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SCIENZE UMANE E SOCIALI

a cura della dott.ssa Anna Pelliccia

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INTRODUZIONE ALLE SCIENZE UMANE E SOCIALI
La materia di studio “scienze umane e sociali” comprende discipline quali
l’antropologia, la sociologia, la psicologia e la pedagogia. Le scienze umane e sociali
nascono da bisogno dell’essere umano di riflettere sulla propria condizione di
“umanità”. Esse hanno una connotazione scientifica perché le loro ricerche sono
caratterizzate da un metodo rigoroso, obiettivo e oggettivo. In quanto scienze
possiedono un oggetto di studio specifico, un obiettivo da raggiungere, un metodo
di ricerca e un determinato linguaggio che le caratterizza; tutti fattori che
consentono a ciascuna disciplina di ottenere una propria specificità. Da sottolineare
il fatto, molto importante, che le scienze umane e sociali sono caratterizzate da una
forte interdisciplinarità, cioè sono in continua e reciproca connessione

1. ANTROPOLOGIA CULTURALE
In Europa si distingue principalmente tra:

 Antropologia culturale che considera la produzione di cultura il tratto


distintivo degli esseri umani
 Antropologia fisica che studia le caratteristiche fisiche degli esseri umani,
confrontandole con quelle degli altri animali, in particolare i primati, per
capirne l’evoluzione.

L’antropologia culturale come scienza nasce nella seconda metà dell’Ottocento. Tra
gli eventi che hanno favorito la riflessione antropologica emergono la scoperta
dell’America e il colonialismo.

Scoperta dell’America: la scoperta dell’America ha permesso agli europei di


entrare in contatto con popoli diversi, in particolare con i nativi del Nuovo Mondo,
e di allargare il proprio orizzonte di conoscenza. Si assiste dunque alla nascita di
nuovi interrogativi sull’essere umano. Nel corso dell’Ottocento le riserve indiane
diventano per gli antropologi uno dei luoghi privilegiati per le loro osservazioni e
riflessioni.
Colonialismo: nel corso dell’Ottocento le potenze europee conquistano nuovi
territori in Africa, Asia e Oceania creando nuove colonie. Conoscere le popolazioni
colonizzate, le loro tradizioni e il loro modo di pensare permette agli occidentali di
insediarsi più facilmente nei nuovi territori. L’antropologia dunque nasce con
l’intento di rispondere a esigenze di carattere politico-economico.
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Prima di esplorare le teorie dell’antropologia culturale occorre stabile la differenza
tra due concetti:

 Relativismo culturale: la concezione secondo la quale ogni manifestazione


culturale, per essere compresa appieno, va considerata in relazione al proprio
contesto di appartenenza. Ogni modello è degno di rispetto quanto lo sono
gli altri ed è sbagliato credere che le proprie abitudini, i propri usi e costumi,
i propri valori siano migliori o più importanti di quelli appartenenti a sistemi
di vita diversi dal proprio;
 Contrapposto al concetto di relativismo culturale c’è quello di etnocentrismo,
l’atteggiamento per cui si attribuisce una superiorità culturale al proprio
gruppo etnico, giudicando le altre culture sulla base dei propri valori di
riferimento.

L’antropologia è contraria al concetto di etnocentrismo. Essa, infatti, insegna che è


importante guardare alle differenze culturali con curiosità, senza pensare che la
propria cultura sia migliore di altre.

Nel corso del Novecento oltre alla ricerca sul campo nei vari territori, si assiste ad
una sistemazione teorica. Nella seconda metà del Novecento l’interesse degli
antropologi si sposta verso il mondo arabo, la Cina e l’America meridionale fino
allo studio delle culture urbane contemporanee.

Nel corso del Novecento viene introdotta la distinzione tra:

 Società semplici caratterizzate da una popolazione scarsa, dall’assenza dei


mezzi di comunicazione e di sistemi e apparati burocratici complessi.
Vengono anche definite “culture primitive”
 Società complesse caratterizzate dalla molteplicità degli apparati
istituzionali, da produzione artistica e letteraria, da professioni specializzate
e dallo sviluppo della scienza e della tecnica

Con il progredire delle conoscenze gli antropologi si sono resi conto che tale
suddivisione delle culture è errata e che le cosiddette società “primitive” hanno
sistemi di pensiero e organizzazioni sociali anche molto complessi.
A mettere in rilievo l’inconsistenza di tale separazione è stato l’antropologo
francese Claude Lévi-Strauss (1908-2009) che, studiando i miti e le lingue di
diverse popolazioni, ha messo in luce la complessità e la raffinatezza dei racconti
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tramandati oralmente. Secondo Lévi-Strauss, dietro l’apparente caos dei miti esiste
una logica.

Anche l’etnologo francese Marcel Griaule (1898-1956) ha confermato l’errata


distinzione tra società semplici e società complesse studiando la popolazione
Dogon del Mali. La disposizione delle case di questo popolo era sembrata a Griaule
casuale e disordinata. Grazie a numerose conversazioni con gli abitanti del luogo e
ad un informatore che conosceva bene i miti dogon tramandati oralmente,
l’antropologo francese comprese che la struttura di ogni villaggio e la forma di ogni
abitazione rappresentavano schematicamente il corpo umano, con i suoi organi
principali, ogni elemento architettonico aveva un preciso significato.

IL METODO ETNOGRAFICO

Tra Ottocento e Novecento la ricerca antropologica si avvale del:

 Metodo etnografico, tipico dell’indagine antropologica e caratterizzato dalla


ricerca sul campo chiamata anche “etnografia”. Questo metodo consiste
nell’entrare in relazione diretta con la popolazione che si vuole studiare
trascorrendo un certo periodo di tempo a stretto contatto con essa.
L’antropologo arriva a conoscere abitudini, costumi e tradizioni vivendo la
cultura dal di dentro.
 Il metodo etnografico si avvale dell’osservazione partecipante, una tecnica
grazie alla quale l’osservatore si mescola ai soggetti che osserva,
partecipando attivamente alla loro vita quotidiana
 Per l’antropologo che conduce ricerca sul campo è fondamentale adottare lo
sguardo da lontano, un atteggiamento distaccato e obiettivo, privo di schemi
mentali e pregiudizi, che l’antropologo deve assumere nei confronti della
cultura che è oggetto della sua ricerca.

TECNICHE DI RICERCA DEL METODO ETNOGRAFICO

 Osservazione partecipante
 Intervista tramite la quale l’antropologo pone una serie di domande agli
abitanti del luogo
 Storie di vita, grazie alle quali egli riporta esperienze di vita personali al fine
di delineare un ritratto culturale più intimo della popolazione studiata

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 Informatori privilegiati, ossia persone con particolari esperienze che
possono essere utili per ottenere informazioni in un certo ambito

Una volta terminata la sua osservazione l’antropologo raccoglie le informazioni


ottenute compiendo un resoconto dettagliato sulle manifestazioni culturali della
popolazione studiata.

CONCETTO DI CULTURA

La condizione umana si caratterizza per un complesso intreccio di natura e cultura.


Edward Taylor (1832-1917), antropologo britannico, uno dei padri della disciplina,
afferma che la cultura è il complesso delle attività e dei prodotti manuali e
intellettuali dell’essere umano in quanto membro di una società. Nel linguaggio
antropologico è dunque l’insieme di norme, tradizioni, lingua, letteratura, arti e
scienze, religione, usi e costumi che caratterizza un popolo. Ogni gruppo umano
associato ha una propria cultura, che coincide con i suoi modi di concepire e di
vivere la vita.
Per Taylor non esiste alcuna distinzione di valore tra creazioni culturali di origine
colta e prodotti di livello “basso”: i capolavori dell’arte e della musica sono
interessanti tanto quanto l’abbigliamento quotidiano e le canzoni popolari.
La definizione della cultura data da Taylor suggerisce che non esistono popoli
selvaggi e privi di civiltà e che nessun umano vive in una condizione
completamente “naturale”. Ciò che distingue l’essere umano dagli altri viventi
infatti, è proprio il fatto di essere produttore di cultura e civiltà e di usare
consapevolmente gli strumenti simbolici che permettono il progresso delle
conoscenze e delle tecniche.
Taylor introduce e definisce anche alcuni termini in antropologia:

 Inculturazione, termine con cui si indica la trasmissione da una generazione


all’altra di conoscenze e abitudini diffuse in una particolare cultura; mediante
questo processo, ogni essere umano diventa a tutti gli effetti membro della
società. L’antropologa Margaret Mead (1901-1978) ha sottolineato l’influenza
del processo di inculturazione sulla personalità degli individui. Nei suoi
numerosi viaggi scopre che, a seconda di come vengono allevati, i bambini
sviluppano tratti di personalità molto diversi.
 Acculturazione, ovvero il mutamento culturale che deriva dall’incontro tra
popoli e culture diverse

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 I LEGAMI DI PARENTELA

Secondo l’antropologo italiano Marco Aime, l’antropologia si occupa delle relazioni


che legano gli esseri umani tra loro. I legami di parentela sono presenti presso ogni
popolo, ma le caratteristiche che li contraddistinguono variano a seconda della
cultura di riferimento.

La parentela nasce dall’incontro di due rapporti fondamentali in natura: il legame


di coppia tra maschio e femmina e il legame tra madre e figlio. La parentela è
dunque l’insieme dei rapporti sociali che intercorrono tra individui legati da:

 Affinità, legame tra i coniugi fondato sul matrimonio


 Filiazione, legame tra genitori e figli
 Consanguineità, legame tra fratelli

I legami di parentela possono variare da cultura a cultura poiché implicano


concezioni differenti sul concepimento, sulla formazione e sulla crescita degli
individui.

LE FASI DELLA VITA

La vita dell’essere umano non è determinata solo da fattori naturali, ma è il


risultato di un complesso intreccio di elementi naturali e culturali. Ogni cultura
suddivide e considera le diverse fasi della vita di un essere umano in maniera
differente a seconda dell’ambito socio-culturale di appartenenza. Ci sono società in
cui l’età costituisce un criterio di suddivisione della popolazione. Si tratta di società
di piccole dimensioni che vivono nell’Africa centrale e orientale e che sono
composte da cacciatori-raccoglitori. I membri di queste società svolgono ruoli
sociali diversi.

La suddivisione in classi di età è una forma di organizzazione sociale (diffusa


presso alcune società africane agropastorali, come quelle dei Samburu, dei Nuer o
dei Masai) per cui gli individui di sesso maschile sono raggruppati in fasce a
seconda dell’età. L’antropologo inglese Paul Spencer ha descritto la suddivisione
della popolazione maschile dei Samburu presso i quali ha individuato tre principali
classi di età:

 Guerrieri, giovani adulti ai quali si richiede forza fisica per cacciare e


difendere la popolazione
 Anziani, che detengono i poteri politici, sociali ed economici
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 Molto anziani, che conservano poteri rituali come ad esempio presiedere
una cerimonia, scagliare maledizioni, benedire.

Questa organizzazione politico-sociale è stata definita da Spencer gerontocrazia


proprio perché gli anziani occupano una posizione preminente, detengono il potere
politico, economico e sociale e sono autorità spirituali e religiose.

I RITI DI PASSAGGIO

In ogni gruppo umano il passaggio da una fase della vita a un’altra è celebrato da
tutta la comunità, che accompagna con cerimonie e rituali la crescita e il
cambiamento degli individui.

L’antropologo francese Arnold van Gennep (1873-1957) ha coniato l’espressione


riti di passaggio per indicare le cerimonie pubbliche e condivise che in tutte le
società accompagnano i momenti della vita in cui si compie un passaggio da una
condizione a un’altra (nascita, pubertà, fidanzamento, matrimonio…). I riti di
passaggio più importanti sono quelli che accompagnano la nascita e quelli che
sanciscono l’ingresso nell’età adulta.

 Tra i riti della nascita possiamo citare il battesimo cristiano e la circoncisione


praticata da ebrei e musulmani.
 Le cerimonia che accompagna l’ingresso di una persona nell’età adulta è
detta rito di iniziazione o iniziazione. Il termine è usato per indicare
l’insieme di riti e di compiti di apprendimento che, nella vita di un membro
della comunità, segnano l’ingresso nell’età adulta o l’acquisizione di un ruolo
importante e definitivo. Presso alcune società esiste un tipo di iniziazione che
è un vero e proprio obbligo sociale che si deve affrontare per essere
considerato adulti. In questo caso si parla di iniziazione tribale che consiste
in un insieme di riti obbligatori, dal valore sacro, organizzati dalla comunità
per i giovani che hanno raggiunto una determinata età

L’ANTROPOLOGIA E L’OPERATORE SOCIO-SANITARIO

È molto frequente che gli operatori socio-sanitari si trovino a lavorare con individui
appartenenti a culture diverse dalla propria o provenienti da paesi i cui valori, usi e
abitudini sono molto lontani da quelli adottati nel nostro paese. In questi casi
l’operatore socio-sanitario deve sforzarsi di prendere le distanze dai propri valori
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di riferimento per avvicinarsi al modo di pensare dell’utente e cogliere quelle
differenze culturali che sono all’origine della diversità.

2. SOCIOLOGIA
La società diventa oggetto di studio scientifico solo tra Settecento e Ottocento,
quando alcuni importanti processi storici, come l’industrializzazione, fecero sentire
l’esigenza di un’analisi più dettagliata delle diverse forme di organizzazione sociale
degli uomini.

La nascita ufficiale della sociologia è legata al nome di Auguste Comte (1798-1857)


che nel 1839 conia il termine “sociologia” allo scopo di indicare lo studio della
realtà sociale condotto in maniera scientifica. Come già accennato precedentemente,
l’evento che contribuisce in modo decisivo alla nascita della sociologia fu il definito
affermarsi, nella società europea, del processo di industrializzazione che si era
avviato a partire dalla fine del Settecento. Il proliferare delle fabbriche trasforma la
fisionomia delle città che crebbero in modo smisurato e le campagne si spopolarono
perché i contadini si riversarono nelle aree urbane per lavorare come operai. Di
conseguenze si modifica la vita urbana e le relazioni tra gli individui.

Di seguito viene descritto brevemente il pensiero degli autori considerati “classici”


della sociologia.

KARL MARX
Karl Marx (1818-1883), filosofo ed economista tedesco, realizza un’analisi globale
della realtà e della storia. Lo studio della società occupa un posto privilegiato nel
suo orizzonte di pensiero. Marx parte dal principio secondo cui la storia umana è
una serie di eventi e condizioni concrete e materiali, il fine principale dell’uomo è
quello di procurarsi beni necessari e soddisfare i propri bisogni. Per Marx ogni
epoca storica è caratterizzata da una precisa rete di rapporti tra i gruppi di
individui che corrisponde ad una divisione in classi sociali, ossia, secondo la
visione di Marx, un complesso di individui che si trovano nella stessa posizione
sociale rispetto alla proprietà dei mezzi di produzione. In epoca industriale Marx
individua due tipi di classi sociali:

 Borghesia, cioè i proprietari delle fabbriche e dei mezzi di produzione


 Proletariato, operai che lavorano nelle fabbriche in cambio di salario

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Secondo la visione di Marx, la borghesia sfrutta gli operai per incrementare il
proprio profitto generando un conflitto risolvibile solo con la rivoluzione della
classe operaia e la creazione di una società nuova, senza proprietà privata.

In Marx, l’analisi delle società è uno strumento per guidare l’azione concreta degli
uomini.

ÉMILE DURKHEIM
Durkheim (1858-1917) trasforma la sociologia in un ambito di studi universitari.
Secondo lo studioso francese, bisogna partire dalle “tendenze collettive” per
spiegare le azioni e i pensieri delle singole persone. La società dunque esiste prima
e “al di sopra” di tutto. Le azioni dei singoli possono dunque essere spiegate solo a
partire dalla società.

MAX WEBER
Il filosofo tedesco Max Weber (1864-1920) sostiene la necessità di dare maggiore
importanza all’individuo, più che alla struttura della società. Oggetto della
sociologia sono per Weber le azioni sociali, ossia quei comportamenti individuali
che, dal punto di vista del soggetto che li compie, hanno un significato sociale, cioè
sono influenzati dalla presenza di altri individui (quando un uomo apre l’ombrello
per riparare una signora dalla pioggia, la sua azione acquista un significato sociale).
Per Weber la sociologia cerca di individuare delle “regole generali” o dei tipi
ideali, cioè dei modelli generali e astratti di cui il sociologo si serve per interpretare
i meccanismi di una società. Ad esempio sono tipi ideali le nozioni di “borghesia” e
“capitalismo”.

LA SOCIETÀ

Si può parlare di “sociologia” quando esiste la consapevolezza che non si può


studiare l’essere umano se non considerandolo nella società di appartenenza.

La società è la particolare organizzazione che caratterizza una collettività in un


determinato punto dello spazio e del tempo. Essa è definita da ordinamenti,
strutture, forme di comportamento e di interazione tra gli individui che caratterizza
una determinata collettività. Ci sono alcuni elementi che accomunano tutte le
società, tra questi ricordiamo:

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 La presenza su un determinato territorio di un insieme di persone in costante
relazione tra loro;
 La condivisione di una certa cultura e di un determinato sistema di vita
 La presenza della riproduzione sociale, secondo cui la società tende a
conservarsi nel tempo e nello spazio. La riproduzione sociale avviene grazie
al ricambio demografico e al processo di socializzazione per cui le vecchie
generazioni trasmettono alle nuove competenze e conoscenze.

LE NORME SOCIALI

Le norme sociali sono regole (scritte e non) che prescrivono come le persone
devono comportarsi in determinate situazioni della vita sociale. Le norme sociali
cambiano a seconda delle società di riferimento e possono modificarsi nel corso del
tempo; esse sono di fondamentale importanza per regolare il comportamento delle
persone e i loro rapporti sociali. Per il sociologo sono norme sia le regole della
“buona educazione”, sia le leggi dello Stato. Il sociologo William Sumner (1840-
1910) ha classificato le norme sociali in tre tipi principali:

 Stateways o norme giuridiche: quelle norme emanate dallo Stato che


provengono da fonti scritte (leggi e regolamenti) e che sono dotate di
un’efficacia obbligatoria per tutti i membri della società. Se vengono violate,
comportano delle sanzioni;
 Mores: norme basate principalmente sulla tradizione orale, ma a cui si
riconosce un forte spessore in termini di valore e di legittimità. Ad esempio:
non imbrogliare gli altri, non raccontare bugie…
 Folkways: usanze e consuetudini praticate all’interno di una società,
tramandate oralmente, ma prive di quel riferimento ai valori che caratterizza
i mores. Ad esempio: addobbare l’albero di Natale, sposarsi con l’abito
bianco, mangiare con le posate…

LA DEVIANZA

Con il termine devianza i sociologi indicano ogni comportamento che devia, cioè si
allontana dalle norme stabilite in una certa società o in un determinato momento
storico. Occorre però segnalare che non esistono comportamenti devianti “in
assoluto”, ma solo in relazione a un determinato contesto sociale o momento
storico. Ad esempio, negli anni Venti del secolo scorso, negli Stati Uniti le leggi
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collocavano la produzione e la vendita di bevande alcoliche tra i reati, mentre nella
nostra società si tratta di un’attività economica assolutamente lecita.

Si possono individuare due fondamentali tipologie di comportamenti devianti:

 Affermazione della propria diversità culturale, espressa attraverso il rifiuto


delle norme comunemente accolte riguardanti il vestire, il parlare, il
comportarsi in pubblico. Ad esempio il look trasgressivo di certi gruppi
giovanili spesso è segno di una posizione di dissenso nei confronti della
società in cui si vive;
 Il comportamento di chi trasgredisce le leggi della società. La forma più
rilevante e drammatica di devianza è la criminalità, cioè la messa in atto di
comportamenti non conformi a quelle norme che la comunità reputa
irrinunciabili per la sua sopravvivenza, e che perciò codifica in leggi scritte.
Nei confronti del comportamento criminale la società prevede precise
sanzioni stabilite dalla legge.

ISTITUZIONI, STATUS, RUOLO, ORGANIZZAZIONI E STRATIFICAZIONE


SOCIALE

 Per i sociologi una istituzione è un insieme di norme tra loro coordinate,


radicate nell’esperienza quotidiana degli individui e da questi ultimi
percepite come capaci di regolare un certo ambito di vita e di azione in un
determinato contesto storico e geografico. Per il sociologo sono istituzioni il
matrimonio, la famiglia, la religione, lo sport, il sistema scolastico, il sistema
giudiziario.
 Lo status è la posizione che un individuo occupa all’interno di una
istituzione o di un gruppo sociale. Ogni individuo può avere più status: ad
esempio una ragazza può essere figlia, sorella, alunna…Lo status è un
concetto simbolico (non esiste concretamente ma assume significato solo
nella mente delle persone) e relativo (acquista senso solo se rapportato alle
posizioni altrui (ad esempio l’insegnante occupa una posizione “superiore”
rispetto all’alunno e “inferiore” rispetto al dirigente scolastico)
 Il ruolo è il complesso delle azioni che ci si aspetta da un individuo in virtù
del suo status. I ruoli definiscono quindi delle aspettative sociali: da un
insegnante, ad esempio, ci si aspetta che sia professionalmente competente.

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 La parola organizzazione in sociologia, indica l’insieme di persone che
perseguono determinati obiettivi sociali, utilizzando appositi metodi e
strumenti e dividendosi in modo stabilito attività e competenze. Le
organizzazioni sono realtà tipiche del mondo moderno e hanno dei tratti
comuni: acquisiscono risorse umane e materiali dall’ambiente ed erogano
servizi; selezionano e formano i propri membri; sollecitano i componenti
attraverso incentivi materiali e simbolici; gestiscono i rapporti con
organizzazioni analoghe o antagoniste
 Con l’espressione “stratificazione sociale”, i sociologi alludono alla
presenza, nella società, di livelli che si differenziano tra loro per la diversa
possibilità che offrono di accedere alle risorse sociali. La possibilità per un
individuo di cambiare la propria posizione nella scala sociale si chiama
“mobilità sociale” e può essere ascendente (passaggio da un livello più basso
ad un livello più alto) o discendente (passaggio da un livello più alto ad un
livello più basso), intra-generazionale (possibilità di spostarsi all’interno
della “scala” sociale nel corso della propria vita) o inter-generazionale
(passaggio da una generazione all’altra).

LA CONSAPEVOLEZZA SOCIOLOGICA PER L’OPERATORE SOCIO-


SANITARIO

L’operatore socio-sanitario si trova a operare frequentemente con utenti che vivono


situazioni difficili dal punto di vista economico e sociale e che, per questo motivo,
possono adottare comportamenti che sfociano nella criminalità, nelle dipendenze o
in disturbi di carattere psichico. In questi casi è importante avere la consapevolezza
che determinate situazioni problematiche non sono soltanto il frutto di scelte
individuali, ma anche di fattori sociali e collettivi che, insieme alle inclinazioni
personali, possono condurre i soggetti a comportamenti inadeguati o patologici.
Per l’operatore socio-sanitario, quindi, è importante di sviluppare una sorta di
consapevolezza sociologica, nella misura in cui questa lo aiuti a comprendere le
difficoltà sociali a cui sono sottoposte le persone alle quali rivolge il suo aiuto.

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3. PEDAGOGIA

La parola “pedagogia” deriva dal greco pais, “fanciullo” e agein, “condurre”,


“guidare” e indica la disciplina che si occupa di riflettere sull’educazione
proponendo anche un insieme di comportamenti operativi che possono orientare
l’azione educativa definendone finalità, metodi e strumenti per metterla in atto.

L’etimologia della parola “educazione” suggerisce da un lato l’idea di un


“nutrimento” da dispensare, e dall’altro quella di un’azione in grado di far
emergere le potenzialità dell’individuo.

Lo psicopedagogista francese Gaston Mialaret (nato nel 1918) ha individuato


quattro principali significati del termine “educazione”:

 Educazione come istituzione o sistema, ossia l’insieme di valori, norme e


tradizioni culturali trasmessi da una società ai suoi membri;
 Educazione come azione, attuata da determinati soggetti nei confronti di
altri
 Educazione come risultato di un sistema o di un’azione educativa,
 Educazione come contenuto, (educazione musicale, linguistica, artistica…)

Tra questi, il significato più importante è il secondo, cioè quello che considera
l’educazione come azione, esercitata sia da parte delle istituzioni a ciò preposte sia
da parte di soggetti che hanno un compito educativo

FORMAZIONE, EDUCAZIONE E ISTRUZIONE

 Con il termine formazione si indica quel processo che produce nell’individuo


un cambiamento di tipo cognitivo, affettivo e sociale, attraverso lo sviluppo
delle sue potenzialità;
 Con il termine educazione si indica l’azione concreta messa in atto
intenzionalmente da un educatore nei confronti di un educando volta e
produrne un mutamento duraturo e profondo
 Con il termine istruzione si indica l’attività educativa volta a trasmettere
contenuti e a favorire l’apprendimento, orientata allo sviluppo cognitivo di
un individuo

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I SOGGETTI DELL’EDUCAZIONE

I soggetti dell’educazione sono l’educatore e l’educando che occupano due


posizioni differenti di carattere asimmetrico: l’educatore è colui che educa,
l’educando colui che viene educato. Il primo possiede maggiori competenze,
conoscenze e abilità rispetto al secondo, che si trova in uno stato di mancanza che
necessita di essere colmato. Gli educatori per eccellenza sono i genitori e. in
seconda battuta, gli insegnanti. Esistono poi gli educatori professionali come gli
operatori di centri socio-assistenziali. Comunemente si tende a pensare che
l’educando coincida sempre con un minore; in realtà si parta spesso anche di
“educazione degli adulti” e di educazione permanente, espressione con cui ci si
riferisce all’educazione che dura tutta la vita, dalla nascita alla vecchiaia.

La relazione educativa è quella relazione che si instaura tra educatore ed educando


in cui il compito del primo è quello di operare un cambiamento profondo e
duraturo sul secondo attraverso un’azione che favorisca il suo processo di crescita e
promuova lo sviluppo delle sue potenzialità.

LA PEDAGOGIA DEL NOVECENTO


Nel corso del XX secolo l’interesse per i temi educativi diventa preponderante,
grazie anche alla diffusione di una nuova e moderna visione dell’infanzia.

Nel 1902 la scrittrice svedese ELLEN KEY (1849-1926) scrive il libro dal titolo Il secolo
del fanciullo per esprimere la volontà e la speranza per il nuovo secolo di porre al
centro della vita pubblica e privata il bambino. La Key era convinta che i genitori
dovessero responsabilizzare i bambini nella giusta misura. Il testo della scrittrice
svedese fu in poco tempo tradotto in diverse lingue e divenne a livello mondiale il
riferimento di una nuova pedagogia che metteva il bambino al centro del proprio
processo di crescita.

Verso la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo in Europa e negli Stati Uniti
nascono le cosiddette scuole nuove, istituzioni educative private con l’intento di
proporre un’impostazione educativa diversa da quella dell’organizzazione
scolastica tradizionale. Tali scuole proponevano una concezione dell’educazione
centrata sull’allievo, sulla sua autonomia e sulle sue capacità e potenzialità. Le
“scuole nuove”, pur essendo scuole di élite rivolte ai figli delle persone più ricche,
rappresentarono il tentativo di rinnovare profondamente i processi educativi e i
metodi didattici utilizzati nelle scuole tradizionali. In breve tempo, tale esigenza
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coinvolse anche la scuola pubblica, influenzata dai principi pedagogici adottati
nelle “scuole nuove” e riassunti nella dicitura “meno nozioni, più esperienza”.
Tale motto diventò l’emblema anche dell’attivismo pedagogico, una corrente
sviluppatasi in America grazie all’opera del filosofo e pedagogista statunitense
JOHN DEWEY (1859-1952) che poneva alcuni principi generali tra cui:

 Autoeducazione, termine con il quale ci si riferisce a un’educazione che


“avviene da sé”, in cui l’educando si determina da solo partecipando
attivamente al proprio processo di crescita;
 Esperienza diretta: i contesti educativi in cui avviene l’apprendimento non
devono essere creati per favorire il nozionismo ma per permettere al
bambino di fare esperienza diretta di ciò che lo circonda;
 Partecipazione attiva: il bambino, oltre che sperimentare in prima persona la
realtà, deve partecipare attivamente all’organizzazione delle attività,
sviluppando così un senso di responsabilità e di autonomia

L’attivismo pedagogico, come già in parte sottolineato, è una corrente pedagogica


sviluppatasi in America all’inizio del XX secolo, che mira a promuovere l’attività
spontanea del bambino attraverso i suoi interessi, i suoi bisogni e le sue tendenze.
Dai principi dell’attivismo nacque una nuova concezione di scuola chiamata
“scuola attiva” dove l’apprendimento dei concetti avviene tramite l’azione pratica
e la percezione del mondo circostante. L’insegnante diventa un facilitatore del
processo educativo. La corrente dell’attivismo si diffuse bene presto anche in
Europa grazie soprattutto all’opera dello psicologo e pedagogista ÉDOUARD
CLAPARÈDE e della prima donna italiana a laurearsi in medicina, MARIA
MONTESSORI.

Claparède afferma che la scuola deve considerare le differenze qualitative presenti


tra un allievo e l’altro e proporre un insegnamento il più possibile individualizzato,
al fine di evitare fenomeni di disadattamento scolastico tipici della scuola
tradizionale.

Maria Montessori fonda quelle che vennero chiamate le “case dei bambini”,
istituzioni per l’educazione dei bambini di età compresa tra i 3 e i 6 anni in cui
venivano applicati i principi dell’educazione attiva.

Il metodo montessoriano è il metodo utilizzato da Maria Montessori nelle


istituzioni educative da lei create basato su alcuni principi di fondo che sono
sintetizzati di seguito:

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 Presenza di un ambiente “a misura di bambino”: l’ambiente deve essere
strutturato in modo da permettere ai piccoli di muoversi e agire liberamente
al fine di soddisfarne ogni curiosità ed esigenza. L’arredamento è costruito
allo scopo di favorire lo sviluppo dell’autonomia e di evitare il più possibile
l’intervento dell’adulto: ad esempio sedie, tavoli e scaffali sono proporzionati
all’altezza dei piccoli e il materiale è organizzato secondo le varie altezze ed
esigenze;
 Presenza di materiale di sviluppo: materiale didattico che si adatti bene ai
processi di sviluppo del bambino rispettando il suo grado di evoluzione
psicofisica. Blocchi, incastri solidi, forme geometriche da ordinare, superfici
ruvide o lisce…Il materiale di sviluppo deve essere gradevole, attraente e
facilmente manipolabile dai bambini
 Presenza di un educatore-facilitatore: la maestra deve evitare di impartire
ordini e di mettere in atto punizioni, ma ha il compito di consigliare, aiutare,
stimolare e osservare i bambini durante le attività.

Il metodo montessoriano, inizialmente applicato soltanto nelle scuole dell’infanzia,


oggi viene utilizzato anche in alcuni asili nido e scuole primarie statali, comunali o
private. Le scuole montessoriane, inoltre, sono diffuse non solo in Italia ma anche in
Europa, in particolare in Germania, Olanda e Svezia.

LA PEDAGOGIA E L’OPERATORE SOCIO-SANITARIO

Operare in ambito socio-sanitario può significare entrare in relazione con soggetti


in formazione appartenenti a diverse fasce d’età: dai bambini di un asilo nido agli
adolescenti che frequentano un centro giovanile; dai piccoli utenti che vivono
situazioni di deprivazione familiare e che sono stati accolti all’interno di comunità
di recupero ai giovani che entrano nel circuito della criminalità e finiscono nei
carceri minorili. In queste e in altre situazioni è importante avere la consapevolezza
che l’educazione e i processi a essa connessi sono elementi fondamentali per
favorire lo sviluppo della persona. Non si deve credere, però, che l’intervento
educativo si possa attuare e abbia validità soltanto per soggetti in età evolutiva;
esso, infatti, assume un significato centrale anche nel lavoro con adulti che
appartengono a determinate fasce di utenza: diversamente abili, tossicodipendenti,
carcerati, immigrati…

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L’obiettivo dell’operatore socio-sanitario in ambito educativo è proprio quello di
attivare un cambiamento, di incrementare le risorse del soggetto e di sviluppare le
potenzialità nascoste della persona con cui si trova a lavorare.

4. PSICOLOGIA.
GLI ASPETTI COGNITIVI DELL’ESSERE UMANO E LA
PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

GLI ANTECEDENTI DELLA PSICOLOGIA E LA FISIOLOGIA DEL SISTEMA


NERVOSO

Letteralmente la parola “psicologia” significa “scienza dell’anima” e dall’antichità


fino alla seconda metà dell’Ottocento ha indicato appunto la riflessione dei filosofi
sull’anima. In particolare, fra XVII e XVIII secolo, grazie soprattutto al pensiero di
filosofi come John Locke e David Hume, vede la luce la cosiddetta “psicologia
filosofica”, che indaga il modo in cui la mente umana elaborai concetti a partire
dall’esperienza e li collega tra loro con il ragionamento.

Oltre che dalla filosofia, un contributo fondamentale alla nascita della psicologia
viene anche dalla fisiologia, in primo luogo dagli studi sul sistema nervoso e, in
seguito, dalle indagini sul rapporto tra gli stimoli fisici e le sensazioni. Il sistema
nervoso è quell’unità funzionale che governa la vita e il funzionamento di tutto il
nostro corpo; è costituito da cellule particolari – i neuroni – che danno vita al
sistema nervoso centrale (SNC) e al sistema nervoso periferico. Il sistema nervoso
centrale è formato dall’encefalo e dal midollo spinale, mentre il sistema nervoso
periferico è costituito dai gangli nervosi e dai nervi. I punti di contatto tra neuroni
sono chiamati sinapsi, al cui interno di trovano i neurotrasmettitori, sostanze
chimiche che veicolano le informazioni tra neuroni.

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BREVE STORIA DELLA PSICOLOGIA

La nascita della psicologia scientifica, cioè della psicologia come scienza autonoma
e rigorosa, risale al 1874, quando Wilhelm Wundt pubblica i Fondamenti di psicologia
fisiologica. Nel 1879 lo stesso Wundt fonda a Lipsia il primo laboratorio di psicologia
sperimentale. Ben presto la nuova disciplina si diffonde negli Stati Uniti, dove
Edward Titchener e William James danno vita, rispettivamente, alle prospettive
dello strutturalismo e del funzionalismo. Mentre strutturalisti e funzionalisti si
confrontano, emerge una terza scuola: il comportamentismo, che assume come
oggetto di indagine il comportamento, a differenza degli orientamenti di Titchener
e di James che vedevano nei processi mentali l’oggetto della psicologia.

Nel frattempo in Europa, a opera di Max Wertheimer nasce la psicologia della


Gestalt, ossia della “forma”, secondo la quale i fenomeni psichici vanno compresi
come interpretazioni unitarie dei dati sensoriali. A cavallo tra Ottocento e
Novecento vede la luce anche la psicoanalisi, il cui capostipite, Sigmund Freud,
nel 1899 pubblica L’interpretazione dei sogni, il testo d’inizio ufficiale della teoria
psicoanalitica, il cui concetto cardine è quello di inconscio (il “luogo” profondo
della psiche, inaccessibile alla coscienza). L’interesse per l’analisi dei processi
mentali si afferma definitivamente negli anni Cinquanta del secolo scorso con il
cognitivismo, un orientamento complesso che riporta al centro dell’indagine
psicologica la mente, intesa come elaboratore di informazioni. Grazie alle teorie
sviluppatesi nel corso del Novecento, la psicologia ha compreso che l’essere umano
è un’unità bio-psico-sociale, ossia un’unità inscindibile di mente e corpo che vive
insieme ad altri esseri bio-psico-sociali.

La sfera cognitiva, insieme a quella emotivo-motivazionale, è una delle due


componenti fondamentali della vita psichica dell’essere umano che, tramite i
processi mentali, conosce l’ambiente in cui vive. Di seguito si approfondiscono le
caratteristiche dei principali processi cognitivi. Nello specifico ci occuperemo di
attenzione e percezione, memoria, apprendimento e pensiero.

L’ATTENZIONE è la capacità della mente di selezionare e mettere a fuoco


determinati stimoli che il soggetto giudica interessanti provenienti dal suo campo
percettivo. Quando il nostro cervello automatizza alcuni processi e l’attenzione
diventa inconsapevole, riusciamo a volgere più azioni contemporaneamente, cioè
applichiamo quella capacità che in psicologia prende il nome di multitasking.

In psicologia per studiare la percezione occorre distinguerla dalla sensazione,


termine con cui si è soliti intendere l’esperienza fisica a cui l’individuo è sottoposto
18
quando gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno agiscono sugli organi
sensoriali. La PERCEZIONE è invece l’attività cognitiva di base consistente nella
rielaborazione, da parte della nostra mente, delle informazioni che le provengono
dai sensi, al fine di “ricostruire” e “rappresentare” la realtà che ci circonda.
L’organizzazione dei dati percettivi è guidata da una serie di “principi di
raggruppamento” studiati da Max Wertheimer e da altri psicologi della Gestalt. Tra
questi principi particolarmente importante è quello di pregnanza, secondo cui
tendiamo a organizzare il nostro campo percettivo in base a criteri di ordine,
simmetria, regolarità. Tra i vari principi si elencano i seguenti: principio di
vicinanza (secondo il quale tendiamo a raggruppare gli elementi vicini), principio
di somiglianza (secondo cui tendiamo a raggruppare gli elementi simili), principio
di chiusura (secondo cui tendiamo a completare le parti mancanti delle figure),
principio di continuità (secondo cui tendiamo ad individuare come prioritari gli
elementi continui). La percezione ci permette di interpretare la realtà grazie ad
alcuni meccanismi, come quello della percezione della profondità.

La MEMORIA è la capacità della nostra mente che ci permette di “conservare” dati


e materiali per poterli recuperare nel momento in cui ne abbiamo bisogno. Il
processo di memorizzazione conta tre fasi: fissazione o “registrazione”, prima fase
del processo di memorizzazione di un contenuto in cui gli stimoli percepiti dalla
realtà vengono impressi nella mente del soggetto, conservazione o
“consolidamento”, fase intermedia del processo di memorizzazione che permette al
ricordo di mantenersi vivo nel tempo, rievocazione o “recupero”, terza fase del
processo di memorizzazione che permette al soggetto di ripescare le informazioni
contenute nella memoria in modo spontaneo e volontario. Secondo il famoso
modello di Richard Atkinson e Richard Shiffrin, la memorizzazione di un
contenuto passa attraverso tre diversi “magazzini della memoria”: i “registri
sensoriali”, in cui transitano per brevissimo tempo le informazioni provenienti
dagli organi sensoriali); la memoria a breve termine (in cui vengono mantenute le
informazioni per pochi minuti); la memoria a lungo termine (in cui si archiviano i
ricordi veri e propri).
La mente dell’essere umano, per operare efficacemente, non può ricordare tutte le
informazioni che provengono dall’ambiente perché sono troppo numerose; per
questo motivo subentra l’oblio, cioè il processo per cui alcuni stimoli o esperienze
immagazzinati nella memoria a lungo termine vengono perduti temporaneamente
o permanentemente.

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Si definisce APPRENDIMENTO qualsiasi modificazione del comportamento indotta
dall’esperienza. In psicologia si riconoscono diversi tipi di apprendimento:

 Imprinting. Un meccanismo di apprendimento irreversibile negli animali,


comune a tutti gli individui di una stessa specie, che si attiva perlopiù dopo
la nascita, durante un breve periodo detto “fase sensibile” o “critica”. Il
meccanismo dell’imprinting detto anche “del seguire” funziona come segue:
nel periodo sensibile, che scatta qualche ora dopo la schiusa delle uova, le
giovanissime anatre tendono a seguire la prima figura che compare nel loro
campo visivo e che si muove. Tale meccanismo viene scoperto e studiato
dall’etologo Konrad Lorenz (1903-1989)
 Apprendimento per condizionamento classico. Tipo di apprendimento che
si verifica quando l’organismo acquisisce, grazie a ripetute associazioni tra
due stimoli, la capacità di estendere al secondo stimolo una risposta
originariamente evocata solo dal primo stimolo. Il condizionamento classico
è stato studiato dallo psicologo statunitense John Watson, il cui merito fu
quello di estendere all’essere umano le ricerche di Ivan Pavlov, un noto
fisiologo russo, premio Nobel per la medicina nel 1904. Alla fine del XIX
secolo Pavlov stava conducendo degli studi sperimentali sul funzionamento
delle ghiandole salivari. A tale scopo utilizzava come cavie dei cani, di cui,
attraverso appositi strumenti da lui steso ideati, raccoglieva il secreto salivare
per misurarne la quantità. Casualmente, svolgendo le sue ricerche, Pavlov
scoprì che i cani salivavano non solo in presenza di cibo, ma anche quando
compariva l’inserviente addetto a consegnarglielo. Sospettando che tale
coincidenza non fosse accidentale, Pavlov provò ad associare
sistematicamente alla somministrazione del cibo un certo stimolo, ad
esempio il suono di un campanello: dopo un po’, i cani cominciarono a
salivare già al suono del campanello, cioè alla comparsa del solo stimolo,
indipendentemente dal fatto che contemporaneamente fosse o meno portato
loro anche il cibo. Pavlov chiamò il cibo stimolo incondizionato, e la
salivazione da esso provocata risposta incondizionata perché avveniva
spontaneamente. Definì invece il suono del campanello stimolo
condizionato, analogamente chiamò risposta condizionata la salivazione da
esso indotta, perché appresa. Qualsiasi stimolo può diventare condizionato
purché sia associato ripetutamente a uno stimolo incondizionato.
 Apprendimento per condizionamento operante. Tipo di apprendimento
secondo cui il soggetto è in grado di acquisire un determinato
comportamento grazie all’associazione che si stabilisce tra tale
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comportamento e la comparsa di uno stimolo rinforzante. Questo modello di
apprendimento è stato teorizzato da Burrhus Skinner (1904-1990). Per
elaborare la teoria del condizionamento operante Skinner condusse le sue
ricerche di laboratorio su animali di piccola taglia (topi, piccioni) chiusi in
apposite gabbie da lui ideate, chiamate “Skinner box”. All’interno di queste
gabbie c’era un dispositivo particolare che permetteva agli animali di
ottenere il cibo se tenevano premuta una leva. Skinner notò che gli animali
inizialmente compivano movimenti senza costrutto finchè, casualmente,
riuscivano a premere la leva corretta e ad ottenere la ricompensa. Via via che
gli animali venivano posti nella medesima situazione riuscivano a premere la
leva in tempi sempre minori. In questi esperimenti il cibo fungeva da
rinforzo, ossia da stimolo in grado di selezionare dal repertorio dei
comportamenti una certa risposta (quella di premere la leva) o, detto in altri
termini, di aumentare la probabilità che quella risposta, inizialmente
prodotta casualmente, si ripetesse. È proprio evidenziando l’associazione che
si stabilisce tra un comportamento e la comparsa di uno stimolo rinforzante
che Skinner individua un nuovo tipo di apprendimento, il condizionamento
operante. Gli animali apprendevano a comportarsi in un certo modo non
soltanto grazie alle ricompense ottenute, ma anche tramite le punizioni, cioè
azioni che avevano l’obiettivo di fare in modo che il comportamento
sbagliato non si ripetesse più. Quando l’animale, infatti, commetteva un
errore, gli veniva somministrata una piccola scarica elettrica al fine di
disincentivare il comportamento errato.
 Apprendimento per imitazione. Tipo di apprendimento che si verifica grazie
all’osservazione e all’imitazione dei comportamenti altrui. Questo tipo di
apprendimento è stato teorizzato dallo psicologo canadese Alber Bandura
(nato nel 1925) che negli anni Sessanta del secolo scorso ha condotto alcuni
esperimenti sul comportamento aggressivo dei bambini.
 Apprendimento cognitivo. Un tipo di apprendimento in cui la mente gioca
un ruolo fondamentale, come nell’apprendimento per insight (che si verifica
grazie ad una intuizione improvvisa, mediante la quale un soggetto afferra la
soluzione di un problema e sblocca una situazione fino a quel momento
critica) o nell’apprendimento latente (che avviene cioè soltanto a livello delle
rappresentazioni mentali, senza tradursi immediatamente in un
comportamento concreto)

Il PENSIERO consiste nella capacità di elaborare dei contenuti mentali acquisendo


coscienza di sé e della realtà esterna e costruendo schemi concettuali per
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l’interpretazione della realtà stessa. Il suo esercizio non si esaurisce in una sola
funzione ma in molte, come il ragionamento e la soluzione dei problemi. Il
ragionamento consiste nel collegare tra loro dei concetti partendo da alcune
premesse per arrivare, attraverso una serie di passaggi, a una conclusione. L’attività
mediante la quale la nostra mente individua la strategia migliore per risolvere una
situazione problematica, invece, è detta soluzione dei problemi o problem solving.

Esistono due grandi approcci allo studio dell’INTELLIGENZA: l’approccio


quantitativo considera l’intelligenza come un processo mentale da misurare
attraverso l’utilizzo di test di intelligenza; l’approccio qualitativo, invece, valuta
l’intelligenza sulla base delle capacità dell’individuo di stabilire nessi significativi,
formulare valutazioni, interpretare stimoli. I primi tentativi di misurazione
dell’intelligenza risalgono all’inizio del Novecento con Alfred Binet e Lewis
Terman, che mise a punto il concetto di quoziente intellettivo (Q.I.), ovvero il
rapporto tra età mentale ed età cronologica di un soggetto, moltiplicato per 100.
Oggi la concezione dell’intelligenza più famosa è la teoria delle intelligenze
multiple di Howard Gardner, che postula invece l’esistenza di ben nove tipi
diversi di intelligenza (linguistica, logico-matematica, spaziale e visiva, corporeo-
cinestetica, musicale, sociale o interpersonale, introspettiva o intrapersonale,
naturalistica, spirituale o esistenziale), mentre Daniel Goleman, negli anni
Novanta del secolo scorso, ha elaborato l’idea di una intelligenza emotiva, una
sintesi di razionalità ed emotività.

LA PSICOLOGIA DELLO SVILUPPO

Nel corso della vita l’essere umano è sottoposto a un continuo processo di sviluppo,
espressione con la quale ci riferisce ad una serie di cambiamenti di carattere fisico,
cognitivo e sociale che caratterizzano l’esistenza dell’individuo. La disciplina che
studia tali cambiamenti è la psicologia dello sviluppo, ossia quella branca della
psicologia che si occupa di studiare le trasformazioni dell’individuo dalla nascita
alla morte. Secondo tale disciplina l’esistenza si suddivide in diverse fasi: l’infanzia
(distinta a sua volta in periodo prenatale, prima, seconda e terza infanzia), la
preadolescenza, l’adolescenza, la vita adulta (scandita da giovinezza, maturità e
mezza età) e l’età anziana. La psicologia dello sviluppo ha recentemente preso il
posto del concetto di psicologia dell’età evolutiva, un’area della psicologia che

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studia le trasformazioni dell’individuo dalla nascita alla fine dell’adolescenza e si
propone di comprendere in che modo l’individuo evolve verso le caratteristiche
psicologiche della maturità. Negli ultimi decenni, grazie anche all’ampliamento
degli studi sul tema, si è giunti alla consapevolezza che lo sviluppo dell’individuo
dura tutta la vita e che egli si evolve in continuazione. Da questa nuova coscienza è
nata appunto l’esigenza di non parlare più di psicologia dell’età evolutiva ma di
psicologia dello sviluppo.

Dopo la nascita il bambino va incontro ad una serie di cambiamenti che


produrranno il suo sviluppo fisico, cognitivo, affettivo e morale, sociale.

LO SVILUPPO FISICO E MOTORIO

Alla nascita il neonato possiede dei riflessi, reazioni automatiche e involontarie con
cui il neonato reagisce agli stimoli sensoriali; costituiscono la base per il successivo
sviluppo degli schemi del comportamento volontario. La presenza dei riflessi e la
loro comparsa a tempo debito, costituiscono segnali importanti per la salute del
bambino. Riflessi deboli o assenti oppure esagerati e persistenti dopo i primi mesi
di sviluppo possono segnalare danni al sistema nervoso centrale.

Tra i principali riflessi si ricordano:

 Riflesso di rooting: rotazione del capo ad una stimolazione tattile sulla


guancia;
 Suzione: capacità innata di succhiare il latte, coordinandola con la
respirazione;
 Marcia automatica: capacità del piccolo di muovere le gambe come per
camminare quando è sorretto in posizione verticale;
 Riflesso del nuoto: apertura delle braccia e delle gambe come per nuotare
quando il bimbo è posto a pancia in giù;
 Prensione: istinto di afferrare un poggetto che gli sfiori il palmo della mano;
 Riflesso di Moro: si verifica quando il piccolo è disteso e viene prodotto un
rumore forte; per il riflesso il bimbo inarca la schiena e allarga le braccia,
richiudendole sul torace come per tenersi a qualcosa e piange;
 Riflesso di Babinsky: rotazione dell’alluce ed estensione delle dita del piede
quando lo si sfiora

Durante la prima infanzia il bambino sviluppa la grande e piccola motricità: la


prima è inerente ai movimenti effettuati con il corpo (con gli arti inferiori e
superiori), mentre la seconda è relativa ai movimenti di precisione delle dita e delle

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mani. Nella seconda infanzia il piccolo vive notevoli trasformazioni fisiche sia
quantitative sia qualitative, ma il periodo più ricco di cambiamenti e con maggiori
ripercussioni a livello psicologico è l’adolescenza. A livello fisico la persona
raggiunge il massimo delle sue potenzialità intorno ai 25 anni; dall’età della
maturità in poi compaiono i primi mutamenti fisici, ma quelli maggiormente
evidenti si verificano durante l’età anziana, in cui i diversi apparati della persona
perdono parte della loro efficienza.

LO SVILUPPO COGNITIVO

Quando il bambino nasce è già dotato di capacità percettive: l’unico senso che si
deve perfezionare è la vista, a cui manca acuità visiva. Il linguaggio verbale, cioè la
capacità di esprimersi e comunicare servendosi delle parole, l’unica abilità cui ci
distingue dagli animali, comprende due funzioni specifiche: quella della
produzione, grazie a cui produciamo parole, frasi e discorsi, e quella della
comprensione, attraverso la quale capiamo ciò che ci viene comunicato dagli altri.
I bambini imparano a parlare in modo graduale: la loro prima forma di
comunicazione è il pianto, poi le vocalizzazioni, ovvero emissioni sonore diverse
dal pianto che dimostrano la padronanza della modalità respiratoria capace di
produrre il movimento delle corde vocali necessario al linguaggio, a seguire la
lallazione, cioè una ripetizione variate di sillabe (ba-ba-ba, ma-ma-ma) fino alla
formulazione di parole e frasi vere e proprie. Tra i due e i sei anni la competenza
linguistica del bambino cresce con rapidità sorprendente e il vocabolario si
arricchisce notevolmente.

Per quanto riguarda gli aspetti cognitivi in età adulta, particolare importanza
assume l’apprendimento, che è continuo e interessa diversi aspetti della vita
quotidiana; nell’età anziana, invece, subiscono delle modificazioni, in particolare,
l’attenzione, la percezione, il pensiero e la memoria.

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LO SVILUPPO AFFETTIVO E MORALE

Fina dalla nascita il bambino interagisce con figure di riferimento che si prendono
cura di lui e si occupano di soddisfare i suoi bisogni. Particolare rilevanza assume
la figura materna, espressione con la quale non si intende esclusivamente la madre
biologica ma auna presenza costante, dispensatrice di cure assidue e affettuose,
capace di rispondere ai bisogni del bambino e di trasmettergli un senso di
sicurezza.

Secondo lo psicoanalista John Bowlby, (1907-1990), il neonato, fina da subito,


sviluppa un legame speciale, intenso e duraturo, con la figura materna, chiamato
attaccamento, che consiste nell’attivazione, durante il periodo sensibile (che
nell’essere umano sembra andare dal sesto mese fino al termine del terzo anno di
vita) di uno schema comportamentale innato. Dal punto di vista della biologia
evolutiva (cioè la disciplina che studia l’evoluzione degli organismi biologici), la
principale funzione dell’attaccamento è la protezione dei piccoli dai pericoli; dal
punto di vista psicologico l’attaccamento è alla base della costruzione dei rapporti
affettivi. Secondo Bowlby il legame di attaccamento si instaura in quattro fasi:

 Preattaccamento (0-3 mesi): il bambino attua dei comportamenti di


segnalazione che hanno lo scopo di far avvicinare a sé la madre affinché
possa soddisfare i suoi bisogni;
 Attaccamento in formazione (3-8 mesi): il piccolo inizia a riconoscere le
persone che lo attorniano e mostra una graduale preferenza per la figura
materna;
 Attaccamento vero e proprio (8 mesi-2 anni): il bimbo considera la madre
come una “base sicura” e mostra sia ansia da separazione (il piccolo piange
se la figura materna si allontana) sia paura dell’estraneo (il bimbo piange
quando vede una persona non familiare)
 Formazione di un rapporto reciproco (dai 2 anni in poi): il rapporto con la
madre diventa bilaterale per cui anche il bimbo inizia a rendersi disponibile
alle esigenze della madre

Per quanto riguarda lo sviluppo morale, secondo lo psicologo svizzero Jean Piaget
(1896-1980), che ha condotto importanti studi sullo sviluppo morale osservando i
comportamenti dei bambini di un’età compresa tra i 6 e i 12 anni, esistono una
morale autonoma, presente nel bambino fin verso gli 8-9 anni, che porta il piccolo

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ad accettare passivamente le regole imposte dagli adulti, e una morale eteronoma,
dai 9 anni in poi, fondata sull’interiorizzazione delle regole e dei principi generali.

LO SVILUPPO SOCIALE

Il temperamento, i fattori socio-culturali e il legame di attaccamento che si instaura


con la figura di riferimento incidono fortemente sullo sviluppo sociale
dell’individuo. Alla nascita il neonato possiede capacità innate di interazione
sociale, rappresentate inizialmente dal pianto e dal sorriso, che aumentano con il
progredire dell’età. Con la frequentazione della scuola dell’infanzia il piccolo
inizia a relazionarsi con altri bambini facendo le prime esperienze significative di
incontro tra pari. Intorno ai tre anni si instaurano i primi legami di amicizia, ma
l’età contraddistinta da numerosi cambiamenti di ordine sociale è quella scolare, in
cui si intensifica il senso di appartenenza al gruppo. La coscienza di appartenere a
esso si rafforza nella preadolescenza per poi affievolirsi nuovamente
nell’adolescenza, quando il gruppo diventa meno importante.

La vita sociale dell’adulto è caratterizzata dall’entrata del mondo del lavoro e dalla
creazione di una propria famiglia, mentre nell’età anziana il ruolo che la persona
rivestiva in ambito sociale si modifica a causa del pensionamento e della perdita del
ruolo genitoriale.

LA PSICOLOGIA E L’OPERATORE SOCIO-SANITARIO

Gli operatori che lavorano in ambito socio-sanitario entrano in contatto con una
moltitudine di persone differenti per età e appartenenza socio-culturale, ognuna
delle quali ha vissuto e vive esperienze personali diverse. Per differenziare
l’intervento in relazione alla persona che si ha di fronte, è importante conoscere i
meccanismi psicologici che caratterizzano il comportamento degli esseri umani e
come essi variano in relazione all’età. L’operatore dei servizi socio-sanitari, quindi,
deve sviluppare la consapevolezza che i comportamenti di un individuo sono
modalità concrete di espressione del proprio stato interiore che, nelle relazioni di
aiuto, diventa fondamentale conoscere e comprendere intimamente per avvicinarsi
il più possibile alla persona che si ha di fronte. Soltanto sviluppando tale
consapevolezza l’operatore sarà in grado di instaurare con le persone con cui lavora
relazioni soddisfacenti ed equilibrate, diventando un punto di riferimento
importante nel loro percorso di crescita.
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