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Indice

Frontespizio
Introduzione
Pierre Bourdieu
Nota bio-bibliografica
Biografia
Diritti
Pierre Bourdieu

La forza del diritto

Elementi per una sociologia


del campo giuridico
A cura di Cirus Rinaldi
Introduzione

Una sociologia delle imposture legittimate.


La costruzione del campo giuridico
di Cirus Rinaldi

«[…] il diritto più rigorosamente razionalizzato


non è altro che un atto di magia ben riuscito».
P. Bourdieu, La parola e il potere.
L’economia degli scambi linguistici,
Guida, Napoli, 1988, p. 17

Premessa

La force du droit. Éléments pour une sociologie du champ juridique,


articolo tradotto per la prima volta in lingua italiana e che ci accingiamo a
presentare a trent’anni dalla sua pubblicazione, include le principali
riflessioni teoriche fornite da Pierre Bourdieu, insieme a pochi altri suoi
scritti1, specificamente sul fenomeno giuridico. Le riflessioni di Bourdieu sul
diritto saranno poco dibattute dai commentatori d’oltralpe e da quelli
internazionali, fatta eccezione per alcuni lavori2, così come «scarso riguardo»
è stato accordato allo studioso persino in Italia per quanto riguarda l’analisi
giuridica, almeno sino a qualche tempo fa3.
Il breve articolo, pubblicato precisamente nel 1986, mette in luce gran parte
degli elementi della teoria sociale critica e del radicalismo metodologico di
Bourdieu4, e fa riferimento a gran parte degli strumenti analitici che li hanno
caratterizzati. La riflessione bourdieusiana sui fenomeni socio-giuridici e sui
loro rapporti (necessari) con la burocrazia e la genesi statale si ritrova sparsa
in una serie di contributi apparsi in varie summe, in modo più o meno
frammentario, sporadico e incompleto5; il che fa pensare che il rapporto di
Bourdieu con il diritto sia rimasto un programma di ricerca non realizzato
compiutamente6, sebbene egli elabori – come avremo modo di indicare tra
breve – un modello di particolare rilevanza euristica.
La force du droit presenta gran parte delle tensioni bourdiuesiane relative
alla necessità di eludere ogni forma di essenzialismo, di demistificare le
norme che si presentano in modo arrogante come «neutre» o «universali» e
di svelare come i vari agenti nel «campo giuridico» siano coinvolti in lotte al
fine di produrre (e di imporre) principi di visione e di divisione del mondo,
mostrando di fatto come dietro la presunta neutralità della legge si incistino
interessi personali, corporativi o riflessi di potere dei campi circostanti. La
norma, pertanto, partecipa alla produzione della realtà sociale, perché in
primo luogo vi attribuisce legittimità (la definisce, la nomina, la autorizza) e
il giurista appare come l’agente autorizzato che contribuisce più direttamente
alla produzione del mondo sociale; egli, infatti, nascondendosi dietro una
presupposta neutralità produce quegli stessi effetti che professa di
descrivere. Si tratta di uno scritto breve e denso, che presenta in modo
complesso – a partire dal linguaggio utilizzato e dai riferimenti dotti di tipo
interdisciplinare –, l’epistemologia e la metodologia di Bourdieu: lo
«strutturalismo costruttivista» attento alla storicità dei diversi mondi sociali,
alla genesi della strutturazione storica dei «principi», il superamento della
dicotomia tra strutture oggettive della realtà e costruzioni soggettive, di
oggettivismo e soggettivismo dunque7, il riferimento alla co-costituzione
dialettica di strutture e definizioni soggettive, utili a non cadere
nell’idealismo astratto o, al contrario, in forme di empirismo radicale; sono
inoltre esplicitamente rivolti al giuridico gli elementi principali della sua
sociologia, intesa principalmente come modo di pensare relazionale8.
Ritroviamo l’analisi della introiezione delle strutture mentali, dei principi di
visione e di divisione ossia degli habitus, forme di senso pratico incorporato
che permettono di posizionarsi all’interno dello spazio sociale e, in
particolare, in regioni e sfere distinte, i cosiddetti campi, dotati di fini
specifici (una «posta in gioco»), regole, autonomia e autorità tali da produrre
degli effetti sia nei confronti dei rapporti con l’esterno (mantenimento dei
propri confini) che al loro interno (lotte e conflitti interni per mantenere
schemi cognitivi e percettivi, definizioni, gerarchie e dotazioni specifiche di
varie forme di capitale)9.
L’analisi, in particolare, viene condotta all’interno di una sociologia engagé
che dovrebbe avere come obiettivo non soltanto di demistificare e di
demitizzare la realtà sociale (e le illusioni ben fondate, basate su principi
invisibili occultati dietro l’impossibilità di essere messi in discussione) ma di
condurre, inoltre, un’analisi riflessiva, una sociologia della sociologia,
perché anche il sociologo, il soggetto dell’oggettivazione – coinvolto nella
produzione situata di pratiche di conoscenza – può (e deve a fini
epistemologici) essere «oggettivato», diventare a sia volta oggetto di
(auto)analisi10.

La cassetta degli attrezzi “minima” della teoria sociale bourdieusiana

Il lavoro di Bourdieu, sociologo tra i più citati a livello internazionale e che


ha vissuto alterne fortune in Italia11, si concentra – soprattutto per quanto
concerne il fenomeno giuridico – sull’analisi delle relazioni di dominio e
sviluppa un’interpretazione originale dei rapporti tra dominanti e dominati,
soprattutto per quanto concerne le forme di interiorizzazione e di acquisizione
inconsapevole e dissimulata della struttura simbolica dei rapporti di dominio.
Egli, come anticipato, cerca di superare la contrapposizione teorica tra
«soggettivismo» e «oggettivismo»; infatti, sostiene che gli individui non
compiano i propri comportamenti meccanicamente né che mettano in atto
riflessioni coscienti o pienamente volontarie, ma piuttosto essi sono
impegnati nell’applicazione di un «senso pratico», acquisito socialmente e
sviluppato intorno a situazioni specifiche. Soprattutto nella sua teoria della
pratica, Bourdieu prende le distanze sia dal meccanicismo, «per il quale
l’azione sarebbe l’effetto meccanico di cause esterne cogenti», sia dal
finalismo e dalle teorie dell’azione razionale che ritengono che «l’agente
agisca in modo libero, cosciente e, come dicono certi utilitaristi, with full
understanding, in quanto l’azione sarebbe il prodotto di un calcolo delle
possibilità e dei profitti»12. Al fine di fornire un dizionario minimo della
sociologia di Bourdieu, intesa non come sociologia astratta ma piuttosto
come «tool-kit» vale a dire come «cassetta ben assortita di attrezzi ovvero
strumenti analitici»13 bisogna tener conto di una serie di concetti.
Con la nozione di «habitus», per iniziare, derivata da Mauss e focalizzata
sui processi di imitazione e di incorporamento, Bourdieu intende una serie di
«sistemi di schemi di percezione, valutazione e di azione», iscritti nei corpi
degli attori attraverso le esperienze passate, che «permettono di operare atti di
conoscenza pratica, fondata sull’individuazione e il riconoscimento degli
stimoli condizionali e convenzionali cui sono predisposti a reagire e di
generare, senza presupporre esplicitamente dei fini o un calcolo razionale dei
mezzi, strategie coerenti e continuamente rinnovate, ma nei limiti dei vincoli
strutturali di cui gli habitus stessi sono il prodotto e che li definiscono»14.
L’habitus è, pertanto, un insieme di «disposizioni» acquisite socialmente
nei processi di socializzazione primaria e secondaria attraverso cui
incorporiamo le istituzioni e le strutture dei nostri mondi sociali; esso è una
«struttura strutturata», che fornisce all’individuo schemi percettivi, cognitivi
e di azione ma anche «struttura strutturante» che rielabora questi stessi
schemi e che, in modo retroattivo, può avere effetti su quelle stesse strutture.
Gli schemi dell’habitus si definiscono via via nel corso della socializzazione
primaria, sono meccanismi inconsci, ma altamente flessibili ed adeguabili,
che
[…] permettono di adattarsi incessantemente a contesti parzialmente modificati e di costruire la
situazione come insieme dotato di senso, in un’operazione pratica di anticipazione quasi corporea
delle tendenze immanenti del campo e delle condotte generate da tutti gli habitus isomorfi con i
quali, come in una squadra bene allenata o in un’orchestra, essi sono in comunicazione immediata
15
in quanto spontaneamente accordati a essi .

L’habitus è «un meccanismo classificatorio e generativo che, allo stesso


tempo, classifica il classificante e contribuisce a stabilizzarne la collocazione
nell’ordine sociale»16; esso è un prodotto storico e, pertanto, «un sistema di
disposizioni aperto», che si confronta con nuove situazioni, si modifica
conseguentemente, «durevole ma non immutabile», sebbene gli individui
sono votati «a trovare circostanze consone a quelle che hanno
originariamente plasmato il loro habitus, quindi ad avere esperienze che
verranno a rafforzare le loro disposizioni»17.
La trattazione di Bourdieu esplicita i limiti della teoria
dell’individualizzazione riflessiva nonché mitiga le posizione esistenzialiste e
soggettiviste, offrendo la possibilità di considerare le configurazioni storico-
socio-culturali che influenzano gli individui e ne delineano atteggiamenti e
rappresentazioni: dall’apprendimento dei comportamenti tipicamente
maschili o femminili, all’avversione o al piacere di un certo alimento,
all’atteggiamento nei confronti della malattia delle diverse classi sociali, ai
conflitti derivanti dall’accaparramento di una posizione all’interno del
contesto scientifico.
L’habitus incorpora e riproduce i principi di visione e di divisione costitutivi
di un ordine sociale o di un campo: in questo modo i corpi si atteggiano in
modi durevoli, pur trasformandosi continuamente secondo rapporti strutturati
e strutturanti con l’ambiente, rispetto a situazioni specifiche o a «classi di
condizioni sociali». L’habitus, in definitiva, definisce il mondo attraverso un
certo modo di orientarsi verso esso18, introducendo una teoria dell’azione
«disposizionalista e non intenzionalista, e che concepisce l’agire umano come
pratica, e quindi come condotta organizzata, temporalizzata, incorporata e
localizzata ovvero situata […]»19, non come mero comportamento o come
scelta prettamente razionale.
Con il concetto di «campo», Bourdieu non intende come ci si aspetterebbe
un luogo fisico specifico, una «cosa» ma piuttosto quello spazio che si crea
attraverso la definizione di una rete di relazioni, che esiste fin quando
continuano a perdurare gli effetti che lo hanno costituito; è allora il «luogo»
di condivisione di «agenti» con interessi specifici (la «posta in gioco») legati
alla loro posizione nel campo medesimo, per esempio si pensi al campo
artistico, sportivo, medico (le sue strutture, il suo funzionamento, la sua doxa
specifica, le sue convenzioni, inseparabili da una competenza specifica
riassunta nei vari habitus artistico, sportivo, medico, etc.). All’interno di ogni
campo esistono attori con posizioni differenti che determinano la struttura
delle relazioni, i rapporti di forza e le forme di dominio in modo dinamico. La
creazione di un campo, infatti, implica la considerazione di chi domina il
campo, attraverso quali meccanismi e come delimita i confini del campo
medesimo, ossia la «lotta tra tutti quelli che hanno interesse a ridefinirli,
restringendoli o estendendoli»20; i campi pertanto dipendono da gerarchie
interne, da distribuzioni di risorse specifiche in possesso di alcuni soggetti e
non di altri e dal loro posizionamento in relazione agli altri campi.
In particolare, per quanto concerne il diritto, esiste una pluralità di campi
socio-normativi, che si collocano a diversi livelli di prossimità dal campo
prettamente giuridico (si pensi al campo morale, a quello delle religioni
positive, della politica, dell’economia, etc.) e che orientano le condotte degli
individui e gli attribuiscono senso21. Ogni individuo, allora, si situa
all’interno di uno o più campi, sviluppa l’habitus condiviso di chi appartiene
a quel campo specifico e cerca di difendere il suo posizionamento, vi si sente
investito, si sente preso dal gioco [che vi ha luogo] nel gioco. Infatti, ogni
campo produce forme di interessi specifici, da intendere non come dato trans-
storico e universale di tipo utilitarista, bensì come «dato storico arbitrario»,
una illusio specifica, un «tacito riconoscimento del valore delle poste in gioco
implicate nel gioco e come controllo pratico delle regole che lo governano»,
un interesse specifico implicato nella partecipazione al gioco del campo che
dipende dalla posizione occupata dagli agenti, se «dominante» o «dominato»,
«ortodosso» o «eretico», e secondo i percorsi intrapresi da ciascuno per
arrivare ad occupare quella posizione specifica22.
La struttura di posizione dei soggetti determina la scelta di certi repertori di
senso, la legittimazione di temi specifici e non di altri, la priorità di alcuni
approcci paradigmatici e di prospettive teoriche, la scelta di metodi e
metodologie ed anche la definizione di percorsi e linee di carriera specifici.
All’interno dei campi si assiste alla lotta che contrappone il vecchio al nuovo,
o meno prosaicamente, coloro che sono dotati di maggiore capitale simbolico
specifico, ossia che vengono riconosciuti anche a livello istituzionale, e gli
«eretici» che sfidano i modelli dominanti23.
La posizione occupata da un soggetto all’interno di un campo specifico
dipende, in primo luogo, dalle proprietà e dalle risorse di cui dispone nelle
competizioni sociali e, in particolare, dal capitale economico (l’insieme delle
risorse materiali), dal capitale sociale (la sua rete di relazioni) e dal capitale
culturale (l’insieme delle conoscenze e competenze acquisite nell’educazione,
la socializzazione e l’istruzione)24, ma anche da forme di capitale specifico;
queste risorse, va rammentato, rimangono di tipo relazionale, perché
dipendono e sono determinate dagli habitus e dai campi specifici, per cui il
valore di un tipo di capitale dipende dall’esistenza di un campo specifico in
cui possa essere valorizzato,

[…] un capitale o una specie di capitale è qualcosa che è efficiente in un campo determinato, sia
come arma che come posta in gioco nella lotta, cosa che consente al suo detentore di esercitare un
potere, una influenza, quindi di esistere in un campo determinato, invece di essere una semplice
25
quantità trascurabile .

Tuttavia le gerarchie non si fondano esclusivamente sulle dotazioni di


risorse materiali ma, piuttosto, in termini complessivi e attraverso distinzioni
di ordine simbolico; in tal senso, le forme di capitale possono produrre effetti
in termini di capitale simbolico nel momento in cui vengano riconosciute (o,
al contrario, anche se dovessero essere misconosciute). Il possesso di capitale
soprattutto se riconosciuto e valorizzato dagli altri permette non soltanto di
immaginare il potere come possesso di risorse concrete, materiali, ma anche
come esercizio riconosciuto di gestione e controllo di tipo simbolico. Infatti
detenere autorità all’interno di un campo coincide, in larga misura, con
l’essere riconosciuto degno di esistenza, come agente legittimo all’interno del
campo, in grado di conoscere e di utilizzare il
[…] codice specifico, a un tempo giuridico e comunicativo, la cui conoscenza e il cui
riconoscimento rappresentano il vero diritto di ingresso nel campo. Come una lingua, questo
codice costituisce allo stesso tempo una censura, per i possibili che esclude di fatto o di diritto, e
un mezzo di espressione che racchiude entro limiti definiti le possibilità di invenzione infinita che
26
offre .

Non è un caso che, per Bourdieu, sia proprio lo Stato a svolgere il ruolo di
una sorta di riserva di risorse simboliche, di capitale simbolico e, dunque, di
potere simbolico proprio perché una delle sue funzioni principali è «la
produzione e canonizzazione delle classificazioni sociali»27, che permettono
anche per mezzo della produzione di diritto (e dunque di norme, di schemi di
classificazione) di poter accedere al diritto di gestire e possedere le diverse
forme di capitali. Lo Stato – come mostreremo – diventa secondo Bourdieu,
infatti, un principio di produzione e di rappresentazione legittima del mondo
sociale, un principio occulto, che deve essere investigato dal sociologo,
perché ne vengano svelati i giochi e le illusioni su cui si fonda, al fine di
comprenderne non soltanto i processi materiali di cui si compone ma anche le
dimensioni cognitive e percettive che sollecita. In tal senso lo Stato e il diritto
si ritrovano ad auto-giustificarsi e auto-legittimarsi e la dimensione simbolica
assume un ruolo primario nella (ri)produzione del dominio: Bourdieu, non a
caso, riprendendo Weber28, sostiene infatti che lo Stato si definisce per il
possesso del monopolio della violenza fisica e simbolica legittima, ossia
anche del monopolio della violenza simbolica legittima, «nella misura in cui
il monopolio della violenza simbolica costituisce la condizione per il
possesso dell’esercizio del monopolio della stessa violenza fisica»29.

Il sociologo è «colui che rovina il gioco»: epistemologia e metodologia


bourdieusiane

Sovente, i dominati applicano le stesse categorie e lo stesso linguaggio


elaborati dai dominanti agli stessi rapporti di dominio facendoli di fatto
apparire come naturali; questa complicità e collusione spiega come sia
possibile, di fatto, che i dominanti impongano il proprio dominio in modo
sorprendentemente semplice30. Infatti, come mostrato da Bourdieu, per
esempio, ne Il dominio maschile31, le forme di subordinazione e di
assoggettamento dei dominati avvengono per via di produzioni di tipo
simbolico32. Gli individui, infatti, costruiscono caratteristiche di normalità e
di naturalità sulla base della definizione di un sistema di opposizioni
omologhe (alto/basso; sopra/sotto; secco/umido; fuori-pubblico/dentro-
privato, etc.) che interiorizzano fino a rendere complementari le strutture
oggettive e le strutture cognitive all’interno di un processo che rende la
divisione sessuale come un fatto normale, naturale, inevitabile, come se
rientrasse nell’ordine delle cose 33. Di conseguenza, la violenza, perpetrata
per esempio a danno delle donne, si definisce a partire da costruzioni
arbitrarie del biologico, da differenze anatomiche (forzose, fittizie, prodotte
socialmente) tra i sessi che assumono il ruolo di giustificazione naturale di
una differenza che è in realtà costruita socialmente e sulla quale si definisce
una divisione sociale e sessuale (e non naturale), per esempio, del lavoro. Gli
individui sono coinvolti in un lavoro collettivo di socializzazione del
biologico e di biologizzazione del sociale34, riproducono i meccanismi di
dominio non solo nella forma delle strutture oggettive (la divisione del
lavoro) ma anche rispetto all’habitus che riproduce una somatizzazione dei
rapporti sociali di dominio35. Da qui derivano quelle ingiunzioni tacite e le
routine che fanno riprodurre, per esempio, nel femminile il contegno, la
sobrietà, un certo modo di parlare o di camminare, di provare sensazioni e
emozioni specifiche, di mostrare riluttanza quando si ha a che fare con
discorsi sul sesso. Al contrario, ancora nel caso del dominio maschile, i
maschi nelle loro disposizioni corporee e psichiche devono mostrare coraggio
fisico, aggressività, l’essere sempre pronti e sempre all’altezza, vulnerabili
nel proprio onore, devono mostrare di «fare sul serio» e utilizzare ogni
repertorio simbolico per affermare la propria virilità. Questi aspetti mostrano
che la collusione tra dominanti e dominati dipende dalla naturalizzazione dei
rapporti di dominio ossia da una trasformazione strutturale ma anche, in
termini soggettivi, del mutamento di pratiche incorporate e di sistemi
simbolici interiorizzati. Il sociologo in qualche modo distrugge le illusioni e
rovina i giochi, perché mette in discussione l’ordine costituito del campo, le
forme di immanenza su cui si regge, le forme di conoscenza e di
riconoscimento (e misconoscimento) che sono imposti tacitamente a coloro i
quali entrano nel gioco36.
Per evitare di sostenere le definizioni dominanti, il sociologo del diritto
dovrà considerare le «strutture di produzione degli effetti simbolici di
misconoscimento»37. Per fare ciò bisogna che la studiosa e lo studioso
ricorrano alla «storicizzazione»38 al fine di neutralizzare gli effetti della
naturalizzazione dipendenti dal campo [giuridico] e, nello specifico,
«l’amnesia della genesi individuale e collettiva di un dato che si dà con tutte
le apparenze della natura e chiede di essere preso per oro colato, taken for
granted»39. Essi non sono immuni dagli effetti di naturalizzazione che
possono esercitarsi anche sullo stesso pensiero pensante: da qui, la
socioanalisi come strumento per evitare che concetti, categorizzazioni e
classificazioni applicate in modo esplicito o tacito dalla studiosa e dallo
studioso li utilizzino almeno quanto loro li utilizzano, per via di una serie di
«automatizzazioni»40. In tal senso, come evidenzieremo, l’analisi sociologica
svela le fondamenta arbitrarie del consenso fittizio che avvicina il campo
giuridico a quello religioso in merito al potere di produrre credenze e
all’ingiunzione ad uniformarvisi41; il diritto può assurgere a esempio di
violenza simbolica, proprio per il fatto che nel momento in cui gli viene
riconosciuta legittimità sono al contempo misconosciuti i suoi principi
costitutivi di tipo arbitrario. Le pagine seguenti introdurranno i concetti
chiave della sociologia bourdieusiana del campo giuridico e indicheranno un
rapporto mai sufficientemente evidenziato tra la sociologia del campo
giuridico e le teorie interazioniste contemporanee della devianza e della
«costruzione sociale dei problemi sociali»42.

Genesi dello Stato e violenza simbolica: i confini, le influenze e le


omologie del campo giuridico

Come indica Angelo Salento, uno dei principali studiosi italiani di


Bourdieu-sociologo del diritto, il lavoro di analisi bourdieusiano non è rivolto
alle «questioni del diritto» bensì il suo interesse «è la questione del diritto»43,
il mondo il cui il diritto si autorappresenta diventa oggetto dello studio
sociologico al fine di individuarne «le relazioni oggettive e i rapporti di forza
fra coloro che li producono»44.
Bourdieu considera la sociologia del diritto come analisi critica della
scienza giuridica; essa è investita del compito di svelare le basi su cui si
regge l’ideologia professionale degli agenti nel campo giuridico, del corpo
dei giuristi che costruiscono, come indicato nel testo, «un insieme di dottrine
e di regole totalmente indipendenti dai condizionamenti e dalle pressioni
sociali, e che è capace di trovare in se stesso il proprio fondamento» vd. infra,
p. 60. Bourdieu intende svelare l’arbitrarietà del sociale, il ruolo del
sociologo è quello di individuare tutti gli stati «precostruiti», «impensati» che
lo assediano e che contribuiscono a fare assumere alle nozioni classificatorie
che egli stesso usa per conoscere il mondo «un’evidenza – risultante dalla
coincidenza tra strutture oggettive e strutture soggettive – che le mette a
riparo da ogni classificazione»45.
Dunque mentre i giuristi forniscono apparenza logica per via dei processi
di categorizzazione o di classificazione, il sociologo invece deve svelare il
carattere arbitrario delle pratiche giuridiche. Del resto, la genesi e il
fondamento della legge coincide con la negazione di qualunque fondamento,
con un’amnesia della genesi, «la legge è la legge e nient’altro»; obiettivo
principale è tentare di introdurre l’oblio per via dell’immaginazione di una
fondazione e di un’origine mitiche, una pretesa di fondarsi da sé. Una forza
che è riconosciuta legittima perché riesce ad esercitarsi non esercitandosi di
fatto, che si mostra senza esercitarsi: così come un colpo di stato interrompe
l’uso legittimo di potere «in quanto rappresentazione della forza capace di
farsi riconoscere per il solo fatto di farsi conoscere, di mostrarsi senza
esercitarsi» e pone, dunque, il problema stesso della giustificazione del
potere, allo stesso modo la parata militare o il cerimoniale giudiziario
esibiscono «padronanza della forza», «così mantenuta nello statuto di forza in
potenza, che potrebbe servire ma di cui non ci si serve: mostrarla significa
mostrare che è abbastanza forte, e abbastanza sicura della sua efficacia da
risparmiarsi il passaggio all’atto»46.
L’esibizione della forza, e a giusto titolo potremmo pensare in questo caso
specifico anche a La force du droit, consiste sempre in una «denegazione»,
nella sua Verneinung: come osserva Bourdieu, «un’affermazione della forza
che è inseparabilmente una negazione di essa», come per esempio ciò che
caratterizza una «forza di polizia civile [policée], capace di dimenticarsi e di
farsi dimenticare in quanto forza e così trasformata in forza legittima,
misconosciuta e riconosciuta, in violenza simbolica», «una forza riconosciuta
come legittima perché capace di esercitarsi, soprattutto non esercitandosi
realmente, in favore degli stessi individui che la subiscono»47. Queste
riflessioni provano come l’analisi del campo giuridico investa, in buona parte
della riflessione bourdieusiana, lo studio della genesi dello Stato e della
struttura del campo burocratico48.
Alla base dell’analisi della formazione statale si inserisce la necessità
epistemologica di riflettere sul fatto che pensiamo lo Stato a partire dalle
categorie di pensiero che esso stesso «produce e garantisce», partecipando di
fatto a misconoscerne i principi fondativi che assumono i caratteri del mistero
e del mito. Ciò accade, in primo luogo, perché lo Stato svolge pressoché in
ogni settore opere di codificazione e di normalizzazione che hanno come
effetto immediato la naturalizzazione vale a dire, almeno in termini di effetti,
la produzione e il prodotto del «perfetto accordo tra strutture mentali e
strutture oggettive», tra la forma mentale socialmente istituita di X e la realtà
stessa delle cose designate da X49. Lo Stato – come ricordato
precedentemente – detiene il monopolio dell’uso legittimo della violenza
fisica e simbolica su un determinato territorio e sulla popolazione relativa;
esso in particolare esercita violenza simbolica perché «si incarna
contemporaneamente nell’oggettività, sotto forma di strutture e meccanismi
specifici, e nella “soggettività” […], sotto forma di strutture mentali, di
schemi di percezione e di pensiero»50.
Esso, pertanto, in quanto istituzione istituita nelle strutture sociali e negli
schemi di percezione «fa dimenticare di essere il risultato di una lunga serie
di atti di istituzione e si presenta del tutto naturale»51. In tal senso, lo Stato in
qualità di «punto di arrivo di un processo di concentrazione di diverse specie
di capitale» e di «detentore di una specie di metacapitale che conferisce
potere sulle altre specie di capitale e su chi le detiene» detiene forme di
capitale specifico (statuale) che gli permettono di esercitare potere su vari
campi, su vari tipi di capitale e su coloro che li detengono; la costruzione
dello Stato coincide con la costruzione del campo del potere «spazio di gioco
all’interno del quale i detentori del capitale (delle diverse specie) lottano
specialmente per il potere sullo Stato, ossia sul capitale statuale che
conferisce potere sulle diverse specie di capitale e sul loro riprodursi […]»52.
La possibilità consustanziale in possesso dello Stato relativa al
misconoscimento, al farsi dimenticare come risultato di (una) istituzione e
all’attestarsi come presenza naturale dipendono dall’alta concentrazione di
capitale simbolico di cui esso gode sotto forma di «autorità riconosciuta»,
considerato che è in grado di disporre di mezzi per «imporre e inculcare
principi durevoli di visione e di divisione conformi alle sue strutture»53: la
concentrazione di capitale giuridico è forma oggettivata e codificata di
capitale simbolico54.
Il processo di concentrazione del capitale giuridico è contemporaneo ai
processi di differenziazione che determinano la definizione di un campo
giuridico, di un corpo giudiziario e di professionisti vari che si organizzano in
termini gerarchici via via che lo Stato moderno sviluppa le proprie strutture
giuridico-amministrative costitutive. Dunque, come potremo considerare a
partire dal classico tradotto, la concentrazione di capitale giuridico determina
al contempo la concentrazione di capitale simbolico, processo che definisce
l’autorità di chi detiene il potere statuale e, nello specifico, per via del
«misterioso potere di nominare» che costituisce «un’istanza centrale di
nomina»55.
Nel processo di definizione dello Stato di diritto, assistiamo dunque alla
concentrazione del potere di nominare e di definire e al suo monopolio nella
centralità statale che sostituisce le forme di «capitale simbolico diffuso»
fondato sul riconoscimento collettivo con «capitale simbolico oggettivato,
codificato, delegato e garantito […], burocratizzato»56. Gli «atti di nomina»
funzionano come atti magici in grado di mobilitare tutto il capitale simbolico
condensato nelle relazioni di riconoscimento che definiscono la burocrazia,
nelle quali lo Stato è depositario del potere di consacrazione e in cui agisce
come grande riserva centrale, come «una banca di capitale simbolico», in
grado di garantire gli atti di autorità (sia quelli arbitrari che quelli non
riconosciuti tali)57; essi sono atti istitutivi, costitutivi, di istituzione nella
misura in cui creano identità, categorie, unioni, gruppi legittimi.
Lo Stato attraverso il potere di nominare, per via dunque di
un’enunciazione dotata di autorità, esercita «un autentico potere creatore,
quasi divino»: che si tratti anche di forme di commemorazione o di
canonizzazione, si tratta sempre di autorizzare pubblicamente – ossia
legalmente – all’esistenza. Il verdetto, in tal senso, specifica attraverso una
definizione sociale legittima quale sia la verità di una persona, di un tratto, di
cose o di caratteristiche, in cosa essi consistano in realtà, ciò che sono
autorizzati a essere e ciò che hanno diritto di essere58.
Il monopolio dell’imposizione del «principio universalmente riconosciuto
della conoscenza del mondo sociale, il nomos come principio universale di
visione e di divisione» si determina all’interno di conflitti e lotte, nei quali
come leggeremo nell’articolo
il potere giudiziario – per mezzo di verdetti dotati di sanzioni che possono consistere in atti di
coercizione fisica come togliere la vita, privare della libertà o della proprietà – manifesta questo
punto di vista che trascende le prospettive specifiche e individuali e che corrisponde alla visione
sovrana dello Stato, che detiene il monopolio della violenza simbolica legittima (vd. infra, p. 98).

Elementi di una sociologia del campo giuridico

Per tornare in particolare sull’analisi del fenomeno giuridico, sin dalle


prime pagine dell’articolo, Bourdieu vuole smarcarsi sia dal formalismo
giuridico di Kelsen (che considera il diritto come corpo di norme autonomo
dalla società) che dallo strumentalismo giuridico (caratterizzante la teoria
marxista di Althusser, secondo cui il diritto dipende strettamente dalla
struttura di classe); per tali motivi individua l’esistenza del campo giuridico
come spazio sociale dotato di una propria autonomia relativa rispetto alle
forze esterne e
all’interno del quale si produce e si esercita l’autorità giuridica, forma per eccellenza della violenza
simbolica legittima il cui monopolio appartiene allo Stato e che può accompagnarsi all’esercizio
della forza fisica. Le pratiche e i discorsi giuridici sono in effetti il prodotto del funzionamento di
un campo la cui logica specifica è determinata in modo duplice: da una parte, attraverso i rapporti
di forza specifici che gli conferiscono la propria struttura e che orientano i conflitti e le rivalità o,
più precisamente, i conflitti di competenza che lo caratterizzano e, dall’altra, per mezzo della
logica interna delle opere giuridiche che delimitano in ogni momento lo spazio dei possibili e, con
ciò, l’universo delle soluzioni prettamente giuridiche (vd. infra, p. 62).

Tra i diversi campi, quello giuridico in particolare è lo spazio sociale più


fortemente dipendente nella propria autonomia dai cambiamenti e dai
rapporti di forza che hanno luogo negli altri campi e che sono dipendenti dai
conflitti politici. Esso, come indicato ne La force du droit, «dato il ruolo
determinante che svolge nella riproduzione sociale, dispone di una autonomia
minore rispetto ad altri campi […]. All’interno del campo giuridico i
cambiamenti esterni si traducono più direttamente e i conflitti interni sono più
direttamente risolti da forze esterne»; ciò significa, in primo luogo, che la
gerarchia nella divisione del lavoro giuridico varia, sebbene in modo limitato,
al variare dei rapporti di forza intervenienti nel campo sociale, «come se la
posizione dei diversi specialisti nei rapporti di forza interni al campo
dipendesse dal posto occupato nel campo politico dai gruppi i cui interessi
sono più direttamente legati alle forme giuridiche corrispondenti» (vd. infra,
p. 119).
Anche il campo giuridico – al pari di qualunque altro campo – è fondato
sull’arbitrario in grado di dissimularsi, su atti di istituzione arbitraria, dotato
di un nomos ossia di una costituzione, di un principio di visione e di divisione
che non (può e non) deve essere contraddetto, che viene utilizzato per dirsi e
per dire, così come per definire ciò che può essere detto o pensato, e pertanto
anche l’indicibile e l’impensabile, secondo le strutture specifiche del campo,
le posizioni che vi succedono e le disposizioni. La naturalizzazione
dell’arbitrario è costituita in modo da «conferirgli così la necessità assurda e
insondabile che si dissimula […] dietro le istituzioni più sacre»59. Ogni
istituzione, del resto, corrisponde ad «atti di magia sociale»60, e deve dare
l’impressione di basarsi su differenze oggettive: ogni rito di istituzione,
infatti, «tende a consacrare o a legittimare un limite arbitrario, cancellandone
l’arbitrarietà e riconoscendone la legittimità; o, il che è lo stesso, a operare
solennemente, cioè in modo lecito ed extra-ordinario, una trasgressione dei
limiti costitutivi dell’ordine sociale e mentale che va salvaguardato a ogni
costo»61.
L’istituzione di una norma naturalizza e normalizza le identità sociali,
consacra, sancisce, santifica uno stato di cose, un ordine stabilito, stabilisce
che qualcosa possa essere conosciuta e riconosciuta; l’istituzione arbitraria
possiede un potere che le è proprio nel senso che agisce sul reale agendo
sulla rappresentazione del reale. L’istituzione avrà un’effettualità simbolica
del tutto reale: un soggetto per via di un rito di istituzione, sia che lo consacri
come accade in occasione di una investitura sia, come aggiungiamo noi, nel
caso in cui lo trasformi in criminale, inferiorizzandone lo status, vedrà non
soltanto la sua immagine trasformata nel riconoscimento altrui ma
trasformerà anche l’immagine che ha di se stesso e i comportamenti che si
sente in dovere di adottare per conformarsi a tale rappresentazione62.

Bourdieu offre particolare attenzione, sulla scorta degli insegnamenti


weberiani63, alle professioni giuridiche, alla loro specializzazione,
formazione e carriera, individuandone gli aspetti simbolici e culturali di
«ceto», considerando come l’autorità possa assumere forme svariate e quanto
il motivo per cui alcune pratiche diventino legittime dipenda soprattutto dai
modi in cui l’autorità giustifica il proprio esercizio del potere e riesca ad
acquisire accettazione e riconoscimento sociali.
Del resto, le diverse professioni giuridiche teoriche o applicative – dotate
dello «spirito» e del «senso giuridico», di risorse, di modi di pensare e di
agire, ossia di schemi di classificazione, di valutazione e di habitus specifici,
il vero diritto d’ingresso nel campo giuridico – producono e riproducono una
postura universalizzante che si situa a fondamento della complicità, della
convergenza e della cumulatività che unisce l’insieme degli agenti che vivono
per mezzo della produzione e della vendita di beni e di servizi giuridici. «Lo
sviluppo di un corpo di regole e di procedure dalla pretesa universale è il
prodotto di una divisione del lavoro che deriva dalla logica spontanea della
competizione tra differenti forme di competenza al contempo antagoniste e
complementari che operano come una serie di tipi di capitale specifico e che
sono associate a posizioni differenti all’interno del campo» (vd. infra, pp. 69-
70). I professionisti giuridici – gli agenti nel campo giuridico – posseggono
conoscenze e competenze tecniche riprodotte all’interno del loro corpo e
riconosciute socialmente e lottano per accaparrarsi il monopolio di
interpretazione dei testi giuridici che, come indicato in precedenza, implicano
la costruzione autorizzata e legittima della realtà sociale.
La questione del rapporto tra linguaggio e potere è un tema che assume
nell’analisi bourdieusiana particolare pregnanza anche rispetto alla
costituzione del campo giuridico, soprattutto per quanto concerne il potere di
convertire la realtà sociale in un linguaggio specialistico noto, posseduto e
utilizzato da pochi. Infatti, la logica di funzionamento del campo giuridico
determina, secondo Bourdieu soprattutto proprio per via del linguaggio
giuridico, un effetto di apriorizzazione dal momento che attribuisce nuovi
significati a termini comuni e ordinari e per mezzo di procedure retoriche
specifiche produce effetti di neutralizzazione, universalizzazione e
onnitemporalità che evidenziano «l’impersonalità dell’enunciazione
normativa e a costituire l’enunciatore come soggetto universale, al contempo
imparziale e obiettivo» e «[…]che lasciano poco spazio alle variazioni
individuali» (vd. infra, p. 68).
L’uso di un linguaggio specialistico per mezzo del quale concetti comuni
assumono una nuova realtà sociale e sono sottratti dal loro uso profano e il
processo di continua razionalizzazione e formalizzazione servono anche per
mantenere una cesura tra i professionisti e i profani, per permettere ai primi
non soltanto le rendite derivanti dalle proprie disposizioni ma, anche, di
monopolizzare l’accesso alle risorse giuridiche e di riprodurre le imposture
necessarie affinché «il sistema di norme giuridiche appaia a coloro che lo
impongono, e anche, in misura maggiore o minore, a coloro che lo subiscono,
come totalmente indipendente dai rapporti di forza che esso sancisce e
consacra» (vd. infra, p. 64).
Il testo giuridico diventa infatti «terreno di scontro tra istanze diverse a
causa del fatto che la lettura è un modo di appropriarsi della forza simbolica
che vi si trova racchiusa allo stato potenziale», ragion per cui gli stessi
depositari della pratica di lettura e di interpretazione devono disciplinarsi in
modo assai rigido, rendendosi coesi e simulando di possedere caratteristiche
di ordine trascendentale.
Tra i vari agenti del campo giuridico, il giudice, per esempio, manifesta in
modo assai chiaro ruolo di «interprete», di «lector» in grado di rifugiarsi
dietro l’apparenza di mero applicatore della legge e che tende a dissimulare
l’atto di creazione giuridica nello stesso momento in cui si ritrova a
performarlo. Ciò porta a riflettere sulla questione che ogni esito giuridico che
si tratti di una sentenza o del contenuto di una legge sia

l’esito di una lotta simbolica tra professionisti dotati di competenze tecniche e sociali diseguali,
dunque inegualmente capaci di mobilitare le risorse giuridiche disponibili, attraverso la ricerca e
l’utilizzo di “regole possibili”, e di utilizzarle in modo efficace, vale a dire come armi simboliche
per far prevalere la propria causa (vd. infra, p. 81).

Il significato reale di una norma allora corrisponde al rapporto di forza


esistente tra i vari professionisti (e tra le parti passibili di giudizio – i
justiciables – che si ritrovano a rappresentare).
Il processo di razionalizzazione attribuisce lo status di giudizio a una
decisione che, in realtà, dipende maggiormente da disposizioni etiche, da
dotazioni di risorse simboliche e materiali in possesso degli agenti, più che da
«norme pure»: la razionalizzazione è in grado di conferire alla medesima
decisione efficacia simbolica, «efficacia simbolica esercitata da ogni azione
quando, ignoratane l’arbitrarietà, venga riconosciuta come legittima»,
dimensione simbolica ignorata sia dai formalisti che dagli strumentalisti. Uno
delle principali funzioni del lavoro giuridico consiste nella codifica costante
delle rappresentazioni e delle pratiche etiche in modo da poter fare aderire i
profani all’ideologia del corpo dei giuristi e a convincerli della neutralità e
dell’autonomia dei giuristi; questo processo è necessario perché l’efficacia
simbolica per poter funzionare deve essere esercitata con la complicità di chi
la subisce, «ed è tanto più sicura quando è subita in modo inconscio oppure
estorta in modo sottile» (vd. infra, p. 108).
Per questi motivi il processo di codifica giuridica strappa, come afferma
Bourdieu, le norme dal loro rapporto a contingenze e occasioni specifiche o
individuali e le fa assurgere a modello, «il lavoro giuridico collega senza
interruzione il presente al passato e assicura – ad eccezione del caso in cui
una rivoluzione sia in grado di mettere in discussione i fondamenti stessi
dell’ordine giuridico – che il futuro assomigli al passato, che le
trasformazioni e gli adattamenti inevitabili saranno pensati e detti in un
linguaggio conforme al passato. Così iscritto nella logica della conservazione,
il lavoro giuridico è uno dei principi fondamentali del mantenimento
dell’ordine simbolico per via di un altro tratto del suo funzionamento» (vd.
infra, p. 110). Le regole giuridiche sono dunque il prodotto di questa
divisione del lavoro giuridico e degli scontri all’interno (e all’esterno) del
campo giuridico, tra teorici e pratici del diritto, tra i professori universitari e
gli operatori del diritto (tra cui un ruolo rilevante è assunto dai giudici), in un
rapporto conflittuale ma anche di tipo complementare, in cui i primi
assicurano la logica e la coerenza interne e i secondi adattano il diritto al
mutamento sociale; entrambi, tuttavia, hanno il monopolio del marketing dei
beni e dei servizi giuridici e, inoltre, sono dotati di potere selettivo su quanto
può accedere, una volta considerato degno di attenzione, all’interno del
campo giuridico, ad una trattazione giuridica64. Il campo giuridico, infatti,
riduce coloro che sono selezionati a farvi ingresso a profani, ad essere
spossessati perché rinunciano a gestire direttamente i propri conflitti, ad
essere ridotti allo stato di clienti, mentre trasforma «gli interessi pre-giuridici
degli agenti in cause giuridiche e in capitale giuridico la competenza che
garantisce la gestione delle risorse giuridiche richieste dalla logica del
campo» (vd. infra, p. 92).
Uno degli effetti principali derivati dalla logica del campo giuridico e dal
lavoro giuridico – per via della sistematizzazione e della razionalizzazione –
è l’effetto di universalizzazione ossia l’imposizione della legittimità di un
ordine sociale specifico o, detto altrimenti, l’imposizione di un ordine
simbolico specifico e l’esercizio di dominio simbolico.
Nel momento in cui il giudice, per esempio, finga di dedurre la propria
decisione da principi costituzionali quando invece dipende da valutazioni
ordinarie sta mettendo in atto una strategia di ufficializzazione, una sorta di
«atto di ossequio alle credenze ufficiali del gruppo», una strategia di
universalizzazione, «una pubblica dichiarazione di ossequio al gruppo e alla
rappresentazione di sé che esso intende dare e darsi»65. Seguendo
sollecitazioni durkheimiane, il diritto serve attraverso i propri cerimoniali a
perpetuare anche la rappresentazione che il gruppo ha di sé, attraverso
«un’opera incessante di rappresentazione (teatrale) e all’interno di essa» che
caratterizza soprattutto coloro i quali sono considerati interpreti ufficiali del
gruppo e che non possono permettersi di «derogare, nella vita pubblica e
persino in quella privata, all’ossequio ufficiale verso l’ideale collettivo».

[…] il riconoscimento universalmente tributato alla regola ufficiale fa sì che il rispetto di essa,
anche formale o fittizio, garantisca profitti di regolarità (è sempre più facile e comodo essere in
regola) o di “regolarizzazione” (così certe volte si esprime il realismo burocratico, che parla per
66
esempio di “regolarizzare una situazione”) .

L’universalizzazione come riconoscimento del senso comune è «la strategia


universale di legittimazione» e svolge anche un effetto di normalizzazione,
ossia «opera per rafforzare l’effetto di autorità sociale esercitato già dalla
cultura legittima e dai suoi detentori; esso attribuisce al vincolo giuridico
tutta la sua efficacia pratica» (vd. infra, p. 111). L’universalizzazione non fa
che sancire e consacrare i principi pratici dello stile di vita dominate a livello
simbolico, essa permette – come afferma Bourdieu – una trasformazione
ontologica della regolarità (ciò che si fa regolarmente) in regola (ciò che di
regola si fa), la normalità di fatto in normalità di diritto: in questo modo la
normalizzazione dello standard coincide con l’imposizione universale di
rappresentazioni «normali» in rapporto alle quali «tutte le pratiche differenti
tendono ad apparire devianti, anomiche, oppure anormali, patologiche» (vd.
infra, p. 112).
La conversione operata dal diritto cambia nella propria natura gli eventi o le
identità incidendo nel loro statuto ontologico: la codificazione introduce
chiarezza, prevedibilità e razionalità «facendo scomparire le eccezioni e la
vaghezza dei raggruppamenti confusi, imponendo interruzioni nette e confini
rigidi […]»; in sintesi, come afferma lo stesso Bourdieu, essa permette di
esercitare un effetto di omologazione, di poter dire la stessa cosa o parlare lo
stesso linguaggio. Tuttavia i vantaggi dell’omologazione sono disponibili per
chi gode appieno dei vantaggi derivanti dal gioco.

Gli scontri altamente razionalizzati che l’omologazione autorizza sono riservati infatti a coloro che
detengono una forte competenza giuridica che è associata – soprattutto per quanto riguarda gli
avvocati – a una competenza professionale specifica dello scontro giuridico, esercitata a utilizzare
le forme e le formule come se fossero armi. Quanto agli altri, essi sono destinati a subire la forza
della forma, ossia la violenza simbolica che giungono a esercitare coloro che, grazie alla loro arte
di mettere in forma e di mettere delle forme, sanno – come si dice – mettere il diritto dalla loro
parte, e che, all’occorrenza, sanno esercitare il più esperto dei rigori formali, summum jus, a
servizio dei fini meno irreprensibili, summa iniuria (vd. infra, p. 117).

Del resto, «il canone giuridico è come una riserva di autorità che garantisce,
alla stregua di una banca centrale, l’autorità dei singoli atti giuridici» e uno
dei compiti principali dei giuristi consiste nel mettere in forma, nel
formalizzare principi e regole: l’attività di formalizzazione non è un’azione
neutra e non si svolge in un vacuum di valori, essa esprime altresì gli
«interessi sociali degli agenti formalizzatori, così come essi si definiscono
nella concorrenza in seno al campo giuridico e nella relazione tra questo
campo e il campo del potere nel suo insieme», ragion per cui si rilevano
affinità tra i detentori della forma per eccellenza del potere simbolico e gli
altri dominanti, aspetti che favoriscono visioni e interessi comuni che
difficilmente svantaggeranno i dominanti (vd. infra, p. 105). Se mi metto in
regola o se regolarizzo una situazione sto contemporaneamente partecipando
al sostegno e al supporto materiale e simbolico del gruppo dominante67 e
potrò trarne dei vantaggi di posizionamento o di prossimità legati al «profitto
di conformità all’ideale [normativo] sociale»68.

Invece di una conclusione. Il «potere di dare definizioni»: Bourdieu e il


rapporto implicito con le teorie interazioniste del diritto e della devianza

Come abbiamo più volte rammentato, il campo giuridico si fonda a partire


da una dissimulazione e da una impostura. Bisogna infatti non (rischiare di)
sospettare che esso derivi da una imposizione istituzionalizzata che, per via di
una mise en forme, determina il misconoscimento dei caratteri arbitrari dei
propri fondamenti. La naturalizzazione dei rapporti di dominio implica
dunque una trasformazione strutturale ma anche, sul piano soggettivo, il
mutamento di pratiche incorporate e di sistemi simbolici interiorizzati.
Sovente, infatti, i dominati applicano le stesse categorie e lo stesso linguaggio
elaborati dai dominanti agli stessi rapporti di dominio facendoli di fatto
apparire come naturali. Del resto perché possa esistere un atto simbolico e
aver luogo uno scambio simbolico è necessaria la condivisione di categorie
percettive e valutative, sono indispensabili «atti di conoscenza e di
riconoscimento»: il che significa che per gli «atti di dominio simbolico» è
necessaria la complicità dei dominati, «bisogna che il dominato applichi agli
atti del dominante (e a tutto il suo essere) strutture di percezione uguali a
quelle che il dominante usa per produrre quegli stessi atti»; «il dominio
simbolico […] si fonda sul disconoscimento, e dunque sul riconoscimento,
dei principi in nome dei quali si esercita»69.
Gran parte degli elementi indicati da Bourdieu sembrano introdurre
analogie e comunanze con gli approcci interazionisti simbolici rispetto, per
esempio, al concetto di habitus come elemento che va incontro a
trasformazioni pur mantenendo la propria autonomia (che ritrova il suo
omologo pragmatista nel concetto di habit), alla condivisione di
un’epistemologia anti-dualista e anti-essenzialista, all’origine sociale del
significato e alle loro comuni ontologie sociali costruzioniste, alla rilevanza
attribuita al linguaggio. Non potendo, per ragioni di spazio approfondire
questa relazione già indicata da alcuni critici70, possiamo indicare
brevemente alcuni dei passaggi che nel testo discutono, in modo più o meno
esplicito, temi interazionisti classici. Si consideri, per esempio, l’analisi che
l’autore fornisce degli atti giuridici come dotati di potere definizionale,
costitutivo e performativo. Mentre un giudizio particolare, individuale non ha
lacuna forza definizionale, è «reversibile», ««un giudizio autorizzato porta
con sé tutta la forza dell’ordine sociale, la forza dello Stato»71. Il diritto
attraverso una serie di strumenti, può «presiedere alle patenti di identità
sociale, alle patenti riguardanti le qualità che oggi più contribuiscono a
definire l’identità sociale»72. Quelli del tribunale così come quelli di un
poliziotto o i regolamenti di una commissione sono «atti di
categorizzazione», dal greco katègoresthai, accusare pubblicamente, sono
atti di accusa e di definizione pubblica dunque; a differenza di un insulto
pronunciato da un individuo qualunque, alcuni atti di categorizzazione –
come il verdetto del giudice o la tipizzazione del poliziotto o la diagnosi del
medico – posseggono efficacia simbolica, appartengono

alla classe degli atti di nominazione o di istituzione e rappresenta[no] la forma per eccellenza della
parola autorizzata, parola pubblica, ufficiale, che si enuncia in nome di tutti e nei confronti di tutti.
In quanto giudizi di attribuzione formulati pubblicamente da agenti che agiscono come mandatari
autorizzati dalla collettività e che diventano il modello di ogni atto di categorizzazione […], questi
enunciati performativi sono degli atti magici che riescono – perché in grado di farsi riconoscere
universalmente – a ottenere che nessuno possa rifiutare o ignorare il punto di vista, la visione che
impongono (vd. infra, p. 98).

Queste riflessioni e, in particolare, il concetto di potere di nominazione


mostrano analogie con quello di potere di definizione, esplicitato da Howard
S. Becker, uno dei massimi esponenti delle teorie interazioniste e della
reazione sociale della devianza e del crimine, nelle sue (ri)elaborazioni più
mature sul labeling73.
Becker, già dalle prime formulazioni della sua teoria della devianza, aveva
introdotto, sebbene implicitamente, le asimmetrie di status esistenti tra i
soggetti coinvolti (rispetto all’età, alla classe sociale, alla razza, al genere), e
dunque una riflessione sul potere e sulle diverse dotazioni di cui dispongono i
soggetti e i gruppi: la questione è relativa alla misura in cui un certo gruppo
che detiene potere politico ed economico è in grado di imporre le «sue
norme» agli altri gruppi74. Sottolineando il carattere collettivo della devianza
e del crimine, il sociologo americano evidenzia come il lavoro interazionista
sollevi costantemente critiche anche all’establishment, dal momento che le
teorie interazioniste della devianza e del crimine sottolineano il modo in cui
gli attori definiscono gli altri e le modalità attraverso cui gruppi specifici
sono dotati del potere di definire gli altri e di controllare queste stesse
definizioni insieme a forme più rudimentali di controllo,

ma il controllo basato sulla manipolazione di definizioni ed etichette funziona con più facilità e a
un costo inferiore, e i gruppi di status superiore lo preferiscono. L’attacco alla gerarchia inizia con
75
un attacco alle definizioni, etichette e concezioni convenzionali su “chi è chi e cosa è cosa” .

In queste ultime parole di Becker si riesce a scorgere lo stesso spirito


engagé che caratterizza Bourdieu, del sociologo che rovina i giochi e le
illusioni; la posizione di Becker si fa ancora più rilevante quando, suggerendo
la necessità che l’approccio interazionista consideri come oggetto di studio
gli imprenditori morali, implica di demistificare «le gerarchia di credibilità
della società» e, come risultato, – sono sempre le sue parole – consegue la
distruzione dell’illusione di una scienza naturale; le teorie interazioniste
contestano il monopolio della verità e della “intera storia” rivendicato da coloro che rivestono
posizioni di potere e di autorità. Suggeriscono che abbiamo bisogno di scoprire da noi la verità sui
fenomeni ritenuti devianti, anziché fare affidamento sui resoconti ufficiali che dovrebbero essere
sufficienti ad ogni buon cittadino. Le analisi interazioniste adottano una posizione relativistica
verso le accuse e le definizioni di devianza formulate da persone rispettabili e dall’autorità
costituita, trattandole come la materia prima dell’analisi della scienza piuttosto che come
76
affermazione di incontestabili verità morali .

Ritornando a Bourdieu, il diritto è forma per eccellenza del potere


simbolico di nominazione perché crea le cose nominate e, in particolare, i
gruppi, possiede dunque potere di nominazione e di definizione; e gli agenti
giuridici – in possesso di competenze giuridiche, i soli capaci di adottare le
disposizioni che permettono di costituire questa situazione conformemente
alla legge fondamentale del campo – assicurano il controllo della situazione.
Allo stesso modo, l’analisi interazionista considera gli agenti ufficiali o
formali del controllo come coloro che sono dotati di maggiore «potere di
definizione», di una più elevata visibilità a carattere «pubblico» e che, di
conseguenza, dispongono di maggiori probabilità e opportunità di definire
nuove categorie, di confermare parte delle tipizzazioni devianti informali, di
predisporre i soggetti a status e ruoli devianti, nonché di lanciarne
ufficialmente – in vari casi – la carriera deviante e criminale.
L’attribuzione di nomi, gli effetti legati al modo di interpellare gli altri e le
cose ci permettono di focalizzare inoltre l’attenzione sulle risorse di cui
dispongono alcuni gruppi, come abbiamo più volte richiamato, in termini di
«potere di definizione». I temi sinora affrontati permettono di comprendere
che l’individuazione, il controllo e la punizione di alcuni soggetti (rispetto a
tratti, condotte, caratteristiche, etc. definiti «devianti» o «criminali») non
sono processi neutri ma effetti prodotti dall’intervento dei gruppi che
detengono il «potere della definizione».
Il crimine, in particolare, è il risultato definizionale del complesso ambito
del diritto penale che vede interagire attori istituzionali e saperi esperti,
teorici e pratici. I creatori e gli applicatori delle norme nel momento in cui
fondano e legittimano i propri universi simbolico-penali, oppure definiscono
e implementano interventi e politiche pubbliche profilano
contemporaneamente caratteristiche che rendono potenzialmente
individuabili come devianti o criminali alcuni soggetti e non altri (e sia in
termini espliciti che impliciti, si ribadiscono gli standard di «normalità»);
sono autori di definizioni ufficiali77. Questi aspetti sono evidenziati anche da
Bourdieu quando considera, per esempio, gli effetti della classificazione e
della istituzione sulla definizione identitaria78 che sono direttamente riferibili
alla dimensione della tipizzazione in ambito interazionista ed
etnometodologico. Gli agenti ufficiali o formali del controllo sono dotati,
ricordavamo, di maggiore «potere di definizione»; in particolare, le logiche
burocratiche professionali trattano eventi specifici come «criminali»,
«patologici» o «devianti» e le loro pratiche discorsive, negoziative e
procedurali permettono di plasmare gli eventi in modo da poterli analizzare e
trattare secondo modalità predefinite. In particolare, meccanismi procedurali
specifici permettono ai produttori di categorie devianti e criminali – gli
imputational specialists79– di creare condotte, caratteristiche e tratti
consistenti da potere validare.
Gli agenti di selezione sono formati in modo specifico per comprendere
«chi» e «che cosa» deve essere etichettato formalmente, quando e come, chi e
cosa invece non dovrebbe esserlo, chi e cosa deve invece essere ri-etichettato
(o riabilitato), quali azioni intraprendere contro i devianti e come trattarli.
Tutte le «visioni» e le tipizzazioni categoriali e professionali sorgono per via
dell’esistenza di «comunità di pratiche»80, all’interno delle quali una serie di
schemi interpretativi, classificatori e valutativi fanno scorgere alcuni aspetti
di un evento o di un oggetto e non altri, nelle quali inoltre – attraverso
procedure interpretative – un fatto particolare (e una serie di fatti) diventa
«evento», «caso», «oggetto di conoscenza pertinente» all’organizzazione
specifica. Ne è coscio anche Bourdieu che, oltre ad evidenziare l’importanza
della drammaturgia sociale e del linguaggio (aspetto caro a Mead), fa
esplicito riferimento alla costruzione dei problemi sociali e alla mobilitazione
collettiva nella definizione dei problemi sociali81, tema assai caro alla
tradizione interazionista82: nel caso di Bourdieu,

sono sempre i professionisti a creare il bisogno delle proprie prestazioni costituendo in problemi
giuridici i problemi espressi nel linguaggio ordinario dopo averli tradotti nel linguaggio del
diritto e proponendo una valutazione anticipata delle possibilità di successo e delle conseguenze
derivanti dalle diverse strategie (vd. infra, p. 91).

All’interno del settore della produzione, del trattamento e della regolazione


formale della devianza e del crimine, una serie di agenzie, organizzazioni e
burocrazie definiscono, validandoli, alcuni status e le loro proprietà; per
conseguire i loro obiettivi organizzativi, esse fanno uso di regole, di
rappresentazione e di routine organizzative, di pratiche che si rifanno a
schemi interpretativi e di codifica specifici.
Al pari dell’analisi interazionista e costruzionista (si pensa, in particolar
modo, al costruzionismo contestuale di Joel Best)83, l’analisi bourdieusiana si
orienta verso l’individuazione degli interessi che i claims-makers (o gli
agenti del campo) hanno nel promuovere una definizione della realtà
specifica, delle risorse che utilizzano per definire campagne di successo in
termini di capacità di reclutamento, di risorse materiale, di coinvolgimento
dei media, di attrazione di fondi e della titolarità di un problema, ossia di
potersi accaparrare la gestione del problema, l’indicazione di interventi e la
possibilità di indicare politiche. Pertanto si configurano dei mercati dei
problemi sociali – così come all’interno del campo giuridico si crea il
monopolio dei professionisti sulla produzione e sulla commercializzazione
dei beni e dei servizi giuridici – al cui interno diversi claims-makers si
contendono interessi, risorse e titolarità; tuttavia soltanto i claims-makers ben
consolidati solitamente sono titolari di problemi sociali altrettanto ben definiti
e, in particolar modo, si tratta degli insider claims-makers ossia di gruppi di
pressione già interni al processo di policymaking e in grado di influenzare i
decisori politici e di far riconoscere i propri interessi (si pensi alle lobby, agli
specialisti e ai professionisti o alle agenzie ufficiali); al contrario, tutti gli altri
soggetti, gli outsider claims-makers – al pari dei profani, utilizzando le
riflessioni bourdieusiane sul campo giuridico – che tentano di far riconoscere
un nuovo problema sociale e di promuoverlo, come accade a gran parte dei
movimenti sociali, non godono degli stessi vantaggi dei gruppi di pressione e,
pertanto, hanno necessità di reclutare e di acquisire maggiore visibilità sui
media attraverso una serie di strategie (manifestazioni, presenza nei TG,
conferenze stampa, interviste, talk show, etc.). Si tratta, in definitiva, di una
costruzione di versioni legittimate della realtà, di rappresentazioni in grado di
essere riconosciute universalmente, di interpretazioni legittime prodotte da
interpreti autorizzati, di definizioni che una volta legittimate possono essere
pensate, diventano pensabili, – o meglio, come sostiene Bourdieu – si arriva
«a imporre universalmente una rappresentazione della normalità in rapporto
alla quale tutte le pratiche differenti tendono ad apparire devianti, anomiche,
oppure anormali, patologiche (specialmente quando la “medicalizzazione”
serve a giustificare la “giuridicizzazione”)». Gli attori sociali sono immersi,
dicevamo all’inizio di questo capitolo introduttivo, in una serie di universi
simbolici che si sostanziano in una pluralità di campi socio-normativi, che si
collocano a diversi livelli di prossimità con il campo prettamente giuridico (si
pensi al campo morale, a quello delle religioni positive, della politica,
dell’economia, etc.)84 e che orientano le condotte degli individui e gli
attribuiscono senso. La norma giuridica, in quanto statuita, definita e
istituzionalizzata costituisce una schema interpretativo, di classificazione,
valutativo che permette di rendere comprensibile l’azione, definibile sia dal
soggetto che la compie o che pensa di compierla che da chiunque altro e a
qualunque titolo si ritrovi ad avervi a che fare, rispetto alle attese e alle
aspettative istituzionalizzate che rappresenta, ai frammenti di moralità che
implica, alle caratteristiche dei soggetti che interpretano quanto accade, alle
funzioni strumentali e simboliche che riveste in un tempo, in un contesto e in
situazioni specifici e dati, alla possibilità di dire e di pensare tutti questi
elementi.
La normatività, dunque, ci offre degli schemi per valutare noi stessi e gli
altri, delle categorie in grado di dare consistenza al nostro sé e di costituire
anche gli altri, all’interno di un processo relazionale, «di linguaggio dei
rapporti»85. Anche rispetto al dominio simbolico della norma e al
misconoscimento, possiamo ritrovare sorprendenti analogie con l’analisi
della «normalità» e l’allineamento normalizzante con il gruppo dominante
fornita da Erving Goffman in un classico come Stigma. Il predominio degli
standard normativi spinge il soggetto stigmatizzato a gestire attivamente il
proprio status e a considerarsi considerare costantemente secondo la
prospettiva del gruppo esterno dei «normali», cercando di allinearvisi spesso
interiorizzando il codice «psichiatrico» offerto dai normali (bisogna che si
riconosca come «inadeguato» per poter iniziare un percorso di
normalizzazione). Coloro che riusciranno o ai quali sarà permesso di aderire
agli standard saranno considerati «maturi», «ben adattati», al contrario ogni
fallimento sarà imputato allo stigmatizzato perché «persona che si tiene
rigidamente sulla difensiva e che manca di adeguate risorse psicologiche»86.
Allo stigmatizzato redento viene richiesto di spiegare di essere umano
sebbene non gli venga mai concesso di esserlo pienamente: l’adattamento
consiste sovente in forme di assimilazione che non mettono in discussione gli
standard degli universi simbolici e normativi egemoni. Lo stigmatizzato deve
in un certo modo piegarsi alle forme contraffatte di riconoscimento che
coincidono con l’assestamento degli ordini di interazione normativi dei
«normali»; come osserva acutamente Goffman, «più lo stigmatizzato si
allontana dalla norma e più è probabile che si impadronisca pienamente della
sua soggettività, visto che deve convincere gli altri di possederla, e più gli
altri gli chiederanno un modello a cui i normali vorrebbero adeguarsi nei loro
rapporti con lo stigmatizzato»87. Si chiede dunque allo stigmatizzato di
accettarsi come «persona normale» più per i vantaggi che ne derivano
direttamente per i «normali» che concedono allo stigmatizzato il «privilegio»
di trattare il suo stigma come se fosse «qualcosa di poco conto», egli si
sentirà alla fine «uno come tutti gli altri» e finirà col credere «di essere
accettato più di quanto non lo sia in realtà»88. Lo stigmatizzato non «può
prendersi troppo sul serio di essere accettato», non dovrà mai forzare i limiti
dell’accettazione né fare richieste ulteriori; dovrà condurre una normalità
fantasma basata su un’accettazione fantasma89: sulla costruzione, dunque, di
misconoscimenti e di illusioni. Sulla sua complicità.
La definizione di ciò che è deviante o criminale e i diversi gradi di intensità,
di formalità e di severità delle possibili reazioni sociali dipendono dal «potere
di definizione» che posseggono gruppi e classi di individui specifici così
come il processo di nominazione, in Bourdieu, è momento irrinunciabile di
natura costitutiva, di de-finizione, di costruzione legittima (e autorizzata)
della realtà. In entrambi i casi, rispetto ad entrambe le prospettive, resta
valido e attuale l’assunto bourdieusiano che i sociologi distruggono le
illusioni.

Ringraziamenti

Ringrazio Massimo Cerulo, Gianvito Brindisi e Angelo Salento per aver


riletto il testo e per i suggerimenti ricevuti e Andrea Inzerillo per aver riletto
la traduzione dal francese. Chiaramente è da attribuire a chi scrive ogni
responsabilità. Il testo citato di cui non viene indicata in nota la fonte si
riferisce all’articolo tradotto contenuto nel volume.

1 Si tratta solitamente di brevi articoli teorici come nel caso di P. Bourdieu, Habitus, code et
codification in «Actes de la recherche en sciences sociales», 64, 1986, pp. 40-44; P. Bourdieu, Droit et
passe-droit. Le champ des pouvoirs territoriaux et la mise en oeuvre des réglements, in «Actes de la
recherché en sciences sociales», 81-82, 1990, pp. 86-96; P. Bourdieu, Les juristes, gardiens de
l’hypocrisie collective, in F. Chazel, J. Comaille (a cura di), Normes juridiques et régulation sociale,
Paris, LGDJ, Collection Droit et société, 1991, pp. 95-99 (trad. it. I giuristi, custodi dell’ipocrisia
collettiva, in «Kainos – Rivista di Critica Filosofica», 9, 2009, a cura di G. Brindisi; vd.
http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/giuristicustodi.html); sul diritto e il ruolo del giurista in
Bourdieu si veda P. Bourdieu, La parola e il potere. L’economia degli scambi linguistici, Napoli,
Guida, 1988.
Sull’analisi empirica, quasi del tutto assente nell’opera di Bourdieu per quanto riguarda il campo
giuridico, si può tuttavia fare riferimento a P. Bourdieu, Le strutture sociali dell’economia, Trieste,
Asterios, 2004: sebbene concentrato sull’analisi del campo economico del mercato immobiliare,
Bourdieu mostra che lo Stato attraverso una serie di forme di regolazione orienta i gusti e insieme, in
modo diretto e indiretto, investimenti finanziari, evidenziando come la domanda e l’offerta di abitazioni
siano prodotte da condizioni istituzionali. Di recente pubblicazione in Italia i ragionamenti sulla genesi
dello Stato che riprendono parte della riflessione socio-giuridica, vd. P. Bourdieu, Sullo Stato. Corso al
Collège de France, Vol. I (1989-1990), Milano, Feltrinelli, 2013; altri temi utili alla riflessione socio-
giuridica, quali quello della «codifica», della «delega» o del potere simbolico si ritrovano in Id., Cose
dette. Verso una sociologia riflessiva, curato da Massimo Cerulo, Napoli-Salerno, Orthotes, 2013;
l’interesse di Bourdieu per il diritto, nonostante le posizioni dei critici, risale a partire dalle ricerche
etnografiche in Algeria, per quanto riguarda, per esempio, il diritto consuetudinario oppure, si rifà al
contesto francese nel caso del diritto di successione, vd. rispettivamente P. Bourdieu, Sociologie de
l’Algerie, Paris, Puf, 1959 e Id., Le bal des célibataires. Crise de la société paysanne en Béarn, Paris,
Seuil, 2002. Il diritto è uno dei temi che l’autore affronta tra gli altri ne La noblesse d’Etat, Paris,
Minuit, 1989.
2 Rimangono ancora di particolare pregio le tesi prodotte sotto la sua supervisione, che hanno
applicato gran parte dei concetti analitici della sua sociologia del campo giuridico e che hanno visto, nel
caso di Remi Lenoir e di Yves Dezalay, anche l’emergere di studiosi che hanno acquisito visibilità
internazionale. In patria, la rivista «Droit et Société» (del cui comitato editoriale fondativo fece parte lo
stesso Bourdieu) gli dedica nel 2004 una serie di contributi tra i quali, in particolare, quello di M.G.
Villegas, On Pierre Bourdieu’s legal thought, in «Droit et Société», 56/57, 2004, pp. 57-71; la rivista
dei teorici e dei scienziati socio-giuridici scandinavi, «Retfærd. Nordic Journal of Law and Justice»,
dedica alla sociologia bourdieusiana del campo giuridico nel 2006 un numero monografico; si vd., nello
specifico, R. Lenoir, Pierre Bourdieu and the law: an intellectual and personal encounter, in
«Retfærd», 29, 2006, pp. 7-22 e M.R. Madsen, Transnational fields: elements of a reflexive sociology
of the internationalisation of law, in «Retfærd», 29, 2006, pp. 23-41. Tuttavia rimangono circoscritti
anche gli applicatori e i commentatori in terra francese, si tratta – come ricorda Garcìa Villegas, di un
numero sparuto di studiosi che applicano la teoria bourdieusiana del campo giuridico ad aree giuridiche
specifiche e in modo discontinuo (in particolare sulla europeizzazione e l’internazionalizzazione del
campo giuridico e sul conflitto simbolico che vede il confronto di una serie di professionisti del mondo
giuridico; oppure relativamente all’emergere del campo dei diritti umani). Nello specifico bisogna tener
conto dei lavori di Yves Dezalay (e alle sue numerose collaborazioni internazionali): Y. Dezalay e
M.R. Madsen, The force of law and lawyers: Pierre Bourdieu and the reflexive sociology of law, in
«Annual Review of Law and Social Science», 8, 2012, pp. 433-452 e M.R. Madsen e Y. Dezalay, The
power of the legal field: Pierre Bourdieu and the law, in R. Banakar e M. Travers (a cura di), An
Introduction to Law and Social Theory, Oxford, Hart, 2002, pp. 189-204; Y. Dezalay e B.G. Garth,
Dealing in Virtue. International Commercial Arbitration and the Construction of a Transnational
Legal Order, Chicago, University of Chicago Press 1996; Y. Dezalay e D. Sugerman (a cura di),
Professional Competition and Professional Power: Lawyers, Accountants and the Social Construction
of Markets, London, Routledge, 1995. Tra gli altri francesi A. Bancaud e Y. Dezalay, La sociologie
juridique comme enjeu social et professionnel, in «Revue interdisciplinaire d’études juridiques», 12,
1984, pp. 1-29; A. Bancaud, Une “constante mobile”: la haute magistrature, in «Actes de la recherche
en sciences sociales», 76/77, 1989, pp. 30-48; A. Bancaud, La haute magistrature entre politique et
sacerdoce, Paris, LGDJ, 1993; F. Ocqueteau e F. Soubiran-Paillet, Champ juridique, juristes et règle de
droit: une sociologie entre disqualification et paradoxe, in «Droit et Société», 32, 1996, pp. 9-26; F.
Soubiran-Paillet, Quelles voix(es) pour la sociologie du droit en France aujourd’hui?, in «Genèses»,
15, 1994, pp. 142-153. Tra gli altri interpreti ed applicatori della prospettiva va ricordato il lavoro di
M.R. Madsen sull’europeizzazione del campo giuridico e sul ruolo svolto dalle élites giuridiche: A.
Cohen e M.R. Madsen, Cold War law. Legal entrepreneurs and the emergence of a European legal
field (1945–1965), in V. Gessner e D. Nelken (a cura di), European Ways of Law: Towards a European
Sociology of Law, Oxford, Hart, 2007, pp. 175-202; N. Kauppi e M.R. Madsen, Fields of Global
Governance: How Transnational Power Elites Can Make Global Governance Intelligible, in
«International Political Sociology», 8, 2014, pp. 324-342; N. Kauppi e M.R. Madsen (a cura
di), Transnational Power Elites: The New Professionals of Governance, Law and Security, Abingdon,
Routledge, 2013. Una riflessione generale del lavoro di Bourdieu sul diritto è anche quella contenuta in
un articolo della rivista ufficiale della Società argentina di Sociologia del diritto: D. Borrillo, Pierre
Bourdieu y la sociologìa del campo jurìdico, in «Revista de sociologìa del derecho», 9, 1995, pp. 6-10
(scaricabile dall’URL https://hal.archives-ouvertes.fr/hal-01242439/document).
3 Vd. A. Salento, Un ospite di scarso riguardo: Pierre Bourdieu in Italia, in G. Paolucci (a cura di),
Bourdieu dopo Bourdieu, Torino, Utet, 2010, pp. 281-316. Fanno eccezione in questo caso A. Salento,
Diritto e campo giuridico nella sociologia di Pierre Bourdieu, in «Sociologia del diritto», 1, 2002, pp.
37-74; Id., Pierre Bourdieu. La socioanalisi del campo giuridico, in G. Campesi, I. Pupolizio, N. Riva
(a cura di), Diritto e teoria sociale, Roma, Carocci, 2009, pp. 131-164; F.S. Nisio, Metamorfosi di
Bourdieu. La mistica, il diritto e la storia, in «Quaderni fiorentini per la storia del pensiero giuridico
moderno», 35, 2006, pp. 9-56 e inoltre l’introduzione di G. Brindisi, La sociologia del campo giuridico
di Pierre Bourdieu, in «Kainos. Rivista di Critica Filosofica», 9, 2009
(http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/giuristicustodi-intro.html); Brindisi, come indicato sub
nota 1, traduce uno dei brevi articoli chiaramente votato al diritto I giuristi, custodi dell’ipocrisia
collettiva, in «Kainos – Rivista di Critica Filosofica», 9, 2009, a cura di G. Brindisi
(http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/giuristicustodi.html). Si vd. anche E. de Conciliis, Il senso
del giudizio. Bourdieu, Foucault e la genealogia del diritto, in «Kainos. Rivista di Critica Filosofica»,
9, 2009 (http://www.kainos.it/numero9/ricerche/deconciliis-sulgiudizio.html). Odillo Vidoni Guidoni,
tra i pochi sociologi italiani, invece, utilizza la prospettiva bourdieusiana sfruttandone l’efficacia
euristica nello studio del giudice di pace nella contrapposizione tra istituzioni giuridiche informali,
politiche di deformalizzazione e magistratura ordinaria e ceto forense; in particolare sostiene che, a
differenza di altri commentatori italiani che vedono nel modello di Bourdieu una teoria generale
incompiuta (si riferisce, nello specifico, a Salento, Diritto e campo giuridico nella sociologia di Pierre
Bourdieu, cit.), l’apporto bourdieusiano possegga capacità euristiche e applicabilità empiriche tali da
poter essere considerata una teoria di medio raggio; vd. O. Vidoni Guidoni, Quale giustizia per il
giudice di pace? Nascita e consolidamento di una magistratura onoraria, Milano, Giuffrè, 2006.
4 Cfr. A. Salento, Pierre Bourdieu. La socioanalisi del campo giuridico, cit., p. 132.
5 Vd. Garcìa Villegas, On Pierre Bourdieu’s legal thought, cit., p. 58.
6 Vd. R. Lenoir, Pierre Bourdieu and the law: an intellectual and personal encounter, cit.; A.
Salento, Pierre Bourdieu. La socioanalisi del campo giuridico, cit. Tuttavia, alcuni commentatori
sostengono che la mancata sistematizzazione di una sociologia del campo giuridico sia dipesa ora dal
tenore complessivo dei sociolegal studies in Francia ora dall’idiosincrasia dello stesso Bourdieu nei
confronti dell’intellettualismo legalista e degli schemi di pensiero dei giuristi che, a differenza dei
sociologi propensi a decostruire, registrano invece le pratiche sociali attribuendo loro carattere di
evidenza logica attraverso i processi di classificazione. Vd. rispettivamente Garcìa Villegas, On Pierre
Bourdieu’s legal thought, cit., p. 59 e R. Lenoir, Pierre Bourdieu and the law, cit., p. 8.
7 Vd. M. Pitzalis, Oltre l’oggettivismo, oltre il soggettivismo, in G. Paolucci (a cura di), Bourdieu
dopo Bourdieu, Torino, UTET, 2010.
8 P. Bourdieu, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, cit., p. 181.
9 Non potendo ricostruire per questioni di spazio il complesso profilo intellettuale e l’apparato
teorico della sociologia di Bourdieu si rinvia alle ricostruzioni contenute in A. Boschetti, La rivoluzione
simbolica di Pierre Bourdieu, Venezia, Marsilio, 2003; G. Paolucci, Introduzione a Bourdieu, Roma-
Bari, Laterza, 2011; G. Paolucci (a cura di), Bourdieu dopo Bourdieu, Torino, Utet, 2010; A. De Feo e
M. Pitzalis (a cura di), Produzione, riproduzione e distinzione. Studiare il mondo sociale con (e dopo)
Bourdieu, Cagliari, CUEC, 2015; nonché nelle brevi ma rigorose introduzioni di M. Santoro, Giochi di
potere. Pierre Bourdieu e il linguaggio del “capitale”, in P. Bourdieu, Forme di capitale, a cura di M.
Santoro, Roma, Armando, 2015, pp. 9-77 e di M. Cerulo, «I sociologi distruggono le illusioni». Pierre
Bourdieu e lo svelamento della realtà sociale, in P. Bourdieu, Sul concetto di campo in sociologia, a
cura di M. Cerulo, Roma, Armando, pp. 9-53.
10 P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., pp. 203-209; cfr. anche P. Bourdieu, Homo academicus
[1984], Bari, Dedalo, 2013 e Id., Questa non è un’autobiografia [2004], Milano, Feltrinelli, 2005.
11 Sul tema della ricezione di Bourdieu in Italia si rinvia a M. Santoro, How “not” to become a
dominant french sociologist: Bourdieu in Italy, 1966-2009, in «Sociologica», 2-3, 2009, pp. 1-80 e ad
A. Salento, Un ospite di scarso riguardo: Pierre Bourdieu in Italia, in Bourdieu dopo Bourdieu, cit.,
pp. 281-316.
12 Pierre Bourdieu, Meditazioni pascaliane, cit., p. 145.
13 M. Santoro, Giochi di potere. Pierre Bourdieu e il linguaggio del “capitale”, cit., p. 17.
14 Pierre Bourdieu, Meditazioni pascaliane, cit., pp. 145-146.
15 Ivi, p. 146.
16 Roberta Sassatelli, Corpi in pratica: “habitus”, interazione e disciplina, in «Rassegna Italiana di
Sociologia», XLIII, 3, 2002, p. 432.
17 P. Bourdieu, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, Torino, Bollati Boringhieri, 1992, p. 100.
18 Pierre Bourdieu, Meditazioni pascaliane, cit., p. 151.
19 M. Santoro, Giochi di potere. Pierre Bourdieu e il linguaggio del “capitale”, cit., p. 28.
20 Boschetti A. (2010), La nozione di campo. Genesi, funzioni, usi, abusi, prospettive, in G.
Paolucci (a cura di), Bourdieu dopo Bourdieu, cit., p. 119.
21 Cfr. C. Sarzotti, La società dei messaggi normativi: dalla pubblicità ai cartelli stradali, in A.
Cottino (a cura di), Lineamenti di sociologia del diritto, Torino, Zanichelli, 2016, pp. 82 ss.
22 P. Bourdieu, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, cit., pp. 85-86. Sostiene ancora Bourdieu:
«L’illusio è l’essere presi nel gioco, presi dal gioco, il credere che il gioco valga la candela o, più
semplicemente, la pena di giocare. […] i giochi sociali sono giochi che si fanno dimenticare in quanto
tali e l’illusio è quel rapporto magico con il gioco che nasce da un rapporto di complicità ontologica fra
le strutture mentali e le strutture oggettive dello spazio sociale»; «Ciò che nell’illusio è vissuto come
evidenza sembra un’illusione a chi, non partecipando al gioco, non è partecipe di tale evidenza. […].
Gli agenti che si adeguano al gioco ne sono posseduti, anzi tanto più posseduti quanto più lo
padroneggiano. […] come buoni giocatori di tennis, ci si trova piazzati non dove la palla è adesso, ma
dove andrà a cadere; si investe se stessi e ciò che si possiede non dove è il profitto, ma dove sarà»; P.
Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., pp. 134-135, p. 137.
23 Bourdieu P. (2005), Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario, Milano, Il
Saggiatore, p. 186 ss.
24 Per una riflessione sul concetto di capitale in Bourdieu si rinvia a M. Santoro, “Con Marx, senza
Marx”. Sul capitale di Bourdieu, in Bourdieu dopo Bourdieu, cit., pp. 145-172.
25 P. Bourdieu, Risposte. Per un’antropologia riflessiva, cit., p. 69.
26 P. Bourdieu (2005), Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario, cit., p. 351.
27 P. Bourdieu, Sullo Stato, cit., p. 23.
28 M. Weber, Economia e Società, Milano, Edizioni di Comunità, I, 1974, p. 53, II, p. 211.
29 P. Bourdieu, Sullo Stato, cit., p. 14.
30 P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., p. 114.
31 P. Bourdieu, Il dominio maschile, Milano, Feltrinelli, 20154a.
32 «La violenza simbolica», scrive Bourdieu nelle Meditazioni pascaliane, «è quella coercizione
che si istituisce solo per il tramite dell’adesione che il dominato non può mancare di concedere al
dominante (quindi al dominio) quando dispone, per pensarlo e per pensarsi, o, meglio, per pensare il
suo rapporto con lui, solo di strumenti di conoscenza che ha in comune con lui e che, essendo
semplicemente la forma incorporata della struttura del rapporto di dominio, fanno apparire tale rapporto
come naturale; o, in altri termini, quando gli schemi impiegati per percepirsi e valutarsi, o per percepire
e valutare i dominanti (alto/basso, maschile/femminile, bianco/nero, etc.) sono il prodotto
dell’incorporazione delle classificazioni, così naturalizzate, di cui il suo essere sociale è il prodotto»;
vd. P. Bourdieu, Meditazione pascaliane [1997], Milano, Feltrinelli, 1998, p. 178-179, enfasi mia. Sulla
violenza simbolica si vd. anche G. Paolucci, Una sottomissione paradossale: la teoria della violenza
simbolica, in Bourdieu dopo Bourdieu, cit., pp. 173-218
33 P. Bourdieu, Il dominio maschile, cit., p. 16.
34 Ivi, p. 9.
35 Ivi, p. 33.
36 P. Bourdieu (2005), Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario, cit., p. 351.
37 A. Salento, Diritto e campo giuridico nella sociologia di Pierre Bourdieu, cit., p. 47.
38 Bourdieu sostiene che «la ricostruzione della genesi» sia «forse il più potente degli strumenti di
rottura», infatti «riattivando i conflitti e i confronti degli inizi e, con essi, le possibilità accantonate, essa
riattualizza la possibilità che le cose andassero (e vadano) altrimenti e, attraverso questa utopia pratica,
rimette in questione il possibile che, fra tutti, si è realizzato», vd. P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., p.
95.
39 P. Bourdieu, Meditazioni pascaliane (1997), Milano, Feltrinelli, 1998, pp. 190-191.
40 Come descritto dallo stesso Bourdieu, l’automatizzazione corrisponde a «una forma specifica di
rimozione che rimanda all’inconscio gli strumenti stessi del pensiero»; vd. P. Bourdieu, Meditazione
pascaliane, cit., p. 191.
41 P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., p. 169. Sulla religione vd. P. Bourdieu, Il campo religioso.
Con due esercizi, a cura di R. Alciati e E.R. Urcioli, aAccademia university press, Torino, 2012.
42 Per un’analisi dello sviluppo e delle applicazioni delle teorie interazioniste di devianza e crimine
e della costruzione dei problemi sociali mi si permetta di rinviare a C. Rinaldi, Diventare normali.
Teorie, analisi e applicazioni interazioniste della devianza e del crimine, Milano, McGraw-Hill, 2016.
43 A. Salento, Diritto e campo giuridico nella sociologia di Pierre Bourdieu, cit., p. 27.
44 Ivi, p. 40.
45 P. Bourdieu, Risposte, cit., p. 187.
46 P. Bourdieu, Meditazioni pascaliane, cit., p. 102.
47 Ibidem.
48 Vd. P. Bourdieu, Sullo Stato, cit.; Id., Ragioni pratiche, cit., pp. 89-119.
49 P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., p. 91.
50 Ivi, p. 95.
51 Ibidem.
52 Ivi, p. 96.
53 Ivi, p. 104.
54 Ibidem.
55 Ivi, p. 107.
56 Ivi, p. 108.
57 Si tratta di atti di «impostura legittima», come ricordavamo, per mezzo dei quali, come
ironicamente afferma Bourdieu, «il presidente della Repubblica è qualcuno che si crede il presidente
della Repubblica, ma a differenza del pazzo che si crede Napoleone, è nel suo diritto», P. Bourdieu,
Ragioni pratiche, cit., p. 109. Secondo Bourdieu, gli uomini pubblici sono votati all’«impostura
legittima» nella misura in cui sono uomini privati legittimati in termini sociali a credersi pubblici e a
«pensarsi e a presentarsi come servitori devoti del pubblico e del bene pubblico». P. Bourdieu, Ragioni
pratiche, cit., p. 217.
58 Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., p. 110.
59 P. Bourdieu, Meditazioni pascaliane, cit., p. 149.
60 P. Bourdieu, I riti di istituzione, in Id., La parola e il potere, Napoli, Guida, 1988, p. 100.
61 Ivi, p. 98.
62 Ivi, p. 100.
63 Secondo Weber, il corpo dei giuristi e delle professioni giuridiche in generale ha svolto un ruolo
di primo piano nel processo di formalizzazione del diritto nella modernità «esso è condizionat[o]
direttamente da rapporti per così dire “intra-giuridici”, cioè dalle caratteristiche della cerchia di persone
che sono in grado di influenzare professionalmente la formazione del diritto»; M. Weber, Economia e
società [1922], Edizioni di Comunità, Milano, 1999, p. III, citato in A. Salento, cit., 2009, p. 136.
64 «È chiaro che i giudici, per mezzo della loro pratica che li porta a confrontarsi direttamente con
la gestione dei conflitti e per via di una domanda giuridica continuamente rinnovata, tendono ad
assicurare la funzione di adattamento alla realtà di un sistema che, se fosse lasciato ai soli professori,
rischierebbe di rinchiudersi in un rigido rigorismo razionale. Attraverso la libertà più o meno estesa che
è loro lasciata in merito all’applicazione delle regole, i magistrati introducono i cambiamenti e le
innovazioni indispensabili per la sopravvivenza del sistema che i teorici dovranno integrare nello stesso
sistema». Vd. infra, p. 75.
65 Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., pp. 213-214.
66 Ivi, p. 214.
67 «Chi si mette in regola mette dalla sua parte il gruppo mettendosi ostentatamente dalla parte del
gruppo con un atto pubblico di riconoscimento di una norma comune, universale in quanto
universalmente approvata all’interno del gruppo. Dichiara che accetta di adottare, nel comportamento,
il punto di vista del gruppo, valido per ogni possibile agente, per un X universale. In antitesi con la pura
affermazione dell’arbitrio soggettivo (perché lo voglio, perché mi piace) il riferimento all’universalità
della regola rappresenta una crescita di potenza simbolica, legata ad una messa in forma universale, alla
formula ufficiale, alla regola generale». P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., pp. 214-215.
68 P. Bourdieu, Ragioni pratiche, cit., p. 215. In questi ragionamenti Bourdieu sembra anticipare
gran parte della critica anti-normativa della teoria queer.
69 Ivi, pp. 166-167.
70 Cfr. E. Hałas, Pierre Bourdieu’s concept of the politics of symbolization and symbolic
interactionism, in «Studies in Symbolic Interaction», 27, 2004, pp. 235-257. Adam I. Green, inoltre,
pur analizzando un tema assai diverso dal diritto come quello di sessualità con il concetto di «sexual
field», utilizza l’analisi interazionista per individuare le basi interazionali della stratificazione sessuale,
vd. attraverso Adam I. Green, Playing the (Sexual) Field: The Interactional Basis of Sexual
Stratification, in «Social Psychology Quarterly», 2011, 74, pp. 244-266. Per un confronto tra analisi
interazionista e approccio bourdieusiano si vd. anche G. Toscano, Campo e mondo sociale. Definizioni
e applicazioni a confronto, in «Studi di sociologia», 2012, 3, pp. 309-325.
71 P. Bourdieu, Sullo Stato, cit., p. 25.
72 Ibidem.
73 Ci si riferisce al saggio Labelling theory reconsidered presentato per la prima volta alla British
Sociological Association a Londra nel 1971, ora pubblicato in H.S. Becker, Outsiders. Saggi di
1a
sociologia della devianza [1963], Torino, Edizioni Gruppo Abele, 2003 , pp. 176-204.
74 H.S. Becker, Outsiders, cit., p. 35.
75 Ivi, p. 200.
76 Ivi, p. 203.
77 Scrive Bourdieu nel saggio tradotto nel presente volume: «L’offerta giuridica – ossia la
“creazione giuridica” relativamente autonoma che rende possibile l’esistenza di un campo di
produzione specializzato – consegue un effetto specifico che sancisce lo sforzo dei gruppi dominanti o
in ascesa per imporre una rappresentazione ufficiale del mondo sociale che sia conforme alla loro
visione del mondo e favorevole ai loro interessi soprattutto in occasione di situazioni di crisi o
rivoluzionarie» (vd. infra, p. 114).
78 Ed ancora nelle pagine de La force du droit, Bourdieu sostiene che: «Il diritto consacra l’ordine
stabilito consacrando una visione di quest’ordine che è una visione di Stato, garantita dallo Stato. Esso
assegna agli agenti una identità sicura, uno stato civile, e soprattutto dei poteri (o delle capacità)
riconosciute socialmente, dunque di tipo produttivo, per via della distribuzione di diritti d’uso di tali
poteri, titoli (formativi, professionali, ecc.), certificati (di idoneità, di malattia, di invalidità, ecc.);
inoltre, esso sancisce tutti i processi associati all’acquisizione, all’intensificazione, al trasferimento o
alla privazione di questi stessi poteri. Le sentenze per mezzo delle quali il diritto distribuisce i diversi
livelli dei diversi tipi di capitale ai diversi agenti (o istituzioni) pongono un termine o perlomeno un
limite allo scontro, alle trattative o alla negoziazione sulle caratteristiche delle persone o dei gruppi,
sull’appartenenza delle persone ai gruppi, dunque sulla attribuzione corretta dei nomi, specifici o
comuni, come i titoli, sull’unione o sulla separazione, in breve su tutto il lavoro pratico del
worldmaking che è alla base della costituzione dei gruppi come matrimoni, divorzi, cooptazioni,
associazioni, scioglimenti, ecc.» (vd. infra, p. 99).
79 J. Lofland, Deviance and identity, Englewood Cliffs, New Jersey, Prentice-Hall, 1969.
80 E. Wenger, Comunità di pratica, Milano, Raffaello Cortina, 2006.
81 Presumo che Bourdieu conoscesse in modo approfondito la letteratura interazionista e
costruzionista degli effetti simbolici del diritto e della costruzione problemi sociali considerato
soprattutto il fatto che la citi nelle sue lezioni Sullo Stato, in cui fa inoltre riferimento espressamente al
lavoro di Joseph Gusfield; vd. P. Bourdieu, Sullo Stato, cit., p. 51 e ss.
La produzione normativa, così come Gusfield aveva sottolineato in una serie di lavori, non ha
semplicemente una «funzione strumentale» ma riveste anche «valore simbolico». Gli atti e le
disposizioni normative dei vari livelli (leggi, decisioni e sentenze, ordinanze, etc.) non posseggono
semplicemente un effetto diretto sul comportamento e le azioni derivanti dall’applicazione del diritto,
ma rivestono carattere simbolico nel momento stesso in cui producono effetti di designazione; gli atti
legislativi o le sentenze, infatti, consistono anche nell’affermazione e nella validazione pubblica di
ideali e di standard che esaltano i valori di un gruppo a scapito di un altro (o di altri), attraverso
cerimoniali e rituali che tendono ad evidenziare i contenuti morali, estetici, economici e politici della
moralità pubblica. Il diritto, pertanto, non esaurisce le sue funzioni come mero strumento del controllo
sociale ma assurge ad elemento simbolico di designazione drammaturgica. Così come gran parte degli
atti politici hanno effetti e funzioni simbolici, gli atti, le disposizioni e i rituali del diritto sono «gesti di
affermazione pubblica» che impediscono il riconoscimento dell’esistenza delle norme e dei valori
promossi dal trasgressore; essi, inoltre, orientano le principali istituzioni verso il sostegno e la
promozione del gruppo egemone e posseggono valore dimostrativo dal momento che provano quali
culture siano dotate di legittimazione e rivestano una posizione pubblica dominante; infatti, nel
momento in cui si attribuiscono legittimità, valore e status a gruppi specifici stiamo
contemporaneamente partecipando alla subordinazione di una serie di «altri». Vd. J.R. Gusfield, On
legislating morals: the symbolic process of designating deviance, in «California Law Review», 56, 1,
1968, pp. 54-73. Per una sintesi mi si permetta ancora di rinviare a C. Rinaldi, Diventare normali, cit.,
pp. 69-116.
82 Si rinvia a H. Blumer, I social problems come comportamento collettivo [1971], Calimera,
Kurumuny, Lecce, 2013 e M. Spector e J.I. Kitsuse, Constructing social problems, New Brunswick-
2a
London, Transaction, (2001 ). Per una ricostruzione dei fenomeni indicati e dei concetti analitici
interazionisti si vd. ancora Rinaldi, Diventare normali, cit., p. 69 ss.
83 J. Best, Constructionism in context, in Id. (a cura di), Images of issues, Hawthorne, NY, Aldine
2a
de Gruyter, 1995 , pp. 337-354.
84 C. Sarzotti, op. cit.
85 E. Goffman, Stigma. L’identità negata [1963], Verona, Ombre Corte, 2003.
86 E. Goffman, Stigma, cit., p. 142.
87 Ivi, pp. 143-144.
88 Ivi, p. 147.
89 Ivi, pp.148-149.
Pierre Bourdieu

La forza del diritto.


Elementi per una sociologia del campo giuridico

Da mihi factum, dabo tibi jus

Una scienza rigorosa del diritto si distingue da quella che comunemente si


chiama «scienza giuridica» in quanto essa assume quest’ultima ad oggetto.
Così facendo, essa si svincola innanzitutto dalle alternative che dominano il
dibattito scientifico relativo al diritto, vale a dire quella del formalismo che
afferma l’autonomia assoluta della forma giuridica in rapporto al mondo
sociale e quella dello strumentalismo, che concepisce il diritto come un
riflesso o uno strumento a servizio dei dominanti.
La «scienza giuridica» così come la concepiscono i giuristi – e in
particolare gli storici del diritto che identificano la storia del diritto con la
storia dello sviluppo interno dei suoi concetti e dei suoi metodi –, considera il
diritto come un sistema chiuso e autonomo, il cui sviluppo non può che
essere compreso per mezzo della sua «dinamica interna»90. La rivendicazione
dell’autonomia assoluta del pensiero e dell’azione giuridici si afferma
attraverso la costituzione in teoria di un modo di pensare specifico, affrancato
interamente dalle forze di gravità sociale. Il tentativo di Kelsen di fondare
una «teoria pura del diritto» non è altro che il limite ultra-conseguente dello
sforzo di tutto il corpo dei giuristi per costruire un insieme di dottrine e di
regole totalmente indipendenti dai condizionamenti e dalle pressioni sociali, e
che è capace di trovare in se stesso il proprio fondamento91.
Le posizioni che si contrappongono a questa sorta di ideologia
professionale del corpo dei dottori costituito in corpo di «dottrina»
considerano il diritto e la giurisprudenza come un riflesso diretto dei rapporti
di forza esistenti, in cui si esprimono le determinazioni economiche e, in
particolare, gli interessi dei dominanti, o ancora, così come indicato in modo
chiaro dal linguaggio dell’Apparato, riattivato da Louis Althusser, come uno
strumento di dominio92. Vittime di una tradizione che crede di aver reso
conto delle «ideologie» semplicemente avendone designato le funzioni
(«l’oppio del popolo»), i cosiddetti marxisti strutturalisti hanno ignorato
paradossalmente la struttura dei sistemi simbolici e, in questo caso
particolare, la forma specifica del discorso giuridico. Ciò è dovuto al fatto che
essi, avendo riaffermato in modo rituale l’autonomia relativa delle
«ideologie», hanno omesso di mettere in discussione i fondamenti sociali di
questa stessa autonomia; ossia, più precisamente, hanno trascurato la
questione delle condizioni storiche che devono essere soddisfatte perché
possa emergere, col favore delle lotte in seno al campo del potere, un
universo sociale autonomo, capace di produrre e di riprodurre, per mezzo
della logica del suo funzionamento specifico, un corpus giuridico
relativamente indipendente dai vincoli esterni. Essi si sono rifiutati dunque di
definire il contributo specifico che, in virtù della sua stessa forma, il diritto
può apportare nel momento in cui assolve le sue presupposte funzioni. La
metafora architettonica della infrastruttura e della sovrastruttura, che sostiene
gli usi comuni della nozione di autonomia relativa, continua a guidare coloro
i quali, come Edward P. Thompson, credono di rompere con l’economicismo,
mentre, per restituire al diritto tutta la sua efficacia storica, si accontentano di
affermare che esso è «profondamente interconnesso nella stessa base delle
relazioni produttive»93: l’intento di situare il diritto al livello profondo delle
forze storiche impedisce, ancora una volta, di comprendere nella sua
specificità l’universo sociale nel quale esso si produce e si espleta.
Al fine di rompere con l’ideologia formalista dell’indipendenza del diritto e
del corpo giuridico, senza cadere nella visione strumentalista opposta,
bisogna tener conto di ciò che le due visioni antagoniste – quella interna e
quella esterna al diritto –, hanno in comune, ossia il fatto che entrambe
ignorino l’esistenza di un universo sociale relativamente indipendente rispetto
alle domande esterne, all’interno del quale si produce e si esercita l’autorità
giuridica, forma per eccellenza della violenza simbolica legittima il cui
monopolio appartiene allo Stato e che può accompagnarsi all’esercizio della
forza fisica. Le pratiche e i discorsi giuridici sono in effetti il prodotto del
funzionamento di un campo la cui logica specifica è determinata in modo
duplice: da una parte, attraverso i rapporti di forza specifici che gli
conferiscono la propria struttura e che orientano le lotte di concorrenza o, più
precisamente, i conflitti di competenza che lo caratterizzano e, dall’altra, per
mezzo della logica interna delle opere giuridiche che delimitano in ogni
momento lo spazio dei possibili e, con ciò, l’universo delle soluzioni
prettamente giuridiche.

Bisognerebbe esaminare qui tutto ciò che differenzia la nozione di campo


giuridico come spazio sociale dalla nozione di sistema così come viene
sviluppata, per esempio, da Luhmann. In nome del rifiuto – pienamente
legittimo – del riduzionismo, la teoria dei sistemi considera
«l’autoreferenzialità» delle «strutture legali», mescolando sotto questo
concetto le strutture simboliche (il diritto propriamente detto) e le istituzioni
sociali di cui esse stesse sono il prodotto. Ci rendiamo conto che, nella misura
in cui essa presenta con un nuovo nome la vecchia teoria del sistema
giuridico che si trasforma secondo leggi proprie, la teoria dei sistemi fornisce
oggi una cornice ideale per la rappresentazione formale e astratta del sistema
giuridico94. La mancata distinzione tra l’ordine propriamente simbolico di
norme e dottrine (il campo delle prese di posizione, lo spazio dei possibili),
che – come suggeriscono Nonet e Selznick – racchiude oggettive potenzialità
di sviluppo o addirittura direzioni di cambiamento ma non contiene in sé il
principio della propria dinamica, e l’ordine delle relazioni oggettive tra gli
attori e le istituzioni [giuridiche] che sono in competizione per [garantirsi] il
monopolio del diritto di dire il diritto, fa sì che risulti difficile comprendere in
che modo il campo giuridico – per quanto riceva dallo spazio delle prese di
posizione il linguaggio stesso in cui si esprimono i suoi conflitti – trovi in se
stesso, ossia negli scontri legati agli interessi associati alle diverse posizioni,
il principio della propria trasformazione.

La divisione del lavoro giuridico

Il campo giuridico è il luogo di una concorrenza per il monopolio del diritto


di dire il diritto, ossia di dire la distribuzione corretta (nomos) o il giusto
ordine; esso è quel luogo nel quale si confrontano degli agenti investiti di una
competenza inestricabilmente sociale e tecnica che consiste in sostanza nella
capacità socialmente riconosciuta di interpretare (in modo più o meno libero
o autorizzato) un corpus di testi che consacra la visione legittima, giusta, del
mondo sociale. Solo a questa condizione si può rendere ragione sia
dell’autonomia relativa del diritto sia dell’effetto propriamente simbolico del
misconoscimento che deriva dall’illusione di una sua assoluta autonomia
rispetto alle domande esterne. La competizione per il monopolio dell’accesso
alle risorse giuridiche ereditate dal passato contribuisce a fondare la cesura
sociale esistente tra i profani e i professionisti, favorendo un lavoro continuo
di razionalizzazione funzionale che accresce sempre più lo scarto tra i
verdetti armati del diritto e le intuizioni ingenue dell’equità, facendo in modo
che il sistema di norme giuridiche appaia a coloro che lo impongono, e anche,
in misura maggiore o minore, a coloro che lo subiscono, come totalmente
indipendente dai rapporti di forza che esso sancisce e consacra.

Come evidenziato in modo particolarmente efficace dalla storia del diritto


sociale, è chiaro che il corpus giuridico registra in ogni momento uno stato
del rapporto di forze, e sancisce dunque le conquiste dei dominati che
vengono convertite di conseguenza in diritti riconosciuti (con l’effetto di
inscrivere nella struttura stessa del diritto un’ambiguità che contribuisce
senza dubbio alla sua efficacia simbolica). Si è mostrato per esempio come,
man mano che sono diventate più potenti, le organizzazioni sindacali
americane hanno visto evolvere il loro statuto legale: mentre all’inizio del
XIX secolo l’azione collettiva dei salariati era condannata come «criminal
conspiracy» in nome della protezione del libero mercato, i sindacati accedono
a poco a poco a forme di riconoscimento legale95.

La logica paradossale di una divisione del lavoro che si determina, al di


fuori di qualsiasi concertazione cosciente, nella competizione regolata
strutturalmente tra gli agenti e le istituzioni coinvolti nel campo, costituisce il
vero principio di un sistema di norme e di pratiche che appare come fondato
a priori nell’equità dei suoi principi, nella coerenza delle sue formulazioni e
nel rigore delle sue applicazioni, ovvero come se partecipasse nello stesso
tempo alla logica positiva della scienza e alla logica normativa della morale,
dunque come se fosse capace di farsi riconoscere universalmente attraverso
una necessità al contempo logica ed etica.
A differenza dell’ermeneutica letteraria o filosofica, la pratica teorica
d’interpretazione dei testi giuridici non rappresenta un fine in sé: essa è,
invece, orientata direttamente verso obiettivi di ordine pratico ed è capace di
determinare effetti pratici. Essa acquista efficacia al prezzo della restrizione
della propria autonomia. Per questo motivo le divergenze tra gli «interpreti
autorizzati» sono necessariamente limitate e la coesistenza di una pluralità di
norme giuridiche in competizione tra loro è per definizione esclusa
dall’ordine giuridico96.
Alla pari del testo religioso, filosofico o letterario, il testo giuridico è un
terreno di scontro tra istanze diverse a causa del fatto che la lettura è un modo
di appropriarsi della forza simbolica che vi si trova racchiusa allo stato
potenziale. Sebbene i giuristi possano essere in conflitto rispetto ai testi il cui
significato non si impone mai in modo assolutamente obbligatorio, essi
restano tuttavia inseriti all’interno di un corpo fortemente integrato di
strutture gerarchiche che sono in grado di risolvere i conflitti tra interpreti e
interpretazioni. Inoltre, la concorrenza esistente tra gli interpreti viene
limitata dal fatto che le decisioni giudiziarie si distinguono dal mero esercizio
della forza politica solo nella misura in cui siano presentate come risultato
necessario di una interpretazione regolata di testi unanimemente riconosciuti;
così come la Chiesa e la Scuola, la Giustizia organizza secondo una gerarchia
rigida non soltanto le istanze giudiziarie e i loro poteri, ma anche le norme e
le fonti che conferiscono autorità a queste decisioni97. Si tratta dunque di un
campo che, quantomeno in un periodo di equilibrio, tende a funzionare come
un apparato nella misura in cui la coesione degli habitus degli interpreti
orchestrati spontaneamente è rafforzata attraverso la disciplina di un corpo
gerarchizzato che adopera procedure codificate di risoluzione dei conflitti tra
coloro che professionalmente sono tenuti alla risoluzione regolata dei
conflitti. Il corpo dei giuristi di conseguenza si convincerà tanto più
facilmente che il diritto trova in se stesso il proprio fondamento, ossia in una
norma fondamentale, una norma normarum come la Costituzione da cui si
deducono tutte le norme di rango inferiore quanto più la communis opinio
doctorum, radicata nella coesione sociale del corpo degli interpreti, tende a
conferire apparenza di natura trascendentale alle forme storiche della ragione
giuridica e alla fede nella visione ordinata dell’ordine sociale che esse
producono98.
La tendenza a considerare come esperienza universale di un soggetto
trascendentale la visione comune di una comunità storica si osserva in tutti i
campi della produzione culturale, che si prestano ad essere conseguentemente
il luogo dell’attualizzazione di una ragione universale che non deve nulla alle
condizioni sociali in cui si manifesta. Tuttavia, nel caso delle «facoltà
superiori», teologia, diritto o medicina che, come rileva Kant nel Conflitto
delle facoltà, sono chiaramente investiti di una funzione sociale, bisogna che
si verifichi una crisi relativamente grave di questo contratto di delega perché
la questione del fondamento – che certi autori come Kelsen avevano posto in
modo del tutto teorico, trasferendo al diritto un interrogativo tradizionale
della filosofia – assuma la forma di una questione reale di pratica sociale,
come accade oggi. Al contrario, il problema del fondamento della conoscenza
scientifica si ritrova posto, nella realtà stessa dell’esistenza sociale, a partire
dal momento in cui la «facoltà inferiore» (filosofia, matematica, storia, etc.)
si trova costituita in quanto tale, senza alcun altro supporto che «la ragione
degli scienziati». Il rifiuto di accettare (come accade, per esempio, con
Wittgenstein o con Bachelard) che la istituzione degli «scienziati» (peuple
savant), vale a dire la struttura storica del campo scientifico, costituisca il
solo fondamento possibile della ragione scientifica, condanna molti filosofi a
strategie auto-fondanti degne del Barone di Münchhausen o a
problematizzazioni della scienza nichiliste, che si inspirano ancora a una
nostalgia propriamente metafisica del «fondamento», principio non
decostruito della «decostruzione».

L’effetto di apriorizzazione che è inscritto nella logica del funzionamento


del campo giuridico si rivela in tutta chiarezza nel linguaggio giuridico che,
combinando elementi presi direttamente dalla lingua comune ed elementi
estranei al suo sistema, manifesta i segni di una retorica dell’impersonalità e
della neutralità. La maggior parte delle procedure linguistiche che
caratterizzano il linguaggio giuridico contribuiscono a produrre due effetti
principali. L’effetto di neutralizzazione si ottiene attraverso l’uso di una serie
di tratti sintattici quali la prevalenza di costruzioni passive e di qualificazioni
impersonali, atti a evidenziare l’impersonalità dell’enunciazione normativa e
a costituire l’enunciatore come soggetto universale, al contempo imparziale e
obiettivo. L’effetto di universalizzazione si definisce invece attraverso diverse
procedure convergenti: il ricorso sistematico all’indicativo per enunciare le
norme99; l’impiego, proprio della retorica delle dichiarazioni ufficiali e degli
atti, di verbi constativi alla terza persona del singolare presente o del passato
prossimo che esprimono l’aspetto compiuto («accetto», «confesso», «si
impegna», «ha dichiarato», etc.); l’uso dell’indefinito («ogni condannato»…)
e del presente intemporale (o del futuro giuridico) adatti a esprimere la
generalità e l’onnitemporalità della regola del diritto; il riferimento a valori
trans-soggettivi che presuppongono l’esistenza di un consenso etico (per
esempio «da buon padre di famiglia»); il ricorso a formule lapidarie e a forme
fisse, che lasciano poco spazio alle variazioni individuali100.
Lungi dall’essere una semplice maschera ideologica, questa retorica
dell’autonomia, della neutralità e dell’universalità, che può essere il principio
di un’autonomia reale dei pensieri e delle pratiche, è l’espressione stessa di
tutto il funzionamento del campo giuridico e, in particolare, del lavoro di
razionalizzazione, nella duplice accezione di Freud e di Weber, al quale il
sistema delle norme giuridiche è continuamente sottomesso e da vari secoli:
in effetti, quel che si definisce «spirito giuridico» o «senso giuridico», e che
costituisce il vero diritto d’ingresso nel campo (unito evidentemente a una
padronanza minima delle risorse giuridiche accumulate dal susseguirsi delle
generazioni, ossia del corpus di testi canonici e del modo di pensare, di
esprimersi e di agire nel quale si riproduce e che lo riproduce), consiste
esattamente in questa postura universalizzante. Questa pretesa statutaria a
una forma specifica di giudizio – non riducibile alle intuizioni sovente
incostanti del senso di equità, dal momento che è fondata sulla deduzione
logica sostanziale a partire da un corpo di regole sostenuto attraverso la sua
coerenza interna – è uno dei fondamenti della complicità, generatrice di
convergenza e di cumulatività, che unisce – all’interno e attraverso la
competizione per la stessa posta in gioco – l’insieme, ancorché fortemente
differenziato, degli agenti che vivono per mezzo della produzione e della
vendita di beni e di servizi giuridici.
Lo sviluppo di un corpo di regole e di procedure dalla pretesa universale è il
prodotto di una divisione del lavoro che deriva dalla logica spontanea della
competizione tra differenti forme di competenza al contempo antagoniste e
complementari che operano come una serie di tipi di capitale specifico e che
sono associate a posizioni differenti all’interno del campo. Senza dubbio la
storia comparata del diritto permette di osservare che, secondo le tradizioni
giuridiche e secondo i vari momenti all’interno della medesima tradizione, le
gerarchie variano tra le grandi classi di agenti giuridici che a loro volta
variano in modo considerevole, a seconda delle epoche e delle tradizionali
nazionali, e anche per via della specialità, per esempio diritto pubblico o
diritto privato.
Rimane il fatto che l’antagonismo strutturale, che anche nei sistemi più
diversi contrappone le posizioni del «teorico» votate alla costruzione
dottrinale pura e quelle del «pratico» che si limitano all’applicazione, è
all’origine di una lotta simbolica permanente all’interno della quale si
scontrano definizioni diverse del lavoro giuridico come interpretazione
autorizzata dei testi canonici. Le diverse categorie di interpreti autorizzati
tendono sempre a distribuirsi tra due poli estremi: da una parte,
l’interpretazione rivolta verso l’elaborazione puramente teorica della dottrina,
monopolio dei professori preposti all’insegnamento delle regole in vigore, in
una forma normalizzata e formalizzata; dall’altra, l’interpretazione che si
rivolge alla valutazione pratica di un caso specifico, appannaggio dei
magistrati che espletano atti giurisprudenziali e che pertanto sono in grado di
contribuire, almeno in alcuni casi, alla costruzione giuridica. Infatti, i
produttori di leggi, di regole e di regolamenti devono sempre tener conto
delle reazioni – e talvolta anche delle resistenze – dell’intera corporazione
giuridica e, in particolar modo, degli esperti (avvocati, notai, etc.), i quali,
come evidenziato chiaramente per esempio nel caso del diritto delle
successioni, possono mettere la propria competenza giuridica a servizio degli
interessi di alcune categorie di clienti e sono in grado di armare innumerevoli
strategie grazie alle quali le famiglie e le imprese possono annullare gli effetti
della legge. Il significato pratico della legge si determina realmente soltanto
nel confronto tra corpi differenti, animati da interessi specifici divergenti
(magistrati, avvocati, notai, etc.) ed essi stessi divisi in gruppi diversi, animati
da interessi divergenti, se non persino contrapposti, in funzione soprattutto
della loro posizione nella gerarchia interna dei corpi, che corrisponde sempre
strettamente alla posizione della loro clientela all’interno della gerarchia
sociale.
Ne consegue che una storia sociale comparata della produzione giuridica e
del discorso giuridico su questa produzione dovrebbe lavorare per mettere in
relazione in modo metodico le prese di posizione all’interno di queste lotte
simboliche e le posizioni nella divisione del lavoro giuridico: tutto permette
di supporre che la tendenza a mettere l’accento sulla sintassi del diritto è
caratteristica dei teorici e dei professori, mentre al contrario l’attenzione alla
pragmatica concerne più probabilmente i giudici. Essa dovrebbe considerare
anche la relazione esistente tra le variazioni, secondo il luogo e il momento,
della forza relativa delle prese di posizione in favore di uno o dell’altro
orientamento del lavoro giuridico e le variazioni della forza relativa dei due
campi all’interno dei rapporti di forza che costituiscono la struttura del
campo.

La forma stessa del corpus giuridico, e in particolare il suo grado di


formalizzazione e di normalizzazione, dipendono senza dubbio assai
strettamente dalla forza relativa dei «teorici» e dei «pratici», dei professori e
dei giudici, degli esegeti e degli esperti, all’interno dei rapporti di forza che
caratterizzano lo stato di un campo (in un momento dato e all’interno di una
determinata tradizione) e dalla loro rispettiva capacità di imporre la propria
visione del diritto e la sua interpretazione. Si possono comprendere, di
conseguenza, le differenze sistematiche esistenti che separano le tradizioni
nazionali e, in particolare, la vasta divisione esistente tra la cosiddetta
tradizione romano-germanica e quella anglo-americana. Nella tradizione
tedesca e francese, il diritto (soprattutto quello privato), vero e proprio
«diritto dei professori» (Professorenrecht) legato al primato della
Wissenschaft – della dottrina – sulla procedura e su tutto ciò che concerne la
prova o l’esecuzione della decisione, ritraduce e rafforza il dominio dell’alta
magistratura (strettamente legata ai professori) su dei giudici che, essendosi
formati all’Università, sono maggiormente inclini a riconoscere la legittimità
delle sue costruzioni rispetto a dei lawyers formati in qualche modo «sul
campo». Nella tradizione anglo-americana, al contrario, il diritto è un diritto
giurisprudenziale (case-law), fondato pressoché esclusivamente su sentenze
dei tribunali e sulla regola del precedente, nonché debolmente codificato;
esso attribuisce priorità alle procedure, che devono essere eque (fair trial) e la
cui gestione si acquisisce soprattutto con la pratica o attraverso tecniche
pedagogiche che mirano ad avvicinarsi quanto più possibile alla pratica
professionale – per esempio attraverso il «metodo dei casi», in uso in queste
vere e proprie scuole professionali che sono le scuole di diritto. Lo statuto
della regola del diritto, che in questo caso non pretende di fondarsi su una
teoria morale o su una scienza razionale e ha l’obiettivo di fornire soltanto
una soluzione a una causa, situandosi in modo deliberato al livello della
casistica delle applicazioni particolari, si comprende meglio nel momento in
cui si realizza che qui il grande giurista è il giudice che emerge dalle fila di
chi pratica il diritto.
Infatti, la forza relativa dei differenti tipi di capitale giuridico nelle diverse
tradizioni deve senza dubbio essere messa in relazione con la posizione
globale del campo giuridico all’interno del campo del potere, che, attraverso
il peso relativo attribuito al «règne de la loi» (the rule of law) o alla
regolamentazione burocratica, assegna i suoi limiti strutturali all’efficacia
dell’azione propriamente giuridica. Nel caso della Francia, l’azione giuridica
si ritrova oggi limitata dall’influenza che lo Stato e i tecnocrati provenienti
dall’École Nationale d’Administration esercitano su vasti settori
dell’amministrazione pubblica e privata. Negli Stati Uniti, al contrario, i
lawyers provenienti dalle grandi scuole del diritto (come Harvard, Yale,
Chicago e Stanford) possono occupare posizioni al di fuori dei limiti del
campo giuridico propriamente detto, nella politica, nell’amministrazione,
nella finanza o nell’industria. Ne conseguono differenze sistematiche, spesso
evocate a partire da Tocqueville, per quanto concerne gli usi sociali del diritto
e, più precisamente, rispetto al ruolo attribuito al ricorso giuridico
nell’universo delle azioni possibili, soprattutto in materia di conflitti per la
rivendicazione [di diritti].

L’antagonismo esistente tra i detentori dei diversi tipi di capitale giuridico,


legati a interessi e visioni del mondo assai differenti nel loro lavoro specifico
di interpretazione, non preclude la complementarità tra le funzioni e serve
infatti da base per una forma sottile di divisione del lavoro di dominio
simbolico dal quale gli avversari, obiettivamente complici, traggono vantaggi
reciproci.
Il canone giuridico è come una riserva di autorità che garantisce, alla
stregua di una banca centrale, l’autorità dei singoli atti giuridici. Ciò serve a
spiegare la debole inclinazione dell’habitus giuridico nei confronti di pose e
posizioni profetiche e, al contrario, la propensione, particolarmente visibile
nel caso dei giudici, al ruolo di lector, di interprete, che si rifugia dietro
l’apparenza di mera applicazione della legge e che, nel momento in cui in cui
performa l’atto di creazione giuridica, tende a dissimularlo101.
Così come l’economista più direttamente coinvolto nei problemi pratici di
gestione rimane legato – come in una «grande catena dell’Essere» alla
Lovejoy – al teorico puro che produce teoremi matematici più o meno
sprovvisti di referenti nel mondo economico reale, ma che nondimeno si
distingue dal matematico puro per via del riconoscimento che alcuni
economisti più impuri sono tenuti ad accordare alle sue teorie, allo stesso
modo il semplice giudice delle corti inferiori (o, per arrivare sino agli ultimi
anelli della catena, il poliziotto o la guardia carceraria) è legato al teorico del
diritto puro e allo specialista del diritto costituzionale per mezzo di una
catena di legittimità che strappa i suoi atti dalla categoria di violenza
arbitraria102.
È difficile in effetti non considerare il principio di una complementarietà
funzionale e dinamica all’interno del conflitto permanente esistente tra le
diverse rivendicazioni che si contendono il monopolio dell’esercizio legittimo
della competenza giuridica. I giuristi e gli altri teorici del diritto tendono a
tirare il diritto nella direzione della teoria pura, ossia ordinato in un sistema
autonomo e autosufficiente, purificato da tutte le incertezze o le lacune
connesse alla sua genesi pratica attraverso una riflessione basata su
considerazioni di coerenza e di giustizia. I giudici ordinari, e altri operatori,
più attenti alle applicazioni che possono esserne fatte in situazioni concrete,
orientano il diritto verso una sorta di casistica di situazioni concrete e
piuttosto che ricorrere ai trattati teorici del diritto puro utilizzano strumenti di
lavoro adatti alle esigenze e alla urgenza della pratica – repertori della
giurisprudenza, formulari, dizionari di diritto (e domani banche dati)103.
È chiaro che i giudici, per mezzo della loro pratica che li porta a
confrontarsi direttamente con la gestione dei conflitti e per via di una
domanda giuridica continuamente rinnovata, tendono ad assicurare la
funzione di adattamento alla realtà di un sistema che, se fosse lasciato ai soli
professori, rischierebbe di rinchiudersi in un rigido rigorismo razionale.
Attraverso la libertà più o meno estesa che è loro lasciata in merito
all’applicazione delle regole, i magistrati introducono i cambiamenti e le
innovazioni indispensabili per la sopravvivenza del sistema che i teorici
dovranno integrare nello stesso sistema. Da parte loro, attraverso il lavoro di
razionalizzazione e di formalizzazione a cui sottopongono il corpo delle
regole, i giuristi svolgono una funzione di assimilazione necessaria per
assicurare la coerenza e la costanza nel tempo di un insieme sistematico di
principi e norme; tali principi e norme non sono riducibili alla serie talvolta
contradditoria, complessa e, alla lunga, difficile da gestire di atti di
giurisprudenza successivi. Nello stesso tempo i giuristi offrono ai giudici,
spesso inclini per via della loro posizione e delle loro disposizioni ad affidarsi
solo al loro senso giuridico, il mezzo di separare i loro verdetti
dall’arbitrarietà troppo visibile di una Kadijustiz104. Compito dei giuristi,
almeno nella tradizione romano-germanica, non è descrivere le pratiche
esistenti o le condizioni operative delle regole ritenute appropriate, ma di
mettere in forma i principi e le regole coinvolte in queste pratiche, elaborando
un corpo sistematico di regole fondato su principi razionali e destinato a
un’applicazione universale. Essi partecipano al contempo a un modo di
pensare teologico, nel senso che cercano la rivelazione del giusto nella
scrittura della legge, e a un modo di pensare logico nella misura in cui
pretendono di mettere in atto il metodo deduttivo per produrre applicazioni
della legge a casi particolari. Essi intendono fondare così una «scienza
nomologica», che enuncerebbe in termini scientifici il dover-essere; come se
cercassero di unire i due significati distinti di «legge naturale», essi praticano
una esegesi finalizzata a razionalizzare il diritto positivo attraverso un lavoro
di controllo logico necessario per assicurare la coerenza del corpus giuridico
e anche per dedurre dai testi e dalle loro combinazioni conseguenze non
previste e colmare, in questo modo, le famose «lacune» del diritto.
Bisogna certamente guardarsi dal sottovalutare l’efficacia storica di questo
lavoro di codificazione che, incorporandosi al suo oggetto, diventa uno dei
fattori principali della sua trasformazione; non bisogna neanche lasciarsi
trarre in errore dalla rappresentazione esaltata dell’attività giuridica proposta
dai teorici indigeni – come Motulsky che cerca di mostrare come la «scienza
giuridica» si definisca attraverso un metodo specifico e deduttivo di
trattamento dei dati, il «sillogismo giuridico», che permette di sussumere i
casi particolari sotto una regola generale105.
Per coloro che non partecipano all’adesione immediata ai presupposti sui
quali si basa lo stesso funzionamento del campo che implica l’appartenenza
al campo (illusio), appare difficile credere che le costruzioni più pure del
giurista, senza parlare degli atti di giurisprudenza del giudice ordinario,
obbediscano alla logica deduttivista che coincide con il «punto d’onore
spirituale» del giurista professionista. Come mostrato in modo chiaro dai
«realisti», è perfettamente inutile cercare di sviluppare una metodologia
giuridica perfettamente razionale. L’applicazione necessaria di una regola del
diritto a una caso particolare è in realtà il confronto tra diritti antagonisti tra i
quali il tribunale ha il compito di scegliere; la «regola» tratta da un caso
precedente non può essere mai applicata meramente così come è a un nuovo
caso, dal momento che non possono mai esistere due casi perfettamente
identici e che il giudice deve determinare se la regola applicata al primo caso
può o meno essere estesa sino a comprendere il nuovo caso106.
In breve, lungi dal considerare che il giudice sia sempre un semplice
esecutore il cui ruolo consiste nel dedurre dalla legge conclusioni
direttamente applicabili al caso specifico, egli dispone di una parte di
autonomia che costituisce senza dubbio la migliore misura della sua
posizione all’interno della struttura della distribuzione del capitale specifico
di autorità giuridica107; i suoi giudizi che si ispirano a una logica e a valori
vicini a quelli dei testi sottoposti alla sua interpretazione, hanno in realtà una
vera funzione di invenzione. Se l’esistenza delle regole scritte tende senza
alcun dubbio a ridurre la variabilità di comportamenti, resta il fatto che le
condotte degli agenti giuridici possono riferirsi e piegarsi più o meno
rigorosamente alle esigenze della legge e che nelle decisioni giudiziarie
rimane pur sempre una parte di arbitrarietà, imputabile a variabili di tipo
organizzativo come nel caso della composizione dell’organo decisionale o
delle caratteristiche delle persone passibili di giudizio [justiciables]
all’interno delle decisioni giudiziarie (come anche nell’insieme di atti che le
precedono e le predeterminano, quali le decisioni della polizia che
concernono l’arresto).
L’interpretazione opera una storicizzazione della norma, adattando le fonti
a circostanze nuove, scoprendovi possibilità inedite e tralasciando ciò che è
superato o obsoleto. Tenuto conto della straordinaria elasticità dei testi, che
talvolta giunge sino all’indeterminazione o all’ambiguità, l’operazione
ermeneutica di declaratio dispone di un’immensa libertà. Non è raro che il
diritto, strumento docile, adattabile, flessibile, polimorfo, sia utilizzato per
razionalizzare ex post decisioni alle quali non ha contribuito. Giuristi e
giudici dispongono tutti, sebbene in misura diversa, del potere di utilizzare la
polisemia o l’anfibologia delle formule giuridiche ricorrendo sia alla
restrictio, procedura necessaria per evitare di applicare una legge che, se
intesa in termini letterali, dovrebbe essere applicata, sia all’extensio,
procedura che permette di applicare una legge che, presa alla lettera, non
dovrebbe esserlo, sia ancora a tutta una serie di tecniche che, come
l’analogia, la distinzione tra la lettera e lo spirito, etc., tendono a
massimizzare l’utilità dall’elasticità della legge, e anche dalle sue
contraddizioni, ambiguità e dalle sue lacune108. L’interpretazione della legge,
infatti, non è mai l’atto solitario di un magistrato che si occupa di dare
fondamento giuridico a una decisione – almeno nella sua genesi – estranea
alla ragione e al diritto; non sarà un interprete attento a produrre
un’applicazione fedele della regola, come crede Gadamer, e nemmeno un
logico legato al rigore deduttivo del suo «metodo di realizzazione», come
vorrebbe Motulsky: il contenuto pratico della legge che si rivela nel verdetto
è l’esito di una lotta simbolica tra professionisti dotati di competenze tecniche
e sociali diseguali, dunque inegualmente capaci di mobilitare le risorse
giuridiche disponibili, attraverso la ricerca e l’utilizzo di «regole possibili», e
di utilizzarle in modo efficace, vale a dire come armi simboliche per far
prevalere la propria causa. L’effetto giuridico della regola, ossia il suo
significato reale, si determina nel rapporto di forza specifico tra i
professionisti; ne deriva che si può pensare che il rapporto di forze tenda a
corrispondere (a parità di condizioni dal punto di vista del valore in termini di
pura equità tra le parti interessate) al rapporto di forza tra le parti passibili di
giudizio [les justiciables]. Attribuendo lo status di verdetto a una decisione
giudiziaria che deve maggiormente a disposizioni etiche degli agenti che a
norme pure del diritto, il lavoro di razionalizzazione conferisce alla decisione
efficacia simbolica; efficacia simbolica esercitata da ogni azione quando,
ignoratane l’arbitrarietà, venga riconosciuta come legittima.
Il principio di tale efficacia deriva almeno in parte dal fatto che, tranne che
nei casi in cui ha luogo una speciale vigilanza, l’impressione della necessità
logica suggerita dalla forma tende a contaminare il contenuto. Il formalismo
razionale o razionalizzante del diritto razionale – che si tende a contrapporre,
con Weber, al formalismo magico dei riti e delle procedure arcaiche di
giudizio (come il giuramento individuale o collettivo) –, partecipa
all’efficacia simbolica del diritto più razionale109. Il rito destinato a esaltare
l’autorità dell’atto di interpretazione – come la lettura formale dei testi,
l’analisi e la proclamazione dei giudizi, etc. – intorno al quale, sin dai tempi
di Pascal, si concentra l’analisi, non fa che accompagnare tutto il lavoro
collettivo di sublimazione destinato ad attestare che la decisione esprime non
la volontà o la visione del mondo del giudice ma la voluntas legis (o
legislatoris).

L’istituzione del monopolio

In realtà l’istituzione di uno «spazio giuridico» implica l’imposizione di un


confine tra coloro che sono preparati per partecipare al gioco e coloro che,
quando vi si ritrovino gettati, ne restano di fatto esclusi, privati della capacità
di compiere la conversione dello spazio mentale – e in particolare della
posizione linguistica – che presuppone l’ingresso in questo spazio sociale. La
costituzione di una competenza specificatamente giuridica, conoscenza
tecnica di un sapere esperto spesso in antinomia con le semplici
raccomandazioni del senso comune, comporta il discredito del senso di
giustizia dei non specialisti e la revoca della loro costruzione spontanea dei
fatti, della loro «visione del caso». Lo scarto esistente tra la visione volgare di
chi che sta per diventare passibile di giudizio [justiciable], ossia un cliente, e
la visione scientifica dell’esperto, del giudice, dell’avvocato, del consulente
legale, etc., non ha nulla di casuale; si tratta infatti di un aspetto che
costituisce un rapporto di potere, che fonda due sistemi differenti di
presupposti, di intenzioni espressive, in una parola, due visioni del mondo.
Questo scarto, che è il fondamento di uno spossessamento, deriva dalla
definizione di un sistema di prescrizioni – attraverso la medesima struttura
del campo e del sistema dei principi di visione e di divisione che è inscritto
nella sua legge fondamentale, la sua costituzione – il cui nucleo fondamentale
è costituito dall’adozione di una postura generale, ravvisabile soprattutto nel
settore del linguaggio. Se vi è generalmente accordo sul fatto che, come nel
caso di qualunque linguaggio scientifico (il linguaggio filosofico per
esempio), il linguaggio giuridico consiste in un uso specifico del linguaggio
comune, gli analisti hanno notevoli difficoltà a scoprire il principio di questa
«combinazione di dipendenza e di indipendenza»110. Non ci si può
accontentare infatti di invocare l’effetto di contesto o di «rete» nel senso di
Wittgenstein, il quale allontana le parole e le espressioni ordinarie dal loro
senso ordinario. La trasmutazione che incide sull’insieme dei tratti linguistici
è legata all’adozione di una posizione generale che non è altro che la forma
incorporata di un sistema di principi di visione e di divisione che costituisce
un campo esso stesso caratterizzato dall’indipendenza raggiunta all’interno e
per mezzo della dipendenza. Austin si stupiva del fatto che non ci si domandi
mai seriamente il motivo per cui «chiamiamo cose diverse con lo stesso
nome»; e perché, si potrebbe aggiungere, non è un problema farlo. Se il
linguaggio giuridico si può permettere di usare una parola per nominare cose
del tutto differenti da ciò che quella parola indica nell’uso comune, ciò
accade per il fatto che i due usi sono associati a posizioni linguistiche tanto
radicalmente esclusive quanto la coscienza percettiva e quella immaginativa
secondo la fenomenologia; in modo che la «collisione omonimica» (o il
malinteso) che deriva dall’incontro di due significati nello stesso spazio è
estremamente improbabile. Il principio dello scarto tra i due significati, che
solitamente si attribuisce ad un effetto di contesto, non è altro che la dualità
di spazi mentali, legati a spazi sociali differenti che li sostengono. Questa
discordanza posturale coincide con il fondamento strutturale di tutti i
fraintendimenti che possono prodursi tra chi utilizza un linguaggio scientifico
(i medici, i giudici, etc.) e i semplici profani, sia a livello sintattico che a
livello lessicologico; tra i fraintendimenti più significativi vi sono quelli che
sorgono nel momento in cui le parole del linguaggio ordinario, allontanate
dal loro senso comune per il tramite dell’uso scientifico, diventano per il
profano «falsi amici»111.
La situazione giuridica funziona come luogo neutro che opera una vera e
propria neutralizzazione degli interessi in gioco attraverso la derealizzazione
e il distanziamento implicati nella trasformazione del confronto diretto degli
interessati in dialogo tra mediatori. Nel momento in cui si presentano terze
parti indifferenti alla posta in gioco diretta (il che non significa che siano
disinteressati) e preparati a comprendere le realtà intense del presente facendo
riferimento a testi antichi e a precedenti comprovati, gli agenti specializzati,
senza neanche volerlo o senza rendersene conto, introducono una distanza
neutralizzante che, almeno nel caso dei magistrati, è una sorta di imperativo
funzionale che si inscrive nella parte più profonda dell’habitus. Le
disposizioni contemporaneamente ascetiche e aristocratiche, che sono la
realizzazione incorporata del dovere di riservatezza, sono costantemente
richiamate e rafforzate dal gruppo dei pari, sempre pronto a condannare e a
censurare coloro i quali si compromettono in modo troppo palese con
questioni di denaro o di politica. In breve, la trasformazione dei conflitti di
interesse inconciliabili in scambi regolati di argomentazioni razionali tra
soggetti uguali è iscritta nell’esistenza stessa di un personale specializzato,
indipendente dai gruppi sociali in conflitto e responsabile di organizzare
secondo forme codificate la manifestazione pubblica dei conflitti sociali e di
apportarvi soluzioni riconosciute socialmente come imparziali perché definite
secondo le regole formali e coerenti da un punto di vista logico di una
dottrina percepita come indipendente dagli antagonismi circostanti112. In tal
senso, la rappresentazione interna che descrive il tribunale come uno spazio
separato e delimitato, in cui il conflitto si converte in dialogo tra esperti, e il
processo come progressione ordinata verso la verità113, evoca in modo chiaro
una delle dimensioni dell’effetto simbolico dell’azione giuridica come
applicazione libera e razionale di una norma universale e fondata
scientificamente114. Compromesso politico tra esigenze inconciliabili che si
presenta come una sintesi logica tra tesi antagoniste, la sentenza giudiziaria
condensa tutta l’ambiguità del campo giuridico. Essa deve la sua efficacia
specifica al fatto che partecipa contemporaneamente sia alla logica del campo
politico che si organizza attorno all’opposizione tra gli amici o gli alleati e i
nemici e tende ad escludere l’intervento arbitrale di un terzo sia a quella del
campo scientifico che, nel momento in cui ha raggiunto un alto grado di
autonomia, tende a conferire prevalenza pratica alla contrapposizione tra il
vero e il falso, conferendo un potere arbitrale di fatto alla concorrenza tra
pari115.
Il campo giudiziario è lo spazio sociale organizzato nel quale e per mezzo
del quale si opera la trasmutazione di un conflitto diretto tra parti
direttamente interessate in dibattimento regolato giuridicamente tra
professionisti che agiscono per procura e che condividono la capacità di
conoscere e di riconoscere la regola del gioco giuridico, vale a dire le leggi
scritte e non scritte del campo; si tratta di quelle regole che bisogna conoscere
per trionfare contro la lettera della legge (in Kafka, l’avvocato è inquietante
tanto quanto il giudice). Nella definizione spesso proposta, da Aristotele a
Kojève, del giurista come «terzo mediatore», l’essenziale consiste nell’idea di
mediazione (e non in quella di arbitrato) insieme a ciò che essa implica, ossia
la perdita della relazione di appropriazione diretta e immediata della propria
causa: di fronte ai contendenti si erge un potere trascendente, irriducibile alla
contrapposizione tra visioni private del mondo, che non è altro che la
struttura e il funzionamento dello spazio socialmente istituito in cui ha corso
questo stesso conflitto. L’ingresso nell’universo giuridico si accompagna a
una ridefinizione complessiva dell’esperienza ordinaria e della situazione
stessa che rappresenta la posta in gioco della controversia per il fatto stesso di
implicare l’accettazione tacita della legge fondamentale del campo giuridico,
una tautologia costitutiva che prevede che i conflitti siano regolati soltanto in
termini giuridici, ossia secondo le regole e le convenzioni del campo
giuridico. La costituzione del campo giuridico è un principio di costituzione
della realtà (e questo è vero per ogni campo). Entrare nel gioco, accettare di
far parte del gioco, rimettersi al diritto per regolare il conflitto significa
accettare tacitamente di adottare un modo espressivo e di discussione che
implica la rinuncia alla violenza fisica e alle forme elementari della violenza
simbolica come l’ingiuria. Significa anche e soprattutto riconoscere le
esigenze specifiche della costruzione giuridica dell’oggetto: dal momento che
i fatti giuridici sono il prodotto della costruzione giuridica (e non viceversa),
una ritraduzione vera e propria di tutti gli aspetti della «causa» è necessaria,
come dicevano i romani, per ponere causam, per costituire l’oggetto della
controversia in quanto causa, ossia come problema giuridico che diventa
oggetto di dibattiti regolati in termini giuridici; tale ritraduzione è inoltre
necessaria per considerare tutto ciò (e soltanto ciò) che dal punto di vista del
principio della pertinenza giuridica merita di essere sostenuto, tutto ciò che
può valere come fatto, come argomento favorevole o sfavorevole, etc.
Tra le condizioni che sono iscritte implicitamente nel contratto che
definisce l’ingresso nel campo giuridico se ne possono indicare, seguendo
Austin, almeno tre: in primo luogo, il fatto che si debba arrivare a una
decisione, e a una decisione «relativamente bianca o nera, colpevole o non
colpevole, per l’accusa o la difesa»; in secondo luogo, il fatto che l’accusa e
le arringhe difensive debbano riferirsi a una delle categorie procedurali
riconosciute che si sono imposte nel corso della storia e che, a dispetto del
loro numero, restano assai limitate e stereotipate rispetto alle accuse e alle
difese che si ritrovano nella vita quotidiana (il che fa sì che conflitti o
argomenti di ogni tipo possano essere considerati come non pertinenti alla
legge, a causa della loro trivialità, o come eccedenti la legge, a causa del loro
carattere esclusivamente morale); e infine, terzo, il fatto che ci si debba
riferire e conformarsi a dei precedenti può comportare distorsioni delle
espressioni e delle credenze ordinarie116.
Lo stare decisis, ossia la regola che prescrive di attenersi alle decisioni
giuridiche precedenti per decidere in termini giuridici, sta al pensiero
giuridico come il precetto durkheimiano «spiegare il sociale con il sociale»
sta al pensiero sociologico: non è altro che un modo ulteriore per affermare
l’autonomia e la specificità del ragionamento e del giudizio giuridici. Il
riferimento a un corpus di precedenti riconosciuti, che funziona come uno
spazio dei possibili all’interno del quale può essere ricercata la soluzione, è
quel che fonda dal punto di vista della ragione – facendola apparire come il
risultato di un’applicazione neutra e oggettiva di una competenza
specificamente giuridica – una decisione che può ispirarsi in realtà a principi
di tutt’altra natura. Tra vari altri aspetti, i precedenti sono utilizzati sia come
strumenti di razionalizzazione che come ragioni determinanti; lo stesso
precedente, inteso in maniera differente, può essere invocato per giustificare
tesi opposte; inoltre la tradizione giuridica offre una vasta varietà di
precedenti e di interpretazioni tra i quali è possibile scegliere quelli che si
considerino più adeguati117. In ragione di ciò, bisogna evidentemente fare
attenzione a non fare dello stare decisis una sorta di postulato razionale in
grado di garantire la costanza e le prevedibilità, e anche l’oggettività delle
decisioni giudiziarie (considerate come limitazioni nei confronti
dell’arbitrarietà delle decisioni soggettive). La prevedibilità e la calcolabilità
che Weber attribuisce al «diritto razionale» si basano senza dubbio
soprattutto sulla stabilità e sulla omogeneità degli habitus giuridici; plasmate
attraverso gli studi giuridici e la pratica delle professioni giuridiche sulla base
di esperienze familiari simili, le disposizioni comuni operano come categorie
di percezione e di valutazione che strutturano la percezione e la valutazione
dei conflitti ordinari e che orientano il lavoro destinato a convertirle in scontri
di tipo giuridico118.

Ci si può basare sulla cosiddetta tradizione della «dispute theory» (senza


tuttavia accettarne tutti i presupposti) per fare una descrizione del lavoro
collettivo di «categorizzazione» che tende a trasformare un’offesa percepita o
non percepita in un danno esplicitamente imputabile e a trasformare una
semplice disputa in un’azione legale. Nulla è meno naturale in effetti del
«bisogno giuridico» o, detto altrimenti, della sensazione di ingiustizia che
può portare a ricorrere ai servizi di un professionista: sappiamo infatti che la
sensibilità nei confronti dell’ingiustizia o la capacità di percepire una
esperienza come ingiusta non è diffusa uniformemente e dipende strettamente
dalla posizione occupata nello spazio sociale. Ossia il passaggio dal torto non
percepito a quello percepito, nominato e attribuito in modo specifico,
presuppone un lavoro di costruzione della realtà sociale che ricade, in larga
misura, sui professionisti. La scoperta dell’ingiustizia in quanto tale si basa
sul sentimento di possedere dei diritti (entitlement), e il potere specifico dei
professionisti consiste nella capacità di rivelare i diritti e nello stesso tempo
le ingiustizie o, al contrario, di condannare il sentimento di ingiustizia
fondato esclusivamente sul senso di equità, scoraggiando con ciò la difesa
giudiziaria di diritti soggettivi. In breve, il potere dei professionisti consiste
nella capacità di manipolare le aspirazioni giuridiche, di crearle in certi casi,
di amplificarle oppure di scoraggiarle in altri. Uno dei poteri più significativi
dei lawyers è rappresentato dal lavoro di espansione, di amplificazione delle
dispute; si tratta di un lavoro specificatamente politico che consiste nel
trasformare le definizioni comuni trasformandone le parole o le etichette
attribuite alle persone o alle cose, ossia, il più delle volte, ricorrendo alle
categorie del linguaggio giuridico per fare rientrare la persona, l’azione, la
relazione all’interno di una classe più vasta119.
Sono sempre i professionisti a creare il bisogno delle proprie prestazioni
costituendo in problemi giuridici i problemi espressi nel linguaggio ordinario
dopo averli tradotti nel linguaggio del diritto e proponendo una valutazione
anticipata delle possibilità di successo e delle conseguenze derivanti dalle
diverse strategie. Non vi è dubbio che essi siano guidati nel loro lavoro di
costruzione delle dispute da interessi economici, ma anche dalle proprie
disposizioni etiche o politiche, su cui si fondano inoltre, socialmente, le
affinità con i propri clienti (sappiamo per esempio che vari lawyers
scoraggiano le rivendicazioni legittime dei propri clienti nei confronti delle
grandi aziende, specialmente in materia di diritto dei consumatori). Infine, e
soprattutto, i professionisti sono guidati dai propri interessi specifici che si
definiscono all’interno di relazioni oggettive con altri specialisti e che si
concretizzano per esempio in tribunale (dando luogo a negoziazioni implicite
o esplicite). L’effetto di chiusura che tende a esercitare il funzionamento
stesso del campo si manifesta nel fatto che le istituzioni giuridiche tendono a
produrre delle vere e proprie tradizioni specifiche, e in particolare delle
categorie di percezione e di valutazione fortemente irriducibili a quelle dei
non specialisti, costruendo i propri problemi e le loro soluzioni secondo una
logica totalmente ermetica e inaccessibile ai profani120.

Il cambiamento dello spazio mentale che è associato logicamente e


praticamente al cambiamento di spazio sociale assicura il controllo della
situazione a coloro che posseggono competenze giuridiche, i soli capaci di
adottare le disposizioni che permettono di costituire questa situazione
conformemente alla legge fondamentale del campo. Il campo giuridico riduce
coloro che, accettando di farvi ingresso, rinunciano tacitamente a gestire
direttamente i propri conflitti (attraverso il ricorso alla forza o a forme di
arbitrato non ufficiali o attraverso la ricerca diretta di una soluzione
amichevole) allo stato di clienti dei professionisti giuridici; esso trasforma gli
interessi pre-giuridici degli agenti in cause giuridiche e in capitale giuridico
la competenza che garantisce la gestione delle risorse giuridiche richieste
dalla logica del campo.
La costituzione del campo giuridico è inseparabile dalla creazione del
monopolio dei professionisti sulla produzione e sulla commercializzazione di
questa categoria particolare di prodotti che sono i servizi giuridici. La
competenza giuridica è una forma di potere specifico che permette di
controllare l’accesso al campo definendo quei conflitti che meritano di farvi
accesso nonché la forma specifica che devono rivestire per costituirsi in
dibattimenti giuridici veri e propri; essa soltanto può fornire le risorse
necessarie per compiere il lavoro di costruzione che, attraverso la selezione
delle proprietà pertinenti, permette di ridurre la realtà a quella finzione
efficace che è rappresentata dalla sua definizione giuridica.
Il corpo dei professionisti si definisce per mezzo del monopolio degli
strumenti necessari alla costruzione giuridica che è, di per sé, una forma di
appropriazione; la rilevanza dei profitti che assicura a ciascuno dei suoi
membri il monopolio del mercato dei servizi giuridici dipende dal grado per
mezzo del quale esso è in grado di controllare la produzione dei produttori,
ossia la formazione e soprattutto la consacrazione da parte delle istituzioni
formative degli agenti giuridicamente autorizzati a vendere i propri servizi e,
a partire da ciò, l’offerta dei servizi giuridici.

Una delle migliori verifiche di quanto sin ora asserito è rappresentato dagli
effetti determinati, sia in Europa che negli Stati Uniti, dalla crisi delle
modalità di accesso tradizionali alle professioni giuridiche (così come accade
nella corporazione dei medici, degli architetti e di altri possessori di diverse
specie di capitale culturale). Tali sono per esempio i tentativi volti a limitare
l’offerta e gli effetti dell’intensificazione della concorrenza (come
l’abbassamento degli introiti) per mezzo di misure tese a rafforzare le barriere
all’accesso nella professione (numerus clausus) o ancora gli sforzi per
accrescere la domanda, attraverso i modi più diversi. Si va dalla pubblicità,
più frequente negli USA, sino all’azione di gruppi militanti il cui effetto (che
non equivale a dire il fine) consiste nella creazione di nuovi mercati per i
servizi legali, promuovendo i diritti delle minoranze svantaggiate o
incoraggiando quest’ultime a far valere i propri diritti e, più generalmente,
provando a fare in modo che i poteri pubblici contribuiscano in modo diretto
o indiretto a sostenere la domanda di servizi giuridici121. In questo modo gli
sviluppi recenti del campo giuridico permettono di osservare direttamente il
processo di costituzione appropriativa – accompagnato dal relativo
spossessamento dei semplici profani – che tende a creare una domanda
facendo rientrare nell’ordine giuridico un dominio di pratiche sociali sino ad
allora abbandonato a forme pre-giuridiche di risoluzione dei conflitti. Per
esempio, rispetto alle cause relative ai contratti di lavoro, sono esistite forme
di arbitrato basate sul senso di giustizia ed esercitate da esperti secondo
procedure assai semplici ormai divenute oggetto del processo di annessione
nel campo giuridico122. A causa della complicità oggettiva esistente tra i
rappresentanti sindacali più istruiti e alcuni giuristi i quali, a favore di una
sollecitudine generosa nei confronti degli interessi dei soggetti più
svantaggiati, hanno esteso il mercato offerto ai loro servizi, questa enclave di
autoconsumo giuridico si è ritrovata a poco a poco integrata all’interno del
mercato controllato dai professionisti. Sempre più di frequente i consulenti
sono stati costretti ad appellarsi al diritto per produrre e giustificare le proprie
decisioni, soprattutto perché i querelanti e i difensori tendono sempre di più a
posizionarsi nel campo giuridico e a ricorrere ai servizi offerti da avvocati, e
anche perché la moltiplicazione degli appelli costringe i probiviri incaricati di
arbitrare le vertenze di lavoro a riferirsi alle sentenze dell’Alta Corte – effetto
di cui si avvantaggiano le rassegne di giurisprudenza e i professionisti che
sono sempre più spesso consultati dai datori di lavoro o dai sindacati123.
In breve, man mano che un campo (in questo caso un sotto-campo) si
costituisce, si mette in moto un processo di rafforzamento circolare: ogni
«progresso» nel senso della «giuridicizzazione» di una dimensione della
pratica genera la comparsa di nuovi «bisogni giuridici», dunque di nuovi
interessi giuridici di coloro i quali, essendo in possesso delle competenze
specificatamente richieste (in questo caso la conoscenza del diritto del
lavoro), vi ritrovano un nuovo mercato. Costoro, per via del loro intervento,
determinano un incremento del formalismo giuridico delle procedure e
contribuiscono pertanto a rafforzare il bisogno dei loro servizi e dei loro
prodotti, determinando l’esclusione di fatto dei non esperti, costretti a
ricorrere di fatto ai consigli dei professionisti, che a poco a poco prenderanno
il posto dei querelanti e dei convenuti, trasformati cosi in semplici parti in
giudizio (justiciables)124.
All’interno della stessa logica, si è potuto mostrare che la volgarizzazione
militante del diritto del lavoro, che garantisce a un numero rilevante di non-
professionisti una buona conoscenza delle regole e delle procedure
giuridiche, non ha l’effetto di assicurare una riappropriazione del diritto da
parte degli utilizzatori a scapito del monopolio dei professionisti. Essa
piuttosto determina uno spostamento della frontiera esistente tra i profani e i
professionisti che, pressati dalla logica della concorrenza in seno al campo
giuridico, devono intensificare la scientificità per conservare il monopolio
dell’interpretazione legittima e scongiurare la svalutazione associata a una
disciplina che occupa una posizione inferiore nel campo giuridico125. Si
osservano molte altre manifestazioni di questa tensione che si verifica tra la
ricerca dell’estensione del mercato attraverso la conquista di un settore
abbandonato all’autoconsumo giuridico (ricerca che può essere tanto più
efficace, come nel caso dei probiviri, quanto più è inconsapevole o innocente)
e il rafforzamento dell’autonomia, ossia della separazione tra professionisti e
profani. Per esempio, nell’ambito del funzionamento delle regolamentazioni
disciplinari nelle imprese private, la preoccupazione di mantenere nei
confronti dei profani la distanza che definisce l’appartenenza al campo e che
rovinerebbe una difesa troppo diretta degli interessi dei propri committenti,
porta i mediatori semi-professionisti ad aumentare l’uso di tecnicismi nei
propri interventi per marcare più chiaramente la distanza da coloro di cui
difendono gli interessi e per attribuire di conseguenza maggiore autorità e
neutralità alla propria difesa, rischiando tuttavia così facendo di smentire la
logica che sta alla base delle negoziazioni amichevoli126.

Il potere di nominazione

Il processo – un confronto tra punti di vista individuali, al contempo


cognitivi e valutativi e che viene risolto attraverso un verdetto pronunciato in
modo solenne da una «autorità» che riceve preciso mandato sociale –
rappresenta una messinscena paradigmatica della lotta simbolica che ha luogo
nel mondo sociale.
Questo scontro, in cui si confrontano visioni del mondo diverse, se non
antagoniste, che pretendono di venir riconosciute e pertanto di realizzarsi
sulla base dell’autorità che posseggono, ha come posta in gioco il monopolio
di imporre il principio universalmente riconosciuto della conoscenza del
mondo sociale, il nomos come principio universale di visione e di divisione
(nemo significa separare, dividere, distribuire) dunque di distribuzione
legittima127. All’interno di questi scontri, il potere giudiziario – per mezzo di
verdetti dotati di sanzioni che possono consistere in atti di coercizione fisica
come togliere la vita, privare della libertà o della proprietà – manifesta questo
punto di vista che trascende le prospettive specifiche e individuali e che
corrisponde alla visione sovrana dello Stato, che detiene il monopolio della
violenza simbolica legittima. A differenza dell’insulto pronunciato da un
individuo specifico che, in quanto discorso privato, idios logos, coinvolge
esclusivamente il suo autore e non possiede alcuna efficacia simbolica, il
verdetto del giudice – che dirime i conflitti o le negoziazioni relative a cose o
a persone proclamando pubblicamente ciò che esse sono in verità –
appartiene, in ultima istanza, alla classe degli atti di nominazione o di
istituzione e rappresenta la forma per eccellenza della parola autorizzata,
parola pubblica, ufficiale, che si enuncia in nome di tutti e nei confronti di
tutti. In quanto giudizi di attribuzione formulati pubblicamente da agenti che
agiscono come mandatari autorizzati dalla collettività e che diventano il
modello di ogni atto di categorizzazione (katègoresthai, come è noto,
significa accusare pubblicamente), questi enunciati performativi sono degli
atti magici che riescono – perché in grado di farsi riconoscere universalmente
– a ottenere che nessuno possa rifiutare o ignorare il punto di vista, la visione
che impongono.
Il diritto sancisce l’ordine stabilito consacrando una visione di quest’ordine
che è una visione di Stato, garantita dallo Stato. Esso assegna agli agenti una
identità sicura, uno stato civile, e soprattutto dei poteri (o delle capacità)
riconosciuti socialmente, dunque di tipo produttivo, per via della
distribuzione di diritti d’uso di tali poteri, titoli (formativi, professionali, etc.),
certificati (di idoneità, di malattia, di invalidità, etc.); inoltre, esso sancisce
tutti i processi associati all’acquisizione, all’intensificazione, al trasferimento
o alla privazione di questi stessi poteri. Le sentenze per mezzo delle quali il
diritto distribuisce i diversi livelli dei diversi tipi di capitale ai diversi agenti
(o istituzioni) pongono un termine o perlomeno un limite allo scontro, alle
trattative o alla negoziazione sulle caratteristiche delle persone o dei gruppi,
sull’appartenenza delle persone ai gruppi, dunque sulla attribuzione corretta
dei nomi, specifici o comuni, come i titoli, sull’unione o sulla separazione, in
breve su tutto il lavoro pratico del worldmaking che è alla base della
costituzione dei gruppi come matrimoni, divorzi, cooptazioni, associazioni,
scioglimenti, etc.
Il diritto è senza alcun dubbio la forma per eccellenza del potere simbolico
di nominazione che crea le cose nominate e in particolare i gruppi; esso
conferisce alle realtà emerse dalle sue stesse operazioni di classificazione
piena permanenza, la medesima che si attribuisce alle cose, quanto
un’istituzione storica è capace di conferire a delle istituzioni storiche.
Il diritto è la forma per eccellenza del discorso attivo che agisce, capace per
virtù intrinseca di produrre degli effetti. Non è eccessivo affermare che esso
fa il mondo sociale, a condizione però di non dimenticare che è fatto da
quest’ultimo. È necessario infatti interrogarsi sulle condizioni sociali – e sui
limiti – dell’efficacia quasi magica del diritto, se non si vuole cadere nel
nominalismo radicale (suggerito in alcune analisi di Michel Foucault) ed è
dunque importante indicare che produciamo le categorie per mezzo delle
quali costruiamo il mondo sociale e che queste categorie producono il
mondo. Infatti, gli schemi percettivi e valutativi che sono alla base della
nostra costruzione del mondo sociale sono prodotti da un lavoro storico
collettivo ma che trova la sua origine nelle strutture stesse di questo mondo:
strutture strutturate, costruite storicamente, le nostre categorie di pensiero
contribuiscono a produrre il mondo, ma nei limiti della loro corrispondenza a
strutture preesistenti. Soltanto nella misura in cui propongono principi di
visione e di divisione adattati obiettivamente alle divisioni preesistenti di cui
sono il prodotto, gli atti simbolici di nominazione posseggono piena efficacia
di enunciazione creatrice che, nel momento in cui consacra quanto enuncia,
lo sta contemporaneamente elevando ad un grado superiore di esistenza,
pienamente realizzato, quello dell’istituzione istituita. Detto altrimenti,
l’effetto specifico – ossia propriamente simbolico – delle rappresentazioni
generate secondo gli schemi adeguati alle strutture del mondo di cui sono il
prodotto consiste nella consacrazione dell’ordine stabilito: la
rappresentazione «giusta» (droite) sanziona e santifica la visione dossica
delle divisioni rappresentandola come elemento oggettivo di ortodossia per
mezzo di un vero atto di creazione che, nei confronti e in nome di tutti, le
conferisce l’universalità pratica della dimensione ufficiale. L’imperativo
dell’adattamento realistico alle strutture oggettive del potere simbolico
permane anche per quanto riguarda le sue forme profetiche, eretiche, anti-
istituzionali e sovversive. Nonostante il potere creativo della
rappresentazione non si manifesti mai così chiaramente – nella scienza,
nell’arte o in politica – come nei periodi di crisi rivoluzionaria, resta tuttavia
il fatto che la volontà di trasformare il mondo trasformandone le parole utili a
nominarlo, producendo nuove categorie percettive e valutative e imponendo
una nuova visione delle divisioni e delle distribuzioni, non ha alcuna
possibilità di aver successo se non quando le profezie, evocazioni creatrici,
siano, almeno in parte, previsioni ben fondate e descrizioni anticipate. Le
visioni fanno avvenire quel che annunciano – nuove pratiche, nuovi costumi
e soprattutto nuovi gruppi – solo nella misura in cui annunciano quanto sta
per accadere; più che le ostetriche sono gli ufficiali di stato civile della storia.
Accordando alle realtà e alle potenzialità storiche il pieno riconoscimento
implicito nella proclamazione profetica, le visioni possono offrire a queste
ultime la possibilità reale di accedere alla piena esistenza, ossia all’esistenza
conosciuta e riconosciuta, ufficiale (in contrapposizione a quella
disonorevole, bastarda, informale) per mezzo dell’effetto di licitazione o di
consacrazione, associato alla pubblicazione e all’ufficializzazione.
Pertanto, solo un nominalismo realista (o basato sulla realtà) permette di
comprendere l’effetto magico della nominazione, atto di forza simbolica che
ha successo solo quando è ben fondato sulla realtà. L’efficacia di tutti gli atti
di magia sociale dei quali la sanzione giuridica rappresenta la forma canonica
non può funzionare se non nella misura in cui la forza propriamente
simbolica di legittimazione o, meglio, di naturalizzazione (dal momento che è
naturale tutto ciò che non pone il problema della propria legittimità)
comprende e intensifica la forza storica immanente che la loro autorità e
autorizzazione rafforzano o liberano.
Queste analisi che possono apparire distanti dalla pratica giuridica sono
indispensabili per comprendere le fondamenta del potere simbolico. Se è
compito della sociologia ricordare, come sostiene Montesquieu, che la società
non si trasforma per decreto, resta comunque il fatto che la consapevolezza
delle condizioni sociali dell’efficacia degli atti giuridici non deve portare a
ignorare o a negare ciò che rende efficaci la norma, il regolamento o la legge;
la giusta reazione contro il giuridicismo, che porta a restituire alle
disposizioni costitutive dell’habitus il proprio spazio nella spiegazione delle
pratiche, non implica assolutamente che si trascuri l’effetto proprio della
regola enunciata esplicitamente, soprattutto quando, come per quanto
concerne la norma giuridica, essa è associata a delle sanzioni. E, al contrario,
se non vi è alcun dubbio che il diritto eserciti un’efficacia specifica,
attribuibile in particolare al lavoro di codificazione, ossia di messa in forma e
in formula, di neutralizzazione e di sistematizzazione, che realizzano i
professionisti del lavoro simbolico con le leggi specifiche esistenti nel loro
universo, resta il fatto che questa efficacia – che si definisce in
contrapposizione alla mancata applicazione vera e propria o all’applicazione
basata sulla pura coercizione – si esercita esclusivamente nella misura in cui
il diritto è riconosciuto in termini sociali e quando ottiene consenso, anche se
tacitamente e in modo parziale, perché esso risponde, almeno in apparenza, a
bisogni e interessi reali128.

La forza della forma

Così come la pratica religiosa, la pratica giuridica si definisce all’interno


della relazione tra il campo giuridico – base dell’offerta giuridica che si
genera nella competizione tra i vari professionisti – e la domanda dei profani
che è sempre in parte determinata dall’effetto dell’offerta. Esiste un contrasto
costante tra le norme giuridiche offerte – che almeno nella forma sembrano
universali – e la domanda sociale, necessariamente diversa, ovvero
conflittuale e contradditoria, oggettivamente iscritta nelle stesse pratiche in
modo concreto o potenziale (sotto forma di trasgressione o di innovazione
dell’avanguardia etica o politica).
La legittimità che si ritrova conferita praticamente al diritto e agli agenti
giuridici dalla routine degli usi che ne vengono fatti non può essere compresa
né come l’effetto del riconoscimento universalmente accordato dalle parti
passibili di giudizio [justiciables] a una giurisdizione che – come vuole
l’ideologia professionale del corpo dei giuristi – sarebbe l’enunciato di valori
universali ed eterni, e che dunque trascendono gli interessi particolari, né, al
contrario, come l’effetto dell’adesione ottenuta inevitabilmente per mezzo di
ciò che non sarebbe altro che una registrazione dello stato dei costumi, dei
rapporti di forza o, più precisamente, degli interessi dei dominanti129.
Smettendo di domandarsi se il potere venga dall’alto o dal basso, se
l’elaborazione del diritto e la sua trasformazione sono il prodotto di un
«movimento» dei costumi verso la regola, delle pratiche collettive verso le
codificazioni giuridiche o, al contrario, delle forme e delle formule giuridiche
verso le pratiche che esse informano, bisogna considerare l’insieme delle
relazioni oggettive esistenti tra il campo giuridico, luogo di relazioni
complesse e che obbediscono a una logica relativamente autonoma, e il
campo del potere e, attraverso quest’ultimo, il campo sociale nel suo insieme.
All’interno di questo universo di relazioni si definiscono i mezzi, i fini e gli
effetti specifici che sono assegnati all’azione giuridica. Per rendere ragione di
cosa sia il diritto, nei termini della sua struttura e dei suoi effetti sociali,
bisogna dunque recuperare la logica propria del lavoro giuridico – oltre lo
stato della domanda sociale, reale e potenziale, e delle condizioni sociali di
possibilità, essenzialmente negative, che essa offre alla «creazione giuridica»
– in ciò che esso possiede di più specifico, ossia l’attività di formalizzazione e
gli interessi sociali degli agenti formalizzatori, così come essi si definiscono
nella concorrenza in seno al campo giuridico e nella relazione tra questo
campo e il campo del potere nel suo insieme130. È certo che la pratica degli
agenti incaricati di produrre o di applicare il diritto deve tanto alle affinità che
legano i possessori della forma per eccellenza del potere simbolico ai
detentori del potere temporale, politico o economico, e ciò a prescindere dai
conflitti di competenza che possono contrapporli131. L’affinità di interessi e
soprattutto degli habitus, connessa a una formazione familiare e di studi
simile, favoriscono visioni del mondo comuni; di conseguenza, le scelte che
il corpo compie, in ciascun momento, tra interessi, valori e visioni del mondo
differenti o contrapposti, difficilmente svantaggeranno i dominanti. Tanto
l’ethos degli agenti giuridici, che è alla base di queste scelte, che la logica
immanente dei testi giuridici, invocati per giustificarle almeno quanto per
ispirarle, sono conformi agli interessi, ai valori e alla visione del mondo dei
dominanti.

L’appartenenza dei magistrati alla classe dominante è attestata da più parti.


Mario Sbriccoli mostra che nelle piccole comunità dell’Italia medievale il
possesso di capitale giuridico, specie particolarmente rara di capitale
culturale, fosse sufficiente a garantire posizioni di potere. Allo stesso modo,
in Francia sotto l’Ancien Régime, la nobiltà di toga, sebbene meno
prestigiosa della nobiltà di spada, apparteneva all’aristocrazia spesso per
nascita; e ancora, l’inchiesta di Sauvageot sull’origine sociale dei magistrati
entrati nel corpo prima del 1959 stabilisce che essi provenivano in
proporzione assai elevata dalle professioni giuridiche e più ampiamente dalla
borghesia. Come mostra in modo chiaro Jean-Pierre Mounier132 il fatto che,
almeno sino a tempi recenti, la fortuna garantita da origini agiate fosse
condizione di indipendenza economica e al tempo stesso dell’ethos ascetico
che caratterizzano in qualche modo le attribuzioni di status di una professione
votata al servizio dello Stato contribuisce a spiegare, con le differenze
specifiche relative alla formazione professionale, che la neutralità declamata
e la repulsione professata fortemente nei confronti della politica non
escludano l’adesione all’ordine stabilito, anzi semmai il contrario (si può
valutare, tra gli indicatori dei valori del corpo professionale, il fatto che i
magistrati, sebbene poco inclini a intervenire negli affari politici, sono stati,
tra tutte le professioni giuridiche e, in particolare, più degli avvocati, tra i più
numerosi a firmare le petizioni contro la legge che liberalizzava l’aborto).
Probabilmente la portata e gli effetti di questa unanimità nella complicità
tacita si misurano meglio quando essa, in occasione di una crisi economica e
sociale del corpo legata a una ridefinizione del modo di riproduzione delle
posizioni dominanti, arriva a rompersi. Le lotte intraprese da coloro tra i
nuovi arrivati che né per posizione né per disposizione si piegano ad accettare
il presupposto della definizione tradizionale del posto di lavoro fanno
emergere allo scoperto una parte del fondamento rimosso del corpo, ossia il
patto di non aggressione che unisce il corpo ai dominanti. La differenziazione
interna che porta un corpo sino ad allora integrato all’interno tramite una
gerarchizzazione unanimemente accettata e un consenso pieno sulla sua
missione a funzionare come campo di scontri ha condotto alcuni a denunciare
l’esistenza di questo patto prendendosela più o meno apertamente con quelli
che continuano ad assumerlo come norma assoluta della propria pratica133.
Ma l’efficacia del diritto ha la particolarità di esercitarsi ben oltre la cerchia
di coloro che vi aderiscono, per via dell’affinità pratica che li unisce agli
interessi e ai valori iscritti nei testi giuridici e nelle disposizioni etiche e
politiche di coloro che sono incaricati di applicarli. Senza alcun dubbio la
pretesa della dottrina giuridica e della procedura giudiziaria all’universalità
che si realizza nel lavoro di formalizzazione contribuisce a fondare la loro
«universalità» pratica. La proprietà specifica dell’efficacia simbolica, come
sappiamo, consiste nel poter essere esercitata soltanto con la complicità di
coloro che la subiscono, ed è tanto più sicura quando è subita in modo
inconscio oppure estorta in modo sottile. Il diritto come forma per eccellenza
del discorso legittimo esercita la propria efficacia specifica solo nella misura
in cui ottenga riconoscimento, ossia quando se ne misconosce la parte più o
meno vasta di arbitrarietà che è alla base del suo funzionamento. La credenza
che è tacitamente accordata all’ordine giuridico deve essere riprodotta
costantemente: una delle funzioni del lavoro specificatamente giuridico di
codifica delle rappresentazioni e delle pratiche etiche è quella di contribuire a
creare l’adesione dei profani ai fondamenti stessi dell’ideologia del corpo dei
giuristi e a convincere della neutralità e dell’autonomia del diritto e dei
giuristi134. «L’emergere del diritto» scrive Jacques Ellul «si verifica nel
momento in cui l’imperativo formulato da uno dei gruppi che compone la
società tende a considerare un valore come universale per via della sua
formulazione giuridica»135. Bisogna infatti mettere in relazione
l’universalizzazione e la creazione della forma e della formula.

Se la regola di diritto presuppone l’unione tra l’adesione a valori comuni


(caratterizzati, al livello dei costumi, dalla presenza di sanzioni spontanee e di
sanzioni collettive come la disapprovazione morale) e l’esistenza di regole e
di sanzioni esplicite e di procedure regolarizzate, quest’ultimo fattore,
inseparabile dalla comparsa della scrittura, gioca un ruolo decisivo. Insieme
con la scrittura infatti appare la possibilità di tener conto di commenti
universalizzanti che individuano regole e soprattutto principi «universali» che
possono essere di conseguenza trasmessi in modo oggettivo (per via di
apprendimento metodico) e in modo generalizzato, aldilà dei confini spaziali
(territoriali) e temporali (tra le generazioni)136. Mentre la tradizione orale
impedisce l’elaborazione scientifica, nella misura in cui è inseparabile
dall’esperienza specifica di un luogo e di uno spazio, il diritto scritto
favorisce invece l’autonomizzazione del testo, che si commenta e che si
interpone tra i commentatori e la realtà. A partire da ciò diventa possibile
quanto l’ideologia indigena chiama «scienza giuridica», ossia una forma
particolare di conoscenza scientifica [savante], dotata delle sue norme e della
sua logica propria, capace di produrre tutti i segni esteriori della coerenza
razionale, di quella razionalità «formale» che Weber ha sempre distinto con
cura dalla razionalità «sostanziale» e che concerne gli stessi fini della pratica
così razionalizzata formalmente.

Il lavoro giuridico produce effetti multipli. In virtù della codifica, che


strappa le norme dalla contingenza determinata da un’occasione specifica
fissandone una decisione esemplare (per esempio una sentenza) in una forma
essa stessa destinata a servire da modello a decisioni successive, e che
autorizza e favorisce al tempo stesso la logica del precedente, fondamento del
modo di pensare e di agire propriamente giuridici, il lavoro giuridico collega
senza interruzione il presente al passato e assicura – ad eccezione del caso in
cui una rivoluzione sia in grado di mettere in discussione i fondamenti stessi
dell’ordine giuridico – che il futuro assomigli al passato, che le
trasformazioni e gli adattamenti inevitabili saranno pensati e detti in un
linguaggio conforme al passato. Così iscritto nella logica della conservazione,
il lavoro giuridico è uno dei principali fondamenti del mantenimento
dell’ordine simbolico per via di un altro tratto del suo funzionamento137.
Attraverso la sistematizzazione e la razionalizzazione a cui sottopone le
decisioni giuridiche e le regole invocate per fondarle o giustificarle, esso
conferisce il sigillo dell’universalità – elemento per eccellenza dell’efficacia
simbolica – a una prospettiva sul mondo sociale che, come abbiamo
osservato, non mette in discussione quella dei dominanti. A partire da ciò
esso può portare alla universalizzazione pratica, ossia alla generalizzazione
nelle pratiche di un modo di azione e di espressione precedentemente
specifico di una regione dello spazio geografico o di quello sociale. Come
indica Jacques Ellul,
le leggi, dapprima sconosciute ed applicate dall’esterno, possono essere gradatamente riconosciute
come utili e, col tempo, far parte del patrimonio collettivo: quest’ultimo è stato informato
progressivamente dal diritto e le leggi sono diventate veramente “diritto” soltanto nel momento in
cui la società ha accettato di lasciarsi informare […]. Anche un insieme di regole applicate in
modo coercitivo per un periodo di tempo non lasciano mai il corpo sociale intatto, dal momento
138
che viene creato un certo numero di “abitudini” giuridiche o morali .

Risulta evidente che in una società differenziata l’effetto di


universalizzazione è uno dei meccanismi, e senza dubbio tra i più potenti, per
mezzo dei quali si esercita il dominio simbolico o, se si preferisce,
l’imposizione della legittimità di un ordine sociale. Quando la norma
giuridica consacra i principi pratici dello stile di vita dominante a livello
simbolico sotto forma di un insieme formalmente coerente di regole ufficiali
e per definizione sociali e «universali», essa tende a informare realmente le
pratiche dell’insieme degli agenti, indipendentemente dalle differenze di
status e di stile di vita. L’effetto di universalizzazione, che potremmo
chiamare anche effetto di normalizzazione, opera per rafforzare l’effetto di
autorità sociale esercitato già dalla cultura legittima e dai suoi detentori; esso
attribuisce al vincolo giuridico tutta la sua efficacia pratica139. L’istituzione
giuridica opera una promozione ontologica trasformando la regolarità (ciò
che si fa regolarmente) in regola (ciò che di regola si deve fare), la normalità
di fatto in normalità di diritto, la semplice fides familiare che si basa su un
lavoro di mantenimento del riconoscimento e dei sentimenti, in diritto di
famiglia, dotato di tutto un arsenale di istituzioni e di vincoli, sicurezza
sociale, assegni familiari, etc.
Così facendo l’istituzione giuridica contribuisce indubbiamente a imporre
universalmente una rappresentazione della normalità in rapporto alla quale
tutte le pratiche differenti tendono ad apparire devianti, anomiche, oppure
anormali, patologiche (specialmente quando la «medicalizzazione» serve a
giustificare la «giuridicizzazione»). In questo modo il diritto di famiglia ha
ratificato e canonizzato sotto forma di norme «universali» le pratiche
familiari inventate a poco a poco sotto l’impulso dell’avanguardia etica della
classe dominante, all’interno di una serie di istituzioni responsabili a livello
sociale di gestire i rapporti sociali in seno all’unità domestica e, in
particolare, i rapporti tra le generazioni. Come mostrato da Remi Lenoir, il
diritto di famiglia ha senza dubbio contribuito ad accelerare la
generalizzazione di un modello di unità familiare e della sua riproduzione
che, in certe regioni dello spazio sociale (e geografico), e in particolare tra i
contadini e gli artigiani, si scontrava con ostacoli economici e sociali
connessi soprattutto alla piccola impresa e alla sua riproduzione140.
Si può osservare che la tendenza a universalizzare il proprio stile di vita,
vissuto e largamente riconosciuto come esemplare, è uno degli effetti
dell’etnocentrismo dei dominanti ed è alla base della convinzione
nell’universalità del diritto. Su questa stessa tendenza si fonda l’ideologia che
tende a fare del diritto uno strumento di trasformazione dei rapporti sociali.
Le analisi precedenti permettono di comprendere come questa tendenza possa
avere riscontro nella realtà: i principi pratici o le rivendicazioni etiche che i
giuristi sottopongono alla formalizzazione e alla generalizzazione emergono
in precise regioni dello spazio sociale.
Così come il vero responsabile dell’applicazione del diritto non è questo o
quel magistrato specifico, ma gli agenti considerati nel loro insieme, spesso
in competizione tra loro nel procedere all’identificazione del delinquente e
all’individuazione del delitto; allo stesso modo il vero legislatore non è il
redattore della legge bensì l’insieme degli agenti che, determinati dagli
interessi e dai vincoli specifici associati alla loro posizione all’interno di
campi differenti (campo giuridico ma anche religioso, politico, etc.)
elaborano delle aspirazioni o delle rivendicazioni private e ufficiose, le
trasformano in «problemi sociali» e ne organizzano le forme di espressione
(articoli di stampa, opere varie, piattaforme associative o di partiti, etc.) e di
pressione (manifestazioni, petizioni, iniziative e ricorsi) destinate a «portarle
avanti». Il lavoro giuridico sancisce tutto questo lavoro di costruzione e di
formulazione di rappresentazioni, aggiungendovi l’effetto di generalizzazione
e di universalizzazione comprendenti la tecnica giuridica e i mezzi di
coercizione che essa permette di utilizzare.
L’offerta giuridica – ossia la «creazione giuridica» relativamente autonoma
che rende possibile l’esistenza di un campo di produzione specializzato –
consegue un effetto specifico che sancisce lo sforzo dei gruppi dominanti o in
ascesa per imporre una rappresentazione ufficiale del mondo sociale che sia
conforme alla loro visione del mondo e favorevole ai loro interessi soprattutto
in occasione di situazioni di crisi o rivoluzionarie141. Appare sorprendente
che la riflessione sui rapporti tra il normale e il patologico dedichi una così
scarsa attenzione agli effetti specifici del diritto. Il diritto, in quanto discorso
intrinsecamente potente dotato di mezzi fisici per farsi rispettare, strumento
di normalizzazione per eccellenza, è in grado di passare, col passare del
tempo, dallo stato di ortodossia, credenza retta esplicitamente enunciata come
dover essere, allo stato di doxa, ossia di adesione immediata a ciò che è
scontato, al normale, come realizzazione della norma che si abolisce in
quanto tale nel suo compimento.
Tuttavia non ci si rende conto completamente di questo effetto di
naturalizzazione se non si spinge l’analisi sino a comprendere l’effetto più
specifico della messa in forma giuridica, questa vis formae, la forza della
forma, di cui parlavano gli antichi. Se è vero che l’informazione delle
pratiche per via della formalizzazione giuridica ha successo infatti soltanto a
condizione che l’organizzazione giuridica dia una forma esplicita a una
tendenza immanente delle pratiche e che le regole che funzionano sono quelle
che, come si dice, regolarizzano situazioni di fatto conformi alla regola. Per
tali ragioni, il passaggio dalla regolarità statistica alla regola giuridica
rappresenta un vero e proprio cambiamento di natura sociale: facendo
scomparire le eccezioni e la vaghezza dei raggruppamenti confusi,
imponendo interruzioni nette e confini rigidi nel continuum dei limiti
statistici, la codificazione introduce all’interno dei rapporti sociali una
chiarezza, una prevedibilità e, con ciò, una razionalità che non sono mai
garantite completamente dai principi pratici dell’habitus o dalle sanzioni
consuetudinarie che sono il prodotto dell’applicazione diretta a casi
particolari di questi principi non formulati.

Senza riconoscergli l’idea di «forza intrinseca» attribuita dai filosofi,


bisogna riconoscere una realtà sociale all’efficacia simbolica che il diritto
«razionale-formale», per usare l’espressione di Weber, deve all’effetto
proprio della formalizzazione. Attraverso l’istituzione oggettiva – in termini
di regole o regolamenti scritti formulati espressamente – di schemi che
governano le condotte pratiche, ancora prima di ogni discorso, la
codificazione permette di esercitare ciò che si può chiamare un effetto di
omologazione (homologein significa dire la stessa cosa o parlare lo stesso
linguaggio). Così come l’oggettivazione sotto forma di un codice esplicito del
codice pratico permette a parlanti differenti di associare lo stesso significato
al medesimo suono percepito e il medesimo suono allo stesso significato
concepito, allo stesso modo l’esplicitazione dei principi rende possibile la
verifica esplicita del consenso sui principi del consenso (o del dissenso).
Sebbene il lavoro di codificazione non possa essere assimilato ad una
assiomatizzazione dal momento che il diritto contiene zone oscure che
giustificano la presenza del commento giuridico, l’omologazione rende
possibile una forma di razionalizzazione intesa, seguendo Weber, in termini
di prevedibilità e calcolabilità. A differenza di due giocatori che, a causa di
disaccordi sulle regole del gioco, sono destinati ad accusarsi reciprocamente
di barare ogni volta che si manifesti una divergenza, gli agenti coinvolti in
un’attività codificata sanno di poter contare su una norma coerente e senza
scappatoie: possono calcolare e prevedere non solo le conseguenze
dell’obbedienza alla norma ma anche gli effetti della sua trasgressione. I
vantaggi dell’omologazione sono disponibili soltanto per coloro i quali
stanno pienamente all’interno dell’universo regolato del formalismo
giuridico. Gli scontri altamente razionalizzati che l’omologazione autorizza
sono riservati infatti a coloro che detengono una forte competenza giuridica
che è associata – soprattutto per quanto riguarda gli avvocati – a una
competenza professionale specifica dello scontro giuridico, esercitata a
utilizzare le forme e le formule come se fossero armi. Quanto agli altri, essi
sono destinati a subire la forza della forma, ossia la violenza simbolica che
giungono a esercitare coloro che, grazie alla loro arte di mettere in forma e di
mettere delle forme, sanno – come si dice – mettere il diritto dalla loro parte,
e che, all’occorrenza, sanno esercitare il più esperto dei rigori formali,
summum jus, a servizio dei fini meno irreprensibili, summa iniuria.

Gli effetti dell’omologia

Per tener conto dell’efficacia simbolica del diritto nella sua totalità bisogna
prendere in considerazione gli effetti dell’adeguamento dell’offerta giuridica
alla domanda giuridica che più che a transazioni consce deve essere attribuita
a meccanismi strutturali come l’omologia tra differenti categorie di produttori
o di venditori di servizi giuridici e le diverse categorie di clienti. Chi occupa
la posizione di dominato nel campo (come nel caso del diritto sociale) tende a
essere destinato soprattutto a una clientela di dominati che contribuiscono a
rafforzare l’inferiorità di queste posizioni; le loro condotte sovversive hanno
minori possibilità di sovvertire i rapporti di forza esistenti all’interno del
campo e contribuiscono piuttosto all’adattamento del corpus giuridico e, di
conseguenza, alla perpetuazione della struttura del campo.
Il campo giuridico, dato il ruolo determinante che svolge nella riproduzione
sociale, dispone di una autonomia minore rispetto ad altri campi che – come
quello artistico o letterario o dello stesso campo scientifico – contribuiscono
anche al mantenimento dell’ordine simbolico e, di conseguenza, al
mantenimento dell’ordine sociale. All’interno del campo giuridico i
cambiamenti esterni si traducono più direttamente e i conflitti interni sono più
direttamente risolti da forze esterne. Di conseguenza, la gerarchia nella
divisione del lavoro giuridico, così come si presenta nella gerarchia delle
specialità professionali, varia nel corso del tempo sebbene in misura assai
limitata (come testimoniato dallo statuto di eccellenza che sempre viene
riconosciuto al diritto civile); questa variazione dipende dalle variazioni dei
rapporti di forza in seno al campo sociale. È come se la posizione dei diversi
specialisti nei rapporti di forza interni al campo dipendesse dal posto
occupato nel campo politico dai gruppi i cui interessi sono più direttamente
legati alle forme giuridiche corrispondenti.
È ovvio che per esempio, man mano che aumenta la forza dei dominati nel
campo sociale e quella dei loro rappresentanti (partiti o sindacati) nel campo
politico, la differenziazione del campo giuridico tende ad accrescersi. Per
esempio, nella seconda metà del XIX secolo, ciò si manifesta con lo sviluppo
del diritto commerciale, ma anche del diritto del lavoro e, più generalmente,
del diritto sociale. Gli scontri interni, tra i privatisti e i pubblicisti soprattutto,
devono la loro ambiguità al fatto che, in qualità di custodi del diritto di
proprietà e del rispetto della libertà dei contratti, i primi si fanno difensori
dell’autonomia del diritto e dei giuristi contro tutte le intrusioni della politica
e dei gruppi di pressione economici e sociali, e in particolare, contro lo
sviluppo del diritto amministrativo, contro le riforme penali e contro tutte le
innovazioni in materia sociale, commerciale o nella legislazione del lavoro.
Questi scontri hanno spesso una posta in gioco ben definita nei limiti
medesimi del campo giuridico (e universitario), come la definizione di
programmi curriculari, l’apertura di rubriche in riviste specializzate o la
creazione di cattedre; da qui, il potere sul corpo professionale e sulla sua
riproduzione, e ciò che concerne tutti gli aspetti della pratica giuridica. Tali
scontri sono al contempo sovradeterminati e ambigui nella misura in cui i
difensori dell’autonomia e della legge come entità astratta e trascendente
sono infatti i difensori di una ortodossia. Il culto del testo, il primato della
dottrina e dell’esegesi, ossia al contempo della teoria e del passato, vanno di
pari passo con il rifiuto di riconoscere alla giurisprudenza la minima valenza
creatrice, dunque con un diniego pratico della realtà economica e sociale e un
rifiuto della comprensione scientifica di questa realtà.
Ci rendiamo conto – tra le varie cose anche attraverso l’analisi della
giurisprudenza – che, secondo una logica che osserviamo in tutti i campi, i
dominati ritrovano i principi di un argomentazione critica volta a fare del
diritto una «scienza» dotata di una propria metodologia e fondata in una
realtà storica all’esterno, in particolare nel campo scientifico e politico. Così,
secondo una divisione che si ritrova in tutti i dibattiti teologici, filosofici o
letterari rispetto all’interpretazione dei testi sacri, i partigiani del
cambiamento si posizionano dal lato della scienza, della storicizzazione della
lettura (secondo il modello sviluppato altrove da Schleiermacher) e prestano
attenzione alla giurisprudenza, ossia ai nuovi problemi e alle nuove forme del
diritto che vengono definiti (il diritto commerciale, del lavoro e il diritto
penale). Per ciò che concerne la sociologia, nella percezione dei custodi
dell’ordine giuridico essa è indissolubilmente legata al socialismo e incarna la
riconciliazione malefica tra scienza e realtà sociale contro la quale l’esegesi
della teoria pura rappresenta la protezione migliore.
Paradossalmente, in questo caso, l’autonomizzazione non passa attraverso
un rafforzamento della chiusura di un corpo esclusivamente dedicato alla
lettura interna dei testi sacri, bensì per via di un’intensificazione del
confronto tra i testi e le procedure con le realtà sociali che essi sono presunti
di esprimere e di regolare.
L’aumento della differenziazione e l’intensificazione della concorrenza
interna nel campo giuridico, insieme con il rafforzamento dei gruppi dominati
al suo interno e dei loro omologhi in seno al campo sociale (o dei loro
rappresentanti), favoriscono un ritorno a quelle realtà sociali. Non è un caso
infatti che le prese di posizione circa l’esegesi e la giurisprudenza, la fedeltà
alla dottrina e l’adattamento necessario alle realtà sociali sembrino
corrispondere assai strettamente alle posizioni occupate nel campo. Infatti, da
una parte, oggi osserviamo nuovi impulsi forniti al diritto privato, e in modo
specifico al diritto civile, da parte della tradizione neo-liberale che si basa
sull’economia; dall’altra, osserviamo discipline come il diritto pubblico o il
diritto del lavoro, costituitesi in contrapposizione al diritto civile, basate sullo
sviluppo delle burocrazie e sul rafforzamento dei movimenti di
emancipazione politica, o ancora il diritto sociale, definito dai suoi sostenitori
come la «scienza» che, basandosi sulla sociologia, permette di adattare il
diritto all’evoluzione sociale.
Il fatto che la produzione giuridica, come qualunque altra forma di
produzione culturale, abbia luogo all’interno di un campo è alla base di un
effetto ideologico di misconoscimento che le analisi comuni inevitabilmente
trascurano dal momento che fanno derivare le «ideologie» direttamente da
funzioni collettive o da intenzioni individuali. Gli effetti generati all’interno
dei campi non sono né la somma puramente aritmetica di azioni anarchiche
né il risultato integrato di un piano concertato. La competizione da cui questi
effetti derivano si svolge in seno ad uno spazio capace di imprimere delle
tendenze generali, connesse ai presupposti inscritti nella stessa struttura del
gioco di cui essi costituiscono la legge fondamentale, come nel caso
considerato la relazione esistente tra campo giuridico e campo del potere. La
funzione di mantenimento dell’ordine simbolico che il campo giuridico
contribuisce ad assicurare, così come la funzione di riproduzione del campo
giuridico stesso, delle sue divisioni e delle sue gerarchie, e del principio di
visione e di divisione che è a loro fondamento, sono il prodotto di
innumerevoli azioni che non hanno per fine la realizzazione di questa
funzione e che possono persino essere ispirate da intenzioni contrarie. Così,
per esempio,
le azioni sovversive delle avanguardie [giuridiche] che contribuiscono, in
definitiva, a determinare l’adattamento del diritto e del campo giuridico a un
nuovo stato dei rapporti sociali e a garantire così la legittimazione della forma
stabilita di questi rapporti. Come possiamo osservare in questi casi in cui si
presentano delle inversioni rispetto alle intenzioni, è la struttura del gioco e
non un semplice effetto di aggregazione meccanica a produrre la
trascendenza dell’effetto oggettivo e collettivo delle azioni cumulate.
90 Cfr. per esempio J. Bonnecase, La pensée juridique française, de 1804 à l’heure présente, les
variations et les traits essentiels, 2 voll., Bordeaux, Delmas, 1933.
91 L’approccio di Kelsen, basato sul postulato dell’auto-limitazione della ricerca al solo enunciato
delle norme giuridiche, con l’esclusione dei dati storici, psicologici o sociali e di ogni riferimento alle
funzioni sociali garantite dall’applicazione delle norme – assomiglia perfettamente a quello di Saussure
che fonda la propria teoria pura della lingua sulla distinzione tra linguistica interna e linguistica esterna,
vale a dire sull’esclusione di ogni riferimento alle condizioni storiche, geografiche e sociologiche del
funzionamento della lingua o delle sue trasformazioni.
92 Una rassegna dei lavori marxisti relativi alla sociologia del diritto e una eccellente bibliografia si
trovano in S. Spitzer, Marxist perspectives in the sociology of law, in «Annual Review of Sociology»,
9, 1983, pp. 103-124.
93 E.P. Thompson, Whigs and hunters. The origin of the Black Act, Panthéon, New York, 1975, p.
261.
94 N. Luhmann, Soziale Systeme, Grundriss einer allgemeinen Theorie, Frankfurt, 1984; Die
Einheit des Rechtssystems, in «Rechtstheorie», 14, 1983, pp. 129-154.
95 Cfr. A.W. Blumrosen, Legal process and labor law, in W.M. Evan (a cura di), Law and
sociology, The Free Press of Glencoe, New York, 1962, pp. 185-225.
96 A.-J. Arnaud, Critique de la raison juridique, LGDJ, Paris, 1981, pp. 28-29 e J.-M. Scholz, La
raison juridique à l’œuvre: les krausistes espagnols, in Erk Volkmar Heyen (a cura di), Historische
Soziologie der Rechtswissenschaft, Klosterman, Frankfurt am main, 1986, pp. 37-77.
97 Il dominio si riconosce altresì, tra le varie cose, nella capacità di rispettare l’ordine riconosciuto
come legittimo nell’enumerazione delle autorità. Cfr. J.-M. Scholz, op. cit.
98 Secondo Andrew Fraser, la moralità civica del corpo giudiziario si basava non tanto su un codice
di regole espresse ma su un «senso dell’onore tradizionale», ossia su un sistema di disposizioni per
mezzo del quale l’essenziale di ciò che conta nell’acquisizione delle virtù associate all’esercizio della
professione andava da sé. Cfr. A. Fraser, Legal amnesia: modernism versus the republican tradition in
American legal theory, in «Telos», 60, 1984, pp. 15-52.
99 I filosofi del diritto giusnaturalisti si sono basati su questo aspetto, da tempo sottolineato, per
sostenere che i testi giuridici non enunciano delle norme bensì delle constatazioni; e che il legislatore
enuncia l’essere e non il dover essere, esprime il giusto o la giusta proporzione inscritta nelle stesse
cose come se fosse una proprietà oggettiva. «Il legislatore preferisce descrivere le istituzioni giuridiche
piuttosto che stabilire direttamente delle regole»; cfr. G. Kalinowski, Introduction à la logique
juridique, LGDJ, Paris, 1964, p. 55.
100 Cfr. J.-L. Souriaux e P. Lerat, Le langage du droit, PUF, Paris, 1975.
101 Cfr. Travaux de l’Association Henri Capitant, tomo V, 1949, pp. 74-76, citato da R. David,
5a
Les grands courants du droit contemporain, Dalloz, Paris, 1973 , pp. 124-132.
102 Si ritroverà una catena della stessa forma tra teorici e «uomini di esperienza», negli apparati
politici, o almeno in quelli che per tradizione si rifanno a una teoria economica e politica.
103 Un chiaro esempio del lavoro giuridico di codificazione che produce del giuridico a partire dal
giudiziario è rappresentato dalle sentenze della Corte di Cassazione e dai processi di selezione, di
normalizzazione e di diffusione che, a partire da un insieme di sentenze selezionate dai presidenti della
camera per via del proprio «interesse giuridico», produce un corpo di regole razionalizzate e
normalizzate. Cfr. E. Serverin, Une production communautaire de la jurisprudence: l’édition juridique
des arrêts, in «Annales de Vaucresson», 23, 1985, pp. 73-89.
104 Con il concetto di Kadi-Justiz, di giustizia del cadì, si concepisce nel diritto islamico la
giustizia ordinaria amministrata dal cadì, magistrato di nomina politica. L’espressione in Bourdieu
tuttavia è tratta da Max Weber che considera la KadiJustiz come forma idealtipica del diritto irrazionale
e, pertanto, di tipo personalistico ed imprevedibile, come forma di diritto irrazionale-materiale che si
contrappone al diritto formale-razionale; secondo Weber essa si ritrova ancora nelle società occidentali,
per esempio nella «giustizia popolare dei giurati», nelle giurie popolari o negli esperti, in forme
residuali che attenuano il razionalismo giuridico formale, che sono incompatibili con i principi di
razionalità e di calcolabilità e che, inoltre, sono considerate come una minaccia dai giuristi di
professione. Cfr. M. Weber, Economia e società [1922], vol. III, Edizioni di Comunità, Milano, 2000,
p. 198 ss. (N.d.C).
105 H. Motulsky, Principes d’une réalisation méthodique du droit privé. La théorie des éléments
générateurs des droits subjectifs, Tesi di dottorato, Parigi Sirey, 1948, in particolare alle pp. 47-48.
Come quegli epistemologi che ricostruiscono ex post la pratica concreta del ricercatore e che indicano
quali caratteri dovrebbe assumere l’approccio scientifico, Motulsky ricostruisce ciò che sarebbe (o
dovrebbe essere) il «metodo di realizzazione» appropriato al diritto, distinguendo tra una fase di ricerca
della «regola possibile», una sorta di esplorazione metodica dell’universo delle regole del diritto, e una
fase di applicazione, con il passaggio alla regola direttamente applicata al caso considerato.
106 F. Cohen, Transcendental Nonsense and the Functional Approach, in «Columbia Law
Review», 35, 1935, pp. 808-819.
107 La libertà lasciata all’interpretazione varia in modo considerevole quando passiamo dalla Corte
di Cassazione (che può annullare «la forza della legge», per esempio proponendo un’interpretazione
rigida, come accaduto nel caso della legge del 5 aprile 1910 sulle «pensioni operaie e dei contadini») ai
giudici dei tribunali di grado inferiore che per via della loro formazione e della loro «deformazione»
professionale sono inclini ad abdicare alla libertà di interpretazione di cui in teoria dispongono e ad
applicare interpretazioni codificate a situazioni codificate (motivazioni relative ai disegni di legge,
dottrina e commenti dei giuristi, professori o giudici, sentenze della Corte di Cassazione). Possiamo
prendere in prestito dalle osservazioni di Remi Lenoir l’esempio di quel tribunale di un quartiere
popolare di Parigi in cui, tutti i venerdì mattina, l’udienza è consacrata in modo specifico a un
contenzioso, sempre lo stesso, relativo alla risoluzione dei contratti di vendita o di locazione, e
designato col nome di una azienda di affitto e di pagamento a rate di elettrodomestici e di televisioni; i
giudizi, del tutto predeterminati, sono assai veloci e gli avvocati, nel caso siano presenti (il che è molto
raro) si esimono dal prendere la parola. (La presenza di un avvocato può certo rivelarsi utile, provando
che anche a questo livello esiste un potere di interpretazione, senza dubbio perché è percepita come un
segno di riverenza nei confronti del giudice e dell’istituzione che, proprio per questo, merita una certa
considerazione – la legge non è applicata in tutto il suo rigore –;
e anche perché la presenza degli avvocati costituisce un’indicazione sull’importanza accordata al
giudizio e sui rischi d’appello).
108 Mario Sbriccoli propone un inventario di procedimenti codificati che permettevano ai giuristi
(avvocati, magistrati, esperti, consiglieri politici, etc.) delle piccole comunità italiane medievali di
«manipolare» il corpus giuridico. Per esempio, la declaratio si può basare sulla rubrica, la materia della
norma, l’uso e il significato corrente dei termini, la loro etimologia, strumenti che a loro volta si
suddividono tanto e può giocare delle contraddizioni tra la rubrica e il testo partendo dall’una per
comprendere l’altro e viceversa. Cfr. M. Sbriccoli, L’interpretazione dello statuto. Contributo allo
studio della funzione dei giuristi nell’età comunale, Giuffrè, Milano, 1969 e Id., Politique et
interprétation juridiques dans le villes italiennes du Moyen-âge, in «Archives de philosophie du droit»,
XVII, 1972, pp. 99-113.
109 Cfr. P. Bourdieu, Ce que parler veut dire, Paris, Fayard, 1982 sull’effetto di messa in forma
pp. 20-21 e sull’effetto di istituzione p. 125 e ss.
110 Ph. Vissert Hooft, La philosophie du langage ordinaire et le droit, in «Archives de
philosophies du droit», XVII, 1972, pp. 261-284.
111 È il caso, per esempio, della parola «causa» che non possiede per niente, nell’uso comune, il
significato che le attribuisce il diritto; cfr. Ph. Vissert Hooft, op. cit.
112 Il ricorso legale implica, in moltissimi casi, il riconoscimento di una definizione delle forme di
rivendicazione o di lotta che privilegia le lotte individuali (e legali) a scapito delle altre forma di lotta.
113 «Pertanto il diritto nasce dal processo, dialogo regolato, il cui metodo è la dialettica». Cfr. M.
Villey, Philosophie du droit, II, Paris, Dalloz, 1979, p. 53.
114 Tutto nelle rappresentazioni della pratica giuridica (concepita come decisione razionale o come
applicazione deduttiva di una regola del diritto) e nella stessa dottrina giuridica (che tende a concepire
il mondo sociale come semplice aggregato di azioni compiute da soggetti di diritto razionali, eguali e
liberi) predispone i giuristi, in altri tempi affascinati da Kant o da Gadamer, a ricercare nella Rational
Action Theory gli strumenti di un aggiornamento delle giustificazioni tradizionali del diritto
(rinnovamento eterno delle tecniche di eternizzazione…).
115 La tradizione filosofica (e in particolare Aristotele nei Topici) evoca in modo quasi esplicito la
costituzione del campo sociale che è il principio della costituzione dello scambio verbale come
discussione euristica orientata in termini espliciti – in contrapposizione con il dibattito eristico – verso
la ricerca di proposizioni valide per un uditorio universale.
116 Da questo insieme di esigenze costitutive della visione del mondo giuridico deriva, secondo
Austin, il fatto che i giuristi non attribuiscono alle espressioni ordinarie il loro senso ordinario e che,
oltre a inventare termini tecnici o significati tecnici per i termini ordinari, intrattengono un rapporto
speciale con il linguaggio che li porta a procedere verso estensioni o restrizioni insolite. Cfr. J.-L.
Austin, Philosophical papers, Clarendon Press, Oxford, 1961, p. 136.
117 Cfr. D. Kayris, Legal reasoning, in D. Kayris (a cura di), The politics of law, Pantheon Books,
New York, 1982, pp. 11-17.
118 Alcuni legal realists, rifiutando alla regola qualsiasi efficacia specifica, sono arrivati persino a
ridurre il diritto alla semplice regolarità statistica, garante della prevedibilità del funzionamento delle
istanze giuridiche.
119 Sul lavoro di espansione vd. L. Mather e B. Yngvesson, Language, audience and the
transformation of disputes, in «Law and Society Review», 15, 3-4, 1980-1981, pp. 776-821.
120 Cfr. su questi aspetti, W.L.F. Felstiner, R.L. Abel, A. Sarat, The emergence and
transformation of disputes: naming, blaming, claiming, in «Law and Society Review», 15, 3-4, 1980-
1981, pp. 631-654; D. Coates, S. Pensord, Social psychology and the emergence of disputes, cit., pp.
654-680; L. Mather, B. Yngvesson, op. cit.
121 Rispetto agli effetti dell’accrescimento della popolazione dei lawyers negli USA, si veda R.L.
Abel, Toward a political economy of lawyers, in «Wisconsin Law Review», 5, 1981, pp. 1117-1187.
122 Cfr. P. Cam, Juges rouges et droit du travail, in «Actes de la recherche en sciences sociales»,
19, janvier, 1978, pp. 2-27 e Id., Les prud’hommes, juges ou arbitres, FNSP, Paris, 1981; e soprattutto
J.-P. Bonafé-Schmitt, Pour une sociologie du juge prud’homal, in «Annales de Vaucresson», 23, 1985,
pp. 27-50.
123 Cfr. Y. Dezalay, De la médiation au droit pur: pratiques et représentations savantes dans le
champ du droit, in «Annales de Vaucresson», 21, octobre 1984, pp. 118-148.
124 Qui abbiamo un esempio tipico di uno di quei processi che, quando non sono descritti nel
linguaggio ingenuo del «recupero», sono fatti apposta per piegarsi al funzionalismo del peggio
incitando a pensare che tutte le forme di opposizione agli interessi dominanti assolvano ad una funzione
utile per la perpetuazione dell’ordine costitutivo del campo: che l’eresia tende a rafforzare l’ordine
medesimo che, nel momento stesso in cui la combatte, la accoglie e assorbe, ed esce rinvigorito da
questo stesso scontro.
125 Cfr. R. Dhoquois, La vulgarisation du droit du travail. Réappropriation par les intéressés ou
développement d’un nouveau marché pour les professionels?, in «Annales de Vaucresson», 23 1985,
pp. 15-26).
126 Cfr. Y. Dezalay, Des affaires disciplinaires au droit disciplinaire: la juridictionnalisation des
affaires disciplinaires comme enjeu social et professionnel, in «Annales de Vaucresson», 23, 1985, pp.
51-71.
127 Il rex arcaico detiene il potere di tracciare dei confini (regere fines), di «fissare le regole, di
determinare, in senso proprio, ciò che è “diritto”» (E. Benveniste, Le vocabulaire des institutions indo-
européennes, II, Le Minuit, Paris, 1969, p. 15).
128 La relazione degli habitus con la regola o con la dottrina è la medesima anche nel caso della
religione rispetto a cui è tanto sbagliato attribuire le pratiche all’effetto della liturgia o del dogma (per
una sopravvalutazione dell’efficacia dell’azione religiosa che è l’equivalente del giuridicismo) quanto
ignorare questo effetto attribuendolo alle disposizioni, ed ignorando allo stesso tempo l’efficacia
specifica dell’azione del corpo clericale.
129 La propensione a comprendere sistemi di relazioni complesse in maniera unilaterale (come
fanno i linguisti che cercano in questo o quel settore dello spazio sociale il principio del cambiamento
linguistico) porta alcuni a capovolgere completamente, in nome della sociologia, il vecchio modello
idealistico della creazione giuridica pura (che ha potuto essere situato, simultaneamente o
successivamente, nel corso delle lotte interne al corpo, nell’azione del legislatore o dei giuristi, o con i
pubblicisti e con i civilisti nelle sentenze della giurisprudenza): «Il centro di gravità dello sviluppo del
diritto, nella nostra epoca […] come in ogni altra, non dev’essere cercato né all’interno della
legislazione né all’interno della dottrina, e nemmeno nella giurisprudenza, bensì nella società stessa»
(Eugen Ehrlich citato da J. Carbonnier, Flexible droit, Textes pour une sociologie du droit sans rigueur,
LGDJ, Paris, 1983, p. 21).
130 Max Weber, che vedeva nelle proprietà della logica formale del diritto razionale il vero
fondamento della sua efficacia (soprattutto per via della sua capacità di generalizzazione, principio
della sua applicabilità universale), collegava allo sviluppo delle burocrazie e delle relazioni impersonali
che esse favoriscono lo sviluppo del corpo di specialisti del diritto e di una ricerca giuridica intenta a
fare del diritto un discorso astratto e logicamente coerente.
131 Queste affinità si sono senza dubbio rafforzate, nel caso della Francia, con la creazione
dell’ENA (Ecole Nationale d’Administration), che garantisce una formazione giuridica minima agli alti
funzionari e a una buona parte dei dirigenti delle imprese pubbliche o private.
132 Jean-Pierre Mounier, La definition judiciaire de la politique, Tesi di dottorato, Paris I, 1975.
133 Il risultato delle elezioni interne alla professione (realizzate per corrispondenza dal 12 al 21
maggio 1986) ha palesato una nettissima polarizzazione politica del corpo dei magistrati i quali, prima
della comparsa del Sindacato della magistratura nel 1968, erano tutti riuniti (quando aderivano a un
sindacato) in un’unica associazione, l’Unione federale dei magistrati, antenata dell’USM (Unione
Sindacale dei Magistrati), moderata, fortemente in declino, mentre il Sindacato della magistratura,
piuttosto di sinistra, progredisce e l’Associazione professionale dei magistrati, piuttosto a destra e
nuovamente ricomparsa, vede affermare la sua esistenza (ottenendo più del 10% dei voti).
134 Alain Bancaud e Yves Dezalay mostrano bene come persino più eretici tra i giuristi critici, che
si rifanno alla sociologia o al marxismo per far avanzare i diritti dei detentori di forme dominate della
competenza giuridica come il diritto sociale, continuano a rivendicare il monopolio della «scienza
giuridica». Cfr. A. Bancaud, Y. Dezalay, L’économie du droit. Impérialisme des économistes et
résurgenge d’un juridisme, comunicazione al Convegno sul modello economico nelle scienze,
dicembre 1980, p. 19.
135 J. Ellul, Le problème de l’émergence du droit, in «Annales de Bordeaux», I, 1, 1976, pp. 6-15.
136 Cfr. J. Ellul, Deux problèmes préalables, in «Annales de Bordeaux» I, 2, 1978, pp. 61-70.
137 Si comprende pertanto che il rapporto esistente tra l’appartenenza alle facoltà di
giurisprudenza e l’orientamento politico verso la destra che ho verificato in termini empirici non sia per
niente casuale (cfr. P. Bourdieu, Homo academicus, Éd. de Minuit, Parigi, 1984, pp. 93-96).
138 J. Ellul, Le problème de l’émergence du droit, cit.
139 Tra gli effetti specificatamente simbolici del diritto, bisogna riconoscere un posto particolare
all’effetto di ufficializzazione come riconoscimento pubblico della normalità che rende dicibile,
pensabile, confessabile, una condotta fino ad allora tabuizzata (è il caso per esempio delle misure
relative all’omosessualità). E anche all’effetto di imposizione simbolica che può esercitare la regola
esplicitamente promulgata, e le possibilità che essa indica, aprendo lo spazio dei possibili (o più
semplicemente «dando delle idee»). Così nella lunga resistenza che hanno esercitato nei confronti del
Codice civile, i contadini legati al diritto di primogenitura hanno conosciuto alcune procedure, rifiutate
con violenza, che l’immaginazione giuridica offriva loro. E se molte di queste misure (spesso registrate
negli atti notarili su cui gli storici del diritto si basano per ricostruire i «costumi») sono totalmente
sprovviste di realtà, come la restituzione della dote in caso di divorzio anche se il divorzio è di fatto
escluso, rimane il fatto che l’offerta giuridica non smette di esercitare effetti reali sulle
rappresentazioni, e in questo universo come altrove (ad esempio in materia di diritto del lavoro) le
rappresentazioni che costituiscono quel che potremmo chiamare il «diritto vissuto» devono molto
all’effetto, più o meno deformato, del diritto codificato. L’universo dei possibili che questo fa esistere,
nel lavoro stesso che è necessario per neutralizzarli, tende con ogni verosimiglianza a preparare gli
animi ai cambiamenti apparentemente brutali che sorgeranno quando saranno date le condizioni di
realizzazione di queste possibili teorici. Si può supporre che si tratti di un effetto assai generale
dell’immaginazione giuridica, che ad esempio prevedendo con una sorta di pessimismo metodico tutti i
casi di trasgressione di una regola, contribuisce a farli esistere in una frazione più o meno ampia dello
spazio sociale.
140 R. Lenoir, La securité sociale et l’évolution des formes de codification des structures
familiales, Tesi di Dottorato, Parigi, 1985.
141 L’analisi dei «libri sui costumi» e dei registri di deliberazioni comunali di un certo numero di
«comunità» del Béarn (Arudy, Bescat, Denguin, Lacommande, Lasseube) mi ha permesso di vedere
come certe norme «universali» che riguardano le procedure di assunzione di decisioni collettive (come
il voto a maggioranza) si sono potute imporre durante la Rivoluzione a svantaggio del vecchio costume,
che prevedeva l’unanimità dei «capofamiglia» in virtù dell’autorità conferitagli dalla loro stessa
oggettivazione, capace di diradare, come la luce fa con le tenebre, le oscurità del «va da sé». Sappiamo
in effetti che una delle proprietà essenziali dei «costumi», in Cabilia come nel Béarn e altrove, è che i
principi più fondamentali non sono mai enunciati, e che l’analisi deve far emergere le «leggi non
scritte» dell’enumerazione delle sanzioni associate in caso di trasgressione pratica di quei principi.
Tutto permette infatti di supporre che la regola esplicita, scritta, codificata, dotata di quell’evidenza
sociale che le conferisce la sua applicazione translocale, ha piano piano travolto le resistenze perché si è
presentata – per un effetto di allodossia – come la formulazione giusta ma più economica, più rigorosa
dei principi che regolavano nella pratica le condotte, anche se in effetti non faceva altro che negarle: un
principio come quello dell’unanimità delle decisioni tendeva a escludere il riconoscimento istituzionale
della possibilità della divisione (soprattutto quella durevole/stabile) in campi antagonistici, ed anche,
più in profondità, della delega della decisione a un corpo di rappresentanti. D’altra parte bisogna notare
come l’istituzione di un «consiglio municipale» vada di pari passo con la scomparsa di qualunque
partecipazione dell’insieme degli attori interessati all’elaborazione delle decisioni, e come il ruolo
stesso dei rappresentanti si limiti, per tutto l’Ottocento, a ratificare proposte delle autorità prefettizie.
Nota bio-bibliografica142

Pierre Bourdieu è stato autore assai prolifico. La sua opera comprende oltre trenta libri, qualche
centinaio di articoli (spesso poi confluiti, variamente rivisitati, nei libri), e un numero consistente di
altri testi (non necessariamente minori) nati da occasioni diverse, come comunicazioni orali, prefazioni
a libri altrui, e soprattutto interviste. Una bibliografia completa aggiornata al 2002 è disponibile in Y.
Delsaut, M.-C. Rivière, Bibliographie des travaux de Pierre Bourdieu, Pantin, Le Temps de Cerises,
2002, aggiornato successivamente sino al 2009 (aggiornamento disponibile solo in versione elettronica
al sito dell’editore). Una bibliografia ragionata è stata approntata da Loïc Wacquant: vedi Comment lire
Bourdieu: deux itinéraires in P. Bourdieu, L. Wacquant, Invitation à la sociologie réflexive, Paris,
Editions du Seuil, 2014, pp. 321-345 (nuova edizione di un libro apparso originariamente nel 1992).
Bourdieu è un autore molto tradotto e sulla circolazione della cui opera si è molto ragionato, anche
sulla base di strumenti di analisi approntati dallo stesso autore in quanto studioso del campo
intellettuale e dei beni simbolici. Sulla ricezione internazionale dell’opera si rimanda al Simposio
curato da Marco Santoro sulla rivista «Sociologica: Italian Journal of Sociology online» (in tre parti,
annate 2008 e 2009) con contributi su diversi Paesi, tra cui l’Italia: M. Santoro, How “not” to become
adominant French sociologist: Bourdieu in Italy, in «Sociologica», 1/2009. Per una ripresa e un
aggiornamento, sul caso specifico italiano, rimando a M. Santoro, Effetto Bourdieu. La sociologia come
pratica riflessiva e le trasformazioni del campo sociologico, in «Rassegna Italiana di Sociologia»,
1/2014, pp. 5-20.

Una corposa biografia di Bourdieu è stata scritta da una specialista del genere: M.-A. Lescourret,
Bourdieu, Paris, Flammarion, 2008. Lo stesso Bourdieu si è cimentato nell’impresa, in un testo rimasto
incompiuto e pubblicato dopo la morte, che dichiara peraltro sin dall’epigrafe la sua presa di distanza
dal genere autobiografico e dai suoi assunti epistemologici (l’epigrafe è diventata titolo dell’edizione
italiana del volume: Questa non è una autobiografia, Milano, Feltrinelli, 2005). Elementi biografici
inquadrati in resoconti (autobiografici) del modo di lavorare di Bourdieu scritti da suoi colleghi, allievi
e collaboratori possono leggersi in AA.VV., Travailler avec Bourdieu, Paris, Flammarion, 2003.
Questa nota bio-bibliografica vuole offrire al lettore una “guida minima” all’autore e alla sua opera,
rimandando ai testi precedenti per ogni ulteriore notizia e approfondimento.

142 Si pubblica la nota bio-bibliografica apparsa in P. Bourdieu, Forme di capitale, a cura di M.


Santoro, Roma, Armando, 2015.
Biografia

1930 Nasce il 1° agosto a Denguin, cittadina del Béarn, regione dell’area sud occidentale della Francia,
vicino ai Pirenei. Il padre è un impiegato delle poste locali, proveniente da una famiglia di mezzadri
della zona. La madre viene da una famiglia di piccoli proprietari terrieri.
1951 È ammesso all’École Normale Supérieure de la rue d’Ulm, di Parigi. Bourdieu appartiene al 5%
degli studenti che sono di origine operaia o contadina.
1954 Ottiene l’Agrégation in filosofia. Inizia il dottorato, sotto la tutela del filosofo ed epistemologo
Georges Canguilhem (maestro anche di Michel Foucault). La tesi, sulle strutture temporali nella vita
affettiva secondo la fenomenologia husserliana, verrà abbandonata negli anni successivi. Bourdieu non
avrà mai il titolo di dottore di ricerca. Insegna per un anno al liceo di Moulins.
1955 Svolge il servizio militare in Algeria. In questo periodo si compie la “conversione” di Bourdieu
dalla filosofia alle scienze sociali, e in particolare all’etnologia e alla sociologia. Inizia l’osservazione
etnografica sulla società e la cultura Cabila e la riflessione sociologica e politica sulla guerra in Algeria,
iniziata già alla fine del 1954 e che si concluderà solo nel 1962 con l’indipendenza.
1958 Assistente alla facoltà di Lettere dell’Università di Algeri, dove entra in contatto e inizia a
collaborare con studiosi (anche algerini) di scienze sociali ed economiche.
1960 Torna a Parigi come Assistente di Sociologia alla Sorbonne, su invito di Raymond Aron, che lo
nomina anche Segretario del Centre de sociologie européenne da questi fondato presso l’École Pratique
des Haute Études (poi École des Haute Études en Sciences Sociales).
1961-64 Insegna, come Maître de conférence, sociologia alla facoltà di Lettere dell’Università di Lille,
dove inizia le sue ricerche sugli studenti e la cultura.
1964 Direttore di studi all’École Pratique des Haute Études (poi École des Haute Études en Sciences
Sociales). Fonda e dirige la collana “Le Sens commun”, presso l’editore Minuit. In questa collana
pubblicherà tutti i suoi libri sino alla fine degli anni Ottanta, libri di allievi e collaboratori (tra cui Luc
Boltanski e Robert Castel), ma soprattutto traduzioni di testi di autori stranieri (spesso ancora
sconosciuti al pubblico francese), come, tra gli altri, Panofsky, Cassirer, Hoggart, Goffman, nonché
raccolte di testi di Durkheim e Marcel Mauss, ovvero dei padri della tradizione sociologica francese.
1968 Rottura con Raymond Aron. Con alcuni allievi e giovani collaboratori del Centre européenne
fonda il Centre de sociologie de l’éducation et de la culture.
1972 È visiting fellow presso l’Institute for Advanced Study di Princeton, dove conosce Albert
Hirschman e Erving Goffman.
1975 Fonda la rivista «Actes de la recherche en sciences sociales», sorta di laboratorio collettivo,
rigorosamente controllato da Bourdieu, dove vengono anticipati risultati di ricerche in corso presso il
Centre, tradotti testi di autori stranieri selezionati, e si sperimentano stili di scrittura e presentazione
editoriale (i testi sono spesso accompagnati da fotografie, documenti, disegni, fumetti, variamente
montati).
1981 Eletto al Collège de France, la più autorevole e prestigiosa istituzione culturale francese, dove
tiene la cattedra di Sociologia che era stata in passato di Raymond Aron. La sua prima lezione è sulla
pratica del tenere lezioni. I suoi corsi presentano al pubblico i risultati in progress delle ricerche in
corso. Si segnalano in particolare i corsi sullo Stato e quelli sulla rivoluzione simbolica di Manet, che
daranno origine a pubblicazioni postume.
1989 Fonda e dirige la rivista internazionale «Liber», che uscirà nei primi anni in contemporanea in
cinque lingue (italiano incluso, come supplemento de L’Indice dei Libri) e che dirigerà fino al 1998. La
rivista si pone l’obbiettivo di favorire la circolazione di idee tra gli intellettuali d’Europa.
1993 Riceve la Medaglia d’oro del CNRS, la più alta onorificenza per meriti scientifici in Francia.
Nello stesso anno viene portato a termine il progetto da lui diretto e da cui deriva l’opera La misère du
Monde, sulle forme contemporanee di esclusione e povertà. L’opera vende in quell’anno più di
centomila copie, è oggetto di discussione accademica, giornalistica e politica ed è adattata anche per il
teatro.
1995 Fonda la casa editrice Raisons d’agir, specializzata in ricerche che hanno al cuore i problemi
politici e sociali contemporanei. Sostiene pubblicamente, con una petizione, lo sciopero dei ferrovieri
contro la riforma pensionistica avanzata dal ministro Juppé.
1996 Riceve l’Erving Goffman Prize dell’Università della California in Berkeley e il titolo di dottore
honoris causa dalla Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte e da quella di Atene.
1998 Assume la direzione di una nuova collana (“Liber”) per l’editore Seuil. In questa collana uscirà
nello stesso anno La domination masculine, uno dei suoi testi più controversi, criticato in particolare
per aver ignorato le teorie delle femministe francesi. Sul versante politico appoggia il movimento dei
disoccupati in Francia ed è tra i co-fondatori del movimento anti-global Attac.
2000 Riceve la Huxley Memorial Medal dell’Anthropological So-ciety di Londra, occasione in cui
pronuncia il discorso Objectivation participant. Participant objectivation, che uscirà postumo nel 2003.
2002 Muore a Parigi il 23 gennaio.

Bibliografia essenziale
1958 Sociologie de l’Algerie, Paris, Puf.
1963 Travail et travailleurs en Algerie, Paris, Mouton (con Alain Derbel, Jean-Paul Rivet, Claude
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1964 Les Héritiers: les étudiants et la culture, Paris, Minuit (con Jean-Claude Passeron), trad. it I
delfini. Gli studenti e la cultura, Rimini-Firenze, Guaraldi 1971.
1965 Un art moyen: essai sur les usages sociaux de la photographie, Paris, Minuit; trad. it. La
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1966 L’amour de l’art: les musées d’art européens et leur public, Paris, Minuit; trad. it. L’amore
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1968 Le métier de sociologue, Paris, Minuit (con Jean-Claude Chamboredon e Jean-Claude Passeron);
trad. it. Il mestiere di sociologo, Rimini-Firenze, Guaraldi 1976.
1970 La Reproduction, éléments pur une théorie du système d’enseignement, Paris, Minuit; trad. it. La
riproduzione, Rimini-Firenze, Guaraldi 1972.
1972 Esquisse d’une theorie de la pratique: précedé de trois études d’ethnologie kabyle, Genève, Droz;
trad. it. Per una teoria della pratica. Con tre studi di etnologia cabila, Milano, Raffaello Cortina 2003.
1977 Algérie 60: structures economiques et structures temporelles, Paris, Minuit.
1979 La distinction. Critique sociale du jugement, Paris, Minuit; trad. it. La distinzione. Critica sociale
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1980 Le sens pratique, Paris, Minuit; trad. it. Il senso pratico, Roma, Armando 2003.
1980 Questions de sociologie, Paris, Minuit.
1984 Homo academicus, Paris, Minuit; trad. it. Homo academicus, Bari, Dedalo 2013.
1986 Choses dites, Paris, Minuit; trad. it. Cose dette, Napoli-Salerno, Orthotes 2013.
1989 La noblesse d’Etat, Paris, Minuit.
1992 Les Règles de l’art: genèse et structure du champ litteraire, Paris, Seuil; trad. it. Le regole
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1993 La misère du monde, Paris, Seuil; trad. it. La miseria del mondo, Sesto San Giovanni, Mimesis
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1994 Raisons pratiques: sur la théorie de l’action, Paris, Seuil; trad. it. Ragioni pratiche, Bologna, il
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1998 La domination masculine, Paris, Seuil; trad. it. Il dominio maschile, Milano, Feltrinelli 1999.
2000 Les structures sociales de l’économie, Paris, Seuil; trad. it. Le strutture sociali dell’economia,
Trieste, Asterios 2004.
2001 Science de la science et réflexivité, Paris, Raison d’agir; trad. it. Il mestiere di scienziato, Milano,
Feltrinelli 2004.
2002 Le bal des célibataires. Crise de la société paysanne en Béarn, Paris, Seuil.
2002 Interventions, 1961-2001: Science sociale et action politique, Marseille, Agone.
2004 Esquisse pour une auto-analyse, Paris, Raison d’agir; trad. it. Questa non è un’autobiografia.
Elementi di autoanalisi, Milano, Feltrinelli 2005.
2008 Esquisses algériennes, Paris, Seuil.
2012 Sur l’Etat, Paris, Seuil; trad. it. parziale Sullo stato, Milano, Feltrinelli 2013.
2013 Manet, une révolution symbolique, Paris, Seuil.
BOURDIEU, Pierre
La forza del diritto ; Intr. di Cirus Rinaldi
Roma : Armando, © 2017
128 p. ; 17 cm. (Classici di Sociologia)

ISBN: 978-88-6992-169-8

1. Imposture legittimate
2. Forza del diritto
3. Sociologia del campo giuridico

CDD 300

Traduzione e cura di Cirus Rinaldi


Collana diretta da Alessandro Ferrara

Titolo originale:
La force du droit. Eléments pour une sociologie du champ juridique, in «Actes de la recherche en
sciences sociales», 64, 1, 1986, pp. 3-19

© 2017 Armando Armando s.r.l.


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Sommario
Frontespizio
Introduzione
Pierre Bourdieu
Nota bio-bibliografica
Biografia
Diritti