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Bibl, M onl

53
g2, Bibl. Mont.
-
av- , - º
º -aaº

N
* ——.
••
-* * · ·
TRATTATO

E L E M E N T A R E
D E L L A

POESIA LATINA E ITALIANA


AD USO pEGLI ALUNNI

DEL SEMINARIO E COLLEGIO

ARCIVESCOVILE DI PISA
neirº sr
MATTEO MARCACCI
MAESTRO DI LINGUA LATINA NEL Medesimo
SEMINARIO E COLLEGIo,
\

DIVISO IN DUE PARTI.

P I S A
PREsso SEBASTIANO NISTRI
n D cc c x v 111.
Bayerische
staatsbibliothek
München
--
PREFAZIONE

v,

E cosa omai certa, e dalla esperienza


tutto di comprovata, che la natura
umana di mala voglia intraprende, ed
a grande stento persiste in qualunque
impresa e operazione, lo sviluppo, e
intelligenza della quale richiede trava
glio e fatica. Onde avviene che la mag
gior parte degli Uomini, e in partico
lare dei giovani i quali negli studi sini
ziano delle Scienze o delle Arti, al
primo ostacolo che incontrano (quasi
che debbano, e possano apprender tllt
to alla prima) si perdono d'animo,
ricusano inconsideratamente di porre
a cimento l'ingegno, e trascurano di
far prova di quanto possano le lor fa
coltà. Per facilitarvi adunque, o Gio
4
vani, la vostra incominciata carriera,
mi proposi di compilare un trattato
elementare di Poesia Latina e Italia
na, il quale fosse a portata di quella
classe di studi che adesso professate,
e potesse additarvi il sentiero, e con ;
durvi quasi per mano ad altri studi
più interessanti e nel tempo stesso più
dilettevoli, quali sono quelli dell'amena
Letteratura.
Tre cose ho avuto in mira nell'ordi
nare questo mio lavoro, come caratteri
essenziali d un opera elementare de
stinata alla vostra istruzione: cioè sem
plicità, brevità, ed esattezza. I metodi
che sono ordinariamente in uso per la
loro prolissità, e oscurità fanno com
parire inaccessibili e coperti di spine
Elicona, e Parnasso, invece di faci
litarne l'accesso, e sparger di fiori il
sentiero. Nè vogliate credere che io
abbia quì in pensiero di censurare i
maestri dell'Arte, i quali mi hanno
preceduto, e mi hanno aperta la stra
da; che anzi tutto ho io attinto dai
loro lumi, e nulla dirò più di quello
che eglino stessi avranno insegnato,
facendo io soltanto ogni sforzo di adat
tare, come ho detto, alla vostra classe
5
le regole, di alleviarvi, per quanto è
possibile, la fatica dello studio, e fa
cilitarvene i progressi.
Io frattanto mi stimerò fortunato ab
bastanza, se questa mia fatica, qua
lunque ella sia, incontrerà il vostro
gradimento, e se contribuirà alla vo
stra istruzione e profitto.
è
e- -

PARTE PRIMA
DELLA POESIA IN GENERALE

S. I.
a

II nome di Poesia, trae la sua origine


7a/e 4a2.
dal vocabolo Greco deaua che significa
in latino facere o fingere cioè formare,
fare, inventare ec. Per questa ragione
adunque vien chiamato, per eccellenza,
poeta colui, che ci tesse il racconto di
una cosa qualunque, o vera, o falsa che
sia, avendovi avuto parte la mente, e
l'ingegno nell' immaginarlo, architet
tarlo, e svilupparlo.
Se poi della sua etimologia si debba
progredire a considerarla come arte, e
fissarne la essenza, non sarà molto fa
cile a darle un'adeguata definizione, sa
pendo bene quanto i Critici han dispu
tato, e discordato fra loro intorno alla
3
medesima. Alcuni han riposto il carat
tere della poesia nella finzione, altri
han creduto che sia un'imitazione dei
costumi, e dei caratteri umani. Ma se
non piace la prima definizione perchè
troppo limitata, non molto sodisfa la
seconda perchè troppo indeterminata ;
poichè osserviamo, che in molti com
ponimenti non vi ha luogo la finzione,
e che i costumi e i caratteri umani si
possono esprimere come in verso, anche
in prosa. Secondo Blair la più giusta,
la più accreditata definizione, e che più
di ogni altra si estenda ad ogni genere
oesia, si è questa, cioè, un animato
hio dell'immaginazione, o della
passione espresso per lo più (1) in nu
3

(1) Nota: Con l'espressione per lo più sem


bra che il Chiarissimo Retore Inglese concorra
nel sentimento di coloro, che affermano poter
si scrivere un poema anche in prosa. Io però
non posso indurmi a seguire siffatta opinione
messa in campo, e sostenuta dagli oltramontani
ai quali manca e lingua, e linguaggio poetico,
e seguita, e difesa da certi uni anche de'nostri,
i quali troppo si lascian sedurre da tutto ciò
che sa di stravagante e di forastiero. Si veda
Eustace, Classic, Toar of Italy v. 4. ove par
lando della lingua Francese, fra le altre cos
la chiama nondum phoebi patiens.
meri regolari. Ma anche quì , come
ognun vede, non si stabilisce con inva
riabilità, e certezza la natura, e il ca
rattere della poesia medesima. A mio
giudizio però, la più esatta, la più chia
ra, e la più semplice definizione sarebbe
questa. Che la poesia è un'arte d'im
maginazione, la quale imita la natura
servendosi del metro.
Poichè è, il metro (come molto ben
lo dimostra Metastasio) la caratteristica
propria della poesia, e il suo distintivo
essenziale da tutte le altre arti imitatri
ci, e dalla prosa, giacchè non si dà poe
sìa senza metro. - -

È poi gravissimo errore il credere,


che la poesia sia stata coltivata dalle
sole culte nazioni. Essa è stata sempre
propria a tutti i popoli, e in ogni età fu
in vigore; e siccome è fondata sulla na
tura, così non temeremo d'ingannarci,
se affermeremo essere quasi tanto antica
quanto il mondo, e in conseguenza,
pressochè nata con l'uomo, il quale ha
sempre avuto per la poesia la stessa in
clinazione che per la musica (1). Aven

- (1) Met. estrat, ec. c. 4.


lC

do adunque ambedue sortito una me


desima origine; debbono essere state in
principio unite insieme; onde i più an
tichi di tutti sono per avventura i lirici
componimenti. Sappiamo inoltre che i
primi poeti di ogni nazione cantavano
i loro versi, che i capi delle Tribù, i
Re, i Condottieri di eserciti, i Legisla
tori erano e poeti, e musici al tempo
stesso. E a dire il vero qual'altra cosa
mai fuori della musica e del canto potea
dilettare, muovere, persuadere, impe
nare l'attenzione degli uomini nel loro
stato di barbarie e di rozzezza? Peraltro
tutti i diversi generi di poesia debbono
essere stati in origine confusi, e moltis
simo somiglianti fra loro, e dovettero
poi distinguersi, e con più regolarità in
seguito comparire, a misura che pro
rediva la società, e un maggiore svi
uppo acquistavano le arti, e le diverse
leterarie provincie si separavano. In
tal guisa la poesìa appoco appoco fu ri
dotta ad arte; e fu sempre coltivata
presso tutti i popoli tanto antichi, che
moderni in quei diversi metri, e con
quei differenti nomi sotto dei quali,
adesso è conosciuta.
1 l

S. II.

Dei vari generi di poesia.

Tre sono i generi principali dei com


ponimenti poetici; Epico, Drammatico,
e Lirico. Il componimento Epico è quel
lo in cui s'imitano le azioni degli Eroi,
e dove il poeta, per lo più, parla da se
medesimo, esprimendo i caratteri prin
cipalmente per mezzo delle azioni, ed
eccitando l'ammirazione con fatti eroi
ci. Il drammatico è quello in cui s'in
troducono le persone a parlare e ad
agire, come nella Tragedia, nella Com
media, e Tragicommedia. Esprime il
poeta in questo genere di componimen
to i caratteri dei respettivi personaggi,
delineando fedelmente i loro costumi
per mezzo del discorso, e delle azioni.
Il terrore e la compassione sono i due
grandi istrumenti della Tragedia, come
il ridicolo della Commedia. Comprende
il Lirico i componimenti, che si adat
tano al canto, ed al suono, e sogliono
scriversi in vari metri.
La poesia epica, ovvero eroica imi
tando, o rappresentando le illustri azioni
n 2

degli Eroi, deve eccitare all'amore, e al


desiderio della virtù. Questa produzione
del genio poetico è riconosciuta per la
più nobile fra tutte l'altre e per la più
difficile a bene eseguirsi, sia nella tessi
tura e condotta, sia nell'eccitare il di
letto, e l'interesse, sia nel maneggio
dei caratteri, sia nelle descrizioni, nella
proprietà dei sentimenti, nella sublimità
dello stile, che deve primeggiare in tut
to il poema, o finalmente in quella di
gnità grave, eguale, e sostenuta che da
essa più che da ogni altra specie di poe
sìa si richiede (1). -

Il Poema epico adunque è un rac


conto in versi (2) di qualche illustre
intrapresa, la di cui azione esser deve
una, grande, interessante, maraviglio
sa, vera o verisimile.

(1) Bla. T. cit. -

(2) Se il poema epico debba scriversi in versi


o nò. Si veda il celeb. Metas estrat. dell' ar.
poet. d' Arist, c. 1. , 9 e la letter delsignor
Cosimo Pacchioni, mio particolare amico, indi
rizzata al Chiar. Signor Cesar. Lucchesini, nella
quale con ingegno, erudizione, e chiarezza ha
messo nel più luminoso punto di vista la vera
sentenza di Arist. su tale articolo.
- 13
F rispetto all'unità, qualunque per
sona che non affatto sia priva di buon
senso, potrà conoscere di quanto peso,
e valore sia quell' aureo precetto di
Orazio (1) che sit quod vis simplex
dunta cat, et unum. Poichè non sola
mente si esige l'unità in un poema epi
co, o drammatico, ma anche in qualsi
voglia altro più piccolo componimento,
altrimenti ne sortirebbe un racconto
bizzarro, disordinato e confuso, ut nec
pes, nec caput uni reddatur formae, e
allora dirsi potrebbe col sopra citato
Scrittore spectatum admissi risum tenea
tis amici (2)? Inoltre il duplicar l'azione
nel poema Epico sarebbe lo stesso, che du
licar l'interesse, e in conseguenza raf--
freddarlo, e diminuirlo, il che sarebbe
l'andar contro il fine che si propone la
poesia, qual è quello di piacere, e d'in
teressare. Siccome poi non vi è opera
zione che in un solo atto si possa ese
guire, così tutte le altre azioni impie
gate onde giungere al fine che uno si
propone, sono altrettanti mezzi, e azioni

83 Ibi.art. Pe
(...) In
14
subalterne. Quindi è, che all'azione,
una in se stessa, debbono essere natu
ralmente legati, e congiunti i vari acci
denti eziandio, che nella favola s'incon
trano, in modo che nascendo gli uni in
conseguenza degli altri o necessariamen
te, o verisimilmente, tutti cospirino al
l'adempimento di un medesimo fine (1).
Nè sono, a mio credere, da escludersi
però gli episodi, o le azioni subalterne,
quantunque non essenziali al poema,
ma purchè abbiano sufficiente connes
sione col soggetto, e siano bene ese
guite, sono anzi grandi ornamenti del
l'opera.
L'unità dell'azione richiede che que
sta sia intiera, e compiuta, vale a dire,
come si esprime Aristotile, che abbia
principio, mezzo, e fine (2). E facil
mente adempierà lo Scrittore a que
sto precetto, quando possa informa
re pienamente il leggitor di tutto ciò
che ha relazione col suo soggetto, ap

ai?i ) Ved. "


t. d'remarq p
par. M.r Dacier al cap.
- p 8.

(2) Ved. Rem. par Dac: al cap. 7. d. poet.


d'Ar. ove spiega le tre espressioni. Principio,
Mezzo, e Fine.
15
pagando la sua curiosità , e conducen
dolo quasi per mano al compimento del
iano che si era proposto: disponendo
lº parti del suo componimento in modo
che il principio, il mezzo, e la fine si
corrispondano naturalmente, e formino
un tutto regolare, e perfetto.
Oltre l'unità ricercasi grandezza. Ap
partiene dunque al poeta di scegliere
un soggetto non comune, nè triviale,
ma di tale importanza, e grandezza da
fissare l'attenzione di chi legge, o di chi
ascolta, o per la natura dell'azione, o
per la fama dei personaggi; e neppure
un soggetto troppo moderno, o di cui
siamo pienamente informati , L'anti
chità, dice Blair, è favorevole a quelle
alte, ed auguste idee, che l'Epica poe
sìa dee risvegliare; tende ad ingrandire
nella nostra immaginazione così le per
sone, come gli avvenimenti; e quel che
iù monta somministra al poeta la li
bertà di adornare il suo soggetto per
mezzo della finzione, . -

In terzo luogo si richiede interesse:


e questo resulta o dalla fama dell'eroi
che imprese del protagonista che dal
poeta si celebra, o dalla scelta sagace
16 -

del soggetto abile da per se stesso ad


eccitare interesse nel pubblico; e que
sto interesse medesimo tanto più anderà
crescendo, quanto più l' autore avrà
saputo scegliere nell'Eroe quelle tali
azioni, le quali sono più capaci di de
stare l'ammirazione, e di toccare, e
commuovere il cuore con situazioni de
licate, dolci, e patetiche. , Quanto più
un poema epico abbonda di situazioni,
che destano sentimenti di umanità, egli
è tanto più interessante, e questi for
mano sempre i tratti dell'opera i più
graditi ,,. Così il Retore inglese (1).
Non rendono meno interessante il
poema i caratteri dei personaggi. Quan
do questi siano propri, ben tratteggiati,

(1) Nota. Mr Batt. Elem. de Lit. T. 1. Chap.


5 interet du poeme epi. Tre interessi. egli dice,
debbono soprattutto riunirsi nell'azione di un
poema epico, interesse di nazione, di religione,
e della natura, o dell'umanità. Io per aſtro non
sò vedere perchè voglia il suddetto Autore com
presi tutti tre questi interessi nel poema epico.
Giacchè ciascheduno di essi separatamente preso
può servire d'interesse principale: e mentre uno
solo primeggia, gli altri due possono essere be
nissimo interessi secondari,
17
distinti, e in modo probabile, o natu
rale delineati, e ben sostenuti, impe
gnano talmente il lettore, e gli fanno
prender parte ai pericoli, e agli ostacoli
che si oppongono ai disegni dei perso
naggi medesimi, che trovasi, diciam così,
come stimolato dalla curiosità, e inquie
to sempre, ed incerto, e ansioso di ve
dere il loro finale sviluppo. Questi osta
coli poi, pericoli, peripezie ec. formano
quello che dicesi nodo dell'azione, lo
scioglimento del quale è il termine del
l'azione medesima, ed è tanto più per
fetto, quanto più è difficile a sciogliersi.
In quanto poi al maraviglioso poche
cose sono in breve per dire, -

La maggior parte dei Critici, seguen


do l'esempio, che ci hanno dato Omero,
e Virgilio, pretendono sostenere, che sia
tanto necessario, o essenziale all' Epica
poesia il maraviglioso, o sia macchina,
da non doversi annoverare fra gli epici
quel poema, in cui non avessero par
te gli Dei, e gli Esseri soprannaturali.
Ma con buona pace di costoro si po
trebbe osservare, che non mancano au
tori, i quali a giusto titolo debbono es
sere compresi fra gli epici, sebbene al
maraviglioso non abbian fatto ricorso,
18 -

Che anzi questa parte (che è la più dif.


ficile , avuto riguardo all'opportunità
di collocarla, e la più dilicata avuto
riguardo al modo di eseguirla) può
qualche volta pregiudicare, e con la
massima facilità all'interesse che deesi
prendere o per l'Eroe, o per i perso
naggi subalterni. Per non cadere in que
sto difetto dovrà dunque lo Scrittore
porre i suoi personaggi in una situazio
ne, in cui sia necessario il soccorso
della Divinità (1) giustificato abbastanza
dalle leggi e della convenienza, e della
verisimiglianza. E soprattutto si guardi
dall'impiegarlo con troppa frequenza,
sì perchè ciò che è destinato a colpire
straordinariamente l'immaginazione per
de la sua forza ove si vegga usato con
troppa prodigalità; sì perchè il lettore
potrà difficilmente interessarsi per quel
l'Eroe, che quasi ad ogni passo soste
nuto da qualche Nume, dee necessaria
mente superare ogni ostacolo, e con
piè libero, e franco distrigarsi da quelle
critiche circostanze nelle quali invilup
pato si trovi.

(1) Nec Deus intersit, nisi dignus vindice


nodus inciderit... Ho. ibi.
- T

Nè mi abbandono per questo al in


trario partito, che vuole escludere affatto
il maraviglioso dall'Epopea. Poichè non
ignoro che gli uomini cercano nell'ope
re poetiche il diletto, e che quasi tutti
nel maraviglioso il ritrovano. Conosco
altresì che si apre con tal mezzo il poeta
una sorgente inesausta e per l'invenzio
ne, e per la sublimità delle descrizioni,
e pel portentoso, e soprannaturale, fa
cendo agire quegli oggetti che sono con
formi o alla superstiziosa credulità, o
alla religiosa dottrina del popolo per
cui scrive, o nel paese, in cui ritrova
si, professata (1). Ma si rammenti che
racconta ad uomini le azioni, e le im
prese degli uomini; che se toglie alle
medesime quell'apparenza di realtà e
di probabilità che serve ad illudergli,
non potrà destar loro interesse e com
mozione. Non parlo delle macchine de
gli esseri simbolici, poichè adoprate esse
in alcuni poemi specialmente moderni
non hanno fatto una troppo felice riu
SClta.

(1) Ved. Bl. T. cit.


2O, -

Finalmente che l'azione sia vera, o


verisimile. -

Vuolsi intender con questo, che il


poeta è tenuto a conservare nel mecca
nismo del suo lavoro il fondo della sto
ria, che riguarda quel dato fatto che ce
lebra, qualora sia realmente avvenuto; -

o che possa immaginarlo ed esporlo in


modo tale da far credere (sebbene suc
cesso non sia) cosa facile a darsi in na
tura, e che vi concorrano certi gradi di
verosimiglianza, onde persuadere, che
abbia avuto luogo quella tale azione,
o che non sia improbabile l'avvenimento
di essa. Ed ecco in che differisce lo sto
rico dal Poeta. Ci narra il primo un
fatto tale quale è realmente accaduto ;
ei espone i secondo un fatto come po
teva, o doveva verisimilmente avvenire.
Che se mai si ristringe il poeta soltanto
ad una storia reale e autentica, viene a
privarsi della libertà, che gli concede
una storia antica, e tradizionale, di a
dornare, cioè, il soggetto per mezzo
dell'invenzione, e della finzione, e cor
rerà rischio di comporre un poema ste
rile, nauseante, e digiuno; poichè trat
tandosi di un'avvenimento vero, o re
cente e ben noto, non potrà con natu
2 i
ralezza inserire nel suo racconto in mo
do conveniente le parti vere, e le fal
se (1). - - -

Secondo quello che è stato da tutti


gli Epici praticato, si considera come
essenziale all' Epopea la scelta di un
personaggio primario, e più ragguarde
vole, da cui tutti gli altri subalterni
dipendano, ed a cui, come centro, va
dano a terminare le loro operazioni. E
per verità questa scelta contribuisce non
poco a rendere più distinta e più sensi
bile all'immaginazione la stessa unità
del soggetto, a migliorare l'effetto, che
produce, e a far sull' animo una più
forte, e più profonda impressione. Ma
non è vero però, come alcuni a torto
pretendono, che l'unità di questo per
sonaggio costituisca l'unità del sogget
to (2). Poichè se prendiamo la Storia,
o se consultiamo l'esperienza, vedremo
che le azioni di un uomo solo, spesse
volte sono così numerose e così diffe
renti da poterle paragonare (come os
serva M.r Dacier) a ciò che succede in

3 Bl. T. ter.
1) Ved. Met. Estr. ec. c. 23.
22
generale nel mondo in tempi, e in tuo
ghi diversi. -

Diciamo ora qualche cosa della nar


razione, ultima parte, che ci resta da
considerare.
A forma di quella regola prescritta
da Orazio che

, Nec reditum Diomedis ab interitu


Meleagri, -

, Nec gemino bellum Trojanum or


ditur ab ovo,

primieramente non prenderà il poeta


tropp'alto il principio della Storia, che
si propone di descrivere, mentre stan
cherebbe il lettore prima d'incammina
re il corso dell'azione. Non terrà dietro
in secondo luogo agli inutili avveni
menti, che in quell'azione s'incontrano,
giacchè questi rallenterebbero l'anda
mento della Favola, allontanerebbero
la catastrofe, e vi spargerebbero del
languore, se pure non vogliam dire del
tedio. Oltre di questo molto giudizio
samente si condurrà ove sappia scegliere
quanto avrà una maggior relazione col
fatto che narra, mostrando di avvici
narsi nel bel mezzo di quello, come se
23
fossero già noti gli antecedenti (i) e co
glierà quindi l'opportunità d'informar
ci, o in persona propria, o per mezzo
di qualche personaggio del poema di
quanto era innanzi accaduto , e di cui
COn VenlVa a Ver COgIl 1ZIOI16.
Nell'esecuzione ie si richiede,
che la narrazione sia arricchita di tutti
i colori, e di tutte le bellezze della poe
sia, che sia chiara, e vivace nell'espres
sione; dignitosa, e piena d'interesse
nella condotta, di arditezza, e di subli
mità nelle descrizioni, di tenero, e di
patetico nei sentimenti.
Per quello in fine che spetta alla mag
giore, o minore durata, ed estensione
i" poema, ciò dipende intieramente
dal buon giudizio e discernimento dello
Scrittore. Imperocchè è chiaro abba
stanza, che se il soggetto abbraccia gli
avvenimenti di molti anni, il poema
dovrà esser protratto, ed esteso a pro

(1). Semper ad eventum festinat, et in me


dias res
Non secus ac notas auditorem rapit, et
quae
Desperat tractata nitescere posse, relinquit.
Hor. loc. cit.
24 -

porzione del tempo, e dei fatti in esso


compresi: come pure dovrà essere più
ristretto, e più breve, se tanto vasto
non fosse il soggetto, e di più corta du
rata. Ond'è come ognun vede, che nel
l'uno, o nell'altro caso potrà l'azione
in tal guisa conseguire quel giusto, e
proporzionato sviluppo, che natural
mente dimanda.

S. III.
Del Dramma in generale.
Il nome di poesia drammatica deriva
dalla parola greca 3papa che a rigor di
termine equivale all'actus, o actio dei
latini; ma poi si prende per la rappre
sentanza di un'azione. Questo genere
di componimento comprende la Trage
dia, la Commedia, e la Tragicommedia,
e differisce dall'Epopea in questo, che
l'azione epica è raccontata, la dramma
tica è rappresentata, lo che è un van
taggio notabilissimo -

Segnius irritant animos demissa per


aurem ,
uan quae sunt oculis subjecta fi
delibus (1). -

(1) Hor. in ar, poet.


- - 25
È una anch'essa al pari dell'Epica,
ed accade tutta in un giorno, o poco
più, in uno stesso luogo, che di una ra:
gionevole estenzione " quei siti
speciali, e diversi, dei quali nel corso
del dramma abbisogna il verisimile del
le varie azioni subalterne (1). Può es
sere ancora l'azione drammatica o sem
plice, o episodica, e dividesi in atti, e
gli atti in scene.
L'atto, a mio credere, si potrebbe
definire l'esposizione delle differenti si

(1) Nota. Ecco comprese nel dramma le tre


unità, di azione, cioè, di tempo, e di luogo,
che si considerano come essenziali alla retta
condotta della Favola. Tutti i critici però non
convengono egualmente nelle due unità di tem
po, e di luogo, come in quella di azione. Io
eraltro, mentre mi protesto contro tutte tre
lº suddette unità, metafisicamente considerate,
per le quali fece tanto strepito in Francia il
Sig. d'Aubignac, ed altri, siccome prima lo ave
va fatto il Castelvetro in Italia º" per
l'unità di luogo), lungi da entrare in così
grave discussione, per esser questo un trattato
elementare, rimetterò il lettore all' estrat. del
poet d' Arist. dell'immortal Metastasio. c. 5.
alla prefaz al teatro di Shakespiare di Samuel
Vohnson, e all'opera di Lord Kamens, che ha
per titolo Elements of criticism. vol. 2, -

l
26 - -

tuazioni, di cui si compone l'azione prin


cipale. -

La scena è una parte dell'atto carat


terizzata, o dall'entrare, o dall'uscire
che fanno di sul palco quei personaggi,
che hanno parte nell'azione, e niuno di
questi deve mai comparire su la scena,
o partirne senza un apparente ragione,
Le Scene poi debbono essere in modo
tale fra loro connesse, che l'arrivo de
gli attori, o la loro partenza succeda in
maniera probabile, o naturale.
Nel primo atto, chiamato dagli anti
chi Protasi, deve esporsi il soggetto,
farsi conoscere gli attori, e i loro carat
teri. Nel secondo, terzo, e quarto deve
complicarsi il nodo (i) a grado a grado,
e aumentarsi l'interesse, l'agitazione, e
l'impazienza degli s ettatori. Nel quinto
svilupparsi, e sciogliersi il nodo mede
simo, e a misura che questo scioglimen
to (2) avvicinasi, deve ogni cosa pren
der moto, e calore (3). -

(r) Nota. Il nodo è quel tratto della tavo


ia, che tien sospesi gli uditori, e in timore di
ciò che in ultimo debba accadere.
(o) Nota. Lo scioglimento consiste in quel
l'ultima avventura, dopo cui niente più aspet
ia l'uditore. - -

(3) Bla, t. cit. Elem. de lit, -


- 27
Mell'antico teatro affinchè gli orna
menti corrispondessero al genere dello
spettacolo, in fondo al proscenio, che
palco da noi si chiama, sorgeva sotto il
inone di scena la facciata esteriore di un
reale edifizio se recitavansi lragedie, o
vi si scorgevano delle case ordinarie,
e delle strade, se rappresentavansi Com
medie, o finalmente si scopriva il pro
spetto di luoghi campestri per lo spetta
colo dei componimenti satirici, e pasto
rali. Da ciò ne dedurremo col principe
degli italiani drammatici, che gli anti
chi non hanno mai preteso, che la loro
scena esprimesse i luoghi speciali, nei
quali si suppone che succedano, e l'azio
ne principale, e le subalterne di un
dramma, nè le speciali situazioni, nelle
quali nel corso di un dramma medesimo
debbono trovarsi gli attori.
Quanto allo stile deve essere elegan
te, e sublime per la Tragedia, familiare,
semplice, e piano per la Commedia, ma
erò adattato sempre e nell'una, e nel
i" alla condizione degli attori, e a
quelle situazioni, in cui sono i medesimi
collocati: dicasi lo stesso dei sentimenti.
Poichè l'oggetto principale del dramma
28;
essendo la naturale e probabile imita
zione delle cose umane.
-

Si dicentiseruntfortunis absona dicta


Fomani tollenteguites, peditesque ca
chinnum (1).
Il termine Peripezia significa cangia
mento di fortuna. Anagnorisi vuol dire
riconoscenza, ed è quando si scorge non
essere una persona quella che si credeva.
Le peripezie, e le anagnorisi sono i mez
zi più efficaci per commuovere, e di
lettare. -

Abbiamo di sopra accennato, che il


dramma si divide in atti, e gli atti in
scene. Ma cosa dovrà dirsi di quel pre
cetto di Orazio, che

AVeve minor, neu sit quinto productior


dCtl

Fabula, quae posci vult, et spectata


reponi ?

Che necessità vi è che appunto gli atti


sian cinque, mentre sappiamo che nel

g1) Hor. art. poet.


- 2

l'antico teatro questa divisione era ºf.


fatto sconosciuta, mentre in tutto il
corso della poetica d' Aristotele non
s'incontra giammai la parola actus?
Pretendesi adunque, che per dare
all'intrigo maggiore probabilità, e ren
derlo vie più interessante, i Latini
Grammatici fossero i primi a dividere
in cinque parti (non sempre però feli
cemente) (1) ogni componimento dram
matico; ed ai tempi di Orazio essendo
quest'uso ora mai passato in legge, ed
i Romani accostumati alla consueta lun
ghezza dei cinque atti, secondò quando
egli scriveva º" opina Metastasio)
il comodo, e l'assuefazione degli spet
tatori. Del resto poi lo stesso Metastasio
non sa persuadersi come da una tal divi
sione debba indispensabilmente dipen
dere o l'approvazione, o la condanna
di un dramma, quasi che il cinque fosse
della categoria de'misteriosi numeri di
Pitagora. Nel medesimo sentimento con
corre l'abate Vatry, (2) il quale sostiene
che un dramma si possa dividere egual

1) Met. estrat. ec. c. 12.


2) Enusclop. acte.
3o
mente in tre, che in quattro, in cinque
atti, e forse anche più, sia per la sua
lunghezza, sia per la sua condotta. No
nostante, quantunque il fatto dimostri,
che possa scriversi benissimo un dram
ma anche in tre atti, direi, che ogni
composizione teatrale in specie deve ave
re quell' estensione che l' è proporzio
nata, e che lo Scrittore senza allon
tanarsi dai uso e dalla pratica, deve
aver cura di non inserirvi degli atti inu
tili, o troppo lunghi. Dicasi lo stesso del
le scene, le quali mentre non debbono
essere moltiplicate di troppo, non vi è
dall'altro canto una regola, che ne fissi
il numero determinato, -

S. I V.
Pella Tragedia,
La tragedia ebbe principio fra i Greci,
e comparve anch'essa, come tutte le al
tre arti imperfetta, ed inculta.
E sentimento comune che avesse la
sua origine dalle feste di Bacco, che
nelle città , e nelle campagne cele
brandosi, nel corso di queste immolavasi
un Capro, e durante il sacrifizio i Sa
cerdoti, ed il popolo cantavano a coro
- 3i
alcuni inni che dalla vittima furon detti
Tragedia, o canto del capro dalle due
parole greche i paxos, a toºn. Ma siccome
quella specie di monotonia, che regnava
nei canto medesimo, non poteva a lungo
dilettare gli spettatori, così per dare
qualche varietà fu creduto bene intro
durvi un attore : carmine qui tragico
vilem certavit ob hircum (1). Tespi fa
quello che fece prova di una tal novità,
e così nacque il monologo. Fischio ne
aggiunse un altro; ed ecco il dialogo:
dette loro caratteri, costumi, ed una
conveniente locuzione, e fu allora che
il Coro il quale era stato in origine la
base dello spettacolo, non fu che l'ac
cessorio, e non servì che d'intermezzo
all'azione principale del Dramma, e fi
malmente disparve affatto nelle Trage
die moderne, lo che forma la primaria
distinzione dell' antico dal nuovo tea
tro (2). Trasformò ancora i carri mobili
di Tespi, sui quali nei primi tempi rap
presentavasi la tragedia, in palchi sia
bili: inventò le maschere, certe vesti

(1) Hor. ar. poet.


(2) Bl, T. 3.
52
lunghe chiamate Srrma, ed i coturni
che cuoprivano mezza la gamba degli
Attori, a differenza dei socchi, che era
no più bassi, ed usati nelle commedie.
Da Sofocle poi fu posto un terzo perso
maggio sul Teatro, e fu questo anche
arricchito di nuove decorazioni; la qua
le invenzione probabilmente fu adottata
da Eschilo, e perfezionata, siccome ave
va fatto dei tre personaggi nelle Coefore,
e nelle Eumenidi, giacchè quando egli
scrisse queste due tragedie erano già "
dici anni che Sofocle esponeva in teatro
le sue (1). Gli esempi di questi Scritto
ri, ei progressi che l'arte faceva a mi
sura che riconoscevasi ciò che più con
venisse al di lei carattere, e bellezza ,
portarono appoco appoco la tragedia
alla perfezione. -

Venendo ora alla definizione, crede


rei, che la Tragedia si potesse definire
l'imitazione drammatica di un fatto no
bile, e grande, vero, o verisimile atto
ad eccitare il terrore, e la compassione.
E senza trattenermi adesso su le parti
di qualità, e di quantità nelle quali
\ .

(1) Metast. estrat. ec. c. 5.


. 33
divide Aristotile la tragedia, tratterò
brevemente del soggetto, ossia dell'azio
ne, che è la parte la più considerabile
della medesima. -

L'azione adunque sarà nobile, quan


do avrà per iscopo un oggetto grande
ed importante, come sarebbe l'acquisto
d'un trono, l'amor della patria, o della
gloria, la generosità verso i nemici, la
punizione di un tiranno, e tante altre
azioni non meno luminose, ed illustri.
E quì giova l'osservare che non è già
la dignità dei personaggi quella, che co
munica nobiltà, e grandezza all'azione,
nè glie l'accresce quando questa non
sia per se stessa abbastanza grande, e
interessante, come d'altronde l'azione
medesima non perde all' opposto una
parte del suo pi e della sua im
portanza se mai venga rappresentata da
persone indifferenti e volgari. Difatto se
nell'Ippolito di Seneca, o nella Fedra
di Racine si toglie la qualità di Eroi agli
Attori, cosa perderà la Tragedia? È vero
bensì che nella maggior parte delle tra
gedie interloquiscono Eroi, Imperatori,
Principi, Re, primi Magistrati ec. e ciò
perchè essendo essi istrumenti d' grandi
effetti, e le azioni loro producendo il
r
2
-
-
º

più delle volte grandi conseguenze,


acquistano un maggior grado d'interes
se, di quello che non avrebbero, se
operate fossero da persone private.
Richiedesi ancora che l'azione sia gra
ve, e dolorosa, capace di mettere in
tumulto gli aſſetti, e durante la quale
si scorga il protagonista ondeggiante fra
le diverse passioni che l'agitano, come
per esempio, fra l'amore, e lo sdegno;
fra la brama di vendetta e l'orror del
delitto; che sia intenerito dalle voci del
la natura, mentre sentesi lacerato dai
furori della disperazione. Le quali due
proprietà, cioè, nobiltà, e attitudine a
destare il terrore, e la compassione,
sono quelle, che rendon tragica l'azione.
Ma non meno cºinfluiscono i caratteri
degli Attori; e secondo Aristotile saran
no più convenienti, e più adattati i ca
ratteri misti, quali appunto sogliono es
ere ordinariamente quelli degli uomini,
che i caratteri o assolutamente virtuosi,
o assolutamente perversi. Si pongano
adunque su la scena persone, le quali,
come dice Batteu c (i) rappresentino in

(1) Elem. de lit.


35
se stesse le loro passioni, le loro debo
lezze, le loro disgrazie, in una parola,
lo stato della vita umana, ma così al
vivo da poter destare la compassione e
il terrore. Oltre i caratteri servirà molto
a commuovere e interessare lo spettato
re la giudiziosa condotta della favola, la
naturale connessione delle varie sue par
ti, e più di tutto il patetico. E poichè
si considera la tragedia come il regno
del sentimento e della passione, dovrà
per questo il poeta scegliere un sogget
to che tocchi il cuore e che desti inte
resse, rappresentandocelo secondo le
traccie della verità e della natura.
Anche l'azione drammatica richiede
l'unità; e quì bisogna esser più guar
dinghi che nell'Epopea; sì perchè in un
componimento di sua natura infinita
mente più breve, qual è la tragedia,
debbono di necessità gli episodi essere
più corti e più rari; sì perchè questa
unità è più visibile essendo le più pic
cole parti sottoposte agli occhi dello
spettatore, e in conseguenza lº istato
di riconoscervi qualunque benchè mi
mima alterazione che vi incorresse. Non
bisogna però confondere l'unità dell'a-
zione colla semplicità dell'intreccio. Vi
56
possono aver luogo bensì degli intrecci
secondari purchè tutti servano all'azio
ne principale, e allo scioglimento del
nodo primario. Vien rimesso però al
giudizio dello Scrittore il fissar " misu
ra che deve osservarsi in quest' intrecci
medesimi.
Meno rigorosa poi credo l'unità di
luogo e di tempo, sebbene condanno del
pari quella eccessiva e strana libertà
ossia di tempo, ossia di luogo, che urta
l'immaginazione e che all'opera dà una
apparenza improbabile e stravagante,
sacrificando la naturalezza e la proba
bilità, che formano il fondamento e la
base della tragedia. Caderanno perciò
in tale sbaglio coloro che pretenderanno
di far passare in pochi minuti lo spet
tatore da un luogo in un altro facendo
gli percorrere una distanza tale, che gli
resti impossibile d'illudersi al punto da
persuadersi che possa effettuarsi un tal
passaggio (i).

(1) Alcuni fra i moderni e specialmente i


Francesi sono impegnatissimi a sostenere, oltre
la rigorosa unità di azione, anche quella di
tempo e di luogo. Non mancano però del pari
37
La moralità della tragedia consiste
nel correggere le nostre passioni, se
condo quel principio, che un gran fatto
porta seco sempre la moralità. Che se
potesse accadere che alcuno Scrittore
componesse una tragedia in cui mancas
se la moralità cesserebbe per questo
d'esser tragedia? Direi piuttosto che ve
run merito non avrebbe quella fra le
tragedie cui mancasse il patetico; men
tre lo spettatore non può apprezzare
giammai quella rappresentanza dalla
quale freddo e disgustato ritorna.
Non entro quì in più minute rifles
sioni, giacchè le regole spettanti all'Epo
pea sono applicabili anche alla tragedia.
Che anzi Aristotele applicò le regole
della tragedia all'Epopea. -

Se ho detto essere la tragedia un com


onimento drammatico nobile e magni
fico, atto a destare il sentimento del
terrore e della compassione, non ho vo
luto escludere perciò da questo genere

altri valenti uomini moderni i quali asserisco


no il contrario, dicendo che sebbene non siano
dal contesto delle greche tragedie formalmente
accennate, pure dal senso si rilevano le muta
zioni di scena che indispensabilmente dovevan
seguire.
33
gli altri componimenti che dalla trage
dia in ciò soltanto differiscono, che in
vece del terrore qualche altro grande,
e forse più utile e virtuoso sentimento
eccitar possono negli spettatori (1). Tali
appunto sono quelli del Zeno e dell'im
mortal Metastasio. Questi che altri chia
mò bei mostri teatrali, e che comune
mente con generica denominazione si
chiamano drammi, partecipan
tragedia propriamente detta in ci
riguarda grandezza e in ottº di azi
ed elevatezza e gravità di se intenti, e
di stile. Ne " poi, i. iº guan
to che essi hanno per lo più un lieto fine,
mentre le vere tragedie lo hanno gene
ralmente parlando, lagrimevole; 2. per
chè il dramma non obbligandosi punto
alle due unità di luogo e di tempo, e
mettendo, per dir così, a contribuzione
tutte quante le belle arti, ama la pom
pa ii e decorazioni, i cambiamenti di
scena, e tutto ciò che serve a sorpren
deve soavemente i sensi; 3. Perchè per
questa ragione medesima volendo or
marsi di tutto il prestigio della musica,
gli conviene anche nell'esteriormecca
(1) Met. est. ec. C. 6.
- 59
nismo del metro allontanarsi dalla se
vera uniformità del verso tragico, quin
di le arie, i cori, e gli altri pezzi mera
mente lirici, di cui esso abbonda: 4.
Differisce infine dalla tragedia in ciò che
riguarda il numero ed estensione degli
atti, non veggendosi in esso oltrepassato
mai il numero di tre, mentre per la
tragedia sembra essere stato ormai con
-

sacrato ilº numero di cinque. Tutte que


ste ed altre differenze che si ravvisano
in ciò che dicesi Dramma, o con italia
no vocabolo Opera musicale, potrebbe
ro non senza gran ragione indurci a
classare il Dramma istesso come un ge
nere a parte nella categorìa de teatrali
componimenti; ma qualora volesse da
altri negarseli questa specie di assoluta
indipendenza, si dirà che il nostro dram
ma musicale (si vuole intendere sempre
di quelli del Metastasio, o di altri pochi
di differenti autori che a quelli si rasso
migliano) altro non è che nna speciale -

modificazione della tragedia. Assurdo ed


inverisimile comparisce ad alcuni troppo
severi censori il teatrale componimento
di cui parliamo, pretendendo, a cagione
d'esempio esser cosa affatto ridicola e
fuori di natura, che
N
i personaggi dell'a- -

S.
4o -

zione parlino, si adirino, piangano, e


muoiano perfino, cantando. Non si ac
corgono i tremendi Aristarchi, che se
mai questa lor riflessione valesse pur
qualche cosa, dovrebbe applicarsi egual
mente alla poesia come alla musica; im
perocchè secondo la lor maniera di ra
gionare non dovrebbe esser niente meno
ridicolo e fuori di natura uno che parla,
si lagna, si adira sempre in versi. Se non
che un tale ragionamento trovasi più
specioso che vero, ove si rifletta alla dif
ferenza ben grande che passa tra il co
piare e l'imitar la natura, che è l'istesso
che dire tra il vero e il verisimile, e
quindi si osservi che ogni arte imitatrice
ha i suoi mezzi particolari d'imitazione.
Il poeta drammatico adunque come imi
tatore e non copiatore della natura è
obbligato a presentarci cose bensì veri
simili, ma non vere, e riveste perciò la
materia di cui fa uso di quelle somi
glianze col vero delle quali essa è su
scettibile, ond'è che verisimile chiamasi
appunto quello, cui manca qualche cir
costanza del vero. Che se vi fossero tutte
le circostanze comprese, se nessuna ca
ratteristica propria del vero mancasse
non sarebbe allora il vero stesso in per
l
sona (1)? Riguardo poi alla ne" a
si esprime il chiarissimo Arteaga . . . . ,
La musica imita la natura, ma l'imita
pe mezzi che le si appartengono, cioè
col canto e col suono, ... onde accusare
il dramma musicale, perchè introduce i
personaggi che cantano, è lo stesso che
condannarlo, perchè si prevale nella
imitazione dei mezzi suoi invece di pre
valersi degli altrui: è un non volere che
si trovino nella natura cose atte ad imi
tarsi col suono e col canto: è in una pa
rola accusar la musica, perchè è musica.
S. V.
Della Commedia.

Dobbiamo rintracciare fra i Greci an


che l'origine della Commedia, e quan
tunque possibil non sia di fissarne pre
cisamente il tempo, vuolsi nonostante da
alcuni che in principio la tragedia e la
commedia fossero mescolate insieme in
un componimento medesimo sotto il no
me generale di Tragedia, e che rima

(1) Met est. ec.


42
nessero ambedue in tale stato finchè
l'arte non venne in soccorso della natu
ra e le separò distinguendole affatto (i).
Alcuni altri pretendono che al pari del
la tragedia nascesse la commedia acci
dentalmente dai trastulli particolari atte
feste di Bacco e dalla licenziosa libertà
che le accompagnava. Qualunque però
sia stata la sua origine, quello che è cer
to si è, che fu la commedia coltivata più
tardi della tragedia, nè sappiamo, come
non gli sappiamo di questa, i successivi
cambiamenti e progressi di quella fino
al tempo in cui cominciò a prendere
qualche forma, deponendo quanto rite
nea di scurrile, di grossolano, e di osceno.
Risalendo adunque fino a quest'epoca
sappiamo che Epicarmo e Formi Siciliani
furono i primi a scrivere commedie, che
poi Crate ateniese seguendo le iero trac
ce cominciò a ripoli le e riforma, le sol
levandoie ad un ordine più regolare,
essendogli servito di esemplare il Margite

(r) V. Pref. de Mad. Dacier alle opere di


Plaut. -

Remarq par Sanad. al vers. 26o. d. poet.


di Oraz. - * -
- 3,
d'Omero, come per la tragedia lo i
state l iiiade, e l'Odissea. Essendo per
tanto costoro i primi autori che incon
triano, sarei di avviso che dai medesimi
si riconoscesse il primo periodo della
commedia che chiamasi antica a motivo
dei cambiamenti che in seguito dovette
subire in questa tanto i soggetti, quanto
i nomi degli attori erano veri e reali.
Rappresentavansi pubblicamente i vizi.
nè si risparmiavano i principali cittadi
ni, e neppure gli stessi magistrati : si
faceva in sostanza apertamente e con la
più sfacciata libertà la satira di persone
cognite a tutti, mettendo sul teatro con
le azioni anche i propri lor nomi.
Si quis erat dignus describi ... ,
. . . Multa cum libertate notabant (1).
Ognuno a prima vista da ciò comprende
quanto impudenti fossero siffatte rappre
sentanze, e quanto indegne d'una colta
e civilizzata Nazione. I poeti che vi si
distinsero furono Crate, Empoli, Crati
no, Ferecrate e Aristofane (2). Ma la li

1) Ior. in art, poet.


3) Mad. Daci. luog. cit. -
bertà di scagliarsi nominatamente con
tro le persone giunse a grado a grado
all'eccesso, e finalmente addivenne in
tollerabile essendosi ritrovata perfino
pericolosa alla pubblica tranquillità. Fu
emanata pertanto una legge, che proibi
va di prendere il nome di persone già
note, e il coro stesso come strumento
di troppa licenza fu bandito dal comi
co teatro, e così con sua vergogna si
tacque (1). Nonostante ritrovato fu il
modo di eludere anche la legge, e seb
bene non fosse più permesso di produrre
sulla scena il vero nome delle persone -

tuttora viventi, e che volevansi porre in


ridicolo, si esponevano però quanto più
al vivo potevasi le loro sconvenevolezze
e i difetti, e ne imitavano così al natu
rale la foggia del vestire, il gesto, e il
5 - -

portamento: medesimo , che non eravi


alcuno fra gli spettatori che agevolmente
non le riconoscesse e le nominasse ezian
dio. In questa guisa i poeti non avendo

(1) ... in vitium libertas excidit ac vim


i bignam lege regi: lex est accepta; "
Turpiter obticuit, sublato jure nocendi. Hore
in ar. po. -
- .
- 45
alcuna responsabilità si fecero più arditi
negli insulti, sicuri d'altronde di essere
vie più applauditi porsero alimento alla
malizia degli spettatori col loro ritratti,
e ne lusingarono la vanità col piacere
d'indovinare i modelli. È questo il se
condo periodo della Commedia, la quale
fu detta di mezzo, e i principali poeti
furono fra gli altri Antifame, Mnesimaco,
ed Epicrate (i). Successe a questa la
nuova commedia, quando cioè i poeti
essendo stati costretti a desistere affatto
da ogni satira personale si limitarono ad
inveire contro il vizio in generale, in
ventando non solo i nomi, ma ancora
i soggetti. Fu allora che la commedia si
“ ridusse presso a poco a quel segno che
a nostri giorni si trova. Prese un aspetto
più decente e più onesto, e divenne la
ittura dei costumi, e dei caratteri, e
È imitazione delle azioni della vita co
mune. I primi poeti che scrissero in que
sto genere furono Menandro, Difilo,
Apollodoro ec. (2).
Dal fin quì detto chiaro apparisce che
T

1) Mad. Dac. luog. cit.


(2) Mad. Dac. luog. cit.
45
in qualunque periodo si osservi la com
media, ritroviamo che ha sempre avuto
in mira di censurare e deridere le scon- .
venevolezze e le follie degli uomini. Lo
che ci porta a definire la commedia me
desima. Un imitazione drammatica di
qualche azione della vita privata atta
a ricreare e muovere a riso gli spetta
tori. Differisce adunque abbastanza dalla
tragedia e pello spirito e pel suo generale
carattere, mentre quella non si occupa
come questa delle passioni forti e violen
ti, e dei grandi delitti degli uomini, ma
solamente dei loro difetti e follie rivol
gendole in riso ed in giuoco (1). Il ri
dicolo adunque è l'oggetto della com
media, e questo resutta, secondo Ari-º
stotile, o dalla stravaganza delle figure,
o dei costumi, o dalla maniera di ra
gionare delle persone imitate. Con que
sti mezzi oltre il ricreare gli spettatori
si giunge a conseguire un altro più es
senziale vantaggio, di combattere cioè,
ed estirpare sovente molti dei vizi,
che non sarebbero stati certamente di
strutti dai più solidi e convincenti ar

(1) Bia T. eit,


gomenti. Chi negherà pertanto che sia
la commedia un trattenimento non solo
piacevole, ma lodevole ed utile ancora,
avendo per iscopo di correggere i costu.
mi e le maniere degli Uomini nella con
dotta sociale col rendere il vizio spre
gievole e ridicolo? Concedo che se lo
Scrittore è licenzioso nel costume, gua
sto e corrotto nella massima potrà dive
mire la commedia nocevole anzi che van
taggiosa, ma questo difetto si deve ascri
vere alia malignità di chi compone, non
alla natura del componimento. -

La tragedia, e la commedia mentre


differiscono per lo fine che si propongo
no, per le persone che imitano, e pel
linguaggio che adoprano, hanno di co
mune poi tutto quello che riguarda la
costituzione dell'opera. Che anzi direi
che le regole drammatiche si dovessero
più rigorosamente in questa osservare,
essendoci più familiare l'azione, e ras
somigliando assai più a quello che ve
diamo succedere nelle conversazioni e
nella vita comune (1). Per questa ra
gione ci troviamo in grado di giudicare

G) Da T. cit.
48
quasi senza tema di errore, se quella ta
le imitazione al vero si rassomigli, o nò
e più facilmente possiamo distinguere
il probabile dall'inverisimile.
" poeta comico è per una parte più
limitato e ristretto del tragico nella scel
ta dei soggetti, nè può a suo piacimento
prenderli dalle età passate, o da qualun
que straniera nazione, poichè certi par
ticolari pregiudizi, certe piccole varietà
di usi, di costumanze, e di caratteri che
somministrano argomento alla com
media, diversificando al pari della diffe
renza dei tempi, dei luoghi, e delle na
zioni, non potrà giammai lo spettatore
prender diletto, ed esser toccato dal ridi
colo di quegli usi, costumi, capricci e
stravaganze, le quali o non vede, o non
conosce. Che se ci presenterà le pitture
dei caratteri nazionali, se farà la satira
dei vizi che dominano offrendoci una
copia fedele dell'età nostra, e portando,
per così dire, le catastrofi entro le pa
reti domestiche, potrà esser certo che in
questa guisa sarà utile e piacevole la sua
teatrale rappresentanza.
Ha poi da un'altra parte una libera e
illimitata facoltà di trattare quei carat
teri che convenir possono a tutti i secoli
e ad ogni nazione; tali sono l'invidia,
l'ayarizia, l'ipocrisìa, l'adulazione; la
prosunzone, ec.; e questi, e infiniti altri
vizi esisteranno sempre e da per tutto
ove esisteranno degli uomini.
La Commedia si suole dividere in
C in media di carattere e d'intreccio .
Nella prima, ove si rimonta alla sorgen
te de vizi, e si attaccano nel loro princi
pio, il suo scopo è lo sviluppo di qual
che particolare carattere. Nella seconda
l'oggetto principale è l'intreccio, il qua
le non dev'essere tanto semplice da ren
dere la rappresentanza una pura e fredda
conversazione, nè sopraccaricata in mo
do che lo Spettatore invece di rivolgere
l'attenzione alla pittura de caratteri, sia
costretto a tener dietro ad un'intreccio
troppo complicato ed esteso. Sarà poi
maggiormente stimato ed avrà un pre
i"i Commedia che riunirà in se l'intreccio
superiore a tutti gli altri quel genere
e il carattere mescolando conveniente
mente fra loro l'interesse e il ridicolo.
Una parte assai difficile a maneggiarsi
nella Commedia sono i caratteri. Questi
non debbono essere caricati oltre il na
turale , nè comparire con troppo artifi
cioso contrasto l'uno opposto all'altro,
5o
poichè si caderebbe allora nella ricerca
tezza e nell'affettazione, e apertamente
si riconoscerebbe l'influenza dell'arte
che dal giudizioso Scrittore sarà sempre
occultata. Non dico già che non debba
no essere chiaramente l'un dall'altro di
stinti, ma per quelle sfumature bensì ,
e mezze tinte che ordinariamente si rav
visano nelle comuni circostanze della
vita sociale. -

E da osservarsi, che siccome nella


Tragedia la bassezza dei personaggi non
impedisce che l'azione sia tragica, così nel
la Commedia la dignità dei medesimi non
viene a togliere il comico. Il Re di Tebe
a cagione di esempio, e Giove stesso son
benissimo persona gi comici nell'Anfi
trione. Lo stile dev'essere piano, sempli
ce e naturale, ma non mai avvilito con e
spressioni troppo volgari e grossolane e .

I suoi pregi sono la grazia, l' urbanità,


e la vaghezza della lingua. Nel dialogo
si ricerca facilità, dolcezza, e disinvol
tu l'a . -

Oltre le Commedie d'intreccio e di


oarattere si sono vedute a dì nostri pio
vere, per dir così, sulla scena anche
quelle così dette flebili: Regalo vera
mente lagrimoso degli Oltramonta
5I
ni.(1). Questo genere di componimento
sconosciuto agli antichi non manca di pro

(1) Le Commedie di Carattere serio e grave,


quali si trovano in Terenzio, e in Goldoni diffe
riscono assai dalle così dette flebili o lacrimose,
che sono d'invenzione tutta moderna, e che per
la prima volta ci pervennero dalla Francia verso
la fine del Secolo scorso. La manìa però di an
dare a piangere e rattristarsi sù delle volgari
miserie andò appoco appoco a illanguidirsi e
raffreddarsi, cosicchè questi componimenti non
sono per adesso più in voga. Sebbene uno avulso
non deficit alter. Anche dalla Germania si è
veduto uscir fuori una inondazione spaventevo
le di mostruosità teatrali . Poco tempo dopo
comparve in questo paese una quantità di
Scrittori stranieri all'Italia, autori di un uuovo
genere che essi chiamarono Romantico, in
cui viene canonizzata ogni libertà e stranezza d'
immaginazione, e si ha per regola generale che
in ogni sorta di poetico componimento non si
debba star punto attaccati alle regole stabilite.
Quindi si diedero a screditare quanto mai potero
no gli autori classici, e specialmente Italiani, ed
alla testa di questa anti classica, e anti-italica
spedizione si videro Mad. Stael, e Sismondo Si
smondi. Quest'ultimo poi specialmente in una
sua Opera intitolata Della Letteratura del mezzo
d'Europa oltre i non pochi paradossi, non av
vi ingiuria di cui regalato non abbia a dovizia
gli Italiani.
Se la natura del presente trattato me lo avesse
permesso avrei potuto riportare a tal proposito
uua spiritosa e frizzante lettera trasmessami da
52
tettori, e difensori appoggiati a quel prin
cipio che tutto puossi imitare in natura,
e che in conseguenza non bisogna pren
dere a rigore il precetto " 9

giacchè Aristotile non poteva fissare le


regole se non intorno a quello che ve
deva essersi praticato fino a suoi giorni.
Alcuni altri con tutta la ragione afferma
no che simili componimenti altro non
fanno che denotare la decadenza delle
lettere, la depravazione del gusto, e
tendere in sostanza a deturpare il Tea
tro corrompendo la buona Tragedia, e
la buona Commedia. Lo stesso può dir
si presso a poco della Tragicommedia,
che per me considero come un aborto
dell'arte drammatica, e direi che corri
spondesse alla satira degli antichi, specie
" componimento che era nella sua ori
ine una mescolanza di serio e di ridico
i" appunto come la Tragicommedia -
Senza far parola dei moderni, i soli esem

un Letterato mio amico zelantissimo dell'onore


Italiano. Ma non tarderà molto ad essere pub
blicata unitamente ad altr'opera nella quale si
prende ad esaminare (per quanto è a mia noti
zia) se il Ginevrino Romantico abbia saputo,
ben giudicare gli Italiani.
53
plari che sieno a noi pervenuti, sono le
Rane di Aristofane fra i Greci, e l'Anfi
trione di Plauto fra i Latini.
Tralascio per brevità di far menzione
di tutti gli altri differenti generi di Com
media, nei quali divisa l'avevano a se
conda delle circostanze gli antichi, ri
mettendo i lettori a quegli Autori che
hanno più diffusamente trattato di que
Sta materla .
Siccome, secondo ciò che abbiamo qui
sopra osservato, dalla Tragedia è nato
tra noi Italiani il Dramma ossia l'Opera
seria in musica, che altro in fine non è
che la Tragedia stessa diversamente mo
dificata, nella guisa medesima dir si può
che la Commedia ha prodotto ciò che
chiamasi tra noi Dramma giocoso ossia
l' Opera buffa. Questa sorta di scenico
componimento esser dovrebbe la buona,
la vera Commedia in musica, ma quan
do se ne eccettuino quelli dell'Abate Ca
sti e ben pochi altri di qualche tollera
bile Autore, si può asserire con verità
esser tra noi tuttora nell'infanzia in ciò
che spetta la poetica tessitura; impercioc
chè le più rinomate Opere buffe de'no
stri Teatri, mentre si veggono per una
54
parte rivestite di una musica brillante e
incantatrice, offrono le più goffe e ri
buttanti stravaganze per la parte della
immaginazione e della condotta dram
matica, non che del poetico stile sempre
senza eleganza, senza proprietà e senza
pur ombra di quel molle atque facetum
che per siffatti componimenti vien rac
comandato da Orazio; dimodochè qua
lora pur fosse mia intenzione di tratte
nermi ulteriormente intorno al Dram
ma giocoso potrei bensì accennare come
esser dovrebbe, non già come egli è
realmente ai dì nostri.
Un'altro genere di componimento
drammatico hanno tutto lor proprio gli I
taliani nella Favola pastorale. Questa
sorta di Dramma puramente ideale, sulla
di cui origine discordano i Dotti, tiene un
luogo di mezzo fra la Tragedia e la
Commedia, e differisce essenzialmente
da ambedue pei personaggi, pe caratte
ri, pe costumi, e pello stile. Le Ninfe
e i Pastori compariscono sulla scena ad
esclusione dei Cittadini, dei Rè, degli E
roi, e se viene introdotto alcun personag
gio costituito in dignità non prende mai
parte nell'azione principale del Dram
55
ma (1). I caratteri corrispondono alla
vita pastorale dell'età d'oro, e l'inno
cenza di questo secolo favoloso, la pu
rità raffinata della natura ingentilita, i
sentimenti e le passioni tenere, dilicate
e specialmente quelle dell'amore vi han
no un luogo distinto. I costumi debbono
essere semplici ed ingenui, come conven
gono ad abitatori dei boschi e dei villag
gi- Le rivalità, le piccole gare e gelosie,
gli amori innocenti, e alcune volte anche
violenti ne formano l'argomento (2). L'
azione dev'essere continuata, semplice
il piano, il dialogo appassionato, i senti
menti ei pensieri pieni di delicatezza, la
dizione pura, elegante ed ingenua, che
non sorpassi mai la capacità di persone
solite di condurre una vita boscareccia,
e campestre. - -

Fino ai tempi del Tasso erano stati fat


ti vari , ma non troppo felici tentativi, e
si può dire che l'arte innanzi a questa
epoca fosse sempre nella sua infanzia. Ma
progredì, si corresse e giunse alla sua

" (i) Gingue Hist lit. d'It T. sixiem.pa. a.


chap. XXIV. -

(2) Ging. luog, cit.


56
perfezione sotto la penna di questo genio
divino, ed il suo Aminta è rimasto il più
perfetto modello di genere pastorale:
Comparvero in seguito il Pastor Fido del
Guarini, l'Alceo dell'Ongaro, la Filli di
Sciro del Bonarelli, e molti altri Drama
mi, ma tutti inferiori all'Aminta. Tanto
basti per far conoscere la natura e l'in
dole " siffatto componimento, che ap
i " proprio allsem
ung ne tra poi
'Italia; nè più a
o tto chè bra che ades
so sia andato alquanto in disuso.

S. VI.
Della Lirica.

Abbiamo già detto altrove che la poe


sia e la musica fin da principio andarono
con amichevol vincolo sempre congiunte.
Ond'è che il poeta essendo anche musico,
i versi nascevano col canto, e la poesia
e la musica dovevano avere naturalmen
te fra loro una relazione intima e fonda
ta sulle cose medesime che l'una e l'altra
esprimevano. Ma quando coll'andare del
tempo queste arti sorelle si separarono,
ed i poeti non si occuparono che a scrivere
versi per esser letti, o recitati soltanto,
57
allora quella sorta di componimento che
fu destinato a rimanere unito colla mu
sica e col canto fu chiamato Poesia Li
rica, che a rigore significa, versi accom
pagnati colla lira. Questo adunque è quel
genere di poesia che la primiera sua for
ma conserva, e ritiene tutta la sua origi
malità. Esso da primo si occupò a cele
brare le lodi degli Dei e degli Eroi:

Musa dedit fidibus divos puerosque


Deorum (1).
fu quindi impiegato in soggetti meno
importanti, e gli fu dato di cantare i
piaceri della mensa e quelli dell'amore
Juvenum curas et libera vinareferre(1)
In tal guisa la Lirica nobilitata dalla Re
ligione, favorita dall'orgoglio dei Rè e
dalle vanità dei Popoli, formò ancora le
delizie e la gioia delle private famiglie, e
mentre il poeta era dovunque salutato
come l'amico delle muse e il favorito di

831) Hor. in art post


Id. ibi P
58
Apollo, i primi onori si tributavano a
quest'arte divina, e tutto contribuiva ad
animare il genio e accendere l'entusia
smo del poeta medesimo.
In tal genere di componimento è for
za che i Greci si confessino posteriori a
gli Ebrei, e non ne furono Orfeo, o Li
no, come falsamente si vuole, i primi au
tori, poichè moltissimo tempo innanzi
esistevano i cantici di Mosè, di Debora,
di Giuditta, quegli dei Profeti e i Salmi
di David, i quali si accompagnavano con
l'Arpa, col Cembalo, o con altri musi
cali stromenti. -

Alla Lirica si riferisce l'Ode principal


mente, che in greco significa canto. Es
sa ama di occuparsi più spesso nello sfo
go dei sentimenti, " nel racconto del
le azioni, come si pratica negli altri poemi.
Costituisce poi una particolar distinzio
ne lo spirito, e il modo dell'esecuzione,
e determina il carattere tutto suo pro
prio l'entusiasmo. Di quì è che all'ode
appartengono più ardite e forti figure,
" maggiore nelle digressioni, varie
tà più grande e vivacità nelle descrizio
ni, voli e passaggi da un pensiero all'al
tro rapidi ed improvvisi, idee, imagini e
sentimenti che ora sorprendono l'anima
5
e la incantano con la dolcezza e coi a

menità. In una parola si abbandona lo


scrittore senza freno al proprio genio, e
alla veemenza della riscaldata fantasia,
e come da una entusiastica commozione
investito, ogni cosa magnifica ed esage
ra, e cerca d'interessare tutti gli altri in
ciò che desta ed avviva la sua riscaldata
immaginazione, Ma l'entusiasmo appun
to si è quello che forma una delle più
gran difficoltà pe lirici scrittori. Nell'O-
de, specialmente se tende al sublime, si
vuole che tutto sia fuoco, e straordina
riamente animato. Se dunque il poeta
spingerà troppº oltre l'energia e la for
za, o darà nello stravagante e si perderà
fra le nuvole, o non potendosi sostenere
caderà appoco appoco nel languido e ra
derà la terra. Un'altra difficili resulta
dalla condotta del soggetto, e dalla con
nessione delle parti. Non mancano scrit
tori fra i lirici moderni che fanno consi
stere il bello, il sublime, l'entusiasmo
dell'Ode nell'adottare tale eccessiva li
bertà e sfrenatezza di scrivere, che af
fatto distrugge l'ordine, il metodo, la
condotta e la connessione medesima del
le parti, di modo che divengono sì scon
messi, incoerenti, irregolari, oscuri e
6o ,

avviluppati, che non gli possiamo segui


re, e gli perdiamo in un momento di vi
sta. E vero che l'Ode ammette un certo
disordine le beau desordre di Boileau,
una libertà maggiore di quella degli al
tri componimenti, ma questo disordine,
ma questa libertà non deve oltrepassare
i limiti prescritti dall'arte. Poichè, ove
ciò non fosse, si verrebbe ad autorizzare
tutti i deliri del buon senso e dell'im
maginazione, e mostrerebbe lo scrittore
di essere non un'Uomo che pensa, ma un
che sogna o farnetica (1).
Considerar possiamo tutte le O li sotto
quattro aspetti; 1. come Odi Sacre compo
ste in lode della Divinità, o sopra altri ar
gomenti riguardanti la Religione, chiama
te ancora cantici ed inni: di tal sorta sono
i Salmi di David, i Cantici di Mosè ec.
2, come Eroiche nelle quali si celebrano
gli Eroi, le imprese guerriere e le gran
di azioni. Tali sono tutte le Oli di Pin
daro e alcune di Orazio. 3. Le Odi mo
rali e Filosofiche nelle quali s'intesse l'e-
logio della virtù. Di tal natura sono mol
te Odi di Orazio. 4. Le Odi piacevoli ed

() Bl. T. cit.
6r
amorose scritte unicamente per ricreare
e dilettare lo spirito, quali sono quelle
di Anacreonte, alcune di Orazio, e non
poche delle moderne canzoni che sono
ascritte al genere lirico. Esse versano
sopra argomenti di un genere galante,
delicato, tenero ed ingenuo. Ciascheduna
di queste classi, generalmente parlando,
ha il suo proprio carattere, mentre le o
di sacre ed eroiche nella maggior parte
sono sublimi, le filosofiche sono tempe
rate. Ma come queste possono essere al
le volte suscettibili del sublime (secondo
la maniera con cui si trattano), così quel
le possono essere suscettibili del tempe
rato. Non diciamo delle Odi piacevoli ed
amorose, poichè le loro caratteristiche
sono costantemente la mollezza, la gra
zia, e la semplicità. -

Nelle Odi Greche si distingueva la


Strofe, l'Antistrofe e l'Epodo. ia Strofe
che significa rivolgimento, era, secondo
Plutarco, quella parte che si cantava
nei Templi degli Dei intorno ai loro Al
tari aggirandosi da destra a sinistra: l'
Antistrofe, volgendosi da sinistra a de
"
stra: l' stando fermi in piede di
hanzi agli Altari medesimi, e formava
la conclusione dell'Ode. La differenza
62
che passa fra i lirici antichi e la maggior
parte dei moderni si è questa, che i pri
mi inventavano non solamente i versi
che convenivano alla poesìa cantata, ma
anche le Strofe analoghe al canto che si
erano formati. Sotto questo aspetto per
tanto le Odi dei lirici moderni imitano
semplicemente la lirica Greca, ma non
sono rigorosamente liriche cioè cantabili
sulla Lira. Poichè non pochi di questi
Scrittori impiegano periodi così lunghi,
moltiplicano così i metri, e adoprano
tanta varietà di versi colle rime così di
stanti l'una dall'altra, che non rimane
l'ombra nemmeno della melodia. Nono
stante dobbiamo eccettuare alcune can
zoni che si avvicinano alle Odi antiche,
le nostre cantate, e le arie misurate, di
cui gli Italiani conservano degli esempi
sublimi, e di cui Metastasio la delizia
delle anime gentili e sensibili, l'Idolo
di sua nazione, superiore a tutti, e con
nazionali e stranieri, ci ha lasciato in
questo genere dei " modelli.
In quanto poi al merito ed eccellenza
dei lirici Scrittori non vi ha nazione fra
le moderne che possa gareggiarcolla Ita
lia; come pur non può esservi chi abbia
l'ardire di contrastarle il merito della
(

65
restaurazione della lirica poesia . Di
fatto mentre tutta l'Europa era immersa
nella ignoranza e nella barbarie, sorse
ual'astro in mezzo alle tenebre, l'im
mortale il divino Petrarca che fece ri
sorgere dal loro profondo avvilimento
le scienze e le lettere, e come fà il padre
della letteratura, lo fu ancor della liri
ca (1). Trattò egli il primo un genere di
poetare sconosciuto affatto agli antichi e
tutto suo, e il di lui ammirabile canzo
niere servirà sempre di modello a coloro
che voglion temprare le corde della Ce
tra Italiana. Il soggetto di cui general
mente il Petrarca dilettasi è l'amoroso.
Cantarono, è vero, gli antichi di amore,
ma di un amore sensuale e corporeo.
L'ingegno del Petrarca più in alto sol
levasi , e raccoglie bellezze e poetici
pensieri da più nobile e limpida sorgen
te, somministrandogli sempre vari e
pellegrini argomenti le virtù e i pregi
che adornano l'animo della sua Laura.
Qual tenerezza, qual forte rapimento di
pensieri affettuosi e dilicati, qual soave
patetico non spirano le sue canzoni e
«e-
-

(1) Fran. del. Od. ital.


6/
iº le tre sorelle, son quella
che incomincia, Chiare fresche e dolci
acque, Quando poi maneggia argomenti
magnifici e robusti manca forse di elo
quenza, di maestà, di energia? I poeti
che vennero dopo specialmente i cin
quecentisti presero tutti ad imitare il
Cantore di Sorga, ma per la maggior
parte quantun Iue eleganti non furono
che languidi copisti. Non così può dirsi
di Angelo, di Costanzo, e molto meno
del Tasso. Questo gran Genio a cui non
fu straniero alcun genere di gloria poe
tica e letteraria, sarebbe considerato il
primo tra i lirici del suo secolo, e non
secondo ad alcuno degli altri, se non
foss'egli senza contrasto il più grand'E-
pico, l'Epico per eccellenza che vantar
possano in tutti i secoli le Muse Italiane.
Comparve poco dopo il Chiabrera che
aprì coraggioso una strada sulle tracce
dei Greci. Le sue canzoni eroiche hanno
tutto l'estro pindarico senza il disordine.
Le sue anacreontiche. delle quali in Ita
lia fu il primo autore, posseggono tutta
la grazia di Anacreonte, ed in alcune an-'
che lo supera. Per tacer di tanti altri
seguirono non senza lode le orme segna
te dal Pindaro italiano il Testi, il Guidi
- 65
e il Filicaja, le odi dei quali sono an
ch'esse dignitose e sublimi ripiene di for
za, di energia, e di fuoco poetico. Non
mancarono in seguito altri ristoratori del
parnaso italiano, fra i quali primeggiano
il Manfredi e lo Zappi pe loro Sonetti:
Ma chi vale a raggiungere ed emulare l'
Orazio d'Italia, l'alunno delle muse, il
figlio di Apollo, voglio dire il Frugoni?
Fu anch'esso creatore felice di una poe
sia di nuovo carattere, e di cui l'Italia,
almeno fin'ora non ha conosciuto l'egua
le avendo egli saputo accoppiare i greci
modi e latini " genio ", della
lingua italiana (1). Non potrà mai am
mirarsi abbastanza questo Proteo novello
della poesia, o si consideri la prodigiosa
varietà dei soggetti che ha maneggiato,
la diversità del metro e dello stile che ha
dovuto loro adattare, la fecondità della
invenzione e infiniti altri pregi poetici,
pe quali coraggiosamente potè passeg
giare sugli erti gioghi di Pindo e di Eli
cona, e accrescere lustro e splendore al
nostro Parnaso. Sono stati ancora felice
mente trattati, e con gran novità, i sog

(1) Fran. luog. cit.


66 -

getti sacri e morali da due valentissimi


ingegni Maggi e Lemene, ma il Cotta
principalmente ha fatto vedere quanto
le Muse possano sperare da siffatti argo
menti. Vanno adorne altresì di doti non
volgari, e di non comuni bellezze le a
nacreontiche del Savioli. Con qual gra
zia e tenerezza naturale non esprime e
gli mai la passione amorosa? Nel suo sti
le puro, svelto e delicatamente vezzoso
ha saputo accoppiare la vaghezza di O
vidio e la venustà di Anacreonte alla gen
tile armonìa di Erato innamorata. Ten
ne poi un sentiero ben diverso da quel
lo di tutti gli altri lirici nostri Giovanni
Fantoni conosciuto sotto il nome di La
bindo, avendo egli trasferito con molto
buon successo e con plauso nella maggior
parte delle sue Odi i metri latini alla lira
italiana. Che se queste per lo più non
posseggono " dell'argomento,
nonostante si fa l'autore ammirare pella
felicità e insolita armonia di verseggiare,
che empie dolcemente l'orecchio, pella
vivace e limpida espressione di tutti i
concetti, e per un certo non so che di
novità e grazia che incanta e seduce. Sa
rei troppo prolisso se volessi noverare i
lirici tutti che abbelliscono il vaghissimo

-
- 67
nostro idioma. Rimetterò pertanto i leg
gitori alle storie letterarie che ne hanno
trattato, limitandomi a far quindi osser
vare che niuna sorta di lirica poesia ri
mase intentata sotto le penne degli Ita
liani, che è veramente prodigiosa in loro
la varietà di stile, e che ciascheduno ha
la sua maniera particolare, mentre han
no dimostrato col fatto che la nostra lin
gua è acconcissima a tutte le materie, che
sa prestarsi con dignità e naturalezza a
qualunque genere di stile , che può im
" COIl proprietà nel maneggio di
qualunque affetto e passione dell'animo.
Or dunque qual pregio manca mai alla
nostra dolce favella? Si occupino per
tanto di uno studio più serio e profondo
prima del nostro idioma e quindi dei no
stri scrittori quei critici d'oltramonti, i
quali riconoscono la lingua italiana per
troppo effemminata, molle e cascante; poi
chè con tanti e tanti esempi che abbiamo
non manca in verità il fondamento di
credere, che pretendono giudicare di
uello che ancor non intendono, o che
invidiosi biasimano in altrui, e fanno o
gni sforzo di avvilire maliziosamente quei
pregi che conoscono di non poter giun
gere a possedere giammai.
63 -

S. VII.
Della Elegia .

Non è mestieri di molte parole per di


mostrare che fino dai primi e rozzi tenta
tivi fatti nell'arte di poetare non igno
ravasi la dolente º" poesìa. È
naturale che gli Uomini debbano sempre
essere stati mossi dai medesimi sentimenti,
e come lodavano gli Dei e gli Eroi, ce
lebravano le vittorie e le belliche im
prese, così compianger dovevano le al
trui, o le proprie sventure, deplorare
la morte degli amici, dei parenti, o dei
genitori. Non pertanto l'elega propria
mente detta, quella cioè scritta in esa
metri e pentametri (1) è di data meno
antica degli altri generi di poesia, sono
più recenti i suoi Scrittori sebbene non

(1) I Latini davano il nome di Elegiaci ai


Poemi scritti in esametri e pentametri. Elem. de
lit. T. 1.
ll qual metro serve a rendere la elegia un
eomponimento sui generis. -
sappiano chi sia stato d'un tal me
l'autore.

Quis. tamen exiguos elegos emiserit


dll Ctolº -

Grammatici certant et adhuc sub ju- -


dice lis est. -

Hor. in art. poet.


- -

Questa specie di componimento a cui


si possono riferire anche le epistole così
dette Eroidi, deve la sua origine parti
colarmente ai pianti ed ai lamenti soliti
praticarsi nelle pompe funebri, e fu de
stinata in principio ai gemiti ed alle la
crime, nè altro linguaggio parlava che
quello del dolore (1).
Versibus impariter junctis querimo
na primum, -

Hor. ibi

Dipoi fu impiegata ad esprimere la gioja

(1) Flebilis indignos etegeia solve capillos


Ah nimium ex vero nunc tibi nomen erit.
Così Ovid. alludendo alla sua origine in merte
di Tibullo. -
O -

e la sodisfazione di qualche favore otte


Il UltO .

Post etiam inclusa est voti sententia


compos,
- ibi

Finalmente si fece in seguito servire


anche a dipingere la tristezza e la gioia
degli amanti (1), e così appoco appoco
di componimento meramente lugubre
com'era nella sua origine, si trasferì in
differentemente a descrivere tutte le
passioni e lo stato lieto o doglioso, agi
tato o tranquillo dell'anima umana.
Senza far menzione degli Ebrei la poe
sia dei quali ha una struttura e carattere
tutto suo proprio e particolare (2), pas

(1) Ecco con quai tratti ci dipinge Ovidio la


elegìa amorosa. -

Venit odoratos elegìa nera capillos


Forma decens vestis tenuissima cultus aman
tis -

. . . . . . . . . limis subrisit ocellis


Fallor? an in dertra myrtea virga fuit ?
(2) Anche nel genere di poesia di cui qui si
tratta, niuna a mio credere tra le antiche e mo
derne nazioni può venire a confronto cogli Ebrei.
71
sando ai Greci, non sarà mai da com
piangersi bastantemente la perdita delle
Ioro elegie, delle quali ben pochi fram
menti ci ha lasciato il tempo divoratore.
Fra gli Scrittori elegiaci si distinsero
Callino, Mimnermo, Simonide, Calli
maco, e Fileta (1). A questi ultimi due,
oltre quello che ne ha detto Quintilia
no (2), sembra aver data onorevole pre-º
ferenza Properzio quando scrisse.

, Callimachi manes et Coi sacra Phi


laetae
, In vestrum, quaeso me sinite ire
nemus (3). - -

Scendendo poi ai latini, che ne sono


i veri maestri, s'incontrano quattro ce
lebri scrittori Catullo, cioè, Tibullo, Pro

Senza contare parecchj salmi, ed il tenero e toc


cante epicedio Davidico per la morte di Saule e
di Gionata, può egli " nulla di più
sublimemente melanconico, di più eminentemen
te elegiaco dei così detti Treni di Geremia?
83 V. And Mar Merm. ec.
2 ) . » . cujus elegiae princeps habetur
Callimachus, secundas confessione plurimorum
Philaetas occupavit L. 1o. c. 1. -

(3) El. 1. I 3.
72
perzio e Ovidio, non facendo parola di
Gallo, le di cui elegìe sfortunatamente
sonosi tutte perdute. Diletta e interessa
Catullo pella singolare sua morbidezza,
nitore e grazia, da potersi con tutta ra
gione proporre per esemplare. Lo stile
di Tibullo è terso ed elegante, e arric
chito di tutti gli ornamenti della elegia
ca poesìa dipinge con naturalezza e ve
rità le passioni e gli affetti. Properzio in
feriore al primo nella grazia, nella faci
lità e nell'affetto al secondo, supera am
bedue nella vivacità della fantasia, ha
più forza ed energia nella espressione,
ma fa sentire più il dotto poeta che l'uom
passionato. Nelle sue elegie prese ad imi
tare Callimaco e Fileta, " aprì in tal
modo una nuova strada ai latini poeti (1).
In Ovidio, a cui difficilmente si troverà
chi possa paragonarsi in vivacità e leg
iadria d'ingegno, si scorge amenità, fa
cilità, e brio, quantunque alle volte sia
troppo ridondante, fiorito, e di sover
chio raffinamento. -

Dopo il risorgimento delle lettere non


vi è stato un genere di poesia tanto da

(1) Tirab. T. 1.
73
pertutto trascurato quanto l'Elegia. Ma
sebbene non conti l'Italia oltre a Menzi
ni, a Rolli, a Salomone Fiorentino ed a
pochi altri un numero di poeti elegiaci
di qualche fama, proporzionato a quello
che vantar può in tutti gli altri generi,
nonostante non è inferiore neppure in
questo alle altre moderne nazioni. Nei
nostri elegiaci imitatori dei latini si ravº
visano le gentili espressioni, i teneri af
fetti e le graziose immagini di Tibullo e
di Properzio. Le loro elegie sono ripiene
di passione, di tenerezza e di Tibulliana
soavità. Salomone specialmente dolce
quanto Tibullo e più di lui passionato
colle dolenti sue rime eccita il più soave
languore nei cuori sensibili e delicati (1).
Secondo alcuni critici (2) si distinguo
no tre generi di Elegie, il passionato, il
tenero ed il grazioso (3).
La vivacità dei pensieri, la delicatezza
dei sentimenti, la semplicità delle e
spressioni unitamente alla dizione ele

(1) Card. Compen. di Stor, let. T. 2. P. 3.


8 V. Andr. Marm. Batt. e Merm.
3) Properzio però ha dimostrato che si posson
trattare nell'elegia anche gli argomenti magnifici
ed Eroici.
4 -
74
gante, pura, chiara, tenera e patetica
concorrer debbono a formare il caratte
re dell'elegiaca poesia, la quale è su
scettibile di tutti gli stili dal più sublime
fino al familiare, purchè siano maneg
giati con maestria, con buon gusto e
sempre a proposito. -

S. VIII.
- Della Poesia Pastorale.

La poesia pastorale a cui appartengono


le Egogle, e gli Idili non è altro che una
imitazione dei costumi della vita cam
pestre. E senza andar cercando se da Pan
o da Apollo, se nel Peloponeso o nella
Sicilia (1) abbia avuto la sua origine e
se debbasi considerare come la più an
tica forma di poetico componimento per
essere stata villereccia e campestre la
prima vita degli Uomini; ben volentieri
(sebbene altri autori sostengano il con
trario) mi uniformo in questo al senti

(1) Secondo la comune opinione de'più rino


mati Scritteri, la poesia pastorale è nata in Sici
lia. Tirabos. Tom. 1.
5
mento di Blair, che inclina a erie,
che questo genere di comporre non siasi
espressamente e distintamente coltivato
che quando la società aveva assai pro
gredito ed acquistato del raffinamento e
della cultura. « Gli Uomini dice egli,
non potevano pensare a scegliere per
loro temi la tranquillità ei piaceri della
campagna finchè questi erano lor fami
liari e giornalieri co.
A tutta ragione poi molti Scrittori si
occuparono in questa specie di poesia
essendo la natura una sorgente inesausta
di bellissime descrizioni, e in ogni tempo
ancora formò la delizia dei leggitori di
pingendo alla loro immaginazione le
scene incantatrici della natura medesi
ma e quegli oggetti rurali e campestri in
mezzo dei quali si suppone aver gli Uo
mini un tempo menata la vita più sem
plice, più innocente e felice in seno di
un ozio tranquillo e di una calma dolce
e SOaVG .

In tre differenti periodi (1) possiamo


considerare la vita pastorale, o dobbia

(1) V. Blai. T. cit. -


Encycl. refl sur la poes. past.
76
mo risalire a quei tempi fortunati, quan
do cioè, godevano gli uomini nella ab
bondanza e negli agi la innocenza e la
libertà unita alla semplicità della natu
ra; o considerar dobbiamo costoro quali
si videro in seguito, costretti a laboriose
e vili occupazioni, i di cui penosi e a
bietti travagli portano seco idee basse, di
saggradevoli e grossolane, o quali in fine
non sono stati giammai, se pretendasi ri
conoscere in loro l'educazione raffinata
e la delicatezza dei tempi moderni colla
semplicità, ingenuità ed innocenza delle
età più antiche:
Ma siccome il fine che la poesìa pasto
rale si propone, si è quello di presenta
re agli Uomini lo stato il più felice di
cui sia loro permesso godere , o di far
glielo comparir tale per mezzo della il
lusione (1), non può per questo destarci
idee di felicità e di contento uno stato
ruvido, miserabile e abietto; nè lo stato
di raffinamento e di cultura può verisi
milmente conciliarsi con quello d'inno
cenza (2). L'avveduto Scrittore pertan

ºi ivi
2) ivi
to dovrà evitare ambedue questi estremi
er non destare o noia e disgusto in chi
li o urtare nella improbabilità e in
verisimiglianza. Formandosi egli l'idea
di uno stato campestre, se non reale,
uale almeno è possibile che sia esistito
i" o di carattere gentili e graziosi
senza essere troppo raffinati e ingegnosi,
o ingenui e semplici senza esser troppo
rozzi e grossolani, ometterà tutto ciò che
sà di spiacevole, di rusticità, e di mise
ria, e porrà sott'occhio degli oggetti che
arrechino diletto e piacere (1), in con
seguenza saranno bandite le idee tutte
tetre e malinconiche, e le violenti pas
sioni, essendo queste contrarie al vero
spirito della pastoral poesìa. Sebbene
troppo sarebbe che i soli pastori fossero
assolutamente esenti da qualunque di
sgusto. L'assenza, lo sdegno, o la du
rezza di una pastorella, il lupo che in
vola un'agnello, il vento che fa inaridire
i fiori e l'erbette, sono ai pastori tanti
oggetti di tristezza e dolore. Ma questi
sono mali ben lievi dirimpetto alle cala
mità ed angustie di qualunque altro sta

(1) Bl. T. cit.


8
to ci fanno ammirare e al tempo stes
so invidiare la dolcezza e la tranquillità
della vita rustica e villereccia.
Per meglio conoscere la natura di que
sto componimento, sarà bene dare una
idea delle scene, dei caratteri, e dei
soggetti. E in primo luogo chi non vede
che le scene debbono essere rurali e
campestri con leggiadria e pittoresca ma
turalezza descritte, e tutti gli oggetti
particolarizzati e distinti in modo tale da
colpire piacevolmente l'immaginazione?
Gran parte poi del merito del poeta di
ende dal sapere variare non solamente
i" descrizioni, ma anche le allusioni al
le cose pastorali, dal presentar nuove
immagini e dall'adattare al soggetto la
scena che egli descrive.
Quanto ai caratteri si richiede che sia
no o semplici, piani ed ingenui, ma non
troppo rozzi, bassi e volgari, o leggiadri
piacevoli ed ameni, ma privi di affetta
zione e di un eccessivo raffinamento,
quali in sostanza debbono essere quelli
dei pastori e delle persone dedite affatto
alle opere di campagna, le di cui cogni
zioni, riflessioni e discorsi non oltrepas
sino la lor condizione, nè disconvengano
alla pastorale sampogna.
- 7
Pei soggetti ricercasi interesse e ie
to. È opinione di alcuni che la pastora
le offra un campo troppo angusto e po
vero troppo d'incidenti onde interessare
ed eccitare curiosità o maraviglia. Si po
trà ciò loro concedere qualora preten
dano che questo genere di comporre deb
ba raggirarsi soltanto su quelle comuni
descrizioni che or sono divenute assai
triviali per le continue e servili imita
zioni degli antichi. Se poi è vero, come
purtroppo lo è, che la pastoral poesia
possa maggiormente estendere i suoi con
fini, quali occasioni favorevoli di eser
citare il suo ingegno non porge allo
scrittor la natura? Che non sia tutto e
saurito quanto si può dire su tale argo
mento, ne fanno testimonianza coi loro
idili principalmente i Tedeschi, fra i
quali riporta la palma lo Svizzero Ge
sner. L'idea di questi, dice un dotto
scrittore (1), come che sia presa dalla
semplicità della campagna e della vita
rustica e pastorale, è però affatto nuova
di materia e di gusto molto diversa dal

(1) And. T. cit.


8o
le egogle di Teocrito e di Virgilio (1) i
due gran padri della poesìa pastorale, il
primo dei quali ne suoi idilj distinguesi
pella semplicità, e naturalezza dei sen
timenti, pella verseggiatura dolce e ar
moniosa, pella ricchezza, e varietà del
le descrizioni.
Si ammira nelle egogle del secondo la
purità ed eleganza di stile, i sentimenti
teneri e delicati, la convenienza e veri
tà dei caratteri; e sebbene non vadano
esenti da alcuni difetti, non cesseranno
per questo di esser i più preziosi monu
menti della greca e latina poesìa (2).
Lo stile della poesia bucolica dev'es:
sere sempliee, ma puro ed elegante, i
pensieri naturali, le immagini ridenti e
toccanti, i sentimenti teneri e delicati,
la verseggiatura facile e armoniosa.

(1) Virgilio come è stato discepolo di Omero


nell'epica, lo è stato di Teocrito nella bucolica.
(2) Contasi fra i Greci anche Mosco e Bione,
negli idili dei quali più fioriti e più vaghi di
quelli di Teocrito, ripieni di graziosi pensieri, e
di ridenti immagini, regna la delicatezza e la
gentilezza delle idee e delle espressioni. Incon
trasi poi fra i Latini Mnemesiano e Calpurnio
assai stimabili anch'essi " alcuni gentili pen
sieri, ma talvolta rozzi e disadorni.
81
I primi a coltivare la poesia pastorale
fra i nostri, ma con non troppo felice ri
uscimento, furono il Petrarca, il Boccacs
cio, e Batista mantovano. (1). Il Ponta
no poi e il Sanazzaro furono quelli che in
seguito si acquistarono lode maggiore.
Dopo costoro non si resero meno famo
si l'Alemanni, il Vida, il Rota, il Mana
ra, il Pompei e molti altri ancora, i quali
nell'idioma nazionale la pastoral poesìa
coltivarono. Nelle " i O tra

lasciando di darne distinto ragguaglio


generalmente ravvisiamo stile nitido,
colto e naturale, vaghe e vivaci descri
zioni, versificazione fluida e armoniosa,
immagini gentili, e teneri affetti con la
greca venustà e dolcezza.
Ma passiamo frattanto a parlare della
poesìa satirica.

S. IX. .
Della Satira.

Potevansi in verità risparmiare le tante


eontese e altercazioni già insorte tra i cri

(1) Andr. T. 6. -
82
tici sulla origine della satirica poesia,
dopo la chiara ed espressa asserzione di
Quintiliano (1) e di Orazio (2). Questo
componimento che attacca direttamente
e riprende i corrotti costumi degli Uo
mini (3), non ha che fare in conto alcuno
coi poemi drammatico-satirici dei Greci,
quantunque anch'esso nei primi tempi
comparisse al pari di quelli non poco ir
regolare e informe, ammettendo indiffe
rentemente varietà di metro, e molti
plicità di materie fra di loro senz'ordine
e regolarità mescolate e confuse. Ond'è
che per questo suo primitivo e bizzarro
carattere, secondo l'opinione dei critici
i più illuminati prese il nome di Satira
dalla parola Satura che presso gli auto

(1) Satira quidem tota nostra est, in qua


primus insignem laudem adeptus est Lucilius
loc. cit.
(2) . . . . . . Fuerit Lucilius, inquam ,
Quam rudis, et Graecis intacti carminis au
ctor. Hor. Sat. 1o. l. I,
(*) Diomede Grammatico, così definisce la
Satira ce -

cc Satira est carmen maledicum , et ad car


penda hominum viti a compositum, quales scri
pserunt Lucilius, Horatius et Persius. Ved: Re
marq. sur la Sat. X. liv. 1. d'Hor. par Sanad.
83
ri della più antica latinità indicava un
complesso di vari argomenti (i). Tale fu
la Satira di Ennio, di Pacuvio, e di Te
renzio Varrone (2). Finalmente compar
ve Lucilio, che può considerarsi come il
vero padre e quasi il creatore di questo
componimento poetico, giacchè avendo
ne corretta l'antica rozzezza, avendone
eliminato quello sconcio ammasso di
versi e quell'accozzo mostruoso di sog
getti che fin'allora lo avevano sfigurato
ne fissò la forma e il carattere. A Lucilio
successero i tre gran Satirici che vanta
l'antichità, Orazio cioè, Giovenale, e
Persio, i quali ridussero la Satira a mag
giorli e tutti tre la trattarono in
tre CilVerSe malnlere e

(1) Sed olim carmen, quod ex variis poe


matibus constabat Satira vocabatur, quales
scripserunt Pacuvius et Ennius. Encyclop.
al. art. Satyre ce La Harp. nel lice.
Il Dacier con molta erudizione e giudizio di
mostra come da versi Fescennini sia nata la
Satira in mano di Lucilio Andr. d. let. T. 6.
(2) Quest'ultimo fu autore delle così dette
Satire Menippee per avere in esse imitato un
certo Menippo Filosofo Cinico nell'uso di me
scolare la prosa col verso. Di tale specie di Satire
è il famoso Satiricon di Petronio ivi.
84
Non abbiamo di Lucilio che pochi
frammenti, dai quali rilevasi che la ver
sificazione delle sue satire era dura e
incolta. Orazio nel suo stile non è molto
elevato, ma è facile, lepido, e grazioso.
L'oggetto delle sue satire è di riprende
re piuttosto le follie e le debolezze degli
Uomini che i loro vizi più gravi (1).
Giovenale è più severo e più caustico, e
la sua satira è diretta generalmente con
tro i caratteri più malvagi. Egli ha mag
gior forza, maggior fuoco, e maggiore
elevatezza di Orazio; ma gli è molto in
feriore nella amenità e nella grazia. Per
sio è robusto e vivace, spesso però aspro
ed oscuro; egli inclina più verso la forza
ed energia di Giovenale, che verso la
gentile urbanità del Venosino. A senti
mento comune dei critici tenendo Persio
il terzo posto nel Satirico Triumvirato,
il primo dunque si contrasta da Orazio
e da Giovenale (2). Ma per decidere la
questione converrebbe prima determina

1) Bl. T. cit,
83 Ambedue questi Scrittori hanno ritrovato
il loro difensore: il primo nella persona di la
Harpe e il secondo in quella di Cesarotti che ha
fatto eco a M. Dusaula.
85
re (come osserva il ch. Ab. Andres) la vera
natura di questo componimento. O si
considera come una mordace censura, e
acre invettiva contro i disordinati costu
mi, e allora, seguendo il giudizio dello
Scaligero, concederemo la preferenza a
Giovenale. O vuolsi intendere una gra
ziosa e naturale derisione dei vizi ornata
di leggiadre immagini, di vive e piccanti
espressioni, e allora confesseremo che ne
riporta Orazio la palma (1). Sebbene
qualunque forma o carattere prenda la
Satira, in essa ricercasi grazia, amenità,
e lepidezza; tratti frizzanti e acuti sali
con una certa studiata negligenza a luogo
opportuno collocati; facilità e semplicità
nella versificazione, e stile soprattutto
familiare, ma purgato e corretto.
Differisce finalmente la Satira dalla
Commedia pella diversità dei mezzi che
adopra nel censurare e porre in ridicolo
il vizio; poichè si fa lecita una maggiore
libertà e franchezza, e và direttamente
ad investire le persone che prende di
mira. La Commedia all'opposto scagliasi
contro il vizio medesimo, ma lo fa con

(1) Andr.T. cit.


86
più riserbatezza, e servendosi di vie obli
que e indirette pone sott'occhio dei qua
dri generali che offrono differenti mo
delli, dai quali lo spettatore può trarne
istruzione e profitto (1).
Quanto alla Satira moderna meritano
fra gli Italiani di non essere passati sotto
silenzio particolarmente l'Ariosto (2),
il Menzini (3), il Rosa, il Gozzi, e vari
altri che non tralascio se non per servi
re alla brevità. Nelle Satire di questi
Scrittori quantunque non manchino vari
pregi, sono esse però tuttora ben lontane
dalla lor perfezione, se si voglia eccet
tuare il Parini, il quale ha calcato un
sentiero affatto nuovo e tutto suo. Gli
ammirabili poemetti del mattino e del

1) V. Ency. luog. cit. Batt. luog. cit. ed alt.


2) Si può dire che l'Ariosto fosse il primo a
trattare in una maniera dicevole e conveniente la
Satira in Italia. Vi erano stati innanzi di lui al
cuni Scrittori, in questo genere, ma sotto le loro
penne era rimasta nella infanzia la Satirica poe
sìa. Cardella Stor. let.
(3) Come al Menzini si rimprovera una ecces
siva acerbità , declamazione, e in molti luoghi
oscurità : così al Rosa vien rinfacciata troppa li
bertà nelle espressioni, ed una soverchia petu
lanza e licenza nelle stesse invettive ivi.
87
mezzogiorno contengono da capo a fon
do una satira spiritosa e leggiadra, che
delicatamente punge e ferisce, resultan
te da una continuata e ben sostenuta i
ronìa. In quei due componimenti che
nati appena salirono a sì gran fama, che
a fatica può contarsene altro esempio
in Italia, componimenti sempre applau
ditissimi e certamente affatto originali
nel loro genere, si ravvisa piuttosto la
maniera Oraziana, che quella di Giove
nale; conservandovi però l'Autore sem
pre il suo proprio carattere.
S. X.

Dell'Epigramma, del Madrigale,


e del Sonetto.

L'Epigramma non è stato altre volte


che una semplice iscrizione, la quale so
levasi apporre alle statue, ai monumenti
e ai pubblici edifizi, che inalzavansi in
onore degli Uomini e degli Dei. In pro
gresso di tempo si è dato un tal nome a
qualunque brevissimo componimento,
in cui si raccontasse un fatto con bre
vita, semplicità e chiarezza. L' Epi
gramma adunque si può definire « un
breve componimento che aggirasi sopra
33
un solo oggetto, e che termina con qual
che pensiero vivo, ingegnoso e piccante.
A questa sorta di poesia sono più
adattati i soggetti di un carattere sem
plice e mediocre, che quelli di un ge
nere nobile, elevato e sublime. Le sue
doti principali sono la brevità, la chia
rezza, l'amenità, e l'acutezza della
conclusione.
Contano i Greci, oltre Callimaco e al
cuni altri, una famosa raccolta in questo
genere nella loro così detta Antologia,
la quale ci offre con grande abbondanza
e varietà dilettevole i più graziosi e de
licati Epigrammi (1), che attestano an
ch'essi l'amenità e la finezza dell'ingegno
di quei che ne furono gli autori.
Fra i Latini poi due sono i principi
della Epigrammatica poesia, cioè Ca
tullo, e Marziale (2), i quali però hanno
spiegato un gusto e un carattere tutto
diverso. Pende ancora indeciso il giu
dizio fra i critici, quale di questi due
valorosi Scrittori debba godere della

83 V. And. T. cit.
») Dopo Marziale scrissero epigrammi Auso
nio, Apollinare, Claudiano e molti altri, ma tut
ti inferiori.
8o
preferenza. Catullo ha della gri e

della venustà: in Marziale s'incontrano


utili moralità, belle sentenze, e spirito
si pensieri. Si suol distinguere due ge
neri di Epigrammi, uno semplice che e
spone il sentimento con semplicità e con
grazia, l'altro composto, che dalla espo
sizione di un fatto raccoglie un detto
arguto, o una ben vibrata sentenza.
Dietro questa divisione si dà a Catullo il
principato nel genere semplice, e nel
composto a Marziale. Fra gli Italiani
si distinguono nella Epigrammatica,
l'Alamanni, il Roncalli, il Rolli, ed al
tri. Gli Epigrammi Italiani si tessono
per lo più di endecasillabi rimati a due
a due, e il secondo verso si suole scrive
re alquanto indietro ad uso dei penta.
metri latini. Il Madrigale corrisponde
all'Epigramma latino e ammette ogni
sorta di stile ed ogni argomento, ma
trattati con brevità, eleganza, e proprie
tà. Trae forse la sua denominazione dal
le Mandre, quasi Madriale, o Mandria
perchè in esso cantavansi ordinariamen
te o gli amori pastorali, o i boscarecci
avvenimenti. Gli appartengono le tra
duzioni degli epigrammi latini, le quali
per lo più si fanno a guisa di Madrigali,
O

clº sogliono essere tessuti di endecasi


labi framischiati coi settenari. Questo in
gegnoso e galante componimento non
segue nè la scrupolosa regolarità del So
netto, nè il piccante dell'Epigramma. La
dolcezza, la delicatezza, la grazia, e la
precisione formano il suo carattere.
Si crede da alcuni che il Sonetto cor
risponda all'Epigramma dei Greci e de'
Latini, e si vuole che siffatta maniera di
poetare sia venuta ai Toscani dai Pro
venzali. E questo uno dei più difficili
fra i componimenti italiani, ma peraltro
il più vago e il più dilettevole della no
stra lirica poesia. Deve contenere an
ch'esso un solo pensiero, ma bello, no
bile, e ben condotto, e deve fare prin
cipalmente un gran risalto la chiusa;
ond'è che la sentenza, la quale racchiu
de, sarà una verità o inaspettatamente
proposta o leggiadramente spiegata. E
siccome due sono i generi dei Sonetti,
uno enfatico e concettoso, l'altro sem
plice e piano, così due saranno i generi
delle chiuse, una enfatica e l'altra sem
lice. -

Si può definire il Sonetto un breve


componimento lirico di soli quattordici
l

versi di undici sillabe, composto di due


quartine e di due terzine rimate in gui
sa che le rime delle une non corrispon
dano a quelle delle altre. Tanto le quarti
ne che le terzine possono rimare in va
rie maniere, come si può vedere dalla
pratica che hanno gli Scrittori tenuta.
Si contano varie specie di Sonetti. Vi
sono i Sonetti anacreontici composti di
versi di otto sillabe. I Sonetti di rispo
sta, coi quali si risponde, servendosi
delle medesime rime, a qualche lettera
propostaci in un Sonetto. I Sonetti col
la coda, quando cioè dopo il 14.º ver
so si aggiunge uno, o più ternari, il pri
mo verso dei quali è l sette sillabe e gli
altri due di undici. Si adoprano in ma
terie familiari e scherzevoli. I Sonetti
con l'intercalare, nei quali si replica il
primo verso di ogni quadernario e di o
ni terzina, si adattano allo stile pasto
rale ed infimo.
Finalmente i Sonetti fatti a corona
sono alcuni Sonetti continuati sopra un
solo argomento per lo più serio, e tal
volta giocoso. Sono così chiamati, per
chè tanto le rime, che le sentenze, sono
in questi connesse in modo che ne re
(2

sui un solo componimento. Ordina


riamente queste corone si compongono
di quindici sonetti, l'ultimo dei quali
chiamasi magistrale, e dai versi di que
sto richiamasi il principio e la fine di
di tutti gli altri quattordici.

FINE DELLA PRIMA PARTE.


PARTE SECONDA
S. I.

Della quantità in generale, delle dif


ferenti specie di piedi, e del verso e
sametro e pentametro.

Prosoda, parola che in greco significa


accento, è l'arte di misurare le sillabe e
la quantità loro nella composizione dei
versi. La quantità è la misura delle sil
labe (1). Le sillabe son composte di con

ſi? La quantità delle sillabe altro non era


nella Lingua Greca e Latina se non che la dura
ta del tempo che impiegavasi a pronunziare tale
o tal'altra sillaba. Impiegavasi per esempio nella
pronunzia di una sillaba lunga il doppio del tem
po che vi voleva per una breve; come appunto
nella nostra musica andando a tempo di battuta
si tiene una nota breve 9 una nota minima il
soi (i) e di vocali (2). che si uni
scono insieme nella pronunzia, come
mu-ne-ra, cul tus. -

Una semplice vocale fa qualche volta


sillaba da per se, come e-ro, e go.
Le sillabe sono o lunghe o brevi o co
muni.
Le lunghe si pronunziano lentamente.

doppio più che una semibreve o una semimini


ma. Le lingue moderne mancano assolutamente
di questo bel vantaggio che rendeva di per se
stessi tanto armoniosi i versi Greci e Latini, da
non aver bisogno di aiutarli, come facciam noi,
col sussidio della rima; sebbene noi non sentiamo
più questa prerogativa preziosa della Poesia Greca
e Latina, perchè più non sapendo pronunziar
quelle Lingue come faceasi quand'esse erano Lin
ue viventi, le pronunziamo presso a poco come
Italiana noi Italiani, mentre i Francesi, Ingle
si ec. la pronunziano nell'istessa guisa e colle re
gole stesse che seguono per le loro Lingue.
(1) Le consonanti si li in mute, in li
i", e doppie. Le mute sono B, C, D, F, G, K.
Q. T. U.
Le liquide sono L, M, N, R.
Le doppie sºno X, Z, J.
La lettera H non è nè vocale, nè consonante, e
nella misura del verso non si considera.
(2) Le vocali sono A, E, I, O, U. Da que
ste formansi i dittonghi, e sono, ae, au, eu, ae,
come praemium , aurum, europa, calum.
5
Le brevi si pronunziano con celia e

Le comuni in prosa si pronunziano


brevi, e in verso o lunghe o brevi.
Il piede è una parte del verso compo
sto di un numero di sillabe con ordine
fra loro disposte. Si distinguono più sor
te di piedi, ma diremo dei principali.
Lo spondeo è composto di due sillabe
- -

lunghe come oris. u un

Il Pirrichio è di due brevi come bene.


Il Trocheo, ossia Coreo è di una lunga
- ul

e di una breve, come arma.


Il Giambo è di una breve e di una lun
U -

Nga, come micant. -

ll Dattilo è di una lunga e di due bre


- ll Un

vi come carmina. ll u tº

Il Tribraco è di tre brevi come facere.


L'Anapesto è di due brevi e di una
tu to -

lunga come pereunt.


Questi sono i piedi più necessari a sa
persi.
l versi ancora sono di più sorte, ma
per ora diremo del verso Esametro (1)
e Pentametro (2).
() La parola esametro deriva dalle due voci
greche ei ser e usrpov mensura.
(2) La parola pentametro deriva parimente da
6
i; esametro è composto di sei piedi. I
i primi quattro possono essere o dattili o
spondei, il quinto necessariamente dat
tilo, e il sesto spondeo.
Tib. Vec bene menda-ci ri-sus com
ponitur-ore.
Questo verso dicesi ancora spondaico
e allora ha il quinto piede spondeo (1).
Ovid. Sacra jo vi quer-cus de-sèmine
Dodo neo. -

Il Pentametro è un verso composto di


quattro piedi e due cesure, i " due
possono essere o dattili o spondei, la pri
ma cesura sempre lunga, gli altri due
piedi sempre dattili, e la seconda cesura
in fine.
Tib. Difficile est tri-sti fingere-mente jo
Cl/11 ,
- V

due voci greche revre quinque e urio, men


sura verso di cinque piedi.
Convien qui osservare che l'ultima sillaba del
sesto piede nell'esametro, e l'ultima cesura nel
pentametro non si considera.
(1) Si è questa una licenza di cui bisogna fare
un uso moderato e giudizioso, e si adopera
particolarmente quando si vuole esprimere una
cosa con gravità e lentezza.
La cesura è una sillaba che sopravanza a un
piede, -
7
fl pentametro dev'essere semprº pre
ceduto dall'esametro, e questi due versi
uniti insieme formano il distico (1).
Ovid. Dum juvat et vulturidet fortuna
SereVlO

Indelibatas cuncta sequntur opes.

S. II.
Regole Generali.
Reg. I.
Quando di due sillabe se ne forma una
sola, questa è lunga, come nil in vece
di nihil, mi invece di mihi (2).
Ovid. Nil ibi quod credi posset mortale
videbam.

(1) In ciascun distico deve, generalmente par


lando, terminare il senso, nè la frase medesima
può estendersi da un distico all'altro.
(2) E da osservarsi la stessa regola, quando il
valore di due vocali si trasporta sopra una sola.
Virg. Diis quamquam geniti, atque invicti vi
ribus essent.

5
Bayerische
München
98 -

Reg. II.
Non essendovi regola
- - -
generale in p
egola gener pro
sodia si ricorre all'autorità di un poeta
approvato, come Virgilio, Orazio, ec.
Reg. III.

Appresso i Latini una vocale avanti


l'altra è sempre
- p breve,9 come puer, suus.
Tib. Luce sacra requiescat humus, re
quiescat arator.
Eccezioni.

1. È lunga la e nel genitivo e dativo


singolare nei nomi della quinta declina
zione come diei, speciei.
Or. Ventum erat ad vestae quarta jam
parte diei.
2.a Nel verbo fio una vocale avanti
l'altra è lunga in quei tempi che non
hanno la r ed è breve negli altri tempi,
come fient, fieri.
Ovid. Omnia jam fient, fieri qua posse
negabam.
5. Nelle parole greco-latine una vo
cale avanti l'altra è breve se sta in luo
99
go di una vocale greca breve, è lunga
se sta in luogo di una vocale greca lun
ga, è comune se tiene il luogo di una vo
eale greca indifferente.
4.º I nomi propri terminati in aius ed
ejus hanno lunga nel vocativo la vocale
che precede l'l come Cai, Pompei (1).
Ovid. Accipe Pompei dedactum carinen
sab illo.
5 - E comune l'i nei genitivi unius,
utrius, illius.
Virg, Namque eritilla mihi semper Deus
illius aram.
Virg. Quam nostro illius labatur pecto
, re vultus.
6.- E lungo l'i in alius e breve in al
terius. -

Corripit alterius semper producit


alius.

Reg. IV.
- Ogni dittongo è sempre lungo tanto

( ) Appartengono a questa regola molti nomi


propri derivati dal Greco come Troes, Aeneas,
Licaon, e il nome Maria: parimente è lungo
l'o in herois, l'a in aer aeris, l'e nella interie
aione eheu, ma è comune l'o in hoe.
lOO.

appresso i latini, quanto appresso i greci.


Ovid. Praeda puellares animos oblectat
inanis

Eccezione.
r

È breve la preposizione prae avanti


ad un altra vocale nelle parole composte,
come praeopto, praeustus.
Prop. Et venit stella non praeeunte dies.
Reg. V.

Una vocale è lunga.


1o. Quando dopo di essa ne seguono
due consonanti, come antiquus, omnis.
Virg. Itur in antiquam silvam stabula
alta" -- -

2o. Quando ne segue una lettera dop


pia, come annacas, maacamus.
Virg. Tersese attollens, cubitoque inni
aca levavit
5°. Quando li sta in mezzo a due vo
cali, come major, allora si fa lunga la
vocale posta avanti.
Virg. Sicelides musae paulo majora ca
Vlalr72llS ,
Ma se una vocale in fine ha due con
sonanti, o una lettera doppia in princi
l Ol

io della parola che segue, conserva al


i" quantità che l'è propria, come
regia sceptra, terra procul, e la regola
di posizione non vi ha più luogo (1).
Prop. Surge et poscentes justa (2) pre
care Deos.

Reg. VI.
Se una vocale ha dopo di se una muta
e una liquida nella stessa parola, nel
verso è comune, in prosa è breve, come
tenebrae, patris.
Virg. Natum ante ora patris, patrem
que obtruncat ad aras.
Eccezioni.
1.° Se la vocale è di sua natura lunga
come mater matris, frater fratris, ara
tor, aratrum ec. conserva allora la sua
quantità.

(1) Dicesi lunga una vocale per posizione quan


do ha due consonanti dopo di se.
(2) Questa regola però soffre qualche eccezione
eome rilevasi dal verso che segue.
Virg. Ferte citi ferrum, date tela, scandite mu
V'OS e
I O2

Virg. Parva sub ingenti matrisse subii


cit umbra.
2° Elunga ancora una vocale, quando
le due consonanti suddette si riportano
a due sillabe differenti, e si possono se
parare nella pronunzia, come sub-rideo,
ob-ruo nelle quali voci la consonante b
si riporta alla prima sillaba, e la conso
manter alla seconda.
Ovid. Obruit inſelix nulla procella ca
put?
Reg. VII.
Le parole derivate hanno la medesima
quantità delle parole dalle quali deriva
no, ex. gr. è breve l'a in amicus perchè
è breve in amo; così è breve l'a in pa
vidus, perchè è breve in paveo.
Ovid. Reppulit, et stricto pavidam de
terruit ense. -

S. IIl.
Regole particolari.
Della quantità delle sillabe nel prin
cipio delle parole.
a o5
-
Reg. I.
La prima sillaba di ogni parola, quan
do non vi è regola in contrario, si fa
breve. - -

Reg. II.

Nei preteriti di due sillabe la prima è


lunga, come veni, vidi, vici, ec (1).
ſºvid. Sol oculis juvenem, quibus aspi
cit omnia , vidit.

Eccezione.

È breve la prima sillaba in questi sei


preteriti bibi, dedi, fidi, sciali, steti, tuli.
Ovid. Ipse tulit
minis pretium jam nunc certa:
hujus. v

Reg. III.
Se il preterito raddoppia la prima sil

(1) Queste sillabe hanno la medesima quantità


nei tempi che derivano dal preterito, ex gr. la pri
ma sillaba che è lunga in vidi sarà lunga eviandio
in videram, viderim, vidissem, videro, vidisse.
1 o4 -

laba ambedue si fanno brevi, come ce


cini, tetigi, cecidi, (1).
Marz. Et cecidit sanctis hostia e a fo
ClS ,

Dei Supini.

Reg. I.

I supini di due sillabe, e i participi dai


quali derivano, hanno la prima sillaba
lunga , come notum, notus, visum, visus,
motum , motus.
Virg. Quos ego . . . sed motos praestat
componere fluctus. -

Eccezione.

Hanno la prima sillaba breve questi


nove supini ratum, satum, itum con i
suoi composti, citum, situm, litum, da
tum con i suoi composti, rutum, quitum,
e conservano questa medesima quantità
nelle parole composte.
Ovid. His datus a vobis est mihi semper
honos. -

(1) È lungo però in cecidi, che viene da cae


do, e in pepedi da pedo.
1o5
Reg. II.
I supini di molte sillabe se terminano
in utum hanno la penultima lunga, come
solutum, indutum, tributum.
Virg. Lumina rara micant somno, vino
que soluti. - -

Reg. III.

I supini terminati in itum hanno la pe


nultima breve, come monitum, agnitum.
Virg. Discite justitiam moniti, et non
temnere divos. -

Si osservi però che, quando il supino


itum nasce dal preterito, che termina in
ivi, ha lunga la penultima.
Ovid. Mars videt hanc ; visamque cupit,
potiturque cupita.

Delle parole composte


Reg. I.

Nelle parole composte le preposizioni


a, e, de, se, di, tra, contra sono lun
ghe, amitto, erumpo, deduco, ec.
Virg, Amissos longo socios sermone re
quirunt.
º 5
1 C6 -

Reg. II.
Le preposizioni brevi sono le seguenti
ante, prope, ad, in, sub, super, circun
e, come aboleo, adigo ec.
Virg. Vel pater onnipotens adigat me
fulmine ad umbras.
E breve inoltre la preposizione re
nelle parole composte, meno che nel
verbo refert.
Virg Collectasque fugat nubes, solem
que reducit.

Reg. III.
La preposizione pro nelle voci latine
er lo più è lunga, ma nelle voci greco
i" per lo più è breve, come Prophe
ta, Proceres.
Virg. Delectos populi ad Proceres, pri
mumque parentem.

Reg. IV.
Nelle parole composte, la prima par
te, quando non vi è preposizione, se
termina in a ovvero in o per lo più è lun
ga, come quare, alioquin, quandoque.
Ovid. Quaeritur Aegistus quaresit fa
ctus adulter.
- 1 o7
Se poi termina in e , in i, o in u , per
lo più è breve, tremeſacio, siguidem,
omnipotens, diuturnus. -

Virg. Annuit, et totum nutu tremeſecit


Olympum.
Reg. V.

Nella parte del verbo composto per lo


più le vocali ritengono la medesima
quantità che avevano essendo semplici,
come relego, perlego.
iovid. Cum relego scripsisse pudet, quia
. plurima cerno.
S. IV.
Della quantità delle sillabe nel mezzo
delle parole, ossia dell'incremento.
L'incremento (1) nella prosodia è un
accrescimento d'una o più sillabe. Vi
sono due sorte d'incremento, incremen
to dei nomi e incremento dei verbi. L'
incremento dei nomi si considera tanto

(1) La voce incremento nasce dalla parola la


tima crescere,
1 o8
nel singolare quanto nel plurale. Ecco
la regola per conoscere l'incremento dei
I10 IIll , -

Allorchè un nome sostantivo, o agget


tivo ha negli altri casi una sillaba di più
del nominativo, questa sillaba si chiama
incremento, per esempio in virtutis vi
ha una sillaba di più che in virtus, dun
que vi è un incremento.
L'incremento poi non cade mai sull'
ultima sillaba, ma su quelle che la pre
cedono immediatamente; di modo che
se la parola cresce di una sillaba, è la
penultima che si considera come incre
mento; e se la parola crescesse di due o
tre sillabe, l'incremento allora cadereb
be sulla penultima e antipenultima, co
me in virtutibus i due incrementi sa
ranno tu e ti .

INCREMENTO DEL SIN GOLARE -

Prima Declinazione

Reg. I.
La prima declinazione dei nomi non
ha incremento nel singolare, come si ve
de in Musa, ae, Penelope, es.
1 os)
Seconda Declinazione

Reg. I.
L'incremento del singolare nei nomi
della seconda declinazione è breve, co
me miser, miseri, puer, pueri (1).
Virg. Non ignara mali miseris succurre
re disco.

v Terza Declinazione.
Reg. I.
I nomi della terza declinazione hanno
nel singolare l'incremento a lungo come
pietas, pietatis, loquac, loquacisec.
Marz. Non fuit hoc artis, sed pietatis
opus.

Eccezioni.

1º. L'incremento a è breve nei nomi

(1) Si eccettuano Iber e Celtiber, i quali si ri


portano alla eccezione 3. delle regole generali che
riguarda le parole Greco-Latine avendo per pe.
multima vocale la m che in greco è lunga.
-

I lO

neutri terminati in a come poema, atis,


thema, atis.
Oraz. Non satis est pulchra esse poema
ta; dulcia sunto.
Se poi il nominativo termina in an
l'incremento a allora è lungo, come Ti
tan, tanis, Poean, eanis -
2 º L'incremento a è breve nei nomi
che finiscono in as e che hanno il geni
tivo in adis e aris, come lampas, lampa
dis, mas, maris, par, paris, e i suoi
composti.
Virg. Postera phaebea lustrabat lampa
, de terras.
E breve parimente nei nomi termina
ti in s con un'altra consonante avanti,
come trabs, trabis, arabs, arabis, e
nella maggior parte di quelli che termi
nano in aac, come smilaac, smilacis ec.
Virg. Auratasque trabes veterum deco
ra alta parentum.
3.” E breve l'a nei nomi propri masco
l'ni terminati in al e in ar, come Anni
bal, alis, Caesar, aris.
Prep. Annibalis spolia et victi monumen
ta Siphacis.
Reg. II.
L'incremento e nei nomi della terza de
- v Il 1 l

clinazione è breve, come seges , getis ,


pulvis, eris.
Virg. Ut gregibus, tauri, segetes ut pin
guibus arvis.
Eccezioni.

n.° È lungo l'incremento e nei nomi


haeres, haeredis, lea, legis, locuples, lo
cupletis, magnes, magnetis, merces,
mercedis, rer, regis, e in tutti i geni
tivi che terminano in enis, come Siren,
renis ec.
Or. Cedant carminibus reges, regumque
, triumphi.
2.” E lungo ancora nei nomi greco
latini terminati in er e in es (sela e)
sta in luogo della lettera greca n., o di un
dittongo, come crater, crateris, tapes
tapetis, e nei nomi di altra lingua termi
nati in l e trasportati in greco pern, come
Daniel, Danielis, Michael, Michaelis.
Virg. Crateres magnos statuunt et vina
COI”OVlal/lt ,

V Reg. III.

L'incremento singolare i e y nei no


mi della terza declinazione, come pure
T i 2

nei nomi greco-latini è breve, come ho


mo, inis, martyr, tyris, nereis, eidos.
Ovid. Os homini sublime dedit coelum
que tueri
Jussit . . . . .
Ovid. Utque celer venias virides nereidas
407'O ,

Eccezioni.

1 - Nei nomi però che terminano in iac


ed in, come feliac icis, salamin, minis,
nei monosillabi dis, ditis, lis, litis, e nei
nomi di popolo, come Quiris ritis ec.
l'incremento è lungo.
Virg. Vivite felices quibus est fortuna
peracta.
Virg. Noctes atque dies patet atri janua
Ditis.
È breve però l'incremento i in questi
nomi calia, icis, remix, migis, filiac, icis,
forniac, icis, sali e, icis.
Ovid. Vela damus quamvis remigenavis
edt.
Reg. IV.

L'incremento o nei nomi della terza º

declinazione è lungo come vox vocis,


mos, moris, dolor, doloris, vigor, oris.
1 13
Ovid. Sic vultus moriens jacet, ed de
fecta vigore
Ipsa sibi est oneri cervia, hume
roque recumbit.
Eccezioni.

1.- Si eccettuano però, ed hanno l'in .


cremento o breve i nomi sostantivi neu
tri terminati in er, ur, e us come mar
mor oris, ebur eboris, pectus ctoris,
i nomi propri terminati in or che ven
gon dal greco, come Hector, Hectoris,
e i nomi dei popoli e delle nazioni fi
niti in o, come Macedo donis.
Virg. Tum Phaebo et Triviae solido de
- marmore templa instituam . . . .
Virg. Multa super Priamo rogitans, su
per Hectora multa.
2.- E breve ancora l'incremento o in
questi nomi arbor oris, lepus oris
(lepre) bos ovis, compos, impos, me
gm Or eC.

Virg. Cui pendere suae patereris in ar


bore poma. -

Riguardo ai nomi propri non abbia


mo, generalmente parlando, regola cer
ta, ma dobbiamo seguire l'uso.

º
114
Reg. V.
L'incremento u nei nomi della terza
declinazione è breve, come murmur,
murmuris, consul, consulis ec.
Virg. Si canimus silvas, silvae sint con
sule dignae.
Eccezioni.

1.º Blungo l'incremento u nei geniti


vi terminati in uris, udis, ed utis che
nascono dal nominativo in us, come pa
ludis, telluris, salutis ec. mentre poi è
breve in pecus, pecudis, intercus, inter
cutis, ligur, liguris.
Virg. Una salus victis nullam sperare
salutem. -

- v 5 -

2, Parimente è lungo l'incremento u


in questi tre nomi luc, lucis, pollux,
ucis, e fragis dal nome frux che non
è in uso.
Virg. Restitit aeneas claraque in luce
refulsit. -

Reg. VI.
L'incremento del singolare nei nomi
della quarta declinazione riportasi alla

-
1 15
terza regola generale, che cioè una vo
cale avanti l'altra è breve, come fructus,
fructui, quaestus, quaestui.
L'incremento della quinta declinazio
ne, o è breve seguendo la stessa regola,
o è lungo per l'eccezione sulla vocale e
nel genitivo e dativo singolare della de
clinazione suddetta.

fregola universale per l'incremento plu


rale nei nomi.

Come si è veduto che nel singolare si


conosce l'incremento dei nomi dal con
fronto che si fa del nominativo con gli
altri casi, nella maniera medesima si ri
trova l'incremento plurale. Quando dun
que nel genitivo e nel dativo si ritrovano
più sillabe, che nel nominativo, la pe
nultima sarà un incremento, come mu
sae, musarum, la penultima sa è l'in
CrementO .
Reg. I.

L'incremento a, e, o, nel plurale è


sempre lungo, come flamnarum, die
rum, puerorum.
Virg, Nigrarum multo pecudum te san
gtzine ducet.
i 16 - -

Reg. II.
L'incremento i ed u è breve.
Virg. Quem fugis? aut quis te nostris
complexibus arcet?
S. V.
Dell'incremento nei verbi.

Avendo noi parlato dell'incremento


dei nomi, passiamo a dire qualche cosa
dell'incremento dei verbi.
Per conoscere se in un verbo siavi in
cremento, bisogna osservare quante sil
labe ha la seconda persona del presente
dell'indicativo attivo, nelle altre perso
ne in tutta l'estensione del verbo saran
no altrettanti gli incrementi, quante sil
labe di più vi concorreranno. A cagione
di esempio, amo, amas, amamus quì il
penultimo ma è un incremento, così in
amabamus saranno due gli incrementi,
e per conseguenza tre incrementi saran
no in amabimini. Dicasi lo stesso in tut
ti gli altri verbi.
Per conoscere poi l'incremento dei
verbi deponenti convien supporre nell'
indicativo una seconda persona attiva,
I 17
che serva di regola, come sarebbe a ca
i" di esempio in dignor, dignaris,
a voce dignas sarà la persona che si
suppone per il verbo dignor, così in di
gnaris essendo una sillaba più che in di
gnas per questo si dirà esservi un'incre
mento. E così degli altri tempi ec.
Reg. I.
L'incremento a nei verbi è lungo, co
me putamus, festinamus. -

Virg, Festinate viri: nam quae tam se


T'al 7lOrdlInltrº -

Eccezione.

È breve però l'incremento a in ogni


tempo e persona del verbo do, das, e
dei suoi composti, come dabam , cir
cumdabam.
Marz. Aes dabo pronugis, et emana tua
CarlTill Vaal Salilla.S - .

Reg. II.
L'incremento e nei verbi generalmen
te è lungo, come tenebam, canebam.
Virg. Et lunam in nimbono e intempesta
tenebat .
a

r 18
Eccezioni.

1. Si fa breve l'e avanti l'r nel pre


sente ed imperfetto dei verbi della ter
za conjugazione, come legerem, legere.
Virg, Jam legere et quae sit poteris co
gnoscere virtus.
2.a Così è breve ancora l'e nelle silla
be beris, bere, eram, ero, erim, e nei
tempi del verbo sum (1).
Ovid. Tu cave defendas quamvis mor
debere dictis. -

Reg. III.
L'incremento i nei verbi è breve, co
me legimus, vidimus, superavimus.
Virg. Qui legitis flores et humi nascen
tia fraga.
Eccezioni.

1 a Si fa lungo l'incremento i nei pre


teriti terminati in ivi , come quaesi
vi, petivi

(1) Si osservi però che è lunga l'e nelle voci


terminate in reriserere, come legereris, legerere.
Ovid Hoc tibi Roma caput cum loquereris erat.
l . 9
Virg. Eaevam cancta cohors remis,
ventisque petivit.
2.º E lungo l'incremento i nei verbi
della quarta conjugazione, e nel verbo
eo con i suoi composti, come audimus,
umus, venimus, reperimus.
Proper. Per te immaturum mortis adi
musiter. -

3.” E lungo l'incremento i nel presen


te del subiuntivo dei verbi volo, malo,
sum con i suoi composti, come velimus,
posslmus, sumus ec.
Ovid. Et documenta damus qua simus
origine nati.

Reg. IV.
L'incremento o nei verbi è sempre
Iungo, come legitote, estote, facitote.
Ovi. Cumque loqui poterit, matrem fa
citote salutet.
L'incremento u è sempre breve, co
me possumus, volumus. -

Ovid. Volumus assiduis animum tabe


scere curis.

Eccezioni.
1a. È lungo l'incremento u nei fu
turi rus, ra, rum .
12o
Virg. Cingitur ac densos fertur moritu
rus in hostes,.
Quì deve notarsi che gl'infiniti della
prima, seconda, e quarta conjugazione
hanno la penultima lunga, come amare,
docere, audire .
Ovid. Me quoque quae sensi fateorjovis
dri)lat tlImere.

Quelli poi della terza hanno la penul


tima sillaba breve.
Ovid. Heu quam difficile est crimen non
prodere vultu. -

Si osservi inoltre che alcuni verbi sic


come anticamente erano di più conjuga
zioni, perciò nell'imperfetto del congiun
tivo e nell'infinito hanno l'incremento
o -

comune, come la verem, e lavarem, po


al -

titur, e potitur.
Lucil. Deficit alma ceres, nec plebes pa
nepotitur.
Virg, Fasomne abrumpit Polidorum ob
trll/lCdt et all'O.

Vi potitur.
I 21

S. VI.

Regole per le ultime sillabe.


Delle vocali.

Reg. I.
L'a in fine è lunga, come ama, in
ter'eal .

Virg. Panditur interea domus omnipo


tentis Olympi.
Eccezioni.

1a. Si fa breve l'a in questi avverbi


ita, postea, quia, eja.
Oraz. Postea mirabar cur non sine liti
bus essent.
2°. Tutti i casi dei nomi (eccettuato
l'ablativo ) terminati in a sono brevi,
come Carmina. -

Ovid. Carmina proveniunt Coelo dedu


Ctal Sereno .
3°. Si deve osservare che sono brevi
gli accusativi terminati in a alla Greca,
che in latino terminerebbero in em ed

6
Il 22

um, come Hectora, Prothea, parimente


i vocativi terminati in a i quali nascono
dal nominativo terminato in es, come
Oresta.
Virg. Ter circum Iliacos raptaverat He
CtOra mltrOS.

4°. Se poi i vocativi nascono dal no


minativo terminato in as son lunghi,
come Aenea.
Virg. Quid miserum Aenea laceras ?
Jam parce sepulto.
Reg. II.

L'e in fine è breve, come facile, fu


ge, parve.
Virg. Ehu fuge nate Dea teque his ait
- eripe flammis.
Eccezioni.

1º. Nei nomi greco-latini è lunga l' e


quando terminano per n (eta) come
grammatice, Andromache.
Virg, Libabat cineri Andromache, ma
nesque vocabat,
2°. È lunga l'e nei nomi della quinta
declinazione, come acie, re, nei monosil
- r33
labi, me, te, se, de ne (1) negli avverbi
ferme, ed ohe, e in quelli nati dagli ag
gettivi della seconda declinazione, come
indigne (2), e nell'imperativo dei verbi
della seconda conjugazione, come doce,
mone, ma è comune in cave e in fere.
Virg, Pro re pauca loquar: neque ego
hanc abscondere furto
Speravi.
Virg. Me me adsum, quae feci in me
convertite tela.
Virg. Tu vatem tu diva mone; dicam
horrida bella.

Reg. III. -

L'i in fine è lungo, come virtuti, clas


si, dici. -

Ovid. Fidite virtuti; fortuna fugacior


undis. -

Eccezioni.

1.º È breve l'i nelle dizioni grecola


tine, come Palladi, Amarilli.

(i) Gli altri monosillabi que ce, ve, e ne con


giunzione interrogat. sono brevi.
(2) Si eccettuano i quattro avverbi seguenti
bene, male, superne, inferne,
m 2 - -

v"na quid rilli vocaret.


moesta Deos Ama

2. È comune l'i nel fine di mihi, tibi,


sibi, ibi, tui, quasi, ubi, uti avverbio,
ed è sempre breve in nisi.
Virg. Post mihi non simili poena com
- missa luetis.
Virg. Extremum hunc Arethusa mihi
concede laborem.

Reg. IV.
L'o in fine generalmente parlando è
comune come ego, sermo, volo.
Giov. Sic volo, sic jubeo, sit pro ratio
ne voluntas.
Eccezioni.

1.° L'o in fine nei nomi greco-latini


scritti per o (omèga) è lungo come An
drogeo.
Virg. In foribus lethum Androgeo: tum
spendere poenas.
2.a È lungo l'o nei monosillabi o, do,
sto, quo, pro, negli avverbi nati dai no
mi adiettivi della seconda declinazione,
come merito, subito, e nei dativi e abla
tivi della medesima.
Virg. O decus, o fama, merito pax ma
Ctl 7ld VIO StI a .
125
3.a L' o in fine è breve negli avverbi
cito, imo, illico, modo, e suoi composti.
Ovid. Tu poteshunc, di cit, (videar mo
do dignus) amorem.

Reg. V.
L'u in fine è sempre lungo non solo
nelle voci semplicemente latine, ma an
che nelle greco-ed ebraico-latine, come
manu, luctu, Eacau.
Virg. Tela manu miseri jactabant irrita
Teucri .
Virg. Quo res summa loco, Panthu; qum
prendimus arma.
Delle consonanti.

Reg. I.

Le sillabe terminate in b, d, t, se
guendo vocale sono brevi, come ab, ad,
ei .
Virg. Venit summa dies et ineluctabile
tempus.

- Reg. II.
La c in fine, seguendo anche vocale
126
è lunga, come sic, duc, hic, avver
bio ("; -

Virg. Sic oculos, sic ille manus, sic ora


Iferebat.
Reg. III.
L'l in fine è breve come nihil, semel.
Oraz. Quo semel est imbuta recens ser
vabit odorem
Tecta diu.
Eccezione.

È lunga la l nelle voci sal, sol, e in


molte voci greco ed ebraico-latine, come
Michael. -

Ovid. Ulterius spatium medio Sol altus


habebat.

Reg. Iv.
Le sillabe terminate in m, seguendo
- - -

vocale, anticamente erano brevi, ma a

(1) Hic quando è pronome è comune, nec, e


donec seguendo vocale sono brevi.
Ovid. Donec eris felix multos numerabis ami
GOS -
127
desso si elidono, e restano assorbite dalla
vocale seguente.
Virg, Italiam Italiam primus conclamat
Achates.

Reg. V. l

Le sillabe terminate in n, nelle voci


latine per lo più sono brevi, come lumen,
forsitan.
Virg. Forsitan, et Priami fuerint quae
- fata requiras. -

Ma nelle voci greco-latine per lo più


sono lunghe.
Virg. Actaeon ego sum: dominum cogno
scite vestrum.

Reg. VI.
Le sillabe terminate in rinelle voci
latine sono brevi, come labor, semper,
frater, calcar.
Ovid. Crescit et immensum gloria cal
car habet.

Eccezioni.

1. Nei nomi che derivano dal greco,


e che hanno il genitivo in eris, l'r finale
è lungo come crater, aer.
-
I 28
Lucre. Inde mare, inde aer, inde ae
ther ignifer ipse.
2.” I monosillabi cur, fur, far, lar,
nar, pare i suoi composti hanno lungo
l'r finale.
Ora. Ludere par impar, equitare in a
rundine longa.
Reg. VII.
L'as finale nelle voci latine è lungo
come aetas, pietas, terras.
Ovid. Victa jacet pietas: et virgo caede
madentes, -

Ultima coelestium terras Astraea


reliquit.
E lungo ancora, per ordinario nei
nomi greco-latini; ma è breve nei no
minativi e vocativi di quei nomi, che
hanno il genitive singolare in adis con
la penultima breve, come Pallas, adis,
e nell'accusativo plurale di quelli, che
seguono in latino la terza declinazione 9

come Heroas, Troas, AVajadas, Crcla


das.
Ovid. Aequa Venus Teucris, Pallas ini
qua ſuit. -

Ovid. Creladas aegeas obstupuisse puto.


129
Reg. VIII.
L'es in fine nelle voci latine è lungo,
eome locuples, mores. -

Mar. Orbus est, et locuples, et Bruto


consule natus.

Eccezione.

È breve il nominativo singolare in es


nei nomi della terza declinazione, che
hanno l'incremento breve (1), come di
ves, divitis, la preposizione penes, la
seconda persona singolare del verbo sum
con i suoi composti, e il nominativo e
vocativo plurale dei nomi derivati dal
greco, come Troes, Arcades ec. (2).
Mar. Tu potes et patriae miles et esse
decus.
Virg. Ambo florentes aetatibus arcades
ambo.
Reg. IX.
L'is in fine nelle voci latine è breve
1) Hanno lungo l'esfinale i nomi seguenti,
sebbene abbiano l'incremento breve, ceres, abies,
paries, pes, e i suoi composti:
(2) Questi medesimi hanno lungo l'os nell'ac
cusativo plurale. - -

- » 6
13o
nel singolare, come carminis, nominis,
ma nei casi plurali è lungo, come armis,
Q) lrl S.

Ovid. Quaerendique mihi nominis ardor


eralt.

Virg. Praesentemoue viris intentantom


Vlla mortem .

Nelle voci greco-latine è breve, meno


in quei nomi, che hanno l'incremento
lungo.
Eccezioni.

1. L'is in fine è lungo negli avverbi


gratis, foris, nei monosillabi che hanno
l'incremento lungo, come lis, litis, dis,
ditis ec., e nella seconda persona singo
lare dell'indicativo nei verbi della quar
ta coniugazione, come audis, venis.
Ora, Grammatici certantet adhuc sub ju
dice lis est.
2.a È lungo l'is nel congiuntivo del
verbo sum con i suoi composti, come sis,
possis; in vis nome sostantivo, e verbo
con i suoi composti, ma vis , quivis,
quamvis (1).

º (1) Alle volte si trova fatto lungo l'is nel mo


do congiuntivo in quei tempi che terminano in
ris, come deberis, miscueris, ma ne abbiamo po
- 1351
Virg. Quamvis Elysios miratur Graecia
campos.

- Reg. X.

L'os in fine è lungo, come os, oris,


viros. -

Ovid. Os homini sublime dedit, coelum


que videre.
È breve però in compos ed impos.
Ovid. Insequere, et voti postmodo com
pos eris.
Reg. XI.
L'us in fine è breve, come pectus.
Virg. Heu fuge crudeles terras, fuge
littus avarum.

Eccezioni.

º Lus in fine è lungo nei nomi che


hanno il genitivo singolare in udis, uris,
e utis, come palus, udis, tellus, uris,
virtus, utis, si può unire tripus, odis, e
il nome Jesus.

chissimi esempi e consiglierei piuttosto a farlo


breve, seguendo la regola generale.
152 -

Orat. Quae virtus, et quanta boni sit


, vivere parvo.
2° E lungo l'us finale nel genitivo
singolare, nominativo, accusativo, e vo
cativo plurale nei nomi della quarta de
clinazione, e nelle voci greco-latine.
Virg. Solus hic inflecit sensus, animum
que labantem.
Reg. XII.

“L'ys in fine è sempre breve come Ca


prs, trphis, -

Virg. At Caprs et quorum melior sen


tentia menti.

Reg. XIII.
Il t in fine è sempre breve, come au
dit, legit. -

Ovid. Barba gravis nimbis, canis fluit


unda capillis.

.Principi della versificazione.


S. VII.

Il verso, generalmente preso, non è


altro che un certo numero di piedi in
- - 133
erdine regolare disposti. A due cose in
primo luogo conviene che tengan dietro
i giovani, cominciando ad occuparsi del
l'arte di verseggiare, cioè alla cesura e
alla cadenza. -

Cesura, che deriva da caedere verbo,


che propriamente significa tagliare, o di
videre chiamasi quella sillaba, la quale
come si è detto in principio sopravanza
ad un piede e si unisce alla parola se
guente nella misura del verso. Ora que
sta sillaba dominando nella cadenza sul
piede che segue, a cui essa dà principio,
e ricevendo nella pronunzia una forza
tale da poter sostenere tutte le sillabe di
quel medesimo piede, viene così a fissa
re la rotondità e l'armonia del verso (1).
Non solamente adunque la mancanza
delle cesure, ma ancora il non opportu
no e non giusto collocamento delle me
desime, contribuirà a rendere inarmo
niesa e disaggradevole la verseggiatura.

(1) Vedi l'aut. d. nuo, met. anzi egli sostiene


che per questa ragione gli antichi facessero lun:
5" le cesure di lor natura brevi. Io però sarei
'opinione di seguire la regola generale e l'uso
erdinario, - -
154
Infatti qual'orecchio non resterebbe of
feso alla lettura dei versi seguenti?
Urbem fortem nupercepitfortior hostis
Et jam coetera mortales, quae suadet
adire.

Pertanto quante più cesure entreran


no in un verso e quanto più saranno ben
collocate, tanto più armonioso trovere
mo il verso medesimo. Nei versi eroici
la cesura dà molta grazia quando si tro
va dopo il secondo piede, come Arma
vi-rumque ca-no ec. Mancando poi la ce
sura in questo luogo, se ne deve porre
una dopo il primo, e l'altra dopo il ter
zo piede, come Ille me-aser-rare bo-ves
ec. Conviene però osservare che la prima
cesura non rimi con l'ultima sillaba,
sebbene se ne trovi qualche esempio nei
Classici (1). Tali versi si chiamano Leo
nini da un certo Leone che si applicò a
questo capriccioso genere di verseggiare
e intorno all'anno i 15o.

(1) Ovid. Ipse ego librorum video delicta meo


Vºllmg

Quaerebant flavos per nemus omne favos.


135
La cadenza poi del verso resulta dal
l'unione felice di sonore espressioni.
Concorrano pure nella composizione dei
versi epiteti naturali ed esprimenti, vi
vaci e splendide immagini, nobili e su
blimi pensieri, non potranno giammai
piacere allo spirito, se offenderanno l'o-
recchio col disgustoso accozzo di parole
che rendano un suono ingrato, rozzo
e nojoso. Per regola generale, nel verso
esametro specialmente, debbono essere
iudiziosamente mescolati i dattili e gli
spondei. Sebbene, secondo la natura
degli " , sarebbero da notarsi due
particolari cadenze. Una lenta e grave
per descrivere oggetti gravi e maestosi, o
avvenimenti tristi e lugubri; e allora
conviene che si adoprino gli spondei e le
parole grandi e composte.
Annuit, et totum nutu tremeſecit
Olympum
Luctantes ventos, tempestatesque
Virg. SOV2OraS

- Extinctum nymphoe crudeli fune


re Daphnim
- Flebant , . . . . . .
L'altra rapida e leggiera per cui si
adoprano dei dattili e delle espressioni
136
di pronunzia breve e spedita, dovendo
il poeta descrivere oggetti che spiegano
un carattere o rapido ed agile, o gajo,
ameno e allegro. -

Ovid. Aridus a lasso veniebat anhelitus


Ore .

Virg. Quadrupetante putrem sonitu qua


- tit ungula campum.
Da tutto questo raccogliesi che il poe
ta dovrà far uso ora di cadenze dolci,
fluide e andanti, ora di gravi e tarde se
condo l'argomento che tratta, e talvol
ta ancora di desinenze tronche nella fine
del verso, quando vorrà che questo sia
assolutamente imitativo. -

Esempi
Cadenze dolci e

Ovid. Vererat eternum: placidique te


pentibus auris
Mulcebant zephiri natos sine semine
flores.
Dure e aspre.
Virg. Tum ferri rigor, atque argutae
lamina serrae. -

Hinc e caudiri gemitus, et saeva so


mare
157
Verbera, tum stridor ferri, tractae
que catenae.

Pesanti e gravi.
Virg. Illi inter sese magna vi brachia
tollunt
In numerum, versantgue tenaci for
cipe ferrum.
Tronche.

Virg. Sternitur, exanimisque tremens


procumbit humi bos. -

Dat latus insequitur cumulo praeru


ptus aquae mons.
Oltre queste prime qualità essenzialis
sime alla versificazione, richiedesi anco
ra di saper ricorrere ai sinonimi e alle
perifrasi. -

Quando nel comporre s'incontrano


delle parole che non possono adattarsi
alla misura del verso, ognun vede che
abbisogna mutarle e cercar dei sinonimi
che abbiano il medesimo significato e la
quantità differente. Nel fare però simili
mutazioni convien ponderare la proprie
tà, la forza e la bellezza della espressio
ne. E siccome vi sono delle parole che
138
sembrano esser sinonimi, e differiscono
poi sostanzialmente nell'applicazione e
nell'uso, richiedesi perciò somma avver
tenza, e cognizione profonda della lingua
nella quale si scrive, per non cadere in
errore. Si può ancora cangiare la costru
zione della frase, senza cangiare il pen
siero, e alcune volte ancora servirsi del
singolare pel plurale, o del plurale pel
singolare.
Dai poeti si adoprano le perifrasi per
rendere l'espressione più ricca e più nu
merosa, come per esempio in vece di
cc ver» si dirà « dulcia tempora veris »
Alle volte la perifrasi è più estesa, come
per «portum tutum, Virgilio ha detto
. . . . . . Insula portum
Efficit . . . . . .
. . . . hic fessas non vincula naves
Ulla tenent, unco non alligat anchora
morStt ,

e per « posteromane »
Postera phoebea lustrabat lampade
terraS
Humentemgue aurora polo dimoverat
umbras.

Il gran Torquato ci offre una bellissi


- - 139
ma perifrasi della notte copiata da Virg.
Era la notte, allor ch'alto riposo
iIan l onde, e i venti, e parea muto il mondo;
Gli animai lassi, e quei, che 'l mare ondoso,
(O de liquidi laghi alberga il fondo;
E chi si giace in tana, o in man ra ascoso,
E i pinti auge li nei l'oblio profondo
Sotto il silenzio de secreti orrori,
sopìan gli affanni e raddolciano i cori.

Può conoscere ognuno da questi esem


pj in che consista la bellezza delle peri
frasi. Si dovranno pertanto evitare le
circollocuzioni prosaiche, e quelle che
l" un complesso d'inutili paro
e, senza concorrere ad estendere ed
abbellire il pensiero, e ad aggiungere al
verso splendore, ricchezza ed armonìa.
Ma noi abbiamo fin quì considerato
nel verso piuttosto l'ornato esteriore,
che la sostanziale bellezza e la vera ele
anza. Questi due pregi adunque nell'
arte difficile del ben verseggiare, resul
tano dagli epiteti e dalla conveniente
scelta delle espressioni.
Gli epiteti sono aggettivi che si aggiun
gono ai sostantivi. Sono essi di un grand'
uso nella poesìa, e debbono attingersi
dalla natura e dal fondo stesso del sog
getto, e non scegliersi inconsiderata
14o -

mente, e senza relazione veruna alla co


sa di cui si tratta. Serviranno però ad
esprimere con maggior forza, nobiltà e
grazia i sentimenti, i pensieri e gli affet
ti, se siano propri, ricchi ed eleganti se
siano impiegati con discernimento, sen
za moltiplicarli, e troppi insieme racco
glierne, se finalmente si evitino quelli
che sono insignificanti, poichè addiven
tano parole superflue affatto e riempiono
il verso senza adornarlo.
Gli epiteti saranno giusti se dipingeran
no l'oggetto. -

Esempi.

Virg. Eaccutior somno et summi fastigia


tecti - -

Ascensu supero, atque arrectis auri


bus adsto. -

In segetem veluti cum flamma furen


tibus austris
Incidit: aut rapidus montano flumine
tOrI'efl S

Sternit agros sternit sata laeta, boum


que labores,
Praecipitesque trahit silvas: stupet
inscius alto
Accipiens sonitum saaci de vertice pa
StOr'. -
141
Virg. Sic ait: illa gradum studio celera
bat anili
At trepida, et coeptis immanibus effe
ra Dido
Sanguineam volvens aciem , maculi
sque trementes
Interfusa genaset pallida morte futura
Interiora domus irrumpit limina , et
altos
Conscendit furibunda rogos. . . .
Tasso
Orrida maestà nel fiero aspetto
Terrore accresce e più superbo il rende:
Rosseggian gli occhi e di veneno infetto, -

Come infausta cometa il guardo splende:


Gl'involve il mento e sull'irsuto petto
Ispida e folta la gran barba scende;
E in guisa di voragine profonda
S'apre la bocca d'atro sangue immonda

Non è poi di minore importanza in


poesia la scelta delle espressioni (1). Un
pensiero li bello che sia, grande, nuo
vo, e brillante, non otterrà mai l'appro
vazione, e molto meno piacerà quando

(1) Ved. Observa. sur l'elegance, e la beautè


des verspar M. l'ab. d. Cheva.
142
ehe venga malamente spiegato. Nella
versificazione adunque per far questa
scelta con precisione e con gusto fa duo
o conoscere il valore delle parole, e sa
per l'uso a cui son destinate.
Lo Scrittore cercherà sopra tutto e
spressioni che dipingano gli oggetti e che
ce li presentino al naturale.
Vediamo con quale eleganza e natu
- ralezza Virgilio ci dipinge f usignolo che
piange i ſi perduti.
Qualis populea moerens Philomela sub
umbra
Amissos queritur foetus, quos durus a
raltOrº - -

Observans nido implumes detraxit, atilla


Flet noctem, ramoque sedens, miserabi
bile carmen -

Integrat, et moestis late loca questibus


implet.
L'espressioni che danno anima e sen
timento agli esseri sensibili servono mi
rabilmente a spargere delle grandi e sem
pre nuove bellezze nella poesia.
Lucano introduce Roma che parla a
Cesare presso le rive del Rubicone.
. . . . . . Ut ventum est parvi Rubico
nis ad undas -
- 145
Ingens visa duci patriae trepidantis
umago
Clara per obscuram, vultu maestissima,
- noctem ,
Turrigero canos effundens vertice crines,
Caesarie lacera, nudisque adstare la
- certis
Et gemitu permiacta loqui . . . . . .
Virgilio parlando dell'estinto Pallante
Hic juvenem agresti sublime in stramine
ponunt.
Qualem virgineo demessum pollice flo
rem,
Seu mollis violae seu languentis hracin
thi
Cui neque fulgor adhuc, nec dum sua
forma recessit,
Non jam materalit tellus, viresque mi
nistrat.

Arios.
Ecco non lunge un bel cespuglio vede
Di spin fioriti, e di vermiglie rose
Che de le liquid'onde a specchio siede
Chiuso dal sol fra l'alte querce ombrose
Cos voto nel mezzo che concede
Presca stanza fra l'ombre più nascose
E la foglia co rami in modo è mista
Che l sol non v'entra, non che minor vistº
144
Un soggetto grave ed elevato richiede
espressioni forti ed energiche,
Lo stesso poeta così ci descrive il
Monte Etna.

Portus ab accessu ventorum immotus et


ingens -

Ipse, sed horrificis juocta tonat Aetna


VºllllllS :

Interdumque atram prorumpit ad aethe


ra nubem
Turbine fumantem piceo, et candente
favilla:
Attollitgue globos flammarum, et side
ra lambit:
Interdum scopulos, avulsaque viscera
montis
Erigit eructans: liquefactaque sa ca sub
allll'alS

Cum gemitu glomerat, fundoque ecae


Stuat imo.

Tas.
Chiama gli abitator dell'ombre eterne
Il rauco suon della tartarea tromba.
Treman le spaziose atre caverne, -

E l'aer ceco a quel romor rimbomba,


Nè sì stridendo mai dalle superne
Regioni del Celo il folgor piomba;
Nè sì scossa giammai trema la terra,
Quando i vapori in sen gravida serra
- 145
Nei soggetti semplici l'eleganza e la
semplicità debbono caratterizzare l'e-
spressione.
Lo stesso

Muscosi fontes, et somno mollior herba,


Et quae vos rara viridis tegit arbutus
umbra -

Solstitium pecori defendite: jam venit


deStaS

Torrida, jam laeto turgent in palmite


gemmae.
Tas.
Non si destò finchè garrirgli augelli
Non sentì lieti, e salutargli albori,
E mormorare il fiume, e gli arboscelli,
E con l'onda scherzar l'aura, e co fiori.
Apre i languidi lumi, e guarda quelli
Alberghi solitari del pastori:
E parle voce uscir tra l'acqua, e i rami,
Ch'ai sospiri, ed al pianto la richiami.

S. VIII.
Osservazioni particolari relative alla
versificazione.

La poesia sebbene abbia il suo linguag


io e il suo stile particolare per cui si
ie dalla prosa e dall'uso comune
di ragionare, pure vi sono delle licenze
7
146
riservate specialmente ai poeti, e che
possono facilitare la versificazione. Essi
(ai quali, come ai pittori, conforme il
detto di Orazio (art. poet.) Quilibet au
dendi semper fuit aequa potestas) si so
no allontanati dalla vera quantità delle
dizioni; e costretti dalla necessità del
metro, fanno brevi le lunghe, e lunghe
le brevi. Ciò può loro accadere quando
s'incontrano certe voci composte di tre
o quattro brevi continue da non potersi
adattare al verso, come transieritis, o
quando una sillaba breve sta fra due
lunghe. E questa dicesi necessità metri
ca. Alle volte poi anche senza necessità
sonosi allontanati dalla vera quantità
delle sillabe, e allora dicesi licenza poe
tica. -

Io dividerò le licenze poetiche in due


classi, in quelle cioè che risguardano
qualche parola presa isolatamente, ov
vero la frase.
In quanto alle prime. Alle volte dai
poeti si uniscono 1.º due vocali in una
sola, e dentro la medesima parola a
guisa di dittongo e si fa la sillaba lunga,
, come ait, o una si scioglie in due, come
dissoluo, in vece di dissolvo.
2.° Si aggiunge una lettera, o una sil
- - 147
Iaba in principio della parola come gna
tus in vece di natus, o all'ultima sillaba
eome dicier, laudarier, in vece di dici,
laudari, o si aggiunge una lettera, o u.
na sillaba nel mezzo, come reliquiae,
ma vors, in vece di reliquiae, mars:
5.º Si toglie una lettera, o una sillaba
in principio della parola, come tendit
per tetendit, o nel mezzo come Deum per
Deorum, o nel fine come ingeni per in
gent.
4.* Si divide una parola, frapponen
done un'altra nel mezzo, come sèptem
subiecta trioni, in vece di septem trio
ni (1); o si fa una mutazione nelle vo
cali come olli in vece di illio una inver
sione nelle parole, come dare circum in
vece di circumdare.
5.º Finalmente si dà una inflessione
i" e non propria della lingua
atina alle parole, seguendo la desinenza
propria della lingua greca, come arca
dos per arcadis, matheseos per mathe
sis, hectora per hectorem. -

(1) Bisogna osservare che tutte le parole com


poste non sono suscettibili di simile trasposizione
e si deve seguire l'uso e l'esempio dei poeti.
148 -
Venendo alle licenze le quali risguar
dano la frase, i poeti in 1.º luogo si ser
vono dopo un nome sostantivo, in vece
del gerondio in di, del presente dell'in
finito come
Virg. Sed si tantus amor casus cogno
.SCer'e PloStr'OS

per amor cognoscendi.


2.° Fanno uso del presente dell'infini
to in luogo del gerondio in dum con la
preposizione ad, come sarebbe bonus
dicere, bonus inflare, in vece di bonus
ad dicendum, ad inflandum.
3.º Pongono spesso il nome sostantivo
in accusativo dopo un nome aggettivo, o
un participio passivo, come pulcher fa
ciem, per pulcher facie, redimitus tem
pora, in vece di habenstempora redimita,
ovvero si sottintende la preposizione se
cundum ad imitazione dei Greci, cioè
pulcher secundum faciem. Qualche vol
ta ancora adoprano il dativo invece
dell'accusativo con la preposizione in,
o ad come it elamor Coelo invece di it
clamor ad Coelum. -

4° Fanno uso del plurale pel singola


re, e viceversa; del comparativo pelsu
perlativo, come pulchrior ante aliº: Ins
vece di pulcherrimus omnium, dell'agr
- a 49
gettivo per l'avverbio, come vana tu
mentem per vane tumentem .
5.o Per esprimere i nomi di numero si
servono della perifrasi, come per qua
tuor dicono bis duo, per quatuordecim,
bis, septem e bis septeni ec.
Virg. Sunt mihi bis septem praestanti
corpore nimphae.
6.º Qualche volta pospongono la pre
posizione al nome retto dalla medesima,
come in Virgilio, maria omnia circum
ec., o la tolgono dagli ablativi di luogo,
come lucis habitamus opacis per habita
mus in lucis, o finalmente per l'ablativo
con la preposizione adoprano l'accusa
tivo, come invece di devenere in loco, di
cono devenere locos.
Virg. Devenere locos laetos, et amoena
vireta .

Delle principali e più usitate specie


di versi.

Si possono comprendere tutti i versi


principali. 1.º In esa
Latini in tre classi
metri e in quelli che vi hanno qualche
relazione, come sono i pentametri, i qua
li ordinariamente vanno insieme con
giunti. 2. In jambici che sono di tre
15o -

sorte, cioè dimetri che hanno quattro


piedi, trimetri che hanno sei piedi, te
trametri che hanno otto piedi (1). 3.° In
lirici, e si può dare questo nome a tutti
quei versi che non sono compresi nel pri
mi due generi. I versi poi dei quali più
comunemente si compongono le odi so
no gli asclepiadei, i saffici, gli alcaici,
i gliconi, gli adorj, i faleuci.
Gli esametri (2) si dividono in eroici,
nei quali deve regnare la gravità e la mae
stà, e in satirici che possono essere più
umili e più negletti. Di tal genere sono
gli esametri di cui si è servito Orazio nelle
satire e nell'epistole. Senza parlare dei
primi, sui i non cade eccezione, di
rò di questi ultimi, che non incontrano
l'ammirazione e il genio di certuni, per
chè non vi ravvisano la maestà e l'armo
niosa cadenza propria di quelli di Virgi
lio. A questi Aristarchi peraltro si può
rispondere con tutta ragione che fan mo

(1) Non si parla quì dei difettosi, e dei ridon


danti. Ved. l'Aut. d. nuov. Met.
(2) Gli esametri, generalmente, non devono
terminare in parola quadri sillaba, nè in monosil
laba, nè con più voci dissillabe unite insieme
151
stra di non sapere tale essere stata la vo
lontà dello scrittore per rendere il suo
stile più somigliante ai famigliari discor
si, e quel che è peggio danno a conosce
re di non avere sufficiente gusto e crite
rio da ravvisarvi quella negligenza stu
diata sostenuta da tanta grazia e sì gran
purità di stile, che nel suo genere non è
meno ammirabile della gravità, maestà,
ed armonia propria del Mantovano Can
tOI 'e .
Quanto ai pentametri, i quali uniti
agli esametri formano quella specie di
componimento detto elegia si deve os
Servare . -

1.º Che la prima cesura non sia la sil


laba prima, o quella di mezzo alla paro
la, come

Haec quoque - nostrae -sen - tentia ec.


Sunt pue -ri impati - en - testole - ec.
2.º Che la cesura non sia seguita da
una elisione, come - - -

Troja vi - rum, et vir - tutum ec.


3.º Non sarà bene che i pentametri
terminino con parole trissillabe, o mo
152
nosillabe, meno che ( in quest'ultimo
caso) non si faccia l'elisione, come sareb
be questo verso di Ovidio.
In vi - tis ocu - lis-lictera - lecta tu - a est.
Potranno bensì terminare in parole di
due sillabe, o di quattro, o anche di
cinque, come
Ovid. Tempora - si fue- rint - nubila -so
lus e - ris
Non du - ris lacri - mis - vultibus - a
spici - unt.
I versi Giambici, così detti dal piede
giambo che vi domina, sono ordinaria
mente di quattro o di sei piedi. I piedi
poi di numero pari come 2, 4, 6, devono
essere sempre giambi. I piedi di nu
mero dispari, come 1, 3, 5, sono indiffe
rentemente giambi, o spondei. Nelle
tragedie però il quinto piede dev'essere
spondeo, perchè due giambi di seguito
alla fine rendono il verso meno maestoso.

Giambi di quattro piedi.


2.

Hor. Ut pris ca gens-morta-lium


l 3 di 6 5

Inops potentem dum-vultimi tari


perit.
153
Passando ai versi lirici si dirà in primo
luogo dell'Asclepiadeo, che trae il suo
nome da Asclepiade il quale ne fu l'au
tore. È composto di quattro piedi e di
una cesura. Il primo piede è uno spon
deo, il secondo un dattilo, dipoi la cesu
ra, e due dattili in fine.
Ora. Moece- nas ata - vis - edite regibus.
Ovvero si può misurare con il primo
piede spondeo, due (1) coriambi e un
pirrichio in fine.
Moece - nasatavis - editere - gibus.
Il verso saffico o endecasillabo è stato
inventato da Saffo celebre poetessa. È
composto di cinque piedi, cioè di un
coreo, di uno spondeo, di un dattilo,
e di due corei, -

La strofe è formata da tre versi saffici


e dal verso Adonio (2) che è composto
di un dattilo e di uno spondeo.

(1) Il coriambo è un piede composto dal co


reo, e dal giambo ed è per conseguenza di quat
tro sillabe, la prima e l'ultima delle quali sono
lunghe, le due di mezzo sono brevi.
(2) Il verso adonio era di un grand'uso nelle
feste lugubri celebrate in memoria della morte di
Adone da cui ha tratto il suo nome.
var
27
154
Hor. Scandit - aera-tas viti-osa-naves
Cura - nec tur - mas equi - tum re -
linquit,
Oci - or ven - tis et a - gente - nimbos,
- Ocior - aura.
Il verso Alcaico inventato da Alceo è
composto di quattro piedi e una cesura
in mezzo. Il primo piede è spondeo , o
giambo, il secondo costantemente giam
bo, dipoi la cesura, e gli ultimi due date
tili. La strofe è formata da quattro ver
si, dei quali i primi due sono simili, come
Hor. Vides - ut al - ta - stet nive - can
di dum
Soracte; nec jam sustineant onus.
Il terzo ha due corei in fine: nel resto è
simile agli altri due.
Srlvae - labo - ran - tesge - luque.
Il quarto è composto di due dattili e
due corei.
Flumina - constite - rint a - cuto.
Il verso Faleucio così detto dal suo
inventore è composto di cinque piedi. Il
primo è uno spondeo, il secondo un dat
tilo, e gli altri tre corei. -

Ora. Numquam - diviti - as De - os ro -


gavi.
Il verso Gliconio che prese il nome da
155
Glicone è composto di uno spondeo e due
dattili.
Ora. Audax - omnia - perpeti .
Il Ferecrazio, così chiamato, da Fere
crate è composto di un dattilo fra due
spondei. -

Ora. Grato - Pyrrha sub - antro.


Con questi due versi quì sopra indica
ti, uniti all'Asclepiadeo si può formare
una strofe in più maniere.
1° Dopo tre versi Asclepiadei si può
collocare un Gliconio.
Ora, Scriberis Vario fortis, et hostium
Victor, Maeonii carminis aliti,
Quam rem cumque ferox navibus aut
equis
Miles, te duce, gesserit.
2.° Dopo due Asclepiadei si posson
porre un Ferecrazio e un Gliconio.
Ora. Dianam tenerae dicite Virgines
Intonsum, pueri, dicite Cynthium:
Latonamque supremo
Dilectam penitus Jovi.
3.° Finalmente un Gliconio e un'A-
sclepiadeo a vicenda.
Ora. Virtutem incolumem odimus,
Sublatam eac oculis quaerimus invidi.
Quid tristes querimoniae,
Si non supplicio culpa reciditur ?
156

S. IX.
Della origine della lingua e poesia ita
liana, delle varie sorte de versi
italiani, e loro combinazione.

Dovendo adesso favellare dei vari me


tri dal nostro linguaggio poetico adottati
non saravvi discaro, come io penso, o
Giovani, che di volo, per così dire, vi
accenni l'origine della più bella e della
più nobile fra le lingue moderne, voglio
dire della Italiana, a i" epoca appar
tengano le prime di lei produzioni, e
per conseguenza qual sia stato il primo
alltOre .

Anche le lingue, siccome le nazioni,


(dice un dotto Scrittore) (1) hanno dei
pregiudizi sul loro nascimento e affettano
una origine antica. Ma la ragione appog
giata dai fatti dilegua ben " ogni
idea romanzesca ed ogni favolosa opinio
ne. Secondo la più comune sentenza si
fa derivare la formazione della nostra

º) Gingue,
157
volgar lingua dall'alterazione e corrom
pimento totale dell'idioma latino, e dalla
cooperazione immediata delle lingue dei
barbari che successivamente dal Nord
vennero ad inondare le deliziose nostre
contrade. Dalla associazione pertanto dei
due linguaggi se ne formò un terzo, che
fu l'italiano, semibarbaro, rozzo, senza
leggi, e senza esemplari; ma polito e cor
retto coll'andare del tempo, come di
venne la lingua di Dante, di Petrarca e
di Boccaccio, così ancora lo fu in segui
to di tanti altriScrittori non meno chiari e
illustri. Quello che abbiamo veduto av
venire nelle altre lingue, i di cui primi
tentativi sono stati fatti in poesia, è ac
caduto altresì nella nostra, essendosi co
minciato
dai poeti.a scrivere dai verseggiatori e
v

Due opinioni sono state ricevute dagli


eruditi sulla origine della poesia italiana.
La prima si è che i più antichi nostri poe
ti abbiano appreso l'arte di verseggiare
dai Provenzali, e la seconda che i Sici
liani abbian loro trasmesso i primi esem
plari. Noi ben volentieri ci uniremo a
coloro che sono nella prima sentenza,
imperocchè i monumenti che abbiamo
della poesìa provenzale appartengono al
158
secolo undecimo, e quelli della Siciliana
alla fine del duodecimo.
Nè meno controverso è un'altro punto
di erudizione sul determinare chi fosse
il primo Scrittore Italiano. Alcuni vo
gliono che questi sia stato Folchetto Ge
novese, alcuni altri sostengono che sia
stato Ciullo d'Alcamo Siciliano, ed al
tri in fine pretendono che sia stato Lucio
Drusi Pisano (1). Nella maniera però
che abbiamo reso giustizia ai Provenzali
confessando ingenuamente che hanno
preceduto i Siciliani nell'arte di verseg
giare, con la stessa sincerità sosteniamo
che i Siciliani non hanno appreso l'uso
della rima dai Provenzali essendo questa
conosciuta dai Greci, dai Latini " » 6
perfino dagli Ebrei come alcuni hanno
creduto. Ma è tempo oramai di venire a
trattare del verso italiano.
Il verso italiano pertanto è una unio
º

(1) Ved. Card. Stor Let. T. 2. P. 3. C. 1. ove


totis viribus ha vendicata questa opinione dalle
opposizioni di Autori di grande stima con validi
argomenti e non equivoche me norie. -

() Ved. Petrarc. pref. ali Epist. Fam. Murat.


ec. Ma il Crescimb. con altri aut, è di contrario
parere. -
159
ne di sillabe con accenti collocati in al
cuni determinati luoghi per dilettare l'
udito e aiutare la memoria. Due cose
dobbiamo osservare nel verso italiano,
l'accento, cioè, e la rima. L'accento, si
può dire, che sia un'alterazione di voce
per cui nel proferire una sillaba o si al
za, o si abbassa la voce medesima, come
richiede la pronunzia.
L'accento ha luogo, o sulle ultime
sillabe, come amerò, e queste si dicono
parole tronche, o sulle penultime, come
amòre, e si chiamano parole piane, o
sulle antipenultime come pòvero e si
chiamano parole sdrucciole. La rima poi
è una conforme desinenza di due parole, e.

nelle quali, cominciando dall'ultima


vocale accentata, tutte le lettere delle al
tre sillabe sono le stesse e disposte con
la medesima giacitura, come perdòno,
ragiòno, in ambedue le quali espressioni
le lettere è no sono le medesime nell'ul
tima vocale accentata che è l'o.
Ciò premesso, resta ora a vedere di
uante sorte sono i versi italiani, e dove
si debbono collocare gli accenti.
Ineomineiamo adunque dal verso
composto di undici sillabe, per cui chia
masi endecasillabo, e con altro nome,
a 6o
verso maggiore, o intiero, che dividesi
i come ogni altra sorta di verso italiano)
in piano, sdrucciolo, e tronco (1) se
condo la disposizione data quì sopra de
gli accenti.
Il verso endecasillabo piano si trova
accentato in tre diverse maniere.
Nella prima ha l'accento sulla sesta, e
decima sillaba.

Filic. Secoli che verrète io mi protesto,


Arios. Che veggo e che parlàrne odo a ciascùno.

Nella 2.º ha l'accento sulla 4.a, 8.º, e


1o.º sillaba.

Filic. Fulminerò l'empia masnàda era


Pioveran dàrdi e voleràn faville.
Nella 5.º (ed è la meno usata ) ha l'
accento, oltre la decima, sulla quarta e
settima sillaba. -

Red. Ma se la terra comincia a tremare


E traballàndo minàccia disàstri
Lascio la tèrra , mi sàlvo nel màre»

Lo sdrucciolo conserva sempre immu

(1) Non può esser tronco però il verso dissil


labo.
161
tabile l'accento sull'antipenultima silla
ba, ma non però sulle altre ed ha dodici
sillabe. Che se fosse sdrucciolo di undici
sillabe apparterrebbe ai decasillabi.
Mazz. O prìa sì càra al Cièl contrada Itàlica,
Perchè ad estrànei vànti i nostri or cèdono?
Forse de la ferrigna età vandàlica
L aspre vicènde a contristarti rièdono?

Il verso tronco ha sempre accentata


l'ultima sillaba, ma varia poi il colloca
mento degli accenti sulle "
, presso a
poco, nel a maniera che abbiamo veduto
nei versi qui sopra. -

Il mio vaglr novèllo accompàgnò.

Il verso decasillabo è composto di die


ci sillabe, e può ricevere l'accento sulla
3.º, 6.a, e penultima.
Anon. Almo Sòle che in Cièlo risplèndi
- Col settèmplice ràggio fecondo.

ovvero riceve l'accento sulla 4a, 7º, e


penultima.
Anon. Mutasi titto sarà migliore
Il nostro stato.
162 -

Il verso novenario ha disposto gli ae


centi in tre diverse maniere, o sulla 3°,
6.a, e penultima. Questa specie di versi
però presentemente non è molto in uso
Aaon. Col nemico sul màr s'affrònta
o sulla 2.º, 5.º, e penultima
Lo stes. Non vi vède ognòra nascòsa.
o sulla 4°, 6.º, e penultima.
Chiab. Ben mi rivòlgo al dolce loco
Il verso ottonario esige necessariamen
te l'accento sulla 3.º, e sulla penultima.
Met. Quando accènde un nobil pètto
E innocènte un puro affetto.

Dopo l'endecasillabo il verso più usa


to è il Settenario, e richiede per neces
sità l'accento sulla penultima. Se poi avrà
l'accento anche sulla 4.º riuscirà più ar
monioso.

Petrar. Vergine unica e sola,


- - Vergine dolce e pla
- e

Met. Meglio è partir tacºndo


Dir mòlto in pochi dètti -
- n63
Il verso senario vuole l'accento sulla
seconda, e penultima sillaba.
Met. Minàccia periglio
L'affànno segrèto.
Il verso quinario ha l'accento sulla 1.a
e penultima, alle volte su la 2.º, 3.º, e
penultima.
Met. Titto finòra -

Sprezzàr cònviène
Alle volte anche sulla penultima sol
tantO .

Chiab. Eternamènte,

I quadrisillabi, i trissillabi, e i dissil


labi hanno l'accento sulla penultima.
Si fa uso dell'endecasillabo nelle ot
tave, sestine, quartine, terzine, sonetti,
e finalmente negli sciolti, così detti, per
chè non hanno corrispondenza di rime
nè in mezzo, nè in fine. Le ottave e le
sestine rimano alternativamente, meno
che gli ultimi due versi, i quali rimano
insieme. Le quartine, o sono anch'esse ri
mate alternativamente, o come suol dirsi
in rima chiusa, cioè il 1.º col 4.º e il 2.º
col 5.º verso. Le terzine sono concatena
te insieme in rima alternativa.
164 -

“Con gli endecasillabi framischiati ai


settenari si scrivono i madrigali, e le odi,
altrimenti canzoni; e queste sono o di
metro libero, quando cioè non si deter
mina il numero dei versi, ed è la rima
collocata a piacere dello Scrittore. Tali
sono per esempio le canzoni del Guidi.
O si trovano scritte in metro legato,
quando e il numero dei versi e il luogo
l" rima è inalterabile e fisso. Tali sono
e canzoni del Petrarca, Filicaja, ec.
Guidi. Metro libero
Muse voi, che recaste i grandi auguri
Fuor del sacro de Fati orror celeste,
E far tesoro in Vatican poteste
Di sì belle speranze ai di futuri;
Or che l'alte promesse
Del talento di Dio tutte son piene
E l'Impero di Lui s'è posto in mano
Dell'adorato Albano, -

Che l'immortal sembianza alto sostiene;


Cda il fiume Romano -

La superna armonia, che un tempo intese


Per bocca dei suoi Cigni il bel Giordano;
E la dolce degl'Inni aurea famiglia,
Quasi d'eterni fior pioggia divina,
Discenda in grembo alla Città Latina.
Testi. Metro legato
Ruscelletto orgoglioso
Che ignobil figlio di non chiaro fonte
Il natal tenebroso
Avesti infra l'orror d'ispido monte,
E già con lenti passi -

Povero d'acque isti lambendo i sassi -


r65
Non strepitar cotanto, -
Non gir sì torvo a flagellar la sponda,
Che benchè maggio alquanto
Di liquefatto giel t'accresca l'onda
Sopravverrà ben tosto -
Essiccator di tue gonfiezze Agosto. ec.

Ogni altra specie di verso italiano si


distribuisce in strofe, legandole pel so
lito a due a due con la rima collocata a
piacere, eccettuato l'ultimo verso della
prima che deve rimare con l'ultimo del
- lº seconda. -

verso decasillabo.
Esempj.

Met. Del terreno nel concavo seno


Vasto incendio se bolle ristretto,
A dispetto - del carcere indegno
Con più sdegno - gran strada sifa,
Fugge allora, ma intanto che fugge
Crolla, abbatte, sovverte, distrugge
Piani, monti, foreste, e città,

ivi Dall'istante del fallo primiero


S'alimenta nel nostro pensiero
La cagion che infelici ne fa.
Pi se stessa tiranna la mente
Agli affanni materia ritrova 9

9 gelosa d'un ben ch'è presente,


Or presaga d'un mal che non ha.
Verso ottomario

Esempi
ivi Nell'orror d'atra foresta
Il timor mi veggo accanto,
Nè so quanto ancor mi resta
Dell'incognito sentier.
Vero Sol de'passi miei,
Chi sarà, se tu non sei
Il pietoso condottier.

Settenario.

Esempj.

Voi se pietà provate


D'un misero germano,
Voi la paterna mano
Baciate almen per me.
Ditegli sol ch'io vivo;
Ditegli l'amor mio;
Ma non gli dite, oh Dio!
La sorte mia qual'è.

Trovasi il settenario anche con due


tronchi rimati in mezzo di ogni strofa, e
un quinario piano in fine, rimato in tut
te due le strofe. -
º a
Esempi.
Fu troppo audace, è vero,
Chi primo il mar solcò,
E incogniti cercò
Lidi remoti.
Ma senza quel nocchiero
l
Sì temerario allor,
Quanti tesori ancor
Sariano ignoti !

Senario.

Esempi.
Portiamo in tributo
Con umil sembiante
Dell'Arabe piante
Le stille odorose
Dell' api ingegnose
Il biondo licor.
Ricchezze non sono,
E povero il dono ;
Ma tutti son frutti
Del nostro sudor.

Quinario.
Te solo adoro
Mente infinita,
Fonte di vita,
Di verità.
ln cui si muove,
Da cui dipende,
Quanto comprende
L'eternità.
168

Delle licenze poetiche s

Di tre sorte sono le licenze poetiche,


che si son presi i poeti italiani; e queste
riguardano gli accenti, le sillabe, e le
V”lme.

1.° Quanto agli accenti, gli hanno tra


sferiti da una sillaba all'altra, come u
mile, invece di imile, gli hanno tolti al
le voci, che gli avevano, come fe
ce Dante nei monosillabi ha, tre, ma non
è da seguirsi questa licenza, e finalmen
te hanno posto due accenti sulle parole
che ne avrebbero uno solo, come glo
riòsamènte. -

2.° Quanto poi alle licenze che riguar


dano le sillabe, gli Italiani convengono
coi Latini; imperocchè anch'essi o le ac
crescono in principio, come dipartire in
vece di partire, o nel mezzo come simile
mente, invece di similmente, o nel fine,
come useio, invece di uscì : e viceversa,
o le scemano in principio come stingue
invece di estingue, o nel mezzo come
disnore invece di disonore, o nel fine,
come furo invece di furono, sentiro in
vece di sentirono.
169
5.º Finalmente riguardo alle rime, le
licenze poetiche si riducono a quattro º
alla mutazione delle lettere, come impa
re, trème, invece di impàri, trèmi. 2°
alla trasposizione delle medesime, come
sovvegna, piagna invece di sovvenga,
ianga. 3.º all'aggiungimento di qualche
i" come face, fue, invece di fa e fu.
4.o alla diminuzione di altra sillaba, co
me Cartago per Cartagine ec.

Esempi.
Petr,
Sicilia del tiranni antico nido,
Vide trista (1) Agatòcle acerbo e crudo;
E vide i (º) dispietati Dionigi,
E quel che fece il crudo fabbro ignudo
Gittare il primo doloroso strido,
E far nell'arte sua primi vestigi. ee.
Maz. -

Folle chi (”) compera nome guerriero


Di sangue a prezzo: lode e vittoria.
E van ( ) Fantasima e passeggiero;
Che solo aggirasi su desolate
Piagge, che il viso di morte spirano,
Ferale immagine di (5) crudeltate.

. (1) Per Agatocle (2) Per spietati. (3) Per compra


(4) Per Fantasma. (5) Per crudeltà,
8
I 7O
Dant. -

Però non lagrimai, nè rispos' io


Tutto quel giorno nè la notte appresso,
Infin che l'altro Sol nel mondo (1) uscìo.
Come un poco di raggio si fu messo
Nel doloroso carcere, ed io scorsi
Per quattro visi il mio aspetto stesso;
Ambo le mani per dolor mi morsi ;
E quei pensando che io 'l () fessi per voglia
Di manicar, di subito (3) levorsi:

ivi Onde noi amendue possiamo uscirci


Senza constringer degli angeli neri ,
Che (4) vegnan d' ( ) esto loco a dipartirci

A rio.
Ma quella gentil maga, che più cura
N'avea, ch'egli ( ) medesmo di se stesso,
Pensò di " per via alpestre e dura
A la vera virtù malgrado d'esso. ec.

Maz.
Il Solio è quello, in cui nell'ostro (-) avvogliere
Sè del suo sangue dee l'almo fatidico ,
Ultimo, eletto il comun danno a togliere,
Rampollo del Gessº o tronco Davidico.
Quella è la profetata Ara, che accogliere
Dee l'atteso di pace Agnel veridico:
La verga è quella, onde tornarsi (8) veggia
L'errante al buon Pastor rapita Greggia.

º a) Per usci . (2) Per facessi. (3) Per levaronsi.


(4) Per vengan. (5) Per questo. (6) Per medesimo -
;) Per avvolgere. (8) Pcr veda.
Tas. 1 71
Così pregollo: e da colui risposto
Breve, ma pieno alle dimande (!) fue.
Stupissi udendo, e immaginò ben tosto,
Ch'egualmente innocenti eran que due.

ivi Tacque, e rispose il Re: qual sì disgiunta


Terra è dall'Asia, o dal cammin del Sole,
Vergine gloriosa, ove non giunta
Sia la tua fama, e l'onor tuo non (2) vole?

ivi Chiesero questi udienza ed al cospetto


Del famoso Goffredo ammessi ( ) entraro;
E in umil seggio e in un vestire schietto
Fra' suoi duci sedendo il (4) ritrovaro.
Ma verace valor benchè negletto.
E di se stesso a se fregio assai chiaro.
Piccol segno d'onor gli fece Argante,
In guisa pur d'uom grande, e non curante.

F r N e.

( 1) Per fu . (2) Per veli . (5) Per entrarono.


(4) Per ritrovarono.
IN DICE
DELLA PARTE PRIMA
-east ca -

S. . Della poesia in generale Pag. 7


2. Dei vari generi di poesia,
I l
ove dell'Epopea.
Del Dramma in generale. 24
31
Della tragedia
Della commedia. 41

l
1 º.
Della lirica.
Della elegìa
Della poesia pastorale
Della satira
Dell'epigramma, del ma
56
68
74
81

drigale, e del sonetto. 87


DELLA PARTE SECONDA

S. 1 Della quantità in generale,


delle differenti specie di
piedi, e del verso esame
tro e pentametro.
2, Regole generali.
5. Regole particolari.
l
174
S. 4. Della quantità delle silla
be nel mezzo delle parole,
ossia dell'incremento. Pag. 1 o7
5. Dell'incremento nei verbi. I 16
6. Regole pelle ultime sillabe. 12 i
7. Principi della versificazione. 152
8. Osservazioni particolari
relative alla versificazione. 145
9. Della origine della lingua e
poesia italiana, delle va
rie sorte de'versi italiani,
e loro combinazione. I 56
1o. Delle licenze poetiche. 2 68

- se

º
A V V I S O
La prestezza con cui si è eseguita l'Edizione
ºa fatto scorrere degli errori tipografici. La
ºrupolosità con cui si deve agire ci obbliga ad
º8giungere un Errata completo.
-- 23 casa

E R R O R I C O R RE Z I O N I

Pag. 4 v. 2 èporta èpovo


ivi 1 1 della dalla
8
15 genere poesia genere di poesia
EO 22 leterarie letterarie
14 2 i leggitor
17
ivi
8 e gestore
2 1 o sia ossia
n.8 7 per i pei
29 24 (2) Enusclop. Encyclop.
49. 15 sopraccaricata sopraccaricato
5i
ivi
28 mezzo d' Europa mezzo di d' Europa
53 uua ll Ila
53 21 se ne si
63 5 sorse comparve
69 i sappiano sappiamo
94 23 U
152
9 typhis tiphys -

142 18 sensibili insensibili


162 Vl sì
163 23 5.° 3. •

Bayerische
Staatsbibliothek
München
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