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Le viti

Metodi di potatura in Toscana


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Samuele Straulino, Aprile 2005

La coltivazione della vite richiede una cura continuativa per un lungo periodo
dell’anno, che va da febbraio a settembre. Si inizia infatti con la potatura
(febbraio), si prosegue risistemando i filari e legando le viti (marzo-aprile), si
passa ai trattamenti contro parassiti e funghi (ogni 10-15 giorni da maggio a
luglio) provvedendo contemporaneamente alla potatura “verde” e alla legatura
dei tralci (giugno-luglio); si finisce con la vendemmia (fine settembre). Descrivo
qui brevemente le prime fasi del lavoro ora descritto: la potatura e la legatura
secondo il metodo tradizionale praticato in Toscana.

La pianta della vite, che sia stata coltivata con il metodo di potatura
tradizionale descritto nel seguito, si presenta come un arbusto di altezza
compresa fra i 40 e i 70 cm, dalla cui sommità si sviluppano diversi tralci,
cresciuti nell’ultimo anno di vegetazione. La tecnica di potatura che descrivo
(nota come Guyot) prevede che si lascino uno o due tralci vicino al fusto, tagliati
a una lunghezza tale da avere un numero limitato di gemme in totale (6-12),
valutato sulla base della forza della pianta.

Nelle figure 1-1A, 2-2A si vedono due esempi di viti, fotografate prima e dopo
la potatura. Nel primo caso è stato lasciato un solo tralcio più uno sperone con
poche gemme, che servirà a preparare i tralci da conservare nella potatura
dell’anno seguente. Nel secondo caso, invece, sono stati lasciati due tralci,
perché la capacità vegetativa della pianta sembrava maggiore (vedi le didascalie
alle figure per i dettagli).

Da quanto detto finora si comprende che la tecnica di potatura si articola su


tre piani temporali ben distinti: si elimina il passato, cioè i tralci fruttiferi
dell’anno precedente, lontani dal fusto; si seleziona il presente, cioè i tralci più
forti vicini al fusto, per la produzione dell’anno in corso, e si prepara il futuro,
attraverso il moncone da cui germoglieranno i nuovi tralci.

Dopo la potatura, che si può fare in un arco di tempo che va da dicembre agli
inizi di marzo, quando la vegetazione della pianta è ferma, è necessario legare i
tralci rimasti sui fili che costituiscono il filare (di solito si hanno due fili, il
primo a circa 50 cm dal terreno, il secondo 40-50 cm più in alto). Questa
seconda operazione va fatta però in un periodo piuttosto ristretto,
indicativamente da metà marzo agli inizi di aprile: il clima infatti non deve
essere troppo freddo per evitare di spezzare i tralci, la cui flessibilità dipende
B
A

A B

1 1A

FIG. 1 - Vite prima e dopo la potatura: il tralcio A, vicino al fusto, viene preservato
per la produzione dell’anno corrente; sul tralcio B vengono lasciate due sole gemme
per preparare lo sviluppo futuro della pianta. Tutti gli altri tralci lontani dal fusto
vengono eliminati.

FIG. 2 - Vite prima e dopo


la potatura: qui vengono
selezionati due tralci,
provenienti da uno sperone
lasciato l’anno precedente.
Il resto della pianta viene
eliminato tagliando il fusto
lungo la linea nera.

2A
3

5 FIG. 3 e
FIG. 4 –
Viti legate.

FIG. 5 –
Un salcio 4

FIG. 6 e FIG. 7 – Viti


potate col metodo del
cordone speronato. Il fusto
della vite si sviluppa in
orizzontale, lungo il filo, e
vengono lasciati numerosi
speroni con poche gemme
ciascuno.

7
sensibilmente dalla temperatura, e non deve essere troppo caldo, altrimenti le
gemme iniziano a schiudersi ed è molto facile danneggiarle nella fase di
legatura. Questi due accorgimenti sono motivati dal fatto che i tralci non
vengono legati nella direzione in cui sono naturalmente orientati, ma vengono
piegati verso il basso e legati sul filo o su una canna di sostegno del filare
(figure 3 e 4). Come legacci si utilizzano tradizionalmente i salci, rametti
flessibili prodotti dall’omonima pianta (figura 5).

Un metodo alternativo di potatura, introdotto di recente nella nostra zona, è il


cordone speronato (figure 6 e 7): si allunga il fusto della pianta in direzione
orizzontale lungo il filo inferiore, da un lato o da entrambi, e ogni anno si
lasciano numerosi speroni con poche gemme (indicativamente due) ciascuno, da
cui nasceranno i tralci fruttiferi. Questo metodo ha alcuni vantaggi: richiede
meno tempo per la potatura, la legatura è praticamente eliminata, lo sviluppo
complessivo del verde nel periodo estivo è più limitato, quindi il filare si
gestisce meglio ed è anche più resistente al vento. Per contro il metodo
tradizionale permette di sfruttare le gemme più produttive del tralcio, che non
sono le prime vicine al fusto, riduce sensibilmente la dimensione del fusto,
rendendo la pianta più resistente alla siccità e più adatta ai terreni poveri e,
soprattutto, ci deriva dalla sapienza dei nostri antenati ed è radicato nella
conoscenza della nostra gente, aspetti che, credo, sia nostro dovere
preservare.