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Noam Chomsky

I PADRONI DELL'UMANITÀ

Saggi politici (1970-2013)

Introduzione di Marcus Raskin.


Traduzione di Alessandro Ciappa,
Marianna Matullo, Valentina Nicoli
Titolo originale: The Masters of Man kind
© 2013 Noam Chomsky
© 2014 Adriano Salani Editore
PRESENTAZIONE

In questa straordinaria raccolta che antologizza oltre quarant'anni


di lotte e di pensiero - è il rigore dell'analisi a trascinare sul banco
degli imputati i «padroni dell'umanità» e le idee che per decenni, anzi
secoli, hanno giustificato lo sfruttamento capitalistico e le guerre, dal
Vietnam al Nicaragua, dal Centro America alla Serbia e all'Iraq.
Principali accusati restano gli Stati Uniti: un'economia
ufficialmente liberista ma in realtà sovvenzionata dallo Stato, una
visione «messianica» del proprio ruolo nel mondo, una società
dominata dalle multinazionali, la manipolazione dell'opinione
pubblica per costruire un «consenso senza consenso» e piegare le
masse «stupide» alla volontà di pochi «illuminati», la deroga al
principio di universalità che vorrebbe regole uguali per tutti nel diritto
internazionale, l'indifferenza e anzi l'occultamento della catastrofe
ambientale: sono questi per Chomsky gli elementi fondanti di un
potere non solo statunitense ma globale, che agisce per assoggettare i
popoli e fare gli interessi di pochi, con il consenso e il belletto
intellettuale fornito dalle tecno-intellighenzie di turno. Questo
universale richiamo morale è il fiume carsico di tutte le opere di
Chomsky, una delle voci più autorevoli dei nostri tempi, in grado come
pochissimi altri di pronunciare verità indocili e di indicare la strada di
un vero cambiamento.

Noam Chomsky (Filadelfia, 1928) è il maggior linguista vivente ed


uno dei punti di riferimento della sinistra internazionale. È professore
emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology e ha
pubblicato numerosi libri di linguistica, storia e politica globale. Ponte
alle Grazie ha pubblicato i suoi Ultima fermata Gaza (con Man Pappe,
2010) e Sistemi di potere (2013). Ricordiamo anche Il linguaggio e la
mente, suo capolavoro teorico-linguistico (Bollati Borìnghieri, 2010).
Introduzione: di Marcus Raskin

Le attività politiche di Noam Chomsky e i suoi studi sulla natura


del linguaggio possono essere descritti come un nastro uniforme
denominato universalità. La sua universalità non è però una
mistificazione che mira ad occultare le molteplici verità e a sminuire
l'indagine, né parte dalla convinzione che la vita pubblica debba essere
uguale dovunque.
Su un lato di questo nastro chomskiano vi è l'innatismo, che dà
all'umanità il dono del linguaggio e dunque della comunicazione.
Lungo la fascia dell'universalità comparirà ad un certo punto una
capacità che presiede alla razionalità e all'azione morale, le quali
possono catalizzare le più nobili finalità sociali dell'umanità. Si può
persino ipotizzare che la natura umana contenga una capacità
empatica invariante e che, di conseguenza, l'umanità sia qualcosa di
più di un cumulo di monadi indivisibili ma vuote e non connesse tra
loro se non in virtù di collisioni accidentali; e ancora, che nel genere
umano sia impressa una spinta inesorabile a creare qualcosa di nuovo
e migliore a partire dalla materia grezza.
Desideriamo un sapere condiviso che conduca all'amore, e
viceversa; vogliamo che il potere sia al servizio di entrambi.
Forse potrà formarsi nel mondo una civiltà in cui l'universalità non
assegni un posto privilegiato a nessun gruppo in particolare, ma in cui
tutti siano uniti agli altri dalla solidarietà e dalla dignità. Tuttavia, a
ben guardare, ci si rende conto che i fili di quella fascia sono lacerati e
hanno bisogno di qualche riparazione. Come ripararli senza rompere
la fascia? Quali strumenti usare per riparare lo strappo? E chi
dovrebbe eseguire la riparazione di questa fascia di cui siamo parte
integrante? Secondo Chomsky, a livello personale il linguaggio diventa
strumento fondamentale per riparare gli strappi dell'umanità: la
struttura del linguaggio è un mirabile tassello della vita, al tempo
stesso stabile ed infinitamente malleabile. In questo la sua visione è
radicalmente diversa da quella di Sartre, il quale ritiene che le parole
ed il linguaggio ci distanzino dal mondo com'è o come potrebbe essere.
Secondo Chomsky vi sono due strade per effettuare quella
riparazione e creare qualcosa di differente, qualcosa di nuovo, una
nuova struttura organizzativa o un'alternativa. La prima va ricercata
nella parola scritta e parlata, la quale dipende dal modo in cui siamo
programmati geneticamente. La seconda è il linguaggio del fare
esemplificativo, in cui le proposizioni generali, ad esempio sull'amore
e l'empatia, si chiariscono in fìeri attraverso l'esperienza vissuta. A
livello politico, sono proprio il corpo e la mente gli attrezzi per riparare
corpo e mente. A un osservatore occasionale potrà sembrare che, nella
visione di Chomsky, da una parte vi siano la scienza e l'analisi e
dall'altra i valori ideali a noi cari che propugniamo attraverso i più
diversi strumenti sociali. In questa visione il corpo è diviso in categorie
non connesse tra loro, e la mente ed il cuore, il pensiero e il giudizio
sono separati dalle emozioni e dai sentimenti. Non è forse ciò a cui
puntava la moderna accademia, sperando in questo modo di
salvaguardare l'equilibrio e la moderazione, le nobili menzogne, la
distanza del soggetto dall'oggetto e quindi una oggettività distorta,
preservando così lo scienziato e le sue ricerche, ma intenzionalmente
ignorando l'integrazione e la totalità?
I suoi colleghi accademici saranno rimasti sorpresi quando
scoprirono che Chomsky non era tanto ammansito da accettare la
razionalità come linea di separazione tra pensiero, passione ed
impegno politico, inteso questo come scelta di condurre una vita
improntata alla responsabilità. Questo supremo razionalista ribadisce,
sia con gli scritti sia con le azioni, che l'interesse prioritario degli
intellettuali deve essere «dire la verità e smascherare le menzogne».
Per lui, nella sfera politica, alla base del diritto e del valore c'è
l'integrazione tra conoscenza, potere ed amore. Il che significa che
l'intellettuale deve esercitare la responsabilità attraverso la razionalità,
fare appello al coraggio e all'integrità morale per smascherare le
menzogne, e dire la verità. La responsabilità, al di fuori del ristretto
ruolo sociale che ci viene assegnato, può rivelarsi un'attività solitaria
in una società che va avanti a furia di maschere ed autoinganni. La
scelta di Chomsky di perseguire una sapienza che sia utile all'umanità
intera, come egli stesso non manca di sottolineare, si scontra con un
muro quando il pensiero e la cronaca politica non dicono affatto la
verità, e nemmeno ci provano. Ci vuole poco a scoprire quali interessi
vengano perseguiti, e di chi, quando la responsabilità viene intesa
come un servizio da rendere a questo od a quel padrone. Basta
trascorrere una domenica mattina con qualche commentatore
televisivo, i cui interessi hanno ben poco a che fare con la verità e i cui
programmi sono sponsorizzati dalle compagnie dell'agrobuciness e
dell'energia. La responsabilità si tramuta in servilismo. Nel mondo del
giornalismo e della politica ci sono tante persone che non è detto
capiscano le conseguenze di ciò che fanno, né i motivi per cui lo fanno.
La struttura dei notiziari della domenica mattina permette ad esempio
alla EXXON e all'apparato statale di «guidare» il giornalista e
l'ascoltatore. Tutto questo ha effetti terribili su una democrazia
costituzionale e orientata alla pace. Si leggano nel libro di Chomsky La
quinta libertà: Ideologia e potere le parole dell'editorialista ed ex
ambasciatore William Shannon secondo cui, sia pur con le migliori
intenzioni, gli Stati Uniti finiscono però sempre per sostenere le
dittature militari. Shannon evidentemente dimentica che tutti si
giustificano dicendo che le loro intenzioni sono buone.1 I leader
politici che si sono succeduti nella storia americana non si sono mai
sottratti al compito di spiegare con nobili parole il ruolo degli Stati
Uniti in Asia, in Africa, in Medio Oriente ed in America latina. La
politica è lo strumento che ci dice in che modo posizionare ed usare le
lenti attraverso cui osserviamo la vita. Essa compone la cornice che
trasforma, nella cultura e nell'esperienza, il «dovere» in «essere».
Ecco perché le azioni concrete, quelle che implicano la scelta e la
responsabilità, determinano il corso della storia umana.
Ed ecco perché gli studi e le azioni di Chomsky sono così
importanti. Sono la bussola di ciò che potrebbe essere.
La sua spinta e il suo impegno derivano dall'esercizio della
passione, dell'intùito e del senso di responsabilità verso gli altri.
Questo è ciò che io chiamo «stare al fianco» o «contiguità». Ma
contiguità non significa solo assumere il ruolo di testimoni per poi
riferire agli altri.2 La contiguità ci fa andare oltre l'interesse personale
e ci fa accollare i rischi dell'altro anche quando non c'è alcuna ragione
«pragmatica» per farlo. La contiguità è una forma di consapevolezza
che ci fa capire dove siamo e chi siamo, perché ci colloca accanto agli
altri e attraverso l'esempio chiede che anche gli altri ricollochino e
ridispongano se stessi. Quando Ralph Waldo Emerson chiese a
Thoreau, in prigione perché si rifiutava di pagare le tasse, «Henry,
perché sei qui?», Thoureau gli rispose: «Waldo, perché non sei qui?».3
Per Chomsky l'unica ragione che lo spinse a esercitare la
disobbedienza civile durante la guerra d'Indocina fu la propria
responsabilità di cittadino. Era l'affermazione del suo senso di
responsabilità, di contiguità con l'Altro invisibile. Allora di certo il
nostro governo non poteva dare una risposta alle sofferenze di milioni
di persone, visto che i suoi membri erano i principali colpevoli. Se la
sensibilità e l'impegno di Chomsky fossero più contagiosi, si potrebbe
salvare l'umanità e darle speranza. Perché vorrebbe dire riconoscere il
diritto internazionale in materia di diritti civili, mettere da parte
l'unilateralismo e porre fine a una Realpolitik che spazia dal genocidio
alla tortura.
Implicherebbe la fine dell'imperialismo militare ed economico
americano, e nella guerra d'Indocina avrebbe voluto dire salvare
milioni di vite. Negli ultimi decenni, avrebbe significato evitare la
morte di circa 250 mila guatemaltechi con il consenso neanche tanto
tacito degli Stati Uniti.4
Avrebbe voluto dire che gli USA non avrebbero rifornito di armi e
di sostegno politico i regimi di «stabile oppressione» in tutto il Terzo
Mondo, dallo Zaire all'Indonesia.5
Poiché nel mondo di Chomsky l'intellettuale deve mettere il suo
talento e il suo spirito al servizio del racconto della verità e dell'analisi
accurata dei fatti per come essi sono, la scelta individuale diviene
scontata e inevitabile. Per Chomsky l'indagine è strumento per aiutare
gli oppressi a essere liberi di agire. Questo tipo di indagine richiede
che le relazioni sociali e gli eventi siano osservati togliendo le lenti
opache premurosamente fornite dall'intreccio tra università, mondo
aziendale, fondazioni e media. Dal punto di vista intellettuale,
l'indagine razionale mira a «ricavare dei princìpi che abbiano forza
esplicativa {...} sperando in tal modo di rendere conto almeno degli
effetti principali». Ciò significa analizzare ad esempio come e con quali
fini gli Stati Uniti gestiscano il loro potere globale, evidentemente
predominante.6
Grazie a un accesso ormai piuttosto libero alle informazioni, il
ruolo dell'America nel mondo può essere analizzato, illustrato e
interpretato con una certa accuratezza.
Ma per Chomsky non finisce qui. La domanda per lui diventa:
come si fa ad essere intellettuali e cittadini nel mondo dell'impero
dominante? Entrano in gioco a questo punto scelte che richiedono
coraggio. Richiedono di andare in direzione contraria rispetto
all'intellettuale integrato e conformista che ha rinunciato alle proprie
facoltà critiche ed interiorizzato i valori del sistema gerarchico, a tal
punto da non esserne spesso neanche cosciente. Se Chomsky e altri,
compreso chi scrive, provano disprezzo per il ruolo del pennivendolo à
la Kissinger, che dà forma ai pensieri e agli interessi di una classe
dirigente in modo da farla sentire più al sicuro, è pur vero che tale
condanna andrebbe estesa a tutto un sistema educativo e
meritocratico che non vede l'ora di sfornare pennivendoli di tal fatta.
La montatura è lo strumento che l'intellettuale asservito all'apparato
statale usa per ammantare di candore la forza. Tale montatura si
estende alle istituzioni e alle «discipline» che servono a esercitare ed a
coordinare il potere statale ed economico. Dunque Chomsky non si
meraviglia affatto che intellettuali e accademici nutrano un interesse
alquanto modesto per la ricerca libera e verace: per loro
significherebbe rischiare in prima persona, mettere in pericolo il
proprio status e scontrarsi con l'autorità. Ma quanto rischia davvero
l'intellettuale?
Dopotutto lo Stato di sicurezza nazionale resta fedele agli
ammennicoli della democrazia costituzionale fino a quando non
intralciano il potere. Per chi appartiene alla classe media gli Stati
Uniti, all'interno dei loro confini, non sono uno Stato totalitario. Chi
ha una posizione contraria o scettica non necessariamente deve
temere per la propria vita. Forse per questo Chomsky disprezza tanto
molti intellettuali. Rischierebbero davvero poco se non agissero da
impiegati del potere. Quando Chomsky, ne La responsabilità degli
intellettuali,7 si chiede perché Arthur Schlesinger mentì per conto
dell'amministrazione Kennedy e fu poi premiato dalla comunità
accademica con una cattedra prestigiosa, parla da autorevole
intellettuale che odia le imposture. Egli disprezza gli intellettuali
codardi che sminuiscono l'importanza e il valore della vita intellettuale
solo perché così possono conservare un posto a palazzo. Così Chomsky
mette in discussione lo status privilegiato dell'intellettuale quando non
agisce come dovrebbe e non dice la verità. Per Chomsky l'intellettuale
ha una rilevanza storica quando è estraneo al potere costituito. La
razionalità ci dà l'opportunità di demistificare le costruzioni sociali e
decifrare i messaggi che sono alla base della comprensione e
dell'azione. È a questo punto che il significato del linguaggio si
tramuta in azione morale.
È a questo punto che Chomsky sceglie di mostrare con le parole,
con l'esperienza vissuta e con l'azione cosa ha egli in mente. Nei saggi
raccolti ne I padroni dell'umanità Chomsky pone interrogativi morali e
giuridici sulla responsabilità (accountability), come pure sul
significato dei diritti fissati dalla legge. Cosa significa, dunque, essere
responsabili in relazione all'atto morale?
La responsabilità è una cosa ben diversa dall'atteggiamento di
coloro che ritengono che l'obbedienza ad un ordine stabilito sia un
dovere, in un contesto in cui i dissidenti sono considerati
irresponsabili e inutili e i miserabili e i manovali della società sono a
malapena notati, a meno che non agiscano irresponsabilmente rispetto
all'ordine stabilito stesso.
Il tema della responsabilità e del dovere ha poco a che vedere con
la mera esigenza di attribuire le colpe. Per difendersi un bambino dice
«Ha cominciato lui». Una nazione fa lo stesso, proclamandosi del tutto
innocente e dicendo che è stato l'antagonista «a cominciare». La
responsabilità non si limita certo a questo. Quando regna la
disuguaglianza la responsabilità grava soltanto su una parte, mentre
quando vi è uguaglianza si può affermare che la responsabilità debba
essere condivisa. La responsabilità condivisa è un concetto vuoto se
applicato allo stesso modo all'oppressore ed all'oppresso.
D'altra parte gli oppressi insegnano che c'è un limite anche alle
azioni intraprese per sfuggire a un'oppressione, come nel caso della
battaglia antiapartheid in Sudafrica: essa ha dimostrato che gli
oppressi possono a loro volta diventare oppressori. Si comprende
dunque che per Chomsky esiste una linea di responsabilità e di diritti
riferibili alla persona che si ricollega al carattere della natura umana.
In tal modo egli arricchisce le riflessioni dei liberali del XIX secolo,
secondo i quali con la libertà negativa si indicava all'individuo
l'esistenza di diritti inalienabili indipendenti e antecedenti alla
concessione di ulteriori diritti da parte dello Stato. Questi diritti non
possono essere ostacolati dal potere statale in quanto sono proprio essi
a definire la forma dello Stato.
Nella storia moderna il confine tra diritti e doveri è andato
sfumando allorché tema centrale dei movimenti del XX secolo è
diventato la concretizzazione dei diritti economici e sociali. Chi ha
fatto in modo che cambiassero le priorità?
Chomsky individua una serie infinita di doveri e responsabilità a
cui i governi non ottemperano e che i funzionari che li gestiscono
scansano. Egli ritrova invece la responsabilità in alcuni elementi del
diritto internazionale, che esamina con grande acume nel saggio The
Rule of Force in International Law, in cui parla di Vietnam e diritto
internazionale recensendo un libro di Telford Taylor,8 ex procuratore
generale per gli USA a Norimberga. Secondo Chomsky, Taylor sbaglia
a giustificare giuridicamente i bombardamenti terroristici da parte dei
nazisti perché anche gli Stati Uniti e la Gran Bretagna li effettuarono.
In base a questa concezione di Norimberga - che fu quella che prevalse
- il diritto internazionale non sarebbe uno strumento da applicare in
modo equanime. A questo punto si impone una breve digressione
personale. Taylor, che aveva sostituito il giudice della Corte suprema
Jackson come procuratore generale americano per i crimini di guerra
a Norimberga, fu il mio legale nel processo Boston Five,9 noto anche
come processo Spock dal nome del famoso pediatra che era sotto
accusa insieme a me, Coffin, Ferber e Goodman.10 Anche Chomsky
era tra i cospiratori ma non fu incriminato. In troppi pensarono allora
che il nostro fosse stato un gesto di disobbedienza civile, quando
invece stavamo semplicemente esercitando la cittadinanza.
Questo ruolo sociale di cittadini imponeva dunque che anche i
funzionari governativi rimanessero nell'alveo del diritto. Non ci fu cioè
nessuna dichiarazione di guerra ma un suo «equivalente funzionale»,
che per l'allora procuratore generale di Lyndon Johnson, Nicholas
Katzenbach, andava comunque bene. A quell'epoca il potere informale
dello Stato di sicurezza nazionale - in combutta con i presidenti della
Guerra fredda, i quali legittimavano di fatto le attività criminali -
combatteva la sua guerra in sordina usurpando la legittima autorità.
Così facendo i governi e i loro accoliti mentivano a se stessi e a tutti
noi. Che i dissidenti e gli obiettori all'epoca della guerra d'Indocina
fossero invece animati da una forte tensione morale è testimoniato dal
fatto che chi fu accusato non di aver ucciso bensì di essersi rifiutato di
uccidere ebbe cura di inserire le sentenze di Norimberga nella propria
memoria difensiva. Magari gli accusati speravano che quelle sentenze
sarebbero potute servire per definire la responsabilità secondo nuove
modalità; modalità in cui non fosse contemplata una guerra di
aggressione come base della politica internazionale ed in cui gli
individui avrebbero potuto ricollegare giustizia e proteste contro la
guerra e vedere in questo una nuova fase del progresso umano.
Dopotutto c'è un prezzo da pagare per chi si oppone alla guerra. Lo
ha spiegato benissimo il generale George Patton della sua epoca, ossia
il presidente degli Stati Uniti nonché generale Ulysses Grant:
«L'esperienza dimostra che l'uomo che si oppone a una guerra in cui la
sua nazione è coinvolta, non importa se giusta o sbagliata, non è in
una posizione invidiabile, né nella vita né nella storia. Meglio per lui, a
livello individuale, sarebbe invocare "guerra, pestilenza e carestia"
piuttosto che opporsi a una guerra già incominciata».
Qual è dunque la posizione del pensatore rispetto a sistemi di
governo in cui la guerra è tanto osannata? Per i codardi il pensatore
dovrebbe tenere a portata di mano valigia e passaporto per partire in
qualsiasi momento. Non è certo il caso di Chomsky. È vero che ha una
fama internazionale che lo tutela. Oppure potremmo pensare che è
stato dispensato dalla pena, ma c'è da dubitarne. Charlie Chaplin non
sfuggì alla condanna, e neanche Eugene Debs o Paul Robeson.
Neanche il tanto venerato Socrate ne fu dispensato: il «vagabondo»
ateniese non fu protetto da chi deteneva allora il potere. E Chomsky
potrebbe sembrare quasi un novello Socrate. Chi gli si contrappone
impara a proprie spese che egli persegue fino in fondo il suo schema di
indagine e di ricerca della verità, che mescola logica, fatti e ironia e
costringe i pavidi, gli sciocchi o i faziosi a sgonfiarsi e a ritirarsi in un
silenzio sbigottito. D'altra parte sospetto che sia questo il motivo per
cui Chomsky non viene interpellato troppo spesso su materie di
pubblico interesse dai media ufficiali. Gli intervistatori e gli
interlocutori non solo sarebbero sbugiardati, ma subirebbero un
destino ben peggiore: gli si incepperebbe la lingua in televisione e si
creerebbe un silenzio mortificante, quei dieci-trenta secondi di buco
che gli sponsor detestano pagare. Ma se lo sventurato antagonista
fosse disposto a riconsiderare le sue opinioni in merito all'impianto
della realtà sociale o a rivedere ciò che ritiene incontestabile,
sicuramente avrebbe da guadagnarci. Sviscerando coraggiosamente la
linea di pensiero dei suoi oppositori, Chomsky li colpisce nel profondo
e ne mette in discussione la vita pubblica, perché non attacca soltanto
le loro idee e le loro convinzioni, ma anche ciò che dicono e fanno
concretamente. Insomma, li esorta a riposizionarsi al di fuori di quei
ruoli sociali che li costringono alla menzogna e alla non autenticità. È
richiesto, a loro come a noi, di riesaminare ogni aspetto della propria
vita. È questo che ci si aspetta da un grande filosofo in una
democrazia. Non soltanto costui rifugge il potere seguendo nobilissimi
princìpi morali ormai consolidati, ma porta anche alla luce nuove
questioni e nuovi princìpi morali, necessari per il benessere futuro di
un'umanità vitale e non autoritaria. Se Socrate, almeno per come è
descritto da Platone, riteneva che il suo ruolo dovesse essere di
educare alla leadership un'élite prevalentemente ereditaria (che
avrebbe poi rinsaldato il vecchio ordine a danno della democrazia),
Chomsky concepisce invece la ricerca intellettuale e scientifica come lo
strumento di una democrazia in cui è il popolo a governare se stesso e
in cui la libertà è intesa come l'espandersi delle potenzialità e della
consapevolezza dell'essere umano. Egli vede nella rivoluzione e nella
ricostruzione sociale la liberazione dell'individuo. A differenza del
Socrate di Platone, il quale temeva la libertà di parola perché a un
certo punto qualcuno avrebbe potuto dare la risposta sbagliata -
dopotutto, scopo del metodo dialogico non era proprio evitare
l'errore? -, Chomsky è convinto che l'unico rimedio alla libertà
d'espressione sia una maggiore libertà d'espressione, possibilmente
accompagnata da quella che per Whitehead era la scoperta dei fatti
irriducibili e ostinati e per Einstein un'immaginazione che scopre la
realtà e le cose in forme nuove. Proprio perché una nazione è
benedetta dalla libertà di parola, è di particolare importanza che vi sia
un manipolo di scettici, compresi quelli che mettono in discussione lo
scetticismo, che non temono la critica e sono pronti a difendere i diritti
del buffone come del nobile, a difendere il loro diritto di parlare e di
scrivere.
Come successe con l'affare Faurisson, quando Chomsky fu pronto a
rischiare tutto in nome della libertà di parola e di stampa, anche una
risposta sbagliata o persino deprecabile.11
Egli sa bene che una delle lezioni della democrazia è che ci possono
essere scelte stupide e sbagliate, che vengono prese da una cerchia
ristretta per mero interesse personale o per puro narcisismo. Proprio
per questo a suo giudizio la responsabilità degli intellettuali è tanto più
grande, perché non cedono e si assumono l'onere di portare avanti una
tradizione morale ed intellettuale incorrotta che serva a costruire il
futuro, a spiegare il passato e a fornire il lessico del dialogo politico,
dell'indagine scientifica e dell'analisi dei testi. Gli intellettuali che
avocano a sé uno status privilegiato dicono che dovrebbero esser loro a
indicare la strada per risolvere i problemi della società. È uno dei
motivi per cui Platone è così popolare presso alcuni intellettuali: è
come se il suo pensiero potesse garantire un posto privilegiato
all'interno dello Stato e dell'impero. Ma nel mondo del pensiero
politico chomskiano gli intellettuali democratici sono chiamati ad
analizzare le verità della società e a far sì che le loro idee ed azioni
siano affermazioni morali al servizio di un'umanità sempre più
consapevole, che abbia nella dignità e nella libertà umane i suoi
fondamentali princìpi di responsabilità e di dovere.
Per me Chomsky è allo stesso livello di Russell, Heidegger e Dewey.
Anzi ancora più in alto. Anche se potrà suonare incredibile a chi dà
tanta importanza ai paragoni, ritengo che nella sfera politica Chomsky
li batta quanto a coerenza e rettitudine morale. Sarebbe assurdo anche
solo pensare che Chomsky potesse premere per una guerra preventiva
con armi nucleari contro l'Unione Sovietica quando gli Stati Uniti e la
Gran Bretagna ne detenevano il monopolio, come fece Russell. Ed è
invece probabile che Chomsky avrebbe dato ragione a Randolph
Bourne e bocciato la stupida idea di Dewey che la posizione degli USA
durante la Prima guerra mondiale potesse liberare l'umanità dai rigidi
e autoritari princìpi che si pretendeva di far risalire alla filosofia
tedesca. Non si sarebbe schierato con i nazisti, come fece Heidegger,
né avrebbe aderito al Führerprinzip in politica e in filosofia, che
vedeva nella verità la rivelazione di ciò che rende un popolo sicuro,
forte e deciso nelle sue azioni e nelle sue cognizioni. Né d'altra parte
sarebbe mai potuto essere un apologeta dello stalinismo, come fu
György Lukács per un certo periodo, o emulare il fisico Andrej
Sacharov il quale, come disse Sostakovic, di giorno consegnava al
tiranno il potere di distruggere il mondo e di notte scriveva libelli
contro ciò che aveva fatto di giorno. Nel caso di Dewey e Russell c'è da
dire che quegli errori di valutazione politica furono un'eccezione e che
nel complesso condussero una vita improntata alla nobiltà e integrità
morale. Ciò che riesce più difficile da accettare e spiegare non sono gli
sbandamenti dei grandi filosofi, ma l'arroganza antidemocratica che
deforma tanta parte della filosofia occidentale, la visione agghiacciante
della natura umana che è poi sfociata nell'odio per i plebei, gli schiavi,
le donne e, più tardi, per i lavoratori, i servi della gleba, i braccianti...
C'è parecchio da buttare nella prassi politica che deriva dalle grandi
correnti della teoria politica classica. Per intere generazioni di studiosi
e di leader politici Platone e la sua versione di Socrate hanno
rappresentato il canone di quella purezza che può essere compresa
solo da pochi, se pure può essere compresa.
Nell'epoca contemporanea, ad esempio, Leo Strauss e i suoi
epigoni ritengono probabilmente di aver trovato purezza e certezza nel
loro pensiero, che eleva i governanti al di sopra dei governati e
consente loro di starsene comodi e al sicuro.12 Nella sfera politica,
Platone diede forma ai pensieri e alle idee di una classe dominante in
declino che non poteva più esercitare il potere solo in ragione della
famiglia e del lignaggio. Per sua fortuna, Socrate si era già proposto
come l'educatore che avrebbe dato ai giovani figli dei potenti ciò di cui
avevano bisogno per governare. Alle giovani generazioni fu inculcata la
fede in una dialettica superiore che poteva essere appresa solo dagli
iniziati attraverso il metodo socratico della domanda e della risposta,
un metodo grazie al quale si sarebbe ricavata dalla preda di turno la
risposta giusta di cui parlavamo prima. Qualche migliaio di anni dopo
questa fede sarebbe tornata utile all'imperialismo britannico e al
razzismo aristocratico del Sud degli Stati Uniti, entrambi in possesso
delle risposte giuste: era il Sistema che sfuggiva all'analisi e alla critica.
Il disprezzo socratico-platonico per la democrazia era implacabile.
Esso induceva a fare affidamento sulla forza come strumento per
mantenere il controllo sul «malcontento» interno, assoggettando gli
schiavi e gli stranieri e dando invece una posizione privilegiata ai
soldati, il cui compito era fare la guerra e assicurare che la forma
sociale fosse quella statica del modello spartano. Questo modello di
«purezza» creò le condizioni storiche per la razionalizzazione della
violenza di Stato. La violenza sarebbe stata legittimata e mascherata
dalla postura pensosa del filosofo. La visione platonica entrò a far
parte di questo riflusso oppure fu abbinata allo spirito missionario che
avrebbe fornito la giustificazione alla guerra, e nel XX secolo alla
tecnoguerra. Si prenda il caso della guerra del Vietnam. Il generale
Maxwell Taylor inventò all'uopo il concetto di «conflitto a bassa
intensità»,13 e l'Indocina divenne il laboratorio nel quale degli esperti
avrebbero testato strategie ed armamenti americani contro i primitivi
tecnologici che non avevano neanche la pelle bianca. Il senso di
superiorità animava le cosiddette teste d'uovo nella guerra in
Indocina, circolava nelle aule delle grandi università come al
Pentagono e si nutriva, come evidenziato da Chomsky, di irrazionalità,
illogicità e immoralità.
È utile fare ancora un paragone tra Socrate e Chomksy,
immaginando per un momento che Socrate ed Arisostele siano vissuti
al tempo di Chomsky, oppure, al contrario, che sia lui a fare questo
balzo temporale. Del resto agli studenti viene chiesto di continuo di
mettere a confronto pensatori distanti tra loro centinaia o migliaia di
anni, come se fossero colleghi tra loro coevi che sorseggiano sherry in
una sala di Oxbridge. Come ho già detto, Socrate era il filosofo
contrario alla polis democratica. Poiché credeva in un assoluto, in
un'essenza ideale che è più reale della realtà, per lui non era possibile
che la gente normale potesse autogovernarsi tramite la virtù o tramite
una forma di conoscenza che la conquistasse alla morale. Il popolino
aveva bisogno preferibilmente di un re, o come seconda opzione di
guardiani e statisti che magari avevano una certa intuizione del bene
ma che erano stati educati alla pratica del controllo e della repressione
sociale. Nel XX secolo, il Partito comunista sovietico si considerava
l'unico depositario della verità sulla storia e del sapere, necessari per
realizzare quella trasformazione che avrebbe fatto scomparire le classi
sociali; ma nella realtà vigeva il dominio dei guardiani di partito.
Naturalmente i comunisti non erano i soli ad avere questa
presunzione. Anche la religione organizzata ha funzionato da modello
platonico della repressione, al fine di educare gli eretici che non
avevano compreso quale fosse il posto loro assegnato nella scala
gerarchica. Qualcuno ricorderà con quale dedizione alcuni Stati
latinoamericani si sono strutturati proprio a partire dalla Repubblica e
dalle Leggi di Platone. L'autoritarismo di Salazar in Portogallo seguiva
il credo di alcuni luminari della religione come il papa Pio XII e il
cardinale Spellman, quest'ultimo vicario delle forze armate durante la
Guerra fredda. Aristotele invece era poco interessato all'Idea; gli
interessava di più quello che oggi chiameremmo empirismo ed
esperienza comune, che dovevano guidare verso il giusto mezzo.
Sebbene neanche lui fosse un fan della democrazia, era abbastanza
onesto da ravvisare in essa un aspetto centrale della libertà, cioè che i
governati governano.
Aristotele accettava il pluralismo perché era convinto che
istituzioni differenti come la famiglia e Stati diversi richiedessero tipi
differenti di leadership. Ciò implicava che la democrazia dovesse avere
una concezione completamente diversa della virtù, che doveva essere
pensata come plurale in modo da incarnare contemporaneamente il
bene comune e la libera scelta.
Non va dimenticato che l'antico pensiero occidentale dubitava che
gli esseri umani fossero liberi agenti morali.
Venivano perlopiù considerati strumenti di altri pochi uomini,
quelli sì in grado di compiere scelte morali. Socrate si accorse che
invece nella democrazia era anche insito un atteggiamento indulgente
verso le relazioni sociali e l'umana fragilità. La democrazia ateniese
sembrava quindi introdurre l'idea di una scelta morale da parte
dell'individuo.
Ciononostante Socrate fu accusato di empietà verso gli dèi.
Con la sua morte, il filosofo sembrò voler compiere il suo dovere in
quanto soggetto morale. Ma esiste anche un'altra interpretazione da
non sottovalutare. Secondo quanto scrive I.F. Stone, Socrate aveva
diverse possibilità per sfuggire alla decisione che lo avrebbe
condannato a morte, se invece di indisporre la giuria dei Cinquecento
avesse dato ascolto alle preghiere degli amici che volevano corrompere
le guardie per farlo scappare.14 Invece il filosofo, dato che era ormai
piuttosto anziano, volle assicurarsi che un misfatto come la sua
uccisione servisse da mònito per chi si fosse fatto sedurre dalla libertà
e dalla democrazia. È qui che Chomsky avrebbe avuto qualcosa da
insegnare a Socrate. Forse Chomsky avrebbe accettato un'accusa
stupida e ne avrebbe pagato fino in fondo il fio - come è stato sul punto
di fare in occasione di numerose manifestazioni di disobbedienza
civile -, ma avrebbe fatto una distinzione tra il rispetto di una legge
ingiusta e l'accettazione della pena, da un lato, e le teorie secondo cui
dalla democrazia scaturirebbe l'autoritarismo o la natura ferina e
meschina del popolo, dall'altro. Non è la gente normale a non riuscire
ad autogovernarsi. Sono i governanti sfruttatori pieni di tracotanza e
boria narcisistica che non riescono a governare la loro sete di potere e
di controllo; quelle stesse caratteristiche apprezzate in Platone, in
Aristotele e in altre innumerevoli stelle meno fulgide del pensiero
politico. Chomsky conosce benissimo i limiti dei capi e dei loro
consiglieri; nelle loro parole ne ritrova tutta l'arroganza, la
supponenza e la malafede. Non importa se questi leader siano eletti o
nominati, se detengano una carica per sangue o per la loro posizione
economica, o magari anche grazie a quel po' di istruzione che fa
sempre comodo a un'élite dominante: Chomsky sa bene che gli
oligarchi non governano per conto degli altri ma solo per se stessi.
Costoro sono pronti a disintegrare la democrazia se questa si rivela
qualcosa di più che un paravento retorico, se davvero punta alla
ridistribuzione del potere economico e politico lungo la linea
ideologica tracciata da Adam Smith e Tom Paine, o se comporta la
rinuncia all'imperialismo. Esiste un collegamento diretto tra le élite
antidemocratiche e l'istituzione di organizzazioni segrete come la CIA,
le quali conoscono e fanno cose che una democrazia non
immaginerebbe nemmeno né tantomeno tollererebbe. A meno che,
naturalmente, quella democrazia non sia del tutto intorpidita, dalla
propaganda ad esempio. La storia dell'elitarismo americano è
incastonata nella Costituzione e nella Dichiarazione d'indipendenza: il
collegio elettorale, l'istituzione delle agenzie segrete, il limite di due
senatori per Stato non fanno che testimoniare il terrore nei confronti
del popolo.
Questo problema si acuì durante la Guerra fredda, all'epoca in cui
gli Stati Uniti potenziarono l'espansionismo coloniale di cui erano
eredi. Che si trattasse dell'elitario Walter Lippmann o del capo delle
spie con la pipa in bocca Allen Dulles, per tutti era indispensabile
mantenere l'opinione pubblica all'oscuro di alcune cose e garantirle
dei giornalisti «integrati» che interpretassero la realtà in sua vece.
Certo, Chomsky sa che è difficile mettere in pratica gli ideali e che i
compromessi e le soluzioni concrete non coincidono mai del tutto con
ciò che ci si prefigge in linea di principio. Ma proprio in virtù di questo
egli riconosce le strutture e le politiche che palesemente spingono in
una direzione antidemocratica usando la retorica della democrazia e
della libertà per occultare opportunisticamente scelte deplorevoli. Fino
ad arrivare al grottesco, come nel caso della «tutela dei diritti delle
minoranze», che oggi ha assunto il significato di tutela di un manipolo
di potenti contro la maggioranza. Non che questa consapevolezza e
questa capacità analitica facciano di Chomsky un purista al contrario.
Però di sicuro indicano la strada, a lui come a noi, non soltando dello
scetticismo ma anche di un esercizio costante di resistenza politica.
Può darsi che Socrate, Aristotele ed i loro eredi chiederebbero a
Chomsky se davvero egli si senta un democratico radicale.
I due filosofi potrebbero attaccarlo dicendo che anche lui è troppo
elitario, visto che non accetta il giudizio di governanti eletti né le leggi
della democrazia, per quanto imperfette possano essere. Potrebbero
contestargli che al tempo della guerra d'Indocina si comportò come
una specie di consumatore del mercato giuridico, scegliendo le leggi
che lui e i suoi compagni, compreso chi scrive, volevano rispettare. Il
fatto che fosse disposto a subire le conseguenze della violazione di
determinate leggi poteva solo significare che quelle leggi erano troppo
permissive, non abbastanza rigide. Chomsky e chi scrive
risponderebbero a quel punto usando un neologismo: siamo cittadini
anarcocratici. È vero, scegliemmo quali leggi seguire dell'architettura e
della gerarchia giuridica, pretendendo invece dagli oligarchi quelle
leggi che avevano il dovere assoluto di emanare. Ma le leggi sulla
coscrizione erano meno importanti di una dichiarazione di guerra del
Congresso o di piani bellici palesemente criminali per come venivano
messi in atto e che violavano ogni parvenza di legalità, a dispetto di
quelle sentenze di Norimberga che, per quanto morbide, avevano
quantomeno fissato un livello minimo di umanità. Eravamo alla
ricerca, come altri movimenti per la democrazia, del bene comune.
Rivendicavamo dei diritti all'interno delle leggi già esistenti, ma dove
necessario anche la creazione di diritti che eliminassero le ingiustizie.
Le rivolte scoppiate negli Stati Uniti sono state giustamente
interpretate dal filosofo Richard McKeon come una rivendicazione di
diritti culturali che metteva in discussione forme di attività
apparentemente non in relazione l'una con l'altra, e anzi le basi stesse
della cultura e dell'esercizio del potere politico ed economico. È questa
visione dei diritti culturali che apre la strada all'anarcocrazia.
Secondo gli anarcocratici la legge è il dialogo su ciò che è bene e ciò
che è utile in una società poliglotta. Gli anarcocratici ricercano
comunità al di fuori del potere statale e sono disponibili a usare la
tecnologia come sistema per costruire associazioni orizzontali e non
gerarchiche. L'anarcocratico sa che quando le leggi sono palesemente
ingiuste bisogna metterle in discussione all'interno di un dialogo
ampio che comprenda la discussione e l'azione. L'anarcocratico è
anche pronto ad applicare le leggi dello Stato per vigilare sul potere
statale, usando la disobbedienza della cittadinanza come strumento
politico complementare. Essendo democratici e dissidenti nel solco
costituzionale, gli anarcocratici credono fermamente che i governati
debbano governare e che nel diritto e nella giurisprudenza sia già
contenuto l'avallo a quelle azioni che invece il potere costituito
definisce disobbedienti. Così fu nel caso della guerra d'Indocina, e così
è anche su questioni che riguardano i diritti civili, l'ambiente, il
militarismo, la giustizia economica e la parità di genere. Come un
genitore un po' assillante, il cittadino anarcocratico e democratico
pretende che lo Stato sia sempre più virtuoso e agisca per il meglio. Le
azioni con cui i cittadini esprimono contemporaneamente il dissenso e
la rivendicazione sono molto di più che semplice spavalderia.
Per Chomsky sono queste attività che ridefiniscono davvero la
responsabilità, ed egli vi si attiene nel lavoro come nella vita. Per chi è
cittadino, anarchico e dissidente in un mondo turbolento, per chi sente
il dovere di preoccuparsi per l'Altro sconosciuto, la responsabilità può
significare l'umiliazione, talvolta addirittura la morte. Certamente
responsabilità significa capire che il sapere, e specialmente il sapere
sociale, si trova in luoghi strani, al di là degli assiomi di classe, razza,
genere o rango. La responsabilità avvia e getta le basi per un'azione
ponderata al fine di creare uno Stato che non imponga la
responsabilità e la virtù, ma ne crei i presupposti all'interno delle leggi.
Nel dibattito con Foucault, Chomsky lasciò intendere che la virtù
potesse trovarsi in una mescolanza di socialismo e anarchia. Di sicuro
era l'ideale del socialismo e dell'anarchia. Ma Chomsky non è un
ingenuo.
Sa bene che la nostra epoca è disseminata di strade sbagliate e
tentativi utopici che pur avendo come fine la virtù si sono rivelati
mostruosi nella realtà, come nel caso dei Khmer rossi in Cambogia.
D'altronde lo stesso vale per il conservatorismo, che si è
sistematicamente schierato al fianco dei vari oligarchi locali o ne ha
creati di propri. Lo spirito imperiale della globalizzazione che si
sprigiona dal Pentagono e da Wall Street è l'esempio dell'oligarchia
che si finge divulgatrice della democrazia. In campo economico si
spaccia alle nazioni povere una versione farsesca delle idee di Adam
Smith sul libero mercato, e intanto le si vessa con il colonialismo e il
neocolonialismo. Fatto ancor più grave, in questo modo si dà la stura
alla manipolazione ed alla degradazione delle possibilità umane. La
globalizzazione contemporanea è la strutturazione della povertà
tramite la tecnologia e l'imperialismo.
Con la globalizzazione corporativa, le potenzialità umane e
politiche della persona si tramutano in un fascio di desideri
insoddisfatti a cui corrispondono solo condizioni di vita e di lavoro
deprecabili.
Eppure senza dubbio per Chomsky tecnologia e comunicazione si
possono fondere insieme per dare la possibilità di formare una civiltà
mondiale. Di sicuro è stato questo uno dei motivi che lo hanno spinto a
stare al MIT, un laboratorio dove provare a tradurre in realtà i mondi
possibili. In quell'ambiente egli è testimone di tutta una serie di nuove
forme di relazioni indipendenti dallo Stato-nazione che forse in futuro
daranno vita alle anarcocrazie. Queste potrebbero essere collegate tra
loro grazie a una vasta rete di comunicazioni interconnesse che
favorirebbe la nascita di una civiltà mondiale con culture plurali senza
il peso dello Stato-nazione.
Sarebbe questo un mondo in cui princìpi e modi di vivere differenti
potrebbero confrontarsi attraverso l'analisi e la discussione,
approfondendo la comprensione e permettendo così di arrivare a
princìpi più generali che rispecchino l'innata predisposizione
dell'uomo al senso morale; quel senso morale che si ritrova in alcuni
documenti condivisi a livello mondiale come la Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo. Il fatto tragico è che questi documenti
debbano nascere solo dopo grandi sconvolgimenti. Eppure, una volta
concepiti, essi possiedono un peso politico tutt'altro che irrilevante. Li
si può reinterpretare mescolando diritto e azioni violente e non
violente, come è successo all'epoca della liberazione del Sudafrica
dall'apartheid, o nelle vittoriose battaglie, di grande forza morale, per i
diritti civili negli Stati Uniti, o ancora nei tentativi andati a buon fine
di contrastare l'imperialismo militare nel Terzo Mondo e non solo.
Queste lotte hanno stimolato nuove posizioni e nuove convinzioni
culturali, mentre noi, attraverso lo studio, continuiamo a imparare
nuove cose su noi stessi, alla ricerca di princìpi condivisi e solidi che
liberino l'umanità. Alla luce di tutto questo, persino il malinteso
fervore morale, l'astuzia machiavellica o il linguaggio giustificatorio
usati per legittimare l'uso di una forza soverchiante possono diventare
la base dalla quale le prossime generazioni partiranno per portare
avanti la loro battaglia per l'ampliamento dei diritti umani. L'oppresso
potrà chiedere: se la libertà e la giustizia si applicano alla classe degli
oligarchi, perché non applicarle anche a noi, i diseredati? Chomsky sa
che anche il diritto ha due facce. Una è il retaggio delle passate
conquiste della politica e del potere congelato nella consuetudine,
nelle leggi e nelle sentenze dei tribunali, i cui esiti sono reificati e
proiettati nel futuro. È la legge come prescrizione, che di tanto in tanto
ha bisogno di essere messa in discussione. In questo senso, gli atti di
disobbedienza civile da cittadino consapevole compiuti da Chomsky
(con le sue scarpe Hush Puppies e la borsa con i libri) erano un modo
per riformulare la legge, intesa però non tanto come conciliazione tra
forti e spesso inesplicabili interessi o pregiudizi in conflitto tra loro
esposta in un lessico giuridico, bensì come base per il funzionamento
della civiltà. La legge ed i legislatori hanno bisogno di un piccolo
incoraggiamento per poter acquisire un certo grado di libertà e di
dignità; concetti tra loro collegati nelle azioni politiche di Chomsky,
per il quale il diritto fa progredire la società lungo il cammino della
libertà. Il diritto si fa dunque carico di questo compito meritorio
quando è nelle mani di giudici che prendono sul serio la Carta dei
diritti e il preambolo alla Costituzione così come altre carte
fondamentali.
Esso dà sistemazione a una serie di consuetudini e di parole che
rispecchiano una ricerca e un'attività volte a conquistare la dignità e la
liberazione. Cerca di intervenire sulla prassi consolidata che prova ad
ampliare le libertà e a tenere a bada i mastini dell'oppressione e della
guerra. Compito del giurista diventa dunque quello di fissare nuovi
confini, facendovi rientrare lo spirito di libertà in modo che esso non
sia più mera retorica o materia da catechismo. I nuovi confini fissati
dalla legge sono la bussola, a sua volta guidata dalla percezione
dell'ingiustizia e dalla incessante ricerca.
O, per ritornare all'immagine del nastro, sono come fili del nastro
di Möbius, che possono essere o meno visibili ma si possono
individuare e riparare grazie alle nostre azioni e a quelle delle nostre
strutture sociali e giuridiche.
Poiché la questione della veridicità e dell'atteggiamento nei
confronti della ricerca è così importante nell'opera di Chomsky, vale la
pena esaminare un punto di vista differente.
Il tema della verità è diventato un po' sfumato nella politica, e direi
anche nella scienza contemporanea. Alcuni fatti scientifici possono
contraddire la teoria, ma è la teoria che nel lungo periodo si rivela
corretta dal punto di vista fattuale. Così accadde ad esempio nel caso
di Einstein e dei suoi detrattori, come Lienard. Perché le nostre idee
possano rispecchiare i fatti della realtà esterna è necessaria una
definizione chiara di ciò che è reale, di ciò che è immaginario e di ciò
che è fattuale. Al di fuori della sfera scientifica, siamo portati
culturalmente a fondere teatro e politica, mito e realtà, per attingere a
una qualche verità superiore oppure per il gusto della
spettacolarizzazione. Paperino diventa reale quanto i quark, ed
entrambi rappresentano e costruiscono istituzioni sociali e
«immaginari» di vario tipo all'interno della società; per un
determinato gruppo sociale, ad esempio Hollywood o Wall Street, sarà
più reale ed importante Paperino, mentre per un altro, in questo caso i
fisici, saranno più reali e importanti i quark. Gli esperti culturali e
politici che lavorano nel mondo della pubblicità e della politica hanno
inventato una nuova industria chiamata politainment. A dire il vero, il
politainment è diventato un elemento fondamentale della cultura
americana. Chi lo pratica mischia teatro e politica, mito e realtà,
pubblicità e personaggi famosi per riuscire a catturare l'attenzione del
pubblico. I drammaturghi e gli attori comici usano magari il
politainment per rappresentare una verità più alta che può anche non
avere un legame immediato con la realtà esterna. Quando si entra in
un teatro vi è la sospensione dell'incredulità; sappiamo che saremo
ingannati e siamo pronti ad assistere a qualcosa che è improbabile dal
punto di vista fattuale ma vero dal punto di vista mitico. Ci aspettiamo
che gli attori dipingano una realtà che non esiste, oppure che mettano
in scena situazioni che possono anche essere sbagliate dal punto di
vista «fattuale», ma che contengono delle verità generali riguardo al
comportamento umano e alle istituzioni, delle verità che rivelano a
ciascuno di noi qualcosa di noi stessi e della condizione umana.
Sappiamo che Gatsby non esiste davvero ma che è stato Fitzgerald a
crearlo; ciononostante è una figura reale, a cui noi ci raffrontiamo.
Fitzgerald ha dunque colto un aspetto della verità sociale di una
determinata classe in una determinata epoca. Lo stesso ha fatto Arthur
Miller in Morte di un commesso viaggiatore, dove si racconta della
dignità e dell'umiliazione di un uomo che per sopravvivere deve
rimanere aggrappato a un sorriso od al lucido che ha sulle scarpe.
Nella scala sociale conta meno di uno scrivano, ma deve vendere se
stesso prima ancora che il prodotto. Possono non essere affermazioni
fattuali ma sono veritiere in un senso più ampio. Così nelle grandi
opere d'arte la distorsione diventa uno strumento per riconfigurare la
realtà e la verità. La responsabilità dell'artista risiede proprio in questo
spostare i confini per scoprire verità più grandi, che siano le verità
della realtà o le verità dell'immagine didascalica, ossia dello strumento
con cui raffigurare la verità fattuale attraverso l'immaginazione.
L'espressione «proprio come in un film» è indicativa di come
un'immagine di fantasia possa superare la realtà. Jean Paul Sartre ed i
suoi colleghi mostrarono di aver colto questo aspetto quando
battezzarono l'autorevole rivista nata all'indomani della Seconda
guerra mondiale «Les Temps Modernes», in omaggio al film di Charlie
Chaplin. E lo stesso Chaplin non era un filosofo, ma era sicuramente
un umanista alla stregua di Chomsky. Sia Chomsky che Chaplin,
ciascuno con il proprio codice comunicativo e usando media diversi,
rappresentano la guerra e la libera iniziativa e il loro sfumare nel
delitto, che è agli antipodi dell'amore.
Entrambi si identificano con i miserabili della terra, tra i quali si
ritrovano le dure verità della vita e dove la tragedia sembra inevitabile,
se non per alcuni gloriosi momenti in cui agli esseri umani è data la
possibilità di compiere una scelta e magari sbagliare piuttosto che
vivere nella menzogna. Nelle opere di entrambi è sempre centrale il
tema della responsabilità.
Il personaggio più famoso di Chaplin, il vagabondo, rappresenta
l'oppresso, e il pubblico si identifica o entra in empatia con lui e ne
approva di conseguenza il modo di agire. L'inquietante film di Charlie
Chaplin Monsieur Verdoux - per il quale si rimanda alla lunga
recensione di James Agee - è la storia non di un vagabondo ma di un
uomo qualunque intrappolato dalla guerra e dal capitalismo, il quale
ripropone la stessa linea difensiva di Raskol'nikov: è giusto che la
società lo condanni perché è un assassino, ma è pur vero che se avesse
ucciso un numero sufficiente di persone sarebbe stato acclamato come
un eroe e si sarebbero erette statue alla sua memoria.
In cosa consiste invece la verità nel campo della politica e della
religione? Per gli scienziati e per i filosofi contemporanei la religione
rimane tuttora un'attività enigmatica perché l'umanità prega qualcosa
di cui non si conosce con certezza l'esistenza. L'incapacità di
dimostrare l'esistenza o la non esistenza di Dio è per il credente una
prova sufficiente della sua esistenza, proprio perché le nostre facoltà
razionali falliscono.
Tutto questo suona irrazionale, a meno che un giorno su un aereo,
durante una forte turbolenza, non si vedano quegli stessi scienziati
mettersi a pregare come noi comuni mortali.
Le leggi meccaniche della natura, l'aereo e l'abilità del pilota
appaiono meno affidabili nei momenti di crisi. Le nostre insicurezze ci
spingono dunque a creare degli spazi di legittimazione rituale e
sociale. Poco importa se le persone su cui si reggono queste istituzioni
ci credano davvero. Il papa sa di esser tale perché è il collegio
cardinalizio a dirglielo, e quei cardinali si aspettano che egli reciti la
sua parte nelle occasioni ufficiali. Egli dunque agisce da papa; è
marginale che egli creda o meno in qualcosa, basta che creda
nell'efficacia di quel rituale. Il sangue diventa vino, le ostie sono pane e
diventano il corpo di Cristo, l'anello papale diventa simbolo di
autorità, che si tramanda addirittura dai tempi di san Pietro. E i
miserabili dell'America latina continuano a foraggiare questa farsa con
le loro pesetas mentre la Chiesa annienta sistematicamente la teologia
della liberazione e la sua promessa di una vita dignitosa. Del resto i
leader politici americani sono diventati adoranti seguaci del teologo
Reinhold Niebuhr perché lui ha garantito loro l'assoluzione dalle loro
cattive azioni, purché esse fossero compiute a fin di bene; il che, per i
suoi adepti come per lui, significava la salvaguardia della supremazia
nucleare americana durante la Guerra fredda, o addirittura la
possibilità di usare concretamente le armi atomiche. Questi discepoli
sono stati quindi autorizzati a condurre «una vita di misfatti», come la
definisce Chomsky nel saggio Divina licenza di uccidere.
La politica moderna ci ha abituato a questa fusione tra mito,
simbolo e poiesi della realtà, che però è ben lontana dalla costruzione
di quelle nuove forme di sapere e di saggezza a cui aspira Chomsky.
Secondo John Stuart Mill, proprio la trasmissione di un sapere
superficiale avrebbe consentito di manipolare con facilità l'opinione
pubblica democratica.
Dean Acheson sosteneva che bisognava creare un'immagine della
minaccia sovietica molto più grande di quanto non fosse la minaccia
reale. In questo modo anche Acheson si inseriva nel solco della
tradizione platonica: l'uomo non è in grado di sopportare l'accecante
verità, può solo conoscere immagini delle cose ed acquisire delle
cognizioni generiche.
È questa la concezione che sottende la politica elettorale e le tesi
che giustificano la guerra e l'intervento militare.
È dunque possibile trovare la verità se la politica viene distorta fino
a diventare mera manipolazione ed il politico pensa che il suo compito
sia mentire al popolo per il suo bene? È tragico, ma per i leader politici
è molto più facile fabbricare nobili menzogne al servizio dei loro
interessi. I politici e gli uomini d'azione non attribuiscono troppa
importanza alla verità delle cose e degli eventi. Le loro preoccupazioni
si concentrano su un altro aspetto della politica: la paranoia. Sono
ossessionati da paranoie di ogni tipo sugli altri e sulle loro
motivazioni. Il politico conosce i propri desideri, buoni o cattivi che
siano, e i tentativi di strutturare la realtà a partire da essi. Anzi, ritiene
che sia questa la sua responsabilità all'interno di una democrazia. Si
prendano due casi differenti. Il primo è quello di Franklin Roosevelt, il
quale cominciò la sua presidenza con dichiarazioni fortissime contro la
guerra e il militarismo per poi aiutare gli inglesi contro i nazisti
tramite operazioni clandestine, proclamando però pubblicamente che
non stava violando il diritto internazionale. E verso la fine del conflitto
invocò il ricorso a una forza militare soverchiante, accennando anche
alla possibilità di un attacco preventivo come soluzione alla guerra. Da
parte loro, Eisenhower, Kennedy, Johnson e Nixon dichiararono
pubblicamente che la guerra in Indocina serviva a: a) difendere la
libertà; b) salvaguardare la civiltà occidentale; c) fermare il
comunismo; d) arginare l'Unione Sovietica; e) aiutare i sovietici a
fermare l'incursione cinese. Si trattava di pura propaganda, faceva
parte dell'armamentario del politainment. Eppure un'intera struttura
sociale ed istituzioni gigantesche hanno consolidato il proprio potere
proprio a partire da queste parole. Non solo: attraverso la propaganda
si propinava e si inculcava nel popolo un intero apparato fatto di
costumi sociali, leggi, lealtà e patriottismo. Il rischio per loro era
troppo grande, perché se il popolo non l'avesse bevuta quei leader
sarebbero stati bollati come criminali. Dovunque fosse la verità, quel
che è certo è che si perse in mezzo alla propaganda e ai fattoidi.
Poi c'è l'onore alla bandiera. I giovani che vanno in guerra pensano
che il loro dovere di servizio e la loro responsabilità sia di lanciare
bombe ed uccidere civili, in Serbia come in Vietnam, in Iraq o in
qualsiasi altro posto. Essi vanno interiorizzando la gerarchia e
l'autorità del dominatore. È a questo punto che i creatori di menzogne
legittimano quelle azioni dicendo che «la verità è grigia», per usare
un'espressione di McGeorge Bundy.15 La «verità è grigia» vuol dire
che si costruisce una narrazione degli eventi che intreccia verità e
finzione adducendo una causa laddove non se ne conoscono, anzi
presentando una correlazione come causa, come ha fatto Walt Rostow
nella sua versione della Guerra fredda.16 È con questa pratica di
costruzione della verità che il combattente della Guerra fredda tentava
di rassicurare l'opinione pubblica americana sulla purezza delle
motivazioni che spingevano il governo ad agire. Non solo: esse
dovevano essere percepite come pure, oneste e trasparenti in
contrapposizione a quelle degli avversari, che erano invece ambigue e
subdole. Noi stavamo dalla parte della libertà.
Gli altri no, chiunque fossero. Noi eravamo per il diritto e la
giustizia, loro no. In questo modo il nemico diventava un fuorilegge o
un predatore. Questa è la versione della storia propinata ogni volta,
dalla Guerra fredda al XXI secolo: serve a convincere i creduloni e i
suggestionabili. Del resto, nelle aule universitarie come nei comitati
editoriali, c'è sempre stato scarso interesse a contraddire la versione
governativa.
È grazie a questo clima che le prediche di Niebuhr, diventato nel
frattempo una sorta di padre confessore, hanno potuto diffondersi e
servire da giustificazione. Se ne può ricavare anche una riflessione
amara sulla volontà di credere.
È più facile accettare, credere, sottomettersi, farsi prendere in giro,
perché è così che si soddisfano i propri bisogni e desideri.
Volendo ragionarci ancora un po' su, si può aggiungere un'altra
considerazione. A un certo punto sia i liberali sia molti socialisti si
convinsero che una delle varianti della magnanimità del New Deal
mirasse a salvaguardare l'interesse nazionale ed allo stesso tempo a
compiere delle buone azioni. Rifacendosi al periodo rooseveltiano, il
noto marxista Ralph Miliband affermò nel 1959 che rispetto all'Europa
erano ormai gli USA il più importante baluardo di libertà e di
salvaguardia dal fascismo.17 In diverse nazioni la sinistra era disposta
a sospendere l'incredulità, a chiudere gli occhi dinnanzi
all'imperialismo e al razzismo, perché sembrava che i leader
statunitensi volessero un mondo democratico affrancato
dall'imperialismo, persino dal proprio. Anche i liberali americani che
si schierarono a favore della variante di Henry Wallace del New Deal
credevano in questa lettura delle aspirazioni americane.18 Ma a
partire dal 1947 furono marginalizzati. Prese il sopravvento un periodo
di cosiddetto realismo, come quello che si ritrova nella visione di
Niebhur su cosa siano il bene ed il male. Si dava per scontato che non
vi potesse essere democrazia nel mondo senza una proiezione
dell'America a livello globale e che la versione americana della
democrazia comportasse inevitabilmente un'attività espansionistica, la
quale poteva contemplare anche la menzogna o addirittura l'esercizio
controllato del male, come nel caso dello sviluppo di armi nucleari. In
alcune note al presidente Truman, Wallace fece presente che la
posizione americana avrebbe portato a una corsa agli armamenti senza
fine. Ne La responsabilità degli intellettuali (v. nota 6), Chomsky fa
notare che gli intellettuali di palazzo non mettevano in discussione i
fondamenti dell'impero americano, ma si limitavano ad avanzare
perplessità di ordine pragmatico circa la probabilità di prevalere. Ai
prudenti burocrati e ai consulenti accademici premeva soltanto capire
se i costi sarebbero stati ancor più elevati del prezzo politico che si
stava pagando. Questo calcolo economico è in linea con le
preoccupazioni legate alla guerra d'Indocina a cui diedero voce
McNamara e altri, i quali appunto revocarono il loro sostegno per puro
pragmatismo, non per un anti-imperialismo di principio o per la
profonda ingiustizia di quella guerra. Chomsky si rifiutò di riconoscere
autorità intellettuale a chi nel governo proclamava di avere
«competenza» in materia. La «competenza» di questi presunti esperti,
unita ad una bussola morale evidentemente difettosa, avrebbe fatto
impallidire i criminali di guerra nazisti, come dimostra ad esempio il
progetto di provocare una carestia di massa in Cina oppure il piano
dettagliato per compiere un massiccio bombardamento terroristico
contro gli indocinesi.19
Sarebbe ingenuo pensare che queste idee non siano più
contemplate nella pianificazione militare. Si pensi soltanto all'uso
dell'uranio impoverito in Iraq e in Serbia.
Che poi gli Stati Uniti, per muovere guerra alla Serbia, abbiano
agito al di fuori della Carta delle Nazioni Unite, e che il Trattato NATO
sia stato distorto a tal punto da snaturare l'iniziale scopo difensivo
dell'Alleanza, queste cose la maggioranza degli accademici, negli
ambienti statunitensi e non solo, le ha accolte con un silenzio
assordante.20 Come si può intervenire dunque in una situazione in cui
una parte degli intellettuali contribuisce attivamente a definire
princìpi, fatti e finalità, mentre un'altra si accontenta di interessarsi ai
tatticismi riguardo alla potenza dello Stato e agli affari internazionali?
Non possiamo non rabbrividire dinanzi a tanta ristrettezza di vedute
ed a tanta ignoranza, se non proprio a tanta turpitudine.
È a questo punto che emergono un paradosso e una contraddizione
che chi come noi pensa di saperne di più e di essere nel giusto ha il
dovere di evidenziare. Diversi mesi fa una giovane diplomatica
vietnamita venne in visita all'Institute for Policy Studies. Era in cerca
di contatti per convincere le multinazionali americane a espandere gli
investimenti in Vietnam, e a far riconoscere al suo paese lo status di
«nazione più favorita». Mi assicurò che i vietnamiti avevano imparato
dagli errori del passato e che ora abbracciavano il sistema della «libera
iniziativa» e del libero mercato. Poi, forse per attirarsi più simpatie, si
mise a criticare le idee della generazione di suo padre, giudicandole
obsolete e profondamente sbagliate. I suoi commenti, all'apparenza
inquietanti, non fanno che confermare le riflessioni di Chomsky sulle
acrobazie non soltanto dei governi ma anche dei movimenti politici
che sono pronti a tradire gli ideali e la lotta per il cambiamento. Un
tema che analizza con precisione Dwight Macdonald nei suoi saggi sui
governi.21 Anche Sartre lo intuì nella sua pièce Le mani sporche. Ma il
pessimismo di Chomsky non è venato di quella disperazione sartriana
rappresentata ad esempio nel dramma A porte chiuse22 in cui il
francese mise in scena un mondo popolato solo da sadomasochisti
perché si rendeva conto che la risposta tecnocratica alla modernità
offerta da Daniel Bell era un'illusione. Chomsky espone le tesi di Bell
sulla fine delle ideologie ne La responsabilità degli intellettuali.
Secondo Bell lo stato sociale ha reso superflui e marginali gli
intellettuali che rivendicano trasformazioni radicali, una diversa
distribuzione del potere politico e di conseguenza una società nuova.
Le argomentazioni di Bell si rifacevano alle idee di Karl Popper23 in
merito ai cambiamenti incrementali e, paradossalmente, anche alla
convinzione di Platone che l'esperto fosse l'unico in possesso dei
dispositivi sociali necessari per risolvere i problemi del presente. Il
tecnico, ad esempio quello formatosi alla Kennedy School di Harvard,
non è interessato alla ricostruzione democratica; né si può dire che i
suoi strumenti di analisi abbiano portato a un miglioramento
incrementale dello stato sociale. È bene precisare che il welfare state,
per quanto incompleto possa essere, non è stato di certo regalato al
popolo americano, ma è il prodotto delle grandi battaglie portate
avanti dai lavoratori e da altri gruppi sociali marginalizzati. Si può
però ipotizzare che i pur positivi mutamenti sociali intervenuti tra gli
anni Trenta e la metà degli anni Settanta mirassero in realtà a bloccare
quella trasformazione più radicale della società promessa dalla sinistra
del New Deal e più tardi dalla Nuova Sinistra. Nel 1966 sembrava
dunque che lo stadio finale dello sviluppo politico dovesse essere
quella «nave» incompiuta che andava sotto il nome di welfare state.
Una nave che era stata costruita a partire da un metodo di risoluzione
dei problemi che potremmo definire della «particolarità funzionale»:
un po' come un medico che curi i diversi sintomi di un paziente invece
di ricercarne la causa. Emersero però tre aspetti problematici che
mandavano all'aria la visione della particolarità funzionale e
dell'incrementalismo. Riguardo al primo, ricordiamo ad esempio che
Martin Luther King collegò la questione dei diritti civili alla guerra
d'Indocina. Non si trattava di un collegamento forzato o fittizio. Esso
evidenziava al contrario che problematiche sociali all'apparenza isolate
contengono in sé altri problemi che non si possono separare da quello
in discussione. Altre questioni emergono immediatamente non appena
ci si rende conto dell'esistenza di questo tipo di concatenazione e di
interconnessione. La seconda difficoltà legata allo stato sociale
riguarda la consapevolezza che esistono problematiche di tale portata -
ad esempio l'aumento della povertà nel Terzo e nel Quarto Mondo - da
non poter essere risolte senza cambiare il sistema di valori sotteso alla
ridistribuzione delle risorse e del potere. Questo richiede un
ripensamento di presupposti fondamentali come l'accumulazione, la
produzione di rifiuti e la separazione tra tecnologia applicata e
ordinamento sociale, i quali spesso possono anche sembrari lontani
tra loro: ad esempio la costruzione di autostrade e la piaga ancora viva
del razzismo. Il terzo aspetto problematico legato alla «nave» dello
stato sociale è il legame inestricabile tra welfare e warfare state, ossia
quel sistema complessivo che va sotto il nome di Stato di sicurezza
nazionale. Questa forma di Stato non ha mai smesso di cercare
opportunità imperialistiche all'estero (una variante è la rivendicazione
della sovranità sullo spazio), rimanendo sempre fedele alla dottrina
dell'accaparramento e salvaguardando l'iniquità della ridistribuzione
grazie a una forza soverchiante ed a una tecnologia militare sempre
più sofisticata nascosta dietro il paravento della stabilità e della pace.
Una volta caduta l'Unione Sovietica in quanto entità politica una
nazione la cui realtà sconfessava puntualmente i proclami sulla
giustizia sociale ed economica e in cui, a un certo punto, anche quei
proclami segnarono il passo per via dei costi della corsa agli
armamenti -, gli Stati Uniti non avevano più motivo di temere come
prima la propaganda sovietica sull'alternativa possibile al capitalismo.
Questo portò in Occidente a un arretramento in materia di welfare
state, ed esso fu oggetto di una massiccia offensiva. La destra attaccava
lo stato sociale perché lo riteneva responsabile di mali come la
disgregazione familiare, l'indolenza, la tossicodipendenza, la violenza,
l'ateismo, la promiscuità sessuale e l'AIDS. Secondo la destra
bisognava quindi sbarazzarsi dello stato sociale conservando lo Stato
di sicurezza nazionale, con i suoi risvolti militareschi e polizieschi. A
partire dalla presidenza Reagan, la sinistra invece, che pure criticava il
welfare state per gli stessi motivi di Chomsky, si rese conto di essere
politicamente costretta ad appoggiarlo perché era il minore dei mali:
chi usufruiva delle misure di welfare, per quanto fosse trattato da
postulante più che da membro attivo della cittadinanza, avrebbe
quantomeno ricevuto qualche beneficio. C'era però il pericolo, poi
concretizzatosi, che anche queste briciole fossero portate via. Fu come
se il tessuto stesso della società fosse lacerato dalla glorificazione del
narcisismo, dell'egoismo e della tracotanza. Quel welfare state, pur con
tutte le sue falle ed ormai alla deriva, era divenuto l'unica alternativa
ad un sistema che copriva lo sciacallaggio dietro il manto ideologico
del neoliberalismo. In tutto il mondo, l'ideologia sociale dominante
reclamava la fine del welfare state, mentre intanto numerosi
economisti statunitensi offrivano improbabili panacee alla Russia, che
in tal modo sprofondò ancora di più nell'abisso. La Russia perse la
Guerra fredda, e quindi non fu più nella posizione di aiutare gli USA a
gestire l'equilibrio bipolare internazionale.
Ad oggi non ci sono altre nazioni o gruppi di nazioni che si
assumano il compito di controbilanciare il potere degli Stati Uniti.
Ciononostante il bilancio americano per la difesa continua a crescere,
anche se le minacce che giustificano il ricorso a bilanci tanto cospicui
vanno sfumando. Se si calcola anche la tecnologia sperimentale, gli
USA detengono una forza militare superiore a quelle di tutto il mondo
messe insieme.
Ma a cosa serve tutta questa potenza? Serve da stabilizzatore
economico interno nell'intreccio tra politica clientelare del Congresso,
appalti affidati alle multinazionali e ricerca scientifica, con lo zampino
delle scienze sociali. I militari reclamano maggiori finanziamenti, che
a loro dire sono necessari per adempiere a tutti i compiti che vengono
loro richiesti. E quegli scienziati che un tempo prendevano posizione a
favore del controllo degli armamenti e del disarmo oggi sono
marginalizzati, oppure indossano senza troppe remore il distintivo
statale pur di trovare lavoro e finanziamenti.
Chomsky aveva intuito con estrema precisione l'influenza
marginale che avrebbero avuto gli scienziati che si erano espressi per
un'interruzione della corsa agli armamenti, dal momento che
quest'ultima rappresenta il pilastro su cui poggia lo stato di sicurezza
nazionale; un pilastro tenuto in piedi dalla propaganda e dai grandi
interessi economici.
È a questo punto che Chomsky, il razionalista, propone una strada
alternativa: potenziare il ruolo della conoscenza e della ricerca. Ed è su
questo che chiede alla sinistra una maggiore responsabilità: «La
sinistra ha bisogno di comprendere la società attuale, le sue tendenze
di lungo periodo, di capire quali possibilità ci sono di costruire forme
alternative di organizzazione sociale; ha bisogno di un'attenta
riflessione su come realizzare il cambiamento sociale» (Sapere e
potere). Chomsky rimprovera alla sinistra il suo atteggiamento talvolta
anti-intellettuale nonché l'ambigua posizione che ha assunto il mondo
accademico a essa contiguo.
Oggi è ancor più forte il bisogno di un sapere lucido e di una
ricostruzione sociale, alla luce dei problemi vecchi e nuovi che
incombono sull'umanità. Il fatto che le università non avvertano la
responsabilità di impegnarsi in prima persona per analizzare queste
problematiche da una prospettiva ampia non può non essere giudicato
una follia. Anzi, esse addirittura contribuiscono ad acuire questi
problemi, per vie strane e talvolta pericolose. La University of
Southern California, ad esempio, collabora con il Dipartimento della
Difesa e con Hollywood per sviluppare realtà virtuali finalizzate ad
addestrare i soldati. Secondo alcuni la realtà virtuale sostituirà la
guerra; le guerre si decideranno tramite i war games. Ritengo invece
più probabile che si assisterà ad una intensificazione della
conflittualità all'interno della società.
Negli anni Venti e Trenta nelle facoltà di legge si cercava di
elaborare meccanismi che assicurassero la pace. Negli anni Quaranta,
con i processi di Norimberga e la nascita delle Nazioni Unite, divenne
centrale la questione delle norme e del confine tra responsabilità
individuale e diritto. Sia le sentenze di Norimberga sia i tentativi di
costituzionalizzare i rapporti tra gli Stati-nazione attraverso la Carta
delle Nazioni Unite caddero però in disgrazia allorché gli USA e altre
nazioni scelsero di ignorare i princìpi fissati da quei documenti.
Così Telford Taylor, che sostituì il giudice Robert Jackson come
procuratore generale per conto degli Stati Uniti a Norimberga, poté
affermare che gli Stati Uniti avevano agito, almeno fino al 1965, nello
spirito della carta ONU, e che quindi potevano stabilire
autonomamente se il tentativo del Vietnam del Nord di unificare la
nazione era in realtà un'aggressione. A sostegno di questa opinione
Taylor adduceva una lettura un po' forzata dell'articolo 51 dello statuto
ONU, dichiarando che il Vietnam del Sud aveva il diritto di difendersi
e che gli USA potevano venire in aiuto del loro alleato. Chomsky, che
pure stimava Taylor, ha dimostrato però l'inconsistenza della sua tesi.
Ha fatto giustamente notare che, in base agli articoli 51 e 39, la
decisione in merito all'eventuale presenza di una minaccia alla pace ed
al conseguente diritto all'autodifesa è prerogativa del Consiglio di
Sicurezza ONU, non di una singola nazione (a voler essere onesti verso
la posizione americana, bisogna dire che neanche Roosevelt, pur
essendo convinto che le grandi potenze dovessero sorvegliare il
mondo, pensava che questo onere dovesse ricadere unicamente sugli
Stati Uniti).24 Il ruolo delle Nazioni Unite, e in generale lo spirito
della Carta ONU, è sempre stato una spina nel fianco
dell'unilateralismo imperiale americano, e tale si è confermato quando
gli Stati Uniti hanno cercato la legittimazione alla pretestuosa guerra
contro l'Iraq.
I conservatori e la destra vorrebbero sbarazzarsi tanto delle
Nazioni Unite quanto di tutta la cianfrusaglia diplomatica che
ingombra il governo americano. In questa loro aspirazione sono
assecondati almeno da un professore, Michael Glennon, il quale
vedrebbe volentieri la fine della farsa del diritto internazionale e
dell'ONU e l'affermarsi invece della dottrina del trionfalismo
americano (la «rinnovata volontà dell'America di fare ciò che è giusto,
a prescindere dal diritto internazionale», articolo apparso su Foreign
Affairs). A dire il vero la propensione del governo americano per
l'unilateralismo non è stata mai realmente inibita dalla Carta delle
Nazioni Unite; di certo non a Panama, in Nicaragua, in Afghanistan, in
Somalia o nelle decine di interventi militari diretti e di operazioni
clandestine effettuate dagli USA sin dalla guerra in Vietnam. Ci si può
chiedere perché uno Stato trionfalista e conservatore attribuisca così
poca importanza al diritto internazionale. Dopotutto, uno stato
«conservatore trionfalista» dovrebbe desiderare il cappello del diritto,
così come gli avvocati delle multinazionali hanno inventato il «Law
Day» come contrappeso alla subdola arma di destabilizzazione offerta
ai lavoratori dal rituale del Primo maggio,25 o come certe sentenze
della Corte suprema si sono appellate all'inviolabilità dello stato di
diritto per giustificare la tutela delle corporation, a cui è riconosciuto
lo status di persone (con una vita perpetua). Chomsky illustra i motivi
di questa avversione affermando che, per quanto debole possa essere il
diritto internazionale, esso è simmetrico: ciò che è consentito o
proibito a noi è consentito o proibito anche agli altri. La forza può
essere soltanto un esercizio del potere, la difesa è legittimata da
meccanismi consolidati dalla consuetudine, dagli usi e dai trattati.
Senza la simmetria dell'imparzialità, spiega Chomsky, la legge perde la
sua validità e diventa un mero strumento della forza. Questo punto
emerse anche nella causa presso la Corte internazionale di giustizia tra
il Nicaragua e gli Stati Uniti, in cui questi ultimi erano accusati di aver
compiuto azioni di guerra contro uno Stato sovrano. Pur essendo stati
condannati, gli USA non si curarono affatto di quella decisione, né
essa influenzò minimamente la loro politica estera.
È sconfortante rendersi conto di quanto peso abbiano ancora le
guerre di aggressione per i governanti. La questione del primo colpo o
dell'attacco preventivo con armi nucleari, ad esempio, è sempre stata
di interesse fondamentale per gli strateghi del nucleare. All'opinione
pubblica si vuol far credere che i leader politici e militari americani
tendano ad agire in base ai princìpi di Pearl Harbor, ossia che gli Stati
Uniti non colpirebbero mai per primi con un attacco a sorpresa.
Fu questa la spiegazione fornita da Robert Kennedy durante la crisi
dei missili di Cuba. Ma le cose stanno diversamente.
La verità è che già da tempo gli Stati Uniti conducevano una guerra
occulta e limitata contro la Cuba castrista, da prima della crisi dei
missili. E per tornare alle armi nucleari, gli USA avocarono a sé il
diritto di scegliere se colpire per primi.
Del resto non c'è un solo punto della dottrina strategica americana
da cui si possa desumere che agli Stati Uniti sia proibito ricorrere al
primo colpo od effettuare un attacco preventivo.
Nel saggio Un'eccezione alle regole, Chomsky contesta a Michael
Walzer la sua illogica difesa dell'attacco preventivo di Israele nel 1967.
Che al governo ci fosse Ben Gurion, la Meir, Eshkol o Begin, Israele
ha sempre oscillato tra la paura di perdere il suo diritto di esistere e la
convinzione che, se avesse potuto contare sulla forza militare e sul
sostegno degli americani, avrebbe potuto conquistare altra terra e
fondare nuovi insediamenti senza incorrere in sanzioni internazionali.
Un po' come i leader iracheni, che pensarono a torto di poter invadere
il Kuwait senza subire sanzioni perché erano convinti che il Kuwait
appartenesse storicamente al territorio iracheno. Questi esempi ci
riportano ad alcune concezioni in materia di gradualismo e di sistema
internazionale. Nel momento in cui le nazioni decidono di usare gli
armamenti come strumento non solo di difesa ma anche di
aggressione, esse rimangono legate alla sovranità nazionale ed al
diritto soggettivo di decidere quando usare la violenza, in che modo
difendersi e cosa dire al popolo in merito alla propria politica di difesa.
Chomsky avanza a tal proposito anche un altro interrogativo, che del
resto è in tema con il dissolvimento dell'Unione Sovietica. In merito
alla guerra d'Indocina, Chomsky rimprovera a Telford Taylor (vedi
nota 7) di non aver contestato «l'uso diretto della forza all'inizio degli
anni Sessanta o il sostegno alle massicce campagne terroristiche alla
fine degli anni Cinquanta compiute solo per preservare il regime che
gli Stati Uniti avevano installato in Vietnam. Mai Taylor pone la
domanda fondamentale: è legittimo da parte degli USA usare il loro
potere per imporre un particolare ordine sociale e politico in terra
straniera, presumendo di poterlo fare entro i limiti di un uso
«proporzionato» della forza? I policy maker americani, i presidenti e
gli aspiranti tali non hanno ovviamente alcun interesse a rispondere a
questa domanda, perché significherebbe rivedere in toto il ruolo della
potenza militare americana nel mondo. La risposta a questo
interrogativo ci porta però alla questione dell'illegittimità delle
operazioni a guida NATO e statunitense in Serbia e in Kosovo, rispetto
alle quali: a) non ci fu l'appoggio di nessun paese a un intervento a
guida americana nel Kosovo; b) il Congresso non approvò né una
dichiarazione di guerra né i bombardamenti; c) nella Carta ONU o
nella natura difensiva dell'Alleanza atlantica non si ravvisano i
presupposti per l'intervento. In base allo statuto delle Nazioni Unite,
non vi può essere alcun avallo all'imposizione unilaterale di un sistema
sociale su un'altra nazione, finanche con un uso proporzionato della
forza.
Rimane dunque aperta la questione se le Nazioni Unite, che
operano in base alle norme del Consiglio di Sicurezza, possano
acconsentire all'imposizione di un sistema sociale e politico. Data la
debolezza degli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, le
decisioni in materia di nation bulding e di guerra vengono di fatto
prese a Washington, non all'ONU. Come segnala Chomsky, per
comprendere meglio la visione americana si possono leggere i rapporti
del 1941 del Council on Foreign Relations, nei quali si affermava che
gli Stati Uniti avrebbero dovuto, «dopo questo conflitto {Seconda
guerra mondiale}, coltivare una mentalità orientata alla stabilizzazione
mondiale, che ci consentirà di imporre le nostre condizioni, magari per
raggiungere una PAX AMERICANA».26 Sin dalla Seconda guerra
mondiale i politici americani si sono considerati gli alfieri di un
imperialismo benevolo. Questa posizione è ben illustrata nel libro di
Chomsky Per ragioni di Stato, in cui l'ufficiale John Paul Vann, ex
rappresentante dell'USAID (United States Agency for International
Development), diventa il simbolo dell'imperialista benevolo che si
preoccupa del costo spaventoso che dovrà pagare il Vietnam per colpa
degli errori statunitensi. Nondimeno Vann ammette che il Vietnam
sarebbe stato costretto a pagare quel costo una volta che gli USA
fossero entrati nel paese con le loro soverchianti forze di terra, perché
sarebbe stato «inconcepibile» che gli Stati Uniti perdessero. L'aspetto
forse più terribile di tanta hybris è che sono gli altri a dover «pagare
qualsiasi prezzo» purché l'America raggiunga i suoi scopi. Questo è
tanto più vero quando sono i popoli tecnologicamente meno avanzati a
perseguire i loro scopi e il loro destino. In altre parole, essi devono
chiedere il permesso alla potenza dominante per le politiche nazionali
o per il sistema economico che hanno scelto di seguire. Se sono
abbastanza piccoli e abbastanza poveri, e senza un elettorato
americano alle spalle come nel caso di Israele, sono bollati come «Stati
canaglia» qualora osino ignorare le regole di comportamento dettate
dalla potenza dominante. Ecco perché, a partire dalla fine della guerra
d'Indocina, gli Stati Uniti hanno abbracciato la dottrina dei diritti
umani, che doveva servire a giustificare e razionalizzare la loro politica
estera dinnanzi a una burocrazia corrotta e a una sinistra ufficiale che
non si percepiva più come idealista e moralmente superiore.27 Non c'è
quasi intervento militare che non sia giustificato facendo appello ai
diritti umani. È un vecchio metodo che si può far risalire ad alcuni
documenti ufficiali della Seconda guerra mondiale. I nazisti usarono la
retorica dei diritti umani per giustificare l'invasione del territorio dei
Sudeti e della Cecoslovacchia, appellandosi alla difesa dei tedeschi che
abitavano in quelle aree. Più tardi, la propaganda avrebbe convinto i
credenti che la Guerra fredda era una lotta manichea tra il Mondo
libero e il Totalitarismo, mentre in patria le minoranze si vedevano
negati i diritti umani fondamentali. Il ruolo dei diritti umani nella
politica americana ha ovviamente i suoi paradossi e le sue
contraddizioni. Ad esempio, l'interessamento di Carter - anche prima
che diventasse presidente - per i diritti umani aumentò le chance di
sopravvivenza di molte vittime di Pinochet. Era stato con la
benedizione di Kissinger che Pinochet aveva compiuto il sanguinoso
colpo di stato contro il governo socialista cileno di Allende, eppure per
un breve momento, durante la campagna elettorale del 1976 contro
Ford, il tema dei diritti umani attirò l'attenzione dell'opinione
pubblica. Carter dovette però fare presto i conti con la relativa
debolezza della sua carica, quando cercò di modificare le politiche
strategiche in materia di nucleare. Già all'inizio del mandato il
presidente chiese allo Stato maggiore interforze di presentargli una
relazione per illustrare nel dettaglio come si sarebbe potuti arrivare
all'abolizione delle armi nucleari. Lo Stato maggiore respinse la
richiesta, perché c'era il rischio di sgretolare la posizione strategica di
supremazia che, secondo gli ideologi del Pentagono, era legata alle
armi nucleari e alla potenza militare.
Nel 1979 Carter si dovette schierare con i senatori conservatori in
favore di un aumento del 5% del bilancio per la difesa, nella speranza
di ottenere il loro appoggio sul SALT II (Strategie Arms Limitation
Talk - «Negoziati per la limitazione delle armi strategiche»). I militari
però non avevano la minima intenzione di cedere l'autorità in materia
di disarmo nucleare, né se è per questo vi volevano rinunciare i
politici, gli scienziati al servizio del governo o le multinazionali della
difesa. Né Carter, da parte sua, era pronto a scegliere di non farsi
dominare dal capitale corporativo internazionale, che svolgeva un
ruolo cruciale nel determinare le politiche che orientavano l'egemonia
americana in campo economico. La linea politica del capitale
corporativo e finanziario internazionale era in cima ai pensieri dei
leader del partito democratico sin dai tempi del presidente Wilson, il
quale aveva dichiarato che la ricetta per la pace secondo gli americani,
e ai fini del benessere economico interno, risiedeva in una strategia di
esportazione. Per tutelare la supremazia e la continuità della posizione
imperiale americana Carter decise di appoggiare lo scià di Persia e di
far naufragare le relazioni con la sinistra iraniana, nel timore che
potesse riemergere un residuo di coscienza storica del partito Tudeh e
del nazionalismo del deposto Mossadeq, compromettendo così le
forniture petrolifere all'Occidente. A prescindere da chi si trovasse alla
presidenza, Eisenhower, Carter, Bush padre, Clinton o Bush figlio, i
policy maker americani hanno sempre subordinato le politiche
statunitensi agli interessi del capitalismo corporativo internazionale.
Quelle voci fuori dal coro, come evidenzia Chomsky, che hanno
rivelato il rapporto politico esistente tra Stato e multinazionali sono
state liquidate come vacui libellisti. Clinton si è spinto oltre. Ha
perorato spudoratamente la causa del capitale corporativo
internazionale dovunque, dalla camera da letto di Lincoln a Wall
Street e Rodeo Drive, fino alle maquiladoras al confine tra Texas e
Messico.28 Si trattava di una piattaforma politica ma con una forte
matrice economica. Gli USA rigettavano qualsiasi forma di
nazionalismo indipendentista, a meno che non fungesse da
contrappeso all'Unione Sovietica, come nel caso della Jugoslavia di
Tito. Nelle aree considerate dagli Stati Uniti come una sorta di loro
protettorato, non era ammesso alcun nazionalismo indipendentista.
Bisognava preservare l'egemonia economica e militare. Ecco perché
anche Carter, così sensibile ai diritti umani, decise ad esempio di
appoggiare l'oligarchia e i militari salvadoregni e di aiutare la Guardia
nazionale di Somoza in Nicaragua, così da impedire la vittoria dei
sandinisti. Il successo dei sandinisti era destinato ad avere vita breve. I
loro leader si erano rifiutati di chiedere il permesso per la rivoluzione
agli Stati Uniti. Per colpa di questa arroganza, che non aveva fatto loro
trovare le parole giuste per esprimere deferenza agli USA, gli Stati
Uniti avrebbero finanziato una guerra civile per annientare i
sandinisti, causando migliaia di morti.
Bisognerebbe riconoscere al presidente Reagan il credito per
questa linea politica di successo. Sarebbe un errore addebitare le sue
scelte a una sua personale incapacità mentale o fisica: la burocrazia
della sicurezza nazionale non aveva certo bisogno di farsi dire da ogni
singolo presidente come doveva comportarsi per far rispettare il
principio «meglio se chiedi il permesso altrimenti peggio per te», che
aveva guidato gli USA nelle relazioni con gli Stati-nazione durante la
Guerra fredda e anche dopo. Le nazioni che non si conformavano agli
standard ammessi dagli Stati Uniti diventavano Stati canaglia,
secondo il lessico americano.29 L'idea che fossero gli USA a
comportarsi come uno Stato terrorista non poteva certo rientrare nei
palinsesti televisivi o negli editoriali dei giornalisti asserviti. In realtà
era una vecchia storia. Le attività occulte dell'amministrazione
Kennedy, come l'operazione Mangusta contro Cuba negli anni
Sessanta, non erano altro che terrorismo internazionale. Anche in
Medio Oriente gli Stati Uniti si sono impegnati in prima persona,
insieme agli alleati e agli Stati vassalli, con guerre sporche ed attività
terroristiche in loco. Secondo Chomsky, gli USA si potevano
considerare uno Stato terroristico di diritto. Egli afferma ad esempio
che il peggior atto terroristico del 1985 «fu l'attacco con autobomba
dell'8 marzo a Beirut in cui morirono 80 persone e 256 rimasero
ferite»: quell'attacco era stato autorizzato dalla CIA e compiuto da
sauditi, libanesi e inglesi. Il bersaglio era uno sceicco sciita, che riuscì
a salvarsi. Esistono innumerevoli esempi di attività di questo tipo,
nascoste all'opinione pubblica americana ma ben note alle vittime, e
confezionate con un'abile propaganda. Perché per i vertici politici è
così importante la propaganda o, per usare il lessico governativo,
«educare l'opinione pubblica con una versione ammorbidita della
realtà»? La moderna propaganda si spinge oltre la nobile menzogna.
Essa serve ormai a manipolare la rabbia e il risentimento e a garantire
l'acquiescenza. Il politainment è il mezzo, la passività il fine. I milioni
di dollari spesi dalla CIA per fondare case editrici, finanziare libri,
pagare giornalisti servivano a creare una realtà che risultasse
accettabile alla massa e fosse presa per buona dalle burocrazie
«inconsapevoli».
Ma l'opera di Chomsky ha dimostrato che la propaganda
preventiva non è l'unico aspetto della questione.
Nella vita pubblica americana esistono spazi sociali di una certa
rilevanza, e di quando in quando qualche giornalista o storico riesce ad
andare oltre la storia patinata raccontata dal governo. Eppure anche
quando avviene questa demistificazione, non sempre si innescano
l'indignazione e la reazione morale. Anzi, paradossalmente anche
coloro che prima partecipavano alla vita pubblica si ritrovano a
sottoscrivere un patto di non belligeranza con il sistema, arrendendosi
al benessere materiale ed a ricercare soddisfazioni modeste perché
non hanno rappresentanza, partito o movimento politico che offra loro
alternative credibili. Nonostante tutto, nella realtà esiste però una
forza che non può essere repressa dalla propaganda e dall'oppressione.
Per Chomsky questa forza è insita nella natura umana e si manifesta
nella nostra volontà di usare il raziocinio e di aprire la mente ed il
cuore in modo da esaminare criticamente ciò che ci circonda e ci
pervade, mirando sempre alla costruzione di comunità associative e di
anarcocrazie che recuperino le istanze di quei movimenti rivoluzionari
che, in alcuni momenti cruciali della storia, hanno indicato la via dei
lumi e della ricostruzione sociale. Queste comunità non si fondano
sulla creazione di un nemico esterno, ma sulla responsabilità e sulla
libertà al loro interno. Non elaborano narrazioni del potere militare
finalizzate a mascherare l'espansionismo trionfalistico. Anche se
Chomsky è assolutamente consapevole che, nel momento in cui queste
comunità rivendicano una propria superiorità, esse rischiano a loro
volta di diventare entità politico-militari distruttive per sé e per gli
altri. Le nuove generazioni potrebbero allora domandare se sia
possibile accogliere ed espandere nella nostra epoca gli aspetti positivi
dei nuovi lumi culturali. Tendo a pensare che, nei momenti di
ottimismo, Chomsky risponderebbe di sì: un rinnovato entusiasmo, il
suo, che trae forza dai grandi movimenti che perseguono la
rigenerazione. Dunque un'altra strada è possibile? La risposta è
positiva, ma con una precisazione. Nella natura umana è insita la
capacità di migliorare, la tendenza all'empatia e alla cura. Tale natura
può essere assecondata usando la ragione e liberando quei sentimenti
morali di cui parlava Kropotkin all'inizio del XX secolo, i quali
dovrebbero portare a istituzioni completamente nuove ma non
utopiche. In fondo, in questi saggi e in tutta la sua opera, Chomsky
dimostra che si possono individuare percorsi praticabili senza
pretendere la santità dalle persone.
E ci dice che l'azione politica, sempre accompagnata dalla
demistificazione e dall'analisi, libera la strada dalla sterpaglia di errori
e menzogne. Chomsky è il saggio che catalizza questo obiettivo
imprescindibile. Il suo pensiero e le sue azioni hanno lasciato un
marchio indelebile su due generazioni e sicuramente sarà così anche
per le generazioni a venire. In un'altra epoca e in un'altra cultura
avremmo potuto dire che l'energia e la determinazione di Chomsky
derivano da una vocazione religiosa, un'osservazione che lui
sicuramente liquiderebbe con una risata. La sua incredibile
padronanza dei testi ufficiali somiglia a quella dei grandi talmudisti
che analizzano e interpretano le parole del Talmud.
L'amore per la verità e la giustizia non ha nulla da invidiare a
quella vocazione religiosa che Niebuhr ricollega all'idea del Dio
cristiano come unica speranza per l'umanità, senza però quelle
caotiche contraddizioni che Niebhur spacciava per guide utili ai
confusi e agli opportunisti.
Nella Repubblica Platone dà voce al terrore per la democrazia
perché, secondo il pensiero di Socrate, essa è sinonimo di libertà e
sfocia quindi nella tirannia. Ma nell'epoca moderna si è sviluppata una
diversa concezione della democrazia. In base a questa concezione, si
può creare l'apparenza della democrazia e allo stesso tempo negarla
nella pratica, assicurandosi però che in questa democrazia fasulla il
popolo dia il suo consenso a una cerchia ristretta, agli oligarchi. Tutto
questo si ottiene grazie al corto circùito tra l'acquiescenza popolare ed
un sistema manipolato che trasforma la vera democrazia, la
democrazia della partecipazione e della deliberazione, in una farsa.
Nel saggio Consenso senza consenso Chomsky mette a nudo verità che
dovrebbero essere risapute ma che la classe media, nel migliore dei
casi, tende a rimuovere. I due principali partiti sono legati ai grandi
interessi economici e in cuor loro riconoscono nelle corporation il
motore della vita americana.
Bisogna insomma - Chomsky sta parlando in questo caso delle
grandi multinazionali - assicurare loro rispetto e i dovuti sussidi.
Naturalmente sussiste un conflitto tra diverse forme di capitale. Lo si è
potuto notare durante l'èra di Bush figlio, quando il capitale degli Stati
nordorientali, incline a rispettare certi limiti e a perseguire un
«imperialismo prudente», fu attaccato da Bush e dalla sua accolita di
espansionisti trionfalisti. Costoro ritenevano che quei limiti fossero
troppo rigidi per il capitalismo e che fosse venuto il momento di
riscrivere le antiche usanze a partire da una versione aggiornata del
Manuale del capitalista, una serie di cliché e di machiavellismi che
avevano ispirato l'establtshment del nordest degli Stati Uniti durante
la Guerra fredda. Era ormai tempo, per il popolo di Bush, di liberarsi
da quei legacci imposti dai seguaci dell'imperialismo prudente.
Bisognava ovviamente espungere dalle prime pagine questo
sadismo istituzionalizzato e mantenere un eloquio moderato,
brandendo però il bastone del comando per migliorare la
«comunicazione» con chi si mostrava recalcitrante.
Bisognava assicurarsi che i più deboli chiedessero sempre il
permesso, perché non lo scordassero in futuro. Un principio da esibire
in tutti i modi: dal saluto alla bandiera alle leggi, finanche alle guerre.
Non va dimenticato che, sin dalla loro nascita, gli Stati Uniti hanno
combattuto una lotta intestina tra il popolo e quelli che detenevano la
proprietà o che speravano di ottenerla. L'assunto di partenza era che
chi deteneva la proprietà non soltanto aveva molto da perdere se la
Grande Bestia, il popolo, l'avesse avuta vinta. Questo esito avrebbe
significato anche che i giudizi assennati e imparziali formulati da una
solida minoranza intelligente, fedele all'oligarchia e disinteressata (ad
eccezione di tutto ciò che riguarda la proprietà e la concezione dello
Stato di diritto come strumento per proteggere la stabilità e la
proprietà dal gregge) sarebbero stati mandati all'aria dalla massa. La
massa degli emotivi, della marmaglia incapace di giudicare e di
decidere su questioni di pubblico interesse, grandi o piccole che siano.
Ecco dunque che, per fare in modo di ottenere la «risposta giusta»,
governo e oligarchia si propongono di «educare» i cittadini, ossia di
manipolarli a tal segno da impedire l'esercizio della capacità di
giudizio.
E qui si palesa un curioso paradosso, quello per cui secondo
Chomsky nella mente dei cittadini sono stati «impiantati» due
princìpi: «Il primo è che il governo non può essere un governo del
popolo e per il popolo, né può rispondere ai suoi interessi o essere
soggetto alla sua volontà e influenza; anzi, il governo è il nemico del
popolo. Il secondo principio è che il potere privato non esiste, anche se
le 500 maggiori società statunitensi che figurano nell'elenco della
rivista Fortune controllano quasi i due terzi dell'economia nazionale e
gran parte di quella internazionale, con tutto ciò che questo
comporta». Naturalmente sul luogo di lavoro gli standard sono sempre
stati elevatissimi. Non c'era da scherzare sulla democrazia. Il luogo di
lavoro doveva essere l'incarnazione stessa dell'autoritarismo
verticistico. A tal proposito va detto che il movimento sindacale si è
sempre interrogato su quanto autoritarismo sia ammissibile nella vita
dei lavoratori ma non ne ha mai messo in discussione l'esistenza. Le
classi imprenditoriali sono da sempre consapevoli della lotta di classe
e dell'importanza di vincerla. Ovviamente Chomsky non è certo l'unico
ad aver compreso la natura della lotta di classe e degli effetti
devastanti di una oligarchia mossa dall'avidità, né occorre
necessariamente rifarsi ai marxisti per capire la questione. Infatti
Chomsky rimane americano fin nel midollo. Tom Paine vedeva nella
rivoluzione americana la lotta per la democrazia e per il diritto del
popolo di giudicare, partecipare, decidere il proprio destino. Persino
James Madison, che più realisticamente pensava a un equilibrio tra
aristocrazia e repubblica come strumento per garantire la stabilità e
tenere i barbari lontano dal potere, rimase sconcertato quando si
accorse che i veri barbari erano al di qua dei cancelli, non fuori. Nel
ventesimo secolo, John Dewey comprese che coloro che detenevano i
mezzi di produzione, distribuzione, pubblicità e trasporto si
arrogavano il ruolo di governanti del paese. Per aggiungere un po' di
ironia si può dire ancora una cosa. Lo stato oligarchico di sicurezza
nazionale ha trasformato il sistema elettorale in un'attività puramente
ornamentale, per la quale anche in questo caso possiamo usare il
termine politainment, ossia politica come intrattenimento. Dato il
controllo esercitato sul discorso pubblico, è facile incanalare altrove
l'attenzione e cambiare «discorso», come fa un bambino che ha detto
una bugia e non vuol farsi scoprire. È un'abilità che non va
sottovalutata e che fa parte del talento pubblicitario americano e della
propaganda di Stato dei giorni nostri. Se ne possono forse far risalire
le origini molto indietro, ancora una volta a Platone ed alla sua
convinzione che il popolo potesse accettare solo la menzogna. Forse
Bush figlio, oltre ad avere un contatto diretto con Dio, era anche un
seguace di Platone.
Sarebbe sbagliato - per usare un'espressione del presidente Nixon,
il quale a registratore acceso disse che sarebbe stato sbagliato
prendere una tangente - non accennare in questa introduzione alle
attività pubblicitarie del Dipartimento della Difesa e allo zelo con cui
esso stravolge la cornice semantica. Come evidenzia Chomsky, i
sussidi agli appaltatori militari sono rubricati alla voce «sicurezza»,
mentre con il crollo dell'Unione Sovietica si è creato un bilancio per la
difesa e per la sicurezza nazionale ancora più cospicuo, in cui tra le
varie voci figura il programma STARWARS.
Il popolo non deve far altro che acconsentire e se necessario
mandare i propri figli a combattere, ribadendo che questo è un sistema
democratico. Non soltanto è democratico, ma è un sistema in cui è
dato per scontato che capitalismo e patriottismo siano assolutamente
inscindibili.
Chomsky ha ragione a mettere in discussione la società civile,
soprattutto quando questa è solo una frase fatta che serve a
subordinare il potere partecipativo al governo. In altre parole, società
civile può anche essere una bocciofila o un circolo filatelico a cui la
gente dovrebbe iscriversi. La gente invece dovrebbe tenersi alla larga
dalle domande importanti sulla guerra, sulla distribuzione della
proprietà e sul senso del governo e del governare, specie se con quelle
domande intende davvero mettere qualcosa in discussione oppure
manifestare apertamente la propria disaffezione.
Nel saggio From Mad Jack to Mad Henry (pubblicato nel 1976 su
Vietnam Quarterly), Chomsky spiega che il tentativo di conquistare il
popolo vietnamita è in realtà molto antico.
Si è sempre tentato di soffocare la resistenza dell'Est: ci hanno
provato i francesi, poi gli americani con il comandante John Percival,
che faceva irruzione «terrorizzando» la popolazione locale per poi
tornare in patria. Le operazioni di Mad Jack richiamano ciò che
accadde in séguito durante l'amministrazione Ford. Quando gli USA
lasciarono l'Indocina, Kissinger e Ford vollero affermare la propria
superiorità militare distruggendo alcune navi da guerra cambogiane
che si pensava potessero mettere in pericolo le navi americane
presenti in quelle acque. I marinai americani e i numerosi cambogiani
rimasti uccisi in quell'episodio servirono a ribadire che gli USA erano
determinati a lasciare il segno della devastazione in Indocina e che
non erano certo restii a versare il sangue proprio od altrui con azioni
stupide ed immorali pur di far capire chi era il capo assoluto,
nonostante tutto.
Spesso i leader politici, soprattutto nelle nazioni imperialiste,
compiono gesti simbolici di questo tipo. Può essere l'invio di
un'armata in una nazione o presso una tribù che non sta pagando i
tributi o che si ribella alla presenza straniera.
Oppure possono essere i massacri periodici per dimostrare chi
comanda. Oppure può accadere come nel 1949 quando gli Stati Uniti
rinunciarono alla Cina e usarono i bombardamenti per siglare questa
decisione.
Ci sono altri punti da evidenziare in quanto attengono al rapporto
tra le diverse potenze imperialiste, alle loro rivalità o al sostegno
reciproco. Per preservare l'ordine imperiale i giapponesi, ad esempio,
si arresero ai francesi invece che alle forze di Ho Chi Minh. Gli Stati
Uniti, che avevano la possibilità di riconoscere l'indipendenza
dell'Indocina, preferirono invece riconoscere il diritto della Francia di
ritornare ed esercitare il controllo sulla regione all'indomani della
Seconda guerra mondiale. Per inciso, chi è convinto che non ci sarebbe
stato un impegno militare della Francia se la sinistra francese avesse
prevalso farebbe bene a ricordare che l'ordine di inviare truppe
francesi per reclamare l'Indocina dall'ambizioso regime vietnamita di
Ho Chi Minh fu approvato durante il mandato di un ministro
comunista; in realtà fu proprio lui a firmare l'ordine. Allo stesso modo
è poco credibile l'ipotesi che in Vietnam e in Indocina le cose
sarebbero andate diversamente se fosse stato in vita Roosevelt. Allo
scopo di dividere l'impero, Roosevelt aveva avanzato la proposta di
un'amministrazione fiduciaria dell'ONU in Indocina; e Ho Chi Minh,
che ovviamente voleva l'indipendenza, si era messo diverse volte in
contatto con gli Stati Uniti tramite l'Office of Strategie Services e si era
ispirato alla Dichiarazione di indipendenza americana per l'atto
fondativo del Vietnam. Ma con Truman queste possibili alternative
sfumarono.
Come evidenziano Chomsky e Devilliers, giornalista francese
esperto di Indocina, la regione era ostaggio della politica europea e
della visione americana che caratterizzava quella politica.
Presto la questione Ho Chi Minh assunse contorni diversi per gli
Stati Uniti. Egli era diventato un intralcio alla dominazione americana
in Estremo Oriente ed all'estirpazione del comunismo. Dopo gli
accordi del 1954 che posero fine alla guerra tra Francia e Vietnam, gli
Stati Uniti esercitavano ormai il più completo controllo imperiale nel
sud del paese. In base agli Accordi di Ginevra, si sarebbero dovute
tenere elezioni generali in Vietnam nel giro di due anni. Anche se gli
USA non firmarono gli accordi (appoggiati da Cina, Francia e Unione
Sovietica), si impegnarono tuttavia a rispettarli.
Ma le elezioni non si tennero mai poiché si stimò, a ragione, che Ho
Chi Minh avrebbe ottenuto l'80% dei consensi. Visto che non vi fu
alcun voto, toccò agli USA costruire un governo sudvietnamita attorno
a Ngo Dinh Diem. Come spesso accade negli Stati vassalli, Diem si
rivelò poi uno scocciatore; non a caso andò incontro a un infausto
destino insieme al fratello, perché alla fine del conflitto aveva osato
avviare dei colloqui con il Vietnam del Nord e aveva addirittura
invitato gli Stati Uniti ad allontanarsi dal paese.
Naturalmente era troppo tardi per ritirarsi, a quel punto - erano i
primi di novembre del 1963 -, perché ormai certe idee si erano radicate
nella mente dell'élite americana. Nei primi anni Sessanta era opinione
diffusa tra i liberal statunitensi che se ci si fosse sbarazzati di Diem la
lotta per la «liberazione» del Vietnam sarebbe andata a gonfie vele.
Ma alla base c'erano anche altri convincimenti, che presto si fusero in
una strana mescolanza di strategia politica e frustrazione.
1) La Francia non sapeva come fare la guerra perché non aveva una
base di consenso tra la popolazione ed era una potenza coloniale,
mentre gli Stati Uniti non avevano altro scopo se non quello di parlare
al popolo vietnamita in modo comprensibile e di portargli i benefìci
del capitalismo e della libertà. Grazie alle tecniche della scienza sociale
americana, gli Stati Uniti avrebbero potuto pacificare intere regioni e
creare aree protette in cui i contadini vietnamiti sarebbero stati ben
felici di emigrare. I vietnamiti sarebbero stati grati agli USA e
avrebbero acconsentito ad assumersi gli oneri di questa missione. Nel
1967 si dovette ampliare la missione americana, tanto che arrivarono a
550 mila i missionari americani armati di nuove bibbie, che parlavano
la lingua degli elicotteri, dei B-52, dell'Agente Arancio e degli AK-47. A
un monaco buddista una volta fu chiesto come si comportavano i
soldati americani in Vietnam. Quello rispose che ogni soldato
americano faceva almeno un errore al giorno, e che tutti insieme
facevano almeno 550 mila errori al giorno.
2) Gli Stati Uniti potevano contare su una potenza di fuoco
superiore a qualsiasi altra nazione al mondo ed erano in grado di
sconfiggere facilmente una guerriglia mal addestrata.
Potevano lanciare quante bombe volevano senza timore di alcuna
rappresaglia da parte di aerei nemici. Dunque, se i comandanti
dell'esercito avessero optato per questa scelta, l'esercito avrebbe
potuto seminare morte e distruzione a piacimento. La IX Divisione di
cui parla Chomsky aveva un curriculum impressionante in tal senso,
secondo quanto testimoniato anche dal comandante supremo delle
forze americane in Vietnam, il generale Creighton Abrams.
Non aveva rivali nel numero di vittime vietnamite che riusciva a
mietere in un breve lasso di tempo. Non va trascurato peraltro che,
quali che fossero le motivazioni che avevano spinto i sudvietnamiti a
combattere, costoro persero ogni interesse alla guerra, nonostante gli
americani insistessero nel dire che ora sapevano cosa fare. Fatto sta
che dopo l'offensiva del Tet, che oggi molti spacciano come una
vittoria degli USA, l'opinione pubblica americana perse fiducia.
Johnson si ritirò dalla corsa presidenziale ed il successore Nixon non
poté far altro che ordinare che si facesse quello che qualsiasi potenza
imperiale che si rispetti farebbe: lanciare bombardamenti terroristici
prima di lasciarsi alle spalle un mondo ormai ridotto a tragedia e caos.
Un pezzo di quella tragedia però riverberò anche tra gli americani. Le
forze armate dispiegate nel «Nam» cominciarono a disgregarsi, con i
soldati che lanciavano granate sui superiori e qualche volta li
ammazzavano, si rifiutavano di combattere e preferivano invece fare
uso di droghe, che si trovavano in quantità. Il bilancio di quella
spedizione: almeno 2 milioni di morti tra i vietnamiti, un ecocidio, e
250 mila feriti e 58 mila morti tra i giovani americani. Se ci si reca al
Vietnam Memorial di Washington, si vedrà sicuramente qualche
anziano toccare il muro dove sono incisi i nomi dei commilitoni.
Appena toccano quel muro piangono. La stessa scena si ripete migliaia
di volte in Vietnam. Chi critica l'intervento americano in Vietnam dirà
magari che quell'impresa fu un errore madornale. In realtà è un
problema di hybris, si ricollega direttamente a quella tracotanza che
abbonda tra le élite universitarie che usano il loro mediocre sapere per
servire il potere ed il dominio.
Gran parte della storia degli Stati Uniti, come quella di altre
nazioni, può essere letta come il racconto della hybris imperialista.30
Eppure ci sono individui che hanno il coraggio di opporsi a quella
tracotanza. Chomsky è tra questi.

Marcus Raskin.
Capitolo primo: Sapere e potere

Gli intellettuali e il Welfare-Warfare State.1

«La guerra è la salute dello Stato», scriveva Randolph Bourne in un


celebre saggio proprio mentre l'America interveniva nella Prima
guerra mondiale:
Essa mette automaticamente in moto nella società quelle forze
irresistibili che spingono verso l'uniformità e all'entusiastica
cooperazione con il Governo per costringere all'obbedienza i gruppi di
minoranza e gli individui a cui manca l'istinto del gregge. {...} Altri
valori, quali la creazione artistica, la conoscenza, la ragione, la
bellezza, la promozione della vita, sono immediatamente e quasi
unanimemente sacrificati, e le classi importanti, autoproclamatesi
dilettanti agenti dello Stato, non soltanto sono pronte a sacrificare
questi valori, ma costringono allo stesso sacrificio tutti gli altri.

Al servizio delle «classi importanti» c'era l'intellighenzia, «educata


all'acquiescenza pragmatica, sempre pronta alla direzione esecutiva
degli eventi, penosamente impreparata all'interpretazione intellettuale
o alla determinazione idealistica dei fini». Questi intellettuali sono
tutti schierati al servizio della tecnica guerresca.
Sembra che fra la guerra e queste persone si sia stabilita una
particolare affinità. È come se la guerra e questi signori si stessero
cercando da sempre.2

Bourne evidenzia quindi le ricadute ideologiche della mobilitazione


nazionale, ossia quelle «forze irresistibili che spingono verso
l'uniformità» e che inculcano l'obbedienza allo Stato e la
subordinazione alle esigenze delle «classi importanti».
A questo si possono aggiungere i vantaggi materiali derivanti dalla
mobilitazione bellica, particolarmente evidenti durante la Seconda
guerra mondiale e la Guerra fredda: fu l'intervento del governo a porre
fine alla depressione economica e a garantire il «sano funzionamento»
dell'economia; un'economia perlopiù improntata a grandi finalità
sociali come la devastazione e lo spreco. Diversi eventi hanno poi
confermato la previsione di Bourne, ossia che la mobilitazione bellica
avrebbe garantito all'intellighenzia una posizione di potere e di
influenza, «al servizio della tecnica guerresca». A tal proposito si
possono raffrontare le sue osservazioni con quelle di James Thomson,
esperto di Est asiatico presso il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca
tra il 1961 e il 1966:
Il maggiore coinvolgimento in Vietnam è stato alimentato anche da
una nuova stirpe di strateghi militari e di accademici delle scienze
sociali (alcuni dei quali facevano parte della nuova Amministrazione)
che avevano elaborato nuove teorie in materia di controguerriglia ed
erano ansiosi di metterle alla prova. La «controinsurrezione» era per
alcuni la nuova panacea che avrebbe curato l'instabilità del mondo.
{...} Tra le conseguenze delle nostre scelte in Vietnam ve n'è una
che potrebbe costituire un pericolo per il futuro della politica estera
americana: l'ascesa di una nuova stirpe di ideologi americani che
vedono nel Vietnam il laboratorio delle loro dottrine. {...} In un certo
senso sono speculari ai visionari della sinistra radicale comunista:
sono i maoisti della tecnocrazia. Non governano Washington oggi, ma
la loro dottrina punta molto in alto (corsivo dell'autore).3

A questa affermazione se ne può ricollegare un'altra riguardante un


fenomeno parallelo che negli ultimi anni è stato oggetto di ampia
discussione:
Con il tempo il potere economico è passato dal suo antico legame
con la terra al legame col capitale e quindi, ultimamente, con l'insieme
di cognizioni e attitudini di cui è costituita la tecnostruttura {...}, {ossia
quella cerchia} di cui fanno parte tutti coloro che contribuiscono con
cognizioni specialistiche, talento od esperienza alle decisioni di gruppo
{in àmbito governativo o corporativo}.4

Il ruolo della tecno-intellighenzia nel processo decisionale è


predominante nei settori dell'economia «al servizio della tecnica
guerresca» (o dei suoi sostituti, come la corsa allo spazio) e fortemente
legati al governo, il quale da parte sua ne assicura la stabilità e lo
sviluppo. Non sorprende dunque che la tecno-intellighenzia propenda
per quella che Barrington Moore definisce «la soluzione predatoria di
riforme simboliche all'interno e imperialismo controrivoluzionario
all'estero».5 Questa «voce predominante dell'America in patria e
all'estero» - ossia un'ideologia che esprime i bisogni dell'élite socio-
economica americana ed è propalata in modo più o meno subdolo da
diversi intellettuali, e a cui aderisce convintamente chi trae «qualche
beneficio dalla società opulenta» è descritta altrove da Moore in questi
termini:
Puoi protestare quanto vuoi verbalmente. C'è una sola condizione a
questa libertà che noi saremo lieti di incoraggiare: che le tue
rimostranze siano quanto più forti possibile, purché rimangano
inefficaci. Anche se ci dispiace molto per le tue sofferenze e vorremmo
fare qualcosa per alleviarle anzi, le abbiamo studiate a fondo e ne
abbiamo già parlato con i tuoi governanti e con i tuoi superiori -, i tuoi
tentativi di cacciare gli oppressori con la forza costituiscono una
minaccia per la società civile e per il processo democratico.
Queste minacce non possono essere tollerate e non lo saranno.
Se ricorrerai alla forza, noi, laddove sarà necessario, ti spazzeremo
via dalla faccia della terra con quella risposta così misurata che fa
piovere fiamme dal cielo.6

Una società in cui è questa la voce predominante può reggersi solo


grazie a una qualche forma di mobilitazione nazionale, che può andare
dalla promessa di cospicue risorse fino alla minaccia concreta di usare
la forza e la violenza.
Data la situazione politica internazionale, negli Stati Uniti si può
perpetuare quella promessa soltanto con una sorta di psicosi nazionale
come quella a cui ha dato voce il Segretario della Difesa Laird, secondo
il quale siamo «invischiati in una guerra vera, alle prese con un
combattimento mortale sul campo di battaglia dove ciascun
contendente manovra per prevalere».7 Una guerra contro un nemico
che può assumere varie forme: un burocrate del Cremlino, un
contadino dell'Asia, uno studente dell'America latina e, naturalmente,
la «guerriglia urbana» in patria. Voci ben più equilibrate di questa
esprimono giudizi non del tutto dissimili.8 Certo, può anche darsi che
l'avventura nazionale sbandierata da questa voce predominante abbia
successo. Secondo l'opinione ben documentata di Moore, questo
sistema «gode di una flessibilità e di uno spazio di manovra notevoli,
che contempla anche la ritirata strategica».9 Di sicuro però il successo
si può raggiungere solo a prezzo di una grave degradazione morale che
priva di significato la vita di chi trae vantaggio dalla società opulenta e
rende ancor più disperata quella del contadino del Guatemala. Forse è
vero che la guerra è «la salute dello Stato», ma solo se per economia
«sana» intendiamo un sistema in cui nel Prodotto nazionale lordo si
conteggiano anche i costi del napalm, dei missili e dei dispositivi
antisommossa, delle prigioni e dei campi di detenzione, dell'avventura
spaziale sulla Luna e così via.
Pur in questa accezione del termine «salute», nell'èra moderna non
è tanto la guerra in sé la salute dello Stato quanto piuttosto i perenni
preparativi alla guerra. Lanciarsi in una guerra totale significa perdere
la partita. Anche una «guerra limitata» può risultare dannosa, e non
soltanto per l'economia,10 come dimostrano le Borse e le lagnanze dei
vertici del settore aerospaziale, ma anche perché ci si impegna ad
esercitare la forza per un periodo di tempo troppo lungo.
Probabilmente il movimento pacifista è riuscito a limitare in
qualche modo l'aggressione al Vietnam non tanto per la sua forza
effettiva, ma perché a un certo punto si è voluto evitare il rischio che
quella «voce predominante» giustamente udita da Moore potesse
essere messa in discussione in modo più generale e radicale. Meglio
stroncare sul nascere il dissenso, quando è ancora concentrato su una
specifica barbarie, ossia il Vietnam, e sviare un movimento che, se si
dovesse allargare, potrebbe sollecitare domande scomode sulla società
americana e sulla sua posizione a livello internazionale. Ecco perché si
definiscono «un errore» i bombardamenti nel Vietnam del Nord (che
hanno scatenato l'indignazione generale e minacciato la stabilità del
corpo politico)11 e l'uso di reclute per combattere una guerra coloniale.
Ed ecco perché si lanciano proposte per formare un esercito di
volontari «a prezzi di mercato», in modo da raffreddare le proteste per
quando ci sarà un altro Vietnam da qualche altra parte.
Voglio ora approfondire le due tesi di Bourne, ossia quella
sull'utilità della preparazione alla guerra per garantire la salute dello
Stato e quella sulle opportunità che questa condizione offre alla
«nuova stirpe di ideologi americani», aggiungendovi un excursus
storico e qualche considerazione su ciò che gli intellettuali possono
fare per contrastare queste tendenze.
Da sempre l'intellettuale è preso tra due istanze in conflitto tra
loro: la verità e il potere. All'intellettuale piace immaginarsi come colui
che va alla ricerca della verità, che prova a dire la verità così come la
vede, che tenta di agire - collettivamente quando può, da solo quando
deve - per opporsi all'ingiustizia e all'oppressione, e che vuole
partecipare alla creazione di un ordine sociale migliore. Se sceglie
questa strada, deve mettere in conto che diventerà un essere solitario,
ignorato o vituperato. Se invece mette le sue doti al servizio del potere,
può ottenere prestigio e ricchezza. Forse si convincerà - qualche volta a
ragione - che in questo modo può umanizzare l'esercizio del potere da
parte delle «classi importanti». Oppure può sperare di diventarne
parte, o addirittura di scalzarle dal ruolo di guida sociale, avendo come
unico interesse l'efficienza e la libertà. Può darsi che l'intellettuale che
aspira a questa posizione scelga di usare la retorica del socialismo
rivoluzionario oppure quella dell'ingegneria socialdemocratica per
perseguire la sua visione di una «meritocrazia» in cui sono la
conoscenza e l'abilità tecnica a conferire potere. Ancora, è possibile
che si rappresenti come membro di un'«avanguardia rivoluzionaria»
che indica la via di una società nuova oppure al contrario come un
esperto che applica la «tecnologia a spizzico» alla gestione di una
società che può risolvere i suoi problemi senza bisogno di
cambiamenti radicali. Per alcuni questa scelta dipende dalla mera
valutazione di quale sia la forza sociale prevalente tra quelle in
competizione. Non sorprende dunque che i ruoli siano spesso
intercambiabili e che lo studente più radicale possa poi diventare un
esperto di controinsurrezione. I suoi proclami, in entrambi i casi,
andranno guardati con sospetto, perché in realtà non sta facendo altro
che propalare l'ideologia opportunista di un'«élite della meritocrazia»
che, nelle parole di Marx (applicate in questo caso alla borghesia),
individua nelle «condizioni particolari della sua liberazione le
condizioni generali entro le quali soltanto la società moderna può
essere salvata». Il fatto di non riuscire a fornire una giustificazione
razionale non farà che confermare questo sospetto.
Diverso tempo fa Kropotkin affermò che «il radicale moderno è
centralizzatore, statolatra e giacobino a oltranza. Il socialista ne segue
le orme».12 Una valutazione corretta, che riecheggiava il mònito di
Bakunin sul rischio di distorcere il «socialismo scientifico» fino a farlo
diventare «il governo dispotico della massa del popolo da parte di una
aristocrazia nuova e molto ristretta di veri o pseudoscienziati»,13 ossia
quella «burocrazia rossa» che si sarebbe rivelata «la menzogna più vile
e terribile che il nostro secolo abbia creato».14
I detrattori occidentali hanno subito fatto notare che fu proprio la
leadership bolscevica ad assumere il ruolo di cui si parla in questa
critica anarchica;15 un'evoluzione che in effetti fu intuita anche da
Rosa Luxemburg16 pochi mesi prima della sua morte per mano dei
soldati del governo socialdemocratico tedesco, mezzo secolo fa.
La critica di Rosa Luxemburg al bolscevismo era comprensiva e
fraterna ma dura, oltre che densa di implicazioni per gli intellettuali
radicali di oggi. Già quattordici anni prima, nel suo articolo Problemi
di organizzazione della socialdemocrazia russa, Luxemburg aveva
criticato i princìpi organizzativi del leninismo: «Chiudere il
movimento operaio nella corazza di un centralismo burocratico, che
degrada il proletariato militante a docile strumento di un "comitato", è
il mezzo più facile e sicuro per consegnare un movimento operaio
ancor giovane alla brama di potere degli intellettuali»17
(p. 232, corsivo dell'autrice). Con grande acume Luxemburg
ravvisò già agli esordi della rivoluzione bolscevica questa tendenza al
centralismo burocratico. Ella analizzò inoltre le circostanze che
portarono la dirigenza bolscevica al terrore ed alla dittatura di una
«cerchia ristretta che comandava in nome della classe», una dittatura
che soffocava «l'educazione politica della massa popolare» (p. 588)
invece di agevolarla; e ammonì che non bisognava fare di necessità
virtù trasformando la pratica autoritaria nello stile di governo della
nuova élite. Le istituzioni democratiche hanno i loro difetti,
Ma il rimedio trovato da Lenin e Trotzky,18 la soppressione cioè
della democrazia in generale, è ancora peggiore del male che si deve
curare: esso ostruisce infatti proprio la fonte viva dalla quale soltanto
possono venire le correzioni ad ogni insufficienza congenita delle
istituzioni sociali: la vita politica attiva, libera ed energica delle più
vaste masse popolari, (p. 585)

Fino a quando le masse popolari non parteciperanno alla


definizione di ogni aspetto della vita economica e sociale, fino a
quando non nascerà una società nuova dall'esperienza creatrice e
dall'azione spontanea, tutto questo rimarrà soltanto una forma diversa
di repressione. «Il socialismo viene decretato e concesso dal tavolo
verde di una decina di intellettuali», mentre invece esso «esige una
totale trasformazione spirituale delle masse degradate da secoli di
dominio della classe borghese»: una trasformazione che può avvenire
solo in seno a istituzioni che estendono il più possibile le libertà della
società borghese. Non esiste una ricetta facile per il socialismo: «Solo
l'esperienza può correggere ed aprire nuove vie. Solo una vita libera e
rigogliosa immagina mille forme nuove, improvvisa azioni, appare una
forza creatrice, corregge spontaneamente tutti i passi falsi» (p. 590).

Il ruolo degli intellettuali e dei militanti radicali deve essere


dunque quello di valutare e soppesare, di provare a persuadere, di
organizzare, ma non quello di prendere il potere e di governare. «I
passi falsi che compie un reale movimento operaio rivoluzionario sono
sul piano storico incommensurabilmente più fecondi dell'infallibilità
del miglior "comitato centrale"».19
Queste riflessioni possono essere utili per guidare gli intellettuali
radicali. Sono anche un antidoto rigenerante al dogmatismo tipico del
discorso della sinistra, con le sue aride certezze ed il fervore religioso
su temi che a malapena si comprendono. Insomma, quella sinistra
autodistruttiva che è immagine speculare della compiaciuta
superficialità degli apologeti dello status quo, i quali hanno coscienza
dei propri capisaldi ideologici quanto un pesce ha coscienza di nuotare
nel mare.
Sebbene ecceda i confini di questa discussione, sarebbe forse utile
analizzare l'interazione tra gli intellettuali radicali e la tecno-
intellighenzia da un lato e la massa e le organizzazioni popolari
dall'altro durante le fasi rivoluzionarie e post-rivoluzionarie.
Una simile indagine potrebbe prendere in esame per un verso
l'esperienza bolscevica e l'ideologia della tecnocrazia liberale, le quali
sono unite dalla convinzione che le organizzazioni di massa e la
politica popolare vadano soffocate.20 Sul versante opposto si potrebbe
analizzare la rivoluzione anarchica del 1936-1937 in Spagna, e
contestualmente la reazione degli intellettuali liberali e comunisti.21
Altrettanto rilevante ai fini dell'indagine sarebbe l'evolversi della
relazione tra il Partito comunista e le organizzazioni popolari (i
consigli di fabbrica e le comuni) nella Jugoslavia di oggi,22 e ancora il
rapporto di odio-amore tra i quadri del partito e le associazioni
contadine che ispira il brillante e drammatico resoconto di William
Hinton di una fase della rivoluzione cinese.23 Questa disamina
potrebbe anche rifarsi all'esperienza del Fronte nazionale per la
liberazione così come viene raccontata, ad esempio, da Douglas Pike
nel suo libro Vietcong24 e da altre fonti più obiettive;25 oppure ai
resoconti documentaristici sugli sviluppi di Cuba. Certo non va
sopravvalutata la pertinenza di questi casi ai problemi di una società
industriale avanzata, però se ne possono trarre molti insegnamenti,
non solo sulla praticabilità di forme alternative di organizzazione
sociale26 ma anche sulle difficoltà che insorgono quando intellettuali e
militanti provano a rapportarsi alla politica delle masse.
Val la pena sottolineare che i residui della sinistra non-bolscevica
all'indomani della Prima guerra mondiale ripresero e anzi inasprirono
la critica dell'«avanguardia rivoluzionaria» degli intellettuali militanti.
Il marxista olandese Anton Pannekoek27 descrive in questo modo
«l'obiettivo che il Partito comunista si pone sotto il nome di
"rivoluzione mondiale"»: «condurre al potere grazie alla forza della
classe operaia uno strato di dirigenti e di intellettuali che realizzerà poi
la produzione pianificata per mezzo del potere statale» (p. 134). Poi
afferma:
Anche l'obiettivo classista che si pone la classe dell'intellighenzia,
la quale acquista sempre maggiore importanza nel processo produttivo
- una ragionevole ed ordinata produzione di beni d'uso sotto la guida
di specialisti tecnico-economici non è quasi diverso {dagli ideali della
dirigenza bolscevica}. Così il Partito Comunista vede questa classe
come suo naturale alleato, che deve a tutti i costi guadagnare alla
propria causa. Con un'abile propaganda teorica cerca di sottrarre
l'intellighenzia all'influenza spirituale della borghesia in declino e del
capitalismo privato, e di conquistarla alla rivoluzione, che le garantirà
la posizione di nuova classe dominante. {...} Allora questi intellettuali
cercheranno di insinuarsi nell'azione degli operai e di occupare posti
di guida, a parole per sostenerli, e di fatto per deviare l'azione verso i
loro obiettivi di partito. Bisogna vedere se la borghesia sconfitta si
alleerà o meno con essi per salvare il salvabile del capitalismo; ad ogni
modo tutti gli sforzi sono tesi a deviare la classe operaia dalla sua lotta
per la vera libertà comunista. {...} Il Partito Comunista, anche se perde
terreno fra gli operai che lottano, insieme alla socialdemocrazia cerca
di costituire un fronte unito di dirigenti di partito, capace, al primo
crollo del capitalismo, di prendere il potere insieme all'intellighenzia
su e contro gli operai. {...} Così la classe operaia che lotta per
l'emancipazione e si basa sul marxismo, troverà sulla sua via la
filosofia di Lenin, ossia la teoria di una classe che cerca di mantenere
la sua schiavitù e il suo sfruttamento.28

Nel welfare state occidentale del dopoguerra, la tecno-


intellighenzia aspira anche a posizioni di controllo all'interno delle
società capitalistico-statali che vanno costituendosi, in cui uno Stato
forte intrattiene legami intricati con una rete di grandi aziende ormai
in procinto di diventare istituzioni internazionali. Si punta ad
un'«ordinata produzione di beni d'uso sotto la guida di specialisti
tecnico-economici» all'interno di quella che viene definita la «società
tecnotronica postindustriale»; una società in cui «la preminenza
plutocratica deve assoggettarsi alla dura sfida che le viene opposta
dalla leadership politica, a sua volta sempre più permeata da singoli
individui dotati di particolare abilità e di talento intellettuale»; una
società in cui «la cultura diventa uno strumento di potere, e una
efficiente mobilitazione di talenti diventa un mezzo importante per
l'acquisizione del potere stesso».29
La critica di Bourne al tradimento degli intellettuali si inserisce
dunque all'interno di un quadro d'analisi più ampio.
Peraltro le sue intuizioni circa il ruolo ideologico della
mobilitazione bellica sono state confermate dagli eventi. Quando
Bourne scriveva quelle parole, gli Stati Uniti erano già la maggiore
società industriale del mondo: negli anni Novanta del XIX secolo la
produzione industriale era pari a quella di Regno Unito, Francia e
Germania messi insieme.30 La guerra non fece che consolidare questa
posizione di superiorità economica. A partire dalla Seconda guerra
mondiale gli Stati Uniti cominciarono a imporsi come prima
superpotenza mondiale, e da allora lo sono rimasti. La mobilitazione
bellica nazionale consentì di ricorrere ad alcuni espedienti per uscire
dalla stagnazione economica degli anni Trenta e fornì spunti
importanti in materia economica. Come spiega Chandler:
La Seconda guerra mondiale diede diversi insegnamenti.
Il governo spese molto di più di quanto avesse mai osato proporre
il più entusiasta tra i fautori del New Deal. Gran parte delle voci di
spesa andò perduta sui campi di battaglia di Europa e Asia, ma
l'aumento della domanda che ne risultò proiettò la nazione in un'epoca
di prosperità mai vista prima. L'approvvigionamento degli imponenti
eserciti e delle flotte, impegnati nella più grande guerra della storia,
richiedeva inoltre un controllo ferreo e centralizzato sull'economia
nazionale. Questo sforzo indusse i manager aziendali a recarsi a
Washington per elaborare una delle più complesse pianificazioni
economiche della storia. Quella esperienza servì a placare il timore
ideologico di un intervento governativo finalizzato a stabilizzare
l'economia.31

A quanto pare la lezione fu imparata bene. Qualcuno ha detto, a


ragione, che nel mondo post-bellico «l'industria degli armamenti
funse da stabilizzatore automatico dell'intera economia».32 Gli
illuminati manager aziendali, lungi dal temere l'intervento statale
nell'economia, hanno imparato che «la Nuova Economia può essere
una tecnica per migliorare la capacità di sopravvivenza delle
corporation».33
In séguito la Guerra fredda non ha fatto che esasperare la
depoliticizzazione della società americana e creare un clima
psicologico in virtù del quale il governo era autorizzato a intervenire
nell'economia, in parte attraverso politiche fiscali, opere e servizi
pubblici, ma soprattutto attraverso la spesa destinata «alla difesa»,
fungendo insomma da «coordinatore di ultima istanza» quando «i
manager non sono in grado di garantire livelli elevati di domanda
aggregata» (Chandler, ibid.). La Guerra fredda ha anche assicurato sia
le risorse finanziarie sia il clima psicologico che servivano al governo
per lanciarsi nel progetto di un'economia mondiale integrata,
dominata dal capitale americano: «non un sogno irraggiungibile»,
secondo George Ball, «ma una previsione realistica. È un ruolo che ci è
imposto dagli imperativi della nostra tecnologia».34 Lo strumento
principale è la multinazionale, che Ball descrive così:
Nella sua forma attuale la multinazionale, o qualsiasi società che
gestisca operazioni e mercati a livello mondiale, è un'evoluzione
squisitamente americana. Grazie a queste corporation oggi è possibile
usare le risorse mondiali con il massimo dell'efficienza. {...} Ma deve
esserci maggiore unificazione nell'economia mondiale perché si possa
godere appieno dei benefìci delle multinazionali.35

In realtà è la multinazionale a beneficiare della mobilitazione delle


risorse da parte del governo, e le sue attività sono sostenute in
definitiva dalle forze militari americane. Parallelamente si assiste a un
processo di maggiore centralizzazione del controllo sull'economia
interna, così come sulla vita politica, e al declino delle istituzioni
parlamentari. Un declino che invero si ravvisa in tutte le società
industriali occidentali.36
L'«unificazione dell'economia mondiale» a opera delle
multinazionali con sede negli Stati Uniti costituisce naturalmente una
grave minaccia per la libertà. L'economista politico brasiliano Helio
Jaguaribe, di certo non un radicale, scrive:
Incrementando la dipendenza dai paesi sviluppati, soprattutto
dagli Stati Uniti, e contemporaneamente acuendo la povertà e
l'instabilità interne, ai popoli latinoamericani non rimarrebbe che
scegliere tra la dominazione straniera permanente e la rivoluzione
interna. Questo dilemma è già precepibile nella regione caraibica, dove
i singoli paesi hanno perduto la possibilità di sopravvivere
autonomamente e non possono costruire, a causa dell'azione
combinata delle oligarchie interne e dell'intervento esterno degli Stati
Uniti, una comunità autonoma allargata. Probabilmente quel che
accade oggi nei Caraibi accadrà tra meno di vent'anni nei principali
paesi latinoamericani, se non si raggiungeranno livelli minimi di
sviluppo autonomo e autosufficiente.37

Non è un mistero che timori simili stiano insorgendo in Asia e


persino nell'Europa occidentale, dove il capitale nazionale non è in
grado di competere con l'impresa americana sostenuta dallo Stato,
ossia con quello che Nieburg definisce «il sistema privato di profitto
sovvenzionato dal governo».38
Il dominio economico reca con sé anche la minaccia della
soggiogazione culturale: non una minaccia ma una virtù dal punto di
vista dell'amministratore coloniale e non di rado dello scienziato
politico americano, estasiato all'idea di poter governare la
«modernizzazione» di qualche disgraziata società. Un esempio, forse
un po' estremo, è dato dalle dichiarazioni di un diplomatico americano
nel Laos:
In questo paese è necessario, perché vi sia un qualche progresso,
azzerare tutto. È necessario fare tabula rasa e affrancare gli abitanti
locali da una cultura tradizionale che è un freno a tutto.39

Lo stesso fenomeno, in proporzioni diverse, si può riscontrare in


America latina. Commenta Claude Julien:
La rivolta degli studenti latinoamericani non è diretta unicamente
contro i regimi dittatoriali, corrotti o inefficaci, non soltanto contro lo
sfruttamento straniero delle risorse economiche ed umane dei loro
paesi, bensì anche contro questa colonizzazione culturale che li
colpisce nel profondo. Questo il motivo per cui la loro rivolta è più
violenta di quella delle organizzazioni operaie o contadine, che
risentono soprattutto della colonizzazione economica.40

Nel caso dell'impero americano l'esempio classico è quello delle


Filippine, dove le conseguenze sono state devastanti.
Nel lungo periodo la minaccia più grave è proprio all'indipendenza
nazionale ed alla vitalità culturale, oltre che a uno sviluppo economico
equilibrato.41 Questi diversi fattori però si intersecano. Le classi
dirigenti nazionali trovano un tornaconto personale nella supremazia
dell'America e persino nelle sue mire imperialiste, come è avvenuto in
Estremo Oriente, dove la guerra di Corea e ora la guerra del Vietnam
hanno contribuito notevolmente alla «salute» di quegli Stati, i quali
vengono gradualmente «assorbiti» nell'orbita americana.
Talvolta gli esiti sfiorano il grottesco: il Giappone, ad esempio,
produce i container di plastica utilizzati per rispedire in patria i
cadaveri dei soldati americani, mentre le «compagnie eredi della IG
Farben, l'azienda che produceva lo Zyklon B usato nelle camere a gas
dei campi di sterminio tedeschi {...}, hanno aperto un impianto
industriale nel Vietnam del Sud per la produzione di agenti chimici e
gas tossici a uso delle forze di spedizione statunitensi».42 La realtà
quotidiana è già abbastanza sconfortante senza bisogno di esempi del
genere.
Ogni anno nell'Economie Survey su Asia e Pacifico pubblicato dal
New York Times leggiamo articoli di questo tipo:
I tailandesi considerano la pace un 'arma a doppio taglio {...} è
innegabile che la fine dei combattimenti {in Vietnam} costituirebbe
una grave minaccia per l'economia della Tailandia.
The Investor, il nuovo mensile del Board of Investment tailandese,
lo ha ammesso candidamente nel servizio di copertina del primo
numero pubblicato a dicembre: «Lo sviluppo economico della
Tailandia è così legato alla guerra - vi si legge - che qualsiasi decisione
gli Stati Uniti prenderanno sul proprio ruolo nel Sudest asiatico non
potrà non avere forti ripercussioni anche qui». E ancora: «Una brusca
interruzione dello sforzo bellico americano nel Sudest asiatico sarebbe
infausta per l'economia». {...} Tuttavia se, come si ritiene, il ritiro dal
Vietnam dovesse portare a una presenza militare USA ancora più
consistente, per i tailandesi si profilerebbe la difficile scelta tra il boom
economico e l'ulteriore deterioramento della loro società
tradizionale.43

L'impatto è dunque pesante e cumulativo perché si aggiunge alla


disastrosa eredità lasciata dall'epoca coloniale, perfettamente
sintetizzata dalla testimonianza del direttore della missione USAID
(United States Agency for International Development - «Agenzia USA
per lo Sviluppo internazionale») nelle Filippine rilasciata il 25 aprile
1967 a una sottocommissione del Congresso:
L'agricoltura {...} è il prodotto di un'incuria quasi studiata:
trasporti inefficienti, irrigazione lacunosa, programmi di credito
agrario inadeguati, politiche dei prezzi che mirano a garantire cibo a
buon mercato nelle aree urbane e che quindi scoraggiano la
produzione agricola, affitti elevati, proprietà della terra inesistente,
mercati disorganizzati e tassi di interesse elevati. L'agricoltore medio
(con un nucleo familiare di sei persone) del Luzon centrale ricava circa
800 pesos dalle attività agricole. Le sue condizioni non sono mutate
negli ultimi cinquant'anni {per la precisione, dai tempi
dell'occupazione spagnola}. Forse ancor più grave rispetto alla
situazione dei contadini {...} è l'acuirsi del divario tra il tenore di vita
urbano e quello rurale. {...} Negli ultimi dieci anni i ricchi sono
diventati più ricchi e i poveri sono diventati più poveri.44
In teoria i progressi tecnologici - ad esempio il «riso miracoloso»
potrebbero aiutare. Sicuramente ci si augura che sia così, ma tanta
euforia in anticipo appare discutibile:
Le nuove varietà ad alto rendimento, sviluppate in parte da
organizzazioni finanziate dalla Ford e dalla Rockfeller, richiedono una
gestione scientifica, una quantità di input acquistati due o tre volte
superiore a quella richiesta in precedenza e un'irrigazione estensiva
{...}. {Se si raggiungerà l'autosufficienza} nelle Filippine i prezzi di
mercato delle merci diminuiranno considerevolmente. Ciò significa
che solo le unità agricole più efficienti sopravvivranno alla
competizione. Tale efficienza sarà appannaggio delle grandi aziende
agrarie meccanizzate e senza fittavoli. Questa evoluzione tecnologica,
combinata ad un cavillo del Codice di Riforma agraria che consente al
proprietario di mandare via i fittavoli dalla terra e di tenerla per sé se
si impegna a coltivare l'area, potrebbe vanificare tutti gli sforzi fatti per
realizzare una riforma agraria nelle Filippine.
{...} {Il presidente Marcos} è a conoscenza di un rapporto stilato
nel 1965 e poco pubblicizzato nel quale si dimostra la natura feudale, e
quindi potenzialmente esplosiva, della società rurale filippina. Nel
rapporto si legge che fino a 18 anni fa meno dell'1% della popolazione
possedeva il 42% dei terreni agricoli. Duecentoventuno tra i maggiori
latifondisti - primo tra tutti la Chiesa cattolica - detenevano oltre il 9%
delle aree agricole. Nel 1958 circa il 50% degli agricoltori era composto
da fittavoli e un altro 20% da braccianti. Quindi il 70% delle persone
impiegate in agricoltura non possedeva terra.
{...} Nel 1903 la quota di affitto in tutto il paese era del 18%, esclusi
i braccianti. Nel 1948 è schizzata al 37%. Nel 1961 a più del 50%. Nulla
fa pensare che questa tendenza sia mutata negli ultimi otto anni. Anzi,
pare che stia sopravanzando i deboli tentativi di riformare il settore
agrario. {...} Il Congresso di Manila, composto dall'élite del credito
agrario, approverà mai i fondi necessari per finanziarie l'Agricultural
Credit Administration, la Land Bank e le cooperative agricole?45

Nel rapporto si sarebbe potuto anche segnalare che questa


situazione è in larga misura conseguenza della politica coloniale
americana e azzardare una previsione sulla sorte di chi era stato
cacciato dalla terra in nome della «razionalizzazione», in un paese
spesso definito l'orto dell'America.
Notizie analoghe arrivano anche dall'India: «è chiaro che il
contadino indiano vuole sfruttare la nuova tecnologia, meno chiaro è
se riesca a farlo in modo consistente nelle risaie».46 Nello stesso
rapporto si fa riferimento anche a un altro problema:
I governi dei diversi Stati indiani aboliscono le imposte sul reddito
degli agricoltori più facoltosi proprio in un periodo in cui quei redditi
vanno aumentando. I politici sono convinti che sarebbe un suicidio per
qualsiasi partito premere per il ripristino di quelle tasse. Tuttavia
senza un meccanismo che storni una fetta del nuovo reddito verso le
aree rurali per favorire lo sviluppo, la crescita inevitabilmente
rallenterà.

Anche in questo caso si tratta di un retaggio del colonialismo.


Questo tipo di situazioni può essere risolto solo con una qualche
forma di ricostruzione sociale, la quale però è attualmente ostacolata
dall'influenza americana o addirittura dall'uso della forza, quest'ultima
esercitata se possibile ricorrendo a eserciti autoctoni addestrati ed
equipaggiati dagli USA. L'esempio più lampante è il Brasile, dove
l'élite militare propugna la seguente ideologia:
Accogliendo il principio della «guerra totale contro la
sovversione», la dottrina della sicurezza nazionale ritiene che i «paesi
sottosviluppati debbano aiutare il principale Stato del mondo cristiano
a difendere la civiltà rifornendolo di materie prime».47

Per tale via diventa possibile, per tornare alla formulazione di


George Ball, «usare le risorse mondiali con il massimo dell'efficienza»
e realizzare «una maggiore unificazione dell'economia mondiale». In
questo modo si riuscirà anche a far avverare la previsione fatta molto
tempo fa da Brooks Adams: «La nostra posizione geopolitica, la nostra
ricchezza e la nostra energia ci consentono di intervenire nello
sviluppo dell'Asia orientale {e perché solo lì?} e di assorbirla nel nostro
sistema economico».48 Il nostro stesso sistema economico però si
fonda sulla produzione stimolata dal governo. Esso si sta
trasformando ogni giorno di più in un «sistema privato di profitto
sovvenzionato dal governo», in cui la tecno-intellighenzia ha un ruolo
sempre maggiore. È un sistema tollerato dall'opinione pubblica, la
quale è ormai fuorviata dalle chimere e stordita dai mass media.
È ovvio che una situazione di questo tipo è potenzialmente
esplosiva. Nella visione del tecnocrate liberale la soluzione sta nel
potenziamento del governo federale (il «centralista radicale» si spinge
oltre, asserendo che tutto il potere debba concentrarsi nelle mani delle
autorità dello Stato centrale e nel «partito d'avanguardia»). Solo così
si può domare e tenere sotto controllo il complesso militare-
industriale:
Il processo a cascata del pump priming49 nell'economia civile, che
favorisce la concentrazione economica e la disparità di reddito, deve
essere sostituito dall'accettazione dell'autorità federale nel controllo
della marea economica e nel pianificare la conservazione e la crescita
di tutti i settori dell'economia e della società.50

Le speranze sono riposte in abili manager come Robert McNamara,


«l'indomito eroe della campagna per riformare e regolamentare il
sistema dei contratti statali».51 È legittimo ipotizzare che la
tecnostruttura non offra molte speranze in più rispetto a McNamara, il
quale ha illustrato così le sue idee circa l'organizzazione sociale:
Le decisioni vitali, sia in politica che in economia, devono rimanere
monopolio dei vertici. È in gran parte per questo, anche se non del
tutto, che esistono i vertici.
Il controllo finale deve essere affidato al management, che è «in
fondo la più creativa delle arti, poiché suo strumento è proprio il
talento dell'uomo». Si tratta addirittura di un imperativo divino:
Dio è certamente democratico. Distribuisce il cervello a tutto
l'universo. Ma giustamente si aspetta che usiamo questo preziosissimo
dono in modo efficiente e costruttivo. È a proprio a questo che serve il
management.52

È questa la formulazione più autentica della visione dell'élite


tecnocratica.
Per farsi un'idea ancora più completa di quale possa essere il ruolo
di un'autorità federale potenziata in una società statal-capitalistica
basta analizzare ciò che è accaduto finora.
Il governo federale ha continuato ad accelerare la corsa agli
armamenti e la centralizzazione dell'economia interna e internazionale
non soltanto sovvenzionando la ricerca e lo sviluppo ma anche
garantendo investimenti destinati al capitale privato ed effettuando
acquisti diretti.53 Una previsione plausibile si può desumere dalle
riflessioni di Letwin, secondo cui in passato «gli imprenditori
elaboravano, sollecitavano o riconoscevano subito l'utilità delle
principali misure di {intervento statale}», e in questo modo potevano
«usare il governo come uno strumento per imporre quegli accordi
sociali che meglio servivano i loro interessi economici».
La capitolazione di McNamara ai missili anti-balistici - nonostante
ne riconoscesse l'irrazionalità (se non come sussidio all'industria
elettronica) - evidenzia in modo drammatico quello che possono
ottenere le umanissime Forze presenti nella tecno-intellighenzia
quando riescono a «operare dall'interno».
All'alba dell'èra Nixon possiamo ragionevolmente supporre che
anche le più deboli rimostranze, come quella di McNamara, saranno
tenute a bada. In una serie di articoli sul Washington Post (dicembre
1968), Bernard Nossiter cita il presidente della North American
Rockwell: «Le dichiarazioni di Nixon sulle armi e lo spazio sono molto
positive.
Penso che ne sappia un po' più lui di queste cose di alcuni
personaggi che ho visto alla Casa Bianca». È dunque questo lo
scenario attuale, a giudizio di Nossiter:
{...} Potenti colossi industriali che premono perché si concludano
più affari in campo militare, pianificatori del Pentagono impazienti di
procedere alla produzione di nuove armi, deputati i cui distretti
elettorali traggono vantaggi diretti dai contratti precostituiti, e infine
milioni di americani, dall'operaio aeronautico al fisico universitario,
che ricevono la busta paga grazie alla produzione di armi. Sta per
insediarsi alla Casa Bianca un presidente che in campagna elettorale
ha lasciato chiaramente intendere di essere a favore dei finanziamenti
per i missili anti-balistici e altri costosi armamenti e di voler ridurre la
spesa per scopi civili. È questo il complesso militare-industriale del
1969.

Naturalmente qualsiasi economista competente potrà enumerare


altri metodi con cui la produzione indotta dal governo fa funzionare
l'economia.
Ma la realtà capitalistica è più difficile da gestire dei progetti sulla
carta di qualsiasi pianificatore. Intanto una eccessiva spesa produttiva
da parte dello Stato è decisamente scartata.
Dall'angolo visuale del singolo capitalista una simile spesa sarebbe
un'invasione di campo da parte di un concorrente di gran lunga più
potente e con risorse materiali infinitamente superiori; per questa
ragione quella scelta va combattuta.54
Senza contare che in una società in cui si esalta come il bene più
prezioso «la sete di reddito e di ricchezza» (cfr.
Letwin, nota 52), è difficile - anzi, sovversivo dell'ideologia
dominante - mobilitare il sostegno popolare affinché le risorse siano
usate per il welfare o per soddisfare anche i più basilari bisogni umani.
Un aspetto, questo, che emerge con chiarezza dalle affermazioni di
Samuel F. Downer, vicepresidente finanziario della divisione
aerospaziale della LTV, citato da Nossiter per spiegare perché «nel
mondo postbellico c'è bisogno di commesse militari»:
È fondamentale. Il punto forte di questo prodotto è la difesa della
patria. È tra gli argomenti di maggiore appeal a disposizione dei
politici per adeguare il sistema. Se sei presidente ed hai bisogno di un
tema forte in materia economica, e devi venderlo, non puoi certo
vendere Harlem e Watts, devi vendere l'autoconservazione, un mondo
nuovo. Incrementeremo il bilancio per la difesa fino a quando ci
saranno i russi dall'altra parte. Questo il popolo americano lo capisce.

Probabilmente il popolo americano «capisce» anche la necessità di


quella pagliacciata che è la corsa allo spazio, la quale è soggetta alle
regole dell'industria pubblicitaria e quindi, insieme alla corsa
scientifico-tecnologica in generale, funge da «sostituto trasfigurato,
trasmutato e astratto di un'infinita corsa agli armamenti strategici: è la
prosecuzione, di quella corsa con altri mezzi».55 Poiché oggi va di
moda liquidare come «semplicisitico» questo genere di analisi, e in
verità qualsiasi riferimento al «complesso militare-industriale», è
interessante che proprio chi manipola quel processo e ci lucra sopra
non abbia remore a dire la sua.
Secondo alcuni autorevoli studiosi - primo tra tutti J.K.
Galbraith - l'interesse per la crescita e la massimizzazione del
profitto non è che uno dei tanti scopi del management e della
tecnostruttura; a esso si aggiunge, anzi forse lo sopravanza,
l'adeguamento e l'identificazione con i bisogni dell'organizzazione,
della corporation, che funge da unità primaria di programmazione
economica.56 Magari è vero, ma le implicazioni di questo cambio di
finalità sono tutto sommato trascurabili, dal momento che la
corporation, anche a volerla considerare un'unità di programmazione,
mira pur sempre alla produzione di beni di consumo57 - e spesso il
consumatore è lo Stato nazionale - più che alla soddisfazione di
bisogni sociali, e all'espansione della sua supremazia nella struttura
economica internazionale.
Nel suo celebre discorso sul complesso militare-industriale, il
presidente Eisenhower ammoniva: «Il pericolo di asservire i nostri
ricercatori con contratti federali, gli stanziamenti per i progetti e il
potere del denaro è sempre presente, ed è da tenere in seria
considerazione». Già da tempo, ad esempio, il governo è il «datore di
lavoro di ultima istanza» - anzi, il principale datore di lavoro - nel
settore ingegneristico.
Eppure non v'è dubbio che il mondo sarebbe un posto migliore
senza molte di quelle tecnologie che sono oggi in via di sviluppo.
Diversi studiosi riconoscono questo stato di cose e giustamente lo
criticano. Tra questi H.L. Nieburg, il quale nell'opera già citata
analizza i retroscena della «corsa scientifico-tecnologica»:
Si fonda su questi equilibri ed è a essi complementare il bisogno di
mantenere una economia sana. La paura della stagnazione, l'usanza di
destinare massicce risorse alla guerra, gli interessi privati presenti in
tutti gli ambienti, la politica clientelare: sono i risvolti di una ben
precisa linea politica del governo, che investe nell'impero della
«ricerca e sviluppo» perché funge da stimolo all'economia e da traino
per le opere pubbliche.

Nieburg dimostra quindi che i contratti governativi sono diventati


«una via di fuga» dalla «stagnante economia civile», e che «la
moderna devozione alla scienza» e la «fede del popolo nella mistica
dell'innovazione» servono a «mascherare l'ascesa di un culto
manageriale ed industriale per la ricerca e lo sviluppo e per
l'ingegneria dei sistemi che ha un inaudito potere economico e
decisionale».
Da circa trent'anni le risorse della nazione sono al servizio dei
bisogni militari, e il potere politico ed economico si è consolidato
proprio facendo appello alle priorità della difesa.
{...} Il mito ancora vivo dell'intrapresa privata dispensa i colossi
industriali dal controllo sociale, distorcendo la visione nazionale della
realtà in patria e all'estero, occultando il ritmo vertiginoso al quale
avvengono le fusioni societarie e la concentrazione economica,
garantendo a meri interessi privati uno status quasi pubblico. {...} Ai
proclami sulla sicurezza, sul prestigio nazionale e sulla prosperità, si
aggiunge ora il sacro nome della scienza, osannata in quanto surrogato
per attirare consenso, un alibi per attutire, differire e sviare le
spaccature emergenti nella società americana.
{...} La corsa scientifico-tecnologica ha dato la possibilità di
effettuare un pump-priming sostitutivo che preserva il reddito
personale senza aumentare i beni civili, acuendo ulteriormente le
disparità nella struttura del potere d'acquisto che presiede
all'organizzazione delle risorse nazionali.
Analizzando queste evoluzioni e denunciandone la natura perversa
e inumana, Nieburg agisce nel solco della nobile tradizione degli
intellettuali critici. Eppure si dimostra poco realista quando suggerisce
che i burocrati illuminati - McNamara per esempio - possono sfruttare
il grande potere del governo federale per migliorare radicalmente le
cose operando dall'interno. Allo stesso modo si illudono quegli
scienziati che, temendo giustamente una catastrofe nucleare, pensano
che qualche incontro privato con i burocrati governativi per spiegare
l'irrazionalità della corsa allo spazio od agli armamenti possa bastare a
modificare le priorità nazionali.
In base allo stesso principio si può anche prendere per vero, in
astratto, che «le tecniche di stimolo e stabilizzazione dell'economia
sono strumenti amministrativi neutri, e che in base al modo in cui li si
usa si distribuisce il reddito nazionale più o meno equamente, si
aumenta il potere contrattuale dei sindacati o al contrario quello dei
datori di lavoro e si incrementa oppure si riduce il peso del settore
pubblico nell'economia».58 Ma nel mondo reale, come ammette lo
stesso autore, questi «strumenti amministrativi neutri» sono utilizzati
«nell'àmbito di un consenso i cui limiti sono fissati dalla comunità
economica». Così le riforme fiscali della «nuova economia» vanno a
vantaggio dei ricchi,59 e la riqualificazione urbana, la lotta alla
povertà, gli investimenti nella scienza e nell'istruzione spesso non sono
altro che sussidi a vantaggio di chi è già privilegiato.
L'intellettuale che ha coscienza di questa realtà può scegliere
diverse strade per modificarla. Può ad esempio cercare di
«umanizzare» l'élite meritocratica e corporativa o i burocrati
governativi suoi alleati. Una strada che sembra praticabile agli occhi di
diversi scienziati e sociologi.
Oppure può contribuire alla nascita o alla rivitalizzazione di un
partito riformista, operando così nell'alveo della politica
tradizionale.60 Può anche aderire o quantomeno contribuire a creare
un movimento popolare che punti a un cambiamento sociale ben più
radicale. A livello individuale, l'intellettuale può scegliere di resistere
alle richieste o alle tentazioni di una società che gli offre privilegi e
ricchezza se accetta i limiti «fissati dalla comunità economica» e dalla
tecno-intellighenzia sua alleata. Oppure può organizzare una
resistenza di massa alla tecno-intellighenzia e all'incubo che sta
contribuendo a trasformare in realtà, e trovare nuove strade per usare
in modo socialmente costruttivo le sue competenze, magari
collaborando con un movimento popolare alla ricerca di forme sociali
alternative.
L'importanza dell'azione collettiva, già di per sé scontata, diventa
ancor più evidente se si osserva la questione da una prospettiva più
ampia. In una società di individui isolati e competitivi vi è poco
margine per un'efficace azione contro le istituzioni repressive o contro
forze sociali radicate. Questo tema è ben evidenziato, in un contesto
diverso ma attinente a questo discorso, in alcune riflessioni di
Galbraith sul controllo della domanda:
È uno strumento meravigliosamente elastico, e tuttavia efficace, di
pianificazione sociale. Agisce non sull'individuo, ma sulla massa.
Siccome ogni individuo può estraniarsi dalla sua influenza, non si può
parlare di costrizione di alcuno all'acquisto di qualche specifico
prodotto. A chiunque faccia obiezione c'è sempre la risposta naturale
che egli è libero di comportarsi diversamente. Tuttavia c'è scarso
pericolo che un numero sufficiente di persone voglia affermare la
propria individualità in modo da rendere impossibile la direzione del
comportamento di massa.61
Eppure da qualche anno la resistenza organizzata rappresenta una
minaccia concreta proprio per la «direzione del comportamento di
massa». Ci sono momenti in cui si può affermare la propria
individualità solo se si è disposti ad agire collettivamente. In questo
modo è possibile superare la frammentazione sociale che ci impedisce
di riconoscere i nostri interessi e di imparare a difenderli. La società
può anche tollerare gli individui che si «estraniano» da
quell'influenza, purché non lo facciano collettivamente e non
ostacolino la «direzione del comportamento di massa», che è elemento
cruciale di una società progettata secondo i criteri graditi ai tecnocrati
liberali (si vedano i commenti già citati di McNamara) o a quei
centralisti radicali di cui gli ideologi bolscevichi sono l'esempio più
rilevante.
Su scala ridotta, ma non per questo meno importante, si
cominciano a intraprendere iniziative come quella appena ipotizzata.
È il caso degli studenti e dei ricercatori che hanno dato vita al
Committee of Concerned Asian Scholars per rifondare gli studi asiatici
su basi più oggettive e più umane, attaccando uno dei cardini
dell'ideologia aggressiva che alimenta la tendenza nazionale alla
repressione, al management sociale su scala globale e, in ultima
analisi, alla distruzione. È il caso degli scienziati e ingegneri che
cominciano a organizzarsi per opporsi alle richieste del complesso
militare-industriale-accademico: un'iniziativa che potrebbe avere un
impatto notevole. O ancora di chi, rendendosi conto che la didattica e
la ricerca universitarie sono condizionate dalle esigenze dei
privilegiati, prova ad elaborare programmi alternativi di studio e di
attività, di insegnamento e di ricerca che siano più convincenti sia sul
piano intellettuale sia su quello morale, che cambino la natura
dell'università non modificando le strutture formali - questione in
fondo secondaria - bensì le attività concrete degli studenti e dei
ricercatori all'interno dell'università, e che diano un nuovo indirizzo di
vita a chi la frequenta. È il caso, al di fuori dell'università, di chi si
oppone in prima persona alla macchina bellica e lavora alla creazione
di istituzioni sociali alternative che fungano da cellule di una società
completamente diversa. Oppure di chi cerca di organizzarsi e di
apprendere in seno alle comunità o nelle fabbriche. È il caso, infine, di
chi punta a costruire un movimento politico che coordini tutti questi
sforzi a livello nazionale ed anzi internazionale. Si potrebbero fare
molti altri esempi. Non vedo perché vi debba essere conflittualità tra
queste iniziative.
Non sappiamo quale di queste avrà successo, fin dove si
spingeranno, quali esperienze faranno maturare o quale visione di una
società nuova potrà emergere da un pensiero e un'azione che tendono
a questi fini. Possiamo invece prevedere che le spinte élitarie ed
autoritarie a cui gli intellettuali sono fin troppo proni tenteranno di
corrompere o di contrastare questi movimenti. Possiamo prevedere
che soltanto con la partecipazione di massa alla pianificazione, al
processo decisionale ed alla ricostruzione delle istituzioni sociali - «la
vita politica attiva, libera ed energica delle masse popolari» - ci sarà
quella «trasformazione spirituale delle masse» che è condizione
necessaria per qualsiasi progresso nell'evoluzione sociale e per trovare
una soluzione dignitosa e umana alla miriade di problemi collegati alla
ricostruzione sociale. Possiamo inoltre prevedere che se queste
iniziative diventeranno abbastanza incisive e si allargheranno
dovranno scontrarsi con la repressione e l'uso della forza.
Se riusciranno o meno a resistere a quella forza dipenderà dal
vigore e dalla coesione che saranno riuscite a sviluppare all'interno di
un movimento complessivo e integrato che goda del sostegno popolare
nei diversi strati della società: il sostegno di persone i cui ideali e
speranze sono stati ispirati proprio da questo movimento e dalle forme
sociali che esso si propone di realizzare.
I pensatori radicali hanno sempre dato per scontato, non a torto,
che un'azione politica incisiva, che minaccia interessi sociali ormai
consolidati, porti inevitabilmente allo «scontro» e alla repressione.
D'altra parte è segno di un fallimento intellettuale per la sinistra
cercare di riproporre quegli «scontri»: significa che lo sforzo di
organizzare un'azione sociale efficace è fallito. L'insofferenza e l'orrore
per una barbarie che è sotto gli occhi di tutti possono indurre a cercare
lo scontro immediato con l'autorità. Certo potrebbe anche rivelarsi
utile, per due motivi: perché minaccia gli interessi di chi porta avanti
scelte politiche ben precise; perché riporta alla coscienza altrui una
realtà fin troppo facile da rimuovere. Eppure la ricerca dello scontro
può rivelarsi una forma di incontinenza che rischia di far abortire il
movimento per il cambiamento sociale e di condannarlo alla
marginalità e alla dissoluzione. A volte lo scontro che scaturisce dalla
militanza politica è inevitabile, ma chi crede nella propria retorica
politica deve cercare di ritardarlo quanto più possibile, fino a quando
non ha la speranza di ottenere la vittoria, sia in iniziative circoscritte
come quelle prima citate sia in un'azione più ampia che realizzi un
mutamento sostanziale nelle istituzioni. Opinabile, in particolare, è
l'idea di organizzare lo scontro per manipolare chi vi partecipa e fargli
accettare un punto di vista che non scaturisce da un'esperienza
consapevole o da una comprensione profonda. Questa tattica non
soltanto è indice di marginalità politica ma, proprio perché
manipolatoria e coercitiva, è buona per un movimento che voglia
mantenere una organizzazione di tipo elitario e autoritario.
Il pericolo opposto è la «cooptazione», anche questo un problema
tutt'altro che irrilevante. Nemmeno il programma più radicale sfugge a
questo pericolo. Si prendano ad esempio i consigli di fabbrica. I
tentativi di implementarli sono spesso sfociati non in una forma nuova
di gestione da parte dei produttori bensì nel controllo sui programmi
previdenziali o addirittura in una più severa disciplina aziendale.62
Tant'è vero che chi è interessato a un più efficiente «management
industriale» si rende conto dei possibili benefìci, dal suo punto di
vista, di una organizzazione consiliare. Nell'introduzione allo studio di
Sturmthal, John T. Dunlop, economista di Harvard esperto in materia
di arbitrato industriale, scrive:
Vi è un forte interessamento allo stabilimento, alle relazioni tra il
lavoratore, il suo supervisore ed il rappresentante sindacale, sia nei
paesi avanzati che in quelli emergenti. Ovunque i governi, i manager e
le organizzazioni sindacali sono interessati a trovare modi per
potenziare il lavoro e il rendimento.
Esplorano nuove strade per addestrare e gestire la forza lavoro, e
sono alla ricerca di nuove procedure per migliorare la disciplina,
dirimere le controversie e stemperare le proteste. Le molteplici
esperienze nell'àmbito dei consigli di fabbrica forniscono un punto di
riferimento interessante per chi intende costruire o modificare le
relazioni industriali e le istituzioni economiche.

Ciò che si dice a proposito dei consigli di fabbrica vale a fortiori per
qualsiasi tentativo di ricostruire radicalmente le istituzioni esistenti.
Qualcuno sostiene addirittura che il marxismo in quanto movimento
sociale sia servito innanzitutto a «socializzare» il proletariato e a
integrarlo nella società industriale.63 Ma opporsi a un progetto solo
sulla base della possibilità (o della probabilità) della cooptazione
significa dire di no a prescindere a qualsiasi tipo di iniziativa.
Come mai prima d'ora l'università è divenuta il punto di
riferimento degli intellettuali e della tecno-intellighenzia e attrae non
soltanto scienziati e studiosi ma anche scrittori, artisti e attivisti
politici. Se ne possono discutere le cause e le conseguenze, ma rimane
un dato di fatto. Nel manifesto di Port Hurón elaborato dagli SDS
(Students for a Démocratic Society - «Studenti per una società
democratica») si auspicava che l'università diventasse «base ed ente
potenziale del movimento per la trasformazione della società». Poiché
consente «alla vita politica di farsi appendice di quella accademica e di
informare l'azione alla ragione», l'università può contribuire alla
nascita di una sinistra autenticamente nuova, una sinistra «con
autentiche qualità intellettuali, impegnata a servirsi, come strumenti
di lavoro, della risolutezza, della onestà e della riflessione».64 Negli
ambienti della Nuova Sinistra si pensa che tali idee facciano ormai
parte del «passato liberale» e che vadano abbandonate alla luce della
nuova coscienza acquisita. Non sono d'accordo. La sinistra ha bisogno
di comprendere la società attuale, le sue tendenze di lungo periodo, di
capire quali possibilità ci sono di costruire forme alternative di
organizzazione sociale; ha bisogno di un'attenta riflessione su come
realizzare il cambiamento sociale. Un sapere obiettivo può contribuire
a questa comprensione. Non sappiamo se le università non possano
effettivamente favorire una ricerca sociale onesta e ad ampio raggio e
uno studio che porti - come molti di noi ritengono - a idee
rivoluzionarie se condotto con serietà, apertura mentale ed autonomia
di giudizio. Non lo sappiamo perché il tentativo non è stato fatto.
L'ostacolo principale, finora, è stato la scarsa disponibilità degli
studenti a intraprendere il duro lavoro che tutto questo richiede, oltre
che il timore dei ricercatori di veder messa a repentaglio la loro
corporazione.
È comodo forse, ma è sbagliato fare finta che la colpa sia dei
dirigenti e degli amministratori che non tollerano queste iniziative.
Certamente vi sono casi di repressione, e sono deplorevoli, ma non
è quello il problema. Anzi, sono convinto che il movimento si sia
lasciato travolgere da certe fantasie in merito. Si prenda ad esempio
l'opinione di uno zelante militante secondo il quale obiettivo delle
agitazioni universitarie dovrebbe essere innescare delle «lotte anti-
imperialiste, in cui l'amministrazione universitaria è ovviamente il
nemico».65 È troppo facile così. Qualsiasi organigramma dimostrerà
che le università, quantomeno le università di «eccellenza», sono in
realtà istituzioni relativamente decentrate, dove sono i professori a
prendere le decisioni più importanti in materia di didattica e di
ricerca, di solito a livello di dipartimento.
Questi giudizi sono ammissibili soltanto se, dopo aver avviato una
seria iniziativa per creare alternative all'interno dell'università, questa
venga bloccata per decreto (o per intervento del consiglio di
amministrazione). Per il momento si tratta di eccezioni. Il problema
grave, ripeto, è stato di non averci provato con convinzione. Certo non
sarebbe una sorpresa se questo tentativo poi fosse bloccato, anche se
tendo a pensare che più ancora di dirigenti e amministratori sarebbe il
corpo docente l'intralcio maggiore. Questo è uno di quei casi in cui si
potrebbero verificare degli scontri a séguito di un'azione efficace,
onesta e consapevole. Lo scontro non va cercato a tutti i costi, ma non
va neanche evitato quando se ne presenta la necessità.
Faccio solo un esempio. Se dovesse avere successo il progetto di un
coordinamento degli scienziati per trovare alternative valide alla
manipolazione della loro disciplina, è ragionevole supporre che questa
azione verrà dipinta come un «complotto illegale», proprio perché
minaccia la «salute dello Stato» nel modo prima evidenziato. A quel
punto gli organizzatori del movimento si troveranno costretti a
opporre resistenza. Dovranno escogitare modalità di azione che
contrastino la repressione, se davvero la loro strategia minaccia a tal
punto le forze sociali consolidate da innescare una repressione.
Le occasioni per gli intellettuali di partecipare a un movimento di
autentico cambiamento sociale sono numerose, e sicuramente i
princìpi cardine sono evidenti. Devono essere disposti a osservare i
fatti e a non costruirsi delle comode fantasie.66 Devono essere disposti
a intraprendere il difficile lavoro intellettuale necessario per
contribuire davvero al sapere.
Devono evitare la tentazione di aderire a un'élite repressiva e
aiutare a costruire quella politica delle masse che contrasterà - e infine
controllerà e sostituirà - le spinte alla centralizzazione ed
all'autoritarismo, che sono ben radicati ma non ineluttabili. Devono
essere pronti a fare i conti con la repressione e ad agire in difesa dei
valori che professano.
In una società industriale avanzata ci sono molte occasioni per
promuovere la partecipazione popolare al controllo delle grandi
istituzioni e alla ricostruzione della vita sociale.
Il governo della meritocrazia tecnocratica, alleata o subordinata
alle élite corporative, non è inevitabile, per quanto non improbabile.
C'è ancora così tanto da capire che non si può dare troppo credito a
nessuna previsione. Possiamo creare il futuro invece di limitarci a
osservare il corso degli eventi. Data la posta in gioco, sarebbe
criminale farsi sfuggire l'occasione.
Capitolo secondo: Un'eccezione alle regole.1

Quand'è che il ricorso alla violenza è giustificato nelle questioni


internazionali? Quali atti sono leciti in guerra? Tali interrogativi
sollevano spinosi problemi di giudizio etico e di analisi storica. A
giusta ragione, Michael Walzer sostiene che al di là della mera
«{descrizione} dei giudizi e delle giustificazioni che la gente di solito
avanza, possiamo analizzare queste pretese morali, verificare la loro
coerenza, mettere a nudo i princìpi che esdse esemplificano» (p. 8).2
L'obiettivo dell'autore è elaborare una determinata concezione del
nostro «mondo morale» dalla quale dedurre sia giudizi specifici su
fatti storici sia criteri operativi per la risoluzione di futuri problemi.
Su tali questioni esistono convinzioni talmente diffuse da poter
essere definite «standard». Rispetto al problema del ricorso alla
violenza, la dottrina standard afferma che esso è giustificato in caso di
autodifesa o in risposta ad un imminente attacco armato, di solito
concepito a partire dalla formulazione che ne diede Daniel Webster nel
caso Caroline, citato da Walzer: «{Un attacco} immediato,
soverchiante, che non lascia alternative nella scelta dei mezzi, né
spazio alcuno alla discussione» (pp. 107-108). Walzer definisce questa
parte della dottrina standard «paradigma giuridico». Quanto
all'esercizio della forza, un'altra parte della dottrina standard
costituisce ciò che Walzer definisce la «convenzione di guerra»,
fondata su princìpi in base ai quali, ad esempio, i prigionieri di guerra
non devono essere passati per le armi e i civili non devono essere
bersaglio diretto di attacchi.
La dottrina standard, codificata in vari accordi internazionali,
sancisce che sia il ricorso alla guerra sia i mezzi in essa impiegati
rientrano nella sfera del discorso morale.
Questi temi sono stati oggetto di un ampio dibattito durante la
guerra in Vietnam, il conflitto che ha sollecitato l'interesse di Walzer.
Sebbene la dottrina standard venga sistematicamente violata, vale
ancora la pena di tentare di esaminarla e perfezionarla.
Walzer sostiene che il paradigma giuridico sia per certi aspetti
troppo restrittivo. Per altri, tuttavia, egli lo interpreta in maniera
molto rigorosa, come nel caso della convenzione di guerra. L'autore
eleva la guerra contro le potenze dell'Asse durante il secondo conflitto
mondiale a «paradigma {...} di una lotta giustificata» (p. 9): il nazismo
«si colloca all'estremo limite dell'emergenza, in un punto in cui è
probabile ci si trovi concordi nella paura e nella ripugnanza morale»
(p. 331). Ciò nonostante, egli condanna, giudicandola illegittima in
base al paradigma giuridico, la decisione di minare le acque territoriali
della neutrale Norvegia per impedire le spedizioni di minerali ferrosi
verso la Germania nazista, e considera il bombardamento terroristico
delle città tedesche una grave violazione della convenzione di guerra.
Come tali esempi dimostrano, Walzer interpreta la dottrina standard
rigidamente, perfino nel caso limite della guerra contro il nazismo.
Walzer avverte che è impossibile, entro i confini della sua analisi,
fornire un'argomentazione storica accurata ma, almeno ai miei occhi,
le succitate conclusioni sembrano ragionevoli.
Inoltre, egli mette giustamente in discussione alcune idee
consolidate, ad esempio in merito ai bombardamenti terroristici. Basti
ricordare il vizio morale di fondo del tribunale di Norimberga, che
emerge vividamente dalle parole di Telford Taylor il quale, in
Norimberga e Vietnam, afferma: «non c'erano le basi per incriminare i
tedeschi o i giapponesi» per i bombardamenti aerei, dal momento che
«entrambe le parti avevano giocato al terribile gioco della distruzione
urbana - gli Alleati, per la verità, con molto più successo». A conti fatti,
in base alla definizione operativa, «crimine di guerra» è un'attività
criminale di cui sono colpevoli i nemici vinti, non i vincitori. Le
conseguenze di quest'atteggiamento morale si sarebbero viste di lì a
poco in Corea e in Vietnam. Sarebbe ingenuo pensare che una seria
critica morale avrebbe impedito altri atti criminali come quelli
condonati (o ignorati) in base ai princìpi di Norimberga.
Nondimeno, tale esempio attesta l'onerosità dell'impresa in cui si è
imbarcato Walzer.
Perfino la giustificazione più fondata della dottrina standard
avrebbe un'importanza limitata, in quanto essa resta comunque
ampiamente accettata nel principio, se non nella pratica. Pertanto,
l'interesse principale dell'analisi di Walzer sta nelle modifiche e nei
miglioramenti che egli propone, nonché nella sua interpretazione
restrittiva della convezione di guerra. Dal momento che l'onere della
giustificazione ricade su coloro che utilizzano la forza, l'aspetto ancora
più significativo della sua analisi è da ricercarsi nelle deroghe alla
dottrina standard che giustificano la sua attenuazione. Tali deroghe
attengono al paradigma giuridico dell'uso giustificato della forza.
Walzer propone quattro modifiche che ampliano il paradigma
giuridico. Tre di esse «possono essere così riassunte: è lecito invadere
Stati e intraprendere con diritto delle guerre nel caso in cui si tratti di
assistere movimenti secessionisti (una volta che abbiano dimostrato il
loro carattere rappresentativo), di riequilibrare precedenti interventi
di altre potenze, e di prestare soccorso a popolazioni minacciate di
sterminio» (p. 151). Tali ampliamenti vengono discussi in un paragrafo
intitolato «Interventi umanitari». È molto raro, afferma l'autore,
trovare esempi «puri» dei cosiddetti «interventi umanitari. In realtà
non sono riuscito a trovarne neanche uno; esistono infatti soltanto casi
misti in cui il motivo umanitario è solo una delle cause
dell'intervento» (p. 143).
E cita quale possibile esempio (in realtà l'unico menzionato)
l'invasione del Bangladesh da parte dell'India, perché «consisté in
un'operazione di soccorso in senso stretto» e perché l'intervento delle
truppe indiane «fu rapido» (p. 147).
Resta dunque un'unica proposta seria di allentamento delle
restrizioni della dottrina standard, e di conseguenza gran parte del
valore dell'analisi di Walzer sta proprio in questo caso cruciale. Si
tratta del caso degli «attacchi preventivi».
Walzer ammette «la necessità morale di respingere qualsiasi
attacco che abbia un carattere puramente preventivo, che non
costituisca cioè una risposta ad atti ostili intenzionalmente compiuti
da un avversario» (di qui la condanna della posa delle mine nelle
acque norvegesi). Tuttavia, egli sente che la dottrina Caroline è troppo
angusta. Gli attacchi preventivi sono giustificati, sostiene, là dove vi sia
«un'intenzione manifesta di arrecare un danno, un certo grado di
preparazione attiva che trasforma l'intento in pericolo incombente, ed
una situazione più generale in cui assumere una posizione di attesa, o
qualsiasi altra cosa fuorché combattere, accresce enormemente i
rischi» (p. 116).
Viene fornito un unico esempio: l'attacco preventivo da parte di
Israele del 5 giugno 1967. Si tratta, afferma Walzer, di «un chiaro
esempio di azione preventiva legittima» (p. 121), il solo citato - in
questo excursus storico di 2500 anni - per illustrare la tesi secondo cui
gli Stati sarebbero legittimati a usare la forza militare perfino prima
che la forza militare venga utilizzata contro di loro. Nel 1967 Israele è
stato «vittima di un'aggressione», sostiene Walzer, malgrado non vi
sia stata alcuna azione militare contro il paese. Peraltro, non è lecito
avere «alcun dubbio» su questo caso, come l'autore spiega in questo
singolare passaggio:
Abbastanza spesso, nonostante gli astuti agenti, la teoria viene
prontamente applicata. È meglio prendere in considerazione alcuni dei
casi sui quali credo non si possa avere alcun dubbio: l'attacco tedesco
al Belgio nel 1914, la conquista italiana dell'Etiopia, l'attacco
giapponese in Cina, gli interventi tedesco e italiano in Spagna,
l'invasione russa della Finlandia, la conquista nazista di
Cecoslovacchia, Polonia, Danimarca, Belgio e Olanda, l'invasione
sovietica di Ungheria e Cecoslovacchia, la sfida egiziana di Israele del
1967. (p. 380).

La «sfida» egiziana a Israele rappresenta dunque un chiaro caso di


«aggressione», paragonabile al ricorso esplicito all'esercito presente in
tutti gli altri esempi citati.
Secondo Walzer il paradigma giuridico fallisce in quanto, data la
dottrina Caroline, non giustifica la risposta di Israele a questa
«aggressione».
Si noti la centralità che assume il caso in questione nel
ragionamento di Walzer. In un excursus che abbraccia 2500 anni di
storia la sfida all'Egitto del 1967 è l'unico esempio citato di
«aggressione» che non implichi un ricorso diretto alla forza; eppure,
non risulta un esempio ambiguo ma anzi è un caso che non solleva
«alcun dubbio». L'attacco preventivo di Israele è il solo esempio
storico addotto per spiegare l'esigenza di modificare il paradigma
giuridico in modo da consentire «azioni preventive». Inoltre, è l'unica
modificazione che copre casi storici considerati non ambigui e che
implica un'attenuazione della dottrina standard. Ciò che Walzer
propone è, come dichiara egli stesso, «una radicale revisione del
paradigma giuridico che ci consenta di riconoscere che l'aggressione è
ammissibile non soltanto in assenza di un attacco militare o di
un'invasione, ma in (probabile) assenza anche di una qualsiasi
immediata intenzione di lanciare un tale attacco od avviare una tale
invasione» (p. 121).
Data la rilevanza di tale esempio, una seria analisi dei fatti storici
sarebbe stata senz'altro opportuna, ma Walzer non la effettua. Egli si
limita ad affermare che l'ansia degli israeliani «costituisce un esempio
pressoché classico di "legittima paura" - in primo luogo perché Israele
si trovava davvero in pericolo {...} e in secondo luogo perché {...} i
movimenti di truppe {di Nasser} non perseguivano nessun altro, più
limitato, scopo» (p. 121).
I generali israeliani erano di tutt'altra opinione. L'allora
comandante dell'aviazione militare, il generale Ezer Weizman, si
dichiarò pronto a riconoscere che non esisteva una minaccia
all'esistenza dello Stato di Israele. Ma ciò non significa che non
avremmo dovuto attaccare gli egiziani, i giordani e i siriani. Se non
l'avessimo fatto, lo Stato di Israele avrebbe cessato di esistere nei
termini di estensione, spirito e natura che oggi incarna {...}.
Intraprendemmo la Guerra dei Sei giorni per garantirci una
posizione tale da poter gestire la vita qui secondo i nostri desideri,
senza pressioni esterne.

A conferma di queste parole, in un articolo su Le Monde il


corrispondente da Israele, Amnon Kapeliouk, citava le dichiarazioni
del generale Matiyahu Peled e dell'ex capo di Stato maggiore Haim
Bar-Lev, commentando: «Non è stato addotto un serio argomento per
confutare le tesi dei tre generali».
Tale giudizio è corroborato da fonti dell'intelligence statunitense
che non hanno rinvenuto alcuna prova di piani d'attacco da parte
dell'Egitto e che ritenevano che Israele avrebbe vinto senza difficoltà a
prescindere da chi fosse stato il primo ad attaccare. Il 26 maggio il
capo dello Stato maggiore congiunto riferì al presidente che l'esercito
israeliano poteva rimanere mobilitato per due mesi senza grandi
problemi. «Nel linguaggio militare, dunque, significava che il tempo
non era agli sgoccioli» (W. Quandi, Decade of Deciisions). \
La giustificazione addotta dal generale Weizman per l'attacco
preventivo equivale alla tesi espressa dal cancelliere tedesco
Bethmann-Hollweg all'indomani dell'invasione del Belgio del 1914:
La Francia era pronta per un'invasione. La Francia poteva ancora
aspettare, noi non potevamo. Un attacco francese al nostro fianco sul
Reno meridionale si sarebbe rivelato disastroso.
Perciò siamo stati costretti ad ignorare le proteste legittime del
governo belga {...}. Chiunque venga minacciato come noi lo siamo e
stia combattendo per i suoi massimi valori può soltanto cercare di
capire come fare ad aprirsi un varco (pp. 315-16).

Walzer, correttamente, rigetta tale giustificazione, facendo notare


che le alternative non militari non erano del tutto precluse e
dileggiando il riferimento ai «massimi valori» tedeschi, che a suo
avviso erano sinonimo di «onore e gloria» (lo si raffronti con la
formula «estensione, spirito e natura» di Weizman). «Il mero
incremento di potere» non può, sostiene Walzer, «costituire una
giustificazione o anche soltanto un inizio di giustificazione per la
guerra» (p. 113). Non c'è dubbio che si possano trovare delle
differenze, probabilmente anche decisive, tra l'aggressione israeliana e
quella tedesca, o tra l'attacco israeliano e l'invasione della Finlandia a
opera della Russia; un altro chiaro esempio di aggressione,
quest'ultimo, sebbene qui, come ammette lo stesso Walzer, fosse a
rischio la difesa di Leningrado da eventuali attacchi tedeschi e, dopo il
rifiuto opposto dai finlandesi a uno scambio di territori, l'invasione
russa avrebbe potuto salvare Leningrado dall'accerchiamento in caso
di attacco nazista. Ma vale la pena sottolineare due aspetti. In primo
luogo, Walzer non analizza fino in fondo il relativo contesto storico. Si
tratta di una svista rilevante, data la centralità dell'attacco di Israele
nel suo ragionamento, e data anche la sua insistenza sul fatto che
l'attacco israeliano da un lato e quelli tedesco e russo dall'altro sono
tutti «chiari esempi» che rientrano su versanti opposti dello
spartiacque morale. In secondo luogo, da un'analisi approfondita dei
fatti del 1967 emerge immediatamente che i dubbi e le ambiguità ci
sono eccome, contrariamente a ciò che afferma Walzer.
L'autore presenta esclusivamente la versione israeliana dei fatti che
condussero alla guerra del 1967. Non solo sorvola sul punto di vista
arabo, ma anche su importanti analisi di commentatori che non erano
schierati con nessuna delle due parti. Egli non fa menzione dell'attacco
israeliano contro il villaggio giordano di as-Samu del novembre del
1966 in cui morirono 18 persone, una «rappresaglia» in risposta ad
alcuni attentati terroristici che a quanto pare erano da attribuirsi alla
Siria (azioni che furono condannate dai paesi dell'Onu, Stati Uniti
compresi). Né parla degli scontri del 7 aprile 1967, che «portarono
dapprima all'intervento dell'aviazione israeliana e poi di quella siriana,
{dopodiché} apparvero gli aerei israeliani sui sobborghi di Damasco e
infine vi fu l'abbattimento di sei aerei siriani», senza perdite da parte
di Israele (C. Yost, in Foreign Affairs, gennaio 1968; Yost lo considera
«il preludio della Guerra dei Sei giorni»).
L'affermazione categorica di Walzer secondo cui i movimenti di
Nasser non perseguivano nessun altro, più limitato, scopo se non
quello di mettere in pericolo Israele è in netto contrasto con il giudizio
di molti altri osservatori. Yost, ad esempio, riporta dichiarazioni
incendiarie da parte israeliana che «potrebbero benissimo essere state
la scintilla che ha attizzato il fuoco che da tempo covava sotto la
cenere» e parla del problema con cui Nasser doveva fare i conti «a
causa della sua incapacità di reagire al tempo dei fatti di as-Samu e del
7 aprile». Walzer accenna all'espulsione della Forza di Emergenza
ONU dal Sinai e da Gaza ad opera dell'Egitto e alla chiusura degli
Stretti di Tiran alle navi israeliane. Egli però tace il fatto che Israele
non aveva mai autorizzato la presenza delle forze ONU nel proprio
versante del confine ed anzi aveva rigettato la richiesta del segretario
generale delle Nazioni Unite di consentire alle truppe di stazionare in
territorio israeliano dopo che l'Egitto aveva ordinato l'evacuazione
parziale delle truppe Onu dai suoi confini (l'Egitto non ordinò
l'espulsione delle forze ONU da Sharm el Sheikh). Quanto alla
chiusura degli Stretti di Tiran, se applichiamo il ragionamento che
secondo Walzer si attaglia al caso dell'attacco tedesco contro il Belgio,
allora ci rendiamo conto che vi era qualche possibilità di arrivare a una
soluzione pacifica, solo che non fu sfruttata. Ad esempio, si sarebbe
potuta rimettere la questione alla Corte internazionale di Giustizia,
come l'Egitto chiedeva fin dal 1957. Tale richiesta era stata sempre
rigettata da Israele, che probabilmente concordava con John Foster
Dulles, secondo cui «era plausibile dal punto di vista del diritto
internazionale che, forse, le rivendicazioni {arabe} fossero accolte»
(anche se gli Stati Uniti non condividevano tale conclusione).
Inoltre, Nasser poteva avere motivi fondati di preoccupazione
dinanzi a certe affermazioni del primo ministro israeliano Levi Eshkol
- «colpiremo quando, dove e come vorremo» o alla dichiarazione
rilasciata dal responsabile dei servizi segreti israeliani, il generale
Yariv, alla stampa internazionale: «Ritengo che l'unica risposta sicura
al problema sia un'operazione militare su vasta scala e ad alta
intensità» contro la Siria. Nasser accennò a queste dichiarazioni nel
suo discorso del 23 maggio, in cui peraltro riferì di minacce israeliane
contro la Siria. E forse la sua preoccupazione aumentò - abbastanza
comprensibilmente - al ricordo dell'attacco a sorpresa di Israele del
1956, proprio in un momento in cui l'Egitto stava facendo seri tentativi
per pacificare il confine.
Queste mie osservazioni sfiorano appena la questione.
Il punto è che la documentazione storica è molto più complessa e
ambigua di quanto Walzer voglia far credere. La sua affermazione
secondo cui la «sfida» dell'Egitto costituisce un esempio puro e
incontrovertibile di «aggressione», al pari delle invasioni naziste in
Europa, non può essere presa sul serio. Inoltre, egli sorvola sulle
conseguenze dell'attacco israeliano. A differenza di quanto avvenne in
Bangladesh, l'esercito israeliano non smobilitò. Anzi, si preparò a
un'occupazione permanente, con una politica, esplicitamente
annunciata, tesa alla definitiva annessione di alcune aree,
all'annessione di fatto di Gerusalemme Est, e con progetti di
insediamento e di integrazione dei territori occupati; un progetto che
prosegue tutt'oggi malgrado la condanna pressoché unanime della
comunità internazionale.
Durante l'attacco israeliano del 1967 circa 200000 arabi fuggirono
dalla Cisgiordania, e quasi altrettanti lasciarono il paese o furono
espulsi coattivamente dopo il cessate il fuoco.
Per mesi, sostenne il responsabile degli osservatori Onu, Odd Bull,
«gli israeliani hanno sollecitato la partenza degli arabi con vari mezzi,
così come avevano fatto nel 1948».
Non più tardi del novembre successivo Bull aggiunse: «Non c'è
alcun dubbio che migliaia di arabi abbiano attraversato il Giordano e si
siano rifugiati in Transgiordania, sebbene non vi siano prove certe dei
metodi impiegati per farli partire».
Quei territori, dunque, furono «liberati» dalla gran parte della
popolazione che vi abitava. Nei territori conquistati gli israeliani
imposero un regime militare che si differenzia da altri regimi dello
stesso tipo essenzialmente per il sostegno di cui ha goduto presso la
stampa statunitense. Queste conseguenze sono importanti per una
corretta valutazione dell'attacco israeliano, dal momento che Walzer
senz'altro coglierebbe il peso di conseguenze analoghe in altri dei casi
che cita.
Mi soffermo in particolare su questo esempio per la centralità che
ha nell'impianto espositivo del «mondo morale» di Walzer. Una volta
escluso questo caso, infatti, a Walzer non resta alcun esempio storico
rilevante per sostenere che le deroghe al paradigma giuridico che
caldeggia non sono puramente accademiche, ma includono eventi
storici reali.
Con ciò non si vuol dire che il dibattito sia inutile, perfino una
discussione meramente teorica su questioni del genere è di un certo
interesse. Ma a questo punto viene meno il «discorso morale con
esemplificazioni storiche», come recita il sottotitolo del libro, almeno
nel caso, fondamentale, dell'allentamento dei vincoli della dottrina
standard. Quel che resta è, di contro, un'asserzione puramente morale
priva di qualsiasi collegamento con esempi storici chiari.
Anche la sua analisi delle «rappresaglie in tempo di pace» può
essere interpretata come un'attenuazione della dottrina standard.
Walzer sostiene che «le rappresaglie sono chiaramente autorizzate
nella prassi effettiva delle nazioni, e le ragioni (morali) di tale prassi
sembrano più che mai in vigore» (p. 291). L'argomento morale che
fornisce appare debole: va appena al di là della mera asserzione. Il suo
unico esempio di «rappresaglia legittima» riguarda ancora una volta
Israele: in questo caso si tratta del raid israeliano del 1963 contro
l'aeroporto di Beirut, in cui furono distrutti 13 velivoli civili e che fu
condotto in forma di rappresaglia per un attentato contro un aereo
israeliano ad Atene a opera di due terroristi.
In realtà la rappresaglia fu tutt'altro che efficace: «fece guadagnare
simpatie ai palestinesi in Libano e diede maggiore visibilità alle loro
attività» (J. Cooley, Green March, Black September), come era
facilmente prevedibile. Walzer avrebbe potuto puntellare le proprie
tesi traendo alcune delle naturali conseguenze della sua posizione: ad
esempio, che sarebbe stato giusto da parte di commando cubani
distruggere gli aerei commerciali dell'aeroporto di Washington come
forma di rappresaglia per le azioni terroristiche ordite negli Stati Uniti.
L'autore fornisce altresì un esempio di rappresaglia israeliana
illegittima, vale a dire il raid nel villaggio giordano di Qibya nel 1953 in
cui rimasero uccise 40 persone in risposta ad un omicidio terroristico
avvenuto in Israele che non aveva alcun collegamento con quel
villaggio. In quel caso, conclude Walzer, «le uccisioni furono
criminose», ma il giudizio più pesante che si concede è che
«determinate risposte israeliane sono in effetti discutibili, dal
momento che è arduo capire cosa fare in questi casi». Egli non spiega
mai perché la sua condanna degli atti terroristici contro Israele non sia
altrettanto sfumata. Ad esempio, nel marzo del 1954, 11 israeliani
rimasero uccisi su un autobus nel Negev: fu l'attentato arabo più grave
dalla fondazione dello Stato di Israele. L'esercito israeliano rispose
attaccando il villaggio giordano di Nahaleen (che non era in alcun
modo coinvolto nell'attentato) e uccidendo 9 persone. Walzer giudica
la rappresaglia israeliana semplicemente «discutibile». Ma allora
perché non considerare anche il precedente attentato arabo soltanto
«discutibile»? Perché non definire anche i commando israeliani dei
gruppi di «teppisti fanatici», espressione usata dall'autore in
riferimento ai terroristi arabi (in un articolo pubblicato su New
Republic da cui è tratto questo esempio)? Gli esecutori materiali del
massacro sull'autobus appartenevano, come già si sapeva al tempo, a
una tribù beduina che era stata ricacciata nel deserto dai soldati
israeliani.
Tra il 1949 ed il 1954, mano a mano che Israele invadeva la zona
smilitarizzata, erano stati espulsi oltre 7000 beduini.
Walzer dovrebbe ammettere che anche questo è un caso in cui «è
arduo capire cosa fare», quando le persone sono costrette a lasciare le
loro case, i pascoli e i terreni di irrigazione e vengono abbandonate
prive di tutto nel deserto, così come è «arduo capire cosa fare» quando
nella stessa regione pochi anni prima migliaia di contadini sono stati
espulsi dai loro villaggi e le loro case rase al suolo - azioni, queste, che
continuano ancora oggi, nonostante il silenzio della stampa
americana.
Walzer affronta anche il problema del terrorismo, ma la sua visione
è profondamente viziata. Egli rileva un aspetto importante, ossia che
la tendenza a limitare il termine «terrorismo» alla «violenza
rivoluzionaria» è una «magra vittoria dei paladini dell'ordine, ai quali
l'uso del terrore è tutt'altro che sconosciuto». È incredibile infatti
come negli ultimi anni il termine sia stato ristretto in modo da
escluderne il terrorismo di Stato. «Le campagne terroristiche
contemporanee - sostiene Walzer - sono il più delle volte dirette contro
gente la cui identità nazionale è stata privata di ogni valore: i
protestanti dell'Irlanda del Nord, gli ebrei in Israele e così via» (p.
271). Dopodiché l'autore fornisce un «punto di riferimento storico
preciso: il terrorismo strido sensu, l'uccisione indiscriminata di
innocenti, è emerso come strategia della lotta rivoluzionaria solo nel
secondo dopoguerra».
Il suo «punto di riferimento storico preciso», tuttavia, è
precisamente falso, come emerge dall'analisi del suo esempio
preferito. Nel luglio del 1938, nell'arco di appena tre settimane, l'Irgun
Zvai Leumi, un gruppo sionista ispirato agli ideali di Zeev Jabotinsky,
il mèntore di Menachem Pegin, poi guidato da Begin stesso, uccise 76
arabi in vari attentati terroristici in mercati e altri luoghi pubblici.
Esistono altri esempi analoghi precedenti la Seconda guerra mondiale:
bombe piazzate in cinema arabi, cecchini in azione in quartieri arabi e
attentati contro treni di arabi, ecc. I propagandisti dei gruppi
terroristici ebraici si vantarono di questi trionfi. Stando agli eroi di
Herut (il partito dell'attuale primo ministro israeliano3), un loro
membro è stato impiccato dagli inglesi per aver sparato contro un
autobus di arabi.
(Inoltre, la principale formazione paramilitare della comunità
ebraica in Palestina non disdegnava affatto l'uso del terrore
indiscriminato, sebbene non vi ricorresse sistematicamente.
Per citare solo un esempio, nella stessa pagina della storia ufficiale
dell'Haganah, in cui viene descritto l'assassinio del poeta ebreo
ortodosso Israel Jacob de Haan per mano di alcuni membri del gruppo
nel 1924, si racconta di come l'Haganah avesse distrutto la casa di un
arabo nei pressi del Muro del Pianto in forma di rappresaglia per le
persecuzioni dei fedeli ebrei da parte di alcuni giovani arabi;
l'attentato dinamitardo non fece vittime «perché, per pura
coincidenza, in quel momento non c'era nessuno in casa» {Toldot
Hahaganah, la storia ufficiale dell'Haganah}).
Contrariamente a ciò che afferma Walzer, le uccisioni
indiscriminate di innocenti non sono un'invenzione dell'Ira e dell'Olp
risalente al secondo dopoguerra. Il suo commento sulla «gente la cui
identità nazionale è stata privata di ogni valore» è assolutamente
fondato, ma si deve applicare agli arabi palestinesi non meno che agli
«ebrei in Israele».
Il posto speciale che Israele occupa nel «mondo morale» di Walzer
emerge altresì dalla sua disamina della convenzione di guerra,
l'insieme di princìpi che si applica nel corso di una guerra. Walzer
raffronta gli ordini impartiti ai soldati nel villaggio di My Lai con quelli
dati alle truppe israeliane che, durante la guerra del giugno del 1967,
entrarono a Nablus, e lo fa citando un libro di conversazioni tra i
soldati israeliani. Forse non è così scontato che egli consideri questo
libro la fonte più oggettiva per esaminare le pratiche umanitarie
dell'esercito israeliano ma, lasciando da parte questo aspetto, Walzer
avrebbe potuto scegliere altri casi tratti dallo stesso libro, ad esempio
quello del villaggio di Latrun, che fu raso al suolo dalle truppe
israeliane ed i cui abitanti furono costretti all'esilio. Avrebbe potuto
addirittura citare la testimonianza del giornalista israeliano Amounts
Kenan il quale assisté in prima persona alla demolizione di Latrun e
dei villaggi vicini sotto il comando degli ufficiali che dicevano ai
soldati: «Che problema c'è, sono solo arabi». E avrebbe potuto anche
riportare la chiosa profetica di Kenan: «I campi furono devastati sotto
i nostri occhi, e quei bambini che si trascinavano lungo la strada,
piangendo lacrime amare, tra 19 anni saranno i nuovi fedayn».
Nell'appendice del libro Walzer commenta concisamente la critica
pacifista della dottrina standard, riprendendo la nota tesi secondo cui
le azioni non violente fanno appello «all'essenziale umanità del
nemico», per dirla con le parole del reverendo A. J. Muste, e pertanto
il loro effetto è dubbio quando quell'appello non viene ascoltato. La
teoria pacifista si fonda sostanzialmente su un duplice principio
psicologico: la non violenza va a toccare un tasto sensibile e la
resistenza violenta plasmerà così profondamente il carattere di coloro
che la praticano che la distinzione tra chi attacca e chi resiste finirà per
cancellarsi. «La bontà genera bontà», diceva Muste, e «il vero
problema dopo una guerra {perfino dopo una guerra giusta} è il
vincitore. Costui pensa di aver ormai dimostrato che la guerra e la
violenza pagano.
Chi darà a lui una lezione?». A me pare che tali posizioni non
possano essere liquidate così facilmente, per quanto, in ultima analisi,
non possano essere appoggiate. Di questo ho scritto altrove (I nuovi
mandarini: gli intellettuali e il potere in America) e non è mia
intenzione tornare sulla questione.
L'analisi di Walzer solleva molte altre questioni difficili e
importanti, la trattazione è perlopiù colta ed è molto ben articolata. Gli
esempi sui quali mi sono soffermato, tuttavia, rivelano un vizio morale
ed intellettuale di fondo, che compromette gran parte del
ragionamento. È indubbio che, assegnando uno status speciale a
Israele e ricostruendo a partire da questo il «mondo morale», Walzer
si faccia portavoce di un'opinione ampiamente diffusa nella società
americana, ma questo non è che un riflesso della patologia del tempo.
In un'epoca precedente, giudizi analoghi sull'eccezionalità della
Russia sovietica non sarebbero stati inusuali. L'opinione prevalente
non è un criterio di verità né di giustizia.
Capitolo terzo: Divina licenza di uccidere.1

Il pensiero liberale americano ha fornito gran parte dei fondamenti


dottrinali per la costruzione ed il mantenimento dell'ordine
internazionale del dopoguerra, e il concetto di democrazia e di libertà
che lo anima. Data la tendenza al pragmatismo e lo scetticismo verso
qualsiasi teoria generale che le caratterizza, queste correnti
intellettuali si comprendono meglio osservandone alcuni casi concreti
invece che le dottrine di base, che in genere vengono snobbate. Ci sono
però delle eccezioni. Una figura in particolare emerge quale fonte di
ispirazione su questi temi, Reinhold Niebuhr, trattato con rispetto e
timore reverenziale da molti personaggi influenti che hanno
contribuito a plasmare l'ordine mondiale contemporaneo. Già solo per
questo fatto il suo pensiero merita attenzione. È interessante in
particolare analizzare l'origine della sua influenza e l'alta
considerazione di cui godono i suoi contributi intellettuali e la sua
statura morale. La recente pubblicazione di una sua biografia e di una
raccolta di saggi offre l'occasione per affrontare queste questioni.
Niebuhr è stato definito «uno dei maggiori intellettuali e critici
sociali del secolo» (David Brion Davis); «probabilmente la mente che
più ha influito sullo sviluppo della mentalità americana, la quale
combina finalità morale e senso della realtà politica» (McGeorge
Bundy); «uno dei padri del moderno liberalismo americano, ormai
venerato dalla comunità liberale americana» (Paul Roazen); «un uomo
dalle formidabili capacità intellettuali» (Christopher Lasch); «figura di
spicco tra gli intellettuali americani e principale punto di riferimento
nella definizione del liberalismo sia teologico che politico» (Alan
Brinkley). Hans Morgenthau lo riteneva «il più importante pensatore
politico americano dai tempi di Calhoun» (Kenneth W. Thompson).
Secondo Arthur Schlesinger, Niebuhr era «una delle menti più acute e
meritevoli del XX secolo», «grande illuminatore dei meandri oscuri
della natura umana, della storia e della politica», «intelligente critico
del Vangelo sociale e del pragmatismo», di cui poi «si ritrovò a essere
il più autorevole esegeta e rappresentante».
Grazie al suo «straordinario lavoro di analisi», «prese ciò che di
buono c'era in entrambi, li riscattò definendo i limiti di validità di
ciascuno e, infine, diede nuova forza e nuova vitalità alle finalità
fondamentali di entrambi».
Sempre secondo Schlesinger, Niebuhr «ha contribuito a
rivoluzionare nell'arco di una sola generazione le fondamenta del
pensiero politico liberale americano» grazie al suo «realismo
indagatore» che «diede nuove fonti da cui trarre vigore» per il
liberalismo americano, «troppo spesso negletto dalle generazioni che
si sono succedute a partire dalla rivoluzione americana». A partire
dalla Seconda guerra mondiale e durante tutta l'èra Kennedy, Niebuhr
fu «il teologo ufficiale dell' establishment» (Richard Rovers),
immortalato da Time, da Look, dal Readers Digest e dal Saturday
Evening Post, una figura familiare alla gente normale come ai manager
statali e alla comunità intellettuale, che ne aveva grande rispetto se
non addirittura timore reverenziale, come queste citazioni lasciano
intendere.
Da poco {1985, N.d.T.} è stato pubblicato da Pantheon uno studio
ben confezionato a firma di Richard Fox, Reinhold Niebuhr: A
Biography. Secondo Roazen si tratta di «una raffinata biografia del
Niebuhr intellettuale», ma al lettore - quantomeno, a questo lettore -
rimangono molti interrogativi sul perché la sua opera abbia avuto così
tanta influenza. Fox non illustra nel dettaglio i contenuti di tale opera.
Come afferma David Brion Davis, Fox «riesce meno quando si tratta di
trasmettere la forza e la profondità degli scritti migliori di Niebuhr, in
particolare The Nature and Destiny of Man»; dedica infatti solo poche
pagine al contenuto di quest'opera in due volumi, molto acclamata,
che riprende le Gifford Lectures del 1939. In questo lavoro, secondo
Davis, Niebuhr «difenc þ in modo convincente la dottrina del peccato
originale e inesca la strada per immaginare una relazione tra la vita e
l'eternità senza rinchiudersi nel misticismo o nella fede nella salvezza
soprannaturale».2 A questo punto non si può fare a meno di prendere
in mano il testo pieni di aspettativa, per poi scoprire che non si difende
un bel niente in modo convincente: se i lettori si lasciano convincere
non è certo per la forza delle argomentazioni o per la mole di fatti
esposti, visto che sono del tutto assenti.
Le argomentazioni di Niebuhr non riusciranno a convincere chi
non si lascia troppo impressionare dai tentativi di «concepire una
relazione tra la vita e l'eternità» o dal tema centrale di Niebuhr: «Il
duplice aspetto della grazia, la duplice rilevanza dell'obbligo di
realizzare le possibilità della vita, e dei limiti e della degradazione
presenti in tutte le loro concretizzazioni storiche».3 Potrebbe anche
essere, come sostiene Niebuhr, che «qualsiasi obbligo sociale o morale
ci invita da un lato a realizzare il bene al massimo grado possibile e
dall'altro rivela i limiti del bene nella storia». Ma i «razionalisti» laici
(come Niebuhr talvolta li appella) ai quali è rivolto questo messaggio
lo troveranno sicuramente banale.
E troveranno ben poco vigore nell'asserzione - giacché non si può
parlare di una vera e propria tesi - secondo cui nella «divina
trascendenza lo spirito dell'uomo trova una casa in cui può
comprendere la grandezza della libertà» e allo stesso tempo «i limiti di
quella libertà», o in quella secondo cui «la creazione e la relazione di
Dio con il mondo {...} dimostrano che la finitezza dell'uomo e il suo
prendere parte al divenire sono essenzialmente buoni, non cattivi». I
razionalisti riterranno assodata «la finitezza dell'uomo», e il «suo
prendere parte al divenire» un altrettanto scontato dovere morale. Ma
non cercheranno alcuna «prova» che quella finitezza e quel prendere
parte siano «essenzialmente buoni», perché non lo sono, e
considereranno al contrario la «prova» di Niebuhr non più
convincente di altri obiter dieta presenti in tanta nobile e talvolta
memorabile retorica.
«È grazie alla misericordia e al potere di Dio», ci dice Niebuhr, che
«l'insignificanza dell'uomo in quanto creatura coinvolta nel processo
della natura e del tempo viene elevata a significato». Il «peccato
primordiale» - «peccato originale» risiede nella «tendenza dell'uomo
ad abusare della sua libertà, a sopravvalutare il suo potere ed il suo
significato e a diventare qualsiasi cosa». «Senza il presupposto della
fede cristiana l'individuo non è nulla né diventa alcunché».
È improbabile che il laico antagonista di Niebuhr sia sorpreso nello
scoprire l'«abuso della libertà» o sia tentato di credere che «l'individuo
non è nulla né diventa alcunché»; cosicché il richiamo alla fede
cristiana per guarire da questo male apparirà nel migliore dei casi
ingiustificato.
Niebuhr è convinto che «la macchia del peccato su tutte le
conquiste della storia non elimina la possibilità di conseguire queste
conquiste né il dovere di concretizzare la verità e la bontà nella storia».
È questo «il paradosso della grazia», che appartiene a ogni attività
umana, e «le opere di maggior significato nella storia saranno quelle
meno segnate dalla macchia, a meno che non se ne dichiari troppo
prematuramente la purezza». La ricerca della verità e la lotta per la
giustizia rientrano entrambe in questo «paradosso della grazia».
La ricerca della verità è «invariabilmente sporcata dal vizio
"ideologico" dell'interesse, che rende il nostro apprendere la verità
qualcosa di ben diverso dalla conoscenza della verità e lo riduce alla
nostra verità». Più avanti Niebuhr sviluppa questo punto, spiegando
che le scienze sociali e storiche possono individuare degli «schemi di
sviluppo storico», ma che l'attribuzione delle cause è «azzardata non
soltanto a causa della complessità della catena causale ma anche
perché gli agenti umani sono essi stessi cause all'interno del nesso
causale».
Né vi è alcuna solida base di oggettività: la storia è interpretata
«non dalla mente bensì dai diversi sé», e «nessun metodo scientifico
può impedire a un sé di procedere a una razionalizzazione
dell'interesse che sia ai suoi occhi plausibile».
Dobbiamo ricercare la verità ma aspettarci l'errore, e mantenerci
sempre aperti nei confronti delle opinioni e delle riflessioni degli altri.
In Ideology and the Scientific Method4
Niebuhr scrive che non dobbiamo «mai disperare di trovare un
adeguato metodo scientifico che mitighi i conflitti ideologici della
storia, ma dobbiamo altresì riconoscere i limiti del suo potere».
Lo stesso dicasi della «la lotta per la giustizia», la quale è «una
rivelazione delle possibilità e dei limiti dell'esistenza storica altrettanto
profonda della ricerca della verità». Ancora una volta, la fede cristiana
ci insegna che «la Storia muove verso la concretizzazione del Regno
{di Dio}, ma anche in questo caso il giudizio di Dio si appunta su ogni
concretizzazione» e sul «male, che macchia tutte le imprese {umane}».
Dobbiamo quindi riconoscere sia le possibilità sia la finitezza
dell'uomo. Ignorare le prime conduce allo scetticismo («nel campo
della cultura») e a un immorale rifiuto di impegnarsi (nella sfera
sociale); ignorare la seconda porta al «fanatismo», che Niebuhr
riscontra nella «presunzione» delle scienze sociali e nelle «religioni»
del liberalismo e del marxismo, ossia la tesi e l'antitesi che
attraversano la sua opera per essere superate dalla sintesi, più
specificamente dalla «sintesi di riforma e di rinascita» offerta dalla
fede cristiana, dalle dottrine del peccato originale e dell'Espiazione per
come le elabora lui.
Niebuhr spiega poi come questa nozione, peraltro plausibile in
linea generale, delle possibilità e dei limiti dell'uomo si possa radicare
in una ben precisa versione della fede cristiana.
Se poi questo apparato intellettuale sia effettivamente utile a
comprendere tali tematiche o a rafforzarne le conclusioni, questa è ben
altra questione. Che le sue conclusioni possano fondarsi o essere
interpretate solo a partire da questa prospettiva è inammissibile. Che
le abbia «provate», come spesso dichiara, è «assurdo», per usare il suo
termine polemico preferito.
La discussione è condita da parole come «provare» e «di
conseguenza», le quali vorrebbero suggerire che siamo di fronte a una
vera e propria argomentazione. Così in una critica al naturalismo
leggiamo: «Se tuttavia l'eternità in cui si rifugia l'individuo è un regno
indifferenziato dell'essere che nega la storia e rifiuta il suo significato,
allora anche l'individuo è risucchiato in questa negazione, come è
ampiamente provato dalla logica del misticismo. Di conseguenza
soltanto in seno a una religione profetica, come il cristianesimo, si può
conservare l'individualità». «L'orgoglio e la forza dell'uomo che scopre
l'influenza che le sue decisioni esercitano sulla storia nonché il potere
delle sue azioni sulla natura, dell'uomo che si scopre creatore» sono
una «versione mondana» dell'«idea cristiana del significato che
ciascun uomo ha agli occhi di Dio»; ciò che è «provato dal fatto che né
le nazioni non cristiane né quelle cattoliche, nella cui cultura il
cristianesimo è stato modificato da influenze classiche, hanno inciso in
modo sostanziale sulle dinamiche della moderna civiltà commerciale-
industriale». Poiché la creazione e la relazione di Dio con il mondo
«provano che la finitezza dell'uomo e il suo prendere parte al divenire
sono essenzialmente buoni, non cattivi», ne consegue che «una
religione della rivelazione è dunque la sola in grado di riscattare sia la
libertà che la finitezza dell'uomo e di comprendere la natura del male
che lo abita» (corsivi miei).
Quale che sia il senso, o il valore, di tali affermazioni, è arduo
trovare in questo ragionamento qualcosa che meriti l'uso di parole
come «provare» o «di conseguenza». Dalle citazioni si evince peraltro
l'approccio piuttosto superficiale di Niebuhr alla storia. Nella sua
biografia intellettuale, Richard Fox enumera diversi casi in cui il
teologo usa lo stesso approccio superficiale per illustrare le dottrine
dei suoi avversari, i quali stenteranno a riconoscere il loro pensiero
nella versione fornita da Niebuhr, non solo negli articoli, dove una
certa semplificazione è naturale, ma anche nei trattati.
Niebuhr, scrive Fox, è «un apologeta cristiano» che in tutte le sue
opere parte dalla presentazione di «improbabili alternative alla fede
cristiana» seguendo «l'antico schema del polemista che illustra la tesi
contraria in termini semplicistici, rigettandone poi le argomentazioni
in quanto, appunto, semplicistiche». Senza contare che i libri e i saggi
di Niebuhr sui temi storici e sulle questioni contemporanee sono
cimenti di riferimenti fattuali. A quanto pare molti hanno trovato i
suoi contributi intellettuali assolutamente convincenti; ma tale qualità
non dipende certo dalla presenza di contenuti e documenti fattuali o di
un'accurata selezione di materiali che aiutino a chiarire i fatti, e
nemmeno da un ragionamento solido e razionale, che raramente si
può riscontrare. Evidentemente quella qualità dipende da altro.
Lo stesso schema si ripete in tutte le opere di Niebuhr. Egli
ribadisce più volte che la «tesi» e l'«antitesi» che egli attacca sono in
tutto e per tutto delle religioni, per quanto lacunose.
«A rigor di logica», asserisce, «il secolarismo in quanto tale non
esiste. La negazione esplicita del sacro contiene sempre l'affermazione
implicita di una sfera religiosa. Qualsiasi spiegazione del significato
dell'esperienza umana deve avvalersi di un qualche principio
esplicativo che non può essere spiegato. Qualsiasi giudizio di valore
contempla un criterio di valore empiricamente inattingibile. Di
conseguenza, la cultura dichiaratamente secolare dei nostri giorni si
rivelerà, a un esame attento, o una religione panteistica che identifica
l'esistenza nella sua totalità con il sacro, oppure un umanesimo
razionalista in base al quale la ragione umana è essenzialmente divina,
oppure ancora un umanesimo vitalistico che venera come sua divinità,
ossia come oggetto della sua fedeltà incondizionata, una sorta di forza
vitale unica o particolare nell'individuo o nella comunità» (corsivo
mio).5
Le affermazioni in corsivo potranno forse suonare plausibili a una
lettura caritatevole, ma come al solito non si fondano su una vera
argomentazione. Entrambe le sfere dell'attività umana che egli delinea
- la ricerca della verità e la lotta per la giustizia - rimandano a princìpi
esplicativi e a criteri di valore che, forse inevitabilmente, non poggiano
completamente sui fatti o sulla ragione. Il riconoscimento di tale
«finitezza dell'uomo» non contempla nessuna delle implicazioni
espresse da Niebuhr, né d'altronde c'è bisogno di «affermare» questi
princìpi e criteri inesplicati alla luce di una «sfera religiosa».
Gli avversari di Niebuhr, che siano deweyani o di altre correnti, li
considererebbero transitori, dunque da ridefinire man mano che la
ricerca della verità e la lotta per la giustizia avanzano, oppure al
contrario li vedrebbero come elementi della nostra natura intrinseca e
quindi in quanto tali costituenti la cornice del pensiero, dell'azione,
delle opere e delle capacità conoscitive. Tale misconoscimento del
«sacro» non porta affatto a una forma nuova di culto.
«Il conflitto tra razionalisti e romantici è ormai una delle questioni
decisive dei nostri giorni, con infinite implicazioni religiose e
politiche», afferma Niebuhr in apertura delle sue Gifford Lectures. Il
«razionalista», «idealista» o «naturalista» che sia, deve vedersela con
«le contestazioni dei naturalisti romantici che vedono l'uomo
sostanzialmente come energia e che non ritrovano né nella pallida
ragione né nella natura meccanica la vera essenza dell'uomo».
«L'uomo moderno, insomma, non riesce a stabilire se conoscere se
stesso a partire dall'unicità della sua ragione o dalla prospettiva della
sua affinità con la natura; e, in quest'ultimo caso, se la vera chiave
della sua essenza sia il benigno ordine pacifico della natura o al
contrario la sua energia. Alcune delle certezze dell'uomo moderno
sono dunque in contraddizione tra loro, e c'è da chiedersi se tale
conflitto possa risolversi a partire dalle premesse con cui la cultura
moderna affronta la questione». Niebuhr conclude che tutto questo
non solo è discutibile ma è falso, e che solo la sua profetica fede
cristiana offre la soluzione a quella «contraddizione». «Il fatto è che
non è possibile risolvere il problema dell'energia e della forma né
comprendere appieno il paradosso della creatività e della distruttività
umane all'interno dei confini in cui la cultura moderna, sia essa
razionalista o romantica, affronta il problema. Rimanendo confinata
entro quei limiti, la cultura moderna è costretta a scegliere tra quattro
orizzonti ugualmente indifendibili»: il fascismo, il liberalismo, il
marxismo e quella disperazione che «si accontenta di palliativi, come
nel caso del freudismo».
Anche in questo caso gli avversari laici di Niebuhr potranno forse
ravvisare un senso e finanche una certa validità in queste affermazioni,
e in effetti sono presenti nel pensiero moderno le tendenze da lui
enucleate. Ma le «premesse» della cultura laica moderna non hanno
bisogno di certezze né di individuare «contraddizioni» tra l'unicità
della ragione umana e l'ammissione che gli esseri umani fanno parte
della natura. Quelli che per Niebuhr sono paradossi e contraddizioni,
questa cultura li vedrà semplicemente come interrogativi e potrà
anche transitoriamente concludere che tali interrogativi sono in parte
al di là delle capacità intellettive dell'uomo; una conclusione del resto
non così sorprendente, considerato che gli esseri umani fanno in effetti
parte del mondo naturale. Il richiamo alla fede cristiana può dare
sostegno spirituale a chi sceglie di seguire il cammino indicato da
Niebuhr, ma nulla di più; chi non si sente confortato da un'arbitraria
fede in qualcosa - e ciò che offre Niebuhr è solo questo - continuerà a
cercare la verità e la giustizia, pienamente consapevole del fatto,
alquanto banale, che in ogni periodo storico molte cose rimangono al
di fuori della nostra portata e che questa condizione persisterà lungo
tutto l'arco della storia umana. È fin troppo facile scambiare
l'oscurantismo per profondità.
Niebuhr è diventato celebre non solo come filosofo ma anche come
protagonista attivo delle vicende sociali e politiche, e la sua vita è stata
in effetti improntata all'impegno costante, nella scrittura come nella
predicazione, nelle conferenze e nelle altre attività. Anche nelle opere
incentrate su queste tematiche ritroviamo sostanzialmente le stesse
caratteristiche: ciò che egli scrive non riuscirebbe a convincere una
persona razionale, dal momento che le dimostrazioni sono rare e
spesso discutibili, anche perché non è facile rintracciare una linea di
ragionamento e le questioni affrontate rimangono perlopiù in
superficie.
Nessun marxista serio, ad esempio, si lascerebbe impressionare
dall'idea che «un ottimismo che si fonda sulla speranza della completa
realizzazione dei nostri più nobili ideali all'interno della storia è
destinato a naufragare nella disillusione», ma certamente sarebbe
stupito di apprendere che «il marxismo è, in buona sostanza, una
forma ulteriore di utopismo».6
Come è noto, Marx ebbe poco da dire sulla natura del comunismo e
- a torto od a ragione - provava disprezzo per l'«utopismo», compresi i
tentativi di delineare nel dettaglio la natura della società comunista.
Nelle sue Reflections on the End of an Era (1934), Niebuhr scrive che
«anche quando i deliri di quest'epoca saranno passati e la civiltà
moderna avrà costruito un sistema sociale che garantisca una qualche
forma di giustizia, compatibilmente con le esigenze dell'èra
tecnologica, gli eterni problemi dell'umanità emergeranno
nuovamente». Non è pensabile che egli non fosse a conoscenza delle
idee molto simili già espresse dai deweyani e dai marxisti; ad esempio
da Sidney Hook, il quale l'anno prima, nel libro Towards the
Understanding of Karl Marx, in cui elaborava una versione deweyana
di Marx, aveva scritto che il «metodo dialettico» di Marx «non
autorizza a credere ingenuamente in una concreta realizzazione della
società perfetta o dell'uomo perfetto, ma neanche giustifica l'errore
opposto in base al quale essendo la perfezione irraggiungibile è per
questo del tutto irrilevante quale tipi di uomo o di società sussistano»
(una versione laica del successivo «paradosso della grazia» di
Niebuhr). Rifacendosi alle parole di Marx - «Premessa dunque
l'imperfezione fondamentale dell'uomo, sappiamo ormai a priori che
tutte le istituzioni umane sono imperfette» - Hook afferma poi:
Come per Hegel, anche per Marx il progresso culturale consiste nel
traslare i problemi a un livello più alto e più generale.
«La Storia», egli dice, «non ha altro modo di rispondere alle
vecchie domande se non ponendone di nuove».
Con il comunismo l'uomo cessa di soffrire come animale e soffre
come essere umano. Ecco perché egli si sposta dal piano della pietà a
quello del tragico.

L'affinità con le ultime riflessioni di Niebuhr è evidente, ma né


quell'opera, all'epoca ben nota, né quelle precedenti gli impedirono di
condannare il marxismo e il liberalismo deweyano in quanto forme di
«utopismo», da superare attraverso la sua sintesi cristiana.
Fox ritiene che «il contributo fondamentale di Niebuhr al fermento
intellettuale degli anni Quaranta», quando la sua influenza raggiunse
il culmine, fu «l'amara constatazione dei limiti insiti nell'esistenza
umana». Come Niebuhr spiegò nelle Gifford Lectures e altrove (anche
negli scritti politici), un individuo dovrebbe ricercare la verità e la
giustizia, ma con la consapevolezza dell'inevitabilità del «vizio
dell'interesse», del male insito nella ricerca del bene e
dell'impossibilità di un pieno «compimento» nella storia umana.
Ancora una volta, si tratta di riflessioni abbastanza plausibili ma non
così rimarchevoli; del resto, nell'opera niebuhriana di quel periodo si
troverà ben poco che possa convincere chi non sia già persuaso per
altre ragioni.
Quando Niebuhr si occupa di materie propriamente politiche, i
risultati sono quasi imbarazzanti. Un esempio evidente si ritrova nella
sua tanto decantata difesa della democrazia: Figli della luce e figli delle
tenebre.7 Possiamo anche concordare sul fatto che «una società libera
richiede un po' di fiducia nella capacità degli uomini di raggiungere un
accordo transitorio e accettabile su interessi tra loro contrastanti e di
pervenire a una qualche idea comune di giustizia che trascenda gli
interessi di parte». Ma l'indagine sulla democrazia contemporanea, o
sulla democrazia come ideale, non può certo fermarsi qui, e le ampie
pennellate che seguono non aiutano granché. Arthur Schlesinger
afferma (a ragione) che le idee di Niebuhr in questo campo
«somigliano di più all'economia mista e alla società aperta del New
Deal che non al socialismo».8 D'altra parte Schlesinger esagera «il
brillante appello di Roosevelt alle risorse democratiche come antidoto
alla depressione ed alla guerra» (fu il keynesianesimo militare e
guerresco, non il New Deal, che consentì di superare la Depressione, e
le manovre di Roosevelt in direzione della guerra, comunque se ne
valutino i meriti, non furono un grande modello di democrazia). Né
Schlesinger né Niebuhr affrontano i gravi interrogativi che emergono
quando si va al di là di espressioni roboanti come «riscatto della
democrazia» e ci si chiede, su un piano teorico o concreto, come possa
la democrazia raggiungere un accordo tra «interessi contrastanti» se le
decisioni legate agli investimenti sono nelle mani dei privati, con tutte
le conseguenze relative ai parametri da fissare per le politiche
pubbliche, per non parlare del controllo dello Stato e delle istituzioni
ideologiche. Anche i pochi commenti storici di Niebuhr a questo
riguardo sono a dir poco sorprendenti; ad esempio, la sua idea che il
«basso livello di onestà» delle «grandi tradizioni culturali
dell'Oriente» e di altre società non industriali rendano impraticabile la
democrazia in quelle regioni (si veda il libro L'ironia della storia
americana)9 Il teologo sembra non rendersi conto del grado
impressionante di corruzione presente nella democrazia americana fin
dai tempi dei Padri fondatori e ancora prima. Fox segnala che in
questa sua vaga celebrazione della democrazia, Niebuhr si lascia alle
spalle gli interrogativi e le idee che lo avevano contraddistinto negli
anni in cui era attivista e critico sociale: «Da giovane Niebuhr aveva
più volte detto che la ragione è sempre al servizio dell'interesse
all'interno di una specifica situazione sociale. La ragione è
evidentemente guidata dall'interesse per determinati temi, da portare
all'attenzione, cestinando invece gli altri». Questa fine fecero le
domande più importanti sulla democrazia quando Niebuhr indossò
l'abito di profeta dell'establishment.
Per inciso, è un po' più che un'«ironica» coincidenza che, proprio
nel periodo in cui Niebuhr scriveva sugli «accordi accettabili» ecc., il
mondo economico si preparasse a un massiccio assalto
propagandistico - condotto poi con brillante efficacia negli anni
successivi - per colpire i sindacati e la già limitata partecipazione
politica del popolo cominciata negli anni Trenta, e inglobare così le
politiche pubbliche nell'agenda «conservatrice» gestita dai grandi
interessi aziendali; un po' come era successo dopo la Prima guerra
mondiale e come sarebbe successo nuovamente negli anni Sessanta in
risposta a quella «crisi della democrazia» che fu in realtà un
minaccioso avanzare verso di essa.
Le ultime opere di Niebuhr, che recano il segno della sua grave
disabilità fisica, sono un po' più illuminanti. Ne L'ironia della storia
americana si gioca molto con il paradosso ma si trova poca analisi
della storia americana. L'«ironia» risiederebbe nell'incongruità tra i
fini auspicati e i risultati ottenuti; è «ironico» perché non è
meramente «fortùito» ma prevede invece la responsabilità dell'attore,
che è distinta dall'«elemento tragico» della «scelta cosciente del male
allo scopo di fare il bene». In tutto il libro Niebuhr non fa che
riprendere i luoghi comuni tipici dell'epoca. Esordisce dicendo che
«tutti colgono l'ovvio significato della battaglia mondiale in cui siamo
coinvolti. Stiamo difendendo la libertà contro la tirannia e stiamo
cercando di preservare la giustizia» dalle devastazioni dell'Impero del
male. Era ovvio allora, come lo è oggi, che la realtà non era così
semplice.
Solo un anno prima, Hans Morgenthau aveva scritto che dietro la
«crociata per estirpare il male del bolscevismo» si celava «una
campagna per bandire sia moralmente che giuridicamente tutti i
movimenti popolari che promuovevano la riforma sociale, e in tale
maniera rendere impermeabile al cambiamento lo status quo»;10 uno
status quo che andava a tutto vantaggio degli interessi dei proprietari e
dei manager della società americana. Nell'ampio e alquanto astratto
resoconto di Niebuhr c'è solo un vago barlume delle realtà che si
stavano sviluppando, e si accenna solo di sfuggita alla possibilità di
una lieve macchia nella nostra storica «innocenza».
Eravamo «innocenti mezzo secolo fa, di quell'innocenza data
dall'irresponsabilità», scrive il teologo, e ancora: «la nostra cultura
non è granché avvezza all'uso e all'abuso del potere». Il 1902,
esattamente «mezzo secolo fa», fu l'annus orribilis del massacro dei
filippini, e di certo la sorte di quel popolo indigeno non è illustrata
adeguatamente in quell'unica frase che si può leggere trenta pagine
dopo: «Lo sfogo della nostra forza infantile su un continente {...} non
fu innocente».
Anche i neri, gli operai, le donne ed altri avrebbero qualcosa da
ridire sulla «nostra innocenza», e le vittime che vivono nel «giardino
di casa» degli USA non apprezzerebbero molto la nostra
«arretratezza» quanto a «uso e abuso del potere».
Niebuhr passa poi a esaminare, da una prospettiva assolutamente
conformista, i «sogni messianici» americani, i quali erano «per
fortuna non corrotti dalla sete di potere», per quanto «non del tutto
privi di quella superbia morale che rende azzardata la loro
realizzazione». Non si fa nessun accenno in questo caso al destino di
coloro che si trovavano sul «nostro» cammino, né Niebuhr si permette
di sporcare quei «sogni messianici» riportando le vere intenzioni di
chi li aveva annunciati. Ad esempio quelle di Woodrow Wilson, il quale
voleva che il potere statale fosse usato per organizzare «il mondo come
un mercato» a beneficio di mercanti e manifatturieri: «Le porte delle
nazioni che sono ancora chiuse devono essere sfondate {...}, anche se
la sovranità delle nazioni contrarie dovesse risultarne violata».
Per Niebuhr questi pensieri rivelano al massimo una certa
«superbia morale».
Nel 1952 Niebuhr sosteneva che solo allora, dopo secoli di relativa
innocenza, l'America si confrontava con l'«insolubile contraddizione»
tra «prosperità e virtù». «La scoperta di questa contraddizione
minaccia la nostra cultura perché vi introduce la disperazione». «Per
la prima volta nella nostra storia, ci domandiamo se vi sia la possibilità
di conciliare virtù e prosperità». Non si sa che farsene di uno studio
sulla storia americana - a parte l'«ironia» di quella storia - in cui si
leggono parole siffatte; senza peraltro dimenticare quale realtà si
andava evolvendo proprio in quel periodo, quando gli Stati Uniti si
lanciarono in una difesa ossessiva della «libertà» e della «giustizia» in
tutto il mondo.
Gli Stati Uniti corrono dei «rischi morali», continua Niebuhr; tali
rischi però non risiedono «nella malvagità consapevole o nell'esplicita
sete di potere», bensì «nell'ironica tendenza delle virtù a trasformarsi
in vizi quando si confida in loro con eccessivo compiacimento».
Sarebbe dunque questo l'insegnamento da trarre dalla storia
americana e dalla situazione mondiale nel dopoguerra. Le Nazioni
Unite, a suo avviso, avrebbero potuto arginare gli eccessi di questa
ricerca della virtù, «perché sono un organismo in cui anche le più
potenti nazioni democratiche devono sottoporre le proprie scelte
politiche al giudizio dell'opinione pubblica mondiale». Una posizione,
questa, abbastanza comoda visto che il potere americano all'epoca era
tale da garantire la disciplina di quella organizzazione internazionale.
Naturalmente non si può addebitare a Niebhur di non aver previsto la
pressoché totale unanimità con cui i suoi discepoli dei nostri giorni, e
l'intera comunità intellettuale, approvano il rifiuto degli USA di
presentarsi dinnanzi alla Corte internazionale di Giustizia perché sono
accusati di aggressione nei confronti di uno Stato sovrano. Ma uno
studioso dell'ironia della storia americana avrebbe potuto perlomeno
citare un episodio simile accaduto all'epoca di Woodrow Wilson,
quando gli Stati Uniti addirittura smantellarono la Corte di Giustizia
dell'America centrale perché si era pronunciata contro gli USA in
merito al Nicaragua. Anche in questo caso si tratta di qualcosa di più
di un'«ironia», e questa come molte altre vicende avrebbe potuto
stimolare delle domande circa la nostra effettiva disponibilità ad
affrontare un'«opinione pubblica mondiale» che sfuggirebbe al
controllo del potere statunitense. La sua descrizione del passato e del
presente dell'America è dunque intrisa di puro sentimentalismo, non
documentata dai fatti, cieca alla realtà sociale e storica.
Niebuhr critica inoltre la visione europea che «capisce la nostra
ideologia semi-ufficiale meglio di quanto non capisca la nostra
giurisprudenza». Eppure anche lui interpreta sistematicamente la
storia non sulla base dei fatti e dei documenti, bensì sulla base degli
ideali professati. Questa lacuna inficia non soltanto la sua analisi della
storia e della vita politica e sociale americana, ma anche il suo ritratto
del nostro «spietato nemico, il quale paradossalmente è tanto più
ostinato e spietato proprio in quanto la sua volontà è guidata dal sogno
impossibile di procurare la felicità a tutti gli uomini».
È incomprensibile come si possa descrivere in questi termini, non
dico Stalin, ma Lenin e Trockij. L'analisi di Niebuhr del sistema
sovietico di tirannia e di oppressione non è infatti meno mistica e
astratta della sua disamina della storia americana, con i suoi «sogni»,
la sua «visione messianica», l'«innocenza» e la «virtù», sempre
«ironicamente» macchiata dal male che deriva dalla «finitezza
umana».
Insomma, Niebuhr non presenta solide argomentazioni o
un'analisi basata sui fatti ma si limita a dispensare precetti morali. Si
potrebbe obiettare che quei precetti, inevitabilmente banali nella
sostanza per quanto eleganti nella forma, possono comunque risultare
consolatori, forse anche stimolanti, persino un'utile guida all'azione ed
alla ricerca. Sarà, ma mancano di rigore nell'analisi e nelle
argomentazioni.
Fox sostiene che con la sua opera dei primi anni Trenta, durante la
fase quasi marxista, Niebuhr «diede manforte al pensiero allora
dominante tra la sinistra americana, ossia che l'evoluzione della lotta
sociale sarebbe stata decisa dalla propaganda più persuasiva, non dalle
argomentazioni più convincenti» (era il «pensiero dominante» in
generale, come dimostrano, tra gli altri, Harold Lasswell e la sua difesa
della «propaganda», risalente proprio a quel periodo). Questo
commento si può applicare a tutta l'opera di Niebuhr.
Da più parti è stato fatto notare che in fondo Niebuhr rimase
sempre un predicatore. Se è vero - in gran parte lo è - la persuasività
dei suoi scritti non andrebbe giudicata o spiegata sulla base delle prove
fattuali o documentali, o di quanto riesca a cogliere il cuore del
pensiero dei suoi avversari o se fornisca valide argomentazioni alle sue
tesi. Le sue opere sono piuttosto una sorta di esortazione che, nel
migliore dei casi, porta alla nostra attenzione idee ed opinioni che
riconosciamo come valide ed interessanti in base alla nostra
esperienza o al nostro giudizio intuitivo, e che forse avremmo ignorato
senza questo stimolo alla riflessione; nel peggiore dei casi, invece, è la
semplice razionalizzazione di quegli interessi su cui egli poneva
l'accento senza però discernerli con precisione. Non si tratta dunque
tanto di critica quanto di categorizzazione: essa non mette in
discussione la plausibilità delle sue concezioni e delle sue deduzioni,
alcune delle quali - specie quelle più generali e astratte - appaiono
peraltro abbastanza ragionevoli, anche se non particolarmente
sorprendenti, nuove o illuminanti. Tutto questo però non risponde alla
domanda sui motivi dell'influenza da lui esercitata, che non a torto
molti analisti e colleglli giudicano immensa.
Durante la sua lunga e intensa vita, Niebuhr prese posizione su
molte importanti questioni. Negli anni Venti, a Detroit, si schierò con
la sinistra cristiana dichiarando che «una qualche forma di
democratizzazione dell'industria e un certo grado di socializzazione
della proprietà sono il fine ultimo a cui deve tendere l'intera vita
politica e sociale».
Sempre in quel periodo criticò i costi umani del sistema industriale
e condannò «l'enorme accentramento della ricchezza e del potere nelle
mani di pochi». Fu però anche critico nei confronti del cinismo di quei
«moralisti» che professano valori pacifisti, secondo «la tendenza di chi
deve a tutti i costi magnificare la virtù della pace e dell'ordine».
Secondo quanto riferito da Fox, Niebuhr prese le distanze dalle
questioni razziali, allora di fondamentale importanza a Detroit e non
solo. Negli anni Trenta avvenne in lui la transizione verso una certa
versione del socialismo marxista allora in voga tra gli intellettuali, ed
egli fece sua anche la visione secondo cui ruolo degli intellettuali
doveva essere di fornire «l'illusione necessaria» al «proletario», vista
«la stupidità dell'uomo medio».
Fu però solo con il ritorno all'ortodossia liberale, ora condita con la
dottrina dell'inevitabilità del peccato, che Niebuhr si impose come
«teologo ufficiale dell'establishment».
Durante la Seconda guerra mondiale, dalle pagine della rivista
Nation, si espresse a favore di «più severe misure coercitive» durante
le fasi di emergenza nazionale, giustificando le violazioni alla «libertà
delle organizzazioni di diffondere propaganda sovversiva» e le
operazioni «per eliminare elementi ostili o addirittura traditori». In
modo non dissimile durante la Prima guerra mondiale aveva invocato
la «massima lealtà», condannando anche la minima forma di critica
alla censura governativa e sostenendo che «una nazione nuova ha il
diritto di essere estremamente attenta alla sua unità interna». Gli Stati
Uniti, naturalmente, non erano sotto l'attacco di nessuna
superpotenza, e il loro territorio non era minacciato sin dalla guerra
anglo-americana del 1812. Chi ha il senso dell'«ironia» potrebbe
analizzare l'atteggiamento dei novelli niebuhriani, dai neoconservatori
ai liberal, verso le «misure coercitive» adottate dagli attuali nemici
dello Stato, in circostanze ben più tragiche di quelle appena descritte,
delle quali questi indignati detrattori sono in parte direttamente
responsabili.
Nel marzo del 1948, Niebuhr era «sicuro» che «le misure
strategiche adottate in Grecia e in Turchia» fossero «assolutamente
necessarie»: si riferiva alla sanguinosa campagna anti-insurrezionale
avviata in Grecia per ristabilire il vecchio regime, che contava tra le
sue file anche collaborazionisti nazisti, con il pretesto fasullo di
«difendere» la Grecia dall'aggressione sovietica. Il teologo approvò le
azioni della Commissione di Sicurezza interna del Senato dei senatori
McCarran e Jenner, che furono «superbe» - «così sì che si stanano i
comunisti» -, a differenza di quelle di Joseph McCarthy, il quale
«diffamò» non solo i comunisti ma anche i colleghi di Niebuhr
dell'ADA (Americans for Démocratie Action), secondo quanto riferisce
Fox. Nel 1956 condannò la posizione critica di Eisenhower nei
confronti dell'invasione israelo-franco-britannica dell'Egitto, perché
rischiava di far perdere «fortezze strategiche» come Israele solo per
costruire un'«èra di pace». Niebhur confermò inoltre sempre il proprio
sostegno all'aggressione israeliana del 1956, affermando nel giugno del
1967: «Ora che gli israeliani hanno inferto a Nasser e alle tribù arabe
{sic} la terza sonora sconfitta, possiamo ringraziare Dio per quella
piccola nazione che unisce una fede antica con la superiorità nelle arti
della guerra». Alla luce di tutto questo non sorprende che le sue
posizioni si siano conquistate le simpatie del mondo intellettuale del
dopoguerra.
Evitando l'analisi e il riscontro fattuale, e attirandosi grazie a
questo metodo ogni tipo di lode, Niebhur si concedeva quindi il lusso
tipico di chi rimane nel solco dell'ortodossia convenzionale, di chi
gioca insomma secondo le regole.
Standard ben più rigorosi sono però richiesti a chi preferisce non
marciare in parata - e a ragione, si potrebbe aggiungere.
Il timore reverenziale che si avverte nelle sue parole richiama in
parte la vacuità e superficialità della cultura intellettuale dominante;
una caratteristica che indubbiamente appartiene a tutte le epoche ed a
tutti i luoghi. Ma per spiegare il suo essere «teologo ufficiale
dell'establishment» bisogna anche osservare gli insegnamenti che
quelle sue esortazioni hanno lasciato. Come fa notare Fox, «i liberal
kennediani non "usarono" molto il nome di Niebuhr, ma si sentirono
profondamente in debito nei confronti del suo pensiero. Egli li aiutò a
credere in se stessi e a diventare protagonisti politici in un mondo
tormentato o, come diceva lui, segnato dal peccato.
La posta in gioco era alta, i nemici astuti, essere responsabili
significava assumersi dei rischi: Niebuhr insegnò loro che «l'uomo
morale deve giocare duro». Lo stesso insegnamento Niebuhr lo aveva
dato già in passato. Durante un suo viaggio trionfale in Gran Bretagna
nel 1939, come racconta Fox, «una poesiola umoristica {...} era ormai
sulla bocca di tutti»: «At Swanwick, when Niebuhr had quit it / A
young man exclaimed T bave hit iti / Since I cannot do right / I must
find out, tonight / The right sin to commit - and commit it'».11
L'inevitabile «macchia del peccato su tutte le conquiste della
storia», la necessità di «scegliere consapevolmente il male per fare il
bene»: sono dottrine rassicuranti per chi si prepara ad «affrontare le
responsabilità del potere», in parole povere a condurre una vita di
misfatti, a «giocare duro» pur di «conservare questa posizione di
disparità» tra l'enorme ricchezza americana e la povertà degli altri,
secondo l'incisiva espressione di George Kennan contenuta in un
documento segreto del 1948 in cui esortava a mettere da parte gli
«slogan idealistici» e a «ragionare puramente in termini di potere».
Ecco svelato il segreto del successo e dell'enorme influenza di
Niebuhr.
Capitolo quarto: Consenso senza consenso.1

È un momento ideale per riflettere su alcuni aspetti fondamentali


della democrazia americana. Le primarie del 1996 si sono chiuse ed i
due candidati designati stanno entrando nella campagna elettorale
vera e propria. Come sempre, le primarie hanno avuto una grande
risonanza mediática. Si è registrato un flusso di finanziamenti senza
precedenti, molto maggiore di quello del 1992, sebbene solo una
candidatura sia stata contestata. Ma mancavano alcuni elementi, e
sono proprio questi che possono fare luce sulle primarie.
Il primo scarto più evidente riguarda il numero dei votanti.
A parte il New Hampshire, dove un quarto degli elettori ha preso
parte alla consultazione, alle primarie che hanno portato alla vittoria
Robert Dole con circa un milione di voti l'affluenza è oscillata tra il 3%
e l'11%. Il voto, che ha visto una così scarsa partecipazione, è stato
condotto «in tutta fretta e senza grande dibattito», secondo l'analista
elettorale del New York Times Richard Berke; e l'esito ha dato ragione
ai ricchi, come al solito. Insomma, qualunque cosa sia successa, non
ha avuto molta presa sulla popolazione in generale.
Un altro elemento è stato l'assenza di differenze marcate tra i due
candidati presidenziali. Entrambi erano (di fatto) dei repubblicani
moderati e da tempo inseriti negli ambienti di governo, ed erano
fondamentalmente espressione del mondo degli affari. Pochi mesi
dopo l'insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, in un editoriale
del Wallstreet Journal si plaudiva al fatto che il presidente era
«corteggiato, e molto gradito, ai grandi potentati economici». Il titolo
dell'articolo, Alleati improbabili, non rifletteva affatto il precedente
operato di Clinton né la sua propaganda elettorale, come del resto lo
stesso articolo tacitamente ammetteva. Il Wall Street Journal si
compiaceva del fatto che «iniziativa dopo iniziativa, Clinton e la sua
amministrazione si sono schierati dalla parte del mondo economico
americano», guadagnandosi il plauso dei manager delle grandi
multinazionali, entusiasti che «con questa amministrazione ci sia
molta più sintonia che con le precedenti».
Un anno dopo l'entusiasmo del Wall Street Journal non si era
affievolito: «I risultati dell'amministrazione Clinton sono
sorprendentemente favorevoli alle imprese, e di stampo centrista», si
leggeva in un articolo dal tono falsamente perplesso. Con l'aiuto dei
repubblicani al Congresso, gli «interessi particolari» erano riusciti a
«piegare» Clinton, «con grande soddisfazione della Camera di
Commercio, delle lobby imprenditoriali, delle società d'assicurazione,
e via dicendo». Con i democratici alla guida della presidenza e del
Congresso solo «alcuni interessi particolari ci hanno rimesso», ovvero
i sindacati, che «hanno vissuto due anni di magra», riportava il
Washington Post, laddove «le imprese hanno guadagnato soldi a
palate» raggiungendo di fatto tutti i loro obiettivi e paralizzando
continuamente sia i sindacati che i progressisti.2
Le aspirazioni dei repubblicani si sono rivitalizzate un po' con la
vittoria elettorale di Gingrich al Congresso nel novembre del 1994. Un
anno dopo si leggeva nel Business Week che «la maggioranza dei
manager ritiene che il 104§
Congresso rappresenterà una pietra miliare per il mondo
economico: mai prima d'ora gli imprenditori americani si erano visti
piovere dal cielo così tante fortune». «Di nuovo in trincea», recitava il
titolo: le brame sono immutate, e seguiva un'interessante lista di
desiderata.3 Il messaggio era diretto alle lobby imprenditoriali di
Washington, che alla fine degli anni Ottanta avevano raggiunto il
numero di 23000, da 365 di appena venticinque anni prima. Anche gli
uffici legali aziendali sono cresciuti a un ritmo analogo, e si è registrato
un consistente aumento dei programmi per superare la «crisi della
democrazia» esplosa negli anni Sessanta, allorché alcuni settori della
popolazione che si supponevano passivi e ubbidienti cercarono di
entrare sulla scena pubblica.
Con alleati del genere il mondo degli affari aveva ormai ben poco
tempo per il sostegno di matrice clintoniana.
Quando nell'aprile del 1996 Ron Brown4 è morto in un incidente
aereo, il Wall Street Journal ha scritto che «l'America delle grandi
imprese {ha} perso il suo più strenuo e imperturbabile paladino
nell'amministrazione, uno che della promozione delle multinazionali
ha fatto la sua principale missione».
Eppure, sebbene «avesse lavorato instancabilmente per l'industria
statunitense», si leggeva nel titolo, Brown «ha ricevuto in cambio ben
poco sostegno dal mondo imprenditoriale».
La cosa non sorprende, date le alternative allora disponibili nel
panorama politico.5
Nel 1993, dunque, il meglio che i vertici imprenditoriali potevano
trovare era qualcuno che si schierasse sistematicamente dalla loro
parte. E nel 1996 devono «accontentarsi» di due candidati che si
collocano a metà strada tra una versione ancora più spinta dell'èra
Reagan-Bush e una lealtà ancora più incondizionata nei confronti
dell'America delle multinazionali.
L'articolo del novembre del 1993 del Wall Street Journal sul
comportamento sorprendentemente favorevole di Clinton nei
confronti del mondo economico era ben più sottile di quanto poc'anzi
ho lasciato intendere. Come tutti i presidenti democratici, sottolineava
l'articolo, Clinton tende «a privilegiare le grandi multinazionali
rispetto alla schiera dei piccoli imprenditori». Dopodiché il Wall Street
Journal ripercorreva una linea di demarcazione che attraversa il
sistema politico degli Stati Uniti da anni e separa le imprese ad alta
intensità di capitale, tecnologizzate ed a vocazione internazionale,
dagli altri settori: a grandi linee la divisione rappresentata da Business
Council e Business Roundtable6 da un lato, e Camera di Commercio e
Associazione Nazionale Industriali, dall'altro. Questi ultimi non sono
«piccoli», o almeno di solito non lo sono, ma differiscono dai primi per
la loro natura. Da molto tempo il vasto consenso del mondo
imprenditoriale determina il quadro generale del sistema politico, ma
esistono divisioni interne, e questa è solo una, come spiega
magistralmente in un'importante opera Thomas Ferguson.7
Tornando alle primarie del 1996, c'era abbondanza di denaro e di
pubblicità, ma non di elettori e soprattutto non c'erano grandi
differenze nell'esito. Il comportamento dell'opinione pubblica aiuta a
comprendere il funzionamento del sistema democratico. Oltre l'80%
dei cittadini pensa che il governo «persegua il vantaggio di pochi e di
alcuni interessi particolari, e non del popolo», mentre qualche anno fa
la percentuale era del 50%. Più dell'80% ritiene che il sistema
economico sia «intrinsecamente iniquo» e che i lavoratori non
abbiano grande voce in capitolo in ciò che accade nel paese. Oltre il
70% ritiene che «il mondo imprenditoriale abbia acquisito un potere
eccessivo su troppi aspetti della vita degli americani» e «abbia
beneficiato più dei consumatori della deregolamentazione voluta dal
governo». I due terzi degli intervistati pensano che a partire dagli anni
Ottanta «il Sogno americano» sia diventato «più difficile da
realizzare».
E il 95% dell'opinione pubblica, cifra che il Business Week
definisce una «maggioranza stupefacente», crede che le aziende «ogni
tanto dovrebbero sacrificare parte del proprio profitto a vantaggio dei
lavoratori e della comunità».8
Simili dati raramente si trovano nei sondaggi.
L'atteggiamento dell'opinione pubblica resta caparbiamente
socialdemocratico in alcuni aspetti importanti, come è fin dagli anni
del New Deal.9 Alla vigilia delle elezioni al Congresso del 1994, il 60%
dei cittadini era a favore a un aumento della spesa pubblica.10 Un
anno dopo, l'80% sosteneva che «il governo federale {dovesse}
tutelare i più deboli, specialmente i poveri e gli anziani, garantendo
loro uno standard di vita minimo e la previdenza sociale». Tra l'80% e
il 90% degli americani era favorevole (e di questi una buona
maggioranza era «fortemente» favorevole) ai sussidi federali per
l'assistenza di coloro che non sono in grado di lavorare, per gli assegni
di disoccupazione, per i contributi alle spese mediche e per l'assistenza
agli anziani, per un livello minimo di assistenza sanitaria per i meno
abbienti e per la previdenza sociale. Tre quarti dell'opinione pubblica
erano favorevoli a programmi federali di assistenza ai figli di madri
lavoratrici a basso reddito. Quasi i due terzi pensavano che i tagli
fiscali proposti dai repubblicani sarebbero andati «a vantaggio di
persone che non ne hanno bisogno».11 La persistenza di questo tipo di
atteggiamenti è particolarmente evidente alla luce di ciò che viene
costantemente ripetuto alla gente e di ciò che le persone sentono da
voci autorevoli in merito a loro stesse.
La coerenza tra l'atteggiamento dell'opinione pubblica e il dato
delle primarie suggerisce alcune conclusioni; e non è la prima volta.
Non si tratta però delle conclusioni citate, per esempio, in un articolo
di giornale che riportava che nel 1992 l'83% dell'opinione pubblica
riteneva che i ricchi stavano diventando sempre più ricchi e i poveri
sempre più poveri, e che «il sistema economico è intrinsecamente
iniquo».
La conclusione del giornale era che la gente è arrabbiata con i
«politici strapagati» e vuole che sia il popolo ad avere più potere, non
il governo. Questa interpretazione del malcontento popolare nei
confronti del sistema economico riflette due princìpi fondamentali che
le dottrine istituzionali hanno fatto di tutto per inculcare nella testa
dei cittadini.
La prima è che il governo non può essere un governo del popolo e
per il popolo, né può rispondere ai suoi interessi o essere soggetto alla
sua volontà e influenza; anzi, il governo è il nemico del popolo. Il
secondo principio è che il potere privato non esiste, anche se le 500
maggiori società statunitensi che figurano nell'elenco della rivista
Fortune controllano quasi i due terzi dell'economia nazionale e gran
parte di quella internazionale, con tutto ciò che questo comporta.
In breve, c'è un conflitto tra il governo, che è il nemico, e gli
individui, che insieme vivono il Sogno americano: il sobrio lavoratore,
la moglie fedele (ormai forse anche lei con un lavoro), il dirigente
operoso che lavora sodo per il bene comune, il banchiere cordiale e
desideroso di prestare denaro a chi ne ha bisogno; insomma, un
modello di armonia in cui queste vite felici sono turbate solamente da
elementi «esterni» e «non americani», come i sindacalisti e altra
gentaglia simile. Questo è il quadro che è stato accuratamente
fabbricato dall'industria delle Pubbliche Relazioni, e che si è
notevolmente esteso dopo lo shock delle proteste popolari negli anni
Trenta, che hanno sbriciolato la convinzione che si fosse raggiunta la
fine della storia con la creazione di una sorta di utopia dei padroni.
Questa idea è sopravvissuta, con alcune varianti, nella propaganda
commerciale, nell'industria dell'intrattenimento e in gran parte della
cultura popolare ed intellettuale.
In questo quadro generale il fatto che la stragrande maggioranza
della popolazione consideri il sistema economico intrinsecamente
iniquo va interpretato in questo modo: le persone sono arrabbiate con
i politici ricchi e vogliono che il governo le lasci in pace, di modo che
sia «la gente» ad avere «il potere» e non il nemico. La conclusione non
è del tutto sbagliata, vista l'offensiva propagandistica degli anni passati
che ha raggiunto livelli di cui difficilmente ci si rende conto.
E appare altresì sensata se accettiamo i suoi taciti presupposti: un
governo democratico che serve gli interessi popolari è impossibile
(sebbene i governi statali siano tollerabili, essendo più facilmente
controllabili dal potere privato); le persone vivono in armonia,
contrariamente alle idee sulla lotta di classe che appaiono naturali ad
Adam Smith e a molti dopo di lui, e che rappresentano una vera e
propria ossessione per la comunità economica americana, la quale si
distingue per la sua forte coscienza di classe e dedizione alla lotta di
classe, annunciata apertamente dai suoi leader.
Costoro hanno per molto tempo messo in guardia «dal pericolo che
gli industriali si trovano a fronteggiare», il pericolo rappresentato dal
«nuovo potere politico delle masse», insistendo sulla necessità di
condurre e di vincere «l'eterna battaglia per la conquista delle menti
degli uomini» nonché di «inculcare nei cittadini la storia dal punto di
vista del capitalismo» finché «non saranno in grado di riprodurla con
straordinaria fedeltà», e così via in un flusso impressionante,
accompagnato da iniziative ancora più impressionanti, sicuramente
uno dei temi centrali della storia moderna.12
La sorpresa e le preoccupazioni destate dal richiamo alle divisioni
di classe da parte di un demagogo travestito da populista in occasione
delle primarie del 1996, quando gli ultimi argini sono crollati, non
hanno fatto che confermare la bravura dei guerrieri che combattono
quell'eterna battaglia.
Pat Buchanan «ha aperto un secondo fronte» nella «lotta di
classe», scrive il commentatore del New York Times Jason DeParle.
Prima di allora, gli insoddisfatti esprimevano la rabbia e la
frustrazione prendendo di mira «le famiglie che godono di programmi
assistenziali, gli immigrati e i beneficiari della discriminazione
positiva». Ora invece avevano scoperto i capi, i manager, gli
investitori, gli speculatori e persino la lotta di classe, tutti elementi
della nostra società armoniosa che in qualche modo prima erano
sfuggiti.13
Chi aveva prestato attenzione a ciò che accadeva in tutto l'arco
politico avrebbe potuto scoprirlo qualche anno prima; per esempio nel
1978, quando il presidente della United Auto Workers, Doug Fraser,
condannò i dirigenti per aver «scelto di condurre una lotta di classe
nel paese, una guerra contro i lavoratori, i disoccupati, i poveri, le
minoranze, i giovani e i vecchi, e perfino contro molti di coloro che
appartengono alla classe media» e aver «distrutto e gettato via il
fragile contratto non scritto che esisteva precedentemente, in un
periodo di crescita e di progresso».14 O vent'anni prima, quando
ancora esisteva su vasta scala una stampa sindacale, che cercava -
nelle sue stesse parole - di combattere l'offensiva delle aziende (che
volevano «vendere al popolo americano le virtù del grande capitale») e
di fornire «antidoti contro i peggiori veleni della stampa prezzolata»,
ovvero i media commerciali, che hanno il compito di «attaccare il
sindacato a ogni occasione facendo ben attenzione invece a glissare sui
peccati dei banchieri e dei magnati dell'industria che di fatto
controllano la nazione».15 E forse ancora prima, fino a risalire ai
tempi della rivoluzione industriale.
Può essere che stiamo entrando in una nuova «èra della colpa»,
avvertiva Meg Greenfield su Newsweek, con il «passaggio da un
malcontento e conflitti organizzati all'elaborazione del tema della lotta
di classe economica {...}». C'è una crescente «ostilità nei confronti
degli alti papaveri: i dirigenti aziendali, i manager di alto livello, i
banchieri d'investimento, le persone influenti e gli affaristi nel nuovo
universo economico che sta emergendo», un universo in cui «stanno
accadendo molte cose {...} che solo gli esperti possono capire».
Quelli che invece non possono capire ciò che sta accadendo stanno
cercando «un nuovo pezzo grosso», qualcuno a cui addossare la colpa
delle loro disgrazie. Cosa deprecabile ma comprensibile, spiega la
Greenfield: le persone fuorviate cercano sempre «forze maligne {...}
per spiegare i loro fallimenti e le loro miserie», un tempo «i cattolici,
gli ebrei o gli immigrati» adesso «le persone influenti e gli affaristi»
che ci stanno traghettando verso un nuovo mondo. «Finora la maggior
parte degli americani tendeva ad incolpare il governo forte {Big
Government} per i propri problemi economici», aggiunge
l'editorialista di Business Week, «ma ora il loro risentimento si sta
spostando verso il grande capitale {Big business}. Alcuni sono arrivati
perfino a mettere in discussione «il ruolo delle grandi imprese nella
società». «Solo gli stolti possono ignorare questi segnali» e le
multinazionali devono considerare «la possibilità di essere membri più
responsabili della società» se intendono insidiare la «sinistra
rediviva». «La principale ragione per cui i mercati finanziari e
obbligazionari hanno goduto di una tale impetuosa crescita negli
ultimi quindici anni è stato il palese assoggettamento del sindacato da
parte del capitale», scrive John Liscio su Barrons, tuttavia non
possono essere ignorate una «campagna sempre più aggressiva» da
parte dei lavoratori «per garantire il cosiddetto "salario minimo"» e
alcuni successi in questa «improvvisa spinta popolare per assicurarsi
un pezzo di torta più grande».16
Ancora maggiori sono stati il turbamento e l'angoscia alla scoperta
che l'opinione pubblica riteneva che i padroni dell'economia non
stessero adempiendo alle loro responsabilità nei confronti dei
lavoratori e della comunità, con una proporzione di quasi 20 a 1. La
reazione merita la nostra attenzione.
Occorre prestare molta attenzione alla gamma di opzioni ammesse
nel discorso pubblico ora che l'armonia del passato è stata infranta da
un'opinione pubblica fuorviata e confusa e dai politici cinici. A un
estremo di questo spettro allargato del dibattito sulla responsabilità si
pensa che coloro che guidano l'economia privata dovrebbero cercare il
profitto in maniera spietata, mentre all'altro estremo si ritiene che
costoro debbano essere autocrati più benevoli.
Mancano dallo spettro altre opzioni possibili, come ad esempio le
idee di Thomas Jefferson, il quale metteva in guardia dalla nascita di
un «unico e splendido governo di un'aristocrazia, fondato sulle
istituzioni bancarie e sulle imprese ricche», che avrebbe consentito a
pochi di «opprimere e dominare il contadino depredato e i piccoli
proprietari terrieri decaduti», distruggendo la democrazia e
restaurando una forma di assolutismo qualora avessero avuto mano
libera, come è avvenuto poi in séguito, e ben al di là dei peggiori incubi
di Jefferson. Oppure, Alexis de Tocqueville, il quale, condividendo
l'opinione di Jefferson e di Adam Smith, considerava l'uguaglianza
delle condizioni un elemento fondamentale di una società giusta e
libera. Egli segnalò il pericolo di una «permanente disuguaglianza
delle condizioni» e di una fine della democrazia se «l'aristocrazia
produttiva che sta crescendo sotto i nostri occhi» negli Stati Uniti, «tra
le più spietate che siano mai esistite», avesse varcato i confini del
paese. O ancora il massimo filosofo sociale americano del XX secolo,
John Dewey, il quale sostiene che non si può parlare seriamente di
democrazia in un regime di potere privato. «Il potere oggi risiede nel
controllo dei mezzi di produzione, negli scambi, nella pubblicità, nei
trasporti e nelle comunicazioni» scrive. «Chiunque li possieda
controlla la vita del paese», e la politica non è altro che «l'ombra
proiettata sulla società dai grandi interessi economici», mentre il
paese è governato da «un'economia volta al profitto privato attraverso
il controllo privato del settore bancario, della terra, dell'industria,
rafforzato dal dominio della stampa e di altri mezzi di pubblicità e di
propaganda». Per rimediare a questo fondamentale abuso della libertà
e della democrazia, i lavoratori devono essere «padroni del proprio
destino industriale», non meri strumenti dei datori di lavoro; un'idea,
questa, che risale alle origini del liberalismo classico. Finché
l'industria non passerà «da un ordine feudale a un ordine
socialdemocratico» basato sul controllo esercitato dai lavoratori
possono anche esistere forme di democrazia, ma la loro sostanza sarà
limitata.17
Idee del genere erano diffuse altresì sulla stampa operaia fin dagli
albori dello sviluppo industriale negli Stati Uniti, allorché artigiani,
operaie ed altri lavoratori diedero voce alla loro battaglia contro «il
Nuovo Spirito del Tempo: arricchirsi, curandosi solo di se stessi».
Stavano lottando per difendere la loro dignità, la libertà e la cultura
che erano minacciate da una «spietata aristocrazia industriale». Non
chiesero all'aristocrazia di essere più benevola nei loro confronti, ma
semplicemente la dichiararono illegittima, negandole così il diritto
stesso di essere spietata o benevola. Le negavano il diritto di decidere
come dovessero andare le cose nel mondo economico, sociale e
politico. Essi sostenevano, come avrebbe detto Dewey tanti anni dopo,
che «coloro che lavorano nei mulini dovrebbero possederli», in modo
che possa configurarsi un'autentica democrazia.18
Tutto questo è «tipicamente americano come la torta di mele»,
senza il beneficio del dubbio avanzato dagli intellettuali radicali, e
rappresenta una parte importante dell'autentica storia degli Stati
Uniti. Eppure tutto questo manca, persino se si allarga lo spettro fino a
prendere in considerazione l'idea che le 500 imprese di Fortune
agiscano in maniera più benevola nei confronti dei loro soggetti, o
forse dovrebbe essere «convinte» con speciali benefìci fiscali a limitare
«l'avidità delle aziende», come suggeriscono i più impavidi.
Al di là della sua intrinseca condizione di illegittimità, l'autocrazia
benevola pone dei problemi pratici. Coloro che dettano le regole del
gioco possono sempre cambiarle, diventando spietati quando più
aggrada loro. Esiste un'illuminante storia di «capitalismo sociale»
avviato dai padroni per allontanare la minaccia della democrazia, poi
scomparso, quando ormai non era più conveniente o non era più
avvertito come necessario, come è accaduto ai nostri giorni. Questi
insegnamenti dovrebbero essere evidenti oggi quanto lo erano
centocinquant'anni fa per gli operai del Massachusetts orientale.
Ma torniamo alle primarie, e analizziamo nel dettaglio cosa è
mancato.
Un elemento mancante è stato il senatore Phil Gramm, la cui
campagna elettorale «abbondantemente finanziata» è stata la prima a
finire, come scrive l'analista politico James Perry nel Wall Street
Journal.19 La scomparsa di Gramm è particolarmente degna di nota,
sostiene Perry, perché egli è stato «il solo portabandiera
presidenziale» dei «conservatori» la cui «storica presa del potere» nel
1994 si pensò potesse ridisegnare il panorama politico per un lungo
periodo, rovesciando l'odiato contratto sociale e ripristinando la
gloriosa epoca dei felici anni Novanta e dei ruggenti anni Venti,
quando il «chiaro assoggettamento del lavoro da parte del capitale»
era stato decretato una volta per tutte, così almeno sembrava, con
metodi che non potevano «portare a nulla che somigliasse neanche
lontanamente a una democrazia», come osserva Thomas Ferguson.20
Il crollo dei repubblicani del Congresso è la «crudele ironia» della
campagna, prosegue Perry. Fa bene Perry a sottolineare questi
elementi, ma non avrebbero dovuto sorprendere nessuno, poiché i
sondaggi avevano mostrato costantemente che i cittadini non
gradivano i programmi del repubblicano Gingrich.
Pochi giorni dopo, l'analista politico del Wall Street Journal Albert
Hunt osservava che «a malapena si era fatto cenno a Newt Gingrich o
al Contratto con l'America» o ad altri temi favoriti della «Beltway21
economica conservatrice» nella campagna per le primarie nel New
Hampshire.22
Verissimo, e tuttavia nemmeno questo dovrebbe sorprendere.
Nel novembre del 1994 erano pochi gli elettori ad aver sentito
parlare del Contratto, e quando furono informati delle sue
caratteristiche una consistente maggioranza si espresse a sfavore. Non
sorprende dunque che, quando i politici hanno dovuto affrontare
l'opinione pubblica, abbiano cancellato questa patata bollente dalla
loro agenda; o meglio, hanno evitato di menzionarla. Non si tratta di
una crudele ironia, ma di semplice realismo, come lo è il fatto che
l'agenda viene portata avanti come se niente fosse, senza tener conto
delle preferenze dell'opinione pubblica - almeno fino a quando la
«grande bestia», come Alexander Hamilton chiama il «popolo» tanto
ammirato dai democratici, può essere domata e addomesticata.23
Forse l'esempio più interessante di quello che è mancato alle
primarie è rappresentato dai temi del debito pubblico e del deficit.
«Nessuno parla più del pareggio del bilancio», scrive Perry, sebbene
solo qualche settimana prima fosse quello il problema per eccellenza,
costringendo più volte il governo alla paralisi, mentre i due partiti si
davano battaglia per decidere se l'obiettivo poteva essere centrato in
sette anni o se occorreva più tempo. Tutti concordavano con il
presidente, che aveva annunciato: «Su un punto bisogna essere chiari:
ovviamente è necessario raggiungere il pareggio di bilancio».24 Ma
l'argomento è scomparso non appena non è stato più possibile
ignorare del tutto l'opinione dei cittadini. O, per dirla secondo la
formula del Wall Street Journal, gli elettori «si sono liberati
dell'"ossessione" del pareggio di bilancio», ovvero, una volta informati
delle conseguenze, hanno abbandonato la loro opposizione a un
pareggio di bilancio con un ampio margine, come tutti i sondaggi
mostravano.25
Per essere precisi, parte dell'opinione pubblica condivideva
l'«ossessione» di entrambi i partiti politici per il pareggio di bilancio.
Nell'agosto del 1995 il deficit è stato indicato come il principale
problema del paese dal 5% della popolazione, insieme alla questione
dei senzatetto.26 Solo che si è scoperto che quel 5 % assillato dal
bilancio comprendeva anche persone che contavano molto. «Il mondo
economico americano si è espresso: bisogna raggiungere il pareggio
del bilancio federale», annunciava in quei giorni il Business Week,
facendo riferimento agli esiti di un sondaggio condotto tra i dirigenti
aziendali.27 E quando il mondo economico si esprime, altrettanto
fanno la classe politica e i media, i quali informarono i cittadini che
«gli americani sono a favore del pareggio di bilancio», precisando che i
necessari , tagli alla spesa sociale obbedivano alla volontà dei cittadini
(ma in realtà tralasciarono completamente la loro sostanziale
opposizione per tutto il periodo elettorale e anche dopo, come i
sondaggi avevano mostrato).28
Non c'è da meravigliarsi che questo tema sia improvvisamente
scomparso dal dibattito politico non appena i politici si sono ritrovati
ad affrontare la «grande bestia», e neanche che questo programma
continui a essere portato avanti alla solita maniera ambigua: tagli
impopolari alla spesa sociale uniti all'aumento del bilancio militare, a
cui è favorevole solo un americano su sei, ma che è fortemente voluto
dal mondo economico. Le ragioni sono facilmente comprensibili,
soprattutto se si ricorda il ruolo che il Pentagono svolge nel paese:
trasferire denaro pubblico ai settori più avanzati dell'industria, in
modo che i ricchi sostenitori di Gingrich, per esempio, possano
ricevere più aiuti governativi rispetto a qualunque altro settore del
paese a eccezione del sistema federale stesso, così da essere protetti
dal rigore del mercato mentre, al contempo, i loro leader puntano il
dito contro lo Stato assistenzialista ed esaltano i valori imprenditoriali
e l'inflessibile individualismo.
Quello che è accaduto a partire dal novembre del 1994
è che i fautori del libero mercato di Gingrich continuano a portare
avanti il Contratto con l'America, come chiedevano i sondaggi. Si è
capito fin da subito che non era vero, e l'inganno ormai è stato in parte
ammesso. Durante una conferenza stampa, Frank Luntz, il
sondaggista dei repubblicani di Gingrich, ha spiegato che, dichiarando
dinnanzi ai giornalisti che la maggioranza degli americani era
favorevole ai dieci punti del Contratto, intendeva dire che alla gente
piacevano gli slogan usati per pubblicizzarlo. Per citare un solo
esempio, dall'analisi dei focus group era emerso che l'opinione
pubblica era contraria allo smantellamento del sistema sanitario, ma
voleva «preservarlo, tutelarlo e potenziarlo per le future generazioni».
Dunque, lo smantellamento del sistema sanitario viene spacciato per
«un modo di preservare e tutelare l'assistenza sanitaria per gli anziani
e per spianare la strada ai baby boomers» (Gingrich). I repubblicani
vogliono «preservare e tutelare» il sistema sanitario, ha aggiunto
Robert Dole.29
Tutto ciò è assolutamente naturale in una società dominata in
misura inconsueta dal mondo degli affari, che destina al marketing
cifre enormi - mille miliardi di dollari all'anno, un sesto del prodotto
interno lordo del 1992, stando a un recente studio -, in gran parte
deducibili dalle tasse, di modo che la gente paga il privilegio di essere
assoggettata alla manipolazione delle proprie opinioni e dei propri
comportamenti.30
Questi sono solo alcuni dei numerosi stratagemmi ideati per
generare desideri artificiali, per orientare i comportamenti e
controllare l'opinione pubblica.
Un manuale dell'industria delle Pubbliche Relazioni scritto da una
delle figure più importanti del settore, Edward Bernays, si apre con
questa osservazione: «La manipolazione consapevole ed intelligente
delle opinioni e delle abitudini delle masse svolge un ruolo importante
in una società democratica». «È altresì evidente che le minoranze
intelligenti devono, in maniera costante e sistematica, fare uso della
propaganda» perché solo loro, quella «infima parte» della
popolazione, sono «capaci di comprendere i processi mentali e i
modelli sociali delle masse», e sono quindi in grado di «tirare le fila,
controllando l'opinione pubblica».
Nel suo impegno per «la concorrenza aperta» che «fa sì che questo
sistema funzioni nel modo migliore», la nostra «società lascia alla
classe dirigente ed alla propaganda il compito di organizzare la libera
competizione», un «meccanismo di controllo dell'opinione pubblica»,
e consente alle minoranze intelligenti «di plasmare l'opinione delle
masse per convincerle a orientare nella direzione voluta la forza che
hanno da poco acquisito» e dunque «inquadrare l'opinione pubblica,
così come un esercito inquadra i suoi soldati».31 Questo processo di
«costruzione del consenso» è la «vera essenza della democrazia»,
avrebbe scritto Bernays vent'anni dopo, poco prima di essere celebrato
per i suoi contributi dall'American Psychological Association nel 1949.
Bernays, da buon liberal rooseveltiano, aveva affinato le sue
capacità al Comitato per la Pubblica Informazione voluto da Woodrow
Wilson (Creel Commission), la prima agenzia di propaganda di Stato.
«Certamente l'incredibile successo registrato durante la guerra ha
rivelato a una minoranza di persone intelligenti la possibilità che la
propaganda offre per mobilitare l'opinione pubblica a favore di una
qualsiasi causa», spiega Bernays nel suo manuale. Il Comitato era la
componente ufficiale della campagna in cui gli intellettuali si
impegnavano a fungere da «interpreti fedeli e servizievoli di quella che
pare una delle più grandi imprese mai tentate da un presidente
americano» (New Republic): la decisione di Wilson di prendere parte
alla guerra europea dopo una campagna basata sullo slogan della pace
senza vittoria. Il loro obiettivo, come avrebbero confessato in séguito,
era «imporre la loro volontà su una maggioranza refrattaria e
indifferente» tramite abili montature propagandistiche sulle atrocità
compiute dai crucchi e altri stratagemmi simili, e servendo
inconsapevolmente anche il ministero dell'Informazione inglese, il
quale segretamente aveva di mira il «controllo delle menti della gran
parte della popolazione mondiale».
Tutto questo non è altro che la buona dottrina wilsoniana.
L'idea di Wilson era che occorresse un'élite di signori con «ideali
elevati» per mantenere «la stabilità e l'ordine».32
È la minoranza intelligente di «uomini responsabili» che deve
controllare il processo decisionale, spiegava in quegli stessi anni un
altro veterano della Creel Commission, Walter Lippmann, in un suo
autorevole saggio sulla democrazia.
Questa «classe specializzata» di «personaggi pubblici» è
responsabile della «formazione di un'opinione pubblica sana», nonché
del compito di indicare la linea politica, e deve tenere a bada gli
«intrusi ignoranti e ficcanaso», incapaci di trattare «la sostanza del
problema». L'opinione pubblica «deve essere messa al suo posto», e
cioè la sua «funzione» in una democrazia deve essere quella di
«spettatore dell'azione», non di partecipante, agendo «come mero
sostenitore di chi è in grado di operare in maniera esecutiva»
attraverso l'esercizio periodico del diritto elettorale.
Alla voce «propaganda» dell'Enciclopedia delle Scienze Sociali,
Harold Lasswell, uno dei fondatori della moderna scienza politica,
avverte che i pochi individui intelligenti devono riconoscere
«l'ignoranza e la stupidità {delle} {...} masse» e non soccombere ai
«dogmatismi democratici secondo cui gli uomini sono i migliori
giudici dei propri interessi».
Le masse devono essere controllate per il loro bene; e nelle società
più democratiche, in cui i dirigenti sociali mancano della forza
necessaria, occorre orientarsi verso «una tecnica completamente
nuova di controllo», perlopiù attraverso la propaganda.
Vi è, ovviamente, un presupposto occulto: la «minoranza
intelligente» deve essere abbastanza intelligente da comprendere dove
si trova il potere reale, diversamente da ciò che fece, per esempio,
Eugene Debs, il quale marcì in prigione perché non seppe riconoscere
la nobiltà dell'impresa di Wilson. Qualche anno prima Debs era stato
definito «nemico dell'umanità» dal New York Times, il quale chiese
«che si ponesse fine al disordine che i suoi cattivi insegnamenti
avevano generato», come infatti accadde, in quella che lo storico David
Montgomery definisce l'«America più antidemocratica» che sia mai
stata «creata sulle proteste dei suoi lavoratori».33
Temi del genere riecheggiano ai nostri giorni per esempio nelle
parole del professore di Scienza del governo di Harvard che, all'alba
dell'èra reaganiana, spiegò che «potrebbe essere necessario presentare
{un intervento o un altro tipo di azione militare} in modo tale da
creare l'impressione, fallace, che si sta combattendo contro l'Unione
Sovietica. È quello che gli Stati Uniti fanno sin dai tempi della dottrina
Truman».34 Non è solo il ricorso alla violenza che deve essere
«spacciato» in un certo modo a un'opinione pubblica riottosa. La
«funzione» di quest'ultima deve espandersi fino ad assumersi i costi e
i rischi della «libera impresa». Questa responsabilità dei cittadini
assunse una forma completamente diversa dopo la Seconda guerra
mondiale, quando il mondo dell'economia riconobbe che l'industria
avanzata «non poteva esistere in modo soddisfacente in una pura
economia di «libera impresa» basata sulla competizione e non
sovvenzionata», e che «il governo rappresenta il suo unico salvatore»
(Fortune, Business Week). I vertici del mondo imprenditoriale
capirono che le sovvenzioni necessarie all'economia potevano
assumere anche altre forme, tuttavia il sistema che funzionava
attraverso la copertura del Pentagono offriva molti vantaggi rispetto
alla spesa sociale con i suoi indesiderati effetti redistributivi e di
democratizzazione; e non ci voleva una grande immaginazione per
capire che l'opinione pubblica poteva essere controllata «creando
impressioni fallaci» sulla Guerra fredda. Per chiarire il concetto, il
responsabile dell'aeronautica militare dell'amministrazione Truman
consigliava di utilizzare la parola «sicurezza» al posto di
«sovvenzioni», qualora fosse stato necessario convincere gli «intrusi
ignoranti e ficcanaso» a consentire al «salvatore» di socializzare i costi
e i rischi. In realtà non c'è settore dinamico dell'economia industriale
avanzata che non si sia basato su tali misure.35
Questo insegnamento fu colto anche dai reaganiani, i quali
superarono i livelli protezionistici del dopoguerra ed estesero in
maniera massiccia le sovvenzioni statali per l'industria avanzata, alla
maniera tipica del dopoguerra. E oggi tali insegnamenti sono stati
sicuramente recepiti dalla Héritage Foundation, da Gingrich e da altri,
i quali da un lato vanno decantando i pregi delle regole del mercato ai
bambini di sette anni, dall'altro incrementano il bilancio del
Pentagono ben oltre i livelli raggiunti durante la Guerra fredda, non
più a causa del pericolo rosso ma in vista del nuovo pericolo emerso
allorché l'ex nemico è diventato un alleato subalterno, contribuendo
perfino alla produzione di armi statunitensi. Il budget del Pentagono
deve rimanere alto a causa «del grado di sviluppo tecnologico sempre
maggiore dei conflitti del Terzo Mondo», come ha detto Bush parlando
al Congresso pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino,
aggiungendo che sarebbe stato anche necessario rafforzare «la base
industriale della difesa» con incentivi «per investire in nuovi impianti
e attrezzature, oltre che in ricerca e sviluppo».
E infatti poco dopo l'amministrazione incrementò
considerevolmente il flusso di armi statunitensi verso il Terzo Mondo,
aggravando così la minaccia che era emersa giusto in tempo per
sostituire la «monolitica e spietata cospirazione» di John F. Kennedy.
Con l'amministrazione Clinton si è fatto un ulteriore passo avanti,
sancendo per la prima volta, come riportarono i giornali, che la linea
politica doveva «tener conto dello stato di salute dei produttori di armi
statunitensi e della configurazione dell'economia nazionale nelle
decisioni sull'approvazione della vendita delle armi all'estero»; un
passo naturale, ora che il pretesto sovietico era venuto meno e
diventava necessario affrontare la realtà in maniera più onesta.
Alla vendita delle armi ai paesi non democratici - una componente
fondamentale, anche nell'accezione più generosa di «democrazia» - si
è opposto il 96% della popolazione.
La spesa militare viene spesso dipinta come «politiche per il
lavoro», ma l'opinione pubblica sembra poco convinta, o forse non è
del tutto ignara del fatto che il termine lavoro significa ormai profitto
nelle «nuove tecniche di controllo dell'opinione pubblica».36
La salvaguardia della «stabilità e dell'ordine» si è rivelata un
problema non meno serio all'estero. Prendiamo il caso del Brasile,
considerato fin dall'inizio di questo secolo il potenziale, il «Colosso del
Sud»: gli Stati Uniti nel 1945 hanno preso il controllo del paese per
trasformarlo in «un banco di prova per testare nuovi metodi scientifici
di sviluppo industriale», in un momento in cui Washington «si
assumeva, per mero tornaconto, la responsabilità di garantire il
benessere dell'intero sistema capitalistico mondiale».37 Nel 1960, in
occasione di una visita nel paese, il presidente Eisenhower assicurò ai
brasiliani che «il nostro sistema incentrato sull'impresa privata ha una
forte coscienza sociale ed è fonte di benefìci per tutti, proprietari e
lavoratori {...}. I lavoratori brasiliani, grazie alla libertà di cui godono,
stanno felicemente dimostrando la bellezza di vivere in un sistema
democratico». Gli Stati Uniti avevano abbattuto «il vecchio ordine
presente in Sudamerica», aggiungeva l'ambasciatore John Cabot
Moors qualche mese più tardi parlando a Rio de Janeiro,
introducendovi «idee rivoluzionarie come l'istruzione obbligatoria,
l'uguaglianza davanti alla legge, una società relativamente priva di
classi, un sistema di governo democratico responsabile, imprese libere
e concorrenziali, {e} un ottimo standard di vita per le masse».
Ma i brasiliani non sembrarono molto felici della loro nuova
condizione, e reagirono duramente alle buone notizie portate dai loro
tutori del Nord. Le élite latinoamericane sono «come bambini»,
commentò il segretario di Stato John Foster Dulles al Consiglio per la
Sicurezza Nazionale, «prive praticamente di qualsiasi capacità di
autogovernarsi». Ma, cosa peggiore, gli Stati Uniti «sono
notevolmente più indietro rispetto ai sovietici quanto a capacità di
controllare le menti e i cuori dei popoli più semplici».38 Una
settimana dopo Dulles ribadì la sua inquietudine per la capacità dei
«comunisti di controllare i movimenti di massa {...} cosa che noi non
siamo in grado di replicare». «Attraggono i poveri e il loro obiettivo è
sempre stato depredare i ricchi».39
Subito dopo, Washington dovette attuare misure drastiche per
mantenere la stabilità e l'ordine.
Gli uomini responsabili che cercano di portare la democrazia ai
bambini del mondo hanno davanti a sé un compito non facile, e
pertanto non sorprende che «il desiderio di Washington di
promuovere la democrazia» sia stato in genere inefficace e spesso
confinato alla retorica (è quello che pensa Thomas Carothers sulla
crociata di Washington per la democrazia sotto Reagan, che egli
considera «sincera», anche se in larga parte fallimentare). I «progetti
di promozione della democrazia» dell'amministrazione Reagan (che
Carothers osserva da «interno», avendo lavorato nell'ufficio del
consigliere legale del Dipartimento di Stato dal 1985 al 1988)
cercarono di mantenere «l'ordine di fondo in quelle che, almeno
storicamente, erano società molto poco democratiche» e di evitare
«cambiamenti populisti» che rischiavano di «stravolgere l'ordine
economico e politico stabilito e di deviare verso la sinistra». Gli Stati
Uniti continuarono ad «adottare politiche per favorire la democrazia
come mezzo per allentare le spinte per un cambiamento più radicale»
sebbene «il capitalismo sociale» e le riforme democratiche venissero
accettate con riluttanza nel paese - «ma inevitabilmente cercavano
solo forme di cambiamento democratico limitate e calate dall'alto che
non rischiavano di stravolgere le tradizionali strutture di potere con le
quali gli Stati Uniti erano da lunga data alleati». La parola
«inevitabile» è molto forte, ma quelle politiche sono naturali, scontate,
tipiche e coerenti con le concezioni dominanti della democrazia. Non
sorprende dunque che il progresso verso la democrazia fosse stato
associato negativamente all'influenza degli Stati Uniti, come evidenzia
Carothers.40
Problemi analoghi sono sorti con le istituzioni internazionali.
Nei suoi primi anni di vita l'Organizzazione delle Nazioni Unite era
uno strumento affidabile della politica estera degli Stati Uniti, ed era
molto apprezzata. Ma la decolonizzazione determinò quella che finì
per essere chiamata «la tirannia della maggioranza», e a partire dagli
anni Sessanta gli Stati Uniti si trovarono a dover esercitare, più di ogni
altro paese, il diritto di veto sulle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza
(seguiti dalla Gran Bretagna e, a distanza, dalla Francia), e votarono
da soli, o appoggiati da pochi stati vassalli, contro le risoluzioni
dell'Assemblea generale. Così l'ONU cadde in disgrazia: destava
sconcerto il fatto che l'organizzazione si opponesse agli Stati Uniti (e
non il contrario), con Washington che non poteva più contare su una
«maggioranza automatica» (secondo le parole del corrispondente del
New York Times Richard Bernstein che attribuiva il deterioramento
delle norme internazionali «alla struttura stessa e alla cultura politica»
delle Nazioni Unite ed alla mancanza di capacità diplomatiche degli
americani).41
Negli anni Ottanta gli Stati Uniti per ragioni analoghe furono
costretti a revocare il consenso alla giurisdizione obbligatoria della
Corte internazionale. Il consigliere legale del Dipartimento di Stato,
Abraham Sofaer, spiegò che all'epoca in cui gli Stati Uniti avevano
accettato la giurisdizione della Corte internazionale quasi tutti i
membri dell'ONU «erano allineati con gli Stati Uniti e ne
condividevano le posizioni sull'ordine mondiale». Ma le cose erano
ormai cambiate e adesso «la gran parte dei paesi membri non
condivide più la nostra visione dello spirito originario della Carta delle
Nazioni Unite» e «questa stessa maggioranza spesso si oppone agli
USA su importanti questioni internazionali». Dobbiamo quindi
«riservarci il potere di decidere se la Corte ha giurisdizione su di noi
per ogni singolo caso», secondo lo spirito della «riserva Connally» del
1946 che «prevede che gli Stati Uniti non accettino la giurisdizione
obbligatoria su nessuna controversia che riguardi materie che
rientrano sostanzialmente nella giurisdizione interna degli Stati Uniti,
così come da loro determinato» - in questo caso, il problema erano gli
interventi degli USA contro il Nicaragua, in séguito condannati dalla
Corte come «uso illegale della forza».42
Un caso interno analogo viene segnalato dal presidente
dell'Associazione nazionale avvocati penalisti, Robert Fogelnest.
Nell'àmbito di un dibattito su un'iniziativa della California per
legittimare un verdetto non unanime della giuria, Fogelnest cita i
rappresentanti dell'Associazione procuratori distrettuali della
California, i quali «hanno denunciato un presunto aumento di casi in
cui "manca il consenso sociale" e chiamando in causa delle "differenze
nella comunità"» per giustificare tale misura. Ciò che è cambiato,
suggerisce Fogelnest, «è che le donne, le persone di colore, gli
immigrati, gli omosessuali, i dissidenti politici e persino gli avvocati
adesso siedono con orgoglio in giurie in cui prima non sarebbero mai
stati accolti».43 In questa analisi il ragionamento è molto simile a
quello sulle istituzioni internazionali e sulle minacce alla «tradizionale
struttura di potere» in generale: se non sono funzionali al
mantenimento della «stabilità e dell'ordine» le pratiche democratiche
devono piegarsi.
In patria come all'estero, anche tutto questo è «americano come la
torta di mele». Il punto fondamentale fu chiarito in modo convincente
dal sociologo Franklin Henry Giddings quando gli Stati Uniti
liberarono le Filippine a cavallo del secolo, liberando altresì diverse
centinaia di migliaia di anime dalle sofferenze della vita e dalla fatica
del lavoro o, come si espresse la stampa, «massacrando la popolazione
indigena alla maniera inglese» di modo che «le incaute creature» che
osano opporsi a noi almeno «rispettino le nostre armi» e in un
secondo momento arriveranno a capire che noi vogliamo la loro
«libertà» e la loro «felicità», quanto meno quelli che sopravvivranno
«alla strage di massa» che ci costringono a perpetrare.
Per spiegare tutto questo in termini civili, Giddings ideò il concetto
di «consenso senza consenso»: «se negli anni a venire, {il popolo
conquistato} scoprirà e ammetterà che il nostro discusso intervento è
condotto in nome dei più nobili interessi, si potrà ragionevolmente
affermare che l'autorità è stata imposta con il consenso dei governati»,
un po' come quando un genitore impedisce al figlio di mettersi a
correre in mezzo al traffico.44
Una versione di questo utile concetto è stata adottata anche dai
tribunali. Negando il ricorso di alcuni lavoratori che avevano perso il
posto in séguito alla delocalizzazione degli stabilimenti dell'Ohio in
paesi con manodopera a basso costo, la sesta sezione della Corte
d'Appello ha dichiarato che «gli Stati e le contee degli Stati Uniti sono
in competizione tra di loro per accaparrarsi le aziende che prevedono
di rilocalizzare», e nemmeno il diritto del lavoro «scoraggia tali
rilocalizzazioni» né può impedire la chiusura degli stabilimenti
sindacalizzati in favore di uno «stabilimento non sindacalizzato in un
altro paese» come «contemplato» dal NAFTA. Inoltre, il Congresso e i
tribunali hanno emesso un verdetto sociale che, a torto o a ragione,
afferma che il nostro sistema capitalistico, per quanto darwiniano, non
scoraggerà le aziende dal decidere dove spostare i propri stabilimenti
in funzione di fattori strettamente legati alla valutazione dell'efficienza
e della competitività.
Regnano le leggi del mercato. Riflettendo così gli interessi
commerciali, le istituzioni governative sono funzionali - in base
all'attuale teoria economica e giuridica - ai principali interessi a lungo
termine della società nel suo complesso.
Questa è la politica sociale di fondo che il paese ha scelto di
seguire.45
Il paese non «ha scelto di seguire» un simile corso, a meno di non
appellarsi al «consenso senza consenso». E non è affatto vero che
«regnano le leggi del mercato» o che il sistema sia darwiniano (nel
senso di un «darwinismo sociale» che ha poco a che vedere con la
biologia), eccezion fatta per i lavoratori, i poveri e i più deboli, che
sono di fatto assoggettati alle politiche sociali stabilite dal Congresso e
dai tribunali, i quali agiscono all'«ombra» di Dewey, e che potrebbero
avere qualche dubbio sul fatto che la «teoria giuridica ed economica»
sia storicamente funzionale ai «principali interessi a lungo termine
della società nel suo complesso».
Con un'adeguata comprensione del concetto di «consenso»,
dunque, potremmo concludere che l'attuazione dell'agenda
economica, al di là delle obiezioni mosse dall'opinione pubblica,
avviene attraverso il «consenso dei governati», una forma di
«consenso senza consenso». E allo stesso modo «la società ha
acconsentito» a concedere «alla classe dirigente ed alla propaganda»
l'autorità di «plasmare la mente delle masse», di modo che queste
ultime compiranno i propri doveri nella nostra libera società, così
come fanno i soldati in un esercito opportunamente disciplinato. È il
compito arduo e impegnativo degli uomini responsabili offrire
un'appropriata versione di tutto questo ai «intrusi ignoranti e
ficcanaso», in particolare quando la gente è chiamata a svolgere
periodicamente il proprio compito di «schierarsi a sostegno» degli uni
o degli altri di coloro che sanno qual è «l'interesse superiore». E
questo all'interno del sistema politico, non certo nella gestione
dell'economia, che deve restare saldamente in mano ad apparati di
potere di fatto occulti.
Vi è sempre stato uno scarto tra preferenze dell'opinione pubblica e
politiche pubbliche. Negli ultimi anni tale scarto è diventato
considerevole, giacché i cambiamenti intercorsi nell'economia
internazionale hanno reso superflui i gesti dell'aristocrazia
benevolente nei confronti del «capitalismo sociale», o almeno così si è
pensato finché agli inizi del 1996 non si sono colti segnali infausti di
un «secondo fronte nella lotta di classe».
Il problema di ottenere il «consenso senza consenso» non si è
presentato per la prima volta in America, in epoca moderna.
Nel suo Dei princìpi primi del governo, David Hume concluse che
in ogni società «i governatori non hanno altro per sostenersi che
l'opinione. È perciò solamente sull'opinione che si fonda il governo; e
questa massima si estende ai governi più dispotici e militarizzati,
nonché a quelli più liberi e popolari». Tuttavia, come riconosciuto da
Lasswell e altri, questi ultimi governi richiedono misure più sofisticate
per esercitare il controllo delle menti delle persone, ivi compresi gesti
politici che formalmente si rifanno al principio del«consenso dei
governati». Secondo Francés Hutcheson, detto principio non viene
violato se chi governa impone un programma sensato che viene
respinto da gente «stupida» e «prevenuta», e ciò fintantoché vi sia
«ogni ragionevole presupposto per concludere che, dopo una breve
verifica, {il popolo} acconsentirà con entusiasmo»,46 sicché offrirà il
proprio «consenso senza consenso».
A ogni modo, la gente spesso è recalcitrante, dando così origine a
ripetute «crisi della democrazia». Il problema di limitare le minacce
per la democrazia era emerso un secolo prima di Hume e di
Hutcheson, durante la prima ondata democratica, allorché il volgo non
volle più essere governato dal re o dal parlamento, bensì da «contadini
come noi, che conoscono le nostre necessità», come spiegavano i loro
pamphlet, poiché «non vi sarà mai un mondo giusto finché sovrani e
gentiluomini ci daranno delle leggi che vengono scelte per paura, se
non per opprimerci, e che ignorano le ferite del popolo». Idee
analoghe si sono costantemente ripresentate nel corso della storia
moderna,47 affliggendo gli uomini responsabili così come è avvenuto
per «gli uomini dalle qualità migliori» nell'Inghilterra del XVIII
secolo, i quali erano pronti a concedere diritti al popolo, ci viene detto
da uno di loro, ma entro un margine ragionevole e sulla base del
principio che «quando parliamo di popolo, noi non intendiamo la
massa indistinta del popolo». Cento anni dopo, John Randolph
avrebbe ribadito il concetto usando quasi le stesse parole: «Quando
parlo del popolo, {...} è mia intenzione includervi unicamente la sua
parte razionale. Il volgo ignorante è inadatto a giudicare i metodi, così
come è incapace di tenere le redini del governo».48
Sebbene non sia l'unica, l'esperienza americana rappresenta
certamente il caso più interessante ed il più importante da esaminare
attentamente se desideriamo comprendere il mondo di oggi e di
domani. Una ragione risiede nel potere e nella supremazia degli Stati
Uniti. Un'altra nelle loro istituzioni democratiche stabili e di lunga
data. Inoltre, gli Stati Uniti sono il caso più prossimo a una tabula rasa
che si possa trovare. L'America può essere «ben felice», osservava
Thomas Paine nel 1776: «Ha un foglio bianco su cui scrivere». Le
comunità indigene erano state pressoché eliminate.
In base a parametri comparativi, inoltre, gli USA conservano uno
scarso residuo delle precedenti strutture europee o di una vera e
propria tradizione conservatrice, ragione questa - forse - della relativa
debolezza del contratto sociale e del sistema assistenziale che spesso
affondano le proprie radici nelle istituzioni precapitalistiche. Il suo
ordine socio-politico è stato concepito in maniera cosciente, cosa che
si può dire di ben pochi Stati. Lo studio della storia non consente
esperimenti, tuttavia gli Stati Uniti sono l'esempio più prossimo che si
possa rintracciare a un «caso ideale» di democrazia capitalistica
statale.
Si aggiunga che il loro principale artefice non era soltanto un
pensatore politico scaltro, ma anche estremamente lucido, le cui
opinioni sono risultate ampiamente determinanti e sono state oggetto
di una minuziosa attenzione da parte degli studiosi (con conclusioni
diverse).49 Pur ribadendo l'appello a «conservare il sacro fuoco della
libertà» da lui formulato nel Discorso di insediamento di George
Washington, James Madison diede altresì eco e nuova forma ai timori
che avevano ispirato il pensiero degli uomini responsabili nel corso
dell'epoca democratica moderna.
Nei dibattiti sulla Costituzione federale egli fece notare che «se
oggi, in Inghilterra, alle elezioni avessero accesso tutte le classi del
popolo, i possedimenti dei proprietari terrieri sarebbero a rischio. Ben
presto verrebbe emanata una legge agraria» che minaccerebbe il
diritto di proprietà. Per scongiurare una simile ingiustizia «il nostro
governo ha il dovere di proteggere gli interessi permanenti del paese
contro il cambiamento» predisponendo un sistema di voto, di controlli
e di equilibri per «proteggere la minoranza opulenta dalla
maggioranza».50
Nella «determinazione» di Madison «a difendere le minoranze
dalle violazioni dei loro diritti da parte della maggioranza» Lance
Banning osserva che «è assolutamente chiaro che egli fosse
preoccupato soprattutto per le minoranze dei possidenti presenti nel
popolo». Per questo motivo, Madison sosteneva che «il senato
dovrebbe essere l'espressione ed il rappresentante del benessere della
nazione», «delle menti più capaci», e che dovrebbero essere fissate
ulteriori restrizioni al governo democratico. Nel Piano della Virginia
proposto da Madison la Camera alta doveva «assicurare una
protezione continua ai diritti della minoranza e ad altri beni pubblici»,
commenta ancora Benning. In pratica, però, sono i diritti di una
minoranza specifica ad essere tutelati, e perfino considerati un «bene
pubblico»: minoranza opulenta possidente.
La dedizione di Madison al primato dei diritti di proprietà, che fu
istituito nel sistema costituzionale, risulta evidente perfino nelle
dichiarazioni addotte per dimostrare che egli «divergeva radicalmente
da alcuni presenti all'incontro» in quanto attribuiva al «diritto del
popolo a governare» la stessa importanza accordata alla «protezione
dei diritti di proprietà» (Banning). Per illustrare ciò, Banning rileva
come nel corso di tutta la sua vita Madison restò fedele alla propria
massima secondo cui «in un governo giusto e libero i diritti di
proprietà e degli individui devono essere difesi in modo efficace».
Questa dichiarazione è tuttavia fuorviante.
Non esistono «diritti di proprietà», ma solo diritti alla proprietà,
che sono diritti degli individui e che stanno insieme ad altri diritti
(diritto alla libertà di parola ecc.). Inoltre, il diritto alla proprietà
differisce dagli altri in quanto il possesso di una proprietà da parte di
un singolo priva un altro di quello stesso diritto. Dunque, il principio
madisoniano implica di fatto che un governo giusto e libero tuteli i
diritti delle persone in generale, ma debba fornire garanzie speciali e
ulteriori per i diritti di una singola classe di individui, coloro che
detengono delle proprietà, proteggendo così la minoranza opulenta
dalla maggioranza.
La minaccia alla democrazia assunse proporzioni ancora maggiori
a causa del probabile aumento «della percentuale di coloro che
faticheranno sotto il peso delle avversità dell'esistenza, sospirando in
segreto per una più equa distribuzione dei suoi doni», come
preconizzato da Madison in un discorso del giugno 1787. Forse perché
influenzato dalla rivolta di Shay, egli si spinse oltre avvertendo che
«leggi elettorali più eque» col tempo potrebbero spostare il potere
nelle loro mani. «In questo paese non si sono ancora verificate rivolte
agrarie», aggiunge Madison, «ma i sintomi di uno spirito livellatore
{...} hanno fatto a sufficienza la loro comparsa in alcuni quartieri {sic},
tanto da lanciare l'allarme per un futuro pericolo». In breve, i poveri
potrebbero ricorrere alla loro storica vocazione «a saccheggiare i
ricchi», vocazione che in séguito avrebbe ostacolato i tentativi degli
Stati Uniti di «sviluppare un controllo sulla mente e sulle emozioni
della gente comune».51
Il problema fondamentale anticipato da Madison «nell'impostare
un sistema che vogliamo duri nei secoli» era assicurarsi che a
governare di fatto fosse la ricca minoranza, così da «mettere al sicuro i
diritti di proprietà {intendendo con ciò il diritto personale alla
proprietà dei privilegiati} dal pericolo rappresentato dall'uguaglianza
del suffragio universale, che consegna il completo potere sulla
proprietà nelle mani di chi non ne possiede alcuna». Da coloro che
sono «privi di proprietà o che sperano di acquisirla», scriveva Madison
nel 1829, «non ci si può aspettare che ne comprendano a sufficienza i
diritti, che siano depositari inoffensivi del potere su di essi». La
soluzione fu assicurarsi che la società fosse frammentata, con una
limitata partecipazione della gente all'arena politica, la quale deve
restare saldamente in mano ai facoltosi e ai loro intermediari. Lance
Banning, che tra i moderni studiosi di Madison è quello che con
maggiore fermezza rivendica la dedizione di quest'ultimo al governo
popolare, concorda tuttavia con Gordon Wood sul fatto che «la
Costituzione fu essenzialmente un documento aristocratico concepito
per controllare le tendenze democratiche dell'epoca» e finalizzato a
cedere il potere a «un genere migliore» di persone ed a escludere
«dall'esercizio del potere politico coloro che non erano ricchi, ben nati
o figure di spicco».52
Ho già esemplificato la versione moderna di questa concezione,
sebbene mi sia mantenuto sul versante liberale dello spettro,
omettendo la variante reazionaria etichettata come «conservatrice»,
con il suo invito a rafforzare la «comunità» e la «società civile» - per
quanto intese in maniera limitata.
Come disse un secolo fa l'evangelista preferito da John D.
Rockefeller, partecipare alla società civile significa avere un lavoro,
andare in chiesa per essere spronati a coltivare «pensieri più elevati e
non rivolte sindacali ,53 vale a dire tenersi impegnati in modo da stare
lontani dall'arena pubblica, la quale deve restare in mano ai ricchi e ai
potenti. Questi ultimi, inoltre, devono rimanere invisibili, e per validi
motivi.
«Gli artefici del potere negli Stati Uniti devono creare una forza che
possa essere percepita ma non vista», ha affermato Samuel
Huntington spiegando la necessità di ingannare l'opinione pubblica
circa la minaccia sovietica: «Il potere si mantiene forte quando rimane
oscuro; se viene esposto alla luce del sole inizia ad evaporare».54
Questo excursus sulle radici madisoniane dei concetti dominanti di
democrazia è tuttavia parziale riguardo a un aspetto importante. Così
come Adam Smith e altri fondatori del liberismo classico, anche
Madison era un precapitalista e ben poco in accordo con «il nuovo
spirito dei tempi: arricchirsi, curandosi solo di se stessi», che segnò il
fallimento della rivoluzione degli operai del New England poco dopo la
sua morte. Come dice Banning, Madison «era - ad un livello che noi
oggi possiamo appena immaginare - un uomo d'onore del XVIII
secolo». Sono lo «statista illuminato» e il «filosofo benevolo» che, così
auspicava, devono condividere l'esercizio del potere. Idealmente «puri
e nobili», questi «uomini di intelletto, patriottici, possidenti e
indipendenti quanto a mezzi» costituirebbero «un corpo scelto di
cittadini la cui saggezza sarebbe in grado di comprendere meglio i reali
interessi del proprio paese, e il cui patriottismo e amore per la giustizia
sarebbero i meno inclini a sacrificarlo in virtù di considerazioni
parziali e avventizie». Essi potrebbero dunque «migliorare» ed
«espandere» le «pubbliche opinioni», proteggendo l'interesse
pubblico dalle «malvagità» delle maggioranze democratiche.
Ben presto Madison si rese conto di una realtà diversa, allorché la
«ricca minoranza» iniziò a utilizzare il potere da poco acquisito
rifacendosi soprattutto a quanto aveva indicato Adam Smith, e
perseguendo la «vile massima»: «Tutto per noi e nulla agli altri». Nel
1792 Madison ammonì che lo Stato capitalistico votato a uno sviluppo
d'ispirazione hamiltoniana sarebbe stato un governo «che sostituisce il
dovere pubblico con il movente dell'interesse», portando a «un
autentico dominio di pochi dietro a un'apparente libertà di molti».
Pochi mesi prima, in una lettera indirizzata a Jefferson, Madison
aveva biasimato «la sconsiderata depravazione di questi tempi», in
quanto «gli operatori di borsa diverranno i pretoriani del governo -
allo stesso tempo suoi strumenti e tiranni; corrotti dalle sue elargizioni
e pronti a intimidirlo con proteste e concentrazioni di imprese».
Saranno loro a gettare sulla società quell'ombra che noi chiamiamo
«politica», per usare le parole con cui più tardi John Dewey avrebbe
formulato un altro truismo che risale ad Adam Smith.
Negli ultimi duecento anni molte cose sono cambiate, tuttavia gli
ammonimenti di Madison sono ancora attuali, e hanno assunto un
nuovo significato con la creazione di enormi e in gran parte occulte
tirannie private - «le istituzioni bancarie e le società ricche» di
Jefferson - a cui sono stati assicurati poteri straordinari all'inizio di
questo secolo.
Queste riproducono forme di totalitarismo all'interno della propria
struttura, ricevono ampie «elargizioni» da parte di Stati che in larga
misura dominano e hanno conquistato il controllo sostanziale
dell'economia interna e internazionale, nonché dei sistemi di
informazione e dottrinali, il che riporta alla mente un altro timore di
Madison: «{un} governo popolare ma senza l'informazione popolare o
gli strumenti per ottenerla, non è che il prologo a una farsa o a una
tragedia; o forse a entrambe».
Con queste realtà su uno sfondo non poi così oscuro, ogni
discussione sui successi della democrazia di mercato è di scarso
interesse per il mondo reale. Nel caso della democrazia, la situazione
sembra abbastanza chiara a buona parte della popolazione, per quanto
bene o poco quest'ultima riesca a comprendere i meccanismi delle
forze che «possono essere percepite ma non viste». Nel caso dei
mercati, non è questa la sede per intraprendere un'analisi
approfondita, ma di certo parlare di mercati e di commercio è, nel
migliore dei casi, fuorviante, visto che «oltre il 50% del commercio
internazionale sia degli Stati Uniti che del Giappone e l'80% delle
esportazioni manifatturiere britanniche» sono «interaziendali
piuttosto che internazionali»,55 e sono guidati da una mano ben
visibile e con ogni sorta di stratagemmi per evitare le regole del
mercato. Ed è sicuramente fuorviante parlare di «tempi magri e
miseri» se la stampa finanziaria non riesce a trovare aggettivi
abbastanza entusiastici per cogliere la «sfolgorante» e «stupefacente»
crescita dei profitti degli anni Novanta, e se un titolo su Business Week
annuncia: «Adesso il problema è: che fare di tutto questo denaro?»,
visto che «i profitti in aumento» stanno «inondando le casse
dell'America delle multinazionali» e i dividendi stanno crescendo.
Oppure discutere della sofferenza causata nei consigli di
amministrazione dai «ridimensionamenti», visto che l'ufficio di
statistica del lavoro degli Stati Uniti stima che la categoria dei
«funzionari, dirigenti e personale amministrativo» delle compagnie
statunitensi è aumentata di quasi il 30% dal 1983 al 1993,56 mentre i
compensi dei funzionari sono schizzati alle stelle (e facilmente
mantengono a livello internazionale la loro posizione preminente in
rapporto al costo del lavoro), a quanto pare con scarso o senza alcun
rapporto con le loro prestazioni.57 Analogamente, sembra necessaria
una certa cautela nel lodare le meraviglie dei «mercati emergenti» se
in questo emisfero (a parte il Canada) i principali beneficiari degli
investimenti statunitensi diretti all'estero sono le Bermude, con quasi
un quarto degli investimenti, mentre un altro 20% è destinato ad altri
paradisi fiscali, e buona parte del rimanente a «miracoli economici»
come il Messico, che hanno seguito gli ordini del «Washington
consensus» con inconsueta obbedienza, e con effetti tutt'altro che
gloriosi per la stragrande maggioranza della popolazione.58
In realtà, le nozioni stesse di «capitalismo» e di «mercati»
sembrano svanire, un po' come il concetto di democrazia.
Alcuni esempi basteranno a illustrare cosa intendo.
In un articolo di prima pagina del Wall Street Journal Vengono
discusse le «scelte fatidiche» che gli Stati stanno compiendo per
attrarre investitori, ponendo a confronto due casi: il Maryland, con la
sua «immagine anti-affaristica» e la «più repubblicana» Virginia, che
è «più entusiasta della crescita delle attività imprenditoriali» e
maggiormente bendisposta nei confronti delle «scelte effettuate dagli
imprenditori».
Perché questi due esempi? Il vero caso in esame, in effetti, non
sono né il Maryland né la Virginia, bensì la regione cosiddetta della
Greater Washington, una delle «principali aree per le società dell'alta
tecnologia e in crescita». I
«sobborghi» di Washington hanno seguito strategie aziendali
diverse: nel Maryland le compagnie hanno fatto affidamento sullo
«straordinario motore economico» offerto dalla spesa federale per la
medicina, i prodotti farmaceutici e le biotecnologie; la Virginia invece
ha riposto la propria fede nella tradizionale macchina da soldi: il
sistema del Pentagono.
Grazie a un «colpo di fortuna», ha osservato un professore
associato presso la George Mason University, i valori più conservatori
della Virginia si sono rivelati la scelta più saggia: gli imprenditori che
investono nelle «scienze della morte» stanno andando meglio di quelli
che avevano creduto che le «scienze della vita» avrebbero garantito
maggiori fondi pubblici. «La Virginia ne è uscita trionfante»,
commenta il Wall Street journal, sfruttando «le immani risorse del
governo statunitense per i sistemi e le reti computerizzati», per la
tecnologia informatica e delle comunicazioni, nonché per
l'approvvigionamento militare, creando dunque «una delle più grandi
concentrazioni in America» di società dell'alta tecnologia.59
Le «scelte fatte dagli imprenditori» ridotte a individuare quali
fondi pubblici saranno più redditizi, un po' come nel «mondo alla
Norman Rockwell60 ma con computer a fibra ottica e aerei a
reazione», descritto dal suo rappresentante congressuale Newt
Gringrich, in cui il conservatorismo «prospera» pascendosi alla
mangiatoia pubblica.61
Su Foreign Affairs, Dean Joseph Nye della Kennedy School
Government di Harvard e l'ammiraglio William Owens sostengono che
il potere globale degli Stati Uniti sia stato sottovalutato. La diplomazia
di Washington possiede una nuova e ignorata «capacità di raggiungere
i risultati desiderati negli affari internazionali», un «moltiplicatore di
forza» derivante dal «potere d'attrazione della democrazia e dei liberi
mercati americani»; in particolare, un'abilità che deriva dagli
«investimenti della Guerra fredda» che hanno consentito all'industria
statunitense di dominare «importanti tecnologie per le comunicazioni
e per i processi di informazione».62
Ecco dunque che enormi sussidi estorti al settore pubblico sotto
forma di «sicurezza» diventano un tributo alla democrazia e ai liberi
mercati.
E Larry Schwartz, avvocato di diritto internazionale di Boston,
aggiunge: «Un gruppo di insigni studiosi del libero mercato» ha
concluso che la Silicon Valley e la Route 128 a Boston potrebbero
rappresentare il modo migliore «per applicare i princìpi di mercato
nelle ex economie comuniste», e questo grazie ai loro «sistemi
interattivi fatti di investitori di capitali di rischio, imprenditori,
manodopera specializzata, università, servizi di supporto e reti
imprenditoriali e di fornitori»; e grazie alle sovvenzioni pubbliche che
mancano dal quadro, forse semplicemente perché vengono date per
scontate, considerate ormai un elemento cruciale della «libera
impresa».63
Unendosi al coro di coloro che temono «l'inaudita redistribuzione
degli utili a favore dei ricchi», John Cassidy in un'inchiesta sulle
tribolazioni della «classe media» conclude che «non è colpa di
nessuno: è semplicemente il modo in cui il capitalismo si è
sviluppato». È ciò che «ha deciso il libero mercato, nella sua infinita
seppur misteriosa saggezza» e, «alla fine, i politici dovranno svegliarsi
e accettare questo dato di fatto», rinunciando alla pretesa di
intervenire in qualche modo su simili fenomeni naturali. La sua analisi
fa riferimento a tre multinazionali: la McDonnell Douglas, la
Grumman e la Huges Aircraft, ognuna delle quali ispira un tributo
all'infinita e misteriosa saggezza del mercato, così come la scelta di
Clinton di illustrare la sua «grande visione» sul futuro del libero
mercato durante il vertice dell'Apec a Seattle (il discorso alla
Boeing),64 o l'azienda favorita di Gingrich (la Lockheed-Martin),
oppure la multinazionale «che mantiene il proprio primato tra le
aziende più ricche d'America» nella classifica delle «prime 1000»
compagnie stilata nel 1995 dal Business Week (General Electrics),
giusto per citarne alcune.65
Certo, gli Stati Uniti non sono soli nella loro idea di liberismo
economico, anche se forse sono proprio i loro ideologi a guidare il
coro. Il fatto che a partire dal 1960 sia raddoppiato lo scarto tra i paesi
che si collocano al quintile superiore ed a quello inferiore è
sostanzialmente attribuibile alle misure protezionistiche operate dai
ricchi, così come concluso nel 1992 dal Rapporto sul piano di sviluppo
delle Nazioni Unite. Queste pratiche sono continuate anche
nell'Uruguay Round,66 come osserva il Rapporto del 1994, il quale
conclude che «i paesi industrializzati, violando i princìpi del libero
scambio, stanno gravando i paesi in via di sviluppo di un costo
annuale stimato intorno ai 50 miliardi di dollari una cifra pressappoco
pari al gettito totale degli aiuti esteri», molti dei quali non sono altro
che una promozione delie esportazioni sovvenzionata dal denaro
pubblico.
Volendo analizzare la questione dalla prospettiva delle aziende di
punta («principali») piuttosto che degli Stati, da un recente studio
molto accurato è emerso che: «Di fatto, queste aziende in tutto il
mondo hanno conosciuto un'influenza decisiva da parte delle politiche
di governo e/o barriere commerciali nei confronti delle loro strategie e
della loro posizione competitiva». Lo studio conclude realisticamente
che: «Nell'àmbito della concorrenza internazionale non "si è mai
giocato alla pari" e probabilmente mai succederà».
L'intervento da parte del governo, che è «stata la regola più che
l'eccezione nel corso degli ultimi duecento anni, {...} ha giocato un
ruolo chiave nello sviluppo e nella distribuzione di molte innovazioni
di prodotti e di processi - soprattutto nel campo aerospaziale,
dell'elettronica, dell'agricoltura moderna, delle tecnologie dei
materiali, dell'energia e della tecnologia dei trasporti», così come in
generale nelle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni e, in
passato, in campo tessile e siderurgico. Nel complesso «le politiche
governative (sovra)nazionali, e in particolare i programmi della difesa,
hanno rappresentato una forza soverchiante nell'informare le strategie
e la competitività delle maggiori aziende mondiali». Difatti «almeno
venti delle aziende presenti nella classifica delle prime 100 redatta
dalla rivista Fortune nel 1993 non sarebbero sopravvissute come
aziende autonome se non fossero state salvate dai rispettivi governi»
con la nazionalizzazione delle perdite o semplicemente attraverso
l'acquisizione da parte dello Stato «in periodi di grandi
ristrutturazioni». Una di queste è la Lockheed, il principale datore di
lavoro nel distretto profondamente conservatore di Gingrich, salvata
dal collasso grazie ai 2 miliardi di dollari di prestiti federali elargiti
dall'amministrazione Nixon.67
È importante precisare che nulla di tutto questo è una finzione
letteraria. Secoli fa, l'Inghilterra andava predicando all'India le
meraviglie dei mercati mentre saccheggiava il paese e proteggeva la
propria industria e il proprio commercio: lo stesso percorso seguito
dalle sue ex colonie americane non appena furono libere di
intraprendere un cammino indipendente, così come hanno fatto altri
in grado di compiere scelte relativamente indipendenti. E «le menti
più capaci», così come «gli uomini responsabili», raramente hanno
esitato di fronte alla propria vocazione, sin dagli albori della storia.
Tuttavia, pur con tutte le sordide continuità, un animo ottimista
riuscirà - io ritengo realisticamente - a cogliere un lento progresso, e
non vi è più motivo oggi di quanto non ve ne sia mai stato di credere
che siamo vincolati da leggi sociali ignote e misteriose, anziché
semplicemente da decisioni adottate all'interno di istituzioni che sono
soggette alla volontà dell'uomo.
Capitolo quinto: Semplici verità, problemi spinosi

Pensieri su terrorismo, giustizia e autodifesa.1

Per sgomberare il campo da false aspettative, dico subito che


intendo davvero occuparmi di verità molto semplici, tanto che avevo
pensato di proporre come titolo «Elogio dell'ovvietà», scusandomi fin
dall'inizio per la banalità delle mie osservazioni. L'unica giustificazione
è che i truismi sono rigettati dai più, e in alcuni casi cruciali lo sono in
maniera pressoché universale. E le conseguenze per il genere umano
sono gravi, in particolare rispetto ai problemi spinosi che ho in mente.
Uno dei motivi per i quali sono spinosi è che i truismi morali vengono
in genere disprezzati proprio da coloro i quali detengono un potere
sufficiente per restare impuniti, dal momento che sono gli stessi che
stabiliscono le regole.
Proprio di recente abbiamo assistito a un drammatico esempio di
come queste regole vengano stabilite. Un millennio si è chiuso, e uno
nuovo è iniziato con uno straordinario sfoggio di auto-incensamento
da parte degli intellettuali occidentali, i quali, avvolti in un'«aura di
santità», hanno elogiato se stessi e i loro leader per aver inaugurato
una «nobile fase» della politica estera, in quanto per la prima volta
nella storia si attengono ai «princìpi e ai valori», agiscono per «puro
altruismo», seguono il modello di un «nuovo mondo idealistico
determinato a porre fine alla barbarie», in collaborazione con un
partner leale che è il solo a comprendere l'autentica nobiltà della
missione, che si è ormai trasformata nella «missione messianica di
Bush di trapiantare la democrazia nel resto del mondo»: sono tutte
citazioni tratte da intellettuali e dalla stampa d'élite. Non credo che
esista un equivalente nella non tanto gloriosa storia delle élite
intellettuali contemporanee. La conquista più nobile è stata la
«rivoluzione normativa» degli anni Novanta, che ha istituito una
«nuova norma negli affari internazionali»: il diritto degli
autoproclamatisi «Stati illuminati» di fare ricorso alla forza per
difendere coloro che soffrono dai mostri cattivi.2
Come chiunque conosca la storia sa, la rivoluzione normativa non è
affatto nuova: è stata un ritornello costante dell'imperialismo europeo,
e gli slanci retorici dei fascisti giapponesi, di Mussolini, di Hitler, di
Stalin e di altri potenti erano non meno nobili, e probabilmente
altrettanto sinceri, come rivelano documenti riservati.
Gli esempi addotti per giustificare il coro auto-elogiativo si
sgretolano alla minima verifica, ma io vorrei sollevare una questione
diversa, che riguarda il modo in cui le regole vengono stabilite: perché
la «rivoluzione normativa» è avvenuta negli anni Novanta e non negli
anni Settanta come sarebbe stato più logico?
Il decennio degli anni Settanta si è aperto con l'invasione del
Pakistan orientale da parte dell'India, che probabilmente ha salvato
milioni di vite. E si è chiuso con l'invasione della Cambogia ad opera
del Vietnam che ha portato alla destituzione dei Khmer Rossi proprio
nel momento in cui le loro atrocità erano al culmine; prima di allora, i
servizi segreti del Dipartimento di Stato americano, di gran lunga la
fonte meglio informata, stimava in decine se non in centinaia di
migliaia le vittime non del «genocidio di massa» ma del
«cambiamento brutale e repentino»; una stima ugualmente terribile
ma ben lontana dalle previsioni del 1975 dei vertici USA secondo cui
milioni di persone rischiavano di morire nella carneficina dovuta ai
bombardamenti e alle atrocità degli anni precedenti. Gli effetti di tali
azioni sono stati oggetto di dibattito nella letteratura accademica, ma
forse la versione più autentica è fornita dall'ordine trasmesso per
conto del presidente Nixon da Henry Kissinger, nel consueto stile del
burocrate obbediente, ai comandanti militari: «Massiccia campagna di
bombardamenti in Cambogia. Qualsiasi cosa voli, su qualsiasi cosa si
muova».3
Raramente la richiesta di perpetrare un crimine di guerra è stata
formulata in maniera così essenziale ed esplicita, sebbene sia normale
che la forma venga considerata del tutto irrilevante dagli esecutori,
come in questo caso; eppure, quando il messaggio fu reso pubblico
non suscitò alcuna reazione. All'epoca dell'invasione vietnamita,
tuttavia, le accuse di genocidio che avevano scatenato l'indignazione
delle masse al momento della presa del potere da parte dei Khmer
Rossi nell'aprile del 1975, con un livello di falsificazione delle notizie
che avrebbe fatto invidia a Stalin, cominciavano infine ad apparire
credibili. Dunque, gli anni Settanta furono di fatto segnati da due
autentici casi di interventi militari che posero fine a crimini orribili.
Quand'anche accettassimo le tesi più estreme formulate negli anni
Novanta dal coro di adulatori dei leader degli «Stati illuminati», non
esiste nulla che si avvicini neanche minimamente alle conseguenze
umanitarie del ricorso alla forza che ha fatto da cornice agli anni
Settanta. Allora perché quel decennio non ha prodotto una
«rivoluzione normativa» nella politica estera dei salvatori che si beano
nella loro «aura di santità»? La risposta è molto semplice ma è
evidentemente indicibile, o quantomeno non ne ho trovato traccia nel
profluvio di saggi dedicati all'argomento. Gli interventi degli anni
Settanta avevano due vizi di fondo: 1) furono effettuati dai soggetti
sbagliati: loro, non noi; 2) entrambi furono duramente condannati dai
leader degli Stati illuminati, e i responsabili del crimine di aver posto
fine al genocidio furono duramente puniti, in particolare il Vietnam,
che non solo subì un'invasione da parte della Cina, appoggiata dagli
Stati Uniti, volta a dare una lezione a quei criminali che avevano
messo fine ai crimini di Pol Pot, ma fu anche sottoposto a dure
sanzioni, mentre i Khmer Rossi destituiti ricevevano sostegno diretto
degli USA e del Regno Unito. Di conseguenza, gli anni Settanta non
avrebbero potuto produrre una «rivoluzione normativa», e nessuno ha
mai avanzato l'ipotesi contraria.
Il principio di fondo è elementare: le norme vengono stabilite dai
potenti per i loro interessi e con il plauso di intellettuali fidati. Queste
norme somigliano a universali storici.
Da anni cerco delle eccezioni; ce n'è qualcuna, ma non tante.
Talvolta tale principio viene ammesso esplicitamente. La norma
della giustizia internazionale dopo la Seconda guerra mondiale fu
fissata a Norimberga. Per assicurare alla giustizia i criminali nazisti fu
necessario ideare le definizioni di «crimine di guerra» e «crimine
contro l'umanità». Taylford Taylor, procuratore capo al processo
nonché stimato storico ed esperto di diritto internazionale, ha
candidamente spiegato la procedura che si adottò:
Dal momento che entrambe le parti avevano giocato al terribile
gioco della distruzione urbana - gli Alleati, per la verità, con molto più
successo - non c'erano le basi per incriminare i tedeschi o i giapponesi,
e infatti non vennero mosse accuse del genere {...}. Il bombardamento
aereo era stato usato su scala così vasta e con tale spietatezza sia da
parte alleata sia da parte dell'Asse che la questione non venne presa in
considerazione né a Norimberga né a Tokyo.4

La definizione operativa di «crimine» è: «Il crimine che avete


commesso voi, non noi». Lo conferma il fatto che i criminali di guerra
nazisti venivano assolti se la difesa riusciva a dimostrare che i loro
omologhi americani avevano perpetrato gli stessi crimini.
La conclusione di Taylor è che «punire il nemico - specialmente il
nemico vinto - per una condotta che è stata tenuta anche dalla nazione
giudicante sarebbe un'ingiustizia così grossolana da screditare le leggi
stesse». È vero, ma allora anche la definizione operativa scredita le
leggi, oltre che i processi successivi. Taylor adduce questo antecedente
per spiegare per quale ragione i bombardamenti USA in Vietnam non
costituiscono un crimine di guerra. La sua tesi è plausibile, ma scredita
ulteriormente quelle leggi. Alcuni dei processi successivi vengono
screditati in maniera forse ancora più grave, come quello della
Jugoslavia contro la NATO su cui deve pronunciarsi la Corte
internazionale di giustizia. Gli Stati Uniti sono stati esentati, e a
ragione, in quanto in questo caso non soggetti, come ha sostenuto la
difesa, alla giurisdizione della Corte. Il motivo è che gli USA hanno sì
siglato la Convenzione sul genocidio (il caso in discussione), ma con
una clausola che prevede che essa non si applica a loro.
Commentando sdegnato gli sforzi dei legali del Dipartimento di
Stato per dimostrare che il presidente ha il diritto di autorizzare la
tortura, il rettore della facoltà di Giurisprudenza di Yale, Howard Koh
- che, in qualità di vice-segretario di Stato, ha espresso dinnanzi alla
comunità internazionale la condanna da parte di Washington di ogni
forma di tortura - ha dichiarato: «L'idea che il presidente goda del
potere costituzionale di autorizzare la tortura equivale ad affermare
che egli gode del potere costituzionale di perpetrare un genocidio».5
Quegli stessi consulenti legali avrebbero ben poche difficoltà a
sostenere che il presidence gode effettivamente di tale diritto.
Il tribunale di Norimberga viene generalmente definito da
eminenti personalità nel campo del diritto internazionale e della
giustizia «la nascita della giurisdizione universale».6
Tale definizione è corretta solo se intendiamo l'«universalità» in
linea con la prassi degli Stati illuminati, in base alla quale «universale»
è ciò che «si applica soltanto agli altri», in particolare ai nemici.
La conclusione più giusta a Norimberga e nei processi successivi
sarebbe stata punire tanto i vincitori quanto il nemico sconfitto. Né nei
processi del dopoguerra né in quelli successivi i potenti sono mai stati
soggetti alle regole, non perché non avessero perpetrato crimini -
ovviamente l'hanno fatto - ma perché erano immuni in base ai criteri
morali dominanti. A quanto pare, le vittime lo hanno capito bene. Le
agenzie di stampa riferiscono dall'Iraq che «semmai gli iracheni
dovessero vedere Saddam Hussein sul banco degli imputati,
pretenderebbero di vedere i suoi ex alleati in manette accanto a lui».7
Questo evento inimmaginabile costituirebbe una radicale revisione del
principio fondamentale della giustizia internazionale, il quale sancisce
che i tribunali devono essere riservati ai crimini degli altri.
Esiste un'eccezione marginale che in realtà non fa che confermare
la regola: la punizione è ammissibile se si tratta di una semplice
tiratina d'orecchi, che di fatto sorvola sui veri crimini, oppure quando
la colpa può essere addossata a figure secondarie, in particolare
individui che non sono come noi. Ad esempio, si ritenne opportuno
punire i responsabili della strage di My Lai, soldati semi-analfabeti e
mezzi squilibrati, che non sapevano chi avrebbe sparato contro di loro.
Ma era inconcepibile che la punizione si abbattesse anche su coloro
che avevano pianificato e ordinato l'Operazione Wheleer Wallawa, un
omicidio di massa rispetto al quale My Lai è una bazzecola.8
I signori negli uffici con l'aria condizionata sono come noi, pertanto
sono immuni per definizione. Oggi in Iraq stiamo assistendo a casi
simili.
Torniamo ora alla trasmissione, da parte di Kissinger, dell'ordine
di Nixon di bombardare la Cambogia. In confronto l'ammissione della
Serbia del coinvolgimento nel massacro di Srebrenica, che ha avuto
tanto risalto mediático, non merita grande attenzione. Al processo
Milosevich l'accusa non riesce a dimostrare il crimine di genocidio
perché non sono stati trovati documenti che attestino che l'imputato
abbia ordinato esplicitamente tale crimine, o crimini minori. Nella
stessa difficoltà si sono imbattuti gli studiosi dell'Olocausto, i quali
ovviamente non hanno dubbi sulle responsabilità di Hitler, ma non
dispongono di documenti espliciti. Supponiamo, tuttavia, che
qualcuno scovi un documento in cui Milosevich ordina all'aviazione
serba di radere al suolo la Bosnia o il Kosovo con queste parole:
«Qualsiasi cosa voli, su qualsiasi cosa si muova». La pubblica accusa
sarebbe felicissima, il processo si concluderebbe e Milosevich sarebbe
condannato a svariati ergastoli per genocidio; anzi, in base alle leggi
degli Stati Uniti sarebbe condannato a morte. In realtà sarebbe arduo
per chiunque scovare in un documento storico un ordine così esplicito
di perpetrare un genocidio, in quanto tale termine viene in genere
usato in riferimento ai crimini commessi dai nemici. In questo caso,
dopo un accenno sul principale quotidiano del mondo, nessuno se ne è
più interessato, sebbene le terribili conseguenze fossero note a tutti.
Ed è giusto così, se tacitamente si adotta il principio dominante
secondo cui noi non possiamo - per definizione - commettere crimini o
avere qualsivoglia responsabilità in essi.
Un principio etico che dovrebbe essere incontrovertibile è quello
dell'universalità: dovremmo applicare a noi stessi i medesimi criteri
che applichiamo agli altri; anzi, più rigorosi.
Dovrebbe essere un principio indiscutibile per chiunque, ma in
particolare per gli individui più importanti del mondo, ovvero i
governanti degli Stati illuminati, i quali si proclamano pii cristiani
devoti ai Vangeli, e che pertanto dovrebbero conoscere bene la famosa
condanna degli ipocriti.
La loro devozione ai comandamenti del Signore non è in
discussione.
Pare che George Bush abbia affermato: «Dio mi ha detto di colpire
al-Qaida e io l'ho colpita, poi Egli mi ha ordinato di colpire Saddam, e
l'ho fatto» e «ora sono determinato a risolvere la questione
mediorientale»,9 sempre agli ordini del Signore degli eserciti, il Dio
della Guerra, che il Libro Sacro ci insegna ad adorare al di sopra degli
altri dèi.
E, come ho già detto, la stampa d'élite decanta ossequente la sua
«missione messianica» volta a risolvere la questione mediorientale - in
realtà la questione mondiale - che è in linea con la «{nostra}
responsabilità dinnanzi alla storia di liberare il mondo dal male», per
riprendere le parole del presidente; è, questo, il nucleo della «visione»
che accomuna Bush a Osama bin Laden, e che entrambi hanno copiato
dagli antichi poemi epici e dalle favole per bambini.
Non conosco abbastanza le dichiarazioni di Tony Blair per poter
dire quanto egli si avvicini a questo ideale, che ricorre spesso nella
storia anglo-americana. I primi coloni inglesi nel Nordamerica
seguivano la parola del Signore quando massacravano gli amaleciti nel
«Nuovo Israele» che stavano liberando dal flagello dei nativi. I loro
successori, anch'essi cristiani timorati di Dio che brandivano la Bibbia,
assolsero al loro dovere religioso conquistando e impadronendosi della
terra promessa, liberandola da milioni di cananei e muovendo guerra
contro i papisti in Florida, in Messico e in California. Nel frattempo si
difendevano dagli «spietati selvaggi indiani» - sguinzagliati contro di
loro da Giorgio III, come proclama la Dichiarazione di Indipendenza -;
altre volte invece da «negri fuggitivi» e «indiani senza legge» che
aggredivano americani innocenti, stando a quanto sosteneva John
Quincy Adams in uno degli documenti di Stato più celebrati della
storia americana, scritto per giustificare la conquista della Florida nel
1918 da parte di Andrew Jackson e l'inizio delle sanguinose guerre
Seminole. L'evento era di una certa importanza anche per altri motivi:
era la prima guerra che violava l'obbligo costituzionale in base al quale
soltanto il Congresso ha la facoltà di dichiarare guerra - una violazione
che ormai è diventata la regola, tanto che quasi nessuno vi bada più -,
visto che le norme sono state stabilite nella maniera tradizionale.
Negli ultimi anni di vita, quando ormai le sue raccapriccianti
imprese erano un lontano ricordo, Adams commiserò il destino di
«quella sventurata razza di nativi americani che stiamo sterminando
con tanta spietatezza e perfida crudeltà».
Si trattava, secondo Adams, di «uno dei peccati più nefandi di
questa nazione, per il quale credo che Iddio un giorno la giudicherà».
Anni prima il primo ministro americano della Guerra aveva avvertito
che «in futuro uno storico potrebbe dipingere a tinte fosche le cause di
questa distruzione della razza umana». Ma si sbagliavano. Dio e gli
storici sono lenti nell'assolvere a questo compito. A differenza di Bush
e Blair, io non posso parlare per Dio, ma gli storici ci parlano in lingue
mortali. Un caso emblematico: due mesi fa uno dei più autorevoli
storici americani ha accennato en passant all'«eliminazione di
centinaia di migliaia di nativi» che ha avuto luogo durante la conquista
del territorio nazionale; una cifra che, al di là dell'interessante scelta
delle parole, dovrebbe essere decuplicata. La reazione è stata
inesistente; sarebbe ben diverso se sul principale quotidiano tedesco
leggessimo un riferimento di sfuggita all'eliminazione di centinaia di
migliaia di ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Non vi è stata
alcuna reazione neanche quando uno stimatissimo storico della
diplomazia ha spiegato in un libro che dopo la liberazione dal dominio
inglese i coloni «si dedicarono ad abbattere alberi e indiani per
ampliare i loro confini naturali».10 È fin troppo facile addurre esempi
tratti dalla letteratura accademica, dai media, dai testi scolastici, dai
film ecc. In alcuni sport le squadre usano le vittime del genocidio come
mascotte, in genere in forma caricaturale.
Alle armi di distruzione di massa vengono dati, senza neanche
pensarci, nomi del tipo: elicotteri Apache, Blackhawk, Comanche,
missili Tomahawk, e così via. Come reagiremmo se l'aeronautica
militare tedesca chiamasse le sue armi letali «Ebreo» o «Zingaro»?
La storia britannica è simile per molti aspetti. La Gran Bretagna ha
realizzato la sua missione divina con l'evangelizzazione dell'Africa,
imponendo al contempo in India «un protettorato
imperscrutabilmente affidatole dalla Provvidenza»; facile da
comprendere in un paese «in cui Dio e Mammona sembrano fatti l'uno
per l'altro».11 Figure di somma intelligenza e integrità morale
fornirono una versione secolare della fede, compreso John Stuart Mill
che, proprio nel momento di massima atrocità in India e in Cina,
scrisse la sua singolare apologia dei crimini britannici contenuta in un
saggio ormai considerato un classico della letteratura sull'«intervento
umanitario». È giusto però segnalare che vi furono voci discordanti.
Nel condannare i crimini degli inglesi in India, Richard Cobden
auspicava che «la coscienza nazionale, che si è allontanata
dall'Inghilterra, in virtù di un'espiazione ed un'ammenda tempestive la
giusta punizione per i crimini dell'Impero -, si ridesterà dal suo letargo
prima che sia troppo tardi e porrà fine agli atti di violenza e di
ingiustizia che hanno contrassegnato ogni passo del nostro cammino
in India»; le parole di Cobden riecheggiano quelle di Adam Smith, il
quale condannò duramente «la selvaggia ingiustizia degli europei», in
particolare degli inglesi in India. Cobden sperò invano. Non è un
grande sollievo sapere che i loro omologhi continentali erano
addirittura peggiori, quanto a fatti, negazione dei fatti e auto-
adulazione.
Giacché stiamo citando Cobden possiamo ricordare un'altra delle
sue massime, oggi quanto mai attuale, che pure possiamo definire un
truismo morale: «Nessun uomo ha il diritto di prestare denaro
sapendo che esso verrà usato per tagliare gole»12 o, a fortiori, di
vendere coltelli. Non serve un dettagliato progetto di ricerca per trarre
le giuste conclusioni in merito a una pratica ormai consueta dei
principali Stati illuminati.
La risposta comune della cultura intellettuale, salvo alcune
memorabili eccezioni, è del tutto naturale se abbandoniamo le più
elementari verità morali e ci proclamiamo gli unici esenti dal principio
di universalità. Ogni giorno porta nuovi esempi. Il Senato statunitense
ha appena dato il suo benestare alla nomina di John Negroponte come
ambasciatore in Iraq, a capo della più grande missione diplomatica del
mondo, con l'incarico di trasferire la sovranità all'Iraq per adempiere
alla «visione messianica» di Bush di portare la democrazia in Medio
Oriente e nel mondo, almeno così ci dicono ufficialmente. Questa
nomina riguarda direttamente il principio di universalità, ma prima di
occuparci di questo dovremmo sollevare alcuni interrogativi su altri
truismi, riguardanti le prove e le conclusioni.
Negli articoli e negli editoriali si dà per scontato che lo scopo
dell'invasione dell'Iraq sia realizzare la visione messianica di Bush,
perfino tra coloro i quali criticano l'operazione avvertendo che questa
visione «nobile» e «generosa» potrebbe essere al di fuori della nostra
portata. È il problema sollevato qualche settimana fa dall'Economist,
secondo cui la «missione dell'America» di trasformare l'Iraq in un
«modello {di democrazia} per i paesi vicini» sta incontrando degli
ostacoli.13 Nonostante lunghe ricerche, non sono riuscito a trovare
eccezioni nei media statunitensi né, con minori ricerche, altrove, salvo
i soliti canali di informazione marginali.
Bisognerebbe chiedersi quale sia il motivo dell'accettazione
pressoché universale di tale dottrina nei commenti degli intellettuali
occidentali. Una rapida indagine rivelerebbe immediatamente che il
consenso si fonda su due princìpi.
Primo, i nostri leader hanno proclamato questa dottrina, dunque
dev'essere vera; principio, questo, ben conosciuto in Corea del Nord e
in altri fulgidi modelli. Secondo, dobbiamo occultare il fatto che,
annunciando questa dottrina dopo che altri pretesti erano venuti
meno, i nostri leader stanno di fatto ammettendo di essere tra i più
grandi bugiardi della storia, giacché, nel trascinare i loro paesi in
questa guerra, hanno dichiarato con altrettanto fervore che «la
questione era soltanto» se Saddam avesse distrutto il proprio arsenale.
Ma oramai dobbiamo credere a loro. E siamo anche tenuti a ricacciare
nel buco della memoria l'ampia documentazione relativa ai sedicenti
nobili sforzi per portare la democrazia, la giustizia e la libertà ai
trogloditi.
Si tratta, ancora una volta, del più banale dei truismi che le
professioni di nobili intenti da parte dei leader non contengano alcuna
informazione, neanche in senso tecnico: sono assolutamente
prevedibili, comprese le cose più spaventose.
Ma anche questa verità sbiadisce di fronte alla necessità imperante
di respingere il principio di universalità.
La dottrina presupposta dai commentatori occidentali è accettata
anche da una parte degli iracheni: stando a un sondaggio americano
condotto lo scorso ottobre a Baghdad - molto prima delle atrocità di
aprile e delle rivelazioni sulle torture -, l'1% degli intervistati riteneva
che l'obiettivo dell'invasione fosse portare la democrazia in Iraq. Un
altro 5% credeva che lo scopo fosse aiutare gli iracheni. Per il resto,
quasi tutti davano per scontato che l'obiettivo fosse il controllo delle
risorse del paese e l'uso dell'Iraq come base per il riassetto del Medio
Oriente in funzione degli interessi statunitensi14 - un pensiero
pressoché inesprimibile negli illuminati commenti occidentali o
bollato con ribrezzo come «anti-americanismo», «teoria della
cospirazione», tesi «radicale ed estremista», o altri equivalenti
intellettuali di qualche parolaccia che useremmo noi comuni mortali.
In sintesi, pare che gli iracheni diano per scontato che quello che si
sta profilando sia uno scenario ben conosciuto fin dai tempi della
creazione dell'Iraq moderno da parte degli inglesi, che fu corredata di
professioni di nobili intenti prevedibili e pertanto prive di qualsiasi
informazione, ma anche di documenti interni riservati in cui Lord
Curzon e il Foreign Office pianificavano l'istituzione di uno Stato con
una «facciata araba» amministrato di fatto dagli inglesi attraverso vari
«accorgimenti costituzionali». La versione contemporanea è fornita da
un alto funzionario britannico citato dal Daily Telegraph: «Il governo
iracheno sarà pienamente sovrano, ma di fatto non eserciterà tutte le
sue funzioni sovrane».15
Ma torniamo a Negroponte e al principio di universalità.
Quando la sua nomina è approdata al Congresso, il Wall Street
Journal lo ha elogiato definendolo un «moderno proconsole» che si è
fatto le ossa in Honduras negli anni Ottanta, durante il periodo
reaganiano degli attuali inquilini di Washington. La corrispondente
del Wall Street Journal dall'Honduras, Carla Anne Robbins, ci ha
ricordato che in Honduras Negroponte era chiamato «il proconsole»
perché dirigeva la seconda più grande ambasciata statunitense in
America latina con la principale centrale CIA del mondo forse per
trasferire la piena sovranità a questa colonna portante del potere
mondiale.16
Robbins afferma che Negroponte è stato criticato dagli attivisti per
i diritti umani per «avere insabbiato gli abusi dei militari honduregni»
- un eufemismo per indicare un terrorismo di Stato su vasta scala -, «al
fine di garantire il flusso di aiuti statunitensi» a questo paese di
importanza vitale, che rappresentava «la base della guerra occulta di
Washington contro il Nicaragua». L'incarico principale del proconsole
Negroponte era soprintendere alle basi in cui l'esercito mercenario
terrorista riceveva armi e addestramento e da cui veniva mandato a
compiere le sue missioni, compresi raid contro obiettivi civili inermi,
stando alle informazioni trasmesse dal comando militare statunitense
al Congresso. La politica di attaccare gli «obiettivi vulnerabili»
evitando lo scontro con l'esercito nicaraguense aveva il benestare del
Dipartimento di Stato ed era sostenuta da autorevoli intellettuali
liberal americani, in particolare dal direttore del New Reputile,
Michael Kinsley, portavoce designato dalla sinistra per le trasmissioni
televisive. Egli fustigò lo Human Rights Watch per il suo
sentimentalismo nel condannare il terrorismo internazionale degli
USA e per l'incapacità di comprendere che tale fenomeno doveva
essere valutato in base a «criteri pragmatici». Una «politica
assennata» dovrebbe «superare l'esame costi-benefìci», ossia l'analisi
«della percentuale di sangue e di sofferenze prodotte da un lato e,
dall'altro, delle probabilità che alla fine la democrazia riuscirà ad
emergere» - «democrazia» come la intendono le élite statunitensi,
ovvero una loro insindacabile prerogativa.
Naturalmente neanche in questo caso si applica il principio di
universalità: gli altri non sono autorizzati a condurre operazioni
terroristiche internazionali su vasta scala se c'è qualche probabilità che
i loro obiettivi si realizzino.
In questo caso l'esperimento è stato un grande successo, e infatti è
molto elogiato. Il Nicaragua è stato ridotto a secondo paese più povero
dell'emisfero, con il 60% dei bambini al di sotto dei due anni afflitto da
anemia dovuta a grave denutrizione e con probabili danni cerebrali
permanenti.17
Tutto questo dopo che il paese, durante la guerra terroristica, ha
subìto perdite in vite umane che, fatte le debite proporzioni,
equivalgono a due milioni e mezzo di morti negli Stati Uniti: un
bilancio «notevolmente più elevato del totale degli americani uccisi
nella Guerra civile ed in tutte le guerre del XX secolo messe insieme»,
per citare Thomas Carothers, principale storico del processo di
democratizzazione dell'America latina, il quale gode di un punto di
vista privilegiato, essendo uno storico e una persona ben informata dei
fatti, visto che a suo tempo collaborava ai programmi di «promozione
della democrazia» del Dipartimento di Stato sotto l'amministrazione
Reagan. Carothers, che si definisce «neo-reaganiano», considera quei
programmi «sinceri», sebbene siano stati un «fallimento», in quanto
gli USA potevano tollerare esclusivamente «forme di democrazia
dall'alto» controllate dalle classi dirigenti tradizionali con solidi legami
con gli Stati Uniti. È un ritornello ricorrente nella storia del
perseguimento di certe concezioni della democrazia, una storia che a
quanto pare hanno capito perfino gli iracheni, anche se noi preferiamo
non capirla. E sottolineo «preferiamo», perché le prove non mancano.
In qualità di proconsole dell'Honduras, il compito principale di
Negroponte era sovrintendere alle atrocità terroristiche internazionali
per le quali gli Stati Uniti sono stati condannati dalla Corte
internazionale di Giustizia in un processo che andava ben oltre il caso
limitato del Nicaragua, che era stato costruito dal pool di legali di
Harvard in modo tale da evitare la discussione sui fatti, dal momento
che i fatti erano stati riconosciuti. La Corte ordinò a Washington di
porre fine ai crimini e di pagare ingenti risarcimenti: sanzioni
disattese con la motivazione ufficiale che le altre nazioni non sono
d'accordo con noi, per cui dobbiamo «riservarci il potere di stabilire»
in che modo agire e quali materie rientrino «sotto la giurisdizione
interna degli Stati Uniti, così come stabilita dagli Stati Uniti», in
questo caso, gli atti condannati dalla Corte, come ad esempio «l'uso
illegale della forza» contro il Nicaragua.
In parole povere, il terrorismo internazionale. Il tutto è stato
consegnato alla pattumiera della storia dalle classi colte, come sempre
accade con le verità indesiderate, insieme alle due risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza dell'ONU su cui gli USA hanno posto il veto con
la leale astensione del Regno Unito. Alla campagna terroristica
internazionale si è accennato appena durante la seduta per la ratifica
della nomina di Negroponte, ma la questione non è considerata di
particolare rilevanza grazie all'esenzione dal principio di universalità
di cui noi individui gloriosi godiamo.
Alla parete del mio ufficio al MIT c'è un dipinto che mi è stato
regalato da un gesuita: raffigura l'Angelo della Morte che incombe
sull'arcivescovo salvadoregno Romero, il cui assassinio nel 1980
inaugurò il cupo decennio di atrocità del terrorismo di Stato
internazionale; di fronte a lui vi sono i sei più importanti intellettuali
latinoamericani, preti gesuiti il cui assassinio, nel 1989, concluse quel
decennio. Quegli intellettuali gesuiti, insieme a una domestica e a sua
figlia, furono trucidati da uno squadrone scelto, armato e addestrato
dagli attuali inquilini di Washington e dai loro mèntori.
Questo squadrone aveva già un sanguinoso passato di massacri
nella campagna terroristica internazionale condotta dagli USA,
definita dal successore di Romero «una guerra di sterminio e un
genocidio contro la popolazione civile inerme». Romero sarebbe stato
ucciso per mano delle stesse persone qualche giorno dopo aver
implorato il presidente Carter di non fornire alla giunta aiuti militari
che avrebbero «sicuramente acuito le ingiustizie ed inasprito la
repressione scatenata contro le organizzazioni civili che lottano per
difendere i diritti umani fondamentali». Dopo il suo assassinio la
repressione proseguì con l'appoggio degli USA, e gli attuali governanti
la portarono avanti fino a farla diventare «una guerra di sterminio e
un genocidio».
Conservo quel dipinto come memento quotidiano del mondo reale,
ma si è rivelato utile anche a un altro scopo.
Molte persone passano per il mio ufficio: quelli che provengono
dall'America latina riconoscono quasi sempre il quadro; quelli
provenienti dal nord del Rio Grande praticamente mai. Tra gli europei
forse il 10% lo riconosce. Ma potremmo fare anche un altro utile
esperimento mentale.
Supponiamo che negli anni Ottanta in Cecoslovacchia le forze di
sicurezza armate ed addestrate dal Cremlino avessero ammazzato un
arcivescovo noto come «la voce dei senza voce», procedendo poi al
massacro di decine di migliaia di persone e concludendo il decennio
con il brutale assassinio di Vaclav Havel e di una mezza dozzina di altri
intellettuali di spicco. Lo sapremmo? Forse no, perché probabilmente
la reazione dell'Occidente sarebbe stata una guerra nucleare, per cui
nessuno lo saprebbe perché non ci sarebbe più nessuno.
La discriminante è, anche in questo caso, cristallina: i crimini dei
nemici hanno luogo, i nostri no, in virtù del fatto che siamo esentati
dal più elementare truismo morale.
I gesuiti, in realtà, sono stati uccisi due volte: perché sono stati
brutalmente assassinati e perché oggi sono sconosciuti negli Stati
illuminati, un destino oltremodo crudele per degli intellettuali. In
Occidente soltanto gli esperti e gli attivisti conosco i loro nomi, e ancor
meno sono coloro che hanno una minima idea dei loro scritti. Il loro
destino è alquanto diverso da quello degli intellettuali dissidenti
appartenenti alla sfera dei nemici ufficiali, loro sì che sono famosi, le
loro opere sono molto pubblicate e lette, e vengono omaggiati per la
coraggiosa resistenza che hanno opposto alla repressione; repressione
che è stata dura, certo, ma che non è neanche lontanamente
paragonabile a ciò che i loro omologhi hanno subìto in quegli stessi
anni sotto il dominio dell'Occidente.
Anche in questo caso, la diversità di trattamento è logica, vista la
nostra esenzione di principio dai truismi morali.
Passiamo ora ad alcuni problemi spinosi. Forse oggi non c'è
problema più importante del «malefico flagello del terrorismo», in
particolare del terrorismo internazionale appoggiato dallo Stato, «una
piaga diffusa dai perversi nemici della civiltà stessa» in un «ritorno
alla barbarie nell'epoca contemporanea».
Così la piaga veniva descritta quando è stata dichiarata la «guerra
al terrore»: non nel settembre del 2003, allora è stata ri-dichiarata,
bensì vent'anni prima, dalle stesse persone e dai loro mèntori. La loro
«guerra al terrore» si tramutò immediatamente in una micidiale
guerra terroristica, con conseguenze agghiaccianti in America centrale,
Medio Oriente, Africa meridionale ed altrove; ma in fondo questa è
soltanto storia, non la storia confezionata dai suoi custodi negli Stati
illuminati. Nella storia più funzionale e quindi accettata, gli anni
Ottanta sono definiti dagli studiosi un decennio «di terrorismo di
Stato», di «persistente coinvolgimento dello Stato, o
"sponsorizzazione" del terrorismo, in particolare in Libia e in Iran».
Gli Stati Uniti si sono limitati a reagire con «un atteggiamento
"proattivo" nei confronti del terrorismo»,18 e lo stesso vale per i loro
alleati: Israele, Sudafrica, la rete terroristica clandestina messa
insieme dai reaganiani, e altri. Lascerò da parte gli islamici radicali
organizzati e addestrati per la causa - non per difendere l'Afghanistan,
che al limite sarebbe stato un fine legittimo, quanto per dissanguare il
nemico ufficiale, probabilmente protraendo la guerra afgana e
lasciando il paese in rovina, situazione che di lì a poco sarebbe
peggiorata con l'arrivo dei clienti occidentali, con conseguenze che non
occorre neanche menzionare.
Sono scomparsi dalla storia accettabile i milioni di vittime della
reale «guerra al terrore» degli anni Ottanta, e quanti hanno cercato di
sopravvivere in ciò che è rimasto delle loro terre straziate. È stata
estromessa dalla storia anche la residua «cultura del terrore» che
«addomestica le aspirazioni della maggioranza», per citare le parole
dei sopravvissuti della comunità intellettuale gesuita di El Salvador in
una conferenza sulla storia vera ma inaccettabile.
Il terrorismo pone molti problemi spinosi. Innanzitutto,
ovviamente, il fenomeno in sé, che davvero costituisce una minaccia,
anche se ci atteniamo soltanto alla minima parte sfuggita ai filtri
dottrinari: il loro terrorismo contro di noi. È solo questione di tempo
prima che il terrorismo e le armi di distruzione di massa si uniscano,
probabilmente con conseguenze terrificanti; tema questo esaminato
nella letteratura specializzata ben prima delle atrocità dell'11
settembre. A prescindere dal fenomeno, esiste un problema di
definizione del «terrorismo». Anche questo è considerato un problema
spinoso, ed è oggetto di analisi nella letteratura accademica e in
conferenze internazionali. Di primo acchito potrebbe sembrare
assurdo considerarlo un problema spinoso. Esistono definizioni che
paiono soddisfacenti, non perfette certo, ma buone quanto altre
considerate non problematiche: ad esempio, le definizioni ufficiali
contenute nel Codice federale e nei Manuali militari statunitensi
risalenti agli inizi degli anni Ottanta, all'epoca in cui fu sferrata la
«guerra al terrore», o formulazioni ufficiali pressoché analoghe del
governo britannico, che definiscono «terrorismo» «l'uso, o la
minaccia, di azioni violente, che provochino danni o turbative, e volte
a influenzare il governo od a intimidire la popolazione al fine di
promuovere una causa politica, religiosa o ideologica». Sono le
definizioni che ho usato per vent'anni occupandomi di terrorismo, fino
a quando l'amministrazione Reagan non dichiarò che la guerra al
terrore sarebbe stata l'obiettivo prioritario della sua politica estera,
sostituendo così i diritti umani che fino ad allora erano stati
sbandierati come «l'anima della nostra politica estera».19
A uno sguardo più attento, tuttavia, il problema emerge in tutta la
sua chiarezza, ed è effettivamente spinoso. Le definizioni ufficiali sono
inutilizzabili, a causa delle loro conseguenze immediate. Una prima
difficoltà sta nel fatto che la definizione di terrorismo è pressoché
identica alla definizione della politica ufficiale degli USA, e di altri
Stati, chiamata «lotta al terrorismo», «guerra a bassa intensità» o con
altri eufemismi. Per quanto ne so, anche questo somiglia ad un
universale storico. Gli imperialisti giapponesi in Manciuria e nella
Cina settentrionale, ad esempio, non erano aggressori o terroristi, ma
proteggevano la popolazione e i governi legittimi dal terrorismo dei
«banditi cinesi». Per portare avanti questo nobile incarico erano
costretti, loro malgrado, a ricorrere alla «lotta al terrorismo» allo
scopo di creare un «paradiso terrestre» in cui i popoli dell'Asia
potessero vivere in pace ed in armonia sotto la guida illuminata del
Giappone. Lo stesso vale per quasi tutti gli altri casi che ho esaminato.
Ma ecco il problema spinoso: non si può dire che gli Stati illuminati
sono ufficialmente dediti al terrorismo.
E ci vuole ben poco per dimostrare che, in base alla loro stessa
definizione, gli Stati Uniti praticano il terrorismo internazionale su
vasta scala, anzi in molti casi lo fanno in maniera incontrovertibile.
Ciò comporta dei problemi. Alcuni emersero nel dicembre del 1987
allorché l'Assemblea generale dell'Onu, in risposta alle pressioni dei
reaganiani, approvò una durissima condanna contro il terrorismo,
facendo appello a tutti gli Stati affinché estirpassero questa piaga
dell'epoca contemporanea.
La risoluzione fu approvata con 153 voti a favore e 2 contro e
l'astensione del solo Honduras. I due Stati che si opposero alla
risoluzione illustrarono le loro motivazioni nel corso del dibattito
all'Onu. Essi contestavano un passaggio in cui si riconosceva «il diritto
all'autodeterminazione, alla libertà e all'indipendenza, quali previste
dalla Carta dell'Onu, ai popoli privati con la forza di quel diritto {...}, in
particolare i popoli soggetti a regimi coloniali e razzisti e a
occupazione straniera». L'espressione «regimi coloniali e razzisti» fu
interpretata come un riferimento al Sudafrica, un alleato degli USA
che si opponeva agli attacchi dell'ANC di Mandela, uno dei «più
pericolosi gruppi terroristici» del mondo, come Washington aveva
decretato in quello stesso periodo. E «occupazione straniera» fu
interpretata invece come un riferimento a un altro Stato-cliente di
Washington: Israele. Non sorprende, dunque, che USA e Israele
opponessero il veto alla risoluzione, riuscendo così a bloccarla; in
realtà la risoluzione fu soggetta al consueto duplice veto: non solo fu
resa inapplicabile ma fu anche sottratta all'informazione ed alla storia,
sebbene fosse la risoluzione sul terrorismo più importante e dura mai
proposta dall'Onu.
Dunque la definizione di «terrorismo» pone un problema spinoso,
più o meno quanto quella di «crimine di guerra».
Come definirlo in modo da violare il principio di universalità,
ovvero in modo tale da esentare noi applicandolo però a determinati
nemici? Peraltro, questi ultimi devono essere scelti con estrema
precisione. Fin dall'epoca di Reagan gli Stati Uniti stilano un elenco
ufficiale degli Stati che sponsorizzano il terrorismo. In tutti questi anni
un solo paese è stato espunto dall'elenco: l'Iraq, per consentire agli
USA di fornire, insieme al Regno Unito e ad altri Stati, gli aiuti di cui
Saddam Hussein aveva estremamente bisogno, e che sono continuati
senza troppi problemi anche dopo che Saddam ebbe commesso i
crimini più orribili. C'è un esempio più recente.
Clinton propose di depennare la Siria dall'elenco se il paese avesse
accettato le condizioni di pace offerte da USA e Israele. Ma poiché la
Siria ha continuato a reclamare la restituzione del territorio
conquistato da Israele nel 1967, è rimasta sull'elenco degli Stati che
foraggiano il terrorismo e continua a figurarvi nonostante Washington
abbia ammesso che da anni il paese non sponsorizza più il terrorismo
e malgrado la collaborazione della Siria con gli Stati Uniti nella
condivisione di informazioni su al-Qaida e su altri gruppi islamici
radicali. Come ricompensa per la sua collaborazione alla «guerra al
terrore», nel dicembre del 2003 il Congresso ha approvato quasi
all'unanimità una legge che prevede l'inasprimento delle sanzioni
contro la Siria (Syria Account-ability Act). Di recente la legge è stata
varata dal presidente, gli Stati Uniti si sono privati così di
un'importante fonte di informazioni sul terrorismo islamico ma per
realizzare un obiettivo ben più elevato: insediare in Siria un regime
che accetti le richieste di Stati Uniti e Israele; non si tratta in effetti di
un metodo insolito, anche se i commentatori continuano a stupirsi, a
prescindere da quanto solide siano le prove ed usuale il metodo, e a
prescindere da quanto possano essere razionali le scelte in termini di
pianificazione chiara e comprensibile delle priorità.
Il Syria Account-ability Act rappresenta un altro esempio eclatante
del rifiuto del principio di universalità. Il nucleo della legge si appella
alla risoluzione 520 del Consiglio di Sicurezza dell'Onu che chiede il
rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale del Libano violate
dalla Siria, la quale continua a mantenere in Libano una presenza
militare che nel 1976 era stata salutata con favore sia dagli USA sia da
Israele poiché era incaricata di compiere stragi di palestinesi. La legge
votata dal Congresso, nonché le notizie e gli editoriali, sorvolano sul
fatto che la risoluzione 520 approvata nel 1982 fosse diretta
esplicitamente contro Israele, e non contro la Siria, e anche che,
sebbene Israele vìoli da 22 anni questa e altre risoluzioni del Consiglio
di Sicurezza sul Libano, non sia stata chiesta alcuna sanzione contro
Israele né una riduzione degli ingenti aiuti militari ed economici
incondizionati che il paese riceve. Questo silenzio che dura da 22 anni
include molti di coloro i quali di recente hanno firmato la legge che
condanna la Siria per aver violato la risoluzione Onu che ordinava ad
Israele di lasciare il Libano. Il principio è stato accuratamente
formulato da uno dei rari commentatori accademici, Steven Zunes:
«La sovranità libanese va difesa se l'esercito di occupazione è di un
paese a cui gli Stati Uniti si oppongono, mentre se ne può fare a meno
se il paese è un alleato degli USA».20 Anche in questo caso il
principio, nonché gli articoli e gli editoriali su questi avvenimenti,
hanno una logica, vista la necessità imperante di rigettare i truismi
morali più elementari, una dottrina fondamentale della cultura
intellettuale e morale.
Tornando all'Iraq, quando il nome di Saddam fu espunto
dall'elenco degli Stati che foraggiavano il terrorismo, al suo posto fu
inserita Cuba, forse in una sorta di ammissione della pesante
escalation di attacchi terroristici internazionali contro Cuba
registratasi alla fine degli anni Settanta, tra cui l'attentato contro un
aereo di linea della Cubana in cui rimasero uccise 73 persone e molte
altre atrocità. Tali atti furono per la gran parte pianificati e attuati
dagli USA, anche se all'epoca Washington aveva abbandonato la
vecchia politica di condurre azioni dirette per scatenare contro Cuba
tutti «i terrori della terra», che era l'obiettivo dell'amministrazione
Kennedy, secondo la definizione data da Arthur Schlesinger, storico
nonché consigliere di Kennedy, nella sua biografia di Robert Kennedy,
al quale fu attribuita la responsabilità della campagna di terrore,
considerata una priorità assoluta. Verso la fine degli anni Settanta
Washington ormai condannava ufficialmente tali atti terroristici, ma
nel frattempo dava ricetto e proteggeva le cellule terroristiche sul
suolo statunitense, violando la stessa legge degli USA. A
Orlando Bosch, considerato dall'FBI l'autore dell'attentato all'aereo
della Cubana e di altre decine di azioni terroristiche, il presidente
George Bush padre ha concesso la grazia, nonostante la forte
opposizione del Dipartimento di Giustizia.
Altri come lui continuano ad agire indisturbati sul suolo
americano, compresi terroristi responsabili di gravi crimini commessi
altrove e per i quali gli Stati Uniti rifiutano l'estradizione (ad Haiti, ad
esempio).
A tal proposito, possiamo ricordare una delle componenti
principali della «dottrina Bush», oggi Bush figlio: «Coloro i quali
danno rifugio ai terroristi sono colpevoli quanto i terroristi stessi» e
vanno trattati di conseguenza, stando a quanto dichiarato dal
presidente in occasione dell'annuncio del bombardamento
dell'Afghanistan a causa del suo rifiuto di consegnare agli USA degli
individui sospettati di terrorismo, senza alcuna prova e senza neanche
un pretesto credibile come in séguito è stato candidamente ammesso.
Graham Allison, esperto di relazioni internazionali dell'Università
di Harvard, l'ha definito l'elemento più importante della dottrina
Bush. Esso «revoca unilateralmente la sovranità degli Stati che danno
rifugio ai terroristi», ha scritto Allison in tono d'approvazione su
Foreign Affairs, aggiungendo che la dottrina è «ormai diventata la
norma defacto delle relazioni internazionali». Il che è giusto, se per
«norma» si intende «dominio delle relazioni internazionali».
Interpretando tale affermazione in maniera strettamente letterale,
si potrebbe concludere che Bush e Allison invochino il
bombardamento degli Stati Uniti, ma questo solo perché non si è
compreso che le più elementari verità morali devono essere
recisamente rigettate: vi è una deroga di fondo al principio
dell'universalità, così profondamente radicata nella cultura
intellettuale imperante da non essere nemmeno percepita, tantomeno
menzionata.
Anche in questo caso abbiamo esempi ogni giorno. La nomina di
Negroponte è uno. Un altro risale a qualche settimana fa, ed è legato
alla morte del leader palestinese Abu Abbas in una prigione americana
in Iraq. La cattura di Abbas è stato uno dei successi più decantati
dell'invasione.
Appena qualche anno prima, Abbas viveva a Gaza e partecipava al
«processo di pace» di Oslo con il benestare di Stati Uniti e Israele, ma
con l'inizio della Seconda intifada fuggì a Baghdad, dove è stato
arrestato dall'esercito americano e imprigionato per il suo
coinvolgimento nel dirottamento della nave da crociera Achille Lauro
nel 1985. Il 1985 è considerato dagli studiosi l'annus horribilis del
terrorismo degli anni Ottanta; il terrorismo mediorientale, stando a un
sondaggio condotto tra i direttori dei giornali, fu la notizia principale
dell'anno. Secondo gli studiosi due furono i crimini più gravi di
quell'anno: il dirottamento dell'Achille Lauro, in cui una persona, un
americano disabile, fu barbaramente uccisa; e un dirottamento aereo
con una vittima, anche in questo caso un americano. A dire il vero, nel
1985 si verificarono altri atti terroristici nella regione, ma questi non
sono filtrati. Uno di essi fu l'esplosione di un'autobomba fuori da una
moschea a Beirut in cui rimasero uccise 80 persone ed altre 250 ferite,
poiché l'ordigno era stato programmato per esplodere mentre le
persone uscivano dalla moschea, massacrando soprattutto donne e
ragazze; ma questo attentato è estromesso dai documenti perché è
riconducibile alla CIA e ai servizi segreti britannici. Un altro caso è
l'attentato che una settimana dopo provocò, come ritorsione, il
dirottamento dell'Achille Lauro: il bombardamento di Tunisi voluto da
Shimon Peres senza alcun pretesto credibile, che causò 75 morti tra
palestinesi e tunisini; l'azione, sollecitata dagli Stati Uniti ed elogiata
dal segretario di Stato Shultz, al tempo ricevette l'unanime condanna
del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, che lo definì un «atto di
aggressione armata» (gli USA si astennero). Ma neanche
quest'avvenimento è entrato negli annali del terrorismo (o forse del
crimine, ben più grave, di «aggressione armata»), e ciò dipende ancora
una volta da chi furono gli autori.
Peres e Schultz non sono morti in carcere, anzi hanno ricevuto il
premio Nobel e ingenti donazioni dei contribuenti per la ricostruzione
di ciò che essi stessi hanno contribuito a distruggere nell'Iraq
occupato, e altri onori. Ancora una volta, tutto si spiega se
comprendiamo che i più elementari truismi morali vanno gettati alle
ortiche.
Talvolta la negazione dei truismi morali è esplicita. Ne è un
esempio la reazione alla seconda principale componente della
«dottrina Bush», formulata ufficialmente nel Rapporto sulla strategia
di sicurezza nazionale del 2002, definito dal Foreign Affairs, la più
autorevole rivista dell'establishment, una «nuova grande strategia
imperiale» che sancisce il diritto di Washington di far ricorso alla forza
per eliminare qualsiasi potenziale minaccia al suo predominio globale.
La Strategia di sicurezza nazionale è stata criticata da ampi settori
della politica estera, anche nell'articolo poc'anzi citato, ma con una
motivazione precisa: non che fosse sbagliata, o inedita, ma perché lo
stile e la sua attuazione erano così radicali da compromettere gli
interessi statunitensi. Henry Kissinger ha definito «rivoluzionario il
nuovo approccio», sottolineando che esso mina il sistema dell'ordine
internazionale costituito con la Pace di Vestfalia nel XVII secolo,
nonché ovviamente la Carta delle Nazioni Unite ed il diritto
internazionale.
Kissinger approva la dottrina ma esprime riserve sullo stile e sulla
tattica, e pone una condizione cruciale: non può essere «un principio
universale a disposizione di qualsiasi nazione». Anzi, il diritto di
aggressione deve essere appannaggio degli Stati Uniti, o al limite
delegato a Stati-clienti selezionati. Insomma, dobbiamo rigettare
recisamente il più elementare truismo morale: il principio
dell'universalità.
Kissinger va elogiato per la sua onestà e per aver formulato
apertamente la dottrina dominante, in genere dissimulata dietro
proclami di nobili intenti e tortuosi legalismi.
Vorrei aggiungere un ultimo esempio, molto attuale e significativo:
analizziamo la «teoria della guerra giusta», che sta vivendo un
formidabile revival grazie alla «rivoluzione normativa» proclamata
negli anni Novanta. Molto si è discusso se l'invasione dell'Iraq soddisfi
le condizioni della guerra giusta, mentre non si è praticamente parlato
del bombardamento della Serbia nel 1999 o dell'invasione
dell'Afghanistan, considerati casi così evidenti da rendere superfluo
qualsiasi dibattito. Esaminiamo rapidamente questi avvenimenti, non
chiedendoci se gli attacchi fossero giusti o sbagliati, ma analizzando la
natura delle argomentazioni.
La critica più dura al bombardamento della Serbia negli ambienti
vicini all'establishment è che si trattava di un intervento «illegale ma
legittimo», come recita la conclusione della Commissione d'inchiesta
internazionale ed indipendente presieduta dal giudice Richard
Goldstone. «Era illegale perché non aveva ricevuto l'approvazione del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», ha stabilito la
Commissione, «ma era legittima perché erano state tentate tutte le vie
diplomatiche e non c'era altro modo per fermare gli eccidi e le atrocità
in Kosovo».21 Inoltre, secondo il giudice Goldstone, alla luce del
rapporto e dei giudizi su cui esso si fondava, si rendeva necessaria una
revisione della Carta delle Nazioni Unite. L'intervento della NATO, ha
spiegato Goldstone, «costituisce un precedente troppo importante»
per essere considerato «un'aberrazione». Piuttosto, «la sovranità dello
Stato deve essere ridefinita alla luce della globalizzazione e della
decisione della maggior parte dei popoli del mondo, in base alla quale i
diritti umani sono ormai di competenza della comunità
internazionale». Goldstone ha altresì posto l'accento sulla necessità di
«un'analisi oggettiva delle violazioni dei diritti umani».22
Quest'ultima osservazione mi pare un ottimo consiglio.
Uno degli interrogativi a cui un'analisi oggettiva potrebbe
rispondere è se la maggioranza dei popoli del mondo accetterebbe
davvero il giudizio degli Stati illuminati. Nel caso del bombardamento
della Serbia esaminando la stampa mondiale ed i comunicati ufficiali
emerge uno scarso sostegno, per usare un eufemismo, a tale
conclusione. Infatti, l'operazione fu duramente condannata fuori dai
paesi della NATO; condanna che però fu perlopiù ignorata.23 Inoltre,
è molto poco probabile che l'auto-esenzione di principio degli Stati
illuminati dall'«universalizzazione», risalente al processo di
Norimberga, otterrebbe l'approvazione della gran parte della
popolazione mondiale. La nuova norma, a quanto pare, si confà allo
schema classico.
Un altro interrogativo a cui un'analisi oggettiva potrebbe
rispondere è se davvero «erano state tentate tutte le vie diplomatiche».
Questa conclusione non è facilmente sostenibile, dal momento che
quando la NATO decise di bombardare c'erano ancora due opzioni sul
tavolo - la proposta della NATO e quella della Serbia - e che dopo 78
giorni di bombardamento di fatto si arrivò a un compromesso tra le
due.24
Un terzo interrogativo è se è vero che «non c'era altro modo per
fermare gli eccidi e le atrocità in Kosovo»: ecco un'altra domanda
cruciale. In questo caso, l'analisi oggettiva è insolitamente semplice.
Esiste un'ampia documentazione prodotta da fonti occidentali
impeccabili: diverse raccolte di documenti del Dipartimento di Stato
diffuse per giustificare la guerra, documenti dettagliati dell'OCSE,
della NATO, dell'ONU, un'Inchiesta parlamentare britannica, e altre
fonti simili.
Questa documentazione insolitamente copiosa presenta alcune
caratteristiche degne di nota. La prima è che questi documenti sono
stati quasi del tutto ignorati nella vasta letteratura sulla guerra del
Kosovo, compresa la letteratura accademica.25 La seconda è che i
contenuti sostanziali della documentazione non solo sono stati
ignorati, ma anche sistematicamente negati. Ho passato in rassegna la
documentazione in altra sede, e non lo rifarò qui, ma ciò che interessa
è che la cronologia, chiara ed esplicita, è stata come al solito ribaltata.
Le atrocità serbe vengono descritte praticamente senza eccezione
come la causa del bombardamento, laddove è innegabile che
avvennero successivamente ai bombardamenti, e per giunta ne furono
una conseguenza prevedibile, come attestano anche fonti dei vertici
NATO.
Il governo britannico, il «falco» dell'alleanza, riteneva che la gran
parte delle efferatezze fossero da attribuirsi non alle forze di sicurezza
serbe, bensì ai guerriglieri dell'UCK
(Esercito di Liberazione del Kosovo) che attaccavano la Serbia
dall'Albania, con l'intento, da essi stessi apertamente dichiarato, di
suscitare una reazione sproporzionata da parte della Serbia da usare
per ottenere l'appoggio occidentale ai bombardamenti. Il rapporto del
governo britannico risale a metà gennaio, ma nella documentazione
non si evidenziano cambiamenti sostanziali fino alla fine di marzo,
quando i bombardamenti furono annunciati e avviati. L'atto di accusa
contro Milosevich, basato su informazioni dei servizi segreti
statunitensi e britannici, rivela lo stesso schema di eventi.
Stati Uniti e Regno Unito, e i commentatori in generale, indicano
nel massacro di Racak di metà gennaio il momento della svolta, ma
tale tesi semplicemente non può essere presa sul serio. In primo luogo,
anche supponendo che le durissime condanne del massacro di Racak
fossero giuste, di fatto tale evento non modificò granché la bilancia
delle atrocità.
In secondo luogo, massacri ben più efferati si stavano compiendo
in quello stesso periodo in altri luoghi, ma non suscitarono grande
interesse, anche se si sarebbe potuto porre fine ad alcuni di essi
semplicemente revocando il sostegno.
Un caso eclatante è quello di Timor Est del 1999 sotto
l'occupazione indonesiana. Stati Uniti e Regno Unito continuarono a
fornire sostegno militare e diplomatico agli occupanti che avevano già
massacrato forse un quarto della popolazione grazie proprio
all'appoggio continuato e decisivo degli americani e dei britannici che
proseguì anche quando, tra l'agosto e il settembre del 1999, in un
parossismo finale di violenza, l'esercito indonesiano devastò il paese.
Questo è solo uno dei tanti esempi, ma basta da solo a liquidare le
professioni di orrore su Racak.
In Kosovo le stime occidentali parlano di circa 2000 morti
nell'anno precedente l'invasione. Ammesso che le stime del Regno
Unito e di altri siano corrette, le vittime furono per la gran parte uccise
dai guerriglieri dell'UCK. In uno dei pochi studi accademici che
abbiano analizzato seriamente la questione si stima che 500 di quelle
2000 persone furono ammazzate dai serbi. Mi riferisco allo studio,
accurato e prudente, di Nicholas Wheeler, il quale appoggia il
bombardamento della NATO sulla base del fatto che se la NATO non
fosse intervenuta si sarebbero verificate atrocità peggiori.26
Il ragionamento è: bombardando, anche se si sapeva che
l'intervento avrebbe generato atrocità, la NATO ha evitato ulteriori
atrocità, forse perfino una nuova Auschwitz, come molti sostengono.
Che tali argomentazioni vengano prese sul serio, così come accade, la
dice lunga sulla cultura intellettuale dell'Occidente, soprattutto alla
luce del fatto che c'erano ancora due opzioni diplomatiche e che alla
fine l'accordo raggiunto dopo i bombardamenti fu un compromesso
tra le due proposte (almeno ufficialmente).
Perfino Goldstone sembra nutrire qualche riserva in merito. Egli
ammette - e sono in pochi a farlo - che il bombardamento della NATO
non era stato intrapreso per proteggere la popolazione albanese del
Kosovo, e che la «conseguenza diretta» fu «una catastrofe tremenda»
per i kosovari - come peraltro avevano previsto sia il comando NATO
che il Dipartimento di Stato -, seguita da un'altra catastrofe, in
particolare per i serbi e i rom, sotto l'occupazione NATO-ONU. I
commentatori e i sostenitori della NATO, prosegue Goldstone, «hanno
trovato conforto nella convinzione che l'operazione "Ferro di Cavallo",
il progetto serbo di pulizia etnica contro gli albanesi del Kosovo, fosse
stata avviata prima dell'inizio dei bombardamenti, e non in
conseguenza di essi». Il termine «convinzione» è quanto mai
appropriato in questo caso: nella voluminosa documentazione
occidentale non vi sono prove che fosse stato avviato qualcosa prima
che gli osservatori internazionali venissero richiamati in vista del
bombardamento, e molto poco nei pochi giorni precedenti l'inizio dei
bombardamenti; d'altronde, l'«operazione Ferro di Cavallo» si è
rivelata un'invenzione dei servizi segreti, anche se è difficile dubitare
del fatto che la Serbia avesse dei piani d'emergenza, al momento
sconosciuti, per tali azioni in risposta all'attacco della NATO.
È arduo, dunque, riuscire ad accettare le conclusioni della
Commissione internazionale sulla legittimità del bombardamento, che
rappresenta un tentativo serio ed equilibrato di affrontare la
questione.
I fatti in sé non sono discutibili, come può verificare chiunque sia
interessato all'argomento. Suppongo che sia per questo che la
voluminosa documentazione occidentale è stata così scrupolosamente
ignorata. Quale che sia il proprio giudizio personale sul
bombardamento, che non è in discussione qui, la conclusione accettata
secondo cui il caso del Kosovo costituisce un esempio incontrovertibile
di guerra giusta nonché la prova definitiva della «rivoluzione
normativa» guidata dagli «Stati illuminati» è, a dir poco, stupefacente,
a meno che, ovviamente, non si torni al solito principio: i truismi
morali vanno gettati alle ortiche, quando si applicano a noi.
Torniamo al secondo caso - la guerra in Afghanistan considerato
un esempio talmente paradigmatico di guerra giusta che quasi non se
ne discute. La stimata filosofa morale e politica Jean Bethke Elshtain
sintetizza in maniera abbastanza precisa l'opinione dominante
allorché scrive che solo i pacifisti incalliti e i pazzi completi dubitano
che quella in Afghanistan sia stata una guerra incontestabilmente
giusta. Anche in questo caso, sorge qualche interrogativo circa i fatti.
Prima di tutto, ricordiamo gli scopi della guerra: punire gli afgani
finché i talebani non avessero accettato di consegnare Osama bin
Laden anche senza prove della sua colpevolezza. Contrariamente ai
commenti successivi, l'idea di rovesciare il regime dei talebani è
venuta in séguito, dopo diverse settimane di bombardamenti.
Secondo, un bel po' di prove dimostrano che non è vero che solo i
pazzi e i pacifisti incalliti non si sono uniti al coro di approvazione.
Stando a un sondaggio internazionale della Gallup, condotto dopo
l'annuncio dei bombardamenti, ma prima che avessero realmente
inizio, il consenso all'intervento era molto risicato e pressoché nullo
nel caso in cui fossero stati colpiti i civili, come è stato fin dall'inizio.
E anche quel tiepido consenso si fondava unicamente sul
presupposto che fosse stato accertato che gli obiettivi da colpire erano
effettivamente i responsabili degli attentati dell'11 settembre. Non lo
erano. Otto mesi dopo, nel corso di una testimonianza al Senato, il
capo dell'FBI ha dichiarato che al termine della più imponente
indagine internazionale dei servizi segreti della storia, il massimo che
si poteva dire era che si «riteneva» che il complotto fosse stato ordito
in Afghanistan, mentre gli attentati erano stati pianificati e finanziati
altrove. Di conseguenza, non vi era un apprezzabile sostegno popolare
al bombardamento, contrariamente alle solite dichiarazioni fiduciose,
eccezion fatta per alcuni paesi e, ovviamente, per le élite occidentali.
L'opinione pubblica afgana è più difficile da valutare, ma sappiamo
per certo che dopo diverse settimane di bombardamenti figure di
spicco del movimento anti-talebano, tra cui alcuni personaggi tenuti in
grande considerazione dagli Stati Uniti e dal presidente Karzai,
cominciarono a condannare i bombardamenti, chiedendone la fine ed
accusando gli USA di bombardare solo per «mostrare i muscoli»,
mentre al contempo stavano minando i loro sforzi per rovesciare il
regime talebano dall'interno.
Dunque, se dovessimo adottare il truismo in base al quale i fatti
sono importanti, sorgerebbe sicuramente qualche problema, ma non
c'è da temere che ciò accada.
Poi ci sono le questioni riguardanti la guerra giusta. Di colpo si
pone il problema dell'universalità. Se gli Stati Uniti sono
indiscutibilmente autorizzati a bombardare un paese per costringere i
suoi leader a consegnare un individuo da loro sospettato di
coinvolgimento in un attentato terroristico, allora, a maggior ragione,
Cuba, il Nicaragua e una schiera di altri paesi sarebbero in diritto di
bombardare gli Stati Uniti, poiché è indubbio il coinvolgimento degli
USA in azioni terroristiche gravissime ai danni di quei paesi: nel caso
di Cuba per l'episodio risalente a 45 anni fa, ampiamente documentato
da fonti inappuntabili e mai messo in discussione; e nel caso del
Nicaragua, per cui gli USA furono perfino condannati dalla Corte di
giustizia internazionale e dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu (con
risoluzioni su cui fu posto il veto), e dopo la condanna intensificarono
gli attacchi. La conclusione consegue naturalmente se accettiamo il
principio di universalità. Si tratta ovviamente di una conclusione
eccessiva, che nessuno sosterrebbe. Dobbiamo pertanto concludere,
ancora una volta, che il principio di universalità prevede un'eccezione
fondamentale, e che il rifiuto dei più elementari truismi morali è così
profondamente radicato che finanche sollevare la questione è
considerato un abominio indicibile. Nondimeno, questo è un altro
giudizio che fa luce sulla cultura intellettuale e morale imperante, con
il suo ripudio di principio di inaccettabili ovvietà.
Il caso dell'Iraq è stato considerato più controverso, per questo
esiste un'ampia letteratura in cui si discute se il caso soddisfi i criteri
del diritto internazionale e della guerra giusta.
Un eminente studioso, Michael Glennon della Fletcher School of
Law and Diplomacy, sostiene senza mezzi termini che il diritto
internazionale non è altro che «aria fritta» e che andrebbe
abbandonato, in quanto la prassi degli Stati non vi si conforma:
ovvero, gli Stati Uniti e i suoi alleati lo ignorano. Un ulteriore vizio del
diritto internazionale e della Carta dell'ONU, afferma Glennon, è che
essi limitano la facoltà degli USA di fare ricorso alla forza, e tale
ricorso è cosa buona e giusta, dal momento che, a quanto pare, gli Stati
Uniti sono per definizione la guida degli «Stati illuminati»
(l'espressione è sua): egli non adduce prove né argomentazioni, né
ritiene necessario farlo. Un altro stimato studioso sostiene che gli Stati
Uniti e il Regno Unito avrebbero agito di fatto in osservanza alla Carta
ONU, in base a un'«interpretazione comunitaria» delle sue clausole:
avrebbero insomma compiuto la volontà della comunità
internazionale, in una missione tacitamente delegata a loro perché
erano gli unici ad avere il potere di portarla a termine.27 A quanto
pare, è del tutto irrilevante la vibrata opposizione della comunità
internazionale, che ha raggiunto livelli inediti: il che è abbastanza
ovvio, visto che i popoli fanno parte della comunità internazionale,
tuttavia l'opposizione si è registrata perfino tra le élite.
Altri sostengono che il diritto è uno strumento vivo, il cui valore è
determinato dalla prassi, e la prassi dimostra che sono state fissate
nuove norme che consentono l'«autodifesa preventiva», un altro
eufemismo per intendere l'aggressione a proprio piacimento. Il
presupposto tacito è che le norme vengono stabilite dai potenti e che
costoro sono gli unici a godere del diritto all'autodifesa preventiva.
Nessuno, ad esempio, si azzarderebbe a sostenere che il Giappone
esercitasse tale diritto quando bombardò le basi militari nelle colonie
statunitensi delle Hawaii e delle Filippine, anche se i giapponesi
sapevano benissimo che dalle catene di montaggio della Boeing
stavano uscendo le Fortezze Volanti B-17 e di certo erano a conoscenza
del dibattito negli USA su questi velivoli, che potevano essere usati per
ridurre in cenere le città di legno del Giappone in una guerra di
sterminio, decollando proprio dalle basi nelle Hawaii e nelle
Filippine.28 E nessuno, oggi, concederebbe quel diritto a uno Stato, ad
eccezione degli Stati auto-proclamatisi illuminati, i quali hanno il
potere di determinare le norme e di applicarle in maniera selettiva e ad
libitum, beandosi degli elogi per la loro nobiltà, generosità e visione
messianica della rettitudine.
In tutto ciò non vi è nulla di inedito, salvo un aspetto. I mezzi di
distruzione attuali sono ormai così terrificanti, e i rischi legati al loro
dispiegamento e utilizzo così enormi, che un marziano dotato di
ragione osservandoci non darebbe molte probabilità di sopravvivenza
a questa specie bizzarra, almeno finché il disprezzo verso i più
elementari truismi morali continuerà ad essere così radicato nelle élite
colte.
Capitolo sesto: Intelligenza umana e ambiente.1

Per cominciare voglio ricordare un interessante dibattito di


qualche anno fa tra il noto astrofisico Carl Sagan ed Ernst Mayr, il
grande vecchio della biologia americana. Il dibattito verteva sulla
possibilità di trovare altre forme di vita intelligente nell'universo.
Sagan, dalla sua prospettiva di astrofisico, riteneva che esistessero
innumerevoli pianeti come il nostro e che quindi ci fossero buone
ragioni per credere che su qualcuno di essi si fossero sviluppate forme
di vita intelligente. Mayr, da buon biologo, sosteneva invece che è
molto difficile che si possano trovare altre forme di vita. La ragione,
disse, è che abbiamo praticamente un unico esempio: la Terra. Diamo
allora uno sguardo alla Terra.
La tesi di fondo di Mayr era che l'intelligenza sia una specie di
mutazione letale. Egli aveva fondati argomenti per sostenere tale idea.
Se consideriamo il successo biologico, che possiamo misurare vedendo
quanti di noi sono adesso qui, gli organismi che hanno più successo
sono quelli che mutano molto rapidamente, come i batteri, o quelli che
sono confinati in una nicchia ecologica fissa, come gli scarafaggi.
Loro hanno successo e riescono a sopravvivere alle crisi ambientali.
Ma se risaliamo la scala fino a quella che chiamiamo intelligenza,
allora i successi cominciano a diminuire. Arriviamo progressivamente
ai mammiferi, che sono davvero pochi rispetto, ad esempio, agli
insetti. Poi vengono gli esseri umani, la cui origine risale a circa
100000 anni fa, e che rappresentano un gruppo molto ristretto. Non
lasciamoci ingannare dal fatto che in giro ne vediamo così tanti, hanno
una storia di poche migliaia di anni, che da un punto di vista evolutivo
è insignificante. La sua tesi era dunque: non troveremo forme di vita
intelligente altrove, e probabilmente se esistono qui da così tanto
tempo è anche perché si tratta solo di una mutazione letale. E
aggiungeva altresì, in maniera un po' sinistra, che la vita media di una
specie si aggira intorno ai 100000 anni, più o meno il periodo di
tempo da cui esistono gli esseri umani.
Con la crisi ambientale ci troviamo attualmente nella condizione di
poter decidere se Mayr avesse ragione o meno.
Se non facciamo qualcosa di risolutivo per l'ambiente, e se non
agiamo quanto prima, allora avrà avuto ragione Mayr: l'intelligenza
umana è davvero una mutazione letale. Può essere che alcuni esseri
umani sopravvivranno, ma si disperderanno e non avranno
un'esistenza dignitosa, e ci porteremo dietro gran parte del restante
mondo vivente.
Dunque, stiamo facendo qualcosa in merito? Le prospettive non
sono delle migliori. Come sapete, lo scorso dicembre si è tenuta una
conferenza internazionale sull'argomento.
È stato un completo disastro. Non si è giunti a nulla.
Le economie emergenti come la Cina, l'India e altre hanno
sostenuto che non è giusto che siano loro a portare il fardello di
duecento anni di distruzione ambientale attuata dai paesi che oggi
sono ricchi e sviluppati. È un argomento plausibile, ma si tratta di uno
di quei casi in cui si vince la battaglia ma si perde la guerra. Questo
argomento, infatti, non sarà più loro molto utile se la crisi ambientale
avanza e con essa anche l'impossibilità di vivere in una società
sostenibile.
E poi, naturalmente, i paesi poveri, in nome dei quali parlano,
sarebbero i più colpiti. In realtà sono già i più colpiti.
E continuerà ad essere così. Tra i paesi più ricchi e sviluppati sono
emerse delle differenze. L'Europa sta facendo effettivamente qualcosa,
cercando di stabilizzare i livelli di emissioni.
Gli Stati Uniti no.
Un noto ambientalista, George Monbiot, dopo la conferenza di
Copenaghen ha scritto: «Il fallimento della conferenza si può
sintetizzare in due parole: Barack Obama». Ha ragione. Il discorso di
Obama alla conferenza è stato, ovviamente, molto importante,
considerato il potere ed il ruolo degli Stati Uniti sulla scena
internazionale. Ma il suo intervento ha affossato la conferenza. Niente
restrizioni, così muore il Protocollo di Kyoto. In due anni gli Stati Uniti
non vi hanno mai aderito. Nel frattempo le emissioni negli Stati Uniti
hanno registrato un incremento notevole, e non è stato fatto nulla per
porvi un freno. Naturalmente, la responsabilità non è solo di Obama,
ma anche della nostra società e della nostra cultura. Le nostre
istituzioni sono pensate in modo da rendere estremamente difficile
cercare di ottenere qualcosa.
L'atteggiamento dell'opinione pubblica è un po' più difficile da
giudicare. Si fanno un mucchio di sondaggi, con esiti diversi a seconda
di come si interpretano le domande e le risposte. Ma una parte molto
consistente della popolazione, probabilmente la stragrande
maggioranza, tende a liquidare il problema considerandolo una delle
solite montature liberali.
Particolarmente interessante è il ruolo del settore industriale, che
di fatto gestisce il paese ed il sistema politico. Loro sono molto
espliciti. Le grandi lobby imprenditoriali come la Camera di
Commercio, l'American Petroleum Institute e altri sono stati chiari.
Un paio di anni fa dissero che avrebbero condotto un'enorme
campagna pubblicitaria per convincere la gente che è tutto falso e che
si tratta solo di una montatura dei liberali, e lo hanno fatto davvero. A
giudicare dai sondaggi la campagna ha sortito qualche effetto.
Vale davvero la pena soffermarsi sui personaggi che conducono
queste campagne, come ad esempio gli amministratori delegati delle
grandi aziende. Costoro sanno benissimo, come lo sappiamo voi e io,
che si tratta di un problema molto concreto e che i rischi sono terribili,
e che stanno mettendo in pericolo la vita dei loro nipoti. In realtà
stanno mettendo a rischio ciò che loro stessi possiedono: il loro
mondo, e ne minacciano la sopravvivenza. La cosa da una certa
prospettiva sembra irrazionale, e in effetti lo è. Ma da un altro punto di
vista è molto razionale. Essi agiscono in seno alle strutture delle
istituzioni di cui fanno parte. Operano all'interno dei sistemi di
mercato, non completamente, ma in parte sì.
Appartenendo a un sistema di mercato, s'ignora necessariamente
quello che gli economisti chiamano «esternalità», ovvero l'effetto che
una transazione può avere su qualcun altro. Per fare un esempio: se
uno di voi mi vende una macchina, possiamo fare entrambi un buon
affare, ma non teniamo conto dell'effetto che la transazione ha sugli
altri. E un effetto c'è, naturalmente. Possiamo considerarlo minimo,
ma se lo moltiplichiamo per tante persone allora diventa enorme:
inquinamento, ingorghi, perdita di tempo nel traffico ecc. Tutte cose
che non si prendono in considerazione, ovviamente. Rientra nel
sistema di mercato.
Proprio adesso stiamo assistendo a un esempio simile. La crisi
finanziaria ha molteplici radici, ma quella principale era risaputa da
tempo. Se ne parlava già diversi decenni prima dell'inizio della crisi. Ci
sono state ripetute crisi, infatti, e quest'ultima è solo la più grave. La
ragione fondamentale affonda le radici nei sistemi di mercato. Se
Goldman Sachs, per esempio, esegue una transazione, se fa il proprio
lavoro, se i manager si danno da fare per ricavare il massimo dalla
transazione e l'ente o la persona dall'altra parte - uno che ha chiesto
un mutuo, ad esempio - fa la stessa cosa, allora non tengono conto del
cosiddetto rischio sistemico, ovvero della possibilità che la transazione
che stanno conducendo contribuisca al crollo dell'intero sistema. Non
ne tengono conto. Ecco in buona sostanza quello che è accaduto. Il
rischio sistemico si è rivelato altissimo, così alto da far crollare il
sistema, sebbene le transazioni originarie fossero assolutamente
razionali all'interno del sistema.
Non dobbiamo pensare siano cattive persone o cose del genere. Se
non lo facessero - immaginatevi un amministratore delegato che dice:
«ok, ora prendo in considerazione le esternalità» - verrebbero cacciati
e qualcun altro prenderebbe il loro posto. È la natura dell'istituzione.
Puoi essere una bravissima persona nella vita privata. Puoi essere
iscritto al Sierra Club2 e tenere discorsi sulla crisi ambientale o cose
del genere, ma in quanto manager di un'azienda non hai scelta: devi
cercare di massimizzare il profitto a breve termine ed aumentare la
quota di mercato - infatti, si tratta di un requisito giuridico nel diritto
societario angloamericano -, anche perché se non lo fai o la tua attività
scompare perché qualcun altro nel breve periodo ottiene risultati
migliori oppure semplicemente ti licenziano perché non hai fatto il tuo
dovere e qualcun altro prenderà il tuo posto. Esiste quindi
un'irrazionalità istituzionale. All'interno dell'istituzione il
comportamento è perfettamente razionale, ma in sé le istituzioni sono
talmente irrazionali da essere progettate per crollare.
Se si guarda, ad esempio, al sistema finanziario, quanto accaduto è
estremamente drammatico. Ci fu un crollo degli anni Venti-Trenta, la
Grande Depressione. Ma poi furono introdotti dei meccanismi
regolatori; accadde per effetto della pressione popolare, ma alla fine
furono introdotti. E per tutto il ventennio successivo si ebbe una
crescita economica molto rapida e piuttosto egalitaria, non ci furono
crisi finanziarie perché i meccanismi regolatori interferirono con il
mercato e impedirono che agissero i soli princìpi di mercato. Ecco un
modo per tener conto delle esternalità. È quello che fa un sistema di
regolazione.
In primo luogo, il ruolo della finanza nell'economia è esploso, tanto
che la quota di utili delle imprese detenuta dagli istituti finanziari è
aumentata vertiginosamente dagli anni Settanta. A ciò fa da corollario
lo svuotamento della produzione industriale, che è stata esternalizzata.
Tutto questo è il prodotto di una sorta di fanatismo religioso chiamato
economia - e non è tanto per dire -, basato su ipotesi prive di
qualunque fondamento teorico e di basi empiriche, ma che risultano
molto seducenti perché consentono, una volta adottate, di dimostrare
dei teoremi: l'efficienza del mercato, la tesi delle aspettative razionali,
e così via. La diffusione di queste ideologie, così attraenti per i
concentramenti di ricchezza e i privilegi, e il loro successo, erano
simboleggiati da Alan Greenspan, che almeno ha avuto la decenza di
dire che era tutto sbagliato quando il sistema è crollato. Credo che
storicamente non si sia mai verificato un crollo di un intero edificio
intellettuale paragonabile a questo, almeno a quel che ricordo. Ma la
cosa sorprendente è che non ha avuto conseguenze.
Tutto continua come prima. Il che ci fa capire che si tratta di
qualcosa di funzionale ai sistemi di potere.
Sotto la pressione di queste ideologie, il sistema regolatore è stato
smantellato da Reagan, Clinton e Bush. Contrariamente agli anni
Cinquanta e Sessanta, le crisi finanziarie si sono ripetute lungo tutto il
periodo. Durante gli anni di Reagan ce ne furono alcune davvero gravi.
Clinton lasciò l'incarico nel pieno di una crisi: lo scoppio della bolla
tecnologica.
Poi c'è quella che stiamo vivendo oggi. Ogni volta è peggio. Il
sistema viene ricostruito istantaneamente, e così la prossima volta con
ogni probabilità sarà ancora peggio.
Una delle cause, non l'unica, sta nel fatto che in un sistema di
mercato non si prendono in considerazione le esternalità, nella
fattispecie il rischio sistemico.
Non che sia letale nel caso delle crisi finanziarie. Una crisi
finanziaria può essere terribile. Può far perdere il lavoro a milioni di
persone, e distruggere le loro vite. Ma c'è sempre una via d'uscita. Può
sempre salvarti il contribuente. Ed è esattamente quello che è
accaduto. Ne abbiamo avuto un drammatico esempio negli ultimi due
anni. Il sistema finanziario è fallito miseramente. Il governo, e cioè il
contribuente, è intervenuto e lo ha salvato.
Ma torniamo alla crisi ambientale. Non c'è nessuno che possa
venire a salvarci. L'esternalità in questo caso è il destino della specie.
Se questo nelle operazioni del sistema di mercato viene ignorato,
allora non c'è nessuno che possa salvarci. Quindi si tratta di
un'esternalità letale. E il fatto che la cosa vada avanti senza che
vengano adottate misure serie suggerisce che in effetti Ernst Mayr ci
aveva visto giusto. C'è qualcosa in noi, nella nostra intelligenza, che ci
rende capaci di agire in maniera razionale in contesti ristretti, ma che
è irrazionale rispetto agli obiettivi a lungo termine, come per esempio
preoccuparci del mondo in cui vivranno i nostri nipoti. Ed è difficile
capire come superare questo momento, soprattutto negli Stati Uniti.
Siamo lo Stato più potente al mondo e ciò che facciamo ha un'enorme
importanza. Abbiamo uno dei peggiori primati in questo àmbito.
Ci sono alcune cose che potremmo fare. Non è difficile elencarle.
Una delle principali, che non richiede in realtà una grande tecnologia,
è l'isolamento termico delle case.
Parlo delle case già costruite; dopo la Seconda guerra mondiale si
ebbe un grande boom edilizio che, dal punto di vista dell'ambiente,
appare estremamente irrazionale. Anche in questo caso, era razionale
dal punto di vista del mercato.
Esistevano dei modelli per la costruzione delle case, per la
produzione di massa delle case, che venivano utilizzati in tutto il
paese, in condizioni differenti. Quindi, un certo tipo di costruzione
poteva avere senso in Arizona, ma non in Massachusetts. Quelle case
ora sono lì. Dal punto di vista energetico sono estremamente
inefficienti, ma possono essere messe a posto. Si tratta di lavori edilizi,
in fondo.
Sono queste le cose che potrebbero fare la differenza. Potrebbero
anche dare ossigeno a uno dei principali settori in crisi, quello
dell'edilizia, e aiutare a superare in parte la crisi occupazionale. Ci
vorranno contributi. Ci vorranno soldi, provenienti in fin dei conti
dalle tasche dei contribuenti. Noi lo chiamiamo governo, ma in realtà
si tratta dei contribuenti.
Tuttavia, sarebbe un modo per stimolare l'economia, per creare
occupazione, e anche per ottenere un risultato significativo contro la
distruzione ambientale. Ma a stento ci sono proposte in merito, quasi
nulla.
Un altro esempio, che è una specie di scandalo per gli Stati Uniti -
se qualcuno di voi è stato all'estero sa perfettamente di cosa parlo -, è
che quando si torna negli USA quasi da qualunque parte del mondo
sembra di essere sbarcati letteralmente in un paese del Terzo Mondo.
Il sistema delle infrastrutture è al collasso, i trasporti non funzionano.
Basta prendere un treno. Quando mi trasferii a Boston negli anni
Cinquanta, c'era un treno che faceva la tratta Boston-New York. Ci
metteva 3 ore e 45 minuti. Ora c'è questo treno tanto strombazzato, si
chiama Acela, il supertreno. Impiega 3 ore e 40 minuti. In Giappone,
in Germania, in Cina, ma pressoché ovunque, ci metterebbe forse
un'ora e mezza, al massimo due. È così in ogni settore.
Non è un caso. Si tratta di un gigantesco progetto di ingegneria
sociale voluto dal governo e dalle imprese a partire dagli anni
Quaranta. È stato il frutto di uno sforzo sistematico per ridisegnare la
società in modo da massimizzare l'utilizzo dei combustibili fossili. Da
una parte sono stati eliminati i sistemi ferroviari efficienti. Il New
England, per esempio, aveva un sistema ferroviario elettrico alquanto
efficiente che attraversava tutto lo Stato. Nel primo capitolo del
romanzo Ragtime E.L. Doctorow racconta il viaggio del protagonista
che attraversa il New England utilizzando la linea ferroviaria elettrica.
La ferrovia è stata completamente smantellata a beneficio di
automobili e camion. Los Angeles, che ormai è diventata un posto
davvero terrificante - non so se qualcuno di voi ci è stato -, aveva un
ottimo sistema di trasporto pubblico elettrico. È stato smantellato. Fu
rilevato negli anni Quaranta dalla General Motors, dalla Firestone
Rubber e dalla Standard Oil of California. L'obiettivo era smantellare il
sistema ferroviario per spostare tutto il trasporto su strada:
automobili, camion e autobus. E così è stato. Tecnicamente si tratta di
una cospirazione. E infatti i responsabili sono stati portati in tribunale
con l'accusa di cospirazione ed in séguito condannati. Mi pare che
siano stati condannati a pagare 5000 dollari o giù di lì, abbastanza per
pagare la cena della vittoria.
Subentrò il governo, e ora abbiamo quello che oggi è chiamato
sistema di autostrade interstatali. Quando fu costruito negli anni
Cinquanta, si chiamava Rete Autostradale per la Difesa Nazionale,
perché a qualsiasi cosa si faccia negli Stati Uniti bisogna aggiungere la
parola «difesa». È l'unico modo per ingannare il contribuente e
spingerlo a pagare. Infatti, in quegli anni, e quelli di voi che sono
abbastanza vecchi lo ricorderanno, si diceva che ne avevamo bisogno
per trasferire rapidamente i missili da una parte all'altra del paese in
caso di attacco dei russi o qualcosa di simile. Così si ingannarono i
contribuenti, costringendoli a pagare quest'opera.
Tale progetto andava di pari passo con la distruzione della ferrovia,
ed è per questa ragione che ci ritroviamo nelle condizioni che ho
appena descritto. Ingenti somme di denaro federale ed industriale
finirono per essere investite in autostrade ed aeroporti. Tutte cose che
utilizzano carburante. È questo sostanzialmente il criterio.
Inoltre, il paese ha visto crescere a dismisura i sobborghi urbani:
interessi immobiliari, interessi locali e di altro tipo hanno ridisegnato
la vita atomizzandola e suburbanizzandola.
Non sto criticando le periferie. Io stesso vivo in periferia e mi piace.
Ma è estremamente inefficiente, incredibilmente inefficiente, e
produce effetti sociali che probabilmente finiscono per essere deleteri.
Comunque, tutto questo non è accaduto per caso, è stato
pianificato. In quel periodo è stato fatto un gigantesco sforzo per dar
vita ad una società il più distruttiva possibile. E tentare di ripetere quel
grande progetto di ingegneria sociale non è cosa semplice. Comporta
una marea di problemi.
Un altro elemento di un approccio razionale - e chiunque sulla
carta sarebbe d'accordo - è lo sviluppo dell'energia sostenibile, la
tecnologia verde. Tutti sanno cos'è e tutti ne dicono un gran bene. Ma
allo stato attuale la tecnologia verde viene sviluppata in Spagna, in
Germania e soprattutto in Cina. Gli Stati Uniti la importano. Infatti,
moltissime innovazioni vengono realizzate qui, ma applicate altrove. I
capitali che gli investitori statunitensi attualmente immettono nella
tecnologia verde in Cina sono molto più ingenti del totale di quelli
investiti negli Stati Uniti e in Europa. Quando il Texas ha
commissionato pannelli solari e mulini a vento alla Cina si sono
scatenate forti proteste: così si distruggono le nostre industrie, si
diceva. In realtà non stanno distruggendo un bel niente perché noi
siamo fuori dai giochi. Semmai stanno minacciando le industrie
spagnole e tedesche, che sono ben più avanti di noi.
Giusto per far capire quanto tutto questo sia surreale,
l'amministrazione Obama ha di fatto rilevato l'industria
automobilistica, il che significa che l'avete rilevata voi. Voi la pagate,
voi avete salvato il comparto, e fondamentalmente voi la possedete. E
loro continuano a fare esattamente quello che fanno più o meno le
grandi aziende, per esempio chiudono ovunque gli impianti della GM.
La chiusura di uno stabilimento non significa solo licenziare gli operai;
significa anche distruggere una comunità. Prendiamo la cosiddetta
Rust Beh, la cintura industriale.3 Qui le comunità furono costruite a
partire dall'organizzazione del lavoro e si sono sviluppate intorno agli
stabilimenti. Ora vengono smantellate, il che ha profonde
ripercussioni. Proprio nel momento in cui loro stanno dismettendo gli
impianti, ovvero io e voi stiamo dismettendo gli impianti, perché è da
noi che proviene il denaro, e loro dovrebbero essere i nostri
rappresentanti - ma di fatto non lo sono -, nello stesso momento
dunque Obama inviava il suo ministro dei Trasporti in Spagna per
stipulare, usando il denaro federale, contratti per la costruzione della
linea ferroviaria veloce, di cui sia noi sia il mondo abbiamo un estremo
bisogno. Gli stabilimenti in procinto di essere smantellati, e gli operai
specializzati che vi lavorano, potrebbero essere riconvertiti per
fabbricare treni ad alta velocità qui da noi. Hanno la tecnologia, le
conoscenze e le capacità per farlo. Ma non conviene alle banche, così
saremo costretti ad acquistarli dalla Spagna. Proprio come la
tecnologia verde, che sarà realizzata in Cina.
Si tratta di scelte, non di leggi di natura. Ma, purtroppo, sono le
scelte che si stanno compiendo. E non vi sono segnali, neanche
minimi, di cambiamento in senso positivo. Si tratta di problemi molto
seri. Potrei fare tanti altri esempi analoghi, ma non ho intenzione di
farlo. Il quadro generale è questo pressoché in ogni settore. Non penso
che la scelta dei casi che ho esaminato sia di parte - è una selezione,
ovviamente -, ma penso che si tratti una selezione abbastanza equa di
casi che illustrano ciò che sta accadendo. Le conseguenze sono davvero
spaventose.
A ciò contribuiscono anche i media. Ad esempio, leggendo un
articolo tipo poniamo del New York Times sapete che è in atto un
dibattito sul riscaldamento globale. Se vi soffermate sul dibattito
scoprirete che vede contrapposti, da un lato, quasi il 98% degli
scienziati mondiali più illustri e, dall'altro, un paio di seri scienziati
che mettono in dubbio il problema, e poi Jim Inholfe4 e qualche altro
senatore. Insomma, questo sarebbe il dibattito. E il cittadino deve
scegliere tra questi due schieramenti. Circa un paio di mesi fa il New
York Times ha pubblicato in prima pagina un articolo esilarante, in cui
nel titolo si diceva che i meteorologi mettevano il dubbio il
riscaldamento globale. Nell'articolo si parlava del dibattito in corso tra
i meteorologi; i meteorologi sono quei bei faccini che in tv leggono
quello che qualcun altro gli fa segno di leggere e poi dicono che
domani pioverà.
Questo dunque è un fronte del dibattito. L'altro comprende
praticamente tutti gli scienziati che abbiano una minima cognizione
del clima. Devo credere ai meteorologi? Loro mi dicono se domani
devo indossare l'impermeabile. Invece che ne so io di questi scienziati?
Se ne stanno nei loro laboratori da qualche parte a lavorare con
simulazioni al computer.
Insomma, la gente è confusa, ed è comprensibile.
È interessante notare che da questo dibattito è completamente
estromesso un terzo gruppo, e cioè un nutrito gruppo di ricercatori,
molto competenti, che ritiene che l'opinione della comunità scientifica
sia fin troppo ottimistica. All'incirca un anno fa un gruppo di
ricercatori del MIT ha stilato un rapporto in cui viene illustrato quello
che nelle pubblicazioni scientifiche è definito modello climatico più
completo mai elaborato. La loro conclusione, che non è stata riportata
dai media, a eccezione delle riviste scientifiche, era che sì, l'opinione
prevalente nella comunità scientifica internazionale è del tutto
sbagliata, è troppo ottimistica; e se si aggiungono altri fattori che nello
studio non sono stati adeguatamente considerati, il quadro si fa ancora
più inquietante. La conclusione è che se non smettiamo praticamente
subito di usare i combustibili fossili sarà la fine. Non saremo più in
grado di far fronte alle conseguenze. Tutto questo non è stato riportato
nel dibattito.
Potrei continuare, ma l'unica risposta a tutto questo sarebbe un
movimento popolare radicale che non si limiti a chiedere
l'installazione di pannelli fotovoltaici, che pure è buona cosa, ma che
reclami lo smantellamento dell'intera struttura sociologica, culturale,
economica e ideologica che ci sta portando al disastro. Non è un
compito da poco, ma va intrapreso, e probabilmente il più presto
possibile, altrimenti sarà troppo tardi.

Dibattito.

D. : Quale processo politico occorre attuare per allentare il


controllo delle compagnie che traggono profitto dallo status quo e si
oppongono alla regolamentazione ed al cambiamento?

Si tratta di una questione che va ben al di là del cambiamento


climatico, e tocca tutta una serie di problemi molto seri che non sono
esiziali come la crisi ambientale, ma che nondimeno sono urgenti,
come ad esempio la crisi finanziaria, la quale non è solo finanziaria ma
anche economica. Ci sono milioni di persone senza lavoro. Non
riavranno mai il loro posto di lavoro. Il nòcciolo del problema è che gli
Stati Uniti non sono poi del tutto diversi dalle altre società
industrializzate, ma in un certo modo lo sono.
L'Europa, per esempio, nacque da un sistema feudale.
Nei sistemi feudali tutti avevano un posto, fosse anche un posto
infimo, ma lo avevano. E la società stessa lo garantiva.
Gli Stati Uniti provengono da una sorta di tabula rasa. La
popolazione indigena è stata sterminata, un'inezia su cui non ci piace
riflettere. Sono arrivati gli immigrati. Costituivano una ricchezza
enorme. Il governo ha fortemente sostenuto lo sviluppo della società.
Contrariamente a ciò che si dice, c'è sempre stato un massiccio
intervento dello Stato in campo economico. Ed è così che si è
sviluppata una società trainata in maniera considerevole
dall'industria. E lo si vede nei più svariati aspetti, come ad esempio nel
fatto che siamo quasi l'unica società industriale, o forse l'unica, a non
avere un sistema sanitario che abbia un minimo di razionalità, e i
benefìci in generale sono piuttosto deboli se paragonati a quelli di altre
società industriali. I sindacati sono deboli.
È un dato di fatto. Abbiamo assistito a ogni sorta di evoluzioni, di
proteste ecc. Ci sono stati cambiamenti e regressioni.
Ma resta una società decisamente sotto il controllo delle
multinazionali, che sono molto cresciute negli ultimi anni. Stanno
crescendo sotto i nostri occhi, e, sotto questo aspetto, la sentenza della
Corte Suprema nel caso «Citizens United vs. Federal Election
Commission»5 rappresenta un altro durissimo colpo inferto alla
democrazia, è così che dobbiamo intenderla.
Cosa fare, allora? Cosa è stato fatto in passato? Non si tratta di
leggi di natura. Il New Deal è stato un colpo, un colpo significativo, ma
non è arrivato perché Roosevelt fosse un bel tipo. È arrivato perché
dopo diversi anni di grande sofferenza, molto peggiore di quella
attuale, cinque o sei anni dopo l'inizio della Depressione, c'era un
grande attivismo e una forte capacità organizzativa. Fu istituito il
Congress of Industrial Organizations, si facevano scioperi e
occupazioni.
Questi scioperi sono terrificanti per i dirigenti, perché
rappresentano il preludio a ciò che dovrebbe accadere: i lavoratori
rilevano le fabbriche e cacciano la dirigenza. Se si analizza la stampa
economica dell'epoca, si scopre che erano davvero terrorizzati da
quello che consideravano il pericolo che si parava di fronte agli
industriali e dal crescente potere delle masse e così via.
Una delle conseguenze fu l'adozione delle misure del New Deal, che
sortirono un certo effetto. Sono vecchio abbastanza da ricordarlo. I
membri della mia famiglia erano per la gran parte operai senza lavoro.
E quelle misure ebbero un grande effetto, come ho detto, un effetto
duraturo. Da lì è scaturito il più grande periodo di crescita della storia
americana, e probabilmente del mondo, una crescita prolungata ed
egalitaria. Poi cominciò a contrarsi nel momento in cui tutto ciò iniziò
ad affievolirsi. Adesso è molto diverso. Gli anni Sessanta furono un
altro periodo in cui un forte attivismo popolare divenne la forza
motrice che condusse alle riforme di Johnson, che non furono di
scarso rilievo. Non cambiarono il sistema economico e sociale in
misura limitata come fece il New Deal, ma ebbero un grande effetto:
diritti civili, diritti delle donne, diritti dei gay, e simili. È questo l'unico
modo per cambiare. Se qualcuno ha un'altra idea sarebbe bello
sentirla, ma l'ha tenuta nascosta per due millenni.

Quanto al riscaldamento globale, siamo a uno stadio più avanzato


rispetto a quello che gli scienziati possono politicamente affermare?

Nelle scienze si troverà sempre qualcuno che sta ai margini,


persone magari con argomenti validi, ma ai margini.
Tuttavia, la stragrande maggioranza degli scienziati è concorde su
un dato di fondo: si tratta di un fenomeno serio che sta diventando
sempre più preoccupante, e dobbiamo fare qualcosa per fermarlo. Ci
sono delle spaccature. La spaccatura maggiore è tra la comunità
scientifica internazionale in cui regna una fondamentale unanimità e
quelli che dicono che non si arriverà fino a questo punto e che non c'è
nulla di così terribile. Così, per esempio, nello studio che ho citato che
è uno dei principali studi critici - gli autori sottolineano che non hanno
tenuto conto di fattori che potrebbero peggiorare di molto il quadro.
Per esempio, non hanno inserito nei loro modelli gli effetti dello
scioglimento del permafrost, che già comincia a verificarsi. E si sa
bene che rilascerà una grande quantità di metano, che è molto più
nocivo per l'ambiente dell'anidride carbonica e che potrebbe innescare
un cambiamento ancora più negativo. Molti dei processi che sono
sotto esame sono definiti «non-lineari», come i piccoli cambiamenti
che provocano grandi effetti. E quasi tutti gli indicatori puntano nella
direzione sbagliata. Sicché, penso che la risposta è che gli scienziati
non possono dire nulla nel dettaglio, ma possono dire in maniera
abbastanza convincente che si tratta di una cattiva notizia.

Riagganciandomi a quanto detto, come può la filosofia promuovere


la responsabilità ambientale? Come possono i filosofi promuovere la
responsabilità ambientale?

Praticamente come può farlo uno studioso di topologia algebrica.


Se sei un filosofo, non smetti di essere un essere umano. E questi sono
problemi umani. I filosofi, come chiunque altro - gli studiosi di
topologia algebrica, i carpentieri ecc. -, possono dare il loro contributo.
Quelli come noi sono dei privilegiati. Abbiamo moltissimi privilegi. Se
sei un accademico, sei pagato bene, hai tante possibilità di scelta, puoi
fare ricerca, hai un posto da cui parlare. E puoi usarlo.
È molto semplice. Non vedo veri e propri problemi filosofici.
Vi è una questione etica, ma è una cosa così evidente che non c'è
bisogno di una complicata filosofia.

È più una domanda sulla linguistica, ma potrebbe avere attinenza


anche con l'ambiente. Secondo lei quale attendibilità ha l'idea che la
lingua madre influenzi l'esperienza del mondo e nel mondo? Un
recente articolo del New York Times confuta le teorie di Whorf ma
ripropone l'idea che il linguaggio informi l'esperienza.

Di recente c'era un articolo sul New York Times di un linguista che


sostiene che la teoria di Whorf è sbagliata, ma che adesso ci sono
nuove prove che dimostrano che in realtà era giusta. La tesi di Whorf
era che la lingua che si parla influenza la conoscenza, la percezione, la
categorizzazione ecc.
Era un articolo curioso. È vero che si confutava quella che veniva
definita la tesi di Whorf, ma si trattava di una versione caricaturale che
lo stesso Whorf avrebbe confutato. Non si diceva nulla delle vere tesi
di Whorf. E poi si adducevano, se leggete l'articolo del New York
Times Magazine, un sacco di esempi di come abbiamo alterato le prove
per dimostrare che le conclusioni di Whorf erano davvero corrette.
E l'esempio più importante si trova alla fine dell'articolo, in un
passaggio in cui si sottolinea come le parole che esprimono un colore
possano influenzare la percezione di quel colore, cosa indubbiamente
vera. Fu dimostrato sessant'anni fa dal mio amico Eric Lenneberg,
allora giovane neolaureato, che ha fondato la biologia del linguaggio.
Era uno dei primi ricercatori a utilizzare le tesi di Whorf. E una delle
cose che studiò fu proprio la percezione del colore. Fece una cosa
molto semplice: mise a confronto persone che parlavano inglese con
persone che parlavano la lingua hopi. L'hopi era uno degli esempi
cardine di Whorf. Nella lingua hopi non si fa distinzione tra rosso e
arancione. Esiste un'unica parola che abbraccia quella parte dello
spettro cromatico. Egli notò - come del resto si aspettava e come anche
noi ci aspettavamo che prendendo zone di colore che si trovano ai
margini dello spettro, come la sfumatura rosso-arancio, l'anglofono
era in grado di ricordare il colore che aveva visto mentre l'hopi no. È
pressappoco quello che dice l'articolo. E le ragioni sono evidenti: tutto
ciò non ha nulla a che vedere con le tesi di Whorf. Quando si guarda
un colore, non si conserva il ricordo del colore, ma del termine che lo
identifica. Se non si dispone di un termine per quella sfumatura, non
si è in grado di ricordare ciò che si è visto. E infatti Eric, quando
pubblicò il suo studio, lo considerò un risultato negativo. Dimostrava
che non c'era nulla a supporto dell'ipotesi.
Tra l'altro, ottenne anche un altro risultato, alquanto divertente,
ma che non rese pubblico. Si era agli inizi degli anni Cinquanta.
C'erano due categorie di soggetti. I soggetti dell'esperimento dovevano
comportarsi come schiavi e fare tutto quello che gli si chiedeva di fare.
C'erano due categorie: laureati e segretarie. Eric si accorse che la
distribuzione era bimodale. I due gruppi ottenevano risultati
sistematicamente diversi. Non dimentichiamoci che eravamo agli inizi
degli anni Cinquanta. Venne fuori che nella gamma di colore rosso-
rosa le segretarie facevano distinzioni estremamente acute, mentre i
laureati non ne avevano la più pallida idea. I soggetti laureati erano
tutti maschi, e le segretarie a quei tempi avevano tutte il rossetto.
Analizzando la cosa con più attenzione, Eric scoprì che le segretarie
identificavano i colori dei rossetti. Quindi, sì, esiste un effetto sulla
percezione, ma è un aspetto irrilevante. Ci sono risultati più seri, ma
mezzo secolo di ricerche non ne ha prodotti molti. Certi problemi sono
molto meno banali di questi.

Come possiamo cambiare gli esseri umani e la produzione


alimentare per favorire la stabilità ecologica? L'agricoltura è
intrinsecamente distruttiva per il nostro pianeta?

Se l'agricoltura fosse intrinsecamente distruttiva sarebbe la fine,


perché tutto ciò che mangiamo viene dall'agricoltura, che si tratti di
carne, latte o qualunque altra cosa. Non c'è una ragione particolare per
credere che essa sia intrinsecamente distruttiva. Magari esistono
forme distruttive di agricoltura: sfruttamento intensivo, utilizzo di
grandi quantità di fertilizzanti.
Queste cose sembrano economiche, ma se si considerano i costi che
intervengono per ognuna di esse, non sono poi così economiche. E se
si mette in conto la distruzione dell'ambiente, che è un costo, non lo
sono affatto. Quindi, la domanda è: esistono altri modi per sviluppare i
sistemi di agricoltura in maniera sostenibile? È un po' come per
l'energia.
Non conosciamo ragioni intrinseche per cui dovrebbe essere
impossibile. Ci sono un sacco di proposte su come si potrebbe fare.
Ma, ancora una volta, ciò implica lo smantellamento di tutta una serie
di strutture economiche, sociali, culturali ecc., il che rende la cosa
difficile. Lo stesso vale per la tecnologia verde.

Vorrei spendere un'altra parola sulla questione della tecnologia


verde, che è, lo ripeto, una questione fondamentalmente ideologica.
Analizzando la letteratura in merito, quando si fa notare che la
tecnologia verde viene sviluppata in Cina e non qui, una delle ragioni
fondamentali che viene tirata in ballo è che la Cina è una società
totalitaria, in cui il governo controlla i meccanismi della produzione.
In Cina esiste la cosiddetta politica industriale: il governo interviene
nel mercato per decidere cosa deve essere prodotto e come, per
determinare le condizioni perché ciò avvenga e per stabilire le
condizioni di trasferimento della tecnologia ecc. E ciò avviene senza
che la società venga interpellata, cosicché si riescono a creare le
condizioni per attrarre gli investimenti lì e non qui. Noi invece siamo
democratici e liberi e non facciamo queste cose. Noi crediamo nel
mercato e nella democrazia.

È tutto falso. Gli Stati Uniti hanno una politica industriale


imponente e profondamente antidemocratica. Solo che non la
chiamiamo così. Per esempio, ogni volta che si usa un computer e
internet o si prende un aereo o si acquista qualcosa da Wal-Mart - cose
che hanno a che fare col commercio, i container e così via - si beneficia
di una massiccia forma di politica industriale, di piani di sviluppo
statali. È un po' come usare le autostrade interstatali. Si tratta di piani
di sviluppo statali, in cui quasi tutto il sistema di ricerca e lo sviluppo e
di approvvigionamento, che è un fattore importante di sovvenzione
alle imprese, è stato fatto decenni prima che qualsiasi cosa fosse
immessa sul mercato.
Prendiamo, per esempio, i computer. Il primo computer risale al
1952, ma occupava lo spazio di questa sala, tutto pieno di valvole
termoioniche e di carta. Mi trovavo al MIT quando accadeva ciò. Non
ci si poteva fare niente con quella macchina. Fu completamente
finanziato dal governo, perlopiù dal Pentagono, anzi, quasi
interamente dal Pentagono.
Nel corso degli anni Cinquanta si riuscì a ridurre le dimensioni dei
computer e a farli assomigliare a un grosso ammasso di classificatori.
Alcuni ingegneri capo del Lincoln Labs, un laboratorio del MIT che fu
uno dei principali centri di sviluppo, diedero vita ad una delle prime
società private di computer, la DEC, che fu per molto tempo leader nel
settore. Nel frattempo, c'era anche la IBM che, grazie a soldi dei
contribuenti, stava lì per imparare come passare dalle schede perforate
al computer elettronico, e nei primi anni Sessanta riuscirono a
produrre un grande computer, il più veloce al mondo. Le cose
andarono avanti così. Ma nessuno poteva permettersi di comprare
quei computer. Erano troppo costosi. Li comprò il governo, cioè li
compraste voi.
L'approvvigionamento è una delle tecniche principali di sussidio
alle aziende. Mi sembra che il primo computer a essere immesso sul
mercato risalga al 1978, circa 25 anni dopo la sua nascita. Per internet
vale più o meno lo stesso discorso.
E poi Bill Gates si è arricchito, e così via. Ma il lavoro di base fu
svolto dal governo sotto la copertura del Pentagono.
E ciò vale per gran parte di queste cose. In realtà è così per l'intera
rivoluzione informatica. Internet è stato nelle mani del settore
pubblico per una trentina d'anni prima di essere privatizzato. E così
quasi per ogni cosa.
Questa è la politica industriale. Noi non la chiamiamo così. Era
democratico? Non più democratico che in Cina.
Alla gente negli anni Cinquanta non veniva chiesto: «Vuoi pagare
le tasse per sviluppare i computer in modo che tuo nipote possa avere
un iPod, o preferisci pagare le tasse per la sanità, l'istruzione e
comunità decenti?». A nessuno fu posta una domanda simile.
Dicevano: «Stanno arrivando i russi, quindi dobbiamo aumentare le
spese militari. Dobbiamo investire in questo. E magari un giorno i
vostri nipoti avranno un iPod». È antidemocratico quanto il sistema
cinese, ed è successo molto tempo fa. Noi semplicemente non lo
chiamiamo così. Non dovrebbe esser fatto in maniera antidemocratica,
ma affinché sia democratico occorrono cambiamenti culturali, occorre
un sapere. Farlo con i computer forse è stata la decisione sbagliata.
Magari avrebbero dovuto farlo con altre cose, come la tecnologia verde
e l'energia sostenibile.
Non penso che ci sia molto da interrogarsi su quale sia la decisione
giusta, se poi fai sì che la gente capisca e accetti la cosa. Il fatto è che ci
sono grandi ostacoli, come quelli che ho ricordato prima.
Come vede il ruolo delle cooperative e delle imprese sociali negli
Stati Uniti rispetto ad altri paesi, come ad esempio l'Argentina?

Ce ne sono molte adesso, penso che sia un'evoluzione molto


positiva. È ancora qualcosa di embrionale. Ce ne sono diverse in
Argentina, nate dopo la crisi. In Argentina è successo questo: per anni
il paese ha seguito le raccomandazioni del Fondo monetario
internazionale. Anzi, l'Argentina era l'icona del FMI. Il paese faceva
quello che andava fatto. E poi è crollato completamente, come infatti
sempre accade.
A quel punto, circa dieci anni fa l'Argentina ha smesso di seguire le
raccomandazioni del FMI e degli economisti, le ha completamente
rigettate o violate, ed è andata avanti ottenendo una buona crescita
economica, probabilmente la migliore nel Sudamerica. Ma dalla crisi
sono nate le cooperative, alcune esistono ancora, e ci sono ancora le
imprese gestite dai lavoratori. Ce ne sono alcune anche negli Stati
Uniti, più di quante possiate immaginare. Se vi interessa l'argomento,
c'è un libro di Gar Alperovitz, uno dei principali attivisti che lavorano
in questo movimento, che passa in rassegna molte delle iniziative
avviate; è sorprendente quante ce ne siano. Nessuna su scala molto
grande, ma esistono.

Torniamo al caso che ho menzionato poc'anzi, la chiusura degli


stabilimenti della General Motors e dei contratti siglati con la Spagna.
Una delle cose che potrebbero accadere è che i lavoratori in quegli
stabilimenti semplicemente rilevino il controllo delle fabbriche e
dicano: «Ok, vogliamo continuare a costruire e sviluppare, abbiamo
intenzione di riconvertire, vogliamo sviluppare la linea ad alta
velocità», tutte cose che sono in grado di fare. Avrebbero bisogno di
aiuto, avrebbero bisogno del sostegno della comunità e anche di altre
forme di sostegno, certo, ma si può fare.
In questo modo, la comunità e l'industria non andrebbero
distrutte. Le banche non ci guadagnerebbero molto, ma avremmo una
linea ferroviaria ad alta velocità prodotta qui.
Sono cose possibili.
In effetti, in qualche caso ci sono andati abbastanza vicini.
L'ultimo esempio. Intorno al 1980 la U.S. Steel aveva intenzione di
chiudere i suoi principali impianti a Youngstown, nell'Ohio. Era una
città siderurgica. Era stata costruita grazie all'industria siderurgica.
Ma al tempo chi possedeva quel polo pensò che poteva ricavare
maggiori profìtti distruggendolo.
Ci furono forti proteste - scioperi, manifestazioni da parte della
comunità ecc. Alla fine i cosiddetti «portatori d'interesse», la forza
lavoro della comunità, cercarono di acquisirne il controllo. Ma si
presentarono dei problemi legali, quindi si ricorse al tribunale per
veder riconosciuto il proprio diritto. Il loro avvocato era Staughton
Lynd, un vecchio attivista radicale che si occupava di diritto del lavoro.
Alla fine riuscirono ad arrivare in tribunale e ad allestire un processo.
Ma le corti lo respinsero. I tribunali non vivono in un universo
astratto, riflettono quello che succede nella società.
Se i lavoratori avessero avuto un forte sostegno popolare
probabilmente avrebbero vinto, e l'industria dell'acciaio starebbe
ancora lì. Con la differenza che sarebbe gestita dai lavoratori, dalla
società. Si tratta di cose che molto spesso sono sul punto di accadere.
Non penso affatto che si tratti di una concezione utopica. È
perfettamente coerente con il sistema giuridico e con il sistema
economico di base. Solo che provocherebbe enormi cambiamenti.
Capitolo settimo: Può la civiltà sopravvivere al capitalismo
reale?1

Quando parlo di «capitalismo reale» ho in mente qualcosa che


esiste nella realtà e viene definito «capitalismo». Gli Stati Uniti ne
sono, per ovvie ragioni, l'esempio più importante.
Il termine «capitalismo» è abbastanza vago da abbracciare svariate
possibilità. È comunemente utilizzato in riferimento al sistema
economico statunitense, il quale tuttavia prevede massicci interventi
statali che vanno dai sussidi all'innovazione creativa, alle politiche del
governo per salvare le banche «troppo grandi per fallire», ai forti
monopoli che limitano ulteriormente, e sempre di più, la dipendenza
dal mercato.
È bene ricordare l'entità delle deroghe del «capitalismo reale» alla
dottrina ufficiale del «capitalismo di libero mercato».
Per citare solo qualche caso, negli ultimi vent'anni la quota di utili
delle 200 maggiori compagnie è aumentata in maniera vertiginosa,
alimentando la natura oligopolistica dell'economia statunitense che
mina direttamente i mercati, evitando la guerra dei prezzi con
iniziative volte a una differenziazione spesso inutile dei prodotti
attraverso massicce campagne pubblicitarie, operazione che a sua
volta è tesa a minare i mercati nell'accezione ufficiale, i quali
dovrebbero basarsi invece su consumatori informati che compiono
scelte razionali. I computer e internet, insieme ad altre componenti
fondamentali della rivoluzione informatica, per decenni hanno fatto
parte del settore statale (attraverso ricerca e sviluppo, sovvenzioni,
approvvigionamento, e altri meccanismi simili), prima di essere ceduti
alle imprese private perché li adeguassero ai mercati e al profitto.
Stando agli economisti e alla stampa economica, la politica di
salvataggio del governo che ha garantito enormi benefìci alle grandi
banche si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari l'anno. Tuttavia,
secondo un recente studio del Fondo monetario internazionale - per
citare la stampa economica forse «le maggiori banche degli Stati Uniti
non sono per nulla redditizie» e «i miliardi di dollari che
presumibilmente guadagnano per i loro azionisti sono quasi del tutto
un dono dei contribuenti USA». Un'ulteriore prova è data dal giudizio
del più autorevole giornalista economico del mondo anglofono, Martin
Wolf del Financial Times, secondo il quale «un settore finanziario
ormai fuori controllo sta divorando l'attuale mercato economico
dall'interno, proprio come la larva del pompilide divora l'ospite nel
quale è stata deposta».
Il termine «capitalismo» viene comunemente usato anche per
designare sistemi in cui di fatto non ci sono capitalisti: ad esempio, il
consorzio di cooperative Mondragón di proprietà dei lavoratori nei
Paesi Baschi oppure le aziende di proprietà dei lavoratori che si stanno
diffondendo nella regione settentrionale dell'Ohio, spesso con
l'appoggio dei conservatori; entrambi i casi sono stati oggetto di
un'importante studio di Gar Alperovitz. Taluni utilizzano addirittura il
termine «capitalismo» in riferimento alla democrazia propugnata da
John Dewey, il maggiore filosofo sociale americano.
Dewey sosteneva che i lavoratori dovessero essere «padroni del
loro destino industriale» e che le istituzioni dovessero essere
sottoposte al controllo pubblico, inclusi i mezzi di produzione, gli
scambi, la pubblicità, i trasporti e le comunicazioni. Altrimenti,
ammoniva Dewey, la politica continuerà ad essere «l'ombra proiettata
sulla società dai grandi interessi economici».
Negli ultimi anni questa democrazia mutila condannata da Dewey
è stata ridotta in brandelli. Ormai il controllo del governo si concentra
unicamente al vertice della scala dei redditi, mentre la stragrande
maggioranza di coloro che stanno «in basso» è stata di fatto privata di
ogni diritto. L'attuale sistema politico-economico è una sorta di
plutocrazia che si discosta molto dalla democrazia, se con tale termine
intendiamo una forma di organizzazione politica in cui le scelte
politiche sono sensibilmente influenzate dalla volontà pubblica.
Da anni è in corso un serio dibattito sulla compatibilità di principio
tra capitalismo e democrazia. Se parliamo della democrazia del
capitalismo reale - che per brevità chiameremo DCR2 - è facile
rispondere alla domanda: sono del tutto incompatibili.
Per ragioni sulle quali tornerò a breve, mi sembra improbabile che
la civiltà possa sopravvivere al capitalismo reale ed alla forma di
democrazia fortemente ridimensionata che a esso si accompagna. Con
una democrazia funzionante le cose andrebbero diversamente? La
riflessione su sistemi inesistenti è sterile speculazione, ma a mio
avviso vi sono fondati motivi per ritenere di sì.
Limitiamoci però al problema più critico e urgente che la civiltà si
trova ad affrontare, ancorché non l'unico: la catastrofe ambientale. Le
politiche attuate e l'atteggiamento dell'opinione pubblica divergono
nettamente, come spesso accade in una DCR. La natura di questo
scarto è stata oggetto di diversi articoli nell'ultimo numero di
Daedalus, la rivista della American Academy of Arts and Science.
Alcuni ricercatori hanno scoperto che «109 paesi hanno promulgato
misure per le energie rinnovabili e 118 paesi hanno fissato obiettivi per
lo sviluppo delle energie rinnovabili. Di contro, gli Stati Uniti non
hanno adottato a livello nazionale un pacchetto solido e coerente di
misure per promuovere l'uso di tali energie».
Non è l'opinione pubblica che allontana la politica degli USA dal
resto del mondo. È esattamente il contrario. L'opinione pubblica è
molto più vicina all'opinione globale di quanto non siano le scelte del
governo, ed è decisamente più favorevole ad adottare le misure
necessarie ad affrontare il probabile disastro ambientale preconizzato
da una schiacciante maggioranza di scienziati; disastro che oltretutto
non è così lontano: con ogni probabilità incomberà sulle vite dei nostri
nipoti. Come affermano i ricercatori della rivista Daedalus: «La
stragrande maggioranza dell'opinione pubblica ha appoggiato le
iniziative intraprese dal governo federale per ridurre le emissioni di
gas serra generate dalle compagnie fornitrici di servizi di pubblica
utilità quando producono elettricità. Nel 2006 l'86% degli intervistati
era favorevole a imporre a tali compagnie la riduzione delle emissioni
di gas serra, oppure a incentivarle con agevolazioni fiscali {...}. In
quello stesso anno, l'87% era favorevole a sgravi fiscali per le
compagnie che avessero prodotto elettricità sfruttando l'energia idrica,
eolica o solare {...}.
Queste percentuali sono rimaste stabili tra il 2006 e il 2010, per poi
calare in séguito».
Il fatto che l'opinione pubblica sia influenzata dalla scienza è un
dato estremamente preoccupante per coloro i quali dominano
l'economia e le politiche statali. Un esempio recente di questa
inquietudine è costituito dall'«Environmental Literacy Improvement
Act», una legge volta a «promuovere la conoscenza ambientale» nelle
scuole presentata dall'ALEC, l'American Legislative Exchange Council,
una lobby finanziata dalle multinazionali che mette a punto leggi
funzionali ai bisogni delle grandi aziende e dei ricchi.
La legge dell'ALEC impone un «insegnamento equilibrato» della
scienza climatica fino alle scuole medie.
«Insegnamento equilibrato» è un'espressione in codice che
sottende la negazione del cambiamento climatico in modo da
«riequilibrare» la tesi della maggioranza degli scienziati.
Somiglia all'«insegnamento equilibrato» invocato dai creazionisti
per garantire l'insegnamento della «scienza della creazione» nelle
scuole pubbliche. Leggi basate sul modello ALEC sono già state
introdotte in diversi Stati.
La legge dell'ALEC si fonda su un progetto dell'Heartland Institute,
una fondazione finanziata dalle multinazionali che si batte per
confutare l'unanimità della comunità scientifica sulla questione
climatica. Il progetto dell'istituto invoca un «programma di studio sul
riscaldamento globale fino alle scuole medie» finalizzato a insegnare
che «il ruolo dell'uomo nel cambiamento del clima è oggetto di un
acceso dibattito». Ovviamente il tutto è ammantato dalla retorica di
insegnare ai giovani a pensare in maniera critica: un'idea eccellente,
non c'è dubbio, ma sarebbe stato meglio escogitare alternative
migliori, piuttosto che far leva su un problema che minaccia la
dignitosa sopravvivenza della specie e che è stato scelto perché incide
sui profitti delle multinazionali.
In effetti è in corso un dibattito, e viene regolarmente riportato dai
media. Da una parte c'è la stragrande maggioranza degli scienziati,
tutte le principali Accademie delle Scienze del mondo, le riviste
scientifiche specializzate, l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate
Change - «Comitato intergovernativo sul Cambiamento climatico»).
Costoro sono concordi nel sostenere che è in atto il riscaldamento
del pianeta, che in questo fenomeno vi è una consistente componente
umana, che la situazione è grave e forse disperata e che a breve, forse
nel giro di qualche decennio, il mondo potrebbe raggiungere un punto
critico a partire dal quale il processo subirà una rapida accelerazione e
diventerà irreversibile, con pesanti ripercussioni sociali ed
economiche.
È raro trovare una tale unanimità su questioni scientifiche tanto
complesse.
Dall'altra parte ci sono gli scettici, tra cui alcuni stimati scienziati, i
quali predicano prudenza perché non ne sappiamo ancora abbastanza,
il che significa che la situazione potrebbe non essere così terribile
come si crede oppure che potrebbe essere ancora peggiore.
Estromesso da questo dibattito artificioso è un gruppo ben più
nutrito di scettici, insigni scienziati che considerano i periodici
rapporti dell'IPCC fin troppo cauti. E purtroppo le loro tesi si sono
rivelate più volte esatte. Ma costoro sono pressoché assenti dal
dibattito pubblico, pur essendo personaggi di spicco della letteratura
scientifica.
L'Heartland Institute e l'ALEC fanno parte di una massiccia
campagna condotta dalle lobby delle multinazionali per seminare
dubbi sul consenso, pressoché unanime, della comunità scientifica
riguardo al forte impatto che le attività umane hanno sul
riscaldamento globale, con implicazioni probabilmente nefaste. È una
campagna annunciata apertamente, a cui partecipano le
organizzazioni che fanno lobbying per l'industria dei carburanti fossili,
la Camera del Commercio americana (la principale lobby economica) e
altre.
I tentativi dell'ALEC, e quelli dei famosi fratelli Koch,3 tuttavia,
sono solo una minima parte dell'offensiva in corso.
Tali iniziative vengono dissimulate in modi complessi, ma in
qualche caso sono state rivelate almeno in parte, come ad esempio
tramite una recente inchiesta di Suzanne Goldenberg per il Guardian,
dalla quale è emerso che «alcuni conservatori miliardari hanno usato
canali occulti per far convogliare quasi 120 milioni di dollari verso
oltre 100 organizzazioni affinché seminassero dubbi sulle ricerche
scientifiche riguardo al cambiamento climatico, {contribuendo} alla
costruzione di una vasta rete di think tank e di gruppi di attivisti che
avevano un unico scopo: trasformare il cambiamento climatico da
fenomeno scientifico neutro in una polemica politica per conto degli
ultraconservatori».
A quanto pare, la loro propaganda ha sortito qualche effetto
sull'opinione pubblica statunitense, che infatti è più scettica della
media mondiale. Ma tale effetto non è bastato a soddisfare i padroni.
Probabilmente è per questo che alcuni settori del mondo delle grandi
aziende hanno sferrato l'offensiva contro il sistema educativo, nel
tentativo di contrastare la pericolosa tendenza dell'opinione pubblica a
dare credito alle conclusioni delle ricerche scientifiche.
Qualche settimana fa, al Meeting invernale del Comitato nazionale
repubblicano, il governatore Bobby Jindal ha lanciato un avvertimento
alla direzione: «Smettiamola di essere un partito di idioti {...}.
Smettiamola di offendere l'intelligenza degli elettori». L'ALEC e i suoi
finanziatori delle multinazionali, di contro, vogliono che il paese sia
«una nazione di idioti», per motivi di principio.
Una delle organizzazioni di miliardari che finanzia con fondi
occulti il negazionismo sul cambiamento climatico è il Donors Trust,
che è anche il principale finanziatore delle campagne per negare il
diritto di voto ai neri poveri. È comprensibile.
Costoro in genere sono democratici, perfino socialdemocratici, e
arrivano addirittura ad interessarsi alla scienza, a differenza di coloro i
quali sono stati addestrati al pensiero critico attraverso
l'«insegnamento equilibrato».
Le principali riviste scientifiche danno periodicamente la misura di
quanto tutto ciò sia surreale. Si prenda Science, la più importante
rivista scientifica statunitense. Su un numero di qualche settimana fa
c'erano tre articoli, uno di fianco all'altro. Nel primo si diceva che il
2012 era stato uno degli anni più caldi negli Stati Uniti, confermando
una tendenza che dura da tempo. Il secondo riferiva di un nuovo
studio del Programma di ricerca sul cambiamento climatico globale
degli Stati Uniti da cui emergevano ulteriori prove del rapido
cambiamento climatico frutto dell'azione dell'uomo e in cui si
discuteva delle possibili gravi ripercussioni. Il terzo riportava la notizia
delle nuove nomine alla presidenza delle commissioni per le politiche
scientifiche indicate dalla Casa dei Rappresentanti, in cui una
minoranza di elettori ha nominato un'ampia maggioranza di
repubblicani grazie alla frammentazione del sistema politico. Tutti e
tre i nuovi presidenti negano il contributo dell'uomo al cambiamento
climatico, anzi due di loro negano addirittura che sia in atto un
cambiamento del clima, mentre uno è da sempre sostenitore
dell'industria dei carburanti fossili. In quello stesso numero vi era un
articolo tecnico in cui si fornivano nuove prove del fatto che il punto di
non ritorno potrebbe ormai essere sinistramente prossimo.
Un'inchiesta pubblicata da Science giovedì scorso dimostra che è
necessario che ci trasformiamo in una nazione di idioti. Dall'inchiesta
emerge che perfino un innalzamento minimo delle temperature, anche
minore di quello previsto per i prossimi anni, potrebbe avviare la
fusione del permafrost che, a sua volta, determinerebbe il rilascio di
ingenti quantità di gas serra intrappolati nel ghiaccio. Meglio pensare
all'«educazione obiettiva», sempre che poi riusciamo a guardare in
faccia i nostri nipoti le cui vite ci stiamo adoperando per distruggere.
In una DCR è di estrema importanza che si diventi un paese di
stupidi che non si lasciano fuorviare dalla scienza e dalla razionalità
nell'interesse dei profitti a breve termine dei padroni dell'economia e
del sistema politico, e al diavolo le conseguenze. Questi tentativi sono
profondamente radicati nelle dottrine fondamentaliste del mercato
predicate all'interno della DCR, anche se vengono rispettate in
maniera estremamente selettiva, in modo da mantenere uno Stato
forte che curi gli interessi dei ricchi e del potere, ciò che l'economista
Dean Baker definisce «Stato assistenziale conservatore».
La dottrina ufficiale presenta una serie di ben note «inefficienze di
mercato», tra cui l'incapacità di considerare gli effetti sugli altri nelle
transazioni di mercato. Le conseguenze di queste «esternalità»
possono essere notevoli.
L'attuale crisi finanziaria ne è un esempio. Essa infatti è
attribuibile in parte all'aver ignorato il «rischio sistemico» - ovvero la
possibilità che l'intero sistema crolli - nel momento in cui le grandi
banche e le società di investimento hanno intrapreso transazioni
rischiose, e per questo redditizie.
La catastrofe ambientale è di gran lunga più grave: l'esternalità che
qui si ignora è il destino stesso della specie.
E in questo caso non possiamo andare da nessuna parte a
elemosinare un salvataggio.
Tali conseguenze sono profondamente radicate nella DCR e nelle
sue dottrine, che prescrivono altresì che i padroni profondano grandi
sforzi per aggravare la minaccia. È questo uno dei motivi, ma non
l'unico, per cui sembra improbabile che la civiltà sopravvivrà alla
democrazia del capitalismo reale senza riceverne pesanti contraccolpi.
In futuro uno storico, ammesso che ne resti qualcuno, si volterà
indietro a guardare il curioso spettacolo di questo inizio del XXI
secolo. Per la prima volta nella storia gli esseri umani si trovano ad
affrontare la seria prospettiva di una grave catastrofe frutto delle loro
stesse azioni, che stanno distruggendo le basi stesse di una
sopravvivenza dignitosa.
Le reazioni a questo scenario sono diverse. Da un lato, alcuni
stanno tentando di agire in maniera risoluta per evitare la possibile
catastrofe. Dall'altro, si fa di tutto per negare ciò che sta accadendo e
per istupidire la popolazione di modo che non interferisca con i profitti
a breve termine. A guidare questa campagna per accelerare il
probabile disastro è il paese più ricco e potente della storia mondiale,
che gode di vantaggi incomparabili, nonché l'esempio più famoso di
democrazia del capitalismo reale. A guidare il tentativo di preservare
le condizioni che consentirebbero ai nostri discendenti di avere ancora
una vita dignitosa, invece, sono le cosiddette società «primitive»: le
Prime Nazioni,4 le tribù indigene ed aborigene.
I paesi con popolazioni indigene numerose ed influenti guidano lo
sforzo di preservare il pianeta. I paesi che hanno portato i popoli
indigeni all'estinzione o a un'estrema emarginazione stanno correndo
allegramente verso la distruzione.
L'Equador, ad esempio, che ha una nutrita popolazione indigena,
ha chiesto aiuto ai paesi ricchi per lasciare le ingenti riserve petrolifere
di cui dispone sottoterra, là dove dovrebbero restare. Nel frattempo,
invece, gli Stati Uniti e il Canada non vedono l'ora di bruciare
carburanti fossili, compreso quello, estremamente pericoloso, estratto
dalle sabbie bituminose canadesi, e di farlo nella maniera più veloce ed
integrale possibile, mentre decantano le meraviglie di un secolo di
indipendenza energetica (perlopiù inutile) senza mai neanche un
accenno a come potrebbe essere il mondo dopo questa bizzarra corsa
all'autodistruzione.
In generale: da un capo all'altro del mondo le società indigene
lottano per tutelare quelli che definiscono i «diritti della natura»,
laddove le società civilizzate e sofisticate si fanno beffe di quella che
considerano una sciocchezza.
Esattamente l'opposto di ciò che imporrebbe la ragione, a meno
che non si tratti della forma di ragione distorta dal filtro deformante
della democrazia del capitalismo reale.
Note

Introduzione.

1. N. Chomsky, On Power and Ideology: the Managua Lectures,


South End Press, Boston, 1987 (trad. it. La quinta libertà: ideologia e
potere.
La politica statunitense in America centrale, Il Cerchio, Rimini,
1989).

2. Nell'originale inglese vi è un gioco di parole tra withness,


«contiguità», e witness, «testimone». (N.d. T.)

3. S.A. Jones, Paul Avrich Collection (Library of Congress),


Thoreau's Incarcération, Oriole Press, Berkeley Heights, NJ, 1962, e
S.A. Jones, G. Hendrick, Thoreau Amongst Friends and Philistines,
and other Thoreauviana, Ohio University Press, Athens, Ohio, 1982.

4. P. Gleijeses, Shattered Hope: the Guatemalan Revolution and


the United States, 1944-1954, Princeton University Press, Princeton,
N.J., 1991.

5. N. Chomsky, E.S. Herman, The Political Economy of Human


Rights, 2 voll., South End Press, Boston, 1979, vol. I: The Washington
Connection and Third World Fascism (trad. it. L'economia politica dei
diritti umani, Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2005, vol. I: La
Washington connection e il fascismo del Terzo mondo).

6. Cfr. G. Kolko, The Politics of War; the World and United States
Foreign policy, 1943-1945, Random House, New York, 1968; J. Kolko,
G. Kolko, The Limits of Power: The World and United States Foreign
Policy, 1945-1954, Harper & Row, New York, 1972 (trad. it. I limiti
della potenza Americana: gli Stati Uniti nel mondo dal 1945 al 1954,
Einaudi, Torino, 1975); D.F. Fleming, The Cold War and its Origins,
1917-1960, 2 voll., Doubleday, Garden City, NY, 1961 (trad. it. Storia
della Guerra fredda, 1917-1960, Feltrinelli, Milano, 1964); L.H.
Shoup, W. Minier, Imperial Brain Trust: the Council on Foreign
Relations and United States Foreign Policy, Monthly Review Press,
New York, 1977.

7. N. Chomsky, American Tower and the New Mandarins,


Pantheon Books, New York, 1969 (trad. it. I nuovi mandarini. Gli
intellettuali e il potere in America, Einaudi, Torino, 1973).

8. The Rule of Force in International Law, in The Yale Law Journal,


vol. 80, n. 7 (giugno 1971), pp. 1456-1491, recensione di T. Taylor,
Nuremberg and Vietnam: an American Tragedy, Quadrangle Books,
Chicago, distribuito da Random House, 1970 (trad. it. Norimberga e
Vietnam. Una tragedia americana, Garzanti, Milano, 1971).

9. Negli anni Sessanta nacque il Boston Draft Resistance Group, al


quale aderì anche Noam Chomsky: un movimento che si opponeva alla
guerra e organizzava attività di resistenza alla coscrizione militare.
Cinque membri del movimento, tra cui Marcus Raskin, furono
accusati di attività anti-reclutamento, e il processo che ne seguì
divenne noto come Boston Five. (N.d.T.)

10. J. Mitford, The Trial ofDr. Spock, the Rev. William Sloane
Coffin, Jr., Michael Ferher, Mitchell Goodman, and Marcus Raskin,
Knopf, New York, 1969.

11. Robert Faurrisson è uno scrittore francese negazionista


dell'Olocausto.
Chomsky nel 1980 firmò la prefazione dell'opera di Faurrisson
Mémoire en défense (Contre ceux qui m'accusent de falsifier l'histoire.
La question des Chambers à gaz). Pur contrario alle sue tesi, egli
volle in questo modo sostenere il principio della libertà di espressione.
(N.d.T)

12. Cfr. S.B. Drury, The Political Ideas ofLeo Strauss, St. Martin's
Press, New York, 1988, e Leo Strauss and the American Right, St.
Martin's Press, New York, 1997.
13. M.D. Taylor, The uncertain trumpet, Harper, New York, 1960.

14. I.F. Stone , The Trial of Sócrates, Little, Brown, Boston, 1988
(trad. it.
Il processo a Socrate, Rizzoli, Milano, 1990).

15. K. Bird, The Color ofTruth: McGeorge Bundy and William


Bundy, Brothers in Arms: A Biography, Simon & Schuster, New York,
1998.

16. Cfr. W.W. Rostow, The Stages of Economie Growth, A Non-


Communist manifesto, University Press, Cambridge, 1960; Id., The
Diffusion of Power; An Essay in Recent History, Macmillan, New York,
1972; Id., An American policy in Asia, Technology Press of
Massachusetts Institute of Technology e Wiley, Cambridge, MA, 1955.

17. R. Miliband, The State in Capitalist Society, Basic Books, New


York, 1969 (trad. it. Lo stato nella società capitalistica, Laterza, Bari,
1970).

18. RJ. Walton, Henry Wallace, Harry Truman, and the Cold War,
Viking, New York, 1976.

19. R.A. Falk, G. Kolko, RJ. Lifton, Crimes of War: A Le gal,


Political-documentary, and Psychological Inquiry into the
Responsibility of Leaders, Citizens, and Soldiers for Criminal Acts in
Wars, Random House, New York, 1971.

20. Cfr. N. Chomsky, The New Military Humanism: Lessons from


Kosovo, Common Courage Press, Monroe, Ma, 1999 (trad. it. Il nuovo
umanitarismo militare. Lezioni dal Kosovo, Asterios, Trieste, 2000), e
A new generation draws the line: Kosovo, Last Timor, and the
Standards of the West, VERSO, Londra e New York, 2000.

21. D. Macdonald, The Responsibility ofPeoples and Other Essays


in Political Criticism, Greenwood Press, Westport, Connecticut, 1974.
22. J.P. Sartre, La mosche-Porta chiusa, Bompiani, Milano, 2013.

23. K.R. Popper, The Open Society andits Enemies, 2 voll., G.


Routledge & sons, Londra, 1945, London (trad. it. La società aperta e i
suoi nemici, Armando, Roma, 1986).

24. Cfr. R.A. Divine, Roosevelt and World War II, Johns Hopkins
Press, Baltimora, 1969.

25. Il «Law Day» (giornata della legalità) si festeggia il 1§ maggio.


Fu promosso dalla American Bar Association, l'associazione
professionale degli avvocati, istituito da Dwight D. Eisenhower nel
1958 e infine ufficializzato nel 1961. (N.d.T.)

26. L.H. Shoup e W. Minier, Imperial brain trust, cit.

27. Gli opposti a volte si attraggono. Nel 1976 io e Richard Barnet


incontrammo all'aeroporto lo speechwriter di Carter e ne
approfittammo per suggerirgli di far fare al presidente un discorso sui
diritti umani allo scopo di de-imperializzare la politica estera
americana.
Contemporaneamente, Zbigniew Brzezinski chiedeva a Carter di
tenere un discorso sui diritti umani per criticare il governo sovietico
per il modo in cui trattava i dissidenti e gli ebrei.

28 Con il termine «maquiladoras» o «maquilas» si designano gli


impianti industriali, di solito di proprietà di soggetti stranieri, in cui
materiali e componenti provenienti dall'estero sono lavorati o
assemblati per poi ritornare ai paesi di origine come prodotti finiti
destinati alle esportazioni. Si trovano in un'area di libero scambio,
prevalentemente in Messico od al confine tra Messico e Stati Uniti, e
sono quindi esenti da dazi e tariffe doganali. (N.d.T.)

29. N. Chomsky, Rogue States: The Rule of Force in World Affairs,


South End Press, Cambridge, MA, 2000 (trad. it. Egemonia
Americana e stati fuorilegge, Dedalo, Bari, 2001).
30. Cfr. V.G. Kiernan, America, the New Imperialism: From White
Seulement to World Hegemony, Zed imperialism series, n 0.4., Zed
Press, London, 1978; W. La Feber, The New Empire: An Interpretation
of American Expansion, 1860-1898, pubblicato da Cornell University
Press per conto dell'American Historical Association, Ithaca, N.Y.,
1963; R.W. Van Alstyne, The Rising American Empire, Norton, New
York, 1974; W.A. Williams, The Tragedy of American Diplomacy, Dell
Publishing Co., New York, 1962; W.A. Williams, The Contours of
American History, W.W. Norton, New York, 1988.

1. Sapere e potere. Gli intellettuali e il Warf are- Welfare State.

1. Prima pubblicazione in Priscilla Long (a cura di), The New Left,


Boston, Porter Sargent, 1970, pp. 172-199. Welfare: «stato sociale»;
warfare: «guerra». (N.d.T.)

2. Le citazioni sono attinte da diversi saggi raccolti nel volume a


cura di C. Resek, War and the Intellectuals, Harper, New York, 1964.

3. R. Pfeffer (a cura di) No More Vietnams? The War and the


Future of American Foreign Policy, Harper, New York, 1968. Sarebbe
forse più adatta l'espressione «bolscevichi della democrazia» dato il
ruolo di Mao nel contrastare la burocrazia di partito e nel conflitto tra
«rossi» e «tecnici», soprattutto negli ultimi anni. Esiste una corposa
letteratura su quest'ultimo argomento. Si veda ad esempio Benjamin
Schwartz, The Reign of Virtue: Some Broad Perspectives on Leader
and Party in the Cultural Revolution, in The China Quarterly, luglio
1968. Schwartz mette in evidenza l'ostilità di Mao verso l'«elemento
tecnocratico» e il suo tentativo di tradurre in realtà «l'ideale di una
massa come partecipante attivo e totale all'intero processo politico»,
sotto la guida di una «élite etica» che funga da «agente moralizzatore»
della società e «trasformi il popolo che la segue grazie al potere
dell'esempio, dell'istruzione e di politiche adeguate». Ritornerò sulla
questione poco più avanti.

4. John K. Galbraith, The New Industrial State, Houghton-Mifflin,


Boston, 1967. (trad. it. Il nuovo Stato industriale, Einaudi, Torino,
1968, pp. 123 e 64).

5. B. Moore, Revolution in America?, in New York Review ofBooks,


30 gennaio 1969 (trad. it. Rivoluzione in America?, in Il Mulino, anno
XVIII, n. 197,3, marzo 1969, Bologna, p. 238).

6. B. Moore, Thoughts on Violence andDemocracy, in Proceedings


of the Academy of Political Sciente, vol. 29, n. 1,1968: Urban Riots:
Violence and Social Change, a cura di R.H. Connery.

7. M. Laird, A House Divided: America's Strategy Gap, Henry


Regnery, Chicago, 1962. Non sorprende quindi la sua conclusione: «In
una strategia militare di anticipo, per prima cosa si dovrebbe lanciare
un annuncio, che risulti credibile, sulla nostra determinazione ad
attaccare per primi se ciò è necessario a salvaguardare i nostri
interessi vitali».
Solo in questo modo si può compiere «il dovere morale di usare il
potere costruttivamente per impedire al comunismo di distruggere la
civiltà mondiale». Per altre citazioni di questo incredibile documento
si veda I.F. Stone's Weekly, 30 dicembre 1968. Si raffrontino inoltre
queste dichiarazioni con quanto afferma l'esperto militare del New
York Times Hanson Baldwin, secondo il quale nell'èra post-Vietnam
dovremmo effettuare «un'escalation tecnologica più che di personale»,
laddove risulti difficile «supportare i governi sotto attacco e
preservarli dal comunismo strisciante». «Tale escalation - scrive
Baldwin - potrebbe contemplare l'uso di nuove armi esotiche
convenzionali oppure, in condizioni ben determinate e dove lo
consentono gli obiettivi e la geografia, di piccoli dispositivi nucleari a
scopo difensivo» (New York Time Magazine, 9 giugno 1968).
Particolarmente interessante è il concetto di «scopo difensivo», visto
che si parla di aiutare un governo debole a contrastare il comunismo
strisciante.
Che mi risulti, questo è l'unico paese in cui un ministro della
Guerra si sia espresso a favore di una eventuale guerra preventiva e in
cui il più autorevole esperto militare della stampa abbia suggerito di
colpire per primi con armi nucleari.
8. Per un approfondimento, si veda N. Chomsky, American Power
and the New Mandarins, Pantheon, New York, 1969 (trad. it. I nuovi
mandarini, gli intellettuali e il potere in America, Einaudi, Torino,
1969), e in particolare il capitolo 3, The Logic of Withdrawal (La logica
della ritirata).

9. Rivoluzione in America?, cit.

10. Per vari motivi. Ad esempio, una guerra che richiede di


dirottare la spesa pubblica verso la fornitura di scarponi e munizioni
non favorisce i segmenti tecnologicamente avanzati dell'economia: un
fatto che è stato rilevato da più parti. Si veda ad esempio, M. Kidron,
Western Capitalism since the War, Weidenfeld & Nicolson, London,
1968 (trad. it. Il capitalismo occidentale del dopoguerra, Laterza, Bari,
1969). Kidron parla delle «implicazioni tecnologicamente regressive
della guerra del Vietnam che richiedono relativamente una maggiore
intensità di lavoro», p. 69.

11. Per farsi un'idea del grado di cinismo, si vedano i commenti di


Ithiel Pool in No more Vietnams?, cit., e la sua interpretazione di quei
commenti in The New York Review of Books, 16 febbraio 1969.

12. P. Kropotkin, The State: Its Historie Role, 1896 (trad. it. Lo
Stato e il suo ruolo storico, Anarchismo, Catania, 1981, p. 68).

13. M. Bakunin, Stato e anarchia, Feltrinelli, Milano, 2004, pp. 211-


212.

14. Lettera ad Herzen e Ogareff, 1866, citata in Guerin, ibid.

15. Si veda ad esempio l'illuminante saggio di Daniel Bell Two


Roads from Marx, poi ripubblicato in End ofldeology: On the
Exhaustion of Political Ideas in the Fifties, Free Press, New York, 1960
(trad. it. La fine dell'ideologia: il declino delle idee politiche dagli anni
Cinquanta adoggi, SugarCo, Milano, 1991).

16. R. Luxemburg, La rivoluzione russa {1918, scritto in prigione},


in Scritti politici, Editori riuniti, Roma, 1970).

17. R. Luxemburg, Scritti politici, Editori riuniti, Roma, 1970.

18. Nel 1918, Luxemburg naturalmente non faceva cenno al


funzionario che più tardi sarebbe diventato il dittatore dello Stato
russo e che avrebbe trasformato in realtà quelle paure come mai
nessuno avrebbe immaginato.

19. Sono le parole con cui si chiude Questioni organizzative della


socialdemocrazia russa, cit., p. 236.

20. Per questo collegamento, si veda l'eccellente critica di Michael


Rogin contenuta in The Pluralist Defense of Modern Industrial
Society, in The Intellectuals and McCarthy: the Radical Specter, MIT
Press, Cambridge, MA, 1967. Nel capitolo si affronta il tema della
difesa pluralista della società industriale da parte della sociologia
liberale contemporanea.

21. Per una discussione su quegli eventi e sulle reazioni che


scatenarono, si veda N. Chomsky, Obiettività e cultura liberale, in I
nuovi mandarini, cit.

22. Se ne può trovare un utile e conciso resoconto in G. Zaninovich,


The Development ofSocialist Yugoslavia, Johns Hopkins, Baltimora,
1968.

23. W. Hinton, Tanshen. A documentary of Revolution in a Chinese


village, Monthly Review Press, New York-London, 1966 (trad. it.
Tanshen. Un villaggio cinese nella rivoluzione, Einaudi, Torino, 1973).
Questo libro si sarebbe potuto pubblicare molto prima se non fosse
stato per lo scandaloso comportamento dei funzionari doganali
statunitensi e della Commissione di sicurezza interna del Senato, i
quali rinunciarono alle note di Hinton che avevano sequestrato solo
dopo una lunga e costosa battaglia legale.

24. D. Pike, Vietcong, Cambridge, MA, MIT Press, 1966. Essendo


un'opera di propaganda, l'obiettività di questo libro è ovviamente
pregiudicata.
Eppure conserva una certa attendibilità perché presenta una
convincente tesi a sfavore senza che l'autore neanche se ne renda
conto.

25. Ad esempio, le testimonianze dirette del giornalista Katsuichi


Honda pubblicate sull'Asahi Shimbun nel 1967 e poi ripubblicate in
inglese con il titolo The National Libération Front, nella serie Vietnam
-A
Voice front the Villages, presso Room 506, Shinwa Building,
Sakuraga-oka-4, Shibuya-ku, Tokyo.

26. A tal proposito, un esempio significativo è fornito dai kibbutz


palestinesi (e più tardi israeliani). Per una discussione ed analisi, si
veda H. Darin-Drabkin, The Other Society, Gollancz, London, 1962.
L'importanza di queste forme di cooperazione non è stata capita
dalla sinistra per due motivi: in primo luogo, il successo sociale ed
economico dei kibbutz pare irrilevante agli «accentratori radicali», per
i quali l'avanzata verso il socialismo significa innanzitutto acquisizione
di potere da parte di un'avanguardia rivoluzionaria (nel nome di...
ecc.); in secondo luogo, la questione è complicata da un fattore che è
irrilevante ai fini del tema dei kibbutz come forma sociale, ossia il
problema del conflitto sulla nazionalità nel Medio Oriente (è utile
ricordare - sebbene anche in questo caso non sia pertinente con il tema
dei kibbutz in quanto forma sociale - che fino al 1947 la corrente di
sinistra del movimento dei kibbutz, che ne costituiva un segmento
importante, si oppose all'idea di uno Stato ebraico, e a mio avviso a
ragione).

27. A. Pannekoek, Lenin filosofo, Feltrinelli, Milano, 1972.


Pannekoek sarebbe uno degli «infantili ultra-sinistri» di cui parlava
Lenin nel suo libello del 1920. Per un paragone tra la visione di Lenin
prima e dopo la conquista del potere statale si veda R. Daniels, The
State and Revolution: A Case Study in the Genesis and Transformation
of Communist Ideology, in American Slavic and Last European
Review, febbraio 1953. Daniels mette in rilievo la «deviazione
intellettuale» di Lenin verso sinistra «nell'anno della rivoluzione, il
1917». Per un approfondimento su questo tema, cfr. R. Daniels, The
Conscience of the Revolution, Harvard University Press, Cambridge,
MA, 1960 (trad. it. La coscienza della rivoluzione. L'opposizione
comunista nell'Unione Sovietica, Sansoni, Firenze, 1970) e l'utile
raccolta di H. Gruber, International Communism in the area of Lenin,
Cornell, Ithaca, 1967, insieme ad altre fonti troppo numerose da
menzionare.

28. A. Pannekoek, Lenin filosofo, cit., pp. 134-36. La data della


prima pubblicazione è importante per capire i riferimenti contenuti
nella citazione.

29. Z. Brzezinski, America in the Technetronic Age, in Encounter,


gennaio 1968 (trad. it. L'America nell'epoca tecnetronica, in Dilemmi
internazionali in un'epoca tecnetronica, Etas Kompass, Milano, 1969,
p. 43). Numerose citazioni di contenuto simile sono presenti in L.S.
Silk, Business Power, Today and Tomorrow, in Daedalus, inverno
1969, Perspective on Business. Silk, presidente del comitato editoriale
del Business Week, è scettico riguardo alla possibilità di trasferire il
potere corporativo ad una «burocrazia di tecnici», ritenendo invece
che, per quanto utile possa essere la tecnostruttura, le imprese
manterranno un ruolo sociale predominante. L'unica questione
davvero rilevante in questo studio dell'American Academy of Arts and
Sciences è il potere relativo dei proprietari, del management e della
tecnostruttura nel controllo della corporation. L'ipotesi di un controllo
popolare delle istituzioni economiche, naturalmente, non viene
neanche presa in considerazione.

30. A. D. Chandler Jr, The Role of Business in the United States: a


Historical Survey, in Daedalus, inverno 1969, Perspective on Business.

31. Ihid. Questa esperienza ha spinto Paul Samuelson a


commentare: «Si è detto che la guerra precedente è stata la guerra dei
chimici e che quella attuale è la guerra dei fisici. Ma si può aggiungere
che è anche la guerra degli economisti», New Republic, 11 settembre
1944, citato in R. Lekachman, The Age of Keynes, Random House,
New York, 1966. Forse anche la guerra del Vietnam può essere
considerata una «guerra degli economisti», visto il contributo dato
dagli economisti di professione per mantenere la stabilità interna in
modo che la guerra potesse avere più successo.

32. Jerome Wiesner, citato in H. L. Nieburg, In the Name of


Science, Quadrangle, Chicago, 1966. Come rileva Nieburg: «La corsa
agli armamenti ha subìto un rallentamento {temporaneo, per quanto
ne sappiamo} {...}, e i programmi spaziali e scientifici sono diventati il
nuovo strumento con cui il governo punta a mantenere alto il livello
delle attività economiche».

33. B.J. Monsen, The American Business View, in Daedalus,


inverno 1969, Perspective on Business. Per una riflessione su questi
temi, cfr.
J.K. Galbraith, Il nuovo Stato industriale, cit.

34. Citato da John J. Powers Jr., presidente della Charles Pfizer &
Co., in un discorso tenuto a una conferenza della Manufacturing
Chemists Association il 21 novembre 1967, poi pubblicato nella
Newsletter del North American Congress on Latin America (NACLA),
vol. II, n. 7.

35. In New York Times, 6 maggio 1967. La frase di Ball è citata in


un'acuta analisi di Paul Mattick, The American Economy, in
International Socialist Journal, febbraio 1968.

36. Per un approfondimento si veda M. Kidron, Il capitalismo


occidentale del dopoguerra, cit.

37. H. Jaguaribe, A Brasilian View, in How Latin America Views


the American Investor, Frederick A. Praeger, New York, 1966.

38. H.L. Nieburg, In the Name of Science, Quadrangle, Chicago,


1966.
Sarebbe forse meglio dire che per il capitale europeo è nel suo
interesse, nel senso letterale del termine, assumere il ruolo di socio
minoritario all'interno del sistema globale americano.

39. Citato da Jacques Decornoy in Le Monde hebdomadaire, 11-17


luglio 1968. La serie da cui è attinta questa citazione offre una delle
poche testimonianze dirette della guerriglia laotiana, il Pathet-Lao, e
dei tentativi di realizzare il «nation-building» e di promuovere lo
sviluppo.
A tal proposito, Decornoy osserva: «Gli americani accusano i
nordvietnamiti di intervenire militarmente nel paese. Però sono loro
che parlano di fare tabula rasa nel Laos, mentre invece il Pathet-Lao
promuove la cultura nazionale e l'indipendenza».

40. C. Julien, L'Empire Américain, Grasset, Paris, 1968 (trad. it.


L'impero americano, Il Saggiatore, Milano, 1969, p. 320).

41. Su questo tema si vedano A.G Frank, Capitalism and


Underdevelopment in Latin America, Monthly Review Press, New
York, 1967
(trad. it. Capitalismo e sottosviluppo in America latina, Einaudi,
Torino, 1974), e numerosi altri studi.

42. Atti della Conferenza mondiale sul Vietnam, Stoccolma, luglio


1967, a cura di Bertil Svahnström.

43. New York Times, Bangkok, 17 gennaio 1969. L'autore tradisce


una certa ingenuità allorché afferma che la scelta spetta ai tailandesi.
Per un approfondimento sulle precedenti «scelte» dei tailandesi si
veda N. Chomsky, I nuovi mandarini, cit., capitolo 1.

44. Citato da H. Abaya, The Untold Philippine Story, Malaya


Books, QuezonCity, 1967.

45. In Far East Economie Review, poi ripubblicato in Alias,


febbraio 1969.

46. In New York Times Economie Survey, 17 gennaio 1969.


47. M. Niedergang in Le Monde hebdomadaire, 12-18 dicembre
1968. Le citazioni sono dei professori dell'accademia militare che
hanno costruito una «visione manichea del mondo»: l'Est comunista
contro l'Occidente cristiano. Una teoria che sarebbe stata gradita a
John Foster Dulles, Dean Rusk, Melvin Laird e altri luminari.

48. Citato da A. Iriye, Across the Pacific, Harcourt, Brace & World,
New York, 1967.

49. Politica del pump priming: intervento statale per incrementare


attraverso la spesa pubblica gli investimenti privati così da innescare
un'ondata di fiducia. (N.d.T.)

50. H.L. Nieburg, In the Name of Science, cit.

51. Ibid.

52. Discorso tenuto al Millsaps College, Jackson, Mississippi, 24


febbraio 1967. Altri adducono motivazioni diverse per giustificare
l'autorità manageriale. Lo storico William Letwin, ad esempio,
sostiene che «nessuna comunità può fare a meno dei manager», il cui
ruolo è prendere «decisioni arbitrarie all'interno di un'azienda
privata», dal momento che «la funzione di prendere decisioni
arbitrarie e definitive nella produzione non può essere eliminata» (The
Past and Future of American Businessman, in Daedalus, inverno 1969,
Perspective on Business). Letwin trova «rassicurante {...} che i
manager di oggi mostrino quella stessa sete di reddito e di ricchezza
che spronò gli imprenditori di ieri a ricercare il progresso», ma
trascura di evidenziare che in base alla sua teoria del management il
manager può essere rimpiazzato da sequenze numeriche casuali.

53. «Negli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta più di nove
decimi della domanda finale per l'aeronautica e i suoi accessori
gravavano sul governo, soprattutto per fini militari; lo stesso valeva
per i tre quinti della domanda di materiali non ferrosi; più della la
metà della domanda di prodotti chimici ed elettronici; per più di un
terzo della domanda di mezzi di comunicazione e strumenti scientifici,
e così via lungo un elenco dei 18 principali rami d'industria per i quali
più di un decimo della domanda finale dipende da commesse
governative», M. Kidron, Il capitalismo occidentale del dopoguerra,
cit., p. 53.
Citando un rapporto dell'OCSE del 1963, Kidron fa peraltro notare
che «il trasferimento diretto al settore civile di prodotti e tecnologie
sviluppati per fini militari e spaziali è molto ridotto {...}. Le possibilità
del trasferimento diretto tenderanno a diminuire», p. 68.

54. Ibid., p. 58.

55. H.L. Nieburg, In the Name of Science, cit.

56. È una delle tesi principali del suo libro II nuovo Stato
industriale.
Un'analisi simile in campo politico è quella di Richard Barnet, il
quale indaga il ruolo della burocrazia della sicurezza nazionale nella
politica estera. Di R. Barnet si vedano il contributo contenuto in R.
Pfeffer, No More Vietnams?, cit., e Intervention and Revolution, New
American Library, New York, 1968. Senza voler negare la validità di
questa analisi, è opportuno aggiungere che gli obiettivi di questa
«organizzazione» coincidono con quelli delle multinazionali.
Persino nelle prime fasi dell'imperialismo non era insolito che la
bandiera e le armi precedessero, non seguissero, la sterlina, il franco
od il dollaro.

57. Scrive Galbraith: «I beni sono ciò che il sistema industriale


fornisce».
Quindi «il controllo della domanda» svolge questo servizio: «la
pubblicità conferisce importanza ai beni», e in questo modo
contribuisce a «formare il tipo d'uomo che gli obiettivi del sistema
industriale richiedono: quello che spende il suo reddito in modo
predeterminabile ed in modo predeterminabile lavora, perché ha
bisogno di comprare sempre di più», p. 183.

58. R. Lekachman, The Age ofKeynes, cit.


59. «Come per le entrate fiscali del 1964, anche nel 1965 gran parte
degli incrementi si registrerà tra le grosse aziende e singoli individui
ricchi» (ibid.). Il carattere regressivo della struttura fiscale americana
viene spesso sopravvalutato. Cfr. G. Kolko, Wealth and Power in
America: An Analysis of Social Class and lncome Distribution, Praeger,
New York, 1962 (trad. it. Ricchezza e potere in America. Uno studio
sulle classi sociali e la distribuzione del reddito, Einaudi, Torino,
1964). Nell'ultimo rapporto del Consiglio dei consulenti economici del
Congresso si legge: «In rapporto alla distribuzione del reddito, a
pagare le tasse più elevate sono le famiglie delle classi a reddito più
basso rispetto a quelle con un reddito tra i 6000 e i 15000 dollari.
Ciò dimostra il pesante carico fiscale che grava sulle famiglie a
basso reddito, derivante dalle imposte statali e locali. Incidono anche
le imposte federali, con la tassa per l'assicurazione sociale». Si è
discusso a lungo dei dispositivi che potenziano l'elusione fiscale nelle
fasce più alte; l'abbuono per esaurimento dei giacimenti non è che
l'esempio più noto.

60. Per un'analisi circostanziata, si veda M. Harrington, Toward a


Democratic Left, Mcmillan, New York, 1968. Si veda inoltre la
recensione di Christopher Lasch in New York Review of Books, 11
luglio 1968.

61. J. K. Galbraith, Il nuovo Stato industriale, cit., p. 182.

62. Si veda il contributo di Paul Mattick, Workers' Control,


contenuto in The New Left. A Collection of Essays, a cura di P. Long,
Porter Sergent, Boston, 1969. Per un'indagine accurata, anche se
fortemente prevenuta nei confronti delle speranze dei radicali, si veda
A. Sturmthal, Workers' Councils, Harvard University Press,
Cambridge, 1964.

63. Si veda ad esempio A. Ulam, The Unfinished Revolution,


Random House, New York, 1960 (trad. it. La rivoluzione incompiuta,
Vallecchi, Firenze, 1968). Egli suggerisce che «il vigoroso sviluppo del
capitalismo favorisce lo sviluppo del socialismo marxista tra gli operai;
ma, anche, la rapida eliminazione dei sentimenti sindacalisti e
anarchici degli operai, causata dal marxismo, può essere fattore assai
favorevole al maggior progresso del capitalismo! La lezione del
marxismo è stata assimilata dagli operai: essi lavorano con maggiore
efficienza allorché accettano l'inevitabilità del lavoro industriale e le
sue conseguenze; il loro odio di classe non trova più sfogo nel
sabotaggio del sistema industriale e politico di cui sanno di essere gli
eredi», p.
186. Insomma, il movimento rivoluzionario può contribuire, in
totale contraddizione con le sue finalità, alla creazione di una «razza di
operai pazienti e disciplinati», p. 77 (citazione da Arthur Redford
ripresa da Ulam).

64. Parti di quel documento sono state pubblicate in The New


Student Left, a cura di M. Cohen e D. Hale, Beacon Press, Boston, 1967
(trad. it. Gli studenti e la nuova sinistra in America, De Donato, Bari,
1968, p.283).

65. New Left Notes, 11 dicembre 1968. Mi riesce difficile credere


che l'autore di questa nota, il quale conosce bene Harvard, possa
davvero figurarsi Nathan Pusey come il rappresentante
dell'imperialismo nel campus universitario.

66. Ricordo la definizione dolorosamente vera data da George


Orwell: «Soprattutto a sinistra, il pensiero politico è una specie di
fantasia onanistica in cui il mondo reale conta pochissimo».

2. Un'eccezione alle regole.

1. Recensione di Guerre giuste ed ingiuste di Michael Walzer, in


Inquiry Magazine, 17 aprile 1978.

2. Le citazioni in italiano sono tratte da M. Walzer, Guerre giuste


ed ingiuste.
Un discorso morale con esemplificazioni storiche, Liguori Editore,
Napoli, 1990. (N.d.T.)

3. Il riferimento qui è a Menachem Begin, primo ministro


israeliano dal 1977 al 1983. (N.d.T.)

3. Divina licenza di uccidere.

1. Pubblicato in Grand Street, vol. 6, n. 2 (gennaio 1987).

2. D.B. Davis, New York Review, 13 febbraio 1986.

3. R. Niebuhr, The Nature and Destiny of Man: A Christian


Interpretation, 2 voll., Charles Scribner's Sons, New York, 1943.

4. In R. McAfee Brown (a cura di), The Essential Reinhold


Niebuhr, Yale University Press, New Haven, 1953.

5. R. Niebuhr, The Christian Church in a Secular Age (1937), in R.


McAfee Brown (a cura di), The Essential Reinhold Niebuhr, cit.

6. R. Niebuhr, Optimism, Pessimism, and Religious Faith, in R.


McAfee Brown (a cura di), The Essential Reinhold Niebuhr, cit.

7. R. Niebuhr, The Children of Light and the Children of Darkness:


a Vindication of Democracy and a Critique of its Traditional Defense,
Charles Scribner's Sons, New York, 1944 (trad. it. Figli della luce e figli
delle tenebre. Il riscatto della democrazia: critica della sua difesa
tradizionale, Gangemi, Roma, 2002).

8. A.M. Schlesinger, Reinhold Niebuhr's Role in American Political


Thought and Life, in C.W. Kegley, R.W. Bretall (a cura di), Reinhold
Niebuhr: His Religious, Social, and Political Thought, Macmillan, New
York, 1956.

9. R. Niebuhr, The Irony of American History, Scribner, New York,


1952 (trad. it. L'ironia della storia americana, Bompiani, Milano,
2012).

10. H. Morgenthau, In Defense of the National Interest: a Critical


Examination of American Foreign Policy, A. Knopf, New York, 1951.
11. «A Swanwick, ultima tappa di Niebuhr / un giovane esclamò
"Ho capito!
/ Non posso comportarmi bene, quindi stanotte devo trovare / il
giusto peccato da fare - e lo farò"».

4. Consenso senza consenso.

1. Versione rivista e aggiornata di Consent Without Consent:


Reflections on the Theory andPractice ofDemocracy, conferenza
tenuta il 28 marzo 1996, poi pubblicata in Cleveland State Law
Review, 44,4.

2. J.H. Birnbaum, As Clinton Is Derided as Fläming Liberal by


GOP, His Achievements Look Centrist and Pro-Business, in Wall
Street journal, 7 ottobre 1994, p. A12; R. Wartzman, SpecialInterests,
With Backing of GOP, Defeat Numerous White House Efforts, in Wall
Street Journal, 7 ottobre 1994, p. A12; D. Broder, M. Weiskopf,
Pinding New Friends on the Hill, in Wall Street Journal, 3-9 ottobre
1994,p.A12.

3. Back To The Trenches, in Business Week, 18 settembre 1995, p.


42.

4. Segretario al Commercio durante l'amministrazione Clinton.


(N.d.T)

5. H. Cooper, Ron Brown Worked Tirelessly for U.S. Industry But


Got Little Support from Business in Return, in Wall Street Journal, 5
aprile 1996, p. A10.

6. Il Business Council è un'organizzazione che riunisce i principali


imprenditori al mondo. Il Business Roudtable è un'organizzazione
molto simile, ma di stampo più conservatore. (N.d.T.)

7. T. Ferguson, Golden Rule: The Investment Theory of Party


Competition end the Logic of Money-Driven Political Systems,
University of Chicago Press, Chicago-London, 1995.

8. E.C. Ladd, The 1994 Congressional Elections: The Postindustrial


Realignment Continues, in Political Science Quarterly, vol. 110. La
primavera 1995. J. Dillin, Brown Refuses to Endorse Clinton, in
Christian Science Monitor, 14 luglio 1992, p. 2. Deer, Margolis,
Mitchell, Burns & Associates, Being Heard: Strategic Communications
Report and Recommendation, prepared for AFL-CIO, 21 marzo 1994.
America, Land of the Shaken, in Business Week, 11 marzo 1996, p. 64.

9. Sul periodo postbellico si veda: E. Fones-Wolf, Selling Free


Enterprise, University of Illinois Press, Urbana, 1995. Sulla metà degli
anni Ottanta si veda V. Navarro, The 1984 Election and the New Deal,
in Social Policy, primavera 1985; T. Ferguson, J. Rogers, The Myth of
America s Turn to the Righi, in Altantic Monthly, maggio 1986, e il
loro Right Turn, Hill and Wang, New York, 1986.

10. Los Angeles Times, 20 novembre 1994, citato da Doug


Henwood TheRaw Deal, in Nation, 12 dicembre 1994, p. 711.

11. Portrait ofa Skeptical Public, in Business Week, 20 novembre


1995, p.
138.

12. A. Carey, Taking the Risk out of Democracy, University of New


South Wales Press, Sydney, 1995, p. 24; E. Fones-Wolf, Selling Free
Enterprises, cit., p. 177.

13. J. DeParle, Class is No longer a Four-letter Word, in New York


Times Magazine, 17 marzo 1996, p. 40.

14. K. Moody, An Injury to All, Verso, London-New York, 1988, p.


147.

15. E. Fones-Wolf, Selling Free Enterprises, cit., pp. 44-45 e 117.

16. M. Greenfield, Back to Class War, in Newsweek, 12 febbraio


1996, p.
84; The Backlash Building Against Business, in Business Week, 19
febbraio 1996, p. 102; Liscio, Is Inflation Tamed?, in Barrons, 15 aprile
1996,pp.mwl0-ll.

17. Si veda C. Seilers, The Market Revolution, Oxford University


Press, New York, 1991, p. 106; A. de Tocqueville, De la démocratie in
Amérique, (trad. it. La democrazia in America, BUR, Milano, 1999, p.
576). Su Dewey, si veda in particolare R. Westbrook, John Dewey and
American Democracy, Cornell University Press, Ithaca, 1991.

18. N. Ware, The Industrial Worker 1840-1860, Ivan R. Dee,


Chicago, 1990.

19. J. Perry, Notes From the Field, in Wall Street journal, 26


febbraio 1996, p. A20.

20. Ferguson, Golden Rule, cit., p. 72.

21. La Beltway è un'autostrada che circonda Washington. È


simbolo della cinta immaginaria che separa la cittadella politica dal
resto del mondo. (N.d.T.)

22. A.R. Hunt, Politics & People: The Repuhlicans' Crumbling High
Ground, in Wall Street Journal, 22 febbraio 1996, p. A15.

23. H. Adams, History of the United States of America During the


Administration of Thomas Jefferson, 61 (Literary Classics of the
United Statesene. {1986}).

24. Clinton Wams of MedicaldPlan, in Boston Globe, 1 ottobre


1995, p.
12.

25. A. Murray, The Outlook: Deficit Politics: Is the Era Over?, in


Wall Street Journal, 4 marzo 1996, p. A1.
26. NYT/CBS News Poll, in New York Times, 1§ ottobre 1995, p. 4.

27. Business Week/Harris Executive Poll, in Business Week, 5


giugno 1995, p. 34.

28. All Things Considered (Nat'l Pub, trasmesso alla radio il 12


maggio 1995).

29. Knight-Ridder, GOP Tollster Never Measured Topularity of


Contractu Only Slogans, in Chicago Tribune, 12 novembre 1995, p. 11;
M. Weisakopf, D. Maraniss, Gingrich's WarofWords, in Washington
Post Nat'l. Weekly, 6-12 novembre 1995, p. 6.

30. M. Dawson, The Consumer Trap: Big Business Markenting and


the Frustration of Personal Life in the United States since 1945, Ph.D.
Dissertation, University of Oregon, agosto 1995.

31. E.L. Bernays, Propaganda, Liveright, New York, 1928 (trad. it.,
Propaganda, Logo Fausto Lupetti, Bologna, 2008).

32. D.S. Fogelsang, America's Secret War Against Bolshevism,


University of North Carolina Press, Chapel Hill, 1995, p. 28.

33. P. Cayo Sexton, The War on Labor and the Left, Westview
Press, Boulder, Colorado, 1991, p. 112; D. Montgomery, The Fall of the
House of Labor, Cambridge University Press, New York, 1987, p. 7.

34. Samuel Huntington, Vietnam Reappraised, in International


Security, 6.1, p. 14, estate 1981.

35. Si veda F. Rofsky, Harry S. Truman and the War Scare


ofl948,1993; N. Chomsky Turning the Tide: U.S. Intervention in
Central America and the Struggle forPeace, South End Press, Boston,
1985; N. Chomsky, World Orders, Old and New, Columbia University
Press, New York, 1994.

36. E. Press, GOP «Responsibility» On US Arms Sales, in Christian


Science monitor, 23 febbraio 1995, p. 19.

37. G. Haines, The Americanization of Brazil: AStudy ofU.S. Cold


War Diplomacy in the Third World, 1945-1954, Scholarly Resources,
Wilmington, 1989, IX, p. 121.

38. S. Streeter, Campaigning Against Latin American Nationalism,


in The Americas, vol. 51, no. 2, pp. 193-218, 1994, (citazione tratta dal
rapporto del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, 21 maggio 1958).

39. J. Foster Dulles, Telephone Call to Allen Dulles, in Minutes of


téléphone conversations ofjohn Foster Dulles and Christian Herter, 19
giugno 1958 (Eisenhower Library, Abilene, KA).

40. T. Carothers, The Reagan Years: the 1980s, in A. Lowenthal (a


cura di), Exporting democracy, Johns Hopkins University Press,
Baltimore, 1991, pp. 90-122; Id., In the Name of Democracy,
University of California Press, Berkeley, 1991, p. 249.

41. Richard Bernstein, The U.N. versus the U.S., in New York
Times Magazine, 22 gennaio 1984, p. 18.

42. The United States and the World Court, Dipartimento di Stato
degli Stati Uniti, Ufficio Pubbliche Relazioni, Current Policy, N. 769
(dicembre 1985), dichiarazione davanti alla Commissione Affari
Esteri del Senato. Ringrazio Tayyab Mahmud per aver sottoposto alla
mia attenzione questo documento.

43. R. Fogelnest, Presidente Column, in The Champion, marzo


1996, p.
5.

44. S. Chereighton Miller, Benevolent Assimilation, Yale University


Press, New Haven, 1982 pp. 74,78 e 123.

45. Allen contro Diebold, Inc., 33 F.3d 674,677 (6th Cir. 1994).
46. F. Hutcheson, A System of Moral Philosophy; Sheldon Gelman,
«Life» and «Liberty»: their Original Meaning, Histórica! Antécédents,
and Current Significance in the Debate over Abortion Rights, in
Minnesota Law Review, n. 78, febbraio 1994, p. 644 (citato in F.
Hutcheson, A System of Moral Philosophy, New York, August M.
Kelley, 1968 {1955}, p. 231).

47. Cfr. G. Wood, The radicalism of the American Revolution,


Vintage Book, New York, 1991, p. 245 (trad. it. I figli della libertà: alle
radici della democrazia americana, Giunti, Firenze, 1996).

48. J. Wilson, The Role of Public Opinion in Constitutional


Interpretation, in Byu Law Review, 1993, p. 1055 (citando J.
Rundolph, Considérations on the Présent State of Virginia, 1774).

49. Studi recenti importanti comprendono: J. Nedelsky, Private


Property and the Limits of American Constitutionalism, University of
Chicago Press, Chicago, 1990; R. Matthews, IfMen were Angels,
University Press of Kansas, Lawrence, 1995; L. Banning, The Sacred
Tire of Liberty, Cornell University Press, Ithaca, 1995.

50. J. Elliot, Yatess Minutes, in The Debates in the Several State


Conventions on the Adoption of the Tederal Constitution (1836),
Lippincott, 1907-2, p.45.

51. Cfr. supra nota 39.

52. G. Wood, Creation of the America Republic, The University of


North Carolina Press, Chapel bill, 1969, pp. 513-514. La tesi di Wood è
che l'impresa sia fallita e che la «società democratica» che ne è emersa
«non fu la società che i capi della rivoluzione avevano desiderato e che
si erano attesi», fondata sulle virtù e sull'illuminismo repubblicani.
Cfr. Wood, The Radicalism of the American Revolution, cit., p.
365. A ogni modo, che il fallimento del repubblicanesimo abbia
condotto al trionfo della democrazia dipende molto da come noi
intendiamo quest'ultimo concetto e gli eventi che ne derivarono.
Furono in molti, compresa buona parte della classe operaia bianca, ad
avere una visione diversa.

53. G. Colby, C. Dennett, Thy Will be done, HarpercolJins, New


York, 1995, p. 15.

54. S. Plotkin, W. Scheurman, Private Interests, Public Spending,


South End Press, Boston, 1994, p. 223.

55. V. Cable, The Diminished Nation-State, in Daedalus, n. 22,


marzo 1995, p. 124 (citando il Rapporto sugli investimenti delle
Nazioni Unite del 1993).

56. Robert Hayes, U.S. Competitiveness: «Résurgence» versus


Reality, in Challange, marzo-aprile 1996, pp. 36-44. Sulle «burocrazie
direttive e manageriali gonfiate e con troppi dirigenti» delle società
statunitensi (tre volte superiori a quelle tedesche e giapponesi), e sulla
relazione degli «esuberi societari» per la «stretta salariale» americana
(anch'essa fuori dal comune), cfr. D. Gordon, Fat and Mean, Martin
Kessler Books, New York, 1996.

57. J. Dobrzyoski, Gettin What They Deserve?: No Profit is No


Problem for High-Paid Executives, in The New York Times, 22
febbraio 1996.
Per i dati più approfonditi, cfr. L. Mishel e J. Bernstein, The State
of Working America: 1994-1995, M.E. Sharpe Inc., Armonk, NY, 1994.

58. U.S. Department of Commerce, Survey of Curren t Business


75.8, agosto 1995, pp. 97 e 112.

59. B. Wysocki, Life and Death: Defense or Biotech? For Capital's


Suburbs, Choices Were Fateful, in The Wall Street journal, 12
dicembre 1995, pp. A1 e A5.

60. Rockwell (1894-1978) è il celebre illustratore statunitense che


immortalò con le sue copertine l'America degli anni cinquanta. (N.d. T
)
61. P. Applebome, A Suburban Eden where the Right Rules,
insieme a Conservatism Flowering Among the Mails, in The New York
Times, 1§ agosto 1994.

62. J.S. Nye e W.A. Owens, America's Information Edge, in Foreign


Affairs, marzo-aprile 1966, p. 20.

63. L. Schwartz, Route 128 May be the Road to a Free-market


Economy, in The Boston Globe, 22 marzo 1996, p. 23, adattato da
Venture Abroad, in Foreign Affairs, 15-18 nov.-dic. 1994, con
l'aggiunta della Route 128 di Boston.

64. Clinton aveva tenuto il discorso in un hangar della Boeing, la


principale azienda esportatrice del paese. (N.d.T.)

65. J. Cassidy, Who Killed the Middle Class?, in The New Yorker,
16 ottobre 1995, pp. 113-124.

66. L'Uruguay Round è un negoziato avviato nel 1986 a Punta del


Este (Uruguay) e voluto dagli USA per estendere la liberalizzazione
degli scambi dal settore delle merci a quello dei servizi. Si è concluso
con l'accordo internazionale siglato nell'aprile del 1994 a Marrakesh,
in Marocco. (N.d.T.)

67. W. Ruigrock e R. Van Tulder, The Logic of International


Restructuring, Routledge, London-New York, 1995, pp. 217,221-222.

5. Semplici verità, problemi spinosi: pensieri su terrorismo,


giustizia e autodifesa.

1. Discorso pronunciato al Royal Institute of Philosophy, Londra,


19 maggio 2004.

2. Per le fonti, si vedano i miei volumi New Military Humanism,


Common Courage, Monroe, 1999 (trad. it. Il nuovo umanitarismo
militare: lezioni dal Kosovo, Asterios, Trieste, 2000); A New
Generation Draws the Line, Verso, London, 2000 (trad. it. Una
generazione volta pagina, Multimage, Firenze, 2004); Hegemony or
Survival, Metropolitan, New York, 2003, ed. aggiornata 2004 (trad. it.
Egemonia o sopravvivenza, Troppa, Milano, 2005). Farò riferimento
qui in nota a citazioni di difficile reperimento in opere standard o in
miei libri recenti, compresi quelli citati.

3. E. Becker, Kissinger Tapes Describe Crises, War and Stark


Photos of Abuse, in New York Times, 27 maggio 2004.

4. T. Taylor, Nuremberg and Vietnam: an American Tragedy,


Times Books, New York, 1970 (trad. it. Norimberga e Vietnam: una
tragedia americana, Garzanti, Milano, 1971, pp. 134,83).

5. E. Alden, «US INTERROGATION DEBATE»: Dismay at attempt


to find legalgiustification for torture, in Financial Times, 10 giugno
2004.

6. Richard Goldstone, Kosovo: An Assessment in the Context of


International Law, XIX Morgenthau Memorial Lecture, Carnegie
Council on Ethics and International Affairs, 2000.

7. M. Georgy, «Iraquis want Saddams old U.S. Friends on trial»,


Reuters, 20 gennaio 2004.

8. Su questa e altre operazioni, si veda N. Chomsky e E. Herman,


The Political Economy of Human Rights, South End, Boston, 1979, vol.
1
(trad. it. L'economia politica dei diritti umani, Baldini, Castoldi e
Dalai, Milano, 2005-2006, vol. 1), basato in parte su inchieste inedite
di Kevin Buckley, responsabile della redazione di Saigon di Newsweek.

9. A. Regular, in Ha'aretz, 24 maggio 2003, basato sui verbali di un


colloquio tra Bush e Mahmoud Abbas, il primo ministro palestinese da
lui scelto, forniti da Abbas stesso. Si veda anche Bush and God, in
Newsweek, 10 marzo 2003, con un'inchiesta sulla fede e sul rapporto
diretto con Dio dell'uomo che ha il potere di premere in qualsiasi
momento il bottone. Cfr. inoltre The Jesus Factory, documentario
prodotto dalla PBS sugli «ideali religiosi» che Bush ha introdotto alla
Casa Bianca, «inerenti alla missione messianica di Bush di trapiantare
la democrazia nel resto del mondo»; S. Allis, A timely look at how faith
informs Bush presidency, in Boston Globe, 29 aprile 2004. Gli
assistenti alla Casa Bianca esprimono preoccupazione per «il
comportamento sempre più instabile» di Bush, il quale «sostiene che
le sue decisioni rappresentano "la volontà di Dio"»; D. Thompson,
Capitol Hill Blue, 4 giugno 2001.

10. G. Wood, «Freedon Just Around the Corner»: Rogue Nation, in


New York Times Book Review, 28 marzo 2004; T. Bailey, A
Diplomatic History of the American People, Appleton-Century-Crofts,
New York, 1969.

11. Gli storici Thomas Pakenham e David Edwards citati in C.


Langley, The Religious Roots of American Imperialism, in Global
Dialogue, primavera-estate 2003.

12. Citato in P.F. Asso, The «Home Bias». Approach in the History
of Economie Thought, in J. Lorentzen e M. de Cecco (a cura di),
Markets and Authorities, Elgar, Cheltenham (UK)-Northampton
(USA), 2002.

13. Si vedano gli articoli Another Intifada in the Making e Bloodier


and Sadder, in The Economist, 17 aprile 2004.

14. W. Pincus, Skepticism About U.S. Deep, Iraq Poli Shows,


Motive for Invasion Is Focus ofDoubts, in Washington Post, 12
novembre 2003.
R. Burkholder, Gallup Poli of Baghdad: Gauging U.S. Intent, in
Government & Public Affairs, 28 ottobre 2003.

15. A. La Guardia, Handover still on corse as UN waitsfor new


leader to emerge, in Daily Tepegraph, 18 maggio 2004.

16. C.A. Robbins, Negroponte Has Tricky Mission: Modern


Proconsul, in Wall Street Journal, 27 aprile 2004.
17. Envío, Uca, Jesuit University, Managua, novembre 2003.

18. M. Crenshaw, Current Histoy, America at War, dicembre 2001.

19. Si veda, tra gli altri, il mio volume Pirates and Emperors,
Souht-End-Pluto, New York-London, 1996, ed. aggiornata 2002 (trad.
it. Pirati e imperatori, Marco Tropea, Milano, 2004). Per una
panoramica sulla prima fase della «guerra al terrore», cfr. A. George (a
cura di), Western State Terrorism, Polity Press, Blackwell, 1991.

20. S. Zunes, U.S. Policy Towards Syria and the Triumph of


Neoconservatorism, in Middle East Policy, primavera 2004.

21. Commissione indipendente internazionale sul Kosovo, The


Kosovo Report, 23 ottobre 2000, http://www.palmcenter.se/printuk_
asp?Article_Id=873, Oxford University Press, 2000.

22. Goldstone, Kosovo, cit.

23. Per la disamina, cfr. il mio Il nuovo umanitarismo militare, cit.

24. Per maggiori dettagli, si veda il mio Una generazione volta


pagina, cit. in cui si analizza in che modo la NATO ha revocato la
risoluzione del Consiglio di Sicurezza che aveva proposto. Goldstone,
Kosovo, cit., ammette che la risoluzione era un compromesso, ma non
approfondisce il tema, che peraltro non destò alcun interesse in
Occidente.

25. L'unica rassegna dettagliata di cui sono a conoscenza è


contenuta nei miei libri citati nelle due note precedenti, con alcune
integrazioni tratte dalla successiva inchiesta parlamentare in
Egemonia o sopravvivenza, cit.

26. N. Wheeler, Saving Strangers: Humanitarian Intervention and


International Society, Oxford University Press, Oxford, 2000.
27. C. Stahn, Enforcement of the Collective Will after Iraq, in
American journal of International Law, Simposio, «Future
Implications of the Iraq Conflict», 97,2003, pp. 804-23. Per ulteriori
approfondimenti su tali questioni, comprese le autorevoli idee di
Glennon e il suo ripudio di altri truismi morali, si vedano il mio e altri
articoli in Review of International Studies, 29,4, ottobre 2003, ed
Egemonia o sopravvivenza, cit.

28. Cfr. B. Franklin, War Stars: The Superweapon and the


American Immagination, Oxford University Press, Oxford, 1988.

6. Intelligenza umana e ambiente.

1. Conferenza tenuta presso l'University of North Carolina il 30


settembre 2012.

2. La principale e più antica organizzazione ambientalista degli


Stati Uniti. (N.d.T.)

3. Letteralmente «Cintura della ruggine». (N. d. T. )

4. Senatore dell'Oklahoma noto per le sue posizioni fortemente


conservatrici su temi come l'immigrazione, l'omosessualità e
l'ambiente.
(N.d.T)

5. Sentenza con la quale la Corte suprema ha dato il via libera al


finanziamento elettorale, senza limiti, da parte delle grandi
corporation.
(N.d.T.)

7. Può la civiltà sopravvivere al capitalismo reale?

1. Discorso pronunciato al Northeastern University Economie


Symposium, 23 febbraio 2013.

2. In inglese RECD (really existing capitalist democracy), che


Chomsky, giocando sull'omofonia, raccomanda di pronunciare
tvrecked, letteralmente «naufragato, in rovina».

3. David e Charles Koch, proprietari del complesso Koch


Industries, una delle maggiori compagnie private degli USA che opera,
tra gli altri, nel settore petrolifero. (N.d.T.)

4. Così vengono definiti i popoli indigeni o autoctoni del Canada, a


eccezione degli Inuit e dei Métis. (N.d.T.)

<continua>

Due segnalazioni editoriali.

NOAM CHOMSKY: SISTEMI DI POTERE.

In questa formidabile serie di colloqui, l'ottantacinquenne linguista


e politologo statunitense analizza il mondo contemporaneo e le
tensioni che lo animano, denunciando i «sistemi di potere» - governi,
organismi finanziari, multinazionali che alimentano divisioni nella
società allo scopo di assoggettare gli individui. A finire sotto il suo
sguardo chirurgico non è solo il nuovo imperialismo americano, che
perpetua persino sotto Obama strategie consolidate, ma anche il
potere, più recente ed oramai forse più invasivo, del capitale
finanziario transnazionale, che ha scalzato quello legato all'industria e
al commercio. È il potere delle multinazionali, della BCE e dei fautori
dell'austerity, che impoverisce il ceto medio e tiene sotto scacco
l'Europa. Sono questi «sistemi» a muovere una nuova guerra di classe
contro i lavoratori e la società, una guerra che non può che essere
«unilaterale».
Al servizio del potere, oggi come sempre, la macchina della
propaganda, che induce nuovi bisogni e crea sottomissione. «Il potere
non si suicida», dice Chomsky, ma alcune forme di democrazia
partecipata e di cittadinanza attiva emergono a contrastare la sua forza
schiacciante: il movimento Occupy e gli indignados, la gestione
operaia delle fabbriche, le rivolte della Primavera araba dimostrano
che lottare per migliorare le cose è possibile.
A patto di non sedersi davanti alla tv: Chomsky interviene qui,
infatti, anche su questioni di politica culturale, facendo il bilancio della
sua lunga attività di linguista e denunciando lo stato della cultura e
dell'istruzione attraverso un'acuta critica ai libri elettronici, a Twitter e
ai social network. Il messaggio politico e umano di un grande
intellettuale indipendente, uno dei pochissimi veri saggi dei nostri
tempi.

GIUSEPPE ALLEGRI, ROBERTO CICCARELLI: IL QUINTO


STATO.

Che cos'è il Quinto Stato? La condizione di parecchi milioni di


lavoratori precari, autonomi e free lance, di origine italiana e straniera,
che non godono di nessuna protezione in caso di maternità, paternità,
disoccupazione o malattia, che non percepiscono un reddito decente e
in pratica non avranno una pensione, ma si sobbarcano i doveri
imposti da un fisco implacabile. Questi stessi soggetti cominciano
tuttavia a gestire in maniera indipendente il proprio lavoro e
propongono per sé ed all'intera società un welfare alternativo.
Rifiutando ogni retorica vittimista, in questo libro affilato dal
punto di vista teorico e ricco di dati e testimonianze, Allegri e
Ciccarelli mostrano in quali modi il Quinto Stato sta già promuovendo
l'autotutela, la cooperazione tra lavoratori indipendenti e cittadini,
l'economia della condivisione.
Il Quinto Stato sopravvivrà alla crisi, questa la convinzione degli
autori: e lo farà in un modo capace di mutare per sempre la nostra
concezione di lavoro, di accesso ai diritti, di partecipazione politica.
Il Quinto Stato è dunque il «romanzo di formazione» di una nuova
e ancora inesplorata composizione sociale. A chi desidera creare
un'alternativa all'antico regime delle politiche di austerità spetta la
responsabilità di scriverne la storia: perché, affermano gli autori, «il
Quinto Stato sarà tutto o non sarà».

FINE.

Finito di stampare nel mese di gennaio 2014 per conto di Adriano


Salani Editore S.u.r.l. da Mai Grafica Veneta S.p.A., Trebaseleghe
(PD).
Stampato in Italia - Printed in Italy.
04/02/14 19:53:26