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Civiltà dell'Oriente

2
LA PACE È OGNI PASSO
LA VIA DELLA PRESENZA MENTALE
NELLA VITA QUOTIDIANA
di
THICH NHAT HANH

3
Titolo originale dell'opera

PEACE IS EVERY STEP


THE PATH OF MINDFULNESS
IN EVERYDAY LIFE
(Bantam Books)

Traduzione di
LETIZIA BAGLIONI

© 1991, Thich Nhat Hanh. Published by arrangement with Bantam


Books, a division of Bantam Doubleday Dell Publishing Group, Inc.
© 1993, Casa Edtrice Astrolabio - Ubaldini Editore, Roma.
Thich Nhat Hanh

LA
4
PACE
è
OGNI PASSO
la via della presenza mentale
nella vita quotidiana

Ubaldini Editore - Roma


Prefazione di Sua Santità il Dalai Lama

Sebbene il tentativo di portare la pace nel mondo attraver-


so la trasformazione interiore degli individui sia arduo, non c'è
altra via. Ovunque io vada esprimo questa convinzione, in-
coraggiato dalla buona accoglienza che trova presso persone di
varia estrazione sociale. La pace va coltivata innanzitutto nel-
l'individuo. E a mio avviso il fondamento della pace è nell'a-
more, nella compassione, nell'altruismo. Quando simili qualità
hanno messo radici nell'individuo, egli è in grado di creare
un'atmosfera di pace di armonia, atmosfera che può essere
allargata ed estesa dall'individuo alla famiglia, dalla famiglia
alla comunità e infine al mondo intero.
La pace è ogni passo delinea appunto questo itinerario. Thich
Nhat Hanh parte dall'attenzione al respiro e dalla consapevo-
lezza dei piccoli gesti quotidiani per poi mostrarci come
applicare i benefici della consapevolezza e della concentrazio-
ne per trasformare e guarire stati psicologici difficili. Infine egli
ci mostra il legame che intercorre fra la pace interiore, indivi-
duale, e la pace del nostro pianeta. È un libro estremamente
valido, che può cambiare la vita degli individui e della nostra
società.
Introduzione del curatore

Stamattina, mentre facevo una passeggiata lenta e consa-


pevole nel verde di un querceto, è sorto all'orizzonte un sole
fiammante rosso-arancio. Mi ha fatto subito ripensare all'India,
dove due anni fa accompagnammo Thich Nhat Hanh in visita
ai luoghi storici della predicazione del Buddha. Una volta
eravamo diretti a una grotta nelle vicinanze di Bodh Gaya; ci
fermammo in un campo fra le risaie e recitammo questi versi:

La pace è ogni passo.


Il fulgido sole rosso è il mio cuore.
Ogni fiore sorride con me.
Quanto verde rigoglio tutt'intorno!
Com'è fresco il soffio del vento!
La pace è ogni passo.
E fa gioioso il sentiero senza fine.

In questi versi è racchiusa l'essenza del messaggio di Thich


Nhat Hanh: la pace non è qualcosa di esterno che bisogna
inseguire o conquistare. Vivere in consapevolezza, rallentare i
ritmi, godere di ogni passo e di ogni respiro è sufficiente. La
pace è già presente in ogni passo; se camminiamo con questo
spirito, a ogni passo ci spunterà un fiore sotto i piedi. I fiori ci
sorrideranno davvero, augurandoci buon viaggio.
Ho conosciuto Thich Nhat Hanh nel 1982 a New York, in
occasione del convegno "Reverence for Life". Ero uno dei primi
buddhisti americani che incontrava; rimase affascinato dal
fatto che il mio aspetto, i miei abiti e in certa misura anche il
mio comportamento non fossero diversi da quelli dei novizi
vietnamiti che aveva educato per un ventennio. Quando
Richard Baker-roshi, il mio maestro, lo invitò a San Francisco
7 per l'anno seguente a visitare il nostro centro di meditazione,
accettò con gioia; ebbe inizio così una nuova fase nella vita
straordinaria di questo monaco gentile, "un incrocio fra una
nuvola, una lumaca e un macchinario industriale: un'autentica
personalità religiosa", come lo definì Baker-roshi.
Thich Nhat Hanh è nato nel Vietnam centrale nel 1926 ed è
stato ordinato monaco nel 1943, a sedici anni. Dopo appena
otto anni è fra i fondatori dell'Istituto An Quang, che diverrà il
principale centro di studi buddhisti del Vietnam meridionale.
Nel 1961 si reca negli Stati Uniti per studiare e insegnare
religioni comparate alla Columbia e alla Princeton University.
Ma nel 1963 i suoi confratelli lo richiamano urgentemente in
patria perché si unisca a loro nel tentativo di scongiurare la
guerra conseguente alla caduta del regime oppressivo di Diem.
Thich Nhat Hanh fa immediato ritorno e assume un ruolo di
primo piano in un movimento di resistenza non violenta di
portata storica, interamente ispirato a principi gandhiani.
Nel 1964, con un gruppo di studenti e professori universi-
tari vietnamiti, fonda la School of Youth for Social Service,
ribattezzato dalla stampa americana "il piccolo Corpo dei
volontari della pace", che invia squadre di giovani nelle cam-
pagne ad allestire scuole e ospedali, e in seguito a ricostruire i
villaggi bombardati. All'epoca della caduta di Saigon erano
attivi più di diecimila monaci, monache e giovani operatori
sociali. Nello stesso anno, Thich Nhat Hanh collabora alla
creazione di una delle più prestigiose case editrici vietnamite,
la La Boi Press. Nei suoi libri, e in qualità di caporedattore
dell'organo ufficiale della Chiesa buddhista unificata, esorta
alla riconciliazione le fazioni vietnamite in conflitto, e per
questo motivo i suoi scritti vengono censurati da entrambi i
governi.
Nel 1966, sotto la spinta dei suoi confratelli, accoglie l'invi-
8 to della Fellowship of Reconciliation e della Cornell University
a recarsi negli Stati Uniti "per dar voce alle aspirazioni e
all'agonia delle masse silenziose del popolo vietnamita" (dal
New Yorker del 25 giugno 1966). Ha inizio un fitto programma
di conferenze pubbliche e incontri privati in cui Thich Nhat
Hanh si esprime autorevolmente in favore di una tregua e di
una soluzione negoziata. La persona e le proposte colpiscono
favorevolmente Martin Luther King jr., che lo candida al
Premio Nobel per la pace del 1967 dicendo: "Non conosco nes-
sun altro che sia più degno di riceverlo di questo mite e dolce
monaco vietnamita". Si deve in gran parte all'influenza di Nhat
Hanh se King si pronuncerà pubblicamente contro la guerra,
nel corso di una conferenza stampa congiunta a Chicago.
Incontrandolo a Gethsemani, il monastero nei pressi Luois-
ville nel Kentucky, l'eminente monaco e mistico cattolico
Thomas Merton dirà ai suoi studenti: "La profondità di
quest'uomo si vede già da come apre la porta ed entra nella
stanza. È un vero monaco". In seguito, Merton pubblicherà un
saggio intitolato Nhat Hanh è mio fratello, un accorato appello
affinché le proposte e le aspirazioni di pace di Thich Nhat
Hanh trovino ascolto e pieno appoggio.
Dopo colloqui significativi con i senatori Fullbright e
Kennedy, il segretario alla difesa McNamara e altri esponenti
politici statunitensi, Thich Nhat Hanh si reca in Europa per
una serie di incontri con capi di Stato e ministri della Chiesa
cattolica (fra cui due udienze con lo stesso Paolo VI) per
sollecitare la cooperazione fra cattolici e buddhisti in favore
della pace nel Vietnam.
Nel 1969, su richiesta della Chiesa buddhista unificata del
Vietnam, Thich Nhat Hanh costituisce la Delegazione di pace
ai Colloqui di Parigi. Dopo la firma del trattato di pace del
1973, gli viene negato il permesso di tornare in patria. Nasce
9 allora 'Patata dolce', una piccola comunità sita un centinaio di
miglia a sud-ovest di Parigi. Fra il '76 e il '77 conduce un'opera-
zione per soccorrere i boat people nel Golfo del Siam, che
l'ostilità del governo thailandese e di Singapore rende impossi-
bile proseguire. Quindi nei cinque anni successivi vive in ritiro
a 'Patata dolce', meditando, leggendo, scrivendo, rilegando
libri a mano, dedicandosi al giardinaggio e ricevendo occasio-
nali visitatori.
Nel giugno del 1982 Thich Nhat Hanh è a New York, e
subito dopo fonda Plum Village, un grande centro di ritiri non
lontano da Bordeaux, circondato da vigneti e campi di grano,
granturco e girasoli. Dal 1983, si reca ogni due anni nel Nord
America per condurre ritiri e tenere conferenze sui temi della
consapevolezza nella vita quotidiana e la responsabilità
sociale, per "promuovere la pace col nostro semplice essere
vivi".
Anche se Thich Nhat Hanh non può andarci di persona, in
Vietnam continuano a circolare clandestinamente copie mano-
scritte dei suoi libri. La sua presenza si avverte anche grazie ai
discepoli e ai confratelli che da un capo all'altro del mondo si
adoperano incessantemente per alleviare le sofferenze e la
disperata povertà dei vietnamiti, raccogliendo clandestina-
mente fondi per le famiglie bisognose e lanciando campagne a
favore di scrittori, artisti, monaci e monache detenuti per le
loro idee e la loro arte. Altre aree di intervento sono il sostegno
ai rifugiati esposti al rischio di un rimpatrio forzato e l'invio di
aiuti materiali e spirituali ai campi profughi in Thailandia,
Malesia e Hong Kong.
All'età di sessantasei anni (ma ne dimostra venti di meno)
Thich Nhat Hanh sta emergendo come una delle grandi guide
spirituali del nostro secolo. In un mondo come il nostro, tutto
dedito alla velocità, all'efficienza e al successo materiale, la sua
10 capacità di camminare serenamente, in pace e in consapevolez-
za, insegnandoci a fare altrettanto, ha suscitato un riscontro
entusiastico fra gli occidentali. Anche se il suo linguaggio è
semplice, il suo messaggio esprime compiutamente la com-
prensione profonda del reale che gli deriva dalla meditazione,
dal tirocinio buddhista, dall'impegno sociale.
Il suo insegnamento si incentra sulla respirazione cosciente
(l'attenzione a ciascun respiro) e la consapevolezza di ogni
gesto quotidiano facilitata dall'attenzione al respiro. Per medi-
tare, dice Thich Nhat Hanh, non è indispensabile una sala di
meditazione. Lavare i piatti con consapevolezza è altrettanto
sacro che prostrarsi o accendere incensi. E aggiunge: un sorriso
sul volto fa rilassare centinaia di muscoli; uno 'yoga boccale',
come dice lui. Ed effettivamente studi recenti hanno dimostra-
to che atteggiare i muscoli facciali a un'espressione di gioia
produce sul sistema nervoso gli effetti generalmente associati a
uno stato d'animo gioioso. Pace e felicità, ci ricorda, sono a
portata di mano, non appena riusciamo a calmare il tumulto
dei pensieri quel tanto che basta per tornare al presente e
accorgerci del cielo azzurro, del sorriso di un bimbo, della
bellezza dell'alba. "Se siamo in pace, se siamo felici, possiamo
sorridere, e ogni membro della nostra famiglia, dell'intera
società, trarrà beneficio dalla nostra pace".
La pace è ogni passo è una miniera di richiami alla pratica.
Nella frenesia della vita moderna, tendiamo a perdere di vista
la pace che è disponibile in ogni momento. La creatività di
Thich Nhat Hanh sta nella sua capacità di approfittare proprio
delle situazioni che in genere viviamo come ansiogene o
frustranti. Per lui, lo squillo del telefono è un invito a ritornare
alla nostra vera natura. Piatti sporchi, semafori rossi, ingorghi
stradali, sono altrettanti compagni spirituali sul sentiero della
consapevolezza. Le soddisfazioni più profonde, i sentimenti di
11 gioia e di pienezza più intensi non sono più lontani del nostro
prossimo respiro cosciente e del sorriso che possiamo accen-
nare in questo preciso momento.
La pace è ogni passo è un collage di discorsi, scritti editi e
inediti, conversazioni informali, messi insieme da un gruppo
di amici: Therese Fitzgerald, Michael Katz, Jane Hirshfield e il
sottoscritto, che hanno lavorato a stretto contatto con Thay
(che significa 'maestro', in vietnamita), più Leslie Meredith, la
nostra sollecita, scrupolosa e sensibile curatrice editoriale della
Bantam. Un ringraziamento particolare a Marion Tripp, autrice
della poesia "Il soffione".
Questo libro è il più limpido e completo messaggio di un
grande bodhisattva vivente che ha consacrato la sua esistenza
all'illuminazione degli altri. L'insegnamento di Thich Nhat
Hanh è al tempo stesso ispirato ed estremamente concreto.
Spero che questo libro vi piaccia come è piaciuto a noi lavorare
per darvelo.

ARNOLDO KOTLER
Thenac, Francia
Luglio 1990
12 Parte Prima
Respira, sei vivo!

Respira, sei vivo!


Ventiquattr'ore tutte nuove

13 Ogni mattina, quando ci svegliamo, abbiamo ventiquat-


tr'ore tutte nuove da vivere. Che dono prezioso! Possiamo
viverle in modo che portino pace, gioia e felicità a noi stessi e
agli altri.
La pace è presente qui e ora, in noi e in tutto quanto
facciamo e vediamo. Il punto è se ce ne accorgiamo oppure no.
Non c'è bisogno di andare lontano per godere del cielo
azzurro. Non dobbiamo lasciare la città e neppure il nostro
quartiere per apprezzare gli occhi di un bel bambino. Anche
l'aria che respiriamo può essere fonte di gioia.
Possiamo sorridere, respirare, camminare e consumare i
pasti in modo tale da entrare in contatto con l'abbondanza di
felicità che abbiamo a disposizione. Siamo bravissimi a prepa-
rarci alla vita, ma non altrettanto a viverla. Siamo capaci di
sacrificare dieci anni al conseguimento di un diploma e siamo
disposti a lavorare sodo per un impiego, un'automobile, una
casa e via dicendo. Però ci riesce difficile ricordare che siamo
vivi nel momento presente, l'unico che ci è dato per essere vivi.
Ogni respiro, ogni passo può essere riempito di pace, gioia e
serenità. Basta semplicemente essere svegli, essere vivi nel
momento presente. Questo libretto vuol'essere una campana di
consapevolezza, uno stimolo a rammentarci che si può essere
felici solo nel presente. Certo, anche fare progetti fa parte della
vita. Ma i progetti per il futuro si fanno pur sempre nel
presente. Questo libro è un invito a cercare la pace e la gioia
nel momento presente. Vi offro la mia esperienza e qualche
tecnica che ritengo utile. Ma vi prego, non aspettate di finire il
libro per trovare la pace. Pace e felicità sono disponibili in ogni
momento. La pace è ogni passo. Cammineremo tenendoci per
mano. Bon voyage.

14 Il soffione ha il mio sorriso

Un bambino che sorride, un adulto che sorride, è un fatto


molto importante. Se nelle nostre giornate c'è posto per il
sorriso, per momenti di pace e di felicità, sarà un bene per
tutti, oltre che per noi stessi. Se viviamo una buona vita, non
c'è niente di meglio di un sorriso, per cominciare la giornata.
Questo sorriso afferma la nostra consapevolezza e il nostro
impegno a vivere in pace e con gioia. Un sorriso autentico
scaturisce da una mente risvegliata.
Come ricordarsi di sorridere appena svegli? Per esempio
appendendo alla finestra o al soffitto sopra il letto un
promemoria - un ramo, una foglia, un quadro, una frase
ispiratrice - che possiate notare subito aprendo gli occhi. Una
volta presa l'abitudine, non avrete più bisogno di promemoria.
Sorridere che sentendo un uccello che cinguetta o vedendo
filtrare il sole dalla finestra. Sorridere vi aiuta ad affrontare la
giornata con dolcezza e comprensione.
Quando vedo qualcuno che sorride, non ho dubbi che in
quel momento è consapevole. Quel mezzo sorriso…, H quanti
artisti si sono studiati di porto sulle labbra di innumerevoli
statue e dipinti? Sono sicuro che sui volti degli scultori e dei
pittori intenti al lavoro ce n'era uno identico. Riuscite a
immaginare un pittore arrabbiato dar vita a un sorriso del
genere? Il sorriso di Monna Lisa è lieve, quasi impercettibile.
Eppure anche un sorriso come quello basta a rilassare tutti i
muscoli del volto, a cancellare fatica e preoccupazioni. Un
minuscolo sorriso a fior di labbra nutre la consapevolezza e ci
placa miracolosamente. Ci restituisce alla pace che credevamo
perduta.
Il nostro sorriso tornerà felicità a noi e a quanti ci
circondano. Anche se ricoprì sino i nostri cari di regali costosi,
15 niente che si compri potrebbe renderli felici come il dono della
nostra consapevolezza, del nostro sorriso. E questo dono
prezioso non costa nulla. Al termine di un ritiro in California,
una mia amica ha scritto questi versi:

Ho perso il sorriso;
niente paura,
ce l'ha il soffione.

Se avete perso il sorriso ma siete ancora in grado di


accorgervi che ve lo custodisce un soffione, la situazione non è
troppo grave. Siete ancora sufficientemente consapevoli da
accorgersi della sua presenza. Per ritrovarlo, vi basteranno uno
o due respiri consapevoli. Il soffione è un membro della
comunità dei vostri amici. È lì, affidabile al cento per cento, che
custodisce il vostro sorriso.
In realtà, tutto quanto vi circonda custodisce il vostro
sorriso. Non dovete sentirvi isolati. Dovete solo accettare il
sostegno che è attorno a voi e dentro di voi. Come l'amica che
vide il suo sorriso custodito dal soffione, potete respirare in
consapevolezza, e il sorriso tornerà.
La respirazione cosciente

Esistono molte tecniche di respirazione che aiutano a


rendere la vita intensa e più piacevole. Il primo esercizio è
molto semplice. Mentre inspirate, dite mentalmente: "Inspiran-
do, so di inspirare". E mentre espirate, dite: "Espirando, so di
espirare". Tutto qua. Si riconosce l'inspirazione come inspira-
16 zione e l'espirazione come espirazione. Non c'è neppure biso-
gno di recitare tutta la frase; bastano due parole: "In" [dentro] e
"Out" [fuori]. Questa tecnica può aiutarvi a tenere l'attenzione
sul respiro. Con l'esercizio, il respiro diventerà tranquillo e leg-
gero, e il corpo e la mente faranno altrettanto. Non è difficile.
Bastano pochi minuti per cogliere il frutto della meditazione.
Inspirare ed espirare molto importante, ed è anche piace-
vole. Il respiro è l'anello di congiunzione fra il corpo e la men-
te. A volte, la mente pensa a una cosa e il corpo ne fa un'altra,
fra mente e corpo non c'è unità. Concentriamoci sul nostro
respiro, sull' "In" e "Out", li rimettiamo insieme e ritorniamo
interi. La respirazione cosciente è un ponte fondamentale.
Per me, respirare è una gioia irrinunciabile. Pratico la
respirazione cosciente ogni giorno, e nella mia saletta di medi-
tazione o dipinto questa frase: "Respira, sei vivo!". Basta respi-
rare e sorridere per sentirci molto felici perché, quando respi-
riamo coscientemente, ritroviamo l'equilibrio e incontriamo la
vita nel presente.

Attimo presente, attimo meraviglioso

Nella nostra società indaffarata, è una gran fortuna respi-


rare coscientemente di quando in quando. È una pratica che si
può fare non soltanto nella sala di meditazione, ma anche in
ufficio o a casa, in macchina o nell'autobus, ovunque, a ogni
ora del giorno.
Per farlo, possiamo aiutarci con una serie di esercizi. Oltre
al semplice esercizio dell'In e Out, possiamo accompagnare
silenziosamente l'inspirazione e l'espirazione con questi quat-
tro versi:

17 Inspirando, mi calmo.
Espirando, sorrido.
Dimorando nell'attimo presente,
So che è un attimo meraviglioso!

"Inspirando, mi calmo". Recitare questo verso è come bere


una limonata fresca sotto il sole cocente: la sensazione di
sollievo si avverte in tutto il corpo. Quando inspiro recitando
questo verso, sento davvero che il respiro calma il mio corpo e
la mia mente.
"Espirando, sorrido". Sapete che un sorriso può distendere
centinaia di muscoli facciali. Un volto sorridente è indice di
padronanza di sé.
"Dimorando nell'attimo presente". Seduto qui, non penso a
nient'altro. Sono seduto qui, perfettamente cosciente di esserci.
"So che è un attimo meraviglioso". È una gioia sedersi,
stabili e rilassati, e ritornare al respiro, al sorriso, alla nostra
vera natura. Il nostro appuntamento con la vita è nel presente.
Se non abbiamo pace e gioia adesso, quando le avremo? Forse
domani, o dopodomani? Che cosa ci impedisce di essere felici
in questo preciso momento? Mentre seguiamo il respiro, pos-
siamo dire semplicemente: "Calma, sorriso, attimo presente,
attimo meraviglioso".
Questo esercizio non è riservato solo ai principianti. Molti
di noi che praticano la meditazione e la respirazione cosciente
da quaranta o cinquant'anni non lo hanno abbandonato, per-
ché è un esercizio al tempo stesso semplice e fondamentale. Ci
aiuta a smettere di pensare tanto e ci sottrae alle pene del
passato e alle ansie per il futuro. Ci permette di entrare in
contatto con la vita, che è meravigliosa nell'attimo presente.
Certo, pensare è importante, ma in buona misura lo faccia-
mo a vuoto. È come se avessimo in testa un registratore sem-
18 pre in funzione, giorno e notte. Passiamo continuamente da un
pensiero all'altro, incapaci di arrestarci. Per fermare un regi-
stratore basta premere un tasto. Ma per i pensieri non ci sono
tasti. Farsi prescrivere un sonnifero o un tranquillante può
anche peggiorare le cose, perché il sonno artificiale non ristora
veramente e a lungo andare c'è il rischio di diventare dipen-
denti dai farmaci. Continueremo a vivere sotto pressione,
magari tormentati da incubi.
Secondo il metodo della respirazione cosciente, quando
inspiriamo ed espiriamo smettiamo di pensare, perché dire
"In" e "Out" sono solo parole che ci aiutano a concentrarci sul
respiro. Inspirare ed espirare in questo modo per qualche
minuto è un'esperienza rigenerante, che ci fa ritrovare l'equi-
librio e ci permette di incontrare le cose belle che ci circondano
nel presente. Il passato non c'è più, il futuro non è ancora
arrivato. Se non torniamo a noi stessi nell'attimo presente non
possiamo incontrare la vita.
Quando entriamo nel rapporto con i fattori rigeneranti,
pacificanti e benefici che sono in noi e attorno a noi, imparia-
mo a proteggerli con ogni cura e a farli crescere. Questi fattori
di pace sono sempre a portata di mano.
Nutrire la consapevolezza in ogni momento

Una fredda sera d'inverno, tornando da una passeggiata in


collina, trovai tutte le porte e le finestre del mio eremo spalan-
cate. Prima di uscire non le avevo sprangate, e un vento gelido
si era insinuato in casa aprendo le finestre e sparpagliando per
tutta la stanza le carte poggiate sulla scrivania. Subito chiusi le
19 porte e le finestre, accesi la lampada, raccolsi le carte e le rimisi
a posto in bell'ordine. Poi accesi il fuoco nel camino, e dopo un
po' la legna scoppiettante riportò il calore nella stanza.
A volte, nella folla, ci sentiamo stanchi, infreddoliti e soli.
Forse ci piacerebbe raccoglierci in noi stessi per ritrovare il
calore, come ho fatto io chiudendo le finestre e sedendo accan-
to al fuoco, al riparo dal freddo e dall'umidità del vento. I sensi
sono le nostre finestre sul mondo; a volte il vento entra, e met-
te tutto in subbuglio. Alcuni di noi tengono le finestre sempre
aperte lasciandosi invadere e aggredire dalle immagini e dai
suoni del mondo esterno, lasciando esposta la loro anima triste
e angosciata. Abbiamo tanto freddo, siamo tanto soli e spaven-
tati. Vi capita mai di restare incollati davanti al televisore a
guardare un programma orrendo? Quei rumori striduli, quei
colpi di pistola, urtano i nervi. Eppure non vi decidete a spe-
gnere. Perché infliggersi una tortura del genere? Non sarebbe
meglio chiudere le finestre? Avete paura stare soli, del vuoto e
della solitudine che potreste incontrare rimanendo a tu per tu
con voi stessi?
Guardando un brutto programma alla TV, noi diventiamo
quel programma. Noi siamo quello che proviamo e percepia-
mo. Se ci arrabbiamo, siamo la rabbia. Se amiamo, siamo
l'amore. Se contempliamo la cima di un monte ricoperto di
neve, siamo la montagna. Possiamo essere ciò che vogliamo;
allora perché spalancare le finestre a spettacoli di bassa lega
prodotti da chi specula sull'emotività della gente, e che ci
fanno venire le palpitazioni, ci fanno stringere i pugni e ci
lasciano svuotati? Chi permette che vengano trasmessi
programmi del genere, anche per un pubblico di giovanissimi?
Noi! Siamo troppo passivi rispetto a quello che ci propina lo
schermo, troppo soli, troppo pigri o annoiati per crearci una
vita tutta nostra. Accendiamo il televisore e lo lasciamo acceso,
20 permettendo a qualcun altro di guidarci, plasmarci, distrug-
gerci. Lasciarci andare in questo modo significa mettere il
nostro destino in mano a gente senza scrupoli. Dobbiamo sa-
per riconoscere quali programmi fanno male al nostro sistema
nervoso, alla nostra mente e al nostro cuore, e quali invece ci
fanno bene.
Naturalmente, non mi riferisco solo alla televisione.
Quante altre esche sono tese ovunque, dagli altri e da noi
stessi? Quante volte, nel corso della giornata, ci ritroviamo
smarriti e frammentati per aver abboccato? Custodire il nostro
futuro e la nostra pace richiede molta vigilanza. Non dico che
bisogna vivere con le finestre sbarrate, perché il mondo che
chiamiamo 'esterno' abbondanti di miracoli. Ma che possiamo
scegliere di aprire le finestre ai miracoli, e rivolgere a ognuno
di questi miracoli uno sguardo consapevole. Così facendo,
anche contemplando la limpida corrente di un fiume,
ascoltando dell'ottima musica, guardando un film di qualità,
non ci perdiamo completamente nel fiume, nella musica o nel
film. Restiamo consapevoli di noi stessi e del nostro respiro. Se
dentro di noi splende il sole della consapevolezza, siamo al
riparo da molti pericoli. Il fiume sarà più limpido, la musica
più armoniosa, l'anima del regista trasparente.
Un meditante alle prime armi può avere il desiderio di la-
sciare la città e trasferirsi in campagna, per favorire la chiusura
delle finestre che compromettono la serenità dello spirito; fon-
dersi con la quiete della foresta, ritrovarsi e riprendere fiato,
lontano dalle caotiche influenze del 'mondo esterno'. La fre-
scura e il silenzio dei boschi ci aiutano a restare consapevoli, e
quando la consapevolezza avrà messo radici e la sapremo
conservare senza tentennamenti, sarà il momento di tornare in
città per rimanerci, meno ansiosi di prima. Ma a volte non è
possibile lasciare la città, e non resta che cercare i fattori rige-
21 neranti e pacificanti che possano guarirci nel contesto delle
nostre vite iperattive. Allora cercheremo il conforto di un
amico, andremo a passeggio nel parco per goderci gli alberi e il
venticello fresco. Ovunque siamo, in città come in campagna o
nel deserto, dobbiamo nutrirci scegliendo con cura il nostro
ambiente e alimentando la consapevolezza attimo per attimo.

Sedersi ovunque

Quando sentite il bisogno di un attimo di tregua e di racco-


glimento, potete praticare la respirazione cosciente anche sen-
za sedervi sul cuscino o andare in un centro di meditazione.
Potete respirare ovunque, seduti alla scrivania o in automobile.
Anche in un supermercato pieno di gente o facendo la fila in
banca, se cominciate a sentirvi esausti e volete raccogliervi,
potete praticare la respirazione cosciente e sorridere, restando
dove siete.
L'attenzione al respiro è possibile ovunque. Di quando in
quando, tutti abbiamo bisogno di ritrovarci, per poter affron-
tare le difficoltà della vita. Possiamo farlo in qualunque posi-
zione: in piedi, seduti, distesi o camminando. Quando è possi-
bile, comunque, la posizione seduta è la più stabile.
Una volta, ero al Kennedy Airport di New York, aspettan-
do un aereo che aveva quattro ore di ritardo. A un certo punto
mi misi a sedere a gambe incrociate nel bel mezzo dell'area di
attesa. Arrotolai il maglione a mo' di cuscino e cominciai a me-
ditare. Dopo qualche occhiata incuriosita la gente prese a
ignorarmi, e io restai seduto indisturbato. Non c'era posto a
sedere, l'aeroporto era pieno di gente, così mi misi comodo
come potevo. Volendo, fatelo in modo meno appariscente;
meditare sul respiro in qualsiasi posizione e in qualsiasi mo-
22 mento vi aiuta comunque a ritrovare l'equilibrio.

La meditazione seduta

Per meditare, la posizione più stabile è sedersi a gambe


incrociate su un cuscino. Sceglietene uno che sia abbastanza
consistente da sostenervi. Le posizioni del loto e del mezzo-
loto sono le migliori per dare stabilità al corpo e alla mente.
Per assumere queste posizioni, incrociate le gambe con delica-
tezza, mettendo un piede (per il mezzo-loto) o entrambi i piedi
(per il lotto) sulla coscia opposta. Se la posizione del loto vi
riesce difficile va bene anche sedersi a gambe incrociate o in
qualunque posizione comoda. Tenete la schiena dritta, gli oc-
chi socchiusi e le mani comodamente intrecciate in grembo. Se
preferite, sedetevi su una sedia con i piedi appoggiati sul pavi-
mento e le mani adagiate in grembo. Oppure sdraiatevi sul
pavimento con le gambe distese e appena divaricate e le brac-
cia lungo il corpo, preferibilmente con le palme rivolte verso
l'alto.
Se nel corso della seduta vi si addormentano le gambe o i
piedi, o il dolore vi impedisce di concentrarvi, sentitevi liberi
di cambiare posizione. Se lo farete lentamente e con attenzione,
seguendo il respiro e ogni movimento del corpo, non perderete
la concentrazione neppure per un attimo. Se il dolore è forte,
alzatevi, camminate lentamente e con attenzione e quando
sarete pronti rimettetevi a sedere.
In alcuni centri di meditazione non è consentito muoversi
durante la meditazione seduta, e spesso i praticanti devono
sopportare un grande disagio. A me sembra una cosa innatu-
rale. Quando una parte del corpo si intorpidisce o fa male, è
segno che vuole dirci qualcosa, e faremmo bene ad ascoltarla.
23 Ci sediamo in meditazione per coltivare la pace, la gioia e la
non violenza, non per dar prova di resistenza fisica o per mor-
tificare il corpo. Cambiare la posizione dei piedi o fare un po'
di meditazione camminata non è un gran disturbo per gli altri
e può aiutarci molto.
A volte, potremmo usare la meditazione per nasconderci a
noi stessi e alla vita, come un coniglio che si rimpiatta nella
tana. Così facendo, forse riusciremo a eludere i nostri problemi
per un po', ma una volta fuori dalla 'tana' saremo costretti ad
affrontarli. Per esempio, quando ci si dedica alla pratica con
molto impegno, il fatto di consumare tutte le energie disto-
gliendole dalle difficoltà che ci assillano può darci un qualche
sollievo. Ma non appena recuperiamo le forze, i nostri pro-
blemi ricompaiono.
Dobbiamo praticare la meditazione con dolcezza ma con
assiduità, lungo tutto l'arco della giornata, approfittando di
ogni occasione e circostanza per esplorare la vera natura della
vita, ivi compresi i nostri problemi quotidiani. Questo modo di
praticare ci mette in profonda comunione con la vita.

Campane di consapevolezza

Nella mia tradizione, la campana del Tempio serve a ricor-


darci di tornare al presente. Ogni volta che sentiamo la campa-
na, smettiamo di parlare, smettiamo di pensare e ci raccoglia-
mo, sorridendo mentre inspiriamo ed espiriamo. Per un
attimo, sospendiamo qualunque attività e non facciamo altro
che gioire del nostro respiro. A volte, recitiamo anche questi
due versi:

Ascolta, ascolta.
24 Questo suono meraviglioso mi riporta al mio vero sé.

Inspirando diciamo: "Ascolta, ascolta", ed espirando: "Que-


sto suono meraviglioso mi riporta al mio vero sé".
Da quando vivo in Occidente, non mi capita spesso di udi-
re le campane dei templi buddhisti. Ma per fortuna in tutta
Europa ci sono le campane delle chiese. Negli Stati Uniti non
sembrano essercene altrettante, ed è un peccato, secondo me.
Quando tengo una conferenza in Svizzera, mi servo sempre
delle campane della chiesa per praticare la consapevolezza.
Quando suona la campana, smetto di parlare, e tutti insieme
prestiamo ascolto al suo rintocco profondo. È una cosa bellis-
sima; anche meglio della conferenza, direi! Quando sentiamo
la campana, è il momento di fermarci a gustare il nostro
respiro ed entrare in rapporto con le meraviglie della vita che
ci circondano: i fiori, i bambini, la bellezza dei suoni. Ogni
volta che ritorniamo in contatto con noi stessi, ci sono le
condizioni più propizie per incontrare la vita nel presente.
Un giorno, a Berkeley, proposi ai professori e agli studenti
dell'Università della California di fare una pausa per respirare
in consapevolezza ogni volta che per il campus si sentiva
suonare la campana. Tutti dovrebbero lasciarsi il tempo per
godere di essere vivi! Non dovremmo passare tutto il giorno
solo a correre di qua e di là. Dobbiamo imparare a goderci fino
in fondo le campane delle nostre chiese e delle nostre scuole.
Le campane sono belle, e hanno il potere di risvegliarci.
Se a casa avete una campana, potete accompagnare la
pratica del respiro e del sorriso con questo suono delizioso. Ma
non occorre portarsi una campana in ufficio o in fabbrica.
Qualunque suono può andar bene per ricordarvi di fare una
pausa, inspirare ed espirare, e gioire dell'attimo presente. Il
25 cicalino che scatta quando dimenticate di allacciare la cintura
di sicurezza in auto, è una campana di consapevolezza. Anche
i non-suoni, come i raggi di sole che filtrano dalla finestra, so-
no campane di consapevolezza che ci ricordano di tornare a
noi stessi, respirare, sorridere e vivere pienamente nell'attimo
presente.

Il biscotto dell'infanzia

Quando avevo quattro anni, mia madre mi portava un


biscotto tutte le volte che tornava a casa dal mercato. Io anda-
vo a mettermi sul praticello davanti casa, e me lo mangiavo
con calma; per finire un biscotto, a volte ci mettevo trenta o
quaranta minuti. Ne addentava un pezzetto, e guardavo il cie-
lo sopra di me. Poi toccavo il cane con un piede e davo un altro
morsetto. Ero contento di essere là, con il cielo, la terra, le
canne di bambù, il gatto, il cane, i fiori. Potevo farlo perché
non avevo granché di cui preoccuparmi. Non pensavo al futu-
ro, non rimpiangevo il passato. Ero anima e corpo nel pre-
sente, col mio biscotto, il cane, le canne di bambù, il gatto e
tutto il resto.
Possiamo consumare il nostro pasto con la stessa calma e la
stessa gioia con cui, da bambino, mangiavo il mio biscotto.
Forse credete che il biscotto della vostra infanzia sia perduto
per sempre; io invece sono certo che è ancora lì, in un angolo
del vostro cuore. Nulla è perduto, e se davvero lo volete, lo
troverete. Mangiare in consapevolezza è un esercizio di medi-
tazione fondamentale. Possiamo mangiare in modo da riporta-
re in vita il biscotto dell'infanzia. Il presente è colmo di gioia e
di felicità. Guardate attentamente, e lo vedrete.

26
La meditazione del mandarino

Se vi offro un mandarino appena colto, credo che la misura


in cui saprete goderne dipenderà da quanto siete consapevoli.
Se siete liberi da ansie e preoccupazioni, lo gusterete di più. Se
siete in preda alla rabbia o alla paura, il mandarino non vi
sembrerà molto reale.
Un giorno, offrii a un gruppo di bambini un cesto di man-
darini. Il cesto venne passato in circolo e ogni bambino prese
un frutto e se lo mise sul palmo della mano. Mentre ognuno di
noi guardava il suo mandarino, i bambini furono invitati a me-
ditare sulla sua provenienza. Allora videro non soltanto il
mandarino, ma anche sua madre, l'albero. Dietro mio suggeri-
mento, cominciarono a visualizzare i fiori esposti al sole e alla
pioggia. Poi videro cadere i petali e comparire un minuscolo
frutto verde. E il piccolo mandarino crescere sotto l'azione co-
stante del sole e della pioggia. Ora qualcuno lo ha colto, ed
eccolo qua. Dopo questa riflessione, i bambini furono invitati a
sbucciare il mandarino lentamente, facendo caso al suo aroma
fragrante, e poi a portarlo alla bocca e masticarlo con attenzio-
ne, pienamente consapevoli della consistenza e del gusto del
frutto e del succo che sprizzava sulla lingua. Mangiamo lenta-
mente in questo modo.
Ogni volta che osservate un mandarino, provate a guarda-
re in profondità. In un mandarino si possono vedere tutte le
cose del mondo. Quando lo sbucciate e lo annusate, è una
meraviglia. Potete mangiare un mandarino con tutta calma, ed
essere molto felici.

27 L'Eucaristia

Il rito dell'Eucaristia è una pratica di consapevolezza.


Quando Gesù spezzò il pane e lo diede ai suoi discepoli, disse:
"Mangiate. Questo è il mio corpo". Gesù sapeva che se avesse-
ro mangiato anche un solo pezzo di pane in consapevolezza,
sarebbero stati davvero vivi. Forse erano abituati a mangiare
distrattamente, cosicché il pane quotidiano non era affatto
pane, ma solo un fantasma. Nel corso della giornata vediamo
le persone che ci stanno accanto; ma se ci manca la consape-
volezza sono soltanto spettri, non persone vere, e anche noi
siamo solo fantasmi. La pratica della consapevolezza ci fa
diventare veri. Quando siamo veri, vediamo attorno a noi
persone vere, e la vita si rivela in tutta la sua ricchezza. La
pratica di mangiare il pane, un mandarino o un biscotto ha lo
stesso valore.
Quando respiriamo, quando siamo consapevoli, quando
guardiamo il nostro cibo in profondità, in quel preciso mo-
mento la vita diventa vera. Per me, il rito dell'Eucaristia è una
stupenda pratica di consapevolezza. Con mezzi drastici, Gesù
cercava di risvegliare i suoi discepoli.
Un pasto consapevole

Qualche anno fa, domandai a un gruppetto di bambini:


"Perché facciamo colazione?". Uno rispose: "Per fare scorta di
energia". Un altro disse: "Facciamo colazione per fare colazio-
ne". Credo che il secondo bambino abbia colto nel segno. Lo
scopo del mangiare è mangiare.
28 Mangiare un pasto in consapevolezza è una pratica impor-
tante. Spegniamo la TV, posiamo il giornale e per cinque o dieci
minuti lavoriamo insieme apparecchiando e sbrigando le ulti-
me faccende. In questi pochi minuti possiamo essere molto
felici. Quando il cibo è in tavola e tutti sono seduti, pratichia-
mo la respirazione: "Inspirando, mi calmo. Espirando, sorri-
do", per tre volte. Bastano tre respiri come questi per tornare
perfettamente in equilibrio.
Poi, guardiamo i commensali a uno a uno, inspirando ed
espirando, per stabilire un contatto con noi stessi e con tutti i
presenti. Non servono due ore per vedere l'altro. Se siamo in
contatto profondo con noi stessi, ci basterà guardarlo per uno
o due secondi. Direi che per una famiglia di cinque persone
servono da cinque a dieci secondi, per la pratica del 'guardare
e vedere'.
Dopo aver respirato, sorridiamo. Sedendo a tavola con gli
altri, abbiamo l'occasione di offrire un sincero sorriso di amici-
zia e di comprensione. È una cosa semplicissima, ma non molti
lo fanno. Secondo me, è la pratica più importante. Guardiamo
ciascuno dei presenti e gli sorridiamo. Respirare e sorridere
insieme è una pratica molto importante. Se le persone che
vivono sotto lo stesso tetto non sanno scambiarsi un sorriso, la
situazione è preoccupante.
Dopo aver respirato e sorriso, guardiamo il cibo nel piatto
in modo da farlo diventare vero. Questo cibo parla del nostro
legame con la terra. In ogni boccone è racchiusa la vita del sole
e della terra. La misura in cui il cibo ci parla dipende da noi. In
un pezzo di pane, possiamo vedere e gustare l'intero universo!
Contemplare il nostro cibo per qualche istante prima di man-
giarlo, e mangiarlo in consapevolezza, può darci molta felicità.
Sedersi con la famiglia e con gli amici a gustare del buon
cibo è un'opportunità preziosa, qualcosa che non tutti hanno.
29 Molti nel mondo soffrono la fame. Quando tengo in mano una
ciotola di riso o un pezzo di pane, so di essere fortunato e
provo compassione per chi non ha niente da mangiare e non
ha né amici né famiglia. Questa è una pratica molto profonda.
Per farlo, non occorre andare al tempio o in chiesa. Possiamo
dedicarci a questa pratica restando al nostro tavolo da pranzo.
Mangiare in consapevolezza fa crescere i semi della compas-
sione e della comprensione, che ci daranno la forza di fare
qualcosa per sfamare chi è solo e senza cibo.
Per incoraggiare la presenza mentale durante i pasti, può
essere utile di quando in quando mangiare in silenzio. Forse la
prima volta vi sentirete un po' a disagio, ma una volta presa
l'abitudine vi accorgerete che un pasto silenzioso è una fonte
di grande pace e felicità. Così come spegniamo il televisore
prima di mangiare, possiamo 'spegnere' la conversazione per
goderci appieno il cibo e la reciproca compagnia.
Non vi consiglio di mangiare in silenzio tutti i giorni.
Conversare può essere un modo splendido di stare insieme in
consapevolezza. Ma c'è conversazione e conversazione. Ci
sono argomenti che separano, come ad esempio parlare dei
difetti degli altri. Se tutto il pasto è all'insegna di conversazioni
di questo genere, il cibo preparato con tanta cura non avrà
alcun valore. Quando invece parliamo di cose che nutrono la
consapevolezza del cibo e del nostro stare assieme, noi colti-
viamo quel genere di felicità che ci occorre per crescere. Se
confrontiamo questa esperienza con l'esperienza di parlare dei
difetti degli altri, ci accorgeremo che la consapevolezza del
pezzo di pane che abbiamo in bocca è molto più nutriente.
Apre la porta alla vita e la rende vera.
Perciò, mentre mangiamo, dovremmo evitare gli argomen-
ti che attentano alla nostra consapevolezza della famiglia e del
cibo. E viceversa sentirci liberi di dire cose che nutrono la
30 consapevolezza e la felicità. Per esempio, se in tavola c'è una
pietanza che vi piace molto, potete notare se anche gli altri la
stanno gustando, e se qualcuno non lo fa, potete aiutarlo ad
apprezzare quella pietanza deliziosa preparata con tanto garbo
e sollecitudine. Una persona che pensa ad altro, invece che al
buon cibo sulla tavola, magari ai suoi problemi di lavoro o con
gli amici, perde l'attimo presente e il cibo. Dire: "Questo piatto
è delizioso, non trovi?", servirà a distoglierla dai suoi pensieri
e dalle sue preoccupazioni riportandola nel presente a godere
della vostra presenza, a godere di quel piatto delizioso. In quel
momento siete un bodhisattva che aiuta un essere vivente a
diventare illuminato. I bambini, in particolare, hanno grandi
capacità di praticare la presenza mentale e ricordare agli altri
di fare altrettanto.

Lavare i piatti

Secondo me, l'idea che lavare i piatti sia sgradevole può


venire solo quando non li stiamo lavorando. Una volta davanti
al lavandino, con le maniche rimboccate e le mani nell'acqua
calda, non è affatto sgradevole. Mi piace dedicarmi con calma
a ogni piatto, pienamente consapevole del piatto, dell'acqua e
di ogni movimento delle mani. So che se mi sbrigo per finire
prima, l'esperienza di lavare i piatti sarà sgradevole e indegna
di essere vissuta. E sarebbe un peccato, perché ogni minuto,
ogni secondo di vita è un miracolo. Anche i piatti e il fatto di
essere qui a lavarli sono un miracolo!
Se non so lavare i piatti con gioia, se cerco di finire il prima
possibile per andare a mangiare il dolce, sarò altrettanto inca-
pace di gustarlo. Con la forchetta in mano, penserò a cosa fare
dopo, e la sua consistenza e il suo sapore, nonché il piacere di
31 mangiarlo, andranno perduti. Sarò sempre risucchiato dal fu-
turo, e il presente continuerà a sfuggirmi.
Sotto il sole della consapevolezza, ogni pensiero, ogni ge-
sto, diventano sacri. La sua luce annulla i confini fra sacro e
profano. Ammetto che mi ci vuole un po' più di tempo per
rigovernare, ma vivo ogni istante fino in fondo e sono felice.
Lavare i piatti è al tempo stesso un mezzo e un fine, ossia, non
li laviamo solo per avere piatti puliti, ma laviamo i piatti anche
semplicemente per lavare i piatti, per vivere fino il fondo ogni
istante.

La meditazione camminata

La meditazione camminata può essere molto piacevole.


Camminiamo lentamente, da soli o in compagnia, possibil-
mente in un bel posto. Meditazione camminata significa gusta-
re la camminata, camminare non per arrivare, ma semplice-
mente per camminare. Lo scopo è radicarsi nel presente e,
consapevoli di respirare e di camminare, gustare ogni passo.
Perciò dobbiamo scrollarci di dosso ansie e preoccupazioni,
non pensare al futuro, non pensare al passato, ma solo gustare
l'attimo presente. Possiamo farlo tenendo per mano un bam-
bino. Camminiamo, un passo dopo l'altro, come se fossimo le
persone più felici del mondo.
Noi camminiamo continuamente, ma di solito lo facciamo
correndo, e in questo modo lasciamo sulla Terra impronte di
ansia e di dolore. Quando camminiamo, dovremmo farlo in
modo da lasciare solo impronte di pace e di serenità. Tutti
possiamo farlo, a patto di volerlo davvero. Ogni bambino può
farlo. Se ci è possibile fare un passo così, potremmo farne due,
e poi tre, quattro, cinque. Con un solo passo di pace e di feli-
32 cità contribuiamo alla pace e alla felicità di tutto il genere
umano. La meditazione camminata è una pratica meravigliosa.
Quando pratichiamo all'aperto, camminiamo un po' più
lentamente del solito e coordiniamo la respirazione con i passi.
Per esempio, facciamo tre passi inspirando e tre passi espiran-
do. Possiamo aggiungere le parole: "In, in, in. Out, out, out".
"In" ci aiuta a identificare l'inspirazione. Chiamare una cosa
con il suo nome la rende più vera, è come dire il nome di un
amico.
Se i vostri polmoni richiedono quattro passi invece di tre,
dategliene pure quattro. Se ne bastano due, dategliene due. La
durata dell'inspirazione non deve necessariamente essere iden-
tica a quella dell'espirazione. Per esempio, potete fare tre passi
a ogni inspirazione e quattro a ogni espirazione. Se cammi-
nando vi sentite felici, tranquilli e gioiosi, la vostra pratica è
corretta.
Siate consapevoli del contatto fra i vostri piedi e la Terra.
Camminate come se baciaste la Terra con i piedi. Le abbiamo
fatto tanto male. È venuto il momento di prendercene cura.
Portiamo la nostra pace e la nostra calma sulla superficie della
Terra, e impariamo ad amare con lei. Camminiamo con questo
spirito. Di tanto in tanto, quando vediamo una cosa bella,
possiamo fermarci a guardarla: può essere un albero, un fiore,
bambini che giocano. Mentre guardiamo, continuiamo a segui-
re il respiro, per non perdere il bel fiore e non farci risucchiare
dai nostri pensieri. Quando vogliamo riprendere a camminare,
ricominciamo da capo. Ogni passo farà nascere una brezza, che
ci ristora nel corpo e nella mente. Ogni passo fa sbocciare un
fiore sotto i nostri piedi. Possiamo farlo solo se non pensiamo
al futuro o al passato, se sappiamo che la vita va cercata solo
nell'attimo presente.

33
La meditazione al telefono

Il telefono è molto utile, ma a volte ci tiranneggia. Lo squil-


lo può innervosirci, o ci sentiamo interrotti da troppe telefona-
te. Quando parliamo al telefono, a volte dimentichiamo che
stiamo parlando al telefono e sciupando tempo prezioso
(nonché denaro). Spesso parliamo di cose che in fondo non
sono importanti. Quante volte, leggendo l'importo della bollet-
ta, siamo rimasti trasecolati? Lo squillo del telefono suscita in
noi una sorta di fremito, non di rado una certa ansia: "Chi sarà
mai? Saranno buone o cattive notizie?". Ma una forza misterio-
sa e irresistibile ci trascina comunque all'apparecchio. Siamo in
balia del nostro telefono.
La prossima volta che squilla il telefono, vi suggerisco di
restare dove siete, inspirare ed espirare con attenzione, sorri-
dervi, e recitare questo verso: "Ascolta, ascolta. Questo suono
meraviglioso mi riporta al mio vero sé". Al secondo squillo po-
tete ripetere il verso, e il vostro sorriso acquisterà più spessore.
Quando sorridete, i muscoli del volto si rilassano e la tensione
si dissolve istantaneamente. Potete respirare e sorridere in
tutta tranquillità; se chi vi chiama ha qualcosa di importante
da dirvi, certamente aspetterà almeno tre squilli. Quando l'ap-
parecchio squilla per la terza volta, continuate a respirare e a
sorridere, avvicinandovi lentamente al telefono con calma e
dignità. Siete padroni di voi stessi. Sapete di sorridere non sol-
tanto per il vostro bene, ma anche per il bene dell'altra perso-
na. Se siete irritati o arrabbiati, l'altro sarà il bersaglio della
vostra negatività. Ma la respirazione cosciente e il sorriso vi
hanno messo in uno stato di consapevolezza, e quando solle-
vate il microfono, che fortuna trovarsi all'altro capo del filo!
Prima di fare una telefonata, ispirate ed espirate tre volte,
34 poi formate il numero. Quando sentite il segnale dell'altro ap-
parecchio, sapete che il vostro amico è impegnato a respirare e
sorridere e non risponderà che al terzo squillo. Perciò pensate:
"Lui respira; perché non farlo anch'io?". Voi seguite il respiro
con attenzione, e lui fa lo stesso. Che cosa stupenda!
Non occorre una sala di meditazione per questa pratica
meravigliosa. Potete farla in ufficio e a casa. Non so come fac-
ciano i centralinisti, con tanti apparecchi che squillano all'uni-
sono. A voi il compito di adattare la meditazione del telefono
alle loro esigenze. Ma chi di noi non è centralinista ha diritto a
tre respiri. La meditazione al telefono può combattere lo stress
e la depressione e portare la consapevolezza nella nostra vita
quotidiana.

La meditazione alla guida

In Vietnam, quarant'anni fa, sono stati il primo monaco ad


andare in bicicletta. All'epoca, non era considerato particolar-
mente 'monacale'. Oggi i monaci vanno in bicicletta e in auto-
mobile. La nostra pratica meditativa va tenuta al passo coi
tempi e deve tener conto delle reali condizioni di vita; perciò
ho scritto una semplice strofa, da recitare prima di accendere il
motore della macchina. Spero che vi sia utile:
Prima di avviare il motore,
so dove sto andando.
L'automobile e io siamo tutt'uno,
se corre, sono io che corro.

A volte, non c'è nessun bisogno di prendere la macchina;


ma vogliamo allontanarci da noi stessi, e perciò la prendiamo.
35 Sentiamo di avere un vuoto, dentro, e non abbiamo voglia di
affrontarlo. Non ci piace essere sempre tanto impegnati, ma
nei momenti di libertà abbiamo paura di restare soli con noi
stessi. Vogliamo fuggire. Allora accendiamo il televisore, ci
attacchiamo al telefono, leggiamo un romanzo, usciamo con un
amico, oppure prendiamo la macchina e andiamo da qualche
parte. La nostra cultura ci insegna ad agire così e ci offre mille
strumenti per non restare in contatto con noi stessi. Se recitia-
mo questa poesia subito prima di girare la chiavetta di accen-
sione, sarà come accendere la luce, e potremo vedere che non
c'è bisogno di andare da nessuna parte. Dovunque andiamo, il
nostro 'io' ci seguirà; non possiamo sfuggirgli. Allora mi
sembra meglio, e oltretutto più gradevole, lasciare spento il
motore e uscire a fare quattro passi di meditazione camminata.
Dicono che negli ultimi anni cinque milioni di chilometri
quadrati di foresta sono stati distrutti dalle piogge acide, in
parte dovute alle nostre automobili. "Prima di avviare il mo-
tore so dove sto andando"; è un punto di importanza cruciale.
Dove stiamo andando? Verso la nostra distruzione? Se muoio-
no gli alberi, anche noi uomini moriremo. Se è uno sposta-
mento necessario, andate pure senza timore. Ma se vi sembra
che non sia così importante, togliete la chiavetta dal quadro è
andate a fare una passeggiata in riva al fiume o in un parco. Vi
aiuterà a ritrovarvi, e a fare di nuovo amicizia con gli alberi.
"L'automobile e io siamo tutt'uno". Pensiamo di essere noi
a comandare, e che l'automobile sia solo uno strumento, ma
non è vero. Quando usiamo uno strumento o una macchina, ci
trasformiamo. Un violinista con il suo violino diventa molto
bello. Un uomo con una pistola, molto pericoloso. Quando
usiamo l'automobile, siamo noi più l'automobile.
Nella nostra società, guidare è un fatto di ordinaria ammi-
36 nistrazione. Non vi chiedo di smettere di guidare, ma di farlo
con coscienza. Mentre guidiamo, di solito pensiamo solo ad
arrivare. Perciò, incontrare un semaforo rosso non ci garba
granché. Il semaforo rosso è una specie di nemico che ci impe-
disce di arrivare a destinazione. Ma nulla ci vieta di vederlo
come una campana di consapevolezza che ci ricorda di tornare
all'attimo presente. La prossima volta che vedete un semaforo
rosso, vi invito a sorridergli e a tornare al respiro. "Inspirando,
mi calmo. Espirando, sorrido". È facile trasformare un senti-
mento di irritazione in una sensazione piacevole. Pur restando
un semaforo rosso, diventa qualcos'altro. Diventa un amico,
venuto a ricordarci che la nostra vita possiamo viverla soltanto
adesso.
Diversi anni fa, mentre ero a Montreal per condurre un
ritiro, attraversai la città con un amico per recarmi in monta-
gna. Ogni volta che si fermava una macchina davanti alla
nostra, notavo che sulla targa c'era scritto "Je me souviens", "Io
mi ricordo". Non so bene cosa volessero ricordare, forse le loro
origini francesi; ad ogni modo dissi al mio amico che avevo un
regalo per lui. "Ogni volta che vedi la scritta 'Je me souviens',
ricordati di respirare sorridere. È una campana di consapevo-
lezza. Guidando per Montreal avrai parecchie occasioni per
respirare e sorridere".
A lui piacque moltissimo, e a sua volta ne rese partecipi gli
amici. In seguito, quando venne a trovarmi in Francia, mi disse
che era più difficile praticare a Parigi che a Montreal, perché
non c'era nessun "Je me souviens". Gli risposi: "A Parigi ci sono
semafori rossi e segnali di stop dappertutto. Perché non usi
quelli per praticare?". Tornato a Montreal, mi scrisse una bella
lettera: "Thay, è stato facilissimo praticare a Parigi. Ogni volta
che si fermava una macchina davanti alla mia, vedevo gli occhi
del Buddha che ammiccavano, e io di rimando respiravo e
37 sorridevo. Era il modo migliore per rispondergli. Guidare a
Parigi è stata una bellissima esperienza".
La prossima volta che restate bloccati in un ingorgo, non
agitatevi. È inutile agitarsi. Rilassatevi e rivolgetevi un sorriso
di compassione e di benevolenza. Godetevi il presente, respi-
rando e sorridendo, e rendete felici le persone che sono in
macchina con voi. La felicità non manca mai, per chi sa respi-
rare e sorridere, perché è sempre possibile trovarla nell'attimo
presente. Meditare significa tornare al presente per incontrare
il fiore, il cielo azzurro, il bambino. La felicità è a portata di
mano.

Abbattere i compartimenti

La nostra vita è divisa in tanti compartimenti. Come fare a


portare la pratica fuori dalla sala di meditazione, in cucina, in
ufficio? Nella sala di meditazione ci sediamo in silenzio, cer-
cando di essere consapevoli di ogni respiro. In che modo la
seduta può influenzare i nostri momenti di non-seduta? Quan-
do il medico fa un'iniezione, la medicina fa bene a tutto il
corpo, non solo al braccio. Quella mezz'ora al giorno di medi-
tazione seduta deve valere per tutte le ventiquattr'ore, non solo
per mezz'ora. Un sorriso, un respiro, deve andare a beneficio
dell'intera giornata, non solo di quel momento. Dobbiamo pra-
ticare in modo da abbattere la barriera fra la pratica e la non-
pratica.
Quando camminiamo nella sala di meditazione, facciamo
ogni passo con cura, molto lentamente. Ma quando andiamo
all'aeroporto o al supermercato, ci trasformiamo completamen-
te. Camminiamo veloci, con meno consapevolezza. Come pra-
ticare la presenza mentale all'aeroporto e al supermercato? Ho
38 un'amica che respira fra una telefonata e l'altra, e questo l'aiuta
molto. Un altro amico pratica la meditazione camminata fra
due appuntamenti di lavoro, fra i palazzi del centro di Denver.
I passanti gli sorridono, e le sue riunioni, anche con persone
difficili, spesso riescono assai gradevoli e molto fruttuose.
Dovremmo riuscire a travasare la pratica dalla sala di
meditazione alla vita quotidiana. È un buon argomento di
discussione. Mediti sul respiro, fra una telefonata e l'altra?
Mentre affetti le carote, sorridi? Quando torni a casa dal lavo-
ro, pratichi il rilassamento? Sono domande concrete. Se saprete
applicarla ai momenti dedicati al pasto, allo svago, al sonno, la
meditazione arriverà a permeare la vita quotidiana e si riper-
cuoterà visibilmente sul contesto sociale. La consapevolezza
può permeare le attività quotidiane, ogni minuto, ogni ora
della nostra giornata, e non ridursi a semplice descrizione di
uno stato remoto.

Respirare falciando l'erba

Avete mai tagliato l'erba con la falce? Oggigiorno non lo


fanno in molti. Circa dieci anni fa me ne procurai una per
tagliare l'erba intorno a casa mia. Mi ci volle più di una setti-
mana per imparare a maneggiarla come si deve. La posizione
del corpo, il modo di impugnare la falce, l'angolo fra la lama e
l'erba, sono tutti fattori importanti. Mi accorsi che se coordina-
vo il movimento delle braccia con il ritmo del respiro e lavo-
ravo senza fretta facendo attenzione all'attività che svolgevo,
potevo continuare più a lungo. Quando non facevo così, dopo
dieci minuti ero già stanco.
In questi ultimi anni ho badato a non abusare delle mie
forze e a non perdere il contatto con il respiro. Per me è un
39 dovere prendermi cura del mio corpo, trattarlo con il rispetto
che un musicista riserva al suo strumento. Applico al corpo la
non violenza perché il corpo non è semplicemente un mezzo,
quanto piuttosto il fine. Tratto la mia falce allo stesso modo.
Mentre la uso, seguendo al tempo stesso il mio respiro, sento
che io e la mia falce respiriamo all'unisono. Mi succede anche
con molti altri attrezzi.
Una volta, un anziano signore che era venuto a trovare il
mio vicino di casa si offrì di insegnarmi a usare la falce. Era
molto più esperto di me, ma per lo più usava la stessa posi-
zione e gli stessi movimenti che usavo io. Mi stupì che anche
lui coordinava i movimenti con il respiro. Da allora, quando
vedo qualcuno falciare l'erba, so che far pratica di consape-
volezza.

Senza scopo

In Occidente, c'è una forte motivazione al successo. La


gente sa cosa vuole e va dritta al suo scopo. Può essere utile,
ma nel frattempo il piacere di vivere va perduto.
C'è un termine buddhista che si può tradurre con 'senza
desiderio' o 'senza scopo'. Significa non porsi alcuna meta da
raggiungere, perché dentro di sé c'è già tutto. Quando faccia-
mo la meditazione camminata, non ci proponiamo di arrivare
da nessuna parte. Ci limitiamo a fare passi sereni, lieti. Se
pensiamo continuamente al futuro, agli obiettivi che vogliamo
raggiungere, perdiamo i nostri passi. Lo stesso vale per la
meditazione seduta. Ci sediamo per goderci la seduta, non per
ottenere qualcosa. È un punto molto importante. Ogni istante
di meditazione ci restituisce alla vita, perciò quando ci sedia-
mo dovremmo gustare la nostra seduta dal principio alla fine.
40 Dovremmo mangiare un mandarino, bere una tazza di tè o
praticare la meditazione camminata 'senza scopo'.
Spesso ci diciamo: "Non restare a guardare, agisci!". Ma
praticando la consapevolezza facciamo una scoperta insolita.
Scopriamo che può essere più utile l'opposto: "Non agire
soltanto, guarda!". Per vedere chiaramente dobbiamo imparare
a fermarci. Sulle prime, 'fermarsi' può sembrare una forma di
resistenza alla vita moderna, ma non lo è. Non è una semplice
reazione, è un modo di vivere. La sopravvivenza del genere
umano dipende dalla nostra capacità di smettere di correre.
Abbiamo più di cinquantamila bombe nucleari, eppure non
riusciamo a smettere di produrne altre. 'Fermarsi' non implica
solo arrestare il male, ma anche favorire il bene, la guarigione.
Ecco lo scopo della nostra pratica: non eludere la vita, ma
sperimentare e testimoniare che si può essere felici adesso
come nel futuro.
Il fondamento della felicità è la consapevolezza. La condi-
zione essenziale per essere felici è la coscienza di esserlo. Se
non siamo consapevoli di essere felici, non lo siamo veramen-
te. Quando abbiamo il mal di denti, sappiamo che non averlo è
una cosa magnifica. Però, quando non abbiamo il mal di denti,
ancora non siamo felici. Il non-maldidenti è un'esperienza
piacevolissima. I motivi di gioia sono tanti, ma senza consape-
volezza non sapremo apprezzarli. Praticando la consapevo-
lezza impariamo a proteggere con amore queste cose belle.
Prendendoci cura del presente, ci prendiamo cura del futuro.
Lavorare per un futuro di pace è lavorare per la pace nell'atti-
mo presente.

Vivere è un'opera d'arte

41 Al termine di un ritiro in California un artista mi chiese:


"Qual è il modo più utile di guardare un fiore ai fini della mia
arte?". Risposi: "Con questo atteggiamento non sarai mai in
contatto con il fiore. Abbandona tutti i tuoi progetti, e resta con
il fiore senza alcuna intenzione di sfruttarlo o di ricavarne
qualcosa". La stessa persona mi disse: "Vorrei trarre profitto
dalla compagnia di un amico". Naturalmente è possibile trarre
profitto da un amico, ma un amico è qualcosa di più che una
fonte di profitto. Essere con un amico senza pensare di chie-
dere appoggio, aiuto o consiglio, è un'arte.
Guardare alle cose con l'intenzione di ricavarne un utile è
considerato normale. È il cosiddetto 'pragmatismo', per cui si
dice che 'la verità paga'. Meditare per raggiungere la verità ci
sembra un buon investimento. In meditazione ci fermiamo, e
guardiamo in profondità. Ci fermiamo semplicemente per
esserci, per essere con noi stessi e col mondo. La capacità di
fermarsi permette di vedere, e vedere aiuta a capire. Pace e
felicità sono il frutto che ne deriva. Per poter essere veramente
con un amico e con un fiore bisogna padroneggiare l'arte del
fermarsi.
Come si può portare la pace in una società che è dedita alla
ricerca del profitto? Come fare del nostro sorriso una fonte di
gioia, più che una semplice manovra diplomatica? Quando ci
rivolgiamo un sorriso, quel sorriso non è diplomazia; è la
prova che siamo autentici, che siamo pienamente padroni di
noi stessi. Possiamo scrivere una poesia che parli di fermarsi,
di 'senza scopo', di lasciarsi essere? Possiamo dipingere un
quadro su questo tema? Tutto ciò che facciamo è poesia o
pittura, se lo facciamo con consapevolezza. Coltivare lattuga è
poesia. Andare al supermercato può diventare un quadro.
Quando non ci preoccupiamo di stabilire se una certa cosa
è o non è un'opera d'arte, se semplicemente agiamo attimo per
42 attimo con calma e consapevolezza, ogni istante della nostra
vita è un'opera d'arte. Anche quando non dipingiamo e non
scriviamo, stiamo sempre creando. Dentro di noi c'è bellezza,
gioia e pace, e stiamo rendendo più bella la vita di molte per-
sone. A volte per parlare d'arte è meglio non chiamarla 'arte'.
Se agiamo con coscienza e integrità, la nostra arte fiorirà, e non
ci sarà bisogno di parlarne. Quando sappiamo essere pace,
scopriamo che l'arte è un mezzo splendido per condividerla.
L'espressione arriverà, in un modo o nell'altro, ma ciò che
conta è essere. Quindi dobbiamo tornare a noi stessi, e quando
dentro di noi ci saranno gioia e pace, le nostre creazioni
saranno del tutto spontanee e daranno al mondo un contributo
positivo.

La speranza è un ostacolo

La speranza è importante, perché può rendere il presente


meno gravoso. Credere che domani andrà meglio, aiuta a
sopportare il fardello di oggi. Ma questo è il massimo che la
speranza può fare per noi: alleggerire il nostro fardello.
Riflettendo sulla natura della speranza, mi appare chiaro il suo
risvolto tragico. Aggrappandoci alle nostre speranze, non
concentriamo le energie e le capacità sul momento presente. La
speranza ci serve a credere che il futuro sarà migliore, che
troveremo la pace, o il Regno dei cieli. La speranza diventa un
ostacolo. Se riuscite a non sperare, vi calate completamente nel
presente e scoprite la gioia che è già qui.
La cultura occidentale dà tanto valore alla speranza da
farci sacrificare il presente. La speranza riguarda il futuro. Non
può aiutarci a scoprire la gioia, la pace o l'illuminazione nel
presente. Molte religioni si basano sul concetto di speranza,
43 sicché una dottrina che inviti ad astenersene può suscitare forti
resistenze. Ma lo shock può produrre un effetto importante.
Non dico che non bisogna sperare, ma che la speranza non
basta. La speranza può esservi d'ostacolo, e se indulgente
all'energia della speranza non saprete riportarvi fino in fondo
all'attimo presente. Se rincanalate queste energie nell'essere
consapevoli di ciò che accade nell'attimo presente, troverete
una via d'uscita e scoprirete la gioia e la pace proprio in
quell'attimo, dentro di voi e in tutto ciò che vi circonda.
A. J. Muste, leader del movimento pacifista americano
degli anni '50, fonte di ispirazione per milioni di persone,
diceva: "Non esiste una via alla pace, la pace è la via". Ciò
significa che è possibile realizzare la pace precisamente nell'at-
timo presente con il nostro sguardo, il nostro sorriso, le nostre
parole, le nostre azioni. Lavorare per la pace non è uno stru-
mento. Ogni nostro passo dovrebbe essere pace. Ogni nostro
passo dovrebbe essere gioia. Ogni nostro passo dovrebbe esse-
re felicità. Se lo vogliamo davvero, possiamo farlo. Non ci ser-
ve il futuro. Possiamo sorridere e rilassarci. Tutto ciò che
vogliamo è proprio qui, nell'attimo presente.
La saggezza del fiore

C'è una storia, famosa negli ambienti zen, che parla di un


fiore. Un giorno il Buddha mostrò un fiore a un'assemblea di
milleduecentocinquanta monaci e monache. Per molto tempo
non disse nulla. L'uditorio restò in perfetto silenzio. Tutti
sembravano intenti a riflettere, cercando di capire il significato
44 recondito del gesto del Buddha. Poi, d'un tratto, il Buddha
sorrise. Sorrise perché uno dei presenti aveva sorriso a lui e al
fiore. Il nome di quel monaco era Mahakashyapa. Era stato
l'unico a sorridere; il Buddha, sorridendogli di rimando, disse:
"Ho un tesoro di saggezza, e l'ho trasmesso a Mahakashyapa".
Questa storia è stata oggetto di discussione da parte di molte
generazioni di studenti di Zen, e ancor oggi si continua a
ricercarne il senso. Per me, il significato è molto semplice.
Quando qualcuno solleva un fiore e ve lo mostra, vuole che lo
vediate. Se non smettete di pensare, perderete il fiore. La
persona che non stava pensando, che era semplicemente se
stessa, fu capace di un incontro profondo con il fiore, e quindi
sorrise.
Ecco il problema della vita. Se non siamo noi stessi fino in
fondo, se non siamo davvero nel presente, perdiamo tutto.
Quando vi viene incontro un bambino sorridente, se siete nel
futuro o nel passato o pensate ad altro invece di essere lì, è
come se il bambino non esistesse. Il metodo per essere vivi è
ritornare a se stessi perché il bambino si mostri nella sua splen-
dida realtà. Allora lo vedrete sorridere, e potrete stringerlo fra
le braccia.
Vorrei condividere con voi una poesia, scritta da un amico
che morì a Saigon a ventotto anni, circa trent'anni fa. Dopo la
sua morte si trovarono molte belle poesie composte da lui;
questa mi colpì particolarmente. Sono solo pochi versi brevi,
ma molto belli:

Accanto allo steccato, silenziosa,


sorridi col tuo incantevole sorriso.
Resto senza parole, saturo
dei suoni della tua bella canzone
45 senza principio senza fine.
Ti saluto con un profondo inchino.

Il poeta si rivolge a un fiore, a una dalia. Quella mattina,


passando davanti a uno steccato, aveva visto quel piccolo fiore
molto in profondità, e colpito da quella visione si era fermato a
scrivere la poesia.
A me piace moltissimo. Forse penserete che il poeta sia un
mistico, per via dello sguardo profondo con cui vedeva le cose.
Ma era una persona normale, come voi e me. Io non so come o
perché fosse capace di guardare e vedere così, ma è
esattamente il modo in cui pratichiamo la consapevolezza.
Cerchiamo di essere in contatto con la vita e guardiamo in
profondità mentre beviamo il tè, camminiamo, sediamo o
disponiamo i fiori. Il segreto del successo sta nell'essere
veramente ciò che si è, e quando siamo veramente ciò che
siamo incontriamo la vita nell'attimo presente.

Una stanza per respirare

C'è una stanza per tutto, per mangiare, per dormire, per
guardare la televisione, ma ci manca una stanza per la
consapevolezza. Io suggerisco di allestire un piccolo spazio in
casa, che chiameremo la 'stanza del respiro', dove sia possibile
restare soli a praticare l'attenzione al respiro e il sorriso, se non
altro nei momenti difficili. Quella stanzetta sarà una sorta di
Ambasciata del Regno della pace. La tratteremo con rispetto,
senza mai profanarla con rabbia, grida o cose del genere. Un
bambino che teme di essere sgridato dai genitori ci si può
rifugiare. Ora né il padre né la madre possono sgridarlo. Ha
chiesto asilo all'Ambasciata. A volte anche i genitori avranno
46 bisogno di rifugiarcisi, per sedersi, respirare, sorridere e
recuperare le forze. Perciò sarà una stanza per tutta la famiglia.
Vi consiglio di arredarla in modo molto semplice e di non
illuminarla troppo violentemente. Potreste metterci una picco-
la campana, con un bel suono, qualche cuscino o delle sedie, e
magari un vaso di fiori che ci ricordi la nostra vera natura. Voi
stessi o i vostri figli disporrete i fiori in consapevolezza, sorri-
dendo. Ogni volta che vi sentite un po' turbati, sapete che la
cosa migliore da fare è raggiungere la stanza, aprire la porta
lentamente, sedervi, invitare la campana a suonare (al mio
paese non si dice 'battere' la campana) e cominciare a respirare.
La campana sarà d'aiuto non soltanto a chi è nella stanza, ma
anche agli altri membri della famiglia.
Mettiamo che il marito sia di cattivo umore. Da quando
pratica l'attenzione al respiro, sa che non può fare di meglio
che andare a sedersi in quella stanza e praticare. Forse la mo-
glie non sa dove è andato; era in cucina ad affettare carote. Ma
anche lei sta soffrendo, perché hanno appena litigato. Sta
tagliando le carote con una certa veemenza, perché l'energia
della rabbia si trasmette al movimento. A un tratto, sente la
campana, e sa cosa fare. Smette di affettare, e comincia a inspi-
rare ed espirare. Ora si sente meglio e può sorridere, pensando
a suo marito che sa come prendersi cura della sua rabbia. Lui
va a sedersi nella stanza del respiro, respirando e sorridendo.
È una cosa stupenda; non sono in molti a farlo. D'improvviso,
nasce un sentimento di tenerezza, che la fa stare molto meglio.
Dopo tre respiri, ricomincia ad affettare le carote, ma stavolta
con tutt'altro atteggiamento.
La figlia, che ha assistito alla scena, sentiva già aria di
tempesta. Si è ritirata in camera sua e ha chiuso la porta,
aspettando in silenzio. Ma invece della tempesta, ha sentito la
campana, ha capito cosa stava succedendo. Ora si sente molto
47 sollevata, e vuole manifestare il suo apprezzamento al padre.
Lentamente, si dirige alla stanza del respiro, apre la porta,
entra in silenzio e si siede accanto a lui in segno di solidarietà.
Questo gesto aiuta molto il padre. Già si sentiva pronto a
uscire - ora è in grado di sorridere - ma dato che sua figlia è
seduta là vuole suonare ancora la campana per invitarla a
respirare.
In cucina, il secondo rintocco raggiunge la moglie, che si
rende conto di avere di meglio da fare che affettare le carote.
Così posa il coltello e va alla stanza del respiro. Il marito si
accorge che la porta si apre e sta entrando la moglie. Perciò,
anche se ora si sente bene, visto che è arrivata lei decide di re-
stare un altro po', e suona la campana per invitarla a respirare.
È una scena bellissima. Chi ha tanti soldi potrebbe comprare
un prezioso quadro di Van Gogh da appendere in soggiorno;
ma sarebbe meno bello di questa scena nella stanza del respiro.
La pratica della pace e della riconciliazione è una delle attività
umane più vitali e artistiche.
Conosco famiglie in cui i bambini vanno a sedersi in una
stanza come questa dopo colazione, respirano contando fino a
dieci - "in-out uno", "in-out due", "in-out tre" ... - e poi vanno a
scuola. Se i vostri non se la sentono di farne dieci, magari ne
bastano tre. Cominciare la giornata così è molto bello e di
grande aiuto per tutta la famiglia. Se siete consapevoli al
mattino e cercate di nutrire la consapevolezza durante il gior-
no, la sera tornerete a casa con il sorriso sulle labbra, segno che
la consapevolezza c'è ancora.
Io credo che in ogni casa dovrebbe esserci una stanza per
respirare. Pratiche semplici come la respirazione cosciente e il
sorriso hanno grandissima importanza. Possono cambiare la
nostra civiltà.

48
Il viaggio prosegue

Abbiamo camminato insieme in consapevolezza, imparan-


do a respirare e a sorridere con piena attenzione a casa, al
lavoro, per tutto il giorno. Abbiamo parlato di come mangiare
consapevolmente, lavare i piatti, guidare, rispondere al telefo-
no e perfino falciare l'erba. La presenza mentale è il fondamen-
to di una vita felice.
Ma come affrontare le emozioni difficili? Cosa fare quando
proviamo rabbia, avversione, rimorso o tristezza? Negli ultimi
quarant'anni ho imparato e scoperto io stesso molti metodi per
lavorare con stati mentali di questo genere. Vogliamo con-
tinuare il nostro viaggio è provare a metterne in pratica
qualcuno?
49 Parte Seconda
Trasformarsi e guarire

Trasformarsi e guarire
Il fiume delle sensazioni

50 Le sensazioni giocano un ruolo molto importante nel


determinare il corso dei nostri pensieri e delle nostre azioni.
Dentro di noi c'è un fiume di sensazioni, in cui ogni goccia
d'acqua è una sensazione diversa e ciascuna deve la sua
esistenza a tutte le altre. Per osservarlo, ci sediamo sulla riva e
riconosciamo ogni sensazione nel suo affiorare, scorrere e
svanire.
Le sensazioni sono di tre tipi: piacevoli, spiacevoli e neutre.
Nel caso di una sensazione spiacevole, la reazione più proba-
bile è il desiderio di mandarla via. Però è più efficace riportare
l'attenzione sul respiro e limitarci a osservarla con un atto di
silenzioso riconoscimento: "Inspirando, so che in me c'è una
sensazione spiacevole. Espirando, so che in me c'è una sensa-
zione spiacevole". Dare un nome alla sensazione, come ad
esempio 'rabbia', 'dolore', 'gioia' o 'felicità', ci aiuta a identifi-
carla con chiarezza e a riconoscerla più profondamente.
Il respiro può essere un mezzo per prendere contatto con le
nostre sensazioni e accettarle. Se il respiro è leggero e tranquil-
lo, come effetto spontaneo della respirazione cosciente, il corpo
e la mente piano piano diventeranno leggeri, tranquilli e limpi-
di e le sensazioni faranno altrettanto. L'osservazione consape-
vole si basa sul principio della 'non-dualità': la nostra sensazio-
ne non è separata da noi né è il semplice prodotto di un agente
esterno; la sensazione è noi, e per il momento noi siamo quella
sensazione. Non ci affoghiamo dentro, non la guardiamo con
terrore e nemmeno la rifiutiamo. Questo atteggiamento di non
rifiuto e di non attaccamento nei confronti delle sensazioni è la
disponibilità a lasciar andare, una componente importante
della pratica meditativa.
Porci di fronte alle sensazioni spiacevoli con sollecitudine,
affetto e non violenza, ci mette in grado di trasformarle in
un'energia che è benefica e nutriente. Grazie al lavoro di
51 osservazione attenta, le nostre sensazioni spiacevoli diventano
strumenti di conoscenza che ci fanno vedere e comprendere
tanti aspetti di noi stessi e della società.

Anti-chirurgia

La medicina occidentale dà troppo spazio alla chirurgia. I


medici vorrebbero tagliar via tutto ciò che è indesiderabile.
Quando nel corpo c'è qualcosa che non funziona, troppo
spesso ci consigliano di sottoporci a un'operazione. Lo stesso
principio sembra valere in psicoterapia. I terapeuti pensano di
aiutarci liberandoci di quello che non vogliamo e lasciandoci
solo quello che vogliamo. Ma può darsi che non resti granché.
Nel tentativo di gettar via ciò che non vogliamo, ci ritroviamo
a gettar via gran parte di noi stessi.
Invece di comportarci come se fosse possibile eliminare
certe parti di noi, dovremmo imparare l'arte della trasforma-
zione. La nostra rabbia, ad esempio, può essere trasformata in
qualcosa di più sano, come la comprensione. Non serve la
chirurgia per liberarci dalla rabbia. Se ci arrabbiamo con la
nostra rabbia, avremo due arrabbiature in un colpo solo. Dob-
biamo solo osservarla con amore e attenzione. Con questo
atteggiamento, si trasformerà. Avremo fatto la pace. Se siamo
in pace con noi stessi, possiamo far pace con la nostra rabbia.
Lo stesso trattamento può essere riservato alla depressione,
all'ansia, alla paura o a qualunque altro sentimento spiacevole.

Trasformare le emozioni

Il primo passo nel lavoro con le emozioni è riconoscerle nel


52 momento in cui affiorano. La responsabile di questa operazio-
ne è la consapevolezza. Nel caso della paura, ad esempio, si
tratta di attivare la consapevolezza, guardare la propria paura
e riconoscerla come tale. Sapete che la paura nasce da voi,
proprio come la consapevolezza. Sono entrambe dentro di voi
e non sono in conflitto, ma l'una si prende cura dell'altra.
Il secondo passo è diventare tutt'uno con l'emozione. È
meglio non dire: "Vattene, paura. Non mi piaci. Tu non sei
me". È molto più efficace dire: "Ciao, paura. Come va oggi?".
Allora potrete invitare i due aspetti di voi, la consapevolezza e
la paura, a darsi un'amichevole stretta di mano e diventare una
cosa sola. Può sembrare un'operazione pericolosa, ma poiché
sapete di essere qualcosa di più della vostra paura, non c'è
nulla da temere. Finché ci sarà la consapevolezza, sarà lei a
tener d'occhio la paura. La pratica fondamentale è alimentare
la consapevolezza con la respirazione cosciente, tenerla pronta,
forte e vitale. Anche se al principio potrà mancare di vigore,
nutrendola diventerà più robusta. Finché c'è consapevolezza,
non c'è pericolo di affogare nella paura. In realtà, cominciate a
trasformarla nel preciso istante in cui date vita alla consape-
volezza dentro di voi.
Il terzo passo è calmare l'emozione. Affidata la paura nelle
mani esperte della consapevolezza, cominciate a calmarla:
"Inspirando, calmo l'attività del corpo e della mente". Calmate
le emozioni con la vostra semplice presenza, come una madre
che tiene in braccio il suo bambino che piange. Avvertendo la
tenerezza della madre, il bambino si calmerà e smetterà di
piangere. La madre è la consapevolezza, nata dalle profondità
della vostra coscienza, pronta a prendersi cura della
sensazione dolorosa. Una madre che tiene in braccio il suo
bambino è tutt'uno con lui. Se la madre pensa ad altro, il
bambino non si calmerà. La madre deve lasciare da parte tutto
53 il resto e dedicarsi completamente al bambino. Perciò, non
scansate la vostra emozione. Non dite: "Non conti niente, sei
solo un'emozione". Diventate una cosa sola. Potete dire:
"Espirando, calmo la mia paura".
Il quarto passo è lasciar andare l'emozione, mollare la
presa. La calma raggiunta vi fa sentire a vostro agio anche
nella morsa della paura e non temete più che raggiunga livelli
intollerabili. Rendervi conto che siete in grado di gestire la
vostra paura già la ridimensiona, la rende meno aspra e più
tollerabile. Ora potete sorriderle e lasciarla andare; ma non
fermatevi lì. Calmare e lasciar andare alleviano solo il sintomo.
Ora avete l'occasione di andare più a fondo e trasformare le
radici della vostra paura.
Il quinto passo è osservare in profondità. Esaminate a
fondo il vostro bambino - il vostro sentimento di paura - per
capire cosa c'è che non va, anche dopo che il bambino ha smes-
so di piangere, anche quando la paura non c'è più. Non potete
tenerlo in braccio continuamente, perciò dovete esaminarlo a
fondo per ricercare le cause del disagio. Osservando, capirete
cosa vi serve per cominciare a trasformare l'emozione. Vi ren-
derete conto, ad esempio, che la sua sofferenza ha molte cause,
interne ed esterne al suo corpo. Se la causa è nell'ambiente e
voi sistemate le cose occupandovi della situazione con tenerez-
za e sollecitudine, il bambino si sentirà meglio. Esaminando a
fondo il vostro bambino capirete cos'è che lo fa piangere, e una
volta che l'avrete capito saprete cosa fare e cosa non fare per
trasformare l'emozione ed essere liberi.
È un processo simile alla psicoterapia. Il terapeuta e il suo
paziente esplorano insieme la natura del dolore. Spesso il
terapeuta identifica le cause della sofferenza nell'atteggiamen-
to mentale del paziente, nelle opinioni che nutre su se stesso, la
sua cultura, il mondo. Il terapeuta esamina punti di vista e
54 opinioni insieme al paziente e collabora con lui per affrancarlo
dalla prigione in cui è rinchiuso. Ma gli sforzi del paziente
sono essenziali. Un insegnante deve dar vita all'insegnante che
è nel suo allievo, così come uno psicoterapeuta deve dar vita
allo psicoterapeuta che è nel suo paziente. Allora lo 'psicotera-
peuta interiore' del paziente può lavorare a tempo pieno con
grande efficacia.
Il terapeuta non cura il paziente trasmettendogli semplice-
mente un altro sistema di credenze, ma cerca di aiutarlo a capi-
re quali idee e opinioni sono all'origine della sua sofferenza.
Molti pazienti vogliono sbarazzarsi dei propri sentimenti dolo-
rosi ma non vogliono affatto sbarazzarsi delle opinioni e dei
punti di vista che sono alla base di quegli stessi sentimenti.
Perciò terapeuta e paziente devono collaborare per aiutare il
paziente a vedere le cose come sono. Lo stesso vale quanto
cerchiamo di trasformare le nostre emozioni attraverso la con-
sapevolezza. Dopo averla riconosciuta, abbracciata completa-
mente, calmata e lasciata andare, possiamo esaminare a fondo
le cause dell'emozione, che spesso si basano su percezioni
distorte. Non appena ne comprendiamo le cause e la natura, le
nostre emozioni cominciano a trasformarsi.
La consapevolezza della rabbia

La rabbia è un sentimento spiacevole. È come una vampata


che consuma il nostro autocontrollo e ci fa dire e fare cose di
cui poi ci pentiamo. Una persona arrabbiata vive l'inferno, lo si
vede chiaramente. L'inferno è fatto di rabbia e di odio. Una
mente senza rabbia è fresca, serena ed equilibrata. L'assenza di
55 rabbia è il fondamento della felicità autentica, il fondamento
dell'amore e della compassione.
Quando la mettiamo sotto la lampada della consapevolez-
za, la nostra rabbia comincia subito a perdere un po' del suo
carattere distruttivo. Possiamo dirci: "Inspirando, riconosco
che la rabbia è in me. Espirando, riconosco che io sono la mia
rabbia". Se seguiamo attentamente il nostro respiro mentre la
identifichiamo e la osserviamo con attenzione, la rabbia perde
il suo monopolio sulla nostra coscienza.
Possiamo invocare la consapevolezza per fare da compa-
gna alla rabbia. La consapevolezza non reprime la rabbia, non
la caccia via. Si limita a prendersene cura. È un principio molto
importante. La consapevolezza non è un giudice. Somiglia
piuttosto a una sorella maggiore che custodisce e conforta la
sorellina con affetto e sollecitudine. Un modo per conservare la
consapevolezza e conoscerci a fondo è concentrarci sul respiro.
Quando siamo arrabbiati, in genere non siamo disposti a
riportare l'attenzione su di noi. Vogliamo pensare alla persona
che ci fa arrabbiare, pensare alle sue caratteristiche odiose, alla
sua scortesia, disonestà, crudeltà, malizia, e così via. E più
pensiamo, ascoltiamo o guardiamo quella persona, più la rab-
bia divampa. La sua disonestà, la sua odiosità, può essere
reale, immaginaria o esagerata, ma in realtà la radice del
problema è proprio la rabbia, e non c'è altro da fare che tornare
un passo indietro e guardare prima di tutto dentro di noi. È
meglio evitare di ascoltare o guardare la persona che riteniamo
essere la causa della nostra rabbia. Un pompiere deve per
prima cosa gettare acqua sul fuoco, e non perdere tempo a
cercare chi ha appiccato l'incendio. "Inspirando, so di essere
arrabbiato. Espirando, so che devo prendermi cura di questa
rabbia con tutta la mia energia". Perciò, finché la rabbia per-
siste, evitiamo di pensare a quella persona e ci asteniamo dal
56 fare o dire alcunché. Se ci dedichiamo completamente all'osser-
vazione della rabbia, eviteremo di combinare guai di cui in
seguito potremmo pentirci.
Quando siamo arrabbiati, la nostra rabbia si identifica con
noi. Reprimerla o scacciarla è reprimere o scacciare noi stessi.
Quando siamo allegri, siamo l'allegria. Quando siamo arrab-
biati, siamo la rabbia. Quando ci nasce dentro la rabbia, possia-
mo renderci conto che dentro di noi c'è un'energia che è
possibile accettare, per trasformarla in un altro tipo di energia.
Di fronte a un bidone pieno di materiali organici putrescenti e
maleodoranti, sappiamo di poter trasformare quei rifiuti in
fiori bellissimi. All'inizio, ci pare che il concime e i fiori siano
agli antipodi, ma a uno sguardo più attento ci accorgiamo che i
fiori sono già presenti nel concime, e che il concime è già pre-
sente nei fiori. Un fiore ci mette appena due settimane a
decomporsi. Un bravo giardiniere biologico lo sa, e quando
guarda la sua miscela fertilizzante non prova né tristezza né
disgusto. Anzi, tiene in gran conto quella materia putrescente,
non la valuta negativamente. Ci vuole appena qualche mese
perché il concime faccia nascere i fiori. Nei confronti della
nostra rabbia dobbiamo avere la saggezza e la visione non
dualistica del giardiniere biologico. Non dobbiamo temerla o
rifiutarla. Sappiamo che quella rabbia può essere concime, che
ha la capacità di dar vita a qualcosa di bello. La rabbia ci occor-
re come al giardiniere occorre il concime. Se sappiamo accet-
tare la nostra rabbia, abbiamo già un certo grado di pace e di
gioia. A poco a poco, riusciremo a trasformarla completamente
in pace, amore e comprensione.

Prendere a pugni il cuscino

57 Non sempre il modo migliore per gestire la rabbia è


esprimerla. A volte, esprimerla significa riattivarla o riviverla,
radicandola ancor di più negli strati profondi della nostra
coscienza. Esprimerla alla persona con cui siamo arrabbiati
può fare molto danno.
Qualcuno preferisce andare in camera sua, chiudere a
chiave la porta e prendere a pugni un cuscino. Lo chiamiamo
"entrare in contatto con la nostra rabbia". Ma io non credo
affatto che questo sia entrare in contatto con la nostra rabbia.
In realtà, secondo me non siamo in contatto nemmeno con il
nostro cuscino. Se fossimo veramente in contatto con il cusci-
no, sapremmo che cos'è un cuscino e non lo prenderemmo a
pugni. Tuttavia, questa tecnica può funzionare sul momento,
perché nel prendere a pugni il cuscino ci scarichiamo di un bel
po' di energia e questo ci fa sentire meglio. Ma le radici della
rabbia restano intatte e basterà un bel pasto nutriente per recu-
perare le energie. Se i semi della nostra rabbia vengono innaf-
fiati di nuovo, la rabbia rinascerà, e ci toccherà ricominciare
tutto da capo.
Prendere a pugni il cuscino può darci un qualche sollievo,
ma non molto duraturo. Se vogliamo una vera trasformazione,
dobbiamo occuparci delle radici della rabbia, esplorare a fondo
le sue cause. Altrimenti, i semi della rabbia germineranno di
nuovo. Se pratichiamo una vita consapevole, piantando nuovi
semi salubri e salutari, saranno loro a prendersi cura della
nostra rabbia e la trasformeranno senza che neppure glielo
chiediamo.
La consapevolezza si prenderà cura di tutto, come la luce
del sole si prende cura delle piante. Apparentemente il sole
non fa granché; si limita a illuminare le piante, ma trasforma
tutto. Quando cala la sera i papaveri si chiudono, ma esposti
per una o due ore alla luce del sole si aprono di nuovo. Il sole
58 penetra nei fiori che prima o poi non potranno fare a meno di
schiudersi. Così pure la consapevolezza, se praticata con assi-
duità, opererà una sorta di trasformazione nel fiore della
nostra rabbia, che si schiuderà rivelandoci la sua vera natura. E
una volta compresa la sua natura, le sue radici, saremo liberi.

Lavorare sulla rabbia con la meditazione camminata

Quando affiora la rabbia, potremmo uscire all'aperto a


praticare la meditazione camminata. L'aria fresca, il verde
degli alberi e delle piante ci saranno di grande aiuto. Possiamo
praticare così:

Inspirando, so di provare rabbia.


Espirando, so che la rabbia sono io.
Inspirando, so che è un sentimento spiacevole.
Espirando, so che passerà.
Inspirando, sono calmo.
Espirando, sono abbastanza forte per prendermi
cura di questa rabbia.

Per alleviare la sensazione spiacevole provocata dalla rab-


bia, ci dedichiamo anima e corpo alla meditazione camminata,
coordinando la respirazione con i passi e dando piena atten-
zione al contatto fra la pianta dei piedi e il terreno. Mentre
camminiamo recitiamo questi versi, aspettando di essere ab-
bastanza calmi per guardare la rabbia direttamente. Nel frat-
tempo, possiamo goderci il respiro, la camminata, le cose belle
che ci circondano. Dopo un po', la rabbia si placherà e ci senti-
remo più forti. Allora potremo cominciare a osservarla diretta-
mente e cercare di comprenderla.
59

Cuocere le patate

Grazie alla luce chiarificatrice della consapevolezza, dopo


un certo periodo di osservazione attenta cominciamo a intrav-
vedere le cause originarie della nostra rabbia. La meditazione
ci aiuta a esplorare a fondo le cose, per comprenderne la natu-
ra. Se esploriamo la nostra rabbia ne vedremo le radici, che
potranno essere incomprensione, mancanza di tatto, ingiusti-
zia, risentimento o condizionamento. Queste radici possono
essere presenti in noi e nella persona che ha avuto il ruolo
principale nel far precipitare la nostra rabbia. Osserviamo
attentamente per essere capaci di vedere e capire. Vedere e
capire sono i fattori liberanti che generano amore e compren-
sione. Osservare attentamente per vedere e capire le radici
della rabbia è un metodo la cui efficacia dura nel tempo.
Le patate crude non sono commestibili, ma non le buttiamo
via solo perché sono crude. Sappiamo che possiamo cuocerle.
Perciò, le mettiamo in una pentola piena d'acqua, chiudiamo
con il coperchio e accendiamo il fuoco sotto la pentola. Il fuoco
è la consapevolezza, la pratica della respirazione cosciente e
del focalizzare l'attenzione sulla nostra rabbia. Il coperchio
simboleggia la concentrazione, perché mantiene costante il
calore nella pentola. Quando esploriamo la rabbia aiutandoci
con l'attenzione al respiro, per dare forza alla nostra pratica ci
occorre un certo grado di concentrazione. Perciò, allontanata
ogni distrazione, ci concentriamo sul problema. Il contatto con
la natura, con gli alberi e i fiori, facilita la pratica.
Non appena mettiamo la pentola sul fuoco, interviene un
cambiamento. L'acqua comincia a scaldarsi. Dopo dieci minuti
bollirà, ma per cuocere le patate bisogna tenere acceso il fuoco
60 un po' più a lungo. Mentre pratichiamo la consapevolezza del
respiro e della rabbia, la trasformazione sta già avvenendo.
Dopo mezz'ora, solleviamo il coperchio e sentiamo un altro
odore. Sappiamo che adesso possiamo mangiare le patate. La
rabbia si è trasformata in un altro tipo di energia, l'energia
della comprensione e della compassione.

Le radici della rabbia

La rabbia si radica nella mancata comprensione di noi


stessi e delle cause, remote o contingenti, che hanno prodotto
la spiacevole situazione in cui ci troviamo. La rabbia si radica
anche nel desiderio, nell'orgoglio, nell'agitazione e nel sospet-
to. Le radici primarie della nostra rabbia sono dentro di noi.
L'ambiente e gli altri giocano solo un ruolo secondario. Non ci
è difficile accettare gli enormi danni provocati da una catastro-
fe naturale, come un terremoto o un'alluvione. Ma se il danno
è provocato da una persona, non sappiamo essere altrettanto
pazienti. Sappiamo che i terremoti e le alluvioni hanno una
causa; ma dovremmo capire che anche la persona che ha
provocato la nostra rabbia ha i suoi motivi, remoti e contin-
genti, per fare quello che ha fatto.
Per esempio, una persona che ci prende a male parole può
aver subito lo stesso trattamento appena il giorno prima, o
nell'infanzia da parte di un padre alcolizzato. Intuire e com-
prendere questo genere di cause è il primo passo per liberarci
dalla rabbia. Non dico che un aggressore protervo debba resta-
re impunito. Dico soltanto che il punto è occuparsi innanzitut-
to dei semi distruttivi che sono dentro di noi. Poi, se la persona
necessita di aiuto o correzione, potremo farlo spinti dalla com-
passione, non per rabbia o per vendetta. Se ci sforziamo since-
61 ramente di capire la sofferenza di un altro, sarà più facile
assumere un comportamento che lo aiuti a superare il suo
dolore e la sua confusione e che sia utile in generale.

Formazioni psichiche

C'è un termine nella psicologia buddhista che si può tra-


durre con 'formazioni psichiche', 'lacci', oppure 'nodi'. Quando
riceviamo lo stimolo sensoriale, a seconda del nostro modo di
riceverlo si può formare un nodo dentro di noi. Quando
qualcuno ci si rivolge in maniera sgarbata, se ne capiamo la
ragione e non ce la prendiamo a male, non ci sentiremo affatto
irritati e non si formerà alcun nodo. Ma se non capiamo il
perché di quell'atteggiamento e ci irritiamo, si stringerà un
nodo dentro di noi. La mancanza di una chiara comprensione
è la base di ogni tipo di nodo.
Se coltiviamo una piena consapevolezza, saremo in grado
di riconoscere le formazioni psichiche sul nascere, e scoprire-
mo in che modo trasformarle. Per esempio, una moglie vede il
marito che si pavoneggia a una festa e sente venir meno la sua
stima per lui. Se ne parla con lui, potranno arrivare a un chia-
rimento e il nodo si scioglierà facilmente. Perché sia facile
trasformarle, le formazioni psichiche devono essere investite di
tutta la nostra attenzione nel momento stesso in cui emergono,
quando ancora sono deboli.
Se non sciogliamo i nostri nodi non appena si formano,
diventeranno più stretti e più forti. La mente conscia,
raziocinante, sa che i sentimenti negativi come la rabbia, la
paura e il rimorso non sono del tutto accettabili, individual-
mente e socialmente, e quindi fa di tutto per reprimerli, per
62 confinarli in un'area inaccessibile della coscienza dove poterli
dimenticare. Spinti dal desiderio di evitare la sofferenza, noi
creiamo meccanismi di difesa che negano l'esistenza di questi
sentimenti e ci danno l'impressione di essere in pace con noi
stessi. Ma le nostre formazioni psichiche tendono costante-
mente a manifestarsi sotto forma di immagini, sentimenti,
pensieri, parole o comportamenti distruttivi.
Per lavorare con le formazioni psichiche inconsce occorre
innanzitutto prenderne coscienza. La pratica dell'attenzione al
respiro è uno strumento per accedere ad alcuni dei nodi
presenti dentro di noi. Nel diventare consapevoli di immagini,
sentimenti, pensieri, parole e comportamenti, possiamo chie-
derci ad esempio: perché mi sono sentito a disagio quando gli
ho sentito dire quelle parole? Perché gli ho detto questo?
Perché penso sempre a mia madre quando vedo quella donna?
Perché detesto il protagonista di quel film? A quale figura
odiata del mio passato assomiglia? A poco a poco, questa
esplorazione puntuale potrà far emergere alla coscienza le
formazioni psichiche sepolte nel profondo.
Nel corso della meditazione seduta, quando le porte e le
finestre della percezione sensoriale sono chiuse, può succedere
che le formazioni psichiche emergano dal profondo sotto
forma di immagini, sentimenti o pensieri. Noteremo una
sensazione di ansia, di paura o di disagio apparentemente
inspiegabile. Quindi la mettiamo sotto la lampada della consa-
pevolezza e ci prepariamo a vedere l'immagine, il sentimento o
il pensiero in questione in tutta la sua complessità. Quando
comincia a uscire allo scoperto, potrà crescere di forza e inten-
sità. Potrà sembrarci così forte da derubarci della pace, della
gioia e del rilassamento che avevamo, e forse ci passerà la
voglia di entrarci in contatto. Vorremo spostare la nostra
attenzione su un altro oggetto di meditazione o addirittura
63 interrompere la seduta; forse ci verrà sonno o concluderemo
che è meglio rimandare a un altro momento. È quello che in
psicologia si definisce resistenza. Abbiamo paura di portare
alla coscienza i sentimenti dolorosi sepolti dentro di noi,
perché ci fanno soffrire. Ma se abbiamo qualche esperienza di
pratica del respiro e del sorriso, avremo sviluppato la capacità
di restare seduti tranquillamente a osservare le nostre paure.
Senza perdere il contatto con il respiro e continuando a
sorridere, potremo dire: "Ciao, paura. Eccoti di nuovo".
Ci sono persone che praticano la meditazione seduta per
molte ore al giorno senza arrivare mai a un confronto diretto
con le proprie emozioni. C'è chi afferma che le emozioni non
sono importanti e preferisce concentrarsi su argomenti metafi-
sici. Non dico che gli altri soggetti di meditazione non contino
nulla, ma se restiamo avulsi dai nostri problemi concreti non
sarà una meditazione veramente valida o proficua.
Se sapremo vivere ogni istante con una mente risvegliata,
saremo consapevoli delle vicissitudini delle nostre sensazioni e
percezioni nel presente, e non lasceremo che si formino o si
stringano nodi nella nostra coscienza. E se sapremo osservare
le nostre emozioni, potremo scoprire le radici delle formazioni
psichiche più inveterate e trasformate, anche quelle che sono
diventate molto forti.
Vita in comune

Quando viviamo con un'altra persona, per preservare la


felicità l'uno dell'altro dovremmo aiutarci reciprocamente a
trasformare le formazioni psichiche che produciamo insieme.
Coltivando la comprensione e la parola amorevole possiamo
fare molto l'uno per l'altro. La felicità non è più un fatto
64 individuale. Se l'altro non è felice, neppure noi siamo felici.
Trasformare i nodi dell'altro sarà una fonte di felicità anche per
noi. Una moglie può generare formazioni psichiche nel marito,
e altrettanto può fare il marito con la moglie. Continuando a
generare nodi l'uno nell'altro, arriverà il giorno in cui ogni
felicità sarà svanita. Perciò, non appena si genera un nodo, è
necessario che la moglie, ad esempio, si renda conto di questo
nodo che si è formato dentro di lei senza sottovalutarlo, e che
anzi si conceda il tempo per osservarlo e trasformarlo con
l'aiuto del marito. Potrebbe dire ad esempio: "Caro, sento cre-
scere la tensione fra noi e faremmo meglio a parlarne". Questo
è facile quando lo stato d'animo del marito e della moglie non
è ancora appesantito da troppi nodi.
Alla base di qualunque formazione psichica c'è una man-
canza di comprensione. Se prendiamo atto dell'incompren-
sione che c'era al momento in cui si è formato un nodo, ci sarà
facile scioglierlo. Praticare l'osservanza consapevole significa
guardare in profondità per scoprire la natura e le cause di
qualcosa. Un frutto importante di questa scoperta è la risolu-
zione dei nostri nodi.
La quiddità

Nel Buddhismo, il termine 'quiddità' indica l'essenza o le


caratteristiche peculiari di una cosa o di una persona, la sua
vera natura. Ogni individuo ha la sua quiddità. Se vogliamo
convivere in pace e in armonia con qualcuno, dobbiamo rico-
noscere la sua quiddità. Riconoscerla significa comprendere la
65 persona. Allora non ci sono problemi. Possiamo convivere in
pace e in armonia.
Nel portare dentro casa il metano per riscaldarci e cucina-
re, conosciamo la quiddità del metano. Sappiamo che è un gas
pericoloso, che se non stiamo attenti può essere letale. D'altro
canto, sappiamo che ci serve per cucinare, perciò non esitiamo
ad accoglierlo in casa. Con la corrente elettrica è lo stesso. Sap-
piamo che potremmo restare fulminati, e che usata con atten-
zione la corrente è una cosa utile; quindi nessun problema,
perché conosciamo la sua quiddità. Lo stesso vale per le perso-
ne. Se non sappiamo molto della quiddità di qualcuno, possia-
mo metterci nei guai. Se invece sappiamo, possiamo godere
della reciproca compagnia e farci del bene a vicenda. La chiave
è conoscere la quiddità delle persone. Non ci aspettiamo che
siamo sempre rose. Dobbiamo capire anche il loro lato spazza-
tura.

Guarda nella tua mano

Ho un amico artista. Quarant'anni fa, prima che lasciasse


per sempre il Vietnam, sua madre gli prese la mano e gli disse:
"Ogni volta che sentirai la mia mancanza, guarda nella tua
mano: io sarò lì". Quanta profondità, in queste parole semplici
e sincere!
Nel corso degli anni, il mio amico ha guardato molte volte
in quella mano. La presenza della madre non è solo un fatto
genetico. Dentro di lui ci sono anche il suo spirito, le sue
speranze, la sua vita. Quando guarda nella sua mano, può
vedere le migliaia di generazioni che l'hanno preceduto e che
verranno dopo di lui. Può vedere che esiste non solo nell'albe-
ro evolutivo che si dirama lungo l'asse del tempo, ma anche
66 nella rete delle relazioni interdipendenti. Mi ha detto che non
si sente mai solo.
Quando la mia nipotina è venuta a farmi visita l'estate
scorsa, le ho offerto il tema di meditazione "Guarda nella tua
mano". Le ho detto che nella sua mano è presente ogni sasso-
lino, ogni foglia, ogni farfalla.

Genitori

Quando penso a mia madre, non so separare la sua imma-


gine dalla mia idea dell'amore, perché l'amore era l'ingrediente
connaturato ai toni dolci e pacati della sua voce. Il giorno che
persi mia madre, scrissi nel mio diario: "Oggi si è compiuta la
più grossa tragedia della mia vita". Sebbene fossi adulto e vi-
vessi lontano da lei, perderla mi fece sentire come un orfanello
abbandonato.
So che molti amici occidentali non nutrono gli stessi senti-
menti nei confronti dei genitori. Conosco tante storie di geni-
tori che hanno ferito profondamente i figli, lasciandogli dentro
molti semi dolorosi. Io credo però che non l'abbiano fatto di
proposito, che non volessero davvero farli soffrire. Forse han-
no ricevuto quegli stessi semi dai propri genitori. C'è una con-
tinuità nella trasmissione dei semi, e quei padri e quelle madri
potrebbero averli ereditati dai nonni e dalle nonne. Quasi tutti
siamo vittime di un modo di vivere che non è consapevole; la
pratica del vivere consapevolmente, la pratica della meditazio-
ne, può mettere fine a tutta questa sofferenza e interrompere la
catena di dolore che si trasmette attraverso figli e nipoti. Pos-
siamo spezzare la catena impedendo che questi semi dolorosi
si trasmettano ai nostri figli, ai nostri amici, agli altri in gene-
rale.
67 Un ragazzo di quattordici anni che pratica al Plum Village
mi ha raccontato la sua storia. Quando ne aveva undici, era
molto arrabbiato con suo padre. Ogni volta che cadeva e si
faceva male, suo padre lo sgridava. Il ragazzo aveva deciso che
da adulto sarebbe stato diverso da suo padre. Ma l'anno scorso
la sorellina cadde dall'altalena mentre giocava con gli altri
bambini e si sbucciò un ginocchio. Vedendola sanguinare, il
ragazzo andò su tutte le furie. Aveva voglia di gridarle: "Stupi-
da che sei! Perché fai certe cose?". Ma si riprese in tempo. La
pratica del respiro e della consapevolezza lo aiutò a riconosce-
re la sua rabbia e a non agirla impulsivamente.
Mentre gli adulti assistevano la sorella, ripulivano la ferita
e la coprivano con un cerotto, lui si mise in disparte a lavorare
sulla sua rabbia con l'attenzione al respiro. A un tratto capì di
essere uguale a suo padre. Mi disse: "Mi resi conto che se non
avessi fatto niente per la mia rabbia l'avrei trasmessa ai miei
figli". Ma capì anche un'altra cosa. Capì che forse anche suo
padre era una vittima, esattamente come lui. I semi della rab-
bia potevano essergli stati trasmessi dai suoi nonni. Fu una
presa di coscienza notevole, considerata l'età; ma la pratica
della consapevolezza gli aveva dato la capacità di capire. "Mi
ripromisi di continuare a praticare per trasformare la mia
rabbia in qualcosa di diverso". In capo a pochi mesi la rabbia
scomparve. Allora fu in grado di andare dal padre a offrirgli il
frutto della sua pratica, dicendogli che prima era in collera con
lui, ma che ora aveva capito. Avrebbe voluto che anche lui
cominciasse a praticare, per trasformare i semi della rabbia che
si portava dentro. Di solito pensiamo che spetti ai genitori
prendersi cura dei figli, ma a volte sono i figli a illuminare i
genitori e ad aiutarli a trasformarsi.
Se guardiamo i nostri genitori con compassione, spesso ci
accorgiamo che sono soltanto vittime a cui è mancata l'oppor-
68 tunità di praticare la consapevolezza. Che non sono stati in
grado di trasformare la propria sofferenza. Ma vederli attra-
verso gli occhi della compassione ci mette in grado di offrirgli
gioia, pace, perdono. In realtà, se guardiamo nel profondo,
scopriamo che è impossibile non identificarci con i nostri
genitori.
Quando facciamo il bagno o la doccia, se osserviamo atten-
tamente il nostro corpo, vedremo che è un dono dei nostri
genitori e dei loro genitori. Mentre laviamo le membra del no-
stro corpo, possiamo meditare sulla sua natura e sulla natura
della vita chiedendoci: "A chi appartiene questo corpo? Chi mi
ha donato questo corpo? Che cosa è stato donato?". Questa me-
ditazione ci porterà a scoprire che sono in gioco tre componen-
ti: il donatore, il dono e colui che lo riceve. Il donatore sono i
nostri genitori; noi siamo la prosecuzione dei nostri genitori e
dei nostri avi. Il dono è questo stesso corpo. Colui che lo riceve
siamo noi. Continuando a meditare su questo tema, vedremo
chiaramente che il donatore, il dono e colui che lo riceve sono
una cosa sola. Tutti e tre sono contenuti nel nostro corpo.
Quando siamo profondamente in contatto con il presente,
vediamo che dentro di noi ci sono tutti i nostri avi e tutte le
generazioni future. Vedendo questo, sapremo cosa fare e cosa
non fare, per noi stessi, i nostri avi, i nostri figli e i figli dei
nostri figli.
Coltivare i buoni semi

La coscienza esiste a due livelli: sotto forma di semi e come


espressione di quei semi. Supponiamo che in noi ci sia un seme
di rabbia. In presenza di condizioni favorevoli, quel seme
potrà esprimersi come una zona di energia che chiamiamo
rabbia. È qualcosa che brucia, e che ci fa soffrire molto. È molto
69 difficile essere gioiosi quando si manifesta seme il della rabbia.
Ogni volta che un seme ha occasione di esprimersi, ne pro-
duce di nuovi della sua stessa natura. Se siamo arrabbiati per
cinque minuti, in quei cinque minuti si produrranno altri semi
di rabbia che andranno a depositarsi nel terreno del nostro
inconscio. Ecco perché dobbiamo scegliere con cura il tipo di
vita che conduciamo e le emozioni che esprimiamo. Quando
sorrido, emergono i semi del sorriso e della gioia. Nel momen-
to in cui si esprimono, sto piantando nuovi semi di sorriso e di
gioia. Ma se non pratico il sorriso per diversi anni, quei semi si
indeboliranno, e forse perderò la capacità di sorridere.
Dentro di noi ci sono tanti semi di diversa natura, positivi e
negativi. Alcuni li abbiamo piantati nel corso della vita, altri ci
sono stati trasmessi dai genitori, dai nonni e dalla società in cui
viviamo. In un piccolo seme di granturco è contenuta tutta
l'informazione, trasmessagli dalle generazioni precedenti, ne-
cessaria a germogliare, a produrre foglie, fiori e pannocchie di
granturco. Anche il nostro corpo e la nostra mente contengono
le informazioni derivanti dalle generazioni precedenti. I nostri
nonni e i nostri genitori ci hanno trasmesso semi di gioia, di
pace, di felicità, ma anche semi di dolore, di rabbia e così via.
Ogni volta che viviamo in modo consapevole piantiamo
semi buoni, e rafforziamo i semi buoni già presenti dentro di
noi. I semi buoni si comportano come gli anticorpi. Quando un
virus entra in circolo nel sangue, il corpo reagisce producendo
anticorpi che accerchiano il virus, se ne impadroniscono e lo
trasformano. Lo stesso vale per i semi psicologici. Se piantiamo
semi sani, benefici, rigeneranti, saranno loro a prendersi cura
spontaneamente dei semi distruttivi. Per riuscire, bisogna
alimentare la scorta dei semi rigeneranti.
Un giorno, la nostra comunità subì la perdita di un caris-
simo amico, un francese che aveva dato un grosso contributo
70 alla nascita di Plum Village. Morì d'infarto durante la notte. Al
mattino, ci dettero la notizia. Era una persona deliziosa e
incontrarlo anche per pochi minuti ci aveva dato sempre tanta
gioia. Per noi era l'incarnazione della gioia e della pace. Il
mattino in cui si seppe che era morto, rimpiangemmo di non
aver goduto più spesso della sua compagnia.
Quella notte non riuscii a prendere sonno. La perdita di un
amico come lui faceva troppo male. Ma il giorno dopo dovevo
tenere una conferenza e avevo bisogno di dormire, quindi
portai la mia attenzione sul respiro. Era una rigida notte d'in-
verno; rimasi steso a letto, visualizzando i begli alberi che cre-
scono nel giardino del mio eremo. Anni prima avevo piantato
tre cedri di una varietà himalayana, che ora sono diventati
altissimi. Praticando la meditazione camminata, avevo l'abitu-
dine di fermarmi ad abbracciare i miei bellissimi cedri, inspi-
rando ed espirando. I cedri hanno sempre risposto al mio
abbraccio, ne sono certo. Quindi non feci altro che restarmene
a letto a respirare, diventando una sola cosa con i cedri e col
respiro. Stavo meglio, ma non riuscivo ancora a dormire. Alla
fine, rievocai l'immagine di una bambina vietnamita deliziosa,
che si chiama Piccolo Bambù. Arrivò al Plum Village che aveva
due anni, ed era così graziosa che tutti volevano tenerla in
braccio, soprattutto i bambini. Non c'era verso che la lasciasse-
ro camminare con le sue gambe! Ora ha sei anni, e ad abbrac-
ciarla ci si sente splendidamente, come rigenerati. Quindi la
invitai a emergere nella mia coscienza e restai con quell'imma-
gine accompagnandola col respiro e il sorriso. Pochi minuti
dopo caddi in un sonno profondo.
Tutti noi dobbiamo avere una riserva di semi belli, buoni e
abbastanza forti da esserci di aiuto nei momenti difficili. A
volte, la massa di dolore che ci portiamo dentro è tanto grande
che anche il fiore che abbiamo sotto gli occhi ci sembra irrag-
71 giungibile. Allora ci rendiamo conto di aver bisogno di aiuto.
Se disponiamo di una provvista rigogliosa di semi buoni, pos-
siamo evocarne alcuni in nostro aiuto. Se avete un amico che vi
sta a cuore, che vi capisce, se sapete che per sentirvi meglio
basta sedervi accanto a lui anche senza parlare, potete evocare
la sua immagine e 'respirare in compagnia'. Questo semplice
gesto può essere di grande aiuto in un momento difficile.
Ma se è passato molto tempo dall'ultima volta che lo avete
incontrato, la sua immagine sarà troppo sbiadita per riportarla
facilmente alla coscienza. Mettiamo che sia l'unico che può
aiutarvi a ritrovare l'equilibrio, e che l'immagine che ne serbate
sia già sbiadita. Non c'è che una soluzione: comprare un
biglietto e andarlo a trovare, perché vi faccia compagnia non
come seme, ma di persona.
Se decidete di andarlo a trovare, visto che il tempo a dispo-
sizione è limitato dovete spenderlo bene. Una volta arrivati,
sedetegli accanto; subito vi sentirete più forti. Dato che fra non
molto verrà il momento di tornare a casa, approfittate dell'oc-
casione per coltivare una perfetta consapevolezza in ogni
istante prezioso della vostra permanenza. Il vostro amico può
aiutarvi a ritrovare l'equilibrio, ma questo non basta. Spetta a
voi diventare forti dentro, per potervi sentire bene quando
sarete di nuovo soli. Ecco perché, sentendo o camminando in
sua compagnia, dovete restare consapevoli. Altrimenti, se la
sua presenza vi serve solo a lenire il dolore, il seme della sua
immagine non si rafforzerà abbastanza da sostenervi quando
tornerete a casa. Dobbiamo coltivare la consapevolezza senza
sosta, per piantare dentro di noi semi benefici e rigeneranti.
Allora, quando ne avremo bisogno, si prenderanno cura di noi.

Cosa c'è che va bene?


72
Spesso ci chiediamo: "Cosa c'è che non va?". Così facendo,
facciamo venire a galla semi dolorosi di angoscia. Proviamo
dolore, rabbia e depressione, e produciamo altri semi della
medesima natura. Saremmo molto più felici se cercassimo di
restare in contatto con i semi buoni e gioiosi che sono in noi e
attorno a noi. Dovremmo imparare a chiederci: "Cosa c'è che
va bene?", e restare in contatto con questo. Ci sono tante cose,
nel mondo esterno e in quello del corpo, delle sensazioni, delle
percezioni della coscienza, che sono sane, rigeneranti e bene-
fiche. Se ci fissiamo, se ci confiniamo nella prigione del nostro
dolore, perderemo di vista questi fattori benefici.
La vita è piena di meraviglie: il cielo azzurro, la luce del
sole, gli occhi di un bimbo. Il respiro, ad esempio, può essere
molto gradevole. Io mi godo il respiro tutti i giorni. Molti però
apprezzano la gioia di respirare solo quando hanno l'asma o il
naso intasato. Non c'è bisogno di aspettare l'asma per gustare
il respiro. Essere consapevoli di questi preziosi fattori di felici-
tà è già pratica della retta presenza mentale. Fattori di questo
genere sono dentro di noi e tutt'intorno a noi. Possiamo goder-
ne in qualsiasi momento della vita. Allora i semi della pace,
della gioia e della felicità si insedieranno dentro di noi e
diventeranno forti. Il segreto della felicità è la felicità. In ogni
luogo, in ogni momento ci è dato di godere del sole, della
reciproca presenza, del miracolo del respiro. Non c'è bisogno
di andare lontano. Possiamo essere in contatto con tutto questo
proprio adesso.

Rimproverare non serve

Se un cespo di lattuga non cresce bene, non rimproverate la


73 lattuga. Cercate di capire cosa c'è che non va. Forse ha bisogno
di concime, o di più acqua, o di meno sole. Nessuno se la
prende con la lattuga. Ma se nascono problemi con gli amici o
con la famiglia, ce la prendiamo con loro. Se invece impariamo
a prendercene cura, cresceranno bene, come la lattuga. Rim-
proverare non dà mai buoni frutti, come del resto cercare di
convincere l'altro mettendosi a ragionare e a discutere. Lo dico
per esperienza. Niente rimproveri, niente ragionamenti, niente
discussioni, solo comprensione. Comprendere, e dimostrare di
aver compreso, significa amare, e questo cambierà la situa-
zione.
Un giorno, a Parigi, tenni una conferenza sul tema 'non
rimproverare la lattuga'. Finito il discorso, mentre facevo la
meditazione camminata per conto mio, svoltando l'angolo di
un palazzo mi capitò di sentire una bambina di otto anni che
diceva alla madre: "Mamma, ricordati di innaffiarmi. Sono la
tua lattuga". Aveva colto perfettamente il nocciolo del discor-
so, e me ne rallegrai. Poi arrivò la risposta della madre: "Certo,
bambina mia, ma anch'io sono la tua lattuga. Quindi ti prego,
anche tu ricordati di innaffiarmi". Madre e figlia unite nella
pratica: una cosa bellissima.
La comprensione

Comprensione e amore non sono separabili, sono la stessa


cosa. Immaginate che una mattina vostro figlio si alzi e si ac-
corga che si è fatto tardi. Subito va a svegliare la sorellina per
darle il tempo di fare colazione con calma prima di andare a
scuola. Lei però ha la luna di traverso, e invece di ringraziarlo
74 per averla svegliata gli urla: "Vattene! Lasciami in pace!", e gli
tira un calcio. A questo punto, è probabile che il fratello si
arrabbi: "Ma come, le ho fatto il favore di svegliarla e lei mi
prende a calci?". Vorrebbe correre in cucina a lagnarsi con voi
o magari restituirle il calcio.
Ma poi si ricorda che la sorella ha tossito per tutta la notte,
e si rende conto che probabilmente è malata. Forse si comporta
così perché ha l'influenza. Ora ha capito, e la rabbia gli passa.
Quando c'è comprensione, non si può fare a meno di amare.
Arrabbiarsi è impossibile. Per imparare a comprendere, biso-
gna guardare tutti gli esseri viventi con gli occhi della compas-
sione. Comprendere significa amare. E quando si ama, si
agisce spontaneamente in modo da alleviare la sofferenza
dell'altro.

Il vero amore

Per amare qualcuno è indispensabile comprenderlo. Se il


nostro amore è semplice desiderio di possesso, non è amore. Se
pensiamo soltanto a noi stessi, se non vediamo che i nostri
bisogni ignorando i bisogni dell'altro, non è vero amore. Dob-
biamo guardare in profondità per scoprire e comprendere le
esigenze, le aspirazioni e la sofferenza della persona che amia-
mo. Questa è la base del vero amore. È impossibile non amare
l'altro, quando lo si comprende veramente.
Di tanto in tanto, sedetevi accanto alla persona amata,
prendetele la mano e rivolgetele questa domanda: "Caro, ti
senti compreso come vorresti? O ti sto facendo soffrire? Dim-
melo, ti prego, così imparerò ad amarti nel modo giusto. Non
voglio farti soffrire, e se per ignoranza mi capitasse di farlo ti
75 prego di dirmelo, per aiutarmi ad amarti meglio e renderti
felice". Se lo direte con un tono di voce che esprime una sincera
volontà di capire, l'altra persona forse piangerà. Ed è un buon
segno, perché significa che la porta della comprensione si sta
aprendo e che tutto è di nuovo possibile. Se un padre non ha il
tempo o il coraggio per rivolgere al figlio questa domanda,
l'amore fra i due non sarà così completo come potrebbe essere.
Ci vuole coraggio per fare domande come queste, ma se non le
facciamo, più amiamo, più correremo il rischio di annientare la
persona che pretendiamo di amare. Il vero amore necessita di
comprensione. Con la comprensione, la persona che amiamo
fiorirà certamente.

La meditazione sulla compassione

L'amore è la disposizione a donare pace, gioia e felicità a


un'altra persona. La compassione è la disposizione ad allonta-
nare la sofferenza presente nell'altro. Tutti noi abbiamo nella
nostra mente i semi dell'amore e della compassione e siamo in
grado di coltivare queste sottili e meravigliose fonti di energia.
Di alimentare quell'amore incondizionato che non si aspetta
nulla in cambio e che perciò non è mai fonte di ansia e di
dolore.
La sostanza dell'amore e della compassione è la compren-
sione, la capacità di riconoscere la sofferenza fisica, materiale e
psicologica degli altri, di mettersi 'nella pelle' dell'altro. Ci
'caliamo' dentro il corpo, le sensazioni e gli schemi mentali
dell'altro per toccare con mano la sua sofferenza. Un'osserva-
zione superficiale da spettatori esterni non basta. Dobbiamo
immedesimarci completamente con il nostro oggetto di osser-
76 vazione. Entrare in contatto con la sofferenza dell'altro fa
nascere un sentimento di compassione. Compassione significa,
letteralmente, 'soffrire con'.
Si comincia scegliendo come oggetto di meditazione una
persona che soffre a livello fisico o materiale, una persona
debole e malata, povera, oppressa, abbandonata a se stessa.
Questo genere di sofferenza è immediatamente visibile. In un
secondo tempo potremo cercare di entrare in contatto con
forme di sofferenza più sottili. A volte sembra che l'altro non
soffra affatto, ma possiamo notare che certe pene lo hanno
segnato in modi non palesi. Anche chi possiede più del neces-
sario soffre. Osserviamo in profondità la persona prescelta per
la nostra meditazione sia durante la seduta formale sia quando
la incontriamo nella realtà. Dobbiamo darci tutto il tempo
necessario per arrivare a toccare il cuore della sua sofferenza.
Continuiamo a osservarla finché la compassione, affiorando, ci
riempie completamente.
Praticando l'osservazione profonda, il frutto della nostra
meditazione si tradurrà spontaneamente in azione. Non ci
limiteremo a dire: "Gli voglio tanto bene", ma diremo piutto-
sto: "Farò qualcosa per alleviare la sua sofferenza". L'intento
compassionevole è realmente presente quando riesce ad alle-
viare nei fatti la sofferenza dell'altro. Sta a noi trovare i modi
per alimentare ed esprimere la nostra compassione. Nell'entra-
re in rapporto con l'altro, pensieri e azioni dovrebbero espri-
mere il nostro intento compassionevole, anche se l'altro dice e
fa cose che ci riesce difficile accettare. Continuiamo a praticare
finché non ci diventa chiaro che il nostro amore non dipende
da quanto l'altro sia amabile. Allora possiamo essere sicuri che
il nostro intento è forte e sincero. Per parte nostra ci sentiremo
più sereni, e la persona prescelta come oggetto di meditazione
ne trarrà certamente vantaggio. A poco a poco il suo dolore
77 diminuirà, e sotto l'effetto della nostra compassione la sua vita
diventerà gradualmente più lieta e più gioiosa.
Anche la sofferenza di chi ci fa soffrire può essere oggetto
di meditazione. Chi ci ha dato un dolore soffre sicuramente
quanto noi. Basta tornare al respiro e guardare in profondità
per accorgercene. Le difficoltà e le pene che lo affliggono
potranno in parte risalire all'infanzia, all'incapacità dei suoi
genitori. Ma è probabile che anche questi ultimi siano stati
vittime dei propri genitori; la sofferenza si è trasmessa di
generazione in generazione e adesso rinasce in lui. Una volta
capito questo, non lo accuseremo più di farci soffrire, perché
vedremo in lui anche la vittima. Guardare in profondità
significa comprendere. Una volta compresi i motivi del suo
comportamento scorretto, il nostro risentimento svanirà e gli
augureremo di cuore di soffrire di meno. Ci sentiremo sereni e
sollevati, e potremo sorridere. Per riconciliarci con l'altro non
occorre la sua presenza. Quando guardiamo in profondità, ci
riconciliamo con noi stessi, e per quanto ci riguarda il
problema scompare. Presto o tardi l'altro si accorgerà del
nostro atteggiamento e troverà ristoro nella corrente d'amore
che sgorga spontanea dal nostro cuore.
La meditazione sull'amore

L'intento d'amore dona pace, gioia e felicità a noi stessi e


agli altri. L'osservazione consapevole è il fattore che nutre
l'albero della comprensione, e amore e compassione sono i
suoi fiori più belli. Nel concepire questo intento d'amore, dob-
biamo andare dalla persona che abbiamo reso oggetto di osser-
78 vazione consapevole, cosicché il nostro intento non resti una
semplice fantasia ma diventi una fonte di energia concreta-
mente operante nel mondo.
La meditazione sull'amore non consiste semplicemente nel
restare seduti a immaginare che il nostro amore si diffonda
nello spazio come onde sonore o luminose. Suono e luce pene-
trano ovunque, e amore e compassione sanno fare altrettanto.
Ma se il nostro amore vive soltanto nella fantasia, difficilmente
avrà un effetto tangibile. È nella temperie della vita quotidia-
na, nei nostri concreti rapporti con gli altri, che abbiamo modo
di verificarne la presenza e valutarne la solidità. Se è amore
autentico, si esprimerà nella vita quotidiana, nel nostro modo
di rapportarci agli altri e al mondo.
La fonte dell'amore è dentro di noi, e noi possiamo aiutare
gli altri a essere molto felici. Una parola, un gesto, un pensiero,
possono ridurre la sofferenza dell'altro e regalargli gioia. Una
parola può dare sollievo e fiducia, dissipare il dubbio, scongiu-
rare un errore, sanare un conflitto, aprire le porte alla libera-
zione. Un gesto può salvare una vita o incoraggiare a far buon
uso di una preziosa opportunità. Un pensiero può fare
altrettanto, perché i pensieri si traducono sempre in parole e
azioni. Se nel nostro cuore c'è amore, ogni pensiero, parola e
azione saprà fare miracoli. Poiché alla radice dell'amore c'è la
comprensione, le parole e le azioni che scaturiscono dall'amore
sono sempre utili.
Un abbraccio consapevole

Abbracciarsi è una bella consuetudine occidentale; noi


orientali saremmo lieti di contribuirvi con la pratica del respiro
cosciente. Quando tenete in braccio un bambino, o abbracciate
vostra madre, vostro marito o un amico, se inspirate ed espira-
te tre volte, la vostra felicità si moltiplicherà a dir poco per
79 dieci.
Se siete distratti, se pensate ad altro, anche il vostro
abbraccio sarà distratto, un po' superficiale, e difficilmente ne
godrete appieno. Perciò, prima di abbracciare vostro figlio, un
amico, vostro marito con vostra moglie, vi suggerisco calda-
mente di inspirare ed espirare in consapevolezza, e ritornare
all'attimo presente. Poi, mentre lo tenete fra le braccia, fate tre
respiri coscienti, e quell'abbraccio vi darà un gusto mai prova-
to prima.
Al suo ritorno a Filadelfia, un uomo che aveva partecipato
a un ritiro per psicoterapeuti in Colorado, dove aveva pratica-
to l'abbraccio consapevole, abbracciò sua moglie all'aeroporto
come non aveva mai fatto in passato. Il risultato fu che la
moglie venne a Chicago al ritiro successivo.
Ci vuole tempo per abituarsi a farlo con naturalezza. Se vi
sentite un po' artificiosi, abbracciando l'amico potrete dargli
un'affettuosa pacca sulla spalla, quasi a riprova che ci siete
davvero. Ma per esserci davvero basta soltanto respirare, e
subito l'amico diventa reale al cento per cento. In quel momen-
to, l'esistenza di entrambi è realtà. Potrebbe rivelarsi uno dei
più bei momenti della vostra vita.
Immaginate di veder arrivare vostra figlia. Se siete assenti,
se in quel momento pensate al passato, vi preoccupate del
futuro, vi consegnate alla rabbia o alla paura, per voi sarà
come se non esistesse, anche se ce l'avete sotto gli occhi. Sarà
una specie di fantasma, e anche voi sarete un fantasma. Per
incontrarla, dovete ritornare al presente. L'attenzione al respi-
ro, riportando insieme corpo e mente, vi aiuterà a ridiventare
reali. E quando siete reali, anche vostra figlia diventa reale. La
sua presenza è un miracolo, e in quell'attimo diventa possibile
incontrare davvero la vita. Stringendola fra le braccia e respi-
rando, vi accorgerete all'improvviso di quanto sia preziosa la
80 persona amata e la vita stessa.

Investire in amici

Anche con tanti soldi in banca, non è affatto difficile morire


di dolore. Ecco perché investire in amici, fare di un amico un
vero amico, costruire una comunità di amici, è una fonte di
sicurezza di gran lunga migliore. Avremo qualcuno a cui
appoggiarci, a cui ricorrere nei momenti difficili.
Grazie al sostegno amorevole degli altri, possiamo entrare
in contatto con i fattori rigeneranti e benefici che sono in noi e
attorno a noi. Una buona comunità di amici è una grossa fortu-
na. Per creare una buona comunità dobbiamo innanzitutto
diventare un buon membro della comunità. Poi potremo anda-
re dagli altri e aiutarli a diventarne membri. In questo modo
costruiamo la nostra rete di amicizie. Dobbiamo pensare agli
amici e alla comunità come a un investimento, come al nostro
bene più prezioso. Un amico può confortarci e aiutarci nei mo-
menti difficili e condividere la nostra gioia e la nostra felicità.
È una gran gioia tenere in braccio un nipotino

Sappiamo bene che le persone anziane intristiscono terri-


bilmente se sono costrette a vivere lontano dai figli e dai nipo-
ti. È una delle abitudini occidentali che non mi piacciono. Al
mio paese, gli anziani hanno il diritto di vivere insieme ai più
giovani. Sono i nonni che raccontano le favole ai bambini.
81 Invecchiando, la pelle diventa fredda e rugosa, e allora è una
grande gioia tenere in braccio un nipotino, così tenero e caldo.
Per un vecchio, la speranza più sentita è avere un nipotino da
stringere fra le braccia. Ci pensa giorno e notte, e quando arri-
va la notizia che sua figlia o sua nuora è incinta, è al colmo
della gioia. Oggigiorno, gli anziani vengono mandati a vivere
in compagnia di altri anziani. Una volta a settimana ricevono
una visitina, dopo la quale si sentono ancora più tristi. Dobbia-
mo fare in modo che vecchi e giovani tornino a vivere insieme.
Ci renderà tutti più felici.

Le comunità di vita consapevole

Il fondamento di una comunità armoniosa è un vivere


quotidiano che sia gioioso e felice. Al Plum Village, il centro
dell'attenzione sono i bambini. Ogni adulto si fa carico in
prima persona della loro felicità, sapendo che se i bambini
sono felici lo saranno di certo anche gli adulti.
Quando ero piccolo, le famiglie erano più numerose. Si
viveva tutti assieme, genitori, cugini, zii, zie, nonni e bambini.
Le case erano circondate da alberi dove appendere le nostre
amache e organizzare merende all'aperto. A quei tempi, le
famiglie non avevano tutti i problemi che hanno oggi. Ora le
famiglie sono molto piccole: madre, padre e uno o due figli.
Quando i genitori non vanno d'accordo, tutta la famiglia ne
risente. Non serve cercare scampo in bagno, l'atmosfera pesan-
te si avverte dappertutto. I figli cresceranno portandosi dentro
i semi della sofferenza, e non saranno mai veramente felici. In
passato, quando mamma e papà litigavano, i figli potevano
rifugiarsi da uno zio, una zia o un altro membro della famiglia.
C'era sempre qualcuno a cui ricorrere, e l'atmosfera non era
82 tanto minacciosa.
Secondo me, le comunità di vita consapevole, che offrono
tutta una serie di 'zie, zii e cugini', possono aiutarci a ritrovare
le grandi famiglie perdute. Ognuno di noi ha bisogno di
'appartenere' a un posto del genere, dove ogni particolare del
paesaggio, i rintocchi della campana e perfino gli edifici sono
fatti apposta per ricordarci la presenza mentale. Penso a
magnifici centri di pratica dove si organizzino ritiri a scadenze
regolari e dove gli individui e le famiglie possano andare a
imparare l'arte del vivere consapevole.
Le persone che vi risiedono dovrebbero emanare pace e
freschezza, i frutti di una vita consapevole. Saranno come ma-
gnifici alberi, e i visitatori andranno a sedersi volentieri sotto la
loro ombra. Se non potranno andarci materialmente, basterà
rivolgere un pensiero a quel luogo e sorridere per sentirsi più
sereni e felici.
Anche la nostra famiglia o la nostra casa possono diventare
una comunità dove si coltivano l'armonia e la consapevolezza.
Potremo respirare e sorridere insieme, sederci insieme a medi-
tare, praticare insieme l'attenzione bevendo il tè. Se abbiamo
una campana, anche lei farà parte della comunità, perché una
campana ci aiuta a praticare. Anche il nostro cuscino di medi-
tazione ne farà parte, come le molte altre cose che ci aiutano
nella pratica, compresa l'aria che respiriamo. Se abitiamo nei
pressi di un parco o di un fiume, sarà un buon posto per
praticare la meditazione camminata. Sono tutte iniziative che
ci aiutano a costruire una comunità a casa nostra. Di quando in
quando possiamo invitare un amico a unirsi a noi. La pratica
della consapevolezza è di gran lunga più facile in comunità.

La consapevolezza dev'essere impegnata


83
Quando vivevo in Vietnam, buona parte dei nostri villaggi
fu bombardata. Insieme ai fratelli e alle sorelle della mia comu-
nità monastica dovetti decidere cosa fare. Dovevamo continua-
re a praticare nei nostri monasteri, o lasciare le sale di medi-
tazione per aiutare le vittime dei bombardamenti? Dopo
un'attenta riflessione, decidemmo di fare entrambe le cose:
uscire allo scoperto per aiutare la gente e farlo restando consa-
pevoli. Lo chiamavamo 'Buddhismo impegnato'. La consape-
volezza dell'essere impegnata. Dopo aver visto, bisogna agire.
Altrimenti, a cosa serve vedere?
Dobbiamo prendere coscienza dei problemi che affliggono
il mondo. Allora, questa coscienza ci aiuterà a capire cosa fare
e cosa non fare per renderci utili. Se conserviamo l'attenzione
al respiro e continuiamo a praticare il sorriso anche nei
momenti difficili, molte persone, animali e piante trarranno
vantaggio dal nostro modo di agire. Massaggiate la nostra ma-
dre terra ogni volta che la toccate con i piedi? State piantando
semi di gioia e di pace? Io cerco di farlo a ogni passo, e so che
la madre terra lo apprezza moltissimo. La pace è ogni passo.
Siamo pronti a continuare il viaggio?
84 Parte Terza
La pace è ogni passo

La pace è ogni passo


Inter-essere

85 All'occhio di un poeta, non sfugge certo che in questo


foglio di carta c'è una nuvola. Senza la nuvola, non c'è pioggia;
senza pioggia, gli alberi non crescono; e senza alberi, non si
può fare la carta. La nuvola è indispensabile all'esistenza della
carta. Se non ci fosse la nuvola, non ci sarebbe nemmeno il
foglio di carta. Quindi possiamo dire che la nuvola e la carta
inter-sono. Il verbo 'inter-essere' non è ancora riportato dal
dizionario; ma unendo il prefisso 'inter' e il verbo 'essere'
otteniamo una parola nuova: inter-essere.
Se spingiamo più a fondo il nostro sguardo, vedremo nel
foglio di carta anche la luce del sole. Senza luce del sole le
foreste non crescono. In realtà, senza luce del sole non cresce
nulla. Ecco perché in questo foglio di carta splende il sole. La
carta e il sole inter-sono. Continuiamo a guardare: ecco il
taglialegna che ha abbattuto l'albero e l'ha portato alla cartiera
dove lo trasformano in carta. E c'è anche il grano. Sappiamo
che il taglialegna deve la sua esistenza al suo pane quotidiano,
quindi in questo foglio di carta c'è anche il grano con cui è
fatto il pane del taglialegna. E ci sono pure il padre e la madre
del taglialegna. Questo modo di guardare ci fa capire che
senza tutte queste cose il foglio di carta non esisterebbe.
Se andiamo ancora più a fondo, vedremo che nel foglio ci
siamo anche noi. Non è difficile capire perché: il foglio di carta,
quando lo guardiamo, è un elemento della nostra percezione.
La vostra mente è lì dentro, e anche la mia. Quindi si può dire
che in questo foglio di carta c'è tutto. Non manca nulla: tempo,
spazio, terra, pioggia, minerali, luce del sole, nuvola, fiume,
calore. Tutto co-esiste in questo foglio. Ecco perché 'inter-
essere' dovrebbe comparire nei dizionari. 'Essere' è inter-
essere. Non possiamo essere da soli, per conto nostro. Dobbia-
mo 'inter-essere' con tutto il mondo. Questo foglio di carta è
perché è tutto il resto.
86 Immaginiamo per un attimo di riportare alla fonte uno
degli ingredienti. Immaginiamo di restituire la luce del sole al
sole. Credete che il foglio di carta esisterebbe ancora? No,
senza luce solare non può esistere nulla. E se restituissimo il
taglialegna a sua madre, nemmeno allora ci sarebbe il foglio di
carta. In realtà, questo foglio di carta è fatto interamente di
'non-carta'. Se riportassimo alla fonte tutti gli elementi di non-
carta - ossia mente, taglialegna, luce del sole e via dicendo -
niente carta. Questo foglio così sottile racchiude in sé tutto
l'universo.

I fiori e la spazzatura

Corrotto o irreprensibile, sporco o puro. Sono concetti


creati dalla mente. La bella rosa appena colta e messa in vaso è
pura. Profuma di buono, di pulito. Il secchio della spazzatura è
l'opposto. Un mucchio di roba marcia e puzzolente.
Questo, se ci fermiamo alla superficie. Guardando meglio,
vedremo che fra cinque o sei giorni anche la rosa diventerà
spazzatura. Non occorre neppure aspettare tanto: basta osser-
vare la rosa, osservarla attentamente, e lo vediamo subito. E se
guardiamo nel secchio della spazzatura, vedremo che nel giro
di pochi mesi il suo contenuto diventerà tanta bella verdura, o
magari una rosa. Un bravo giardiniere biologico vede nella
rosa la spazzatura e nella spazzatura la rosa. Rose e spazzatura
inter-sono. Senza la rosa non c'è spazzatura, senza spazzatura
non c'è la rosa. Hanno un gran bisogno l'una dell'altra. Rose e
spazzatura sono pari. La spazzatura è preziosa quanto la rosa.
Se esaminiamo a fondo i concetti di purezza e corruzione,
ritorniamo alla nozione di inter-essere.
La città di Manila è piena di prostitute giovanissime; alcu-
87 ne hanno appena quattordici o quindici anni. Sono ragazze
molto infelici. Non fanno le prostitute per scelta, sono figlie di
gente molto povera e arrivano in città per cercare lavoro,
magari come venditrici ambulanti, per mandare i soldi alla
famiglia. Naturalmente non succede solo a Manila, ma anche
in Vietnam a Città Ho Chi Minh, a Parigi, a New York.
Dopo qualche settimana in città, una ragazza fragile può
essere convinta da qualche furbo a lavorare per lui con la pro-
messa di guadagnare anche cento volte di più di un ambulan-
te. Essendo giovane e sprovveduta, la ragazza accetta e si
prostituisce. Da quel momento, la sensazione di essere sporca,
corrotta, non l'abbandona più e la fa soffrire moltissimo. La
vista delle altre giovani ben vestite e di buona famiglia la fa
sentire terribilmente indegna, e il sentimento di corruzione di-
venta il suo inferno.
Ma se considerasse più attentamente se stessa e la situazio-
ne complessiva, capirebbe di essere quello che è perché gli altri
sono quello che sono. È forse un merito essere una 'ragazza per
bene', una ragazza di buona famiglia? La prostituta fa la vita
della prostituta proprio perché la 'buona famiglia' fa un certo
tipo di vita. Nessuno di noi ha le mani pulite. Nessuno può
ritenersi irresponsabile. La ragazza di Manila è quella che è
perché noi siamo quelli che siamo. Nella vita di quella giovane
prostituta possiamo scorgere le vite di tutte le 'non-prostitute'.
E nelle non-prostitute, nel nostro stesso modo di vivere, pos-
siamo trovare la prostituta. L'una cosa contribuisce a creare
l'altra.
Ricchezza e povertà, ad esempio. La società del benessere e
la società del sottosviluppo inter-sono. La ricchezza dell'una è
fatta della povertà dell'altra. "Questo è così com'è perché
quello è così com'è". La ricchezza è fatta di non-ricchezza. La
povertà è fatta di non-povertà. Proprio come il foglio di carta.
88 Perciò stiamo attenti a non farci imprigionare dai concetti. La
verità è che ogni cosa contiene tutto il resto. Non possiamo
essere e basta, possiamo solo inter-essere. Siamo responsabili
di tutto ciò che accade intorno a noi.
Solo aprendo gli occhi all'inter-essere la ragazza di Manila
potrà affrancarsi dalla sua sofferenza. Soltanto allora capirà di
portare sulle spalle la colpa di tutti. Abbiamo di meglio da
offrirle? Se guardiamo attentamente, la troveremo dentro di
noi, e ci faremo carico del suo dolore e del dolore di tutti.
Allora potremo cominciare a essere veramente d'aiuto.

Fare la pace

Se la terra fosse il vostro corpo, sentireste dov'è che le fa


male. Guerra, oppressione politica ed economica, carestia e
inquinamento imperversano ovunque. Ogni giorno, la cecità
da malnutrizione miete vittime fra i bambini, costretti a ro-
vistare fra i rifiuti per pochi grammi di cibo. Quanti adulti si
spengono lentamente in carcere per essersi opposti alla violen-
za! I fiumi stanno morendo, e l'aria diventa sempre più irrespi-
rabile. Malgrado vi siano segni di distensione fra le due su-
perpotenze, esistono ancora abbastanza armi nucleari per
distruggere la terra dozzine di volte.
Molti hanno preso coscienza del dolore del mondo; i loro
cuori sono pieni di compassione. Sanno cosa va fatto e cercano
di cambiare le cose attraverso l'impegno politico, sociale e
ambientale. Ma dopo un periodo di intenso coinvolgimento
cedono allo sconforto, perché gli manca la forza necessaria per
condurre un'esistenza attiva. La vera forza non sta nel potere,
nel danaro o nelle armi, ma nella pace profonda, nella pace
89 interiore.
La pratica della consapevolezza in ogni istante della vita
quotidiana può alimentare questa pace. Con la chiarezza, la
determinazione e la pazienza che scaturiscono dalla meditazio-
ne, possiamo sostenere un'esistenza attiva e diventare autentici
strumenti di pace. Ho visto la pace in persone diverse per reli-
gione e retroterra culturale, che dedicavano tempo ed energie
a proteggere i deboli, lottare per la giustizia sociale, colmare il
divario fra ricchi e poveri, arrestare la corsa agli armamenti,
combattere ogni forma di discriminazione e irrorare l'albero
dell'amore e della comprensione in tutto il mondo.

Non dualità

Se vogliamo comprendere, non basta osservare le cose


dall'esterno. Per capire davvero, dobbiamo calarci nella situa-
zione e immedesimarci completamente. Se vogliamo compren-
dere qualcuno, dobbiamo provare i suoi sentimenti, soffrire le
sue pene, gioire delle sue gioie. La parola 'comprendere' deriva
dal latino cum, che significa 'con', e prehendere, che significa
'prendere', o 'raccogliere'. Comprendere una cosa significa
prenderla con sé e diventare tutt'uno. Altrimenti non può es-
serci comprensione. Noi buddhisti la chiamiamo 'non dualità'.
Non-due.
Quindici anni fa collaboravo con un comitato di assistenza
agli orfani vietnamiti. Gli assistenti sociali spedivano dal Viet-
nam le segnalazioni con una piccola foto del bambino e i dati
relativi al nome, all'età e alle sue condizioni. Il mio compito
consisteva nel tradurle in francese per sottoporle a un eventua-
le finanziatore, che assicurasse all'orfano, affidato a una zia,
uno zio o un nonno, cibo e libri di scuola. Poi la sezione fran-
90 cese del comitato spediva il denaro al parente del bambino per
contribuire al suo mantenimento.
Ogni giorno traducevo una trentina di segnalazioni. Lo
facevo osservando la fotografia del bambino. Non leggevo i
dati, mi limitavo a osservare con calma la fotografia. Di solito,
mi bastavano trenta o quaranta secondi per sentirmi tutt'uno
col bambino. Allora prendevo la penna e traducevo i dati su
un altro foglio di carta. A posteriori mi rendevo conto che non
ero stato io a tradurre, ma io e il bambino, inseparabili l'uno
dall'altro. L'ispirazione arrivava guardando quel visetto; di-
ventavo il bambino, e lui diventava me. La traduzione la face-
vamo insieme. Una cosa del tutto spontanea. Per riuscirci non
occorre meditare molto. Guardate, lasciatevi essere, poi perde-
tevi nel bambino. Il bambino si perderà in voi.

Sanare le ferite della guerra

Se gli Stati Uniti avessero guardato al Vietnam con gli oc-


chi della non-dualità, i due paesi si sarebbero risparmiati tanti
lutti. La guerra è una ferita aperta, per gli americani come per i
vietnamiti. E se siamo abbastanza attenti, c'è ancora molto da
imparare.
L'anno scorso, in America, abbiamo fatto uno splendido
ritiro insieme ai reduci. Un ritiro difficile, perché molti di noi
non riuscivano a superare il proprio dolore. Un partecipante
mi disse che in Vietnam aveva perso quattrocentodiciassette
uomini in uno scontro a fuoco, nello stesso giorno. Quattrocen-
todiciassette uomini morti in un giorno: si era portato con sé
questo tormento per più di quindici anni. Un altro mi raccontò
che per rabbia e per vendetta aveva ucciso dei bambini in un
villaggio; dopodiché non aveva più avuto pace. Da allora non
91 era più riuscito a stare da solo in una stanza insieme a dei
bambini. La sofferenza ha molti volti, che possono impedirci di
entrare in contatto con il mondo della non-sofferenza.
Dobbiamo aiutarci l'uno con l'altro a restare in contatto. Un
soldato mi disse che per la prima volta dopo quindici anni, nel
corso del ritiro, si era sentito al sicuro in un gruppo di persone.
Da quindici anni non riusciva a ingoiare cibo solido. Si nutriva
solo di frutta e succhi di frutta. Era completamente chiuso in se
stesso e incapace di comunicare. Ma dopo tre o quattro giorni
di pratica, cominciò ad aprirsi e a parlare. Una persona come
questa ha bisogno di tanto calore umano per ritrovare il
contatto con le cose che lo circondano. Nel corso del ritiro,
praticavamo l'attenzione al respiro e il sorriso, incoraggiandoci
a vicenda a ritrovare il fiore che dentro di noi, a ritornare agli
alberi e all'azzurro del nostro tetto comune.
Facevamo colazione in silenzio. Cercavamo di mangiare la
colazione come da piccolo mangiavo il mio biscotto. Passava-
mo la giornata così, passeggiando in consapevolezza per senti-
re il contatto con la terra, facendo attenzione al respiro per
sentire il contatto con l'aria, guardando in profondità il nostro
tè per essere veramente con il tè. Sedevamo insieme, respirava-
mo insieme, camminavamo insieme, cercando di imparare dal-
la nostra esperienza in Vietnam. I reduci possono insegnare al
loro paese come affrontare eventuali nuovi conflitti, che non
sarebbero diversi da quello vietnamita. Dobbiamo trarre inse-
gnamento dalle sofferenze subite.
Ci occorre la visione dell'inter-essere: siamo legati gli uni
agli altri, la realtà non può essere divisa. Il benessere di 'A'
coincide con il benessere di 'B', perciò dobbiamo fare le cose
insieme. Ogni parte è la 'nostra parte'; non esistono i 'cattivi'.
L'esperienza vissuta fa di ogni reduce da una fiammella splen-
92 dente, che illumina le radici della guerra e il sentiero della
pace.

Il sole, il mio cuore

Noi sappiamo che se il cuore si ferma la corrente della vita


si arresta, perciò lo teniamo in gran conto. Ma raramente ci
fermiamo a considerare che ci sono altre cose, esterne al corpo,
altrettanto indispensabili alla nostra esistenza. Pensiamo a
quell'immenso luminare che è il sole. Se non splendesse più,
anche la nostra vita finirebbe. Dunque il sole è l'altro nostro
cuore, il nostro cuore esterno al corpo. Un cuore immenso, da
cui la vita sulla terra riceve il calore che la fa esistere. Le piante
vivono grazie al sole. Le foglie assorbono la sua energia, più
l'anidride carbonica dall'aria, per dare nutrimento all'albero, al
fiore, al plancton. Ed è grazie alle piante che noi e gli animali
possiamo vivere. Tutti noi, uomini, animali e piante, consu-
miamo il sole, direttamente e indirettamente. È impossibile
enumerare tutti gli effetti del sole, il grande cuore esterno al
corpo.
Il nostro corpo non si limita a ciò che è circoscritto dalla
pelle. È enormemente più vasto. Include perfino lo strato d'aria
che circonda la terra; perché se l'atmosfera venisse a mancare
anche per un solo istante, la nostra vita finirebbe. Non c'è
fenomeno dell'universo che non ci riguardi da vicino, dal
sassolino in fondo all'oceano al moto della galassia distante
milioni di anni luce. Walt Whitman ha scritto: "Credo che un
filo d'erba non sia da meno dei movimenti delle stelle…".
Questa non è filosofia, sono parole profondamente sentite. Ha
scritto anche: "Sono vasto, contengo moltitudini".

93
Guardare in profondità

Per vedere, dobbiamo guardare in profondità. Il nuotatore


che si gode l'acqua limpida di un fiume, dovrebbe anche saper
essere il fiume. Una volta, durante una delle mie prime visite
negli Stati Uniti, pranzavo in compagnia di amici alla Boston
University, e guardavo il Charles River. Era molto tempo che
mancavo da casa, e quel fiume mi sembrava invitante. Così
lasciai i miei amici e scesi al fiume per lavarmi la faccia e
rinfrescarmi i piedi, come si usa da noi. Quando tornai, un
professore mi disse: "Ha corso un brutto rischio. Si è anche
sciacquato la bocca nel fiume?". Risposi di sì. "Allora le consi-
glio di andare da un medico a farsi fare un'iniezione".
Rimasi di stucco. Non sapevo che i vostri fiumi sono così
inquinati. Alcuni sono chiamati addirittura 'fiumi morti'. Al
mio paese i fiumi sono sporchi di fango, ma non di questo
genere di sporcizia. Mi hanno detto che il Reno, in Germania, è
talmente saturo di sostanze chimiche che ci si potrebbe svilup-
pare dentro una pellicola fotografica. Se vogliamo godere an-
cora dei nostri fiumi, nuotarci dentro, passeggiare sulla riva e
berne l'acqua, dobbiamo adottare una prospettiva non duali-
stica. Dobbiamo diventare fiume e meditare su questo, per fare
esperienza diretta delle sue paure e delle sue speranze. Se non
sappiamo percepire i fiumi, le montagne, l'aria, gli animali e i
nostri simili dal loro punto di vista, i fiumi morranno, e con
loro le nostre speranze di pace.
Chi fa escursioni in montagna, chi ama la campagna, il
verde dei boschi, sa che gli alberi sono i nostri polmoni esterni
al corpo, così come il sole è il nostro cuore esterno. Eppure
abbiamo consentito che cinque milioni di chilometri quadrati
di foreste venissero distrutti dalle piogge acide, e abbiamo di-
94 strutto porzioni dello strato di ozono che filtra l'energia solare
diretta sulla terra. Viviamo imprigionati nel nostro piccolo io,
pensiamo solo al suo benessere, incuranti della distruzione del
nostro sé comune. Dobbiamo tornare al nostro vero sé. Ciò
significa che dovremmo saper essere il fiume, essere la foresta,
il sole e lo strato di ozono. Dobbiamo farlo per poter capire, e
regalarci la speranza di un futuro.

L'arte del vivere consapevole

La natura è nostra madre. Ci ammaliamo perché viviamo


separati da lei. Alcuni di noi abitano dentro scatoloni a grandi
altezze dal suolo, i cosiddetti appartamenti. Siamo circondati
dal cemento, dal metallo, da cose dure. Le nostre dita non
hanno occasione di toccare il suolo; non coltiviamo più l'insa-
lata. È questa lontananza dalla madre terra che ci fa ammalare.
Ecco perché di tanto in tanto è bene tornare a immergersi nella
natura. È una cosa molto importante. Noi e i nostri figli do-
vremmo ritrovare il contatto con la madre terra. In molte città
non si vedono alberi, il colore verde è totalmente assente.
Una volta, immaginari una città dove era rimasto solo un
albero. Era ancora un bell'albero, ma terribilmente solo, circon-
dato dai palazzi del centro cittadino. Molti degli abitanti si
ammalavano e i medici non sapevano che fare. Ma un medico
molto bravo capire le cause della malattia e prescrisse ai suoi
pazienti questa cura: "Ogni giorno, prende l'autobus e va in
centro a guardare l'albero. Strada facendo pratica la respirazio-
ne cosciente e quando gli sarà il vicino abbracciano, inspirando
ed espirando per quindici minuti, e guarda quell'albero così
verde, annusa la sua corteccia fragrante. Se lo farai, in capo a
poche settimane starai meglio".
95 Gli abitanti cominciavano a riprendersi, ma ben presto la
gente che accorreva intorno all'albero fu tanta che si formò una
fila di parecchi chilometri. Sappiamo che al giorno d'oggi c'è
poca pazienza; tre o quattro ore di attesa per abbracciare un
albero erano intollerabili, e scoppiò la rivolta. La gente scese in
piazza per chiedere una legge che concedesse a ciascuno non
più di cinque minuti per abbracciare l'albero, anche se questo
ovviamente toglieva tempo alla cura. Presto il tempo concesso
fu ridotto a un minuto, e l'occasione di ricevere le cure di
nostra madre sfumò.
È quello che potrebbe capitare a noi se non stiamo attenti.
Dobbiamo praticare la consapevolezza in ogni gesto quotidia-
no se vogliamo salvare la madre terra, e insieme a lei noi stessi
e i nostri figli. Per esempio, guardando i rifiuti domestici,
potremmo vederci dentro lattuga, cetrioli, pomodori e fiori.
Quando gettiamo una buccia di banana nella pattumiera,
siamo consapevoli di gettare nella pattumiera una buccia di
banana, che presto si trasformerà in un fiore o in un ortaggio.
Questa è meditazione.
Quando gettiamo nella pattumiera un sacchetto di plastica,
sappiamo che è diverso da una buccia di banana e che ci
metterà parecchio a diventare fiore. "Gettando un sacchetto di
plastica nella pattumiera, so di gettare nella pattumiera un sac-
chetto di plastica". Questo semplice gesto ci aiuta a proteggere
la terra, a costruire la pace, a promuovere la vita nel presente e
nel futuro. Se siamo consapevoli, ci verrà naturale limitare il
consumo di sacchetti di plastica. È un atto di pace, un con-
tributo fondamentale alla pace.
Quando gettiamo nella pattumiera un pannolino plastifi-
cato, sappiamo che gli ci vorrà ancora più tempo per diventare
fiore, quattrocento anni o anche di più. Sapendo che usare
questo tipo di pannolini non va in direzione della pace, cerche-
96 remo altri modi di soddisfare le esigenze del nostro bambino.
Praticando la respirazione e contemplando il corpo, le sensa-
zioni, la mente e i contenuti mentali, facciamo opera di pace
nel momento presente. Vivere consapevolmente è questo.
Le scorie radioattive sono i rifiuti peggiori. Ci mettono
circa duecentocinquantamila anni a diventare fiori. Quaranta
dei cinquanta Stati dell'Unione sono già contaminati dalle sco-
rie radioattive. Stiamo facendo della terra un posto invivibile,
per noi e per molte generazioni future. Se viviamo consapevol-
mente il presente, sapremo cosa fare e cosa non fare, e cerche-
remo di agire in direzione della pace.

Nutrire la consapevolezza

Sederci a tavola e guardare il nostro piatto pieno di cibo


fragrante e appetitoso è un'occasione per far crescere in noi la
consapevolezza dell'amaro dolore di chi soffre la fame. Ogni
giorno muoiono di fame e di malnutrizione quarantamila
bambini. Ogni giorno! È una cifra che lascia sempre sgomenti.
Osservando in profondità il nostro piatto, 'vedremo' la madre
terra, i contadini e la tragedia della fame e della malnutrizione.
Chi vive negli Stati Uniti o in Europa è abituato a consu-
mare cereali o altri alimenti importati dal terzo mondo, come il
caffè colombiano, il cioccolato del Ghana e il saporito riso thai-
landese. Dobbiamo sapere che i bambini nati in quei paesi,
eccettuati i figli dei benestanti, non vedranno mai prodotti di
qualità come questi. A loro tocca il cibo più scadente, mentre i
prodotti migliori sono destinati all'esportazione in cambio di
valuta estera. Ci sono perfino genitori che non avendo i mezzi
per sfamare i figli si riducono a venderli come domestici alle
famiglie che hanno cibo a sufficienza.
97 Prima di ogni pasto, possiamo giungere le mani in consa-
pevolezza e pensare ai bambini che non hanno da mangiare.
Questo gesto ci aiuterà a tener desta la consapevolezza della
fortuna che ci è toccata, e forse un giorno sapremo cosa fare
per cambiare il sistema ingiusto che vige nel mondo. In molte
famiglie di profughi, prima di iniziare il pasto, un bambino
solleva la sua ciotola di riso e dice: "Oggi sulla tavola ci sono
molti cibi deliziosi. Sono grato di essere qui con la mia famiglia
a gustare queste ottime pietanze. So che molti bambini sono
meno fortunati di me e soffrono la fame". Essendo un profugo,
sa che la maggior parte dei bambini thailandesi, ad esempio,
non vedrà mai quel riso raffinato, che pure si produce in Thai-
landia. È difficile spiegare ai bambini dei paesi 'supersvilup-
pati' che nel mondo non tutti i loro coetanei possono gustare
cibo bello e nutriente come quello. La consapevolezza di que-
sto fatto basta a farci superare alcune delle nostre sofferenze
psicologiche. E prima o poi la contemplazione ci aiuterà a capi-
re come possiamo essere d'aiuto a chi del nostro aiuto ha un
disperato bisogno.

Una lettera d'amore al vostro deputato

Nel movimento pacifista c'è tanta rabbia, frustrazione e


incomprensione. I pacifisti sono bravissimi a scrivere lettere di
protesta, ma non altrettanto a scrivere lettere d'amore. Dob-
biamo imparare a scrivere ai parlamentari e al Presidente lette-
re che si lascino leggere con piacere, e che non facciano venir
voglia di buttarle nel cestino. Il nostro modo di parlare, di pen-
sare e di esprimerci non deve mai risultare offensivo. Il Presi-
dente è una persona come noi.
È possibile che il movimento pacifista adotti un linguaggio
98 amorevole che sappia esprimere i suoi ideali di pace? A mio
parere dipenderà da quanto gli uomini che vi lavorano sapran-
no 'essere pace'. Senza essere pace, non si può fare niente per
la pace. Se non sappiamo sorridere, non possiamo aiutare gli
altri a sorridere. Se non siamo in pace, non possiamo dare nes-
sun contributo al movimento per la pace.
La nostra speranza è di introdurre nel movimento una
nuova dimensione. Spesso fra le sue fila abbondano rabbia e
odio, da cui l'incapacità di adempiere al ruolo che gli compete.
Occorre un modo nuovo di essere pace, di costruire la pace.
Ecco perché la pratica della consapevolezza, acquisire cioè la
capacità di osservare, di vedere, di capire, ha un ruolo cruciale.
Sarebbe fantastico riuscire a introdurre nel movimento pacifi-
sta il nostro approccio non dualistico alla realtà. Basterebbe
questo a far scemare l'odio e l'aggressività. Lavorare per la
pace significa innanzitutto essere pace. Siamo gli uni nelle
mani degli altri. Il futuro dei nostri figli è nelle nostre mani.

Senso civico

Il nostro ruolo di cittadini comporta una grande respon-


sabilità. La vita quotidiana, la scelta delle bevande e dei cibi,
sono in rapporto con la situazione politica mondiale. Ogni
giorno facciamo qualcosa - siamo qualcosa - che ha a che fare
con la pace. Se siamo consapevoli del nostro stile di vita, dei
nostri consumi, del nostro approccio alla realtà, sapremo come
costruire la pace col nostro semplice essere vivi. Crediamo che
il governo sia libero di adottare la politica che vuole, ma
questa libertà dipende dalla nostra vita quotidiana. Se gli
diamo la possibilità di cambiare politica, lo farà. Attualmente
non è ancora possibile.
99 Forse credete che ricoprire una carica di governo dia il
potere di fare tutto quello che si vuole, ma non è vero. Se
diventaste presidenti, dovreste fare i conti con questa dura
realtà, e probabilmente finireste per comportarvi come il presi-
dente attuale, forse appena un po' meglio o un po' peggio.
Meditare significa osservare le cose in profondità per capi-
re in che modo trasformarsi e trasformare la situazione. Tra-
sformare la situazione è anche trasformare la mente. Trasfor-
mare la mente è anche trasformare la situazione, perché la
situazione è la mente, e la mente è la situazione. Risvegliarsi è
importante. La natura delle bombe, la natura dell'ingiustizia e
la nostra stessa natura sono identiche.
Adottare uno stile di vita più responsabile comporta anche
chiedere ai politici di muoversi nella stessa direzione. Dobbia-
mo incoraggiarli a smettere di inquinare l'ambiente e le co-
scienze. Bisogna aiutarli a scegliere dei consulenti che condivi-
dano le nostre opinioni sulla pace, e indurli a cercare il loro
consiglio e il loro sostegno. Appoggiare questo o quel politico
richiederà da parte nostra una buona dose di saggezza, soprat-
tutto in sede di campagna elettorale. Potremmo cogliere l'oc-
casione per far riflettere i candidati su argomenti importanti,
invece di sceglierli solo per come appaiono in televisione, sal-
vo poi sentirci delusi dalla scarsa consapevolezza che dimo-
strano.
Articoli e discorsi in cui si esprima la convinzione che i
politici debbano essere aiutati da chi pratica la consapevolezza,
da chi possiede profonda serenità e pace interiore e una chiara
visione di come dovrebbe essere il mondo, potrebbero contri-
buire a far eleggere candidati che promuovano le vie della pa-
ce. Il governo francese ha fatto qualche passo in questa direzio-
ne includendo fra i suoi ministri ecologisti e filantropi come
100 Bernard Cushman, che si è adoperato per i boat people del Golfo
del Siam. Un segnale promettente.

Ecologia della mente

C'è bisogno di armonia, c'è bisogno di far la pace. La pace


Si fonda sul rispetto per la vita, sulla venerazione per la vita. E
non soltanto per la vita degli esseri umani, ma anche quella
degli animali, delle piante e dei minerali. Le rocce sono vive.
Una roccia può essere distrutta. Ccia può essere distrutta.
Come la Terra. La distruzione della nostra salute per effetto
dell'inquinamento dell'aria e dell'acqua è collegata alla distru-
zione dei minerali. Il nostro modo di coltivare la terra, il nostro
modo di trattare i rifiuti, sono tutte cose reciprocamente
collegate.
L'ecologia dovrebbe essere un'ecologia profonda. E non
soltanto profonda, ma universale, perché l'inquinamento è nel-
le nostre coscienze. La televisione, ad esempio, è un fattore
inquinante per noi e per i nostri figli. La televisione pianta
semi di violenza e di ansia nei nostri figli inquinandone le co-
scienze, così come noi distruggiamo l'ambiente con le sostanze
chimiche, col disboscamento e con l'inquinamento delle acque.
Dobbiamo proteggere l'ecologia della mente, o questa forma di
violenza e di follia continuerà a espandersi in molte altre aree
della vita.

Le radici della guerra

Nel 1966, mentre mi trovavo negli Stati Uniti per invocare


101 la sospensione delle ostilità in Vietnam, un giovane pacifista
americano si alzò in piedi durante una delle mie conferenze e
gridò: "La cosa migliore che potrebbe fare è tornare nel suo
paese e sconfiggere l'aggressione americano! Non dovrebbe
venire qui. La sua presenza qui non serve assolutamente a
niente!".
Lui, come molti altri americani, voleva la pace, ma una
pace che consisteva nella sconfitta di una delle parti al solo
scopo di soddisfare la rabbia dell'altra. Dal momento che il lo-
ro appello per il cessate il fuoco era rimasto inascoltato, i paci-
fisti erano arrabbiati, al punto che ritenevano inaccettabile
qualunque soluzione che non fosse la sconfitta del loro stesso
paese. Ma noi vietnamiti che soffrivamo sotto le bombe dove-
vamo essere più realistici. Volevamo la pace. Non ci importava
chi avesse vinto o perso. Volevamo solo che le bombe smettes-
sero di caderci addosso. Però molti attivisti del movimento per
la pace si opponevano alla nostra proposta di una tregua
immediata. Sembrava che nessuno capisse.
Così, a quel giovane che gridava: "Torna a casa e sconfiggi
l'aggressore americano", dopo essermi ripreso facendo alcuni
respiri profondi, risposi: "Vede, a me pare che molte delle
radici della guerra siano qui, nel suo paese. Ecco perché sono
venuto. Una di queste radici è il vostro modo di concepire il
mondo. Entrambe le parti sono vittime di una politica sbaglia-
ta, una politica che crede nella violenza come strumento di
risoluzione dei conflitti. Io non voglio veder morire i vietna-
miti, ma non voglio neppure veder morire i soldati americani".
Le radici della guerra sono nel modo di vivere la vita
quotidiana, nel modo di impostare lo sviluppo industriale, di
organizzare la società, di consumare. Se osserviamo in
profondità la situazione, vedremo le radici della guerra. Non
possiamo limitarci a dare la colpa all'una o all'altra parte.
102 Dobbiamo superare la tendenza a schierarci.
In ogni conflitto, c'è bisogno di gente che sappia compren-
dere la sofferenza di tutte le parti in causa. Per esempio, se in
Sud Africa ci fosse qualcuno in grado di comprendere la soffe-
renza di ciascuna delle parti e di farla comprendere all'altra,
sarebbe senz'altro un passo avanti. C'è bisogno di intermediari.
C'è bisogno di comunicazione.
Praticare la non violenza significa innanzitutto essere non
violenza. Allora, messi di fronte a una situazione difficile,
reagiremo in modo da sbloccarla. È un principio che si applica
tanto ai problemi della famiglia quanto a quelli della società.

Come una foglia, abbiamo molti piccioli

Un giorno d'autunno mi trovavo in un parco, assorto nella


contemplazione di una bella fogliolina a forma di cuore. Era
rossiccia, quasi sul punto di staccarsi dal ramo. Rimasi a lungo
in sua compagnia, rivolgendole molte domande. Scoprii che
quella foglia aveva fatto da madre all'albero. Di solito pensia-
mo che l'albero sia la madre delle foglie; ma guardandola capii
che anche la foglia è madre dell'albero. La linfa che proviene
dal terreno è solo acqua e minerali e non basta a nutrire l'albe-
ro. Perciò l'albero la distribuisce alle foglie che trasformano la
linfa grezza in linfa raffinata e con l'aiuto del sole e dell'aria la
restituiscono all'albero. Ecco perciò che le foglie sono madri
dell'albero. Finché la foglia è legata all'albero dal picciolo, la
comunicazione fra i due è evidente.
Non siamo più legati a nostra madre da un picciolo, ma
quando eravamo nel suo grembo ne avevamo uno lunghissi-
mo, il cordone ombelicale. L'ossigeno e il nutrimento che ci oc-
correva passavano attraverso quel picciolo. Ma il giorno della
103 nostra nascita il picciolo fu reciso e ci siamo illusi di essere
diventati indipendenti. Ma le cose non stanno così. Dipendia-
mo da nostra madre ancora a lungo, e a parte lei abbiamo
anche molte altre madri. La terra, per esempio. Siamo uniti alla
madre terra da una quantità di piccioli. Ci sono piccioli che ci
collegano alle nuvole. Se non ci fossero nuvole, non avremmo
acqua da bere. Per un buon settanta per cento siamo fatti
d'acqua; il picciolo che ci unisce alle nuvole è una realtà
tangibile. Si può dire lo stesso del fiume, del bosco, del
taglialegna e del contadino. Ci sono centinaia di migliaia di
piccioli che ci connettono a tutto quanto è nell'universo, che ci
nutrono e assicurano la nostra esistenza. Riuscite a vedere il
filo che ci lega? Se voi non foste là, io non sarei qui. Questo è
certo. Se ancora non lo vedete, vi prego, guardate meglio; sono
sicuro che ci riuscirete.
Ho chiesto alla foglia se aveva paura dell'autunno, di veder
ca-dere le sue compagne. E la risposta è stata: "No. Per tutta la
primavera e l'estate ho vissuto pienamente. Ho fatto del mio
meglio per nutrire l'albero, e adesso una gran parte di me è lì.
Questa forma non mi racchiude interamente. Io sono anche
l'albero, e una volta tornata alla terra continuerò a nutrirlo.
Perciò non mi preoccupo. Quando lascerò questo ramo, vol-
teggiando nell'aria lo saluterò e gli dirò: "Arrivederci a presto".
Quel giorno soffiava il vento; dopo un po', vidi la foglia
abbandonare il ramo e lasciarsi cadere a terra in una danza
gioiosa, perché cadendo già si vedeva nell'albero. Era davvero
felice. Chinai il capo in segno di rispetto, perché sapevo di avere
molto da imparare da lei.

Siamo tutti legati gli uni agli altri

104 Milioni di persone si interessano di sport. Se siete appas-


sionati di calcio o di baseball, immagino che avrete una squa-
dra del cuore con la quale vi identificate. Seguirete la partita
con angoscia ed entusiasmo, magari accompagnando la palla
con un calcetto o un colpo di mazza immaginario. Se non si
parteggia per nessuno, non c'è gusto. Anche una guerra ci dà
l'occasione di parteggiare, in genere per chi subisce l'aggres-
sione. All'origine dei movimenti pacifisti c'è un sentimento del
genere. Ci arrabbiamo, gridiamo, ma raramente ci mettiamo al
di sopra del gioco per osservare i contendenti con gli occhi di
una madre. Una madre che vede litigare i suoi due figlioli ha
un solo desiderio: che facciano pace.
Un noto proverbio vietnamita dice: "Per azzuffarsi, i pulci-
ni della stessa covata si tingono la facciavera". Tingersi la fac-
cia significa diventare estranei ai propri fratelli e sorelle.
Possiamo sparare a qualcuno solo se lo riteniamo un estraneo.
Un autentico impegno per la pace nasce dalla capacità di vede-
re con gli occhi della compassione, e questa capacità deriva
dalla chiara visione della realtà dell'inter-essere e della compe-
netrazione di tutti i viventi.
Potremmo essere tanto fortunati da incontrare sulla nostra
strada qualcuno che estende il suo amore agli animali e alle
piante. Forse conosciamo persone che, pur vivendo al sicuro,
sanno che fame, malattia e ingiustizia uccidono a milioni gli
abitanti del pianeta, e che si adoperano per aiutare i sofferenti.
Persone che non dimenticano gli oppressi, pur dovendo far
fronte ai tanti impegni quotidiani. È gente che in qualche
misura ha aperto gli occhi alla natura interdipendente della
vita. Sa che la sopravvivenza dei paesi sottosviluppati è legata
a doppio filo a quella dei paesi più ricchi e tecnologicamente
avanzati. Povertà e oppressione producono guerra. Ai nostri
giorni, non c'è guerra che non coinvolga tutti i paesi. Il destino
105 di ogni singola nazione è legato a quello di tutte le altre.
Quando sarà che i pulcini della stessa covata si toglieranno
i colori dalla faccia per riconoscersi come fratelli e sorelle? La
sola via per scongiurare il pericolo è cominciare subito; che cia-
scuno di noi dica all'altro: "sono tuo fratello", "sono tua sorel-
la", "sono un essere umano come te, e la tua vita è la mia vita".

Riconciliazione

Che fare, se avendo offeso qualcuno veniamo visti come


nemici? Questo qualcuno può essere un membro della nostra
famiglia, della nostra comunità o di un paese straniero. Credo
che conosciate già la risposta. Le cose da fare non sono molte.
Prima di tutto, darsi la possibilità di dire: "Mi dispiace. Ti ho
offeso per ignoranza, per mancanza di consapevolezza, per
inesperienza. Farò il possibile per cambiare. Non ho il coraggio
di dirti altro". A volte, non abbiamo l'intenzione di offendere,
ma finiamo col farlo per disattenzione o incapacità. Nella vita
quotidiana è importante essere consapevoli, parlare in modo
non offendere nessuno.
Il passo successivo è cercare di esprimere la nostra parte
migliore, il fiore che è dentro di noi, trasformarci. È il solo mo-
do per passare dalle parole ai fatti. Se assumete un atteggia-
mento spontaneo e gradevole, ben presto l'altra persona lo
noterà. Poi, non appena si presenta l'occasione di avvicinarla,
le mostrerete il volto del fiore, e il cambiamento non passerà
inosservato. A volte non occorre dire nulla. Il vostro atteg-
giamento basterà a farvi accettare e perdonare. Potremmo
definirlo "parlare con il proprio modo di essere, più che con le
parole".
Incominciare a scorgere la sofferenza del proprio nemico è
106 il primo indizio di visione profonda. Scoprirsi dentro il desi-
derio che l'altro non soffra più, è un segno di amore autentico.
Ma attenzione. A volte pensiamo di essere più forti di quanto
realmente siamo. Per verificare la nostra forza, fate in modo di
avvicinare l'altro per ascoltarlo e parlargli, e scoprirete subito
se la compassione che vi anima è autentica. È una verifica che
richiede la presenza dell'altro. Se vi limitate a meditare su
concetti astratti come la comprensione o l'amore, non saprete
mai se è vera comprensione, vero amore, o semplice fantasia.
Riconciliazione non significa scendere a patti con la men-
zogna e la crudeltà. La riconciliazione si oppone a ogni forma
di ambizione, senza parteggiare per nessuno. La maggior parte
di noi vorrebbe prendere posizione in ogni confronto o con-
flitto. Distribuiamo torti e ragioni basandoci su mezze verità o
sul sentito dire. L'indignazione è una molla che ci spinge ad
agire, ma per quanto giusta e legittima non basta. Al mondo
non mancano persone pronte a gettarsi nell'azione. Quello che
manca sono persone capaci di amare, di non parteggiare per
poter accogliere tutte le facce della realtà.
Dobbiamo continuare a praticare consapevolezza e riconci-
liazione finché nel corpicino scheletrito di un bimbo ugandese
o etiope non vedremo il nostro corpo, finché la fame e il dolore
di tutti i corpi non saranno la nostra fame e il nostro dolore.
Allora avremo raggiunto la non-discriminazione, il vero amo-
re. Allora guarderemo tutti gli esseri con gli occhi della com-
passione, e potremo adoperarci davvero per alleviare la
sofferenza.

Chiamatemi con i miei veri nomi

Al Plum Village, in Francia, riceviamo ogni settimana cen-


107 tinaia di lettere dai campi profughi in Malesia, Indonesia,
Thailandia, Singapore e Filippine. Leggere quelle lettere fa
molto male, ma dobbiamo farlo, dobbiamo rimanere in contat-
to. Facciamo il possibile per dare una mano, ma è difficile non
scoraggiarsi di fronte a un dramma di tali proporzioni. Si
calcola che la metà dei boat people perisca in mare. L'altra metà
riesce ad approdare alle coste del Sud-Est asiatico, dove
l'attende un avvenire incerto.
Ci sono parecchi casi di giovani profughe violentate dai
pirati. Anche se l'Onu e molti paesi collaborano con il governo
thailandese per prevenire le azioni di pirateria, i pirati conti-
nuano a infierire. Un giorno ricevemmo una lettera che raccon-
tava di una bambina di dodici anni violentata sulla sua bar-
chetta da un pirata thailandese. La piccola si era annegata
gettandosi in mare.
La prima reazione che si prova di fronte un fatto come
questo è di rabbia contro il pirata. È naturale prendere le parti
della bambina. Ma, a uno sguardo più profondo, le cose appa-
iono diversamente. Se ci schieriamo dalla parte della bambina,
è tutto semplice: prendiamo un fucile e ammazziamo il pirata.
Ma non possiamo fare così. La meditazione mi ha fatto capire
che se fossi nato nel villaggio del pirata, se fossi cresciuto nel
suo stesso ambiente, probabilmente farei il pirata anch'io. Mi
ha fatto capire che ogni giorno nascono centinaia di bambini
lungo le coste del Golfo del Siam e se noi educatori, assistenti
sociali e uomini politici non facciamo niente per cambiare la
situazione, tra venticinque anni molti di loro diventeranno
pirati. Possiamo esserne certi. Se voi o io nascessimo oggi in
uno di quei villaggi di pescatori, tra venticinque anni divente-
remmo pirati. Prendendo un'arma e ammazzando il pirata
uccidiamo tutti, perché tutti, in qualche misura, siamo respon-
sabili di questo stato di cose. Al termine di una lunga medi-
108 tazione scrissi una poesia. Parla di tre persone: la bambina di
dodici anni, il pirata e me. Guardandoci, sappiamo riconoscer-
ci l'uno nell'altro? La poesia si intitola Chiamatemi con i miei veri
nomi, perché di nomi ne ho tanti. Quando ne sento pronun-
ciare un no, non posso che rispondere: "Eccomi".

Non dite che domani me ne andrò,


perché oggi stesso continuo ad arrivare.
Guardate bene: io arrivo in ogni istante
per essere la gemma su un ramo a primavera,
e l'uccellino con le ali ancora deboli
che impara a cinguettare nel suo nido,
e il bruco attorcigliato dentro un fiore,
e la pietra preziosa nascosta nella roccia.
Io arrivo sempre, per ridere e per piangere,
per tremare e per sperare.
Il ritmo del mio cuore è la nascita e la morte
di tutto ciò che vive.
Sono l'effimera che muta sulla superficie del fiume,
e anche l'uccello che, tempestivo, la mangerà a primavera.
Sono la rana che nuota spensierata nello stagno,
e quella biscia che arriva silenziosa a divorarla.
Sono il piccolo ugandese pelle e ossa
con le gambette stecchite come canne,
e il mercante di armi che all'Uganda
vende ordigni di morte.
Sono la profuga di dodici anni su una barca,
che è violentata da un pirata e poi si getta in mare,
e sono quel pirata, e il mio cuore
è ancora cieco e senza amore.
Sono un membro del Politburo, ho tutto il potere che
voglio,
109 io sono l'uomo che paga il 'debito di sangue' alla sua gente
morendo a poco a poco in un campo di lavoro.
Come la primavera è la mia gioia, tanto calda
da far sbocciare fiori su ogni sentiero della vita.
Come un fiume di lacrime la mia pena, tanto copioso
da riempire i quattro oceani.
Chiamatemi con i miei veri nomi, ve ne prego,
così potrò ascoltare tutto il mio pianto
e tutto il riso insieme,
potrò vedere la mia gioia e la mia pena
come un'unica cosa.
Chiamatemi con i miei veri nomi, ve ne prego,
così potrò svegliarmi,
e la porta del cuore resterà spalancata:
La porta della compassione.

La sofferenza nutre la compassione

Negli ultimi trent'anni abbiamo praticato il 'Buddhismo


impegnato' in Vietnam. Durante la guerra, non potevamo re-
starcene seduti nella sala di meditazione. Dovevamo praticare
la consapevolezza ovunque, specialmente là dove la sofferenza
era più atroce.
Entrare in contatto con quel tipo di sofferenza può guarirci
di quella che proviamo quando le nostre vite non sono
particolarmente significative o utili. Quando ci si trova alle
prese con problemi come quelli che abbiamo affrontato noi
durante la guerra, si prende coscienza di poter essere una
fonte di compassione e di sostegno per tanta gente che soffre.
Circondati da quel dolore così acuto, sapere di essere uno
110 strumento di compassione è motivo di sollievo e di gioia.
Comprendere quel dolore, parteciparvi con uno spirito di com-
passione, ci rende capaci di gioia, anche fra le molte difficoltà
quotidiane.
Lo scorso inverno sono andato a visitare i campi profughi
di Hong Kong con alcuni amici, e ho visto tanto dolore. C'era-
no boat people di appena uno o due anni che aspettavano di
essere rimpatriati perché erano sulla lista degli immigrati
clandestini. Nella traversata avevano perduto padre e madre.
Di fronte a una sofferenza del genere, quella degli amici
europei o americani non sembra poi così tremenda.
Ogni volta che siamo reduci da esperienze come queste, la
città di Parigi ci sembra un po' irreale. C'è un tale contrasto fra
lo stile di vita dei parigini e la realtà del dolore di altre parti
del mondo. Mi sono chiesto com'è possibile vivere così sapen-
do che la situazione del mondo è quella che è. Ma dopo dieci
minuti di permanenza a Parigi chiusi nel proprio guscio lo si
trova normale.
La meditazione è un punto di contatto. A volte non occorre
andare di persona dove imperversa la sofferenza. Seduti in
silenzio sul proprio cuscino si può vedere tutto. Si può realiz-
zare tutto, e prendere coscienza di quanto avviene nel mondo.
Da quella coscienza scaturiscono spontaneamente compassio-
ne e comprensione; anche restando nel proprio paese è possi-
bile votarsi all'impegno sociale.
Amore in azione

Nel corso del nostro viaggio, vi ho insegnato una serie di


pratiche che aiutano a tener desta la consapevolezza di quanto
avviene dentro di noi e vicino a noi. Adesso, accingendoci ad
esplorare il vasto mondo, vorrei aggiungere qualche altra indi-
cazione che sia di sostegno e protezione. I membri della nostra
111 comunità si attengono per lo più ai principi che ora esporrò;
credo che anche voi li troverete utili per orientarvi nelle scelte
che siete chiamati a compiere nel mondo contemporaneo. Sono
i quattordici precetti dell'Ordine dell'Inter-essere:

1. Non aderire ciecamente a nessuna dottrina, teoria o


ideologia. I sistemi di pensiero sono punti di riferimento, non
verità assolute.
2. Non credere che la conoscenza che attualmente possiede
sia la verità immutabile e assoluta. Resta libero da ogni gret-
tezza e pregiudizio. Impara a esercitare il non-attaccamento
verso le tue opinioni per restare aperto ai punti di vista degli
altri. La verità è nella vita, non nella conoscenza teorica. Con-
servati disponibile a imparare dalla vita e a osservare la realtà
in te stesso e nel mondo.
3. Non imporre le tue opinioni a nessuno, neppure ai
bambini, con la forza dell'autorità, dell'intimidazione, del da-
naro, della persuasione e neppure dell'educazione. Piuttosto,
attraverso il dialogo compassionevole, aiuta gli altri ad abban-
donare fanatismo e pregiudizio.
4. Non evitare il contatto con la sofferenza, non chiudere
gli occhi di fronte al dolore. Sii sempre consapevole della
presenza del dolore nel mondo. Cerca di stare vicino a chi sof-
fre con ogni mezzo, con la presenza fisica o attraverso imma-
gini e suoni. Con questi mezzi, risveglia te stesso e gli altri alla
realtà della sofferenza nel mondo.
5. Non accumulare ricchezze mentre milioni di uomini
soffrono la fame. Non fare del successo, del profitto, della ric-
chezza o del piacere uno scopo di vita. Vivi in semplicità
condividendo tempo, energie e risorse materiali con chi ha
bisogno.
112 6. Non alimentare rabbia e odio. Impara a conoscerli e
trasformarli quando ancora sono allo stadio di semi nella tua
coscienza. Non appena sorgono rabbia e odio, rivolgi la tua
attenzione al respiro allo scopo di comprendere la natura di
questi sentimenti e della persona che li ha provocati.
7. Non perderti nella distrazione e negli stimoli ambientali.
Pratica l'attenzione al respiro per ritornare a ciò che accade nel
momento presente. Resta in contatto con le cose belle, rige-
neranti benefiche che sono dentro di te e attorno a te. Pianta
semi di gioia, pace e comprensione dentro di te per facilitare
l'opera di trasformazione profonda della tua coscienza.
8. Non pronunciare parole che potrebbero generare discor-
dia e fratture in seno alla comunità. Sforzati di sanare e risol-
vere tutti i conflitti, per quanto piccoli.
9. Non affermare il falso per interesse personale o per vani-
tà. Non pronunciare parole che causano discordia e odio. Non
diffondere notizie di cui non sei sicuro. Non criticare e condan-
nare prima di accertare i fatti. Parla sempre in modo sincero e
costruttivo. Abbi il coraggio di denunciare l'ingiustizia, anche
a rischio della tua incolumità personale.
10. Non sfruttare la comunità religiosa per scopi personali,
e non trasformarla in un partito politico. Una comunità religio-
sa ha comunque il dovere di prendere apertamente posizione
contro l'oppressione e l'ingiustizia, lottando per cambiare la
situazione senza cadere in conflitti di parte.
11. Non esercitare una professione dannosa per gli uomini
o la natura. Non investire danaro in imprese che privano altri
delle risorse vitali. Scegli una professione che ti consenta di
esprimere i tuoi ideali di compassione.
12. Non uccidere. Non permettere ad altri di uccidere. Fai
quanto è in tuo potere per proteggere la vita e prevenire la
guerra.
113 13. Non appropriarti di ciò che appartiene ad altri. Rispetta
la proprietà altrui, ma impedisci che alcuni si arricchiscano a
spese dei loro simili o di altre forme di vita.
14. Non abusare del tuo corpo. Impara a trattarlo con ri-
spetto. Non fare del tuo corpo un mero strumento. Preserva le
energie vitali per la realizzazione del Sentiero. Pratica una ses-
sualità non disgiunta da amore e dedizione. Nell'intraprendere
una relazione, sii consapevole della sofferenza che potrebbe
arrecare. Per proteggere la felicità degli altri, rispettane i diritti
e gli impegni. Sii pienamente cosciente della responsabilità che
ti assumi nel mettere al mondo nuove vite. Medita sul mondo
in cui intende far nascere un nuovo essere.

Il fiume

C'era una volta un bel fiume che scorreva fra colline,


boschi e praterie. All'inizio era un gaio ruscelletto, uno zam-
pillo giocoso e canterino che scaturiva rapido dalla cima del
monte. Allora era giovane, ma quando scese in pianura rallen-
tò. Pensava al momento in cui sarebbe arrivato all'oceano. Col
tempo, crescendo, imparò a farsi bello, serpeggiando con
grazia fra colline e praterie.
Un giorno si guardò e vide riflesse dentro di sé le nuvole.
Nuvole di ogni forma e colore. Per giorni non fece altro che
rincorrerle. Voleva una nuvola tutta sua, per tenerla sempre
con sé. Ma le nuvole passano nel cielo senza fermarsi mai e
cambiano forma continuamente. A volte sembrano un cappot-
to, a volte un cavallo. L'impermanenza connaturata alle nuvole
faceva soffrire molto il fiume. Il piacere e la gioia che provava
a rincorrerle si dileguarono, e non vi fu che disperazione,
rabbia e odio.
114 Poi, un giorno, un vento impetuoso spazzò via tutte le
nuvole. Il cielo restò completamente vuoto. Il fiume pensò che
non valesse più la pena di vivere, dal momento che non c'era-
no nuvole da inseguire. Era pronto a morire: "Senza nuvole,
che senso ha la mia vita?". Ma un fiume non può certo suici-
darsi.
Quella notte, il fiume conobbe un attimo di raccoglimento
per la prima volta. Era stato così occupato a inseguire qualcosa
di esterno che non aveva mai avuto il tempo di guardarsi.
Quella notte fu la sua prima occasione di ascoltarsi piangere,
di ascoltare il rumore dell'acqua che batteva contro le sponde.
Prestando ascolto alla sua voce, fece una scoperta importante.
Capì che quello che aveva tanto cercato era già dentro di
sé. Scoprì che le nuvole non sono altro che acqua. Che nascono
dall'acqua e all'acqua faranno ritorno. Scoprì di essere acqua
anche lui.
Il mattino seguente, al sorgere del sole, fece una bella
scoperta. Vide per la prima volta il cielo azzurro. Non lo aveva
mai notato. Interessato com'era alle nuvole, non aveva mai
fatto caso al cielo, la casa di tutte le nuvole. Le nuvole sono
impermanenti, ma il cielo è perenne. Allora capì che quel cielo
immenso dimorava nel suo cuore da sempre. Questa straordi-
naria intuizione gli donò pace e felicità. Guardando la distesa
azzurra di quello splendido cielo, seppe che pace e serenità
non l'avrebbero mai più abbandonato.
Nel pomeriggio le nuvole tornarono, ma ora non gli impor-
tava più di possederle. Poteva ammirare la bellezza di ciascu-
na, e dare il benvenuto a tutte. Quando arrivava una nuvola, la
salutava con premurosa gentilezza; quando voleva andarsene,
con la stessa gentilezza le diceva allegramente arrivederci.
Capì di essere tutte le nuvole. Non doveva scegliere fra se
stesso e loro. Fra il fiume e le nuvole regnava pace e armonia.
115 Quella sera accadde un fatto prodigioso. Quando tutto il
suo cuore si aprì ad accogliere il cielo della sera, il fiume
ricevette l'immagine della luna piena, bella e rotonda come un
gioiello. Non aveva mai immaginato di poter ospitare un'im-
magine tanto bella. C'è una stupenda poesia cinese che dice:
"La luna fresca e bella passa nel cielo assolutamente vuoto.
Quando la mente degli esseri viventi è come un limpido fiume,
la sua immagine vi si riflette fedelmente".
Questo era lo spirito del fiume in quel momento. Ricevette
l'immagine di quella bella luna nel suo cuore, e acqua, nuvole
e luna si presero per mano e si avviarono adagio adagio verso
l'oceano, praticando la meditazione camminata.
Non c'è niente da inseguire. Basta tornare a noi stessi,
godere del respiro, del sorriso, di ciò che siamo e delle cose
belle che ci circondano.

Alle soglie del ventunesimo secolo

Di questi tempi, si fa un gran parlare di politica. Sembra


che ci sia una politica per tutto. Corre voce che le cosiddette
nazioni sviluppate stiano pensando a una politica dei rifiuti
per cui la spazzatura verrà inviata nel terzo mondo su enormi
chiatte.
Secondo me, ci serve una 'politica' per gestire la nostra
sofferenza. Senza sperare di liquidarla, dobbiamo trovare il
modo di farne buon uso, per il nostro bene e per il bene degli
altri. Di sofferenza ce n'è stata tanta nel ventesimo secolo: due
guerre mondiali, i campi di concentramento in Europa, i campi
di sterminio in Cambogia, l'esodo dal Vietnam, dall'America
Centrale e da altri paesi di profughi a cui è negata una patria.
116 Dobbiamo pensare a una politica che gestisca anche questo
tipo di rifiuti. Dobbiamo usare la sofferenza del ventesimo se-
colo come concime, per far nascere insieme i fiori del ven-
tunesimo secolo.
Vedere fotografie e documentari sulle atrocità compiute
dai nazisti - le camere a gas, i campi di concentramento - ci fa
paura. Forse diciamo: "Io non c'entro, è colpa loro". Ma se
fossimo stati lì forse avremmo fatto lo stesso, o saremmo stati
troppo vigliacchi per opporci, come è successo a molti. Dob-
biamo mettere tutto questo a fermentare nel nostro bidone di
concime per fertilizzare la terra. Oggi i giovani tedeschi si sen-
tono dolorosamente responsabili di quanto è avvenuto. È
importante che questi giovani e la generazione che ha fatto la
guerra ricomincino da capo e costruiscano insieme una via di
consapevolezza, perché un domani i nostri figli non ricadano
negli stessi errori. Il fiore della tolleranza, la capacità di
riconoscere e apprezzare le diversità culturali, è uno dei fiori
che possiamo offrire ai bambini del ventunesimo secolo.
L'altro fiore è la verità della sofferenza; il nostro secolo ha visto
tanta sofferenza inutile. Se siamo disposti a lavorare insieme e
imparare insieme, potremo tutti trarre vantaggio dagli errori
della nostra epoca e, vedendo con gli occhi della compassione
e della comprensione, consegnare al secolo nuovo un bel
giardino e un sentiero luminoso.
Prendete per mano vostro figlio e invitatelo a sedersi
sull'erba accanto a voi. Insieme, potrete ammirare il verde dei
prati, i fiorellini che crescono fra gli steli, il cielo. Respirare e
sorridere insieme è educazione alla pace. Se sappiamo apprez-
zare queste belle cose, non c'è bisogno d'altro. La pace è dispo-
nibile in ogni momento, a ogni respiro, a ogni passo.
Mi ha fatto piacere camminare insieme. Spero che sia pia-
117 ciuto anche a voi. Arrivederci a presto.
Sommario

Prefazione di Sua Santità il Dalai Lama ....................................................... 5


Introduzione del curatore .............................................................................. 6
118
Parte Prima
Respira, sei vivo! ........................................................................................ 12
Ventiquattr'ore tutte nuove...................................................................... 13
Il soffione ha il mio sorriso .................................................................... 14
La respirazione cosciente ....................................................................... 16
Attimo presente, attimo meraviglioso .................................................... 16
Nutrire la consapevolezza in ogni momento .......................................... 19
Sedersi ovunque...................................................................................... 21
La meditazione seduta ............................................................................ 22
Campane di consapevolezza ................................................................... 23
Il biscotto dell'infanzia ........................................................................... 25
La meditazione del mandarino ............................................................... 26
L'Eucaristia ............................................................................................. 27
Un pasto consapevole ............................................................................. 28
Lavare i piatti .......................................................................................... 30
La meditazione camminata ..................................................................... 31
La meditazione al telefono ..................................................................... 33
La meditazione alla guida ....................................................................... 34
Abbattere i compartimenti ...................................................................... 37
Respirare falciando l'erba ....................................................................... 38
Senza scopo ............................................................................................ 39
Vivere è un'opera d'arte .......................................................................... 41
La speranza è un ostacolo ....................................................................... 42
La saggezza del fiore .............................................................................. 44
Una stanza per respirare ......................................................................... 45
Il viaggio prosegue ................................................................................. 48
Parte Seconda
Trasformarsi e guarire ................................................................................ 49
Il fiume delle sensazioni ......................................................................... 50
Anti-chirurgia ......................................................................................... 51
Trasformare le emozioni ......................................................................... 52
La consapevolezza della rabbia .............................................................. 55
Prendere a pugni il cuscino..................................................................... 57
Lavorare sulla rabbia con la meditazione camminata ............................ 58
119 Cuocere le patate .................................................................................... 59
Le radici della rabbia .............................................................................. 60
Formazioni psichiche.............................................................................. 61
Vita in comune ........................................................................................ 64
La quiddità .............................................................................................. 65
Guarda nella tua mano ............................................................................ 65
Genitori ................................................................................................... 66
Coltivare i buoni semi ............................................................................ 69
Cosa c'è che va bene? ............................................................................. 72
Rimproverare non serve ......................................................................... 73
La comprensione .................................................................................... 74
Il vero amore........................................................................................... 74
La meditazione sulla compassione ......................................................... 75
La meditazione sull'amore ...................................................................... 78
Un abbraccio consapevole ...................................................................... 79
Investire in amici .................................................................................... 80
È una gran gioia tenere in braccio un nipotino ....................................... 81
Le comunità di vita consapevole ............................................................ 81
La consapevolezza dev'essere impegnata ............................................... 83

Parte Terza
La pace è ogni passo ................................................................................... 84
Inter-essere.............................................................................................. 85
I fiori e la spazzatura .............................................................................. 86
Fare la pace ............................................................................................. 88
Non dualità ............................................................................................. 89
Sanare le ferite della guerra .................................................................... 90
Il sole, il mio cuore ................................................................................. 92
Guardare in profondità ........................................................................... 93
L'arte del vivere consapevole ................................................................. 94
Nutrire la consapevolezza....................................................................... 96
Una lettera d'amore al vostro deputato ................................................... 97
Senso civico ............................................................................................ 98
Ecologia della mente ............................................................................ 100
Le radici della guerra ............................................................................ 101
Come una foglia, abbiamo molti piccioli ............................................. 102
Siamo tutti legati gli uni agli altri ......................................................... 104
Riconciliazione ..................................................................................... 105
120 Chiamatemi con i miei veri nomi ......................................................... 107
La sofferenza nutre la compassione...................................................... 109
Amore in azione ................................................................................... 111
Il fiume ................................................................................................. 113
Alle soglie del ventunesimo secolo ...................................................... 115