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L’incoronazione di Poppea

L’incoronazione di Poppea è l’ultima opera del catalogo di Monteverdi ed una delle ultime
cose che scrive, per ovvie ragioni, infatti la datazione oscilla fra il 1642 e il 1643, anno in cui
muore. L’incertezza sulla data è dovuta all’usanza di riportare la data della stagione teatrale.
La stagione infatti in cui è andata in scena l’incoronazione è quella del carnevale 1643 che
però iniziava nel 1642 (Dicembre). Come è noto la stagione di carnevale coincideva con
quella teatrale nella quale andavano in scena le opere. E’ importante ricordare che
l’incoronazione va in scena in un teatro pubblico (1637- teatro pubblico di S. Cassiano –
Venezia); abbiamo infatti scavalcato un periodo di tempo molto lungo poiché, dal punto di
vista teatrale, Monteverdi scrive L’Arianna nel 1608, mentre ora siamo nel 1642; in questo
lasso di tempo c’è stato un il trasferimento di Monteverdi da Mantova a Venezia. Va in
scena in uno dei teatri pubblici veneziani che è il teatro Santi Giovanni e Paolo; questo ci dà
modo di ricordare che nella prassi teatrale del teatro pubblico era finito già un altro titolo di
Monteverdi: nel 1640 era già stata messa in scena l’Arianna a Venezia: il primo titolo con il
quale Monteverdi si presenta in questo mondo teatrale completamente rivisto e corretto,
per cui i teatri pubblici non ospitavano soltanto il teatro di prosa ma anche quello musicale è
un titolo che invece risale a molto tempo prima.

L’incoronazione di Poppea ascrive a sé tutta serie di novità, e ce n’è una clamorosa: in un


contesto che, fino ad ora, ha praticato quasi esclusivamente l’argomento idillico-pastorale
per quello che riguarda l’area fiorentina e del nord-est (Mantova) con l’aggiunta di una serie
di altre possibilità che fanno riferimento in particolare all’esperienza dell’opera romana
(opera geografica) o anche al taglio epico dato in alcuni titoli che precedono questi anni,
come ad esempio Il ritorno di Ulisse in patria, l’incoronazione rappresenta l’apertura al
soggetto storico e questo rappresenta una rivoluzione enorme dal punto di vista librettistico
che ha delle conseguenze a tutti note, dato che l’argomento storico è stato, forse, il filone
maggiore nella storia dell’Opera dei secoli successivi. Come al solito insomma troviamo,
nella carriera di Monteverdi, un’ulteriore innovazione clamorosa. Non più le strampalate
vicende di ninfe, pastori, Deità, neanche l’opera sacra/romana (a cui Monteverdi non si lega)
al cui centro ci sono personaggi di santi. Superata anche la fase dell’epica, quindi del
personaggio tratto essenzialmente dai poemi omerici o da Virgilio in altro caso si passa al
filone storico grazie proprio all’Incoronazione.

Tutto questo ha una doppia paternità, poiché la novità viene apportata in parte anche dal
librettista. Monteverdi aveva lavorato con Striggio per Orfeo, con Baluaro per Il ritorno di
Ulisse in patria e arriva alla collaborazione col veneziano Gian Francesco Busenello che è
appunto il librettista de L’incoronazione di Poppea. Busenello era figlio di una famiglia molto
agiata della nobiltà veneziana; fece studi giuridici e fu ambasciatore della Serenissima a
Mantova; qualcuno vuole che possa essere stato questo il contatto con Monteverdi, altri lo
riferiscono alla collaborazione piuttosto importante con Francesco Cavalli, il più grande
operista della generazione immediatamente successiva a quella di Monteverdi. Cavalli ha
una collaborazione con Busenello piuttosto importante e probabilmente lo ha fatto
conoscere a Monteverdi, anche perché Busenello faceva parte di un Accademia, quella degli
Incogniti, della quale faceva parte anche Badoaro, librettista de Il Ritorno di Ulisse in patria.
L’incoronazione è l’unico frutto della loro collaborazione e di una serie di rimaneggiamenti e

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di modifiche apportate dal compositore. L’apporto di Busenello però è enorme perché
L’incoronazione di Poppea è al di fuori della convenzione, non soltanto per la scelta
dell’argomento storico ma per tutta una serie di scelte poco appropriate e in qualche caso
pericolose, che hanno portato Monteverdi verso un terreno scivoloso che è quello che
rappresenta forse al meglio l’appartenenza della scelta di questo argomento del libretto a
tutta una serie di interessi e convenzioni letterarie tipiche dell’Accademia degli Incogniti, di
cui faceva parte Busenello. Oltre alla novità dell’argomento storico, in cui i personaggi
vengono trattati in una maniera assolutamente romanzesca è la scelta dello specifico
argomento e come viene trattato che è profondamente anomalo. La cifra di tutto ciò è in
una esaltazione dell’irrazionalità delle passioni, il che non è propriamente normale: la
vicenda di Nerone e Poppea è metafora dell’impossibilità di dominare le passioni.
In un contesto in cui l’opera era legata ad una convenzione, per esempio il lieto fine
edificante, didattico, L’incoronazione di Poppea va in un direzione completamente opposta;
non c’è un giudizio morale, altrimenti dovrebbe essere negativo; chi trionfa è la
quintessenza della negatività: Poppea e Nerone sono personaggi caratterizzati da ciò e da
una forte sensualità, elementi che non dovrebbero ottenere il premio finale, anche se ciò
invece questo avviene. Quindi c’è una profonda lettura su alcuni aspetti drammaturgici, in
primis l’enorme varietà e caratterizzazione delle passioni dei personaggi.
L’altro aspetto è che la scelta dell’argomento storico in chiave di storia romana, in questo
caso imperiale, abbia un legame anche con una sorta di accezione politica a questo tipo di
produzione che sicuramente è presente nella letteratura dell’Accademia degli Incogniti, in
senso anti-aristocratico e quindi sotto la metafora anti-imperialistica. E’ da evidenziare
inoltre che a Monteverdi del libretto di Busenello interessava principalmente la possibilità di
trovare degli affetti così marcati, essendo i personaggi dell’Incoronazione tutti estremi, nel
bene e nel male (da Seneca a Nerone/Poppea), e quindi la possibilità di piegare la propria
musica all’espressione di quegli affetti e alla loro mutevolezza, essendo personaggi
abbastanza complessi.
Le due fonti dell’Incoronazione non sono firmate: la prima è situata alla biblioteca marciana
di Venezia ed è una partitura che era appartenuta a Cavalli. La seconda partitura si trova a S.
Pietro a Majella a Napoli e fa riferimento ad un’esecuzione napoletana del 1651. Entrambe
le fonti hanno la parte corale sostenuta dal basso continuo.

Una celebre pagina estratta dall’Opera è Pur ti miro pur ti godo; un duetto posto alla fine del
dramma, organizzato in 3 atti, con un prologo, apparentemente più tradizionale. Le allegorie
tuttavia non sono due bensì tre: virtù, fortuna e amore. Rispetto alla classica questione tra
virtù e fortuna c’è l’amore, che piega le precedenti due al proprio potere.
In sintesi i destini umani non sono frutto della virtù né del caso ma in balìa delle passioni
irrazionali. Alla fine in sostanza, all’interno dell’Incoronazione di Poppea, i personaggi
negativi hanno la meglio.
Questa pagina è una delle poche, all’interno dell’opera, che infrange una convenzione che
viceversa di norma viene totalmente rispettata: il canto non è mai collettivo, anche nel caso
di duetti, in cui i solisti si alternano; se ne potrebbe dedurre un riferimento al dettame
originale ma non è di certo una marcia indietro. Anche questa è una pagina su un basso
ostinato col tetracordo lidio (la-sol-fa-mi), presente, ad esempio, anche nel Lamento della
ninfa.
L’altra celebre pagina è L’addio Roma cantata dal personaggio di Ottavia, prima moglie di
Nerone.