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Nicola Spinosi

Mari d'insidie
Saggio su Joseph Conrad
Alla memoria di Mario Curreli, anglista e cultore di
Joseph Conrad
La nave che salpa sembra capace di dar
tregua alle inquietudini, di rendere ai
marinai la serenità perduta sulla costa. Il
capitano spera che la brezza d'alto mare
spazzi via il male, come per magia: ma se
il male è la vita stessa allora la serenità, e
se non la serenità l’ordine, può derivare
dalle regole, dalla disciplina: da quelle
mansioni precise che ogni uomo ha da
svolgere a bordo, garantite dagli ufficiali e
sempre legittimate dal capitano stesso. Gli
uomini a bordo non devono fare scelte,
perché c'è qualcuno che detiene tutta la
responsabilità, solo ed onnipotente
sovrano, assoluto e reso unico dalla
solitudine del mare. Chi si oppone a
quest'ordine, a questa legge, in Conrad, è
rappresentato come un malvagio, un vile,
un nemico.

Ne Il negro del Narciso (1898) è la


presenza di un certo Donkin a
rappresentare il fastidio, il disprezzo, l'odio
(e però l'interesse) di Conrad per coloro
che non stanno al gioco del capitano, un
gioco per ‘spiriti forti’ che necessita di tutta
la rigidità della gerarchia, equipaggio,
ufficiali, capitano. Donkin, asinino nel
nome (‘donkey’), è un fuggiasco, un
individuo poco ‘virile’ che ricerca l’appro-
vazione dei compagni, un pagliaccio lacero.
Conrad manovra in modo che Donkin sia
antipatico, dando tuttavia ragguagli che
insospettiscono: il nemico dell'ordine,
“prodotto anarchico dell’ignobile libertà
delle suburre, pieno di disprezzo e di odio
verso l’austera servitù del mare”, veniamo
a sapere, è un “futuro sindacalista”, un
“propugnatore delle riforme”. Donkin nei
fatti agisce da agitatore, promuove una
rivolta, è un tipo alla Franti, lo scolaro
‘malvagio’ di De Amicis, che attenta
all'ordine e quindi turba le prove di
saggezza, di coraggio, di fedeltà agli ideali
della professione. Per il capitano, in
Conrad, il commercio, gli interessi, fanno
anch’essi parte dell'ordine, ma per dar
luogo a ciò che davvero conta: il rapporto
con il mare, con la nave, che è un mezzo e
un fine insieme. Donkin sa soffiare sul
fuoco dei turbamenti dell'equipaggio
causati dalla sinistra malattia del marinaio
nero del titolo, che già con la sua presenza
‘arrogante’ agita il Narciso. Scoppia la
rivolta, e com'è ovvio, in Conrad, il
capitano ridicolizza e ammansisce Donkin
davanti all'equipaggio. Vengono così
cacciati via i cattivi pensieri, o
ridimensionati, come se la nave fosse la
mente di Allistoun che esplora se stesso, e
Donkin un suo tarlo disturbatore.
Allistoun, il capitano, è un uomo di pietra
(‘stone’), che non trema, non si confonde,
non si perde mai. Prima delle pagine
dell'ammutinamento la nave viene presa
da una terribile tempesta, e coricata su un
fianco. L'alberatura corre quasi parallela
alle onde, gli uomini stanno inchiodati sul
ponte come scalatori bloccati su una
parete verticale, assicurati alle cime,
impauriti. La navigazione è minacciata, ma
il capitano non si perde: le posizioni degli
uomini sono una canzonatura dell'ideale
‘ciascuno al suo posto’, tutto rischia di
rompersi, ma Allistoun ha la sapienza e la
forza di attendere il momento favorevole
per ristabilire l'ordine, adesso contro la
tempesta. E avanti.
Se abbiamo indicato nella nave conradiana
in mare aperto un luogo di ricerca di
serenità, e se non di serenità di ordine, di
liberazione dai cattivi pensieri, dalle idee
‘tentatrici’, ed ecco una situazione di
malattia (quella del marinaio nero), di
rivolta (inizio di ammutinamento), di
tempesta. Conrad getta dunque addosso
agli ideali di ordine mari di insidie; l'uomo
che cerca un equilibrio nella disciplina e
nell'ordine (anche per mare), trova
ostacoli. L'ordine è dunque un ideale di
ordine, di concreto c’è “l’austera servitù
del mare”: quello che conta per la prova
che il capitano deve superare. La
tempesta, certo, ma anche la
‘sovversione’, e chissà cos'altro.

Fuori dalle pagine de Il negro del Narciso


(un titolo che si presta a immaginare nel
narcisismo una macchia nera) un capitano
come Allistoun non si trova, in Conrad, e
non sembra un caso che questo
personaggio sia trattato molto dall'esterno,
non solo per la terza persona al posto della
prima, com’è in altri scritti.
Ne Il negro vi è un ‘noi’ che racconta,
come coro tragico, ad un tratto spunta per
un momento, ignoto, un ‘io’. Il capitano è
guardato dal basso, lassù, inarrivabile, un
padre tremendo e ammirevole insieme,
una pietra di padre. In Lord Jim (1900)
troviamo in un personaggio minore
un’apparente somiglianza con Allistoun. Si
tratta di Brierly, un capitano che affianca il
giudice nell'inchiesta su Jim, il
protagonista, e gli altri responsabili
dell'abbandono di una nave carica di
passeggeri in mare aperto. Racconta
Marlow, il narratore: “<Brierly> non aveva
mai commesso uno sbaglio in vita sua, mai
avuto un incidente (...) e pareva essere
uno di quegli individui fortunati che non
sanno che cosa sia indecisione (...). Sul
suo animo contento di sé i colpi della vita
non avevano maggiore effetto del graffio di
uno spillo sul fianco levigato di una roccia
(...). Mentre lo guardavo là a fianco del
giudice pallido e dimesso che presiedeva
l'inchiesta, il suo compiacimento offriva a
me e al mondo una superficie dura come
granito.” Ancora abbiamo a che fare con la
pietra. Ma qui Conrad ci indica
qualcos'altro: “Si suicidò pochissimo tempo
dopo”. Dunque Brierly è un Allistoun colto
di sorpresa da “una di quelle quisquilie che
danno da pensare, che fanno nascere
un'idea con la quale un uomo non abituato
a tale compagnia si scopre incapace di
vivere.” E’ la storia di Jim, durante
l’inchiesta, che pone Brierly davanti a
qualcosa, ad un segreto insopportabile,
forse alla potenza mostruosa dell'istinto di
sopravvivenza, che al momento
dell'abbandono della nave carica di
passeggeri in pericolo di morte ha spazzato
via le ottime intenzioni di Jim, facendone
un ufficiale inaffidabile, uno che in
definitiva può abbandonare la nave in
pericolo con il suo carico di passeggeri.
Come Allistoun fa rimuovere il corpo
malato del nero e perturbante marinaio
dall'alloggiamento dell'equipaggio, così
Brierly vorrebbe liberarsi dalla presenza
del bianco Jim: “Se egli sparisse tutto ciò
cesserebbe di colpo”. Sì, la vergogna di un
bianco che mangia fango davanti a quei
"dannati indigeni". Il punto è che Brierly
non è capace di ascoltare quella storia.
Propone a Marlow di finanziare la fuga di
Jim, ma non trova consenso in chi ha
invece una gran voglia di approfondire la
conoscenza con il giovane reprobo. Marlow
capirà, durante un indimenticabile
colloquio con Jim, che il ‘negativo’
rappresentato da Jim e dal suo fallimento
fa parte del vivere.

Ci stiamo allontanando da Allistoun, dalla


sua compattezza. Ci ricordiamo di Mac
Whirr, il capitano del piroscafo Nan-Shan,
in Tifone (1902), un burocrate del mare,
non un eroe: uno “che non fa niente di
straordinario e fa filare la nave a
meraviglia, senza dar fastidio a nessuno”.
La prova che attende Mac Whirr è un tifone
che mette la nave in pericolo di naufragio e
sconvolge il suo ordine interno. Jukes, il
primo ufficiale, viene sbattuto via da
un'onda, si agita e lotta, per finire tra le
braccia del capitano: “si accorse di trovarsi
in qualche modo alle prese con una faccia,
con un impermeabile d'incerato, con un
paio di stivali (...), finché non si sentì ben
saldo nella robusta stretta di due braccia
poderose. Ricambiò l'abbraccio (...). Aveva
ritrovato il suo capitano”. La distanza è
abolita: ci siamo perduti, e finalmente
possiamo abbracciarlo, questo capitano.
Ne abbiamo bisogno, nella tempesta, ma
qui la gerarchia è stabilita non da un
dovere: è sentita, non subita. Il nostromo
replica in qualche modo Jukes: “era
arrivato sul ponte trascinandosi carponi
sottovento, e aveva urtato la testa contro
le gambe del primo ufficiale. Subito si era
accoccolato e aveva cominciato ad
esplorare dal basso il corpo di Jukes con
tocchi prudenti e rispettosi, come si addice
ad un inferiore”.
Sottocoperta i passeggeri, lavoratori cinesi
di ritorno in patria ognuno con la sua
cassetta di legno piena di cose, soprattutto
di denaro risparmiato, sono sbattuti
insieme, persone, e oggetti, dentro il corpo
della nave in preda alle ondate: le cassette
si spezzano, il loro contenuto esce. Ne
deriva un guazzabuglio
spaventoso, mentre i cinesi urlano di paura
e di rabbia, si accapigliano. Scena
tenebrosa, una delle migliori ‘magagne’
(something wrong) messe in scena da
Conrad contro i suoi personaggi. Anche
l'equipaggio sta rintanato al buio,
aspettando la morte. Il comandante,
appena informato dal nostromo della
tempesta interna alla nave, si occupa di
essa non meno che del tifone, invia Jukes
di sotto a placare la massa dei cinesi. Ma
anche nell’equipaggio, fra gli uomini
impauriti, qualcuno approfittando
dell'oscurità insulta il nostromo.
Nella sua cabina Mac Whirr trova un
disordine che replica quello generale della
nave. “Tutti gli oggetti che avevano
sempre avuto un loro posto preciso erano
spariti (...) L'uragano era penetrato a forza
nelle ordinate disposizioni della sua
intimità”. E' la crisi, non solo esteriore, ma
anche interiore. “L'uragano abbatté le
difese dell'uomo e dissuggellò le sue labbra
(...). ‘Mi dispiacerebbe perderla’ , disse a
mezza voce, isolato, come se si fosse
ritirato dalla corrente stessa della sua vita,
dove non c'era mai stato posto per certe
stravaganze, come quella di parlare da
solo” Abbattute le difese che isolavano le
emozioni dal tranquillo tran tran mentale,
Mac Whirr ripete se stesso, in certo modo
valorizzando la sua parte di meticoloso
burocrate del mare (della vita): riesce ad
interpretarla non nel senso della
conservazione dell'ordine, o del puro rifiuto
del disordine, ma nel senso della
realizzazione di un ordine differente.
Mentre il giovane Jukes propone di tenere i
lavoratori cinesi chiusi sottocoperta e di
gettare a mare i loro averi ormai confusi,
Mac Whirr decide di immergersi nella
confusione, di farne qualcosa secondo una
giustizia inventiva nei confronti di una
parte della nave. Il nero del Narciso in un
punto rivendica: “appartengo alla nave”.
Anche i cinesi appartengono alla nave. E'
essenziale quindi farli uscire alla luce e
render loro giustizia secondo le possibilità.
Il capitano escogita un modo di restituir
loro i denari; divide in parti uguali il
patrimonio indiscriminatamente creato dal
tifone e dalla paura, e lo distribuisce a
ciascuno dei lavoratori cinesi. Per un
personaggio che "non fa niente di
straordinario" non c'è davvero male.
Grazie al tifone.

Qualcosa di straordinario si trova in Al


limite estremo (Conrad, 1902): il capitano
della nave è quasi completamente cieco ed
usa come ‘protesi’ un assistente malese,
ma nessuno sembra accorgersi di questa
"magagna" (something wrong), neppure il
lettore. Interessante del racconto quindi è
anche come la cecità del comandante
Whalley viene offerta alle scoperte dei vari
personaggi e del lettore. Nella pagina che
apre la storia l'autore introduce Whalley ed
il suo malese intenti a comandare nel loro
curioso (inventivo) modo il Sofala: “il
capitano Whalley non guardava (...) era
rimasto con gli occhi chiusi fissi al ponte
tra i suoi piedi”. Sono indizi di qualcosa
che il lettore non può sospettare. Quando il
racconto, dopo un viaggio a ritroso nel
tempo, ritorna al presente, troviamo altre
tracce che tuttavia sono trascurabili per chi
è alla prima lettura e si è lasciato
coinvolgere dalla grandezza del capitano.
Scambi di domande e risposte che ci
immaginiamo tranquilli, a bassa voce: “
‘Non riesci ad avvistare ancora il gruppo di
palme, serang’, domandò il capitano
Whalley dalla sua poltrona (...) ‘No, tuan.
Da un momento all'altro vedere’ (...). Il
capitano Whalley rimase seduto immobile,
senza neanche alzare la testa a guardare
egli stesso (...). ‘Non ancora in vista?’ ‘Il
sole fa moltissimo riverbero, tuan’ ‘Apri
l'occhio, serang’ “.
Dice e non dice, l'autore: il comandante
non guarda perché la rotta è sempre la
stessa da anni, e la nave è fidata. Ma
allora perché si mostra così ansioso? “
‘Vedere le palme adesso, tuan’. Il capitano
Whalley avanzò fino alla battagliola; ma i
suoi occhi (...) vagarono indecisi nello
spazio”. Così cominciamo a sospettare. Ma
i personaggi, il personale della nave, che
cosa fanno? Il primo ufficiale, il meticoloso
Sterne, ha “un che di malizioso nello
sguardo”, continua ad ammiccare: se
fossimo semplici passeggeri è sicuro che
non sapremmo nulla di nulla. Sterne è il
primo a comprendere, osservando, come
fa, il capitano e il serang malese: entra in
possesso dell'informazione che, usata, può
farlo facilmente diventare capitano, lui. “La
magagna esisteva, e come, e l'averne
moralmente la certezza risultò alle prime
un pensiero semplicemente terrificante
(...). Questa cosa enorme alterava la
prospettiva di quanto sia o non sia
possibile a questo mondo: era, per
esempio, come se il sole fosse diventato
blu”. E' perturbante scoprire che il capitano
della nostra nave è cieco, che ‘il padre’ ha
una debolezza segreta. Potremmo metterlo
da parte, ma la terra ci sembra mancare
sotto. Il compito di rimpiazzare il capitano,
di prendere il comando, non è meno orrido
della tremenda scoperta.
Sterne non sa usarla: è reticente, vago,
l'armatore a bordo non lo ascolta, quando
lui gli racconta - che cosa?: “Se voi dite la
parola, signore, io posso raccontarvi qual-
cosa a proposito della sua indolenza <di
Whalley>, che vi darà diritto di licenziarlo
sui due piedi e affidarmi il comando per il
resto di questo viaggio”. Sterne chiede il
permesso; Massy, l'armatore, non vuol
sentire, perché non gli conviene licenziare
Whalley: ritiene infatti che il vecchio
possegga dei capitali e quindi preferisce
tenerselo come socio.
Com'è che accade una catastrofe? Conrad
lo spiega in questo racconto. Alla fine la
parola chiara e piena sulla cecità dovrà
essere detta dal comandante stesso,
perché nessun altro ha la forza di
denunciare questa "magagna". Ad un
amico incontrato a terra, durante una
sosta, sarà lui a dire: “Si tratta di me! Una
nave non è idonea alla navigazione se il
suo capitano non ci vede. Sto diventando
cieco”. L'autorevolezza del confidente ci fa
pensare che finalmente il cambiamento
necessario avverrà, invece si continua a
tenere al comando quest'uomo che
finalmente si è arreso: continuiamo a
coprire questo "Titano presuntuoso".
A Sterne colui che ha saputo la verità dal
diretto interessato comunica: “Certamente,
la situazione è grave (...). E' evidente che
sta male di salute. Forse sta crollando (...)
ed anche egli si rende perfettamente conto
(...) che le sue gambe stanno cedendo”. Si
tratta insomma di una vergogna che va
mantenuta segreta come la vergogna di
Jim, secondo Brierly, doveva essere resa
invisibile tramite una fuga del
responsabile. Ma così non ci prendiamo
cura della nave, perché il viaggio continua
nella medesima situazione di prima,
quando ancora la verità non era stata
detta. Ancora il capitano finge di
comandare, ancora il serang crede di
eseguire. Nessuno si accorge che Massy,
l'armatore, ha ubriacato la bussola
sistemandole vicino la sua giacca piena di
pezzi di metallo nascosti nelle tasche,
affinché la nave vada fuori rotta e in
malora: per riscuotere il premio
dell'assicurazione. La nave affonda, con il
capitano a bordo. Tutti gli altri in salvo, se
così si può dire.
Il vecchio capitano ‘eroico’ è morto.
Osservato, temuto, criticato, scoperto nelle
sue miserie, il ‘padre’ è messo da parte.
Adesso tocca a ‘noi’. Cerchiamo adesso
testi che rechino un ‘io’ al comando.

Ne Il coinquilino segreto (Conrad, 1910)


un ufficiale di nome Leggatt durante una
tempesta uccide un marinaio che non vuol
eseguire un suo ordine coraggioso e
disperato. Leggatt lo prende per il collo e
semplicemente lo strangola. Trattandosi
indubitabilmente di omicidio l'ufficiale
viene messo agli arresti in attesa del
processo. C'è dell'altro ad interessarci:
l'ordine di issare il "terzaruolo di
mezzana", un piccola vela decisiva
nell’occasione, viene dato da Leggatt a
dispetto del comandante, annichilito
insieme all'equipaggio dalla forza della
tempesta. In un solo momento
abbiamo qui due temi riuniti: la presa del
comando e l'odio nei confronti di chi, in
mare, non rispetta le regole, non accetta di
obbedire. Leggatt è molto deciso a questo
proposito; in parte è giustificato dalla
tempesta e dalla debolezza del suo
capitano, quando dapprima reagisce al
rifiuto del marinaio colpendolo; non lo è
più quando strangola il malcapitato. E'
quest'ultimo punto che pare interessante,
nel senso che Leggatt rappresenta una
concezione autoritaria fino all'illegalità del
potere.
Del resto anche la soluzione escogitata da
Mac Whirr in Tifone è autoritaria.
Leggatt fugge dalla sua nave, ferma in
rada, si tuffa e nuota lontano. Al
protagonista e narratore del racconto,
Marlow, neocomandante in procinto di
iniziare il viaggio su una nave che ancora
gli è estranea, giunge tramite Leggatt
come l’avviso di un ‘segreto’. Con Leggatt
abbiamo a che fare con un uomo oltre la
legge. In Conrad è rinvenibile dunque un
rovello di irriducibilità aristocratica; il
comando è potere, un potere che deve fare
i conti con un suo “coinquilino segreto”
(secret sharer) autoritario, sanguinario.
Il coinquilino segreto si presta in modo
palese ad una lettura psicologica. Ciò si
spiega con l'evidente statuto di ‘doppio’ e
‘sosia’ di Leggatt in rapporto a Marlow:
sembra che l'autore voglia proprio che il
lettore non trascuri quest'aspetto. Per così
dire si trova dunque ne Il coinquilino
segreto un’esposizione della tematica del
‘doppio’. Leggatt è un ‘doppio’ del
protagonista, certo; ma mentre il ‘doppio’
è di solito fastidioso, perturbante da
cacciar via (pensiamo al Goljadkin
dostoevskiano o all’ William Wilson di
Edgar Allan Poe), qui invece il protagonista
protegge, nasconde, nutre Leggatt. La
parte Leggatt, trasgressiva, aristocratica, è
per il protagonista appagante: egli la
accoglie subito (solo, di sera, sulla sua
nuova sconosciuta nave, ignoto
all'equipaggio, giovane al primo comando:
dall'acqua viene Leggatt, eroe negativo,
prode nuotatore (proud swimmer), forte,
risoluto: la tentazione è grande). Se lo si
accoglie non è il solito ‘doppio’; ne è
piuttosto una variante, un bagliore narcisi-
stico, come lo è una relazione pericolosa,
sì, ma desiderabile, nascosta e
desiderabile.
Abbiamo dunque un personaggio che ha
dato ospitalità all'incarnazione di una
propria tendenza parziale, e che nel
concreto del rapporto, questo sì, risulta
imbarazzato, impacciato. Il protagonista
non può comandare davvero la nave,
perché c'è Leggatt, ospite segreto. Il
comando può iniziare quando l'ospite
segreto si tuffa nuovamente in mare per la
fuga definitiva. Marlow, ‘capo’ più che
capitano, ordina una manovra spericolata
per lasciare all'assassino l'opportunità di
un braccio di mare non troppo largo per
approdare a nuoto sulla terra ferma: mette
a così a repentaglio la sicurezza della nave
e dell'equipaggio. E’ il suo flirt con
l’eccesso a renderlo ‘capo’, gli dà un potere
quasi dissennato. Il tornaconto nella
fattispecie è narcisistico: una bella,
spericolata manovra, degna di essere
raccontata. Siamo ben lontani dal
comando, dal potere legale.

La linea d'ombra (Conrad, 1917), verte


ancora su una prima esperienza di
comando, in un viaggio che riporta il
protagonista al punto di partenza della
storia stessa. Abbiamo un movimento
circolare, ripetitivo, che consente al
neocapitano di riprendere quel che all'inizio
rimaneva incompleto. Il protagonista al
suo ritorno è un altro uomo. Si sente
maturo. Incontra di nuovo l’anziano
capitano Giles, ma stavolta si lascia
prendere dalla conversazione con lui senza
remore da sciocco giovanotto. In effetti il
protagonista è ben lieto di raccontare a
Giles, che lo ha spinto ad accettare il
comando, ed a uscire dall'accidia, la sua
avventura, lungi dall'atteggiamento di
condiscendenza esibito prima del viaggio.
Si è alzato un sipario, dunque. All'inizio
abbiamo a che fare con un riuscitissimo
personaggio, il giovane inquieto, i „pugni
in tasca“, sprezzante, annoiato, disgustato,
in cerca di qualcosa, vulnerabile e spietato
in un mondo che gli pare come minimo
futile. Trova Giles, un "esperto in
navigazioni complicate", che in particolare
è a conoscenza di un comando vacante e
che guida il giovane verso l'incarico con
allusioni, suggerimenti, consigli. Il
protagonista lo ascolta con stupore (che
vuole costui?), lo crede un maniaco
dell'intrigo, un vecchio scemo. In realtà è
ben lontano dal pensare di poter essere
ricercato, lui, per un comando. Si può dire
che è il padre qui che ci dà quella fiducia
che non abbiamo. Pensiamo di farla finita
(con il mare), di ritornarcene a casa:
restiamo avviluppati nel disgusto, come in
una corazza. ”Fui colto da un grande
scoraggiamento. Da un torpore spirituale.
La voce di Giles seguitava a risuonare
sempre con lo stesso tono di compiacenza:
era la voce della sciocca vanità
universale”.
Il protagonista si muove quindi verso la
bella nave che lo aspetta. Vi sale e il
secondo ufficiale, Burns, lo informa: il
capitano precedente è morto, in mare: “un
uomo strano, di circa sessantacinque anni,
ostinato e poco comunicativo. Dalla faccia
dura e dai capelli grigio ferro. Per ragioni
inspiegabili aveva l'abitudine di lasciare la
nave ferma in alto mare. A volte saliva di
notte sul ponte, Dio sa perché faceva
ammainare le vele, poi tornava giù, si
chiudeva in cabina e suonava per ore e ore
il violino”. Dice Burns che il vecchio “si era
perduto dietro ad una donna”; è una foto a
ritrarli insieme: “una orribile donna bianca,
già matura, dalle narici rapaci (...)
camuffata con uno sfacciato costume
semi-orientale (...) una medium d'infimo
ordine (...) un'incantatrice da bassifondi
(...) Ma osservai che teneva in mano uno
strumento musicale, una chitarra o un
mandolino. Là forse, stava il segreto della
sua malìa”. Sì, c'è un filo che connette due
strumenti, due persone. E' il protagonista
che non comprende, e denomina secondo
quel che detta il suo disagio: medium,
cartomante, incantatrice, figure
dell'irrazionale, di un mondo pericoloso
dove si può perdere “la concezione del
dovere, nella benedetta semplicità di un
concetto tradizionale della vita”.
Abbiamo chiaro qui che cosa significa la
nave e il navigare, per Conrad. Una ricerca
della tradizione, nella tradizione. Si fosse
limitato a questo non saremmo certo qui a
leggere i suoi romanzi! E' che sulle sue
navi troviamo questi umani capolavori di
tragico. Burns racconta: la passione
amorosa rende il vecchio capitano ancora
più intrattabile, più chiuso, indifferente al
bene della nave e dell'equipaggio,
disgustato dalla vita. La sua fine, pensa il
protagonista, “era stata un vero atto di
tradimento, il tradimento di una tradizione
che mi sembrava più imperiosa di qualsiasi
altra norma sulla terra. Anche in mare un
uomo poteva diventare vittima degli spiriti
del male”.
Il protagonista prende il comando sulle ali
della idealizzazione. La nave gli sembra
una bella donna, e per parte sua si sente
"simile a un membro di una dinastia": è la
tradizione ad essere idealizzata, ma il
viaggio serve a riformulare gli ideali. Burns
racconta, e le sue parole danno la
possibilità di notare che lui ha avuto, nei
confronti del capitano innamorato, quel
coraggio che fin qui nessuno ha mostrato,
nei testi presi in esame. “Un pomeriggio
Burns, preso dalla disperazione, irruppe
nella cabina del comandante, fece una
scena tale (...) che riuscì a vincere il
carattere sdegnoso dell'ammalato (…),
lasciato ogni ritegno
avvicinò il volto a quello del capitano e
gridò: (...) ‘state per andarvene da questo
mondo. Ma io non posso aspettare la
vostra morte per cambiare rotta’ “.
“Prendete il timone e che Dio vi
maledica!”, risponde il vecchio. E
un'abdicazione. Il narratore ironizza su
questo punto del racconto di Burns: “man-
cò poco che non esclamasse: ‘se non ci
fossi stato io!’ “. Eppure tutto quanto il
lavoro per prendere il comando lo ha fatto
Burns. Il protagonista non ha fatto nulla: è
stato spinto da Giles. Sennonché Burns
paga il suo gesto. Ancora a Bangkok, in
porto, si ammala gravemente, ed in mare
inizia a delirare di una possibile vendetta
del fantasma del vecchio contro la nave. La
sua follia si può comprendere come timore
di una punizione da parte del
capitano-padre ‘rimpiazzato’.
Il protagonista finisce con il condividere le
superstizioni del suo secondo. Deve
viaggiare nella "tenebra dell'irrazionale",
deve dare ospitalità a certe idee
disturbanti, discorsi intorno ai fantasmi,
come spiegazioni della bonaccia che blocca
la nave, del colera che regna a bordo.
Intanto si sente solo: “Mi sentivo
accasciato sotto il peso della responsabilità
soltanto mia”, ma sulla nave si crea
sorprendentemente una collaborazione,
una comprensione reciproca tra equipaggio
e comandante. In giro non ci sono Donkin,
forse perché non c'è un Allistoun al
comando. Il cambusiere Ransome
rappresenta bene la circolarità dei ruoli,
del muoversi dentro la crisi. Non si limita a
fare il suo lavoro, ma si prodiga come
infermiere, pur essendo malato di cuore e
bisognoso di riposo. Non importa: il nuovo
capitano scrive nel suo diario: “Quel che
mi stupisce è che rifuggo l'idea di salire sul
ponte e d'affrontare gli avvenimenti.
Eppure devo farlo (...). Ed io indietreggio.
Davanti a una visione soltanto. Il mio
primo comando. Ora mi spiego quello
strano senso d'incertezza nel mio passato.
Ho sempre temuto di non esserne degno.
Ecco ora la prova positiva. Esito. Non sono
degno”.
Sarà Ransome a richiamarlo sul ponte,
perché qualcosa si prepara nell'aria. Una
gran tenebra avvolge la nave. Non si vede
nulla e nessuno. Tutti sono soli. Burns
sale, anche lui, e sfida ancora il vecchio
capitano, il fantasma, con una risata di
scherno. Poi inizia la pioggia, si leva un
vento. Il viaggio si compie. Riconosciuta la
propria esitazione, il comandante adesso si
è fatto degno della sua carica. L'unico
modo di esercitare che gli sia consentito
adesso è quello esitante. E da solo, senza
più uomini alla manovra per via del colera,
riconduce la nave in porto, libero dal ruolo
rigido di capitano, di monarca assoluto.
Allistoun è lontanissimo: la tradizione
sembra qui reinterpretata.
Il protagonista ha quindi compiuto un
percorso relativamente chiaro, come chiaro
è il senso della ripresa del dialogo con
Giles, stavolta alla pari. “Malattia
inevitabile, la prima giovinezza, sembra
superata col superamento della linea
d'ombra”. Tuttavia c'è qualcosa che si
impone, incoercibile, nel protagonista.
“Non avrò pace finché non avrò portato la
nave fuori dall'Oceano Indiano, e forse
neppure allora”, egli dice nel congedarsi da
Giles. E stavolta il vecchio non sa dirgli una
parola sicura, se non che “non c'è un
momento di riposo nella vita, per
nessuno”. Ci si accorge che anche Giles ha
qualcosa a cui è "meglio non pensare".
Tale scoperta è il vero passaggio della
linea d'ombra; e al di là c'è ancora il mare.
Una versione del presente testo fu pubblicata nel numero
14 della rivista Il Vieusseux (Firenze 1992). Tra i
riferimenti ricordo R.Armstrong, J.C. The Conflict of
Command, in „Psychoan. Study of the Child“, 26, 1971; e
M.Curreli, Invito alla lettura di J.C., Milano 1984.

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