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Andrea Acconcia

Giuseppe Moriello

METODO
UNIVERSITARIO
Come studiare meglio in meno tempo e superare gli
esami senza ansia
PREMESSA
Devi avere… un metodo!

La maggior parte delle persone è convinta che, per


andare bene all’università, sono importanti due cose:

1. devi avere CUUU…ORE;


2. devi essere portato, cioè devi essere intelligente.

Dopo aver aiutato, solo negli ultimi quattro anni,


migliaia di studenti in tutta Italia, ci siamo accorti che,
per andare bene all’università, il fattore fondamentale è
uno solo: devi avere un metodo.

“Sì, ma non esiste un metodo che va bene per ogni


studente!”

Devi avere un metodo.

“Sì, ma la mia materia è diversa, e poi lì non puoi


fare che…”

Devi avere un metodo.

“Sì ma io… dai insomma, non lo so se…”


Devi avere un metodo.

“Sì, però ognuno studia come vuole, oh!!!”

Ovvio che ognuno studia come vuole, ma questo non


toglie che esiste un modo migliore per farlo rispetto a un
altro.
Hai presente i tuffatori? Ecco, anche loro hanno un
metodo per tuffarsi, facendo meno schizzi possibili. Poi
ti puoi anche tuffare a bomba e bagnare tutti quelli
sdraiati sui lettini, ma se vuoi essere il numero 1 nei
tuffi, indovina?

Devi avere un metodo.

I calciatori, per esempio, sanno come calciare per far


andare la palla in porta.
E quindi sì, tu calci come vuoi, io calcio come mi
pare, ma ciò non toglie che, quando calcio io, la palla va
nell’universo.
Calciare come voglio non fa entrare magicamente la
palla in porta.
Dunque puoi fare ogni cosa come vuoi, ma se vuoi
imparare a farla meglio e in meno tempo, ti serve un
metodo.
Per esempio, esiste un metodo di studio ideale,
composto da varie fasi, che vanno rispettate, proprio
come una ricetta.
Anche le crêpes, infatti, puoi farle come vuoi, ma
ovviamente se metti la farina in padella, la padella si
brucia.
Per avere delle crêpes buone e una padella integra
devi seguire delle fasi.
Idem per lo studio.
Puoi schematizzare nel modo corretto, memorizzare
lo schema con il Palazzo della memoria ed esporre come
un professionista davanti al professore.
Oppure puoi studiare a caso, e fare un miscuglio di
tutte le fasi, rischiando di studiare in modo scorretto.
Così puoi ottenere dei risultati che non ti meriti, o
studiare per mesi arrivando comunque all’esame con i
vuoti di memoria, o stare in ansia per l’esame perché hai
confusione in testa.
È una tua decisione.
Sappi che se manifesti uno o più di questi sintomi è
perché non hai ancora un metodo di studio universitario.

Però ora esiste, si chiama OCME (Organizzazione,


Comprensione, Memorizzazione, Esposizione) e lo
usano migliaia di studenti in tutta Italia.
Ah, dimenticavo. È contenuto in questo libro.
Con il metodo OCME puoi:

1. studiare più velocemente, fino a 200 pagine al


giorno;
2. raggiungere risultati straordinari, come quelli dei
nostri studenti che preparano quattro o più esami in
una sessione;
3. laurearti in corso e con la media che desideri.

Migliaia di studenti lo applicano tutti i giorni ai loro


esami e la loro media è aumentata a dismisura, così
come il loro tempo libero.
Sono dei geni? No.
Sono degli studenti normali, con delle normali
difficoltà, solo che a differenza degli altri hanno un
metodo scientifico, pensato per l’università.
E se stai con noi fino alla fine di questo libro, te lo
riveleremo.

Ti va una birretta insieme, solo io e te?


Se hai visto questo libro tra gli scaffali della libreria e ti
è venuta voglia di imparare un metodo di studio adatto
per l’università, forse ti sei fatto queste domande:

“Perché dovrei comprare questo libro?”


“Chi sono questi due con i maglioncini colorati?”
“Perché loro dovrebbero insegnarmi un presunto
Metodo di Studio?”

Tranquillo, è normalissimo che tu abbia dei dubbi su


di noi.
Probabilmente ne avremmo avuti anche noi qualche
anno fa, se due ragazzi della nostra età avessero voluto
insegnarci a diventare due Studenti di Successo.
Risponderemo a tutte le domande che ti stanno
frullando in testa già dai primi capitoli.
Prima però vogliamo farti una piccola precisazione:
questo libro potrebbe essere la trascrizione di una
chiacchierata al bar, davanti a una bella birra fredda.
Vogliamo parlarti da fratelli maggiori a
fratello/sorella minore, quindi delle volte useremo
termini “terra terra” e forse anche qualche parolaccia.
Perché? Non siamo capaci di scrivere? No, non è per
questo ovviamente.
Useremo un linguaggio normale perché sappiamo che
così ci capisci meglio.
Parliamoci chiaro: l’università è una noia mortale
proprio perché tanti professori parlano come se si
dovessero ascoltare da soli.
Usano termini aulici e subordinate contorte, per
spiegare argomenti che si capirebbero molto di più se
“parlassero come mangiano”.
Parafrasando Giuseppe Limone, un eminente
professore ordinario di Filosofia del diritto:

La Complessità non è un valore. Il cattivo professore


complica i concetti semplici, per sembrare intelligente. Il
bravo professore semplifica i concetti complessi, per il
bene del suo studente.

E dato che questo libro serve proprio a farti riscoprire


quello spirito guerriero che è in te, non abbiamo nessuna
intenzione di farti una lezione noiosa e barbosa sul
metodo di studio.
Altrimenti staremmo freschi.

Quindi rilassati, goditi il viaggio e allaccia le cinture,


che si parte. 1

1. Per comprendere meglio i principi contenuti in questo libro, ti


consigliamo di vedere anche le tre video-lezioni gratuite di
Metodo Universitario, a questo link:
http://metodouniversitario.it/3videorizzoli
I falsi miti sull’università
FALSO MITO 1
Più studio più prendo voti alti
parla Giuseppe

“Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che


verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno
dipende da quello che farai oggi.”
Ernest Hemingway

Caro audace studente universitario, benvenuto nel Primo


dei falsi miti, che fanno venire i capelli bianchi al 99%
degli studenti universitari: “più studio più prendo voti
alti”.
Gli studenti pensano che il voto dell’esame sia
direttamente proporzionale al tempo che ci mettono per
prepararlo.
Se questo fosse vero, per prendere 30 a un esame
basterebbe studiare tre mesi per dieci ore al giorno
consecutive.
Ma studiare tre mesi per un esame ti garantisce di
passarlo con un voto alto?
Neanche per idea.
A ognuno di noi è capitato almeno una volta di
studiare tanto per un esame, e poi di non ottenere il
risultato che ci aspettavamo. Anzi, in certi periodi
sembra proprio che il fattore “sfortuna” ci perseguiti,
come è successo a me al mio quarto anno, quando ho
dato solo due esami in un anno.
Oggi tanti studenti mi scrivono ogni giorno su
Instagram perché mi considerano una specie di
fenomeno. Questo perché grazie all’arte della memoria
ho dato quattordici esami in tredici mesi (all’ultimo anno
di università) e mi sono classificato terzo ai Campionati
Italiani di Memoria. Ma non è stato sempre così. Infatti
non sono mai stato né un fenomeno, né un genio.
Sin da piccolo sono stato abbastanza bassino,
insicuro, timido e smemorato. Alle professoresse stavo
simpatico perché mi applicavo tanto, ma non sono mai
riuscito a brillare veramente.
Pensa che nei primi quattro anni di università avevo
dato solo quindici esami, ossia la metà di quelli previsti:
continuando così mi sarei laureato in otto anni.
Al mio quarto anno, per esempio, ho dato solo due
esami, prendendo due 20, e valevano anche sei e nove
crediti! Volevo morire, anche perché nella vita non
facevo altro, oltre che studiare.
Quel periodo è stato un disastro: per quegli esami
avevo studiato mesi e mesi, eppure la mia media era
bassa e la mia vita sociale era uguale a quella di una
tartaruga blu con poca voglia uscire.
Posso solo dirti che per colpa di quei libroni mi è
calata la vista e ho dovuto mettere gli occhiali. Occhiali
che ora non porto più! Avevo anche più capelli bianchi.
Praticamente ero più vecchio all’università che adesso!

In più stavo perdendo le mie amicizie, perché durante


la sessione di esami mi rinchiudevo in casa e non uscivo
mai.
Anche la mia ragazza soffriva di questa situazione:
riversavo su di lei tutto lo stress e l’angoscia degli
esami, e per questo era costretta a sorbirsi la parte
peggiore di me.
E tutto questo, perché? Perché mi ero fatto
convincere dal fatto che, per migliorare i miei risultati
all’università, avrei dovuto studiare di più. Solo dopo ho
scoperto che la soluzione era cambiare metodo di studio
e studiare meglio.

Senza il metodo giusto, non mi sarei mai laureato in


corso.

Questo del metodo di studio è un concetto difficile da


digerire, perché tutti ci hanno sempre detto che per
andare bene all’università devi “studiare di più”. Per la
società sei studioso e lodevole solo se studi di più. Chi
se ne frega del tuo metodo di studio?
Ma studiare ha anche un aspetto qualitativo, non solo
quantitativo. Insomma, ci sono delle tecniche per
studiare meglio, ma nessuno ce le ha mai insegnate.
Quando parlo del metodo, mi vengono sempre in mente
le parole di Robert A. Bjork, eminente professore di
Psicologia presso l’Università della California, che lessi
in un famoso articolo del «New York Times» intitolato
Forget What You Know About Good Study Habits, ossia
Dimentica quello che sai delle buone abitudini sullo
studio.
Il professor Bjork si è occupato di metodo di studio, e
di come questo sia un fattore oggettivo e misurabile. Ha
studiato tecniche e principi di studio che non sono basati
sulla soggettività dello studente, ma sono validi e
applicabili per tutti e da tutti.
Si tratta di tecniche che non ha inventato lui (per
esempio il Palazzo della memoria ha duemila anni, e uno
dei suoi utilizzatori più famosi è stato Cicerone), ma di
cui ha confermato l’efficacia con numerosi studi e che
sono utilizzate anche nell’OCME.
Un principio fondamentale di cui parlava Bjork, è
quello del “visualizzare le informazioni per ricordarle
per sempre”, come vedremo bene nel capitolo sulla
memoria.
Per ora ci tengo a farti entrare in una nuova mentalità:

Studiare meno per studiare meglio.

Se vuoi diventare un “macinatore di esami”, devi


immediatamente limitare lo studio a poche ore, per poi
velocizzarti con le tecniche illustrate in questo libro.
Una metafora che mi piace utilizzare spesso è quella
del gas:

“L’università è come il gas, occupa lo spazio che le


lasci: se le dai una stanza e non la fermi, si prende
tutta la casa.”

La vita di ognuno di noi è fatta di diverse aree, che


puoi immaginare come delle isole (tipo quelle del film
Inside Out):

isola della Famiglia;


isola delle Relazioni sociali
isola dell’Amore;
isola del Divertimento;
isola degli Interessi (hobby, sport, passioni);
isola dell’Istruzione (scuola, università);
isola del Lavoro;

e così via…
Se le isole sono in equilibrio tra loro, va tutto bene: ci
sentiamo felici, il rapporto di coppia funziona, la
famiglia ci sostiene, arrivano i 30 e abbiamo il tempo per
divertirci e fare esperienze che ci arricchiscono come
persone.
Se invece una o più isole vengono distrutte (da traumi
o esperienze negative), o vengono sovrastate da altre
isole, ci sentiamo improvvisamente tristi e depressi.

E così alla fine, per studiare troppo, distruggiamo tutto


quello che abbiamo.

Inoltre se la nostra vita è 100% università, basta una


bocciatura per mandarci KO. Se siamo totalmente
identificati con i nostri voti, un 20 può farci crollare il
mondo addosso.
La questione è che se la tua vita è grande come una
casa, allora se cade una tazzina di caffè a terra non
succede niente. Ma se la tua vita è piccola come un
fazzoletto, allora se ci versi sopra una tazzina di caffè è
rovinata per sempre.
Cosa c’entra ora ’sto caffè? La metafora serve per
esprimere il concetto che gli esami ci distruggono nel
momento in cui diventano qualcosa di eccessivamente
grande per noi. Conosco troppi ragazzi in depressione
per colpa degli esami.
Ma se abbiamo problemi così grandi, allora vuol dire
che siamo ancora degli uomini piccoli. Se vuoi vivere
l’università a testa alta, devi sin da subito diventare più
grande del problema.
Per questo non puoi lasciare che l’università si prenda
tutto. Diventare schiavo dell’università non è sostenibile,
e soprattutto non ti farà laureare velocemente e con voti
alti.
E adesso andiamo proprio a vedere quali sono i fattori
che realmente ti fanno eccellere all’università, e
prendere 30 a più non posso.

I tre strani fattori che ti fanno andare bene


all’università
Ti hanno sempre detto che l’unica strategia che hai per
andare bene all’università è “Farti il mazzo” e “Studiare
più dei tuoi compagni di corso messi assieme”.
In pratica se vuoi riuscire all’università devi solo
spaccarti la schiena sui libri e studiare, anche quando hai
sonno o mentre stai mangiando.
È stato solo quando sono passato da “schifo” a
“miglior studente del mio corso”, che ho capito quali
sono i fattori che portano le persone all’eccellenza.
I tre fattori principali per andare bene all’università,
sono:

1. il Talento (20%), ossia l’essere portati;


2. le Azioni massicce (30%), vale a dire lavorare duro;
3. il Metodo di studio vincente (50%), cioè conoscere
la strada giusta per andare dove vuoi andare.

Secondo te, qual è il fattore più importante? Bingo, il


terzo: avere un metodo di studio vincente.
Ma non voglio che tu mi creda sulla parola, voglio
dimostrartelo con una semplice storia, che ha come
protagoniste tre mosche: Flavia, Grazia e Graziella.

La triste storia di Flavia, Grazia e Graziella


La conosci la storia della mosca che voleva a tutti i costi
scappare dalla finestra?
No? Certo, l’ho inventata io
Allora te la racconto.
Ricordati che alla fine di questa storia saprai perché
studiare tanto per gli esami non ti farà prendere voti alti,
e cosa fare per riempire il tuo libretto di 30.
Pronto?

C’ERANO UNA VOLTA TRE MOSCHE…


C’erano una volta tre mosche – Flavia, Grazia e
Graziella –, che volevano scappare dalla finestra di una
casa in cui si erano infilate.
Flavia era molto talentuosa.
Grazia era molto volenterosa.
Graziella aveva un metodo vincente.
Quali sono i parametri per cui una mosca si può
considerare “talentuosa, volenterosa e metodica”?
Che ne so, lo erano e basta, perché la storia l’ho
inventata io
Comunque, quello di cui siamo sicuri è che tutte e tre
volevano scappare dalla finestra, perché lo vogliono fare
tutte le mosche: entrano in casa e poi cercano di
scappare, ronzando vicino al vetro per ore.
Ma quanto sono sceme le mosche? Non fanno prima
a starsene fuori?
Tanto dentro al massimo muoiono schiacciate da una
paletta.
Vabbè comunque, la storia finisce che solo una
mosca riuscirà a uscire e volare libera nei prati. Chi sarà
la fortunata?

FLAVIA, LA MOSCA TALENTUOSA


Flavia ha molto talento, e prova a sbattere contro il vetro
della finestra. Ovviamente non riesce a uscire.
Dato che ha talento, ma non ha molta volontà, si
rassegna quasi subito e si appoggia sul vetro per
guardare la libertà da dentro una prigione. Dopo qualche
ora finisce stecchita sul davanzale.
Game over, Flavia.

GRAZIA, LA MOSCA VOLENTEROSA


Grazia è molto motivata e volenterosa, e anche lei sbatte
contro il vetro della finestra.

“Giuse’ ma questa storia sta peggiorando, dove vuoi


arrivare OMG…”

Aspetta, tranquillo, tra poco avrai le tue risposte.


Comunque, dato che è motivatissima, Grazia compie
azioni massicce.
È disperata, prova e riprova, ma comunque non riesce
a uscire e volare via. Continua a sbattere contro il vetro
come se non ci fosse un domani (e infatti per lei non
c’è).
Dopo poco infatti muore. Addio, Grazia.

GRAZIELLA, LA MOSCA CON UN METODO VINCENTE


Graziella vola piano, non è talentuosa, e non ha
nemmeno molta voglia di volare. Prova ad andare contro
il vetro, ma capisce subito che la finestra è chiusa.
Quindi prova dall’altra finestra, quella aperta, e
svolazza via contenta verso la libertà.
You are the champion, Graziella.
A questo punto starai pensando: “Ma veramente ho
appena letto una storia triste sulle mosche?”.
Mi dispiace, ma impazzisco per le metafore e le storie
strane. So insegnare solo così. Ma ora, tornando a noi:
hai capito l’analogia con gli studenti?
Flavia è lo studente talentuoso, ma che impiega male
il suo talento.
Grazia è lo studente motivato, ma che fa le cose
sbagliate ogni giorno.
Graziella è lo studente di successo, che magari non ha
talento, non è motivato, ma prepara l’esame con il
metodo di studio giusto, e prende 30 senza sforzo.
Ci sono studenti talentuosi che lavorano duro, ma
dato che non hanno un metodo di studio, alla fine
perdono ore e ore sui libri, con la sensazione di aver
fatto poco o niente.
Ed è quella sensazione che ti frega, perché poi ti fa
rimandare l’esame all’infinito o ti fa girare i tacchi
quando il professore sta per pronunciare il tuo nome
fuori dall’aula.
Per non parlare poi del fatto che non riesci a ricordare
le cose che studi, perché non hai un vero sistema di
memorizzazione.
L’unico modo che conosci per memorizzare è ripetere
all’infinito come un pappagallo quello che leggi e
sottolinei di mille colori diversi, ma alla lunga ti accorgi
che comunque le cose non te le ricordi e hai
continuamente vuoti di memoria davanti al professore.
Dico bene o dico bene?
E il guaio è che se pure riesci a studiare tanto, e ad
avere anche una media alta, ben presto ti accorgi che,
per mantenerla, devi rinunciare a tutto il resto.
E anche se ti massacri di studio, non è sicuro che poi
potrai raggiungere il tuo obiettivo finale: pensa per
esempio, a quelli che sacrificano tutta la loro vita e non
riescono a passare gli esami di abilitazione per la
professione che hanno scelto. Capisci perché è inutile
studiare tanto se studi male?

Se studi male, perché non hai un metodo di studio


diviso in fasi, è inutile che studi di più.
Te lo ripeto:
È completamente inutile continuare a fare DI PIÙ una
cosa che ci riesce male, perché rischiamo solo di farla
peggio.

“E scusa Giuse’, ma se è così importante avere un


metodo, perché nessuno ce l’ha mai insegnato?
Sono tutti cattivi?”

Purtroppo per la nostra società “studiare tanto” è un


valore. Pensa che conosciamo addirittura una nostra
studentessa che litiga col padre perché prepara gli esami
in una settimana. Lo so che sembra assurdo, ma te lo
giuro!
Ci ha ringraziati sul nostro gruppo Facebook proprio
perché sta preparando gli esami in tempi da record, e
quindi si sta laureando alla velocità della luce, ma è
anche dispiaciuta del fatto che deve lo stesso chiudersi
nella sua stanza per mesi.
Perché deve comunque stare chiusa nella sua stanza?
Perché al padre non piace l’idea che lei studi così poco.
E così continua a ripeterle che deve studiare di più.
Per questo lei deve chiudersi nella stanza, fingendo di
studiare, mentre invece fa altro.
Perché il padre la costringe a studiare? Perché, per la
società, sei un bravo studente se studi tanto.
Invece noi abbiamo un’idea diversa.
Per noi sei uno studente di successo se studi bene.
Cioè sei uno studente di successo se ti laurei alla
grande e velocemente, al di là di QUANTO studi!

Nessuno si sente a posto a dirti di preparare gli esami


in poco tempo, e tra l’altro nessuno saprebbe insegnarti
come si fa. Purtroppo nemmeno i professori hanno mai
studiato “come si studia”.
Al massimo possono dirti che “devi avere un
metodo”, o che “il metodo di studio è importante”, ma
non possono insegnartelo perché non è compito loro.
Infatti dovrebbe sempre esserci, nel programma di
formazione di un professore, una materia che si chiama
“Insegnare un metodo agli studenti”.
Ma spesso non è così, ed è per questo che il metodo
di studio devi impararlo da solo. Devi avere una ricetta
che ti permetta di studiare più velocemente e di prendere
voti alti, mentre ti resta del tempo per te, per la tua
crescita e per le tue passioni.

“E scusa Giuse’, ma se preparo gli esami in pochi


giorni che ne è poi dell’amore per lo studio?”

Questo è un punto molto delicato, su cui si perdono


tanti studenti, quindi seguimi bene.
Le persone pensano che chi studia tanto, allora ama
quello che studia, giusto?
Ma dimmi un po’: se questo è vero, allora perché
questi studenti che “amerebbero ciò che studiano” non
continuano a studiare anche dopo l’esame?
Attento, perché è qui che casca l’asino.
Secondo te, è un caso che molti ragazzi, dopo aver
finito la scuola o l’università, non vogliono più toccare
un libro?
E tu, hai mai riaperto un libro solo per il piacere di
studiarlo di nuovo, dopo aver passato l’esame di quella
materia? Penso proprio di no. Perché?
Perché nel tempo gli studenti hanno imparato ad
associare il dolore all’apprendimento.
E guarda caso, quando hanno finalmente la possibilità
di scegliere, quando gli esami e gli obblighi sono finiti,
molti scelgono di non continuare a formarsi.
La verità è che siamo caduti in una trappola di
dimensioni colossali.
La verità è che gli studenti non studiano perché
amano la materia, ma perché hanno paura del professore.
Se il professore è buono, infatti, studiano di meno.
Noi non siamo contro lo studio. Noi siamo contro il
passare mesi della nostra vita sul libro, per poi
dimenticare tutto il giorno dopo l’esame. Sì, perché è
questo che succede a molti studenti universitari italiani.
E poi certo, ci sono anche tantissimi studenti che
amano quello che fanno, ma non è questo il punto.
Il problema è che dopo un po’ studi per non fare una
brutta figura, e non più per amore. Magari all’inizio la
materia ti piace anche, quando cominci a studiare gli
argomenti ti sembrano interessanti, ma ben presto
iniziano a fare capolino emozioni negative come:

giudizio verso te stesso;


giudizio dei tuoi genitori;
approvazione dei tuoi amici;
umiliazione da parte del professore;
paura di andare fuoricorso.

E senza accorgertene inizi a studiare solo per non


ritrovarti in una di queste situazioni.

Quindi la verità è che chi studia di meno è


semplicemente più libero.

Noi siamo per uno studio libero. Nei primi quattro


anni di università io non ho mai toccato un libro di
diritto extra-universitario. Studiavo solo quando avevo
l’esame. Sai quando ho comprato per la prima volta un
libro che non era nel programma? Quando ho iniziato a
preparare i miei esami in sette giorni.
Perché? Perché avevo il tempo e la voglia per
approfondire gli aspetti che mi piacevano di più. È
grazie al Metodo Universitario che ho ritrovato l’amore
per lo studio.
Anche perché il sistema non è costruito per sfornare
futuri professionisti di successo, ma futuri ricercatori di
successo. E questo è ben chiaro ai professori, ma un po’
meno agli studenti. Infatti mi è venuto un colpo quando
per la prima volta un assistente mi ha parlato di com’è
realmente l’università.

Tutta la verità sul sistema universitario


rivelata da un assistente
Ero con degli amici in un bar al centro di Bologna.
Conoscevo solo una parte dei presenti e, all’improvviso,
tra gli sconosciuti si materializza un raro esemplare di
“assistente universitario”.
Tra le varie chiacchiere, a un certo punto, per volere
del fato l’assistente mi chiede: «E tu cosa fai nella vita?»
Inizialmente ero un po’ incerto e spaventato. Avevo
paura a svelare le carte al nemico, ma poi mi sono detto:
“Ma che può mai succedere se gli parlo di Metodo?
Anzi, ora gliela butto giù un po’ polemica, così nel caso
ci esce sicuramente una bella mail o un bell’articolo di
blog!”.
Così prendo coraggio e gli rispondo: «Insegno agli
studenti come liberarsi dalla schiavitù universitaria, con
un metodo di studio che gli permette di preparare gli
esami in sette giorni».
E lui mi guarda accigliato, un po’ incuriosito. Beve
un sorso di birra e poi mi dice: «Bravi, in effetti il
sistema fa proprio schifo».
«Ma come fa proprio schifo?!?» gli chiedo io un po’
stupito.
«Sì, fa proprio schifo. I professori spesso considerano
gli studenti e gli esami come un fastidio. Ai professori
interessa soprattutto la ricerca, e di fare più
pubblicazioni possibili. Il nostro lavoro è ricercare, non
occuparci degli esami o dei tesisti.
«Infatti, spesso facciamo a gara a scaricarceli l’uno
con l’altro. L’università è un ambiente di ricerca che
purtroppo gestisce gli studenti come se fossero un peso.
E questa cosa è terribile se pensiamo a quanto sia
importante la formazione universitaria per il futuro di un
paese.»
E la mia risposta è stata un semplice: «Ah».
“Ah.” Esatto. “Ah.”
Non avevo mai pensato a questo conflitto d’interessi.
Non avevo mai pensato al fatto che a nessuno importasse
del mio sogno e della mia laurea.
Così ho iniziato a chiedere a tutti i miei amici
professori e assistenti, e tutti mi avevano confermato
quella verità. Non ci potevo credere.
Da studenti siamo così tanto immersi nel sistema, che
finiamo per addormentarci. Tutti sanno come stanno le
cose, tranne noi.

Siamo prigionieri di una prigione senza sbarre, fatta di


libri ed evidenziatori colorati.
E la cosa peggiore è che spesso gli studenti sono i
principali difensori di questa prigione, di questo sistema
che non è stato costruito per loro.
Comunque, una volta capito che il sistema non era
con me, ma contro di me, il mio obiettivo è subito
cambiato. Avevo capito che studiare dalla mattina alla
sera non mi avrebbe fatto diventare un professionista
ricco e famoso.
Da quel momento in poi, il mio obiettivo è diventato:
sopravvivere al sistema e arrivare alla laurea il prima
possibile.
So che questa frase può fare impressione o infastidire,
ma d’ora in poi tutto quello che dirò avrà questo
principio come presupposto.
Lo so che con questi ragionamenti un po’ ruvidi
potrei perdermi degli studenti per strada, ma è il mio
lavoro. Anzi, voglio confessarti una cosa sin da subito: il
nostro vero lavoro non è insegnare un metodo di studio
agli studenti universitari.
O almeno, non solo.

L’importanza della formazione


L’anno scorso sono entrato in un pub di Bologna vicino
alla casa in cui abitavo prima di trasferirmi a Barcellona.
Appena entrato, una donna sulla trentina mi guarda e
mi dice: «Nooo, ma tu sei quello di Metodo?»
E io: «Sì, penso, spero».
E lei: «Figo, vorrei imparare quella cosa del, come si
chiama… castello della memoria!!!».
E io, incredulo: «Il Palazzo della memoria dici?».
E lei imbarazzata: «Ah sì sì scusa. Io in realtà non
studio più solo che, facendo la dentista, ho un problema:
non riesco a ricordarmi che strati devo tagliare quando
opero un paziente».
E io: «Ah».
E lei: «Eh».
E io: «Ehm…».
A quel punto mi viene tipo un colpo, dato che stavo
per operarmi a un dente!
Cioè una dentista che non sapeva come operare il suo
paziente??? Era assurdo.
Come puoi immaginare, questa scena mi ha fatto
riflettere molto sul problema della formazione.
La maggior parte delle persone (studenti universitari
in primis) è lontana anni luce dalla formazione.
Per formazione intendo tutte le informazioni e le
strategie che ti permettono di vivere meglio, crescere e
raggiungere più velocemente i tuoi obiettivi.

La formazione per noi è una delle cose più importanti.

Ogni anno sia io sia Andrea spendiamo decine di


migliaia di euro in corsi di formazione. Perché?
Perché senza formazione non ci saremmo mai liberati
dalla reclusione e dall’inganno universitario. E non
avremmo potuto fare il lavoro che amiamo, ossia aiutare
migliaia di studenti a liberarsi dalle catene
dell’università e vivere una vita felice.
Se vuoi avere successo nella vita devi formarti e devi
imparare dai migliori, così come abbiamo fatto noi.
È stata la nostra sete di miglioramento e di crescita
che ci ha permesso di passare da “studentelli in crisi” a
“studenti di successo che danno quattro esami al mese e
si godono la vita”.
FALSO MITO 2
Avere l’ansia per l’esame è normale
parla Andrea

“Esco. Vado a prendere una boccata d’ansia.”

Utente anonimo, Facebook

Ciao sono Andrea Acconcia, e partiamo subito con il


piede sull’acceleratore, parlando di un argomento che
scuote i cuori e le menti di tanti studenti universitari.

L’ansia
Oddio che ansia, un capitolo sull’ansia. Eh lo so, a
nessuno piace parlare di “emozioni negative”. Ma dato
che si parla tanto di studenti in ansia, questo è un dente
che è meglio togliersi sin da subito.
Sì, perché tra gli studenti va di moda considerare
l’ansia una cosa “normale”. Addirittura, alcuni studenti
vedono l’ansia come la migliore amica dello studio.
Tra le aule universitarie, tutti sentiamo pronunciare
continuamente frasi del tipo: «È normale che sono in
ansia, tra poco c’è l’esame!».
E quando ci permettiamo di dire che l’ansia è
controproducente per il voto, gli studenti ci rispondono
quasi sempre: «Eh no, a me l’ansia serve, altrimenti chi
la trova la voglia di studiare?!?».
In questo capitolo cerchiamo di capire perché l’ansia
è sulla bocca di tutti gli studenti universitari, e come fare
a liberarcene per sempre per riappropriarci della nostra
vita e iniziare a goderci appieno l’università.
Senza ansia, appunto.
Ma aspetta: voglio fare una piccola premessa
importante.
Io non sono sempre stato “contro l’ansia”, anzi i
primi anni di università ero estremamente “pro-ansia”.
Adesso magari tutti mi conoscono come il mental
coach degli studenti universitari italiani, che insegna alle
persone come usare la propria mente e sprigionare il loro
massimo potenziale; sappi però che, quando frequentavo
l’università, anche io stavo male per gli esami. Tanto
male.
Quindi non ho alcuna intenzione di giudicare gli
studenti che devono convivere con questo peso
sull’anima, tutti i giorni.
Questo capitolo infatti non serve a fare polemiche
inutili: voglio solo farti capire perché l’ansia da esame
NON è una cosa normale, e come fare a liberarcene per
vivere bene l’università e la vita.
Ricordo ancora i giorni prima dell’esame, quando mi
chiudevo in cameretta a studiare e vivevo esattamente
tutti i disagi di cui mi parlano oggi i miei studenti
avanzati.
Ricordo quella sensazione di oppressione al petto e di
stretta allo stomaco che non ti fa mangiare,
quell’angoscia nell’immaginare che tutto andrà male, e
che il professore ti chiederà proprio quella nota a pagina
353 che non hai studiato.
Mi ricordo tutto, ogni singolo “No” detto agli amici
perché dovevo studiare, ogni lacrima e ogni respiro di
sollievo quando finalmente passavo un esame dopo mesi
di reclusione.
È tutto impresso nei miei muscoli e nelle mie ossa e
non se ne andrà mai via.
Pensa che quando dovevo dare l’esame di Diritto
privato sono stato così male che mia madre aveva acceso
un cero a Santa Lucia.

Il cero a Santa Lucia


Il 12 Dicembre del 2010 (mamma mia, quanti anni sono
passati) ero a casa e stavo preparando l’esame di Diritto
privato che avrei dovuto sostenere il giorno dopo, il 13
Dicembre.
E il 13 Dicembre era anche la festa di Santa Lucia.

“E che me ne importa che è la festa di Santa Lucia?”

Tra poco scoprirai tutto, e saprai perché questa data è


così importante per me.
A Giurisprudenza si dice “Diritto privato, mezzo
avvocato”, nel senso che se riesci a passare quell’esame
così difficile sei praticamente già considerato per metà
avvocato.
Ricordo che la sera prima dell’esame mi sono
barricato in cameretta per provare a studiare tutto “lo
studiabile”.
Erano tre mesi che preparavo quell’esame, e l’ansia
ormai era diventata la mia migliore amica: mangiavamo,
dormivamo e studiavamo insieme.
Il problema è che insieme facevamo solo questo, dato
che di uscire non se ne parlava neanche.
Comunque, ricordo che quella sera avevo annotato
una frase che in quei giorni di “studio matto e
disperatissimo” mi martellava il cervello, ossia: “Tra
poco sarà tutto finito, e potrai dire… ARRIVEDERCI
MOSTRO”.
Quell’esame mi aveva sfinito e non ce la facevo più.
Ogni cellula del mio corpo mi chiedeva pietà, mi
supplicava di fermarmi, di non presentarmi a
quell’esame, perché avrei fatto l’ennesima brutta figura.
Nonostante avessi studiato fino allo stremo, avevo
sempre quella terribile sensazione di non essere
abbastanza preparato. Una sensazione che è sparita solo
quando ho iniziato ad applicare il Metodo.
In quei giorni mi chiedevo perché avessi scelto di fare
Giurisprudenza, una facoltà così difficile, e mi
colpevolizzavo per avere una memoria così debole.
Nel frattempo, senza che io lo sapessi, mia madre era
andata a comprare il cero per Santa Lucia: l’aveva
acceso sotto la sua immagine, e pregava per me, per
l’esame che avrei dovuto dare il giorno dopo, il 13
Dicembre.
Io ero distrutto, non volevo più sentir parlare di
niente, né di esami, né di voti.

Anche le mie ansie avevano l’ansia.

Tutto quello che avrei voluto fare era chiudere gli


occhi, svegliarmi e sentirmi dire: “Svegliati Andrea,
l’incubo è finito”.
Sarebbe stata la mia benedizione, ma purtroppo,
come potrai immaginare, non è successo.
Comunque alla fine l’esame l’ho dato, e ho preso 25.
Non ero soddisfatto, perché avevo studiato tantissimo
per mesi su quei libri, e sentivo di averci messo anima e
corpo. Per quell’esame mi ero impegnato davvero tanto,
e pensavo di meritare di più di un “misero” 25.
In quei momenti ho capito cosa non sarei stato più
disposto ad accettare.

Rovinarsi o no la vita, per il giudizio del


professore?
Non avrei più accettato di rovinarmi la vita per un
esame, di essere così spaventato dal giudizio di un
professore universitario, che in fondo mi conosceva
poco, se non addirittura per niente.
Non avrei più accettato l’immagine degli studenti
universitari proposta nei video sull’ansia che giravano su
Facebook.
Anche perché volevo diventare una persona migliore,
in grado di affrontare le sfide che il futuro mi avrebbe
messo di fronte.
Te lo immagini un medico che ha paura di operare un
paziente e quindi lo lascia morire sul tavolo operatorio?
«Eh no scusi, ma proprio non me la sentivo di aprirle
la milza, sto in ansia, posso venire la prossima volta?»
Certo, bello.
Io non volevo fare quella fine.
Il mondo è pieno di persone in gamba che però non
sono in grado di gestire le loro emozioni sul posto di
lavoro e per questo combinano guai.
A un certo punto ho capito che, se volevo veramente
fare la differenza nel mondo, non potevo farmi fermare
da un esame o dal giudizio di uno sconosciuto che non
sapeva niente di me.
Ed è proprio in quel giudizio che si nasconde la
chiave per sciogliere per sempre l’ansia da esame.

Perché, anche se non vogliamo ammetterlo, la vera


causa dell’ansia è che abbiamo una gran paura del
giudizio del professore.
Perché abbiamo paura dell’esame?
Secondo un famoso sondaggio pubblicato sul «Sunday
Times» nel 1973, e condotto dalla Bruskin Associates, il
61,7% degli americani intervistati aveva paura di parlare
in pubblico. Mentre solo il 43,2 % aveva paura della
morte.
In poche parole, secondo questo sondaggio e altri
condotti successivamente, ci sono più persone che hanno
paura di parlare in pubblico, che di morire. Non paura di
cadere, non paura di volare, paura della morte.
Ti rendi conto di quanto sia assurdo questo risultato?
Cioè, in chiesa, durante un funerale, le persone
preferirebbero stare nella bara, piuttosto che al posto del
prete a recitare l’omelia.
Il problema è che nessuno si è mai preoccupato di
insegnarci l’intelligenza emotiva, quindi veniamo
cresciuti come “scemi emotivi”: persone che non sanno
gestire le loro emozioni e che sono totalmente succubi di
esse.
E questo ovviamente ci causa:

stress;
ansia;
angoscia.

Questa condizione affonda le sue radici proprio ai


tempi della scuola.

A SCUOLA CI HANNO INSTALLATO DEI VIRUS


Da piccoli ci hanno installato dei virus che oggi ci
obbligano a essere degli “scemi emotivi”.
Il termine ovviamente non vuole essere dispregiativo,
anche perché siamo stati tutti degli scemi emotivi.
Poi c’è chi continua a esserlo anche a 50 o 60 anni,
ma quello è un altro discorso!
Comunque, tutti abbiamo delle ferite cristallizzate nel
nostro inconscio che provengono dai tempi di quando
eravamo in braccio a mamma o papà. Da quando magari
siamo caduti dalla culla e nemmeno ce lo ricordiamo, o
da quando la mamma non ci ha abbracciati quella volta
in cui stavamo piangendo: sono ferite emotive che ci
porteremo sempre dentro.
Alle elementari, per esempio, tutti incontriamo
sempre qualche insegnante a cui piace terrorizzare gli
studenti con umiliazioni e discriminazioni varie. Spesso
alcuni urlano senza motivo, e ti trasmettono la paura di
sbagliare o il bisogno di essere perfetto.
A causa di situazioni simili a questa dentro di te
l’inconscio ha registrato virus del tipo “non sono
abbastanza bravo” e “sbaglio sempre”.
Da quel momento nasce dentro di noi la paura di
essere giudicati o di non essere mai abbastanza.
È da situazioni come queste che si impara ad
associare dolore a un compito o a un’interrogazione, e a
sviluppare la famosa “ansia da prestazione”.
In poche parole, anche se non ne sei consapevole, se
oggi soffri prima di una performance (come l’esame) è
perché senti di dover essere “perfetto” e di dover per
forza piacere a qualcuno.

A volte ci è impossibile eccellere, perché abbiamo


troppa paura di sbagliare. E così ci blocchiamo
all’esame o abbiamo improvvisi vuoti di memoria.

Ci hanno trasmesso un odio per gli errori e per le


bocciature: nessuno ci ha mai insegnato a innamorarci
degli sbagli e a ignorare i giudizi degli altri.
E nessuno ci ha mai detto la verità sul vincere: tutte le
persone di successo sono innamorate dei fallimenti.

Il successo è solo la luce in fondo a una


serie di fallimenti
Thomas Edison, l’inventore della lampadina, diceva: «Io
non ho fallito duemila volte nel fare una lampadina;
semplicemente ho trovato millenovecentonovantanove
modi in cui non va fatta una lampadina».
Eppure a scuola ci installano la mania della
perfezione, e l’incapacità di accettare che le cose
possano andare diversamente da come ci aspettiamo.
L’errore molto comune che si fa in questo caso è
quello di spostare “fuori di te il tuo te ideale”. In altre
parole metti fuori dalla persona che sei adesso
un’immagine di te bella, perfetta e performante e, per
confronto, inizi a vedere il tuo te “reale” come qualcosa
di brutto e di insufficiente.
E se qualcuno ti dice che non vai bene, o se il
professore ti boccia, ti paragoni al tuo “te ideale” e ti
incolpi per non essere così perfetto e speciale come
dovresti essere.
Ed è così che inizi a soffrire.
Buddha un giorno si è chiesto perché le persone
soffrono, ed è arrivato a una conclusione molto
interessante: le persone soffrono perché giudicano
negativamente la realtà, paragonandola a un sogno che
esiste solo nella loro testa.
E più grande è questa separazione tra la realtà e il
sogno, più le persone soffrono.
Spostando il ragionamento sul piano universitario,
potremmo dire che più ti attacchi al voto che “dovresti
prendere”, più stai in ansia. Quindi paradossalmente più
hai bisogno di trovare conferma del tuo valore negli
esami, più gli esami vanno male e soffri.
In particolare, questo perfezionismo si concretizza
nella paura di:

deludere le aspettative dei tuoi genitori, che ogni


giorno si danno da fare per mantenerti all’università;
perdere uno o più anni e andare fuoricorso, e quindi
dover pagare più tasse;
sprecare tutto il tempo speso per preparare ogni
esame;
perdere i tuoi amici, che già non vedi più da un
secolo;
deludere te stesso, perché come ti dicono sempre i
tuoi: “Non ne combini mai una giusta”.

Per queste paure ci facciamo distruggere dall’ansia,


continuando a rimandare a domani gli esami e la
realizzazione dei nostri sogni. E così, alla fine, è proprio
la paura di fallire che poi ci fa fallire.
E questa non è neanche la cosa peggiore.
Pensa che ci sono ragazzi che addirittura si tolgono la
vita per l’università.
Nel 2018, per esempio, una ragazza molisana di
ventisei anni si è tolta la vita perché per anni aveva
mentito ai genitori, dicendo che era a un passo dalla
laurea, quando in realtà aveva dato pochissimi esami.
In un articolo apparso su www.lastampa.it il 10 aprile
2018, le prime righe recitano:

Vergogna, senso di sconfitta, paura di deludere genitori e


amici. C’è un po’ di tutto questo dietro la lunga striscia di
suicidi che vedono protagonisti tanti studenti universitari.
Numeri che, negli ultimi anni, stanno crescendo in
maniera preoccupante. La dinamica è quasi sempre la
stessa: alle famiglie dicono di essere a un passo dalla
laurea quando, in realtà, hanno dato pochissimi esami o
hanno addirittura abbandonato i sogni di gloria.
È assurdo pensare che una ragazza di ventisei anni
non abbia trovato altra ragione per vivere se non quella
di dare gli esami.
Questo è il motivo per cui tutti i giorni indossiamo i
nostri maglioncini blu e verde: salvare migliaia di
studenti dalla psico-prigione universitaria, che ogni
giorno li tiene intrappolati e gli fa vivere una vita che
non gli appartiene.

Come si trasforma l’ansia per l’esame in


voglia di eccellere all’università?
Adesso è giunto il momento di capire come sconfiggere
una volta per tutte l’ansia per l’esame, in modo da
diventare i padroni assoluti delle nostre emozioni e
vivere l’università come un’esperienza indimenticabile
anziché come un mostro da combattere.
Sì, ho detto indimenticabile, perché l’università può
diventare una bellissima esperienza, come è successo a
me.
Anche io i primi anni ho avuto il problema dell’ansia
che mi impediva di macinare esami. Solo dopo ho
imparato a usarla per collezionare bei voti come se non
ci fosse un domani.
Ovviamente, se non me ne fossi prima liberato io,
non mi permetterei mai di mettermi a spiegare come
smettere di avere ansia per l’esame.
Quindi ti consiglio di leggere attentamente le pagine
che verranno perché contengono le basi di ciò che mi ha
permesso di salvarmi e di godermi l’università appieno.
Partiamo col dire che l’ansia per l’esame non è di per
sé un problema.

TI PIACE LO STRESS?
Il vero problema è il modo in cui usiamo l’ansia nella
nostra vita. Esistono un modo “positivo” di usare l’ansia
e lo stress, e un modo “negativo” di farlo. Come
abbiamo già visto, gli studenti considerano l’ansia per
l’esame come un’amica che ti fa restare incollato alla
sedia, e non si rendono conto invece dei gravi danni che
essa provoca ai loro organi interni.
Pochi sanno che l’ansia da esame è coinvolta
nell’insorgere di questi disturbi (fonte medicitalia.it):

astenia (meno energie);


ipertensione grave;
calo del sistema immunitario;
diminuzione del desiderio sessuale;
irsutismo (crescita eccessiva dei peli, nelle donne);
osteporosi;
disturbi del sonno;
problemi al tratto intestinale.

Non volevo essere tragico, ma è meglio vuotare il


sacco adesso piuttosto che farti vivere i prossimi anni
della tua vita con l’ansia fino alla punta dei piedi.
Conosco tanti studenti che si sono completamente
annullati per l’ansia e la paura dell’esame: ho visto amici
perdere i capelli e ammalarsi perché non avevano il
coraggio di sedersi davanti a un professore.
E come ti ho già raccontato, è successa la stessa cosa
anche a me.
Questo accade perché pochi studenti sanno che
esistono due tipi di stress: l’eustress (quello buono) e il
distress (quello cattivo).
Lo stress, in realtà, è uno stato in cui il nostro corpo
si prepara fisiologicamente a una prestazione.
Normalmente quindi, dovrebbe essere una sensazione
molto positiva.
È l’adrenalina che lo sportivo sente dentro il suo
corpo, prima della gara. È il fuoco che l’attore sente nel
petto, prima di salire sul palco.
Ma allora, perché l’unico fuoco che sente lo studente
universitario è quello che vorrebbe usare per bruciare i
libri?
Nel nostro corpo tutto ha una sua funzione. La
funzione dello stress è quella di far sì che noi
sprigioniamo il nostro massimo potenziale, al momento
della prestazione.
Quindi, sai che succede dentro di noi in vista di un
evento importante? Succede che le nostre ghiandole
surrenali rilasciano un ormone chiamato cortisolo.
Il cortisolo è chiamato “ormone dello stress” ma, in
realtà, ha proprio la funzione di aiutarci ad affrontarlo.
Infatti, il rilascio di cortisolo rallenta alcune attività
importanti come il sistema immunitario e la
riproduzione; cioè toglie energie a determinati “settori”
del nostro corpo in modo che possiamo focalizzarci solo
su un certo evento importante.
Per tradurlo in termini universitari, il tuo corpo
ragiona in questo modo: “Dato che c’è l’esame,
focalizziamo tutte le nostre energie sul prepararci alla
prestazione e lasciamo stare il sistema immunitario,
riproduttivo, digestivo eccetera”.
Che effettivamente, come vedi, è un meccanismo
fantastico. Qual è il problema? Che i livelli di cortisolo
sono fatti per salire solo per brevi periodi, per poi
ritornare bassi appena finisce lo stress.
Dato però che gli studenti universitari stanno in ansia
per mesi, questo stress diventa molto dannoso. Quando
penso a questo tipo di ansia, mi viene sempre in mente
una mia studentessa che, a fine sessione, vomitava
sempre. Mi diceva che le succedeva per l’accumulo
continuo di stress.
Per tutta la sessione si chiudeva in casa, mangiava
poco, dormiva poco, e alla fine vomitava. E non sai
quanti studenti sono nella stessa situazione, se non
peggiore.
Tornando a noi: in cosa consiste la differenza fra
eustress e distress? Se gli studenti universitari avessero
un buon rapporto col cortisolo allora parleremmo di
eustress. Questo è un termine coniato dall’endocrinologo
Hans Selye. “eu” deriva dal greco e vuol dire “buono”,
quindi potremmo chiamarlo “stress buono”.
Quando sei in eustress entri “in stato”, ossia ti carichi
come una molla e all’esame vai molto bene. Quindi è
uno stato intenso e breve di carica, che culmina con una
grande soddisfazione.
Ho dato i miei ultimi esami in questo stato di piacere
e “senso di sfida”. Ma per i primi non è stato
assolutamente così. Sono arrivato all’eustress solo dopo
tanto lavoro su di me.
Durante i primi anni di università infatti, affrontavo
gli esami in pieno distress, ossia con lo “stress
negativo”, quello che da studenti chiamiamo “stare in
ansia”.
Poiché nessuno ci ha mai insegnato a gestire le nostre
emozioni, affrontiamo le prove nel modo sbagliato, ma
l’ansia non è un fattore oggettivo. Le nostre reazioni
emotive sono risposte soggettive che nascono da
un’interpretazione personale della realtà.
Esatto: per dirla in termini semplici, nella vita di
solito c’è chi si gasa in vista di un esame, e chi ne ha il
terrore. Chi si gasa per l’esame va in eustress e rende
meglio. Chi ne ha il terrore va in distress, e si fa
distruggere i nervi da quei momenti bui che precedono
la prova.

Molti pensano che alcune persone siano nate più


coraggiose, ma non è così. Sono semplicemente state
abituate ad amare le prove importanti.
Quindi entrare in distress è semplicemente un
sintomo di mancanza di intelligenza emotiva. Entrare in
ansia pesante ogni volta che si deve affrontare una prova
è grave come quando un ipocondriaco si spaventa a
morte per ogni colpo di tosse. Solo che essere
ipocondriaci non è socialmente accettato, mentre farsi
distruggere dall’ansia sì. Per questo nessuno lavora mai
sulla gestione delle proprie emozioni.
Quindi, ricapitolando: non è l’esame che ci distrugge,
ma come noi lo viviamo. In fin dei conti sei tu che scegli
di viverti le prove della vita in eustress o in distress.
Questa differenza è fondamentale, perché mentre
l’eustress ti dà energia e vitalità, il distress aumenta le
probabilità che l’esame vada male, e che ti ammali
fisicamente e mentalmente.
E a questo si aggiunge il fatto che gli studenti di
solito convivono con questo distress per anni! Capisci
ora l’entità del problema?
Ma come si trasforma l’ansia negativa in energia
positiva che ti fa eccellere all’esame?
Innanzitutto dobbiamo comprendere il distress per
capire come convertirlo in eustress. Tra i fattori
principali che causano l’ ansia, per esempio, ci sono la
confusione e l’incertezza.
Tradotto in termini universitari, vai in distress quando
non hai un metodo di studio universitario.

Hai l’ansia per l’esame perché non hai un metodo di


studio universitario

Certo, quello che ci siamo detti sulle tue ferite


emotive e su come queste influenzino la tua vita oggi è
tutto vero, ma credimi, se avessi una cartina da seguire
tutto sarebbe più facile: l’ansia sparirebbe e ti sentiresti
immediatamente invincibile.
Per esempio, le prime volte che guidi e sei inesperto
arrivi al semaforo e vai nel panico. Soprattutto quando
sei il primo della fila: sei lì che aspetti il verde e inizi a
sudare, perché hai paura di far spegnere la macchina.
Non sei ancora bravo a guidare, e quindi non sei ancora
sicuro di come gestire la frizione. Scatta il verde e
l’ansia ti annebbia la mente: alzi il piede troppo veloce e
si spegne la macchina. Inizia a mancarti il fiato e tutti
quelli dietro iniziano a fare “PIII PIII PIII”.

Perché l’ansia ti divora così? Perché non hai ancora un


metodo che applichi in automatico.

Lo stesso vale per l’università: stai in ansia perché


non sai esattamente cosa fare quando studi; un po’ leggi,
un po’ ripeti, un po’ evidenzi e un po’ memorizzi.
Invece, una volta che sai esattamente come
Organizzare il materiale di studio, Comprendere quello
che studi, Memorizzare alla perfezione ed Esporre come
un esperto (metodo OCME), l’ansia sparisce come
conseguenza diretta.
Hai un navigatore che ti indica la posizione da
raggiungere e quella in cui ti trovi adesso: non puoi
sbagliare, ti basta seguire il percorso. E se vai fuori
strada, e becchi un sentiero di campagna impraticabile, il
dispositivo ti riporta subito sulla strada asfaltata.

“Ho capito Andre’, sono d’accordo su tutto, ma io


conosco un sacco di persone che nonostante l’ansia si
sono laureate e ora lavorano anche!”

Certo, ma le vere domande che dovremmo farci sono:

Mi conviene veramente vivere tutti questi anni in


ansia e rovinarmi la vita, mentre mi strappo i capelli
tutti i giorni per la paura che mi boccino?
Che tipo di persona voglio essere in questa vita? Una
lumaca in ansia o un futuro professionista spigliato,
che non ha paura di niente e di nessuno?

Tu puoi anche laurearti con 110 e lode con bacio


accademico, ma ti sei mai chiesto quale prezzo sei
disposto a pagare?
Sei disposto a stare male tutti i giorni prima di un
esame, a sentirti in colpa ogni volta che esci e non studi,
e a flagellarti quando un esame non va come vorresti?
E ammesso e non concesso che ti laurei con il voto
che vuoi e nei tempi che vuoi, ti sei mai chiesto che tipo
di professionista vorresti diventare?
Vuoi essere un chirurgo qualsiasi che sta in ansia
prima di ogni operazione, o vuoi essere il primario di
neurochirurgia amato e stimato da tutti i suoi pazienti?
Quando mi sono fatto questa domanda, ho capito che
non sarei mai sceso oltre un certo standard nella mia
vita, e che non avrei mai più permesso a niente e
nessuno di causarmi ansia.
E da allora sono cambiate tante cose, perché ho
lottato per generare dentro di me quella che
tecnicamente viene chiamata “indipendenza emotiva”.

A CHI PERMETTI DI INTERFERIRE CON LA TUA


FELICITÀ?
L’indipendenza emotiva non è apatia o insensibilità.
L’indipendenza emotiva è non permettere a degli
sconosciuti di decidere della tua felicità.

La vita è la nostra, non possiamo permettere a


chiunque di violare la nostra tranquillità emotiva.

Ci hanno insegnato che, per raggiungere un obiettivo,


dobbiamo stare in ansia e preoccuparci, ma stare in ansia
e preoccuparci della possibile catastrofe la farà solo
avverare, secondo il principio della profezia
autoavverante.
La profezia autoavverante è quel principio per cui la
paura attira i mostri e la fede attira i miracoli.

Come diceva Henry Ford: «Che tu creda di farcela o


no, avrai comunque ragione».
Insomma, se hai fede che potrai dare quattro esami al
mese, troverai la forza e l’energia per farlo. Se invece
vivrai nel terrore della bocciatura, riceverai solo
bocciature.
Grazie all’indipendenza emotiva sono passato dalle
crisi di nervi prima di un esame a potermi permettere di
uscire la sera prima della prova (cosa che per me prima
era impossibile).
Ho iniziato a studiare così serenamente da fare il
doppio delle pagine all’ora.
Andavo all’esame tranquillo e questo piaceva ai
professori, perché sentivano che ero sicuro di me, e mi
mettevano voti alti.
E così ho iniziato ad andare bene all’università,
studiare il giusto, preparare gli esami anche in una sola
notte, con la media più alta e con anche una vita sociale.
Sembra tutto impossibile?
Aspetta qualche capitolo e scoprirai anche tu i dolci e
incredibili miracoli che può fare un metodo di studio
universitario.
FALSO MITO 3
Il metodo di studio è soggettivo
parla Giuseppe

“Gli ingredienti di un piatto sono come cavalli: bisogna


saperli domare.”

Luigi Vissani

Molti studenti, quando sentono parlare di metodo,


pensano subito: “Eeeh ma il metodo di studio è
soggettivo, ognuno studia come vuole!!”
Purtroppo questo pensiero è radicato profondamente
nella nostra mentalità. Ci piace pensare di essere unici e
diversi dagli altri e di avere preferenze personali
riguardo i riassunti o gli evidenziatori.
In Italia, alcuni corsi continuano addirittura a
diffondere il falso mito dei “diverso metodo di studio, a
seconda dello stile di apprendimento della persona”.
Tuttavia questa falsa credenza è stata smentita da
numerosi studi, come quello pubblicato sulla rivista
scientifica «Psychological Science» nel 2008 da Harold
Pashler, professore di Psicologia presso l’Università
della California.
Pashler e altri tre professori universitari hanno
passato in rassegna tutte le pubblicazioni e le ricerche
condotte sui vari stili di apprendimento e sono arrivati
alla conclusione che non ci sono prove scientifiche a
sostegno della tesi per cui ognuno debba studiare in
maniera diversa, a seconda del proprio stile di
apprendimento.
Quindi:

Il metodo di studio non è soggettivo. Il metodo di


studio universitario è uguale per tutte le persone e per
tutte le facoltà.

Rispondiamo dunque a una delle domande principali


che gli studenti si fanno sul metodo di studio.

C’è un metodo di studio diverso per ogni


facoltà?
Questa domanda mi fa sempre irritare molto, quindi per
rimanere calmo mi affido a una breve storia.
Era un pomeriggio qualunque di un giorno
qualunque, e a Bologna c’erano 39° C, e chi è stato a
Bologna d’estate sa che cosa significa quella
temperatura.
Comunque, io e Andrea eravamo usciti a prendere
una birra in centro, per parlare di alcuni video che
volevamo aggiungere al portale del nostro corso
avanzato Esami in 7 Giorni.
Eravamo diretti a Piazza Maggiore, la piazza
principale di Bologna, e volevamo sederci da qualche
parte, perché faceva troppo caldo per camminare;
avevamo adocchiato due posticini al fresco di un bar
all’aperto, e stavamo per sederci.
Mancavano circa cinquanta metri all’arrivo, e già
immaginavamo le goccioline fredde colare giù dal
bicchiere per rinfrescarci la vita, quando, a un certo
punto, ci si avvicina un ragazzo alto con i capelli castani.
Prima di poter capire chi fosse, ci guarda e ci fa:
«Oddio, ma voi siete quelli di Metodo
Universitario???».
E noi: «Ehhhm…Sì!».
E lui: «Io vi adoro ragazzi, guardo tutte le vostre
dirette e davvero, siete dei grandi. Vorrei tanto utilizzare
il vostro metodo, peccato che io frequenti una facoltà
scientifica e lì non si può applicare».
Io e Andrea ci siamo guardarti in faccia e siamo
scoppiati a ridere, perché poco prima era successa una
cosa molto simile.
Infatti, una ragazza bionda, vestita di rosso, ci aveva
fermati vicino a un semaforo, dicendoci: «Ciao ragazzi,
ma voi siete Andrea e Giuseppe di Metodo
Universitario?!?».
E noi, un po’ accaldati: «Sì, ciao!».
E lei: «Che piacere conoscervi, ci tenevo tantissimo a
incontrarvi di persona, vi ho visti solo tramite video e
avrei voluto davvero esserci al vostro corso dal vivo, ma
purtroppo per un impegno non sono potuta venire.
Comunque mi piacerebbe un sacco applicare il vostro
metodo, peccato che io frequenti una facoltà umanistica
e lì non si può applicare, perché gli esami sono
discorsivi».
Ovviamente quel giorno non stato né il primo né
l’ultimo in cui abbiamo ricevuto questo tipo di
obiezioni.
Gli studenti sono fortemente convinti che i loro esami
meritino un metodo di studio diverso solo perché i
contenuti sono diversi, ma in verità queste sono tutte
scuse per non uscire dalla propria “comfort zone”.
Insomma, gli unici studenti che applicano il metodo
sono quelli che frequentano la facoltà di “chi si fida e
applica”.

Non c’è alcuna differenza di metodo tra le varie


facoltà.

Infatti, come vedremo, per preparare gli esami in


sette giorni devi lavorare su elementi comuni a tutte le
facoltà universitarie. Sto parlando di fattori come:

1. gestione del tempo;


2. concentrazione;
3. schematizzazione;
4. memorizzazione;
5. esposizione;
6. gestione dell’ansia.

Il metodo non cambia in funzione di ciò che devi


studiare, che sia una formula, una legge o un teorema. In
tutte le facoltà ti serve un metodo per concentrarti,
gestire l’ansia, capire, memorizzare, allenare
l’esposizione eccetera, quindi niente scuse.
Ora passiamo alla successiva fatidica domanda che di
solito ci pongono gli studenti.

Per l’università non va bene il metodo di


studio che ci hanno insegnato alle
superiori?
Alle scuole superiori non si perde troppo tempo a
insegnare un metodo di studio. Anche nelle scuole più
difficili, come il liceo classico, più che altro si studia
talmente tanto che in qualche modo la forza di volontà
viene sviluppata.
Grazie a questa grande forza di volontà “da liceo
classico” riesci a studiare per ore, seduto sulla sedia,
roba che ti fa anche schifo, senza nemmeno vomitare!
Un’abilità utilissima (o forse anche no).
Molto spesso, quando alle superiori i professori ti
hanno assegnato le famose “pagine da studiare”, è come
se ti avessero buttato in acqua dicendoti: «Vai, nuota, in
qualche modo farai».
Tu ovviamente di nuoto non ne sapevi nulla, e hai
provato ad arrangiarti con quello che avevi: hai iniziato a
sbattere forte i piedi per non affogare, a dimenare le
braccia in avanti, e fare tante azioni scoordinate, che in
quel momento ti garantivano di restare a galla.
Ma non hai imparato a nuotare in maniera
professionale.
Riportando l’esempio all’università, hai cominciato a
studiare:

leggendo ed evidenziando, come se non ci fosse un


domani;
ripetendo come un pappagallo, fin quando le corde
vocali non ti si sono seccate;
facendo riassunti inutilizzabili e bevendo 10 tazze di
caffè al giorno perché “così facevano tutti”.

E questo ti ha permesso di restare a galla e di non


morire annegato, ma non ti ha insegnato a nuotare come
Federica Pellegrini, giusto?
Ecco, quando ti dicono che: «Il metodo è una
questione soggettiva, ognuno studia come vuole», è
come se ti stessero dicendo che: «Il nuoto è una
questione soggettiva, ognuno nuota come vuole».
Pensa se Federica Pellegrini decidesse di nuotare
come le pare: «No raga’, oggi nuoto a cagnolino, ho
deciso».
Tutti i nuotatori vanno a scuola di nuoto, in modo da
imparare la tecnica più potente, per nuotare più veloci.
Lo sanno tutti che lo stile a farfalla ti fa andare più
veloce di quello a cagnolino.
Infatti, se vai sulla pagina di Wikipedia intitolata
“Cagnolino (nuoto)”, prima di tutto puoi ridere perché
nella foto c’è un cagnolino che nuota. E dopo aver riso,
puoi notare come nella descrizione si precisi che: «Il suo
unico scopo è il galleggiamento e l'avanzamento senza
porre alcuna attenzione alla velocità».
Questa definizione mi sembra paurosamente simile
allo stile di studio dello studente universitario medio: «Il
suo unico scopo è la lettura e l’evidenziazione, senza
porre alcuna attenzione alla velocità».
Perché io lo voglio anche ammettere: ognuno può
studiare veramente come vuole, ma a che velocità?
A preparare gli esami mettendoci dei mesi sono bravi
tutti, e in quel caso puoi studiare come vuoi. Ma se vuoi
dare i tuoi esami in una settimana? In questo caso puoi
farlo solo con un metodo di studio adeguato.

Dalle superiori all’università, come deve


cambiare il metodo?
Quindi abbiamo capito che gli studenti arrivano
all’università con il metodo di studio delle superiori.
Insomma, dopo aver passato almeno tredici anni della
loro vita a studiare, si ritrovano davanti a malloppi
enormi di mille pagine e senza sapere dove sbattere la
testa.
Si comportano come “nuotatori dilettanti”, cercando
di fare il possibile per restare a galla senza affogare.
Presto, però, si accorgono che il loro metodo non
funziona più bene come alle superiori: lì dovevano
studiare poche paginette, e il metodo del “leggi e ripeti”
dava ancora i suoi frutti, perché c’erano meno cose da
studiare.
All’università, invece, tutto diventa un incubo: le
pagine da memorizzare decuplicano, ma la memoria e il
metodo restano sempre gli stessi. Passi dal laghetto al
mare in tempesta, ma hai sempre, comunque, gli stessi
braccioli da bambino.
E così ben presto ti accorgi che è quasi impossibile
memorizzare così tante pagine con il “leggi e ripeti”,
perché anche studiando mesi e mesi per un solo esame,
in fin dei conti, non ti ricordi nulla.
Gli studenti arrivano all’esame:

demotivati;
impauriti;
con la sensazione di non ricordare nulla.

Anche io stavo facendo la stessa fine, quando al mio


secondo anno avevo dato solo due esami prendendo due
miserabili 20.
Prima di imparare un metodo di studio universitario,
mi sentivo un perfetto nuotatore dilettante frustrato, che
voleva fare di più, ma non sapeva come.
Solo dopo aver imparato un metodo, e applicato le
tecniche di memoria ai miei infiniti esami, ho capito che
non ero io a essere sbagliato, ma era il metodo che usavo
a essere inadeguato per l’università. Insomma, non ero
io a essere stupido.

Ero più stupido di Giuseppe (quello che si


voleva prendere la mia ragazza)?
Ai primi anni di università c’era un ragazzo che si
chiamava anche lui Giuseppe, e che frequentava la mia
stessa facoltà.
Non so se ti è mai capitato di entrare in competizione
con qualcuno che si chiama come te, ma è una cosa
molto strana.
Eravamo nella stessa comitiva e ci piaceva la stessa
ragazza, quindi ci contendevamo le sue attenzioni.
E ogni volta che si parlava di voti mi bruciava
sempre, perché studiava molto meno di me e prendeva
voti più alti. Questa cosa ha minato la mia sicurezza, e
lui alla fine mi ha soffiato pure la ragazza.
E io pensavo veramente di essere più stupido di lui.
Quale altra spiegazione ci poteva essere? Andava meglio
all’università quindi era più intelligente, chiaro.
E sono stato convinto di essere più stupido fino a
quando non ho provato la sensazione di avere un metodo
di studio potente quanto lo stile a delfino.
E alla fine io mi sono laureato a marzo del 2016, in
corso, dopo aver recuperato quattordici esami in tredici
mesi grazie al Metodo, mentre lui doveva ancora
laurearsi.
Dunque non era una questione di stupidità: era
semplicemente una questione di metodo.
Ancora oggi, quindi, dopo tanta fatica e soldi
investiti, dopo aver aiutato migliaia di studenti in tutta
Italia e aver disseminato le loro testimonianze su ogni
social network esistente in natura, devo ancora sentirmi
dire:

“Scusa Giuse’, ma il metodo è soggettivo?”

Come sai, al fuoco si risponde col fuoco.


O meglio, con la carbonara.

Il metodo è soggettivo come la carbonara.

Disclaimer: se sei romano, il contenuto di queste


pagine potrebbe urtare la tua sensibilità, ma ricordati che
ti voglio bene e che ho dovuto fare questo esempio un
po’ brutale per far conoscere a tutti la vera ricetta della
carbonara. L’ho fatto per un motivo onorevole, anche se
sapevo di poterti ferire.

“Grande Giuse’, sono d’accordo con te, hai


conquistato il mio cuore. Ma quindi, come li do questi
esami?”
Per eccellere all’università devi seguire la
ricetta degli “esami in sette giorni”
Fare l’università è come cucinare una buona pasta alla
carbonara. Devi seguire la ricetta, senza fare di testa tua,
altrimenti finisci come quelli che ci mettono dentro i
würstel.
L’unico modo per fare una buona carbonara dunque è
avere la ricetta giusta: se la segui la strada è in discesa.
L’unica cosa che devi procurarti sono gli ingredienti, ma
anche quelli li trovi scritti, non devi inventarteli.
Quindi, come per fare una buona carbonara devi
avere una ricetta, per dare i tuoi esami in sette giorni
devi avere un metodo.
Un metodo che ti indichi passo passo cosa fare, senza
lasciarti mai solo.
Se segui le fasi di un metodo, non hai mai paura di:

fare riassunti inutili, che poi non usi per studiare;


dimenticare le cose il giorno dell’esame e fare brutta
figura davanti al professore;
esporre in modo confuso, come un cane in preda a
una crisi di panico per aver mangiucchiato le scarpe
del padrone.

Tutto questo in realtà non l’ho capito tentando di


cucinare la carbonara, ma quando non riuscivo a
spiegarmi perché i tortellini che cucinavo io facevano
schifo, mentre quelli di mia madre erano troppo buoni.
Dietro ogni metodo c’è un segreto
invisibile
Adoro la cucina di mia madre e, in particolare, mi
piacciono un sacco i suoi tortellini. Come li cucina lei,
non li cucina nessuno: io, per esempio, ho provato a farli
tante volte da solo, ma mi venivano sempre secchi e
farinosi. I suoi invece erano sempre morbidi e avevano
una cremina speciale che li rendeva unici. Sapevo che
mamma era la più brava, però pensavo di poter essere
bravo anche io.
Ma dato che non riuscivo a cucinarli buoni come
faceva lei, un giorno le ho chiesto: «Mamma, qual è il
segreto dei tuoi tortellini?».
E lei, vuotando il sacco, mi ha spiegato tutta la
procedura per farli così speciali.
Con rammarico ho scoperto che io facevo le stesse
cose. Quindi, in cosa sbagliavo? Perché i miei non erano
così paradisiaci?
Sembrava un problema senza soluzione, fin quando
non mi sono detto: “Ok, per capire come fare, qui mi
devo mettere a guardare come li cucina lei, così magari
scopro il suo vero segreto”.
Osservando mamma, mi sono accorto subito di alcuni
passaggi che lei dava per scontati nella realizzazione del
piatto.
In particolare, ce n’era uno segreto che faceva tutta la
differenza nella preparazione: mettere una noce di burro
nel piatto prima di impiattare, che poi si trasformava
nella cremina che rendeva tanto speciali i tortellini.
Io non avrei mai pensato che un passaggio così
insignificante potesse avere un impatto così grande sul
sapore di un piatto, e così ho provato a replicare la
ricetta per conto mio.
Risultato? I miei tortellini erano diventati i tortellini
di mamma. Assurdo. Morale della favola?

1. ho capito che io non ero una schiappa che non


sapeva cucinare;
2. esisteva un metodo oggettivo di fare i tortellini, che
io non conoscevo bene;
3. è importante osservare ed estrapolare il metodo da
chi ha già avuto successo, per ottenere un risultato
altrettanto buono.

Ti ho raccontato questa storia per farti capire


l’importanza di avere un metodo, all’università e nella
vita in generale. Ti basta un singolo ingrediente per
macinare esami come se non ci fosse un domani.
E questo libro tratta proprio della “noce di burro”,
ossia di quell’elemento luminoso che darà una svolta
alla tua carriera universitaria e che cambierà la tua vita
per sempre.
Avrai un Metodo, un GPS, che ti dice sempre dove
andare: in questo modo non dovrai preoccuparti di
cercare la strada giusta, ma mentre sfrecci verso la meta,
potrai permetterti di guardarti intorno e goderti il
paesaggio.
Ci hanno sempre insegnato un solo modo di fare le
cose, a basato su:

evidenziare tutto il libro;


leggere ogni riga come uno scanner;
memorizzare ripetendo a voce;
ripetere come dei pappagalli.

Siamo tutti abituati a fare sempre le stesse cose, da


quando abbiamo imparato a leggere e a scrivere, ma non
sempre le abitudini funzionano, e quello che devi
assolutamente evitare è di confondere l’abitudine con
quello che funziona meglio.

La strategia a cui ti hanno abituato non è per forza la


migliore.

Tanti studenti pensano: “Io mi trovo a studiare così,


non riesco a studiare in modo diverso”. Questo vuol dire
solo che sei stato abituato a studiare in un modo, ma non
significa che sia il metodo migliore. Puoi sempre
cambiare abitudini e quindi metodo.
Insomma, devi stare attento a non confondere le
abitudini che hai con il metodo migliore per raggiungere
i tuoi obiettivi.
Ovviamente nell’apprendimento ci sono comunque
alcune cose soggettive; per esempio il tempo che hai a
disposizione per andare a lezione o per studiare, o la tua
preferenza per una materia o un’altra.

Non è soggettivo, invece, il modo in cui si preparano gli


esami in sette giorni.

“Ok, mi serve un metodo. Ma chi può insegnarmelo?”

Faccio prima a dirti chi non può insegnartelo. Non


possono insegnartelo i tuoi genitori, perché neanche loro
hanno mai fatto un’ora di lezione sul metodo di studio.
Non possono insegnartelo i tuoi amici, perché loro
sono nella stessa situazione in cui sei tu adesso.
Non possono insegnartelo i corsi sul metodo di studio
o i libri sull’apprendimento rapido, perché contengono
consigli e tecniche generiche non pensate per
l’università, né organizzate in un metodo applicabile da
uno studente universitario.
Non possono insegnartelo i tuoi professori, perché
semplicemente non è il loro lavoro.
Vorrei soffermarmi un secondo in più su quest’ultimo
punto.
I professori non sono cattivi, sono solo dei ricercatori
professionisti. Nessuno gli ha mai insegnato “come si
studia”.

Quando io e Andrea abbiamo capito tutto questo,


abbiamo cominciato a chiederci come fare a impararne
uno che ci permettesse di:

dare gli esami più velocemente;


aumentare la media;
avere più tempo libero da dedicare ai nostri affetti e
alle nostre passioni.

E quando ci siamo accorti che in Italia non c’era


nessuno che insegnava un vero metodo, ci siamo
rimboccati le maniche e abbiamo iniziato a studiare con i
più grandi esperti al mondo di apprendimento.
Abbiamo investito denaro, tempo ed energie per
carpire tutte le informazioni utili per costruire un metodo
di studio che fosse adatto a qualsiasi esame, di qualsiasi
facoltà.
E così abbiamo creato una ricetta che fosse utile a
tutti gli studenti, che non avesse niente a che vedere con
“le opinioni personali” o “i miei consigli sullo studio”.
Doveva essere una ricetta perfetta, da seguire passo
passo, e quindi doveva avere queste tre caratteristiche:

essere scientifica;
essere replicabile;
essere facile da applicare;

E da questo è nato il metodo OCME, ossia


Organizzazione, Comprensione, Memorizzazione ed
Esposizione.
A breve saprai tutto sul metodo OCME, e su come
applicarlo ai tuoi esami per diventare una macchina
macina-esami.
Per ora ti lascio al prossimo capitolo, che è una vera e
propria bomba a orologeria: ti dico solo che, dopo averlo
letto, inizierai a farti bocciare più spesso e più volentieri.
FALSO MITO 4
Dare gli esami in sette giorni è sbagliato
parla Andrea

“La sconfitta non è il peggior fallimento. Non aver tentato


è il peggior fallimento.”

George Edward Woodberry

Arrivato a questo punto, dovresti morire dalla voglia di


saltare direttamente alla seconda parte del libro, per
scoprire il metodo di studio con cui studiare il doppio
delle pagine nella metà del tempo.
Temo però che tu non sia pronto.
Perché è molto probabile che tu non sia ancora
pronto, mio aspirante macina-esami? Perché in questo
capitolo ti dirò senza mezzi termini che devi cercare la
bocciatura.
E so già che questa cosa fa tremare le gambe al 97%
degli studenti.
Quindi, dato che sono sicuro che cercare la boccia-
tura ti faccia schifo per almeno tre motivi, vediamoli
adesso, cosicché dopo potrai procedere oltre veloce e
indistur-bato.
1. «Non darò gli esami in una settimana,
perché ho paura di fallire!»
Il nemico numero uno degli studenti non è l’esame.
A differenza di quello che si pensa, non è nemmeno il
troppo tempo passato sui libri a studiare, né la mancanza
di intelligenza.
C’è un vero problema di cui non parla nessuno, che
sta alla base della paura tremenda che tutti gli studenti
avvertono, quando l’esame è alle porte.

Il nemico numero uno di tutti gli studenti è la paura


del fallimento.

Gli studenti hanno paura di essere bocciati all’esame,


perché hanno il terrore di fallire. Tutto questo ha poco a
che fare con l’esame in sé, perché è una paura molto più
profonda, che nasce insieme a noi, da bambini.
Della paura del fallimento abbiamo già parlato,
quindi qui mi limiterò a insistere su un singolo concetto
fondamentale:

Se vuoi vincere, devi imparare a fallire.

Se vuoi vincere la guerra, devi accettare di poter


perdere una battaglia.
Se vuoi dare quindici esami all’anno, devi accettare
di poter essere bocciato a qualche esame.
Segnati questa frase, scrivici un post-it e attaccatelo
sulla scrivania, o tatuatela addosso se è necessario:

Il fallimento non è una strada verso il successo, è


l’unica strada verso il successo.

Il fallimento è parte del gioco, così come del


successo: non puoi avere successo senza sperimentare il
fallimento.
Riconoscere la bocciatura come un’esperienza
positiva, anziché come un problema o incidente di
percorso, ti dona una sensazione di libertà e di gioia.
Poi certo, lo so che prendere tutti 30 è meglio, grazie!
Ma il vincitore si vede da come reagisce quando inizia a
perdere punti. Si rialza o resta a terra a piangere? I veri
campioni si vedono quando le cose non vanno come ci si
aspetta.
C’è un proverbio che dice: “Quando il mare è calmo
assai, siamo tutti marinai”, ossia quando le cose vanno
bene sono tutti bravi a guidare la nave. Ma quando il
mare è in tempesta, quando non si riesce a vedere la riva,
chi è il coraggioso che resta con le mani sul timone?
Io ti sto dicendo di fare qualcosa che nessuno riesce a
fare, una vera e propria impresa, ossia cambiare il
significato di quello che ti succede, vedere belli i tuoi
errori.

Ma quindi come si fa a vedere belle le bocciature,


anche quando fanno male?

Per imparare ad amare le bocciature, ti bastano tre


passi.

1. ACCETTARE CHE LA BOCCIATURA È PARTE DEL


DISEGNO
I broker che giocano in borsa basano il proprio successo
sugli alti e i bassi.
A volte può capitare però che non abbiano la
psicologia adatta a reggere i “down”. Si esaltano per gli
“up” e piangono per i “down”, fino a quando non arriva
un down così grosso da distruggergli completamente i
nervi.
Questo genere di crisi ti ricorda qualche altra
categoria? Agli studenti succede lo stesso: passano tutta
la carriera universitaria a evitare la bocciatura, quando
invece lo scopo dovrebbe essere prendere più 30
possibili.
Un grande broker diceva: «Non mi preoccupo delle
perdite. A me interessa solo vincere più di quello che
perdo».
Chi gioca per “non perdere” passa la vita a scappare,
a rimandare, ad avere paura di perdere.
E possiamo essere sicuri che con questo modo di
pensare alla fine perdi, o al massimo pareggi, ma di
sicuro non ottieni risultati straordinari.
Se vuoi raccogliere risultati eccezionali, all’università
devi puntare a “vincere”, a collezionare 30, anche se
questo significa “rischiare di essere bocciati”.

“Ok, ma poi non faccio una figura di m****, se il


professore mi boccia?”
E perché mai? E poi, non è più una figura di m****
nei confronti di te stesso rimandare all’esame?
È come se ogni volta dicessi a te stesso: “Quando
arriva il momento di difficoltà, ti basta rinunciare o
rimandare”.
E così non dai l’esame e lo rimandi all’appello o alla
sessione dopo.
In più comunichi al tuo inconscio che davanti alle
difficoltà scappi, forgiando così un atteggiamento da
mollaccione che ti perseguiterà per sempre.
Anche perché, pensaci, che cosa potrebbe andare
male? In cosa consisterebbe questa figura di m****?
E qui alcuni studenti mi risponderebbero:

“Eh, che magari il professore si ricorda di me la


volta dopo e mi ri-boccia.”

Se non gli dai contro e non ti metti di traverso, ma


semplicemente ti alzi, ringrazi e te ne vai, il professore
nemmeno si ricorderà di te.
Il professore non si ricorda degli studenti bocciati, ma
di quelli che gli rispondono male e lo incolpano di aver
fatto male il suo lavoro. Basta trattarlo con rispetto, e il
gioco è fatto.

2. IMPARARE DALLE BOCCIATURE COME PRENDERE 30


Il secondo passo per imparare ad amare le bocciature è
capire come “sfruttarle” a tuo vantaggio.
La cosa più difficile da fare quando si commette un
errore è provare a chiedersi:“Cosa posso imparare da
quello che mi è appena successo?”.
La cosa più facile da fare quando veniamo bocciati,
invece, è incolpare noi stessi per non aver studiato
abbastanza.
Che sia un errore grande o piccolo, non importa, il
problema sta nel “come reagisci”.
Quando falliamo in qualcosa – un esame, una gara,
un’interrogazione, quando prepariamo una teglia di
lasagne e bruciamo tutto – è inutile lamentarsi, piuttosto
chiediamoci: “Cosa posso imparare da questo errore?
Quale parte del processo ho sbagliato? Cosa posso fare
per non sbagliare più la prossima volta?”.
Se il cervello ti risponde: “Non ho imparato niente, e
non si può imparare niente”, allora chiediti: “Ok, ma se
proprio ci fosse qualcosa, che cosa potrei imparare?”.
Vedrai che le risposte di qualità arriveranno.
Il problema degli studenti universitari è che, non
avendo un metodo di studio, si incolpano per non aver
fatto abbastanza, per aver perso troppo tempo o per
essere troppo stupidi.
Non potendo capire quale parte del loro metodo è
stata fallimentare, pensano di essere loro dei fallimenti,
confondendo allegramente il fallimento personale con
quello del metodo.
E così iniziano a farsi le domande sbagliate, tipo:

“Ma perché vengo sempre bocciato?”


“Ma perché proprio io dovevo incontrare il
professore più cattivo!?”
“Ma perché, per l’ennesima volta, non mi sono
preparato bene per l’esame?”

E indovina che risposte darà il tuo cervello a


domande come queste? Esatto: risposte inutili e dannose.
Per forza, lo costringi a farlo.
Quando hai un metodo di studio e ti poni le domande
giuste, invece, puoi darti delle risposte di qualità, tipo:

“Forse ho sbagliato qualcosa in fase di


memorizzazione, perché non mi ricordavo quella
cosa che mi ha chiesto il professore”;
”Forse ho sbagliato l’organizzazione, perché quella
domanda non l’ho proprio studiata”;
”Forse ho sbagliato a comprendere, perché la
risposta che ho dato era incompleta, dovrei fare
degli schemi migliori”;
e così via…
Con un metodo hai il potere di capire cosa hai
sbagliato, e correggere subito il tiro in modo da non
ripetere più lo stesso errore.
Questo ha almeno due effetti benefici sulla nostra
salute: ci fa smettere di colpevolizzarci per ogni cosa
andata male, e ci rende meno sensibili all’esame. Non
hai più paura di sbagliare perché sai che puoi porre
subito rimedio agli errori, andando a lavorare proprio su
quelle cose che non hanno funzionato all’esame.
E se studi in un quarto del tempo hai ancora meno
paura di fallire, perché che vuoi che sia studiare altri sei
giorni per ridare l’esame?

Non si parla più di mesi e mesi, ma di giorni!

3. DISTINGUERE IL FALLIMENTO DEL METODO DA


QUELLO PERSONALE
Il terzo passo per imparare ad amare le bocciature è
separare il fallimento personale da quello del metodo.
Quando il professore ti boccia a un esame non sei un
fallimento e non sei stupido, anche se sono mesi che lo
prepari.
Anche se la vocina nella tua testa ti dice che “potevi
fare di più”, non sei tu il problema.
Come abbiamo visto, c’è una differenza tra il
fallimento di te come persona, e quello del metodo che
usi.
Avere un metodo sbagliato per l’università è normale,
dal momento che viviamo in una società dove non si
insegnano queste cose; ma identificarti con i tuoi
comportamenti ti distruggerà. Non sei “come ti
comporti”.
È per questo che ai bambini, per esempio, non si
dovrebbe mai dire “sei imbranato”, altrimenti il bambino
inizia a identificarsi con quel comportamento. Se fa
cadere un bicchiere e gli dici che è imbranato, si
convince di “essere” imbranato. Se invece gli dici “in
questo caso ti sei comportato in maniera un po’
sbadata”, capisce che non è lui a essere imbranato, ma
che deve semplicemente fare più attenzione.
Questo punto di vista trasmette una sensazione
fondamentale per la crescita: il “potere di cambiare le
cose”. Non sei tu a essere lento a studiare. Sei
abbastanza, le risorse di cui hai bisogno sono già dentro
di te. Semplicemente non ti hanno mai insegnato un
metodo di studio pensato per l’università.
Se fino a ora ti sei dato la colpa per essere stato
bocciato, è perché non avevi un metodo di studio
scientifico da applicare ai tuoi esami.
Per concludere, vorrei fare un esercizio divertente
con te, che ti può aiutare a superare la paura del
professore e dell’esame.

COME SUPERARE LA PAURA DELL’ESAME GRAZIE A


GOOGLE
Ci vorranno tre minuti in tutto, e potrai fare questo
esercizio ogni volta che vuoi.
Ti assicuro che, dopo averlo fatto, ti sentirai un’altra
persona. Però devi farlo adesso, perché lo sappiamo tutti
che, se rimandi, poi non lo fai più.
È molto semplice.
Vai su Google e cerca il professore della tua facoltà
di cui hai più paura.
Digita il suo nome e cognome, e poi cerca una sua
foto tra le immagini.
Nel caso in cui non trovassi proprio quel professore,
cambia, scegline un altro; l’esercizio è lo stesso.
Ce l’hai davanti, proprio lì davanti, con i suoi
occhioni che ti fissano?
Bene, ora guardalo negli occhi, intensamente, per
circa un minuto. Guardalo, fissalo, osservalo.
E mentre lo guardi, pensa: “Ma veramente questo
tizio può togliermi la felicità? Ma guardalo… è una
persona come un’altra!”.
Tieni la schiena dritta e lo sguardo fisso su di lui.
Metti un timer, così non ti distrai.
Resta così per un minuto e poi torna qui a leggere.

[1 minuto dopo]

Fatto? Bene.
Hai fatto un buon lavoro campione, ora massaggiati
gli occhi per 30 secondi. Rilassali, chiudili, e poi torna
qui.

[30 secondi dopo]

Ok, ultimo sforzo.


Riprendi l’immagine del professore, e questa volta
mettila più lontana, distendendo tutto il braccio.

Ora, torna a fissare il professore, ma stavolta


ripetendoti: “Questo sconosciuto non può decidere della
mia felicità. Ho il dovere di essere felice”.
Mi raccomando: schiena dritta, e petto in fuori.
Ripetiti queste frasi continuamente per un minuto.
Imposta il timer, se prima ti è stato utile.
Dopo torna qui.

[1 minuto dopo]

Ok, esercizio finito.

Come ti senti? Diverso? Più forte? Inarrestabile?


Conserva questa sensazione finché la provi, vivila.
Perché tra qualche pagina scoprirai il metodo di studio
che ti permetterà di passare così il resto dei tuoi giorni
all’università:

Con la schiena dritta e lo sguardo fiero di chi sa che


l’università non è più un incubo, ma una sfida.
Adesso continuiamo a sfatare la seconda obiezione
che ci fanno gli studenti quando proponiamo di studiare
un esame in sette giorni.

2. «Non darò gli esami in una settimana,


perché, per rispetto del professore, voglio
presentarmi solo se ho studiato mesi.»
Molti studenti, quando ci sentono dire: «Devi andare
all’esame anche se hai studiato solo una settimana»,
rispondono: «No vabbè, io non lo faccio l’esame se ho
studiato solo una settimana, perché essere preparati è
una questione di rispetto nei confronti del professore!».
La maggior parte degli studenti ha un’opinione sul
sistema completamente diversa dalla realtà. Sappi che il
professore è un professionista chiamato a valutarti per
quello che hai imparato della sua materia. Non è lì per
giudicarti, umiliarti o farti sentire ignorante.
Ebbene, la verità è che gli studenti venerano una
persona che spesso li giudica e li fa sentire dei falliti
(anziché aiutarli), e sta semplicemente svolgendo il suo
lavoro.
Non penso che quando vai dal medico per una visita
ti preoccupi di “non sprecare il suo tempo”.
E dimmi, perché quando vai dal professore non hai lo
stesso atteggiamento? Perché hai così cura del suo
tempo?
Che ne è del “tuo”, di tempo?
Perché ci vai a testa bassa, come se fosse un sovrano
da supplicare?
Quindi, se non vai a dare l’esame, manchi di rispetto
a te stesso, o ai tuoi genitori che ti pagano l’università, e
non al professore.
La maggior parte delle volte, il professore non sa
neanche chi sei.
Pensa che una volta una ragazza mi ha fermato per
strada a Bologna, per dirmi proprio che lei non avrebbe
applicato metodo per rispetto del professore.
Fissandomi con i suoi occhi ingenui, mi ha detto:
«Andre’, io questo famoso metodo non lo potrò mai
applicare, perché non andrò mai a dare gli esami in una
settimana, è una questione di rispetto!».
«Rispetto verso chi?»
«Verso il professore.»
Così io le ho chiesto gentilmente:«Le tasse
universitarie te le paga lui?».
«Ma che domande mi fai? Certo che no!!!»
«E chi te le paga?»
«Eh, i miei genitori.»
«E loro non li rispetti?»
«In che senso?»
«Ti preoccupi tanto per il professore, ma chi rispetta i
tuoi genitori che hanno scelto di investire sulla tua
istruzione?»
«Ma che c’entra, io gli voglio bene, e so che stanno
facendo tanti sacrifici per me, non è che li ho
dimenticati, eh!»
«Guarda, se vuoi raccontartela, fallo pure. Basta che
sei consapevole che quando rinunci a un esame fai un
torto sia a te, sia a chi si sta spaccando la schiena per
farti laureare.»
«Sì, questo lo so. È solo che…»
«È solo che niente. Il tuo lavoro è laurearti
velocemente e con voti alti, per rispetto della tua
famiglia, di te stessa, della tua futura famiglia e delle
persone che aiuterai con il tuo lavoro. Punto.»
«Ok, sì, questo è vero.»
«Bene, allora vai a dare gli esami in una settimana.»
E sorridendomi mi ha abbracciato, ringraziato ed è
anda-ta via.
Ma ora passiamo alla terza obiezione che impedisce
agli studenti di preparare gli esami in una settimana.

3. «Non darò gli esami in una settimana


perché voglio diventare un grande
professionista, quindi voglio studiare
bene.»
Questa è la mia preferita.

“Io non voglio solo superare gli esami, io voglio


essere preparato! Ci tengo alla mia cultura.”
Quando uno studente mi dice una cosa del genere, di
solito gli rispondo: «Guarda che se prendi 30 non vuol
dire per forza che sei preparato; e viceversa, a volte sei
preparatissimo, ma vieni bocciato».
Se non mi credi fai male, perché a me è successo
esattamente questo: di prendere un 23 e un 29, per lo
stesso esame, lo stesso giorno, a dimostrazione del fatto
che l’università non è un sistema perfetto, e che “vera
preparazione” non vuol dire niente.

LA STORIA DI COME HO PRESO 23 E 29, STESSO ESAME,


STESSO GIORNO
Un giorno dovevo sostenere un esame diviso in due
parti: scritto e orale. La mattina avevo dato lo scritto, e
avevo preso 23. Quel voto non mi piaceva, pensavo che
avrei potuto prendere di più, e così sono andato dalla
professoressa e le ho detto: «Professoressa, posso rifare
lo scritto questo pomeriggio?»
«Sì, ma sappia che se poi rifiuta il voto, le devo
annullare anche quello di questa mattina».
«Cioè mi annulla sia il 23, sia il voto che prenderei al
pomeriggio?»
«Esatto!»
«Va bene, lo rifaccio.»
Ho rifatto l’esame quel pomeriggio, e indovina che
voto ho preso? 29. Ho preso 29.
Lo stesso giorno, senza studiare niente. Inutile dirti
che l’ho accettato, eccome se l’ho accettato! Come si
spiega tutto questo?
Ero preparato da 23 o da 29? Da nessuno dei due,
perché l’esame c’entra poco e niente con la nostra “reale
preparazione”.
Vedi, l’università non ha un sistema di valutazione
perfetto. Infatti tutti siamo d’accordo sul fatto che un
professore, in un quarto d’ora, non può valutare la tua
vera preparazione. Altrimenti, io la mattina ero uno
sfigato che prende 23, mentre la sera un super figo che
prende 29, perché super preparato.
Ma non è così, perché è lo stesso esame, dato lo
stesso giorno, a otto ore di distanza!!!
In un quarto d’ora di esame orale o di esame scritto a
test, nessuno può valutare la tua vera preparazione.
Punto.

E poi non dimentichiamoci che puoi sempre studiare


dopo l’esame, se proprio ci tieni alla tua cultura
personale.

Capito che ipocrisia c’è in giro? In tanti sostengono


che “siamo superficiali” perché teniamo così tanto a
passare l’esame. Perfetto, ma ditemi un po’, quanti di
questi ragazzi studiano dopo l’esame?
Ho controllato sul codice penale e mi pare sia ancora
legale.
Nessuno ti obbliga a chiudere il libro e metterlo in
soffitta, puoi riprenderlo e studiare, se il problema è
quello della cultura.
Dato che l’esame non è perfetto, se non vuoi essere
distrutto dal sistema devi attrezzarti per dare più esami
possibili in meno tempo. Se salgo su una macchina
mezza scassata, cerco di arrivare il prima possibile a
destinazione prima che si stacchino le ruote. Allo stesso
modo, devi cercare di uscire il prima possibile
dall’università, col voto più alto possibile.
Poi, con il tempo che risparmi, puoi studiare e
approfondire quanto vuoi le informazioni che sono più
importanti per la tua professione futura.
Questo noi lo chiamiamo “studio indipendente”, ossia
non ci comportiamo come i bambini delle elementari che
studiano solo quando lo dice la maestra.

Noi studiamo quello che è importante e quando è


importante, mentre prepariamo gli esami in poco
tempo, con voti alti.

“Ok Andre’, ma mi sta fondendo il cervello. Il punto è


che io sono una brava persona, è per questo che non
vado all’esame senza aver studiato prima 20 mesi!!!”

Ok, e proprio perché sei una brava persona, non è


meglio che fai qualcosa di utile per la società, invece che
chiuderti a casa a studiare senza un metodo? Non è
meglio mettere la tua bravura al servizio del mondo,
anziché regalarla a un sistema che ti tratta come un
numero freddo e insignificante?

CHI PREPARA GLI ESAMI IN SETTE GIORNI È UNA


CATTIVA PERSONA?
Pensa che una volta una nostra studentessa di nome
Chiara mi ha detto: «Eh Andre’ a me piace tutto quello
che dite, però questa cosa di dare gli esami in poco
tempo proprio non mi va giù. Io sono una brava persona,
ho dei valori, quindi non do gli esami senza aver
studiato prima un tot di tempo».
«Tu che cosa studi?»
«Sto facendo la specialistica in Cardiochirurgia.»
«Wow, mica facile.»
«Sì, ci sono un sacco di cose da studiare, ma il
tirocinio è davvero bellissimo. Sono davvero
appassionata, mio padre è cardiochirurgo e mi ha
trasmesso tutto il suo amore per la professione. Non
vedo l’ora di iniziare a lavorare come chirurgo in
ospedale, solo che spesso sono demotivata.»
E io, stupito: «Come mai?».
«Praticamente conto le ore al giorno della laurea, ma
nel frattempo sono bloccata su un esame e me ne
mancano ancora sei da dare dell’anno scorso, più tutti
quelli del mio anno. Spesso penso che non posso farcela,
perché il tempo passa, gli esami si accumulano e le
energie diminuiscono. Neanche mia madre sa più cosa
fare, mi vede triste e demotivata, mentre prima era il mio
sogno fare il cardiochirurgo di mestiere.»
«Ed è ancora il tuo sogno?»
«Sì, lo è.»
«E allora perché non impari il metodo per dare questi
cavolo di esami in poco tempo, così ti laurei e inizi a
lavorare, anziché fantasticare?»
E Chiara: «Te l’ho detto, ho dei valori, non do
l’esame senza aver studiato prima un certo numero di
mesi, ed essere sicura della mia preparazione».
«Ho capito, ma continuando così non rischi di
laurearti tra quattro anni, e di essere in ritardo rispetto al
mondo?»
«Sì, lo so. Ho una paura tremenda.»
«Ecco, se proprio hai dei valori così radicati, non è
meglio che li persegui nel tuo lavoro, mentre salvi delle
persone che stanno male, piuttosto che sprecarli in un
sistema imperfetto come quello dell’università? Non è
meglio che contribuisci a rendere il mondo un posto
migliore, piuttosto che arricchire l’università con le tasse
e gli anni fuoricorso?»
E lei: «Cavolo, non ci avevo pensato… Lo sai che hai
ragione?»
«Sì, lo so, ho sempre ragione.»
«Però sei anche un po’ arrogantello, eh?»
«Forse, ma se lo faccio è per il tuo bene.»
E lei: «Ok, voglio farlo anche io. Da dove inizio?»

Manca poco, e saprai tutto.


FALSO MITO 5
Ripetizioni, tecniche di memoria e lettura
veloce mi salveranno la vita
parla Giuseppe

“La causa principale dei problemi sono le soluzioni.”

Arthur Bloch, La legge di Murphy

Ci siamo quasi, altri due falsi miti e scoprirai finalmente


com’è strutturato il metodo OCME, il primo metodo di
studio universitario in Italia.
In questo capitolo vediamo perché le ripetizioni non
sono una soluzione definitiva ai problemi degli studenti
universitari, e perché non lo sono nemmeno le tecniche
di memoria e la lettura veloce.

Le ripetizioni
Spesso gli studenti, davanti alla difficoltà degli esami
universitari, come prima soluzione ricorrono alle
ripetizioni (pagando anche migliaia di euro).
Ma qual è la differenza tra “imparare un metodo” e
“prendere ripetizioni”? Partiamo dalla funzione delle
ripetizioni.
Le ripetizioni servono allo studente che:

non riesce a capire quello che studia;


sta studiando una materia che non gli piace per
niente e ha bisogno di compagnia per restare
incollato al libro;
ha difficoltà di apprendimento in generale.

Se ti ritrovi in uno di questi tre punti, allora sì, ti


consiglio le ripetizioni.
Metodo Universitario, invece, non nasce per spiegarti
meglio ciò che leggi sul il libro, ma per darti un metodo
che ti renda un super studente.
Infatti, sebbene i problemi di concentrazione, di
gestione del tempo, di ansia, di esposizione e i vuoti di
memoria siano considerati “normali” dagli studenti
universitari, sono solo i sintomi della mancanza di un
metodo di studio.
Il Metodo, infatti, ti permette di:

studiare concentrato;
ricordare quello che leggi;
esporre in modo da far percepire al professore che
hai studiato;
affrontare gli esami e l’università senza ansia;
gestire bene il tuo tempo, per farti arrivare all’esame
tranquillo e sicuro di te.

Se hai bisogno di qualcuno che ti spieghi la materia,


prendi ripetizioni. Se invece semplicemente ci metti
troppo a studiare, e vuoi laurearti velocemente, ti serve
un metodo.
Ho visto troppi studenti buttare tantissimi soldi in
ripetizioni, e comunque continuare a rimandare gli
esami.
Il punto è che le ripetizioni, al massimo, risolvono il
problema a breve termine.
Perché se anche capisci meglio la materia, senza un
metodo continui a:

studiare deconcentrato;
avere vuoti di memoria;
elaborare piani di studio che non rispetti;
non trasmettere al professore la tua reale
preparazione;
bloccarti per l’ansia;
studiare tre pagine al giorno.

Una volta mi è capitato di parlare con un amico di


Bologna, che non vedevo da un bel po’.
Davide è uno di quei ragazzi in gamba che però si
rovinano la vita per l’università. Io sapevo che
all’università non gli stava andando bene, e che stava
prendendo ripetizioni private per passare gli esami.
Durante la conversazione, gli chiedo: «Allora Davide,
come sta andando con gli esami?».
«Mah, ho appena dato il più tosto, e non l’ho
passato!»
«Ma come no?!?»
«Sì, mesi di ripetizioni, e adesso mi tocca pure
riprepararlo!»
«Ah…»
E aggiunge: «Ho pure speso un sacco di soldi e
comunque non l’ho passato. Alla fine mi hanno solo
rispiegato quello che già sapevo e ho fatto qualche
esercizio in più. Solo che era da un po’ che ero bloccato
su quell’esame, e pensavo che facendomi aiutare ce
l’avrei fatta. Mentre adesso mi sento ancora più
stupido».
Al che ho risposto: «Non penso tu sia stupido. Hai
provato a cambiare metodo?».
«No, di che si tratta?»
Tra poco te lo spiego.

Le ripetizioni sono “stampelle” che creano dipendenza.

Hai presente la stampella che usi quando ti ingessano


una gamba? Normalmente prende per un po’ il “posto”
della gamba che ti fa male, e ti aiuta ad andare avanti. A
un certo punto, inizi a fare fisioterapia, la gamba torna a
posto e tu abbandoni la stampella. E così puoi tornare a
correre felice nei prati.
Prendere ripetizioni è come non togliere mai la
stampella; è come continuare a farci sempre affidamento
anziché farti coraggio e andare avanti sulle tue gambe:
diventi dipendente, inizi a credere di non potercela fare
da solo, perché per ogni esame “devi prendere
ripetizioni”.
Avere un metodo, invece, ti rende indipendente e
libero, perché per dare un esame, ti basta sapere sempre
e solo:

Organizzare il materiale di studio, prevedendo le


domande che ti farà il professore;
Comprendere grazie agli schemi a cascata;
Memorizzare le informazioni per sempre con il
Palazzo della memoria;
Esporre al professore in modo efficace da
trasmettere la tua reale preparazione.

Noi non vogliamo studenti che dipendano da noi,


perché sappiamo bene che questo impedisce loro di
crescere veramente; noi vogliamo che tu impari tutto, e
poi stacchi il cordone, e che impari a usare bene i tuoi
quadricipiti anziché continuare a rinforzare le stampelle.
Per farti comprendere meglio questo concetto, ti
racconto la storia del bambino e del pescatore.

«MI DAREBBE UN PESCE?»


Un bimbo povero va da un pescatore, e gli dice:«Scusi
signor pescatore, mi darebbe un pesce da mangiare per
oggi?».
Il pescatore, intenerito dal bambino, prende un pesce
dalla sua grande rete e lo porge al bambino.
Il giorno dopo, il bambino torna e dice al pescatore:
«Scusi signore, mi darebbe un pesce per oggi? Non ho di
che sfamarmi».
Il pescatore prende il pesce dalla sua grande rete, e lo
dà al bambino.
Il terzo giorno, il bambino va dal pescatore: «Signor
pescatore, posso avere un pesce per oggi?».
Il pescatore lo guarda senza parlare.
Passa qualche secondo, e il bambino dice: «Signore
per favore, ho molta fame, e non so cosa mangiare
oggi».
Il pescatore senza battere ciglio risponde: «Oggi non
ti darò nessun pesce».
E il bambino, con le lacrime agli occhi: «Ma signore,
cosa mangerò?».
Il pescatore replica: «Oggi forse non mangerai, ma ti
insegnerò a saziarti per sempre».
«Come posso saziarmi per sempre? Sono povero, non
ho neanche un po’ di pane da mangiare!» replica il
bambino.
E il pescatore, con il sorriso sulle labbra: «Succederà,
invece, perché io oggi ti darò una canna da pesca e delle
esche, e ti insegnerò a pescare».
Il bambino, con gli occhi lucidi, abbraccia il
pescatore e corre dritto verso il peschereccio.
Hai colto la metafora?
Avere un metodo è come avere una canna da pesca
per procurarti il pesce da solo. Non dipendi da nessuno,
perché basta tirare fuori la canna e i pesci sono tuoi.
Cioè non i pesci… gli esami.
Insomma, con il Metodo gli esami sono tuoi e non devi
chiedere niente a nessuno.

Le tecniche di memoria, le mappe mentali


e la lettura veloce servono ai venditori
Ora, dopo aver chiarito che le ripetizioni non risolvono il
problema a lungo termine, passiamo al secondo
fraintendimento: “le tecniche di memoria e la lettura
veloce mi salveranno la vita”.
Ogni giorno, durante i loro esami, centinaia di
studenti restano delusi dall’applicazione delle tecniche
di memoria e dalla lettura veloce, quindi devono sapere
la verità, altrimenti continueranno a sperperare il loro
denaro senza cognizione di causa.
Tanti studenti ci chiedono cosa pensiamo di questi
corsi, e dei libri che trovi in libreria sulla “memoria
magica”, quindi spendiamo qualche riga per fare
chiarezza.

Senza un metodo le tecniche di memoria, le mappe


mentali e la lettura veloce sono strumenti
completamente inutili per uno studente alle prese con
gli esami universitari.
Vediamo perché…

MOTIVO 1: LA LETTURA VELOCE NON TI FA


COMPRENDERE MEGLIO
Ti hanno mai parlato di “tecniche di lettura
supersonica”, che ti permetterebbero di leggere un libro
al giorno, o mille pagine in un’ora?
Queste tecniche si svilupperebbero con l’allenamento
dei muscoli oculari che, nel tempo, diventerebbero
sempre più rapidi e veloci a decodificare i tratti della
scrittura.
Stando a quello che si dice, dopo aver fatto un po’ di
esercizi ed esserti allenato, dovresti essere in grado di
leggere più velocemente e contemporaneamente
comprendere quello che leggi.
Lo so a cosa stai pensando:

“Oddio, ma è un sogno questa lettura veloce, me la


insegni???”

Le cose non stanno esattamente così. In realtà, le


tecniche di lettura veloce non sempre sono utili: leggere
rapidamente non aumenta il livello di comprensione, che
oltre le 400 parole al minuto – la velocità di lettura
considerata normale – crolla sotto il 50%.
In pratica, con le tecniche di lettura veloce puoi
andare più spedito a leggere un libro, ma poi a un certo
punto non capisci più quello che leggi. E per uno
studente universitario, che deve imparare concetti
complessi come “il ciclo dell’urea”, o “la cessione del
credito”, non è proprio il massimo della vita.
Eppure molti studenti continuano a utilizzarle, solo
perché “lo dicono i corsi di memoria” o i libri di self-
help venduti in libreria, ignorando che la lettura veloce
non è nata per aiutare gli studenti a passare gli esami.

MOTIVO 2: LE MAPPE MENTALI NON SONO STATE


PENSATE PER GLI STUDI UNIVERSITARI
Le mappe mentali sono state inventate negli anni ’70
dallo psicologo Tony Buzan. Sostanzialmente sono dei
“ragni” colorati su cui metti delle singole parole chiave,
che dovrebbero aiutarti a ricordare tutto il testo.
Tipo questa:
Usando solo parole chiave e colori dovresti ricordarti
tutto il discorso.
In teoria tutto perfetto, l’unico problema è che:

perdi troppo tempo a colorare le mappe, per un


risultato mnemonico mediocre;
le parole chiave non si possono prendere
direttamente dal testo universitario, che è troppo
complesso.

D’altra parte, Tony Buzan non ha creato le mappe per


gli studenti universitari, ma per altre situazioni.
Per esempio, le mappe sono molto utili per il
brainstorming di gruppo, oppure per organizzare attività
articolate, o ancora per la preparazione di cartelloni e
tesine per la scuola.

Per uno studente universitario, le mappe mentali sono


inutili.

Gli esami sono un’attività complessa, in cui è


necessario memorizzare centinaia di informazioni e
nomi difficili.
Sì, è vero, con i colori e le immagini ricordi meglio,
ma quanto tempo ci metti? Il gioco non vale la candela.
Se usi le mappe mentali, è impossibile preparare un
esame in sette giorni. A meno che non sia un esame sulle
favole.

MOTIVO 3: LE TECNICHE DI MEMORIA NON


FUNZIONANO PER GLI STUDENTI UNIVERSITARI
Le tecniche di memoria sono strategie di apprendimento
rapido che ti permettono di fare cose miracolose come:

memorizzare un mazzo di carte in pochi minuti;


memorizzare numeri lunghissimi e assurdi;
ricordare i nomi di 100 persone sconosciute,
abbinandole ai volti;
memorizzare 10 liste della spesa.

E ci sono dei veri e propri corsi di memoria che ti


insegnano a usare queste tecniche.
In particolare i corsi di memoria sono nati in America
negli anni ’80, solo che non sono stati pensati per gli
studenti universitari, ma per qualcosa di cui forse non
hai mai sentito parlare.
Per fare bene il loro lavoro, i venditori devono
riuscire a parlare dei loro prodotti così come
parlerebbero del loro telefilm preferito. E quale migliore
modo di farlo, se non grazie alle prodigiose imprese che
puoi compiere con le tecniche di memoria?
Così, in quel periodo, sono nate in America le prime
aziende che fornivano “corsi di memoria, lettura veloce
e mappe mentali”, grazie ai quali un venditore poteva
memorizzare il materiale informativo da “vendere” ai
suoi clienti.
In Italia, poi, sono arrivati sotto forma di “volantini
fuori dall’università”.

“Ma quindi le tecniche di memoria non servono?”

Certo: servono a farti memorizzare subito qualsiasi


cosa. Pensa che Johannes Mallow, pluricampione
mondiale di memoria, è riuscito a memorizzare, grazie
all’uso di queste tecniche:

400 carte da gioco, in 10 minuti;


501 numeri, in 5 minuti;
1080 numeri binari, in 5 minuti.

Il problema è che gli studenti universitari devono


memorizzare libri con molte pagine, scritti in un
linguaggio tecnico e molto specifico.
Sostenere gli esami universitari, quindi, significa
giocare a uno sport completamente diverso. Non devi
solo memorizzare una lista di dati. Per prendere 30 devi
riuscire a fare tutta una serie di discorsi molto articolati.
I corsi di memoria, però, non sono nati per questo. Le
tecniche di memoria funzionano benissimo per
memorizzare liste della spesa e mazzi di carte, ma
all’esame ti devi ricordare mille o più pagine di
informazioni astratte e termini tecnici difficili. In questo
caso non bastano. O meglio, non bastano da sole.
Le mnemotecniche funzionano per gli esami (e
vedremo come usarle) solo se inserite all’interno di un
metodo di studio pensato per gli esami universitari.
E non lo dico tanto per dire: Andrea stesso, per
esempio, ha frequentato un corso di memoria e ne è
uscito molto scottato.

Anche Andrea ha frequentato un corso di


memoria, ma…
Andrea si era così tanto appassionato alla materia che ha
finito per diventare un collaboratore di una di queste
aziende che tengono i corsi d’apprendimento rapido.
Dopo un po’ di tempo però, si è accorto che
pochissimi studenti di questi corsi ottenevano qualche
risultato rilevante.
Dopo vari tentativi di applicazione delle tecniche
proposte dall’azienda, ha capito che quella era la strada
sbagliata: gli esami erano difficili, le cose da ricordare
troppe, e le tecniche di memoria non funzionavano se
non erano inserite in un metodo di studio universitario.
Scottato da questa esperienza, Andrea ha deciso di
lasciare quell’ambiente, e costruire un vero metodo di
studio adatto a studenti universitari che devono dare
esami complessi.
E aveva avuto una giusta intuizione dato che, col
tempo, anche quei corsi di memoria sono poi diventati
“corsi sul metodo di studio”.
L’unico problema è che in quei corsi si continuano a
insegnare tecniche che non sono adatte agli studenti
universitari.
Bene, anche in questo capitolo abbiamo capito un po’
di cose. Ora passiamo all’ultimo falso mito, che
tormenta gli studenti universitari!
FALSO MITO 6
In questi anni pensa solo a studiare
parla Andrea

“Quand’è che il futuro è passato da essere una promessa a


essere una minaccia?”

Chuck Palahniuk

Ti avverto, sta per arrivare un capitolo un po’ tosto.


Tra le centinaia di persone che vengono ai miei corsi
dal vivo c’è sempre qualcuno che dice che ci vado giù
un po’ pesante, ma di solito sono gli stessi che poi mi
mandano i messaggi più belli quando tornano a casa
trasformati, con la sensazione di essere un’altra persona.
Voglio riservare a te la stessa onestà che prometto ai
miei studenti avanzati, che ha come obiettivo di
stracciare il velo che ci hanno posato sugli occhi, che ci
impedisce di vedere la realtà per quella che è.
Tutto ciò che leggerai d’ora in avanti non è pensato
per fare polemica, ma solo per aprirti gli occhi sul
mondo del lavoro e dell’università. Tutto quello che ti
dirò, che ti piaccia o no, è per te, per la tua crescita e per
la tua formazione. Quindi fanne tesoro, perché sono le
parole che avrei voluto sentirmi dire io a vent’anni,
quando ero in preda all’incertezza delle scelte,
all’indecisione, alla paura del futuro e alla voglia di
fare… magari la stessa situazione in cui ti trovi tu
adesso.
Forse dirò cose che qualcuno troverà scomode, ma
meglio che sia io a dirti tutta la verità adesso, piuttosto
che lasciarti nelle mani di chi ti dirà tante mezze bugie.
Quindi partiamo.

All’università devi darti una mossa


Quando noi parliamo di studiare più velocemente,
magari alcuni studenti si preoccupano perché pensano:
“No ma io devo studiare con calma, perché poi se io
studio bene e penso solo a studiare come ha detto
Mamma, trovo sicuramente lavoro”; oppure: “No no, io
preferisco prendermi la laurea con calma e studiare
solamente, non voglio pensare ad altro, quindi non mi
serve studiare più velocemente” eccetera, eccetera.
Ecco, non vorrei essere io l’antipatico di turno a
dovertelo dire, ma mi tocca. Questa è pura utopia, la
realtà dei fatti è molto diversa.
Mi spiego meglio: nessuno ti darà un lavoro se hai
passato cinque anni solo a studiare. Nessuno, neanche
tua mamma che ti vuole vedere con la corona d’alloro e
il 110 e lode stampato sulla pergamena.
E non solo il lavoro non è più garantito come una
volta, ma anche se lo fosse, il problema è che
l’università non ti prepara a svolgere un mestiere, perché
ti insegna solo la teoria.
Gli esami sono teorici, le lezioni sono teoriche, e ci
vogliono anni prima che inizi a toccare con mano la tua
futura professione. Tutti sanno, infatti, che impari
veramente la professione non quando studi, ma quando
inizi a lavorare e fare pratica sul campo.
La teoria non ti basterà. Semplicemente, laurearti non
sarà sufficiente.
Per avere successo nella vita devi:

laurearti da giovane e con un voto alto;


avere tempo per sviluppare altre competenze
fondamentali per il mondo del lavoro (per esempio
le lingue).

Mentre quarant’anni fa il famoso “pezzo di carta” era


indispensabile per trovare un lavoro di prestigio, adesso
quasi non è più necessario (fatta eccezione per quei
lavori per cui o hai la laurea, o non puoi svolgere il
mestiere, ovviamente).
E non sono io a dirlo, ma sono i fatti a parlare chiaro.
Sapevi che l'Italia ogni anno sforna laureati
disoccupati?

In Italia quattro laureati su dieci sono


disoccupati
Secondo una statistica del «Corriere della Sera», in Italia
quattro laureati su dieci sono senza lavoro.
Nel 2017, l’Osservatorio statistico dei consulenti del
lavoro ha rilevato che degli oltre 1,7 milioni di trentenni
laureati (prenditi due secondi per pensare a quanti sono
1,7 milioni di persone):

il 19,5% (331.500) è privo di occupazione;


il 19% (323.000), opera al di fuori della laurea
conseguita, in una posizione che non richiede questo
titolo di studio.

E non è finita qui, vogliamo parlare della fuga


all’estero dei neolaureati italiani?
Si chiama “fuga di cervelli”, ed è un fenomeno
disastroso per i nostri poveri studenti italiani. Su «Il
Messaggero» è stato pubblicato un articolo sulla “fuga
dei cervelli” che dice:

Pochi laureati e per loro poche opportunità di lavoro.


L'Italia fatica infatti a raggiungere i livelli di istruzione
internazionali e non offre carriere adeguate, tanto che è
boom di fuga all’estero.
Purtroppo l'Italia è in netto calo anche per quanto riguarda
il tasso di occupazione: nel 2007 trovava un lavoro il 71%
dei laureati, con un tasso comunque inferiore rispetto alla
media Ocse e superiore solo all'Indonesia.
Ma dopo dieci anni la situazione è ulteriormente
peggiorata: trova lavoro solo il 65% di dottori, va peggio
solo per i laureati dell'Arabia Saudita.
Ottimo, davvero rassicurante.

“Vabbè dai, mica possono essere tutti disoccupati!!!


Ci sarà qualche posto di lavoro per me.”
Sì è vero, ci sono dei posti liberi, ma sarà molto più
complicato occuparli, e tenerseli per sempre.

I ROBOT CAMBIERANNO IL LAVORO


Tanto per aggiornarti sulla situazione lavorativa attuale,
conosci gli ultimi sviluppi dell’intelligenza artificiale?
Riesci a immaginare un software che risolve i casi
giuridici, come un avvocato che ha fatto pratica di anni
nella professione? No? Pensi che l’avvocato possa farlo
solo il laureato in giurisprudenza? Ebbene, non è così.
Anche i robot possono fare gli avvocati. Se non mi credi
e ti sembra impossibile tutto quello che sto dicendo,
sappi che sta già succedendo: Watson è un sistema di
intelligenza artificiale sviluppato da IBM e progettato
per offrire risposte a domande aperte, che potrà essere
impiegato nel campo legale e medico come strumento di
supporto, modificando radicalmente l’esercizio di
professioni una volta ritenute esclusive, e che non
potevano essere esercitate senza la relativa laurea.
Ma non è finita qui. In Cina, per esempio, si stanno
sviluppando veri e propri robot-medici in grado di
raccogliere le diagnosi e le prescrizioni dei medici che
lavorano nelle strutture pubbliche e private e, in base
alle esperienze passate, proporre loro stessi diagnosi e
terapie.
Ti sembra preoccupante?
È normale che tutto questo a primo impatto ti possa
impressionare, ma la verità è che il mondo va avanti ed
evolve, e questo è un bene.

Infatti, quello su cui vorrei richiamare la tua attenzione


è il concetto che oggi la laurea non è più un elemento
distintivo.

Quarant’anni fa, quando mio padre stava iniziando


l’università, essere laureati era sicuramente un fattore
critico di successo: se avevi la laurea e non avevi un
lavoro, o era un caso oppure una tua scelta.
Difficilmente eri “laureato ma senza un’occupazione”,
come si legge adesso su dozzine e dozzine di giornali.
All’offerta corrispondeva domanda, e alla domanda
corrispondeva offerta.
Oggi la ruota gira diversamente, e per trovare un
lavoro che ti piace veramente, devi:

acquisire delle competenze che una macchina


qualsiasi non potrà mai sostituire;
costruirtelo da solo, come abbiamo fatto noi due con
Metodo Universitario, partendo dalla nostra
cameretta e arrivando, in meno di due anni, a milioni
di studenti in tutta Italia.
Ti dico già che puoi seguire la prima strada anche
mentre stai ancora studiando, mentre la seconda richiede
un po’ più di impegno ed energie, ma anche lì, se hai un
grande sogno troverai il modo per realizzarlo.
Quando siamo partiti noi, per esempio, non avevamo
né soldi né competenze. Abbiamo dovuto imparare tutto
strada facendo, mentre studiavamo e
contemporaneamente facevamo qualche lavoretto per
mantenerci, senza dover chiedere sempre soldi ai nostri
genitori.
Ovviamente non c’è niente di male a farsi finanziare
dalla propria famiglia, l’abbiamo fatto anche noi.
Comunque, tra poco ti spiegherò quali sono le tre
competenze che ti distingueranno da tutti gli altri (robot
compresi), con cui attrarre il lavoro dei tuoi sogni.
Sono competenze extra-universitarie, che dovrai
imparare al di fuori di tutto il resto, perché se pensi che
con la laurea troverai un lavoro per direttissima, mi
dispiace dirtelo ma sei parecchio fuori strada.
Ecco perché o passi nella fila degli innovatori, o resti
nei tradizionalisti a vita, e per te non esisterà mai il
cosiddetto “lavoro dei sogni”.

Tradizionalisti vs innovatori
Le persone si possono dividere in due grandi categorie
in base alla loro attitudine: i tradizionalisti e gli
innovatori.
I tradizionalisti agiscono in base:

ai modi di pensare tradizionali (o della società in


generale);
agli usi e ai costumi socialmente accettati;
ai metodi convenzionali, che seguono sempre una
certa strada già tracciata.

Difficilmente un tradizionalista intraprende una


strada nuova perché, avendo paura dell’ignoto,
preferisce giocare sul sicuro.
Hai presente mamma anatra che guida tutti i
figlioletti anatroccoli verso lo stagno? Ecco, usando
questa similitudine si potrebbe dire che ai tradizionalisti
piace mettersi in fila e aspettare il proprio turno:
piuttosto che andare alla ricerca dello stagno da soli, i
tradizionalisti aspettano il loro momento in silenzio,
sculettando dietro le mamme anatre.
Gli innovatori sono un’altra storia: sono un po’ le
anatre disgraziate del gruppo (nel senso buono del
termine), quelle che si buttano a destra o a sinistra della
fila, e cercano di vedere cosa c’è più avanti.
Ci sarà un coccodrillo che vuole sbranarsele? Ci sarà
uno stagno in cui tuffarsi per vivere la propria vita felici
e bagnate? Qualunque cosa ci sia, gli innovatori
vogliono saperlo prima di tutti, perché il loro obiettivo è
quello di arrivare preparati al futuro e con gli strumenti
giusti.
Un innovatore ha la mente aperta, e si mette
facilmente in discussione, perché sa che non sempre
seguire la strada già battuta fa ottenere grandi risultati.
Questo non vuol dire che gli innovatori siano sempre
contro le regole, anzi, spesso sono i primi a seguirle,
perché sono consapevoli che una guida può aiutali a
raggiungere velocemente i loro obiettivi.

Un innovatore sa bene che:

“Se vuoi ottenere risultati fuori dal comune, devi fare


cose che le persone comuni non fanno”.

Per tornare al discorso università, un tradizionalista è


uno che pensa che per lui ci sia un lavoro, che è tutto già
scritto, così come lo era per i suoi genitori qualche
decennio fa, e per questo se la prende comoda e si culla
nel fatto che “deve dare tanti esami e non può pensare ad
altro”.
Un innovatore invece, è uno studente che ha capito
che per ottenere risultati straordinari all’università deve
avere un metodo di studio che gli permette di studiare
meglio e di raggiungere in meno tempo la corona
d’alloro.
Ciò non significa che ignorerà la qualità di ciò che
studia; anzi, un innovatore vuole imparare informazioni
che gli saranno utili per il mondo del lavoro, e usa
l’università come una palestra per migliorare e alzare
pesi sempre più grossi, per allenarsi e “farsi i muscoli”.
E se oggi vuoi avere successo, sappi che il mondo
gira a una velocità incredibile. Tutto ciò che devi fare
per stare al passo è prendere coraggio e saltare nella fila
degli innovatori.

Devi fare un salto adesso


Sono anni che studi materie teoriche, che ti riempiono la
testa di:

numeri noiosi;
formule complesse;
grafici incomprensibili;
informazioni astratte e difficili da capire.

È da tempo ormai che la tua creatività è sotto zero,


che ti senti spento e che le giornate non hanno più lo
stesso valore di qualche anno fa. Ormai sei entrato nel
limbo del “prenditi la laurea e troverai un posto di lavoro
sicuro”. Sei bloccato nella tua zona di comfort, in cui
esistono solo gli esami e non ci sono preoccupazioni per
il futuro.
E proprio da questa posizione che vorrei che ti
scomodassi, e che iniziassi a vedere la realtà per quella
che è veramente.
La verità è che nessuno ti garantisce niente: o sei tu a
capire come funziona il mercato e quali abilità devi
imparare per posizionarti nel mondo del lavoro, o finisci
sbranato vivo da chi è iper-competitivo e ha capito cosa
fare per avere successo.
Non ti sto parlando solo di grandi imprenditori
multimilionari, ma anche di bambini di otto anni come
Ryan, che nel 2016 ha fatturato 11 milioni di dollari
recensendo giocattoli sul suo canale YouTube RyanToys
Review (cercalo tu stesso, se non mi credi).
La bella notizia è che sei ancora in tempo, perché se
hai tra le mani questo libro, molto probabilmente stai
ancora facendo l’università, e quindi puoi acquisire
adesso quelle abilità che ti permetteranno di fare la
differenza e costruirti davvero la vita dei tuoi sogni.

Avere un pezzo di carta non basta più per trovare


lavoro.

“Eh ma che dici, la figlia della cugina di mia sorella


ha trovato lavoro con la laurea in infermieristica.”

Sì, lo so, è vero che puoi ancora trovare un lavoro con


la tua laurea, ma non è questo il punto. Senza nulla
togliere alla laurea in infermieristica, vuoi davvero
sbatterti dalla mattina alla sera a inviare curriculum,
mentre aspetti il tuo “posto di lavoro sicuro”?
Davvero vuoi sacrificare tutti gli anni subito dopo la
laurea, quelli in cui sei più sveglio ed energico e credi di
poter davvero avere un grande impatto sul mondo, a
furia di inaridirti nel “cercare un lavoro fisso”?
Che standard vuoi avere nella tua vita?

È stata dura anche per me da digerire, ma quando ho


capito che il sistema non remava con me, mi sono messo
in discussione e ho iniziato a imparare quello che mi
serviva per essere indipendente, economicamente ed
emotivamente. Da questa decisione è nato Metodo
Universitario, che oggi è un’azienda a tutti gli effetti,
che in soli due anni ha fatturato il suo primo milione di
euro.
Se avessi ascoltato alcuni dei miei professori e avessi
continuato a seguire gli altri, senza mai guardare più in
là del mio naso, probabilmente oggi non sarei qui, a
scrivere questo libro.

Ma non ho capito Andre’, con questo vuoi dirmi


che non devo laurearmi?

No, non ti sto dicendo questo, anzi. Anche perché se


non vuoi laurearti, per fare la differenza dovrai fare
almeno il triplo degli altri.
L’università e la laurea servono per almeno due
motivi:

1. ci sono dei lavori per cui la laurea è obbligatoria, e


senza di essa non è possibile svolgere una
determinata professione (medico, avvocato,
architetto eccetera);
2. l’università può diventare la tua palestra, anziché
essere il tuo incubo.

L’università è la tua palestra, non il tuo incubo.

Cosa vuol dire usare l’università come una palestra?


Vuol dire iniziare a vedere l’università come
un’opportunità per crescere e migliorare come persona,
anziché un mostro brutto e cattivo da cui scappare.
La maggior parte degli studenti considera l’università
un “brutto periodo della vita”, fatto di esami, lezioni
noiose, anni di reclusione in casa, perdita di capelli,
aumento di peso e chi più ne ha più ne metta.
Se impari un metodo di studio però, l’università può
diventare la palestra in cui sperimentare e crescere.
Uno studente qualsiasi considera gli anni universitari
difficili e bui, ma questo libro non è per gli studenti
qualsiasi: questo libro è per persone straordinarie, dei
veri guerrieri della luce”.
Un guerriero della luce pensa anche in modo
straordinario, e ha il coraggio di trasformare la realtà in
ciò che gli serve per crescere e migliorare. Quindi un
vero guerriero è in grado di trasformare l’università in
una palestra.
Ed è quello che dovrai fare anche tu, se vuoi resistere
un altro giorno all’università.
“Ma in che modo posso usare l’università come una
palestra?”

Per usare l’università come una palestra devi cercare


di sfruttare al massimo questi anni di studio come
un’opportunità per conoscere nuove persone, esplodere
come persona, crescere, crescere e crescere.
L’università può essere la tua palestra, o il tuo
peggior incubo. Dipende dal significato che le dai. Lo so
che adesso stai soffrendo e stai male per gli esami, so
che rimpiangi il giorno in cui hai deciso di iscriverti e
vorresti solo svegliarti la mattina e vederti con la corona
in testa.
Il punto è che è completamente inutile stare male per
l’università.
Anche perché se stai male per qualcosa, puoi sempre
prendere una di queste due decisioni:

1. lasciare tutto e cambiare strada;


2. cambiare il significato a ciò che ti succede.

La prima opzione si commenta da sola. Un po’


diverso è il discorso su cambiare significato a ciò che ci
succede. Come si fa a cambiare il significato di eventi
difficili, o di situazioni in cui preferiremmo non
ritrovarci? Se non puoi cambiare il professore che boccia
tutti, puoi sicuramente cambiare il significato che dai
alla bocciatura.
Pensaci: vedi la bocciatura come un fallimento o
come uno sprone che ti spinge a fare meglio la prossima
volta, e a imparare cose nuove?
Sta tutto qui, è così che si cambia il significato.
Così si cambia significato a lutti, traumi, guerre o
altri eventi disastrosi. Altrimenti non si potrebbe uscire
dal dolore, vi si resterebbe intrappolati per sempre. E
anche io ho fatto esattamente questo.

Quando ho imparato un metodo, e avevo tutti gli


strumenti per dare esami difficili in sette giorni, ho
iniziato a sperimentare. Non avevo più paura di essere
bocciato, perché non temevo più di perdere sei giorni di
studio. Quando ti dai pochi giorni per studiare, è
talmente poco il tempo che neanche ti rendi conto del
passare del tempo.
Ed è stato grazie a questa sensazione di libertà che ho
potuto cambiare il significato a ciò che mi succedeva.
Dopo tanto lavoro su di me, ho iniziato a vedere la
bocciatura o i voti bassi come una cosa normale, che
faceva parte del disegno, anziché come la fine del
mondo.
Ciò mi ha permesso di essere meno sensibile
all’esame e di fare sempre meglio, di prepararli sempre
più velocemente e arrivare a prendere un 30 dietro
l’altro. Solo che all’inizio non è stato così facile, perché
frequentavo una facoltà che non mi piaceva più
(Giurisprudenza), e gli esami andavano anche
abbastanza male.
Inizialmente non volevo lasciare l’università, perché
sapevo che mi avrebbe aiutato a raggiungere i miei
obiettivi (anche se poi ho capito che lo puoi fare in
moltissimi altri modi diversi, ma vabbè, questo è un
altro discorso). Avevo capito che non potevo cambiare
quello che mi succedeva, ma potevo cambiare
significato a quegli eventi che mi facevano stare più
male, come i giorni passati in ansia prima dell’esame,
oppure una bocciatura o un voto basso.

Cambiare facoltà non risolve il problema.

Alla fine del mio secondo anno ho iniziato a pensare


di lasciare Giurisprudenza per frequentare una facoltà
che mi piacesse di più. Mi ero iscritto a Giurisprudenza
perché si sapeva che “apre tante porte”, solo che non era
facile come al liceo, in cui ci mettevo la mia parlantina e
il gioco era fatto.
Ho passato mesi interi a studiare quasi dieci ore al
giorno, tanto che il mio sedere aveva preso la forma
della sedia. Il brutto era che oltre a rinunciare a tutto (ai
miei amici, alla mia ragazza e alle mie passioni), non
prendevo neanche voti alti. Erano buoni, ma mai
eccellenti.
Ho continuato a sacrificarmi per due anni e mezzo,
fino a quando non ho preso una decisione: non avrei più
accettato di stare male per un esame al punto da farmi
venire i capelli bianchi per prendere un misero 20, e poi
sentirmi anche dire: “Lei è bravo ma non si impegna
abbastanza”.
Non sarei più sceso tanto in basso, e non avrei
continuato a frequentare una facoltà che non mi piaceva
solo perché “apre tante porte”. Io volevo di più. Io
volevo essere felice e studiare per realizzare i miei
sogni, non per stare peggio di prima.
E così ho deciso di abbandonare Giurisprudenza, e
sono partito per un viaggio in Norvegia per mettermi in
discussione, per capire chi ero veramente e che cosa
volevo fare nella vita.
Tornato in Italia, ovviamente non volevo sentir
parlare né di esami né di università, ma si sa: se vai a
vivere a Bologna, la città universitaria per eccellenza,
prima o poi ti torna la voglia di studiare.
Anche perché a me imparare è sempre piaciuto.
Insomma: mi sono reiscritto all’università, stavolta
per studiare una cosa che amavo, e ho iniziato a farlo
con piacere. Solo che quell’ansia e quella paura
dell’esame non se ne andavano: c’erano ancora, anche
quando la cosa sembrava ormai superata.
È stato lì che ho capito che il problema non stava
tanto nella città in cui vivevo o nella facoltà a cui ero
iscritto, ma nel significato che davo all’esame.

Il problema erano la psicologia e la strategia di studio,


il mio “non metodo” e l’approccio all’esame.
Avevo capito che il problema non era fuori, ma
dentro, e che anche cambiando facoltà non sarei stato
veramente felice, se non a patto di vivermi l’università
come una palestra e non come un incubo.
E in palestra che fai, ci stai tutto il giorno provando
ad alzare pesi a raffica? No, ci vai per due o tre ore e
concentri tutte le tue energie per ottenere il massimo
risultato possibile nel minor tempo possibile.
Per gli esami devi fare la stessa cosa: devi imparare
un metodo con cui poter studiare tre o quattro ore al
giorno, per poi avere tutto il tempo del mondo:

per formarti;
per uscire con i tuoi amici e la tua ragazza;
per sviluppare le competenze che ti servono oggi,
per spiccare nel mondo del lavoro.

“E quali sono queste competenze misteriose?”

Per esemplificare il concetto potremmo citare le


cinque seguenti:

gestione delle emozioni anche nei momenti più


critici e difficili, come per esempio quelli prima di
un esame. Gestire le emozioni serve sempre, per
qualsiasi professione, perché se non sei in grado di
farlo allora puoi andare in panico anche per una
piccola difficoltà;
comunicazione: se sai comunicare il mondo è ai tuoi
piedi. Segnati questa frase: “Non è importante quello
che dici, ma come lo dici”. Spesso, per esempio
all’esame, si fa l’errore di considerare solo cosa
stiamo dicendo e non come lo stiamo dicendo. In
realtà è grazie al “come” che Donald Trump è
diventato presidente degli Stati Uniti d’America;
empatia: la capacità di sintonizzarsi sullo stato
d’animo degli altri, e quindi far sentire le persone
capite, importanti e accolte. Un robot potrà avere
tutte le capacità del mondo, ma difficilmente sarà in
grado di provare empatia come un essere umano;
ascolto senza giudizio. Ascoltiamo poco e parliamo
troppo. L’ascolto è una qualità incredibile, che
abbiamo perso negli anni e che distingue nettamente
un umano da qualsiasi macchina;
conoscenza delle lingue: sai quant’è importante al
giorno d’oggi conoscere le lingue? Saper parlare tre
lingue è il minimo per un neo-laureato, eppure tante
persone non si mettono mai seriamente a studiare
una lingua perché “è difficile” e “non hanno
abbastanza tempo”.

E queste sono solo alcune delle competenze


necessarie oggi per diversificarsi nella concorrenza per il
lavoro.
Con questi esempi volevo farti capire che sì, se devi
prenderti la laurea prenditela, per carità, ma almeno fallo
nel minor tempo possibile.
Così ti resterà tempo per acquisire le abilità che ti
servono per aprirti la strada verso il mondo del lavoro.
Devi avere un metodo per prendere la laurea in fretta,
sviluppare competenze, crescere come persona, fare
esperienze, e perché no, goderti i tuoi vent’anni.

Quando io ho applicato il metodo ai miei esami, non


solo ho iniziato a studiare più velocemente, ma ho
finalmente potuto cominciare a formarmi, perché avevo
molto più tempo libero, e questo mi ha permesso di
arricchirmi come persona.
E ora voglio farlo con te, perché è finalmente arrivato
il tuo turno.
Sei pronto? Allaccia le cinture, perché sarà un
viaggio mozzafiato.
Il metodo OCME
ORGANIZZAZIONE
Come prepararsi per dare quattro esami al
mese
parla Giuseppe

“I guerrieri vittoriosi, prima vincono e poi vanno in


guerra.
I guerrieri sconfitti, prima vanno in guerra, e poi cercano
di vincere.”

Sun Tzu, L’arte della guerra

Benvenuto in questa prima fighissima stanza del Metodo


Universitario: l’organizzazione. Qui prepareremo la
potentissima strategia che ti permetterà di dare quattro
esami al mese e di bruciare tutti sul tempo affermandoti
come fenomeno indiscusso del tuo corso. I fan
accorreranno sotto la tua finestra per chiederti come hai
fatto.
Ma prima di tutto, com’è fatto il Metodo
Universitario? È composto da quattro importantissime
fasi: 1

1. Organizzazione;
2. Comprensione;
3. Memorizzazione;
4. Esposizione.

Questo non è l’unico metodo esistente, ma è quello


che ha permesso a noi e ad altre migliaia di studenti di
preparare i nostri esami in pochi giorni con voti alti.
Ok, è vero, altri sperano in “un metodo di studio
cucito su misura”, con la falsa convinzione che ognuno
debba studiare in modo diverso.
Ma questo non è un metodo di studio soggettivo
cucito su misura per te, perché non c’è bisogno di cose
del genere. Il metodo per dare gli esami in sette giorni è
uguale per tutti e per tutte le facoltà.
L’unica cosa di cui c’è bisogno è un metodo di studio
cucito su misura per l’università italiana, cioè per gli
esami tosti che devi sostenere.
Immagino che probabilmente ora la tua vita sia molto
difficile. È fatta di appelli, lezioni, ricevimenti,
sbobinature, sogni infranti, amori fugaci, libri
incomprensibili, rinunce, professori che si mettono di
traverso e che ti rendono la vita impossibile. Ma per
queste poche pagine a seguire ti prego di fidarti di noi.
Noi non abbiamo tra le mani la verità assoluta,
nessuno può averla. Abbiamo solo una ricetta pensata
per dare gli esami in sette giorni.
E questo capitolo è dedicato alla prima fase, ossia
l’organizzazione.

Ti piace preparare le valigie?


Partiamo dal dire che a nessuno piace organizzarsi. Per
esempio, quando dobbiamo viaggiare la parte più noiosa
è proprio organizzarsi, cioè fare le valigie e prenotare i
voli.
Ma come vai a fare un viaggio se prima non decidi
come andarci e cosa portare? Anche perché, se non lo
organizzi bene, un viaggio può trasformarsi in un
disastro.
Mi ricordo di un viaggio a Granada
disorganizzatissimo, durante il quale ho camminato per
ore come un pollo sotto il sole, con 40 °C all’ombra,
facendomi anche truffare da un terribile ristorante
turistico.
Qualche anno dopo sono tornato a Granada con la
mia ragazza spagnola di allora, ed è stato fantastico,
perché conosceva tutti i posti più belli e mi ha fatto
vivere un’esperienza straordinaria. Perché la seconda
volta è stato completamente diverso? Perché lei aveva la
strategia giusta!
E mi è successo lo stesso con gli esami. All’inizio la
mia unica strategia era quella di contare le pagine che
dovevo studiare e dividerle per i giorni che mi
mancavano all’esame.
La mia gestione del tempo era ridicola. Mi limitavo a
studiare di più se c’erano più crediti, e a studiare di
meno se si diceva che il professore era molto buono.
Che è quello che più o meno fanno tutti gli studenti. E se
lo fanno tutti, allora è il male.
Infatti la prima regola di Metodo Universitario è: “Se
lo stanno facendo tutti, allora preoccupati.”
Di fatto, correggimi se sbaglio, se vuoi preparare gli
esami in sette giorni, di sicuro non ti conviene imitare la
strategia di chi li prepara in mesi e va pure in crisi.

Se voglio un fisico palestrato chi mi conviene imitare?


Chi ha un bel fisico o chi non ce l’ha?

Allo stesso modo, se vuoi preparare gli esami in sette


giorni, devi acquisire la abitudini di chi dà quattro esami
al mese. E prima di tutto devi decidere di farlo. Ricordati
che:

Se vuoi fare qualcosa di straordinario, devi prima di


tutto decidere di farlo.

Questa frase è stata l’innesco per la mia rivoluzione


universitaria. La mia impresa dei quattordici esami al
mio quinto anno è partita quando ho preso una
decisione: chiedermi di più.
In particolare ricordo di una chiamata con mia madre.
Avevo deciso di fare un’impresa titanica e lei era la
prima a cui volevo dirlo. Così l’ho chiamata e le ho
detto: «Mamma, a gennaio do quattro esami».
«Giu’, ma come quattro esami? L’anno scorso ne hai
dati due in un anno… Almeno fanne due, ma bene.»
«No mà, due non è sfidante. Meglio quattro.»
Ecco, secondo me mia madre in quel momento ha
pensato che mi fossi scolato una bottiglia di vino di
prima mattina. Ma la verità è che mi ero solo risvegliato
da un incubo. E avevo preso una decisione: o sette giorni
o niente. E così è iniziata la mia avventura insieme ad
Andrea.
Ma prima voglio che ti sia chiara una cosa. Se quel
gennaio ho dato quattro esami con una media alta,
invece di uno con una media bassa, è perché me lo sono
chiesto. Quindi prima di tutto devi chiedertelo.
Nell’organizzazione devi avere il coraggio di
chiederti l’impossibile.

Perché se è facile possono farlo tutti, se è difficile


possono farlo in pochi, ma se è impossibile puoi farlo
solo tu.

E devi credere nell’impossibile. Perché quando superi


i tuoi limiti, allora insegni alle persone attorno a te che si
può fare. Ma soprattutto, getti dei nuovi standard per te.
Personalmente io mi vergogno quando mia madre
vede le pagine social dedicate agli “studenti in crisi”.
Perché quegli studenti in crisi un giorno saranno
avvocati in crisi, medici in crisi, ingegneri in crisi.
Invece noi sogniamo un Italia costruita da
professionisti in gamba e pieni di sogni, capaci di
affrontare le difficoltà a testa alta e con i giusti metodi.
Quindi, questo degli esami magari è solo un piccolo
passo, ma si può trasformare in una grande rivoluzione..
Ora torniamo all’organizzazione, e partiamo dalla
gestione del tempo, che sembra una cosa inutile e
noiosa, ma che in realtà è molto importante.

Primo ingrediente: la gestione del tempo


Abbiamo detto che preparare un esame è come cucinare
la carbonara: ci sono tempi e ingredienti disposti
secondo un metodo oggettivo e non soggetto a opinioni
personali. L’acqua deve bollire per un certo tempo, il
guanciale non deve stare in padella per più di un certo
numero di minuti, e così via.
Allo stesso modo, è importante dividere il tempo di
preparazione dell’esame secondo questo schema:

comprensione 60%;
memorizzazione 30%;
esposizione 10%.

Queste sono le percentuali di tempo richieste da ogni


fase. Quindi se ti dai sette giorni per un esame, i primi
quattro sono per la comprensione, i due successivi per la
memorizzazione e solo uno, l’ultimo, per l’esposizione.
Nei capitoli successivi vedremo le altre fasi, ma ora
focalizziamoci sulla gestione del tempo.
È molto importante la scansione temporale delle fasi,
per non cadere nella trappola del task switching, ossia
del “cambio di attività”.
Come puoi leggere anche nel bellissimo libro di Gary
Keller Una cosa sola, la nostra mente si stanca
tantissimo quando passa da un’attività all’altra. Quindi
la stanchezza mentale non deriva da quanto studi, ma da
quante attività fai contemporaneamente.
Mi ricordo che quando ero uno studente in crisi ero
perennemente stanco perché facevo varie attività
insieme, ossia cercavo di capire, memorizzare ed esporre
contemporaneamente.
Ma questa è una strategia stupida, perché fai tante
cose, ma nessuna di queste bene.

Il multitasking è un falso mito, non è un superpotere,


anzi, è un disastro a livello di efficacia.

Se sbatti le uova mentre tagli il guanciale, combini un


macello. Allo stesso modo, per studiare duecento pagine
al giorno, devi iper-focalizzarti su un’attività alla volta.
Sarai molto più veloce ed efficace.
Per cui:

1. prima ti organizzi e prepari una strategia d’esame;


2. poi schematizzi e comprendi;
3. in seguito memorizzi tutto con le mappe
mnemoniche e il Palazzo della memoria;
4. infine alleni l’esposizione per curare i dettagli e
puntare alla lode.

E a questo punto dovrebbe arrivare la domanda: “Ma


l’organizzazione che percentuale ha?”
L’organizzazione non ha percentuale di tempo perché
in questa fase rientrano tante attività che possono
richiedere tempistiche diverse.
Segui o non segui le lezioni? Quanti libri devi
comprare e dove? Devi sbobinare? Devi andare in
dipartimento? Come raccogli le domande più frequenti
dell’esame?
Tutte queste attività richiedono tempi diversi. Quindi,
a seconda della tua strategia d’esame, dovrai organizzare
diversamente il tuo tempo.
Che cos’è una strategia d’esame? È un altro elemento
importantissimo dell’organizzazione, ma lo vedremo tra
poco. Prima vorrei parlarti del tempo a pressione.

COME STUDIARE PIÙ VELOCE CON IL TEMPO A


PRESSIONE
Ricordo che quand’ero uno studente in crisi l’elemento
vitale che mi mancava praticamente sempre era la
famigerata “voglia di studiare”. Mi sentivo sempre
stanco e deconcentrato. Ero pieno d’ansia e, come mi
diceva sempre mia sorella Stefania, a volte mi incantavo
a “guardare le farfalline”.
Le farfalline sono proprio belle, però a volte
dobbiamo pure studiare. In biblioteca, il corrispondente
delle farfalline sono i “caffettini” e le “sigarettine” o le
storie su Instagram dell’amico che ha meno voglia di
studiare di te.
Tutto questo va benissimo, è parte della vita
universitaria. Ricordo che andavo in biblioteca
soprattutto perché c’era una ragazza che mi piaceva. E la
parte più divertente della vita universitaria era proprio
darsi la libertà di perdere tempo ogni tanto.
Quindi va bene distrarsi, ma almeno non
chiamiamolo “studiare”. Se una volta andiamo in
biblioteca a far finta di leggere, va bene lo stesso. I
rapporti all’università sono importanti anche per
costruire le strategie d’esame, quindi ti consiglio
fortemente di coltivarli.
Ma l’oggetto di questo paragrafo è un altro: se vuoi
studiare duecento pagine al giorno, devi metterti il
cosiddetto “pepe al sedere”.
Il problema principale degli studenti universitari è
che se la prendono comoda e quindi il loro cervello si
adagia.
Ma se vuoi sparare lontano con la fionda, la devi
tendere forte. Se vuoi creare una forte energia, devi
comprimere il gas. Darti due mesi per un esame è la cosa
più pericolosa che puoi fare, perché ti concedi tutte le
libertà del caso.
È per questo che alcuni pensano che il metodo di
studio sia soggettivo: perché si danno dei mesi, e in
questi mesi possono fare quello che vogliono, tanto
hanno tempo.
Ma se ti dai sette giorni, non puoi evidenziare, non
puoi rileggere il libro tre volte come un romanzo, non
puoi spaccarti il polso con i riassunti.
Improvvisamente, quando ti dai poco tempo, tutte
queste attività diventano impossibili da svolgere, e i nodi
vengono al pettine. Improvvisamente il metodo per
preparare gli esami in sette giorni diventa
oggettivamente uno, ossia quello che ti stiamo spiegando
ora.
Ti faccio un altro esempio per capirci meglio: la
mattina per farmi la doccia, asciugarmi e vestirmi
impiego di solito quaranta minuti. Se invece prima di
infilarmi nella doccia chiamo il taxi, indovina quanto ci
metto? Dieci minuti.
E non sono meno preparato delle altre volte.
Semplicemente, se c’è il taxi ad aspettarmi sotto casa
rimuovo tutte le attività inutili e mi muovo più veloce.
Comunque, questo è il magnifico effetto del tempo a
pressione: se ti dai due mesi per preparare un esame, ti
viene a trovare un feroce e spietato nemico, ossia il
“tanto c’è tempo”.
“Che faccio, rileggo il libro tre volte?” Sì, tanto c’è
tempo.
“Che faccio, evidenzio con tre colori diversi?” Sì,
tanto c’è tempo.
“Che faccio, guardo questa mosca che sta passando
ora?” Sì, tanto c’è tempo.
Se invece ti dai sette giorni, costringi la tua mente a
dedicarsi solo ad attività che hanno un alto impatto sul
voto finale. Non c’è tempo per altro.
Capisci la logica che c’è dietro?
Ora, se ti sta venendo l’ansia per la pressione, non
preoccuparti, il “tempo a pressione” devi usarlo solo
durante la sessione di esami: non è che chiamo il taxi
tutti i giorni per mettermi fretta! Sarei tipo il coniglio di
Alice, che è sempre di fretta con l’orologio in mano. La
maggior parte delle volte mi piace godermi la doccia,
rilassarmi e fare le cose con calma.
Allo stesso modo, durante il periodo di lezioni puoi
fare quello che vuoi. Puoi fare amicizia in biblioteca,
viaggiare, imparare una lingua, darti alla danza classica,
all’ippica; insomma, quello che più ti aggrada.
Anzi, prenditi questo periodo proprio per ricaricarti,
rilassarti, accumulare energia, per poi dare il massimo
durante la sessione. I soldati devono pur riposarsi e
divertirsi un po’, prima della grande guerra!
Un altro consiglio per studiare ancora più
velocemente è quello di inserire nella tua vita attività
extra-universitarie che ti arricchiscano. Cioè devi
prenderti impegni inderogabili.
Parlo di teatro, lavoretti, corsi di lingua, corsi di
musica, di zumba: tutto quello che ti rende vivo.
A questo punto vorrei raccontarti la storia di Jessica,
una ragazza che, sebbene giovanissima, aveva già cinque
lauree. Quando le ho chiesto quale fosse il suo segreto,
lei mi ha risposto: «Semplice, lavoravo».
All’inizio non capivo ma poi, entrando nel dettaglio,
mi ha spiegato che avere solo due ore al giorno per
studiare aumentava enormemente il suo rendimento.
Distrarsi per lei non era un’alternativa.
Quando non lavorava, invece, aveva tutto il tempo
del mondo per studiare. Quindi continuava a distrarsi e a
rileggere dieci volte la stessa frase, con la perenne
sensazione di non capire.
La morale è che la “se non capisci quello che studi” è
solo perché non sei lucido e hai una scarsa
concentrazione. Bloccando il tempo per il lavoro, Jessica
aveva solo quelle ore per studiare, e lì doveva giocarsi il
tutto per tutto. Non aveva tempo per le scuse.
E il bello è che la stessa cosa si è rivelata vera per me
e per tutti i miei studenti che hanno bloccato il loro
tempo per attività extra-universitarie.
Per esempio, io consiglio sempre di non studiare la
sera. Perché?
Perché la mente tende a rimandare all’infinito fino
allo stremo. E invece no, devi limitare lo studio. A un
certo punto devi dire alla tua mente: “Hai tempo fino
alle 20, poi stop, si fa altro, I’m sorry!”
Pensaci un po’: se ci diamo tutto il giorno per
studiare, abbiamo la sensazione di avere tempo infinito,
di poter andare avanti fino alle 3-4 di mattina. Ogni
giorno però, puntualmente, arriviamo alle 18 che ne
abbiamo fatte la metà. E così continuiamo a studiare in
maniera deconcentrata e sconfortata, fino a quando non è
troppo tardi, e dobbiamo rimandare al giorno dopo.
E così i nostri piani di studio saltano, e ci ritroviamo
sotto esame sotterrati dalle pagine non fatte.

Insomma, abbiamo capito che più tempo dai allo


studio e più studierai lentamente.

Se vuoi studiare fino a due pagine al giorno, devi sin


da subito “metterti il ghiaccio in tasca”, con la paura che
si sciolga. Quindi devi darti un limite temporale ben
preciso. Le pecore rimangono nel recinto se i paletti
sono belli solidi. Nessuna pecora rispetterà un recinto
disegnato a terra col gessetto.
Il gas devi limitarlo in un contenitore, altrimenti si
prende tutta la stanza. E lo stesso vale per lo studio: se
non gli metti dei confini, si espande fino ad assorbire
tutta la tua vita.
Passare tutta la nostra vita a studiare, dalle 10 alle 2
di mattina, cose che dimentichiamo il giorno dopo
l’esame, non ha niente di eroico.
Va bene fare degli sforzi per inseguire il nostro
sogno, ma almeno che non siano sforzi inutili.
Invece noi vogliamo offrire un’altra visione del
percorso universitario: vogliamo formare un esercito di
super laureati con elevate capacità di apprendimento,
sicuri di sé e pieni di sogni da realizzare.
Nell’ottica di questa missione, preparare gli esami in
sette giorni non è un diritto o una facoltà, ma addirittura
un dovere! Ma forse a questo punto ti starai chiedendo…
“Devo per forza preparare gli esami in sette giorni?”

Ovviamente no. Sette giorni deve essere la media. Gli


studenti che utilizzano il Metodo Universitario riescono
a dare esami come Anatomia, Analisi e Diritto
commerciale anche in sei, cinque o quattro giorni, con
voti alti.
Sembra impossibile? In realtà sono sicuro che sei
abbastanza perspicace da aver sentito il velo di Maya
cadere. Gli studenti passano tutto quel tempo sui libri
inutilmente perché continuano a tenere in vita delle
abitudini di studio fallimentari.
Dunque ti consiglio di tenere il range di tempo tra
uno e quattordici giorni per ogni esame; a differenza
degli altri studenti che si danno dai quattordici giorni ai
sei mesi (a volte addirittura nove per gli esami più tosti).
Quindi ti consiglio di provare almeno quattro esami
al mese o, comunque, di triplicare il numero di esami
che di solito dai in un mese. E se pensi: “Ho paura di
fallire”, allora non hai veramente capito che cos’è il
fallimento (in questo caso, puoi andare a rileggerti il
capitolo sul Falso mito 4).
Entriamo quindi in una nuova filosofia, ossia dare più
esami possibili per allenarci a dare più esami possibili.
Questa è la strategia generale. Ma ora vediamo un
altro principio molto potente di gestione del tempo per
studiare ancora più velocemente.
PIÙ CONCENTRAZIONE CON L’EFFETTO DOMINO
Avete presente quel gioco che si fa con le tessere del
domino, che consiste nel metterle una vicina all’altra e
poi fare in modo che la prima, cadendo, faccia cadere in
sequenza tutte le altre? Questo effetto a cascata viene
detto effetto domino. Se vuoi essere più concentrato e
veloce nello studio, devi gestire in questo modo i tuoi
obiettivi. Cosa intendo dire?
Quando ero uno studente in crisi, decidevo
semplicemente quante pagine studiare al giorno, però
arrivavo a fine giornata che ne avevo fatte la metà, e me
ne accorgevo troppo tardi! Così aggiungevo quelle
pagine a quelle del giorno dopo. Man mano le pagine si
accumulavano e mi ritrovavo sempre più incasinato.
Questo è un modo di gestire il tempo molto
approssimativo: c’è troppo margine decisionale e la
deconcentrazione è sempre dietro l’angolo.
Il segreto per studiare veloce e concentrato è darsi dei
micro obiettivi minuto per minuto, quindi dividere le
pagine per le ore di studio e poi per i minuti.
Per esempio, se devi schematizzare quindici pagine
all’ora, devi dedicare quattro minuti a pagina. Per
riuscirci devi avere sempre un cronometro accanto a te e
tenere traccia di quello che fai. La nostra percezione del
tempo è soggettiva, quindi la nostra mente tende a
distorcerla. Avere sempre il timer accanto ti permette di
tenere continuamente d’occhio l’obiettivo.
A questo punto il 90% degli studenti esprime la paura
dell’ansia da timer. Ossia tanti mi dicono: «Eh Giu’, ma
col timer accanto mi viene l’ansia».
E qui dobbiamo introdurre un nuovo concetto: la
“sfida”.

Grazie alla sfida puoi dare più esami.

Invece di vederti come un maratoneta che corre le


lunghe distanze, devi pensare a te stesso come un
velocista: uno che prepara gli esami in velocità. Inoltre
devi vedere questa sfida come un gioco. Il tuo obiettivo
è quello di superarti e fare sempre meglio.
Per esempio, se io mediamente per schematizzare una
pagina ci mettevo cinque minuti, allora me ne davo
quattro.
In questo modo la mia mente iniziava a cercare un
modo per schematizzare in quattro minuti. La mente in
realtà è un computer perfetto, quindi fa quello che le
chiedi.
Se le chiedi di sfidarsi, allora tende a migliorarsi. Se
le dai tutto il tempo del mondo, allora si addormenta ed
entra in “modalità cazzeggio”: fa finta di studiare, ma in
realtà pensa agli aperitivi in programma.
Comunque, tornando all’effetto domino, questo si
genera quando ti impegni a rispettare i micro obiettivi
ora per ora. Per esempio: mettiamo che inizi a studiare
alle 9, dandoti come obiettivo quindici pagine all’ora. Se
alle 11 hai fatto solo dieci pagine, ti accorgi subito che ti
stai distraendo, perché gli obiettivi ricadono uno sopra
l’altro come le tessere del domino.
Ovviamente, se usi il cellulare come timer, disattiva
le notifiche. È importante per comunicare al tuo
inconscio che sei padrone del tuo tempo. Se permetti a
chiunque di disturbarti, la tua autostima e la tua
concentrazione si abbassano, perché diventi
costantemente violabile.
Gli studenti, non dando valore al proprio tempo,
permettono a qualsiasi gruppo Whatsapp di intromettersi
nella loro vita. Se vuoi essere padrone della tua
emotività e del tuo tempo, devi decidere tu quando le
persone ti possono contattare.
Inoltre, ogni notifica interrompe l’immersione
mentale; credo sia arrivato il momento giusto per
introdurre questo concetto.

COME RADDOPPIARE LA VELOCITÀ DI COMPRENSIONE


GRAZIE ALL’IMMERSIONE MENTALE
La tua mente impiega circa dieci minuti per riuscire ad
ambientarsi in un’attività e a diventare efficiente. È
come una macchina che ci mette un certo tempo a
raggiungere 130 km/h. Se ogni dieci secondi freni, non li
raggiungerà mai.
La tua mente funziona allo stesso modo. Se permetti
a tutti di disturbarti continuamente, non entra mai in
stato di flow. Il flow è uno stato mentale scoperto da
Mihaly Csikszentmihalyi, uno psicologo ungherese di
fama internazionale, e consiste in uno stato di felicità
intensa e di massima performance che raggiungiamo
solo a certe condizioni.
Benché lo studio sul flow sia partito dall’osservazione
degli atleti durante le prestazioni sportive, questa
condizione si può riscontrare in ogni tipo di attività,
anche nello studio.
È lo stato in cui entrano i campioni quando compiono
gesta leggendarie. Quando sei in flow sei felice, il tempo
vola e tiri fuori dei superpoteri che non credevi di avere:
l’esperienza diventa autotelica, ossia l’attività offre un
piacere intrinseco. Ed è uno stato che possono provare
anche gli studenti, nelle giuste condizioni.
Quali sono allora le condizioni per scatenare l’effetto
flow? Le condizioni principali che devi ricreare sono:

obiettivi chiari;
feedback tangibili;
bilanciamento tra sfida e capacità.

Dopo queste considerazioni l’importanza dei micro


obiettivi e del timer è ancora più chiara. Normalmente,
infatti, gli studenti si danno dei macro obiettivi – per
esempio cinquanta pagine al giorno, o addirittura
quattrocento alla settimana, che è un obiettivo ancora più
macro – e non ricevono feedback tangibili ora per ora.
Quindi non hanno una tabella di marcia in tempo reale
che gli dica se e quanto stanno andando bene.
Per gli studenti, inoltre, non c’è bilanciamento tra
sfida e capacità: si danno due mesi per un esame,
obiettivo troppo facile, per cui la mente si annoia, si
infiacchisce e non si concentra mai.
Per comprendere questo concetto prendiamo
l’esempio del ping pong: se gioco con una persona
troppo forte mi annoio, perché non faccio mai punto; se
gioco con una persona troppo debole mi annoio, perché
vinco troppo facilmente. Quando entro in flow? Quando
l’avversario è alla mia altezza, e ogni punto diventa
emozionante, in quanto la difficoltà è bilanciata con le
mie capacità. Lo stesso principio vale con gli esami.
Ti invito a concentrarti soprattutto su questa
condizione del “bilanciamento della difficioltà”, perché
è proprio il cuore del “darsi sette giorni per ogni esame”.
Se ti dai sette giorni la tua mente si carica, perché deve
affrontare una sfida all’altezza delle sue capacità.
Il mio ultimo anno è stato bellissimo perché non
vivevo più nel terrore. Anzi! Preparare Diritto
commerciale in sei giorni mi gasava a bomba; tutti i miei
amici ci mettevano sei mesi. L’idea di passarlo in sei
giorni mi faceva sentire un eroe leggendario.
Allo stesso modo funziona per la sfida del timer. Ti
ho detto di cronometrare la tua media, e poi abbassare il
tempo per sfidarti. Devi sfidarti, sempre e comunque,
per stimolare la tua mente a migliorare continuamente.
E ricordati che la tua mente è un computer perfetto,
raggiunge gli obiettivi che tu le poni (nell’ambito del
fisicamente possibile). Se gli dici di preparare un esame
in sette giorni, troverà il modo.
Come dice Tony Robbins:
«La vita ti paga il prezzo che tu hai il coraggio di
chiedere».

Quindi è solo coraggio di osare, niente di più. Ma ora


passiamo al secondo potentissimo ingrediente
dell’organizzazione.

Secondo ingrediente: la strategia d’esame


Ignoravo completamente che cosa fossero le strategie
d’esame fino a quando Andrea non mi ha illuminato.
Stavo studiando per un esame importante. Avevo
comprato i miei libri, i miei evidenziatori, avevo diviso
le pagine per i giorni, e mi ero messo in cucina a
studiare.
Io e Andrea eravamo entrambi studenti fuori sede a
Bologna con poche risorse e grandi sogni, come tanti
studenti lì fuori. Non avevamo molti soldi, quindi
potevamo permetterci solo una piccola casetta piena di
mobili antichi come la seconda guerra mondiale, in via
Jacopo della Quercia, appena dietro la stazione. La
chiamavamo la “Casa del sorriso”.
Però devo confessarlo: la cucina mi piaceva,
nonostante il tavolo instabile e la vecchia dispensa
ricoperta di adesivi lasciati dai precedenti coinquilini.
Era la stanza più luminosa, quindi mi piaceva
appoggiarmi sul tavolo per evidenziare.
Mentre ero immerso nello “studiare il libro”, col
pigiama da studente fuori sede, è entrato Andrea e mi ha
chiesto cosa stessi facendo.
E io ingenuamente ho risposto: «Sto preparando
l’esame.»
E lui: «Hai visto quali sono le domande più
frequenti?»
«No.»
«Hai visto che libri ha scritto il professore?»
«No.»
«Hai visto come si comporta la cattedra in sede
d’esame?»
«No.»
«E allora non stai preparando l’esame, stai studiando
il libro.»
Al tempo ignoravo la differenza tra “studiare il libro”
e “preparare l’esame”. Sembrano la stessa cosa, ma sono
due attività completamente diverse.
Per mostrarti la differenza, lasciami scomodare
l’antica saggezza di Sun Tzu. Leggendo il suo libro
L’arte della Guerra, uno dei concetti che mi è piaciuto
di più è:

La guerra si vince prima di combatterla.

Non ho mai amato la storia, ma non posso negare che


contenga lezioni di vita molto cool. Una di queste è: non
attaccare mai la Russia d’inverno.
La Russia ha vinto tante battaglie in inferiorità
numerica, retrocedendo nel rigido inverno che si
scagliava su quelle terre desolate. Le armate più potenti
della storia dell’umanità non hanno potuto niente contro
quella strategia così intelligente. Non contava quanti
soldati avesse l’assalitore di turno, la sconfitta era certa.
Allo stesso modo, ti invito a vedere le preziose ore
della tua vita come dei fedeli soldati che si offrono in
sacrificio per la nobile causa di realizzare i tuoi
preziosissimi sogni.
Per ogni esame decidi di investire un tot di ore,
quindi un certo numero di fedeli soldati. Alzare il
numero dei soldati ti garantirà la vittoria? Purtroppo no.
Per questo studiare di più non vuol dire prendere per
forza un voto più alto.
Capisci quanto mi sono sentito stupido ad aver
sacrificato sei mesi della mia vita per un misero 20?
Tutta quell’ansia, tutta quell’insoddisfazione, tutta
quell’autostima che scendeva, erano totalmente
ingiustificate.
Avevo deluso le mie truppe, le avevo mandate
incontro a morte certa per una guerra che non valeva la
pena di essere combattuta. Ho versato tante lacrime per
quella sconfitta, ma come dice Ghemon nella sua
fantastica canzone Mezzanotte: «Ogni guerriero, ogni
soldato vero, delle volte deve andare giù».
Quindi è giusto così, facciamo degli errori per
rialzarci più consapevoli. Non serve a niente giudicarci.
Come dice Tony Robbins: «Le cose non accadono a noi,
ma accadono per noi».
Bene, quindi vorrei parafrasare insieme a te Sun Tzu,
per estrarne un’altra bella frase da post-it alla “Giuseppe
Tzu”:

“Il 30 si conquista prima di dare l’esame.”

Esatto. Il tuo successo si decide nella fase di


organizzazione, quando decidi la tua strategia di guer…
ehm, volevo dire d’esame. Strategia d’esame.
Il successo della tua prossima sessione dipende da
quanti esami deciderai di dare, in che ordine e in base a
quale strategia.
Ma come si decide una strategia d’esame vincente?
Innanzitutto ti suggerisco di dare più esami possibili
al mese, perché la prima cosa che devi vincere è la
“roulette dell’esame”. Ma che c’entra la roulette?
Vediamolo subito

COME VINCERE ALL’UNIVERSITÀ, DOMINANDO LA


ROULETTE DELL’ESAME
La roulette russa è quel “gioco” molto divertente in cui
uno mette un solo proiettile nella rivoltella, ruota il
tamburo, si punta la pistola alla tempia e preme il
grilletto.
Ti ricorda qualcosa? Ha a che fare con te seduto in
prima fila, un orologio appeso alla parete,
chiacchiericcio, banchi, sedie, libretti. Esatto, stiamo
parlando dell’esame, purtroppo.
Dato che l’esame è dominato da tanti fattori che non
possiamo controllare, il nostro voto è letteralmente
appeso un filo, come fosse una roulette. Mesi della
nostra vita passati a studiare dipendono da una serie di
fattori incontrollabili, tipo:

se il professore ti fa le domande giuste;


se ti capita l’assistente più cattivo;
se quel giorno hai dormito poco, e parli come un
flauto con i buchi tappati.

Comunque, questa iperbole mi serve per farti capire


che scommettere tre mesi della tua vita su un solo esame
è come mettere un proiettile nella rivoltella e sperare che
non parta quando premi il grilletto.
Preparare un esame in mesi è un azzardo troppo
grande, perché hai troppo da perdere. È normale che poi
ci viene l’ansia, e una crisi di nervi.
Hai presente la roulette vera, quella del casinò? Se
scommetti 2 euro sul rosso hai le palpitazioni? No, al
massimo se sbagli ci riprovi. Ma se scommetti 2.000
euro sul rosso? Un bel po’ d’ansia mi sembra il minimo.
Ecco, per gli esami vale lo stesso principio.
È per questo che devi darti sette giorni: perché, dopo
così poco tempo, sei iper-lucido e capace di dare il
meglio di te all’esame. La bocciatura non diventa più un
problema. Anzi, ti dico di più…

IL SEGRETO È PROPRIO CERCARE LA BOCCIATURA


La bocciatura non è per forza un male. Se fa parte del
gioco, diventa la tua principale fonte d’informazioni per
capire come avere la media del 29.
Vedi, io come risultato di punta sono passato a
quattordici esami in tredici mesi (anche se sono stato
abbondantemente superato dai miei studenti che sono
arrivati anche a sedici esami in un anno), ma non ne ho
sostenuti quattordici. In realtà ne ho sostenuti quindici,
perché ho rifiutato un 18.
Ma sai che ti dico? Meno male che quell’esame mi è
andato male. Sì, perché grazie a quel 18 ho capito su
quali libri facevano domande e come prendere 30 la
volta dopo.
La bocciatura è la tua migliore amica, se la usi per
scoprire come prendere 30 la volta successiva. È la
filosofia dello “sparare prima di mirare”. In cosa
consiste?
Nel mondo ci sono due tipi di persone:

i miratori, che passano la vita a mirare;


gli sparatori, che passano la vita a sparare.

Ovviamente è solo una metafora, non devi sparare


nessuno. È solo un modo per descrivere due filosofie di
vita; vediamole un attimo, e cerchiamo di capire quale
delle due stai adottando in questo momento.
I miratori sono molto teorici, passano tutta la vita a
mirare, aspettando che sia il momento giusto, per
finalmente sparare. Praticamente questo atteggiamento si
traduce in frasi come “sto aspettando la persona giusta”,
“rimando l’esame perché non mi sento abbastanza
preparato”, “sto aspettando il lavoro giusto” eccetera.
I miratori quindi aspettano o rimandano tutta la vita,
fino a quando non arriva il momento giusto per buttarsi.
Ma indovina un po’? Passano tutta la vita a fare calcoli
teorici, che in gergo si possono definire vere e proprie
“pippe mentali”.
Per questo motivo si perdono il meglio della vita,
perché non si buttano mai veramente in niente, se non
quando è troppo tardi.
Gli sparatori invece hanno la filosofia opposta, ossia
sparano prima di mirare. Ci provano fino a quando fanno
centro. Hanno capito l’importanza degli errori e
crescono giorno dopo giorno. Non aspettano il momento
giusto, ma lo creano.
Sparano continuamente, e si avvicinano sempre di più
al centro, grazie alle lezioni che hanno imparato dagli
errori precedenti.
Quindi il mio consiglio è quello di essere uno
sparatore anche all’università. Al mio quinto anno ho
sparato quindici pallottole e quattordici sono andate a
segno. Pensi che quel 18 mi abbia dato fastidio? Non me
ne fregava niente, faceva parte della strategia di guerra!
I migliori comandanti sono quelli che sono disposti a
perdere qualche battaglia, pur di vincere la guerra. Ecco,
quella piccola perdita era stata messa in conto.
Anche perché una cosa è perdere sette giorni, un’altra
è buttare sei mesi nella preparazione di un esame, come
avevo fatto l’anno prima.
E a questo punto potresti pensare: “Ho capito Giuse’,
ma se dai gli esami in sette giorni hai anche poche
possibilità di passarli. Quindi butti il tempo a
provare!!!”.
Questa è un’obiezione legittima, quindi lasciami
scomodare il cacciatore di cinghiali.

IL CACCIATORE DI CINGHIALI
Mi piacciono i cinghiali, sono carini, non ne ucciderei
mai uno, perché comunque non mi piace uccidere gli
animali, ma al protagonista di questa storia farò uccidere
qualche cinghiale.
Ma è solo una storia, io non li ammazzerei mai.
Comunque, c’è questo cacciatore di cinghiali che un
giorno va nel bosco per cacciare.
La giornata è bella, e ci sono tanti cinghiali in giro.
Così inizia a cacciare e, a fine giornata, ha preso venti
cinghiali. Ottimo. Invece di tornare a casa, vista la buona
giornata che ha appena avuto, decide di restare a dormire
nel bosco, per cacciare anche il giorno dopo.
La mattina seguente si sveglia, ed è un po’ stanco
perché nel bosco ha dormito male. Comunque, raccoglie
un po’ di energie, e va a caccia. A fine giornata, conta
quindici cinghiali. Non male. Visto il risultato discreto,
decide di restare ancora a dormire nel bosco, per
continuare la caccia il giorno dopo.
Di notte succede l’imprevisto: si fa male a una
gamba, scoppia un temporale e arrivano due lupi che si
mangiano tutti i cinghiali.
Riesce a scappare e tornare a casa, però capisce una
cosa molto importante:

Più tempo cacci, più cinghiali prendi, ma a un certo


punto continuare a cacciare diventa controproducente.

Anche per lo studio vale lo stesso principio: magari


studiando di più riesci a immagazzinare più informazioni
ma, a un certo punto, le energie diminuiscono, la
concentrazione sparisce, l’ansia sale e i ricordi sfumano.
Perché?
Perché siamo umani, funzioniamo così. La nostra
mente è velocista, non maratoneta. Abbiamo bisogno di
obiettivi chiari a breve termine. A lungo termine ci
stremiamo e ci viene una crisi di nervi.
Quindi la migliore strategia è darti sette giorni, punto.
Niente scuse. Niente “questo esame è impossibile, tutti
ci mettono minimo nove mesi”.
Anche perché, se ti dai più tempo, ti viene voglia di
evidenziare, fare riassunti, e fare tutte quelle attività
stupide che fanno tutti gli altri studenti.
Invece, in sette giorni sei costretto a seguire il
protocollo e ad applicare il metodo in tutto e per tutto,
senza perdite di tempo inutili e infarinature generali
varie.
Bene, ingoiato questo rospo, ora dobbiamo affrontare
un altro tema spinoso della strategia d’esame: non
studiare il libro.

Come preparare l’esame senza studiare il


libro
Ricordo che, quand’ero uno studente in crisi, leggevo il
libro come fosse un romanzo. Iniziavo a studiare mesi
prima e partivo dall’Introduzione, gustandomi ogni
singola pagina. Lo leggevo e lo rileggevo tre volte, fino
a quando non lo assaporavo tutto (fino al disgusto e alla
noia).
Fantastico, meno male che questo devi farlo solo
dopo che hai preso 30. Non farlo prima: è la strategia più
fallimentare per preparare un esame.

Prima dell’esame non devi studiare il libro, ma


preparare l’esame, che è ben diverso.

Ci hanno insegnato che dobbiamo essere schiavi del


libro, che dobbiamo saperlo a memoria, parola per
parola, nota per nota. Ma ti invito a pensare di nuovo al
numero dei soldati che manderai a morire in Russia.
Vuoi studiare tutte le virgole del libro dando a tutte le
pagine la stessa importanza?
Bene, puoi anche farlo, la vita è la tua. Puoi studiare
mesi, provare a studiare parola per parola e provare un
esame al mese. Ma sappiamo entrambi che questa
strategia ti logorerà come l’inverno russo e che
comunque non ti garantirà una media alta.
Perché, tornando al principio della roulette russa,
anche se hai studiato per mesi tutte le virgole, ma il
professore quel giorno si sveglia storto, l’esame andrà
comunque male. Studiare tanto non ti garantirà la
vittoria e provare un esame al mese ti distruggerà la vita.
Una volta mi è arrivato il messaggio su Instagram di
una ragazza che mi ha chiesto: «Giu’, cosa faccio se il
prof ha deciso di bocciare tutti quel giorno?».
E la mia risposta qual è stata? «Niente.»
Niente. È la roulette dell’esame. L’unica cosa che
puoi fare è dedicarci meno tempo possibile per azzerare
l’aleatorietà della roulette russa.
Quindi ti prego, ascolta uno che ci è passato: se vuoi
preparare gli esami in sette giorni, devi abbandonare
subito l’abitudine di studiare tutte le virgole e iniziare a
ragionare per priorità.
Per capirci bene, lascia che ti racconti la storia di
Gioia.
Gioia è una studentessa che qualche anno fa mi ha
chiesto un consiglio per un esame che stava preparando.
In particolare mi ha chiesto un aiuto per ripetere, dato
che non sapeva su cosa focalizzarsi. Allora io le ho
risposto: «Parti dalle domande più frequenti».
«Domande più frequenti?»
«Sì, le domande più frequenti nella cattedra.»
«Ma non le conosco.»
«Andiamole a vedere allora.»
Siamo andati a vedere un appello d’esame e, indovina
un po’? Non sapeva rispondere nemmeno a una di quelle
domande. Aveva studiato per mesi ma si era focalizzata
su tutto fuorché sugli argomenti che piacevano di più al
professore.
E invece no, devi aprire il libro solo dopo che hai
indagato al fondo su cosa sta veramente a cuore alla
cattedra.
Vedi, avevo un amico che, prima di uscire con ogni
ragazza, analizzava i suoi profili social per scoprire i
suoi gusti. Così si preparava e, quando uscivano
insieme, passava sempre l’esame.
Ora lasciando stare quest’esempio un po’ frivolo,
l’esame funziona allo stesso modo. La cattedra non è
fatta di automi (anche se a volte sembra proprio così): la
cattedra è fatta di persone in carne e ossa che hanno
delle preferenze.
Il principio è questo: come nella gestione del tempo
devi eliminare le “attività con basso impatto sul voto”,
anche per quanto riguarda l’esame devi rimuovere i
“contenuti con basso impatto sul voto”.
I comandanti più coraggiosi sono quelli che hanno il
coraggio di scegliere. Gli studenti soccombono
all’università perché cercano sempre di fare tutto.
Alla fine cosa succede? Per studiare tutti i minimi
particolari trascurano argomenti che stanno
estremamente a cuore al professore.
So che la tua mente in questo momento si sta
ribellando in tutti i modi a quello che sto dicendo con
pensieri del tipo: “A me il professore chiede tutto”, “La
mia facoltà è diversa”, “Le mie domande cambiano
sempre” o “Non riesco a trovare le domande più
frequenti”, ma ti prego, fai finta che per qualche minuto
io abbia ragione. Ti prometto che la strategia d’esame ti
cambierà la vita.
La verità è che non puoi proteggerti su tutti i fronti.
Disperderai le truppe, mandandole incontro a morte
certa (mi riferisco sempre alle ore della tua vita).
Poi, ripeto, quando ti dai sette giorni devi per forza
rinunciare ai contenuti inutili. Lo so che il senso di colpa
che ci hanno inculcato sin dalle elementari vorrebbe
costringerci a studiare tutte quelle pagine dalla prima
all’ultima, ma non è sostenibile come strategia.
Di nuovo, se vuoi, puoi studiare tutte le virgole,
evidenziare, leggere e rileggere il libro come un
romanzo; va bene, non è sbagliato. Solo che investi mesi
in ogni esame. Quindi rischi di accumulare esami,
andare fuoricorso, rinunciare alla tua vita senza
nemmeno essere sicuro che l’esame vada bene.
E se già ti sta salendo un altro senso di colpa al solo
pensiero di “fregare il sistema” e per questo non
diventare un grande professionista, ti ricordo due cose
importantissime:
puoi studiare anche dopo l’esame;
dando gli esami in sette giorni ti rimane tanto tempo
per sviluppare tutte quelle abilità che ti renderanno
un grande professionista.

Durante i miei primi quattro anni di università ho


fatto la vita del recluso. Quindi non avevo molte
conoscenze, non conoscevo le lingue, non avevo
viaggiato, non progredivo con la crescita personale e
avevo smesso di coltivare le mie passioni.
In poche parole mi ero fatto trasformare in un’inutile
lumaca da laboratorio. Poi a un certo punto,
fortunatamente, mi sono svegliato, e ho capito la vera
strada che mi avrebbe portato alla felicità e al successo.
Durante il quinto anno, infatti, la vittoria più grande è
stata la libertà di vivere una vita straordinaria. Ho
imparato due lingue, ho viaggiato tanto e ho conosciuto
diverse persone importanti, che poi mi hanno insegnato
come realizzare veramente i miei sogni.
La verità è che siamo circondati da persone che ci
giudicano, che vogliono dirci cosa dobbiamo o non
dobbiamo fare. Ma chi ci sarà vicino a te quando dovrai
mettere un piatto sulla tavola ai tuoi figli? Nessuno!
Quindi lascia stare i luoghi comuni e affidati a te stesso.
Tutti sanno che passare la vita sui libri non basta per
diventare un grande professionista. Passare gli esami è il
minimo, sono altre le cose che ti salveranno dalla feroce
concorrenza odierna.
Il nostro Paese ha bisogno di professionisti preparati
e capaci, non di studenti parcheggiati all’università. Ed è
questo il motivo per cui abbiamo elaborato il nostro
metodo: per avvicinare una gruppo così importante
come quello dei laureati alla crescita personale.
Tutto questo per dire che preparare gli esami in sette
giorni non è un trucco da fannulloni per fregare il
sistema. Preparare gli esami in sette giorni è un atto
rivoluzionario nei confronti del sistema.
Bene, ora che abbiamo visto tutte queste belle cose,
come si fa a preparare l’esame senza studiare il libro?
Per capirlo, lasciami scomodare il principio di Pareto e
la teoria delle trenta domande.

LA TEORIA DELLE TRENTA DOMANDE


Questa teoria si ispira a un principio conosciuto come
principio di Pareto, elaborato da Wilfredo Pareto, uno
dei più grandi sociologi ed economisti italiani. Il
principio di Pareto afferma che, in sistemi complessi
dotati di una struttura di causa-effetto, circa il 20% delle
cause determina l’80% degli effetti.
Che significa? Facciamo un esempio.
Prendiamo il tuo guardaroba. Dimmi un po’, avrai
tante scarpe, ma quali metti più spesso durante la
settimana? Sempre lo stesso paio, o al massimo due paia
diverse, giusto? Ecco, per l’80% del tempo porti lo
stesso 20% delle scarpe.
Oppure, per farti un altro esempio, il 20% dei prodotti
di un’azienda determina l’80% del suo fatturato.
Questo è il principio di Pareto.
Detto in termini universitari, c’è un 20% degli
argomenti che determina l’80% del voto.

Dopo aver seguito migliaia di studenti universitari, e


grazie alla nostra esperienza all’università, ci siamo
accorti che quel 20% degli argomenti può essere
rappresentato da trenta domande principali che il
professore chiede a ogni esame.
In poche parole, ci sono trenta domande di cui la
cattedra è innamorata, che determinano l’80% del voto
dell’esame.
Quindi questo è quello che ti suggerisco: fai una
classifica delle domande e inizia a ragionare per risposte.
Come vedrai nella fase di comprensione, è essenziale
ragionare per risposte. Ossia, mentre gli altri studenti
scandagliano le pagine con la speranza di trovare
qualcosa che interessi al professore, tu devi fare il
contrario: devi indagare sulla cattedra, trovare le risposte
che entusiasmano il professore e poi andare a cercarle
nel libro.
Capisci quanto è meraviglioso quest’approccio?
Mentre gli altri studenti sono schiavi dei libri, il libro
diventerà il tuo schiavo. Non sarà il libro a usarti, ma
sarai tu ad usare lui per conquistare il 30.
L’approccio peggiore è leggere il libro dalla prima
all’ultima pagina, nella speranza di fotocopiarlo nella tua
mente. Il segreto è spremere il libro per ottenere il
prezioso sidro che ti guiderà verso il tanto ambito 30.
A questo punto ti starai chiedendo: “Ma devo
prepararmi il 20% degli argomenti, è un suicidio!!!”.
No aspetta, non è proprio così, non devi prepararti il
20% degli argomenti, devi studiare il 20% dei contenuti.
Qui non si tratta di una strategia spicciola del tipo “mi
faccio qualche domanda e vado a fortuna”. Se segui la
strategia di Pareto puoi anche affrontare tutti gli
argomenti, l’importante è che li studi con un grado di
preparazione diversa (in questo ti aiuteranno tantissimo
gli schemi a cascata che vedremo nella fase di
Comprensione).
Ti faccio un esempio. Se la cattedra chiede un
argomento quaranta volte su cento, allora devi studiarlo
alla perfezione e dedicargli tanto tempo. Se invece un
altro argomento viene chiesto una volta su duecento,
puoi prepararti uno schema d’emergenza, e studiarlo in
maniera molto approssimativa.
Stiamo parlando di dosare le tue energie per
focalizzarti come un laser sul 20% che sta veramente a
cuore al professore. Anche perché posso dirti con
assoluta certezza che, dalla mia esperienza e da quella
dei miei studenti, la cattedra non ti boccia mai per le
sciocchezze, ma solo se inciampi su un argomento
importante.
Per rendere chiaro questo principio ai miei studenti,
faccio sempre l’esempio della Scopa, il gioco di carte.
Non so se ci hai mai giocato, ma a Scopa le carte di
denari valgono più delle altre. Quindi, se posso scegliere
tra un quattro di denari e uno di coppe, prendo quello di
denari.

Allo stesso modo, non devi aprire il libro se prima non


sai quali sono le pagine “normali” e quali sono le
pagine “denari”.

Andare all’esame senza una classifica delle domande


più frequenti è come navigare nell’oceano alla cieca,
senza bussola. E non c’è vento favorevole, per il
marinaio che non sa dove andare. Allo stesso modo non
c’è esame in sette giorni per lo studente che non sa su
cosa focalizzarsi.
Per tutti questi motivi devi sin da subito diventare
uno Sherlock Holmes universitario, che usa tutti gli
strumenti a propria disposizione per prevedere cosa gli
chiederà la cattedra.
E a questo punto alcuni potranno chiedere: ”Ma se il
professore apre il libro a caso?”
Di nuovo, ti dico che non si scappa, devi indagare
comunque. Ti faccio un esempio.
C’era una volta Emanuele, questo studente di lingue
che doveva preparare un esame di latino. Che strategia
ha usato? Ha studiato per mesi per poi andare all’esame
e venire brutalmente bocciato.
Perché? Perché si era focalizzato per mesi sulla
traduzione, quando invece al professore stava a cuore la
grammatica.
Così, da quella bocciatura ha capito qual era la
strategia giusta, si è poi focalizzato sulla grammatica e
l’ha passato con un ottimo voto.
Cos’è successo però? Ha perso mesi a prendere la
mira! A studiare senza conoscere la strategia giusta.
E invece no! Non puoi perdere tempo così. Devi
aprire il libro solo quando hai capito cosa vuole la
cattedra, come lo vuole e quali sono le pagine di
“denari”.
Ma come si fa a individuare questo famigerato 20%?.
In questi anni abbiamo ideato varie strategie interessanti.
Una delle più potenti è sicuramente quella
dell’appostamento.

LA TECNICA DELL’APPOSTAMENTO
La tecnica dell’appostamento consiste nell’appostarsi
dietro la porta della classe, durante uno degli appelli. Si
aspetta che gli studenti escano e poi si pone una
semplice domanda: «Ciao, scusa, mi diresti quali
domande ti ha fatto il professore?».
In questo modo puoi fare una raccolta live delle
domande poste all’esame, e avere già un’idea di quelle
che sono molto, poco o raramente chieste.
Ferma tutte le persone che trovi, ma in particolare ti
invito a concentrarti su quelle che sorridono, perché vuol
dire che hanno preso un voto alto e hanno più voglia di
condividere la loro esperienza.
Inoltre, è molto importante chiedere le risposte agli
studenti che hanno preso 30. Devi chiedergli proprio
come hanno risposto per prendere 30. Prendi appunti. Lì
sì che devi prendere appunti!!!
Poi trova il modo di farti dare i loro appunti e i loro
approfondimenti (anche a pagamento).
Per esempio una volta, durante una mia sessione di
appostamento, dopo aver chiesto le domande a una
ragazza le ho domandato anche se poteva vendermi i
suoi materiali.
Per pochi spiccioli ho ottenuto libri, dispense e
appunti già organizzati. Insomma, risparmi e ci guadagni
anche in qualità!
Ok, abbiamo praticamente finito con
l’organizzazione. Ma prima di passare alla
comprensione, tocchiamo un altro ingrediente molto
sottovalutato dell’organizzazione: l’anticipo della
burocrazia.

Terzo ingrediente: anticipare la burocrazia


Scomodando di nuovo la metafora della guerra, non puoi
scendere in campo se la tua testa è piena di cose da fare.
Per preparare i tuoi esami in sette giorni devi liberarti
dai fardelli emotivi e burocratici.
La prima cosa che fanno gli atleti per andare alle
Olimpiadi è togliersi tutti i pesi, liberare la propria
mente e concentrarsi solo sulla prestazione. Allo stesso
modo, devi anticipare tutta la burocrazia, prima che
arrivi la fase di comprensione.
La burocrazia è socialmente riconosciuta come un
insieme di fastidi che purtroppo devi affrontare. Ed è
esattamente quello di cui parleremo in questo paragrafo.
Con l’espressione “anticipare la burocrazia” intendo
tutte quelle attività un po’ noiose e macchinose che
richiedono le tue energie mentali ed emotive. Lo scopo è
toglierle di mezzo per focalizzarsi per sette giorni solo
ed esclusivamente sull’esame.
Perché? Perché in quel momento dovrai essere una
macchina da guerra macina-esami.
Ricordo che, quand’ero uno studente in crisi, il
periodo di preparazione dell’esame era pieno di fastidi.
Ogni giorno c’era qualcosa che mi distraeva. Lavatrici,
spese, favori da fare, mansioni da svolgere, acquisto dei
libri, recupero di appunti, sbobinature. Ecco, devi fare
tutto prima.
Immagina di dove entrare in un bunker per sette
giorni. Prima di entrarci, devi mettere a posto tutti i tuoi
affari. Fai tutto quello che devi fare in questa fase, e poi
chiedi alle persone della tua vita di non chiederti nulla
per il periodo di preparazione.
Una delle cose più importanti da fare in questa fase è
procurarsi il materiale di studio. So che può suonare
banale, ma non è così.
Per esempio, cercare il materiale su cui studiare è una
delle attività più sottovalutate dagli studenti ma che, se
ignorata, causa disordine mentale e sindrome da task
switching.
Compra tutti i fogli, le penne, i libri e i materiali di
cui hai bisogno. Recupera tutti gli appunti, raccogli tutte
le domande più frequenti e tutte le sbobinature.

L’anticipo della burocrazia sembra un ingrediente


molto semplice, ma in realtà è importantissimo.

Nessun atleta di salto in lungo si sognerebbe di


andare alle Olimpiadi con ancora le scarpette da
comprare. Eppure tanti studenti si portano dietro tutte
queste attività burocratiche fino al momento della
preparazione.
La questione è che loro si possono permettere queste
perdite di tempo, perché si danno mesi per preparare
l’esame. Ma se tu vuoi preparare gli esami in sette
giorni, allora ti devi trattare come un “campione
mondiale d’esami”.
Lo so che sembra buffo, ma la questione è molto più
seria di quella che sembra. Se ti dai pochi giorni per ogni
esame, allora ogni minuto è prezioso. E soprattutto hai
bisogno di tutta la lucidità possibile.
Perfetto, abbiamo finito con l’organizzazione, ora è il
momento di passare alla seconda fase, ossia la
Comprensione. Ci tengo solo a ricordarti che è
importante tenere le fasi nettamente separate. Quindi
tieni queste attività burocratiche di cui abbiamo appena
parlato nell’organizzazione.
Dopodiché, dovrai solo pensare a immortalare le tue
preziose risposte negli schemi a cascata. Cosa sono gli
schemi a cascata? Ti lascio ad Andrea che te li
spiegherà. Ci vediamo tra un capitolo.

1. L’OCME è un metodo di cui parleremo anche nei tre video


gratuiti che trovi a questo link:
http://metodouniversitario.it/3videorizzoli.
COMPRENSIONE
Come capire quello che studi senza fare
riassunti inutili
parla Andrea

“Coloro che scrivono discorsi ottengono successo


più per l’elocuzione, che per il pensiero.”

Aristotele

In questo capitolo vedremo perché l’unico modo per


dare gli esami in sette giorni è studiare con gli schemi a
cascata, e come evitare di cadere nella trappola dello
studio liquido.
Quando dovevo preparare un esame, iniziavo dal
sottolineare tutto il libro. Sottolineavo, sottolineavo e
poi riassumevo in mille fogli tutto quello che avevo
evidenziato con tanti colori diversi.
In questo modo mi ritrovavo con un puzzle di
informazioni color arcobaleno, praticamente impossibili
da ricordare. Perché sì, erano belli tutti quei riassunti,
ma poi come facevo a memorizzarli? Anche ripetendoli
decine di volte, avevo sempre la sensazione di non
ricordare quello che avevo sottolineato e ripetuto con
dura fatica.
Il problema era che non avevo un metodo con cui
rielaborare e ricordare tutte quelle informazioni
astratte e sconnesse contenute nei libri.

L’unico “metodo” che conoscevo era quello di


ricopiare passivamente il testo, da bravo amanuense,
sperando di ricordare miracolosamente qualcosa.
E il bello è che il metodo del “leggi e ripeti” al liceo
funzionava. Quando dovevo ricordare le mie venti
paginette per l’interrogazione di storia, mi bastava fare i
riassunti e ripetere qualche ora per ricordare le
informazioni. Prendevo il mio bel 9 e me ne tornavo a
casa col sorriso stampato in faccia.
Invece all’università la situazione è completamente
degenerata. Le pagine da studiare sono diventate
migliaia, e a furia di leggere, evidenziare e ripetere,
avevo perso l’interesse per tutto. Dopo mesi buttati sui
libri, non avevo più voglia di scoprire, di appassionarmi
a ciò che studiavo, di saperne di più e diventare un
esperto della materia.

L’unica preoccupazione era diventata passare l’esame.

Il guaio è che il 99% degli studenti studia con il


metodo del “leggi e ripeti”. Ormai, infatti, va proprio di
moda evidenziare ogni riga e riassumere tutto il libro.
Solo che nessuno studente, prima di ricopiare fiumi di
pagine, si è mai fatto questa domanda:

Ma questi riassunti mi serviranno a ricordare quello


che ho evidenziato dal libro?

Sono sicuro che la risposta é “no”, o al massimo


“forse, un pochino”.

Il problema del fare i riassunti è proprio che:

perdi tempo a riscrivere il libro;


hai continuamente la sensazione di navigare in un
mare infinito di informazioni, e di non arrivare mai a
un punto;
hai sempre la sensazione di “non aver fatto
abbastanza”, e quindi finisci col rimandare l’esame
alla prossima volta.

Con gli schemi a cascata invece, tutta questa


confusione sparisce e, oltre a risparmiare tempo,
guadagni anche tanta salute mentale. Se continui a usare
i riassunti, invece, rischi di non uscire mai dalla trappola
dello studio liquido, ossia lo studio dei discorsi senza
forma.
La trappola dello studio liquido
Lo studio liquido è uno studio in cui i discorsi non
hanno forma, e sembrano non finire mai.
Lo studente medio infatti, legge, legge e rilegge, fin
quando non gli entra qualcosa in testa. Non fa differenza
da dove provengono le informazioni, per lui l’importante
è provare ad assorbirne il più possibile, come una
spugna. Per questo nuota tra le migliaia di pagine del
libro, senza mai riuscire a vedere la fine.
In questo modo piomba nella sensazione che
accomuna tantissimi studenti i giorni prima dell’esame,
che è:

“Cavolo, non mi ricordo niente”.

Quella sensazione di confusione mentale che ti assale


la notte e non ti fa dormire. Quella certezza di non
ricordare niente che ti fa rimandare l’esame all’appello
successivo.
La verità è che nello studio liquido è difficile
ricordare le cose, perché ogni volta che ripeti il discorso
e i suoi contenuti cambiano.
Una volta ripeti e ti sembra di aver detto abbastanza,
quella dopo, invece, ti sembra di non ricordare più
niente.
La sensazione più angosciante è quella di “non aver
mai detto tutto” e che devi sempre stare a cercare il pelo
nell’uovo.
Pensa che una volta stavo preparando Diritto privato,
e non riuscivo ad andare avanti perché mentre ripetevo
avevo proprio quella sensazione. Mancavano solo tre
giorni all’esame, e io me ne stavo barricato nella mia
cameretta, cercando di ripetere le prime quaranta pagine
del libro. Mi ero dato come obiettivo quaranta pagine
entro l’ora di pranzo, perché altrimenti non ce l’avrei
fatta a ripassare tutto il programma prima dell’esame.
All’epoca vivevo ancora con i miei, e infatti dopo tre
ore seduto sulla sedia a ripetere come un ossesso mi ha
chiamato mia mamma perché era pronto da mangiare. Io
ho guardato l’ora incredulo, e mi sono accorto con
orrore che in più di tre ore avevo ripetuto solo le prime
dieci pagine del libro.
Dato che avevo la sensazione di non dire mai
abbastanza, continuavo a ripartire da capo e ripetere
tutto, come se fosse la prima volta. Solo che, dopo ore
passate a riformulare sempre gli stessi concetti, avevo
ancora la sensazione di non ricordare abbastanza. Anzi,
non era una sensazione, era la verità. Di tutto quello che
avevo studiato, mi ricordavo sì e no la metà delle cose.
Avevo una confusione mentale pazzesca, e questo mi
rendeva insicuro delle informazioni che avevo studiato.
Non sarei mai stato in grado di parlare davanti al
professore e fare bella figura.
Senza saperlo, ero caduto anche io nella trappola
dello studio liquido.
Ci sei caduto anche tu?

Se prima dell’esame ti capita di chiederti: “Perché non


mi sento preparato?”, è perché anche il tuo studio è
liquido.

Ed è proprio allo studio liquido che possiamo


attribuire la colpa della maggior parte dei fallimenti agli
esami, nonostante una preparazione durata mesi.
Ed è ancora per questa convinzione di non aver fatto
abbastanza, o di non ricordare niente, che gli studenti
mollano a un passo dal traguardo.

Qual è la causa principale del fallimento per gli


studenti che non usano gli schemi a cascata?

È la sensazione di non avere il controllo delle loro


informazioni. È come se qualcosa scappasse sempre di
mano, è quella sensazione di dover rincorrere sempre la
prossima farfalla.
Hai presente quando, prima di un esame, ti metti a
letto e la tua mente inizia a parlare? Mi ricordo che,
quando studiavo per più di otto ore al giorno, a fine
serata la mia mente iniziava a parlare da sola. Parlava di
leggi, sanzioni, di tutto quello che avevo appena finito di
studiare.
Solo che lo faceva in maniera totalmente
incontrollata, e questo mi mandava nel panico. Se a casa
mia, nel mio letto, non riuscivo a controllare i pensieri e
a dare loro un senso, cosa avrei fatto davanti al
professore, sotto pressione?

Non avere il controllo della tua mente ti manda nel


panico, e ti fa decidere di rimandare l’esame a pochi
giorni dalla prova.

È per questo che gli schemi sono essenziali, perché


risolvono del tutto il problema della confusione mentale.
Con gli schemi a cascata riesci a organizzare
l’esposizione per il professore, e questo ti fa sentire
sicuro di te e padrone delle tue informazioni.
Lo so che ti trovi meglio a riassumere, perché è una
vita che ti dicono di farlo. Da quando, alle elementari, la
maestra ci assegnava il riassunto della poesia per casa,
siamo sempre stati abituati a ricopiare il libro.
Il problema è che elaborare riassunti è un’attività
passiva, e ha almeno tre controindicazioni per uno
studente universitario, che deve preparare esami da
migliaia di pagine:

perdi un sacco di tempo e non puoi preparare gli


esami in sette giorni;
il discorso resta senza forma e confuso, quindi è
difficile da memorizzare;
il materiale da preparare continua a sembrarti
infinito, e questa cosa ti trasmette ansia.

Più studi, più ti sembra di non sapere niente. Più


continui a studiare, più ti accorgi che non sai tutto, più
studi come un pazzo. È un cane che si morde la coda.
Adesso vediamo da dove vengono questi schemi e in
che modo ti aiuteranno a dare gli esami in sette giorni.

Con gli schemi a cascata, dai gli esami in


sette giorni
Gli schemi a cascata sono una derivazione delle mappe
concettuali elaborate dal professore di didattica J.D.
Novak.
Ecco un esempio di mappa concettuale:
Le mappe concettuali sono state pensate per
esprimere graficamente passaggi logici che dimostrano
che uno studente ha compreso un argomento. L’utilizzo
delle frecce, infatti, presuppone che lo studente abbia
capito l’argomento e sia in grado di destrutturare i
discorsi e rendere chiari e espliciti i passaggi logici di
quel discorso tramite le frecce.
L’unico problema delle mappe concettuali è che non
sono proprio adatte ai libri lunghi e complessi che devi
studiare all’università.
È per questo che io e Giuseppe abbiamo creato gli
schemi a cascata, una rivisitazione delle mappe
concettuali pensata per venire incontro alle esigenze di
uno studente universitario alle prese con gli esami.
La funzione più importante degli schemi a cascata è
quella di organizzare il discorso nella nostra testa,
proprio come se dovessimo tenere un’orazione in
pubblico.
Con gli schemi a cascata possiamo preparare delle
risposte da 30 che entusiasmeranno il professore,
anziché studiare di tutto e di più senza mai dare un
ordine al nostro discorso mentale.
L’importanza di avere un discorso è cruciale per dare
gli esami in sette giorni, cosa che non ti azzarderesti mai
a fare se avessi studiato da tutte le fonti possibili e
immaginabili, facendo riassunti, perché avresti la
sensazione di non finire mai di studiare. Gli schemi a
cascata, invece, sono delle risposte autoconclusive che si
esauriscono in poche pagine.
Ti ricordi quando, in fase di Organizzazione,
Giuseppe ha detto: «Non studiare il libro, ma prepara
l’esame»?
Ecco, con i riassunti tu parti dal libro, lo studi tutto,
ma non sai se stai preparando l’esame. Con gli schemi a
cascata, invece, parti da cosa vuole la cattedra, e strutturi
delle risposte da 30, che ti fanno fare colpo sul
professore.
Non sei ancora convinto? Perché adesso arriva il
pezzo forte.
Se usi gli schemi a cascata hai ben cinque benefici.

I cinque fantastici benefici dell’usare gli


schemi a cascata
1. CONDENSI L’ESAME IN POCHE PAGINE
Sottolineare il libro con tanti colori non ti permette di
dare un ordine logico e cronologico agli argomenti da
ricordare. Infatti se a distanza di un po’ di tempo
riprendi in mano il libro che avevi evidenziato, devi
rileggere tutto per trovare le informazioni che ti servono.
E ovviamente, se rileggi tutto, vai nel panico perché
inizi a pensare: “Devo assolutamente sapere tutto, se no
il professore mi boccia”. Con gli schemi a cascata,
invece, sarai in grado di condensare tutto il succo in
poche pagine e assicurarti il 30.

2. SALUTI L’ANSIA PER SEMPRE


Avere sempre il malloppone di mille pagine sulla
schiena ti ricorda continuamente che devi studiare, e che
non hai mai fatto abbastanza. Solo il fatto di guardare il
libro crea ansia e stress, perché sembra qualcosa di
brutto e odioso, da cui non riusciamo a liberarci. Avere
invece uno schedario, con un numero finito di fogli e di
informazioni preziose, ti dà leggerezza e sicurezza. E
così puoi dire per sempre addio all’ansia per l’esame.

3. SEI PADRONE DI DECIDERE COSA VUOI IMPARARE, E


COSA NO
Con gli schemi a cascata non sei più vincolato al libro,
ma puoi studiare dalle fonti che preferisci, e inserire solo
gli argomenti utili ai fini del superamento dell’esame. È
come se fossi obbligato a mettere solo un certo numero
di informazioni, quelle che ritieni utili ai fini del 30.
L’unico criterio per scegliere è: l’informazione che sto
per mettere nello schema mi fa preparare una risposta da
30?

4. NON HAI LA TENTAZIONE DI RILEGGERE PARTI


INUTILI
Dato che con gli schemi a cascata sei obbligato a fare
una selezione, non puoi più permetterti di andare a
rileggere le note e gli appunti minuscoli, presi in fondo
alla pagina. Anche perché il tempo da dedicare a questa
fase è il 60% del totale: se, per esempio, decidi di
preparare un esame in 10 giorni, devi dedicare il 60%
del tempo alla comprensione (quindi sei giorni).
E in sei giorni non puoi permetterti di studiare tutto,
ma devi assolutamente fare una classifica degli
argomenti più importanti, e quindi delle risposte più
importanti da preparare. E se hai poco tempo, e un
numero limitato di pagine, non ti puoi perdere nei
fronzoli, ma devi andare dritto al punto.

5. MEMORIZZI PIÙ VELOCEMENTE


Grazie agli schemi a cascata, tutte le informazioni che
prima non avevano una forma iniziano ad assumere una
certa linearità nella tua testa. La risposta si divide in
blocchi, e c’è una struttura fissa che divide gli
argomenti. In questo modo, devi solo memorizzare la
risposta con la tecnica di memoria più potente al mondo,
che vedrai più avanti, e il gioco è fatto.
Adesso bando alle ciance, e passiamo subito alla
pratica. Vediamo come si fanno questi schemi a cascata
e quali sono i tre passi fondamentali per costruire uno
schema da 30 e lode.

Passo 1: rispetta la gerarchia


Quello che vedi nella pagina a fianco è un esempio di
schema a cascata.
L’obiettivo dello schema a cascata è quello di
preparare delle risposte da 30, da dare al professore. Per
questo lo schema risponde sempre a una domanda
specifica, che il professore ti potrebbe fare all’esame.
Questo significa che, una volta individuate le
domande della cattedra in fase di organizzazione, con lo
schema dobbiamo solo preoccuparci di costruire risposte
perfette a quelle domande. Non dobbiamo perderci a
schematizzare tutto il libro, ma solo a rispondere alle
domande.
La cosa più importante, quando elaboriamo uno
schema, è strutturare la risposta in modo che sia chiara la
gerarchia tra i concetti principali e i concetti secondari.
È proprio per questo che viene chiamato “a cascata”:
perché è una cascata di concetti organizzati in modo
gerarchico.
Come facciamo a decidere quali sono i concetti
principali e quali quelli secondari, in modo da creare uno
schema perfetto?

Dobbiamo seguire questa semplice procedura:

1. leggere il paragrafo che contiene la risposta alle


domande che hai raccolto in fase di organizzazione;
2. estrapolare le informazioni cruciali, che ti
permettono di rispondere da 30 al professore
(concetti principali, secondari eccetera);
3. disporre le informazioni “a cascata” nello schema,
rispettando la gerarchia tra i concetti.

I “concetti principali” sono quelli che entusiasmano il


professore.

Un concetto si definisce “principale”, se fa pensare al


professore “Ok, questo ha studiato”.

Dopo i concetti principali, vanno inseriti a cascata


quelli secondari, terziari e così via, ossia quei concetti
che completano i principali e fanno pensare pensare al
professore: “Questo studente ha studiato, e pure bene”.
Se per esempio devi discutere delle cellule procariote
(quelle di cui sono fatti i batteri), dovrai parlare di più
argomenti: le dimensioni, il nucleo, i ribosomi, la parete
cellulare, il flagello eccetera.
Questi sono tutti argomenti principali, che ti
permettono di creare una divisione tra tutte le cose di cui
parlare.
Ogni argomento principale va arricchito con
sottoargomenti che servono a sviscerare bene il concetto,
e a farti prendere 30.
Dividere gli argomenti in funzione di una gerarchia ti
permette di operare una “classificazione mentale” e di
mettere in ordine le informazioni nel tuo cervello.
Il concetto della “classificazione mentale” è ben
spiegato da un esperimento dello psicologo Endel
Tulving.

L’ESPERIMENTO DI TULVING PER CLASSIFICARE GLI


ARGOMENTI D’ESAME
Lo psicologo canadese Endel Tulving ha condotto uno
studio molto interessante, che dimostra che le
informazioni catalogate sono più facili da ricordare.
Nella sua ricerca ha diviso in due gruppi uguali cento
studenti. A ogni gruppo ha dato delle schede con alcune
informazioni.
Al primo ha chiesto di memorizzare le informazioni
per come erano, mentre al secondo ha chiesto di
categorizzarle, dividerle in qualche modo.
Dal test finale è risultato che il gruppo che doveva
memorizzare le informazioni e quello che le doveva
catalogare avevano memorizzato lo stesso numero di
schede, solo che al secondo gruppo non era stato affatto
chiesto di memorizzarle.
Cosa ci ha dimostrato Tulving con questo
esperimento? Che classificare i concetti te li fa
memorizzare.
Il che significa che, utilizzando lo schema a cascata,
inizi a memorizzare già quando dividi gli argomenti in
principali, secondari e terziari. Spesso, infatti, capita che
i nostri studenti inizino a memorizzare
involontariamente, ancora prima di redigere le mappe
mnemoniche e usare il Palazzo della memoria.
Ovviamente in questa fase non dobbiamo
preoccuparci di memorizzare, perché siamo ancora nella
fase di comprensione. Tuttavia usando gli schemi a
cascata inizi a farlo naturalmente, quasi per sbaglio.
Interessante, non credi?

Passo 2: dividi tutto in elenchi


Al nostro cervello non piacciono i discorsi lunghi e
complessi, al nostro cervello piace semplificare. È per
questo che quando parli con qualcuno che divaga nei
discorsi e non arriva mai al punto stacchi la spina,
perché a un certo punto il tuo cervello si stanca e dice:
“Ok, questo l’ho capito, passiamo oltre”.
Anche il professore ha un cervello: devi parlargli in
modo che lui possa seguire il tuo ragionamento, senza
divagare troppo e dargli così la sensazione di non
arrivare mai al punto perché non hai studiato bene.
Come si ottiene questo risultato? Dividendo il
discorso in più parti, in veri e proprio elenchi.
L’OCME, per esempio, funziona perché è diviso in
quattro parti. Anche la parte di questo libro che illustra
praticamente il Metodo è divisa in 4 capitoli, e questo ti
permette di tiare un sospiro di sollievo ogni volta che
finisce una fase. È come se permettessi al tuo cervello di
dire: “Ok, tutto chiaro, mamma mia, adesso andiamo
avanti”.
Per questo, quando crei uno schema a cascata, quello
che devi fare è proprio cercare di dividere tutto in
elenchi.
La nostra mente ama l’ordine e gli schemi perché
odia navigare in un mare indistinto di informazioni: le
viene più facile salire un gradino per volta.
Quindi primo gradino: “Ah ok, sono salito!”
Secondo gradino: “Ah ok, sono salito!”
Terzo gradino: “Ah ok, sono salito!”
Se ragioni per fasi ed elenchi hai tutto ben chiaro in
testa, e quando esponi all’esame sei molto più sicuro di
te. Sarà tutto più facile e il tuo discorso sarà molto più
incisivo.
Il professore percepirà una grande preparazione da
parte tua, e penserà: “Non ha studiato a caso, perché se
riesce a esporre così chiaramente, deve aver studiato
per forza dei mesi!”.
E il 30 è assicurato!

COME SI DIVIDE TUTTO IN ELENCHI?


Nello schema che ti ho mostrato, puoi vedere che
accanto a ogni argomento c’è un trattino. Quel trattino
indica proprio i vari blocchi o elenchi in cui è stato
suddiviso lo schema.
Ovviamente non devi per forza usare un trattino o una
linea, ma puoi usare il simbolo che preferisci.
L’importante è che non ti perdi in questi dettagli, e tieni
sempre gli occhi sull’obiettivo, ossia dare risposte
perfette al professore.
Dividere tutto in elenchi ti fa sentire sicuro di te,
perché sai esattamente cosa rispondere al professore e in
che ordine esporre le informazioni. In questo modo
trasmetterai sicurezza al professore, e lui ti percepirà
come un esperto che sa quello che dice, e non come uno
studentello che è andato lì per rubarsi il voto.

Passo 3: fallo a mano


Il terzo passo per fare un buono schema a cascata è farlo
a mano.
Perché? Per due motivi principali.

1. SFRUTTI LA MEMORIA MUSCOLARE


La memoria muscolare è il ricordo che deriva dal
movimento muscolare. Praticamente, se c’è un
coinvolgimento muscolare nell’azione, hai ricordi più
nitidi legati a quel momento. Secondo uno studio
pubblicato su «Science» nel 2014 da due psicologi
dell’Università di Princeton e della California, quando
scrivi a mano rielabori meglio le informazioni.
L’attivazione simultanea di più aeree del cervello
proverebbe che la mente si concentra molto di più
sull’attività quando la rielabora a mano, anziché al
computer o al cellulare.
Lo so che fare gli schemi con il computer è meglio,
perché ci si mette meno tempo, ma così si ricordano
meno informazioni.
2. AUMENTI L’ORGANIZZAZIONE PERCETTIVA
Percepire non significa solamente cogliere qualcosa, ma
dare un significato a ciò che cogliamo con i nostri
cinque sensi. Due persone diverse possono interpretare il
medesimo evento in due modi completamente differenti,
in base al significato che attribuiscono all’accaduto.
L’assegnazione del significato è regolata da segnali
chimici ed elettrici, sotto forma di rilascio di sostanze
come dopamina, serotonina, ossitocina e altri ormoni e
neurotrasmettitori.
Il fatto di cominciare uno schema, finirlo e
archiviarlo permette al tuo cervello di pensare: “Ma che
figo, so fare un sacco di cose, e adesso ne ho appena
finita un’altra!”, il che induce un rilascio di dopamina,
una sostanza legata al piacere, che fa venire voglia al tuo
cervello di studiare di più.
Quindi, paradossalmente, realizzare gli schemi a
mano è più piacevole e più divertente per il nostro
cervello. Al contrario elaborarli al computer non li rende
“reali”, tanto che il cervello non se ne rende neanche
conto.
Inoltre, fare a mano gli schemi aumenta
l’Organizzazione percettiva. Sapere esattamente quello
che hai fatto e quanto ti manca per arrivare alla fine è
importante, perché in questo modo la mente può valutare
le proprie energie e distribuirle nel corso dello sforzo,
diventando la tua motivatrice personale.
Ok, ora che abbiamo visto i tre passi principali per
fare uno schema a cascata perfetto, magari starai
pensando: “Sì Andre’, hai ragione, ma io faccio i
riassunti perché voglio capire quello che studio! Con gli
schemi a cascata non capisco! E poi, non mi faranno
andare più lento?”.
Fermati. Anche io avevo i tuoi stessi dubbi quando ho
iniziato a studiare con gli schemi. Sono dubbi normali
che assillano la mente di tutti gli studenti impavidi che
decidono di imparare un vero metodo di studio.
Ovviamente gli schemi a cascata non solo ti fanno
capire meglio quello che studi (perché ti permettono di
rielaborare attivamente il testo), ma ti fanno andare
molto, molto più veloce. Produrre gli schemi a cascata ti
permette di liberarti dal peso del librone da mille pagine,
e ti fa avere un numero finito di informazioni da
memorizzare. Ti fa arrivare all’esame con la sicurezza
che quello che hai studiato, te lo ricordi veramente, e per
questo ti garantisce di prendere più 30 di tutti i tuoi
compagni di corso messi insieme.
Poi certo, all’inizio devi imparare a realizzarli.
Magari ti servirà qualche giorno per perfezionarli, ma se
segui le regole che ti dirò tra poco e continui a formarti
con noi, per te sarà una passeggiata.
Ora, però prima di passare alla fase di
memorizzazione, voglio insegnarti tre “sporchi trucchi”
per aiutarti a redigere schemi da 30 e lode. 1

Tre sporchi trucchi per schemi da 30 e lode


SPORCO TRUCCO 1: USA LA MUSICA PER POMPARTI
In questo primo sporco trucco ti insegnerò a usare la
musica per:

raggiungere il prima possibile i tuoi obiettivi;


caricarti prima dello studio e durante la
schematizzazione con le playlist giuste;
compiere un rituale mattutino che ti carica per
studiare.

Non so se lo sai, ma la musica ha l’incredibile potere


di agire sulle nostre emozioni e sulla nostra produttività.
Tuttavia, non conoscendo i suoi reali benefici e pericoli,
spesso gli studenti la sottovalutano.
Anche io all’inizio facevo l’errore di sottovalutare la
musica, prima di capire che, se usata nel modo giusto,
mi avrebbe permesso di studiare meglio e caricarmi al
massimo prima di un esame.
Vuoi scoprire anche tu come usare la musica per
essere più produttivo?
Allora apri bene le orecchie.

Canzoni pro o contro i tuoi obiettivi?


Dato che agisce direttamente sul tuo stato d’animo, la
musica può avere un ruolo cruciale nel raggiungimento
dei tuoi obiettivi.
Di solito nell’ambito della formazione e della crescita
personale si parla molto di pensare positivo o controllare
i nostri pensieri per realizzare i nostri sogni. In questo
modo, però, ci si dimentica di parlare di quello che c’è
sotto, della matrice, di ciò che determina tutto, ossia del
nostro stato d’animo.
Infatti i tuoi pensieri sono fortemente influenzati da
questo e spesso lavorare solo sui pensieri senza tener
conto dello stato emotivo può rivelarsi la mossa
sbagliata per la tua crescita.
Lo stato d’animo è quella sensazione di sottofondo
che accompagna le tue giornate (felicità, tristezza, ansia
eccetera), e che decide il 99% della tua vita.
Avere il controllo sul tuo stato d’animo ti permette di
cambiare anche tutto il resto. Infatti, quando siamo in un
determinato stato d’animo tendiamo a operare scelte che
incoraggiano quel tipo di stato.
Questo meccanismo è stato accuratamente descritto
da Paul Ekman, lo psicologo statunitense che nel 2009 è
entrato nella lista delle cento persone più influenti al
mondo, secondo «Time Magazine».
Nel suo libro Te lo leggo in faccia, Ekman parla
proprio dello stato di refrattarietà come un meccanismo
naturale del nostro codice genetico, che ha una sua
funzione evolutiva. Ti faccio un esempio per spiegartelo
meglio. Se un uomo preistorico vede un leone, entra in
uno stato di allerta. La paura provoca in lui dei
cambiamenti a livello fisico, che gli permettono di
scappare e non farsi uccidere. Se il cambiamento non
fosse avvenuto, e l’uomo non avesse provato un
profondo senso di paura, il leone l’avrebbe sbranato.
E lo stesso meccanismo si attiva all’esame. Dato che
non abbiamo ancora imparato a gestire le nostre
emozioni (ti ricordi, siamo degli “scemi emotivi”),
l’ansia limita l’afflusso di sangue al cervello, l’emozione
negativa ci assale e finiamo col fare scena muta davanti
al professore.
Ekman, famoso per gli studi sul linguaggio non
verbale e sull’influenza che quest’ultimo ha sulle nostre
emozioni, spiega questo fenomeno con il concetto di
“stato di refrattarietà”, secondo il quale quando dentro di
te si attiva una determinata emozione, la mente inizia a
filtrare tutti i pensieri secondo quella stessa emozione.
Se provo paura per l’esame, quindi, la mia mente non
riesce a disattivare quella paura, e inizia a farmi avere
solo pensieri del tipo: “E se mi chiede proprio quello che
non so?”. Di conseguenza, intraprenderò solo azioni che
incoraggiano la paura (per esempio non mi presenterò
all’appello).

In poche parole, quando entri nello stato di


refrattarietà hai la tendenza a focalizzarti solo sul
problema e mai sulla soluzione.

Come dicevo, puoi bloccare questo meccanismo


agendo sullo stato d’animo e predisponendoti a uno stato
di gioia e di positività.
Come? Raccontandoti frasi che cambiano il tuo modo
di pensare? Sì, è una strada possibile, ma funziona per
un cambiamento a breve termine. Alla lunga non si
rivela molto efficace.
Quello che devi fare, e che ha cambiato la nostra vita,
è creare le condizioni giuste per entrare in un certo stato
d’animo piuttosto che in un altro. Se per esempio impari
a cambiare lo stato d’animo da “ansioso” a “energico”
mentre prepari l’esame, inizierai a pensare che andrà
bene. Di conseguenza si genererà dentro di te
un’emozione di euforia, le tue azioni saranno più
efficaci, e quindi magari riuscirai a concentrarti durante
lo studio.
Risultato? Prendi 30, e torni a casa felice.
Quindi piuttosto che cercare di cambiare le tue azioni
dovresti cercare di capire perché le metti in pratica,
senza condannarti per ciò che hai fatto o non hai fatto.
Se fai o non fai qualcosa, c’è sempre un motivo più
profondo, anche se apparentemente non sembra.
Se per esempio sei lento a studiare, piuttosto che
giudicarti e dire: “Mamma mia, quanto sono lento!”
potresti provare a capire che cosa ti impedisce di dare il
tuo 100%, e come fare a essere sempre più produttivo e
veloce.

Piuttosto che cambiare quello che fai, dovresti iniziare


a cambiare le condizioni in cui lo fai.

E se a questo punto stai pensando: “Ma io sono fatto


così, come faccio a cambiare il mio stato d’animo?”, ti
rispondo: «Sciocchezze». Se adesso non stai ottenendo i
risultati che vuoi, non è perché “sei fatto così”. Nessuno
è nato per stare male, ma per essere felice e raggiungere
risultati incredibili nella propria vita. Se adesso non sei
felice, è perché sei abituato a non esserlo. Solo
cambiando il tuo stato d’animo puoi davvero fare della
tua vita un capolavoro.

Come si fa a cambiare lo stato d’animo? Agendo sulle


condizioni che lo determinano.
E adesso andiamo vediamo come cambiare a tuo
piacimento lo stato emotivo cambiando le condizioni,
ossia scegliendo la musica giusta.

Come cambiare a piacimento il tuo stato


emotivo con la musica
È molto semplice.
Quando stai male, ascoltare musica deprimente ti fa
deprimere. Anche quando stai bene ascoltare musica
deprimente ti fa deprimere.
In poche parole: non ascoltare musica deprimente, se
non vuoi deprimerti.
Ma come fa la musica a influenzarci a tal punto da
farci deprimere e portarci a ottenere dei risultati
disastrosi? Per capirlo basta dare uno sguardo alla nostra
biologia e alla nostra evoluzione.
Quando eravamo piccoli e nostra mamma ci teneva in
braccio, potevamo ascoltare il suo cuore battere.
Biologicamente, tramite il battito del suo cuore, la
mamma riesce a trasmettere al piccolo se fuori c’è un
pericolo oppure no. Se il suo cuore batte normalmente, il
bambino è tranquillo. Se invece il cuore della mamma
accelera, il bambino percepisce che sta arrivando un
pericolo.
Allo stesso modo ascoltare canzoni con un ritmo
troppo elevato, oppure tendente al tragico, ci fa entrare
in uno stato di ansia, paura e irrequietezza. Ci fa
sospettare inconsciamente l’arrivo di un pericolo, e fa
accelerare il battito del nostro cuore. In particolare, sono
proprio i bassi e i tamburi che ci trasmettono una
sensazione di nervosismo e preoccupazione.
È per questo che in discoteca ci esaltiamo e balliamo
come pazzi, perché il battito per minuto (bpm) della
musica disco è di 120 bpm, mentre quello del nostro
cuore a riposo è di soli 60-80 bpm.
Oltre al ritmo, anche l’armonia della musica incide
sul nostro stato d’animo. Con uno strumento musicale si
possono suonare accordi maggiori o minori. Gli accordi
minori trasmettono tristezza e angoscia, mentre quelli
maggiori euforia e felicità.
Ciò è intimamente legato ai suoni della natura e al
loro significato: per esempio pioggia, vento e tutto ciò
che trasmette ansia e paura all’uomo sono pieni di
accordi minori. Viceversa, il canto degli uccellini che
preannuncia l’arrivo del bel tempo è fatto perlopiù di
accordi maggiori.
Quindi, per la tua produttività è meglio ascoltare
musica con tanti accordi maggiori, piuttosto che
canzoni cariche di accordi minori.

Bene, ora che conosci il potere della musica puoi


cambiare a piacimento il tuo stato emotivo, e prendere in
mano le redini della tua vita anziché lasciarti trasportare
passivamente dalle tue emozioni.
Adesso passiamo a vedere le playlist migliori che ti
caricano in fase di schematizzazione.

Le playlist che ti caricano per


schematizzare
Adesso verrà in aiuto il nostro maglioncino blu preferito,
Giuseppe Moriello.
Scegliere le playlist giuste per studiare è molto
semplice, dato che ci abbiamo pensato già noi a fare una
selezione dei brani migliori da ascoltare durante lo
studio. Tutto quello che devi fare è andare su Spotify,
cercare “Giuseppe Moriello” e selezionare la voce
“Playlist pubbliche”. Come vedrai, Giuseppe ha creato
delle playlist anche per caricarti prima dello studio e
dell’esame, oltre che in fase di schematizzazione.
Le playlist sono tre:

playlist 1: Schematizzazione;
playlist 2: Caricarsi prima dello studio;
playlist 3: Caricarsi prima dell’esame.

Vediamo meglio come usarle per studiare al


massimo.

1. La playlist 1, Schematizzazione comprende musica


esclusivamente strumentale, perché studiare con la voce
ti distrae. In questa playlist troverai canzoni molto
calme, di sottofondo, che ti donano pace e ti isolano dal
mondo esterno. È composta da circa una quarantina di
canzoni che anche io e Giuseppe ascoltavamo durante la
fase di schematizzazione.
Puoi usarla ogni volta che devi fare gli schemi a
cascata, per creare un ancoraggio uditivo a quella
determinata fase del metodo (dopo parleremo del potere
dell’ancoraggio, e di come sfruttarlo per studiare in
modo più concentrato).

2. La playlist 2, Caricarsi prima dello studio, è composta


da canzoni che ti fanno venire voglia di ballare, e ti
caricano prima di iniziare a studiare. Puoi ascoltare
questa playlist con gli auricolari o con le casse. Se
mentre la ascolti tu riuscissi a ballare e saltare come un
pazzo in qualsiasi stanza, anche in bagno, sarebbe il
massimo.
Questo perché se è vero che il cervello influenza il
corpo, è vero anche il contrario, cioè che il corpo
influenza il cervello, nel bene o nel male. Metterti a
saltare senza un motivo comunica al tuo cervello che stai
bene e che sei felice, e questo gli permette di fare
pensieri migliori, che generano emozioni positive, che
portano ad azioni di qualità e risultati straordinari.
La cosa importante è ascoltare questa playlist subito
prima di iniziare a studiare o durante il tragitto che fai
per andare nel posto dove studi di solito, verso la
biblioteca o l’università.

3. Per ultima c’è la playlist 3, Caricarsi prima


dell’esame, che Giuseppe ha preso dall’anime Fairy
Tail. In realtà quella che trovi su Spotify non è quella
ufficiale ma solo una versione, quindi ti consiglio
comunque di ascoltare quella originale su YouTube.
Questa playlist è perfetta da ascoltare la mattina
stessa o la sera prima dell’esame, perché fa entrare in un
mood di vittoria e successo. Se non mi credi, ascoltala
subito, e dimmi un po’ come si sta dopo averlo fatto

Bene, adesso passiamo all’ultimo punto per caricarti


prima di studiare, ossia il rituale mattutino perfetto.

Il rituale mattutino che ti carica per


studiare
Come facciamo a caricarci al mattino per iniziare la
giornata con il piede giusto e studiare fino a duecento
pagine al giorno?
Per prepararti a studiare al massimo delle tue energie
devi:

uscire di casa e andare a studiare in un luogo diverso


dalla tua camera;
spararti nelle orecchie la playlist che ti gasa di più;
ballare per strada come un pazzo, ignorando i
passanti che ti guardano stupiti.

Per me questo era un rituale imprescindibile, perché


mi permetteva di accumulare energia e iniziare a bomba
la giornata. La cosa importante è che lo svolgi seguendo
le regole che ti ho appena detto.
Se ti senti in imbarazzo a ballare per strada ricordati
che è chi se ne va in giro con la faccia triste e sconsolata
che dovrebbe vergognarsi. Tu sei un “guerriero della
luce”, uno “studente alieno”, e devi prenderti cura di te e
della tua felicità.
Purtroppo le persone non sono abituate a essere felici,
e pensano che essere tristi sia la normalità. In realtà il
tuo obiettivo è quello di stare bene, ed essere felice.
Quindi fregatene di chi ti guarda male, perché tu lo stai
facendo per te, ti stai facendo un regalo.

SPORCO TRUCCO 2: STUDIA IN UN POSTO SOLO


Molti studenti, prima di iniziare a studiare, si pongono
molte domande, del tipo:

“Ma dove devo studiare?”;


“È meglio studiare a casa o in biblioteca?”;
“Meglio studiare soli o con gli amici?”.

Spesso le risposte sono soggettive: infatti c’è chi


preferisce studiare a casa con il pigiamone di pile, chi
invece si trova meglio a farlo con gli amici, e chi riesce a
studiare solo in camera sua nel silenzio tombale.
La verità è che non esiste un posto migliore in
assoluto per studiare, esiste solo il posto che hai scelto
tu.
La nostra mente lavora per associazioni. Per esempio,
sa bene che, quando vede il letto, è arrivato il momento
di dormire. Associando il letto al sonno, la mente impara
che quando vede il letto si è fatto tardi ed è ora di
predisporre il corpo al riposo.
Pensa anche alle sensazioni o ai ricordi che un certo
profumo evocano in te. Magari quella fragranza ti
ricorda una persona cara o una situazione che hai
vissuto. Spesso anche a distanza di anni, la tua mente
sarà in grado di associare a un certo odore una
determinata persona o situazione.
Sfruttando questo principio, quello che devi fare per
essere iper-produttivo nello studio è associare un certo
luogo a una determinata fase del metodo, e portare a
termine quella fase esclusivamente in quel posto.
Tecnicamente si dice che devi ricreare un
“ancoraggio” per ogni fase dell’OCME. Questo in
particolare si chiama “ancoraggio spaziale”, perché
ancori un luogo a una certa attività.
Se per esempio devi scegliere dove svolgere la fase di
Comprensione (e quindi realizzare gli schemi a cascata),
sicuramente non ti conviene scegliere la camera da letto,
perché lì la tua mente non riuscirà a concentrarsi al
massimo. Puoi scegliere, per esempio, una postazione
della biblioteca che userai solo per redigere gli schemi e
nient’altro. In questo modo la tua mente saprà cosa fare
non appena ti posizioni in quel luogo, e si metterà
automaticamente nella disposizione d’animo “devo
scrivere gli schemi a cascata”.

SPORCO TRUCCO 3: L’EFFETTO PLATONE CHE FA


ESPLODERE LA TUA VOGLIA DI STUDIARE
«Ma è normale che ci sono degli argomenti che studio
più volentieri, e degli altri argomenti che invece proprio
non mi vanno giù? E come faccio a studiare anche quelli
che non sopporto?» Questa è una delle domande più
gettonate tra gli studenti universitari.
Prima di tutto, è normalissimo che ci siano degli
argomenti che ci interessano di più e altri che ci
interessano meno, ma il nostro compito in quanto
studenti di successo è capire come studiare anche le cose
che ci interessano poco o niente.
Io non sono per il sacrificio inutile, cioè soffrire anni
e anni per vedere (FORSE) arrivare prima o poi una
ricompensa. Io sono dell’idea di rendere l’università una
parentesi piacevole e divertente della vita di uno
studente. Rendere piacevole l’università fa scorrere tutto
più liscio, perché ci rende più entusiasti e desiderosi di
portare a casa risultati straordinari.
Per questo ti dico che non è mai una materia ad
annoiarci, ma è il rapporto che abbiamo con lo studio
che ci fa piombare nella noia e nello sconforto. Pensa a
quando partecipi a un gioco di società: non sono i dadi,
le carte, le pedine o il tabellone che ti entusiasmano. Ti
diverti perché ti piace giocare con altre persone, e ti
stimola l’idea di provare a vincere.
E la stessa cosa accade nello studio. Devi cercare di
trasformare lo studio in una vera e propria sfida, per
stimolare le aree del tuo cervello che producono
dopamina (l’ormone del piacere). In pratica dobbiamo
farci piacere quello che stiamo studiando, al di là del
fatto che ci interessi la materia o meno.
E in che modo possiamo ottenere questo risultato?
Sfruttando l’effetto Platone, che ci agevola nella velocità
di comprensione.
Le opere di Platone sono scritte come dialoghi e
questa forma è particolarmente interessante perché
l’essere umano è abituato a ragionare per domande. Noi
ci siamo evoluti proprio per la nostra curiosità e voglia
di conoscere.

Per scatenare a comando la voglia di studiare


dobbiamo utilizzare proprio quella stessa curiosità.

Mentre lo studente in crisi apre il libro e cerca di


studiare tutto, sperando che il professore gli chieda solo
ciò che ha studiato, uno studente di successo prima
capisce cosa vuole il professore, e poi va a cercare le
risposte nel testo. In questo modo non solo il tuo studio
diventa profittevole e qualitativamente migliore, ma ti
viene anche più voglia di studiare.
Il solo fatto di aprire il libro con uno scopo ti
permette di stimolare a comando la voglia di studiare.
Perché quando la nostra mente ha un obiettivo è molto
più produttiva. Se sai che il professore potrebbe farti
proprio quella domanda, sei molto più attento quando
studi, e anche la tua velocità di comprensione aumenta.
La mente starà più attenta perché sa che quell’argomento
è importante.
Quindi sfruttare l’effetto Platone significa aggredire il
libro con la mentalità del ricercatore, cercando risposte
alle possibili domande che il professore ti farà all’esame.

Dopo aver analizzato a fondo la fase di


comprensione, possiamo rivolgere la nostra attenzione a
quella successiva, che riguarda la memorizzazione.

1. I tre “sporchi trucchi” sono estratti dal nostro corso avanzato


“Laurea Facile”.
MEMORIZZAZIONE
Come memorizzare un esame in due giorni
parla Giuseppe

“Quasi nessuno ha una memoria così


solida da ricordare nomi e concetti
senza utilizzare apposite tecniche di
organizzazione mentale.”

Marco Tullio Cicerone

Tutto bene? Com’è andata con la Comprensione? Ti


sembra tutto assurdo? Vuoi tornare subito al “leggi e
ripeti”? Aspetta, facci almeno finire, ora arriva una parte
molto divertente.
A questo punto del Metodo dovresti aver capito che:

devi organizzare una strategia d’esame per dare gli


esami in sette giorni;
devi elaborare schemi fantastici, con i quali
costruisci delle risposte da 30.

E ora li dobbiamo solo memorizzare.


Finalmente arriva il magico capitolo sulla memoria,
quello più bello per me, dato che in Italia sono
conosciuto soprattutto come il “memory coach” degli
studenti universitari.
Ecco perché quando gli studenti mi incontrano mi
chiedono sempre di spiegargli bene questo “Palazzo
della memoria”. E dopo anni non mi sono ancora
stancato di parlarne, perché mi piace troppo, mi ha fatto
prendere 30 studiando in sei giorni, per esami che i miei
compagni di corso preparavano in tre mesi.
Alcuni studenti che ho seguito hanno preparato esami
tosti – come Anatomia, Analisi matematica e Diritto
commerciale – in quattro, cinque e sei giorni. Sì, perché
con questa tecnica prendi le informazioni, le metti
istantaneamente nella memoria a lungo termine e le puoi
ricordare per quanto tempo vuoi.
Lo so che sei scettico, anche io lo ero quando ho
saputo che i campioni di memoria potevano
memorizzare una serie incredibile di dati in un tempo
molto limitato, tipo: 132 date in 5 minuti; 528 cifre in 5
minuti; 125 parole in 5 minuti.
All’inizio ero invidioso perché ho sempre avuto una
memoria imbarazzante. I miei amici mi chiamavano
“pesciolino rosso” perché dimenticavo sempre il
portafogli e gli ombrelli dappertutto. Poi ho scoperto
l’arte della memoria e lì subito ho pensato: “Lo devo
fare pure io”.

Insomma, con il Palazzo della memoria è stato amore


a prima vista.
Quello che ti spiegherò in questo capitolo è quello
che ho chiamato, molto modestamente, metodo
Moriello: il primo metodo di che ti permette di
memorizzare un esame universitario in due giorni.
Perché due giorni e non sette?
Perché la fase di memorizzazione è parte del metodo
OCME, in particolare è la terza fase, quella che deve
occupare il 30% del tempo di preparazione dell’esame.

Insomma: se prepari gli esami in sette giorni, il quinto


e il sesto devi memorizzare i contenuti come ti dico in
questo capitolo.

E abbandona tutto quello che stai facendo attualmente


per “memorizzare”, perché quelle attività, molto
probabilmente, ti danno solo la “sensazione di
memorizzare”.
Non ci credi? Allora fai quest’esperimento molto
buffo:

1. prendi uno studente universitario medio, con


l’abbonamento a Netflix;
2. mettilo davanti al libro con la scorta di evidenziatori;
3. digli che l’esame è tra un mese e mezzo;
4. poi esci dalla stanza e lascialo lì a lievitare per un
mese… volevo dire studiare;
5. dopo un mese fagli una domanda qualsiasi sul
programma, anche molto facile.

Vuoi sapere qual è la sua risposta?


«Devo ancora ripetere.»
Un mese di studio e deve ancora ripetere. Non si
ricorda niente, dopo un mese di studio. Ha evidenziato,
riassunto, schematizzato, letto e riletto. Ma dopo un
mese, deve ancora ripetere.
Ancora ripetere…
Perché? Perché quelle sono tutte attività che
“aiutano” la memorizzazione, ma che non bastano alla
memorizzazione a lungo termine. Se vuoi avere la
memoria di un computer e ricordare tutto e per sempre
devi usare il Palazzo della memoria.
Sai cos’ha fatto per un mese in realtà quello studente?
Ha colorato il libro, o comunque l’ha riscritto in brutta
copia su fogli in cui non si capisce niente.
E l’ironia di tutto questo è che, quando parlo di arte
della memoria, i professori applaudono, mentre gli
studenti, con aria allibita, mi dicono: «Ma che cosa dici
mai?!? Memorizzare?!? Ma sei impazzito?!? Io devo
capire, altrimenti non diventerò mai un grande
professionista! Io sono un bravo bambino…».
Sin dalle elementari ci hanno detto: «Mi raccomando
bambini dovete capire, non dovete memorizzare» e poi
cosa ci chiedono alle interrogazioni? Dove si producono
le barbabietole da zucchero, date e altre informazioni da
memorizzare.
Anche all’esame ci chiedono innumerevoli dati da
ricordare a memoria: costanti, numeri, nomi complessi,
procedure, leggi, definizioni, e altre informazioni che
non dobbiamo capire.

Non sto dicendo che all’università sia tutto a memoria.


Sto dicendo che ci sono migliaia di informazioni che
devi memorizzare e basta, senza niente da capire.

E la questione è che, anche quando capisci il


discorso, devi comunque ricordartelo. Il che è difficile,
soprattutto durante una prova così complessa a livello
emotivo, come l’esame.
Per esempio, anche quando preparo un discorso da
fare sul palco, utilizzo l’arte della memoria per
ricordarmi cosa dire e in che ordine dirlo. E questo non
vuol dire che io il discorso non l’abbia capito. L’ho
scritto io il discorso, è ovvio che l’ho capito. Ma
comunque lo memorizzo col Palazzo, altrimenti rischio
di saltare dei pezzi o addirittura di bloccarmi.
Come vedi la divisione “capire” e “imparare a
memoria”, così cara alla nostra scuola, in realtà non ha
senso.
Il problema è che, per questo ingiustificato odio nei
confronti della “memorizzazione”, nessuno ci ha mai
insegnato a usare la memoria, quindi il nostro ricordo è
labile e le informazioni ci scivolano via dalle orecchie.
Abbiamo la sensazione che la nostra memoria sia una
specie di penna USB di pochi mega, che ha sempre la
“memoria piena”.
Con l’arte della memoria, invece, puoi trasformare la
tua memoria in un computer potentissimo, con cui puoi
ricordare tutto e per sempre. Diventi una sorta di
fenomeno con una memoria perfetta.
Cicerone, il più grande oratore di tutti i tempi, ha
affermato nella sua opera, il De oratore: «Quasi nessuno
ha una memoria così solida, da ricordare nomi o concetti
senza utilizzare apposite tecniche di organizzazione
mentale, o nessuno ha una memoria così fragile da non
poter migliorare grazie all’abitudine e all’esercizio».
Ma come NON si memorizza?
Prima di scoprire la potenza del Palazzo della
memoria, vediamo un attimo cosa non devi fare se vuoi
memorizzare un esame in due giorni.

1. Non si memorizza usando


l’evidenziatore per ricordare grazie ai
diversi colori
Quest’amore per gli evidenziatori è stato da noi definito
“evidenzionite”. È un atteggiamento compulsivo che
apprendiamo per imitazione. Nessuno sa bene chi abbia
iniziato a comprare evidenziatori: si pensa sia un
complotto ordito dal signor Stabilo.
Quando arriviamo all’università, tutti li usano e così
iniziamo a usarli anche noi, ignari del fatto che si
trasformeranno nella nostra peggiore dipendenza.
È vero: i colori e l’evidenziazione aiutano il ricordo.
Alcuni per difenderli fanno appello alla famosa
“memoria fotografica”, che altro non è che un “Palazzo
della memoria su foglio”. Altri affermano: «Se non ho
gli evidenziatori non mi concentro!», oppure: «Devo
separare ciò che è importante da ciò che non lo è».
Tutto ciò è vero, ma con l’evidenziatore puoi fare a
gara solo con chi prepara gli esami mettendoci mesi. Se
vuoi essere un super studente che dà quattro esami in un
mese devi posare l’evidenziatore e impugnare il Palazzo
della memoria.
Posso andare a piedi da Bologna a Milano, ma ci
metterò tre mesi. Allo stesso modo l’evidenziatore ti
porta magari a passare l’esame, ma ci metti molto più
tempo. E non possiamo definire questa attività “studiare
mesi per avere una cultura”, perché comunque a lungo
termine non ti ricordi niente. Appena dai l’esame e ti alzi
dalla cattedra, svanisce tutto.
Ma ora passiamo al secondo nemico della memoria
degli studenti universitari: il famigerato “leggere e
ripetere”.

2. Non si memorizza leggendo e ripetendo


«La nebbia agli irti colli, piovigginando sale, e sotto il
maestrale…» Ti sei mai sentito stupido a ripetere una
cosa mille volte, senza nemmeno riuscire a fartela
entrare in testa?
Questo è “leggi e ripeti”.

“Sì ma quello si fa alle elementari con le poesie, io


all’università devo capire!”

Ok, allora qualcuno mi spieghi la differenza tra


memorizzare una poesia e ripetere gli amminoacidi fino
a quando non ti entrano con la forza nella testa? Oppure
ripetere una definizione fino a quando non ti fanno male
le corde vocali? Io non riesco a vederla.
Quindi ora dimmi una cosa: se io ti dessi gli
strumenti per memorizzare queste informazioni
complesse guardandole una sola volta, come se tu fossi
uno scanner, mi abbracceresti?
Lo scopo è esattamente questo, ma prima vediamo:
quali sono i danni causati dal “leggi e ripeti”?

I DANNI CAUSATI DAL “LEGGI E RIPETI”

Incertezza e ingestibilità del ricordo, quindi


timore e ansia
Ti è mai capitato di incontrare una persona e non
ricordare come si chiamasse? Perché? Perché se non
“codifichi” l’informazione, e non la organizzi col
Palazzo della memoria, è come se la lanciassi a caso
nella tua mente. Per questo è così difficile ritrovarla
quando serve.
Tutta questa confusione causa ansia e stress, come
quando cerchi un oggetto in una mansarda sporca,
disordinata e polverosa.
Non sai se troverai l’informazione nel caos della tua
memoria, e quindi all’esame arriva il panico.
Quando memorizzi un’informazione con il “leggi e
ripeti”, è come se prendessi una tartaruga blu e la
lanciassi in un campo di grano. Poi grazie che è difficile
ritrovarla.
Con il Palazzo della memoria, invece, siamo sicuri di
ritrovare l’informazione perché abbiamo legato un filo
alla tartaruga blu. Basta tirare il filo e la tartaruga torna
subito da noi.

Tanto tempo per poco risultato e di


conseguenza tanta frustrazione
Il secondo danno del “leggi e ripeti” è che ti obbliga a
studiare per tanto tempo, per ottenere un risultato scarso
e sentirti pesantemente frustrato. Il Palazzo della
memoria invece, ti permette di risparmiare tempo. Puoi
memorizzare in un’ora quello che gli altri studenti
memorizzano in un giorno. Quindi, se vuoi preparare gli
esami in sette giorni, devi diventare un esperto del
Palazzo della memoria.
Noia e mancanza di concentrazione
Il “leggi e ripeti” ti fa odiare la materia che studi, perché
devi rileggere e ripetere mille volte le stesse cose… un
po’ come riguardare tante volte lo stesso film di seguito.
Non è una questione di mancanza di voglia, ma di
frustrazione che nasce dal fatto che non sappiamo
studiare.
Con il “leggi e ripeti” la tua memoria si consuma
come una gomma da cancellare. È per questo che le
persone, quando arrivano a sessant’anni, hanno la
sensazione di aver perso la loro memoria.
Mia madre, a sessant’anni, ha iniziato a passare un
brutto periodo perché aveva la sensazione che la sua
memoria se ne stesse andando via, giorno dopo giorno.
Mi sono commosso quando mi ha ringraziato, perché
con il Palazzo della memoria non solo aveva recuperato
la sua memoria, ma ricordava molte più cose delle
colleghe più giovani di lei.
Dominic O’Brien, otto volte campione del mondo di
memoria, a più di sessant’anni riesce ancora a
memorizzare un mazzo di cinquantadue carte in meno di
due minuti.

3. Non si memorizza usando tecniche di


memoria, mappe mentali e lettura veloce
Se vai in libreria trovi un sacco di libri su questi
argomenti, e in giro si trovano molti corsi di
apprendimento rapido e lettura veloce.
Vedo tante pagine Instagram parlare di “metodo di
studio”, che pubblicano foto di studenti che fanno
mappe colorate, e che “disegnano”, perché i “disegni
aiuterebbero a ricordare”.
È vero: i colori e le immagini ti aiutano a ricordare.
Ma quanto tempo ci metti a disegnare e colorare?
Troppo, quindi il gioco non vale la candela.
Per quanto riguarda le tecniche di memoria, invece,
ne abbiamo già parlato nei capitoli precedenti. Abbiamo
già imparato che anche con le mnemotecniche puoi
memorizzare le liste, ma per memorizzare i grossi libri
universitari ti serve un metodo, e per questo abbiamo
creato l’OCME.
Ora scopriamo che cos’è l’ars memoriae, ossia l’arte
della memoria, chi sono i grandi mnemonisti della storia
e come puoi studiare velocemente grazie al Palazzo della
memoria.

Com’è nata l’ars memoriae?


L’invenzione della prima tecnica di memorizzazione, la
cosiddetta “Tecnica dei loci”, è attribuita dalla tradizione
a Simonide di Ceo, un poeta greco vissuto tra il 556 e il
468 a.C.
Un giorno Simonide fu invitato a recitare le sue
poesie durante un banchetto nella dimora del re della
Tessaglia, Skopas. Il re, irritato perché aveva dedicato
troppo del suo tempo alla celebrazione degli dei, decise
che lo avrebbe pagato la metà del dovuto e lo invitò a
chiedere il resto della somma agli dei.
A un certo punto gli fu comunicato che due giovani
lo attendevano fuori dal palazzo, ma quando uscì non
trovò nessuno. Prima che potesse rientrare, il palazzo
crollò a causa di una scossa di terremoto.
Dopo il crollo, i corpi dei commensali erano
irriconoscibili e i loro cari erano disperati perché, senza
riconoscerli, non potevano celebrare un funerale
dignitoso. Fu proprio Simonide a risolvere quel macabro
problema, quando si accorse di riuscire a ricordare
l’identità dei defunti semplicemente pensando a come
erano posizionati durante il banchetto.
Così prese per mano i parenti e li condusse verso il
corpo della persona che avevano appena perso.
Nacque così la “Tecnica dei loci”, che in questo libro
chiameremo “Palazzo della memoria”. Quello che ti ho
appena raccontato, fu il primo mattoncino dell’ars
memoriae.
Questa storia è raccontata anche da Cicerone, nel suo
De oratore, dove scrive:

Stimolato da questo episodio, (Simonide) capì che era


l’ordine, l’elemento chiave per guidare la Memoria.
Quindi coloro che vogliono memorizzare devono
richiamare alla mente dei luoghi immaginari (loci), creare
delle immagini mentali e fissarle in quei luoghi: in questo
modo l’ordine dei luoghi permetterà di ricordare l’ordine
delle immagini, e queste immagini ricorderanno le cose
stesse.
I luoghi fungeranno da tavolette di cera, e le immagini da
lettere.

I tre ingredienti base del Palazzo della


memoria
Le fasi della tecnica del Palazzo della memoria sono
essenzialmente tre:

1. selezionare un’informazione astratta (per esempio: la


capitale del Perù è Lima);
2. trasformarla in un’immagine emotiva e animata (per
esempio: immagino di tagliare una pera con una
lima);
3. posizionarla in un luogo (per esempio: il tavolo della
tua cucina).

In questo modo è come se la memoria si trasformasse


in un computer con file e cartelle. I luoghi (in gergo
“loci”) sono le cartelle, e le immagini (in gergo
“trigger”) sono i file.
Sembra una cosa molto complicata, ma nella pratica
usare il Palazzo della memoria è molto semplice.
Anche Cicerone ai suoi tempi parlava di «gente
lamentosa che ha paura del fatto che le immagini si
affollino». Ma non si affolla niente, perché tutte le
immagini sono perfettamente in ordine nei tuoi “Palazzi
della memoria”.
Ecco anche il perché del nome “Palazzo della
memoria”: è come se tu costruissi dei palazzi
immaginari nella tua testa, dove vai a sistemare i tuoi
“file”.
Se volete vedere come può funzionare questa tecnica,
vi consiglio di guardare la bellissima serie TV Sherlock,
in cui il moderno Sherlock Holmes riesce a ricordare
milioni d’informazioni impossibili organizzandole nel
suo “Palazzo della memoria”.
Ti propongo ora un rapido excursus su come questa
tecnica è stata applicata nel corso della storia .

L’arte della memoria funziona anche per


gli esami universitari?
A parte i risultati ottenuti da noi e dalle migliaia studenti
che abbiamo aiutato in questi anni, mi piacerebbe citarti
uno studio molto interessante sul funzionamento del
Palazzo della memoria. Sto parlando dell’esperimento
realizzato da Ayisha Qureshi e altri quattro ricercatori
del Rawal Institute of Health Sciences, intitolato The
method of loci as a mnemonic device to facilitate
learning in endocrinology leads to improvement in
student performance as measured by assessments (“Il
metodo dei loci come strumento mnemonico per
facilitare l’apprendimento dell’endocrinologia”),
disponibile sul sito Pubmed.
L’esperimento è molto semplice: i ricercatori hanno
diviso degli studenti universitari in due gruppi. Il primo
gruppo ha studiato l’insulina e il diabete mellito con il
metodo tradizionale. Il secondo gruppo ha studiato gli
stessi argomenti, ma con l’aiuto del Palazzo della
memoria.
Ecco quanto scrivono:

Group 2, which underwent didactic lectures followed by a


MOL interactive session, showed significantly improved
performance on the assessments compared with group 1,
which had been taught through didactic lectures and a
self-directed learning session. Descriptive analysis
showed that all students found MOL to be a helpful
technique.

Il Gruppo 2, che ha studiato con il Palazzo della memoria


(nel testo originale MOL, Method of Loci, n.d.r.), ha
ottenuto un punteggio significativamente più alto rispetto
al Gruppo 1, che ha utilizzato il metodo tradizionale.
Un’analisi descrittiva ha rivelato che tutti gli studenti
hanno trovato utile il Palazzo della memoria.

Purtroppo questo è uno dei pochi studi sulla


questione, perché questi metodi sono trascurati, a volte
involontariamente e a volte no.
Ti invito quindi a provare sulla tua pelle la potenza
del Palazzo della memoria, per poi decidere se
utilizzarlo oppure no per eccellere agli esami. Ma ora
vediamo insieme altri interessanti riscontri storici
sull’utilizzo di queste tecniche di memoria.

A Roma come memorizzavano?

Hai presente le espressioni “in primo luogo” o “in


ultima istanza”?
“In primo luogo”, deriva dal fatto che gli oratori
romani, partivano dal primus locus del loro palazzo della
memoria.
“In ultima istanza” si riferisce invece all’ultima
stanza, dove avevano posizionato l’ultimo argomento
del loro discorso
Ed è per questo che ritroviamo il Palazzo della
memoria in opere come la Rhetorica ad Herennium, il
De oratore di Cicerone e l’Institutio oratoria di
Quintiliano.

Seneca il Vecchio stupiva i suoi studenti col Palazzo


della memoria.

Grazie al Palazzo della memoria, per esempio,


Seneca il Vecchio riusciva a memorizzare duemila nomi
nello stesso ordine in cui erano pronunciati, dopo averli
ascoltati una volta sola. Oppure faceva recitare alla sua
classe di duecento studenti un verso a testa, e lui era
capace di ripeterli in ordine inverso.
Poi abbiamo anche altri “Palazzinari” un po’ più
recenti.

“Hai una memoria come Pico della Mirandola”.

Una volta si usava spesso il complimento “Hai una


memoria come Pico della Mirandola”. Perché? Perché
Pico della Mirandola, grazie al Palazzo della memoria,
era capace di ripetere tutta la Divina Commedia a
memoria, e anche al contrario.

Nel 1400 c’era Pietro lo sporcaccione.

Invece nel 1400 abbiamo Pietro da Ravenna, un


famoso giurista italiano. Pietro conosceva a memoria
tutto il Corpus iuris civilis, un’immensa raccolta di
materiale normativo e giurisprudenziale di diritto
romano.
Per questo fu chiamato come professore di Diritto
presso decine di università, non solo in Italia, ma anche
in Germania. Nessuno sapeva che lui aveva un trucco,
ossia il Palazzo della memoria.
Il suo trucco è rimasto celato fino alla pubblicazione
del suo libro La Fenice, ovvero la memoria artificiale, in
cui ha spiegato per la prima volta come era possibile
potenziare incredibilmente la memoria con il Palazzo
della memoria.
Poi la Chiesa l’ha stigmatizzato perché aveva
confessato che, per memorizzare i testi (anche sacri) si
avvaleva della “collocazione di belle fanciulle nude”.
Dichiarazione che ha fatto arrabbiare un po’ l’ambiente
ecclesiastico e che ha contribuito al divieto di usare il
Palazzo della memoria nelle scuole.

Nel 1500 Giordano Bruno si è fatto pubblicità col


Palazzo della memoria.

Pochi lo sanno, ma Giordano Bruno, uno dei più


grandi filosofi della storia italiana, è diventato famoso in
Europa perché sapeva memorizzare istantaneamente,
grazie al palazzo della memoria, qualsiasi testo in lingua
straniera, senza nemmeno conoscere la lingua.

Nel 1584 è arrivata la riforma dei puritani inglesi a


punire i “palazzinari”.
Nel suo libro Tricks of Mind, Derren Brown sostiene
che il Palazzo della memoria è stato insegnato ai
bambini del Regno Unito in età scolastica fino a quando
i riformatori puritani hanno dichiarato eretica questa
mnemotecnica, dato che incoraggiava l’uso di immagini
bizzarre e irriverenti.

Fino a quando nel 1900 arriva Buzan.

Dopo anni di oblio, negli anni ’70 uno psicologo


inglese, Tony Buzan, riporta in auge l’arte della
memoria con il suo libro Usiamo la testa e con un
documentario dal medesimo titolo, trasmesso dalla BBC.
Buzan, inoltre, fonda anche il Campionato mondiale
di memoria, durante il quale, ogni anno, mnemonisti di
tutto il mondo si sfidano per memorizzare un’infinita
serie di numeri, oppure sequenze di mazzi di carte,
nomi, date o centinaia di parole in fila. Tutti i vincitori
hanno sempre dichiarato di utilizzare il Palazzo della
memoria.
Giusto per citare qualche record:

132 date storiche memorizzate in 5 minuti (Johannes


Mallow);
528 numeri casuali memorizzati in 5 minuti (Guo
Zixuan);
125 parole casuali memorizzate in 5 minuti (Simon
Reinhard).

Ma ora andiamo un po’ più nel concreto, e vediamo


come funziona il Palazzo della memoria.

Le tre colonne dell’arte della memoria


Alla base dell’ars memoriae ci sono tre colonne.

A = ASSOCIAZIONE
Il primo principio alla base dell’arma “memoria”, è
quello dell’associazione tra concetti.
L’associazione è fondamentale per due motivi: la
nostra memoria è una ragnatela di informazioni, quindi
funziona per associazioni; inoltre ama le storie, in
quanto uniscono logica ed emotività.
Quando le persone leggono un testo, il 64% ricorda le
storie, il 13% ricorda i dati statistici e il 23% non ricorda
nulla.
Quindi le storie hanno la capacità di colpire la nostra
attenzione e la nostra memoria.
Per la costruzione del Palazzo della memoria è quindi
fondamentale il cosiddetto link method, il metodo della
catena, con il quale le parole vengono collegate in una
storia, che a sua volta è posizionata nel palazzo.
Tutti possono usare questo metodo, persino i
bambini. Grazie al metodo della catena ho fatto
memorizzare ai miei nipotini tutti i capoluoghi di
regione in ordine di numero di abitanti, in otto minuti e
facendoli anche divertire. E sto parlando di bambini che
odiano la geografia!
Ti faccio subito un esempio di utilizzo del metodo
della catena. Mettiamo di dover ricordare in ordine
questi quattro elementi della tavola periodica:

1. idrogeno;
2. elio;
3. berillio;
4. fluoro.

È necessario creare una storia: immagina un idrante


(idrogeno) accanto a te; poi pensa di attaccarci un
palloncino pieno di elio (elio), e vederlo andare verso
l’alto. Poi prendi un birillo (berillio) e glielo tiri contro.
Appena il birillo tocca l’idrante, questo esplode,
riempiendo la stanza di dentifricio (fluoro).
Ora chiudi gli occhi e cerca di immaginare questa
storia, di rendere ogni immagine più emotiva e
sensoriale possibile. Più sensi coinvolgi nella creazione
delle immagini, più queste ti rimangono impresse.
Con una semplice storiella abbiamo imparato quattro
informazioni in ordine.
Se continuerai a formarti e allenarti, creerai le storie
subito e memorizzerai tutto istantaneamente.
Una volta capito come creare le “catene”, ci serve un
luogo dove posizionarle. Questi luoghi si chiamano
“loci”. Per cui passiamo al secondo principio su cui si
basa l’arte della memoria.
L = LOCALIZZAZIONE
La localizzazione è la capacità di entrare mentalmente
nei luoghi.
Per esempio, se io ti chiedo dov’è il tavolo della tua
cucina, tu sai dirmelo, giusto? Quella è la memoria
spaziale, la memoria più potente che abbiamo (anche se
pochi lo sanno). È così sviluppata perché per l’uomo
primitivo era essenziale riuscire a orientarsi tra il fiume e
la caverna.
Noi lo diamo per scontato, ma la quantità di
“informazioni logistiche” che memorizziamo
inconsciamente è enorme. Ricordi perfettamente com’è
fatta la tua casa e non ti sei mai dovuto sforzare di
memorizzarla.
I loci sono importanti perché è come se fossero i giga
del tuo hard disk: più “pezzi di arredamento” hai, più
spazio c’è per le tue immagini.
I loci vanno selezionati, scorrendo lungo le pareti, in
senso antiorario. Quindi, se entri in una stanza, il primo
locus è il primo pezzo di arredamento che trovi sulla
destra. Poi scorri lungo le pareti fino ad arrivare di
nuovo alla porta.
Se c’è un locus al centro della stanza, come per
esempio un tavolo, va considerato come ultimo locus.

Provaci subito, pensa alla tua cucina e scrivi su un


foglio almeno cinque loci contenuti in quella stanza.
I= IMMAGINI
Le immagini piacciono un sacco alla nostra memoria,
soprattutto quelle emotive, ossia quelle che ci fanno
provare qualcosa.
La nostra mente pensa principalmente per immagini.
Se io, per esempio, ti dico di pensare al Colosseo,
nella tua mente si forma l’immagine del Colosseo, non
la scritta “Colosseo”.
E per noi è più facile ricordare una serie di immagini,
piuttosto che una serie di parole.
Se pensi di non essere molto “visivo”, non ti
preoccupare, non devi creare delle immagini perfette
nella tua testa. E poi, con l’allenamento, migliorerai.

Un esempio pratico di come si usa il


Palazzo della memoria
Supponiamo di dover memorizzare i vari tipi di
occlusioni dell’intestino: 1

1. volvolo;
2. invaginamento;
3. briglie aderenziali;
4. ernie;
5. presenza di gas in eccesso.

Poniamo il caso che io abbia a disposizione questi


cinque loci:
1. caldaia;
2. frigo;
3. dispensa;
4. divano;
5. tavolo.

Quindi devo associare:

1. caldaia – volvolo;
2. frigo – invaginamento;
3. dispensa – briglie aderenziali;
4. divano – ernie;
5. tavolo – gas in eccesso.

Iniziamo. Ti consiglio di mettere sulla porta della


stanza l’argomento di cui stiamo parlando. Quindi sulla
porta immaginiamo un intestino spiaccicato. Immaginalo
davvero. Se non senti alcuna emozione non funziona.
Poi procediamo immaginando queste scene:

1. la caldaia, con due ali, che prende il volo (volvolo);


2. apriamo il frigo e dentro troviamo un’enorme vagina
(invaginamento);
3. saliamo sulla dispensa domandola con delle briglie
(briglie aderenziali);
4. sul divano c’è un anziano che urla per un dolore
alla schiena (ernie);
5. il tavolo rimbalza facendo delle scoregge (gas in
eccesso).
Così ogni singola immagine è legata a un locus.
L’unico problema è che se nei tuoi loci metti una sola
immagine, rischi di esaurirli subito.
Quindi ti consiglio di legare le immagini in una sola
“catena” e poi di metterla in un unico locus. In questo
modo, con ogni locus puoi ricordare fino a sette
immagini alla volta.
Tornando all’esempio precedente, per memorizzare
volvolo-invaginamento-briglie aderenziali-ernie-eccesso
di gas, possiamo immaginare questa storia:

1. apri il tuo frigo e ci sono due ali che svolazzano


(volvolo);
2. fino a quando non arriva una vagina che le ingloba
(invaginamento);
3. dopodiché la vagina impazzisce e devi imbrigliarla
(briglie aderenziali);
4. mentre tiri le briglie ti viene un’ernia alla schiena
che ti blocca (ernie);
5. dato il dolore ti scappano delle scoregge (eccesso di
gas).

Ricorda che le immagini devono interagire a due a


due, quindi le ali non devono arrivare a toccare le
scoregge. Se ti sembra ridicolo tranquillo, è esattamente
l’effetto che vogliamo ottenere. La tua memoria ricorda
la catena, solo se questa è capace di scatenare
un’emozione forte (per esempio disgusto, sorpresa,
ilarità, rabbia eccetera).
Bene, ora non ci resta che capire come usare la
potenza del Palazzo per memorizzare gli esami in due
giorni.

Come memorizzare un esame in due giorni


Dopo anni di ricerche e di applicazione dell’ars
memoriae allo studio universitario, posso dirti con
certezza quali sono le cinque “armi” che ti
permetteranno di preparare un esame in due giorni.

ARMA 1: GLI SCHEMI A CASCATA


Come avrai capito, il Metodo Universitario è una ricetta,
e per cuocere la pasta hai bisogno di far bollire prima
l’acqua. Così, per usare il Palazzo della memoria, prima
devi preparare dei discorsi. Questi discorsi si preparano
con gli schemi a cascata.

Perché è importante prepararsi un discorso, prima di


memorizzarlo?

Perché non puoi ricordare una canzone se non ha una


struttura. Se riesci a ricordarla è perché ha una struttura
ben precisa, che si ripete.
Non è un caso che le opere del passato, come per
esempio la Divina Commedia, seguissero uno schema
che oserei definire matematico.
I libri universitari, invece, spesso sono confusi,
ridondanti e non seguono un filo logico.
A causa di questo “problemino”, tocca a te costruire
una “risposta puzzle”, vale a dire riunire su un solo
foglio tutti i “blocchi” che ti permetteranno elaborare
una risposta da 30.

Insomma, grazie allo schema a cascata saprai


esattamente quello che devi dire e in che ordine dirlo.

Dopo aver preparato lo schema, come visto nel


capitolo precedente, il secondo passo è individuare i
fattori critici di memorizzazione.

ARMA 2: I FATTORI CRITICI DI MEMORIZZAZIONE


Se vuoi memorizzare i tuoi esami con il Palazzo della
memoria, devi utilizzare la tecnica del gancio.
Che c’entra il gancio? È semplice, se vuoi tirare su
una rete piena di pesci non devi prendere tutti i fili della
rete uno a uno, altrimenti perdi troppo tempo ed energia.
Basta buttare in acqua un gancetto e prendere un solo
filo, per tirare su tutta la rete.
Funziona allo stesso modo per la nostra memoria. Per
ricordare lo schema a cascata all’esame non devi
memorizzarlo parola per parola, ma bastano solo poche
parole che ti diano un impulso.
Insomma, dovrai memorizzare le risposte:

in parte con la memoria naturale;


in parte con il Palazzo della memoria.

Come vedi, quindi, il Palazzo della memoria non è


una sostituzione della memoria naturale, ma un suo
potenziamento.
Anche perché alcune cose devi veramente capirle,
perché il professore all’esame vuole sapere:

i ragionamenti, ossia i concetti che dobbiamo capire


e i discorsi logici;
le informazioni contingenti, cioè quelle informazioni
che devi ricordare così come sono, quindi date,
nomi, articoli, formule eccetera.

Ti faccio un esempio per capirci meglio.


Ero con Andrea in un pub di Bologna, quando a un
certo punto si avvicina una ragazza e ci dice: «Ciao
ragazzi! Siete dei grandi! Ho visto i vostri video sul
metodo di studio. Sono molto belli. Peccato che non si
possono applicare alla mia facoltà, perché io faccio
Lettere moderne e non c’è bisogno di memorizzare, io
devo capire quello che studio».
Allora io sorridente le ho risposto: «Scusa, ma i titoli
delle opere di Leopardi devi capirli o ricordarli? La sua
data di nascita? Dov’è nato? Sono tutte cose che devi
capire o che devi semplicemente memorizzare? Non è
importante anche la memoria?».
Lei ovviamente mi ha dato ragione…
Insomma, se dobbiamo memorizzare un articolo di
codice o i nomi delle arterie non c’è nulla da capire o su
cui ragionare, bisogna memorizzarli così come sono.
Per questo motivo, se vuoi ricordare tutto il discorso,
sullo schema a cascata devi individuare due tipi di
“ganci”:

Parole chiave
Grazie al Palazzo della memoria Cicerone poteva tenere
un discorso di sei ore senza nessun supporto scritto.
Tuttavia non imparava tutto il discorso parola per
parola; questa è la memoria verborum, ossia la
memorizzazione parola per parola. Cicerone imparava il
discorso concetto per concetto, secondo quella che viene
chiamata memoria rerum, cioè la memorizzazione
argomento per argomento.
Per esempio le sue parole chiave potevano essere:
senato, malattie, corruzione, mare. Così sapeva
perfettamente di quali argomenti doveva parlare e in
quale ordine.
Allo stesso modo, se all’esame devi parlare di una
patologia, magari ti devi ricordare che devi trattare:

1. prima le cause;
2. poi i sintomi;
3. infine le possibili cure.
Queste sono parole chiave, in quanto ti ricordano di
cosa devi parlare.
Una volta definita una parola chiave, lascia fare il
resto del lavoro alla memoria naturale e ai dettagli
tecnici.
Cosa sono i dettagli tecnici? Scopriamolo subito.

Dettagli tecnici
I dettagli tecnici non richiamano altre informazioni che
devi esporre: sono semplicemente “informazioni
tecniche” che ti tolgono un sacco di tempo, perché sono
difficili da memorizzare.
Possono essere: costanti, nomi di ossa, formule,
sanzioni economiche nelle pene, leggi, definizioni, date,
eventi, strutture chimiche e tutto quello che devi
ricordare a memoria senza capire.
Il segreto per comprendere a quale dei due tipi
appartiene un “gancio” è porsi questa domanda:

“Se il professore mi permettesse di portare all’esame un


foglietto con una manciata di parole, cosa ci scriverei?”

Una volta compreso il concetto di gancio possiamo


passare al terzo strumento del metodo Moriello: le
mappe mnemoniche.
ARMA 3: LE MAPPE MNEMONICHE
Come abbiamo detto, la nostra memoria è come una
ragnatela di concetti connessi tra di loro da “fili logici”.
Con le mappe mnemoniche traduciamo su carta questa
ragnatela.
Queste mappe sono ispirate a quelle di Buzan, ma
adattate alle tempistiche e alle complesse esigenze di
uno studente universitario.
La mappa mnemonica deve seguire idealmente la
struttura neurale illustrata nella figura che segue.
Come vedi sembra quasi un neurone, e la sua forma è
pensata proprio per sfruttare a pieno il funzionamento
associativo della nostra memoria.
Al centro va l’argomento principale mentre sui rami
attorno, seguendo il senso orario, vanno messi i “ganci”,
cioè le parole chiave e i dettagli.
Attenzione: le mappe mnemoniche non vanno
elaborate direttamente dal libro. I ganci vanno estratti
dagli schemi a cascata.
Inoltre, a differenza degli schemi a cascata che
possono essere elaborati un po’ di tempo prima
dell’esame, le mappe devi crearle in prossimità
dell’esame. Questo perché le mappe mnemoniche sono
come il latte, scadono: più passa il tempo e più ti
dimentichi il significato dei “ganci”.
Insomma, la funzione della mappa mnemonica è
quella di essere un passaggio intermedio tra lo schema a
cascata e il Palazzo.
Non saltarle mai.
Ma come si memorizzano le mappe mnemoniche?
Ovviamente con il prossimo potentissimo passo: il
Palazzo della memoria.

ARMA 4: IL PALAZZO DELLA MEMORIA


Una volta disegnata la mappa, è necessario metterla nel
Palazzo.
Per quanto riguarda i tempi, ti consiglio di arrivare a:

10 minuti per disegnare la mappa;


10 minuti per metterla nel Palazzo;
5 minuti per ripeterla.
Una volta memorizzata la prima mappa passi a quella
successiva, e così via.
Quindi ricorda bene:

le mappe si fanno tutte nella fase di memorizzazione,


dopo aver finito di schematizzare;
tieni sempre le quattro fasi ben distinte. Devi fare gli
schemi a cascata nella fase di comprensione e poi
non devi toccarli più. Quel che è fatto è fatto.
Altrimenti ti ributti nella confusione organizzativa
degli “studenti in crisi”;
ricorda i due motivi per cui devi memorizzare col
Palazzo della memoria: memorizzare venti volte più
velocemente rispetto allo studente medio; non avere
più ansia, grazie alla certezza del ricordo.

In questo momento potrà sembrarti quasi impossibile


mettere qualsiasi cosa nel Palazzo, perché le tue
immagini saranno deboli e a volte spariranno. Ma
all’inizio è normale incontrare qualche difficoltà.
È come quando ti alleni in palestra: all’inizio i
muscoli fanno male e, se fai una serie di addominali, non
è che ti sparisce la pancetta. Serve costanza.
Ma ora passiamo all’ultimo passo: le verifiche
periodiche.

ARMA 5: LE VERIFICHE PERIODICHE


Nella fase di memorizzazione è importante la
“ripetizione”. La ripetizione è diversa dal “leggere e
ripetere” e dall’esposizione (che è l’ultima fase): serve
soprattutto a controllare di aver memorizzato tutto bene.
Quindi con la ripetizione non devi “memorizzare”,
ma solo controllare di aver sistemato bene le cose nel
Palazzo. Infatti, soprattutto all’inizio, sarà difficile
padroneggiare le immagini.
Ma è brutto accorgersi all’esame di non aver
collocato alla perfezione tutte le immagini nel Palazzo.
Per questo è importante che ripeti nella fase di
memorizzazione e fai questo check molto rapido.
Mi raccomando: la ripetizione è molto diversa
dall’allenare l’esposizione, che invece ha l’obiettivo di
affinare il linguaggio tecnico.

Insomma, nella fase di memorizzazione, non ci


interessa mettere le decorazioni sui muri: stiamo
ancora costruendo la struttura della casa.

La ripetizione quindi dev’essere molto veloce, quasi


come se fosse un brusio che emetti con la bocca. Non
perderci troppo tempo, altrimenti non riuscirai mai a
memorizzare i tuoi esami in due giorni.

Nei paragrafi successivi vediamo nello specifico


come memorizzare velocemente alcuni elementi
particolari, come i numeri, le date e i vocaboli stranieri.
Come memorizzare velocemente i numeri
I numeri sono uno dei peggiori nemici degli studenti
universitari. Ricordo che, quando ero uno studente in
crisi, passavo ore a cercare di memorizzare date, leggi,
articoli di codice, formule e costanti.
Immagina quindi quanto ci sono rimasto male,
quando ho scoperto che Guo Zixuan, un campione di
memoria, aveva memorizzato 528 numeri casuali in 5
minuti. Sono veramente tanti. Oppure vogliamo parlare
di Johannes Mallow che ha memorizzato 132 date in 5
minuti?
Io ci avrei messo un giorno! Come si fa a compiere
queste gesta mnemoniche? Ovviamente il Palazzo della
memoria è l’unico modo per ottenere questo genere di
prestazioni.
Nei paragrafi precedenti abbiamo visto come usare il
metodo della catena solo per parole semplici, ma come
la mettiamo con i numeri? Sono così freddi e astratti.
Bene, il nostro obiettivo ora è quello di trasformare quei
numeri così noiosi in immagini calde e coccolose da
mettere nei nostri Palazzi.
Mi ricordo che, inizialmente, per memorizzare i
numeri mi aiutavo con la smorfia napoletana. Solo dopo
ho scoperto metodi molto più potenti. Ora vediamone
due molto semplici, che non richiedono allenamento, e
infine uno un po’ più complesso.

METODO 1: LE RIME
Questo metodo è molto semplice, ed è quello che
insegno di solito ai bambini. Consiste nel trasformare i
numeri in immagini, tramite l’uso della rima. Con cosa
fa rima la parola uno? E la parola due?
Vediamo degli esempi:

0 Pero (puoi immaginare un albero)


1 Bruno (un orso bruno)
2 Bue
3 Re
4 Gatto
5 Lingue
6 Dèi (io usavo quelli di Hercules)
7 Tette
8 Canotto
9 Piove (immaginavo una nuvoletta)

Attenzione: queste sono immagini che vanno bene


per me, non devi scegliere per forza queste. Se ne trovi
di migliori, usa quelle che ti piacciono di più.
Per farti un esempio veloce di come usare il metodo
delle rime, mettiamo di dover memorizzare che Leopardi
sia morto nel 1837. Con la memoria naturale, puoi dare
per scontato che sia successo nel 1800 (questo lo puoi
fare), quindi dobbiamo memorizzare: Leopardi-3-7.
Per memorizzare questa data istantaneamente, puoi
immaginare un Re (3) che tocca le Tette (7) a un
Leopardo morto. Ti fa schifo? Allora l’hai fatto bene!
Ma ora passiamo al secondo metodo…
METODO 2: LO SHAPE SYSTEM
Il funzionamento dello shape system è analogo a quello
delle rime, solo che, in questo secondo caso, ci aiutiamo
con la forma dei numeri. Cosa ti ricorda la forma del
numero 0? A me una ciambella.
Ecco degli esempi per ogni numero:

0 Ciambella
1 Candela
2 Cigno
3 Molla
4 Vela
5 Gancio
6 Ciliegia
7 Falce
8 Pupazzo di Neve
9 Palloncino

Facciamo un altro esempio. Mettiamo di dover


memorizzare che Einstein sia morto nel 1955. Anche qui
possiamo dare per scontato che sia successo nel 1900.
Per memorizzare questa informazione ti basta
immaginare Einstein morto e appeso a due ganci (55).
Questi metodi sono molto semplici e, se non frequenti
una facoltà scientifica, possono anche bastare. Ma se
proprio vuoi memorizzare i numeri veloce come un
computer, devi assolutamente usare la conversione
fonetica.
METODO 3: LA CONVERSIONE FONETICA
Vediamo ora un metodo molto famoso, ma anche molto
complesso. All’inizio spaventa, ma necessita solo di un
po’ di allenamento. Ti garantisco che può
padroneggiarlo anche un bambino di sei anni. Inoltre,
una volta imparata la tecnica, è come andare in
bicicletta: non lo scordi più.
Uno dei divulgatori principali di questo sistema è
Gottfried Wilhelm von Leibniz, una delle poche figure
di “genio universale”.
La conversione fonetica si chiama così perché è
basata sui fonemi, ossia sui suoni costituenti della
lingua. Il suo funzionamento si basa sul convertire i
numeri in parole, usando i fonemi come fossero pezzi di
un puzzle.
Tramite la conversione fonetica trasformeremo ogni
coppia di numeri in una parola che la rappresenta.
Dopodiché uniremo queste parole in una storia con il
metodo della catena.
La prima cosa che dobbiamo fare è associare i numeri
ai suoni. Il sistema classico è il seguente:

1 T, D (suono dentale)
2 N, GN (suono nasale)
3 M (suono mugolante)
4 R (suono vibrante)
5 L, GL (suono liquido)
6 C, G dolci (suono palatale)
7 K, CH, GH duri (suono gutturale)
8 F, V (suono labiodentale)
9 P, B (suono labiale)
0 S, Z, SC (suono sibilante)

Prima di tutto, dobbiamo memorizzare questo


schema. Ora ti mostro le associazioni che utilizzo io,
così andiamo più veloce:

1 Se allunghi un po’ la stanghetta, l’1 diventa una T


2 La n ha 2 gambe
3 La m ne ha 3
4 Visto in maniera speculare il 4 assomiglia a una R
5 La parte superiore del 5 è una L ruotata di 90 gradi.
6 assomiglia a una ciliegia, quindi è associato al
suono dolce CI e GI.
7 La lettera K è formata da due 7 speculari, messi in
verticale
8 Ricordi come scrivevi la F alle elementari?
9 Il 9 e la P sono speculari
0 Z è la prima lettera di ZERO

Ora, questi numeri servono a indicarci i suoni delle


consonanti. Saremo noi ad andare ad aggiungere le
vocali che più ci piacciono.
Per esempio con il suono di 1, possiamo creare le
parole: Tè, Dio, Ada, Atto.
Come vedi possiamo usare sia la t che la d perché ci
basiamo sui suoni, non sulle singole consonanti. Inoltre
come puoi vedere nel caso di atto, le doppie vengono
considerate come un solo numero. Quindi 2 può essere
rappresentato sia da ano che da anno.
Per farti altri esempi:

3 potrebbe essere: amo, mio, emo


4 oro, re, reo
5 ala, lui, aglio
6 oggi, ciao, agio
7 oca, occhio, ago
8 ufo, afa, uva
9 boa, ape, oppio
0 zio, ascia, scia

Ti ho perso? Sei ancora qui con me? Ti assicuro che


sembra più complesso di quello che è. Dopo un po’ di
esempi sarà tutto molto più chiaro.
Anche perché non dovrai andare ogni volta a cercare
una parola nel vocabolario. Sì, perché tutto questo
sistema serve per memorizzare più facilmente l’archivio
mentale, un’arma potentissima che ti permetterà di
memorizzare i numeri alla velocità della luce.

Ecco qui il mio:

ARCHIVIO MENTALE
0-0 10 TaZ 30 50 LiSa 70
SaSSo (Looney) MaZZa (Simpson) CaSa
0-1 11 31 51 LeTTo 71
SeTTa TeTTo MoTo CHioDo
0-2 12 32 52 LuNa 72
ZaiNo DoNNa MaNo CoNo
0-3 13 ToM 33 53 LaMa 73
SeMe MuMMia GoMMa
0-4 14 ToRo 34 54 LiRa 74
ZoRRo MaRe CaRRo
0-5 15 TeLa 35 55 LiLLa 75
SoLe MoLLa CoLLa
0-6 16 36 56 76
SaGGio DoCCia MiCio LaCCio CuCCia
0-7 17 37 57 LeGo 77
SeGa TaCCo MuCCa CoCCo
0-8 18 38 58 LaVa 78
SoFà TuFFo MuFFa CuFFie
0-9 19 ToPo 39 59 LuPo 79
ZuPPa MaPPa CoPPa
0 SCi 20 NaSo 40 60 80
RaZZo GeSSo VaSo
1 Tè 21 NiDo 41 ReTe 61 CiTTà 81 FoTo

2 Neo 22 NaNo 42 62 CiNa 82 ViNo


RaNa
3 Amo 23 43 63 CiMa 83
GNoMo ReMo FiaMMa
4 Re 24 NeRo 44 64 CeRo 84
oRRoRe FaRo
5 aLa 25 45 65 84
aNeLLo RuLLo uCCeLLo FoLLa
6 Ciao 26 NoCe 46 66 86
RiCCio CiuCCio FaCCia
7 SCi 27 NuCa 47 RiGa 67 CiCCa 87
FoCa
8 uFo 28 NaVe 48 RiVa 68 88 FaVa
CiuFFo
9 Boa 29 NuBe 49 69 89
aRPa CHuPa FaBBRo
CHuPS
Per esempio, mettiamo di dover memorizzare questo
numero:6180339887. Le immagini per questo numero
saranno:

61 CiTTà
80 VaSo
33 MaMMa
98 PuFFo
87 FoCa

Vedi com’è carino? Non ti spaventare, di solito ci


vogliono solo due ore di allenamento per memorizzarlo.
Ma saranno due tra le ore più proficue della tua vita.
Come vedi, a ogni coppia di cifre corrisponde una
parola (a parte le cifre da 0 a 9 che sono numeri singoli).
Nelle ultime dieci caselle ti ho lasciato anche un piccolo
riassunto della conversione fonetica per facilitarti il
tutto.
Queste sono parole esemplificative, ma non devi
usarle per forza: utilizza immagini che ti creano delle
emozioni forti.
In realtà io uso un sistema ancora più complesso di
questo, che ho dovuto imparare per partecipare ai
campionati di memoria e che si chiama Dominic System,
ma è troppo elaborato da trattare qui e non serve per
l’università. Quindi l’archivio mentale va più che bene.
Bene, se vuoi diventare un vero artista della memoria
ti dovrai allenare qualche giorno per riuscire a
padroneggiare alla perfezione l’archivio mentale.
Nel frattempo facciamo qualche esempio, per
comprendere meglio l’utilizzo di questo sistema.
Riprendiamo il numero di prima e le sue immagini:

61 CiTTà
80 VaSo
33 MaMMa
98 PuFFo
87 FoCa

Ora fai quest’esercizio:

1. memorizza con il Palazzo queste cinque parole in


ordine;
2. prendi un foglio e cerca di riscrivere il numero
ricordando le parole.

Non ti preoccupare se non conosci ancora l’archivio


mentale a memoria, provaci lo stesso. L’artista della
memoria che è in te emergerà grazie a questi tentativi
pratici. Fallo ora.
L’hai fatto? Allora complimenti, hai appena
memorizzato il numero aureo, ossia 1,6180339887. È
molto più divertente memorizzarlo con le immagini no?
Ora, proviamo ad applicare la conversione fonetica
per memorizzare le date.
Prendiamo per esempio la battaglia di Waterloo, che
si è svolta nel 1815. Le immagini da “palazzare” sono:

Water – Tuffo (18) – Tela (15)


Per memorizzare questa data basta immaginare un
Water che fa un Tuffo (18) nella Tela (15) di un quadro.
Ora proviamo con gli articoli di codice.
L’omicidio è disciplinato dall’articolo 575 del codice
penale. Quindi le immagini da palazzare sono:

Omicidio – Lego (57) – Ala (5)

In questo caso io immaginerei di uccidere un omino


fatto coi Lego (57), tagliandogli un’ala (5).
Dato che l’articolo stabilisce che la pena minima per
l’omicidio è ventuno anni, possiamo aggiungere anche
21 all’immagine. Per esempio posso immaginare che
dopo averlo ucciso sul tetto l’omino ricade in un nido
(21).
Come vedi, per gli altri studenti è veramente difficile
ricordare tutti questi numeri. Con l’archivio mentale,
invece, diventa facile come ordinare una pizza su Just
Eat. È quasi come barare.
Anzi, ti anticipo che ti sentirai un po’ in colpa per la
facilità con cui stupirai il professore. Nel caso, chiama
subito un amico e vatti a fare una birra. Funziona
sempre.
Bene, per quanto riguarda i numeri, mi sembra
sufficiente. Adesso vediamo come si può applicare il
Palazzo ai famigerati vocaboli stranieri.

Come memorizzare velocemente i vocaboli


stranieri
Ricordo che, quand’ero uno studente in crisi, ricordare i
vocaboli stranieri o le regole di grammatica era
veramente una sofferenza. Li ripetevo per ore e ore ma
comunque, quando servivano, non uscivano mai fuori
dalla bocca.
Quindi ora vediamo come usare il Palazzo per
riuscire a memorizzare fino a trenta vocaboli stranieri in
dieci minuti. Prima però voglio avvisarti: la lingua non è
solo conoscenza dei vocaboli o delle regole di
grammatica come tanti vogliono farci credere, ma è fatta
soprattutto di ascolto. Quindi il mio consiglio è di non
partire dai vocaboli e dalle regolette di grammatica,
approccio che serve a conquistare le certificazioni, ma
non a imparare una nuova lingua.
Premesso questo, vediamo come si usa il Palazzo per
imparare una nuova lingua: basta semplicemente unire in
una storia il vocabolo straniero con la corrispondente
traduzione italiana.
Per esempio, in spagnolo gambero si dice gamba. Per
ricordarlo ti basta immaginare la tua gamba ricoperta da
gamberi morti. Se la immagini bene, ti rimane per tutta
la vita.
Oppure, sempre in spagnolo, macchina si dice coche
(che si pronuncia coce). Per ricordarlo potresti
immaginare una macchina che esplode in mille cocci.
Come vedi devi creare l’immagine in base alla
pronuncia, non in base a come è scritto. Infatti ho usato
cocci perché la pronuncia è simile a coce.
Passiamo all’inglese. Per esempio, dente si dice tooth
(che si pronuncia tuf con la lingua tra i denti). Quindi
potresti immaginarti il tuo dente che si tuffa fuori dalla
tua bocca.
Oppure, passando al cinese, grazie si traduce con
xièxie (pronunciato sciè, scie). Quindi, per
memorizzarlo, ho immaginato di ricevere in regalo un
paio di sci, da una ragazza cinese, e di risponderle
«Grazie!».
Un altro esempio può essere birra, che in cinese si
traduce con pí jiŭ (che si pronuncia più o meno pigiò).
Per ricordarmelo, ho immaginato di bere una birra
insieme a un piccione.

Bene, direi che con questo è abbastanza. Ora hai le


basi per diventare un vero artista della memoria
universitaria. Mi raccomando, non ti arrendere e allenati
ogni giorno. La potenza è dentro di te. Dimostra a tutti
che sei capace di cose impossibili. Ma soprattutto
ricorda che:

imparando a superare i tuoi limiti insegnerai alle


persone attorno a te che si può fare.

1. Se vuoi un altro esempio pratico per imparare ad applicare il


Palazzo della memoria agli esami guarda i tre video gratuiti a
questo link: http: // metodouniversitario.it/3videorizzoli
ESPOSIZIONE
Come sostenere un esame da 30 e lode
parla Giuseppe

“Lo scopo dell’arte oratoria, presa di per sé, non è la verità


ma la persuasione.”

Thomas Macaulay

Nei primi tre capitoli sul Metodo abbiamo costruito le


fondamenta della casa, mentre adesso, con la fase di
esposizione, dobbiamo dare l’ultimo tocco di vernice a
tutta la struttura.
Infatti è fantastico ricordare tutto col Palazzo (dato
che, il più delle volte, gli studenti vanno a sostenere
l’esame con la sensazione di non ricordare niente), ma
poi, per prendere 30, devi anche saper argomentare
queste informazioni all’esame, sia negli esami scritti sia
in quelli orali.
Puoi ottenere questi risultati anche se ritieni di essere
una persona timida o se pensi di non avere la
“parlantina”. Infatti la timidezza si supera, se ci vuoi
lavorare veramente, e la parlantina si può allenare.
Ma perché stiamo parlando di allenare l’esposizione?
Non basta solo studiare per passare l’esame? No, questo
è solo un luogo comune.
Vedi, nessuno ce l’ha mai detto, ma il voto dipende
soprattutto dall’impressione che riusciamo a creare, nei
pochi minuti che ci sono concessi all’esame.
E questa impressione dipende proprio da cosa
diciamo, da come lo diciamo, da che tono usiamo, da
come ci poniamo nei confronti dell’esaminatore e
dall’ordine in cui diciamo le cose.
Lo so che forse ora mi starai prendendo per pazzo, e
che la comunicazione possa sembrare effettivamente una
scienza strana. È normale che la pensi così, perché
nessuno ci ha mai insegnato a comunicare in maniera
persuasiva, da veri oratori ciceroniani.
E così finiamo col pensare che l’esame sia una
questione di “quante informazioni sai”, anziché di
quanto siamo bravi a “venderci agli occhi del
professore”, e a fargli percepire la nostra reale
preparazione.
In quest’ottica, la comunicazione svolge un ruolo
importantissimo: ricordati che non conta quello che dici,
ma l’impressione che crei con ciò che dici.

Il nostro obiettivo in questo capitolo è proprio quello di


trasmettere al professore l’idea che sia giusto metterci
30.

Per farti capire l’importanza di imparare a


comunicare, ti faccio l’esempio della “persona perfetta”.
Mettiamo che tu incontri una persona, e che decidete
di uscire insieme. Magari lei è la persona perfetta per te,
perché avete dei gusti molto simili e vi completate a
vicenda. Però hai solo un quarto d’ora per parlarci.

Caso 1: parlate del più e del meno


In questo quarto d’ora le fai solo domande banali del
tipo: «Come va?», «Dove vivi?» o «Che facoltà
frequenti?».
Ne risulta una conversazione molto piatta, e così
finite col pensare che non siete fatti l’una per l’altra.
Insomma ti sei venduto malissimo!

Caso 2: andate nel profondo


In quest’altro quarto d’ora, invece, metti da parte le
domande banali e decidi di fare domande più
interessanti. In poco tempo scopri che vi piacciono le
stesse cose, la fai ridere, lei si commuove ascoltando di
una cosa brutta che ti è successa durante l’infanzia e, nel
giro d’un quarto d’ora, avete l’impressione di conoscervi
da sempre.

È lo stesso quarto d’ora. Che cosa è cambiato?


Semplicemente è cambiato il modo in cui hai riempito
questo tempo con la tua comunicazione.
E questo è proprio quello che dobbiamo fare col
professore, ossia cercare di capire come farlo
“innamorare” di te, nel poco tempo che ti è concesso.
È qui che entra in gioco l’esposizione professionale.

L’esposizione professionale
L’esposizione professionale è la disciplina che mira a
farti sviluppare un adeguato linguaggio tecnico e una
certa sicurezza all’esame, in modo tale da essere
percepito dal professore come un professionista che ha
studiato tanto.?
Infatti, se non impari a comunicare come un
professionista continuerai a studiare mesi per poi
trasmettere insicurezza e approssimazione all’esame. E
questo ti porterà inevitabilmente a essere bocciato o a
prendere un voto che non meriti.
Prima di scoprire le tecniche di esposizione
professionale, vediamo qual è l’errore peggiore che può
commettere uno studente in fase di esposizione, e come
evitarlo.
L’esposizione serve a migliorare la qualità del “modo
in cui porti le informazioni all’esame” sia nello scritto
sia nell’orale. Quindi diamo per scontato che hai già
memorizzato le tue risposte.
L’errore peggiore che gli studenti commettono è
allenare l’esposizione mentre memorizzano, e quindi
mischiare due fasi diverse del metodo: Memorizzazione
ed Esposizione. Tentano quindi di memorizzare con il
“leggere e ripetere”, vale a dire provando a “esporre
ripetendo”.
Il problema è che esporre non vuol dire ripetere.

La ripetizione non c’entra niente con l’esposizione.

Uno studente in crisi ripete mille volte quello che


trova nel libro, per memorizzarne le informazioni.
Invece uno studente alieno ha capito che parlare al vento
e ripetere a pappagallo non è una strategia vincente per
preparare gli esami in sette giorni. Per questo usa
l’esposizione per affinare il suo linguaggio e prendere
bei voti.
Il suo obiettivo è far capire al professore che ha
studiato, e che, per certi versi, ne sa più di lui sulla
materia.
Ma qual è il primo passo per sviluppare l’esposizione
professionale? Partiamo dalla simulazione dell’esame.

Se vuoi prendere 30 e lode, devi dare


l’esame a casa
L’unico modo per arrivare all’esame sicuro di te, e fare
un discorso da 30 e lode, è simulare l’esame a casa,
esattamente come fanno gli aviatori prima di iniziare a
volare, che prima di pilotare un aereo vero si esercitano
in un simulatore a terra.
Durante una simulazione di viaggio, il pilota non è
spaventato come lo sarebbe durante il primo volo, e
quindi ha meno paura di osare e di fare errori.
Questa minore ansia da prestazione permette al pilota
di:

sbagliare senza causare catastrofi, e quindi di


apprendere dai suoi errori;
sperimentare e desensibilizzarsi dal volo, e quindi
arrivare al suo primo volo più sereno;
arrivare più preparato al giorno del volo, perché il
suo cervello ha già imparato cosa fare in caso di
emergenze e sa come muoversi.

Per lo studente vale lo stesso principio: l’esame è un


contesto difficile, in cui hai tanta paura di sbagliare. E
alla fine, per questa paura, molto spesso balbetti o
sbagli.

Se vuoi andare all’esame ed esporre da professionista,


devi ricreare quella condizione di stress già a casa.

In questo modo ti desensibilizzerai, e sarai in grado di


affrontare l’esame come se stessi andando a fare la
spesa, anziché come il giorno del giudizio universale.
Testare l’esame a casa permette alla tua amigdala di
abituarsi a quello stress, e di non mandarti in tilt il
cervello davanti al professore. Se non ricrei questa
simulazione, arriverai sempre davanti al professore con
l’ansia a mille e il cuore in gola, perché per te l’esame
sarà sempre un evento epocale che ti terrorizza. Più la
tua mente avrà familiarità con quello stress, più sarà
facile per il tuo corpo mantenere il controllo all’esame.
La tremarella all’esame non è altro che la reazione
del tuo corpo a una situazione atipica, nel pieno rispetto
del principio secondo cui:

Il cervello ha paura di ciò che non conosce.

È per questo che le persone hanno tanta paura di


cambiare: non sapendo a cosa vanno incontro attuando
quel cambiamento, preferiscono restare nella loro “zona
di comfort”.
Se invece ti comporti da studente alieno, e quindi
ricrei le condizioni d’esame a casa, arriverai davanti al
professore con la sensazione di aver già vissuto quella
scena mille volte, e questo ti porterà ad avere il pieno
controllo delle tue emozioni e delle tue paure.

COME SI FA A SIMULARE LE CONDIZIONI D’ESAME?


Simulare l’esame significa ricreare le condizioni di
stress di quella situazione a casa e allenarti a esporre
come un vero oratore. E se adesso stai pensando: “Ma io
già simulo l’esame, perché mi barrico in casa per mesi e
ripeto come un indemoniato!”, ASPETTA, FRENA UN
ATTIMO.
Chiudersi in casa mesi, per ripetere fino al
sanguinamento delle corde vocali, non è proprio una
bellissima strategia di simulazione. Perché? Perché non
c’è nessuno stress in questa simulazione. Al massimo
tanta tristezza e tanto Netflix.
Uno studente alieno simula come un pilota di
Formula 1: corre vari giri di prova sulla pista dove sa
che dovrà affrontare la gara.
Quindi, nella simulazione c’è bisogno di un fattore
fondamentale: la pressione.
I militari, per esempio, durante le esercitazioni di
guerra devono superare delle prove fisiche incredibili,
come nuotare nel fango, simulare il trascinamento di un
ferito, correre per chilometri e chilometri sotto alla
pioggia eccetera.
Tutte le esercitazioni sono state pensate per mettere a
dura prova gli aspiranti soldati, e far pensare loro: “Ora
sono affari miei!”.
L’obiettivo è quello di fargli percepire la stessa
pressione che avvertirebbero se fossero davvero in
guerra.
Il fatto di allenarsi con questo fiato sul collo, tra urla
e armi vere, permette agli aspiranti soldati di sprigionare
il loro massimo potenziale, e di desensibilizzarsi a quello
stress, in modo da essere pronti a reggere prove anche
più difficili di quella.
Ed è proprio questa pressione di fondo che permette
alle persone di dare il massimo, e di alzare di un pochino
alla volta i loro standard, per raggiungere obiettivi
sempre più grandi.
Per farti capire meglio questo concetto, voglio farti
un esempio tratto da una delle mie serie TV preferite
The Good Wife ambientata in uno studio legale
americano.

I TESTIMONI DI THE GOOD WIFE


In un episodio della prima stagione due avvocati, Alicia
e Cary, preparano i loro testimoni ad affrontare il
processo.
Cary è più cattivo, e mette sotto pressione i suoi
testimoni con domande provocatorie e aggressive.
Alicia, invece, è più dolce e permissiva, e per questo
evita di stressare troppo i suoi testimoni, protestando
contro le misure aggressive adottate dal collega.
Così alla fine Cary, persuaso dal comportamento di
Alicia, smette di mettere sotto pressione i testimoni
coinvolti nel caso.
E sai cosa succede poi durante la causa?
Che i poveri testimoni vengono letteralmente
massacrati dalla parte avversaria, perché nella
preparazione Alicia ha deciso di essere dolce.
Dopo il fallimento in tribunale, Alicia si scusa con
Cary, in quanto ha fallito come preparatrice. È stata
troppo buona, e per questo non ha fatto la cosa giusta,
ossia simulare durante la preparazione la stessa
pressione del tribunale.
In America nell’esercito è famosa una frase del
generale statunitense Norman Schwarzkopf: «The more
you sweat in peace, the less you bleed in war». Che
letteralmente significa: “Più sudi in tempo di pace, meno
sanguini in tempo di guerra”.
Trasponendola in termini universitari potremmo dire:
“Più sudi nella simulazione, meno sanguini all’esame”.

Insomma, la morale della favola è: se non ti stressi un


po’ a casa, la pressione dell’esame ti distruggerà.

Piccola precisazione: quando parlo di esporre con la


simulazione a casa, intendo che devi viaggiare nei tuoi
palazzi della memoria, ripercorrere le immagini che hai
creato in fase di memorizzazione ed esporre da 30, come
se fossi davanti al professore.
Arrivati a questo punto del metodo infatti, devi
assicurarti:

di avere messo da parte gli schemi a cascata, e non


toccarli più;
di avere messo da parte le mappe mnemoniche, e
non toccarle più;
di poter camminare per i tuoi palazzi, ripercorrendo
le immagini che hai creato precedentemente.
Secondo il metodo oratorio descritto da Cicerone
(inventio, dispositio, elocutio, memoria, actio) l’actio è
la fase finale, durante la quale l’oratore si concentra
sull'impostazione della voce, sulla modulazione dei toni
e sulla prova generale dei gesti da fare al momento della
performance.
E questo è esattamente quello che devi fare in questa
fase, almeno per quanto riguarda l’esame orale. Per
l’esame scritto, l’unica abilità da allenare è quella del
linguaggio tecnico, come vedremo più avanti.
Per adesso ci tengo a precisare che non devi
praticamente più toccare gli schemi, a meno che non ci
sia un errore gravissimo da sistemare di cui ti sei
accorto, o qualcosa che proprio non riesci a ricordare e
che ti impedisce di andare avanti. È molto importante
non tornarci più, altrimenti finisci col per fare l’errore
degli studenti in crisi, ossia mischiare le fasi tra di loro e
non arrivare mai al punto.
Siccome noi siamo studenti alieni, sappiamo che
questa fase è delicatissima perché riguarda i giorni
subito prima dell’esame: non possiamo permetterci di
fare stupidaggini e di cambiare le carte in tavola
all’ultimo minuto.

La regola più importante è proprio seguire la strategia


dall’inizio alla fine, e non avere ripensamenti.
Se in questo momento ti senti insicuro e non sai dove
stai andando, tranquillo: continua a tenere gli occhi
sull’obiettivo. Vedrai che tra poco le acque si faranno
più limpide.
Detto questo, adesso parliamo dell’esame orale, per
cui esistono almeno tre modi per simulare a casa la
stessa pressione dell’esame.

TRE MODI PER SIMULARE L’ESAME ORALE A CASA

1. Fatti mettere in difficoltà da qualcuno


Fatti interrogare da qualcuno che sappia metterti in
difficoltà. Magari puoi iniziare dal chiedere al tuo
amico/a di guardarti male se dici la cosa sbagliata, e di
marcarti stretto.
Puoi chiedergli/le di essere spietato con te e di
metterti fretta mentre cerchi la risposta giusta.
La tua sfida dovrà essere quella di rimanere
imperturbabile, di desensibilizzarti al suo giudizio e di
continuare a rispondere alle sue domande, sempre da 30,
come se nulla fosse.
Se ci pensi, è un bell’esercizio di distacco dal
giudizio degli altri, e potrebbe esserti molto utile anche
in altri campi della tua vita.

2. Registrati con il cellulare


Registrati, con video o audio, immaginando di dover far
ascoltare poi quella registrazione a una persona di cui
temi il giudizio. Potrebbe essere il tuo professore, i tuoi
amici o addirittura una persona che ti piace.
Se prendi seriamente questo esercizio, ti scenderanno
le goccioline di sudore anche se stai solo parlando al
cellulare.
Inoltre registrarti è un buon modo per capire se stai
andando nella direzione giusta: potrai riascoltarti e
capire se hai esposto nel migliore dei modi, o se potevi
aggiungere o togliere qualcosa al discorso, per
conquistare il 30. Molto spesso, infatti, capita che,
essendo totalmente immerso nel flusso, non ti rendi
conto degli errori che fai e di quello che puoi migliorare
durante l’esposizione.
La chiave per ottenere risultati straordinari è riuscire
a osservarti dall’esterno. Guardandoti con un occhio
neutrale ti accorgerai che a volte commetti l’errore di
ripetere sempre la stessa parola inutilmente (tipo
“sostanzialmente”), oppure di fare troppi mugolii o versi
(tipo “ehmmm”). Ecco, tutti questi comportamenti
riducono la qualità della tua esposizione, ed è meglio
sradicarli sin da subito.
La cosa migliore sarebbe chiedere a qualche tuo
familiare o compagno di corso di riprenderti quando non
te ne accorgi. In questo modo potresti avere un quadro
più chiaro degli errori che commetti più spesso mentre
ripeti, e di come evitarli.

3. Guardati allo specchio, e tieni lo sguardo


fisso
Questa potrebbe anche sembrarti una pratica un po’
imbarazzante, ma fidati, è una delle strategie di
simulazione d’esame più potenti che conosco.
Tutto quello che devi fare è metterti davanti a uno
specchio, fissarti negli occhi e iniziare a esporre gli
argomenti dell’esame. Prova a tenere lo sguardo fisso, e
inizia a parlare esattamente come se fossi davanti al
professore:

Cosa diresti?
Parleresti in quel modo?
Useresti quelle parole?
Ti muoveresti come stai facendo?

Cerca di osservarti e di essere abbastanza critico


verso te stesso. È vero che non devi giudicarti, ma non
devi nemmeno commettere l’errore di lasciare andare e
prendere la cosa con superficialità.
Solo essendo abbastanza critico riuscirai ad arrivare
all’esame con una maggiore consapevolezza di te stesso
e saprai perfettamente come esporre per trasmettere la
massima preparazione.

SIMULAZIONE DELL’ESAME SCRITTO


Bene, ora che abbiamo visto come simulare a casa
l’esame orale, passiamo invece a esaminare il caso
dell’esame scritto.
Come sappiamo, esistono due tipi di esami scritti,
motivo per cui abbiamo bisogno di due strategie di
simulazione diverse.

Esame scritto a risposta chiusa (“a


crocette”)
Se l’esame scritto è a risposta chiusa – meglio noto
come “a crocette” – la fase di esposizione diventa molto
più rapida. Quello che dovrai fare è semplicemente
ripassare tutto quello che hai collocato nel Palazzo della
memoria e altri dettagli tecnici impossibili, per cui le
cattedre vanno pazze.
Ovviamente, se hai anche dei test o degli eserciziari
su cui allenarti e fare esercizi, utilizza questa fase per
esercitarti sui test proposti dalla cattedra.

Esame scritto a domande aperte


Nel caso di un esame scritto a domande aperte, prima di
tutto devi esercitarti a scrivere le risposte rispettando il
tempo di un timer, per ricreare lo stesso “senso di
urgenza” dell’esame vero e proprio.
Ti do anche un consiglio pazzo, che mi ha cambiato
la vita: mentre provi a rispondere alle domande d’esame
ti suggerisco di mettere una musica a volume alto che ti
distrae, tipo qualcosa che fa veramente schifo. Il trucco è
che se riesci a concentrarti con questa musica brutta di
sottofondo, allora all’esame sarai in grado di mantenere
un alto livello di concentrazione e controllo, anche se il
tempo corre.
Voglio darti un altro consiglio molto potente riguardo
questa fase: cerca di infarcire il più possibile la risposta
di dettagli tecnici.
Infatti il professore è molto attento a quanto riesci ad
andare in profondità negli argomenti e tu, per
dimostrargli che sei in grado di farlo, devi riuscire a
ricordarti anche i dettagli tecnici più complessi della
materia, che nemmeno lui stesso ricorderebbe mai.
Quello che devi fare, in sostanza, è utilizzare la fase
di esposizione per esercitati a scrivere (in questo caso
sarà essenziale farti aiutare dal Palazzo della memoria),
anziché parlare, e metterti sotto pressione per dare il
meglio di te.

Come allenare il linguaggio tecnico: il


dizionarietto
Prima di chiudere il capitolo voglio parlarti di un’altra
tecnica che mi ha salvato la vita quando frequentavo
l’università.
Come ho già detto, il linguaggio tecnico è importante
perché fa percepire al professore che hai studiato per
mesi e che sei pronto per la laurea. Quindi, per fare
davvero colpo sul professore, devi allenarti a esporre
utilizzando molti tecnicismi, che gli fanno sentire che
“sei come lui”.
Come sempre, l’obiettivo è quello di acquisire un
buon linguaggio tecnico studiando il meno possibile.
Prima di continuare, voglio dare un suggerimento a
chi è al primo o secondo anno di università. Se sei ai
primi anni, ti consiglio di allungare un po’ la fase di
esposizione, cioè di non farla durare il 10% del tempo,
ma di arrivare anche al 20%. Avendo meno padronanza
del linguaggio tecnico, potresti aver bisogno di più
tempo per preparare l’esposizione.
Questo perché il linguaggio tecnico è come una
lingua straniera.
Se per esempio frequenti Giurisprudenza, il tuo sarà il
“giurisprudenzese”, mentre se studi Medicina sarà il
“medicinese”.
In altre parole, sviluppare il linguaggio tecnico
equivale dover imparare un’altra lingua, con le difficoltà
che tutto questo comporta.
Tra le numerose tecniche che permettono di
migliorare il questo linguaggio, una molto potente è
sicuramente la tecnica del dizionarietto.

LA TUA BIBBIA DEI TERMINI TECNICI


La tecnica del dizionarietto consiste nell’appuntare tutti i
termini tecnici e difficili dei tuoi esami in un
quadernetto.
Quel quadernetto dovrà diventare la tua Bibbia, il tuo
vangelo dei termini tecnici, che dovrai conservare
gelosamente per il resto dei tuoi anni di università.
Dopodiché, quando esponi, devi cercare di infarcire il
più possibile il tuo discorso con questi termini e questi
modi di dire. Devi sforzarti di parlare nel modo più
tecnico possibile.
Perché è importante che tu lo faccia attivamente?
Perché la nostra mente, se può, fa sempre il percorso più
semplice, per cui tende a ricorrere ai termini più
elementari.
Quindi sforzarti a casa di parlare nel modo più
difficile possibile ti permette di arrivare all’esame con
l’abitudine a esporre in maniera molto tecnica.
Così il professore penserà: “Ammazza che
padronanza della materia, questo si merita 30!”, e tu te
ne tornerai a casa con un bel voto sul libretto. Bello, non
trovi? Già dopo pochi allenamenti col dizionarietto ti
renderai conto della potenza devastante di questa
tecnica.
Benvenuto, guerriero della luce
parla Andrea

“Il guerriero sa che è libero di scegliere ciò che desidera:


le sue decisioni sono prese con coraggio, distacco e,
talvolta, con una certa dose di follia.”
Paulo Coelho, Manuale del guerriero della luce

Eccoci, siamo arrivati alla fine di questo libro.


Alla fine di un percorso insieme, diciamo sempre ai
nostri studenti:

Voi ora sapete la verità. Siete liberi di farci quello che


volete: di proteggerla o di dimenticarvene per sempre.
Però, dentro di voi qualcosa è successo, è avvenuto un
cambiamento. E questo non lo potrete ignorare.

Non tutti gli studenti, dopo aver letto i nostri libri, o


frequentato i nostri corsi, diventano studenti di successo.
Perché – forse non l’abbiamo detto – applicare il metodo
non è per tutti.

Il Metodo è aperto a tutti, ma non è per tutti

Spesso alle persone piace l’idea di cambiare, di


crescere e di migliorare, ma alla fin fine, nei fatti, non
sono disposte a farlo.
Perché la verità è che crescere fa schifo.
Chi sceglie la strada del miglioramento e della
crescita, di solito va incontro a mille difficoltà in più
rispetto a chi se ne sta tranquillo, nella sua zona di
comfort.
Chi sceglie di migliorare manda un messaggio sottile
alla vita, e dice: “Io adesso mi metto in gioco, costi quel
che costi, e cerco di migliorare la mia vita, per
dimostrare a me stesso e alle persone attorno a me che si
può fare”.
E, dato che sono pochi i coraggiosi che decidono di
cambiare e di essere d’esempio per gli altri, la vita inizia
a metterli sotto stress, a testarli, a vedere di che pasta
sono fatti davvero.
Parliamoci chiaro: scendere in campo è più difficile
che rimanere in panchina. Ma perché passare l’unica vita
che abbiamo in panchina, quando puoi provare
l’emozione di giocartela tutta fino in fondo?
È per questo che il nostro libro è solo un inizio.
È la lampada che porterà luce nella tua vita, che ti
aiuterà a vedere con distacco le difficoltà legate
all’università.
Una volta chiuso questo libro, devi iniziare a dare gli
esami velocemente con il Metodo e, con il tempo
guadagnato, cambiare il mondo un passettino alla volta.
Perché, te lo assicuro, il mondo ha bisogno di persone
buone e ambiziose. Ha bisogno di forze del bene. E se
vuoi fare del bene, allora devi diventare una forza. C’è
un estremo bisogno di persone coraggiose, in gamba,
forti e anche un po’ testarde, capaci di migliorare la
società con tutti i suoi problemi.
Non fare l’errore di tutti gli altri, che si chiedono:
“Qual è il mio sogno? Cosa mi piacerebbe fare nella
vita?”. Questa è una domanda limitante, che prescinde
dall’esistenza di tutti gli altri esseri umani.
Non siamo soli a questo mondo. Chiuderci nella
nostra stanzetta a riflettere sull’esistenza, ignorando i
problemi delle persone lì fuori, ci rende solo più tristi e
insoddisfatti.
La domanda che ci ha cambiato la vita è stata
un’altra: “Qual è il problema che più mi piacerebbe
risolvere nel mondo?”. Che non implica un finto
buonismo altruistico del tipo “mi sacrifico per gli altri”,
ma un’analisi approfondita della situazione, per trovare
una soluzione concreta alla fatidica domanda: “Qual è il
mio perché? Perché faccio quello che faccio?”.

Come dice anche Tony Robbins, se ti fai le domande


giuste nel tempo ti arriveranno anche le risposte giuste.

Se vuoi trovare il lavoro dei tuoi sogni, e fare del


bene agli altri, l’universo ti manderà dei segnali per
indicarti la strada giusta. Sta a te scegliere di seguirli e
adempiere alla tua missione, o trascurarli e vivere una
vita mediocre.
Perché fidati, il mondo è pieno di problemi da
risolvere. In giro ci sono migliaia di persone mediocri,
che “sopravvivono”, anziché “vivere davvero”. Se vuoi
elevarti, vivere la vita dei tuoi sogni, e migliorare il
mondo, devi solo capire:

quale problema sei bravo a risolvere;


quale problema ti piacerebbe risolvere;
dove c’è più bisogno di te.

Il nostro pensiero non dovrebbe essere quello di fare


polemica contro il sistema. Il nostro unico interesse
dovrebbe essere quello di diventare bravi a risolvere un
problema nel mondo.
E come si fa a diventare bravi?
Con una parola: formandoci.

La formazione è il punto di partenza per costruire una


vita di successo.
Senza la formazione, io e Giuseppe non saremmo mai
arrivati ad aiutare centinaia di migliaia di studenti in
tutta Italia, e ricevere tonnellate di messaggi di
ringraziamento ogni giorno. Ti parlo di formazione di
qualità, quella che ti aiuta a migliorare la tua vita nel
concreto.
Quello che hai tra le mani, per esempio, è un libro di
formazione.
E ti dirò di più: non basta formarci solo dal punto di
vista delle informazioni, e quindi conoscere una marea
di nozioni e termini tecnici.

Appesantire il cervello non ti farà fare la differenza.

Pier Giorgio Caselli – fisico, insegnante, e fondatore


della ScuolaNonScuola di Meditazione e Arti Marziali –
in un suo intervento su Scuola non Scuola, diceva: «La
legna, senza fuoco, è solo peso».
Le informazioni, senza la concretezza, solo solo
parole. E le parole appesantiscono il nostro cervello.
Ecco, tu ora mi dirai: “Ma le informazioni sono
importanti per svolgere bene il mio lavoro! Se non
conosco i nervi dell’avambraccio, come lo opero un
paziente?”.

Certo che le informazioni sono importanti, ma non


sono tutto. Lo sforzo che dovremmo compiere in quanto
“guerrieri della luce”, è capire come vivere la nostra vita
mentre svolgiamo il nostro lavoro.
Riassumendo, dovremmo capire:

come usare la memoria al suo massimo potenziale,


per ricordare più informazioni di un computer, con il
minimo sforzo;
come dare gli esami in sette giorni, e avere molto più
tempo per sviluppare le abilità che ci servono per
eccellere nel mondo del lavoro;
come gestire le nostre emozioni, per non farci
assalire dall’ansia;
come sviluppare una leadership che ci faccia
diventare degli eroi agli occhi degli altri, anziché
essere dei follower che nessuno seguirebbe mai;
come acquisire la mentalità giusta per diventare
liberi economicamente ed emotivamente;
come essere in grado di pianificare e raggiungere i
nostri obiettivi;
come prendere decisioni giuste, per noi e per le
persone che abbiamo intorno;

e tante altre cose.


E come possiamo arrivarci?
Formandoci. Acquisendo sempre più competenze
nuove. Sbagliando e riprovando, cadendo e rialzandoci,
ogni giorno. Invece di fare l’errore di pensare che queste
siano capacità “innate” dell’essere umano, dovremmo
iniziare a chiederci come fare a svilupparle, per
diventare dei professionisti migliori, e delle persone
migliori.
Il professor Corrado Ziglio, docente presso
l’Università di Bologna, nei suoi studi parla molto di
“tossicità professionale”: sei affetto da “tossicità
professionale”, quando non sei abituato a sopportare il
tuo lavoro.
In altre parole, magari sei anche bravo a fare il tuo
lavoro, ma non sei in grado di gestire la tua vita al di
fuori del lavoro che svolgi.
Guardati intorno e dimmi quanti medici, avvocati e
ingegneri, a fine giornata, tornano dalle loro famiglie
con il sorriso stampato in faccia e la voglia di divertirsi e
ridere con gli altri.
Azzarderei pochi, quasi nessuno.
Purtroppo il mondo è pieno di professionisti in crisi,
che non sanno gestire le loro emozioni, e ne sono
completamente travolti, giorno dopo giorno. E
ovviamente, senza volerlo, una persona in crisi scarica lo
stesso peso sulle persone che la circondano.
E secondo te, che persone diventeranno quelle che
tutti i giorni si sentono dire frasi come “la vita è
difficile”, o “il mondo fa schifo?” e “ in Italia c’è la
crisi”? Diventeranno anche loro persone in crisi – tristi,
spente, aride – che non si impegnano per fare la
differenza nel mondo, tanto hanno imparato che “il
mondo fa schifo”.
Ecco, noi non volevamo rassegnarci a 22 anni. Non ci
piaceva quel modo di vivere fatto di insoddisfazione,
rassegnazione e di “accontentarsi”.
Avere una sola vita ci sembrava una motivazione
sufficiente per ambire a qualcosa di più.

Senza nulla togliere alle nostre famiglie, che anzi


sono state più che esemplari, e ci hanno educato nel
migliore dei modi. Ma chi va con lo zoppo, impara a
zoppicare. Se frequenti persone tristi, depresse, che
basano la loro vita sull’università e sul voto di laurea,
presto o tardi diventerai anche tu una persona così.
Come diceva sempre il famoso formatore Jim Rhon:
«Sei la media delle cinque persone che frequenti di più».
Purtroppo, oggi nessuno ti dice di sognare in grande.
Siamo circondati da persone che ti dicono di stare con i
piedi per terra e volare basso.

Ma da sogni piccoli vengono fuori persone piccole.


Quando hai sogni piccoli, tutti i problemi sembrano
troppo grandi.

Per questo, noi non vogliamo dirti quello che ti


dicono tutti. Perché se fossimo stati a sentire tutto quello
che ci hanno detto, non avremmo mai raggiunto i
risultati di oggi.
Quello che vogliamo dirti, col cuore, è che se hai un
sogno proteggilo, custodiscilo, e fai di tutto per
realizzarlo.
Se tutti ti dicono che non puoi farcela, che è meglio
cambiare sogno, perché quello che hai scelto è “troppo”
per te, non ascoltarli.
Non cercare l’approvazione degli altri, perché molto
probabilmente ne resterai deluso. Ogni persona ti dirà
una cosa diversa, una cosa che va bene per lui e non per
te.
Quando chiederai a qualcuno: «Lascio l’università?»,
oppure: «Secondo te in cosa sono più portato?», tutti ti
diranno la loro opinione. Saranno tutti bravi a darti la
loro visione del mondo, senza però tenere conto di
quello che è meglio per te.
Se io chiedo a mia madre se devo diventare o no un
dottore, con buone probabilità lei mi dirà di sì. Se invece
lo chiedo a un mio amico che lavora nella finanza,
probabilmente mi dirà che è meglio studiare economia.
Se prendo una decisione importante per la mia vita,
magari un mio amico penserà che sto facendo la cosa
giusta, mentre un altro mi dirà che sto facendo
un’enorme stupidaggine.
Tutte queste sono solo opinioni soggettive, non fatti
reali. Noi, però, commettiamo l’errore di interpretarli
come fatti oggettivi.
Il punto è che non possiamo farci influenzare dalle
opinioni delle persone che ci circondano, perché
altrimenti saremo sempre, totalmente in balia degli altri.
E questo io e Giuseppe l’abbiamo imparato bene nel
corso degli ultimi anni.
Dato che noi facciamo un lavoro pubblico, siamo
ogni giorno sotto gli occhi di milioni di persone. Spesso
aprendo la nostra chat privata ci imbattiamo in tanti
commenti belli che ti fanno venire voglia di piangere, e
in tanti altri brutti, scritti da persone che ci invidiano e
che ci vorrebbero vedere andare in rovina. Secondo te, a
quali commenti dovremmo dare ascolto?
Te lo dico io: a nessuno.
Il mondo ci bombarda di giudizi, di opinioni, di
“secondo me”. E le persone si fanno catapultare da una
parte all’altra per questi giudizi espressi in fretta. E il
guaio è che spesso rinunciano ai loro sogni o ai loro
obiettivi, solo per non fare brutta figura o non deludere
qualcuno.
Non importa che a esprimere un’opinione siano
sconosciuti o parenti, amici di una vita o fidanzati del
momento: siamo sempre pronti a delegare il nostro
potere all’esterno. Siamo tutti pronti a
deresponsabilizzarci, a non credere in noi e nelle nostre
potenzialità, anche se saremmo capaci di cose
incredibili.

Sta a te concederti il permesso di sprigionare il tuo


massimo potenziale.

Se vivi per gli altri, non costruirai mai la vita dei tuoi
sogni. Quindi ti prego, se adesso hai tra i 20 o 30 anni,
ascoltami.
Metti davanti a tutto e tutti quello che vuoi diventare.
Immagina il tuo ologramma davanti a te, la
raffigurazione del tuo “te ideale”:

Come sarebbe?
Come si vestirebbe?
Con chi uscirebbe?
Quali persone frequenterebbe?
Quali persone, invece, allontanerebbe?

Fatti queste domande, e immagina per bene chi vorrai


diventare tra uno, cinque e dieci anni. Immagina tutto
nei dettagli, perché poi è con quella persona che dovrai
convivere per il resto della tua vita.
Qualsiasi persona deciderai di diventare, non
dimenticare mai quanto sei un’anima speciale, unica e
perfetta.

Non lasciare mai agli altri il potere di oscurare la tua


luce.

Il regalo più bello di questo libro


Sappi che per realizzare questo libro ci abbiamo messo
tutto il tempo e l’amore che potevamo. L’abbiamo
scritto immaginando le parole che avremmo voluto
sentirci dire quando frequentavamo l’università e
avevamo 20-22 anni.
Contiene tutte le frasi, le lezioni e gli insegnamenti
che ci hanno forgiato e ci hanno permesso di diventare
prima due studenti di successo, e poi due persone di
successo.
In realtà tutto ciò che hai appena letto costituisce più
un richiamo rivolto ai veri guerrieri che un libro sul
metodo di studio.
E se adesso senti di essere tu quel guerriero, fatti
avanti, mostra a tutti le tue carte.
Se senti di poter essere d’ispirazione per gli altri,
adesso è il momento di diventare un supereroe. 1

Una volta chiuso questo libro, devi iniziare a dare gli


esami velocemente con il Metodo e, con il tempo
guadagnato, cambiare il mondo un passettino alla volta.
Inoltre, se ti va e se il libro ti è piaciuto, puoi lasciarci
una frase sul nostro gruppo pubblico “Metodo
Universitario – Gruppo Ufficiale”.
Come ultima cosa, prima di chiudere tutto, vorrei che
ti facessi un regalo. Vorrei che ti prendessi un momento
solo per te.
Innanzitutto, ho bisogno che tu indossi le cuffiette, e
metta questa canzone a loop nelle tue orecchie: River
Flows in You.
Poi vorrei che scrivessi una lettera a te stesso,
immaginando di essere trasportato un anno in avanti nel
futuro.
Scegli una persona a cui scrivere (reale o
immaginaria, o il te stesso di adesso), e raccontagli come
sei diventato, come sei cambiato in quest’ultimo anno,
che obiettivi hai raggiunto, che persone hai accanto a te,
quanto sei felice della tua vita eccetera.
La lettera resterà tua, tranquillo, non dovrai inviarla.
Prenditi una mezz'oretta, e scegli un luogo in cui sai
che potrai restare solo per tutto il tempo.
Fatti trasportare dalle emozioni, e non aver paura di
esprimerle, di piangere, di ridere, di pensare o dire cose
strane.
È il tuo momento, e nessuno si può permettere di
rovinarlo o di giudicarlo, neanche tu. È il momento in
cui metti nero su bianco le tue intenzioni, i tuoi sogni, le
tue paure, le tue ispirazioni, e non importa quanti anni
hai, se sei troppo piccolo o troppo grande.
Le persone “normali” non si sognerebbero mai di
scriversi una lettera, ma visto che tu sei un guerriero
della luce, lo farai.
Poi, quando hai finito, chiudi la lettera, e mettila in
una busta sigillata. Consegnala a qualcuno e chiedigli/le
di riconsegnartela dopo un anno.
Tra un anno, quando ti riconsegneranno la lettera,
potrai riscoprire tutto quello che sognavi un anno prima,
e se sei arrivato a raggiungere i tuoi sogni, o se ancora
devi impegnarti per arrivarci.
Fidati, sarà emozionante rileggerla.
E ora che siamo davvero arrivati all’ultima pagina,
vogliamo salutarti con una frase speciale.
Ricordati che:

La vita è un’enorme tela: rovescia su di essa tutti i


colori che puoi.

Facciamo il tifo per te, qualsiasi cosa tu scelga di


fare.

1. Se vuoi approfondire i contenuti ti aspettiamo nel percorso


avanzato Esami in 7 Giorni, che trovi a questo link:
metodouniversitario.it/e7grizzoli.
PER CONTINUARE IL VIAGGIO CON
NOI

Bene guerriero della luce, arrivato alla fine del libro


potresti chiederti: “Ma adesso come faccio a saperne
ancora di più sul Metodo?”

Tranquillo, abbiamo pensato a tutto noi.

Per guardare subito le tre video lezioni gratuite con


cui studiare meglio e in meno tempo:

http://metodouniversitario.it/3videorizzoli

Per scoprire il percorso avanzato Esami in 7 Giorni, e


dare gli esami in un quarto del tempo:

http://metodouniversitario.it/e7grizzoli

Ti ricordo che puoi trovarci su Facebook, alla pagina


“Metodo Universitario”, e sul gruppo pubblico con
decine di migliaia di studenti “Metodo Universitario -
Gruppo Ufficiale”.
Seguici anche su Instagram, cercando
“metodo_universitario”, e sul canale YouTube “Metodo
Universitario”.

Ci vediamo dall’altra parte.

Andrea e Giuseppe
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Metodo universitario
di Andrea Acconcia, Giuseppe Moriello
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Pubblicato per BUR Rizzoli da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788858696323

COPERTINA || PROGETTO GRAFICO: MARCELLO DOLCINI