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La letteratura

Il Trecento

Dante Alighieri l Tanto gentile e tanto onesta pare Vai 왘왘왘


l Il conte Ugolino Vai 왘왘왘
Francesco Petrarca l Voi ch’ascoltate Vai 왘왘왘
Giovanni Boccaccio l Calandrino lapidato* Vai 왘왘왘

Il Quattrocento e il Cinquecento

Torquato Tasso l Ecco sparir le stelle e spirar l’aura Vai 왘왘왘

Il Seicento e il Settecento

Giuseppe Parini l Il risveglio del giovin signore Vai 왘왘왘

L’Ottocento

Ugo Foscolo l In morte del fratello Giovanni Vai 왘왘왘


Alessandro Manzoni l Adelchi Vai 왘왘왘
Giacomo Leopardi l La sera del dì di festa Vai 왘왘왘
Giosue Carducci l Nevicata Vai 왘왘왘
Giovanni Verga l La roba Vai 왘왘왘

Tra Otto e Novecento

Giovanni Pascoli l La cavalla storna Vai 왘왘왘


Luigi Pirandello l La giara Vai 왘왘왘

* L’Editore non è riuscito a individuare gli aventi diritto, ed è


disponibile alla corresponsione dell’equo compenso di norma.
2 La letteratura

Dante Alighieri
L’autore L’opera
Dante Alighieri è uno dei più grandi geni della let- La sua fama di poeta è legata ad alcune impor-
teratura di tutti i tempi. tanti opere: il De vulgari eloquentia, in latino, dove
Nacque a Firenze nel 1265 da una famiglia della espone le sue convinzioni sulla validità letteraria
piccola nobiltà decaduta in seguito alle lotte poli- della lingua volgare; il Convivio, in volgare, una
tiche interne al Comune fiorentino. Nonostante le sorta di enciclopedia del sapere dell’epoca; il De
difficoltà economiche ebbe un’educazione raffi- monarchia, un trattato in latino in cui esprime i
nata, da cavaliere, gentiluomo e letterato. suoi ideali politici.
In gioventù fu amico di alcuni poeti, tra cui il suo Negli anni dell’esilio, a partire dal 1308, compose
concittadino Guido Cavalcanti, e compose versi, la Commedia, chiamata Divina solo in seguito: un
rime e poemetti seguendo i dettami dello Stil Novo: poema didascalico-allegorico nel quale, immagi-
l’idealizzazione della donna, paragonata a un angelo, nando di compiere un viaggio attraverso i tre regni
e la celebrazione dell’amore puro e disinteressato ultraterreni, Dante rappresenta simbolicamente il
come suprema virtù. cammino dell’uomo verso la salvezza eterna. Nel
Nel 1285 sposò Gemma Donati, da cui ebbe tre figli. poema compare nuovamente la figura di Beatrice
Per l’esperienza umana e artistica del poeta fu fon- con il ruolo di spirito beato, guida di Dante nei cieli
damentale l’incontro con Beatrice, una giovane del Paradiso.
donna di Firenze che gli studiosi hanno identificato
in Bice di Folco Portinari, andata sposa a Simone dei
Bardi e morta a ventiquattro anni nel 1290. Dante le
dedicò la Vita nuova (1293-95), in cui rievoca, in versi
e in prosa, la figura della donna, l’amore spirituale
per lei, il disorientamento seguito alla sua morte.
A partire dal 1295 Dante prese parte alla vita poli-
tica fiorentina, allora lacerata da contrasti tra
opposte fazioni.
Nel 1301 prese il potere il partito politico avverso a
Dante. A carico del poeta fu montata un’accusa di
baratteria, cioè corruzione in atti pubblici, cui seguì
la condanna al pagamento di una forte multa. Dante
rifiutò di dichiararsi colpevole e di versare l’ammenda,
per cui la sentenza fu tramutata in condanna al rogo.
Dante, che in quel momento si trovava fuori Firenze,
non mise mai più piede nella sua città.
Da allora condusse vita da esule, soggiornando
presso diverse corti italiane, dove era ospitato come
letterato e diplomatico.
Nel 1321 morì di malaria a Ravenna, dove è tuttora
sepolto. Dante Alighieri.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010
Il Trecento 3

Tanto gentile e tanto


onesta pare
Questa poesia è un sonetto, un componimento che appartiene alla tradizione
letteraria italiana sin dalle origini. Esso presenta uno schema fisso:
si compone infatti di quattordici versi endecasillabi suddivisi in due quartine
e due terzine; i versi sono legati da uno schema di rime che può variare:
in questo caso, lo schema è ABBA ABBA CDE EDC.
Il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare è tratto dalla Vita nuova, l’opera
giovanile in cui Dante descrive e analizza il suo amore per Beatrice. Si tratta
di un sentimento puro e disinteressato, vissuto dal poeta a livello
intellettuale e spirituale: nella donna amata, infatti, egli riconosce il segno
della presenza divina in terra e un’anticipazione della beatitudine celeste.

Testo originale Parafrasi


A Tanto gentile tanto onesta pare La mia donna è (pare) tanto gentile e tanto virtuosa quando
la donna mia quand’ella altrui saluta, saluta gli altri, che ogni lingua ammutolisce per l’emozione e
gli occhi non osano guardarla.
ch’ogne lingua deven, tremando, muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.
B Ella si va, sentendosi laudare, Ella procede, mentre si sente lodata, con un atteggiamento
benignamente d’umiltà vestuta; (vestuta) di benevolenza e di umiltà; ed è evidente (par) che
e par che sia una cosa venuta ella è un essere (cosa) sceso dal cielo sulla terra a manife-
stare la presenza divina (miracol).
da cielo in terra a miracol mostrare.
Mostrasi sì piacente a chi la mira, Appare (Mostrasi) così bella a chi la ammira, che infonde attra-
10 che dà per li occhi una dolcezza al core, verso gli occhi una tale dolcezza nel cuore, che non può essere
che ’ntender no la può chi no la prova; compresa da chi non la prova;

e par che de la sua labbia si mova e dal suo volto (labbia) si effonde un dolce spirito d’amore che
un spirito soave pien d’amore, invita l’anima a sospirare di beatitudine.
che va dicendo a l’anima: Sospira.
(Dante Alighieri, Vita nuova, XXVI)

Guida alla lettura


O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

A
Il poeta descrive Beatrice non nel suo aspetto fisico, ma nelle sue qualità morali: ella è gen-
tile e piena di virtù, tanto che il suo saluto fa tremare d’emozione chi la guarda.

B
Mentre la donna cammina e intorno a lei si levano voci di lode, appare chiaro che ella è un’ap-
parizione divina, un angelo sceso dal cielo a manifestare la potenza di Dio e a diffondere la
bontà celeste. Chi la ammira, infatti, prova un dolce sentimento d’amore che si diffonde dal
viso della donna e fa sospirare di beatitudine l’anima.
4 La letteratura

Il conte Ugolino
Inferno, canto XXXIII, vv. 1-90
Dante e Virgilio sono arrivati nel nono e ultimo cerchio dell’Inferno, dove è
crudelmente punito il peccato più grave, il tradimento. I traditori sono immersi
nelle acque ghiacciate del fiume Cocito in posizioni contorte e dolorose: alcuni
fuoriescono dal ghiaccio con la parte superiore del busto, altri sono
completamente imprigionati. Questa pena, come tutte le altre dell’Inferno
e del Purgatorio, segue il principio del contrappasso: il castigo, cioè, richiama
la colpa commessa in vita. In questo caso, il ghiaccio rappresenta la gelida
determinazione con cui i traditori portarono a compimento i loro piani malvagi.
Mentre i due pellegrini camminano sulla superficie ghiacciata, scorgono una
spettacolo di crudele bestialità: un dannato rode la nuca del suo vicino.
Impressionato, Dante si avvicina e chiede le ragioni del gesto atroce.

LIN
K La Divina Commedia
Il viaggio ultraterreno giungersi a Dio. Nel corso del viaggio Dante incontra
La Divina Commedia è il capolavoro di Dante e una molti personaggi che gli raccontano le proprie
delle più grandi opere letterarie di tutti i tempi. Si esperienze di vita. Ogni incontro rappresenta per
tratta di un poema didascalico-allegorico: dida- il pellegrino un’esperienza importante, perché gli
scalico, perché presenta insegnamenti religiosi e mostra quali sono le conseguenze dei peccati e,
morali; allegorico, perché tali insegnamenti sono al contrario, quali buone azioni bisogna compiere
proposti attraverso un sistema di simboli che il let- per meritare la salvezza eterna.
tore deve interpretare. Anche il personaggio di Dante-pellegrino ha un
Nel poema Dante racconta, in prima persona, un significato allegorico: egli rappresenta l’umanità
viaggio immaginario attraverso i tre regni ultra- intera nel cammino della redenzione, dalla con-
terreni: Inferno, Purgatorio e Paradiso. Nella fin- dizione di peccato alla salvezza eterna.
zione narrativa il viaggio si svolge in aprile, nella L’itinerario seguito da Dante rispecchia tale cam-
settimana santa del 1300. Dante, quindi, è autore mino di redenzione: egli visita dapprima l’Inferno,
del poema e suo protagonista, nella veste del pel- un immenso imbuto suddiviso in nove cerchi che
legrino che compie e che racconta il viaggio. sprofonda sino al centro della Terra; poi il Purga-
torio, la montagna che si trova esattamente agli
I significati allegorici antipodi dell’Inferno; infine il Paradiso, formato da
Per compiere questo viaggio sovrumano Dante nove cieli concentrici che avvolgono la Terra. Oltre
riceve l’aiuto di tre guide: il poeta latino Virgilio lo il nono cielo si trova l’Empireo, la sede immobile ed
accompagna nei primi due regni, Beatrice lo guida eterna di Dio e di tutti i beati.
in Paradiso e infine san Bernardo lo sostiene nel-
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

l’ultima tappa del viaggio, la visione sfolgorante di La struttura dell’opera


Dio. Le tre guide hanno un preciso significato alle- La Commedia è divisa in tre cantiche, corrispon-
gorico: Virgilio rappresenta la ragione umana, suf- denti ai tre regni dell’oltretomba: Inferno, Purga-
ficiente per vivere una vita giusta ma insufficiente torio e Paradiso. Ogni cantica è a sua volta divisa
per comprendere i contenuti di fede e, dunque, per in 33 canti, più uno iniziale che fa da proemio all’o-
poter entrare in Paradiso; Beatrice è la teologia, la pera: il totale dei canti, pertanto, è di 100. Ogni
disciplina che studia le cose sacre e guida alla sal- canto ha un numero variabile di versi endecasil-
vezza eterna; san Bernardo, infine, è l’ardore di labi raggruppati in terzine a rima incatenata (ABA
fede, cioè il desiderio bruciante dell’anima di ricon- BCB CDC DED...).
Il Trecento 5

Testo originale Parafrasi


A La bocca sollevò dal fiero pasto Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto crudele, pulendola
quel peccator, forbendola a’ capelli con i capelli della testa che aveva roso sulla nuca.
3 del capo ch’elli avea di retro guasto.

B Poi cominciò: “Tu vuo’ ch’io rinovelli Poi cominciò: “Tu vuoi che io rinnovi il dolore disperato che mi
disperato dolor che ’l cor mi preme opprime il cuore anche solo nel pensiero, prima di parlarne.
6 già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme Ma se le mie parole saranno il seme che porterà infamia al
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo, traditore che sto mordendo, vedrai piangere e parlare nello
9 parlare e lagrimar vedrai insieme. stesso momento.

C Io non so chi tu se’ né per che modo Io non so chi sei, né in quale modo tu sei arrivato quaggiù; ma
venuto se’ qua giù; ma fiorentino al sentirti parlare mi sembri fiorentino.
12 mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino1, Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino, e questi è l’arcive-
e questi è l’arcivescovo Ruggieri2: scovo Ruggieri: ora ti spiegherò perché lo tratto in questo modo.
15 or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri, Non è necessario (non è mestieri) spiegare che io, fidandomi
fidandomi di lui, io fossi preso di lui, venni imprigionato e poi ucciso a causa dei suoi piani
18 e poscia morto, dir non è mestieri; malvagi (mai pensieri);

Guida alla lettura

A
Il canto ha un’apertura formidabile, degna di un film dell’orrore: il dannato solleva la bocca
dalla nuca dell’altro, si pulisce con i capelli e poi inizia a parlare.

B
Egli prova un dolore disperato che non può essere espresso a parole: ma il desiderio di coprire
d’infamia il suo nemico lo spinge a raccontare.

C
Sentendolo parlare, il dannato ha capito che Dante è di Firenze: perciò non ha bisogno di dilun-
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garsi in spiegazioni, poiché la sua identità e la sua vicenda erano ben note ai Toscani di quel
tempo. Tutti sapevano che Ugolino era stato tradito e messo a morte dall’arcivescovo Ruggieri.

1. conte Ugolino: Ugolino della Gherar- Era di parte ghibellina, ma più volte si Ubaldini, arcivescovo di Pisa, nel 1288
desca (1220-89), conte di Donoratico, pro- alleò con i Guelfi per opportunismo e per convinse Ugolino, con un inganno, ad allon-
prietario di vasti feudi in Toscana e in Sar- convenienza personale. tanarsi da Pisa; al suo rientro, il conte
degna, fu podestà di Pisa dal 1284 al 1288. 2. arcivescovo Ruggieri: Ruggieri degli venne imprigionato.
6 La letteratura

A però quel che non puoi avere inteso, ma ascolterai ciò che non puoi avere sentito, e cioè come fu
cioè come la morte mia fu cruda, crudele (cruda) la mia morte, e così capirai quanto mi ha offeso.
21 udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

B Breve pertugio dentro da la Muda La piccola apertura (pertugio) nella torre della Muda, che a
la qual per me ha ’l titol de la fame, causa mia viene chiamata “della fame”, e che dovrà ancora
24 e che conviene ancor ch’altrui si chiuda3, tenere prigioniere altre persone

m’avea mostrato per lo suo forame mi aveva già mostrato, attraverso il suo foro, più lune [cioè,
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno erano passati alcuni mesi], quando io ebbi l’incubo (mal sonno)
27 che del futuro mi squarciò ’l velame. che mi rivelò il futuro.

C Questi pareva a me maestro e donno, Costui [l’arcivescovo Ruggieri] mi sembrava il capo e il padrone
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte (maestro e donno) che cacciava il lupo e il lupacchiotto sul
30 per che i Pisan veder Lucca non ponno. monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca
[il monte San Giuliano].

D Con cagne magre, studïose e conte Davanti a sé [l’arcivescovo] aveva messo i Gualandi, i Sismondi
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi e i Lanfranchi, insieme con cagne affamate, esperte e ammae-
33 s’avea messi dinanzi da la fronte. strate (studiose e conte)

E In picciol corso mi parieno stanchi Dopo una breve corsa il padre lupo e i suoi figli mi sembra-
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane vano stanchi, e mi pareva di vedere che le zanne aguzze [delle
36 mi parea lor veder fender li fianchi. cagne] laceravano i loro fianchi.

A
Ma ecco qualcosa che Dante non può sapere: quanto fu dolorosa e crudele la sua fine.

B
Ugolino rievoca le circostanze della sua morte: già da alcuni mesi era prigioniero nella torre
della Muda, la prigione di Pisa, quando ebbe un incubo rivelatore.

C
Nel sogno, vide l’arcivescovo Ruggieri che guidava una battuta di caccia al lupo sul monte San
Giuliano.

D
Insieme all’arcivescovo vi erano i capi delle più potenti famiglie pisane e un branco di cagne
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affamate.

E
Le cagne sbranavano il lupo e i suoi piccoli.

3. convien... si chiuda: la torre della Muda, prigione pisana, era lino, a causa delle continue lotte tra esponenti delle varie fazioni
destinata a dover tenere rinchiusi altri prigionieri, dopo Ugo- politiche.
Il Trecento 7

A Quando fui desto innanzi la dimane, Quando la mattina dopo mi svegliai, sentii i miei figli, che erano
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli con me, piangere nel sonno, e chiedere del pane.
39 ch’eran con meco, e dimandar del pane.

B Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli Devi essere davvero crudele se già non ti addolori pensando
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; a quello che il mio cuore presagiva; e se non piangi per questo,
42 e se non piangi, di che pianger suoli? per che cosa sei abituato a piangere?

C Già eran desti, e l’ora s’appressava Si erano già svegliati, e si avvicinava l’ora in cui di solito ci
che ’l cibo ne solea essere addotto, veniva portato il cibo, ma per il sogno fatto ciascuno di noi
45 e per suo sogno ciascun dubitava; sospettava;

D e io senti’ chiavar l’uscio di sotto e io sentii sprangare la porta d’ingresso all’orribile torre; per
a l’orribile torre; ond’io guardai cui guardai in viso i miei figli senza pronunciare parola.
48 nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangea, sì dentro impetrai: Io non piangevo, tanto l’orrore mi aveva fatto diventare duro
piangevan elli; e Anselmuccio mio come pietra: loro piangevano; e il mio Anselmuccio disse:
51 disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?” “Padre, tu ci guardi in un modo! Che cos’hai?”

E Perciò non lagrimai né rispuos’io Perciò non piansi né risposi, per tutto il giorno e per la notte
tutto quel giorno né la notte appresso, seguente, sinché il nuovo sole sorse.
54 infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

F Come un poco di raggio si fu messo Appena un po’ di luce si diffuse in quella dolorosa prigione, e
nel doloroso carcere, e io scorsi io vidi riflesso in quattro visi il mio stesso aspetto,
57 per quattro visi il mio aspetto stesso,

A
Ugolino si sveglia e dai lamenti dei figli, prigionieri insieme a lui, capisce che anche loro hanno
lo stesso incubo.

B
Il racconto si interrompe e Ugolino rivolge un accorato appello a Dante, chiedendogli di par-
tecipare al suo grande dolore.

C
Per i prigionieri arriva l’ora del pranzo, ma a causa dell’incubo tutti temono ciò che sta per
accadere...
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

D
... ed ecco che accade: la porta viene sprangata, i prigionieri sono abbandonati, condannati a
morire di fame.

E
Ugolino tenta di nascondere il suo dolore per non tormentare i figli.

F
Ma il giorno dopo, quando nel volto emaciato dei figli vede il suo stesso aspetto...
8 La letteratura

A ambo le man per lo dolor mi morsi; per il dolore mi morsi entrambe le mani; e loro, pensando che
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia lo facessi per desiderio di mangiare, reagirono immediamente
60 di manicar, di subito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia e dissero: “Padre, per noi sarebbe molto meno doloroso se tu
se tu mangi di noi: tu ne vestisti ti nutrissi di noi: tu ci hai dato questo misero corpo, e tu pri-
63 queste misere carni, e tu le spoglia”. valo delle carni”.

B Queta’mi allor per non farli più tristi; Allora mi calmai per non renderli ancora più tristi; quel giorno
lo dì e l’altro stemmo tutti muti; e quello dopo rimanemmo in silenzio; ahi, terra crudele, perché
66 ahi dura terra, perché non t’apristi? non ti apristi?

C Poscia che fummo al quarto dì venuti, Quando poi arrivammo al quarto giorno, Gaddo si gettò ai miei
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi, piedi dicendo: “Padre mio, perché non mi aiuti?”
69 dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”

D Quivi morì; e come tu mi vedi, Lì morì; e così come tu vedi me, allo stesso modo io vidi cadere
vid’io cascar li tre ad uno ad uno a uno a uno gli altri tre, tra il quinto e il sesto giorno; per cui
72 tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi, cominciai,

E già cieco, a brancolar sovra ciascuno, ormai cieco, ad abbracciarli a tentoni, e li chiamai per due
e due dì li chiamai, poi che fur morti. giorni, dopo che furono morti. Poi, più che il dolore, mi vinse
75 Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno”. il digiuno”.

F Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti Quando ebbe detto queste parole, con gli occhi stravolti dal-
riprese ’l teschio misero co’ denti, l’odio, riprese il misero teschio con i denti che furono forti come
78 che furo a l’osso, come d’un can, forti. quelli di un cane che rosicchia l’osso.

A
... la rabbia e il dolore hanno il sopravvento: il conte si morde le mani, e i figli offrono se stessi,
credendo che il padre si stia morsicando per la fame.

B
Di nuovo, Ugolino tenta di dominarsi per tranquillizzare i figli.

C
Al quarto giorno di digiuno muore un figlio, Gaddo.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

D
Tra il quinto e il sesto giorno muoiono anche gli altri tre.

E
Il padre, ormai debolissimo per la fame, continua a chiamarli e ad abbracciarli, sino a che, tra-
scorsi altri due giorni, anch’egli muore.

F
Il racconto è finito, il conte riprende il suo macabro pasto con rinnovato odio.
Il Trecento 9

A Ahi Pisa, vituperio de le genti Ahi Pisa, vergogna delle genti del bel paese dove risuona il sì
del bel paese là dove ’l sì suona, [l’Italia], poiché i vicini sono lenti a punirti,
81 poi che i vicini a te punir son lenti,

B muovasi la Capraia e la Gorgona, che si muovano Capraia e Gorgona e ostruiscano (faccian siepe)
e faccian siepe ad Arno in su la foce, la foce dell’Arno, affinché anneghi ogni tuo abitante!
84 sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Ché se ’l conte Ugolino aveva voce Perché se il conte Ugolino era sospettato di averti tradito per
d’aver tradita te de le castella4, via dei castelli, non dovevi far subire ai suoi figli un tale sup-
87 non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. plizio.

Innocenti facea l’età novella, O nuova Tebe, la loro giovane età li rendeva innocenti, Uguic-
novella Tebe5, Uguiccione e ’l Brigata cione e il Brigata e gli altri due che il canto nomina nei versi
90 e li altri due che ’l canto suso appella. precedenti.
(Dante Alighieri, Divina Commedia,
canto XXXIII, vv. 1-90)

A
Inizia ora una famosa invettiva di Dante indirizzata contro Pisa, vergogna d’Italia per la cru-
deltà dimostrata nella vicenda di Ugolino.

B
Il poeta si augura che le due isole alla foce dell’Arno, Capraia e Gorgona, ostruiscano la foce
del fiume provocando un’inondazione che cancelli la città e i suoi abitanti: anche se ritene-
vano di essere stati traditi da Ugolino, i Pisani non avrebbero mai dovuto uccidere i suoi figli
innocenti.

O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

4. Ché se ’l conte... castella: Ugolino era mostra di non credere a queste voci. Il possedimenti in Sardegna.
stato imprigionato nella Muda perché rite- motivo per cui colloca Ugolino fra i tra- 5. novella Tebe: Pisa viene definita “nuova
nuto responsabile di aver ceduto alcune ditori è un altro: il tradimento dei suoi Tebe” perché, come la città del mito clas-
fortificazioni pisane a Firenze. Dante, però, alleati ghibellini per conservare alcuni sico, è divisa e lacerata da lotte interne.
10 La letteratura

Francesco Petrarca
L’autore ottenne la corona di poeta, sia altri testi, tra i quali
Francesco Petrarca nacque nel 1304 ad Arezzo da le numerose lettere scritte ad amici, studiosi e per-
una famiglia fiorentina, fuggita dalla città toscana sonalità dell’epoca.
a causa di scontri politici e trasferitasi poi ad Avi- Tuttavia, la sua fama presso i posteri è legata al
gnone, in Francia, al seguito della corte papale. Qui Canzoniere, scritto in volgare, che Petrarca consi-
il giovane Petrarca cominciò gli studi di legge, che derava un’opera minore.
proseguì a Bologna: era infatti desiderio della fami-
glia che diventasse notaio. I contenuti dell’opera. Il Canzoniere si presenta
Secondo il suo stesso racconto, nel 1327 ad Avi- dunque come la storia dell’amore non ricambiato
gnone avvenne l’incontro con Laura, la donna che di Petrarca per Laura; tuttavia, le poesie non rac-
egli amò per tutta la vita e a cui dedicò il suo capo- contano fatti ma emozioni: la complessa e varia
lavoro, il Canzoniere. Gli studiosi non sono con- gamma di sensazioni, speranze, gioie e dolori susci-
cordi nell’identificare Laura; secondo alcuni, anzi, tate nell’animo del poeta dal suo sentimento amo-
non sarebbe una donna realmente esistita ma il roso. Il vero protagonista dell’opera, quindi, è
simbolo della gloria poetica cui Petrarca aspirava. Petrarca. Laura vi compare come una donna bionda,
Alla morte del padre, Petrarca lasciò la giurispru- gentile e bella, che con la sua sola presenza riesce
denza per dedicarsi interamente alla letteratura; a far tremare e gioire il poeta.
successivamente, si avviò alla carriera ecclesia- Rispetto alla tradizione poetica del Dolce Stil Novo,
stica, grazie alla quale ottenne alcune rendite che di cui anche Dante aveva fatto parte, le liriche di
gli garantirono la tranquillità economica. Negli anni Petrarca presentano un’importante novità: anche
seguenti svolse diverse missioni diplomatiche per se l’argomento centrale resta l’amore per la donna,
conto della curia papale, viaggiando in tutta Europa; quest’ultima non viene più considerata come una
nel frattempo, cresceva anche la sua fama di poeta creatura angelica, tramite tra l’uomo e Dio, ma come
e letterato: nel 1341 venne incoronato poeta in Cam- una persona in carne e ossa, che con il tempo
pidoglio, a Roma. Seguirono altri viaggi in Italia, invecchia e perde la sua bellezza.
alternati a soggiorni presso le corti signorili di Lo stesso sentimento d’amore, pur essendo sempre
Milano, Padova e Venezia. Nel 1370, ormai anziano, descritto in termini delicati e poetici, diventa tutto
Petrarca fissò la sua residenza stabile ad Arquà, terreno, e non ha più il valore di strumento per ele-
nei Colli Euganei. Qui continuò a essere un punto varsi a Dio.
di riferimento per giovani letterati e artisti; insieme Petrarca era consapevole che il suo amore pre-
a Boccaccio, di cui fu amico, fu infatti uno dei primi sentava aspetti concreti e terreni, e pertanto
intellettuali italiani a riscoprire e a studiare con pas- viveva un costante conflitto tra la spiritualità, cui
sione i classici latini, contribuendo così alla for- aspirava, e il richiamo per le attrazioni terrene,
mazione della mentalità umanista. come appunto l’amore e il desiderio di raggiungere
la gloria poetica.
L’opera: il Canzoniere Il conflitto interiore tra desiderio di purezza e
Che cos’è il Canzoniere. È una raccolta di 365 liriche, tentazione per i piaceri mondani è una delle carat-
per la maggior parte sonetti e canzoni, tradizional- teristiche più importanti del Canzoniere e uno dei
mente divise in due parti: “rime in vita” e “rime in segni della modernità dell’autore.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

morte” di Laura, forse scomparsa durante la tre-


menda epidemia di peste del 1348. Molte poesie Lo stile e la fortuna. Anche se considerava il Can-
sono dunque di argomento amoroso, ma ve ne sono zoniere un’opera minore, Petrarca vi lavorò a lungo,
anche di contenuto religioso, morale e politico. curandone la lingua e lo stile, in particolare la scelta
di vocaboli musicali e dal significato profondo, e
La lingua del Canzoniere. L’amore di Petrarca per la costruzione di periodi ampi, eleganti e armo-
la letteratura latina e per la solenne compostezza niosi. Per queste caratteristiche il Canzoniere
del suo stile si riflette nella sua produzione: sono divenne un modello per intere generazioni di poeti
infatti scritti in latino sia il poema Africa, per cui italiani, fino all’Ottocento.
Il Trecento 11

Voi ch’ascoltate
Il sonetto che ti presentiamo è il primo del Canzoniere e svolge una funzione
introduttiva.
Il poeta, ormai avanti con gli anni, ripensa al suo passato considerando
l’amore per Laura un “errore giovanile” dolce e doloroso insieme, di cui ora
si pente poiché ha maturato la consapevolezza che i piaceri e le bellezze
terreni sono un “breve sogno” destinato a terminare in fretta.

Testo originale Parafrasi


A Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono O voi che ascoltate in queste rime varie il suono di quei
B di quei sospiri ond’io nudriva ’l core sospiri con i quali io alimentavo il mio amore al tempo del
mio primo errore giovanile quando ero in parte un uomo
C in sul mio primo giovenile errore diverso da quello che sono ora,
D quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

E del vario stile in ch’io piango et ragiono dello stile vario e mutevole con cui piango e medito fra
fra le vane speranze e ’l van dolore, speranze illusorie e inutile dolore, semmai vi fosse qual-
ove sia chi per prova intenda amore, cuno che comprenda, per averlo provato, che cosa sia l’a-
more, spero di suscitare pietà, non solo perdono.
spero trovar pietà, nonché perdono.

Guida alla lettura

A
Le rime sono le poesie del Canzoniere, che Petrarca definisce sparse perché, secondo il suo giu-
dizio, non rappresentano un insieme compatto e unitario come altre sue composizioni.

B
La ripetizione della consonante “s” ha una funzione onomatopeica; evoca infatti il suono dei
sospiri dell’innamorato Petrarca, al tempo in cui gioisce e soffre per Laura.

C
Agli occhi di Petrarca adulto, l’amore per Laura appare come un “errore giovanile” che lo ha
distolto dalla spiritualità e dalla fede.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

D
Questo verso chiarisce bene che Petrarca si sente molto cambiato rispetto al tempo della sua
gioventù.

E
Petrarca spera di trovare perdono e di suscitare compassione per il suo vario stile, cioè diverso
a seconda del suo stato d’animo triste o lieto, soprattutto in chi, come lui, sa che cosa sia l’a-
more.
12 La letteratura

A Ma ben veggio or sì come al popol tutto Ma ora vedo bene quanto a lungo fui oggetto di chiacchiere
favola fui gran tempo, onde sovente e derisione (favola), cosa della quale spesso mi vergogno
di me con me stesso;
di me medesmo meco mi vergogno;

B et del mio vaneggiar vergogna è ’l frutto, e la vergogna è la conseguenza del mio inseguire cose
e ’l pentersi, e ’l conoscer chiaramente vane (vaneggiar), e il pentimento, e il vedere chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno. che le passioni terrene (quanto piace al mondo) sono un
C
breve sogno.
(F. Petrarca, Canzoniere, I)

A
Appare di nuovo il contrasto tra presente e passato, come al v. 4. Petrarca, che ora è diverso
dal passato, si vergogna di essere stato deriso e chiacchierato per il suo amore infelice.

B
Ecco il frutto del vaneggiare, cioè dell’inseguire piaceri vani come l’amore per una donna: ver-
gogna e pentimento.

C
Alla fine del sonetto viene enunciato il tema centrale: la brevità e la vanità delle cose terrene,
uguali a brevi sogni che lasciano solo smarrimento e delusione.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010
Il Trecento 13

Giovanni Boccaccio
La vita come lo chiamiamo oggi) sino ad allora sconosciuto,
Giovanni Boccaccio nacque nel 1313 a Certaldo (o e perché presenta ambientazioni e personaggi ispi-
a Firenze). Figlio illegittimo di un ricco mercante rati alla vita reale e quotidiana del Trecento.
e di una donna di umile condizione sociale, quando Le cento novelle sono collegate tra loro da una
compì quattordici anni, il padre lo prese presso di storia-contenitore, detta a “cornice”: in seguito
sé e lo condusse a Napoli, per educarlo e istruirlo all’epidemia di peste che ha colpito Firenze, dieci
nell’arte della mercatura. Il soggiorno napoletano giovani di buona famiglia (sette ragazze e tre ragazzi)
fu un periodo molto felice per il giovane Boccaccio, decidono di allontanarsi dal pericolo del contagio
che grazie alle conoscenze del padre poté fre- trovando rifugio in una bella villa di campagna. Per
quentare la migliore società: partecipò così a feste dieci giorni durante le ore più calde, i ragazzi si ritro-
di corte, si appassionò di letteratura e di poesia, vano nel giardino della villa e raccontano ognuno
ebbe avventure amorose, compose varie opere in una storia: perciò, alla fine, le novelle sono cento.
versi e in prosa. Questa vita spensierata e bene-
stante si interruppe bruscamente nel 1340, quando Lo sfondo storico delle novelle. Le novelle del Deca-
gli affari del padre subirono un tracollo. In seguito meron sono ispirate alla vita quotidiana e mate-
a questo fallimento economico Giovanni Boccaccio riale dell’Italia del Trecento: molte, infatti, sono
e suo padre tornarono a Firenze, dove condussero ambientate nelle grandi città dell’epoca, come ad
una vita molto modesta. La situazione peggiorò esempio Firenze e Napoli, di cui lo scrittore descrive
ulteriormente nel 1348: quell’anno, infatti, Firenze quartieri, vicoli, piazze e luoghi di ritrovo; i perso-
fu colpita da una tremenda epidemia di peste che naggi sono ugualmente ispirati alla realtà e si tro-
fece migliaia di morti, tra i quali anche il padre di vano coinvolti in situazioni molto diverse: a volte
Boccaccio. In questa drammatica situazione Boc- comiche, a volte tragiche, a volte sentimentali.
caccio iniziò la composizione del suo capolavoro, L’ambientazione realistica è una grande novità
il Decameron, che ebbe subito vasta diffusione. del Decameron: sino a quel momento, infatti, per-
Dopo il 1350 la vita di Boccaccio subì una svolta. sonaggi e situazioni tratti dalla contemporaneità
Grazie alla sua fama di scrittore ottenne dal Comune erano ritenuti indegni di comparire nelle opere let-
fiorentino alcuni importanti incarichi diplomatici terarie importanti.
che lo portarono a visitare varie città italiane e a
conoscere personalità prestigiose: tra esse, il poeta I temi. Principale obiettivo del Decameron è diver-
Francesco Petrarca, cui si legò di una duratura ami- tire. Le novelle sono ricche di battute, colpi di scena,
cizia e con cui condivise l’amore per gli autori latini avventure mozzafiato, amori impossibili, scherzi e
e per i manoscritti antichi. tranelli: tutti ingredienti indispensabili per appas-
Nel 1373 il Comune di Firenze gli diede l’incarico di sionare e avvincere i lettori.
leggere e commentare pubblicamente la Commedia Il divertimento, però, è solo un aspetto dell’opera;
di Dante Alighieri, opera che Boccaccio definì il Decameron offre anche molti spunti di rifles-
“divina” per la sublime perfezione dello stile e per sione e di conoscenza sia della mentalità dell’e-
l’importanza dei contenuti. poca, sia di vizi e di virtù tipiche dell’animo umano.
Le letture pubbliche ebbero molto successo ma si Tra le qualità umane valorizzate da Boccaccio, la
interruppero a causa della salute malferma di Boc- principale è l’intelligenza, a patto che essa sia
caccio, che morì nel 1375 a Certaldo. accompagnata da gentilezza, decoro e cortesia; in
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

caso contrario, l’intelligenza diventa egoismo,


L’opera: il Decameron meschinità, indifferenza. L’uomo intelligente ha l’u-
Che cos’è il Decameron. Il Decameron (in greco, miltà di imparare qualcosa anche quando la For-
“dieci giornate”) è una raccolta di cento novelle di tuna (cioè il caso imprevedibile e bizzarro) gli com-
argomenti diversi e di varia lunghezza, composta da plica la vita. Al contrario, il difetto peggiore per
Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1351. È un’opera di Boccaccio è la stupidità: chi è stupido e credulone
straordinaria importanza per la letteratura italiana merita di essere preso in giro, beffato e danneg-
perché introdusse il genere della novella (o racconto, giato perché non fa uso dell’intelligenza.
14 La letteratura

Calandrino lapidato
Riscrittura di Piero Chiara
La novella che ti presentiamo, nella riscrittura dello scrittore contemporaneo
Piero Chiara, è tratta dall’ottava giornata del Decameron e presenta il tema
della beffa, cioè uno scherzo organizzato da personaggi furbi a danno di
qualche sciocco. In questo caso lo sciocco protagonista è Calandrino, un
pittore squattrinato che si crede molto furbo, ed è disposto a credere a
Guida alla lettura chiunque gli prospetti la possibilità di diventare ricco senza fatica...
L’inizio delinea in modo Nella città di Firenze, ricca d’ogni sorte di gente, viveva un modesto
semplice ed efficace i pittore chiamato Calandrino1, noto per la sua semplicità di mente. Costui
dati essenziali della
storia: il luogo di am- era uso frequentare due altri pittori, Bruno e Buffalmacco2, entrambi
bientazione, i personag- gran mattacchioni, che spesso si divertivano a beffarlo.
gi principali e i rispet- Un altro mattacchione fiorentino, chiamato Maso, che non perdeva
tivi caratteri. occasione di burlare gli sciocchi, avendo visto un giorno Calandrino
che entrava nella chiesa di San Giovanni, gli andò dietro insieme a un
amico col quale stava chiacchierando. I due sedettero in un banco fin-
gendo di non aver visto Calandrino, che se ne stava sotto una parete a
studiare alcuni affreschi.
Parlando con l’amico, Maso cominciò a trattare delle virtù di alcune
pietre e a dir cose meravigliose sul potere dello smeraldo e del rubino3.
Calandrino pensa che Calandrino, che orecchiava, si avvicinò ai due.
ascoltare le conversa- «Disturbo?» chiese.
zioni altrui sia segno di «Affatto» rispose Maso. E andò avanti coi suoi discorsi.
furbizia.
«Ma dove si trovano codeste pietre?» domandò a un certo punto il
pittore.
«A Berlinzone, terra dei baschi, in una contrada chiamata Bengodi,
dove si legano le vigne con le salsicce e si compra un’oca con due denari».
La conversazione tra «Che posto!» esclamò Calandrino.
Maso e Calandrino è un «Non solo» gli disse Maso. «Nel paese di Bengodi si trova una mon-
bell’esempio di comicità:
il primo afferma cose tagna di formaggio parmigiano grattugiato, in cima alla quale c’è gente
assurde tanto per “fare che da mattina a sera non fa altro che cuocere gnocchi e ravioli in brodo
colpo”; il secondo, an- di capponi».
ziché insospettirsi, è
lusingato e compiaciuto
«Per mangiarli?» chiese Calandrino.
delle confidenze rice- «No. Quando sono cotti, li buttano giù lungo i fianchi della mon-
vute. tagna e chi più ne piglia più ne porta via o, se vuole, se ne ciba. Quando
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

uno ha sete, non ha che da attingere in un fiumicello di vino prelibato


che scorre ai piedi della montagna di formaggio».
«Che paese!» diceva Calandrino. «Ma dimmi, di tutti quei capponi
cotti, cosa se ne fanno?»
«Cosa se ne fanno? Se li mangiano i baschi» gli rispose Maso.

1. Calandrino: soprannome di un pittore 2. Bruno e Buffalmacco: pittori fioren- 3. virtù... rubino: gli uomini del Medioevo
fiorentino del Trecento, realmente esi- tini, anch’essi realmente esistiti nel Tre- attribuivano ad alcune pietre preziose
stito. cento. virtù magiche.
Il Trecento 15

«Ma tu, ci sei mai stato in questo posto?»


«Vi sono stato una volta come mille».
«E quante miglia è distante?»
«Più di millanta che tutta notte canta».
L’ingenuo Calandrino «Allora è più lontano degli Abruzzi».
crede che gli Abruzzi «Altro che gli Abruzzi!»
siano una terra favolosa
e lontana.
«È troppo distante per me» concluse Calandrino. «Ma se fosse un
po’ più vicino, ti assicuro che almeno una volta verrei con te per veder
ruzzolare quei ravioli e farmene una scorpacciata. Ma dimmi, bene-
detto uomo, qui da noi, se ne trovano di quelle pietre di cui parlavi?»
Visto che Calandrino è «Ce n’è di due tipi» gli rispose Maso «ma sono molto rare. L’una,
così sciocco da credergli, sono i macigni di Settignano e di Monte Morello, coi quali si fanno le
Maso rincara la dose.
macine4. È una pietra che i baschi apprezzano molto più degli smeraldi,
perché ne hanno poca, mentre noi non sappiamo che farcene. Loro
invece, guarda un po’ come è mai fatto il mondo, hanno gli smeraldi a
mucchi nelle campagne, che se ne servono per ghiaia nei giardini. Se
gli potessimo portare un po’ di macine ai baschi, legate come vogliono
loro, chissà gli smeraldi che ci darebbero».
Ma è possibile infilare le «E come le vogliono legate?» s’informò Calandrino.
macine con una corda «Infilate in una corda come anelli, ma prima di venir forate al centro».
senza prima forarle al
centro? Evidentemente
Calandrino restò un poco pensoso, poi chiese:
no, ma Calandrino crede «E qual è l’altra pietra che si trova dalle nostre parti?»
anche a questo. «È quella» gli rispose Maso «che viene chiamata elitropia5, della
quale parlano anche i libri antichi. Una pietra di straordinaria virtù,
perché ha il potere di rendere invisibile chi la tiene addosso. Capisci?
Maso, in effetti, dice la Nessuno lo può vedere dove non è».
verità: nessuno può es- «E questa seconda» chiese Calandrino «dove si trova?»
sere visto in un luogo Maso gli confidò che nel Mugnone, un fiumicello che passa a poca
dove non è; ma Calan-
drino, accecato dal desi- distanza da Firenze, qualcuna si poteva trovare, cercando accurata-
derio di avere la pietra, mente.
non si accorge di nulla. «Bisognerebbe sapere» insisteva Calandrino «di che grossezza e di
che colore sono».
«Ce n’è» spiegò Maso «di varie grossezze, ma tutte di un colore quasi
come nero».
Avute le notizie che desiderava, Calandrino se ne andò dicendo che
aveva un suo dipinto da portare a termine, ma si affrettò invece a cer-
care i suoi amici Bruno e Buffalmacco per informarli della sua scoperta
e andar con loro alla ricerca della pietra. Li cercò tutta la mattina, ma
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

finì col trovarli solo verso sera, nella chiesa di un monastero, dove sta-
vano lavorando. Tutto affannato li chiamò in basso dai ponteggi sui
quali affrescavano i muri e tiratili in un angolo, ancora col fiato grosso,
li mise a parte del segreto.
«Compagni» disse «noi possiamo diventare gli uomini più ricchi di

4. macine: grandi pietre cilindriche, forate 5. elitropia: pietra preziosa di colore verde
al centro, usate per macinare il grano. a cui erano attribuiti favolosi poteri.
16 La letteratura

Ecco il piano di Calan- Firenze! Statemi a sentire: ho saputo da persona degna di fede, che sul
drino: trovare la pietra greto del Mugnone si può trovare una pietra che rende invisibile chi la
per rubare il denaro al porta indosso. Corriamo, prima che ci vadano altri, e vediamo di tro-
banco dei cambiavalute. varne qualcuna. Io la conosco, so com’è, e non avremo che da metter-
Oltre che sciocco, Calan-
drino è anche disonesto. cela in tasca e poi andare ai banchi di quelli che cambiano moneta e
che hanno sempre in vista pezzi d’oro e d’argento. Non visti da alcuno,
ne prenderemo a volontà e diventeremo ricchi senza faticare le gior-
nate e spennellare sui muri come fossimo lumache».
Bruno e Buffalmacco si guardarono in faccia e fingendo di credergli
lo ringraziarono d’averli associati alla sua fortuna. Posarono i pennelli
e si dissero disposti alla ricerca. Volevano solo sapere il nome della pietra.
Calandrino, che l’aveva già dimenticato, rispose:
«Cosa ce ne importa del nome, quando ne conosciamo le virtù? Non
perdiamo tempo inutilmente e andiamo subito a cercarla».
«Bene» disse Bruno «ma per riconoscerla bisogna sapere come è
fatta».
Per trovare la pietra, «Ce n’è di molti tipi» spiegò Calandrino «ma tutte sono di colore
Calandrino elabora un quasi nero. Noi raccoglieremo tutte quelle sul nero, fin che ci imbatte-
piano davvero infallibile! remo in quella buona».
«Calandrino dice bene» osservò Bruno. «Ma questa non è ora per
andare nel Mugnone, col sole alto che secca tutte le pietre e fa parer
bianche anche le scure. Poi oggi è giorno di lavoro e la gente, veden-
doci cercare lungo il fiume, potrebbe indovinare il nostro intento. Qual-
cuno potrebbe trovare la pietra prima di noi. Questa è cosa da fare la
mattina, quando con l’umidità si distinguono bene le pietre nere. E di
domenica, quando non si lavora e la gente è tutta alle messe».
Ed ecco la beffa di Bruno Buffalmacco lodò il consiglio di Bruno, ed essendo d’accordo Calan-
e Buffalmacco ai danni drino, si diedero appuntamento per la domenica mattina, dopo che cia-
di Calandrino. scuno aveva giurato di non aprir bocca né in casa né fuori su tutta la
faccenda.
Venuta la tanto attesa domenica, Calandrino si alzò prima di giorno
e andò a svegliare i due amici, coi quali da porta San Gallo raggiunse
il Mugnone e cominciò a cercare su e giù per il greto.
Calandrino, che era il più volonteroso, andava avanti, saltando di
qua e di là, e appena vedeva una pietra scura vi si gettava sopra, avi-
damente la raccoglieva e la riponeva dentro la camicia. Anche gli altri
due ne raccoglievano ogni tanto qualcuna, ridendo tra di loro senza
farsi scorgere da Calandrino, il quale, ormai con le tasche e la camicia
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

piene di pietre, si era alzato le falde della casacca, le aveva assicurate


alla cintura e ne aveva fatto un doppio sacco per mettervi sempre nuove
pietre.
Vedendo che Calandrino ormai era stracarico e che si avvicinava
l’ora di pranzo, Bruno cominciò a chiedere a Buffalmacco:
«Dov’è Calandrino?»
Buffalmacco, che gli era a due passi, volgendosi intorno e guardando
da ogni parte, rispose:
Il Trecento 17

«Non lo so. Era qui un momento fa. Dove può essere andato?»
«Sarà tornato a casa» disse Bruno. «A quest’ora forse sta mangiando
a casa sua e se la ride di noi che siamo ancora qui a cercar pietre».
«Ce l’ha fatta» diceva Buffalmacco. «Ha trovato la pietra e se n’è
andato. E noi siamo stati così sciocchi da cadere in questo scherzo. Ci
deve avere ingannati sul colore della pietra, in modo da poterla trovare
solo lui».
Calandrino, sentendo quei discorsi, si convinse d’aver trovato dav-
vero la pietra e d’esser divenuto invisibile. Stette zitto e si avviò verso
casa. Intanto Bruno diceva:
«Che facciamo ancora qui? È meglio che ce ne andiamo anche noi».
«Andiamo, andiamo» approvava Buffalmacco «ché siamo stati presi
in giro quanto basta. Ma giuro a Dio che Calandrino ce la pagherà.
Guarda, Bruno! Se fosse qui, davanti a noi, com’è stato tutta la mat-
tina, gli tirerei questo ciottolo nelle calcagna, da azzopparlo per un
mese».
Calandrino paga il prez- Così dicendo, prese un ciottolo di quelli che aveva raccolto e lo tirò
zo della sua stupidità: nelle calcagna di Calandrino, che trattenne a fatica un urlo, ma con-
gli amici lo prendono a
sassate ma lui, convinto
tinuò la sua strada senza fermarsi. Bruno allora, presa anche lui una
di essere diventato invi- pietra, disse a Buffalmacco:
sibile, non reagisce: «La vedi questa pietra? Bene: vorrei che arrivasse a dare nelle reni
pensa così di poter a quel birbante di Calandrino!»
tenere la pietra tutta per
lui. Oltre che sciocco e Lanciò il sasso e colpì il povero Calandrino esattamente dove aveva
disonesto, Calandrino è detto.
anche scorretto con gli Ora con una scusa ora con un’altra e fingendo di volersi liberare
amici.
delle pietre tirandole nel vuoto, ma immaginandole dirette a Calan-
drino, per tutta la strada fino alla porta di San Gallo, lo andarono lapi-
dando senza pietà.
Gli uomini che stavano di guardia alla porta, precedentemente avver-
titi da Bruno e da Buffalmacco, quando si presentò Calandrino carico
di pietre finsero di non vederlo e lo lasciarono passare.
Il poveretto, più convinto che mai d’essersi reso invisibile, prese allora
come poté la corsa verso casa sua.
Essendo l’ora di pranzo, non gli capitò neppure d’incontrar persona
che lo salutasse e lo riconoscesse.
Ecco l’ultimo aspetto Arrivato a casa carico di sassi, vide sua moglie Tessa che in cima alla
negativo di Calandrino: scala e con le mani sui fianchi lo aspettava.
se una cosa gli va male,
«È questa l’ora di rincasare?» gli disse. «Possibile che tu non sappia
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incolpa gli altri. In


questo caso la moglie, mai quando è tempo di mangiare? Che il diavolo ti porti!»
picchiata senza alcun “Dunque” pensò Calandrino “costei mi vede, e se mi vede vuol dire
motivo. che ho smarrito la pietra, oppure che le donne hanno potere di far per-
dere la virtù ai talismani”.
Per fortuna Bruno e Buf-
Salì di corsa la scala e, presa la moglie per i capelli, la coprì di botte.
falmacco intervengono Bruno e Buffalmacco, che lo seguivano a distanza, giunti sotto la
a salvare la moglie di casa udirono le strida della donna e il fracasso della gran battitura che
Calandrino. era in corso e che non prometteva di finir tanto presto.
18 La letteratura

Dal basso chiamarono a gran voce Calandrino, che affacciatosi a


una finestra li chiamò di sopra, dove i due trovarono la stanza piena di
pietre sparse sul pavimento e in un angolo la donna, scarmigliata, strac-
ciata e coi lividi delle percosse sul viso.
«Cosa te ne fai di tutte queste pietre? Vuoi tirar su un muro?» chiese
Bruno.
L’altro gli domandò cosa mai gli avesse fatto la sua donna, per doverla
conciare in quel modo.
Calandrino, che si era lasciato andare, spossato, sopra una sedia,
non aveva più nemmeno il fiato per parlare.
Bruno, con faccia severa, gli si fece davanti e gli disse:
«Che maniere sono queste? Ci porti nel Mugnone a cercar la pietra
fatata, poi ci lasci là come due babbei e te ne vieni a far questioni con
tua moglie. Questa è l’ultima che ci farai!»
«Compagni» rispose sforzandosi Calandrino «non arrabbiatevi. Le
cose stanno diversamente. Pensate: avevo trovato la pietra! L’avevo pro-
prio trovata, tanto è vero che quando vi domandavate l’uno l’altro di
me, io vi ero vicino, a pochi passi. Mi avete perfino colpito con dei sassi
credendo di tirarli nel vuoto! Guardate: ho un piede gonfio, una botta
qui sul fianco e tre o quattro bitorzoli sulla testa. Sono perfino entrato
da porta San Gallo senza che le guardie mi vedessero. Abituati come
sono a mettere il naso anche nella bocca di quelli che entrano, se mi
avessero visto con tutto quel carico mi avrebbero certamente fermato.
Anche per la strada, quelli che incrociavo non si accorgevano di me, ve
lo assicuro. Per mia fortuna non ho incontrato donne. Ma arrivato a
casa, ecco che questa maledetta mi si para davanti e fa perdere ogni
virtù alla pietra. Mi vede, capite! Perché dovete sapere che le femmine
hanno potere di sfatare ogni incanto. Così ha fatto perdere alla pietra
il suo potere e mi ha reso il più disgraziato uomo del mondo, quando
potevo essere il più ricco. Per questo gliene ho date fin che ho potuto e
non so chi mi tenga dall’ammazzarla. Maledetto il momento che l’ho
sposata».
Ecco che cosa accade a Si era di nuovo così infuriato parlando, che si sarebbe gettato dac-
chi è stupido, disonesto capo sulla moglie, se Bruno e Buffalmacco non l’avessero trattenuto.
e per giunta violento
con i più deboli. Pur avendo voglia di ridere, i due cercarono di fargli capire che la
moglie non aveva nessuna colpa, perché lui, sapendo che le donne hanno
potere di far perdere le proprietà delle pietre, non avrebbe dovuto com-
parirle dinnanzi quel giorno. Se contro ogni buon senso lo aveva fatto,
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Attraverso la figura di
Calandrino, Boccaccio era segno che Dio voleva punirlo per aver cercato d’ingannare i suoi
presenta un eroe nega- compagni non dicendo d’aver trovato la pietra.
tivo: l’esatto contrario Vedendo che a quelle parole Calandrino si andava calmando, Bruno
dell’uomo intelligente,
cortese e di buon senso e Buffalmacco se ne andarono a raccontare in giro la nuova beffa,
celebrato in tante altre lasciando l’amico con la casa piena di sassi e la moglie pesta e malconcia
novelle. da consolare.
(Il Decameron raccontato in 10 novelle, a cura di P. Chiara, Milano, Mondadori, 1984)
Il Quattrocento e il Cinquecento 19

Torquato Tasso
L’autore e l’opera escandescenze durante le terze nozze di Alfonso II
Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1544, figlio con Margherita Gonzaga. Il duca lo rinchiuse quindi
di un poeta e di una nobildonna di origini toscane, nell’Ospedale Sant’Anna, dove rimase per sette
compì i suoi studi a Padova e a Bologna. Nel 1562 anni. Nel 1580 venne pubblicato il dramma pasto-
scrisse il poema epico Rinaldo, incentrato sulle rale Aminta e nel 1581 il poema Gerusalemme libe-
avventure di Orlando. Nel 1565, giunto a Ferrara in rata. Dal 1588 Tasso riprese il frenetico peregri-
occasione del matrimonio del duca Alfonso II, entrò nare tra le corti e le città italiane, peggiorando le
a far parte della corte estense al servizio del car- già precarie condizioni di salute e le ristrettezze
dinale Luigi d’Este. A questo periodo risale l’inizio economiche. Morì a Roma nel 1595 a 51 anni, poco
della stesura di liriche amorose dedicate a Laura prima di ricevere la laurea poetica promessagli da
Peperara, conosciuta a Mantova, e a Lucrezia Ben- Ippolito Aldobrandini. Fu sepolto nella Chiesa di
didio, dama di Eleonora d’Este. Dopo un soggiorno Sant’Onofrio al Gianicolo, presso il cui convento era
a Roma e a Napoli, nel 1579 ritornò a Ferrara, ma stato ospite, in cerca di sollievo spirituale, nell’ul-
non avendo trovato l’accoglienza sperata, diede in timo periodo della sua vita.

Ecco sparir le stelle


e spirar l’aura
La lirica seguente è una ballata, un componimento poetico d’origine
provenzale che si diffuse in Italia verso la metà del Duecento, e ha un
contenuto lirico, ossia sentimentale.
È composta da una sola strofa, con schema metrico XYYX ABCBACCDDX.

Testo originale Parafrasi


A Ecco sparir le stelle e spirar l’aura1, Ecco sparire le stelle e levarsi la brezza,
B e tremolar2 le fronde3 e muovere le fronde
de gli arboscelli al mormorio de l’onde dei piccoli alberi al mormorio delle onde

Guida alla lettura

A
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

Il nome di Laura, a cui la ballata è dedicata, compare solo al termine, ma il suo arrivo è anticipato
dall’alba e in particolare dal gioco di parole tra l’aura e Laura, ripreso nel verso finale.

B
La natura riflette lo stato d’animo del poeta, che al pensiero della sua amata vede tutto meravi-
glioso: il vento è dolcissimo, gli uccelli sono vaghi e cantano soavemente, la luce dell’aurora
imperla le campagne, indora i monti. La musicalità dei versi è accentuata dalla presenza di suoni
come sparir... spirar (l’uno anagramma dell’altro) e da onomatopee (tremolar, mormorio).

1. aura: aria, ma con l’idea del movimento, 2. tremolar: muoversi tremando; la parola come mormorio nel verso successivo.
quindi brezza leggera, venticello. è onomatopeica, ossia riproduce il suono, 3. fronde: ramoscelli con foglie.
20 La letteratura

a cui il suo [del vento] dolcissimo spirare (spirto)


che ’l suo spirto dolcissimo ristaura; dà nuova vitalità (ristaura);
5 e tra’ frondosi rami i vaghi augelli e tra i rami frondosi cantano soavemente
cantar soavemente; e già l’aurora i graziosi (vaghi) uccelli; e già
ne l’oriente rugiadosa appare a oriente appare l’aurora che orna
e le campagne imperla e i monti indora, le campagne con perle di rugiada e illumina (indora) i monti,
e dispiegando al vento i bei capelli e sciogliendo al vento i bei capelli
chiaro specchio si fa de l’ampio mare. [riflette] il grande mare come un chiaro specchio.
A O bella Aurora, al cui venir più care O bella Aurora, al cui arrivo tutte le cose
sono tutte le cose, sono più amabili (care),
più liete, più ridenti e più gioiose, più liete, più ridenti e più gioiose,
l’aura è tua Messaggiera, e tu di Laura. la brezza è tua Messaggera, e tu [lo sei] di Laura.
(T. Tasso, Opere, a cura di B. Maier, Milano,
Rizzoli, 1963-65)

A
Quando l’Aurora appare (notare la personificazione attraverso l’uso della lettera maiuscola)
tutte le cose appaiono più liete, più ridenti e più gioiose, come il poeta all’arrivo di Laura.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010
Il Seicento e il Settecento 21

Giuseppe Parini
L’autore e l’opera del giovane Carlo, tra il 1763 e il 1765 pubblicò Il
Giuseppe Parini, nato da famiglia modesta a Bosisio, Mattino e Il Mezzogiorno, le prime due parti del
in provincia di Lecco, nel 1729, frequentò le scuole poema Il Giorno.
superiori a Milano grazie all’aiuto di una zia che gli Tale opera ottenne una favorevole accoglienza dalla
lasciò in eredità i suoi beni a patto che divenisse critica e gli procurò la protezione del governo di
sacerdote, cosa che avvenne nel 1754. Nel 1752 Maria Teresa d’Austria, la nomina di poeta uffi-
pubblicò una prima raccolta di poesie e tra il 1754 ciale del Regio Ducale Teatro e, dal 1769, la cattedra
a il 1762 fu al servizio del duca Gabrio Serbelloni di eloquenza e belle arti presso le Scuole Palatine
come precettore del figlio Gian Galeazzo; in casa (divenute in seguito Regio Ginnasio di Brera).
Serbelloni il Parini osservò la vita della nobiltà e Dal 1774 fece parte di una commissione per la riforma
conobbe il pensiero illuminista francese di Vol- delle scuole inferiori; in seguito ricevette da papa
taire, Montesquieu, Rousseau e dell’Encyclopédie, Pio VI una pensione annuale che gli permise di dedi-
che influenzò i suoi scritti di questo periodo, tra cui carsi alla produzione letteraria, con numerose odi,
il Dialogo sopra la nobiltà, le odi La vita rustica, La tra cui L’educazione e La caduta, e le ultime due
salubrità dell’aria e La impostura. parti del Giorno, il Vespro e la Notte. Nel 1796,
Nell’ottobre del 1762 fu licenziato da casa Serbel- quando i francesi di Napoleone occuparono Milano,
loni per aver difeso la figlia del compositore e mae- entrò a far parte della Municipalità, ma per tre soli
stro di musica Giovanni Battista Sammartini, che mesi, rappresentando insieme a Pietro Verri la ten-
era stata schiaffeggiata dalla duchessa in uno scatto denza più moderata. Si spense nella sua abitazione
d’ira. Accolto dai nobili Imbonati come precettore di Brera il 15 agosto 1799.

Il risveglio del giovin


signore
Nel poema Il Giorno Parini immagina di essere il precettore di un giovin
signore al quale deve illustrare le attività che si possono svolgere durante
la giornata. In realtà si tratta di un poema satirico in cui l’autore si serve
della descrizione dei comportamenti più umili, ma onesti e laboriosi,
per smascherare i vizi di una nobiltà che approfitta dei suoi ingiusti privilegi
per condurre una vita priva di senso e valore morale.
Il componimento, diviso in quattro parti (Il Mattino, Il Mezzogiorno, Il Vespro
e La Notte) è in endecasillabi sciolti, versi di undici sillabe senza rime.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

La parte che ti presentiamo è quella iniziale del Mattino, dove


il comportamento del giovin signore al mattino è paragonato a quello del
contadino (il buon villan) e a quello del fabbro, entrambi umili lavoratori.

Testo originale Parafrasi


Sorge il mattino in compagnia dell’alba Sorge il mattino insieme all’alba
dinanzi al sol che di poi grande appare prima del sole che poi appare grande
su l’estremo orizzonte a render lieti sull’estremo orizzonte per rendere lieti
gli animali e le piante e i campi e l’onde. gli animali e le piante e i campi e le acque del mare.
22 La letteratura

A Allora il buon villan1 sorge dal caro Allora il buon contadino si alza dall’amato
letto cui la fedel moglie e i minori letto in cui la moglie e i suoi figli minori
suoi figlioletti intiepidìr la notte; hanno reso tiepido il trascorrere della notte;
poi sul dorso portando i sacri arnesi2 poi portando sulle spalle gli strumenti sacri
che prima ritrovò Cerere3, e Pale4, che per prime scoprirono Cerere, e Pale,
10 move seguendo i lenti bovi, e scote va verso il campo con davanti il lento bue,
lungo il picciol sentier da i curvi rami e lungo lo stretto sentiero fa cadere dai rami ricurvi
fresca rugiada che di gemme al paro la rugiada che, quasi fosse una pietra preziosa,
la nascente del sol luce rifrange. riflette i nascenti raggi del sole.
B Allora sorge il fabbro, e la sonante Allora si alza il fabbro, e riapre la rumorosa
15 officina riapre, e all’opre torna officina, e torna alle opere
l’altro dì non perfette; o se di chiave non terminate il giorno precedente; o se deve rendere sicuri
ardua e ferrati ingegni all’inquieto con chiave di difficile fabbricazione e serrature di ferro
ricco l’arche assecura; o se d’argento gli scrigni per un ricco timoroso; o se vuole incidere
e d’oro incider vuol gioielli e vasi con argento e oro gioielli e vasi
20 per ornamento a nova sposa o a mense. per ornare il corredo di una sposa novella o le tavole.
Ma che? Tu inorridisci e mostri in capo Ma come? Tu [giovin signore] al suono delle mie parole
qual istrice pungente irti i capelli inorridisci e mostri sul capo capelli ritti e pungenti
al suon di mie parole? Ah il tuo mattino come quelli di un istrice? Ah signore
signor questo non è. Tu col cadente per te questo non è il mattino. Tu al tramonto
25 sol non sedesti a parca cena, e al lume non ti sei seduto per una modesta cena, e alla luce
dell’incerto crepuscolo non gisti incerta del crepuscolo non andasti
ieri a posar qual ne’ tugurj suoi ieri a riposare tra dure coperte
entro a rigide coltri il vulgo vile. come ha fatto l’umile popolo nelle sue povere case.
C A voi celeste prole a voi concilio A voi prole divina (celeste) a voi nobile riuinione (concilio almo)
almo di semidei altro concesse di semidei Giove benigno concesse ben altro:
giove benigno: e con altr’arti e leggi e bisogna che io vi guidi su una strada (calle) insolita

Guida alla lettura

A
Il sole sorge e l’intera natura si risveglia, lieta di un nuovo giorno. Ecco che il buon villan si
alza, pronto al lavoro. La sua fatica nei campi è nobilitata dall’aggettivo sacri, riferito agli stru-
menti che si carica sulle spalle, e dal riferimento delle dee protettrici delle messi, Cerere, e
della pastorizia, Pale.

B
Quanto al fabbro, il suo lavoro ha l’importante compito di rassicurare chi è ricco con lavori d’in-
gegno o fornire ornamenti alle giovani spose e alla vita familiare con oggetti da porre sulle mense.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

C
Diverso è il comportamento del giovin signore. Questa fortunata celeste prole, concilio di
semidei, ha trascorso la notte tra divertimenti e gioco d’azzardo, e l’alba segna il momento
del ritorno a casa. Alla sonante officina del fabbro si contrappone il fragor di calde e precipi-
tose rote, al tranquillo seguire i lenti bovi del contadino, il calpestio di volanti corsier, all’im-
magine delle divinità dell’agricoltura si contrappone l’inquietante e fragorosa immagine di Plu-
tone sul suo carro, preceduto dalle fiaccole delle Furie.
1. villan: contadino, abitante della villa, 2. sacri arnesi: gli attrezzi da contadino, 3. Cerere: dea romana delle messi.
ossia la fattoria di campagna durante l’Im- sacri perché usati per lavorare la terra. 4. Pale: dea romana della pastorizia.
pero romano.
Il Seicento e il Settecento 23

per novo calle a me guidarvi è d’uopo. con altri criteri di giudizio (arti e leggi).
Tu tra le veglie e le canore scene Tu hai passato la nottata e anche oltre
e il patetico gioco oltre più assai tra veglie e spettacoli canori ed emozionanti giochi
35 producesti la notte: e stanco alfine d’azzardo (patetico gioco): e finalmente stanco
in aureo cocchio col fragor di calde su una carrozza dorata turbasti la quieta atmosfera notturna
precipitose rote e il calpestio col rumore di veloci ruote surriscaldate [per la velocità]
di volanti corsier lunge agitasti e col rumore dei passi di valletti che corrono
il queto aere notturno; e le tenèbre davanti alla carrozza; e allontanasti le tenebre
40 con fiaccole superbe intorno apristi circostanti con le grandi torce luminose [portate dai valletti]
siccome allor che il Siculo terreno come avvenne quando Plutone fece rimbombare
da l’uno a l’altro mar rimbombar fèo la terra siciliana dall’uno all’altro mare
Pluto5 col carro a cui splendeano innanzi col carro preceduto
le tede6 de le Furie anguicrinite7. dalle fiaccole delle Furie dai capelli di serpi.
45 Tal ritornasti a i gran palagi: e quivi Simile [a Plutone sul suo carro] ritornasti ai tuoi grandi palazzi:
cari conforti a te porge a la mensa e qui ti offre piacevoli conforti la tavola
cui ricoprien prurigginosi cibi ricoperta da cibi stuzzicanti (prurigginosi)
e licor lieti di Francesi colli e piacevoli liquori provenienti dalle colline francesi
e d’Ispani e di Toschi o l’Ungarese e spagnole e toscane o la bottiglia
50 bottiglia8 a cui di verdi ellere Bromio9 di vino ungherese a cui Bacco concedette
concedette corona, e disse: or siedi la corona di verde edera e disse: ora siedi
de le mense reina. Alfine il Sonno10 regina delle mense. Infine il Sonno
ti sprimacciò11 di propria man le còltrici ti scosse con le sue mani le morbide (molle cedenti) coperte,
molle cedenti, ove, te accolto, il fido dove, tu ben sistemato, il fedele servo fece scendere
55 servo calò le ombrifere cortine: le tende di seta [pendenti dal baldacchino] per far ombra:
e a te soavemente i lumi chiuse e a te dolcemente chiuse gli occhi (i lumi)
A il gallo che li suole aprire altrui. il gallo che è solito aprirli agli altri.
(G. Parini, Il giorno)

A
Dopo gli ultimi cibi e gli ultimi bicchieri di vino proveniente da terre lontane, il giovin signore
si abbandona al sonno e i suoi occhi si chiudono al canto del gallo che gli altri risveglia. Quanta
differenza con la vita tranquilla e laboriosa della gente semplice!
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

5. Pluto: Plutone, re dell’Averno o Ade, crinite). Vivevano nell’Erebo, la parte più Romani), in riferimento ai suoi rumorosi
l’oltretomba, rapì in Sicilia Proserpina, oscura dell’Ade, da cui uscivano una volta festini.
figlia di Cerere, e la portò nel suo regno, al mese per salire sulla terra e punire gli 10. Sonno: il dio greco Morfeo, rappre-
sul suo carro preceduto dalle Furie. spergiuri e i colpevoli di delitti contro sentato alato e con una cornucopia (un
6. tede: fiaccole. familiari e amici. recipiente a forma di grande corno) dalla
7. Furie anguicrinite: Aletto, Megera e 8. Ungarese bottiglia: il Tocai, vino quale escono i sogni.
Tesifone, dette Erinni dai Greci, erano ungherese. 11. sprimacciò: scosse per distribuire l’im-
divinità infernali, di carnagione scura e 9. Bromio: in greco “il chiassoso”, epi- bottitura in modo uniforme.
con serpenti al posto dei capelli (angui- teto del dio greco Dioniso (Bacco per i
24 La letteratura

Ugo Foscolo
L’autore e l’opera i circoli culturali della città e negli anni successivi
Ugo Foscolo nacque nel 1778 a Zante (all’epoca prese attivamente parte agli avvenimenti politici e
Zacinto, isola appartenente alla Repubblica di militari italiani. Nel frattempo proseguì la sua atti-
Venezia) e morì in esilio presso Londra nel 1827. vità letteraria, pubblicando nel 1789 il romanzo
Trascorse parte della sua fanciullezza in Dalmazia, Ultime lettere di Jacopo Ortis e raccogliendo nel
dove il padre esercitava la professione di medico. 1803 il meglio della sua produzione (dodici sonetti,
Dopo la morte del padre, nel 1792 si trasferì con la tra cui Alla sera, In morte del fratello Giovanni, A
famiglia a Venezia dove compì gli studi superiori. Zacinto, e due odi: A Luigia Pallavicino caduta da
Al 1794 risalgono i suoi primi componimenti poe- cavallo e All’amica risanata). Nel 1806 pubblicò il
tici e al 1796 le prime odi e canzoni. Nel 1797 fu tra carme Dei sepolcri e nel 1813 il poema Le Grazie.
i più decisi sostenitori dell’indipendenza della Repub- Alla caduta del Regno italico nel 1814, decise di non
blica veneziana e quando Napoleone, con il Trat- prestare giuramento alle nuove autorità austriache
tato di Campoformio, cedette Venezia all’Austria, e preferì l’esilio volontario, prima in Svizzera, poi
Foscolo, sdegnato, partì in volontario esilio e si recò in Inghilterra, dove trascorse gli ultimi anni in
a Milano, dove conobbe Parini e Monti, frequentò povertà.

In morte del fratello


Giovanni
Il sonetto In morte del fratello Giovanni è stato composto tra aprile e luglio
1803 per ricordare la morte del fratello Giovanni Dionigi, ufficiale dell’esercito
della Repubblica Cisalpina che si era ucciso nel 1801 per debiti di gioco.
Lo schema metrico è ABAB, ABAB, CDE, CED.

Testo originale Parafrasi


A Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo Un giorno, se io non andrò sempre fuggiasco
di gente in gente, mi vedrai seduto di popolo in popolo, mi vedrai seduto
su la tua pietra1, o fratel mio, gemendo presso la tua tomba, o fratello mio, piangendo
il fior de’ tuoi gentili anni2 caduto. la tua precoce morte.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

Guida alla lettura

A Il tema autobiografico è presente fin dall’inizio del sonetto: il poeta si rivolge direttamente al
fratello, paragonando la sua vita affannosa (condotta in esilio, fuggendo di gente in gente)
con quella del fratello morto nel fiore degli anni.

1. pietra: pietra tombale. 2. gentili anni: i lieti anni della giovinezza.


L’Ottocento 25

A La madre or sol, suo dì tardo3 traendo, Solo nostra madre, vivendo i suoi ultimi anni,
parla di me col tuo cenere muto: parla di me con il tuo spirito ormai silenzioso:
ma io deluse a voi le palme tendo, ma io tendo verso di voi le miei mani deluse,
B e se da lunge i miei tetti saluto, e se da lontano saluto la mia patria,

sento gli avversi numi, e le secrete provo le avversità degli dei, e le sofferenze nascoste
10 cure che al viver tuo furon tempesta, nell’intimo che ti fecero vivere tempestosamente,
e prego anch’io nel tuo porto quiete. e prego anch’io di trovare la pace nel tuo porto [nella morte].

Questo di tanta speme4 oggi mi resta! Questa sola speranza di tante che avevo mi resta oggi!
Straniere genti, l’ossa mie rendete Genti straniere, quando morirò, restituite il mio corpo
allora5 al petto della madre mesta. all’abbraccio della madre sofferente.
(U. Foscolo, Dall’Ortis alle Grazie, a cura di S. Orlando,
Torino, Loescher, 1974)

A
Tramite e legame tra i due è la madre, ormai anziana, che parla dell’uno con le ceneri ormai
mute dell’altro.

B
Disilluso, il poeta può solo salutare da lontano il suo paese (da lunge i miei tetti saluto) ed espri-
mere l’auspicio di trovare quiete nella morte, paragonata al porto in cui ha trovato riposo il fra-
tello. Ultima speranza è che, dopo la sua morte, almeno il corpo (l’ossa) venga restituito alla
madre, perché possa riunirlo a quello del fratello nel pianto.

O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

3. tardo: inoltrato nel tempo, anziano. 4. speme: speranza. 5. allora: al momento della morte.
26 La letteratura

Alessandro Manzoni
L’autore metto che rivelò la sua precoce vocazione lette-
Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785, da raria. Dopo la “conversione”, tra il 1812 e il 1822,
nobile famiglia. La madre Giulia, figlia di Cesare compose gli Inni sacri, dedicati alla celebrazione
Beccaria (l’autore del saggio Dei delitti e delle pene delle più importanti festività religiose: Resurre-
contro la pena di morte e la tortura), si separò ben zione, Il nome di Maria, Natale, Passione, Pente-
presto dal marito e si trasferì a Parigi, dove nel coste. Di ispirazione civile sono invece le due odi
1805 la raggiunse il figlio, che aveva completato scritte nel 1821: Marzo 1821, che esprime le spe-
gli studi superiori. Nella città, divenuta durante il ranze per la liberazione della Lombardia da parte
periodo napoleonico il centro culturale d’Europa, dell’esercito piemontese, e Il Cinque Maggio, che
il ventenne Alessandro ebbe modo di frequentare commemora la morte di Napoleone Bonaparte.
i circoli intellettuali che si ispiravano all’illumi- Per il teatro Manzoni compose due tragedie sto-
nismo, ma anche al nascente romanticismo. riche di ispirazione etico-religiosa: Il Conte di Car-
Manzoni ritornò a Milano nel 1810, dopo il matri- magnola (1820), che ha come protagonista un
monio con Enrichetta Blondel, di religione calvi- capitano di ventura ingiustamente condannato a
nista e figlia di un ricco banchiere di Ginevra. La morte durante le contese tra il ducato di Milano
conversione al cattolicesimo di Enrichetta fu seguita e la repubblica di Venezia nel primo Quattrocento,
da quella che viene comunemente definita la “con- e l’Adelchi.
versione religiosa” del Manzoni. Il poeta, la cui for- La tragedia in cinque atti Adelchi (1820-22) si ispira
mazione era avvenuta sulla base delle idee dell’Il- a fatti storici avvenuti tra il 772 e il 774, all’epoca
luminismo razionalista, riscoprì un forte interesse della discesa in Italia di Carlo, re dei Franchi, chia-
religioso e ritornò alla pratica della fede. mato dal papa Adriano contro Desiderio, re dei
Dal 1810 al 1827 la famiglia visse tra Milano e una Longobardi, che aveva incominciato a invadere i
villa a Brusuglio, nella campagna milanese. Man- territori della Chiesa.
zoni, pur non occupandosi di politica attiva, seguì Ermengarda, figlia di Desiderio, è stata ripudiata
con interesse le vicende del Risorgimento e da Carlo, che vuol sciogliere i legami di parentela
sostenne la corrente liberale, favorevole all’unifi- coi Longobardi. La donna, straziata per essere
cazione nazionale. Nel 1861 fu nominato senatore passata dall’amore ricambiato al ripudio e all’ab-
del neonato Regno d’Italia e fu tra i sostenitori del bandono, torna dal padre e chiede di potersi rifu-
trasferimento della capitale a Roma. Morì a Milano giare in un convento, a Brescia, dove in seguito
nel 1873, all’età di 88 anni. muore. Carlo intima a Desiderio di restituire al
pontefice Adriano le terre, ma Desiderio rifiuta,
L’opera nonostante il figlio Adelchi gli suggerisca di tro-
La produzione letteraria di Manzoni fu vasta e vare un accordo. Scoppia la guerra e i Franchi,
comprende opere di vario genere. informati dal diacono Martino, colgono di sorpresa
In prosa fu autore di saggi critico-letterari e ricerche i Longobardi alle Chiuse di Susa. Adelchi, pur con-
storiche, tra cui il Discorso sopra alcuni punti della trario alla guerra, combatte strenuamente per
storia longobardica in Italia (1822), la lettera Sul dovere e amore filiale. Le sorti dei Longobardi vol-
Romanticismo (1823), la Storia della colonna infa- gono al peggio: per l’estrema difesa Desiderio si
me (1840), il Discorso sul romanzo storico (1845). rifugia a Pavia e Adelchi a Verona. Un traditore
Scrisse inoltre opere filosofico-morali, tra cui le apre all’esercito di Carlo le porte di Pavia, dove
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

Osservazioni sulla morale cattolica (1855). Desiderio è asserragliato. Caduto prigioniero, Desi-
L’opera a cui è maggiormente legata la sua fama è derio chiede a Carlo di lasciar libero Adelchi. Ma
il romanzo storico I promessi sposi, scritto in una nel frattempo Verona si è arresa per la defezione
prima versione nel 1821 col titolo Fermo e Lucia, di duchi e soldati longobardi e Adelchi, dopo aver
rivisto e pubblicato nel 1827 col titolo I promessi combattuto coraggiosamente è stato ferito. Tra-
sposi, e ripubblicato in edizione definitiva nel 1840. sportato nella tenda di Carlo, Adelchi chiede una
Ampia anche la produzione in poesia. A soli sedici dignitosa prigionia per Desiderio, poi offre a Dio
anni scrisse Del trionfo della libertà (1801), un poe- la sua “anima stanca” e muore.
L’Ottocento 27

Adelchi
Coro dell’atto terzo
Il coro seguente si trova a conclusione dell’atto terzo della tragedia. È in
dodecasillabi, tronchi il terzo e il sesto, piani gli altri, con rima AABCCB.
Protagonisti degli avvenimenti sono tre popoli: i vecchi e i nuovi invasori,
Franchi e Longobardi che si affrontano con le armi, e il popolo italico,
gli eredi della fiera virtù dei padri latini ormai ridotti a un imbelle volgo
disperso che nome non ha.
Testo originale Parafrasi
A Dagli atrii1 muscosi, dai fori2 cadenti, Dai palazzi ricoperti di muschio, dalle antiche piazze in rovina,
dai boschi, dall’arse fucine3 stridenti, dai boschi, dalle ardenti e rumorose officine,
dai solchi bagnati di servo sudor, dai solchi [dell’aratro] frutto del lavoro dei servi,
un volgo disperso repente si desta; un popolo (volgo) diviso improvvisamente si sveglia;
5 intende l’orecchio, solleva la testa tende l’orecchio, solleva il capo
percosso da novo crescente romor4. colpito da un insolito crescente rumore.

Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti, Dagli sguardi incerti, dai volti timorosi,
qual raggio di sole da nuvoli folti, traspare l’orgoglioso valore (virtù) dei padri
traluce de’ padri la fiera virtù: come un raggio di sole da dense nubi:
10 ne’ guardi, ne’ volti confuso ed incerto negli sguardi, nei volti il disprezzo sopportato
si mesce e discorda lo spregio sofferto si mescola e contrasta, confuso e incerto,
col misero orgoglio d’un tempo che fu. con il nostalgico orgoglio per la gloria passata.

S’aduna voglioso, si perde tremante, Si raduna speranzoso, si disperde timoroso,


per torti sentieri con passo vagante, per sentieri tortuosi con passo insicuro del percorso,
15 fra tema e desire, s’avanza e ristà; fra paura e speranza, avanza e si ferma;
e adocchia e rimira scorata e confusa e guarda e riguarda la massa sbandata
B de’ crudi signori la turba diffusa, dei crudeli signori, che fugge di fronte alle armi
che fugge dai brandi, che sosta non ha. nemiche, che non ha sosta, scoraggiata e disordinata.

Guida alla lettura

A
Il primo a essere descritto è il popolo originario, erede dei latini, di cui si ricordano le grandi ville,
le piazze (fori) ormai in rovina. Un popolo laborioso nelle fucine e nei campi (solchi), la cui fiera
virtù dei padri e l’orgoglio d’un tempo non sono che un ricordo che appare incerto negli sguardi
e nei volti confusi.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

B
I Longobardi (crudi signori) sono presentati come una massa sbandata (turba diffusa), in fuga
davanti ai nemici. Una similitudine li descrive come belve (fere) spaventate, che si rifugiano nelle
tane. L’unica nota di compatimento riguarda le donne, un tempo superbe, che guardano preoccu-
pate i loro figli e la ripetizione (pensose... pensosi) sottolinea il loro stato d’animo.

1. atrii: i locali d’ingresso, qui per indi- romane, dove si affacciavano i maggiori rava il metallo, con un calore opprimente.
care i palazzi. edifici pubblici. 4. romor: la inattesa notizia della scon-
2. fori: le piazze principali delle città 3. arse fucine: le officine in cui si lavo- fitta dei Longobardi.
28 La letteratura

Ansanti li vede, quai trepide fere, Li vede ansanti, come animali spaventati,
20 irsuti per tema le fulve criniere, con il pelo delle rosse criniere rizzato per la paura,
le note latèbre del covo cercar; cercare i nascondigli conosciuti delle loro tane;
e quivi, deposta l’usata minaccia, e qui, abbandonato il consueto atteggiamento minaccioso,
le donne superbe, con pallida faccia, le superbe donne [longobarde] con il volto pallido
i figli pensosi pensose guatar. guardare ansiose i figli ansiosi.

E sopra i fuggenti, con avido brando, E contro (sopra) gli uomini in fuga, giungono da ogni parte
A quai cani disciolti, correndo, frugando, i guerrieri, con spade (brando) desiderose di colpire,
da ritta, da manca5, guerrieri venir: come cani finalmente slegati, correndo, cercando:
li vede, e rapito d’ignoto contento, li vede, e preso da una gioia mai provata,
con l’agile speme precorre l’evento, con la speranza senza ostacoli (agile) immagina il futuro,
e sogna la fine del duro servir. e sogna la fine della dura servitù.

B Udite! Quei forti che tengono il campo, Udite! Quegli uomini forti che stanno vincendo [i Franchi],
che ai vostri tiranni precludon lo scampo, che impediscono la fuga dei tiranni precedenti [i Longobardi],
son giunti da lunge, per aspri sentier: sono giunti da lontano, per difficili sentieri:
sospeser le gioie dei prandi festosi, rinunciarono alle gioie di ricchi pranzi,
35 assursero in fretta dai blandi riposi, si alzarono in fretta dai piacevoli (blandi) ozi,
chiamati repente da squillo guerrier. chiamati improvvisamente dal segnale (squillo) di guerra.

Lasciar nelle sale del tetto natio Lasciarono le sale della casa paterna
le donne accorate, tornanti all’addio, le donne tristi, che continuamente rinnovavano (tornanti) l’addio,
a preghi e consigli che il pianto troncò: preghiere e consigli terminarono in pianto:
40 han carca la fronte de’ pesti cimieri6, hanno posto sulla fronte gli elmi ammaccati,
han poste le selle sui bruni corsieri, hanno sellato i cavalli dal mantello bruno,
C volaron sul ponte che cupo sonò. volarono sul ponte levatoio del castello che suonò cupo.

A torme, di terra passarono in terra, A schiere (torme), hanno attraversato territori,


cantando giulive canzoni di guerra, cantando allegre canzoni di guerra,
45 ma i dolci castelli pensando nel cor: ma ricordando i loro dolci castelli:
per valli petrose, per balzi dirotti, in valli rocciose, tra dirupi inospitali,
vegliaron nell’arme le gelide notti, trascorsero gelide notte vegliando armati,
membrando i fidati colloqui d’amor. ricordando i fiduciosi discorsi d’amore [con le loro donne].

A
I Franchi sono invece rappresentati attraverso una similitudine coi cani finalmente liberati
dalle catene (disciolti). E, come i cani, corrono da ogni parte e frugano alla ricerca della preda.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

B
L’autore si rivolge in modo accorato direttamente al popolo italico: Udite!

C
La possibilità che il popolo asservito migliori la propria condizione è solo un’illusione.
I nuovi venuti giungono da lontano, hanno lasciato la propria famiglia, i propri castelli (ricor-
dati dai ponti levatoi che risuonano cupi, quasi un presagio del fragore della battaglia), hanno
faticato, marciato, combattuto. Come si può pensare che rinuncino al loro premio (sperato e
promesso), per cambiare le condizioni di un popolo straniero?

5. da ritta, da manca: da destra, da sinistra, ossia da ogni parte.


6. pesti cimieri: elmi ammaccati dalle battaglie, simboli di un popolo abituato a combattere.
L’Ottocento 29

Gli oscuri perigli di stanze incresciose, Gli oscuri pericoli di soste (stanze) disagevoli (incresciose)
50 per greppi senz’orma le corse affannose, le corse affannose per alture (greppi) prive di sentieri,
il rigido impero, le fami durâr; la durezza della disciplina, i lunghi digiuni;
si vider le lance calate sui petti, videro le lance indirizzate contro i loro petti,
a canto agli scudi, rasente gli elmetti, accanto agli scudi, vicine agli elmi,
udiron le frecce fischiando volar. udirono il sibilo delle frecce.

55 E il premio sperato, promesso a quei E il premio in cui speravano, che era stato loro promesso,
[forti, potrebbe essere, o illusi, cambiare le condizioni,
sarebbe, o delusi, rivolger le sorti, porre fine alle sofferenze di un popolo straniero?
d’un volgo straniero por fine al dolor? Tornate alle vostre rovine superbe,
A Tornate alle vostre superbe ruine7, alle opere pacifiche delle ardenti officine,
all’opere imbelli8 dell’arse officine, ai solchi bagnati dal sudore dei servi.
60 ai solchi bagnati di servo sudor.
Il forte si mesce col vinto nemico, Il vincitore (forte) si mescola col nemico vinto,
col novo signore rimane l’antico; col signore nuovo rimane il precedente;
l’un popolo e l’altro sul collo vi sta. entrambi i popoli vi dominano.
Dividono i servi, dividon gli armenti; Si spartiscono i servi, si spartiscono gli animali;
si posano insieme sui campi cruenti si insediano entrambi nei campi [di battaglia] bagnati di sangue
d’un volgo disperso che nome non ha. di un popolo senza nazione (disperso) che non ha nome.
(A. Manzoni, Adelchi)

A
Al popolo italico non resta che tornare al suo lavoro servile nelle officine e nei campi, perché
i vecchi e i nuovi padroni si uniranno e si divideranno tutto ciò che resta a un popolo privo di
diritti e identità nazionale: volgo disperso che nome non ha.

O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

7. superbe ruine: le rovine dei monumenti romani, superbe per 8. imbelli: pacifiche (lett. “non adatte alla guerra”), riferito ai
ciò che rappresentavano, ma ormai senza valore. lavori servili che il popolo italico è ormai abituato a svolgere.
30 La letteratura

Giacomo Leopardi
L’autore
Giacomo Leopardi nacque nel 1798 a Recanati,
nelle Marche allora appartenenti allo Stato ponti-
ficio. Figlio primogenito di una famiglia nobile, tra-
scorse una prima infanzia serena, unito nei giochi
e negli studi ai due fratelli Carlo e Paolina, a lui più
vicini d’età. La prima istruzione la ricevette dal
padre, il conte Monaldo, uomo molto colto, ma di
idee reazionarie; in seguito fu affidato a precettori
ecclesiastici. Ben presto, però, preferì continuare
per proprio conto gli studi, approfittando della ricca Recanati, piazza Leopardi.
biblioteca paterna. Da solo imparò il latino, il greco,
l’ebraico e alcune lingue moderne, si dedicò alla trarsi a eventi quali la nascita, la sofferenza e la
traduzione di testi classici e compose le prime morte, per sopportare l’angoscia dell’esistenza
opere di argomento scientifico o filosofico, come bisogna ricorrere alle illusioni. Le speranze della
la Storia dell’astronomia (1813) e il Saggio sopra gli giovinezza, l’amore, la stessa fede in Dio non sono
errori popolari degli antichi (1815), oltre ad alcuni che illusioni che aiutano a sopportare il dolore, i
sonetti, tra cui Agl’Italiani (1815). Nel 1819 una grave disincanti, l’inesorabile scorrere del tempo, la
malattia agli occhi, che lo costrinse a lunghi mesi nostalgia e il rimpianto.
di buio, e altri problemi di salute fecero maturare Studioso attento della lingua italiana, Leopardi intro-
in lui una profonda crisi e il desiderio di lasciare la dusse molte innovazioni nella struttura e nel lin-
casa paterna e il soffocante ambiente provinciale guaggio delle sue poesie; usò strofe e versi di lun-
in cui viveva. Finalmente nel 1822 poté recarsi a ghezza variabile (ad esempio, endecasillabi e
Roma, presso parenti materni, ma fu una delusione: settenari), spesso sciolti dalla rima o con rime anche
in piena Restaurazione, la società romana gli apparve a metà del verso, oltre ad allitterazioni, ossia ripe-
chiusa e reazionaria. Tornato nel 1823 a Recanati, tizioni di lettere con suono simile.
vi rimase fino al 1825, quando riuscì ad allonta-
narsi nuovamente grazie all’assegno mensile offer- Tra le opere principali ricordiamo:
togli da un editore in cambio di alcuni lavori. Leo- lo Zibaldone, diario non destinato alla pubbli-
pardi visse quindi a Bologna, Milano e Firenze, cazione, in cui tra il 1817 e il 1823 annotò quotidia-
stringendo relazioni e amicizie; il peggioramento namente appunti, ricordi, osservazioni sulla lingua
della salute e il venir meno dell’assegno dell’edi- e considerazioni su vari argomenti;
tore lo costrinsero a ritornare a Recanati nel 1828, i Canti, liriche (componimenti poetici che espri-
dove restò per “sedici mesi di notte orribile”. A sal- mono i sentimenti dell’autore) composte tra il 1818
varlo intervennero degli amici che gli offrirono ano- e il 1823, su temi di ispirazione classica;
nimamente un prestito grazie al quale poté lasciare le Operette morali, scritte in prosa tra il 1823 e
definitivamente Recanati. Visse quindi a Firenze e il 1824, in cui espresse le sue concezioni della vita,
dal 1932 a Napoli, dove strinse rapporti con diversi a volte in forma di dialogo;
intellettuali e morì nel 1837. gli Idilli, brevi liriche composte tra il 1819 e il
1821, che prendono spunto da un elemento del pae-
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

L’opera saggio (in greco il termine idillio significa “qua-


Nel Discorso di un italiano intorno alla poesia roman- dretto”, “visione”); tra le più note L’infinito e Alla
tica, del 1818, Leopardi trasferisce il mondo della luna;
cultura classica, a lui tanto cara, all’interno di una i Grandi Idilli, liriche di ampio respiro scritte tra
concezione sentimentale e psicologica moderna, il 1828 e il 1830; tra le più note A Silvia, Le ricor-
fissando alcuni punti che resteranno sottesi a tutta danze, Il sabato del villaggio, La quiete dopo la tem-
la sua produzione successiva: scopo della poesia è pesta, Il passero solitario, Canto notturno di un
dilettare, rallegrare, ma poiché l’uomo non può sot- pastore errante dell’Asia.
L’Ottocento 31

La sera del dì di festa


La sera del dí di festa è un idillio composto nel 1820. Il contenuto riflette
molte delle tematiche presenti nelle riflessioni dell’autore in quegli anni:
il sentirsi “rifiutato” dalla natura, che gli nega la felicità dell’amore,
presentandosi più come matrigna che come madre.
Il componimento è in endecasillabi (versi di 11 sillabe) sciolti (senza rima).
Testo originale Parafrasi
A Dolce e chiara è la notte e senza vento, La notte è dolce e serena e il vento non soffia,
e queta sovra i tetti e in mezzo agli orti e la luna splende (posa) tranquilla (queta)
posa la luna, e di lontan rivela sopra i tetti e negli orti, e nella lontananza fa apparire
B serena ogni montagna. O donna mia, ogni montagna nitida (serena). O donna
già tace ogni sentiero, e pei balconi a cui penso, ogni sentiero è silenzioso, e la luce (lampa)
rara traluce la notturna lampa: notturna appare appena (traluce) sui balconi:
tu dormi, che t’accolse agevol sonno tu dormi, poiché un facile sonno ti ha preso
nelle tue chete stanze; e non ti morde nelle tue tranquille stanze; e non ti disturba
cura nessuna; e già non sai né pensi nessuna preoccupazione; e non conosci né pensi
10 quanta piaga m’apristi in mezzo al petto. a quanto dolore d’amore (piaga) mi hai procurato.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno Tu dormi: io mi affaccio a salutare questo cielo,
appare in vista, a salutar m’affaccio, che appare al primo sguardo (in vista) così favorevole,
C e l’antica natura onnipossente, e l’eterna (antica) natura che può tutto (onnipossente),
che mi fece all’affanno. A te la speme che mi creò per la sofferenza (affanno). A te nego
15 nego, mi disse, anche la speme; e d’altro la speranza (speme), mi disse, anche la speranza;
non brillin gli occhi tuoi se non di pianto. e per altro non brillino i tuoi occhi se non per il pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli Questo giorno (dì) fu importante: ora [o donna] riposa
prendi riposo; e forse ti rimembra dagli svaghi (trastulli); e forse ti ricordi
in sogno a quanti oggi piacesti, e quanti in sogno a quanti oggi sei piaciuta, e quanti
20 piacquero a te: non io, non già, ch’io speri, sono piaciuti a te: non io ti ritorno (ricorro) alla mente (pensier),

Guida alla lettura

A
Il momento iniziale, descrittivo, anticipa una situazione di serenità.

B
La donna è qui una presenza generica e simbolica, pretesto per il poeta di esprimere la pro-
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

pria sofferenza in contrasto alla sua serenità.

C
Appare qui il tema della natura, immutabile, onnipossente.
La natura è personificata e si rivolge direttamente al poeta per vietargli persino la speranza.
L’immagine consueta degli occhi brillanti di gioia viene qui rovesciata: gli occhi brillano sì, ma di
pianto.
32 La letteratura

al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo certamente (già) non oso sperarlo. Intanto io chiedo
quanto a viver mi resti, e qui per terra quanto mi resti da vivere, e mi getto
mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi al suolo, e grido, e sono tormentato. Oh giorni terribili
in così verde etate! Ahi, per la via e in un’età così giovane! Ahi, dalla via
A odo non lunge il solitario canto sento non lontano il canto solitario
dell’artigian, che riede a tarda notte, dell’artigiano che rientra a tarda notte,
dopo i sollazzi, al suo povero ostello; dopo i divertimenti, alla sua povera dimora (ostello);
e fieramente mi si stringe il core, e crudelmente (fieramente) mi si stringe il cuore,
a pensar come tutto al mondo passa, a pensare come tutto al mondo finisce (passa),
30 e quasi orma non lascia. Ecco è fuggito e quasi non lascia segno (orma). Ecco è finito (fuggito)
il dì festivo, ed al festivo il giorno Il giorno festivo, e il giorno di lavoro segue
volgar1 succede, e se ne porta il tempo quello festivo, e il tempo porta via
ogni umano accidente. Or dov’è il suono tutti gli avvenimenti umani. Dov’è ora la risonanza (suono)
di que’ popoli antichi? or dov’è il grido [delle imprese] degli antichi popoli? Dov’è ora il grido dei nostri
35 de’ nostri avi famosi, e il grande impero antenati famosi, e il grande impero
di quella Roma, e l’armi, e il fragorio2 di Roma, e le armi, e il loro rumore
che n’andò per la terra e l’oceano? che si diffuse per la terra e i mari (l’oceano)?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa Tutto è pace e silenzio, e tutto riposa
il mondo, e più di lor non si ragiona. il mondo, e più non si parla di loro.
B Nella mia prima età, quando s’aspetta Nella giovinezza, quando si aspetta
bramosamente il dì festivo, or poscia ansiosamente il giorno festivo, dopo che (or poscia)
ch’egli era spento, io doloroso, in veglia, era finito (spento), io addolorato, sveglio (in veglia),
premea le piume; ed alla tarda notte giacevo nel letto (premea le piume); e a tarda notte
un canto che s’udia per li sentieri un canto che si udiva diminuire (morire) a poco a poco
45 lontanando morire a poco a poco, allontanandosi (lontanando) per i sentieri, già allora
già similmente mi stringeva il core. come ora (similmente) mi rattristava (stringeva il core).
(G. Leopardi, Canti)

A
Il solitario canto dell’artigian simboleggia, il trascorrere della vita, il passare inesorabile del
tempo, che tutto cancella, anche le glorie e i popoli del passato.

B
Il poeta ritorna con il ricordo all’infanzia, a quando attendeva fiducioso il giorno festivo e poi
restava deluso e addolorato al termine della giornata.
A unire il passato e il presente è il canto che si ode nella notte, che si allontana morendo a
poco a poco, come le speranze.
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1. volgar: destinato al lavoro del popolo, in contrapposizione al giorno festivo.


2. fragorio: fragore, rumore delle armi.
L’Ottocento 33

Giosue Carducci
L’autore dell’armonia e del bello che si potevano ricavare
Giosue Carducci nacque nel 1835 a Valdicastello, dagli esempi dei classici.
nella Versilia toscana. Dopo la prima educazione Il valore dei modelli classici si ritrova in tutta la pro-
ricevuta direttamente dal padre, frequentò un col- duzione poetica di Carducci, tra cui le raccolte Rime
legio a Firenze e l'Università Normale di Pisa, dove nuove (1861-87), Odi barbare (1877-89), Giambi ed
si laureò in Lettere. Iniziò quindi a insegnare, ma epodi (1882), Rime e ritmi (1899).
tra il 1857 e il 1859 il suicidio di un fratello, la morte
del padre e le sopraggiunte necessità economiche
lo costrinsero ad affiancare l’attività di insegnante
con quella di consulente editoriale. La situazione
migliorò nel 1861, quando, a soli venticinque anni,
gli fu affidata la cattedra di Eloquenza (cioè di Let-
teratura italiana) presso l'Università di Bologna,
incarico che tenne fino alla morte. Raggiunta la
tranquillità economica, poté quindi dedicarsi com-
pletamente all’insegnamento universitario e alla
poesia, con pubblicazioni che gli fecero raggiun-
gere una fama crescente. Nel 1890 fu nominato
senatore del Regno d’Italia e nel 1906 ottenne il
premio Nobel per la letteratura, il primo assegnato
a un italiano. Morì a Bologna nel 1907.

L’opera
Carducci pensava che i compiti del poeta fossero:
formare la coscienza civile degli uomini e spro-
narli a compiere imprese nobili e patriottiche,
mostrando loro gli esempi delle imprese degli antichi;
confortare gli uomini oppressi dalle contraddi-
zioni tra ideali e realtà, mostrando loro le immagini

Nevicata
La poesia fa parte della raccolta Odi barbare, così chiamate da Carducci
perché era convinto che le poesie, in cui aveva cercato di riprodurre le forme
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poetiche classiche, sarebbero suonate come “barbare”, poco armoniose, agli


orecchi di un poeta greco o latino. Nevicata, composta il 24 marzo 1881, poco
dopo la morte di una cara amica, esprime con grande intensità i dolorosi
sentimenti del poeta, che si riflettono nella silenziosa nevicata che nella
notte si anima degli spiriti degli amici e dei cari ormai defunti.
Lo schema metrico è un distico elegiaco, un componimento classico
caratterizzato da sentimenti di dolore e tristezza. Le strofe di due versi
(distico) non hanno rime e il secondo verso termina con parole tronche
o monosillabiche.
34 La letteratura

Testo originale Parafrasi


A Lenta fiocca la neve pe ’l cielo cinerëo: gridi, Lenta fiocca la neve attraverso il cielo grigio
suoni di vita più non salgono da la città, (cinerëo): dalla città non arrivano più grida,
suoni di vita,

non d’erbaiola il grido o corrente rumore di carro, non [arriva] il richiamo della fruttivendola
non d’amor la canzone ilare e di gioventù. (erbaiola) o il rumore di un carro che corre, non
l’allegra canzone d’amore e di gioventù.
B Da la torre di piazza roche per l’aëre le ore Dalla torre della piazza risuonano tristi (gemon)
C gemon, come sospir d’un mondo lungi dal dì. nell’aria i rintocchi (le ore), come sospiri di un
mondo fuori dal tempo (lungi dal dì).
D Picchiano uccelli raminghi a’ vetri appannati: gli amici Uccelli sperduti (raminghi) picchiano contro i vetri
spiriti1 reduci son, guardano e chiamano a me. appannati: ritornano (reduci son) le ombre amiche,
guardano e chiamano rivolte verso di me.
E In breve, o cari, in breve – tu calmati, indomito cuore – Fra poco, o cari, fra poco – tu calmati, cuore
giù al silenzio verrò, ne l’ombra riposerò. non ancora rassegnato – scenderò verso il
(G. Carducci, Odi barbare)
silenzio, riposerò nelle tenebre della morte (ne
l’ombra).

Guida alla lettura

A
La descrizione del paesaggio è fatta per notazioni brevi, con una tecnica che ricorda la pittura
impressionistica; ci sono colori (cinereo) e suoni (gridi, rumore, canzone).

B
Forse la torre del Palazzo comunale di Bologna, in piazza San Petronio.

C
Il rintocco delle campane (le ore gemon) è paragonato ai sospiri dei defunti (sospir d’un mondo
lungi dal dì).

D
Gli uccelli che volano errando, si trasformano negli spiriti degli amici e di coloro che il poeta
ha amato e che picchiano nel suo cuore come gli uccelli contro i vetri.

E
Il poeta sembra quasi ansioso di far riposare ne l’ombra il suo indomito cuore.
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1. amici spiriti: le ombre di coloro che il poeta ha conosciuto e amato e che sono morti.
L’Ottocento 35

Giovanni Verga
L’autore (1890). In seguito pubblicò Mastro don Gesualdo
Giovanni Verga nacque a Catania nel 1840, da una (1889), la raccolta di novelle Don Candeloro e C.
famiglia di possidenti terrieri. Compiuti gli studi (1894) e i drammi La lupa (1896) e Dal tuo al mio
primari e medi, si iscrisse alla Facoltà di legge del- (1903), trasformato nel 1906 in romanzo. Dell’ul-
l’Università di Catania, ma non terminò gli studi, tima opera a cui stava lavorando, La Duchessa di
preferendo dedicarsi all’attività letteraria e al gior- Leyra, scrisse solo il primo capitolo, pubblicato
nalismo politico. Nel 1961, all’arrivo di Garibaldi a postumo.
Catania, si arruolò nella Guardia Nazionale, in cui
prestò servizio per circa quattro anni. Tra il 1865 Il verismo
e il 1871 visse a Firenze, dove strinse amicizia con Negli ultimi decenni dell’Ottocento la situazione
lo scrittore Luigi Capuana e pubblicò romanzi che degli operai e delle masse di contadini sfruttati ed
gli diedero una certa sicurezza economica. Nel 1972 emarginati dal potere mise in evidenza quella che
si trasferì a Milano, divenuta nuovo centro artistico fu definita la questione sociale. Molti scrittori ne
e letterario per la presenza di scrittori come Arrigo presero coscienza, dando vita a movimenti lette-
Boito, Federico De Roberto e Giuseppe Giacosa. Nel rari come:
1880 iniziò per Verga un nuovo periodo letterario, il realismo, che ebbe tra i suoi massimi espo-
caratterizzato dall’adesione al verismo. Nel 1894 nenti i francesi Stendhal, Honoré de Balzac e Gustave
tornò definitivamente a Catania, dove rimase fino Flaubert, l’inglese Charles Dickens e il russo Nicolaj
alla morte, avvenuta nel 1922. Gogol’;
il naturalismo, con i francesi (Émile Zola e Guy
L’opera de Maupassant;
Giovanni Verga scrisse a soli quindici anni il suo il verismo, in Italia, con autori tra cui Luigi
primo romanzo, Amore e patria, ispirato alla rivo- Capuana e Giovanni Verga.
luzione americana e rimasto inedito. Successiva- Caratteristiche del verismo furono:
mente pubblicò a sue spese I carbonari della mon- la convinzione che al centro della narrazione
tagna (1861-62), un romanzo storico che si ispirava dovesse esserci la realtà, nelle sue forme più
alle imprese della Carboneria calabrese contro il genuine;
potere dittatoriale di Gioacchino Murat, cognato di la rappresentazione delle classi più povere e
Napoleone e re di Napoli dal 1808 al 1815. Nel 1863 umili, considerate più “vere”;
pubblicò a puntate sulla rivista fiorentina «La nuova il regionalismo, che presentava i problemi “locali”
Europa» il suo terzo romanzo, di un’Italia unita politicamente,
Sulle lagune, dedicato a Venezia, ma non socialmente;
ancora sotto il dominio austriaco una visione pessimistica della
dopo la formazione del Regno d’I- vita e della realtà, che rifletteva
talia. A dargli notorietà fu la pub- il timore che il processo unitario
blicazione dei romanzi Una pec- e lo sviluppo economico del Paese
catrice (1866) e Storia di una escludessero le classi più povere;
capinera (1871). L’adesione al una narrazione impersonale:
verismo diede una svolta alla sua la realtà “parlava da sé” e l’au-
produzione; nel 1880 pubblicò tore doveva limitarsi a scrivere
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

Vita dei campi e nel 1881 I Mala- ciò che essa esprimeva, senza
voglia, cui seguirono le raccolte dare interpretazioni o giudizi;
di racconti Novelle rusticane e un linguaggio essenziale, con
Per le vie. Il primo vero grande un lessico popolare, spesso dia-
successo fu il dramma Cavalleria lettale, e una sintassi semplifi-
rusticana (1884), interpretato da cata, in grado di riprodurre il
Eleonora Duse e successivamente modo di parlare autentico dei per-
musicato da Pietro Mascagni sonaggi.
RCS Quotidianix S.p.A. 2006
36 La letteratura

La roba
La novella appartiene alla raccolta delle Novelle rusticane, pubblicate
nel 1883, che descrivono la dura lotta di pescatori, artigiani, braccianti
e contadini per riscattarsi dalla loro condizione di povertà ed emarginazione
sociale. Protagonista di La roba è Mazzarò, un bracciante che da povero
e maltrattato, attraverso umiliazioni, sacrifici e un lavoro durissimo, è
riuscito a mettere insieme un enorme patrimonio fatto di terre, uliveti, vigne,
fattorie e animali. Ma tanti anni di lavoro senza riposo o distrazioni non gli
hanno permesso di godersi i frutti della sua crescente ricchezza; quando sta
Guida alla lettura per morire lo tormenta una sola domanda: che fine farà la sua “roba”?
Il racconto inizia dalla Il viandante che andava lungo il Biviere di Lentini1, steso là come
descrizione dell’ambien-
te e soprattutto della
un pezzo di mare morto, e le stoppie2 riarse della Piana di Catania, e
“roba”, le immense pro- gli aranci sempre verdi di Francofonte, e i sugheri grigi di Resecone, e
prietà di Mazzarò, che i pascoli deserti di Passaneto e di Passanitello, se domandava, per ingan-
un viandante sta attra- nare la noia della lunga strada polverosa, sotto il cielo fosco3 dal caldo,
versando.
nell’ora in cui i campanelli della lettiga4 suonano tristemente nell’im-
mensa campagna, e i muli lasciano ciondolare il capo e la coda, e il
lettighiere canta la sua canzone malinconica per non lasciarsi vincere
dal sonno della malaria: «Qui di chi è?» sentiva rispondersi: «Di Maz-
zarò». E passando vicino a una fattoria grande quanto un paese, coi
magazzini che sembravano chiese, e le galline a stormi accoccolate
all’ombra del pozzo, e le donne che si mettevano la mano sugli occhi
per vedere chi passava: «E qui?», « Di Mazzarò». E cammina e cam-
mina, mentre la malaria5 vi pesava sugli occhi, e vi scuoteva all’im-
provviso l’abbaiare di un cane, passando per una vigna che non finiva
più, e si allargava sul colle e sul piano, immobile, come gli pesasse
addosso la polvere, e il guardiano sdraiato bocconi sullo schioppo6,
accanto al vallone, levava il capo sonnacchioso, e apriva un occhio per
vedere chi fosse: «Di Mazzarò». Poi veniva un uliveto folto come un
bosco, dove l’erba non spuntava mai, e la raccolta durava fino a marzo.
Erano gli ulivi di Mazzarò. E verso sera, allorché il sole tramontava
rosso come il fuoco, e la campagna si velava di tristezza, si incontra-
vano le lunghe file degli aratri di Mazzarò che tornavano adagio adagio
dal maggese7, e i buoi che passavano il guado8 lentamente, col muso
nell’acqua scura; e si vedevano nei pascoli lontani della Canziria, sulla
pendice brulla9, le immense macchie biancastre delle mandre di Maz-
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

zarò; e si udiva il fischio del pastore echeggiare nelle gole, e il campa-

1. Biviere di Lentini: il lago di Lentini, tuito da una piccola carrozza trainata da del campo, in posizione abbandonata sul
nella parte meridionale della provincia di muli. fucile.
Catania. 5. malaria: malattia presente nelle zone 7. maggese: campo lasciato per un certo
2. stoppie: ciò che resta delle piante dopo paludose, dove si riproduce la zanzara tempo senza coltivazioni, prima di essere
la mietitura. anofele che ne è portatrice; qui il richiamo nuovamente arato.
3. fosco: offuscato, reso meno chiaro dal alla malaria serve per descrivere un 8. guado: punto in cui l’acqua bassa per-
caldo. ambiente caldo e umido. mette di attraversare un fiume.
4. lettiga: antico mezzo di trasporto, costi- 6. il guardiano... schioppo: il sorvegliante 9. brulla: con scarsa vegetazione.
L’Ottocento 37

La presentazione di Maz- naccio che risuonava ora sì ed ora no, e il canto solitario perduto nella
zarò vuole essere il più valle. Tutta roba di Mazzarò. Pareva che fosse di Mazzarò perfino il
possibile oggettiva, per
cui egli viene descritto
sole che tramontava, e le cicale che ronzavano, e gli uccelli che anda-
attraverso le parole che, vano a rannicchiarsi col volo breve dietro le zolle, e il sibilo dell’as-
in un discorso indiretto, siolo10 nel bosco. Pareva che Mazzarò fosse disteso tutto grande per
esprime un osservatore: quanto era grande la terra, e che gli si camminasse sulla pancia. Invece
un omiciattolo... ricco
come un maiale... ma egli era un omiciattolo, diceva il lettighiere, che non gli avreste dato
aveva la testa ch’era un un baiocco11, a vederlo; e di grasso non aveva altro che la pancia, e
brillante. non si sapeva come facesse a riempirla, perché non mangiava altro che
Mazzarò è l’unico per-
sonaggio descritto in
due soldi di pane; e sì ch’era ricco come un maiale; ma aveva la testa
modo completo: aspetto ch’era un brillante, quell’uomo.
fisico, personalità, abi- Infatti, colla testa come un brillante, aveva accumulato tutta quella
tudini. roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mie-
tere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno
Da uomo poverissimo, a straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci
cui tutti avevano dato nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col
dei calci nel di dietro, berretto in mano12. Né per questo egli era montato in superbia, adesso
Mazzarò è diventato
ricco come un’eccel- che tutte le eccellenze del paese erano suoi debitori; e diceva che eccel-
lenza, ma ha continuato lenza vuol dire povero diavolo e cattivo pagatore; ma egli portava ancora
a vivere e a lavorare il berretto13, soltanto lo portava di seta nera, era la sua sola grandezza14,
come prima; unica gran-
dezza un cappello di seta e da ultimo era anche arrivato a mettere il cappello di feltro, perché
o di feltro, come i signo- costava meno del berretto di seta. Della roba ne possedeva fin dove
ri, ma solo perché costa- arrivava la vista, ed egli aveva la vista lunga – dappertutto, a destra e
va meno. a sinistra, davanti e di dietro, nel monte e nella pianura. Più di cin-
quemila bocche15, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della
terra, che mangiavano sulla sua terra, e senza contare la sua bocca la
Le abitudini di vita di quale mangiava meno di tutte, e si contentava di due soldi di pane e
Mazzarò erano molto un pezzo di formaggio, ingozzato in fretta e in furia, all’impiedi, in un
modeste: due soldi di pa- cantuccio del magazzino grande come una chiesa, in mezzo alla pol-
ne e un pezzo di formag-
gio ingozzato... all’im-
vere del grano, che non ci si vedeva, mentre i contadini scaricavano i
piedi. sacchi, o a ridosso di un pagliaio, quando il vento spazzava la cam-
pagna gelata, al tempo del seminare, o colla testa dentro un corbello16,
nelle calde giornate della messe17. Egli non beveva vino, non fumava,
non usava tabacco, e sì che del tabacco ne producevano i suoi orti lungo
il fiume, colle foglie larghe ed alte come un fanciullo, di quelle che si
vendevano a 95 lire. Non aveva il vizio del giuoco, né quello delle donne.
Di donne non aveva mai avuto sulle spalle che18 sua madre, la quale
gli era costata anche 12 tarì19, quando aveva dovuto farla portare al
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

camposanto.

10. assiolo: piccolo uccello rapace. dionali, mentre i signori portavano il cap- 16. corbello: cesto di vimini, messo sulla
11. baiocco: antica moneta dello Stato pello di feltro (di panno semirigido) con testa per ripararsi dal sole.
pontificio che valeva pochi centesimi. la falda. 17. messe: mietitura.
12. col berretto in mano: a capo scoperto, 14. la sua sola grandezza: l’unico segno 18. che: a eccezione di.
in segno di rispetto e deferenza. della sua ricchezza. 19. tarì: moneta in uso in Sicilia, corri-
13. berretto: il cappello piatto con visiera, 15. bocche: persone dipendenti da lui per spondente a 85 centesimi di lira, circa 40
la coppola, portata dai contadini meri- sfamarsi. centesimi di euro.
38 La letteratura

Mazzarò non aveva mai Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la
adottato le abitudini né roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era
i vizi dei ricchi.
Fin da quando era brac-
sua, ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata,
ciante e soffriva lavo- nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore, col soprastante20 a
rando sotto padrone, cavallo dietro, che vi piglia a nerbate21 se fate di rizzarvi22 un momento.
era concentrato sul pen- Per questo non aveva lasciato passare un minuto della sua vita che non
siero di che cosa volesse
dire la roba e aveva fosse stato impiegato a fare della roba; e adesso i suoi aratri erano nume-
avuto quel solo obiet- rosi come le lunghe file dei corvi che arrivano in novembre; e altre file
tivo: fare della roba. di muli, che non finivano più, portavano le sementi; le donne che sta-
vano accoccolate nel fango, da ottobre a marzo, per raccogliere le sue
olive, non si potevano contare, come non si possono contare le gazze
che vengono a rubarle; e al tempo della vendemmia accorrevano dei
villaggi interi alle sue vigne, e fin dove sentivasi cantare, nella campagna,
Mazzarò, diventato pa- era per la vendemmia di Mazzarò. Alla messe poi i mietitori di Maz-
drone, si comportava zarò sembravano un esercito di soldati, che per mantenere tutta quella
come un sorvegliante e gente, col biscotto23 alla mattina e il pane e l’arancia amara a colazione,
controllava i suoi lavo-
ranti a cavallo, armato e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate, e
di frusta. le lasagne si scodellavano nelle madie24 larghe come tinozze. Perciò
Gli sembrava di passare adesso, quando andava a cavallo dietro la fila dei suoi mietitori, col
tutto il tempo a togliersi
denaro di tasca per pa- nerbo in mano, non ne perdeva d’occhio uno solo, e badava a ripetere:
gare i suoi braccianti e «Curviamoci, ragazzi!» Egli era tutto l’anno colle mani in tasca a spen-
le tasse. dere, e per la sola fondiaria25 il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli
veniva la febbre, ogni volta.
Però ciascun anno tutti quei magazzini grandi come chiese si riem-
pivano di grano che bisognava scoperchiare il tetto per farcelo capire26
tutto; e ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un
Mazzarò era un uomo giorno per contare il denaro, tutto di 12 tarì d’argento, ché lui non ne
diffidente nei confronti voleva di carta sudicia27 per la sua roba, e andava a comprare la carta
delle cose moderne, co- sudicia28 soltanto quando aveva da pagare il re, o gli altri; e alle fiere gli
me la cartamoneta, a cui
preferiva le monete d’ar-
armenti29 di Mazzarò coprivano tutto il campo, e ingombravano le
gento. strade, che ci voleva mezza giornata per lasciarli sfilare, e il santo, colla
banda30, alle volte dovevano mutar strada, e cedere il passo.
Mazzarò e la roba sem- Tutta quella roba se l’era fatta lui, colle sue mani e colla sua testa, col
bravano fatti l’uno per non dormire la notte, col prendere la febbre dal batticuore o dalla malaria,
l’altra.
Mazzarò era prudente e coll’affaticarsi dall’alba a sera, e andare in giro, sotto il sole e sotto la
molto attento a non pioggia, col logorare i suoi stivali e le sue mule – egli solo non si logo-
lasciarsi imbrogliare, non rava, pensando alla sua roba, ch’era tutto quello che ei avesse al mondo;
come il barone del cui
perché non aveva né figli, né nipoti, né parenti; non aveva altro che la
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patrimonio si era lenta-


mente impadronito. sua roba. Quando uno è fatto così, vuol dire che è fatto per la roba.

20. soprastante: sorvegliante del pa- 24. madie: contenitori; letteralmente le carta.
drone. madie sono dei mobili a forma di casse in 28. comprare la carta sudicia: cam-
21. nerbate: frustate. cui un tempo si conservavano la farina e biare le monete d’argento con cartamo-
22. rizzarvi: raddrizzarvi, alzare la il pane. neta.
schiena dal lavoro. 25. fondiaria: tassa sui terreni (fondi) 29. armenti: mandrie di animali.
23. biscotto: pane cotto due volte per agricoli. 30. il santo, colla banda: la processione
poterlo conservare più a lungo, come le 26. capire: contenere. con la statua del santo e la banda musi-
fette biscottate. 27. carta sudicia: il denaro stampato su cale.
L’Ottocento 39

Il barone è l’unico per- Ed anche la roba era fatta per lui, che pareva ci avesse la calamita,
sonaggio, oltre al pro- perché la roba vuol stare con chi sa tenerla, e non la sciupa come quel
tagonista, presente nel
racconto. È descritto dal barone che prima era stato il padrone di Mazzarò, e l’aveva raccolto
punto di vista di Maz- per carità nudo e crudo ne’ suoi campi, ed era stato il padrone di tutti
zarò, attraverso le sue quei prati, e di tutti quei boschi, e di tutte quelle vigne e tutti quegli
parole: pareva un re, ma
era un minchione.
armenti, che quando veniva nelle sue terre a cavallo coi campieri dietro,
Nelle considerazioni sul pareva il re, e gli preparavano anche l’alloggio e il pranzo, al minchione31,
barone emerge la filo- sicché ognuno sapeva l’ora e il momento in cui doveva arrivare, e non
sofia di vita di Mazzarò: si faceva sorprendere colle mani nel sacco. «Costui vuol essere rubato
la roba non è di chi l’ha,
ma di chi la sa fare. per forza!» diceva Mazzarò, e schiattava dalle risa quando il barone gli
dava dei calci nel di dietro, e si fregava la schiena colle mani, borbot-
tando: «Chi è minchione se ne stia a casa, la roba non è di chi l’ha, ma
di chi la sa fare». Invece egli, dopo che ebbe fatta la sua roba, non man-
dava certo a dire32 se veniva a sorvegliare la messe, o la vendemmia, e
quando, e come; ma capitava all’improvviso, a piedi o a cavallo alla
mula, senza campieri, con un pezzo di pane in tasca; e dormiva accanto
ai suoi covoni33, cogli occhi aperti, e lo schioppo fra le gambe.
In tal modo a poco a poco Mazzarò divenne il padrone di tutta la
roba del barone; e costui uscì prima dall’uliveto, e poi dalle vigne, e poi
dai pascoli, e poi dalle fattorie e infine dal suo palazzo istesso, che non
Mazzarò era analfabeta passava giorno che non firmasse delle carte bollate34, e Mazzarò ci met-
(firmava con la sua teva sotto la sua brava croce. Al barone non rimase altro che lo scudo
brava croce) e disprez- di pietra35 ch’era prima sul portone, ed era la sola cosa che non avesse
zava la nobiltà e i suoi
simboli, come lo scudo
voluto vendere, dicendo a Mazzarò: «Questo solo, di tutta la mia roba,
nobiliare di pietra. non fa per te». Ed era vero; Mazzarò non sapeva che farsene, e non l’a-
vrebbe pagato due baiocchi. Il barone gli dava ancora del tu, ma non
La gente pensava che
gli dava più calci nel di dietro.
Mazzarò fosse fortunato, Questa è una bella cosa, d’avere la fortuna che ha Mazzarò! diceva
ma solo lui sapeva quanti la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella for-
pensieri, quante fatiche, tuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli
quante menzogne, quan-
ti pericoli di andare in di andare in galera, e come quella testa che era un brillante avesse lavo-
galera aveva sopportato rato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba;
per riuscire e come aves- e se il proprietario di una chiusa limitrofa36 si ostinava a non cedergliela,
se lavorato con intelli-
genza (con quella testa
e voleva prendere pel collo Mazzarò, dover trovare uno stratagemma
che era un brillante), per costringerlo a vendere, e farcelo cascare, malgrado la diffidenza con-
senza mai arrendersi di tadinesca. Ei gli andava a vantare, per esempio, la fertilità di una tenuta
fronte ai rifiuti o alle dif- la quale non produceva nemmeno lupini37, e arrivava a fargliela cre-
ficoltà.
dere una terra promessa, sinché il povero diavolo si lasciava indurre a
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La sua esperienza non prenderla in affitto, per specularci sopra, e ci perdeva poi il fitto, la casa
l’aveva reso generoso e
comprensivo, anzi, le e la chiusa, che Mazzarò se l’acchiappava – per un pezzo di pane. – E
disgrazie altrui erano quante seccature Mazzarò doveva sopportare! – I mezzadri che veni-
solo seccature. vano a lagnarsi delle malannate38, i debitori che mandavano in pro-
31. minchione: sciocco. 35. scudo di pietra: il simbolo nobiliare 37. lupini: semi commestibili, di scarso
32. non mandava... a dire: non avver- del barone, inciso su una lastra di pietra valore.
tiva. posta sopra la porta del palazzo. 38. malannate: annate cattive, con scarsi
33. covoni: i mucchi di grano tagliato. 36. chiusa limitrofa: un terreno recin- raccolti.
34. carte bollate: atti di vendita. tato (chiusa) confinante con il suo.
40 La letteratura

cessione le loro donne a strapparsi i capelli e picchiarsi il petto per scon-


giurarlo di non metterli in mezzo alla strada, col pigliarsi il mulo o l’a-
sinello, che non avevano da mangiare.
«Lo vedete quel che mangio io?» rispondeva lui, «pane e cipolla! e
sì che ho i magazzini pieni zeppi, e sono il padrone di tutta questa roba».
E se gli domandavano un pugno di fave, di tutta quella roba, ei diceva:
«Che, vi pare che l’abbia rubata? Non sapete quanto costano per semi-
narle, e zapparle, e raccoglierle?» E se gli domandavano un soldo rispon-
deva che non l’aveva.
A Mazzarò non interes- E non l’aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì, tanti ce
sava il denaro, ma solo ne volevano per far fruttare tutta quella roba, e il denaro entrava ed
la terra, che comprava usciva come un fiume dalla sua casa. Del resto a lui non gliene impor-
appena aveva qualche
soldo.
tava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme
una certa somma, comprava subito un pezzo di terra; perché voleva
arrivare ad avere della terra quanta ne ha il re, ed esser meglio del re,
ché il re non può né venderla, né dire ch’è sua.
Mazzarò era riuscito a Di una cosa sola gli doleva, che cominciasse a farsi vecchio, e la terra
realizzare il suo pro-
getto: farsi la roba. Ma
doveva lasciarla là dov’era. Questa è una ingiustizia di Dio, che dopo
era stato sconfitto dalla di essersi logorata la vita ad acquistare della roba, quando arrivate ad
vecchiaia e dall’avvici- averla, che ne vorreste ancora, dovete lasciarla! E stava delle ore seduto
narsi della morte, contro sul corbello39, col mento nelle mani, a guardare le sue vigne che gli ver-
cui non poteva nulla,
salvo cercare di portare deggiavano sotto gli occhi, e i campi che ondeggiavano di spighe come
con sé anitre e tacchini, un mare, e gli oliveti che velavano la montagna come una nebbia, e se
ammazzandoli a basto- un ragazzo seminudo gli passava dinanzi, curvo sotto il peso come un
nate in un ultimo mo-
mento di delirante viva-
asino stanco, gli lanciava il suo bastone fra le gambe, per invidia, e bor-
cità. bottava: «Guardate chi ha i giorni lunghi! costui che non ha niente!»
Sicché quando gli dissero che era tempo di lasciare la sua roba, per
pensare all’anima, uscì nel cortile come un pazzo, barcollando, e andava
ammazzando a colpi di bastone le sue anitre e i suoi tacchini, e stril-
lava: «Roba mia, vientene con me!»
(G. Verga, Novelle rusticane)

39. corbello: cesto di vimini.


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Tra Otto e Novecento 41

Giovanni Pascoli
L’autore aver insegnato Latino e Greco in diversi licei, nel
Giovanni Pascoli nacque a San Mauro di Romagna 1895 si trasferì con la sorella Maria a Castelvec-
nel 1855. Quarto di dieci fratelli, trascorse la sua chio e passò all’insegnamento universitario, otte-
infanzia a ”La Torre”, una tenuta agricola di cui il nendo l’incarico di Grammatica greca e latina prima
padre Ruggero era amministratore. Cominciate le a Bologna, poi a Messina e infine a Pisa (1903-905).
elementari a Savignano nel 1861, l’anno successivo Nel 1905 subentrò a Carducci nell’insegnamento
fu ammesso con i fratelli Giacomo e Luigi nel col- di Letteratura italiana all’Università di Bologna.
legio dei padri Scolopi a Urbino. Nel 1867 la morte Morì a Bologna nel 1912.
del padre costrinse la famiglia a lasciare la tenuta
e a stabilirsi a San Mauro, in difficoltà economiche. L’opera
Seguirono anche una serie di lutti: nel 1868 mori- In ogni uomo, secondo Giovanni Pascoli, c’è un fan-
rono la madre e la sorella Margherita, nel 1871 il fra- ciullino, un essere dotato di un’infantile e genuina
tello Luigi e nel 1876 il fratello maggiore Giacomo. capacità di cogliere la poeticità, il mistero nascosto
Costretto nel 1871 a lasciare il collegio per difficoltà nelle situazioni ed esperienze comuni. La poesia
finanziarie, Pascoli continuò gli studi a Rimini e in non è quindi invenzione, ma scoperta da parte del
seguito a Firenze dove, per interessamento di un poeta di qualcosa che già si trova nelle cose e che
suo professore di Urbino, poté terminare il liceo è possibile riconoscere solo se ci si libera da con-
dagli Scolopi. Nel 1873, esaminato da Giosue Car- dizionamenti culturali.
ducci (Pascoli raccontò dell’incontro in Ricordi di Pascoli si dedicò alla poesia fin dagli anni del liceo
un vecchio scolaro), vinse una borsa di studio presso e dai primi anni di università, con componimenti
l’Università di Bologna, dove si iscrisse alla Facoltà che furono poi pubblicati in Poesie varie (1912). Nel
di Lettere. Nel 1877 la perdita della borsa di studio, decennio 1880-90 si colloca la composizione del
per aver manifestato contro il ministro della Pub- nucleo centrale della raccolta Myricae, pubblicata
blica Istruzione in visita a Bologna, lo costrinse a per la prima volta nel 1891 e integrata e ripubbli-
lasciare l’Università. Per qualche tempo frequentò cata in edizioni successive fino al 1911. Del 1897 sono
ambienti socialisti e nel 1879 fu arrestato e tra- i Primi poemetti, seguiti nel 1903 dai Canti di Castel-
scorse alcuni mesi in carcere. Assolto, abbandonò vecchio, dai Poemi conviviali (1904), da Odi e inni
l’attività politica e concluse gli studi, laureandosi (1906), Nuovi poemetti (1909), Canzoni di re Enzo
nel 1882 con una tesi sul poeta greco Alceo. Dopo (1909), Poemi italici (1911).

La cavalla storna
La cavalla storna è una delle ultime poesie composte per la raccolta Canti di
Castelvecchio. Rievoca una vicenda familiare drammatica, che aveva segnato
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indelebilmente la vita del poeta: il 10 agosto 1867, di ritorno dal mercato di


Cesena, il padre fu ucciso da una fucilata i cui responsabili rimasero ignoti.
La morte del padre, che era allora amministratore della tenuta Torlonia a San
Mauro, costrinse la famiglia a lasciare la casa e a fronteggiare un difficile
cambiamento delle condizioni sociali ed economiche. Nella poesia il poeta
rievoca la morte del padre attraverso il dialogo tra la madre e la cavalla che
tirava il calesse al momento dell’omicidio, unica testimone degli eventi.
Il componimento è in distici (strofe di due versi) di endecasilabi (versi di
undici sillabe) a rima baciata: AA BB CC ecc.
42 La letteratura

Testo originale Parafrasi


A Nella Torre1 il silenzio era già alto. Nella tenuta della Torre il silenzio era profondo.
B Sussurravano i pioppi del Rio Salto2. I pioppi lungo il Rio Salto sussurravano [mossi dal vento].

I cavalli normanni3 alle lor poste I cavalli normanni nei loro box (poste) spezzavano il foraggio
frangean la biada con rumor di croste. (biada) facendo rumore con lo strato esterno.

C Là in fondo la cavalla era, selvaggia, In fondo c’era la cavalla, appena domata (selvaggia),
nata tra i pini su la salsa spiaggia; nata nella pineta presso la spiaggia ricca di sale marino (salsa);

che nelle froge avea del mar gli spruzzi tanto che aveva ancora nelle narici (froge) gli spruzzi del mare,
ancora, e gli urli negli orecchi aguzzi. e il rumore delle onde (urli) nelle orecchie appuntite.

Con su la greppia un gomito, da essa Presso di lei c’era mia madre, con un gomito sulla mangiatoia
D era mia madre; e le dicea sommessa: (greppia); e le diceva a bassa voce (sommessa):

E «O cavallina, cavallina storna4, «O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna; che portavi chi non tornerà più [il marito ucciso];

F tu capivi il suo cenno ed il suo detto! tu capivi i suoi gesti e le sue parole (detto)!
Egli ha lasciato un figlio giovinetto5; Egli ha lasciato un figlio poco più che bambino;

15 il primo d’otto tra miei figli e figlie; il primo dei miei otto figli e figlie;
e la sua mano non toccò mai briglie. e non ha ancora (mai) guidato un cavallo.

Guida alla lettura

A
L’aggettivo alto, che definisce il silenzio, suggerisce che la scena si svolge in piena notte.

B
I pioppi sussurravano (verbo onomatopeico che rivela la personificazione), creando un con-
trasto con il silenzio della notte.

C
La cavalla è giovane e ancora selvaggia, come la pineta e il mare presso cui è nata. Queste
caratteristiche dell’animale sono ribadite più volte nel corso della poesia.

D
L’atteggiamento della madre, che sta appoggiata alla mangiatoia e parla con voce sommessa,
contrasta con l’immagine di forza selvaggia della cavalla.

E
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È il più celebre verso della poesia, che si ritrova anche più avanti come un ritornello.

F
Il pronome personale tu, ripetuto più volte a inizio verso, con un accento più accorato che
imperativo (vv. 17, 18, 19, 39, 50, 51, 53), crea un senso di dialogo e comunicazione diretta
tra la donna e l’animale.

1. Torre: la tenuta con annessa scuderia, la tenuta. 4. storna: col mantello pezzato di bianco
in cui Pascoli trascorse la sua infanzia e 3. cavalli normanni: cavalli originari della e grigio.
in cui è ambientata la vicenda. Francia settentrionale, molto robusti e 5. giovinetto: Giacomo, il fratello mag-
2. Rio Salto: corso d’acqua che costeggia adatti al lavoro. giore del poeta.
Tra Otto e Novecento 43

A Tu che ti senti ai fianchi l’uragano, Tu che ti senti [ancora selvaggia] come se avessi di fianco un
tu dài retta alla sua piccola mano. uragano, obbedisci al tocco della sua mano da bambino.

Tu ch’hai nel cuore la marina brulla, Tu che ha nostalgia (hai nel cuore) la spiaggia deserta (brulla),
20 tu dài retta alla sua voce fanciulla». tu obbedisci alla sua voce infantile.

B La cavalla volgea la scarna testa La cavalla girava la testa magra (scarna)


verso mia madre, che dicea più mesta: verso mia madre, che diceva più triste:

«O cavallina, cavallina storna, «O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna; che portavi colui che non ritorna;

25 lo so, lo so, che tu l’amavi forte! lo so, lo so, che tu l’amavi con forza!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte. Con lui c’eri solo tu nel momento in cui moriva.

O nata in selve tra l’ondate e il vento, O tu che sei nata nella foresta tra le onde e il vento,
C tu tenesti nel cuore il tuo spavento; hai trattenuto nel cuore la paura;

sentendo lasso nella bocca il morso, sentendo nella bocca che il morso era allentato (lasso),
30 nel cuor veloce tu premesti il corso: smorzasti nel cuore veloce l’impeto della corsa:

adagio seguitasti la tua via, adagio proseguisti la tua strada,


perché facesse in pace l’agonia...» perché trascorresse la sua agonia in pace...»

La scarna lunga testa era daccanto La magra e lunga testa del cavallo era accanto
al dolce viso di mia madre in pianto. al dolce viso di mia madre che piangeva.

35 «O cavallina, cavallina storna, «O cavallina, cavallina storna,


che portavi colui che non ritorna; che portavi colui che non ritorna;

oh! due parole egli dové pur dire! oh! egli ha certamente detto due parole!
D E tu capisci, ma non sai ridire. E tu le capisci, ma non le sai ripetere.

Tu con le briglie sciolte tra le zampe, Tu con le briglie abbandonate tra le zampe,
40 con dentro gli occhi il fuoco delle vampe, con negli occhi le fiammate (il fuoco delle vampe) [degli spari],

con negli orecchi l’eco degli scoppi, con l’eco del rumore degli scoppi nelle orecchie,
seguitasti la via tra gli alti pioppi: hai proseguito la via tra i filari degli alti pioppi:

A
L’immagine dell’uragano ai fianchi ricorda il carattere selvaggio della cavalla, che ha nostalgia
delle corse sulla spiaggia dov’è nata.

B
Il riferimento alla testa della cavalla è un motivo ricorrente nella poesia: scarna (v. 21), scarna
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

lunga testa (v. 33) e lunga testa fiera (v. 45). Gli aggettivi descrivono l’aspetto realistico della
testa un po’ ossuta del cavallo, ma alludono anche alla sua naturalezza, priva di inutili fronzoli.

C
La donna sa quanto la cavalla doveva essere spaventata per il fuoco delle vampe (v. 40) e per gli
scoppi (v. 41) degli spari; quindi la ringrazia implicitamente per aver dominato lo spavento e il
cuor veloce e per aver proseguito adagio, consentendo al morente di fare in pace l’agonia (v. 32).

D
Dopo il grido precedente (due parole egli dové pur dire!) c’è una constatazione addolorata: l’a-
nimale ha sentito e capito (tu capisci), ma non è in grado di pronunciare le parole.
44 La letteratura

A lo riportavi tra il morir del sole, lo riportavi mentre il sole tramontava,


perché udissimo noi le sue parole». perché noi potessimo udire le sue ultime parole».

45 Stava attenta la lunga testa fiera. Stava attenta la lunga testa fiera.
Mia madre l’abbracciò su la criniera. Mia madre l’abbracciò sulla criniera.

«O cavallina, cavallina storna, «O cavallina, cavallina storna,


B portavi a casa sua chi non ritorna! portavi a casa sua chi non ritorna!

a me, chi non ritornerà più mai! a me, chi non ritornerà mai più!
50 Tu fosti buona... Ma parlar non sai! Tu fosti buona... Ma non sei in grado di parlare!

C Tu non sai, poverina; altri non osa. Tu non sai [parlare], poverina; altri non osano [dire la verità su
D Oh! ma tu devi dirmi una una cosa! ciò che è accaduto]. Oh! ma tu devi dirmi una, almeno una cosa!

Tu l’hai veduto l’uomo che l’uccise: Tu hai visto l’uomo che l’ha ucciso:
esso t’è qui nelle pupille fise. la sua immagine (esso) è fissata nelle tue pupille.

55 Chi fu? Chi è? Ti voglio dire un nome. Chi è stato? Chi è? Ti voglio dire un nome.
E tu fa cenno. Dio t’insegni, come», E tu fa cenno. Dio t’insegni, come».

E Ora, i cavalli non frangean la biada: Ora i cavalli non spezzavano il foraggio (biada):
dormian sognando il bianco della strada. dormivano sognando le strade bianche.

La paglia non battean con l’unghie vuote6: Non raspavano (battean) la paglia con gli zoccoli:
60 dormian sognando il rullo delle ruote. dormivano sognando il girare rumoroso (rullo) delle ruote.

F Mia madre alzò nel gran silenzio un dito: Mia madre alzò un dito nel grande silenzio:
disse un nome... Sonò alto un nitrito. disse un nome... Suonò alto un nitrito.
(G. Pascoli, Canti di Castelvecchio)

A
Il tramonto, descritto come il morir del sole, simboleggia un’altra morte: quella del marito e
padre.

B
Le variazioni rispetto ai versi precedenti accentuano il senso di dolore, richiamando i legami
familiari (a casa sua) e personali (a me).

C
C’è una velata polemica nei confronti di chi per omertà non osò parlare, lasciando la famiglia
sola col suo lutto.

D
La ripetizione di una una rende più dolorosa e quasi supplichevole la richiesta della donna.
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E
Viene ripresa l’immagine iniziale dei cavalli, che ora sono silenziosi, perché dormono e sognano,
ignari del dramma che si sta svolgendo accanto a loro.

F
Dell’omicidio fu sospettato un uomo che in seguito prese il posto dell’ucciso come ammini-
stratore della tenuta. Col suo nitrito il cavallo “risponde” alla domanda della donna.

6. unghie vuote: gli zoccoli del cavallo, al cui interno non vi carne.
Tra Otto e Novecento 45

Luigi Pirandello
L’autore L’opera
Luigi Pirandello nacque nel 1867 presso Girgenti La produzione di Pirandello presenta una vasta casi-
(oggi Agrigento) in Sicilia, in una famiglia di agiate stica di personaggi, trame e situazioni che sviluppò
condizioni economiche. Dopo il liceo, fece studi uni- sia nelle novelle che nei romanzi e drammi tea-
versitari a Palermo, Roma e infine a Bonn, dove si trali. La realtà, come egli stesso scrisse, è costi-
laureò in Lettere con una tesi sul dialetto di Gir- tuita da “una costruzione illusoria continua” e
genti. Intanto aveva iniziato a collaborare con diverse ognuno si illude di poter dare alle cose “una forma”,
riviste. Tornato in Italia, si sposò e si trasferì con la una realtà. Ma è solo un’illusione, perché non esiste
famiglia a Roma, per insegnare Letteratura italiana una sola verità valida per tutti, ma tante quante
alla Facoltà di Magistero. Nel 1904 il fallimento eco- ognuno di noi dà di sé e della propria esistenza.
nomico del padre e il peggioramento della malattia Oltre a poesie e saggi, Pirandello scrisse romanzi,
mentale della moglie, che degenerò fino alla pazzia, tra cui Il fu Mattia Pascal, Uno, nessuno e centomila,
segnarono profondamente la sensibilità dello scrit- e soprattutto numerose commedie e opere teatrali,
tore e fecero maturare in lui una concezione molto come Così è (se vi pare), Sei personaggi in cerca
amara della vita, che si riflette nelle sue opere, in d’autore, Enrico IV. Le novelle, scritte nel corso della
cui nevrosi e pazzia sono motivi ricorrenti. Costretto sua vita, furono pubblicate nella raccolta Novelle
a intensificare la sua produzione letteraria per motivi per un anno per la prima volta nel 1922 e successi-
economici, cominciò a pubblicare alcune novelle e vamente tra il 1932 e il 1935, in 15 volumi di 15 novelle
romanzi; nel 1910 iniziò la sua attività per il teatro. ciascuno. Nelle novelle l’autore ha usato uno stile
Gli anni successivi furono molto fecondi per la sua semplice e una lingua vicina a quella parlata, per
produzione narrativa e teatrale, dandogli notorietà rappresentare in modo più autentico la realtà degli
e riconoscimenti ufficiali: nel 1929 fu insignito del uomini e delle cose, osservando con grande atten-
titolo di Accademico d’Italia e nel 1934 ricevette zione i particolari e la psicologia dei personaggi.
il Premio Nobel per la Letteratura. Morì a Roma Alcune novelle hanno fornito a Pirandello lo spunto
nel 1936. anche per romanzi e opere teatrali.

La giara
La giara è una novella che Pirandello scrisse nel 1906 e da cui trasse un atto
unico per il teatro nel 1916. La novella fu pubblicata nella raccolta Novelle per
un anno nel 1917. Ambientata nella campagna siciliana, la novella ripropone
temi cari a Pirandello, come la diversità di interpretazione che si può dare
a uno stesso avvenimento, i conflitti interpersonali, il valore della giustizia,
poiché la ragione e il torto possono cambiare a seconda dei punti di vista
Guida alla lettura dei personaggi. Gli avvenimenti si collocano nello spazio di una giornata.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

Antefatto Piena1 anche per gli olivi, quell’annata. Piante massaje2, cariche
La raccolta delle olive si l’anno avanti, avevano raffermato3 tutte, a dispetto della nebbia che le
presentava molto ab-
bondante e per questo aveva oppresse sul fiorire.
Don Lollò Zirafa aveva Lo Zirafa, che ne aveva un bel giro4 nel suo podere delle Quote a Pri-
comprato una giara nuo- mosole, prevedendo che le cinque giare5 vecchie di coccio smaltato che
va per contenere l’olio.
1. Piena: raccolto abbondante. 3. raffermato: confermato la loro solita 5. giare: vasi di terracotta usati per con-
2. Piante massaje: piante che danno produzione abbondante. tenere acqua o alimenti.
buoni frutti. 4. un bel giro: una bella quantità.
46 La letteratura

Il protagonista aveva in cantina non sarebbero bastate a contener tutto l’olio della nuova
Don Lollò Zirafa era un raccolta, ne aveva ordinata a tempo una sesta più capace a Santo Ste-
proprietario terriero,
ricco e avaro, che vedeva
fano di Camastra, dove si fabbricavano: alta a petto d’uomo, bella pan-
nemici dappertutto e per ciuta e maestosa, che fosse delle altre cinque la badessa6. Neanche a dirlo,
questo era molto liti- aveva litigato anche col fornaciajo7 di là per questa giara. E con chi non
gioso (aveva litigato col la attaccava8 Don9 Lollò Zirafa? Per ogni nonnulla, anche per una pie-
fornaciajo); ricorreva fre-
quentemente alle que- truzza caduta dal murello di cinta, anche per una festuca10 di paglia, gri-
rele giudiziarie (gli atti) dava che gli sellassero la mula per correre in città a fare gli atti11. Così, a
e per questo s’era mezzo furia di carta bollata e d’onorarii12 agli avvocati, citando questo, citando
rovinato.
quello e pagando sempre le spese per tutti, s’era mezzo rovinato.
Dicevano che il suo consulente legale, stanco di vederselo compa-
rire davanti due o tre volte la settimana, per levarselo di torno, gli aveva
regalato un libricino come quelli da messa: il codice, perché si scapasse13
a cercare da sé il fondamento giuridico alle liti che voleva intentare.
Prima, tutti coloro con cui aveva da dire, per prenderlo in giro gli
gridavano: «Sellate la mula!» Ora, invece: « Consultate il calepino14!»
E Don Lollò rispondeva:
«Sicuro, e vi fulmino tutti, figli d’un cane!»
Quella giara nuova, pagata quattr’onze15 ballanti e sonanti, in attesa
del posto da trovarle in cantina, fu allogata provvisoriamente nel pal-
mento16. Una giara così non s’era mai veduta. Allogata in quell’antro
intanfato17 di mosto e di quell’odore acre e crudo che cova nei luoghi
senz’aria e senza luce, faceva pena.
Da due giorni era cominciata l’abbacchiatura18 delle olive, e Don
L’avvio della vicenda Lollò era su tutte le furie perché, tra gli abbacchiatori e i mulattieri
La giara nuova, bella venuti con le mule cariche di concime da depositare a mucchi su la costa
panciuta e maestosa, di per la favata19 della nuova stagione, non sapeva più come spartirsi, a
cui Don Lollò andava
fiero, viene trovata spac-
chi badar prima. E bestemmiava come un turco e minacciava di ful-
cata in due. minare questi e quelli, se un’oliva, che fosse un’oliva, gli fosse mancata,
quasi le avesse prima contate tutte a una a una su gli alberi; o se non
fosse ogni mucchio di concime della stessa misura degli altri. Col cap-
pellaccio bianco, in maniche di camicia, spettorato20, affocato21 in volto
e tutto sgocciolante di sudore, correva di qua e di là, girando gli occhi
lupigni22 e stropicciandosi con rabbia le guance rase, su cui la barba
prepotente rispuntava quasi sotto la raschiatura del rasojo. Ora, alla
fine della terza giornata, tre dei contadini che avevano abbacchiato,
entrando nel palmento per deporvi le scale e le canne, restarono23 alla
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

6. badessa: la madre superiora di un con- 11. fare gli atti: fare la denuncia. 18. abbacchiatura: battitura dei rami
vento femminile; il termine è usato in 12. onorarii: compensi in denaro. d’olivo per far cadere le olive da racco-
senso figurato per indicare che la nuova 13. si scapasse: ci perdesse la testa. gliere.
giara avrebbe dovuto essere la più impor- 14. calepino: libretto di consultazione, in 19. favata: semina e successiva raccolta
tante di tutte. questo caso il codice delle leggi. delle fave, un legume molto nutriente.
7. fornaciajo: il padrone del forno dove 15. onze: monete da un’oncia (circa 30 20. spettorato: con la camicia aperta sul
si cuoceva la terracotta. grammi) d’oro. torace.
8. non la attaccava: non attaccava briga, 16. allogata… palmento: sistemata nel 21. affocato: col volto infiammato, arros-
non litigava. magazzino dove si conservava il mosto sato.
9. Don: appellativo usato all’epoca in Sicilia ricavato dall’uva spremuta, in attesa che 22. lupigni: attenti e brillanti come quelli
per indicare le persone importanti. si trasformi in vino. di un lupo.
10. festuca: filo. 17. intanfato: puzzolente. 23. restarono: si fermarono sorpresi.
Tra Otto e Novecento 47

vista della bella giara nuova, spaccata in due, come se qualcuno, con
un taglio netto, prendendo tutta l’ampiezza della pancia, ne avesse stac-
cato tutto il lembo davanti.
«Guardate! guardate!»
«Chi sarà stato?»
«Oh mamma mia! E chi lo sente ora Don Lollò? La giara nuova,
peccato!»
Il primo, più spaurito di tutti, propose di riaccostar subito la porta
e andare via zitti zitti, lasciando fuori, appoggiate al muro, le scale e le
canne.
Ma il secondo:
La descrizione di Don
«Siete pazzi? Con Don Lollò? Sarebbe capace di credere che gliel’ab-
Lollò si arricchisce di biamo rotta noi. Fermi qua tutti!»
altri particolari: era dif- Uscì davanti al palmento e, facendosi portavoce delle mani, chiamò:
fidente (sarebbe capace «Don Lollò! Ah, Don Lollòooo!»
di credere che gliel’ab-
biamo rotta noi), con- Eccolo là sotto la costa con gli scaricatori del concime: gesticolava
trollava senza sosta il al solito furiosamente, dandosi di tratto in tratto con ambo le mani una
lavoro (Eccolo là sotto la rincalcata al cappellaccio bianco. Arrivava talvolta, a forza di quelle rin-
costa con gli scaricatori
del concime: gesticolava
calcate, a non poterselo più strappare dalla nuca e dalla fronte. Già nel
al solito furiosamente), cielo si spegnevano gli ultimi fuochi del crepuscolo, e tra la pace che
era violento coi dipen- scendeva su la campagna con le ombre della sera e la dolce frescura,
denti (ne afferrò uno per avventavano24 i gesti di quell’uomo sempre infuriato.
la gola e lo impiccò al
muro) e con se stesso «Don Lollò! Ah, Don Lollòoo!»
(rivolse contro se stesso Quando venne su e vide lo scempio, parve volesse impazzire. Si sca-
la rabbia furibonda... si gliò prima contro quei tre; ne afferrò uno per la gola e lo impiccò al
percosse le guance).
muro, gridando:
«Sangue della Madonna, me la pagherete!»
Afferrato a sua volta dagli altri due, stravolti nelle facce terrigne e
bestiali25, rivolse contro se stesso la rabbia furibonda, sbatacchiò a terra
il cappellaccio, si percosse le guance, pestando i piedi e sbraitando a
modo di quelli che piangono un parente morto:
«La giara nuova! Quattr’onze di giara! Non incignata26 ancora!
Voleva sapere chi gliel’avesse rotta! Possibile che si fosse rotta da sé?
Qualcuno per forza doveva averla rotta, per infamità o per invidia! Ma
quando? ma come? Non si vedeva segno di violenza! Che fosse arrivata
rotta dalla fabbrica? Ma che! Sonava come una campana!
Appena i contadini videro che la prima furia gli era caduta, comin-
ciarono a esortarlo a calmarsi. La giara si poteva sanare. Non era poi
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rotta malamente. Un pezzo solo. Un bravo conciabrocche27 l’avrebbe


rimessa su, nuova. C’era giusto Zi’28 Dima Licasi, che aveva scoperto
un mastice29 miracoloso, di cui serbava gelosamente il segreto: un mastice,
che neanche il martello ci poteva, quando aveva fatto presa. Ecco, se

24. avventavano: spiccavano, si face- un animale. 28. Zi’: zio, titolo usato un tempo in segno
vano notare. 26. incignata: usata. di rispetto.
25. terrigne e bestiali: grigiastre come 27. conciabrocche: artigiano che ripara 29. mastice: colla.
il terreno e inespressive come quelle di le brocche e altri contenitori di terracotta.
48 La letteratura

L’antagonista Don Lollò voleva, domani, alla punta dell’alba, Zi’ Dima Licasi sarebbe
Zi’ Dima Licasi è l’unico venuto lì e, in quattro e quattr’otto, la giara, meglio di prima.
personaggio descritto in
modo particolareggiato. Don Lollò diceva di no, a quelle esortazioni: ch’era tutto inutile; che
Era un vecchio sbilenco non c’era più rimedio; ma alla fine si lasciò persuadere, e il giorno
(Per cavargli una parola appresso, all’alba, puntuale, si presentò a Primosole Zi’ Dima Licasi con
di bocca ci voleva l’un- la cesta degli attrezzi dietro le spalle.
cino). Era un concia-
brocche fiero del suo Era un vecchio sbilenco, dalle giunture storpie e nodose, come un
mastice e della sua abi- ceppo antico d’olivo saraceno. Per cavargli una parola di bocca ci voleva
lità nell’aggiustare le l’uncino. Mutria30, o tristezza radicate in quel suo corpo deforme; o
giare, ma convinto che
nessuno potesse capire e anche sconfidenza31 che nessuno potesse capire e apprezzare giusta-
apprezzare giustamente mente il suo merito d’inventore non ancora patentato. Voleva che par-
il suo merito d’inventore lassero i fatti, Zi’ Dima Licasi. Doveva poi guardarsi davanti e dietro,
non ancora patentato. perché non gli rubassero il segreto.
Inizio del contrasto «Fatemi vedere codesto mastice», gli disse per prima cosa Don Lollò,
Zi’ Dima vorrebbe usare dopo averlo squadrato a lungo, con diffidenza.
solo il suo mastice mira-
coloso, ma Don Lollò Zi’ Dima negò col capo, pieno di dignità.
non si fida e vuole anche «All’opera32 si vede».
i punti. «Ma verrà bene?»
Zi’ Dima posò a terra la cesta; ne cavò un grosso fazzoletto di cotone
rosso, logoro e tutto avvoltolato; prese a svolgerlo pian piano, tra l’at-
tenzione e la curiosità di tutti, e quando alla fine venne fuori un pajo
d’occhiali col sellino33 e le stanghe rotti e legati con lo spago, lui sospirò
e gli altri risero. Zi’ Dima non se ne curò; si pulì le dita prima di pigliare
gli occhiali; se li inforcò; poi si mise a esaminare con molta gravità la
giara tratta su l’aja34. Disse:
«Verrà bene».
«Col mastice solo però», disse per patto lo Zirafa, «non mi fido. Ci
voglio anche i punti».
«Me ne vado», rispose senz’altro Zi’ Dima, rizzandosi e rimetten-
dosi la cesta dietro le spalle.
Don Lollò lo acchiappò per un braccio.
«Dove? Messere e porco, così trattate? Ma guarda un po’ che arie
da Carlomagno35! Scannato36 miserabile e pezzo d’asino, ci devo metter
olio, io, là dentro, e l’olio trasuda! Un miglio di spaccatura, col mastice
solo? Ci voglio i punti. Mastice e punti. Comando io».
Zi’ Dima chiuse gli occhi, strinse le labbra e scosse il capo. Tutti così!
Gli era negato il piacere di fare un lavoro pulito, filato coscienziosa-
mente a regola d’arte e di dare una prova della virtù del suo mastice.
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«Se la giara» disse «non suona di nuovo come una campana...»


«Non sento niente», lo interruppe Don Lollò. «I punti! Pago mastice
e punti. Quanto vi debbo dare?»
«Se col mastice solo...»

30. Mutria: malinconia. 33. sellino: la parte della montatura che di superbia, come se fosse l’imperatore
31. sconfidenza: mancanza di fiducia. si appoggia sul setto nasale. stesso.
32. All’opera: messa in opera, utiliz- 34. aja: il cortile della fattoria. 36. Scannato: povero, senza nulla.
zata. 35. arie da Carlomagno: atteggiamento
Tra Otto e Novecento 49

«Càzzica37, che testa!» esclamò lo Zirafa. «Come parlo? V’ho detto


che ci voglio i punti. C’intenderemo a lavoro finito: non ho tempo da
perdere con voi».
E se n’andò a badare ai suoi uomini.
Il lavoro Zi’ Dima si mise all’opera gonfio d’ira e di dispetto. E l’ira e il dispetto
Gonfio d’ira e di dispetto, gli crebbero a ogni foro che praticava col trapano nella giara e nel lembo
Zi’ Dima eseguì il lavoro
come aveva preteso Don staccato per farvi passare il fil di ferro della cucitura. Accompagnava il
Lollò. frullo della saettella38 con grugniti a mano a mano più frequenti e più
Fatti i buchi e preparati forti; e il viso gli diventava più verde dalla bile e gli occhi più aguzzi e
i pezzetti di fil di ferro
per i punti, Zi’ Dima
accesi di stizza. Finita quella prima operazione, scagliò con rabbia il
spalmò il mastice sui trapano nella cesta; applicò il lembo staccato alla giara per provare se
lembi della rottura, si i fori erano a egual distanza e in corrispondenza tra loro, poi con le
cacciò dentro la pancia tenaglie fece del fil di ferro tanti pezzetti quant’erano i punti che doveva
aperta della giara e
iniziò a fissare i punti di dare, e chiamò per ajuto uno dei contadini che abbacchiavano.
fil di ferro. «Coraggio, Zi’ Dima!» gli disse quello, vedendogli la faccia alterata.
Zi’ Dima alzò la mano a un gesto rabbioso. Aprì la scatola di latta
che conteneva il mastice, e lo levò al cielo, scotendolo, come per offrirlo
a Dio, visto che gli uomini non volevano riconoscerne la virtù: poi col
dito cominciò a spalmarlo tutt’in giro al lembo staccato e lungo la spac-
catura; prese le tenaglie e i pezzetti di fil di ferro preparati avanti39, e si
cacciò dentro la pancia aperta della giara, ordinando al contadino d’ap-
plicare il lembo alla giara, così come aveva fatto lui poc’anzi. Prima di
cominciare a dare i punti:
«Tira!» disse dall’interno della giara al contadino. «Tira con tutta
la tua forza! Vedi se si stacca più? Malanno a chi non ci crede! Picchia,
picchia! Suona, sì o no, come una campana, anche con me qua dentro?
Va’, va’ a dirlo al tuo padrone!»
«Chi è sopra comanda, Zi’ Dima», sospirò il contadino, «e chi è
sotto si danna! Date i punti, date i punti».
E Zi’ Dima si mise a far passare ogni pezzetto di fil di ferro attra-
verso i due fori accanto, l’uno di qua e l’altro di là dalla saldatura; e con
le tenaglie ne attorceva i due capi. Ci volle un’ora a passarli tutti. I sudori,
giù a fontana, dentro la giara. Lavorando, si lagnava della sua mala
sorte. E il contadino, di fuori, a confortarlo.
«Ora ajutami a uscirne», disse alla fine Zi’ Dima.
L’imprevisto Ma quanto larga di pancia, tanto quella giara era stretta di collo. Zi’
Quanto larga di pancia, Dima, nella rabbia, non ci aveva fatto caso. Ora, prova e riprova, non
tanto quella giara era
trovava più modo a uscirne. E il contadino, invece di dargli ajuto, eccolo
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stretta di collo. Zi’ Dima,


nella rabbia, non ci aveva là, si torceva dalle risa. Imprigionato, imprigionato nella giara da lui
fatto caso. stesso sanata, e che ora «non c’era via di mezzo» per farlo uscire, doveva
Zi’ Dima si trovò così
imprigionato nella giara
esser rotta daccapo e per sempre.
da lui stesso sanata. Alle risa, alle grida, sopravvenne Don Lollò. Zi’ Dima, dentro la
giara, era come un gatto inferocito.

37. Càzzica: accidenti, esclamazione dia- 38. frullo della saettella: il rumore della 39. avanti: in precedenza.
lettale. punta del trapano.
50 La letteratura

«Fatemi uscire!» urlava. «Corpo di Dio, voglio uscire! Subito! Datemi


ajuto!»
La reazione di Don Lollò Don Lollò rimase dapprima come stordito. Non sapeva crederci.
Dopo l’incredulità ini- «Ma come? Là dentro? s’è cucito là dentro?»
ziale e la rabbia, Don S’accostò alla giara e gridò al vecchio:
Lollò, seguendo il suo
abituale copione nelle «Ajuto? E che ajuto posso darvi io? Vecchiaccio stolido40, ma come?
liti, ricorse all’avvocato: non dovevate prender prima le misure? Su, provate: fuori un braccio...
«Mi fuma la testa! così! e la testa... su... no, piano! Che! giù... aspettate! così no! giù, giù...
Calma! Questo è caso
nuovo... La mula!» Ma come avete fatto? E la giara, adesso? Calma! Calma! Calma!» si
mise a raccomandare tutt’intorno, come se la calma stessero per per-
derla gli altri e non lui. «Mi fuma la testa! Calma! Questo è caso nuovo...
La mula!»
Picchiò con le nocche delle dita su la giara. Sonava davvero come
una campana.
«Bella! Rimessa a nuovo... Aspettate!» disse al prigioniero. «Va’ a
sellarmi la mula!» ordinò al contadino; e, grattandosi con tutte le dita
la fronte, seguitò a dire tra sé: «Ma vedete un po’ che mi capita! Questa
non è giara! quest’è ordigno del diavolo! Fermo! Fermo lì!
E accorse a regger la giara, in cui Zi’ Dima, furibondo, si dibatteva
come una bestia in trappola.
«Caso nuovo, caro mio, che deve risolvere l’avvocato! Io non mi fido.
La mula! La mula! Vado e torno, abbiate pazienza! Nell’interesse vostro...
Intanto, piano! calma! Io mi guardo i miei. E prima di tutto, per sal-
vare il mio diritto, faccio il mio dovere. Ecco vi pago il lavoro, vi pago
la giornata. Cinque lire. Vi bastano?»
«Non voglio nulla!» gridò Zi’ Dima. «Voglio uscire!»
«Uscirete. Ma io, intanto, vi pago. Qua, cinque lire.»
Le cavò dal taschino del panciotto e le buttò nella giara. Poi domandò,
premuroso:
«Avete fatto colazione? Pane e companatico41, subito! Non ne volete?
Buttatelo ai cani! A me basta che ve l’abbia dato».
Ordinò che gli si désse; montò in sella, e via di galoppo per la città.
Chi lo vide, credette che andasse a chiudersi da sé al manicomio, tanto
e in così strano modo gesticolava.
Per fortuna, non gli toccò di fare anticamera42 nello studio dell’av-
vocato; ma gli toccò d’attendere un bel po’, prima che questo finisse di
ridere, quando gli ebbe esposto il caso. Delle risa si stizzì:
«Che c’è da ridere, scusi? A vossignoria non brucia! La giara è mia!»
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Ma quello seguitava a ridere e voleva che gli rinarrasse il caso, com’era


stato, per farci su altre risate. Dentro, eh? S’era, cucito dentro? E lui,
Don Lollò, che pretendeva? Te... tene... tenerlo là dentro... ah ah ah...
ohi ohi ohi... tenerlo là dentro per non perderci la giara?»
«Ce la devo perdere?» domandò lo Zirafa con le pugna serrate. «Il
danno e lo scorno43?»
40. stolido: sciocco. 42. fare anticamera: aspettare a lungo. 43. scorno: umiliazione insopportabile.
41. companatico: il ripieno del panino.
Tra Otto e Novecento 51

L’avvocato «Ma sapete come si chiama questo?» gli disse in fine l’avvocato. «Si
La vicenda suscitò nel- chiama sequestro di persona!»
l’avvocato più ilarità che
preoccupazione (quello
«Sequestro? E chi l’ha sequestrato?» esclamò lo Zirafa. «S’è seque-
seguitava a ridere e vo- strato lui da sé! Che colpa ne ho io?»
leva che gli rinarrasse il L’avvocato allora gli spiegò che erano due casi. Da un canto, lui,
caso, com’era stato, per Don Lollò, doveva subito liberare il prigioniero per non rispondere di
farci su altre risate). L’in-
troduzione del perso- sequestro di persona; dall’altro, il conciabrocche doveva rispondere del
naggio dell’avvocato danno che veniva a cagionare con la sua imperizia o con la sua stordi-
serve all’autore per: taggine.
• rendere ancora più
comica la posizione di
«Ah!» rifiatò lo Zirafa. «Pagandomi la giara!»
Don Lollò; «Piano!» osservò l’avvocato. «Non come se fosse nuova, badiamo!»
• interrompere la ten- «E perché?»
sione narrativa prece- «Ma perché era rotta, oh bella!»
dente;
• preparare il lettore «Rotta? Nossignore. Ora è sana. Meglio che sana, lo dice lui stesso!
alla possibile conclu- E se ora torno a romperla, non potrò più farla risanare. Giara perduta,
sione del racconto. signor avvocato!»
L’avvocato gli assicurò che se ne sarebbe tenuto conto, facendogliela
pagare per quanto valeva nello stato in cui era adesso.
«Anzi», gli consigliò, «fatela stimare avanti da lui stesso».
«Bacio le mani44» disse Don Lollò, andando via di corsa.
Di ritorno, verso sera, trovò tutti i contadini in festa attorno alla giara
abitata. Partecipava alla festa anche il cane di guardia saltando e abbaiando.
Zi’ Dima s’era calmato, non solo, ma aveva preso gusto anche lui alla
sua bizzarra avventura e ne rideva con la gajezza mala dei tristi45.
Due furbi a confronto Lo Zirafa scostò tutti e si sporse a guardare dentro la giara.
Don Lollò e Zi’ Dima «Ah! Ci stai bene?»
sono molto diversi tra «Benone. Al fresco» rispose quello. «Meglio che a casa mia».
loro, ma hanno aspetti
comuni: sono entrambi «Piacere. Intanto ti avverto che questa giara mi costò quattr’onze,
cocciuti, poco consape- nuova. Quanto credi che possa costare adesso?»
voli dei loro limiti e si «Con me qua dentro?» domandò Zi’ Dima.
lasciano influenzare dal-
l’istinto più che dalla
I villani46 risero.
ragione. Il loro con- «Silenzio!» gridò lo Zirafa. «Delle due l’una: o il tuo mastice serve
trasto permette quindi a qualche cosa, o non serve a nulla: se non serve a nulla, tu sei un imbro-
all’autore di creare una glione; se serve a qualche cosa, la giara, così com’è, deve avere il suo
comicità basata su una
situazione grottesca, in prezzo. Che prezzo? Stimala a tu».
cui ciascuno dei due era Zi’ Dima rimase un pezzo a riflettere, poi disse:
contemporaneamente «Rispondo. Se lei me l’avesse fatta conciare col mastice solo, com’io
debitore e creditore del-
volevo, io, prima di tutto, non mi troverei qua dentro, e la giara avrebbe
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l’altro e pensava di aver


vinto. su per giù lo stesso prezzo di prima. Così sconciata con questi puntacci,
che ho dovuto darle per forza di qua dentro, che prezzo potrà avere?
Un terzo di quanto valeva, sì e no».
«Un terzo?» domandò lo Zirafa. «Un’onza e trentatré?»
«Meno sì, più no».

44. Bacio le mani: espressione di saluto 45. gaiezza... tristi: la gioia malevola dei 46. villani: contadini.
in uso in Sicilia. maligni.
52 La letteratura

«Ebbene», disse Don Lollò. «Passi la tua parola, e dammi un’onza


e trentatré».
Senza via d’uscita «Che?» fece Zi’ Dima, come se non avesse inteso.
Don Lollò aveva co- «Rompo la giara per farti uscire», rispose Don Lollò, «e tu, dice l’av-
stretto Zi’ Dima a valu-
tare la giara (Rompo la
vocato, me la paghi per quanto l’hai stimata: un’onza e trentatré».
giara per farti uscire... e «Io pagare?» sghignazzò Zi’ Dima. «Vossignoria scherza! Qua dentro
tu, dice l’avvocato, me la ci faccio i vermi».
paghi per quanto l’hai E tratta di tasca con qualche stento la pipetta intartarita47, l’accese
stimata).
Zi’ Dima, però, aveva e si mise a fumare, cacciando il fumo per il collo della giara.
trovato una soluzione Don Lollò ci restò brutto48. Quest’altro caso, che Zi’ Dima ora non
che né Don Lollò né l’av- volesse più uscire dalla giara, né lui né l’avvocato l’avevano previsto. E
vocato l’avevano pre-
visto... «Io pagare... Vos-
come si risolveva adesso? Fu lì lì per ordinare di nuovo: «La mula!», ma
signoria scherza! Qua pensò ch’era già sera.
dentro ci faccio i vermi» «Ah, sì» disse. «Ti vuoi domiciliare nella mia giara? Testimoni i tutti
qua! Non vuole uscirne lui, per non pagarla; io sono pronto a romperla!
Intanto, poiché vuole stare lì, domani io lo cito per alloggio abusivo e
perché mi impedisce l’uso della giara».
Zi’ Dima cacciò prima fuori un’altra boccata di fumo, poi rispose,
placido:
«Nossignore. Non voglio impedirle niente, io. Sto forse qua per pia-
cere? Mi faccia uscire, e me ne vado volentieri. Pagare... neanche per
ischerzo, vossignoria!»
Don Lollò, in un impeto di rabbia, alzò un piede per avventare un
calcio alla giara; ma si trattenne; la abbrancò invece con ambo le mani
e la scrollò tutta, fremendo.
«Vede che mastice?» gli disse Zi’ Dima.
«Pezzo da galera!» ruggì allora lo Zirafa. «Chi l’ha fatto il male, io
o tu? E devo pagarlo io? Muori di fame là dentro! Vedremo chi la vince!»
La conclusione E se n’andò, non pensando alle cinque lire che gli aveva buttate la
Zi’ Dima, usando le cin- mattina dentro la giara. Con esse, per cominciare, Zi’ Dima pensò di
que lire che proprio Don far festa quella sera insieme coi contadini che, avendo fatto tardi per
Lollò gli aveva dato in
pagamento dell’aggiu- quello strano accidente, rimanevano a passare la notte in campagna,
statura, aveva organiz- all’aperto, su l’aja. Uno andò a far le spese in una taverna lì presso. A
zato una festa. farlo apposta, c’era una luna che pareva fosse raggiornato49.
Svegliato da un baccano
d’inferno, Don Lollò, A una cert’ora Don Lollò, andato a dormire, fu svegliato da un bac-
come un toro infuriato... cano d’inferno. S’affacciò a un balcone della cascina e vide su l’aja, sotto
mandò a rotolare la giara la luna, tanti diavoli: i contadini ubriachi che, presisi per mano, balla-
giù per la costa. Rom- vano attorno alla giara. Zi’ Dima, là dentro, cantava a squarciagola.
O. Trioschi, Leggere nuvole © Loescher Editore, 2010

pendo la sua giara, Don


Lollò perse ogni possi- Questa volta non poté più reggere, Don Lollò: si precipitò come un
bilità di rivalersi e la toro infuriato e, prima che quelli avessero tempo di pararlo, con uno spin-
vinse Zi’ Dima. tone mandò a rotolare la giara giù per la costa. Rotolando, accompagnata
dalle risa degli ubriachi, la giara andò a spaccarsi contro un olivo.
E la vinse Zi’ Dima.
(L. Pirandello, Novelle per un anno)

47. intartarita: macchiata dall’uso. 49. fosse raggiornato: fosse tornato il


48. brutto: male. giorno.