioni. Diventa quindi piuttosto un momento di
sostegno di tutto il procedimento. Sembra esista una tendenza fondamentale di non voler
mescolare il proprio con l’estraneo e per ciò di essere particolarmente cauti a non
imporre nulla di proprio al ruolo:

Se il ruolo si copre con i miei propri problemi mi trattengo con le mie valutazioni e i miei commenti e rifletto se si
tratta veramente dell’altro o di me stesso. Attraverso la mia astensione e la mia attesa torna di nuovo la
chiarezza.

Se durante la costellazione i dubbi del proprio e dell’estraneo si mescolano, vengono


spesso messi da parte per potersi concentrare completamente sul ruolo. Il sentimento è
per la maggior parte degli intervistati il criterio più importante nel valutare se sono
ancora nel ruolo. Si accorgono che, quando una costellazione ristagna e non arriva alla
soluzione, cercano delle soluzioni nella loro testa.

L’unica cosa che definirei estraneo in un ruolo di rappresentante, sarebbero le mie proprie costruzioni di
pensieri.

La soluzione in una tale situazione consisterebbe di tornare di nuovo nel sentimento e di


sentire se stessi.
Un’altra strategia, quando appaiono delle insicurezze sul controllare che ciò che si
percepisce nel ruolo di rappresentante sia qualcosa di significante per esso, consiste
nell’orientarsi alle reazioni degli altri rappresentanti:
Ci sono cose che mi sono talmente estranee che all’inizio non oso dire. A volte viene detta una parola chiave da
qualcun altro, la quale mi dà conferma. Oppure se la parola chiave non arriva, allora mi rivolgo con la domanda
verso gli altri rappresentanti. Se poi da qualcuno arriva una conferma allora sono sicura anch’io di ciò che sento.

In questo complesso di domande è tornato chiaro il ruolo della conduzione della


costellazione. Ripetutamente viene indicato che viene lasciato al conduttore, secondo le
sue esperienze, il ruolo di filtrare ciò che porta avanti il processo della costellazione.
Viene percepito come utile se il conduttore stesso ha fiducia nell’intero processo,
resiste e non vuole imporre delle proprie idee:

Il conduttore deve essere in grado, di condurre la costellazione. Io devo avere la sensazione che lui si fidi del
processo e che ascolti i rappresentanti. Non deve introdursi e controllare, cioè voler far valere le sue
immaginazioni nella costellazione.
Io devo avere la sensazione che lui si fidi del processo e lo sopporti. Lui si deve aprire completamente al
processo e comunque guidare.

Essenziale appare per i rappresentanti che il costellatore non giudichi le loro


affermazioni. Questo darebbe a loro la sicurezza di accettare il ruolo ed esprimere tutto
ciò che in esso si manifesta a percezioni e impulsi.
Se in un ruolo emergono dei sentimenti particolarmente profondi, questi vengono capiti
da alcuni intervistati come propri. Se c’è una maggior insicurezza, se in un ruolo si
mischiano d’un tratto il proprio con l’estraneo, allora alcuni si rivolgono al conduttore.
Nell’esprimersi avviene spesso un chiarimento interiore che dà la possibilità alla
costellazione di continuare. Se emerge troppo il proprio argomento, esiste ancora la
possibilità di uscire dal ruolo:

Se mi accorgo di non poter più separare ciò che è personale e ciò che è nel ruolo, allora esco semplicemente.

Se quindi i rappresentanti devono superare bene questo compito difficile, di


differenziare con molta sicurezza tra il proprio e ciò che appartiene al ruolo, di non
mescolare il proprio con quello di un paziente e di lasciarsi andare profondamente nel
ruolo, allora sembrerebbe abbiano bisogno del proprio spazio libero e non devono
venir criticati dal conduttore o da altri partecipanti del seminario per ciò che
esprimono.

Il conduttore in sé non è importante per me. Per me è solo importante quanto spazio libero mi dà. Quindi, come
e da quale motivazione lui conduce la costellazione. Io nel frattempo ho conosciuto molti conduttori. Ci sono
costellatori che utilizzano il podio per giocare al “re”. Questo è terribile. Poi ci sono alcuni che sono insicuri.
Anche questo è terribile. Con ciò non posso farci assolutamente niente. Poi ci sono alcuni che manipolano in
giro come dei pazzi. E ti dicono ciò che devi fare e ciò che devi lasciare. Anche questo è molto terribile. Per
poter raggiungere la profondità, questo funziona solo se si ha la libertà di muoversi come si vorrebbe. Non mi
devo sentire criticata dal conduttore. Se succede una cosa del genere lo trovo catastrofico.

Nella stessa direzione va la seguente risposta:

Se mi posso esprimere pienamente così come sono e mi sento e non vengo frenata, bloccata e criticata, allora
penso che la costellazione possa andare bene. Io trovo che il conduttore è una figura molto decisiva. Credo
anche che se non si lavora con amore allora non può mai venire fuori qualcosa di buono. Di ciò sono
profondamente convinta.

Nel frattempo, nella mia funzione di conduttore sono certo che la guida in un processo
così altamente complesso non possa avvenire in prima linea attraverso controlli e
direttive. Una costellazione è un sistema aperto con molteplici gradi di libertà e
decisioni singole il quale limita le possibilità di scelta.
Queste limitazione devono venire dalla logica interiore del sistema stesso messo in
scena e si propagano attraverso la scelta di decisioni del rappresentante. Come
conduttore ho fiducia che questo sistema conduca di suo verso una soluzione del
conflitto mentale se lo si lascia sviluppare prima di tutto nella sua complessità e non lo
si limiti nella sua molteplicità e vivacità già all’inizio con delle strutture di pensiero
unidirezionali. Come potrei io come conduttore, ad esempio, decidere quali
affermazioni di un rappresentante hanno più a che vedere con il suo proprio che con
quello del ruolo assunto? Non addosserei allora le mie immaginazioni, quindi il mio
proprio, alla costellazione? Come dovrei sapere già all’inizio in cosa consiste il vero
problema del paziente? Si necessiterebbe allora ancora una costellazione?
Anche io sono spesso in ruoli di rappresentante e tutte le volte mi domando se ciò che
sento e come mi comporto poi nel ruolo possa effettivamente avere a che fare qualcosa
con la struttura mentale del paziente oppure no. Da parte della mia ragione non ne sono
mai certo completamente, ma lascio che avvenga ciò che emerge dentro di me in un
ruolo di rappresentante, ciò che sente il mio corpo e come si vorrebbe muovere.
Un’esperienza particolarmente impressionante è stata per me quando ho dovuto
rappresentare la componente di sopravvivenza di una paziente. Nella costellazione
c’era anche una rappresentante per sua madre e una componente che era legata in modo
simbiotico con essa. All’inizio percepivo come questa componente che rappresentavo
cercasse invano di entrare in contatto con la madre. Questa stava girata in là, con la
schiena verso di me e io dietro di lei facevo dei passi in avanti e in dietro, ma non
riuscivo ad avvicinarla. Poi dovevo chiudere gli occhi e mi si chiuse la bocca. Ero
sempre più al buio e isolato. La mia mano destra iniziò a tremare di colpo. Dovevo
respirare sempre più forte. Mia madre sembrava sentire questo respiro e reagiva
difendendosi. Lei mi voleva far sparire sempre di più (più tardi si constatò che proprio
questo mio respiro le ricordava l’abuso subito da parte di suo padre). Ora sapevo
definitivamente che non c’era più nessuna possibilità di venire accettato da mia madre.
Il mio corpo iniziò a tremare, vibrare e muoversi sempre di più. Era come se mi
dovessi liberare da questa vecchia struttura che mi teneva prigioniero nella mia
oscurità. Lottavo, muovevo le mie braccia e le gambe e scuotevo il mio corpo, finché
non riuscii a riaprire gli occhi e liberarmi dalla mia paralisi e dall’immobilità.
Respiravo profondamente, mi girai lentamente, via dalla scena con mia madre e l’altra
parte di me che era rimasta attaccata a lei. Ero esausto, affamato e assetato. Per fortuna
trovai nella stanza qualcosa da bere. Il bere mi diede la forza di allontanarmi ancora di
più e finalmente raggiunsi una finestra che aprii e da dove potei guardare fuori e nel
mondo. Questo fu come una liberazione, ma già dopo un po’ mi prese freddo. Avevo
terribilmente freddo davanti a questa finestra aperta. Ora avevo sì della distanza da
questa situazione pesante con mia madre, ma ero anche completamente solo e
abbandonato. Non potevo andare più né avanti né indietro.
In questo ruolo di rappresentante, in contatto con la madre del paziente, ero finito in uno
stato di traumatizzazione e mi ero poi salvato attraverso una scissione. Il paziente di
questa costellazione mi scrisse ancora la sera stessa una mail:

Grazie mille per la costellazione! Questa era la prima volta che ho compreso nelle mie due componenti ogni
frase, ogni respiro, ogni freddo e ogni emozione; le ho vissute e mi sono sentito completamente compreso. Era
incredibile. Quando respiravo io, anche tu lo facevi in sincronia e viceversa, così come A (la rappresentante per
l’altra componente) con il suo freddo. Io in questo momento sono molto triste, ma calmo e rilassato. Nessuna
lotta e nessuna resistenza. Semplicemente calmo e rilassato. Ora comprendo molto bene queste parti e mi
comprendo bene con i miei sentimenti nel contesto con tutte quelle donne del mio passato. d’un tratto ha un
senso.

Quando più persone della stessa famiglia lavorano con le costellazioni, si aprono le
possibilità di trarre dei paragoni. Nell’esempio seguente della nostra intervista, madre
e figlia potevano paragonare le loro esperienze di costellazioni che hanno fatto
separatamente in diversi gruppi:

Ho parlato con mia figlia che fa tante costellazioni e dove nelle sue costellazioni le mie storie hanno sempre
avuto un grande ruolo. Mi sono confrontata con lei e ciò è stato molto buono per me, perché lei ha vissuto nelle
sue costellazioni le stesse cose che ho vissuto io nelle mie. Succedono le stesse cose; in questo eravamo
unanime.

Volere aiutare?
Nel ruolo di rappresentante emerge anche il desiderio di voler aiutare il costellando? A
questa domanda molti rispondono di conoscere bene questa esigenza di voler aiutare ma
che, come rappresentanti, evitano di entrare in un ruolo di aiutante o addirittura
terapeuta. Attraverso il voler aiutare, alla fine non viene dato un buon servizio a colui
che mette in scena. Molti degli intervistati prendono qui spunto dalla loro esperienza
con altri conduttori con i quali hanno vissuto i loro ruoli di aiutanti:

La mia “sindrome di aiutante” nel frattempo l’ho già guarita. All’inizio quando ho incontrato il lavoro delle
costellazioni pensavo che il senso della cosa fosse aiutare il costellando. Poi ho anche vissuto il fatto che nelle
costellazioni veniva inscenato molto per aiutare. Lentamente mi è diventato chiaro che questo non era aiuto, ma
solo una messinscena. E in questo mio ruolo non ero per niente felice perché avevo la sensazione di dare ciò
che sentivo, ma che “creavo” anche qualcosa che non sentivo. E questo non va bene. Poi ho avuto una
discussione con una conduttrice che mi disse: “Tu nel tuo ruolo, devi fare così e così”. Io le ho detto: “No,
questo non lo faccio perché per me questo non è in sintonia con ciò che sento”. Da quel momento avevo
riconosciuto che in fondo non si tratta di fare un help garden in una costellazione ma di guardare e mostrare la
verità. Anche se la verità non è allegra. Da allora mi è chiaro: io rifletto ciò che sento. Io non insceno nulla
perché non è di aiuto a nessuno.

Uscire da un ruolo di rappresentante


A volte capita che, in un gruppo di costellazione, qualcuno nel cerchio esterno mostri di
colpo delle violenti reazioni e senta come se fosse dentro alla costellazione, anche se
non è stato chiamato come rappresentante. Alcuni addirittura premono di poter entrare
subito nella costellazione. Per il costellatore questa è una situazione ambigua. Da un
lato è sicuramente così che il partecipante all’esterno percepisce qualcosa che è anche
presente nella costellazione, ma che non viene ancora rappresentato da nessun
rappresentante. D’altra parte si può presupporre che in questo partecipante, tramite la
costellazione, è stato toccato qualcosa di nascosto nei suoi strati mentali più profondi e
che introduce molto di questo suo nella costellazione attualmente in atto. Di regola,
quindi, prego il partecipante di trattenersi e di osservare cosa sta succedendo dentro di
lui. Partecipanti che, da un tale punto di partenza, entrano in una costellazione hanno,
secondo le mie osservazione, alla fine della costellazione, difficoltà a uscire
nuovamente dal ruolo. Nel lasciare il ruolo poi si mostra quanto loro siano incollati a
qualcosa che appartiene al proprio sistema familiare.
L’uscire da un ruolo di rappresentante, perciò, è un elemento essenziale del lavoro con
le costellazioni. La paura di rimanere incastrati in un ruolo è giustificata. I rituali di
rilascio sono una componente necessaria e integrante nel mio lavoro con le
costellazioni. Dagli intervistati nella nostra prova abbiamo ricevuto un elenco di
indicazioni di come sperimentano il rilascio dal ruolo di rappresentante e cosa gli è di
aiuto.
Il poter lasciare subito il ruolo
• Io sono subito fuori perché non è mio.
• Con la fine della costellazione torno di nuovo nel mio proprio ruolo.
Lasciar scemare il ruolo
• A volte non voglio uscire dal ruolo. Ho la sensazione di voler ancora guardare per un po l’argomento; alla fine se ne
va da solo.
Rilasciamento da parte del costellando
• Che il costellando mi rilasci e mi dica che io sono nuovamente io esprimendo il mio nome.
• Che ci si dia le mani, che eventualmente ci si abbracci ancora una volta. Anche il discorso dopo la costellazione
nelle pause è per me un grande aiuto.
• Il costellando deve seriamente riprendersi tutto. Lui si prende il suo e io tengo il mio.
Propri metodi dei rappresentanti
• Mi rilascio da solo dal ruolo.
• Aria fresca, risedersi sul proprio posto nel cerchio oppure lasciare la stanza.
• Respirare, respirare; anche questo è questione di esercizio.
• Io fisicamente ne esco nuovamente facendo un paio di movimenti.
• Scrollo il ruolo da me o faccio una doccia col pensiero.
• Ciò che mi aiuta a sciogliermi consapevolmente è di bere molta acqua, di picchiettarmi, fare un passo indietro,
sfregare il viso.
• Mangiare qualcosa, soprattutto dolci, e bere.
• Mi immagino una luminosità purificante per liberarmi nuovamente interiormente.
• Mi inchino davanti a colui, il quale ruolo ho assunto. Poi sono subito di nuovo me stesso.

Molti rappresentanti possono assumere molto velocemente e intensamente la


prospettiva interiore di una persona che rappresentano in quel momento. Possono uscire
anche relativamente velocemente dai ruoli assunti.
La maggior parte, secondo i risultati della nostra inchiesta, non ha nessun problema.
Rituali di rilascio (il costellando ringrazia il rappresentante o lo chiama di nuovo con il
suo nome), scrollare il corpo, immaginare di “sfilarsi” il ruolo, arieggiare
sufficientemente la stanza dopo una costellazione, appartengono alle pratiche che
vengono percepite utili dai rappresentanti per uscire da un ruolo.
Entrare nei ruoli e uscirne nuovamente sembra essere, secondo le affermazioni dei
nostri intervistati, una questione di esercizio. Più spesso si è rappresentanti e più
costellazioni si fanno, più risulta facile lasciar andare un ruolo.
Se qualcuno rimane per più tempo imprigionato in un ruolo, allora questo spesso ha a
che vedere con la sua propria storia e gli eventi nella sua famiglia di origine. Per
tornare a uscire dal sentimento nel quale è rimasto prigioniero sarà utile che lui
riconosca le similitudini.
Il caso più lungo nel quale sono rimasto incastrato in un ruolo è durato un ora. Finché non ho scoperto: “Un
attimo, ma questi sono sentimenti che ha mia madre!”. Nel momento in cui ho formulato questa frase dicendola
anche a un’amica con la quale stavo parlando, è scomparsa subito l’emozione. Io ero di nuovo me stesso.

Può anche succedere che in una costellazione non è stata trovata una chiara soluzione e
per questo il rappresentante rimane fermo in un sentimento. Un intervistato racconta:
“Avevo una gran rabbia fino al giorno dopo perché la costellazione non l’aveva
risolta”.
Un’esperienza molto interessante sulla difficoltà a uscire da un ruolo di rappresentante
la racconta una intervistata. La sua storia mostra che i rappresentanti possono
rappresentare due aspetti di una persona allo stesso tempo e perciò devono venire
rilasciati da entrambe le componenti di questa persone.

Io ero in un ruolo di madre. In questa costellazione è stato aggiunto l’ex marito, cioè il padre della costellanda.
Quindi c’erano la madre e il padre, divorziati già da 20 anni ma che avevano avuto, dico così, un matrimonio
tragico. Colei che aveva messo in scena, mi ha congedata dal ruolo della madre, perché mi aveva messa in
scena per essa. Mi sentivo però ancora completamente nel ruolo di moglie. Quindi era come un doppio ruolo.
Lei mia aveva sì, messo in scena come madre e poi nuovamente rilasciata, ma poi per due giorni non riusciva a
uscirne. Così ho telefonato alla persona che aveva messo in scena e le ho detto: “Per favore rilasciami ancora
una volta per telefono dal ruolo”. Lei mi ha detto: “Sì, ti rilascio dal ruolo di mia madre”. Poi ho detto io: “Dimmi
il suo nome e dimmi: io ti rilascio dal ruolo di M” (la madre si chiamava M). Lei disse: “Ti rilascio dal ruolo di
M”, e poi tutto era scomparso. Quindi, per una qualche ragione, nella costellazione si era formata una completa
scissione dentro di me ed ero stata rilasciata solo da uno dei ruoli e dall’altro no, perché nessuno l’aveva
realizzato.

Possono anche avverarsi dei problemi quando ci si sfila dal ruolo di rappresentante di
persone fortemente scisse:

Io rappresentavo una personalità scissa con una componente molto strutturata e capace di vivere in una
componente mentale malata. Questa scissione mi ha trattenuta e appesantita ancora per diverso tempo.

Quando per una persona che è pesantemente traumatizzata viene messo in scena solo un
rappresentante, si può osservare chiaramente come quest’ultimo cambi di colpo da una
componente all’altra durante la costellazione: ad esempio dall’io traumatizzato all’io di
sopravvivenza. Da quando capisco meglio questi processi faccio mettere in scena fin
dall’inizio delle componenti diverse di personalità, allo scopo di prevenire il pericolo
che i rappresentanti poi si alternino in qua e in la tra le varie scissioni di una persona.
Anche per i rappresentanti è più chiaro dover interpretare solo una parte di una persona
scissa. Quando abbiamo fatto le interviste avevo appena iniziato a lavorare con questo
nuovo modo.
Vantaggi delle costellazioni per i rappresentanti

Quando delle persone si mettono a disposizione per altre, questo diventa un grande
servizio per il processo di guarigione interiore. La prontezza, come la vivo in tutti i
miei seminari, a svolgere questo servizio, non sarebbe presumibilmente così grande e
spontanea se l’acquisizione di ruoli di rappresentante non fosse contemporaneamente
anche un grande guadagno personale per tutti i partecipanti all’incontro. Motivi altruisti
e l’occuparsi di se stessi possono completarsi a vicenda:

Perché sono rappresentante? Il motivo principale è di farmi qualcosa di buono. Le costellazioni sono l’unico
luogo dove imparo con la testa e con il sentimento. Lì non ci arrivo con l’apprendimento normale. Per me si
tratta di comprensione con sentimento, di connessione tra testa e sentimento.

Le costellazioni aprono una visuale nel mondo di altre persone. Rendono comprensibile
qualcosa al quale finora non si ha avuto accesso. Sono, secondo l’opinione di molti
intervistati, il campo di apprendimento per eccellenza per la vita interiore umana.

Mi fa bene vivere dei sentimenti, siano essi positivi o negativi, non ha importanza. Posso entrare in un ruolo e
vivere ciò che sento.

Malattie psichiche diventano comprensibili attraverso esperienze di rappresentante:

Io poi nel ruolo sono totalmente depressa e penso: “Ah, così allora appare il mondo di una persona totalmente
depressa”. È un esperienze bella, affinché poi vi si possa nuovamente uscire e non si debba continuare a vivere
dentro di essa.

Un intervistato afferma che la sua immagine del mondo e delle persone si è ampliata
attraverso i ruoli di rappresentante:

È difficile da descrivere, ma dopo una giornata di costellazioni ho la sensazione di avere condiviso delle
esperienze con tante persone. Come se avessi preso esperienze e conoscenze da tutti i sistemi nei quali ho
partecipato. Dopo un seminario di costellazioni ho la sensazione di avere raccolto così tante esperienze
intraumane come in una vita intera. Sono diventato consapevole anche di argomenti molto specifici. Così, dopo
una costellazione, ho potuto cogliere per la prima volta l’essenza della depressione; che la tristezza di una
persona può passare a un’altra. Cogliere emotivamente questa esperienza e viverla – come con un libro – mi ha
dato tanto. Inoltre ho imparato molto sui rapporti intraumani. Grazie a ciò mi spiegavo meglio anche la mia
propria vita. Procedimenti che originariamente non riuscivo a capire bene, ora iniziavo a sentirli. Le esperienze
dalle costellazioni erano per me così preziose, perché conoscevo già molte procedure mentali dagli almanacchi
psicologici, però non le avevo comunque interiorizzate. Attraverso i ruoli da rappresentante potevo percepire e
sentire queste procedure. Che tesoro di esperienze! Oltre a questo, le costellazioni mi hanno reso più sensibile
alle relazioni intraumane. Giudico meno e rispetto molto di più le persone accanto a me. Il lavoro delle
costellazioni mi ha aiutato ad ampliare le mie capacità empatiche. È cambiata anche l’immagine fondamentale
dell’essere umano. Vedo molto in relazioni più ampie. Soprattutto ciò che riguarda i mie figli: significa badare
all’autenticità, non sotterrare dei segreti di famiglia e quindi evitare dei pesi mentali inutili.
Per molti rappresentanti è particolarmente indicativo quando si trovano in ruoli
riguardanti i propri genitori, sia con una madre traumatizzata verso la quale il bambino
non trova l’accesso, oppure con un padre che abusava sessualmente.

Io ad esempio ero in un ruolo dove mi sono accorta solo dopo, che alla fine la causa era mia madre. Nel ruolo
non me n’ero resa conto. Solo dopo mi sono accorta che così doveva sentirsi mia madre. Era importante per me
in quanto nel ruolo non avevo nessuna possibilità di avvicinamento al bambino perché io come madre ero
traumatizzata. Sentirsi così come si sente un altro è come avere un accesso al mondo dei sentimenti, delle azioni
e dei pensieri di un altro. Questo in me produce anche compassione o comprensione.

I ruoli da rappresentante trasmettono, secondo le affermazioni degli intervistati, anche


un accesso alle proprie componenti mentali che finora non sono state comprese
chiaramente:

A volte poi mi trovo in ruoli nei quali ho la sensazione di essere in una delle mie componenti scisse. In un
qualche modo si riceve un’idea come: “Ah ecco, così reagisce una componente mia”. Alla fine è come un
viaggio nel proprio interiore. In un qualche modo ci si comprende meglio. Si riesce a unire meglio i pezzi del
puzzle. Si ha semplicemente più comprensione, più conoscenza e anche più trasparenza e grazie a questa una
possibilità verso la guarigione.

I ruoli di rappresentante nelle costellazioni sembra possano trasmettere una conoscenza


che va molto oltre alla comprensione intellettuale perché il sentimento viene coinvolto
fin dall’inizio:

Dai ruoli di rappresentante ricevo delle nuove dimensione per determinati sentimenti. Con ciò anche una
conoscenza più profonda, ma non solo una conoscenza di testa, ma una conoscenza nel sentimento. Non lo
posso formulare o chiamare diversamente – ad esempio la “rabbia” non ha soltanto una faccia, ma molte
facce.

Corpo, sentimento e ragione in questo processo di apprendimento sembrano unirsi in un


modo particolare:

Qui si tratta di sentimenti, di poterli differenziare, di avere un linguaggio e una consapevolezza per essi, una
conoscenza su ciò che succede qui, di cosa appartiene ai livelli di sviluppo, scissione e così via. Quindi, di avere
una conoscenza di fatti e di teorie e di sviluppare una conoscenza percettiva. Non si tratta solo di avere nella
mia testa delle qualsiasi teorie, perché ho imparato oppure ho letto qualcosa, ma perché la conoscenza, questa
consapevolezza, è legata con dei sentimenti, perché ho vissuto ciò che è scissione, ciò che è traumatizzazione.
Senza ruoli di rappresentante o senza ruoli di osservatore non comprenderei le connessioni di trauma e legame.
Sentirne soltanto parlare non si capirebbe. Il comprendere funziona solo se lo sento attraverso dei ruoli di
rappresentante, oppure se sono nel cerchio di fuori e lo posso vivere come osservatore. Così le conoscenze
teoriche diventano per me molto più comprensibili. Se ad esempio, trattandosi di scissione e io sono una
componente scissa e vivo ciò di cui un’altra componente non sa nulla, oppure vedo il funzionamento delle
scissioni dal cerchio di fuori, allora la posso anche capire. Altrimenti non la comprendo. Un libro non mi
basterebbe.
10.5 Nuove informazioni sulle costellazioni
Nelle costellazioni familiari spesso emergono cose nuove difficilmente afferrabili con
altri metodi terapeutici. Con il mio metodo speciale di lavorare con le costellazioni
affiorano maggiormente eventi traumatici di un sistema familiare che finora erano scissi
dalla consapevolezza e che rappresentano l’origine di conflitti relazionali e di sintomi
mentali e fisici e che iniziano a diventare comprensibili solo ora. Questa forse è la
ragione per la quale, nei miei seminari, vengono proprio quei pazienti che sono alla
ricerca delle cose nascoste nella loro famiglia.
Per il lavoro terapeutico con questo metodo rivelatore si pone quindi la domanda
essenziale, se le indicazioni di eventi fin lì nascosti, resi tabù, tenuti segreti, rimossi e
scissi dalla consapevolezza di un paziente che emergono in un processo di
costellazione, possa essere veramente avvenuto in tale modo. Ci si aggiunge la
domanda come i pazienti che fanno una costellazione possano maneggiare una tale
informazione per loro nuova ed emotivamente spesso molto difficile. Possono accettare
come dato di fatto ciò che si mostra nella costellazione? Devono lasciarla così com’è?
Aspettare e vedere cosa succede nella loro anima con questa? Devono fare delle altre
indagini e raccogliere delle prove? Interrogare i loro parenti? Ricercare nei registri o
nei libri delle chiese? Fare dei test genetici in segreto? Confrontare i loro famigliari
non le loro nuove scoperte o supposizioni? Accusare gli aggressori?

Il tipo di nuove informazioni


50 dei 71 nostri intervistati hanno risposto alla terza parte del nostro modulo e hanno
dato informazioni su quali nuove rivelazioni sono emerse per loro tramite una o più
costellazioni e come in seguito alla costellazione hanno trattato questa nuova
informazione.
Nella maggior parte dei casi il contenuto delle nuove informazione avevano come tema
“abuso sessuale”. In 17 interviste (34%) le persone interrogate affermarono che la
costellazione mostrò che, o loro stessi nella loro infanzia erano stati abusati dal proprio
padre o dal nonno (8 casi), oppure le loro madri, una sorella o la nonna da bambine
erano state vittime di abusi sessuali. In un caso venne fuori come informazione nuova
che la nonna in guerra era stata violentata dai soldati.
Il secondo punto sulle informazioni nuove era il tema dell’incerta paternità. Per 11 casi
(22%) della nostra prova è stato così. In 10 persone riguardava il proprio padre, in un
caso il padre della sorella. L’argomento dell’incerta provenienza si riferiva in un caso
ai genitori della madre, in un altro caso ai genitori della bisnonna (incesto?) e in un
ulteriore caso alla provenienza ebrea della famiglia che durante il periodo nazista in
Germania era stata nascosta per paura.
Il terzo punto riguardava l’uccisione di famigliari, in prima linea l’uccisione di bambini
(9 casi, cioè il 18%). In un caso ci sono stati moltissimi aborti nell’intera famiglia
materna dei quali non era mai stato parlato, in altri due casi sono stati uccisi dei
bambini provenienti probabilmente da relazioni di incesto o di abuso sessuale, in altri
due casi sembrava che la madre avesse ucciso i suoi figli per odio e sovraffaticamento.

Trattamento delle informazioni nuove

Qui di seguito vengono fatti degli esempi di casi riferiti a diverse categorie
problematiche, soprattutto per mostrare come gli intervistati hanno trattato la loro nuova
situazione.
Abuso sessuale
• È emerso l’abuso tramite il proprio padre: “Prima di tutto ero sconvolta e insicura.
Lentamente mi sono poi abituata a ciò. Oggi non ho più così tante paure e in molte cose
della mia vita giornaliera sono diventata più coraggiosa, mi limito di più e divento
lentamente più stabile. Ad esempio percorro più spesso l’autostrada, cosa che una volta
non avrei mai fatto.”
• Abuso proprio e abuso della madre: “Io poi ho cercato di vedere mia madre sotto la
luce di una persona traumatizzata. Questo mi ha fatto avere più compassione e
comprensione. In riferimento al mio abuso sessuale cerco di non trasmettere a mia figlia
dei pesi vecchi. Da allora non ho più iniziato dei rapporti con uomini che avrebbero
portato alla ripetizione del fatto.”
• Abuso da parte del proprio padre: “Dopodiché, non successero tantissime cose. La
relazione con mia madre è cambiata. Direi che è diventata più ravvicinata. Ma questo
poi avviene solo nel processo, sei mesi fa era ancora molto difficile. La relazione con i
miei figli è cambiata totalmente. I miei figli ora sono molto più vicini a me e me lo
dicono anche. Mia figlia, ad esempio, un anno fa diceva ancora: ‘Mamma, io ti sono
completamente vicina, ma tu non lo sei a me’. E ora dice: ‘Ora mi sei completamente
vicina’. Io sento molto forte la scomparsa di un peso sui miei figli. Ho una percezione
completamente diversa della vicinanza. Una volta pensavo di poter stare totalmente
vicina alle persone, cioè, compagni, figli ecc. E oggi vedo che ho un problema. Ma da
quando riesco a vedere questo, non ho più nessun compagno e in riferimento ai miei
figli: da quando lo vedo in modo realistico, sono molto più vicina a loro. È cambiato
anche il fatto che vedo i ‘rapporti’ in modo molto diverso, cioè, i rapporti di coppia.
Ora posso riconoscere che tutte le mie relazioni si sono rotte perché la mia bambina
interiore ha sempre cercato di trovare dei legami. Questi ovviamente non me li
potevano dare i compagni.”
• Abuso della madre: “Quando ho chiesto a mia madre, lei mi ha detto che non era
vero. Una settimana più tardi poi ha detto, sì è vero. Questo mi ha dato più sicurezza e
fiducia nel metodo delle costellazioni. Questo, in fin dei conti, mi ha permesso di uscire
qualche passo dalla mia terribile confusione. All’inizio ho registrato tutto solo col
pensiero. Nel frattempo lo posso, almeno a volte, guardare con i miei veri e giusti
sentimenti.”
• La sorella è stata abusata dal padre: “I giorni seguenti alla costellazione erano
pazzeschi. Questo era, penso, la prima volta in vita mia, che non potevo più dormire. Il
tutto era uno shock. Nel tempo a seguire stavo meglio giorno dopo giorno. Ora non mi
tocca più, è semplicemente qui. Ed è così com’è stato e ora attualmente nella vita
quotidiana mi dico: ‘Non ho più nessun ruolo’. A parte quando ho un contatto con i miei
genitori. Quello ora è molto più rilassato. Prima c’era un enorme tensione tra di noi.
Questa non c’è più ora. Il rapporto in sé non è cambiato, e sapendolo ora è più
semplice trattare con loro. Posso maneggiarlo meglio. Non mi appesantisce più. Non
devo andare sicuramente dai miei genitori con i miei problemi. Loro non cambieranno
mai. Ma io ora posso avere miglior riguardo.”
• Testimone dell’abuso sulla sorella: “Io spesso avevo il problema del crollo della
mia pressione, vedevo nero davanti agli occhi e cadevo. Nella costellazione è venuta
alla luce una situazione di abuso alla quale, a quanto pare, ho assistito, quando la mia
matrigna abusava della mia sorellastra. La costellazione per me era assolutamente in
sintonia, e dopodiché ero completamente sollevata.”
Traumi di guerra
• La nonna è stata violentata in guerra da un soldato russo: “Mi aiuta a capire che
mia madre ha un disturbo di prima infanzia. Quando lei va in crisi non lo devo più
vedere come un fatto personale. Posso allontanarmi col pensiero e rimane solo la
tristezza. Non devo più pormi in dubbio.”
• La madre è pesantemente traumatizzata da eventi di guerra: “Io avevo sempre dei
conflitti con i miei titolari e ho riconosciuto come ciò risultava dalla mai relazione
materna, quanto io fossi senza orientamento e senza meta, perché mia madre rifiutava
delle parti di me. Questo gioco poi l’ho continuato con la mia titolare. Riconoscere
questa dinamica mi ha sollevata molto e poi mi sono cercata un centro di terapia per
poterla elaborare.”
Provenienza incerta
• Il padre ha un altro padre : “Ho chiesto a mia madre se poteva essere vero. Lei me
l’ha confermato: ‘Sì, sarà così e per questo lui era in collegio e non veniva accettato da
sua madre e nemmeno da suo padre’. La situazione per me era così verosimile e in
sintonia che era molto purificante. Il risultato è che ho fatto pienamente pace con mio
padre e so che devo ancora lavorare al sentimento, di non essere desiderata e che anche
i miei figli lo portano.”
• Sospetto che il padre non sia quello biologico: “Io ho vissuto la costellazione come
veritiera. Un test genetico, per confermare ciò oppure no, non l’ho fatto. Mia sorella era
completamente irritata e mio fratello ha detto che questo confermava solo ciò che lui
aveva percepito già in passato.”
• Figlio del padre che è stato tenuto segreto: “Io poi ho trovato delle prove, denunce
sul pagamento degli alimenti, mio padre doveva pagare. Ho anche telefonato alla madre
del bambino. Ho cercato di parlarne con i miei fratelli ma poi ho vissuto ogni tipo di
bugie e di rifiuti.”
• Falsificazione dell’atto di provenienze per non dare prova della provenienza
ariana durante il periodo nazista: “Avevo già da molto tempo il sospetto che mio
nonno materno fosse di provenienze ebree. E questo si è confermato nelle costellazioni.
Alle mie domande, questo fatto prima veniva negato fortemente da mia madre. Dopo
queste costellazioni non l’ha ammesso chiaramente, ma le sue formulazioni o i racconti
erano tali, da poter capire che è così, che lui fosse di provenienza ebrea. Questo
significa poi anche, che lui è un padre diverso da quello che è scritto nelle carte. Noi
qui parliamo di mio nonno materno. Questo era il periodo del Terzo Reich. Il padre di
mia madre era appartenente alle SS, suo fratello era delle SS e perciò era necessario che
fossero di provenienze ariana. È per questo che in origine non c’era nessuna
registrazione dell’atto di nascita, secondo le affermazioni di un parente, e anche
secondo le affermazioni poi di mia madre. Originariamente non c’era nessuna
registrazione dell’atto di nascita o nel registro della chiesa. Nel Terzo Reich il
‘cosiddetto’ padre è stato aggiunto, il quale poi era ariano perfetto. Nelle costellazioni
si è visto quello che avevo sospettato fosse il padre biologico di mia nonna. E dai
racconti più avanti, dopo le costellazioni, ho potuto confermare che ciò era corretto.
Cioè che questo uomo ebreo fosse mio nonno. E non quello che era stato registrato. Qui
si aggiunge anche che due bambini di questa parentela ebrea sono sopravvissuti alla
fine del Terzo Reich nella cantina della mia famiglia. E per me era semplicemente un
grande sollievo sapere che il mio sentimento era giusto. E non quelle voci che mi
volevano ‘correggere’ dall’esterno e che mi hanno spinta nell’angolo del mio
‘sentimento e nella mia consapevolezza pazza’. Questa era la cosa più rilassante di tutta
la storia. Semplicemente un ulteriore passo verso di me e verso la fiducia nei miei
sentimenti. In principio ci sono due segreti: che da un lato c’è quest’altro, questo padre
ebreo. E poi nelle seguenti costellazioni si è anche mostrato che ci sono gli aggressori, i
nazisti, nella nostra famiglia. Questa è un’ipoteca sulla mia famiglia. Ma ora è così. Io
non devo più lottare per le ‘vittime’ e contro gli ‘aggressori’. Per me si tratta di trovare
sempre nuovamente questa terza posizione. E lì, guardandoci meglio in tutti questi anni,
mi accorgo per me stessa che non vuol dire prendere una posizione, conquistarla una
volta e poi tenerla per così dire. Ma è sempre una nuova taratura. È troppo semplice
per me schierarmi dalla parte delle vittime e a volte è anche semplice stare dalla parte
degli aggressori. Esistono entrambi i lati nella mia famiglia. Questo tema di vittima-
aggressore vale anche per me. Io ero vittima ma sono anche già stata aggressore. E si
tratta di guardare entrambi i lati. Di sentire entrambi. E farne qualcosa di diverso.
Questo è un processo faticoso ma molto buono, sì, molto prezioso.”
Uccisione di bambini nel sistema famigliare
• Molti aborti: “Si è mostrato che da parte di madre, nella famiglia ci sono stati molti
aborti. Grazie a questo mi sono resa conto della tematica di mia madre. Il rapporto è
diventato un po’ meglio malgrado sia ancora difficile emotivamente, con sensi di colpa
e sentirsi sotto pressione. Ma sono in parte più libera.”
• La sorella della madre nata in guerra è morta per cause incerte: “Il modo in cui la
nonna dice che non riesce a ricordarsi mi conferma che lì c’era qualcosa, ma cosa non
me l’ha confermato. Io ho la sensazione che è stato qualcos’altro di quello che si è visto
nella costellazione. Suppongo che un rappresentante abbia messo qualcosa di suo nella
costellazione. A mia madre ho detto di impegnarsi con il lavoro delle costellazioni, ma
delle mie scoperte non le ho detto niente, perché suppongo che le svaluti come ‘false’ e
si chiuderebbe, finché non le vive lei in prima persona. Questo fatto me lo spiego in
quanto ho dei grandi malesseri riguardo la dipendenza e l’autorità e sto molto attenta
all’autarchia. Visto che sospetto che tale malessere provenga da questa storia, mi
chiedo, nel momento che divento consapevole di esso, se effettivamente è giustificato
oppure se si basa su questa storia vecchia.”
• La sorella della madre è morta da piccola, non di morte naturale, ma è stata
annegata: “Io sapevo di aver avuto una zia che si chiamava come me e sapevo che era
morta bambina a due o tre anni. Mi era stato detto che era morta di enterite. Nella
costellazione è venuto fuori che invece era stata uccisa in acqua. Per me questo era
molto in sintonia visto che avevo questi sintomi. Non potevo portare delle collane
strette o dei pullover attillati perché avevo sempre la sensazione di avere una stretta
attorno al collo. E anche quando ero in piscina o al mare avevo sempre la sensazione di
non poter andare molto in profondità nell’acqua. Potevo fare le immersioni ma non in
modo tale che l’acqua superasse le orecchie perché mi assaliva una sensazione strana.
E quando poi la rappresentante nella costellazione ha detto che veniva strozzata
nell’acqua, per me era assolutamente giusto. La mia voce interiore mi ha subito detto:
sì, questo è giusto. È stato lì che poi ho capito molti dei miei sintomi e sentimenti. Per
me era anche giusto il fatto che alcuni bambini non potevano nascere, quindi erano stati
fatti degli aborti. Questa sensazione l’avevo già molto tempo prima, quando ad esempio
ho avuto le mestruazioni per la prima volta, allora dovevo sempre piangere e avevo
sempre la sensazione che questo era un bambino che non poteva vivere. Questo sangue
doveva essere per un bambino. E tutto ciò non riuscivo a capirlo. Dopo la
costellazione, dove ho potuto apprendere tutto questo, mi è diventato chiaro perché
avevo sentito una cosa così. Una volta non avrebbe fatto senso per me. Ho sempre avuto
molto rispetto dei bambini. E dopo aver scoperto la storia ho ancora più rispetto nei
loro confronti, più rispetto della vita e in generale... quando vedo una persona allora
non vedo solo ciò che lei rappresenta, ma ho molto rispetto di fronte a tutta la storia che
sta nel suo sottofondo.”
• Omicidio della sorella della madre: “È durato per qualche costellazione finché il
fatto non è diventato chiaro – finché non è emerso chiaramente alla luce. È durato anche
un po’ di tempo finché lo potessi accettare. Poi ho chiesto a mia madre e lei lo ha
negato. Uno zio, il fratello di mia madre, è andato dal prete quando ha appreso da me di
avere un’altra sorella. Lui non ne sapeva niente di quest’altra sorella. Così poi ha
cercato nei documenti. C’era scritto di una misteriosa causa di morte, una morte in una
cava. Questa cava era di proprietà di questo assassino apparso nella costellazione,
assassino di questa zia veramente esistita a quanto è apparso. Quindi una parte della
famiglia sapeva che era esistita una zia, un’altra parte della famiglia non lo sapeva. E la
reazione spontanea di mio zio era poi: ‘Ah sì, è stata ammazzata’. Anche lui l’ha sentito
subito come giusto. Questa era una reazione spontanea, senza aver saputo che si trattava
di omicidio. È stata la sua reazione spontanea quando lesse della sorella che a suo
tempo era morta per circostanze misteriose. Era una sua reazione, senza sapere di più.
Mia nipote è anoressica. Io all’epoca avevo raccontato a sua madre dell’omicidio. Da
allora mia nipote mangia di nuovo e sta essenzialmente meglio. La madre della nipote
ne aveva subito parlato con la psicologa. Non si può provare nulla, ma sembra esserci
una connessione. Io lo vedo come conferma di qualcosa che ho sempre sentito, e per me
è un grande sollievo conoscere oggi la ragione. Prima era tutto diffuso, adesso è chiaro.
Per me è più semplice maneggiarlo ora. Prima non sapevo cosa dovevo scavalcare.
Con il tempo si diventa più chiari in generale e anche un po’ più posati, rilassati, meno
emotivi, e noi stessi produciamo meno conflitti. Si riconoscono i propri schemi, nei
quali si torna sempre nuovamente.”
• La nonna ha ucciso un suo bambino: “Che fosse stato ucciso un bambino è stata una
concretizzazione del mio sospetto. Questo fatto ha qualcosa di tranquillizzante, nel
senso che ora è finalmente presente. Durante la costellazione ero del tutto sconvolta.
Anche a causa di componenti che si mostravano essere ‘pazze’, molto forti in mia
madre e interessate anche a me. Un’altra componente invece cercava in modo molto
deciso di tenere lontane entrambe. Io credo che questo fosse ‘l’aiuto’. Dopo la
costellazione ero tranquillizzata sul fatto che le mie percezione non fossero e non sono
‘pazze’.”
• La sorella maggiore non è di mio padre, lei è quindi la sua figlia primogenita, la
madre non è la figlia del nonno, la sorellastra della madre morta in circostanze
misteriose: “Dopo la costellazione ero molto inquieta e emotiva. Poi ho fatto delle
ricerche e ho addirittura trovato il nome del vero padre della mia sorellastra. Le sorelle
di mia madre erano informate sul fatto. Mia madre stessa rifiuta le informazioni. Ho
chiesto a mia zia di raccontarmi la verità. Ho interrogato entrambe le zie
indipendentemente l’una dall’altra e ogni volta ho ricevuto la stessa informazione. Ho
scoperto così il nome del padre della mia sorellastra. Lui però è già morto. La mia
sorella maggiore ha anche un aspetto completamente diverso da noi altri. A un incontro,
circa due mesi dopo la costellazione, mia sorella mi abbraccia e mi dice: ‘Io avevo
sempre la sensazione che tu fossi la più vecchia di noi sorelle’. Lei non sapeva nulla
della mia costellazione. Il risultato della costellazione per me è giusto e sto diventando
sempre più calma. La morte misteriose della sorella di mia madre è stata riconfermata
in un’altra costellazione. In generale il mio desiderio di morire è diminuito. Amici mi
confermano che sono diventata molto più sciolta. Ora sono contenta di me e della mia
vita!”
Varie
• Fratello nato morto, prima della nascita della paziente: “Questo mi ha commosso
profondamente e si è confermato anche da altri lati. Per alcuni giorni ero completamente
in contatto con questo fratello e gli ho fatto vedere semplicemente il mio mondo. Sono
ancora molto toccata quando ne parlo. In una costellazione successiva questa
informazione si è riconfermata. Lì erano in scena tutti i miei fratelli e sorelle, anche il
fratello nato morto.”
• La madre era estremamente violenta, quando la paziente era piccola: “Avevo delle
tensioni fisiche immense dentro di me che si manifestavano soprattutto in mal di
schiena, mangiarsi le unghie e digrignare i denti. Attraverso la costellazione mi sono
presa il permesso di potermi proteggere da lei. Dopodiché, interiormente ero molto
contenta, le mie unghie crescono di nuovo e ho anche il coraggio di mostrare di più la
mia parte femminile. Poi ho anche iniziato una terapia individuale nella quale si è
confermato il risultato della costellazione, che mia madre mi aveva traumatizzata con la
sua eccessiva aggressività.”
Incertezze permanenti
• Per tre intervistati c’è stata più incertezza che chiarezza da parte dalla costellazione:
due volte si è manifestato il fatto che la provenienza della madre era incerta (incesto?
bambina adottata?), una volta c’era, secondo notizie del giornale, un omicidio nella
famiglia, le cui circostanze e influenze indicavano sì il problema attuale della paziente,
ma poi non hanno portato a una soluzione soddisfacente per essa.

L’82% degli intervistati nella nostra prova ha trovato le nuove informazioni della loro
costellazione giuste, un altro 12% solo in parte. Come già detto, per il 6% le nuove
informazioni non erano in sintonia. Quando attraverso una costellazione viene alla luce
qualcosa che indica come violentatori, o addirittura assassini, dei componenti familiari,
per i pazienti e le loro famiglie sono questioni molto pesanti. Quindi è comprensibile
che componenti della famiglia, compagni o amici dei pazienti vedano come pericoloso
sottomettere ciò che si è visto in una costellazione a un’altra persona. Particolarmente
persone che non hanno esperienze proprie con le costellazioni, rifiutano piuttosto tali
informazioni oppure credono che le costellazioni proprio per quel motivo siano un
metodo poco serio.
I risultati in questo ambito del nostro studio mostrano però che la maggior parte degli
intervistati possono maneggiare molto bene la situazione nella quale sono venute alla
luce delle informazioni che attivano di regola i sentimenti di colpa e vergogna nella
loro costellazione. Nel 94% dei casi, gli intervistati hanno potuto ricavare qualcosa di
positivo per loro da queste nuove informazioni dopo una tale costellazione, e non hanno
avuto confusione. Anche se in molti casi non hanno ricevuto ulteriori conferme tramite
delle prove aggiuntive, per la maggior parte era un sollievo aver trovato una
spiegazione per i loro sintomi oppure si vedevano confermati nel fare affidamento ai
loro sentimenti che nella famiglia ci fosse qualcosa che non andava. Nel riconoscere e
nell’accettare il passato doloroso cresce, sembra, la chiarezza e la forza di lasciare alle
spalle il passato e di iniziare qualcosa di nuovo. La maggior parte degli intervistati si
riconcilia, dopo un certo periodo, con la propria storia e con quella della loro famiglia,
per quanto dolorosa, spaventosa o terribile essa possa essere. Dopodiché avevano una
sensazione migliore riguardo ai loro genitori e parenti e un rapporto più aperto rispetto
a prima della costellazione. Questo risultato, tutto sommato positivo, secondo me è
connesso anche con il fatto che tramite la costellazione non vengano alla
consapevolezza solo le traumatizzazioni familiari, ma contemporaneamente vengano
connessi dei processi curativi.
Le costellazioni sono forse uno dei pochi percorsi per rintracciare delle verità nascoste
nella famiglia e nella propria anima. Però da esse non ci si deve aspettare che siano uno
strumento per dimostrare oggettivamente ciò che è avvenuto in una famiglia o nella vita
di un paziente. Se ad esempio si mostra che la paternità di un bambino non è chiara, può
essere che questo bambino abbia un padre diverso. Però può anche essere che i
sentimenti di un paziente siano bloccati verso il proprio padre, perché l’amore di sua
madre non va verso questo uomo ma verso un altro, oppure addirittura, è irretita in una
situazione di abuso con il proprio padre, cosicché vede nel proprio figlio il padre
oppure un altro uomo. Se ad esempio le costellazioni in questo caso vengono interrotte
troppo presto, si può mostrare forse solo un primo strato della realtà mentale e quindi
anche solo una frazione della verità in tale sistema familiare. Con la paternità incerta
c’è comunque la possibilità del test genetico.
Quando in una costellazione emerge la domanda di cos’è successo in una famiglia, si
tratta in prima linea, secondo il mio punto di vista, dell’utilizzo di tali informazioni per
il processo terapeutico che sta facendo un paziente. Questo utilizzo è sempre soggettivo,
cioè davanti c’è sempre la meta che un paziente possa trovare per sé un chiarimento dei
suoi sintomi, sentimenti e immagini interiori per trovare la via d’uscita dalle sue
confusioni emotive e mentali, di capire le scissioni psichiche e che possa sciogliersi da
irretimenti pericolosi nella sua famiglia. Nella psicoterapia si forma, secondo le mie
convinzioni, un massimo di obiettività se viene dato il maggior spazio possibile alla
soggettività del paziente, affinché un essere umano possa svilupparsi, quanto
personalmente possibile, con tutti i suoi sentimenti, le sue immaginazioni e i suoi
pensieri e, ad esempio, si possa riconoscere nello specchio della costellazione. Se una
persona nella psicoterapia viene addirittura limitata da ciò che dovrebbe essere, da
divieti, dalla morale, da prescrizioni, da aspettative e anche da consigli benevoli di
come si dovrebbe comportare, non arriva veramente a se stesso. Solo se sa di essere
accettato dal suo terapeuta così com’è, può lentamente aumentare le sue capacità di
capire se stesso, di accettarsi così com’è e farne qualcosa per il suo futuro nella sua
autoresponsabilità. Solo chi è pronto ad assumere la responsabilità per la propria vita e
di non scappare per paura, rabbia, testardaggine o amore infantile da qualcosa, di
lottare contro qualcosa, di lamentarsi o voler salvare i propri genitori o qualcun altro,
impara a distinguere tra i propri sentimenti, immagini e pensieri e quelli dei suoi
antenati. Così poi cresce al di sopra dei suoi desideri immaginari e le illusioni e arriva
alla sua propria realtà, indipendentemente da quanto pesante possa essere stato il suo
passato.
10.6 Riassunto e discussione
Il progetto di ricerca ha portato una serie di risposte importanti alle domande poste.

• Le costellazioni hanno come metodo particolare della psicoterapia un sito speciale


per molte persone. Sono adatte in molti ambiti ad accogliere problemi mentali, che sono
spunti per delle terapie psichiche e di fare luce sulle basi più profonde e collegamenti
più ampi. Vanno oltre a ciò che è possibile nelle sedute individuali come diagnosi delle
cause e interventi terapeutici mirati. Aprono ai pazienti, in ambito protetto, l’accesso a
delle emozioni non più verbalizzabili che normalmente vengono soppresse e attualizzate
in modo non controllato soltanto in situazioni di crisi. Adempiono all’esigenza di
risolvere degli schemi mentali bloccati.
• Le costellazioni devono essere inglobate in un ambito adatto. Al conduttore di una
costellazione, da parte dei pazienti, vengono poste delle aspettative alte di competenza
sulla materia, affetto umano e una chiarezza interiore.
• Il gruppo di costellazione deve poter supportare gli argomenti spesso pesanti in un
processo di reciproco dare e prendere.
• I rappresentanti dispongono di differenti strategie di come entrare nel ruolo, come
rimanere nel ruolo durante una costellazione e dopo la costellazione, di come uscire
nuovamente da esso.
• Un criterio essenziale per i rappresentanti nel percepire di venire invasi da qualcosa
di estraneo, sono i sentimenti fisici e gli impulsi di movimento spontanei.
• I rappresentanti in un ruolo distinguono in modo diverso l’estraneo dal proprio. Il
proprio nel ruolo di rappresentante viene spesso co-osservato. È presente una grande
sensibilità sul non lasciare emerge in superficie il proprio. Perciò, a seconda della
persona, esistono differenti strategie.
• Per i rappresentanti è importante poter esprimere tutto ciò che emerge in quel
momento in un ruolo. Grazie a ciò risulta una chiara distinzione di lavoro tra i
rappresentanti e la conduzione della costellazione.
• I rappresentanti approfittano in molteplici modi, sia personalmente che specifico,
delle vicissitudini nel ruolo.
• Le costellazioni sono in grado di portare in superficie dei contenuti mentali finora
nascosti e scissi, i quali poi vengono vissuti dal paziente come appropriati.
• I pazienti, con le nuove informazioni che sono emerse nelle costellazioni, possono
relazionarsi meglio arrivando così a chiarire i loro sentimenti fino a ora diffusi.
Vengono capiti meglio e in modo essenziale i rapporti pesanti all’interno di una
famiglia. I vecchi conflitti non si rafforzano più, ma trovano delle soluzioni accettabili e
solide. I pazienti, con l’aiuto delle nuove informazioni, possono sciogliersi con più
facilità da irretimenti simbiotici pericolosi con i loro genitori.

Il test sugli intervistati in questa ricerca è altamente selettivo. Si tratta esclusivamente


di persone che hanno vissuto il mio modo di praticare il lavoro con le costellazioni e
vissuto in parte attraverso più anni di processi evolutivi. Per questo i risultati di questo
studio non sono generalizzabili su altri modi d’uso del metodo delle costellazioni.
In seguito ai feedback ricevuti da molti dei miei partecipanti ai seminari, il mio modo
di concedere molto tempo ai pazienti per sviluppare la loro richiesta per una
costellazione, sembra addirittura essere tanto inusuale quanto la libertà che hanno i
rappresentanti sotto la mia guida, di esprimere tutti i loro impulsi senza censure,
rispetto agli altri tipi di costellazioni che vengono fatte. Io mi sono deciso per questo
metodo perché nel corso del tempo mi sono accorto che i preconcetti o le indicazioni
standard, su ciò che i pazienti presumibilmente avrebbero bisogno o su ciò che
dovrebbero fare i rappresentanti, non sono all’altezza della complessità dei processi
mentali. Impediscono, secondo il mio parere, addirittura l’ulteriore sviluppo del
metodo delle costellazioni nel diventare uno strumento generale e altamente qualitativo
per un lavoro terapeutico. Sono convinto che il metodo delle costellazioni possa
sviluppare il suo pieno potenziale per processi di riflessione e risonanza solo quando i
procedimenti altamente differenziati, tipici per noi umani, non vengano distrutti dal
conduttore e manipolati sulla base di concetti non conclusi. Questa apertura può
sembrare rischiosa per il costellatore inesperto, ma alla fine i processi mentali non si
lasciano controllare dall’esterno oppure non si fanno comprimere in rigidi ordini
schematici. Essi cambiano se vengono percepiti e accettati come sono. Questo vale in
particolare per le componenti mentali che io chiamo “io di sopravvivenza”. Bisogna
andare incontro a loro con riconoscenza, pazienza e delimitazione rispettosa. Il
conduttore e il gruppo devono essere anche pronti a esporsi alla piena potenza delle
componenti mentali traumatizzate di un paziente senza entrare nel panico quando
appaiono all’improvviso e senza perdere le proprie sicurezze e i limiti di fronte al
paziente. Solo allora, secondo il mio parere, può riuscire la cosa apparentemente
impossibile che i pazienti trovino una strada per uscire dalle loro scissioni mentali a
volte abissali e che sembrano senza via di uscita.
La domanda se i rappresentanti possono rispecchiare in modo affidabile ciò che muove
interiormente il costellando, per una persona scettica, trova infine risposta non soltanto
in un risultato di ricerca, ma attraverso la propria esperienza come rappresentante. Così
è capitato a me stesso e così è capitato a molti altri che assumono per la prima volta un
ruolo da rappresentante. Quando d’un tratto nel ruolo di rappresentante ci si sente
invasi da sentimenti, pensieri e sensazioni fisiche estranei e non propri, allora inizia a
vacillare la propria certezza che una tale cosa possa essere possibile e si inizia a
realizzare che forse esistono più cose tra cielo e terra di quanto abbia potuto
trasmetterci la propria saggezza scolastica fino a ora.
Un’esperienza profonda può avvenire quando qualcuno fa una cosiddetta costellazione
coperta, cioè sceglie dei rappresentanti per le componenti di personalità o per persone,
senza comunicare a queste persone e al gruppo cosa esse rappresentano per lui. A chi
ha già osservato che i rappresentanti si comportano effettivamente così come le persone
o le componenti di personalità che dovrebbero rappresentate, svanirà più di un dubbio
sul fatto che i rappresentanti agirebbero puramente dal proprio interiore.
Come conduttore ho il privilegio di poter osservare esattamente il paziente che sta
seduto vicino a me in ogni costellazione. Nel corso di una costellazione fa sempre
continue affermazione come: “sì, mi sento esattamente così”, “esattamente come mia
madre”, “queste parole le utilizza sempre mio padre”. Mi capita raramente di vedere
che un cliente pensi che il comportamento del rappresentante non abbia niente a che fare
con lui o con la persona rappresentata. In una costellazione, ad esempio, una
rappresentante per la madre della paziente affermò: “Ho la sensazione di portare
ovunque dei gioielli, attorno al collo, alle dita....”. Il paziente rispose: “Questo è vero:
mia madre crea gioielli.” Un’analisi più precisa di tali osservazioni nella prassi, come
ad esempio la sorprendente affidabilità delle costellazioni coperte o del modo e della
frequenza di affermazioni congruenti di un costellando durante una costellazione, è
ancora aperta all’esame empirico. In relazione al metodo delle costellazioni esistono
sicuramente ancora molte cose interessanti da ricercare e scoprire scientificamente.
11. LO SGUARDO AL FUTURO

In mezzo a un’Europa traumatizzata da così tante guerre del passato, sono felice e grato
di vivere in questo tempo nel quale, in un periodo di pace relativamente stabile
possiamo guardarci con calma così tante cose nell’anima umana, ci possiamo sentire in
un’atmosfera relativamente sicura con il cuore aperto e riflettere senza avere delle
pressione ideologiche che provengono da istanze superiori. Causa costrizioni
economiche, molte persone non hanno trovato ancora un posto sicuro e nessuna
possibilità di lasciar andare il loro meccanismo di sopravvivenza a favore di un modo
di vivere più libero. Anche in futuro, malgrado il benessere relativo e la sicurezza
esteriore, ci saranno delle svolte del destino inaspettate. Ma al contrario delle persone
che sono nate due o tre generazioni prima, ci sono, secondo il mio parere, delle vie
d’uscita dalle esperienze traumatiche più realistiche, se ci sosteniamo vicendevolmente
malgrado le resistenze comprensibili ad accettare dei destini difficili ed eventi
traumatici nella nostra anima. Esperienze traumatiche non devono più essere per forza
tramandate dai genitori ai figli. Se guardiamo insieme cosa fanno le esperienze
traumatiche con noi e con tutte le altre persone che noi amiamo e alle quali vogliamo
bene, risultano nuove possibilità per un insieme migliore. Possiamo imparare che cosa
è veramente importante nella vita, come ad esempio uscire da una scissione e passare
meno tempo in uno stato di sopravvivenza. Come possiamo affrontare le nostre proprie
esigenze, senza dover manipolare le esigenze degli altri. Come possiamo lasciarci alle
spalle le strategie delle nostre componenti dell’io di sopravvivenza per trovare il
nostro proprio centro. Come possiamo, con uno spirito attivo e ben ancorati nel nostro
corpo con sentimenti sani, organizzare in modo sensato le nostre relazioni con altre
persone. Non limitandoci a sopravvivere, ma vivendo a pieno cuore e con tutta l’anima
nella consapevolezza della fonte inesauribile della vita. Affinché, malgrado tutta la
crudeltà umana, possa continuare a rinnovarsi l’amore dentro di noi.
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ILLUSTRAZIONI
Figura 1 – Lo sviluppo mentale integrato visto dalla prospettiva esterna e interna
Figura 2 – Scissione di una persona dopo un’esperienza traumatica
Figura 3 – Scissione dopo una seconda esperienza traumatica
Figura 4 – Spunti per scissioni orizzontali
Figura 5 – Spunti per scissioni verticali
Figura 6 – Scissione in un trauma
Figura 7 – Scissione in un trauma di perdita
Figura 8 – Scissione di un bambino in una situazione di trauma del legame in relazione alla madre
Figura 9 – Scissione del bambino in una situazione di trauma del legame dopo un abuso sessuale attraverso il padre
Figura 10 – Scissione in un trauma del sistema di legame
Figura 11 – Correlazioni tra teorie, metodi e persone durante una costellazione
INDICE
Copertina

Frontespizio

Colophon

Presentazione

Nota della traduttrice

Grazie di cuore!

1. Strappi profondi e piccole ferite

2. L’“anima”

3. Termini e concetti relativi alla scissione


3.1 Schizofrenico, ambivalente, lacerato, bloccato
3.2 Scissione e dissociazione
3.3 Approcci teorici al concetto di “molteplicità della psiche”

4.Trauma e scissione
4.1 Dissociazioni in situazioni di stress
4.2 Dissociazioni e stress
4.3 Reazioni traumatiche di emergenza
4.4 Suddivisioni e scissioni
4.5 Componenti sane
4.6 Componenti traumatizzate
4.7 Componenti dell’io di sopravvivenza
4.8 Scissioni multiple
4.9 Polarizzazioni estreme
4.10 Stabilità ed equilibrio
4.11 Basi fisiche per le scissioni

5. Forme di scissione
5.1 Trauma esistenziale
5.2 Trauma di perdita
5.3 Trauma di legame
5.4 Trauma del sistema di legame

6. Scissioni e irretimenti
6.1 Simbiosi pericolosa
6.2 Schemi di dipendenza infantile
6.3 Farsi carico delle scissioni dei genitori
6.4 Relazioni di coppia irretite
6.5 Irretimenti nella psicoterapia
6.6 Irretimenti nel lavoro sociale
6.7 Irretimenti maniacali

7. Vivere in modalità “sopravvivenza”


7.1 Attivismo
7.2 Sopprimere i sintomi
7.3 Eliminare le malattie
8. Guarigione interiore
8.1 Riconoscimento delle scissioni
8.2 Comprensione delle componenti scisse
8.3 Comprensione dell’organizzazione globale delle componenti
8.4 Ricostruzione della realtà
8.5 Guadagnare componenti di sopravvivenza per la terapia
8.6 Autoliberazione della componente traumatizzata
8.7 Frasi risolutive per i quattro tipi di trauma
8.8 Sciogliersi dalla dipendenza infantile
8.9 Fusione o affiancamento?
8.10 Vivere anziché sopravvivere
9. Il lavoro terapeutico con le costellazioni
9.1 Dalle costellazioni familiari a quelle del trauma
9.2 La complessità delle costellazioni
9.3 La prassi del costellare i traumi
9.4 Gli aspetti metodici delle costellazioni
9.5 I neuroni specchio
9.6 I fenomeni della risonanza del riflesso
10. Progetto di ricerca per il metodo delle costellazioni
10.1 Interrogativi della ricerca
10.2 Prove a caso e messa in pratica dei rilevamenti
10.3 Come vivono i pazienti le costellazioni
10.4 Quanto è affidabile il riflettere dei rappresentanti?
10.5 Nuove informazioni sulle costellazioni
10.6 Riassunto e discussione
11. Lo sguardo al futuro
Bibliografia
Illustrazioni
goWare <e-book> team
goWare è una startup costituita da autori, editor, redattori e sviluppatori che condividono la visione sul futuro delle
nuove tecnologie e la passione per l’editoria.
Raccogliere, selezionare e organizzare i contenuti allo scopo di renderli a portata di touch è la sfida quotidiana di
goWare come casa editrice digitale.
Operativamente goWare è costituita da due team: goWare <app> team, che si occupa di concepire e sviluppare
applicazioni per iPhone e iPad e goWare <e-book> team, specializzato in editoria digitale, creazione di ebook,
consulenza e formazione in campo editoriale. Il goWare team è composto da Roberto Avanzi, Elisa Baglioni, Mariarosa
Brizzi, Stefano Cipriani, Valeria Filippi, Giacomo Fontani, Mirella Francalanci, Patrizia Ghilardi, Francesco Guerri,
Mario Mancini, Alice Mazzoni, Alessio Orlando, Lorenzo Puliti, Maria Concetta Ranieri.
Manifesto di goWare
Il contenuto in digitale è un’altra cosa
Pensiamo che i contenuti digitali siano differenti da quelli distribuiti attraverso i media tradizionali, diversi nel formato,
nel design, nel pubblico che li fruisce.
Lavoriamo per valorizzare questa diversità, curando nel dettaglio la realizzazione di ebook ed enhanced book pensati
per un’esperienza di lettura autenticamente digitale.

“Surpass the print experience”


Non c’è bisogno di tradurlo, le parole del team iBooks della Apple suonano come l’11° comandamento. La chiave è la
generosità. Ci sono tanti piccoli-grandi accorgimenti per migliorare la lettura dell’ebook. Per esempio non c’è più il
vincolo della foliazione, si può essere generosi con l’interlinea, gli spazi, le paragrafature, i colori: la costipazione è finita,
coloriamo le parole e arieggiamo la pagina! È il vero trionfo della volontà sulla necessità.

Abbasso il piombo!
Gli ebook di goWare sono progettati e realizzati per vivere in un ecosistema digitale. Ci ispiriamo a Wikipedia: la lettura
digitale ha bisogno di link per farci spaziare da un contesto a un altro. È inoltre sincopata: la cementificazione del testo
è finita! Abbasso il piombo, viva il link. La partecipazione distratta non ci spaventa.

Il valore di un ebook non sta solo nel contenuto ma nella relazione


All’interno di un ecosistema digitale, il valore economico di un libro non sta più soltanto nella quantità di copie che il suo
editore/produttore riesce a vendere a un prezzo massimizzato, quanto nelle idee e nella relazione che riesce a creare
con il proprio pubblico e i media sociali, lavoriamo su questa relazione in modo che diventi il veicolo per costruire il
rapporto economico.

Siamo nomadi
Sia i nativi che gli immigrati digitali non sono per niente stanziali, sono nomadi, si spostano continuamente da un
dispositivo all’altro e da una piattaforma all’altra. I nostri contenuti sono pensati per spostarsi con loro.

Dillo subito, e con una narrazione possibilmente visuale


Curati, interessanti e veloci da leggere, gli ebook di goWare vanno al sodo e non contemplano solo il testo: la narrazione
visuale e quella musicale sono parte integrante della progettazione.

Dove stiamo andando?


«Where we going man? I don’t know, but we gotta go» scrive Jack Kerouac in On the road. Il team di goWare ha
sempre in mente queste parole da cui ha tratto anche parte del suo nome. Innumerevoli sono le incognite che gravano
sul presente e sul futuro dell’editoria digitale: nessuno sa bene dove approderemo, per ora occorre andare e occorre
sperimentare.

Salve, lettore globale


I nostri ebook sono rivolti ai lettori italiani esigenti che pensano globalmente, convinti che siamo tutti parte di un
medesimo insieme economico, culturale se non ancora linguistico: il mondo. La rivoluzione digitale significa prima di
tutto questo. Tutte le opinioni sono un patrimonio, meglio se differenti, ancor meglio se fuori dal coro.

Detto altrimenti...
... cioè con le parole della poetessa inglese Ruth Padel
Di’ addio al potrebbe-esser-stato [...]
vai perché sei vivo,
perché stai morendo o sei, forse, già morto
Vai perché devi.
goWare – Filosofia

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