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NOTIZIARIO 481

soltanto nella successiva legislazione di Valentiniano, Valente e Graziano, in cui viene de-
signato come capitale malum l’atto di chi necandi infantis piaculum adgressus adgressave
sit (C.Th. 9.14.1 = C 9.16.7). In realtà, viene fatto notare, Costantino, nel disporre misure
di soccorso alimentare a carico della res privata in favore delle famiglie più bisognose
(C.Th. 11.27.1), denomina parricidium la soppressione del figlio da intendersi neonato,
pertanto, quando lo stesso Imperatore, nel 318 d.C., dispone la pena del culleo per coloro
che uccidono i propri figli, non può non ritenersi che intendesse colpire anche l’uccisione
del figlio neonato.
Da ultimo, M.M.L.G. ROCCA (Roma), è intervenuta su “Il suicidio nell’età tar-
doantica”, cercando di evidenziare differenze e coincidenze tra diritto classico e diritto
postclassico, soprattutto con riferimento alle valutazioni filosofico-morali che di volta in
volta influenzarono gli orientamenti politico-criminali della giurisprudenza classica e
delle cancellerie imperiali, recepite dai commissari giustinianei, e la dogmatica elaborata
dai Padri della chiesa, recepita dai Concili del V e VI secolo d.C. Le fonti cristiane sem-
brerebbero condannare in maniera più netta il suicidio ed il tentato suicidio, ma, al tempo
stesso, le fonti laiche, nonostante non considerassero il suicidio come un crimine effetti-
vamente perseguibile, pare adottassero forme sanzionatorie e repressive caratterizzate da
una forte efficacia deterrente.
Sono seguiti diversi interventi sulle relazioni fin qui esposte ed un interessante
dibattito ha animato i convegnisti, dopo il quale le “Conclusioni” del XIX Convegno In-
ternazionale dell’Accademia Romanistica Costantiniana sono state tratte dal Presidente, il
prof. G. CRIFÒ, che ha espresso un giudizio complessivamente positivo, compiacendosi in
particolare della avvenuta realizzazione di due importanti progetti in cui l’Accademia è
impegnata da tempo, vale a dire la riproduzione della Summa Perusina e la realizzazione
del programma informatico ACTI.

Roma S. RODARO

ANALISI DEL FATTO E RESPONSABILITÀ.


ASPETTI DI TECNICA GIURISPRUDENZIALE
(Montepaone Lido, 5-9 settembre 2009)

Dal 5 al 9 settembre 2009 si è svolto a Montepaone Lido (CZ) il seminario dal ti-
tolo “Analisi del fatto e responsabilità. Aspetti di tecnica giurisprudenziale”, decima edi-
zione dell’iniziativa “Diritto e società in Roma antica” (organizzata dal Centro Romani-
stico Internazionale “Copanello”, dalla Facoltà di Giurisprudenza e dai Dipartimenti di
Scienza e Storia del Diritto e di Diritto dell’Organizzazione Pubblica, Economia e Società
dell’Università di Catanzaro “Magna Græcia”) ormai nota con l’informale denominazione
“Seminario di Soverato”, derivata dal nome della cittadina della costa jonica calabrese
che ha ospitato le prime otto edizioni, e che persiste nonostante da alcuni anni la sede dei
lavori sia mutata.
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Non sono mutate, invece, le caratteristiche dell’incontro di studi, che – com’è


noto ai tanti che vi hanno partecipato a far data dalla prima edizione del 1991 – si carat-
terizza per la partecipazione di romanisti provenienti da tutto il mondo, per il taglio se-
minariale delle sessioni di lavoro e per lo spirito di sincera cordialità che si instaura tra
i partecipanti, anche tra quanti siano presenti per la prima volta, e che favorisce il con-
fronto tra studiosi di generazioni e di Paesi diversi.
Completato l’arrivo dei partecipanti nella giornata di sabato 5 settembre, alla
sera, i professori Francesco Milazzo e Rosario Sapienza, dell’Università di Catania, hanno
introdotto la presentazione delle iniziative condotte dall’Associazione Diplomatici, dina-
mica scuola di formazione (costituita da studenti, da docenti universitari e delle scuole e
da giovani professionisti) nata nel 2000 a Catania e oggi presente sull’intero territorio na-
zionale, che cura e gestisce la partecipazione degli studenti italiani ai Model United Na-
tions (MUN), simulazioni di processi multilaterali che riproducono il meccanismo e le di-
namiche di funzionamento dei principali organi delle Nazioni Unite. È stato così proposto
un modello di didattica “sul campo” delle regole del diritto e delle organizzazioni inter-
nazionali, ma anche delle relazioni socio-politiche.
I lavori romanistici hanno avuto inizio domenica 6 settembre con la sessione mat-
tutina presieduta dal prof. Hans Ankum, emerito nell’Università di Amsterdam, aperta
dalla relazione introduttiva del prof. Federico Fernández de Buján (UNED Madrid e Uni-
versidad Pontificia Comillas Madrid) dal titolo “Cornice semantica, giurisprudenziale e
giusfilosofica della responsabilità”.
Fernández de Buján ha proposto l’individuazione di alcuni “concetti chiave”, a
partire dalla nozione di damnum, che indica il risultato nocivo che produce una perdita o
pregiudizio, per ricordarne lo stretto legame con il concetto di diminuzione (demptione:
cfr. Varr. De lingua lat., 176; Isid., Etym., 5.27.5), ma anche i nessi con la condanna
(damnatus est, come ad esempio in Cic. De orat., 1.231.232), e con l’obligare (come nel-
l’ipotesi del legato per damnationem).
Altri concetti chiave sono stati individuati nel risarcire (ad esempio in Caes. Gall.
6.1.4. e Suet. Clau. 6, la cui etimologia va rinvenuta in sarcire, e dunque nell’idea del ri-
cucire, del porre rimedio, e progressivamente nel senso di riparare un danno), nell’inden-
nizzare (in assenza di un verbo latino corrispondente ci si può riferire all’aggettivo in-
demnis, relativo al soggetto o all’oggetto “che non ha subito danni”, ovvero che sia “pro-
tetto dai danni”; e che – quando sia riferito ad un soggetto – assume anche il significato
di colui che è dispensato da un obbligo, ovvero non condannato, come in Liv. 3.56.13),
nella compensatio (derivato da pendere, verbo con moltissimi significati, tra cui quello di
pagare, e che è un concetto decisivo nella tematica del danno, poiché solo il responsabile
deve com-pensare, mentre il soggetto che non è responsabile è dis-pensato).
Sulla scorta di queste premesse, il relatore ha, poi, ricordato che la formazione
della categoria della responsabilità è opera della dottrina francese della fine del Sette-
cento, mentre essa è del tutto aliena alla logica dei giuristi romani: il silenzio al riguardo
dei passi contenuti nei titoli del Digesto 50.16 De verborum significatione e 50.17 De di-
versis regulis iuris antiqui pare eloquente.
L’inesistenza nel diritto romano di una nozione generale ed unificante di respon-
sabilità ha quindi indotto la dottrina a studiarne piuttosto singoli profili, quali il danno, i
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criteri d’imputazione della responsabilità e via dicendo. In tale prospettiva, Fernández De


Buján ha proposto alcuni indici particolarmente significativi. Partendo dalla nozione di
damnum dare, atto che provoca una perdita, il relatore ha ricordato come occorra distin-
guere il danno compiuto iniuria dalle fattispecie in cui esso non è iniuria datum, e trova,
perciò, diversa disciplina (D. 9.1.1.3 Ulp. 18 ad ed. sulla pauperies che è damnum sine
iniuria facientis datum). È stato poi evidenziato come il damnum dare, consistente nell’a-
zione lesiva del reo, debba essere distinto dal damnum facere, che indica l’esito dell’a-
zione medesima. Le fonti riportano l’espressione damnum decidere, ad indicare la compo-
sizione del danno, ipotesi arcaica delle XII Tavole (cfr. XII Tav. 8.16 e 12.3) ma che si
trova anche in testi della giurisprudenza classica (quali D. 47.2.62.2 e D. 47.2.62.5 en-
trambi provenienti dal libro ottavo delle quaestiones di Africano). Il damnum s’identifica
nel detrimento che apporta una diminuzione al patrimonio (D. 39.2.3 Paul. 47 ad ed.) e
sono frequenti i frammenti giurisprudenziali nei quali l’accento è posto non tanto sull’a-
zione del danneggiante, quanto sulla conseguenza della condotta e dunque sulla situa-
zione negativa subita dalla vittima (cfr. D. 4.9.6.1 Paul. 22 ad ed.; D. 9.3.1 Ulp. 23 ad
ed.). Da damnum deriva damnare anche nel senso di obligare (D. 8.4.16 Gai 2 res cott.;
D. 12.6.26.7 Ulp. 26 ad ed.) come nell’ipotesi del legatum per damnationem che è l’im-
posizione all’erede di una diminuzione patrimoniale.
Il relatore ha poi evidenziato il vario contenuto della responsabilità a seconda
della fattispecie dannosa (talvolta come damnum sarciatur – come in D. 10.3.28 Pap. 7
quaest. o in D. 10.3.6.2 Ulp. 19 ad ed. –, risarcimento del danno emergente; altre volte la
responsabilità impone oltre al damnum sarciatur, anche il rimborso delle spese – da-
munm sarciatur et impendia restituantur: D. 43.24.11.4 Ulp. 71 ad ed. –; in altri casi, in-
fine si prevede il risarcimento del damnum e del lucrum, come in D. 36.1.11pr. Ulp. 4 fi-
deic.) e i diversi criteri di valutazione del danno (quello oggettivo – nel c.d. danno co-
mune – rappresentato dal valore di mercato del bene danneggiato, ovvero – nel c.d. danno
proprio – il criterio soggettivo dell’interesse del danneggiato al bene in relazione alla fat-
tispecie concreta. Tale secondo criterio è quello di più diffuso impiego: cfr. D. 46.8.19
Paul. 13 ad Sab.; D. 19.2.33 Afr. 8 quaest.; D. 19.1.11.9 Ulp. 32 ad ed.; D. 19.1.4 Paul.
5 ad Sab.; D. 39.2.4.7 Ulp. 1 ad ed.).
Alla relazione introduttiva ha fatto seguito quella del prof. Konstantin Tanev del-
l’Università di Sofia, dal titolo “Il rischio e la responsabilità nei contratti innominati”.
Nella prima parte della relazione Tanev ha rammentato la genesi sinallagmatica della ca-
tegoria dei contratti innominati, ripartendo dalla nota definizione labeoniana di contrac-
tum come ultro citroque obligationem quod Graeci synallagma vocant riportata da Ulpiano
in D. 50.16.19pr. e dalla testimonianza di Servio Sulpicio Rufo tramandata da Gellio
(Noct. Att. 4,4). A proposito di tale testo, in materia di responsabilità di colui che non
adempia all’obbligazione derivante da sponsalia, Tanev ha sottolineato che, per Sulpicio
Rufo, era possibile agire per l’id quod interest nonostante l’azione fosse ex stipulatu e,
quindi, di stretto diritto. Le ragioni di tale scelta sarebbero da rinvenire, appunto, nella
logica economica dei rapporti innominati, che avrebbe imposto la litis aestimatio nella
prospettiva di scambio, di sinallagmaticità delle due prestazioni in un’operazione econo-
micamente unitaria, benché costruita giuridicamente su due distinti rapporti. Lo stesso
impiego del termine synallagma da parte di Labeone non avrebbe significato giuridico,
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ma sarebbe indicativo del dato economico rilevante in questa tipologia di rapporto, lo


scambio, che sarebbe l’elemento unificante le due prestazioni. Esso sarebbe desunto dalla
vita quotidiana e non dalla definizione di Aristotele in EN 116 2b 24.
Nella seconda parte della relazione, dedicata all’oggetto della sinallagmaticità e al
rischio, Tanev ha ricordato che i contratti innominati vengono infine tipizzati come scam-
bio di qualcosa in vista del ricevimento di qualcosa d’altro. Accade così che accanto ai
contratti tipici esistano altre figure con specifici nomi (aestimatio, transactio) e, infine, un
terzo gruppo (aderendo alla dottrina di Aristone e rigettando quella di Labeone) compren-
dente le figure soggettivamente bilaterali (D. 2.14.7.2 Ulp. 4 ad ed.). Il relatore ha quindi
esaminato alcuni passi del Digesto particolarmente indicativi in tema di synallagma quali
D. 12.1.11pr. Ulp. 26 ad ed., D. 19.5.17.1 Ulp. 28 ad ed., D. 13.6.5.14 Ulp. 28 ad ed.
La relazione ha suscitato molto interesse, con un gran numero di interventi (Ko-
fanov, Carvajal, Krzynowek, Goria, Corbino, Santucci, Carbone, Fiori, Masi Doria, Ca-
scione, Ankum), con particolare attenzione a D. 19.5.17.1 e alle possibili ragioni per le
quali Labeone suggerisse di agere praescriptis verbis.
Nella sessione pomeridiana, presieduta dal prof. Fausto Goria (Università di To-
rino) il prof. Gianni Santucci dell’Università di Trento ha svolto la relazione dal titolo “Gli
obblighi dell’usufruttuario secondo il criterio dell’arbitratus boni viri”. Premessa la prov-
visorietà dei risultati della ricerca offerti all’uditorio, Santucci ha adottato quale punto
prospettico non il profilo patologico del rapporto (la fonte della responsabilità), ma il pro-
filo fisiologico/positivo cioè quello dei modelli di comportamento cui il soggetto deve at-
tenersi, nelle propria condotta, per non incorrere in responsabilità. In particolare, è stato
oggetto della riflessione il criterio di valutazione dei doveri cui l’usufruttuario è tenuto in
conseguenza della cautio fructuaria. Le fonti, infatti, fanno talvolta riferimento al modello
del bonus et diligens pater familias mentre talaltra assumono il criterio della c.d. consue-
tudo patris familias, cioè rinviano al modello concreto della condotta che avrebbe tenuto,
in quella circostanza, il nudo proprietario.
Il relatore ha dapprima posto in dubbio l’equivalenza dei concetti di diligens pa-
ter familias e vir bonus muovendo da D. 7.9.1pr., 3 e 6 Ulp. 79 ad ed. Nel paragrafo 3, in
particolare, viene esplicitato il contenuto della cautio: comportarsi da bonus vir, vale a
dire non rendere deteriore la condizione della cosa concessa in usufrutto e fare tutto ciò
che un soggetto farebbe riguardo alla cosa propria. Per il relatore si tratta di due distinti
contenuti: il non rendere deteriore la cosa non coinciderebbe con il comportarsi come si
farebbe con una cosa propria. A conferma di questa duplicità di oggetto, in D. 7.1.13.4
(Ulp. 18 ad Sab.) si esplicita che fructuarius causam proprietatis deteriorem facere non de-
bet, meliorem facere potest. A tale affermazione segue, nei paragrafi successivi, una ricca
casistica che riguarda il profilo della possibilità di modificare la struttura, la “dimen-
sione” dell’usufrutto; di conservare cioè la substantia rerum. Il paragrafo 6, in particolare,
presenta l’ipotesi di una cava che sia fatta oggetto d’innovazione da parte dell’usufruttua-
rio, ma in termini tali da deteriorare la proprietà, rendendo oltremodo gravosa per il pro-
prietario la gestione del bene, ciò che si verifica quando quest’ultimo non sia in grado di
sostenere l’innovazione.
Anche in D. 7.1.15.1-5 (Ulp. 18 ad Sab.) oggetto della riflessione del giurista
sono i limiti dell’uso e della fruizione del bene in maniera legittima. Particolarmente in-
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teressanti risultano i paragrafi 4 e 5, sull’usufrutto di un legato di vestiario, in cui Ulpiano


prospetta soluzioni diverse a seconda del tipo dei vestiti, del rapporto giuridico che
l’usufruttuario intenda costituire, dall’uso che era solito farne il proprietario.
Secondo Santucci, dunque, si ricorrerebbe al criterio della consuetudo prioris pa-
tris familias tutte le volte in cui l’usufruttuario si pone il problema di poter usare la cosa
in modo diverso (sotto il profilo strutturale) rispetto alla sua destinazione economica. Solo
in questo caso si avrebbe – pare – il richiamo alla consuetudo, mentre per risolvere le
questioni relative ad un uso del bene che non incida sulla sua natura sarebbe sufficiente
la valutazione in base al criterio del bonus vir.
Altre conferme parrebbero desumersi da D. 7.1.9pr., 2, 7 (Ulp. 17 ad Sab.) men-
tre due passi delle Pauli Sententiae (I.11.2 e III.6.27), che richiamano rispettivamente
l’uno il modello concreto, l’altro il modello astratto, sono così apodittici da impedire di
cogliere le diverse rationes ad essi sottese.
La discussione sulla relazione svolta è stata assai partecipata, con interventi di Ca-
scione, Corbino, Fiori, Carbone, Kofanov, Metro, Fernandez de Buján, Wacke, Nowak, che
hanno toccato temi di estremo interesse come il rapporto tra comportamento innovativo e
impossibilità di richiamo a modelli di condotte fondati sull’esperienza, la nozione di vir bo-
nus e il suo valore di figura relazionale, l’ampiezza della condotta garantita con la cautio.
La giornata del 7 settembre si è aperta con la sessione mattutina, presieduta dal
prof. Bernardo Santalucia (Università di Firenze), nella quale la prof. Isabella Piro (Uni-
versità di Catanzaro) ha svolto la relazione da titolo “Analisi delle circostanze e determi-
nazione della responsabilità aquiliana in un parere di Celso”, avente ad oggetto il parere
celsino giuntoci filtrato da Ulpiano in D. 9.2.7.7 in tema di responsabilità ex capite primo
legis Aquiliae.
La fattispecie ivi considerata ha una speciale considerazione storica perché è an-
che quella scelta da Gaio (3.219) per rappresentare il senso in cui debba intendersi il
concetto di corpore suo in relazione all’imputazione del danno. Com’è noto, tale locuzione
avrebbe conservato – secondo la dottrina prevalente – il significato precipuo di “con il
proprio corpo”, secondo una concezione del nesso causale come rapporto fisico (per dirla
con Albanese «collegato direttamente allo sforzo muscolare del soggetto agente»1). Dopo
aver richiamato i casi che danno origine alle azioni utili, Gai. 3.219 propone un esempio
(quello dello schiavo altrui spinto nel fiume) come illustrativo del danno dato corpore suo.
A dispetto del rassicurante commento di Gaio, in realtà il ricorso a quella fatti-
specie non è apparso alla dottrina maggioritaria così intelligibile ed immediato, poiché
manca la relazione di corporeità tra agente e vittima. Se, infatti, il verbo proiecerit indica
una spinta, dunque un’azione violenta in nesso diretto con il danno, non può tacersi che
la morte dello schiavo non è conseguenza della spinta, ma dell’annegamento (is suffocatus
fuerit). La sintetica esposizione, a ben vedere, mostra un fatto complesso. La morte è sol-
tanto la conseguenza ultima di una serie di comportamenti (caduta, impatto, annegamento,
morte) originati dalla spinta, ma non tutti causati da essa.

1 ALBANESE, Studi sulla legge Aquilia I. Actio utilis e actio in factum ex lege Aquilia, in

AUPA. 21 (1950), 180.


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La relatrice ha, quindi, ripreso D. 9.2.7.7, nel quale Celso-Ulpiano esamina tutte
le eventualità che avrebbero potuto verificarsi dopo la spinta: (i) morte ipso ictu, a causa
dell’impatto dopo la precipitazione; (ii) morte non per l’impatto, ma per annegamento su-
bitaneo (continuo submersus); (iii) morte non per l’impatto, né per annegamento subitaneo,
ma per la spossatezza derivata dall’opporsi alla forza della corrente (aut lassatus vi flumi-
nis victus perierit). Il richiamo alla spossatezza e alla “vittoria” della vis fluminis non è su-
perfluo. L’istinto di sopravvivenza induce, infatti, lo schiavo ad opporsi a tale vis; ciò co-
stituisce un dato di comune esperienza che conduce a riconnettere la conseguenza del-
l’annegamento alla spinta dell’agente.
L’ipotesi della spinta del servo nel fiume seguita dalla morte (quale che sia la
causa del decesso) viene poi paragonata e omologata da Celso-Ulpiano a quella di chi
scaglia un ragazzo contro un masso. La specificazione circa il puer come oggetto della
spinta non sarebbe superflua. La minore capacità di resistenza di un fanciullo rispetto ad
uno schiavo adulto consentirebbe di escludere la presenza di concause nella morte, che
viene ricondotta causalmente alla spinta. Ma questa analogia ha per effetto di assimilare
il caso dello schiavo morto perché spinto nel fiume a quello del soggetto privo di capacità
di reazione.
Parrebbe rivelatore il confronto con D. 9.2.7.6 (Ulp. 18 ad ed.), antecedente lo-
gico necessario di D. 9.2.7.7, nel quale viene posta la differenza tra i concetti di occidere
e di causam mortis praestare. Per identificare questa seconda nozione (non tutelata dall’a-
zione diretta, dall’actio in factum) Celso richiama due ipotesi: (a) quella di chi offra un
venenum pro medicamentum (la somministrazione di un venenum pro medicamentum di
per sé non sarebbe indicativa di causam mortis praestare – cfr. D. 9.2.9pr.-1 e relativa po-
sizione di Labeone – ma Celso qui ipotizza che il veleno sia soltanto offerto) (b) quella di
chi offra un gladio ad un furiosus. Anche in queste due ipotesi l’origine della sequenza di
eventi è un comportamento fisico e il risultato (morte di chi assume il veleno o del furio-
sus) non ne è la conseguenza immediata. Ma qui, a differenza che in D. 9.2.7.7, nella suc-
cessione di fatti incide un fatto diverso (l’assunzione del veleno, l’uso della spada) che po-
trebbe anche non verificarsi, e non si pone in rapporto di consequenzialità necessaria ri-
spetto all’antecedente.
Il profilo rilevante non sarebbe, dunque, quello del rapporto fisico iniziale. La
materialità del comportamento (presente in entrambi i testi) in sé non spiegherebbe la dif-
ferenza di regime. Essa sarebbe spiegata, invece, dall’ineluttabilità o meno dell’evento
dannoso rispetto alla condotta dell’agente.
Sulla base di questa prospettiva, le ragioni per le quali Gaio avrebbe scelto il
caso dello schiavo spinto dal ponte o dall’argine per illustrare il concetto di corpore suo
sarebbero da individuare nel particolare valore paradigmatico del caso medesimo. Il testo
di Celso-Ulpiano non sarebbe, allora, il frutto del pensiero isolato di un grande giurista,
ma il sunto dell’interpretazione giurisprudenziale romana precedente (cfr. D. 9.2.39pr.
Pomp. 17 ad Q. Mucium, per il pensiero di Quinto Mucio; D. 9.2.27.34 Ulp. 18 ad ed.,
con riferimento all’opinione di Mela; D. 9.2.9.1 Ulp. 18 ad ed. per Labeone; D. 9.2.11.5
Ulp. 18 ad ed. in riferimento a Proculo).
Ankum, Musumeci, Tanev, Santucci, Wolodckiewicz, Wacke, Masi, Cursi, Fernan-
dez de Bujan, Faro, Krzynowek, Garcia Netto, Cascione sono intervenuti sui temi trattati
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con particolare interesse per la parte conclusiva di D. 9.2.7.7, nonché in relazione ai rap-
porti tra questo passo e D. 9.2.7.6.
Nella sessione pomeridiana presieduta dal prof. Andreas Wacke (Universität zu
Köln) il prof. David Kremer (Università de Paris II) ha svolto la relazione dal titolo “Ori-
ginalità e concetto di maleficium”. Premessa l’ampia area semantica di maleficium, il re-
latore ha delimitato il tema del proprio intervento alla nozione di illecito sanzionato da
pena privata, manifestando immediatamente la propria insoddisfazione circa la pretesa si-
nonimia di maleficium e delictum.
L’esame delle fonti letterarie consentirebbe di rilevare un importante mutamento
di senso del termine. L’attenzione del relatore si è concentrata su Cicerone, autore che fa
largo impiego del vocabolo maleficium (associandolo ad altri lemmi di portata etico-so-
ciale quali fides o beneficium) in una prospettiva metagiuridica, filosofica e morale. Ri-
spetto alla contrapposizione beneficium/maleficium, essa viene invocata ora (Cic. Inv.
2.104) per sostenere che i molti beneficia resi alla res publica da un uomo illustre non
possano essere oscurati a causa di un unico delictum di cui quegli si sia reso responsa-
bile, ora (Cic. Inv. 2.108) per individuare le caratteristiche dell’autore della condotta ne-
gativa, definito come incapace di qualsiasi generosità (immisericordis), superbo (super-
bum), del quale non si può, in definitiva, essere amici, potendo l’amicitia sussistere solo
tra boni vires. Altrove (Cic. Inv. 2.75) Cicerone individuerebbe la caratteristica del male-
ficium nel realizzarsi di una trasgressione, e non nel semplice comportamento dannoso
causato da colpa.
Kremer rinviene un contributo essenziale in Cic. S. Rosc. 116-117 (passo in cui
il tradimento di Capitone nei confronti di Roscio figlio viene qualificata maleficium e pa-
ragonato al venir meno da parte di un socius rispetto agli obblighi derivanti dalla societas),
sia per la qualificazione del maleficium come rottura della fides, sia quale possibile trac-
cia del processo di giuridicizzazione della nozione di maleficium.
Passando all’esame dei testi giuridici dai quali ricaverebbe conferma l’ipotizzata
acquisizione di una specifica nozione giuridica di maleficium, Kremer ha proposto un’in-
dividuazione degli atti espressamente qualificati come maleficia, provando a tracciare una
distinzione tra questi e i delicta.
Da D. 17.2.52.18 Ulp. 31 ad ed. (in cui la questione se il socio di una societas
omnium bonorum che, essendo stato condannato con l’actio iniuriarium, possa ottenere di
rivalersi sul patrimonio comune è risolta negativamente da Atilicino, Sabino e Cassio, nel
caso in cui la condanna sia stata resa per un danno causato ob maleficium suum) il rela-
tore ha tratto una conferma del significato pregnante di maleficium.
Dall’esame di D. 47.10.17.4 Ulp. 57 ad ed. e di D. 27.3.1.14 Ulp. 36 ad ed.,
(unici testi del Digesto in cui ricorrano sia delictum che maleficium e che costituirebbero
la prova dell’assunzione della parola nel linguaggio tecnico giuridico) Kremer ha poi de-
sunto che la qualifica di maleficium andrebbe riservata soltanto a quei comportamenti ca-
ratterizzati da dolo che costituiscano violazioni particolarmente gravi, come l’iniuria dello
schiavo di D. 47.10.17.4 (che rappresenterebbe l’atteggiamento opposto a quello che un
servo avrebbe dovuto tenere) o la violazione dell’ufficio di tutore in D. 27.3.1.14 (tanto
grave da non estendersi agli altri contutori, contrariamente alla regola generale).
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La distinzione proposta dal relatore ha suscitato una partecipata discussione, con


gli interventi di Wolodkiewicz, Fiori, Santucci, Skrjpek, Faro, Tanev, Cascione, che ha
avuto ad oggetto particolarmente il tema del rapporto tra maleficium e delictum.
La sessione mattutina dell’8 settembre è stata presieduta da prof. Michel Humbert
(Université Paris II) e ha visto lo svolgimento della relazione del prof. Patricio-Ignacio
Carvajal (Pontificia Universidad Catolica de Chile), dal titolo “Note sul possibile conte-
nuto originario dell’exceptio labeoniana in materia di receptum nautarum”.
Carvajal ha ricordato come la responsabilità ex recepto nautarum si fondasse ori-
ginariamente sul solo fatto della mancata restituzione affidata al nauta (D.4.9.1pr. Ulp. 14
ad ed.) e come tale regime di responsabilità assoluta (cioè priva di cause liberatorie) del
vettore sia stato moderato soltanto in seguito alla recezione di un’exceptio proposta da La-
beone, grazie alla quale la responsabilità sarebbe stata esclusa qualora la merce naufra-
gio aut per vim piratarum perierit (D. 4.9.3.1 Ulp. 14 ad ed.). L’introduzione di tale ex-
ceptio, pur attenuando il regime della responsabilità, non più assoluta, avrebbe mantenuto
una responsabilità oggettiva estremamente rigida. Infatti, non sarebbero comunque stati
considerati la colpa o il dolo del vettore (D. 4.9.3.1), né sarebbe stato possibile invocare
il concetto di vis maior. A parere del relatore, infatti, non tutti gli eventi qualificabili
come caso fortuito o forza maggiore avrebbero evitato il sorgere di responsabilità in capo
ai nautae in quanto la vis maior non si coordinerebbe correttamente con l’exceptio labeo-
niana per motivi testuali (in D. 4.9.3.1 il riferimento al damnum fatale sarebbe di Ulpiano
stesso e non farebbe parte dei casi contemplati nell’exceptio) e funzionali (l’exceptio non si
concedeva in via immediata, ma causa cognita, perciò mal si concilierebbe con il dam-
num fatale). Non sarebbe accettabile, quindi, la connessione stabilita da Lenel 2 tra l’ex-
ceptio labeoniana e la vis maior, né l’affermazione di Brecht3 per cui l’exceptio avrebbe
consentito l’introduzione dei casi di forza maggiore nella disciplina del receptum.
Né qualsiasi naufragio o assalto dei pirati avrebbe assicurato a priori l’esonero
della responsabilità del nauta. L’ampiezza dell’eccezione – apparentemente tale da esclu-
dere la responsabilità del vettore marittimo proprio nei due casi che maggiormente avreb-
bero dovuto preoccupare chi affidava loro le merci – non giustifica, per il relatore, l’ipo-
tesi di un’origine giustinianea di tale eccezione: soluzione che non avrebbe altro effetto
che quello di spostare ad altro periodo la singolarità di esonerare la responsabilità per gli
eventi più temuti. Si renderebbe necessario individuare la ragione del perché Labeone
abbia fondato tale eccezione sul naufragium e sulla vis piratarum individuando in cosa
consistano tali eventi, e senza tuttavia travisare la grave responsabilità ex recepto.
Per Carvajal, naufragium aut vis piratarum non sarebbero da ritenere due cause
di esonero completamente indipendenti e differenti l’una dall’altra (come fa la dottrina
che intende l’assalto di pirati come un delitto e il naufragio come affondamento per un in-
cidente marittimo) ma come manifestazione della violenza in mare. L’aut di D. 4.9.3.1 do-
vrebbe, cioè, essere letto non come particella disgiuntiva, ma con funzione congiuntiva
dei due concetti – naufragio e assalto dei pirati – come facenti parte di un medesimo in-
sieme: la violenza marittima.

2 LENEL, Kritisches und Antikritisches, in ZSS. 49 (1929), 5 ss.


3 BRECHT, Zur Haftung der Schiffer im antiken Recht (Munich 1962).
NOTIZIARIO 489

Tenendo conto, inoltre, che l’equilibrio della responsabilità ex recepto garantito


dall’ambulatorietà dell’actio furti (la cui titolarità, nel regime del receptum nautarum, sa-
rebbe transitata dal caricatore delle merci al nauta: cfr. D. 47.5.1.4 Ulp. 38 ad ed., ve-
nendo a costituire una sorta di premio di rischio in capo al vettore) sarebbe stato alterato
dall’emanazione dell’editto De incendio ruina naufragio rate nave expugnata, con conse-
guente mantenimento – per i delicta ivi contemplati – dell’actio furti in capo al padrone
della merce, Carvajal ipotizza che l’intervento di Labeone avrebbe avuto lo scopo di rie-
quilibrare tale nuovo regime. L’exceptio sarebbe stata elaborata non in riferimento ad ogni
incidente marittimo (naufragium) o ad ogni assalto dei pirati (vis piratarum), ma soltanto
per quei casi integranti delitti sanzionati nell’editto De incendio ruina naufragio rate nave
expugnata e, dunque, nell’expugnatio navis (D. 47.9.3.1 Ulp. 56 ad ed.) come vis pirata-
rum e nel naufragio menzionato nel medesimo editto “quo naufragium fit vel factum est,
se quis rapuerit, incidisse inhoc edictum videatur” (D. 47.9.3pr. Ulp. 56 ad ed.). La dipen-
denza dell’exceptio laneoniana dall’accertamento di questi delitti spiegherebbe anche per-
ché l’exceptio non fosse concessa in via generale, ma caso per caso, causa cognita.
Nella discussione successiva gli interventi di Ankum, Tanev, Corbino, Wolod-
kiewicz, Fiori, Skrejpek hanno posto l’attenzione sul possibile fondamento dell’exceptio.
La sessione pomeridiana dei lavori si è svolta sotto la presidenza del prof. Garcia
Garrido (UNED Madrid) con relazione della prof. Ana Mohino Manrique (UNED Madrid)
su “Pacta in continenti e responsabilità”.
La relatrice ha proposto alcuni passi paradigmatici del contrasto tra i giuristi di
scuola sabiniana e quelli di scuola proculiana in tema di patti aggiunti alla compraven-
dita. Furono i Sabiniani che studiarono maggiormente tali patti allo scopo – per la rela-
trice – di ampliare l’ambito del contratto di compravendita e renderlo più flessibile. Al
contrario, i Proculiani, negando tale possibilità, avrebbero concesso, in caso d’inadempi-
mento di una delle parti, la condictio per ottenere la restituzione di quanto eseguito. Un
certo avvicinamento dei Proculiani alle tesi della scuola contraria sarebbe spiegabile poi-
ché questa posizione dottrinale in un mondo commerciale via via più ampio e raffinato
avrebbe guadagnando progressivamente terreno fino a convertirsi in unanime.
In particolare, l’attenzione è stata posta sui pacta in obligatione come comple-
mento del prezzo, vale a dire quei patti (di cui vi sono numerosi esempi nelle fonti) nei
quali il compratore si impegna a realizzare un’obbligazione di facere in favore del vendi-
tore. Tra essi, un primo tipo è quello in cui le parti convenivano di completare il paga-
mento del prezzo offerto aggiungendo al contratto di compravendita alcuni accordi da cui
sorgevano obbligazioni proprie di una locatio conductio o di oneri o pesi provenienti dalla
costituzione di un diritto reale di abitazione.
In quasi tutti i passi relativi a tali casi, si potrebbe constatare l’esistenza di una
controversia dottrinale tra giuristi dell’ultima epoca repubblicana e della prima epoca
classica. La ragione sarebbe la tendenza conservatrice dei primi che avrebbero resistito a
dare ingresso a nuove realtà nel sistema contrattuale. La relatrice ha quindi proposto l’e-
segesi di D. 18.1.79 Iav. 5 ex post. Lab. (dal quale risulterebbe evidente il contrasto tra le
visioni dei giuristi di scuola proculiana come Trebazio e Labeone – contrari a concedere
l’actio venditi a tutela di chi abbia venduto la metà di un fondo, con la pattuizione che il
compratore conducesse l’altra metà per dieci anni ad una determinato canone – e quelli
490 NOTIZIARIO

di scuola sabiniana, come Giavoleno, che considerano la clausola in questione come patto
aggiunto alla compravendita per la quale l’ulteriore obbligazione pattuita tra le parti co-
stituisce parte del prezzo); di D. 19.1.21.6 Paul. 33 ad ed. (in cui il contrasto tra le scuole
è mitigato); di D. 19.1.13.30 Ulp. 32 ad ed. (testo che riporta l’ipotesi del venditore che
si riserva il diritto di abitazione, così da consentire la permanenza dell’inquilino, oppure
per consentire al colono di trarre i frutti sino ad un certo termine; attraverso la pattuizione
si impone al compratore il rispetto di una situazione giuridica concreta preesistente che
certamente influisce sul prezzo di vendita. Nel richiamo dell’opinione di Servio a favore
della concessione dell’actio venditi potrebbe vedersi l’inizio della controversia dottrinale
di cui si è detto); di D. 19.1.53pr. Lab. 1 pithanon, (nel quale Labeone – a differenza che
in D. 19.1.53.2, tratto dalla stessa opera – ammette, nell’ipotesi di vendita di un’insula,
un patto aggiunto con il quale si impone al compratore il rispetto di una locazione, a
fronte della percezione in capo al compratore stesso dell’intero canone. Con una pattui-
zione del genere si evita l’applicazione della regola emptio tollit locatum, gravemente pre-
giudizievole per il venditore che, diversamente, risulterebbe responsabile nei confronti
del conduttore per l’anticipata estinzione del rapporto. Ciò comporta in capo al venditore
il sacrificio della mancata percezione del canone, che sarà incassato dal compratore. Si
tratta di uno strumento che doveva essere frequentemente usato nella Roma classica,
come dimostrano i frammenti di giuristi come Labeone appunto, Giavoleno o Proculo – ri-
spettivamente D. 19.2.58 Lab. 4 ex post. a Iav., D. 19.1.53pr. 1 pithanon., D. 18.1.68pr.
Proc. 6 epist.).
Mohino Manrique ha poi esaminato alcuni passi (D. 19.1.28 Iul. 3 ad Urs. Fer.;
D. 19.1.6.1-2 Pomp. 9 ad Sab.; D. 19.5.13.1. Ulp. 30 ad ed.) relativi a patti dai quali de-
rivano in capo al compratore obbligazioni proprie della locatio conductio operis (c.d. patti
che generano obligationes in faciendo o pacta ut aliquid faceret).
La discussione successiva alla relazione ha visto intervenire Ankum, Carbone,
Coppola, Corbino, Tanev, Cascione.
Nella giornata conclusiva del 9 settembre si è svolta la sola sessione mattutina,
sotto la presidenza dal prof. Witold Wolodkiewicz dell’Università di Varsavia.
Il prof. Jerzy Krzynówek (Università di Varsavia) ha svolto la relazione dal titolo
“Adoptatum emancipare – relazioni filiali fra padre naturale e figlio emancipato”. Pre-
messa l’irriducibilità del fenomeno della vita familiare alle sole norme giuridiche (es-
sendo necessario prendere in considerazione anche gli elementi sociali, morali ed emo-
zionali), il relatore ha evidenziato come i Romani usassero gli strumenti offerti dal ius ci-
vile (e principalmente l’emancipatio e l’adoptio) per plasmare la struttura della famiglia e
le sue relazioni: per modificare l’ordine dei successibili ab intestato, per ovviare a possi-
bili rotture di testamenti e via dicendo. Questo continuo plasmare la struttura della fami-
lia attraverso i meccanismi di ammissione e di esclusione comportava vari e complicati
problemi giuridici, la soluzione dei quali permette di cogliere la riflessione dei giuristi sui
valori sociali e sulle più profonde relazioni familiari, come quella padre-figlio che non
può essere identificata solo con l’esercizio della patria potestas. Sul rilievo della relazione
naturale tra padre e figlio il relatore ha richiamato il caso di M. Anneius ricordato da Va-
lerio Massimo (7.7.2).
NOTIZIARIO 491

Krzynówek ha offerto quale testimonianza assai interessante di uso improprio


della patria potestas il passo degli Annali di Tacito (15.19.1-3) nel quale lo storico ro-
mano, narrando gli avvenimenti del 62 d.C., riferisce che, con l’approssimarsi delle ele-
zioni per le varie magistrature, parecchi candidati, per migliorare la propria posizione, ef-
fettuavano adozioni che, dopo le elezioni, avendo esaurito le proprie funzioni, venivano
poste nel nulla per evitare i compiti legati all’educazione dei figli adottivi. Tale prassi
avrebbe suscitato grande malcontento tra i senatori, che avrebbe portato all’approvazione
del S.C. Memmiano con il quale sarebbe stato sanzionato l’inidoneità di tali adozioni “si-
mulate” ai fini successori o del conseguimento di una magistratura. La prassi deprecata
avrebbe avuto origine dalla lex Iulia maritandis ordinibus la quale prevedeva che i can-
didati alle elezioni magistratuali o al sorteggio del governatorato di una provincia, aventi
più filii in potestate, avrebbero dovuto essere preferiti a quanti fossero senza figli o ne
avessero in numero inferiore.
L’inefficacia di tali adozioni per l’accesso alle magistrature o ai fini successori,
sancita dal S.C. Memmiano non comportava affatto, tuttavia, la loro inefficacia iure civili;
anzi sotto quel profilo esse erano pienamente efficaci, al punto che, per liberarsi dei figli
adottati una volta che l’esigenza contingente fosse venuta meno, i padri adottivi dovevano
emanciparli. Sotto questo profilo l’aggettivo ‘fictae’ impiegato da Tacito per qualificare tali
adozioni non significa che esse fossero giuridicamente nulle, ma piuttosto si riferisce alle
intenzioni disoneste che accompagnavano il loro verificarsi.
Al contrario, l’aggettivo ‘simulata’ riferito ad adoptio sarebbe impiegato da Tacito
in senso tecnico, citando letteralmente il senatoconsulto, come proverebbe l’informazione
– che trascende il ragionamento tacitiano – circa l’impossibilità di acquisto dell’eredità in
capo alle persone aventi soltanto figli adottati. Inoltre, quell’aggettivo renderebbe bene
l’elemento di rimprovero e di biasimo per l’operato di quei senatori che cercavano di con-
seguire la carica pubblica attraverso un sotterfugio. Suggestiva per un uso tecnico del ter-
mine è anche la testimonianza di Cic., In dom., 14.36, nella quale l’adrogatio di Clodio,
compiuta allo scopo di diventare plebeo per poter concorrere al tribunato, viene qualifi-
cata come simulata, in quanto finalizzata, per l’appunto, al perseguimento di uno scopo
affatto diverso da quello proprio dell’istituto.
L’entrata in vigore delle legge giulie avrebbe, quindi, aperto nuovi spazi alle ma-
novre familiari, con la sua politica di incentivare le classi agiate a contrarre matrimonio
e a procreare. La tensione che scaturisce da tali applicazioni strumentali è percepibile
anche nei testi dei giuristi, benché in termini certo meno espliciti rispetto alle opere di
oratoria o di storia. Ciò nonostante, anche in vari passi del Digesto s’intravedono i pro-
blemi derivanti dalla possibilità di applicazioni di schemi giuridici slegati dalla loro fina-
lità tipiche. Si può dire – per Krzynówek – che ad un certo punto emerge tra i giuristi la
consapevolezza che l’uso di un dato procedimento formale non garantisce l’uso corretto
dell’istituto. Per illustrare tale tensione tra valore sociale, garanzie formali e intenzioni in-
dividuali, il relatore ha proposto due testi di Paolo. D. 1.7.34 Paul. 11 quaest. (nel quale
si riferisce il parere negativo di Labeone circa la validità di una stipulazione in cui lo sti-
pulante si fa promettere che dopo un periodo di tre anni il figlio dato in adozione sarà
nuovamente dato in adozione ad un’altra persona) e D. 45.1.132pr. 15 quaest. (in cui il
492 NOTIZIARIO

giurista prende in esame la clausola stipulatoria ‘si eum aliter quam filium observasset’,
fattispecie relativa ad un padre che viene meno ai doveri nei confronti del figlio).
Sulla relazione di Krzynówek hanno discusso Fiori, Corbino e Fernández de Buján.
Il prof. Giovanni Finazzi (Università di Roma Tor Vergata) ha concluso i lavori
svolgendo una densa relazione di sintesi, preceduta da un approfondimento in ordine al
modo in cui si relazionano, nel diritto romano, l’analisi del fatto e la responsabilità. Su
tale profilo incidono le caratteristiche del sistema giuridico romano come sistema aperto
nel quale il giurista, non vincolato da una cornice normativa stringente, veicola nel-
l’esperienza giuridica i valori della classe dominanti. Le decisioni nel campo della re-
sponsabilità sono assunte secondo questi valori e il metodo casistico fa risaltare ancor più
l’enorme valenza dell’analisi del fatto.
Finazzi ha colto nelle diverse relazioni un fil rouge, costituito dal tentativo di il-
luminare il rapporto tra responsabilità e sistema obbligatorio tipico. Egli ha poi esaminato
con acribia le singole relazioni, non esitando a soffermarsi anche sulle esegesi testuali
meritevoli di precisazioni individuando, per ciascuna relazione, gli aspetti più convincenti
e, per contro, quelli meno persuasivi, indicando spesso possibili ulteriori spunti di inda-
gine e di approfondimento.

Catanzaro P. MARRA

LECTIO SUA
INCONTRO DI STUDIO IN RICORDO DI FERDINANDO BONA
A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA.
(Pavia, 11 settembre 2009)

L’undici settembre 2009, nella Facoltà che dal 1968 al 1997 lo ha visto profes-
sare pressoché ininterrottamente l’insegnamento del Diritto romano, Ferdinando Bona è
stato ricordato e onorato dagli allievi, nel decimo anniversario della improvvisa scom-
parsa.
All’Ateneo pavese Bona aveva legato – si può dire – l’intera sua vita scientifica:
dagli studi legali, conclusi nel 1954 sotto la guida di Gabrio Lombardi, ai gradini suc-
cessivi del cursus accademico, che con la sola eccezione della libera docenza (esercitata
a Camerino tra il 1965 e 1968) egli salì tutti appunto a Pavia, allontanandosi dalla sede
solo temporaneamente, nel quadriennio 1983-1987, allorché dovette ottemperare «non
senza qualche resistenza» – come avrebbe scritto nel Curriculum autobiografico pubbli-
cato postumo – «al naturale desiderio del maestro […], di studio e di vita, che l’allievo
prendesse il suo posto sulla cattedra a Milano» (Lectio Sua. Scritti editi e inediti di diritto
romano, II, Padova 2003, 1243).
La lunga consuetudine dell’Onorato con lo Studium giuridico pavese e l’impronta
lasciatavi per effetto innanzitutto di una straordinaria delicatezza e gentilezza d’animo, si
sono rispecchiate nella partecipazione al Convegno di molti che ebbero la fortuna di ap-
prezzarlo: come studenti, come collaboratori amministrativi (nei lunghi anni in cui diresse