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La nazionalizzazione delle masse (George L.

Mosse)

A partire dalla fine del '700 si può dire abbia preso corpo una vera e propria nazionalizzazione delle masse,
vale a dire la fusione dei valori e degli ideali nazionali in un sistema comune alla maggioranza delle classi
medie e in grado di poter coinvolgere e influenzare anche le masse popolari. In quanto movimento e
democrazia di massa, il fascismo aveva una lunga storia alle spalle; se si vuole comprendere il fascismo e il
consenso da esso raccolto bisogna risalire a dei precedenti. Furono i miti e i culti dei movimenti di massa a
dare al fascismo una base dalla quale operare e lo misero in grado di rappresentare un'alternativa alla
democrazia parlamentare. Inoltre, il nazionalsocialismo fece suoi la nuova politica e gran parte del
patrimonio nazionale: infatti, Hitler si trovò ad agire all'interno di una realtà caratterizzata da un culto
nazionale e di uno stile politico, già maturi e autonomi.
Una conseguenza dell'industrializzazione europea fu la creazione dell'uomo-massa; miti e simboli hanno
fornito il più efficace strumento di disumanizzazione. Malgrado ciò gli uomini hanno visto nel dramma della
politica, nei suoi miti e simboli l'esaudimento delle loro aspirazioni per un mondo migliore.
La creazione di uno stile fascista fu il momento culminante di una nuova politica fondata sull'idea di
sovranità popolare, sorta nel XVIII. Il concetto di sovranità trovò una definizione più precisa con quello che
Rousseau chiamò volontà generale, che si realizza solo quando tutto il popolo agisce come se fosse riunito
in assemblea e quando si manifesta il carattere dell'uomo in quanto cittadino. Il culto del popolo per se
stesso divenne una sorta di religione laica e la nuova politica si prefisse il compito di dare forma e di
regolare questo culto. Il concetto di volontà generale portò alla creazione dei miti e dei loro simboli e la
nuova politica cercò di spingere il popolo a partecipare attivamente alla mistica nazionale attraverso riti e
cerimonie, miti e simboli. La folla incomposta del popolo divenne grazie alla mistica nazionale, un
movimento di massa concorde nella fede dell'unità popolare.
I miti avevano come obiettivo quello di unificare il mondo e restaurare nella nazione un nuovo senso di
comunione. Questi miti non rimanevano staccati dalla realtà ma diventavano operanti con l'uso dei simboli,
che erano le oggettivazioni visibili dei miti. I simboli davano al popolo un'identità.
Il dover coinvolgere le masse costrinse la politica a farsi dramma, basandosi su miti e sui loro simboli, e
questo dramma acquistava coerenza grazie ad un preesistente ideale di bellezza. L'analisi di Le Bon fu
decisiva sia per Hitler sia per Mussolini poiché egli riteneva che la politica fosse un dramma, nel cui ambito
si compivano riti liturgici. L'Italia fascista ebbe le sue cerimonie e i suoi simboli ma Mussolini non attribuì
loro l'importanza che dava Hitler.
L'estetica della politica servì a saldare insieme miti, simboli e sentimenti delle masse: fu il senso della
bellezza e della forma che fissò il carattere del nuovo stile politico. I brutti scopi erano celati sotto la
maschera dell'attrazione esercitata dalla nuova politica, dalla sua efficacia nel sedurre sogni e aspettative:
una bellezza idealizzata dava sostanza al mondo di felicità e ordine.
Il culto, per i miti ricchi di significato politico, si fondava sulla loro eccezionalità, sul fatto che si ponevano
fuori dell'ordinario corso della storia e potevano essere compresi solo da coloro che erano disposti a
difenderli. Il desiderio d'esperienze diverse da quelle offerte dalla vita quotidiana, d'esperienze esaltanti è
alla base di tutti i culti.
Alcuni simboli contribuirono a condizionare la popolazione alla nuova politica e non si trattò solo di
bandiere e canzoni ma di monumenti di pietra. I primi monumenti erano semplici statue e il loro simbolismo
risiedeva nelle espressioni dei volti o nell'abbigliamento. Alla fine del XVIII, il monumento nazionale divenne
il mezzo d'autoespressione nazionale per radicare i miti e i simboli nazionali nell'autocoscienza del popolo. Il
monumento poteva rappresentare il patriottismo di un partito ma doveva ispirare l'intera popolazione,
sollevando ogni singolo uomo al di sopra dell'ordinario corso della vita. Il monumento nazionale e lo spazio
sacro costituirono lo scenario di molte cerimonie pubbliche, che si dimostrarono essenziali per il nuovo stile
politico del nazionalsocialismo. Il più importante di questi monumenti è il Walhalla, a Ratisbona, edificato
tra il 1830 e il 1842.
Le feste erano culti pubblici il cui fine era quello di rendere gli uomini più virtuosi. In questo caso la virtù era
identificata con l'amore per la patria, personificata grazie ai simboli della virtù connaturata nel popolo. Le
feste dovevano essere occasioni per innalzare l'uomo sopra l'isolamento della vita quotidiana, ma dovevano
anche ricorrere con regolarità per dare un senso d'ordine.
Durante il XIX, le feste nazionali vissero in stretta connessione con la tradizione cristiana perché accolsero
alcuni elementi della sua liturgia e perché parteciparono della stessa pratica di preghiera e di servizio divino.
Dalla cerimonia nazionalsocialista scomparve la confessione dei peccati e al suo posto furono introdotte
simbologie costituite delle parole del Führer: volk, sangue, razza. Ciononostante i nazisti mirarono a
distinguere le proprie feste da quelle cristiane, anche se i culti nazionali non riuscirono a nascondere le
proprie origini radicate nella tradizione cristiana poiché le affinità con l'usanza cristiana furono evidenti
anche quando alla fine la festa divenne autonoma e si spezzò il tradizionale legame tra culto nazionale e
cristiano.
All'inizio del XIX il contenuto nazionale delle feste aveva cominciato ad affermarsi mediante l'uso di un
proprio simbolismo: si trattava di appelli al passato germanico e a ricordi storici che si supponeva fossero
radicati nell'anima popolare. Le feste erano pervase da un senso di continuità storica, dalla sensazione in
ognuno d'essere parte di un complesso organico. Il raggiungimento dell'unità nazionale nel 1871 suscitò un
grave problema per la continuità del culto nazionale perché ora le feste erano organizzate dalle autorità
costituite e non potevano più svilupparsi grazie a speranze irrealizzate. Le cerimonie più importanti erano
trasmesse per radio e in ogni località le organizzazioni di partito davano delle imitazioni di quella principale
che si svolgeva a Monaco, nella tarda serata: bandiere, fiamme sacre, discorsi, cori e il giuramento
pronunciato da tutti i presenti erano avvolti in un'oscurità, illuminata solo da sensazionali effetti di luce. Le
feste erano organizzate per rafforzare l'ordine e il decoro; esse dovevano affermare il tradizionale modo di
vita. Non si potevano però creare artificiosamente delle feste in funzione dell'impegno programmato di
raccogliere l'intero popolo intorno alle autorità costituite. Una vera spontaneità non si raggiunge mai perché
queste feste sono tutte pianificate ma l'illusione creata dalla spontaneità infonde loro un significato più
profondo.

Nel Mein Kampf, Hitler rende omaggio al dottor Karl Lueger, sindaco di Vienna dal 1897 al 1910. Il leader
viennese si vedeva come un generale di un esercito popolare, ed effettivamente nacque un culto per Lueger.
Egli organizzava i suoi seguaci con continui cicli di riunioni che assumevano l'aspetto di feste popolari, e in
cui erano presenti simboli vivi e morti, e il simbolo vivente era lo stesso Lueger. Le critiche di Hitler, rivolte al
movimento di Lueger, si soffermavano sul fatto che questo non era riuscito ad indicare un unico e chiaro
obiettivo, in pratica, secondo Hitler, mancava di una vera teoria razzista. L'antisemitismo di Lueger, pensava
Hitler, sebbene si muovesse nella direzione giusta, era troppo ambiguo per esercitare un'influenza
determinante sulle masse. Lueger rimaneva al di sopra delle masse, non era un vero conduttore di folle, un
duce che fa parte integrante delle masse e che si pone come simbolo vivente. Egli non si trovò ad agire
all'interno di un culto nazionale giunto a piena maturazione, come invece accadde più tardi a Hitler e con
pieno successo. L'altro movimento di massa austriaco, al quale Hitler s'interessò, fu quello di Schönerer e
dei suoi pangermanisti. Questi riuscirono ad attirare l'interesse delle masse con una costante attività
agitatoria, ma rimasero sempre un gruppo marginale. Hitler approvava il loro nazionalismo ed
antisemitismo, ma questo movimento non poteva essere preso come modello per un culto perché
Schönerer era troppo vanitoso ed incostante per permettere che qualcosa mettesse in ombra la sua
persona, o per riuscire a far affermare un rituale nazionale. A Vienna, Hitler assorbì quei gusti classici che
ebbero una parte così cospicua nel culto nazionale e questo gusto conservatore determinò tutti i suoi
atteggiamenti verso la vita. Tutto ciò contribuisce a spiegare il suo attaccamento alle tradizioni sociali e alla
mistica völkisch. Egli pensava che i riti nazionali dovessero avvenire nel centro della città, poiché
probabilmente aveva presente l'esempio del Foro romano. Il rito di venerazione per la nazione divenne
parte del suo mondo pubblico, mentre l'elemento occultistico e razzista rimase circoscritto al mondo privato
di Hitler, che egli tenne celato al pubblico o al quale cercò almeno di dare un'apparenza rispettabile
pubblicamente. Il suo manicheismo s'incentrava sull'opposizione dell'ariano con l'ebreo, ma
quest'atteggiamento non fu introdotto nella liturgia tranne che sotto forma di culto per lo stereotipo ariano
e d'attacchi, nei discorsi, contro gli ebrei. È indubbio che la fede nutrita da Hitler per le forze occulte avesse
rinvigorito il suo modo di vedere il mondo. La rivoluzione di Hitler era invertita, che non comportava
cambiamenti in campo sociale ed economico, ma che voleva operare una restaurazione del mondo. Il
nemico non era una classe sociale ma l'ebreo, simbolo del principio malefico della modernità. L'ebreo come
nemico era una forza occulta, che doveva essere combattuta con tutti i mezzi possibili, ma sempre in nome
dell'ordine. Hitler non fece partecipe nessuno della sua scienza segreta, imitandosi al massimo a parlarne
con i suoi intimi; essa affiorava, nei discorsi pubblici, solo quando gli serviva per descrivere la forza
demoniaca dell'ebreo, senza turbare in alcun modo la serenità dei simboli buoni della fede. Hitler riteneva
che la liturgia sarebbe stata in grado di assicurare continuità al sistema politico. Hitler era lui stesso un
simbolo vivente che poteva essere in comunione con gli altri simboli. Ma come simbolo egli faceva parte di
una totalità e non si poneva al di fuori di essa. Persino l'uniforme da lui indossata caratterizzava la semplicità
e l'evidenza che ogni simbolo deve avere. Una delle più radicate convinzioni di Hitler fu che l'educazione
delle masse al nazionalismo potesse avvenire solo creando un clima culturale, basato sul concetto di razza
ariana, rendendo partecipe il popolo dei beni culturali della nazione e creando un nuovo tipo d'uomo.

L'ideologia nazional-patriottica era la soluzione alla crisi del pensiero e della politica.
Il movimento nazional-patriottico sorge come reazione al progresso e alla società borghese, al fine di
promuovere una rinascita spirituale del Volk tedesco. I giovani, in prima linea nella lotta per l'unificazione,
furono molto influenzati dal nazionalismo e dagli ideali völkisch come soluzione alla crisi dei valori.

La gioventù tedesca era stata in prima linea nella lotta per l'unificazione; e, fin dall'inizio del XIX secolo, la
causa dell'unità nazionale aveva suscitato l'entusiasmo dei giovani. Agli occhi di molti giovani nazionalismo
del genere sembrava offrire l'unica adeguata soluzione ai tanti problemi sociali ed economici. La loro
delusione per i risultati della tanto attesa unità, sommandosi agli effetti della rivoluzione industriale, aveva
per conseguenza l'aspirazione ad una più genuina fusione del Volk. Mossi dall'impazienza tipica dell'età i
giovani divennero l'avanguardia di una rivoluzione prettamente germanica e le autorità scolastiche non
perdettero occasione per favorire questa presunta soluzione della crisi del pensiero tedesco. Dopo il 1918 il
Movimento giovanile proseguì i tentativi da esso iniziati nel periodo prebellico, andando alla ricerca di
nuove forme sociali e politiche che, a suo giudizio, meglio corrispondessero alle aspirazioni pangermaniche.
Si trattava di un movimento prettamente tedesco, di un vero microcosmo della vera Germania che, a partire
dai primi anni del 1900, seppe accaparrare la fantasia e la dedizione dei giovani, lungo un arco di sviluppo
cui mise termine la conquista nazista del potere. Se dapprima i giovani si erano radunati al semplice scopo
di compiere escursioni in campagna, ben presto le loro attività si caricarono di sottintesi ideologici:
ricostruire il Volk secondo principi più genuini e naturali di quelli del modernismo. Notevole era
l'ascendente del movimento, sia tra gli insegnanti che tra gli studenti.