Sei sulla pagina 1di 55

I testi sono tratti da

'
Pensées '
'

Traduzione di Ferruccio Masini


Prefazione di Alessandro Arbo
l
l
l

BLAISE PASCAL
MISERIA DELL'UOMO SENZA DIO
'
l

l
DELLA NECESSITÀ DELLA
l
SCO SSA
''
'l
'
'

l
' '
l
- '

Copyright© 1994 by Edizioni Studio Tesi srl


Via Cairoli, l - 33170 Pordenone
ISBN 88-7692-355-1
l'edizione settembre 1994 Edizioni Studio Tesi

l '
,,
''i
''

PREFAZIONE

l'
l
,l
'

l
'


'
'
l

l
l
l
l
La matematica, la fisica e, infine, Dio. Ma non può es-
l serci proporzione tra Dio e la vita di un uomo, tra il tutto
'
e il nulla. Questo riconoscimento aveva portato Pa-
i sca!, uomo di scienza e di fede, a mettersi in gioco in
''

'
pochi decisivi istanti. Nasceva con lui l'arte della per-
' suasione, con un esempio chiaro e avvincente, quello di
una vita che sembra tutta concentrata in un punto, gio-
cata in un lancio di dadi, con la forza persuasiva di una
scommessa.
Blaise Pasca! nacque a Clennont, nella regione dell'Au-
vergne, il19 giugno 1623. Orfano di madre a soli tre anni,
venne educato assieme alle sorelle Gilberte e Jacqueline
'
'l dal padre Étienne, un magistrato della Cour des Aides di
l Montferrand, appassionato cultore di fisica e di matema-
- !
i' tica. Di costituzione debole, Blaise dimostrava un precoce
'l talento per le materie scientifiche. n padre incominciò a
l portarlo con sé alle riunioni del circolo parigino di Marin
l Mersenne, un sodalizio frequentato dai più importanti
'
'
matematici del tempo, dove i rapidissimi progressi negli
'l'
l
studi gli fecero guadagnare la fama dell' en/ant prodige: a
l' dodici anni scopriva da solo la geometria euclidea; nel
' l
' 1640 pubblicava un saggio di geometria proiettiva sulle
coniche; nel 1642, per aiutare il padre che era stato tra-
sferito a Rouen dal cardinale Richelieu come esattore
' l

. '
'
VII
''

'
l !
ddle tasse, inventò e fece costruire una macchina calcola- •
co» inestinguibile finì per tramutarsi in trepide espres-
trice. Avendo sentito parlare degli esperimenti di Torri-.

' sioni di preghiera e «pianti di gioia~. Era la scommessa di


celli, incominciò a svolgere delle ricerche nel campo del- una vita nuova. Da quel momento avrebbe vissuto con
la fisica che lo portarono a sostenere l'esistenza del vuo- animo sereno e commosso, frenando l'orgoglio intellet-
to: una tesi coraggiosa, in aperto contrasto con l' aristote- l tuale, in «una rinuncia totale e dolce», basata, come an-
lismo, il pensiero della scolastica e la filosofia di Cartesio. notò nel foglio di un memoriale che avrebbe sempre por-
Nel1646, seguendo i consigli dei fratelli Deschamps, tato con sé (gli fu trovato addosso, cucito nel risvolto del
due nobili che si erano presi cura del padre durante una giustacuore, sul letto di morte), sulla fede nel Dio di
sua convalesçenza, la famiglia Pascal abbracciava gli Abramo, Isacco e Giacobbe, sull'esempio di Cristo.
ideali etici e religiosi del giansenismo. n movimento era •

Nel gennaio del1655 si ritirava in una cella dei "solita-
nato qualche anno prima ispirandosi all'esempio del ve- ri" del monastero di Port-Royal-des-Champs, nei pressi
scovo di Ypres, Cornelis Jansen, autore dell'Augustinus di Versailles. Oltre a occuparsi assieme all'amico Roan-
(1641), un'opera che mirava a opporre allassismo dei ge- nez della bnnifica delle paludi nel Poitou, incominciò a
suiti il recupero di una fede più austera, basata sulla dot- dedicarsi allo studio di problemi teologici. Per i gianseni-
trina agostiniana della grazia. La conversione fu condivi- sti non correvano tempi facili: nel1653 una bolla di In-
l nocenzo X aveva messo al bando cinque proposizioni
sa dal padre, dalla sorella Gilberte, dal cognato Périer e so- l

prattutto dalla sorellaJacqueline; per Blaise rappresentò dell'Augustinus, giudicandole eretiche; nel gennaio del
il primo riconoscimento dei valori spirituali e dell'eserci- 1656, il teologo Antoine Arnauld veniva minacciato di
zio delle pratiche della fede. Proseguiva intanto l'attività censura dai dottori della Sorbona, la facoltà di Parigi di
scientifica e gli studi, ostacolati dalle malferme condizio- cui era membro. Pur svolgendosi sul terreno dogmatico,
ni di salute (forti attacchi di cefalea, dolori di stomaco e lo scontro vedeva contrapporsi soprattutto due diversi

paralisi alle gambe). Su consiglio dei medici, nel1647 si l• modi d'intendere l'esperienza religiosa. Entrambi i movi-

recò a Parigi assieme alla sorella, per trascorrervi un pe- ''• menti riconoscevano infatti l'autorità della Chiesa: ma
riodo di riposo. A settembre dello stesso anno, costretto mentre i gesuiti, e in particolare i seguaci dello spagnolo
a letto dalla malattia, ricevette due visite di Cartesio; ma il Molina, tendevano ad accomodare la cultura religiosa ai
il celebre filosofo non trasse un'impressione favorevole costumi del tempo, i giansenisti miravano a promuovere
dall'incontro. Ima rifonna del cristianesimo in senso rigoristico. Inter-
'• pellato dagli amici, Pascal segul il processo di Arnauld.
La morte del padre (1651) e la decisione diJacqueline
di farsi monaca gettarono Pascal in uno stato di scon- Sotto falso nome prese alloggio al "Re David", proprio di
solata solitudine. Per alcuni anni si abbandonò alle «/o- i fronte al collegio gesuita di Clennont e, sulla base di ap-
lies et amusements du monde», intensificando contempo- l punti forniti da Nicole e dallo stesso Arnauld, incomin-
raneamente l'attività di ricerca. In questo periodo matu- l.l ciò a redigere alcune lettere.
rò una profonda crisi interiore, che giunse a una im- In fatto di teologia, Pascal era poco più che un esor-
provvisa svolta il23 novembre 1654. Quella notte, Pascal die~te. n dono dell'intelligenza e un ostinato rigore ndla
ebbe un'illuminazione religiosa. L'impressione di un «fuo- •


scnttura gli vennero in aiuto. Scrisse e riscrisse quelle let-

VITI IX

• •
l
• •
tere più volte, sforzandosi di trovare parole vere ed es- rappresentare la grande summa della riflessione rdigiosa
senziali. Ne uscì un'opera originalissima: pervasa di spi- e filosofica di Pasca!, è stata tentata sulla base dei più sva-
gliatezza e di ironia, ma anche di una fine e stringatissima riati criteri filologici: cercando di rispettare l'ordine (o il
dialettica, capace di spiazzare con semplicità le contorsioni disordine) autografo con cui l'autore aveva lasciato i fram-
e le acrobazie sillogistiche di scuola gesuitica. Le diciotto '
menti alla sua morte, ricostruendo il piano originario a
«[Jetttes lettre!i'l>, raccolte nd 1657 in un volume dal titolo '
partire dallo schema della conferenza del1658 (di fatto,
Lettres de Louis de Monta/te à un Provindal de ses amis et l'unica testimonianza dell'daborazione di un disegno ge-
aux RR. PP. Jésuites sur la morale et la politique de ces Pé- nerale, benché provvisorio), ovvero raggruppandoli se-
res, più note come Pro'Vinciales, sarebbero divenute uno condo un criterio logico e sistematico. Quest'ultimo obiet-
dei capolavori della letteratura classica francese, il mo- tivo ha ispirato l'edizione, poi divenuta classica, di Léon
dello per eccellenza del genere del pamphlet. Brunschvicg (seguita anche daJacques Chevalier e altri),
Mentre proseguiva l'attività scientifica dedicandosi in a cui si riferisce anche la presente raccolta.
particolare alla soluzione del problema matematico della l Nell'operare una scelta, rinunciando all'intento di com-
cicloide, Pasca! pubblicò altri lavori teologici. Andava pendiare l'intero profilo attraverso l'estrapolazione di fram-
maturando nel frattempo l'ambizioso progetto di esten- menti tra loro distanti o difficilmente collegabili, si è pre-
dere queste riflessioni fino alla composizione di una Apo- ferito isolare due nuclei tematici congiunti e idealmente
logia della religione cristiana. L'opera lo assorbì intera- progressivi, così da perseguire una maggiore organicità.
mente: su centinaia di foglietti stese abbozzi, pensieri, E lo schema presentato nel primo frammento (corrispon-
schemi, annotazioni. Ma la stesura definitiva fu ostacola- dente al n. 60 dell'edizione Brunschvicg) a suggerirci il pun-
ta dalle gravi condizioni di salute. In una conferenza dd to in cui collocare questi pensieri nell'ambito complessivo
maggio (o forse ottobre-no..,embre) 1658 riuscì a presen- dell'opera. Essi rappresentano l'ipotetica articolazione
tare il disegno generale dell'opera ai Messieurs di Port- iniziale, propedeutica al discorso apologetico vero e pro-
Royal. Nel frattempo, l'inasprirsi della disputa teologica prio: dalla miseria dell'uomo, attraverso il peso insosteni-
dottrinale aveva portato alla chiusura delle petites écoles. bile delle sue debolezze, fino alla necessità della scom-
Nell'ottobre dd 1661 moriva la sorellaJacqueline. L'an- messa.
no seguente, per l'aggravarsi delle condizioni fisiche, Pa- Il compito scientifico di attenersi scrupolosamente ai
sca! venne trasferito a Parigi, presso la sorella Gilberte. l
' fatti e la più ampia necessità di raccogliere un'esperien-
Dopo aver redatto il testamento, morl il 19 agosto del 'i za umana e religiosa che non si lascia ridurre all'esprit
l
1662. Fu sepolto nella chiesa parrocchiale di Saint-Étien- i de geometrie si tramutano, nel caso dei Pensieri, in un
ne-du-Mont. Sette anni dopo gli amici raccolsero i ma-
teriali inediti e li pubblicarono con il titolo di Pensées d~
l filosofare che, nella frammentarietà e nella quotidianità
del lessico, non rinuncia a una tensione dialettica incal-
M. Pasca! sur la Religion et sur que/ques autres sujets. zante. Dietro alla semplicità della parola preme un ragio-
' l
n~ento essenziale. Eil tracciato di una teoria degli ordì-
ll m, portato a dilatare strategicamente la distanza tra due
La ricostruzione di quest'opera, che avrebbe dovuto ' tesi contrapposte, per evidenziare la loro contradditto-
i
''

x XI

j
rietà, rendendo così necessaria la determinazione di un .
parole asciutte, leggere e taglienti, che sembrano portarsi
nuovo piano dell'argomentazione. '' addosso un senso di vuoto, forse l'ombra cupa di quell'an-
Gli estremi fùosofici nei quali si polarizza l'orizzonte goscioso silenzio che ne ha accompagnato l'origine. L'ef-
speculativo di Pascal sono il pirronismo e lo stoicismo fetto che ne deriva è devastante, quasi terroristico. In una
dogmatico. n punto di vista della scepsi rappresenta uno progressione inarrestabile, il lettore vede formarsi l'im-
strumento per raggiungere la piena consapevolezza dello placabile ritratto di un mondo che non ha più direzione.
stato di inferiorità e di miseria dell'uomo, incapace di ll
E non possono esserci dubbi: quell'individuo che evita la
stabilire con la ragione una verità che eviti l'erosione del quiete più di ogni altra cosa, che non può fare a meno di
dubbio. Fin qui Pascal segue i consigli di Montaigne (non «vivere nell'agitazione», che ha paura del riposo come
l
bisogna dimenticare che a partire dagli Essais si era della morte, che ama il combattimento piuttosto che la
svolta la sua stessa educazione).'Non ne condivide tut- vittoria, che amplifica mille dettagli e perde di vista il
tavia le conclusioni: non è possibile continuare a sorri- fine, è proprio l'uomo moderno. L'uomo che ancora oggi
• •
dere della propria ignoranza, sospendendo il giudizio ; nm stamo.
su ogni cosa e accettando di vivere la vita così come vie- l In verità Pasca! sa bene che in quella inquietudine, in
ne, con passiva rassegnazione. La miseria, l'infelicità l' virtù della quale l'uomo incontra il nulla della sua esi-
dell'uomo rimangono un dato autentico nella misura l stenza, si nasconde al contempo il segreto della sua gran-
in cui non si traducono in una condizione di inerzia l dezza. L'uomo è pensiero, spostamento e rotazione degli
' i
l
morale. Altrettanto limitativa appare a Pasca! l'oppo- '
l
'
orizzonti, apertura di mondi possibili. Ma per realizza-
sta analisi della condizione umana offerta dallo stoici- ! •
re le sue aspirazioni ha bisogno di riconoscere la croni-
smo dogmatico, ripreso nella versione di Epitteto. Esso ca inadempienza del suo compito. L'ironia di una con-
costituisce un utile correttivo alla fiacchezza dello "scet- dizione in cui la sete di assoluto è pari all'infinita di-
ticismo beneducato", ma pecca a sua volta di orgoglio in- stanza della meta stabilisce la necessità di un confronto
tellettuale: arrogante appare infatti il proposito di aspi- decisivo. È la partita con Dio. Bisognerà scommettere,
rare, con il solo uso della ragione, a una saggezza asso- giocare quel nulla in cambio della prospettiva di una vita
luta, pari a quella di Dio. E tali riserve nei confronti delle eterna.
possibilità della _ragione di sottrarre l'uomo al suo stato l Non bisogna fraintendere il senso di questa scommes-
i

di miseria si rivolgono, sotto un diverso aspetto, allo spi- : l' sa. La matematica dell'azzardo non rappresenta per Pa-
rito di sistema falsamente rassicurante della filosofia di scal un calcolo freddo e utilitario né una vera e propria
Cartesio. l l dimostrazione. A indicarcelo è la grande scelta della sua
Scartate queste soluzioni, Pascal introduce una scelta vita, il cui significato sfugge all'obiettività imperativa del
più radicale. Occorre pensare l'uomo fino in fondo, biso-
'' ll
l rigore matematico: è una svolta del cuore, nel vuoto di
gna spo~liarlo dell'abito di ogni dottrina, !asciarlo nudo, una coscienza ripresa in un istante di lucida follia, capace
nel suo unbarazzo, nella sua sconcertante povertà. È inu- di intravedere l'abisso in cui viene risucchiata. Ma a que-
tile illudersi: nella condizione umana non c'è che «inco- ' ' sto riconoscimento si aggiunge il vaglio di una mossa
l
l!
stanza, tedio, inquietudine». Pascallo dice e lo ripete con strategica. Uno dei precetti dell'arte di persuadere richie-
l
l

XII ' XIII


' i'

. '
''
t . .)
de che si proporzioni il discorso alla pusona a cui cl siri- sto biblico la posizione di Pascal è si ri-
volge. Pascal si esprime nei termini che potevano essere l'i
mette al senso letterale della Scrittura, Ma il fatto più in-
meglio compresi dal pubblico a cui era indirizzata la sua teressante è il modo in cui la sua parola ci conduce den-
opera apologetica: non i fedeli bensì gli increduli, gli tro alla rivdazione: ancora una volta, in qud
honnetes hommes, la cui vita mondana si dimostrava im- c'è l'uomo tutto intero, con le sue incertezze, sua ine-
penneabile alle verità della religione, ma che potevano '
sperienza, la stringente consapevolezza dei suoi limiti. La
ben apprezzare un calcolo matematico utile al gioco di l
fede non è l'approdo di un culto appagante: rimane una
.
SOC!eta.'

:
scommessa al limite. Dobbiamo scommettere. È inuti-
Va osservato che il calcolo delle probabilità adoperato le sottrarsi a quella decisione, siamo già imbarcati. Ma
nel ragionamento della scommessa è una chiave che au- è altrettanto vano pensare che quella scelta potrà risol-
menta le probabilità di vincere, ma non garantisce neces- vere la condizione di miseria da cui siamo partiti. Po-
sariamente il risultato. E del resto, alcun rischio non :i trà forse alleggerire il suo peso, divenuto insopporta-
ci sarebbe più interesse a giocare. La scommessa sembra 'l
l
bile. Senza tuttavia escludere il travaglio dell'esistenza:
piuttosto assolvere a un ulteriore compito, che rappresenta .' la fede aiuta l'uomo a vivere, non lo sottrae alle sue re-
''
'l
forse la vera posta in gioco di Pasca!: essa provvede pri- sponsabilità.
ma di tutto a restituire una direzione, a ristabilire un or- In Pasca! è inconftmdibile il rispetto di una finitezza
dine del tempo. Non dobbiamo dimenticare che l'indica- umana che nessuna scommessa potrà mai cancellare. È il
tore più importante della condizione di infelicità dell'uo- l
vero senso della vita che ha coscienza del limite e che sce-
mo rimane la sua incapacità di vivere un presente dure- ' '
l glie perciò di sapere «poco di tutto», perché è ambizioso
vole, secondo l'esempio di coloro che si fanno ingannare l e illusorio credere di sapere tutto anche di una sola cosa.
dalla superficiale maschera del divertissement, che «si la- l È l'uomo che decide di mettersi all'ascolto, evitando di
'l
sciano condurre dalle loro inclinazioni e dai loro piaceri l consumare la parola come mero indice dell'oggetto, per
!
senza riflettere né inquietarsi e che, come se potessero i .
raccoglierla dentro di sé, là dove scorre il fiume del quo-
annientare l'eternità sviandone il loro pensiero, pensano tidiano, lasciando fluire la sua riserva di saggezza, perché
soltanto a rendersi felici in questo istante». Eppure, ci ll
è vero che «i significati ricevono dalle parole la loro di-
dirà Pasca! in un altro frammento, l'unica dimensione gnità, invece di darla loro». Un richiamo alla terra, una
che dovremmo saper vivere è proprio il presente. Non •

concretezza che disanna l'orgoglio intellettuale. La vera


possiamo continuare a riflettere sul passato, o a proiet- i l maturità dell'uomo, ci insegna Pasca!, è una questione di
'

tarci in un futuro virtuale: la scommessa, reintegrando il .l


' .• stile. Bisogna avere fiducia, la parola che viene dal cuore
pensiero del fine, ha dunque lo scopo di farci vivere pie- '• ci farà ricongiungere il principio con la Hoe. Altrimenti ci
l
namente il presente, nutrendolo di speranza. l troveremo nelle condizioni di coloro che continuano a
Sarà compito dell'apologia illustrare i mezzi per cre- l ''i guardare in alto appoggiati sulla sabbia: «Cadremo, guar-
. .

dere, attraverso l'esposizione dei contenuti della fede, l' dando il cido».
'
dove la "natura" troverà nella parola di Cristo e dei pro- '
l
feti il suo principale "reintegratore". Nell'analisi del te- l i
'
Al~ss11ndro Arbo
'••

XIV xv

'
l;
l
l
'

l
il
••

l'

MISERIA DELL'UOMO SENZA DIO

. l
l
l
' 1

' .'

••'
l •
' .
' l

' ;

l'
l !
' l
'l
'
'
''
l

. l'

l
l'
l'
' l'
l l

i .:

'' '
• •

' '
l
l

l
ll

'll
l. Prima parte: Miseria dell'uomo senza Dio.
Seconda parte: Felicità dell'uomo con Dio.
In altri termini:
Prima parte: Che la natura è conotta. Dalla natu-
ra stessa.
Seconda parte: Che esiste un reintegr atore. Median-
te la Scrittura.
2. Ordine.- Di buon grado avrei dato a questo
discorso un ordine di questo genere: per mostrare
la vanità di ogni sorta di condizioni, mostrare la va-
nità delle vite comuni, e poi la vanità delle vite filo-
sofiche pirroniane, stoiche; ma l'ordine non sareb-
be rispettato. So un po' quel che esso è e come siano
- pochi a comprenderlo. Nessuna scienza umana è in
grado di rispettarlo. San Tommaso non l'ha rispet-
l
'
tato. La matematica lo rispetta, ma essa nella sua pro-
'
l fondità è inutile.
! l 3. Prefazione alla prima parte. -Parlare di coloro
i l che hanno trattato della conoscenza di se stessi; del-
l
le suddivisioni di Charron1 che rattristano e annoia-
'' no; della confusione di Montaigne; come egli avesse
l
l' ;
l awertito la mancanza [di un giusto] metodo, come
i
'
l
'
'' '''
'
'
3
'' ;
l '
'' '

'' '

a ciò saltando di palo in frasca, e come cer• re corretto in un baleno se lo si fos:>e avvertito che
casse di darsi un tono. faceva troppe storie e parlava troppo di sé.
n suo sciocco intendimento di dipingersi! e que- 7. Bisogna conoscere se stessi: qu~d'anche non
sto non già di sfuggita e contro le proprie massi- Il" servisse a trovare il vero, almeno servtrebbe a dare
l
me, errore che tutti po5sono commettere, ma grazie "
una regola alla propria vita, e non c'è nulla di più
alle sue stesse massime e per suo primo e principale l•
giusto. .
proposito. Dire infatti sciocchezze per caso e per l •
8. Vanità delle scienze. -La screnza delle cose
debolezza è un male comune; ma dirle a bella posta esteriori non mi consolerà dell'ignoranza della mo-
non è una cosa sopportabile, dirne poi di simili a l
' l rale nei giorni dell'afflizione; ma la scienza dei co-
.'
questa ... ' '

stumi mi consolerà sempre dell'ignoranza delle scien•
4. Montaigne. - Le pecche di Montaigne sono l ' ze estenon.
• •
"
notevoli. Parole lascive; cose senza il minimo valo- •

'! 9. Non s'insegna agli uomini ad essere gentiluo-


!
re, malgrado la signorina de Goumay2. Credulone, '
mini, e si insegna loro tutto il resto; e non si picc:mo
«gente senza occhi>>. Ignorante, «quadratura del mai tanto di sapere alcunché del ~esto, quanto di. es-
cerchio, mondo più grande». Le sue idee sull'omici- l sere gentiluomini. Si piccano di conoscere unica-
dio volontario, sulla morte. Ispira noncuranza per ll i
"
mente la sola cosa che non imparano.
la salvezza, «senza timore né pentimento». Non es- "'' l O. Due infiniti, centro.- Quando si leg e troppo
sendo fatto il suo libro per condurre alla religiosità, in fretta o troppo adagio non si compren e nulla.
egli non aveva questo obbligo: ma si è sempre oh· 11. Natura non p... [La natura ci ha collocati così
bligati a non sviare da essa. Si possono scusare le l
l
bene al centro che se cambiamo un lato della bilan-
sue opinioni un po' libere e voluttuose in alcune cir- l
' cia dobbiamo cambiare anche l'altro: ]e /esons, ta
costanze della vita; ma non si possono giustificare le .1
zod trékeP. Questo mi fa pensare che ci siano molle
sue idee completamente pagane sulla morte; biso- nella nostra testa, disposte in modo tale che toccan-
gna infatti abdicare ad ogni religiosità se non si vuo- done una si tocca anche quella contraria].
le per lo meno morire cristianamente: orbene, in 12. Troppo e troppo poco vino; se non gliene date,
tutto il suo libro egli pensa a morire solo in maniera non può trovare la verità; se gliene date troppo, è la
fiacca e rilassata. stessa cosa.
5. Non già in Montaigne, ma in me stesso trovo 13. Sproporzione dell'uomo.- [A questo ci con-
l
tutto quanto vedo in lui. ll ducono le conoscenze naturali. Se non sono vere,
6. Quel che c'è di buono in Montaigne può esse- non c'è verità nell'uomo; e se lo sono, egli vi trova
re acquisito solo con difficoltà. Quel che c'è di catti- un grande motivo di umiliazione, costretto com'è a
vo, intendo fuori dei costumi, avrebbe potuto esse- farsi piccino in un modo o nell'altro. E poiché non
4 l 5
l ll
può sussistere senza credere in esse, mi auguro che, gni, le città e se stesso nd giusto valore. Che cos'è
prima di internarsi in più grandi ricerche della na- mai un uomo nell'infinito?
tura, la consideri una buona volta seriamente e a Ma perché gli si presenti un altro prodigio altret-
suo agio, e guardì altresl se stesso, e conoscendo tanto mirabile, cerchi tra quel che conosce le cose
quale proporzione vi.è... ]. Contempli dunque l'uo- più delicate. Un acaro gli offra, nella piccolezza del
l
mo la natura intera nella sua alta e piena maestà; al- !

!
suo corpo, parti incomparabilmente più piccole,
lontani il suo sguardo dagli oggetti vili che lo cir- •
!


zampe con giunture, vene in quelle zampe, sangue
condano. Si affisi in questa luce abbagliante, messa ii l in quelle vene, umori in quel sangue, gocce in que-
a guisa di eterna lampada per rischiarare l'universo; •
gli umori, vapori in quelle gocce; suddividendo an-
gli appaia la terra come un punto in confronto al va- cora queste ultime cose, esaurisca le sue forze in co-
sto giro che quell'astro descrive; e si stupisca del fat- desti concetti e sia ora oggetto del nostro discorso
to che questo stesso vasto giro è soltanto un'esilissi- l l'intimo

al quale egli possa arrivare; penserà forse
ma sommità rispetto a quello che gli astri rotanti nel ' che è quello l'estremamente piccolo in natura. Vo-
firmamento abbracciano. Ma se la nostra vista si ar- '
glio fargli vedere ndentro un nuovo abisso. Gli vo-
resta a questo punto, possa l'immaginazione passar- glio dipingere non soltanto l'universo visibile, ma
vi oltre; essa si stancherà di concepire prima che la l'immensità della natura che è possibile concepire
natura si stanchi di produrre. Tutto questo mondo nel conchiuso spazio di questo scorcio d'atomo. Vi
visibile altro non è se non un tratto impercettibile scorga un'infinità di universi, di cui ciascuno ha il
nel vasto seno della natura. Non v'è idea che vi si suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra, animali,
avvicini. Abbiamo un bel gonfiare le nostre conce- e infine acari nei quali ritroverà ciò che i primi han-
zioni di là dagli spazi immaginabili, genereremo no generato; e continuando a trovare negli altri la
soltanto atomi a paragone della realtà delle cose. È stessa cosa senza fine e senza sosta, naufraghi in tali
una sfera infinita in cui il centro è dappertutto, la cir- meraviglie tanto stupefacenti nella loro piccolezza
!
conferenza in nessun luogo. Insomma, il fatto che la :
!
quanto lo sono le altre per la loro vastità; chi infatti
nostra immaginazione si perda in questo pensiero è l non si stupirà che il nostro corpo, che dianzi non
il più grande suggello sensibile dell'onnipotenza di era percettibile nell'universo, impercettibile esso
Dio. stesso in seno al tutto, sia ora un colosso, un mon-
Consideri l'uomo, ritornato a sé, che cosa egli sia do, o piuttosto un tutto, a paragone del nulla cui è
in confronto a tutto ciò che è; guardi se stesso sper- !
impossibile giungere?
l'
duto in questo angolo remoto della natura, e da Chi considererà se stesso a questo modo proverà
questa cella esigua in cui trova la sua dimora, voglio i l sgomento di sé e, vedendosi sospeso nell'entità che
dire l'universo, impari ad apprezzare la terra, i re- l l
la natura gli ha dato, tra questi due abissi dell'infini-
!
6 7
l
~
to e del nulla, tremerà alla vista di tali meraviglie; e della sua duplice infinitudine. Costatiamo in tal
io credo che, tramutandosi la sua curiosità in ammi- modo che tutte le scienze sono infinite nell'esten-
razione, egli sarà più disposto a contemplarle in si- sione delle loro ricerche: chi infatti potrebbe du-
lenzio che non a indagarle con presunzione. '
bitare che la geometria, per esempio, ha un'infini-
In definitiva, che cos'è mai infatti l'uomo nella 'i
tudine d'infinità di proposizioni da esporre? Esse
natura? Un nulla a paragone dell'infinito, un tutto a sono inoltre infinite nella moltitudine e nella me-
paragone dd nulla, una via di mezzo tra nulla e tut- ticolosità dei loro principi; a chi infatti può passare

to. Infinitamente lontano dal comprendere gli estre- '
l
inosservato che quelli che vengono proposti come
mi, il termine delle cose e il loro principio sono per l
l'
principi ultimi non si sostengono da sé e che sono
lui insonnontabilmente celati in un segreto impene- ! appoggiati su altri i quali, avendone altri per ap-
trabile, eguahnente incapace di cogliere il nulla da poggio, non sono mai suscettibili di essere princi-
cui è strappato e l'infinito che lo inghiotte. pio ultimo? Ma noi ci comportiamo con quei prin-
Che dunque farà se non intravedere [qualche] ap- 'l cipi che appaiono come ultimi alla ragione esatta-
:j mente come ci comportiamo nelle cose materiali,
parenza della regione mediana delle cose, eterna- l
mente disperando di arrivare a conoscere il loro prin- 'i ove chiamiamo punto indivisibile quello di là del
cipio e la loro fine? Ogni cosa è scaturita dal nulla e l l quale i nostri sensi non percepiscono più nulla,
si estende all'infinito. Chi potrà mai seguire questi lj sebbene esso sia infinitamente e per sua natura di-
processi stupefacenti? L'autore di codeste meravi- l visibile.
glie le comprende. Nessun altro lo può. Di questi due infiniti delle scienze, quello di gran-
Per non aver contemplato questi infiniti, gli uo- dezza è ben più evidente, e perciò è accaduto a po-
mini si sono buttati temerariamente all'indagine che persone di pretendere di conoscere tutte le
della natura, come se fossero in qualche modo com- cose. «Parlerò di tutto» diceva Democrito.
misurabili ad essa. È un fatto singolare che abbiano Ma l'infinitamente piccolo è molto meno visibi-
voluto comprendere i principi delle cose e da questi le. I filosofi hanno preteso d'arrivarci con facilità
risalire alla conoscenza dd tutto, con una presun- alquanto maggiore, e qui appunto si sono tutti in-
zione altrettanto infinita quanto il loro oggetto. Giac- cagliati. Da tale convinzione sono nati quei titoli
ché non v'è dubbio che non si può concepire que- così comuni, come Sui principi delle cose, Sui prin-
sto disegno senza una presunzione, o senza una ca- cipi della filosofia, e simili, altrettanto vistosi in re-
pacità infinita come la natura. altà, sebbene apparentemente più modesti, di que-
. Quando si è istruiti ci si rende conto che, avendo st' altro titolo così folgorante agli occhi, De amni
la natura impresso la sua immagine e quella dd suo scibili.
autore in tutte le cose, esse partecipano quasi tutte Ci si crede naturalmente molto più capaci di
8 i 9
)
i
'

'''
giungere al centro delle cose che non di abbracciare toghe quattro resta zero); i principi primi sono per
la loro circonferenza. L'estensione visibile del mon- noi troppo evidenti, il troppo piacere dà noia, trop-
do ci oltrepassa visibilmente; ma siccome siamo noi pe consonanze dispiacciono nella musica e troppi
a oltrepassare le piccole cose, ci crediamo maggior- benefici irritano; vogliamo avere di che strapaga-
mente capaci di possederle; eppure non occorre mi- re il debito: «beneficia eo usque laeta sunt dum vi-
nor capacità per giungere sino al nulla di quanta ne dentur exsolvi posse; ubi multum antevenere, pro gra-
occorre per giungere sino al tutto: essa dev'essere tia odium redditur»4• Non sentiamo né l'estruno cal-
infinita per l'una e per l'altra cosa, e a mio avviso do né l'estremo freddo. Le qualità portate all'ecces-
chi avesse compreso i principi ultimi delle cose po- so ci riescono ostili e non avvertibili: non le sentia-
trebbe altresì giungere persino a conoscere l'infini- mo più, le soffriamo. La troppa giovinezza e la trop-
to. L'una cosa dipende dall'altra, e l'una conduce pa vecchiaia ostacolano lo spirito: troppo poca e
all'altra. Questi estremi si toccano e si riuniscono a troppa istruzione. Insomma le cose estreme sono per
• o • •

forza di essersi allontanati, e si ritrovano in Dio, e in not come se non esistessero e come se noi non esi-
Dio soltanto. stessimo per esse: esse ci sfuggono oppure noi sfug-
Rendiamoci dunque conto della nostra condizio- giamo ad esse.
ne; siamo qualche cosa e non siamo tutto, quel tan- Questa è la nostra vera condizione. Ed è ciò che
to di essere che possediamo ci preclude la cono- ci rende incapaci di sapere con sicurezza e di igno-
scenza dei principi primi, che nascono dal nulla, e rare in senso assoluto. Navighiamo in una vasta via
quel poco di essere che abbiamo ci nasconde la vi- mediana, sempre incerti e fluttuanti, spinti da un
sta dell'infinito. capo all'altro. Qualsiasi approdo a cui pensassimo
La nostra intelligenza occupa nell'ordine delle di attaccarci e di assestarci si muove e si allontana
cose intelligibili lo stesso posto occupato dal nostro da noi; e se lo seguiamo, sfugge alla nostra presa,
corpo nella vastità della natura. scivola via da noi e fugge in un'eterna fuga. Niente
Limitati come siamo in tutto, questa condizione si ferma per noi. Questa è la condizione che ci è na-
che occupa il punto mediano tra due estremi si tro- turale e tuttavia la più contraria alla nostra inclina-
va in tutte le nostre facoltà. I nostri sensi non perce- zione; ardiamo dal desiderio di trovare uno stabile
piscono niente di estremo; il troppo rumore ci as- assestamento e un'ultima base immobile per edifi-
sorda, la troppa luce abbaglia, la troppa distanza carvi una torre che s'innalzi all'infinito; ma ogni no-
e la troppa vicinanza impediscono la vista; la stro fondamento scricchiola e la terra si apre sino
troppa lunghezza e la troppa brevità del discorso agli abissi.
lo rendono oscuro, la troppa verità ci stupisce (so . ,
Non cerchiamo dunque sicurezza e stabilità. La
di alcuni che non riescono a capire che se da zero si nostra ragione è continuamente delusa dall'inco-
10 11

stanza delle apparenze; nulla può fissare il finito tra il fatto che egli abbia bisogno di aria per sussistere;
i due infiniti che lo rinserrano e lo sfuggono. e, per conoscere l'aria, sapere in che cosa essa ha
Avendo ciò ben chiaro, credo che ce ne staremo rapporto con la vita umana, ecc. La fiamma senz' a-
in pace, ognuno nella condizione in cui la natura ria non sussiste; dunque per conoscere l'una, biso-
l'ha collocato. Dal momento che il luogo che ci è sta- gna conoscere l'altra.
to dato in sorte è sempre lontano dagli estremi, qua- Orbene, essendo tutte le cose causate e causanti,
le importanza può avere il fatto che un uomo abbia coadiuvate e coadiuvanti, mediate e immediate, e
un po' più d'intelligenza delle cose? Se ne ha, le rimanendo tutte unite da un legame naturale e inav-
considera un po' più dall'alto. Non è egli sempre in- vertibile che congiunge le più lontane e le più diver-
finitamente lontano dal termine, e la durata della no- se, reputo impossibile conoscere le parti senza co-
stra vita non è forse ugualmente infima nell'eternità '
noscere il tutto non più di quanto sia possibile co-
per il fatto di durare dieci anni di più? l; noscere il tutto senza conoscere singolarmente le

Nella visione di questi infiniti, tutti i finiti sono parti.
eguali; e non vedo perché fermare la propria im- (L'eternità delle cose in se stessa o in Dio deve
maginazione sull'uno piuttosto che sull'altro. nsolo ancora meravigliare la nostra breve durata. L'im-
paragone che facciamo tra noi e il finito ci reca do- mobilità fissa e costante della natura, il raffronto
lore. con il continuo mutarsi che avviene in noi, deve fare
Se prima l'uomo si studiasse vedrebbe quanto è il medesimo effetto].
incapace di andare oltre. Come potrebbe accadere E ciò che completa la nostra impotenza di co-
che una parte conosca il tutto? -Aspirerà forse allo- . noscere le cose è il fatto che esse sono semplici,
ra a conoscere almeno le parti con le quali si trova mentre noi siamo composti da due nature o po-
in rispondenza?- Ma le parti del mondo hanno tut- ste e di diverso genere: di anima e di corpo. in-
te un tale rapporto e un tale concatenamento l'una fatti impossibile che la parte che ragiona in noi
con l'altra che credo sia impossibile conoscere l'una non sia spirituale; e ove mai si pretendesse che noi
senza l'altra e senza il tutto. fossimo semplicemente sostanze corporali, que-
L'uomo, per esempio, è in rapporto con tutto ciò sto ci precluderebbe ancora di più la conoscenza
che conosce. Ha bisogno di spazio che lo contenga, delle cose, nulla essendovi di tanto inconcepibile
di tempo per durare, di movimento per vivere, di quanto dire che la materia si conosce da se stessa;
elementi che lo compongano, di calore e di alimenti non ci è possibile sapere in quale guisa essa si co-
per nutrirsi, di aria per respirare; vede la luce, sente noscerebbe.
i corpi; insomma ogni cosa si lega a lui. Bisogna E così, se [siamo] semplice materia non possia-
dunque, per conoscere l'uomo, sapere donde viene mo conoscere nulla di nulla, e se siamo costituiti di
l''
12 .
' 13
.'

l
i
'
spirito e di materia, non possiamo conoscere perfet- Infine, per completare la prova della nostra fragi-
tamente le cose semplici, spirituali o corporali. lità, conchiuderò con queste due considerazioni...
Di qui il fatto che quasi tutti i filosofi confòn- 14. Ma forse questo tema travalica la portata
dono le idee delle cose e parlano delle cose cor- della ragione. Esaminiamo dunque le sue scoper-
porali in termini spirituali e di quelle spirituali in te sulle cose all'altezza della sua forza. Se c'è qual-
termini corporali. Infatti hanno l'audacia di affer- che cosa in cui il suo stesso interesse avrebbe do-
mare che i corpi tendono verso il basso, che essi vuto farla applicare nella maniera più rigorosa,
aspirano al loro centro, che fuggono la loro di- questa è la ricerca del suo bene sommo. Vediamo
struzione, che temono il vuoto, che [hanno] incli- dunque in che cosa l'hanno collocato queste ani-
nazione, simpatie, antipatie, cose tutte che si con- me forti e chiaroveggenti e se in ciò si siano trova-
vengono esclusivamente agli spiriti. E parlando de- te d'accordo.
gli spiriti, li considerano come in un luogo, e attri- C'è chi dice che il sommo bene sta nella virtù, chi
buiscono loro il movimento da un sito ad un al- invece lo colloca nel piacere; chi nella scienza della
tro, cose queste che si convengono esclusivamen- natura, chi nella verità: ((Felix qui potuit rerum co-
• •
te at corpt. gnoscere causas», chi nell'ignoranza totale, chi nel-
Invece di accogliere le idee di queste cose allo sta- l'apatia, certuni nel non lasciarsi vincere dalle appa-
to puro, le tingiamo delle nostre qualità e impregnia- renze, altri nel non stupirsi di nulla, ((nihil mirari
mo del nostro essere composito tutte le sem- prope res una quae possit /acere et servare beatum», e
plici che contempliamo. gli autentici pirroniani nella loro atarassia, dubbio e
Chi non crederebbe, vedendoci comporre di spi- perpetua sospensioné; e altri, più saggi, pensano di
rito e di corpo tutte le cose, che questa mescolanza trovare qualcosa di meglio. Eccoci serviti a dovere!
non sarebbe per noi del tutto comprensibile? Que- Trasporre dopo le leggi al titolo successivo.
sta è nondimeno la cosa che si comprende meno di Ove si dovesse vedere se questa bella filosofia ha
ogni altra. L'_uomo è a se stesso il più straordinario acquisito qualcosa di certo in virtù di un lavoro tan-
oggetto della natura; egli infatti non arriva a conce- to lungo e tanto assiduo, può darsi che almeno l'a-
pire che cosa sia corpo, e ancor meno che cosa sia nima conoscerà se stessa. Ascoltiamo a questo pro-
spirito, e meno di alcun' altra cosa come un corpo posito i precettori del mondo. Che cosa hanno pen~
possa essere unito con uno spirito. È questo il cul- sato della sua sostanza? Sono stati più fortunati nel-
mine delle sue difficoltà, e tuttavia in ciò sta il suo pro- lo stabilirne la sede? Che cos'hanno messo in luce
prio essere: ~odus quo corporibus adhaerent spiri- della sua origine, della sua durata e della sua dipar-
tus comprehendi ab hominibus non potest, et hoc ta- tita?
men homo est»'. È dunque ancora l'anima un soggetto troppo no-
14 15
~ile per i suoi deboli lumi? Abbassiamola dunque al sto orrore è forseil vuoto? Che c'è mai nel vuoto
livello della materia, vediamo se sa di che cosa è fat- che possa far loro paura? Esiste qualcosa di più an-
to il proprio corpo cui essa dà vita e gli altri ch'essa gusto e di più ridicolo? E non è tutto: che essi ab-·
contempla e che muove a suo talento. Che cosa sono biano in se stessi un principio di movimento per
arrivati a saperne quei grandi dogmatici che nulla evitare il vuoto; hanno forse braccia, gambe, mu-
ignorano? scoli , nervt.';>
Questo indubbiamente basterebbe se la ragione 17. Scrivere contro coloro che approfondiscono
fosse ragionevole. Lo è abbastanza da confessare troppo le scienze. Descartes.
che non ha ancora potuto trovare nulla di stabile· 18. Non posso perdonare Descartes; egli avrebbe
tuttavia non dispera ancora di arrivarci [è anzi i
ben voluto, in tutta la sua filosofia, poter mettere
più fervente che mai in questa ricerca ed è fidu-
i
l Dio in non cale; ma non ha potuto fare a meno di
l
ciosa ~i aver~ in sé le forze necessarie per questa l fargli dare un buffetto per mettere il mondo in
i' movimento, dopo di che non sa più che farsene di
conquista. Btsogna dunque dare compimento alla
ricerca e dopo aver verificato le sue potenze nei Dio.
loro effetti, esaminiamole in se stesse; vediamo se l

19. Descartes inutile e incerto.
20. [Descartes.- Grosso modo bisogna dire: «Ciò

ha qualche forza e qualche presa capaci di cogliere l'


la verità]. "l • avviene mediante figura e moto», giacché questo è
15. Una lettera sulla follia della scienza umana vero. Ma dire quali, e comporre la macchina, ciò è
e della filosofia. Questa lettera prima del divaga- ridicolo. Infatti questo è inutile e incerto e faticoso.
mento7. ! E quand'anche fosse vero, noi non stimiamo che
«Felix qui potuit ...». «Nihil mirari». tutta la filosofia valga un'ora di fatica].
Duecentottanta specie di sommi beni in Montai- ' 21. Come mai uno zoppo non ci sdegna, mentre
gne. ci sdegna un intelletto zoppicante? Perché uno zop-
16. Part. I, _L 2, c. I, Sezione 4. ''

po riconosce che noi camminiamo diritti, mentre
[Congettura. - Non sarà difficile farle scendere un intelletto zoppicante dice che siamo noi a zoppi-
ancora un gradino e farla apparire ridicola. Infatti care; diversamente ne avremmo compassione e non
per cominciare da questa stessa] c'è qualcosa di sdegno.
più assurdo dell'affermazione eh~ corpi inanimati Epitteto domanda in maniera ancor più incisiva:
hanno passioni timori, orrori? Che corpi insensibili «Perché non andiamo in collera se ci viene detto
~nza vita .e persino incapaci di vita abbiano passio~ che abbiamo male alla testa e ci adiriamo invece se
ru, le quali presuppongono un'anima almeno sensi- ci dicono che ragioniamo malamente o che cattive
riva per avvertire ciò? Di più: che l'oggetto di que- sono le nostre scelte?». La cagione di ciò sta nel fat-
',
l
16 '' 17
to che noi siamo ben certi di non avere male alla te- ricchi, i suoi poveri; fa credere, dubitare, negare la
sta e di non essere zoppi; non siamo però altrettanto ragione; sospende i sensi, li mette in grado di per-
certi di scegliere il vero. Di guisa che, non avendo cepire; ha i suoi folli e i suoi savi: e niente ci indi-
altra certezza se non quella di averne una piena spettisce maggiormente quanto il vedere ch'essa
visione quando qualcun altro vede nella visione più riempie i suoi ospiti di una soddisfazione ben di-
piena il contrario, questo fatto ci lascia perplessi e versamente piena e intera di quanto non faccia la
ci stupisce, e a maggior ragione se mille altri si ragione. Coloro che hanno un'abilità immaginaria
burlano della nostra scelta; giacché bisogna ante- provano un compiacimento di sé ben diverso da
porre i nostri lumi a quelli di tanti altri, e questa è quello che possono ragionevolmente provare per-
una cosa audace e difficile. Non vi è mai nei sensi sone assennate. Guardano la gente con un senso
un contrasto di questo genere relativamente a uno di superiorità; discutono con baldanza e fiducia;
zoppo. gli altri, con timore e diffidenza: e questo loro at-
22. Lo spirito crede per natura e per natura lavo- teggiamento gioviale spesso dà loro vantaggio nel-
lontà ama; cosicché, in mancanza di oggetti veri, è l'opinione degli ascoltatori, a tal punto i savi im-
d'uopo che si attacchino a quelli falsi. maginari trovano favore presso i giudici della stes-
23. Immaginazione.- È la parte ingannevole nel- sa specie. L'immaginazione non può rendere savi
l'uomo, la maestra dell'errore e della falsità, e tanto i folli; li rende tuttavia felici, a dispetto della ra-
più scaltra in quanto non sempre risulta tale; infatti gione che può fare dei suoi amici soltanto dei mi-
sarebbe infallibile regola di verità s'essa fosse in- serabili, l'una coprendoli di gloria, l'altra di vergo-
fallibile regola di menzogna. Essendo però il più gna.
delle volte falsa, non dà alcun segno della sua quali- Chi dispensa la reputazione? Chi rende possibile
tà, giacché segna con lo stesso carattere il vero e il il rispetto e la venerazione per le persone, le opere,
falso. le leggi, i grandi, se non questa facoltà immaginati-
Non parlO- dei folli, parlo dei più savi; e proprio va? Quanto [sono] insufficienti tutte le ricchezze
fra loro l'immaginazione ha il gran dono di convin- della terra senza il suo consenso!
cere gli uomini. La ragione ha un bel gridare, essa Non direste che quel magistrato, la cui veneran-
non può assegnare un prezzo alle cose. da vecchiezza impone il rispetto a tutto un popolo,
Questa superba potenza, nemica della ragione, si lasci dirigere da una ragione incontaminata e su-
che si compiace di controllarla e di dominarla, per blime, e giudichi le cose conformemente alla loro
mostrare quanto sia il suo potere in tutte le cose, ha natura, senza arrestarsi a quelle effimere contingen-
instaurato nell'uomo una seconda natura. Ha i suoi ze che feriscono unicamente l'immaginazione dei
felici, i suoi infelici, i suoi sani, i suoi malati, i suoi deboli? Guardatelo recarsi alla predica portandovi

18 l
19
tutto il suo devotissimo zelo, corroborando la soli- re, e la più saggia assume co'?e p~cipi propri
dità della sua ragione con l'ardore della sua carità. È quelli che l'immaginazione degli uomm1 ha temera-
lì pronto ad ascoltarla con un rispetto esemplare. riamente introdotto in ogni dove.
Ma fate ora che il predicatore appaia, che la natura [Chi volesse seguire soltanto la ra ione sarebbe
gli abbia dato una voce rauca e un tratto bizzarro ai folle a giudizio degli uomini comuni. . d'uopo giu-
suoi lineamenti, che il suo barbiere lo abbia rasato dicare secondo l'opinione della maggiOr parte della
male, se poi in sovrappiù si è casualmente insudicia- '
l gente. È d'uopo, giacché cosìy~acque ~d ~~sa, aff~­
to, per quanto siano grandi le verità che egli ~nun­ ll ticarsi tutto il giorno per bem nconoscmtl ~agl­
cia, scommetto che il nostro senatore perdera il suo nari; e quando il sonno ci ha sollevato dalle fatiche

SUSSiego. della nostra ragione bisogna immediatamente levar-
Mettete il più grande filosofo dd mondo su un'as- ',
l si di soprassalto per buttarsi all'i?seg~e~to. delle
l
se più larga del necessario: se c'è sotto un p_recipi- ' vane apparenze e soggiacere alle unp:ess1oru ~ q~e­
zio benché la ragione lo convinca della sua Sicurez- il
sta dominatrice del mondo. Questo e uno dei prm-
za,' prevarrà la sua immaginazione. Parecchi non ll cipi di errore, ma non è il solo].
potrebbero sostenere questo pensiero senza impal- I nostri magistrati hanno i?teso a dov~r~. qu~t~
lidire e sudare. ' mistero. Le loro rosse toghe, 1loro ermellini m cut s1
Non è mia intenzione menzionare tutti i suoi ef- l'
l avvoltolano come gatti impellicciati, i palazzi in cui
fetti, l giudicano, i fiordalisi, tutto 9uest'a~gust~ ~ppa­
Chi non sa che la vista di gatti, di topi, lo sgreto- l rato era quant0 mai necessar~o. E se. 1 medi~1 non
larsi di un carbone, ecc. mettono a soqquadro la ra- avessero sottane e pianelle, e 1dotton berretti qua-
gione? L'intonazione della voce sottomette i più drati e vesti quattro volte troppo ampie, essi non
saggi e trasforma l'efficacia di un discorso o di un sarebbero mai riusciti ad abbindolare la gente che
poema. '
non può resistere a questa mostr~ co~t. autentica:
.
L'affetto o l'odio mutano il volto alla giustizia. E Se i magistrati possedessero la gmst1z1a vera e 1
come giudicà più giusta la causa che perora un av- medici la vera arte di guarire, non saprebbero che
l
vocato ben pagato anticipatamente! Quanto il suo
gesto baldanzoso lo fa apparire migliore ai giudici, l farsene di berretti quadrati; la maestà di queste
scienze sarebbe abbastanza venerabile di per se
abbindolati da quell'apparenza! Ridicola ragione stessa. Ma possedendo soltanto scienze. imll?agina-
che un vento rimena, e in tutte le direzioni! rie, è d'uopo che mettano mano a questi varu appa-
Potrei menzionare quasi tutte le azioni degli uo- rati che colpiscono l'immaginazione con la quale
mini che tentennano quasi unicamente per le sue
l h~o a che fare; e con ciò in realtà si attirano •il• ri-
scosse. Giacché la ragione è stata obbligata a cede" spetto. I soli uomini d'anne non sono travestltl m

!
20 'l
21
l
'
'
l
tal guisa, essendo in effetto la loro parte più tra gli uomini che si rimproverano o di seguire le
ziale; essi si impongono con la forza, gli altri con l'a- loro false impressioni dell'infanzia o di correre te-
spetto accigliato. merariamente appresso alle nuove. Chi tiene il giu-
Appunto perciò i nostri re non hanno cercato tali sto mezzo? Si faccia avanti e ne dia la prova. Non
travestimenti. Non si sono mascherati con abiti inu- v'è principio, per quanto naturale possa essere, ri-
sitati per apparire tali; ma si fanno scortare da salga pur esso all'infanzia, che non si faccia passare
guardie, da balestrieri. Questi ceffi8 armati che per una falsa impressione sia dell'educazione sia dei

hanno mani e forza soltanto per essi, le trombe e i senst.
tamburi che marciano davanti, e queste legioni «Per il solo fatto - dicono - che sin dall'infan-
che li circondano fanno tremare gli animi più sal- zia avete creduto vuota una scatola quando non ci
di. Essi non hanno l'abito soltanto, hanno la forza. vedevate nulla dentro, avete creduto possibile il
Bisognerebbe avere un intelletto ben dirozzato per vuoto. Questa è un'illusione dei vostri sensi, raf-
considerare come un altro uomo il Gran Signore at- forzata dalla consuetudine, che è necessario sia
torniato, nel suo superbo serraglio, da quarantamila corretta dalla scienza». E gli altri dicono: «Per il
• • •
gtanntzzen. solo fatto che vi hanno detto nella scuola che il
Ci basta osservare un avvocato in toga o tocco vuoto non esiste, si è pervertito il vostro senso co-
perché si abbia un'opinione favorevole della sua va- mune che lo comprendeva così distintamente pri-
lentia. ma di questa cattiva impressione, che bisogna
L'immaginazione dispone di ogni cosa; essa crea correggere ricorrendo alla vostra primitiva natu-
la bellezza, la giustizia, e la felicità, che è il tutto del ra». Chi dunque ha ingannato? ll senso o l'educa-
mondo. Mi piacerebbe assai vedere quel libro italia- zione?
no di cui m'è noto soltanto il titolo, che vale da sé Abbiamo un'altra fonte d'errore, le malattie. Esse
solo tanti libri: Della opinione regina del mondo. Lo ci guastano il giudizio e il senso; e se quelle gravi li
sottoscrivo
,, senza conoscerlo, fuorché per il male, se alterano notevolmente, non dubito che quelle pic-
ve n e. cole si ripercuotano secondo la loro proporzione.
Questi a un dipresso gli effetti di codesta subdola Il nostro personale interesse è inoltre un meravi-
facoltà che pare esserci data appositamente per in- glioso strumento per farci tra vedere piacevolmente.
durci in un errore inevitabile. Abbiamo di esso mol- Non è lecito all'uomo più equo del mondo essere
te altre fonti. giudice nella propria causa; so di certuni che, per
Le impressioni passate non sono le sole capaci di non cadere in questo amor proprio, sono stati in
lusingarci: gli allettamenti della novità hanno lo senso opposto i più ingiusti del mondo: il mezzo si-
stesso potere. Nascono di qui tutte le controversie curo per perdere una causa veramente giusta era
22 23
quello

di fargliela raccomandare dai loro stretti pa- 26. Le cose che più ci premono, come il nascon-
rent1. dere la propria pochezza di beni, si riducono spesso
La giustizia e la verità sono due punte così sottili quasi a nulla. È un nulla che la nostra immaginazio-
che i nostri strumenti sono troppo poco smussati ne gonfia da fame una montagna. Un diverso vol-
perché vi si possa toccare con esattezza. Se ci arriva- gersi dell'immaginazione ce Io fa scoprire senza dif-
no, ne ottundono la punta e poggiano all'intorno ficoltà.
più sul falso che non sul vero. 27. [La mia fantasia mi fa odiare chi gracchia e
[L'uomo è dunque così felicemente foggiato che chi sbuffa mentre mangia. La fantasia ha un gran
non ha alcun pr(incipio) giusto del vero e parecchi l peso. Che cosa ne ricaveremo? Che asseconderemo
'
eccellenti del falso. Vediamo ora quanti... Ma la più questo peso per il fatto che è naturale? No; noi lo
potente cagione dei suoi errori è la guerra esistente contrasteremo invece... ].
tra i sensi e la ragione]. 28. «Quasi quidquam in/elicius sit homine cui sua
24. Bisogna cominciare di qui il capitolo sulle fa- /igmenta dominantur>> (Plinio )iO. •

coltà ingannatrici. L'uomo è soltanto un soggetto 29. I fanciulli che si spaventano del viso che essi
carico d'errore, naturale e incancellabile senza la stessi hanno imbrattato sono fanciulli; ma come av-
Grazia. Niente gli mostra la verità. Tutto Io ingan- viene che chi è così debole da bambino diventi for-
na. Questi due principi di verità, la ragione e i sensi, tissimo in età avanzata? Altro non accade se non un
oltre a mancare rispettivamente di lealtà, si ingan- mutamento di fantasia. Tutto ciò che progredendo
nano reciprocamente l'un l'altro. I sensi lusingano si perfeziona, perisce progredendo. Tutto quel
la ragione con false apparenze e questo stesso raggi- che è stato debole non può mai essere assolutamen-
ro ch'essi compiono verso la ragione, Io subiscono a te forte. Si ha un bel dire: è cresciuto, è cambiato: è
loro volta da essa: questa si prende la sua rivincita. pur sempre Io stesso.
Le passioni dell'anima turbano i sensi e procurano 30. L'abitudine è la nostra natura. Chi si abitua
loro false impressioni. Mentono e s'ingannano a alla fede, ci crede, e non può più temere l'inferno, e
gara. non crede in alcun' altra cosa. Chi si abitua a crede-
Ma oltre a quegli errori che avvengono per caso e re che il re è terribile, ecc. Chi potrebbe dubitare
per difetto d'intesa tra queste9 facoltà eterogenee... dunque che la nostra anima, abituata a vedere nu-
25. Per effetto di un fantastico apprezzamento, mero, spazio, movimento, non creda in queste cose
l'immaginazione ingrandisce i piccoli oggetti fino a e unicamente in esse?
riempirne la nostra anima; e per effetto di una teme- 31. «Quod crebro vide! non miratur, etiamsi cur
raria insolenza sminuisce i grandi fmo alla sua misu- fiat nescit; quod ante non viderit, td si evenerit, osten-
ra, come quando parla di Dio. tum esse censet» (Cicerone) u.
24 25
~Nae iste magno conatu magnas nug11s dixerip.12, 37. Allorché si è abituati a servirsi di cattive ra-
32. Spongia solis13 - Quando osserviamo un effet- gioni per provare determinati effetti della natura,
to prodursi sempre allo stesso modo, ne concludia- non si vuoi più accogliere quelle buone quando esse
mo una necessità naturale, come: domani sarà gior- vengono alla luce. L'esempio che ne venne dato fu
no, ecc. Ma spesso la natura ci smentisce e non si la circolazione dd sangue, per spiegare il motivo
sottomette alle sue proprie leggi. per cui la vena s'inturgidisce sotto la legatura.
33. Che cosa sono i nostri principi naturali se non 38. La cosa di maggior momento per l'intera vita
i nostri principi consuetudinari e, nei fanciulli, quelli è la scelta del mestiere: è il caso a disporne. La con-
che essi hanno ricevuto dalla consuetudine dei loro suetudine fa i muratori, i soldati, i conciatetti. «È un
padri, come la caccia negli animali? eccdlente conciatetti» si dice; parlando dei soldati:
Una diversa consuetudine ci darà altri principi na- «Sono proprio matti» si dice; e gli altri, invece: «La
turali, come l'esperienza ci fa vedere, e se ve ne sono sola cosa grande è la guerra; gli altri uomini sono
d'incancellabili con la consuetudine, ve ne sono altre- dei cialtroni». A forza di sentir lodare nella fanciul-
sì alcuni di una consuetudine opposta alla natura, lezza questi mestieri, e disprezzare tutti gli altri, si
incancellabili con la natura e con una seconda con- giunge a una scelta; poiché naturalmente si ama la
suetudine. Ciò dipende dalla disposizione. verità e si odia la follia tali parole ci commuovono:
34. I padri temono che si smorzi il naturale amo- si pecca soltanto nell'applicazione. Tanto grande è
re dei fanciulli. Che è dunque questa natura, suscet- la forza della consuetudine che, di coloro che la na-
tibile di essere smorzata? L'abitudine è una secon- tura ha fatto semplicemente uomini, si stabiliscono
da natura che distrugge la prima. Ma che cos'è la tutte le condizioni umane; certi paesi, infatti, sono
natura? Perché mai l'abitudine non è naturale? Temo tutti di muratori, altri tutti di soldati, ecc. Indubbia-
assai che questa natura sia essa stessa soltanto una mente la natura non è così uniforme. È dunque la
prima abitudine, così come l'abitudine è una secon- consuetudine a determinare tutto ciò, giacché essa
da natura. _ costringe la natura; e talvolta prevale la natura che,
35. La natura dell'uomo è naturale per ogni aspet- ad onta di ogni abitudine buona o cattiva, mantiene
to, omne anima!. l'uomo nel suo istinto.
Non v'è nulla che non si possa rendere naturale; 39. La prevenzione che induce in e11·ore.- È cosa
non v'è natura che non si possa far perdere. deplorevole vedere tutti gli uomini deliberare sol-
36. La memoria, la gioia sono sentimenti, e persi- tanto sui mezzi e per nulla sul fine. Ognuno pensa
no le proposizioni geometriche diventano senti- come soddisferà la sua condizione; ma quanto alla
menti, giacché la ragione rende i sentimenti naturali scelta della condizione, e della patria, è la sorte a
e i sentimenti naturali si cancellano con la ragione. darcela.
26 27
È cosa miserevole vedere tanti turchi, tanti ereti- possibile immaginare; poiché concepisce un odio
ci, tanti infedeli seguire il modo di procedere dei mortale contro la verità che lo rimprovera e che lo
loro padri per la sola ragione che ognuno di essi ha convince dei suoi difetti. Desidererebbe annientar-
la prevenzione che questo sia il migliore. E questo la, e non potendo distruggerla in se stesso la distrug-
appunto determina ciascuno ad ogni condizione: di ge, per quanto può, nella sua consapevolezza e in
fabbro, di soldato, ecc. quella degli altri, pone cioè tutta la sua cura nel ce-
Proprio per questo i selvaggi non sanno che far- lare i propri difetti così agli altri come a se stesso e
sene della Provenza. non può sopportare che glieli si facciano vedere o
40. Esiste una universale ed essenziale differenza siano veduti.
tra le azioni della volontà e tutte le altre. È indubbiamente un male essere pieno di difetti,
La volontà è uno dei principali organi della cre- ma è un male anche maggiore esserne pieni e non
denza non già perché genera la credenza, ma per- volerli riconoscere, perché ciò equivale ad aggiun-
ché le cose sono vere o false, secondo il profilo sotto gervi anche quello di una volontaria illusione. Non
il quale vengono osservate. La volontà, che si com- vogliamo che gli altri ci ingannino; non ci sembra
piace dell'una più che dell'altra, storna l'intelletto giusto che vogliano essere stimati da noi più di quan-
dal considerare le qualità di quelle che non le pia- to meritino: dunque non è neppure giusto ingan-
ce vedere; e così l'intelletto, procedendo di pari narli e volere ch'essi ci stimino più di quanto meri-

passo con la volontà, si sofferma a considerare l'a- oamo.
spetto che piace ad essa; e così giudica per quel che Così; quando scoprono soltanto le imperfeziOni e
vede. i vizi che in realtà abbiamo, è chiaro che non ci fan-
41. Amor proprio.- La natura dell'amor proprio no alcun torto, poiché non sono loro ad esserne
e di questo "io" umano è quella di amare soltanto se causa e dato che ci procurano un beneficio, dal mo-
stesso e di considerare soltanto se stesso. Ma che mento che ci aiutano a liberarci da un male, che è
farà? Non riuscirà ad impedire che l'oggetto da lui l'ignoranza di tali imperfezioni. Non dobbiamo es-
amato sia pieno di difetti e di miserie: vuole essere. sere turbati per il fatto che li conoscono e ci di-
grande, e si vede piccolo; vuole essere felice, e si sprezzano: essendo giusto sia che ci conoscano per
vede miserabile; vuole essere perfetto, e si vede pie- quello che siamo, sia che ci disprezzino se siamo di-
no d'imperfezioni; vuole essere l'oggetto dell'amore sprezzabili.
e della stima degli uomini, e vede che i suoi difetti Questi sono i sentimenti che dovrebbero nascere
meritano soltanto la loro avversione e il loro di- in un cuore che fosse pieno di equità e di giustizia.
sprezzo. L'imbarazzo in cui così si trova produce in Che dobbiamo dunque dire del nostro, scorgendo-
lui la più ingiusta e la più criminale passione che sia vi una disposizione completamente opposta? Non è
28 29
l
forse infatti vero che odiamo la verità e coloro che testimonianze d'affetto e di stima. Con tutto ciò que,
ce la dicono e che preferiamo ch'essi s'ingannino a sta medicina non cessa di essere amara per l'amor
nostro vantaggio, e che vogliamo essere da loro cre- proprio. Esso ne prende il meno che può e sempre
duti diversi da quello che in realtà siamo? con disgusto, e spesso rsino con un segreto dispet-
Eccone una prova che mi fa orrore. La religione to contro coloro che 'da porgono.
cattolica non obbliga a mettere in mostra a tutti in- Ne consegue che se qualcuno ha un certo interes-
differentemente i propri peccati: tollera che si resti se a piacerei si guarda bene dal renderei un servigio
nascosti a tutti gli altri uomini; ne eccettua però uno ch'egli sa esserci sgradevole; ci trattano come vo-
solo al quale ci ordina di palesare il fondo dd pro- gliamo essere trattati: noi odiamo la verità, ce la na-
prio cuore e di farsi vedere quali si è. È questo l'uni- scondono; vogliamo essere adulati, ci adulano; ci
• • • • •
co uomo al mondo che essa ci ordina di disinganna- p1ace essere mgannatt, Cl mgannano.
re, e ad esso impone l'obbligo di un segreto inviola- Questo fa sì che ogni gradino dd successo che ci
bile che fa sì che questa conoscenza viene ad essere innalza nel mondo ci allontana vieppiù dalla verità,
in lui come se non ci fosse. Ci si può immaginare poiché paventiamo di più di ferire coloro il cui af-
nulla di più caritatevole e di più mite? E nondime- fetto è più utile e l'avversione più pericolosa. Un
no tale è la corruzione dell'uomo che trova ancora principe potrà essere la favola di tutta l'Europa, ed
durezza in questa legge; ed è questa una delle prin- •
essere il solo a non saperne nulla. Non me ne mera-
cipali ragioni che ha fatto insorgere contro la Chiesa viglio: dire la verità è utile per colui al quale la si
una gran parte dell'Europa. dice, ma svantaggioso per coloro che la dicono, poi-
Come è ingiusto e irragionevole il cuore umano, ché si fanno odiare. Orbene, coloro che vivono con
se giudica una malvagità il fatto che lo si obblighi a i principi hanno più a cuore i propri interessi che
fare verso un uomo ciò che sarebbe giusto in qual- non quelli del principe che servono; perciò si guar-
che modo ch'egli facesse verso tutti gli uomini! In- dano dal procurargli un vantaggio nocendo a se

fatti, è forsegiusto che noi li inganniamo? stessi.
In questa avversione per la verità esistono diversi Tale sventura è indubbiamente maggiore e più
gradi; ma si può dire ch'essa esista in tutti in un cer- comune presso le persone di grande condizione;
to grado, poiché è inscindibile dall'amor proprio. È ma quelle di condizione minima non ne sono in-
questa falsa delicatezza ad obbligare coloro che sono denni, perché v'è sempre qualche interesse a farsi
nella necessità di rimproverare gli altri a scegliere benvolere dagli uomini. Così la vita umana altro
tanti rigiri e attenuamenti per evitare di urtarli. Bi- non è se non una perpetua illusione; è tutto un in-
sogna che essi sminuiscano i nostri difetti, che fac- gannarci e un adularci a vicenda. Nessuno parla di
ciano sembiante di scusarli, che vi mescolino lodi e noi in nostra presenza come ne parla in nostra as-
30 31
senza. La solidarietà esistente tra gli uomini è fon- nell'aria, completamente avulsi dalla nostra comu-
data unicamente su questo reciproco inganno; e po- nità. No, no; se sono più grandi di noi, ciò avviene
che amicizie perdurerebbero se ognuno sapesse per il fatto che hanno la testa più in alto; ma hanno i
quel che il suo amico dice di lui quando non è pre- piedi tanto in basso quanto i nostri. Sono tutti allo
sente, sebbene ne parli allora sinceramente e spas- stesso livello e si appoggiano sullo stesso terreno; e,

s10natamente. con questa estremità, sono abbassati quanto noi,
L'uomo è dunque soltanto simulazione, menzo- quanto i più piccoli, quanto i bambini, quanto le
gna e ipocrisia, vuoi dentro di sé vuoi verso gli altri. bestie.
Non vuole che gli si dica la verità, evita di dirla agli 45. Quando la nostra passione ci induce a com-
altri, e tutte queste inclinazioni, così lontane dalla piere qualche cosa, dimentichiamo il nostro dovere:
giustizia e dalla ragione, hanno una radice naturale quando un libro ci piace, lo si legge, mentre si do-
nel suo cuore. vrebbe fare qualcos'altro. Ma per ricordarsene bi-
42. Reputo incontestabile che se tutti gli uomini sogna proporci di fare qualcosa che si detesta; e
sapessero quel che dicono gli uni degli altri non esi- allora ci si scusa con il pretesto che si ha altro da
sterebbero quattro amici al mondo. Questo è evi- fare e in questo modo ci si rammenta del nostro do-
dente dalle liti causate dalle indiscrezioni che ne vere.
vengono talvolta fatte. [Dico di più, tutti gli uomini 46. Quant'è difficile proporre una cosa al giudi-
sarebbero ... ] zio di un altro, senza corrompere il suo giudizio con
43. Vi sono vizi che restano attaccati a noi soltan- il modo di proporgliela! Se si dice: «Per me è bello;
to per mezzo di altri vizi e che, togliendo il tronco, per me è oscuro», o altra cosa del genere, si trascina
• • •
s1 portano VIa come ram1. la sua immaginazione verso ques!o giudizio oppure
44. L'esempio della castità d'Alessandro non ha la si stimola in senso opposto. E meglio non dire
fatto tanti morigerati quanti intemperanti ha fatto nulla; e allora egli giudicherà secondo quel che è,
quello della sua ubriachezza 14 • Non è un'onta non vale a dire secondo quel che è in quel momento, e
essere virtuòsi come lui. Si crede di non essere com- secondo quel che sarà stato il concorso delle altre
pletamente nei vizi degli uomini comuni quando ci circostanze di cui non si è autore. Se non altro, noi
si vede nei vizi di questi grandi uomini; eppure non non vi avremo concorso in alcun modo, a meno che
sì bada al fatto che in questo sono uomini comuni. tale silenzio non produca anch'esso il suo effetto,
Siamo attaccati ad essi con quello stesso filo con cui secondo l'aspetto e l'interpretazione che quegli avrà
essi sono attaccati al popolo; infatti, per quanto sia- voglia di attribuirgli o secondo quel che supporrà
no in alto, sono pur sempre in qualche parte con- dai movimenti e dall'espressione del viso o dal tono
giunti agli infimi tra gli uomini. Non stanno sospesi della voce, se sarà fisionomista: a tal punto è diffici-
32 33
le non rimuovere in alcun modo un giudizio dal suo 50 bis. Poiché la natura ci rende sempre infelici
naturale assestamento, o piuttosto a tal punto ne ha in ogni condizione, i nostri desideri ci rappresenta-
poco di saldo e di stabile! no una condizione felice perché essi uniscono alla
47. Quando si conosce la passione dominante di condizione in cui siamo i piaceri della condizione
ciascuno, si è sicuri di piacergli; e tuttavia ciascuno in cui non siamo e quand'anche giungessimo a que-
ha le sue bizzarrie, contrarie al suo stesso bene, nel- sti piaceri, non per questo saremmo felici, perché
l'idea stessa che egli ha del bene; ed è questa una avremmo altri desideri conformi a questa nuova con-
stravaganza che mette fuori squadra. dizione.
48. «.Lustravit lampade terraD>. -n tempo e il mio Bisogna particolareggiare questa proposizione ge-
umore hanno pochi legami, ho le mie nebbie e il nerale.
mio bel tempo dentro di me; l'andamento in bene o 51. n sentimento della falsità dei piaceri presenti
in male delle mie stesse faccende vi ha ben poca e l'ignoranza della vanità dei piaceri assenti causano
parte. Talora sono io stesso ad oppormi contro la l'incostanza.
sorte; la gloria di domarla me la fa domare giocon- 52. Incostanza. -Toccando l'uomo, si crede di
damente: laddove tal volta faccio il ristuccato nella toccare organi comuni. Sono bensl organi, in verità,
buona sorte. ma bizzarri, mutevoli, variabili [le cui canne non si
49. Benché le persone non abbiano alcun interes- susseguono per gradi congiunti]. Coloro che sanno
se a ciò che dicono, non bisogna concluderne in senso sonare soltanto organi comuni, non trarranno ac-
assoluto che non mentono affatto, perché ci sono cordi da quelli. Bisogna sapere dove sono i [tasti].
persone che mentono semplicemente per mentire. 53. Incostanza.- Le cose hanno differenti qualità,
50. Quando ci si sente bene, ci si domanda con e l'anima differenti inclinazioni; niente infatti di
meraviglia come potremmo fare se fossimo malati; quel che si offre all'anima è semplice, e l'anima non
quando lo siamo, prendiamo allegramente le medi- si offre mai semplice per alcun motivo. Da ciò deri-
cine: il male risolve la cosa. Non abbiamo più le va il fatto che si piange e si ride di una stessa cosa.
passioni e desideri di svaghi e di passeggiate che la 54. Incostanza e stravaganza.- Vivere soltanto del
salute suscitava e che sono incompatibili con le ne- proprio lavoro e regnare sul più potente Stato del
cessità della malattia. La natura suscita allora pas- mondo sono cose del tutto opposte. Le troviamo
sioni e desideri conformi allo stato presente. Ci sono unite nella persona del gran signore dei Turchi.
soltanto i timori, che noi stessi ci creiamo e non la 55. La diversità è cosl vasta che tutti i toni di
natura, a turbarci perché uniscono alla condizione voce, tutte le andature, i modi di tossire, di soffiarsi
in cui siamo le passioni della condizione in cui non

il naso, di starnutire... Tra i frutti si distinguono le
stamo. uve e, tra esse tutte, i moscati, e poi Condrieu e poi
34 35
Desargues 15 e poi questo innesto. Questo è tutto? un buon intelletto, dà frutti; i numeri, che sono di
Ne ha mai prodotto due grappoli uguali? E un natura così diversa, imitano lo spazio.
grappolo ha forse due acini uguali? ecc. Tutto è creato e guidato da uno stesso signore: la
Non saprei giudicare una stessa cosa nella stessa radice i rami i frutti; i principi, le conseguenze.
esatta maniera. Non posso dare un giudizio sulla 61. [Natur~ diversifica e imita, artificio imita e di-
mia opera mentre la vado facendo; bisogna che fac- versifica].
cia come i pittori e che me ne allontani; ma non 62. La natura ricomincia sempre le stesse cose, gli
troppo. Di quanto dunque? Indovinate. anni, i giorni, le ore; similmente gli sp.azi e i !lume~
56. Diversità. - La teologia è una scienza, ma al si susseguono l'un l'altro senza sol~z~~~e ~ co~tl­
tempo stesso quante scienze? Un uomo è un sogget- nuità. Si attua in tal modo una specie d mfinitudine
to; ma se lo si anatomizza, sarà esso la testa, il cuore, e d'eternità. Non già che esista qualcosa di tutto ciò
le vene, ogni vena, ogni parte di vena, il sangue, che sia infinito ed eterno, ma questi enti finiti si mol-
ogni umore del sangue? tiplicano all'infmito. Così, mi sembra che soltanto il
Una città, una campagna, da lontano è una città e i'
1 numero che li moltiplica sia infinito.
una campagna; ma a mano a mano che ci si awici- 63. n tempo risana i dolori e le dispute perché noi
l

na, sono case, alberi, tegole, foglie, erbe, formiche, l


1• cambiamo, non siamo più la stessa persona. Né l'of-
zampe di fonniche, all'infmito. Tutto ciò si racchiu- ll fensore né l'offeso sono più gli stessi. È come un po-
de sotto il nome di campagna. ' polo che sia stato mosso a sdegno e che v~nisse ri~­
57. Pensieri. - Tutto è uno, tutto è diverso. sto dopo due generazioni. Sono ancora 1 francesi,
Quante nature in quella dell'uomo! Quanti mestie- ll ma non gli stessi. . . .
ri! E per quale caso! Ognuno sceglie di solito quello 64. Non ama più la persona che amava d1ec1 an~1
di cui ha sentito parlare bene. Tacco ben tornito 16. fa. Lo credo bene: non è più la stessa, e n~ppure lw:
58. Tacco di scarpa. -«Oh! com'è ben tornito! Lui era giovane, e anche lei; è del tutto diversa. Egli
Che abile operaio! Com'è coraggioso quel solda- tornerebbe forse ad amarla se ella fosse come allora.
to!». Questà la fonte delle nostre inclinazioni e del- 65. Guardiamo le cose non solo da altri lati, ma
la scelta di uno stato. «Come beve forte quello! con altri occhi; non badiamo a trovarle uguali.
Come beve poco quell'altro!». Proprio questo ren- 66. Opposizioni. - L'uomo è per natura credulo,
de le persone sobrie o ubriacone, soldati, imbelli, incredulo, pusillanime, temerario. .
ecc. 67. Descrizione dell'uomo: dipendenza, deside-
59. Talento principale, che regola tutti gli altri. rio d'indipendenza, bisogno. . .
60. La natura si imita: un seme, gettato su un 68. Condizione dell'uomo: incostanza, tedio, m-
buon terreno, dà frutti; un principio, seminato in quietudine.
36 37
69. n rammarico che si prova a lasciare le faccen- 76. A noi piace soltanto il combattimento, non la
de cui ci si sia affezionati. Un uomo vive piacevol- vittoria: ci piace vedere i combattimenti degli ani-
mente nel suo ambiente domestico: basta che in- mali, non il vincitore che si accanisce sul vinto; che
contri una donna che gli piaccia o che si abbandoni cosa si voleva vedere se non il compiersi della vitto-
per cinque o sei giorni al piacere del giuoco; ed ec- ria? E non appena è giunta si è sazi. Così è nel giuo-
colo infelice se fa ritorno alla sua primitiva occupa- 1 co, così è nella ricerca della verità. Ci piace vedere,

zione. Niente è più comune di questo. ' nelle dispute, lo scontro delle opinioni; per nulla,
70. La nostra natura è nel movimento; il riposo invece, contemplare la verità trovata; per indurre a
completo è la morte. considerarla piacevolmente, bisogna mostrarla nel
71. Agitazione.- Quando un soldato si lamenta suo nascere dalla disputa. Similmente nelle passio-
della sua fatica, oppure un contadino, ecc., li metta- ni: si prova piacere nel vedeme l'urto di due oppo-
no a non far niente. ste; ma quando una prepondera, ormai è soltanto
72. Tedio. -Niente è tanto insopportabile all'uo- brutalità. Noi non cerchiamo mai le cose, ma la ri-
mo quanto lo starsene in un completo riposo, senza cerca delle cose. Così, nelle commedie, le scene liete
passioni, senza un daffare, senza svago, senza po- prive d'ansia non valgono nulla, e neppure le estre-
tersi applicare. Avverte allora la sua nullità, il suo me sventure senza speranza o gli amori brutali o le
abbandono, la sua insufficienza, la sua subordina- crude durezze.
zione, la sua impotenza, il suo vuoto. Subitarnente 77. Ci consoliamo perché ci · con poco.
scaturirà dal fondo della sua anima il tedio, la te- 78. Senza prendere in esame tutte le occupazioni
traggine, la tristezza, l'afflizione, il dispetto, la di- particolari, basta comprenderle sotto il profilo del

speraz1one. diversivo.
73. Cesare era troppo vecchio, a mio avviso, per 79. Uomini per natura conciatetti e di tutte levo-
andare a divertirsi a conquistare il mondo. Questo cazioni, fuorché in carnera.
divertimento andava bene per Augusto o per Ales- BO. Diversivo. -Quando talvolta mi sono messo a
sandro; erano giovanotti, ed è difficile fermare que- considerare le diverse smanie degli uomini e i peri-
sti; ma Cesare doveva essere più maturo. coli e le sofferenze a cui si espongono, a corte, in
74. Due volti simili, nessuno dei quali separata- guerra, da cui nascono tante contese, passioni, im-
mente preso muove a riso, presi insieme fanno ride- prese ardimentose e spesso malvage, ecc., ho sco-
re per la loro rassomiglianza. perto che tutta l'infelicità umana deriva da una sola
75. Quale vanità è la pittura, che suscita ammira- causa, quella cioè di non saper restarsene quieti in
zione per la rassomiglianza delle cose di cui non si una carnera. Un uomo che ha abbastanza beni per-
ammirano punto gli originali. ché possa vivere, se sapesse starsene piacevolmente
38 39
a casa sua non ne uscirebbe per andare sul mare o oppure nella lepre che si rincorre: non ne vorrem-
all'assedio di una piazzaforte. Ci si comprerà a così mo se ce l'offrissero. Ciò che si ricerca non è il
caro prezzo un grado nell'esercito soltanto perché moll~ e pacifico modo di vivere, che non c'impedi-
si giudicherebbe insopportabile non muoversi dalla sce dt. pen~ar~ alla nostra infelice condizione, e n ep-
città; e si ricercano le conversazioni e gli svaghi dei pur~ 1 pencoli della guerra o la noia degli impieghi,
giuochi soltanto perché non si può starsene piace- o;a il trambusto che ci allontana da quel pensiero e
volmente a casa propria. ct svaga.
Ma quando ho pensato più attentamente e, dopo questa è la ragione per cui agli uomini piace tan-
aver trovato la causa di tutte le nostre infelicità, ho to .il ~o!e e il tramestio; questa è la ragione per
voluto_scoprime la ragione, mi sono accorto che ce cw la pngtone è un supplizio così orribile; questa è
n'è una ben reale, che consiste nell'infelicità conna- la ragione per cui il piacere della solitudine è una
turata nella nostra condizione debole e mortale, e c?sa incomprensibile. Insomma quel che rende mag-
così miserevole che niente può consolarci allorché gtormente felice la condizione dei re sta nel fatto
la consideriamo dappresso. che si cerca senza posa di svagarli e di procurar loro
Qualunque condizione ci si immagini, se si riuni- ogni sorta di piaceri.
scono tutti i beni che possono appartenerci, quella n re è circondato da persone che pensano soltan-
del re è la migliore posizione del mondo; e tuttavia to a divertire il re e ad impedirgli di pensare a se stes-
immaginiamocene [uno] accompagnato da tutte le so. Poiché, per quanto sia re, se ci pensa, è infelice.
soddisfazioni di cui può beneficiare, senza diversi- . Questo è tutto ciò che gli uomini hanno potuto
vo alcuno, e lo si lasci considerare e riflettere su ciò • tnventa.re per renders.i felici. E coloro che a questo
ch'egli è; quella languente felicità non lo sosterrà ~ropostto posano a filosofi e stimano che la gente
punto, egli precipiterà necessariamente nelle visioni sta ben poco assennata nel passare tutto il giorno a
che lo minacciano: delle rivolte che possono scate- correre dietro a una lepre che non vorrebbe aver
narsi, e infme della morte e delle malattie che sono comprato, non conoscono o quasi la nostra natura.
inevitabili; di guisa che, se è privo di quel che si chia- Quella lepre non ci scamperebbe dalla visione della
ma diversivo, è un infelice, e [più] infelice del più morte e delle miserie, ma la caccia, che ci distoglie
basso tra i suoi sudditi che giuoca e si svaga. da essa, ce ne scampa.
Questa è la ragione per cui il giuoco e la conver- nconsiglio che veniva dato a Pirro di prendersi il
sazione delle donne, la guerra, le alte cariche sono riposo ch'egli andava cercando con tante fatiche in-
tanto ricercati. Non già che in ciò vi sia realmente contrava molte obiezioni.
felicità, o che si pensi che la vera beatitudine stia . [~ir~ a. un uomo di vivere quietamente significa
nell'avere il denaro che si può guadagnare al giuoco dirgli dt vtvere felice; significa consigliarli di posse-
40 41
dere una condizione completamente felice, tale che [La danza: bisogna pensar bene dove si mette-
egli possa considerarla a suo agio, senza trovarvi ranno i propri piedi. - n gentiluomo crede sincera-
motivo di afflizione; significa consigliargli ... Dun- mente che la caccia sia un piacere grande e un pia-
que non è comprendere la natura. l,cere regale; ma il battitore non è di questo parere].
Perciò gli uomini che hanno una percezione na- Costoro s'immaginano che una volta ottenuta
turale della loro condizione evitano la quiete più di quella tal carica, si riposerebbero dipoi con piacere,
qualsiasi altra cosa: non v'è nulla che non facciano e non avvertono la natura insaziabile della loro cu-
pur di vivere nell'agitazione. Non già ch'essi non pidigia. Credono di cercare sinceramente la quiete,
abbiano un istinto che fa loro conoscere come la e cercano in realtà soltanto il trambusto.
vera beatitudine ... La vanità, il piacere di mostrarlo Hanno un istinto segreto che li porta a cercare al-
agli altri. trove lo svago e l'occupazione, e che deriva dal ri-
Perciò si sbaglia a biasimarli; il loro errore non sentimento per le loro continue miserie; e hanno un
sta nd fatto che cercano il tumulto, se lo cercassero altro istinto segreto che è quanto sopravanza della
solo come uno svago; il male invece è che lo cercano grandezza della nostra prima natura, e che li rende
come se il possesso delle cose di cui vanno in cerca coscienti che in effetto la felicità sta unicamente nd-
li dovesse rendere veramente felici, e in questo ap- la quiete, non già nd tumulto; e da questi due istinti
punto si ha ragione di accusare di vanità la loro ri- opposti si fmma in essi una confusa aspirazione,
cerca; cosicché, in tutto ciò tanto chi biasima quan- · che si cda alla loro vista nd fondo della loro anima
to chi è biasimato non intende la vera natura del- e che li induce a tendere alla quiete per mezzo dd-
l'uomo]. l'agitazione e ad immaginarsi sempre che l'appaga-
Pertanto, quando si rimprovera loro che ciò che mento di cui sono privi arriderà loro se sonnontan-
essi perseguono con tanto ardore non potrebbe do certe intraviste difficoltà potranno aprirsi in tal
soddisfarli, se rispondessero, come dovrebbero fare modo la porta alla quiete.
se vi pensassero bene, che cercano in ciò unicamen- Così trascorre l'intera vita. Si cerca la quiete com-
te un'occupazione violenta e impetuosa che li di- battendo ostacoli; e se si sono superati, la quiete
stolga dal pensare a se stessi e che per questa ragio- diventa insopportabile; poiché si pensa o alle mi-
ne si propongono un oggetto attraente che li incanti serie che si hanno o a quelle che ci minacciano. E
e li attiri con ardore, lascerebbero i loro avversari quand'anche ci si vedesse abbastanza al riparo da
senza possibilità di replica. Ma essi non rispondono tutte le parti, il tedio, di sua privata autorità, non
in questo modo, perché non conoscono se stessi. trascurerebbe di uscime dal fondo dd cuore dove
Non sanno che soltanto la caccia, e non già la preda, ha naturali radici e di riempire lo spirito con il suo

ess1 perseguono. veleno .
42 43
Così, l'uomo è tanto infelice, che si annoierebbe quel che non vorrebbe gli fosse dato a condizione di
anche senza alcun motivo di noia, per lo stato carat- non giocare, affinché si costruisca un motivo di as-
teristico della sua conformazione; ed egli è a tal pun- sione, e susciti su ciò il suo desiderio, la sua co era,
to vano che, pur essendo pieno di mille sostanziali il suo timore, per l'oggetto che si è costruito, come i
ragioni di noia, la più piccola cosa, come un biliar- bambini che si spaventano del viso da essi stessi im-
• • •
do e una palla da spingere, bastano a svagarlo. ptastnccrato.
Ma, direte, che scopo trova in tutto ciò? Quello Come mai quel tale, che da pochi mesi ha perdu-
di vantarsi domani tra i suoi amici d'aver giocato to il suo unico figlio e che, oppresso da processi e
meglio di un altro. Così, c'è chi suda nel suo studio- querele, era stamane così sconvolto, non ci pensa
lo per mostrare ai sapienti d'aver risolto un proble- più ora? Non meravigliatevene: è tutto intento a
ma di algebra di cui fino a quel momento è mancata scrutare da dove passerà il cinghiale che i cani inse-
la soluzione, e tanti altri si espongono ad estremi guono da sci ore con tanta foga. Non occorre altro.
pericoli per vantarsi poi, e altrettanto scioccamente Per quanto pieno di tristezza, basta che si riesca a
a mio avviso, d'una piazzaforte che avranno preso; e farlo partecipare a qualche svago e allora l'uomo per
altri infine crepano pur di mettere in evidenza tutte tutto quel tempo è felice; per quanto felice possa es-
.' .
queste cose, non gra per acqwstare una maggtor . sere, se non è distratto e occupato da qualche pas-
saggezza, ma soltanto per mostrare che le sanno, e sione o da qualche svago che impedisca alla noia di
costoro sono i più sciocchi della combriccola, poi- diffondersi, l'uomo sarà subito tribolato e infelice.
ché lo sono consapevolmente, laddove si può pen- Senza diversivo non c'è gioia, con il diversivo non
sare degli altri che non lo sarebbero più se avessero c'è tristezza. Ed è altresì quel che costituisce la feli-
tale consapevolezza. cità delle persone di elevata condizione: hanno uno
C'è chi passa la vita senza tediarsi, giocando tutti stuolo di persone che le divagano e hanno il potere
i giorni un'inezia. Dategli tutte le mattine il denaro di mantenersi in questo stato.
che può vincere ogni giorno, alla condizione che Badate. Che altro è essere sovrintendente, can-
non giuochi: lo renderete infelice. Si dirà forse che celliere, primo presidente, se non essere in una con-
ciò avviene perché costui cerca il divertimento del dizione in cui si ha sin dal mattino un gran numero
giuoco e non già il guadagno. Fatelo dunque gioca- di persone che vengono da tutte le parti per non la-
re per niente, non si infervorerà e si annoierà. Egli sciar loro un'ora nella giornata in cui possano pen-
dunque non cerca unicamente il divertimento: un sare a se stessi? E quando cadono in disgrazia e
divertimento fiacco e senza passione lo annoierà. sono rimandati nelle loro case di campagna, in cui
Bisogna ch'egli vi si infervori e che intrappoli se non mancano né di beni né di domestici che li assi-
stesso, immaginandosi che sarebbe felice di vincere stano nelle loro necessità, non possono fare a meno
44 45
di sentirsi infelici e derelitti, perché nessuno impe- preoccu azione di ballare bene è renderlo felice.
disce loro di pensare a se stessi. Ma sarà o stesso per un re, e sarà costui più felice
81. [Come mai quell'uomo, così afflitto per la attaccandosi a questi vani divertimenti piuttosto
morte della moglie e del suo unico figlio, con quella che alla visione della sua grandezza? E quale ogget-
grossa lite che lo tormenta, in questo momento non to più soddisfacente potrebbe essere dato al suo
è triste, e lo si vede così immune da tutti questi pen- spirito? Non sarebbe dunque far torto alla sua gioia
sieri penosi e inquietanti? Non bisogna meravigliar- occupare il suo animo nel pensiero di aggiustare i
sene; gli hanno appena servito una palla, e bisogna suoi passi alla cadenza di un'aria o di mandare a se-
che la rilanci al suo compagno; è tutto intento a gno una palla, invece di }asciargli godere in pace la
prenderla appena cade dal "tetto" per aggiudicarsi contemplazione della maestosa gloria che lo circon-
un punto di primo rimbalzo 17; come volete ch'egli da? Se ne faccia la prova: si lasci un re completa-
pensi alle sue faccende, quando ha quest'altra fac- mente solo, senza alcuna soddisfazione dei sensi,
cenda da sbrigare? Questa è una bisogna degna di senza alcuna occupazione intellettuale, senza com-
tenere occupata questa grande anima e di toglierle pagnia, pensare a sé a tutto suo agio; e si vedrà che
dalla mente ogni altro pensiero. Quell'uomo, nato un re senza diversivo è un uomo pieno di miserie.
per conoscere l'universo, per giudicare tutte le cose, Per questo si evita ciò accuratamente, e accanto alle
per reggere un intero Stato, è n, occupato e tutto in- persone dei monarchi non manca mai un gran nu-
tento alla cura di prendere una lepre! E se non si mero di gente che bada di far seguire lo svago ai
abbassa a ciò e vuoi vivere in perenne tensione, sarà loro offici, e che spia tutti i momenti della loro inat-
ancor più sciocco perché vorrà elevarsi sopra l'uma- tività per procurar loro diletti e giuochi, cosicché
nità, ed egli è soltanto un uomo, in fin dei conti, non ci sia mai un vuoto; vale a dire ch'essi sono cir-
vale a dire capace di poco e di molto, di tutto e di condati da persone che hanno un meraviglioso zelo
niente: non è né angelo né bestia, ma uomo]. . nel vigilare che il re non sia solo e in grado di pensa-
82. Gli uomini si occupano a inseguire una palla re a se stesso, ben sapendo che sarebbe miserevole,
• •
e una lepre; è il divertimento persino dei re. per quanto s1a re, se Cl pensasse.
83. Diversivo.- La dignità regale non è forse di In tutto quel che vado dicendo non parlo dei mo-
per se stessa sufficientemente grande per colui che narchi cristiani in quanto cristiani, ma soltanto in
la possiede, da renderlo felice alla sola vista di quel quanto monarchi.
ch'egli è? Occorrerà forse distrarlo da questo pen- 84. Diversivo.- Si addossa a ·uomini, sin dall'in-
siero come si fa con la gente comune? So benissimo fanzia, la cura del loro onore, ei loro beni, dei loro
che distogliere un uomo dalla vista delle sue miserie amici, e anche dei beni e dell'onore dei loro amici.
domestiche per riempire tutti i suoi pensieri della Si soverchiano di occupazioni, di lingue da impara-
46 47
re e di esercizi, e si fa loro intendere che non po- geometria. Soltanto perché non lo si sa studiare si
trebbero essere felici senza che la loro salute, il loro cerca il resto; ma non può forse darsi che non sia
onore, la loro fortuna e quella dei loro amici siano neppure questa la scienza che l'uomo deve possede-
in buono stato, e che la mancanza di una sola cosa li re, e che sia forse meglio per lui ignorare se stesso
renderebbe infelici. Cosi vengono assegnati loro in- per essere felice?
carichi e commissioni che li fanno tribolare sin dal- 86. Un solo pensiero ci occupa, non possiamo
lo spuntare del giorno. - Questo, direte voi, è uno pensare a due cose insieme; donde ci deriva un
strano modo di renderli felici! Che si potrebbe fare bene secondo il mondo, non secondo Dio.
di meglio per renderli infelici?- Come! Quel che si 87. L'uomo è manifestamente fatto per pensare;
potrebbe fare? Basterebbe soltanto toglier loro tut- qui sta tutta la sua dignità e tutto il suo meritolB e
te queste cure; poiché allora vedrebbero se stessi, tutto il suo dovere sta nel pensare come si de~e.
penserebbero a ciò che sono, da dove vengono, Ora, l'ordine del pensiero è quello di cominciare da
dove vanno; e così non si può mai abbastanza occu- sé medesimo, e dal suo autore e dal suo fine.
parli e distrarli. E appunto perciò, dopo aver pro- Orbene, a che pensa la gente? Mai a questo, ma a
curato loro tante occupazioni, se hanno qualche mo- ballare, a sonare il liuto, a cantare, a far versi, a cor-
mento di tregua si consiglia loro di impiegarlo a di- rere all'anello, ecc., a battersi, a diventar re, senza
vertirsi, a giocare, e a essere sempre interamente de- pensare a ciò che significa essere re ed essere uomo.
diti a qualche cosa. 88. Non ci accontentiamo della vita che abbiamo
Quanto è vuoto e ingombro di sozzura il cuore del- in noi e nel nostro proprio essere: vogliamo vivere
l'uomo! ~ella rappresentazione altrui d'una vita immagina-
85. Mi ero a lungo dedicato allo studio delle scien- na, e perciò ci sforziamo di apparire in un certo
ze astratte; e la scarsa comunicatività che se ne può modo. Ci adoperiamo senza posa per abbellire e
trarre me ne aveva disgustato. Quando ho comin- conservare il nostro essere immaginario e trascuria-
ciato lo studio dell'uomo, mi sono accorto che quel- mo quello vero. E se noi abbiamo o la tranquillità o
le scienze astratte non si convengono all'uomo, e la generosità o la fedeltà, ci affrettiamo a farlo sape-
che io mi sviavo più dalla mia condizione con l' ap- re, per connettere codeste virtù all'altro essere no-
profondiuni in esse di quanto non lo facessero gli s~ro, e le distaccheremmo piuttosto da noi per ag-
altri ignorandole. Ho scusato gli altri di sapeme giUngerle all'altro, di buon grado diventeremmo co-
poco. Ma ho creduto di trovare almeno molti com- dardi pur di acquistare la reputazione d'esser p rodi.
pagni nello studio dell'uomo e che questo sia il vero Grande segno di nullità del nostro proprio essere il
studio che gli convenga. Mi sono ingannato; a stu- non essere soddisfatti dell'uno senza l'altro, e lo scam-
diarlo sono ancora meno di quelli che studiano la biare spesso l'uno per l'altro! Giacché chi non fosse
48 49
disposto a morire per conservare il proprio onore, 94. Del desiderio di essere stimati da coloro con i
sarebbe esecrabile. quali ci si trova.- L'orgoglio ci possiede con una si-
89. Siamo così presuntuosi che vorremmo essere gnoria così naturale in mezzo alle nostre miserie, er-
conosciuti da tutta la terra, e persino dalle genti che rori, ecc. Perdiamo anche la vita con gioia, purché
verranno quando non ci saremo più; e siamo così se ne parli.
vanesi che la stima di cinque o sei persone raccolte Vanità: giuoco, caccia, visite, commedie, falsa per-
intorno a noi ci diletta e ci rende contenti. petuità del nbme.
90. Non ci si preoccupa di essere stimati nelle cit- 95. [Non ho amici per vostra fortuna].
tà in cui siamo di passaggio. Ma quando dobbiamo 96. Un vero amico è una cosa a tal punto vantag-
soggiomarvi un po' di tempo, ce ne preoccupiamo. giosa persino per i più grandi signori, affinché dica
Quanto tempo occorre? Un tempo proporzionato bene di loro e li sostenga anche in loro assenza, che
alla nostra durata vana e miserevole. devono far di tutto per averla. Ma bisogna che scel-
91. La vanità è così abbarbicata nel cuore umano gano bene; infatti se prodigheranno i loro sforzi per
che un soldato, un manovale d'esercito, un cuoco, degli sciocchi, ciò sarà loro inutile, per quanto bene
un facchino mena vanto di sé e può avere i suoi am- questi dicano di loro; e se si troveranno ad essere i
miratori; e i filosofi stessi ne pretendono; e quelli più deboli, neppure ne diranno bene, poiché non
che ne scrivono contro vogliono avere la gloria di avranno autorità; e così ne parleranno male per la

avere scritto bene; e quelli che lo leggono vogliono compagrua.
avere la gloria d'averlo letto; ed io che scrivo questo 97. <<Ferox gens, nullam esse vitam sine armis
ho forse questa brama; e forse quelli che lo legge- rat&.20• Preferiscono la morte alla pace; gli altri pre-
ranno... feriscono la morte alla guerra.
92. LA gloria. - L'ammirazione guasta tutto sin Ogni opinione può essere preferibile alla vita, l'a-
dall'infanzia: «Oh! come è ben detto! Oh! proprio more della quale sembra così forte e così naturale.
ben fatto! Quanto è assennato!» ecc. 98. Contraddizione: disprezzo del nostro essere,
I fanciulli di Port-Royal 19 , ai quali non si offre morire per nulla, odio del nostro essere.
questo stimolo di brama e di gloria, cadono nell'a- 99. Mestieri.- La dolcezza della gloria è così gran-

patta. de, che a qualunque oggetto la si ricolleghi, anche
93. Orgoglio. -Curiosità è soltanto vanità. ll più alla morte, la si ama.
delle volte si vuoi sapere soltanto per parlame. Di- 100. Le belle azioni celate sono le più stimabili.
versamente non si viaggerebbe sul mare per non Quando ne trovo qualcuna nella storia (come a pag.
dirne mai niente e per il solo piacere di vedere, sen- 184)21 , mi piacciono molto. Ma tutto sommato non
za speranza di non fame mai racconto. sono state del tutto celate, poiché sono state risapu-
50 51
te e benché si sia fatto ciò che si è potuto per celar- nota da risultare strano e sorprendente dire che è
le: quel poco per cui sono venute in luce guasta tut- sciocco cercare gli onori.
to; infatti, quel che c'è di più bello è l'averle volute 103. Chi voglia conoscere appieno la vanità del-
celare. .d l l'uomo consideri soltanto le cause e gli effetti dell'a-
101. Lo starnuto concentra tutte le funzioru e - more. La causa ne è «un non ~o che» (Corneille) 22 , e
l'anima, quanto il lavoro cui si è intenti; ma non se gli effetti ne sono tremendi. qu~sto «non so che»,
ne traggono le medesime conseguenze contro la così poca cosa da non poterst nconoscere, muove
grandezza dell'uomo, perché ciò avviene suo mal- tutta la terra, i principi, gli eserciti, il mondo intero.
grado. E anche quando siamo noi a cagio?arlo, lo li naso di Cleopatra: se fosse stato più corto tutta
facciamo nondimeno nostro malgrado; VIen fatto la faccia della terra avrebbe mutato.
non in vista della cosa stessa, ma per un diverso fìne: 104. Vanità. La causa e gli effetti dell'amore: Cleo-
e così non è un segno della debolezza dell'uomo e patra.
dd suo asservimento a quest'atto. 105. Chi non vede la vanità del mondo è ben vano
Non è vergognoso per l'u.omo soccombere. al do- lui stesso. Perciò chi non la vede, salvo i giovani che
lore, ed è vergognoso per lw soccomben: ~ ptacere. · sono immersi nel tumulto, negli svaghi e nel pensie-
Ciò non deriva dal fatto che il dolore Cl vtene dal- ro dell'awenire? Ma togliete loro il divertimento, li
l'esterno e che siamo noi a cercare il piacere; giac- vedrete disseccarsi di noia, awertono allora il loro
ché si puÒ cercare il dolo.re e soccombervi ~elibera­ nulla senza conoscerlo; perché significa essere dav-
tamente senza incorrere m questo genere dt bassez- vero infelici cadere in una tristezza insopportabile
za. Come mai allora è una gloria per la ragione soc- tosto che si è ridotti a considerare se stessi, senza
combere sotto lo sforzo del dolore, ed è una vergo- potersene distrarre in qualche modo: . .
gna per essa soccombere sotto lo sforzo ?el piac~­ 106. Pensieri.- <<in omnibus requtem quaestvt»23 •
re? n fatto è che non è il dolore a tentarcl e ad atti- Se la nostra condizione fosse veramente felice, non
rarci- siamo noi stessi ad eleggerlo volontariamente sarebbe necessario distrarci dal pensarvi per ren-
e a ;olergli dare signoria su di noi; cosicché diven- derei felici.
tiamo padroni della cosa; e in ciò è l'uomo a soc- 107. Diversivo.- La morte è più facile da soppor-
combere a se stesso; nel piacere, invece, è l'uomo a tare quando non vi si pensa di quanto non sia il pen-
soccombere al piacere. Orbene, soltanto la signoria siero della morte senza pericolo.
e l'imperio fanno la gloria, e soltanto la servitù fa la 108. Le miserie della vita umana stanno a fonda-
vergogna. mento di tutto ciò: appena gli uomini se ne sono ac-
102. Vanità.- È sbalorditivo che una cosa tanto corti, hanno cercato il diversivo. .
evidente quanto la vanità del mondo sia cosl poco 109. Diversivo.- Non avendo potuto porre nme-
52 53
dio alla morte, alla miseria, all'ignoranza, gli uomini che ci appartiene, e a tal punto vani da preoccupar-
hanno preso la determinazione, per rendersi felici, ci di quelli che non sono più nulla e da rifuggire
di non pensarci affatto. senza riflettere il solo che sussiste. n fatto è che il
110.... Ad onta di queste miserie, vuoi essere feli- presente, di solito, ci ferisce. Lo celiamo alla nostra
ce, e vuole essere soltanto felice, e non può non vo- vista perché ci e se ci dà diletto, ci ramma-
lerlo essere, ma come ci arriverà? Per giungerne a richiamo di vederlo · Cerchiamo di sostener-
capo, occorrerebbe ch'egli si rendesse immortale; lo con il futuro, e pensiamo di disporre le cose che
ma, non potendolo, ha preso la determinazione d'im- non sono in nostro potere in vista di un tempo in
pedire a se stesso di pensarci. cui non abbiamo nessuna certezza di arrivare.
111. Diversivo. - Se l'uomo fosse felice, tanto più Ciascuno esamini i propri pensieri, li troverà tutti
lo sarebbe quanto minori fossero le sue diversioni, rivolti al passato e all'avvenire. Non pensiamo quasi
come è per i santi e Dio. - Sì; ma non è forse essere per nulla al presente; e se ci pensiamo lo facciamo
felici il poter essere allietati dal diversivo? - No; soltanto per prenderne consiglio allo scopo di di-
poiché esso viene da altro e dall'esterno; e così esso sporre del futuro. n presente non è mai il nostro
è subordinato e pertanto soggetto ad essere turbato fine: il passato e il presente sono i nostri mezzi; uni-
da mille accidenti, che rendono inevitabili le affli- camente l'avvenire è il nostro fine. Così non vivia-
• •
ZIO O!. mo mai, ma speriamo di vivere; e, predisponendoci
112. Miseria. -La sola cosa che ci consoli delle sempre ad essere felici, è inevitabile che non lo sia-

nostre miserie è il diversivo, e tuttavia questa è la mo mru.
più grande delle nostre miserie. Infatti è appunto 114. Dicono che le eclissi preannunciano sventu-
questo a impedirci principalmente di pensare a noi ra perché le sventure sono comuni, di modo che un
stessi e a farci perdere a poco a poco. Senza di esso, malanno sopraggiunge così spesso, che spesso indo-
saremmo nel tedio, e questo tedio ci spingerebbe a vinano; laddove se dicessero che preannunciano for-
cercare un mezzo più consistente per uscime. Ma il tuna: sarebbero spesso menzognere. Attribuiscono la
diversivo d diverte e ci fa pervenire a poco a poco fortuna soltanto a rare congiunture celesti; così molto
alla morte. di rado sbagliano nel vaticinio.
113. Non ci atteniamo mai al tempo presente. 115. Miseria. -Meglio di chiunque altro, Salo-
Anticipiamo il futuro quasi fosse troppo tardo ad mone e Giobbe hanno conosciuto ed espresso nelle
arrivare, come per affrettare il suo corso; oppure ri- loro parole la miseria dell'uomo: l'uno il più felice,
chiamiamo il passato per arrestarlo, quasi fosse trop- l'altro il più infelice; l'uno conoscendo per espe-
po veloce: a tal punto sconsiderati, da vagabondare rienza la vanità dei piaceri, l'altro la realtà dei mali.
in tempi che non sono nostri, senza pensare al solo 116. Conosciamo noi stessi così poco, che parec-
54 55
chi pensano di essere sul punto di morire quando contrario avrebbe trovato il punto; è il moto perpe-
stanno bene; e parecchi pensano di star bene quan- tuo.
do sono vicini a morire, non sentendo l'approssi- 123. Coloro che in casi avversi nutrono sempre
marsi della febbre o l'ascesso sul unto di fonnarsi. buone speranze e si rallegrano delle fortunate eve-
117. Cromwell si accingeva a istruggere l'intera nienze, se non si affOiggono altresì di quelle sfortu-
cristianità; la famiglia reale era perduta, e la sua sa- nate sono sospetti d'essere davvero lieti che la fac-
rebbe stata potente per sempre, se non ci fosse stato cenda sia andata male; e sono lietissimi di trovare
un granello di sabbia a mettersi nel suo uretere. La tali pretesti di speranza per mostrare d'aver interes-
stessa Roma stava per tremare sotto di lui, ma es- s~ alla cosa e di mascherare con la gioia che fingono
sendosi ficcato lì quel piccolo calcolo, egli è morto, di provare quella27 che hanno di veder la faccenda
la sua famiglia umiliata, la pace ritornata e il re rein- perduta.
tegrato24. 124: Corriamo incuranti verso il precipizio, dopo
118. [Tre ospiti]. Chi avesse avuto l'amicizia del esserci messi qualcosa davanti perché ci impedisca
re d'Inghilterra, del re di Polonia e della regina di di vederlo.
Svezia avrebbe mai creduto d'esser privo di un rifu-
gio e di un asilo al mondo25?
119. Macrobio2 6 : degli innocenti uccisi da Erode.
120. Quando Augusto venne a sapere che fra i fan-
ciulli sotto l'età dì due anni messi a morte da Erode
c'era lo stesso figlio di questo, disse che era meglio
essere il porco di Erode piuttosto che suo figlio.
Macrobìo, libro II, Saturnali, capitolo IV.
121. I grandi e i piccini hanno le stesse vicissitu-
dini, gli stessi malcontenti e le stesse passioni;· ma
gli uni sono all'estremità della ruota e gli altri vicini
• al centro, e così meno agitati dai medesimi movi-

menu.
122. Siamo così infelici che non possiamo pren-
dere piacere a una cosa se non a condizione di do-
lercene se essa riesce male; ed è quel che mille cose
possono fare e fanno ognora. [Chi] avesse trovato il
segreto di rallegrarsi del bene senza dolersi del male
56 57
Note 7. La parola del testo è «divertissement», che conserva in Pa-
sca! il significato originario (di-vertere) nel senso che è appunto
ogni fonna di divertimento (e anche di occupazione più o
meno gradita e impegnativa), spesso un mezzo di distrazione,
di di-versione, con cui l'uomo riesce a dimenticare la propria
miseria e con essa quei problemi fondamentali (ignoranza, mor-
te, nulla, fmitudine, ecc.) che vi sono connessi. Nel divertisse-
ment si tradisce un ridicolo, malinconico tentativo di sottrarsi
alla infelicità e, con essa, a quella coscienza che costituisce la
grandezza dell'uomo. Nel tennine "diversivo" con cui abbiamo
tradotto la parola divertissement si vorrebbe far intendere al
lettore italiano (le parole "divertimento" o "distrazione" sono
onnai cosl sciatte da non dire più nulla) i due concetti in essa
l. Piene Charron (Parigi, 1.541-1603 ), teologo e filosofo impliciti di "svago" e di "diversione".
amico di Montaigne. Pasca! si riferisce alle pedantesche parti- 8. Chevalier (L'Oeuvre de Pasca!, texte établi et annoté par
zioni e suddivisioni dei primi capitoli, dedicati alla «conoscen- Jacques Chevalier, Paris 1976; l'ed. 19.50) propende per la let-
za di sé», della sua opera principale, De la sagesse (1601), in tre tura più corretta della parola sul manoscritto in «troupeS»
volumi. ("truppe") in luogo di «trogneS» ("ceffi").
2. Mademoiselle de Gournay (1.566-164.5), ftglia adottiva di 9. Lezione accolta da Chevalier.
Montaigne, pubblicò nell.59.5l'edizione definitiva degli Essais, 10. Plinio, II, 7 ("Come se non vi fosse nulla di più sventura-
lodandone l'autore nella prefazione. to d'un uomo dominato dalla propria immaginazione").
3. Sono due esempi contrapposti di quanto Pasca! va dicen- 11. Cicerone, De divinatione, II, 49 ("Ciò che vede di fre-
do sulle possibilità alternative dell'equilibrio, tratti da due ri- quente non lo meraviglia, anche se ignora il perché; ciò che non
spettive irregolarità sintattiche: il soggetto al singolare e il ver- ha mai visto, lo reputa, quando accade, un prodigio").
bo al plurale nell'espressione popolare «]e /esonS», e il soggetto 12. Terenzio, Heautontimoroumenos, IV, l, 8 ("Eccolo che
al plurale (neutro) con il verbo al singolare nella lingua greca. si accinge a dire con grande sforzo grandi stoltezze").
4. Tacito, Annali, IV, 18 ("I benefici sono piacevoli fintanto 13. Le macchie del sole, in quanto rinviano alla eventualità
che si crede di poterli rendere; se superano di molto questo li- di un depotenziamento del calore e della luminosità solare, stan-
mite,la gratitudine cede il posto all'odio"). no a significare appunto, emblematicamente, che la conoscen-
.5. Agostino, De civitate Dei, XXI, lO ("ll modo in cui lo spi- za umana, fondata sulla necessaria concatenazione di causa ed
rito è unito al corpo non può essere dall'uomo, eppu- effetto, può essere sempre smentita dalla natura.
re è l'uomo"). 14. Allusione all'atteggiamento d'Alessandro verso la fa-
6. Rispettivamente Virgilio, Georgiche, II, 489 ("Felice colui miglia di Dario, dopo la sua vittoria, e all'uccisione del pro-
che ha potuto conoscere le cause delle cose"), e Orazio, Episto- prio amico Clito in un accesso di furore prodotto dall'ubria-
le, I, VI, l ("Non stupirsi di nulla: questa è forse l'unica cosa chezza.
che possa creare e mantenere la felicità"). L'atarassia (imper- 1.5. Allusione a una casa di campagna che il matematico lio-
turbabilità) rappresenta l'ideale morale del saggio. L'epochè nese Gérard (o Gaspard) Desargues (1.593-1662) aveva a Con-
(sospensione del giudizio) si addice al saggio che esclude la drieu (Rhone). •
possibilità di conoscere le cose. 16. Esempio indicativo. Alcuni dei So/itaires di Port-Royal si

58 59
dedicavano a lavori manuali, alla fabbricazione di scarpe
per le monache.
17. Nel testo rispettivamente «toit» e «ehasse». Si tratta di
due termini del giuoco della pallacorda; il toit era l'assito a for-
ma di tetto, che di solito era collocato nella galleria, sul quale
veniva lanciata la palla d'inizio del giuoco; la chasse era il luogo
del primo rimbalzo della palla.
18. La lezione di Des Granges (Blaise Pasca!, Pensées, texte de
l'édition Brunschvicg, introduction et notes par Charles-Marc Des
Granges, Paris 1960) ha «métier» invece di <<mérite».
19. Sono i piccoli allievi delle petites écoles di Port-Royal,
istituite da Saint-Cyran. Fiorirono tra il 1636 e il1661 a Pari-
gi, alle Granges di Port-Royal, a Chesnay presso Versailles, a DELLA NECESSITÀ DELLA
Saint-Jean-des-Trous.
20. Tito Livio, XXXVI, 17 ("Gente feroce, la quale pensava SCOMMESSA
che una vita senza guerre non fosse degna d'esser vissuta").
21. Pasca! rimanda al luogo dell'edizione degli Essais di Mon·
taigne di cui si è servito.
22. Médée, Il, VI; Rodogune, I, V.
23. Ecclesiaste, XXIV, 11 ("Dappertutto ho cercato un luo-
go di riposo").
24. Cromwell muore nell658 e due anni dopo, con l'inco-
ronazione di Carlo II, si ha la restaurazione degli Stuart.
25. Carlo I d'Inghilterra fu decapitato nel 1649, Giovanni
Casimiro di Polonia fu deposto nel1656, Cristina di Svezia ab-
dicò nel1654.
26. Scrittore latino del V secolo, autore dei Saturnali, ampio e
variopinto repertorio di aneddoti e di fatti storici e leggendari.
27. A «celleS» del testo di Brunschvicg abbiamo preferito la
lezione di Chevalier, «celle».

60
125. Lettera per spingere alla ricerca di Dio.
E poi farlo cercare nei filosofi, pirroniani e dog-
matici, che travagliano colui che li cerca.
126. La condotta di Dio, che dispone ogni cosa
con dolcezza, è di mettere la religione nell'intelletto
con gli argomenti razionali, e nel cuore con la gra-
zia. Ma volerla mettere nell'intelletto e nel cuore con
la forza e con le minacce non è mettervi la religione,
ma il terrore, terrorem potius quam religionem.
127. «Ne si terrerentur et non docerentur, impro-
ba quasi dominatio vtderetun. 1 (Augusto, Epistole,
43, De vi comgendis haereticis contra Donatistas).
128. Ordine. -Gli uomini hanno disprezzo per la
- religione; la odiano e temono che sia vera. Per porre
rimedio a ciò, bisogna cominciare con il mostrare
che la religione non è contraria alla ragione, degna
di venerazione, infonderne il rispetto; renderla poi
degna d'amore, far augurare ai buoni che essa sia
vera; e poi mostrare che è vera. •
Degna di venerazione, perché essa ha conosciuto
bene l'uomo; degna d'amore, perché promette il vero
bene.
63
129.1n ogni dialogo e discorso, si deve poter dire cercano con tutto il cuore, quale vantaggio posso-
a coloro che se ne offendono: «Di che vi lamenta- no mai ricavare costoro quando, nella negligenza
te?». in cui fanno professione di essere in ordine alla ri-
130. Cominciare con il compiangere gli increduli: cerca della verità, gridano che nulla la rivela loro,
sono abbastanza infelici per la loro condizione. Bi- giacché quell'oscurità in cui si trovano, e che rim-
sognerebbe ingiuriarli soltanto nel caso in cui ciò proverano alla Chiesa, altro non fa se non sanzio-
servisse: ma questo nuoce loro. nare una delle cose ch'essa sostiene senza incidere
131. Compiangere gli atei che cercano: non sono sull'altra, e sanziona la sua dottrina, ben lungi dal
essi infatti abbastanza infelici? inveire contro colo- distruggerla?
ro che se ne fanno un vanto. Sarebbe necessario, per combatterla, che gridas-
132. E quello lì si burlerà dell'altro? Chi si deve sero d'aver fatto tutti i loro sforzi per cercarla dap-
burlare? Eppure questo qui non si burla dell'altro, pertutto e persino in ciò che la Chiesa offre a chi vo-
ma ne ha pietà. glia istruirsene, ma senza ottenere soddisfazione al-
133. Rimproverare a Miton2 di non smuoversi cuna. Se parlassero in questa guisa contesterebbero
quando Dio lo rimprovererà. alla verità una delle sue pretese. Ma spero di dimo-
134. «Quid fiet hominibus qui minima contem- strare qui che non esiste alcun essere ragionevole
nunt, majora non credunt?>~. che possa parlare in tal modo, e oso persino dire
135 .... Che sappiano almeno qual è la religione che mai nessuno l'ha fatto. È abbastanza noto come
che combattono prima di combatterla. Se questa re- si comportino coloro che si trovano in così fatta con-
ligione si vantasse di avere una visione chiara di Dio dizione di spirito. Credono di aver fatto grandi sfor-
e di ossederlo scopertamente e senza veli, sarebbe zi per istruirsi quando hanno dedicato alcune ore
com atterla dire che non si vede nulla al mondo alla lettura di qualche libro della Scrittura o hanno
che lo riveli con tale evidenza. Ma poiché essa dice interrogato qualche ecclesiastico sulle verità della
al contrario_ che gli uomini sono nelle tenebre e fede. Dopo di ciò si vantano di aver cercato senza
lontani da Dio, che Egli si è nascosto alloro cono- frutto nei libri e in mezzo agli uomini. Ma in verità
scimento, che persino il nome ch'egli si dà nelle dirò loro quel che spesso ho detto: e cioè che questa
Scritture è quello di Deus absconditus4, e infine, se negligenza non è tollerabile. Non si tratta qui del su-
essa si adopera altresì a stabilire queste due cose: perficiale interesse di qualche persona estranea, per
che Dio ha istituito segni evidenti nella Chiesa per agire in questo modo; si tratta di noi stessi, e del no-
farsi riconoscere da coloro che sinceramente lo cer- stro tutto.
cherebbero, e che li ha nondimeno celati in modo L'immortalità dell'anima è una cosa che ci preme
tale da non essere scorto se non da coloro che lo così fortemente e così profondamente ci tocca, che
64 65
bisogna aver perduto ogni sentimento perché ci sia Questa negligenza in una questione in cui sono in
indifferente sapere come stanno le cose. Tutte le no- giuoco loro stessi, la loro eternità, il loro tutto, mi
stre azioni e i nostri pensieri devono prendere stra- irrita più che non m'intenerisca; mi sconcerta e mi
de così diverse, secondo che vi saranno beni eterni spaventa: per me è una mostruosità. Non parlo così
da sperare o no, che è impossibile fare un passo sen- per il pio zelo di una spirituale devozione. Voglio
satamente e assennatamente, se non regolando con dire invece che si deve avere questo sentimento per
la visione di quel punto che deve essere il nostro ul- un principio di interesse umano e per un interesse
timo fine. d'amor proprio: per questo basta soltanto vedere
Così il nostro primo interesse e il nostro primo quel che vedono le persone meno illuminate.
dovere è quello d'illuminare noi stessi su questo ar- Non è necessario avere uno spirito eccelso per
gomento, dal quale dipende l'intera nostra condot- capire che in questo mondo non esiste un appaga-
ta. E proprio per questo fra coloro che non ne sono mento verace e stabile, che tutti i nostri piaceri sono
persuasi io faccio un'estrema differenza fra quelli soltanto vanità, che i nostri mali sono innumerevoli,
che attendono con tutte le loro forze a istruirsene e e che infine la morte, che ci minaccia in ogni istante,
quelli che vivono senza darsene pena e senza pen- deve ineluttabilmente metterei nello spazio di po-

sarc1. chi anni nell'orribile necessità di essere eternamen-
Posso nutrire unicamente compassione per colo- te nullificati o infelici.
ro che sinceramente gemono in questo dubbio, che Nulla è più reale di ciò, e più terribile. Facciamo
guardano ad esso come all'ultima delle sventure e pure gli spavaldi finché si vuole: questa è la fme che
che, prodigandosi in tutti i modi per uscirne, fanno attende la più bella vita del mondo. Si rifletta su ciò,
di tale ricerca le loro principali e le loro più serie oc- e si dica poi se non è fuor di dubbio che non esiste
• •
cupazrom. bene in questa vita se non nella speranza di un'altra
Ma quanto a coloro che passano la vita senza vita, che non si è felici se non via via che ci si avvici-
pensare a quest'ultimo fine della vita e che, per la na ad essa, e che, come non ci saranno più infelicità
sola ragione di non trovare in se stessi convincenti per coloro che avevano una completa certezza del-
lumi al riguardo, trascurano di cercarli altrove e l'eternità, così non c'è altresì felicità per coloro che
di investigare a fondo se questa opinione sia di non ne hanno alcun lume.
quelle che il volgo accetta con credula semplicità È dunque sicuramente un gran male essere in
oppure di quelle che, sebbene oscure di per se questo dubbio; ma è almeno un dovere indispensa-
stesse, hanno nondimeno un fondamento solidis- bile cercare quando si è in questo dubbio; e quindi
simo e incrollabile, io li considero in modo del colui che dubita e che non cerca è al tempo stesso
tutto diverso. . grandemente infelice e grandemente ingiusto. Se
66 67
poi con ciò è tranquillo e soddisfatto, f~ professione vado· e so soltanto che uscendo da questo mondo
d'esserlo e infine se ne vanta, e propno da questo cado' per sempre o nel nulla o nelle mani di un Dio
stato medesimo egli trae motivo della sua gioia e del sdegnato, senza sapere a quale di qu~ste due condi:
suo vanto, non ho alcun termine per qualificare una zioni dovrò essere eternamente destinato. Questo e
creatura così stravagante. il mio stato, pieno di debolezza e d'incertezza. E da
Donde si possono attingere tali sentimenti? 9ua- tutto ciò concludo che devo dunque trascorrere tut-
le motivo di gioia si trova nell'attender~ or~at sol- ti i iorni della mia vita senza pensare a indagare
tanto miserie senza scampo? Quale mottvo dt vanto qu o che deve accadermi. Forse potrei trovare
vedersi in oscurità impenetrabili, e come è mai pos- qualche lume ai miei dubbi; ma non voglio danne-
sibile che un tale ragionamento avvenga in un uomo ne pena né muovere un passo per cercarlo, e dopo,
raziocinante? trattando sprezzantemente coloro che si travaglie-
«Non so chi mi ha messo al mondo, né che cos'è ranno in questa cura- quale che fosse la certezz~ che
il mondo, né quel che io stesso sono; sono in ~n~ ne avessero, esso è più un motivo di disperaziOne
terribile ignoranza di ogni cosa; non so che cos e il che non di vanteria - voglio accingermi, senza pre-
mio corpo, i miei sensi, la mia anima e questa. parte veggenza e senza timore, a tentare una così grande
stessa di me che pensa ciò che io dico, che nflette avventura e !asciarmi mollemente condurre alla mor-
su tutto e su se stessa, e non conosce se medesima te nell'incertezza dell'eternità della mia futura con-
più di quanto conosca il resto. ~edo q~esti spa- dizione>>.
ventosi spazi dell'universo che mt. racchmdono, ~ Chi si augurerebbe di avere per amico un uomo
mi trovo abbarbicato a un angolo dt questa vana dt- che discorre in tal modo? Chi lo sceglierebbe tra
stesa senza ch'io sappia perché sono posto in que- gli altri per renderlo partec!pe dei suoi probl~n:ti?
sto luogo piuttosto che in un altro, né perché que- Chi potrebbe ricorrere a lut nelle propne affltzto-
sto breve tempo che m'è dato da vivere m'è asse- ni? E infme a quale uso della vita lo si potrebbe de-
gnato a questo punto piuttosto che !l un altro di tut- stinare?
ta l'eternità che m'ha preceduto e dt tutta quella che
In verità, è una gloria per la religione avere. I?er
mi segue. Da ogni parte vedo soltanto infinitudini nemici uomini così sragionevoli; e la loro oppostzto-
che mi racchiudono come un atomo e come un' om-
ne è per essa così poco pericolosa, da servire anzi a
bra che dura soltanto un istante senza ritorno. So rinsaldare le sue verità. Poiché la fede cristiana mira
soltanto che debbo ben presto morire, ma ignoro essenzialmente a stabilire queste due cose: la corru-
più di ogni altra cosa questa stessa morte che non •

• • zione della natura e la redenzione di Gesù Cristo.


potret evttare.
Orbene, io sostengo che, se costoro non servono a
Come non so donde vengo, così non so dove
mostrare con la santità dei loro costumi la verità
68 69
della redenzione, essi servono se non altro mirabil- tentano di imitare. Ma non sarebbe difficile far loro
mente a mostrare con sentimenti così snaturati la intendere quanto si ingannino cercando la stima
corruzione della natura. per tale via. Non è questo il mezzo per procacciar-
Nulla è tanto importante per l'uomo quanto il sela, io dico persino tra le persone di mondo che
suo stato, nulla è tanto temibile per lui quanto l'e- giudicano assennatamente le cose e che sanno che
ternità; non è quindi naturale che esistano uomini l'unica via per riuscirvi è quella di mostrarsi onesti,
indifferenti alla erdita del loro essere e al pericolo fedeli, giudiziosi e capaci di servire utilmente il pro-
di un'eternità i miserie. Rispetto a tutte le altre prio amico, dal momento che gli uomini amano per
cose sono del tutto diversi: paventano persino le natura soltanto ciò che può essere loro utile. Ora,
più lievi, le prevedono, le sentono; e quello stesso quale vantaggio c'è per noi a sentir dire da un
uomo che passa tanti giorni e tante notti nella uomo ch'egli ha dunque scosso il giogo, che non
rabbia e nella disperazione per la perdita di una crede che vi sia un Dio che vigili sulle sue azioni,
carica o per qualche immaginaria offesa al suo che si considera unico arbitro della propria con-
onore, è proprio quello che sa di perdere tutto dotta e che non pensa di renderne conto se non a
con la morte, senza inquietudine e turbamento. È se stesso? Crede forse di averci portato in tal modo
mostruoso notare in un medesimo cuore e nello ad avere ormai molta fiducia in lui e ad aspettar-
stesso tempo una tale sensibilità per le minime cose cene consolazioni, consigli e aiuti in tutti i bisogni
e questa strana insensibilità per le più grandi. È un della vita? Pretendono forse di averci rallegrato
incantesimo incomprensibile e un torpore sopran- molto dicendoci di reputare che la nostra anima
naturale che è segno di una forza onnipossente che sia soltanto un po' di vento e di fumo, e dicendo-
lo determina. celo inoltre con un tono di voce altezzoso e soddi-
Bisogna che ci sia uno strano sovvertimento nella sfatto? È dunque cosa da dire allegramente? e non
natura dell'uomo per gloriarsi di essere in questa invece con mestizia, come la cosa più triste di que-
condizione, nella quale sembra incredibile che una sto mondo?
sola persona possa trovarsi. Tuttavia l'esperienza Se ci pensassero seriamente, vedrebbero che
me ne fa vedere in così gran numero che questo sa- questo è a tal punto sconsiderato, così contrario al
rebbe un fatto sorprendente se non sapessimo che buon senso, così opposto alla stima dei gentiluomi-
la maggior parte di coloro che vi si atteggiano si ni e ad ogni modo così lontano da quel tratto di si-
contraffanno e non sono tali in realtà; sono persone gnorilità cui essi mirano, che sarebbero piuttosto
che hanno sentito dire che le belle maniere di socie- capaci di emendare che non di corrompere quanti
tà consistono nel prendere quest'aria di rivolta. È avessero qualche inclinazione a seguirli. In effetto,
quel che chiamano avere scosso il giogo, e ch'essi fate loro render conto dei loro sentimenti e delle ra-

70 71
gioni che hanno di dubitare della religione; vi diran- l'attenzione altrui, e che bisogna avere tutta la carità
no cose così deboli e così basse che vi convinceran- della religione che essi disprezzano per non di-
no del contrario. È quanto diceva loro un giorno sprezzarli al punto da abbandonarli nella loro follia.
molto a proposito una persona: «Se continuate a di- Ma poiché questa religione ci impone di conside-
scorrere in questo modo,- diceva,- mi convertirete rarli sempre, finché saranno .in questa vita, come ca-
davvero». E aveva ragione, poiché chi non prove- paci di ricevere la grazia che può illuminarli e di
rebbe orrore costatando d'avere opinioni nelle qua- credere che possono essere in breve volger d'ora
li si ha per compagni persone così spregevoli! colmi di fede più di quanto lo siamo noi, mentre
Così coloro che altro non fanno se non fingere noi possiamo al contrario cadere nell'accecamen-
codesti sentimenti sarebbero veramente degli scia- to in cui essi sono, bisogna fare per loro ciò che
gurati a far violenza all'indole loro per divenire i più vorremmo che si facesse per noi se fossimo alloro
impertinenti degli uomini. Se in fondo alloro cuore posto, e invitarli ad avere pietà di se stessi e a fare
si rammaricano di non avere maggiori lumi, non lo almeno qualche passo per tentare di vedere se
dissimulino: una tale dichiarazione non sarà per non troveranno lumi. Dedichino a questa lettura
niente vergognosa. C'è vergogna soltanto a non aver- alcune di quelle ore che impiegano così inutilmente
ne affatto. Non v'è nulla che maggiormente denun- altrove: qualunque sia l'avversione che nutrono
ci una estrema debolezza d'intelletto quanto il non per essa, troveranno forse qualche cosa e per lo
conoscere qual è l'infelicità di un uomo senza Dio; meno non ci perderanno molto; ma quanto a co-
non c'è segno maggiore d'una cattiva disposizione loro che vi si disporranno con una sincerità perfet-
dell'animo quanto il non auspicare la verità delle ta e un desiderio verace di trovare il vero, spero che
promesse eterne; nulla è più vile quanto il fare lo troveranno soddisfazione e che saranno convinti
spavaldo con Dio. Lascino dunque queste empietà delle prove di una religione così divina che io ho qui
a coloro che sono abbastanza mal nati da esserne raccolte, e per le quali ho a un dipresso seguito que-
veramente capaci; siano almeno gente onesta se non st' ordine ...
possono essere cristiani, e riconoscano infine che 136. Prima di addentrarmi nelle prove della reli-
soltanto due specie di persone possono essere dette gione cristiana, stimo necessario rappresentare l'in-
ragionevoli: coloro che servono Dio con tutta l'ani- giustizia degli uomini che vivono nell'indifferenza
ma perché lo conoscono, e coloro che con tutta l'a- ?i cercare la verità di una cosa che è per loro così
nima lo cercano perché non lo conoscono. un portante e che li tocca tanto da vicino.
Ma quanto a coloro che vivono senza conoscerlo Di tutte le loro aberrazioni questa è senza dubbio
e senza cercarlo, si giudicano essi stessi così poco quella che maggiormente testimonia della loro follia
degni della loro attenzione che non sono degni del- e del loro accecamento, e nella quale è più facile

72 73
confonderli con le prime costatazioni dd senso co- se stesse oscure, hanno un fondamento solidissi-
mune e con i sentimenti naturali. Infatti è indubita- mo quantunque nascosto. Così ignorano se ci sia
bile che il tempo di questa vita è soltanto un istante, verità o falsità nella cosa, e se ci sia forza o debo-
che lo stato della morte è eterno, di qualunque na- lezza nelle prove. Le hanno davanti agli occhi; ri-
tura possa essere, e che quindi tutte le nostre azioni fiutano di considerarle, e in questa ignoranza pren-
e i nostri pensieri devono prendere rotte così diver- dono la determinazione di fare quanto basta per
se secondo lo stato di questa eternità, che è impossi- cadere in questa sventura nel caso che esista, di
bile muovere un passo con discernimento e giudi- aspettare a farne la prova al momento della mor-
zio, se non regolandclo con la visione di quel punto te, di restarsene frattanto ben soddisfatti in que-
che deve essere il nostro ultimo fine. sto stato, di farne professione e persino di vantar-
Nulla è più evidente di questo e del fatto che in sene. Si può seriamente pensare all'importanza di
tal modo, secondo i principi della ragione, la con- questa faccenda senza avere orrore di una con-
dotta degli uomini è assolutamente irragionevole se dotta tanto stramba?
non prendono un'altra strada. Questo adagiarsi in tale ignoranza è una cosa mo-
Si giudichi dunque a questo punto coloro che vi- struosa, e di cui bisogna far sentire la stravaganza e
vono senza pensare a quest'ultimo fine della vita, la stupidità a coloro che in così fatto riposo passano
che si lasciano condurre dalle loro inclinazioni e dai la vita, palesandola loro per confonderli con lo spet-
loro piaceri senza riflettere né inquietarsi e che, tacolo della loro insania. Ecco infatti come ragiona-
come se potessero annientare l'eternità sviandone il no gli uomini, quando scelgono di vivere nell'igno-
loro pensiero, pensano soltanto a rendersi felici uni- ranza di ciò che sono e senza cercare una spiegazio-
camente in questo istante. Eppure questa eternità ne. «Non so» dicono ...
sussiste, e la morte, che deve aprirla e che li minac- 13 7. Queste persone non hanno cuore; non li
• •
cia ognora, deve metterli infallibilmente in poco vorremmo per amiCI.
tempo nell'orribile necessità di essere eternamente 138. Essere insensibili al punto di disprezzare le
annientati o infelici, senza che sappiano quale di cose interessanti, e diventare insensibili sul punto
queste eternità sia preparata loro per sempre. che maggiormente ci interessa.
Questo è un dubbio terribilmente importante. 139. La sensibilità dell'uomo per le piccole cose e
Corrono il rischio di un'eternità di miserie; e per l'insensibilità per le grandi cose è indice di uno stra-
questo motivo, come se la cosa non ne meritasse la no sconvolgimento.
pena, trascurano di esaminare se si tratta di quelle 140. Ci si figuri un certo numero di uomini in ca-
opinioni che il popolo accoglie con una leggerezza tene e tutti condannati a morte, di cui, essendo al-
troppo credula oppure di quelle che, essendo di per cuni sgozzati ogni giorno alla vista degli altri, quelli

74 75
che restano vedano la loro propria condizione in sco di vedermi qui piuttosto che là, dal momento
quella dei loro simili e, guardandosi reciprocamen- che non c'è nessuna ragione perché sia qui piutto-
te con dolore e senza speranza, aspettino il loro tur- sto che là, perché ora piuttosto che allora. Chi mi ci
no. È l'immagine della condizione degli uomini. ha messo? Per ordine e opera di chi questo luogo e
141. Un uomo dentro una segreta che non sa se la questo tempo è stato destinato a me? <<Memoria ho-
sua sentenza è pronunciata, che ormai ha soltanto spttis unius diei praetereuntiS>>6.
un'ora per conoscerla: ove mai quest'ora, nel caso 147. n silenzio eterno di questi spazi infiniti mi
egli sapesse che tale sentenza è emessa, bastasse a sgomenta.
farla revocare, è contro natura che egli impieghi 148. Quanti regni ci ignorano!
quest'ora non ad informarsi se la sentenza è stata 149. Perché la mia conoscenza è limitata? la mia
pronunciata, ma a giocare a picchetto. Così, è un fat- statura? la mia durata di cento anziché di mille anni?
to soprannaturale che l'uomo, ecc. È un gravare del- Quale ragione ha avuto la natura di darmela tale, e
la mano di Dio. di scegliere questo numero piuttosto che un altro,
Pertanto, non solo lo zelo di coloro che lo cerca- nell'infinità dei quali non c'è più ragione di sceglie-
no prova l'esistenza di Dio, ma l'accecamento di co- re l'uno piuttosto dell'altro, non essendovi alcun-
loro che non lo cercano. ché di più allettante nell'uno piuttosto che nell'al-
14~. Tutte le obiezioni degli uni e degli altri van- tro?
no unicamente contro loro stessi, non già contro la 150. Sei tu forse meno schiavo perché sei amato e
religione. Tutto quel che dicono gli empi ... lusingato dal tuo padrone? Sei davvero ricco, schia-
143. [Da coloro che provano rammarico di sa- vo; il tuo padrone ti lusinga, tra poco ti batterà.
persi senza fede si vede che Dio non li illumina, ma 151. L'ultimo atto è sanguinoso, per quanto bella
dagli altri si vede che c'è un Dio ad accecarli]. sia la commedia in tutto il resto: si getta finalmente
144. «Fascinatio nugacitatiS>>'.- Perché la passio- un po' di terra sulla testa, ed è finito per sempre.
ne non nuoccia, facciamo come se ci fossero soltan- 152. Siamo ridicoli a cercar riposo nella compa-
to otto giorni di vita. gnia dei nostri simili: miserabili al pari di noi, al
145. Se si devono dare otto giorni della propria pari di noi impotenti, essi non ci aiuteranno; mo-
vita, si devono dare cento anni. riremo soli. Bisogna comportarsi dunque come se
146. Quando considero la breve durata della mia si fosse soli; e si costruirebbero allora case stu-
vita, immersa nell'eternità che la precede e la segue, pende, ecc.? Si cercherebbe la verità senza esitare;
il piccolo spazio che occupo e persino che vedo, e, se si rifiutasse di farlo, si testimonierebbe di sti-
inabissato nell'immensità infinita degli spazi che mare più la stima degli uomini che non la ricerca
ignoro e che mi ignorano, mi sgomento e mi stupi- della verità.
76 77
153. Scorrimento. -È una cosa orribile sentir scor- risuscitare? Che ciò che non è mai stato sia, oppure
rere via tutto ciò che si possiede. che ciò che è stato sia ancora? È più difficile venire
154. Tra noi, e l'inferno o il cielo, c'è soltanto ad esistenza o ritornarvi? L'abitudine ci rende facile
come separazione la vita, che è la cosa più fragile del la prima cosa, la mancanza d'abitudine rende l'altra
mondo. impossibile: maniera popolare di giudicare! Perché
155. Ingiustizia. -li fatto che la presunzione sia una vergine non può figliare? Una gallina non fa
unita alla miseria è un'estrema ingiustizia. forse le uova senza gallo? Che cosa esteriormente le
156. Temere la morte fuori del pericolo e non nel distingue dalle altre? E chi ci ha detto che la gallina
pericolo; poiché bisogna essere uomini. non vi possa formare quel germe tanto quanto il
157. Morte improvvisa, la sola da temersi; e per- gallo?
ciò i confessori dimorano in casa dei otenti. 164. Che hanno da dire contro la risurrezione e
158. È un erede che trova i titoli ella sua fami- contro il parto di una vergine? Che cos'è più diffici-
glia. Dirà forse: «Può darsi che siano falsi» e trascu- le di produrre un uomo o un animale quanto il ri-
rerà forse di esaminarli? produrlo? E se non avessero mai visto una deter-
159. Segreta. - Mi sembra giusto che non si ap- minata specie di animali, potrebbero indovinare
profondisca l'opinione di Copernico: ma questo ... ! s'essi si producono senza la compagnia gli uni degli
Ne va di tutta la vita sapere se l'anima sia mortale o altri?
immortale. 165. Quanto ho in odio queste stupidaggini: non
160. Sia l'anima mortale o immortale, è indubita- credere nell'Eucarestia, ecc. Se il Vangelo è vero, se
bile che ciò deve introdurre una fondamentale dif- Gesù Cristo è Dio, quale difficoltà può esservi?
ferenza nella morale. E tuttavia i filosofi hanno co- 166. Ateismo, segno di forza intellettuale, ma sino
struito la loro morale indipendentemente da ciò: ad un certo grado soltanto.
deliberano di passare un'ora. 167. Gli empi che fanno professione di seguire la
Platone, per disporre al cristianesimo. ragione devono essere stranamente forti quanto a
161. Falsità dei filosofi che non mettevano in di- ragione. Che dicono dunque? «Non vediamo forse
scussione l'immortalità dell'anima. Falsità del loro - dicono - morire e vivere le bestie come gli uomini,
dilemma in Montaigne. e i turchi come i cristiani? Essi hanno le loro ceri-
162. Gli atei devono dire cose perfettamente chia- monie, i loro profeti, i loro dottori, i loro santi, i
re; ora non è per niente perfettamente chiaro che loro ecclesiastici come noi, ecc.». Ciò è forse con-
l'anima sia materiale. trario alla Scrittura? non dice proprio questo?
163. Atei.- Che ragione hanno di dire che non si Se non vi preoccupate gran che di sapere la verità
può risuscitare? Che cosa è più difficile: nascere o questo è sufficiente perché restiate in quiete. Ma se
78 79
desiderate con tutto il vostro animo di conoscerla, teso a conoscere dov'è il vero bene, per seguirlo;
non è sufficiente; guardate al particolare. Ce ne sa- non c'è cosa che mi sarebbe troppo gravosa per l'e-
.
termta.'
rebbe abbastanza per una questione di filosofia; ma
qui, dove tutto è in giuoco ... E nondimeno, dopo Invidio coloro che vedo nella fede vivere con tan-
una riflessione di tanta leggerezza, ci si divertirà, ta negligenza e che fanno un uso cosi cattivo di un
ecc. Ci si informi da questa stessa religione se essa dono di cui mi sembra che farei un uso assai di-
non ,renda ragione di tale oscurità; forse ce lo inse- verso.
gnera. 171. Incomprensibile che Dio sia, e incomprensi-
168. Ordine per dialoghi.- «Che devo fare? Dap- bile ch'Egli non sia; che l'anima coesista con il cor-
pertutto vedo soltanto oscurità. Devo credere di es- po, che non si abbia anima; che il mondo sia creato
sere niente? Devo credere di essere Dio? Tutte le eh~ non lo sia, ecc.; che il peccato originale sia, ~
cose mutano e si susseguono».- Vi sbagliate, c'è ... eh esso non sia.
169. Obiezione degli atei: «Ma a noi non è data 172. Credete impossibile che Dio sia infinito, sen-
alcuna luce». za parti? - Sl. - Vi voglio dunque far vedere una
170. Questo io vedo e mi turba. Volgo lo sguardo cosa infmita e indi visibile: è un punto che si muo-
da ogni parte, e dappertutto vedo soltanto oscuri- ve in ogni direzione con una velocità infmita; poi-
tà. Nulla mi offre la natura che non sia materia di ché è uno in tutti i luoghi ed è tutto intero in ogni
dubbio e di inquietudine. Se in essa non vedessi luogo.
niente che fosse segno di una Divinità, mi deter- Questo effetto naturale, che prima vi sembrava
minerei alla negazione; se vedessi dappertutto i impossibile, vi faccia comprendere che ve ne posso-
segni di un Creatore, riposerei in pace nella fede. no esser~ altri che ancora non conoscete. Da questo
Ma vedendo troppo perché io possa negare e apprendimento traete la conseguenza che non vi re-
troppo poco perché io possa acquistare certezza, sta niente da sapere; ma che vi resta infinitamente
sono in uno stato lamentevole, nel quale mi sono da sapere.
augurato cento volte che, se un Dio regge la natu- 173. n movimento infmito, il punto che riempie
ra, ce ne dia essa un segno senza equivoco, e che, tutto, il momento di quiete; infinito senza quantità,
se i segni che ce ne dà sono ingannevoli, li soppri- indivisibile e infinito.
ma del tutto; ci dica tutto o nulla, affinché io veda 174. Infinito. Nulla. -La nostra anima è gettata
quale determinazione devo seguire. Laddove nel- nel corpo, in cui trova numero, tempo, dimensioni.
lo stato in cui sono, ignorando ciò che sono e ciò Essa
,
vi ragiona sopra, e chiama ciò natura ' necessi-
che devo fare, non conosco né la mia condizione ta, e non può credere ad altro.
né il mio dovere. n mio cuore è interamente pro- L'unità aggiunta all'infinito non lo aumenta di

80 81
nulla, non più di quanto un piede aumenta una mi- natura. Orbene, ho 'à dimostrato che si può cono-
sura infinita. n finito di fronte all'infinito si nullifica scere perfettamente 'esistenza di una cosa senza co-
e diviene un puro niente. Così il nostro spirito da- noscere la sua natura.
vanti a Dio; così la nostra giustizia davanti alla giu- Parliamo ora secondo i lumi naturali.
stizia divina. Non c'è tra la nostra giustizia e quella Se esiste un Dio, Egli è infinitamente incompren-
di Dio così grande sproporzione come tra l'unità e sibile, poiché non avendo né parti né limiti, non ha
l'infmito. nessun rapporto con noi. Siamo dunque incapaci di
Bisogna che la giustizia di Dio sia immensa come conoscere sia ciò che Egli è, sia se Egli è. Stando così
la sua misericordia. Orbene, la giustizia verso i re- le cose, chi oserà accingersi a risolvere questo pro-
probi è meno immensa e deve urtare meno della mi- blema? Non già noi, che non abbiamo alcun rap-
sericordia verso gli eletti. porto con Lui.
Sappiamo che esiste un infinito, e ignoriamo la Chi biasimerà dunque i cristiani di non poter ren-
sua natura. Siccome sappiamo che è falso che i nu- der conto della loro fede, essi che professano una
meri siano finiti, è dunque vero che esiste un infini- religione di cui non possono dar ragione? Dichiara-
to numerico. Ma non sappiamo che cosa sia: è falso no, esponendola al mondo, che è una stoltezza, stul-
che sia pari, è falso che sia dispari, poiché, aggiun- titiam7, e poi vi lamentate del fatto che essi non ne
gendovi l'unità, la sua natura non muta affatto; tut- danno la prova! Se la provassero, non manterreb-
tavia è un numero, e ogni numero è pari o dispari (è bero la parola: proprio mancando di prova essi non
vero che questo si intende per ogni numero fmito). mancano di senso.
Così si può ben conoscere che esiste un Dio senza «E sia, ma ancorché ciò scusi coloro che l'offrono
sapere che cos'è. così, e benché ciò li sottragga al biasimo di presen-
Non c'è forse una verità sostanziale, vedendo tante tarla senza ragione, ciò non scusa coloro che la rice-
cose vere che non sono affatto la verità stessa? vono».
Conosciamo dunque l'esistenza e la natura del fi- - Esaminiamo dunque questo punto, e diciamo:
nito perché siamo finiti ed abbiamo la sua stessa Dio è, o Dio non è. Ma da quale parte propendere-
estensione. Conosciamo l'esistenza dell'infinito e mo? La ragione in ciò non può determinare nulla:
ignoriamo la sua natura, perché ha estensione come un caos infinito ci separa. Si sta svol endo un giuo-
noi, ma non limiti come noi. Non conosciamo inve- co all'estremità di questa distanza in · ita in cui sor-
ce né l'esistenza né la natura di Dio, poiché Egli non tirà testa o croce. Che cosa scommetterete? Secon-
ha estensione né limiti. do ragione non potete puntare né sull'una né sull'al-
Ma per mezzo della fede conosciamo la sua esi- tra ipotesi; secondo ragione, non potete escludere
stenza; mediante la beatitudine conosceremo la sua nessuna delle due.
82 83
Non ta<:ciate dunque di falsità coloro eh~ ha1111o tre in un giuoco in cui c'è uguale rischio di perdita e
fatto una scelta, poiché voi non ne sapete mente. di vincita. Ma c'è un'eternità di vita e di felicità. E
«Nient'affatto io li biasimerò invece per aver com- stando così le cose, quand'anche ci fosse un'infinità
piuto non ques;a scelt~ ma una ~celta; ~at~, an- di casi di cui uno solo vantaggioso per voi, avreste
corché colui che sceglie croce e l altro stano m un ancora ragione a scommettere uno per avere due, e
uguale errore, sono entrambi in errore: è giusto non agireste senza buon senso se, essendo obbligato a
scommettere affatto». giocare, rifiutaste di mettere come posta una vita
E sia; ma bisogna scommettere. Non. è cosa vo- contro tre in un giuoco in cui su un numero infinito
lontaria, siete imbarcato. Che cosa sceglierete dun- di casi ce n'è uno a vostro favore, quando ci fosse da
que? Vediamo. Poiché bisogna scegliere, vediamo guadagnare un'infinità di vita infinitamente felice.
quel che vi interessa meno. Avete du~ cose da per- Ma c'è qui un'infinità di vita infinitamente felice da
dere: il vero e il bene, e due cose da tmpegnare: la guadagnare, una probabilità di vincita contro un
vostra ragione e la vostra volontà, la vostra cono- numero finito di probabilità di perdita, e quel che ·
scenza e la vostra beatitudine; e la vostra natura ha voi mettete in giuoco è finito. Questo fatto elimina
due cose da fuggire: l'errore e la miseria. La vostra ogni alternativa; ovunque ci sia l'infinito, e dove non
ragione non risulta maggionnen~e offesa. d~ f~tto esista contro la probabilità di vincere un numero in-
che scegliete l'una piuttosto che l altra, potche btso- finito di probabilità di perdere, non c'è punto da
gna necessariamente scegliere. Questo è un punto esitare, bisogna darsi tutto. E così, quando si è co-
regolato. Ma la vostra beatitudine? Pesiamo l~~­ stretti a giocare, occorre rinunciare alla ragione per
cita e la perdita, ove si scommetta croce che Dto est- conservare la vita, piuttosto che metterla in giuoco
ste. Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete per il guadagno infinito tanto sollecito a venire quan-
tutto; se perdete, non perdete niente. Scommettete to la perdita del nulla.
dunque che Egli esiste, senza esitare. Infatti non serve a nulla dire che è incerto se si
«Questo è _mirabile. Sì, bisogna scommettere; ma vincerà e che è certo che si arrischia, e che l'infinita
scommetto forse troppo». distanza tra la certezza di quel che si mette a repen-
Vediamo. Poiché c'è un uguale rischio di vincita taglio e l'incertezza di quel che si guadagnerà ugua-
e di perdita, se aveste da guadagnare soltanto due glia il bene finito, che si espone con certezza, all'in-
vite contro una potreste ancora scommettere; ma se finito, che è incerto. Non è così: perciò ogni gioca-
ce ne fossero tre da guadagnare bisognerebbe gio- tore arrischia con certezza per vincere con incertez-
care (poiché voi siete nella necessità di giocare), e za; e nondimeno arrischia certamente il fmito per
sareste imprudente, quando siete costretto a gioca- vincere incertamente l'infinito, senza peccare con-
re, a non arrischiare la vostra vita per guadagnarne tro la ragione. Non c'è infinità di distanza tra questa
84 85
certezza del fatto che ci si espone e l'incertezza della via; volete guarirvi dalla mancanza di fede, e ne
vincita; ciò è falso. C'è, per la verità, infinità tra la chiedete i rimedi: imparate da coloro che sono stati
certezza di vincere e la certezza di perdere. Ma l'in- legati come voi, e che ora scommettono tutto il loro
certezza di vincere è proporzionata alla certezza di bene; sono persone che conoscono quella via che
ciò che si arrischia, secondo la proporzione delle voi vorreste seguire e guarite da un male di cui voi
probabilità di vincita e di perdita. Ne consegue che volete guarire. Seguite il modo con cui essi hanno
se ci sono tante probabilità da una parte quante dal- cominciato: facendo cioè tutto come se credessero,
l' altra, la determinazione da prendere è quella di prendendo l'acqua benedetta, facendo dir messe,
giocare a poste uguali; e allora la certezza del fat- ecc. In modo naturale anche ciò vi farà credere e vi
to che ci si espone è uguale all'incertezza della ristupidirà 8...
vincita: ben lungi dall'esserne infinitamente distan- «Ma è appunto quel che temo».
te. E così la nostra proposta sta in una forza infinita, E perché? Che avete da perdere? ...
quando c'è il finito da arrischiare in un giuoco in Ma per dimostrarvi che ciò vi condurrà a crede-
cui esistono pari probabilità di vincita e di perdita, re, sta il fatto che questo diminuirà le passioni, che
e ci sia da guadagnare l'infinito. Questo è probante; sono i vostri grandi ostacoli.
e se gli uomini sono capaci di qualche verità, code- Fine di questo discorso. - Orbene, quale danno
sta lo è. potrà venirvi se prenderete questa determinazione?
«Debbo ammetterlo, lo confesso. Ma non c'è an- Sarete leale, onesto, umile, riconoscente, benefico,
cora alcun modo di vedere quel che sta sotto il giuo- amico sincero, verace. lnvero, non sarete affatto nei
co?». piaceri pestiferi, nella gloria, nelle delizie; ma non
Sì, la Scrittura, e il resto, ecc. ne avrete forse altri? Vi dico che in questa vita ci
«Sta bene; ma ho le mani legate e la bocca chiusa; guadagnerete e che, ad ogni passo che farete su que-
mi si costringe a scommettere, e non sono in libertà; sta via, vedrete tanta certezza della vincita e tanta
non mi sciolgono. E sono fatto in guisa tale che non nullità di quel che arrischiate che costaterete alla
posso credere. Che volete dunque che faccia?». fine d'avere scommesso per una cosa certa, infinita,
È vero. Ma rendetevi almeno conto che la vostra per la quale nulla avete dato.
impotenza a credere, poiché la ragione vi ci porta e «Oh! questo discorso mi trasporta, mi esalta, ecc.».
nondimeno credere vi è impossibile, viene dalle vo- Se questo discorso vi piace e vi sembra saldo,
stre passioni. Adoperatevi dunque non già a con- sappiate che è fatto da un uomo che prima e dopo si
vincervi con l'aumento delle prove dell'esistenza di è messo in ginocchio per pregare quest'Essere infi-
Dio, ma con la diminuzione delle vostre passioni. nito e senza parti, al quale sottomette tutto l'essere
Volete andare verso la fede, e non ne conoscete la ·suo, di sottomettere a sé anche il vostro per il vostro

86 87
proprio bene e per la sua gloria; e che in tal modo la all'intelletto che vede le cause come i sensi corporei
forza si accorda con questo abbassarsi. stanno rispetto all'intelletto.
175. Se non si dovesse far nulla se non per il certo 176. <<Rem vzderunt, causam non vzderunt>>9.
non si dovrebbe muovere un dito per la religione 177. Dovete preoccuparvi di ricercare la verità
poiché essa non è certa. Ma quante cose si fanno mediante le probabilità; poiché se morirete senza
per l'incerto, i viaggi in mare, le battaglie! Dico adorare il vero principio, sarete perduti. -«Ma- voi
dunque che non bisognerebbe fare assolutamente dite- se avesse voluto che io l'adorassi, mi avrebbe
nulla, poiché nulla è certo; e che v'è più certezza lasciato dei segni della sua volontà». -Così ha fatto;
nella religione di quanto non vi sia certezza di ve- ma voi li trascurate. Cercateli dunque, ne mette dav-
dere il mattino di domani: non è certo infatti che vero conto.
noi si veda il domani, ma è certamente possibile 178. Probabilità. -Bisogna vivere diversamente
che non lo si veda. Non altrettanto si può dire nel mondo secondo queste diverse supposizioni: I,
della religione. Non è certo che essa sia? Orbene, se vi si potesse restare per sempre; II, se fosse cer-
quando si lavora per il domani, e per l'incerto, si to che non vi si resterà a lungo ed incerto se vi si
agisce razionalmente: poiché si deve lavorare per rimarrà un'ora. Quest'ultima supposizione è la no-
l'incerto, secondo la dimostrata regola delle proba- stra.
bilità. 179. Che cosa insomma mi promettete (dal mo-
Sant'Agostino ha osservato che si lavora per l'in- mento che è di dieci anni la probabilità) se non die-
certo in mare, in battaglia, ecc.; ma non ha conside- ci anni di amor proprio per cercare di piacere senza
rato la regola del calcolo delle probabilità che di- riuscirvi, oltre le pene certe?
mostra che lo si deve fare. Montaigne ha notato che 180. Obiezione. - Coloro che sperano nella loro
ci si irrita per un intelletto zoppicante, e che l'abitu- salvezza sono per questo riguardo felici, ma hanno
dine può tutto; ma non ha visto la ragione di questo per contrappeso il timore dell'inferno.
effetto. - Risposta.- Chi ha maggior motivo di temere l'in-
Tutte queste persone hanno considerato gli effet- ferno: colui che è nell'ignoranza se vi è un infer-
ti, ma non hanno considerato le cause: essi stanno no, e nella certezza della dannazione, se vi è, op-
rispetto a coloro che hanno scoperto le cause come pure colui che si trova nella persuasione certa che
coloro che hanno soltanto gli occhi rispetto a quelli vi è un inferno e nella speranza d'essere salvato
che sono dotati d'intelletto; poiché gli effetti sono se vt. e?
' '
di natura sensibile, mentre le cause sono visibili sol- 181. «Avrei già abbandonato i · -dicono-
tanto all'intelletto. E benché codesti effetti si scor- se avessi la fede>>. -Ed io vi dico: già la fede,
gano con l'intelletto, questo intelletto sta rispetto se aveste abbandonato i piaceri. Ora sta a voi co-

88 89
minciare. Se potessi vi darei la fede; non posso far- Note
lo, né pertanto comprovare la verità di ciò che dite.
Ma potete ben abbandonare i piaceri, e comprova-
re se ciò che dico è vero.
182. Ordine. -Avrei ben più paura d'ingannanni
e di costatare che la religione cristiana sia vera, che
non d'ingannarmi credendola vera.

l. "Per tema che se essi fossero guidati dal terrore, senza in-
segnamento, la dominazione non sembrasse loro tirannica".
2. Damien Miton, gentiluomo amico di de Méré, una perfet-
' ta figura di libertino che Pasca! aveva conosciuto al tempo della
sua parentesi mondana. De Méré (Antoine Gombaut, cavaliere
de Méré, I 607-1684) era un moralista, considerato arbitro del
buon gusto.
3. "Che avverrà degli uomini che disprezzano le più piccole
cose e non credono alle più grandi?".
4. Isatiz, XL V, 15.
5. SapienZJl, IV, 12 ("L'incanto della vanità [oscura il bene]").
6. SapienZJl, V, 15 ("[La speranza dell'empio ... ) è come il ri-
cordo d'un pellegrino che si è feonato un giorno solo").
7. I Lmera ai Corinzi, l, 21.
8. Nel testo «vous abétira». S'abétir è, per Pasca!, ritornare al-
l'infanzia, o meglio a una condizione pratico-devozionale con-
traddistinta da quell'automatismo corporeo (la béte) che pre-
costituisce la possibilità della fede svuotando la ragione e il suo
orgoglio, la sapienza del saeculum, in una cosciente stultitia di
fronte al mondo.
9. "Hanno visto la cosa, non hanno visto la causa". Secondo
Brunschvicg la frase è con tutta probabilità di Pasca!.

90 91
INDICE
V Prefazione di Alessandro .Arbo
l Miseria dell'uomo senza Dio
61 Della necessità della scommessa

Potrebbero piacerti anche