Sei sulla pagina 1di 6

Astrologia e libertà:

un binomio plausibile?
di Selene Ballerini
“Lo cielo i vostri movimenti inizia; / non dico tutti, ma posto ch’io ’l
dica / lume v’è dato a bene e a malizia / e libero voler; che, se fatica /
ne le prime battaglie col ciel dura, / poi vince tutto se ben si notrica”
(Dante. Purgatorio XVI, 73-78)

Le influenze astrali, scrive Dante nel Purgatorio, agiscono solo sulle


tendenze temperamentali e neppure su tutte; del resto se anche il loro
imprinting si estendesse su ogni nostro impulso resta il fatto che noi esseri
umani siamo dotati di giudizio e di libero arbitrio, che se ben coltivati
vincono, pur a costo di dure battaglie, la forza delle stelle. Il concetto è
insomma quello arcinoto e straripetuto con cui gli astrologi hanno cercato
di conciliare astrologia e “libero voler”: gli astri inclinano, non
necessitano (inclinant astra, non necessitant). Una frase efficace e di
forte contenuto, ma che sotto la sua rassicurante scorza tiene nascosti e
ben pressati problemi ancora esplosivi per la coscienza umana.
Innanzitutto: esiste davvero il libero arbitrio? O più precisamente: ha un
senso parlare di libero arbitrio? Come si relaziona, inoltre, questa
problematica esistenziale e religiosa alla vetusta mantica che pretende di
individuare passato, presente e futuro di popoli, o di singoli individui,
osservando il movimento degli astri?
L’arte di leggere il cielo
Nell’ere preistoriche, prive di luci elettriche e di gas inquinanti, il manto
stellare doveva apparire davvero magnifico, almeno tanto quanto era
avvolto dal mistero. Chissà come percepivano le donne e gli uomini delle
remote epoche quelle luci ricamanti la notte, l’alba e il tramonto con
disegni che si ripetevano sui ritmi di una sconcertante regolarità? Erano
esseri divini, riflessi di idee, animali cosmici? Non possiamo saperlo. Una
cosa però è certa: il cielo fu scrutato — o fin da subito, o con il tempo —
come una sorta di gigantesca schermata di informazioni, che indicava
l’arrivo delle stagioni e della luce, il trascorrere dei giorni e le direzioni. E
se rivelava tanta sapienza come non supporre di potervi rintracciare
dentro anche risposte a quesiti meno naturalistici? E come non ritenerlo
divino?
In effetti, come rileva Giorgio de Santillana (l’autore, per intendersi, del
Mulino di Amleto), i culti astrali sono i più antichi, tanto che nell’età
arcaiche la funzione del Sole si limitava alla misurazione del tempo,
mentre la vera potenza divina era negli astri, considerati deità viventi
1
(Fato antico e fato moderno, Adelphi 1985, p. 13-14). E applicando gli
stimoli suggeriti dalla realtà virtuale viene da chiedersi cosa sarebbe stato
della nostra cultura, del nostro simbolismo, della nostra stessa percezione
della realtà se al posto di una sola Luna ne avessimo avute due o tre o
molte di più o se i pianeti e le costellazioni visibili a occhio nudo fossero
stati diversi da quelli che invece abbiamo sempre osservato nella volta
stellata... Ma così non è stato e quello che possiamo ricavare dalle
ricerche antropologiche ci rivela che sulla base di quanto appare sopra le
nostre teste le diverse culture hanno elaborato processi di identificazione
e di rispecchiamento magico-religiosi in cui, a seconda delle civiltà, la
Luna venne identificata con la donna (più frequentemente) o con l’uomo o
con il principio androgino, mentre la tale o tal’altra costellazione fu vista
in forma umana o animale e il Sole, che si rivelò femmina ai giapponesi,
venne invece considerato maschio dagli egiziani; convinti peraltro questi
ultimi, di contro alla tendenza più generale, che il Cielo fosse una dea e la
Terra un dio, non viceversa... Così, dunque, con le medesime pedine e con
variazioni compiute in tempi millenari i giochi realizzati sono stati tanti e
di questi l’astrologia è certamente uno dei più intriganti.
Le sue prime origini vanno ricercate nella Mesopotamia del III millennio
a.C.; da lì si diffuse in India nel VI secolo e finalmente anche in Grecia,
dove fu introdotta da Beroso, un babilonese vissuto fra il IV e il III
secolo. L’eredità greca fu poi accolta da Roma e dalla cultura araba e fu
proprio filtrando attraverso quest’ultima che l’astrologia trapassò nel
Medioevo occidentale.
Una figura importante nella diffusione della mantica stellare fu l’arabo
Albumasar, morto nella Mesopotamia centrale nell’886. Le sue opere, che
ebbero una grande diffusione, attingevano a fonti ellenistiche e orientali
ed erano caratterizzate da un duro determinismo astrale, tanto che
Albumasar attribuiva al moto e alle configurazioni delle stelle perfino i
grandi eventi storici, il sorgere dei nuovi imperi, le rivoluzioni, la nascita
o il tramonto delle religioni. Questa “teoria delle grandi congiunzioni”,
condivisa da pensatori come il filosofo e teologo inglese Ruggero Bacone
(1214-1292), fu invece derisa da un altro grande astrologo arabo, Ibn
Khaldun (1332-1406) e totalmente respinta, insieme a tutte le altre ipotesi
astrologiche, dal poeta e letterato Francesco Petrarca (1304-1374), la cui
radicale opposizione permette di individuare con chiarezza i due opposti
termini della polemica che Umanesimo e Rinascimento svilupparono
intorno alla questione astrologica: da un lato un determinismo che tutto
riportava agli spostamenti e ai caratteri dei corpi stellari, dall’altro la
volontà ferma di salvare il libero arbitrio umano e il suo potere
decisionale e cosciente. Nello stesso periodo, ispirandosi forse a certe
antiche considerazioni della filosofia greca, venne elaborata — e un

2
esponente di spicco fu Bernardino da Siena (1380-1444) — una posizione
più moderata, si potrebbe quasi dire intermedia, che riconosceva la
validità dell’astrologia per quanto concerne il mondo fisico.
Con il tempo lo studio degli astri venne arricchendosi di nuovi elementi
che cercavano di integrare la dottrina tolemaica della “genitura”
(l’oroscopo natale) — ritenuta deterministica in quanto sottoponeva la
vita dell’individuo all’influenza della sua stella di nascita — con le
cosiddette “elezioni” (scelte) e “interrogazioni”, attraverso le quali si
cercava di ripristinare la facoltà di scelta dell’essere umano. Il sistema
delle “interrogazioni” capovolge il rapporto con gli influssi stellari perché
siamo noi in questo caso a sceglierli, decidendo per esempio quali sono le
disposizioni astrali giuste, rispetto al nostro oroscopo natale, per
intraprendere un viaggio o per iniziare una certa opera. Il momento
dell’interrogazione, scrive a questo proposito il filosofo Eugenio Garin,
può dunque “essere considerato come il momento della natività,
addirittura come una nuova nascita”; e “quanto più esattamente
l’astrologo individuerà il rapporto fra l’interrogante e la configurazione
celeste, tanto più efficacemente si manifesteranno le possibilità aperte a
scelte liberatorie” (Lo zodiaco della vita, Laterza 1986, p. 43-44).
Durante il Rinascimento l’astrologia conobbe una grande fioritura, tanto
che fu considerata una disciplina essenziale della medicina e una materia
di base nel tirocinio degli artisti. Subì tuttavia vari attacchi, di cui i più
importanti, nel Quattrocento fiorentino, furono quelli di fra’ Girolamo
Savonarola (1452-1498), che vedeva nell’astrologia la distruzione del
sovrannaturale e dell’intelletto umano e di Giovanni Pico della Mirandola
(1463-1494), che considerava questa mantica una “religione camuffata da
scienza”, soffocante con il suo determinismo il libero arbitrio e quindi la
volontà creatrice. “Nodi della confutazione pichiana”, sintetizza ancora
Garin, sono “la connessione fra medicina e astrologia a proposito del
parto di otto mesi, dei giorni critici e degli influssi lunari; la teoria delle
maree; la dottrina delle ‘elezioni’; le grandi congiunzioni con l’oroscopo
di Cristo e delle religioni in genere; la questione della natura delle forze
celesti, luce, calore, movimento. Al centro ecco il riemergere del tema
dell’autonomia, anzi della signoria dell’uomo, in quanto anima e mente e
libera volontà costruttrice, rispetto alla natura materiale” (op. cit., p. 102).
Su questo punto su cui Pico è chiarissimo, sostenendo che l’ingegno
proviene direttamente da Dio ed è quindi al di fuori dalla catena delle
cause naturali, come del resto il corpo ci viene dato dai nostri genitori e
non certo dal cielo!
Ma come si è detto, al di là di contrasti e discussioni, l’astrologia visse
nel Rinascimento un periodo di intenso fulgore, a cui contribuirono vari
testi arabi — fra cui la notissima opera anonima che va sotto il nome di

3
Picatrix — e personaggi di spicco, primo fra i quali il medico-filosofo
Marsilio Ficino (1433-1499), che nella Firenze di Cosimo il Vecchio e di
Lorenzo il Magnifico irrorò di nuova linfa le idee platoniche e
neoplatoniche.
Harmonia mundi
Nel senso con cui la intendiamo più comunemente, che è quello mantico,
piuttosto che di astro-logia (studio degli astri) si dovrebbe parlare di
astro-mantica (divinazione attraverso gli astri) Di fatto però le due cose
sono connesse: e non solo perché non si può divinare tramite qualcosa che
non si conosce, ma anche per l’attitudine degli antichi a una visione
olistica e sintetica degli eventi, senza distinzione fra la dimensione
simbolico-archetipale e ciò che oggi chiamiamo “scienza”.
Si può allora ben capire, in questo contesto, come il forte razionalismo
dell’antica Grecia, in cui affondano le radici del nostro attuale approccio
scientifico-analitico al mondo, non abbia costituito certo un terreno adatto
su cui trapiantare il pensiero astrologico, originatosi, si è detto,
nell’habitat mesopotamico. Di fatto se l’astrologia e l’astromantica
riuscirono a infiltrarsi nell’universo greco fu soprattutto grazie a correnti
misteriche e iniziatico-filosofiche, come l’orfismo e il pitagorismo (VI
secolo a.C.), favorevoli a concepire un armonico legame fra le ritmicità
della Terra e quelle del Cielo. E come in terra greca l’astrologia sia stata
alimentata dai concetti filosofici di “unità del cosmo” e di “simpatia
universale” lo si rileva in un brano del Timeo di Platone (427-347 a.C.),
dove si accenna appunto a una teoria della divinazione astrologica: “oh! le
danze di questi astri, le loro concursioni reciproche, le retrogradazioni e le
antecessioni di quei cerchi in se stessi! Certo, senz’avere dinanzi agli
occhi qualche congegno che n’esprima per imitazione il movimento
sarebbe inutile fatica determinare quali di questi Iddii in singole
congiunzioni s’avvicinino e quali, gli uni e gli altri, s’oppongano; così
pure dietro a quali o davanti a quali reciprocamente e in quali periodi
singolarmente si nascondano e di nuovo, riapparendo, terrori inviino e
segni di cose che saranno per quanti non sono in grado di pervenire a
ragioni opportune” (40 c). Il movimento degli astri, insomma, aiuta a
comprendere tendenze del presente e del futuro a cui si può comunque
pervenire con opportuni “ragionamenti”.
Il brano platonico riecheggia secoli dopo nelle Enneadi di Plotino (205-
270), il principale esponente del neoplatonismo che così tanta profonda
influenza ebbe sul Rinascimento. Vibrando in reciproca armonia — questa
la sua tesi — tutte le componenti del mondo si influenzano
reciprocamente, senza che ciò avvenga con intenzionalità, bensì per
un’armonica corrispondenza con tutto il resto. Se dunque gli avvenimenti
possono essere letti nelle configurazioni astrali è perché si tratta di due
4
manifestazioni che, pur diverse, esprimono il medesimo andamento
dell’Anima Universale, la quale in ogni momento non può che avere un
unico trend.
Ritroviamo infine i medesimi concetti nel De vita del neoplatonico
rinascimentale Ficino, in cui l’universo viene presentato come un insieme
di parti unite fra loro da indivisibili legami di attrazione reciproca, in un
complesso intreccio di qualità naturali e occulte che l’essere umano —
attraverso i sensi le prime, attraverso l’anima razionale le seconde — può
e deve scoprire. Il nostro sublime destino è infatti di penetrare il mistero
della natura che ci circonda e compenetra e ritrovarvi dentro il divino
onnipresente.
Un labirinto di specchi
In un’ottica così profondamente olistica risulta quantomai difficile inserire
un concetto rigido come quello di libero arbitrio. Porre infatti il problema
di una libera volontà da parte dell’uomo e della donna si giustifica
soltanto nel contesto di una religione che immagini la divinità quale entità
trascendente, ossia distinta da noi. In questo caso è ovvio chiedersi: è la
divinità che decide per me oppure ho libertà di scelta? E se ce l’ho, in che
misura?
Ma ipotizzando l’universo, come accade appunto nella linea Platone-
Plotino-Ficino, quale immenso caleidoscopio dotato di un’unica anima, in
cui ogni entità esistente è in relazione con le altre esattamente come
avviene fra le cellule che compongono il nostro corpo, com’è possibile
delimitare un confine fra “ciò che io voglio” e “ciò che vuole tutto il resto
(che è poi il cosmo, la natura, il destino o la divinità a seconda della
terminologia adottata)”? Semplicemente non è possibile, perché libertà e
necessità in questa prospettiva filosofica finiscono per diventare tutt’uno.
Il contrasto si disperde infatti a favore di una concezione che vede il
microcosmo (individuo umano) e il macrocosmo (universo) partecipare
alla stessa danza di morte e di vita, a quell’unico palpito che si rifrange
nelle singole esistenze con ritmicità solo in apparenza diverse. Tutti quanti
— umanità (e le sue individuali componenti, dotate ciascuna di una
propria specifica natura), piante, animali, pietre, pianeti, stelle, galassie —
siamo strettamente legati l’un l’altro: ecco perché “nulla può esistere o
accadere senza diventare insieme frutto e seme per altro, per ogni altra
cosa. Così in questo immenso edificio del destino ogni particella del Tutto
è necessaria come le altre, la più piccola come la più grande: nulla è vano,
nulla può essere isolato col pensiero da questa grandiosa convivenza, da
questa ‘simpatia’ universale” (Franz Boll, Carl Bezold, Wilhelm Gundel.
Storia dell’astrologia, Laterza 1985, p. 159).
“E se nell’universo domina la corrispondenza” — commenta a questo
punto Plotino in Enneade III, 6 — “anche il presagire è ben possibile”!
5
E veniamo agli equinozi...
Pur essendo stata scoperta nel 139 a.C. da Ipparco e misurata in modo
rigoroso solo nel Quattrocento, dall’astronomo fiorentino Paolo Toscanelli
(1397-1482), la precessione degli equinozi sembra essere stata conosciuta
anche in epoche più remote. Astronomicamente questa precessione
consiste nello slittamento del passaggio del Sole fra le stelle, con la
conseguente retrocessione del punto in cui il Sole valica l’equatore in
primavera. Ne consegue che il perfetto allineamento che si ipotizza
esserci stato in un lontanissimo passato tra costellazioni celesti (arbitrari
collegamenti tra stelle) e relativi segni zodiacali (altrettanto arbitrarie parti
con cui viene divisa l’eclittica) avrebbe subito gravi variazioni.
Spostandosi infatti il punto vernale — equinozio di primavera — di 1
grado ogni 72 anni, ecco che ogni 2160 si avrebbe lo slittamento di un
intero segno. Attualmente, secondo queste osservazioni, lo zodiaco
sarebbe retrocesso di un segno, per cui chi è dell’Ariete risulterebbe in
realtà dei Pesci, chi è Pesci sarebbe Acquario... e così via.
Ma pur ammesso che quell’antico allineamento ci sia davvero stato e,
cosa improbabile, che le costellazioni si siano tutte spostate con uniforme
ordine, quel che pare sfuggire ai critici dell’astrologia è che astrologia e
astronomia sono due sistemi assolutamente diversi e reciprocamente
autonomi. Di fatto in astrologia le costellazioni, i pianeti e i loro rapporti,
fissati dalle effemeridi con ritmi e posizionamenti immutabili, sono da
considerarsi alla stregua di simboli o segni atti all’interpretazione
psicologica e divinatoria. E anche se si sono certamente ispirati ai reali
movimenti stellari se ne sono svincolati per il fatto stesso di essere stati
codificati in un meccanismo di carattere magico e mantico, con funzioni
proprie e indipendenti dalla situazione astronomica. Tanto che applicando
le modificazioni zodiacali che conseguirebbero alla precessione degli
equinozi si sono ottenuti risultati nient’affatto soddisfacenti, mentre
continuano a rivelarsi validi i tempi, le posizioni e i calcoli fissati dallo
schema astrologico tradizionale, che agisce evidentemente come una
macchina sincronica che si riflette e su cui si riflettono, come in un gioco
di specchi, le differenti peculiarità dei singoli oroscopi natali.
E se resta vero il fatto che è plausibile divinare osservando il percorso degli astri,
o anche il volo degli uccelli, perché tutto ciò che avviene si muove
sincronicamente nel “corpo” di un vivente Universo uno e indivisibile, a me pare
altrettanto vero che l’astrologia stia ormai operando come un circuito chiuso,
secondo gli stessi meccanismi che regolano il funzionamento di altre applicazioni
e strumenti mantici quali le Rune, i Tarocchi, la Geomanzia, l’oracolo cinese I
ching e le astrologie extra-occidentali.