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Andrea Palladio

Le opere

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Indice
Voci
Premessa 1
Andrea Palladio 2
I quattro libri dell'architettura 12

Ville 15
Ville palladiane 15
Villa Angarano 21
Villa Arnaldi 23
Villa Badoer 25
Villa Barbaro 30
Villa Caldogno 41
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 45
Villa Chiericati 54
Villa Contarini 56
Villa Cornaro 60
Villa Emo 62
Villa Forni Cerato 65
Villa Foscari 67
Villa Gazzotti 70
Villa Godi 72
Villa Piovene 74
Villa Pisani (Montagnana) 76
Villa Pisani (Bagnolo) 79
Villa Pojana 82
Villa Porto (Molina) 86
Villa Porto (Vivaro) 89
Villa Repeta 91
Villa Saraceno 93
Villa Serego 95
Villa Thiene 97
Barchessa di Villa Thiene (Cicogna) 100
Barchesse di villa Trissino (Meledo di Sarego) 102
Villa Trissino (Cricoli) 104
Villa Valmarana (Lisiera) 106
Villa Valmarana (Vigardolo) 108
Villa Zeno 110

Palazzi 113
Basilica Palladiana 113
Palazzo Antonini 119
Palazzo Barbaran da Porto 122
Palazzo del Capitaniato 126
Palazzo Chiericati 131
Palazzo Civena 135
Casa Cogollo 138
Palazzo Dalla Torre 140
Palazzo Porto 142
Palazzo Pojana 146
Palazzo Porto in piazza Castello 148
Palazzo Pretorio (Cividale del Friuli) 150
Palazzo Schio 152
Palazzo Thiene 154
Palazzo Thiene Bonin Longare 157
Palazzo Valmarana 160

Architetture religiose 164


Chiesa di San Francesco della Vigna 164
Portale della chiesa di Santa Maria dei Servi 170
Chiesa di Santa Maria Nova 172
Cappella Valmarana 175
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 188
Tempietto Barbaro 195

Altre architetture 198


Teatro Olimpico 198
Arco Bollani 202
Arco delle Scalette 203
Ponte Vecchio (Bassano del Grappa) 205
Ponte sul Tesina 209
Porta Gemona 211

Personalità legate a Palladio 212


Gian Giorgio Trissino 212
Daniele Barbaro 218
Marcantonio Barbaro 221
Vincenzo Scamozzi 222
Giovanni Antonio Fasolo 228
Giovanni Battista Zelotti 229
Giovanni Battista Maganza 231

Lo stile palladiano 233


Palladianesimo 233

Appendice 245
Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio 245

Note
Fonti e autori delle voci 246
Fonti, licenze e autori delle immagini 249

Licenze della voce


Licenza 261
Premessa 1

Premessa
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Wikipedia, 18/07/2013
Premessa 2

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Andrea Palladio
Andrea Palladio, pseudonimo di Andrea di Pietro (Padova, 30
novembre 1508 – Maser, 19 agosto 1580), è stato un architetto, teorico
dell'architettura e scenografo italiano del Rinascimento, cittadino della
Repubblica di Venezia. Influenzato dall'architettura greco-romana,
anzitutto da Vitruvio, è considerato una delle personalità più influenti
nella storia dell'architettura occidentale.[1]

Fu l'architetto più importante della Repubblica di Venezia, nel cui


territorio progettò numerose ville che lo resero famoso[], oltre a chiese
e palazzi, questi ultimi prevalentemente a Vicenza, dove si formò e
visse. Pubblicò il trattato I quattro libri dell'architettura (1570)
attraverso il quale i suoi modelli hanno avuto una profonda influenza
sull'architettura occidentale; l'imitazione del suo stile diede origine ad
un movimento destinato a durare per tre secoli, il palladianesimo, che
si richiama ai principi classico-romani. La città di Vicenza e le ville
palladiane del Veneto sono uno dei patrimoni dell'umanità UNESCO.
Andrea Palladio nel 1576, in uno dei pochissimi
Di lui, durante la sua permanenza a Vicenza, Goethe disse: []
ritratti ritenuti attendibili. Olio su tavola,
attribuito a G.B. Maganza. Vicenza, Villa
Valmarana ai Nani.

« V'è davvero alcunché di divino nei suoi progetti, né meno della forza del grande poeta, che dalla verità e dalla finzione trae
una terza realtà, affascinante nella sua fittizia esistenza. »
[2]
(Goethe nel suo diario di viaggio in Italia )
Andrea Palladio 3

Biografia
Andrea nacque nel 1508 a Padova, che allora faceva parte della
Repubblica di Venezia, da una famiglia di umili origini: il padre Pietro,
detto "della Gondola"[3][4] era mugnaio e la madre Marta detta la Zota
("la zoppa") una donna di casa.
A tredici anni Andrea iniziò a Padova l'apprendistato di scalpellino,
presso Bartolomeo Cavazza[5]: vi spese diciotto mesi, fino a quando,
nel 1523, la famiglia si trasferì a Vicenza. Qui nel 1524 Andrea risulta
già iscritto alla fraglia dei muratori[6]: lavorò infatti - rimanendovi per
una dozzina d'anni - nella bottega del costruttore Giovanni di Giacomo
da Porlezza e dello scultore Girolamo Pittoni, con laboratorio in
Pedemuro San Biagio[4], nella parte settentrionale di Vicenza.

Tra il 1535 e il 1538 avviene l'incontro fondamentale con il conte


vicentino Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro, che avrà grande
[]
Un probabile ritratto di Palladio , dipinto di El importanza per l'attività di Palladio. Andrea conosce Trissino mentre
Greco, 1575, Statens Museum for Kunst,
lavora nel cantiere della sua villa suburbana di Cricoli. Giangiorgio
Copenaghen.
Trissino, poeta e umanista, lo prenderà sotto la sua protezione. Sarà lui
a conferirgli l'aulico soprannome di Palladio,[7] lo guiderà nella sua
formazione culturale e allo studio della cultura classica, conducendolo
più volte a Roma. In questi anni Palladio realizza le sue prime opere
significative, fra cui la villa di Gerolamo Godi (1537) a Lonedo di
Lugo di Vicenza.

Nel 1534 Andrea sposò Allegradonna, di cui non si sa quasi nulla,


salvo che era orfana del falegname Marcantonio e lavorava presso la
nobildonna Angela Poiana. Questa le assegnò una magra dote: un letto,
una trapunta, delle lenzuola, delle pezze di stoffa, che Andrea
s'impegnò a rimborsare per metà in caso di morte della moglie senza
figli. Invece di figli ne misero al mondo almeno cinque: Leonida
(morto in circostanze tragiche nel 1572), Marcantonio, Orazio, Zenobia
e Silla. Forse nel 1550 gli nacque un sesto figlio.[8] Marcantonio,
iscritto alla fraglia dei lapicidi come "maestro" nel 1555, lavorò col
padre fino al 1560, quando si trasferì a Venezia per entrare nella
Un ipotetico ritratto giovanile di Palladio nel bottega dello scultore Alessandro Vittoria; rientrato a Vicenza alla fine
frontespizio di The Architecture of A. Palladio, degli anni ottanta, non viene nominato in documenti posteriori al 1600.
prima edizione pubblicata a Londra nel 1715
Orazio si laureò in giurisprudenza all'Università di Padova (1569);
della traduzione inglese di Giacomo Leoni dei
Quattro libri dell'architettura (1570).
coinvolto in processi per eresia davanti al Sant'Uffizio, morì nel 1572,
pochi mesi dopo il fratello Leonida: "con mio gravissimo e acerbissimo
dolore [...] la morte nello spatio di due mesi e mezzo, d'essi ambedue privo e sconsolato mi lasciò", scrive Palladio
nel proemio dell'edizione illustrata dei Commentari di Giulio Cesare (1575). L'unica figlia femmina, Zenobia, andò
sposa nel 1564 all'orafo Giambattista Della Fede e dal matrimonio nacquero almeno due figli.[9] Silla, il figlio più
giovane di Andrea Palladio, studiò lettere a Padova senza laurearsi e dopo la scomparsa del padre seguì i lavori del
Teatro Olimpico tentando, senza riuscirvi, di ristampare I quattro libri dell'architettura "ampliandoli d'altri edifici
antichi e moderni".
Andrea Palladio 4

Palladio morì nel 1580 a 72 anni, se non povero, godendo di una


condizione economica assai modesta.[] Le circostanze della sua morte
rimangono sconosciute: non è nota né la causa, né il giorno preciso
(nell'agosto del 1580, intorno al 19), né il luogo, che comunque la
tradizione identifica con Maser, dove forse stava lavorando al
tempietto di villa Barbaro. I funerali furono celebrati senza clamore a
Vicenza, dove l'architetto fu sepolto presso la chiesa di Santa
Corona.[10] Nel 1844 fu realizzata una nuova tomba in una cappella a
lui dedicata nel Cimitero Maggiore di Vicenza su progetto
dell’architetto Bartolomeo Malacarne, grazie ad un lascito del conte
Girolamo Egidio di Velo. Il monumento funebre fu scolpito da
Giuseppe De Fabris. I pochi ritratti conosciuti di Palladio sono
largamente ipotetici.[]

Orientamenti artistici e culturali


La formazione culturale di Andrea Palladio avvenne sotto la guida e
tutela dell'umanista Gian Giorgio Trissino dal Vello d'Oro, Monumento funebre di Palladio. Vicenza,
Cimitero Maggiore
probabilmente l’intellettuale più in vista in una città in cui l’artista più
noto era, all’epoca, Valerio Belli, cesellatore, in rapporti con
Michelangelo Buonarroti e Raffaello Sanzio, e la cui casa aveva tanto stupito il Vasari.
Gian Giorgio Trissino, nobile colto e raffinato, letterato studioso della
lingua italiana, architetto per diletto, nel 1535 volle ristrutturare la
propria villa alle porte di Vicenza acquistata dal padre Gaspare nel
1482: nel disegnare la facciata principale esposta a sud si richiamò alle
soluzioni di Raffaello per Villa Madama, con una loggia a doppie
arcate posta tra due torrette una delle quali preesistente: la torre a lato
di un corpo composto da un portico con loggia al piano superiore è uno
schema tipico dell’architettura vicentina quattrocentesca. Il Trissino
rompe con questa tradizione e, in adesione allo spirito umanistico e Villa Trissino a Cricoli, dove la tradizione colloca
l'incontro di Palladio con Gian Giorgio Trissino
neoplatonico, compone gli spazi interni seguendo uno schema
rigorosamente proporzionale e simmetrico: le stanze laterali sono
legate tra loro da un sistema di proporzioni interrelate 1:1; 2:3; 1:2.
Così Trissino anticipò quel modello che diventerà poi un tratto
significativo dell’organizzazione delle stanze con Palladio. La
tradizione vuole che tra le maestranze impiegate nei lavori vi fosse il
giovane Andrea, notato dal Trissino per la sua abilità. Sarà proprio
Giangiorgio Trissino a condurlo con sé a Roma nei suoi viaggi di
formazione a contatto con il mondo classico e a introdurlo presso
l'aristocrazia vicentina.

Da qui in poi la vita artistica del Palladio si dipana con una rarissima Una delle prime opere di Palladio, Villa Godi

effervescenza e una incredibile quantità di opere realizzate, prima fra


tutte la Basilica Palladiana che segna la piazza principale di Vicenza, villa Almerico Capra detta "La Rotonda" a
pochi chilometri dalla città, forse l'edificio palladiano più noto ed infine lo splendido Teatro Olimpico, primo
esempio di teatro stabile coperto realizzato in epoca moderna nel mondo occidentale e ancor oggi capolavoro
ineguagliato.
Andrea Palladio 5

Il Palladio collaborò con Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia, che stava traducendo dal latino e commentando il
De architectura di Vitruvio, disegnando le illustrazioni per il trattato. Daniele Barbaro, profondo studioso
d'architettura antica, divenne mentore di Palladio dopo la morte di Trissino nel 1550. Nel 1554 Palladio compì un
viaggio a Roma con Barbaro (assieme anche a Giovanni Battista Maganza e Marco Thiene) per preparare la prima
edizione e traduzione critica del trattato di Vitruvio, che venne stampata a Venezia nel 1556.
Grazie all'influenza dei Barbaro, Palladio iniziò lavorare a Venezia, soprattutto nell'architettura religiosa. Nel 1570
fu nominato alla prestigiosa carica di Proto della Serenissima (architetto capo della Repubblica Veneta), subentrando
a Jacopo Sansovino. Nello stesso anno pubblicò a Venezia I quattro libri dell'architettura, il trattato a cui aveva
lavorato fin da giovane e in cui viene illustrata la maggior parte delle sue opere. I Quattro libri furono il più
importante di numerosi testi che Palladio pubblicò nella seconda parte della sua vita, corredandoli delle proprie
illustrazioni. Nel 1574 diede alle stampe i Commentari di Cesare.
Alla sua morte nel 1580 buona parte delle architetture di Palladio erano solo parzialmente realizzate; alcuni cantieri
(come quello per la Rotonda) furono proseguiti da Vincenzo Scamozzi, mentre altre opere (come Palazzo Chiericati)
furono completate solo molti anni dopo, sulla base dei disegni pubblicati nei Quattro libri.
Palladio affronta il tema, dibattuto nel Cinquecento, del rapporto fra civiltà e natura e lo risolve "affermando il
profondo senso naturale della civiltà, sostenendo che la suprema civiltà consiste nel raggiungere il perfetto accordo
con la natura senza perciò rinunciare a quella coscienza della storia che è la sostanza stessa della civiltà".[11] Questo
"spiega l'enorme fortuna che il pensiero e l'opera del Palladio avranno nel Settecento, quando i filosofi
dell'Illuminismo sosterranno il fondamento naturale della civiltà umana".[11] Sono infatti neopalladiani molti edifici
costruiti nei neonati Stati Uniti d'America come la Casa Bianca ed il Campidoglio a Washington o certi edifici di
Monticello in Virginia. Neopalladiani sono pure la Redwood Library (1747) e la Marble House a Newport,
l'Università della Virginia a Charlottesville, la Piantagione Woodlawn ad Assumption in Louisiana.
Ciò è stato possibile anche grazie all'opera di Ottavio Bertotti Scamozzi (1719-1790) che eseguì il rilievo quotato di
tutte le opere di Andrea Palladio. Ogni edificio fu rappresentato in pianta, prospetto e sezione attraverso tavole
nitidissime. L'unità di misura utilizzata fu il piede vicentino pari a m. 0,356. Queste tavole rappresentano da sempre
una utile guida per quanti intendono progettare un edificio in stile palladiano.
Andrea Palladio 6

Teoria delle proporzioni architettoniche


Un contributo fondamentale di Palladio è il celebre trattato I quattro
libri dell'architettura, pubblicato a Venezia nel 1570, che definì i
canoni classici degli ordini architettonici, la progettazione di ville
patrizie, di palazzi pubblici e di ponti in legno o muratura.
Si tratta del più celebre fra tutti i trattati di architettura rinascimentale
che anticipò lo stile dell'architettura neoclassica. I disegni, gli aspetti
stilistici e le proporzioni formali contenute in questo trattato
influenzarono in modo determinante tutta la produzione architettonica
successiva, dall'illuminismo all'Ottocento, fino alla nascita del
Movimento moderno nel Novecento. Palladio in questo trattato
sviluppa la teoria delle proporzioni architettoniche già presente
nell'antico trattato De Architectura dell'architetto romano Vitruvio di
cui Palladio stesso curò una edizione illustrata nel 1567 assieme a
Daniele Barbaro.[12]

Secondo Palladio le dimensioni di un edificio pubblico o di una villa,


dei suoi elementi costruttivi (archi, travi, colonne) e dei suoi elementi
stilistici (capitelli, fregi, balaustre, decorazioni) potevano essere La Basilica Palladiana di Vicenza, con le
ricavati in proporzione dalle tavole del trattato. proporzioni formali, tratta da I quattro libri
dell'architettura di Andrea Palladio (Venezia,
Ne I quattro libri dell'architettura[13] Palladio indica di far riferimento 1570)
al diametro della colonna di un edificio come unità di misura di
riferimento (detta modulo) per proporzionare tutti gli altri elementi costruttivi e stilistici della costruzione. Ad
esempio lo spessore di una trave di ordine tuscanico poteva essere dimensionato come i 3/4 del diametro della
colonna, l'altezza della colonna come 7 volte il suo diametro e la lunghezza della trave come 5 volte il diametro della
colonna.

In modo analogo anche per gli altri ordini architettonici sono definite le relative proporzioni: per l'ordine dorico,
ionico, corinzio e per l'ordine composito. Ad esempio per l'ordine composito Palladio indica[14] di dimensionare lo
spessore della trave e delle cornici superiori come il doppio del diametro della colonna (2 moduli) e di dimensionare
l'altezza della colonna come 10 volte il suo diametro (10 moduli). Questo modo di presentare gli aspetti formali ed
estetici degli elementi architettonici, impostati con canoni formali ben precisi, fu denominata teoria delle
proporzioni ed ebbe ampi sviluppi sia nei trattatisti dell'architettura rinascimentale, che in quella neoclassica e di
altre epoche.
Il trattato di Palladio è stato fino ad oggi un modello classico insuperato per comporre un edificio con precise regole
formali e proporzionali. Queste proporzioni permettono di attribuire alle architetture classiche un carattere
monumentale maestoso e allo stesso tempo organico ed integrato con gli altri aspetti stilistici delle decorazioni
pittoriche e scultoree.
Andrea Palladio 7

Opere
La reputazione di Palladio agli inizi, come pure dopo la morte, si è
fondata sulla sua abilità di progettista di ville.[] Tra le opere più
significative e innovative spicca Villa Almerico–Capra, detta La
Rotonda: la pianta è quadrata con ripartizione simmetrica degli
ambienti, raggruppati intorno ad un salone circolare ricoperto da una
cupola. In ognuna delle quattro facciate si trova un classico pronao con
colonne ioniche e timpano a dentelli. È pensata come luogo di
intrattenimento, su modello romano, non come centro produttivo come
altre ville palladiane. La cupola centrale (11 metri di luce), che nel Basilica Palladiana, Vicenza
progetto di Palladio doveva essere emisferica, fu realizzata postuma su
modello differente, rievocando le linee di quella del Pantheon romano.

Maestoso è il Teatro Olimpico di Vicenza, ultima opera dell'artista: la


ripida cavea si sviluppa direttamente dall'orchestra per culminare nel
solenne colonnato trabeato. Il palcoscenico appena rialzato è definito
da un fondale architettonico fisso da cui partono cinque strade
illusionisticamente lunghissime (opera di Vincenzo Scamozzi, che
completò il teatro alla morte del maestro). Qui trionfa tutta l'esperienza
del maestro in una felice sintesi con la poetica di Vitruvio.
L'architettura ed i motivi del teatro classico romano storicamente
all'aperto, vengono portati all'interno di uno spazio chiuso ma al Palazzo Chiericati

contempo aperto dalle profonde prospettive al di là dei grandi portali,


in un concetto modernissimo di dinamismo spaziale.

Cronologia delle opere


Nota: la data iniziale si riferisce alla concezione progettuale
dell'opera, che non sempre corrisponde all'inizio della costruzione
(fonte CISA[15]).
• 1531: Portale della chiesa di Santa Maria dei Servi, Vicenza
(attribuito)
• 1535: Villa Trissino a Cricoli, Vicenza (attribuita per tradizione ma
progettata da Gian Giorgio Trissino)
• 1537-1542: Villa Godi (per Girolamo, Pietro e Marcantonio Godi),
Lonedo di Lugo di Vicenza
• 1539 circa: Villa Piovene, Lonedo di Lugo di Vicenza (attribuito)
• 1540-1542 circa: Palazzo Civena, Vicenza
• 1540 circa-1566 circa: Palazzo Poiana, Vicenza (attribuito) Villa Foscari detta La Malcontenta
• 1542 - Villa Valmarana, Vigardolo di Monticello Conte Otto
(Vicenza)
• 1542-1556 circa: Palazzo Thiene, Vicenza (probabilmente su progetto di Giulio Romano)
• 1542: Villa Gazzotti (per Taddeo Gazzotti), Bertesina, Vicenza
• 1542 circa: Villa Caldogno (per Losco Caldogno), Caldogno (Vicenza) (attribuito)
Andrea Palladio 8

• 1542: Villa Pisani (per Vettore, Marco e Daniele Pisani), Bagnolo di


Lonigo (Vicenza)
• 1542: Villa Thiene (per Marcantonio e Adriano Thiene), Quinto
Vicentino (Vicenza) (probabile modifica di un progetto di Giulio
Romano)
• 1543: Villa Saraceno (per Biagio Saraceno), Finale di Agugliaro
(Vicenza)
• 1544 circa-1552: Palazzo Porto (per Iseppo da Porto), Vicenza
Villa Capra detta La Rotonda
• 1546-1549: Logge del Palazzo della Ragione (Basilica Palladiana),
Vicenza (completata postuma nel 1614)
• 1546 circa-1563 circa: Villa Pojana (per Bonifacio Pojana), Pojana
Maggiore (Vicenza)
• 1546 circa: Villa Contarini, Piazzola sul Brenta (Padova)
(attribuita)
• 1547: Villa Arnaldi (per Vincenzo Arnaldi), Meledo di Sarego
(Vicenza) (incompiuto)
• 1548: Villa Angarano, Bassano del Grappa (Vicenza) (barchesse;
corpo centrale riedificato da Baldassarre Longhena) Teatro Olimpico
• 1550-1557: Palazzo Chiericati (per Girolamo Chiericati), Vicenza
(completato postumo nel 1680 circa)
• 1550: Villa Chiericati (per Giovanni Chiericati), Vancimuglio di
Grumolo delle Abbadesse (Vicenza) (completata postuma nel 1584
da Domenico Groppino)
• 1552: Villa Cornaro (per Giorgio Cornaro), Piombino Dese
(Padova)
• 1552 circa: Villa Pisani (per Francesco Pisani), Montagnana
(Padova)
• 1554-1563: Villa Badoer detta La Badoera (per Francesco Badoer),
Villa Pisani a Bagnolo di Lonigo, da I Quattro
Fratta Polesine (Rovigo)
Libri dell'Architettura
• 1554: Villa Porto (per Paolo Porto), Vivaro di Dueville (Vicenza)
(attribuita)
• 1554: Villa Barbaro (per Daniele e Marcantonio Barbaro), Maser
(Treviso)
• 1554 ?: Villa Zeno (per Marco Zeno), Donegal di Cessalto (Treviso)
• 1555 circa: Palazzo Dalla Torre, Verona (solo parzialmente
realizzato; parzialmente distrutto da un bombardamento nel 1945)
• 1556: Arco Bollani, Udine
• 1556 circa: Palazzo Antonini, Udine (alterato da vari interventi
successivi)
• 1556: Barchessa di Villa Thiene, Cicogna di Villafranca Padovana Villa Badoer
(Padova) (incompleto)
• 1557: Villa Repeta, Campiglia dei Berici (VI)(distrutta da un incendio e ricostruita in altra foggia)
• 1558: Facciata per la basilica di San Pietro di Castello, Venezia (completato postumo)
Andrea Palladio 9

• 1558: Villa Emo (per Leonardo Emo), Fanzolo di Vedelago


(Treviso)
• 1558: Cupola della Cattedrale di Vicenza, Vicenza (distrutta in un
bombardamento nella seconda guerra mondiale e ricostruita)
• 1559: Villa Foscari detta La Malcontenta, Malcontenta di Mira
(Italia)
• 1559: Casa Cogollo (per Pietro Cogollo), nota come Casa del
Villa Emo
Palladio, Vicenza (attribuito)
• 1560-1563 circa: chiostro dei cipressi e refettorio del monastero di
San Giorgio Maggiore, Venezia
• 1560: Convento della Carità, Venezia (realizzati solo chiostro e
atrio distrutto nel 1630 in un incendio)
• 1560: Palazzo Schio (per Bernardo Schio), Vicenza
• 1563 circa: Portale laterale della Cattedrale di Vicenza
• 1563 circa: Villa Valmarana, Lisiera di Bolzano Vicentino
(Vicenza)
Basilica di San Giorgio Maggiore (Venezia)
• 1564: Facciata della chiesa di San Francesco della Vigna, Venezia
• 1564: Palazzo Pretorio, Cividale del Friuli (Udine) (progetto,
attribuito)
• 1565: chiesa del monastero di San Giorgio Maggiore, Venezia
(conclusa postuma tra il 1607 e il 1611 con una diversa facciata)
• 1565: Teatro ligneo nel cortile del convento della Carità, Venezia
(distrutto nel 1570 in un incendio)
• 1565: Loggia del Capitanio, Vicenza
• 1565: Palazzo Valmarana (per Isabella Nogarola Valmarana),
Vicenza
• 1565: Villa Serego (per Marcantonio Serègo), Santa Sofia di
Palazzo del Capitanio, Vicenza
Pedemonte, San Pietro in Cariano (Verona)
• 1565 circa: Villa Forni Cerato (per Girolamo Forni), Montecchio Precalcino (Vicenza)
• 1566: Villa Capra detta La Rotonda (per Paolo Almerico), Vicenza (completata postuma nel 1585 da Vincenzo
Scamozzi)
• 1567 circa: Barchesse di Villa Trissino, Meledo di Sarego (VI) (unica parte superstite del progetto mai compiuto
per una villa)
• 1568: Ponte di Bassano, Bassano del Grappa (ricostruito nel 1748 e dopo la seconda guerra mondiale)
• 1569-1575: Palazzo Barbaran da Porto (per Montano Barbarano), Vicenza
• 1569: Ponte sul Tesina, Torri di Quartesolo (Vicenza) (attribuito)
• 1570: Villa Porto (per Iseppo da Porto), Molina di Malo (Vicenza)
• 1571: Palazzo Porto in piazza Castello, Vicenza (incompiuto; parzialmente completato nel 1615 da Vincenzo
Scamozzi)
• 1572 ?: Palazzo Thiene Bonin Longare, Vicenza (costruito da Vincenzo Scamozzi)
• 1574-1577: Interventi nelle sale di Palazzo Ducale, Venezia
• 1574: studi per la facciata della Basilica di San Petronio, Bologna
• 1576 circa: Cappella Valmarana (per Isabella Nogarola Valmarana) nella chiesa di Santa Corona, Vicenza
• 1577: chiesa del Redentore, Venezia
• 1578: chiesa di Santa Maria Nova, Vicenza (attribuito, progetto, completato postumo nel 1590)
• 1579: Porta Gemona, San Daniele del Friuli (Udine)
Andrea Palladio 10

• 1580: chiesa di Santa Lucia, Venezia (disegni per l'interno; demolita)


• 1580: Tempietto di Villa Barbaro, Maser (Treviso)
• 1580: Teatro Olimpico, Vicenza (completato postumo nel 1585 da Vincenzo Scamozzi)

Lo stile di Palladio

Per approfondire, vedi Palladianesimo.

L'architettura del Palladio divenne presto famosa in tutta Europa, dando vita ad un fenomeno noto come
palladianesimo. In Inghilterra si ispirarono al suo stile Inigo Jones e Christopher Wren. Un altro suo ammiratore fu
l'architetto Richard Boyle, più noto come Lord Burlington, che - con William Kent - progettò Chiswick House. La
Casa Bianca, residenza del presidente degli Stati Uniti d'America, è progettata in stile palladiano.
Con la risoluzione n. 259 del 6 dicembre 2010 il Congresso degli Stati Uniti d'America ha riconosciuto Palladio
come "padre dell'architettura americana".[16]

Note
[1] .
[2] Goethe da Il Viaggio in Italia Incontro a Vicenza. Sguardi su Palladio 19-25 settembre 1786.
[3] "Petrus, dictus a Gondola", si legge in un documento del 1512.
[4] In alcuni documenti Andrea viene citato come "fiolo de Piero da Padova monaro (mugnaio), garzon de maistro Zuanne e maistro Jerolimo,
compagni taiapria (tagliapietra) in Pedemuro".
[6] Le fraglie erano corporazioni di arti e mestieri o confraternite religiose allocate in Veneto e nei territori facenti parte della Repubblica di
Venezia.
[7] "Palladio" era il nome del personaggio di un angelo nel poema epico di Gian Giorgio Trissino L'Italia liberata dai Goti (1527, pubbl. 1547),
ed è anche un riferimento indiretto alla mitologia greca: Pallade Atena era la dea della sapienza, particolarmente della saggezza, della tessitura,
delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra; Pallade, a sua volta, è un'ambigua figura mitologica, talvolta maschio
talvolta femmina che, al di fuori della sua relazione con la dea, è citata soltanto nell'Eneide di Virgilio. Ma è stata avanzata anche l'ipotesi che
il nome possa avere un'origine numerologica che rimanda al nome di Vitruvio, vedi
[8] .
[9] Enea (morto prima del 1578) e Lavinia, che si sposerà nel 1556 con Tomasello Tomaselli, facendo almeno undici figli - del cui destino non
abbiamo alcuna notizia - prima di morire nel 1629.
[11] .
[12] Il trattato De Architettura dell'architetto romano Vitruvio, scritto in latino, fu conosciuto soprattutto dopo che fu tradotto in italiano e
pubblicato a Venezia nel 1511 con le illustrazioni dell'architetto veronese Fra Giovanni Giocondo. Nella seconda metà del cinquecento si ebbe
poi la famosa edizione del Barbaro (Venezia, 1567) che riportava 120 illustrazioni originali disegnate da Andrea Palladio.
[13] Vedi edizione Venezia 1750, libro primo, p. 16.
[14] Vedi I quattro libri dell'architettura, Venezia 1750, libro primo, p. 45.

Bibliografia
• Rudolf Wittkower, Architectural Principles in the Age of Humanism (1949); Principî architettonici nell'età
dell'Umanesimo, tr. it. di Renato Pedio, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1964. ISBN 88-06-13556-2
• Guido Beltramini, Palladio privato, Venezia, Marsilio, 2008. ISBN 978-88-317-9473-2
• Corrado Buscemi, Il sigillo del Palladio, Caselle di Sommacampagna, Verona, Cierre Grafica, 2008. ISBN
978-88-95351-05-6
• A. Chastel, R. Cevese (a cura di), Andrea Palladio: nuovi contributi, Milano, Electa, 1990. (ISBN non esistente)
• Emanuela Garofalo, Giuseppina Leone, Palladio e la Sicilia, Palermo, Caracol, 2004. ISBN 88-89440-01-5
• Decio Gioseffi, Andrea Palladio, Empoli, Ibiskos Editrice Risolo, 2007. ISBN 978-88-546-0418-6
• Andrea Palladio, Paola Marini, Licisco Magagnato (a cura di), I quattro libri di architettura (edizione a stampa,
con note storico-critiche), Milano, edizioni Il Polifilo, 1980. (ISBN non esistente)
Andrea Palladio 11

• Stefano Mazzoni, L'Olimpico di Vicenza: un teatro e la sua perpetua memoria, Firenze, Le Lettere, 1998. ISBN
978-88-7166-324-1
• Andrea Palladio, I quattro libri di architettura (copia anastatica prima edizione Venezia 1570), Hoepli, 1990.
ISBN 88-203-0613-1
• Lionello Puppi, Andrea Palladio, Milano, Electa, 1973. ISBN 978-0-7148-1625-8
• Robert Tavenor, Palladio e il Palladianesimo, Milano, 1992. ISBN 978-88-18-91031-5
• Giandomenico Romanelli, Palladio (http://books.google.com/books?id=rDFyiFxjMwkC&pg=PA11&
lpg=PA11), Volume 98 di Art dossier, Firenze, Giunti Editore, 1995. ISBN 88-09-76194-4, ISBN
978-88-09-76194-0
• Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, vol.3, p. 227.

Voci correlate
• I quattro libri dell'architettura
• Palladianesimo
• Vicenza
• Monumenti di Vicenza
• Villa
• Villa veneta
• Ville palladiane
• Giovanni Antonio Fasolo
• Gian Giorgio Trissino
• Architettura rinascimentale
• Scalpellino

Altri progetti
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Collegamenti esterni
• Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio (http://www.cisapalladio.org)
• (EN) Palladio (http://www.architecture.com/LibraryDrawingsAndPhotographs/Palladio/AndreaPalladio/
AndreaPalladio.aspx) nel sito del RIBA
• 2008 - Comitato Nazionale per le celebrazioni del V centenario della nascita di Andrea Palladio (http://www.
andreapalladio500.it)
• Andrea Palladio (http://www.palladio.vicenza.com)
• Andrea Palladio - Cinquecento anni nella storia (http://www.palladio2008.info)
• Andrea Palladio - Disegni DWG Free (http://stylos.altervista.org/palladio.html)
• Il Palladio Museum di Vicenza (http://mostreemusei.sns.it/index.php?page=_layout_mostra&id=1092&
lang=it)
Controllo di autorità VIAF: 17227673 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 17227673) LCCN: n80038415 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/n80038415)

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Andrea Palladio 12

I quattro libri dell'architettura


I quattro libri dell'architettura

Frontespizio de I quattro libri dell'architettura

Autore Andrea Palladio

1ª ed. originale 1570

Genere saggio

Sottogenere architettura

Lingua originale italiano

I quattro libri dell'architettura sono un trattato in quattro tomi


pubblicato nel 1570 dall'architetto rinascimentale Andrea Palladio
(1508-1580), che ispirò lo stile detto "palladianesimo". Secondo
Howard Burns essi rappresentano "la più preziosa pubblicazione
illustrata di architettura che si sia avuta fino a quel momento."[1]
Palladio iniziò a scrivere il trattato a soli 22 anni e lo arricchì poi con le
proprie opere. La prima edizione de I quattro libri dell'architettura
vide la luce a Venezia nel 1570. Seguono varie edizioni e rifacimenti
posteriori, oltre a traduzioni in francese, olandese e inglese. All'interno Villa Pisani a Bagnolo ne I quattro libri
dell'architettura (libro II)
di questo testo sono presenti illustrazioni atte a dimostrare le idee del
Palladio circa la purezza e la semplicità dell'architettura classica,
disegnate di suo pugno. Il libro riscosse notevole successo e ispirò l'opera di un gran numero di architetti fino a tutto
il XIX secolo. L'architettura palladiana guadagnò popolarità in tutta Europa e, per la fine del XVIII secolo, fu
conosciuta anche in America settentrionale, divenendo la più influente pubblicazione d'architettura mai prodotta e
determinando gran parte dell'immagine architettonica della civiltà occidentale.[2]

Nei Quattro libri sono indicate regole sistematiche per il costruire ed esempi di progetti, cosa che all'epoca non era
usuale. Anziché modelli da copiare, le tipologie architettoniche assumono la fisionomia di schemi compositivi dove
poter esercitare infinite varianti. L'inconfondibile stile della villa palladiana si basa sull'applicazione di dettagli ad un
sistema strutturale costruito in laterizio. Palladio presentò due canoni cui attenersi nelle costruzioni: regole di
progettazione basate sull'aspetto e regole per l'edificazione basate sulla logica della costruzione della villa.
Il trattato è suddiviso in quattro tomi:
• I libro: tratta la scelta dei materiali, le tecniche costruttive, le forme degli ordini architettonici in tutte le loro
parti.
I quattro libri dell'architettura 13

• II libro: riporta disegni di ville, palazzi e costruzioni realizzate da Palladio. Tali raffigurazione talvolta si
discostano dall'edificio costruito in quanto risentono di un processo di idealizzazione e adeguamento al maturo
linguaggio del maestro.
• III libro: descrive la maniera di costruire strade, ponti, piazze e basiliche.
• IV libro: contiene i rilievi di un gran numero di edifici antichi.
Thomas Jefferson, presidente degli Stati Uniti d'America e uno dei più fervidi estimatori di Palladio, una volta si
riferì a questo testo definendolo "la Bibbia" dell'architettura.[3][4] Jefferson possedeva cinque diverse edizioni del
testo[4] e progettò la propria residenza di Monticello in stile neopalladiano.

Traduzioni
• in francese, 1650, Les Livres d'architecture trad. Roland Fréart de Chambray, editore Edme Martin, Parigi[5]
• in inglese, 1715, The Architecture of A. Palladio, traduzione di Giacomo Leoni, prima edizione pubblicata a
Londra
• in russo, 1798, Russky Pallady, traduzione di Nikolaj Lvov; 1938, Ivan Zholtovsky.

Note
[1] Palladio - Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio ::: (http:/ / www. cisapalladio. org/ cisa/ doc/ bio_i. php)
[2] Risoluzione del Congresso n. 259, approvata il 6 dicembre 2010 (http:/ / www. ilgiornaledivicenza. it/ stories/ Cultura & Spettacoli/
209836__gratitudine_per_la_immensa_influenza/ ) - 111º Congresso degli Stati Uniti d'America - Seconda sessione
[3] Palladio - Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio ::: (http:/ / www. cisapalladio. org/ cisa/ mostra. php?sezione=5&
valo=24& lingua=e)
[4] THE VIRTUAL LAWN - Palladio (http:/ / www. virginia. edu/ president/ kenanscholarship/ work/ archive_files/ penley_chiang/ HTML
Pages/ Palladio Pages/ Palladio - FRAMESET. htm)
[5] LES LIVRES D’ARCHITECTURE (http:/ / architectura. cesr. univ-tours. fr/ Traite/ Notice/ CESR_4045. asp?param=)

Bibliografia
• I quattro libri di architettura, (edizione a stampa, con note storico-critiche), Paola Marini, Licisco Magagnato,
Milano, Il Polifilo, 1980.
• I quattro libri di architettura, (copia anastatica prima edizione Venezia 1570), Milano, Hoepli, 1990. ISBN
8820306131

Voci correlate
• Palladianesimo

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I quattro libri dell'architettura 14

Collegamenti esterni
• Il primo, secondo e terzo libro dell'architettura di Palladio (http://www.sentieridelbarocco.it/BAROCCO/
palladio/homePALLADIO.htm) (consultazione on line)
• (IT, FR) I quattro libri on line (http://architectura.cesr.univ-tours.fr/Traite/Auteur/Palladio.asp)

Portale Architettura Portale Letteratura


15

Ville

Ville palladiane
 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Ville palladiane del Veneto
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal [[1994, 1996]]

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Le ville palladiane sono un insieme di ville venete (del territorio della Repubblica di Venezia), concentrate per la
maggior parte nella provincia di Vicenza, edificate intorno alla metà del Cinquecento dall'architetto Andrea Palladio
per le famiglie più importanti del luogo, soprattutto aristocratici ma anche alcuni esponenti dell'alta borghesia della
Repubblica veneta.
Insieme alla città di Vicenza, 24 ville palladiane del Veneto sono state inserite, tra il 1994 e il 1996, nella lista
Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.[3]
Le ville palladiane si distinguono dalle ville romane e dalle ville medicee toscane: non erano destinate unicamente
allo svago dei proprietari, ma erano - anzitutto - dei complessi produttivi. Circondate da vaste estensioni di campi
coltivati e vigneti, le ville comprendevano magazzini, stalle e depositi per il lavoro agricolo. Di norma presentano ali
laterali, le barchesse, destinate a contenere gli ambienti di lavoro, dividendo razionalmente lo spazio del corpo
centrale, destinato ai proprietari, da quello dei lavoratori, in modo da non sovrapporre le diverse attività. Il corpo
centrale è a sua volta suddiviso in senso verticale, dove ogni piano assolve a funzioni diverse.
Grazie anche alle loro descrizioni e ai dettagliati disegni pubblicati da Palladio nel trattato I quattro libri
dell'architettura (1570), le ville palladiane divennero per secoli oggetto di studio per gli architetti europei, che si
ispirarono ad esse per le loro realizzazioni.
Ville palladiane 16

L'architettura della villa


La reputazione di Palladio agli inizi, ed anche dopo la morte, si è
fondata sulla sua abilità di disegnatore di ville. Durante la guerra della
lega di Cambrai (1509-1517) erano stati inferti ingenti danni a case,
barchesse e infrastrutture rurali. Il raggiungimento dei precedenti livelli
di prosperità nella campagna fu probabilmente lento, e avvenne
soltanto negli anni quaranta del Cinquecento, con la crescita del
mercato urbano delle derrate alimentari e la decisione a livello
governativo di liberare Venezia e il Veneto dalla dipendenza dal grano
importato, e specialmente da quello che proveniva dal sempre Villa Emo

minaccioso Impero ottomano. Questo enorme investimento in


agricoltura e nelle strutture necessarie alla produzione agricola accelera il passo. Per decenni i proprietari terrieri
avevano acquistato costantemente, sotto lo stabile governo veneziano, piccole tenute, ed avevano consolidato i loro
domìni non solo attraverso l'acquisto, ma anche con lo scambio di grandi poderi con gli altri possidenti. Gli
investimenti nell'irrigazione e le bonifiche mediante drenaggio accrebbero ulteriormente il reddito dei ricchi
latifondisti.

Le ville del Palladio - cioè le case dei proprietari fondiari - rispondevano alla necessità di un nuovo tipo di residenza
rurale. I suoi disegni riconoscono implicitamente che non era necessario avere un grande palazzo in campagna
modellato direttamente su quelli di città, quali sono di fatto molte ville della fine del XV secolo (come l'enorme villa
da Porto a Thiene). Qualcosa di più piccolo, spesso con un unico piano principale abitabile, era adatto come centro
per controllare l'attività produttiva, da cui derivava probabilmente la maggior parte del reddito del proprietario, e per
impressionare gli affittuari e i vicini oltre che per intrattenere gli ospiti importanti. Queste residenze, benché fossero
talvolta più piccole delle ville precedenti, erano ugualmente efficaci al fine di stabilire una presenza sociale e politica
nelle campagne ed erano adatte per il riposo, la caccia, e per sfuggire dalla città, sempre potenzialmente malsana.
Le facciate, dominate da frontoni di solito decorati con le insegne del
proprietario, annunciavano una potente presenza in un vasto territorio
pianeggiante, e non avevano bisogno, per essere visibili, dell'altezza
dei palazzi cittadini. Le loro logge offrivano un luogo piacevole ed
ombreggiato per pasteggiare, per conversare o per le esecuzioni
musicali, attività queste che si possono vedere celebrate nella
decorazione della villa, ad esempio a villa Caldogno.

Negli interni Palladio distribuiva le funzioni sia verticalmente che


orizzontalmente. Cucine, dispense, lavanderie e cantine si trovavano al Gli affreschi del salone di Villa Caldogno
piano terreno: l'ampio spazio sotto il tetto veniva impiegato per testimoniano i vari momenti della vita in villa
conservare il prodotto più prezioso della tenuta: il grano, che all'epoca di Palladio

incidentalmente serviva anche per isolare gli ambienti abitabili


sottostanti. Al piano principale, abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti, le stanze più pubbliche (la loggia e il salone)
si trovavano sull'asse centrale mentre a destra e a sinistra vi erano delle infilate simmetriche di stanze, dalle grandi
camere rettangolari, attraverso le stanze quadrate di medie dimensioni, fino a quelle rettangolari piccole, usate
talvolta dai proprietari come studi o uffici per amministrare il fondo.

L'abitazione dei possidenti spesso non era l'unica costruzione di cui Palladio era responsabile. Le ville, nonostante la
loro apparenza non fortificata e le loro logge aperte, discendevano ancora direttamente dai castelli ed erano
circondate da un cortile recintato da un muro che le dotava della necessaria protezione dai banditi e dai
malintenzionati. Il cortile ("cortivo") conteneva barchesse, torri colombaie, forni per il pane, pollai, stalle, abitazioni
per i fattori e per i servitori domestici, stanze per fare il formaggio e cantine per spremere l'uva. Già dal XV secolo si
Ville palladiane 17

usava creare una corte davanti alla casa, con un pozzo, separata rispetto al cortile di servizio e con le sue barchesse,
gli animali e gli spazi per battere il grano. Giardini, orti di verdure e di spezie, vasche per i pesci e, quasi
invariabilmente, un grande frutteto (il "brolo") erano tutti raggruppati o localizzati all'interno del muro di cinta.
Nei suoi disegni Palladio cercò di coordinare tutti questi differenti
elementi che nei complessi precedenti non erano collocati in
considerazione delle visuali simmetriche e delle gerarchie
architettoniche, ma soltanto in base alla forma dell'area disponibile,
generalmente delimitata da strade e corsi d'acqua. Anche
l'orientamento era importante: nei suoi Quattro libri dell'architettura
(pubblicati a Venezia nel 1570), Palladio afferma che le barchesse
dovrebbero essere esposte a Sud in modo da tenere asciutta la paglia,
Villa Pisani a Bagnolo ne I quattro libri per evitare che fermenti e bruci.
dell'architettura di Palladio (libro II)
Palladio trovò ispirazione nei grandi complessi antichi che somigliano
alle dimore di campagna circondate dalle loro dipendenze, o che forse
credeva davvero fossero dei complessi residenziali - esemplare è il Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, che egli
aveva rilevato. È chiaro per esempio, che le barchesse ricurve che costeggiano l'imponente facciata della villa
Badoer riprendevano quel che era ancora visibile del Foro di Augusto. Nel suo trattato Palladio mostra generalmente
gli impianti di villa simmetrici, ma in realtà era consapevole del fatto che qualora non fosse stato possibile esporre
entrambe le ali delle barchesse a Sud, come nel caso di villa Barbaro a Maser, il complesso non sarebbe mai stato
costruito simmetricamente. Un esempio è la villa Pojana, dove la grande barchessa con raffinati capitelli dorici è
certamente disegnata da Palladio. La barchessa esistente è esposta a Sud, e non viene bilanciata da un elemento
corrispondente dall'altro lato della facciata principale.

"Le ville non hanno più nulla del castello né sono luoghi di delizie e di spassi, come il Te a Mantova: sono ampie
case di campagna, con annessi i rustici per la gestione della tenuta; la loro pianta è aperta, sciolta, articolata secondo
lo spazio, le pendenze del terreno, le opportunità climatiche; i saloni non sono luoghi di rappresentanza ma ambienti
destinati all'ospitalità, alla vita mondana, ai balli, ai concerti".[4] "I parchi e i giardini, come natura educata o formata
dall'uomo, collegano l'architettura ai larghi spazi coltivati, alle colline, ai boschi: segnano il passaggio, attraverso una
progressiva elezione formale, dalla luce diffusa della natura alla luce cristallizzata nelle nitide superfici e nei ritmi
compositivi delle costruzioni". [5]

La vita in villa e la sua filosofia


Palladio riteneva che la villa fosse, oltre che centro di proprietà
terriera, anche luogo di salute, benessere, studio e riflessione. Egli
scrisse nei Quattro Libri:

Il parco che si sviluppa nel retro di Villa Emo


Ville palladiane 18

Salone di Villa Godi

« Le Case della Città sono veramente al Gentil'huomo di molto splendore, e commodità, havendo in esse ad habitare tutto
quel tempo, che li bisognerà per la amministratione della Repubblica, e governo delle cose proprie. Ma non minore utilità, e
consolatione caverà forse dalle case di Villa, dove il resto del tempo si passerà in vedere, e ornare le sue possessioni, e con
industria, e arte dell'Agricoltura accrescer le facultà, dove ancho per l'esercitio, che nella Villa si suol fare a piedi, e a
cavallo, il corpo più agevolmente conserverà la sua sanità, e robustezza, e dove finalmente l'animo stanco delle agitationi
della Città, prenderà molto ristauro, e consolatione, e quietamente potrà attendere à gli studij delle lettere, e alla
contemplatione; come per questo gli antichi Savi solevano spesse volte usare di ritirarsi in simili luoghi, ove visitati da'
vertuosi amici, e parenti loro, havendo case, giardini, fontane, e simili luoghi sollazzevoli, e sopra tutto la lor Vertù;
potevano facilmente conseguir quella beata vita, che qua giù si può ottenere »
(I quattro libri dell'architettura, II, pag.45)

Con le ville, i loro giardini, l'ambiente in cui sono costruite, Palladio affronta il tema, dibattuto nel XVI secolo, del
rapporto fra civiltà e natura e lo risolve "affermando il profondo senso naturale della civiltà, sostenendo che la
suprema civiltà consiste nel raggiungere il perfetto accordo con la natura senza perciò rinunciare a quella coscienza
della storia che è la sostanza stessa della civiltà".[6] Questo "spiega l'enorme fortuna che il pensiero e l'opera del
Palladio avranno nel Settecento, quando i filosofi dell'Illuminismo sosterranno il fondamento naturale della civiltà
umana".[7]
La villa attraverso l'architettura e le decorazioni pittoriche dava quindi sfoggio della ricchezza, della nobiltà e del
buon gusto della famiglia proprietaria. L'edificio, centro di direzione dell'azienda agricola, divenne luogo in cui
l'aristocrazia curava i propri interessi non solo economici ma anche culturali, con lo studio e la meditazione (l'otium,
secondo la definizione già data da Cicerone), senza trascurare il divertimento (caccia, danza, giochi di società,
passeggiate nel brolo) ed il riposo dalla vita impegnata e faticosa della città (il negotium o negozio). [8]

Vista laterale di Villa Barbaro


Ville palladiane 19

Elenco
Le 24 ville palladiane del Veneto riportate nell'elenco dell'UNESCO:[3]
• Villa Almerico Capra, detta La Rotonda (Vicenza)
• Villa Gazzotti Grimani (Vicenza, località Bertesina)
• Villa Angarano, conosciuta anche come Villa Bianchi Michiel
(Bassano del Grappa, provincia di Vicenza)
• Villa Caldogno (Caldogno, provincia di Vicenza)
• Villa Chiericati (Vancimuglio di Grumolo delle Abbadesse,
Villa Pisani a Bagnolo di Lonigo
provincia di Vicenza)
• Villa Forni Cerato (Montecchio Precalcino, provincia di Vicenza)
• Villa Godi (Lonedo di Lugo di Vicenza, provincia di Vicenza)
• Villa Pisani (Bagnolo di Lonigo, provincia di Vicenza)
• Villa Pojana (Pojana Maggiore, provincia di Vicenza)
• Villa Saraceno (Agugliaro, provincia di Vicenza)
• Villa Thiene (Quinto Vicentino, provincia di Vicenza)
• Villa Trissino (Meledo di Sarego, provincia di Vicenza)
• Villa Trissino (Vicenza, località Cricoli)
• Villa Valmarana (Lisiera di Bolzano Vicentino, provincia di
Vicenza) Villa Pojana
• Villa Valmarana (Vigardolo di Monticello Conte Otto, provincia di
Vicenza)
• Villa Piovene (Lugo di Vicenza, provincia di Vicenza)
• Villa Badoer, detta La Badoera (Fratta Polesine, provincia di
Rovigo)
• Villa Barbaro (Maser, provincia di Treviso)
• Villa Emo (Vedelago, provincia di Treviso)
• Villa Zeno (Cessalto, provincia di Treviso)
• Villa Foscari, detta La Malcontenta (Mira, provincia di Venezia)
• Villa Pisani (Montagnana, provincia di Padova)
Villa Foscari detta La Malcontenta
• Villa Cornaro (Piombino Dese, provincia di Padova)
• Villa Serego (Santa Sofia di Pedemonte di San Pietro in Cariano, provincia di Verona)
Di queste Villa Trissino a Cricoli non è attualmente attribuita a Palladio da più parte della critica, ma rimane legata
tradizionalmente al suo nome.
Ville palladiane 20

Altre
Altre ville palladiane (o parti di esse) non comprese nell'elenco
UNESCO:[9]
• Villa Thiene (Cicogna di Villafranca Padovana), incompiuta,
costruita solo una barchessa
• Villa Repeta (Campiglia dei Berici), distrutta da un incendio e
ricostruita in altra foggia
• Villa Porto (Molina di Malo), incompiuta
• Villa Porto (Vivaro di Dueville), di incerta attribuzione anche se
tradizionalmente attribuita a Palladio Villa Contarini, una delle più grandi ville venete.
• Villa Contarini (Piazzola sul Brenta), il cui primo nucleo è
probabilmente di Palladio
• Villa Arnaldi (Sarego), incompiuta
Tra i progetti di villa che furono pubblicati da Palladio ne I quattro libri dell'architettura (1570) ma non furono
realizzati vi fu villa Mocenigo "alla Brenta", mentre villa Mocenigo a Marocco fu costruita solo in parte e poi
demolita.

Note
[1] http:/ / whc. unesco. org/ en/ list/ 712
[2] http:/ / whc. unesco. org/ fr/ list/ 712
[3] City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto (http:/ / whc. unesco. org/ en/ list/ 712/ ) World Heritage Site
[4] Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, ed. Sansoni, 1979, vol. 3, pag. 222.
[5] Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, 1979, vol. 3, pag. 227.
[6] Giulio Carlo Argan, Storia dell'arte italiana, 1979, vol. 3, p.227.
[7] op. cit. p.227
[8] Tommaso Cevese, Silvia Anapoli, Vicenza, le Ville e il Palladio, pag. 18, Tassotti editore.
[9] Palladio e il Veneto (http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ index. php?lingua=i& sezione=4) - Centro Internazionale di Studi di Architettura
Andrea Palladio

Bibliografia

Fonti
• Howard Burns, Andrea Palladio (1508-1580) (http://www.cisapalladio.org/cisa/doc/bio_i.php?lingua=i&
sezione=4), nel sito del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per il testo
dell'architettura della villa, per gentile concessione del CISA)

Voci correlate
• Barchessa
• I quattro libri dell'architettura
• Palladianesimo
• Villa veneta
Ville palladiane 21

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Ville palladiane (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Villas_by_Andrea_Palladio?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Palladio e il Veneto (http://www.cisapalladio.org/veneto/index.php?lingua=i&sezione=4) - Centro
Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio
• Ville Unesco di Andrea Palladio (http://www.vicenzae.org/ita/articoli/vicenza/
bef0e79761dcfd420bd9a283afd23f9d/turismo_culturale/vicenza_e_le_ville_unesco.htm)
• (EN) I disegni delle Ville di Palladio (http://www.epalladio.com/villas.html)
• (EN) Le ville di Palladio (http://www.boglewood.com/palladio/home.html)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Villa Angarano
Coordinate: 45°46′50″N 11°43′25″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Angarano
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Angarano è una villa veneta situata a Bassano del Grappa (Provincia di Vicenza). Originariamente concepita
da Andrea Palladio intorno al 1548, solo le ali laterali furono costruite su progetto del celebre architetto. Il corpo
centrale è opera di Baldassare Longhena nel Seicento.
L'edificio è dal 1996 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del
Veneto.
Villa Angarano 22

Storia
Della villa che Palladio progettò per il suo grande amico Giacomo
Angarano nei dintorni di Bassano del Grappa esiste ben poco:
solamente due barchesse che affiancano un corpo padronale
dall’aspetto chiaramente seicentesco. La tavola dei Quattro libri
dell'architettura di Palladio (II, p. 63) ci restituisce la planimetria del
complesso nelle intenzioni dell’architetto: due barchesse piegate a “U”
Progetto originario di Andrea Palladio (realizzato che serrano un corpo padronale fortemente sporgente.
solo nelle barchesse laterali), da I quattro libri
dell'architettura, 1571

Dai documenti sappiamo che sul sito preesisteva un edificio abitato da


Giacomo: probabilmente fu per questo che si iniziarono i lavori dalle
barchesse, lavori che si arrestarono prima di coinvolgere la
ristrutturazione dell’antica casa, attuata in seguito, non certo secondo il
progetto palladiano. In realtà non è sicura nemmeno la data di
progettazione della villa. Tradizionalmente viene fatta risalire alla fine
degli anni quaranta del Cinquecento, con solide argomentazioni, ma è
possibile che sia invece connessa all’improvvisa eredità del fratello
Marcantonio che Giacomo ottiene nel 1554, anche considerando che Il corpo centrale della villa, opera seicentesca di
Baldassare Longhena
due anni più tardi questi acquisirà importanti cariche pubbliche a
Vicenza. Angarano è un appassionato di architettura e stretto amico di
Palladio, il quale nel 1570 gli dedica la prima metà dei Quattro Libri.
18 anni più tardi Giacomo è però costretto a restituire alla famiglia di
sua nuora, rimasta vedova, l’intera dote, e ciò provoca un collasso
finanziario che lo costringe a vendere la villa al patrizio veneziano
Giovanni Formenti.

Altri progetti
Cappella gentilizia ricavata in una delle barchesse
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Angarano laterali
[3]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Angarano [4] con bibliografia [5] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Portale Vicenza
Portale Scultura
Villa Angarano 23

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Angarano& language=it&
params=45_46_50_N_11_43_25_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Pagina_principale?uselang=it
[3] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Angarano_Bianchi_Michiel?uselang=it
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=28
[5] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=28& modo=biblio

Villa Arnaldi
Villa Arnaldi

Villa Arnaldi a Meledo di Sarego


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Sarego

Informazioni

Condizioni cattivo stato di conservazione

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico Vincenzo Arnaldi

Villa Arnaldi a Meledo di Sarego (Vicenza) è un'opera progettata da Andrea Palladio nel 1547 e rimasta
incompiuta. Versa attualmente in cattivo stato di conservazione.
Villa Arnaldi 24

Questo modesto edificio evidentemente incompiuto è in realtà la


testimonianza di un processo che usualmente è visibile solo nei suoi
esiti finali: la trasformazione di un edificio preesistente in una nuova
architettura. Vincenzo Arnaldi, uno dei più ricchi e influenti
aristocratici vicentini, nel 1547 commissiona infatti ad Andrea Palladio
la ristrutturazione di un complesso agricolo quattrocentesco da lui
appena acquistato. La ragione è per così dire strumentale: le migliorie
dell’immobile devono servire a incrementarne il valore in vista di una
Schizzo autografo di Andrea Palladio, 1547-48. causa legale di uno dei precedenti proprietari. Nel 1565, trovato un
Vicenza, Biblioteca Civica Bertoliana
accordo, Vincenzo interrompe i lavori e affitta la casa senza più curarsi
di concludere i lavori.

In una serie di disegni autografi palladiani è possibile seguire i tentativi


dell’architetto di intervenire sull'irregolare complesso quattrocentesco,
cercando di regolarizzare gli edifici che insistono sulla corte e di
ritrovare una simmetria nella nuova disposizione degli ambienti della
casa — che egli organizza attorno a una loggia a tre arcate con aperture
minori rettangolari ai fianchi tuttora esistenti sebbene tamponate — e,
infine, incorniciando le finestre con i suoi usuali profili.

Dettaglio delle arcate oggi cieche


Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Arnaldi [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Arnaldi [2] con bibliografia [3] del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte
Pianta, rilievo (Verlato 1998)
della prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Arnaldi_(Meledo_di_Sarego)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=38
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=38& modo=biblio
Villa Badoer 25

Villa Badoer
Coordinate: 45.030400°N 11.640000°E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Badoer
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Badoèr, detta La Badoera, è una villa veneta sita a Fratta Polesine (Rovigo), progettata dall'architetto Andrea
Palladio nel 1554 e costruita negli anni 1556-1563 su commissione di Francesco Badoèr. È la prima villa i cui
l'architetto vicentino utilizzò pienamente un pronao con frontone in facciata, nonché l'unica realizzata in territorio
polesano.
Le sale del piano nobile sono finemente decorate da "grottesche di bellissima inventione dal Giallo Fiorentino".
L'edificio, assieme alle altre ville palladiane del Veneto, è inserito dal 1996 nella lista dei patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO. La barchessa settentrionale della villa ospita dal 2009 il museo archeologico nazionale di Fratta
Polesine.[2]

La committenza
La villa fu voluta nel 1554 dal "Magnifico Signor Francesco Badoero",
un personaggio di spicco modesto, privo di rilevanza pubblica ma
discendente di un'illustre famiglia della Serenissima, che a seguito del
sodalizio con la famiglia Loredàn e del successivo matrimonio con
Lucetta, figlia di Francesco Loredan, aveva ricevuto in eredità l'ampio
fondo della Vespara nei pressi della Fratta.

Seguendo una tendenza molto diffusa nell'aristocrazia veneziana dopo


la Lega di Cambrai, nel rivolgere attenzioni all'entroterra per favorire i
propri investimenti sentiva la necessità di creare un presidio dal quale
Il giardino e la fontana settentrionale
amministrare la proprietà, ed allo stesso tempo di manifestare il
Villa Badoer 26

prestigio economico raggiunto attraverso una villa di adeguate caratteristiche. Procedette pertanto alla bonifica della
Vespara ed all'acquisizione di altri fondi in località Bragola, ove diede avvio alla costruzione della villa progettata da
Andrea Palladio con duplice valenza economica ed estetica.
Costruita e abitata nel 1556, la villa doveva essere pertanto funzionale alla conduzione dei campi e insieme segno
visibile della presenza, per così dire feudale, dei Badoer sul territorio: non a caso l’edificio sorge sul sito di un antico
castello medievale. Palladio riesce a unire in una sintesi efficace entrambi i significati, collegando il maestoso corpo
dominicale alle due barchesse piegate a semicerchio che schermano le stalle e altri annessi agricoli.
La villa risulta ancora in fase di costruzione nel 1557, comparendo in una mappa degli ingegneri Nicolò dal Cortivo
e Giacomo Castaldo presentata proprio ai fini della rilevazione dei fondi da bonificare, mentre da una dichiarazione
ai Dieci Savi dello stesso Francesco Badoer è certamente completa nel 1564-1566.
Ancor oggi la presenza dello stemma di alleanza tra le due famiglie nella decorazione pittorica resta a testimonianza
del sodalizio Badoer-Loredan, che si può considerare alle origini delle vicende che portarono alla costruzione della
villa.

Il progetto e l'esecuzione
La villa Badoer compare nel trattato palladiano I quattro libri
dell'architettura del 1570, nella caratteristica rappresentazione in
pianta e prospetto con una breve didascalia che ne descrive le fattezze:

Il pronao

Barchesse laterali della villa


Villa Badoer 27

« Fa basa a tutta la fabrica un piedestilo alto cinque piedi: a questa altezza è il pavimento delle stanze: le quali tutte sono in
solaro, e sono state ornate di Grottesche di bellissima inventione dal Giallo Fiorentino. Di sopra hanno il granaro, e di sotto
la cucina, le cantine, & altri luoghi alla commodità pertinenti: Le colonne delle Logge della casa del padrone sono Ioniche:
La Cornice come corona circonda tutta la casa. Il frontespicio sopra loggie fa una bellissima vista: perché rende la parte di
mezo più eminente dei fianchi. Discendendo poi al piano si ritrovano luoghi da Fattore, Gastaldo, stalle, & altri alla Villa
convenevoli. »
(Libro II, p.48)

L'esecuzione della villa, così come giunge ai giorni nostri, non si discosta in maniera rilevante dal disegno
palladiano, soprattutto grazie ai lavori di restauro e ripristino eseguiti dagli anni sessanta dopo che il complesso
venne acquisito al pubblico.
Probabilmente sfruttando le sottostrutture del castello medievale, il corpo dominicale della villa sorge su un alto
basamento, richiamando precedenti illustri come villa Medici a Poggio a Caiano di Giuliano da Sangallo, o la poco
lontana villa dei Vescovi a Luvigliano di Giovanni Maria Falconetto. Ciò rende necessaria una scenografica scalinata
a più rampe, la principale a scendere nella corte, e le due laterali a connettersi con le testate delle barchesse,
ricordando così la struttura di un tempio antico su terrazze.
Le elegantissime barchesse curvilinee sono le uniche concretamente realizzate da Palladio fra le molte progettate
(per esempio per le ville Mocenigo alla Brenta, Thiene a Cicogna o villa Trissino a Meledo) e la loro forma — scrive
lo stesso Palladio — richiama braccia aperte ad accogliere i visitatori: fonte antica di riferimento sono molto
probabilmente le esedre del tempio di Augusto a Roma.
Nelle barchesse Palladio usa l’ordine tuscanico, adeguato alla loro funzione e alla possibilità di realizzare
intercolumni molto ampi che non intralcino l’accesso dei carri. La loggia della villa mostra invece un elegante ordine
ionico a enfatizzare il ruolo di residenza dominicale. Il fuoco visivo dell’intero complesso è calibrato proprio
sull’asse dominato dal grande frontone triangolare retto dalle colonne ioniche, su cui campeggia lo stemma familiare,
tanto che i fianchi e il retro della villa non sono assolutamente caratterizzati e presentano un disegno semplicemente
utilitario.
Per il resto la struttura distributiva del corpo dominicale presenta la tipica organizzazione palladiana lungo un asse
verticale, con il piano interrato per gli ambienti di servizio, il piano nobile per l’abitazione del padrone e infine il
sottotetto adibito a granaio.

Il pronao visto da Prospetto laterale Capriate della Vista della loggia


una barchessa copertura di una
delle due barchesse
curvilinee
Villa Badoer 28

Interno e decorazione
Curioso è il ricorso dell'architetto ad un artista quanto meno atipico per
le decorazioni di villa; Palladio infatti è solito rivolgersi a collaboratori
di fiducia, protagonisti abituali e spesso ricorrenti. Per La Badoera
compare invece tale Giallo Fiorentino, con attribuzione priva di
dubbio in quanto citata da Palladio stesso nella didascalia riportata nei
Quattro libri. Non altrettanto priva di dubbi l'identificazione
dell'artista, da ricercarsi certamente al di fuori della abituale cerchia dei
collaboratori, anche se probabilmente già dotato di una certa notorietà
al tempo, essendo citato dal Palladio con il solo pseudonimo. In un Il salone principale
primo tempo individuato come Jacopo del Giallo, figlio di Antonio,
miniaturista di una certa fama operante in Venezia, va in realtà identificato in un Giallo pittore già collaboratore di
Giuseppe Salviati nella decorazione della facciata di Palazzo Loredan a Santo Stefano di Venezia. Recenti studi di
Antonello Nave tendono a identificarlo con il pittore fiorentino Pier Francesco di Jacopo Foschi.

Le immagini che affrescano le pareti della villa rappresentano tematiche mitologiche ed allegoriche talora legate al
territorio ed alla committenza, assieme a grottesche, nicchie, festoni, figurette, erbaggi e frutta, di squisita finezza ma
in generale di non facile interpretazione, appartenenti ad una pittura singolare ed accurata, priva di concezioni
artistiche d'alto livello ma dotata di carattere, ricercatezza e raffinata tecnica esecutiva. Le indicazioni degli studiosi
inquadrano queste decorazioni nell'ambito delle celebrazioni dei legami d'amicizia tra le famiglie Badoer e Loredan,
in particolare tra Francesco Badoer e Giorgio Loredan.

Affreschi dipinti da Giallo Grottesche Grottesche Festone e paesaggio


Fiorentino rurale collocati sopra
uno dei caminetti

Rapporto con l'ambiente


A differenza delle maggiori parti della produzione palladiana, la villa
Badoer non è posizionata in un ambiente libero ma inserita in un
contesto di borgata. Non per questo risulta soffrire della propria
posizione; anzi appare quasi incastonata sul suo alto basamento ed allo
stesso tempo armonizzata con l'ambiente circostante e da questo
certamente valorizzata.

Eretta nel luogo ove originariamente si trovava un antico castello di


"Salinguerra da Este", ne mantiene l'orientamento con la facciata che
guarda a levante, quasi ad indicare il rispetto e l'interesse dell'architetto L'abitato di Fratta Polesine visto dalla loggia
per la storia del luogo ove costruisce. È "bagnata da un ramo della villa

dell'Adige", in realtà lo Scortico, un canale navigabile che attraverso


l’Adige, il Canal Bianco ed il Po, portava a Venezia, e posizionata di fronte ad un antico ponte, preesistente alla villa
stessa.
Villa Badoer 29

La villa ha successivamente influenzato lo sviluppo urbano del paese di Fratta Polesine, costituendone il fulcro ed il
punto di aggregazione, così assolvendo alla sua funzione di centralità economica oltre che estetica.

La villa vista dal centro di Fratta L'ingresso della villa visto dal Il giardino retrostante, visto Il prospetto posteriore
Polesine, diviso dalla villa da un centro di Fratta Polesine, oltre dalla villa
canale il ponte

Storia successiva
Della storia posteriore alla costruzione della villa non si hanno che i passaggi di proprietà: i Mocenigo poi i
Gradenigo, i Del Vecchio Bianchini ed infine i Cagnoni-Boniotti, che furono gli ultimi proprietari, dopo di che la
villa fu venduta da questi ultimi allo Stato, divenendo proprietà dell'Ente per le ville venete e infine della Provincia
di Rovigo, rendendo possibile la conduzione dei restauri. Dal 1996 la villa palladiana è stata inserita nella lista dei
patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Dal 21 febbraio 2009 le barchesse settentrionali della villa ospitano il museo archeologico nazionale di Fratta
Polesine.[2]

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Badoer& language=it& params=45. 030400_N_11.
640000_E_type:landmark
[2] Pagina sul museo archeologico (http:/ / www. provincia. rovigo. it/ portal/ page/ portal/ PG_PROVINCIA/ PROVINCIA_DI_ROVIGO/
STRUTTURA_ORGANIZZATIVA/ PERSONA/ CULTURA/ VILLA_BADOER/ MUSEO_ARCHEO) nel sito ufficiale della Provincia di
Rovigo

Bibliografia
• A. Palladio, I quattro libri dell'architettura, Venezia 1570, libro II, p. 48.
• R. Pane, Andrea Palladio, Torino 1961
• G. G. Zorzi, Le ville e i teatri di Andrea Palladio, Venezia 1969
• L. Puppi, La villa Badoer di Fratta Polesine", Vicenza 1972
• L. Puppi, Andrea Palladio, Milano 1973
• A. Nave, Il Giallo Fiorentino, in "Notizie da Palazzo Albani. Studi in onore di Carlo Bo", Urbino, Argalia, 20,
1991, 1-2, pp. 157-164
• C. Jung, I paesaggi nella villa Badoer : Giallo Fiorentino e Augustin Hirschvogel, in "Arte veneta", 51, 1997, pp.
40-49
• A. Nave, Una proposta di identificazione per il Giallo Fiorentino : Pier Francesco di Jacopo Foschi, in "Notizie
da Palazzo Albani", 30/31, 2001/02 (2003), pp. 117-138
• A. Nave, Sulle tracce del Giallo Fiorentino, in "Antichità viva", 37, 1998 (2002), 2/3, pp. 25-52
• A. Nave, Una proposta di identificazione per il Giallo Fiorentino: Pier Francesco di Jacopo Foschi, in "Venezia
Arti", 15/16, 2001/02 (2005), pp. 55-66
Villa Badoer 30

Voci correlate
• Museo archeologico nazionale di Fratta Polesine
• Villa veneta
• Ville palladiane

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Villa Badoer (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Villa_Badoer?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Badoer (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=5) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=5&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata)
• Villa Badoer nel sito della Provincia di Rovigo (http://www.provincia.rovigo.it/portal/page/portal/
PG_PROVINCIA/PROVINCIA_DI_ROVIGO/STRUTTURA_ORGANIZZATIVA/PERSONA/CULTURA/
VILLA_BADOER)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Villa Barbaro
Coordinate: 45°48′20″N 11°58′48″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Barbaro
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Barbaro (anche nota come Villa Barbaro Basadonna Manin Giacomelli Volpi) a Maser (Treviso) è una
villa veneta, costruita da Andrea Palladio tra il 1554 e il 1560 per l'umanista Daniele Barbaro e per suo fratello
Marcantonio Barbaro, ambasciatore della Repubblica di Venezia, trasformando il vecchio palazzo medievale di
Villa Barbaro 31

proprietà della famiglia in una splendida abitazione di campagna consona allo studio delle arti e alla contemplazione
intellettuale, decorata con un ciclo di affreschi che rappresenta uno dei capolavori di Paolo Veronese.
Il complesso della villa, che comprende anche un tempietto palladiano, è stato inserito dall'UNESCO nel 1996 -
assieme alle altre ville palladiane del Veneto - nella lista dei patrimoni dell'umanità.

Vista laterale del corpo principale

Storia
La villa sorge a mezza costa sui colli Asolani, poco lontano da una
sorgente che secondo la tradizione fu un luogo di culto e forse anche
sede di un tempio[2].
Prima di entrare nel patrimonio della famiglia Barbaro, il terreno
appartene ai Pisani e ai Giustiniani.
L'esatta collocazione temporale della costruzione della villa è incerta:
Adalberto dal Lago la ritiene databile tra il 1560 e il 1570[3], altri
studiosi retrodatano il completamento dei lavori al 1558[2], Anthony
Hobson propone come anno di inizio dei lavori il 1560[4]: proprio in
quell'anno Palladio aveva consegnato le illustrazioni che uno dei due
fratelli Barbaro, Daniele, gli aveva chiesto per il proprio commentario
sugli scritti di Vitruvio (M. Vitruvii de architectura, Venezia 1567).

La personalità dei committenti influenzò senza dubbio il progetto: è da Daniele Barbaro ritratto da Paolo Veronese
attribuire Daniele, patriarca di Aquileia, fine umanista e studioso di
filosofia, matematica e ottica, la volontà di conferire alla villa un significato sacrale, mentre il disegno del ninfeo
retrostante la villa si deve a Marcantonio, energico politico e amministratore, ma allo stesso tempo fine intenditore
d’architettura (ricevette un esplicito omaggio da Palladio nei Quattro Libri per l’ideazione di una scala ovata).
Villa Barbaro 32

Entrambi i Barbaro ebbero un ruolo chiave in molte scelte architettoniche della


Repubblica e furono instancabili promotori dell’inserimento di Palladio
nell’ambiente veneziano.
Per via femminile, la villa passò dai discendenti di Marcantonio ai Trevisan, da
questi ai Basadonna, quindi ai Manin del ramo di Ludovico Manin, ultimo doge
della Repubblica di Venezia. Questi ultimi la vendettero nel 1838 a Gian
Battista Colferai che l'aveva in affitto già da qualche anno, ma le sue eredi, per
non spendere sostanze in un bene indiviso, la lasciarono andare completamente
in rovina.

Fu l'industriale friulano Sante Giacomelli, che acquistò la proprietà nel 1850, a


Marcantonio Barbaro in un dipinto di
restaurare e rinnovare la villa, avvalendosi dell'opera di Zanotti e Eugenio
Tintoretto Moretti Larese.
Durante la prima guerra mondiale nell'edificio aveva sede il comando del
generale Squillaci. Batterie dell'esercito sparavano dalle colline oltre il Piave, ma l'edificio rimase miracolosamente
indenne.
Nel 1934 fu acquisito da Giuseppe Volpi di Misurata, il quale l'affidò alle cure della figlia Marina, che se ne
innamorò, vi si stabilì e continuò negli anni l'opera di restauro. La villa è attualmente abitata dalla figlia di lei e dalla
sua famiglia. Nel 1996 è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio dell'umanità assieme alle altre ville palladiane del
Veneto.
Il complesso è anche sede di un'azienda agricola che produce il vino DOC che prende il nome della villa.

Architettura
La realizzazione della villa per i fratelli Barbaro a
Maser costituisce per Palladio un punto di arrivo
importante nella definizione della nuova tipologia di
edificio di campagna. Per la prima volta infatti (anche
se la soluzione ha precedenti in ville quattrocentesche)
la casa dominicale e le barchesse sono allineate in
un’unità architettonica compatta. A Maser ciò
probabilmente è da collegarsi alla particolare
localizzazione della villa sulle pendici di un colle: la
disposizione in linea garantiva una migliore visibilità
dalla strada sottostante, e del resto l'orografia del
terreno avrebbe imposto costosi terrazzamenti a
barchesse disposte secondo l’andamento del declivio.

Se è vero che per molti versi la villa mostra marcate


differenze rispetto alle altre realizzazioni palladiane,
ciò è senza dubbio frutto dell’interazione fra l’architetto
Pianta (Secondo libro dell'Architettura)
e una committenza d’eccezione. Daniele Barbaro è un
uomo raffinato, profondo studioso d’architettura antica
e mentore di Palladio dopo la morte di Giangiorgio Trissino nel 1550: sono insieme a Roma nel 1554 per completare
la preparazione della prima traduzione ed edizione critica del trattato De architectura di Vitruvio che vedrà le stampe
a Venezia nel 1556. Al decennio successivo risale il M. Vitruvii de architectura, che come ricordato fu illustrato da
Palladio.
Villa Barbaro 33

Nella costruzione della villa Palladio interviene con abilità, riuscendo a trasformare una casa preesistente
agganciandola alle barchesse rettilinee e scavando sulla parete del colle un ninfeo con una peschiera dalla quale,
grazie a un sofisticato sistema idraulico, l’acqua viene trasportata negli ambienti di servizio e quindi raggiunge
giardini e brolo. Nella didascalia della pagina dei Quattro Libri che riguarda la villa, Palladio mette in evidenza
proprio questo exploit tecnologico che si richiama all’idraulica romana antica. È evidente che, piuttosto che le venete
ville-fattoria, il modello di villa Barbaro sono le grandi residenze romane, come villa Giulia o Villa d'Este che Pirro
Ligorio realizzava a Tivoli a per il cardinale Ippolito d'Este (al quale per altro Barbaro dedica il M. Vitruvii de
architectura).

Esterno
Il corpo centrale, nonostante sporga notevolmente rispetto le barchesse,
se osservato frontalmente sembra rientrare dolcemente nel fronte dei
porticati. Un effetto particolarmente dinamico risulta invece evidente
quando si osserva la villa percorrendo la strada in leggera curva ai
piedi del colle. Il prospetto della facciata, che si innalza sopra un basso
podio, presenta interessanti analogie con quello del Tempio di Portuno,
analizzato da Palladio nel tredicesimo capitolo dell'ultimo de I quattro
libri dell'architettura[2]: quattro semicolonne ioniche reggono
un'importante trabeazione sormontata da un timpano carico di
Il corpo principale
decorazione in stucco. La trabeazione, sulla quale è leggibile l'epigrafe
dedicatoria "DAN•BARBARUS•PAT•AQUIL -
ET•MARCUS•ANT•FR•FRANC•E", è interrotta in corrispondenza del
balcone del piano nobile dall'unico foro ad arco: le finestre del piano
terra sono infatti sormontate da frontoncini curvilinei, quelle del piano
nobile da frontoncini triangolari. Ben più semplici sono le aperture dei
fianchi, tre per piano oltre ad una porta sormontata da un balcone con
arco a tutto sesto, anch'essi dotati di piccoli frontoni.

Le barchesse, pure a due piani, sono caratterizzate da un porticato a


cinque arcate.
Le ali agricole sono affiancate da due colombaie, leggermente
avanzate: sopra le tre arcate, ben più distanziate rispetto alle
precedenti, giganteggiano due meridiane: quella a ovest segna l'ora e
l'inizio delle stagioni, quella est è un calendario zodiacale e indica
mensilmente la data d'ingresso del Sole nel corrispondente segno dello
Zodiaco.

Dalla villa scende un'ampia scalinata, affiancata dai semplici giardini Tempio di Portuno (Quarto libro
un tempo arricchiti da siepi in bosso disposte a formare eleganti dell'Architettura).

disegni secondo la moda italiana. Essi continuano idealmente oltre la


strada in un'esedra semicircolare con al centro la fontana del Nettuno, ed ancora oltre nel viale alberato che si
allontana verso la pianura.
Più semplice, e ad un solo piano, è il prospetto verso la collina.
Su retro si apre il giardino segreto, ornato da una peschiera e dall'esedra del ninfeo. Anche quest'ultimo ricorda la
struttura di un tempio: sopra il fronte semicircolare decisamente allungato, arricchito di stucchi e statue inserite in
nicchie a esedra e rettangolari, si innalza un basso timpano.
Villa Barbaro 34

Epigrafe dedicatoria al Il viale dal Il portico Barchessa est con la


committente nell'architrave in balcone del colombaia
facciata piano nobile

Colombaia ovest

Interno
Sia il corpo centrale che le barchesse sono suddivisi in due piani. La pendenza del terreno comporta che mentre il
piano nobile risulta soprelevato nel prospetto frontale, sul retro, verso la collina, esso da direttamente accesso al
giardino segreto.
Gli ambienti del piano terra, dal
soffitto piuttosto basso, erano in parte
adibiti ad uso agricolo.
Il portico, benché progettato seguendo
le proporzioni degli antichi monumenti
dell'epoca romana, ha una funzione
strettamente legata alla vita quotidiana Sezione e dettagli (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781)
della Villa: protegge dalle intemperie e
permettere di passare rapidamente da un lato all'altro della Villa, ma è soprattutto uno spazio di grande respiro per i
lavori di campagna.

Dai porticati si accede attraverso due doppie scalinate direttamente al piano nobile, riservato alla famiglia e agli
ospiti.
Fulcro delle stanze di rappresentanza è la sala a crociera, l'ambiente centrale del corpo avanzato. Da qui, oltre a due
piccoli ambienti di servizio, si può accedere alle sale verso la facciata: a ovest la stanza di Bacco, ad est il Tribunale
d'Amore (sala dell'amore coniugale o di Venere). Dirigendosi verso il colle si entra invece nella stanza dell'Olimpo e
per questa a destra si accedeva nell'appartamento di Daniele Barbaro, a sinistra in quello di Marcantonio e
Giustiniana Barbaro.
Villa Barbaro 35

Decorazione

Il ciclo di Paolo Veronese


All’interno della villa il pittore Paolo Veronese realizza quello che è considerato uno dei più straordinari cicli di
affreschi del Cinquecento veneto.
La forza e la qualità dello spazio illusionistico che si sovrappone a quello palladiano hanno fatto pensare a una sorta
di conflitto fra pittore e architetto, tanto più che Veronese non viene citato nella didascalia della tavola dei Quattro
Libri dedicata alla villa. Del resto, evidentemente influenzato (e probabilmente intimorito) dal gusto e dalla
personalità dei Barbaro, è molto probabile che Palladio abbia ritagliato per sé un ruolo tecnico e di coordinamento
generale, lasciando ai committenti - se non, secondo alcuni, allo stesso Veronese - largo spazio per l’invenzione: lo
prova il fantasioso disegno della facciata che difficilmente può essergli attribuito.
È stato rilevato[5] che i paesaggi dipinti nelle sale siano stati derivati da una serie di incisioni pubblicate da
Hieronymus Cock nel 1551 e da altre, opera di Battista Pittoni, apparse nel 1561. Vi sono dunque buone ragioni per
ritenere che il Veronese abbia lavorato al ciclo di Maser tra il 1560 e il 1561.
Probabilmente fu la sala dell'Olimpo ad essere affrescata per prima, immediatamente seguita da quella a crociera e
dalle due sale verso la facciata. Per ultimi furono realizzati gli affreschi delle due sale più piccole rivolte verso la
collina dove appaiono le vedute derivate dal Pittoni.

Sala a crociera
Veronese realizza per questa sala una complessa finta architettura con colonne, bassorilievi e nicchie con suonatrici,
nella quale si aprono finte porte popolate di realistici personaggi (un paggio e una bambina) e ampi balconi con
paesaggi a cui fanno eco quelli reali fuori dalle grandi finestre.
Spade, lance, alabarde ed altri oggetti appoggiati negli angoli rafforzano l'effetto trompe l'oeil e sembrano invitare il
visitatore a lasciare i fardelli delle battaglie quotidiane per lasciarsi andare ai piaceri della vita in villa.

Sala a crociera Sala a crociera Bambina Finta porta con il


affacciata alla paggio
porta
Villa Barbaro 36

Suonatrice Suonatrice

Sala di Bacco
Villa Barbaro 37

Tribunale d'amore

Sala dell'Olimpo
La sala prende il nome dalle numerose divinità olimpiche dipinte al centro della volta a botte. All'interno di un
ottagono, dolcemente assisi su troni di nuvole, appaiono Afrodite, Ermes, Artemide, Zeus, Ares ed Apollo, recanti
ciascuno i corrispondenti segni zodiacali. Al centro, una figura femminile già identificata come la Sapienza divina,
intenta a scacciare con il piede un drago, oggi ritenuta invece la dea del grano e dell'agricoltura Demetra.
Completano la volta quattro comparti a monocromo, raffigutranti le forze che regolano le vita dell'uomo (l’Amore, la
Fedeltà, l’Abbondanza e la Fortuna), e le quattro figure delle divinità simbolo degli elementi (Era l’Aria, Efesto il
Fuoco, Rea o Cibele la Terra e Poseidone l’Acqua). Sui finti loggioni appaiono invece dei personaggi reali: da un
lato Giustiniana Giustiniani, moglie di Marcantonio Barbaro, accompagnata dalla vecchia nutrice e dal figlio Alvise,
al lato opposto si affacciano invece due figli più grandi, Almorò e Daniele.
Le lunette della volta ospitano due gruppi di divinità alludenti alle quattro stagioni.
Le pareti, scandite da colonne corinzie, presentano su ciascuno dei lati lunghi due paesaggi fluviali con rovine
romane e un sovrapporta con figure monocrome che ricordano gli ignudi michelangioleschi della volta della
Cappella Sistina. Due figure allegoriche, la Pace e, forse, per contrasto, la Discordia, occupano le nicchie ai lati
dall'arco che conduce alla sala a crociera.

La volta Giustiniana Giustiniani Demetra, Eracle bambino, geni Afrodite, Efesto, Persefone e le
e la nutrice alati, ninfe e Dioniso (Estate e Hore (Inverno e Primavera)
Autunno)
Villa Barbaro 38

La Pace e la Discordia

Sala del cane

Fortuna

Sala della lucerna

Nemesis

Sculture e stucchi del Vittoria


Ad occuparsi delle decorazioni, oltre a Veronese, fu chiamato Alessandro Vittoria, brillante allievo di Jacopo
Sansovino, che curò le rifiniture a stucco di tutta la villa.

Frontone
Al centro del frontone campeggia lo stemma dei barbaro sorretto da un'aquila bifronte e dalla tiara papale. Ai lati
figure ignude, putti e due mostri marini.

Ninfeo
Marcantonio Barbaro, oltre che procuratore della Serenissima, era anche un architetto e scultore dilettante: date le
incongruenze dell'assetto e soprattutto di alcune delle figure che decorano in ninfeo, si ipotizza che abbia anch'egli
partecipato al progetto.
Villa Barbaro 39

Nell'esedra, decorata con bucrani,


festoni, putti e trofei, si aprono dieci
nicchie all'interno delle quali si
alternano dèi e semidei (Diana, Apollo,
Pan, Leda, ... ). Quattro telamoni dalle
forme piuttosto sproporzionate
sorreggono una bassa trabeazione con
un motivo ad onda e, più sopra, un
timpano con putti e motivi floreali.
All'interno di due complesse cornici si
legge:

Il ninfeo con la peschiera

« Volti di donne delicati e belli,


uomini accorti e tratti a gentilezza,
mastri in arme, in destrieri ed in
uccelli
e l'aere, temperato, e con chiarezza,
soavi e dolci venti vi disserra:
pien d'amore, d'onore e di ricchezza. »
(Fabrizio degli Uberti)

Due figure alate sorreggono, in corrispondenza della chiave di volta dell'arco che dà accesso alla finta grotta e alla
sorgente, lo stemma dei Barbaro.

Tempietto

Per approfondire, vedi Tempietto Barbaro.

Ai piedi del declivio su cui sorge la villa, Palladio realizza in seguito un raffinato tempietto destinato ad assolvere la
doppia funzione di cappella gentilizia e chiesa parrocchiale per il borgo di Maser. Non si conosce con certezza la
data di inizio dei lavori di costruzione; nel fregio sono incisi il millesimo 1580, i nomi del patrono, Marcantonio
Barbaro, e di Palladio. Assieme al Teatro Olimpico è l'ultima opera dell'architetto, che la tradizione vuole morto
proprio a Maser durante la direzione dei lavori.
Villa Barbaro 40

Panoramica con la villa e il tempietto

Museo delle carrozze


Uno degli annessi ospita la collezione di circa trenta veicoli del XIX e XX secolo.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Barbaro& language=it&
params=45_48_20_N_11_58_48_E_type:landmark
[2] Paolo Marton, Manfred Wundram, Thomas Pape, op. cit., p. 126.
[3] Adalberto Adalberto, op. cit., p.50.
[4] Hobson, op. cit.
[5] K. Oberhuber, op. cit..

Bibliografia
• Paolo Marton, Manfred Wundram, Thomas Pape, Palladio. L'opera completa, Taschen, 2004.
• Adalberto Dal Lago, Villas and Palaces of Europe, Paul Hamlyn 1969.
• Anthony Hobson, Great Houses of Europe, Sitwell, Sacheverell, Weidenfeld & Nicolson, London 1964. Pp.
89–97. ISBN 0-600-33843-6,
• K. Oberhuber, Gli affreschi di Paolo Veronese nella villa Barbaro, in "Bollettino CISA", 10, 1968. pp. 188-202.

Voci correlate
• Daniele Barbaro
• Marcantonio Barbaro
• Ville palladiane
• Andrea Palladio
• Paolo Veronese
• Alessandro Vittoria
• Giuseppe Volpi
Villa Barbaro 41

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Villa Barbaro (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Villa_Barbaro_(Maser)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Sito ufficiale (http://www.villadimaser.it)
• (IT, EN) Scheda su Villa Barbaro (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=7) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=7&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la descrizione del progetto)

Portale Architettura Portale Arte

Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Villa Caldogno
Coordinate: 45°36′26″N 11°30′24″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Caldogno
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Caldogno è una villa veneta attribuita all'architetto Andrea Palladio (1542) che sorge nel comune di Caldogno
(provincia di Vicenza, alle porte del capoluogo), nei pressi del centro del paese. Dal 1996 è inserita tra i Patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO con le altre ville di Palladio del Veneto.
Palladio, amico di famiglia dei Caldogno, operò su una struttura preesistente, forse della prima metà del
Quattrocento, ben visibile nel seminterrato che ospita attualmente la biblioteca comunale.
La villa, oggi di proprietà del comune di Caldogno, è utilizzata per attività ed eventi culturali.
Villa Caldogno 42

Il progetto
Il committente Losco Caldogno, aristocratico vicentino e attivo
commerciante di seta, aveva ricevuto in eredità una corte agricola e
numerosi campi a Caldogno nel 1541. Legato da stretti vincoli di
parentela a committenti palladiani come i Muzani e successivamente i
Godi di Lugo di Vicenza (Villa Godi), con buona probabilità
commissionò a Palladio la ristrutturazione della corte agricola. Non si
hanno elementi precisi circa la datazione dell’intervento: è possibile
fissare l’inizio dei lavori al 1542, la casa è certamente abitabile nel
1567 e la data “1570” incisa sulla facciata indica probabilmente la fine
delle opere di decorazione.

Questa villa non è inclusa nei Quattro libri dell'architettura; anche se


non esistono prove dirette che sia opera dell'architetto veneto, la
struttura rimanda ad altre opere palladiane, quali Villa Pisani a
Bagnolo di Lonigo (1542) e Villa Saraceno a Finale di Agugliaro
(1543).
La facciata principale è caratterizzata da tre grandi archi della loggia
dell'atrio d'ingresso, messi in evidenza da una cornice in bugnato
Pianta di Villa Caldogno (disegno di Ottavio rustico di mattoni. Al di sopra si colloca il frontone triangolare.
Bertotti Scamozzi, 1778)
La planimetria è molto semplice e le stanze non sono perfettamente
proporzionate, ma molto probabilmente ciò deriva dal riutilizzo di
murature preesistenti. In ogni caso, determinanti per un’attribuzione a
Palladio risultano le analogie, soprattutto nel prospetto anteriore a tre
fornici, con opere come villa Saraceno o la distrutta villa Muzani.[2][3]

Facciata

Prospetto posteriore, modificato nel XVII secolo


Villa Caldogno 43

Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)

Gli archi a bugnato rustico della loggia

Interni e decorazione
Un'iscrizione nella facciata (Angelus Calidonius Luschi Filius
MDLXX) attesta il completamento dell'edificio nel 1570 da parte di
Angelo Caldogno, figlio del committente originale, ma probabilmente
tale data si riferisce alla conclusione della sontuosa decorazione interna
ordinata da Angelo. Le due stanze più grandi di sinistra furono
affrescate, intorno a quell'anno, da Giovanni Antonio Fasolo e
Giovanni Battista Zelotti, e presentano le vicende di Scipione e
Sofonisba. Il salone venne affrescato ricreando un'architettura illusoria
all'interno della quale si svolgono momenti tipici della vita in villa
dell'aristocrazia del tempo (il gioco delle carte, la danza, il concerto, la
merenda).

In seguito Giulio Carpioni, qui nella sua prima opera in affresco,


realizzò la decorazione di parte di una saletta nel lato occidentale che
era stata ricavata dalla demolizione di una scala nel 1646. Lo stanzino
del Carpioni mostra episodi ispirati al poema pastorale Il Pastor fido di
Episodi della vita di Scipione, attribuiti a
Giovanni Battista Guarini, a testimonianza che i temi bucolici e Giovanni Battista Zelotti
pastorali, tanto in voga alla fine del Cinquecento, erano ancora
apprezzati nel Seicento.

A Costantino Pasqualotto sono attribuiti i fregi visibili nella parte alta delle pareti delle sale a destra del salone, le
uniche decorazioni antiche attualmente visibili in quell'ala dell'edificio, oggi utilizzata per installazioni d'arte
contemporanea.
Villa Caldogno 44

Affreschi del salone, attribuiti a Affreschi del salone Affreschi del salone La danza
Giovanni Antonio Fasolo

Momenti di vita in villa Il concertino Affresco del soffitto della loggia, Dettaglio della decorazione della
attribuito a Giovanni Antonio loggia
Fasolo e altri

Aggiunte
Nel Seicento una terrazza e due torrette angolari modificano il
prospetto posteriore.
Del complesso della villa fanno parte anche le tre barchesse realizzate
in origine dall'architetto Antonio Pizzocaro nel Seicento; un bunker
realizzato verso la fine della seconda guerra mondiale (la villa era sede
del comando tedesco); infine il parco della villa, anch'esso oggetto di
restauro, durante il quale è stata posta in luce una peschiera Immagine storica
cinquecentesca adiacente l'edificio.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Caldogno&
language=it& params=45_36_26_N_11_30_24_E_type:landmark
[3] Detta "La Pisa", Villa Muzani a Malo fu distrutta nel 1919.

Bibliografia
• G. Pendin. Storia di Caldogno, Vicenza, 1996
• Renato Cevese. Ville della provincia di Vicenza, 2ª ed., Milano, Il parco (parte anteriore)
1980
• M. Muraro, P. Marton. Civiltà delle ville venete, Udine, 1986
• Federica Morello (a cura di). Giulio Carpioni dall'affresco all'incisione, catalogo della mostra (Caldogno, 2003),
Urbana, Fratelli Corradini Editori, 2003
• Albino Munaretto. Villa Caldogno: una villa veneta restituita, Vicenza, 2006
Villa Caldogno 45

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
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• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Sito del Comune di Caldogno (http://www.comune.caldogno.vi.it/index.php?option=com_content&
task=category&sectionid=8&id=31&Itemid=79) - Cenni storici sulla Villa, modalità di accesso e di utilizzo
• (IT, EN) Scheda su Villa Caldogno (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=30) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=30&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la descrizione del progetto di questa voce)
• Biblioteca Comunale di Caldogno (http://www.bibliotecacaldogno.it/) Sito della Biblioteca di Caldogno che ha
sede nel piano interrato di Villa Caldogno, riporta un'estesa bibliografia
• Villa Caldogno nel sito della Pro Loco di Caldogno (http://www.prolococaldogno.it/hpvilla.htm)
• Gli affreschi nelle ville venete del Cinquecento (http://www.irvv.net/jsp/eventi.jsp?idm=81) - Istituto
Regionale Ville Venete
• C4 Centro cultura contemporaneo di Caldogno (http://www.c-4.it/luogo.htm)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Villa Almerico Capra "La Rotonda"


Coordinate: 45.5315°N 11.5600°E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Almerico Capra detta la Rotonda
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Almerico Capra detta La Rotonda (conosciuta anche come Villa Capra o Villa Capra Valmarana) è una
villa veneta a pianta centrale situata a ridosso della città di Vicenza, presso la località Riviera Berica.
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 46

Fatta costruire da Paolo Almerico, che la commissionò ad Andrea Palladio a partire dal 1566, fu completata dai due
fratelli Capra che acquisirono l'edificio nel 1591.
La Rotonda, come divenne nota più tardi, è uno dei più celebrati edifici della storia dell'architettura dell'epoca
moderna. Fa parte dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO[2] ed è senza dubbio la villa più famosa del Palladio[] e,
probabilmente, di tutte le ville venete.

Ispirazione
Nel 1565 il canonico e conte Paolo Almerico, ritiratosi dalla curia romana dopo essere stato referendario apostolico
sotto i papi Pio IV e Pio V,[3] decise di tornare alla sua città natale Vicenza e costruirsi una residenza di campagna.
La villa che commissionò all'architetto Andrea Palladio sarebbe divenuta uno dei prototipi architettonici più studiati
e imitati per i successivi cinque secoli. Nel corso della sua vita, infatti, Palladio progettò circa trenta ville in terra
veneta, ma è questa residenza, senza dubbio ispirata al Pantheon di Roma, che è divenuta una delle sue più celebri
eredità al mondo dell'architettura, divenendo in seguito fonte di ispirazione per migliaia di edifici.
Con l'uso della cupola, applicata per la prima volta a un edificio di abitazione, Palladio affrontò il tema della pianta
centrale, riservata fino a quel momento all'architettura religiosa. Malgrado vi fossero già stati alcuni esempi di un
edificio residenziale a pianta centrale (dai progetti di Francesco di Giorgio Martini ispirati a villa Adriana o dallo
"studio di Varrone", alla casa del Mantegna a Mantova - o la sua illusionistica "Camera degli Sposi" in Palazzo
Ducale -, sino al progetto di Raffaello per villa Madama),[] la Rotonda resta un unicum nell'architettura di ogni
tempo, come se, costruendo una villa perfettamente corrispondente a sé stessa, Palladio avesse voluto costruire un
modello ideale della propria architettura.[]

Progetto
Il sito prescelto fu la cima tondeggiante di un piccolo colle appena
fuori le mura di Vicenza. A quel tempo il fascino per i valori arcadici
iniziava a spingere molti nobili possidenti a misurarsi con le gioie della
vita semplice, malgrado gli aspetti piacevoli della vita a contatto con la
natura rimanessero ancora in secondo piano rispetto alla scelta, tutta
economica, di orientare gli investimenti verso un'agricoltura di tipo
intensivo. Essendo celibe, il prelato Almerico non aveva bisogno di un
vasto palazzo (vendette anzi quello che la sua famiglia aveva in centro
città) ma desiderava una villa sofisticata, e fu esattamente questo che
Palladio ideò per lui: una residenza suburbana[] con funzioni di
rappresentanza, ma anche tranquillo rifugio di meditazione e studio.
Isolata sulla cima del colle, questa sorta di originale "villa-tempio" in
origine era priva di annessi agricoli.[] L'architetto la incluse Pianta di Palladio per la Rotonda, ne I quattro
[3]
libri dell'architettura, 1570
significativamente nell'elenco dei palazzi, e non tra le ville, nei suoi
Quattro libri dell'architettura pubblicati a Venezia nel 1570.[][3]
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 47

La costruzione, iniziata nel 1566 circa, consisteva di un edificio


quadrato, completamente simmetrico e inscrivibile in un cerchio
perfetto (vedi figura a lato). Descrivere la villa come "rotonda" è
tuttavia tecnicamente inesatto, dato che la pianta dell'edificio non è
circolare ma rappresenta piuttosto l'intersezione di un quadrato con una
croce greca. Ognuna delle quattro facciate era dotata di un avancorpo
con una loggia che si poteva raggiungere salendo una gradinata;
ciascuno dei quattro ingressi principali conduceva, attraverso un breve
vestibolo o corridoio, alla sala centrale sormontata da una cupola.
L'aula centrale e tutte le altre stanze erano proporzionate con
precisione matematica in base alle regole proprie dell'architettura di
La pianta con evidenziate le proporzioni
geometriche Palladio, che egli elaborò nei suoi Quattro libri.[3] Proprio la sala
centrale rotonda è il centro nevralgico della composizione, alla quale il
Palladio impresse slancio centrifugo allargandola verso l'esterno, nei quattro pronai ionici e nelle scalinate. La villa
risulta così un'architettura aperta, che guarda la città e la campagna.

Il progetto riflette gli ideali umanistici dell'architettura del Rinascimento. Per consentire ad ogni stanza un'analoga
esposizione al sole, la pianta fu ruotata di 45 gradi rispetto ai punti cardinali.[] Ognuna delle quattro logge presentava
un pronao con il frontone ornato di statue di divinità dell'antichità classica. Ciascuno dei frontoni era sorretto da sei
colonne ioniche (esastilo ionico). Ogni loggia era fiancheggiata da una singola finestra. Tutte le stanze principali
erano poste sul piano nobile.

Completamento e modifiche
Né Andrea Palladio né il proprietario Paolo Almerico videro il
completamento dell'edificio, malgrado questo fosse già abitabile nel
1569. Palladio morì nel 1580 e fu così un secondo importante
architetto, il vicentino Vincenzo Scamozzi,[] ad essere ingaggiato dai
proprietari per sovrintendere ai lavori di completamento, che si
conclusero nel 1585, limitatamente al corpo principale, con la
costruzione della cupola sormontata dalla lanterna.

Palladio intendeva coprire la sala centrale con una volta semisferica,


ma Scamozzi, ispirandosi al Pantheon, adottò invece una volta più
bassa con un oculo (che doveva essere a cielo aperto) e apportò altre
limitate modifiche al progetto,[] come il taglio alla scalinata che
permetteva un accesso diretto dall'esterno ai locali di servizio posti al
pianterreno. La scalinata fu nuovamente modificata nel XVIII secolo
da Ottavio Bertotti Scamozzi che la riportò alla forma originale e il
piano attico fu suddiviso in stanze da Francesco Muttoni, che modificò
i mezzanini (1725-1740).

Alla morte del committente Almerico, nel 1589, la villa finì in eredità
al figlio naturale Virginio Bartolomeo il quale, a causa della disastrosa gestione economica, fu costretto a venderla
due anni dopo, nel 1591, ai fratelli Odorico e Mario Capra. Furono questi ultimi a portare infine a termine il
cantiere[] trent'anni dopo, nel 1620, con la decorazione interna ad affresco.
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 48

Lo Scamozzi aggiunse gli annessi rustici esterni (la barchessa, staccata


dal corpo principale) per le funzioni agricole, non previste nel progetto
originario. Al complesso fu aggiunta infine la cappella gentilizia,
costruita da Girolamo Albanese per volontà del conte Marzio Capra tra
il 1645 e il 1663.
"È ormai pacifico quanto tale privilegiato richiamo all'idea di
monumento singolo ed emergente sia volutamente lontana sia dallo
schema della villa antica, aggregato di singoli edifici distribuiti
asimmetricamente, come dalla struttura della stessa villa veneta Vista dalla Riviera Berica
cinquecentesca, autentica piccola capitale di un latifondo: la soluzione
palladiana esaltando, nell'isolamento, la centralità crea, sì,
un'abitazione, ma intesa quale sede adatta, si direbbe, più che alla vita
quotidiana, all'altezza dell'intellettuale speculazione: dimora, invero,
più che degli uomini, degli dei".[4]

Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)

Interno e decorazione
L'interno avrebbe dovuto essere splendido non meno dell'esterno; le
statue sono interventi di Lorenzo Rubini e Giovanni Battista Albanese;
la decorazione plastica e dei soffitti è opera di Agostino Rubini,
Ottavio Ridolfi, Ruggero Bascapè, Domenico Fontana e forse
Alessandro Vittoria; gli apparati pittorici in affresco sono di Anselmo
Canera, Bernardino India, Alessandro Maganza e più tardi del francese
Louis Dorigny.[] Le decorazioni della villa sono state realizzate durante
un lungo periodo di tempo e di alcune l'attribuzione non è certa.
Decorazione della cupola
Tra i quattro principali saloni del piano nobile vi sono la sala ovest,
decorata con affreschi di tema religioso, e il salone est, che ospita
un'allegoria della vita del primo proprietario conte Paolo Almerico, con le sue numerose e ammirevoli qualità ritratte
in affresco.
Il luogo più notevole dello spazio interno è senza dubbio la sala centrale circolare, dotata di balconate, che si
sviluppa a tutt'altezza fino alla cupola. Il soffitto semisferico è decorato da affreschi di Alessandro Maganza: anche
qui troviamo allegorie legate alla vita religiosa e alle Virtù ad essa collegate. La parte inferiore della sala, alle pareti,
è invece adornata con finte colonne dipinte in trompe-l'œil e gigantesche figure di dei della mitologia greca, opera
successiva del Dorigny.
Come nell'architettura di Palladio, pensata per un uomo di chiesa, anche nell'apparato decorativo vengono inseriti
elementi formali destinati a suggerire un senso di sacralità, in sintonia con tale programma celebrativo. La quantità di
affreschi richiama maggiormente l'atmosfera di una cattedrale che non quella d'una residenza di campagna. Goethe,
che fece più volte visita alla villa, disse che Palladio aveva reso un tempio greco adatto ad abitarvi.[5]
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 49

Anditi d'ingresso e sala centrale


I quattro anditi d'ingresso presentano affreschi di Louis Dorigny ed
elaborati sovrapporta barocchi in stucco, probabilmente opera di
maestranze valsoldesi.
Come nella sala centrale Dorigny realizza sulle pareti finte architetture
adornate da stemmi e vasi. Sulle volte dei due anditi maggiori, a
coronamento delle complesse strutture architettoniche, si apre oltre una
finta balaustra un cielo azzurro, popolato da putti e discinte figure
femminili recanti fiori e ghirlande. Sulle volte degli anditi minori sono
dipinti invece dei finti oculi ovali, adornati sempre da figure analoghe.
I sovrapporta degli anditi maggiori, dei timpani spezzati sorretti da
mensole a forma di testa di fanciullo e da una bassa ma elaborata
trabeazione, si diversificano in base a stemmi, cornucopie e ghirlande.
Dietro a questi fastigi, volute e finti tendaggi annodati fungono da
collegamento con la struttura architettonica del Dorigny. Le quattro
aperture dei due ambienti minori presentano, invece, la sola
Scorcio degli interni
trabeazione in stucco, essendo il fastigio sovrastante realizzato ad
affresco.

Sempre del Dorigny è la decorazione del registro inferiore della sala centrale. L'architettura illusoria, una duplice fila
di colonne che finge un corridoio con soffitto a cassettoni, è popolata da otto gigantesche figure di divinità
olimpiche: Giove, Bacco, Venere, Plutone, Apollo, Diana, Marte e Mercurio. Il soffitto fu diviso dal Maganza in otto
spicchi a loro volta divisi in due registri: nella fascia inferiore, forse i quattro continenti (altrettante donne assise
affiancate da quattro animali: leone, elefante, cavallo e unicorno). La principali figure della fascia superiore sono la
Fama, la Religione, la Benignità, la Temperanza.

Sale minori
I quattro camerini adiacenti alle sale maggiori sono stati decorati, probabilmente da Eliodoro Forbicini, a grottesche,
presumibilmente rimaneggiate nel Settecento.

Rapporto con il paesaggio


Dalle logge è possibile godere della meravigliosa vista della campagna
circostante, dato che la villa fu consapevolmente progettata per essere
in perfetta armonia con il paesaggio, diversamente da edifici come
Palazzo Farnese a Caprarola, costruita solo 16 anni prima. Malgrado la
Rotonda possa apparire completamente simmetrica, vi sono delle
deviazioni, progettate perché ogni facciata fosse il complemento
dell'ambiente e della topografia circostante; di conseguenza vi sono
delle variazioni nelle facciate, nell'ampiezza dei gradini, nei muri di
contenimento ecc. In tal modo la simmetria dell'architettura dialoga
La Rotonda vista dal viale posteriore
con l'asimmetria del paesaggio, per creare nell'insieme una particolare
armonia. L'ambiente che circonda la villa offre una visione panoramica
di alberi, prati e boschetti, con Vicenza distante all'orizzonte.
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 50

La loggia settentrionale è inserita nella collina come termine di una strada carrabile che corre dal cancello principale.
Questo percorso è un viale tra i blocchi dei servizi, costruito dai fratelli Capra che acquistarono la villa nel 1591,
commissionando a Vincenzo Scamozzi di completare l'edificio e costruire le stalle e gli edifici ad uso rurale. Quando
ci si avvicina alla villa da questa parte, si riceve l'impressione deliberata che sia stia ascendendo dal basso a un
tempio sulla sommità. Allo stesso modo, in senso inverso, dalla villa si nota il santuario (all'epoca una piccola
chiesa) sulla città dalla cima di Monte Berico, che unifica così la villa e la città.

La villa oggi
La villa appartiene alla famiglia Valmarana dal giugno 1912; è
appartenuta per molti anni a Mario Valmarana (scomparso nel 2010)
professore di architettura presso l'Università della Virginia[6] ed è al
2013 di proprietà di Lodovico Valmarana.[7] La Fondazione "la
Rotonda" dei fratelli Valmarana ne ha curato i continui interventi
manutentivi per preservare la Rotonda all'apprezzamento e meraviglia
delle future generazioni.

La villa è stata inserita nel dicembre 1994, assieme alle altre


architetture di Vicenza "città del Palladio", nell'elenco dei Patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO.[2]

Particolare di un pronao con capitello ionico

La Rotonda come modello architettonico

Per approfondire, vedi Palladianesimo.

La Rotonda è stata modello di ispirazione per numerosi edifici. Alcuni


tra gli esempi più importanti sono considerati:
• Villa Pisani detta la Rocca Pisana (Lonigo, Vicenza, 1575-1578), di
Vincenzo Scamozzi; lungi dal fermarsi all'imitazione del maestro,
Scamozzi costruisce filologicamente una critica al progetto della
Rotonda, riallacciandosi al modello del Pantheon;
• Chiswick House (Londra, 1725), di Lord Burlington e William
Mereworth Castle, una riproduzione della Kent; uno dei più celebri esempi di neopalladianesimo britannico,
[8]
Rotonda nel Kent creazione intensamente eclettica e personale di Lord Burlington.
• Monticello (Charlottesville, Virginia, 1768-1809), di Thomas
Jefferson; la sola casa negli Stati Uniti d'America dichiarata patrimonio dell'umanità dall'UNESCO;
• Mereworth Castle a Mereworth nel Kent, edificato nel 1723 da Colen Campbell[8] su commissione di Lord
Westmorland;
• Foots Cray Place, Philip Street, Bexley, Londra (demolito);
• Henbury Hall nel Cheshire, disegnata da Julian Bicknel;
• Nuthall Temple nel Nottinghamshire (demolito).
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 51

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Almerico_Capra& language=it& params=45. 5315_N_11.
5600_E_scale:1000
[2] Nel 1996 il patrimonio dell'umanità "Vicenza, City of Palladio" è stato esteso e ribattezzato "City of Vicenza and the Palladian Villas of the
Veneto". Vedi la scheda nel sito dell'UNESCO (http:/ / whc. unesco. org/ en/ list/ 712/ multiple=1& unique_number=843)
[3] A. Palladio, I quattro libri dell'architettura, Venezia, 1570, libro II, p. 18 ( vedi (http:/ / www. sentieridelbarocco. it/ BAROCCO/ palladio/
LIBRODUE/ LIBRODUE_parte1. htm))
[4] Franco Barbieri, Renato Cevese, Vicenza, Ritratto di una città, ed. Angelo Colla, pag. 90-91.
[5] Goethe, Palladio und die Villa "La Rotonda" bei Vicenza (http:/ / www. reise-nach-italien. de/ palladio-goethe. html)
[7] http:/ / www. ilgiornaledivicenza. it/ stories/ dalla_home/ 504310_anche_la_rotonda_deve_pagarelimu_costa_21_mila_euro/
[8] Confronto tra Mereworth Castle e la Rotonda (http:/ / www. architecture. com/ LibraryDrawingsAndPhotographs/ Palladio/ PalladianBritain/
VillasInBritain/ VillaRotondasInfluence/ Mereworth. aspx)

Bibliografia
• A. Palladio, I quattro libri dell'architettura|I Quattro Libri
dell'Architettura, Venezia 1570, libro II, p. 18.
• F. Muttoni, Architettura di Andrea Palladio Vicentino con le
osservazioni dell'Architetto N. N., 9 voll., Venezia 1740-1760, vol.
I, pp. 12–14, tavv. XI-XII, vol. V., tav. XIV.
• O. Bertotti Scamozzi, Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio, 4
voll., Vicenza 1776-1783, vol. II, pp. 9–13, tavv. I-IV.
• A. Magrini, Memorie intorno la vita e le opere di Andrea Palladio,
La Rotonda
Padova 1845, pp. 78, 238-240.
• F. Burger, Die Villen des Andrea Palladio, Leipzig 1909,
pp. 53–56.
• R. Pane, Andrea Palladio, Torino 1961, pp. 187–191.
• R. Wittkower, Principi architettonici nell'età dell'Umanesimo
(1962), trad. it., Torino 1964, p. 75.
• E. Forssman, Palladios Lehrgebäude, Uppsala 1965, pp. 50–57.
• J. S. Ackerman, Palladio's Villas, New York, 1967, pp. 68–72.
• C. A. Isermeyer, Die Villa Rotonda von Palladio, in "Zeitschrift für
Kunstgeschichte", 1967, pp. 207–221.
• C. Semenzato, La Rotonda di Vicenza, Vicenza 1968.
La Rotonda tra la neve
• R. De Fusco, M. L. Scalvini, Significanti e significati della Rotonda
palladiana, in "Op. cit.", 16, sett., 1969, pp. 5–26.
• G. G. Zorzi, Le ville e i teatri di Andrea Palladio, Venezia 1969, pp. 127–142.
• R. Cevese, Ville della Provincia di Vicenza, 2 voll., Milano 1971, vol. I, pp. 148–163.
• M. Fagiolo, Contributo all'interpretazione dell'ermetismo in Palladio, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea
Palladio", XIV, 1972, pp. 357–380, in part. pp. 359–362.
• D. Gioseffi, Il disegno come fase progettuale dell'attività palladiana, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio",
XIV, 1972, pp. 45–62, in part. pp. 55–56.
• R. Cevese, L'opera del Palladio, in R. Cevese (a cura di), Mostra del Palladio, catalogo della mostra, Milano
1973, pp. 43–130, in part. pp. 82–85.
• A. Corboz, Per un'analisi psicologica della villa palladiana, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio", XV,
1973, pp. 249–266, in part. pp. 257–264.
• L. Puppi, Andrea Palladio, Milano 1973, pp. 380–383.
• R. Streitz, La Rotonde et sa géométrie, Losanna|Lausanne, Paris 1973.
• P. Fancelli, Palladio e Praeneste. Archeologia, modelli, progettazione, Roma 1974, p. 113.
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 52

• J. McAndrew, Catalogue of the Drawings Collection of the Royal Institute of British Architects. Antonio
Visentini, London 1974, p. 47. * H. Burns, L. Fairbairn, B. Boucher (a cura di), Andrea Palladio 1508-1580. The
Portico and the Farmyard, catalogo della mostra, London 1975, pp. 198–200.
• M. Kubelik, Andrea Palladio, catalogo della mostra, Zurigo|Zürich 1975, pp. 49–51.
• D. Battilotti, Nuovi documenti per Palladio (con un'aggiunta archivistica al Fasolo), in "Arte Veneta", XXXI,
1977, pp. 232–239, in part. p. 234.
• AA.VV., Restauri di monumenti palladiani. Diversi aspetti di un problema di tutela, catalogo della mostra,
Verona 1980, pp. 61–70.
• D. Battilotti, Vicenza al tempo di Andrea Palladio attraverso i libri dell'estimo del 1563-1564, Vicenza 1980,
pp. 63–65.
• K. W. Forster, Is Palladio's Villa Rotonda an Architectural Novelty?, in K. W. Forster, M. Kubelik (a cura di),
Palladio: ein Symposium, Roma 1980, pp. 27–34.
• D. Goedicke, K. Slusallek, M. Kubelik, Primi risultati sulla datazione di alcune ville palladiane grazie alla
termoluminescenza (TL), in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio", XXII/1, 1980, pp. 97–118, in part.
pp. 100–104.
• P. Marini, Note, in A. Palladio, I Quattro Libri dell'Architettura, a cura di L. Magagnato e P. Marini, Milano
1980, pp. 456–458.
• W. Prinz, Appunti sulla relazione ideale tra la villa Rotonda e il cosmo, nonché alcune osservazioni su un
mascherone posto al centro del pavimento della sala, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio", XXII/1, 1980,
pp. 279–287.
• W. Prinz, Schloss Chambord und die Villa Rotonda in Vicenza: Studien zur Ikonologie, Berlino 1980.
• F. Rigon, Palladio, Bologna 1980, nn. 24-25.
• N. Stringa, Sulla Rotonda. Lapsus e analogie, in "Odeon", 1, 1980, pp. 22–26.
• M. F. Tiepolo (a cura di), Testimonianze veneziane di interesse palladiano, catalogo della mostra, Venezia 1980,
pp. 67–68.
• D. Goedicke, K. Slusallek, M. Kubelik, Thermoluminescence Dating in Architectural History: Venetian Villas, in
"Journal of the Society of Architectural Historians", XL/3, 1981, pp. 203–217, in part. pp. 212–213.
• M. Muraro, Andrea Palladio e la committenza signorile nel Basso Vicentino, in "Odeo Olimpico", XVII-XVIII,
1981-1982, pp. 33–45.
• R. Cevese, I restauri del 1869 compiuti nella Rotonda, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio", XXIV,
1982-1987, pp. 139–143.
• M. Saccardo, Il perfezionamento della Rotonda promosso da Odorico e Mario Capra (1591-1619), in "Bollettino
del C.I.S.A. Andrea Palladio", XXIV, 1982-1987, pp. 161–209.
• S. Sponza, Della villa "Eolia" per il "Genio" della Rotonda, in Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio, XXIV,
1982-1987, pp. 211–220.
• G. Barbieri, Andrea Palladio e la cultura veneta del Rinascimento, Roma 1983, pp. 214–226.
• A. Canova, Le ville del Palladio, Treviso 1985, pp. 224–239.
• A. Cerutti Fusco, Inigo Jones Vitruvius Britannicus. Jones e Palladio nella cultura architettonica inglese:
1600-1740, Rimini 1985, pp. 132–134.
• P. Marini, Le postille di Inigo Jones a "I Quattro Libri dell'Architettura" di Andrea Palladio, in AA.VV., Trattati
scientifici nel Veneto fra il XV e XVI secolo, Vicenza 1985, pp. 73–103, in part. p. 88.
• P. Schiller, Sapiens dominabitur astris. Studien über den Zusammenhang von Architektur und Himmelskunde bei
Andrea Palladio. dissertazione di dottorato, Università di Freiburg 1985, pp. 83–144, 164-177.
• M. Muraro, Civiltà delle ville venete, Udine 1986, pp. 282–295.
• F. Barbieri, Vicenza. Città di palazzi, Milano 1987, pp. 83–86.
• G. Bödefeld, B. Hinz, Die Villen im Veneto, Colonia (Germania)|Köln 1987, pp. 134–138.
• AA.VV., La Rotonda, Milano 1988.
Villa Almerico Capra "La Rotonda" 53

• R. Giussani, Palladio. Le ville, Milano 1988, p. 52.


• C. Costant, Guida a Palladio (1985), trad. it., Berlin 1989, pp. 107–108.
• J. S. Ackerman, La villa. Forma e ideologia, Torino 1990, pp. 140–141.
• D. Battilotti, Le ville di Palladio, Milano 1990, pp. 124–129.
• A. Sambo, Esperimenti d'archivio. Itinerari di ricerca, verifiche, documenti, in A. Chastel, R. Cevese (a cura di),
Andrea Palladio: nuovi contributi, atti del VII Seminario Internazionale di Storia dell'Architettura (Vicenza
1988), Milano 1990, pp. 44–48, in part. p. 46, n. 8.
• M. Furnari, Atlante del Rinascimento. Il disegno dell'architettura da Brunelleschi a Palladio, Napoli 1993,
p. 172.
• M. Azzi Visentini, La villa in Italia. Quattrocento e Cinquecento, Milano 1995, pp. 281–294.
• K. Jauslin, Ein Haus für Canonicus Almerigo. Palladios Villa Rotonda als Rekonstruktion des Ästhetischen,
Dortmund 1995.
• F. Salmon, Eighteenth-Century Alterations to Palladio's Villa Rotonda, in Annali di architettura, 7, 1995,
pp. 177–181.
• H. Burns, G. Beltramini, M. Gaiani (a cura di), Andrea Palladio. Le ville, CD ROM, Vicenza 1997.
• B. Boucher, Andrea Palladio, The architect in his time, New York, Londra|London 1998 (con aggiornamenti),
pp. 258–265.
• L. March, Architectonics of Humanism. Essays on Number in Architecture, London 1998, pp. 242–266.
• D. Battilotti, Villa Almerico, in L. Puppi, Andrea Palladio, Milano 1999 (con schede di aggiornamenti),
pp. 497–498.

Voci correlate
• Palladianesimo
• Villa veneta
• Ville palladiane

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Villa Almerico Capra (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Villa_Capra_"La_Rotonda"?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Almerico Capra (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=67)
con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=67&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio - fonte della bibliografia riportata

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Villa Chiericati 54

Villa Chiericati
Coordinate: 45°30′11.30″N 11°38′38″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Chiericati
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Chiericati è una villa sita a Vancimuglio di Grumolo delle Abbadesse (Provincia di Vicenza) progettata da
Andrea Palladio nel 1550 e ultimata postuma nel 1584.
Villa Chiericati a Vancimuglio segna una tappa fondamentale nell'evoluzione del linguaggio palladiano perché per la
prima volta un vero e proprio pronao di tempio antico viene applicato al corpo di una villa, dando origine a un
motivo che diventerà una soluzione classica nei progetti successivi (per esempio nel caso della Rotonda e della
Malcontenta).
Villa Chiericati 55

Il committente della villa è Giovanni Chiericati, fratello di Girolamo,


per il quale negli stessi anni Palladio sta realizzando il palazzo all’Isola
di Vicenza. Con buona probabilità il progetto per la villa è pressoché
contestuale a quello per palazzo Chiericati, e quindi da far risalire ai
primi anni cinquanta, anche se nel 1554 il cantiere non risulta ancora
aperto. Nel 1557, un anno prima della morte del committente, la villa è
largamente incompiuta, tanto che nel 1564 risulta coperta ma ancora
priva di solai e finestre, e non abitata. Acquistata da Ludovico Porto
nel 1574, la villa è ultimata nel 1584 (quattro anni dopo la morte
dell'architetto), ad opera di Domenico Groppino, abituale collaboratore
palladiano.

Alcuni disegni e schizzi autografi conservati a Londra documentano il


progetto originale palladiano per la villa, sensibilmente modificato in
fase esecutiva: è sparito infatti il salone centrale biabsidato a favore di
un semplice vano cubico. Il cambiamento di programma ha portato alla
chiusura di una finestra termale posteriore ancora visibile nel progetto.
In uno schizzo di studio si coglie anche una prima soluzione per un
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781) pronao con colonne anche sui fianchi, poi sostituita dall’attuale muro
forato da un arco, garanzia di irrigidimento della struttura, secondo
l’esempio antico del portico di Ottavia. L'esecuzione appare comunque
molto poco controllata da Palladio, che sicuramente non avrebbe mai
realizzato colonne prive di entasi, come invece appaiono. Inoltre la
distribuzione interna a due sale frontali obbliga a porre la finestra in
prossimità degli angoli della fabbrica: una disposizione sconsigliata
anche nei Quattro libri dell'architettura perché indebolisce
eccessivamente l'angolo dell'edificio che, infatti, mostra visibili segni
di cedimento.
Lato destro

Voci correlate
• Palazzo Chiericati

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Chiericati
[2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781)

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Chiericati [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Villa Chiericati 56

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Chiericati& language=it& params=45_30_11.
30_N_11_38_38_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Chiericati_Da_Porta_Rigo?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=44
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=44& modo=biblio

Villa Contarini
Coordinate: 45°32′39″N 11°47′07″E [1]

Villa Contarini

Villa Contarini a Piazzola sul Brenta, vista dalla grande piazza antistante
Indirizzo Via Luigi Camerini 1, 35016 Piazzola sul Brenta (Padova)

Sito http:/ / www. villacontarini. eu

Villa Contarini, Camerini è una delle più grandi ville venete.[2] Di aspetto barocco, è situata a sfondo della piazza
principale di Piazzola sul Brenta (Padova), porticata e semicircolare.
Nel 1546 Paolo e Francesco Contarini fecero costruire il corpo centrale della villa. Il nucleo centrale, che si deve
probabilmente all'architetto Andrea Palladio,[3] fu successivamente inglobato nell'ampliamento della fine del
Seicento voluto da Marco Contarini, dando al complesso l'attuale aspetto barocco.
Sul retro della villa è situato è un vasto parco di oltre 40 ettari con peschiere, laghi e viali alberati.

Storia
Piazzola, possedimento del comune di Vicenza fino al 1268, era un
tempo difesa da un castello in origine della famiglia Dente, poi dei
Belludi e quindi, dopo l'arrivo dei Padovani, dei Carraresi.
Successivamente, il fortilizio fu tra i beni portati in dote da Maria di
Jacopo da Carrara al marito Nicolò Contarini, patrizio veneziano.
Il nucleo centrale della villa fu realizzato inglobando proprio l'antico
castello, come dimostrano tutt'oggi i resti del sedime e una mappa del
1608, in cui compaiono tre fossati con funzioni difensive[4].
Il corpo centrale della villa
La magniloquente apparenza barocca con cui si presenta oggi villa
Contarini è con buona probabilità il risultato della trasformazione
seicentesca della villa rustica realizzata da Andrea Palladio negli anni
Villa Contarini 57

1540 per Paolo Contarini e i suoi fratelli in fastosa sede di


rappresentanza e svago per l'ambizioso Marco Contarini. Come
architetti sono stati fatti anche i nomi di Vincenzo Scamozzi e
Baldassare Longhena. Dell'opera palladiana restano tracce in mappe e
documenti d'archivio,[3] anche se poco è ancora visibile nell’edificio
trasformato a più riprese a partire dal 1662. Nel 1676 si procedette
all’ampliamento e trasformazione dell'ala destra, con doppio ordine di
colonne rustiche e telamoni, e una fastosa decorazione scultorea che
invase anche il corpo principale della villa. Il progetto di allargamento
Pianta del complesso della villa (Francesco
e abbellimento della villa rimase incompiuto, forse per carenza di
Muttoni, 1760); dell'emiciclo nella piazza è oggi
fondi. esistente solo l'ala destra.

La cappella privata della villa è una delle principali opere di Tommaso


Temanza.
Una mappa del 1788 documenta che a quella data esisteva già l’emiciclo di portici che delimita la grande piazza, di
cui è oggi sopravvissuta l'ala destra. Altri ritengono invece che l'emiciclo e la decorazione della villa non vennero
finiti per mancanza di fondi.
Dalla seconda metà dell'Ottocento la famiglia Camerini restaurò la villa, ormai in rovina, riportandola agli antichi
splendori. Dopo un lungo periodo di abbandono nel secondo dopoguerra, dal 1970 la villa fu aperta al pubblico,
grazie ai restauri promossi e sostenuti da Giordano Emilio Ghirardi e alla tutela dell'Ente Ville Venete (oggi Istituto
Regionale). La villa è dal 1986 sede della fondazione Ghirardi e ospita attività ed eventi culturali.
L’intero complesso venne acquisito nel 2005 dalla Regione Veneto, impegnatasi nella valorizzazione di questo
rilevante patrimonio culturale. Accanto alle consuete attività volte a far conoscere l’intero complesso architettonico e
paesaggistico, con il ricco apparato decorativo che li caratterizza, attraverso visite guidate e attività educative. Oltre
che museo, la villa è sede di esposizioni d’arte di interesse regionale e nazionale.

Descrizione
La villa si compone di numerosi ambienti, che si sviluppano dal corpo
centrale.
Al piano terra si trova la Galleria delle conchiglie, con il soffitto e le
pareti adornate di vere conchiglie.
Dall'ingresso principale si entra nel grande auditorio, la sala più grande
del complesso, il cui soffitto si apre al centro. Al terzo piano si trova
infatti la sala della musica, dove erano collocati i musicisti durante le
feste. La sala è fatta a forma di chitarra rovesciata, con il soffitto di
legno e un foro al centro del pavimento, corrispondente al soffitto Vista della villa
dell'auditorio. L'accorgimento serve a favorire l'acustica, in modo che
la musica si diffonda ottimamente verso il basso.
Le due ali parallele della villa si suddividono in varie sale comunicanti, affrescate con temi biblici, mitologici, scene
di caccia, mosaici e giochi prospettici per lo svago degli ospiti. Un passaggio nell'ultima sala permetteva di
raggiungere l'emiciclo dove erano situate le stanze degli ospiti. Parte delle sale furono restaurate o decorate ex novo
nell'Ottocento.
Al secondo piano si trova la grande biblioteca e le sale arredate nell'Ottocento dalla famiglia Camerini, che volle
dotarsi di alcune comodità come il bagno e l'ascensore.
Sul retro della villa si esce nel parco attraverso la sala del pozzo, mentre nei sotterranei si estendono le cantine.
Villa Contarini 58

Il parco è tenuto all'inglese e si estende per 40 ettari, con laghetto, tempietti, chalet, peschiere e ghiacciaia.

Fronte e sezione Il primo dei due L'ala sinistra della villa (sullo La barchessa subito a destra
del corpo canali che sfondo); a sinistra il mausoleo a del corpo principale
principale della separano la villa Silvestro Camerini; di fronte
villa (Francesco dalla piazza nella piazza (ma non nella foto)
Muttoni, 1760) anche la cappella privata,
progettata da Tommaso Temanza

L'ala destra dell'emiciclo nella Interni


piazza

Filmografia
La villa fu scelta come set per il film Dimmi che fai tutto per me del 1976, con Johnny Dorelli, tratto da un'idea di
Piero Chiara.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Contarini& language=it& params=45. 544020_N_11.
785197_E_type:landmark_region:IT-PD_source:commons& title=Villa+ Contarini
[2] Villa Contarini Fondazione-G.E. Ghirardi - Comune di Piazzola sul Brenta - Provincia di Padova - Destinazioni d'Italia - Touring Club
Italiano (http:/ / www. touringclub. it/ destinazioni/ 79245/ Villa-Contarini-Fondazione-G. E. -Ghirardi)
[3] Palladio - Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio ::: (http:/ / www. cisapalladio. org/ cisa/ mostra. php?sezione=5&
valo=24& lingua=e)
[4] Scheda di Villa Contarini, Camerini (http:/ / catalogo. irvv. net/ pdf?46191. PDF) dal sito dell'IRVV.
Villa Contarini 59

Fonti
• (IT, EN) Scheda su Villa Contarini (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=1) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=1&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte originale per la sezione "storia" di questa
voce)

Voci correlate
• Contarini (famiglia)
• Piazzola sul Brenta
• Villa veneta

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Villa Contarini (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Villa_Contarini?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Sito ufficiale (http://www.villacontarini.eu/)
• Scheda nel sito dell'Istituto regionale ville venete (http://www.villevenete.net/portalVV/faces/public/viven/
home/dettaglio-villa/descrizione?portal:componentId=descrizione&portal:type=render&portal:isSecure=false&
id_logico=PD395)
• Pagina dedicata alla villa (http://www.castelbolognese.org/villacontarinicamerini.htm)

Portale Architettura Portale Musei Portale Padova


Villa Cornaro 60

Villa Cornaro
Coordinate: 45°36′14″N 11°59′57″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Cornaro
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Cornaro è una villa veneta sita a Piombino Dese (Padova) progettata da Andrea Palladio nel 1552.
Insieme alla pressoché contemporanea Pisani di Montagnana, la villa
realizzata a Piombino Dese per un altro potente patrizio veneziano,
Giorgio Cornaro, segna un netto salto di scala nel prestigio e nella
capacità di spesa della committenza palladiana, sino ad allora
essenzialmente vicentina. Il cantiere è già in piena attività nel marzo
del 1553, e nell’aprile dell’anno seguente l’edificio — pur incompleto
— è abitabile, tanto da esservi documentato Palladio “la sera a zena”
col padrone di casa. Quest’ultimo, con la novella sposa Elena, nel
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781) giugno dello stesso anno prende formalmente possesso della villa, o
meglio del suo cantiere: a questa data risulta infatti realizzato
solamente il blocco centrale, ma non le ali né il secondo ordine delle
logge. A ciò si provvede in due campagne successive, nel 1569 e nel
1588, la seconda condotta da Vincenzo Scamozzi, probabilmente
responsabile anche del coinvolgimento di Camillo Mariani nella
realizzazione delle statue del salone.

Le ville Pisani e Cornaro sono legate da molto più di una semplice


coincidenza cronologica e dall’alto status del committente. Infatti
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781) anche la Cornaro ha una struttura e un decoro molto simili a un palazzo
ed è più residenza di campagna che villa: isolata rispetto alla tenuta
agricola e alle dipendenze, la sua posizione preminente sulla strada pubblica ne rimarca il carattere ambivalente. Del
resto i camini presenti
Villa Cornaro 61

in tutte le stanze ne provano un uso non solo estivo, e non a caso una
struttura assai simile sarà replicata pochi anni più tardi per il palazzo
“suburbano” di Floriano Antonini a Udine.
Come per la Pisani, anche la planimetria di villa Cornaro è organizzata
intorno a un grande ambiente con quattro colonne libere, qui per altro
spostato più al centro della casa e quindi più propriamente salone, a cui
si accede con la mediazione della loggia o di uno stretto vestibolo. I
due livelli della villa sono connessi da due eleganti scale gemelle che
Facciata posteriore
separano nettamente un piano terra, per l’accoglienza di ospiti e
clientes, dai due appartamenti superiori riservati ai coniugi Cornaro. Lo
straordinario pronao aggettante a doppio ordine riflette la soluzione
palladiana della loggia di palazzo Chiericati a Vicenza, ultimata negli
stessi anni, con il tamponamento laterale a dare rigidezza alla struttura,
come nel Portico di Ottavia a Roma. Va considerato del resto che il
tema della doppia loggia in facciata è frequente anche nell'edilizia
gotica lagunare, così come colonne libere sostengono i pavimenti dei
saloni delle grandi Scuole di Venezia: si tratterebbe quindi di una sorta
di “traduzione in latino” di temi tradizionali veneziani.
Interni

Dettaglio della facciata Salone


principale

Voci correlate
• Cornaro (famiglia)

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Cornaro [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Cornaro [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)
Villa Cornaro 62

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Cornaro& language=it&
params=45_36_14_N_11_59_57_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Cornaro?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=4
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=4& modo=biblio

Villa Emo
Coordinate: 45°42′43″N 11°59′23″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Emo

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Emo è una villa veneta realizzata nei pressi di Fanzolo, a Vedelago, in provincia di Treviso, dall'architetto
Andrea Palladio. L'opera, costruita probabilmente a partire dal 1558, fu commissionata dalla famiglia Emo di
Venezia, famiglia di cui è rimasta nelle disponibilità fino al 2004.
È una delle più compiute ville palladiane, costruita quando Palladio realizzava edifici simili già da vent'anni. Nella
progettazione della villa sono state utilizzate le stesse proporzioni matematiche, sia in elevazione che nelle
dimensioni delle stanze, impiegate da Palladio per il resto della sua opera. Dal 1996 è stata inserita dall'UNESCO
nella lista dei patrimoni dell'umanità, assieme alle altre ville palladiane del Veneto e a Vicenza "città del Palladio".
La villa è incorniciata da due lunghe barchesse colonnate che ospitavano originariamente le strutture per le attività
agricole, secondo un progetto di struttura produttiva analogo a quello di Villa Badoer e di buona parte dei progetti
palladiani di villa. L'ingresso si trova al termine di un lungo percorso lastricato di grandi pietre squadrate.
Gli esterni sono essenziali, privi di decorazioni, mentre gli interni sono riccamente decorati con affreschi di Giovanni
Battista Zelotti, autore di opere analoghe in altre ville palladiane.
Villa Emo 63

Storia
Il progetto di Villa Emo inserito ne I quattro libri dell'architettura di
Palladio (1570) corrisponde esattamente alla sua realizzazione effettiva
e nel descriverla i commenti dell'architetto sono molto brevi, a
differenza di quanto abbia fatto in altre circostanze.
La villa palladiana quale esito di una nuova tipologia, dove le necessità
pratiche della vita agricola sono tradotte in forme inedite e in un
linguaggio nuovo ispirato all’architettura antica, ha senza dubbio un
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781) punto di approdo definitivo in quest'opera. Gli edifici funzionali alla
conduzione delle campagne, che nella villa quattrocentesca sono
casualmente disposti intorno all’aia, in villa Emo raggiungono una
sintesi architettonica mai vista prima, che riunisce in un’unità lineare
casa dominicale, barchesse e colombare.

La datazione della fabbrica è controversa, ma dovrebbe fissarsi al


1558, dopo villa Barbaro e villa Badoer, con le quali condivide
l’impostazione generale.
Ormai accettato dalle grandi famiglie aristocratiche veneziane, Palladio
costruisce la villa per Leonardo Emo, la cui famiglia possedeva
proprietà a Fanzolo dalla metà del Quattrocento. La zona era
Il corpo principale
attraversata dall’antica via Postumia e la trama dei campi seguiva la
griglia della centuriazione romana. La villa è orientata secondo tale
trama antica, come si può ben cogliere dagli ingressi all’edificio,
allineati in una lunghissima prospettiva.

Descrizione
La composizione del complesso è gerarchica, dominata dall’emergenza
della casa del padrone, innalzata su un basamento e collegata al suolo
da una lunga rampa di pietra; ai fianchi due ali rettilinee e simmetriche
Colombara e barchessa laterale di barchesse sono concluse da altrettante torri colombare. Il purismo
del disegno è sorprendente quanto calibrato: basti guardare come le
colonne estreme della loggia sono assorbite dal muro per 1/4 del loro diametro e graduano il passaggio dalla cavità in
ombra alle pareti in piena luce. L’ordine architettonico scelto è il dorico, il più semplice, e persino le finestre sono
prive di cornici.

Alla logica stereometrica degli esterni corrisponde una decorazione interna straordinaria, opera del pittore Giovanni
Battista Zelotti, che era già intervenuto nei cantieri palladiani di villa Godi e della Malcontenta.
Villa Emo 64

Vista laterale della villa Pianta del corpo Sezione e prospetto Vista dal Retro.
principale (Ottavio Bertotti portico di
(dettaglio da I Scamozzi, 1781) una delle
quattro libri barchesse
dell'architettura,
1570)

Affresco di Giovanni
Battista Zelotti, parete
ovest del salone

Bibliografia
• Boucher, Bruce. Andrea Palladio: The Architect in his Time. New York: Abbeville Press, 1998.
• Rybczybski, Vitold. The Perfect House: A Journey With the Renaissance Master Andrea Palladio. New York:
Scribner, 2002.

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Emo [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Emo [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte utilizzata per la descrizione del progetto)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Emo& language=it&
params=45_42_43_N_11_59_23_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Emo_(Fanzolo)?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=8
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=8& modo=biblio
Villa Forni Cerato 65

Villa Forni Cerato


Coordinate: 45°39′32″N 11°33′44″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Forni Cerato
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Forni Cerato è una villa veneta situata a Montecchio Precalcino, in provincia di Vicenza, la cui costruzione è
attribuita all'architetto Andrea Palladio nel 1565 circa. L'edificio è inserito dal 1996 nella lista dei patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO. La conservazione di questo bene architettonico è tuttavia a repentaglio in quanto versa in
stato di abbandono.[]
Villa Forni Cerato, come già casa Cogollo, rappresenta un caso
esemplare di intervento palladiano su un edificio preesistente,
trasformato pur con mezzi modesti in un significativo episodio
monumentale. Come l’abitazione del notaio Cogollo, anche questa villa
è l’unica progettata da Palladio per un proprietario certo ricco, ma non
nobile: Girolamo Forni, agiato mercante di legnami (fornitore di
numerosi cantieri palladiani, a cominciare da quello di palazzo
Chiericati), amico di artisti come il Vittoria e pittore egli stesso,
collezionista di antichità e membro dell'Accademia Olimpica di
Vicenza. È possibile che l’asciutto minimalismo di questo calibrato
edificio sia in armonia con lo status sociale borghese del proprietario.
Proprio l’astratto linguaggio di villa Forni ha ingenerato dubbi
sull’effettiva paternità palladiana, così come la planimetria
estremamente semplice, priva delle consuete relazioni fra le dimensioni
delle stanze, o la presenza di qualche disarmonia proporzionale fra le
parti dell’edificio. In realtà la villa è l’esito della ristrutturazione della
“casa vecchia” preesistente, e caso mai il punto di vista va rovesciato,
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
cogliendo l’intelligenza palladiana nel trasformare vincoli
Villa Forni Cerato 66

condizionanti in opportunità espressive. Ne fa testo il chiaro disegno


della serliana, con le colonne ricondotte a nitidi pilastri stereometrici in
funzione della limitata larghezza della loggia (probabilmente
dimensionata sul salone preesistente) o il fregio ridotto a una semplice
fascia sotto il cornicione. Il prospetto della loggia, del resto, è
concettualmente identico a quello di casa Cogollo, collegando una
volta di più questi due edifici singolari.

Spogliata quasi completamente della ricca decorazione scultorea, in


parte opera documentata di Alessandro Vittoria, la villa versa da
diversi anni in stato di abbandono.[]

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Forni_Cerato&
language=it& params=45_39_32_N_11_33_44_E_type:landmark

Altri progetti
Villa Forni Cerato, dettaglio della facciata (foto
del 16 luglio 2007, in cui è evidente lo stato di
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/ degrado dell'edificio)
Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri file su
Villa Forni Cerato (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Villa_Forni_Cerato?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Forni Cerato (http://www.cisapalladio.
org/veneto/scheda.php?architettura=40) con bibliografia (http://
www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=40&
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte per quanto riguarda il progetto)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Villa Foscari 67

Villa Foscari
Coordinate: 45°26′12″N 12°12′06″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Foscari "La Malcontenta"
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Foscari detta La Malcontenta è una villa veneta costruita da Andrea Palladio nel 1559 a Malcontenta, località
in prossimità di Mira nella provincia di Venezia, lungo il Naviglio del Brenta, per i fratelli Nicolò e Alvise Foscari.

Storia
I Foscari cominciarono ad acquisire proprietà nella podesteria di
Gambarare (entro la quale ricadeva anche la Malcontenta) a partire
dalla prima metà del Cinquecento, quando i procuratori di San Marco
misero all'asta le ex proprietà dei Valier, appartenute prima ancora
all'abbazia di Sant'Ilario.
L'edificio fu voluto da Nicolò Foscari (proprietario della celebre Ca'
Foscari sul Canal Grande) che intendeva realizzare non tanto una
villa-fattoria, ma piuttosto una residenza suburbana, raggiungibile
rapidamente in barca dal centro di Venezia grazie alla posizione presso
la foce del Naviglio del Brenta. Il progetto fu affidato ad Andrea
Palladio tra il 1556 e il 1559, o forse nel 1554 (manca una
documentazione relativa). Studi recenti hanno documentato un
intervento dei Foscari a favore di Palladio per la progettazione di un
altare per la chiesa di San Pantalon nel 1555, il che testimonierebbe un
rapporto precedente alla progettazione della villa.[2]

Nel 1560, nel pieno dei lavori, moriva Nicolò Foscari e il fratello
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781) Alvise si assunse l'onere di completarla.
Villa Foscari 68

Nel 1561 Giambattista Zelotti e Battista Franco (morto in quell'anno


lasciando incompiuta la Caduta dei Giganti) stavano ancora decorando
le sale del piano nobile. Certamente l'edificio era concluso nel 1566,
quando fu visitato da Giorgio Vasari.
Nei secoli successivi i Foscari acquisiscono ulteriori fondi nei dintorni,
tant'è che nei pressi della villa sorsero diversi annessi adibiti a vari usi:
stalle, barchesse, la casa del gastaldo, ma anche un traghetto, uno
squero, una fornace, un'osteria; si aggiunsero poi una foresteria e varie
Una delle scalinate gemelle
case d'affitto che andarono a creare quasi un piccolo villaggio, la
cosiddetta "piazza Foscari alla Malcontenta".

Ai primi dell'Ottocento, tuttavia, il palazzo era disabitato. Nei decenni


successivi il complesso della "piazza" risultava in rovina e durante i
moti del 1848 gli annessi erano smantellati dagli Austriaci.
Passata ad Alberto Clinton Landsberg nel 1925, la Malcontenta, fino
ad allora adibita a magazzino agricolo, fu sottoposta a un primo lungo
restauro. Un secondo intervento fu attuato negli anni 1960 con la
collaborazione dell'Ente Ville Venete.
Nel 1973 la villa è tornata alla famiglia degli antichi proprietari grazie Facciata

all'acquisto di Antonio "Tonci" Foscari[][3].

Descrizione
La villa sorge su un alto basamento, che separa il piano nobile dal
suolo umido e conferisce magnificenza all’edificio, sollevato su un
podio come un tempio antico. Nella villa convivono motivi derivanti
dalla tradizione edilizia lagunare e insieme dall’architettura antica:
come a Venezia la facciata principale è rivolta verso l’acqua, ma il
pronao ionico e le grandi scalinate hanno a modello il tempietto alle Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781)
fonti del Clitumno, ben noto a Palladio. Le maestose rampe di accesso
gemelle imponevano una sorta di percorso cerimoniale agli ospiti in
visita: approdati davanti all’edificio, ascendevano verso il proprietario
che li attendeva al centro del pronao. La tradizionale soluzione
palladiana di irrigidimento dei fianchi del pronao aggettante tramite
tratti di muro viene sacrificata proprio per consentire l’innesto delle
scale. Mancavano anche alberi e vegetazione di contorno, quindi la
Malcontenta si imponeva ai suoi visitatori con tutta la magnifica
onorabilità del classico prospetto verso il Brenta.

La villa è una dimostrazione particolarmente efficace della maestria


palladiana nell’ottenere effetti monumentali utilizzando materiali
poveri, essenzialmente mattoni e intonaco. Come è ben visibile a causa Prospetto posteriore

del degrado delle superfici, tutta la villa è in mattoni, colonne


comprese (tranne quegli elementi che è più agevole ricavare scolpendo la pietra: basi e capitelli), con un intonaco a
marmorino che finge un paramento lapideo a bugnato gentile, sul modello di quello che compare talvolta sulla cella
dei templi antichi.
Villa Foscari 69

La facciata posteriore è uno degli esiti più alti fra le realizzazioni palladiane, con un sistema di forature che rende
leggibile la disposizione interna; si pensi alla parete della grande sala centrale voltata resa pressoché trasparente dalla
finestra termale sovrapposta a una trifora. In quest’ultima è chiarissimo il rimando al prospetto di villa Madama di
Raffaello, documentando un debito di conoscenza che Palladio non ammetterà mai direttamente.

Decorazione
La decorazione interna della Malcontenta spettò a Giovanni Battista Zelotti e, seppure in misura minore, a Battista
Franco; i soggetti sono in maggioranza di carattere mitologico, secondo le consuetudini invalse nei cicli di ville
dell’entroterra nel XVI secolo; un elemento peculiare è rappresentato dai rimandi ai famosi affreschi manieristici del
Castello di Fontainebleau (sud-est di Parigi), voluti dal responsabile del programma iconografico Vittore Grimani,
istruito amico dei Foscari e per anni residente presso la corte di Francia.

La denominazione e la leggenda
Una leggenda vuole che la villa debba il soprannome di Malcontenta a una dama di casa Foscari, relegata tra le sue
mura in solitudine per scontare la pena per la sua condotta viziosa. Il mistero aleggia sulla storia della dama: si dice
che essa visse in questo loco i suoi ultimi trent'anni, mentre non fu mai vista uscire o affacciarsi dalle finestre. Il
parco della villa era incolto e pieno di erbacce, e rimane avvolto nel mistero il fatto di come la donna sia riuscita a
sopravvivere. Nessuno le portò mai degli alimenti, e nessuno visse mai con lei nella villa, e su questo strano fatto
circolano ipotesi e aneddoti.
Ci sono però anche due versioni storiche:
• per la prima: sembra Wikipedia:Uso delle fonti che il luogo fosse così soprannominato già dal 1431, per ricordare
lo scontento mostrato dagli abitanti di Padova e Piove di Sacco per la costruzione del Naviglio del Brenta;
• per la seconda[]: ben trenta anni prima dell'atto di proprietà dei Foscari la zona si chiamava già Malcontenta,
probabilmente da "Brenta mal contenuta" perché il fiume straripava spesso.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Foscari& language=it&
params=45_26_12_N_12_12_06_E_type:landmark
[3] Scheda della villa (http:/ / catalogo. irvv. net/ pdf?23930. PDF) dal sito dell'IRVV.

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Villa Foscari (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Villa_Foscari?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Foscari (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=23) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=23&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte della descrizione del progetto palladiano)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto


Villa Gazzotti 70

Villa Gazzotti
Coordinate: 45°33′33″N 11°36′02″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Gazzotti Grimani
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Gazzotti (chiamata anche Gazzotti Grimani) è una villa veneta sita a Vicenza in località Bertésina progettata
da Andrea Palladio fra il 1542 e il 1543. Soggetta nel tempo a diverse manomissioni legate all'uso agricolo ed
attualmente disabitata, quest'opera appare in stato di degrado e necessita di un complessivo restauro. È dal 1994 tra i
patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme agli altri monumenti palladiani di Vicenza.

Storia
Taddeo Gazzotti, il committente di Palladio, non è di nascita
aristocratica, ma è un uomo colto, appassionato di musica e legato da
vincoli di parentela acquisita ad Antenore Pagello, elemento di spicco
della nobiltà vicentina, e infine fautore — insieme a Giangiorgio
Trissino — del rinnovamento architettonico della città. Una
speculazione sbagliata sul dazio del sale porta Gazzotti alla rovina e
nel 1550 è costretto a vendere la villa, ancora in costruzione, al patrizio
veneziano Girolamo Grimani che la completa nel giro di alcuni anni.
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
Villa Gazzotti 71

Progetto
Nel progettare la villa, Palladio deve innanzi tutto fare i conti con la
necessità di assorbire in un insieme aggiornato e coerente una casa a
torre preesistente, citata nei documenti e ancora ben visibile all’angolo
destro dell'edificio realizzato. Palladio la raddoppia all’altra estremità
della pianta, creando due appartamenti simmetrici di tre stanze
ciascuno, collegati da una loggia voltata a botte alla grande sala
coperta a crociera. La struttura dell’edificio, lungo e poco profondo,
con l’ordine composito che fascia l’intera altezza e la loggia centrale,
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
risente fortemente dell’influsso di palazzo del Te di Giulio Romano a
Mantova e della contemporanea progettazione della grande villa per i
fratelli Thiene a Quinto. L’enfasi sulla sala a crociera e la presenza di
appartamenti di tre unità fanno parte di un linguaggio che andrà poco a
poco affinandosi.

Villa Gazzotti a Bartesina (foto luglio 2007)

Dettaglio che mostra lo stato La loggia vista dalla Prospetto laterale Prospetto posteriore
di degrado (foto luglio porta principale
2007)

Dettaglio Sottotetto con travatura sopra la


di una volta del salone
lesena in
facciata
con
capitello
composito
Villa Gazzotti 72

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Gazzotti [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Gazzotti [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Gazzotti& language=it&
params=45_33_33_N_11_36_02_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Gazzotti?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=29
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=29& modo=biblio

Villa Godi
Coordinate: 45°44′44.26″N 11°32′4.66″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Godi
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Godi è una villa veneta situata a Lonedo di Lugo di Vicenza. È una delle prime opere di Andrea Palladio, la
prima documentata con sicurezza, in quanto riportata dallo stesso architetto veneto nel suo trattato I quattro libri
dell'architettura (1570). La progettazione dell'edificio, commissionato dai fratelli Girolamo, Pietro e Marcantonio
Godi, iniziò nel 1537 per concludersi nel 1542, con modifiche successive sull'ingresso e sui giardini sul retro.
Assieme alle altre ville palladiane del Veneto, è inserita (dal 1996) nell'elenco dei patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.
Villa Godi 73

La villa ha grandi giardini aperti al pubblico ogni pomeriggio per tutto il corso dell'anno. L'edificio ospita anche un
museo archeologico, con centinaia di fossili di piante e animali della zona.

Il progetto di Palladio
Il progetto palladiano di una villa per i fratelli Girolamo, Pietro e
Marcantonio Godi a Lonedo iniziò nel 1537 per concludersi nel 1542.
Con ogni probabilità non si trattò di un incarico autonomo, ma
piuttosto di una commissione ottenuta dalla bottega di Gerolamo
Pittoni e Giacomo da Porlezza, all’interno della quale il giovane
Andrea rivestiva il ruolo di specialista per l’architettura. In realtà i
lavori di ristrutturazione della tenuta di famiglia cominciarono già nel
1533, per volontà del padre Enrico Antonio Godi, con la costruzione di
una barchessa dorica nel cortile di sinistra.

Villa Godi ne I quattro libri dell'architettura


Prima opera certa di Andrea, che ne dichiara la paternità nei Quattro
(1570) Libri, villa Godi segna la tappa iniziale del tentativo di costruire una
nuova tipologia di residenza in campagna, dove è evidente la volontà
di intrecciare temi derivanti dalla tradizione costruttiva locale con le
nuove conoscenze che Palladio stava via via acquisendo grazie all’aiuto
di Giangiorgio Trissino.

L’esito è quello di un edificio severo, in cui è bandito ogni preziosismo


decorativo tipico della tradizione quattrocentesca. Chiaramente
simmetrico, l’edificio è impostato su una netta definizione dei volumi,
ottenuta arretrando la parte centrale della facciata, aperta da tre arcate
in una loggia. La stessa forte simmetria organizza la planimetria
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778) dell’edificio, impostata lungo l’asse centrale costituito da loggia e
salone, al quale si affiancano gerarchicamente due appartamenti di
quattro sale ciascuno.

A partire dalla fine degli anni 1540 ha inizio la campagna decorativa


degli interni, dovuta in un primo momento a Gualtiero Padovano, che
affresca la loggia e l’ala destra dell’edificio, e successivamente (primi
anni 1560) a Giovanni Battista Zelotti, che interviene nel salone e nelle
sale dell’ala sinistra, e a Battista del Moro, cui si deve l’ultima stanza
Esterno antistante la loggia. Contemporaneamente alla campagna decorativa,
Palladio interviene nuovamente sul corpo dell’edificio, modificando
l’apertura posteriore del salone e realizzando il giardino retrostante a
emiciclo e la splendida vera da pozzo.

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Godi [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Salone
Villa Godi 74

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Godi [3] con bibliografia [4] del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte
per la descrizione del progetto)
• Sito ufficiale della villa [5], con descrizione e foto degli interni [6]

Loggia e lapide dedicatoria

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Godi& language=it& params=45_44_44. 26_N_11_32_4.
66_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Godi?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=35
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=35& modo=biblio
[5] http:/ / www. villagodi. com
[6] http:/ / www. villagodi. com/ sale_villa_godi. html

Villa Piovene
Coordinate: 45°44′51″N 11°32′00″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Piovene
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda
Villa Piovene 75

Villa Piovene a Lonedo di Lugo di Vicenza è una villa veneta del Cinquecento, per la quale si è ipotizzato un
intervento dell'architetto Andrea Palladio nel 1539 circa, con interventi successivi di Francesco Muttoni.
È stata inserita nel 1996 nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del
Veneto.

Storia
Villa Piovene, costruita a partire dal 1539 - 1540 nell'immediata
prossimità (a poche centinaia di metri) di villa Godi Malinverni, è un
progetto concorrente di quest'ultimo. Un certo antagonismo e la
concorrenza tra le due famiglie Piovene e Godi infatti può avere
stimolò l'ambizione di Battista Piovene in tal senso, ma il committente
è probabilmente suo figlio Tommaso. Piovene ha tuttavia voluto fare
concorrenza meno nelle dimensioni della villa che con la scelta
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
dell'artigiano, il vicentino Giovanni di Giacomo da Porlezza,
responsabile anche dell'esecuzione di villa Godi, nonché ex datore di
lavoro di Palladio.

Sono più i dubbi che le certezze in merito al coinvolgimento di


Palladio nella realizzazione di quest'opera. Innanzi tutto l’edificio non
risulta inserito nei Quattro libri dell'architettura pubblicati da Palladio
nel 1570, anche se tale esclusione avviene per altre ville certamente
autografe come villa Gazzotti o villa Valmarana a Vigardolo. Ma sono
soprattutto le caratteristiche dell’edificio a destare le maggiori
perplessità: la planimetria è poco significativa, le finestre forano il
Prospetto (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
prospetto senza un particolare ordine, il pronao si innesta con durezza
sul corpo dell’edificio.

Sicuramente la villa è frutto di almeno tre campagne di lavori: i documenti certificano la presenza di una casa
dominicale più piccola dell’attuale certamente realizzata entro il 1541, la quale viene ingrandita in un secondo tempo
con l’inserimento del pronao, che reca incisa la data 1587. Infine, nella prima metà del Settecento, l’architetto
Francesco Muttoni costruisce le attuali barchesse laterali, sistema il giardino e probabilmente realizza la scala a
doppia rampa che conduce alla loggia. La scenografica scalinata che dà accesso alla villa viene invece realizzata
alcuni anni prima, con il bel cancello del 1703.

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Villa Piovene [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)
• Manfred Wundram, Thomas Pape, Paolo Marton: Palladio 1508-1580 Un architecte entre la Renaissance et le
Baroque, Benedikt Taschen Verlag Gmbh & Co. KG, traduction française: Françoise Laugier, 1989, ISBN
3-8228-0159-3
Villa Piovene 76

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Piovene [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Piovene& language=it& params=45. 747392_N_11.
533366_E_scale:4000
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=36
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=36& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Piovene_(Lonedo_di_Lugo_di_Vicenza)?uselang=it

Villa Pisani (Montagnana)


Coordinate: 45°13′37″N 11°28′07″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Pisani
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Pisani è una villa veneta progettata nel 1552 circa da Andrea Palladio sotto la committenza di Francesco Pisani
e realizzata tra il 1553 e il 1555 nel borgo di Montagnana. È inserita dal 1996 nella lista dei patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO assieme alle altre ville palladiane del Veneto.
Villa Pisani (Montagnana) 77

Storia
I Pisani erano potenti e influenti patrizi veneziani. Il cardinale
Francesco Pisani, vescovo di Padova, era un mecenate e amico di
artisti e letterati, da Paolo Veronese a Giovanni Battista Maganza, ad
Alessandro Vittoria e allo stesso Palladio, questi ultimi entrambi
coinvolti nella costruzione e decorazione della sua casa a Montagnana.
Il cantiere è sicuramente attivo durante il settembre 1553 e risulta
concluso nel 1555, compresa la decorazione plastica.

Descrizione del progetto


La facciata verso il giardino
L'edificio è sia palazzo di città che residenza suburbana e anche un
esempio interessante della tipologia edilizia del Palladio. Privo di parti
destinate a funzioni agricole, di bellezza astratta nel volume pressoché
cubico, villa Pisani ben riflette il gusto sofisticato del proprietario. Per
la prima volta compare in una villa un doppio ordine di semicolonne e
un doppio loggiato coronato da timpano, soluzione già incontrata in
palazzo Chiericati. Il tutto è cinto da un ininterrotto ed elegante fregio
dorico su una tessitura di intonaco bianco a bugne graffite, che divide il
piano terra da quello superiore. Nel fronte verso il giardino la
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778) bidimensionalità della parete si movimenta nello scavo plastico del
portico e della loggia superiore.

Il materiale utilizzato è il mattone anche per la costruzione delle


colonne.
Pur non esistendo disegni autografi palladiani relativi all’edificio, è
possibile affermare che la tavola con la descrizione della villa dei
Quattro libri dell'architettura (1570) è frutto di un ampliamento a
posteriori dell’invenzione realizzata. Caso raro nella produzione
palladiana, la villa è a due piani: il superiore con gli appartamenti
padronali, l’inferiore per la vita di tutti i giorni, quando si trattano affari
e si ricevono i fittavoli, e non solo d’estate come provano i numerosi
camini. I due livelli presentano la medesima articolazione degli spazi
interni. Diversi sono invece i soffitti, che al piano terreno sono voltati,
a partire dallo straordinario ambiente a semicolonne, una via di mezzo
fra atrio e salone, chiaramente l’ambiente più importante della casa con
sculture delle Quattro stagioni di Alessandro Vittoria, poco prima
impegnato nel palladiano palazzo Thiene. I collegamenti verticali sono
La facciata verso la strada, con il doppio ordine di assicurati da scale a chiocciola ovate poste simmetricamente ai lati
semicolonne (immagine rettificata) della loggia verso il giardino.
Villa Pisani (Montagnana) 78

Sezione longitudinale (Ottavio Sezione trasversale (Ottavio Le semicolonne ioniche e il La doppia


Bertotti Scamozzi, 1778) Bertotti Scamozzi, 1778) timpano della facciata verso la loggia della
strada facciata verso
il giardino

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Pisani (Montagnana) [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Pisani (Montagnana) [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per la descrizione del progetto palladiano)
• (IT, EN) Sito ufficiale [5]

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Pisani_(Montagnana)& language=it&
params=45_13_37_N_11_28_07_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Pisani_(Montagnana)?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=2
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=2& modo=biblio
[5] http:/ / www. villapisani. com/
Villa Pisani (Bagnolo) 79

Villa Pisani (Bagnolo)


Coordinate: 45.357140°N 11.371381°E [1]

Villa Pisani

Villa Pisani a Bagnolo, vista dall'argine del fiume Guà


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Bagnolo

Informazioni

Condizioni In uso

Costruzione 1542 - 1545

Uso Monumento visitabile

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico fratelli Pisani

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Pisani
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione


Villa Pisani (Bagnolo) 80

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Pisani, ubicata nella frazione di Bagnolo, nel comune di Lonigo nella provincia di Vicenza, è una villa veneta
progettata dall'architetto Andrea Palladio nel 1542 su commissione dei fratelli Pisani di Venezia. È dal 1996 nella
lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO assieme alle altre ville palladiane del Veneto.
Ideata come villa di campagna, il cui scopo si può verificare dalla presenza di barchesse ad essa adiacenti,
probabilmente solo una parte di quelle in origine, presenta un parco che si colloca posteriormente all'edificio. Essa
sorge in prossimità del fiume Guà in un punto strategico affacciandosi inoltre sulla strada che collega la frazione
direttamente alla vicina Spessa.
Si tratta, tuttavia, di una costruzione incompiuta, sebbene fosse una delle prime del Palladio, poiché è priva del
cortile a porticati probabilmente anteposto alla villa. L'interno presenta un maestoso salone centrale affrescato.

Storia
La realizzazione di villa Pisani a Bagnolo, a partire dal
1542, costituisce per la carriera del giovane Palladio un
vero punto di svolta. I fratelli Vettore, Marco e Daniele
Pisani fanno infatti parte dell'élite aristocratica
veneziana, con conseguente netto salto di scala nella
committenza palladiana sino ad allora soprattutto
vicentina. La vasta tenuta agricola di oltre 1200 campi
era di proprietà Pisani sin dal 1523, e su di essa insisteva
una casa dei precedenti proprietari, i vicentini Nogarola,
probabilmente assorbita nella nuova costruzione. Nel
1545 il corpo padronale risulta realizzato, e in una
mappa del 1562 è visibile sul fondo del cortile una
grande barchessa conclusa da due colombare, ammirata
dal Vasari ma successivamente distrutta e sostituita
dall'attuale struttura ottocentesca localizzata sul lato
lungo, estranea al progetto palladiano.

Dopo un bombardamento nel 1945 è rimasto solo un lato


del porticato. La villa è stata restaurata e aperta al
pubblico nel 1993 (visitabile su appuntamento).

Architettura
Nel progetto di villa Pisani l’obiettivo di Palladio è Interni: il salone
ambizioso: realizzare una dimora di campagna che sia
adeguata ai raffinati gusti dei fratelli Pisani e al tempo stesso in grado di offrire una risposta concreta e razionale in
termini di organizzazione di tutto il complesso degli annessi agricoli. Palladio infatti inserisce in un disegno unitario
casa padronale, stalle, barchesse e colombare, vale a dire quegli elementi che nella villa quattrocentesca si
affacciavano sull’aia in un disegno casuale, privo di gerarchie funzionali e formali. Al tempo stesso, le necessità
pratiche della vita agricola sono tradotte in forme inedite, in un nuovo linguaggio ispirato all’architettura antica.
Villa Pisani (Bagnolo) 81

Come un tempio romano, la villa sorge su un alto basamento che dà slancio all’edificio e accoglie gli ambienti di
servizio.
La grande sala centrale a “T” è coperta a botte come gli edifici termali antichi, riccamente decorata e illuminata da
un’ampia finestra termale: uno spazio radicalmente diverso, per dimensioni e qualità formale, dalle sale delle ville
prepalladiane, tradizionalmente più piccole e coperte da un soffitto piano con travi di legno. Una ricca decorazione
pittorica ad affresco, con scene tratte dalle Metamorfosi di Ovidio dovute probabilmente alla mano di Francesco
Torbido (1482/84-1561), dialoga con lo spazio architettonico esaltandone la monumentalità.
Un ricco dossier di disegni autografi, oggi conservati a Londra, documenta l’evolversi del progetto palladiano. Nelle
prime ipotesi si affollano suggestioni derivanti dalle architetture antiche e moderne visitate nel viaggio a Roma
appena compiuto (da villa Madama di Raffaello al Belvedere bramantesco, sino alla cappella Paolina di Sangallo)
accanto a elementi più specificamente veneti: la disposizione delle stanze, la loggia serrata da due torrette come in
villa Trissino a Cricoli o il potente bugnato sanmicheliano della facciata sul fiume.

Altre immagini

Villa Pisani ne I quattro libri Pianta (Ottavio Bertotti Sezione (Ottavio Bertotti Prospetto posteriore
dell'architettura di Palladio Scamozzi, 1778) Scamozzi, 1778)
(libro II), 1570

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Pisani (Bagnolo) [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Pisani (Bagnolo) [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte originale per parte [5] della voce)
• Villa Pisani nel sito della Pro Loco di Lonigo [6]

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Villa Pisani (Bagnolo) 82

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Pisani_(Bagnolo)& language=it& params=45. 357140_N_11.
371381_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Pisani_(Bagnolo)?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=26
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=26& modo=biblio
[5] http:/ / it. wikipedia. org/ w/ index. php?title=Villa_Pisani_%28Bagnolo_di_Lonigo%29& diff=14980631& oldid=14924959
[6] http:/ / www. prolonigo. it/ index. php/ villa-pisani

Villa Pojana
Coordinate: 45.285712°N 11.498501°E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Pojana
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Pojana è una villa veneta situata a Pojana Maggiore (Provincia di Vicenza), progettata da Andrea Palladio nel
1546 per la famiglia Pojana. È dal 1996 nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville
palladiane del Veneto.

Storia
Di antichissima nobiltà, i Pojana fin dal Medioevo furono veri signori
del luogo e successivamente vennero infeudati dalla Serenissima del
territorio di Pojana "cum omnibus juribus et juridictionibus ad
castellarium spectantibus" ("con tutti i diritti e le giurisdizioni spettanti
al castellano").

Pianta e prospetto di villa Pojana pubblicati ne I L'edificio è specchio della committenza di origine militare, legata
quattro libri dell'architettura di Palladio (1570) all'arte della guerra, anche se in parte convertitasi all'attività agricola,
tanto che il "cavalier" Bonifacio Pojana richiese al Palladio una villa
Villa Pojana 83

che nella sua composta eleganza rievocasse la sobrietà e l'austerità della vita militare. Anche negli interni si
riprendono tematiche legate all'arte della guerra attraverso le decorazioni. Per altro, nell’area dove sorgerà la villa
esisteva già una corte quattrocentesca dominata da una torre, dove campeggia tuttora l’insegna familiare.
Palladio probabilmente progetta la villa sul finire degli anni 1540; il cantiere procede a rilento e in ogni caso i lavori
sono terminati entro il 1563, quando è compiuta la decorazione interna eseguita per mano dei pittori Bernardino
India e Anselmo Canera e dello scultore Bartolomeo Ridolfi.
Sia nei Quattro libri dell'architettura (1570) sia nei disegni autografi palladiani conservati a Londra, la villa viene
sempre trattata come parte di un globale progetto di riorganizzazione e regolarizzazione dell’area attorno ad ampi
cortili. Di tale progetto tuttavia è stata costruita solamente la lunga barchessa a sinistra della villa, con capitelli dorici
ma intercolumni tuscanici.
Il complesso è completato nel Seicento, quando i discendenti di Bonifacio adattano l’edificio al loro gusto e alle loro
necessità, con l'addizione di un corpo edilizio sulla destra della villa che ne riprende le modanature delle finestre. In
tale periodo vengono aggiunte anche le due statue poste ai lati della scalinata dell'ingresso principale, opere attribuite
a Girolamo Albanese nel 1658.

Descrizione
Disposta lontana dalla strada, all’interno di una profonda corte e
fiancheggiata da giardini, la villa si innalza su un basamento destinato
agli ambienti di servizio. Il piano principale è dominato da una grande
sala rettangolare con volta a botte, ai cui lati si distribuiscono
simmetricamente le sale minori coperte con volte sempre diverse.
Evidentemente la fonte di ispirazione palladiana sono gli ambienti
termali antichi, scoperti durante il suo viaggio a Roma, anche per gli
alzati: il cornicione, che in facciata disegna una sorta di timpano
interrotto deriva dal recinto esterno delle terme di Diocleziano a Roma,
Facciata anteriore della villa
così come la serliana, che pure risente di sperimentazioni bramantesche
nella configurazione a doppia ghiera con cinque tondi.

Più in generale sembra che Palladio ricerchi la logica per così dire
utilitaria dell’architettura termale antica, con un linguaggio
straordinariamente sintetizzato nelle forme e astratto, quasi metafisico.
In questa villa Andrea Palladio rinuncia quasi totalmente ai particolari
decorativi: la facciata non è articolata in un loggiato o in un pronao
sporgente, ma è chiusa, crea una architettura sobria, misurata, di
grande armonia. Privo di capitelli e trabeazioni, l’ordine architettonico
è appena accennato nell’articolazione essenziale delle basi dei pilastri.
Vista posteriore della villa L’assenza di ordini e di parti in pietra lavorata (se non nei portali della
loggia) deve avere assicurato una globale economicità nella
realizzazione dell’opera, confermata dall’uso del mattone intonacato e del cotto sagomato, sul quale il recente
restauro ha trovato traccia di policromie.
Villa Pojana 84

La facciata posteriore della villa: riprende il


motivo di quella principale.

La pianta di progetto del complesso della Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778) Il viale d'ingresso visto dall'atrio, con
villa (mai completato), come ricostruita da ai lati le statue di Nettuno (a sinistra) e
Ottavio Bertotti Scamozzi (1778) Giove (a destra), attribuite a Girolamo
Albanese (1658)

Decorazione
È Palladio stesso a documentare[2] la decorazione interna come opera
di Bernardino India (pittore, affrescatore delle grottesche), Anselmo
Canera (pittore, affrescatore del salone) e Bartolomeo Ridolfi
(decoratore, responsabile degli stucchi e dei camini).[3]
Nell'atrio, eleganti cornici a stucco, i cui disegni floreali si intrecciano
intorno a rilievi in trompe-l'œil, racchiudono monocrome di divinità
fluviali, mentre qua e là appaiono macchie di un cielo popolato dalle
altre divinità. Il busto di Bonifacio Pojana (forse opera di Ridolfi)
guarda dall'alto in basso da oltre l'ingresso principale, e sopra di lui vi
sono stemma e trofei militari della famiglia. Altre decorazioni
raffigurano scene pompeiane con gli sfondi e paesaggi pittoreschi
disseminati di rovine e di colonne spezzate, mentre figure monocrome
di guerrieri fanno la guardia in nicchie in trompe-l'œil. Il soffitto
dell'atrio, con l'allegoria della Fortuna, è attribuito a Giovanni Battista
Zelotti.
La serliana dell'atrio. Sopra l'ingresso il busto di
Gli affreschi più significativi si possono trovare nella sala principale: Bonifacio Pojana, sormontato dallo stemma di
famiglia, attorniato dai trofei militari. Nel soffitto
chiamata salone dell'imperatore, ritrae una famiglia dei tempi classici,
l'allegoria della Fortuna.
i cui membri sono vestiti di tuniche e toghe. Essi si inginocchiano
Villa Pojana 85

davanti a un altare, mentre il pater familias spegne la fiaccola di guerra


ai piedi della statua della Pace collocata sopra l'altare. Si tratta di una
chiara allusione alla pace faticosamente raggiunto nel XVI secolo dopo
la guerra della Lega di Cambrai, che ha consentito ai Veneziani di
godere i piaceri della terraferma.[2]

Affresco del soffitto dell'atrio, con l'allegoria


della Fortuna, attribuita a Giovanni Battista
Zelotti.

Il busto di Bonifacio Pojana, committente della villa, posto sopra la Le decorazioni del soffitto della sala degli Imperatori (affreschi di
porta d'ingresso, forse opera di Bartolomeo Ridolfi, autore degli Anselmo Canera e per le grottesche Bernardino India)
stucchi.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Pojana& language=it& params=45. 285712_N_11.
498501_E_type:landmark
[2] Venetian Villas, p. 134

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Villa Pojana (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=41) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=41&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per il progetto palladiano)
• Michelangelo Muraro; Paolo Marton, Venetian Villas, Könemann. ISBN 3-89508-242-2 (fonte per la descrizione
della decorazione interna)
Villa Pojana 86

Voci correlate
• Castello di Pojana Maggiore

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Villa Pojana (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Villa_Pojana?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Pagina ufficiale (http://www.villapoiana.it/)

Portale Vicenza
Portale Architettura

Villa Porto (Molina)


Villa Porto

Portale d'ingresso della corte dei Porto


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Malo

Informazioni

Condizioni rudere

Costruzione 1572

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico Iseppo da Porto


Villa Porto (Molina) 87

Villa Porto a Molina di Malo (Vicenza) è una villa veneta progettata dall'architetto Andrea Palladio nel 1570 e mai
completata.
Gli straordinari dieci fusti di colonne in mattoni che dominano la
grande corte quattrocentesca dei Porto a Molina testimoniano l'inizio di
un grandioso progetto che Palladio realizza per Iseppo da Porto: il
nome del committente è infatti inciso sui plinti delle splendide basi in
pietra delle colonne, accanto alla data 1572.

Le grandi colonne superstiti di Villa Porto di


Palladio

Ricco esponente di una delle più importanti famiglie vicentine, cognato


di Adriano e Marcantonio Thiene (committenti dell’omonimo palazzo
palladiano), Iseppo da Porto già possedeva in città un grandioso
palazzo realizzato da Palladio oltre vent’anni prima.
Dai documenti d’archivio è possibile comprendere che le enormi
colonne non sono il frammento di una barchessa monumentale, come
quella per i Pisani a Bagnolo, ma piuttosto la fronte di un vero e
proprio edificio residenziale in campagna. L’enorme colonnato
corinzio, citazione diretta di quello del pronao del Pantheon a Roma,
avrebbe raggiunto un’altezza complessiva di oltre tredici metri.
Porticati più bassi a forma di quarto di cerchio, ancora visibili
nell'Ottocento, avrebbero collegato il corpo padronale agli annessi
agricoli a destra e sinistra. Il sorprendente edificio richiama due altri
progetti palladiani, villa Mocenigo alla Brenta e villa Thiene a
Cicogna, mai realizzati ma documentati da diversi schizzi autografi e
inseriti nei Quattro libri dell'architettura. È interessante notare inoltre
che, nel pubblicare il palazzo di città di Giuseppe Porto nei Quattro
Villa Porto
Libri, Palladio arricchisce il progetto originario con un cortile a ordine
composito gigante, estremamente vicino a quello della villa alla
Molina. La morte di Giuseppe, nel 1580, provoca l'arresto del cantiere, mai completato.
Villa Porto (Molina) 88

Voci correlate
• Palazzo Porto

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Porto
(Molina) [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

La base di una delle grandi colonne

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Porto (Molina) [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Porto_(Molina_di_Malo)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=39
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=39& modo=biblio
Villa Porto (Vivaro) 89

Villa Porto (Vivaro)


Villa Porto a Vivaro

Villa Porto a Vivaro di Dueville


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Dueville

Informazioni

Condizioni In uso

Costruzione 1554

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico Paolo Porto

Villa Porto a Vivaro di Dueville (Vicenza) è una villa veneta del 1554 attribuita tradizionalmente all'architetto
Andrea Palladio. Non è inclusa nell'elenco del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO di "Vicenza e le ville
palladiane del Veneto".

Storia
Nel 1554 Paolo Porto spartisce con i propri fratelli l'eredità paterna acquisendo un fondo a Vivaro, a nord di Vicenza,
dove nei quattro anni seguenti realizza una villa che la tradizione vorrebbe progettata da Palladio. Il conte Paolo
Porto, uno dei più potenti canonici della Cattedrale (nel 1550 è sul punto di diventare vescovo), è uomo colto e
sofisticato, trascorre molto tempo a Roma, dov'è amico del cardinale Alessandro Farnese, e fra i suoi amici e parenti
vicentini annovera committenti palladiani di primo piano come Giangiorgio Trissino, Biagio Saraceno, Bernardo
Schio o Girolamo Garzadori. Tale rete di amicizie potrebbe averlo messo molto facilmente in contatto con Palladio,
anche se, a ben guardare, l'architettura della villa pone più dubbi che certezze, mostrando diverse fasi costruttive
successive che rendono ardua l'individuazione di un eventuale originario progetto palladiano: il pronao, ad esempio,
s'innesta con evidente discontinuità sul corpo dominicale. Senza dubbio ottocentesche sono invece le due ali laterali,
frutto di una postuma palladianizzazione della villa ad opera dell'architetto Antonio Caregaro Negrin.
Villa Porto (Vivaro) 90

Pianta (Cevese 1971) Il pronao

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Porto (Vivaro) [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Porto (Vivaro) [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Porto_(Vivaro_di_Dueville)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=46
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=46& modo=biblio
Villa Repeta 91

Villa Repeta
Villa Repeta

Villa Repeta
Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Campiglia dei Berici

Informazioni

Condizioni In uso

Villa Repeta a Campiglia dei Berici (Vicenza) è una villa veneta edificata nel suo aspetto attuale nel 1672,
inglobando le strutture[1] di una preesistente villa progettata da Andrea Palladio nel 1557 circa, per lungo tempo
ritenuta distrutta da un incendio.
Le forme seicentesche dell'attuale villa Repeta differiscono da quelle
originali, palladiane: la villa palladiana per Mario Repeta (già data per
distrutta in un incendio in data imprecisata, compresa fra il 1640 e il
1672) - o quanto meno gli esiti iniziali del suo cantiere - fu inglobata
dall’attuale nuovo edificio.[1]
La palladiana villa Repeta, progettata intorno al 1557, è ricostruibile
sulla base della tavola dei Quattro libri dell'architettura, anche se studi
recenti mettono in dubbio che l’incisione corrisponda effettivamente al
progetto ma sia piuttosto la consueta rielaborazione teorica a posteriori
di un'idea, nella realtà vincolata da forti preesistenze. In ogni caso, il
Progetto per la villa originale, pubblicato da
progetto è singolare all'interno della produzione di Palladio: una
Andrea Palladio ne I quattro libri
dell'architettura (1570) struttura a portico continuo di ordine dorico a un solo piano,
interamente sviluppata in orizzontale intorno a un cortile rettangolare.
Uniche emergenze verticali, le due colombare agli angoli del complesso.
Villa Repeta 92

Privo dell’usuale gerarchizzazione fra corpo padronale dominante e


annessi agricoli, il disegno della villa potrebbe essere frutto di un
preciso stimolo della committenza e rispecchiare le idee eterodosse ed
egualitarie della famiglia Repeta (Mario Repeta è denunciato al
Sant'Uffizio nel 1569), inquieta protagonista della vita civile vicentina
del Cinquecento.

La forma attuale della villa fu edificata nel 1672 da Enea e Scipione


Repeta.

Note
[1] Palladio - Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio ::: (http:/ /
www. cisapalladio. org/ cisa/ mostra. php?sezione=5& valo=24& lingua=e)

Fonti
• (IT, EN) Scheda su Villa Repeta (http://www.cisapalladio.org/
veneto/scheda.php?architettura=31) con bibliografia (http://www. Dettaglio della facciata
cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=31&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa
voce)

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri file su
Villa Repeta (http://commons.wikimedia.org/wiki/ Prospetto posteriore
Category:Villa_Repeta_(Campiglia_dei_Berici)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Portale Vicenza
Portale Architettura
Villa Saraceno 93

Villa Saraceno
Coordinate: 45°18′45″N 11°33′59″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Saraceno
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Saraceno (già Saraceno, Caldogno, Saccardo, Peruzzi, Schio, Lombardi), oggi proprietà della fondazione The
Landmark Trust, sita a Finale di Agugliaro (Vicenza), è una villa veneta progettata dall'architetto Andrea Palladio
nel 1543 e costruita intorno al 1548. È dal 1996 nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle
altre ville palladiane del Veneto.

Storia e descrizione
Sul finire degli anni quaranta del XVI secolo, Andrea Palladio è chiamato da Biagio Saraceno a intervenire a Finale
di Agugliaro su una corte agricola preesistente, da tempo di proprietà della famiglia. È possibile che il progetto
prevedesse una ristrutturazione complessiva dell’insieme: nei Quattro libri dell'architettura Palladio presenta
l’edificio serrato fra due grandi barchesse ad angolo retto. Sta di fatto che una risistemazione globale non fu mai
effettuata e l’intervento palladiano è circoscritto al corpo padronale: sul lato destro della corte gli edifici sono ancora
quattrocenteschi, mentre la barchessa viene costruita all’inizio dell’Ottocento. In ogni caso, il corpo della villa è uno
degli esiti più felici fra le realizzazioni palladiane degli anni quaranta.
Di straordinaria semplicità, quasi ascetico, l’edificio è un puro volume
costruito in mattoni e intonaco, dove ogni elemento decorativo è
bandito e il raro impiego di pietra lavorata è limitato agli elementi
architettonici più significativi (come finestre e portoni) e alle parti
strutturali. È solamente il disegno dell’architettura a infondere
magnificenza all’edificio, a dispetto delle dimensioni ridotte, derivando
i propri elementi dal tempio romano antico: il piano nobile è sollevato
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778) da terra e poggia su un podio, dove trovano spazio le cantine; la loggia
in facciata è coronata da un timpano triangolare. Piccole finestre
Villa Saraceno 94

illuminano le soffitte, dove veniva conservato il grano. Anche in pianta


la villa è di una semplicità disarmante: due ambienti minori destinati ad
accogliere le scale determinano la forma a “T” della sala, ai cui lati
sono disposte due coppie di stanze legate da rapporti proporzionali. La
datazione dell’inizio dei lavori va collocata nel periodo di tempo che
intercorre tra due stime fiscali: nella prima, del 1546, è ancora citato
l’edificio dominicale preesistente, mentre nella seconda, datata 1555, è
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
descritta la nuova villa palladiana. È possibile che la costruzione
risalga al 1548, quando Biagio Saraceno acquisisce un’importante
carica politica in città. In ogni caso è solo trent’anni più tardi che Pietro
Saraceno, figlio di Biagio, realizza gli intonaci interni e avvia
l’apparato decorativo, forse dovuto al Brusasorzi.

Decorazione della loggia

Prospetto posteriore

Interni Interni
Villa Saraceno 95

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Saraceno [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Saraceno [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)
• Pagina nel sito ufficiale di The Landmark Trust [5]

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Saraceno& language=it&
params=45_18_45_N_11_33_59_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Saraceno?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=33
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=33& modo=biblio
[5] http:/ / www. landmarktrust. org. uk/ our-landmarks/ properties/ villa-saraceno-12782

Villa Serego
Coordinate: 45.499301°N 10.924020°E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Serego
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Serego, sita in località Santa Sofia di Pedemonte in San Pietro in Cariano (provincia di Verona) e per questo
detta anche villa Santa Sofia, è una villa veneta progettata dall'architetto Andrea Palladio nel 1565. È dal 1996 nella
Villa Serego 96

lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del Veneto.
Isolata all’estremo occidente della “geografia palladiana” del Veneto e una delle ultime fabbriche di villa progettate
da Palladio, villa Serego a Santa Sofia rappresenta per molti versi un episodio eccezionale. A differenza della
villa-tipo palladiana, generalmente un organismo fortemente gerarchizzato e dominato dal “pieno” della casa
dominicale, Palladio preferisce qui articolare lo spazio attorno al grande “vuoto” del cortile centrale, prendendo
probabilmente a modello le proprie ricostruzioni della villa romana antica.
Anziché di mattoni e intonaco, le grandi colonne ioniche sono
realizzate con blocchi di pietra calcarea appena sbozzati e sovrapposti a
creare pile irregolari: il tipo di materiale utilizzato (proveniente dalle
cave che i Serego possedevano poco lontano) e la dimensione
gigantesca delle colonne contribuiscono a generare una sensazione di
potenza mai raggiunta da nessun'altra villa realizzata.

Il committente è il veronese Marcantonio Serego, che entra in possesso


Villa Serego, sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, della proprietà di Santa Sofia nel 1552 ma che solamente dal 1565
1781) decide di rinnovare radicalmente il complesso edilizio ereditato dal
padre. Poche e frammentarie sono le notizie che riguardano le vicende
costruttive del complesso, che venne realizzato solo in piccola parte rispetto alla grande estensione disegnata da
Palladio nei Quattro libri dell'architettura (1570): meno della metà del cortile rettangolare e in particolare la sezione
settentrionale.

Nel 1740 Francesco Muttoni poté vedere il tracciato dell’intero cortile scandito dalle basi già poste in opera delle
colonne che avrebbero dovuto completarlo. È dunque ipotizzabile che con la morte di Marcantonio negli anni ottanta
del Cinquecento i lavori siano stati definitivamente interrotti, anche se pare dimostrata la volontà di concludere
almeno la parte del complesso riservata agli appartamenti signorili.
Entro la metà dell’Ottocento la villa subì notevoli mutamenti a opera dell’architetto Luigi Trezza: nuovi ambienti
abitabili vennero ad aggiungersi lungo il lato occidentale dell’edificio, innestandosi al tratto originale cinquecentesco
e in parte manomettendolo, mentre alle testate del cortile lasciate incompiute veniva data un’immagine definitiva
facendo girare trabeazione e balaustra.
La villa possiede un grande giardino, posto di fronte, ed è attualmente sede di una azienda vinicola.

Bibliografia
Fonti utilizzate
• (IT, EN) Scheda su Villa Serego [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)
Per approfondimenti
• P. Brugnoli e A. Sandrini, L’architettura a Verona nell'età della Serenissima, pag.184-196
Villa Serego 97

Voci correlate
• Giovanni Antonio Campostrini
• Valpolicella

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Serego [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Serego& language=it& params=45. 499301_N_10.
924020_E_type:landmark
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=25
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=25& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Serego?uselang=it

Villa Thiene
Coordinate: 45°34′22.30″N 11°37′30″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Thiene
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Thiene, situata a Quinto Vicentino, è una villa veneta costruita dall'architetto Andrea Palladio a partire dal
1542, probabilmente basandosi su un progetto di Giulio Romano, e ampiamente rimaneggiata da Francesco Muttoni
in anni anteriori al 1740, che conferì all'edificio l'aspetto attuale. È dal 1996 nella lista dei patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del Veneto.
Villa Thiene 98

Storia
La villa Thiene di Quinto, come il palazzo di famiglia a Vicenza, fu
costruita per Marcantonio e Adriano Thiene probabilmente in base a un
progetto di Giulio Romano, poi modificato dal direttore dei lavori,
Palladio.
Affacciata sul fiume Tesina, essa era situata al centro di due grandi
corti agricole dei Thiene. Il progetto prevedeva una soluzione ben
diversa da quella delle altre ville palladiane: la fabbrica è dominata da
una grande loggia voltata a botte, più alta del resto dell’edificio, mentre
l’esterno è articolato con lesene doriche, raddoppiate sui lati corti. La
struttura è eseguita in mattoni — in origine coperti da intonaco, ma ora
Disegno di Palladio per la villa (in buon parte mai a vista — con un uso limitato di pietra bianca nelle basi, nei capitelli,
realizzato), da I quattro libri dell'architettura, nei davanzali delle finestre e agli angoli del cornicione e del timpano.
1570 Il resto delle parti sagomate è eseguito in cotto. Il progetto venne
redatto fra il 1542 e il 1543, in contemporanea con quello del palazzo,
e la costruzione verosimilmente si arrestò negli anni cinquanta: la
morte di Adriano (avvenuta alla corte di Francia, al servizio di
Francesco II) e lo spostamento degli interessi familiari nel Ferrarese, a
seguito dell’acquisizione del feudo e del titolo di conte di Scandiano da
parte di Ottavio, figlio di Marcantonio, sono probabilmente all’origine
dell’incompletezza della fabbrica.

Nel 1614 Inigo Jones registra nella sua copia dei Quattro libri
dell'architettura lo stato di incompiutezza dell’edificio, cui mancava la
Veduta dal fiume dell'attuale facciata posteriore:
si nota nel prospetto laterale sinistro la traccia volta della loggia. Un intervento di Francesco Muttoni, certamente
dell'intervento palladiano anteriore al 1740, insiste pesantemente sull’edificio: pur conservando
gli appartamenti eseguiti, elimina la grande loggia e crea una nuova
facciata principale verso sud. Quelli che dovevano essere i fianchi diventano quindi le odierne facciate, con una
rotazione di 90 gradi. Nelle due stanze a sinistra rimangono gli affreschi realizzati da Giovanni Demio nei primi anni
cinquanta.
Villa Thiene 99

Interni: l'atrio

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Villa Thiene [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Voci correlate
• Palazzo Thiene

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Thiene [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Scheda di Villa Thiene [5] dell'Istituto regionale ville venete

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Thiene& language=it& params=45_34_22.
30_N_11_37_30_E_type:landmark
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=42
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=42& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Thiene_(Quinto_Vicentino)?uselang=it
[5] http:/ / catalogo. irvv. net/ catalogo/ scheda. form?id=3023
Barchessa di Villa Thiene (Cicogna) 100

Barchessa di Villa Thiene (Cicogna)


Barchessa di Villa Thiene

La barchessa di Villa Thiene


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Villafranca Padovana

Indirizzo località Cicogna

Informazioni

Condizioni In uso

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

La barchessa di Villa Thiene è un edificio situato nella località di Cicogna di Villafranca Padovana progettato
intorno al 1556 dall'architetto Andrea Palladio. La barchessa oggi esistente è l'unica parte realizzata di un ambizioso
progetto redatto da Palladio per Francesco Thiene e i suoi figli Odoardo e Teodoro.
Barchessa di Villa Thiene (Cicogna) 101

Storia e descrizione del progetto


Ne I quattro libri dell'architettura Palladio dichiara che fu Francesco a
dare inizio al cantiere, e poiché questi morì nel 1556 è probabile che il
progetto palladiano sia stato redatto poco prima. Nel 1563 il cantiere è
in piena attività, e una mappa dell’anno successivo ben rappresenta lo
stato dei lavori, che si arrestano nel 1567, quando Odoardo abbandona
precipitosamente Vicenza per fuggire in terra protestante per motivi
religiosi. Andrea Palladio era probabilmente amico personale di
Odoardo, tanto è vero che lo assiste nel momento concitato della fuga,
presenziando all'atto notarile di nomina del fratello Teodoro a
procuratore delle proprietà abbandonate forzosamente dietro di sé.

Il progetto di villa Thiene è documentato dall'incisione dei Quattro


libri. Decisamente ambizioso, era caratterizzato da una grande loggia a
ordine gigante, serrata da torri ai quattro angoli dell'edificio. Della
barchessa realizzata esiste un disegno di mano di Marcantonio Pianta e prospetto del progetto della villa (mai
Palladio, assai vicino all'eseguito. Essa sarebbe stata connessa al corpo portato a compimento), da I quattro libri
dell'architettura di Palladio
dominicale da due porticati ricurvi, che pressoché negli stessi anni
Palladio progettava per villa Badoer a Fratta Polesine.

Vista frontale Sezione del progetto palladiano mai portato a compimento (Ottavio
Bertotti Scamozzi, 1781)

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Barchessa di Villa Thiene [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Barchessa di Villa Thiene [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Architettura Portale Veneto


Barchessa di Villa Thiene (Cicogna) 102

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Thiene_(Cicogna)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=3
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=3& modo=biblio

Barchesse di villa Trissino (Meledo di Sarego)


Coordinate: 45°25′56″N 11°24′47″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Trissino
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Le Barchesse di Villa Trissino, costruite nel 1567 circa, sono l'unica parte superstite del progetto mai compiuto per
una villa veneta di Andrea Palladio a Meledo di Sarego (Vicenza), sulle rive del fiume Guà. Il complesso è stato
inserito nel 1996 nella lista dei Patrimoni dell'umanità dall'UNESCO e versa in pessimo stato di conservazione.[2]

Storia
Nei Quattro libri dell'architettura Palladio afferma di aver cominciato
a Meledo (oggi frazione del comune di Sarego) una fabbrica di villa
per i fratelli Ludovico e Francesco Trissino, figure di primo piano
dell’aristocrazia vicentina e committenti palladiani non solo a Meledo
ma anche per un proprio palazzo di città in contra' Riale (1558) e per
un piccolo villino suburbano.

L’incisione del trattato restituisce una struttura imponente, articolata su


più livelli, palesemente ispirata allo sviluppo dei complessi acropolici
romani antichi. Non è possibile affermare se tale progetto avesse
Progetto per Villa Trissino a Meledo (mai velleità esecutive. D’altro canto esistono tracce evidenti di un inizio di
realizzato), da I quattro libri dell'architettura di progetto palladiano nelle imponenti fondazioni in pietra degli edifici
Palladio (1570)
Barchesse di villa Trissino (Meledo di Sarego) 103

lungo il fiume e nelle due barchesse con colonne tuscaniche di ottima


fattura. L’ipotesi più economica porta a pensare che sia esistito un
progetto palladiano per villa Trissino, tuttavia non necessariamente
identico a quello presentato nei Quattro Libri. Quest’ultimo sembra
piuttosto lo sviluppo di un’ipotesi teorica immaginata per il sito reale di
Meledo.

La torre colombara è fornita di camini e affrescata con grottesche da


Eliodoro Forbicini (pittore veronese che aveva già lavorato nei
Retro
palladiani palazzo Chiericati e palazzo Thiene), segno evidente di un
utilizzo non solo utilitario.
Il complesso per molti anni è rimasto in stato di abbandono e la sua conservazione messa a repentaglio. L'Istituto
Regionale Ville Venete ha concesso nel 2009 un finanziamento finalizzato ad un parziale recupero delle strutture.[3]

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Barchesse_di_Villa_Trissino& language=it&
params=45_25_56_N_11_24_47_E_type:landmark
[2] Scheda (http:/ / catalogo. irvv. net/ catalogo/ scheda. form?id=3031) dell'Istituto regionale ville venete con relativo stato di conservazione.
[3] Istituto Regionale Ville Venete (http:/ / www. irvv. net/ jsp/ News. jsp?idm=414)

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Barchesse di Villa Trissino (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.
php?architettura=37) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=37&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la revisione
iniziale di questa voce)

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Barchesse di Villa Trissino (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Villa_Trissino_(Meledo)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Scheda (http://catalogo.irvv.net/catalogo/scheda.form?id=3031) dell'Istituto regionale ville venete
• Scheda del complesso nel sito del Comune di Sarego (http://www.comune.sarego.vi.it/sa/sa_p_testo.
php?idservizio=4&idtesto=4&idfoto=4&node=0)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Villa Trissino (Cricoli) 104

Villa Trissino (Cricoli)


Coordinate: 45°33′55″N 11°32′49″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Trissino
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Trissino in località Cricoli a Vicenza è una villa veneta appartenuta all'umanista Giangiorgio Trissino e
tradizionalmente legata alla figura dall'architetto Andrea Palladio. Con decreto ministeriale del 18/7/1960 venne
sottoposta a vincolo storico artistico architettonico e dal 1994 è nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO,
assieme a Vicenza città di Palladio e alle altre ville palladiane del Veneto.
Questa villa non è sicuramente opera di Palladio, ma è uno dei luoghi del suo mito, anzi ne è l’origine. La tradizione
vuole infatti che proprio qui, nella seconda metà degli anni 1530, il nobile vicentino Giangiorgio Trissino dal Vello
d'Oro (1478-1550) incontri il giovane scalpellino Andrea di Pietro impegnato nel cantiere della villa. Intuendone in
qualche modo le potenzialità e il talento, Trissino ne cura la formazione portandolo con sé in alcuni suoi viaggi a
Roma per lo studio e l'osservazione delle architetture classiche, lo introduce presso l’aristocrazia vicentina e, nel giro
di pochi anni, lo trasforma in un architetto cui impone l’aulico nome di Palladio.
Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro era un letterato, autore di opere
teatrali e di grammatica, e a Roma era stato accolto nel ristretto circolo
culturale di papa Leone X Medici, dove aveva conosciuto Raffaello.
Abile dilettante di architettura (si sono conservati i suoi disegni del
proprio palazzo in città e un abbozzo di trattato sull’architettura), è
probabilmente responsabile in prima persona della ristrutturazione
della villa di famiglia a Cricoli, appena fuori Vicenza, ereditata dal
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)
padre Gaspare.

Trissino non demolisce l’edificio preesistente, di forme gotiche, ma ne


ridisegna in primo luogo il fronte principale verso sud, che diviene una sorta di manifesto di adesione alla nuova
cultura costruttiva fondata sulla riscoperta dell’architettura romana antica. Fra due torri
Villa Trissino (Cricoli) 105

preesistenti inserisce una loggia a doppio ordine di arcate, che si ispira


direttamente alla facciata di villa Madama a Roma di Raffaello, così
come pubblicata da Sebastiano Serlio nel Terzo libro dell’architettura
(edito a Venezia nel 1540).
Nella riorganizzazione degli spazi interni la sequenza delle stanze
laterali, di dimensioni diverse ma legate da un sistema di proporzioni
interrelate (1:1; 2:3; 1:2), individua uno schema che diventerà un tema
chiave nel sistema progettuale palladiano. Il cantiere è certamente
Villa Trissino
concluso nel 1538. Tra il 1798 e il 1808 l’architetto vicentino Ottone
Calderari interviene pesantemente sull’edificio su commissione del
conte Teodoro Trissino dal Vello d'Oro e nei primi anni del Novecento una seconda campagna di lavori cancella le
ultime tracce della fabbrica gotica, compiendo una postuma “palladianizzazione” della villa.

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Trissino (Cricoli) [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Trissino (Cricoli) [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Trissino_(Cricoli)& language=it&
params=45_33_55_N_11_32_49_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Trissino_a_Cricoli?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=32
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=32& modo=biblio
Villa Valmarana (Lisiera) 106

Villa Valmarana (Lisiera)


Coordinate: 45°34′47.38″N 11°36′36.93″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Valmarana
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Valmarana, situata nel centro di Lisiera di Bolzano Vicentino, è una villa veneta originariamente progettata
dall'architetto Andrea Palladio intorno al 1563. Il progetto di Palladio fu realizzato, come successe anche in altri casi,
solo parzialmente; l'edificio è stato in buona parte ricostruito dopo le pesanti distruzioni della seconda guerra
mondiale. È tra i patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del Veneto.

Storia
La villa che vediamo oggi è molto diversa da quella progettata da
Palladio per Gianfrancesco Valmarana. Un’idea del progetto palladiano
è resa nell’incisione dei Quattro libri dell'architettura (1570), che
mostra una struttura con doppio ordine di logge serrate da torricelle su
entrambi i fronti, ma il disegno in questo caso mostra — ancora più
che altrove — diverse incertezze e imprecisioni.

In ogni caso il cantiere della villa si interrompe nel 1566 per la morte
di Gianfrancesco e viene probabilmente concluso in economia dal
nipote Leonardo Valmarana (figlio di suo fratello Giovanni Alvise),
committente della cappella Valmarana in Santa Corona a Vicenza ed
erede del grande palazzo palladiano di famiglia in città, Palazzo
Valmarana. Il secondo ordine delle logge non venne mai costruito e il
settore mediano fu concluso con una specie di attico.

Quasi distrutta (come il palazzo) dai bombardamenti Alleati nel corso


della seconda guerra mondiale, è stata ricostruita di recente.
Incisione da I quattro libri dell'architettura
Nel 1996 è stata inserita nel patrimonio dell'umanità "Città di Vicenza
e ville palladiane del Veneto" dall'UNESCO.
Villa Valmarana (Lisiera) 107

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Villa Valmarana (Lisiera) [2] con bibliografia [3]
del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea
Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Valmarana Vista laterale

(Lisiera) [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Dettaglio del timpano della facciata

Portale Vicenza
Portale Architettura

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Valmarana_(Lisiera)& language=it& params=45_34_47.
38_N_11_36_36. 93_E_type:landmark
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=34
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=34& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Valmarana_Scagnolari_Zen?uselang=it
Villa Valmarana (Vigardolo) 108

Villa Valmarana (Vigardolo)


Coordinate: 45°36′26.50″N 11°35′4″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Valmarana
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Valmarana, sita a Vigardolo di Monticello Conte Otto in provincia di Vicenza, è una villa veneta progettata da
Andrea Palladio nel 1542, tra le prime opere autonome dell'architetto. L'edificio è dal 1996 nell'elenco dei patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO, assieme alle altre ville palladiane del Veneto.
Nei primi anni 1540 Palladio progetta una piccola villa per i due cugini Giuseppe e Antonio Valmarana nel fondo
ereditato in comune a Vigardolo, pochi chilometri a nord di Vicenza. La necessità di alloggiare nell’edificio due
nuclei familiari potrebbe spiegare la particolare disposizione delle stanze, organizzate in due appartamenti autonomi
e simmetrici, accessibili dal salone posteriore anziché dalla loggia frontale in comune fra i due cugini.
Villa Valmarana (Vigardolo) 109

La data assai precoce colloca il progetto per villa Valmarana fra le


prime prove autonome dell’architetto, testimoniate da un ricco gruppo
di disegni autografi, uno dei quali (RIBA XVII/2r) è con tutta evidenza
il progetto preparatorio per l’edificio. Le differenze fra il disegno e
l’edificio realizzato possono spiegarsi con le difficoltà sorte in fase di
costruzione: nella villa mancano l’alto podio dove disporre gli ambienti
di servizio seminterrati (irrealizzabile per la presenza di numerosi corsi
d’acqua) e il frontone interrotto, mentre compare un mezzanino; il
soffitto della loggia è piano anziché a volta. Frammenti di decorazione
parietale testimoniano che la villa era in origine completamente
affrescata.

Si tratta in definitiva di un progetto di transizione, in cui troviamo


tuttavia per la prima volta compiutamente formulati i tratti
caratterizzanti del linguaggio palladiano. Nella villa sono presenti
infatti elementi propri della tradizione costruttiva vicentina, come la
disposizione delle stanze, che ricalca quella di villa Trissino a Cricoli,
e in particolare di quelle laterali legate da precisi rapporti proporzionali
Progetto autografo di Palladio (Londra, RIBA (2:3:5, e precisamente 12,18 e 30 piedi vicentini).
XVII/2r)
Accanto a loro tuttavia convivono le suggestioni formali derivanti dalle
grandi strutture termali antiche, conosciute direttamente da Palladio nel
primo viaggio a Roma del 1541, ben riconoscibili nella loggia, nelle
strutture voltate delle stanze e nella serliana utilizzata come filtro verso
l’ambiente esterno.

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Valmarana
Prospetto posteriore (Vigardolo) [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Villa Valmarana (Vigardolo) [3] con bibliografia
[4]
del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea
Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Interni affrescati
Villa Valmarana (Vigardolo) 110

Affresco nella sala centrale (foto Archivio CISA)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Valmarana_(Vigardolo)& language=it& params=45_36_26.
50_N_11_35_4_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Valmarana_(Vigardolo_di_Monticello_Conte_Otto)?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=45
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=45& modo=biblio

Villa Zeno
Coordinate: 45°42′01″N 12°38′35″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Villa Zeno
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1996

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Villa Zeno, sita a Donegal di Cessalto in provincia di Treviso, è una villa veneta progettata dall'architetto Andrea
Palladio probabilmente nel 1554. L'edificio è dal 1996 nell'elenco dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO, assieme
Villa Zeno 111

alle altre ville palladiane del Veneto.

Storia
Non è certa la datazione del progetto per la villa Zeno a Cessalto, una
delle meno conosciute e certo la più orientale (geograficamente
parlando) fra le ville palladiane. Ipotesi recenti fissano il progetto al
1554, vale a dire non appena Marco Zeno acquisisce la proprietà della
tenuta di Cessalto, e ciò è ben compatibile con le evidenti affinità
formali con altre ville dello stesso periodo come Villa Saraceno a
Finale di Agugliaro e Villa Caldogno.
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781) Sicuramente autografa, è pubblicata sui Quattro libri dell'architettura
con grandi barchesse ad angolo retto, in realtà non realizzate sino ai
primi decenni del Seicento. Senza dubbio il progetto palladiano
interviene trasformando un edificio preesistente, e ciò potrebbe
spiegare alcune singolarità della pianta. Pesantemente modificata nel
corso dei secoli, attualmente la villa non mostra più la finestra termale
originaria, tamponata nel Settecento.

Nel 1953 l'edificio fu vincolato e dal 1959 l'allora Ente per le Ville
Venete iniziò ad occuparsi dello stato di conservazione del complesso.
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1781)
La villa è stata inserita dal 1996, assieme alle altre ville palladiane,
nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Attualmente il
complesso necessita di interventi di restauro.

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Villa Zeno [2] con bibliografia [3] del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte
della prima revisione di questa voce)

Prospetto posteriore
Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Villa Zeno [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.
Villa Zeno 112

Dettaglio della facciata

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Villa_Zeno& language=it&
params=45_42_01_N_12_38_35_E_type:landmark
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=9
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=9& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Villa_Zeno?uselang=it
113

Palazzi

Basilica Palladiana
Coordinate: 45°32′49″N 11°32′47″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Basilica Palladiana
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

La Basilica Palladiana è un edificio pubblico che affaccia su Piazza dei Signori a Vicenza. Il suo nome è
indissolubilmente legato all'architetto rinascimentale Andrea Palladio, che riprogettò il Palazzo della Ragione
aggiungendo alla preesistente costruzione gotica le celebri logge in marmo bianco a serliane.
Un tempo sede delle magistrature pubbliche di Vicenza, oggi la Basilica Palladiana, dotata di tre spazi espositivi
indipendenti, è teatro di mostre d'architettura e d'arte. Dal 1994 è, con le altre architetture di Palladio a Vicenza, nella
lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Basilica Palladiana 114

Storia

Scorcio della facciata della Basilica con la Torre Monumento ad Andrea Palladio. Sullo sfondo le
Bissara (torre di piazza) logge della Basilica.

« Non è possibile descrivere l'impressione che fa la Basilica di Palladio... »


(Johann Wolfgang von Goethe, da Viaggio in Italia)

L'edificio su cui in seguito sarebbe intervenuto Palladio era il Palazzo della Ragione, realizzato secondo il progetto
di Domenico da Venezia, che inglobava a sua volta due edifici pubblici preesistenti, un'importante strada di
comunicazione tra il centro, il Borgo di Berga e Campo Marzo. Alla sinistra dell'edificio sorge tuttora la torre detta
dei Bissari (XII secolo), alta 82 m, il cui pinnacolo è del 1444.
Realizzato in forme gotiche verso la metà del Quattrocento, il Palazzo della Ragione nel suo piano superiore è
interamente occupato da un enorme salone senza supporti intermedi, il salone del Consiglio dei Quattrocento.
L'ambiziosa copertura a carena di nave rovesciata, ricoperto da lastre di rame, in parte sollevata da grandi archivolti,
era ispirata a quella realizzata nel 1306 per il Palazzo della Ragione di Padova. Il rivestimento della facciata gotica
fu realizzato a rombi in marmo rosso e gialletto di Verona, ed è tuttora visibile dietro l'aggiunta palladiana. L'edificio
era sede delle Magistrature pubbliche di Vicenza e, al piano terreno, di un attivo gruppo di botteghe.
Dal 1481 al 1494 Tommaso Formenton circonda di un doppio ordine di logge l'antico palazzo. Due anni dopo la fine
del cantiere crolla l’angolo sud-ovest e per oltre quarant’anni i vicentini dibatteranno sulle modalità della
ricostruzione. Nel corso dei decenni vengono investiti del problema i più quotati architetti operanti nella regione:
Antonio Rizzo e Giorgio Spavento nel 1496, Antonio Scarpagnino nel 1525 e quindi Jacopo Sansovino nel 1538,
Sebastiano Serlio nel 1539, Michele Sanmicheli nel 1541, e da ultimo Giulio Romano (1542) che elabora la
singolare proposta di innalzare piazza delle Erbe e isolare l’edificio al centro di una grande piazza simmetrica.
Basilica Palladiana 115

Nonostante pareri tanto illustri, nel marzo del 1546 il Consiglio


cittadino approva il progetto di un architetto locale di appena trentotto
anni, allora decisamente poco conosciuto: Andrea Palladio. L’incarico
al proprio protetto fu senza dubbio una delle migliori vittorie di
Giangiorgio Trissino (il mentore di Palladio), capace di coagulare
intorno al suo nome la maggioranza dei consensi. Anche se accanto al
giovane architetto, quasi a garantirne l’operato, figurava l’esperto e
affidabile Giovanni da Pedemuro, per dissipare ogni dubbio il
Consiglio chiede la costruzione di un modello ligneo di una delle
nuove arcate da sottoporre al giudizio dei vicentini. Dopo altri tre anni
di discussioni, che rimettono in gioco i progetti Rizzo-Spavento e
Giulio Romano, nel maggio del 1549 viene definitivamente approvato
il progetto di Andrea Palladio per il quale si esprimono con forza i
nobili Gerolamo Chiericati e Alvise Valmarana, che negli anni
successivi saranno committenti di Palladio per i propri palazzi di
famiglia (Palazzo Chiericati e Palazzo Valmarana).

La Basilica ne I quattro libri dell'architettura di


Palladio (1570)

Pianta del piano inferiore (rilievo, D'Agaro 1968)

Si sono conservati diversi disegni autografi che documentano il


precisarsi dell’idea progettuale dalla primitiva versione del 1546 alla
struttura poi realizzata. La soluzione proposta da Palladio è una
struttura per così dire elastica, in grado di tener conto dei necessari
allineamenti con le aperture e i varchi del preesistente palazzo
quattrocentesco. Il sistema si basa sull’iterazione della cosiddetta
“serliana”, vale a dire una struttura composta da un arco a luce costante
affiancato da due aperture laterali rettangolari, di larghezza variabile e
quindi in grado di assorbire le differenze di ampiezza delle campate. Il
funzionamento è evidente nelle arcate angolari, dove le aperture
architravate sono ridotte quasi a zero, ma è presente in tutte le campate,
la cui larghezza varia sempre, seppure di poco. La serie terminale delle serliane ripetute nella
Basilica Palladiana (da I quattro libri
La serliana (che Sebastiano Serlio pubblica nel IV Libro del suo dell'architettura)
trattato, edito a Venezia nel 1537) è in realtà una traduzione in
Basilica Palladiana 116

linguaggio classico della polifora gotica, utilizzata per la prima volta da Donato Bramante in Santa Maria del Popolo
a Roma e già impiegata nel Veneto da Jacopo Sansovino nella Libreria Marciana nel 1537. Tuttavia, il referente
diretto dell’idea palladiana per Vicenza si ritrova nell’interno della chiesa del monastero di San Benedetto in
Polirone, ristrutturato a partire dal 1540 da Giulio Romano, dove le serliane vengono utilizzate per assorbire le
differenze di larghezza delle campate quattrocentesche della vecchia chiesa. Le logge del piano inferiore sono
realizzate nell'ordine dorico, con la relativa trabeazione nel cui fregio si alternano metope (decorate con dischi e
bucrani) e triglifi. Le logge del piano superiore sono invece in ordine ionico con la relativa trabeazione a fregio
continuo.
Con una certa enfasi retorica, lo stesso Palladio definisce “basilica” il
Palazzo della Ragione circondato dalle nuove logge in pietra, in
omaggio alle strutture della Roma antica dove si discuteva di politica e
si trattavano affari. Per la carriera di Palladio il cantiere delle logge
costituisce un punto di svolta definitivo. Con questo egli diviene
ufficialmente l’architetto della città di Vicenza, responsabile di
un’opera grandiosa (interamente in pietra e che a consuntivo costerà la
notevole somma di 60.000 ducati) senza eguali nel Cinquecento
veneto: per ottenere un altro incarico di tale portata dovrà attendere gli
Da Piazza dei Signori
anni 1560, con il cantiere della chiesa di San Giorgio a Venezia. Al
tempo stesso, il salario di 5 ducati al mese costituirà per Palladio e la
sua famiglia una indispensabile fonte costante di reddito, cui non rinuncerà per tutta la vita. Il cantiere procederà a
rilento: il primo ordine di arcate settentrionali e occidentali sarà concluso nel 1561, il secondo livello, avviato nel
1564, sarà completato nel 1597 (diciassette anni dopo la morte di Palladio), il prospetto su piazza delle Erbe nel
1614.

La balaustra venne adornata con statue di Giovanni Battista


Albanese,[2] Grazioli, Lorenzo Rubini.[3]
Il palazzo così trasformato rimase quindi ricordato come Basilica
Palladiana dal nome del suo architetto e conserva, a seguito di
numerosi restauri (l'ultimo in corso dal 2007; il precedente terminato
nel 2002), l'aspetto dell'opera cinquecentesca progettata dal Palladio.
Sotto la Repubblica di Venezia costituiva il fulcro di attività non solo
politiche (consiglio cittadino, tribunale) ma anche economiche.
All'interno del salone fu ospitato per un certo periodo il teatro
Dettaglio della facciata con le logge, dal basso
all'antica, uno degli spazi scenici ad uso temporaneo progettati da
Palladio prima del Teatro Olimpico.

Nel corso della seconda guerra mondiale, il 18 marzo 1945, la Basilica fu gravemente danneggiata durante un
bombardamento, assieme alla Torre Bissara, malgrado fossero stati inseriti dagli Alleati tra i monumenti che non
dovevano essere colpiti durante gli attacchi aerei. Una bomba incendiaria distrusse la copertura originale della
Basilica, la quale venne ricostruita nell'immediato dopoguerra nelle forme originali. L'altopiano dei sette comuni
donò il legno necessario.
Nel 1994 la Basilica, assieme agli altri monumenti di Vicenza "città del Palladio", è entrata nella lista dei Patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO.
Basilica Palladiana 117

Il restauro
Dall'inizio del 2007 hanno avuto inizio importanti lavori di restauro del
monumento: la copertura è stata sezionata per rimuovere gli arconi
portanti in cemento armato della ricostruzione postbellica e sostituirli
con più leggeri archi in legno lamellare. Si è intervenuti inoltre per
ripulire e consolidare tutte le facciate, dotando l'edificio di una nuova
illuminazione. Il termine dei lavori di ristrutturazione è slittato fino alla
metà del 2012, pertanto i lavori sono proseguiti per tutto il 2008,
proprio l'anno in cui si è celebrato il cinquecentesimo anniversario
della nascita Palladio, con varie polemiche, anche se l'edificio non è
mai stato interamente celato dalle armature. Nel corso degli ultimi mesi
le parti restaurate sono state progressivamente svelate e sono state
promosse iniziative che hanno consentito di vivere il cantiere, come ad
esempio, Una volta ogni 450 anni, ovvero la visita al cantiere stesso
(con record di presenze), l'installazione sull'impalcatura di un maxi
La loggia superiore della Basilica, dal lato di
schermo dove venivano proiettati video sulla città e sulle sue bellezze
piazza dei Signori
(denominata Palladio Infinito). Il restauro è ufficialmente terminato il
6 ottobre 2012 in concomitanza con la riapertura della Basilica in
occasione della mostra "Raffaello verso Picasso".

Il costo complessivo di 15 milioni di euro per il restauro è stato interamente finanziato dalla Fondazione Cassa di
Risparmio di Verona, Vicenza, Belluno e Ancona.

Sostituzione della struttura di Scorcio di Rimontaggio arconi (giugno Il retro dell'edificio visto da
copertura (settembre 2007). ristrutturazione 2008). Monte Berico (settembre 2008).
(settembre 2007).

La volta della loggia superiore Bassorilievo con Il salone superiore


appena restaurata (settembre tracce cromatiche della Basilica con
2008). appena restaurato i ponteggi.
(settembre 2008).
Basilica Palladiana 118

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Basilica_Palladiana& language=it&
params=45_32_49_N_11_32_47_E_type:landmark
[2] Albanése - Sapere.it (http:/ / www. sapere. it/ enciclopedia/ Albanése. html)
[3] Rubini, Lorènzo - Sapere.it (http:/ / www. sapere. it/ enciclopedia/ Rubini,+ Lorènzo. html)

Voci correlate
• Piazza dei Signori (Vicenza)
• Torre Bissara

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Basilica Palladiana (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Basilica_Palladiana_(Vicenza)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Basilica Palladiana (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=52) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=52&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per il progetto palladiano)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Palazzo Antonini 119

Palazzo Antonini
Coordinate: 46°03′59″N 13°14′01″E [1]

Palazzo Antonini

Palazzo Antonini a Udine


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Friuli-Venezia Giulia
Località Udine

Indirizzo via Gemona

Informazioni

Condizioni In uso

Costruzione 1556 - ?

Uso Filiale della Banca d'Italia

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario Banca d'Italia

Proprietario storico Floriano Antonini

Palazzo Antonini a Udine è una residenza urbana progettata dall'architetto Andrea Palladio alla metà del XVI secolo
per la famiglia Antonini, proprietaria di vari altri palazzi in città.
Era sede della filiale della Banca d'Italia; attualmente è in fase di restauro.
Palazzo Antonini 120

Storia
L'inizio della sua costruzione viene fatto tradizionalmente risalire al
1556, in concomitanza con la costruzione dell’arco Bollani, altra opera
di Palladio a Udine.

Palazzo Antonini, pianta (Ottavio Bertotti


Scamozzi, 1781)

Il committente è Floriano Antonini, giovane e ambizioso esponente di


una delle famiglie più in vista dell'aristocrazia udinese che, desideroso
di riscoprire una tradizione erudita, fece coniare una medaglia di
fondazione del palazzo, probabilmente per dimostrare che il gusto
sofisticato non era patrimonio esclusivo dei circoli aristocratici della
capitale della Serenissima, Venezia. Nel 1559 il palazzo è già
parzialmente abitabile, ma nel 1563 il cantiere risulta ancora in attività.

Nel secolo successivo almeno due campagne di lavori modificano Palazzo Antonini, sezione (Ottavio Bertotti
pesantemente l'aspetto dell'edificio, arrivando a sostituire tutte le Scamozzi, 1781)

finestre, tranne quella sulla destra della loggia nel prospetto posteriore,
e le scale interne. Nel 1709 Martino Fischer realizza gli apparati decorativi, mentre più tardi Luigi Zandomeneghi
realizza gli stucchi; in questo modo si contribuisce a snaturare definitivamente gli interni palladiani. In sostanza, ciò
che rimane del progetto palladiano sono la planimetria (a meno delle scale) e la volumetria generale dell’edificio, le
logge anteriori e posteriori (di cui però non vennero realizzati i frontoni) e gli elementi della "sala a quattro colonne".

Il progetto di Palladio
Il progetto apre la sezione del trattato di Palladio I quattro libri dell'architettura (1570) dedicata ai palazzi di città,
anche se, come già villa Pisani a Montagnana o villa Cornaro a Piombino, palazzo
Palazzo Antonini 121

Antonini è un edificio ambivalente, benché di segno opposto: è infatti


un palazzo urbano con tipologia di villa suburbana. Del resto va
considerato che sorgeva ai margini del centro urbano, in un’area aperta
con giardini, come palazzo Chiericati o palazzo Civena a Vicenza. Il
disegno delle facciate è affascinante. In particolar modo quella sulla
strada, con semicolonne ioniche ottenute da rocchi di pietra che
preannunziano quelle di villa Serego a Santa Sofia, costituisce una vera
eccezione nella poetica palladiana. Per altro, una fitta trama di forature
rende la loggia sulla strada una sorta di diaframma trasparente alla
luce. L’intero edificio è come serrato da fasce continue di pietra, dal
basamento delle semicolonne alla trabeazione, sino alla fascia
corrispondente al fregio superiore dove si aprivano le piccole finestre
senza cornice del granaio.

Dettaglio della facciata

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Antonini [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Voci correlate
• Arco Bollani

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Antonini [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Foto storica (1957) dell'interno [5]

Portale Architettura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di architettura

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Antonini& language=it&
params=46_03_59_N_13_14_01_E_type:landmark_source:kolossus-frwiki
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=11
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=11& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Antonini_(Udine)?uselang=it
[5] http:/ / www. bancaditalia. it/ media/ fotogallery/ altro/ arch_sto/ foto29
Palazzo Barbaran da Porto 122

Palazzo Barbaran da Porto


Coordinate: 45°32′55″N 11°32′44″E [1]

Palladio Museum e Centro Internazionale di Studi di Architettura

Data fondazione 1999

Fondatori CISA Palladio

Indirizzo contrà Porti 11, 36100 Vicenza

Sito http:/ / www. cisapalladio. org/

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo Barbaran da Porto
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Barbaran Da Porto è un edificio realizzato a Vicenza fra il 1570 e il 1575 dall'architetto Andrea Palladio.
È attualmente la sede del Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio (CISA) e del Palladio
Museum.
Palazzo Barbaran da Porto 123

Storia
La fastosa residenza per il nobile vicentino Montano Barbarano è il
solo grande palazzo di città che Andrea Palladio riuscì a realizzare
integralmente. A testimonianza degli interessi culturali del
committente, nella sua Historia di Vicenza del 1591, Iacopo Marzari
ricorda Montano Barbarano come “di belle lettere e musico
eccellentissimo”; nell'inventario del 1592 figurano diversi flauti, che
confermano l’esistenza nel palazzo di un’intensa attività musicale.

Esistono almeno tre differenti progetti autografi (conservati a Londra)


Dettaglio della facciata che documentano ipotesi alternative per la planimetria dell'edificio, ben
diverse dalla soluzione realizzata, a testimonianza di un complesso iter
progettuale. Il Barbarano chiede infatti a Palladio di tener conto dell’esistenza di varie case appartenenti alla sua
famiglia già presenti sull’area del nuovo palazzo e, a progetto già definito, acquista un’ulteriore casa adiacente, col
risultato di rendere asimmetrica la posizione del portone d’ingresso. In ogni caso i vincoli posti dal sito e da un
committente esigente diventano occasione di soluzioni coraggiose e raffinate: l’intervento palladiano è magistrale,
elaborando un sofisticato progetto di “ristrutturazione” che fonde le diverse preesistenze in un edificio unitario.

Nel 1998, dopo un'opera di restauro durata vent'anni curata dalle Soprintendenze venete, il palazzo venne riaperto al
pubblico.[2] L'attività espositiva ha avuto inizio nel marzo del 1999.

Descrizione
Al pianterreno, un magnifico atrio a quattro colonne salda insieme le
due unità edilizie preesistenti. Nel realizzarlo Palladio è chiamato a
risolvere due problemi: quello statico di sostenere il pavimento del
grande salone al piano nobile, e quello compositivo di restituire
un’apparenza simmetrica a un ambiente penalizzato dall’andamento
sghembo dei muri perimetrali delle case preesistenti. Sulla base del
modello delle ali del Teatro di Marcello a Roma, Palladio ripartisce
l’ambiente in tre navate, disponendo al centro quattro colonne ioniche
che gli consentono di ridurre l’ampiezza della luce delle crociere
centrali, controventate da volte a botte laterali. Pone così in opera un
sistema staticamente molto efficiente, in grado di reggere senza
difficoltà il pavimento del salone soprastante

Le colonne centrali vengono poi raccordate ai muri perimetrali da


frammenti di trabeazione rettilinea, che assorbono l’irregolarità
planimetrica dell’atrio: si realizza così una sorta di sistema a “serliane”,
un accorgimento concettualmente simile a quello delle logge della
Basilica Palladiana. Anche il tipo insolito di capitello ionico —
Pianta e rilievo del capitello ionico (Ottavio
Bertotti Scamozzi, 1776) derivante dal tempio di Saturno nel Foro romano — viene adottato
perché consente di mascherare le lievi ma significative rotazioni
necessarie ad allineare colonne e semicolonne.
Palazzo Barbaran da Porto 124

Loggia nella corte interna

Decorazione
Nella decorazione del palazzo, Montano Barbarano coinvolge a più
riprese alcuni grandi artisti del suo tempo: Battista Zelotti, già
intervenuto negli spazi palladiani di villa Emo a Fanzolo, Anselmo
Canera e Andrea Michieli detto il Vicentino; gli stucchi sono affidati a
Lorenzo Rubini, autore negli stessi anni della decorazione esterna della
Loggia del Capitanio, e, dopo la sua morte avvenuta nel 1574, al figlio
Agostino.

L’esito è un palazzo sontuoso in grado di rivaleggiare con le dimore dei


Thiene, dei Porto e dei Valmarana, e che consente al suo committente
di rappresentarsi in città come esponente di punta dell’élite culturale
vicentina.

Decorazione interna

Sezione (Ottavio Bertotti Finestra della Corte interna Dettagli della trabeazione con
Scamozzi, 1776) facciata capitelli ionici
Palazzo Barbaran da Porto 125

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Barbaran_da_Porto& language=it&
params=45_32_55_N_11_32_44_E_source:kolossus-frwiki
[2] Palazzo Barbaran da Porto - Vicenzanews Magazine (http:/ / www. vicenzanews. it/ a_306_IT_648_1. html)

Voci correlate
• Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio

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Category:Palazzo_Barbaran_Da_Porto?uselang=it)
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php?architettura=55) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=55&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima
revisione di questa voce)

Portale Architettura Portale Musei

Portale Vicenza
Portale Patrimoni dell'umanità
Palazzo del Capitaniato 126

Palazzo del Capitaniato


Coordinate: 45°32′50″N 11°32′45″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo del Capitanio
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Il palazzo del Capitaniato, noto anche come loggia del Capitanio o loggia Bernarda, è un palazzo di Andrea
Palladio che si affaccia sulla centrale Piazza dei Signori a Vicenza, di fronte alla Basilica Palladiana, attualmente
sede del consiglio comunale cittadino. Fu decorato da Lorenzo Rubini, e all'interno i dipinti sono di Giovanni
Antonio Fasolo. Il palazzo fu progettato nel 1565 e costruito dal 1571 al 1572.
Dal 1994 è, con le altre architetture di Palladio a Vicenza, nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Nella
catalogazione dei beni culturali, in Italia, questo palazzo è un'opera d’arte che viene catalogata nei tipi di beni
immobili, architettura di tipo A.
Palazzo del Capitaniato 127

Storia
Nel 1565 la città di Vicenza chiese ad Andrea Palladio di realizzare un
palazzo per il capitanio, il rappresentante della Repubblica di Venezia
in città, da cui l'edificio prese il nome. Il palazzo doveva sostituire un
preesistente edificio tardo medievale, già adibito a residenza del
capitanio, che si affacciava su piazza dei Signori. In questo modo
Palladio si trovò impegnato su due fronti della stessa piazza, dato che il
cantiere della Basilica Palladiana, a cui l'architetto vicentino lavorava
sin dalla metà degli anni quaranta, era ancora in corso.

Palladio si trovò dunque a sfidare se stesso, sulla stessa piazza,


nell'arco di vent'anni. Nel palazzo del Capitaniato ebbe modo di
sfruttare le conoscenze architettoniche e stilistiche nel frattempo
acquisite, raggiungendo in tale opera uno dei massimi vertici della
Palazzo del Capitanio, pianta (Pereswet-Soltan,
1969) propria carriera. Lo stile dell'edificio è stato accostato a quello
manierista, per via del vistoso scarto di ritmo tra prospetto e fianco,
con risultati che non rientrano nel codice classicista.

Come molti altri palazzi dell'architetto veneto, l'edificio rimase


parzialmente incompiuto: i lavori vennero fermati nel 1572, nonostante
il palazzo non fosse terminato, e furono realizzate solo tre campate,
invece della cinque o sette inizialmente previste.
Il lato dove il palazzo avrebbe dovuto essere continuato fu rimesso in
luce negli anni trenta del XX secolo, quando furono abbattuti alcuni
edifici che vi si erano addossati. Si parlò allora di completare il palazzo
costruendo le arcate mancanti, ma tale ipotesi non ebbe seguito. Per
dare più dignità al palazzo la facciata laterale subì allora un
adattamento lineare, secondo lo stile dell'epoca, con un arco, che però è
stato oggetto di critiche.

Così come la dirimpettaia Basilica Palladiana, anche la Loggia del


Capitaniato è stata oggetto di restauri (da marzo a settembre 2008) in
coincidenza con le celebrazioni per i 500 anni di Andrea Palladio;
l'intervento di restauro ha riguardato la loggia e la facciata, che sono
Il prospetto laterale che dà su Contrà Monte;
rimaste per alcuni mesi completamente celate dalle impalcature.
nello sfondo uno scorcio della Basilica Palladiana

Palazzo del Capitanio, sezione (Ottavio Bertotti


Scamozzi, 1776)
Palazzo del Capitaniato 128

Descrizione
Il palazzo del Capitaniato è basato su un ordine composito, gigante sia
in altezza sia in larghezza. Al piano terra vi è una grande loggia,
coperta da ampie volte, che sorregge un piano nobile dotato di un
grande salone (la "sala Bernarda"). La facciata del palazzo è alternata
da quattro semicolonne giganti, in mattoni a faccia vista, e tre grandi
archi. Le decorazioni sono realizzate in pietra d'Istria e soprattutto
stucchi. Le colonne erano state pensate da Palladio per essere ricoperte
da un intonaco bianco, che è visibile solamente alla base dei capitelli
corinzi. Palladio decise in questo caso di giocare con il contrasto
utilizzando mattoni rossi privi d'intonacatura che risaltano sia sul
bianco degli stucchi, sia sul bianco della pietra della Basilica
Palladiana che troneggia di fronte.

Le arcate sono sormontate da balconi, che a loro volta sorreggono un


attico balconato. I materiali che sono stati utilizzati per questo palazzo,
i mattoni non intonacati e la pietra, creano una originale bicromia. Le
Dettaglio della facciata con un capitello corinzio
e le decorazioni a stucco. tre arcate imponenti del portico sono sorrette dalle grandi colonne che
giungono fin sotto la balaustra dell'attico. Sulla facciata principale
alcune decorazioni rappresentano figure che versano dell'acqua, a simboleggiare i fiumi. Nella trabeazione del
palazzo si può leggere l'iscrizione: "JO. BAPTISTAE BERNARDO PRAEFECTO", per ricordare chi commissionò
il palazzo, ossia il capitanio Bernardo.

Il prospetto su contrà Monte, lavorato su modello degli archi di trionfo


romani, presenta quattro semicolonne, ma più basse di quelle della
facciata, ed è ornato da stucchi in bassorilievo e due statue allegoriche,
collocate negli intercolumni, a ricordare la vittoria della flotta
ispano-veneziana contro gli ottomani nella battaglia di Lepanto (7
ottobre 1571), alla quale si arrivò anche grazie al sacrificio di molti
vicentini. Sulla base delle statue si possono leggere le due frasi in
latino "PALMAM GENUERE CARINAE" e "BELLI SECURA
QUIESCO", che suggeriscono il significato delle statue: la prima
Fregi del portale centrale, con la firma di Andrea
rappresenterebbe la dea della vittoria navale e la seconda la dea della
Palladio architetto.
pace. Nel piano superiore dell'arco vi sono altre quattro statue: la prima
(dalla piazza) rappresenta la "Virtù", la seconda, un po' più piccola
della prima, rappresenta la "Fede", la terza rappresenta la "Pietà" e infine la quarta, grande quanto la prima,
rappresenta l'"Onore". L'interpretazione che viene data a questi simboli è univoca: la virtù, la fede, la pietà e l'onore
ottengono la vittoria e la pace; e se Venezia poté prevalere sugli Ottomani fu proprio grazie a questi valori.

La loggia a piano terra, recintata da un'alta cancellata in ferro battuto, è uno spazio armonioso, caratterizzato da
nicchie e colonne; ospita alcune lapidi in ricordo dei caduti delle guerre.
Palazzo del Capitaniato 129

Il piano nobile è occupato dalla Sala Bernarda, che è arricchita da


affreschi del Cinquecento provenienti da una delle ville dei da
Porto. Nella Sala Bernarda attualmente si riunisce il consiglio
comunale vicentino. In occasione delle sedute del consiglio, i
politici vicentini entrano proprio dal portone della loggia e non,
come di consuetudine, dall'ingresso di Corso Palladio. Tra giugno
2010 e gennaio 2012 la sala consiliare è stata oggetto di importanti
lavori di ristrutturazione. L'arredo, completamente sostituito, è
stato progettato dall'architetto spagnolo Salvador Perez Arroyo che
ha privilegiato il legno chiaro e l'alluminio. La ristrutturazione
della sala ha interessato anche il soffitto e le nove grandi tele del
cassettonato ligneo di Gian Antonio Fasolo che sono state
completamente restaurate a cura della Soprintendenza per i beni
storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Verona,
Rovigo e Vicenza.

All'interno del palazzo del Capitaniato nel suo piano nobile, vi


sono nove dipinti del seicento di Giovanni Antonio Fasolo, che Dettaglio che rappresenta le armi dei vinti della
battaglia di Lepanto del 1571.
vennero restaurati nel 1961.

Curiosità
La Loggia, con grande successo di pubblico, ospitò per tre giorni la coppa del mondo[2], dal 12 gennaio al 14
gennaio 2007, vinta sei mesi prima dalla nazionale italiana, e fu la prima città d'Italia a ospitare la coppa del mondo
in tour[3].

Galleria

Cancello del palazzo del Iscrizione. Dettaglio del balcone. Parte del balcone con statua.
capitaniato.

Una finestra del palazzo.


Palazzo del Capitaniato 130

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_del_Capitaniato& language=it&
params=45_32_50_N_11_32_45_E_type:landmark
[2] sito sul tour della coppa del mondo (http:/ / www. assocalciatori. it/ aic/ aic. nsf/ aeeb37d5445dd90dc1256b42002ccb07/
87a76686f41bbef7c125725a005442c2?OpenDocument)
[3] La Coppa del Mondo in Tour: si inizia da Vicenza! (http:/ / www. calcioblog. it/ post/ 2297/ la-coppa-del-mondo-in-tour-si-inizia-da-vicenza)

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Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo del Capitaniato (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=53)
con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=53&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio
• Scheda sul palazzo del Capitaniato (http://www.palladio2008.info/html/palladio/opera.php?idOpera=29) nel
sito del cinquecentenario di Palladio
• Scheda turistica del Palazzo del Capitaniato (http://www.comune.vicenza.it/vicenza/eng/7.php) nel sito del
comune di Vicenza

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità
Palazzo Chiericati 131

Palazzo Chiericati
Coordinate: 45.549123°N 11.549404°E [1]

Pinacoteca Civica di palazzo Chiericati

Tipo pinacoteca

Data fondazione 1855

Fondatori Comune di Vicenza

Indirizzo Piazza Matteotti 36/39, 36100 Vicenza

Sito [2]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo Chiericati
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Chiericati è un edificio rinascimentale sito a Vicenza in piazza Matteotti, a fianco della parte terminale di
corso Palladio. Progettato nel 1550 come residenza nobiliare per i conti Chiericati dall'architetto Andrea Palladio e
costruito a partire dal 1551, fu completato solo alla fine del Seicento. Sede storica del museo civico (dal 1855)[3],
ospita la pinacoteca civica, che comprende collezioni di stampe, disegni, numismatica, statuaria medievale e
moderna.
Palazzo Chiericati 132

Il palazzo è inserito dal 1994 nella lista dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO assieme alle altre architetture
palladiane della città.

Storia
Il palazzo fu commissionato ad Andrea Palladio dal conte Girolamo
Chiericati agli inizi del 1550. Nel novembre di quell'anno Chiericati
registra nel proprio “libro dei conti” un pagamento a favore
dell'architetto per i progetti della propria residenza in città. Nello stesso
mese, Girolamo è chiamato a sovraintendere alla gestione del cantiere
delle Logge della Basilica, inauguratosi nel maggio del 1549. Tale
coincidenza non è affatto casuale: insieme a Giangiorgio Trissino,
Chiericati era tra i fautori dell’affidamento del prestigioso incarico
pubblico al giovane Palladio, per il quale si era battuto in prima
persona in Consiglio, e a lui ricorreva per la propria abitazione privata.
Angolo su Corso Palladio Del resto anche suo fratello Giovanni, pochi anni più tardi,
commissionerà all'architetto la villa di Vancimuglio.

Nel 1546 Girolamo aveva ottenuto in eredità alcune vecchie case prospicienti la cosiddetta “piazza dell’Isola” (oggi
Piazza Matteotti), uno spazio aperto all’estremità est della città, che doveva il proprio nome all’essere circondato su
due lati dal corso del Retrone e dal Bacchiglione, che confluivano l’uno nell’altro: porto fluviale cittadino, l’Isola era
sede del mercato di legname e bestiame. L’esiguità del corpo delle vecchie case spinge Girolamo a chiedere al
Consiglio cittadino di poter utilizzare una fascia di circa quattro metri e mezzo di suolo comunale antistante le sue
proprietà per realizzarvi il porticato della propria abitazione, garantendone una disponibilità pubblica.
All’accoglimento dell’istanza segue l’immediato avvio del cantiere nel 1551, per arrestarsi nel 1557 alla morte di
Girolamo, il cui figlio Valerio si limita a decorare gli ambienti interni, coinvolgendo una straordinaria équipe di
artisti: Ridolfi, Zelotti, Fasolo, Forbicini e Battista Franco.
Il palazzo rimase incompiuto per più di un secolo (frammento simile all’attuale palazzo Porto in piazza Castello),
interrotto a metà della quarta campata, così come documentano la Pianta Angelica e i taccuini dei viaggiatori. Fu
completato solo intorno al 1680, seguendo i disegni che il progettista - morto un secolo prima, nel 1580 - aveva
pubblicato nel suo trattato I quattro libri dell'architettura del 1570.
Il Comune di Vicenza acquistò il palazzo nel 1839 dalla famiglia Chiericati, con l’intenzione di raccogliervi le
civiche collezioni d’arte. Restaurato dagli architetti Berti e Giovanni Miglioranza, il museo civico fu inaugurato il 18
agosto 1855.[3] Il corpo occidentale del cortile fu realizzato nell’Ottocento. Miglioranza inoltre demolì la casa
confinante che segnava il passaggio della piazza dell'Isola nel corso Palladio, mutando il contesto originario.
Nell'Ottocento al museo pervennero grandi lasciti gentilizi, tra cui vari capolavori e una raccolta di disegni di
Palladio.
Dopo il restauro dei vicini Chiostri di Santa Corona nel 1991, le collezioni archeologiche e naturalistiche furono
spostate in quella sede più ampia.
Assieme alle altre architetture palladiane di Vicenza, il palazzo è inserito dal 1994 nella lista dei Patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO. Dal 1998 al 2000 ha subito un esteso intervento di restauro.
Palazzo Chiericati 133

Descrizione
Palladio per questo edificio utilizzò una tipologia per l'epoca inedita
per le residenze cittadine, che ricorda in parte quella delle sue ville. Il
palazzo, di imponenti dimensioni, è costituito da un corpo centrale con
due ali simmetriche leggermente arretrate, dotate di grandi logge al
livello del piano nobile.
Esistono diversi autografi palladiani che restituiscono l’evolversi del
progetto, da una prima soluzione dove il portico aggetta solamente al
centro della facciata (per altro coperto da un timpano, come sarà per
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)
villa Cornaro) sino a quella attuale. La pianta è determinata dalle
strette dimensioni del sito: un atrio biabsidato centrale è fiancheggiato
da due nuclei di tre stanze con dimensioni armonicamente legate (3:2;
1:1; 3:5), ognuna con una scala a chiocciola di servizio e una
monumentale al lato della loggia posteriore (un altro elemento che
tornerà nelle ville Pisani a Montagnana e Cornaro a Piombino, per altro
costruite negli stessi anni).

Per conferire magnificenza all’edificio, ma anche per proteggerlo dalle


frequenti inondazioni (e dai bovini che venivano venduti davanti al
palazzo nei giorni di mercato), Palladio lo solleva su un podio, che
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)
nella parte centrale mostra una scalinata chiaramente mutuata da un
tempio antico. Il piano inferiore presenta un portico colonnato, lungo
tutta la facciata, in ordine dorico, con la relativa trabeazione che presenta il classico fregio con metope e triglifi
alternati; il piano superiore, in ordine ionico con la relativa trabeazione con fregio continuo, è chiuso nelle parte
centrale del prospetto e presenta due eleganti logge alle estremità.

La straordinaria novità costituita da palazzo Chiericati nel panorama delle residenze urbane rinascimentali deve
moltissimo alla capacità palladiana di interpretare il luogo in cui sorge: un grande spazio aperto ai margini della città,
davanti al fiume, un contesto che lo rende un edificio ambiguo, palazzo e villa suburbana insieme. Sulla piazza
dell’Isola, Palladio imposta una facciata a doppio ordine di logge in grado di reggere visivamente lo spazio aperto, e
che si pone come elemento di un ipotetico fronte di un Foro romano antico.
L'armonica facciata è strutturata in due ordini sovrapposti, soluzione fino ad allora mai utilizzata per una residenza
privata di città, con un coronamento di statue. Sebbene logge sovrapposte siano presenti in palazzo Massimo a Roma
del Peruzzi e nel Cortile antico del Bo di Moroni a Padova, l’uso che di esse ne fa Palladio nella facciata di palazzo
Chiericati è qualcosa di assolutamente inedito per forza e consapevolezza espressiva.
La Basilica e palazzo Chiericati rappresentano il passaggio definitivo dall’eclettismo dei primi anni alla piena
maturità di un linguaggio dove stimoli e fonti provenienti dall’Antico e dalle architetture contemporanee sono
assorbiti in un sistema ormai specificatamente palladiano. Compare qui per la prima volta la chiusura del fianco delle
logge con un tratto di muro in cui si apre un’arcata: una soluzione mutuata dal Portico di Ottavia a Roma che
diventerà usuale nei pronai delle ville.
Palazzo Chiericati 134

Collezioni
Il museo ospita le collezioni di pittura e scultura, il gabinetto dei
disegni e delle stampe e il gabinetto numismatico.
Vari lasciti gentilizi ottocenteschi hanno fornito alla pinacoteca
capolavori di Tintoretto, Van Dyck, Sebastiano e Marco Ricci, Luca
Giordano, Tiepolo e Piazzetta. Una raccolta di 33 disegni di Palladio fu
donata al museo da Gaetano Pinali nel 1839.
Tra i dipinti, una serie notevole è costituita dalle pale d'altare
provenienti dalla distrutta chiesa di San Bortolo (Bartolomeo), opera di
Bartolomeo Montagna, Giovanni Bonconsiglio, Cima da Conegliano,
Giovanni Speranza e Marcello Fogolino. Tra le opere a carattere civile,
sette lunettoni raffiguranti Glorificazioni di Podestà veneziani, di
Jacopo Bassano, Francesco Maffei, Giulio Carpioni.[3]

Il lascito di Neri Pozza è costituito da sculture e incisioni dello stesso


artista e dalla sua collezione d’arte contemporanea, con opere di Carlo
Carrà, Filippo De Pisis, Virgilio Guidi, Osvaldo Licini, Ottone Rosai, Cima da Conegliano, Madonna col Bambino in
Gino Severini, Emilio Vedova,[3] Mario Mafai, Arturo Martini, Pablo trono tra i santi Giacomo apostolo e Girolamo,
Picasso. 1489.

Il lascito del marchese Giuseppe Roi, del 2012, consiste in una


collezione costituita da un centinaio tra dipinti, sculture e incisioni di artisti quali Édouard Manet, Camille Pisarro,
Pablo Picasso, John Sargent, Medardo Rosso, Boldini, Pisanello, Garofalo, Canaletto, Giambattista Tiepolo.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Chiericati& language=it& params=45. 549123_N_11.
549404_E_type:landmark
[2] http:/ / www. museicivicivicenza. it/
[3] Palazzo Chiericati nel sito dei musei civici di Vicenza (http:/ / www. museicivicivicenza. it/ it/ mcp/ index. php)

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Chiericati (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=57) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=57&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per storia e descrizione del progetto
palladiano)

Voci correlate
• Andrea Palladio
• Vicenza
• Villa Chiericati

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Palazzo Chiericati 135

Collegamenti esterni
• Palazzo Chiericati nel sito dei musei civici di Vicenza (http://www.museicivicivicenza.it/it/mcp/index.php)

Portale Architettura Portale Musei

Portale Vicenza
Portale Patrimoni dell'umanità

Palazzo Civena
Palazzo Civena

Palazzo Civena
Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Vicenza

Indirizzo Viale Eretenio 12

Informazioni

Condizioni In uso

Costruzione 1540 - 1542

Uso Casa di cura

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico fratelli Civena


Palazzo Civena 136

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Ville palladiane del Veneto
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Civena (detto anche Civena Trissino) venne costruito da Andrea Palladio nel 1540 a Vicenza. Primo
palazzo di città realizzato dall'architetto, fu costruito per conto dei fratelli Giovanni Giacomo, Pier Antonio,
Vincenzo e Francesco Civena. In seguito divenne dimora dei conti Trissino dal Vello d'Oro, che lo ampliarono
notevolmente.
È inserito dal 1994 nell'elenco dei 23 monumenti palladiani della città facenti parte dei Patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.[1]

Palazzo Trissino dal Vello d'Oro (già Civena), litografia di Marco Dettaglio delle finestre al piano nobile di Palazzo Civena Trissino.
Moro dedicata a Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro, 1847.
Palazzo Civena 137

Storia
La data "1540" incisa sulla medaglia di fondazione, conservata al Museo Civico di Vicenza, fissa in quell'anno la
posa della prima pietra. L'edificio fu probabilmente terminato ventiquattro mesi più tardi, sei prima dell'inizio del
cantiere del grande palazzo Thiene. Il palazzo venne alquanto ingrandito da Domenico Cerato nel 1750 che aggiunse
le ali laterali per volere dei conti Trissino dal Vello d'Oro. L'iscrizione presente nella trabeazione della facciata
ricorda gli ultimi ampliamenti del 1820[2]. Fu poi semidistrutto dai pesanti bombardamenti alleati nella seconda
guerra mondiale (il 2 aprile 1944, come il bel Teatro Eretenio che vi era affiancato) e quindi ricostruito. È
attualmente sede di una casa di cura.

Il progetto di Palladio
Palazzo Civena non è inserito nei Quattro libri dell'architettura di Palladio (1570), ma esistono vari disegni
autografi palladiani che documentano le diverse alternative elaborate durante la progettazione. L'odierna
distribuzione degli ambienti non è la soluzione definitiva scelta da Palladio ma è frutto del pesante intervento del
Cerato, che prolungò l'atrio e modificò le scale. La planimetria originale è comunque ricostruibile grazie a una pianta
pubblicata da Ottavio Bertotti Scamozzi nel 1776 (a suo dire ottenuta dai Trissino, allora proprietari dello stabile): il
raggrupparsi delle stanze in due nuclei posizionati ai lati dell'atrio, con una serliana che filtra il rapporto con
l'esterno, è molto vicino ai progetti palladiani di villa di quegli stessi anni.
La precoce data di progettazione rende palazzo Civena una preziosa testimonianza dell'attività giovanile palladiana e
della sua cultura architettonica prima del risolutivo viaggio a Roma nel 1541 con Gian Giorgio Trissino, suo
mecenate. Come già la villa Trissino di Cricoli, l'edificio segna una frattura con la prassi costruttiva vicentina: la
tradizionale polifora al centro della facciata è sostituita da una sequenza regolare di campate, ritmata da lesene
accoppiate. In ciò Palladio si ispira evidentemente ai palazzi romani di primo Cinquecento (come lo scomparso
palazzo Caprini di Bramante), ma è chiaro che non si tratta di una conoscenza diretta: la facciata dell'edificio appare
come ritagliata da un foglio di carta, priva di reale consistenza plastica. Per altro, tutti gli elementi del linguaggio
architettonico derivano da esperienze venete, e non romane, in primo luogo gli edifici realizzati da Giovanni Maria
Falconetto a Padova.

Pianta, prospetto e rilievo del palazzo

Palazzo Civena, pianta (Ottavio Bertotti Palazzo Civena, prospetto principale Palazzo Civena,
Scamozzi, 1776) (Andrzej e Ewa Pereswet Soltan, 1977) rilievo (da Zorzi
1965)
Palazzo Civena 138

Note
[1] http:/ / www. vicenzaforumcenter. it/ vicenza_citta_unesco/
[2] L'iscrizione recita: IOANNES GEORGIUS TRISSINUS THEODORI FILIUS RESTAURAVIT ET AVXIT M.DCCC.XX ossia Giovan
Giorgio Trissino figlio di Teodoro restaurò e ampliò nell’anno 1820.

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Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Civena (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=58) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=58&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Casa Cogollo
Coordinate: 45°32′57.32″N 11°32′55.61″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Casa Cogollo
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Casa Cogollo è un palazzo del 1559 sito in Corso Palladio a Vicenza e attribuito all'architetto Andrea Palladio. È
inserito dal 1994 nell'elenco dei 23 monumenti palladiani della città facenti parte dei Patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.[2]
Casa Cogollo 139

Noto come casa del Palladio, in realtà l’edificio non ha nulla a che spartire con l'abitazione del maestro vicentino:
sono state piuttosto le sue dimensioni, contenute rispetto all’enfasi monumentale degli altri palazzi palladiani, a
spingere all’equivoco chi cercava in città un segno visibile del domicilio dell’architetto.
In realtà, la ristrutturazione della facciata della propria casa quattrocentesca è imposta dal Maggior Consiglio al
notaio Pietro Cogollo come contributo al “decoro della città”, vincolante la positiva accettazione della sua richiesta di
conseguire la cittadinanza vicentina, con un investimento economico nel cantiere non inferiore ai 250 ducati. In
mancanza di documenti e disegni autografi, l’attribuzione a Palladio dell'elegantissima facciata divide tuttora gli
studiosi, ma l’intelligenza della soluzione architettonica proposta, così come il disegno di tutti i dettagli, difficilmente
possono essere riferiti ad altri.
I vincoli posti da uno spazio angusto e dalla impossibilità di aprire finestre al centro del piano nobile per la presenza
di un camino (e relativa canna fumaria) spingono Palladio a porre l’enfasi sull’asse della facciata, realizzando una
struttura costituita a piano terra da un’arcata affiancata da semicolonne e al piano superiore da una sorta di
tabernacolo che incorniciava un affresco di Giovanni Antonio Fasolo. A pianterreno l'arcata è affiancata da due vani
rettangolari che danno luce e facilitano l'accesso al portico, componendo una sorta di serliana, come già nella
Basilica Palladiana. L'esito è una composizione di grande forza monumentale ed espressiva, pur nella semplicità dei
mezzi a disposizione.
L'immobile è stato restaurato nel 2003. La colorazione prevalentemente gialla delle pietre dimostra che l'esecuzione
dell'opera non è stata seguita dal Palladio, che mai la cita nei suoi scritti; inoltre sono stati restaurati i resti degli
affreschi fatti fare dal Cogollo in base alle usanze pre-palladiane ancora fortemente radicate Andrea Palladio
operante.

Pianta (Ottavio Bertotti Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)


Scamozzi, 1776)

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Casa_Cogollo& language=it& params=45_32_57. 32_N_11_32_55.
61_E_type:landmark
[2] http:/ / www. vicenzaforumcenter. it/ vicenza_citta_unesco/

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Casa Cogollo (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Casa_Cogollo_(Vicenza)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.
Casa Cogollo 140

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Casa Cogollo (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=51) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=51&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Palazzo Dalla Torre


Coordinate: 45°26′30″N 10°59′42″E [1]

Palazzo Dalla Torre

Ciò che rimane oggi del palazzo Dalla Torre


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Verona

Informazioni

Condizioni Distrutto

Distruzione 1945

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico Giambattista Dalla Torre


Palazzo Dalla Torre 141

Palazzo Dalla Torre è un palazzo di Verona progettato dall'architetto


Andrea Palladio per Giambattista Dalla Torre e costruito
probabilmente a partire dal 1555.

Storia e descrizione
Solo parzialmente realizzato, l'edificio fu in buona parte distrutto da un
bombardamento alleato nel 1945. Sono tuttavia sopravvissuti cospicui
resti dell'opera di Palladio: il maestoso portale d'accesso e un cortile
con colonne e trabeazione. Palazzo Dalla Torre, pianta e prospetto, da I
quattro libri dell'architettura di Andrea Palladio,
Unica opera palladiana nella città di Verona, la sua datazione è incerta 1570
(la maggior parte degli studiosi collocano l’inizio della costruzione al
1555); altrettanto imperfetta è la conoscenza della reale consistenza dell’edificio, solo parzialmente realizzato e
quindi ricostruibile unicamente attraverso la tavola dei Quattro libri dell'architettura di Palladio, in questo caso
particolarmente infida. Un bombardamento alleato nel 1945 ha ulteriormente compromesso la situazione, portando
alla demolizione di gran parte del costruito. Restano comunque cospicue testimonianze dell'edificio palladiano: un
maestoso portale di accesso e un cortile con colonne e trabeazione.

Nessun dubbio sussiste invece sull’identità del committente, Giambattista Dalla Torre: legato da vincoli di parentela
con i vicentini Valmarana e Marcantonio Thiene (il committente del palladiano palazzo Thiene), è amico di
intellettuali e artisti, primo fra tutti Giangiorgio Trissino, ma anche il grande geografo Giambattista Ramusio, il
medico Giovanni Fracastoro e l’architetto Michele Sanmicheli.

Bibliografia
• T. Lenotti, Palazzi di Verona, Verona, Vita veronese, 1964.
• F. Dal Forno, Case e palazzi di Verona, Verona, Banca popolare di Verona, 1973.
• P. Floder Reitter, Case palazzi e ville di Verona e provincia, Verona, I.E.T. edizioni, 1997.
• G. Forti, La scena urbana: strade e palazzi di Verona e provincia, Verona, Athesis, 2000.
• M. Luciolli, Passeggiando tra i palazzi di Verona, Garda, 2003.

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Dalla Torre [2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Dalla Torre [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Verona
Portale Architettura
Palazzo Dalla Torre 142

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Dalla_Torre& language=it&
params=45_26_30_N_10_59_42_E_type:landmark_region:IT
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Dalla_Torre?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=24
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=24& modo=biblio

Palazzo Porto
Coordinate: 45.549024°N 11.545204°E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo Porto
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Porto, opera dell'architetto Andrea Palladio, è sito a Vicenza in Contrà Porti. È uno dei due palazzi
progettati in città da Palladio per la famiglia dei Porto (l'altro è Palazzo Porto in piazza Castello); commissionato dal
nobile Iseppo da Porto nel 1552, l'edificio vede una fase piuttosto lunga di progettazione ed ancor più lunga - e
travagliata - nella sua realizzazione, rimasta in parte incompiuta.
Assieme alle altre architetture palladiane di Vicenza, è inserito dal 1994 nella lista dei patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.
Palazzo Porto 143

Storia
È molto probabile che Iseppo da Porto intraprenda la costruzione di un
grande palazzo nella contrada dei Porti spinto dall'emulazione nei
confronti di quanto i suoi cognati Adriano e Marcantonio Thiene
avevano cominciato a realizzare a poche decine di metri di distanza,
nel 1542. È possibile che proprio il matrimonio di Iseppo con Livia
Thiene, nel 1545, sia l'occasione concreta che determina la chiamata di
Andrea Palladio.

Alleati ai Thiene, i Porto erano una famiglia ricca e potente in città, e i


palazzi dei diversi rami della famiglia si attestavano lungo la contrada
Particolare della facciata
che ancora oggi porta il loro nome. Iseppo fu personaggio influente,
con diverse responsabilità nell’amministrazione pubblica della città,
che più di una volta si intrecciarono con incarichi affidati a Palladio. Molto probabilmente fra i due i rapporti
dovevano essere più stretti che fra committente e architetto, se consideriamo che trent’anni dopo il progetto per il
palazzo di città, Palladio progetta e inizia a realizzare una grande villa per Iseppo a Molina di Malo, mai completata.
I due amici muoiono nello stesso anno, il 1580.

Il palazzo era abitabile nel dicembre del 1549, a meno di metà della facciata, conclusa tre anni più tardi, nel 1552.
Numerosi disegni autografi palladiani testimoniano un iter progettuale complesso, che prevedeva sin dall’inizio l’idea
di due blocchi residenziali distinti, il primo lungo la strada e un secondo attestato sulla parete di fondo del cortile.
Nei Quattro libri dell'architettura i due blocchi edilizi sono collegati fra loro da un maestoso cortile con enormi
colonne composite: si tratta chiaramente di una rielaborazione di quell’idea originaria ai fini della pubblicazione.

Il progetto di Palladio
Confrontato con palazzo Civena, precedente appena di qualche anno,
palazzo Porto restituisce appieno la misura dell’evoluzione palladiana
successiva al viaggio a Roma del 1541 e al contatto con l’architettura
antica e contemporanea. Il modello bramantesco di palazzo Caprini
viene qui reinterpretato tenendo conto dell’abitudine vicentina di
abitare il piano terreno, che quindi risulta più alto. Lo splendido atrio a
quattro colonne è una reinterpretazione palladiana di spazi vitruviani,
dove sopravvive anche il ricordo di tipologie tradizionali vicentine.
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)
Le soluzioni devono far fronte ad un'esigenza, la creazione di un
palazzo e foresteria per gli ospiti illustri, e una circostanza, un lotto
allungato, stretto tra due vie. Il progetto dunque lavora su due vettori: il
verticale della facciata e l'orizzontale della distribuzione planimetrica.
Il "dialogo" tra progettista e committente avviene tramite numerosi
disegni, varianti, ripensamenti e correzioni in itinere, di cui possiamo
ricostruire le fasi grazie a cinque disegni conservati presso il Royal
Istitute of British Architects (RIBA) di Londra.

Dettaglio della finestra sopra all'arcata d'ingresso


Palazzo Porto 144

La genialità dell'architetto giunge dunque nella combinazioni di due


problemi in una soluzione unica e di maggior spessore. La disposizione
della foresteria e del corpo principale non crea due ali distinte - come
nei primi progetti - ma viene combinata in un cortile/peristilio
colonnato, la facciata abbandona il corinzio (ora passato al prospetto
interno) lasciando spazio al più contestuale ionico (abbinato al bugnato
della base). I due elementi vengono collegati da un'elegante soluzione
ad atrio/cerniera in ordine dorico.
Le statue dei committenti nell'attico
Dopo una brillante - ma lunga - fase di progettazione il progetto vede
la realizzazione del corpo principale con alcune sostanziali modifiche
distributive e della - seppur semplificata - foresteria. Oggetto di svariate ristrutturazioni ed ampliamenti, l'edificio
mantiene intatta solamente la sua faccia "pubblica".

Decorazione
Le due sale a sinistra dell’atrio furono affrescate da Paolo Veronese e Domenico Brusasorzi, mentre gli stucchi sono
del Ridolfi. Sull’attico del palazzo, le statue di Iseppo e suo figlio Leonida, vestiti come antichi romani, sorvegliano
l’ingresso dei visitatori alla loro casa.

Immagini
Ridisegno

Pianta secondo i disegni xilografici de I quattro libri dell'architettura Prospetto principale

Modello (ricostruzione in 3D)

Ricostruzione secondo i disegni xilografici de Ricostruzione della facciata Spaccato prospettico


I quattro libri dell'architettura
Palazzo Porto 145

Interno

L'atrio Parte della volta affrescata nel salone con la Sinopia di un


Caduta dei giganti da Domenico Brusasorzi medaglione nel
soffitto

Bibliografia
Fonti
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Porto [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte utilizzata per la stesura di parte della voce)
• E. Forssman, Palazzo di Porto Festa a Vicenza, CISA Palladio, Vicenza 1973

Voci correlate
• Palazzo Porto in piazza Castello
• Villa Porto (Molina)

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Porto [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Porto& language=it& params=45. 549024_N_11. 545204_E_
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=59
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=59& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Porto_(Vicenza)?uselang=it
Palazzo Pojana 146

Palazzo Pojana
Coordinate: 45.547591°N 11.544904°E [1]

Palazzo Pojana

Facciata del Palazzo Pojana


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Vicenza

Indirizzo corso Palladio

Informazioni

Condizioni In uso

Costruzione 1566

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico Vincenzo Pojana

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Ville palladiane del Veneto
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico
Palazzo Pojana 147

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal [[1994, 1996]]

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Pojana (scritto anche Poiana) è un palazzo sito in corso Palladio a Vicenza, attribuito all'architetto Andrea
Palladio, che lo avrebbe progettato nel 1540 circa.
È inserito nell'elenco dei 23 monumenti palladiani della città che fa parte dei Patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.[2]

Storia
Il palazzo come si presenta oggi è frutto dell'unione di due entità edilizie, originariamente separate dalla viuzza Do
Rode (Due Ruote): tale unione fu dovuta alla richiesta che il proprietario dei due edifici, Vincenzo Pojana, presentò
al Comune di Vicenza il 22 gennaio 1561 e che fu, ovviamente, accolta. La realizzazione ebbe luogo tra il 1563 ed il
1566.
Pur in assenza di riscontri documentali ufficiali o di disegni autografi di Andrea Palladio, si ritiene a buona ragione
che il progetto del palazzo sia da attribuire al grande architetto veneto, data la qualità architettonica del piano nobile,
che comprende due piani, e l'eleganza del disegno dei particolari, quali ad esempio i capitelli compositi e la
trabeazione. Se l'attribuzione al Palladio, come quasi certamente è, è corretta, occorre notare che elementi come le
paraste prive di entasi non sono coerenti con lo stile palladiano degli anni 1560, e quindi è assai probabile che la
parte sinistra del palazzo sia da ascrivere al periodo giovanile dell'artista, cioè negli anni 1540, e che questi sia poi
stato chiamato a completare la sua opera con il confinante edificio, allorché il Pojana decise l'ampliamento dela
propria casa. Quanto sopra è confermato dalle differenze nella configurazione della zona del basamento nelle due
metà dell'edificio.
Tuttavia l'incongruenza costituita dai lunghi balconi e dall'altezza anomala del varco centrale inducono a pensare che
nella realizzazione del palazzo abbia messo mano altro architetto.

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Pojana& language=it& params=45. 547591_N_11. 544904_E_
[2] Vicenza Forum Center (http:/ / www. vicenzaforumcenter. it/ vicenza_citta_unesco/ )

Voci correlate
• Villa Pojana

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Palazzo Pojana (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Palazzo_Poiana_(Vicenza)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.
Palazzo Pojana 148

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Pojana (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=54) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=54&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)
• Forum Center Vicenza (http://www.vicenzaforumcenter.it/vicenza_citta_unesco/pagina22.html)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Palazzo Porto in piazza Castello


 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo Porto Breganze
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Porto in piazza Castello, noto anche come Porto Breganze,


è un palazzo nobiliare di Vicenza progettato nel 1571 circa per
Alessandro Porto, attribuito ad Andrea Palladio e rimasto incompiuto.
È uno dei due palazzi ideati da Palladio in città per la famiglia dei
Porto (l'altro è Palazzo Porto in Contrà Porti) ed è inserito nel
patrimonio dell'umanità dell'UNESCO "Città di Vicenza e ville
palladiane del Veneto".

Dettaglio della facciata

Storia
Palazzo Porto in piazza Castello 149

L’impressionante sezione di palazzo che fa da quinta scenografica alla piazza del Castello è l’evidente testimonianza
dell’esito sfortunato di un cantiere palladiano. Alla sinistra del frammento è chiaramente visibile la vecchia casa
quattrocentesca della famiglia Porto, che era destinata ad essere progressivamente demolita con l’avanzare del
cantiere del nuovo palazzo, cosa che evidentemente non avvenne a causa della prudenza del committente Alessandro
Porto.
La datazione è incerta, ma senz’altro posteriore al 1570, sia perché il palazzo non è inserito nei Quattro libri
dell'architettura (pubblicati a Venezia in quell'anno) sia perché Alessandro riceve in eredità le proprietà di famiglia
in piazza Castello dopo la morte del padre Benedetto, nell’ambito della spartizione dei beni di famiglia con i fratelli
Orazio e Pompeo, avvenuta nel 1571.
Francesco Thiene, proprietario dell’omonimo palazzo palladiano all’altro estremo della piazza, sposò Isabella Porto,
sorella di Alessandro, e come già nel caso di Iseppo da Porto e i cognati Marcantonio e Adriano Thiene, forse fu
proprio la competizione fra le due famiglie ad essere all’origine delle inusuali dimensioni di palazzo Porto. Del resto
è la posizione stessa del palazzo, fondale della piazza, a rendere necessaria un’accentuata monumentalità, in grado di
dominare il grande spazio aperto antistante: una logica sperimentata pochi anni prima con la Loggia del Capitaniato
in piazza dei Signori.
Con buona probabilità il palazzo avrebbe dovuto svilupparsi in sette campate e avere un cortile concluso ad esedra,
come prova un'analisi delle murature superstiti. Non è chiara la ragione del blocco del cantiere, che Vincenzo
Scamozzi dichiara nel 1615 di aver portato personalmente alla attuale, parziale conclusione. Gli interni sono stati
pesantemente alterati nel corso del tempo.
Nel 1994 è stato inserito dall'UNESCO, assieme alle altre architetture palladiane della città, nella lista dei patrimoni
dell'umanità.
Dall'ottobre 2009 fino ai primi mesi del 2011 l'edificio è stato restaurato.

Descrizione
Le due campate di palazzo costruite permettono di definire la soluzione prevista per la facciata: un ordine gigante di
semicolonne che occupano buona parte dell'altezza della parete, sono inserite su alti zoccoli e sovrastate di alti
capitelli compositi, chi ne proseguono l'elevazione dinamica. Gli intercolumni sono in pietra nella parte inferiore,
mentre il loro aspetto è animato, nella parte superiore, da alte aperture, il cui balcone forma una grande sporgenza
sostenuta da mensole. Le aperture sono sovrastate da frontoni triangolari e archi convessi alternati, secondo lo
schema regolare delle sette campate previste; sopra ogni finestra, un fregio a ghirlanda di frutta riempie lo spazio tra
i capitelli. L'estremità superiore, sotto la cornice in forte sporgenza, è occupata da un attico.

Pianta secondo il progetto Sezione secondo il progetto incompiuto di Palladio (Ottavio Bertotti
incompiuto di Palladio Scamozzi, 1776)
(Ottavio Bertotti Scamozzi,
1776)
Palazzo Porto in piazza Castello 150

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Porto in piazza Castello [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Porto in piazza Castello [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di
studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Porto_in_piazza_Castello_(Vicenza)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=60
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=60& modo=biblio

Palazzo Pretorio (Cividale del Friuli)


Palazzo Pretorio

Palazzo Pretorio o dei Provveditori veneti in Cividale del Friuli


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Friuli-Venezia Giulia
Località Cividale del Friuli

Indirizzo piazza Duomo 1

Informazioni

Condizioni In uso

Costruzione 1565 - 1586

Uso Museo archeologico nazionale di Cividale


Palazzo Pretorio (Cividale del Friuli) 151

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario storico Civico Consiglio di Cividale

Palazzo Pretorio, noto anche come palazzo dei Provveditori veneti, è un palazzo di Cividale del Friuli attribuito
all'architetto Andrea Palladio nel 1564 e realizzato tra il 1565 e il 1586. Dal 1990 è sede del Museo archeologico
nazionale di Cividale.

Storia e descrizione
È Giorgio Vasari a testimoniare l'esistenza di un progetto di Andrea Palladio per il palazzo Pretorio di Cividale.
Questi ne avrebbe realizzato un modello e sarebbe stato presente alla posa della prima pietra. La volontà del civico
Consiglio di costruire il palazzo Pretorio risale al 1559, ma l'inizio dei lavori dovette attendere il marzo del 1565,
quando fu conseguita la copertura finanziaria. Il palazzo fu completato nel 1586.
Non è certo agevole ritrovare la mano palladiana nell'edificio, anche se il singolare basamento degli archi del portico,
a bugne di pietra, potrebbe derivare dagli studi palladiani sulle antichità romane della Dalmazia e specificamente
dall'anfiteatro di Pola. Ciò che sembra probabile è che l'esecuzione sia avvenuta quanto meno fuori dal controllo di
Palladio e senza particolare rispetto al progetto originario.

Bibliografia
• Guido Beltramini e Antonio Padoan, Andrea Palladio: atlante delle architetture, Padova, Marsilio Editori, 2000

Voci correlate
• Museo archeologico nazionale (Cividale)

Altri progetti
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Pretorio (Cividale del Friuli) [1] con bibliografia [2] del CISA - Centro internazionale di
studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Architettura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di architettura

Note
[1] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=12
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=12& modo=biblio
Palazzo Schio 152

Palazzo Schio
Coordinate: 45.551691°N 11.543525°E [1]

Palazzo Schio è un palazzo di Vicenza del XVI secolo la cui facciata


fu disegnata dall'architetto Andrea Palladio nel 1560.

Storia
Palladio progetta per Bernardo da Schio la facciata della sua casa di
Vicenza, nei pressi del ponte Pusterla, nel 1560. Impegnato nelle
realizzazioni veneziane, che in quegli anni lo spingono a un soggiorno
pressoché stabile nella capitale, Palladio dovette seguire distrattamente
il cantiere, tanto che il lapicida incaricato della realizzazione
interrompe i lavori per mancanza di chiare indicazioni.

Alla morte di Bernardo, la vedova non è interessata a concludere i


lavori cui provvederà il fratello di Bernardo, Fabrizio, nel 1574-1575,
dopo che pietre e materiali da costruzione erano stati a lungo
ammassati nel cortile.

Palazzo Schio, facciata

Descrizione
La facciata di rappresentanza del palazzo lungo la strada è
relativamente stretta. Per il trattamento del piano nobile, Palladio opta
per la sua divisione in tre arcate di uguale larghezza, scandite da
quattro semicolonne con capitelli corinzi, libere ai tre quarti del muro e
la cui base si integra col paramento dello zoccolo.
Gli spazi tra le colonne sono occupati da tre finestre con balcone
aggettante, sormontate ciascuna da un frontone triangolare in forte
sporgenza. Destinate ad illuminare il granaio, tre finestre, ricavate nella Palazzo Schio a Vicenza, la facciata progettata da
cornice architravata e murate nel 1825, occupavano l'estremità Andrea Palladio (Ottavio Bertotti Scamozzi,
superiore. La facciata è animata peraltro da un gioco di luci ed ombre, 1776)

grazie all'articolazione in parecchi strati di profondità ottenuta


dall'utilizzo di colonne, sagomatura e balcone delle finestre e frontoni. Lo zoccolo del basamento è rivestito da un
bugnato rustico; l'architetto rompe la relativa monotonia dell'ordito delle bugne grazie all'arco dell'atrio d'ingresso e,
soprattutto, ai motivi trapezoidali che cingono le due aperture laterali inferiori.
Palazzo Schio 153

Pianta del Palazzo La facciata come si presenta Dettaglio della facciata


(disegno di Ottavio attualmente (foto rettificata)
Bertotti Scamozzi,
1776)

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Schio [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)
• (FR) Manfred Wundram, Thomas Pape, Paolo Marton: Palladio 1508-1580 Un architecte entre la Renaissance et
le Baroque, Benedikt Taschen Verlag Gmbh & Co.KG, 1989, pp 184-185, ISBN 3-8228-0159-3 (fonte per la
descrizione della facciata)

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Schio [4]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Schio& language=it& params=45. 551691_N_11.
543525_E_type:landmark
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=61
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=61& modo=biblio
[4] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Schio_(Vicenza)?uselang=it
Palazzo Thiene 154

Palazzo Thiene
Palazzo Thiene

Cortile principale
Tipo esposizioni temporanee

Data fondazione 2001

Fondatori Banca Popolare di Vicenza

Indirizzo contrà Porti 12-contrà San Gaetano, 36100 Vicenza

Sito http:/ / www. palazzothiene. it/

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo Thiene
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Thiene è un palazzo di Vicenza del XV secolo ristrutturato dall'architetto Andrea Palladio a partire dal
1542, probabilmente sulla base di un progetto di Giulio Romano.
Il palazzo assieme alle altre architetture palladiane di Vicenza è inserito dal 1994 nell'elenco dei patrimoni
dell'umanità dell'UNESCO. Sede storica della Banca Popolare di Vicenza, è attualmente utilizzato anche per
esposizioni e attività culturali.
Palazzo Thiene 155

Storia e descrizione
Il palazzo gotico fu costruito per Lodovico Thiene da Lorenzo da Bologna nel 1490, con un fronte orientale su contrà
Porti in laterizio intelaiato da lesene angolari lavorate a punta di diamante, con un portale di Tommaso da Lugano e
una bella trifora in marmo rosa.
Nell’ottobre del 1542 Marcantonio e Adriano Thiene diedero inizio alla ristrutturazione del palazzo di famiglia, di
forme gotiche, secondo un progetto grandioso che avrebbe occupato un intero isolato di 54 x 62 metri, sino ad
affacciarsi sulla principale arteria vicentina (l’attuale corso Palladio).
Ricchi e potenti, i sofisticati fratelli Thiene fanno parte della grande
nobiltà italiana e si muovono con naturalezza nelle maggiori corti
europee: hanno quindi bisogno di un palcoscenico adeguato a
frequentazioni cosmopolite e alla nobiltà dei propri ospiti. Al tempo
stesso, come referenti politici di una precisa fazione dell’aristocrazia
cittadina, vogliono rimarcare il proprio ruolo in città con un palazzo
principesco, segno di vera e propria potenza signorile.

Nel 1614 l’architetto inglese Inigo Jones, in visita al palazzo, annota


un’informazione riferitagli direttamente da Vincenzo Scamozzi e
Palma il Giovane: “questi progetti furono di Giulio Romano e eseguiti
da Palladio”. È molto probabile infatti che l’ideazione di palazzo
Thiene sia da attribuirsi al maturo ed esperto Giulio Romano (dal 1523
a Mantova presso i Gonzaga, con cui i Thiene mantenevano strettissimi
Pianta e sezione di Palladio, da I quattro libri
rapporti) e che il giovane Palladio sia piuttosto responsabile della
dell'architettura, 1570 progettazione esecutiva e della realizzazione dell’edificio, un ruolo
essenziale, soprattutto dopo la morte di Giulio nel 1546.

Sono chiaramente riconoscibili gli elementi del palazzo riferibili a


Giulio e alieni dal linguaggio palladiano: l’atrio a quattro colonne è
sostanzialmente identico a quello del palazzo del Te (anche se il
sistema delle volte è senza dubbio modificato da Palladio), così come
le finestre e la parte inferiore del prospetto su strada e del cortile,
mentre le trabeazioni e i capitelli del piano nobile vengono definiti da
Palladio.

Il cantiere dell’edificio ha inizio nel 1542. Nel dicembre dello stesso


La facciata gotica del palazzo, su contra' Porti.
anno Giulio Romano è a Vicenza per due settimane per una consulenza
sulle Logge della Basilica, e probabilmente in questa occasione
fornisce i disegni di massima per palazzo Thiene.
I lavori procedono a rilento: sul prospetto esterno è incisa la data 1556 e sul cortile la data 1558. Nel 1552 muore in
Francia Adriano Thiene e di lì a poco, quando il figlio di Marcantonio, Ottavio, diviene marchese di Scandiano, gli
interessi di famiglia si spostano nel Ferrarese. Del grandioso progetto viene quindi realizzata solo una minima
porzione, ma probabilmente né i veneziani né gli altri nobili vicentini avrebbero accettato una simile reggia privata
nel cuore della città.
Tra le curiosità, un bizzarro camino realizzato attorno al 1553 dallo scultore veneziano Alessandro Vittoria, che si
inserisce nel filone dei camini manieristi, fantastici e raffinati diffusi soprattutto nel nord Europa, riproduce un
adattamento della bocca dell'Ade; è collocato al piano terra, nella Sala di Proserpina.
Palazzo Thiene 156

Dettaglio dell'ingresso dal Dettaglio con trabeazioni e capitelli del piano nobile, probabile opera
prospetto cinquecentesco di Palladio

Le collezioni del Palazzo


• Piccolo Museo Remondini : raccoglie stampe settecentesche dei Remondini, consta di circa 300 incisioni, da
segnalare oltre 100 vedute ottiche di città d' Italia e d' Europa .
• Pinacoteca : annovera soprattutto dipinti dal XV° al XIX° di grandi maestri veneti ,tra i quali ricordiamo
Bartolomeo Montagna , Giovanni Buonconsiglio , Palma il Giovane , Jacopo Bassano , Domenico Brusasorci ,
Bernardino Licino , Valerio Belli , Alessandro Vittoria , Andrea Michieli , Giulio Carpioni , Francesco Maffei
,Jacopo Tintoretto , Gaspare Diziani, Marco Ricci , Sebastiano Ricci , Giuseppe Zais , Giambattista Piazzetta , Il
Padovanino , Giambattista Tiepolo , Gianantonio Pellegrini , Antonio Zanchi , Alessandro Longhi ,
Giandomenico Tiepolo , Noè Bordignon .
• Museo della Ceramica popolare vicentina : comprende oltre 150 ceramiche raccolte dallo scrittore e critico
d'arte del Corriere della sera Leonardo Borgese nel corso della sua vita (1904-1986)
• Raccolta delle Oselle Veneziane : è la più completa collezione di Oselle, monete coniate dai Dogi dal 1521 fino
alla caduta della Serenissima, esistente al mondo.
• Collezione Arturo Martini : composta di 16 sculture del grande scultore veneto Arturo Martini, nato a Treviso
nel 1889 e morto a Milano nel 1947. Tra le opere di maggior rilievo conservate ricordiamo il "Pegaso caduto", il
gesso patinato "Morte di Saffo" e la terracotta "Lo zio" del 1926-27.

Voci correlate
• Villa Thiene

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Thiene [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Sito ufficiale [2]
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Thiene [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)
Palazzo Thiene 157

Portale Architettura Portale Musei

Portale Vicenza
Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Thiene_(Vicenza)?uselang=it
[2] http:/ / www. palazzothiene. it/
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=62
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=62& modo=biblio

Palazzo Thiene Bonin Longare


Coordinate: 45°32′47″N 11°32′29.66″E [1]

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Palazzo Thiene Bonin Longare
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda
Palazzo Thiene Bonin Longare 158

Palazzo Thiene Bonin Longare è un palazzo di Vicenza progettato da


Andrea Palladio presumibilmente nel 1572 ed edificato da Vincenzo
Scamozzi dopo la morte del maestro.
Dal 1994 è inserito, assieme alle altre architetture palladiane di
Vicenza, nella lista dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.
Attualmente è sede di Confindustria Vicenza.

Storia e descrizione del progetto


Sulla storia del palazzo che Francesco Thiene fece realizzare sulle
proprietà di famiglia all’estremità occidentale della Strada Maggiore
(l’attuale corso Palladio) presso il Castello sussistono più dubbi che
certezze, a partire dalla data esatta della costruzione. Alla morte di
Palladio l’edificio non è ancora realizzato: nella Pianta Angelica del
1580 appaiono infatti ancora solo le vecchie case e il giardino. Da un
documento del 1586 risulta quanto meno iniziato il cantiere e
sicuramente nel 1593, alla morte del committente Francesco Thiene, il
Dettaglio della facciata su Corso Palladio
palazzo è costruito per almeno un terzo. Enea Thiene, che eredita i beni
di suo zio Francesco, porta a conclusione la fabbrica, probabilmente
entro il primo decennio del Seicento.

Il palazzo sarà acquistato nel 1835 da Lelio Bonin Longare.


Nel suo trattato L'idea della architettura universale (edito a Venezia
nel 1615), Vincenzo Scamozzi scrive di aver portato a compimento il
cantiere dell’edificio sulla base di un progetto altrui (senza specificare
di chi si tratti) con qualche variazione rispetto all’originale (di cui non
chiarisce l’entità). L’architetto non nominato da Scamozzi è
sicuramente Andrea Palladio, perché esistono due fogli autografi La doppia loggia visibile dalla corte interna
riferibili al palazzo per Francesco Thiene: in essi sono tracciate due
varianti di planimetrie, sostanzialmente vicine a quelle dell’edificio attuale, e uno schizzo per la facciata, molto
diverso da quella poi realizzata.

Non è chiaro quando Palladio abbia formulato le proprie idee per il palazzo, ma è credibile che sia avvenuto nel
1572, anno in cui Francesco Thiene e suo zio Orazio si dividono le proprietà di famiglia e il primo ottiene proprio
l’area dove sorgerà poi l’edificio palladiano. Analizzando l’edificio realizzato, appaiono diversi elementi che rendono
possibile una datazione dell’idea agli anni settanta, considerando i molti punti di contatto ad esempio con palazzo
Barbaran da Porto, sia nel disegno della parte inferiore della facciata sia nella grande loggia a doppio ordine sul
cortile. Il fianco invece potrebbe essere opera di Vincenzo Scamozzi, considerando la sua affinità con palazzo
Trissino al Duomo. Anche il profondo atrio, sostanzialmente indifferente alla griglia degli ordini, potrebbe essere
scamozziano ed è interessante notare che, mentre la stanze alla sua destra entrando risultano chiaramente riutilizzare
murature preesistenti piuttosto irregolari, quelle alla sua sinistra sono perfettamente regolari, evidentemente frutto di
nuove fondazioni.
Palazzo Thiene Bonin Longare 159

Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)


1776)

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Palazzo Thiene Bonin Longare [2]
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Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Thiene Bonin Longare [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi
di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Palazzo_Thiene_Bonin_Longare& language=it&
params=45_32_47_N_11_32_29. 66_E_type:landmark
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Palazzo_Thiene_Bonin_Longare_(Vicenza)?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=56
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=56& modo=biblio
Palazzo Valmarana 160

Palazzo Valmarana
Palazzo Valmarana

Scorcio della facciata di Palazzo Valmarana


Ubicazione

Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Vicenza

Indirizzo corso Fogazzaro

Informazioni

Condizioni In uso

Uso privato

Realizzazione

Architetto Andrea Palladio

Proprietario Vittor Luigi Braga Rosa

Proprietario storico famiglia Valmarana

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Ville palladiane del Veneto
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto
Palazzo Valmarana 161

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal [[1994, 1996]]

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Palazzo Valmarana è un palazzo costruito dall'architetto Andrea Palladio nel 1565 e situato a Vicenza, in corso
Fogazzaro.
È inserito nell'elenco dei 23 monumenti palladiani della città che fa parte dei Patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO.[1]

Storia
La medaglia di fondazione dell'edificio porta incisi la data 1566 e il profilo di
Isabella Nogarola Valmarana, ed è quest'ultima a firmare i contratti per la
costruzione coi muratori nel dicembre del 1565. Tuttavia non vi è dubbio sul
ruolo avuto dal suo defunto marito Giovanni Alvise (morto nel 1558) nella
scelta di Palladio come progettista del palazzo di famiglia. Con Girolamo
Chiericati, e naturalmente Giangiorgio Trissino, nel 1549 il Valmarana aveva
sostenuto pubblicamente il progetto di Palladio per le Logge della Basilica,
Busto di Isabella Nogarola Valmarana,
evidentemente sulla base di una stima nata sei anni prima, quando Giovanni
nel salone del piano nobile Alvise sovrintese alla realizzazione degli apparati effimeri in onore
dell'ingresso a Vicenza del vescovo Niccolò Ridolfi (1543), ideati da Palladio
con la regia del Trissino. E uno spazio palladiano la cappella Valmarana nella chiesa di Santa Corona ospiterà le
spoglie mortali di Giovanni Alvise e di Isabella, su commissione del figlio Leonardo.

Sul sito poi occupato dal nuovo palazzo cinquecentesco, la famiglia Valmarana deteneva proprietà edilizie sin dalla
fine del Quattrocento, che progressivamente furono accorpate sino a costituire l'oggetto della ristrutturazione
palladiana. L'irregolarità planimetrica degli ambienti discende senza dubbio dall'andamento sghembo della facciata e
dei muri preesistenti. In questo senso appare evidente quanto l'olimpica regolarità della planimetria del palazzo
presentato nei Quattro libri dell'architettura (Venezia, 1570) sia frutto della consueta teorica astrazione palladiana,
tanto più che l'estensione del palazzo oltre il cortile quadrato non solo non fu mai realizzata, ma a quanto pare
neppure ricercata da Leonardo Valmarana, che risulta acquisire immobili confinanti piuttosto che proseguire nella
costruzione del palazzo di famiglia.
Durante la seconda guerra mondiale, il 18 marzo 1945, il palazzo subì pesantissimi danni a causa di un
bombardamento alleato che distrusse la copertura, parte dell'attico e gran parte del salone principale al piano nobile.
La facciata rimase invece intatta e costituisce tuttora uno dei pochi esempi che conservano il proprio rivestimento di
Palazzo Valmarana 162

intonaci e marmorine originali. Nel 1960 il palazzo in rovina fu ceduto dalla famiglia Valmarana a Vittor Luigi
Braga Rosa, che condusse estesi restauri, ricostruendo le parti demolite in guerra e arricchendo il palazzo con
decorazioni e opere d'arte provenienti da altri palazzi distrutti, tra cui spicca la collezione di tele seicentesche di
Giulio Carpioni a soggetto mitologico.

Descrizione
La facciata di palazzo Valmarana è una delle realizzazioni palladiane
più straordinarie e insieme singolari. Per la prima volta in un palazzo,
un ordine gigante abbraccia l'intero sviluppo verticale dell’edificio: si
tratta evidentemente di una soluzione che prende origine dalle
sperimentazioni palladiane sui prospetti di edifici religiosi, come la
pressoché contemporanea facciata di San Francesco della Vigna. Come
nella chiesa veneziana le navate maggiore e minore si proiettano su
uno stesso piano, così sulla facciata di palazzo Valmarana appare Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)
evidente la stratificazione di due sistemi: l'ordine gigante delle sei
paraste composite sembra sovrapporsi all'ordine minore di paraste corinzie, in modo tanto più evidente ai margini
dove la mancanza della parasta finale rivela il sistema sottostante, che sostiene il bassorilievo di un soldato con le
insegne Valmarana.

Piuttosto che da astratte costruzioni geometriche, la logica compositiva di queste facciate civili e religiose deriva
dalla familiarità di Palladio con le tecniche di disegno, in particolare le rappresentazioni ortogonali con cui visualizza
i progetti e restituisce i rilievi degli edifici antichi, e che per altro gli consentono un controllo puntuale dei rapporti
fra interno ed esterno dell’edificio.

Altre immagini del palazzo

Pianta (Ottavio Il retro del palazzo Busto di Giovanni Dettaglio dei capitelli ionici della
Bertotti con la loggia Alvise Valmarana, loggia al piano terreno, visti dal
Scamozzi, d'ingresso, visto nel salone del cortile.
1776) dalla corte piano nobile.
posteriore.
Palazzo Valmarana 163

Salone al piano nobile: dettaglio


dell'unica sezione di
pavimentazione originale
sopravvissuta alla distruzione del
bombardamento del 1945.

Note
[1] http:/ / www. vicenzaforumcenter. it/ vicenza_citta_unesco/

Bibliografia
• (IT, EN) Scheda su Palazzo Valmarana (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=63) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=63&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Voci correlate
• Cappella Valmarana
• Villa Valmarana (Lisiera)

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Palazzo Valmarana (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Palazzo_Valmarana_(Vicenza)?uselang=it)
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Collegamenti esterni
• Sito ufficiale (http://www.palazzovalmaranabraga.it/)

Portale Vicenza
Portale Architettura
164

Architetture religiose

Chiesa di San Francesco della Vigna


Coordinate: 45°26′17″N 12°20′55″E [1]

Chiesa di San Francesco della Vigna

La facciata di Andrea Palladio


Stato  Italia

Regione Veneto

Località Venezia

Religione Cattolica

Diocesi Patriarcato di Venezia

Inizio costruzione 1534

Completamento 1554

La chiesa di San Francesco della Vigna è un edificio religioso della città di Venezia, situata in Campo San
Francesco della Vigna, nel sestiere di Castello. L'attuale chiesa, cominciata da Jacopo Sansovino nel 1534, è una
delle più belle chiese rinascimentali di Venezia. Costruita per i francescani, venne completata nel 1554. Fu poi
affidata ad Andrea Palladio, dieci anni più tardi, la costruzione della grandiosa facciata (1564). Garanzia della
nobiltà veneziana le due cappelle laterali, che divennero poi cappelle funerarie delle famiglie che avevano costituito
un fondo per la sua costruzione.

Storia

Chiesa
La parrocchia di San Francesco della Vigna (istituita nel 1810 a seguito
della fusione con le vicine S. Giustina, S. Tèrnita e S.Antonino) deve il
suo nome al fatto che in origine il luogo in cui sorge era coltivato a
vigneti, i più estesi e fecondi di tutta Venezia (appartenenti alla
famiglia Ziani). Nei pressi di questi vigneti sorgeva una piccola e
modesta chiesa dedicata a S. Marco poiché, secondo una tradizione
Il Campo e la Chiesa di San Francesco della
dell'epoca, era proprio questo il luogo dove aveva albergato Vigna, dipinto di Canaletto
l'evangelista durante una tempesta e gli era apparso poco dopo un
angelo salutandolo con le parole Pax tibi Marce Evangelista meus (motto della Serenissima) e profetizzandogli la
futura fondazione di Venezia.
Chiesa di San Francesco della Vigna 165

Alla morte di Marco Ziani conte d'Arbe, componente della famiglia sopraccitata e figlio del doge Pietro Ziani, si
stabilì tramite testamento datato 25 giugno 1253 che i vigneti, la chiesa ed alcune botteghe fossero lasciati o ai Frati
Minori, o ai Frati Predicatori oppure ai Cistercensi. Tra i tre alla fine ebbero la meglio i Minori Osservanti che si
stabilirono definitavamente qui; ma poiché il loro numero andava sempre più aumentando si dovette ampliare il
convento e si decise di erigere una nuova chiesa su disegno di Marino da Pisa (che venne chiamata proprio S.
Francesco della Vigna) lasciando tuttavia intatta quella precedentemente costruita e dedicata a S. Marco.
Nel XVI secolo a causa dell'esigenza del popolo che si era insediato nella zona dell'Arsenale di aver un nuovo centro
religioso dove poter pregare e poiché lo stesso edificio minacciava di crollare, si decise di intervenire ricostruendolo
su disegno del Sansovino e la prima pietra fu posta il 15 agosto 1534 dal doge Andrea Gritti. Essendo sorti dei
problemi tuttavia su come costruire la facciata i lavori vennero interrotti per un determinato lasso di tempo durante il
quale si consultò persino il frate Francesco Zorzi il quale rilasciò per iscritto le sue ideee alla quale lo stesso Jacopo
Sansovino dovette uniformarsi.
Tuttavia il disegno di quest'ultimo non piacque ai più e così fu scelto un altro progetto presentato dal Palladio nel
1562; ed è forse a queste contese che rimandano le due iscrizioni presenti sulla facciata (Non sine jugi interiori e
Exteriorique bello). Completata una volta per tutte, la chiesa venne infine consacrata il 2 agosto 1582 da Giulio
Superchio, vescovo di Caorle.

Convento
Anche il convento, composto da due chiostri di cui il maggiore usato
come cimitero, in quegli anni subì qualche restauro ma a seguito della
soppressione degli ordini religiosi durante il periodo napoleonico
venne trasformato in caserma. E a tale funzione venne destinato anche
dopo la riammissione dei Minori Osservanti a Venezia nel 1836 i quali
per forza di cose dovettero andare ad abitare in un secondo convento,
fondato nel XV secolo da Maria Benedetta principessa di Carignano e
Angela Canal per le Terziarie Francescane. Dopo averlo ampliato essi
stessi avendo inglobato anche il Palazzo della Nunziatura finalmente
nel 1866 dopo un lungo peregrinare poterono tornare nel loro antico
convento (comperato dal Commissariato di Terra Santa).

Qui vennero sepolti molti nobili veneziani. Oggi nei due chiostri si
svolgono esposizioni temporanee, concerti e vengono adibiti a
padiglioni di alcune esposizioni della Biennale.

Il chiostro del convento


Chiesa di San Francesco della Vigna 166

Il chiostro

Campanile
L'altissimo campanile a cuspide della chiesa (che ricorda molto quello di San Marco)
cominciò invece ad essere costruito nel 1543; nel 1581 Bernardino Ongarin eresse la
parte finale e fu obbligato a tamponare le aperture verso l'Arsenale (l'architetto fu poi
posto ai piedi dell'immensa struttura); il 21 settembre 1758 l'edificio fu colpito da un
fulmine e venne restaurato di lì a due anni. Nel 1779 però la guglia fu completamente
ricostruita come la preesistente. È alto circa 70 metri.

Il campanile
Chiesa di San Francesco della Vigna 167

La facciata palladiana
Dopo lo sfortunato esordio veneziano di San Pietro di Castello da parte
di Andrea Palladio, molto probabilmente fu ancora una volta Daniele
Barbaro a favorire un incarico all'architetto vicentino, convincendo il
patriarca di Aquileia Giovanni Grimani ad affidargli la costruzione
della facciata di San Francesco della Vigna. Scelta di non poco
significato perché di fatto estrometteva Jacopo Sansovino, che aveva
costruito la chiesa trent'anni prima (approntando anche disegni per la
facciata), preferendogli Palladio che si imponeva così come alternativa
Dettaglio della facciata concreta, sostenuta dalla parte culturalmente più avanzata del patriziato
veneziano, all'ormai anziano protagonista del rinnovamento
architettonico di piazza San Marco. Giovanni Grimani, uomo dai gusti
sofisticati e raffinato collezionista di antichità romane, aveva subìto nel
1563 un insidioso processo per eresia: assolto dalle accuse, trasforma
la costruzione della facciata di San Francesco in occasione per
un'autocelebrazione privata.

Da Leon Battista Alberti in poi, gli architetti del Rinascimento si sono


impegnati nel difficile tentativo di adattare la fronte di un edificio ad
aula unica, quale è il tempio antico, alla planimetria a più navate delle
chiese cristiane. Con la facciata della chiesa di San Francesco della
Vigna, Palladio offre la sua prima risposta concreta al tema, dopo lo
sfortunato impegno - sostanzialmente solo progettuale - di San Pietro
di Castello. Proiettate su un unico piano la navata maggiore, coperta da
un grande timpano, e le due laterali coperte da due semitimpani, il
problema compositivo era costituito dal collegamento organico dei due
sistemi e dal rapporto modulare dei due ordini, il maggiore chiamato a
reggere il timpano principale e il minore i due semitimpani. La
soluzione realizzata da Palladio è brillante, anche se lo costringe a
Disegno della facciata (Ottavio Bertotti impostare entrambi gli ordini su uno stesso alto basamento: una
Scamozzi, 1783)
difficoltà che sarà agevolmente superata nella facciata della basilica del
Redentore, anteponendo una grande scalinata alla sezione centrale
della facciata.

Le enormi statue bronzee presenti nelle nicchie della facciata raffiguranti Mosè (a sinistra) e San Paolo (a destra)
furono invece eseguite da Tiziano Aspetti per volontà testamentaria dello stesso Grimani.
Chiesa di San Francesco della Vigna 168

Interno
La chiesa, con pianta a croce latina, presenta un'ampia navata centrale
fiancheggiata da sei cappelle per ogni lato che fungono secondo la
nuova concezione classica da navate laterali: a destra vi sono la
Bragadin, la Badoer-Surian, la Contarini, la Malipiero-Badoer, la
Barbaro e la Morosini (o delle Sbarre) mentre a sinistra la Grimani, la
Montefeltro, la Basso-Sagredo, la Dandolo, la Giustinian "della
Salute" e infine la Priuli; lo spazio delle navate, in principio scandito
solo da pilastri isolati con funzione di sostegno per le arcate, è
suddiviso da setti murari che terminano nel muro d'ambito creando così
L'interno della chiesa
degli spazi singolarmente conclusi. La superficie calpestabile delle
singole cappelle, chiuse frontalmente da una balaustra marmorea, è
sopraelevata rispetto a quella della navata principale per mezzo di tre gradini che si prolungano anche lungo il
transetto (formando così una figura a "T").

La chiesa nel fondo termina con un profondo presbiterio a pianta perfettamente rettangolare suddiviso in due parti da
un altare dietro al quale vi era il coro dei frati. Particolarità di questa parte della chiesa è che tra il muro perimetrale e
quello interno che definisce la larghezza del presbiterio sono presenti due corridoi laterali che terminano in due
cappelle minori (quella di San Bonaventura e quella di San Diego).
Nelle due pareti di fondo della testata del transetto si aprono gli ingressi laterali: a sinistra quello del convento, a
destra quello pubblico, denominato porta di terra Santa, che immette nel campo adiacente ricavato eliminando lo
spazio dedicato all'orto.
A sinistra dell'ingresso la Cappella Sagredo con la statua del Beato Gherardo Sagredodi Giusto Le Court ed altre
sculture di Enrico Merengo.[2]
All'interno della chiesa è possibile ammirare la pala d'altare di Dolfin e la Sacra conversazione di Giovanni Bellini.
Su lato sinistro la sesta cappella, detta anche cappella Priuli, è dedicata a San Pasquale Baylon rappresentato in una
statua lignea del 1691 dello scultore gardenese Marchiò Molziner.

Biblioteca
La biblioteca di San Francesco della Vigna ha sede nel convento. Già nel 1260 un "cenacolo che raccoglieva i
letterati della città" si riuniva qui, ma la prima notizia certa dell'esistenza della biblioteca è del 2 agosto 1437,
quando papa Eugenio IV ordinò che i libri dei frati defunti non fossero dispersi ma restassero nel convento. Andrea
Bragantin e Girolamo Badoer nel corso del Quattrocento donarono molti zecchini d'oro per l'ampliamento della
biblioteca. Venne sempre più allargata, ed era frequentata anche da laici.
Anche questa biblioteca fu sottoposta ai sequestri compiuti in epoca napoleonica. Dal 1877 la biblioteca venne
ricostituita e, grazie a lasciti e donazioni di frati e di laici, ampliata nel patrimonio letterario. Dal 1989 nel convento
ha sede l'Istituto di studi ecumenici San Bernardino.
Il patrimonio si compone di circa 80.000 volumi moderni catalogati e circa 13.000 libri antichi. La biblioteca
conserva anche opere provenienti da alcuni conventi francescani chiusi da pochi anni.
Chiesa di San Francesco della Vigna 169

Monumenti funerari e ossari


• Triadano Gritti (†; 1474)
• Andrea Bragadin (†; 1487) (goverantore di Famagosta)
• Andrea Gritti (†; 1538) (77º doge)
• Girolamo Bragadin (†; 1545) (nobile)
• Matteo da Bascio (†; 1552) (fondatore dell'Ordine dei Frati Minori
Cappuccini)
• Marcantonio Trevisan (†; 1554) (80º doge)
• Cristoforo Surian (†; 1563)
• Giovanni Grimani (†; 1593) (cardinale e patriarca)
• Alvise Gritti Mocenigo (†; 1610)
• Leonardo Foscarini (†; 1616)
• Francesco Contarini (†; 1624) (95º doge)
• Nicolò Sagredo (†; 1676) (105º doge)
• Alvise Contarini (†; 1684) (106º doge)
• Luigi Sagredo (†; 1688) (patriarca)
• Bartolomeo Gradenigo (†; 1778)
• Domenico Trevisan (politico) Cappella Sagredo
• Ermolao Barbaro

• Giosafat Barbaro

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Chiesa_di_San_Francesco_della_Vigna& language=it& params=45.
438153_N_12. 348638_E_scale:2000
[2] Emanuela Zucchetta (a cura di), La cappella Sagredo nella chiesa di San Francesco della vigna. Storia arte e restauro. Padova, Il Prato,
2003, ISBN 8887243697

Bibliografia
• G. Ranzato, Memorie del convento e chiesa di S. Francesco della Vigna in Venezia, Venezia 1898.
• P. La Cute, Le vicende delle biblioteche veneziane dopo la soppressione napoleonica, in "Rivista di Venezia",
Ottobre 1929, 1-45.
• C. Albasini, La biblioteca di san Francesco della Vigna in Venezia, in "Le Venezie francescane", 19 (1952), 4,
177-181.
• L. D'Elia, Il catalogo dei libri stampati della Biblioteca di San Francesco della Vigna di Venezia, Cod. Marc. It.
X 216-218, cart. sec. XVIII (6903, 6904, 6905), Venezia 1990.
• M. Bortoli, Edizioni cinquecentine stampate in Italia esistenti nella Biblioteca del Convento di San Francesco
della Vigna in Venezia, [Venezia?] 1999.
• M. Molin Pradel, Due manoscritti greci conservati nel convento di S. Francesco della Vigna a Venezia, in "Νέα
Ρώμη. Rivista di ricerche bizantinistiche", 1 (2004), 255-265.
• Marcello Brusegan, Le chiese di Venezia, ; Ed. Newton
• S. Onda, La chiesa di San Francesco della Vigna, Parrocchia San Francesco della Vigna, Guida artistica,
Venezia 2003
• S. Onda, La chiesa di San Francesco della Vigna e il convento dei Frati Minori, (Storia, Arte, Architettura), Ed.
Venezia 2008
Chiesa di San Francesco della Vigna 170

Altri progetti
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Collegamenti esterni
• Sito ufficiale San Francesco della Vigna (http://www.sanfrancescodellavigna.it/)
• (IT, EN) Scheda su Chiesa di San Francesco della Vigna (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.
php?architettura=20) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=20&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la descrizione
del progetto palladiano)
• Descrizione dettagliata delle opere della chiesa (vista il 6 agosto 2010) (http://www.veneziamuseo.it/TERRA/
Castello/Giustina/giust_cie_vigna.htm)

Portale Architettura Portale Cattolicesimo

Portale Veneto Portale Venezia

Portale della chiesa di Santa Maria dei Servi


Chiesa di Santa Maria in Foro (detta "dei Servi")

Facciata della chiesa di Santa Maria in Foro detta "dei Servi"


Stato  Italia

Regione Veneto

Località Vicenza

Religione Cattolica

Titolare Maria

Diocesi Diocesi di Vicenza

Stile architettonico Rinascimento

Santa Maria in Foro detta dei Servi è una chiesa di Vicenza situata in piazza Biade, una piccola piazza attigua a
piazza dei Signori. La sua costruzione fu iniziata ai primi del Quattrocento dall'ordine dei Servi di Maria. Il portale
della chiesa è stato eseguito dalla bottega presso cui lavorava Andrea Palladio all'inizio della propria carriera e
costituirebbe una delle sue primissime opere.
Portale della chiesa di Santa Maria dei Servi 171

Portale
Il portale, su cui è incisa la data 1531, viene commissionato per
duecento ducati da Francesco Godi a Gerolamo Pittoni e Giacomo da
Porlezza. Si tratta dei noti maestri "di Pedemuro", dal nome della
contrada dove aveva sede la bottega, presso i quali dal 1524 lavora il
giovane lapicida Andrea di Pietro, non ancora divenuto l'architetto
Andrea Palladio.

Rispetto alla produzione nota dei maestri di Pedemuro, il portale dei


Servi spicca per la qualità nel disegno dei elementi architettonici,
molto vicini a esempi veneziani di Jacopo Sansovino. È possibile
quindi che si tratti di una realizzazione, non priva di aspetti acerbi, del
giovane Andrea, che nel corso degli anni si andava via via
specializzando all'interno della bottega come responsabile per i progetti
di architettura, sino almeno al 1546 quando presenterà il proprio
progetto (pur affiancato a Giacomo da Porlezza) per le logge del
Palazzo della Ragione (oggi Basilica Palladiana). Sopra il portale c'è
Il portale principale
l'iscrizione in latino Salve Mater pietatis et totius Trinitatis nobile
triclinium (Ti saluto madre di pietà e nobile triclinio di tutta la Trinità).
Si tratta di una citazione di Ildefonso di Toledo.[1]

L'interno è a tre navate. Si notano con evidenza le due parti di cui la chiesa è composta: la prima, del 1407, va dal
presbiterio e dalle cappelle alla fine delle navate minori fino al pilastro bifronte (il terzo iniziando dall'ingresso); la
seconda, del 1490, va dal suddetto pilastro alla parete d'ingresso. I capitelli dei primi pilastri cilindrici sono ricchi. Al
primo altare a destra, Madonna in trono e i Santi Sebastiano e Rocco, pala di Benedetto Montagna. Il secondo altare
a sinistra (secolo XV) in forme lombardesche, è notevole dal punto di vista artistico. Dalla navata destra, per un
portale attribuito a Tommaso da Lugano, si passa nel chiostro, opera della fine del XV secolo. [2]

Note
[1] http:/ / www. regnumchristi. org/ italiano/ articulos/ articulo. phtml?id=29796& se=359& ca=84& te=782
[2] Veneto, Guida d'Italia, Touring Club Italiano, 1969, pag. 234.

Bibliografia
Fonti
• (IT, EN) Scheda su Chiesa di Santa Maria dei Servi (Vicenza) (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.
php?architettura=65) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=65&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte da cui è stata tratta
la prima revisione di questa voce)
Approfondimenti
• Alessio Giovanni Graziani, La Parrocchia dei Servi, ed. Cooperativa Tipografica Operai, Vicenza, 2010.
Portale della chiesa di Santa Maria dei Servi 172

Voci correlate
• Chiesa di Santa Maria Nova (Vicenza)

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
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Category:Santa_Maria_in_Foro_dei_Servi_(Vicenza)?uselang=it)
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Collegamenti esterni
• http://www.vicenza.com/temi/vicenza_sacra/chiese_vicenza/maria_servi.php
• Profilo storico (http://www.vicenzanews.it/a_185_IT_1123_1.html)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Cattolicesimo

Chiesa di Santa Maria Nova


Chiesa di Santa Maria Nova

Facciata della chiesa di Santa Maria Nova a Vicenza


Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località Vicenza

Religione cattolica

Titolare Maria, madre di Gesù

Diocesi Vicenza

Architetto Andrea Palladio

Stile architettonico rinascimentale, palladiano

Inizio costruzione 1583

Santa Maria Nova è una ex chiesa di Vicenza della fine del Cinquecento attribuita all'architetto Andrea Palladio,
che l'avrebbe progettata intorno al 1578 senza riuscire a vederla realizzata.
Rappresenta l’unica architettura religiosa progettata da Palladio e costruita a Vicenza, dove per il resto si limitò a
interventi su parti degli edifici sacri, come la cappella Valmarana, un portale e la cupola della cattedrale e, forse, il
portale della Chiesa di Santa Maria dei Servi. È inserita dal 1994 nell'elenco dei 23 monumenti palladiani della città
facenti parte dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.[1]
Chiesa di Santa Maria Nova 173

La chiesa, sconsacrata, non è visitabile ed è utilizzata dal comune come deposito di libri.[2]

Storia
Nel 1578 il nobile vicentino Lodovico Trento destina una forte somma
di denaro per la ricostruzione di una chiesetta annessa al convento delle
monache Agostiniane di Santa Maria Nova in borgo Porta Nuova, a
ovest della città. Dodici anni dopo, nel 1590, la chiesa risulta
realizzata.
Il convento, costruito a partire dal 1539, è fra i più importanti della
città e accoglie numerose figlie delle famiglie aristocratiche vicentine:
Valmarana, Piovene, Angarano, Revese, Garzadori, Monza. Sezione da Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776

L'interno della chiesa fu decorato, sia alle pareti laterali che nei
lacunari del soffitto, con le tele dei maggiori artisti operanti a Vicenza nel Cinquecento e Seicento, come Francesco
Maffei, i Maganza (i collaboratori di Alessandro Maganza)[3][4], Andrea Vicentino, Palma il Giovane, Giulio
Carpioni; le opere d'arte furono disperse dopo che la chiesa fu sconsacrata agli inizi dell'Ottocento.

Il progetto di Palladio
Nonostante non vi sia alcun documento che attesti la paternità
palladiana della chiesa, né si siano conservati disegni autografi, appare
molto probabile che la chiesa sia frutto di un progetto palladiano steso
intorno al 1578 e realizzato (dopo la morte di Palladio avvenuta nel
1580) ad opera del capomastro Domenico Groppino, il cui nome
appare invece nelle carte. Del resto, nel 1583 Montano Barbarano — il
committente del palladiano palazzo Barbaran da Porto di contra’ Porti
— destina una notevole somma di denaro alla costruzione della chiesa
del monastero che accoglie le sue due figlie, e Domenico Groppino
risulta essere il costruttore di fiducia di Montano. È l’evidenza
dell’architettura della chiesa a escludere che il Groppino, un semplice
capomastro, possa esserne l’ideatore.

La chiesa è ad aula unica, presentata come la cella di un tempio antico,


interamente fasciata da semicolonne corinzie su basamenti: qualcosa di
molto vicino a un tempio romano di Nîmes, disegnato da Palladio nei
Quattro Libri dell'Architettura. La forza e la libertà inventiva
dell’interno e anche della facciata difficilmente possono prescindere dal
nome di Andrea Palladio, se non altro perché un semplice imitatore Pianta da Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776

avrebbe usato un registro più convenzionale: caso mai sono da


ascrivere al Groppino alcuni errori e incertezze di esecuzione.
Chiesa di Santa Maria Nova 174

Dettaglio della facciata Portale d'ingresso

Note
[1] http:/ / www. vicenzaforumcenter. it/ vicenza_citta_unesco/
[2] http:/ / www. ladomenicadivicenza. it/ a_ITA_3475_1. html
[4] Le tele dei Maganza (http:/ / www. operapiacordellina. it/ OPC_pinacoteca_maganza. aspx)

Bibliografia
Fonti
• (IT, EN) Scheda su Chiesa di Santa Maria Nova (Vicenza) (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.
php?architettura=49) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=49&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte per la prima
revisione di questa voce)
Approfondimenti
• Margaret Binotto, I dipinti di Maganza nella Chiesa di Santa Maria Nova (http://www.operapiacordellina.it/
download/OPC_dipintiMaganza.pdf)

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Chiesa di Santa Maria Nova (Vicenza) (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Santa_Maria_Nova_(Vicenza)?uselang=it)
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Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Cattolicesimo
Cappella Valmarana 175

Cappella Valmarana
Coordinate: 45.549259°N 11.547688°E [1]

Chiesa tempio di Santa Corona

Facciata e fianco della chiesa di Santa Corona vista da Corso Palladio


Stato  Italia

Regione Veneto

Località Vicenza

Religione Cattolica

Diocesi Diocesi di Vicenza

Consacrazione 1504

Stile architettonico gotico lombardo

Inizio costruzione 1261

Completamento 1270

Il complesso di Santa Corona a Vicenza è costituito da una delle più importanti chiese della città - costruita nella
seconda metà del XIII secolo e arricchita nel corso dei secoli da numerose opere d'arte - e dai chiostri
dell'ex-convento dei domenicani, attualmente sede del Museo naturalistico archeologico.
Cappella Valmarana 176

Storia

Secoli XIII-XIV: luogo-simbolo della città


La chiesa fu eretta per volontà del beato Bartolomeo da Breganze,
vescovo di Vicenza dal 1259 al 1270, che a Parigi aveva ricevuto in
dono dal re Luigi IX una delle spine della corona di Cristo e si era
posto l'obiettivo di un profondo rinnovamento, politico e religioso,
della città. Dopo il periodo della signoria di Ezzelino III da Romano,
infatti, era rinato il libero Comune di Vicenza e il vescovo intendeva
contrastare, con l'azione dei Domenicani, ordine di cui faceva parte, le
eresie - in città era ben radicata la chiesa catara - e i mali cittadini, in
particolare le discordie tra famiglie e l'usura dilagante.

La costruzione della chiesa fu sostenuta dall'entusiasmo di tutta la


popolazione. Fu decisa la sua ubicazione, carica di significati, nella
contrà del Collo, dove aveva avuto sede la chiesa catara ed Ezzelino la
sua sede fortificata, il Castrum Thealdum[2]. Il Comune acquistò
terreni e diritti sul pendio che digradava verso il Bacchiglione, privati
cittadini donarono case e palazzi. Così la chiesa fu costruita - molto
Cappella di San Domenico - Giovanni da Schio
grande per quel tempo e in forme che presentano una chiara
derivazione dai prototipi lombardi delle abbazie cistercensi - a
cominciare dal 1261 e fu completata in meno di un decennio, almeno
nella sua parte essenziale.

In pochi anni, però, il clima politico cambiò: nel 1264 Vicenza fu


soggiogata da Padova, Bartolomeo perse gran parte del suo potere e
visse i suoi ultimi anni nello sconforto e nella delusione, chiedendo
persino al papa Clemente IV di essere esonerato dal governo della
diocesi, senza che però questi accettasse le sue dimissioni. Morì nel
1270 a Vicenza, dopo aver lasciato come erede universale di quanto
possedeva il costruendo convento domenicano di Santa Corona[3]; fu
sepolto nella sua chiesa, ormai ultimata.

L'anno successivo fu costruito il primo chiostro - quello minore, andato


completamente distrutto sotto ai bombardamenti del 1944 - adiacente
al lato settentrionale della chiesa. Il prestigio dei domenicani in città
andò aumentando specialmente da quando, nel 1303, il papa Bonifacio
VIII affidò loro l'Ufficio dell'Inquisizione, sostituendoli ai francescani Matteo Carrerio, domenicano costruttore del
che si erano resi colpevoli di gravi abusi. Tale Ufficio si insediò nel convento

convento di Santa Corona al quale, nel 1327 quando ormai Vicenza era
passata sotto la signoria scaligera, il Comune cedette un appezzamento di terreno - ulteriore conferma
dell'importanza anche civile che l'autorità dava agli ordini mendicanti - per crearvi una apposita casa. In essa il
Tribunale dell'Inquisizione rimase fino alla soppressione napoleonica del 1797; ricostituitosi sotto il governo
austriaco venne definitivamente abolito nel 1820. I risvolti della sua azione non erano solo di carattere spirituale:
poiché l'Inquisizione perseguiva anche gli usurai, spesso questi, in luogo di restituire il maltolto alle persone
danneggiate, riparavano con offerte alla chiesa e alle opere pie[4]. Ma già nel Trecento alcune famiglie nobili, come i
da Sarego e i Thiene, cominciarono a costruire in Santa Corona propri altari e cappelle.
Cappella Valmarana 177

Santa Corona fu in quell'epoca il cuore della vita religiosa e civile della città: la festa e la processione della Sacra
Spina erano celebrate con il massimo della solennità - le modalità dello svolgimento erano addirittura prescritte dagli
statuti comunali - e la partecipazione di tutte le fraglie cittadine, in testa quelle dei giudici e dei notai[5]. Anche
durante la generale decadenza religiosa che colpì i conventi a partire dalla metà del XIV secolo, i domenicani -
riformati dalla corrente dell'osservanza, sostenuta anche dalle autorità comunali e da Venezia- e la chiesa
mantennero il loro prestigio in città.
I domenicani avevano anche la direzione delle monache che, quasi contemporaneamente a loro, si erano stabilite in
città - nell'antico borgo presso la chiesa delle Roblandine - nel monastero di San Domenico, che ben presto si
arricchì di una grande quantità di beni portati in dote dalle postulanti, in buona parte provenienti da famiglie nobili o
ricche del territorio. Una parte di questi beni furono donati dalle monache al convento di Santa Corona, che
comunque godeva di notevoli privilegi, tra cui l'esenzione da decime e da imposizioni della curia romana e quindi si
trovava in una condizione economica di relativo benessere[6].
Santa Corona fu anche un centro di cultura: nel 1372 i domenicani, in segno di riconoscenza verso i vicentini che
avevano contribuito generosamente alla buona riuscita del loro Capitolo generale, aprirono nel convento una scuola
pubblica di filosofia, ma forse una scuola esisteva già dal XIII secolo, come già esisteva una biblioteca che custodiva
la notevole raccolta di libri lasciati in eredità dal vescovo Bartolomeo[7].
Nel 1463 un breve del papa Pio II decise la cessione del convento di Santa Corona agli osservanti - verso i quali sia
la popolazione che le autorità cittadine e veneziane si erano sempre mostrate favorevoli[8]- dopo di che la comunità
conventuale ebbe un notevole incremento..

Secoli XV-XVIII: luogo-simbolo delle famiglie


Durante il Quattrocento, sotto il dominio della Repubblica di Venezia,
la città politicamente non contava più nulla. I luoghi simbolo
dell'identità cittadina furono allora occupati dalle famiglie nobili che,
in base al patto di dedizione con Venezia, governavano il territorio.
Furono quindi esse che per motivi di prestigio ma anche sensibili,
dapprima al gusto dello stile tardo gotico mutuato dalla Serenissima,
poi di quello rinascimentale proveniente dal centro Italia, abbellirono
la città di palazzi e arricchirono le chiese di splendide opere d'arte.
Spesso in questo mecenatismo giocò un ruolo anche il desiderio di
avere un posto privilegiato ove salvarsi l'anima: molti testamenti di
persone nobili registravano la volontà di essere tumulati in Santa
Corona, insieme con la concessione di un lascito alla chiesa[9].

Nel corso del XV secolo furono costruite molte cappelle laterali e, tra il
1481 e il 1489, la chiesa di Santa Corona fu profondamente modificata
da Lorenzo da Bologna con la costruzione della grande abside, della
Altare Garzadori
cripta e del transetto, strutture che nei decenni seguenti furono
impreziosite da manufatti sempre più ricchi, perdendo così l'austerità
che aveva caratterizzato la primitiva costruzione. Al finanziamento di questa notevole opera di rimaneggiamento
concorsero, oltre alle famiglie nobili cui venivano intestate le cappelle, il Comune e la popolazione vicentina,
generosa in offerte, come quando il vescovo cardinale Zeno, in base un privilegio di papa Alessandro VI, concesse
l'indulgenza plenaria. Quanto alle famiglie, esse fecero a gara nel
Cappella Valmarana 178

costruire cappelle e altari: i Nievo e i Monza eressero le due cappelline


che nel Seicento furono sostituite da quella del Rosario, i Barbaran la
grande cappella del transetto, i Pagello, i Monza e i Garzadori gli altari
della navata sinistra[10].
La costruzione della cripta fu concessa nel 1481 ai nobili Valmarana,
in cambio della loro ex-cappella (che ora è denominata della Sacra
Spina). In essa fu trasferito nel 1520 il prezioso reliquiario e fu
consacrata come Santuario della Sacra Spina dall'arcivescovo vicentino
Lodovico Chiericati nel 1550[11]. Nella seconda metà del Cinquecento
il lato destro della cripta fu aperto con la costruzione, su disegni di
Andrea Palladio, della cappella Valmarana. Dal 1613 al 1642 fu
costruita la grandiosa cappella del Rosario, per ricordare la vittoriosa
battaglia di Lepanto contro i Turchi.

Altare Pagello

Santa Corona fu anche sede di confraternite, che a quel tempo rappresentavano la maggior espressione della vita
religiosa cittadina. Intorno al 1450 la Confraternita di San Pietro Martire fece costruire la seconda cappella della
navata destra, dove continuò a radunarsi fino al momento della soppressione napoleonica. Nel 1520 la Confraternita
della Misericordia rinnovò l'altare della Madonna delle stelle e nel 1562, fiorente perché tra le sue fila erano presenti
molti confratelli di ceto abbiente, costruì un primo oratorio, detto dei Turchini, ora scomparso, addossato al chiostro
e un secondo oratorio in campo aperto nel cimitero della chiesa. La Confraternita del Rosario, costituita nella
seconda metà del Cinquecento e rinnovatasi dopo la battaglia di Lepanto, potente per la presenza di ricchi mercanti;
ebbe la sua sede in Santa Corona, dove finanziò la costruzione dell'omonima cappella, che divenne così il centro di
quella devozione che si diffuse rapidamente su tutto il territorio. A queste si aggiungevano le Confraternite del
Terz'Ordine di San Domenico[12].
A sottolineare l'importanza dei domenicani in città in quel periodo, intorno al 1477 furono costruiti il dormitorio e tre
lati del chiostro maggiore - il secondo in ordine di tempo - e, qualche anno più tardi, con il generoso contributo di
Cristoforo Barbaran - che contemporaneamente aveva fatto costruire la grande cappella della famiglia nel transetto
destro della chiesa - iniziarono i lavori di costruzione del refettorio e della biblioteca, nella quale fino al Seicento
vennero collocati anche i documenti del Comune cittadino[13]. Nei primi anni del Cinquecento, anche per i pericoli
che venivano dalla guerra di Cambrai, il numero dei frati che vivevano a Santa Corona si ridusse, ma riprese ad
accrescersi subito dopo il conflitto; nel 1532, con l'aggiunta del quarto lato del chiostro maggiore, il complesso
conventuale era completato.
Nel Seicento la vita del convento conservò il normale svolgimento del secolo precedente, accentuando le attività di
carattere religioso, come la fondazione di moltissime confraternite del Rosario in quasi tutte le parrocchie del
territorio e una migliore organizzazione della scuola interna del convento[14]. Altri interventi di rifacimento della
chiesa e del complesso conventuale si susseguirono anche nel Seicento e agli inizi del Settecento.
Cappella Valmarana 179

Secoli XIX-XX: decadenza


Durante tutto il XVIII secolo la comunità conventuale di Santa Corona si mantenne in uno stato di notevole
efficienza: vi erano presenti 25 religiosi circa, con un corpo insegnante e scolari. Ogni anno vi erano solennemente
celebrate le festività di papa San Pio V, il papa domenicano della battaglia di Lepanto e quelle della Madonna della
neve e della Sacra Spina.
Nel 1797 però, all'arrivo delle truppe francesi, il convento fu parzialmente occupato; cessato il governo democratico,
i domenicani ritornarono nel convento dal 1801 al 1810 ma, in seguito ai decreto napoleonico di Compiègne che
dispose lo scioglimento degli ordini religiosi e delle confraternite, i domenicani lo dovettero lasciare definitivamente.
In seguito alle aggregazioni parrocchiali della città, Santa Corona divenne la chiesa sussidiaria principale della
parrocchia di Santo Stefano. Nel 1812 la Confraternita del Rosario fu sciolta e il suo oratorio demolito[15].
Con la Restaurazione, Vicenza fu ricompresa nel Regno Lombardo-Veneto, parte del cattolicissimo Impero
asburgico. Ma era irreversibilmente finita un'epoca, in particolare quella di una società ancora medievale fondata sul
potere delle famiglie cittadine; insieme con essa Santa Corona aveva perduto il suo ruolo di simbolo e non ritornò
più quella di prima.
Tutto il complesso era divenuto nel 1810 demanio comunale; sempre più degradato, fu occupato da istituzioni
ospedaliere e scolastiche. Nel 1811 una parte divenne sede del nuovo Ginnasio e successivamente, nel 1877,
dell'Istituto tecnico industriale fondato da Alessandro Rossi.
Gli edifici furono pesantemente restaurati nel 1872-1874. L'incursione aerea alleata del 14 maggio 1944 colpì
gravemente i due chiostri, distruggendo completamente quello minore, contiguo alla chiesa, e l'antica biblioteca che
esso conteneva. Nel 1962 l'Istituto "A. Rossi" si trasferì nella nuova sede di via Legione Gallieno; gli edifici del
convento, parzialmente restaurati, ospitano dal 1991 il Museo naturalistico archeologico di Vicenza[16].

Descrizione e opere d'arte

Facciata e fianco destro


La facciata è a capanna, in laterizio come tutto l'edificio, suddivisa
verticalmente da lesene nel settore centrale. È coronata da un'alta
cornice a fasce multiple decorate, che si basa su una teoria di archetti
ciechi e, a sua volta, sostiene cinque pinnacoli con croci metalliche.
Sulla facciata è presente un grande rosone. affiancato da due oculi, che
si apre sopra il portale di ingresso a forte strombatura. Sui settori
laterali, al di sopra delle navate laterali, vi sono due monofore e, sotto,
due altissime finestre che includono bifore sottili.

Interno
Interno
La pianta dell'interno si rifà nettamente all'impostazione propria degli ordini mendicanti, di derivazione cistercense.
E' a croce latina con alto transetto e suddivisa in tre navate; le due laterali terminano in absidi rettangolari,
rispettivamente la Cappella della Sacra Spina a sinistra e la Cappella Thiene a destra, mentre l'abside centrale
termina nella cappella maggiore arrotondata e allungata a fine Quattrocento. I primi pilastri sono rotondi con capitelli
"a cubo" , dagli angoli smussati da una foglia e dai caratteristici faldoni ricadenti a semicerchio[17].
Cappella Valmarana 180

Controfacciata

Sulla destra un interessante affresco del primo Cinquecento,


raffigurante la Madonna della Misericordia che protegge i fedeli della
Confraternita dei Turchini, attribuito a Marcello Fogolino ma
probabilmente di Alessandro Verla, autore anche del vicino affresco
con l'effigie del domenicano beato Isnardo da Chiampo[18]. A sinistra
della porta, un'urna funebre di Giulia moglie di Simone da Porto, dello
stesso periodo storico; in alto due grandi tele di metà Settecento,
raffiguranti la Madonna che protegge gli affiliati alla confraternita dei Controfacciata - Madonna della misericordia che
Turchini - che testimonia la persistenza di questa associazione a protegge i fedeli della Confraternita dei Turchini
distanza di tre secoli - e l'Uccisione di San Pietro Martire[19].

Cappella Sarego o di San Domenico

La prima cappella destra fu costruita, nella prima metà del


Quattrocento, per volontà di Cortesia da Sarego[20] e dedicata a San
Vincenzo Ferreri, un domenicano spagnolo; nel corso del Seicento
venne invece intitolata a San Domenico e colmata di opere che
riguardano questo santo e altri dell'ordine domenicano.
Ai lati dell'altare - sormontato da una modesta pala seicentesca
raffigurante la Madonna che solleva l'immagine di San Domenico
sono, a sinistra, il beato Isnardo da Chiampo con il crocifisso e il libro
e, a destra, una tela attribuibile forse a Giovanni Bellini, che raffigura
Giovanni da Schio. Alle pareti quattro tele attribuite a Costantino
Pasqualotto, con i Miracoli di San Domenico[21].

Sul pilastro tra la prima e la seconda cappella un dipinto, originale per


la tecnica di olio su pietra, raffigurante il Beato Matteo Carrerio, frate
predicatore, attribuito a Francesco Maffei, che costruì il convento
domenicano di Santa Corona[22] Pala della Cappella di San Pietro - Maria
apprende la lettura da Sant'Anna
Cappella Angaran o di San Pietro

Della seconda metà del Quattrocento, la seconda cappella destra fu


fondata dalla Congregazione di San Pietro Martire; un secolo dopo
passava sotto il patronato della famiglia Angaran. L'ottocentesca pala
dell'altare - qui trasportato nel 1858 dalla sconsacrata chiesa di San
Faustino - rappresenta la Vergine bambina che apprende la lettura da
Sant'Anna, presente San Gioacchino, del veronese Domenico Zorzi.

La porta della chiesa, che si apre fra la seconda e la terza cappella e dà


accesso all'antico cimitero dei frati, ora giardino, è presumibilmente
della metà del Trecento. Sopra la porta un'iscrizione ricorda Luigi IX
Pala della Cappella di San Giuseppe -
di Francia che donò la reliquia della croce, il beato Bartolomeo da L'adorazione dei Magi, di Paolo Veronese
Breganze fondatore della chiesa e il vescovo Chiericati che la consacrò
nel 1504[23]. Ai lati due ritratti di papi domenicani.
Cappella Valmarana 181

Cappella di San Giuseppe


La cappella - terza a destra - fu costruita nell'ultima decade del Settecento, dopo aver sfondato la parete sulla quale
era murata l'urna con le spoglie del beato Bartolomeo da Breganze, ora nella Cappella della Sacra Spina. Durante i
restauri di metà Ottocento venne qui collocato un altare, con colonne scanalate e timpano triangolare, eretto intorno
al 1570 e opera di artisti della bottega di Pedemuro San Biagio; assieme all'altare venne traslata l'Adorazione dei
Magi della maturità di Paolo Veronese, una tela di altissima qualità e di grande suggestione, che esercitò una
notevole influenza sull'ambiente vicentino e in particolare sulla formazione di Francesco Maffei[24].

Cappella della Vergine del Rosario

Come ringraziamento della vittoria alla battaglia di Lepanto, alla quale


Vicenza aveva contribuito con una nave, la Confraternita del Rosario
fece erigere questa grande cappella - la quarta cappella a destra -
terminata nel 1619, sul luogo occupato in precedenza da due cappelle
quattrocentesche, più piccole, dei Nievo e dei Monza. Per dare slancio
in altezza e per saldare la cappella alla chiesa fu abbattuta la volta della
navata destra, sostituendola con un più alto soffitto dal grande effetto
scenografico; imponente è l'arco di ingresso verso la navata, ripetuto
all'interno.

Dieci anni dopo fu eretto il maestoso altare di marmi chiari e grigi, su


cui sono collocate le statue policrome di San Tommaso e di Santa
Caterina da Siena - i titolari delle due precedenti cappelle - che
affiancano la Vergine del Rosario, dalla cui corona di stelle partono
raggi luminosi che percorrono tutte la nicchia. Ai lati della cappella,
quattro grandi statue poste su piedistalli, tutte di Giambattista Albanese
Cappella del Rosario
o della sua scuola, come quelle poste sopra l'altare e l'impianto
architettonico complessivo.

Interessante la ricca decorazione - attualmente in fase di restauro - sottostante alla volta, caratteristico esempio della
pietà mariana nel clima religioso della Controriforma nel Veneto; in essa pitture ispirate ai vangeli apocrifi e al
Cantico dei cantici, realizzate per la maggior parte da Alessandro Maganza e dalla sua bottega. Sulle pareti scene
della vita di Maria e la battaglia di Lepanto[25].

Cappella Barbarano o di san Vincenzo

Il braccio destro del transetto è costituito dalla cappella commissionata


nel 1482 da Cristoforo Barbaran a Lorenzo da Bologna, realizzata nello
stesso periodo in cui l'architetto rinascimentale stava costruendo la
cappella maggiore e la cripta della chiesa, anche se di questa primitiva
struttura resta visibile solo, all'esterno, l'abside poligonale, mentre
l'interno fu rimaneggiato un secolo più tardi o dall'Albanese o, più
probabilmente, da Vincenzo Scamozzi.

Nel Settecento la primitiva dedicazione alla Vergine e ai santi


Vincenzo e Girolamo fu mutata in quella di San Vincenzo Ferreri, cui Crocifisso del Trecento nella Cappella Barbarano
furono dedicati il nuovo altare e la pala che lo sovrasta, in cui il santo
domenicano viene raffigurato mentre gli appare Maria venerata dai due santi precedenti, probabile opera di Antonio
De Pieri o della sua bottega.
Cappella Valmarana 182

Sulla parete sinistra un crocifisso in legno della fine del XIII secolo e il sarcofago di Ognibene dei Mironi da
Barbaran, opera del 1298, con lo stemma della famiglia. Sempre sulle pareti, due ritratti settecenteschi di papi
appartenenti all'ordine domenicano[26].

Cappella Thiene o dei SS. Pietro e Paolo

Conclude la navata destra, mantenendo ancora l'originale pianta


duecentesca rettangolare. Essa fu concessa nel 1390 a Giovanni
Thiene[27] che nel 1415 fu sepolto nell'arca, da lui stesso predisposta,
collocata sulla parete sinistra della cappella. Sulla parete destra invece
è l'arca di Marco Thiene, prozio di Giovanni. I due sarcofagi sono tra le
opere più significative della scultura veneta tra la fine del Trecento e i
primi anni del Quattrocento. Le pareti della cappella, a suo tempo
chiamata aurea, aveva le pareti dipinte con figure di santi "miste a oro"
e il soffitto azzurro seminato di stelle e illuminato da un grande raggio
dorato, tipica decorazione tardogotica. Ne rimangono solo le due
lunette sopra le arche, in cui i due defunti sono raffigurati inginocchiati
davanti alla Madonna in trono con il Bambino e santi, probabili opere
di Michelino da Besozzo.

L'intera cappella fu ristrutturata agli inizi del Settecento, perché


versava in cattive condizioni, rinnovata secondo il gusto rococò di
Arca di Giovanni Thiene
Francesco Muttoni, che diede assistenza al rimaneggiamento; fu posto
un nuovo altare, sul quale spicca la pala con la Madonna in trono col
Bambino venerata da San Pietro e San Pio V, il papa domenicano della Lega contro i turchi e della battaglia di
Lepanto, opera di Giambattista Pittoni[28].

Cappella maggiore e Presbiterio

Abbattuta la parete di fondo della navata principale, nel 1478


iniziarono i lavori per costruire il presbiterio e l'abside della cappella
maggiore - che venne concessa in patronato alla famiglia Sesso[29] e
realizzata dall'architetto Lorenzo da Bologna - lavori che si conclusero
con la consacrazione della cappella nel 1504.
La cappella - cui si accede da un'ampia scalinata a gradini di marmo
bianchi e rossi alternati - si compone di due settori: il primo è il
presbiterio rettangolare, introdotto da un arco rivestito di formelle in
cotto e ricoperto da una volta a botte; il secondo settore, quello del
coro, cui si accede dopo un secondo arco, è dato dall'abside poligonale
a sette lati. I due settori vengono collegati dall'alto cornicione in cotto;
ai lati, alcune arche contengono le spoglie di appartenenti alla famiglia
Sesso il cui stemma gentilizio è presente in molti punti della cappella.
Tipico delle chiese vicentine è il pavimento a quadrati di pietra bianchi
e rossi.
Cappella Maggiore e altare centrale
Lungo il perimetro dell'abside il bel coro ligneo, intarsiato con vedute
di edifici e nature morte attribuito a Pier Antonio degli Abbati da
Cappella Valmarana 183

Modena, finanziato da Palmerio Sesso e costruito alla fine del XV


secolo, con bancone e leggio del 1544. Esso consiste di 51 stalli
disposti in due ordini, e nelle tarsie lignee inserite nei pannelli degli
schienali si possono osservare l'abilità e l'esperienza dell'artista nello
sfruttare colori e venature dei legni impiegati, insieme alla grande
perizia della resa prospettica.

Addossato alla parete sinistra vi è un organo costruito nel 1854-56


dall'artefice Giovan Battista De Lorenzi, strumento noto per il raro
sistema di trasmissione tasto-canna "fonocromico" inventato dal Coro nella Cappella maggiore
medesimo nel 1851.
L'altare è invece del 1667-1669, opera di intarsiatori in pietre dure, i fiorentini Corbarelli, che nel 1670-1671
costruirono anche il tempietto sovrastante l'altare. Il grandioso complesso sorge isolato su tre gradini, ornati di intarsi
e motivi geometrici e floreali. Il tempietto si innalza da una base fregiata da cherubini ed è composto da due ordini di
colonnine corinzie di marmo rosso. La cupoletta è sormontata dall'immagine del Redentore. Nella porticina del
tabernacolo inferiore è dipinta la Resurrezione; in quella del tabernacolo posteriore, il Cristo morto con l'Addolorata,
san Giovanni evangelista e il Padre Eterno cui un angelo porge il calice. Ai lati delle porticine stanno belle
cornucopie. Le vetrate dell'abside provengono da Monaco di Baviera e sono della fine del XIX secolo.

Ogni superficie dell'altare è impreziosita da intarsi policromi di marmi pregiati, di lapislazzuli, di coralli, cornioli,
madreperle. Nelle cornici ci sono animaletti, fiori, angioletti, oggetti legati alla Passione, ma anche case, casolari,
chiese, piccole vedute.
Nel paliotto della mensa anteriore sono raffigurate da sinistra: la Resurrezione, l'Ultima Cena, l'Apparizione della
Madonna a san Vincenzo e a Vincenza Pasini sul Monte Berico (sullo sfondo panorama di Vicenza). Nella
decorazione del fianco sinistro, la Vergine offre il Bambino all'adorazione della beata Margherita d'Ungheria e il
Cristo che appare alla medesima; in quella del fianco destro, Apparizione della Vergine a Santa Caterina da Siena e
La stessa santa che riceve le stimmate. La mensa posteriore mostra, nel paliotto, l'Incoronazione di spine al centro,
fiancheggiata dalla Donazione della Sacra Spina da parte di Luigi IX re di Francia al vescovo Bartolomeo da
Breganze e da l'ingresso del vescovo Bartolomeo a Vicenza. Nella decorazione del fianco sinistro, l'Uccisione di San
Pietro martire, in quella del fianco destro, San Domenico con un altro frate domenicano fa uscire illesa la Bibbia
dalle fiamme.
Sui pilastri dell'arco d'ingresso alla Cappella maggiore sono posizionate in cornice dorata neogotica due tavole di
Battista da Vicenza raffiguranti San Sebastiano e San Martino.
Davanti all'altare due balaustre con angeli musicanti nelle facce anteriori, nelle posteriori le Virtù cardinali (da
sinistra: Forza, Prudenza, Giustizia, Temperanza)[30].
Cappella Valmarana 184

Cripta e Cappella Valmarana

La cripta è opera di Lorenzo da Bologna che la costruì


contemporaneamente alla cappella maggiore che la sovrasta. Vi si
accede scendendo per due strette scale, che si trovano ai lati della
gradinata del presbiterio; in quella di sinistra è murata la lapide della
tomba di famiglia di Andrea Palladio[31]. La volta della cripta a
padiglione ribassato si appoggia su capitelli pensili: su quattro di questi
- così come al centro della volta, dipinto in oro, rosso e blu - lo stemma
dei Valmarana, che ne finanziarono la costruzione.

In un secondo settore della cripta il soffitto si articola in sette spicchi Statue del Redentore con San Luigi e il beato
con costoloni piani ricadenti su capitelli pensili. Sul fondo la cornice in Bartolomeo, nella Cripta
pietra della nicchia in cui era conservato, dal 1520 al 1850, il
reliquiario della Sacra Spina. Sull'altare vi sono le statue in pietra - di gusto neoclassico e probabilmente eseguite da
Girolamo Pittoni intorno al 1530 - del Redentore al centro, affiancato da San Luigi IX re di Francia e dal beato
Bartolomeo da Breganze.

La Cappella Valmarana è attribuita ad Andrea Palladio che la


progettò nel 1576 per Antonio Valmarana, anche se fu realizzata solo
nel 1597, dopo la morte dell'architetto, dal fratello Leonardo
Valmarana[32].
Pure in uno spazio estremamente ridotto, il Palladio seppe creare
un'opera monumentale, ispirata ai monumenti funerari romani e che
rivela strette affinità con la chiesa del Redentore che negli stessi anni
egli ideò a Venezia. Per dare respiro alla cappella, egli costruì ai lati
Pianta della cappella Valmarana (Bouleau 1999)
due alte absidi - nelle quali si aprono quattro oculi e due grandi finestre
- armonizzate con lo spazio centrale dalla fascia di base e dalla cornice,
sopra la quale si eleva la volta a crociera. Nella pala dell'altare è
raffigurata l'Apparizione della Madonna a San Giacinto, santo al quale
Leonardo Valmarana volle dedicare la cappella[33].

Cappella della Sacra Spina

In un'abside rettangolare e coperta da volta a crociera, in fondo alla


navata sinistra, agli inizi del Trecento fu costruita la cappella della
Sacra Spina, il cui arredo originario è andato perduto. La cappella fu
chiusa nel 1521 e riaperta solo dopo il 1850, per riportarvi il reliquiario
con la Sacra Spina - opera di oreficeria vicentina del XIV secolo ora
presso il Museo diocesano di Vicenza[34] - il preziosissimo Piviale dei
Pappagalli, opera del XII-XIII secolo che tradizione vuole dono di San
Luigi al beato Bartolomeo e l'urna con le ossa del beato.

Cappella Valmarana
Sala del Capitolo e Sacristia (braccio sinistro del transetto)

Aperto il transetto nel 1604, Luca Antonio Caldogno fece aggiungere


una cappella analoga a quella antistante dei Barbarano; vi è l'altare seicentesco di San Raimondo di Peñafort, con una
pala di Alessandro Maganza raffigurante il santo domenicano. A lato un Cristo incoronato di spine opera
cinquecentesca di Giacomo Tentorello.
Cappella Valmarana 185

Altare Garzadori

Appoggiato alla parete della quinta campata sinistra sta il grandioso


altare Garzadori, il più sontuoso della città, costruito agli inizi del XVI
secolo dalla bottega di Tommaso da Lugano e Bernardino da Como
con apporti di Rocco da Vicenza, impostato verticalmente su un ordine
misto di colonne, lesene e pilastri. Inquadrano l'arco quattro colonne
inanellate, nella parte inferiore adorne di festoni; superiormente il fusto
delle due più sporgenti ha capitelli corinzi; quello delle due più
arretrate con capitelli ionici s'avvita a spirale.

Ai lati due strette lesene incassate con gli stemmi dei Garzadori ornati Altare Nievo
di aquila imperiale e nei capitelli teste di animali. Alle estremità
affiorano due pilastri più larghi con la sfinge nei capitelli: insieme portano la trabeazione su cui, in corrispondenza
delle colonne, quattro pilastrini reggono un largo frontone ad arco ribassato, dall'intradosso a cassettoncini e rosette e
dall'estradosso arricchito da nereidi biacudate e sormontato dal Redentore.
Entro il timpano, sotto una ghirlanda di fiori e frutta, è il medaglione con la Vergine che allatta il Bambino; ai lati
dell'attico due coppie di delfini affrontati reggono vasi fiammeggianti. Dovunque sono incastonate piccole e grandi
patere di marmi policromi portate dal Graziani dalla Palestina, come le pietre nere del paragone inserite nei
piedistalli o quelle che formano una croce ed abbelliscono il paliotto della mensa.
Sull'altare è conservato il capolavoro di Giovanni Bellini, il dipinto del Battesimo di Cristo, realizzato intorno al
1500-1502.

Altare della Madonna delle stelle


Nel 1519 la Compagnia della Misericordia eresse qui, nella quarta campata sinistra, un altare molto semplice nella
struttura architettonica, in biancone di Pove, che fu probabilmente eseguito da una scuola veneziana oppure dalla
bottega dei maestri di Pedemuro, che stavano sviluppando in quel momento un filone classicistico.
La pala posta sull'altare è il risultato di due momenti e mani diversi. La parte centrale, di autore sconosciuto, è
trecentesca e raffigura la Madonna delle stelle, in manto azzurro stellato che porge il seno al Bambino; la parte
inferiore, invece, viene attribuita a Marcello Fogolino: un panorama della città di Vicenza, vista da monte Berico, in
cui si riconoscono il ponte Furo e il fiume Retrone, campo Marzo, il torrione di Porta Castello, la Cattedrale e il
Palazzo della Ragione nel suo aspetto quattrocentesco, le Torri di piazza e, a sinistra, il campanile e la basilica di San
Felice; sullo sfondo le vette delle montagne che stanno a nord della città[35].

Altare Monza o di Sant'Antonio


Nella terza campata sinistra l'altare fatto costruire nel 1474 da Gasparo Monza, che intendeva edificare la cappella di
famiglia. Sopra all'altare, la tela Sant'Antonino assistito dai frati distribuisce l'elemosina ai poveri realizzata da
Leandro Bassano.

Altare Pagello o di Santa Maria Maddalena


Il maestoso altare della seconda campata sinistra) fu realizzato - verosimilmente dalla bottega di Pedemuro - agli
inizi del Cinquecento e porta, al centro della trabeazione, lo stemma della famiglia Pagello che lo fece costruire. Nel
1529 il letterato vicentino Luigi da Porto - autore della novella Giulietta e Romeo dispose nel suo testamento di
essere sepolto davanti a questo altare[36].
La pala - dipinta tra il 1514 e il 1515 da Bartolomeo Montagna - rappresenta Santa Maria Maddalena con i santi
Girolamo e Paola, alla sua sinistra, Sant'Agostino e Santa Monica, alla sua destra. L'effige di quest'ultima santa, la
vedova madre di Sant'Agostino, è probabilmente quella della committente Piera da Porto, vedova di Bernardino
Pagello[37].
Cappella Valmarana 186

Altare Nievo o della SS. Trinità


Nella prima campata sinistra, un primo altare fu eretto da Fiordalisa Nievo nel 1426; quello attuale è invece
cinquecentesco, prodotto in ambito veneziano o, più probabilmente, nella bottega di Pedemuro, che si stava
affermando con una produzione di tipo classico.
Entro la nicchia, tra nuvole che sembrano ribollire, in candido marmo di Carrara è rappresentata la Trinità (il Padre,
dalla cui spalla scende la colomba dello Spirito Santo, solleva in alto il Figlio crocifisso tra angeli e cherubini
tripudianti). Il gruppo è attribuito a Giambattista Krone, scultore seicentesco di cui non si conoscono ulteriori opere,
se non le tre statue oggi nella lunetta sopra la porta laterale della chiesa dei Carmini[38].

Campanile
Viene definita una delle più belle torri campanarie venete, dove un
concetto architettonico romanico si volge in linguaggio gotico.
La prima parte del campanile, infatti, costruita contemporaneamente
alla chiesa, è tipicamente romanica: il fusto quadrato in mattoni è
diviso in verticale da quattro paraste che si concludono con due fasce,
ornate di archetti, sulle quali si alza la cella campanaria, aperta in
ciascun lato da una bifora con colonnine in pietra. Intorno al 1347 fu
aggiunta la struttura sommitale: un corpo ottagonale che si conclude
con una corona di archetti ciechi, sopra la quale si alza il cono della
cuspide in mattoni e punta di pietra[39].

Chiesa di Santa Corona - Campanile

Chiostro

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack.
php?pagename=Chiesa_di_Santa_Corona& language=it& params=45.
549259_N_11. 547688_E_
[2] Bartolomeo, nelle Lezioni del Breviario che compose per la festa della traslazione
della Sacra Spina, afferma: Vi era a Vicenza un luogo denominato il Collo che
meritava di essere troncato e mutato in meglio, poiché ivi era stata la sede di Satana
e ivi i maestri di errore e di diaboliche dottrine avevano vomitato parole venefiche e
pestifere ai semplici.
[4] Uno di questi fu Gerardacio de Medesano, che fece costruire l'altare poi detto della
Chiesa di Santa Corona - Chiostro del convento
Madonna della stelle. Citato da
[5] Il racconto delle celebrazioni in: Domenico Bortolan, Santa Corona. Chiesa e
convento dei domenicani in Vicenza, Vicenza 1889, p. 110 e seg., citato da
[6] ;
[8] Nel 1458 vi fu addirittura una deliberazione in tal senso da parte del Consiglio comunale di Vicenza. Sembra anche plausibile un'influenza da
parte dei monasteri domenicani di Venezia, ispirati al movimento dell'osservanza.
[9] Capitava però anche che le famiglie degli eredi non fossero così pronte a dare esecuzione ai testamenti, e di questo i frati ebbero più volte
motivo di lamentarsi:
Cappella Valmarana 187

[12] ;
[18] Predicatore domenicano della prima metà del XIII secolo, svolse la sua missione soprattutto nella zona di Pavia, dove morì. È venerato come
santo dalla Chiesa
[20] Cortesia de' Marassi detto da Sarego fu cognato e consigliere di Antonio della Scala
[27] Giovanni Thiene fu uomo d'arme e diplomatico alla corte di Carlo III di Napoli e poi, dal 1390, a Milano presso Gian Galeazzo Visconti,
signore di Vicenza, che lo volle precettore del figlio Filippo Maria
[29] Palmerio Sesso, podestà di Vicenza negli anni 1341-42 e appartenente ad una famiglia di Reggio Emilia venuta al servizio degli Scaligeri,
era già sepolto in Santa Corona dal 1349
[31] Lo stesso architetto fu sepolto a Santa Corona nel 1580 e vi restò fino al 1845, quando le sue presunte spoglie furono traslate nel Cimitero
Maggiore di Vicenza
[32] Secondo altri, la data 1597 incisa su una lapide del pavimento non si riferisce alla costruzione della cappella, quanto piuttosto alla
traslazione delle spoglie di genitori e fratelli, avvenuta ad opera di Leonardo, che nel proprio testamento avoca a sé la responsabilità della
costruzione
[34] Veneto, Touring Club Italiano, Guida d'Italia, 1969, pag. 243
[36] Veneto, Guida d'Italia, Touring Club Italiano, 1969, pag. 242-243

Bibliografia
• Ferdinando Bandini, La chiesa venuta da Gerusalemme, Santa Corona, Vicenza, Ed. Fotogramma, 2002
• Franco Barbieri e Renato Cevese, Vicenza, ritratto di una città, Vicenza, Angelo Colla editore, 2004, ISBN
88-900990-7-0
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, II, Dal Mille al Milletrecento, Vicenza, Accademia
Olimpica, 1954
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, III/1, Il Trecento Vicenza, Accademia Olimpica,
1958
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, III/2, Dal 1404 al 1563 Vicenza, Neri Pozza editore,
1964
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, IV/1, Dal 1563 al 1700, Vicenza, Accademia
Olimpica, 1974
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, IV/2, Dal 1563 al 1700, Vicenza, Accademia
Olimpica, 1974
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, V/1, Dal 1700 al 1866, Vicenza, Accademia
Olimpica, 1982
• Giovanni Mantese, Memorie storiche della Chiesa vicentina, V/2, Dal 1700 al 1866, Vicenza, Accademia
Olimpica, 1982

Voci correlate
• Andrea Palladio
• Battesimo di Cristo (Giovanni Bellini)
• Bartolomeo di Breganze
• Battaglia di Lepanto
• Coronazione di spine
• Lorenzo da Bologna
• Museo naturalistico e archeologico di Santa Corona
• Domenicani
• Rosario
• Sacra Spina
• Storia di Vicenza
• Storia della vita religiosa a Vicenza
• Famiglia Valmarana
Cappella Valmarana 188

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Chiesa di Santa Corona (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Santa_Corona_(Vicenza)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• http://www.vicenza.com/temi/vicenza_sacra/chiese_vicenza/s_corona.php
• (IT, EN) Scheda su Chiesa di Santa Corona (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=48)
con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=48&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte da cui è stata tratta la prima revisione di
questa voce sulla cappella Valmarana)
• Scheda sul sito dei musei civici di Vicenza (http://www.museicivicivicenza.it/it/conservatoria/santacorona.
php)

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Cattolicesimo

Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria


Annunciata
Cattedrale di Santa Maria Annunciata

Facciata
Stato  Italia

Regione
 Veneto
Località
Vicenza
Religione Cristiana cattolica di rito romano

Titolare Maria Annunciata

Diocesi Diocesi di Vicenza

Stile architettonico gotico, rinascimentale

Inizio costruzione VIII secolo

Completamento XX secolo
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 189

La cattedrale di Santa Maria Annunciata è il principale luogo di culto cattolico della città di Vicenza, in Veneto,
sede vescovile della diocesi omonima.
Di origine paleocristiana, fu ricostruita varie volte; la cupola fu progettata da Andrea Palladio, così come
probabilmente il portale laterale di settentrione.

Storia
Studi compiuti nella seconda metà del Novecento attesterebbero la presenza di un ambiente dedicato al culto
cristiano già nel III secolo d. C., ricavato in un preesistente edificio romano del I secolo. Dopo l’Editto di Costantino
del 313 qui sarebbe stata costruita la prima piccola chiesa, di forma rettangolare absidata, che nella seconda metà del
V secolo (forse dopo il saccheggio di Vicenza da parte degli Unni, citato da Paolo Diacono) sarebbe stata ricostruita
più grande e a tre navate. Intorno al 600 il primo vescovo di Vicenza, Oronzio, avrebbe sostituito questo edificio con
uno più grande, rettangolare a tre navate, di dimensioni vicine a quelle attuali[].
Intorno al 1000 questa chiesa, ormai la
cattedrale della città, fu arricchita da un
complesso di tre absidi. Danneggiata dal
terribile terremoto del 1117, fu ancora una
volta sostituita da una più grande a cinque
navate sostenute da pilastri ed archi. Per
riparare i danni ad essa apportati dal
saccheggio della città operato dalle truppe di
Federico II nel 1236, nella seconda metà del
Duecento il vescovo Bartolomeo da
Breganze dispose un nuovo intervento che,
secondo lo stile delle altre chiese vicentine
del tempo, la riportò a tre navate sostenute
da volte. In questo periodo aumenta
La cattedrale vista da Monte Berico notevolmente la documentazione scritta e
così sappiamo di donazioni e lasciti
testamentari che permisero di arricchire la chiesa con ulteriori strutture, come il portale meridionale e alcune
cappelle laterali, negli anni successivi e per tutto il Trecento[].

L’aspetto attuale della cattedrale risale alla metà del Quattrocento: dal 1444 al 1467 fu costruita la facciata gotica,
riparate le cappelle fino ad allora costruite e l’abside duecentesca. Nei secoli successivi continuarono i lavori e i
rimaneggiamenti: la costruzione della nuova e attuale abside prese avvio sin dal 1482 su progetto di Lorenzo da
Bologna – che ideò anche la cappella Trissino – ma nel 1531 risultava ancora incompiuta. Una prima temporanea
copertura venne realizzata nel 1540, per corrispondere alla decisione papale di far ospitare a Vicenza ospiti il
Concilio, poi tenutosi a Trento. Risalgono agli anni trenta del Cinquecento due delle prime opere di Andrea Palladio,
l’altare maggiore e il sepolcro di Girolamo Bencucci da Schio vescovo di Vasone[1], alla seconda metà del secolo
altre opere dell’architetto vicentino, il portale settentrionale e la costruzione del tamburo e della cupola. Seguirono
interventi nei secoli successivi, in particolare i rifacimenti neo-gotici di metà dell’Ottocento, secondo i canoni allora
in auge nell’Impero austriaco.
Durante la seconda guerra mondiale la cattedrale fu pesantemente colpita dai bombardamenti americani, che
distrussero la cupola, gran parte della navata e lesionarono gravemente la facciata e le cappelle meridionali. I
sontuosi affreschi che ricoprivano l'interno andarono irrimediabilmente perduti. La ricostruzione ed i restauri
iniziarono subito dopo il conflitto, ma si protrassero fino al 2002.[]
Il prospiciente Museo diocesano conserva vari reperti riferiti alla storia della chiesa e al suo sito.
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 190

Descrizione e opere d'arte

Esterno

Facciata

La facciata gotica attribuita a Domenico da Venezia (XVI secolo), a


paramento dicromo, divisa in quattro settori, l'inferiore a cinque arcate
profonde, il secondo spartito a lesene, il terzo liscio, il quarto decorato
da cinque statue e due pinnacoli aggiunti nel 1948.[2] Il portale presenta
una evidente strombatura.

Portale settentrionale

Nel 1560 Paolo Almerico chiese al Capitolo della cattedrale di poter


erigere a proprie spese una porta a settentrione della cattedrale, in
corrispondenza della cappella di San Giovanni Evangelista. Si tratta
dello stesso Paolo Almerico che qualche anno più tardi a Palladio la
costruzione della Rotonda.
La porta venne aperta nel 1565, probabilmente in occasione
dell’ingresso del vescovo Matteo Priuli. L’attribuzione a Palladio, in
mancanza di documenti e disegni autografi, si basa sulle affinità da un Portale principale
lato con modelli antichi ben noti a Palladio (come la porta del tempio
della Fortuna Virile) e dall’altro con il disegno delle porte laterali della basilica di San Pietro di Castello a Venezia,
che Palladio progettò nel 1558.

Il portale laterale a settentrione, attribuito a Dettaglio del capitello della lesena del portale palladiano
Palladio
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 191

Abside e cupola

Solamente nel 1557 il Comune di Vicenza riesce a ottenere dalla


Repubblica Veneta la disponibilità di un lascito fatto dal vescovo Zeno
all’inizio del secolo, ed è quindi in grado di avviare il completamento
dell'opera. Responsabile del progetto, Andrea Palladio molto
probabilmente redige un disegno complessivo, che tuttavia viene
messo in esecuzione in due fasi: dal 1558 al 1559 si imposta il
cornicione sopra le finestre e si realizza il tamburo, e dal 1564 al
gennaio 1566 si pone in opera la cupola.

La caratteristica forma della lanterna, astratta e priva di decorazione,


viene replicata sulla sommità delle cupole di San Giorgio Maggiore a
Venezia, in elaborazione negli stessi anni, ed è presente anche in
alcune ricostruzioni palladiane di templi antichi a pianta centrale, come
il Mausoleo di Romolo sulla via Appia.

Vista posteriore dell'abside, con il tamburo e la


cupola progettati da Andrea Palladio

Campanile

Probabilmente la costruzione del basamento risale al periodo delle


invasioni degli Ungari, nel secondo decennio del X secolo, al tempo
del vescovo Vitale arcicancelliere dell’imperatore Berengario I. Si
trattava di un torrione a difesa della cattedrale e del palazzo vescovile,
con mura perimetrali dello spessore di 4 metri, di conglomerato
rivestito da lastre di trachite, materiali di riporto di epoca romana.

Sopra questo torrione – chiaramente capitozzato – fu aggiunta, nei


primi decenni del XII secolo, la torre in mattoni alta circa 20 metri, con
Basamento del X secolo ed elevazione del XII
la cella campanaria di tipico aspetto romanico.
secolo del campanile Il campanile fu restaurato e portato all’aspetto attuale nel 1995-98.[3]
Le campane sono cinque, in accordo di Mi bemolle maggiore, la più
antica risale al XVII secolo.

Interno
L'interno della cattedrale si presenta in stile gotico, con unica navata coperta sulla quale si aprono varie cappelle
laterali e che è coperta con volta a crociera. Alla navata centrale corrisponde l'abside, il cui presbiterio, sopraelevato
come nelle abbazie di architettura gotico cistercense[4], ospita moderni arredi liturgici. La parete dell'abside, con al
centro l'altare maggiore, è decorata dal pregevole Paramento Civran [5], costituito da varie tele collocate all'interno
di un'architettura in stucco e marmorino sormontata da statue di angeli. Le tele di sinistra raffigurano scene
dall'Antico Testamento, mentre quelle di destra riguardano Costantino e la Vera Croce; vi sono inoltre, ai lati
dell'altare, sue Annunciazioni.
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 192

Nel vasto sotterraneo della cattedrale sono presenti resti di una strada di epoca romana e notevoli parti delle basiliche
dei secoli VIII e XI.

Opere della chiesa


Sulla parete della navata destra un moderno grande medaglione ricorda la santa Giuseppina Bakhita, sudanese, che
visse a lungo e morì a Schio, mentre esattamente di fronte, sulla parete opposta della navata c'è un medaglione
raffigurante la santa vicentina Maria Bertilla Boscardin.
• Monumento Funebre a Lavinia Thiene, situato nella prima cappella sinistra e realizzato da Giulio Romano (1544)
• Monumento tombale dei canonici Girolamo e Giambattista Gualdo, opera in stucco di Alessandro Vittoria (1574)
• Madonna col bambino tra le Sante Maddalena e Lucia, dipinto da Bartolomeo Montagna, conservato nella quarta
cappella sinistra
• Madonna incoronata, ancona lignea policroma di Antonino da Venezia (1448)
• Dormitio Virginis, polittico di Lorenzo Veneziano (1366), figure di santi, sottostante Adorazione dei Magi e
soprastante Crocifissione fra S.Elena e S.Caterina
• Adorazione dei Magi, dipinto di Francesco Maffei (terza cappella destra)
• Madonna in trono tra i Santi Nicola da Tolentino e San Nicola da Bari, pala di Giambattista Pittoni (1744)
• Madonna col bambino in trono tra i santi Giovanni Battista e Antonio da Padova, dipinto di Giulio Carpioni
(1650)

Organo a canne
Nell'ultima cappella di destra, si trova l'organo a canne Mascioni opus 721, costruito nel 1955 ed in seguito ampliato.
Lo strumento è a trasmissione elettrica e la sua consolle, mobile indipendente, ha tre tastiere di 61 note ciascuna e
pedaliera concavo-radiale di 32 note.
Di seguito, la disposizione fonica dello strumento:

Prima tastiera - Positivo espressivo

Principale 8'

Corno di notte 8'

Viola 8'

Corno di camoscio 4'

Flauto dolce 4'

Nazardo 2.2/3'

Flagioletto 2'

Decimino 1.3/5'

Decimaquinta 2'

Ripieno

Clarinetto 8'

Cromorno 8'

Tremolo
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 193

Seconda tastiera - Grand'Organo

Principale 16'

Principale Diapason 8'

Principale II 8'

Flauto 8'

Viola 8'

Dulciana 8'

Ottava 4'

Flauto camino 4'

Dolce 4'

Decimaseconda 2.2/3'

Decimaquinta 2'

Ripieno grave 4 file

Ripieno acuto 4 file

Tromba 8'

Tuba 8'

Voce umana 8'

Campane

Terza tastiera - Espressivo

Bordone 16'

Principale 8'

Bordone 8'

Gamba 8'

Salicionale 8'

Ottava 4'

Flauto 4'

Flauto in XII 2.2/3'

Ottavino 2'

Ripieno 5 file

Tromba corno 8'

Oboe 8'

Voce corale 8'

Voce celeste 8'

Coro viole 8'

Tremolo
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 194

Pedale

Acustico 32'

Contrabbasso 16'

Principale 16'

Subbasso 16'

Bordone 8'

Basso 8'

Principale 8'

Bordone 8'

Flauto 4'

Ottava 4'

Bombarda 16'

Trombone 8'

Fagotto 8'

Clarion 4'

Note
[1] . Secondo altri sono opera del suo maestro scultore Girolamo Pittoni da Lumignano. V.
[2] Veneto, Guida d'Italia, Touring Club Italiano, pag. 237
[4] Il presbiterio nell'architettura cistercense (http:/ / digilander. libero. it/ monachesimo/ pianta. htm#presbiterio)
[5] Il Paramento Civran (http:/ / www. gruppo4. com/ sivi/ giu_i/ gc11_i. htm)

Bibliografia
• AA.VV., Arte e artisti dei laghi lombardi, Noseda, Como 1959.
• Franco Barbieri e Renato Cevese, Vicenza, ritratto di una città, Vicenza, Angelo Colla editore, 2004, ISBN
88-900990-7-0
• Lelia Cracco Ruggini, Storia totale di una piccola città: Vicenza romana, in Storia di Vicenza, Vol. I, Vicenza,
Neri Pozza editore, 1988

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file sulla Cattedrale di Santa Maria Annunciata (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Cathedral_(Vicenza)?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Cattedrale di Santa Maria Annunciata (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.
php?architettura=50) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=50&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio, fonte utilizzata per questa
voce.
• (IT) La cattedrale di Vicenza (http://www.vicenza.com/temi/vicenza_sacra/chiese_vicenza/cattedrale.php)
Cupola e portale della Cattedrale di Santa Maria Annunciata 195

• (IT) Il portale laterale palladiano (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?sezione=4&


architettura=64&lingua=i) (CISA), fonte utilizzata per la descrizione degli interventi palladiani.

Portale Vicenza
Portale Architettura Portale Cattolicesimo

Tempietto Barbaro
 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Tempietto Barbaro
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio C (i) (ii)

Pericolo Nessuna indicazione

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO

Il tempietto Barbaro è un piccolo edificio religioso della seconda metà del XVI secolo situato a Maser, in provincia
di Treviso, noto per essere stato assieme al Teatro Olimpico l’ultima opera di Andrea Palladio, architetto che la
tradizione vuole morto proprio a Maser.
Il complesso di Villa Barbaro, di cui fa parte anche il tempietto, è stato inserito dall'UNESCO nel 1996 - assieme alle
altre ville palladiane del Veneto - nella lista dei patrimoni dell'umanità.
Tempietto Barbaro 196

Cenni storici
Ai piedi del declivio su cui sorge la villa, Palladio realizza in seguito un raffinato tempietto destinato ad assolvere la
doppia funzione di cappella gentilizia e chiesa parrocchiale per il borgo di Maser. Non si conosce con certezza la
data di inizio dei lavori di costruzione. Nel fregio sono incisi il millesimo 1580, i nomi del patrono, Marcantonio
Barbaro, e di Palladio.

Architettura
I modelli di riferimento dell’edificio sono evidentemente il Pantheon, ma anche la
ricostruzione offerta dallo stesso Palladio del mausoleo di Romolo sulla via Appia. Al
tempo stesso è possibile che sul tempietto convergano le riflessioni palladiane per la
soluzione a pianta centrale del progetto per la Chiesa del Redentore a Venezia, poi
abbandonata a favore della variante longitudinale, ma che proprio Marcantonio
Barbaro aveva sostenuto in prima persona.

La planimetria dell’edificio è innovativa perché combina insieme un cilindro e una


croce greca. Quattro massicci pilastri servono da contrafforti alla cupola, che è
ispirata espressamente a quella del Pantheon e quindi “all’antica”, a differenza di
Pianta, rilievo di Ottavio quelle della Basilica di San Giorgio Maggiore e del Redentore. Molti studiosi
Bertotti Scamozzi, 1783 stentano a riferire a Palladio la ricca decorazione a stucco dell’interno, che tuttavia è
molto simile a quella presente all’interno e all’esterno dei palazzi palladiani degli anni
1570.

Panoramica con la villa e il tempietto

Facciata Frontone
Tempietto Barbaro 197

Bibliografia
Fonti
• (IT, EN) Scheda su Tempietto Barbaro [1] con bibliografia [2] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Voci correlate
• Daniele Barbaro
• Marcantonio Barbaro
• Villa Barbaro
• Andrea Palladio

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Tempietto Barbaro [3]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità Portale Veneto

Note
[1] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=6
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=6& modo=biblio
[3] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Tempietto_Barbaro_(Maser)?uselang=it
198

Altre architetture

Teatro Olimpico
Coordinate: 45°33′00″N 11°32′57″E [1]

Teatro Olimpico

Il proscenio e le scene del Teatro Olimpico


Ubicazione

Stato  Italia

Località Vicenza

Indirizzo Piazza Matteotti

Dati tecnici

Tipo Cavea semicircolare

Fossa Presente

Capienza 470 posti

Realizzazione

Costruzione 1580-1585

Architetto Andrea Palladio

Proprietario Comune di Vicenza

[2]
Teatro Olimpico di Vicenza

Il Teatro Olimpico è un teatro progettato dall'architetto rinascimentale Andrea Palladio nel 1580 e sito in Vicenza.
È il primo e più antico teatro stabile coperto dell'epoca moderna.
La realizzazione del teatro, all'interno di un preesistente complesso medievale, venne commissionata a Palladio
dall'Accademia Olimpica per la messa in scena di commedie classiche. La sua costruzione iniziò nel 1580 e venne
inaugurato il 3 marzo 1585, dopo la realizzazione delle celebri scene fisse di Vincenzo Scamozzi. Tali strutture
lignee sono le uniche d'epoca rinascimentale ad essere giunte fino a noi, peraltro in ottimo stato di conservazione.
Il teatro è tuttora sede di rappresentazioni e concerti ed è stato incluso nel 1994 nella lista dei Patrimoni dell'umanità
dell'UNESCO, come le altre opere palladiane a Vicenza.
Teatro Olimpico 199

Storia

 Bene protetto dall'UNESCO 

 Patrimonio dell'umanità
Teatro Olimpico
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto

Tipo Architettonico

Criterio (i),(ii)

Pericolo Non in pericolo

Riconosciuto dal 1994

Scheda UNESCO [1]


(EN) Scheda
[2]
(FR) Scheda

Il Teatro Olimpico costituisce l'ultima opera dell'architetto Andrea


Palladio ed è considerato uno tra i suoi più grandi capolavori, assieme
a Villa Capra detta la Rotonda, alla Basilica Palladiana e al vicino
Palazzo Chiericati. Il celebre architetto veneto, rientrato da Venezia nel
1579, riportò in quest'opera gli esiti dei suoi lunghi studi sul tema del
teatro classico, basati sull'interpretazione del trattato De architectura di
Vitruvio e sull'indagine diretta dei ruderi dei teatri romani, ancora
visibili all'epoca (in particolare del Teatro Berga di Vicenza).
La cavea e la loggia del Teatro Olimpico
Il teatro venne commissionato a Palladio dall'Accademia Olimpica di
Vicenza, nata nel 1555 con finalità culturali e scientifiche, tra le quali
la promozione dell'attività teatrale. Tra i membri fondatori
dell'Accademia vi era lo stesso Andrea Palladio, che per essa progettò
numerosi allestimenti scenici provvisori in vari luoghi della città,
com'era d'uso all'epoca, fino a che nel 1579 l'Accademia ottenne dalla
municipalità la concessione di un luogo adatto ove poter realizzare
stabilmente un proprio spazio scenico, all'interno delle prigioni vecchie
del Castello del Territorio. Il contesto era una vecchia fortezza di
impianto medioevale, più volte rimaneggiata ed utilizzata nel tempo
Pianta (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)
anche come prigione e polveriera prima del suo abbandono.

La costruzione del teatro iniziò nel 1580, lo stesso anno in cui Palladio morì, ma i lavori furono perseguiti sulla base
dei suoi appunti dal figlio Silla e si conclusero nel 1584, limitatamente alla cavea completa di loggia e al proscenio.
Teatro Olimpico 200

Si pose dunque il problema di realizzare la scena a prospettive, che era


stata prevista fin dal principio dall'Accademia ma di cui Palladio non
aveva lasciato un vero progetto. Venne quindi chiamato Vincenzo
Scamozzi, il più importante architetto vicentino dopo la morte del
maestro. Scamozzi disegnò le scene lignee, di grande effetto per il loro
illusionismo prospettico e la cura del dettaglio, costruite appositamente
per lo spettacolo inaugurale, apportando inoltre alcuni adattamenti e i
necessari completamenti al progetto di Palladio. A Scamozzi vengono
Sezione longitudinale (Ottavio Bertotti Scamozzi, inoltre attribuite le contigue sale dell'Odèo e dell'Antiodèo, oltre che il
1776)
portale d'ingresso originale.

Il teatro venne inaugurato il 3 marzo 1585 con la rappresentazione


dell'Edipo re di Sofocle ed i cori di Andrea Gabrieli (ripresa nel 1997
per l'Accademia Olimpica con la regia di Gianfranco De Bosio). In
questa e altre rare occasioni le scene (che rappresentano le sette vie
della città di Tebe) furono illuminate con un originale e complesso
sistema di illuminazione artificiale, ideato sempre da Scamozzi. Le
scene, che erano state realizzate in legno e stucco per un uso
temporaneo, non furono tuttavia mai rimosse e, malgrado pericoli
d'incendio e bombardamenti bellici, si sono miracolosamente
Targa marmorea coi nomi dei benefattori
conservate fino ai giorni nostri, uniche della loro epoca.
Accademici Olimpici che contribuirono alla
fondazione del Teatro, collocata nel 1608 al suo
Studi recenti hanno dimostrato che l’originale progetto palladiano
interno a cura di Pompeo Trissino.
prevedeva solamente un'unica prospettiva sviluppata in corrispondenza
della porta centrale della scena, mentre nei due varchi laterali
dovevano trovare posto fondali dipinti. Al tempo stesso risale al progetto palladiano la cesura delle due ali di muro e
il soffitto "alla ducale" sopra il proscenio. Con il teatro Olimpico si avvera il sogno, sino ad allora irrealizzato, di
generazioni di umanisti e architetti rinascimentali: erigere in forma stabile uno degli edifici simbolo della tradizione
culturale classica. Il progetto palladiano ricostruisce il teatro dei romani con una precisione archeologica fondata
sullo studio accurato del testo di Vitruvio e delle rovine dei complessi teatrali antichi. In ciò costituisce una sorta di
testamento spirituale del grande architetto vicentino. Con l'Olimpico rinasce il teatro degli Antichi, e nel progettarlo
Palladio raggiunge una consonanza assoluta con il linguaggio della grande architettura classica, di cui per una vita
intera "con lunga fatica, e gran diligenza e amore" aveva cercato di ritrovare le leggi della segreta armonia.[3]

Il complesso è stato oggetto di un restauro conservativo tra il 1986 e il 1987.[4]


Il teatro è tuttora utilizzato, soprattutto per rappresentazioni classiche e concerti, prevalentemente in primavera
(festival "Settimane Musicali al Teatro Olimpico" e "Il Suono dell'Olimpico") ed in autunno ("Cicli di Spettacoli
Classici") poiché nel timore di danneggiarne le delicate strutture non è mai stato dotato di impianto di riscaldamento
o di condizionamento; ha inoltre una capienza limitata - 470 posti[5] - per motivi di conservazione. Il teatro ospita
alcuni eventi tra i quali la cerimonia di assegnazione dei Premi Internazionali Dedalo Minosse alla committenza di
architettura e i Premi E.T.I - Gli Olimpici del teatro.
Teatro Olimpico 201

L'ingresso al cortile del Il cortile Lumini ad olio usati per Disegno del proscenio del teatro,
teatro da piazza Matteotti l'impianto di illuminazione da Le fabbriche e i disegni di
delle scene progettato da Andrea Palladio raccolti ed
Vincenzo Scamozzi illustrati da Ottavio Bertotti
Scamozzi, 1796

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Teatro_Olimpico& language=it&
params=45_33_00_N_11_32_57_E_type:landmark
[2] http:/ / olimpicovicenza. it/
[4] Restauro Teatro Olimpico 1987 (http:/ / europaconcorsi. com/ projects/ 86727-Teatro-Olimpico-Andrea-Palladio-Vincenzo-Scamozzi-)
[5] http:/ / www. comune. vicenza. it/ cittadino/ scheda. php/ 42724,45930

Bibliografia

Fonti
• (IT, EN) Scheda su Teatro Olimpico (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=66) con
bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=66&modo=biblio) del CISA -
Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per la descrizione del progetto
palladiano)

Approfondimenti
• Lionello Puppi, Breve storia del Teatro Olimpico, Neri Pozza, Vicenza 1973
• Remo Schiavo, Guida al Teatro Olimpico, II ed., Accademia Olimpica, Vicenza 1986
• Il teatro Olimpico, a cura di Maria Elisa Avagnina, fotografie di Pino Guidolotti, Ed. Marsilio 2005, ISBN
978-88-317-8729-1

Voci correlate
• Andrea Palladio
• Vincenzo Scamozzi
• Teatro (architettura)
• Teatro di Sabbioneta
Teatro Olimpico 202

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Teatro Olimpico (http://commons.wikimedia.org/wiki/Category:Teatro_Olimpico?uselang=it)
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• Sito del Teatro Olimpico (http://olimpicovicenza.it/)
• Orchestra del Teatro Olimpico (http://www.orchestraolimpicovicenza.it/jspoto/index.jsp)
• Settimane Musicali al Teatro Olimpico (http://www.olimpico.vicenza.it)

Portale Architettura Portale Patrimoni dell'umanità

Portale Teatro Portale Vicenza

Arco Bollani
L'Arco Bollani è un arco celebrativo
situato a lato di piazza Libertà a Udine,
costruito nel 1556 e attribuito
all'architetto Andrea Palladio.
Situato ai piedi della salita che porta al
Castello, l’arco, a singolo fornice, fu
fatto erigere dal luogotenente veneto
Domenico Bollani. L'intento è insieme
autocelebrativo e di caratterizzazione
veneziana della piazza Contarena (oggi
piazza della Libertà), in funzione del
Castello di Udine, centro di potere
della Serenissima.
L'Arco Bollani, sullo sfondo il castello di Udine
I lavori, cominciati nell’aprile del
1556, si conclusero quattro mesi dopo,
quando fu issato il leone marciano con le ali di rame. Il nome di Palladio risulta da fonti coeve, così come è
documentato un suo intervento sette anni più tardi per l'ampliamento della strada di risalita al Castello e la
valorizzazione della visibilità dell’arco.
Arco Bollani 203

Voci correlate
• Castello di Udine
• Palazzo Antonini
• Porta Gemona

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Arco Bollani [1]
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Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Arco Bollani [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Architettura Portale Udine

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Arco_Bollani_(Udine)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=10
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=10& modo=biblio

Arco delle Scalette


L'Arco delle Scalette è un arco celebrativo situato a Vicenza in
piazzale Fraccon e costruito nel 1595, il cui progetto è stato attribuito
all'architetto Andrea Palladio (1576 circa).
Collocato al margine sud orientale del centro storico della città, l'arco
segna l'inizio di uno dei percorsi di salita al Santuario della Madonna
di Monte Berico (sorto ai primi del Quattrocento), quello costituito
appunto dalle Scalette, 192 gradini suddivisi in rampe e che
rappresentava l'unico punto di accesso dalla città al santuario prima
della realizzazione, a metà Settecento, dei portici di Francesco
Muttoni.

Poco chiara appare la genesi e l’autografia dell’arco. Certe appaiono la


data di costruzione, fissata al 1595 (15 anni dopo la morte di Palladio),
e l’identità del committente, il capitano veneziano Giacomo Bragadin.
Altrettanto documentate sono le richieste dei frati del santuario,
risalenti al 1574-1576, che chiedono alla comunità un sostegno
Arco delle Scalette
finanziario per la ristrutturazione dell’intero percorso delle Scalette, ma
nulla prova che l’arco fosse incluso del processo di rinnovamento
generale, che per altro investe anche lo stesso santuario. Altrettanto incerta è l’originale configurazione dell’arco, che
in immagini seicentesce mostra nicchie frontali, successivamente spostate nell’intradosso per accogliere
l’Annunciazione di Orazio Marinali.
Arco delle Scalette 204

L'Arco delle Scalette: pianta, prospetto e sezione


(Ottavio Bertotti Scamozzi, 1776)

Dettaglio con le statue del coronamento

Voci correlate
• Monte Berico
• Santuario della Madonna di Monte Berico

Altri progetti
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Arco delle Scalette [1]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Arco delle Scalette [2] con bibliografia [3] del CISA - Centro internazionale di studi di
architettura Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura
Arco delle Scalette 205

Note
[1] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Arco_delle_Scalette_(Vicenza)?uselang=it
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=47
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=47& modo=biblio

Ponte Vecchio (Bassano del Grappa)


Ponte Vecchio

Stato  Italia

Città Bassano del Grappa

Coordinate [1]
45°46′03″N 11°43′53″E

Tipologia ponte a sbalzo

Materiale legno strutturale

Lunghezza 58 m

Progettista Andrea Palladio

Costruzione 1567-1569 (ricostruito nel 1748, nel 1813 e nel 1947)

Coordinate: 45°46′03″N 11°43′53″E [1]


Il ponte sul Brenta, detto Ponte Vecchio, Ponte di Bassano o Ponte degli Alpini, situato nella città di Bassano del
Grappa, in Provincia di Vicenza, è considerato uno dei ponti più caratteristici d'Italia. Costruito interamente in legno
e coperto, ha subito numerosi interventi e ricostruzioni dalla sua nascita, documentata nel 1209 da Gerardo Maurisio.
Ponte Vecchio (Bassano del Grappa) 206

L'attuale ponte è basato sul progetto di Andrea Palladio del 1569.

Storia
Il ponte preesistente dal 1209 al 1569 era una struttura in legno su piloni e coperta da un tetto che costituisce la
fondamentale via di comunicazione fra Bassano e Vicenza.

Progetto di Palladio
Nell’ottobre del 1567 si ebbe una vigorosa piena del fiume Brenta che
travolse lo storico ponte preesistente. L'architetto Andrea Palladio fu
coinvolto nella ricostruzione sin dai mesi immediatamente successivi
al crollo: egli progettò dapprima un ponte in pietra completamente
diverso dal precedente, a tre arcate sul modello degli antichi ponti
romani. Il Consiglio cittadino bocciò tuttavia il progetto, imponendo
all’architetto di non discostarsi troppo dalla struttura tradizionale.

Nell’estate del 1569 Palladio presentò quindi un secondo progetto


definitivo di un ponte in legno che richiamava in pratica la struttura
precedente, sebbene radicalmente rinnovata quanto a soluzioni
tecniche e strutturali, e di grande impatto visivo. Unico rimando a un
linguaggio architettonico è l’uso di colonne tuscaniche come sostegni
Il ponte ne I quattro libri dell'architettura (libro
III) pubblicato da Palladio nel 1570 dell’architrave che regge la copertura.

Il ponte in un rilievo di Ottavio Bertotti


Scamozzi, 1773

Demolizioni e ricostruzioni
Ponte Vecchio (Bassano del Grappa) 207

A conferma dell'efficienza tecnologica della struttura palladiana, il


ponte resistette per quasi duecento anni, crollando a seguito della
travolgente piena del Brenta del 19 agosto 1748. Il ponte fu ricostruito
da Bartolomeo Ferracina seguendo fedelmente il disegno palladiano.
Nel 1813 il ponte fu poi incendiato dal viceré Eugenio di Beauharnais
e successivamente riedificato nel 1821 da Angelo Casarotti, con le
stesse forme precedenti.
Durante la prima guerra mondiale sul celebre ponte passarono le truppe
italiane del generale Luigi Cadorna per affrontare la celere difesa dei Vista panoramica del ponte da sud, sponda
territori dell'altopiano dei Sette Comuni (da questo evento è nato il orientale

soprannome di Ponte degli Alpini).Wikipedia:Uso delle fonti


Il ponte fu poi raso al suolo per la terza volta il 17 febbraio 1945
appena passate le 19, ora in cui iniziava il coprifuoco, il Ponte Vecchio
di Bassano veniva lacerato da una forte esplosione. L'azione di
sabotaggio, che faceva parte di un piano più vasto voluto dagli Alleati
contro i ponti della Pedemontana, fu eseguita da un gruppo di 15
partigiani tutti armati e in bicicletta, due dei quali trainavano ciascuno
a rimorchio un carrettino carico di esplosivo innescato. I danni furono
notevoli e ci furono anche due vittime. Il comandante del gruppo era
Primo Visentin nome di battaglia "Masaccio", come ricorda la targa Vista a livello della carreggiata coperta con
struttura lignea travata
presente ancora oggi sul ponte.[2][3] Per rappresaglia i nazisti
prelevarono dalle prigioni tre partigiani e li fucilarono sul ponte
(Federico Alberti, Cesare Lunardi e Antonio Zavagnin) con addosso
l'usuale cartello recante la scritta "Io sono un bandito"[4]. Il ponte fu
ricostruito nel 1947 secondo l'originale disegno di Palladio.

Il ponte infine fu gravemente danneggiato dalla eccezionale piena con


alluvione del 4 novembre 1966, a seguito della quale venne effettuato
un sistematico restauro strutturale.

Una testata del ponte

Il canto popolare
Sul ponte di Bassano
là ci darem la mano
là ci darem la mano
ed un bacin d'amor.
Per un bacin d'amore
successe tanti guai
non lo credevo mai
Il ponte visto dalla riva del Brenta
doverti abbandonar
Doverti abbandonare
Ponte Vecchio (Bassano del Grappa) 208

volerti tanto bene


è un giro di catene
che m'incatena il cor
Che m'incatena il cuore
che m'incatena il fianco
non posso far di manco
di piangere e sospirar

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack.
php?pagename=Ponte_Vecchio_(Bassano_del_Grappa)& language=it& params=45.
767515_N_11. 73129_E_scale:5000
[4] Cfr. Enciclopedia dell'Antifascismo e della Resistenza Vol. I, Voce "Bassano, Ponte
di", pag. 256, La Pietra, Milano, prima edizione, 1968

Lapidi in testa al ponte; quella in basso ricorda la


ricostruzione di Bartolomeo Ferracina del XVIII
secolo.

Altri progetti
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Ponte Vecchio (Bassano del Grappa) (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Ponte_Vecchio_(Bassano_del_Grappa)?uselang=it)
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Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Ponte Vecchio (Bassano del Grappa) (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.
php?architettura=27) con bibliografia (http://www.cisapalladio.org/veneto/scheda.php?architettura=27&
modo=biblio) del CISA - Centro internazionale di studi di architettura Andrea Palladio (fonte utilizzata per la
descrizione del progetto palladiano)

Portale Architettura Portale Veneto


Ponte sul Tesina 209

Ponte sul Tesina


Ponte sul Tesina

Stato  Italia

Città Torri di Quartesolo

Coordinate [1]
45°31′16″N 11°36′49″E

Tipologia Ponte ad arco

Materiale pietra

Progettista Andrea Palladio

Costruzione 1580-fine del Cinquecento

Coordinate: 45°31′16″N 11°36′49″E [1]


Il ponte sul Tesina a Torri di Quartesolo (Vicenza) è un'opera della seconda metà del Cinquecento attribuita
all'architetto Andrea Palladio.
Il notevole ponte di pietra che attraversa il fiume Tesina in corrispondenza dell'abitato di Torri di Quartesolo è molto
probabilmente frutto di un’idea palladiana risalente al 1569, ma messa in esecuzione undici anni più tardi, nel 1580,
quando il cantiere risulta attivo sotto la supervisione di Domenico Groppino, abituale collaboratore di Palladio.
Ponte sul Tesina 210

Evidentemente il modello è quello del ponte di Augusto a Rimini,


particolarmente apprezzato da Palladio, da cui derivano gli eleganti
tabernacoli addossati ai pilastri.
Seppure successivamente modificato anche pesantemente, questo sul
Tesina resta l’unico ponte in muratura progettato da Palladio giunto
sino a noi.

I tabernacoli addossati ai pilastri tra le arcate del Altri progetti


ponte.
• Commons [2] contiene immagini o altri file su Ponte sul Tesina
[2]
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Ponte sul Tesina [3] con bibliografia [4] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte della prima revisione di questa voce)

Portale Vicenza
Portale Architettura

Note
[1] http:/ / tools. wmflabs. org/ geohack/ geohack. php?pagename=Ponte_sul_Tesina& language=it& params=45. 52123_N_11.
61370_E_scale:5000
[2] http:/ / commons. wikimedia. org/ wiki/ Category:Ponte_sul_Tesina?uselang=it
[3] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=43
[4] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=43& modo=biblio
Porta Gemona 211

Porta Gemona
Porta Gemona, localmente detta Portonat, è una porta ad arco situata
a San Daniele del Friuli, progettata nel 1579 dall'architetto Andrea
Palladio ed inserita in una preesistente torre, vestigia del castello
medioevale.
L’architetto viene di fatto imposto alla comunità di San Daniele da
parte del cardinale Giovanni Grimani, che esercitava una giurisdizione
patriarcale sulla città e che nel 1562 aveva commissionato a Palladio la
facciata della chiesa di San Francesco della Vigna. Nel 1579 Andrea
Palladio fornisce i disegni della porta sulla via che conduce a Gemona.
Palladio non si recò mai sul posto, anche se richiese rilievi accurati del
sito dove andava innestata la porta, sostanzialmente riadattando il
progetto dell’Arco Bollani di Udine di vent'anni prima.

Voci correlate
Porta Gemona, o Portonat
• Arco Bollani

Altri progetti
• Questa voce è inclusa nel libro di Wikipedia Palladio.

Collegamenti esterni
• (IT, EN) Scheda su Porta Gemona [1] con bibliografia [2] del CISA - Centro internazionale di studi di architettura
Andrea Palladio (fonte per la prima revisione di questa voce)
• Il castello di San Daniele del Friuli [3] con foto dell'arco

Portale Architettura Portale Friuli-Venezia Giulia

Note
[1] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=13
[2] http:/ / www. cisapalladio. org/ veneto/ scheda. php?architettura=13& modo=biblio
[3] http:/ / www. consorziocastelli. it/ icastelli/ san_daniele
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Personalità legate a Palladio

Gian Giorgio Trissino


Gian Giorgio Trissino dal Vello d'Oro (pronuncia Trìssino,
/ˈtrissino/) (Vicenza, 8 luglio 1478 – Roma, 8 dicembre 1550) è stato
un umanista italiano.
Poeta e tragediografo, si interessò di linguistica e architettura, oltre a
svolgere attività diplomatiche per conto del papato. Amico e mentore
di Andrea Palladio, tradusse il De vulgari eloquentia di Dante
Alighieri.

Biografia
Gian Giorgio Trissino nacque a Vicenza l'8 luglio 1478 da antica e
nobile famiglia. Suo nonno Giangiorgio combatté nella prima metà del
XV secolo il condottiero Niccolò Piccinino, che al servizio dei
Visconti di Milano invase alcuni territori vicentini, e riconquistò la
valle di Trissino, feudo avito[1]. Suo padre Gaspare (1448 - 1487) era Gian Giorgio Trissino, ritratto del 1510 di
Vincenzo Catena
anch'esso uomo d'armi e colonnello al servizio della Repubblica di
Venezia e sposò Cecilia Bevilacqua, di nobile famiglia veronese, nel
1468. Ebbe un fratello, Girolamo, scomparso immaturamente, e tre sorelle: Antonia († 1516), Maddalena andata in
sposa al padovano Antonio degli Obizzi, Elisabetta, poi suor Febronia delle Benedettine († 1515)[2][3].

Trissino studiò greco a Milano sotto la guida di Demetrio


Calcondila[4][5] e filosofia a Ferrara sotto Niccolò Leoniceno. Da
questi maestri imparò l'amore per i classici e la lingua greca, che tanta
parte ebbero in seguito nella sua produzione letteraria. Alla morte di
Calcondila nel 1511, Trissino fece murare una targa[6] nella chiesa di
S.Maria della Passione a Milano, dove fu sepolto il suo maestro[7].

Il 19 novembre 1494 sposò Giovanna, figlia del giudice Francesco


Trissino, lontana cugina[8], da cui ebbe cinque figli: Francesco (1500 - Targa marmorea che Trissino fece realizzare a
1514), Giulio (1504 - 1576), Cecilia (nata nel 1495, visse 20 giorni), ricordo del suo maestro Demetrio Calcondila in
S.Maria della Passione a Milano
Gaspare (nato nel 1497, visse 10 giorni) e Vincenzo (nato nel 1502,
visse 10 giorni). Giovanna morì il 12 aprile 1505. Giulio, di salute
cagionevole, venne avviato dal padre alla carriera ecclesiastica e, dopo il suo soggiorno a Roma presso la corte del
papa Clemente VII, divenne Arciprete della cattedrale di Vicenza, ma sospettato di simpatie per le teorie
calviniste[9].

Tra la fine del sec XV e i primi decenni del sec XVI Trissino intraprese diversi viaggi tra Venezia, Bologna, Firenze
e soprattutto Roma, dove s’ingraziò le simpatie dei Papi Leone X, Clemente VII e infine Paolo III, i quali lo
inviarono come proprio ambasciatore presso il Doge di Venezia e soprattutto l’Imperatore, dapprima Massimiliano I
e successivamente Carlo V. Spesso quindi viaggiò tra la Germania e Roma, recando le rispettive ambascerie ai due
potenti. Trissino sosteneva l'Impero come istituzione, ma ciò venne interpretato in spirito antiveneziano e, per
questo, egli fu temporaneamente esiliato.
Gian Giorgio Trissino 213

Nel 1515, durante uno di questi viaggi in Germania, l’Imperatore


Massimiliano I d’Asburgo lo autorizzò all’aggiunta del predicato “dal
Vello d’Oro” al proprio cognome e alla relativa modifica dello stemma
gentilizio (aurei velleris insigna quae gestare possis et valeas[10]), che
nella parte destra riporta su fondo azzurro un albero al naturale con
fusto biforcato sul quale è posto un vello in oro, il tronco accollato da
un serpente d'argento e con un nastro d'argento tra le foglie, caricato
del motto "PAN TO ZHTOYMENON AΛΩTON" in lettere maiuscole
greche nere, preso dal verso 110 dell'Edipo di Sofocle che significa
"chi cerca trova"[11], privilegi trasmissibili ai propri discendenti[12].

Secondo quanto riportato dallo storico Castellini[13] Trissino rifiutò


posizioni di potere offertegli dai Pontefici a seguito dei successi
riportati come diplomatico (Nunzio e Legato), ad esempio
l'Arcivescovato di Napoli, il Vescovato di Ferrara o la Porpora
Cardinalizia, in quanto desideroso di una propria discendenza. Infatti,
rientrato a Vicenza, sposò il 26 marzo 1523 Bianca[14][15], figlia del
giudice Nicolò Trissino e di Caterina Verlati, già vedova di Alvise di Stemma di Giangiorgio Trissino dal Vello d'Oro
Bartolomeo Trissino, morto a 45 anni nel 1522[16]. Da Bianca ebbe due come appare nel volume dedicatogli da P.F.
figli: Ciro (1524 - 1574) e Cecilia (1526 - 1542). Essendo il figlio di Castelli nel 1753.

primo letto Giulio ben avviato nella gerarchia ecclesiastica, Trissino


scelse Ciro come proprio erede, scatenando le ire di Giulio che per lungo tempo lottò in tribunale contro il padre e il
fratellastro. Anche a seguito delle divergenze causate dai cattivi rapporti con Giulio, la coppia si divise nel 1535
quando Bianca si trasferì a Venezia, dove morì il 21 settembre 1540[17].

Trissino manifestò il proprio fervente sostegno all’Impero dedicando a Carlo V il suo poema epico L’Italia liberata
dai Goti, completato nel 1527 e pubblicato nel 1547. Nel febbraio 1530 a Bologna, nel corso dell’incoronazione di
Carlo V a Re d'Italia e Sacro Romano Imperatore, egli ebbe il privilegio di reggere il manto pontificale a Clemente
VII[18][19][20] e nel 1532 Carlo lo nominò conte palatino e cavaliere dell’Ordine Equestre della Milizia Aurata[21].
Intanto nella villa di Cricoli alle porte della città, già dei Valmarana e
dei Badoer e acquistata nel 1482 dal padre Gaspare[22] si radunava una
delle più prestigiose Accademie vicentine[23]. Trissino partecipò
insieme a Pietro Bembo e Bernardo e Giovanni Rucellai al dibattito
sulla questione della lingua italiana, sostenendo il valore degli apporti
locali contro la mera diffusione del volgare fiorentino trecentesco, e
propose l'introduzione di lettere dell'alfabeto greco per meglio
identificare la pronuncia delle parole[24]. Scoprì il più grande talento
Villa Trissino di Cricoli (VI)
dell'architettura del suo tempo, Andrea Palladio, di cui fu mentore e
amico e rimane il più celebre intellettuale vicentino del Cinquecento.

Morì a Roma l'8 dicembre 1550 e fu sepolto nella Chiesa di Sant'Agata alla Suburra.
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Le opere letterarie
Trissino fu fautore di un classicismo integrale, conforme ai principi
aristotelici, che espose nelle sei parti della sua Poetica (1562), una
ambiziosa sistemazione di tutti i generi letterari, ognuno ricondotto a
precise regole di struttura, stile e metrica.
Le opere poetiche di Trissino sono coerenti con questa concezione di
letteratura: così la Sofonisba (composta nel 1514-1515, pubblicata nel
1524) è la prima tragedia di impianto "classico" del secolo. Pur
Monumento a Giangiorgio Trissino dal Vello
ispirandosi a Tito Livio, guarda alla Grecia classica e il metro
d'Oro, eretto nel 1978, per i 500 anni dalla
utilizzato, l'endecasillabo sciolto, vuole essere una imitazione del nascita, nei giardini di Vicenza
trimetro giambico. Scrisse anche una raccolta di Rime volgari (1529),
con interessanti esperimenti metrici. L'Italia liberata dai Goti (1527, pubbl. 1547) è un laborioso poema in 27 libri
sulla guerra tra Bizantini e Ostrogoti (535-539. Qui la fonte è lo storico bizantino Procopio), sempre in endecasillabi
sciolti. I simillimi (1548) sono fortemente ispirati (quasi una traduzione) ai Menaechmi di Plauto.

Le ricerche linguistiche
I suoi interventi nel campo della linguistica suscitarono vivaci reazioni
nel mondo letterario dell'epoca. Scrisse Il castellano, dialogo
immaginario tra Filippo Strozzi e Giovanni Rucellai, (1529) per una
tesi "cortigiana-italianista" che sosteneva l'idea d'una lingua formata
dagli elementi comuni a tutte le parlate dei letterati della Penisola.
Questa teoria, concorrente di quelle avanzate da Bembo e Machiavelli,
era appoggiata dalla novità della pubblicazione del De vulgari
eloquentia di Dante Alighieri che Trissino ebbe il merito di far
riemergere dal dimenticatoio, attraverso una sua traduzione, sempre nel
1529. Alla sua tesi si dimostrarono particolarmente sensibili (e ostili) i
letterati toscani.

Altra discussione aveva già suscitato la sua proposta di riformare


l'alfabeto italiano con l'adozione di alcune vocali e consonanti
dell'alfabeto greco al fine di disambiguare suoni diversi resi allora (e
ancor oggi) con la medesima grafia: e e o aperte e chiuse, z sorda e
sonora, i e u con valore di vocale e con valore di consonante (Epistola
de le lettere nuovamente aggiunte alla lingua italiana, 1524). In Frontespizio del "Castellano" di Giangiorgio
seguito avrebbe riproposto questa idea (sebbene ricorrendo a grafie Trissino, 1529, stampato con lettere aggiunte
all'alfabeto italiano da quello greco
diverse) anche l'accademico della Crusca Anton Maria Salvini, sempre
senza successo. Accolta fu invece la proposta del Trissino di utilizzare
la z al posto della t nelle parole che finiscono in ione. Comunque la riforma trissiniana è rimasta un prezioso
documento delle differenze di pronuncia tra toscano e lingua cortigiana perché l’autore applicò i suoi criteri grafici
nell'Epistola, nella Sofonisba e nel Castellano.
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Il rapporto con Palladio


Di Andrea Palladio Trissino curò soprattutto la formazione di architetto inteso come tecnico specializzato. Questa
concezione risulta alquanto insolita in quell'epoca, nella quale all'architetto era demandato un compito
preminentemente di "umanista". Non si può capire la formazione umanistica e di tecnico specializzato della
costruzione dell'architetto Andrea della Gondola, senza l'intuito, l'aiuto e la protezione di Giangiorgio Trissino. È lui
a credere nel giovane lapicida che lavora in modo diverso e che aspira a una innovazione totale nel realizzare le tante
opere. Gli cambierà il nome in "Palladio", come l'angelo liberatore e vittorioso presente nel suo poema L'Italia
liberata dai Goti.[25]
Secondo la tradizione, l'incontro tra il Trissino e il futuro Palladio avvenne nel cantiere della villa di Cricoli, nella
zona nord fuori della città di Vicenza, che in quegli anni (1538 circa) sta per essere ristrutturata secondo i canoni
dell'architettura classica. La passione per l'arte e la cultura in senso totale sono alla base di questo scambio di idee ed
esperienze che si rivelerà fondamentale per la preziosa collaborazione tra i due "grandi". Da lì avrà inizio la grande
trasformazione dell'allievo di Girolamo Pittoni e Giacomo da Porlezza nel celebrato Andrea Palladio. Sarà proprio
Giangiorgio Trissino a condurlo a Roma nei suoi viaggi di formazione a contatto con il mondo classico e ad avviare
il futuro genio dell'architettura a raggiungere le vette più ardite di un'innovazione a livello mondiale, riconosciuta ed
apprezzata ancora oggi[26].

Opere

Trattati
• Poetica, 1529, pubbl. 1562 (in sei parti)

Testi grammaticali
• Epistola de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, 1524: Riproduzione fotografica [27]
• Il castellano, 1529 (dialogo): Riproduzione fotografica dell'edizione Daelli 1864 [28]
• Dubbi grammaticali, 1529
• Grammatichetta, 1529

Testi teatrali
• Sofonisba, 1514, tragedia pubbl. 1524: Riproduzione fotografica [29]
• I Simillimi, 1548, commedia rifacimento dei Menaechmi di Plauto

Poemi
• L'Italia liberata dai Goti, 1547

Note
[1] Bernardo Morsolin Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 3-4.
[2] Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino, 1753, pagg 2-3.
[3] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 4-7.
[4] Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino, 1753, pag 4.
[5] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 26 e seguenti.
[6] L'incisione recita: DEMETRIO CHALCONDYLÆ ATHENIENSI - IN STUDIIS LITERARUM GRÆCARUM - EMINENTISSIMO - QUI
VIXIT ANNOS LXXVII MENS. V - ET OBIIT ANNO CHRISTI MDXI - JOANNES GEORGIUS TRISSINUS GASP. FILIUS -
PRÆCEPTORI OPTIMO ET SANCTISSIMO - POSUIT. Pierfilippo Castelli, La Vita di Giovan Giorgio Trissino, 1753, pag 5.
[7] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 54-55.
[8] Bernardo Morsolin Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 13-14.
[9] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 302 e seguenti.
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[10] Giambattista Nicolini, Vita di Giangiorgio Trissino, 1864, pag 41.


[11] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pag 198.
[12] Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio Trissino, 1753, pagg 16-17
[13] Silvestro Castellini, Storia della città di Vicenza...sino all'anno 1650, 1821, Libro XVIII, pag 73.
[14] Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio Trissino, 1753, nota a pag 48
[15] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pagg 131-133.
[16] Come i saggi di Lucien Faggion ricordano, per preservare il patrimonio famigliare non era inusuale sposare cugini di altri rami della
medesima famiglia.
[17] La decisione di scegliere Ciro come proprio erede universale ebbe ripercussioni drammatiche per diverso tempo. Oltre al trascinarsi della
causa civile intentata da Giulio al padre e a Ciro, nacque una vera e propria faida tra i discendenti Trissino dal Vello d'Oro e i parenti del ramo
dei Trissino più prossimo alla prima moglie, Giovanna. Le voci che fecero risalire a Ciro la denuncia anonima alla Santa Inquisizione delle
simpatie protestanti di Giulio nel 1573, spinsero Giulio Cesare, nipote di Giovanna, a uccidere Ciro a Cornedo l'anno successivo, davanti a
Marcantonio, uno dei suoi figli. Quest'ultimo decise di vendicare il padre, accoltellando a morte Giulio Cesare che usciva dalla cattedrale di
Vicenza il venerdì santo del 1583. Nel 1588 Ranuccio Trissino, altro avversario dei Trissino dal Vello d'Oro, s'introdusse nella casa di
Pompeo, primogenito di Ciro, e uccise la moglie, Isabella Bissari, e il figlioletto nato da poco. Si vedano al proposito vari saggi sull'argomento
di Lucien Faggion, tra cui Les femmes, la famille et le devoir de mémoire: les Trissino aux XVIe et XVIIe siècles, 2006, pag 4.
[18] Pierfilippo Castelli, La vita di Giovan Giorgio Trissino, 1753, pag 43.
[19] Antonio Magrini, Reminiscenze Vicentine della Casa di Savoia, 1869, pagg 17-18.
[20] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pag 190.
[21] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pag 196.
[22] Nel 1537 il Trissino dovette affrontare una causa civile intentatagli dai Valmarana: negli ultimi decenni del XV secolo Alvise di Paolo
Valmarana perse villa e tenuta, giocandosele col patrizio Orso Badoer, che rivendette la proprietà a Gaspare Trissino il 25 maggio 1482. Gli
eredi Valmarana tentarono di riprendersela ipotizzando un vizio all'origine, ma il tribunale diede ragione ai diritti del Trissino. Si veda Lucien
Faggion, Justice civile, témoins et mémoire aristocratique: les Trissino, les Valmarana et Cricoli au XVIe siècle, 2010.
[23] Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o Monografia di un letterato del secolo XVI, 1878, pag 222.
[24] Tipicamente le e e o aperte o chiuse, ma grazie al Trissino si diffuse la distinzione tra u e v e l'uso della z al posto della t nelle parole
terminanti in ione.
[25] "Palladio" è anche un riferimento indiretto alla mitologia greca: Pallade Atena era la dea della sapienza, particolarmente della saggezza,
della tessitura, delle arti e, presumibilmente, degli aspetti più nobili della guerra; Pallade, a sua volta, è un'ambigua figura mitologica, talvolta
maschio talvolta femmina che, al di fuori della sua relazione con la dea, è citata soltanto nell'Eneide di Virgilio. Ma è stata avanzata anche
l'ipotesi che il nome possa avere un'origine numerologica che rimanda al nome di Vitruvio, vedi
[26] Dal volantino della mostra (18 aprile - 10 maggio 2009) dedicata a Giangiorgio Trissino a Trissino, in occasione del 600º anniversario della
promulgazione dello Statuto del Comune del 1409, organizzata dalla Provincia di Vicenza, Comune di Trissino e Pro Loco di Trissino.
[27] http:/ / hal9000. cisi. unito. it/ wf/ BIBLIOTECH/ Umanistica/ Biblioteca2/ Libri-anti1/ Libri-anti/ image230. pdf
[28] http:/ / www. google. it/ books?id=9bxAgCESYfEC& pg=PA5& dq=%22castellano%22+ trissino& lr=#PPA1,M1
[29] http:/ / hal9000. cisi. unito. it/ wf/ BIBLIOTECH/ Umanistica/ Biblioteca2/ Libri-anti1/ Libri-anti/ image231. pdf

Bibliografia
• Pierfilippo Castelli, La vita di Giovangiorgio Trissino, oratore e poeta (http://www.google.it/
books?id=doYHAAAAQAAJ), ed. Giovanni Radici, Venezia 1753
• Bernardo Morsolin, Giangiorgio Trissino o monografia di un letterato del secolo XVI, Firenze, Le Monnier,
1894(2).
• Amedeo Quondam, La poesia duplicata. Imitazione e scrittura nell’esperienza del Trissino, in Atti del Convegno
di Studi su G. Trissino, a cura di N. Pozza, Vicenza, Accademia Olimpica, 1980, pp. 67-109.
• Sergio Zatti, L’imperialismo epico del Trissino, in Id., L’ombra del Tasso, Milano, Bruno Mondadori, 1996, pp.
59-110, alle pp. 59-63.
• Renato Barilli, Modernità del Trissino, in «Studi Italiani», vol. IX 1997, fasc. 2, pp. 27-59.
• Claudio Gigante, «Azioni formidabili e misericordiose». L’esperimento epico del Trissino, in «Filologia e Critica»,
XXIII 1998, fasc. 1, pp. 44-71.
• Marco De Masi, L’errore di Belisario, Corsamonte, Achille, in «Studi italiani», a. 2003, n. 1, pp. 5-28.
• Enrico Musacchio, Il poema epico ad una svolta: Trissino tra modello omerico e virgiliano, in «Italica», vol. 80
2003, n. 3, pp. 334-52.
• Claudio Gigante, Un’interpretazione dell’‘Italia liberata dai Goti’, in Id., Esperienze di filologia cinquecentesca.
Salviati, Mazzoni, Trissino, Costo, il Bargeo, Tasso, Roma, Salerno Editrice, 2003, pp. 46-95.
Gian Giorgio Trissino 217

• Valentina Gallo, Paradigmi etici dell’eroico e riuso mitologico nel V libro dell’‘Italia’ di Trissino, in «Giornale
Storico della Letteratura Italiana», a. CXXI 2004, vol. CLXXXI, fasc. 595, pp. 373-414.
• Claudio Gigante, Epica e romanzo in Trissino, in La tradizione epica e cavalleresca in Italia (XII-XVI sec.), a
cura di C. Gigante e G. Palumbo, Bruxelles, P.I.E. Peter Lang, 2010, pp. 291-320.

Galleria immagini

Gian Giorgio Miniatura di Gian Giorgio Targa a Trissino, 1950, in piazza


Trissino - Gian Giorgio Trissino - Gian Giorgio Trissino.
incisione da Trissino. incisione da
Tutte le Pier Filippo
opere non Castelli La vita
più di
pubblicate di Giovangiorgio
Giovan Trissino, 1753.
Giorgio
Trissino,
1729.

Targa posta sulla casa natale di


Gian Giorgio Trissino, in corso
Fogazzaro 15 a Vicenza.

Voci correlate
• Andrea Palladio
• Trissino (famiglia)
• Trissino (comune)

Altri progetti
• Wikisource contiene opere originali di Gian Giorgio Trissino
• Wikiquote contiene citazioni di o su Gian Giorgio Trissino
• Commons (http://commons.wikimedia.org/wiki/Pagina_principale?uselang=it) contiene immagini o altri
file su Gian Giorgio Trissino (http://commons.wikimedia.org/wiki/
Category:Giangiorgio_Trissino?uselang=it)
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Gian Giorgio Trissino 218

Collegamenti esterni
• C. G.-C., « TRISSINO, Gian Giorgio (http://www.treccani.it/enciclopedia/trissino_(Enciclopedia-Italiana)/)»,
in Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1937.
• « Trìssino, Gian Giorgio (http://www.treccani.it/enciclopedia/gian-giorgio-trissino/)», la voce in Enciclopedie
on line, sito "Treccani.it L'Enciclopedia italiana".
• Italica - Rinascimento: Giovan Giorgio Trissino, L’Italia liberata dai Gotthi (http://www.italica.rai.it/
rinascimento/cento_opere/trissino_italia.htm) di Paola Cosentino.
Controllo di autorità VIAF: 61576722 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 61576722) LCCN: n82124220 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/n82124220)

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Daniele Barbaro
Daniele Matteo Alvise Barbaro (Venezia, 8 febbraio 1514 – Venezia, 13 aprile 1570) è stato un cardinale, patriarca
cattolico e umanista italiano, studioso di filosofia, matematica e ottica.

Daniele Barbaro
cardinale di Santa Romana Chiesa

Nato 8 febbraio 1514, Venezia

Creato cardinale 26 febbraio 1561 in pectore da papa Pio IV

Deceduto 13 aprile 1570, Udine


Daniele Barbaro 219

È noto soprattutto come traduttore e commentatore del trattato De


architectura di Marco Vitruvio Pollione e per il trattato La pratica
della perspettiva.[1]
Importanti furono i suoi studi sulla prospettiva e sulle applicazioni
della camera oscura, dove utilizzò un diaframma per migliorare la resa
dell'immagine. Uomo colto e di ampi interessi, fu amico di Andrea
Palladio, Torquato Tasso e Pietro Bembo. Commissionò a Palladio
Villa Barbaro a Maser e a Paolo Veronese numerose opere, tra cui due
suoi ritratti.

Biografia
Daniele Matteo Alvise Barbaro o Barbarus fu figlio di Francesco di
Daniele Barbaro ed Elena Pisani, figlia del banchiere Alvise Pisani e
Cecilia Giustinian. Suo fratello minore fu l'ambasciatore Marcantonio Daniele Barbaro ritratto da Paolo Veronese,
1562-1570 (Firenze, Palazzo Pitti)
Barbaro. Barbaro studiò filosofia, matematica e ottica all'Università di
Padova.
Fu ambasciatore della Serenissima presso la corte di Edoardo VI a
Londra, dall'agosto 1549 al febbraio 1551[2], e come rappresentante di
Venezia al Concilio di Trento.
Nipote del patriarca di Aquileia Giovanni Grimani, fu suo coauditore
nella sede patriarcale di Udine. Il 17 dicembre 1550 venne promosso in
concistoro a patriarca "eletto" di Aquileia (coadiutore), con diritto di
futura successione, ma non assunse mai la guida della diocesi[3] perché Villa Barbaro a Maser

morì prima dello zio. All'epoca tale carica era quasi una questione di
famiglia per i Barbaro, infatti furono patriarchi di Aquileia ben 4 Barbaro fra il 1491 e il 1622:

• Ermolao Barbaro il Giovane, patriarca di Aquileia dal 1491 al 1493,


• Daniele Barbaro, patriarca di Aquileia dal 1550 al 1570,
• Francesco Barbaro, patriarca di Aquileia dal 1593 al 1616,
• Ermolao II Barbaro († 1622), patriarca di Aquileia dal 1616.
Fu forse nominato cardinale in pectore da papa Pio IV nel concistoro del 26 febbraio 1561 e mai pubblicato[4]
Solo i Grimani, con cui erano imparentati, occuparono più volte il patriarcato (ben sei).
Partecipò a varie sedute del Concilio di Trento a partire dal 14 gennaio 1562 fino alla sua chiusura nel 1563.

Opere
Tra le sue maggiori opere:
• Un'edizione dei Commentarii di Aristotele Retorica del suo prozio Ermolao Barbaro il Giovane (Venezia, 1544);
• un'edizione dei Compendium scientiae naturalis Ermolao Barbaro il Giovane (Venezia, 1545);
• Una traduzione in Italiano dell'opera De architectura di Marco Vitruvio Pollione, pubblicato col titolo Dieci libri
dell'architettura di M. Vitruvio (Venezia, 1556. Di essa pubblicò anche una versione in latino intitolata M.
Vitruvii de architectura, (Venezia, 1567. Le illustrazioni dell'opera del Barbaro furono realizzate da Palladio.
• un importante trattato sulla scienza della pittura, La pratica della prospettiva (Venezia, 1569);[1]
• un trattato, non pubblicato e non finito, sulla costruzione delle meridiane De Horologiis describendis libellus,
Venice, Biblioteca Marciana, Cod. Lat. VIII, 42, 3097). Più tardi si scoprì che il testo del Barbaro affrontava la
Daniele Barbaro 220

tecnica di strumenti come l'astrolabio, il planisfero di Juan de Rojas, il bacolo, il triquetrum, e olometro di Abel
Foullon.
• Cronache, probabilmente riprese da Giovanni Bembo nella Cronaca Bemba.

Note
[1] La pratica della perspettiva (http:/ / fermi. imss. fi. it/ rd/ bdv?/ bdviewer/ bid=000000300148), 1569, consultabile online (testo italiano +
tavole originali)
[2] Giuseppe Trebbi, Barbaro Daniele, in Nuovo Liruti: dizionario biografico dei friulani. 2: l’età veneta. A-C, Forum editrice universitaria,
Udine 2009, p. 374
[3] Giuseppe Trebbi, Barbaro Daniele, in Nuovo Liruti: dizionario biografico dei friulani. 2: l’età veneta. A-C, Forum editrice universitaria,
Udine 2009, p. 374
[4] Eubel, Hierarchia Catholica Medii et Recentoris Aevi, III, p. 39, che cita gli Acta camerarii 9, f. 37 e gli Acta vicecancellarii 8, f 7

Bibliografia
• Louis Cellauro, Daniele Barbaro and Vitruvius: the architectural theory of a Renaissance humanist and patron,
Papers of the British School at Rome, 72 (2004), pp. 293-329
• Pio Paschini, Daniele Barbaro letterato e prelato veneziano del Cinquecento, Rivista di storia della chiesa in
Italia, 6 (1962), pp. 73-107.
• Władysław Tatarkiewicz, History of Aesthetics, vol. III: Modern Aesthetics, edited by D. Petsch, translated from
the Polish by Chester A. Kisiel and John F. Besemeres, The Hague, Mouton, 1974.

Voci correlate
• Storia della fotografia
• Villa Barbaro

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Collegamenti esterni
• AA.VV. Bàrbaro, Daniele (http://www.treccani.it/enciclopedia/daniele-barbaro) in Treccani.it - Enciclopedie
on line. Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011
• (EN) The Cardinals of the Holy Roman Church - Biographical Dictionary (http://www2.fiu.edu/~mirandas/
bios1561.htm#Barbaro)
• (EN) Biografia nel sito del Museo Galileo di Firenze (http://brunelleschi.imss.fi.it/museum/esim.
asp?c=300040)

Predecessore Patriarca di Aquileia Successore

Giovanni Grimani 1550 - 1570 Aloisio Giustiniani

Controllo di autorità VIAF: 4959495 (http:/ / viaf. org/ viaf/ 4959495) LCCN: n83137691 (http:/ / id. loc. gov/
authorities/names/n83137691) SBN: IT\ICCU\RAVV\023708 (http://id.sbn.it/af/IT\ICCU\RAVV\023708)

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Marcantonio Barbaro 221

Marcantonio Barbaro
Marcantonio Barbaro (Venezia, 1518 – Venezia, 1595) è stato un
politico e diplomatico italiano, al servizio della Repubblica di Venezia.

Marcantonio Barbaro dipinto dal Tintoretto

Biografia
Nacque a Venezia dalla famiglia patrizia Barbaro, una delle più
influenti dell'epoca. Suo padre fu Francesco di Daniele Barbaro e la
sua madre Elena Pisani, figlia del banchiere Alvise Pisani e Cecilia
Giustinian. Il fratello maggiore fu il religioso e umanista Daniele
Barbaro.
Marcantonio studiò all'Università di Padova. Venne poi arruolato come
diplomatico dalla Serenissima, prima in Francia, per poi diventare
ambasciatore a Costantinopoli. Qui gli toccò il gravoso compito di
Villa Barbaro a Maser
negoziare il Trattato di Pace che imponeva a Venezia la perdita di
Cipro, 1571, malgrado la vittoriosa Battaglia di Lepanto avvenuta lo
stesso anno.

Alla morte di Francesco, Marcantonio ed il fratello maggiore Daniele Barbaro ereditarono un palazzo, la villa di
campagna della famiglia Barbaro, a Maser. In quel luogo esisteva già una villa, ma i due fratelli, grazie alle proprie
ricchezze, ne fecero costruire una nuova, progettata per loro dall'architetto Andrea Palladio. Villa Barbaro è uno dei
maggiori esempi delle ville venete, le ville di campagna dei nobili veneziani presenti nel trevisano, vicentino e
veneziano in particolar modo nella Riviera del Brenta. Il complesso della villa, che comprende anche un tempietto
palladiano, è stato inserito tra i patrimoni dell'umanità dall'UNESCO nel 1996.

Furono proprio i due fratelli Barbaro a suggerire il nome di Palladio per la realizzazione della Chiesa del Redentore a
Venezia.[1]
Marcantonio ebbe quattro figli da Giustina Giustinian; uno di essi, Francesco divenne Patriarca di Aquileia, mentre
Alvise sposò la figlia di Jacopo Foscarini.[2]
Marcantonio Barbaro 222

Note
[1] Venice between East and West: Marc'Antonio Barbaro and Palladio's Church of the Redentore Deborah Howard, The Journal of the Society
of Architectural Historians, Vol. 62, N. 3 (sett. 2003), pp. 306-325
[2] Manfredo Tafuri, Venezia e il Rinascimento, Einaudi, 1986

Bibliografia
• La Vie d'un patricien de Venise au seizième siècle, Charles Yriarte, Paris, 1874
• "Barbaro Marcantonio", Dizionario Biografico degli Italiani, vol.6, Franco Gaeta, Roma, 1964, 110-112.

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Vincenzo Scamozzi
Vincenzo Scamozzi (Vicenza, 2 settembre 1548 – Venezia, 7 agosto
1616) è stato un architetto e scenografo italiano rinascimentale della
Repubblica Veneta, operante nel tardo Cinquecento e nel primo
Seicento a Vicenza e nell'area veneziana, dove fu la figura più
importante tra Andrea Palladio e il suo allievo Baldassare Longhena.
Secondo Scamozzi, l'architettura - disciplina a cui egli dedicò tutta la
vita - doveva essere una scienza esatta, complessa, con proprie regole
da studiare attentamente e con pazienza: «Architettura è scienza».

Biografia
Nato nel 1548 a Vicenza, ricevette una prima educazione dal padre
Giandomenico, imprenditore edile benestante di origini valtellinesi e
Vincenzo Scamozzi ritratto dal Veronese
culturalmente legato a Sebastiano Serlio. Nel 1572 si stabilì a Venezia,
studiando il trattato De architectura di Vitruvio nell'interpretazione di
Daniele Barbaro e di Andrea Palladio. Nel 1578-80 soggiornò per la prima volta a Roma, dedicandosi a sua volta
allo studio e al rilievo dei monumenti antichi.[]

Tornato a Vicenza, in collaborazione con il padre realizzò una serie di palazzi e ville nella città natale e nella
provincia, lavorando inoltre al completamento di alcune opere di Palladio, alla morte di quest'ultimo (1580).
La sua tarda attività si svolse ancora a Venezia, dove si era stabilito nuovamente e dove vinse nel 1582 il concorso
per la prosecuzione della Libreria di Jacopo Sansovino, realizzando le Procuratie Nuove che completano l'impianto
di Piazza San Marco.[] Interruppe la sua intesa attività a Venezia (chiesa di San Nicola da Tolentino) e a Vicenza nel
1599 per intraprendere alcuni viaggi che lo portarono Praga, in Svizzera, Germania, Francia e in particolare a Parigi
Vincenzo Scamozzi 223

dove studiò l'architettura gotica. Del suo viaggio di ritorno da Parigi a Venezia rimane un taccuino illustrato.[] Fu
attivo nel vasto territorio della Serenissima, da Castelfranco Veneto a Bergamo.

L'architettura come scienza


La figura di Scamozzi è relativamente poco conosciuta, anche
se l'architetto può vantare una serie di primati: realizzò con lo
Statuario della Repubblica di Venezia (dal 1591 al 1593) il
primo museo pubblico in EuropaWikipedia:Uso delle fonti.
Progettò e realizzò inoltre il primo edificio dell'età moderna
studiato appositamente per un teatro a Sabbioneta (Mantova) e
fece importanti progetti per la Serenissima, tra cui le
Procuratie Nuove in Piazza San Marco a Venezia.

Dopo aver lasciato una notevole quantità di opere - soprattutto


ville nel vicentino - scrisse infine uno dei più importanti
trattati dell'epoca La idea dell'architettura universale (1615),
che fu per lungo tempo adottato come testo basilare dagli
architetti del tempo ed ebbe particolare diffusione nel nord
Europa, e in particolare nei Paesi Bassi nei Seicento e
Settecento.[1]

Scamozzi rappresentò, per molti aspetti, una figura assai


moderna come architetto, studioso ed intellettuale del suo
tempo. Fu tra i pochi a capire la necessità di raccogliere una
notevole biblioteca personale, collezionando libri (all'epoca Progetto del teatro di Sabbioneta
assai preziosi) delle più diverse discipline, dalla matematica
alla fisica. Fu il primo a progettare l'allestimento di un museo, curando attentamente non solo la disposizione dei
pezzi ma anche lo studio dell'illuminazione sia naturale che artificiale, aspetto assai moderno che del resto si
riscontra in molti dei suoi progetti.

Non va infine dimenticata la realizzazione delle insostituibili scene lignee a prospettiva accelerata, allestimento
temporaneo nell'intento originario, che è tuttora possibile ammirare all'interno del Teatro Olimpico di Vicenza, scena
che fu da lui progettata e intelligentemente illuminata. Fu rigoroso ma anche innovatore: per primo osa rompere la
corrispondenza tra distribuzione interna e di facciata, nel progetto per una delle sue ville. Wikipedia:Uso delle
fontiRiconosceva all'arte dei giardini una piena dignità all'interno dell'architettura e disegnò scientificamente rigorosi
giardini all'italiana.
Il capolavoro di Scamozzi è però considerata l'incantevole Villa Pisani detta la Rocca a Lonigo (Vicenza), a pianta
centrale, da egli progettata a soli 26 anni. In quest'opera Scamozzi non si limita ad imitare la celeberrima Villa Capra
detta la Rotonda del grande Palladio (all'epoca ancora in costruzione, e che dopo la morte di Palladio completò egli
stesso), ma anzi ne fa una critica puntuale dal punto di vista architettonico, utilizzando una tipologia fino ad allora
inedita, traendo diretta ispirazione dal Pantheon di Roma.
Vincenzo Scamozzi 224

Il rapporto con Palladio


Scamozzi, contemporaneo di Palladio ma di quarant'anni più giovane,
dovette sviluppare un rapporto complesso (e in parte ancora da
esplorare) con il più grande architetto del tempo. Sembra esserne
assieme discepolo e avversario, ammiratore e critico.
Oscurata dalla fama di uno dei più celebri architetti di tutti i tempi, a
lungo la figura di Vincenzo Scamozzi è stata trattata dalla critica in
modo non molto dissimile da quella del musicista Salieri nei confronti
di Mozart (in Amadeus): un elemento di secondo piano, che non riuscì
a brillare di luce propria.
Scamozzi fu al contrario un vero protagonista dell'architettura del suo
tempo ed un architetto eccezionalmente erudito. Interpretando senza
dubbio la lezione del Palladio, sviluppò un proprio linguaggio, meno
Vicenza, Teatro Olimpico. Le scene lignee di
scenografico ed improntato volutamente ad un maggiore rigore (ad es.
Scamozzi visibili oltre la porta regia del
attraverso lo schiacciamento delle lesene in facciata) ed assai proscenio disegnato da Palladio
apprezzato nel suo tempo.

Scamozzi si trasferì a Venezia, senza però riuscire a sostituire Palladio, dopo la sua scomparsa, nel ruolo di architetto
della Serenissima. Gli studi a Roma gli consentirono di accreditarsi presso l’élite veneziana che aveva sostenuto
Palladio (in particolare presso Marcantonio Barbaro)[] ma suoi lavori per i Veneziani, pur numerosi, sarebbero stati
contrassegnati da numerose difficoltà e incomprensioni. Un'epoca stava tramontando e Venezia si avviava ormai alla
propria fulgida decadenza. Wikipedia:Uso delle fonti

L'eredità scamozziana
Vincenzo Scamozzi, che non si era mai sposato e non lasciava figli viventi, nel suo testamento istituì un lascito per
permettere agli studenti privi di mezzi di studiare l'architettura, all'unica condizione che essi prendessero il suo
cognome, quali "eredi ideali". Quasi due secoli dopo, Ottavio Bertotti Scamozzi poté divenire anche grazie a questa
illuminata eredità un importante studioso e architetto del suo tempo.
Grazie alle sue opere ma soprattutto al suo trattato L'idea dell'architettura universale, pubblicato a Venezia nel 1615,
Scamozzi influenzò la formazione degli architetti europei, in particolare i continuatori del palladianesimo come
Richard Boyle, III conte di Burlington. La storia editoriale del trattato è una storia sfortunata, con successive
riduzioni sino alla pubblicazione, a spese dell’autore, di sei volumi sui dieci previsti. Tuttavia ad essa corrisponde
una straordinaria fortuna successiva, in particolar modo nei Paesi Bassi, dove il trattato viene ristampato più volte,
anche aggiungendo materiali originali non presenti nell’edizione del 1615. Allo spesso tempo gli architetti
dell'Europa settentrionale guardano a Scamozzi come a un modello, almeno quando a Palladio.[]
Vincenzo Scamozzi 225

Cronologia delle opere


• 1568-1575: Villa Ferramosca. per Girolamo Ferramosca, Barbano
di Grisignano di Zocco (Vicenza) (con Giandomenico Scamozzi)
• 1569: Palazzo Godi, Vicenza (progetto, alterato nell'esecuzione
postuma)
• 1572-1593: Palazzo Thiene Bonin Longare, Vicenza
(completamento del progetto di Palladio)
• 1574-1615: Palazzo Verlato Putin, per Leonardo Verlato, Villaverla
(Vicenza)
• 1575: Palazzo Caldogno, Vicenza
Villa Pisani detta La Rocca Pisana, capolavoro di
• 1575-1578: Villa Pisani detta la Rocca, per Vettor Pisani, Lonigo Scamozzi
(Vicenza)
• 1576-1579: Palazzo Trissino al Duomo (Palazzo Trissino Trento),
per Pierfrancesco Trissino, Vicenza (con Giandomenico Scamozzi)
• 1580: Villa Priuli, per Francesco Priuli, Treville di Castelfranco
Veneto (Treviso) (ala nord)
• 1580-1584: Villa Nani Mocenigo a Canda (Rovigo)
• 1580-1592: Villa Almerico Capra detta La Rotonda, Vicenza
(completò la costruzione della struttura di Andrea Palladio,
riprogettandone la cupola, e vi aggiunse le stalle e gli annessi rurali)
• 1581-1586: chiesa di san Gaetano, Padova
• 1581-1599: Procuratie Nuove, Piazza San Marco, Venezia
(continuate con un progetto per l'interno differente di Francesco
Smeraldi e ultimate nel 1663 da Baldassare Longhena)
• 1582: Palazzo Cividale, Vicenza [attribuito]
• 1582-1591: Biblioteca di San Marco, Venezia (completamento su
progetto di Jacopo Sansovino)
• 1584-1585: Teatro Olimpico, Vicenza (costruzione della scena Villa Molin a Mandria, Padova
lignea)
• 1586-1605: Villa Foscarini a Stra (Venezia) [attribuita]
(completamento su progetto di A. Palladio)
• 1588: Villa Cornaro, Poisolo di Treville, Castelfranco (Treviso)
(ricostruzione)
• 1588-1590: Teatro moderno, per il duca Vespasiano I Gonzaga,
Sabbioneta (Mantova)
• 1590: Villa Contarini, per Girolamo Contarini, Piazzola sul Brenta
(Padova) (revisione in corso d'opera)
• 1590-1595: Chiesa e convento di San Nicola da Tolentino detta dei
Tolentini, Venezia
• 1591-1595: Statuario della Repubblica di Venezia, antisala della
Libreria di San Marco
• 1591-1594: San Gaetano Thiene, Padova (monastero) Chiesa di San Gaetano (Padova)
• 1591-1595: Villa Cornaro, per Girolamo Cornaro, Piombino Dese
(Padova) (completamento) [attribuito]
• 1591-1597: Villa Duodo e Cappella di San Giorgio, Monselice (Padova)
• 1592: Palazzo Duodo, per Pietro Duodo, a S. Maria Zobenigo, Venezia
Vincenzo Scamozzi 226

• 1592-1616: Palazzo Trissino al Corso, per Galeazzo Trissino, Vicenza


• 1594-1600: Villa Bardellini, per Valerio Bardellini, Monfumo (Treviso) (distrutta)
• 1596: Villa Ferretti, per Girolamo Ferretti, sulla Riviera del Brenta, Sambruson del Dolo (Venezia)
• 1596-1597: Villa Cornaro, Piombino Dese (Padova) (barchessa)
• 1597: Villa Molin, per Nicolò Molin, Mandria, Padova
• 1597: Palazzo Priuli Cornaro, Padova
• 1597-1598: Villa Priuli, Carrara di Due Carrare (Padova)
• 1597-1598: Villa Godi, Sarmego di Grumolo delle Abbadesse (Vicenza)
• 1601: Palazzo del Bo, Padova (facciata dell'università)
• 1601-1606: San Giacomo di Rialto, Venezia (altare della Scuola degli Orefici; con Girolamo Campagna)
• 1601-1636: Chiesa e Ospedale di San Lazzaro dei Mendicanti, Venezia
• 1604-1611: Progetto per Palazzo Nuovo, Bergamo Alta (completato sul disegno originale scamozziano dall'arch.
E. Pirovano nel 1927)
• 1604-1612: Progetto per la Cattedrale dei Santi Ruperto e Virgilio, Salisburgo, Austria (completato dal 1614 al
1628 da Santino Solari)
• 1605: Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, Venezia (porta della sacrestia; con Alessandro Vittoria)
• 1605-1616: Villa Duodo, Monselice (Padova) (sei cappelle per la via Romana)
• 1607-1611: San Giorgio Maggiore, Venezia (facciata)
• 1607-1616: Villa Cornaro del Paradiso, Castelfranco (Treviso) (padiglioni gemelli, demoliti alla metà del XIX
secolo)
• 1609: Villa Trevisan, per Domenico Trevisan, San Donà di Piave (Venezia)
• 1609-1616: Palazzo Contarini detto degli Scrigni a Santrovaso sul Canal Grande, Venezia
• 1614: Palazzo Loredan Vendramin, Venezia (ala est; demolita nel 1659 e ricostruita nel 1660)

Opere di attribuzione incerta


• Villa Morosini Mantovani detta Ca' Morosini, Polesella (Rovigo)
• Palazzo Grimani, Polesella (Rovigo) (distrutto nel 1892)

Note
[1] Vincenzo Scamozzi in mostra a Vicenza (http:/ / www. veneziacinquecento. it/ Notizie/ Archivio/ settembre2003/ news171. htm)

Bibliografia

Testi di Scamozzi
• Discorsi sopra le antichità di Roma, 1582
• La idea dell'architettura universale, Venezia, 1615

Testi su Scamozzi
• AAVV. Architettura è scienza. Vincenzo Scamozzi (1546-1616), catalogo della mostra, Marsilio editori, 2003 (
estratti (http://www.cisapalladio.org/scamozzi/scamozzi7.htm))
• F. Augelli, Il ruolo del legno nell Idea dell architettura universale di Vincenzo Scamozzi (1615), Xilema
Documenti n.1, il prato, Saonara (PD), 2007.
• F. Barbieri e G. Beltramini (a cura di), Vincenzo Scamozzi. 1548-1616
• U. Barbisan, Il viaggio. Un architetto alla scoperta dell’Europa di fine Cinquecento, Prefazione di Roberto
Masiero, edizioni Tecnologos, Cavriana, Mantova, 2003, pp. 171.
Vincenzo Scamozzi 227

L. Collavo, Sic ad aethera virtus. Del trattato d’architettura di Vincenzo Scamozzi, in “Il Veltro”, XLVIII, 1/2,
(genn.-apr. 2004), pp. 29-79 L. Collavo, L’esemplare dell’edizione giuntina de Le Vite del Vasari letto e annotato da
Vincenzo Scamozzi, in “Saggi e memorie di storia dell’arte”, 29 (2005), pp. 1-213
• Stefano Mazzoni, Teatri italiani del Cinquecento: Vincenzo Scamozzi architetto-scenografo, in Drammaturgia,
2003, n. 10, pp. 103–140.
• Filippo Scolari, Della vita e delle opere dell'architetto Vincenzo Scamozzi commentario (http://books.google.
com/books?id=cO4_AAAAIAAJ&printsec=titlepage&hl=it&source=gbs_v2_summary_r&
cad=0#v=onepage&q=&f=false), Tip. Andreola, 1837.
• Loredana Olivato, Percorsi devozionali ed esibizione del potere: Vincenzo Scamozzi a Monselice (http://www.
provincia.padova.it/Comuni/Monselice/libri/monti sacri veneti/Olivato - Scamozzi a Monselice.pdf), 2006
• Lionello Puppi, La solitudine di Vincenzo Scamozzi, nostro contemporaneo (http://www.cisapalladio.org/
annali/pdf/a15_11_puppi.pdf), in Annali di architettura n° 15, Vicenza 2003
• Fernando Rigon, L’Idea in figura. Iconografie tipografiche del Trattato scamozziano (http://www.cisapalladio.
org/annali/pdf/a16_06_rigon.pdf), in Annali di architettura n° 16, Vicenza 2004
• Francesco Augelli, Il disegno nell’Idea dell’architettura universale di Vincenzo Scamozzi, in Il Disegno di
Architettura, n. 34, Aprile, Ronca, Cremona, 2008.
• Francesco Augelli, I disegni di Chiese nel taccuino di viaggio di Scamozzi da Parigi a Venezia del 1600, in Il
Disegno di Architettura, n. 34, Aprile, Ronca, Cremona, 2008.
• Clemens Standl: Das Hofbogengebäude der Salzburger Residenz in: Österreichische Zeitschrift für Kunst und
Denkmalpflege, Heft 4/2011, Wien 2012,S.344-361. ISBN AUT 0029-9626

Voci correlate
• Palladianesimo

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Collegamenti esterni
• Mostra su Scamozzi del 2003-2004 a Vicenza (http://www.cisapalladio.org/scamozzi/) (fonte utilizzata)
• Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio (http://www.cisapalladio.org) (fonte utilizzata)
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Giovanni Antonio Fasolo 228

Giovanni Antonio Fasolo


Giovanni Antonio Fasolo (Orzinuovi, 1530 – Vicenza, 1572) è stato
un pittore italiano, operante nel territorio della Repubblica Veneta nel
tardo rinascimento.

Biografia
Nato nel 1530 a Orzinuovi in Lombardia,[1] mentre alcuni sono
propensi a credere che fosse vicentino di origini, anche se nel vicentino
trascorse gran parte della sua vita.
Affreschi di Villa Caldogno.
Andò a studiare pittura a Venezia, dove fu molto probabilmente
studente di Paolo Veronese. Dal 1557 divenne un indipendente
affrescatore.
Nel 1562 iniziò a collaborare con Andrea Palladio, affrescando ville e palazzi costruiti dall'architetto veneto. Nel
1570 decorò, assieme a Giovanni Battista Zelotti, il Palazzo Porto-Colleoni a Thiene e Villa Caldogno. Nel 1572
eseguì dei dipinti per la Loggia del Capitanio a Vicenza, ma qui, mentre dipingeva sul soffitto del palazzo, cadde
dall'impalcatura e morì. Uno dei suoi allievi fu Alessandro Maganza.
Il Fasolo si distinse come un brillante interprete del linguaggio veronesiano, per il domestico realismo attraverso il
quale focalizza le scene amorose e idilliche, pur mantenendo una certa fissità nelle figure e uno scarso senso delle
proporzioni.[1]

Note
[1] Le muse, De Agostini, Novara, 1966, Vol.IV, pag.460

Bibliografia
• (EN) Freedberg, Sydney J. (1993). in Pelican History of Art: Painting in Italy, 1500-1600. Penguin Books, p. 565.

Voci correlate
• Andrea Palladio
• Giovanni Battista Zelotti

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Giovanni Antonio Fasolo 229

Collegamenti esterni
• Affreschi ville venete del XVI secolo (http://www.irvv.net/jsp/eventi.jsp?idm=81)
Controllo di autorità VIAF: 76658921 (http://viaf.org/viaf/76658921)

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Giovanni Battista Zelotti


Giovanni Battista Zelotti (Venezia, ca. 1526 – Mantova, 1578) è
stato un pittore italiano, attivo nell'area della Repubblica Veneta nel
tardo Rinascimento.
Fu uno dei più conosciuti e famosi pittori di affreschi della metà del
XVI secolo sulla terraferma veneziana.

Biografia
Educato da Antonio Badile e Domenico Riccio, fu contemporaneo di
Paolo Veronese, con cui si legò strettamente. Lavorò con lui agli
affreschi di Villa Thiene, a Villa Soranza a Treville (1551 ca.) ed anche
a Venezia, nel Palazzo Ducale (Sala del Consiglio dei Dieci in Palazzo
Ducale, 1553/54) e nella Biblioteca Marciana (1556/57).
Godette di un'ottima reputazione tra i nobili del suo tempo ed era
quindi molto richiesto per decorare le loro dimore. Nel 1557 realizzò
Affreschi in Villa Caldogno
gli affreschi di villa Godi a Lonedo, poi di Villa Emo a Fanzolo e
Malcontenta. Nel 1570 lavorò nel Castello del Catajo e dipinse camere
in Villa Caldogno. Nel 1572 era attivo a Villa Da Porto a Torri di Quartesolo. Nel 1575 infine si trasferì come
prefetto del palazzo ducale di Mantova, alla corte dei Gonzaga, dove morì nel 1578.

I dipinti di Zelotti erano strettamente basati sugli ideali di Andrea Palladio. I suoi affreschi sono tipici esempi della
pittura d'illusione. Le pareti sono divise da elementi di architettura e paesaggi, scene mitologiche, storiche figure
allegoriche e piene di cicli.

Opere
Fu tra gli allievi di Paolo Veronese. Gli sono attribuiti gli affreschi
delle seguenti ville venete:
• Villa di Brugine
• Villa Foscari della Malcontenta a Mira (Venezia)
• Villa Godi (1557) a Lonedo di Lugo Vicentino (Vicenza)
• Villa Thiene, Quinto Vicentino (Vicenza)
• Villa Emo di Fanzolo di Vedelago
• Villa Caldogno (prima del 1570) a Caldogno
• Villa Pojana a Pojana Maggiore (affresco della loggia con allegoria Affresco della loggia di Villa Pojana con
della Fortuna) l'allegoria della Fortuna
• Castello del Catajo di Battaglia Terme (1570)
Giovanni Battista Zelotti 230

• Villa da Porto a Torri di Quartesolo (1572) (gli affreschi staccati


sono ora esposti nella sala del consiglio comunale del Palazzo del
Capitaniato a Vicenza).
• Villa Rigoni Savioli di Abano Terme
• Castello di Thiene a Thiene (Vicenza)
Nei palazzi:
• Palazzo Barbaran da Porto a Vicenza
• Scene della vita di Mosè nella facciata del palazzo del Monte di
Pietà a Vicenza (rifatte nel primo Novecento, ora pressoché Vicenza - Oratorio del Gonfalone - I Santi
illeggibili)[1] Leonzio e Carpoforo

• la facciata del palazzo Trevisan a Murano (Venezia)


Nelle chiese:
• il soffitto della Biblioteca Antica dell'Abbazia Benedettina Santa Maria Assunta di Praglia (Padova)
• Basilica dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia
• Chiesa di San Matteo a Villanova di Istrana
• Oratorio del Gonfalone a Vicenza

Note
[1] Scheda sul palazzo del Monte di Pietà (http:/ / www. visitpalladio. com/ itinerari/ piazza-dei-signori/ palazzo-del-monte-di-pieta. html) di
visitpalladio.com

Bibliografia
• Giampaolo Bordignon Favero - La villa Emo di Fanzolo -BBL Edizioni - (senza data)
• Giuseppe Amadei;Ercolano Marani (a cura di), I Gonzaga a Mantova, Milano, 1975. (ISBN non esistente).

Voci correlate
• Giovanni Antonio Fasolo

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Giovanni Battista Maganza 231

Giovanni Battista Maganza


Giovanni Battista Maganza, detto Magagnò (Calaone, c. 1509 – Vicenza, 1586), è stato un pittore e poeta italiano
del tardo Rinascimento, operante a Vicenza, autore soprattutto di pale d'altare per le chiese locali.
È il padre di Alessandro Maganza ed è talvolta indicato come G. B. Maganza "il vecchio" per distinguerlo dal nipote
Giambattista (Vicenza, 1577-1617).

Biografia
Formatosi nella cerchia di Alvise Cornaro, amico del Ruzante, pare si trasferì a Vicenza intorno al 1539.[1] Viaggiò a
Roma tra il 1546 e il 1547, assieme ad Andrea Palladio, Gian Giorgio Trissino e al poeta Marco Thiene. Fu membro
dell'Accademia Olimpica di Vicenza, per la quale disegnò i costumi per l'Edipo re, la prima opera rappresentata al
Teatro Olimpico progettato da Palladio.[2]
Era noto per i suoi ritratti di patrizi vicentini, tra i quali un dipinto di Palladio, e per i suoi affreschi e pale d'altare per
le chiese.[1]
Come poeta, compose satire in lingua pavana, usando lo pseudonimo di Magagnò.
Quella dei Maganza fu un'importante bottega. Suo figlio Alessandro Maganza fu un importante pittore della
Repubblica di Venezia. Tra gli allievi di Giovanni Battista figura il pittore Andrea Vicentino.

Opere
• San Girolamo penitente (1570)[4], Chiesa di San Marco in San Girolamo,
Vicenza
• Pala del Rosario (1583), chiesa di Montebello Vicentino.
• La conversione di S.Paolo (secolo XVI), pala posta sull'altar maggiore
della chiesa di Novale di Valdagno, Vicenza.
• Affreschi nella villa Repeta a Campiglia dei Berici (distrutti).

Note
[1] Italica - Rinascimento (http:/ / www. italica. rai. it/ rinascimento/ parole_chiave/ schede/
maganza. html)
[2] Maganza (http:/ / ville. inews. it/ mmaga. htm)
[3] Lionello Puppi, Il volto del Palladio (http:/ / www. vicenzanews. it/ a_184_IT_1541_1.
html), 2003
[4] Sgarbi 1980 Ritratto di Andrea Palladio nel 1576 (uno
dei pochissimi ritratti dell'architetto
ritenuti attendibili), attribuito a G. B.
[3]
Bibliografia Maganza. Olio su tavola. Vicenza,
Villa Valmarana ai Nani.
• Sydney J. Freedberg, Pelican History of Art (a cura di), Painting in Italy,
1500-1600, Penguin Books, 1993, p. 565.

Voci correlate
• Letteratura in lingua veneta
Giovanni Battista Maganza 232

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• Wikisource contiene opere originali di o su Giovanni Battista Maganza
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Collegamenti esterni
• L. Carpanè, A. Serafini, Maganza, Giovanni Battista, in «Dizionario biografico degli Italiani» (http://www.
treccani.it/enciclopedia/giovanni-battista-maganza_(Dizionario-Biografico)/)

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233

Lo stile palladiano

Palladianesimo
Il palladianesimo o architettura palladiana è
uno stile architettonico ispirato alle opere e ai
disegni dell'architetto veneto Andrea Palladio
(1508–1580). Sebbene il termine palladiano si
riferisca sia all'opera del maestro veneto che agli
stili da questo derivati, il palladianesimo (o più
propriamente neopalladianesimo) è
un'evoluzione delle idee originali di Palladio. Lo
sviluppo del palladianesimo come stile
autonomo iniziò nel XVI secolo e continuò fino
alla fine del XVIII secolo, durante il quale influì
notevolmente sull'architettura neoclassica. In Progetto di villa con portico sovrapposto, dal libro IV de I quattro libri
breve tempo, il palladianesimo si estese dal dell'architettura di Andrea Palladio, in un'edizione economica pubblicata a
Londra nel 1736
Veneto a tutta l'Europa e ad altre parti del
mondo.

Nel Regno Unito il neopalladianesimo iniziò ad essere molto popolare a metà del XVII secolo, dove arrivò con le
opere di Inigo Jones. In Gran Bretagna rimpiazzò il barocco come formula di rinnovamento del lessico architettonico
utilizzato nell'antichità. All'inizio del secolo successivo questo stile diventò di moda, non solo in ambito britannico,
ma anche nella maggioranza dei paesi nordeuropei. Più tardi, quando iniziò il suo declino in Europa, lo stile riscosse
un grande successo nell'America settentrionale, con esempi di altissimo livello negli edifici disegnati da Thomas
Jefferson.
Palladianesimo 234

Architettura di Andrea Palladio

Per approfondire, vedi Andrea Palladio.

Per comprendere lo sviluppo del Palladianesimo è necessario analizzare l'opera di Palladio e i suoi fondamenti
costruttivi.

Caratteristiche principali
La quasi totalità dell'opera di Andrea Palladio si trova
nel Veneto: fra queste, vanno segnalate alcune ville di
Vicenza (tra le quali Villa Almerico Capra detta la
Rotonda, uno dei suoi capolavori), Villa Badoer e la
Chiesa del Redentore di Venezia. Tanto nei suoi trattati
quanto negli edifici che progettò, Palladio seguì i
principi dell'opera dell'architetto romano Vitruvio,
sviluppati da Leon Battista Alberti nel XV secolo:
fondamentale è il rispetto delle proporzioni
matematiche e della ricchezza degli ornamenti che
Lo stile palladiano originale a Villa Godi: progetto di Palladio,
caratterizzano l'architettura romana e che
pubblicato nei Quattro libri dell'architettura (1570). Le ali
successivamente, nel XVI secolo, furono ripresi dell'edificio sono strutture agricole che non fanno parte della villa. La
dall'architettura rinascimentale[1]. variazione di questi elementi, nel XVIII secolo, diventò una delle
caratteristiche fondamentali del neopalladianesimo.
Palladio combinò liberamente molti degli elementi del
linguaggio classico, rispettando le esigenze derivanti
dalla posizione dell'edificio e dalle sue necessità funzionali. Da questo punto di vista, in particolare, lo si può
considerare un architetto manierista, anche se allo stesso tempo Palladio rispettò la ricerca rinascimentale delle
proporzioni armoniche, conservando nelle facciate che disegnò un'eccezionale eleganza basata sulla semplicità –
anche austera – e sulla serenità compositiva.

Palladio progettava sempre le sue ville in funzione dell'ubicazione. Se l'edificio doveva sorgere su una collina, come
ad esempio nel caso di villa Almerico Capra, le facciate venivano disegnate in modo da permettere a chi vi risiede di
godere di un buon panorama da qualunque angolo della casa. Allo stesso tempo, però, in questi casi nelle sue opere
veniva spesso moltiplicato l'uso del pronao, utilizzato a villa Almerico Capra su tutte le quattro facciate, per
permettere agli occupanti di guardare il paesaggio restando al riparo dal sole, come succede ancora con alcuni portici
utilizzati nell'architettura contemporanea nordamericana. In alcuni altri casi, Palladio usava la “loggia aperta” in
sostituzione dei portici. La loggia palladiana può essere descritta come un portico incassato, una stanza autonoma le
cui pareti sono aperte verso gli altri elementi e si concludono sul frontone. In alcuni casi un'altra tribuna veniva posta
su un secondo piano, sopra la loggia d'ingresso, creando così l'elemento noto come “doppia loggia”. In certi casi le
logge o le tribune trovavano posto sulla facciata per mezzo di un basamento. Nell'edificio centrale di Villa Godi la
loggia è usata come punto focale al posto del portico, che talvolta in altre situazioni si chiude con due arcate
simmetriche ai lati[2].
Palladianesimo 235

Palladio era solito usare come modello per le sue ville


il prospetto dei templi romani. Ma l'influenza di questo
tipo di edificio classico non si limita unicamente a
questo: la pianta cruciforme, utilizzata ad esempio a
Villa Almerico Capra, era ricavata dall'architettura
romana e successivamente è stata considerata un
“marchio di fabbrica” del maestro veneto. Le ville
palladiane, in genere, erano costruite su tre livelli: un
basamento rustico che conteneva le stanze della servitù
e gli appartamenti secondari al livello inferiore; un
La pianta cruciforme di Villa Capra, con un portico su ciascuna piano nobile al quale si arrivava passando attraverso il
facciata. portico, con scale esterne che davano accesso all'atrio e
agli appartamenti principali; un mezzanino con camere
secondarie e il resto delle camere da letto. Le dimensioni interne delle ville erano studiate su semplici proporzioni
matematiche come 3:4 o 4:5, alle quali si adeguavano i rapporti di tutte le stanze. In precedenza altri architetti
avevano utilizzato queste formule matematiche per dotare gli edifici di equilibrio interno e per raggiungere la
simmetria nelle facciate, ma Palladio, nei suoi progetti, utilizzò per primo questa formula per la struttura dell'intero
edificio, per evitare che gli elementi stridessero e che le ville, generalmente quadrate, mancassero di armonia[3]. Le
proporzioni non erano insomma solo un mezzo per risolvere un problema architettonico, ma anche la base per un
sistema organizzato di disposizione delle strutture delle abitazioni private.

Queste strutture simmetriche e modellate sulla forma di un tempio presentavano inoltre due ali laterali ugualmente
simmetriche, ma più basse, che partivano dall'edificio centrale: le barchesse, che venivano utilizzate per alloggiare
cavalli o altri animali e per conservare i prodotti in magazzini o granai. Palladio infatti credeva fermamente nella
doppia finalità delle ville, che al tempo stesso dovevano assolvere alla funzione di struttura agricola e a quella di
abitazione dell'alta borghesia e dell'aristocrazia, dunque anche con funzioni di rappresentanza. Le barchesse tuttavia,
spesso staccate e collegate alle ville da colonnati, non erano concepite solo come complementi funzionali: nei
progetti di Palladio queste strutture erano studiate anche per fungere da elemento decorativo, di accentuazione della
villa, anche se in nessun caso venivano considerate parte integrante dell'edificio principale. Questa tendenza fu
sviluppata in seguito dai seguaci di Palladio, che fecero diventare le barchesse uno degli elementi del corpo
centrale[4].

Trattati di Palladio
Non c'è dubbio che lo studio degli
edifici di Palladio sia stato
fondamentale per la successiva
evoluzione del palladianesimo. I suoi
scritti hanno evidentemente influito
sulla rapidità della diffusione delle sue
L'Ospedale di Greenwich, esempio del palladianesimo inglese
teorie nel resto d'Europa e in
Nordamerica. Gli architetti palladiani
che non avevano visitato l'Italia avevano in tal modo a disposizione uno strumento di lavoro originale sul quale
modellare le proprie concezioni.
Le due opere fondamentali di Andrea Palladio sono:
• Le antichità di Roma (Venezia 1554): studio sulla struttura urbana dell'Antica Roma.
Palladianesimo 236

• I quattro libri dell'architettura (Venezia 1570): trattato che ottenne un notevole successo e fu diffuso in numerose
ristampe e traduzioni nei due secoli successivi. L'opera è così suddivisa:
• I libro: tratta la scelta dei materiali, il modo di costruire, le forme degli ordini architettonici in tutte le loro parti
• II libro: riporta i disegni delle costruzioni realizzate da Palladio. Tali raffigurazioni talvolta si discostano
dall'edificio costruito, perché risentono di un processo di idealizzazione e adeguamento al linguaggio maturo
del maestro
• III libro: descrive la maniera di costruire strade, ponti, piazze e basiliche
• IV libro: contiene i rilievi di un gran numero di edifici antichi.

Le finestre palladiane
Le finestre palladiane, serliane o veneziane furono utilizzate
ampiamente nelle opere giovanili di Palladio. Consistono in una grande
finestra centrale sovrastata da un arco semicircolare retta da piccoli
capitelli che fanno da base a una trabeazione e si trovano sopra i
pilastri, che racchiudono a loro volta altre due finestre più piccole.
Nella Biblioteca Marciana di Venezia, una variante di Jacopo
Sansovino rimpiazza i pilastri con due colonne.

In realtà, però, definire “palladiane” o “veneziane” queste finestre non è


corretto: la prima traccia di questo elemento nell'architettura risale a
Donato Bramante e successivamente Sebastiano Serlio (1475–1554) le
citò nel suo trattato in sette tomi Tutte l'opere d'architettura et
La finestra palladiana, o serliana, nell'opera di
Andrea Palladio. Dettaglio di un disegno del
prospetiva, nel quale studia gli ideali stilistici di Vitruvio e
Palazzo della Ragione di Vicenza, da I quattro dell'architettura romana e ne valuta l'applicabilità all'architettura
libri dell'architettura, in un'edizione economica rinascimentale. L'uso che ne consiglia Serlio è una galleria di grandi
pubblicata a Londra nel 1736
finestre affiancate da aperture minori rettangolari, un motivo apparso
per la prima volta negli archi trionfali dell'Antica Roma.

Palladio usò questo elemento in numerosi edifici, fra i quali va


segnalato il caso della Basilica Palladiana (nome con cui è oggi noto il
Palazzo della Ragione di Vicenza). Le finestre palladiane
caratterizzano anche gli ingressi di Villa Godi e Villa Forni Cerato, e si
deve probabilmente all'uso estensivo di questo elemento nel Veneto
l'uso del termine “finestra veneziana”, o più semplicemente
“veneziana”. Ad ogni modo, questo motivo è probabilmente diventato
la caratteristica dell'architettura palladiana più frequentemente ripresa
dagli stili architettonici successivi derivati dal palladianesimo.[5]

Una finestra palladiana della fine del XVIII


secolo, secondo una rilettura neoclassica di
Robert Adam.
Palladianesimo 237

Diffusione del palladianesimo


L'influenza di Palladio nell'architettura occidentale è stata enorme. In
particolare, il palladianesimo è stato determinante nella tradizione
anglosassone, con la conseguenza che tanto nell'architettura coloniale
nordamericana che in quella inglese, in territori ai quattro angoli del
mondo come India, Cina e Australia, si possono trovare progetti
derivati da quelli dell'architetto veneto.

Un ruolo rilevante nella diffusione dello stile palladiano tra gli


architetti nordeuropei[6] la ebbe anche il trattato L'idea dell'architettura
universale (1615) di Vincenzo Scamozzi[7], colto allievo di Palladio e
figura più importante dell'architettura nell'area veneziana dopo la morte
del maestro. Scamozzi terminò varie opere lasciate incompiute da
Palladio, come il Teatro Olimpico, spesso modificandole (es. la cupola
di Villa Almerico Capra detta la Rotonda), ma non si limitò a questo:
ad esempio con il suo progetto per Villa Pisani detta la "Rocca Pisana",
riprendendo la tipologia della Rotonda, Scamozzi fa una puntuale
Il Palladianesimo inglese: la Queen's House, a
Greenwich, è la prima villa neopalladiana in
critica al progetto di Palladio, rivendicando così un ruolo autonomo, e
Inghilterra. La costruzione dell'edificio, basato su non di semplice imitazione. Quella di Scamozzi intende essere
un progetto di Inigo Jones, iniziò nel 1616. un'evoluzione dello stile inaugurato da Palladio dotandolo di più
rigore. Nel Settecento fu Ottone Calderari (1730-1803) il più
importante architetto vicentino a portare avanti lo stile palladiano, ormai ai confini col Neoclassico, assieme a
Ottavio Bertotti Scamozzi (1719-1790) che ne fu anche un attento studioso e divulgatore con i suoi trattati; mentre
nell'Ottocento l'ultimo esponente fu Bartolomeo Malacarne (1782-1842), autore del Cimitero Monumentale di
Vicenza.

Dopo la pubblicazione nel 1570 de I quattro libri dell'architettura, durante il XVII secolo, XVIII secolo e XIX
secolo molti architetti di tutta Europa visitarono l'Italia per analizzare in situ l'opera di Palladio. Quest'influenza si
tradusse in opere quando questi architetti tornarono nei propri Paesi di origine, adattando lo stile palladiano alle
differenti condizioni climatiche e topografiche e alle richieste dei committenti. Così l'ideale palladiano si diffuse in
ogni parte d'Europa, raggiungendo l'apice della popolarità nel XVIII secolo, prima in Inghilterra e in Irlanda e
successivamente negli Stati Uniti[8]. Allo stesso tempo, servì da base per il neoclassicismo della fine del XVIII
secolo e dell'inizio del XIX.

Origini del palladianesimo britannico


Uno di questi studiosi era l'architetto inglese Inigo Jones (1573-1652), che fu direttamente responsabile
dell'importazione dell'influenza palladiana in Gran Bretagna[9]. Il palladianesimo di Jones e dei suoi contemporanei,
come quello dei suoi allievi, è uno stile che ricerca principalmente l'estetica della facciata: di conseguenza le formule
matematiche di distribuzione interna degli edifici non furono mai applicate rigidamente. Numerose ville di campagna
in questo stile furono realizzate in Inghilterra fra il 1640 e 1680, come, per citare un esempio, la Wilton House: si
tratta di edifici che seguono il modello dei progetti palladiani realizzati da Jones per la Queen's House di Greenwich,
la Banqueting House di Whitehall e il palazzo reale, mai completato, voluto a Londra da Re Carlo I[10].
Ad ogni modo, i progetti palladiani ispirati alle opere di Inigo Jones venivano accostati troppo al regno di Carlo I per
sopravvivere alla guerra civile. Con la restaurazione degli Stuart il palladianesimo di Jones fu rimpiazzato dai
progetti barocchi di architetti come William Talman, John Vanbrugh e Nicholas Hawksmoor, ma anche da quelli del
suo allievo John Webb[11].
Palladianesimo 238

Neopalladianesimo
Lo stile barocco, popolare nell'Europa continentale, non ottenne mai
grande successo presso il pubblico britannico. Quando, nei primi
trent'anni del XVIII secolo, furono pubblicati quattro libri sulla
semplicità e sulla purezza dell'architettura classica, il barocco era quasi
definitivamente abbandonato. I quattro libri sono:
Il Neopalladianesimo: la facciata sud della
1. Vitruvius Britannicus, pubblicato da Colen Campbell, 1715 (ma
Stourhead House, progettata da Colen Campbell e
alcuni volumi successivi fecero la loro comparsa più tardi, nel corso completata nel 1720. Il progetto si basava su
del XVIII secolo) quello di Villa Emo, una delle ville palladiane.
2. The Architecture of Palladio in Four Books, una versione de I
quattro libri dell'architettura curata da Giacomo Leoni, 1715
3. De re aedificatoria, una versione del libro di Leon Battista Alberti curata da Giacomo Leoni, 1726
4. The Designs of Inigo Jones... with Some Additional Designs, pubblicato in due volumi da William Kent, 1727
Il più popolare di questi libri fra l'alta borghesia e l'aristocrazia inglese fu Vitruvius Britannicus di Colen Campbell, a
sua volta architetto. Il libro conteneva essenzialmente studi sugli edifici inglesi ispirati ai grandi architetti, da
Vitruvio a Palladio: il primo tomo riportava principalmente opere di Inigo Jones, ma nei volumi successivi furono
introdotti disegni e progetti dello stesso Campbell e di altri architetti del XVIII secolo.
Gli autori di questi quattro libri, che diedero una spinta decisiva alla rinascita del palladianesimo in Inghilterra,
divennero ben presto di moda, ottenendo un discreto seguito fra gli architetti dell'epoca. Per la notorietà procuratagli
dal suo libro, Colen Campbell fu scelto come architetto dal banchiere Henry Hoare I, che gli commissionò la
Stourhead House, un capolavoro che ispirò decine di edifici simili in tutta l'Inghilterra.
A capo della nuova scuola architettonica vi era l'aristocratico Richard
Boyle, III conte di Burlington - noto nei paesi anglofoni come
l'architect earl, l'"architetto conte" - che vedeva nel barocco un
simbolo dell'assolutismo dei paesi stranieri. Nel 1729 Burlington
progettò con William Kent la Chiswick House, una rivisitazione di
Villa Almerico Capra dalla quale però erano stati esclusi gli elementi e
gli ornamenti del XVI secolo. La scarsa presenza di ornamenti sarebbe
diventata una delle caratteristiche del neopalladianesimo.
Il neopalladianesimo: la facciata est della
Stourhead House. Entrambe le immagini sono Nel 1734 Kent e Burlington disegnarono uno degli esempi più raffinati
tratte da Vitruvius Britannicus
di villa neopalladiana, Holkham Hall, a Norfolk. Il corpo principale
della villa seguiva quasi interamente i dettami di Palladio, ma le ali -
basse e separate nell'opera del maestro veneto - acquistarono un ruolo più importante. Kent le fece diventare una
parte annessa all'edificio principale, ne escluse l'uso come ricovero di animali domestici e le elevò a un'importanza
quasi identica a quella del corpo principale. Il differente uso delle ali, che spesso erano adornate con portici e
frontoni, fece sì che il palladianesimo inglese fosse considerato uno stile a sé stante, e non solo un'imitazione delle
opere palladiane.
Palladianesimo 239

Gli stili architettonici tuttavia si evolvono di


continuo, cambiando per adeguarsi alle
richieste dei committenti. Quando nel 1746
John Russell, duca di Bedford, decise di
ricostruire Woburn Abbey, scelse lo stile
palladiano, il più popolare in quell'epoca.
L'incarico fu affidato a Henry Flitcroft, un
allievo di Burlington. I progetti di Flitcroft,
di natura palladiana, probabilmente non
sarebbero stati riconosciuti come tali dallo
stesso Palladio: il corpo centrale è piccolo e
il portico a tre vani solo abbozzato e chiuso,
Il Palladianesimo inglese: Woburn Abbey, progettata da Henry Flitcroft, allievo di
a differenza delle logge palladiane. Le due
Burlington, nel 1746. La struttura centrale non è più a sé stante: le ali adesso sono
grandi ali, che ospitano numerosi elevate ad una rilevanza quasi pari ad essa, e le strutture per il bestiame che
appartamenti, rimpiazzano i muri o i concludevano l'edificio nei progetti di Palladio adesso fanno evidentemente parte
colonnati che in un progetto di Palladio della facciata.

avrebbero portato alle strutture per il lavoro


agricolo; queste ultime, inoltre, sono alte quanto il corpo centrale e sono dotate di finestre palladiane, per evocare il
tocco originale del maestro veneto. Questa evoluzione dello stile era destinata ad essere ripetuta in innumerevoli ville
e municipi in Gran Bretagna per più di un secolo a venire, prima del declino che si verificò durante l'età vittoriana e
del ritorno nelle mode architettoniche all'inizio del XX secolo, quando fu scelta da Edward Blore per la
ristrutturazione di Buckingham Palace (1913). Nelle strutture in questo stile, spesso le ali erano a loro volta dotate di
portici ciechi e pilastri, quasi in competizione per importanza col corpo centrale, o comunque in una forma di suo
complemento. Un'evoluzione assolutamente lontana dai progetti di Palladio, a quel punto vecchi di due secoli.

In questa fase dell'evoluzione del neopalladianesimo, le case palladiane all'inglese non erano più i piccoli e raffinati
rifugi per i fine settimana dell'opera originale di Palladio: non più villette, ma centri di potere da dove i whig
controllavano la Gran Bretagna. Man mano che lo stile andava evolvendosi, le proporzioni matematiche del tocco
originale del maestro veneto venivano abbandonate, passando da una struttura quadrata, per lo più cruciforme, con
ali di supporto, ad una concezione in cui la lunghezza della facciata era l'elemento di maggior prestigio: il risultato
era la nascita di ville che, per dare un'impressione di grandezza, e dunque di potere, avevano facciate sterminate, ma
erano costituite da una sola stanza in profondità.
Palladianesimo 240

Palladianesimo irlandese
Durante il periodo neopalladiano, in Irlanda si utilizzava questo stile
anche per abitazioni più modeste. L'architettura palladiana irlandese,
d'altro canto, ha alcune piccole differenze da quella inglese. Come
negli altri Paesi, anche la versione irlandese del palladianesimo si
discosta dagli ideali di Palladio per essere adattata ai tempi e ai
committenti, ma qui lo stile si avvicina di più a quello del maestro
Il palladianesimo irlandese: la Russborough veneto. Un'aderenza maggiore all'opera originale, questa, dovuta forse
House, realizzata in Irlanda nel 1826. Progettata alle caratteristiche degli architetti, che si ispiravano più agli edifici
dall'architetto tedesco Richard Cassels intorno al
presenti in Italia che all'evoluzione del palladianesimo in corso in
1750, si avvicina di più allo stile originale di
Palladio di quanto facciano i modelli di ville
Inghilterra, o forse al più lento progredire dei gusti e delle mode in
costruite nello stesso periodo in Inghilterra, come Irlanda, una realtà meno cosmopolita di quella inglese. Ad ogni modo,
ad esempio Woburn Abbey anche qui lo stile palladiano subì un adattamento a causa delle
condizioni meteorologiche, evidentemente più umide e fredde di quelle
italiane.

Uno dei primissimi architetti palladiani in Irlanda fu Edward Lovett


Pearce (1699–1733), che diventò rapidamente uno dei leader del
nuovo movimento architettonico nel suo paese. Cugino e in una prima
fase allievo di John Vanbrugh, si allontanò dallo stile barocco nel
periodo di tre anni trascorso in Francia e in Italia per studiare
architettura. Tornato in Irlanda, realizzò alcuni fra i primi esempi del
palladianesimo irlandese, a partire dal Palazzo del Parlamento di
Dublino. Pearce fu un architetto molto prolifico e fra gli altri progetti
firmò la facciata sud della Drumcondra House (1727) e Cashel Palace
(1728).

L'esempio forse più alto del palladianesimo irlandese, però, giunse


ancora una volta da un italiano, Alessandro Galilei (1691–1737), che
per realizzare la Castletown House, nei pressi di Dublino, utilizzò le
proporzioni matematiche impiegate da Palladio, ispirando con il
proprio progetto quello della Casa Bianca a Washington.
Altri esempi da segnalare sono la Russborough House, progettata da
Richard Cassels, un architetto di origini tedesche che firmò anche i L'ingresso del Palazzo del Parlamento irlandese,
progetti originali del Rotunda Hospital di Dublino e della Florence costruito a Dublino a partire dal 1729
Court, nella contea di Fermanagh. Le ville di campagna irlandesi in
stile palladiano sono spesso decorate con stucchi rococò, in molti casi opera dei fratelli Lafranchini, che li rendono
più appariscenti dei castigati interni realizzati nello stesso periodo in Inghilterra.

Nel XVIII secolo fu ristrutturata o costruita ex novo una larga porzione di Dublino, tanto che l'impronta georgiana
impressa sulla città, a dispetto delle pretese dei nazionalisti irlandesi, è tuttora enorme; fino a tempi recenti Dublino
era una delle poche città del mondo nelle quali si potevano trovare eleganti villette georgiane tardosettecentesche in
pessime condizioni. Altrove in Irlanda, in particolare dal 1922, il piombo fu rimosso dai tetti delle ville palladiane
per essere rivenduto. Nella provincia irlandese si possono incontrare tuttora molte case palladiane senza tetto.
Palladianesimo 241

Palladianesimo nordamericano
L'influenza di Palladio nel Nordamerica è evidente più o meno dai
primi tempi dell'architettura coloniale statunitense. La prima traccia
perfettamente identificabile risale al 1749, quando Peter Harrison
ricavò il suo progetto per la biblioteca Redwood a Newport, nel Rhode
Island, elaborando i disegni contenuti ne I quattro libri
dell'architettura di Palladio; circa un decennio dopo, ancora Harrison
si ispirò a Palladio per il progetto del Brick Market, anche in questo
caso a Newport.

L'architetto dilettante Thomas Jefferson (1743–1826), che più tardi


sarebbe diventato il terzo presidente degli Stati Uniti d'America, disse
che I quattro libri di Palladio erano la sua Bibbia. Jefferson apprezzava
Il Palladianesimo negli Stati Uniti: la Rotunda molto gli ideali stilistici di Palladio, e i suoi progetti per la tenuta
dell'università della Virginia, progettata in stile
Monticello e per l'università della Virginia erano basati su disegni tratti
palladiano da Thomas Jefferson.