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Quaranta studiosi compongono un dizionario capace di rappresentare al

meglio i temi, l’evoluzione e i cambiamenti strutturali dell’archeologia


storica. Mai come in quest’ultimo ventennio l’archeologia storica ha subito
evoluzioni e cambiamenti strutturali tanto profondi. Nel corso
dell’Ottocento e del Novecento si è andata consolidando, soprattutto
nell’Europa centro-settentrionale, una simmetrica tradizionale che ha
allargato al Medioevo il raggio di interesse. Il volume, che non si presenta
come manuale ma con una sua organica e ordinata articolazione, vuole dare
un’immagine della complessità delle tematiche dell’archeologia
contemporanea, organizzato per voci e aggiornato che tiene conto
dell’evoluzione e dei profondi cambiamenti strutturali che l’archeologia
storica ha conosciuto negli ultimi decenni.
Economica Laterza

Riccardo Francovich - Daniele Manacorda (a cura di)

Dizionario di archeologia
Temi, concetti e metodi

Editori Laterza
© 2000, Gius. Laterza & Figli

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Edizione digitale: giugno 2017


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Gius. Laterza & Figli Spa, Bari-Roma

Realizzato da Graphiservice s.r.l. - Bari (Italy)


per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 9788858130308
È vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata
Sommario

Introduzione
A
Ambientale, archeologia
Antiquaria
Antropologia, archeologia e
Archeobotanica
Archeometallurgia
Archeometria
Archeosismologia
Archeozoologia
Architettura, archeologia della

B
Bioarcheologia

C
Campionatura
Cartografia archeologica
Ceramica
Classificazione e tipologia
Commercio, archeologia del
Comunicazione archeologica
Conservazione
Consumo, archeologia del
Contesto
Cronologia, periodizzazione
Cultura
Cultura materiale
D
Datazione, metodi di
Degrado
Determinazione d’origine
Diagnostica archeologica
Disegno ricostruttivo

E
Epigrafia, archeologia ed
Etnoarcheologia

F
Fantarcheologia
Funeraria, archeologia

G
Geoarcheologia
Geografia, archeologia e

I
Iconografia e iconologia
Illuminazione, archeologia della
Industriale, archeologia

L
Legislazione e tutela

M
Marxista, archeologia
Mineraria, archeologia
Modelli di organizzazione sociale
Modelli insediativi
Musei

N
Navale, archeologia
New Archaeology
Numismatica, archeologia e

P
Paleoantropologia
Paleonutrizione
Paleopatologia
Paradigma indiziario
Postprocessuale, archeologia
Potere, archeologia del
Processi formativi
Produzione, archeologia della

Q
Quantitativa, archeologia

R
Residuo
Restauro dei manufatti
Restauro dei monumenti e siti
Ricognizione archeologica

S
Scavo archeologico
Scavo, pratica e documentazione
Seriazione
Siti e parchi
Sito/Non sito
Sperimentale, archeologia
Stile
Storia, archeologia e
Storia dell’arte, archeologia e
Subacquea, archeologia

T
Tecnologie produttive
Telerilevamento
Teorica, archeologia
Tessuto, archeologia del

U
Urbana, archeologia

V
Valutazione
Video

Elenco dei collaboratori


Introduzione

Mai come in quest’ultimo ventennio l’archeologia storica ha subito


evoluzioni e cambiamenti strutturali tanto profondi. Per oltre due secoli è
stato chiaro che il contributo essenziale della ricerca archeologica era
finalizzato prevalentemente alla conoscenza della produzione artistica e
monumentale del mondo antico. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento si
è andata consolidando inoltre, soprattutto nell’Europa centro-settentrionale,
una simmetrica tradizione che ha allargato al Medioevo il raggio di
interesse. Molto del lavoro archeologico è stato caratterizzato dalla
costruzione dei documenti, dalla loro descrizione, dalla ricostruzione erudita
e filologica di resti materiali e di segmenti di storia, che generalmente
risultavano scarsamente o niente affatto documentati attraverso le fonti
scritte. Un sapere assai vasto si è andato accumulando in forme compatibili
con le prospettive culturali proprie di una passata fase della storia degli
studi.
Oggi appare altrettanto evidente che gli orizzonti dell’archeologia si sono
enormemente dilatati: al centro dell’interesse degli archeologi non stanno
più soltanto le diverse forme della produzione artistica e le modalità
espressive dei centri del potere delle società preindustriali, ma anche gli
aspetti complessi delle loro economie, i segni profondi delle interazioni fra
uomo e ambiente e l’intreccio dei saperi che si riflettono nella storia della
cultura materiale come nella storia delle mentalità. E soprattutto sono i
processi di trasformazione culturale, e in particolare le ragioni stesse di quei
mutamenti, che polarizzano l’attenzione dei ricercatori.
A partire dalla fine degli anni Sessanta lo stesso limite cronologico
dell’applicazione delle metodologie archeologiche si è dilatato all’epoca
della rivoluzione industriale, andando a costruire le basi per lo sviluppo di
un’archeologia dell’età moderna e contemporanea, che ormai, sebbene in
misura non omogenea, si va diffondendo in tutti i paesi del Vecchio
Continente.
Uno degli obiettivi concreti del lavoro archeologico è quello di accrescere
la conoscenza collettiva del passato nel suo complesso attraverso l’analisi
stratigrafica (che in anni recenti è diventata strumento imprescindibile di
conoscenza anche del costruito storico) e lo studio in laboratorio dei residui
organici e inorganici rintracciabili nei contesti materiali. Per questo
l’archeologia storica, nata essenzialmente come una disciplina umanistica,
tutta interna alla ricostruzione storica e storico-artistica, grazie alle nuove
metodiche analitiche e alla sua pratica sperimentale, ha oggettivamente
allargato il campo d’azione secondo una prassi necessariamente
interdisciplinare, ed è ora in grado di sviluppare potenzialità nuove, anche
se da sempre presenti in nuce nel suo metodo. Oggi l’archeologia non può
essere definita soltanto nei suoi comunque fondamentali rapporti con la
storia, ma si deve confrontare e ricomporre con una vasta gamma di scienze
umane e con le scienze esatte e naturalistiche, avvicinandosi sempre più, nei
metodi più che nelle finalità, alle discipline scientifiche.
Posti di fronte alla vastità delle problematiche aperte dal lavoro analitico
e dagli apporti interdisciplinari, gli archeologi non possono tuttavia perdere
di vista la centralità delle grandi prospettive e dei modelli storiografici,
come non possono prescindere dai problemi specifici della valutazione e
della conservazione del patrimonio e dei paesaggi. A loro spetta il compito
di ricostruire i contesti insediativi e ambientali nelle diverse fasi storiche
che la pratica soggettiva di tante tradizioni di studio ha segmentato e diviso.
Un approccio globale non richiede soltanto l’elaborazione di strumenti
sempre più sofisticati, ma piuttosto una continua riflessione sulla natura
complessa del lavoro archeologico e il rifiuto di ogni forma di arroccamento
in una difesa incongruente di confini disciplinari e metodologici.
L’archeologia si configura oggi come un’area di confine di discipline
tradizionalmente diverse (dalla storia alla storia dell’arte, dalla storia
dell’architettura alla tecnologia dei materiali, dalla geologia alla botanica,
dalla geomorfologia alla geografia, dalla pianificazione territoriale alla
scienza della conservazione, dalla demografia all’informatica,
dall’antropologia alla paleopatologia, dall’archeozoologia alla fisica, dal
trattamento delle immagini al remote sensing, dalla comunicazione alla
museografia ecc.), come una disciplina che, collocandosi sul crinale delle
scienze umane rivolto verso le scienze esatte e naturali, ha il privilegio di
costruire al proprio interno, con i propri metodi, le proprie fonti, e quello di
contribuire a pensare la vita futura ripensando quella passata, conciliando,
come nessun’altra disciplina, a sintesi altrettanto elevate il lavoro
intellettuale con quello manuale nella forma umana e creativa del lavoro
artigianale.
Il lavoro sul campo e in laboratorio finalizzato alla ricostruzione dei
processi storici non può fare a meno di ciascuno di questi diversi saperi: agli
archeologi, di formazione generalmente umanistica, non possono e non
devono sfuggire le potenzialità presenti nei contesti in cui si trovano ad
agire e sui quali devono operare scelte il cui significato può avere risvolti
irreversibili sul terreno delle interpretazioni dei dati e della conservazione
del patrimonio. Lavorare in forma interdisciplinare in strutture di ricerca
integrate con diverse specializzazioni è la scelta che è stata fatta con
successo in molte università europee, e comincia ad avviarsi anche in Italia,
anche se la costruzione di laboratori scientifici integrati con i Dipartimenti
di archeologia sembra essere scoraggiata da politiche tese allo sviluppo di
infrastrutture di servizio poste al di fuori delle unità di ricerca
archeologiche, destinate quindi a una vita effimera e marginale, seppure
dispendiose, comunque non in grado di far interagire efficacemente cultura
scientifica e cultura umanistica.
In un momento come quello che caratterizza il mondo postindustriale
contemporaneo, al centro di un’accelerazione dello sviluppo che induce
profonde trasformazioni territoriali nella maglia dei paesaggi storici, è
necessario che gli archeologi sappiano confrontarsi con la dimensione
politica e sociale contemporanea. I problemi della formazione, della
comunicazione e della messa a punto di strategie di intervento compatibili
con lo sviluppo urbanistico e la trasformazione dei paesaggi devono trovare
sul versante archeologico maggior spazio rispetto a un ancor recente
passato, quando il lavoro dell’archeologo era confinato nell’erudizione e
nella fatica solitaria dello storico dell’arte e quando l’intervento sul campo
era sottoposto ai limiti dell’occasionalità o a quelli imposti da ottiche di
ricerca fortemente selettive. Il lavoro di scavo invece si configura come un
momento centrale, anche se non esclusivo, di un lungo processo conoscitivo
a scala territoriale (sia urbana sia extraurbana), che si attua dopo aver
valutato gradualità ed estensione degli interventi sulla base di strategie in
grado di ottimizzare il valore del campione analizzato in relazione alle
domande cui si intende dare risposte. C’è, infatti, ormai consapevolezza che
una raccolta indifferenziata di informazioni, imposta dalle cose e non
governata da una strategia conoscitiva, porta a una sostanziale
sottoutilizzazione del lavoro.
Per raggiungere obiettivi significativi, la ricerca archeologica non può
prescindere da interventi conoscitivi di ampio respiro sul terreno
urbanistico (né d’altra parte può essere diversamente per un ambito di
ricerca che pone al suo centro la dinamica delle forme del popolamento
nella lunga durata) e quindi da un rapporto organico con tutte le aree del
sapere che investono le scienze e le politiche del territorio. Le recenti
discussioni attorno al tema della riforma delle strutture della tutela,
richiamando anche i governi locali alla valorizzazione delle risorse storiche
e ambientali, sembrano aver indicato un percorso più efficace verso una
conservazione del patrimonio, che sia integrata nella gestione urbanistica
complessiva. Si sta pertanto aprendo un nuovo mercato del lavoro per figure
professionali nel campo dell’archeologia, che sia specializzato nella
ricognizione topografica e nell’indagine stratigrafica, che sia in grado di
trattare informazioni di carattere spaziale e costruire cartografie territoriali
interpretative della distribuzione delle preesistenze: si chiude così una fase
nella quale la formazione universitaria in ambito archeologico poteva
identificarsi con un curriculum nel quale gli aspetti, pur rilevanti, delle
culture figurative potevano considerarsi rappresentativi dell’intera
disciplina archeologica. Si tratta ora, semmai, di operare a che questi due
aspetti, entrambi fondamentali, della formazione archeologica, non entrino
in contraddizione fra di loro.
L’altro nodo del problema è rappresentato dalla gestione e dalla
comunicazione dell’informazione archeologica. La messe di dati accumulati
dalle diverse generazioni di archeologi, dalla scala territoriale a quella
puntuale dello scavo stratigrafico, sono rimasti in non pochi casi chiusi in
cassetti e sostanzialmente inutilizzati o sottoutilizzati: le generazioni
successive hanno spesso ricominciato da capo, provocando dispendio di
tempo e risorse e dispersione di informazioni. L’enorme quantità di dati
raccolti e formalizzati in schede analitiche da gestire nell’ambito delle
ricognizioni e dello scavo, tante volte destinati ad archivi inaccessibili o
sintetizzati in pubblicazioni inagibili, possono oggi essere trattati
agevolmente attraverso strumenti informatici, quali i Sistemi informativi
territoriali, che permettono di gestire masse di dati prima impensabili e
altrimenti ingovernabili, ma soprattutto di consultarli in tempo reale
attraverso la rete. Di qui la possibilità di porre l’accento sui successivi
problemi della comunicazione e dell’informazione verso un pubblico
differenziato, un terreno reso ancora più ricco dalla pluralità e
dall’articolazione delle fonti e dei materiali con i quali ci si deve confrontare
in questo campo. Alleggeriti e liberati dai problemi di edizioni dispendiose
(in termini di costo e di energie umane), destinate a rimanere comunque
parziali, si potranno affrontare alcuni problemi centrali, che vanno dalla
realizzazione degli strumenti di sintesi rivolti a un pubblico più largo
rispetto alla stretta cerchia degli specialisti, alla costruzione di musei e
parchi e alla realizzazione di prodotti multimediali e in rete, nella
consapevolezza che la ricerca archeologica potrà tanto più svilupparsi
quanto più sarà in grado di coinvolgere il grande pubblico.
Questo volume, che non si presenta come una sorta di manuale con una
sua organica e ordinata articolazione, vuole dare un’immagine della
complessità delle tematiche dell’archeologia contemporanea proponendosi
come un primo strumento di orientamento, organizzato per voci, che in
questa prima edizione sono numericamente limitate (mancano, per fare solo
qualche esempio, voci anche importanti come «Agricoltura», «Caccia e
pesca» o «Religione, archeologia e» o «Urbanistica, archeologia e»).
I limiti non sono soltanto di ordine quantitativo: anche la scelta dei
lemmi, che intersecano problemi di metodo, di teoria, di pratica, di uso di
tecniche e di rapporti con altri saperi, ha deliberatamente lasciato da parte
le grandi questioni legate alle definizioni storico-culturali delle diverse
archeologie, come si sono andate definendo nel corso di questi ultimi due
secoli. Il volume si muove, inoltre, in un’ottica sostanzialmente europea e
mediterranea, non per marcare peculiarità metodologiche, ma semmai per
inverare nelle problematiche storiografiche degli ambiti geografici del
nostro emisfero approcci e metodologie che sono comunque comuni al
modo di operare di ogni archeologo.
Il dizionario affronta in particolare gli aspetti che attengono ai diversi
livelli di operatività e di riflessione teorica dell’archeologia dell’età storica.
Anche in questo caso non si intende esaltare divisioni metodologiche nei
confronti dell’archeologia della preistoria, anzi, uno degli obiettivi del
volume è semmai quello di contribuire ad affermare l’unità metodologica
delle discipline archeologiche. Si vuole piuttosto porre l’accento sui sistemi
di fonti, in parte necessariamente diversi, cui devono o possono attingere gli
studi preistorici e storici, e sulle loro conseguenze.
Il recente volume di Colin Renfrew e Paul Bahn, proposto al pubblico
italiano dalle edizioni Zanichelli (Archeologia. Teorie, Metodi, Pratica,
Bologna 1995), ha sintetizzato magistralmente l’ampiezza delle domande che
si accumulano sul tavolo del ricercatore, mettendo in risalto la diversità dei
percorsi dello storico e dell’archeologo, che non sono conflittuali, ma
complementari. Quel libro riflette una tradizione di studi assai diversa da
quella dell’archeologia storica italiana, per la quale può quindi assumere
l’aspetto di una meta non ancora raggiunta o raggiungibile; al tempo stesso,
però, ci si può presentare come una meta paradossalmente insufficiente, dal
momento che il tema del rapporto con le fonti scritte da quelle pagine pur
così dense emerge tuttora irrisolto.
I lemmi che compongono questo volume sono stati affidati ad autori
talora anche giovani o giovanissimi, ma prevalentemente rappresentanti di
quella «generazione di mezzo» che opera oggi nelle università, nelle
soprintendenze, nelle amministrazioni locali o in altri enti di ricerca, e che è
stata partecipe di quella stagione feconda dell’archeologia italiana che tra gli
anni Settanta e Ottanta ha visto affermarsi l’archeologia stratigrafica,
consolidarsi le archeologie postclassiche, muovere i primi passi
l’archeologia urbana, porsi con urgenza il tema del rapporto con le scienze
esatte e naturali. Non mancano comunque i contributi di alcuni dei nomi più
rappresentativi dell’archeologia del nostro Paese, cui siamo particolarmente
grati per aver accettato di partecipare alla produzione del volume.
Gli autori sono tutti italiani. Dietro a questa scelta apparentemente
bizzarra non si nasconde evidentemente alcun atteggiamento nazionalistico,
che sarebbe del tutto improprio nell’ambito di una disciplina che tanto ha
sofferto, nella sua lunga storia, delle strumentalizzazioni ideologiche, e
ancora ne soffre in qualche parte di mondo. Molto più semplicemente
abbiamo ritenuto che fosse giunto il momento in cui l’archeologia italiana
provasse a esprimersi, nelle forme sintetiche dei lemmi di un dizionario, sui
temi più diversi, misurandosi su problematiche che le sono proprie o su
altre, verso le quali si va appena affacciando. Questo dizionario vuole, o
spera, di poter contribuire a indicare quale sia lo «stato dell’arte» in Italia,
senza pregiudizi, scontando i limiti di una certa dose di eclettismo, ma
dando voce alle più diverse componenti dell’archeologia del nostro Paese.
Siamo convinti che l’archeologia italiana abbia molto imparato dalle
archeologie continentali e anglosassoni, e abbia ancora molto da imparare.
Ma anche, al tempo stesso, che l’archeologia storica, come si è sviluppata
nel nostro Paese in questa seconda metà del Novecento, rappresenti un
fenomeno culturale raro e prezioso, che ha molto da dare e da dire
all’archeologia europea e mediterranea.
Nella costruzione delle voci, ovviamente contenute in termini di spazio, ci
si è generalmente attenuti a un’organizzazione logica che, partendo da una
definizione della materia e delle sue problematiche, ne ricostruisce
possibilmente il percorso, giungendo a delinearne le prospettive. Una
bibliografia essenziale offre in chiusura di voce lo spunto necessario per
ulteriori approfondimenti (i lavori in lingua straniera si indicano nella
traduzione italiana, quando disponibile).
Il volume si rivolge a un pubblico che ci auguriamo differenziato.
Speriamo che esso possa costituire uno strumento di aggiornamento per gli
addetti ai lavori e – se ci saranno nuove edizioni – contribuisca a una sorta
di «informazione permanente». Ma in particolare speriamo sia di aiuto agli
specialisti di altre discipline, più o meno vicine, per stare al passo con
l’evoluzione epistemologica che l’archeologia ha conosciuto in questi ultimi
decenni e che non sempre e non da tutti è stata percepita, anche per le
difficoltà di comunicazione che noi stessi archeologi abbiamo spesso
manifestato. Storici e storici dell’arte, scienziati archeometri e naturalisti,
architetti e ingegneri, politici, amministratori e giornalisti potranno trarre
qualche vantaggio da una rapida consultazione delle voci.
Il pubblico d’elezione è per noi naturalmente costituito dagli studenti, per
i quali manca ancora uno strumento di rapida informazione sui
«fondamentali» della disciplina, utile a che certe definizioni che si
apprendono a lezione o sui libri possano essere rapidamente
contestualizzate e consolidate.
Ma la speranza è che il volume risulti gradito anche alle persone di
cultura, alle quali si rivolge per venire incontro a un diffuso bisogno di
informazione, offrendo loro un’immagine dei perché dell’archeologia e del
modo di lavorare dell’archeologo certamente più vera di quella che i mass
media tendenzialmente suggeriscono attraverso la riproposizione stantia di
categorie obsolete, come quelle del ‘mistero’ o del ‘tesoro’, o le offerte di un
turismo che tende talora a confondere ambiente, natura e cultura (un
intreccio, sia chiaro, vitale per capire la storia passata e presente del nostro
emisfero, ma che richiede una preliminare chiarezza concettuale, che aiuti
all’inquadramento storico dei fenomeni).
Lo strumento che proponiamo non può non essere «un’opera aperta» che
spera di portare un contributo utile a cogliere quell’inscindibile intreccio fra
riflessioni metodologiche, lavoro sul campo, pratiche interdisciplinari e
dibattito teorico, che costituisce il fascino moderno dell’archeologia.
Riccardo Francovich, Daniele Manacorda
A

Ambientale, archeologia
Branca dell’archeologia che comprende lo studio di tutti gli aspetti fisici e
biologici dell’ambiente e delle interazioni dell’uomo con esso nel tempo,
attraverso metodologie e tecniche derivate dalle scienze naturali.
L’archeologia ambientale vanta una lunga tradizione, anche se
principalmente limitata alle ricerche preistoriche. Sporadiche osservazioni
di tipo naturalistico, frutto di collaborazioni fra specialisti e studiosi della
preistoria, si possono rilevare già nella seconda metà dell’Ottocento finché
la disciplina si afferma sotto le influenze del positivismo coinvolgendo
anche archeologi classici italiani (per esempio, G. Boni). In Italia però
l’archeologia classica dei primi del Novecento è già dominata dall’idealismo
e l’archeologia ambientale non avrà seguito.
In Europa e negli Stati Uniti si formano centri interdisciplinari e nuovi
impulsi per una integrazione fra studi ambientali e archeologia vengono
dall’«approccio ecologico» di studiosi come J. Steward. Un ulteriore
importante momento nella storia della disciplina si ha negli anni Settanta
grazie all’archeologia processuale (cfr. NEW ARCHAEOLOGY), nel cui ambito lo
studio dell’ambiente riveste un ruolo fondamentale sia per la
determinazione della cultura umana, sia per l’analisi della formazione del
deposito archeologico. La ricerca in campo archeologico non può più
prescindere dallo studio dell’ambiente in cui l’uomo è vissuto: si assiste
quindi a rapidi progressi nelle metodologie di laboratorio e nell’elaborazione
dei dati, nonché al sorgere di un ampio dibattito sui problemi di tafonomia,
conservazione e tecniche di recupero dei resti organici. Data a questi anni
l’introduzione delle prime macchine per la flottazione che permettono un
più efficiente recupero dei materiali organici dal sedimento. Viene
introdotto da K. Butzer in archeologia il concetto di ecosistema come
insieme di organismi viventi che interagiscono con l’ambiente fisico in una
data area, e più precisamente di «ecosistema umano» evidenziando
l’interdipendenza fra le variabili culturali e ambientali. L’ambiente è visto
come contesto delle attività e delle culture umane che ne vengono
influenzate, ma esso è a sua volta in continuo cambiamento perché
sottoposto all’impatto antropico. I depositi archeologici sono quindi
testimonianze di antichi ecosistemi formati da suoli, sedimenti, resti vegetali
e animali, materiali derivati dalle attività umane.
L’archeologia ambientale è suddivisa in varie discipline a seconda dei dati
presi in considerazione: la BIOARCHEOLOGIA (cfr. ) studia i resti organici ed è a
sua volta ripartita in ARCHEOBOTANICA (cfr. ), ARCHEOZOOLOGIA (cfr. ),
antropologia fisica (cfr. PALEOANTROPOLOGIA), mentre la GEOARCHEOLOGIA (cfr. )
si occupa dei resti inorganici. Quest’ultima si avvale di differenti scale di
indagine: da un livello più generale, come per esempio le ricerche sulla
variazione del livello del mare, l’individuazione di antiche linee di costa,
l’evoluzione morfologica del paesaggio in una data area anche in relazione
agli insediamenti umani (cfr. MODELLI INSEDIATIVI), può arrivare a ricerche di
carattere più locale come indagini pedologiche su sedimenti e suoli in un
determinato sito, studio dei processi di formazione di un deposito
archeologico, analisi micromorfologiche di sezioni sottili di suoli e
sedimenti al microscopio.
Strettamente legata agli studi geomorfologici e alla ricostruzione del
paesaggio nell’antichità è la comprensione delle scelte locazionali, cioè delle
ragioni ecologiche e produttive che si trovano alla base della scelta da parte
di una popolazione di una specifica posizione per un insediamento.
Esaminando, infatti, l’area immediatamente circostante il sito si possono
avere indicazioni sulle risorse naturali sfruttate dagli abitanti, sulle
potenzialità del terreno per l’agricoltura e/o il pascolo, sulle possibili attività
produttive (la cosiddetta Site Catchment Analysis o analisi del bacino di
approvvigionamento).
Un ulteriore campo di ricerca dell’archeologia ambientale è rappresentato
dagli studi paleoclimatici. Clima, paesaggio e popolazioni sono tre variabili
strettamente correlate: basti pensare all’influenza che può aver avuto
l’alternanza di periodi glaciali e interglaciali sulle popolazioni preistoriche e
che, spesso, variazioni climatiche sono state suggerite per spiegare
migrazioni, carestie e guerre. Indizi indiretti che ci permettono di ricostruire
il clima nel passato provengono dalle evidenze più diverse quali gli anelli di
accrescimento negli alberi, la variazione di associazioni vegetali individuate
dalle analisi polliniche, il cambiamento nelle specie di molluschi in contesti
sia marini sia terrestri, i sedimenti stessi, come per esempio le morene.
Negli ultimi anni si sono andati sviluppando nuovi metodi di indagine che ci
forniscono preziose informazioni sui grandi cambiamenti climatici avvenuti
durante l’Olocene. Attraverso carotaggi nei sedimenti profondi degli oceani
e nelle calotte glaciali, si è potuta stabilire una correlazione fra variazioni
nelle concentrazioni degli isotopi stabili dell’ossigeno e dell’idrogeno e
variazioni nel clima. Sempre dai carotaggi marini altre evidenze si
ottengono dalle concentrazioni di carbonato di calcio e dalla stima della
temperatura superficiale dell’acqua. Queste tre serie di nuovi dati hanno
permesso di individuare dieci glaciazioni al posto delle quattro finora
conosciute.

M. Bell, M.J.C. Walker, Late Quaternary Environmental Change, Harlow 1992; F.G.
Brown, Alluvial Geoarchaeology, Cambridge 1997; K. Butzer, Archaeology as Human
Ecology, Cambridge 1982; L. Castelletti, C. Tozzi, Archeologia e ricostruzione
ambientale: la situazione italiana, in A. Moroni, A. Anelli, O. Ravera (a cura di), Atti
del II Congresso nazionale della Società italiana di ecologia, Parma 1985, pp. 909-12;
N.W. Chambers (a cura di), Climatic Change and Human Impact on the Landscape,
London 1993; M.A. Courty, P. Goldberg, R. Macphail, Soil Micromorphology in
Archaeology, Cambridge 1989; E.R. Hall, H.K. Kenward (a cura di), Urban-Rural
Connections: Perspective from Environmental Archaeology, in «Oxbow Monograph»,
47, 1994; D. Harris, K.D. Thomas, Modelling Ecological Change, London 1991; J. Reitz,
L.A. Newsom, S.J. Scudder, Case Studies in Environmental Archaeology, New York
1996; C. Renfrew, P. Bahn, Archeologia. Teorie, Metodi, Pratica, Bologna 1995, capp. 1
e 6; M. Shackley, Using Environmental Archaeology, London 1985; C. Vita Finzi,
Archaeological Sites in their Setting, London 1978; G.E. Wagner, Comparability
among recovery techniques, in W.S. Popper, C.A. Hastorf (a cura di), Current
Palaeoethnobotany, Chicago 1988.

LAURA MOTTA
Antiquaria

Nel linguaggio corrente il termine «antiquario» sta a indicare colui che


esercita un’attività commerciale, legata alla ricerca, alla raccolta e alla
vendita di oggetti antichi. Con lo stesso termine nel corso del tempo si
erano però indicati ruoli e funzioni molto differenti tra loro: nella lingua
latina, per Tacito (Dial. 21) e Svetonio (Aug. 86) antiquarius definiva uno
scrittore arcaizzante nello stile; ritroviamo il termine nell’editto de pretiis di
Diocleziano nell’accezione di librarius (ovvero maestro di scuola e di
ortografia); e su questa scia, nel corso dell’età medievale, esso definirà
l’amanuense, impegnato nella trascrizione dei testi antichi.
Più in generale in età moderna con il termine «antiquaria» si intende una
disciplina rivolta a indagare il passato, e in modo particolare l’antichità
greca e romana, attraverso lo studio sistematico, la catalogazione o la
collezione dei documenti che di quel mondo rimangono, siano essi testi
scritti o, più di sovente, oggetti materiali: statue, iscrizioni, monete ecc.
Col passare del tempo il termine ha finito con l’assumere una
connotazione negativa: pura erudizione e vuota smania di collezionismo
sono i difetti di cui di frequente si sono tacciati i protagonisti di queste
ricerche, a sottolineare la differenza intercorrente tra l’antiquaria, da un
lato, e le moderne scienze antichistiche, la storia, l’archeologia, la storia
dell’arte, dall’altro. A una più attenta valutazione però tali giudizi risultano
spesso ingenerosi e limitativi e si presentano soprattutto come il frutto di
un’esigenza, determinatasi all’interno di ciascuna di queste discipline, di
affermare la propria autonoma indipendenza da quelle affini. Recenti
ricerche ribadiscono la necessità di un approccio diverso e, tracciando la
storia dell’antiquaria, tentano di definire le modalità e gli strumenti di
indagine con cui le varie epoche si sono rapportate al proprio passato (cfr.
STORIA, ARCHEOLOGIA E, Mondo classico).
È merito di uno storico come A. Momigliano l’aver messo a punto la più
lucida definizione delle caratteristiche dell’antiquaria e l’aver evidenziato
l’importanza del ruolo da questa svolto nella formazione della moderna
storiografia: la visione tradizionale e predominante della storia, fondata
essenzialmente sulla trattazione degli eventi di politica militare e sulla
disposizione in ordine cronologico di questi, aveva finito per espungere dal
proprio campo di interesse tutto il resto, fenomeni sociali, vita privata,
costumi, religione, trattazioni sistematiche di vita pubblica, leggi e
istituzioni. Questo enorme campo di indagine era divenuto interesse degli
antiquari: l’antiquario non è uno storico perché «gli storici scrivono in
ordine cronologico e gli antiquari in ordine sistematico e gli storici
presentano i fatti che servono a illustrare o spiegare una certa situazione,
mentre gli antiquari raccolgono tutte le voci connesse a un determinato
soggetto, risolvano o no un problema (per cui alcuni soggetti, come le
istituzioni politiche, religione, vita privata sono tradizionalmente
considerati più adatti alla trattazione sistematica di costoro)».
Le premesse di questa distinzione metodologica sono rintracciabili già
nella cultura classica: il modello tradizionale, fondato da Tucidide e
teorizzato da Polibio, basato sull’analisi degli eventi più vicini a chi scrive,
rappresenta la Storia per eccellenza, mentre col termine archaiologia, intesa
come scienza del passato ed equivalente al latino antiquitates, si definiscono
quegli studi che hanno come oggetto una ricerca erudita sul passato, volta a
spiegare con trattazioni sistematiche tutti gli aspetti della vita di una
nazione attraverso le testimonianze della lingua, della letteratura e dei
costumi. Rappresentata nella Grecia classica dal sofista Ippia di Elide (la cui
opera, che trattava le genealogie degli eroi e degli uomini, le fondazioni, il
sorgere delle antiche città, purtroppo è andata interamente perduta) e,
molto più tardi da Plutarco, l’antiquaria antica ha il suo maggior esponente
nel romano Varrone, vissuto alla fine dell’età repubblicana, i cui volumi di
Antiquitates, pervenutici soltanto in scarsi frammenti, riflettevano, nella
ripartizione in res humanae et divinae e nella rigida quadripartizione interna
(uomini, tempi, luoghi, cose), l’esigenza di realizzare una raccolta erudita e
sistematica di tutto lo scibile universale. La molla dell’interesse di Varrone
per il passato, così come degli altri «antiquari» antichi, non era però
indirizzata verso la storia politica, né, tantomeno, sfociava in un interesse
archeologico nel senso che oggi attribuiamo a questo termine.
Il problema si porrà in termini rinnovati quando il crollo dell’impero
romano determinerà nella società del tempo una profonda frattura politica e
culturale. Questo evento avrà tra le tante conseguenze la perdita della
memoria e della comprensione dell’enorme bagaglio culturale del mondo
classico e, determinando la nascita del concetto di antico, porrà il problema
della sua persistenza attraverso i testi (salvaguardati e selezionati dall’opera
dei chierici), i monumenti e le rovine che continueranno a caratterizzare il
paesaggio urbano e rurale. È merito di S. Settis aver elaborato un modello
interpretativo secondo il quale il processo che caratterizza il rapporto con
l’antico può essere ricondotto a tre stadi, individuati dalle tre parole chiave
di continuità, distanza e conoscenza. Lo stadio della continuità è soprattutto
quello dell’alto Medioevo, dominato dalla presenza fisica dell’antico sotto
forma di monumenti ancora conservati e rovine. Ai saccheggi e alle
distruzioni dei barbari fanno seguito quelle dei nuovi abitanti delle città e
delle campagne, impegnati nel ritrovamento e nell’appropriazione di beni
preziosi, nella distruzione degli idoli pagani o ancora nel recupero a fini
utilitaristici delle architetture antiche. Non mancano però nello stesso
periodo anche fenomeni di riappropriazione cosciente, dettata da
motivazioni che riconoscono all’antichità una sua auctoritas, di carattere
ideologico (la grandezza dell’antichità è ancora percepita come tale) o di
gusto (i modelli degli antichi mantengono il loro valore, sia che vengano
utilizzati direttamente – spolia in re – sia che vengano copiati – spolia in se).
L’esempio più significativo di quest’atteggiamento, per il quale molti hanno
voluto parlare di una prima Rinascenza, è probabilmente rappresentato da
Carlo Magno che scava e importa marmi preziosi da Roma e rimodella su
pezzi antichi i bronzi per la sua corte di Aquisgrana, dando vita a un
precoce fenomeno di antiquaria, fatta allo stesso tempo di ricerca,
collezionismo ed embrionali tentativi di interpretazione. In molte città
italiane (per esempio, a Modena, Pisa o Brescia), scoperte casuali e ricerche
finalizzate accrescono il patrimonio di marmi, iscrizioni e sarcofagi che
vengono reimpiegati in chiese ed edifici pubblici. Siamo però ben lontani da
un approccio sistematico al problema e i toni che accompagnano queste
scoperte oscillano spesso tra l’ingenuo e il miracolistico.
Bisognerà attendere il XIV secolo perché si affermi un nuovo
atteggiamento nei confronti dell’antico, visto come un mondo distante e
ormai concluso, da comprendere nelle sue norme e da fare oggetto di
ricerche che fungano da exemplum per il mondo presente. È proprio
all’interno della cultura umanistica e rinascimentale che la disciplina
antiquaria assume e definisce i propri contorni: l’antichità, percepita ormai
come vetustas, è un mondo perduto ma ricostruibile attraverso la ricerca, la
cui base conoscitiva è offerta dalla rilettura dei testi antichi, ma che altri
documenti, reperti, monumenti, iscrizioni e monete, possono maggiormente
illuminare. Non si tratta, come ha giustamente sottolineato Momigliano, di
riscrivere la storia antica, perché l’autorità degli storici antichi è considerata
inconfutabile, bensì di rivolgersi all’immenso campo delle antiquitates, come
patrimonio di istituzioni, regole, criteri di distribuzione dello spazio e
canone estetico. Nasce l’antiquario come figura poliedrica di intellettuale,
insieme letterato e artista, archeologo e architetto, il più delle volte uomo di
corte che dal rapporto col proprio signore trae insieme le fonti del proprio
sostentamento e l’incentivo per le proprie ricerche: collezionismo da un
lato, indagini e studi dall’altro, a partire da questo momento sono, e per
lungo tempo continueranno a essere, le due componenti essenziali, diverse
ma difficilmente districabili tra loro, dell’antiquaria italiana. Figura
emblematica, Ciriaco di Ancona (1392-1452) trae dalle sue vicende personali,
i viaggi di commercio che lo porteranno a numerosi itinerari attraverso il
Mediterraneo, la molla verso un interesse «archeologico» per i monumenti
sparsi dell’antichità, molla che lo trasformerà in studioso, commerciante
d’arte ed esperto consigliere di corti. Per Ciriaco le pietre in se stesse
forniscono molte più informazioni sui fatti storici di quante non se ne
trovino nei libri; iscrizioni, monumenti e opere d’arte vanno accuratamente
documentati e corredati di disegni. Malgrado la perdita di gran parte della
sua opera, resta al personaggio il merito di aver consegnato alla cultura
italiana un’immagine diretta del mondo greco, immediatamente prima che il
crollo dell’impero romano d’Oriente lo sottraesse per secoli alla conoscenza
e allo studio.
In Italia, lo sviluppo dell’antiquaria suscita un nuovo interesse per le
storie locali delle varie città italiane, ma ha, come è ovvio aspettarsi, il suo
epicentro nella Roma papale, dove assumerà le caratteristiche di un’enorme
indagine sulla città antica e sulle sue vestigia. L’interesse per la topografia
della città, presente soprattutto a livello letterario in Petrarca, ripreso da
Dondi e Bracciolini, trova un rappresentante di spicco in Flavio Biondo
(1392-1463), la cui Roma Instaurata, basata sul ricorso contestuale a tutte le
possibili fonti, monumentali, epigrafiche e letterarie, sia classiche sia
medievali, spicca per sistematicità di concezione. Autore anche di una Roma
Triumphans, trattazione di stampo varroniano dedicata a istituzioni, vita
sociale e religiosa, Biondo rappresenta a pieno titolo la nuova figura
dell’antiquario attivo a tutto campo, i cui interessi abbracciano la geografia
storica e la topografia così come il più vasto ambito delle istituzioni. Nel
corso del successivo secolo XVI, da Raffaello a Pirro Ligorio, faranno la loro
comparsa due nuove componenti, lo SCAVO ARCHEOLOGICO (cfr. ), spesso
condotto su vasta scala, e la pratica artistica del disegno (cfr. DISEGNO
RICOSTRUTTIVO), inteso come documentazione grafica del monumento, ma
anche come strumento di studio e di visualizzazione concreta dell’antico.
Se l’antiquaria rinascimentale si configura come un fenomeno in buona
misura italiano, ben presto il suo modello assume connotati europei, grazie
a rapporti e scambi e all’affermarsi della pratica del viaggio in Italia. Spetta
a un francese, Nicolas Fabri du Peiresc (1580-1637), l’aver gettato un ponte
tra la cultura italiana e quella europea, grazie a una prodigiosa attività di
divulgazione e di informazione scientifica a livello internazionale. Altrove,
in Inghilterra, in Germania, nei paesi scandinavi, la ricerca antiquaria
assume connotazioni particolari: la cesura con il mondo classico è stata qui
molto più netta e definitiva e l’esigenza di scoprire il proprio passato
equivale a scriverne la storia, nella consapevolezza che questa non può
fondarsi sulla lettura dei testi antichi, ma va affrontata con metodi e
strumenti diversi. Si sviluppa così un nuovo modo di rapportarsi all’antico,
che individua nel terreno e nei documenti che esso racchiude – siano essi
iscrizioni, strutture o necropoli – la fonte privilegiata per la sua conoscenza.
Ben presto la ricognizione di superficie viene integrata con la pratica dello
scavo, nel quale progressivamente si affermano principi di rigore e
sistematicità, mentre in taluni casi si giunge a precoci esempi di
regolamentazione della tutela su base legislativa (cfr. LEGISLAZIONE E TUTELA).
Le conseguenze di questo nuova concezione dell’antiquaria sono tali che la
loro influenza si è protratta sino ai nostri giorni: è nell’Europa
settentrionale che è nata l’archeologia preistorica e protostorica e che si
sono affinate le moderne tecniche di scavo stratigrafico ed è in area
anglosassone che si sono generate le spinte a che l’archeologia divenisse
una scienza autonoma, del tutto indipendente dall’uso delle fonti storiche.
Un fenomeno che accomuna l’antiquaria del paesi europei a quella
italiana, a partire dal XVI e per tutto il XVII secolo, è l’evoluzione che
progressivamente subisce il concetto di collezione: in Italia questa resta
prevalentemente legata alla raccolta di begli oggetti, nel caso dell’antichità
soprattutto sculture o elementi architettonici di pregio. Si manifesta però in
questo periodo una tendenza a superare gli angusti limiti di una selezione
tematica monocorde e a trasformare la raccolta antiquaria in una sorta di
illustrazione enciclopedica che sia o possa divenire un compendio di tutto lo
scibile umano: ne sono testimonianza le Wunderkammer, mistione di oggetti
preziosi, di reperti antichi, ma anche di fossili e di campioni del mondo
vegetale e animale. In Italia, la collezione dell’abate Athanasius Kircher
(1601-1680) riflette gli interessi scientifici ed etnografici del suo autore e si
allarga nel contempo ad accogliere, sia pure in forma acritica e spesso
troppo fantasiosa, i documenti di altre civiltà marginali rispetto al mondo
greco e romano, come l’etrusca e, soprattutto, l’egiziana. Ancora più
significativa la figura di Cassiano Dal Pozzo (1588-1657), antiquario e
scienziato, che a una collezione eterogenea affianca una ricchissima
biblioteca: all’interno di questa viene inserito il Museum Cartaceum,
sterminato corpus di disegni, il cui fine è classificare sistematicamente ogni
antichità conosciuta; l’ordinamento (res divinae e humanae, a loro volta
ripartite all’interno tipologicamente) riflette ancora una volta
l’impostazione antiquaria di stampo varroniano.
La tensione verso il corpus che si manifesta nell’antiquaria seicentesca
continuerà a essere una delle caratteristiche del successivo secolo dei Lumi.
All’interno di una dottrina che tende a indagare lo scibile nel suo complesso,
emerge l’esigenza di focalizzare il proprio interesse su soggetti specifici,
siano essi monete, gemme, iscrizioni, o la stessa ICONOGRAFIA (cfr. ), e a
redigerne cataloghi esaustivi. È questo l’avvio di un graduale processo che,
se da un lato segna il punto di involuzione dell’antiquaria, che spesso finirà
nelle maglie di un incontenibile e sterile enciclopedismo, dall’altro ne
sancirà l’evoluzione verso nuove forme disciplinari.
Il Settecento è il secolo in cui una nuova forma di umanesimo entra in
competizione con quello tradizionale, comportando all’interno
dell’antiquaria una rivoluzione di carattere sociale. La vecchia figura
dell’antiquario di corte, sempre più prigioniera di una cultura libresca ed
erudita, il più delle volte sganciata da un reale approccio intellettuale, passa
in secondo piano, relegata piuttosto al ruolo di intermediario o di semplice
esecutore. Protagonista è ora il gentiluomo, attivamente partecipe di colte
società di studiosi, il quale provvede direttamente alla propria formazione,
preferenzialmente basata sullo studio diretto di monumenti e documenti
materiali piuttosto che non delle fonti letterarie e integrata dall’esperienza
dei propri viaggi, in particolare da quella del Gran Tour. Nel quadro
dell’Illuminismo l’interesse per l’antichità, percepita come modello estetico,
etico e politico, si diffonde, permeando tutti gli strati della società; diventa
moda, ma soprattutto oggetto di riflessione intellettuale. Molto
contribuiscono a questo clima i nuovi ritrovamenti archeologici di Pompei e
di Ercolano, cui si accompagna un crescente interesse per le antichità
etrusche. Le Antiquities of Athens di Stuart e Revett (1762) riavviano lo
studio diretto delle antichità greche. Nel resto dell’Europa prendono
maggior impulso le antichità locali, celtiche o gotiche che siano. I resti
antichi richiedono una conoscenza scientifica sempre più improrogabile, e la
loro sede naturale finirà progressivamente di essere Collezione per divenire
Museo, concepito non come diletto per un privato, ma come servizio per la
comunità (per esempio, in personalità quali Biscari e Maffei). La transizione
da un’antiquaria di stampo tradizionale a quella che si va configurando
come una nuova disciplina può essere seguita attraverso alcune figure
emblematiche. Bernard de Montfaucon (1655-1741), con la sua monumentale
Antiquité expliquée et représentée en figures, allarga l’ordinamento
varroniano a comprendere le antichità orientali e celtiche, ma soprattutto
trova nell’illustrazione lo strumento per rendere oggettivamente presente,
comprensibile e fruibile il mondo antico. Anne-Claude Philippe, conte di
Caylus (1692-1765), trasforma il collezionismo in ricerca e sperimentazione,
che attua ricorrendo all’interdisciplinarità di competenze scientifiche
diverse: suo interesse non sono le opere d’arte, ma le tecniche con cui
queste sono eseguite, gli oggetti correnti che vanno classificati per forma e
stile. Il suo Recueil d’antiquités (1752-1768) nasce dall’esperienza concreta
dell’osservazione e si propone come un primo catalogo di quella che oggi
definiamo CULTURA MATERIALE (cfr. ). Vicende biografiche e formazione di
stampo erudito destinavano Johannes Joachim Winckelmann (1717-1768) al
tradizionale ruolo di antiquario di corte. Vorace entusiasmo, gusto per la
ricerca e, soprattutto, una vitale forza di pensiero gli consentono viceversa
di trasformare l’enorme bagaglio di conoscenze nella teoria di una storia
dell’arte antica disciplinata da un’estetica rigorosa.
Si tratta, come ben si vede, di tre tendenze diverse, tutte generate
all’interno del vasto mare degli studi antiquari. Queste, separatamente,
condurranno ad altrettanti esiti della disciplina archeologica che, su basi di
maggior sistematicità e coerenza interna, si viene configurando agli inizi del
secolo successivo. La smania di raccolta si fa classificazione tipologica
ordinata (cfr. CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA); lo sterro si trasforma in scavo,
regolato da principi di stratigrafia, applicati progressivamente con crescente
rigore; il moltiplicarsi di ricerche programmate ripropone su nuove basi il
problema del rapporto tra documentazione materiale e fonti, e del valore
autonomo che la prima può acquistare rispetto a queste (cfr. STORIA,
ARCHEOLOGIA E).
L’enorme influenza esercitata dal modello di Winckelmann ha, da un lato,
il merito di promuovere gli studi eruditi sull’arte greca e romana a una
corretta ricerca filologica (una lezione che sarà raccolta in particolare dalla
scuola tedesca). Dall’altro lato, però, attribuendo a questa una sorta di
indiscutibile primato all’interno della disciplina archeologica, finisce per
accelerarne e accentuarne la frantumazione in filoni sempre meno
comunicanti tra loro, con la perdita di quella interdisciplinarità che aveva
viceversa caratterizzato il lato migliore dell’antiquaria settecentesca. Il
patrimonio metodologico e di conoscenze accumulato dall’antiquaria nei
secoli precedenti non è però condannato a vanificarsi; anzi sta alla base di
alcune prodigiose iniziative che, filtrando il meglio dell’esperienza passata,
appartengono di pieno diritto al campo della moderna antichistica e
costituiscono ancora oggi un irrinunciabile punto di riferimento, quali il
Lexikon Griechischer und Römischer Mythologie, di W. H. Roscher,
pianificato nel 1879, il Corpus Inscriptionum Latinarum, progettato da Th.
Mommsen e realizzato tra il 1863 e i primi del Novecento, il Dictionnaire des
antiquités grecques et romaines (1877-1907) di Ch. Daremberg ed E. Saglio.
Nel quadro dell’antichistica contemporanea, la vecchia concezione
dell’antiquaria, intesa come studio erudito del collezionismo, continua a
sopravvivere, quale filone, minoritario e del tutto marginale, all’interno di
una storia dell’arte ormai decisamente orientata verso nuove, più stimolanti
tematiche (cfr. STORIA DELL’ARTE, ARCHEOLOGIA E). Le spinte sempre più forti
verso una comprensione del mondo antico nella sua realtà storica globale
stanno peraltro reinnescando un salutare processo di superamento delle
barriere disciplinari e avviando un nuovo dialogo tra archeologia e storia e
tra queste materie e il più vasto campo delle scienze umane e di quelle
esatte. In quest’ambito, un recupero del metodo antiquario tradizionale può
assumere un nuovo senso, se utilizzato in forma sistematica e finalizzato a
una ricostruzione storica totale. Non è dunque un caso che proprio in
questo periodo si assista a una fioritura di studi che, rivisitando il percorso
dell’antiquaria nel corso del tempo, ne stiano rivalutando il ruolo
fondamentale sostenuto nella storia culturale europea.

M. Barbanera, L’archeologia degli Italiani (con un’appendice di N. Terrenato), Roma


1998; R. Bianchi Bandinelli, Introduzione all’archeologia, Roma-Bari 1975; M.
Cristofani, La scoperta degli Etruschi. Archeologia e Antiquaria nel ’700, Roma 1983; I.
Favaretto, Arte antica e cultura antiquaria nelle collezioni venete al tempo della
Serenissima, Roma 1990; M. Greenhalg, The Classical Tradition in Art, London 1978;
N. Himmelmann, Utopia del passato, Bari 1981; J. Le Goff, v. Antico/moderno, in
Enciclopedia Einaudi, I, Torino 1977, pp. 678-700; A. Momigliano, Storia antica ed
Antiquaria, in Id., Sui fondamenti della storia antica, Torino 1984, pp. 3-45 (Ancient
History and the Antiquarian, in «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes»,
XIII, 1950, pp. 285-315); Id., The Classical Foundation of Modern Historiography,
Berkeley 1990; G. Pucci, Il passato prossimo. La scienza dell’antichità alle origini della
cultura moderna, Roma 1993; A. Schnapp, La conquista del passato, Milano 1994; S.
Settis (a cura di), Memoria dell’antico nell’arte italiana, 3 voll., Torino 1984-86.

MARIA JOSÉ STRAZZULLA


Antropologia, archeologia e

Archeologia e antropologia hanno avuto e continuano ad avere fra loro


relazioni complesse e molto diverse a seconda del contesto. Basta ricordare
come negli Stati Uniti tutta l’archeologia, tranne quella classica, venga
insegnata nei dipartimenti di antropologia, mentre in Italia o in Germania il
curriculum archeologico tuttora non prevede alcuna formazione etnologica
o antropologica. La stessa definizione del ruolo dell’antropologia nel
pensiero archeologico non è facilmente definibile in termini univoci. Se
infatti si guarda in questa prospettiva alla storia della disciplina, si possono
riconoscere, almeno a partire dal XIX secolo, due filoni diametralmente
opposti. Da un lato, si hanno studiosi che prendono parallelamente in
considerazione le popolazioni primitive attuali e quelle preistoriche,
dall’altro, si ha l’analisi storicistica di contesti quali l’antichità classica o le
civiltà orientali. Tali discorsi contrapposti coesistono molto raramente,
anche se sono entrambi presenti nell’opera di Giovanni Battista Vico, che ha
un ruolo fondamentale nella formazione della storiografia moderna.
Osservazioni di carattere antropologico caratterizzano ad esempio le
prime speculazioni sui preadamiti e sui periodi prebiblici fin dal XVII secolo,
come pure il lavoro dei primi archeologi preistorici come J. Worsaae. In
particolare sono il contatto sempre più intenso con le popolazioni non
europee dell’America e dell’Africa e poi il colonialismo a influenzare
profondamente la prospettiva di chi cerca di ricostruire quei periodi del
passato specialmente nord-europeo per cui non esistono documenti storici.
La contiguità fra gli studi etnografici e quelli di archeologia preistorica e
soprattutto paleo-antropologia è particolarmente evidente nel caso di
spedizioni di ricerca in cui le due discipline procedono fianco a fianco e con
notevoli sovrapposizioni.
Da radici completamente diverse muove invece l’archeologia classica e
orientale delle origini. Influenzata dal collezionismo antiquario (cfr.
ANTIQUARIA), come l’altra lo era dai gabinetti di meraviglie naturali, essa
ignora completamente qualunque comparazione interculturale, e in
particolare quella con culture percepite come primitive. Tale radice si
sviluppa ulteriormente nella mentalità idealistica e romantica, che crede
profondamente che la grandezza della civiltà occidentale sia riconoscibile
sin dai suoi primi albori. L’enfasi sulla cultura d’élite e sulla sfera spirituale
allontana ulteriormente da manifestazioni viste come istintive e primordiali.
I due filoni quindi, con poche eccezioni, possono essere visti come facce
della stessa medaglia, di un’impostazione culturale che separa
profondamente la ricerca sui contesti storici da quella sui contesti non
letterati. Questo tipo di impostazione ha avuto una lunga fortuna e
influenza ancora profondamente le ricerca sui periodi storici in molti ambiti
(specie quelli non anglofoni) venendo a costituire una sorta di fondale
immobile sul quale si muovono tutti i movimenti più recenti e innovativi in
queste discipline. Solo a partire dagli anni Sessanta e in ambito inglese e
americano si è avuto un rapporto organico e globale fra antropologia e
archeologia, e solo recentissimamente tale impostazione si va diffondendo
(in modo ancora minoritario) nelle altre tradizioni di ricerca.
Alla base della tradizione anglofona stanno alcune acquisizioni
fondamentali fatte già nel periodo fra le due guerre, giovandosi
dell’esperienza di lavoro congiunto di archeologi e antropologi in musei e
spedizioni sul campo. Figure come F. Boas avranno un impatto massiccio in
entrambi i campi, formando una intera generazione di studiosi
interdisciplinari, anche se all’antropologia rimarrà sempre una specie di
priorità intellettuale sul piano teorico. La tendenza prevalente in questo
periodo viene definita «culture history» (talvolta abbastanza
impropriamente tradotto come storicismo culturale) e si pone in diretta
critica del positivismo che era stato prevalente intorno al cambio di secolo.
In essa ciascuna cultura viene esaminata nella sua complessità e nei suoi
termini, senza assegnazioni forzate a uno stadio o a una categoria generale.
Ne consegue un’attenzione al dettaglio e una tendenza all’enumerazione e
alla descrizione che l’ha fatta avvicinare allo storicismo. In realtà, alla
«culture history» (che si contrappone alla «natural history») mancano sia la
percezione della profondità temporale, sia i pregiudizi elitari e nazionalisti
dell’idealismo storicista europeo. Fra i caratteri che appaiono oggi più
interessanti vi è una forte tendenza al relativismo, che nega la superiorità di
una cultura su di un’altra e mette quindi in discussione i fondamenti
ideologici del colonialismo imperialista.
Una chiara reazione alla «culture history» si ha già dal primissimo
dopoguerra. Antropologi come E.E. Evans-Pritchard avevano già formulato
in precedenza una impostazione denominata funzionalismo, che diviene ora
assolutamente predominante. In essa la cultura umana viene vista
semplicemente come mezzo di adattamento alle condizioni materiali. Ne
consegue che ogni tratto culturale sia selezionato in modo da avere un
effetto positivo diretto o indiretto sulla sussistenza del gruppo umano che lo
possiede. Si è quindi alla ricerca di spiegazioni funzionali per ogni tipo di
comportamento umano, anche quello apparentemente slegato dalla sfera
materiale. Ne nasce una visione della cultura come sistema integrato, una
sorta di macchinario affinato dall’uso che risponde a regole e schemi precisi.
Di qui il ritorno di una fiducia di stampo positivista sulla possibilità di
raggiungere conclusioni oggettive e incontrovertibili anche nel campo delle
scienze sociali.
Con almeno un decennio di ritardo, questo impulso si comunica
all’archeologia, dove, dagli anni Sessanta, si va affermando la NEW
ARCHAEOLOGY (cfr. ), che dal funzionalismo riprende molto, a partire
dall’impianto epistemologico fino alla suddivisione della cultura in
sottosistemi interrelati. A questo si aggiunge lo sviluppo di metodi derivati
dalle scienze naturali, dalla statistica e dalla geografia umana che
naturalmente avevano meno potenziale in campo antropologico. Con la New
Archaeology l’antropologia diviene parte integrante della procedura
archeologica. Sulla scia del lavoro pionieristico di L. Binford sui Nunamiut
l’osservazione etnografica viene impiegata per stabilire corrispondenze
univoche fra i comportamenti umani e le tracce materiali che essi lasciano,
in una situazione in cui entrambi i termini dell’equazione sono noti.
Acquisite queste leggi fondamentali, esse possono poi essere applicate a
contesti archeologici antichi per risalire alle azioni che li hanno formati. In
questa prospettiva etnoarcheologica (cfr. ETNOARCHEOLOGIA) l’osservazione
antropologica ha il ruolo fondamentale di consentire, insieme
all’ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE (cfr. ), di giungere a una dimostrazione
scientifica e ripetibile di come si origina un deposito.
Altre interconnessioni fondamentali fra le due discipline avvengono in
questo periodo al più alto livello di sintesi, in una formulazione che viene
spesso definita neoevoluzionismo. Antropologi come E. Service e M. Fried
definiscono una serie di fasi successive di evoluzione sociale comune a tutte
le culture umane, che comprenderebbe tribù, chiefdom e Stato (cfr. MODELLI DI
ORGANIZZAZIONE SOCIALE). Questa sequenza unilineare sarebbe quindi rilevabile
sia antropologicamente che etnologicamente, fornendo una scala comune su
cui collocare culture presenti e scomparse. È chiaro come antropologia e
archeologia si completino a vicenda in questa prospettiva, fornendo l’una
dettaglio culturale e l’altra profondità temporale. Compaiono quindi
studiosi, come T. Earle, che lavorano in entrambi i campi in un quadro di
amplissimo e interdisciplinare comparativismo. Al tempo stesso vari
progetti di RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA (cfr. ) comprendono anche una ricerca
etnografica sulle forme dell’insediamento rurale contemporaneo.
Tutta la complessa dialettica culturale fin qui descritta ha relativamente
poca eco al di fuori del mondo anglofono e scandinavo e in particolare nella
archeologia classica e medievale. La fortissima resistenza a qualunque
comparazione interculturale a vasto raggio rimane come retaggio forte
dell’idealismo originario. Fra le pochissime eccezioni prima degli anni
Ottanta si possono annoverare alcuni lavori di protostoria (come quelli di S.
Puglisi sulla fase appenninica, comprendenti un confronto con culture
nomadiche contemporanee) e soprattutto la storia delle religioni. In
quest’ultimo campo, sin dall’opera pionieristica di J. Frazier, si fa
tradizionalmente uso di comparazioni fra culture svariatissime (comprese
quelle classiche) che non evitano nulla se non le grandi religioni monoteiste.
Entrambi questi filoni contribuiscono a una nuova apertura del dibattito in
Italia a partire dagli anni Ottanta, esemplificata da studiosi come A.M. Bietti
Sestieri e C. Grottanelli. Il luogo di incontro privilegiato fra questi fermenti,
principalmente di ambito protostorico, e l’archeologia dei successivi periodi
storici è ovviamente Roma arcaica. Qui gli strumenti neoevoluzionisti
vengono impiegati per analizzare il processo di formazione della città in una
prospettiva di confronto con fenomeni analoghi in altri contesti. Partecipa a
questo dibattito, ad esempio con figure come M. Tosi, anche l’archeologia
orientale, che grazie all’influenza anglofona aveva presto adottato strumenti
derivati dal pensiero antropologico. Nel complesso però l’impatto di queste
novità rimane modesto, forse anche a causa delle tendenze ancora
prevalenti nell’antropologia italiana, più orientata al folklore e all’etnologia
descrittiva che non all’interpretazione globale e comparativa.
Con il declino della New Archaeology, si giunge alla situazione attuale, in
cui il rapporto fra archeologia e antropologia ha addirittura accresciuto la
sua importanza, coinvolgendo anche alcuni elementi nuovi del pensiero
storico. Taluni caratteri generali del dibattito saltano immediatamente
all’occhio, il primo è il costante ritardo con cui l’archeologia recepisce le
nuove tendenze dell’antropologia. Come il funzionalismo precede la New
Archaeology di almeno quindici anni, così le prime critiche radicali di E.
Leach all’impianto neopositivista in antropologia risalgono agli anni
Settanta, mentre bisogna aspettare il decennio successivo perché la
tendenza post-moderna si affacci all’archeologia. Questo tema si lega al
problema più ampio del rapporto fra storia e archeologia da un lato e le
scienze sociali, come sociologia, antropologia, geografia umana e psicologia
dall’altro. Divisa fra quest’ultimo campo e quello umanistico, l’archeologia
finisce spesso per trovarsi alla retroguardia di entrambi ed esposta al rischio
di equivoci metodologici e terminologici. Ad esempio sul concetto di
CULTURA (cfr. ) è evidente la tensione fra l’accezione umanistica quale alta
manifestazione spirituale (che rimane dominante) e quella socio-
antropologica come patrimonio di un intero gruppo umano. Per motivi di
questo genere si è radicata la sensazione che vi sia un’opposizione
inconciliabile fra l’approccio antropologico (talvolta bollato come
antropologismo) e quello storico-umanistico.
Esiste invece un filone, che si è di recente particolarmente sviluppato, che
mira a integrare parti delle due discipline in una nuova sintesi. Si tratta della
cosiddetta antropologia storica, che ha come scopo la ricostruzione e
interpretazione di sequenze di comportamenti umani nel tempo e fa dunque
un uso globale delle fonti disponibili, ma costruisce la propria narrazione in
termini antropologici, e quindi esplicativi del comportamento e sintetici,
anziché analitici e descrittivi. Figure come M. Sahlins e M. Godelier hanno
costruito così storie etnografiche del contatto con l’Occidente visto dalla
parte degli altri. Passi in direzione simile si sono avuti anche in campo
storico, anche se su scala minore. Alcune nuove tendenze, specie in campo
francese, muovono verso lo studio delle mentalità, delle persistenze, delle
abitudini, della psicologia collettiva. In particolare studiosi interdisciplinari
come M. Foucault e altri, che sviluppano fra l’altro alcuni spunti già presenti
in F. Braudel, hanno finito per influenzare contemporaneamente storici,
antropologi e in misura minore archeologi (cfr. STORIA, ARCHEOLOGIA E).
Tornando in ambito strettamente archeologico, il rapporto con
l’antropologia negli ultimi anni ha preso forme particolarmente complesse
ed eterogenee. Un primo elemento comune è la radicale critica alle certezze
del funzionalismo e della New Archaeology. Centrale in questo senso è stata
l’opera di I. Hodder: sulla base anche di un’esperienza di lavoro etnografico
in Kenia, Hodder giunge a una riconsiderazione generale del rapporto fra
teoria e prassi, fra interpretazione e dati e fra cultura materiale e società che
l’ha prodotta, enfatizzando il ruolo delle scelte individuali, sia nei gruppi
umani studiati che fra i ricercatori stessi. Di qui emerge una nuova
impostazione, definita postprocessualismo (cfr. POSTPROCESSUALE,
ARCHEOLOGIA), che raccoglie una grande varietà di approcci innovativi e
tuttora in corso di sviluppo. A questo dibattito partecipa una comunità
molto più ampia che nel caso della New Archaeology, che comprende anche
voci del mondo non anglofono, e in particolare francesi e italiane. La
maggior parte delle novità trae in realtà origine da analoghe tendenze
dell’antropologia più o meno recente. Forse il caso più evidente in questo
senso è rappresentato dallo strutturalismo (cfr. TEORICA, ARCHEOLOGIA). Questo
movimento, che ha una lunga storia, giunge in realtà all’archeologia
attraverso la mediazione dell’antropologia strutturalista, e in particolare di
C. Lévi-Strauss. Il sistema di opposizioni fondamentali, la dialettica fra
scelte individuali e norme collettive e l’analisi delle strutture parentelari
sono solo alcuni degli elementi che vengono recepiti sia nel campo della
storia antica che in quello archeologico e antiquario. Uno sviluppo
particolare è legato all’interazione con il marxismo (cfr. MARXISTA,
ARCHEOLOGIA). Nello strutturalismo marxista l’analisi dei rapporti di
produzione e di potere non avviene più secondo schemi astratti, come nel
marxismo classico, ma mediati attraverso la complessa dialettica delle
strutture sociali e culturali. Applicazioni di questa impostazione teorica si
sono avute ad esempio nell’analisi della stratificazione sociale nelle
necropoli o delle gerarchie insediative nel territorio.
Alcune delle nuove tendenze segnano invece rotture profonde con le
impostazioni precedenti e si richiamano esplicitamente al pensiero post-
moderno. Anche in questo caso la mediazione di antropologi come C. Geertz
gioca un ruolo fondamentale per il recepimento delle nuove idee in
archeologia, attraverso concetti come quello della descrizione densa, che
mira a una analisi approfondita del CONTESTO (cfr. ) senza perdere di vista le
questioni generali. Un filone di grande importanza in questo campo è
rappresentato dal pensiero post-coloniale. Reso possibile dalla dissoluzione
degli imperi europei, esso ha prodotto una serie di notevoli studi sulla
natura, gli effetti culturali e materiali della creazione, gestione e caduta del
colonialismo, ad esempio quelli di H. Bhabha. Tali opere hanno
profondamente influenzato alcune nuove prospettive archeologiche
sull’imperialismo antico, visto ad esempio dal lato dei Celti colonizzati. Su
posizioni simili si sono mossi anche studi sulla resistenza, influenzati da
antropologi come J. Scott, che hanno superato la visione semplicistica e
movimentista degli anni Settanta per ricostruire un fenomeno più
complesso, fatto di comportamenti che vanno dal mormorio alla resistenza
passiva o simbolica e di cui le ribellioni aperte non sono che un caso
eccezionale. Adiacenti a questi si trovano anche le ricerche sulle forme di
disciplina e di costrizione di corpi e comportamenti, indirizzati dai lavori
sostantivi di Foucault, concernenti le strutture di controllo della variabilità e
della diversità esercitate dal potere e dalle tradizioni culturali nelle società
umane. Connessi sono anche gli studi di antropologia e archeologia del
corpo, in cui l’aspetto e il ruolo anche sessuale dell’individuo vengono visti
come campi di scontro fra tradizioni collettive, autorappresentazione
personale e dinamica sociale. Principale campo di applicazione archeologica
è naturalmente quello funerario (cfr. FUNERARIA, ARCHEOLOGIA), in cui ciascun
rito di sepoltura individuale viene analizzato in questo quadro di tensioni
contrapposte. Un’utile concettualizzazione di questa complessa
problematica è offerta da «agency» e «habitus», nell’accezione di A.
Giddens e P. Bourdieu. In termini necessariamente grossolani, si tratta
rispettivamente della capacità individuale di intraprendere azioni che
possono conformarsi o no alle aspettative del gruppo sociale in cui si
esplicano e della prassi reale e abituale che spesso si discosta dalle norme
esplicite e dalle tradizioni ufficiali. Analogamente utile è il concetto di teatro
e di attore sociale proposto da F. Barth.
È chiaro nel complesso lo sforzo di illuminare la grande complessità dei
fattori che determinano il comportamento umano, semplificati
meccanicisticamente sia dal processualismo che dal marxismo classico.
Tutte queste riflessioni stanno progressivamente passando nel pensiero
archeologico contemporaneo, con le comprensibili difficoltà di rottura con
la tradizione precedente, ma anche di adattamento a oggetti di studio (le
società antiche) analoghi ma illuminati da fonti di carattere piuttosto
diverso. Le prospettive sono però particolarmente promettenti proprio per
l’archeologia dei periodi storici, caratterizzata da una più grande varietà e
ricchezza di informazioni, che giungono spesso al livello del singolo
individuo, non necessariamente appartenente alle élite. Il rapporto
dell’archeologia nei confronti dell’antropologia sembra dunque avviato,
dopo alterne vicende, a maturare da una condizione oscillante fra rifiuto e
sudditanza a una fase di costruzione di narrative integrate, largamente
basate sul formato dell’antropologia storica e dell’archeologia
postprocessuale.
Archeologia e Antropologia, in «Dialoghi di Archeologia», s. III, 3, 1985; I.
Bapty, T. Yates (a cura di), Archaeology after Structuralism: Post-
structuralism and the Practice of Archaeology, London 1990; M. Bettini,
Antropologia e cultura romana: parentela, tempo, immagini dell’anima, Roma
1986; L. Binford, L. Roberts, Nunamiut Ethnoarchaeology, New York 1978; A.
Carandini, La nascita di Roma: dèi, lari, eroi e uomini all’alba di una civiltà,
Torino 1997; B. Coles, Anthrolopology for Archaeologists: An Introduction,
Ithaca (N.Y.) 1981; I. Hodder, The Present Past: An Introduction to
Anthropology for Archaeologists, London 1982; Id., Symbols in Action:
Ethnoarchaeological Studies of Material Culture, Cambridge 1982; C.
Renfrew, J.M. Wagstaff (a cura di), An Island Polity: The Archaeology of
Exploitation in Melos, Cambridge 1981; A. Schnapp, La conquista del passato,
Milano 1994; B. Trigger, Storia del pensiero archeologico, Firenze 1996; J.
Webster, N. Cooper (a cura di), Roman Imperialism: Post-colonial
Perspectives, Leicester 1996.
NICOLA TERRENATO
Archeobotanica

Lo studio dei resti vegetali provenienti da contesti archeologici, quali


carboni, semi, pollini, fitoliti, ci fornisce informazioni sulla flora antica, cioè
sull’insieme delle piante spontanee e di quelle coltivate dall’uomo (cfr.
BIOARCHEOLOGIA). Da un lato le indagini si concentrano sui cambiamenti nella
vegetazione, vista in rapporto al clima e alla situazione ambientale (cfr.
AMBIENTALE, ARCHEOLOGIA), dall’altro viene analizzato l’impatto degli interventi
umani sull’ambiente, con una attenzione particolare alla dieta e
all’economia. Entrambi questi approcci, che possono essere definiti
rispettivamente ecologico ed etnologico, sono compresi nel termine
archeobotanica, introdotto da G.W. Dimbleby nel 1978.
Nei primi lavori condotti da botanici su materiale vegetale antico, come
per esempio nelle analisi polliniche svolte nel secolo scorso nei paesi nordici
o nei coevi studi sui reperti provenienti dalle palafitte in Svizzera, l’interesse
è rivolto soprattutto allo sviluppo delle specie nel tempo e nello spazio.
Oltre agli aspetti evolutivi, vengono presi in considerazione la distribuzione
regionale delle piante o il loro apparire ed estinguersi nei vari contesti
fitogeografici. In seguito, l’interesse si estende anche all’introduzione
dell’agricoltura e alla diffusione delle specie coltivate. Una figura eminente
in questo movimento culturale è rappresentata da H. Helbaek. Fin dagli anni
Cinquanta egli lavora su materiale preistorico del Vicino Oriente e
dell’Europa, cercando di determinare l’epoca e il luogo di irradiamento di
ciascuna specie coltivata, seguendone poi il movimento da oriente verso
occidente. Egli può essere considerato il padre della paletnobotanica
moderna, che si differenzia dall’archeobotanica per la tendenza a
privilegiare gli elementi vegetali di interesse alimentare per l’uomo. Negli
ultimi decenni, maggiore enfasi è stata data all’elaborazione di metodologie
più accurate di CAMPIONATURA (cfr. ) sul campo e di analisi in laboratorio,
nonché a problemi di quantificazione e rappresentatività del materiale
archeobotanico.
I resti vegetali, come tutti i reperti organici, presentano notevoli problemi
di CONSERVAZIONE (cfr. ): una volta inglobati nel sedimento, infatti, vengono
sottoposti a processi di decomposizione da parte di microrganismi.
Particolari circostanze, come la concentrazione di alcuni minerali o
composti chimici nel suolo, oppure l’assenza di ossigeno (ambienti asfittici)
impediscono l’attacco di funghi e batteri. In generale, però, solo condizioni
climatiche estreme quali deserti, zone molto secche o permanentemente
ghiacciate, e ambienti costantemente impregnati d’acqua consentono una
buona conservazione. Spesso può anche succedere che i materiali vegetali
utilizzati dall’uomo vengano volontariamente o accidentalmente a contatto
col fuoco e si carbonizzino diventando inerti: è questo il caso di
conservazione di gran lunga più comune nei siti archeologici dell’Italia
peninsulare.
Per separare i resti archeobotanici dal sedimento vengono utilizzate varie
tecniche sia in laboratorio sia sul campo. I materiali microscopici, quali
pollini e fitoliti, vengono sottoposti a complesse procedure di laboratorio
che prevedono una serie di trattamenti con composti chimici per
distruggere i resti di sedimento; essi vengono poi centrifugati per ottenere
una maggiore concentrazione e infine montati su vetrino. I principali
metodi adoperati per i macroresti possono essere invece utilizzati
direttamente sul campo e comprendono la setacciatura a secco, la
setacciatura in acqua e la flottazione. Ciascuna tecnica offre vantaggi e
svantaggi peculiari, e la scelta fra di esse è condizionata dallo stato di
conservazione dei materiali, dalle caratteristiche del terreno e dalle
possibilità logistiche. La flottazione, introdotta all’inizio degli anni Settanta,
si basa su un semplice principio fisico: gli elementi vegetali, essendo più
leggeri dell’acqua, galleggiano, mentre la terra, più pesante, precipita sul
fondo. Il processo può essere agevolato con l’aggiunta nell’acqua di sostanze
schiumogene e lubrificanti (froth flotation). Questo sistema ha ottenuto
immediatamente una notevole diffusione, perché permette di trattare
maggiori quantità di sedimento in minor tempo e di recuperare anche i
reperti più piccoli senza danneggiarli.
A seconda del tipo di resti presi in considerazione, l’archeobotanica si
articola in più discipline: la palinologia studia le spore e i pollini; le
proporzioni fra le diverse specie attestate, espresse nei diagrammi pollinici,
forniscono indicazioni sull’evoluzione della vegetazione in rapporto a
cambiamenti climatici, quali le glaciazioni, o a massicce modificazioni
antropiche come i disboscamenti connessi all’introduzione dell’agricoltura.
I pollini sono prodotti dalle piante e dispersi nell’ambiente. Ci sono vari
modi di dispersione che influenzano la quantità di polline prodotto e le
possibilità di conservazione. Le piante anemofile ne producono la maggior
quantità mentre piante che utilizzano veicoli più specializzati come acqua e
insetti producono quantità di polline più modeste e tendono quindi a essere
sottorappresentate nelle analisi polliniche. La campionatura si effettua con
carotaggi in sedimenti naturali dove si è deposta la pioggia pollinica. I
contesti migliori per le ricostruzioni paleoclimatiche e paleoambientali sono
laghi, torbiere e altri ambienti permanentemente umidi dove i problemi di
ossidazione e attacco biologico sono notevolmente ridotti e dove la
deposizione è avvenuta gradualmente e senza disturbi. Analisi polliniche
vengono condotte anche su stratigrafie archeologiche che presentano però
diversi problemi di distribuzione, deposizione e conservazione dei resti.
Rispetto alla sedimentazione costante in un lago la superficie esposta di
suoli e depositi archeologici è maggiormente soggetta a inquinamenti e la
comprensione dei differenti meccanismi di dispersione e deposizione è
fondamentale per la corretta interpretazione dei dati palinologici. Nei
contesti archeologici, inoltre, non è documentata solo la pioggia pollinica,
ma vi è testimonianza delle piante portate sul sito per i più disparati usi. In
situazioni in cui lo stato di conservazione dei pollini è particolarmente
buono, le analisi polliniche possono aiutare a capire la funzione di edifici o a
distinguere differenti aree di attività in una stessa struttura, anche in
ambiente urbano. Informazioni sulla dieta si ottengono dallo studio dei
coproliti umani, così come sulla stagione di occupazione dei siti da parte di
popolazioni nomadi.
Le ricerche sui fitoliti sono di recente applicazione in archeologia, e con
metodologie ancora in corso di sviluppo. I fitoliti sono corpuscoli di silice
idrata che si depositano nei tessuti vegetali all’interno della cellula e negli
spazi intercellulari in conseguenza dell’assorbimento di silice in stato
solubile dal terreno. La quantità di fitoliti prodotti da una pianta dipende da
vari fattori, fra cui il clima, la quantità di acqua a disposizione, la
concentrazione di silicati nel suolo e l’età della pianta. Non tutte le specie,
inoltre, ne producono la stessa quantità e i meccanismi di deposizione
all’interno dei tessuti non sono ancora del tutto chiari, anche se sembra ci
sia una correlazione fra traspirazione e produzione. Essendo composti di
materiale inorganico non presentano particolari problemi di conservazione
e sono quindi molto frequenti in tutti i tipi di depositi; solo suoli molto
alcalini sembrano poco adatti, in quanto ne potenziano la capacità di
dissoluzione. I fitoliti quindi forniscono dati molto utili per contesti dove gli
altri tipi di resti vegetali hanno poca possibilità di conservazione. In
particolar modo sono importanti nelle ricostruzioni paleoambientali e
climatiche perché offrono informazioni complementari ai dati pollinici.
In questo campo di studi si sono affermati due approcci: in ambito
americano viene privilegiata l’individuazione di tipi morfologici che
possano essere assegnati a un preciso genere o a una famiglia, e le ricerche
sono concentrate prevalentemente sul riso, i cereali e soprattutto sul
problema dell’origine della coltivazione del mais. In recenti studi inglesi si
cerca invece di caratterizzare raggruppamenti di fitoliti in forma qualitativa
e quantitativa, per poter confrontare ciascun campione antico nel suo
insieme con analoghi moderni di cui si conosca l’habitat di origine. Si spera
così di definire tratti specifici dei contesti di fitoliti che indichino condizioni
naturali o antropizzate, tipi diversi di coltivazione o immagazzinamento e
via dicendo. Inoltre si sta indagando sulla relazione tra la formazione dei
fitoliti nei cereali e la disponibilità di acqua per distinguere i resti di cereali
irrigati e cereali cresciuti soltanto con le piogge, e per comprendere meglio
le tecniche agricole.
L’analisi dei legni e dei carboni mira a ricostruire la vegetazione arborea
antica e l’interazione dell’uomo con essa; in particolare, l’antracologia è la
scienza che studia i resti di legno carbonizzato. Quest’ultimo tipo di reperti
è molto frequente nella stratigrafia archeologica, perché il legno era una
materia prima importantissima e una volta carbonizzato non è più soggetto
al decadimento biologico. I contesti più ricchi sono focolari domestici, forni
e fornaci per varie attività artigianali. I risultati delle analisi antracologiche
in questo caso, oltre a fornire dati sulla flora circostante il sito, possono
essere informativi sulla scelta del legname raccolto come combustibile e
sulle modalità di approvvigionamento, contribuendo a chiarire alcuni
aspetti funzionali o culturali legati alle operazioni di raccolta e alla selezione
di specie o pezzature particolari. Essi possono offrire anche indicazioni sulle
tecnologie e le procedure di lavorazione applicate nelle varie manifatture, e
aiutano a comprendere in dettaglio i processi produttivi. Nel caso di eventi
catastrofici, per esempio incendi di edifici, si ottengono informazioni
sull’uso del legno come materiale da costruzione, consentendo inoltre di
formulare ipotesi ricostruttive più accurate sulle strutture rinvenute. I
carboni provenienti da sepolture a incinerazione, invece, possono aiutare a
chiarire gli usi tradizionali e rituali. Non va dimenticato, infine, il caso di
gran lunga più frequente nello scavo archeologico: quello dei carboni
presenti in strati non direttamente collegabili a fenomeni o attività di
combustione. Per questi materiali non è più possibile risalire al fenomeno
che li ha prodotti, ma rappresentano comunque un campione casuale come
residui provenienti da altri depositi. Contesti di questo genere,
particolarmente in ambito rurale, offrono indicazioni paleoecologiche
sull’ambiente e sull’evoluzione della vegetazione, essendo verosimilmente
composti da quasi tutte le specie combuste sul sito. In situazioni particolari
il legno si conserva anche non carbonizzato, per esempio in ambienti
costantemente impregnati d’acqua, come pozzi, depositi sotto falda, nei
laghi e nel mare. Si pensi alla grande quantità di relitti di navi, che ci
offrono preziose informazioni sulle tecniche di costruzione e sulla scelta dei
diversi tipi di legno (cfr. NAVALE, ARCHEOLOGIA; SUBACQUEA, ARCHEOLOGIA).
Come per gli altri materiali archeobotanici, l’identificazione di legni e
carboni si basa su aspetti morfologici. Ogni frammento viene spezzato in
modo da esporre tre differenti piani o sezioni (sezione trasversale, tangente,
longitudinale) la cui osservazione al microscopio permette, attraverso le
caratteristiche anatomiche, di identificare il genere e talvolta la specie di
appartenenza. La composizione floristica di unità stratigrafiche di epoca o
funzione differente può essere così utilmente paragonata, giungendo a
riconoscere trasformazioni nello sfruttamento del legname a seconda delle
attività, delle epoche o delle influenze culturali. Su scala più ampia,
confronti fra gruppi di unità stratigrafiche o addirittura fra siti possono
offrire indicazioni interessanti su fenomeni che riguardano intere regioni.
Specialmente importante per una corretta interpretazione dei dati
antracologici è la raccolta di campioni della vegetazione arborea moderna
intorno al sito; essa, oltre a offrire un confronto diretto per la
determinazione, costituisce soprattutto un indicatore delle condizioni
ambientali. La vegetazione attuale di una determinata area, infatti, è il
risultato delle alterazioni della vegetazione primitiva o potenziale. I risultati
delle analisi integrati con le informazioni provenienti dallo studio delle
associazioni vegetali esistenti permettono di ricostruire l’evoluzione nel
tempo dell’ambiente e della vegetazione, oltre a chiarire i modi dello
sfruttamento umano di questo genere di risorse.
La carpologia si occupa invece di semi e frutti di piante spontanee e
coltivate. Negli ultimi decenni l’apporto delle osservazioni etnologiche è
stato di grande importanza: si è riusciti in questo modo a chiarire che la
deposizione di alcune parti della pianta è legata a stadi ben definiti dei
processi di lavorazione dei prodotti agricoli. Su questa base si è potuto
procedere a identificare, all’interno dei siti archeologici, aree per attività
specifiche o a caratterizzare siti con differenti funzioni. In particolare, per i
cereali si è giunti alla creazione di diagrammi di flusso in cui tutta la
sequenza delle attività, dal raccolto al consumo, è messa in relazione con
resti di particolari parti della pianta e con determinati contesti. Osservando
la presenza e la distribuzione nella stratigrafia di cariossidi o parti di scarto
della spiga è possibile identificare zone dedicate alla battitura o
all’immagazzinamento, o destinate ai rifiuti domestici. Più in generale, in
studi a carattere regionale, è possibile contraddistinguere i siti produttori
dai siti consumatori chiarendo il loro ruolo economico nel paesaggio.
Un filone molto importante di ricerca che continua a catalizzare
l’attenzione di archeobotanici e studiosi della preistoria riguarda le origini
dell’agricoltura. In ambito mediterraneo le indagini si sono concentrate nel
Vicino Oriente, dove crescono le forme spontanee dei cereali coltivati.
Solitamente la distinzione fra esemplari selvatici e domestici viene effettuata
su base morfologica. Negli ultimi cinque anni, però, le analisi del Dna
estratto da campioni archeologici e moderni hanno permesso di localizzare
meglio la zona di origine delle specie di grano coltivate. Negli studi
finalizzati alla ricostruzione di habitat sono invece fondamentali le specie
spontanee, in particolare infestanti e sinantropiche; esse costituiscono,
infatti, ottimi indicatori ecologici, essendo fortemente condizionate da
fattori ambientali (quali il clima, le caratteristiche del suolo, gli altri
organismi viventi) e antropici (dissodamento, irrigazione, concimazione,
concentrazione di azoto e fosfati nel suolo).
Recentemente si è fatta sentire la dicotomia fra gli studi che interpretano
i resti archeologici relativi a un singolo sito ai fini della ricostruzione dei
comportamenti antichi, e quelli, spesso basati su dati palinologici, che
investono intere regioni. È fondamentale, ove possibile, l’integrazione fra i
due tipi di informazione: l’archeobotanica dovrebbe insomma affrontare le
questioni in modo combinato sulle varie scale a cui i dati si presentano.
Passando dall’interpretazione di singoli contesti a ricostruzioni di interi
paesaggi è possibile raggiungere conclusioni generali che riflettono la
complessità delle situazioni antiche ai diversi livelli. Solo così questi studi
potranno dialogare efficacemente con le altre discipline storiche.

G.W. Dimbleby, The Palinology of Archaeological Sites, London 1985; C. Hastorf, V.F.
Popper (a cura di), Current Palaeoethnobotany, Chicago 1989; M. Heun et al., Site of
Einkorn Domestication Identified by DNA Fingerprinting, in «Science», 278, 1997, pp.
1313-14; M. Jones, Archaeobotany beyond Subsistence Reconstruction, in G. Barker, C.
Gamble (a cura di), Beyond Domestication in Prehistoric Europe, London 1985, pp.
107-28; T. Mannoni, A. Molinari (a cura di), Scienze in archeologia (Pontignano 1988),
Firenze 1990, pp. 277-394; D. Pearsall, Palaeoethnobotany, London 1989; D. Piperno,
Phytolith Analysis: An Archaeological and Geological Perspective, S. Diego 1988; J.
Renfrew, Palaeoethnobotany, London 1973; M. Taylor, Wood in Archaeology,
Aylesbury 1981; W. van Zeist, W.A. Casparie (a cura di), Plants and Ancient Man.
Studies in Palaeoethnobotany, Rotterdam 1984; W. van Zeist, K. Wasylikowa, K.E.
Behre (a cura di), Progress in Old World Palaeoethnobotany, Rotterdam 1991.

LAURA MOTTA
Archeometallurgia

Alcune specifiche qualità rendono i metalli particolarmente adatti a subire


l’azione modificatrice dell’uomo tanto da fornire una gamma di prodotti
dalle peculiarità tecniche e fisico-meccaniche che non si possono ottenere
attraverso l’utilizzazione di nessun altro tipo di materia prima. Tali
caratteristiche dei metalli, e delle leghe in genere, si esplicano nella capacità
di sopportare un elevato stress meccanico, senza per questo andare incontro
a danni strutturali permanenti, cioè senza subire fratture. Quindi, sono i
comuni requisiti fisico-meccanici dei metalli che fanno sì che essi vengano a
costituire un bloc technologique, nell’accezione di Leroi-Gourhan, ovvero un
insieme di materiali che grazie alle loro qualità sono sottoposti a
determinati trattamenti. È l’arte del fuoco, la cosiddetta pyrotechnia, a
definire l’ambito tecnologico dell’intervento dell’uomo su questa materia
prima.
I metalli hanno giocato un ruolo rilevante nello sviluppo della civiltà,
tanto da potersi ritenere che la storia della metallurgia e quella della civiltà
siano direttamente interconnesse: la lavorazione dei metalli, infatti,
influenza direttamente l’evolversi di un dato gruppo umano, essendo legata
alla produzione di armi, strumenti agricoli, oggetti di culto e della vita di
tutti i giorni. Parimenti, la geologia di una regione ne determina
ampiamente le strategie di sviluppo socioeconomico: la ricchezza mineraria
e il suo conseguente sfruttamento impongono non solo dei limiti «naturali»
alla topografia degli insediamenti, che si strutturano spesso in rapporto ai
problemi relativi al controllo dell’autorità sull’estrazione e alla questione del
trasporto della materia prima, ma al contempo definiscono le linee
fondamentali del diritto di proprietà e la regolamentazione del lavoro. La
situazione dell’Europa centro-orientale fra il XIII e il XIV secolo con
l’emergere di città – quali Kuttemberg e Iglau – e di classi dirigenti
specializzate nella lavorazione dei metalli preziosi è un esempio di come la
struttura e la dimensione dei giacimenti possano «trasformarsi» in storia
grazie alle possibilità che offrono di accumulazione di capitali. È chiaro,
quindi, che l’esame diacronico dell’intero ciclo produttivo metallurgico non
è una sterile e ulteriore settorializzazione della disciplina archeologica ma,
al contrario, un efficace metodo per guadagnare informazioni intorno alle
strategie di sviluppo della civiltà. Nel corso di tale indagine è ormai
impossibile prescindere dalla valutazione del patrimonio di informazioni
«naturali» e tecnologiche che sono contenute nell’oggetto scavato
soprattutto quando ci si accinga a «ricostruire» l’ambiente e le basi
economiche di un dato gruppo umano. Il riconoscimento dei processi
produttivi dei quali non siamo informati correttamente e con dovizia di
particolari dalle fonti scritte antiche può avvenire grazie ai metodi scientifici
contemporanei. Questo approccio analitico, che esige un’interpretazione
tanto induttiva quanto sintetica, e che è iniziato con i primi lavori dei
chimici del XVIII e XIX secolo, si giova attualmente dei progressi registrati
dalle scienze fisico-chimiche. Queste hanno precisato e raffinato numerosi
metodi di indagine che, seppure sviluppatisi per fornire valutazioni atte a
migliorare la qualità della produzione, possono essere utilizzati anche
nell’analisi degli artefatti preindustriali; infatti, una buona parte dei reperti
archeologici ha in comune con gli oggetti contemporanei la materia prima
con la quale sono stati prodotti. In questo modo la relazione fra l’indagine
scientifica e lo studio dell’archeologia delle attività produttive preindustriali
(cfr. PRODUZIONE, ARCHEOLOGIA DELLA) viene a essere costituita dalla continuità
di uso e sfruttamento delle medesime fonti naturali di approvvigionamento
di materia prima, che dunque fornisce il terreno di analisi comune.
Per quel che concerne lo studio dei metalli archeologici, il rapporto si
stabilisce attraverso l’utilizzazione dei metodi di analisi scientifica messi a
punto dalla moderna industria metallurgica e delle diverse metodologie
attualmente utilizzate nella preparazione e raffinazione del minerale per
l’ottenimento del metallo mediante la fusione o qualsivoglia altro
procedimento oggi in uso; lo studio dei principi fisico-chimici che sono alla
base di tali processi, la valutazione delle qualità dei diversi metalli sia allo
stato naturale sia allorquando sottoposti a lavorazione e/o a trattamenti
specifici per la manifattura; e, infine, l’applicazione pratica di tutti quei
principi e metodi concernenti i metalli, che sono stati scoperti come
risultato di indagine empirica o attraverso l’analisi scientifica. Aggiungendo
a questo approccio scientifico una prospettiva nel senso della diacronia, e
avendo già chiarito che la materia prima di produzione dei reperti
archeologici è spesso la medesima sulla quale si basa l’odierna produzione, è
possibile definire l’archeometallurgia come lo studio diacronico delle
procedure di produzione applicate alla lavorazione dei metalli. Gli studi
archeometallurgici in laboratorio sono divenuti frequenti e
l’archeometallurgia può, così, ritenersi l’ARCHEOMETRIA (cfr. ) dei metalli e
deve essere costantemente sottoposta a interpretazione e critica, il che, in
altri termini, significa la necessità di una sintesi a partire dai risultati delle
analisi.
Le informazioni ottenibili attraverso la ricerca archeometallurgica su un
prodotto finito concernono: la valutazione della messa in forma dell’oggetto,
ovvero la sua storia termomeccanica; l’esame dei trattamenti termici, quali
ricottura e tempera; l’indagine intorno ai trattamenti termochimici, quali la
cementazione; e il riconoscimento dei tipi di saldatura. Il risultato finale di
quest’analisi è la ricostruzione dell’intero processo di produzione, le cui
tracce restano quindi evidenti nell’oggetto analizzato.
Nel corso dell’esame archeometallurgico della storia del processo
produttivo sono numerose le variabili che devono essere tenute sotto
controllo e valutate, e altrettanto numerosi sono i metodi analitici attraverso
i quali procedere nell’indagine. Quando si tratta di esaminare la struttura
interna del metallo e la sua composizione, esistono due diverse specie di
analisi: quelle invasive, che comportano una parziale distruzione
dell’oggetto analizzato, e quelle non invasive. La radiografia è un metodo
non invasivo, che si utilizza per valutare la struttura del metallo situato
sotto lo strato di corrosione che copre i reperti archeologici. Il metodo viene
regolarmente utilizzato su tutti i metalli in ogni laboratorio di ricerca e
restauro, ed è indispensabile per valutare gli oggetti di ferro completamente
corrosi dalla ruggine. La penetrazione dei raggi X dipende dalla densità del
corpo da esaminare, dall’intensità degli stessi, così come dalla durata del
tempo di esposizione. I deboli raggi utilizzati per l’analisi del ferro
arrugginito sono compresi fra i 20 e i 60 kV; quelli di media intensità vanno
da 60 a 150 kV; quelli di grande intensità, atti a penetrare il bronzo,
oscillano tra i 150 e i 400 kV. È ovvio, quindi, che le precauzioni, onde
evitare danni per l’oggetto, dovranno essere maggiori quanto più saranno
intensi i raggi utilizzati. Detta analisi permette di scoprire decorazioni e
trattamenti particolari e la struttura nascosta dell’oggetto al di sotto della
crosta d’ossidazione. Essa rivela le imperfezioni che possono essere
intervenute durante il getto, quali l’imprigionamento di gas dentro bolle al
momento della solidificazione. I trattamenti meccanici interni (saldature,
rivettature) possono essere chiaramente osservati. L’esame rivela anche gli
errori e i pregi della lavorazione artigianale.
Per quel che riguarda le analisi chimiche invasive, esse sono numerose e
diversificate metodologicamente, anche se tutte insistono sull’esame della
composizione e sulla valutazione delle caratteristiche della struttura interna.
Fra esse vanno menzionate:
a) la valutazione della durezza di un metallo, che è un indice del livello
della tecnica metallurgica; la durezza, infatti, rappresentava un problema
funzionale rilevante per il metallurgista. Essa viene definita dai fisici come
la resistenza che il metallo oppone alla penetrazione da parte di un altro
corpo più duro di lui. In laboratorio viene misurata attraverso l’uso di un
puntale, sul quale si esercita una forza costante nell’arco di un tempo
determinato. La prova di durezza Vickers viene effettuata attraverso una
punta di diamante con l’estremità piramidale a base quadrata con l’angolo
in punta di 136°. Questo provoca nel metallo testato un’impronta piramidale
la cui superficie di base è chiamata S. La durezza espressa in Vickers – HV –
è uguale al rapporto tra P/S, essendo P la forza applicata sul puntale ed
espressa in Kgf;
b) la spettrometria a emissione di ultravioletti, che è una tecnica ottica di
analisi elementare utilizzabile su tutti i materiali. Gli atomi del campione
vengono eccitati attraverso un effetto termico provocato da un arco
elettrico, una fonte a plasma d’argon o un laser, a volte da una scarica
elettrica. Al momento del loro ritorno allo stato normale (fondamentale), gli
atomi emetteranno dei raggi la cui energia o lunghezza d’onda,
caratteristica di ciascun elemento, si disperde e viene registrata su una
placca sensibile, sotto la forma di uno spettro nel quale ogni raggio
corrisponde a uno specifico elemento chimico. Questa tecnica è assai precisa
e permette di trovare la gran parte degli elementi in traccia e di quantificare
il loro tenore, secondo lo spessore dei raggi;
c) la spettrometria ad assorbimento atomico, grazie alla quale gli elementi
chimici che compongono il campione vengono separati allo stato atomico, a
volte attraverso l’esposizione del campione allo stato liquido a una fiamma
che lo nebulizza, oppure attraverso il trattamento in una fornace di grafite a
elevata temperatura, nella quale il campione viene inserito allo stato liquido
o solido. Tutti gli elementi chimici così separati assorbono selettivamente
dei raggi di lunghezza d’onda caratteristici, detti di risonanza, emessi da una
lampada catodica concava e poi registrati da una cellula fotoelettrica. La
comparazione con i raggi diretti, rivela la natura e la quantità degli elementi
chimici. Il campione non viene distrutto;
d) la diffrazione a raggi X invece è la risultante dei differenti raggi dei
molteplici atomi che formano il reticolo cristallino. Questi sono registrati su
una pellicola radiografica posizionata attorno al campione, o rivelati
attraverso un detector che gira intorno al campione stesso. L’immagine
ottenuta è caratteristica di alcuni reticoli cristallini; questa viene quindi
comparata con immagini di riferimento che permettono di identificare gli
elementi. Le analisi possono essere effettuate attraverso un
microcampionamento, che ovviamente comporta un minore danno per il
reperto analizzato;
e) la spettrometria a fluorescenza X è una tecnica qualitativa e quantitativa
d’analisi dei metalli. L’apparecchiatura comprende una fonte che eccita la
materia analizzata; questa emette dei raggi misurati da un detector e
decomposti da un analizzatore. Sotto l’impatto di un fascio elettronico
(fotoni X o gamma; elettroni o raggi beta), il campione emette uno spettro di
raggi X che risultano essere peculiari a seconda degli elementi che li
producono;
f) l’esame metallografico, sempre più frequente in archeologia, è
un’indagine che riguarda la definizione della struttura ed è basato sul fatto
che molti metalli antichi conservano, a livello della loro microstruttura, le
tracce dei trattamenti termici e meccanici ai quali sono stati sottoposti.
Questi risultano visibili attraverso il microscopio ottico, previo trattamento
metallografico del campione. La tecnica classica consiste nel pulire una
sezione prelevata dal campione e osservarla sotto il microscopio ottico con
diversi ingrandimenti, avendola già attaccata con acidi diluiti, che rendono
possibile riconoscere la struttura del metallo con i suoi vari elementi e fasi.
L’aspetto dei diversi grani e la forma delle inclusioni ci ragguagliano
intorno alle scelte tecniche effettuate, quali martellamento a freddo o a
caldo, ricottura, ma soprattutto sull’omogeneità o eterogeneità del prodotto
con le sue inclusioni, fessure, corrosioni. Inoltre, innovazioni tecnologiche
quali l’introduzione del microscopio a scansione elettronica, che funziona
attraverso la ricomposizione di un’immagine su uno schermo, rinnovando
gli stessi metodi della metallurgia, grazie alla possibilità di osservare il
campione senza problemi di profondità di campo, autorizzano analisi più
approfondite, applicabili a tutti i metalli, e anche alle scorie.
Tuttavia, le analisi chimico-fisiche non sono l’unica fonte di informazione
per la storia della metallurgia. Un importante contributo, come dimostrato
dagli studiosi francesi, può venire anche dall’ETNOARCHEOLOGIA (cfr. ): lo
studio delle tecniche della metallurgia tradizionale ha portato, infatti, anche
l’archeologia a interessarsi alle ultime forge delle campagne europee, alle
botteghe artigiane africane, afgane e cinesi, e alle altre forme tradizionali di
trattamento dei metalli. La comparazione etnologica è stimolante
soprattutto per quelle tecniche produttive nel cui sviluppo tecnologico si
manifestano costanti interculturali, derivate dall’uso di mezzi tecnici simili e
dalle costrizioni imposte all’artigiano dalle proprietà fisico-chimiche dei
materiali (immutate nel tempo). Dall’osservazione etnologica in situ dei
processi produttivi alla sperimentazione, inoltre, il passo è breve: così il
metodo sperimentale, vantaggioso in quanto didattico, presenta un’indubbia
validità, essendo l’unico metodo per ricostruire il «fare» (cfr. SPERIMENTALE,
ARCHEOLOGIA). La sperimentazione archeometallurgica, tuttavia, a parte
sporadici tentativi precedenti, ha preso piede solo a partire dagli anni
Sessanta. Da quel momento in poi numerosi sono stati gli esperimenti
organizzati, con differenti metodologie, da archeologi e/o metallurgisti e
soltanto recentemente la prospettiva di ricerca sembra uniformarsi verso il
tentativo di ricostruire il processo di produzione a partire dai dati fisici
forniti dalle evidenze archeologiche. Qualunque sia il metodo e l’approccio
dell’esame sperimentale, resta fondamentale la precisa registrazione delle
diverse fasi e dei risultati dell’esperimento.
L’archeometallurgia, però, deve essere in grado di strutturare le
informazioni ottenute attraverso le analisi condotte sui diversi materiali e
presentare una sintesi che tenga conto delle differenti informazioni di cui si
dispone su un determinato sito; quindi, il contesto stratigrafico, i dati
provenienti dalla storia, dall’archeologia e dall’archeometria, devono
cooperare nella formazione di una visione d’insieme che inserisca la ricerca
in un ambito storico determinato. Ciò significa, da un punto di vista
strettamente archeometallurgico, che oltre all’analisi degli oggetti finiti,
anche le scorie, ovvero i materiali di scarto della lavorazione dei metalli, e i
resti delle fornaci rappresentano un’importante fonte di informazione.
Innanzi tutto, occorre distinguere le scorie formatesi in maniera accidentale
e dovute a eventi non collegati alla produzione, da quelle che, al contrario,
sono il frutto dell’intenzionale lavorazione dei metalli. Le informazioni che è
possibile ottenere attraverso l’analisi delle scorie sono diverse: in primo
luogo, le indagini fisico-chimiche sulla composizione chimica, le costanti
fisiche, la determinazione dell’età illuminano le questioni relative alla
qualità dei processi metallurgici, al tipo di minerale lavorato e alla sua
origine, alle leghe usate, alle temperature raggiunte dalle fornaci; inoltre,
calcolando la quantità di scorie rinvenute in uno stesso sito, è possibile
raccogliere informazioni su durata e tipo di lavorazione metallurgica ivi
avvenuta. Naturalmente, le scorie non devono essere considerate come
evidenze archeologiche isolate ma, al contrario, occorre rilevare sempre gli
altri materiali con i quali sono state rinvenute in associazione, le
caratteristiche del sito, la sua geografia e geologia. L’indagine della struttura
dei forni e i problemi connessi all’ottenimento di temperature funzionali alla
lavorazione dei diversi metalli sono altrettanti indici del livello tecnologico,
e dunque di civiltà, di un determinato gruppo umano. La termodinamica
rappresenta in questo caso uno strumento fondamentale per comprendere e
ricostruire le temperature e il comportamento dei gas nelle fornaci e, quindi,
in ultima analisi il processo di riduzione. Altrettanto importante è il
riconoscimento degli accorgimenti tecnici adottati per ottimizzare la
produzione nel corso dello sviluppo delle fornaci metallurgiche: attraverso
l’esame di questi indicatori, infatti, è possibile risalire al tipo di fornace, ai
modi di operare, alla composizione della carica (minerale, combustibile,
fondenti). Una definizione tipologica dei diversi forni (fornaci a fossa, a
cupola, a camino, altiforni) consente, con buona approssimazione, di
identificare il risultato dell’operazione metallurgica. Questa classificazione,
come proposto da Pelet, è basata su parametri architettonico-tecnologici che
divengono riconoscibili – e dovrebbero perciò essere registrati – nel corso
dello scavo archeologico: conservandosi difficilmente gli elevati, le
informazioni intorno a elementi strutturali fondamentali, quali le
caratteristiche dell’isolamento termico e il sistema di ventilazione e di
evacuazione delle scorie, devono essere collezionate tramite la valutazione
delle fondazioni e degli strati di crollo.
Le diverse operazioni del ciclo produttivo devono, tuttavia, essere
classificate secondo un ordine. A monte della valutazione delle attività
produttive deve posizionarsi l’analisi della situazione geomineralogica della
regione in esame. Vanno allora individuate non solo le potenzialità
minerarie in relazione alla topografia degli insediamenti ma, altresì,
identificati i diversi approcci allo sfruttamento minerario e, una volta
individuate le miniere, queste devono essere distinte fra quelle a cielo aperto
e quelle in galleria; così come va precisato l’eventuale uso di metallo nativo
o minerale e la sua natura (ossidi, carbonati e solfuri) (cfr. MINERARIA,
ARCHEOLOGIA). Egualmente, si presenta la necessità di seriare e distinguere i
diversi stadi della successiva fase di trasformazione del minerale, ovvero la
metallurgia vera e propria. Vengono, così, distinte diverse azioni tecniche
caratterizzate da differenti catene operative e, quindi, da diverse tracce
archeologiche: ricerca, preparazione (eliminazione della ganga, selezione),
arrostimento e riduzione del minerale; e, infine, i procedimenti tecnici atti
alla rifinitura e produzione di un oggetto che risponda con la maggior
approssimazione possibile alla funzione per la quale è stato creato, e cioè:
messa in forma attraverso azioni termomeccaniche (quali forgiature a
freddo e a caldo); torsione; trattamenti termici particolari (come, per
esempio, ricottura, tempera, cementazione); decorazioni meccaniche e
pirotecniche (quali cesellatura e doratura); assemblaggio (rivettatura,
saldatura).
L’archeometallurgia offre, così, un emblematico esempio di come
l’archeologia possa percorrere una strada di ricerca articolata per processi,
nella convinzione che ogni oggetto contenga potenzialmente «infinite»
informazioni; il metodo stratigrafico permette di seriare gli oggetti da cui
estrarre informazioni di carattere storico, e le analisi invasive, che possono
apparire come una perdita di dati (distruggendo l’oggetto), sono il costo da
pagare per cogliere informazioni sui processi. Non più, dunque,
un’archeologia per oggetti, portatrice di una concezione che valuta i reperti
in se stessi come contenitori dei fenomeni culturali, e che prescinde
dall’indagine sistematica delle relazioni fenomenologiche interne ed esterne
allo stesso oggetto.
Per quanto riguarda la storia degli studi, le prime ricerche di
archeometallurgia possono essere considerate i lavori sulla numismatica
antica del chimico tedesco Klaproth dell’inizio del XIX secolo. Tuttavia, in
questo periodo, va sottolineato sia che i metodi investigativi usati, altamente
invasi e distruttivi, erano quelli della chimica dei liquidi, sia che
l’archeologia stessa si trovava ancora a uno stato embrionale e, data la
mancata sistematica applicazione del metodo stratigrafico, era legata a
un’analisi tipologica per la datazione e interpretazione dei reperti. Durante
la maggior parte del XIX e ancora all’inizio del XX secolo, nonostante le
grandi scoperte archeologiche avvenute nel bacino del Mediterraneo e il
crescente interesse verso la storia delle tecniche metallurgiche, in special
modo degli studiosi di protostoria e dell’epoca classica, lo studio dei resti
delle attività metallurgiche e dei reperti metallici da un punto di vista
archeometrico rimane ancora disorganico e sporadico. Tuttavia, vale la pena
di menzionare alcuni dei lavori di questa epoca, testimoni di un crescente
interesse: i lavori degli studiosi tedeschi Karsten e Beck sulla storia della
siderurgia; quelli, ormai classici, della fine dell’Ottocento di Berthelot
sull’alchimia e sulle lavorazioni dei metalli, iniziati sulla scorta dei reperti
portati dall’Egitto e dalla Persia da Morgan. Assai importante, in quanto
rivela l’interesse di un più ampio ambito di studiosi, e perciò non
strettamente specialisti della materia, è lo studio sull’utilizzo dei metalli
nell’antichità pubblicato nel 1863 da J.P. Rossignol, professore di letteratura
greca al Collège de France; è importante ricordare che nello stesso periodo
l’industria metallurgica stava conoscendo una seconda rivoluzione e perciò
stesso affinando le sue tecniche. È però intorno al 1935, con la scoperta e
l’applicazione ai metalli archeologici del metodo spettroscopico, grazie allo
studioso tedesco J. Winckler, che l’indagine diacronica sui metalli inizia a
vestire i panni di una vera e propria valutazione archeometrica dei reperti.
Grazie all’analisi dello spettro, venivano riconosciuti i principali
componenti metallici e le tracce degli altri elementi. A partire dal 1950, le
analisi effettuate presso il laboratorio del Museo di Saint-Germain-en-Laye e
gli studi di E. Salin sui materiali della Francia merovingia – probabilmente il
primo lavoro che inserisca la sintesi archeometallurgica in una prospettiva
storica – aprono la strada ai massicci programmi di ricerca lanciati dai
laboratori di Stoccarda, Londra e Oxford, integrando ormai a pieno titolo le
indagini archeometallurgiche nel più ampio contesto delle discipline
storico-archeologiche. Nel 1966, inoltre, durante il VII Congresso
internazionale di scienze preistoriche e protostoriche affiliato all’Unesco,
veniva fondato il Comité pour la sidérurgie ancienne, il cui scopo
fondamentale era ed è quello di facilitare le relazioni fra gli studiosi; lo
stesso comitato pubblica le Communications, che forniscono una vasta
bibliografia raccolta attraverso lo spoglio di riviste, libri e atti; in questo
modo sono state selezionate, a oggi, più di 2000 voci. Nel corso degli ultimi
decenni, l’integrazione fra il metodo stratigrafico e le scienze naturali nella
valutazione del contesto archeologico diviene sempre maggiore e più
semplice grazie al progresso esponenziale delle tecniche d’analisi. Inoltre, il
moltiplicarsi di incontri e conferenze internazionali sull’argomento
testimonia tanto del bisogno di coordinamento internazionale della ricerca,
quanto della riconoscibilità ormai ottenuta dall’archeometallurgia come
disciplina scientifica caratterizzata da metodi e interessi specifici.

AA.VV., Le ressources minérales et l’histoire de leur exploitation, in 108e Congrès


national des Sociétés savantes (Grenoble 1983), a cura di F. Braemer, Paris 1986;
AA.VV., Dal basso fuoco all’altoforno, Atti del I Simposio Valle Camonica 1988: La
siderurgia nell’antichità, in «Sibrium», 20 (1989); AA.VV., Montanarchaeologie in
Europa, in Frühe Erzgewinnung und Verhüttung in Europa (Freiburg im Breisgau
1990), a cura di H. Steuer e U. Zimmermann, Sigmaringen 1993; AA.VV., The
Importance of Ironmaking: Technical Innovation and Social Changes (Norberg 1995), a
cura di G. Magnusson, Stockholm 1995; G. Agricola, L’arte dei metalli, Basilea 1563,
ristampa anastatica Torino 1969; L. Aitchison, A History of Metals, London 1960;
H.G. Bachmann, The Identification of Slags from Archaeological Sites, London 1982;
Biringuccio Vannoccio, De la Pirotechnia, Venezia 1540, ristampa anastatica Milano
1977; M. Cima, Archeologia e storia dell’industria di una valle, Firenze 1981; Id.,
Archeologia del ferro, Brescia-Torino 1991; H. Cleere, D. Crossley, The Iron Industry
of the Weald, Leicester 1985; P.T. Craddock, Early Metal Mining and Production,
Edinburgh 1995; O. Davies, Roman Mines in Europe, Oxford 1935; L. Eschenlohr, V.
Serneels, Les bas fourneaux Mérovingiens de Boécourt, les Boulies, Porrentruy 1991; R.
Francovich (a cura di), Archeologia delle attività estrattive e metallurgiche
(Pontignano 1991), Firenze 1993; J.F. Healy, Mining and Metallurgy in the Greek and
Roman World, London 1978; M. Lombard, Etude d’économie médiévale II. Les métaux
dans l’Ancien Monde du Ve au XIe siècle, Paris 1974; J.-P. Mohen, La métallurgie
préhistorique. Introduction à la paléométallurgie, Paris 1990; C. Panseri (a cura di),
Ricerche metallografiche sopra una spada da guerra del XII sec., Milano 1954; Id., La
tecnica di fabbricazione delle lame d’acciaio presso gli antichi, Milano 1957; P.-L.
Pelet, Fer, Charbon, Acier dans les Pays de Vaud, I-III, Lausanne 1973-1983; R.F.
Tylecote, Metallurgy in Archaeology, London 1962; Id., A History of Metallurgy,
London 1976; A.J. Wilson, The Living Rock, Cambridge 1994.

VASCO LA SALVIA
Archeometria

Il termine archeometria indica letteralmente le ricerche scientifiche


applicate all’archeologia e più generalmente ai beni culturali, basate su
metodi di tipo quantitativo.
Le finalità della ricerche archeometriche sono molteplici e coinvolgono
campi come la datazione di oggetti e siti archeologici, oppure la
caratterizzazione dei materiali finalizzata allo studio della tecnologia
produttiva e all’individuazione dell’area di origine di manufatti. Tutto un
settore dell’archeometria è consacrato poi allo studio di oggetti antichi,
opere d’arte e monumenti per garantirne una migliore conservazione e/o un
restauro mirato. Nell’ambito delle ricerche di laboratorio trovano posto
anche test di autenticità che consentono di verificare se un oggetto sia
autentico o meno.
La parola archeometria è stata prescelta negli anni Cinquanta come titolo
per una rivista specializzata, «Archaeometry», che dal 1958 viene pubblicata
dal Research Laboratory for Archaeology and the History of Art di Oxford e
che ha come scopo, tra gli altri, quello di favorire una collaborazione fattiva
tra scienze e archeologia.
Non esiste una definizione univoca della disciplina e talora il termine
archeometria viene sostituito con quello di «scienze in archeologia»,
mediato dall’inglese, oppure con «scienze – o metodologie scientifiche – per
i beni culturali».
Tra le definizioni che sono state recentemente date dell’archeometria ne
ricorderemo solo due: «qualsiasi studio di reperti e dati archeologici con
strumenti e metodi che siano propri delle discipline scientifiche» (Mannoni
1996), oppure «spazio di applicazione delle scienze sperimentali e naturali
alla conoscenza materiale dei beni culturali a fini storici e conservativi»
(Aiar, Associazione italiana di archeometria).
I confini della disciplina non sono definiti: non è chiaro, per esempio, se
l’archeometria debba comprendere anche materie come la GEOARCHEOLOGIA
(cfr. ) o la BIOARCHEOLOGIA (cfr. ). In alcuni paesi nord-europei, inoltre, le
indagini di laboratorio relative ai problemi di conservazione vengono ormai
considerate come un ambito a sé stante, per finalità e applicazioni
specifiche.
A prescindere dai problemi di definizione e di limitazione della materia, si
tratta di indagini che hanno avuto un grande incremento negli ultimi anni,
spesso stimolate dalla messa a punto di nuovi procedimenti scientifici.
Grazie a tali procedimenti si sono ridotte notevolmente le quantità di reperti
da sottoporre ad analisi o si sono scoperte tecniche più veloci ed efficaci.
L’archeometria, a parte rari casi, come quello della DATAZIONE (cfr. )
assoluta, non viene utilizzata solo per dare una risposta a quesiti specifici,
bensì stimola e consente un approccio interdisciplinare in diversi ambiti
della ricerca storico-archeologica, permettendo notevoli passi avanti in più
ambiti di indagine.
L’analisi di laboratorio non dovrebbe essere risolta esclusivamente come
domanda posta dall’archeologo allo specialista in attesa di una risposta,
bensì come approccio nuovo e articolato alle ricerche archeologiche. Tale
approccio prevede la conoscenza e la ricostruzione di alcuni aspetti del
mondo antico, grazie alla combinazione e all’utilizzo di più metodi, alcuni
dei quali peculiari delle scienze esatte.
Attualmente l’archeometria è una disciplina vasta e articolata in tanti
settori, ciascuno dei quali implica specializzazioni particolari. È difficile che
chi si occupa di problemi di datazione, per esempio, si occupi anche di
problemi di determinazioni di origine.
I campi di applicazione della ricerca archeometrica concernono
principalmente tre ambiti:
a) prospezioni archeologiche, il cui scopo è quello di individuare siti e
oggetti nascosti: fotografie dall’aereo o dal satellite, con particolari
condizioni di luce o di tempo, permettono l’individuazione di siti nascosti;
analisi chimiche e fisiche consentono la misurazione di un sito e la
valutazione della sua estensione senza scavarlo (cfr. DIAGNOSTICA
ARCHEOLOGICA);
b) analisi su oggetti, le cui applicazioni principali sono: caratterizzazione
dei materiali e determinazioni delle loro proprietà chimiche e fisiche;
tecnologie di fabbricazione; determinazioni di origine; conservazione e
restauro; prove di autenticità;
c) metodi di datazione, in base a una cronologia relativa oppure assoluta
(cfr. CRONOLOGIA, PERIODIZZAZIONE; DATAZIONE, METODI DI).
Parecchi sono i metodi che si possono utilizzare per indagare oggetti e siti
antichi, e sono in continuo perfezionamento. La scelta è strettamente legata
alle finalità della ricerca in corso, alle domande che si formulano nonché ai
mezzi economici a disposizione. Nel caso di situazioni complesse, da cui
dipende la risoluzione di problematiche archeologiche importanti, è
opportuno usare anche più metodi di indagine.
L’elencazione che segue indica alcuni dei principali metodi di laboratorio
utilizzati nelle ricerche archeometriche; per il loro funzionamento e per le
caratteristiche si rimanda ai testi specializzati indicati in bibliografia.
Metodi per determinare le caratteristiche chimiche: microchimica;
spettrometria di emissione (o spettrografia di emissione ottica);
assorbimento atomico (o spettrofotometria di assorbimento atomico, Aas);
spettrofotometria di emissione con sorgente a plasma (Icp); spettrometria di
massa; fluorescenza a raggi X; Pixe, Pige, Pigme (spettrometria indotta da
protoni – si tratta di analisi speciali non distruttive); analisi di attivazione;
cromatografia; analisi degli amminoacidi.
Metodi per determinare le caratteristiche strutturali e fisiche: infrarossi;
ultravioletti; microscopia a luce trasmessa; microscopia a luce riflessa;
microscopio elettronico; microscopio elettronico a reticolo; irraggiamento
con raggi X o raggi gamma; tomografia; radiografia elettronica; radiografia
neutronica; spettroscopia a luce ultravioletta; spettrografia a infrarossi;
analisi termica; diffrattometria RX; spettroscopia di Mössbauer.
L’archeometria fa ormai parte della ricerca archeologica; proprio per
questo è auspicabile che le difficoltà che rallentano oggi l’avanzamento della
disciplina tendano gradatamente a scomparire. Esistono alcuni problemi
generali che possono incidere sulla buona riuscita di un progetto
archeometrico, a prescindere dal tipo di quesito archeologico. Ne
ricorderemo qui di seguito solo alcuni.
Impostazione della ricerca da parte dell’archeologo. Finalità. Le finalità
storiche di una ricerca di laboratorio devono essere chiare e
sufficientemente motivate ed è necessaria una minima conoscenza delle
potenzialità e dei limiti dei diversi metodi a disposizione. Non è raro vedere
progetti archeometrici mal riusciti, nonostante i dati di laboratorio fossero
buoni. Errori di impostazione compiuti dall’archeologo possono, infatti,
compromettere la migliore ricerca di laboratorio, eseguita con i metodi più
specializzati. È sufficiente, per esempio, che un archeologo fornisca dati di
partenza incerti, senza precisare che si tratta di sue ipotesi di lavoro e non di
dati di fatto, perché l’indagine archeometrica risulti falsata. Un esempio
classico di questo genere di errori può venire dal campo delle
determinazioni di origine delle ceramiche in laboratorio che, come si dirà
più avanti, è basato sul confronto tra ceramiche di origine sconosciuta con
ceramiche di origine certa (i cosiddetti gruppi di riferimento). Se un
archeologo invia a un laboratorio ceramiche trovate in un sito e le indica
come ceramiche prodotte nel sito X, basandosi su un’ipotesi di lavoro – e
quelle ceramiche sono invece originarie del sito Y – questo errore iniziale
inquinerà tutte le indagini successive, con implicazioni gravi
nell’interpretazione finale dei dati. Il peso di questi errori è tanto più alto in
quanto si tratta di dati che vengono presentati con il sostegno dell’analisi di
laboratorio, e i non addetti ai lavori avranno la tendenza ad accettare ciò che
viene proposto, rassicurati proprio dalla presenza di indagini di laboratorio.
Ricostruire all’indietro il percorso seguito e individuare l’errore sarà molto
complesso; non è da escludere che, in mancanza di una revisione completa
del progetto, eseguibile solo da specialisti, i dati errati proseguano
indisturbati il loro cammino di diffusione. In modo molto schematico e
generale si può affermare, quindi, che la bontà della ricerca archeologica, la
chiarezza degli obiettivi, la correttezza delle campionature sono le
condizioni indispensabili per la buona riuscita di un progetto archeometrico.
Ammesso che i dati archeologici siano buoni, problemi possono però
presentarsi anche nella parte più specificatamente archeometrica.
Scelta del laboratorio e figura dell’archeometrista. Per ridurre al minimo le
possibilità di errore, è preferibile che per l’esecuzione delle analisi venga
selezionato un laboratorio di comprovata esperienza, specializzato nel tipo
di indagini che si vogliono eseguire. In generale, a prescindere dai metodi
analitici utilizzati, è necessario che il laboratorio prescelto rispetti alcune
regole di massima: innanzi tutto che garantisca la «fedeltà» e la
riproducibilità dei dati prodotti. A seconda del metodo impiegato, esistono
dei margini di errore analitico che vanno tenuti presente prima di dare
inizio alla ricerca. Il laboratorio deve, in definitiva, aver messo a punto
coscienziosamente il metodo analitico che utilizza, rapportandosi anche ad
altri laboratori che eseguono lo stesso tipo di indagine e con i quali è
possibile uno scambio di dati. Meglio è se l’archeometrista ha una vera
formazione interdisciplinare e conosce i problemi storici e archeologici che
stanno alla base delle analisi; in tal modo, anche se si tratta di un chimico o
di un fisico, potrà partecipare attivamente allo svolgimento del progetto,
evitando di essere relegato alla funzione di mero fornitore di dati analitici.
Un gran peso gioca proprio la formazione sia di archeologi sia di specialisti
di discipline scientifiche; pur partendo da basi di studio diverse, gli uni e gli
altri si prefiggono spesso obiettivi scientifici comuni e la barriera che spesso
ancora li divide dovrebbe, con il tempo, farsi sempre più inconsistente.
La formazione nel caso dell’archeologo dovrebbe comprendere anche
nozioni di archeometria, mentre lo specialista di laboratorio dovrebbe
sapersi muovere nel campo delle problematiche archeologiche, in modo da
poter interagire con l’archeologo. Non ci si improvvisa archeometristi e la
regola vale sia per gli archeologi sia per chimici e fisici. Possedere e saper
utilizzare apparecchiature sofisticate e complesse non significa
automaticamente fare della buona archeometria. Fare della buona ricerca
archeometrica può significare conoscere bene le metodiche analitiche, ma
anche poter seguire i percorsi di una ricerca dall’inizio alla fine, cioè dalla
valutazione della problematica archeologica all’organizzazione del progetto
fino all’interpretazione dei dati.
La comprensione di alcuni principi archeometrici può apparire semplice e
il percorso di indagine riproducibile con una certa facilità; in realtà,
organizzare progetti di laboratorio, e ancora di più interpretare dati
analitici, è un’impresa di grande delicatezza, che va affidata o perlomeno
sottoposta al controllo di chi abbia comprovata esperienza in quel settore.
Durante la fase delle analisi esistono alcune cause di errore che possono
compromettere la riuscita di un progetto di ricerche di laboratorio su
oggetti: vanno ricordati, per esempio, i problemi di contaminazione e di
alterazione dei reperti, che coinvolgono sia il campo delle determinazioni di
origine sia quello delle datazioni. I reperti archeologici possono essere stati
contaminati sia nella fase di giacitura nel terreno, sia durante il
campionamento o in seguito a esso. Non tener conto di alterazioni o
contaminazioni conduce alla produzione di dati errati in diversi campi di
indagine. Per tornare al campo delle determinazioni di origine, è possibile
che ceramiche prodotte nello stesso sito X, ma rimaste per decenni in
terreni differenti, una volta analizzate con metodi chimici, rivelino
composizioni chimiche diverse. Questo fatto può portare l’archeometrista
che non tenga presente i fenomeni di alterazione a interpretare tale
diversità come indizio di un’origine diversa.
Scelta del metodo. Scegliere il metodo di laboratorio è in alcuni casi un
fatto piuttosto automatico, poiché alcuni – come, per esempio, quello del
radiocarbonio per le datazioni – sono metodi ormai molto diffusi e con un
vasto ambito di applicazione. In altri casi, la scelta va invece valutata a
seconda del tipo di problema e della domanda archeologica, del tipo di
materiale che si vuole indagare, del tempo e del budget di cui si dispone.
Nel caso di ricerche in laboratorio su oggetti è necessario stabilire se sia
necessaria un’analisi di tipo qualitativo (si indaga quali siano i parametri
chimici e fisici di un oggetto) oppure un’analisi quantitativa (si quantifica la
presenza di un determinato parametro). È possibile, per esempio, stabilire
quali elementi chimici contenga una ceramica (analisi qualitativa) e in quali
percentuali tale elemento sia presente (analisi quantitativa).
Nella scelta di un metodo, va valutato e tenuto presente anche il suo
grado di precisione. È preferibile, a meno che non si disponga di molto
tempo e di molte risorse economiche, evitare di affrontare un quesito –
inerente, per esempio, le determinazioni di origine – con un metodo che
non è mai stato utilizzato o lo è stato solo raramente. Quindi, se esistono
banche dati relative a materiale archeologico, ottenute con un determinato
metodo analitico, e i dati ottenuti sono soddisfacenti, può essere preferibile
orientarsi proprio verso quel metodo.
Nel caso di analisi su oggetti va valutato se è possibile utilizzare un
metodo distruttivo. Per analisi qualitative e quantitative è quasi sempre
inevitabile prelevare un campione dal reperto, anche se molti metodi
necessitano di quantità abbastanza ridotte di materiale.
Campionatura. Si tratta di una fase importante del progetto
archeometrico inerente l’analisi su oggetti; essa va effettuata quando è stato
impostato chiaramente il progetto ed è ben chiaro il problema archeologico
che si vuole risolvere con i metodi di laboratorio. È indispensabile, inoltre,
che la campionatura sia rappresentativa del materiale che si studia. Oltre a
criteri archeologici e di rappresentatività, la CAMPIONATURA (cfr. ) deve
rispondere a criteri tecnici precisi, quali il prelievo della quantità necessaria
per l’analisi prescelta e l’attenzione alla non contaminazione del campione.
La situazione in Italia. L’anno di fondazione della rivista «Archaeometry»,
il 1958, rivela un’attenzione precoce del mondo anglosassone nei confronti
delle discipline di laboratorio. In Italia l’archeometria stenta invece a
decollare.
I problemi che ostacolano una diffusione della disciplina sono
fondamentalmente riconducibili alla mancanza di un inquadramento
istituzionale, all’inesistenza di un coordinamento delle ricerche e, non da
ultimo, a difficoltà economiche. Anche la tradizione degli studi archeologici,
soprattutto quelli classici, il cui approccio è stato fondamentalmente di tipo
storico-artistico, non ha favorito la diffusione di una disciplina il cui
linguaggio e i cui metodi sono molto lontani da quelli degli studiosi di
formazione umanistica.
La posizione ufficiale in Italia dell’archeometria è ferma alla proposta del
Consiglio universitario nazionale, ratificata dal ministro dell’Università e
della Ricerca scientifica nel 1994, che ha comportato l’eliminazione
dall’università italiana delle cosiddette Scienze sussidiarie dell’archeologia,
che rappresentavano un possibile punto di incontro tra archeologia e
scienza. L’archeometria è al momento presente come materia all’interno
della facoltà di Fisica e nei vari corsi di laurea in Conservazione dei Beni
culturali.
Per quanto si riconosca agli studi archeometrici un ruolo ormai
indispensabile in molti ambiti della ricerca archeologica, e le richieste di
indagini di laboratorio siano sempre più numerose, si fatica a riconoscerle
una chiara posizione istituzionale. Di conseguenza, anche la formazione di
studiosi che si muovano in ambito interdisciplinare appare attualmente
priva di prospettive concrete di lavoro. La figura dell’archeometrista non ha
in Italia una collocazione precisa né è chiaro quale debba essere la sua
formazione o in quali sedi – facoltà umanistiche o scientifiche – essa debba
avvenire. In mancanza di una formazione interdisciplinare, uno dei
problemi legati a questa disciplina e al suo avanzamento nei diversi paesi,
riguarda la comunicazione tra il mondo degli umanisti e quello degli
scienziati, comunicazione che non sempre è facile e diretta. È interessante
notare che, se pur con diversi gradi di intensità, difficoltà di comunicazione
tra i due mondi si sono presentate quasi ovunque e soprattutto nella fase
iniziale di diffusione della disciplina. Nei paesi in cui l’archeometria ha una
tradizione di studi più radicata, alcune tematiche di discussione sembrano
ormai superate, mentre si ripresentano in paesi come l’Italia, in cui
l’adozione dei metodi scientifici a sostegno delle ricerche archeometriche è
un fatto piuttosto recente.
Colpisce nel nostro paese l’esistenza di un frazionamento all’interno della
disciplina: ci sono congressi di archeometria organizzati dagli archeologi e
congressi di archeometria organizzati da fisici e chimici, come se esistessero
diverse archeometrie.
L’Associazione italiana di archeometria (Aiar), fondata nel 1993, riunisce
in netta maggioranza specialisti di formazione scientifica; dopo una prima
fase che ha visto la partecipazione di alcuni archeologi, tale associazione
conta attualmente solo pochi umanisti. In sostanza, si ha l’impressione che,
ancora una volta, umanisti e specialisti di discipline scientifiche, portino
avanti separatamente e in sedi diverse le loro ricerche e, soprattutto, che
abbiano idee diverse dell’archeometria.
Quella degli archeologi ruota principalmente intorno alla domanda
storico-archeologica e alla ricaduta che la ricerca archeometrica può avere
in campo archeologico; si avvalgono della collaborazione di quei pochi
esperti della materia che, in Italia e all’estero, hanno un’effettiva esperienza
di ricerche interdisciplinari.
L’idea di archeometria di alcuni chimici e fisici si concentra spesso su
problemi applicativi e di metodica, mentre la finalità storico-archeologica
passa in secondo piano. Gli studi che derivano da un tale approccio,
incentrati spesso su pochi reperti, con poca o nessuna ricaduta in campo
archeologico, difficilmente riescono a suscitare l’interesse degli archeologi.
Poiché l’archeometria italiana è in molti ambiti ancora a una fase iniziale,
per troppi laboratori fare archeometria significa sperimentare un metodo e
applicarlo a materiali archeologici, proponendo una serie di dati numerici,
spesso senza interpretazione e il cui significato storico e archeologico
sfugge.
Per fare un salto di qualità sarebbe opportuno uscire dalla fase di
misurazione e sperimentazione dei metodi per arrivare, almeno in quei
campi in cui la ricerca di laboratorio è più avanzata, alla fase di
sistematizzazione dei dati, alla loro interpretazione e, se possibile,
all’enunciazione teorica dei procedimenti interpretativi.
Dall’altro lato, non è possibile pensare a un’affermazione delle discipline
di laboratorio senza prevedere una partecipazione più reale e tangibile degli
archeologi ai nuovi indirizzi di ricerca. Loro è il compito di pilotare e
promuovere le ricerche, selezionando temi effettivamente importanti e
impostando i progetti consapevolmente, procedimenti possibili solo se si
conoscono i metodi di laboratorio e le loro potenzialità.
Un forte intervento è auspicabile anche a proposito del coordinamento
delle indagini archeometriche, possibilmente per ambiti specifici; ciò
eviterebbe ripetizioni di ricerche già effettuate e potrebbe favorire in tempi
brevi la circolazione di informazioni utili su progetti in corso.

M. Aitken, Physics and Archaeology, Oxford 1974; S. Bowman (a cura di), Science and
the Past, London 1991; F. Burragato et al. (a cura di), 1st European workshop on
archaeological Ceramics, Roma 1994; Gli esperti scientifici per i beni culturali. Quale
formazione? Quale impiego?, Bologna 1994; U. Leute, Archeometria, Roma 1993; S.
Lorusso, B. Schippa, Le metodologie scientifiche per lo studio dei Beni culturali.
Diagnosi e valutazione tecnico-economica, Roma 1992; T. Mannoni, Archeometria.
Geoarcheologia dei manufatti, Genova 1994; T. Mannoni, A. Molinari (a cura di),
Scienze in archeologia (Pontignano 1988), Firenze 1990; H. Momsen, Archäometrie,
Stuttgart 1986; Les mystères de l’archéologie. Les sciences à la recherche du passé,
Besançon 1990; M. Picon, Archéologie et laboratoire. Quel avenir pour la céramologie
de laboratoire?, in «Archéologie médiévale», XIX, 1989, pp. 243-54; J. Riederer,
Archäologie und Chemie. Einblicke in die Vergangenheit, Berlin 1987; M.S. Tite,
Methods of Physicals Examination in Archaeology, London 1972. Si vedano inoltre le
riviste «Archaeometry», Oxford dal 1958; «Berliner Beiträge zur Archäometrie»,
Berlino dal 1976; «Pact. Journal of the European Study Group on Physical,
Chemical, Mathematical and Biological Techniques Applied to Archaeology»,
Strasburgo, dal 1977; «Revue d’Archéometrie. Bulletin de liaison du Groupe des
méthodes physiques et chimiques de l’archéologie», Rennes dal 1977, e gli Atti dei
Convegni su Le scienze della terra e l’archeometria, 1-5, dal 1994.

GLORIA OLCESE
Archeosismologia

I termini archeosismologia e archeologia sismica sono usati da circa venti


anni, ma il tema «terremoto» in archeologia data almeno dalla seconda
metà dell’Ottocento. Questo tema ha trovato attenzione in ambito
mediterraneo sia per i caratteri sismici di quest’area, sia per l’importante
presenza di vestigia antiche. Fino agli anni Settanta del Novecento gli studi
in questo settore si presentano come tentativi un po’ generici di rilevare o
segnalare tracce di terremoti – o elementi ritenuti tali – su monumenti
antichi: per esempio De Rossi (1874) e Lanciani (1918) per Roma, Willis
(1928) per la Palestina, Sieberg (1932) per l’Egitto antico.
Dall’inizio degli anni Sessanta vi è stata una sensibile crescita di interesse,
ma l’orientamento specifico di dati archeologici per la sismologia è iniziato
con gli studi di Karcz e Kafri (1978, 1981) e di Nur e Reches (1979) per
Israele. Nonostante questa svolta, che ha definito l’archeosismologia quasi
come un settore della sismologia, la letteratura archeologica sui terremoti è
continuata in una certa indifferenza di metodo e di obiettivi. Si è oggi
ancora lontani dall’aver individuato un ambito multidisciplinare condiviso:
diversità di culture e di approcci hanno piuttosto delineato un settore di
osservazioni, in cui i dati archeologici possono evidenziare tracce di attività
sismica. Punti di vista e interessi scientifici differenti caratterizzano perciò
in modo anche molto netto aree di ricerca e autori.
Nella produzione archeologica più recente si evidenzia un peso maggiore
della sismologia nell’orientare l’uso dei dati: ne sono testimonianza i
congressi specifici, organizzati direttamente dal settore geofisico o in modo
congiunto con gli archeologi (Damasco, 1990; Atene, 1991; Roma, 1993;
Bosco Reale, 1993; Tunisi, 1994; Londra, 1996).
Il modello concettuale che spiega l’interesse della sismologia per
l’archeologia è connesso con la scala del tempo. Come si può rilevare dal
grafico riportato di seguito, per allargare la finestra temporale di
osservazioni che attestano attività sismica, occorre usare dati e metodi
diversi. Infatti, dalla sismologia strumentale si possono avere informazioni
solo per gli ultimi 30-40 anni, un arco di tempo non rilevante per conoscere
i caratteri sismici di un’area. Le fonti archeologiche consentono alla
sismologia storica, cioè la parte della sismologia che usa i dati storici, di
estendere la finestra temporale delle osservazioni. Inoltre, l’archeologia può
interagire con la paleosismologia, cioè il settore della sismologia che usa
dati geologici e analizza le tracce dei terremoti nei suoli per localizzare le
strutture sismogenetiche attive.

La letteratura sugli effetti sismici in archeologia – i cui autori quindi


possono essere archeologi, geologi o sismologi – è riconducibile a quattro
approcci:
a) si rilevano tracce di terremoti in strutture architettoniche crollate o
dissestate, generalmente nella sequenza abbandono-crollo;
b) si combinano assieme osservazioni di crolli e dissesti in strutture
abitative, usando datazioni assolute e informazioni tratte da fonti scritte;
c) si utilizzano i dati archeologici come indicatori di attività geodinamica
(bradisismi, sollevamenti, sommersioni di coste o porti ecc.);
d) si interpretano situazioni archeologiche rilevate da un «insieme di siti»
entro un’area d’interesse geofisico, per rispondere a specifici problemi
paleosismologici, in particolare sui tempi di ritorno dei grandi terremoti.
Questi orientamenti presentano in misura diversa pregi e limiti, in
relazione a specifiche domande della ricerca sismologica. Al primo punto (a)
possono essere ascritti tutti i tentativi di associare a singoli edifici, a resti di
essi o a un intero sito, degli effetti sismici (la bibliografia su questo tema è
ormai molto ampia). Dal punto di vista sismologico, il risultato costituisce
spesso una conferma di conoscenze già acquisite con altri strumenti. Per
poter valutare il significato scientifico di tali ritrovamenti occorre
contestualizzare il crollo nella storia sismica dell’area in esame, vale a dire
nella conoscenza di lungo periodo sui terremoti. Se l’indicazione di crolli
sismici è rilevata in un’area ad alta attività sismica, di cui si sa già molto
dalla sismologia storica, non viene aggiunto al ritrovamento un particolare
valore scientifico, tale da giustificare l’impiego di risorse umane e di mezzi.
Ciò, ovviamente, non significa che tali dati siano inutili: infatti, le analisi di
crolli o di dissesti possono migliorare gli elenchi di indicatori sismici
presenti in letteratura e orientare ulteriori analisi. In particolare, se tali dati
vengono successivamente elaborati in modo quantitativo (per esempio, con
simulazioni numeriche di tipo ingegneristico) si possono ottenere modelli,
pur semplificati, di comportamento sismico delle strutture antiche
(Papastamatiou e Psycharis 1996). Questi risultati possono convergere nelle
analisi strutturali volte alla conservazione dei monumenti antichi e delle
aree archeologiche in zona sismica.
Al secondo punto (b) vanno ascritte le ricerche che fanno uso di un
metodo che può essere definito «combinatorio», ossia i dati archeologici
vengono datati in modo assoluto sulla base di fonti scritte. Dal punto di
vista epistemologico questo metodo conduce a una sorta di dimostrazione
circolare, in cui le fonti scritte forniscono la cronologia assoluta, supportano
le fonti archeologiche, a loro volta presentate come dimostrative di effetti
sismici locali causati da un preciso terremoto, i cui danni non sono
menzionati in modo esplicito nelle fonti scritte. I siti archeologici vengono
così interpolati nello scenario sismico, ovviamente sempre incompleto, delle
fonti scritte antiche. L’uso di fonti scritte per datare in modo assoluto effetti
sismici di un sito dovrebbe essere fatto, invece, con estrema cautela. Per il
caso del tutto eccezionale di Pompei (e forse per pochissimi altri al mondo)
si può utilizzare un rapporto diretto fra fonti archeologiche e fonti scritte
perché, come è noto, la città fu sigillata dalle ceneri del Vesuvio 17 anni
dopo il terremoto (62 d.C.) durante i lavori stessi di restauro.
Il metodo combinatorio trascura un aspetto ermeneutico di base,
costituito dal sistema di datazione, e sottovaluta l’importanza per la
sismologia di associare ai terremoti un valore – anche ipotetico – della
«grandezza» del terremoto (magnitudo) e un’area di effetti congruente. Per
gli archeologi, invece, spesso è importante rilevare effetti sismici in sé, in
modo indipendente dalle problematiche sismologiche. In questo modo
possono essere facilmente attribuiti a un unico terremoto, attestato da fonti
scritte, effetti causati da vari eventi sismici, accaduti invece nell’arco di
diversi decenni e anche geograficamente molto lontani: ciò può condurre a
una serie di deduzioni sismologiche significative per le valutazioni della
pericolosità, come «sommare» l’attività di distinte faglie, alterando la
valutazione delle loro potenzialità o la loro localizzazione.
Com’è noto, le fonti scritte e le fonti archeologiche sono basate su due
scale di tempo concettualmente diverse, dovute alla diversa natura dei due
tipi di dati: le prime possono fare riferimento non solo all’anno, al mese e al
giorno in cui è accaduto un evento storico narrato, ma anche a frazioni di
tempo come l’ora; le seconde fanno riferimento a una scala di tempo
annuale, ma che può essere precisata solo entro la sequenza stratigrafica in
cui il record è contenuto, quindi indicando un arco di anni. Un caso famoso
di terremoto studiato con il metodo ‘combinatorio’ è quello del 21 luglio 365
d.C., oggetto di una lunga e non ancora sopita querelle: la sua area di effetti
distruttivi è enorme, da Cipro alla Sicilia occidentale, comprendendo anche
la Tripolitania e la Numidia (Rebuffat 1980; Di Vita 1990; Bernabò Brea
1997). Sulla base delle sole fonti scritte tale area riguarda una parte ben
definita del Mediterraneo orientale, con epicentro nei pressi di Creta e una
forte propagazione verso l’Egitto (Jacques e Bousquet 1984; Lepelley 1984,
1994; discussione e bibliografia in Guidoboni et al. 1994).
Al terzo gruppo (c) si ascrivono le ricerche interessate a rilevare aspetti
geodinamici di un’area (in particolare, sollevamenti e abbassamenti di coste,
scarpate di faglia) usando anche, o solo, indicatori archeologici (Stiros 1988).
Queste ricerche si intrecciano fortemente con dati geologici e spesso
utilizzano i ritrovamenti dell’archeologia marina.
Al quarto gruppo (d) appartengono le ricerche che tentano di rispondere
a domande sismologiche riguardanti i tempi di ritorno dei grandi eventi
sismici, cioè di quelli di magnitudo uguale o superiore a 7 (per dare un
ordine di grandezza, il terremoto di Messina del 1908 è un evento di
magnitudo 7,2). Qual è il senso di quest’ultimo approccio? Si sa che un
terremoto di elevata magnitudo causa in un’area antropizzata una forte
«perturbazione» territoriale, dovuta a estese distruzioni, abbandoni,
contrazioni di aree urbane, flessioni demografiche, emigrazioni rilevabili
anche in un arco di tempo piuttosto lungo. In pratica, con l’approccio
archeologico territoriale viene esplorata la possibilità di far emergere dai
dati archeologici un quadro congruente con una perturbazione territoriale
dovuta a un grande disastro sismico. Non si ragiona più, quindi, in termini
di singoli scavi, ma di «insieme di scavi» riguardanti una determinata area
e, all’interno di essi, si cercano indicatori sismici in fasi cronologiche
congruenti. Non si tratta di una ricerca archeologica sul campo, in senso
stretto, ma di una interpretazione archeologica e sismologica di dati
archeologici già disponibili, per elaborare gli elementi delle trasformazioni
del paesaggio e della rete insediativa, che possano contenere le tracce di un
grande evento sismico (alcuni risultati hanno riguardato l’area dello Stretto
di Messina). Per questo approccio, di forte interesse per la paleosismologia,
sarebbero necessari dati di alta qualità, omogenei e disponibili per un lungo
periodo di tempo: la mancanza di questa garanzia costituisce un limite
evidente di questa impostazione.
Come si può rilevare, non mancano difficoltà nell’uso dei dati
archeologici in ambito sismologico. Una delle ragioni principali è data dalle
metodologie del lavoro archeologico, che solo per gli ultimi vent’anni
presentano elementi di uniformità; spesso tuttavia, anche per ragioni
contingenti – urgenze d’intervento ecc. – i dati archeologici non sono
rigorosi e contengono elementi non controllabili. Ciò è vero in particolare
per quanto riguarda gli strati cronologici «scartati», perché ritenuti poco
interessanti in una determinata ottica. Inoltre, una certa carenza di cultura
scientifica negli archeologi di formazione classica rende assai arduo
programmare una strategia di lavoro orientata a rilevare dati d’interesse per
un’altra disciplina scientifica, o aprire con essa un lavoro multidisciplinare.
Questi elementi assumono una ricaduta significativa se si tiene conto che il
carattere stesso del lavoro archeologico implica la distruzione delle «fonti»
che vengono esaminate. La capacità quindi di porsi domande prima dello
scavo influenza direttamente la possibilità di rilevare dati d’interesse per la
sismologia storica e per la paleosismologia.
Da un punto di vista più strettamente archeologico, va chiaramente detto
che gli indicatori di attività sismica presentano i caratteri indiziari e le
ambiguità tipici di ogni evidenza archeologica: il passaggio da un esito
deposizionale riscontrato in uno strato alla causa che lo ha determinato può
essere ipotizzato, inferito, ma non provato in modo deterministico. I casi in
cui gli archeologi sono ricorsi all’ipotesi di attività sismica per spiegare
determinati assetti del record archeologico sono generalmente caratterizzati
dalla presenza di macro-indicatori, come i crolli, magari con presenza di
scheletri, rilevati in strutture di prestigio, come ville o terme o luoghi di
culto, o mura urbane.
Nella maggior parte dei casi, inoltre, il terremoto è collocato in una fase
cronologica successiva all’abbandono del sito: gli indicatori di attività
sismica sono ovviamente più facilmente individuabili dove l’azione
antropica non sia intervenuta a ripristinare, con ricostruzioni o restauri,
l’ordine topografico e strutturale di un sito danneggiato (si veda tuttavia
Rheidt 1996, che ha analizzato i cambiamenti d’uso e le trasformazioni
edilizie dopo un terremoto medievale). Una serie di evidenze sismiche
antiche in questo modo può essere trascurata: per esempio, restano quasi
sempre fuori dall’analisi i dati relativi agli insediamenti rurali e all’edilizia
povera, che caratterizza invece l’assetto organizzativo dei territori
extraurbani, così come sfuggono le diverse risposte che le società antiche
hanno dato al disastro sismico in termini di ricostruzione.
Nelle ricerche teoriche e di campo formalizzate dall’archeologia
anglosassone (cfr. PROCESSI FORMATIVI) il primo effetto di un terremoto sul dato
archeologico sepolto è riconosciuto nella formazione di spaccature e di
fagliature, che possono essere riempite localmente da materiale alloctono
per effetto di agenti naturali, solitamente acqua. Il risultato, in termini
strettamente stratigrafici, consiste a) nella formazione di depositi contenenti
materiali in giacitura secondaria; b) nel verificarsi di movimenti orizzontali
e verticali dei reperti attraverso la stratificazione; c) nella creazione di
possibili false associazioni cronologiche e funzionali nei materiali contenuti
nei depositi. Si tratta di fenomeni importanti in ambito archeologico, che
solo un’attenta lettura stratigrafica può rilevare; tali fenomeni – quando
non sono diagnosticati e opportunamente collocati nella sequenza
stratigrafica – possono sviare la fase interpretativa della sequenza.
Dalla letteratura archeologica emerge anche una certa inadeguatezza
della classificazione degli indicatori sismici. La realtà è certamente molto
complessa: infatti, per quanto analitico sia l’approccio dell’archeologo, la
scansione del continuum stratigrafico in base a categorie tassonomiche di
indicatori si rivela troppo selettiva. Per quanto riguarda elementi di
dislocazione o di deformazione delle strutture, non va dimenticato che le
strutture architettoniche interagiscono oltre che con agenti dinamici, come
il terremoto, anche con la tipologia dei suoli di fondazione (aspetti
geotecnici) e quindi la stabilità strutturale è condizionata non solo dalla
morfologia del terreno, ma anche dalla sua qualità. La frequenza di
modifiche strutturali in edifici monumentali (per esempio, i teatri) pone il
problema dell’incoerenza degli strati basali e dell’instabilità dei terreni di
riporto, su cui tali edifici spesso erano costruiti. L’attività sismica può
accentuare problemi statici che forse sarebbero esistiti comunque: si vedano
i casi del teatro di Hierapolis (Turchia) e di Stobi, in Macedonia. Inoltre, è
quasi ovvio osservare che abbandoni, crolli e distruzioni possono essere
messi in relazione con i danni causati da eventi bellici, invasioni,
rivolgimenti di natura politico-sociale, ma anche fatiscenza per carenza di
manutenzione; così come restauri e rifacimenti antichi possono essere
connessi con la riattivazione di un sito dopo eventi distruttivi di tipo
militare, ma anche a fenomeni di espansione demografica, mutamenti nelle
strutture produttive, modificazioni funzionali di un sito.
L’archeosismologia va quindi intesa come un ambito di domande
scientifiche cui possono rispondere le ricerche archeologiche: la sua
efficacia e la qualità dei dati prodotti sono proporzionali alla qualità del
dialogo che si crea fra archeologi e specialisti del settore sismologico (come
si è visto, piuttosto differenziato), nonché alla corretta definizione delle
domande cui si vuole rispondere, evitando sovrapposizioni interpretative.

Archäologie und Seismologie. La Regione Vesuviana dal 62 al 79 d.C. Problemi


archeologici e sismologici (Boscoreale 1993), München 1995; L. Bernabò Brea, Note sul
terremoto del 365 d.C. a Lipari e nella Sicilia orientale, in La Sicilia dei terremoti.
Lunga durata e dinamiche sociali, a cura di G. Giarrizzo, Catania 1997, pp. 87-97;
V.A. Blavatskij, Il terremoto del 63 a.C. nella penisola di Kerch (in russo), Priroda
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Past. Multidisciplinary approaches, in «Annali di Geofisica», 38, 1995, pp. 473-1029;
M.S. De Rossi, La antica basilica di S. Petronilla presso Roma testé discoperta crollata
per terremoto, in «Bullettino del Vulcanismo Italiano», 1, 1874, pp. 62-65; A. Di Vita,
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du Nord et le prétendu séisme universel du 21 juillet 365, in «Mélanges de l’École
Française de Rome. Antiquité», 96, 1984, pp. 463-91; Id., Le présage du nouveau
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M.B. Schiffer (a cura di), Advances in Archaeological Method and Theory I, New York
1978, pp. 315-81.

EMANUELA GUIDOBONI
Archeozoologia

L’archeozoologia comprende una serie di indirizzi di ricerca il cui oggetto


comune è lo studio dei reperti faunistici rinvenuti in siti archeologici. Si
tratta generalmente di elementi scheletrici (ossa e denti), conchiglie e, in
casi di conservazione eccezionale, parti animali normalmente deperibili.
Nell’ambito di epoche storiche, l’archeozoologia si occupa anche dello
studio delle documentazioni scritte relative alla gestione faunistica. È sentita
attualmente la necessità di attribuire una valenza ampia al termine
archeozoologia (o zooarcheologia, più usato nei paesi anglosassoni),
slegandolo dalla contrapposizione o competizione con settori specifici di
indagine (cfr. BIOARCHEOLOGIA).
I resti ossei animali rinvenuti in scavi archeologici furono analizzati già
nella prima metà del XIX secolo. Tra i primi resoconti si ricordano lo studio
di D.W. Buckland sulla Kirkdale Cave nello Yorkshire, pubblicato nel 1822, e
di J. Boucher de Perthes ad Abbeville, nel Nord della Francia (1830). In
queste relazioni le ossa descritte, recuperate in associazione con industrie
litiche, contribuirono a dimostrare l’antichità degli insediamenti. Nella
seconda metà del secolo scorso vennero poste le basi cronologiche
dell’evoluzione delle culture umane e aumentò l’attenzione verso i resti
osteologici, rivolta soprattutto allo studio tassonomico ed evolutivo delle
specie animali. Archeologi come Pitt-Rivers affermarono l’importanza del
recupero nello scavo di tutte le classi di reperti, inclusi quelli ossei. In Italia,
furono importanti in questo periodo gli studi di P. Strobel sulle faune delle
Terramare emiliane.
All’impostazione paleontologico-naturalistica, che caratterizzò i primi
lavori sulle faune archeologiche, si affiancò successivamente un interesse
più ampio rivolto ai vari modelli di relazione uomo-animale. Uno di questi,
fondamentale per le sue implicazioni economico-sociali nella storia
dell’umanità, riguarda la domesticazione. Su questo tema si ricordano i
lavori di due archeozoologi svizzeri: L. Rütimeyer, che nel 1862 studiò le
ossa provenienti da un sito lacustre neolitico in Svizzera, e J. Ulrich Duerst
che, nel periodo 1904-1907, analizzò l’origine degli animali domestici su
materiali scavati in Turkestan. Importanti successive ricerche compiute nel
Vicino Oriente tra il 1940 e il 1950 (C. Reed, R. Braidwood) consentirono di
approfondire le conoscenze sull’origine della domesticazione.
Dal 1950 lo studio archeozoologico si è arricchito di nuovi contributi.
Grande impulso è stato dato da J. Boessneck, S. Bökönyi, P. Ducos, A. von
den Driesch, E.S. Higgs e molti altri sulle metodologie di studio e sull’analisi
degli animali domestici. Negli ultimi decenni sono aumentati i campi di
indagine e sono stati approfonditi i settori specifici di ricerca, grazie a nuove
tecnologie e a un generale aumento di interesse.
Attualmente, attraverso un numero sempre maggiore di lavori, la ricerca
archeozoologica sta colmando ampie lacune territoriali, culturali e
metodologiche. Sono stati sviluppati soprattutto i settori di studio sulla
domesticazione, sulla tafonomia, sulla ricostruzione ambientale (cfr.
AMBIENTALE, ARCHEOLOGIA) e sono numerosi i contributi di carattere socio-
economico.
Purtroppo, le diverse linee di ricerca e la mancanza di una
standardizzazione nella raccolta ed elaborazione dei dati determinano
spesso serie difficoltà di comparazione dei risultati. È anche sentita in
questo campo la carenza di figure professionali specifiche inserite a pieno
titolo nella ricerca archeologica.
Il campione faunistico. La complessità dello studio archeozoologico nasce
dalla particolare natura dei reperti oggetto della ricerca. Questi, se da un
lato rappresentano gli animali e i loro habitat, dall’altro sono il risultato di
attività umane come caccia, raccolta, allevamento, macellazione, lavorazione
delle ossa, tutte direttamente legate a contesti economico-culturali.
La problematica di base nell’archeofauna, comune ad altri reperti
archeologici, riguarda la validità e i modi di utilizzo del campione studiato.
Il recupero ottimale della totalità dei resti faunistici conservati avviene
attraverso l’uso di setacci a maglia molto fitta. Questo procedimento evita il
verificarsi di una selezione che porta alla sottostima delle piccole ossa e,
spesso, alla quasi totale perdita delle varie specie appartenenti a molluschi e
a piccoli vertebrati in generale. Sebbene la setacciatura richieda un grande
investimento di tempo e, in situazioni particolari come scavi di emergenza,
possa risultare di difficile applicazione, è auspicabile che in ogni scavo
venga sottoposta a questo tipo di recupero almeno una porzione dell’intera
successione stratigrafica. Attualmente, gran parte dei reperti faunistici
studiati, soprattutto di epoche protostoriche e storiche, deriva da recuperi
senza setacciatura e il confronto dei dati tra i vari giacimenti spesso risulta
problematico. L’assenza di setacciatura, infatti, oltre a comportare la perdita
di un numero consistente di informazioni, rende il campione a disposizione
non del tutto affidabile e di difficile confronto.
In alcuni depositi, la raccolta del materiale osseo è resa difficoltosa da un
elevato grado di fragilità, dovuta a una fossilizzazione non ottimale. In
questi casi l’integrità del campione è garantita da particolari tecniche di
recupero e la distruzione delle ossa può essere evitata attraverso il
consolidamento con resine acriliche. Da questo trattamento vanno esclusi i
campioni utilizzabili per indagini di laboratorio.
A una corretta valutazione del campione faunistico concorre in modo
determinante l’analisi dei vari processi che ne hanno consentito la
conservazione e l’eventuale trasformazione provocata da agenti sia naturali
sia antropici. Per esempio, l’individuazione di tracce di rosicatura, causate
da carnivori o roditori sulle ossa, deve portare a ipotesi di correzione dei
dati quantitativi disponibili, così come la distruzione selettiva del materiale
osseo abbandonato dall’uomo, dovuta per esempio alla presenza di cani
nell’abitato, può interessare soprattutto elementi scheletrici di animali
giovani o di piccola taglia e provocarne una sottostima.
Le diverse modalità di macellazione e fratturazione praticate dall’uomo
possono avere sulle ossa esiti diversi e interessare con maggior frequenza
alcune specie e, soprattutto, alcuni elementi ossei, causando una sostanziale
modificazione del campione di partenza. Solo l’assimilazione di abbondanti
dati e studi sistematici, con la conseguente possibilità di stabilire confronti,
potranno fornire un’esauriente lettura della questione.
Per la comprensione del grado di rappresentatività del campione, inoltre,
riveste una certa importanza l’analisi della distribuzione spaziale dei reperti
e il loro rapporto con particolari aree di uso dell’abitato. Con l’appoggio dei
dati archeologici è importante chiarire se un campione faunistico proviene
da uno specifico tipo di attività, oppure se possiede una più ampia valenza
fino a rappresentare la gestione faunistica di un’intera fase del sito. La
particolare natura di alcune unità stratigrafiche contenenti archeofaune
(riporti, riempimenti ecc.) rende necessaria un’attenta valutazione delle
eventuali commistioni di materiali di epoche diverse. La contemporanea
esistenza, inoltre, di resti faunistici indipendenti dalla presenza umana,
come ossa portate da carnivori o da uccelli rapaci o comunque relative ad
animali frequentanti l’abitato ma non sottoposti al diretto intervento
antropico, rende più articolato lo studio.
Identificazione e dati quantitativi. Alla base dello studio archeozoologico è
indispensabile la determinazione tassonomica e anatomica del materiale. Un
errore in questa fase compromette gravemente il successivo utilizzo e
l’interpretazione dei dati.
L’identificazione dei reperti faunistici è spesso resa difficoltosa dal loro
elevato grado di frammentarietà. Per il riconoscimento è fondamentale l’uso
di una collezione di confronto. Questa è costituita da materiale di sicura
attribuzione tassonomica atto a rappresentare per ogni specie più individui,
di sesso, età e provenienza diversi. Ciò permette di meglio definire le
diversità morfologiche individuali e di enucleare le caratteristiche di specie.
A causa dello stato di frantumazione, di solito è possibile arrivare
all’identificazione specifica solo di una parte del materiale. Ai fini della
determinazione non è da ritenere sufficiente l’utilizzo di atlanti con
raffigurazioni. Sono invece molto utili i lavori tematici che illustrano i punti
diagnostici da esaminare, soprattutto per specie con forti affinità
morfologiche nelle ossa, come capra-pecora o bue-bisonte. Nel caso di
capra-pecora sono in fase sperimentale anche analisi del Dna fossile
finalizzate all’identificazione delle due specie.
La grande varietà di resti animali (molluschi, pesci, anfibi, rettili, uccelli,
micromammiferi, macromammiferi selvatici e domestici) porta gli
archeozoologi a specializzarsi in alcuni settori e a costituire specifiche
collezioni di confronto.
Nella ricerca archeozoologica la gestione quantitativa dei dati rappresenta
una questione alquanto dibattuta e non ancora definitivamente risolta.
Esiste una vasta bibliografia su proposte e critiche di sistemi di conteggio. Il
problema ha origine dal rapporto estremamente variabile esistente tra il
numero dei frammenti faunistici e la quantità di individui a cui essi si
riferiscono. Se un solo reperto rappresenta certamente un unico individuo,
più reperti della stessa specie possono essere attribuiti a un numero
variabile di soggetti sulla base del procedimento di conteggio applicato.
Per quantificare le presenze faunistiche sono generalmente usati due
metodi: il primo è il conteggio del numero dei reperti determinati (NR o
NISP), in cui ogni frammento assume il valore di un individuo; il secondo
consiste in sistemi di analisi comparata attraverso i quali si stima il numero
minimo di individui (NMI). I confronti quantitativi, su campioni
statisticamente significanti, vengono effettuati prendendo in considerazione
le percentuali di ciascuna specie relative a ogni fase abitativa o attività, e
riferiti al totale dei reperti determinati o al numero minimo di individui. La
scelta del metodo più appropriato è fatta in relazione alle varie situazioni di
rinvenimento. Spesso sono applicate in parallelo le due metodologie sopra
accennate, affiancate a volte dalla stima (nel caso di macrofauna) della resa
in carne ricavabile dagli animali abbattuti.
Dati culturali. La raccolta di dati sulla gestione animale e sull’economia
dei siti archeologici è uno dei principali obiettivi nello studio delle
archeofaune.
La tafonomia, nell’analizzare le tracce lasciate sulle ossa da strumenti da
taglio durante le operazioni di macellazione o spellamento, può mettere in
luce metodologie operative caratteristiche di diverse culture e spesso legate
alla specie e alla taglia degli animali. Con l’uso del microscopio elettronico a
scansione è inoltre possibile determinare la genesi dei segni di macellazione
e ricostruire modalità e tipi di intervento.
Anche dati emergenti dal semplice riconoscimento delle ossa sono
espressione delle diverse attività dei siti: i resti di pasto di abitanti di zone
urbane (in un ambito di consumo e quindi non produttivo) possono essere
costituiti, nel caso di ossa di grandi mammiferi, da una certa abbondanza di
elementi scheletrici degli arti, ricchi in carne, o di altre parti
commercializzate per il loro uso alimentare. Al contrario, le ossa di scarto di
una macelleria, quando non diversamente utilizzate, potranno essere
relative a parti non commercializzate, come le vertebre o le estremità degli
arti. In un contesto allo stesso tempo produttivo e di consumo, come può
essere una fattoria di campagna, i resti ossei rinvenuti potranno
rappresentare le varie parti scheletriche in modo meno selettivo.
I dati archeozoologici, uniti alle informazioni culturali ricavabili sia dai
materiali antropici rinvenuti negli scavi sia dalle fonti scritte, completano le
conoscenze storiche dei siti.
In giacimenti preistorici, con un’economia basata sulla caccia e sulla
raccolta, queste analisi possono illustrare le modalità di macellazione: per
esempio, si è accertato che usualmente gli animali di grossa taglia erano
macellati sul luogo di abbattimento. Nell’abitato giungevano solo alcune
parti della carcassa, mentre animali più piccoli, più facilmente trasportabili,
erano portati integri.
La determinazione dell’età degli animali abbattuti, eseguita attraverso lo
studio delle ossa e dei denti, rappresenta un’altra fonte di informazioni sulla
gestione faunistica da parte delle popolazioni antiche.
Nei mammiferi, le diverse fasi di ossificazione degli elementi scheletrici,
la presenza di denti da latte, l’usura della dentatura definitiva e la
morfologia delle corna e delle cavicchie sono direttamente legate all’età
degli animali. In certi casi, prendendo come riferimento le fasi riproduttive
delle specie attuali e la stagione delle nascite, si può ricostruire con una
certa approssimazione il periodo di abbattimento di giovani individui, legato
alla frequentazione stagionale dell’uomo in alcuni siti oppure a specifici
indirizzi di sfruttamento di animali domestici. La stagione di morte è anche
ricavabile dall’analisi degli strati di cemento sui denti di mammiferi e dagli
anelli di accrescimento delle vertebre dei pesci.
L’età degli animali abbattuti ha una grande importanza negli studi sulla
domesticazione. Questo fondamentale mutamento della gestione animale si
inquadra nel più ampio fenomeno della neolitizzazione che ebbe origine, nel
caso del Vecchio Mondo, intorno all’VIII millennio a.C., nell’area della
cosiddetta «mezzaluna fertile», in Vicino Oriente. In questa fase culturale,
che ebbe una rapida ed estesa diffusione, l’interesse dell’uomo, dal semplice
utilizzo dell’animale abbattuto, si rivolse anche alla gestione dell’animale
vivo; infatti, imparò a controllarne la riproduzione e a indirizzarla verso
specifici settori di sfruttamento, nel quadro di un’economia di produzione.
Con la domesticazione alcune specie di vertebrati, scelte per loro
particolari caratteristiche, subirono, attraverso la cattività e la selezione,
profonde modificazioni identificabili nelle parti ossee rinvenute nei siti
archeologici.
Contemporaneamente all’allevamento fu sempre praticata la caccia agli
animali selvatici, con maggiore o minore intensità in relazione alle zone e ai
periodi. Uno dei problemi dell’archeozoologia, soprattutto nello studio delle
fasi iniziali della domesticazione, è la non sempre facile distinzione
osteologica tra le forme selvatiche e quelle domestiche, a volte
contraddistinte soprattutto da variazioni di taglia. In alcuni casi, la
domesticazione comportò l’introduzione di specie alloctone che arricchirono
il panorama faunistico di intere regioni.
Nello studio delle faune domestiche, informazioni di carattere economico-
culturale provengono dall’analisi dell’età di morte degli animali, sopra
accennata, dalla taglia e dal sesso di appartenenza; i diversi indirizzi verso
cui la gestione faunistica era rivolta hanno spesso un diretto riscontro in
questi tre punti di indagine. Lo sfruttamento animale può essere finalizzato
all’ottenimento di prodotti primari come carne, ossa e pelle, alla
riproduzione, a prodotti secondari come latte e lana, e allo sfruttamento
della forza lavoro (patologie ossee causate da stress o particolari usure
dentarie dovute alla presenza del morso sono a volte testimonianza dello
sfruttamento della forza lavoro di alcuni grossi ungulati). In relazione a
questi tipi di gestione esistono età ottimali di abbattimento, oltre le quali il
mantenimento in vita dell’animale è economicamente sfavorevole. In un
contesto di allevamento indirizzato alla produzione di carne, per esempio,
l’animale è soppresso non appena raggiunge le dimensioni adulte; nel caso
di animali da riproduzione e da latte, l’abbattimento avviene quando la
capacità di gestazione delle femmine viene meno. La determinazione del
sesso degli animali, condotta sulla base delle diverse morfologie di alcune
parti scheletriche, può portare ad analoghi risultati. Per quanto riguarda i
capriovini, nello sfruttamento della carne sono privilegiati l’abbattimento
dei giovani maschi e il mantenimento delle femmine adulte per la
riproduzione e il latte. Attraverso l’analisi dell’età di morte e la
quantificazione delle presenze dei due sessi nelle popolazioni di animali
domestici, è possibile enucleare i principali indirizzi verso cui era rivolto
l’allevamento e osservarne i cambiamenti nel corso del tempo (cfr. TESSUTO,
ARCHEOLOGIA DEL).
Le diverse razze, create con precise finalità, sono oggetto di studio nelle
variazioni morfologiche e dimensionali delle ossa. È di un certo interesse
poter seguire fenomeni di migrazione e colonizzazione umana, oltre che
attraverso dati storici, antropologici e culturali, anche con l’individuazione
delle razze di animali domestici di importazione.
Ricostruzione ambientale. I depositi archeologici sono preziosi serbatoi
d’informazioni paleontologiche e ambientali (cfr. AMBIENTALE, ARCHEOLOGIA).
Soprattutto in siti mesolitici e paleolitici, ma anche in giacimenti di epoche
più recenti, le sequenze stratigrafiche, affiancate da datazioni assolute e da
dati culturali, forniscono insiemi di faune selvatiche tipiche di particolari
habitat e i cambiamenti nella loro composizione danno indicazioni
sull’ambiente circostante e sui mutamenti climatici avvenuti durante il
Quaternario. Recenti studi sulle variazioni degli isotopi dell’ossigeno e sulla
composizione isotopica di azoto e carbonio del collagene delle ossa sono
indirizzati verso queste ricerche paleoclimatiche.
L’evoluzione delle specie animali, legata a fattori climatici, ambientali o
antropici, è frequente oggetto di studio in contesti archeologici,
particolarmente utili perché inquadrati cronologicamente in modo preciso.
La totalità delle informazioni provenienti dallo studio delle archeofaune,
inserite in una comune banca dati, sono gestibili in modo ottimale per
confronti, elaborazioni e aggiornamenti. Per questa ragione è fondamentale
giungere a standardizzare il più possibile i dati attraverso metodologie e
parametri comuni.

U. Albarella, Problemi metodologici nelle correlazioni inter-sito: esempi da archeofaune


dell’Italia meridionale, Atti 1° Convegno nazionale di archeozoologia (Rovigo 1993),
in «Padusa Quaderni», 1, 1995, pp. 15-28; P. Anconetani, G. Giusberti, C. Peretto,
Metodica di raccolta, codifica e trattamento dati per la raccolta archeozoologica, in C.
Peretto (a cura di), I reperti paleontologici del giacimento di Isernia La Pineta, Isernia
1996, pp. 577-98; S. Bökönyi, The Possibilities of a Cooperation between Archaeology
and Zoology, in «Bullettino di Paletnologia italiana», 83, 1992, pp. 391-404; R.W.
Casteel, Fish Remains in Archaeology and Paleoenvironmental Studies, Whitstable
1976; L. Chaix, P. Meniel, Eléments d’archéozoologie, Paris 1996; S.J.M. Davis, The
Archaeology of Animals, London 1987; P. Ducos, Archéozoologie quantitative, Paris
1988; A. Gautier, La domestication, Paris 1990; G. Giacobini, Identificazione delle
tracce di macellazione con strumenti litici. Analisi di microscopia elettronica a
scansione, Atti 1° Convegno nazionale di archeozoologia (Rovigo 1993), in «Padusa
Quaderni», 1, 1995, pp. 29-38; R.L. Lyman, Vertebrate Taphonomy, Cambridge 1994;
A. Morales Muñiz, Identificación e identificabilidad: cuestiones básicas de metodología
zooarqueologica, Madrid 1988, pp. 455-70; A. Riedel, Risultati di ricerche
archeozoologiche eseguite nella regione fra la costa adriatica e il crinale alpino (dal
neolitico recente al medioevo), in «Padusa», 1-4, 1986, pp. 81-99; A. Tagliacozzo,
L’archeozoologia: problemi e metodologie relativi alla interpretazione dei dati, in
«Origini», XVII, 1993, pp. 7-88; C. Tozzi, L’archeozoologia: problemi e prospettive, in
T. Mannoni, A. Molinari (a cura di), Scienze in archeologia (Pontignano 1988), Firenze
1990, pp. 209-32; B. Wilson, C. Grigson, S. Payne, Ageing and Sexing Animal Bones
from Archaeological Sites, in BAR British Series, Oxford 1982, p. 268.

PAOLO BOSCATO
Architettura, archeologia della

Alla fine degli anni Settanta, gruppi diversi di ricercatori a Genova, Siena e
Venezia hanno sperimentato e verificato, quasi contemporaneamente e in
modo autonomo, alcuni strumenti concettuali per trascrivere gli effetti del
trascorrere del tempo sulle murature. Quella che all’inizio fu chiamata
lettura stratigrafica del sopravvissuto, degli elevati o dell’edilizia, e che solo
in seguito verrà definita come archeologia dell’architettura, si è sviluppata
soprattutto dalle ricognizioni sul campo (le prime proposte di registrazione
«oggettiva» delle tecniche costruttive) e nei cantieri archeologici (con la
straordinaria eccezione delle proposte di «rilievo critico» espresse sul
versante architettonico da alcuni settori interessati alla conservazione del
costruito). La matrice archeologica è un’esperienza quasi esclusivamente
italiana (altrove, in Europa, apparirà successivamente), sviluppatasi a diretto
contatto con le spesso imponenti strutture murarie degli insediamenti
abbandonati e dei complessi architettonici ridotti allo stato di rudere o
comunque non più in uso, cercando di raccogliere le informazioni da ogni
tipo di fonte materiale a diversa scala (gli edifici, le murature, le pietre, i
mattoni, le malte ecc.), quando non si avevano a disposizione altre tipologie
di fonti documentarie. L’archeologia dell’architettura fonda le sue prime
esperienze, quindi, privilegiando la «lettura» delle informazioni contenute
sulle murature stesse, con gli strumenti tipici dell’indagine archeologica: la
stratigrafia, le tipologie di alcune classi di materiali, lo studio delle tecniche
costruttive e le analisi archeometriche.
Fin dalle prime pionieristiche esperienze (a non tener conto di alcuni
isolatissimi lavori apparsi fin dall’inizio del secolo), i potenziali risultati
hanno suscitato l’interesse di due gruppi disciplinari diversi: l’archeologia,
soprattutto quella post-classica, e il restauro architettonico.
Per quanto riguarda la ricerca archeologica, sono stati gli stessi
archeologi a sperimentare l’utilizzazione degli strumenti propri dello scavo,
applicandoli all’analisi dell’edilizia ancora in elevato, perché considerata un
«deposito verticale» di informazioni storiche stratificate che doveva essere
individuato, registrato e interpretato in strettissimo collegamento con
quanto si andava indagando nel «deposito orizzontale».
Per questa ragione furono adottati criteri di registrazione mutuati
direttamente dal cantiere di scavo: il rilievo grafico molto caratterizzato e
redatto a contatto diretto delle murature e il riversamento delle osservazioni
su schede appositamente predisposte (schede di Usm o Unità stratigrafica
muraria), con lemmi anch’essi quasi tutti mutuati dalla ricerca archeologica
(cfr. SCAVO ARCHEOLOGICO; SCAVO, PRATICA E DOCUMENTAZIONE).
Le prime esperienze di archeologia dell’architettura si svilupparono
perciò sugli edifici che costituivano parte integrante dei cantieri di scavo,
per incrociare i dati provenienti da tutti i possibili bacini di stratificazione,
sia quelli prevalentemente orizzontali, sia quelli verticali. Solo in un secondo
momento si iniziò a sperimentare e verificare le possibilità offerte
dall’analisi stratigrafica anche al di fuori del cantiere di scavo, spesso sui
grandi monumenti e quasi sempre con risultati assolutamente sorprendenti,
proprio perché era possibile incrociare e verificare i dati provenienti da
diverse tipologie di fonti (i testi scritti, l’iconografia, la cartografia, le
caratteristiche fisico-chimiche dei materiali ecc.).
Nei primi anni della sperimentazione, gli obiettivi prioritari
dell’archeologia dell’architettura furono essenzialmente due, entrambi
mutuati direttamente da, e in stretta connessione con, quelli della giovane
archeologia medievale:
a) la determinazione di ogni passo (le «fasi») della storia costruttiva del
manufatto architettonico;
b) la caratterizzazione delle tecniche costruttive.
In questi ultimi anni si è constatato che è possibile applicare i medesimi
strumenti concettuali per l’analisi di manufatti edilizi assai differenziati,
dalle più semplici abitazioni di villaggi abbandonati o di centri ancora in
vita ai più complessi monumenti architettonici (il Duomo di Pisa, il Palazzo
Pubblico di Siena ecc.), adeguando marginalmente i sistemi di registrazione
(restituzioni fotografiche dei prospetti al posto del rilievo, possibilità di
adottare due distinte schede di registrazione a seconda dei livelli di
approfondimento previsti nel progetto di conoscenza generale).
Al momento stesso dell’enunciazione, da parte degli archeologi, della
possibilità di utilizzare lo strumento stratigrafico nell’analisi del patrimonio
architettonico, era parso evidente che un risvolto immediato si sarebbe
avuto nel cantiere di restauro, inteso come momento imprescindibile per
sviluppare la conoscenza «storica» del manufatto architettonico. Nel campo
del restauro architettonico (cfr. RESTAURO DEI MONUMENTI E SITI), o meglio della
CONSERVAZIONE (cfr. ) del costruito, le proposte della ricerca sul campo hanno
portato alla definizione delle regole del cosiddetto «rilievo critico», cioè un
tipo di rilievo grafico che registra, con segni diacritici, anche una parte delle
cronologie relative riconoscibili nelle parti costruite. L’incontro con le
esperienze archeologiche ha affinato, da un lato, il complesso dei dati
registrabili e, dall’altro, anche la consapevolezza che esistono alcune
differenze nella formazione della stratificazione edilizia, rispetto a quella più
propriamente archeologica. Differenze che si sono espresse in proposte
operative indirizzate ai modi dell’intervento sul costruito.
A questo stadio della sperimentazione, con una storia della ricerca ancora
giovane e con ampi margini di sviluppo, la scelta di appoggiarsi a un
impianto teorico già ampiamente discusso e verificato (la stratigrafia in
archeologia) costituisce una base immediatamente operativa, in attesa di un
necessario momento di riflessione, affinché si definiscano con maggior
cognizione di causa i problemi che si dovranno affrontare nel prossimo
domani.
L’archeologia dell’architettura ha il proprio campo di intervento in ogni
manufatto edilizio costruito con sistemi tradizionali, dove siano riconoscibili
gli interventi costruttivi pregressi e le trasformazioni successive, dal
momento della costruzione fino a oggi. Con queste premesse, l’applicabilità
degli strumenti di analisi è facilitata dalla visione diretta e immediata dei
paramenti murari, privi degli strati di rivestimento a causa del DEGRADO (cfr.
) o perché costruiti a «faccia vista» fin dall’inizio. Recentemente sono state
proposte letture assolutamente non distruttive, utilizzando i confronti
tipologici di numerosi elementi architettonici e di finitura, per individuare le
possibili fasi costruttive di edifici completamente intonacati e ancora in uso.
Nel caso di supporti murari parzialmente visibili, per cause legate al
degrado dei rivestimenti o per limitate demolizioni, è stato sperimentato
anche una sorta di «scavo» sulla parete (sondaggio stratigrafico) di aree
generalmente limitate e accuratamente scelte per rappresentatività e
vicende costruttive. Viene in tal caso registrata (lasciando in situ dei
testimoni) la presenza di ogni singolo strato (mani di colore, ridipinture,
intonaci ecc.), per ricostruire la sequenza di riferimento del singolo
ambiente o della superficie esterna, ricostruendo una colonna
esemplificativa degli strati presenti, indipendentemente dalla loro posizione
topografica ed estensione, con gli intonaci a sostenere il ruolo di strato-
guida, da utilizzare per collegare alla sequenza costruttiva generale i
cambiamenti della distribuzione delle aperture e le diverse finiture esterne, e
per verificare la qualità e il tipo di finiture ancora nascosti.
Postulato indispensabile per poter operare analisi stratigrafiche
dell’edilizia è la capacità di distinguere, sul manufatto architettonico, le
parti costruttivamente omogenee (per materiali, per tecniche costruttive,
per dimensioni dei singoli pezzi, per gruppi di maestranze, per accadimenti
naturali ecc.), individuando il loro «contorno» sulle superfici delle pareti e
la cronologia relativa fra le diverse parti. In questa maniera è possibile
scomporre il tessuto edificato in una sorta di «esploso», dove l’ampiezza
delle singole parti che consideriamo fondamentali per la riuscita del
«progetto di conoscenza» può variare, a seconda della scala dell’intervento,
da un intero centro urbano a un corpo di fabbrica, fino al dettaglio degli
strati di rivestimento e delle diverse «mani» delle coloriture o pellicole che
si sono formate sulle superfici architettoniche. Questo «esploso» trova una
sintetica descrizione in un diagramma stratigrafico (o matrix di Harris),
dove in basso stanno le azioni costruttive più antiche e in alto quelle più
recenti. Confrontando le relazioni del diagramma con altre tipologie di fonti
(quelle scritte, quelle iconografiche, le caratteristiche dei materiali ecc.), si
arriva a determinare, attraverso momenti di sintesi via via sempre più ampi,
la storia costruttiva del tessuto edificato in maniera estremamente precisa,
anche in mancanza degli elementi tradizionalmente impiegati nella storia
dell’architettura.
L’elaborazione dei dati che si riescono a cogliere sullo spessore
stratificato delle murature ci fornisce informazioni che portano, in maniera
relativamente semplice e spesso con risultati assolutamente inediti, alla
determinazione della storia costruttiva del complesso edilizio e alla
redazione di particolari tipologie riguardanti, per esempio, le tecniche
costruttive delle murature (atlanti delle murature tradizionali) e delle
aperture (la cronotipologia assoluta e relativa), le caratteristiche dei
materiali da costruzione (la mensiocronologia), che possono coprire tutta la
gamma del tessuto edificato, dalle più semplici capanne in muratura agli
edifici monumentali più impegnativi, senza distinzioni di carattere formale
o di valori predefiniti e senza preclusioni cronologiche o topografiche.
Il valore di documento «storico» espresso da un’opera architettonica, a
qualunque livello gerarchico si voglia considerare (cronologico, tecnologico,
di simbolo o di funzione), è un fatto acquisito da moltissimo tempo e non ci
sembra il caso di rimetterlo in discussione, perché in ogni epoca si sono
avuti modi peculiari di valutare i manufatti architettonici come documenti
della memoria collettiva. Quindi, come documento storico, l’architettura è
stata oggetto di linee di ricerca attivate da numerose discipline. In questa
variegata ricchezza di interessi disciplinari, quello archeologico, che si
avvale dei più aggiornati strumenti di ricerca, è solo uno dei più recenti. La
ripresa di attenzione alle caratteristiche materiali della struttura, scevra da
gerarchie precostituite, è però uno degli aspetti più fecondi della moderna
ricerca archeologica (come è testimoniato ormai da una ricca letteratura
specifica), che non è più possibile eludere.
Con l’aumentare dell’esperienza e dei casi investigati, è oggi possibile
presentare una panoramica delle ricerche assai più variegata e ricca di
sfumature. In estrema sintesi, i risultati delle indagini in corso tendono a
una definizione sempre più precisa di specifici fossili guida (gli indicatori
cronologici), propri della produzione edilizia e ricavabili direttamente dalla
fonte materiale. L’equazione che vede il prodotto edilizio come la
sommatoria di tre momenti diversificati (la committenza, i materiali a
disposizione, il sapere tecnico delle maestranze), che interagiscono
fortemente fra di loro, sembra rispondere in modo relativamente preciso alle
nuove esigenze della ricerca. Alcuni aspetti che sono stati recentemente
affrontati (la cronotipologia delle aperture, la mensiocronologia dei laterizi e
di alcuni materiali litici, la diffusione dei materiali da costruzione)
permettono di investigare, con nuovi elementi di giudizio, alcuni aspetti
della produzione edilizia, dalla circolazione delle maestranze alla
trasmissione del sapere tecnico (cfr. CULTURA MATERIALE).
L’applicazione degli strumenti archeologici (soprattutto quello
stratigrafico) nell’analisi di un numero di costruzioni sempre maggiore ha
fornito i mezzi per affrontare sotto nuovi punti di vista alcuni aspetti legati
anche allo spessore tecnico della costruzione. Questo lato della ricerca
comincia a essere colto in alcune sperimentazioni, numericamente ancora
scarse, ma di profondo impatto metodologico, che si potrebbero considerare
come il naturale completamento dei primi obiettivi «storici», anche nel
campo della scienza delle costruzioni tradizionali e in molti aspetti a essa
connessi. Inoltre, la quantità di informazioni storiche «leggibili» sulle
superfici architettoniche (l’autenticità del manufatto architettonico)
comincia a essere proposta come metro di valutazione dell’impatto dei
nuovi interventi di conservazione del costruito.
Per questo, le linee lungo le quali approfondire la ricerca, così come
recentemente prospettate da alcuni autori (l’individuazione della sequenza
statica, della sequenza del degrado, della sequenza degli intonaci, della
sequenza delle strutture lignee, della sequenza tecnologica, della sequenza di
forme e simboli, della sequenza di funzioni e significati), appaiono
fortemente stimolanti, anche se attendono un’applicazione meno
sperimentale e più aperta alle comuni esperienze di cantiere. Soprattutto si
deve verificare se tutte o quasi le sequenze appena esposte non si possano
far rientrare nelle prime sintesi delle registrazioni, definite per attività (o
gruppi di attività), in accordo con quanto già abbondantemente
sperimentato in campo archeologico, anche per mezzo del formidabile e
flessibile strumento proposto da E. Harris. In realtà, le sperimentazioni sono
ancora estremamente limitate e, pertanto, sembrerebbe prematuro proporre
adattamenti soddisfacenti a uno strumento che finora si è comportato
magnificamente.
Allo stesso modo, il dibattito scientifico potrebbe far considerare
l’attenzione verso gli aspetti legati al degrado dei materiali come un
allargamento dello spettro analizzabile con gli strumenti stratigrafici, invece
di proporre soluzioni che prendono in considerazione il parallelismo che
sembrerebbe instaurarsi fra i processi di degrado e di trasformazione
postdeposizionale. Gli effetti del processo di degrado si potrebbero, quindi,
considerare ancora ricadenti all’interno dei due grandi temi di ricerca
individuati fin dalle prime, timide, sperimentazioni: il divenire storico
dell’edificio (la fondazione, lo sviluppo, le trasformazioni, l’eventuale
abbandono, il degrado dei materiali, il restauro ecc.) e le caratteristiche,
delle tecniche e dei materiali costruttivi. Insomma, pare di poter sostenere
che i criteri di analisi delle evidenze materiali devono rimanere gli stessi,
mentre possono cambiare le utilizzazioni dei dati e le strategie
dell’intervento conoscitivo (come in parte sta avvenendo anche nelle attività
di scavo).
La novità più recente appare il tentativo di registrare e interpretare i passi
e le caratteristiche del processo di stratificazione, indagato da discipline
diverse secondo un unico (o almeno unitario) criterio ordinatore, per
comprendere tutto il complesso di azioni antropiche e naturali che
condizionano lo stato attuale del manufatto architettonico, sia esso un
grande monumento o una semplice abitazione, e ne determinano i diversi
livelli di autenticità.

AA.VV., Dal sito archeologico all’archeologia del costruito. Conoscenza, progetto e


conservazione (Bressanone 1996), in «Scienza e Beni Culturali», XII (1996); AA.VV.,
Storia delle tecniche murarie e tutela del costruito. Esperienze e questioni di metodo, a
cura di S. Della Torre, Milano 1996; G.P. Brogiolo, Archeologia dell’edilizia storica,
Como 1988; F. Doglioni, Stratigrafia e restauro. Tra conoscenza e conservazione
dell’architettura, Trieste 1997; F. Doglioni, R. Parenti, Murature a sacco o murature a
nucleo in calcestruzzo? Precisazioni preliminari desunte dall’osservazione di sezioni
murarie, in Calcestruzzi antichi e moderni: storia, cultura e tecnologia (Bressanone
1993), Padova 1993, pp. 137-56; D. Esposito, Tecniche costruttive murarie medievali.
La tecnica muraria «a tufelli» in area romana, Roma 1997; D. Fiorani, Tecniche
costruttive murarie medievali. Il Lazio meridionale, Roma 1996; R. Francovich, R.
Parenti (a cura di), Archeologia e restauro dei monumenti (Pontignano 1987), Firenze
1988; F. Gabbrielli, La «cronotipologia relativa» come metodo di analisi degli elevati: la
facciata del Palazzo Pubblico di Siena, in «Archeologia dell’Architettura», I (1996),
pp. 17-40; T. Mannoni, L’analisi delle tecniche murarie medievali in Liguria, in Atti
del Colloquio internazionale di archeologia medievale, Palermo-Erice 1974, Palermo
1976, pp. 291-300; Id., Metodi di datazione dell’edilizia storica, in «Archeologia
Medievale», XI (1984), pp. 396-403; Id., Caratteri costruttivi dell’edilizia storica,
Genova 1994. Si vedano anche le riviste «Archeologia dell’Architettura», I (1996), II
(1997), III (1998), e «Restauro&Città», 2 (1985).

ROBERTO PARENTI
B

Bioarcheologia
Parte dell’ARCHEOLOGIA AMBIENTALE (cfr. ) che si occupa dei materiali organici
rinvenuti in contesti archeologici. Essa comprende le ricerche sui resti
vegetali, animali e umani, dal punto di vista sia dell’identificazione sia della
loro CONSERVAZIONE (cfr. ) e rappresentatività; è da notare che nella letteratura
americana il termine viene spesso riferito esclusivamente allo studio dei
resti ossei umani.
Sin dai suoi inizi, intorno al cambio di secolo, la bioarcheologia si è
concentrata sul riconoscimento morfologico delle specie, principalmente al
fine di seguirne l’evoluzione nel tempo e nello spazio, come pure la loro
distribuzione regionale e le migrazioni. Nei decenni successivi, l’interesse si
è esteso progressivamente anche agli aspetti demografici e sociali, con
particolare riguardo a temi come la domesticazione di piante e animali o
l’interpretazione dei contesti urbani e di epoca storica. Comune a tutte le
branche è una metodologia generale che parte dall’identificazione dei
reperti, tradizionalmente stabilita su base morfologica con l’ausilio di
collezioni di confronto e atlanti, cui recentissimamente si sono aggiunte
tecniche della biologia molecolare fra cui l’estrazione del Dna. I materiali
identificati vengono poi quantificati e i dati vengono elaborati
statisticamente tenendo presenti i problemi di tafonomia e di conservazione
degli ecofatti nei depositi archeologici.
Attraverso lo studio di differenti tipi di resti vegetali, l’ARCHEOBOTANICA
(cfr. ) mira a ricostruire il quadro complessivo della flora antica, cioè
l’insieme delle piante spontanee e di quelle coltivate, e a chiarire i modi del
suo sfruttamento da parte dell’uomo. Un’attenzione particolare viene
prestata, nell’analisi di semi e frutti (carpologia), a ricerche riguardanti la
dieta e l’economia, come la ricostruzione dei processi di lavorazione dei
prodotti agricoli o la caratterizzazione dei siti consumatori o produttori. I
semi di piante spontanee, in particolare le infestanti, costituiscono invece
ottimi indicatori per la ricostruzione degli habitat, essendo la loro
distribuzione condizionata da fattori ambientali. I resti di legno carbonizzato
sono l’oggetto di studio dell’antracologia e informano sulla vegetazione
arborea antica. Specialmente in ambito rurale i contesti antracologici nel
loro complesso offrono preziose indicazioni paleoecologiche sull’ambiente e
sullo sfruttamento della vegetazione.
La palinologia, tramite l’analisi dei pollini e delle spore, analizza
principalmente l’evoluzione della vegetazione in rapporto a cambiamenti
climatici, quali le glaciazioni, o a massicce modificazioni antropiche, come i
disboscamenti connessi all’introduzione dell’agricoltura. In contesti urbani
essa può facilitare l’interpretazione di aree di attività legate all’utilizzo di
risorse vegetali, mentre pollini rinvenuti in coproliti umani possono offrire
dati sull’alimentazione, e sui movimenti stagionali di popolazioni non
stanziali. I fitoliti rappresentano una branca relativamente nuova
dell’archeobotanica. Essi sono corpuscoli di silice idrata che si accumulano
in varie parti della pianta durante la sua vita; non essendo organici non
presentano particolari problemi di conservazione e sono quindi
frequentissimi nel suolo. Risultano di particolare utilità quando mancano
altri dati e nel caso di piante erbacee i cui resti non sopravvivono altrimenti.
Le ossa animali rinvenute nei contesti archeologici sono l’oggetto di
studio dell’ARCHEOZOOLOGIA (cfr. ). L’obiettivo è la ricostruzione della dieta,
dei modi di sussistenza, dei sistemi di allevamento e redistribuzione dei
prodotti in ambito regionale. Chiarendo il ruolo degli animali
nell’ecosistema e nell’economia, l’archeozoologia si integra nell’insieme
degli studi ambientali al fine di ottenere una ricostruzione complessiva del
paesaggio naturale e delle sue interazioni con le attività umane.
L’elaborazione dei dati archeozoologici è stata sviluppata in alcune direzioni
principali. Fra le più elementari si ha la caratterizzazione di siti e contesti
sulla base delle proporzioni fra le specie rappresentate. Da ciò si ricavano
informazioni sulla fauna delle zone circostanti ma specialmente sulle forme
dell’allevamento o della caccia in situazioni e culture diverse. Studi più
elaborati vengono condotti prendendo in considerazione attributi specifici
dei reperti come l’età di morte, il sesso, le tracce di macellazione o gli
indicatori paleopatologici. Analizzando il primo di essi, per esempio, si
possono ottenere curve di mortalità, talvolta distinte per sesso, il cui
andamento (specialmente nel caso delle specie addomesticate) può mostrare
l’impatto delle strategie di abbattimento messe in opera dall’uomo sulla
demografia delle varie specie. Si arriva così a comprendere i modi dello
sfruttamento delle risorse animali in situazioni storiche e geografiche
differenti. Questi studi sono utilmente integrati da osservazioni sulla
patologia riscontrabile sulle ossa; usura delle giunture e disordini metabolici
dovuti a carenze alimentari, per esempio, possono indicare condizioni
ambientali o ergonomiche particolari. Le tracce di macellazione, infine,
contribuiscono alla ricostruzione dei modi e delle tradizioni di uso della
carne, oltre a fornire dati sulla distribuzione delle parti pregiate o scadenti
all’interno dello stesso insediamento o fra siti diversi, da cui si possono
ricavare indicazioni sulla struttura sociale della popolazione. I resti di
animali di piccole dimensioni, detti microfauna, più che sulla sussistenza,
forniscono utili informazioni sull’ambiente naturale circostante il sito, con
una funzione analoga a quella delle piante infestanti nell’archeobotanica.
Specialmente i molluschi terrestri e marini e gli insetti sono sensibili a
minime variazioni nel loro habitat e sono quindi indicatori particolarmente
precisi.
Per quanto riguarda le ossa umane, vengono in gran parte utilizzati gli
stessi metodi di indagine impiegati per le ossa animali, in particolare per la
determinazione del sesso, dell’età di morte e per la quantificazione degli
individui. L’analisi di tali resti, in particolare se provenienti da contesti
necropolari organici, può avere implicazioni molto vaste, che vanno dalle
caratteristiche antropometriche, alla struttura demografica, fino alla
stratificazione sociale (cfr. PALEOANTROPOLOGIA) . In questo senso, sono
importanti gli studi di PALEOPATOLOGIA (cfr. ), che consentono di ricostruire
l’incidenza di malattie e alterazioni fisiche. Per esempio, le presenze di
stress nelle giunture, denotante duro lavoro manuale, o di segni di
malnutrizione sono state usate come indicatori del livello sociale del
defunto. Negli ultimi decenni, le indagini sulla dieta hanno potuto avvalersi,
con notevoli risultati, dell’analisi degli elementi in traccia nella parte
minerale dell’osso e dell’analisi degli isotopi stabili del carbonio e dell’azoto
nel collagene. Per esempio, la proporzione fra stronzio e calcio può indicare
la preponderanza dei vegetali o delle carni nella dieta, la presenza di
contaminazione da piombo suggerisce invece l’uso di utensili o tubature in
genere connesse con le classi sociali elevate, il rapporto fra carbonio e azoto,
infine, può riflettere una dieta principalmente marina o terrestre, o il
consumo di determinate piante, come il mais.
Una nuova frontiera della bioarcheologia in genere è rappresentata dalle
analisi del Dna. In particolare per i resti umani, l’estrazione del codice
genetico potrà portare a sviluppi di grande importanza, che vanno dalla
paleopatologia al riconoscimento di gruppi parentelari, fino alla
comprensione delle origini dei gruppi etnici e delle grandi migrazioni
umane. L’analisi del Dna mitocondriale, che si eredita solo per via materna,
sta già aprendo nuove prospettive su temi come la rivoluzione neolitica.

H.K. Kenward, The Value of Insect Remains as Evidence of Ecological Conditions on


Archaeological Sites, in D.R. Brothweel, K.D. Thomas, J. Clutton-Brock (a cura di),
Research Problems in Zooarchaeology, in «Institute of Archaeology Occasional
Publication», 3, 1978; T. Mannoni, A. Molinari (a cura di), Scienze in archeologia
(Pontignano 1988), Firenze 1990; S. Mays, The Archaeology of Human Bones, London
1998; D. Pearsall, Palaeoethnobotany. A Handbook of Procedures, London 1989; A.
Tagliacozzo, L’archeozoologia: problemi e metodologie relativi alla interpretazione dei
dati, in «Origini», XVII, 1993, pp. 7-88; Biomolecular Archaeology, in «World
Archaeology», 25, 1993. Si vedano inoltre le bibliografie in calce alle voci
ARCHEOBOTANICA, ARCHEOZOOLOGIA, PALEOANTROPOLOGIA, PALEOPATOLOGIA.

LAURA MOTTA
C

Campionatura
Per campionatura si intende, in senso generale, una procedura in cui solo
alcuni individui vengono esaminati per conoscere le caratteristiche del
gruppo più ampio cui appartengono. Nata in ambito statistico, essa ha
trovato negli ultimi due o tre decenni un notevole campo di applicazione in
varie branche dell’archeologia. Nei suoi termini epistemologici più vasti, la
problematica connessa con la campionatura è un tema di cui gli archeologi
sono coscienti da lungo tempo. L’archeologia infatti, quasi per definizione,
si occupa di insiemi incompleti di tracce materiali. Ciò che è sopravvissuto
(e soprattutto ciò che viene rinvenuto e riconosciuto) non costituisce altro
che una frazione, spesso minima, di ciò che è esistito in passato. Questa è
una osservazione che ha sempre fatto parte dell’esperienza degli archeologi,
si prendano in considerazione statue o monete, insediamenti o pollini. Per
questa ragione, stabilire la rappresentatività di ciò che si scopre è quasi
altrettanto importante del suo rinvenimento o della sua identificazione.
Questo era già chiaro all’ANTIQUARIA (cfr. ) ottocentesca, che affermava che
«chi ha visto un solo monumento non ne ha visto nessuno, e chi ne ha visti
cento ne ha visto uno». Una gran parte dell’archeologia successiva ha
proseguito nel solco di questo approccio impressionistico al problema. Si è
cioè stabilito se il numero di esemplari noti fosse sufficiente per provare
l’esistenza di un fenomeno sulla base di criteri di buon senso empirico. È
bene sottolineare che in molte situazioni questo costituisce l’unico
approccio possibile, specie se i dati a disposizione sono particolarmente
scarsi. È d’altronde vero che i problemi della campionatura sono inerenti
alla gran parte della ricerca archeologica e che l’unica scelta aperta è quella
fra il loro trattamento formale e quello impressionistico. Il rifiuto della
campionatura che viene talvolta professato equivale di fatto a negare la
stessa natura della documentazione archeologica.
La teoria della campionatura offre una serie di procedure e strumenti
statistici per ottenere indicazioni quantitative sulla rappresentatività dei
contesti noti (cfr. QUANTITATIVA, ARCHEOLOGIA). Inoltre, nel caso di quantità
sovrabbondanti di evidenze, consente di campionare ulteriormente ciò che è
sopravvissuto, in modo da ottimizzare risultati e risorse. Approcci formali
basati sulla campionatura sono stati applicati a vari campi dell’archeologia:
forse il più diffuso è la campionatura di un territorio, dove, per ricostruire
l’evoluzione del popolamento, ci si limita a fare una ricognizione solo di una
parte dell’intera regione. Anche grandi contesti di reperti organici e
artificiali possono essere studiati per campionatura, mentre più raro è
l’impiego formale di campioni di scavo per investigare un sito. In ogni caso,
la campionatura si basa su alcuni concetti teorici fondamentali. L’insieme
degli oggetti – siano essi manufatti, tombe, parti di territorio o altro –, di cui
si vogliono conoscere le caratteristiche sulla base dello studio di un
campione, viene definito popolazione, mentre per frazione campionata si
intende la proporzione fra le dimensioni del campione e quelle della
popolazione. Per quanto riguarda i criteri di selezione dei campioni, si
distinguono tre fondamentali strategie. Nella campionatura arbitraria la
dimensione dei campioni e la loro scelta vengono decise dal ricercatore (o
sono intrinseche alla natura della documentazione) senza che venga
adottato alcun criterio esplicito. Quella ragionata prevede che i campioni
vengano selezionati dal ricercatore con criteri e procedure omogenei ed
espliciti. Nella campionatura casuale, infine, almeno alcuni passaggi nella
scelta dei campioni sono lasciati al caso, in modo da evitare che i pregiudizi
del ricercatore finiscano per influire sui risultati. Nelle altre procedure citate
esiste, infatti, il rischio che la scelta dei campioni riduca la loro
rappresentatività, introducendo una deformazione (detta tecnicamente bias).
Nel caso della campionatura ragionata però, poiché i suoi criteri vengono
formalizzati e resi espliciti, è possibile valutare e controbilanciare eventuali
bias introdotti, cosa impossibile nella campionatura arbitraria.
Stabilire la frazione da campionare è un’altra decisione fondamentale
della procedura. In termini generali, essa deve salire in proporzione alla
variabilità presentata dal fenomeno che si vuole indagare; è quindi
essenziale sapere qualcosa sulla natura della popolazione da campionare
prima di intraprendere la procedura. Per ottenere una maggiore accuratezza
senza aumentare la frazione, la campionatura può basarsi su una
stratificazione. La popolazione può essere cioè suddivisa in sottogruppi
(chiamati strati) sulla base di caratteri che si presume possano avere a che
fare con il fenomeno investigato. A questo punto i campioni vengono
selezionati in modo che tutti gli strati siano adeguatamente rappresentati
nel campione, idealmente nelle stesse proporzioni che hanno nella
popolazione. Per esempio, nell’archeologia dei paesaggi, l’impiego di
stratificazioni ambientali o culturali consente di ottenere un vantaggio reale
per la ricostruzione di dati come la densità di siti sul territorio, le
proporzioni fra siti di varie epoche e tipi e altri valori riassuntivi. La
campionatura di territori, che è nel complesso l’applicazione pratica più
diffusa e allo stesso tempo più controversa di questo metodo, presenta
inoltre problemi specifici. In essa vanno definiti, infatti, anche la forma, le
dimensioni, la disposizione e il numero dei campioni sul territorio (cfr.
RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA). Con campioni più piccoli si tende a rinvenire più
siti e a stimare più accuratamente la loro densità, mentre con campioni più
grandi si hanno vantaggi logistici e maggiori possibilità di individuare
tracce lineari e configurazioni di siti. Per quanto riguarda forma e
dimensioni, vengono impiegati rettangoli allungati (i cosiddetti transetti) o
quadrati, con lato minore oscillante fra gli 0,5 e i 2-3 km di lunghezza. La
disposizione può essere a intervalli regolari (con origine casuale o non) o del
tutto casuale. È necessario contemperare esigenze contrastanti alla luce
delle specifiche questioni da risolvere piuttosto che sulla base di principi
astratti.
Una volta esaminati gli attributi rilevanti del campione, il passo
successivo è quello di ottenere alcune stime delle proprietà corrispondenti
della popolazione. Tali computi sono ovviamente derivati dai valori ottenuti
nel campione, ma è essenziale calcolare anche i margini di variabilità che
detti valori possono avere nella popolazione. Basandosi sulla dispersione
rilevata nel campione, è possibile ottenere intervalli di confidenza, che
indicano (con il segno ±) i margini di errore del valore così stimato. Col
crescere della frazione campionata, tale errore tende naturalmente a
scendere. Fissando un dato intervallo di confidenza, è anche possibile
ricavare la frazione da impiegare per rientrare nell’accuratezza prescelta.
Tramite l’applicazione di tutte queste procedure, la campionatura consente
all’archeologo di ottenere una valutazione equa della rappresentatività dei
dati a sua disposizione. In questo modo è possibile dosare le interpretazioni
evitando quegli eccessi di confidenza o di prudenza che hanno talvolta
caratterizzato l’approccio impressionistico. Nelle sue applicazioni sensate, la
campionatura fornisce una struttura chiara e confrontabile con molte
procedure tradizionali dell’archeologia.

F. Cambi, N. Terrenato, Introduzione all’archeologia dei paesaggi, Roma 1994, pp.


144-51; J.F. Cherry, C.S. Gamble, S. Shennan (a cura di), Sampling in Contemporary
British Archaeology, in BAR British Series, Oxford 1978; J.W. Mueller (a cura di),
Sampling in Archaeology, Tucson 1975; J. Nance, Statistical Sampling, Estimation, and
Analytic Procedures in Archaeology, in «Journal of Quantitative Anthropology», 4,
1993, pp. 221-48; S. Shennan, Quantifying Archaeology, Edinburgh 1988.

NICOLA TERRENATO
Cartografia archeologica

Strumento fondamentale della ricerca archeologica, la cartografia


comprende tutti i metodi di documentazione archeologica che registrano la
posizione di resti antichi rispetto al territorio. Si tratta di un’esigenza
basilare che si è naturalmente posta sin dagli albori dell’interesse moderno
per il passato. Non deve quindi sorprendere se la definizione di cartografia
ha coperto una gamma tanto vasta di prodotti da ingenerare una certa
confusione terminologica. In particolare in ambito classico, data l’estrema
complessità dei resti da documentare, si sono sovrapposte nel tempo, e
sempre con questa denominazione, iniziative di varia natura e con obiettivi
profondamente diversi. Scuole di differente impostazione hanno spesso
contrapposto metodi fra loro incommensurabili nell’equivoco che essi
fossero in concorrenza per ottenere lo stesso fine. In realtà, mai come in
questo campo è apparsa chiara la necessità di valutare ciascun approccio nel
contesto dei risultati desiderati, piuttosto che su una scala assoluta di
preferenza.
I primi passi in direzione della compilazione di una cartografia
archeologica possono essere rintracciati fin dal primissimo Umanesimo, in
sintonia con i nuovi approcci applicati all’analisi dei testi classici (cfr.
ANTIQUARIA). I grandi monumenti di Roma vengono visti, infatti, come una
potenziale fonte per meglio comprendere i testi storici e letterari. Gettando
le basi di ciò che sarà l’impostazione filologica nella topografia antica,
umanisti come Flavio Biondo si dedicano alla visita e alla descrizione degli
imponenti resti ancora visibili, integrandola con osservazioni di antiquaria,
toponomastica e archeologia. Con il pieno Rinascimento a questa tradizione
si aggiungono nuove tecniche di documentazione, soprattutto grafica, dei
singoli monumenti. Artisti e architetti come Leon Battista Alberti
producono precise planimetrie e viste di edifici romani. In questi lavori la
componente autoptica ha un ruolo decisamente preponderante e stimola
l’esplorazione di un gran numero di complessi monumentali, dando luogo
alla prima vera stagione di lavoro sul campo. È però solo con il tardo XVI
secolo che appaiono i primi elaborati che possono essere avvicinati alle
carte archeologiche. Lasciandosi progressivamente alle spalle (anche se mai
del tutto) le ricostruzioni ricche di congetture e ipotesi fantastiche, che
avevano caratterizzato alcune carte di Roma antica nel Cinquecento,
riproduzioni fedeli della situazione attuale, come quella di Eufrosino della
Volpaia, contengono precisi riporti della posizione di molti monumenti
antichi. Nelle carte archeologiche di questo periodo, come quella di
Leonardo Bufalini, viene risolta in vario modo la profonda tensione fra
rilievo sul campo e ricostruzione erudita, le due tendenze destinate ad avere
grande influenza sugli sviluppi successivi, insieme al gusto per il paesaggio
con rovine, che anche si va formando in questo periodo.
Un nuovo impulso alla produzione di elaborati metodologicamente più
coerenti si ha con la grande antiquaria settecentesca. Insieme a molti altri, il
concetto di carta archeologica viene affinato e codificato in termini molto
più chiari. Viene ora pubblicata postuma l’opera secentesca di Cluverius e
Holstenius, che si basa su una ricognizione sistematica delle principali
emergenze dell’intera penisola, integrata dalla trattazione delle fonti
letterarie ed epigrafiche. Un embrione di sistematicità è contenuto nel
lavoro a tappeto di studiosi che operano in vari contesti europei. In alcuni di
essi sono anticipate acquisizioni dell’archeologia moderna come
l’identificazione (oltre ai monumenti in elevato) degli indicatori indiretti di
insediamento, quali tracce e rinvenimenti di manufatti di superficie, o come
l’osservazione del quadro ambientale in cui si inseriscono i resti antichi. A
questa epoca risalgono anche i primi viaggi di esplorazione in Oriente, che
anche se ancora fortemente condizionati dal gusto romantico del paesaggio
con rovine conducono a importanti identificazioni e localizzazioni di centri
urbani. Se gli strumenti culturali della moderna cartografia archeologica
sono oramai presenti, manca ancora il supporto indispensabile di quelli
tecnici.
Solo con la rivoluzione culturale dell’Illuminismo, verso la fine del XVIII
secolo, vengono finalmente elaborati metodi di rilievo cartografico di scala e
precisione sufficienti alla redazione di cartografia di livello superiore. È solo
a partire da quest’epoca, infatti, che gli Stati nazionali si dotano
progressivamente di basi omogenee e poi di servizi centralizzati. Non solo è
possibile in questo contesto avere posizionamenti di precisione impensabile
in precedenza, ma i siti archeologici sono ora inquadrabili in un rilevamento
territoriale sistematico, rendendo possibili osservazioni sulla relazione fra i
resti e la loro posizione geografica, con le vie di comunicazione e fra loro. Si
può far risalire a quest’epoca l’inizio di quel processo, tuttora in corso, che
dall’analisi puntiforme del singolo resto porta a una comprensione integrata
dei paesaggi umani.
Di queste potenzialità nuove comincia ad avvalersi in modo innovativo la
scienza dell’antichità che si sviluppa, in modo particolare in Germania, dalla
seconda metà del secolo scorso. Nell’ambito della complessiva sistemazione
tassonomica della ricerca si ha la definizione disciplinare della topografia
antica. I nuovi specialisti attendono a un lavoro capillare di rilevamento, che
spesso si svolge anche a fini amministrativi e di tutela. I grandi Stati
nazionali e le loro colonie si dotano così intorno al cambio di secolo di
cartografie archeologiche di qualità mai raggiunta prima. Fra le varie
iniziative italiane, non sempre coordinate fra loro al meglio, vanno ricordate
la Carta Archeologica d’Italia e la Forma Italiae (quest’ultima tuttora in corso
e recentemente caratterizzata da un nuovo impulso). Per quanto riguarda lo
studio dei resti monumentali si compiono, con studiosi come Lanciani,
Cozza e Ashby, progressi fondamentali e acquisizioni tuttora valide.
Nel dopoguerra si sviluppa, principalmente tramite l’azione della Scuola
britannica di Roma e di J. Ward-Perkins, un nuovo approccio alla ricerca sul
paesaggio; esso prende in considerazione anche i siti rappresentati
solamente da aree di manufatti nei campi coltivati, un tipo di evidenza
numericamente maggioritaria rispetto alle strutture conservate. In questa
nuova prospettiva, presto recepita anche nei lavori della Forma Italiae, la
cartografia diviene una sorta di repertorio completo delle emergenze
archeologiche sul territorio, e quindi strumento insostituibile di tutela ed
elaborazione scientifica. Solo verso la fine degli anni Ottanta l’entusiasmo
per questo approccio si modera, man mano che si chiariscono i meccanismi
che determinano la visibilità dei siti (cfr. RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA). Nelle
più recenti formulazioni, infatti, la cartografia, fatta eccezione per i siti
monumentali, viene vista come la rappresentazione sì esatta, ma solo di una
frazione del popolamento antico, quale è rivelata dall’analisi di un’evidenza
di superficie frammentaria, mascherata da molti fattori complessi e in
continua evoluzione.
La documentazione delle tracce archeologiche rinvenute si appoggia
principalmente a cartografie e schede. Le prime costituiscono lo strumento
principe della topografia archeologica e possono risolvere il problema della
localizzazione dei siti in vario modo. Nelle carte topografiche propriamente
dette i siti sono posizionati con la massima precisione possibile,
un’operazione di recente resa più agevole dal posizionamento satellitare
(Gps). Nel caso delle aree di manufatti, i cui limiti stessi sono di ardua
delimitazione, possono anche essere impiegate localizzazioni effettuate con
misure meno accurate rispetto a punti noti su carte a denominatore basso
(fra 2.000 e 10.000). Nelle ricognizioni basate sulla densità di manufatti il
problema è diverso: tutte le unità di raccolta, infatti, devono essere
cartografate con una precisione sufficiente a consentire confronti derivati
dal calcolo delle superfici effettivamente sottoposte a ricognizione. Oltre al
riporto cartografico, per ogni sito viene compilata una scheda, che contiene
tutte le informazioni ritenute necessarie alla ricerca. Originariamente
composto da formati molto diversi, l’apparato di schede per la ricognizione
è stato recentemente unificato a cura dell’Istituto centrale per il catalogo e
la documentazione. Una scheda riporta i dati ambientali del paesaggio
circostante, mentre una serie di altre è relativa ai resti archeologi presenti,
presi gerarchicamente in considerazione dagli insiemi più ampi (complessi
archeologici) a quelli più piccoli (monumenti archeologici). La
documentazione può, infine, essere completata con rilievi, schizzi misurati e
fotografie di eventuali resti visibili.
Oltre alle informazioni puntuali concernenti i singoli siti, si sono andate
di recente diffondendo una serie di osservazioni che riguardano l’intero
paesaggio o parti di esso. In particolare, le condizioni ambientali vengono
analizzate sia per meglio comprendere le relazioni fra uomo e paesaggio sia
per valutare l’impatto delle dinamiche ambientali sul rinvenimento dei siti
(cfr. AMBIENTALE, ARCHEOLOGIA). Le carte di visibilità, per esempio, riportano
campo per campo le condizioni incontrate al momento della ricognizione, in
modo da poterne poi valutare l’effetto sulla distribuzione rinvenuta.
Vengono adottate scale assolute di visibilità, o codici che descrivono la
situazione effettiva (arato, stoppie ecc.). Altra documentazione riguarda la
geopedologia: anche se esistono carte già redatte da specialisti in questo
campo, ci sono una serie di osservazioni di dettaglio che può fare solo
l’archeologo al momento della ricognizione. Per esempio, interventi di cava,
discarica, bonifica e simili, che sono cruciali per la valutazione dei risultati,
sono raramente compresi nella cartografia esistente. Ulteriori osservazioni
utili possono essere fatte per quanto riguarda l’uso del suolo, la fertilità
attuale, la vegetazione e in particolare i boschi.
Oltre che a fini di documentazione, la cartografia ha anche uno ruolo
precipuo nell’interpretazione dei risultati; in questo senso, lo strumento più
semplice e al tempo stesso più diffuso è senza dubbio la stessa carta
archeologica, che consente una visione complessiva delle presenze di tutte
le fasi ed è specialmente utile per gli aspetti di lunga durata del territorio.
Un altro aiuto fondamentale per l’interpretazione dei resti rinvenuti è
rappresentato dalle carte di fase. Esse contengono solo i siti occupati
durante un dato periodo di tempo e sono quindi basate sulla cronologia dei
materiali rinvenuti in ciascun sito. Difficoltà possono essere create da
periodi caratterizzati solo da scarsissimi materiali diagnostici, da siti che
hanno restituito poco materiale o con breve durata di occupazione e da
molti altri fattori. Le carte di fase sono spesso associate all’assegnazione dei
siti a tipi insediativi, che vi compaiono con simboli diversi. Le tipologie
possono essere basate su criteri svariati e accade spesso che progetti diversi
adottino classificazioni assolutamente incompatibili fra loro. L’evoluzione
del popolamento può comunque essere chiaramente seguita semplicemente
osservando la successione delle carte di fase, in cui le differenze fra siti
risaltano anche a un’analisi intuitiva, detta anche impressionistica.
Recentemente, però, nelle carte di fase si è teso a inserire anche le
informazioni sui caratteri della raccolta dei dati: per esempio, la
campionatura effettuata o la visibilità incontrata. Questo, da un lato, rende
le carte più veritiere, evitando che una zona senza siti, perché non esplorata
o non visibile, venga considerata disabitata, dall’altro ne rende la lettura
meno immediata. Nel complesso si può osservare che il progresso e
l’intensificazione dei metodi sul campo fanno aumentare la necessità di
metodi formali e quantitativi di analisi. Negli ultimi anni si sono andate
diffondendo procedure, definite di archeologia spaziale, che, partendo dalla
carta di distribuzione, misurano varie proprietà della configurazione dei siti
rinvenuti. Si possono fra queste brevemente ricordare: i poligoni di Thyssen,
che consentono di modellare le zone di influenza dei siti sul territorio; il
metodo del vicino primo, che misura il grado di aggregazione o dispersione
dei siti; la teoria dei luoghi centrali, che predice configurazioni ottimali fra
siti primari e secondari; l’analisi di rango e dimensioni, che valuta il grado
di centralizzazione di un sistema insediativo; il metodo di Steponaitis, che
analizza il rapporto fra la dimensione dei siti e la produttività del loro
bacino di approvvigionamento. Tutti questi metodi sono in genere derivati
dalla geografia umana e spesso si adattano male alle distribuzioni
incomplete con cui ha normalmente a che fare l’archeologo (cfr. GEOGRAFIA,
ARCHEOLOGIA E; MODELLI INSEDIATIVI). In questo senso, vanno assumendo sempre
più importanza i metodi di interpolazione, cioè quelli che consentono di fare
un’ipotesi ricostruttiva in cui le lacune nella conoscenza sono colmate sulla
base dei dati noti più vicini. È solo in questo modo, infatti, che si può
giungere a carte che, se pur non in dettaglio, danno un’idea della
configurazione e delle caratteristiche del popolamento nella sua
completezza.
Tutte queste procedure necessitano di complesse elaborazioni
matematiche e spaziali, che hanno in passato comportato grande dispendio
di tempo ed energie. In questo senso, una vera e propria rivoluzione è
seguita all’introduzione dei pacchetti informatici Gis (Geographic
information system). Si tratta di programmi, anche definiti di cartografia
numerica, che gestiscono ogni genere di dato geografico e archeologico con
grande efficienza. Oltre a costruire un archivio che riproduce fedelmente le
caratteristiche topografiche e archeologiche della regione analizzata, essi
sono dotati di librerie di funzioni che eseguono tutte le elaborazioni citate,
più molte altre, con grande facilità. Ciò è reso più agevole dalla suddivisione
dei dati in strati logici sovrapponibili, come il rilievo, l’idrografia, i confini
amministrativi, i dati archeologici, quelli ambientali e via dicendo. In questo
modo è possibile combinare i diversi livelli, producendo la carta più adatta a
ogni esigenza. I Gis si suddividono in vettoriali e raster, a seconda di come
vengono registrate le informazioni cartografiche: nei primi, le linee delle
carte vengono scomposte in segmenti, ciascuno dei quali è archiviato come
un vettore, mentre nei secondi l’intera carta è vista come una matrice di
punti bianchi o neri. L’approccio raster facilita l’esecuzione di analisi
spaziali, mentre quello vettoriale consente una maggiore precisione e una
maggiore flessibilità di scala. Oltre allo studio delle configurazioni di siti,
l’applicazione dei Gis all’archeologia ha anche comportato interessanti
implicazioni nel campo della topografia vera e propria. È divenuta, infatti,
ancor più evidente la questione della precisione della localizzazione dei
resti, che aveva comunque caratterizzato la cartografia fin dalle origini. La
cartografia numerica, consentendo in teoria la produzione di stampate a
qualunque scala, obbliga, infatti, a una maggiore chiarezza nella scelta del
livello di dettaglio che si intende raggiungere.
Uno sviluppo recentissimo è legato, infine, alla sfera delle percezioni.
Influenzati dalle formulazioni della geografia cognitiva, alcuni archeologi
postprocessuali (cfr. POSTPROCESSUALE, ARCHEOLOGIA) vanno infatti esplorando
la possibilità di ricostruire l’esperienza che del paesaggio dovevano avere gli
antichi. Questo approccio fenomenologico rifiuta ovviamente i
meccanicismi dell’archeologia spaziale per concentrarsi su elementi come la
disposizione rituale degli insediamenti, l’impatto visuale dei paesaggi, i
fattori irrazionali e non ottimizzanti che influiscono nella scelta di una data
posizione insediativa e via dicendo. Anche in questa prospettiva la
cartografia ha un ruolo importante, specie per la realizzazione di
ricostruzioni tridimensionali e realtà virtuali che aiutino la ricerca empatica
delle percezioni e delle mappe mentali degli antichi.

G. Azzena, M. Tascio, Il sistema informativo territoriale per la carta archeologica


d’Italia, in M.L. Marchi, G. Sabbadini, Venusia, Firenze 1995, pp. 281-97; M. Bernardi
(a cura di), Archeologia del paesaggio (Pontignano 1991), Firenze 1992; F. Cambi, N.
Terrenato, Introduzione all’archeologia dei paesaggi, Roma 1994; A. Gottarelli (a cura
di), Sistemi informativi e reti geografiche in archeologia: GIS-INTERNET, Firenze 1997;
G. Lock, Z. Stancic (a cura di), Archaeology and Geographic Information Systems: A
European Perspective, London 1995; M. Pasquinucci, S. Menchelli, (a cura di), La
cartografia archeologica, Pisa 1989; N. Terrenato, The Visibility of Artefact Scatters
and the Interpretation of Field Survey Results: Towards the Analysis of Incomplete
Distributions, in R. Francovich, H. Patterson (a cura di), Methodological Issues in
Mediterranean Landscape Archaeology: 5 Artefact Studies, Oxford, in corso di stampa.

NICOLA TERRENATO
Ceramica

Con il termine ceramica si intendono tutti quegli oggetti foggiati con


impasti a base di argilla (una roccia sedimentaria), che abbiano subito una
cottura a una temperatura compresa almeno tra i 450 e 650°C. A tali
temperature si producono, infatti, trasformazioni irreversibili nella struttura
cristallina dell’argilla, tali che la materia prima non è più riciclabile per
creare nuovi oggetti (a differenza del vetro e del metallo). Questa
caratteristica, assieme alle altre – ossia che l’argilla è la roccia più diffusa
sulla crosta terrestre, che la sua plasticità (ottenibile con la giusta addizione
di acqua) la rende estremamente duttile a svariati tipi di lavorazione –, è alla
base del fatto che la ceramica rappresenti, in termini generali, il reperto più
diffuso nella maggior parte dei contesti archeologici di età storica anche
perché, pur ridotta in frammenti, è di fatto indistruttibile. Questa sostanziale
onnipresenza della ceramica ne costituisce il principale valore agli occhi
degli archeologi, perché fondamentalmente permette di attuare su larga
scala confronti sincronici e diacronici tra contesti diversi e quindi, come
verrà illustrato in seguito, consente di inferire differenze di cronologia, di
funzione, di status sociale, di cultura e di economia.
Il ciclo produttivo della ceramica prevede una sequenza di azioni che
vanno dalla estrazione e preparazione dell’argilla (che può prevedere:
stagionatura; depurazione/aggiustamento della plasticità attraverso
l’aggiunta di «degrassanti»; degassamento) alla modellazione di vasi o di
altri oggetti e al loro essiccamento, cottura e raffreddamento. La
decorazione, la rifinitura o il rivestimento delle superfici sono tra gli
elementi più variabili e possono essere eseguiti con tecniche molteplici.
Ciascuna tappa del processo produttivo può essere condotta con modalità
differenti, dettate, oltre che ovviamente dalla funzione dell’oggetto
prodotto, anche da una lunga serie di fattori naturali (caratteristiche delle
materie prime, del clima, del combustibile, dell’acqua ecc.) e umani
(organizzazione sociale, natura del sistema economico, capacità tecniche, usi
culturali, mezzi di trasporto disponibili, caratteristiche dell’habitat, densità
della popolazione ecc.).
Tra le funzioni possibili degli oggetti in ceramica prevalgono, in tutti i
tempi, quelle legate alla preparazione, conservazione, trasporto e
consumazione dei cibi. In periodi storici determinati sono altresì diffusi gli
usi edilizi (mattoni, tegole, coppi), mentre la statuaria in terracotta rimane
un fenomeno significativo specialmente in alcuni periodi dell’antichità
classica e nel tardo Medioevo/Rinascimento.
Le diversità di funzioni, di condizioni ambientali e di contesto storico
hanno quindi determinato nel corso del tempo un’enorme varietà di tipi
ceramici. In quale modo, o meglio in quali modi, è possibile studiare questi
differenti tipi con il fine di risalire attraverso di loro alle società che li hanno
prodotti, distribuiti e utilizzati? È abbastanza ovvia la constatazione che
l’approccio allo studio della ceramica abbia subito un’evoluzione
sostanzialmente parallela a quella della disciplina archeologica nel suo
complesso, la quale a sua volta ha avuto sviluppi differenti di paese in paese.
Volendo tuttavia sintetizzare all’estremo la storia degli studi ceramici, può
risultare utile uno schema proposto di recente e nel quale si indicano tre
grandi fasi/approcci differenti, che, se da un lato si possono considerare in
sequenza cronologica, hanno anche avuto sviluppi paralleli e sono tutti
ancora oggi vitali (Orton et al. 1993, pp. 3-35). Si tratta dell’approccio storico
artistico, di quello tipologico e, infine, di quello contestuale.
Lo studio di tipo storico artistico della ceramica si limita ai suoi aspetti
decorativi, valutandone lo STILE (cfr. ) ed eventualmente l’ICONOGRAFIA (cfr. ).
La principale area di applicazione, ma anche di validità scientifica, è
naturalmente legata a quelle ceramiche e a quei periodi per i quali è
possibile individuare, tra i decoratori della ceramica, precise personalità
artistiche. Quest’aspetto è in genere legato a un’estrema specializzazione
professionale all’interno delle officine ceramiche ed è soprattutto tipico del
periodo greco-classico e italiano-rinascimentale. Per la Grecia classica
questo approccio ha anche permesso di ricostruire l’evoluzione delle scuole
pittoriche, non altrimenti attestate e conoscibili. Sono naturalmente escluse
da questo filone di studi tutte quelle ceramiche prive di qualità estetiche (la
maggior parte), per le quali gli aspetti funzionali/utilitaristici sono
prevalenti. Inoltre, anche per quelle ceramiche con più ricca decorazione (in
genere quelle destinate al consumo degli alimenti), ma frutto di un lavoro
artigianale di tipo seriale (che lascia poco spazio al genio creativo), risulta
fuorviante l’estrapolazione di singoli oggetti, principalmente perché
considerati come degli unica e non come appartenenti a una serie.
L’interesse di tipo storico artistico per la ceramica data già dal XVI secolo ed
è in parte ancora oggi vitale.
L’approccio tipologico è nato dalla necessità di ordinare e classificare le
crescenti quantità di ceramiche provenienti dal moltiplicarsi delle attività di
scavo alla fine dell’Ottocento. La finalità principale che si sono posti gli
studiosi che possiamo fare rientrare in questo filone di studi è stata quella di
utilizzare le variazioni delle forme ceramiche quali elementi utili per
definire la cronologia dei contesti. Si devono a questa impostazione
metodologica sostanzialmente tutti i principali repertori tipologici elaborati
anche tra gli anni Settanta e Ottanta di questo secolo e che sono ancora uno
strumento di lavoro essenziale. Un’altra tendenza importante, specialmente
tra i preistorici, è stata quella di definire aree di «cultura omogenea»
attraverso anche lo studio della distribuzione dei diversi tipi ceramici.
La fase contestuale, la più attuale e quella sulla quale ci soffermeremo più
a lungo, tende a considerare non i singoli tipi, ma l’insieme dei contesti
ceramici, non solo all’interno di un sito, ma di un insieme di siti e di regioni
più o meno vaste. L’attenzione è rivolta a valorizzare tutto il potenziale
informativo della ceramica, valendosi in maniera più sistematica
dell’ARCHEOMETRIA (cfr. ), dell’ETNOARCHEOLOGIA (cfr. ) e di sistemi più raffinati
di classificazione e quantificazione. Le finalità degli studi sono molteplici e
riguardano l’utilizzo della ceramica come importante indicatore: per la
storia economica (intesa come storia dei modi di produzione, scambio e
consumo) e sociale; per definire funzioni sia legate a specifici contenitori,
sia ad aree all’interno di siti e regioni e, infine, ancora per stabilire
cronologie per siti e contesti, ma con procedure più accorte di un tempo.
Anche l’utilizzo della ceramica per definire aree culturali è stato ridiscusso.
Data la molteplicità dei fini, le metodologie di studio, di classificazione e
di quantificazione della ceramica sono divenute operazioni vieppiù
articolate e complesse, e tuttavia possono oggi avvalersi di procedure
standardizzate grazie alla presenza (anche in Italia) di apposite schede. In
generale, si può dire che il fine della classificazione è quello di definire
parametri che permettano di raggruppare insiemi di oggetti simili tra di loro
e di poter così procedere anche alla loro valutazione quantitativa (cfr.
CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA; QUANTITATIVA, ARCHEOLOGIA). Per poter classificare e
quindi suddividere gli insiemi ceramici è bene tener presente che bisogna
partire in primo luogo dall’esame congiunto dei diversi caratteri intrinseci
direttamente osservabili negli oggetti (forma, modellazione, rifinitura delle
superfici, decorazione, impasto argilloso). I dati possono poi essere
interpretati e organizzati anche a seconda delle finalità di studio che ci si
propone (per esempio, secondo la funzione degli oggetti, la loro provenienza
ecc.). La classificazione ideale è quella che permette di raggruppare insiemi
di vasi fabbricati in una determinata area geografica, in un determinato arco
di tempo e con funzioni analoghe. Nella letteratura più recente le
classificazioni, basate principalmente sui differenti trattamenti delle
superfici, tendono sempre più a specificare anche precisi ambiti geografici e
cronologici. Così, per esempio, la ceramica sigillata africana A è
rappresentata da un insieme di vasi destinati alla mensa prodotti tra la fine
del I e il III secolo d.C. in Africa settentrionale, ed è individuabile sulla base
di una vernice e di un impasto argilloso di una certa qualità e di un
determinato repertorio formale e decorativo. Oppure, tra le ceramiche
medievali, la maiolica arcaica pisana, per esempio, è stata distinta da quella
senese per il repertorio morfologico e decorativo, nonché per la qualità degli
impasti.
La suddivisione in classi non è normalmente che il primo livello dello
studio della ceramica. All’interno di esse si possono e si devono attuare
ulteriori distinzioni, che riguardano più specifici usi funzionali e più
specifiche articolazioni formali e decorative. Questo ci introduce nel
concetto di «tipo», quanto mai discusso e variabile, nonché talvolta confuso
con quello di «classe». Sotto il profilo teorico la definizione anche
operativamente più efficace è quella che vede nel tipo un insieme di vasi (o
di elementi decorativi), che condividono una serie di caratteristiche formali
e che quindi verosimilmente furono prodotti seguendo un medesimo
modello mentale. Dal punto di vista pratico diversi tentativi sono stati
attuati per ridurre il grado di soggettività implicito nella definizione del tipo
e nell’attribuzione ai tipi già individuati dei diversi vasi o frammenti di essi.
Esistono, per esempio, tipologie basate sulle proporzioni riscontrabili nelle
singole forme (per esempio, tra il diametro massimo e l’altezza ecc.);
sull’assimilazione delle varie parti del vaso a forme geometriche (collo
cilindrico, corpo emisferico ecc.) oppure ancora sui modi nei quali le varie
parti del vaso sono state modellate (fondo applicato e/o staccato con la
cordicella ecc.). Le variazioni dei tipi formali e decorativi costituiscono in
genere i migliori indicatori cronologici, sebbene, come si vedrà, vadano
decisamente abbandonate le tipologie basate su presunti sviluppi lineari e
progressivi.
Quantificare la ceramica significa poter dire quanto di una determinata
classe e di un determinato tipo sono presenti in un CONTESTO (cfr. ), in un
sito, in una serie di siti. Questo, a sua volta, permette di confrontare tra di
loro contesti differenti per CRONOLOGIA (cfr. ) o posizione topografica. I
confronti sono naturalmente più attendibili se attuati in termini percentuali,
la qual cosa permette di eliminare le distorsioni derivanti dalla diversa
entità dei depositi o dalla maggiore o minore intensità dell’attività di scavo.
Il problema principale, tuttavia, nella quantificazione della ceramica è quello
di scegliere un sistema tale che possa ovviare all’inconveniente che uno
stesso tipo di vaso e, a maggior ragione, vasi di tipo differente si possono
rompere ogni volta in un numero assolutamente variabile di pezzi. Così uno
dei sistemi più diffusi di quantificazione, che è quello del semplice conteggio
dei frammenti attribuibili ai diversi tipi, è tuttavia il meno attendibile in
assoluto (per esempio, se un certo tipo di vaso in un contesto si è rotto in
trenta pezzi e in un altro in tre, il dato al quale bisogna tentare di risalire è
che in entrambi i casi si tratta di un solo esemplare, e non di tre contro
trenta). Altresì diffuso è il calcolo del peso, che è più attendibile del conto
dei frammenti, ma utile specialmente per confrontare vasi di tipo simile
(così cento grammi di un certo tipo di vaso rappresenteranno la stessa
quantità in qualsiasi caso; tuttavia, cento grammi di anfore non sono
confrontabili con la stessa quantità di una sottile tazzina). Un altro sistema è
quello della determinazione del numero minimo di esemplari che consiste
nell’attribuzione, quando possibile, a uno stesso vaso di frammenti anche
non contigui, sulla base di valutazioni qualitative. Nei casi delle produzioni
ceramiche meno caratterizzate (per esempio, la ceramica depurata priva di
rivestimento) gli elementi di giudizio sono tuttavia molto pochi e il calcolo
diviene poco attendibile e molto soggettivo. La soluzione ideale sarebbe
quindi quella di poter affermare per ciascun frammento a quale percentuale
di vaso corrisponda. Questo non è sempre possibile e quindi è stato
elaborato un sistema che utilizza soltanto alcune parti del vaso che sono
misurabili in termini percentuali (per esempio, gli orli; oppure se si conosce
il peso del vaso intero si possono calcolare le percentuali rappresentate dai
singoli frammenti ecc.). Questo sistema si chiama e.v.e (evaluated vessel
equivalent) e si esprime per l’appunto in termini di percentuali di vaso
attestato (per esempio, un tipo può essere rappresentato dall’equivalente di
1,5 esemplari oppure 0,25 o 6 ecc.). Quest’ultimo sembra essere il sistema di
misurazione più attendibile e oggettivo, ma l’informazione migliore si ha
sempre utilizzando assieme almeno due sistemi differenti (per esempio,
l’e.v.e più il numero di frammenti dà la misura del grado di frammentazione
dei reperti: un tipo rappresentato dall’equivalente di 1,5 esemplari è rotto in
dieci frammenti; utilizzando, invece, l’e.v.e con il numero minimo, si può
avere nozione del grado di completezza degli esemplari: un tipo con e.v.e 1,5
corrisponde a un numero minimo di tre esemplari).
L’analisi del corpo ceramico, detto anche impasto (che prevede quasi
sempre la presenza di una matrice argillosa e di inclusi minerali di diversa
natura), è specialmente importante per l’individuazione dell’area di
fabbricazione delle ceramiche oggetto di studio (cfr. DETERMINAZIONE
D’ORIGINE), ma anche per definire la funzione del vaso (per esempio, la
ceramica da fuoco richiede impasti con buona resistenza al calore) e in
alcuni casi le tecniche di manifattura (cfr. TECNOLOGIE PRODUTTIVE). Essa può
prevedere diversi gradi di approfondimento che vanno dalle semplici
osservazioni macroscopiche (si considerano colore, durezza, sensazione al
tatto e grandezza, frequenza e assortimento degli inclusi) alle analisi
petrografiche e chimiche.
Nello studiare la ceramica proveniente da contesti archeologici bisogna
poi tenere presenti i modi nei quali essa è giunta nel deposito che si sta
studiando, ossia si deve tentare di stabilire se si tratti di una deposizione
primaria (la ceramica si trova lì dove è stata scartata o intenzionalmente
depositata: tombe, immondezzai, strati di abbandono ecc.) oppure
secondaria (la ceramica, a seguito di manomissioni di varia natura –
escavazione di fosse, dilavamenti ecc. – degli strati con deposizioni
primarie, è stata trasportata altrove). È chiaro che i diversi tipi di
deposizione sono determinanti nell’influire sulle potenzialità informative
dei contesti ceramici (cfr. PROCESSI FORMATIVI).
Infine, sempre per una corretta valutazione del potenziale informativo
della ceramica, è bene ricordare come le «speranze di vita» degli oggetti
ceramici, ossia il loro diverso grado di frangibilità, possano variare a
seconda della resistenza stessa dei diversi tipi di vaso, della loro funzione,
metodo e contesto d’uso, e del loro costo. Etnograficamente, per esempio,
sono state notate attenzioni diverse nelle comunità in cui i vasi si
producono, rispetto a quelle nelle quali sono soltanto acquistati e usati.
Tutto questo per dire che, salvo i casi estremi e relativamente rari nei quali i
corredi ceramici dell’ultima fase di vita sono stati sepolti in seguito a episodi
repentini e violenti (come a Pompei), quasi mai i contesti archeologici
riflettono nelle stesse proporzioni i vari tipi di vaso che erano
contemporaneamente in uso.
Tutte le procedure di studio fin qui descritte hanno senso soltanto se
finalizzate a contribuire allo studio della storia economica, sociale e
culturale delle società passate (cfr. STORIA, ARCHEOLOGIA E). Il potenziale
informativo della ceramica in questi particolari settori della ricerca storica
non è universalmente riconosciuto, ma spesso decisamente sottovalutato
(talvolta, all’opposto, anche sopravvalutato). Il problema, secondo alcuni,
starebbe nel fatto che solo una percentuale bassissima della popolazione
attiva era addetta alla produzione ceramica, rispetto, per esempio,
all’agricoltura (ma questo è vero per la maggior parte delle attività
artigianali); inoltre, la ceramica non sarebbe un bene necessario e per giunta
sarebbe facilmente sostituibile con oggetti prodotti in altri materiali (legno,
metallo, vetro, pietra); infine, la sostanziale ubiquità della materia prima,
l’argilla, determinerebbe anche lo scarso valore commerciale dei prodotti
ceramici, cosicché essi non sarebbero neppure un buon indicatore per gli
scambi commerciali. Certamente alcune di queste osservazioni si possono
condividere, specialmente quando si valutano le «assenze»: infatti, la
mancanza di ceramica (o di determinati tipi di essa) non significa
necessariamente che non vi fossero persone o insediamenti umani oppure
che vi fosse assenza di scambi. Tuttavia, come sostenuto invece da altri,
l’ambiente naturale e umano si rifletterebbe comunque (seppure non
meccanicamente) nei modi di produzione e di scambio della ceramica, così
attraverso di essa sarebbe possibile risalire alle società che la hanno
prodotta, scambiata e utilizzata. Per esempio, una produzione di larga scala,
fortemente standardizzata e con una diffusione internazionale non è
pensabile se non in un contesto economico estremamente avanzato.
Vediamo ora nel dettaglio come può essere utilizzato il potenziale
informativo della ceramica.
Produzione. I modi di produzione della ceramica (cfr. PRODUZIONE,
ARCHEOLOGIA DELLA) sono leggibili sia attraverso i caratteri intrinseci dei
prodotti finiti (studiando come sono modellati, con quali argille ecc.) sia
attraverso lo scavo dei siti produttivi, delle officine nel loro complesso
(valutando quindi il numero e il tipo delle fornaci, i luoghi deputati alla
modellazione e alle altre lavorazioni, il volume e il tipo degli scarti e delle
materie prime, la posizione geografica rispetto ai centri abitati oppure ai
luoghi di produzione agricola ecc.). Di grande aiuto per lo studio dei modi di
produzione della ceramica si è dimostrato il ricorso all’etnografia. In
particolare D.P.S. Peacock ha elaborato una serie di modelli produttivi
attraverso una lettura di tipo economico di casi etnografici e archeologici.
Questi modi vanno dal livello più semplice, che è quello delle produzioni
casalinghe (fatte per lo più dalle donne, come complemento delle attività
domestiche, come attività part-time e saltuaria, senza l’impiego di
attrezzature o di forni specializzati), alla fabbrica, attraverso una serie
crescente di specializzazioni produttive e di investimenti in strumentazioni
e infrastrutture. Uno degli aspetti fondamentali della modellizzazione di
Peacock è che essa contempla anche i risvolti oggettivi dei diversi modi di
produzione e quindi trova un amplissimo campo di applicabilità nella
ricerca archeologica.
Distribuzione. Per analizzare i diversi modi di distribuzione di oggetti
ceramici è ovvio che debba essere sufficientemente accertata la loro area di
produzione. In questo, come si è visto, è di grande ausilio lo studio degli
impasti, accompagnato dalla valutazione complessiva di tutti gli altri aspetti
tecnici e formali. Infatti, oltre al semplice scambio di oggetti, si possono dare
casi diversi di trasferimenti di maestranze o anche di artigiani itineranti, che
vanno quindi distinti e riconosciuti. Considerando il problema sotto il
profilo generale, bisogna innanzi tutto ricordare come la ceramica poteva
essere scambiata/trasportata di per sé, per le sue qualità estetiche e/o
funzionali, oppure come contenitore di derrate alimentari. Il suo potenziale
informativo, quindi, può variare grandemente e riguardare settori dello
scambio e della produzione molto diversi (cfr. COMMERCIO, ARCHEOLOGIA DEL).
Sebbene l’interesse degli studiosi si sia concentrato sulla lunga distanza,
bisogna tener presente che gli scambi potevano avvenire a diversi livelli
(locale, interregionale, internazionale, a breve e a lunga distanza) ed essere
gestiti direttamente dai produttori/consumatori o prevedere la presenza di
intermediari. Inoltre, quantunque esista molto chiaramente una relazione
tra i modi di produzione (casalinga, artigianale, industriale) e l’ampiezza dei
mercati potenziali, è bene non collegarli troppo meccanicamente, come è
stato, per esempio, dimostrato nel caso ormai famoso delle pentole
modellate a mano nell’isola di Pantelleria, che, a dispetto dei modi molto
elementari di fabbricazione, in epoca romano-imperiale furono esportate in
diversi centri dell’area tirrenica. Questo anche per ricordare che non sono
necessariamente soltanto le ceramiche dotate di qualità estetiche a essere
trasportate per distanze più o meno lunghe. Quando si registra il fatto che
un determinato tipo di ceramica è stato trasportato lontano dal centro
produttore, si deve ricordare come essa possa costituire una vera e propria
merce (commerciata intenzionalmente), ma anche far parte del corredo
personale di un mercante o di un pellegrino, costituire un dono o un
souvenir. Pertanto bisogna resistere alla tentazione di postulare in ogni caso
rapporti commerciali diretti tra il centro produttore di una certa ceramica e
il centro nel quale essa è stata rinvenuta.
Un valido aiuto per una giusta lettura dei diversi fenomeni può venire
dalle mappe di distribuzione delle ceramiche, che possono raggiungere vari
gradi di precisione. Il livello minimo è costituito dalle mappe che segnalano
semplicemente i luoghi di rinvenimento di un determinato tipo o classe
ceramica (di provenienza nota). Sebbene utili per avere un’idea di insieme
del fenomeno, e magari le uniche realizzabili a causa della qualità delle
informazioni disponibili, presentano il limite evidente di non registrare in
alcun modo le dimensioni quantitative dei fenomeni. Un’altra soluzione
spesso adottata è quella di considerare i valori assoluti dei diversi
ritrovamenti e di rappresentarli con simboli differenti (per esempio, da 1 a 5
reperti: cerchio piccolo; da 5 a 10: medio; ecc.). Il limite principale di questo
tipo di mappe risiede nel fatto che le quantità assolute possono essere
influenzate dall’ineguale intensità della ricerca archeologica (un sito è stato
scavato dieci anni, un altro tre ecc.). La soluzione ideale, ma purtroppo non
sempre attuabile, è quella di riportare i valori percentuali del tipo di
ceramica che interessa studiare rispetto alle altre rinvenute nei diversi siti.
Attraverso questo tipo di trattamento dei dati sono state studiate, per
esempio, le modalità di distribuzione in funzione della distanza dal centro di
produzione, considerando separatamente le vie di terra da quelle d’acqua. In
ogni caso, il sistema economico e la situazione generale dei trasporti (dalla
manutenzione e sicurezza delle strade alla presenza di vie fluviali, alla stazza
delle navi, ai sistemi di navigazione ecc.) influiscono in maniera
determinante sul trasporto di merci pesanti, fragili e, con l’eccezione dei
contenitori di derrate, mediamente di scarso valore.
Consumi e funzioni. Passando a considerare la ceramica dal punto di vista
dei consumatori/fruitori (cfr. CONSUMO, ARCHEOLOGIA DEL), le informazioni più
interessanti si hanno ovviamente per quei periodi nei quali ai diversi gradi
della scala sociale si fa un uso abbastanza ampio delle ceramiche e l’offerta
di prodotti è più articolata. Attraverso la valutazione delle percentuali delle
diverse classi ceramiche attestate in parti differenti di uno stesso sito, si
possono eventualmente inferire differenze di status sociale (se in una zona
prevalgono ceramiche di lusso e/o di importazione) o differenti usi
funzionali (se in una zona prevalgono i contenitori anforari, si può pensare
a zone di deposito di derrate), anche se, naturalmente, è conveniente tenere
presenti anche altri indicatori materiali. Se invece le ricerche possono
svolgersi su scala regionale, si possono registrare differenziazioni
sincroniche e diacroniche tra siti di diversa natura (di tipo cittadino,
contadino, militare, monastico ecc.). Per il Marocco in epoca medievale, per
esempio, sono stati valutati i differenti metodi di approvvigionamento di
manufatti ceramici delle capitali dinastiche delle aree interne, rispetto alle
città portuali della costa, sia indipendenti sia correlate a capitali dinastiche.
Le funzioni dei diversi tipi ceramici si possono spesso evincere dalle loro
caratteristiche tecniche e formali (impasti refrattari o meno al calore, boccali
con beccucci adatti per bere, ecc.), anche se usi molto specifici non sempre
sono intuibili e una stessa forma poteva assolvere a più funzioni o viceversa
una stessa funzione essere assolta da più forme. Si dà, inoltre, anche il caso
di vasi riciclati per funzioni totalmente diverse da quelle per le quali furono
inizialmente creati (sepolture entro anfore, rinfrescatoi divenuti vasi da
fiori). Attraverso le analisi gascromatografiche si possono analizzare i
residui di sostanze organiche eventualmente rimasti nei pori del corpo
ceramico. È possibile, per esempio, distinguere le sostanze grasse da quelle
zuccherine (questo può tornare utile per sapere se determinati tipi di anfora
contenevano vino oppure olio), ma spesso le testimonianze sono molto
ambigue e inquinate dalla storia post-deposizionale dei reperti. Funzioni
specifiche possono essere evinte anche dalle fonti iconografiche e da quelle
etnografiche, mentre è in genere più problematico il tentativo di risalire dai
nomi delle forme contenuti nelle fonti scritte a quelle testimoniate
archeologicamente.
Cronologia (cfr. CRONOLOGIA, PERIODIZZAZIONE). In questo particolare settore
della ricerca ceramologica vi sono due ordini di problemi strettamente
correlati: datare la ceramica e datare con la ceramica. Nel primo caso la
finalità principale è sostanzialmente quella di attribuire un valore
cronologico ai diversi mutamenti (tecnici, formali, decorativi, quantitativi)
registrabili nelle ceramiche. Come si è visto, il campo di applicabilità
dell’analisi stilistica/storico artistica è ristretto a un numero molto limitato
di casi e anche trasformazioni tecniche e formali definite secondo metodi
deduttivi (per esempio, postulando un percorso lineare di incremento
qualitativo) spesso si scontrano con una realtà ben più complessa. Salvo i
casi piuttosto rari, ma non inesistenti, di ceramiche che recano date incise,
impresse o dipinte al momento della fabbricazione, datare delle ceramiche è
un’operazione alquanto complessa, che richiede una valutazione attenta
delle relazioni con gli elementi datanti e con i contesti. Come nell’analisi
stratigrafica, le operazioni da tentare sono sostanzialmente due: stabilire
delle sequenze relative e attribuire a esse una cronologia assoluta. Queste
operazioni sono complicate, come si è già accennato, da: a) il problema della
durata in vita della ceramica prima di entrare a far parte di un determinato
CONTESTO (cfr. ) (da poche ore a decine di anni); b) la residualità, ossia quando
la ceramica non si trova più nella sua deposizione originaria; c) l’intrusività,
quando ceramiche più recenti del contesto vi entrano a far parte, sia per la
storia postdeposizionale del contesto stesso sia per errori di scavo. Le
sequenze relative si possono costruire attraverso contesti sia dotati di
relazioni stratigrafiche sia privi di contatti diretti tra di loro. Si può quindi
procedere verificando la presenza/assenza di determinati tipi o classi nei
diversi contesti o meglio le loro variazioni percentuali (per queste ultime è
particolarmente importante il sistema di quantificazione prescelto). Nel caso
di contesti non dotati di relazioni stratigrafiche, la sequenza relativa si può
costruire su queste stesse basi (presenza/assenza, variazioni percentuali),
facendo attenzione tuttavia a che le variazioni non siano dovute a differenze
sincroniche di status, di approvvigionamento o di funzione e a non
utilizzare argomentazioni circolari. Per l’attribuzione di datazioni assolute è
importante stabilire il tipo di relazione che esiste tra l’elemento datante e la
ceramica da datare. In altre parole e molto banalmente si tratta di verificare
che la relazione sia, anche grosso modo, di contemporaneità (l’esempio che
si fa è quello, da un lato, del vaso che contiene delle monete,
presumibilmente contemporanee, dall’altro, di un frammento e una moneta
in uno strato archeologico, che possono essere coevi, ma anche l’uno o
l’altra o entrambi residui). La garanzia di interpretazioni corrette non risiede
nell’istituire semplici relazioni binarie e isolate, ma piuttosto nello stabilire
un sistema complesso di relazioni e nella valutazione globale dei contesti.
Un’ultima osservazione riguarda la datazione degli strati archeologici
attraverso la ceramica. Come è noto, essendo possibile che in uno strato
siano confluiti oggetti ceramici con datazioni differenti, è soltanto quello più
tardo a essere significativo a fini della cronologia, venendo a costituire un
terminus post quem. Un monito è stato tuttavia levato contro la ricerca del
«coccio chiave» datante senza un’adeguata considerazione complessiva del
contesto: a parte i pericoli insiti nella non riconosciuta presenza di cocci
intrusivi, si rischia di considerare soltanto i tipi meglio riconoscibili (sono
stati a più riprese segnalati i limiti di datare siti e contesti tardo antichi/alto
medievali soltanto sulla base della ceramica fine di importazione).
Contatti culturali e innovazioni. Qualora nelle produzioni ceramiche di
una determinata area si possano registrare dei cambiamenti (nel repertorio
delle forme e delle decorazioni, nelle tecniche di fabbricazione o in tutte
queste cose insieme), è bene sempre domandarsi se essi siano avvenuti per
evoluzione interna o sotto l’influsso delle produzioni di altre aree. Quando è
possibile verificare questa seconda possibilità, può essere interessante
cercare di intuire la natura e l’estensione dei rapporti culturali sottostanti ai
prestiti nel campo ceramico. I cambiamenti, come si è già accennato,
possono essere di natura e intensità differenti. Se, per esempio, in una certa
area si cominciano a produrre vasi con le stesse forme, le stesse decorazioni
e le stesse caratteristiche tecniche di un’altra area, la natura del rapporto
sembrerebbe essere abbastanza profonda, andando a coinvolgere anche gli
usi alimentari, i significati simbolici ecc., attribuiti dai loro produttori e
consumatori. In questo caso si deve anche postulare lo spostamento di vasai
da un’area all’altra. In altre situazioni si possono invece semplicemente
imitare forme e/o decorazioni, magari travisandone il significato e la
funzione e utilizzando le tecniche conosciute localmente. Si può anche dare
il caso di vasai immigrati che importano procedimenti tecnici specifici, ma
adattano il repertorio formale e decorativo alle esigenze della clientela
locale. Per una giusta valutazione delle innovazioni è necessario considerare
sempre periodi di tempo e aree geografiche sufficientemente ampi, nonché
tenere presente che se forme e decorazioni si possono imitare, i
procedimenti tecnici non si improvvisano e la loro trasmissione avviene
necessariamente attraverso l’apprendistato. È anche vero, tuttavia, che
relazioni culturali importanti possono non avere affatto conseguenze sulle
ceramiche, come è stato possibile verificare in casi altrimenti documentati di
invasioni straniere. Fondamentali in queste circostanze sono le modalità
della conquista, il grado di diversità dei due popoli, che si ritrovano a
convivere, le loro rispettive capacità tecniche, il tipo di amministrazione che
si instaura e così via.

A. Balfet, M.F. Fauvet-Berthelot, S. Mouzon, Lexique et typologie des poteries: pour la


normalisation de la description de poteries, Paris 1989; H. Blake, Technology, Supply or
Demand?, in «Medieval Ceramics», IV, 1980, pp. 3-12; A. Carandini, Archeologia e
cultura materiale, Bari 19792; N. Cuomo di Caprio, La ceramica in archeologia.
Antiche tecniche di lavorazione e moderni metodi di indagine, Roma 1985; H. Howard,
E. Morris (a cura di), Production and Distribution: A Ceramic View Point, in BAR
International Series, Oxford 1981; T. Mannoni, E. Giannichedda, Archeologia della
produzione, Torino 1996; M. Millet (a cura di), Pottery and the Archaeologist, London
1979; C. Orton, P. Tyers, A. Vince, Pottery in Archaeology, Cambridge 1993; D.P.S.
Peacock (a cura di), Pottery and Early Commerce, London 1977; Id., La ceramica
romana tra archeologia e etnografia, Roma 1997; G. Pucci, Ceramica, tipi, segni, in
«Opus», II, 1, 1979, pp. 273-90; C. Redman, Multivariate Artefact Analysis: A Basis for
Multivariate Interpretation, in C. Redman et al. (a cura di), Social Archaeology.
Beyond Subsistence and Dating, New York 1978, pp. 159-92; P.M. Rice (a cura di), Pots
and Potters. Current Approaches in Ceramic Archaeology, Los Angeles 1984 (19884);
Id., Pottery Analysis. A Sourcebook, Chicago 1987; A.O. Shepard, Ceramics for the
Archaeologist, Washington 1956; S.E. Van Der Leeuw, A.C.Pritchard, The Many
Dimensions of Pottery: Ceramics Archaeology and Anthropology, Amsterdam 1984; C.
Wickham, Marx, Sherlock Holmes and Late Roman Commerce, in «Journal of Roman
Studies», LXXVIII, 1988, pp. 183-93.

ALESSANDRA MOLINARI
Classificazione e tipologia

La classificazione dei materiali archeologici consiste nel riconoscimento


della presenza ricorrente di elementi tecnici, formali e dimensionali dei
manufatti, preliminare al loro studio contestuale o su scala geografica e
cronologica ampia.
La tipologia dei materiali archeologici tende invece a riconoscere le
differenziazioni formali sistematiche e culturalmente significative fra i
manufatti, come parte integrante della ricostruzione complessiva delle
comunità che li hanno prodotti e utilizzati.
Tradizionalmente, le classificazioni dei materiali archeologici (inclusa la
tipologia) sono finalizzate alla costruzione di cronologie relative: le
somiglianze formali fra i manufatti vengono considerate in primo luogo
come un indicatore di contemporaneità, così come le differenze dovrebbero
indicare una distanza cronologica più o meno sensibile fra i rispettivi
contesti. La classificazione rappresenta la base per la costruzione della
CRONOLOGIA (cfr. ) relativa dei singoli contesti (cfr. CONTESTO) e per la
costruzione di sequenze cronologiche su scala regionale e interregionale,
attraverso il riconoscimento di affinità formali fra manufatti appartenenti a
contesti diversi e la loro concatenazione.
Con questo criterio, la classificazione viene quindi utilizzata per stabilire
una griglia cronologica, che precede e condiziona il lavoro di ricostruzione
delle culture e delle società del passato. Una conseguenza negativa di questo
procedimento è che gli aspetti della variabilità formale dei manufatti che
non derivano dalla loro successione nel tempo, ma dal loro significato
contestuale specifico, possono essere facilmente oscurati, e non essere più
recuperabili in seguito, proprio perché sono stati collocati preliminarmente
in momenti distinti della sequenza cronologica.
Questo problema di fondo delle classificazioni archeologiche deve essere
risolto distinguendo fra le due operazioni (classificazione e tipologia), che
sono diverse sia nella tecnica sia nella finalità.
La classificazione complessiva dei manufatti di un determinato ambito
(culturale, territoriale, cronologico), indipendente dai singoli contesti di
provenienza, è finalizzata al loro ordinamento preliminare e alla costruzione
di una cronologia relativa di massima, sulla base dell’osservazione dei
caratteri tecnici, stilistici e formali generali dei materiali archeologici e del
loro cambiamento progressivo nel tempo; si tratta di una operazione di tipo
cosiddetto «etico» (un’estensione al campo dell’antropologia culturale della
distinzione dei linguisti fra fonetica e fonemica, proposta da Marvin Harris e
recepita nella ricerca archeologica soprattutto preistorica), cioè di uno
strumento che il ricercatore applica dall’esterno al materiale che è oggetto
della sua analisi.
La vera e propria tipologia deve essere costruita come parte integrante
dell’analisi dei singoli contesti, distinguendo sulla base di relazioni spaziali
sincroniche i significati specifici dei manufatti. Solo con questa operazione è
possibile separare gli aspetti della variabilità formale dei manufatti che
derivano dalla loro funzione specifica da quelli che dipendono da differenze
di cronologia, e quindi costruire cronologie relative analitiche, come, per
esempio, la successione reale delle tombe di una necropoli. In questo caso, lo
strumento è di tipo «emico», cioè tende a riconoscere e ricostruire il punto
di vista della comunità antica sulla produzione e sull’uso dei manufatti.
Significato, costruzione e uso della classificazione e della tipologia dei
manufatti. Un problema ricorrente nell’analisi e classificazione dei
manufatti riguarda la scelta delle unità di base dell’analisi: la forma o il tipo
possono essere identificati come una somma di attributi, cioè di singoli
elementi formali definiti preliminarmente, oppure come un oggetto globale,
caratterizzato da attributi specifici. La questione è stata messa a fuoco nel
1972 da Robert Whallon, confrontando i risultati di due diversi metodi di
classificazione della ceramica degli indiani Owasco, della regione di New
York: quello tradizionale, che identifica i tipi su base «intuitiva» (o, più
precisamente, empirica, cioè in base all’osservazione diretta e sistematica
dei materiali, che comprende anche l’identificazione degli attributi e della
loro gerarchia e associazione), e un metodo statistico di ordinamento
monotetico gerarchico, basato sulla presenza o assenza di una serie di
attributi nominali, nel quale l’associazione degli attributi viene misurata con
il test del chi quadrato. Dei dieci tipi identificati con la classificazione
«intuitiva», almeno 7 o 8 si ritrovano con questo metodo. Il risultato del
lavoro di Whallon mostra l’utilità dei sistemi di ordinamento gerarchico, in
particolare nel caso di classificazioni ex novo, ma conferma anche che il
procedimento «intuitivo» permette in linea generale di riconoscere i
manufatti archeologici come oggetti globali, e di collocarli nella loro
specifica categoria morfologica.
I tentativi finora proposti di classificazione automatica, basati sulla
verifica di un certo numero di misure critiche prese su riproduzioni grafiche
normalizzate dei pezzi, possono dare risultati affidabili nel caso di
produzioni in serie di tipo industriale, che si generalizzano in età storica, ma
non per quanto riguarda produzioni non standardizzate, come sono in
grandissima maggioranza quelle pre- e protostoriche; per i manufatti di
tutte le epoche, comunque, un approccio diretto ai materiali, di tipo
etnoarcheologico (cfr. ETNOARCHEOLOGIA) e sperimentale, è indispensabile
anche per la verifica dei metodi di classificazione automatica.
Campi di ricerca particolari, come la classificazione dell’industria litica,
soprattutto del Paleolitico, richiedono un’applicazione sistematica di
verifiche statistiche e di ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE (cfr. ), perché, a differenza
di quanto avviene con le classi di manufatti di epoche più recenti, come
ceramica e metalli, i supporti litici degli strumenti non sono omogenei dal
punto di vista morfologico.
Classificazione dei manufatti come metodo di organizzazione dell’analisi e
come indicatore di cronologia (etica). La classificazione dei manufatti
archeologici fuori contesto o indipendentemente dal contesto di origine,
sulla base di un certo numero di parametri formali e stilistici, costituisce in
primo luogo, come si è detto, un metodo di ordinamento preliminare che
permette all’archeologo di organizzare il proprio lavoro. Quest’ordinamento
complessivo può fornire alcune indicazioni di massima sulla suddivisione in
periodi e fasi dei manufatti, e dei complessi dei quali essi fanno parte. Le
indicazioni di cronologia relativa ottenute sulla base di classificazioni
formali sono soprattutto attendibili nel caso di produzioni industriali
standardizzate e su ampia scala, nelle quali il significato cronologico delle
variazioni formali è garantito precisamente dalle caratteristiche dei
meccanismi produttivi.
L’utilizzazione dei manufatti archeologici come indicatori di cronologia si
basa su due principi fondamentali: in un ambito culturale e spaziale
determinato, è probabile che la posizione cronologica di insiemi di
manufatti morfologicamente simili sia completamente o parzialmente
coincidente; i caratteri morfologici dei manufatti si modificano
generalmente nel tempo con una progressione continua, che permette, nelle
condizioni indicate al punto precedente, di riconoscere il collegamento
formale fra insiemi cronologicamente contigui.
In sostanza, dal momento che le variazioni progressive nel gusto e nello
stile delle produzioni artigianali sono una funzione del tempo, in larga
misura indipendente dalle intenzioni e dalla percezione delle comunità che
le hanno prodotte e utilizzate, esse possano essere direttamente utilizzate
come indicatori di cronologia.
Le possibilità e le modalità della classificazione formale dei manufatti
variano in relazione con una serie di parametri interrelati: dal momento che
la classificazione è basata sui soli caratteri morfologici e ignora le specificità
locali della produzione e dell’uso dei manufatti, il suo livello di risoluzione
sarà relativamente grossolano: per mezzo di essa, sarà possibile isolare
singole fasi archeologiche in successione, definite sulla base di insiemi
consistenti di tipi, ma non costruire sistemi di cronologia relativa fine come,
per esempio, la successione delle tombe di una necropoli. L’ambito
geografico di applicabilità dei principi enunciati è in linea generale più
limitato per i manufatti di produzione «domestica» rispetto a quelli di
produzione specialistica e industriale; ogni tipo di produzione e di
distribuzione spaziale richiede comunque elementi di precisazione specifici.
In assenza di mutamenti tecnologici, la velocità del cambiamento formale
dei manufatti non è omogenea: oggetti morfologicamente semplici con
prevalenza dei caratteri funzionali utilitari tenderanno alla stabilità;
produzioni influenzate dalla moda, come quelle degli ornamenti personali e
degli oggetti di prestigio, varieranno più rapidamente.
Costruzione di una tipologia contestuale (emica). Un manufatto è il
risultato materiale di un’attività intenzionale, che si esercita in un tempo e
in un luogo determinati e in un contesto culturale definito. L’identificazione
del significato primario dei manufatti fa parte di un approccio «emico», che
si propone di ricostruire il punto di vista della comunità antica che li ha
prodotti e utilizzati. In linea generale, oggetti materiali prodotti in un
contesto culturale determinato come risposta a una necessità specifica
saranno omogenei dal punto di vista formale, e quindi direttamente
riconoscibili (agli occhi dei contemporanei) per quello che effettivamente
sono.
In realtà, prima di questa dimensione culturale normativa dei manufatti, è
necessario prenderne in considerazione la dimensione comportamentale.
Nella vita quotidiana, così come in un contesto archeologico sincronico (che
cioè conservi le relazioni spaziali fra i materiali), la posizione dei manufatti
potrebbe rispecchiarne semplicemente un adattamento funzionale
contingente, piuttosto che la funzione culturale normativa.
Il primo passo dell’analisi contestuale, in linea di principio sincronica, dei
materiali archeologici consiste quindi nel rilevarne gli aspetti
comportamentali: per esempio, vasi o strumenti di forme diverse utilizzati
indiscriminatamente per lo svolgimento della stessa funzione.
L’identificazione della funzione normativa dei manufatti può essere basata
su osservazioni ripetute di contesti simili, che permettono di metterne in
luce l’uso prevalente e le possibili deviazioni comportamentali.
Fra i significati contestuali dei materiali, quello che viene indicato più
comunemente è l’aspetto funzionale: per quanto riguarda, per esempio, i
recipienti ceramici, i principali indicatori di funzione sono le dimensioni, la
forma chiusa o aperta, la forma e le dimensioni delle anse.
La funzione genericamente suggerita dalla forma del vaso deve essere
verificata per mezzo dei suoi correlati spaziali (un vaso identificato come
una brocca sulla base di una combinazione di fattori come le dimensioni, il
collo stretto e la presenza di una sola ansa verticale può far parte di un
servizio da tavola ed essere sistematicamente associato con una tazza o con
un boccale) e, se possibile, dell’analisi del contenuto.
Il significato dei termini funzione e funzionale non può essere limitato
all’impiego strettamente utilitario dei manufatti, ma deve servire a indicarne
la gamma di funzioni specifiche, che possono essere esclusivamente
pratiche oppure anche (o soltanto) simboliche, ideologiche, estetiche,
economiche, rituali, espressione di prestigio e di status sociale, e in generale
di tutti gli aspetti delle attività quotidiane e dei rapporti sociali e politici.
La costruzione della tipologia «emica» è strettamente contestuale perché,
anche all’interno di ambiti culturali omogenei, in contesti diversi gli stessi
tipi di manufatti possono essere utilizzati per lo svolgimento di funzioni
molto differenziate; le osservazioni, le ricostruzioni e i confronti con
complessi vicini e contemporanei possono fornire punti di riferimento e
paralleli parziali, ma non sostituire l’analisi interna a ogni contesto.
Una conseguenza significativa di questa premessa, per quanto riguarda la
costruzione di cronologie relative all’interno di ambiti culturali omogenei, è
che l’identità tipologica dei manufatti è un’indicazione di contiguità
cronologica, ma non di contemporaneità assoluta, perché la durata degli
stessi tipi può variare in relazione a scelte e usi strettamente locali.
Metodo di classificazione e di costruzione della tipologia dei materiali.
Sebbene siano concettualmente distinte, e riflettano approcci diversi e livelli
non omogenei di analisi della documentazione archeologica, queste due
operazioni riguardano sostanzialmente lo stesso oggetto; inoltre, uno
sviluppo nell’elaborazione di ognuno dei due livelli di analisi determina
necessariamente una ricaduta sull’altro. Di conseguenza, è opportuno che
fra di esse si mantenga uno stretto collegamento, in primo luogo attraverso
l’uso di una terminologia comune.
I termini utilizzati tradizionalmente dagli archeologi per distinguere i
manufatti che sono oggetto della classificazione sono prevalentemente di
tipo funzionale. Termini di gergo archeologico, che possono riferirsi al
primo luogo di trovamento o al luogo di massima concentrazione dei
manufatti, oppure al nome dello studioso che ha proposto la classificazione
canonica, vengono utilizzati per categorie di materiali di larga diffusione:
per esempio, strumenti litici del paleolitico (bulino di Noailles, punta di La
Gravette), tipi di bronzi delle età dei metalli europee (coltello tipo Matrei,
spada a lingua da presa tipo Nenzingen) e determinate classi di materiali di
età storica (anfore da trasporto tipo Dressel). I termini funzionali, adottati
non in base alla verifica della funzione dei manufatti antichi, ma solo per la
loro analogia formale con manufatti contemporanei, sono inevitabilmente
imprecisi, mentre i termini di gergo archeologico sono immediatamente
comprensibili solo dagli addetti ai lavori; tuttavia l’uso di una terminologia
descrittiva o convenzionale sembra comunque preferibile a designazioni
numeriche o per mezzo di sigle, adottate in particolare dai fautori di
classificazioni cosiddette analitiche (che cioè prevedono l’identificazione di
forme e tipi come insiemi di attributi).
Il primo livello dell’analisi dei manufatti, che precede la vera e propria
classificazione, consiste nell’individuazione di grandi classi in senso lato
funzionali sulla base di parametri morfologici generici (per esempio,
brocche, tazze, scodelle; spade e pugnali).
In generale, classificazione e tipologia possono corrispondere a due livelli
di analisi gerarchicamente correlati, che trovano una rispondenza almeno
parziale nei criteri di fabbricazione adottati dall’artigiano antico. È possibile
distinguere alcuni livelli successivi di definizione, che vanno dalla forma, al
tipo, ad alcune specificazioni successive o collaterali.
Il livello della forma definisce i caratteri morfologici complessivi comuni
ad alcuni insiemi di manufatti che, nel senso generico indicato sopra, sono
funzionalmente omogenei (per esempio, vaso biconico). Il livello del tipo
individua con un approccio «emico», cioè sulla base di verifiche contestuali,
i diversi insiemi di manufatti, più o meno standardizzati, all’interno del
primo raggruppamento (per esempio, vaso biconico con corpo espanso e
due anse orizzontali).
Questo sistema di suddivisione trova il campo di applicazione più diretto
nel caso di produzioni domestiche basate su una tecnologia semplice (in
particolare, la ceramica d’impasto non tornita e cotta in fornaci non
permanenti o comunque con un controllo limitato del fuoco e della
temperatura), e di produzioni tecnologicamente più complesse, ma in una
fase di sviluppo e di espansione relativamente limitati, come l’industria
metallurgica dell’Eneolitico e degli inizi dell’età del bronzo; la stretta
corrispondenza fra una forma generica e un insieme consistente di tipi
riguarda anche alcune categorie di manufatti metallici di fasi avanzate delle
età dei metalli, che non assumono la forma definitiva con la fusione, ma con
la lavorazione successiva: per esempio, i gruppi delle fibule ad arco semplice
e ad arco di violino.
Nelle produzioni specialistiche e industriali, tecnologicamente complesse
e basate su modelli definiti in tutte le loro componenti (come la gran parte
dell’industria metallurgica e la produzione ceramica articolata in categorie
nettamente distinte per materiale e tecnica che si sviluppa a partire
dall’orientalizzante), e con una circolazione geografica ampia, che va molto
aldilà dei singoli contesti e ambiti culturali, i singoli tipi sono fortemente
standardizzati al loro interno e nettamente distinti l’uno rispetto all’altro: in
pratica, il livello della forma e quello del tipo finiscono nella maggior parte
dei casi con il coincidere.
Il livello di standardizzazione del tipo varia, come si è visto, in relazione
con la tecnologia. Nel caso della ceramica d’impasto non tornita e di
produzioni analoghe, l’estensione del campo di variabilità dei singoli tipi
può essere determinata da fattori contestuali: articolazioni interne del tipo
possono risultare, per esempio, dall’esecuzione di alcuni manufatti per
mano dello stesso artigiano, dalla presenza su alcuni pezzi di un tipo
particolare di decorazione, o di una rifinitura più accurata rispetto alla
media. Manufatti di uso comune, privi di connotati estetici e di funzioni
simboliche o di prestigio, possono avere un campo di variabilità ampio, a
causa dello scarso interesse dell’artigiano a raggiungere un certo livello di
definizione formale. In questi casi, è possibile delimitare i campi di
variabilità di tipi contigui per mezzo di combinazioni di misure
discriminanti; tuttavia, nel caso in cui risulti evidente che le misure variano
in modo casuale, sarà preferibile ammettere la possibilità che alcuni tipi
siano caratterizzati precisamente dall’ampiezza del campo di variabilità.
La variante del tipo designa un singolo manufatto collegato a un tipo
specifico, ma con alcune caratteristiche esclusive.
L’unicum sembra invece riferibile al livello della forma, cioè del modello
generale, piuttosto che a quella del tipo, e designa un singolo manufatto con
caratteristiche proprie, non collegabili a quelle dei tipi riconosciuti.
Va tenuto comunque presente che nell’analisi tipologica contestuale è
possibile introdurre una serie molto ampia di articolazioni ad hoc, legate
all’evidenza specifica che viene presa in considerazione.

W.Y. Adams, E.W. Adams, Archaeological Typology and Practical Reality, Cambridge
1991; A.M. Bietti Sestieri (a cura di), La necropoli laziale di Osteria dell’Osa, Roma
1992; G. Guerreschi, N. Ceschin, Codice d’analisi della ceramica preistorica. Seconda
edizione riveduta e ampliata, in «Padusa», 21, 1985, pp. 3-54; Idd., Codice d’analisi
della ceramica preistorica. Parte seconda: l’apporto decorativo, in «Padusa», 22, 1986,
pp. 221-334; M. Harris, L’evoluzione del pensiero antropologico. Una storia della teoria
della cultura, Bologna 1971; G. Laplace, Essai de typologie systématique, in «Annali
dell’Università di Ferrara», n.s., sez. XV, vol. I, suppl. II, 1964; O. Montelius, Die
typologische Methode, Stockholm 1903; F. Parise Badoni (a cura di), Dizionari
terminologici. Materiali dell’età del bronzo finale e della prima età del ferro, Firenze
1980; W.M.F. Petrie, Sequences in Prehistoric Remains, in «Journal of the
Anthropological Institute», 29, 1899, pp. 295-301; C. Renfrew, P. Bahn, Archeologia.
Teorie, Metodi, Pratica, Bologna 1995; W.A. Ritchie, R.S. Macneish, The Pre-Iroquoian
Pottery of New York State, in «American Antiquity», 15, 1949, pp. 97-124; R.
Whallon, A New Approach to Pottery Typology, in «American Antiquity», 37, 1972,
pp. 13-33; P. Zamperoni et al., Nuove esperienze sulla classificazione computerizzata
delle forme ceramiche condotta sui materiali sepolcrali della necropoli di Veio, Quattro
Fontanili, in Archeologia e informatica, «Quaderni di Dialoghi di Archeologia», 4,
1988, pp. 157-70.

ANNA MARIA BIETTI SESTIERI


Commercio, archeologia del

Il commercio è l’atto principale tramite il quale il possesso o controllo di


beni passa da una persona o istituzione a un’altra per il beneficio,
idealmente, sia dell’acquirente sia del venditore. Le potenziali forme di
scambio in ogni società sono varie e complesse, anche se il commercio vero
e proprio viene solitamente definito come uno scambio in cui viene
coinvolta almeno una figura professionale, sia essa venditore, acquirente o
intermediario. Altre forme di scambio o appropriazione di beni
comprendono tassazione, donazione, fitto e conquista.
Lo schema di produzione (cfr. PRODUZIONE, ARCHEOLOGIA DELLA), scambio e
consumo (cfr. CONSUMO, ARCHEOLOGIA DEL) definisce l’economia di una
qualsiasi società. Per siffatto motivo l’archeologia dello scambio è
fondamentale alla comprensione del nostro passato. Gli storici
dell’economia hanno spesso classificato le società antiche secondo i modi di
produzione, identificando ciascun modo come mezzo per soddisfare le
domande di una determinata società. Naturalmente, se un dato luogo
produce un surplus, quest’ultimo, a meno che non venga donato o distrutto,
diverrà, di solito, oggetto di commercio.
Se l’atto dello scambio può essere difficilmente oggetto dell’indagine
archeologica, i suoi esiti rappresentano una delle questioni da più tempo
esaminate tramite l’archeologia e coinvolgono lo studio di quasi tutte le
manifestazioni materiali del passato. Le domande alle quali l’evidenza
archeologica è tenuta a rispondere riguardano i generi e le provenienze dei
beni scambiati, le loro quantità e fluttuazioni, i vari tipi di scambio, il
trasporto dei beni, il tipo e la localizzazione dei mercati, le identità di
produttori, intermediari e consumatori, e gli effetti che la domanda,
l’esportazione e l’importazione di vari beni hanno avuto su società o aree
geografiche.
Ciò nonostante, fino agli anni Settanta, si era sviluppata poca teoria o
tecnica analitica riguardante i processi di scambio nel campo archeologico,
anche perché, nei settori dove si era sviluppata una maggiore teoria
culturale, nella fattispecie la preistoria, l’apparente spostamento di oggetti o
«stili» veniva spesso concepito all’interno di processi di diffusione. Questo
potrebbe spiegare il motivo per cui molti storici dell’economia hanno
impiegato dati storici per le loro analisi, eludendo quelli archeologici.
Il commercio è stato da tempo indicato come un importante fattore nei
processi di mutamento culturale. Questo vale sia per chi promuove il
commercio, tramite l’accumulo di ricchezza, sia per i recettori più passivi,
che possono essere stimolati a cambiare attraverso i contatti culturali che ne
derivano. Esempi spesso citati riguardano gli sviluppi culturali e sociali di
popolazioni indigene, attribuiti all’espansionismo commerciale greco e più
tardi alla colonizzazione stessa, o di gruppi barbarici in Europa in seguito
all’espansione di Roma.
L’importanza del commercio e la sua complessità sono tali che una teoria
di base dei meccanismi di scambio e dei loro significati risulta fondamentale,
sia per l’interpretazione dei dati archeologici, sia per la ricerca di strumenti
di analisi per l’enorme quantità di materiale che quotidianamente ci
restituisce la terra, prima fra tutti la CERAMICA (cfr. ).
La maggior parte degli oggetti di scambio nell’antichità erano di natura
organica, quali vino, grano, olio, salse di pesce, animali e carne, lana e stoffe,
legno, unguenti, spezie, ma anche legumi, noci, frutta e, naturalmente,
schiavi, tutti difficilmente conservabili in contesti archeologici. Altri oggetti,
in metallo o vetro, sono difficilmente assegnabili a singole aree di
provenienza per via del riutilizzo della loro materia prima. Le pietre, dalle
statue alle macine per grano o alla pozzolana, possono spesso essere
ricondotte ad aree di estrazione, ma non furono certamente scambiate nella
quantità in cui venne scambiata la ceramica. Perciò, vista la grande difficoltà
nell’ottenere informazioni sulle quantità di commercio di molti oggetti, un
certo affidamento è stato posto nello studio della ceramica, sia perché le sue
caratteristiche tipologiche e composizionali permettono spesso una
datazione e un’individuazione dell’area di origine (cfr. DETERMINAZIONE
D’ORIGINE) con una buona precisione, sia perché, a giudicare dalle evidenze
provenienti da relitti, spesso viaggiava come complemento di peso a carichi
di beni alimentari (cfr. SUBACQUEA, ARCHEOLOGIA).
Vari studiosi hanno esposto argomenti convincenti circa la possibilità di
scrivere la «storia attraverso la ceramica» (STORIA, ARCHEOLOGIA E), e altri
hanno basato teorie di scambio sulle evidenze ceramiche, seguendo i lavori
di antropologi che hanno considerato il ruolo della ceramica nelle società
preindustriali. Uno dei massimi esponenti in questo campo è Colin Renfrew,
che ha scritto: «In teoria, e pensando in termini di movimenti di produttori,
consumatori e intermediari, sembrerebbe che ci fossero solo cinque possibili
disposizioni per il contatto e lo scambio: 1) il consumatore viaggia fino alla
casa o bottega del produttore per ottenere il suo vaso; 2) il produttore stesso
porta i suoi prodotti al consumatore, agendo come venditore ambulante; 3)
produttore e consumatore si incontrano in un terzo luogo, spesso un
mercato, per scambiare; 4) il produttore scambia i suoi vasi con un
intermediario, che li trasporta a, e li scambia con, i consumatori; oppure 5) il
produttore porta la sua ceramica a qualche agenzia centrale che gli assegna
beni in cambio».
Purtroppo, tali postulati sono spesso difficili da dimostrare tramite
l’archeologia (cfr. fig. 1). Hanno bisogno sia della definizione di modelli che
replicano le probabili distribuzioni create da ognuno di essi, sia di
un’adeguata e imparziale quantità di rinvenimenti archeologici con cui
poter confrontare i modelli. è il secondo requisito che spesso non viene
soddisfatto e dipende dalla consapevolezza degli archeologi riguardo al
potenziale dei loro dati di scavo.
Fig. 1. Schema ideale delle differenti condizioni di accesso alle risorse e agli scambi: 1.
«accesso diretto alle risorse» nonostante eventuali confini; 2. «rapporti diretti con il
produttore»: B visita A presso la sua sede oppure possono esistere più passaggi di mano
con case madri secondarie e presenza di terze persone; 3. «redistribuzione da un sito
centrale» che assume il controllo e i vantaggi degli scambi; 4. «mercato centrale come
punto d’incontro» e scambio diretto non controllato da persone coinvolte nella
transazione; 5. «intermediazione di viaggiatori commercianti» indipendenti (U) o di
emissari (E) dipendenti. Questi possono anche dar vita a «siti coloniali» per favorire gli
scambi con A, oppure a «empori» commerciali indipendenti (da Mannoni, Giannichedda
1996, tratto da Renfrew, Bahn 1995, con modifiche).

Per esempio, sebbene molto sia stato scritto sui Greci e sulla loro
economia, fino a poco tempo fa l’archeologia, in confronto agli studi
storico-artistici, ha svolto un ruolo minore nella ricostruzione del
commercio greco. Solo negli ultimi anni l’analisi archeologica dei vasi è
stata posta su basi sicure, tentando di andare oltre la messe di dati
provenienti dalle necropoli, con l’utilizzo di dati da contesti associati con lo
scambio o la vita quotidiana, per giungere a una disamina meno
pregiudicata della circolazione e uso della ceramica. Le classificazioni
teoriche delle forme di mercato, in confronto con il dato materiale e le fonti
letterarie, stanno conducendo a un modello sempre più articolato dello
sviluppo economico e dell’espansionismo greco in Occidente. In particolare
il «port of trade» di Karl Polanyi, una struttura che permetteva lo scambio
fra entità politiche e culturali diverse, su terreno neutrale, è entrato a far
parte dell’equazione. J.-P. Morel, per esempio, all’interno di un quadro che
ridimensiona il commercio greco entro una società essenzialmente
autarchica, identifica due momenti di sviluppo dei «ports of trade»,
passando dai primitivi «centri di redistribuzione» quali l’Incoronata presso
Metaponto, o Saint-Blaise, vicino Marsiglia, a veri e propri emporia, che
godevano della protezione di santuari e di un’amministrazione sviluppata.
Ma forse la forma economica pre-capitalista più articolata, divenuta il
polo di attenzione dell’archeologia negli ultimi trent’anni, è stata quella di
Roma, che fornisce utili esempi di come l’archeologia possa effettivamente
contribuire agli studi sul commercio antico (cfr. STORIA, ARCHEOLOGIA E).
L’accresciuta evidenza materiale ha aggiunto ulteriori elementi al dibattito
storico circa la natura dell’economia romana e il posto occupato dalla città,
come parte integrante di un’economia agraria, posta però all’apice di un
sistema gerarchico di mercati, o come centro di consumo artificiale, in
definitiva separata dal territorio circostante. Cercare un unico modello
esplicativo per l’intero mondo romano è forse chiedere troppo. Mentre
poteva esistere una grande somiglianza fra città distanti fra di loro nel
campo dell’amministrazione statale, il loro ruolo «naturale» dipendeva,
forse in larga misura, dalle reazioni individuali delle varie società nelle varie
province dell’impero. Due punti, in ogni caso, sembrano ormai chiariti
tramite l’archeologia: il primo è che ci fu una massiccia circolazione di beni
attraverso l’impero e anche oltre le sue frontiere, il secondo è che le aree
rurali erano spesso densamente popolate e che avevano accesso ai mercati.
Penso che ormai ci possano essere pochi dubbi sul fatto che le città fossero
strumenti chiave nel permettere quel commercio capillare che l’archeologia
sembra evidenziare.
L’influenza del pensiero neo-marxista (cfr. MARXISTA, ARCHEOLOGIA), dopo
l’approccio sociologico del gruppo francese delle «Annales», con la sua
enfasi sull’analisi della cultura materiale ha portato, specie in Italia, a una
riflessione sulle visioni tradizionali. Questo è stato particolarmente evidente
nel dibattito degli anni Settanta e Ottanta, quando le nuove tendenze
sottolineavano sempre di più il ruolo dell’individuo, a scapito dello Stato,
nel controllo sia delle manifatture sia del commercio. Tutto ciò metteva in
evidenza una maggiore libertà nello sviluppo dell’economia antica, contro
una qualsiasi pianificazione centrale, dimostrando, inoltre, come il
commercio fosse di maggior volume e complessità di quanto immaginavano
studiosi quali A.H.M. Jones e M. Finley, in parte richiamando gli studi
sull’economia romana di M. Rostovtzeff.
Questa tendenza, che finalmente riscopre una nuova centralità di Roma
(l’archeologia delle province aveva, in passato, avuto la parte del leone), ha
condotto ad analisi archeologiche sempre più dettagliate e alla
pubblicazione integrale degli oggetti provenienti da scavi, rompendo con gli
approcci più consueti che tendevano a valorizzare la natura architettonica o
artistica delle scoperte. Alcuni pionieri si erano già messi al lavoro, in
particolare, per quanto riguarda l’Italia, Nino Lamboglia che, nel 1950, aveva
pubblicato una delle prime grandi sequenze di ceramica e altri manufatti
provenienti dai suoi scavi a Ventimiglia. Le sue ricerche, assieme a una
sempre più incisiva influenza dell’archeologia britannica in Italia durante la
direzione della British School at Rome da parte di John Ward-Perkins,
hanno portato alla formazione di gruppi di studio che hanno gettato le basi
di una nuova archeologia in Italia. Nel 1966 scavi di grande dettaglio
analitico furono iniziati a Ostia, e poi a Cartagine, dall’università «La
Sapienza» di Roma, e anche a Luni da diverse università nel 1970. Sotto la
direzione rispettivamente di Andrea Carandini e di Antonio Frova,
entrambe le équipes hanno pubblicato monografie con esaustive analisi
della ceramica romana e altri manufatti comuni rinvenuti durante gli scavi,
prestando grande attenzione alle origini e alle distribuzioni dei vari oggetti.
è stato cosi dimostrato che anche i più umili manufatti archeologici
potevano illustrare le correnti commerciali che univano l’Italia con il resto
del mondo mediterraneo. Inoltre, la presenza di rotte commerciali ben
battute, l’esistenza delle quali era suggerita dalla grande quantità di
ceramica importata, ha portato a supporre l’esistenza di un notevole e ben
organizzato commercio di beni di prima necessità e di beni di lusso, che
sono spesso impossibili da identificare nella documentazione archeologica.
Particolarmente rivelante era l’evidenza per le anfore commerciali, i
contenitori ceramici da trasporto dell’antichità, di cui ci occuperemo in
seguito, e per alcune ceramiche da mensa. Già negli anni Quaranta, gran
parte del lavoro di Lamboglia sulla ceramica poneva l’attenzione su una
classe comune di ceramica da mensa che denominò «terra sigillata chiara» e
che lo studioso, allora, ipotizzava essere stata prodotta nell’Italia
settentrionale. Intorno agli inizi degli anni Sessanta fu accettata un’origine
nord africana di questa classe di ceramica.
Prodotta in quantità massiccia, particolarmente lungo la costa tunisina,
dal I secolo d.C. inoltrato, si diffuse attraverso il mondo romano, invadendo
il mercato italiano delle ceramiche da mensa, e continuò a dominare il
mercato fino agli inizi del VI secolo, per giungere, in pochi siti privilegiati,
fino alla fine del VII secolo, quando l’Africa settentrionale venne invasa
dagli Arabi e le forze di mercato erano cambiate in modo irreversibile. La
gran quantità di questa ceramica che raggiungeva l’Italia indica un enorme
volume di traffico commerciale particolarmente tra Roma e l’Africa, con
migliaia di navi che solcavano le onde attraverso i secoli, caricate con vasi
impilati accanto al grano, alle anfore piene di olio di oliva e di salse di pesce,
e ad altri prodotti e beni. Sebbene parte del fenomeno fosse dovuto alle
spedizioni controllate dallo Stato, e sappiamo che l’annona condizionò
fortemente le province africane, la ceramica proveniente da quell’area
rappresenta solo una minima parte dell’evidenza a disposizione per la
circolazione di ceramiche entro l’intero bacino del Mediterraneo e oltre.
Questa visione, frutto dalla ricerca archeologica, sembra dimostrare come
il mondo romano costituisse una forma di mercato comune, con
investimenti di capitale, liberi mercanti, un certo livello di competizione e
finanche un minimo di programmazione statale della produzione. Il livello
di scambio, sicuramente non tutto gestito dallo Stato, era enorme, come
viene confermato anche dal rinvenimento di numerosi relitti nei fondali del
Mediterraneo, il cui numero diminuisce sensibilmente durante il V secolo,
controbilanciato da un graduale incremento nel numero di relitti in acque
dell’Europa del Nord, la qual cosa rispecchia i grandi mutamenti avvenuti
durante la seconda metà del primo millennio (cfr. fig. 2).
Fig. 2. Frequenze di relitti di epoca romana e medievale rinvenuti nel Mediterraneo e nelle
acque danesi (da Randsborg 1991).

Uno dei più grandi passi compiuti nell’analisi del commercio tramite
l’archeologia riguarda il Medioevo. La disciplina dell’archeologia medievale,
soprattutto nell’Europa meridionale, ha un passato recente in confronto alla
lunga tradizione di studi nell’ambito dell’archeologia sia preistorica sia
classica. Questo ha permesso la crescita di un approccio meno conservatore
all’analisi e alla pubblicazione dei dati di scavo, in gran parte svincolati da
convinzioni radicate nella tradizione. La comprensione del commercio alto
medievale, che indichiamo genericamente dopo il V secolo, è in crescita.
Fino a non molti anni fa, pochissimi oggetti di scambio erano riconoscibili
nella documentazione archeologica, lasciando il campo aperto alle ipotesi
più svariate circa la natura e il ruolo del commercio. Allo stato attuale degli
studi, sembra chiaro che, mentre si verificò un crescente movimento verso
l’autoconsumo nei primi anni del Medioevo e dovette anche esistere un
notevole commercio locale, totalmente al di fuori di un’economia monetaria,
il commercio internazionale tuttavia non si era certo spento. Ora
l’archeologia sta contribuendo con forza al dibattito suscitato dagli studi di
Henri Pirenne, che enfatizzavano l’isolamento dell’Europa e del
Mediterraneo orientale a causa dell’espansione dell’Islam, e sta aggiungendo
ulteriori dati a quella che per molto tempo è stata una visione minimalista
da parte degli storici medievisti.
Mentre da molto tempo è attestata la circolazione di beni di lusso,
rinvenuti spesso nei tesori ecclesiastici e nelle sepolture del Nord Europa,
sovente ottenuti come doni, per aiutarci a comprendere lo scambio
ordinario viene utilizzata, ancora una volta, la ceramica. Richard Hodges,
per esempio, ha illustrato la natura del commercio del vino nel Nord Europa
durante l’VIII e IX secolo attraverso lo studio della ceramica franca e
renana. Recenti studi hanno anche dimostrato che anfore commerciali
continuavano a essere prodotte in certe aree del Mar Nero, dell’Asia Minore
e dell’Italia, forse per tutto l’alto Medioevo, e questo potrebbe essere dovuto
al commercio bizantino, mai sopito. Molta attenzione è stata rivolta
ultimamente anche alla pietra ollare, un particolare tipo di pietra cavata
dalle Alpi centrali e occidentali, utilizzata per ricavare recipienti di forma
cilindrica. Studi sulla sua distribuzione hanno dimostrato che questi oggetti
hanno raggiunto una buona parte dell’Italia, finanche la Puglia.
L’alto Medioevo sembra essere caratterizzato dall’espandersi del
dirigismo e di economie chiuse legate ai vari piccoli Stati e alla Chiesa. Ma,
con lo sviluppo delle gerarchie sociali e l’accumulo di surplus in varie mani,
si sviluppò la necessità di importare quantità sempre maggiori di beni alieni
al mercato locale. Se oggi è più evidente come il commercio si sia espanso
durante il tardo primo millennio e gli inizi del secondo, i meccanismi di
quest’espansione possono essere puntualizzati tramite l’archeologia.
Perciò, è lo studio del commercio che aiuta a spiegare lo sviluppo di
nuove città (e la sopravvivenza di alcune vecchie), durante il Medioevo.
Venezia fu quasi certamente fondata in laguna per scopi difensivi, ma non
sarebbe stata abbandonata se non si fosse data al commercio? Infatti,
insieme ad altre città italiane, si sviluppò come emporium, sulla scia di
situazioni simili, ma politicamente non autonome come Venezia,
documentate nell’Europa settentrionale, nella Frisia e nella Carolingia.
Quello che l’archeologia sta ora dimostrando con sempre maggior chiarezza
è il passaggio da pochi centri amministrativi o commerciali (emporia)
accuratamente distribuiti a una miriade di città tardo medievali con
prospere botteghe artigianali e luoghi di mercato.
Se una gran parte della ricerca archeologica si è concentrata sugli oggetti
di commercio e i relativi contenitori, dall’età greca sino al Medioevo, poco
interesse invece è stato dimostrato per quel che concerne i luoghi di
scambio. Questi ultimi possono variare da specifici insediamenti tipo, come
gli emporia, a specifiche aree interne agli insediamenti, quali fora, luoghi di
mercato e negozi, e infine a siti temporanei, comprese le fiere, e anche le
case private.
Sin dai tempi preistorici, lo scambio è stato spesso condotto sotto l’egida
dei santuari, spesso identificati come siti di scambio neutrali. L’intensità del
commercio avrà portato alcuni di questi siti a svilupparsi per divenire
grandi insediamenti articolati. Tale fu il richiamo dei luoghi sacri che spesso
furono intenzionalmente indirizzati per questo genere di profitto. è
probabile che, durante il XII secolo, la famosa abbazia del vescovo Suger a
St. Denis, presso Parigi, fosse parzialmente edificata con i proventi derivanti
da simili attività di scambio, molti secoli dopo l’eclisse dei santuari-mercato
greci.
In età romana lo scambio interregionale era basato su di una varietà di
sistemi, in gran parte dipendenti dalle città, le cui forme più regolari
sembrano essere state quelle che agivano tramite negozi con vendita al
minuto, e quelle basate sulle giornate di mercato o nundinae, queste ultime
localizzate nei fora o in altri spazi pubblici idonei, in maniera da poter anche
essere controllati dal governo locale. Il sistema delle nundinae scomparve in
età tardo romana per essere parzialmente sostituito da mercati stagionali o
fiere. Alcune di queste potevano essere state istituite dai proprietari fondiari
per facilitare la circolazione dei loro prodotti surplus e per rinforzare i loro
rapporti clientelari, come fu probabilmente l’intento del vecchio latifondista
di Bordeaux, Paolino da Nola, che, con l’assunzione della cattedra vescovile
a Cimitile, aveva istituito una fiera presso l’importante santuario di San
Felice.
Questo quadro è in gran parte basato sulle fonti, ed è molto incompleto.
Per qualsiasi pretesa di definizione ci si dovrà basare sullo sviluppo
dell’archeologia sia dei luoghi religiosi, sia delle fiere. Credo che l’evidenza
dimostrerà, infine, come essi integrassero il ruolo degli emporia, rifornendo
aree interne politicamente o geograficamente meno accessibili.
Le principali direzioni di ricerca per esaminare il fenomeno delle fiere
attraverso l’archeologia riguardano: a) l’analisi spaziale della distribuzione
di manufatti; b) l’analisi spaziale dei siti; c) l’archeologia dei probabili luoghi
di fiera.
Dovrà passare del tempo prima che si accumulino sufficienti dati per
poter descrivere distribuzioni di manufatti che riflettano con chiarezza i
meccanismi di scambio delle fiere. Per distinguere il fenomeno, la
distribuzione dovrà esprimere certe caratteristiche, anche se probabilmente
sarà parzialmente oscurata da distribuzioni provocate da forme alternative
di scambio, forse collegate in modo inscindibile, ciascuna dipendente dal
tipo di mercanzia che doveva circolare. In effetti, la forma di distribuzione
creata da una grande fiera potrebbe essere meglio descritta come un
«sistema dendritico di sito centrale in cui un mercato monopolistico
(emporium) appare sul confine della regione» (R. Hodges), sebbene il
mercato monopolistico sia un sito centrale temporaneo o stagionale. Come
sottolinea Hodges, « i beni ottenuti tramite questo scambio vengono
impiegati dalle élites (Stato e Chiesa) per sostenere o a volte manipolare il
sistema sociale».
Un’estensione dell’analisi di distribuzione di oggetti è quella della
distribuzione dei siti. Quest’ultima può ora usufruire dei potenti mezzi
teorici della GEOGRAFIA (cfr. ), in particolare per quanto riguarda la teoria del
sito centrale. In uno studio sul carattere urbano dell’impero bizantino,
Johannes Koder ha applicato sistemi di modellamento geografico ad aree
campione del Mediterraneo orientale. Sulla base di una rete urbana in
Grecia, derivata dal synekdemos datato prima del 535, ha potuto postulare la
localizzazione di mercati non-urbani. Tali mercati erano forse comuni ad
aree con bassa densità demografica e la frequenza della funzione era
regolata dalla natura della popolazione da rifornire e dal surplus che doveva
essere scambiato.
Gran parte dell’evidenza diretta per le fiere sarà evanescente. Cassiodoro
descriveva «case formate di rami con foglie intrecciate» alla fiera di
Marcilianum (Cass. Var. VIII, 30), il che ci obbliga a cercare buchi di palo,
piani in terra battuta e pozzi neri. Ma la stretta associazione tra fiere e
religione significa che molti, se non tutti, i luoghi di fiera saranno stati
dotati di chiese o altre strutture religiose. Permane ancora la difficoltà di
affermare se tali edifici erano associati o meno con una fiera, difficoltà
accresciuta dal fatto che molti siti saranno diventati insediamenti stabili col
tempo, oscurando così le testimonianze relative alla loro funzione primaria.
In ogni modo, l’evidenza materiale più chiara che riguardi le fiere, almeno
all’interno di un’economia monetaria, potrebbe venire dalla composizione
dei rinvenimenti monetali nei siti di scambio. Dati i rapporti esistenti tra
fiere, chiese e santuari, i numerosi rinvenimenti monetali da siti come la
chiesa monastica di Alahan in Turchia, o il santuario di Monte S. Angelo sul
Gargano, potrebbero in parte essere spiegati con un’attività di scambio.
Sebbene i possibili mezzi di scambio possano essere tanti, l’economia
antica può essere sinteticamente vista sotto il duplice aspetto di economia
monetaria e di economia naturale, quest’ultima basata sullo scambio
reciproco di beni e di servizi.
Ed è proprio la NUMISMATICA (cfr. ), che troppo spesso si è limitata ai
problemi iconografici e tecnici a detrimento di valutazioni del significato del
circolante, che meriterebbe un capitolo a sé per quanto riguarda
l’archeologia del commercio. Tralasciando l’annoso problema dei
meccanismi che regolavano la circolazione monetaria, per una valutazione
dei luoghi, tipi ed entità di commercio, presupposto fondamentale è quello
di conoscere bene la distribuzione spaziale (e temporale) della moneta, con
una serie di corpora che comprendano rinvenimenti da scavo, rinvenimenti
sporadici e tesoretti. Richard Reece ha tentato analisi distributive in Gran
Bretagna, illustrando sia modelli di circolazione urbani e rurali, sia strane
ma significative incongruenze con questi modelli, come la circolazione nella
città tardo romana di Cirencester che rispecchia uno schema tipicamente
rurale. è presumibile che la perdita delle monete sia strettamente in
relazione alla loro frequenza d’uso, e che i siti di scambio dove vi era grande
circolazione di monete saranno anche i luoghi dove l’archeologo le troverà
in maggior numero.
Ma le ipotesi circa i relativi volumi di commercio tra un’area e un’altra
sono state create fondamentalmente tramite l’analisi della CERAMICA (cfr. ) da
scavi archeologici. La gran quantità di vasi attici rinvenuti a Spina, alla foce
del Po, è stata utilizzata per suggerire l’esistenza di un imponente
commercio di schiavi dall’Europa centrale, attraverso i passi alpini e giù per
l’Adriatico, dopo il 480 a.C. Ritornando all’esempio della terra sigillata
chiara, la notevole quantità rinvenuta in tutti gli angoli dell’impero romano
è stata usata per comprendere l’importanza e la distribuzione dei prodotti
agricoli africani. Uno studio di E. Fentress e Ph. Perkins ha confrontato il
numero di rinvenimenti in sei aree dell’Italia, Spagna e Nord Africa, dal I al
VI secolo (cfr. fig. 3). Sebbene si potrebbe affermare che le quantità
dimostrano esclusivamente quello che è stato trovato, piuttosto che quello
che fu importato in ciascuna area, le similitudini di tendenze fra le aree
studiate non possono essere semplici coincidenze e presumibilmente
riflettono le tendenze di un’esportazione oltremare.
Fig. 3. Percentuali di importazioni di terra sigillata chiara nei territori di 1.
Cherchel/Cesarea; 2. Valencia; 3. Sperlonga; 4. Monreale; 5. Valle dell’Albegna (da
Fentress, Perkins 1988).

Ancor più rivelante è l’analisi delle anfore commerciali, che servivano


prevalentemente come contenitori di prodotti liquidi quali olio, vino e salse
di pesce. Rimane ancor molto da fare sulla caratterizzazione e localizzazione
dei centri di produzione di alcuni tipi di anfore, ma la ricerca negli ultimi
anni ha portato a una situazione ove quasi tutte le anfore più comuni di età
romana sono ora identificabili e possono essere utilizzate nel ricostruire le
reti commerciali. Inoltre alcune, tramite i bolli applicati sulle anse o sul
collo, identificano perfino i produttori del contenuto, alcuni dei quali, come
– a titolo di esempio – i Sestii o i Maesiani Celsi, noti storicamente tramite
le parti scritte.
Naturalmente, l’assenza o rarità di ceramica importata in un’area non
deve necessariamente essere vista come assenza di importazione di prodotti
agricoli, o come indicazione di marginalità o mancanza della ricchezza
necessaria a sollecitare l’importazione. Poche anfore importate sono state
rinvenute a Hierapolis in Frigia, e poche furono rinvenute durante una
ricognizione intorno all’ager Falernus, area vinicola della Campania
settentrionale. Mentre in entrambi i casi, beni provenienti via mare da altre
aree potevano essere stati riversati in contenitori organici più idonei al
trasporto via terra, non lasciando alcuna traccia nella documentazione
materiale, è anche vero che entrambe le aree erano molto fertili e
probabilmente producevano gran parte dei beni basilari necessari a
soddisfare una domanda locale. Inversamente, prodotti provenienti da
entrambe le aree sembrano essersi diffusi attraverso il Mediterraneo. La
regione intorno a Hierapolis era rinomata per la lana, e forse per questo
motivo, il mercante Flavius Zeuxis, ivi sepolto, poteva vantare 72 viaggi
mercantili oltre Capo Malea sino all’Italia durante la sua vita (SIG3 1229).
La presenza o assenza di anfore può anche essere fuorviante per altre
ragioni. Erodoto (III, 6), per esempio, spiega come le anfore vinarie che
raggiungevano l’Egitto venissero svuotate del loro contenuto per poi essere
ri-esportate con acqua nel deserto siriano. Perciò, la documentazione di
quantità di oggetti rinvenuti in un contesto archeologico è importante,
sebbene potenzialmente fuorviante.
Nonostante i limiti, le potenzialità dell’archeologia sono enormi. Viene
detto ogni tanto che, a differenza delle fonti scritte, quelle materiali, oggetto
di studio dell’archeologia, non possono mentire. Il problema, invece, sta
nella loro interpretazione. Anche per questo motivo molti storici (cfr. STORIA,
ARCHEOLOGIA E) ancora oggi guardano ai risultati archeologici con
indifferenza. La colpa di questo stato di cose è spesso dovuta all’archeologo,
che non sempre è capace di sfruttare al massimo l’informazione contenuta
nei suoi rinvenimenti. L’archeologia deve essere convincente per poter
assumere a pieno titolo il suo ruolo nelle ricostruzioni storiche, e questo può
avvenire soltanto attraverso una maggior professionalità da parte degli
archeologi e una consapevolezza sia dei suoi limiti sia delle sue potenzialità.
Futuri sviluppi ci forniranno molta più informazione sul passato, e può
essere utile considerare possibili direzioni di ricerca se l’archeologia dovrà
accrescere la nostra comprensione del commercio antico.
C’è bisogno di un maggior impegno per quanto riguarda l’identificazione
dei centri di manifattura e la caratterizzazione dei loro prodotti. Sebbene le
analisi autoptiche siano utili, è qui che una serie di metodi di
caratterizzazione scientifica (cfr. ARCHEOMETRIA) può entrare in gioco, dalle
analisi petrografiche a sezione sottile al riconoscimento di elementi in
traccia, che possono assistere nell’individuare le provenienze di ceramiche,
pietre e metalli (cfr. DETERMINAZIONE D’ORIGINE). Il grande sviluppo negli ultimi
anni delle metodologie della ricognizione topografica (cfr. RICOGNIZIONE
ARCHEOLOGICA) contribuisce, inoltre, alla caratterizzazione di prodotti agricoli
e di potenziali surplus per esportazione da diversi territori. Un progetto
Unesco in Tripolitania, per esempio, ha utilizzato più approcci, dallo studio
delle strutture e infrastrutture agricole, alla sedimentologia e alla
paleobotanica, per approdare anche a stime dell’enorme quantità di olio
d’oliva prodotta in zone aride in età romana.
Così poco si conosce riguardo ai materiali organici, che ogni opportunità
dovrebbe essere colta per scavare i contesti in cui sono preservati. Parte del
futuro dovrebbe riposare anche negli studi faunistici (cfr. ARCHEOZOOLOGIA), le
cui potenzialità sono state appena sfiorate al di fuori di poche aree
dell’Europa e del Mediterraneo. Individuare le origini di animali attraverso
le loro ossa è estremamente difficile, ma anche qui gli studi sugli elementi in
traccia potrebbero aiutare a ricondurre alcune ossa alle loro origini
geografiche e ambientali. La ricerca per tracce di lipidi, inoltre, ci potrà forse
chiarire l’impiego di anfore, vasi da cucina e altri recipienti.
Gran parte di questo lavoro, però, sarà privo di contenuto se i risultati
non potranno essere quantificati. Non possederemo mai le statistiche che i
moderni storici dell’economia sono abituati a utilizzare (le cifre antiche
sono poche e problematiche), ma possiamo tentare di individuare valori
relativi. Alcuni oggetti si prestano alla quantificazione (cfr. QUANTITATIVA,
ARCHEOLOGIA), specie le ceramiche, le monete, i marmi o le ossa, e la loro
attenta identificazione (stabilendo cronologie e origini) e documentazione
da un largo campione di siti-tipo in diverse aree, può fornire informazioni
con cui tentare di risolvere questioni riguardanti la crescita e il declino del
commercio, i livelli di produzione e consumo, la distribuzione di mercati, gli
itinerari del commercio e la sua stessa natura. Un’analisi molto
particolareggiata delle quantità di ceramiche rinvenute a Chelmsford
(Inghilterra) ha portato perfino a ipotizzare cicli economici, con cui adesso
si potranno confrontare altri dati, letterari e materiali.
Poco si è fatto, inoltre, sulla natura e scala delle reti distributive locali e
per tentare di confrontare distribuzioni di manufatti con tipi di
insediamento. In entrambi i casi, i metodi impiegati sono gli stessi. Dato il
riconoscimento di una categoria di oggetti della medesima produzione, la
messa in pianta delle loro distribuzioni ponderate dovrebbe aiutare nella
definizione delle aree di produzione (se non già note) e di consumo, delle
rotte commerciali e dei metodi di distribuzione. A sua volta, questo fornirà
indizi circa le forme di scambio (doni, commercio lineare, reciprocità,
redistribuzione ecc.), e così anche sulle forme della società che lo gestiva.
Vari metodi, spesso adattati da analisi geografiche e utilizzando la
statistica, sono ora a disposizione per aiutare a definire distribuzioni e tipi di
mercato. Naturalmente, è importante segnalare anche le distribuzioni dei
luoghi dove l’oggetto di studio non è stato rinvenuto. Per esempio, nel caso
dell’industria ceramica di Oxford, nella Britannia romana, le analisi di
regressione sono state impiegate per chiarire le diminuzioni differenziali dai
luoghi di produzione, illustrando le rispettive influenze del trasporto via
acqua e via terra, nonché le rispettive aree di mercato. In modo analogo, i
centri di redistribuzione o mercati dovrebbero apparire come picchi di
percentuali con le corrispettive diminuzioni. I tipi di mercato e le loro
origini possono essere definiti tramite il confronto delle distribuzioni di siti
e manufatti con modelli pronosticati, e qui le simulazioni sono
particolarmente utili.
Scrivere la storia, sia attraverso l’archeologia che tramite l’uso dei
documenti, è nient’altro che proporre simulazioni di un passato
irraggiungibile. La bontà scientifica delle nostre simulazioni sta nel tener
presente, nei modi più rigorosi possibili, tutte le testimonianze che ci sono
giunte per ricostruire un passato più o meno verosimile. Tra queste
testimonianze, le evidenze riguardanti le varie forme di scambio
nell’antichità occupano un posto primario nel caratterizzare le strutture e i
processi di mutamento delle società.

G. Barker, D. Mattingly (a cura di), Farming the Desert. The UNESCO Libyan Valleys
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Slip Ware, in «L’Africa Romana» V, 1988, pp. 205-14; M.I. Finley, L’economia degli
antichi e dei moderni, Roma-Bari 1974; R. Francovich (a cura di), Archeologia e storia
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1986.

PAUL ARTHUR
Comunicazione archeologica

La comunicazione in archeologia riguarda ogni tentativo di ricostruzione


del mondo antico a partire da dati materiali e forme culturali, secondo codici
intelligibili alla collettività; ogni processo comunicativo dovrà avere dunque
un attore (tipicamente l’archeologo) e un recettore (tipicamente il pubblico,
archeologi inclusi). Per P. Lévy «fondamentalmente l’atto di comunicazione
definisce la situazione che dà senso ai messaggi scambiati»; in quest’atto di
transizione l’informazione archeologica perde la sua «neutralità» per
diventare sintesi interpretativa, tassonomia, epistemologia, didattica. La
comunicazione attraverso un proprio linguaggio, testuale e grafico, deve
costituire una sorta di interfaccia tra l’informazione pura – per esempio, il
reperto o il sito – e il CONTESTO (cfr. ) (interpretazione complessiva), in modo
tale che fruitori locali (area di scavo o museo) o remoti ne possano
beneficiare sulla base di diversi percorsi di alfabetizzazione, dal livello
informativo-formativo al livello ricostruttivo (cfr. DISEGNO RICOSTRUTTIVO).
Non è facile indicare in termini storici il momento in cui l’archeologia, al
di là di ogni erudizione, sviluppa un rapporto di vera e propria
comunicazione con il pubblico. Già nell’Ottocento, a seguito delle grandi
scoperte archeologiche, che avevano sviluppato un interesse comunicativo
verso un pubblico sempre più vasto, possiamo identificare i primi tentativi
appassionati di produrre «oggetti comunicativi» in versione di plastici,
ricostruzioni grafiche, riproduzioni in scala di monumenti antichi, collezioni
di reperti. Le ricostruzioni grafiche degli allievi francesi dell’Ecole nationale
supérieure des Beaux-Arts, nel XIX secolo, in questo senso, definiscono uno
dei primi esempi di comunicazione visiva. Dai primi grandi scavi di tumuli
funerari fino all’esposizione pubblica delle mummie del XIX secolo,
l’archeologia ha sempre detenuto una forte carica comunicativa con
particolare risalto per le finalità educative e didattiche, purtroppo spesso
disattese proprio dagli stessi operatori. Dopo la II guerra mondiale,
annotiamo la nascita del giornalismo scientifico e di divulgazione, in cui
spicca l’attività del tedesco Ceram (apprezzato anche dal nostro Ranuccio
Bianchi Bandinelli), che nelle sue opere riporta all’attualità le grandi
scoperte archeologiche vissute dai protagonisti. Infine, nell’archeologia
contemporanea dobbiamo ricordare, per quanto riguarda il nostro paese, la
memorabile attività di comunicatore di Sabatino Moscati, che, grazie a una
monumentale opera di disseminazione, ha ridisegnato per il pubblico un
quadro più aggiornato dell’archeologia mediterranea e della metodologia
archeologica.
In realtà, la comunicazione in archeologia è un concetto fluttuante che
accorpa, talora sovrapponendole, interazioni e tematiche differenti che
possiamo schematizzare in: comunicazione didattico-divulgativa (e/o
informativa), comunicazione scientifica (e/o edizione-pubblicazione),
comunicazione multimediale, comunicazione commerciale.
La comunicazione didattico-divulgativa interessa principalmente i musei,
le mostre, i parchi archeologici (cfr. SITI E PARCHI), l’ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE
(cfr. ), l’attività didattica per le scuole, il giornalismo interdisciplinare, una
parte della bibliografia a stampa, ma anche l’attività di SCAVO (cfr. ). È
certamente il livello primario della comunicazione archeologica in quanto si
rivolge alla collettività, al pubblico, alla società intera, secondo diversi
approcci di alfabetizzazione. Prevedere, per esempio, un percorso di visita a
uno scavo archeologico, accompagnato da supporti didattici adeguati, oltre
ai fini divulgativi, avvicina anche l’attività archeologica alle esigenze sociali
(giustificandone anche i costi), e nella comunicazione di fatto si valorizza e
tutela il sito. In Giappone, per esempio, sui cantieri di scavo si organizzano
giornate didattiche con comunicati stampa che vengono regolarmente
pubblicati sui quotidiani. In Italia questo avviene sporadicamente, ma ciò è
compensato dall’esistenza di due riviste specializzate come «Archeo» e
«Archeologia viva», che svolgono un’attività costante di divulgazione e
aggiornamento.
Un altro aspetto rilevante della comunicazione didattico-divulgativa è la
comprensione dei dati e dei contesti attraverso la simulazione: nell’ambito
dell’archeologia sperimentale, infatti, si ripropongono e si ricostruiscono su
scala reale situazioni e oggetti fisici del mondo antico, come attività
artigianali e industriali, abitazioni, abiti, coltivazioni, alimentazione, reperti.
L’archeologia sperimentale persegue comunque anche finalità scientifiche,
perché, nella simulazione è possibile verificare determinate ipotesi
interpretative, confrontandosi con modelli reali.
La comunicazione scientifica si attua nell’edizione-pubblicazione delle
ricerche e degli scavi, nella periodica disseminazione dei risultati, tramite
congressi e conferenze, e infine nella formazione (universitaria, post-
universitaria, professionale). Il fatto che, da recenti stime, oltre il 60 per
cento degli scavi moderni risulti sostanzialmente inedito, evidenzia come il
rapporto fra archeologia sul campo e comunicazione sia ancora molto
lontano dall’integrazione, con la conseguente perdita considerevole di
informazioni e di aggiornamenti. In Italia, la comunicazione scientifica a
stampa ha trovato alcuni esempi eccellenti ma discontinui in diverse
pubblicazioni periodiche che, in linea di massima, permettono un
monitoraggio costante delle attività di scavo e di tutela.
La comunicazione multimediale e virtuale, considerata nella sua corretta
accezione di strumento e non di fine, di fatto modificherà non solo il sistema
di divulgazione, ma anche le stesse metodologie di ricerca, che si
adegueranno progressivamente ai nuovi standard tecnologici digitali.
Pensiamo alle possibilità di elaborazione dei computer, ai sistemi VIDEO (cfr. )
e multimediali (televisione interattiva, teledidattica, Cd Rom, Dvd), alle reti
informatiche, tutti sistemi che cambieranno profondamente il rapporto fra
utente, informazione e comunicazione.
Nella comunicazione virtuale occupa ormai uno spazio di rilievo la
ricostruzione tridimensionale in computer grafica di siti, monumenti e
paesaggi archeologici (cfr. DISEGNO RICOSTRUTTIVO). Questo tipo di applicazione
può essere considerato l’interfaccia tecnologica delle rappresentazioni
grafiche architettoniche e di ambiente che in passato hanno dato un
contributo fondamentale alle ipotesi ricostruttive con metafore grafiche. Le
ricostruzione virtuali tridimensionali in computer grafica hanno ormai
raggiunto eccellenti risultati in termini di fotorealismo e di controllo
parametrico dei dati (grazie a strumenti Cad di disegno elettronico) e hanno
sviluppato un nuovo settore comunicativo-visivo di «archeologia virtuale»:
le immagini digitali, le animazioni grafiche, le simulazioni costituiranno il
bacino di informazione archeologica del futuro. Grazie alle tecnologie
digitali potremo documentare e riprodurre interamente in tre dimensioni
uno scavo archeologico, verificando anche il comportamento dinamico dei
dati, e creando un modello cognitivo esplorabile in laboratorio. Il modello,
elaborando dati digitali, riprodurrà l’intero contesto secondo ordini
multidimensionali e multifattoriali: diacronici, strutturali, geometrici,
tematici, grafici ecc.; in qualunque momento, quindi, potremo ripercorrere a
ritroso un’operazione di scavo-ricerca simulandone virtualmente contenuti
e attività (cfr. SCAVO, PRATICA E DOCUMENTAZIONE).
Esiste, infine, un tipo di comunicazione forse meno nobile ma
estremamente efficace determinato dalle attività commerciali dei museum-
shop, book-shop e degli empori specializzati nella vendita di gadget, giochi,
cartamodelli, puzzle, fumetti, riproduzioni, guide tematiche, e così via, di
tema archeologico. Si tratta di attività che incrementano la curiosità e il
turismo culturale e che, anche con finalità ludiche ma di alto livello
divulgativo, promuovono una più ampia circolazione delle informazioni e
degli interessi multidiscipinari.
Uno degli esempi più eclatanti e ben riusciti di valorizzazione e
comunicazione nell’ambito di contesti archeologici all’aperto è
rappresentato dallo Jorvik Viking Centre, nell’Inghilterra settentrionale. Si
tratta di un sito databile al IX-X secolo d.C., quando York era la capitale del
regno settentrionale dei Vichinghi, scavato dal 1976 e poi progressivamente
musealizzato, conservando parte del sito e ricostruendo strade e abitazioni.
Lo Jorvik Viking Centre è stato inaugurato nel 1984 al di sotto di un centro
commerciale e offre ai visitatori una totale contestualizzazione nell’epoca
vichinga: case di paglia, botteghe, imbarcazioni attraccate sul fiume,
manichini in fibra di vetro che vestono abiti antichi, persino riproduzioni di
suoni, rumori e odori che creano un’atmosfera davvero originale. Con
altrettanta dovizia è presentato lo scavo archeologico, narrato seguendo le
sequenze della scoperta e lasciato come se gli archeologi fossero ancora
all’opera. Il caso di York va menzionato non solo come esempio eloquente di
comunicazione, ma anche come un progetto di grande attrazione turistico-
culturale particolarmente remunerativo.
Reti archeologiche. È evidente che nel mercato globale dell’informazione la
rete, o più specificatamente Internet, costituisce, ma soprattutto costituirà, il
bacino di dati più imponente e meglio distribuito, democraticamente gestito
dagli stessi utenti. Dati i costi estremamente contenuti che tale sistema di
organizzazione comporta rispetto alle potenzialità che offre, è pensabile che
nel prossimo millennio Internet o la sua diretta evoluzione rappresenti il più
importante archivio della conoscenza del pianeta. Lo sviluppo delle
proprietà multimediali della rete ne moltiplica il potenziale informativo, ma
soprattutto le dinamiche degli accessi (sempre più veloci e distribuiti).
In questo quadro anche gli archeologi hanno iniziato a confrontarsi e a
organizzare le proprie informazioni secondo la realtà e la potenzialità della
rete. Non vi sono limiti alle tipologie dell’informazione archeologica che
vengono veicolate in rete: Gis, database, musei virtuali, sistemi ipermediali,
didattica, gruppi di discussione, software, progetti di ricerca, pubblicazioni,
ricostruzioni tridimensionali. Questi e altri campi di applicazione trovano in
Internet il migliore territorio possibile raggiungendo straordinarie proprietà
di condivisione. In Internet nascono e crescono progetti internazionali,
associazioni, esperimenti avanzati di didattica, spazi di pubblicazione,
grandi database bibliografici; si possono così confrontare ipotesi
interpretative, modelli di ricerca e di teledidattica.
Come accade ormai a quasi tutti i settori scientifici, anche l’archeologia
ha le proprie reti dedicate, ovvero network appositamente sviluppati da
università, istituti di ricerca, professionisti ed esperti, allo scopo di offrire
servizi e informazioni organizzati secondo determinati standard e tematismi
che agevolano la raccolta di dati e incrementano la discussione e il
confronto. È importante sottolineare il fatto che una rete tematica deve
raccogliere le informazioni secondo determinati standard di comunicazione
e tenendo conto del know-how e della distribuzione dell’utenza.
In Internet le reti archeologiche di maggior rilievo sono attualmente le
seguenti:
Archeonet. Archaeology towards the third millennium
(http://archweb.leidenuniv.nl/archeonet/). Supportata e promossa dalla DG
XII della UE (Thematic Networks) e dall’European association of
archaeologists (Eaa), persegue lo scopo di favorire la formazione e il know-
how di professionalità standard in ambito archeologico nel rispetto delle
differenze culturali. Tra gli obiettivi individuati come prioritari nel progetto
Archeonet vi è quello di facilitare la partecipazione degli studenti e dei
ricercatori ai progetti di ricerca archeologici condotti nei diversi paesi
europei. L’Earp (European Archaeological Research Projects), un database
nato all’interno del progetto Archeonet, consente di mettere direttamente in
contatto gli studenti e i ricercatori con le università e le istituzioni europee
che conducono campagne di scavo e di ricognizione. Avviando la ricerca si
può selezionare lo scavo cui si desidera prendere parte e spedire via posta
elettronica la domanda di partecipazione.
Arge. Archaeological Resource Guide for Europe, Virtual Library for
European Archaeology (http://odur.let.rug.nl/arge/). Arge è una collezione
ordinata tematicamente di connessioni ipertestuali provenienti da tutta
Europa e concernenti la comunicazione e l’informazione archeologica in
rete. Si può accedere alle informazioni secondo criteri geografici,
cronologici, per soggetto o tramite database di ricerca.
Eahw. European Archaeological Heritage Web. La proposta di creare
un’ampia struttura d’informazione archeologica in rete è stata presentata
per la prima volta da M. Van Leusen e S. Champion nel 1995 al Congresso di
Leida (Computer Applications in Archaeology) allo scopo di agevolare la
comunicazione e la consultazione dei dati e delle informazioni
archeologiche in Internet.
ArchNet, by University of Connecticut (http://archnet.uconn.edu/).
ArchNet è dal 1993 il network di archeologia più importante degli Stati
Uniti e permette l’accesso multilingua alle risorse e informazioni
archeologiche disponibili in rete in tutto il mondo; funge anche da World
Wide Web Virtual Library for Archaeology. Le informazioni sono
classificate e organizzate per regioni geografiche e per soggetto e includono
anche software e pubblicazioni public domain.
Archaeology on the WWW
(http://avebury.arch.soton.ac.uk/NetStuff/archplaces.html). Ricca raccolta di
network archeologici classificati tematicamente secondo quest’ordine:
risorse e beni culturali, Gis archeologici, pubblicazioni elettroniche ed
editori, modelli archeologici tridimensionali in Vrml, musei, università,
istituti e organizzazioni scientifiche e didattiche.
Mediterranean Prehistory Online (http: //www.med.abaco-mac.it/). Si
tratta di una nuova rivista di archeologia on line, creata con il supporto di
finanziamenti europei, che si propone di incoraggiare gli archeologi a
utilizzare l’editoria elettronica per le pubblicazioni scientifiche e
professionali. Gli articoli sono corredati da link ipertestuali che rimandano
ad altri siti web, oppure a immagini, disegni, ricostruzioni ecc. La rivista è
aperta anche a gruppi di discussione (con moderatore) che desiderino
avviare dibattiti di carattere metodologico, scientifico o interdisciplinare.
Internet Archaeology (http://intarch.ac. uk/). È la più importante rivista di
archeologia in rete e pubblica contributi e articoli da tutto il mondo:
ricerche archeologiche, tecnologie, applicazioni metodologiche, analisi di
dati, relazioni di scavo. È gestita da un consorzio composto dalla British
Academy, dal Council for British Archaeology, dalle università di York,
Durham, Glasgow, Oxford e Southampton.
Romarch (http://www.stanford.edu/~pfoss/ ROMARCH.html). Promosso
dal Department of Classics and the Interdepartmental Program in Classical
Art and Archaeology (Ipcaa) at the University of Michigan, e dal
Department of Classics at the University of Cincinnati, il sito colleziona
tutte le risorse e informazioni di rete che riguardano l’arte e l’archeologia
romana, con particolare riferimento all’Italia.
Mosaic (Museum Over StAte and vIrtual Culture)
(http://www.cineca.it/projects/mosaic). È il più importante progetto
transeuropeo per la realizzazione di network dedicati ai musei, alle
collezioni, alle gallerie d’arte e, più in generale, ai beni culturali del
patrimonio europeo. Il progetto, in parte finanziato dalla UE, rientra nel
programma europeo Ten-Telecom e prevede la partecipazione di numerosi e
qualificati partner italiani. Mosaic si prefigge di creare spazi e modelli
virtuali in rete, o meglio ancora, veri e propri musei virtuali che attraverso
l’uso delle più avanzate tecnologie ipermediali e interattive, consentono la
migliore organizzazione e il migliore accesso alle informazioni e ai
contenuti culturali.
Ancient World Web (http://www.julen.net/ aw/). È un indice tematico e
geografico per le informazioni che riguardano il mondo antico di tutti i
continenti.
Aiace (Associazione internazionale di archeologia computazionale)
(http://www.cineca.it/projects/aiace/aiace.html). È un’associazione no-profit
che, attraverso la rete, si prefigge di fornire strumenti di conoscenza
interdisciplinare agli archeologi che desiderano avvicinarsi all’informatica
applicata e alle tematiche ad essa inerenti.
Altri indirizzi utili per l’archeologia e i musei in rete:
http://europa.eu.int/en/comm/dg22/socrates/tnp/index.html
http://www.hd.uib.no/AcoHum/acohum.html;
http://www.medicif.org/;
http://metalab.unc.edu/wm/net/
http://www.uky.edu/Subject/museums.html
http://www.cast.uark.edu/
http://www.anth.ucsb.edu/videos/index.html
http://www.cr.nps.gov/crm/
http://www.mailbase.ac.uk/lists-f-j/gisarch/
http://eleftheria.stcloud.msus.edu/.
F. Antinucci, Se i musei sono immagini puoi vederli e capirli di più, in «Telema», 6,
Arte e telematica, segni e linguaggio, 1996; Archéologie expérimentale (Archeodrome
de Beaune, 1988), Paris 1991; E.B. Banning, Hypermedia and Archaeological
Publication: The Wadi Ziqlab Project, in «Computer Applications in Archaeology,
1992», a cura di J. Andresen, T. Madsen, I. Scollar, 1993, pp. 441-47; C.W. Ceram,
Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia, Torino 1968; J. Coles, Archeologia
sperimentale, Milano 1981; B. Davis, J. Trant, J. Van Der Starre J., Introduction to
Multimedia in Museum, in http://www.rkd.nl/pblctns/ mmwg/tbl.htm, 1996; D. De
Kerckhove, Il virtuale ha un’estetica che lo rende anche più umano, intervista di C.
Sottocorona, in «Telema», 6, Arte e telematica, segni e linguaggio, 1996, in
http://www.fub.it/ telema/TELEMA6/DeKerck6.html; M. Forte (a cura di),
Archeologia. Percorsi virtuali delle civiltà scomparse, Milano 1996; Id., Archeologia
computazionale: tessera di MOSAIC, in «Microcomputer», n. 176, settembre 1997; Id.,
Viaggio nel tempo, in «Virtual», 38, 1997, pp. 64-68; M. Forte, M. Franzoni, Il museo
virtuale: comunicazione e metafore, in «Sistemi Intelligenti», agosto-settembre 1998;
R. Francovich, D. Manacorda (a cura di), Lo scavo archeologico: dalla diagnosi
all’edizione (Pontignano 1989), Firenze 1990; D.W. Gill, Archaeology on the World
Wide Web, in «Antiquity», 69, 1995, pp. 626-30; A. Gottarelli (a cura di), Sistemi
informativi e reti geografiche in archeologia (Pontignano 1995), Firenze 1997; T.
Gregory, Nel mondo semantico del virtuale, in «IF Rivista della Fondazione Ibm», 1,
1997; A. Guidi, I metodi della ricerca archeologica, Bari 1994; P.G. Guzzo, Antico e
archeologia, Bologna 1993; C. Holtorf, S. Champion, Archäologie und Internet, in
«Ethnografisch-Archäologisches Zeitschrift», 35, 1994, pp. 630-37; K. Jakobs, K.D.
Kleefeld, Using Public Communication Services for Archaeological Applications, in
«Computer Applications in Archaeology, 1990», a cura di K. Lockyear e S. Rahtz, in
BAR International Series, Oxford 1991, pp. 3-7; P.M. van Leusen et al., Toward an
European Archaeological Heritage Web, in «Computer Applications in Archaeology,
1995», Leiden 1996; P. Lévy, Il virtuale, Milano 1997; G.F. MacDonald, Commercial
Consideration in Putting Museums Online, Canadian National Internet Show,
Toronto 1996, in http: //www.civilization.ca/membrs/biblio/ articles/commrc1e.html;
R. Martlew, Every Picture Tells a Story: «The Archaeological Disc» and its
Implications, in «Computer Applications in Archaeology, 1990», cit., pp. 15-19;
Pompei e gli architetti francesi dell’Ottocento, Parigi-Napoli 1981; P. Reilly, Towards a
Virtual Archaeology, in «Computer Applications in Archaeology, 1990», cit., pp. 133-
37; P. Reilly, N. Thompson, Experiments with User-Friendly Volume Visualisation and
Iconographic Display Methods to Explore Core Data, in «Computer Applications in
Archaeology, 1992», a cura di J. Andresen, T. Madsen, I. Scollar, 1993, pp. 429-39;
A.M. Ronchi, Virtualità reale, musei virtuali in rete, in
http://www.dea.polimi.it/dea/heritage; C. Scarre, Smithsonian Timelines of the
Ancient World. A Visual Chronology from the Origins of Life to AD 1500, London,
New York, Stuttgart 1993; N. Smith, An Experiment in Electronic Exchange and
Publication of Archaeological Field Data, in «Computer Applications in Archaeology,
1991», a cura di G. Lock, J. Moffett, in BAR International Series, Oxford 1992, pp. 49-
58; D. Wheatley, SyGraf – Resource Based Teaching with Graphics, in «Computer
Applications in Archaeology, 1990», cit.

MAURIZIO FORTE
Conservazione

Il termine indica genericamente l’insieme dei mezzi e delle azioni atti a


prevenire, impedire o comunque rallentare al massimo e dunque limitare il
DEGRADO (cfr. ) dei materiali nel tempo. Si parla dunque di «stato di
conservazione» di un materiale per descrivere storia e tipi di degrado
occorsi ed effetti prodotti su un oggetto materiale in un momento dato.
Quando si parla di «conservazione dei beni culturali» il termine assume
tuttavia un significato ben più complesso, tanto da costituire ormai una
disciplina universalmente studiata e utilizzata anche nella definizione e
nell’attuazione delle strategie di tutela e valorizzazione del patrimonio. La
più recente definizione proposta dall’Unesco è «tutti gli sforzi atti a capire il
patrimonio culturale, conoscere la sua storia e significato, assicurare la sua
salvaguardia materiale e, se occorre, la sua presentazione, restauro e
valorizzazione» (Larson 1995, p. XXV).
Negli ultimi decenni la nozione di conservazione si è evoluta
parallelamente a quelle di beni culturali e di beni archeologici, anche grazie
al contributo delle conoscenze apportate dalle scienze e dalle tecnologie che
hanno permesso di indagare la struttura fisico-chimica dei materiali
costitutivi i singoli oggetti, gli agenti di degrado nei vari ambienti e i loro
modi di interazione con i diversi materiali, e di mettere a punto nuovi mezzi
e materiali per prevenire e limitare il loro degrado, con interventi sia diretti
sia sull’ambiente in cui si trovano.
Da sempre l’uomo ha empiricamente cercato di conservare tutto ciò che,
per ragioni differenti, avesse un valore sia materiale sia simbolico, e per far
ciò ha fatto ricorso a pratiche artigianali o artistiche sempre mediate dalla
mutevole concezione di quei beni nei vari momenti e nei diversi luoghi. È
solo nel corso di questo secolo che si definisce la nozione di «beni culturali»
(che va a sostituire quelle di capolavori, monumenti e simili): tutti quei beni
che costituiscono testimonianza materiale avente valore di civiltà (e non più
solo storico-estetico). Tale definizione va a comprendere dunque tutte le
tipologie di beni ovunque prodotte dall’uomo attraverso il tempo: beni
archeologici, architettonici, artistici, storici, religiosi, scientifici, etnologici,
ambientali ecc. (cfr. LEGISLAZIONE E TUTELA).
La conservazione di tale patrimonio viene dunque identificata quale
obiettivo comune a livello internazionale e ad Atene, nel 1931, fu stilata la
prima Carta del Restauro dei monumenti storici. Quel primo documento
sollecita ulteriori studi specifici riguardanti la teoria e la prassi della
conservazione e del restauro e, sebbene non si sia ancora raggiunta
univocità nel significato attribuito a tali termini, si sono ormai delineate con
precisione e universalità le loro finalità e principi. La conservazione,
intervenendo sull’oggetto o sul suo ambiente, cerca di assicurare la «durata
nel tempo» dei beni, senza alterarne la natura complessiva, né quella dei
materiali che li costituiscono né quella dei molteplici significati che questi
materiali veicolano: ne consegue che si deve rispettare la loro «integrità»
pur permettendone l’«accessibilità».
Riconosciuta a livello teorico l’importanza fondamentale dello stato della
materia nell’identificazione stessa del bene, lo studio scientifico dei loro
materiali costitutivi e delle dinamiche che ne regolano il degrado nel tempo
ha chiarito il ruolo fondamentale che ha l’ambiente per la loro
conservazione. Tale approccio ha mostrato che è teoricamente errato e
praticamente impossibile arrestare (o anche solo rallentare) il degrado
agendo soltanto sulle materie costitutive dei beni: ciò, infatti, ne altera
comunque lo stato fisico-chimico (e dunque le sue potenziali informazioni),
limitando la possibilità nel futuro di acquisirne di nuove. L’attenzione si è
spostata dunque sullo studio e sul controllo degli agenti che caratterizzano
gli ambienti in cui si sono trovati e si trovano i beni, come essi interagiscano
con i vari materiali che li costituiscono, quali siano le migliori condizioni
per prevenire il loro degrado, quando e come le condizioni esistenti siano
modificabili ecc.
Solo sulla base di tutte queste conoscenze si possono delineare le diverse
strategie e procedure di conservazione sia «preventiva» (interventi
prevalentemente sull’ambiente) sia «curativa» (interventi diretti sui
materiali), che si distingue pertanto dal RESTAURO (cfr. ) oggi visto come
intervento diretto sostanzialmente a migliorare la leggibilità ultima dei beni.
I criteri principali seguiti nel definire e attuare la strategia specifica sono:
a) ricorrere alla conservazione preventiva prima che a quella curativa; b)
realizzare l’esame diagnostico del «sistema complesso» materiale/ambiente;
c) realizzare la documentazione (testuale, grafica, fotografica, videografica,
con calchi, prelievi di campioni ecc.) di tutte le informazioni; d) preferire
interventi minimali, reversibili e sempre leggibili; e) introdurre sempre e
comunque, quando necessario, materiali pienamente compatibili con quelli
originali; f) sottoporre il bene, dopo l’intervento, a rigorosa manutenzione
periodica, con verifica degli interventi di conservazione preventiva e
curativa effettuati ed eventuale modifica della strategia. La conservazione
non è dunque un atto che si compie una tantum, ma una complessa strategia
da attuare e verificare nel tempo, in cui sono coinvolti tutti coloro che
operano nell’ambito dei beni culturali.
La conservazione dei beni archeologici assume, inoltre, le specificità
legate all’esistenza del particolare contesto ambientale in cui essi sono stati
abbandonati e rinvenuti e al valore documentario da esso costituito. Per
altro è impossibile conoscere tale CONTESTO (cfr. ) senza alterarlo almeno in
parte ed è dunque necessario documentare in modo sistematico lo scavo
(cfr. SCAVO, PRATICA E DOCUMENTAZIONE). In tal senso, fondamentale è
l’attenzione rivolta: a) alla molteplicità tipologico-materica dei beni che
costituiscono il contesto; b) alla loro giacitura in ambienti di abbandono
diversi da quello per il quale erano stati creati (terrestre, acquatico, aereo)
che hanno provocato profonde trasformazioni fisico-chimiche dei materiali,
impedendone o limitandone spesso la leggibilità o addirittura
l’identificazione; c) all’inevitabile rischio che il momento dello scavo
costituisce per tali materiali; d) alle ulteriori informazioni acquisibili con
indagini fisico-chimiche dei materiali che costituiscono i beni, soprattutto se
integrate con quelle del contesto archeologico (cfr. ARCHEOMETRIA).
Tali specificità, che a volte comportano scelte operative di tipo opposto,
rendono la conservazione dei beni archeologici materia particolarmente
complessa e hanno portato allo sviluppo di metodologie e mezzi distinti per
la conservazione nel corso dello scavo (terrestre o subacqueo) e dopo lo
scavo (in situ o in museo), per i siti (beni immobili e loro contesto
ambientale) e i beni mobili (gli oggetti e tutti gli indici materiali del
contesto).
Pur essendo sempre auspicabile la presenza dei professionisti della
conservazione già in corso di scavo, purtroppo le limitate disponibilità
finanziarie e varie altre situazioni di emergenza rendono di fatto assai rara
in Italia tale situazione. La conservazione è comunque un dovere di tutti,
rafforzato dalla consapevolezza che il momento dello scavo è quello con
maggior rischio di degrado per qualunque materiale; quindi solo
l’assunzione di adeguate misure di conservazione permette di contenere i
rischi, facilitando la lettura delle testimonianze e consentendo ulteriori
interventi di interpretazione, conservazione e restauro.
Per tutte le fasi e strategie d’intervento è fondamentale un’attenta
pianificazione: si cerca di raccogliere tutte le informazioni inerenti un dato
contesto, si valutano strategie e mezzi di conservazione adeguati, si
predispongono tutti i mezzi finanziari, umani e strumentali necessari.
Altrettanto gravi sono i rischi indotti sul patrimonio da furti, vandalismo,
catastrofi naturali, atti terroristici e guerre; per essi, tuttavia, esistono
collaudate strategie di difesa preventiva.
Strategia e procedure in corso di scavo: dalla pianificazione alla protezione
temporanea.
Nelle fasi preliminari dello SCAVO (cfr. ) sarà necessario acquisire tutte le
informazioni necessarie alla sua pianificazione: conoscenza dell’ambiente di
giacitura dei beni (clima della zona, conformazione e natura idro-geologica
del sito ecc.), tipi, numero e materiali costitutivi i beni che si potrebbero
incontrare, strutture disponibili sul posto per il deposito delle attrezzature di
scavo e dei reperti, destinazioni finali dei reperti ecc. Si potrà così ipotizzare
il degrado dei beni, definire la strategia e le procedure e procurarsi i mezzi
per tutti gli interventi sul campo: sicurezza, protezione, indagini
scientifiche, documentazione, tecniche di scavo, prelievo, stabilizzazione
passiva e/o attiva dei materiali costitutivi i beni, tipi e condizioni di
imballaggio, trasporto, deposito temporaneo, invio a laboratorio
specializzato, intervento di protezione temporanea del sito. In tale fase è
anche necessario delineare se e come i beni ritrovati saranno musealizzati:
strategie differenti si delineano, infatti, se si prevede di ricoprire lo scavo o
di lasciarlo almeno in parte esposto, se vi sono laboratori specializzati nella
zona che possano intervenire in tempi brevi sui beni mobili o se si prevede
che essi dovranno attendere per un certo periodo o che dovranno essere
trasportati altrove, se esistono depositi adeguati per tali beni ecc.
I materiali costitutivi i beni mobili (e a volte anche quelli costitutivi gli
elementi dei beni immobili) sono spesso troppo fragili per essere manipolati
direttamente e necessitano di un supporto adeguato, sia durante sia dopo il
prelievo: in tal caso – in assenza di controindicazioni di metodo
archeologico – si inseriscono lastre rigide al di sotto dello strato di terreno
su cui il reperto poggia, o si effettuano consolidamenti preliminari con
materiali idonei che non pregiudichino gli ulteriori interventi di
conservazione (uso di bendaggi a secco, applicati con adesivi reversibili,
imbibizione con consolidanti ecc.), o si realizzano prelievi con il «pane di
terra» (rinforzato con bende gessate, poliuretano espanso), sempre
assicurando che i beni siano isolati dai materiali usati (film in polietilene, in
alluminio). La stabilizzazione chimica dei materiali è poi assicurata o
controllando soltanto il microambiente in cui il bene si verrà a trovare o
immettendo nei materiali specifici prodotti che contrastino l’azione degli
agenti di degrado presenti nei materiali stessi (inibitori di corrosione, biocidi
ecc.) o eliminando tali agenti (eliminazione delle accrezioni superficiali, dei
sali solubili, di agenti biologici ecc.). Di norma siffatti interventi possono
essere realizzati con ragionevole sicurezza in situ e da non specialisti solo
per materiali particolarmente resistenti, quali alcuni materiali lapidei e
ceramici, ma sempre con la massima cautela per i forti rischi di perdita
d’informazione e di degrado dei materiali impliciti in tali interventi.
Gli imballaggi devono assicurare la stabilità fisico-chimico-biologica dei
beni per il deposito temporaneo e/o il trasporto: supporto, immobilità del
reperto, basse temperature (tutte le reazioni sono inibite), condizioni
igrometriche adeguate, limitazione dell’apporto di ossigeno, di gas e di luce,
inserimento di biocidi. Si usano materiali inerti e neutri quali fogli di
plastica a bolle d’aria, lastre di polietilene espanso, carta e cartoni neutri,
contenitori impermeabili a chiusura ermetica quali buste, scatole, cassette,
casse in polietilene o polipropilene, nei quali le condizioni igrometriche
possono essere controllate mantenendo i materiali immersi nell’acqua, in
soluzioni stabilizzate, con l’inserimento di materiali imbevuti d’acqua e di
materiali tampone capaci di assorbirla e assicurare un ambiente a bassa
igrometria. Spesso vale il principio di ridurre al massimo le variazioni
igrometriche dei materiali: i materiali umidi sono portati gradualmente ai
valori igrometrici ambientali solo dopo l’eliminazione degli eventuali sali
disciolti nell’acqua al loro interno e solo dopo l’intervento di conservazione
curativa. I materiali provenienti da ambienti acquatici (cfr. SUBACQUEA,
ARCHEOLOGIA) devono rimanere immersi in acqua o in particolari soluzioni
stabilizzanti: il passaggio nell’atmosfera richiede interventi che necessitano,
soprattutto per i materiali organici e i metalli, di attrezzature sofisticate e di
tempi a volte assai lunghi.
Dopo lo scavo, i materiali mobili sono trasportati nel più breve tempo
possibile e nella massima sicurezza in laboratori di conservazione, per
essere sottoposti ai necessari interventi, o rimangono in «deposito
temporaneo»: questo deve assicurare infrastrutture e condizioni ambientali
adeguate per la conservazione dei materiali per un dato periodo (alcuni
materiali soggetti a rapido degrado sono perciò temporaneamente stoccati
in celle frigorifere).
Per i beni immobili può, inoltre, essere necessario realizzare interventi di
consolidamento strutturale già in fase di scavo: si installano supporti
meccanici (puntellature, sostegni ecc.) e/o si immettono materiali
consolidanti. A scavo ultimato si procede con adeguati interventi di
protezione preliminari al reinterro (definitivo o temporaneo) o alla
realizzazione di interventi definitivi di «musealizzazione». Nel primo caso,
si ricorre alla protezione dei beni interponendo una stratificazione di
materiali inerti e leggeri, impermeabili all’acqua, ma permeabili al vapore
d’acqua, per facilitare il drenaggio delle acque (reti in plastica, argilla
espansa, vermiculite, bentonite ecc.) e strutture rigide di contenimento (in
ambienti acquatici si ricorre al posizionamento – a seconda dei casi – di
schermi flessibili o rigidi). Quando alle strutture murarie sono associati
elementi decorativi o funzionali in materiali facilmente degradabili (mosaici,
dipinti murali, elementi scultorei, forni in argilla ecc.) si è spesso decisa, in
passato, la rimozione di questi ultimi; attualmente tale procedura è usata
solo in casi limite e si preferisce piuttosto realizzare interventi di
conservazione curativa, per stabilizzare i materiali, e protettiva per evitare
l’azione diretta degli agenti atmosferici o di altri agenti.
Strategia e procedure dopo lo scavo: conservazione curativa e preventiva. La
strategia di conservazione dopo lo scavo spesso comporta la realizzazione di
ulteriori interventi diretti sul bene: tale fase, come quella dello scavo, è un
momento fondamentale per l’attribuzione di ulteriori significati ai reperti
ma, se non vengono fatte le scelte giuste, può causare la perdita o
l’alterazione di molte informazioni. Tali interventi sono definiti sulla base
dell’esame diagnostico, in stretta collaborazione fra l’archeologo e il
conservatore-restauratore o l’architetto-restauratore e da essi realizzato in
laboratori adeguatamente attrezzati o sul sito. Non è possibile in questa sede
tentare di sintetizzare procedure e mezzi della conservazione curativa
poiché troppe sono le variabili presenti.
I beni immobili offrono di fatto un esempio significativo di come sia
impossibile definire una volta per tutte i tipi di interventi della
conservazione curativa per i vari materiali e quanto sia difficile distinguere
fra questi interventi e quelli di RESTAURO (cfr. ): dopo un periodo in cui si è
fatto largo uso di materiali cementizi ed elementi metallici nella
ricostruzione di strutture murarie dissestate, questi si sono rivelati capaci di
causare ulteriori profondi degradi agli elementi originali ed è stato dunque
rivalutato l’uso di materiali tradizionali; inoltre se il migliore intervento di
conservazione curativa di tali strutture può essere quello della loro
ricostruzione con gli elementi costitutivi riposizionati come in origine
(anastylosis), esso può essere definito restauro, poiché facilita la lettura del
bene.
Qualunque sia l’intervento di conservazione curativa realizzato, sia per i
siti sia per i beni mobili, si deve poi definire la strategia di conservazione
preventiva. Anche in questo caso essa è basata su decisioni derivate dalle
diverse necessità della conservazione fisica dei beni (limitandone il degrado
con interventi atti a ottimizzare le condizioni ambientali), della loro
accessibilità e valorizzazione. Tali strategie assumono poi procedure
specifiche per i SITI (cfr. ) e per i beni mobili conservati nei MUSEI (cfr. ) e si
inseriscono nella definizione delle più ampie strategie di musealizzazione
del patrimonio culturale.
Per i siti si cercherà di limitare il degrado causato dagli agenti atmosferici
e antropici (si pensi all’ulteriore degrado indotto dai prodotti
dell’inquinamento), nel rispetto dell’ambiente naturale e culturale,
ricorrendo all’uso di «barriere» di vario tipo: svariate soluzioni sono state
sperimentate nel difficile tentativo di mediare le esigenze conservative con
quelle di valorizzazione.
Anche nei musei, pur essendo le condizioni atmosferiche mitigate dal
contenitore/edificio, si possono creare condizioni particolarmente
aggressive: valori termoigrometrici estremi e loro variazioni, presenza di
luce, di gas (anche prodotti dal degrado dei materiali edili, delle strutture di
stoccaggio o di esposizione), di particellato solido che, depositandosi sui
materiali, forma uno strato igroscopico capace di assorbire l’umidità
atmosferica. Inoltre, le collezioni mobili sono sempre sottoposte ai rischi
derivanti dalla loro movimentazione, sia che si tratti di studiare e
documentare un bene, sia che debba essere utilizzato in esposizione: anche
in questo caso si ricorre a procedure di manipolazione, supporto,
imballaggio e trasporto adeguate ai materiali, alle forme, al peso dei beni, al
tragitto da percorrere e alle condizioni microclimatiche iniziali e finali.
Procedure diverse sono poi definite per la conservazione delle collezioni nei
depositi e nelle sale espositive legate alle loro specifiche finalità: esse si
basano sulla conoscenza delle condizioni presenti nei microambienti
circostanti i beni, sulla valutazione del rischio che esse rappresentano per i
vari materiali costitutivi le collezioni e dei mezzi migliori per ottimizzarle.
Ulteriori fasi della strategia di conservazione preventiva per tutti i tipi di
beni sono il monitoraggio continuo delle condizioni ambientali con puntuali
ispezioni periodiche anche di campioni delle collezioni, la manutenzione di
tutti gli elementi che determinano le condizioni ambientali e, se necessario,
la realizzazione di interventi diretti sui beni (per esempio, sostituire un film
superficiale protettivo prima che questo si degradi, non svolgendo più la sua
funzione).

La conservation préventive. Actes du 3ème colloque sur la conservation-restauration des


biens culturels, Paris 1992; Standards in the Museum: Care of Archaeological
Collections, London 1992; M.Cl. Berducou (a cura di), La conservation en archéologie,
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Watkinson (a cura di), First Aid for Finds, London 1972, 19872.

BIANCA FOSSÀ
Consumo, archeologia del

Archeologia del consumo è un termine che nella sua concisione può non
apparire del tutto idoneo a identificare con precisione l’oggetto di studi fra
loro diversissimi, ma da qualche tempo sta entrando nell’uso comune.
Evidentemente nel suo articolarsi come archeologia di un complesso di
attività, e non come archeologia di un periodo o luogo, tale termine è
ritenuto connotare i principali tratti comuni a molte ricerche. Fra l’altro,
esso ha il pregio di richiamare alla mente le archeologie della PRODUZIONE
(cfr. ) e del COMMERCIO (cfr. ), ponendosi come campo di ricerca relativo
all’ultima tappa del ciclo di vita dei manufatti prima del loro divenire rifiuti
e reperti.
Ricerche di archeologia del consumo sono quindi tutte quelle che, a scale
spesso diversissime e con molteplici metodi e strumenti, si propongono di
indagare in maniera sistematica i modi di utilizzo dei vari manufatti nei
diversi contesti e periodi. Intendendosi, per modi di utilizzo, non solo i gesti
tecnici e le modalità d’impiego messe in atto per un uso efficace ma, più in
generale, i comportamenti e i significati sociali ed economici che con quei
gesti e quegli oggetti avevano relazione.
Nonostante siano ancora poche le opere che dichiarano esplicitamente di
avere per oggetto l’analisi del consumo e discutano dei problemi a essa
relativi, molti sono invece i contributi parziali dispersi un po’ ovunque nella
letteratura archeologica e che si presentano quasi sempre come studio dei
materiali di singoli scavi o aree geografiche da cui ricavare soprattutto dati
cronologici ed economici utili nella caratterizzazione degli insediamenti.
Tenendo conto di ciò e del tentativo in corso da più parti di approfondire i
problemi di metodo, nell’archeologia del consumo si possono grossomodo
distinguere due diversi orientamenti di ricerca che, anche nei più recenti
sviluppi, non sono del tutto indipendenti fra di loro e che nei casi migliori
necessariamente convivono in progetti unitari.
Gli studi apparentemente più banali mirano a un preciso riconoscimento
dell’uso fatto in passato di ogni manufatto e limitandosi a ciò corrono
spesso l’ovvio rischio di scadere nell’erudizione fine a se stessa e nella
«storia della scarpa», intesa come ricerca storicamente poco rilevante.
Solitamente tali studi discendono in qualche modo da impostazioni care alla
storia della tecnica, all’ergologia, a certa etnografia tradizionale.
Non trascurando quanto può ricavarsi dagli studi di cui sopra, altri
progetti hanno invece come obiettivo principale la ricostruzione delle
associazioni di manufatti d’uso coevo nei diversi periodi, luoghi e situazioni
sociali. A tale fine valorizzano appieno i dati ricavabili dalle osservazioni
condotte durante scavi stratigrafici e, più in generale, si richiamano alla
lezione della storia della CULTURA MATERIALE (cfr. ) e all’ETNOARCHEOLOGIA (cfr. ).
Risultato secondario, ma non trascurabile, di questi studi è il portare a una
migliore definizione dei cicli e della durata della vita delle diverse classi di
manufatti e quindi a una migliore datazione degli stessi, distinguendo il
momento della produzione («nascita» dell’oggetto contraddistinto dai
caratteri tecnici e stilistici distintivi del periodo), dal momento del
seppellimento e del divenire potenziale reperto («morte» dell’oggetto e
seppellimento in associazione con altri).
Nell’ambito dell’archeologia del consumo, tenendo presente l’insieme dei
manufatti prodotti dall’uomo e quanto di questi può divenire un reperto,
occorre distinguere preliminarmente tra varie categorie di beni.
Da un lato tutti quei beni definibili come durevoli e, dall’altro, quei beni il
cui stesso uso ne presuppone invece il consumo e la distruzione ovvero una
trasformazione chimica in grado di renderli non più utilizzabili e spesso
addirittura irriconoscibili.
Fra questi ultimi beni non durevoli un posto importantissimo è occupato
dal cibo e dai combustibili. Il cibo, in qualsiasi forma esso si presenti, al pari
di altri beni deve difatti essere considerato un manufatto che è stato
deliberatamente prodotto (anche solo nel senso di raccolto),
commercializzato e stoccato, ma diversamente dai beni durevoli l’uso
principale coincide con il consumo. A salvarsi, e a divenire quindi reperti,
nel caso del cibo, sono soltanto i rifiuti di pasto ovvero quelle parti non
ingerite (per esempio, le ossa) o ingerite e scartate (resti paleobotanici
presenti nei coproliti; eccezionalmente resti ingeriti e non consumati per la
sopraggiunta morte dell’individuo).
Concettualmente simile al consumo del cibo è quello dei combustibili, il
cui impiego è tanto più efficace quanto più la trasformazione in energia è
completa e priva di residui. Con l’eccezione dei combustibili fossili, il
parallelismo fra cibi e combustibili è ancor più rafforzato, in archeologia,
dalla comune caratteristica di essere materiali organici di difficile
conservazione anche quando intenzionalmente abbandonati e sepolti senza
consumarli. L’archeologia di tali consumi è quindi paradossalmente basata
su quanto non è stato consumato, sia esso un residuo di cibo, il materiale
incombusto in un focolare abbandonato, il pasto di un condannato sepolto
in una torbiera, i cereali di un deposito. Trattandosi di prodotti di origine
animale e vegetale l’archeologia del consumo di questi beni fra l’altro non
può che essere un’archeologia di risorse controllate e rinnovabili e perciò
un’archeologia del territorio che, fra altri aspetti d’ordine storico e sociale,
tenga anche conto delle variabili climatiche ed ecologiche (cfr. AMBIENTALE,
ARCHEOLOGIA).
Diversamente dai cibi e dai combustibili, possono definirsi come beni
durevoli tutti quei manufatti ideati e prodotti per durare nel tempo quel
tanto da consentire lo svolgersi di una qualche azione su altri materiali o
sulla realtà esterna e indipendentemente da quella che è poi la durata
effettiva della loro vita reale; beni durevoli sono quindi anche i manufatti
«usa e getta», siano essi grattatoi in selce o rasoi in plastica. Manufatti che
si caratterizzano per essere in grado di assolvere alla loro funzione senza
che ciò ne comporti una rapida trasformazione evidente o un degrado
immediato. L’uso in questi casi non è affatto finalizzato al consumo, che qui
andrebbe inteso come consunzione e DEGRADO (cfr. ), e che semmai ne risulta
essere un effetto tanto indesiderato quanto inevitabile. La definizione di
beni durevoli non esclude comunque che gli stessi subiscano un
deperimento per cause naturali e indipendenti dall’uso (un «effetto del
tempo» imputabile in realtà a specifici agenti presenti nell’ambiente) che, a
seconda del materiale e delle condizioni di giacitura, comportano diverse
possibilità di CONSERVAZIONE (cfr. ) dei reperti.
Le ricerche di archeologia del consumo possono muoversi sia dall’analisi
di singoli manufatti, classi o tipi, sia dall’analisi di interi contesti in cui è il
complesso delle associazioni presenti a indirizzare l’interpretazione (cfr.
CONTESTO). Anche in questi casi, solitamente si dispone però di qualche
manufatto la cui funzione appare subito evidente e quindi è proprio dal
riconoscere la funzione di singoli manufatti che solitamente l’archeologia
del consumo prende le mosse.
L’analisi funzionale di un manufatto tiene sempre parimenti conto della
forma e dei materiali in esso impiegati, benché non esista una correlazione
diretta e generale fra tali caratteri e fra essi e le possibilità d’uso.
Relativamente ai caratteri formali, comprendendo in essi anche le
dimensioni e il peso, è facile verificare che esiste sempre un certo grado di
variabilità che non pregiudica le possibilità di un uso efficace. Teoricamente
per talune semplici operazioni potrebbe anche calcolarsi qual è la forma
migliore per ridurre, per esempio, gli sforzi in gioco, ma le società umane
nella loro complessità hanno quasi sempre scelto liberamente nell’universo
delle forme possibili. In questo tenendo anche conto di aspetti estetici che,
non migliorando il manufatto, sono ininfluenti sull’azione tecnica, ma
possono avere un significato sociale: in relazione a preesistenti tradizioni, al
segnalare l’appartenenza a un gruppo determinato, al credere in certe cose.
Nell’analisi di un manufatto è quasi sempre difficile valutare quanto è
puramente funzionale da quanto non lo è; qualsiasi oggetto, e perfino un
semplice ornamento, è stato certamente prodotto per essere funzionale,
anche se nessun manufatto è funzionale al cento per cento, concedendo
sempre qualcosa anche all’apparenza. Nel caso di un’ascia sono necessari il
tagliente, l’immanicatura e un certo peso, ma la conformazione generale
può variare notevolmente e non solo in relazione al materiale impiegato.
Relativamente al materiale, nello studio dei reperti si devono distinguere i
caratteri chimico-fisici che potevano essere importanti (ovvero utili per il
suo funzionamento), quelli tecnicamente inutili ma comunque frutto di una
selezione positiva (per esempio, il bianco del marmo), quelli ininfluenti,
quelli dannosi ma comunque non evitati qualora fosse possibile, quelli
inevitabili. Questo anche per indirizzare eventuali approfondimenti
archeometrici (cfr. ARCHEOMETRIA) non finalizzati a se stessi, ma mirati agli
obiettivi della ricerca.
Oltre alla valutazione di forma e materiali, un terzo dato utile allo studio
delle modalità di utilizzo e anch’esso di carattere oggettivo è ricavabile dalle
tracce d’uso. Su moltissimi reperti, una volta distinte quelle che possono
essere le tracce residue della produzione e quelle conseguenti alla rottura e a
vicende postdeposizionali, il restante complesso di segni è difatti da ritenersi
conseguenza dell’uso, di cui in qualche misura ci informa.
Durante la vita di un qualsiasi manufatto le pratiche d’uso, in
conseguenza di urti e sfregamenti, finiscono con l’alterarne lo stato iniziale
con una progressività variabile da caso a caso, ma che quasi sempre può
giungere fino alla perdita dell’originaria funzionalità e quindi comportare la
fine del ciclo di vita (scarto o riciclaggio). La caratteristica di questi segni,
detti usure, è l’essere inutili e differenziali: dal punto di vista ergologico non
contribuiscono difatti al buon funzionamento dell’oggetto potendo semmai
ridurne l’efficacia; guardando invece all’oggetto nella sua interezza, si nota
altresì che le usure sono solitamente presenti solo in talune e non su tutte le
parti così da renderne difficile l’identificazione in reperti frammentari.
Fra le tracce d’uso, pur non essendo vere e proprie usure, possono anche
comprendersi, e sono importanti soprattutto nello studio dei reperti
ceramici, le fumigazioni dovute all’esposizione al fuoco, le incrostazioni e
alterazioni determinate dal contenuto, le alterazioni da agenti esterni.
Nei reperti di scavo il riconoscere punti di rottura preferenziale e
ricorrente, per esempio anse e beccucci nei boccali, consente talvolta di
rilevare punti di debolezza non eliminati in produzione perché connessi a
caratteri particolarmente utili (nel caso dei boccali il trasporto su breve
distanza e l’azione del versare che hanno poi per conseguenza urti
accidentali e le citate riconoscibili rotture). Le rotture non sempre sono tali
da rendere l’oggetto inservibile e sono noti casi in cui portano a un uso più
attento o diradato nel tempo e quindi indirettamente al protrarsi della vita
del manufatto danneggiato. Nella ricostruzione della vita di un qualsiasi
manufatto, infine, è importante verificare se, in qualche momento, siano
intervenute modifiche o riparazioni per mutarne la destinazione d’uso o per
ripristinarla, in toto o in parte, se ridottasi. La presenza di riparazioni può
informare dell’importanza e del valore attribuito alle varie categorie di
oggetti, anche in relazione alla possibilità di sostituzione con altri analoghi
o nuovi.
Lo studio delle alterazioni superficiali di un qualsiasi manufatto è
necessariamente uno studio di tipo (micro)stratigrafico che, come lo SCAVO
(cfr. ), ricostruisce la sequenza di apporti, asportazioni e trasformazioni al
fine di riconoscere la sequenza delle attività (per esempio, nel caso di un
recipiente da fuoco, deposizione di nerofumo, asportazioni per pulizia con
abrasioni che hanno interessato la vetrina, rottura del manico o delle anse,
intenzionale foratura del fondo e riutilizzo come vaso da fiori).
Per tentare di riconoscere le funzioni dei diversi manufatti è
particolarmente importante accrescere la propria personale esperienza con
osservazioni etnoarcheologiche e con prove sperimentali, talvolta banali ma
utili a indicare quali sono le caratteristiche relazioni di causa ed effetto che
legano fra loro comportamenti e usure. Tali prove, che come minimo
consentono di tralasciare le ipotesi più grossolane e fallaci, se ripetute con
una qualche continuità, consentono quasi sempre, perlomeno in termini
relativi, la stima dei periodi di vita normale dei diversi manufatti (cfr.
SPERIMENTALE, ARCHEOLOGIA).
Nonostante la disponibilità di un certo numero di dati oggettivi (forma,
materiale, usure e simili) nell’interpretazione funzionale dei manufatti è
frequente il permanere sempre di una qualche difficoltà. E questo anche nel
caso di oggetti relativi a operazioni tecniche semplici, razionali, replicabili.
Alcuni utensili, soprattutto i più semplici, possono essere talvolta
multifunzionali, non tanto in quanto sommatoria di utensili diversi (tipo
coltello svizzero), quanto per il consentire operazioni fra loro simili in
situazioni diverse. Ciò può modificare la durata della vita e le usure
dell’utensile, ma soprattutto può portare a interpretazioni generiche per
grandi categorie funzionali che poco informano sulle attività antropiche.
In ogni caso sono fondamentali i dati di CONTESTO (cfr. ), cui possono
aggiungersi le analogie etnografiche e i confronti ricavabili da fonti scritte e
iconografiche. La difficoltà di utilizzare tali fonti è però ben nota ed
evidente ogni qualvolta si confrontino, per esempio, i termini utilizzati negli
inventari medievali con i reperti di scavo e con la stessa terminologia
archeologica che è usata per designarli. I sistemi di CLASSIFICAZIONE (cfr. )
adottati nelle varie società per i beni d’uso comune non sono, infatti, né
sistematici né espliciti, basandosi invece su una varietà di caratteristiche
eterogenee conseguenti alla storia reale del rapporto fra uomini e manufatti.
Le ricerche di archeologia del consumo nel loro svilupparsi comportano
quindi una profonda revisione critica della rappresentatività dei sistemi di
classificazione dei reperti che, in quanto strumenti di lavoro dell’archeologo,
debbono peraltro continuare a basarsi, in prima istanza, sui caratteri
materiali e sulla forma. Le classificazioni attente alla funzione devono però
cercare di approssimare quelli che potevano essere i criteri adottati dagli
utilizzatori e pertanto si configurano sempre come sistemazioni piuttosto
articolate e con un certo grado d’incertezza. È normale, per esempio, che in
queste si considerino insieme pentole metalliche, lavezzi in pietra ollare e
olle in terracotta, in quanto recipienti da fuoco talvolta presenti nei
medesimi contesti medievali.
L’archeologia del consumo, tentando la ricostruzione di associazioni reali
ben datate e contestualizzate, in cui lo studio dei singoli pezzi, unito a
valutazioni quantitative dei manufatti che furono contemporaneamente in
uso, porta al riconoscimento del sistema di classificazione adottato
inconsciamente dagli stessi utilizzatori, può anche evitare il rischio di
scivolare nella ricostruzione curiosa di microcosmi domestici poco
storicizzati e per questo apparentemente indifferenziati per lunghi periodi.
La disponibilità di manufatti rinvenuti in scavi stratigrafici è il
prerequisito indispensabile per ogni studio che tenti la ricostruzione
quantitativa, per quanto possibile, delle antiche associazioni d’uso (cfr.
QUANTITATIVA, ARCHEOLOGIA). Oltre a ciò, per avere risultati attendibili occorre
però conoscere con una buona approssimazione la durata della
frequentazione del sito (meglio se breve e seguita da un abbandono
definitivo) e compiere una attenta valutazione quantitativa dei reperti
(risalendo dal loro numero e peso, anche con il computo delle parti
significative, alla stima dei manufatti integri la cui frammentazione ha
portato all’insieme dei reperti). A questo punto, per passare dal numero
minimo e massimo di manufatti di ogni classe funzionale attestati come
presenti nel sito al riconoscimento delle associazioni d’uso coevo, è però
necessario tenere conto delle velocità di rottura caratteristiche dei diversi
manufatti. Un dato, quello della velocità di rottura (ovvero della presunta
vita normale di un manufatto), che in effetti non si può conoscere in
assoluto pur sapendo che dipende dal materiale, dal tipo di utilizzo cui
l’oggetto era destinato, dalle condizioni generali in cui questo si attuava
(comprendendo eventuali attribuzioni di valore, l’organizzazione del sito
comprensiva dell’arredo e della concomitanza di più attività, la presenza di
bambini e animali ecc.).
Al proposito, se si considera che di solito le datazioni dei contesti di scavo
soltanto nei casi migliori discriminano intervalli dell’ordine di dieci o venti
anni, è significativo notare quanto sia importante conoscere la presunta
durata di vita dei manufatti anche al fine di utilizzarli al meglio proprio
come elementi di DATAZIONE (cfr. CRONOLOGIA, PERIODIZZAZIONE). Normalmente si
può ritenere che, se per taluni oggetti particolarmente fragili, come per
esempio le pipe in caolino, la durata normale della vita era limitata a un
periodo molto breve, per altri manufatti, come per esempio monete e
utensili o ornamenti metallici, tale durata poteva essere ben maggiore con il
permanere nell’uso per decenni anche a seguito del passaggio del bene da
una generazione alle successive. Per quasi tutte le classi funzionali la
conoscenza di quale fosse la durata della vita normale è però ancora vaga e
spesso è difficile anche stabilire una sequenza relativa; un dolio vive per
esempio più di un’anfora, ma cosa si può prevedere che si rompa prima fra
una brocca, una ciotola o un piatto? Fra gli obiettivi dell’archeologia del
consumo si pone perciò anche quanto, con prove sperimentali, osservazioni
etnografiche e indagini di contesti particolari per durata, frequentazione e
conservazione, può ridurre queste incertezze rendendo possibile l’obiettivo
ultimo della ricostruzione nella loro interezza delle associazioni d’uso coevo.

P. Arthur, A. Ricci, Sistemi di quantificazione della ceramica da scavi di complessi di


epoca romana, in «Dialoghi di Archeologia», 3, 1981, pp. 125-28; A. Balfet, M.F.
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Ceramics», 1, 1977, pp. 63-74.

ENRICO GIANNICHEDDA
Contesto

Nel discorso archeologico il termine contesto ha avuto una gamma di


accezioni piuttosto vasta ed è stato spesso impiegato per denotare vari
concetti specifici della disciplina. In generale, si intende per contesto la
situazione o le circostanze in cui un oggetto, o un gruppo di oggetti, è stato
rinvenuto. Per contrasto vengono definiti decontestualizzati gli oggetti di
cui sia andata persa la provenienza geografica o monumentale, come
avveniva, per esempio, in molte collezioni raccolte con criteri antiquari nei
secoli scorsi (cfr. ANTIQUARIA). L’importanza del contesto di rinvenimento,
anticipata da precursori illuministi come Quatremère de Quincy, viene
faticosamente acquista dall’antichistica, in particolare tedesca, solo nel
corso del XIX secolo. Nel campo della STORIA DELL’ARTE (cfr. ) antica E. Löwy è
stato fra i primi in Italia ad adottare una prospettiva storicista, in cui
l’interpretazione delle opere antiche tiene conto dalla loro posizione nel
tempo e in relazione alla sequenza degli schemi iconografici. La sua eredità
è stata raccolta, dopo un periodo di latenza fra le due guerre, da studiosi
come R. Bianchi Bandinelli, il quale tende a superare posizioni in partenza
crociane, dirigendo verso formulazioni marxiste, ritenendo che la
storicizzazione degli oggetti figurativi sia possibile solo in rapporto con
l’ambiente culturale della classe sociale cui sono destinati. Spunti di questo
genere sono stati ripresi e sviluppati, nell’archeologia tedesca e italiana
degli ultimi anni, da studiosi che hanno analizzato l’arte romana nel
contesto della propaganda politica e dell’autorappresentazione delle classi
dirigenti.
Un’evoluzione parallela può essere riconosciuta nel campo dello studio
dei monumenti, specie per quanto riguarda la topografia urbana. Da una
fase in cui venivano presi in considerazione i singoli edifici, si è presto
passati alla ricostruzione di interi paesaggi urbani, già con i lavori di Ch.
Hülsen o di R. Lanciani intorno al cambio di secolo. Mentre gli strumenti di
indagine topografica si sono progressivamente raffinati, sia nell’analisi delle
fonti che nel rilievo dei monumenti (cfr. ARCHITETTURA, ARCHEOLOGIA DELLA), è
solo negli ultimi decenni che si definisce un vero approccio contestuale alla
topografia urbana, specie nel caso paradigmatico di Roma. Da un lato,
infatti, con il diffondersi dei grandi scavi urbani, si tocca con mano la
sovrapposizione di fasi diverse e si giunge quindi alla ricostruzione di piante
che rappresentano l’aspetto della città in una data fase. Dall’altro, ci si rende
pienamente conto che quello urbano non è solo uno spazio fisico, ma è
anche un contesto di morfologia, topografia, caratterizzazioni culturali e
memorie religiose e antiquarie (cfr. URBANA, ARCHEOLOGIA). Nel definire la
natura ‘infernale’ del Velabro, per fare un esempio concreto, contribuiscono
la natura paludosa dei luoghi, il ruolo che l’area ha svolto nella città, le
divinità infere che per lunghissimo tempo vi sono state venerate e il
materiale mitico e storiografico associato. In un lavoro di questo genere, è
l’interazione contestuale fra dati ambientali, monumentali, archeologici,
epigrafici e antiquari che consente di giungere a una ricostruzione ricca di
dettagli e di significati.
L’utilità di un approccio contestuale appare ancor più tangibile e
immediata nell’ambito del lavoro sul campo. Forse i primi passi in questo
senso vanno ricercati in alcuni lavori di ARCHEOLOGIA FUNERARIA (cfr. ): per
l’interpretazione sociale e rituale di una deposizione non si può prescindere
da dati come la composizione e la disposizione del corredo, o l’architettura e
la posizione della tomba, per citare solo alcune delle possibili informazioni
contestuali. Al giorno d’oggi, l’importanza del contesto di rinvenimento per
la comprensione dei reperti antichi, anche quando essi presentino un
particolare interesse in sé, non è più messa in dubbio da archeologi e storici
dell’arte. Al contrario, il termine è divenuto di uso così frequente da
assumere significati svariati nelle diverse branche della disciplina.
Si intende, infatti, frequentemente per contesto un insieme di reperti
rinvenuti nelle stesse unità stratigrafiche o in loro raggruppamenti (come
attività e fasi; cfr. SCAVO ARCHEOLOGICO); su scala più ampia si può anche
trattare di materiali (magari di una specie particolare) provenienti dal
medesimo sito o regione (cfr. RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA). Oltre ai manufatti,
prevalentemente ceramici o litici, vengono inclusi anche reperti di origine
organica (cfr. BIOARCHEOLOGIA) o naturale. I contesti così definiti vengono
studiati nel loro complesso e non più come insiemi di elementi
incommensurabili; questo comporta la definizione di classi, categorie o tipi
cui attribuire gli oggetti, e quindi il passaggio da un approccio qualitativo a
uno quantitativo (cfr. CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA; QUANTITATIVA, ARCHEOLOGIA).
Vi sono procedure di indagine assai elaborate in questo campo, che hanno
alcune caratteristiche di base in comune. È fondamentale osservare che
raramente il numero assoluto degli elementi che costituiscono il contesto è
informativo per comprendere la loro composizione. Quasi sempre, infatti,
questi ultimi ci giungono incompleti e rappresentano una frazione di
proporzioni ignote rispetto alla totalità (cfr. CAMPIONATURA); le uniche
eccezioni possono essere costituite da alcuni depositi volontari, come tombe
o piccole stipi. Purché le dimensioni del contesto lo consentano, è più utile
calcolare la proporzione rappresentata da ciascuno dei sottoinsiemi
identificati al suo interno; vengono cioè ottenute percentuali che esprimono
la composizione del contesto. Questi valori sono confrontabili anche nel
caso di contesti di grandezze diverse, e hanno quindi una validità assai
maggiore rispetto alle corrispondenti quantità assolute. Istogrammi e grafici
a torta sono di grande aiuto nella rappresentazione dei dati così ottenuti.
Il confronto fra contesti di materiali di diversa provenienza offre
possibilità interpretative notevoli: analizzandone la composizione e
raggruppando quelli che presentano caratteristiche simili, possono essere
elaborate grandi quantità di dati, in cui è altrimenti difficile districarsi. È
possibile, per esempio, definire tipologie di siti rappresentati da aree di
manufatti nell’ambito del popolamento di una regione, o seguire
l’andamento delle importazioni e delle produzioni locali nello sviluppo
cronologico di un medesimo sito, o ancora ricostruire l’evoluzione della
flora a partire dalla formula pollinica, o caratterizzare particolari unità
stratigrafiche sulla base delle componenti naturali, biologiche e antropiche
presenti. Esistono vari metodi formali per quantificare la differenza fra due
contesti (detta anche distanza) e i risultati vengono spesso espressi sotto
forma di dendrogrammi, specie di alberi genealogici in cui i contesti più
simili fra loro si trovano più strettamente imparentati.
In senso ancora più lato, per contesto si intende anche l’unità stratigrafica
in genere; ne viene qui sottolineato l’aspetto di deposito archeologico
omogeneo, in cui si concentrano molte informazioni fra loro legate. Le
ipotesi a proposito dell’azione responsabile della genesi del contesto sono
guidate dalla composizione della matrice, dall’analisi degli inclusi di ogni
genere, dalla posizione e dalle relazioni con altre entità analoghe e, di
recente, dall’analisi geoarcheologica e micromorfologica. Il complesso
lavoro indiziario che porta alla ricostruzione dei PROCESSI FORMATIVI (cfr. ) di
ciascun deposito si basa quindi sul confronto fra informazioni diverse più
che su una corrispondenza immediata fra una singola osservazione e una
determinata interpretazione.
In termini generali, si può concludere che in tutte queste accezioni
l’oggetto dell’indagine archeologica viene sempre visto sullo sfondo di tutti
quelli che gli sono vicini nello spazio o nel tempo, o che presentano
caratteristiche analoghe. In questa prospettiva anche elementi
apparentemente insignificanti possono avere valore informativo, in quanto
costituenti di un insieme complesso. Nelle formulazioni dell’archeologia
processuale (cfr. NEW ARCHAEOLOGY), per esempio, si ritiene che
l’osservazione analitica dei contesti archeologici consenta di inferire molti
caratteri generali della società che li ha determinati. Ogni manifestazione
umana sarebbe, infatti, parte di un sistema culturale unitario che è possibile
ricavare da ciascuno dei suoi componenti. Un impianto diverso, ma sempre
centrato sul contesto si ha nell’archeologia detta, per l’appunto, contestuale
(cfr. POSTPROCESSUALE, ARCHEOLOGIA); nessun oggetto archeologico potrebbe
essere compreso al di fuori del contesto geografico e storico in cui si è
prodotto. Si sostiene quindi la necessità di raccogliere tutte le informazioni,
provenienti da ogni tipo di fonte, al fine di leggere il fenomeno osservato il
più possibile con gli occhi della cultura che lo ha generato. In
quest’approccio (talvolta definito olistico) ogni dettaglio può contribuire a
evocare la mentalità degli individui le cui tracce vengono indagate.
Comunque esso sia inteso, lo studio dei contesti produce sempre
interpretazioni più ampie e attendibili dei resti indagati e merita quindi un
posto di primo piano fra i metodi dell’archeologia.

M. Barbanera, L’archeologia degli Italiani, Roma 1998; J. C. Barrett, Contextual


Archaeology, in «Antiquity», 61, 1987, pp. 468 sgg.; R. Bianchi Bandinelli,
Introduzione all’archeologia, Roma-Bari 1976; F. Coarelli, Il Foro Romano. Periodo
arcaico, Roma 1983; R. Francovich, D. Manacorda (a cura di), Lo scavo archeologico:
dalla diagnosi all’edizione (Pontignano 1989), Firenze 1990 (in particolare i contributi
di P. Moscati, B. d’Agostino); I. Hodder, Leggere il passato, Torino 1992; C. Orton, P.
Tyers, A. Vince, Pottery in Archaeology, Cambridge 1993; M. Schiffer, Formation
Processes of the Archaeological Record, Albuquerque 1987; P. Zanker, Augusto e il
potere delle immagini, Torino 1989.

NICOLA TERRENATO
Cronologia, periodizzazione

La cronologia, vale a dire la collocazione nel tempo dei materiali e dei


complessi che costituiscono l’oggetto dell’analisi archeologica, è un aspetto
essenziale della disciplina, che rientra nel campo delle scienze storiche. La
cronologia relativa viene costruita all’interno di singoli complessi o insiemi
di complessi archeologici, prevalentemente sulla base di elementi materiali
che costituiscono gli indicatori della sequenza temporale. La cronologia
assoluta è invece indipendente dai contesti archeologici specifici e viene
stabilita sulla base di date storiche, che sono in qualche modo collegabili ai
dati archeologici, oppure sulla base di tipi diversi di analisi naturalistiche e
chimico-fisiche (cfr. DATAZIONE). Le periodizzazioni archeologiche vengono
costruite sulla base sia delle cronologie relative sia delle datazioni assolute.
Cronologia relativa. È essenziale per la lettura diacronica dei giacimenti e
complessi archeologici, si basa su alcuni elementi o insiemi di elementi
materiali. La stratigrafia è lo strumento di base per la costruzione della
cronologia relativa di un giacimento archeologico: la successione degli strati
corrisponde all’ordine cronologico secondo il quale si sono depositati, che
viene ricostruito dallo SCAVO (cfr. ) stratigrafico con l’asportazione degli
strati in ordine inverso a quello della deposizione.
I principi di stratigrafia archeologica, definiti da E.C. Harris, vengono
oggi ampiamente applicati sullo scavo per la distinzione e il rilevamento
della successione di strati e strutture (unità stratigrafiche) ed espressi per
mezzo della costruzione di una matrice che collega in un quadro
complessivo tutte le relazioni stratigrafiche identificate nel giacimento. La
sequenza delle unità stratigrafiche rappresenta in linea di massima la
posizione cronologica relativa dei materiali mobili presenti in ogni unità.
Nella costruzione della cronologia relativa di un sito archeologico è
essenziale il riconoscimento, da parte dell’archeologo, della giacitura
primaria o secondaria dei manufatti: i manufatti presenti in un’unità
stratigrafica che conservano le relazioni spaziali e funzionali originarie sono
effettivamente rappresentativi di un momento specifico della sequenza; i
materiali in posizione secondaria (per esempio, quelli inglobati in uno
scarico di rifiuti) possono rappresentare momenti e fasi diversi che devono
essere riconosciuti e distinti in base al confronto con la sequenza
complessiva. Naturalmente, se è vero che le relazioni stratigrafiche ci
permettono comunque di ricostruire sequenze cronologiche di deposizione,
la distribuzione spaziale dei tipi in un qualsiasi complesso archeologico deve
essere analizzata, in primo luogo, tentando di ricostruire le relazioni spaziali
e funzionali fra i materiali di strati contigui nella sequenza complessiva;
infatti, la presenza/assenza, così come la frequenza relativa degli stessi tipi
in aree diverse di un abitato potrebbe essere correlata a differenze di uso e
di funzione, piuttosto che di cronologia.
Questo problema può essere esaminato con maggiore chiarezza nel caso
delle necropoli. Le necropoli di tombe individuali, ognuna delle quali
corrisponde a un singolo evento deposizionale, presentano problemi di
stratificazione e di collegamento fra strati e materiali sostanzialmente
diversi da quelli degli abitati e degli altri tipi di complessi archeologici nei
quali le unità stratigrafiche non sono fisicamente separate.
La sequenza di una necropoli viene di solito costruita collegando la
posizione relativa delle tombe con i caratteri tipologici dei materiali di
corredo; una volta identificato il nucleo di tombe più antico, si suppone che
le tombe via via più recenti si collochino rispetto a esso a una distanza fisica
non regolare in assoluto, ma in qualche modo correlata con la distanza
cronologica. Questo metodo, che viene indicato come stratigrafia
orizzontale, parte dall’assunto che le singole tombe, che sono le unità di
deposizione della necropoli, ne rappresentino anche le unità autonome di
analisi. La distribuzione spaziale delle tombe dovrebbe quindi riflettere
direttamente lo sviluppo cronologico del complesso.
In realtà, la distribuzione spaziale delle tombe di una necropoli non
corrisponde alla loro successione assoluta nel tempo perché, nella
maggioranza dei casi noti per tutte le epoche, l’unità minima significativa di
una necropoli non è la singola tomba, ma un gruppo di tombe la cui
associazione spaziale esprime una o più categorie di relazioni sociali. Gli
studi recenti di necropoli mostrano la presenza sistematica di
raggruppamenti di questo tipo, che corrispondono prevalentemente a
gruppi di parentela; molto spesso, nei corredi delle sepolture di ogni gruppo
si riconoscono anche aspetti esclusivi nello stile, nella tipologia e
nell’associazione dei materiali. La spiegazione primaria della corrispondenza
fra il raggruppamento spaziale delle sepolture e alcuni caratteri formali dei
materiali di corredo è che i gruppi di parentela o di altra natura nei quali si
articola la comunità utilizzano sia lo spazio, sia la CULTURA MATERIALE (cfr. ),
per esprimere la propria unità e identità all’interno della necropoli.
Situazioni di questo tipo sono state osservate, per esempio, nella necropoli
laziale dell’età del ferro di Osteria dell’Osa, nella quale i due gruppi più
antichi, vicini dal punto di vista sia spaziale sia cronologico, mostrano
alcune differenze sistematiche nello stile e nella decorazione della ceramica
e nella scelta degli oggetti più significativi delle sepolture maschili: le urne
cinerarie, i tipi di fibule, di armi e di rasoi. Nella costruzione di cronologie
relative archeologiche è necessario quindi distinguere fra la stratificazione
verticale, che è essenzialmente un processo meccanico che risponde a regole
fisiche legate alla successione temporale, e la distribuzione orizzontale di
strutture e manufatti, che è prevalentemente il risultato di scelte culturali.
La crono-tipologia è lo strumento tradizionale per la costruzione della
cronologia relativa e della periodizzazione archeologica, sulla base
dell’analisi degli aspetti evolutivi della variabilità formale dei manufatti, ai
quali viene attribuito un significato diacronico; la costruzione della
cronologia dei giacimenti archeologici si basa in particolare sulla presenza
di alcuni tipi di manufatti (tipi diagnostici). Il metodo è stato sviluppato nel
secolo scorso per analogia con la ricerca geologica, nella quale l’età di uno
strato o di un giacimento veniva stabilita in base alla presenza dei cosiddetti
fossili direttori. Agli inizi del nostro secolo, esso è stato perfezionato e
applicato alla costruzione della cronologia dell’età del bronzo europea da
Oscar Montelius, e in seguito adottato sistematicamente (cfr. CLASSIFICAZIONE
E TIPOLOGIA).
La SERIAZIONE (cfr. ), cioè la sistemazione dei manufatti secondo un ordine
seriale, adottata per la prima volta alla fine dell’Ottocento da Flinders Petrie,
è l’applicazione del metodo crono-tipologico non a singoli manufatti, ma ad
associazioni di manufatti, in particolare da necropoli. I metodi di seriazione
si basano sui principi della concatenazione temporale fra contesti che hanno
in comune alcuni tipi, e della ricerca della sequenza ideale, nella quale i tipi
hanno la durata più breve. Questi principi sono alla base degli algoritmi,
come quello di Ihm, utilizzati nei procedimenti automatici per la costruzione
delle tabelle di seriazione.
Le fasi risultanti dalla seriazione sono definite sulla base della presenza di
tipi esclusivi; tuttavia la sequenza di tombe così ottenuta, che attribuisce un
valore esclusivamente cronologico a un numero ristretto di parametri
formali, non può essere considerata come il diretto corrispettivo della
sequenza reale.
Per risolvere il problema dei possibili significati non cronologici della
variabilità formale dei manufatti, i diversi metodi di seriazione propongono
alcuni correttivi: il programma di Rozoy prevede una fase di ordinazione dei
dati, che identifica gli elementi di variabilità formale che hanno un carattere
non cronologico, e una successiva fase di seriazione, che seleziona i tipi
tenendo conto dei risultati dell’ordinazione. Altri programmi, come quello
di Scollar e Herzog, prevedono la possibilità di attribuire ai tipi da seriare un
peso proporzionale al loro maggiore o minore significato cronologico.
L’analisi di seriazione di contesti aperti, come gli abitati, considera la
frequenza della comparsa dei tipi, in base al principio enunciato nel 1951 da
Robinson e Brainerd, secondo il quale, dopo la sua introduzione, un tipo
raggiunge un momento di massima diffusione, al quale segue la fase di
obsolescenza. I diagrammi di seriazione basati su questo principio
esprimono la variazione temporale nella frequenza dei singoli tipi per mezzo
di figure ovali con estremi assottigliati (battleships).
Datazioni assolute. I capisaldi del sistema di date storiche di riferimento per
la cronologia assoluta dell’antichità, fra il III e il I millennio a.C., sono
costituiti dalla lista delle dinastie egiziane elaborata nel III secolo a.C. dal
sacerdote egiziano Maneto, e dalle date di fondazione delle colonie greche
d’Occidente, riportate o ricostruite sulla base delle notizie di Tucidide e di
altri storici greci.
Tabella delle dinastie egiziane rielaborata dalla lista di Maneto (da James
1991)
Dinastico antico (arcaico) –
I e II dinastia 2920-2650 a.C.
Vecchio regno –
III-VIII dinastia 2650-2135 a.C.
I periodo intermedio –
IX-XI dinastia 2135-2040 a.C.
Medio regno –
XI-XII dinastia 2040-1785 a.C.
II periodo intermedio –
XIII-XVII dinastia 1785-1550 a.C.
Nuovo regno –
XVIII-XX dinastia 1550-1070 a.C.
III periodo intermedio –
XXI-XXV dinastia 1070-665 a.C.
Periodo tardo –
XXVI-XXX dinastia 665-343 a.C.

Date di fondazione delle colonie greche di Occidente


Ischia (Pithecoussai) ca. 750 a.C.
Cuma ca. 730 a.C.
Naxos 734 a.C.
Siracusa 733 a.C.
Sibari e Caulonia 709 a.C.
Taranto 706 a.C.

La cronologia assoluta storica egiziana e greca è stata trasferita alla


preistoria recente europea grazie a una combinazione di metodi
archeologici: in generale, la concatenazione cronologica fra regioni
confinanti sulla base di affinità tipologiche fra i rispettivi materiali; poi la
datazione in base alla cronologia egiziana della ceramica micenea importata
in Occidente, sulla quale si fonda la cronologia dell’età del bronzo italiana, e
quella della ceramica medio e tardo geometrica e protocorinzia presente in
molti contesti dell’Età del ferro in base alle date delle fondazioni coloniali.
Questo sistema tradizionale di date assolute è in discussione da alcuni
anni, da quando i metodi di datazione basati su analisi naturalistiche e
fisico-chimiche, introdotti in archeologia a partire dagli anni Cinquanta,
hanno raggiunto un livello di affidabilità molto alto, soprattutto grazie alla
dendrocronologia, che ha fornito una serie di date «vere» in particolare
nelle palafitte svizzere e della Germania meridionale, e all’uso combinato di
dendrodate e di date radiometriche ad alta precisione.
I principali metodi fisico-chimici di datazione assoluta di questo gruppo
utilizzano due tipi di registrazione naturale del tempo: i cicli annuali, che
sono tracce riconoscibili delle fluttuazioni regolari del clima nel corso
dell’anno; e gli orologi radioattivi, vale a dire la misurazione in termini
calendariali del decadimento radioattivo che si verifica secondo un ritmo
regolare, e indipendentemente dalle condizioni ambientali, nei processi
naturali.
La dendrocronologia è il più preciso dei metodi di DATAZIONE (cfr. ) del
primo gruppo, la cui applicazione arriva per ora a circa 7.000 anni da oggi, e
dipende strettamente dalle condizioni di conservazione del legno. Il metodo
si basa sulla conta degli anelli di accrescimento annuale degli alberi, forma e
spessore dei quali variano in relazione con l’andamento annuale del clima;
in alcune regioni come la Germania meridionale e la Svizzera, nelle quali
l’insediamento in ambiente umido durante molte fasi della preistoria recente
ha permesso la conservazione del legno, sono state quindi costruite
sequenze di date assolute basate sulla concatenazione e parziale
sovrapposizione degli anelli di accrescimento di campioni di legno
provenienti dalle stesse essenze, e ancorate a datazioni radiometriche ad alta
precisione.
Un altro ciclo di accrescimento annuale che può essere in alcuni casi
utilizzato come base per la costruzione della cronologia è quello delle varve
(depositi di argilla lasciati annualmente nei laghi dagli apporti delle acque
derivanti dalla fusione dei ghiacci o da altri fattori).
Il più noto dei sistemi di datazione che misurano il decadimento
radioattivo è quello del C14, un isotopo radioattivo del carbonio;
attualmente, con il metodo della spettrometria di massa con l’acceleratore
(Ams), è possibile datare campioni di materiale organico di peso
ridottissimo (fino a 5 mg), mentre il range delle datazioni è di circa 80.000
anni.
Il tempo necessario per il decadimento della metà degli atomi del C14
(indicato come half-life, cioè mezza vita) è uguale a 5730 anni. In tutti gli
organismi viventi, il decadimento del C14 comincia al momento della morte;
la misura del C14 presente nei tessuti permette quindi di risalire alla data di
morte dell’organismo: per esempio, se il numero di atomi di C14 presenti in
una sostanza organica è la metà rispetto alla quantità originaria, la sua età
corrisponde a 5730 anni; se è uguale a un quarto corrisponde a 11460 anni,
cioè a due mezze vite. Poiché queste misure sono soggette a errori,
essenzialmente a causa del fatto che la concentrazione di C14 nell’atmosfera
non è costante, esse vengono espresse in termini probabilistici entro una o
due deviazioni standard. Per correggere gli errori, le date radiometriche
vengono calibrate con metodi diversi; quello attualmente considerato più
attendibile per periodi storici e della preistoria recente è il confronto fra
date radiometriche e dendrodate prese sugli stessi campioni, che
permettono di costruire una curva di calibrazione delle prime. Tuttavia, dal
momento che ogni data radiometrica deve essere corretta secondo la curva
di calibrazione nei limiti delle deviazioni standard, il risultato è in molti casi
un’ulteriore amplificazione del range di errore. Nonostante ciò, la
combinazione di dendrodate e di date radiometriche sta fornendo una nuova
solida base alla cronologia assoluta dell’età del bronzo e del ferro europee.
Per periodi molto antichi, anteriori a 80.000 anni fa, che comprendono
quindi la maggior parte del Paleolitico, il metodo di datazione assoluta
basata sul decadimento radioattivo che viene normalmente utilizzato è
quello del potassio-argon (K-Ar); altri metodi si basano sulle tracce di
fissione dell’uranio (Fission-Track Dating) e sul decadimento degli isotopi
dell’uranio (Uranium-Series Dating).
Fra i metodi indiretti di datazione assoluta basati sul decadimento
radioattivo, che non misurano le radiazioni emesse dall’oggetto da datare,
ma quelle che l’oggetto riceve, il più noto è la termoluminescenza (TL), che
misura, sulla base di un’emissione di luce, il tempo trascorso dal momento
nel quale una rapida azione di riscaldamento (per esempio, la cottura della
ceramica) ha riportato a zero il decadimento degli elementi radioattivi
presenti in alcuni materiali a struttura cristallina. La misura della
termoluminescenza è però un processo più complesso della datazione con il
C14 e con maggiori possibilità di errore.
Metodi di datazione relativa, che devono essere associati con date
assolute, comprendono la misurazione dell’acqua assorbita dall’ossidiana
(obsidian hydration) a partire dal momento del distacco dal blocco o dal
nucleo originario; la racemizzazione degli aminoacidi delle ossa; la
misurazione delle variazioni del paleomagnetismo terrestre; il metodo di
datazione delle patine degli strumenti di selce o delle incisioni rupestri,
basato sul calcolo del rapporto, che decresce esponenzialmente nel tempo,
fra cationi di calcio e di potassio (instabili, e quindi soggetti a decadimento
radioattivo) e di titanio (stabili).
Periodizzazioni archeologiche. Per i periodi preistorici e protostorici, le
periodizzazioni archeologiche sono basate tradizionalmente sulle
caratteristiche tecnologiche e formali dei manufatti e quindi sulla cronologia
relativa, verificata e supportata da datazioni assolute.
Il sistema generale di periodizzazione, applicato su scala continentale o
mondiale, comprende i seguenti periodi: Paleolitico (e Mesolitico), il lungo
periodo della storia dell’uomo che ha inizio circa due milioni di anni fa,
caratterizzato per gran parte della sua durata da forme di ominidi
biologicamente diverse da quella attuale, da forme di aggregazione socio-
politica semplici, come la banda, e da un’economia non produttiva;
Neolitico, il periodo dell’affermazione e del consolidamento dell’economia
produttiva; età dei metalli, generalmente suddivisa in età del bronzo ed età
del ferro.
A eccezione del Paleolitico, la cui fase conclusiva coincide con la fine del
Pleistocene (circa 10.000 anni fa), tutti gli altri grandi periodi della preistoria
sono da considerare come suddivisioni cronologiche relative, la cui durata
assoluta varia fra i diversi continenti e anche fra regioni diverse dello stesso
continente. Le suddivisioni in periodi e fasi su scala regionale o locale,
ormai quasi sempre sostenute da datazioni assolute, sono lo strumento di
base della ricerca archeologica contemporanea.
Le periodizzazioni di età storica sono basate per le fasi più antiche sulla
storia locale delle singole entità politiche, scandite dalla durata al potere
delle dinastie, dei re o dei titolari delle cariche pubbliche più importanti, e
dalle date di avvenimenti storici di grande rilievo, come, per esempio, nel
caso di Atene, le guerre persiane; per le fasi recenti sulla suddivisione in
grandi periodi di significato più ampio, come l’Ellenismo, che unifica
culturalmente il mondo antico dopo la morte di Alessandro Magno. Per l’età
romana, la grande suddivisione è fra età regia (fra il 750 ca. e in 509 a.C.),
repubblicana (509-27 a.C.) e imperiale (27 a.C.-476 a.D.). Il sistema di
periodizzazione romano abbraccia in momenti diversi gran parte
dell’Europa.

M.J. Aitken, Science-Based Dating in Archaeology, London-New York 1990; M.J.


Aitken, C.B. Stringer, P.A. Mellars (a cura di), The Origin of Modern Humans and the
Impact of Chronometric Dating, Princeton 1993; M.G.M. Baillie, Tree-Ring Dating and
Archaeology, London 1982; G. Bartoloni, Riti funerari dell’aristocrazia in Etruria e nel
Lazio. L’esempio di Veio, in «Opus», 3, 1984, pp. 13-29; A.M. Bietti Sestieri (a cura di),
La necropoli laziale di Osteria dell’Osa, Roma 1992; S.G.E. Bowman, Radiocarbon
Dating. London 1990; G.W. Brainerd, The Place of Chronological Ordering in
Archaeological Analysis, in «American Antiquity» 16, 1951, pp. 301-13; E.C. Harris,
Principi di stratigrafia archeologica, Roma 1993; P. Ihm, Ein einfacher Algorithmus zu
Bestimmung des dominanten Eigenvektorenpaares bei einer Korrespondenzanalyse, in
«Studien zur Klassification» 10, 1982, pp. 54-57; P. James (a cura di), Centuries of
Darkness, London 1991; P.I. Kuniholm, C.L. Striker, Dendrochronological
Investigations in the Aegean and Neighbouring Regions, 1983-1986, in «Journal of
Field Archaeology» 14, 1987, pp. 385-98; G. Leonardi (a cura di), Processi formativi
della stratificazione archeologica, Padova 1992; O. Montelius, Die typologische
Methode, Stockholm 1903; W.M.F. Petrie, Sequences in Prehistoric Remains, in
«Journal of the Anthropological Institute», 29, 1899, pp. 295-301; C. Renfrew, P.
Bahn, Archeologia. Teorie, Metodi, Pratica, Bologna 1995; I. Scollar, I. Herzog, The
Bonn Seriation and Archaeological Statistics Package (vers. 4.1), The Unkelbach
Valley Software Works.

ANNA MARIA BIETTI SESTIERI


Cultura

«La cultura o civiltà, intesa nel suo più ampio senso etnografico, è
quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la
morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita
dall’uomo come membro di una società». Così E.B. Tylor, uno dei fondatori
della moderna antropologia culturale definiva, nel suo Primitive Culture
(1871), il concetto-chiave della nuova disciplina, sintetizzando le conclusioni
di un dibattito iniziato quasi un secolo prima con la fondazione, in Francia,
della Società degli osservatori, la prima organizzazione di studio finalizzata
alla raccolta sistematica di oggetti appartenenti alle società primitive.
Nel corso della seconda metà del XIX secolo, il termine «cultura»
compare nella letteratura archeologica, assumendo fin dall’inizio un
significato ambiguo, riferibile sia all’insieme delle testimonianze conosciute
in una determinata area geografica e in un determinato periodo, sia al
patrimonio di usi e costumi di un popolo o di una razza ben individuabile.
Ben presto, diversi studiosi cominciarono a ricercare un’identificazione
etnica anche per le più antiche culture preistoriche, come quella dell’età del
rame, detta del «bicchiere campaniforme», diffusa in diverse parti del
continente europeo e attribuita a un ipotetico Beakerfolk; questi concetti
furono portati ai loro estremi limiti da uno dei più noti specialisti di
preistoria europea, il tedesco Gustaf Kossinna.
I punti-chiave delle sue teorie, impregnate di concezioni razziste che le
avrebbero rese popolari nella Germania nazista, erano l’interpretazione
etnica delle culture archeologiche, della continuità culturale in una
determinata area e della presenza di tipi definiti in aree diverse,
l’assegnazione a un ethnos di ciascun tipo (un concetto introdotto nel 1904
da uno dei fondatori della scuola etnologica storico-culturale, F. Graebner),
la spiegazione della diffusione delle culture in base alle migrazioni,
l’identificazione di popoli e culture con razze ben definite. Va comunque a
suo merito l’aver introdotto nella pratica archeologica uno strumento
insostituibile come le carte di distribuzione, da lui utilizzate per ricostruire
gli spostamenti progressivi dei popoli conosciuti storicamente («approccio
storico diretto»). Nel 1941, dieci anni dopo la morte di Kossinna, il suo
allievo Ernst Wahle scriveva un libro in cui attaccava polemicamente il
principio di identificazione tra razza, cultura e lingua che aveva costituito il
fondamento delle teorie del maestro, dando così inizio a un processo di
«autocritica» che si sarebbe compiuto solo dopo la fine della guerra.
L’ulteriore elaborazione del concetto di cultura archeologica è opera di
Vere Gordon Childe che già nel 1929, in The Danube in Prehistory, scriveva:
«Noi troviamo certi tipi di resti – case, utensili, ornamenti, riti funerari –
costantemente associati. Definiamo un tale complesso di tratti associati
come gruppi culturali e culture».
Quarant’anni dopo David Clarke, in Analytical Archaeology (1968),
approfondiva questa definizione di Childe, identificando le culture come
gruppi «politetici» di certe categorie di tipi di manufatti (caratterizzati cioè,
al loro interno, da un’alta gamma di variabilità) che ricorrono
costantemente associati in un’area geografica limitata.
Depurata dalle identificazioni etniche e/o linguistiche, la «cultura»
(spesso identificata con il nome della località in cui è stata identificata per la
prima volta) è divenuta una forma di CLASSIFICAZIONE (cfr. ) dei dati
archeologici largamente utilizzata, sia in opere scientifiche sia in testi di
divulgazione.
Allo stesso tempo, la maggior quantità di dati oggi disponibili ha
consentito l’individuazione di raggruppamenti più ampi di elementi
culturali, denominati «cerchie» e «ambiti» (insediativi, stilistici funerari
ecc.), laddove si voleva sottolineare l’ampia diffusione di fenomeni legati
alla moda, al gusto o al movimento di merci e di idee, o «tecnocomplessi»,
poiché si preferiva privilegiare l’elemento della somiglianza tra diverse
culture come risultato di una stessa «risposta» a determinate condizioni
ambientali.
Un esempio del primo tipo di classificazione è costituito dalle cerchie
officinali di prodotti metallurgici ben individuabili in determinate aree della
penisola italiana nel corso dell’età del bronzo finale; nel caso dell’industria
litica «pontiniana» su ciottolo, del Paleolitico medio, il termine di
«tecnocomplesso» è stato utilizzato proprio per sottolineare come l’area di
distribuzione di questo particolare tipo di litotecnica coincidesse con zone
della penisola dove sono assenti i filoni di selce.
Altri autori hanno impiegato termini come «aspetto», «gruppo» o
«corrente» culturale, nei casi in cui la distribuzione di alcuni tipi di
manufatti non autorizzava a delimitare ben definite aree di diffusione.
Appare effettivamente difficile, in molti casi, individuare confini netti per la
distribuzione di determinate culture archeologiche; tratti un tempo ritenuti
esclusivi di una data cultura appaiono oggi condivisi da più culture o, al
contrario, quella che era stata interpretata come una cultura unitaria rivela,
al suo interno, molteplici «varietà» dialettali.
Questo e altri inconvenienti, legati alla constatazione di quanto sia
frammentaria e incompleta la conoscenza che abbiamo del patrimonio della
CULTURA MATERIALE (cfr. ) delle popolazioni pre- e protostoriche, sono alla base
della proposta di Renato Peroni di sostituire il termine «cultura» con quello,
assai più aderente ai dati, di «facies archeologica».
Una delle critiche più insidiose, già avanzata alla fine degli anni Trenta,
sulla base di osservazioni etnografiche su gruppi attuali di cacciatori-
raccoglitori, dall’antropologo funzionalista D.F. Thomson, riguarda il fatto
che la distribuzione di tipi diversi di manufatti può nascondere una realtà
assai più articolata, prodotta, all’interno di una stessa «cultura», da tipi di
attività differenti. Una simile prospettiva metodologica è alla base delle
concezioni della NEW ARCHAEOLOGY (cfr. ), il cui principale esponente, Lewis
Binford, tentò di dimostrare come, per esempio, i differenti aspetti
«culturali» del Paleolitico medio, identificati da François Bordes e dai suoi
allievi, fossero in realtà testimonianze di diverse attività funzionali. Più in
generale, gli aderenti a questa tradizione di studio sottolineavano come le
differenze culturali riflettessero lo svolgimento di processi di interazione
sociale tra diverse comunità, rifacendosi a una celebre definizione del
concetto di cultura come «sistema adattativo extrasomatico», coniata
dall’antropologo neoevoluzionista Leslie White.
Nell’ambito della scuola POSTPROCESSUALE (cfr. ), sorta negli anni Ottanta
come reazione agli eccessi metodologici della New Archaeology, Ian Hodder,
sulla base di ricerche etnologiche compiute presso alcune società primitive
attuali, critica a sua volta l’interpretazione della cultura come riflesso
passivo di fenomeni di interazione, postulando una maggior importanza dei
simboli, attivamente adoperati dai gruppi sociali come parte essenziale delle
proprie strategie (si veda la distribuzione di alcuni tipi di armi tra i Baringo
del Kenya, legata a particolari tensioni esistenti all’interno delle comunità,
per esempio tra giovani e anziani).
Va registrata, in tempi recenti, la ripresa di interesse di molti studiosi per
un tema come quello dell’«etnicità» e dei suoi riflessi nella documentazione
archeologica. In quest’ambito va sottolineato il legame particolarmente
evidente tra aree «culturali» ben definite, manifestazioni di altro tipo (come
la documentazione linguistica) e forme sviluppate di complessità sociale;
tale situazione appare particolarmente ben documentata, per esempio, nella
penisola italiana, nella prima età del ferro.
Si deve osservare, infine, come il risorgere in tempi recenti di forme,
anche violente, di nazionalismo abbia stimolato il dibattito sulla
strumentalizzazione, in periodi e in contesti geografici diversi, del concetto
di cultura archeologica di cui alcuni studiosi, proprio per ragioni
«politiche», auspicano il superamento.

A.M. Bietti Sestieri, Protostoria. Teoria e pratica, Roma 1996; A. Cazzella, Manuale di
archeologia. Le società della preistoria, Roma-Bari 1989; D. Clarke, Archeologia
analitica, Milano 1998; M. Díaz-Andreu, T. Champion (a cura di), Nationalism and
Archaeology in Europe, London 1996; A. Guidi, Storia della paletnologia, Roma-Bari
1988; Id., I metodi della ricerca archeologica, Roma-Bari 1994; R. Hachmann (a cura
di), Studien zum Kulturbegriff in der Vor- und Frühgeschichtsforschung, Bonn 1987; I.
Hodder, Leggere il passato, Torino 1992; L.S. Klejn, Was ist eine archäologische
Kultur?, in «Ethnographisch-archäologische Zeitschrift», 12, 1971, pp. 321-45; Id.,
Kossinna im Abstand von vierzig Jahren, in «Jahresschrift für Mitteldeutsche
Vorgeschichte», 58, 1974, pp. 7-55; R. Peroni, Introduzione alla protostoria italiana,
Roma-Bari 1994; C. Renfrew, P. Bahn, Archeologia. Teorie, Metodi, Pratica, Bologna
1995; M. Torelli, Le popolazioni dell’Italia antica: società e forme di potere, in AA.VV.,
Storia di Roma, I, Torino 1988, pp. 53-74; B.G. Trigger, Storia del pensiero archeologico
(1989), Firenze 1996.

ALESSANDRO GUIDI
Cultura materiale

Benché sempre più spesso si riconoscano nell’età dei lumi gli antecedenti
degli attuali studi di storia della cultura materiale, le origini di questo campo
di ricerca vanno certamente collocate a metà del XIX secolo. È in quel
periodo che, in ambito positivista, l’opera di Carlo Marx e l’evoluzionismo
darwiniano crearono le condizioni per le prime indagini storiche attente alle
testimonianze materiali, fossero le sequenze preistoriche scavate
stratigraficamente o le collezioni etnografiche raccolte nei MUSEI (cfr. )
europei. Nel corso dei decenni e sino a oggi il significato dell’espressione
«cultura materiale» e «storia della cultura materiale» è mutato più volte,
dipendendo dai diversi orientamenti dei singoli studiosi, oltre che da
situazioni più generali e relative allo stesso progredire della riflessione
storica e archeologica. Per sua natura, la storia della cultura materiale è
comunque sempre rimasta ancorata al materialismo storico di cui è
espressione e da cui discende (cfr. MARXISTA, ARCHEOLOGIA).
Nonostante questo, il significato di storia della cultura materiale è spesso
restato ambiguo o mal definito anche per il frequente ricorrere in molti
lavori di nuove definizioni, che pur nell’intento di precisare meglio la
questione finivano con il complicarla; spesso la storia della cultura materiale
è stata, infatti, definita per confronto o contrapposizione con altri termini
che per loro natura necessitano anch’essi di essere definiti (fra i tanti si
ricordano cultura, civiltà, generi di vita, civilisation matérielle). Anche per
questi motivi, spesso l’espressione «cultura materiale» è usata in modo
riduttivo come sinonimo di associazione di manufatti d’uso coevo,
trascurando come minimo le conoscenze che in qualsiasi situazione sono
indispensabili a un uso efficace dei manufatti e che, come si vedrà, non sono
soltanto di carattere tecnico.
Con il tempo è stato detto che la storia della cultura materiale è divenuta
più che altro un’etichetta e una bandiera utile soprattutto per sottolineare le
divisioni fra i ricercatori, ma, anche se si è verificato, ciò non ha impedito di
mantenere la coerenza che lega le origini ai più recenti sviluppi. Data
significativa, anche perché segnala la precoce importanza attribuita alla
storia della cultura materiale nei paesi dell’Europa orientale, è il 1919,
quando Lenin creò l’Akademija istorii material’noj kultury a Mosca. Fra le
due guerre mondiali, le ricerche di storia della cultura materiale ebbero
particolare sviluppo in Polonia, dove essa era anche detta «storia tecnico-
economica» e privilegiava lo studio degli aspetti legati alla produzione; in
questo e in altri aspetti non secondari differenziandosi dall’analisi del
consumo cara invece alla scuola francese delle «Annales», che pertanto era
ovviamente orientata più alla disamina delle fonti scritte di carattere
economico che non alla costruzione e interpretazione dei documenti
archeologici (cfr. STORIA, ARCHEOLOGIA E). Tali ricerche portarono comunque
un contributo eccezionale anche nella definizione di talune tematiche ormai
divenute classiche per gli stessi archeologi.
In Italia, si iniziò a discutere di storia della cultura materiale negli anni
Settanta, recuperando gli stimoli caratteristici dell’esperienza polacca. Una
nuova generazione di studiosi, anche per reazione a un’archeologia rimasta
ferma alla STORIA DELL’ARTE (cfr. ) e neppure preoccupata dell’incapacità di
utilizzare i documenti archeologici nella loro globalità, riconobbe allora
nello studio della cultura materiale un’area interdisciplinare da occupare per
cercare di conoscere, partendo dai materiali, i modi reali in cui le società
operano per riprodurre se stesse. Da un lato, Andrea Carandini smuoveva
con vigore le acque stagnanti dell’archeologia classica e, dall’altro, quasi di
concerto, nasceva un progetto che si è rivelato capace di scoprire le
possibilità di ricerca in un territorio, quello medievale, mai esplorato in
profondità e occupato quasi soltanto da topografi storici e storici dell’arte.
Così, fra il 1974 e il 1976, negli editoriali della neonata rivista «Archeologia
Medievale», si sottolineava l’importanza dell’esperienza polacca,
riprendendone la giustamente non restrittiva definizione di storia della
cultura materiale: lo studio degli aspetti materiali delle attività finalizzate a
PRODUZIONE (cfr. ), distribuzione e CONSUMO (cfr. ), i modi con cui queste si
attuano, le connessioni che hanno con il processo storico più generale. E
quindi non a caso il sottotitolo della rivista era e tuttora rimane Cultura
materiale Insediamenti Territorio.
A tale già di per sé ambizioso indirizzo di ricerca si collegava, inoltre, un
progetto più ampio che mirava alla democratizzazione della ricerca, alla
valorizzazione del lavoro di base e dei gruppi locali, alla critica delle
istituzioni scientifiche chiuse a ogni novità, a una nuova didattica e una
nuova storiografia. In breve tempo si stabilirono proficui rapporti non
soltanto con gli storici, ma anche con gli etnografi, in quegli anni
particolarmente impegnati a salvare, musealizzandoli, gli strumenti del
lavoro contadino in corso di sempre più rapida trasformazione. Di cultura
materiale discussero quindi anche i museologi e gli stessi archeologi
industriali (cfr. INDUSTRIALE, ARCHEOLOGIA), che peraltro rimasero quasi sempre
maggiormente legati alla storia dell’architettura e al concetto di
monumento.
Negli ultimi vent’anni di cultura materiale si è discusso poco, ritenendo
forse che non ve ne fosse più la necessità e seguendo in questo una
tendenza propria dell’archeologia italiana, nella quale l’approfondimento
teorico è oggetto di dibattito solo in gruppi relativamente ristretti (cfr.
TEORICA, ARCHEOLOGIA). Molto lavoro è stato invece fatto sul campo, proprio
perseguendo, almeno nelle intenzioni se non sempre negli esiti, molti degli
obiettivi riconosciuti distintivi della storia della cultura materiale. Fra questi
l’indagine e la caratterizzazione dei fenomeni riconosciuti come ricorrenti,
di massa, infrastrutturali e di lunga durata; e tutto ciò mirando a
ricostruzioni storiche attente ai modi di produzione e ai rapporti sociali
anziché alle periodizzazioni caratteristiche della storia ‘evenemenziale’.
Schierandosi, la storia della cultura materiale mira alla ricostruzione
storica di come sono andate le cose dal punto di vista di chi le ha vissute
senza poterle tramandare ai posteri se non, inconsapevolmente, con i propri
resti materiali. In quest’accezione, storia della cultura materiale è quindi
ricerca relativa alle condizioni di vita della maggioranza della popolazione,
non limitata a singoli fatti, attenta alle infrastrutture e, ovviamente, basata
sullo studio di oggetti concreti.
Relativamente alla distinzione fra fenomeni di lunga durata, congiunture
di periodo e avvenimenti di breve durata, nonostante l’accento posto negli
studi di storia della cultura materiale sulla maggiore importanza dei primi,
con il tempo si è notato che essi sono spesso il frutto di continue
rinegoziazioni e trasformazioni della medesima tradizione culturale, al fine
di assicurarne la perpetuazione. L’archeologia di scavo, del resto,
ricostruisce nell’ordine sequenze di attività, fasi e periodi che, oltre a
evidenziare il rischio del considerare di lunga durata quanto potrebbe essere
relativo a un episodio privo di significative conseguenze, segnalano anche
l’importanza di fatti particolari comunque utili alla comprensione del
quadro generale. Similmente, lo studio delle masse popolari e dei senza
storia, per il quale i reperti archeologici sono spesso l’unica fonte
organizzabile in ampie seriazioni, non può che essere arricchito dal
confronto fra le produzioni d’uso comune e le coeve produzioni eccezionali
o di élite, contrapponendo il necessario e l’ordinario al superfluo e al
lussuoso.
Se lo studio delle produzioni, e in particolare modo dei fenomeni di lunga
durata e collettivi, costituisce certamente l’elemento caratterizzante la
maggior parte delle ricerche relative alla cultura materiale (rimanendone
tuttora lo zoccolo duro non solo dal punto di vista quantitativo), è però
evidente che in queste ricerche spesso si rischia di non prendere in
considerazione vari aspetti non materiali della cultura. Aspetti che, seppur
con difficoltà, sono indagabili con lo studio dei manufatti e sono importanti
trattandosi di valori, idee, rappresentazioni mentali, norme, credenze ecc.
Senza riprendere ormai vecchie polemiche relative alla contrapposizione,
di tipo qualitativo, fra materiale-spirituale, concreto-astratto, basso-alto, e
mantenendo invece viva la distinzione concettuale fra sovrastrutture e
infrastrutture, si può rilevare che un’eco delle stesse polemiche ha trovato
nuovi e originali argomenti dalla contrapposizione, anch’essa ormai datata e
in qualche modo in fase di superamento, fra le archeologie processuale – e
quindi la NEW ARCHAEOLOGY (cfr. ) – e POSTPROCESSUALE (cfr. ). Da questi sviluppi
della riflessione teorica, in realtà, si può forse utilmente accettare come base
di partenza condivisibile da tutti, ovvero come un paradigma comune, che le
associazioni di manufatti in uso in una qualsiasi società sono sempre
costituite anche in modo significante. Ciò significa che tali associazioni, e gli
stessi caratteri dei singoli manufatti nell’accezione più vasta del termine,
non dipendono semplicemente e solamente da costrizioni d’ordine materiale
e ambientale, ma a loro volta influenzano comportamenti e organizzazioni
sociali. La cultura materiale, insomma, non è un sottoprodotto del
comportamento, ma neppure, per reazione, si deve abolire completamente il
paradigma generale, ancor prima che processuale, che presuppone possibile
riconoscere i modi dell’operare umano sulla base dell’osservazione di resti
materiali caratteristici.
La cultura materiale, di ogni gruppo sociale, può essere ritenuta costituita
cumulativamente dall’insieme dei manufatti, dai comportamenti o pratiche
messe in atto per produrli, scambiarli, usarli, romperli, scartarli, dalle
attribuzioni di significato relative sia ai manufatti in quanto tali sia al loro
impiego. Ognuno di questi tre elementi costitutivi la cultura materiale è in
rapporto con i restanti due con modalità dipendenti dal CONTESTO (cfr. ) e
dalle reciproche storie (relative, per esempio, alla disponibilità di particolari
materiali, a determinate conoscenze e scelte tecniche, a cognizioni,
individuali o collettive, non tecniche o economiche).
Come parte costitutiva dei manufatti, dalla cui analisi ovviamente prende
le mosse ogni ricerca archeologica, la storia della cultura materiale deve
sempre considerare anche il sapere tecnico e la stessa capacità operazionale
di base indispensabile alla produzione e all’uso efficace (che è cosa diversa e
più limitata dell’abilità psicosomatica individuale che può raggiungere livelli
molto diversi da persona a persona). In effetti, di tali caratteri immateriali
sono spesso leggibili i segni nella qualità complessiva, oltre che nella forma,
data alla materia.
Nello studio dei significati che in passato possono essere stati attribuiti a
manufatti e comportamenti a essi collegati, gli studi di cultura materiale
necessariamente devono considerare il contesto e non il semplice oggetto.
Significati diversi possono difatti essersi avuti in situazioni che
materialmente appaiono almeno per certi versi come affini; le tombe senza
corredo possono, per esempio, indicare la povertà del defunto o essere un
tentativo per stabilire un’eguaglianza post mortem in società di vivi
organizzati in classi differenziate. In talune occasioni, l’insieme dei
manufatti prodotti dall’uomo è stato organizzato in gruppi ordinati, per
quanto possibile, sulla base di una crescente funzionalità e, di converso, di
una minore importanza come veicoli di comunicazione e relazione.
Nell’ordine, gli oggetti artistici, quelli destinati allo svago, gli ornamenti, le
alterazioni del territorio (campi, insediamenti ecc.), i prodotti delle arti
applicate, gli strumenti da lavoro. Evidentemente, e come sarebbe facile
dimostrare con molteplici esempi, l’archeologia è la disciplina che più di
ogni altra è in grado di acquisire dati, non solo materiali ma di relazione, su
ognuno di questi gruppi, ricorrendo a una pluralità di metodi e nelle più
svariate situazioni.
Per portare a compimento le proprie indagini, la storia della cultura
materiale, come prerequisito, deve padroneggiare quello che è stato definito
il vocabolario o la lingua; deve cioè essere in grado di riconoscere le
correlazioni possibili fra resti materiali e comportamenti. Il vocabolario
della cultura materiale dipende dalla conoscenza di varie leggi fisiche, dai
caratteri dei materiali, dalla fisiologia umana e in queste parti più generali
può essere noto a qualsiasi persona a seguito di personali esperienze extra-
archeologiche. Tali esperienze consentono, per esempio, di riconoscere la
funzione possibile di un oggetto fino a quel momento sconosciuto, soltanto
riconoscendone mentalmente le parti costitutive, l’idoneità dei materiali, le
possibilità di impugnatura. Altre parti del vocabolario della cultura
materiale, quelle più legate a determinate situazioni storiche e sociali, sono
invece dipendenti in maniera più stretta dal contesto e necessitano di
osservazioni mirate e talvolta, quando possibile, dell’aiuto di inchieste orali,
fonti scritte, sperimentazioni pratiche, analogie etnografiche.
Nel tentativo di riconoscere l’insieme degli elementi significativi per il
prosieguo della ricerca, il cosiddetto contesto, all’archeologo vengono
solitamente in soccorso i contributi di altre discipline scientifiche, storiche,
etnoantropologiche. E al riconoscimento della cultura materiale delle varie
società contribuiscono in modo particolare non solo l’archeologia e
l’etnografia, ma anche la storia economica e la storia delle tecniche.
L’archeologia deve però evitare di ricercare in queste discipline le
spiegazioni di ciò che registra, anche perché è più utile procedere per gradi,
il primo dei quali è certamente la critica delle proprie fonti ovvero il
riconoscimento dei comportamenti a partire dall’analisi dei manufatti
(operazione che, come minimo, comporta una crescita e un arricchimento
del vocabolario riconosciuto come caratteristico della cultura materiale del
gruppo sociale in corso di studio). Solo in seguito, come suggerito in recenti
lavori che sempre più numerosi vanno oltre il dibattito
processuale/postprocessuale, sarà possibile procedere rimodellando i propri
strumenti d’indagine per passare al riconoscimento delle cause e dei
significati emotivi, psicologici, ideologici, sociali.
La proposta, per il futuro, è quella di cercare di considerare la cultura
materiale come l’insieme disomogeneo costituitosi in ogni società dal
concorrere di elementi solo in parte distinti fra loro: l’equipaggiamento
materiale, il rapporto fra questo e gli uomini, i rapporti che s’instaurano fra
i medesimi relativamente alla sua fruizione. In altre parole, ciò che gli
uomini fanno (i manufatti), il modo in cui lo fanno (i comportamenti e le
pratiche), la considerazione e il senso di ciò che fanno (le cause e i
significati). Fra gli obiettivi delle ricerche non può, infatti, non esservi
quanto, facendo il lavoro di archeologo e quindi partendo dall’analisi dei
manufatti, è più difficile e più lontano; lo studio dei significati consente però
di risalire alla conoscenza del sistema d’intesa collettiva caratteristico di
ogni società. Quel sistema che permette immediatamente, a chi lo
padroneggia, di riconoscere il ricorrere di una festività guardando soltanto
gli abiti delle persone, lo status sociale dai caratteri dell’abitazione, un rito
dalla particolarità dei manufatti in uso. Da ciò, con un procedimento
retroattivo e ampliando ancora le osservazioni, si potrà infine verificare
come gli stessi intenti comunicativi e di significato possano avere
modificato le forme, i caratteri e la stessa vita degli oggetti (per esempio,
con l’accentuazione degli attributi distintivi del tipo per facilitarne il
riconoscimento o con un uso regolamentato in certi ambiti e situazioni). In
tale ricerca, relativamente soprattutto a strumenti di lavoro e modifiche
ambientali (anch’esse da ritenersi manufatti, essendo almeno dalla preistoria
conseguenza diretta o mediata dell’operare umano), non ultima rientra la
possibilità di cogliere quale poteva essere la percezione del presente e la
previsione delle trasformazioni future, soprattutto in quei settori delle
attività economiche legati alla gestione delle cosiddette risorse naturali.
Con ciò, perseguendo tre obiettivi distinti, ma strettamente connessi fra
loro, gli studi della cultura materiale possono evitare di scadere
nell’erudizione e coagulare davvero in un’unica ricostruzione storica i
contributi di tutte le fonti e non solo di quelle materiali (i reperti). La storia
della cultura materiale non è una semplice partizione dell’archeologia, e fra
l’una e l’altra il rapporto è descrivibile con la rappresentazione di due
insiemi distinti, ma con una parte in comune. Se con Flannery e con
l’humour impertinente caratteristico dei New archaeologists si può sostenere
che l’archeologia è la migliore attività possibile con le mutande indossate, di
quest’attività la parte migliore è proprio quella che guarda, ambiziosamente,
alla storia della cultura materiale e che per questo gode del migliore
avvenire scientifico.

AA.VV., Editoriale, in «Archeologia Medievale», I, 1974, pp. 7-9; AA. VV., Cinque
punti per un dibattito, in «Archeologia Medievale», II, 1975, pp. 7-9; AA.VV., Una
rifondazione dell’archeologia postclassica: la Storia della cultura materiale, in
«Archeologia Medievale», III, 1976, pp. 7-24; G. Angioni, Tecnica e sapere tecnico nel
lavoro preindustriale, in «La Ricerca folklorica», 9, 1984, pp. 61-69; Ph. Bruneau, P.Y.
Balut, Mémoires d’archéologie générale: Artistique et Archéologie, Paris 1997; R.
Bucaille, J.M. Pesez, Cultura materiale, in Enciclopedia Einaudi, IV, Torino 1978, pp.
271-305; A. Carandini, Archeologia e cultura materiale, Bari 19792; L. Gambi, I musei
della cultura materiale, in AA.VV., Campagna e industria, Milano 1981, pp. 192-227;
E. Giannichedda, La Storia della cultura materiale, in L’archeologia postmedievale:
l’esperienza europea e l’Italia, Sassari 1994 (in corso di stampa); I. Hodder, Leggere il
passato. Tendenze attuali dell’archeologia, Torino 1992; M.S. Mazzi, Civiltà, cultura o
vita materiale?, in «Archeologia Medievale», III, 1985, pp. 573-92; D. Moreno, M.
Quaini, Per una Storia della cultura materiale, in «Quaderni Storici», 31, 1976, pp. 5-
37; A. Palubicka, S. Tabaczynski, Cultura, società, ambiente naturale e loro correlati
archeologici, in G. Donato, H. Hensel, S. Tabaczynski (a cura di), Teoria e pratica
della ricerca archeologica I. Premesse metodologiche, Torino 1986, pp. 63-194; J.
Pazdur, Storia ed etnografia nell’esperienza di «Kwartalnik Historii Kultury
Materialnej» 1953-1974, in «Quaderni storici», 31, 1976, pp. 38-53; J.M. Pesez, Storia
della cultura materiale, in J. Le Goff (a cura di), La nuova storia, Milano 1990, pp.
167-205; J.D. Prown, Mind in Matter. An Introduction to Material Culture Theory and
Method, in «Winthertur Portfolio», 17, 1, 1982, pp. 1-19; S. Tabaczynski, Cultura e
culture nella problematica della ricerca archeologica, in «Archeologia Medievale», III,
1976, pp. 27-52.

ENRICO GIANNICHEDDA
D

Datazione, metodi di
La datazione di siti e oggetti è fondamentale per l’archeologo. Analisi
tipologiche e stratigrafiche consentono di ordinare i dati in sequenze e
classificazioni cronologiche relative (cfr. CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA;
CRONOLOGIA, PERIODIZZAZIONE). Nel caso di impossibilità di datare, o in
situazioni di incertezza, le datazioni possono essere stabilite o verificate con
metodi di laboratorio, grazie ai quali è possibile situare un fatto
archeologico o un oggetto nel tempo, arrivando in alcuni casi a datazioni
«assolute».
Tali metodi si basano sul fatto che in natura esistono diversi «orologi» e
che certi cambiamenti naturali (chimici e fisici) nei materiali sono misurabili
e possono portare a una datazione. Se la velocità/frequenza del
cambiamento è conosciuta, è possibile ricavare una datazione assoluta. Se
invece non è conosciuto il suo decorso temporale preciso, sarà possibile
stabilire datazioni relative.
Presupposto indispensabile per il funzionamento dei metodi di datazione
in laboratorio è che i cambiamenti che si vogliono sfruttare siano messi in
relazione con un’azione umana; inoltre che abbiano un’evoluzione nel corso
del tempo. Tutte le tecniche di datazione si basano sulla misurazione degli
effetti di un fenomeno fisico, chimico o biologico che è iniziato o finito in
un tempo zero, che è poi la grandezza da valutare.
I metodi a disposizione sono molti ed esiste un’ampia bibliografia
specializzata in materia, in continuo aggiornamento, cui si rimanda per i
dati tecnici e per la metodica analitica. In questa sede si citeranno per
sommi capi alcuni tra i metodi di datazione più richiesti e utilizzati dagli
archeologi dell’età storica, tra cui la termoluminescenza,
l’archeomagnetismo, il radiocarbonio e la dendrocronologia, con l’intento di
dare una prima informazione generale a studenti e studiosi di formazione
umanistica.
Nella scelta di un metodo vanno valutate caratteristiche e potenzialità: il
tipo di materiale da datare, la quantità necessaria di campione, la portata
temporale e la precisione delle datazioni. L’elencazione che segue raggruppa
in modo schematico i metodi di datazione a disposizione.
Accanto ai principali metodi di datazione ne esistono molti altri con
ambiti di applicazione circoscritti, adottati quando i metodi più diffusi –
come per esempio il radiocarbonio – per vari motivi siano inutilizzabili.
Confrontando alcuni testi di riferimento si noterà che non sempre esiste
unanimità a proposito della portata temporale e della stima dell’errore di
ciascun metodo; ciò può dipendere dal fatto che si tratta di metodi in
continuo perfezionamento o dal fatto che le ricerche sono state compiute in
laboratori differenti.
Metodi di datazione attraverso la radioattività naturale.
Alcuni dei più importanti metodi di datazione sfruttano il decadimento
radioattivo e la misurazione degli effetti della radioattività naturale. Ogni
nucleo radioattivo ha una vita media precisa e la misura della variazione
della concentrazione di un certo tipo di nuclei radioattivi permette di
determinare il tempo trascorso. Sono compresi in questo gruppo quei
metodi che consentono di misurare l’età di un campione, determinando la
quantità di isotopi che si sono formati in seguito a reazioni nucleari causate
da fenomeni naturali. Un elemento formato in uno stato nuclearmente
instabile (genitore) decade a elementi stabili (figli) con emissione di
particelle. Per la determinazione radioisotopica nel campo della datazione si
utilizzano tecniche radiometriche e spettrometria di massa mediante
accelerazione di particelle (Ams). Misurando la radioattività (cioè il numero
di particelle emesse) o la concentrazione di radionuclidi, si può determinare
il tempo trascorso.
Radiocarbonio. È il metodo archeometrico di datazione più conosciuto,
che ha ampliato in maniera fondamentale le possibilità degli archeologi di
stabilire cronologie. È applicabile ai materiali contenenti carbonio (carbone
di legna, legno, resti vegetali umani e animali, conchiglie, paglia, semi) e
può essere impiegato in qualsiasi condizione climatica. È stato elaborato nel
1946 da W.F. Libby, che ha ottenuto il premio Nobel nel 1960.
La tecnica si basa sulla misura della concentrazione di C14 (radiocarbonio)
in un reperto e il calcolo dell’età avviene confrontando questa
concentrazione con quella del campione al momento della sua formazione,
in rapporto al C esistente nella CO2 dell’atmosfera. Va naturalmente tenuto
presente che le materie carboniose possono essere state inquinate da
composti di carbonio di formazione secondaria, che vanno eliminati prima
di procedere all’analisi.
La datazione possibile arriva oggi fino a 50.000/60.000 anni (con l’aiuto
della spettrometria di massa con acceleratore). Le datazioni relative agli
ultimi 300/400 anni sono però imprecise a causa di variazioni dovute alla
debole concentrazione del C14.
La datazione si basa sulla determinazione della quantità dell’isotopo del
carbonio 14, in cui il numero 14 indica il numero di massa. In natura l’atomo
carbonio è presente nell’atmosfera come anidride carbonica (CO2). Il C14 è
un isotopo instabile radioattivo che si forma nello strato superiore
dell’atmosfera in seguito alla reazione nucleare tra neutroni (provenienti da
emissioni cosmiche) e gli atomi di azoto (N). Appena formato si disperde
nell’atmosfera ed entra in equilibrio con il ciclo naturale, venendo in parte
assorbito dagli oceani, in parte dalla biosfera e dagli esseri viventi. Questi
ultimi durante il loro ciclo di vita mantengono la quantità di C14 in rapporto
fisso, ma appena sopraggiunge la morte si interrompe il ciclo di scambio e
gli organismi rimangono con la quantità di C14 presente al momento della
morte. Da quel momento la concentrazione di C14 comincia a diminuire per
decadimento con progressione conosciuta. Quindi per determinare l’età
deve essere misurata l’attuale concentrazione di C14, poiché la
concentrazione iniziale è conosciuta.
Il metodo ha avuto molto successo e un grande seguito. Sono state però
registrate alcune imprecisioni dovute a variazioni del C14 nell’atmosfera;
inizialmente si pensava, infatti, che la concentrazione di C14 fosse rimasta
inalterata nell’atmosfera, mentre alcuni studi hanno dimostrato che essa ha
subito variazioni nel corso del tempo. La correzione di tali errori è venuta
dalla dendrocronologia, utilizzata, oltre che come metodo di datazione a se
stante, anche per calibrare le datazioni ottenute con il C14 (gli alberi, infatti,
grazie all’utilizzo di tale metodo, hanno rivelato periodiche oscillazioni della
concentrazione di C14 nell’atmosfera).
Le potenzialità di questo metodo sono aumentate oltre che per effetto
della calibrazione, anche grazie all’utilizzo di nuove tecniche di misurazione
e, in particolare, della spettrometria di massa con acceleratore (Ams), che ha
consentito un aumento della sensibilità. Tale tecnica, infatti, consente di
eseguire misurazioni anche se si dispone solo di qualche milligrammo di
carbonio, grazie all’utilizzo di un acceleratore di particelle.
Potassio-argo (K-Ar). Si tratta di un metodo basato sul decadimento
radioattivo, utilizzato soprattutto in geologia e in antropologia più che in
archeologia, a causa della portata temporale delle datazioni consentite. È
spesso impiegato per datare rocce eruttive la cui età superi i 100.000 anni,
ma i metodi attuali consentono misure precise anche per l’epoca romana e
medievale, a condizione che ci si trovi in zone vulcaniche. La datazione
riguarda in realtà alcuni minerali rocciosi, come la biotite e l’orneblenda, e
può essere utilizzata dagli archeologi solo quando i siti da datare sono in
relazione a strati di roccia eruttiva, per esempio quando resti di ominidi
vengono recuperati in strati geologici di origine vulcanica.
Serie dell’uranio, torio, piombo. Il metodo si basa sul decadimento
radioattivo dell’uranio in piombo. L’uranio (U) ha due isotopi radioattivi,
U235 e U238; la loro disintegrazione produce due isotopi radioattivi del torio
dando luogo a «discendenti» instabili. In definitiva, per una catena di
disintegrazione dell’uranio per radioattività, si ottiene del piombo. L’uranio
presente nelle rocce e nei suoli entra in contatto con le acque che circolano
nella terra e che contengono di conseguenza tracce di uranio, ma poco torio,
meno solubile. Si trovano tracce di uranio anche nelle stalagmiti (formazioni
di tipo calcareo) oppure nelle conchiglie o nelle ossa e nei denti di essere
viventi (uomini e animali), i cui cadaveri sono rimasti per lunghi periodi di
tempo sotto terra. Quando un minerale si forma (per esempio, nelle
stalagmiti o nelle ossa), racchiude una quantità importante di uranio,
mentre sono assenti inizialmente i suoi discendenti, che vanno via via
accumulandosi nel tempo. La datazione del campione avviene confrontando
la radioattività dell’uranio e quella dei suoi discendenti.
Il metodo copre il periodo che va da 500.0000 a 50.000 anni fa, superando
quindi la portata temporale del radiocarbonio. Sostituisce, inoltre, il metodo
del potassio-argo, utilizzabile solo in presenza di rocce vulcaniche. È stato
impiegato per datare siti archeologici partendo dai resti di conchiglie o da
concrezioni e depositi calcarei; un utilizzo particolare riguarda le stalagmiti
formatesi in caverne preistoriche. Ha dato talora problemi nella datazione
delle ossa fossili, a causa della mobilità chimica dell’uranio in tali reperti.
Tracce di fissione. Il metodo, che sfrutta il principio della fissione naturale
dell’isotopo dell’uranio, viene utilizzato per la datazione di campioni
geologici molto antichi (in genere risalenti a oltre 300.000 anni fa, ma con i
metodi attuali anche fino a 1.000 anni fa), vetro di origine vulcanica
(ossidiana), vetro lavorato e minerali, ma è stato usato per datare anche
invetriature di ceramica molto più recenti. Può essere impiegato anche per
la datazione della ceramica attraverso la misurazione delle tracce in minerali
ricchi in uranio, come apatite, zirconio, titanite; in questo caso è però
necessario avere a disposizione una certa quantità di materiale per
recuperare i minerali necessari. Nel caso in cui si vogliano datare materiali
recenti è consigliabile optare per altri metodi usati più comunemente e più
rapidi (nel caso della ceramica, per esempio, la termoluminescenza).
Termoluminescenza (TL). È un metodo molto diffuso per la datazione della
ceramica e di certi minerali sottoposti a riscaldamento prolungato (forni
ceramici, ceramiche, selci bruciate, terre di fusione contenute nei bronzi).
Un ulteriore utilizzo riguarda la verifica dell’autenticità di manufatti
ceramici.
Ogni corpo che viene riscaldato comincia da una certa temperatura a
emettere luce visibile. Certi minerali sottoposti al calore emettono una luce
che viene definita termoluminescenza e che deriva dall’emissione di energia
accumulata per effetto della radioattività naturale del materiale.
Le datazioni ottenute con la termoluminescenza – come quelle ottenute
con le tracce di fissione e l’archeomagnetismo –, pur sfruttando misure
differenti, misurano tutte e tre il tempo trascorso dopo che il manufatto è
stato sottoposto a forte riscaldamento (500 °C ca.).
L’elemento centrale di tutto il processo è dunque il riscaldamento cui
sono stati sottoposti i minerali che compongono l’oggetto durante la cottura
o per l’esposizione al fuoco o a un incendio. L’orologio della
termoluminescenza si azzera quando il manufatto viene cotto la prima volta
e da quel momento la termoluminescenza si accumula nuovamente, fino al
momento in cui il campione viene nuovamente riscaldato in laboratorio.
Con questo riscaldamento a 400/500 °C si ristabiliscono le condizioni
originarie, con l’emissione di una radiazione luminosa proporzionale al
tempo trascorso dopo l’ultimo riscaldamento e alla quantità di radiazioni
totali cui il campione è stato sottoposto. La quantità di termoluminescenza
osservata è quindi un indicatore sia dell’età dell’oggetto che
dell’irraggiamento cui esso è stato sottoposto.
Misurando la quantità di termoluminescenza emessa si può calcolare il
tempo trascorso dalla prima cottura del pezzo, secondo l’equazione – in
forma semplificata –
t = DA/Da
In tale equazione t indica il tempo trascorso dall’episodio marcatore, e
cioè la prima cottura, DA indica la dose archeologica di energia globale
accumulatasi dalla prima cottura, Da la dose annuale di energia.
Le datazioni tramite termoluminescenza si riferiscono all’ultima cottura
dell’oggetto, circostanza che va tenuta presente, soprattutto se il sito o la
struttura indagata ha subito incendi, in età antica o recente.
Poiché l’intensità dei minerali è piuttosto debole, sono necessari
apparecchi di misurazione molto sensibili. La datazione con il metodo della
termoluminescenza si presta particolarmente per ceramiche grossolane,
soprattutto quelle che contengano quarzo.
La datazione consentita è compresa tra 300 e 50.000 anni; per quanto
riguarda la ceramica, il periodo databile è compreso tra 100 e 30.000 anni. Il
margine di errore si aggira tra il 5 e il 10 per cento.
Risonanza di spin elettronico (Esr). Con questo metodo recente, il cui
principio è simile a quello della termoluminescenza, si datano ossa, denti,
conchiglie e sedimenti calcarei. Come per la termoluminescenza, la dose
naturale di radiazioni naturali viene messa in rapporto con una dose di
radiazioni artificiali e da tale confronto è possibile ricavare la data. A
differenza della termoluminescenza, la misura su ciascun campione può
essere ripetuta più volte e si basa sulla misurazione degli elettroni contenuti
nel campione, senza che se ne renda necessario il riscaldamento. Un
ulteriore vantaggio, oltre alla piccola quantità di campione necessario, è
dato dal fatto che la misurazione non disturba la grandezza misurata.
Metodo di datazione archeomagnetica.
Le datazioni archeomagnetiche e i metodi chimici consentono una
datazione relativa. Le misurazioni delle direzioni del campo magnetico delle
epoche del passato consentono di arrivare a una datazione solo quando
esistano già valori di riferimento, e in particolare quando si conosca la
variazione del campo magnetico nella zona che si vuole studiare.
Archeomagnetismo. È un metodo di datazione che può essere applicato ad
argilla cotta, quindi a ceramiche di varia natura, oppure a strutture
pertinenti a forni o costruzioni che abbiano subito incendi o che siano state
sottoposte a un calore molto forte. L’archeomagnetismo si basa
sull’esistenza del campo magnetico terrestre (Cmt), che varia nel tempo
(fenomeno geofisico), e sul fatto che i minerali magnetici presenti in argille
riscaldate a più di 700 °C, raffreddandosi, acquistano una debole
magnetizzazione permanente (fenomeno fisico-chimico), orientata nella
stessa inclinazione del campo magnetico terrestre. La magnetizzazione
acquisita implica cioè una memorizzazione del Cmt esistente nel momento
della prima cottura. Forni e strutture, in modo particolare, non avendo
subito spostamenti, sono quindi in grado di fornire indicazioni precise circa
l’orientamento del Cmt quando vengono sottoposti a una temperatura
superiore ai 700 °C. Se la variazione del Cmt nella zona di ritrovamento è
ben conosciuta si può risalire all’epoca della struttura. Un problema è
costituito dal fatto che il Cmt varia in modo non prevedibile (per intensità,
direzione e verso). Nel corso del tempo si sono comunque verificati
rovesciamenti geomagnetici che possono fornire appigli cronologici
importanti. L’archeomagnetismo è in sostanza un metodo valido e preciso se
si conosce bene la variazione del Cmt nella zona indagata.
Metodi di datazione basata sui cicli annuali.
Dendrocronologia. Il metodo, che si basa sullo studio del numero e della
qualità degli anelli di accrescimento annuale del legno, consente una
datazione molto precisa di oggetti o elementi strutturali in legno pertinenti
a un contesto. Per ragioni di sicurezza si datano spesso più oggetti o
elementi strutturali, che si pensa siano più o meno contemporanei. Dal
legno viene prelevata una carota di materiale e su di essa viene effettuata la
misurazione in sequenza degli anelli, lungo un’asse radiale che parte dal
centro verso la scorza. L’ultimo anello sotto la scorza è quello che si è
formato nel periodo precedente la morte dell’albero ed è quindi quello che
dà la data del suo abbattimento. La data che si ottiene con la
dendrocronologia è di conseguenza una data post quem. Va però tenuto
presente che la data di abbattimento non sempre coincide con quella di
utilizzo del legname, poiché in alcuni casi il legno da falegnameria viene
lasciato per un certo periodo a stagionare.
Un problema può insorgere nel caso di alberi consunti e rovinati, che
hanno causato la sparizione degli strati esterni. Inoltre, il metodo può essere
applicato solo agli alberi delle regioni non tropicali, poiché nelle regioni
tropicali gli anelli non sempre sono definiti con chiarezza.
La datazione viene calcolata effettuando un confronto tra i legni da datare
e alcuni campioni-tipo scelti e organizzati secondo settori geoclimatici. La
datazione dei reperti comporta, infatti, una curva di taratura, i cui valori
dipendono da zone climatiche diverse (Nord Europa, Mediterraneo) e
specialmente da essenze diverse, poiché il confronto avviene tra legni della
stessa specie, per molte delle quali disponiamo di una sequenza
dendrocronologia precisa.
La dendrocronologia è utilizzata come metodo indipendente di datazione,
ma – come si è detto – può essere anche usata per calibrare e correggere le
date ottenute con il metodo del radiocarbonio.
Metodi di datazione basati su cambiamenti chimici.
In taluni oggetti si sono notate modificazioni chimiche, che avanzano
lentamente nel tempo; esse sono state quindi studiate per sapere se
potessero essere datanti. I metodi chimici per lo studio delle datazioni
prendono spunto dal fatto che la conoscenza di procedimenti chimici
consente di prevedere i singoli cambiamenti e le reazioni quantitative nel
loro decorso temporale, a condizione che tutti i parametri che prendono
parte a tali reazioni chimiche siano conosciuti. Le reazioni chimiche, spesso
piuttosto complesse, non sono state ancora sufficientemente indagate;
impiegando tali metodi, esiste quindi il rischio di arrivare a datazioni
sbagliate o poco precise. Volendo utilizzare i metodi chimici, va inoltre
tenuto presente che la temperatura e l’acidità del terreno in cui l’oggetto è
rimasto sono fattori determinanti.
Fluoro, uranio e azoto (Fun-test). Fino a qualche tempo fa una datazione
assoluta delle ossa non era possibile con i metodi classici di datazione (serie
dell’uranio, C14, termoluminescenza), poiché erano necessarie quantità
abbastanza ingenti di materiale, spesso difficilmente disponibili.
L’introduzione di nuove tecniche di misurazione, come l’acceleratore di
massa, che rende sufficiente una modesta quantità di materiale, sta
modificando le potenzialità di tali metodi anche per la datazione delle ossa.
Fino a ora per queste datazioni è stato adottato il metodo detto Funtest, che
consente la datazione di reperti rinvenuti in uno stesso deposito
stratigrafico, per sapere se abbiano la stessa età. Poiché il metodo è
strettamente collegato a fattori ambientali, come il tipo di terreno o la
temperatura, non è possibile, infatti, comparare ossa rinvenute in siti
diversi. La datazione avviene misurando la concentrazione di fluoro, uranio
e azoto nei reperti. Le ossa «fresche» sono composte anche di materia
organica; una parte di tale materia è costituita da azoto, che tende a
diminuire dopo la deposizione. Di conseguenza, una quantità di azoto più
bassa è indice di una datazione più antica. Anche il fluoro e l’uranio giocano
un ruolo importante per la datazione dell’osso: essi si trovano, infatti, nelle
acque che circolano nella terra e vengono assorbiti gradatamente dalle ossa.
Tanto più sono antiche, tanto maggiori saranno i valori di uranio e azoto, e
la loro misurazione consentirà di risalire all’età. La datazione che si ottiene
con il metodo fluoro, uranio, azoto è una datazione relativa, in quanto
l’aumento e la diminuzione delle percentuali di tali elementi nell’ambiente
possono essere influenzati in modo determinante da fattori locali. Per
questo motivo è complesso confrontare le età di reperti di siti diversi. La
datazione consentita è compresa tra 10.000 e un milione di anni fa.
Racemizzazione degli amminoacidi. Si tratta di un metodo di datazione
messo a punto a metà degli anni Settanta, per datare ossa (umane e animali),
denti, conchiglie fossili, fossili. Certi amminoacidi contenuti nelle ossa
hanno due tipi simmetrici di struttura molecolare (forma L, levogira, e
forma D, destrogira). Durante la vita organica esiste un equilibrio tra le due
forme, mentre dal momento della morte le forme destrogire tendono a
trasformarsi in levogire (racemizzazione) e il rapporto L/D cresce con il
passare del tempo. Questo rapporto può essere determinato in laboratorio
con misurazioni ottiche. Il metodo, la cui portata temporale è maggiore di
quella del radiocarbonio, è utilizzato soprattutto per quei materiali la cui
datazione arriva fino a 100.000 anni fa. Possono influire sulle datazioni la
temperatura e le condizioni paleotermiche di un sito.
Idratazione dell’ossidiana. L’ossidiana è un vetro naturale formatosi
durante le eruzioni vulcaniche, utilizzato per fabbricare utensili preistorici.
Per la sua datazione si ricorre al metodo dell’idratazione, che consiste nel
misurare lo strato idratato che si forma nelle fratture, in seguito
all’interramento dell’oggetto. In questa fase, l’acqua dell’ambiente, in cui il
manufatto in ossidiana è interrato, viene assorbita e forma uno strato
misurabile al microscopio.
Alcuni problemi sono causati dal fatto che esistono diverse velocità di
accrescimento dello strato di idratazione, a seconda dell’origine delle
ossidiane (e quindi a seconda della loro composizione chimica) e a seconda
della temperatura dell’ambiente circostante. Il metodo può essere utilizzato
come datazione assoluta solo in qualche caso particolare, se calibrato con
una sequenza cronologica definita, in uno stesso ambito e con gli stessi
materiali. Le datazioni consentite investono in modo particolare gli ultimi
10.000 anni.
Varve. Il termine svedese «varv» significa deposito e indica lo strato di
sedimento che si forma annualmente per il ritiro dei ghiacciai nei laghi
temporanei. Gli strati variano di anno in anno a seconda del clima e
possono, tramite misurazioni e confronti, essere messi in sequenza,
costituendo uno strumento di datazione.

AA.VV., Dendrocronologia: principi e applicazioni, Verona 1986; M.J. Aitken,


Thermoluminescence Dating, London 1984; Id., Science-based Dating in Archaeology,
London-New York 1990; C. Arias, L’archeomagnetismo, in Archeologia e restauro dei
monumenti (Pontignano 1987), a cura di R. Francovich e R. Parenti, Firenze 1988, pp.
455-76; S.G.E. Bowman, Radiocarbon Dating, London 1990; L. Castelletti,
Dendrocronologia, in Archeologia e restauro dei monumenti, cit., pp. 421-54; S.
Fleming, Dating in Archaeology: A Guide to Scientific Techniques, London 1976; U.
Leute, Archeometria, Roma 1993; M. Martini, E. Sibilia, G. Spinolo, Fisica e
archeologia: la datazione di ceramiche con la termoluminescenza, in «Notiziario
dell’Enea – Energia e Innovazione», 31, 1985, pp. 32-39; G.A. Wagner, M.J. Aitken,
V. Mejdahl, Thermoluminescence Dating, Strasbourg 1983.

GLORIA OLCESE
Degrado

Il termine viene usato per indicare il naturale e irreversibile processo di


evoluzione continua della materia in sostanze più semplici e stabili. Per
degrado dei materiali, siano essi di origine minerale, vegetale, animale o
sintetica, si indica dunque il verificarsi di alterazioni e trasformazioni, intese
come perdita di qualità o di proprietà fisico-chimiche, quale effetto delle
interazioni spontanee dei materiali con gli agenti caratterizzanti l’ambiente
in cui essi si trovano.
Degrado e beni archeologici. Tutti gli indici materiali di una presenza
umana sono, direttamente o indirettamente, testimonianze archeologiche;
essi sono costituiti, nella loro realtà materica, dall’effetto delle numerose e
complicate relazioni che si sono stabilite nel corso della loro «storia» fra
materiali costitutivi e agenti presenti negli ambienti in cui quegli «oggetti»
si sono venuti a trovare al momento della loro fabbricazione, durante il loro
uso, al momento del loro abbandono, durante il periodo di abbandono, al
momento del loro ritrovamento, durante lo scavo, nelle fasi di studio e
documentazione e nelle fasi seguenti di musealizzazione. Si tratta dunque di
un complesso sistema di interazioni in continua evoluzione fra materiali e
agenti e si può almeno ipotizzare che un oggetto in uno stato di
CONSERVAZIONE (cfr. ) del 100 per cento si potrebbe trasformare nel corso del
tempo fino a scomparire quando il degrado avesse a sua volta raggiunto il
100 per cento.
Il degrado che si è verificato su di un bene archeologico fino al momento
della sua scoperta testimonia quindi la somma delle vicende che hanno
investito quel bene fino a quel momento. Si tratta, dunque, di un
«documento» unico, portatore di numerose informazioni, che devono essere
decifrate e che rischiano di essere irrimediabilmente alterate o perdute a
causa di modificazioni dell’ambiente e/o di interventi umani inadeguati.
Gli indici materiali e i beni mobili presenti nei siti archeologici sono
costituiti da tutti i materiali esistenti in natura: materiali inorganici di
origine minerale (lapidei, ceramici, vitrei, metallici, pigmenti, malte) e
organici di origine vegetale e animale (legno, fibre vegetali, resine, cere, oli,
osso, avorio, corno, cuoio, tessuti ecc.). I materiali inorganici sono, in
genere, più resistenti al degrado di quelli organici.
Ciononostante, anche il degrado dei beni immobili (edifici, monumenti,
tombe ecc.) può divenire catastrofico a causa di dissesti statici. Le murature
sono costituite in genere dalla sovrapposizione di elementi lapidei o laterizi
di varia resistenza posti in opera con malte e rivestimenti la cui resistenza al
degrado è assai inferiore. Ne risulta che il degrado delle murature è spesso
legato alle caratteristiche delle malte, la cui disgregazione facilita crolli
parziali o totali; nel caso dei muri a secco, il dissesto è legato alla
distribuzione più o meno uniforme delle sollecitazioni meccaniche sui vari
elementi; nel caso di murature in terra, il dissesto è accompagnato dal
rapido e totale degrado del materiale costitutivo la struttura. Infine, nelle
costruzioni in legno, come accade anche per altri materiali organici, si
verificano in genere processi di degrado assai veloci che portano alla totale
decomposizione del materiale; solo in situazioni molto particolari (per
esempio, in terreni molto asciutti o saturi d’acqua o a temperature molto
basse) il degrado del legno può risultare invece limitato fino alla
preservazione della sua forma.
Alle strutture sono poi spesso associati elementi decorativi realizzati con
gli stessi materiali del costruito o con altri materiali applicati quali intonaci,
dipinti murali o stucchi, pavimentazioni di vario tipo o mosaici. Il degrado è
quindi legato, oltre che alla natura dei materiali usati e alle tecniche di
fabbricazione, anche al dissesto della struttura.
Lo studio dei beni archeologici e del loro degrado è oggi facilitato e
arricchito sia dalle conoscenze apportate da numerose scienze sia dalle
ulteriori informazioni acquisibili grazie all’uso di sofisticate tecnologie e alla
realizzazione di indagini scientifiche dirette sui materiali costitutivi (cfr.
ARCHEOMETRIA).
Agenti e modi d’azione del degrado nell’ambiente aerobico, terrestre e
acquatico. Quando il bene viene abbandonato, esso si troverà spesso (subito
o dopo un certo tempo) in nuovi ambienti, terrestri o acquatici. Questi sono
caratterizzati dalla presenza di vari «agenti», in quantità e con andamento
delle variazioni stagionali e quotidiane ben diverse da quelle dell’atmosfera.
Diverse sono le condizioni fisiche, meccaniche e termiche: pressioni
generate dal terreno, dall’acqua o dai loro movimenti, assenza di luce,
temperature più costanti ma a volte con valori più estremi che possono
inibire o favorire le reazioni chimiche, provocare il congelamento dell’acqua
(con un aumento di volume che provocherà nuove pressioni) o influenzare
la sua evaporazione.
Diverse sono anche le condizioni chimiche: ridotta quantità di ossigeno,
presenza di altri gas che dissolvendosi nell’acqua danno origine ad acidi o
basi, presenza o assenza o variabilità di acqua, presenza di particolato solido
(sali poco solubili di composizione chimica e dimensioni diverse, per lo più
silicati e carbonati di calcio associati a composti diversi), presenza di sali
altamente solubili in acqua (nitrati, cloruri, solfati ecc.): tutti fattori che
influenzano il determinarsi del pH (concentrazione degli ioni idrogeno
presenti) e del potenziale di ossidoriduzione dell’ambiente (EH). È
importante notare come nel terreno la formazione del pH sia fortemente
legata alla sua natura, alla sua porosità e alla presenza di acqua in
movimento o in quantità minime. Ogni materiale si conserva meglio a un
dato pH: molti a pH neutro, ma alcuni materiali necessitano di ambienti
acidi o alcalini. Le condizioni fisico-chimiche del sistema determinano
reazioni chimiche di idrolisi, ossidazione, riduzione, carbonatazione,
sulfurazione, fosfatazione ecc. dei materiali presenti e l’eventuale
solubilizzazione e riprecipitazione dei sali meno solubili all’interno o sulle
superfici dei materiali (incrostazioni silicee e carbonatiche).
Infine, le diverse condizioni fisiche e chimiche determinano diverse
condizioni biologiche: microrganismi (alghe, funghi, licheni, batteri), insetti,
animali e vegetazione che potranno a loro volta modificare le condizioni
fisico-chimiche dell’ambiente. Potranno interagire in modo fisico e/o
chimico direttamente con i materiali idonei come ambiente di riproduzione
e come nutrimento (aderendo alle superfici o infiltrandosi nei materiali) o
anche rilasciare sostanze chimiche, sia durante la loro vita, sia come effetto
della loro decomposizione. È da sottolineare che, se la maggior parte degli
organismi si sviluppano in ambienti aerobici, alcuni, come per esempio i
solfobatteri, proliferano in ambienti anaerobici. Inoltre, soprattutto in
ambiente marino, la colonizzazione dei materiali da parte di organismi potrà
favorire la formazione di incrostazioni assai dure e spesse.
In questi nuovi «sistemi complessi» i materiali avranno la tendenza a
raggiungere un nuovo stato di equilibrio stabile. Immaginando che le
condizioni siano abbastanza costanti, il degrado diminuirà progressivamente
ed eventualmente si fermerà quando sarà raggiunto tale equilibrio.
Si tratti di uno scavo terrestre o acquatico, il passaggio del bene
nell’ambiente aerobico comporta una nuova e improvvisa variazione delle
condizioni ambientali. Aumento della luce (che può provocare reazioni di
foto-ossidazione), variazione della temperatura e delle sollecitazioni
meccaniche sono gli agenti fisici più rilevanti nel riattivare il degrado. Essi
determinano, infatti, i movimenti e l’eventuale evaporazione del vapore
d’acqua o dell’acqua presenti, permettendo anche il movimento e infine la
cristallizzazione dei sali disciolti che, solidificandosi, aumentano di volume e
causano violente pressioni e tensioni nei pori dei materiali. I sali, inoltre,
essendo estremamente igroscopici, al variare dell’umidità atmosferica
assorbono nuovamente acqua, instaurando così un ciclo continuo di
sollecitazioni meccaniche dall’interno del materiale verso la sua superficie.
Un forte degrado si può produrre quando si preleva il bene e questo viene a
essere privato del supporto offerto dalla terra e/o dall’acqua.
Gli agenti chimici più significativi nell’ambiente aereo saranno l’aumento
dell’ossigeno, i gas inquinanti eventualmente presenti nell’atmosfera
(anidride solforosa, anidride carbonica, ossidi di azoto, ammoniaca, ozono
ecc.) e le variazioni igrometriche: essi attivano infatti reazioni dirette fisiche
e chimiche con i materiali o danno origine ad acidi o basi che attivano
ulteriori reazioni chimiche.
Le nuove condizioni fisico-chimiche sono infine favorevoli all’attivazione
degli agenti biologici: proliferazione di microrganismi, insetti, vegetazione,
animali capaci di azione meccanica e chimica. Fra questi ultimi non vanno
sottovalutate le azioni di degrado causate dall’attività antropica in modo sia
diretto sia indiretto (furto, atti di vandalismo, turismo di massa, interventi di
conservazione e restauro inadeguati, movimentazione dei beni ecc.).
I nuovi processi di degrado possono portare, in casi estremi, alla perdita
totale di oggetti in tempi anche brevissimi; comunque si verificheranno
rapide trasformazioni che possono impedire definitivamente un’adeguata
attribuzione di significato al bene.
La conoscenza preventiva dell’ambiente di scavo (conoscenza storico-
culturale, climatica, idrogeologica e caratterizzazione fisico-chimico-
biologica del contesto terrestre o acquatico) e la previsione dei beni che si
potranno ritrovare permettono allo specialista di ipotizzare il tipo di
degrado che si può essere verificato sui materiali e di pianificare adeguate
strategie di conservazione sullo SCAVO (cfr. ) atte a impedire o almeno
minimizzare l’ulteriore degrado dei beni.
Dal momento del ritrovamento, i tipi e i tempi del degrado potranno
dunque essere previsti, arrestati o, più realisticamente, rallentati dall’uomo
ricorrendo a interventi indiretti sul sito o nel microambiente circostante i
beni e/o a interventi diretti sul bene con adeguati trattamenti di
stabilizzazione o consolidamento. Poiché gli interventi diretti sui materiali
possono anch’essi compromettere l’esistenza di alcune informazioni,
quando possibile, si preferiscono semplici interventi meccanici e, se si è
costretti a usare prodotti chimici, si conservano dei campioni di materiali
non trattati. Si deve, inoltre, sempre valutare come eventuali materiali
introdotti possano compromettere ulteriori interventi conservativi, se si
degraderanno, e come il loro degrado potrà interagire con i materiali
costitutivi il bene. Si ricorre dunque all’insieme delle conoscenze che
portano alla definizione delle adeguate strategie di conservazione sullo
scavo del patrimonio archeologico.
Effetti sui materiali inorganici. Laddove presenti, i materiali inorganici,
tutti composti silicei tranne i metalli, sono stati da sempre preferiti ai
materiali organici perché si degradano in tempi assai più lunghi: si tratta
per lo più di materiali rigidi, non sensibili alla luce che, anche se riscaldati,
in genere non bruciano e assai di rado costituiscono nutrimento per i
microrganismi. Essi vengono opportunamente trasformati dall’uomo per
assumere caratteristiche di lavorabilità, di resistenza al degrado ecc. e,
proprio perché meno reattivi al degrado, costituiscono la maggioranza dei
beni immobili e mobili.
I materiali inorganici a base silicea, formati da diverse quantità di silice e
da vari altri composti (calcarei, feldspati, ossidi e idrossidi di ferro, sabbia,
mica ecc.), sono caratterizzati da diverse strutture fisico-chimiche. I
materiali lapidei sono materie prime lavorate per lo più a freddo; i dipinti
murali si ottengono grazie al contatto con l’aria per carbonatazione della
calce spenta che forma (con le cariche inerti e i pigmenti eventualmente
presenti) una struttura cristallina rigida; le ceramiche e il vetro sono invece
ottenuti grazie a trasformazioni fisico-chimiche delle materie prime
attraverso l’uso del calore (cfr. CERAMICA).
Malgrado le loro diversità questi materiali hanno la caratteristica di
essere tutti sufficientemente porosi e igroscopici da subire i tipi di degrado
fisico e chimico provocati dall’acqua e dai sali in essa disciolti: gli effetti
fisici sono abrasioni, erosioni e anche un notevole aumento della porosità
(alcune componenti possono essere dissolte) e della fragilità, che facilita la
formazione di microfessure, crepe, rotture, deformazioni, croste, scaglie,
provocando infine la polverizzazione dei materiali.
Nei dipinti murali e negli stucchi il degrado è accentuato dall’eventuale
compresenza di diversi materiali, quali malte e tessere per i mosaici,
intonaci di composizioni diverse, perni e armature in metallo ed eventuali
sostanze organiche usate come leganti o fissativi per i dipinti murali e gli
stucchi; essi, avendo coefficienti di dilatazione diversi, provocano ulteriori
tensioni e pressioni.
Tutti possono anche apparire colorati o macchiati da ossidi prodottisi
come effetto della trasformazione di elementi dei materiali o trasportati con
l’acqua o prodotti da altri materiali contigui.
Anche al momento dello scavo il degrado più grave per i materiali
inorganici (e a quelli silicei possono essere associati i metalli che si saranno
degradati dando luogo a prodotti di corrosione minerali assai meno densi,
più igroscopici e più porosi) potrà essere provocato dalla presenza al loro
interno di acqua contenente sali solubili, dalla privazione del supporto
meccanico, dalla loro manipolazione e dal volere rimuovere accrezioni
superficiali. Per impedire questi tipi di degrado, si mantengono invariate le
condizioni termoigrometriche e si procede con appropriate tecniche e
materiali di prelievo e imballaggio. Se possibile, eventuali trattamenti per
l’eliminazione dei sali solubili e delle accrezioni devono essere realizzati
successivamente in laboratori di conservazione con personale, mezzi e
interventi mirati e controllati. Anche l’eventuale prelievo dei materiali in
«pani di terra» assicurerà solo per breve tempo la loro CONSERVAZIONE (cfr. ):
il «microscavo» del pane dovrà essere realizzato rapidamente per assicurare
i necessari interventi capaci di prevenire e limitare il degrado.
I metalli o, più propriamente, le leghe metalliche (cfr. ARCHEOMETALLURGIA),
sono materiali ottenuti per estrazione da diversi minerali ad alto contenuto
di composti metallici; con l’apporto di energia (sotto forma di calore e
lavoro) si ottiene una reazione chimica che determina la nuova struttura
cristallina molto più densa dei metalli. Questa è poi ulteriormente
modificata nel corso della fabbricazione di oggetti per effetto dell’ulteriore
energia fornita. Tutti i metalli hanno la caratteristica di essere conduttori di
elettricità e di calore. Tali materiali interagiscono fortemente con gli
ambienti in cui si trovano e i processi di degrado fisico-chimico o corrosione
provocano il ritorno dei metalli allo stato più stabile di minerali. A seconda
della natura dei materiali e degli ambienti, si verificano tipi di corrosione
secca (in sola presenza di gas) o umida (in presenza di acqua). Questi ultimi
sono i più comuni e provocano reazioni elettrochimiche i cui effetti sono
molteplici ma possono essere suddivisi in due gruppi: formazione di
prodotti di corrosione di composizione chimica diversa, meno densi e più
solubili che aumentano di volume e/o migrano nell’ambiente circostante
(corrosione attiva) e formazione di prodotti di corrosione superficiali,
insolubili e densi che limitano ulteriori reazioni del metallo sottostante
(passivazione) e per lo più preservano la forma e la dimensione delle
superfici originali. Gli effetti della prima sono invece assai più devastanti: i
prodotti di corrosione ricoprono o inglobano le superfici originali in modo
disuniforme, sovrapponendosi in strati, si formano microfessure, crateri,
crepe, aumenti di volume, deformazioni, variazioni di peso e colori. Tali
reazioni accentuano spesso anche la formazione di incrostazioni sulle
superfici e/o all’interno dei prodotti di corrosione. Sia i prodotti di
corrosione che le incrostazioni possono conservare le impronte o le tracce di
materiali organici o addirittura conservarne la forma (fossili).
La corrosione è fortemente riattivata al momento dello scavo a causa
delle variazioni termoigrometriche, dell’apporto dell’ossigeno e degli altri
gas; essa deve essere limitata con adeguati interventi di conservazione sul
campo, ma i metalli devono spesso essere sottoposti a ulteriori interventi
conservativi altamente specialistici (cfr. RESTAURO DEI MANUFATTI).
Effetti sui materiali organici. I materiali organici, caratterizzati da
strutture fibrose e dalla presenza di catene di carbonio, a meno che non si
trovino in particolari ambienti, tendono a decomporsi in tempi
relativamente brevi a causa degli agenti biologici. Tale velocità di degrado
spiega perché tali materiali spesso scompaiono in ambienti dove vengono
invece ritrovati numerosi beni costituiti da materiali inorganici.
Essi sono meno rigidi dei materiali inorganici e alcuni assai flessibili,
reagiscono alla luce, bruciano se incendiati, assorbono e desorbono
facilmente l’acqua variando in volume, sono nutrimento per molti
organismi. Ne consegue che solo in condizioni particolari essi si conservano
nel tempo: per quanto soggetti a degrado causato da agenti fisici, essi sono
particolarmente sensibili al degrado causato dagli agenti chimici, primo fra
tutti l’acqua. Tuttavia, paradossalmente, essi si conservano sia in ambienti
molto asciutti (anche se l’evaporazione dell’acqua dai materiali provoca
deformazioni e fessurazioni causate dal restringimento delle fibre) sia
completamente immersi nell’acqua o congelati. Se, infatti, l’acqua provoca la
dissoluzione di alcuni elementi dei materiali, essa va a occupare gli spazi
rimasti vuoti costituendo un supporto e un consolidante delle strutture
fibrose; essa inoltre inibisce l’apporto di ossigeno, limitando quindi le
reazioni di ossidazione e le possibilità di vita degli organismi. I materiali
conservano allora la forma ma non le proprietà fisiche: gli effetti di
inadeguate manipolazioni e della variazione del tasso igrometrico sono
deformazioni, collassi, restringimenti, fessure, rotture ecc. Tale degrado può
essere prevenuto offrendo un supporto continuo ai materiali e sostituendo
l’acqua con un materiale consolidante prima di essiccarli: gli interventi sono
assai lunghi e richiedono l’uso di particolari attrezzature (alcune assai
costose).
Ma in tutti questi materiali un rapido degrado può insorgere nuovamente
senza il controllo dei valori e della stabilità termoigrometrica, della luce, dei
gas e del particellato degli ambienti in cui i beni saranno conservati.
Tutti gli effetti del degrado descritti potranno essere riscontrati anche su
beni polimaterici che sono sottoposti alle ulteriori interazioni derivanti dal
loro contatto diretto.

G. Accardo, G. Vigliano, Strumenti e materiali del restauro, Roma 1989; E.A.


Dowman, Conservation in Field Archaeology, London 1970; Z. Goffer (a cura di),
Elsevier’s Dictionary of Archaeological Materials and Archaeometry, Amsterdam 1996;
ICR, Fattori di deterioramento, in «Dimos», II, 1, 1980; L. Lazzarini, M. Laurenzi
Tabasso, Il restauro della pietra, Padova 1986; M. Leoni, Elementi di metallurgia
applicata al restauro delle opere d’arte, Firenze 1984; P. e L. Mora, P. Philippot,
Conservation of Wall Paintings, London 1984; C. Pearson (a cura di), Conservation of
Marine Archaeological Objects, London 1988.

BIANCA FOSSÀ
Determinazione d’origine

Un campo dell’ARCHEOMETRIA (cfr. ) che ha avuto un certo successo, grazie


all’importanza dei risultati raggiunti, è quello delle determinazioni di
origine. I manufatti antichi non sempre sono stati prodotti là dove vengono
trovati: conoscere con esattezza l’origine di uno o più reperti consente
pertanto di delineare e ricostruire traffici e correnti commerciali del mondo
antico (cfr. COMMERCIO, ARCHEOLOGIA DEL).
Grazie ad alcune tecniche di laboratorio che si sono affinate nel corso del
tempo è possibile, con percorsi più o meno complessi, risalire all’area
d’origine di un manufatto, grazie allo studio della materia prima con cui
l’oggetto è stato realizzato. Solitamente si procede alla caratterizzazione
della composizione chimico-fisica dell’oggetto, verificando poi se tali
composizioni concordano con quelle della zona del ritrovamento o con
quelle delle zone in cui si ipotizza che il manufatto sia stato fabbricato. Gli
studi di determinazione d’origine sono stati utilizzati con particolare
successo per le ceramiche antiche; l’analisi di laboratorio su altri materiali è
invece ancora a uno stadio piuttosto empirico, che obbliga a una certa
cautela nell’interpretazione dei dati.
Le ipotesi formulate dagli archeologi sull’origine di alcune ceramiche
possono essere confermate o smentite grazie a un controllo eseguito in
laboratorio con metodi scientifici. Molto spesso si tratta di indagini
complesse, i cui tempi sono piuttosto lunghi e che comportano lavori di
équipe e competenze in più campi del sapere.
A differenza di altri ambiti della ricerca archeometrica, come per esempio
quello delle analisi mirate alla DATAZIONE (cfr. ), campo in cui a una domanda
precisa corrisponde spesso una risposta puntuale (pur con un determinato
margine di errore), le procedure della determinazione di origine non sempre
consentono di raggiungere in tempi brevi una risposta definita e univoca.
Poiché le ricerche sono ancora a uno stadio piuttosto iniziale, determinare
l’origine di un manufatto in laboratorio significa procedere per gradi,
raccogliendo e associando informazioni diverse, servendosi in alcuni casi,
come in quello delle analisi chimiche, di «dati di riferimento», cioè dati
analitici ottenuti grazie all’analisi di laboratorio di manufatti di origine
conosciuta, che vengono via via confrontati con quelli pertinenti a
manufatti di origine sconosciuta. Poiché questo campo della ricerca è
abbastanza recente, i dati di riferimento non sono molti.
Le tecniche a disposizione per questo ramo della ricerca archeometrica
sono numerose e di volta in volta vengono sperimentate nuove metodiche
analitiche, a seconda del tipo di materiale. In realtà, soprattutto per alcune
classi di manufatti, come per esempio per la ceramica, nonostante i metodi
di laboratorio siano molti, quelli che poi vengono utilizzati nella pratica e
che hanno dato il maggior numero di risultati, sono fondamentalmente
sempre gli stessi.
Nelle pagine che seguono si tratteranno più ampiamente le
determinazioni d’origine di materiali ceramici poiché, come si è detto, si
tratta del materiale più indagato e il cui studio in laboratorio ha dato fino ad
ora i risultati migliori, con importanti risvolti in campo storico-economico.
Ceramica. La CERAMICA (cfr. ) è un importante indicatore dei flussi
commerciali del mondo antico, grazie alla sua durevolezza. Non sempre le
ceramiche furono prodotte là dove sono state trovate; spesso ceramiche
dalle stesse caratteristiche – comuni e fini – appaiono in diversi siti, anche
molto lontani tra loro, e non sempre è chiaro quale sia la loro area d’origine.
Per poter utilizzare la ceramica come reale indicatore è necessario sapere
con precisione dove i reperti oggetto di studio sono stati prodotti. Non
conoscere le aree d’origine dei manufatti rende, infatti, difficoltosa e incerta
la ricostruzione dei circuiti distributivi.
I tradizionali metodi di studio, come l’analisi morfo-tipologica (cfr.
CLASSIFICAZIONE E TIPOLOGIA), indispensabili nella prima fase della ricerca, non
sempre consentono di dare risposte definitive ai quesiti relativi all’origine.
L’approccio archeometrico allo studio delle ceramiche può essere risolutivo
in molte situazioni e la tendenza della moderna ceramologia è proprio
quella di individuare e studiare le principali aree di produzione del mondo
antico e medievale.
Per determinare in laboratorio l’origine di una ceramica archeologica si
utilizzano essenzialmente due indicatori: l’origine dell’argilla usata dai
ceramisti o quella del degrassante. In entrambi i casi è indispensabile che
argilla e degrassante provengano dalla zona in cui era attiva l’officina di
fabbricazione. Come ha sottolineato più volte M. Picon, cui si devono i
principali studi teorici in questo campo, per la determinazione di origine di
una ceramica si procede solitamente confrontando le caratteristiche
composizionali di tale ceramica, la cui origine è sconosciuta, con le
caratteristiche di altre ceramiche o argille, d’origine conosciuta. In sostanza,
tutte le determinazioni d’origine in laboratorio ruotano intorno ai concetti
di somiglianza o dissomiglianza delle composizioni delle ceramiche.
Grazie alle analisi di laboratorio, è possibile caratterizzare una ceramica
dal punto di vista compositivo. In tal modo si può provare che un recipiente
proviene da un’officina o da un’altra, entrambe conosciute; oppure, nel caso
di centri produttivi non individuati, si può stabilire se una ceramica
appartiene a un gruppo piuttosto che a un altro. Si indagano cioè le
relazioni che esistono tra le composizioni della ceramica e il rispettivo luogo
di fabbricazione.
Determinare l’origine di una ceramica o di un gruppo di ceramiche in
laboratorio non è un’azione semplice né automatica; le argille hanno, infatti,
composizioni abbastanza banali e senza il supporto di osservazioni di
carattere archeologico e/o storico, ma anche di indicazioni di carattere
geologico e mineralogico, è piuttosto improbabile arrivare a
un’individuazione della zona d’origine.
Fondamentale è quindi il lavoro preliminare dell’archeologo, che può
orientare e preparare la ricerca di laboratorio nel modo più efficace
possibile. Solo un’impostazione chiara e corretta dei problemi archeologici,
una conoscenza delle potenzialità dei metodi di laboratorio, una
CAMPIONATURA (cfr. ) ben eseguita, unita a una scelta oculata del laboratorio,
possono garantire la riuscita di un progetto interdisciplinare.
Scelta del metodo analitico. I metodi di analisi per conoscere l’origine dei
manufatti sono numerosi e la scelta di un metodo piuttosto che un altro può
essere condizionata da fattori diversi: innanzi tutto le finalità dello studio, il
tipo di problema che si vuole risolvere, inoltre il budget economico a
disposizione e i dati già esistenti. Indispensabile, a prescindere dalla scelta
del metodo, è che siano rispettati alcuni criteri e in modo particolare la
qualità, la fedeltà e la riproducibilità dei dati.
Nella prassi, i metodi di analisi maggiormente usati per lo studio delle
determinazioni d’origine delle ceramiche in laboratorio sono riportabili a
due grandi gruppi: i metodi chimici e quelli mineralogici.
Tra i metodi chimici vanno ricordate, a titolo di esempio, le tecniche usate
più frequentemente e cioè la fluorescenza a raggi X, l’attivazione
neutronica, l’analisi chimica per via umida, la spettrografia ottica.
I metodi mineralogici comprendono l’esame al microscopio binoculare o al
microscopio polarizzatore e la diffrattometria.
È opinione comune che i metodi chimici siano più efficaci per lo studio
delle ceramiche fini e quelli minero-petrografici per l’indagine sulle
ceramiche più grossolane, come ceramiche comuni e anfore. In molti casi,
poter contare su entrambi i metodi consente di raggiungere risultati più
efficaci.
Un progetto di ricerca che comprenda anche analisi chimiche dovrà
contare su un budget economico più cospicuo, dal momento che, per motivi
di ordine statistico, è necessario analizzare un numero abbastanza alto di
campioni.
Per ciò che concerne la scelta di una tecnica piuttosto che un’altra, le
opinioni degli specialisti sono spesso discordi; caso per caso vanno valutati
vantaggi e svantaggi, costi e benefici.
Per i metodi detti geochimici, è necessario disporre, per ogni esemplare,
dell’analisi di 8-10 costituenti chimici, anche se non sempre è utile misurare
più di 20 elementi, poiché tale numero offre già uno spettro ampio delle
caratterizzazioni di un’officina. Per i problemi di determinazione d’origine,
gli elementi in traccia offrono un aiuto indispensabile, anche se molto
spesso sono gli elementi maggiori a giocare un ruolo fondamentale.
Altro criterio importante da tener presente organizzando un progetto è la
possibile esistenza di dati di laboratorio relativi alla classe o al gruppo
ceramico che si intende studiare; in tal caso utilizzare lo stesso metodo può
semplificare il lavoro. Spesso, però, anche l’utilizzo dello stesso metodo in
laboratori diversi implica alcune difficoltà di confronto dei dati: infatti, è
auspicabile che in futuro si producano dati standardizzati e riproducibili. È
indispensabile, inoltre, una taratura degli strumenti – il discorso vale
soprattutto per le analisi chimiche – e che i risultati si basino sul confronto
con prove standard-internazionali. Ciò comporta l’eliminazione di errori
sistematici e che i risultati siano esatti solo in modo relativo al metodo
utilizzato; in tal modo analisi condotte in diversi laboratori sono
confrontabili, entro un certo margine di errore.
Analisi chimiche. Nell’ambito dei metodi chimici esistono numerose
tecniche analitiche utilizzate per caratterizzare gli oggetti ceramici e per
determinarne l’origine. Tra esse si ricorderanno, a titolo di esempio, quelle
usate più frequentemente e cioè la spettrografia ottica, l’assorbimento
atomico, la fluorescenza a raggi X e l’attivazione neutronica. Sono metodi
particolarmente sensibili, grazie ai quali è possibile la misurazione e la
quantificazione degli elementi presenti nell’argilla, sia degli elementi
maggiori – cioè quelli presenti in concentrazioni forti e misurabili in
percentuale – sia di quelli minori e in traccia, presenti in concentrazioni
deboli (e per questo misurati in parti per milione o ppm). Tali «tracce»
possono essere utilizzate per distinguere tra loro singoli reperti o gruppi di
manufatti ceramici e per avere notizie importanti relative all’origine.
Si tratta per lo più di metodi distruttivi che comportano il prelievo di un
campione la cui entità è variabile, ma che si aggira solitamente intorno a 1 o
2 g (se si usa l’attivazione neutronica la quantità necessaria è inferiore).
È possibile che alcuni metodi siano sensibili a fenomeni di alterazione
subiti dall’oggetto durante la sua permanenza sotto terra; tali fenomeni sono
però già stati studiati e presentano quindi un margine di errore
controllabile.
Nell’ambito delle analisi chimiche, i diversi metodi analitici esistenti non
consentono di dosare tutti gli elementi chimici con la stessa efficacia. La
fluorescenza a raggi X ben si presta all’analisi delle costituenti maggiori
della ceramica, mentre possono esserci problemi nella misurazione di alcuni
elementi in traccia. L’attivazione neutronica, al contrario, è molto efficace
per il dosaggio delle tracce, ma non consente l’analisi di alcuni elementi
maggiori come la silice, fondamentale nello studio della tecnologia di
fabbricazione delle ceramiche. I dati ottenuti con le due tecniche, infine,
sono solo parzialmente confrontabili.
Spettrografia ottica d’emissione (Oes, optical emission spectrometry). La
ceramica, ridotta in polvere o in soluzione, viene sottoposta a eccitazione
elettrica continua. Gli atomi della ceramica vengono eccitati e, tornando al
loro stato di normalità, emettono radiazioni, la cui lunghezza d’onda è
caratteristica degli elementi chimici presenti nel campione (analisi
qualitativa) e la cui intensità dipende dal numero degli atomi dell’elemento
corrispondente contenuto nella ceramica (analisi quantitativa). Il metodo è
stato ormai sostituito da un altro più recente, la spettrometria a emissione di
plasma con accoppiamento induttivo (Icps, inductively coupled plasma
emission spectrometry), che si basa sullo stesso principio.
Assorbimento atomico (Aas, atomic absorpion spectrometry). Il principio di
questo metodo, che consente l’analisi quantitativa di sostanze inorganiche,
in modo particolare metalli non ferrosi (rame e bronzo, per esempio), vetri,
invetriature e rocce, è simile a quello del precedente e si basa sulla
misurazione dell’energia della luce.
Fluorescenza a raggi X (Xrf, X ray fluorescence). Si tratta di uno dei metodi
più utilizzati per gli studi di determinazione d’origine. Sono necessari
almeno uno o due grammi di materiale (ma possono essere sottoposti ad
analisi anche quantità minori). La sorgente di eccitazione è costituita da un
fascio di raggi X, emesso da un tubo a raggi X che va a colpire un campione
opportunamente preparato e ridotto a una perla vitrea. I raggi X primari
colpiscono il campione e gli elementi in esso contenuti emettono una
radiazione X secondaria (fluorescenza), la cui lunghezza d’onda viene
analizzata allo scopo di individuare quali siano gli elementi contenuti
(analisi qualitativa). All’analisi di tipo qualitativo viene affiancata un’analisi
quantitativa, tramite la misurazione dell’intensità della fluorescenza dei
diversi elementi. Si tratta di un metodo efficace, che consente la misurazione
di molti elementi (ca. 24), ma che necessita di procedure preparatorie
piuttosto laboriose.
Attivazione neutronica (Naa, neutron activation analysis). Il campione
viene irraggiato da un fascio di neutroni prodotti in un reattore nucleare; gli
elementi contenuti nel campione diventano instabili ed emettono energia
assorbita sotto forma di raggi gamma. Il detettore, analizzando l’energia
emessa, individua gli elementi presenti (analisi qualitativa); la misurazione
delle loro quantità avviene confrontando l’intensità con campioni standard.
Il metodo è molto potente e rapido e necessita di quantità ridotte di
materiale (0,1 g ca.). Ha però alcuni inconvenienti, in primo luogo la
necessità di disporre di un reattore nucleare; inoltre non consente la
misurazione di alcuni elementi chimici principali, importanti nello studio
delle ceramiche archeologiche.
Elaborazione dei dati. I dati dell’analisi chimica, in virtù del carattere
quantitativo, si prestano alla rielaborazione tramite procedimenti statistici.
Sono dunque indicati quando si tratti di creare gruppi di ceramiche aventi le
stesse caratteristiche composizionali, oppure per mettere a confronto gruppi
di materiali, o per provare o meno l’appartenenza di un campione a un
gruppo già costituito. Una volta eseguite le analisi, individuati e misurati gli
elementi, l’elaborazione dei dati ottenuti può avvenire tramite
rappresentazione grafica. Per le determinazioni d’origine i dati vengono
rielaborati statisticamente grazie a diversi metodi, tra cui ricordiamo i
diagrammi correlanti, la cluster analysis e i calcoli di distanza (cfr.
QUANTITATIVA, ARCHEOLOGIA). A prescindere dalle rappresentazioni grafiche,
che aiutano la visualizzazione dei risultati, lo studio delle composizioni
chimiche, del loro significato geochimico e delle correlazioni tra elementi
resta una fase fondamentale del lavoro d’interpretazione.
Gruppi di riferimento e banche dati. Per le analisi chimiche è fondamentale
il ragionamento e la «filosofia» che sta alla base di questo tipo d’indagine,
teorizzato in più riprese da M. Picon e messo in pratica nei lavori di alcuni
studiosi. Si è già detto che, per determinare l’origine di una ceramica in
laboratorio, le caratteristiche composizionali vengono confrontate con
quelle di ceramiche di origine conosciuta. Per questo tipo di ricerche è
quindi fondamentale l’utilizzo di «gruppi di riferimento», cioè di un numero
statisticamente sufficiente di campioni ceramici appartenenti a vasellame
prodotto in un determinato luogo, che è stato analizzato e di cui si conosce
la composizione. Esistono diversi gruppi di riferimento: quelli più sicuri e
utili sono costituiti da ceramica proveniente da fornace, in modo particolare
scarti. Ceramiche definite dal punto di vista archeologico o prodotte con
certezza da un’officina o da più officine di una regione possono essere
gruppi di riferimento. I metodi geochimici consentono di utilizzare come
gruppi di riferimento argille o ceramiche di epoca diversa da quella delle
ceramiche di cui si cerca l’origine. In mancanza di gruppi di riferimento
sicuri (scarti di fornace), l’indagine effettuata su ceramiche rinvenute in siti
di consumo segue percorsi più complessi. Le argille hanno, come si è detto,
spesso composizioni banali e in luoghi anche molto distanti tra loro si
possono incontrare argille di analoga composizione. Oppure in una stessa
zona possono esistere argille diverse, magari impiegate
contemporaneamente nell’ambito di una stessa officina.
L’attribuzione di una ceramica a una zona precisa avviene tenendo conto
di più dati, archeologici e storici, composizionali, geologici, mineralogici e
petrografici. Si tratta quindi di una ricerca complessa e articolata, che unisce
i dati di diverse discipline e comporta conoscenze in campi diversi del
sapere. Affinché un laboratorio possa condurre ricerche relative alla
determinazione d’origine delle ceramiche, è necessario che possieda un
numero sufficiente di gruppi di riferimento, ordinati di solito in banche dati.
Analisi mineralogiche. La ceramica è fatta di argilla e l’argilla spesso
contiene inclusioni – minerali o frammenti di roccia – che sono elementi
determinanti ai fini della caratterizzazione. Se l’analisi macroscopica degli
impasti ceramici consente di raccogliere una prima serie di informazioni
relative alla materia prima utilizzata, è solo grazie al microscopio, utilizzato
per studiare frammenti ceramici opportunamente preparati, che si
ottengono ingrandimenti efficaci utili per individuare e classificare i
minerali. In sostanza, l’analisi mineralogica consiste nell’individuare le
inclusioni, come per esempio i minerali, i frammenti di roccia e i
microfossili e, grazie a essi, ricostruire l’ambiente geologico del sito
produttore.
I metodi mineralogici comprendono principalmente l’esame al
microscopio (binoculare o polarizzatore) e l’analisi diffrattometrica; danno
talora informazioni che non è possibile ottenere con i metodi geochimici,
soprattutto quando le inclusioni di un impasto ceramico sono caratterizzanti
e danno indicazioni precise sull’area di origine della ceramica. Spesso, però,
le inclusioni sono di tipo piuttosto comune e non sono utili per circoscrivere
con sicurezza l’area di produzione. Inoltre, allo stato attuale della ricerca,
mentre per le analisi chimiche esistono alcuni tentativi di teorizzazione e
sistematizzazione dei dati, mancano – tranne rare eccezioni – esperienze
analoghe per ricerche condotte con i metodi mineralogici.
Le analisi al microscopio, dalle più semplici alle più complesse, sono di
grande utilità per le informazioni sull’argilla utilizzata, per individuare e
distinguere i minerali ma anche per collegare le ceramiche a precise realtà
geologiche.
Per l’analisi mineralogica al microscopio polarizzatore viene prelevato un
frammento dal campione; ridotto a uno spessore di 30 micron ca., il
frammento viene inglobato tra due vetrini. La sezione sottile così ottenuta
viene studiata al microscopio.
L’analisi di tipo mineralogico consente di avere informazioni sulla massa
di fondo e sul degrassante, cioè le inclusioni non plastiche contenute
nell’argilla (degrassante naturale) oppure aggiunto intenzionalmente
(degrassante aggiunto). Di grande importanza è stabilire le associazioni di
minerali, oltre che individuare i frammenti di roccia.
Il principio alla base degli studi mineralogici è quello che i minerali sono
indicatori delle rocce che li compongono. L’individuazione dei minerali può
dunque facilitare la delimitazione dell’area d’origine della materia prima.
Sulla base dei minerali e delle rocce osservate al microscopio l’analista
propone all’archeologo alcune aree di possibile origine. Il primo passo
consiste nello stabilire se l’argilla utilizzata sia compatibile con la situazione
geolitologica della zona di rinvenimento. L’analisi al microscopio
polarizzatore su sezione sottile si accompagna di solito allo studio della
geologia e della mineralogia delle regioni interessate dalla ricerca;
l’operazione è facilitata dall’esistenza di carte geologiche e di studi specifici.
Particolarmente utili nello studio delle ceramiche a impasto grossolano, le
analisi mineralogiche sono poco sensibili ai fenomeni di alterazione. Un
ulteriore vantaggio è costituito dal loro costo relativamente ridotto rispetto
ad altri metodi analitici.
Il carattere delle analisi di tipo mineralogico è soprattutto qualitativo, a
meno che lo studio al microscopio polarizzatore comprenda anche l’analisi
modale, che consente un’analisi quantitativa attraverso il point-counter delle
inclusioni.
I metodi mineralogici non sono particolarmente indicati per la
formazione di gruppi, né per il confronto tra gruppi di ceramiche.
Un problema può essere causato anche dal fatto che i minerali possono
subire modificazioni con la cottura (il fenomeno viene studiato tramite la
diffrattometria).
L’analisi dei minerali pesanti. Tale tipo di analisi consente
l’identificazione di minerali pesanti (come la tormalina e lo zircone),
separandoli dal resto dell’argilla, grazie a una centrifuga e a reagenti
chimici. Studiati al microscopio, tali minerali possono aiutare a collegare il
manufatto a una particolare area geografica d’origine.
Diffrattometria (Xrd, diffraction analysis). È un’importante tecnica
analitica che integra le ricerche mineralogiche e petrografiche. È utilizzata
per lo studio delle componenti della ceramica (ma anche di pigmenti e
materiali inorganici). Grazie a questa tecnica è possibile individuare le
trasformazioni nelle fasi minerali che si manifestano a diverse temperature.
La Xrd è molto utile per studiare tecniche pittoriche ed è stata d’aiuto, per
esempio, per chiarire i quesiti relativi alla tecnologia di fabbricazione dei
vasi attici a figure nere e a figure rosse.
Vetro. La determinazione d’origine del vetro presenta molti problemi
dovuti al fatto che tale sostanza si ottiene da una serie di materie prime
differenti (sabbia e fondenti), che possono essere originarie di zone diverse e
che vengono miscelate secondo ricette complesse, con quantità variabile
degli ingredienti; tra le materie prime utilizzate per fare il vetro, è la sabbia
che può permettere di arrivare a individuare l’origine.
Per le analisi del vetro sono stati usati metodi differenti: Icps
(spettrografia di emissione a plasma con accoppiamento induttivo),
l’attivazione neutronica, l’assorbimento atomico, la microsonda, Pixe/Pige
(emissione di raggi X e gamma indotta da protoni, senza prelievo di
materiale). Grazie a molte di tali tecniche è possibile la formazione di gruppi
basati sulle diverse materie prime e sui loro rapporti variabili.
Ossidiana. Si tratta, come la ceramica, di un materiale di cui è possibile –
almeno in teoria – determinare l’origine con un certo margine di sicurezza.
L’ossidiana, infatti, è un vetro vulcanico che si trova solo in alcuni
giacimenti, piuttosto rari. L’analisi degli elementi maggiori e delle tracce (in
un primo tempo la spettrometria di emissione e in seguito l’attivazione
neutronica) ben si presta per questo materiale che è composto da magma in
cui la distribuzione delle tracce è piuttosto omogenea.
Metalli. Determinare in laboratorio l’origine dei metalli (cfr.
ARCHEOMETALLURGIA) è attualmente un’operazione piuttosto complessa. In
realtà, almeno in teoria, dovrebbe essere un caso di studio piuttosto
favorevole, poiché i giacimenti metalliferi si distinguono uno dall’altro per
enormi differenze composizionali e per una grande dispersione delle
concentrazioni medie delle tracce, a differenza di quanto accade per i
giacimenti di argilla che sono relativamente uniformi. A questo vantaggio
corrisponde però una dispersione molto elevata di tali caratteristiche
composizionali in una stessa regione. In più, la trasformazione del minerale
in metallo modifica in modo ineguale le percentuali degli elementi in
traccia.
I metalli, poi, in antico come oggi, furono riutilizzati. Mescolanze tra
diversi tipi di metalli, provenienti da diverse miniere, erano piuttosto
comuni, così come le leghe. Ciò rende molto complicato, se non del tutto
impossibile, risalire all’origine. In sostanza, il percorso di studio applicato
nelle determinazioni d’origine delle ceramiche – con il tentativo di
costituzione di precisi gruppi di riferimento – non sempre è applicabile ai
metalli, proprio per l’esistenza di mescolanze di metalli d’origine diversa.
Infine, va ricordato che l’analisi di laboratorio dei metalli determina l’area
d’origine del metallo, area che non corrisponde necessariamente al luogo di
fabbricazione dell’oggetto finito. In molti casi, anzi, area d’origine del
metallo e luogo di fabbricazione erano anche in antico lontani tra loro.
I metodi geochimici sono stati utilizzati raramente per determinare
l’origine dei metalli. Dopo numerosi tentativi di studio in laboratorio, che
hanno visto il trattamento tramite analisi spettrometrica di migliaia di
campioni di rame e bronzo, provenienti in gran parte dall’Europa, e che
hanno sollevato alcune critiche, attualmente per lo studio in laboratorio dei
metalli viene adottata con successo l’analisi degli isotopi del piombo.
Analisi degli isotopi del piombo. Si tratta di un metodo analitico piuttosto
recente, che ha dato risultati interessanti.
Per molte materie prime l’analisi isotopica è di poco aiuto, poiché diverse
sorgenti hanno la stessa composizione isotopica. I minerali di piombo,
formatisi in diverse ere geologiche, contengono i diversi isotopi del piombo
in quantità molto variabile. Il piombo si trova in quasi tutti gli oggetti di
metallo antichi; ma i rapporti isotopici del piombo non si modificano
durante la fusione. Grazie ai metodi dell’analisi di massa è possibile
individuare anche le minime tracce di piombo, che diventano dei marcatori
molto importanti per risalire alla zona d’origine.
Naturalmente se un oggetto in metallo è stato riutilizzato o è costituito
dalla mescolanza di più metalli, la sua determinazione d’origine diventa
impossibile. Inoltre, secondo alcuni studiosi, i metodi di determinazione
d’origine fondati sui rapporti isotopici hanno il difetto di utilizzare un
numero troppo ridotto di variabili e, di conseguenza, hanno un campo
d’applicazione necessariamente limitato alla soluzione di quesiti piuttosto
semplici (per esempio, scegliere tra aree d’origine circoscritte), non potendo
invece essere applicati a problemi complessi, che in realtà sono spesso
prevalenti. Per poter valutare obiettivamente le potenzialità e i limiti di tale
metodo, basti pensare alle difficoltà che esisterebbero se si volesse
determinare l’origine di ceramiche archeologiche, basandosi su uno o su
pochi elementi chimici, mentre attualmente se ne possono misurare circa 20.
Pietra. Solitamente le pietre utilizzate per la costruzione sono d’origine
regionale e il loro studio può giovarsi dell’aiuto dei geologi specializzati
operanti nella regione di rinvenimento; le pietre importate sono quindi
individuabili con una certa facilità, anche perché si tratta solitamente di
materiali, come il marmo, la cui qualità giustifica un trasporto a lungo
raggio.
Il marmo è una pietra calcarea, formata principalmente da calcio e
carbonati di calcio e magnesio. Fino a poco tempo fa i manufatti marmorei
venivano classificati solo in base a criteri geologici (come, per esempio, la
granulazione e la stratificazione), spesso insufficienti per i problemi relativi
alla determinazione d’origine.
Per questa finalità vengono utilizzati oggi i rapporti isotopici carbonio-
ossigeno. Le concentrazioni degli isotopi carbonio-ossigeno sono diverse in
marmi di aree differenti e possono dare importanti informazioni relative
all’origine. Ricerche compiute con questo metodo su marmi rinvenuti in
area greca hanno, infatti, mostrato l’esistenza di più gruppi caratterizzati da
diverse composizioni. Il problema maggiore del metodo è lo stesso che esiste
per tutti i metodi basati sui rapporti isotopici, cioè il fatto che si basano su
di un numero ridotto di elementi. Per l’individuazione dell’origine dei
marmi è utile affiancare all’analisi isotopica anche analisi chimiche e analisi
al microscopio su sezioni sottili.

Archeometria della ceramica. Problemi di metodo (Rimini 1992), a cura di S. Santoro


Bianchi, Bologna 1993; Ceramica romana e archeometria: lo stato degli studi
(Montegufoni 1993), a cura di G. Olcese, Firenze 1995; Il contributo delle analisi
archeometriche allo studio delle ceramiche grezze e comuni. Il rapporto
forma/funzione/impasto (Bologna 1997), a cura di S. Santoro Bianchi e B. Fabbri,
Bologna 1997; N. Cuomo di Caprio, La ceramica in archeologia. Antiche tecniche di
lavorazione e moderni metodi di indagine, Roma 1985; Indagini archeometriche
relative alla ceramica a vernice nera (Milano 1996), a cura di P. Frontini e M.T. Grassi,
Como 1998; T. Mannoni, Analyses cristallographiques, in «PACT», 10, 1984, pp. 215-
21; T. Mannoni, A. Molinari (a cura di), Scienze in archeologia (Pontignano 1988),
Firenze 1990; T. Mannoni, E. Giannichedda, Archeologia della produzione, Torino
1996; G. Olcese, M. Picon, Ceramica in archeologia e in archeometria. Qualche
riflessione metodologica sulle determinazioni di origine, in «Archeologia medievale»,
XXII, 1995, pp. 429-32; M. Picon, Problèmes de détermination de l’origine des
céramiques, in «PACT», 10, 1984, pp. 425-33; Id., L’analyse par activation neutronique
est-elle la meilleure méthode que l’on puisse employer pour déterminer l’origine des
céramiques?, in «Revue d’Archéometrie», 15, 1991, pp. 95-101; M. Picon, M. de
Boüard, Etude en laboratoire des céramiques archéologiques, CNRS, Paris 1989; M.
Picon, M.D. Nenna, M. Vichy, L’atelier de verrier de Lyon du Ier siècle après J.-C. et
l’origine des verres «romains», in «Revue d’Archéometrie», 21, 1997, pp. 81-87; G.
Schneider, Anwendung quantitativer Materialanalysen auf Herkunftsbestimmungen
antiker Keramik, in «Berliner Beiträge zur Archäometrie», 3, 1978, pp. 63-122.

GLORIA OLCESE
Diagnostica archeologica

La denominazione di diagnostica archeologica comprende, in breve, tutte le


procedure necessarie a un’indagine non distruttiva, o molto parzialmente
distruttiva, di un sito archeologico. La diagnostica archeologica si colloca in
una fase intermedia fra la RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA (cfr. ) e lo SCAVO (cfr. ) e
si distingue dall’una per le maggiori capacità di predizione, dall’altro per
l’inesistenza, o per lo scarso rilievo, dell’impatto distruttivo e per la minore
incisività conoscitiva.
In aggiunta alla ricognizione archeologica, le procedure di diagnostica
archeologica consentono di arricchire le informazioni relative agli
insediamenti archeologici noti in superficie analizzando in maniera
approfondita la distribuzione dei manufatti all’interno delle concentrazioni,
esplorando l’estensione delle strutture sepolte e le loro articolazioni,
valutando lo spessore, l’entità e il grado di conservazione della
stratificazione archeologica sepolta.
In previsione di uno scavo, la diagnostica archeologica offre la possibilità
di programmare l’intervento, di delineare la strategia dello scavo e di
stabilire dove, come e quanto scavare. In situazioni limite, essa può anche
fornire indicazioni che sconsigliano lo scavo stratigrafico vero e proprio. In
mancanza di una procedura valida per tutti i luoghi e per tutti i siti, è
consigliabile scegliere, di volta in volta, un insieme delle tecniche che
meglio si adattano a questa o a quella situazione.
Si procederà adesso a una descrizione delle diverse procedure
diagnostiche, elencandole in base al crescente impatto distruttivo e
registrandone vantaggi e svantaggi.
Analisi di immagini remote. Nel merito vanno comprese tutte le
operazioni di rilievo «remoto» di un sito che possono essere fatte grazie allo
studio delle riprese fotografiche della superficie terrestre eseguite da palloni
aerostatici, da aerei in volo oppure da satelliti orbitanti (cfr.
TELERILEVAMENTO).
Immagini satellitari. Benché queste immagini siano più adatte, in
archeologia, allo studio delle trasformazioni ambientali e delle infrastrutture
realizzate dall’uomo nell’antichità, capita sempre più spesso di poterle usare
per documentare siti archeologici particolarmente evidenti e consistenti:
insediamenti fortificati di età protostorica, città antiche, talora anche castelli
medievali. L’uso archeologico di queste immagini è assai promettente, per
quanto agli inizi. Un sostanziale progresso nell’utilizzazione delle immagini
satellitari è legato alla loro sempre più ampia diffusione (si possono
ordinare e acquistare per mezzo di Internet). Relativamente complessa è, al
momento, la loro elaborazione, che deve necessariamente essere filtrata
attraverso computer e programmi specializzati nel trattamento e nel
filtraggio delle immagini. L’unico ostacolo all’utilizzazione generalizzata di
queste immagini è stato rappresentato, fino a oggi, dalla loro scarsa
disponibilità.
Immagini aerofotografiche. Una prima utilizzazione delle fotografie aeree
è di tipo tradizionale e consiste nell’esame di coppie di aerofotogrammi,
magari provenienti da riprese di diverse epoche e con diverse caratteristiche
(possibilmente anche a colori), attraverso un semplice stereoscopio
analogico. In questo modo vengono individuate anomalie cromatiche
oppure rilievi nella superficie del terreno che, non di rado, corrispondono a
siti archeologici sepolti. In questo caso l’aerofotointerpretazione serve
soprattutto a valutare l’estensione complessiva di un insediamento sepolto.
Un altro tipo di uso della fotografia aerea prevede la sua trasformazione
in cartografia ausiliaria attraverso un fotorestitutore analogico. Nei casi,
ormai rari, in cui la cartografia ufficiale di una zona sottoposta a
ricognizione è troppo vecchia quanto a data di edizione e di aggiornamento,
e impedisce di collocare con sufficiente precisione un ritrovamento, a causa
della perdita dei punti di riferimento, è possibile, se ci si accontenta di
raggiungere una localizzazione approssimativa, desumere una carta del
luogo su base aerofotografica, che sarà comunque una carta con scala non
conforme. In questo caso, si potranno rappresentare sulla nuova pianta
tanto gli elementi individuati nella ricognizione (emergenti e non) quanto le
eventuali anomalie rappresentate nella foto aerea. L’elaborazione può essere
fatta anche con un fotorestitutore analitico. In questo caso si passa però alla
vera e propria produzione di carte (dette «numeriche») e si sconfina nel
campo della CARTOGRAFIA ARCHEOLOGICA (cfr. ).
Vi è, infine, la possibilità di elaborare informaticamente l’immagine
aerofotografica allo scopo di evidenziare le anomalie. Questo procedimento
è del tutto empirico, anche se sovente assai efficace quando ricorre a
programmi normalmente in commercio per il trattamento delle immagini o
per il ritocco fotografico, utili anche per il filtraggio cromatico delle
fotografie. Oppure può essere vera e propria elaborazione dell’immagine
(come avviene per le foto satellitari) quando fa ricorso a programmi più
avanzati.
La fotointerpretazione resta il miglior punto di partenza per lo studio
degli insediamenti d’altura. Essa consente di individuare gli orientamenti
degli edifici (solitamente medievali o protostorici) con una certa rapidità,
anche in casi in cui le sommità siano coperte da vegetazione. Talvolta sono
proprio le anomalie nella crescita della vegetazione, anche di alto fusto, che
guidano il ricercatore verso una giusta intuizione della struttura sepolta.
Volendo cercare un raffronto con la medicina, lo studio delle foto aeree
può essere paragonato alla radiologia tradizionale. Il principale
inconveniente delle fotografie aeree, almeno per quanto riguarda l’Italia, è
rappresentato dal loro costo, sovente alto, soprattutto considerando che,
normalmente, per uno studio completo, è necessaria la disponibilità di
fotogrammi estratti da voli diversi.
Fotografie riprese da pallone. Vi sono immagini sia zenitali sia prospettiche
che possono essere riprese da palloni aerostatici a un’altezza di 70-80 metri
(più raramente da aquiloni mandati in quota dal vento). L’apparecchiatura è
composta da un pallone, gonfiato con elio, unito a un supporto capace di
alloggiare una macchina di piccolo formato. Questa è collegata a terra
mediante un cavo, che serve a trasmettere alla camera l’impulso elettrico
necessario allo scatto quando l’operatore desidera riprendere una certa
immagine. Un motorino fa ruotare la macchina su se stessa. Le immagini
sono particolarmente preziose per documentare nel dettaglio aree
caratterizzate da forte densità di ritrovamenti archeologici: muri,
concentrazioni di manufatti, allineamenti di pietre vengono bene inquadrati
anche a un’altezza di soli cinquanta metri. L’immagine, inoltre, è utile per
individuare, anche attraverso la distinzione macroscopica dei colori del
terreno, le aree più antropizzate (normalmente di colore più scuro), quelle in
cui compare il suolo naturale, quelle con affioramenti di roccia e così via.
Una battuta di foto dal pallone aerostatico è particolarmente consigliata
quando si presuma che una certa zona sia interessata dalla presenza di
insediamenti rupestri. In questi casi, non sempre la ricognizione diretta
consente di conseguire risultati significativi. La foto dal pallone permette di
capire in quali punti si trovino anomalie scure di forma regolare
(determinate dalla presenza di bacini stratigrafici profondi) e tagli della
roccia di forma regolare. Gli inconvenienti all’uso del pallone sono
rappresentati dal vento (anche una lievissima brezza può impedire il volo) e
dalla presenza di vegetazione o di linee elettriche aeree.
Ricerche geofisiche (o geognostiche). In questo settore sono comprese
alcune delle procedure di prospezione del suolo allo scopo di individuare
frequentazioni del passato sepolte e relativamente invisibili in superficie.
Queste tecniche di indagine discendono in gran parte dalle scienze della
terra oppure dall’ingegneria civile e solo in un secondo momento sono state
applicate all’archeologia. Per questo motivo, non esiste una macchina in
grado di dare risposte chiare e incontrovertibili per tutte le situazioni
archeologiche, ma si dovrà di volta in volta stabilire qual è il metodo di
lettura più attendibile per un certo contesto. Allo stesso modo, è auspicabile
una reciproca collaborazione fra l’archeologo (di formazione
eminentemente umanistica) e il geofisico (di formazione eminentemente
scientifica), quantunque il progresso recente nel campo della geofisica
consenta di avere macchine sempre più precise e più facili da impiegare.
I metodi geofisici consentono di determinare le proprietà fisiche dei suoli
e delle rocce che costituiscono la superficie terrestre. Talvolta queste
proprietà, anziché essere il risultato di processi di natura geologica e
pedologica, riflettono invece alterazioni provocate dall’attività umana.
Naturalmente esistono spesso problemi di compatibilità, determinati dal
fatto che, normalmente, le apparecchiature geognostiche sono fabbricate, e
quindi tarate, per misurare anomalie su scale molto vaste (nell’ordine delle
centinaia di metri o dei chilometri), certamente maggiori rispetto a quelle
determinate dall’attività umana. Se un terreno ha subito trasformazioni
conseguenti a un’attività umana, è probabile che le sue caratteristiche
geofisiche siano variamente alterate e che, con apparecchiature adeguate, si
possano registrare anomalie positive o negative rispetto al fondo (cfr.
GEOARCHEOLOGIA).
Al momento attuale, la geofisica può consentire, in molti casi, il
superamento della casualità della scoperta, la possibilità di pianificare gli
interventi di scavo, l’ottimizzazione delle risorse a disposizione nell’ambito
di un programma di tutela anche vasto.
Prospezione geoelettrica. È il metodo senz’altro più comune e più diffuso,
anche perché più facile da usare, almeno sul campo, e appartiene al gruppo
dei metodi detti «attivi», perché comportano l’emissione di un segnale,
elettrico o elettromagnetico, da parte di un’apparecchiatura in grado di
ricevere poi dal terreno un segnale di ritorno alterato in funzione della
particolare conformazione del sottosuolo. La prospezione geoelettrica, o
misura della resistività elettrica del suolo, si basa sulla valutazione delle
proprietà elettriche del terreno, che può rivelarsi buono o cattivo conduttore
a seconda delle componenti naturali e delle componenti antropiche sepolte.
Banalizzando, si può affermare che la misura della resistività elettrica del
terreno viene fatta mediante una semplice macchina alimentata con batterie
a basso voltaggio (ca. 1,5 volt) che immette, attraverso due o più poli, una
lieve corrente elettrica nel terreno. La macchina misura, sulla base di questa
corrente, la resistività elettrica del terreno. Una serie di fattori naturali
condiziona la resistività del suolo. Un suolo a prevalente composizione
sabbiosa tenderà a essere molto arido, quindi cattivo conduttore, quindi
caratterizzato da un’alta resistività. Un suolo argilloso tenderà, invece, a
trattenere l’umidità e avrà una resistività elettrica bassa o bassissima, poiché
l’acqua è notoriamente un buon conduttore elettrico. Ai fattori geo-
pedologici vanno inoltre aggiunti i fattori climatici: un clima piovoso
tenderà ad abbassare la resistività dei suoli, mentre un clima arido tenderà
ad alzarla. I fattori antropici condizionano variamente la resistività del
suolo. Una struttura sepolta (un muro o anche un pavimento), avendo una
porosità nettamente superiore al terreno circostante si rivelerà con livelli di
resistività più elevati. Al contrario, una cavità riempita di terreno sciolto o
un antico canale abbandonato, per la loro capacità di attrarre e di
conservare umidità, daranno valori di resistività più bassi rispetto alla
media.
Normalmente si hanno macchine con due o quattro elettrodi mobili,
applicati a un telaio spostato dall’operatore ogniqualvolta deve prendere
una misura e sul quale si trova la «testa» della macchina. Questa ha un
display sul quale compaiono i valori di resistività via via rilevati, espressi in
«ohm». Due poli sono invece fissi, inseriti nel terreno a una distanza
opportuna dall’area nella quale si misura la resistività. All’inizio della
campagna deve essere anche stabilito l’intervallo della misurazione dei
valori: un intervallo di cinquanta centimetri consente indubbiamente una
lettura assai analitica del suolo, ma sicuramente rallenta il lavoro in maniera
significativa; un intervallo di un metro rappresenta un buon compromesso;
un intervallo di un metro e mezzo o due consente di raccogliere dati
approssimativi su ampie superfici e di localizzare eventuali aree con forti
anomalie nelle quali in seguito impostare prospezioni a maglie più fitte.
Al termine della prospezione si dovrebbe poter ottenere una specie di
tabella, divisa in molti quadratini, in ciascuno dei quali è indicato un valore
di resistività, pertinente a una determinata area (per esempio, un quadrato
di venti metri di lato). Dalla tabella si può ricavare, disegnandola a mano o
filtrando i dati attraverso un computer, una sorta di mappa che registra le
zone caratterizzate da livelli diversi di resistività. La carta può essere
realizzata con diversi artifici grafici: a curve di livello, a densità differenziata
di punti, con uno stereogramma. In questo modo, qualora si stia operando in
un’area archeologica, possono essere marcate zone in cui è più alta
l’aspettativa di ritrovamento delle strutture (con resistività relativa più alta),
zone nelle quali tale aspettativa è pressoché nulla (resistività media) e zone
nelle quali possono aversi buche determinate da asportazioni di muri,
depositi di rifiuti, tombe (resistività bassa o bassissima).
L’indagine geoelettrica è un metodo particolarmente adatto
all’individuazione di strutture archeologiche sepolte e di grandi edifici e
risulta particolarmente profittevole quando è più o meno nota la quota
media del sottosuolo alla quale si prevede di incontrare anomalie
significative. L’orientamento delle strutture sepolte, qualora sia noto,
costituisce un’utile informazione per l’organizzazione topografica della
prospezione, che può essere impiantata secondo un asse di contrasto
rispetto a quello delle strutture stesse. La profondità di lettura dello
strumento, infatti, è funzione della spaziatura intercorrente fra gli elettrodi
mobili inseriti nel telaio. Per questo motivo, a meno di non costruire una
macchina capace di sostenere gli elettrodi a grande distanza l’uno dall’altro,
e perciò stesso pesante e di impaccio all’operatore, di norma si hanno
resistivimetri in grado di leggere le formazioni sepolte a non più di un
metro di profondità. È quindi superfluo dire che la misura della resistività
elettrica è un metodo da sconsigliare nelle situazioni in cui strutture e
stratificazioni archeologiche giacciono sotto strati di accumulo molto spessi.
Prospezione geomagnetica. Appartenente al gruppo dei metodi detti
«passivi» (tecniche che consentono misure di segnali magnetici o
gravitazionali), questa procedura comporta l’impiego di un apparato
sensibile alle alterazioni del campo geomagnetico. Il principio sul quale
questa procedura si basa è costituito dalle variazioni, in positivo o in
negativo, che certi fattori inducono sul geomagnetismo caratteristico di una
certa zona in un determinato periodo. I materiali hanno caratteristiche
magnetiche diverse che provocano un maggiore o minore rafforzamento o
un maggiore o minore indebolimento del campo originario. Ci si aspetta,
conducendo una serie di misure del campo geomagnetico su una piccola
superficie, che questo risulti più o meno costante, a eccezione dei luoghi in
cui il valore medio viene alterato, in positivo o in negativo, da corpi con
anomale caratteristiche magnetiche presenti nel sottosuolo.
La prospezione geomagnetica consente dunque, anzitutto, la
localizzazione di corpi dotati di magnetizzazione. Fra questi sono, com’è
ovvio, i metalli e tutti gli oggetti in metallo, ma anche tutti i corpi che
contengono un forte magnetismo residuo per effetto di passate fasi di
riscaldamento o di surriscaldamento: forni, fornaci, focolari, manufatti in
terracotta. Tutti questi fenomeni provocano, nel corso di una prospezione
geomagnetica, anomalie positive, ossia valori superiori al valore medio del
campo geomagnetico in quella zona. Quando le misure sono prese lungo
una linea retta, in pianura e su un terreno geomorfologicamente uniforme,
tutti i valori rilevati dovrebbero essere corrispondenti. Se, tuttavia, lungo
questa linea è presente un fattore di alterazione, naturale o antropico,
caratterizzato da suscettività magnetica superiore rispetto a quella
circostante, la prospezione consente di registrare il campo magnetico locale
aggiuntosi a quello magnetico terrestre vigente in quel punto.
Gli strumenti per la misura del geomagnetismo, detti magnetometri, sono
generalmente di due tipi: «a protoni» e «fluxgate». Il primo tipo, fra i più
diffusi fino agli anni recenti, produce misure di campo totale, è forse meno
preciso ma registra tutte le componenti vettoriali presenti. Il secondo è più
preciso e senz’altro più veloce, ma registra prevalentemente un solo vettore
magnetico, in genere quello principale, che è il vettore verticale. I limiti
dell’uno e dell’altro magnetometro possono essere risolti inserendo
nell’apparecchiatura un doppio sensore per quella che viene definita
«configurazione gradiometrica» del magnetometro. Due operatori esperti
possono arrivare a eseguire duemila o tremila misure al giorno. La
prospezione procede per punti di stazione successivi formanti una maglia
quadrata, non diversamente dal metodo della prospezione geoelettrica.
Normalmente i dati vengono rilevati a intervalli di uno-due metri (un
intervallo inferiore non apporta letture più precise). Come per la
prospezione geoelettrica, anche per la geomagnetica la tabella dei dati viene
tradotta in una mappa che documenta la posizione e l’intensità delle diverse
anomalie.
Le misure possono essere influenzate dalla prossimità di oggetti metallici
ferrosi, di fonti di disturbo naturali (fenomeni di vulcanismo residuo) e
artificiali (linee elettriche, linee ferroviarie, traffico automobilistico). Altro
elemento di disturbo è rappresentato dagli eventi atmosferici e dalle
variazioni magnetiche fra i vari periodi della giornata: il campo
geomagnetico naturale tende a decrescere nel corso della mattina e ad
aumentare verso sera.
Prospezione elettro-magnetica. Il metodo elettro-magnetico si basa sulla
combinazione dei principi relativi alle prospezioni elettriche e a quelle
magnetiche: un campo magnetico a bassa frequenza viene prodotto da un
trasmettitore e, attraverso un’antenna-bobina, passa al terreno, dove
provoca l’insorgenza di un campo elettrico che, in presenza di corpi con
particolari caratteristiche conduttive, favorisce il ritorno di un segnale
captato da una seconda antenna-bobina situata a breve distanza dalla prima.
Il vantaggio di questa procedura è rappresentato dall’efficacia con cui
localizza oggetti metallici anche molto piccoli. L’applicazione più banale del
metodo elettro-magnetico è costituito dalle macchine cercametalli (o metal
detector) spesso impropriamente e illegalmente usate da scavatori
clandestini per la localizzazione di monete, tesoretti, bronzetti e tombe
contenenti oggetti di metallo. Il limite di queste apparecchiature è
rappresentato dalla rapida diminuzione della sensibilità dell’apparecchio
con l’aumentare della profondità.
Un particolare tipo di apparecchio, il conduttivimetro, misura la
conduttività del suolo e si ispira dunque al procedimento opposto rispetto a
quello della resistività. Con quest’apparecchio si possono individuare con
facilità aree di resistività differenziata. Inoltre, la rapidità delle letture è tale
da far preferire talvolta questa procedura alla prospezione geoelettrica, più
lenta.
Georadar. Rappresenta il principale progresso strumentale degli ultimi
anni. Lo strumento, concepito originariamente per indagare la
stratificazione geologica, è costituito da un proiettore e da un recettore
radar che vengono trascinati accoppiati su linee rette tracciate sul sito. Ne
risulta un profilo (che può raggiungere anche i dieci metri di profondità) che
rispecchia le diverse caratteristiche elettriche e magnetiche degli strati
incontrati. A risultare con particolare evidenza sono soprattutto le cavità
(tombe e cisterne) ma anche muri, crolli e altre strutture possono essere
visibili nei profili radar. Il metodo, per quanto ancora poco diffuso,
soprattutto per l’alto costo delle apparecchiature, sembra riservare notevoli
potenzialità per l’analisi non distruttiva di siti con stratificazioni complesse.
Il georadar si presta particolarmente alla diagnostica archeologica condotta
in ambito urbano, dove resistivimetri, conduttivimetri e magnetometri sono
inevitabilmente disturbati dalla presenza di condutture idriche ed elettriche,
da linee di tensione e dallo stesso traffico automobilistico.
Volendo cercare un raffronto con le scienze mediche, la geognostica può
essere paragonata alle tecniche ecografiche e di risonanza magnetica. Fra i
metodi geofisici sono da considerare anche le prospezioni sismiche e quelle
acustiche.
Ricognizioni analitiche o particolari. Gli archeologi impegnati in una
ricognizione si sono resi conto, da sempre, che le distribuzioni dei manufatti
nei campi, oltre a indicare la presenza di un insediamento possono, in alcuni
casi, essere la spia delle articolazioni interne del sito (cfr. SITO/NON SITO). Si
entra qui nel campo della ricerca detta «infra-sito» o «ricerca
particolareggiata all’interno del sito archeologico» (dall’inglese infra-site
analysis).
Questo tipo di RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA (cfr. ), che potrebbe definirsi
«ricognizione intensiva o particolare», risulta utile, con le dovute cautele,
come indagine preliminare allo scavo soprattutto nel caso di siti
archeologici rinvenuti in campagna con emergenze monumentali scarse o
nulle, mentre trova minori applicazioni nel campo dell’ARCHEOLOGIA URBANA
(cfr. ). Talvolta un sito archeologico caratterizzato da emergenze può
trovarsi in condizioni di scarsa leggibilità (bosco o macchia), e in quel caso
devono essere adottate procedure opportune. Non esiste un metodo
applicabile in tutti i casi. Talvolta la ricognizione di dettaglio è non soltanto
poco attendibile ma addirittura fallace: è il caso di siti con pochissimi
materiali in superficie. Altre volte sono l’andamento del terreno e il tipo di
conduzione agricola a condizionare in maniera sostanziale la distribuzione
dei manufatti e a creare false assunzioni.
La verifica della corrispondenza fra reperti archeologici in superficie e
strutture sepolte è particolarmente importante nella prospettiva dello scavo
di un sito rurale minore. Nel caso di un sito di piccole dimensioni ridotto ad
area di frammenti fittili, l’indagine di superficie può fornire i dati: sulla
corrispondenza effettiva fra lo spargimento dei frammenti sul terreno e la
reale entità delle strutture interrate; sull’estensione e la forma dell’area
edificata; sugli orientamenti fondamentali.
Inoltre, dato che gli insediamenti minori sono anche quelli sui quali si sa
meno, poiché presentano strutture spesso poco consistenti e tecniche
costruttive più labili rispetto ai siti maggiori, la ricognizione particolare è un
mezzo per acquisire informazioni in più sulla loro effettiva estensione, per
raccogliere dati sulle loro partizioni interne, per potere scegliere,
nell’ambito di una categoria di siti analoghi, quale sito sia il più promettente
nella prospettiva di un eventuale scavo.
Una casa colonica romana del II secolo a.C. può presentarsi in superficie,
durante la ricognizione ordinaria, come un’area quadrangolare di 15-20
metri nella quale si concentrano frammenti di tegole e di ceramiche di vario
genere (ma in gran parte di uso comune) e un certo numero di pietre da
costruzione. Nel caso del sito di Giardino Vecchio (Capalbio, Grosseto) lo
scavo mostrò che, in realtà, l’edificio sepolto era molto più esteso di quanto
la ricognizione dettagliata lasciasse supporre. L’errore di valutazione, se di
errore si può parlare, era dovuto alla mancata considerazione delle
alterazioni degli strati superficiali del terreno: mentre il centro
dell’insediamento, in seguito a operazioni di livellamento del campo, era
stato pesantemente intaccato, le parti periferiche erano invece state coperte
da riporti artificiali di terreno che le avevano completamente occultate alla
ricognizione di superficie. Lo scavo rivelò un edificio di una certa
complessità, che la ricognizione particolare aveva permesso di intuire
vagamente, caratterizzato da articolazioni interne e da una divisione
peculiare delle attività e delle funzioni. Dal punto di vista della cronologia,
lo scavo confermò sostanzialmente le datazioni stilate sulla base della
ricognizione, anche se alcuni reperti consentirono di prolungare fino alla
tarda età repubblicana la vita di questa casa contadina.
Su insediamenti estesi e complessi si possono individuare, documentando
la distribuzione delle diverse classi di reperti, ampliamenti e restrizioni
corrispondenti a fasi diverse e aree con differenti funzioni.
Un contributo fondamentale viene offerto dalle ricognizioni particolari
alla valutazione del grado di distruzione (cfr. DEGRADO) già subita dai
pavimenti, dai muri e dalla stratificazione archeologica in generale. In casi
simili, la documentazione dettagliata dei resti affioranti, accompagnata dalla
raccolta intensiva dei frammenti ed eventualmente da una fotografia aerea,
rappresenta una forma di tutela, tale da garantire la conservazione del
ricordo di un sito importante. Fra l’altro la ricognizione particolare,
soprattutto se completata da carotaggi, può eventualmente consentire di
individuare settori dell’insediamento parzialmente risparmiati che possono
essere scavati allo scopo di recuperare lembi di stratigrafia intatta oppure,
nella peggiore delle ipotesi, può portare a escludere qualsiasi ipotesi di
scavo stratigrafico, quando la distruzione delle stratificazioni appaia totale.
In questi casi può essere utile dividere la superficie del sito in quadrati i
cui vertici siano segnati da picchetti. I quadrati formeranno una scacchiera
che consentirà di attribuire coordinate approssimative ai diversi
ritrovamenti. I quadrati potranno avere dimensioni variabili fra i 2 e i 10-15
metri di lato a seconda dell’estensione del sito e del livello di analisi che si
desidera.
Quadrettatura quantitativa. Nei casi in cui si mira a costruire ipotesi
dell’articolazione interna del sito, i quadrati saranno evidentemente più
piccoli e si procederà a descrizioni minuziose di tutto ciò che si trova
all’interno di ciascuno di essi. Il conteggio numerico ed eventualmente la
quantificazione dei reperti in base al peso saranno utili per valutare la
distribuzione dei diversi tipi e delle diverse quantità di manufatti nelle
diverse parti dell’insediamento. I metodi quantitativi e formali (cfr.
QUANTITATIVA, ARCHEOLOGIA) sono auspicabili per i siti che hanno una densità
di manufatti in superficie bassa o media (si pensi soprattutto ai siti di età
preistorica di tutto il mondo o ad alcuni orizzonti archeologici del Medio
Oriente o del Nuovo Mondo). Per i grandi siti di età storica dell’ambito
mediterraneo, queste procedure consentono di raccogliere moltissimi dati
utili, ma comportano un notevole dispendio di tempo e quindi di denaro: si
pensi alle migliaia di frammenti di tegole e di mattoni che normalmente si
trovano sul sito di una villa romana e al tempo necessario a pesarli tutti,
quadrato per quadrato.
Una villa romana nel territorio di Cosa è stata sperimentalmente
sottoposta a quadrettatura (una superficie totale di 20.000 mq divisa in
quadrati di 5 metri di lato) raccogliendo i reperti, contando le tegole per
quadrati e valutando approssimativamente la densità delle pietre (alta,
media, bassa). Sono stati inoltre segnalati tutti i reperti significativi ai fini
dell’identificazione delle funzioni delle singole parti. I dati sono stati poi
elaborati inserendo nello schema della quadrettatura le quantità dei singoli
tipi di reperti (indicati con toni di grigio di diversa intensità). L’elemento
discriminante ai fini della definizione della forma dell’edificio è costituito in
questo caso dalla quantità e dalla qualità dei laterizi (in particolare delle
tegole). Alcune ipotesi sulle divisioni funzionali interne sono state costruite
sulla base della localizzazione di insiemi coerenti di reperti significativi e
hanno permesso di identificare le terme, la parte urbana della villa, la parte
rustica e altro.
Si può dire, in questo caso, di aver ottenuto una pianta preliminare
dell’insediamento che avrebbe potuto tornare estremamente utile ai fini di
uno scavo di tutela conservativa (mai effettuato) di questo grande
insediamento. La pianta preliminare, a distanza di anni, è tutto quello che
verosimilmente rimane della villa (tutela semplicemente conoscitiva).
L’unico svantaggio insito in un’operazione di questo genere è rappresentato
dalla quantità di tempo necessaria a impostare una quadrettatura tanto fitta
e poi a contare i frammenti di laterizi quadrato per quadrato.
Quadrettatura qualitativa. A quest’inconveniente si può forse rimediare in
parte eliminando la parte quantitativa della documentazione (il conteggio) e
limitandosi a una registrazione puramente qualitativa delle presenze (quali
tipi di reperti si trovano nelle diverse caselle).
Questo è stato fatto in un’altra circostanza. La stazione viaria romana
trovata dalla ricognizione in Maremma e identificata con la «ad Nonas»
degli Itinerari antichi non poteva, per la sua grande superficie di sei ettari,
essere sottoposta a una quadrettatura molto fitta, perché questo avrebbe
richiesto mesi e mesi di lavoro a tutto il gruppo operante nell’ambito del
progetto «Valle dell’Albegna». Così si adottò una quadrettatura a maglia
larga (20 × 20 metri) abolendo il conteggio delle tegole, raccogliendo e
segnalando tutti i reperti significativi all’interno dei vari quadrati. Infine,
venne tracciata un’elaborazione grafica dalla quale risultano l’andamento
della via Aurelia, la distribuzione di aree sepolcrali di diverso rango, una
serie di indizi per la localizzazione degli edifici della statio.
In questi due ultimi casi i risultati raggiunti sono piuttosto considerevoli.
Tuttavia l’enorme quantità di tempo speso nell’una e nell’altra iniziativa
consiglia di adottare questo tipo di procedura per casi particolari.
Localizzazione delle aree di spargimento. In altri casi, soprattutto quando
le variazioni cromatiche del terreno lo consentono, è possibile accelerare le
operazioni saltando la fase della quadrettatura e procedendo al rilievo
planimetrico (ed eventualmente altimetrico) delle chiazze in cui si trovano
frammenti fittili. Nel campo verranno lasciati alcuni capisaldi fissi
(picchetti) che serviranno poi per localizzare, con semplici triangolazioni
eseguite con le rotelle metriche, gli elementi archeologici interessanti
presenti in superficie. Queste aree finiranno per trasformarsi in macchie di
colore grigio scuro in una pianta del campo coltivato redatta in una scala
appropriata (fra 1:100 e 1:500). Successivamente si procederà alla raccolta
dei reperti all’interno delle singole aree e al posizionamento dei reperti
particolari: frammenti di pavimento, soglie, allineamenti di pietre e così via.
Questo tipo di ricognizione intensiva, che prescinde dalla quadrettatura, può
essere realizzato con l’ausilio di un semplice livello da cantiere, necessario
per tracciare gli allineamenti, collocare i picchetti e rilevare i salti di quota
(questi ultimi possono essere indizio di strutture sepolte).
Qualora si disponga di uno strumento più sofisticato (un teodolite
distanziometro) la localizzazione delle aree di spargimento può essere fatta
direttamente dal punto di stazione dello strumento. In questo caso, si può
giungere alla georeferenziazione esatta della mappa e non vi è bisogno di
capisaldi intermedi e i tempi del rilievo si accorciano moltissimo.
La procedura può anche riguardare siti di città antiche abbandonate che
oggi si presentano in forma di ampie estensioni costellate da aree di
frammenti di diversa entità e composizione. In questo caso la grande
estensione di terreno da indagare (anche un quarto di chilometro quadrato)
spinge evidentemente a scartare un progetto di quadrettature di dettaglio e
a programmare una metodologia di intervento adeguata caso per caso. Per
indagare la città etrusca di Doganella/Kalousion, nella Maremma toscana, si
rivelò di straordinaria utilità l’aerofotointerpretazione, che consentì di
tracciare il profilo dell’antico circuito delle mura e di ricavare, per
fotorestituzione, una carta abbastanza dettagliata dell’area. In seguito, la
documentazione delle tracce affioranti e la raccolta sistematica dei reperti
furono condotte sfruttando le partizioni agrarie e gli assetti delle colture
contemporanee: si era visto, infatti, che la maggior parte dei campi era
occupata da oliveti, disposti ordinatamente con un intervallo di trenta metri
fra un albero e l’altro. Poiché gli olivi erano identificabili nelle foto aeree si
poterono mettere in pianta gli insiemi dei ritrovamenti con una certa
facilità. In altre situazioni, dove queste facilitazioni non erano disponibili, si
è dovuto procedere alla consueta quadrettatura del sito. In alcuni progetti
sono stati fruttuosamente applicati schemi di CAMPIONATURA (cfr. ) della
superficie del sito archeologico, ottenendo così il risultato di ridurre
alquanto l’estensione delle superfici da coprire e di acquisire in ogni modo
dati sufficienti alla realizzazione di una mappa del sito.
Documentazione di siti in condizioni di scarsa visibilità. La
documentazione sistematica dei dati di superficie di un sito, si è detto, può
rivelarsi utile anche a prescindere dallo scavo. Essa, anzi, può essere intesa
come intervento entro certi limiti sostitutivo dello scavo, quando non si
possa o non si voglia scavare. È questo il caso di insediamenti caratterizzati
da una scarsa visibilità (situati su sommità o in mezzo al bosco), da un
difficile accesso, ma anche da emergenze monumentali. Nel corso di una
ricognizione è spesso questa la condizione di ritrovamento dei castelli
medievali. In mancanza di immagini aerofotografiche di qualità e di
eventuali restituzioni fotogrammetriche, è piuttosto arduo affrontare un
rilievo di questi monumenti e per di più, a meno che non si verifichi la
fortunata circostanza di un disboscamento estemporaneo della zona, occorre
rinunciare anche al rilievo strumentale, per colpa della fitta vegetazione. In
questi casi, poiché non si può mai dire se e quando si avrà la possibilità di
tornare sul posto per fare una documentazione adeguata, si deve accettare
l’idea di effettuare una serie di rilievi preliminari che, nella peggiore delle
ipotesi, resteranno comunque a documentare i ritrovamenti. La base di
partenza resta un’accurata ricognizione dell’area mirata all’individuazione
delle strutture, degli allineamenti e, ove possibile, degli incroci dei muri.
Ciascun tratto individuato viene poi misurato e orientato con le rotelle
metriche e con una bussola goniometrica. Riportando in scala le strutture
con il loro orientamento, controllando con alcune normali triangolazioni la
planimetria e verificando i rapporti stratigrafici fra i muri, si arriva a
redigere uno schizzo misurato che, senza avere la pretesa di essere un
rilievo strumentale di precisione, consente comunque di leggere la pianta
del monumento nell’insieme, non visibile a prima vista, e di analizzarne le
principali fasi costruttive. Un ostacolo insuperabile è rappresentato dalla
mancanza di parametri di cronologia assoluta, ove si eccettuino le
osservazioni parziali che possono essere condotte in merito alle tecniche
costruttive. Nei casi disperati si può ricorrere alle trivellazioni (carotaggi) a
mano, nella speranza che alcuni frammenti fittili cronologicamente
diagnostici rimangano nei campioni di terreno prelevati dal sottosuolo.
Oppure possono essere effettuati piccoli sondaggi (1 × 1 metro) nello strato
superficiale.
In conclusione, va detto che l’esame diretto e approfondito del terreno, a
integrazione della ricognizione ordinaria, è comunque imprescindibile e non
può essere sostituito da alcuna tecnica di indagine remota o geognostica. La
raccolta dei manufatti in superficie effettuata secondo schemi geometrici,
anche se è solo un tipo di analisi e può essere talvolta illusoria, resta la più
adatta a valutare la cronologia, la distribuzione e la tipologia dei manufatti
stessi e le variazioni cronologiche e funzionali all’interno di un sito.
Ricerche paleoecologiche. Questo settore comprende le metodologie
pertinenti, dal punto di vista disciplinare, all’ARCHEOLOGIA AMBIENTALE (cfr. ).
Alcune di queste tecniche d’indagine possono infatti essere utilizzate, oltre
che per studiare le trasformazioni dell’ambiente e l’impatto delle diverse
forme di antropizzazione sugli ecosistemi, anche per verificare
indirettamente l’esistenza di antichi insediamenti.
Analisi sedimentologiche. Lo studio dei sedimenti, ovvero dei materiali
depositati sulla superficie terrestre, e dei suoli può fornire informazioni
indirette sul tipo di insediamenti umani prevalenti nelle diverse epoche (cfr.
GEOARCHEOLOGIA). Indispensabili per la ricostruzione dell’ambiente preistorico
e protostorico, gli studi sedimentologici possono essere utili per localizzare
insediamenti di età storica ed eventualmente per comprenderne la natura.
Questi studi permettono, infatti, di identificare il tipo o i tipi di suoli sui
quali camminavano e impiantavano le loro coltivazioni gli uomini di una
certa epoca. Vi sono inoltre accumuli sedimentari che si formano solo per
effetto della strutturazione di certe conduzioni agricole che, per questo
motivo, potranno essere ricondotte a forme insediative definite. Lo studio
dei sedimenti colluviali può consentire di verificare l’importanza e la durata
dei cicli di stabilizzazione e di erosione. Un esempio in questo senso è
rappresentato dalle ricerche britanniche condotte nella valle del Biferno
(Molise).
Ricerca paleobotanica. Altra metodologia indiretta per l’individuazione di
antiche attività umane è rappresentata dalla localizzazione di specie
vegetali. In qualche caso la presenza di colonie di talune essenze costituisce
il vero e proprio relitto di antiche colture: si pensi agli oleastri che
rappresentano quanto rimane di antiche piantagioni di olivi.
Analisi geochimiche. In campo archeologico l’applicazione più diffusa di
metodologie di analisi basate sulle proprietà chimiche del suolo è
rappresentata dalla quantificazione del contenuto di fosfati nel terreno. I
fosfati, di vario genere, sono infatti largamente presenti negli esseri viventi
(compreso l’uomo) e nei rifiuti organici che questi in vario modo
producono. Essendo composti relativamente stabili, tendono a fissarsi nelle
zone in cui vengono deposti e a creare una traccia residuale della presenza
umana. Essi possono così essere rilevati, prelevando campioni di terra e
analizzandoli mediante sostanze reagenti che determinano il tasso di fosfati
presente. Sulla base di queste procedure possono così essere individuate
aree di frequentazione passata: immondezzai, discariche, recinti per il
bestiame, luoghi di macellazione. Si tratta di una tecnica preziosa, se
applicata a certi aspetti del sito archeologico, che non può tuttavia essere
generalizzata. Il suo limite è costituito dalle non poche alterazioni che il
terreno oggetto dell’indagine può avere subito in tempi recenti (si pensi alle
concimazioni, naturali e chimiche).
Ricerche con prelievi di suolo. Con i prelievi di suolo, effettuati in vario
modo, si entra nell’ambito delle indagini parzialmente distruttive.
Il carotaggio, o trivellazione, consiste nella perforazione verticale del
terreno effettuata, almeno in ambito archeologico, manualmente, con uno
strumento detto «carotiere», munito di punte cave (larghe non più di 10 cm)
che si conficcano nel suolo per avvitamento. Via via che l’avvitamento
procede la punta cava si riempie, per compressione, del terreno dello strato
che la punta sta attraversando, dall’alto in basso. In questo modo si procede
al prelievo di parti della stratificazione sepolta e all’esame di questa allo
scopo di verificarne spessore, tipologia e stato di conservazione.
Tecnicamente, un carotaggio può essere paragonato a un esame istologico
reiterato mediante biopsia. Si dirà, dunque, che un carotaggio serve
soprattutto per verificare se, in un’area indiziata ma coperta da uno spesso
strato alluvionale, per fare un esempio, si nasconde o meno un sito
archeologico.
Un carotaggio manuale può facilmente superare la profondità di due
metri al di sotto del piano di campagna (una profondità spesso sufficiente
per verificare la situazione stratigrafica di un sito archeologico medio). I
carotaggi consentono di esaminare rapidamente un campione della
stratificazione di un sito. Con una preparazione, anche non specialistica, è
possibile compiere una serie di osservazioni archeologiche su di un
campione di carotaggio: spessore del terreno arativo; profondità alla quale
inizia la stratificazione archeologica conservata; grado di conservazione e
natura di quest’ultima; quota media delle creste dei muri; quota media dei
livelli pavimentali; quota alla quale finisce la stratificazione archeologica e
comincia quella naturale. In casi fortunati, ovvero quando nella punta del
carotiere rimangono frammenti di manufatti datanti, il carotaggio può
fornire timide indicazioni sulla cronologia del sito. Operando una serie di
trivellazioni a intervalli prestabiliti, regolari o casuali (da 5 a 15 metri), con i
carotaggi si possono costruire delle vere e proprie sezioni ipotetiche della
stratificazione sottostante. In questi casi il carotaggio può anche fornire
indicazioni sull’estensione di un insediamento.
Attraverso carotaggi profondi è inoltre possibile ottenere dati utili circa la
geopedologia di un sito o di una zona; accumuli o erosioni, che possono
avere alterato un assetto ambientale, possono così essere identificati.
Il carotaggio si presenta quindi come una delle tecniche più consigliate
per la VALUTAZIONE (cfr. ) di una stratificazione archeologica nella prospettiva
di uno scavo, soprattutto quando il tempo e il denaro sono limitati. Esso
permette di identificare l’area meglio conservata e di concentrare quindi su
di essa le forze. In casi limite, un carotaggio può anche riscontrare che un
sito non ha più una stratificazione conservata e quindi affossare il progetto
di scavo di quel sito.
Shovel-test. Si tratta di scavi poco profondi o «pulizie» (detti appunto
«verifiche fatte con la pala») nelle quali si provvede alla rimozione del
terreno superficiale in un’area limitata (un quadrato di 50-100 cm di lato).
Lo scopo è quello di verificare se un sito privo di riferimenti cronologici può
in qualche modo essere inquadrato attraverso il recupero di manufatti dalla
stratificazione sepolta. Per questo motivo la procedura è usata soprattutto
per lo studio di castelli e monasteri situati oggi nei boschi, dove la
vegetazione impedisce di raccogliere manufatti sparsi sul terreno.
Test-pit. In questo caso si procede al vero e proprio scavo stratigrafico
della piccola area designata fino alla stratificazione naturale, senza limitarsi
allo strato superficiale. Si tratta comunque già di uno SCAVO ARCHEOLOGICO
(cfr. ), anche se parziale, e, almeno in Italia, non è consentito in mancanza
della concessione ufficiale del ministero competente. Quando si disponga
della concessione di scavo, si possono integrare procedure diagnostiche non
distruttive con test-pit o comunque con piccoli saggi di scavo a scopo
diagnostico. Oppure, nei casi in cui le superfici da indagare sono molto
estese e la diagnostica non distruttiva fornisce indicazioni ambigue, è
consigliabile eseguire una sorta di shovel-test a macchina, con un escavatore,
in modo da esporre la superficie della stratificazione archeologica e potere
poi scegliere la soluzione migliore.

G. Barker, A Mediterranean Valley. Landscape Archaeology and Annales History in


the Biferno Valley, Leicester 1995; B. Belotti, Un exemple de prospection systématique
au sol: histoire de la ville de Vaste, et de son territoire, in F. D’Andria (a cura di),
Metodologie di catalogazione dei beni archeologici, Lecce-Bari 1997, pp. 135-66; J.
Bintliff, Appearance and Reality: Understanding the buried Landscape through new
Techniques in Field Survey, in M. Bernardi (a cura di), Archeologia del paesaggio
(Pontignano 1991), Firenze 1992, pp. 89-137; S. Bokoni (a cura di), Cultural and
Landscape Changes in South-east Hungary, I, Reports on the Gyomaendrod Project,
Budapest 1992; F. Cambi, N. Terrenato, Introduzione all’archeologia dei paesaggi,
Roma 1994; M. Celuzza, E. Fentress, La ricognizione di superficie come indagine
preliminare allo scavo, in R. Francovich, D. Manacorda (a cura di), Lo scavo
archeologico: dalla diagnosi all’edizione (Pontignano 1989), Firenze 1990, pp. 141-68;
A. Clark, Seeing Beneath the Soil, London 1990; M. Cosci, Fotointerpretazione
archeologica, Firenze 1988; P.T. Craddock et al., The Application of Phosphate
Analysis to the Location and Interpretation of Archaeological Sites, in «Archaeological
Journal», 142, 1985, pp. 361-76; P.L. Dell’Aglio, Topografia antica e geomorfologia, in
«Rivista di Topografia antica», IV, 1994, pp. 59-68; E. Finzi, L’impiego delle tecniche
geofisiche per l’individuazione di preesistenze antropiche, in Francovich, Manacorda (a
cura di), Lo scavo archeologico: dalla diagnosi all’edizione, cit., pp. 169-202; Geofisica
per l’archeologia, Atti del Seminario, in «Quaderni dell’Istituto per le Tecnologie
applicate ai Beni culturali», 1991; C.O. Hunt et al., Towards a palaeoecology of the
medieval and post-medieval in Tuscany, in Bernardi (a cura di), Archeologia del
paesaggio, cit., pp. 205-48; F. Piccarreta, Manuale di fotografia aerea. L’uso
archeologico, Roma 1987; O. Rackham, Trees and woodland in the history and
archaeology of the landscape, in Bernardi (a cura di), Archeologia del paesaggio, cit.,
pp. 249-64; C. Renfrew, P. Bahn, Archeologia. Teorie, Metodi, Pratica, Bologna 1995;
M. Schiffer (a cura di), Advances in Archaeological Method and Theory, 6, 1984; I.
Scollar, Archaeological Prospecting and Remote Sensing, Cambridge 1990.

FRANCO CAMBI
Disegno ricostruttivo

Il ricostruire è un procedimento scientifico, che non si colloca


esclusivamente al punto d’arrivo del percorso conoscitivo, ma agisce anche
durante la fase di analisi delle evidenze. Tutta la realtà che l’archeologo
osserva è frammentaria, perciò è necessario acquisire la capacità di pensare
in forma ricostruttiva: solo in questo modo si avrà la garanzia di essersi
posti tutte le domande utili a chiarire funzioni, relazioni, qualità. La
ricostruzione delle evidenze materiali è inoltre il primo passo da compiere
per giungere alla ricostruzione delle vicende storiche.
Soggetti. La ricostruzione più semplice è quella che riguarda un oggetto
singolo. In alcuni casi, può essere sufficiente integrare la parte mancante,
riproducendo la forma di quella esistente (per esempio, nei disegni delle
forme ceramiche). Ma possono darsi situazioni ben più complesse per la
ricostruzione di oggetti con una funzione specifica (macchine, attrezzi,
elementi strutturali particolari), di cui siano rimaste scarse evidenze
materiali o di cui non esistano altri esemplari o di cui non vi siano
attestazioni. Si richiede allora uno studio ricostruttivo per capire come
questi erano fatti, come funzionavano e come venivano usati. È il caso, per
esempio, del corobate, che è stato ricostruito in base al solo testo di
Vitruvio, oppure della groma, che è stata ricomposta dai frammenti di un
unico esemplare rinvenuto a Pompei.
Il tema più frequente e anche il soggetto principale della ricostruzione è
l’architettura. In questo campo, si è sviluppata una lunga tradizione di studi
che trae origine dall’ANTIQUARIA (cfr. ) sette-ottocentesca. Gran parte del
patrimonio di documentazione sull’architettura antica e di esperienze
tecniche che quest’epoca ha prodotto, come anche il particolare gusto
grafico che ha espresso, ci sono trasmessi dalle opere degli architetti che si
formarono alla Scuola di belle arti di Parigi. Dalle architetture fino a interi
contesti territoriali (ambienti di vita, città e paesaggi), la ricostruzione trova
poi innumerevoli altri soggetti.
Dati. I dati di partenza sono suddivisibili in tre gruppi: le evidenze
materiali, assunte attraverso la documentazione analitica; le regole, o leggi,
valide nel contesto delle evidenze considerate; le tecniche di esecuzione,
relativamente alle diverse categorie di soggetti. Si dà come presupposto di
base che la documentazione analitica delle evidenze sia corretta ed
esaustiva. La conoscenza delle regole come anche delle tecniche è
imprescindibile (per esempio, le leggi della statica, le tecniche costruttive).
Interpretazione delle evidenze. Il primo e più semplice livello interpretativo
si ha quando sono disponibili concatenazioni tra concetti noti, posti tra loro
in relazione certa. In questo caso, vi è sempre la possibilità di riconoscere il
tutto, o identificare un soggetto, attraverso una parte di esso. La
ricostruzione si attua in analogia a un modello teorico noto e individuabile
con certezza (per esempio, una base di colonna in posto equivale
all’esistenza della colonna, anche se questa non è conservata). La
conoscenza dei modelli teorici, creati nei diversi ambiti culturali e storici,
consente di riconoscere i gruppi di evidenze, nella misura in cui queste
soddisfano a un certo numero di condizioni; consente, inoltre, di ricostruire
in analogia al modello dato la parte mancante, qualora l’identificazione
dell’insieme delle evidenze sia certa. La corrispondenza delle evidenze con i
modelli teorici va, però, valutata criticamente, senza mai lasciarsi
influenzare in maniera preconcetta, perché altrimenti si corre il rischio di
sottovalutare le peculiarità delle evidenze.
Un’integrazione può essere proposta in base al confronto tra una o più
evidenze, quindi non in analogia con un modello teorico ma per similitudine
tra più evidenze particolari. Si può avere, perciò, una indicazione di
corrispondenza che serve a supportare un’interpretazione.
In alcuni casi, esiste la possibilità di usare i dati provenienti da altre fonti.
La ricostruzione avviene in base a informazioni estranee alla natura delle
evidenze osservate, ma correlabili con esse. È il modo in cui si possono
trattare le informazioni provenienti dalle fonti testuali, da altri ambiti
disciplinari oppure dal confronto con realizzazioni moderne (per esempio,
nella ricomposizione di elementi strutturali, come potrebbe essere il manto
di copertura di un tetto).
Il procedimento logico della deduzione si attua quando dalle
caratteristiche della parte osservata è possibile conoscere o spiegare una
caratteristica propria del soggetto nella sua interezza, stabilendo una
relazione di causa-effetto in base a premesse certe. In questo caso, è
necessario argomentare le premesse che rendono possibile stabilire la
relazione (per esempio, tracce di usura su di una soglia indicano che esisteva
un battente, premesso che quei segni non possono essere il risultato di una
lavorazione). Caratteristico delle deduzioni è di innescare procedimenti
consequenziali: è molto importante, perciò, capire quando la catena delle
deduzioni si interrompe e c’è la possibilità di confondere questo con un
livello interpretativo diverso, cioè quello delle ipotesi (cfr. PARADIGMA
INDIZIARIO).
Il livello interpretativo più complesso è quello ipotetico. Si applica nel
fare congetture, verificabili o falsificabili, in rapporto a una teoria che serve
a spiegare e giustificare l’ipotesi stessa oppure in base a una
sperimentazione. Caratteristico delle ipotesi è di creare una sequenza logica,
in cui le evidenze materiali si trovano necessariamente concatenate. In tutti
i casi complessi, la costruzione di un’ipotesi è pertanto identificabile con
l’intero procedimento del ricostruire. La sequenza logica deve essere
sviluppata per intero, continuando a formulare ipotesi e deducendo dalle
ipotesi altre ipotesi, perché in qualunque punto del procedimento si
riscontrasse un elemento incoerente o inconciliabile si dovrebbe considerare
non valida l’intera sequenza. Si deve, cioè, concretizzare l’ipotesi, per
poterne verificare tutte le implicazioni. L’obiettivo di questo procedimento è
di individuare l’unica ipotesi possibile (in quanto propone la sola soluzione
che spiega la funzione di tutte le parti e, inoltre, risulta coerente con tutte le
informazioni), vale a dire ottenere un risultato inconfutabile. Va detto, però,
che i dati possono anche essere ambivalenti (spesso a causa della lacunosità
delle evidenze materiali) e, quindi, sussistono una o più soluzioni
ricostruttive diverse, senza che vi sia la possibilità di scegliere a favore
dell’una piuttosto che dell’altra, in base ad argomenti certi.
L’ultimo tipo di interpretazione delle evidenze consiste nell’utilizzare il
criterio di verosimiglianza per completare tutte le parti del soggetto
ricostruito, fino a creare un’immagine realistica di esso. Per avere
fondamento scientifico, questo approccio ricostruttivo deve essere guidato
da un principio rigorosamente filologico: ogni elemento aggiunto a quelli
esistenti, o risultanti dall’ipotesi ricostruttiva, deve essere scrupolosamente
studiato e accordarsi al contesto delle evidenze per funzione, tipologia,
qualità, stile, cronologia.
Significato dell’immagine ricostruttiva. Un testo non è mai sufficiente per
descrivere un’ipotesi ricostruttiva: occorre che la ricostruzione sia
visualizzata. Dare forma all’ipotesi serve innanzi tutto ad avere una prima
verifica ed è poi indispensabile per la presentazione. La ricostruzione,
quindi, oltre a essere un mezzo di conoscenza e di studio, è anche un mezzo
espressivo, attraverso il quale si può fornire una immagine in cui sia
raccolta l’intera sintesi interpretativa di un CONTESTO (cfr. ) di evidenze
materiali.
L’immagine ricostruttiva può essere realizzata al solo scopo di risolvere
un problema interpretativo oppure può essere di per se stessa il risultato di
una ricerca. Il significato complessivo delle immagini ricostruttive cambia in
rapporto al grado di interpretazione cui sono state sottoposte le evidenze.
Visualizzare un’ipotesi limitata alle parti che sono tra loro collegate da uno
stretto rapporto funzionale è quanto si richiede per la presentazione in
ambito scientifico. Ricreare una immagine realistica è necessario per la
divulgazione e la didattica.
Il mezzo più comune per mostrare una ricostruzione è la grafica. Il
disegno ricostruttivo si adatta a qualsiasi tipo di evidenza, è di facile
realizzazione e si riproduce altrettanto facilmente (a stampa o con altri
sistemi): per questo motivo è la forma di ricostruzione più diffusa e quella
che ha anche la più lunga e consolidata tradizione. Il disegno, inoltre, serve
come base progettuale per tutti gli altri tipi di ricostruzione, quali plastici o
modelli tridimensionali, restauri ricostruttivi, ricostruzioni al vero, nel
campo dell’ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE (cfr. ), e ricostruzioni virtuali elaborate
al computer.
Tipi diversi di grafici. La tipologia dei grafici usati nell’ambito della
ricostruzione dipende dal soggetto considerato e dalle finalità che lo studio
ricostruttivo si propone. Una distinzione di carattere generale può essere
fatta tra grafici che si prestano alla riproduzione in scala, come piante,
sezioni e assonometrie (preferibilmente non isometriche), e grafici che non
richiedono una riproduzione in scala, o comunque non consentono di
leggere i rapporti di riduzione in modo diretto, quali prospettive, vedute
prospettiche, panoramiche e schizzi a mano libera. Nella fase di studio e di
preparazione, tutti questi grafici possono risultare utili per visualizzare la
ricostruzione.
Per la presentazione definitiva, i grafici in scala sono gli unici che
consentono di illustrare la base filologica dei dati considerati per l’ipotesi di
ricostruzione, mentre quelli fuori scala sono i più adatti a ricreare una
immagine consuntiva, a suggerire un contesto e sono infatti i più utilizzati
per le ricostruzioni realistiche di ambiente o di paesaggio.
Forma grafica. Come per la tipologia dei grafici, anche la scelta del
trattamento grafico e quindi delle simbologie dipende dalla qualità dei
soggetti ricostruiti e dalle finalità della ricostruzione. Vale anche in questo
caso la distinzione di carattere generale tra grafici in scala e non. I grafici in
scala risultano tanto più efficaci quanto più sono semplici ed essenziali,
perché la loro funzione principale è quella di mostrare l’ipotesi ricostruttiva.
Le simbologie grafiche usate in piante, sezioni e prospetti debbono essere
tali da distinguere in modo netto le parti esistenti da quelle ricostruite, se
possibile specificando il grado di certezza, maggiore o minore, delle parti
ipotizzate. È bene comunque non eccedere nell’uso delle convenzioni
grafiche, perché potrebbero rendere faticosa la lettura delle immagini
ricostruttive. I grafici fuori scala consentono l’uso di una vasta gamma di
mezzi espressivi e possono fare a meno di qualsiasi tipo di simbologia; in
questo caso, anzi, è necessario privilegiare la piacevolezza e l’armonia
dell’immagine nel suo complesso piuttosto che sottolinearne i contenuti
filologici.
Qualsiasi tipo di grafico ricostruttivo può essere redatto in bianco e nero
o a colori. L’uso del colore rende sempre l’immagine più chiara, sia
nell’ambito di un significato astratto (per esempio, per le simbologie) sia per
gli effetti naturalistici o realistici (per esempio, per le ombre e i chiaroscuri).
Per quanto riguarda lo stile (inteso come componente soggettiva), che è
poi determinante per l’aspetto finale del grafico, non esistono regole, dal
momento che ciascun autore elabora uno stile diverso, sfruttando le sue doti
personali.
Realizzazione in pratica. Nella redazione dei grafici esistono sempre due
fasi: una preparatoria, durante la quale, disegnando la ricostruzione, se ne
studiano i dettagli e se ne verificano le implicazioni, fino a giungere alla
soluzione più soddisfacente; una definitiva, che comporta la rielaborazione
dei grafici nella forma prescelta per la presentazione.
La procedura del lavoro può essere schematizzata per stadi successivi.
Nella fase di studio è necessario: 1) selezionare le evidenze in gruppi
omogenei per cronologia; 2) estrarre dalle evidenze materiali i dati utili alla
ricostruzione; 3) suddividerli per blocchi tematici; 4) acquisire informazioni
sui vari temi; 5) analizzare le relazioni esistenti tra il tutto e le parti e
viceversa per stabilire i nessi funzionali essenziali; 6) formulare l’ipotesi
ricostruttiva circa le parti collegate dai nessi funzionali; 7) visualizzare
l’ipotesi in forma grafica; 8) verificare che non ci siano incongruenze,
rispetto alla base di dati coinvolta; 9) registrare, in forma scritta o grafica,
tutti i passaggi logici fatti per giungere alla ricostruzione, nonché le ipotesi
scartate e le motivazioni in base alle quali si è adottata una soluzione
piuttosto che un’altra.
Nel caso dei manufatti architettonici, i passi da seguire nello studio
ricostruttivo sono analoghi a quelli di una vera e propria ri-progettazione
dell’edificio. Fase per fase e iniziando dalla più antica, vanno redatte prima
le piante ricostruttive, in cui si farà lo studio dimensionale (se del caso,
anche dei rapporti proporzionali) e, quindi, della distribuzione dei vani e dei
percorsi (se necessario piano per piano, a partire dal livello delle
fondamenta); si passerà poi a realizzare le sezioni ricostruttive, scegliendo
gli andamenti più interessanti e informativi circa lo sviluppo degli elevati e
delle coperture, studiando i problemi statici dell’edificio, come anche la
posizione di porte, finestre o altre aperture, articolazioni o eventuali
decorazioni delle pareti; si disegneranno quindi i prospetti esterni e le
piante delle coperture; cumulando, infine, i dati di ricostruzione già
elaborati in piante, sezioni e prospetti, si comporranno una o più
assonometrie dell’edificio per avere la visione complessiva dei volumi.
Una volta redatti questi elaborati grafici, che costituiscono la base minima
necessaria, si può passare alla realizzazione delle ricostruzioni
tridimensionali. Disponendo dei mezzi adatti, è sempre consigliabile
verificare l’ipotesi ricostruttiva attraverso la costruzione di un plastico,
perché così facendo si porta a compimento il procedimento del ricostruire
anche in via sperimentale e tutti i problemi eventualmente non percepiti
durante la stesura dei grafici verranno sicuramente individuati durante la
preparazione del modello.
Nella fase dell’elaborazione definitiva è necessario: 1) scegliere tra tutti i
grafici realizzati quelli più adatti alla presentazione dell’ipotesi ricostruttiva;
2) scegliere il trattamento grafico e, in dipendenza di questo, le eventuali
simbologie da adottare; 3) rielaborare in forma definitiva i grafici; 4)
redigere il testo che illustra lo studio del soggetto ricostruito, in cui debbono
essere spiegati anche premesse, sviluppo e risultati dell’ipotesi ricostruttiva.
Disegni ricostruttivi al computer. La grafica è uno tra i settori più avanzati
dell’informatica, per cui è disponibile un’ampia scelta di programmi
altamente specializzati e versatili. Orientarsi nel panorama delle offerte, di
conseguenza, non è facile anche perché i costi (in attrezzature e lavoro)
variano molto e possono raggiungere cifre piuttosto elevate. Una distinzione
di carattere generale si può fare tra programmi di tipo Cad e programmi per
l’animazione in tre dimensioni (3D). I primi sono già molto diffusi e
consentono di elaborare disegni tecnici e grafici in scala analoghi a quelli
redatti a mano (piante, sezioni, prospetti e assonometrie) e possono, inoltre,
essere utilizzati nella fase di documentazione delle evidenze come anche per
le ricostruzioni; i secondi sono molto più potenti e complessi nell’uso e
permettono di ottenere ricostruzioni tridimensionali o filmati. In particolare,
l’animazione in 3D viene sempre più spesso impiegata nella realizzazione di
prodotti divulgativi o destinati alla fruizione del grande pubblico di mostre e
musei, perché con questi strumenti si ottengono immagini molto suggestive
e di grande impatto: le possibilità di manipolazione sono numerosissime e
vanno dalla creazione di tavolozze di colori che riproducono fedelmente
tutte le sfumature dei soggetti originali, fino ai percorsi virtuali in cui
l’osservatore sceglie dove dirigersi, all’interno dello spazio ricostruito (cfr.
COMUNICAZIONE ARCHEOLOGICA). Anche per costruire le immagini virtuali è
comunque indispensabile partire dalla base documentaria (piante, sezioni,
fotografie ecc.), da ricostruzioni grafiche oppure da plastici.

AA.VV., La Laurentina et l’invention de la villa romaine, Paris 1982; J.P. Adam,


Groma et chorobate, in «Mélanges Ecole Française Rome», 94, 1982, pp. 1003-29;
«Archeologia e calcolatori», 1-9, 1990 sgg.; L’Archeologia degli Architetti, in
«Rassegna», 55, 1993; M. Forte, Archeologia, percorsi virtuali nelle civiltà scomparse,
Milano 1996; C.F. Giuliani, Archeologia. Documentazione grafica, Roma 1976; V.
Kockel, Ansicht – Plan – Modell. Dokumentation der Ausstellung (Augsburg 1996),
Augsburg 1997; G. Leonardi, G. Penello, Il disegno archeologico della ceramica,
Padova 1991; R. Merlo, Ricostruzioni per la divulgazione e la didattica, in R.
Francovich, D. Manacorda (a cura di), Lo scavo archeologico: dalla diagnosi
all’edizione (Pontignano 1989), Firenze 1990, pp. 547-78; R. Parenti, La ricomposizione
dell’immagine. Ricostruzioni grafiche, ripristino e archeologia sperimentale: alcune
riflessioni sulle tecniche e sulle possibili utilizzazioni, ivi, pp. 526-45; P. Pinon, F.X.
Amprimoz, Les Envois de Rome (1778-1968). Architecture et archéologie, Roma 1988.

MAURA MEDRI
E

Epigrafia, archeologia ed
L’epigrafia – al di là delle diverse definizioni che ne sono state date – è una
disciplina di confine. Come è stato infatti efficacemente osservato, ogni
iscrizione «è un monumento complesso, che presenta sempre almeno tre
aspetti: quello del testo scritto, quello della scrittura (forme grafiche) e quello
di monumento (materia e forma del supporto, elementi artistici di corredo,
inserimento in un contesto architettonico o artistico). Si può concedere che
il principale valore di testimonianza storica di una iscrizione consista nel
testo, ma da ciò non si può dedurre che la conservazione del testo attraverso
una copia possa rappresentare nella sua integrità e autenticità il valore della
testimonianza. Certo, una copia è meglio di niente [...] in ogni caso è andato
completamente perduto l’aspetto grafico (che ha valore in sé per la storia
della scrittura, ma anche per la datazione e valutazione del testo stesso), è
perduto o indirettamente conservato solo da disegni più o meno attendibili
l’aspetto archeologico-monumentale» (Campana 1967, p. 540).
La tendenza a identificare l’epigrafia con l’interpretazione del testo scritto
è comunque piuttosto diffusa, né sarebbe d’altra parte pensabile isolarla
dalla filologia, dalla linguistica, dalla papirologia, dalla paleografia e
insomma da quelle diverse discipline che pongono il testo al centro del
proprio interesse: la tradizione epigrafica partecipa, infatti, delle espressioni
linguistiche delle società storiche e costituisce il complemento essenziale
della tradizione letteraria. In quest’ottica, se il testo emerge su ogni altra
considerazione, se, «come la filologia l’epigrafia deve soprattutto
provvedere a offrire o a costruire un testo il più sicuro possibile»
(Klaffenbach), potrebbe ritenersi sufficiente un’edizione critica in grado di
inserire ogni tipo di testo, per confronto, nella serie di sua competenza:
disegno, calco o fotografia avrebbero il solo fine di consentire la verifica
della lettura e della conseguente interpretazione.
Esiste tuttavia una «archeologia dei monumenti grafici» che si colloca in
una prospettiva multidisciplinare e diacronica e pone, con ottica
antropologica, il tema della scrittura come risultato di una serie di
operazioni umane, per giungere, in termini solo apparentemente
paradossali, a formulare un avvertimento che non ha perso a tutt’oggi il suo
valore programmatico: «lo studio dei monumenti grafici ha certamente
sofferto del fatto che su di essi ci sia qualcosa da leggere, poiché per tal
motivo risulta abbastanza difficile guardare a un’iscrizione o a un
manoscritto con lo stesso spirito con cui un archeologo guarda un edificio o
un utensile: l’attrattiva del testo eclissa tutto il resto e questa eclissi
compromette a sua volta lo studio del monumento e la conoscenza
addirittura del testo stesso» (Mallon 1961, p. 312).
Le iscrizioni come documentazione storica di carattere testuale
costituiscono comunque, come ogni altro testo scritto, una fonte molto
selettiva, destinata a illustrare in forme sin dall’origine inevitabilmente
parziali solo alcuni settori dell’attività e dell’esperienza umana e occorre
quindi accettare «il fatto che intere aree di vita appaiono solo
tangenzialmente, se pur appaiono, nelle iscrizioni». Ma, «anche se
dobbiamo essere sempre consapevoli di quanto le iscrizioni non ci
raccontano, è altrettanto vero che le epigrafi, lette globalmente, ci offrono
l’accesso più diretto alla vita, alla struttura sociale, al pensiero e ai valori del
mondo antico» (Millar).
Il problema si sposta dunque sulla globalità della lettura, e questa implica
la definizione dei rapporti tra epigrafia e archeologia, due campi che, nella
concretezza dell’indagine storica, possono incontrarsi anche in termini
contraddittori e conflittuali – non è raro il caso del «mutuo ignorarsi delle
due classi documentali» (Liverani) – o completarsi vicendevolmente,
nell’analisi, a titolo di esempio, del rapporto tra sepolture con memoria
scritta e sepolture anepigrafi nei contesti funerari.
La consapevolezza degli stretti rapporti che legano l’epigrafia
all’archeologia per la comprensione integrale del documento si fonda sul
riconoscimento di elementi basilari di contatto fra le due sfere, a partire
dalla materialità dell’oggetto indagato e – più di quanto si pensi – dai
metodi a disposizione per l’analisi. Ciò dipende anche dal concetto di
archeologia da cui si prenda le mosse. Quando per archeologia intendiamo
la disciplina in grado di descrivere e interpretare la genesi e lo sviluppo di
un fenomeno culturale attraverso le sue testimonianze materiali, è
certamente possibile, infatti, porsi il tema di un’archeologia dell’epigrafia.
Il grado d’integrazione che è possibile istituire tra epigrafia e archeologia
dal punto di vista del metodo è dunque verificabile alla luce delle domande
che l’archeologo abitualmente pone a oggetti e contesti e che possono in
larga misura essere poste anche a quel particolare tipo di CONTESTO (cfr. )
rappresentato dall’iscrizione. Se, infatti, è evidente che un’iscrizione si
definisce tale solo in presenza di un testo, la comprensione piena di
qualunque scritto di natura epigrafica non può prescindere da un’analisi
della sua funzione nel contesto dell’ambiente che ebbe a ospitarla. E ciò vale
tanto per le scritture cosiddette «esposte» che per i manufatti epigrafici
circolanti.
In effetti, ogni reperto iscritto è innanzi tutto un manufatto archeologico
che si distingue per la sua originalità e unicità. L’epigrafia comprende,
infatti, tutte le testimonianze scritte di cui abbiamo conoscenza per
tradizione diretta, che ci giungono – anche nel loro contenuto testuale –
prevalentemente senza intermediazione. Quest’originalità offre
all’epigrafista la possibilità di leggere il documento nella stessa forma nella
quale fu letto dai suoi contemporanei, a partire dall’osservazione stessa del
lavoro grafico del lapicida, che si manifesta tanto nell’impaginato del testo
quanto negli eventuali errori e pentimenti di scrittura. Non si è ancora
approfondita a sufficienza l’intuizione che, essendo la scrittura «qualcosa di
impalpabile tra il supporto e colui che la esegue» (Mallon 1961, p. 299), essa,
dal punto di vista concettuale, rientra a pieno titolo nell’ottica stratigrafica,
come «unità positiva» nel caso di scritture ottenute con inchiostri o altri
materiali stesi sul supporto, come «unità (o interfaccia) negativa», nel caso
di iscrizioni incise o graffite su supporti lapidei o di altra natura durevole.
L’unicità del documento epigrafico si basa innanzi tutto sul fatto che
l’officina epigrafica, anche quando operi su supporti prodotti in serie,
rilascia comunque manufatti resi individuali dal testo epigrafico dettato dal
committente e riprodotto dal lapicida. Ma anche nel caso di prodotti di serie,
recanti iscrizioni ottenute a stampo o a matrice (come accade
frequentemente nel cosiddetto instrumentum domesticum), la singolarità del
manufatto e delle circostanze del suo uso comportano comunque – almeno
sul piano archeologico – una sua individualità.
L’originalità e l’unicità sono anche all’origine della casualità della
conservazione del dato epigrafico, cui è in qualche misura connessa anche la
casualità del contenuto delle iscrizioni. Questa è tuttavia compensata dalla
inesauribilità del patrimonio epigrafico, che costituisce un altro aspetto
tipicamente «archeologico» di questo tipo di documentazione. È evidente,
infatti, che, a fronte del sostanziale esaurimento della fonte della nostra
tradizione manoscritta, i ritrovamenti epigrafici sono tuttora assai frequenti
nelle più diverse aree culturali e geografiche.
Un fondamentale elemento archeologico delle testimonianze epigrafiche è
offerto dalla consistenza materiale del dato, presente su supporto
generalmente resistente, come la pietra, il metallo, la ceramica o altri
materiali scarsamente deperibili. Il testo epigrafico non è dunque separabile
dal suo supporto, che in quanto tale è dotato di qualità e di forma, di volume
e dimensioni, di un corpo e di una superficie, talvolta decorata, sulla quale
lo scritto si inserisce con specifiche proporzioni e armonie, funzionali alla
trasmissione del messaggio. Queste caratteristiche – a partire innanzi tutto
da quelle formali – rispondono nel loro insieme alla domanda relativa alla
funzione originaria del documento iscritto e quindi alle motivazioni che
hanno presieduto alla sua produzione, sulla base di un’analisi tipologica del
supporto, che è quindi condizione essenziale per l’inquadramento del testo.
Alla domanda relativa alle tecnologie che sono all’origine della
produzione del manufatto iscritto risponde l’osservazione della qualità della
materia di cui è costituito il supporto e delle tracce lasciate dal processo
produttivo che condiziona a sua volta anche l’aspetto epigrafico.
La materia prima è al tempo stesso indizio non secondario del ruolo
sociale dell’iscrizione e del suo committente. In forme ancor più evidenti,
questo ruolo si avverte nel caso della presenza di apparati decorativi, anche
figurati, che trasmettono con linguaggi diversi messaggi complementari al
testo scritto e sono a loro volta il riflesso, nel maggiore o minore equilibrio
che si instaura tra i due linguaggi, della cultura cui entrambi appartengono.
L’analisi del materiale del supporto implica anche la domanda sulla
provenienza della materia prima e sulle forme del suo approvvigionamento:
è evidente, infatti, che nel caso di iscrizioni lapidee la maggiore o minore
vicinanza delle cave ha influenza diretta sulla consistenza della
documentazione, sul suo costo e quindi sulle tipologie d’uso nel contesto
sociale di riferimento. «Una cava vicina e disponibile, capace di far
risparmiare molto o tutto del costo di trasporto, una pietra tenera, atta a
ricevere la scrittura comune senza la spesa dell’officina, o una pietra di
scarto forniscono il monumento finito al povero o al proletario; accade così
che i ceti di piccolo reddito, i protagonisti delle culture plebee e subalterne
sono conosciuti in misura proporzionale alla facile accessibilità della cava e
alla lavorabilità della pietra non pregiata» (Susini 1979, p. 53).
Anche per questo la ricerca più recente ha sviluppato il tema della
«officina epigrafica» e dell’analisi del processo produttivo che si svolge al
suo interno per una comprensione più puntuale del rapporto esistente tra la
preparazione del supporto e il suo perfezionamento sulla base delle esigenze
e delle aspettative del cliente, e quindi in vista della commercializzazione del
prodotto.
La tipologia del monumento, l’apparato decorativo con i suoi repertori
iconografici, l’inquadramento dello specchio epigrafico e l’impaginatura del
testo definiscono, ciascuno per la sua parte, un contesto sociale e culturale
che può talora identificarsi nell’ambito di una determinata bottega, la cui
produzione appare così definita nello spazio e nel tempo; talora possono
invece delineare quegli elementi comuni a più officine che definiscono i
diversi possibili «orizzonti epigrafici».
La domanda concernente l’individuazione del luogo della utilizzazione
originaria dell’epigrafe non può prescindere da una contestualizzazione
geografica e ambientale del manufatto e da un’analisi delle condizioni della
sua utilizzazione: ogni epigrafe è, infatti, una testimonianza materiale delle
forme della comunicazione scritta ed è quindi un prodotto culturale che,
come ogni altro prodotto della comunicazione visiva, è esposto
all’attenzione di «tutti coloro che vivono in un ambiente, che sono quindi
nella condizione fisica (e culturale) di leggere, che addirittura ne subiscono
potenzialmente la lettura» (Susini 1982, pp. 16-17; sul rapporto tra qualità
durevole del supporto e «persuasività» della scrittura cfr. Susini 1989, pp.
284-85).
La ricerca epigrafica dovrà dunque muovere tutte le volte che sarà
possibile piuttosto dalle relazioni di scavo e dai contesti monumentali
omogenei che non dai Corpora epigrafici (Carletti), nella consapevolezza,
tuttavia, che il contesto originario d’esposizione o circolazione di un
manufatto epigrafico non coincide necessariamente, anzi spesso non
coincide affatto, con il contesto di rinvenimento. Quest’ultimo rappresenta,
infatti, il più delle volte il punto di arrivo di un tragitto, anche assai
movimentato, percorso dall’iscrizione sin dal momento della sua
produzione, che è possibile ricostruire nell’ambito dell’indagine sui PROCESSI
FORMATIVI (cfr. ) del contesto archeologico, che restituisca anche reperti di
natura epigrafica. Il loro eventuale passaggio attraverso diverse fasi di uso e
possibile riuso presuppone anche spostamenti di ampio raggio e radicali
cambiamenti di funzione e precede comunque il momento dello scarto, cioè
della definitiva uscita dalla circolazione, vuoi come documenti scritti vuoi
anche, talora, ormai solo come supporti materiali.
Le vicende che hanno accompagnato l’esistenza del documento epigrafico
sono spesso funzione della qualità del materiale usato per supporto, che può
assicurarne una più o meno lunga durata e maggiore o minore resistenza ai
processi di deterioramento e trasformazione (cfr. DEGRADO): spesso la
conservazione di un documento iscritto è strettamente collegata alle forme
del suo reimpiego (per esempio, in una muratura), mentre i documenti di
più difficile lettura sono spesso quelli che più a lungo sono rimasti esposti
all’aperto o hanno dovuto subire il logoramento conseguente a un
reimpiego che ne ha mutato la funzione, inserendoli per esempio nel
lastricato di un pavimento o su una soglia.
Va da sé che le condizioni del rinvenimento, specie se in contesto
stratigrafico – lungi dall’essere «irrilevanti» (Snodgrass) – sono
fondamentali per l’interpretazione di questi aspetti del dato epigrafico, oltre
a essere basilari per il suo inquadramento cronologico, almeno per quanto
riguarda la definizione del terminus ante quem offerta dalla cronologia del
contesto.
Fermo restando che assai spesso nei contesti archeologici di età storica il
dato epigrafico testuale costituisce un documento di prim’ordine per la
datazione assoluta degli stessi contesti (cfr. CRONOLOGIA, PERIODIZZAZIONE), è
peraltro vero che gli strumenti abituali di datazione archeologica, di tipo
tanto tradizionale che tecnico-scientifico, possono essere applicati con
ottimi risultati ai reperti epigrafici, come è stato possibile verificare, per
esempio, nel rapporto stretto che lega alcune costanti tipologiche e
decorative di alcune serie di manufatti alla produzione epigrafica di un
determinato luogo in un periodo di tempo ristretto (cfr. CLASSIFICAZIONE E
TIPOLOGIA).

A. Campana, Tutela dei beni epigrafici, in Per la salvezza dei beni culturali in Italia, II,
Roma 1967, pp. 539-47 (cfr. «Epigraphica», 30, 1968, pp. 5-19); C. Carletti, Epigrafia
dei cristiani a Roma nell’età postcostantiniana. Prassi e ideologia, in Atti XI Congresso
internazionale di epigrafia greca e latina (Roma 1997), in corso di stampa; G.
Klaffenbach, Epigrafia greca, Firenze 1978, pp. 1-5; M. Liverani, La ceramica e i testi:
commercio miceneo e politica orientale, in AA.VV. (a cura di), Traffici micenei nel
Mediterraneo, Taranto 1986, pp. 405-12; J. Mallon, L’archéologie des monuments
graphiques, in «Revue historique», 226, 1961, pp. 297-312; D. Manacorda, Un’officina
lapidaria sulla Via Appia, Roma 1979; F. Millar, Epigrafia, in AA.VV., Le basi
documentarie della storia antica, Bologna 1984, pp. 85-137; L. Robert, Epigraphie, in
AA.VV., L’histoire et ses méthodes, Paris 1961, pp. 453-90; A. Snodgrass, Archeologia,
in AA.VV., Le basi documentarie della storia antica, cit., pp. 139-184; G. Susini,
Officine epigrafiche: problemi di storia del lavoro e della cultura, in Actes VIIe Congrès
international d’épigraphie grecque et latine (Constantza 1977), Bucarest-Paris 1979,
pp. 45-62; Id., Epigrafia romana, Roma 1982; Id., Le scritture esposte, in Lo spazio
letterario di Roma antica, 2, Roma 1989, pp. 271-305.

DANIELE MANACORDA
Etnoarcheologia

Campo di studi che si propone di integrare la ricerca archeologica con


confronti, interpretazioni, spiegazioni, direttamente desunte
dall’osservazione della realtà vivente di società e contesti sociali
contemporanei. Secondo alcuni antropologi francesi, influenzati dalla
grande scuola dell’etnologia e antropologia delle tecniche di A. Leroi-
Ghouran, l’etnoarcheologia rappresenterebbe principalmente un campo
sperimentale per determinare la validità o meno di ipotesi di spiegazione
espresse su un piano puramente archeologico: l’osservazione delle società
tradizionali viventi e di eventuali regolarità transculturali nel loro
adattamento e comportamento permetterebbe di trasformare la
registrazione di un particolare fenomeno archeologico, ben limitato nel
tempo e nello spazio, in un’ipotesi di co-occorrenza storica di più ampio
respiro, giungendo così, in prospettiva, a definire importanti linee di
tendenza nell’evoluzione delle società umane. Tuttavia, la definizione che
appare più pregnante è quella che emerge dai fondamentali studi effettuati
dall’archeologo americano L.R. Binford presso le popolazioni di cacciatori
eschimesi dell’America del Nord: l’etnoarcheologia consiste
nell’osservazione delle modalità con cui il comportamento umano,
all’interno di un dato contesto socio-tecnico ed ecologico, determina la
formazione e l’organizzazione spaziale della documentazione archeologica.
L’etnoarcheologia, in quest’accezione, si è sviluppata nel corso degli anni
Settanta nel quadro di un più vasto interesse teorico e sperimentale per gli
aspetti epistemologici delle discipline archeologiche. Secondo Binford, la
validità delle tecniche di scavo e di registrazione dei dati archeologici
dipende dalla consapevolezza dei modi con cui si fanno deduzioni sul
passato; l’etnoarcheologia, quindi, rendendo gli archeologi più critici e
consapevoli delle reali implicazioni di ciò che essi studiano, ha una ricaduta
positiva di vasta portata sulle stesse basi metodologiche e operative della
disciplina (cfr. TEORICA, ARCHEOLOGIA).
Al contrario di quanto il termine potrebbe suggerire, l’etnoarcheologia
non presenta necessariamente aree di sovrapposizione con la ricerca
etnologica: il suo oggetto di studio è specificamente rappresentato dai
PROCESSI FORMATIVI (cfr. ) dei contesti archeologici (strati, interfacce, ma anche
aree di attività) e dai processi tecnici che danno forma, nel senso più vasto,
alla CULTURA MATERIALE (cfr. ) (tecniche di fabbricazione, uso,
defunzionalizzazione, scarico ed eventuale riciclaggio dei manufatti). Il
ricorso allo scavo dei depositi, di cui si osserva direttamente la formazione,
permette di dare spessore cronologico ai comportamenti e ai processi
osservati, il che rappresenta per l’etnoarcheologia un immediato «ponte»
con la ricerca archeologica, e garantisce alla ricerca etnoarcheologica
spessore diacronico.
L’idea che le società tradizionali del mondo moderno presentino
importanti somiglianze con le società preistoriche estinte risale agli albori
del pensiero antropologico e archeologico, e alle più antiche formulazioni
del pensiero evoluzionistico. Se l’assunto fondamentale della ricerca
etnoarcheologica è quindi di tipo uniformistico e analogico, importanti
contributi, come quelli forniti dalle ricerche di R.A. Gould, hanno invece
sottolineato l’importanza dello studio delle «anomalie», intese come
divergenze significative tra i dati archeologici e la realtà contemporanea,
rivelatrici di importanti percorsi evolutivi. Altrettanto rilevanti sono stati i
contributi dell’archeologo inglese I. Hodder e della sua scuola, che,
lavorando principalmente in Africa e in India, hanno posto l’accento sullo
studio etnoarcheologico del comportamento simbolico nelle società
tradizionali, dimostrando che i parametri estetici, i modelli organizzativi
dello spazio, gli elementi formali e linguistici propri di una CULTURA (cfr. )
possono essere concepiti come veri e propri strumenti, ancorché
immateriali, per la trasformazione della natura, la riproposizione e
l’elaborazione dei rapporti sociali e, in ultima analisi, la riproduzione delle
stesse società umane, e spiegare efficacemente la formazione di importanti
aspetti del contesto archeologico.
In tempi recenti, l’etnoarcheologia è apparsa in dilatazione, sia dal punto
di vista geografico-culturale sia da quello metodologico. Al di là dello studio
delle comunità di cacciatori-raccoglitori (ben esemplificati, oltre alle
ricerche di L.R. Binford, da quelle di J.L. Yellen sui cacciatori sud-africani)
progetti etnoarcheologici hanno avuto come obiettivo l’indagine delle
società nomadiche dell’Asia meridionale e del Sud-est asiatico, gravemente
minacciate dall’espansione del mondo moderno e dell’economia di mercato,
e persino (a volte con importanti risultati) le stesse società urbane
occidentali. Del resto, l’etnoarcheologia presenta importanti punti di
contatto, complesse interazioni e interessi comuni con altri campi scientifici
ai margini della ricerca archeologica più tradizionale, quali l’etnostoria (la
raccolta e lo studio delle tradizioni orali di rilevanza storica di una data
cultura), la storia e l’antropologia delle tecniche, la documentazione e la
musealizzazione delle testimonianze relative alle comunità contadine e
artigiane marginalizzate o cancellate dallo sviluppo delle società industriali,
o addirittura con l’archeologia post-medievale, incentrata sullo scavo di
contesti particolarmente recenti, la cui interpretazione – proprio per
l’ipotetica vicinanza culturale tra l’osservatore e il contesto – pone spesso
importanti quesiti metodologici.

B. Allchin (a cura di), Living Traditions Studies in the Ethnoarchaeology of South Asia,
Oxford 1994; L.R. Binford, Nunamiut Ethnoarchaeology, New York 1978; Id., In
Pursuit of the Past. Decoding the Archaeological Record, London 1983; Id., Preistoria
dell’uomo, Milano 1900; A. Gallay (a cura di), Ethnoarchéologie. Justification,
Problèmes, Limites, XII Rencontres Internationales d’Archéologie e d’Historie d’Antibes,
Juan-les-Pins 1992; R.A. Gould, Explorations in Ethnoarcheology, Albuquerque 1978;
Id., Living Archaeology, New York 1980; I. Hodder, Symbols in Action.
Ethnoarchaeological Studies in Material Culture, Cambridge 1982; Id., Leggere il
passato. Tendenze attuali dell’archeologia, Torino 1992; W.A. Longacre, Ceramic
Ethnoarchaeology, Tucson 1991; D. Miller, Artefacts as Categories, Cambridge 1985;
M. Vidale, Produzione Artigianale Protostorica. Etnoarcheologia e Archeologia, Padova
1992; J.L. Yellen, Archaeological Approaches to the Present, New York 1997.

MASSIMO VIDALE
F

Fantarcheologia
La definizione si applica all’insieme delle teorie che spiegano monumenti ed
eventi di civiltà del passato sulla base di assunti fantascientifici, o
semplicemente fantasiosi, in contrasto con l’archeologia «ufficiale» e
tendenzialmente incompatibili con la razionalità propria di ogni discorso
storico (altre definizioni: pseudoarcheologia, para-archéologie, cult
archaeology, psychic archaeology). La fantarcheologia gode ai giorni nostri di
vasta popolarità in virtù del suo sensazionalismo, che trova nei mass media
una risonanza spesso maggiore della seria divulgazione. In conseguenza di
ciò, il grosso pubblico non sempre riesce a distinguere tra le acquisizioni
della ricerca storico-archeologica condotta dagli studiosi professionali e le
ipotesi avventurose messe in campo dai fantarcheologi. L’idea che un
outsider possa dare scacco alla scienza tradizionale (il caso di Schliemann è
frequentemente citato in proposito) ha facile presa sul profano, che per lo
stesso motivo è incline a simpatizzare con quanti denunciano di essere
ingiustamente ignorati, se non ostacolati e perfino perseguitati dagli addetti
ai lavori a causa delle loro idee non conformiste. Il favore incontrato dalla
fantarcheologia dipende anche dal fatto che, mentre le spiegazioni fornite
dall’archeologia ufficiale sono – necessariamente – parziali e incerte, essa al
contrario ha per ogni mistero una risposta esauriente e perentoria, seppure
indimostrabile.
L’origine della fantarcheologia moderna può essere ricondotta all’opera
dell’americano Charles Fort (1874-1932). Questi consacrò la propria vita alla
raccolta e alla catalogazione di tutto ciò che – dalle scienze naturali
all’archeologia – era a suo parere inspiegabile per la scienza ufficiale. Fort
raggiunse alla fine la convinzione che tutta la storia della Terra sia stata e
sia tuttora etero-diretta da un misterioso «potere» alieno. L’idea di un’unica
«chiave» cui far risalire in ultima istanza la spiegazione di ogni mistero
archeologico (o presunto tale) si ritrova alla base di gran parte della
fantarcheologia. Gli immensi schedari accumulati da Fort furono acquisiti
alla sua morte dalla Fortean Society (di cui fu promotore anche lo scrittore
Theodor Dreiser), che tutt’ora ne prosegue la divulgazione. Intanto era sorto
in Francia il movimento Planète, che ebbe nell’opera di Jacques Bergier e
Louis Pawels, Le matin des Magiciens (1960), il suo manifesto.
In Italia questo filone fu coltivato a partire dalla fine degli anni Cinquanta
da Peter Kolosimo, autore di best-seller quali Il pianeta sconosciuto (1959),
Non è terrestre (1968), Civiltà del mistero (1978). In queste opere si sostiene
che il nostro pianeta sarebbe stato visitato in passato da extraterrestri,
detentori di tecnologie avanzatissime, che gli uomini avrebbero ritenuto
degli dèi. È l’ipotesi archeo-astronautica, condivisa dal russo Matest M.
Agrest e dallo svizzero Erich von Däniken. L’opera di quest’ultimo,
Erinnerungen an die Zukunft (1967), è stata tradotta in 26 lingue e ha avuto
anche una trasposizione cinematografica (Gli extraterrestri ritorneranno, del
tedesco Harald Reinl, 1969). Secondo i sostenitori di questa teoria, allusioni
a visitatori provenienti dallo spazio sono presenti nella mitologia e nella
letteratura di quasi tutti i popoli, a cominciare dalla Bibbia. Tali creature
dalle cognizioni superiori avrebbero ispirato e reso possibile l’esecuzione di
edifici e monumenti connessi alla loro memoria e al loro culto. È in questa
prospettiva che andrebbero spiegati il complesso megalitico di Stonehenge,
le piramidi egiziane e centro-americane, i moai dell’isola di Pasqua, i geoglifi
dell’altipiano di Nazca ecc. Ora, per quanto teoricamente non si possa
escludere che creature aliene abbiano visitato la Terra nel passato, ciò non
può neppure ritenersi dimostrato dalle prove addotte dalla fantarcheologia.
Queste ultime poggiano invariabilmente sull’interpretazione distorta di
oggetti di culture lontane nel tempo e nello spazio estrapolati dal loro
contesto culturale. È il caso, per citare un esempio famoso, dell’Uomo di
Palenque, il quale, se confrontato con una numerosa serie di
rappresentazioni funerarie dell’arte maya contemporanea, apparirà non più
come un astronauta alla guida di una capsula spaziale ma, più
semplicemente, come il sovrano (di cui un’iscrizione ci dà anche il nome e
l’età) che staccandosi dall’albero della vita precipita nel regno dei defunti.
Lo stesso discorso vale per le statuette giapponesi del periodo Jomon, per le
incisioni Camune e per le stele della Lunigiana, dove basta sottrarre questo
o quell’esemplare a un isolamento di comodo perché caschi e tute spaziali
scompaiano come neve al sole.
La letteratura fantarcheologica più smaliziata tende a mascherare la
carenza logica delle proprie argomentazioni e la debolezza o addirittura la
mancanza delle prove appellandosi alla rivoluzione epistemologica
intervenuta negli scorsi decenni nelle scienze esatte. Queste ultime hanno in
effetti superato il determinismo ottocentesco, e la fisica della materia, per
esempio, oggi si basa più su teorie probabilistiche che non su fatti provati
(chi mai potrebbe «provare» alla maniera galileiana l’esistenza dei quark?).
Ma c’è un altro grave difetto della fantarcheologia, che la differenzia
inequivocabilmente dall’autentica scienza: l’autoreferenzialità. Le note – che
nei lavori scientifici servono a indicare la fonte su cui l’autore basa una
certa affermazione, in modo da permettere al lettore di verificarla – in
questo tipo di pubblicistica sono generalmente assenti; e quando ci sono,
fanno quasi esclusivo riferimento ad altre fonti secondarie – nella fattispecie
ad altre pubblicazioni fantarcheologiche – dando al lettore meno avvertito
la falsa impressione che si coonestino a vicenda. Ma dove non è data
possibilità di controllo non può esserci scienza.
A differenza di quanto l’uomo della strada (e anche quello di una certa
cultura) ritiene, gli archeologi sono perfettamente in grado di spiegare
alcuni pretesi misteri. Si prenda il caso del famoso trilithon del tempio di
Iuppiter a Baalbek: tre enormi blocchi di pietra pesanti in media 800
tonnellate ciascuno. Impossibile, si è detto, che siano stati messi in opera
con i mezzi di cui potevano disporre gli antichi; devono essere stati degli
extraterrestri, che li utilizzavano come piattaforma di atterraggio per le
astronavi. Eppure Jean-Pierre Adam non solo ha dimostrato, da architetto e
archeologo, che era possibilissimo, ma ha ricordato – per gli scettici – che
nella seconda metà del Settecento Caterina di Russia – con una tecnologia
per nulla diversa da quella degli antichi – fece trasportare e mettere in opera
a San Pietroburgo un blocco di granito pesante una volta e mezzo la più
pesante pietra del trilithon. Purtroppo le interpretazioni più attendibili e
ovvie hanno un minore impatto emozionale, il che spiega la riluttanza ad
abbandonare quelle fantarcheologiche.
In realtà la fantarcheologia si presenta con i caratteri di una fede, che
nasce per rispondere a un bisogno di soprannaturale e mal si acconcia a
prosaiche spiegazioni fattuali. Per quanto pretenda di basarsi su
osservazioni razionali e aspiri a vedersi riconosciuta dignità scientifica da
parte dell’archeologia istituzionale, di fatto la fantarcheologia si colloca
piuttosto in una dimensione religiosa (anche se gli extraterrestri
sostituiscono la divinità, e Atlantide o il contenente di Mu immaginato da
James Churchward tengono il luogo del paradiso perduto), e in materia di
religione le convinzioni valgono più delle prove.
Un tenet della fantarcheologia è che gli antichi possedessero
profondissime conoscenze scientifiche poi dimenticate. Adam ha preso tutte
le misure di un chiosco di biglietti di lotteria di Parigi e ha dimostrato come
sia possibile ritrovarvi, con un po’ di buona volontà, la distanza Terra-Sole,
il pi greco, e... la formula della naftalina! Forse per questo i cultori di
piramidologia smetteranno di credere che la piramide di Cheope sia in
realtà un trattato completo di astrofisica?
Se la fantarcheologia presenta i caratteri di una religione, ci sono per
converso religioni in cui l’elemento archeologico appare di primaria
importanza. È il caso della religione fondata nel secolo scorso negli Stati
Uniti da Joseph Smith, nota come mormonismo (dal titolo del suo testo
sacro, Il Libro di Mormon). Smith affermò che un angelo, apparsogli nel
1823, gli aveva dato indicazioni precise sul luogo dove erano sepolte,
all’interno di una cista di pietra, delle lamine d’oro su cui il profeta Mormon
aveva riassunto la storia sacra delle più antiche nazioni che avevano
popolato l’America. Queste sarebbero provenute dal Vicino Oriente e
sarebbero state di origine ebraica: una prima migrazione avrebbe avuto
luogo all’epoca della Torre di Babele, una seconda sarebbe partita da
Gerusalemme intorno al 600 a.C. A questi colonizzatori provenienti dal
Vecchio Mondo Smith attribuiva la costruzione dei numerosi mounds del
Nord America, la cui natura di tumuli funerari era stata riconosciuta già da
Thomas Jefferson in uno scavo pionieristico del 1784, e su cui agli inizi
dell’Ottocento si andava concentrando l’interesse degli antiquari. Le tribù di
stirpe ebraica si sarebbero in seguito annientate a vicenda, e dall’unica
superstite sarebbero derivati gli Indiani. Le lamine d’oro scavate da Smith –
che 11 fedelissimi suoi seguaci giurarono di aver visto con i propri occhi
prima che l’angelo tornasse a seppellirle altrove – erano scritte in
«egiziano». Smith le tradusse in inglese, ispirato da Dio e aiutandosi con
uno strumento sacro (apparentemente una sorta di lente) trovato nella
stessa cista che conteneva le lastre. La pubblicazione avvenne nel 1830. Si è
potuto dimostrare in seguito che quasi tutto il quadro storico è preso da un
libro di Ethan Smith (nessuna parentela con Joseph), Views of the Hebrews,
pubblicato pochi anni prima, che a sua volta riproponeva teorie vecchie di
secoli, quale la trasmigrazione in America delle Tribù Perdute di Israele. Di
suo Smith aggiunse una serie di madornali anacronismi (che ancora oggi la
Chiesa mormonica si sforza di difendere) per cui l’America sarebbe stata
piena di cavalli, maiali, elefanti, grano, monete e altri elementi della cultura
materiale del Vecchio Mondo assai prima dell’arrivo di Colombo. Nella sua
ignoranza, Smith era affascinato dall’archeologia, che interpretava a suo
modo: da giovane il suo mestiere era stato quello di aiutare i contadini locali
a trovare tesori sepolti con l’aiuto di pietre magiche (subì anche un processo
per truffa). Non pago di aver «decifrato» le lamine di Mormon, nel 1838
Joseph Smith tradusse dall’egiziano dei rotoli di papiro che a suo dire erano
stati scritti da Abramo di proprio pugno. Benché Champollion avesse, già
dal 1822, fornito la vera chiave per la comprensione dei geroglifici, nessuno
in America mise in dubbio il risultato del lavoro di traduzione di Smith. I
rotoli andarono in seguito perduti, ma furono fortunosamente ritrovati nel
1967. A quel punto gli egittologi poterono constatare – con grande
imbarazzo dei fedeli – che si trattava di banali testi funerari, che nulla
avevano a che fare con Abramo, e che Smith aveva inventato la traduzione
di sana pianta.

J.-P. Adam, Le passé recomposé. Chroniques d’archéologie fantasque, Paris 1988; J.R.
Cole, Cult Archaeology and Unscientific Method and Theory, in M. Schiffer (a cura di),
Advances in Archaeological Method and Theory, III, New York 1980, pp. 1-33; U.
Cordier, Dizionario dell’Italia misteriosa, Milano 1991; K. Feder, Frauds, Myths and
Mysteries. Science and Pseudoscience in Archaeology, Mountain View-London-
Toronto 1996; F.B. Harrold, R.A. Eve, Cult Archaeology and Creationism, Iowa City
1995; M. McKusick, Psychic Archaeology: Theory, Method and Mythology, in «Journal
of Field Archaeology», 9, 1982, pp. 99-118; R. Pinotti, Angeli, dei, astronavi.
Extraterrestri nel passato, Milano 1991; G. Pucci, I padri di Indiana Jones. Prolegomeni
ad ogni archeologia futura che voglia presentarsi come mito, in «Studi Urbinati»
(Scienze umane e sociali), 1991, pp. 247-73; M. Raymond Mignon, Dictionary of
Concepts in Archaeology, Westport-London 1993, s.v. Pseudoarchaeology, pp. 252-57;
J.-B. Renard, La para-archéologie et sa diffusion dans le grand public, in L’Archéologie
et son image (Actes du Colloque d’Antibes, 1987), Juan-les-Pins 1988, pp. 275-90; L.
Sprague de Camp, Il mito di Atlantide e i continenti scomparsi, Roma 1980.

GIUSEPPE PUCCI
Funeraria, archeologia

Antichità classica. Le due ormai ‘classiche’ sintesi sul rituale funerario e


sulle sepolture nell’antichità greca e romana redatte nel 1971 da D. Kurtz e J.
Boardman e, in parallelo, da J.M.C. Toynbee delineano un quadro
ricchissimo di informazioni, ma sostanzialmente disomogeneo per metodo e
trattazione. Nel primo caso, l’attenzione è indirizzata su Atene e l’Attica,
mentre le restanti regioni della Grecia forniscono lo sfondo e la cornice di
riferimento: una scelta per molti versi obbligata, ma senza dubbio dettata in
parte anche da un’autorevole tradizione di studi sui costumi funerari greci.
Nell’altro caso, la volontà manualistica ha spinto a raccogliere una gran
messe di dati sia archeologici che antiquari con lo scopo prevalente di
presentare in forma tipologicamente organizzata l’enorme varietà di tombe
e di pratiche funebri adottate a Roma e all’interno del suo vasto impero.
Anche questa, evidentemente, un’impresa i cui limiti sono commisurati al
difficile equilibrio tra la ricerca di esaustività e la definizione della scala di
valori simbolici e sociali che condizionavano la sepoltura.
Rispetto a trattazioni che si proponevano di filtrare l’abbondante
documentazione archeologica e di mettervi ordine privilegiando – ove
possibile – la qualità dei corredi e la struttura architettonica delle tombe, a
partire dai primi anni Ottanta le ricerche antropologiche sul tema della
morte nel mondo antico hanno segnato l’inizio di una nuova stagione. La
cesura è stata meno netta, forse, quando l’indagine storica e antropologica
sul funerale come rito di separazione nel mondo romano ha tratto spunto
dai dati letterari per giungere poi, e solo se strettamente necessario, alla
documentazione archeologica.
Il dibattito tra antropologi, storici e archeologi classici si è acceso invece
relativamente al significato da attribuire agli oggetti di corredo e al loro
ruolo nella ricostruzione dell’identità sociale del defunto. Con il declinare
della NEW ARCHAEOLOGY (cfr. ) l’esito scontato e prevedibile è stata la
dichiarazione che nel campo dell’archeologia funeraria si deve esigere la
cautela contro ogni eccesso e abuso (cfr. POSTPROCESSUALE, ARCHEOLOGIA): un
procedimento metodologico riassumibile con efficacia nella definizione
«società dei vivi, comunità dei morti: un rapporto difficile», che fu coniata
già qualche tempo addietro da B. d’Agostino nel presentare l’esempio di
Pithekussai e della Campania arcaica (VIII-VII secolo a.C.) e che è stato
ribadito dalle ricerche più recenti di marca anglosassone (e particolarmente
bene da I. Morris).
Sempre all’inizio degli anni Ottanta, una seconda direzione di ricerca ha
spostato l’attenzione dagli oggetti del corredo personale o di
accompagnamento allo stesso cadavere. Questo passaggio è stato facilitato
là dove il corredo tombale era assente o all’apparenza modesto (sepolture
alla cappuccina, in anfora oppure nella nuda terra, di età imperiale e tardo
romana) e si è affermato sulla base di procedimenti analitici desunti dal
campo medico e medico-legale, estranei alla preparazione, alla capacità di
valutazione e agli interessi prevalenti tra gli archeologi classici (cfr.
PALEOPATOLOGIA).
L’archeologia funeraria ha tratto beneficio, però, specialmente dal
profondo mutamento intervenuto nelle tecniche di scavo delle necropoli
protostoriche, greche e romane. In varie occasioni ad opera degli scavatori
più avvertiti e capaci erano state registrate le informazioni su componenti
diverse da quelle tradizionalmente considerate pertinenti al corredo,
soprattutto se in materiali deperibili (legno, stuoia). Ma rispetto a queste
segnalazioni tutto sommato casuali e sporadiche, molte necropoli romane
tra la tarda età repubblicana e il II secolo d.C. hanno adesso rivelato una
costante presenza di derrate alimentari e di cibo (frutta, carni, uova) in
stretta connessione alle esequie e alle pratiche del rituale funerario (cfr.
BIOARCHEOLOGIA).
Non va dimenticato inoltre come, in tempi recenti, l’esplorazione
sistematica di talune necropoli romane abbia imposto di riconsiderare
alcune questioni metodologiche, distinguendo le fasi di crescita topografica,
la stratificazione interna tra le singole sepolture e i significativi momenti di
frequentazione dell’area. Soprattutto la prolungata frequentazione sulle
tombe è chiaramente individuabile dagli elementi strutturali connessi alle
offerte e ai sacrifici per i defunti. Nonostante la loro ovvia modestia e
rarefazione documentaria, queste pratiche del rituale funerario testimoniate
– si veda il caso di Sarsina – da piani di calpestio oltre che da tubi di
terracotta nel terreno s’integrano perfettamente tra loro e con i dati raccolti
per via epigrafica e letteraria. Va da sé, naturalmente, che l’enorme
diffusione nell’impero (I-III sec. d.C.) di queste forme di memoria
devozionale verso i defunti non si presta ad alcuna meccanica
interpretazione sociologica, come si è creduto talora di poter fare mediante
un collegamento acritico con il ceto dei liberti.
Certamente ancora per il mondo romano, se non sopita, sembra aver
assunto altre forme la discussione sul tema del rapporto che oppose
l’incinerazione all’inumanazione, nonché sulle modalità che segnarono il
passaggio nelle scelte collettive dall’una all’altra pratica. E non può che
colpire favorevolmente il recente tentativo, operato ancora da Morris, di
raffrontare quel radicale mutamento di mentalità con quanto sta avvenendo,
in maniera del tutto diseguale ma forse analoga, attualmente in Europa.
D’altra parte, il comparativismo nell’antropologia del mondo classico è stato
ed è molto praticato, permettendo di raffrontare i dati dell’archeologia
funeraria con gli elementi individuali in campo folklorico: un esempio per
tutti è offerto dall’‘obolo di Caronte’ e dalle similari pratiche medievali e,
poi, moderne (cfr. ETNO-ARCHEOLOGIA).
Un particolare sviluppo ha avuto anche l’esame approfondito della
strutturazione interna delle necropoli romane in rapporto agli abitati e alle
strade. Tale organizzazione presente già in Magna Grecia, a Taranto, a
Canosa (IV-III secolo a.C.) raggiunge livelli di grande pianificazione in età
romana (I secolo a.C.-III secolo d.C.) – si pensi ad Aquileia ed Ostia –, dal
momento che è la stessa struttura sociale romana a rispecchiarsi
nell’architettura sepolcrale, vale a dire nei monumenta. Ma è nei sarcofagi e
nelle urne cinerarie che l’archeologia funeraria manifesta il suo distacco
dalla tradizione storico-artistica classica: mentre quella è affascinata dai
riferimenti mitologici, iconografici e antiquari che arricchiscono la
‘decorazione esterna’, la nuova prospettiva antropologica sembra guardare
anzitutto al loro ‘interno’ e ai resti mortali che essi custodiscono.
La fase attuale degli studi sul tema dell’archeologia funeraria
nell’antichità classica non sembra lasciare spazio per nuove ambiziose
sintesi. Lo si intravede forse anche nell’uso talora simultaneo dei termini
‘costumi funerari’, ‘rituale’ o ‘ideologia funeraria’: concetti sicuramente né
ambivalenti né sempre interscambiabili, sebbene ci sia un sostanziale
accordo tra gli archeologi nell’analizzare i principali aspetti delle sepolture
tanto greche che romane in funzione di una storia a carattere
preminentemente antropologico e sociale.
S. Angelucci et al., Sepolture e riti nella necropoli dell’isola Sacra, in
«Bollettino di Archeologia», 5-6, 1990, pp. 49-113; Aspetti dell’ideologia
funeraria nel mondo romano, in «Annali Istituto Universitario Orientale di
Napoli. Archeologia e storia antica», VI, 1984, pp. 69-208; L. Chioffi,
Mummificazione e imbalsamazione a Roma ed in altri luoghi del mondo
romano, Roma 1998; Culto dei morti e costumi funerari romani, Convegno
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vivi, comunità dei morti: un rapporto difficile, in «Dialoghi di Archeologia»,
s. iii, 3, 1985, pp. 47-58; G. Gnoli, J.-P. Vernant (a cura di), La mort, les morts
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società e religione, Roma-Bari 1989, pp. 319-357; D. Kurtz, J. Boardman, Greek
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Appia, Roma 1979; I. Morris, Death-Ritual and Social Structure in Classical
Antiquity, Cambridge 1992; La mort, les morts et l’au-delà dans le monde
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di necropoli romane, in «Archeologia stratigrafica dell’Italia settentrionale»,
1, 1988, pp. 165-95; La parola, l’immagine, la tomba, in «Annali Istituto
Universitario Orientale di Napoli. Archeologia e storia antica», X, 1988, pp.
11-257; M. Paoletti, Usi funebri e forme del sepolcro, in S. Settis (a cura di),
Civiltà dei Romani. Il rito e la vita privata, Milano 1992, pp. 265-77 e 315-16;
L. Passi Pitcher (a cura di), Sub ascia. Una necropoli romana a Nave, Modena
1987; Ch.A. Roberts, F. Lee, J. Bintliff (a cura di), Burial Archaeology. Current
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«Journal of Roman Studies», LXXXVI, 1996, pp. 100-38; J.M.C. Toynbee,
Morte e sepoltura nel mondo romano, Roma 1993.
MAURIZIO PAOLETTI

Medioevo. L’approccio archeologico ai temi della morte, per l’età post-


classica, si è sostanzialmente allineato, almeno fino agli anni Settanta, sui
modelli teorici che avevano improntato gli studi delle fasi cronologiche più
antiche: un interesse sostanziale nei confronti del corredo funebre (spesso
utilizzato in maniera del tutto strumentale) e, in subordine, per la struttura
tombale. La transizione verso le forme di culto cristiano veniva
generalmente colta nella perdita progressiva del corredo (o della sepoltura
abbigliata) e, nel contempo, nella persistenza di elementi apparentemente
incongrui nei confronti di una cultura ormai del tutto cristianizzata, come
attardamento di formule pagane.
Dal momento che l’interesse rivolto alla sepoltura era essenzialmente
connesso con il suo contenuto, per lungo tempo le necropoli posteriori al
VII secolo sono state oggetto di un’attenzione del tutto marginale ed
episodica. Inoltre i cimiteri medievali e post-medievali, anche in ragione del
particolare e intensivo sfruttamento delle aree destinate alla sepoltura, sono
complessi estremamente difficili da scavare (come aveva messo in evidenza
B. Kjølby-Biddle già qualche anno fa) e dunque con un rapporto costi-
benefici in apparenza poco allettante per il ricercatore. La conseguenza di
questa situazione è che il campione del quale disponiamo per operare una
sintesi è ancora modesto e diseguale, sia sul piano cronologico (le tombe del
primo alto Medioevo sono ancora le meglio conosciute) sia sul piano
geografico (per esempio, i paesi del Centro-Nord Europa risultano più
indagati di quelli mediterranei, Italia compresa).
Il periodo delle migrazioni (V-VII secolo), che rappresenta un momento di
particolare e complesso sincretismo comportamentale per quanto riguarda i
costumi funerari e l’atteggiamento delle società verso i riti connessi con la
morte, è stato oggetto di maggiore attenzione. In alcune regioni dell’Europa
l’archeologia alto medievale si è a lungo identificata con lo studio delle
sepolture di quelle popolazioni: così è stato in Francia a proposito dei
Franchi, così in Spagna per i Visigoti, in Inghilterra per gli Anglosassoni, in
Italia per Goti e Longobardi e così via.
Una prima fase della ricerca ha coinciso con un interesse rivolto
all’identificazione delle strutture funerarie in rapporto alle etnie: un
procedimento analitico, funzionale alla definizione cronologica dei contesti
archeologici (basti pensare che, ancora agli inizi di questo secolo, non si era
in grado di distinguere le sepolture del periodo goto da quelle dell’età
longobarda), ma anche strumentale verso il riconoscimento di un’identità
nazionale, forte soprattutto in paesi come la Francia o la Germania.
Questi metodi e queste finalità hanno eccessivamente ingabbiato gli
approcci epistemologici allo studio delle necropoli, sia perché riconoscevano
significato solo allo stadio terminale di quel complesso insieme di gesti e di
valori che costituisce il funerale, sia perché tendevano oltremodo a
schematizzare l’equazione tipologia del corredo = CULTURA (cfr. ), fino a far
coincidere quest’ultima con il concetto di razza. E anche quando sono state
tentate letture interpretative dei nuclei cimiteriali in termini sociali, si è
ritenuto di poter riconoscere nell’organizzazione e nella distribuzione delle
tombe un riflesso reale della stratificazione dei gruppi, fino addirittura ad
arrivare a costruire meccaniche equazioni tra tipologia di corredo e status
quale si poteva ricostruire, quasi mai con linearità, sulla scorta delle fonti
scritte.
Un ulteriore aspetto indagato con maggiore attenzione di altri è stato il
contenitore, cioè le caratteristiche formali e costruttive della sepoltura. È
abbastanza ovvio che la tomba, soprattutto quando realizzata in muratura o
con materiali non deperibili, abbia costituito per i ricercatori un’evidenza
archeologica immediatamente percepibile e più facilmente registrabile.
Quest’interesse per le componenti formali delle sepolture ha precocemente
permesso la costruzione di sequenze crono-tipologiche, cioè di
classificazioni che, almeno per ambiti sub-regionali, possono risultare di una
certa utilità strumentale. Tuttavia, ancora una volta, si tratta di un
approccio il cui pericolo è quello di far scomparire dalla sequenza (o di
sottostimare) le sepolture prive o quasi di evidenza materiale (per esempio,
le tombe in legno) e di circoscrivere l’analisi alla sola costruzione di una
casistica, senza soffermarsi sui significati, anche solo in termini economici,
che l’adozione di certi modelli può rivelare a seconda degli ambiti
territoriali di pertinenza. Inoltre questi lavori, talora anche pregevoli, non
infrequentemente limitano il loro campo d’analisi all’alto Medioevo.
Per quanto concerne i periodi immediatamente successivi, il ridursi delle
attestazioni epigrafiche, peraltro terreno anche questo poco frequentato dai
ricercatori, se non in anni recenti, e la scarsa applicazione dei metodi
archeologici hanno circoscritto all’analisi delle sole fonti scritte e, in
subordine, all’ICONOGRAFIA (cfr. ) e al sopravvissuto, lo studio dei modelli
comportamentali connessi con la morte nelle società medievali. Basta
scorrere le pagine delle sintesi storiche più recenti sull’argomento per
rendersi conto di come il dato archeologico sia stato nella sostanza ignorato
o sotto utilizzato (cfr. STORIA, ARCHEOLOGIA E).
A partire dagli anni Settanta gli studi etno-antropologici applicati alla
pre-protostoria hanno svolto una benefica influenza anche per l’analisi e la
comprensione dei costumi funerari post-antichi. Questi nuovi modelli
teorici hanno consentito di rilevare come, anche presso gruppi sociali
dell’alto Medioevo occidentale, tali costumi non siano semplice e schematica
espressione di una stratificazione sociale, ma tendano a riprodurre quegli
elementi che una società riteneva dovessero essere ricordati, sottolineati ed
enfatizzati. Era la pratica del funerale, dunque, come momento collettivo di
esplicitamento e di riconoscimento di tali componenti simboliche, che si
caricava di forti valenze tendenti ad affermare, a maggior ragione in
determinati periodi e all’interno di contesti socio-economici poco strutturati
e codificati, la posizione della famiglia nei confronti del resto della
comunità. Naturalmente i simboli utilizzati a definire il defunto sotto il
profilo sociale non erano sempre gli stessi e non sempre di natura
economica; infatti, si potevano incanalare risorse verso la costruzione della
sepoltura, l’abbigliamento e il corredo, il rito del funerale o il trattamento
del corpo.
Il funerale costituisce un avvenimento ricostruibile con difficoltà
attraverso l’esclusiva analisi dei resti archeologici e dunque diviene
necessario operare una lettura integrata, almeno per quei periodi in cui le
fonti lo consentano, con quanto rileviamo dalle descrizioni e dai riferimenti
testuali riportati dalle cronache o contenuti incidentalmente negli atti
privati. Tuttavia una maggiore attenzione ai resti scheletrici in scavo e
soprattutto alla posizione che le ossa del defunto hanno assunto all’interno
della sepoltura, possono costituire ulteriori e preziosi elementi per
ricostruire i procedimenti messi in atto nel trattamento dei corpi e nelle
modalità di seppellimento; così come minute tracce di resti organici,
recuperate attraverso il setacciamento del terreno contenuto nella tomba,
possono consentire di registrare altri dati sugli aspetti del rituale funebre.
A partire dal tardo VII secolo (ma per certi aspetti il fenomeno era
percepibile anche in precedenza, per quanto non generalizzato) la Chiesa
cerca di normalizzare i principi che regolano la sepoltura, tendendo d’ora in
avanti a esercitare una sorta di controllo e di giurisdizione. Le tombe
devono essere ubicate nei pressi di edifici ecclesiastici, in terra consacrata,
preferibilmente all’interno di quegli spazi che le chiese, esplicitamente
destinate alla cura d’anime, individuano. Si tratta di un fenomeno che verrà
regolarizzato solo durante l’età carolingia, anche se, nel tempo,
continueranno a esistere e svolgere funzione funeraria le cappelle private.
L’aspetto più rilevante di questo fenomeno è rappresentato dal fatto che
l’identità del corpo non viene più sentita come un valore da preservare.
I cimiteri, perimetrati spesso da limiti fisici, diventano da questo
momento in poi luoghi ad alta densità di sepolture; gli stessi contenitori
possono accogliere più corpi e i resti dei precedenti inumati, in questo caso,
vengono generalmente rimossi e accatastati negli angoli. L’intensità dello
sfruttamento delle aree e l’assenza, quasi sempre, di segnacoli sub divo, si
coniuga spesso con la rapidità con la quale gli stessi spazi vengono
utilizzati. Non è infrequente rilevare, infatti, in scavi recenti e accurati,
porzioni risepolte di cadaveri non ancora completamente disarticolati.
Più che il tipo di tomba o la sua riconoscibilità, conta ora la sua
collocazione, il suo rapporto con gli spazi privilegiati riconoscibili
all’interno o immediatamente all’esterno delle chiese. Per esempio, le aree
in prossimità dell’altare e della zona dove sono ubicate, quando presenti, le
reliquie, le fasce in stretta contiguità con i perimetrali lungo i quali scivola
l’acqua imbevuta del sacro dell’edificio di culto (sub stillicidio), diventano
luoghi e spazi particolarmente ambiti. La stratificazione della società tende a
riprodursi nella distribuzione delle sepolture, nell’ubicazione che la tomba
riceve nel quadro della topografia dei cimiteri.
Atti di apparente umiltà contraddistinguono spesso queste scelte. Il farsi
seppellire in prossimità dell’accesso alla basilica di Saint Denis (come chiede
e ottiene Pipino il Breve), con la faccia rivolta verso il basso (ma con grande
onore, come ricordano le fonti), testimonia certamente il desiderio di
riprodurre un atteggiamento di penitenza. Nel contempo, tuttavia, la
visibilità e l’enfasi con quale anche i figli rimarcano questa scelta, individua
nelle volontà del re franco un desiderio di ostentazione che mal si coniuga
con l’umiltà apparentemente professata dalla scelta del luogo e dalla
posizione che doveva assumere il corpo.
Ma anche la progressiva perdita di identità è in realtà solo fittizia, o
comunque non generalizzata. Per quanto abbastanza rare, e dunque per
questo ancora più eccezionali, sono ancora documentate le iscrizioni
funerarie, e non cessano neppure i casi di sepolture monumentali, spesso
entro antichi sarcofagi riutilizzati.
Nel tardo Medioevo l’uso della sepoltura monumentale torna
sufficientemente diffuso, almeno tra le aristocrazie, e aumentano, dal XIII
secolo in poi, le lapidi funerarie, che spesso vengono a indicare spazi di
pertinenza familiare. Queste attestazioni tendono a coincidere,
cronologicamente, anche con la progressiva perdita da parte del clero
secolare, attraverso le parrocchie, del diritto di sepoltura. Dal XIII secolo
forti centri d’attrazione diverranno le aree che gli Ordini mendicanti
destineranno alla sepoltura, come si evince dalle attestazioni archeologiche
(le arche o le tombe a camera organizzate lungo i muri delle chiese
monastiche e conventuali) e dalle fonti, come i sepoltuari, i quali, in casi
eccezionali, descrivono in forma catastale i cimiteri controllati da tali
Ordini.
Per quanto le attestazioni, archeologiche e monumentali, non manchino,
gli studi sull’evoluzione dei cimiteri nel tardo Medioevo non sono stati
particolarmente approfonditi, almeno in Italia. Le tombe monumentali sono
state analizzate nel quadro delle architetture medievali oppure nell’ambito
degli studi sull’epigrafia (come a proposito delle lastre terragne, quasi
sempre iscritte). Sul piano propriamente archeologico lo studio dei cimiteri
tardo medievali si è soprattutto indirizzato ad analizzare le componenti
scheletriche delle tombe.
Certamente le analisi antropologiche, e ancora meglio quelle
paleopatologiche, costituiscono strumenti eccezionali per indagare le
caratteristiche delle società antiche (cfr. PALEOANTROPOLOGIA; PALEONUTRIZIONE;
PALEOPATOLOGIA): dalle malattie al regime alimentare, queste analisi hanno
permesso di fare un salto di qualità alle ricerche sui cimiteri medievali. I
resti scheletrici sono passati dalla cristiana risepoltura a strumento di
conoscenza: e se prima quest’interesse era rivolto a identificare i caratteri
antropologici delle società, in un’ottica ancora essenzialmente interessata
alla certificazione della razza dell’inumato, successivamente l’attenzione si è
spostata a indagare i segni che le patologie lasciano sui corpi e da queste a
riconoscere la qualità della vita, le economie e le alimentazioni antiche.
Un particolare sviluppo ha avuto lo studio dei resti mummificati, i corpi
cioè di quegli individui che le particolari condizioni di giacitura hanno
permesso di conservare (si tratta, naturalmente, di processi di
mummificazione il più delle volte naturali). Tali processi sono in genere
identificabili nelle sepolture non terragne (sarcofagi, arche ecc.) e non è
infrequente che queste situazioni microclimatiche abbiano permesso anche
la CONSERVAZIONE (cfr. ) di resti organici. Così durante la riesumazione di
tombe privilegiate, ubicate in arche o nelle volte, è stato possibile ricavare
informazioni molto preziose anche riguardo alle tipologie dei contenitori
lignei (bare), dei vestiti (stoffe) e delle calzature, nonché documentare in
maniera più precisa e dettagliata l’abbigliamento e gli oggetti che
accompagnavano la sepoltura.
Queste riesumazioni, peraltro spesso frequenti nei casi di corpi venerati,
avvengono tuttavia quasi sempre al di fuori di un controllo archeologico.
Anche se negli ultimi anni l’attenzione verso gli aspetti non esclusivamente
devozionali di queste operazioni è stata meno totalizzante, questi interventi,
almeno nel nostro Paese, continuano a qualificarsi più come operazioni
interessate agli aspetti medico-patologici degli inumati, piuttosto che alle
componenti archeologico-antiquarie dei contesti.
L’archeologia della morte solo recentemente si è sviluppata oltre i confini
cronologici dell’età medievale. Anche per un problema di carattere etico, i
contesti di epoca moderna sono stati sentiti troppo vicini a noi per essere
indagati archeologicamente. La storia del costume funerario è stata dunque
quasi esclusivamente limitata all’analisi socio-antropologica delle lapidi e
dei monumenti funebri, secondo una tradizione di studi particolarmente
feconda in ambito anglo-americano.
Con lo sconfinamento cronologico delle pratiche archeologiche si
cominciano tuttavia a registrare interventi anche su complessi funerari del
XVIII e XIX secolo. Si tratta di episodi ancora pionieristici, per i quali spesso
si devono adottare metodi di scavo senza precedenti (come l’indagine nelle
volte della chiesa del Cristo a Londra): i risultati sono incoraggianti sia sul
piano del metodo che delle acquisizioni scientifiche, che investono i campi
relativi alle conoscenze epidemiologiche e ai caratteri socio-economici,
religiosi e demografici delle società d’epoca moderna.
Infine, un ultimo riferimento va rivolto alle necropoli musulmane. Per
ovvi motivi di carattere religioso, l’applicazione dei metodi archeologici allo
studio delle sepolture di rito islamico è stata limitata, al momento, a poche
aree del Mediterraneo, cioè la Sicilia e la Spagna, con ancora limitati
tentativi di sintesi.

P. Ariés, L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi, Roma-Bari 1980; P. Binski, Medieval
Death. Ritual and Representation, London 1996; G.P. Brogiolo, G. Cantino Wataghin
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Spitafields 1770 to 1850, York 1996; Id. (a cura di), Grave Concerns. Death & Burial in
England 1700-1850, London 1998; H. Duday, L’antropologia «sul campo». Una nuova
dimensione dell’archeologia della morte, in F. Mallegni, M. Rubini (a cura di),
Recupero dei materiali scheletrici umani in archeologia, Roma 1994, pp. 93-130; Y.
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SAURO GELICHI
G

Geoarcheologia
Nella tradizione europea dell’archeologia preistorica e protostorica
l’interazione con la geologia ha origine precoci: già a partire dalla metà
dell’Ottocento, in pieno Positivismo, il concetto stesso di stratigrafia viene
mutuato dalla geologia attraverso la famosa opera di Ch. Lyell, Antiquity of
Man, pubblicata nel 1863. Non diversamente anche in Italia molti dei primi
studiosi di archeologia preistorica sono di formazione naturalistica: infatti, è
il geologo Giuseppe Scarabelli a segnalare già nel 1850 il rinvenimento di
manufatti paleolitici e neolitici; l’interesse scientifico per bacini lacustri,
torbiere (palafitte) e «marniere» (terramare) degli anni di poco successivi, è
via via in perfetta consonanza con il più alto livello delle comunità
scientifiche d’oltralpe, francesi e inglesi, meno affette da classicismo. Sotto
la spinta negativa dell’idealismo, negli anni tra la fine dell’Ottocento e gli
anni Cinquanta del nostro secolo, si assiste a un calo progressivo e generale
dell’interesse scientifico in archeologia, particolarmente per l’aspetto
geologico, solo con rare eccezioni sempre in campo preistorico (cfr. TEORICA,
ARCHEOLOGIA). È solo nel primo dopoguerra che si assiste a un’inversione di
tendenza. Negli anni Settanta il rinnovato interesse per la sedimentologia e
la pedologia porta a coniare il termine «geoarcheologia» che definisce il
nuovo comparto disciplinare, nell’ambito dell’entusiasmo rifondatore
neopositivistico della NEW ARCHAEOLOGY (cfr. ), analogamente a quelli di altre
discipline di tipo naturalistico ma dedicate specificamente all’archeologia,
come l’ARCHEOMETRIA (cfr. ), l’ARCHEOBOTANICA (cfr. ) e l’ARCHEOZOOLOGIA (cfr. ).
Si viene così a ratificare la necessità che l’impostazione «storico-culturale»
dell’archeologo sia integrata da quella «naturalistica» del geologo, per gli
aspetti sia sedimentari sia pedologici, sottolineando contestualmente la
fondamentale importanza degli studi paleoambientali (cfr. AMBIENTALE,
ARCHEOLOGIA). Attualmente la geoarcheologia è un settore disciplinare
autonomo, sviluppatosi sia sul piano metodologico sia su quello applicativo
dello scavo archeologico e possiede anche una propria specifica rivista,
«Geoarchaeology», pubblicata negli Stati Uniti. In Italia l’insegnamento
universitario di Geoarcheologia, inserito nello statuto del corso di laurea in
Conservazione dei Beni culturali nel 1983, è stato soppresso con il decreto
sul «riordinamento dei settori scientifico-disciplinari» nel 1994.
L’obiettivo della geoarcheologia consiste quindi nella ricostruzione dei
PROCESSI FORMATIVI (cfr. ) della stratificazione archeologica, correlata al più
ampio aspetto geomorfologico e paleoclimatico, cioè al paleoambiente,
analizzato nelle sue variazioni spaziali e diacroniche. Come lo SCAVO
ARCHEOLOGICO (cfr. ), gli studi geoarcheologici non sono un fine, ma un mezzo
per ricostruire, attraverso i saperi delle Scienze della Terra, la storia
dell’uomo nella sua evoluzione economica e socio-culturale nel suo rapporto
dialettico con l’ambiente. In questo senso risulta molto calzante la
definizione di K.W. Butzer «archaeology as human ecology», nella quale
viene sottolineata la necessità di operare a scale diverse dall’indagine
regionale a quella di sito, passando attraverso il controllo delle
interrelazioni tra evidenze naturali locali e i processi formativi relativi agli
interventi antropici e ai processi naturali trasformativi successivi all’azione
umana. L’attività analitica di laboratorio, che non può sostituire l’attività di
controllo sul terreno, si configura sia come momento di verifica dell’attività
più «empirica» di campo, sia come momento propulsivo, sul piano
metodologico, per raffinare ulteriormente le letture sedimento-pedologiche
della stratificazione dei siti archeologici.
La figura del geoarcheologo riveste quindi una tripla funzione, sebbene
problematicamente e operativamente unitaria: da un lato fa da ponte con
l’attività del geomorfologo e del geografo (cfr. GEOGRAFIA, ARCHEOLOGIA E),
dall’altro, assieme all’archeologo di formazione «umanistica», condivide
l’indagine e l’interpretazione della stratificazione archeologica durante lo
scavo, da ultimo svolge la sua attività in laboratorio, supportato dalle
procedure delle «scienze dure».
In epoca recente la ricerca archeologica di campo si è sempre più
sviluppata verso l’indagine territoriale, superando l’osservazione troppo
locale di sito e ponendo sempre più l’accento sulla necessità di comprendere
i sistemi di occupazione e di sfruttamento del territorio (cfr. RICOGNIZIONE
ARCHEOLOGICA). In quest’ottica la funzione della geoarcheologia consiste nel
superare l’analisi statica dei pattern ricavati dalla distribuzione dei
manufatti, «stratificandoli» attraverso le ricerche
geografico/geomorfologiche (rese ora particolarmente efficaci anche dalla
potenzialità della fotointerpretazione), e tramite le indagini
sedimentologiche e pedologiche (più propriamente connesse alla geologia
del Quaternario), integrate dialetticamente soprattutto dai dati paleobotanici
e radiometrici, al fine di fornire un quadro dinamico dell’evoluzione
paleoambientale su scala microregionale. Tra tali aspetti è fondamentale
l’individuazione dei mutamenti dell’assetto ambientale indotti dall’attività
antropica di tipo agro-pastorale. Le indagini territoriali corrispondono
inoltre al principale strumento per contestualizzare le evidenze
insediamentali di SI TO (cfr. ) ed extra-sito, sia nei momenti «costruttivi»
della stratificazione archeologica, sia in quelli di trasformazione
postdeposizionale. Questa fase d’indagine, a scala intermedia, corrisponde
alla definizione della stratigrafia del sito, in cui l’aspetto formativo
antropico è prevalente rispetto a quello naturale e in cui le conoscenze
storico-culturali dell’archeologo hanno una prevalenza su quelle geo-
pedologiche. L’indagine di campo a «microscala» si attua nell’analisi della
singola entità stratigrafica; in tale tipo di indagine rivestono un ruolo
determinante le conoscenze di tipo sedimentologico e pedologico per
individuare e interpretare l’esito materiale del comportamento umano
(genesi e quindi cause dei processi formativi) e i processi trasformativi
postdeposizionali.
Le ricerche sul campo non possono tuttavia esaurire l’indagine
diagnostica dei caratteri sedimentari e pedologici, pur necessaria per la
decodificazione dei processi deposizionali e postdeposizionali delle
stratificazioni archeologiche. Sulla base di prelievi criticamente mirati e
quantitativamente adeguati, i campioni vengono indagati nei loro caratteri
sedimentologici e pedologici attraverso una serie di analisi chimico-fisiche
di laboratorio applicando tecniche molto diversificate tra loro.
Analisi tessiturali. Tali analisi hanno lo scopo di determinare gli agenti, i
mezzi e l’energia che hanno causato l’asporto, il trasporto e la rideposizione
del sedimento analizzato, stabilendo l’ambito paleoclimatico e
paleogeografico in cui si è svolta la deposizione. Le analisi tessiturali si
riferiscono allo studio della granulometria, intesa come determinazione delle
classi dimensionali dei sedimenti naturali e/o antropici. L’analisi viene
eseguita direttamente sul campo, o in laboratorio, per i materiali grossolani
(superiori a 4 cm), mentre per le particelle di diametri inferiori, dalle ghiaie
fini (dai 4 cm ai 2 mm) alle sabbie (dai 2 a 0,062 mm), la misurazione si
effettua tramite setacciatura con vagli gradati o in caduta d’acqua. I diametri
dei sedimenti di misure inferiori, limi (0,062-0,002 mm) e argille (inferiori a
0,002 mm) vengono ricavati in base alla velocità di caduta delle particelle
poste in sospensione acquosa. Analogamente a quelle granulometriche, le
analisi della forma e delle superfici vengono operate direttamente sui
materiali grossolani, mentre si usano mezzi ottici per stabilire gli indici di
definizione della forma e dello stato di rielaborazione (eventuali usure) delle
superfici delle particelle inferiori a 4 cm (sabbie e limi). Riguardo alla
determinazione dell’assetto (fabric) delle particelle, si svolgono sul campo le
analisi dei clasti grossolani, e in laboratorio, tramite sezioni sottili, quelle
relative alle particelle fini.
Analisi mineralogiche. Queste analisi permettono di determinare la
composizione mineralogica delle particelle, il mezzo di trasporto e il loro
grado di alterazione pedogenetica. La selezione dei granuli attraverso
l’impiego di liquidi a densità varia permette di dividere i minerali leggeri da
quelli pesanti; questi ultimi, assieme alla frazione sabbiosa, forniscono
informazioni utili per l’individuazione dei bacini naturali di provenienza dei
sedimenti. Per i depositi di formazione antropica è rilevante la potenzialità
di determinare la presenza di materiali locali e/o alloctoni, venendo a
definire l’areale di approvvigionamento dei siti (site catchment area). Tale
aspetto può essere collateralmente integrato dall’analisi degli impasti
ceramici, con la possibilità di giustapporre l’analisi mineralogica degli
inclusi con quella delle argille, per le quali recentemente si è aggiunto lo
studio del plancton fossile, che permette di individuare con maggior
precisione le zone di prelievo della materia prima. L’analisi al microscopio
elettronico (Sem) delle forme e dei tipi di frammentazione dei granuli di
quarzo porta all’individuazione dei mezzi di trasporto dei sedimenti
(fluviale, glaciale, eolico ecc.). Possono rientrare nel comparto delle analisi
mineralogiche anche quelle riguardanti l’alterazione pedogenetica dei
granuli, sia per l’aspetto della provenienza, che per quello paleoambientale
correlato ai processi trasformativi di pedogenesi. Tali dati sono
particolarmente indicativi per la determinazione delle caratteristiche degli
orizzonti dei paleosuoli pleistocenici e olocenici antichi.
Analisi chimiche. Riguardo alle analisi chimiche non esiste un protocollo
standard applicabile a tutte le situazioni sedimentarie e pedologiche.
Attuabili anche direttamente sul campo, risultano molto utili le analisi dei
contenuti di sostanza organica, del carbonato di calcio e del pH che
forniscono informazioni riguardo alla presenza di suoli sepolti e al rapporto
tra pedogenesi e fattori climatici. Il frazionamento degli acidi umici può
testare la diversità di genesi, naturale o antropica, dei suoli sepolti. L’analisi
del fosforo viene applicata particolarmente per testare le differenziazioni
d’uso del suolo da parte dell’uomo (cfr. DIAGNOSTICA ARCHEOLOGICA). Le
tecniche sono molto diversificate tra analisi standard, puramente
quantitative, e analisi più complesse, solo di laboratorio, che analizzano
oltre al fosforo totale, il rapporto quantitativo tra fosforo inorganico e
organico, e tramite frazionamento, il rapporto quantitativo intercorrente tra
i fosfati legati al ferro, all’alluminio e al calcio; possono fornire, inoltre,
informazioni anche riguardo all’antichità di suoli sepolti. Queste analisi
risultano particolarmente efficaci se combinate con quella dei pollini e dei
carboni per comprendere l’uso del suolo sia in contesti abitativi sia,
soprattutto, agro-pastorali.
Analisi micropedologiche. La micropedologia corrisponde alla studio
micromorfologico di sezioni sottili ottenute da campioni indisturbati e
orientati, impregnati con resine epossidiche sotto vuoto, tagliati, levigati e
contenuti in vetrini, in modo da poterli osservare con un microscopio
petrografico. Con tale metodo possono essere analizzate le varie
componenti microscopiche del suolo (scheletro, plasma, vuoti, figure
pedologiche ecc.) nella loro relazione spaziale originale. Tale tecnica è
particolarmente efficace nel fornire informazioni sia riguardo alle
trasformazioni subite dai sedimenti in relazione alle variazioni
paleoclimatiche pleistoceniche (analizzate in particolare nelle sequenze dei
depositi in grotta e in quelli periglaciali all’aperto), sia riguardo agli esiti
sedimentari delle trasformazioni ambientali di età olocenica causate
dall’uomo, conseguenti all’impatto insediativo e agrario. Un limite di questa
tecnica consiste nei costi elevati che determinano una scelta molto oculata
della quantità di campioni da analizzare. Altra tecnica complementare
consiste nell’osservazione diretta del campione indisturbato al Sem, senza
doverlo trasformare in sezione sottile, quindi con notevole risparmio
economico. Tale tecnica permette di analizzare con stime semiquantitative
le caratteristiche delle particelle (per esempio, fabric, cementazione,
porosità) in relazioni alle trasformazioni pedogenetiche subite dal
sedimento.
Nel tempo si stanno sviluppando sempre di più nuove analisi
specialistiche di laboratorio, tra le quali, per esempio, quelle ai raggi X, per
l’aspetto sedimento-pedologico o lo studio delle patine per stabilire
l’antichità di manifestazioni «artistiche» su pareti rocciose. Sorta nel 1978
quale sottodisciplina a cavallo tra geologia e paleobotanica, la
pedoantracologia, sebbene ancora scarsamente applicata, studia il rapporto
tra attività e copertura vegetale, con un’efficace potenzialità informativa
riguardo alle pratiche d’incendio del bosco a scopo agro-pastorale. Un
problema ancora molto aperto in ambito geoarcheologico è costituito dalla
carenza di strumenti modellistici e tecnico-analitici per l’interpretazione
scientifica degli strati sedimentari di totale genesi antropica. Le ricerche a
tale proposito, infatti, anche tramite l’attivazione di procedure di
ARCHEOLOGIA SPERIMENTALE (cfr. ), stentano a decollare: la ricerca e
l’approntamento di nuovi strumenti d’indagine in tale direzione possono
costituire una positiva sfida per il futuro della geoarcheologia.

A. Arnoldus-Huyzendveld, The Passage of Information from the Sociocultural to the


Archaeological Context, in P. Urbanczyk (a cura di), Theory and Practice of
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GIOVANNI LEONARDI
Geografia, archeologia e

Pur avendo in comune molti settori di ricerca, primo fra tutti quello di
occuparsi preminentemente del territorio e di utilizzare metodi e strumenti
di analisi spaziali sostanzialmente coincidenti, archeologia e geografia
costituiscono di fatto due discipline parallele con notevoli problemi di
comunicazione. Al di là delle precisazioni teoriche sull’oggetto dei due
campi disciplinari (Wagstaff 1987), si può osservare come, di fatto, nella
pratica dell’archeologia moderna la dimensione geografica assuma una
dimensione sempre più rilevante. Ma quest’approccio, nella cultura
archeologica mediterranea, non è sempre fondato su solide basi
metodologiche; in molti casi resta decisamente empirico, e tuttavia è
fondamentale per l’analisi delle dinamiche insediative e del rapporto uomo-
ambiente sulle varie scale (siti, territori, regioni) e per la conseguente
elaborazione di modelli. L’incontro tra archeologia e geografia resta tuttavia
limitato, nonostante alcune interessanti eccezioni, per esempio in campo
medievistico (Moreno 1990). Ben più importante è il ruolo della geografia in
preistoria, che qui non è in esame. Va però rilevato come l’archeologia
preistorica abbia costituito lo stimolo iniziale, nella prima metà di questo
secolo, per un moderno approccio geografico all’archeologia; peraltro, nella
GEOARCHAEOLOGIA (cfr. ) il ruolo principale è svolto dalle scienze della terra.
L’estrema varietà degli approcci complica però il già difficile rapporto
parallelo tra archeologia e geografia. Di questo rapporto non è stata scritta
una storia, ma le origini potrebbero già risalire ai trattati antiquari di un
Cluverio o di un Kircher, passando per l’epoca dei Dilettanti viaggiatori
(Goudie, in Wagstaff 1987, pp. 11 sgg.). In ogni caso, archeologia e geografia
s’incontrarono soprattutto a partire dalla grande stagione positivistica.
L’esempio più celebre è forse quello della scoperta di Troia da parte di
Schliemann; in realtà dobbiamo soprattutto ricordare le messe a punto
ancor oggi insostituibili di «Landeskunde» (per esempio, H. Nissen per
l’Italia, A. Philippson per l’area egea) e di CARTOGRAFIA (cfr. ) sistematica
(grandissima l’opera di Kiepert).
Nella fase di crescita dinamica degli studi antichi di fine Ottocento,
l’archeologo chiedeva al geografo un contributo essenzialmente cartografico
e topografico, ma nei successi sviluppi dei rapporti fra le discipline il
pregiudizio classicistico ha di fatto limitato l’interesse per la geografia
propriamente detta. Gli strumenti ottenuti sono stati considerati come
repertori acquisiti, ma, a differenza di quanto è accaduto nelle altre
discipline antichistiche, la geografia ha mantenuto l’impostazione
positivistica.
Per i decenni successivi possiamo segnalare qualche stimolo esercitato da
studiosi più sensibili, come J.C. Myres e A. Toynbee nel Regno Unito o R.
Dion in Francia. Va poi ricordato il ruolo d’avanguardia, non sempre
riconosciuto, assunto dalla Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio
Sereni, elaborata già negli anni Cinquanta. Rifiutando il determinismo fisico
di tradizione geografica, che riduceva le economie agrarie e silvo-pastorali a
una semplice questione di vocazioni ambientali, Sereni delinea una
dialettica tra paesaggio naturale e paesaggio agrario che prevedeva una
persistenza sotterranea delle comunità rurali e dei loro sistemi di
sussistenza. Quest’analisi, pur se non del tutto condivisibile, va però
apprezzata per i suoi elementi innovativi, soprattutto per l’adozione di una
prospettiva «dal basso», che anzitutto evidenziava la vita nelle campagne e
gli aspetti più propriamente tecnici, ma anche sociali e culturali, del mondo
rurale, svolgendo quindi un ruolo di avanguardia nel dibattito storico
italiano e, in parte, europeo (cfr. CULTURA MATERIALE).
In questa direzione si sono mossi i progetti topografici francesi, la cui
impostazione geografica, pur se più tradizionale e meno propensa alla
teorizzazione, nondimeno si distingue per un’apertura agli «ecofatti» intesi
come integrazione degli «artefatti» (Leveau e Raynaud 1997). Da segnalare,
tra i progetti più interessanti, il gruppo di ricerca sull’evoluzione dei
paesaggi litorali nel Mediterraneo orientale (Dalongeville 1996). Tale
impostazione risente della tradizione storiografica francese, che da sempre
associa la STORIA (cfr. ) alla geografia e ha avuto un ruolo di avanguardia
negli studi di storia rurale: è inoltre evidente l’apporto della scuola storica
delle «Annales», i cui capiscuola (Febvre, Braudel, Le Roy Ladurie) hanno
approfondito il ruolo della geografia e del clima sull’ambiente,
promuovendo inoltre l’importanza della microstoria.
Anche nelle altre scuole si sta facendo strada un moderno approccio
geografico all’archeologia, concernente i grandi temi della storia sociale, ma
soprattutto i suoi aspetti «minori», o più specificamente materiali. In tal
senso si muovono alcuni recenti studi, che hanno abbandonato le
prospettive tradizionali per operare una ricerca tematica più attenta alle
vocazioni ambientali: un caso esemplare è il progetto sull’Irpinia iniziato nel
1995 dall’università di Lund (Santillo Frizell 1996). Il progetto svedese,
concentrato sulle vocazioni ambientali (nella fattispecie i tratturi e
l’economia di transumanza), si distingue per l’equilibrata considerazione dei
condizionamenti ambientali e culturali (cfr. AMBIENTALE, ARCHEOLOGIA); merita
attenzione soprattutto l’uso di categorie della geografia antropica, come per
esempio l’attenzione ai luoghi di culto e ai santuari, che allarga così la
prospettiva dei surveys a una dimensione non più esclusivamente socio-
economica. L’applicazione della microstoria alla realtà archeologica si è così
rivelata fondamentale per costituire un quadro storico-geografico delle
regioni mediterranee. Notevole, soprattutto, il recupero di una prospettiva
diacronica in aree regionali dove la tradizione della ricerca ha privilegiato
determinati periodi trascurandone altri, come nel caso della Grecia romana,
dove la geografia ha assunto un ruolo di primissimo piano nella sintesi di S.
Alcock (1993).
Le suddette ricerche costituiscono peraltro avanguardie isolate di settori
dell’archeologia più sensibili all’analisi scientifica, che hanno gradualmente
elaborato categorie geografiche raffinate, affiancando così NEW ARCHAEOLOGY
(cfr. ) a «New History» (Wagstaff 1987, pp. 26-36). Nel complesso, però,
l’archeologia classica comincia solo ora ad adeguarsi a una lettura meno
empirica dell’ambiente, stimolata dall’ANTROPOLOGIA (cfr. ) e soprattutto dalle
nuove correnti storiche. Infatti, nonostante l’influenza esercitata dagli
studiosi più sensibili al discorso geografico, negli studi classici la geografia
ha mantenuto la precedente connotazione di disciplina ancillare.
Diversamente dall’archeologia preistorica e protostorica, l’archeologia
classica non ha saputo raccogliere pienamente la grande tradizione degli
studi geografici (cfr. MODELLI INSEDIATIVI); l’approccio degli archeologi classici
alla geografia di una regione è rimasto essenzialmente empirico.
Così, mentre la topografia antica (che oggi è preferibile definire
archeologia dei paesaggi) ha gradualmente acquistato solidità (cfr.
RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA), la tradizione degli studi archeologici classici ha
trascurato gli aspetti teorici della geografia, pur elaborando modelli di
comprensione analoghi a quelli della geografia umana e della geografia
economica. Ne risulta una tendenza a elevare a sistema le esperienze
acquisite su un’unica regione o un unico sito di scavo, senza però tener
conto delle vocazioni ambientali e dei mutamenti diacronici. In genere, la
visione geografica dell’archeologo sul campo è stata influenzata dalla
situazione contemporanea in cui operava, con la frequente conseguenza di
stabilire un collegamento ideale tra passato e presente, rimuovendo le
variazioni (geologiche, climatiche, antropiche) vissute da un territorio nel
corso dei secoli. In qualche modo, chi operava in ambienti mediterranei e
soprattutto in aree non interessate da una forte industrializzazione, ha
sviluppato una visione «arcadica» del paesaggio in cui operava, ipotizzando
una continuità virtuale influenzata oltretutto da una lettura non
decodificata delle fonti classiche. Infatti, nel mondo antico si confrontano –
spesso fondendosi insieme – molteplici esperienze di paesaggi ideali e reali:
il territorio della polis classica, il bosco e la palude dei «barbari», i deserti e
gli altipiani popolati da nomadi e seminomadi.
Questa visione ha generato un vero e proprio «paradigma» in qualche
modo vichiano da cui è difficile staccarsi: una storia del paesaggio
attraversata da «corsi e ricorsi», con un paesaggio antico dalle
caratteristiche «moderne», come l’ordine e la razionalità, fortemente
contrapposto a un paesaggio alto medievale e «primitivo». Oggi, però,
dobbiamo prendere le distanze da un simile quadro: le ricerche storiche e
archeologiche degli ultimi anni hanno evidenziato l’estrema varietà dei
singoli contesti, mettendo in crisi i vecchi modelli. Il paesaggio antico è una
realtà ben più complessa e sfuggente: dobbiamo quindi diffidare da
categorie assolute quali «continuità» o «discontinuità», spesso utilizzate nel
raffronto tra paesaggio antico e paesaggio medievale.
Fino ai Dark Ages, le fonti restituiscono un solo scenario possibile per
l’attività dell’uomo, il Mediterraneo. Non che fossero ignote le realtà esterne
a questa grande civiltà fondata sull’agricoltura e sui traffici marittimi: la
dialettica fra città e non città, paesaggio e non paesaggio, è una costante
delle culture classiche, che si riallaccia alla tendenza spiccata delle civiltà
antiche di misurarsi con la realtà del diverso. Pur con una marcata tendenza
all’idealizzazione e allo stereotipo, Greci e Romani hanno rappresentato in
modo efficace la propria realtà antropologica e il proprio ideale di spazio, sì
che, in definitiva, è abbastanza agevole delinearne le costanti geografiche e
territoriali.
D’altra parte, l’incontro fra archeologia e geografia nel Mediterraneo
antico non può prescindere dall’esame critico delle fonti. Se A.M. Snodgrass
ha giustamente reagito alle precedenti idealizzazioni di un paesaggio
«selvaggio» sognato dagli interpreti romantici del mondo greco, non
convince però la sua soluzione della microanalisi territoriale. Infatti, la
formulazione di «una geografia per la storia» (secondo la fortunata
espressione di L. Gambi) prevede lo studio dell’«uomo della storia», e non di
un fantomatico e artefatto «uomo dell’ecologia». Si tratta, quindi, di trovare
una dimensione intermedia tra le descrizioni antiche di paesaggi,
profondamente idealizzate e ideologizzate, e una modellistica astratta,
interessata alle tematiche ambientali, ma poco sensibile al concetto storico
di paesaggio. Ciò dipende dalla nostra tendenza a immaginare una
dimensione geografica fuori dalla storia, e, in certa misura, al tentativo di
costruire modelli di paesaggio alternativi ai dati selettivi, e soprattutto
codificati, delle fonti letterarie. Del resto, ben poco del paesaggio antico
resta visibile, e la pretesa di calcolare modelli geografici sulla base dei dati di
superficie resta in gran parte illusoria (cfr. DIAGNOSTICA ARCHEOLOGICA).
Un discorso a sé va fatto per il periodo di transizione tra Antichità e
Medioevo, caratterizzato da una quantità particolare di fonti. In una società
«post-tradizionale» (o, in termini economici, «di transizione»), il problema
delle fonti è particolarmente complesso (cfr. Marazzi 1998, per l’Italia del VI
secolo). Il paesaggio tardo antico, per molti aspetti più evidente, permette di
indagare sulle strutture nascoste del paesaggio antico; ciò è chiaro
soprattutto per gli elementi di oggettiva continuità, come nel campo della
tecnica e dell’agricoltura, ma anche per i vari aspetti della storia sociale e
della vita quotidiana.
In definitiva, lo studio geografico dell’antichità non può evitare di
considerare l’aspetto ideologico dei testi, almeno per quanto riguarda il
Mediterraneo arcaico, classico e tardo antico. L’archeologo interagisce con
lo storico o deve diventare storico egli stesso, ma nessuno può essere
alternativo all’altro. È necessario evitare, come pure accade, la costituzione
di un paesaggio degli storici contrapposto a quello degli archeologi, e
naturalmente a quello dei «geografi» in senso ristretto.
In termini più propriamente archeologici, il problema è stato posto da R.
Hodges (in Wagstaff 1987, p. 133): «La nuova geografia ha certamente
stimolato gli archeologi a riprendere in considerazione il comportamento
nello spazio e le sue implicazioni, e quindi a sviluppare strategie per
documentare le relazioni spaziali nel tempo [...] Certo, la metodologia
archeologica va sviluppata su una scala appropriata, in modo da formulare
modelli spaziali di insediamento, produzione, distribuzione, e sistemi
culturali diacronici a livelli di interazione regionali, comunitari e abitativi».
Per un’«archeologia geografica» sarà così forse preferibile impiegare il
termine luogo rispetto al termine paesaggio, che è un referente moderno
elaborato dai geografi, anche se ampiamente accettato dagli storici, al pari di
ambiente, spazio, territorio, e che tuttavia resta troppo generico. Come
«paesaggio», comunque, si può definire la risultante di una serie di fattori,
reali o immaginari, che a loro volta si riportano sia alle forme
d’insediamento umano, sia alla mentalità dominante delle singole civiltà. Il
termine «luogo», meno astratto di «spazio», si applica anche a esperienze
estranee al paesaggio propriamente detto, il cui studio permette di esplorare
più a fondo la conflittualità del mondo antico.

S.E. Alcock, Graecia capta. The Landscapes of Roman Greece, Cambridge 1993;
«Archeologia e calcolatori», 9, 1998; Archeologia e geografia del popolamento, in
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traduzione italiana del testo, Roma 1996; A. Kircher, Latium: Id est, nova & parallela
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Narbonnaise», 30, 1997, pp. 1-3; Ph. Leveau, P. Sillières, J.-P. Vallat, Campagnes de la
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Un’archeologia della Grecia, Torino 1994; A.J. Toynbee, An Ekistical Study of the
Hellenic City-State, Athenai 1971; G. Traina, Ambiente e paesaggi di Roma antica,
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antica. Come leggere le fonti, Bologna 1996, pp. 9-31; J.M. Wagstaff (a cura di),
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GIUSTO TRAINA
I

Iconografia e iconologia
Una solenne figura barbata, seduta su un trono, spesso con uno scettro o un
fulmine stretti nella mano, accompagnata talvolta da un’aquila, permette a
un osservatore dotato di media cultura di riconoscervi una raffigurazione di
Zeus, almeno così come si è canonizzata a partire grosso modo dal VI secolo
a.C. Analogamente una scena più complessa, ove una fanciulla riluttante sta
per essere sacrificata su un altare pagano, assai verosimilmente dovrebbe
rappresentare il sacrificio di Ifigenia da parte del padre Agamennone. Questi
due esempi, scelti a caso, ma peraltro comunissimi nel sistema figurativo
dell’arte antica, ci permettono di identificare gli elementi costitutivi del
concetto di iconografia. La positura di una figura, gli attributi che essa regge
o che la caratterizzano indirettamente, lo schema della composizione in cui
essa è inserita formano i caratteri basilari dell’iconografia. Essi permettono
in una prima fase di identificare i soggetti della raffigurazione al loro grado
zero, per così dire: Zeus, Hermes, Ifigenia, l’Amazzone, il kouros, la kore,
Atena, la battaglia tra dei e giganti o tra Greci e Persiani per citare alcuni
esempi. In un secondo momento, attraverso lo studio iconografico si
potranno raccogliere, distinguere e classificare le diverse immagini secondo
il criterio della differenziazione, cioè secondo la tipologia. Si osserverà per
esempio che ciascuna di queste immagini può avere una positura diversa,
che gli attributi possono variare così come lo schema compositivo, in cui
entrano altri elementi. A questo punto si parlerà per esempio di Zeus
egioco, di Zeus tipo Otricoli, di Atena fidiaca, di Era policletea, di Amazzone
fidiaca o policletea ecc.
Oltre alle differenze l’iconografia registra anche le persistenze di
un’immagine, indagando il percorso che esse compiono dalla loro origine
fino a epoca moderna e osservandone i diversi passaggi e usi nella storia
delle arti figurative.
Soprattutto per la produzione artistica del mondo antico, caratterizzata
principalmente da una tradizione artigianale, lo studio iconografico si rivela
particolarmente utile per comprendere i significati del prodotto artistico e le
sue trasformazioni diacroniche come specchio delle mutazioni sociali.
Negli studi archeologici moderni non si può tentare di definire il termine
iconografia senza la contemporanea introduzione del concetto di iconologia.
L’iconologia è strettamente legata all’iconografia e nello stesso tempo si
distingue da essa definendo il campo della propria indagine a un livello
ermeneutico. Così come l’etimologia dei due termini indica (eikon:
immagine e graphia: disegno, pittura; eikon: immagine e logos: pensiero,
ragionamento), l’iconografia tradizionalmente si è limitata alla descrizione
degli oggetti e alla loro CLASSIFICAZIONE (cfr. ) in termini oggettivi, fornendo
informazioni sulla datazione, sulla provenienza e sulla tipologia assai utili
per ogni studio interpretativo che su di essi si voglia in seguito fare.
L’iconologia invece si spinge oltre i dati oggettivi e si propone di
interpretare gli oggetti artistici già definiti a livello iconografico in tutte le
possibili connessioni con la loro epoca: storiche, politiche, sociali, religiose e
psicologiche.
Una tale definizione dei due termini risale alle ricerche condotte dallo
storico dell’arte tedesco Erwin Panofsky a partire dal terzo decennio del
nostro secolo e che hanno avuto conseguenze apprezzabili soprattutto nel
campo della storia dell’arte e, limitatamente agli ultimi decenni, anche
nell’ambito degli studi archeologici. Occorre pertanto risalire agli albori
dell’iconografia sia nell’accezione di exempla, caratteristica del mondo
antico, sia come strumento di studio dell’arte dell’antichità.
Collezioni di ritratti e opere di iconografia esistevano già nell’antichità.
Plinio (Nat. Hist. XXXV, 9, 10) testimonia che si trattava di un uso ellenistico
introdotto a Roma da Asinio Pollione il quale, seguendo l’esempio delle
biblioteche di Alessandria e Pergamo, aveva esposto nella sua biblioteca i
ritratti dei letterati e dei filosofi celebri. In un altro passo sempre Plinio
racconta che Terenzio Varrone avrebbe raccolto almeno 700 ritratti di
uomini celebri di cui avrebbe anche composto l’elogio (Nat. Hist. XXXV, 11).
Gli studi iconografici più antichi hanno preso in considerazione i ritratti
greci e romani non tanto in funzione artistica quanto piuttosto storica,
mirando all’identificazione dei personaggi storici; da quest’interesse
discendono le opere che hanno per argomento l’iconografia romana,
l’iconografia greca o, più specificatamente, l’iconografia degli imperatori
romani. Da questo punto di vista l’iconografia si sviluppa già tra il XVI e il
XVII secolo con opere come Illustrium Imagines di Andrea Fulvio (Roma
1517), basata sui ritratti monetali, o quella di Achille Stazio, Inlustrium
virorum ut extant in Urbe expressi vultus (Roma 1569), che raccoglieva i
ritratti e le erme iscritte presenti nelle collezioni romane. Opera di notevole
valore è il volume Imagines et elogia virorum illustrium di Fulvio Orsini
(Roma 1570, poi ristampato nel 1598 e nel 1606). Il lavoro di Orsini, che fu
segretario e bibliotecario del cardinale Alessandro Farnese, si rivela ancora
un utile strumento di ricerca grazie alla riproduzione di opere, in seguito
scomparse, di fondamentale importanza per la definizione dell’iconografia
di alcuni personaggi dell’antichità. Ricordiamo ancora un volumetto di G.A.
Canini pubblicato a Roma nel 1670, dove furono raccolti i ritratti e le
immagini monetali degli imperatori romani da Cesare ad Alessandro Severo.
All’inizio dell’Ottocento compare la monumentale Iconographie grecque di
Ennio Quirino Visconti (Paris 1808-1811), il quale lavorò anche a una
Iconographie romaine, rimasta incompleta a causa della sua morte. Con
queste due opere si può dire che si concluda l’epoca della ricerca ANTIQUARIA
(cfr. ) nell’ambito dell’iconografia.
Contemporaneamente alla pubblicazione delle opere di Visconti è
nell’ambito della STORIA DELL’ARTE (cfr. ) che l’iconografia muove i primi passi
come disciplina scientifica, in particolare nel campo delle ricerche sulle
immagini cristiane. Già nella Histoire de l’Art di Serais d’Agincourts (1809-
23) e nell’opera di A.N. Didron (1843) vengono seguiti i primi tipi della
rappresentazione cristiana e il loro sviluppo. Didron fu anche il fondatore
delle «Annales archéologiques», rivista in cui le ricerche iconografiche
trovarono ampio spazio. Mentre lo studio della storia dell’arte moderna in
Europa viene progressivamente impostato come ricerca all’interno di un
sistema (in Germania con gli studi di F. Piper, in Inghilterra con A. Jameson,
per esempio), si amplia considerevolmente la quantità dei monumenti
studiati e lo spettro dei sistemi di indagine, gli studi archeologici per gran
parte dell’Ottocento restano essenzialmente legati all’approccio filologico e
soltanto nella seconda metà del secolo l’archeologia rivendica un ruolo
autonomo rispetto alla filologia, poggiandosi sui risultati dei grandi scavi
archeologici condotti in Grecia e in Italia. In questo contesto specifico opere
a carattere iconografico compaiono alla fine del secolo con le pubblicazioni
di J.J. Bernoulli: Römische Ikonographie (Stuttgart 1882-94), Griechische
Ikonographie (München 1901) e uno studio sull’iconografia di Alessandro
Magno (München 1905).
Alla fine dell’Ottocento dall’ambiente storico-artistico legato alla Scuola
di Vienna furono mosse critiche all’uso del metodo iconografico.
L’esponente principale di quest’orientamento fu Alois Riegl, storico dell’arte
la cui opera era destinata ad avere ampia influenza sugli studi di arte
romana. Riegl rimproverava all’iconografia un approccio troppo
positivistico, che si esauriva nell’esame dell’opera d’arte intesa unicamente
come documento per conoscere i fatti storici, religiosi e culturali. In tal
modo, egli sosteneva, veniva trascurata l’analisi estetica vera e propria e si
rinunciava a interrogarsi sulla genesi dell’opera d’arte, argomento che
diventerà un punto focale nelle ricerche storico-artistiche a partire dalla fine
del secolo sotto l’influenza dell’idealismo. È proprio in questo periodo che
accanto alla ricerca di stampo positivistico dell’iconografia inizia a
svilupparsi l’iconologia come studio delle immagini finalizzato alla
comprensione del contesto storico-sociale da cui esse provengono. Anche
l’iconologia ha avuto un suo momento di formazione assai precoce, intesa
come compendio di modelli iconografici cui l’artista attingeva per i propri
scopi: allegorie, simboli e attributi che hanno trovato una loro
canonizzazione nell’Iconologia di Cesare Ripa (Roma 1593), opera che ebbe
un ampio e continuo impiego. Nel Dictionaire iconologique di H. Lacombe de
Prezels (Paris 1756) l’Iconologia è raffigurata come una signora seduta, che
inventa un’allegoria con la guida di un genio alato. Bisognerà tuttavia
aspettare il primo decennio del nostro secolo perché l’iconologia assuma il
significato moderno che essa ha acquisito nel campo degli studi storico-
artistici grazie all’opera di Aby Warburg. Fulcro delle ricerche iconologiche
di Warburg fu lo studio sugli affreschi rinascimentali eseguiti da Pietro
Cossa e altri pittori nel Palazzo Schifanoia a Ferrara, i cui risultati furono
presentati al Congresso internazionale degli storici dell’arte a Roma, nel
1912. Pur partendo dalla lettura iconografica basata sulla classificazione e
sulla descrizione, egli tentò di superare questo livello utilizzando le
immagini per ricostruire i diversi rapporti socio-culturali che costituivano il
contesto in cui furono eseguiti gli affreschi, analizzati nelle componenti
particolari: forme di vita, committenti, riferimenti storici ecc. Gli stessi
oggetti presenti nel dipinto vennero considerati e interpretati in questa
prospettiva.
Warburg, primogenito di una grande famiglia di banchieri di Amburgo,
costituì una celebre biblioteca che anche dopo la sua morte, per iniziativa di
F. Saxl, rimase un punto di incontro per studiosi di varie discipline (il
filosofo E. Cassirer, il teorico della cultura E. Wind, gli storici dell’arte W.
Waetzoldt ed E. Panofsky) e fu un centro di ricerche storico-artistiche. Con
la presa del potere da parte di Hitler la biblioteca e coloro che vi lavoravano
dovettero lasciare la Germania per trasferirsi a Londra, dove fu costituito il
nucleo del futuro Warburg Institute. Aby Warburg morì nel 1929 e dagli
anni Trenta fu proprio Erwin Panofsky che iniziò un lavoro sistematico sul
metodo dell’interpretazione dell’iconologia con l’opera Zum Problem der
Beschreibung und Inhaltsdeutung von Werken der bildenden Kunst, pubblicata
nel 1932, che poi trovò la sua formulazione definitiva negli Studies in
Iconology pubblicati nel 1939 in America, dove si era rifugiato.
Semplificando i termini della teoria di Panofsky, si può affermare che egli
individuò tre livelli nella ricerca iconologica. Il primo livello è quello pre-
iconografico, che è limitato all’analisi del puro aspetto formale, come i
colori, la luce, la composizione ecc. Contemporaneamente ai gesti e agli
attributi delle figure rappresentate viene anche descritto il contenuto
emozionale dell’opera. L’analisi pre-iconografica si basa sull’esperienza
pratica che lo storico dell’arte già possiede. Il secondo momento è costituito
dall’analisi iconografica, al cui scopo è necessaria una vasta preparazione
culturale poiché le spiegazioni dei temi figurativi richiedono la conoscenza
dei fatti storici e letterari da cui essi hanno preso origine. Dopo l’analisi
formale e lo studio dei soggetti si arriva al gradino finale, quello più
intellettualmente sofisticato, che è rappresentato dalla sintesi iconologica,
cioè l’interpretazione dell’opera d’arte inserita nel suo contesto storico e
sociale. Osserviamo, per esempio, che pur essendosi accresciuto
considerevolmente l’interesse degli archeologi per l’arte romana, in seguito
agli studi di Riegl e di F. Wickhoff, ancora alla metà degli anni Trenta non si
era disposti a considerare il rilievo storico nel suo valore di testimonianza
per la storia e la società romana. A partire da questo momento i saggi di O.
Brendel sul rilievo storico in Germania e in Austria (1935), lo studio di A.
Alföldi sulle insegne e sul cerimoniale degli imperatori romani (1934-35), di
G. Rodenwaldt sui mutamenti di stile nell’arte antonina (1935) suggeriscono
nuove strade da intraprendere. Nel dopoguerra gli studi sull’arte romana
hanno cercato collegamenti sempre più stretti con gli aspetti letterari,
religiosi e culturali, aderendo progressivamente alla dimensione storica dei
monumenti statali romani (H. Kähler, I. Scott Ryberg, E. Simon), e si è
messo in evidenza l’aspetto ideologico delle immagini (G.Ch. Picard) e
l’importanza della gestualità e del rango (R. Brilliant) come elementi
fondamentali dell’arte statale romana. In Italia la scuola di Bianchi
Bandinelli ha diretto la propria attenzione verso gli aspetti storico-sociali
dell’arte di rappresentanza romana, ora occupandosi dei modi di
autorappresentazione dei ceti dirigenti locali nelle province italiche (M.
Torelli, F. Coarelli), ora della ritrattistica imperiale in funzione di messaggio
politico (A. Carandini).
Prendendo in esame i messaggi politici dei monumenti si è costatata
l’importanza dell’ideologia dell’arte statale, mentre nell’ambito della
ritrattistica si è studiato il messaggio sottinteso che il ritratto voleva inviare.
Anche in questo settore di ricerca ci si addentra più profondamente
nell’analisi iconologica. Le ricerche nell’arte romana nell’ultimo quarto del
secolo (Fittschen, Hölscher, Gauer, Settis, Torelli, Zanker) si sono
concentrate sul rapporto tra rappresentazione storica e messaggio
ideologico. Rispetto alle ricerche del passato concentrate su un’arte aulica,
di committenza senatoriale o imperiale, sono emerse vaste produzioni
artistiche riconducibili a larghi gruppi sociali finora trascurati e nello stesso
tempo lo scopo propagandistico dei monumenti imperiali è stato studiato
più a fondo: cito solo, per esempio, i lavori di Paul Zanker sul ruolo delle
immagini nel contesto politico e sociale dell’epoca augustea.
Negli ultimi anni l’interesse degli archeologi si è spostato verso due
aspetti nuovi della ricerca iconografica/iconologica, che precedentemente
non avevano attirato l’attenzione degli studiosi, vale a dire la
determinazione dei ruoli del committente e del destinatario in funzione delle
immagini riprodotte sui monumenti antichi. Si è trattato di un tentativo
palesemente mutuato dalle correnti strutturaliste in auge in campo
linguistico e letterario, per comprendere il sistema delle immagini del
mondo antico e spiegare quale posto esse avevano nella società
contemporanea. È evidente che il rapporto tra committente e destinatario ha
sottratto l’esegesi dei monumenti dell’arte romana a un tipo di
interpretazione piuttosto limitante per osservarli da una più complessa
prospettiva. Nell’arte ufficiale romana per esempio i monumenti non sono
nella maggior parte né ordinati né pagati dall’imperatore ma piuttosto da
associazioni o gruppi di individui che vogliono onorarlo, quindi bisognerà
prestare attenzione agli interessi di questi committenti, alla scelta e alla
provenienza delle immagini, al luogo di esposizione, alla bottega che ha
eseguito l’opera, in breve alla funzione del monumento nel mondo in cui ha
vissuto. Nella Colonna traiana, dedicata dal Senato, l’imperatore è
presentato come un capo militare repubblicano senza elementi idealizzanti,
mentre nel grande Fregio traianeo, finanziato dall’imperatore stesso, egli è
raffigurato come un combattente eroico e vincitore sui barbari. Un’altra
questione su cui l’iconografia ha fatto progressi è stata quella
dell’autorappresentazione della borghesia sotto forma di ritratto o
d’immagine funeraria. Da quando è stata messa in evidenza una precisa
volontà di autorappresentazione del rango di questi ceti sociali è stato
possibile dare spiegazioni a fenomeni quali il grande accumulo di immagini
sui monumenti eretti dagli Augustali come munera. Da questa
autorappresentazione emerge il ruolo del cittadino, artigiano o soldato,
mentre dal confronto tra le diverse tradizioni locali sorte nelle diverse parti
dell’impero possono essere ricavati dati sempre più significativi.
Nel mondo romano possiamo trovare immagini di un identico tipo
statuario come ornamento di teatri, terme, ville o tombe. Questo significa
che un’immagine poteva esprimere messaggi differenti a seconda del luogo
ove veniva esposta. Da ciò deriva che attualmente un’analisi iconografica
che non voglia limitarsi all’identificazione dell’oggetto rappresentato ed alla
sua datazione deve essere condotta in stretta connessione con lo spazio in
cui essa è esistita ed è stata apprezzata, con il destinatario, lo spettatore cui
essa inviava un messaggio (cfr. EPIGRAFIA, ARCHEOLOGIA, ED). Da questo punto
di vista deriva che non è esatto presupporre la figura di un destinatario
fisso, generico e standardizzato. È logico, invece, supporre numerosi e
diversi spettatori, senza contare che esiste anche uno spettatore posteriore,
il quale cambia necessariamente nel corso del tempo. L’aspetto positivo
della questione del committente e dello spettatore è che costringe a
collegare strettamente le immagini e la loro interpretazione al contesto del
mondo vissuto. Quindi si possono ricostruire strutture di una mentalità a
partire dalla base e legando i campi semantici dell’immagine con la vita
sotto i diversi aspetti. Paul Zanker ha suggerito che uno degli aspetti più
interessanti del futuro dell’iconografia potrà essere l’analisi delle
disposizioni mentali dello spettatore, tesa a comprendere le associazioni di
immagini legate a definite esperienze, fino a capire la funzione delle
immagini nella mente dello spettatore.
Anche nel panorama degli studi archeologici più recenti in Italia si è
saputo trarre profitto dalla ricerca a carattere iconografico/iconologico per
ampliare e approfondire il possibile campo delle interpretazioni, per
reimpostare vecchie questioni offrendo nuove e più convincenti soluzioni
oppure per indagare l’esteso dominio del Nachleben dei motivi figurativi
antichi.
Tra le ricerche più significative ricordiamo quelle dedicate da S. Settis alla
Colonna traiana, in cui viene indagato accuratamente il rapporto tra
invenzione, composizione e disposizione delle immagini. Nella stessa
direzione di interpretazione del linguaggio figurativo come specchio di un
complesso contesto sociale vanno numerosi altri contributi di Settis
soprattutto nell’ambito dell’arte romana. La connessione tra tipologie
iconografiche, in particolare nel rilievo storico romano, e concezioni
religiose e giuridiche dei Romani è un tema profondamente indagato da M.
Torelli. F. Ghedini ha dedicato numerosi lavori al problema della recezione
delle iconografie in aree anche provinciali, mentre A. Pontrandolfo e A.
Rouveret hanno esplorato il rapporto tra gli artigiani e i loro committenti
nello studio delle pitture rinvenute nelle tombe di Paestum. A C. Marconi si
deve il tentativo di interpretazione del complesso metopale del Tempio E di
Selinunte in funzione della ricostruzione dei valori religiosi e dei rapporti
sociali nella città. G. Calcani ha cercato di rintracciare temi figurativi
romani provinciali nell’arte e nell’artigianato del Rinascimento.
Sono soltanto alcuni esempi scelti nel quadro degli studi condotti da
diverse generazioni di archeologi che offrono comunque un saggio della
vitalità della ricerca e della validità dei risultati che l’approccio
iconografico/iconologico può attualmente consentire.

R. Bianchi Bandinelli, Iconografia, in Enciclopedia dell’arte antica, IV, Roma 1961, pp.
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provinciale nel Rinascimento, Roma 1993; J. Elsner, Cult and Sculpture: Sacrifice in the
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Ghedini, Iconografie urbane e maestranze africane nel mosaico della Piccola Caccia di
Piazza Armerina, in «Römische Mitteilungen», XCVIII, 1991, pp. 323-35; Ead., L’arte
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Enciclopedia dell’arte antica, suppl. 1971-1994, V, 1997, pp. 824 sgg.; T. Hölscher, Il
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rappresentazione storica romana, Milano 1997; P. Zanker, Augusto e il potere delle
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Commanditaires et spectateurs, in «Revue Archéologique», 2, 1994, pp. 28 sgg.

MARCELLO BARBANERA
Illuminazione, archeologia della

Nell’affrontare l’argomento è necessario operare una distinzione fra


sorgenti luminose naturali e artificiali. Possiamo definire naturale, in senso
stretto, soltanto la luce solare: infatti, il fuoco (che costituisce – in ultima
analisi – l’unico altro mezzo di illuminazione di cui l’uomo abbia potuto
disporre prima della scoperta dell’elettricità) veniva acceso o mantenuto
acceso, fin dalle origini, con sistemi artificiali, inizialmente del tutto
primitivi, poi via via più raffinati e diversificati. Certo, l’uomo delle caverne
utilizzava la fiamma per più scopi insieme (per cuocere i cibi, per fare luce,
per tenere lontane le bestie feroci): solo successivamente le varie funzioni
del fuoco, per così dire, si specializzarono, e per la finalità illuminante
furono adoperati materiali e utensili specifici.
Non ci occuperemo qui in modo particolare dello sfruttamento della luce
del sole, che tuttavia, per esempio, condizionò fortemente – lungo tutto il
corso della storia – le tipologie edilizie, soprattutto abitative. Ci
concentreremo invece sui metodi artificiali.
Per le ricerche sull’illuminazione nel mondo antico le notizie delle fonti
letterarie assumono un peso forse maggiore che non per altri settori della
storia della CULTURA MATERIALE (cfr. ) del passato. Non solo le sostanze
combustibili, infatti, ma anche molti dei supporti e degli strumenti usati per
fare luce erano di natura deperibile, e non hanno lasciato quasi alcuna
traccia (cfr. CONSERVAZIONE). Sarebbe dunque ingannevole basarsi solo sugli
indicatori archeologici dei quali possiamo tuttora disporre, indicatori
costituiti – nella stragrande maggioranza – da lucerne di terracotta.
Fra i più antichi sistemi d’illuminazione, a parte il focolare domestico,
dovette avere universale diffusione l’impiego di torce di cortecce resinose e
di fascine di giunchi o fibre vegetali, immerse in sostanze quali la pece o il
bitume. Il passo successivo, ma di certo risalente almeno al Neolitico, fu la
scoperta che uno stoppino, inserito in un recipiente pieno di combustibile,
permette di ottenere una luce durevole. Di qui le prime lucerne, per le quali
– a seconda delle regioni – si impiegavano oli vegetali (d’oliva, di semi di
lino, di sesamo ecc., talvolta mescolati al sale, che asciuga l’olio e rende più
brillante la fiamma), oli minerali o animali (di pesce, di castoro), grassi
animali (sego). Gli stoppini antichi erano fatti non solo di stoppa, ma anche
di giunco, papiro, ricino ecc.
In Mesopotamia, già nel IV-III millennio a.C. si hanno lucerne in ceramica
a forma di coppe e coppette; dal 2000 circa a esse si sostituisce un tipo «a
pantofola» destinato a perdurare fino all’età ellenistica. In Egitto, a partire
dall’Antico Regno (III millennio a.C.) si bruciavano, per fare luce, olio o
grasso entro bassi piattini di metallo o di terracotta, materiali cui si
aggiunge, con il Medio Regno (fine del III-inizio del II millennio), l’arenaria.
Anche nell’area siro-palestinese (in questo caso a partire dalla fine del IV
millennio) le lucerne erano in ceramica e a forma di coppe o piattini; negli
ultimi secoli del III millennio si crea la morfologia a uno o più beccucci.
Cipro, infine, riveste un ruolo importante nella trasmissione verso ovest di
modelli formali soprattutto siriaci: di qui ha infatti origine la tipologia
aperta «a conchiglia», generalmente a due becchi, che prevarrà per secoli
nelle colonie fenicio-puniche d’Occidente.
Sono proprie della civiltà minoico-micenea, invece, soprattutto le lucerne
a vaschetta e manico a bastoncello, note in argilla e in pietra. Assenti nel
cosiddetto «Medioevo ellenico», le lucerne fittili sembrano ricomparire in
Grecia solo attorno al 700-675 a.C. All’inizio si tratta ancora di oggetti
fabbricati a mano e di forma aperta; ben presto si verifica però
l’introduzione del beccuccio a ponticello, che permette di manovrare più
agevolmente lo stoppino e che, inventato in Asia Minore, viene adottato
successivamente anche a Corinto e ad Atene. In tali città la produzione di
lucerne si fa massiccia a partire dalla fine del VII secolo: già in quell’epoca,
con ogni evidenza, l’impiego dell’olio d’oliva per l’illuminazione era
largamente diffuso.
Nello stesso periodo si susseguono innovazioni tecniche decisive. La
fabbricazione avviene ormai al tornio; oltre al becco, anche la parte
superiore del manufatto si chiude gradualmente, per proteggere l’olio dalla
polvere e impedirne la fuoriuscita: ciò dà luogo a un «disco» (che più tardi,
oltre al foro di riempimento, potrà essere fornito di un secondo forellino,
per manovrare lo stoppino mediante un ago). Gli altri elementi morfologici
– costituiti dall’esistenza o meno di prese laterali, di un’ansa, di un piede
distinto – vanno considerati accessori.
Le lucerne prodotte nella Grecia propria sono da subito importate – e
presto imitate – nelle colonie greche della Sicilia e dell’Italia meridionale.
Ben diversa la situazione dell’Italia non grecizzata, con particolare riguardo
alle civiltà etrusca e laziale. Qui, fino al primo ellenismo, mancano quasi del
tutto le lucerne fittili per olio, e i soli oggetti ipoteticamente identificabili
come strumenti per fare luce sono manufatti di forma aperta, nei quali è
assai verosimile che si bruciassero grassi animali. Questa situazione perdura
ancora nella prima metà del III secolo a.C., quando il contesto culturale
etrusco e romano-laziale può ormai dirsi profondamente ellenizzato.
Eppure, nel Lazio vi sono prove della coltivazione dell’olivo a partire dal VI
secolo a.C. (anche se probabilmente si trattava di piantagioni non eccedenti
le necessità alimentari), mentre nell’Etruria meridionale costiera tale coltura
è presente almeno dal 625-600, in quantità abbastanza ampie da permettere
la destinazione di un surplus alla preparazione di unguenti. Ma nemmeno in
questo caso l’olio sembra essere stato adibito all’illuminazione, se non in via
eccezionale.
Bisogna pensare, allora, che nell’Italia centrale persistesse una
disponibilità di materiali illuminanti diversi dall’olio, e preferibili a esso per
quantità, per facilità di approvvigionamento e quindi per costo. Doveva
trattarsi, con ogni probabilità, di quei mezzi e sistemi antichissimi dei quali
si è detto all’inizio, basati soprattutto sul legno e sui suoi derivati. Ciò si
accorda con l’immagine che del paesaggio dell’Italia medio-tirrenica – fra la
protostoria e il III secolo a.C. – viene offerta dagli autori antichi: un contesto
ambientale nel quale un folto manto boschivo ricopriva la maggior parte del
territorio, spingendosi fino alle coste e stringendo da presso le grandi città
dell’Etruria e del Lazio, Roma compresa. Per un lungo arco di tempo, tale
fattore – saldandosi, probabilmente, con quello della scarsità di olio –
dovette far sì che i metodi «primitivi» di illuminazione arginassero il
diffondersi delle lucerne, non solo nelle campagne, ma anche nelle
metropoli di cui s’è detto. Un oggetto unico nel suo genere come il
lampadario bronzeo di Cortona, peraltro controverso, è semmai l’eccezione
che conferma la regola.
Tuttavia le torce, le fiaccole e i manufatti analoghi presentano
inconvenienti facilmente intuibili: il fumo, il cattivo odore, il rischio di
provocare incendi. Una possibile alternativa era fornita dalle candele di cera,
sostanza che – con l’olio d’oliva – costituisce il mezzo d’illuminazione più
«pulito» che gli antichi abbiano mai posseduto. Non vi sono prove che l’uso
delle candele fosse frequente in Grecia: lo era certamente in Etruria, che, del
resto, figura tra le principali regioni produttrici di cera. Qui possiamo di
nuovo avvalerci dell’evidenza archeologica, in particolare dei candelabri
etruschi bronzei su sostegno a stelo e treppiedi a zampe di animali, databili
proprio fra il VI e il IV secolo a.C. Questi oggetti avevano in cima quattro o
cinque rebbi in cui si infilavano le candele, e, in genere, una figurina di
coronamento. Si trattava quindi di manufatti «nobili», per il materiale e per
l’apparato decorativo, e del resto le fonti classiche asseriscono che la cera
era riservata ai ceti abbienti. Le classi popolari, a parte il legno e gli altri
vegetali, si servivano di candele di sego, i cui supporti non sono però facili
da individuare sul piano archeologico (in molti casi saranno stati a loro
volta di legno).
Già a partire dalla metà del III secolo a.C. la situazione dell’Italia centrale
comincia a cambiare, probabilmente sulla scia della rapida deforestazione
connessa – fra l’altro – alla costruzione delle grandi flotte necessarie per le
guerre contro Cartagine. Probabilmente ne derivò anche un aumento della
coltura dell’olivo. È comunque nella seconda metà del III secolo che fanno la
loro comparsa (e si diffondono con celerità) i primi tipi di lucerne fittili per
olio propriamente definibili come etruschi e romani, e rivestiti da vernice
nera. Non a caso, con l’ellenismo i candelabri etruschi di cui si è detto
vengono sostituiti dai portalucerne bronzei, la cui tipologia è analoga, ma
caratterizzata da un piattello posto alla sommità.
Con il II-I secolo a.C., e con l’espandersi delle conquiste romane nel
Mediterraneo occidentale, l’uso delle lucerne in terracotta viene adottato
anche dalle popolazioni costiere della Spagna e della Gallia: fino ad allora,
infatti, e non diversamente da quanto si è notato a proposito dell’Italia, gli
elementi etnici indigeni di queste regioni erano rimasti fedeli ai sistemi di
illuminazione basati sul legno (a parte le aree di colonizzazione greca e
punica).
Intanto, già nella seconda metà del II secolo l’Italia aveva recepito, in
ritardo, un impulso tecnologico di origine ellenistica: le lucerne, anziché al
tornio, sono ora fabbricate a matrice, e ciò consente – sostanzialmente a
partire dal I secolo a.C. – l’introduzione, sul disco e sulla spalla, di motivi
ornamentali e figurati che nella prima età imperiale raggiungeranno un alto
grado di raffinatezza. E poiché parliamo d’eleganza, va detto che durante
tutto l’impero i ceti ricchi del mondo romano, come già quelli etruschi,
continueranno a usare il bronzo come principale alternativa alla terracotta
nel campo dell’illuminazione. La documentazione archeologica del
fenomeno è esigua, come avviene per tutti i materiali metallici antichi:
conosciamo comunque le tipologie delle lucerne bronzee (che potevano
venir appese con catenelle al soffitto), così come conosciamo – soprattutto
da Pompei – esemplari di lanterne (usate soprattutto per la strada), di
candelabri, di statue bronzee di efebi «lampadofori». Sempre nel campo
degli arredi di pregio, anche i candelabri in marmo servivano come supporti
per lampade.
Ma la quasi totalità dell’evidenza sull’illuminazione in età imperiale ci
viene dalle lucerne in argilla. Nel secolo che va dal principato di Augusto a
quello di Vespasiano, le lucerne fabbricate nell’Italia peninsulare –
soprattutto nelle regioni del medio Tirreno – tengono il campo, riuscendo a
influenzare anche le morfologie di quelle aree di cultura greca nelle quali
non era mai cessata la fioritura dei tipi locali. In Occidente intanto, al
seguito delle armate romane, l’illuminazione a olio si diffonde nelle
province del confine renano e danubiano e nella Gallia interna. In queste
ultime aree, però, l’uso delle lucerne per olio rimase sempre limitato – oltre
che ai campi militari – ai centri urbani e alle residenze della parte
decisamente romanizzata della popolazione: gli strati contadini indigeni
usavano i tipi aperti locali, fatti per bruciare il sego, oppure non usavano
affatto le lucerne. In tutta l’Europa centrale si avverte poi una tendenza
tradizionalistica a conservare la tecnica di fabbricazione al tornio accanto a
quella a matrice.
Dalla tarda età flavia in poi la produzione delle lucerne in Italia mostra i
segni di una crisi via via più grave. Non solo i manufatti, ma anche i modelli
formali italici hanno una presa sempre minore sui mercati del Mediterraneo
orientale, e lo stesso accade per le province nordiche: lucerne di tipo nuovo
(le Firmlampen), create nella Valle Padana, egemonizzano le regioni del
limes renano-danubiano, nelle quali verranno riprodotte fino alla tarda
antichità. Un altro aspetto del declino della produzione centro-italica è
evidenziato dai bolli d’officina: a partire dall’epoca di Domiziano, e fino alla
metà del III secolo, essi documentano la prevalenza di una serie di opifici di
grandi dimensioni a scapito delle piccole botteghe a carattere familiare, e ciò
comporta una fattura più standardizzata delle lucerne e un impoverimento
delle decorazioni.
Il Mediterraneo occidentale costiero coincide tuttora con il raggio
d’azione commerciale di queste officine. Ma nello stesso spazio si vanno
affermando sempre di più, nel corso del II secolo d.C., le fabbriche delle
province africane (soprattutto tunisine), dedite prima a copiare i tipi italici,
poi a elaborarne di propri. Le lucerne africane conquistano così
un’egemonia commerciale che dal IV secolo, con la produzione in sigillata,
si estenderà anche all’Europa centrale e all’Oriente, benché in misura
minore. Tale primato si manterrà fino all’epoca della conquista araba della
Tunisia (seconda metà del VII secolo). La circolazione delle lucerne centro-
italiche si riduce intanto a una dimensione meramente regionale, mentre la
qualità decade ulteriormente.
Con l’espansione musulmana, e nei secoli del Medioevo, perdura – in
ambito mediterraneo – l’uso delle lucerne fittili, ma si assiste a rilevanti
cambiamenti nelle tipologie e soprattutto nelle tecniche di fabbricazione:
quella al tornio è di nuovo egemone (le ultime lucerne a matrice note a
Roma sono forse della prima metà del X secolo), mentre si fa frequente l’uso
del rivestimento invetriato. Le produzioni «arabe» (ma alcune, per la verità,
erano documentate già dal VI secolo) si dividono in tipi a serbatoio chiuso,
per l’olio, e a vasca aperta, per il grasso. Sono variamente diffuse, in parte
solo nel Maghreb, in parte anche nell’Oriente islamico e bizantino; non
disponiamo ancora di uno studio sistematico che ne chiarisca meglio gli
aspetti cronologici. Quanto all’Italia, le regioni interessate dalla circolazione
di queste lucerne sono soprattutto la Sicilia, la Basilicata e la Puglia, ma
anche Roma: qui è particolarmente notevole la persistenza di un tipo aperto,
ansato e trilobato, prodotto in diverse classi ceramiche, attestato forse nel
VII, certamente nel X-XV secolo.
Per la tarda antichità e per il Medioevo bisogna però accennare anche
all’introduzione di strumenti d’illuminazione a olio forse mai usati in
precedenza, se non eccezionalmente: le lampade in vetro, note almeno dal
IV secolo. Sembra che l’elaborazione iniziale dei modelli si debba all’Oriente
(dove alcuni tipi si sono mantenuti fino all’invenzione dell’elettricità) e che
l’impiego delle lucerne vitree fosse originariamente limitato all’ambito
cultuale cristiano, poi ai corredi funerari. In Italia, dove si trovavano alcuni
dei centri di produzione, è comunque certo che a partire dal IX secolo simili
lampade erano usate anche nella vita quotidiana. La tecnica di fabbricazione
era a soffiatura libera; per lo più le lucerne venivano inserite in supporti
metallici, spesso a gruppi (polycandela), e sospese al soffitto. Nella nostra
documentazione vi sono comunque molte lacune, dovute al sistematico uso
– proprio delle civiltà preindustriali – di recuperare e rifondere il vetro.
Questi cenni sull’illuminazione nel Medioevo hanno finora riguardato
essenzialmente il Mediterraneo. Riguardo all’Europa centro-settentrionale
va detto, per esempio, che le tipologie di lampade in vetro note in Italia
trovano alcuni confronti in zone come la Gallia e la Renania, tradizionali
aree produttrici di manufatti vitrei. Per il resto, la cera, i grassi animali, i
combustibili lignei, del resto mai usciti dall’uso presso le popolazioni solo
parzialmente romanizzate, tornano a essere i mezzi di illuminazione
prevalenti nell’Europa medievale.

AA.VV., Lucerne romane, Catalogo della mostra, Bologna 1997; AA.VV., Enciclopedia
dell’arte antica, suppl. 1971-1994, III, Roma 1995, s.v. Lucerna; D.M. Bailey, A
Catalogue of the Lamps in the British Museum, 3 voll., London 1975-88; Ch.
Daremberg, E. Saglio, Dictionnaire des Antiquités grecques et romaines, Paris 1877
sgg., s.vv. Candela, Fax, Funalis, Lucerna, lychnus; R.J. Forbes, Studies in Ancient
Technology, VI, Leiden 1958, pp. 119 sgg.; K. Goethert, Römische Lampen und
Leuchter. Auswahlkatalog des Rheinischen Landesmuseums Trier, Trier 1997; M.C.
Gualandi Genito, Le lucerne antiche del Trentino, Trento 1986, pp. 425 sgg.; A.
Leibundgut, Die römischen Lampen in der Schweiz, Bern 1977; S. Loeschcke, Lampen
aus Vindonissa, Zürich 1919; L. Paroli, L. Saguì (a cura di), Crypta Balbi 5. L’esedra
della Crypta Balbi nel Medioevo (XI-XV secolo), Roma 1990; C. Pavolini, Ambiente e
illuminazione. Grecia e Italia fra il VII e il III secolo a.C., in «Opus», 1, 1982, pp. 291
sgg.; M. Tarradell, La expansión del aceite y el uso de lucernas, in Actas I Jornadas de
Metodologia Aplicada de las Ciencias Históricas, Santiago 1975, pp. 173 sgg.; A. Testa,
Museo Gregoriano Etrusco. Candelabri e thymiateria, Roma 1989; M. Uboldi,
Diffusione delle lampade vitree in età tardoantica e altomedievale e spunti per una
tipologia, in «Archeologia medievale», XXII, 1995, pp. 93 sgg.; N. Valenza Mele,
Museo Nazionale Archeologico di Napoli. Catalogo delle lucerne in bronzo, Roma 1981.

CARLO PAVOLINI
Industriale, archeologia

La nascita dell’archeologia industriale come area di ricerca con una propria


autonoma fisionomia si fa tradizionalmente risalire ai primi anni Cinquanta
e, precisamente, all’attività di due professori dell’Università di Birmingham:
Donald Dudley e Michael Rix. Il primo, infatti, suggerì che probabilmente
valeva la pena valutare le possibilità accademiche e di ricerca di ciò che egli
battezzò archeologia industriale; ma fu il suo collega Rix che nel 1955,
pubblicando un articolo sulla rivista «The Amateur Historian», cominciò a
definire con maggiore lucidità il campo di studio e il nome della nuova
disciplina. Nonostante il suo interesse primario per la conservazione dei
manufatti industriali del periodo della rivoluzione industriale, la sua
definizione risultò tutt’altro che rigida e, al contrario, essa sembra più una
puntualizzazione dell’interesse cronologico (XVIII e XIX secolo) e materiale
(opifici, fabbriche, fonti d’energia, trasporti e comunicazioni) che tende a
circoscrivere «un campo di studio affascinante e interdisciplinare con ampi
tratti completamente inesplorati». Fin dal suo nascere, dunque,
l’archeologia industriale insiste su un contesto che colloca i processi
produttivi e i mezzi di produzione, tradizionale ambito di ricerca della storia
della tecnica, in una realtà di luoghi, di territori, di fabbriche, di case dove si
muovevano gli uomini che rendevano produttive e funzionanti tali
strutture. Non si tratta, dunque, di ricostruire unicamente la storia
economica e sociale di un determinato ambito geografico a partire da
qualche documento materiale nel corso della ricerca archeologica, bensì di
ritrovare le circostanze materiali e tecnologiche che hanno consentito
l’originarsi della fabbricazione di una macchina, di un congegno o di uno
stabilimento industriale, e, allo stesso tempo, di individuare le conseguenze
che tali avvenimenti hanno avuto sull’intero ambiente, sia naturale che
umano; l’archeologia industriale cerca quindi di elaborare degli strumenti di
indagine che, a partire da «elementi concreti», consentano la ricostruzione
dello spazio materiale e umano che «circonda» la società. Attraverso
quest’esame viene così messa in risalto la struttura storica del territorio, ciò
che viene definito cultural landscape, ovvero l’insieme delle trasformazioni
imposte dall’uomo al suo ambiente: l’impianto manifatturiero come
baricentro di una rete funzionale di case, strade, strutture terziarie.
L’immediata conseguenza di questo mutato atteggiamento verso il
passato industriale fu l’estensione ai monumenti industriali della
LEGISLAZIONE (cfr. ) corrente per la salvaguardia delle opere d’arte. La
definizione dell’Inspectorate of Ancient Monuments del ministero dei
Lavori pubblici britannico recita quanto segue: un monumento industriale è
qualunque edificio o altra struttura fissa, specialmente del periodo della
rivoluzione industriale, che in sé o associato a impianti o strutture illustra
l’inizio e lo sviluppo di processi tecnici e industriali, compresi i mezzi di
comunicazione. Contestualmente si venne sviluppando un sistema di
schedatura pragmatico e rivolto essenzialmente alla CONSERVAZIONE (cfr. ) di
determinati siti che tendeva a perdere di vista il contesto socio-territoriale. I
criteri di questa catalogazione-schedatura per settori e processi dei beni
culturali industriali sono i seguenti: 1) grado di unicità; 2) distinzione
relativa alla rappresentatività; 3) dimensioni e uso; 4) possibilità di
attrazione di pubblico e turisti; 5) sostegno locale; 6) associazioni e
concomitanze rilevanti. Un nodo centrale per la «sopravvivenza» stessa
dell’archeologia industriale, tuttavia, venne immediatamente messo in luce:
il nesso esistente fra teoria e pratica della ricerca e l’iniziativa politica volta
a creare le condizioni materiali per il restauro e il riuso del sito in esame. Fin
dagli anni Cinquanta, quindi, l’iniziativa archeologica si assunse il compito
di svolgere una funzione di controllo dei tempi e delle modalità di sviluppo
dell’ambiente industriale, ovvero della scoperta, della catalogazione, dello
studio dei resti fisici delle industrie e dei mezzi di comunicazione del
passato. Questo «spirito di crociata» volto essenzialmente a sensibilizzare la
pubblica opinione intorno al rapido dissolversi del patrimonio industriale e
quindi connesso ai problemi di conservazione e valorizzazione, restò in auge
fino agli anni Sessanta, e si rispecchiava nelle pubblicazioni del «Journal of
Industrial Archaeology», uscito a partire dal 1963. Da quel momento, fino a
tutti gli anni Settanta, tre elementi principali caratterizzarono lo sviluppo
della disciplina: la creazione di gruppi di dilettanti interessati all’archeologia
industriale, il sorgere di un primo registro nazionale dei monumenti
industriali, il nascere dell’interesse del mondo accademico. Durante questa
seconda fase ebbe inizio la pubblicazione dell’«Industrial Archaeology
Review» (dal 1976). A partire sempre dagli anni Settanta si è posto il
problema di come conciliare la base dilettantistica della ricerca con il
crescente interesse del mondo accademico, di come pensarne e realizzarne
l’eventuale collocazione universitaria e, quindi, di come recuperare spazio
alla teoria rispetto alla prassi che, avendola preceduta, occupava la gran
parte degli studi. Infatti, sul finire di questo periodo si assiste alla
progressiva istituzionalizzazione dell’archeologia industriale che culmina
con la costituzione, nel 1978, del Ticcih (The International Committee for
the Conservation of the Industrial Heritage), che si pone come fulcro e
catalizzatore delle attività di ricerca e ha assunto il compito precipuo di
promuovere lo studio del patrimonio storico industriale con particolare
riguardo all’ambiente sociale, alle testimonian-ze fisiche
dell’industrializzazione, agli oggetti mobili e immobili connessi alle attività
industriali, ai documenti scritti provenienti da eventuali archivi e infine ai
prodotti stessi. Il censimento, la conservazione, il restauro e il riuso
risultano così essere i campi di intervento di quest’istituzione
internazionale.
In sintesi, l’archeologia industriale inglese è stata caratterizzata e si
caratterizza ancora fortemente per un marcato spontaneismo nella ricerca,
non legata al mondo accademico, che ha tuttavia innescato da un lato un
notevole sforzo di documentazione e, dall’altro, una complessa attività di
tutela alla quale non è mancato l’apporto dell’iniziativa privata. Il recupero
di 22 km2 della vecchia area portuale di Londra, che ne ha altresì
comportato il ripensamento e la ristrutturazione, è avvenuto con
l’intervento dei privati a cui sono stati appaltati i lavori; allo stesso modo
quello di alcune officine londinesi che, seppure avvenuto per mano della
pubblica amministrazione, ha condotto a una successiva cessione dei siti
ristrutturati ai privati. Importante è anche l’esperienza dei parchi-musei, fra
i quali spicca Ironbridge, noto come il luogo di nascita della rivoluzione
industriale, che conserva il primo altoforno siderurgico ad aver adottato il
coke come combustibile. È chiaro che la fattibilità di ogni iniziativa in
questo settore deve, comunque, confrontarsi con un livello reale di domanda
e altresì valutare la complessiva economicità delle operazioni (cfr. SITI E
PARCHI).
Tuttavia, l’archeologia industriale non è un fenomeno esclusivamente
britannico: vanno considerate, da un lato, l’importante esperienza
statunitense della Historic American Engineering Record per quel che
concerne le metodologie di schedatura che tanta influenza hanno avuto
sullo sviluppo dell’archeologia industriale italiana e, dall’altro, le iniziative
francesi. Queste ultime si distinguono per il massiccio intervento pubblico e
l’elevato interesse accademico verso la ricerca sul patrimonio industriale,
che ha consentito lo sviluppo di un’analisi territoriale complessiva della
presenza, qualitativamente elevata, di tutti i diversi siti d’interesse
archeologico industriale in determinate aree. Quest’analisi è divenuta il
criterio guida del censimento dello stesso patrimonio industriale sul
territorio nazionale, che ha reso in seguito possibile la selezione delle
località che avrebbero dovuto godere dei più stretti vincoli di salvaguardia.
Occorre, infatti, tener presente che, se da un lato le vestigia del patrimonio
industriale permettono di tracciare i grandi momenti di un dato passato
manifatturiero o le principali tappe dello sviluppo tecnologico, dall’altro
queste stesse non hanno però tutte il medesimo interesse, pur meritando
tutte di essere censite. Un tale progetto è in atto in Francia dall’inizio degli
anni Ottanta.
Per quanto riguarda l’Italia, come la gran parte delle discipline che
insistono sulla CULTURA MATERIALE (cfr. ), anche l’archeologia industriale ha
cominciato a conoscere un certo sviluppo solo a partire dalla metà degli
anni Settanta. Nel 1977 si svolse a Milano il primo Convegno internazionale
di archeologia industriale. Nello stesso anno, in concomitanza con
quest’evento, si costituiva la Siai (Società italiana per l’archeologia
industriale). Tuttavia, pur considerando il 1977 come anno fondamentale per
l’archeologia industriale italiana, già nei primissimi anni Settanta alcuni
studi davano inizio alle ricerche incentrate sul patrimonio industriale e allo
sviluppo di metodologie d’indagine e schedatura. Si ricordino il progetto
avviato nel 1972 sulla comunità di San Leucio presso Caserta, che impiegava
congiuntamente ricercatori dell’Università della Pennsylvania e del
Politecnico di Milano sotto la direzione di R. Plunz e E. Battisti; lo studio
ancora del 1972 di C. Poni concernente i mulini da seta nella Serenissima
Repubblica di Venezia fra XVI e XVIII secolo; la valutazione di procedure
per il recupero, il restauro e la valorizzazione del villaggio operaio di Crespi
d’Adda del 1975. In questa fase iniziale ha rivestito fondamentale
importanza la storia dell’architettura; più precisamente, Milano fu il vero e
proprio centro propulsore di quest’indirizzo di ricerca attraverso l’azione
dell’Istituto di storia dell’arte e della facoltà di Architettura del Politecnico.
Il numero 7 (1978-79) della rivista «Ricerche di Storia dell’Arte», dedicato
interamente all’archeologia industriale, riflette la predominanza teoretica
dell’approccio storico-architettonico nell’ambito dello studio diacronico
dello sviluppo industriale: l’archeologia industriale è intesa, infatti, come
una branca della storia dell’architettura, con un’attenzione ridotta per i
fattori e i temi strettamente tecnologici.
Inoltre, fra il 1976 e il 1978 Antonello e Massimo Negri dettero inizio alla
mappatura dei siti di interesse archeologico industriale italiani, cercando
così di rompere il muro di disinteresse che circondava ancora la disciplina e,
insieme, di realizzare una schedatura sulla base delle esperienze britanniche
e nord-americane con l’aggiunta dei suggerimenti raccolti attraverso
l’utilizzazione della scheda del Consiglio d’Europa per i monumenti artistici
e di quella realizzata dalla sezione lombarda della Siai. In questo periodo,
quindi, si poneva per la prima volta il problema della realizzazione di un
censimento che costituisse al tempo stesso una prima sistemazione critica
dei dati raccolti; per questo progetto si attivò anche l’Istituto Centrale del
Catalogo. Occorre comunque sottolineare come allo stato attuale degli studi
questo censimento dei beni culturali industriali non sia stato ancora
ultimato.
Negli stessi anni, intorno all’indagine archeologica industriale si appunta
anche l’attenzione del legislatore, in particolare con riferimento all’attività
legislativa delle regioni: la L.R. 33/1981 della Lombardia ha previsto lo
stanziamento di finanziamenti a enti locali per il recupero di edifici
industriali dismessi e promosso contestualmente la costituzione di società
apposite di intervento a capitale misto pubblico e privato; la L.R. 56/1977, la
legge urbanistica regionale del Piemonte, alla quale seguì la convenzione
quadro del 1° febbraio 1979, ebbe come aspetto qualificante la
predisposizione di forme di stretta collaborazione fra pubblico e privato
individuate come efficace sistema di attivazione di risorse che possono
essere destinate alla valorizzazione e al recupero del patrimonio industriale
dismesso.
Dopo la fase «pionieristica» degli anni Settanta, i decenni successivi
hanno visto la crescita istituzionale della disciplina, con un sempre
maggiore collegamento con gli ambienti internazionali, e la presentazione e
la realizzazione di grandi progetti di recupero e riuso delle aeree industriali
dismesse. Nel 1985, infatti, nasce l’Istituto di cultura materiale e archeologia
industriale, che si pone come punto di riferimento interno e collegamento
con l’estero, essendo riconosciuto come la sezione italiana del Ticcih, e che
dal 1987 dà inizio alla pubblicazione della rivista di cultura materiale e
archeologia industriale «Il Coltello di Delfo». È di questo periodo il
recupero dell’area del Lingotto di Torino con progetto di Renzo Piano che,
mantenendo la struttura e la tipologia industriale dell’edificio, ne ha
restituito l’uso alla città; la ristrutturazione del porto vecchio di Genova in
occasione delle Colombiadi; l’avvio del progetto Bicocca a Milano presso gli
stabilimenti industriali Pirelli, che prevede la realizzazione di un polo
tecnologico. Infine, con l’istituzione nel marzo 1994 della Commissione
nazionale per i beni culturali industriali, i cui compiti principali consistono
nel promuovere studi e ricerche e nel definire e proporre indirizzi e criteri
per la tutela e valorizzazione del patrimonio industriale dismesso, si
acquisisce il definitivo ampliamento del concetto di bene culturale e la
«rottura istituzionale» della visione storico-artistica della ricerca
archeologica, che vedeva il monumento legato prevalentemente al suo
significato estetico celebrativo.
Per quel che riguarda il dibattito teorico italiano intorno ai metodi e alla
definizione delle competenze dell’archeologia industriale, è ormai divenuto
patrimonio comune ritenere che fine di questa disciplina è la ricostruzione
della civiltà e della cultura industriale, attraverso lo studio dei documenti
materiali, l’analisi dell’organizzarsi dell’industria nel territorio e le sue
articolate relazioni con le diverse realtà economiche e sociali. In relazione a
ciò, una metodologia largamente interdisciplinare si presenta come una
caratteristica necessaria della ricerca.
Tenendo conto soprattutto dei problemi legati al precoce sviluppo e
concentrazione delle strutture produttive dell’Italia pre-industriale, la
definizione dei limiti cronologici entro i quali si muovono gli interessi della
disciplina si presenta, invece, come una questione con diverse sfaccettature.
Infatti, alcuni, seguendo le tesi di F. Borsi, si avvicinano ancora alla ricerca
archeologica industriale secondo un criterio storico-architettonico e perciò
stesso ne dilatano i termini cronologici di intervento comprendendo e
accorpando nell’indagine anche tutti quegli aspetti della produzione pre-
industriale che si siano caratterizzati per un precoce accentramento delle
strutture produttive. Dall’altro, vi sono coloro che considerano la ricerca
intorno alle strutture produttive del passato come una sorta di terreno
comune a tutti i settori dell’archeologia (cfr. PRODUZIONE, ARCHEOLOGIA DELLA).
Una posizione particolare è quella espressa da quanti, come Bruno Corti,
riconoscendo nella macchina il principio propulsore della rivoluzione
industriale, ritengono archeologia industriale tutto quanto nel passato,
recente o lontano, ha contribuito allo sviluppo della civiltà delle macchine;
inoltre, da questi viene giustamente sottolineato come siano i cambiamenti
tecnologici e dell’organizzazione della produzione alla base della materia
prima dell’archeologia industriale: la trasformazione-adeguamento alle
necessità di mercato dell’economia capitalista, l’obsolescenza e non la
«storia» creano le condizione per i mutamenti d’uso di aree e di edifici; la
fabbrica nasce per motivi contingenti, legati a un sistema di libera e spietata
concorrenza. Così come sottolineato da Carandini, la soluzione del problema
connesso alla valutazione dell’arco temporale che l’archeologia industriale
deve scandagliare diviene possibile soltanto a partire dalla definizione che si
dà di industria; per cui ove si interpreti il valore del manufatto industriale
quale segno-testimonianza di un determinato modo di produzione
(economia di mercato, capitale e macchine utensili), l’ambito temporale di
intervento si trova a essere definito di conseguenza.

AA.VV., Archeologia Industriale. Tutela e valorizzazione dei Beni Culturali Industriali,


Roma 1996; AA.VV., Atti del Convegno Internazionale di Archeologia Industriale
(Milano 1977), Milano 1978; J. Alfrey, The Industrial Heritage: Managing Resources
and Uses, London 1992; F. Borsi, Introduzione alla Archeologia industriale, Roma
1978; A. Castellano (a cura di), La macchina arrugginita. Materiali per un’archeologia
dell’industria, Milano 1982; B. Corti (a cura di), Archeologia industriale, Brescia 1991;
K. Hudson, Archeologia industriale, Bologna 1985; W.R. Jones, Dictionary of
Industrial Archaeology, Stroud 1996; K. Major, Fieldwork in Industrial Archaeology,
London-Sidney 1975; A. Negri, M. Negri, L’archeologia industriale, Messina 1978; M.
Palmer, Industry in the Landscape, 1700-1900, London 1994; J.P.M. Pannel, The
Techniques of Industrial Archaeology, London 1966; J. Pinard, L’archéologie
industrielle, Paris 1985; E.G. Rubino, Archeologia industriale e Mezzogiorno, Roma
1978; Touring club italiano, Campagna e industria. I segni del lavoro, 2 voll., Milano
1981.

VASCO LA SALVIA
L

Legislazione e tutela
Tutela è l’insieme delle azioni pubbliche, legittimate dalle azioni di settore,
svolte dalle soprintendenze e rivolte sia a preservare la consistenza del
patrimonio culturale noto, assicurandone la conservazione e la trasmissione
alle generazioni successive, sia ad accrescere la quantità dei beni d’interesse.
Tali azioni di legittimità, rivolgendosi a beni di natura storica, devono essere
informate alle più aggiornate metodologie della ricerca scientifica e devono
essere svolte da personale qualificato professionalmente e culturalmente.
Le lunghe e complesse vicende del popolamento antico in Italia vi hanno
sedimentato una gran quantità di resti materiali: dalle più antiche selci
scheggiate ai grandi e articolati monumenti della Roma imperiale. Alla
quantità reale di tale patrimonio archeologico si aggiunge un valore
ideologico fin dal primo Medioevo. In specie a Roma, gli antichi monumenti,
le loro decorazioni figurate, i marmi preziosi e le alte colonne venivano
riutilizzati come sostegno «storico» da parte di papi e imperatori, che
volevano dominare su tutto il mondo, ora divenuto cristiano.
Tale elementare riutilizzazione divenne più complessa e sottile nel
Rinascimento; ma anche nei secoli successivi le antichità romane furono di
frequente associate alle sempre rinnovatesi classi dominanti: da Carlo
Magno a Napoleone a Mussolini. Una continuità del genere comportò che si
instaurasse un vero e proprio mercato di oggetti antichi, per la
regolamentazione del quale i diversi Stati, e in specie quello pontificio,
emanarono appositi provvedimenti, per lo più di natura fiscale e doganale.
Infine, la quasi generale continuità di frequentazione, dall’evo antico al
contemporaneo, ha comportato che nuovi lavori, pubblici o privati,
mettessero in luce antichità di ogni genere, così che la conoscenza di esse, a
numerosi livelli di coscienza e di appropriazione, è diffusa per la maggior
parte del territorio nazionale.
Si ritiene, a buon diritto, che la nomina di Raffaello a ispettore di belle arti
da parte di papa Leone X nel 1515 rappresenti il primo atto normativo di
una gestione moderna dei monumenti antichi, ancora esposti in luce o che
venissero casualmente estratti dalla terra.
Il governo pontificio, nel XVII secolo, emanò diversi provvedimenti che
regolamentavano i diritti del Camerlengato a una sorta di prelazione su
quanto si ritrovasse sottoterra, in specie se si trattava di statue ben
conservate.
Nel Regno dei Borboni, nel quale si trovavano le città antiche della Magna
Grecia, i templi dorici della Sicilia e le città vesuviane, già nel 1755 vigeva
una legge che regolamentava i ritrovamenti e vietava del tutto le
esportazioni di oggetti antichi. L’inizio e lo sviluppo degli scavi a Ercolano
(dal 1738; ma i primi ritrovamenti risalgono al 1709) e a Pompei (dal 1748)
comportano l’istituzione di un grande museo archeologico, prima a Portici
poi a Napoli. I successivi provvedimenti previdero che i ritrovamenti di
tutto il Regno venissero giudicati da membri dell’Accademia ercolanese se
degni di essere immessi nel museo, oppure se tali da essere posti in libera
vendita, ma sempre entro i confini.
Provvedimenti analoghi erano stati emanati in altri Stati: così per il
Granducato di Toscana che si riservava, in specie per Volterra, una
«prelazione» a favore della Galleria degli Uffizi; e anche nel Lombardo-
Veneto il governo austriaco curava una vigilanza sui ritrovamenti antichi e
sui monumenti storici.
Il sempre maggior interesse che le classi colte europee mostravano per le
antichità classiche comportò anche un riordinamento e un incremento delle
collezioni e dei musei di antichità: in specie quando la ricostruzione dell’arte
classica proposta da Johann Joachim Winckelmann raggiunse una diffusione
sempre più ampia.
Fu di nuovo per primo il governo pontificio che istituì una regolare
amministrazione del patrimonio archeologico. Il chirografo di Pio VII del 1°
ottobre 1802 e il conseguente editto del cardinale camerlengo Bartolomeo
Pacca del 7 aprile 1820 prescrissero obblighi e divieti per i possessori e i
rinvenitori di oggetti antichi; regolamentarono i permessi per intraprendere
nuovi scavi; ribadirono il divieto di esportazione di oggetti antichi;
organizzarono una rete decentrata di commissioni che vigilavano
sull’osservanza del provvedimento e facevano capo a una commissione
centrale. Quest’ultima era sottoposta al cardinale camerlengo, che si
avvaleva del parere «tecnico» di un commissario alle antichità. Rimaneva,
comunque, intatto il diritto di proprietà privata sia di quanto già posseduto
sia di quanto si trovasse ex novo.
Le vicende politiche che portarono, tra il 1860 e il 1870, all’unificazione
del Regno d’Italia comportarono scarso interesse per la tutela del
patrimonio archeologico. Piuttosto, le progressive autonomie che si
istituirono, tra la fine dei precedenti governi e l’annessione al Regno d’Italia,
nei diversi comparti territoriali fino ad allora distinti diedero vita a
organismi, di varia denominazione ma generalmente collegati ad accademie,
che rivolsero grande attenzione al patrimonio archeologico, e in genere
artistico e monumentale, che si trovava nei rispettivi territori.
Tale avvampare di attenzione, alla quale per lo più seguirono pochissimi
fatti concreti, aveva un motivo storico-politico. Era, infatti, disegno generale
che l’unificazione italiana sboccasse in una confederazione piuttosto che in
uno Stato accentrato. In tale prospettiva la cura dei rispettivi patrimoni
archeologici, e in genere culturali, veniva a costituire ulteriore motivazione
di autonomia.
La presa di Roma (20 settembre 1870) e il successivo trasferimento della
capitale del Regno d’Italia segnarono un progressivo ordinamento
accentrato e gerarchico dell’intera amministrazione pubblica italiana: la sua
forma attuale deriva strettamente dal modello messo in opera un secolo fa.
Per quanto riguarda l’amministrazione del patrimonio culturale in genere,
e di quello archeologico in particolare, il Regno d’Italia diede legittimità
(legge 28 giugno 1871, n. 286) ai provvedimenti relativi emanati dai
precedenti governi, in attesa di elaborare una nuova legge nazionale. Come
ovvia conseguenza, vennero in atto disparità di previsione e di applicazione
nelle diverse regioni, aggravate dalla persistente mancanza di uffici e di
personale specificatamente addetti alla tutela del patrimonio culturale.
Solamente a Roma e a Pompei furono istituiti, dal 1870, uffici appositamente
rivolti alle antichità; nel resto d’Italia erano in funzione commissioni
provinciali, composte da eruditi o amatori che non percepivano stipendio
per il compito, mai completamente assolto, di redigere un inventario dei
monumenti e di segnalare l’eventuale scoperta di antichità al ministero della
Pubblica istruzione a Roma.
Una rete tanto slentata per un territorio così ricco di testimonianze
storiche non aveva alcuna speranza d’essere efficiente: tanto più che
continuava a essere valido il diritto della proprietà privata sui rinvenimenti
e la loro libertà di commercio (seppure all’interno dei confini). Inoltre, la
tutela del patrimonio era, da un punto di vista amministrativo, incorporata
nella Direzione generale dell’istruzione artistica, con ciò subordinandola alle
necessità delle accademie.
L’archeologia era divenuta, nel frattempo, una disciplina rigorosa, anche
per l’azione di promozione svolta dall’Istituto di corrispondenza
archeologica, fondato a Roma il 21 aprile 1829, e la recente conquista di
Roma poneva sotto gli occhi dell’opinione pubblica internazionale ciò che il
nuovo Regno d’Italia vi faceva anche in un campo come quello archeologico,
che il Vaticano aveva reso noto a tutti grazie ai suoi storici musei.
L’aver impostato la risoluzione del problema è merito di Ruggero Bonghi,
ministro della Pubblica istruzione, il quale istituì nel 1874 la Direzione
centrale di antichità e belle arti (dal 1875 Direzione generale), affidandola a
Giuseppe Fiorelli, professore dell’Università di Napoli e direttore di quel
museo e degli scavi di Pompei. Con progressivi adeguamenti, dalla
Direzione generale si sviluppò una rete decentrata di uffici di tutela e di
musei nazionali (cfr. STORIA DELL’ARTE, ARCHEOLOGIA E).
L’aspetto portante della nuova organizzazione fu quello archeologico:
oltre alle ragioni contingenti dell’essere archeologi Fiorelli e Barnabei che,
dopo di lui, fu direttore generale, e della generale attenzione rivolta
all’antichità, anche per il fatto sostanziale che non si avevano conflitti di
competenza inter-ministeriali sulla materia archeologica. Infatti, la cura e il
restauro dei monumenti erano condivisi con il provveditorato alle opere
pubbliche del ministero per i Lavori pubblici, mentre le gallerie e le cose di
interesse storico-artistico continuavano a richiamare l’attenzione delle
accademie, degli artisti, degli istituti professionali d’arte. Solamente nel 1891
il ministro Pasquale Villari separò nettamente le competenze della Direzione
generale da quelle dell’istruzione artistica.
Nonostante la lenta copertura del territorio nazionale con uffici
decentrati, le scoperte archeologiche furono notevoli tra la fine del XIX
secolo e il successivo: basterà ricordare le ricerche di Paolo Orsi per l’Italia
meridionale e quelle di Giacomo Boni e di Felice Barnabei per l’Italia
centrale, che trovarono pubblicazione nelle riviste «Notizie degli Scavi»
(fondata da Fiorelli nel 1875) e «Monumenti antichi», ambedue curate dalla
Direzione generale ed edite dall’Accademia nazionale dei Lincei. A
un’azione più stringente ostava la scarsità di personale, in specie tecnico: la
Scuola nazionale di archeologia, altra realizzazione di Fiorelli, con sede
prima a Pompei e poi a Roma e ad Atene, non era sufficiente.
Alla scarsità di risorse finanziarie si aggiungeva la perdurante mancanza
di una legge apposita. Un primo provvedimento, emanato nel 1902, fu
sostituito dalla legge 20 giugno 1909, n. 364, completa di regolamento di
attuazione (R.D. 30 gennaio 1913, n. 363). Questa legge riconosceva la
proprietà demaniale delle cose d’interesse archeologico che si rinvenissero,
casualmente o a seguito di intenzionali ricerche, motivandola con il
contributo potenziale che possedevano per l’utilità pubblica. La
codificazione di tale principio rendeva più agevole l’intervento di tutela,
anche grazie al progressivo rafforzarsi degli uffici decentrati, denominati
soprintendenze con il R.D. 17 luglio 1904, n. 431.
L’emanazione della tuttora vigente legge 1 giugno 1939, n. 1089 non è
completata da apposito regolamento (è in parte valido il precedente del
1913). Non vi si riscontrano particolari novità, se non l’estrema chiarezza e
sistematicità.
Nel 1975, con successivi provvedimenti (legge 29 gennaio 1975, n. 5;
D.P.R. 13 dicembre 1975, n. 805), venne istituito il ministero per i Beni
culturali e ambientali. In esso confluirono le competenze proprie in
precedenza della Direzione generale alle antichità e belle arti e della
Direzione generale delle biblioteche e delle accademie, sottraendole al
ministero della Pubblica istruzione; inoltre quelle della Direzione generale
per gli archivi di Stato, sottratta al ministero dell’Interno.
Il D.P.R. 616/1977 ha delegato alle Regioni le competenze, oltre che in
materia urbanistica (fino ad allora controllata dalle soprintendenze ai
monumenti in forza della legge 30 giugno 1939, n. 1497), anche sui musei, di
qualunque natura, purché d’«interesse locale». La Regione Sicilia, a statuto
speciale, ha piena competenza sul patrimonio archeologico dell’isola.
Con il D.L. 20 ottobre 1998, n. 368 è stato istituito il ministero per i Beni e
le attività culturali: in esso confluiscono le competenze già proprie del
ministero per i Beni culturali e ambientali e quelle in materia di spettacolo,
sport ed impiantistica sportiva.
L’attuale organizzazione della tutela archeologica, derivante dal
precedente sviluppo, prevede un’amministrazione centrale e una periferica;
quest’ultima può essere statale oppure regionale.
L’amministrazione centrale è diretta dal ministro per i Beni e le attività
culturali, che cura l’armonizzazione delle azioni specifiche alla generale
linea politica impostata collegialmente dal Governo, che ne risponde al
Parlamento.
Il ministro si avvale della consultazione, non vincolante ma su alcune
materie obbligatoria, del Consiglio per i beni culturali e ambientali, formato
da rappresentanti, sia eletti sia nominati, dei diversi uffici del ministero.
L’Ufficio centrale per i beni architettonici, archeologici, artistici e storici
può considerarsi l’erede dell’originaria Direzione generale. Esso coordina
l’attività degli uffici periferici; istruisce e perfeziona i provvedimenti
amministrativi e finanziari necessari alla legittimità delle attività periferiche
e alla pratica realizzazione degli indirizzi politici predisposti dal ministro.
L’Ufficio centrale si avvale di ispettori centrali, con compiti tecnici di
consulenza e di controllo. Presso l’Ufficio centrale è operante un Comitato
tecnico-scientifico con funzioni consultive.
L’amministrazione periferica statale, gerarchicamente subordinata a
quella centrale, è composta da istituti centrali, soprintendenze e
soprintendenze speciali.
Gli istituti centrali hanno, generalmente, competenze miste di ricerca,
sperimentazione, coordinamento per le materie di competenza. Quelli che si
riferiscono anche alla disciplina archeologica sono i seguenti: 1) Istituto
centrale per il catalogo e la documentazione, che cura la compilazione delle
schede dei beni culturali e che comprende anche l’Aereofototeca; 2) Istituto
centrale per il restauro, che cura la conservazione dei beni culturali.
Le soprintendenze di esclusiva competenza archeologica sono
attualmente 21, oltre a due miste, nelle quali le competenze archeologiche
sono unite a quelle ambientali, architettoniche, artistiche e storiche.
Le competenze delle soprintendenze discendono dalla legge 1089/1939:
curano la tutela del territorio di competenza, realizzano scavi archeologici,
organizzano e gestiscono musei, promuovono attività culturali di
valorizzazione, prevengono reati contro il patrimonio archeologico.
Le soprintendenze speciali con competenza archeologica sono le seguenti:
1) museo nazionale di arte orientale, Roma: oltre a curare il museo,
promuove e realizza attività archeologiche nei paesi del Medio ed Estremo
Oriente; 2) museo nazionale di Castel Sant’Angelo, Roma: cura la tutela
della Mole adriana; 3) soprintendenza speciale al museo delle antichità
egizie, Torino: cura il museo e partecipa a ricerche archeologiche in Egitto;
4) soprintendenza speciale al museo nazionale preistorico ed etnografico
«Luigi Pigorini», Roma: oltre a curare il museo, svolge, d’intesa con le
soprintendenze territoriali, attività di scavi preistorici. Con la legge 8
ottobre 1997 è stata attribuita autonomia scientifica, organizzativa e
finanziaria alla soprintendenza archeologica di Pompei. Questa è così gestita
dal Consiglio di amministrazione, presieduto dal soprintendente e composto
dal direttore amministrativo e dal funzionario tecnico più anziano per
servizio. Il Consiglio d’amministrazione redige ed approva il bilancio, nel
quale confluiscono gli introiti derivanti dalla vendita dei biglietti d’ingresso,
oltre ai trasferimenti da parte del ministero ed altri eventuali.
Alle amministrazioni regionali è stata delegata la cura dei musei, anche
archeologici, civici e provinciali: generalmente tali incombenze sono svolte
da un apposito ufficio degli assessorati regionali alla Pubblica istruzione.
La Regione Sicilia, con statuto autonomo, ha piena competenza anche sui
beni archeologici. La sua organizzazione è simile a quella dello Stato, ed è
normata dalla legge regionale 1° agosto 1977, n. 80. Si ha una Direzione
generale presso l’assessorato alla Pubblica istruzione; le soprintendenze
territoriali hanno ampiezza provinciale (in totale 9) e sono miste,
raccogliendo in un unico ufficio tutte le competenze.
Ugualmente autonome sono la Regione Valle d’Aosta e le Province di
Bolzano e Trento: per queste ultime, tuttavia, alcune zone archeologiche
sono tutelate dalla soprintendenza archeologica per il Veneto, con sede a
Padova.
La legge 15 marzo 1997, di delega al Governo per il conferimento di
funzioni e compiti alle Regioni e agli enti locali, prevede che la tutela dei
Beni culturali sia esclusa dal trasferimento, mentre può essere trasferita la
gestione dei musei statali (legge 5 luglio 1997, n. 127) e la valorizzazione dei
Beni (D.L. 31 marzo 1998, n. 112).
La sostanza dell’attività di tutela, altre all’aspetto tecnico-scientifico, è
costituita dalla legittimità dell’azione e dal potenziale finanziario. La
legittimità dell’azione discende dall’osservanza della legge 1089/1939, delle
parti ancora vigenti del regolamento 363/1913, oltre che dei provvedimenti
di ordine generale. Il titolare dell’azione è il soprintendente, pubblico
ufficiale e funzionario delegato; pubblici ufficiali sono anche i funzionari di
ogni grado, per quanto di competenza.
La legge 1089/1939 definisce la propria previsione alle «cose, immobili e
mobili, che presentano interesse [...] archeologico [...] comprese: a) le cose
che interessano la paleontologia, la preistoria e le primitive civiltà; b) le cose
d’interesse numismatico» (art. 1).
Il riconoscimento dell’interesse (abitualmente definito vincolo) è compito
delle soprintendenze, quindi segue il processo di sviluppo della ricerca
scientifica, non essendone predefiniti i requisiti.
Tale interesse è «notifica[to] in forma amministrativa ai privati
proprietari» dalla discrezionalità del ministro (art. 3), che può quindi anche
non accogliere la proposta della soprintendenza. La notifica «ha efficacia nei
confronti di ogni successivo proprietario» (art. 2), il quale ha l’obbligo di
denunciare il passaggio di proprietà, sia «a titolo oneroso o gratuito» sia
«per successione a causa di morte» (art. 30).
L’interesse archeologico è insito nelle cose che, se ancora sepolte,
«appartengono allo Stato» (art. 44): poiché il riconoscimento di tale
interesse è compito di natura esclusivamente tecnico-scientifica, non si può
richiedere che il cittadino, autonomamente, sia in grado di riconoscerlo.
Pertanto, è la notifica in forma amministrativa che rende edotto il cittadino
che una sua proprietà, o quanto casualmente rinvenuto, possiede tale
interesse: dalla data della notifica le previsioni della legge e la conseguente
azione di tutela da parte della soprintendenza hanno legittimità di
applicazione.
Simile procedura, ma semplificata, si attua nei confronti degli enti
pubblici.
Le applicazioni previste dalla legge sulle cose notificate riguardano
principalmente: il divieto di distruzione o modificazione; la denuncia di
trasferimento del luogo di conservazione; l’obbligo di conservazione e
restauro; l’obbligo di preventiva approvazione di progetti di lavori che
interessino le cose e di sottostare alle eventuali indicazioni da parte della
soprintendenza; il diritto di prelazione da parte dello Stato in caso di
passaggio di proprietà o di successione ereditaria (artt. 4-19; 23-34).
Le cose notificate non possono essere esportate. Inoltre, ove si vogliano
esportare cose che si sospetta possano essere di interesse, queste devono
essere visionate da appositi «Uffici Esportazione» (artt. 35-41). La stessa
procedura vale anche per la circolazione all’interno dei paesi dell’Unione
Europea.
Solamente la soprintendenza può eseguire scavi archeologici. Tuttavia, il
ministro ne può fare concessione a privato o a enti che diano garanzie al
proposito. Di quanto si ritrova, fino a un quarto del valore è riconosciuto, in
moneta o in oggetti, al proprietario del terreno; ugualmente si procede a
favore del concessionario di scavo (artt. 43-47).
Dei ritrovamenti fortuiti dev’essere fatta denuncia alle autorità: del valore
di quanto rinvenuto, fino a un quarto spetta al proprietario del terreno, e
così per il fortuito rinvenitore (artt. 48-49).
Il ministro può espropriare terreni per eseguire scavi archeologici, oppure
a favore della «conservazione o incremento del patrimonio nazionale
tutelato dalla presente legge» (art. 54).
In caso che lavori mettano in luce cose d’interesse, questi possono essere
sospesi per la durata di 60 giorni: entro i quali, eventualmente, dev’essere
istruita e perfezionata la notifica d’interesse. In caso ciò non avvenga, i
lavori possono ricominciare (art. 20), senza riconoscimento d’indennizzo.
Da questa rapida schematizzazione risulta l’ampiezza del previsto raggio
d’azione delle soprintendenze per la tutela del patrimonio archeologico. In
specie la prevenzione presenta responsabilità e impegno, in quanto è ovvio
immaginare che la sospensione dei lavori (art. 20) interviene, per
definizione, dopo che almeno una parte delle «cose» è stata distrutta, o
messa in luce senza registrazione.
Le risorse finanziarie a disposizione delle soprintendenze derivano dal
bilancio del ministero con la rilevante eccezione costituita dalla
soprintendenza archeologica di Pompei. Ogni anno il Parlamento approva il
bilancio generale dello Stato, composto dai singoli bilanci dei ministeri e
degli altri enti pubblici. Ogni bilancio è formato da due parti principali:
spese correnti (per lo più stipendi al personale) e spese d’investimento.
Queste ultime sono divise per capitoli, ognuno intitolato a una specifica
categoria di lavori (per esempio: scavo; restauro; mostre; pubblicazioni).
L’ammontare di ogni capitolo deve essere utilizzato solamente per la
categoria di lavori specifica: non sono ammessi spostamenti da un capitolo
all’altro. Le richieste di finanziamento avanzate dalle soprintendenze sono
coordinate dal soprintendente regionale previsto dal D.L. 20 ottobre 1998, n.
368.
La definizione complessiva del bilancio del ministero è compito del
Parlamento; la definizione dei capitoli è strutturata dal ministero del Tesoro;
l’assegnazione alle singole soprintendenze è decisa dal ministro, su proposta
dell’Ufficio centrale, sentito il Consiglio per i Beni culturali. Assegnate le
somme alle soprintendenze, queste possono autonomamente destinarle a
lavori.
Il bilancio ordinario può essere incrementato da stanziamenti
straordinari: il Parlamento può votare leggi di spesa per perseguire obiettivi
o programmi particolari. Le somme così stanziate sono aggiunte, in un
apposito capitolo, al bilancio del ministero.
Il bilancio ordinario del ministero, che oscilla intorno allo 0,2 per cento
del bilancio generale dello Stato, è costruito in maniera burocratica e
ragionieristica, permettendo scarsissima autonomia d’intervento alle
soprintendenze. Gli stanziamenti straordinari seguono i rapporti di forza e
gli umori del Parlamento, senza riuscire a costituire una rete di sicurezza
neanche per i più interessanti monumenti archeologici.
Non molto diffusi, e generalmente limitati al restauro di oggetti mobili, i
contributi volontari dei privati, previsti dalla legge 2 ottobre 1982, n. 512;
tale limitazione è probabilmente anche dovuta alla non prevista
defiscalizzazione dei contributi.
Le soprintendenze si avvalgono di quatto principali categorie di
personale: tecnico-scientifica; amministrativo-contabile; tecnica; di custodia.
Alla categoria tecnico-scientifica appartengono i soprintendenti, gli
ispettori archeologi, gli architetti; a quella tecnica i restauratori, i fotografi, i
disegnatori, gli assistenti allo scavo.
L’organizzazione gerarchica prevede a capo della soprintendenza un
soprintendente (tecnico-scientifico), dal quale dipendono tutte le altre
categorie di personale. Il soprintendente è, civilmente e penalmente,
responsabile dell’intera azione dell’ufficio e, quindi, è responsabile anche
dell’aspetto scientifico.
Non è normata un’organizzazione-tipo interna alla soprintendenza; i
musei, tranne pochissimi casi, non sono riconosciuti. L’accesso del
personale è regolato da concorsi; l’inquadramento, in carriere e livelli, è
quello dell’amministrazione pubblica, con pesanti incongruenze di mancata
corrispondenza tra ruolo formale e sapere sostanziale. Il suo potenziale
numerico è conseguenza delle possibilità di spesa, contenute nel bilancio
generale dello Stato.

Accademia nazionale dei Lincei, Problemi della tutela del patrimonio artistico, storico,
bibliografico e paesistico, Roma 1969; F. Barnabei, Le «memorie di un archeologo» di
Felice Barnabei, a cura di M. Barnabei, F. Delpino, Roma 1991; M. Bencivenni, R.
Dalla Negra, P. Grifoni, Monumenti e Istituzioni, 2 voll., Firenze 1987-92; R. Bianchi
Bandinelli, AA. BB. AA., BB. CC. L’Italia storica e artistica allo sbaraglio, Bari 1974;
G.N. Carugno, W. Mazzitti, C. Zucchelli, Codice dei Beni Culturali annotato con la
giurisprudenza, Milano 1994; A. Emiliani, Politica dei Beni Culturali, Torino 1974; Id.,
Leggi bandi e provvedimenti per la tutela dei beni artistici e culturali negli antichi Stati
italiani 1571-1870, Bologna 1978 (19962); G. Fiorelli, Appunti autobiografici, premessa
di S. De Caro, Sorrento-Napoli 1994; P.G. Guzzo, Antico e archeologia. Scienza e
politica delle diverse antichità, Bologna 1993; Id., Paolo Orsi, Napoli, la Magna Grecia.
Analisi della tutela (quasi) cento anni fa, in I Greci in Occidente. La Magna Grecia
nelle collezioni del Museo Archeologico di Napoli, catalogo della mostra, a cura di S.
De Caro, M. Borriello, Napoli 1996, pp. 281-86; Per la salvezza dei Beni Culturali in
Italia. Atti e documenti della Commissione d’Indagine per la tutela del patrimonio
storico, archeologico, artistico e del paesaggio, 3 voll., Roma 1967; G. Spadolini, Una
politica per i Beni Culturali, Roma 1975; G. Volpe, Il governo dei Beni Culturali,
Genova s.d. [ma 1996].

PIER GIOVANNI GUZZO


M

Marxista, archeologia
Con il termine complessivo di archeologia marxista si fa riferimento a un
insieme piuttosto eterogeneo di correnti di pensiero, che in vari tempi e in
varie forme si sono ispirate all’impostazione storiografica di teorici come
Karl Marx, Friedrich Engels e Antonio Gramsci per la ricostruzione del
passato. Anche se in modi differenti, queste ricerche sono accomunate da
una concezione di tipo materialista, in cui si ritiene che le condizioni
economiche e produttive siano i motori fondamentali della storia. Un’enfasi
particolare viene posta sull’evoluzione dei modi di produzione, i quali sono
definiti come i tipi di rapporti sociali che esistono fra chi lavora e chi
controlla i mezzi necessari per produrre (vale a dire la terra, i laboratori
artigiani, i mezzi di trasporto delle merci e via dicendo). La struttura socio-
economica derivante da tali rapporti influenzerebbe strettamente (anche se
non completamente) gli eventi politici e le tendenze culturali e artistiche
(definiti complessivamente come sovrastruttura). Naturalmente lo stesso
Marx si è occupato anche dell’antichità nell’ambito della sua complessiva
reinterpretazione dello svolgimento storico. Prendendo in considerazione
l’Oriente antico e il mondo classico, ha proposto modelli interpretativi
destinati a influenzare profondamente generazioni successive di studiosi:
due dei principali modi di produzione, quello orientale e quello schiavistico,
sarebbero, infatti, rispettivamente esemplificati dalle culture del Medio
Oriente antico e da quelle classiche di età storica. I riferimenti espliciti a
queste formulazioni (a lungo ritenute sovversive) nella letteratura
specialistica archeologica e storica sono praticamente inesistenti fino al
primo dopoguerra.
Forse il primo archeologo vero e proprio che si richiama esplicitamente
all’impostazione marxista è Vere Gordon Childe, una figura fondamentale
nella ricerca preistorica della parte centrale di questo secolo. La sua
interpretazione della preistoria mediterranea ed europea appare, sin dalle
prime opere, di stampo materialista e funzionalista, in reazione al
diffusionismo di derivazione idealista e allo storicismo culturale (cfr. TEORICA,
ARCHEOLOGIA). In questa prospettiva i fattori economici e tecnologici hanno
un’importanza primaria, anche se si lascia sempre aperta la possibilità di
traiettorie multilineari di sviluppo. Anche la definizione di rivoluzione
neolitica e di rivoluzione urbana, data ai due momenti cruciali individuati da
Childe nella preistoria, risente chiaramente della terminologia marxiana. In
tutte le società viene riconosciuta una dialettica fra le forze del progresso e
quelle della conservazione, in una prospettiva in cui il cambiamento è
sempre visto come un fenomeno positivo. La sovrastruttura culturale e
religiosa può influire sulla storia, ma solo in funzione di ostacolo alla
naturale evoluzione strutturale.
In Italia, per ragioni ovvie, spunti tratti dal pensiero marxista vengono
esplicitamente applicati all’archeologia solo nel secondo dopoguerra e una
figura chiave in questo senso è certamente R. Bianchi Bandinelli. Il suo
contributo riguarda specialmente le manifestazioni artistiche, le quali sono
interpretate in relazione ai gruppi sociali di cui sono espressione. Tale
impostazione di tipo sociologico, considerata parallela alla STORIA DELL’ARTE
(cfr. ) tout court, appare ancora fortemente influenzata dalla tradizione
idealista, dalla quale Bianchi Bandinelli proviene, specialmente per quanto
riguarda i metodi sul campo. Malgrado tali limiti, l’esperienza di questa
scuola è alla base di alcuni importanti sviluppi della storia dell’arte più
recente. In particolare lo studio degli aspetti propagandistici dell’arte
romana ha aperto nuove prospettive per la comprensione dei fenomeni
artistici. In questa direzione, si sono mossi recenti lavori di archeologi
tedeschi e italiani, nei quali vengono attentamente esplorati i temi
dell’autorappresentazione e della diffusione dei messaggi di massa (cfr.
ICONOGRAFIA E ICONOLOGIA). Si tratta di prospettive in cui, in effetti, il fatto
artistico (come parte della sovrastruttura) può essere compreso solo facendo
riferimento alla sottostante struttura sociale ed economica.
È solo a partire dagli anni Settanta che nell’ambito del filone marxista si
fa strada un approccio più organico alla ricostruzione del passato, in cui
viene superato il sospetto (ancora di matrice idealista) nei confronti delle
nuove tecniche di indagine sul campo e di uno studio integrale della CULTURA
MATERIALE (cfr. ). Nell’impostazione di studiosi come A. Carandini, questi
strumenti conoscitivi sono ritenuti indispensabili per un’analisi materialista
della storia. La struttura economica e i rapporti di classe vengono ricostruiti
sulla base dei resti materiali del mondo produttivo, insediamenti e
manufatti, piuttosto che per mezzo del riflesso indiretto offerto dalla
sovrastruttura artistica e culturale. In questo quadro, quel tanto di
positivismo che è contenuto nel pensiero marxista è alla base del più
radicale miglioramento nella qualità della raccolta dei dati sul campo mai
avvenuto in Italia. È significativo che mentre la NEW ARCHAEOLOGY (cfr. ) ha
stentato a essere recepita nel nostro paese, alcune delle sue innovazioni
metodologiche sono state introdotte dai marxisti, che condividono in questo
periodo alcuni elementi ideologici con il pensiero neopositivista, quali la
fiducia nel progresso, la concezione unilineare della storia e il ruolo centrale
assegnato alla tecnologia e all’organizzazione del lavoro.
Questa convergenza porta al conseguimento di importanti risultati,
esemplificati dalle pubblicazioni dedicate all’Italia romana e tardo antica
derivate dai lavori del Seminario di antichistica dell’Istituto Gramsci. In tali
opere, in una prospettiva ampiamente interdisciplinare, storici, filologi,
storici del diritto, archeologi di campo, epigrafisti, storici dell’arte,
numismatici, topografi discutono su temi comuni e concorrono alla
creazione di un modello storico unitario che trasforma profondamente il
quadro precedente. L’impostazione marxiana si fa sentire specialmente
nell’approccio modernista allo studio dell’economia romana, che viene vista
come un caso di sviluppo pre-capitalista, in aperta polemica con la
tradizione primitivista inglese. L’introduzione del modo di produzione
schiavistico e lo sviluppo di manifatture intensive viene analizzato sulla
base di scavi di grandi ville rurali centro-italiche, di studi innovativi sulla
produzione e circolazione delle merci trasportate nelle anfore e di ampi
progetti di ricognizione, i cui risultati consentono di ricostruire la sequenza
di paesaggi umani per intere regioni. Vengono in questo modo messe in
discussione le tradizionali visioni primitiviste e continuiste, quasi
esclusivamente derivate dalle fonti letterarie, teorizzando l’esistenza di una
rivoluzione agraria romana. Questa terza rivoluzione del mondo antico
(dopo le due di Childe) viene descritta impiegando esplicitamente classiche
astrazioni marxiane quali il capitale, il valore aggiunto e la concorrenza. In
tutto questo movimento culturale, l’archeologia classica, non più limitata
alla sola analisi dei manufatti artistici, svolge un ruolo essenziale per la
costruzione di una nuova narrazione storica (cfr. STORIA, ARCHEOLOGIA E).
Negli ultimi decenni l’archeologia ha avuto un’evoluzione complessa. Da
un lato le formulazioni del marxismo semplificato che avevano
rappresentato quasi un’ortodossia in alcuni ambienti specie italiani sono
state progressivamente abbandonate; dall’altro, nell’ambito dell’emergere
del pensiero postmoderno in archeologia (cfr. POSTPROCESSUALE, ARCHEOLOGIA),
un approccio marxista è stato impiegato per condurre una critica serrata
dell’impianto positivista della New Archaeology. Viene, per esempio,
sottolineato che la sovrastruttura, lungi dal riflettere, maschera spesso
volutamente la realtà dei rapporti di produzione e di potere. L’egualitarismo
apparente di certe necropoli viene per esempio interpretato come una
dissimulazione dei reali rapporti sociali esistenti. In questo modo si
abbandonano i meccanicismi della cosiddetta «vulgata marxista», mentre la
complessa interazione tra le sfere culturali, politiche ed economiche diviene
la chiave per interpretare lo sviluppo storico. Si tratta di un’impostazione
che appare fortemente influenzata dal marxismo strutturalista, una
tendenza che si va diffondendo nel pensiero europeo e che è stata sviluppata
da pensatori come Louis Althusser o Maurice Godelier. Sulla stessa linea di
rivalutazione complessiva del ruolo causale della sovrastruttura si muovono
alcune riletture dell’opera di Antonio Gramsci, e in particolare il suo
concetto di «egemonia». Quest’ultimo serve a interpretare l’acquiescenza
delle classi subalterne rispetto a quelle dominanti, osservata per esempio
nella società rurale sarda e spiegabile con la condivisione di uno stesso
sistema culturale.
La tendenza recente, in conclusione, sembra dirigersi verso una
conciliazione fra l’impianto marxiano centrato sulla sfera economica e le
analisi dei meccanismi culturali sviluppate negli ultimi decenni da scuole di
pensiero sociale come lo strutturalismo. Anche se talvolta in forme oblique,
il marxismo continua quindi a rappresentare una delle influenze principali
sul pensiero archeologico del dopoguerra.

M. Barbanera, L’archeologia degli Italiani, Roma 1998; R. Bianchi Bandinelli,


Archeologia e cultura, Milano-Napoli 1961; A. Carandini, Archeologia e cultura
materiale, Bari 19792; Id., L’anatomia della scimmia, Torino 1979; F. Coarelli,
L’archéologie classique dans la culture européenne d’aujourd’hui, in «Revue
Archéologique», 2, 1994, pp. 294-302; M. Cuozzo, Prospettive teoriche e metodologiche
nell’interpretazione delle necropoli: la «post-processual archaeology», in «AION», n.s.
3, 1996, pp. 1-37; A. Giardina (a cura di), Società romana e impero tardoantico, I-IV,
Roma-Bari 1986; A. Giardina, A. Schiavone (a cura di), Società romana e produzione
schiavistica, I-III, Roma-Bari 1981; A. Gilman, Marxist Archaeology, in C.C. Lamberg-
Karlovsky (a cura di), Archaeological Thought in America, Cambridge 1989; A. Guidi,
Storia della Paletnologia, Roma-Bari 1988; R. McGuire, A Marxist Archaeology, New
York 1992; M. Sprigg (a cura di), Marxist Perspectives in Archaeology, Cambridge
1984; B.G. Trigger, Storia del pensiero archeologico, Firenze 1996.

NICOLA TERRENATO
Mineraria, archeologia

L’archeologia mineraria ha come obiettivo quello di ricostruire nel tempo i


processi di ricerca e di sfruttamento dei giacimenti minerari e, più in
generale, le trasformazioni dei paesaggi nelle aree di estrazione. Nonostante
la specificità disciplinare è comunque imprescindibile che i ricercatori
abbiano la capacità di far riferimento al contesto sociale e insediativo che ha
governato i territori oggetto della ricerca, e usino l’archeologia mineraria
come strumento per comprendere l’economia e gli scambi di un determinato
periodo in uno spazio definito, nonché i loro assetti di controllo e di
gestione. L’archeologia mineraria trova le sue ragioni di essere, nella ricerca
contemporanea, come momento qualificante dell’ARCHEOLOGIA DELLA
PRODUZIONE (cfr. ). Gli archeologi fino ad anni recenti hanno guardato ai
manufatti generalmente dalla prospettiva del consumo (cfr. CONSUMO,
ARCHEOLOGIA DEL), ma quando l’esperienza maturata prevalentemente sul
manufatto tradizionalmente oggetto della loro riflessione, la CERAMICA (cfr. ),
ha mostrato come lo studio dei centri di produzione e l’analisi degli impasti
per determinare la provenienza costituisce un imprescindibile strumento di
conoscenza, il problema della produzione, dalle materie prime alle aree di
lavorazione, si è posto con forza anche per altre classi di materiali. Fra
questi i metalli hanno assunto la rilevanza che meritavano per il loro valore
strategico, la loro diffusione, per la «qualità» delle evidenze lasciate sul
terreno: dalle aree di approvvigionamento della materia prima agli indelebili
resti di lavorazione (cfr. ARCHEOMETALLURGIA). L’archeologia mineraria è
tradizionalmente legata allo studio della metallurgia e non sorprende che sia
stata percorsa soprattutto in ambito pre e protostorico, dove l’analisi dei
primitivi processi metallurgici assumeva una indiscussa centralità nello
studio dello sviluppo delle diverse civiltà, prima ancora che nell’ambito
dell’archeologia storica, dove, infatti, si è iniziata a sviluppare soltanto
successivamente.
In questo tipo di indagine il rapporto fra l’archeologia e le scienze della
terra è strettissimo e irrinunciabile, come forse non lo è in nessun’altra area
della ricerca archeologica. Inoltre la ricerca nel sottosuolo pone problemi
d’esperienza, di sicurezza e di attrezzatura, cui di solito gli archeologi non
sono abituati. Il gruppo di ricerca deve avere quindi carattere
interdisciplinare: oltre al geologo, è opportuno avere la consulenza o la
partecipazione di ingegneri minerari, speleologi o gruppi di specialisti nella
sicurezza in miniera. Le ricerche di archeologia mineraria inoltre avranno
più possibilità di raggiungere il successo, quanto più stretto sarà il rapporto
fra gli studiosi e gli esperti delle imprese che hanno condotto, o conducono
ancora, lo sfruttamento delle aree oggetto dell’indagine. In Italia il
precipitoso abbandono dello sfruttamento minerario nella quasi totalità
delle regioni da parte delle imprese, generalmente pubbliche, ha creato un
vuoto di conoscenze tale che la progettazione di riconversione delle aree in
parchi archeominerari e/o di bonifica si rende sempre più difficile e onerosa,
mentre lo stesso studio delle fasi di sfruttamento minerario, grazie alla
cosiddetta «messa in sicurezza», che prevede il riempimento e la
cancellazione dei vecchi pozzi e gallerie, è limitato e, in non pochi casi,
impedito.
La ricerca nelle aree minerarie non può prescindere da una sistematica
ricognizione topografica nella regione dove insistono le risorse, e tale
ricerca deve avere il carattere della diacronia (cfr. RICOGNIZIONE ARCHEOLOGICA).
Alcune indagini avviate nella prima metà di questo secolo, infatti, tutte
concentrate a evidenziare fasi d’uso di epoca pre-romana, dando per
scontato l’abbandono di tale attività in epoca romana, se hanno avuto il
merito di portare all’attenzione degli studiosi il problema specifico, hanno
spesso ignorato fasi di uso successive, inducendo a interpretazioni talvolta
profondamente errate. Il persistere, obbligatoriamente, dell’attività di
estrazione sulle medesime aree rende la lettura dei già modesti indicatori
cronologici estremamente complessa, come del resto in ogni sito
pluristratificato; ma in questo caso la complessità è accentuata dai vasti
volumi degli scarichi di sterili, privi generalmente di elementi datanti, e
dall’azione «negativa» dell’estrazione, sia in superficie che in sotterraneo,
che tende a cancellare definitivamente i segni delle attività più antiche. La
lettura di ogni indicatore deve essere ottimizzata e in questo quadro diventa
indispensabile mettere in relazione le attività estrattive con quelle di
successiva lavorazione, e con i contesti insediativi e sociali nei quali tali
attività si sono svolte. La mera informazione tecnica, se avulsa dal CONTESTO
(cfr. ), non offre alcun elemento interpretativo neppure per la collocazione
cronologica di quelle attività e tanto meno per un loro più generale
inquadramento storico.
Nell’evoluzione degli studi storici e dell’archeologia storica l’interesse
diffuso per l’archeologia mineraria non risale a più di una ventina di anni fa,
ma quest’area disciplinare ha antecedenti antichi in Europa. È intorno alla
metà dell’Ottocento (1858) che l’ingegnere minerario francese Louis
Simonin pubblicò sulle «Annales des mines» un saggio destinato a rimanere
celebre: De l’exploitation des mines et de la métallurgie en Toscane pendant
l’Antiquité et le Moyen-âge, seguito a un anno di distanza da un saggio sulla
legislazione mineraria di Massa Marittima, mentre più tardi (1880) ne
pubblicava un altro dal titolo significativo La vita sotterranea. Le sorelle delle
Catacombe. In questi saggi si individuavano i problemi sostanziali della
ricerca attuale: i rapporti fra i giacimenti minerari e tracce archeologiche di
superficie e sotterranee, fra attività di estrazione e di trasformazione
metallurgica e il fondamentale riferimento alle fonti scritte. Negli stessi anni
Theodor Haupt, un ingegnere minerario di Freiberg in Sassonia, chiamato
dal granduca di Toscana a sovrintendere alle miniere di questa regione,
utilizzava il termine «archeologia mineraria» per indicare l’osservazione
attenta (di cui, peraltro, fece largo uso) dei lavori antichi per valutare la
risorsa e definire la strategia della ripresa delle attività minerarie alla vigilia
della rivoluzione industriale. Ma è nella seconda metà del secolo che
l’interesse deliberato verso la ricerca sistematica dei resti delle antiche
miniere e della prima metallurgia ebbe notevole impulso: basti al proposito
ricordare i lavori di William Borlease sulla Cornovaglia, le indagini dei
fratelli Siret sulla prima età dei metalli nel Sud-Est della Spagna, quelle del
geografo d’Ardaillon, allievo della Ecole Française di Atene, che poté
giungere, attraverso l’uso di indagini archeologiche in superficie e in
sottosuolo, a conclusioni sulle cronologie dello sfruttamento del vasto
sistema minerario di Laurion, non lontano da Atene, concordanti con le
fonti scritte, per concludersi a fine secolo con il lavoro di William Gowlan
sull’Oriente. In questo secolo la sintesi generale elaborata da Davies sulle
miniere dell’intero impero romano ha rappresentato un significativo passo
avanti della ricerca, come pure, nel secondo dopoguerra, le indagini di
Pittioni sull’industria dell’età del rame nell’area alpina hanno rappresentato
un momento esemplare nella ricostruzione degli antichi assetti minerari e
metallurgici di quell’area. In Italia a cavallo della seconda guerra mondiale
iniziative stimolanti, che però non ebbero molto successo, furono lanciate da
Minto sulle pagine di «Studi etruschi», dove peraltro rimasero prioritari gli
aspetti metallurgici rispetto a quelli minerari, affrontati ancora in modo
sommario e sostanzialmente involutivo rispetto a quanto già elaborato dalla
cultura geologico-mineraria del secolo precedente. Agli anni Cinquanta
risalgono l’inizio delle ricerche di Rothemberg a Wadi Timna in Israele,
seguite da quelle di Jovanovic a Rudna Glava, nell’ex Iugoslavia, che
rappresentano il momento di ripresa della ricerca contemporanea.
Il lavoro nel campo specifico dell’archeologia delle miniere ha due
sostanziali fasi di ricerca, una in superficie e l’altra in sotterraneo. Lo
sfruttamento minerario lascia infatti tracce ben visibili sul terreno, costituite
da scavi a cielo aperto, pozzi e gallerie. Queste azioni nella maggior parte
dei casi, se non cancellate da attività successive, sono chiaramente
riconoscibili grazie agli scarichi che assumono la forma a mezzaluna, nei
pendii, e a schiena d’asino nelle aree di pianura. In molti casi l’indagine
topografica dei lavori in superficie ci permette di ricostruire già con una
certa precisione l’andamento dei filoni mineralizzati, apportando
informazioni preziose alla definizione degli originari assetti
giacimentologici; mentre l’indagine stratigrafica nelle aree di sfruttamento a
cielo aperto e nella parte superficiale esterna ai pozzi, se può da un lato
offrire modeste informazioni sulla struttura del filone, dall’altro può fornire
notizie fondamentali sull’organizzazione del lavoro, attraverso
l’individuazione delle aree funzionali, come la zona della pesta o del
deposito di materiali, in alcuni casi della forgia ecc.
La ricerca in sottosuolo grazie alle registrazioni grafico-analitiche delle
tracce del lavoro, insieme allo studio geologico delle strutture, porta a una
conoscenza sostanzialmente esaustiva dell’architettura dei giacimenti.
L’indagine stratigrafica in sotterraneo poi, dopo aver asportato i depositi dei
materiali incoerenti formatisi successivamente alle fasi di uso della miniera,
permette il riconoscimento di piani d’uso e, all’interno di gallerie o vuoti,
permette di recuperare nelle «ripiene» resti di attrezzi e materiali datanti e
di documentare le varie unità di riempimento valutando granulometria e
tipo di ganga, giungendo così a una conoscenza profonda del giacimento
scavato. In questi casi è l’archeologia alla base dell’informazione geologica.
In questo contesto, l’integrazione con altre discipline analitiche, come la
chimica, assume un rilievo importante per definire i gradi di sofisticazione
tecnologica raggiunti nelle diverse fasi.
Tecniche di coltivazione. La tecnica estrattiva nelle miniere pre-industriali
ha avuto un’evoluzione non lineare e comunque molto lenta. Le
diversificazioni che è possibile individuare sono dovute prevalentemente ai
diversi contesti cronologici, sociali e politici in cui tali attività si sono
prodotte.
Il metodo di coltivazione più elementare, e anche il più antico, è stato
quello di seguire il filone mineralizzato generalmente prima in superficie e
quindi in sottosuolo: si tratta di un metodo di lunga durata che riscontriamo
costantemente in epoca pre-romana e medievale. Fin dagli inizi delle attività
minerarie si è potuto verificare che le due principali tecniche di
abbattimento prevedevano, quando le caratteristiche della roccia lo
permettevano, l’uso di martelli in pietra (nell’età del bronzo, e più tardi
picco e mazzuolo); altrimenti l’uso del fuoco quando la roccia appariva
particolarmente resistente e nella zona vi erano abbondanti risorse di
combustibile. Infatti, il fuoco, grazie agli sbalzi termici e all’azione dei
vapori, aveva l’effetto di indebolire le pareti delle miniere, che venivano
allora facilmente abbattute, permettendo una facile disintegrazione della
roccia incassante e il recupero del minerale. Non è sempre attestato l’uso
dell’acqua o dell’aceto, come ricordato da Plinio, per spegnere il fuoco al
fine di aumentarne l’effetto d’indebolimento delle rocce. L’uso del fuoco
nelle miniere è riconoscibile attraverso il rinvenimento degli strati di
carboni lasciati sul posto e dalla stessa forma delle gallerie, che si
presentano subcircolari. Per la frantumazione dei minerali è attestato, anche
in epoca medievale, l’uso di martelli in pietra con manico di legno o di
semplici percussori in pietra, costituiti da ciottoli generalmente fluitati.
Dall’età del bronzo nell’area orientale del Mediterraneo abbiamo
l’attestazione di lavori minerari di una certa consistenza, caratterizzati da
sistemi estrattivi che si articolavano in numerosi pozzi, fittamente disposti,
profondi fra i 10 e i 20 metri, e con gallerie lunghe pochi metri: risale a
questa fase l’introduzione di attrezzi in metallo, mentre restava un problema
irrisolto quello della ventilazione delle gallerie, che quindi rimanevano poco
sviluppate.
Durante il primo millennio si verifica un incremento notevole sia della
scala sia della profondità delle miniere. In Estremo Oriente, come in area
mediterranea, da Laurion in Grecia alle Colline metallifere della Toscana,
fino al Rio Tinto in Andalusia, abbiamo testimonianze di un consistente
incremento delle conoscenze tecnologiche, che permettono un forte
sviluppo delle attività nel sottosuolo: è soprattutto con la costruzione di
pozzi e gallerie di drenaggio e di pozzi di areazione, aiutati, questi ultimi, da
fuochi accesi nel fondo delle miniere e dalla costruzione di porte e
sbarramenti mobili, che è possibile lo sviluppo di gallerie di estrazione
profonde decine di metri, anche sotto i livelli delle falde acquifere, mentre
non indifferente è l’apporto della messa in opera di argani e sistemi di
sollevamento, che accelerano il trasporto del minerale in superficie.
Risale a questo periodo, nelle grandiose opere d’estrazione
prevalentemente di oro, l’uso di grandi masse di acqua per liberare le rocce
mineralizzate da ampie sedimentazioni di terreno e/o abbattere masse ricche
di minerali; casi del genere sono ben noti nelle zone aurifere del Nord della
Spagna e in Galles. Il sistema presupponeva l’impiego di conoscenze di
ingegneria idraulica e imponeva la realizzazione di complesse condotte di
acqua, e quindi un’organizzazione del lavoro su grande scala: un grande
parco archeominerario in fase di realizzazione a Las Medulas, a nord di
León, è in grado di far percepire la complessità tecnologica e
l’organizzazione sociale che ha permesso la conduzione di tale operazione.
Alcuni sistemi di estrazione, che in Europa diventeranno comuni a partire
soltanto dall’età moderna, pare fossero diffusi in Estremo Oriente fino dal X
secolo a.C.: ci riferiamo in particolare al metodo della cementazione (o
idrometallurgico) per la produzione del rame.
Le tecniche minerarie non ebbero sviluppo dopo il periodo romano, anzi
potremmo affermare che, ad eccezione di alcune singole situazioni in
Francia sotto stretto controllo dello Stato, si constata in generale una forte
regressione nelle forme di organizzazione del lavoro minerario fino al
Rinascimento. Alcune recenti indagini archeologiche su insediamenti e
complessi minerari medievali nell’Europa continentale e nella penisola
italiana mostrano come l’attività estrattiva si articolasse in modi
sostanzialmente indistinguibili, se non attraverso i tradizionali strumenti di
datazione archeologica, rispetto a quelli d’epoca pre-romana.
Nella prima età moderna la principale innovazione è rappresentata
dall’introduzione della polvere da sparo per abbattere la roccia: le miniere
scavate con questa nuova tecnica sono ben riconoscibili, anche nelle aree
trattate dal picco, per la presenza dei fori praticati per l’introduzione della
polvere. Un altro indicatore rilevante del cambiamento delle tecniche
estrattive è rappresentato dall’introduzione sistematica, a partire sempre dal
XVI secolo, grazie a una conoscenza pratica più approfondita della
giacimentologia, di un nuovo metodo per raggiungere il giacimento: si tratta
della realizzazione di pozzi, non a seguire il filone, ma ad attaccare il
deposito dal basso. Si semplificava così il trasporto in superficie del
minerale e della roccia abbattuta, che in precedenza dovevano ripercorrere a
ritroso il tortuoso e spesso assai ridotto cammino dei cunicoli che
inseguivano le mineralizzazioni.
Preparazione del minerale. La prima operazione, successiva
all’abbattimento e alla risalita in superficie dei materiali mineralizzati, era la
frantumazione, che avveniva solitamente nei pressi della stessa miniera. I
percussori utilizzati per separare il minerale dalla ganga, la roccia
incassante, sono stati per lungo tempo, ancora fino all’età moderna, martelli
di pietra, spesso rinvenuti nella aree di lavorazione; la loro assenza, in molti
casi, indica l’utilizzazione di mazze o martelli in ferro. L’operazione di
frantumazione e di selezione dei materiali avveniva di solito a bocca di
miniera e venivano utilizzati come aree di pesta piani di roccia. L’impianto
di magli per la frantumazione dei minerali non appare generalmente prima
del tardo Medioevo, mentre la presenza di mulini e macine presso aree
minerarie non è detto che vada sempre attribuita a questa funzione. La fase
di frantumazione lascia tracce evidenti sul terreno, costituite da piccole
collinette di scarti: in casi fortunati, è possibile rinvenire resti di minerale
già selezionato. Dove vi era disponibilità d’acqua, si hanno testimonianze di
primordiali o sofisticate forme di flottazione: in alcuni casi una semplice
tavola inclinata poteva costituire lo strumento su cui poggiare il minerale e
quindi far passare l’acqua corrente con l’obiet