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Introduzione

La figura di Ludwig Wittgenstein si staglia all’interno del panorama filosofico dei primi anni del Novecento,

e, in particolare, quale allievo di Gottleb Frege e Bertrand Russell, s’inserisce all’interno del dibattito nato

verso la fine dell’Ottocento tra logicisti e psicologisti rispetto al problema del fondamento delle leggi della

matematica e della logica. All’interno di questo dibattito Wittgenstein adotta primariamente una

prospettiva di tipo logicista nella sua opera “Tractatus logico-philosophicus”1, per poi adottare una

prospettiva diversa all’interno dell’opera postuma “Philosophische Untersuchungen”2. In particolare la

prospettiva logicista di Wittgenstein all’interno di TLP sarebbe stata pienamente adottata in più punti dal

manifesto del Circolo di Vienna “La concezione scientifica del mondo” e avrebbe posto i fondamenti teorici

delle tesi filosofiche che i membri del Circolo condividevano3. La produzione di Wittgenstein, sebbene

legata da queste problematiche, è particolarmente interessante dal momento che si qualifica come una

teoria semantica del linguaggio; pertanto l’argomento definito dal filosofo austriaco riguarda il linguaggio.

Ed è proprio rispetto alla sua posizione sul linguaggio che il presente saggio si vuole interrogare, e, in

particolare, si vuole argomentare come, tra la sua prima grande opera e la seconda, coincidenti con periodi

cronologici rispetto ai quali gli interpreti si riferiscono parlando di un “Primo Wittgenstein” e un “Secondo

Wittgenstein”, vi sia un forte divario, e, brevemente, come la prospettiva più pragmatica del Secondo

Wittgenstein rispetto al linguaggio si avvicini per certi aspetti alle posizioni sul linguaggio di Martin

Heidegger nell’opera “Sein und Zeit”, sebbene tali riflessioni siano frutto di due percorsi molto diversi.

1
Wittgenstein L., Tractatus logico-philosophicus, Torino, Giulio Einaudi editore, 1989. Per comodità si farà riferimento
alla dicitura TLP.
2
Wittgenstein L., Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 2009. Per comodità si farà riferimento alla dicitura PU, ovvero
Philosophische Untersuchungen.
3
Questo legame tra Circolo di Vienna e il Wittgenstein del Tractatus risulta essere molto importante poiché indice del
carattere neopositivistico dell’opera.
1. Primo Wittgenstein

L’opera “Tractatus logico-philosophicus” è la prima e unica opera che Wittgenstein abbia mai

pubblicato. Pubblicata nel 1921 con il titolo “Logisch-Philosophische Abhandlung” e poi nel 1922, sotto

consiglio di George Edward Moore, con il titolo “Tractatus logico-philosophicus”, tale opera si presenta

come il tentativo da parte di Wittgenstein di definire una teoria semantica del linguaggio che faccia

riferimento al concetto di verità; tale carattere deriva dall’apprezzamento di Wittgenstein nei confronti

dell’opera di Frege, che elogia nella prefazione. L’opera, sebbene non tratti solamente del linguaggio,

ma anche di filosofia, etica, ontologia e metafisica, all’interno di questo saggio verrà considerata

soltanto per quanto concerne ciò che riguarda la teoria del linguaggio. Per una corretta comprensione

dei cambiamenti tra il primo e il secondo Wittgenstein e le critiche di quest’ultimo al primo

Wittgenstein, verranno esposti gli aspetti fondamentali della sua teoria del linguaggio all’interno del

Tractatus. Come linee guida per la spiegazione della teoria linguistica del primo Wittgenstein verranno

adottate 7 tesi.

1. Ogni proposizione ha senso nella misura in cui o è una proposizione elementare (una presentazione

di uno stato di cose possibile) o è una proposizione complessa (una combinazione verofunzionale di

proposizioni elementari).

2. La proposizione è un’immagine della realtà.

3. Una proposizione elementare è, come un’immagine, una connessione di elementi segnici primitivi: i

nomi. Il significato di un nome altro non è che la cosa per cui esso sta.

4. Il requisito della possibilità dei segni semplici è il requisito della determinatezza del senso.

5. Se il mondo non avesse una sostanza, l’avere una proposizione senso dipenderebbe dall’essere

un’altra proposizione vera.

6. Esiste una forma generale della proposizione.

7. L’immagine (la proposizione) deve avere in comune con la realtà da essa raffigurata la forma logica.
La comprensione di queste 7 tesi ci permetterà non solo di cogliere la prospettiva di Wittgenstein, ma su di

esse verrà condotta anche l’opera di critica dello stesso Wittgenstein in “Philosophische Untersuchungen”4.

Sebbene alla seconda posizione, si comincerà nello spiegare la teoria raffigurativa, ovvero la teoria della

proposizione come immagine5. Il primo passo che Wittgenstein opera nella definizione della teoria

raffigurativa è l’interrogazione sulle caratteristiche della capacità umana di comprendere le proposizioni,

anche quelle mai espresse o mai udite6. Secondo Wittgenstein le proprietà della competenza semantica

avrebbero un loro preciso corrispettivo in analoghe proprietà della nostra capacità d’intendere le immagini,

di afferrare la situazione che l’immagine considerata rappresenta; e tale carattere della comprensione e

della competenza semantica dell’uomo che Wittgenstein afferma la teoria dell’immagine come

proposizione. Dal momento che la proposizione viene concepita come un particolare tipo di immagine, si

può procedere ad una maggiore chiarificazione dei suoi caratteri se si considera come viene concepita

l’immagine da parte di Wittgenstein. La nozione di immagine verrà chiarificata in linee generali dal

momento che la lettura stessa dei passaggi del Tractatus in cui si parla di tale tema è di difficile

interpretazione e dà luogo a difficoltà7. Se consideriamo le sezioni 2.141 e 2.15, l’immagine può essere

definita come un fatto, il quale è possibile definire come un complesso di elementi disposti in un certo

modo, un insieme di “oggetti” tra cui intercorrono determinate relazioni. Già da ciò è possibile evincere

come, innanzitutto, si faccia riferimento a due piani, quello dell’immagine e quello della realtà rispetto alla

quale l’immagine si indirizza. Con il termine oggetto si intende il sussistente, l’elemento extralinguistico

della realtà rispetto al quale l’elemento dell’immagine fa riferimento, mentre, appunto, l’elemento

4
Voltolini A., Guida alla lettura delle "Ricerche filosofiche" di Wittgenstein, Roma-Bari, Laterza,2014. Rispetto alle 7
tesi Voltolini associa alla prima TLP 2.202, 4.01, 4.031, 5, 5.2341, 6.53; alla seconda TLP 4.01; alla terza TLP 2.131, 2.14,
3.14, 3.203, 3.22; alla quarta TLP 3.23; alla quinta TLP 2.0211; alla sesta TLP 4.5, 6; alla settima TLP 2.17, 2.18, 4.12.
5
Frascola P., Il Tractatus logico-philosophicus di Wittgenstein. Introduzione alla lettura, Roma, Carocci editore, 2015.
All’interno della trattazione anche Frascola adopera lo stesso criterio in modo tale da procedere poi nella spiegazione
di concetti come stati di cose, immagine, proposizione, e poi l’atomismo logico di Wittgenstein.
6
Frascola P., S. 36.
7
Casalegno P., Filosofia del linguaggio. Un’introduzione, Roma, Carocci editore, 2018. S.77. Le complicazioni portate
avanti da Casalegno sono essenzialmente due: nell’analisi della nozione generale dell’immagine Wittgenstein fa
riferimento al carattere prima di “forma di raffigurazione” e poi di “forma logica”, concetti che si rivelano non
esattamente chiari e particolarmente astratti per convenire in un’interpretazione univoca; la seconda complicazione
riguarda il concetto di pensiero, rispetto al quale Wittgenstein si riferisce attraverso considerazioni talvolta ambigue
(TLP 4).
dell’immagine è ciò che fa riferimento all’oggetto; in altri termini l’elemento dell’immagine sta per

l’oggetto, fa le veci dell’oggetto (vertreten). Tra gli elementi dell’immagine vigono determinate relazioni

che definiscono la configurazione dell’immagine, e queste relazioni fanno riferimento a quelle degli oggetti,

ovvero le relazioni tra gli elementi dell’immagine e quelle tra gli oggetti si coordinano; il problema del

rapporto tra la natura delle relazioni tra gli elementi dell’immagine e tra gli oggetti fa riferimento al

problema della forma di raffigurazione dell’immagine, e quindi non è funzionale all’esposizione. Cosi

pertanto ad ogni elemento dell’immagine fa riferimento un oggetto della realtà, allo stesso modo ad ogni

relazione tra elementi fa riferimento una relazione tra oggetti. La funzione simbolica che possiede

l’immagine, di qualunque natura essa sia, è quella di presentare con i suoi elementi una situazione, uno

stato di cose, che può sussistere o non sussistere, concordare o non concordare con la realtà; da ciò si può

procedere, ovvero una volta compresa l’immagine, nella verifica della verità o falsità della situazione che

viene rappresentata dall’immagine. Infatti è proprio dell’immagine avere senso in quanto presenta

qualcosa, uno stato di cose possibile, e tale stato di cose corrisponde alla possibilità che gli oggetti che lo

costituiscono si combinino tra loro in modo strutturalmente identico al modo in cui sono combinati gli

elementi di un’immagine. Tale carattere permette la verifica, che costituisce ciò che gli interpreti segnalano

nell’associare la figura di Wittgenstein al Neopositivismo e al Circolo di Vienna. Si può cogliere da questo

tipo d’impostazione come la teoria di Wittgenstein assume un orizzonte non accostabile a quello filosofico,

ma di più a quello scientifico-positivo. Si deve ora procedere a tradurre i caratteri dell’immagine che sono

stati considerati rispetto al particolare caso di immagine che la proposizione costituisce. Da qui si potrà

procedere anche alla spiegazione delle altre tesi. Cosi come l’immagine si costituisce di elementi, allo stesso

modo la proposizione è costituita da elementi segnici primitivi, ovvero i nomi. Il nome ha la funzione di

ricoprire la funzione dell’oggetto, esso fa le veci dell’oggetto, e, quindi, viene definito come elemento

segnico primitivo poiché non è più scomponibile8, dal momento che il suo significato coincide con il suo

referente9. Il nome, pertanto, è quel segno semplice che presenta un significato, e con significato s’intende

8
Il nome è definibile anche “segno semplice”.
9
Voltolini A., S.22
l’oggetto che ad esso corrisponde; contrariamente alla definizioni di Frege, per Wittgenstein il nome ha un

significato, ma non un senso10. La distinzione in Wittgenstein è più chiara e tale chiarezza è da impuntare

alla netta distinzione che opera tra nomi e proposizioni, distinzione netta che Frege non aveva adottato11.

Contrariamente, invece, Wittgenstein attribuisce il senso alle proposizioni; con senso di una proposizione

s’intende lo stato di cose che essa rappresenta12. Le relazioni che intercorrono all’interno della proposizioni

tra gli elementi sono mediate dai predicati. Attraverso la combinazione di nomi e predicati è possibile

costruire una proposizione, che può essere elementare o complessa; bisogna sempre considerare che il

senso della proposizione può essere compreso nella misura in cui i nomi hanno significato. Il tipo di

approccio che Wittgenstein adotta per la comprensione è di tipo atomistico, ovvero il complesso deve

essere sempre scomposto rispetto alle parti e, a sua volta, queste parti, ridotte alla semplicità massima,

devono avere significato. Una proposizione si dice elementare quando i costituenti che la compongono non

presentano altre proposizioni, mentre complesse quando invece presentano come costituenti altre

proposizioni; in quest’ultimo caso, ovvero quelle delle proposizioni complesse, la proposizione complessa è

funzione delle proposizioni elementari che la compongono, ovvero si può procedere alla verifica della

situazione rappresentata attraverso l’analisi delle proposizioni elementari che la compongono. Esempi di

proposizioni complesse sono la congiunzione e la disgiunzione. La tesi 3 costituisce la base per la sua teoria

positiva del linguaggio che identifica linguaggio e mondo; le tesi 4 e 5 si pongono a sostegno della tesi 3 e

ciò permette di rilevare la sua importanza. La tesi 4 assume che le proposizioni del linguaggio sono

comprese senza residui, ovvero che, per quanto possano essere complicate e soggetta a delle convenzioni

che stanno alla base delle interpretazioni possibili delle proposizioni, se una proposizione viene compresa,

allora viene compresa interamente ed immediatamente. Assumendo questo come vero, il senso delle

proposizioni può essere considerato determinato. La determinatezza della proposizione deriva dal fatto che

10
Wittgenstein L., TLP 3.142, S.26.
11
Casalegno P., S.76. Frege attribuiva senso e significato a tutte le espressioni linguistiche: nomi, predicati,
proposizioni. L’attribuzione di senso e significato combinata alla sua ontologia che considerava vero e falso come
oggetti arrivò ad attribuire alla proposizione la definizione come nomi di questi oggetti a seconda che fossero veri o
falsi, ovvero se avessero significato o meno.
12
Wittgenstein L., TLP 2.221, S.21.
l’analisi semantica ha un termine ultimo, una fine nella sua analisi, che coincide con l’analisi dei nomi quali

elementi segnici primitivi. Tale determinatezza viene assunta dal primo Wittgenstein come un dato di fatto;

si vedrà che nelle Philosophische Untersuchungen non sarà così.13 La tesi 5, sempre legata alla tesi 3, è

l’unica che presenta un riferimento all’ontologia del Tractatus, ma, nonostante tale riferimento

all’ontologia, la sua giustificazione viene portata avanti sempre all’interno dell’ambito della sua teoria

semantica. L’aspetto ontologico fa riferimento sempre alla questione del nome e, in particolare, al fatto che

il correlato ontologico del nome è la semplicità dell’oggetto che viene designato. La semplicità dell’oggetto

intende l’impossibilità di un ulteriore scomponibilità in parti e quindi anche dell’inalterabilità dell’oggetto

stesso14. L’oggetto è quindi la sostanza del mondo e ciò significa che può essere definita come il materiale

da costruzione degli stati di cose15. La spiegazione semantica che vuole giustificare tale sfondo ontologico

assume un ragionamento per assurdo. Se gli oggetti non fossero semplici, ma solamente complessi, allora il

senso di una proposizione dipenderebbe dalla verità della proposizione che fa riferimento all’esistenza

dell’oggetto complesso. Infatti, se si assumesse che tale proposizione fosse falsa, essa sarebbe insensata,

poiché non farebbe riferimento ad alcunché. Inoltre è possibile scorgere anche un’altra conseguenza

insostenibile sul piano semantico: nel caso in cui si continuasse ad assumere l’ipotesi dell’oggetto come

complesso, la sensatezza della proposizione dipenderebbe da un fatto contingente, ovvero dal fatto che la

proposizione che verte sull’esistenza dell’oggetto complesso sia vera. Il problema è che la proposizione, in

quanto presenta una determinata situazione, deve avere senso nel suo atto di presentare, e non dal fatto di

descrivere come di fatto le cose stanno nel mondo. È in virtù di questa possibilità semantica che deve

essere salvata l’ipotesi che gli oggetti devono essere semplici. Per quanto concerne la tesi 6, che riguarda

l’esistenza di una forma generale della proposizione, Wittgenstein riteneva all’interno del Tractatus che

fosse possibile determinare un carattere comune che accomunasse tutte le proposizioni. Rispetto a questo

carattere comune all’interno del Tractatus, Wittgenstein fa riferimento due aspetti: uno tecnico16, per il

13
Voltolini A., S.27.
14
Voltolini A., S.28.
15
Wittgenstein L., TLP 2.02, 2.021, 2.024, 2.0271, 2.0272.
16
Wittgenstein L., TLP 6, 6.001.
quale si spiegava che ogni proposizione è o elementare o complessa; e uno più “informale”, che faceva

capo a TLP 4.5, ovvero al riferimento al carattere raffigurativo della proposizione in quanto immagine.

Wittgenstein si concentra proprio sul carattere informale per criticare la tesi dell’esistenza della forma

generale della proposizione. Il carattere specificatamente raffigurativo che investe la proposizione in

quanto immagine, legata quindi alle tesi sopra considerate, è il punto critico evidenziato da Wittgenstein

dal momento che il mancato riconoscimento della possibilità di diversi usi della proposizione, oltre a quello

descrittivo, impedisce di comprendere sia il linguaggio sia la proposizione; in virtù di tale aspetto

Wittgenstein riconosce l’impossibilità di fare riferimento ad una forma generale della proposizione. Da

notare come già il concepimento di un tipo di ragionamento che vuole pervenire a cogliere l’essenza di

qualcosa, in questo caso la proposizione, è riconducibile ad un tipo di pensiero essenzialistico e, quindi,

metafisico.

2. Secondo Wittgenstein

Sebbene non si sia ancora conclusa la discussione critica delle tesi sopra considerate, in particolare della

tesi 7, attraverso le quali si è deciso di cogliere il percorso dal “Tractatus” alle “Philosophische

Untersuchungen”, si proseguirà nell’utilizzare proprio l’ultima tesi per inoltrarsi all’interno della prospettiva

del secondo Wittgenstein. Il percorso che Wittgenstein opera nelle “Philosophische Untersuchungen” è

possibile considerarlo a partire da un elemento fondamentale che recuperiamo dalla tesi 1, ovvero la

nozione di senso. Nel “Tractatus” Wittgenstein si era fondato sulla teoria raffigurativa e sull’esistenza dei

primitivi semantici per giustificare la sensatezza delle proposizioni, ma ora, dal momento che tali

presupposti non sussistono più e che la definizione ostensiva dei nomi viene accantonata come vacua,

bisogna fare riferimento al concetto di “uso”. Le condizioni di verità, che fungevano da criterio principale

per la comprensione e la sensatezza delle proposizioni, vengono accantonate e, riconoscendo l’uso dei

nomi, il tipo di riferimento adottato da quest’ultimo diviene fondamentale. Il concetto di senso deve cosi
essere riconsiderato come comprensione delle specifiche modalità d’uso dei termini che all’interno delle

proposizioni vengono considerati. Tale presupposto permette a Wittgenstein di definire concetti

fondamentali come “regole d’uso di un termine”, “tipi categoriali” e “grammatica”. Generalmente, come si

è visto anche nel “Tractatus”, i termini vengono accomunati dal fatto di avere un riferimento e il fatto di

avere riferimenti diversi è ciò che costituisce l’appartenenza a diversi tipi di oggetti. In questo senso si può

parlare di tipi categoriali.17 E l’aspetto fondamentale che caratterizza la differenza tra i tipi categoriali

risiede nel fatto che è possibile determinare delle differenti regole d’uso di questi termini, ovvero una

differente grammatica per ciascun tipo categoriale. Da questo punto di vista, quindi, parole il cui

riferimento categoriale è diverso saranno anche diverse dal punto di vista semantico poiché appartengono

a differenti tipi linguistici. È possibile cogliere maggiormente la questione considerando ad esempio la

parola “lastra” e la lettera “D” posta come numerale: si vede come la funzione, la grammatica del termine

“lastra” e il numerale “D” sia totalmente differente e, quindi, associabile a diversi tipi categoriali poiché non

sono suscettibili della stessa regola d’uso. Lo stesso discorso si può fare con l’uso di termini dimostrativi: in

quel caso ci si trova davanti ad un termine, la cui regola d’uso prevede un riferimento spaziale come

condizione di sensatezza. Al tempo stesso questo modo di intendere il ruolo semantico della grammatica,

come insieme delle regole d’uso di una parola che ne caratterizzano il significato18, assume anche un

compito sul piano ontologico. Infatti nel momento in cui la grammatica fa riferimento al tipo di oggetti a cui

la parola si riferisce, essa ha il compito di individuare anche dei criteri d’identità tra le parole e gli oggetti a

cui si riferiscono. Wittgenstein illustra questo ruolo ontologico della grammatica attraverso

l’individuazione, attraverso le regole d’uso di un termine, le caratteristiche essenziali che appartengono ad

un oggetto nel suo ricadere sotto il concetto espresso da quel termine19. È proprio rispetto a questa

spiegazione che Wittgenstein afferma che l’essenza viene espressa dalla grammatica20. Si può così parlare

per Wittgenstein di “proposizioni grammaticali”, ovvero proposizione le quali fungono da regole sull’uso

17
Voltolini A., S.33
18
Si nota come anche la nozione di significato venga ridimensionata.
19
Voltolini A., S 35
20
Wittgenstein L., PU ¶ 371
delle espressioni da esse contenute. Un esempio che Wittgenstein porta vanti è quello dell’asta21. Data un

asta, che è un solido tridimensionale, essa non potrà non avere la proprietà della lunghezza. La

proposizione, pertanto, “ogni asta ha una lunghezza” si qualifica come grammaticale, poiché esplicita una

caratteristica essenziale che appartiene all’oggetto e che ricade nel termine “asta”. Fissato questa identità,

qualsiasi proposizione che faccia riferimento al termine “asta” che non tenga conto di questa caratteristica

essenziale predicando ciò che non gli pertiene è da ritenersi insensata. Una proposizione grammaticale è

una proposizione che fissa i confini della sensatezza dal momento che offre le regole per l’uso dei termini in

essa occorrenti. Da questa disamina emerge che la grammatica di un termine può essere intesa sia come

qualificazione di un termine come espressione di un determinato tipo categoriale e assegnazione delle

regole d’uso, sia come determinazione del tipo categoriale di riferimento del termine considerato

attraverso la fissazione di un criterio d’identità per l’oggetto che ne costituisce il referente e conseguente

individuazione delle proprietà essenziali dell’oggetto22. Quest’ultimo aspetto, che costituisce il senso

ontologico della grammatica, è fondamentale per comprendere il motivo per il quale Wittgenstein procede

alla critica della tesi 7. Nel Tractatus, secondo la tesi 7, la condizione preliminare affinché una proposizione

possa raffigurare un fatto, anteriore al rapporto diretto tra nomi della proposizione e oggetti del fatto

considerato, è costituita dalla forma logica. In virtù della forma logica le proposizioni e i fatti condividono la

possibilità che gli elementi che li costituiscono, nomi e oggetti, hanno di combinarsi come si combinano

effettivamente nella proposizione e nel fatto23. Pertanto la forma logica di un fatto dipende dalle proprietà

formali degli oggetti considerati, e, quindi, dal campo delle combinazioni possibili che ciascun oggetto ha

come propria caratteristica24. Rispetto al concetto di forma logica, quindi, i nomi si limitano semplicemente

a rispecchiare le capacità formali degli oggetti per cui stanno. Nelle “Philosophische Untersuchungen” il

discorso è diverso. Non solo Wittgenstein ha ripudiato gli aspetti fondamentali del Tractatus, come

abbiamo visto nel capitolo 1, ma definisce non sostenibile la tesi dell’identità della forma logica tra fatto e

21
Wittgenstein L., PU ¶ 251
22
Voltolini A., S. 36
23
Voltolini A., S. 37
24
Wittgenstein L., TLP 2.013, 2.01231, 2.0141.
proposizione. Il motivo è da ricondurre al fatto che per il secondo Wittgenstein la grammatica di

un’espressione nominale non si dà più una volta che siano state date le proprietà dell’oggetto che il nome

media, dal momento che non è possibile stabilire queste proprietà se si prescinde dalla fissazione della

grammatica di un’espressione. In sostanza, non si può parlare delle possibili combinazioni di un oggetto se

non si individuano le regole grammaticali d’uso del termine considerato25. Al concetto di grammatica si

connette il problema di aver smantellato il puro realismo del “Tractatus”. Infatti era possibile individuare

all’interno del Tractatus un’impalcatura che stabiliva un ponte tra linguaggio e realtà, e che, soprattutto,

dava a quest’ultima il chiaro aspetto di essere indipendente. Nelle “Philosophische Untersuchungen”

Wittgenstein è costretto a rivalutare anche questo problema e la soluzione è portata avanti attraverso la

definizione di due concetti fondamentali: “gioco linguistico” e “forma di vita”. In primo luogo si può dire

che il legame che intercorre tra grammatica e gioco linguistico è da individuare nel problema sopra citato e,

in merito a ciò, Wittgenstein non definisce la grammatica come un sistema convenzionale puramente

arbitrario, ma piuttosto la grammatica consegue alla natura di chi si attiene ad essa26. Con ciò si vuole

intendere che il gioco linguistico e la forma di vita rispetto alla grammatica vanno a definire un contesto,

uno spazio linguistico all’interno del quale agiscono dei parlanti, i quali non sono disincarnati, ma agiscono

nel mondo. La soluzione al problema portato avanti dal cadere del realismo del Tractatus si risolve più o

meno in questi termini. Con ciò non si è ancora spiegato però in cosa consistano i due concetti sopra

menzionati. Il gioco linguistico non viene definito in maniera precisa da parte di Wittgenstein, ma è

desumibile solo attraverso gli esempi che il filosofo porta avanti. Wittgenstein qualifica come giochi

linguistici le differenti modalità d’uso di una stessa proposizione, sia nel caso in cui sia una proposizione

descrittiva che non descrittiva, e anche i differenti modi attraverso cui vengono utilizzate le parole sono

qualificabili come giochi linguistici. La conclusione a cui arriva Wittgenstein nel classificare la diversità di usi

del linguaggio come diversità dei giochi linguistici aiuta ad una maggiore comprensione del linguaggio. Il

gioco linguistico, infatti, attraverso questa prospettiva, comporta un’attenzione rispetto al lato pragmatico

25
Voltolini A., S. 37.
26
Voltolini A., S. 39
del linguaggio27. È nel paragrafo 23 che Wittgenstein, oltre a nominare sia la nozione di gioco linguistico che

quella di forma di vita, ci presenta la soluzione al problema della caduta del realismo, su cui si è discusso

sopra. Nella prospettiva pragmatica, in cui l’uso del linguaggio allude ad un contesto sociale definito da

determinate attività e consuetudini, è possibile individuare due sensi del linguaggio, uno debole e uno

forte. Il senso debole fa riferimento alla necessità nell’uso del linguaggio di fare riferimento quale

presupposto a delle attività esterne all’ambito del linguaggio, extra-linguistiche; tale aspetto è un altro

punto che definisce all’interno delle Philosophische Untersuchungen una connessione tra linguaggio e

realtà. Il senso forte, invece, fa riferimento a due aspetti: che i giochi linguistici siano articolazione di

reazioni pre-linguistiche, e che i giochi linguistici si formano costantemente e si costituiscono

dipendentemente da un determinato contesto, fissandosi cosi come nuova regola per una comunità.

3. Heidegger e Wittgenstein: un breve confronto

In definitiva sono stati considerati gli aspetti fondamentali delle “Philosophische Untersuchungen” che si

distanziano fortemente dalla prospettiva del “Tractatus”28, ma all’interno di questo percorso non bisogna

escludere che non ci siano segni di continuità. Infatti, ad esempio, permane la visione di Wittgenstein

rispetto alla filosofia come non capace di risolvere i problemi insolubili dell’etica, della religione, e della

metafisica, così come era stato affermato all’interno del “Tractatus”. Ciò che interessa quest’ultimo

capitolo di quest’argomentazione è però, non un’analisi degli aspetti di continuità tra il primo e il secondo

Wittgenstein, ma considerare rispetto al concetto di “uso” le posizioni di Wittgenstein e Martin Heidegger,

ed indagare la genesi dei percorsi che hanno portato questi due filosofi a fare riferimento a tale concetto.

Per quanto riguarda la figura di Ludwig Wittgenstein, si è visto che il percorso è stato molto lungo e

travagliato. Wittgenstein pubblicò solamente il primo dei due lavori considerati, a testimonianza

27
Wittgenstein L., PU ¶ 23.
28
Gli aspetti considerati sono stati quelli più pertinenti alla discussione delle 7 tesi considerate e non esauriscono
certamente il contenuto di tutta la seconda grande opera di Wittgenstein.
dell’enorme lavoro portato avanti per il secondo e la sua insoddisfazione per quest’ultimo, che non lo

ritenne degno di essere pubblicato quando era ancora in vita; un’insoddisfazione che nasce dal non aver

ancora concluso il suo lavoro. Infatti, le “Philosophische Untersuchungen” furono pubblicate postume dai

suoi allievi Anscombe e Rhees nel 195329. Il cambiamento della prospettiva di Wittgenstein è riassumibile

nel passaggio tra due poli: il primo, che fa capo al “Tractatus”, in cui, quale discepolo di Frege e Russell,

Wittgenstein mira ad un linguaggio logicamente perfetto e che esprime nei termini di isomorfismo rispetto

alla realtà; mentre il secondo, che fa capo alle “Philosophische Untersuchungen”, in cui l’abbandono del

linguaggio perfetto si affaccia nell’interesse al linguaggio quotidiano, comune, cosicché il linguaggio viene

riferito ad un sistema di segno al cui interno si fa capo a regole e relazioni che appartengono ad un contesto

linguistico condiviso. Ed è proprio il concetto di “uso” che segna il passaggio tra le due prospettive. Il

concetto di uso in Wittgenstein presuppone numerosi cambiamenti e nuovi aspetti: le nozioni di senso e

significato vengono ridimensionate e, di conseguenza, anche quella di proposizione; l’isomorfismo tra

linguaggio e realtà viene abbandonato cosicché si crea il problema della ridefinizione del rapporto tra

linguaggio e realtà; e, in ultima istanza, il concetto di uso spinge Wittgenstein alla chiarificazione del nuovo

senso delle parole “grammatica”, “forma di vita”, “gioco linguistico”. Il punto cruciale che si intende

sottolineare è proprio il secondo punto, ovvero il problema tra linguaggio e realtà, che Wittgenstein risolve

ancorando il linguaggio a motivi pratici, ma soprattutto al concetto di forma di vita e comunità umane.

Sebbene l’origine di tale percorso in Wittgenstein abbia seguito un andamento poco incline al filosofeggiare

di figure come Friedrich Nietzsche o, per l’appunto, Martin Heidegger, cionondimeno la conclusione della

sua prospettiva sul linguaggio riconosce l’importanza dell’immanenza e della pragmaticità, ancorando il

linguaggio all’uomo, riconoscendo l’importanza del contesto extralinguistico. Il percorso che, invece, viene

portato da Martin Heidegger è molto diverso. Sebbene fosse stato allievo di Edmund Husserl, il quale

anch’egli si pronunciò all’interno del dibattito tra logicisti e psicologisti con una delle prime opere, ovvero

“Logische Untersuchungen”, Heidegger adottò la fenomenologia come metodo e all’interno di “Sein und

29
Voltolini A., S.7.
Zeit” (1927) adotta una prospettiva sul linguaggio che, per quanto non sia propriamente esplicitata, si basa

sul concetto di “Zuhandenheit”. L’argomentazione heideggeriana del linguaggio comprende 4 paragrafi30 ed

è precedente alla definizione di quegli stessi presupposti che, in altri termini, Wittgenstein aveva adottato,

ovvero quello di contesto extralinguistico e di Zuhandeheit. In termini heideggeriani il contesto

extralinguistico e il rapporto del soggetto incarnato con esso è tradotto dal concetto di Dasein, la cui analisi

presuppone i concetti di mondo, di esistenza nel mondo e di cura verso il mondo. Non ci si dilungherà a

spiegare dettagliatamente questi aspetti, ma si tratteranno brevemente nella misura in cui stabiliscono

degli aspetti comuni con la prospettiva del secondo Wittgenstein. L’aspetto fondamentale del Dasein che

Heidegger porta avanti nel combattere una lunga tradizione filosofica è il carattere dell’immanenza. Il fatto

che il termine “Dasein” sia composto dall’avverbio “da” che, in lingua tedesca, intende una determinata

collocazione spazio-temporale è estremamente importante poiché ancora il soggetto all’interno di una

realtà sempre in movimento e con la quale continuamente si relaziona, si prende cura. La relazione che das

Dasein assume nei confronti del mondo che lo circonda e delle cose che compongono il mondo viene

definito col termine “Zuhandenheit”, ovvero nell’accezione di avere a portata di mano. Il rapporto

originario che instaura cosi das Dasein con l’esterno nei termini di “Zuhandenheit” presenta anche un

aspetto simbolico, ed è proprio rispetto a quest’ultimo che interviene il linguaggio. La questione del

linguaggio si innesta sul problema della vita autentica ed inautentica attraverso i concetti di comprensione

e conoscenza, che fanno capo rispettivamente all’interpretazione e all’enunciato. Brevemente:

l’interpretazione riconosce il rapporto originario con le cose della Zuhandenheit e fa emergere la possibilità

di indicare la struttura della parola come “qualcosa in quanto qualcosa”; mentre l’enunciato fa riferimento

al modo di procedere della tradizione filosofica che assume la possibilità di cogliere caratteri immutabili

nelle cose e nel mondo che un soggetto privo di presupposti deve svelare. Secondo la conoscenza, e

l’intendere secondo enunciato, non vengono riconosciute gli aspetti essenziali del soggetto inteso come

Dasein.

30
Martin Heidegger, Essere e tempo, Übersetz. von A. Marini, Milano, Mondadori, 2001. I paragrafi in questione sono:
31, 32, 33, 34.
Conclusione

Il confronto tra Heidegger e Wittgenstein, che si situa in specifici momenti del loro itinerario filosofico,

mostra maggiormente quanto la prospettiva di Wittgenstein possa essere letta in maniera immanente, e, in

particolare, la cosa più interessata da notare risiede nell’evoluzione del percorso di Wittgenstein, che

proveniva da una prospettiva completamente diversa, figlia dei suoi maestri. Essenziale rispetto a ciò è

pertanto seguire quale siano stati gli aspetti che hanno portato Wittgenstein ad una prospettiva più

immanente, e, proprio a questo proposito, che è stato necessario cogliere gli aspetti fondamentali che

intercorrono il primo e il secondo Wittgenstein, che sono stati considerati secondo determinate direttrici.

In conclusione si può affermare come, anche se formatosi inizialmente all’interno di un clima differente da

quello di Heidegger, Wittgenstein s’inserisce all’interno della lista dei filosofi che riconsiderano la figura del

soggetto come incarnato e guardano al mondo in maniera circolare, nel senso di un continuo rapporto tra

uomo e mondo che costantemente si articola attraverso il linguaggio.