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GABRIELE D’ANNUNZIO

Vita

Gabriele d’Annunzio ha una concezione “estetizzante” della vita; secondo i principi dell’estetismo sostiene la necessità
di fare della vita un’opera d’arte per cui strettamente legata alla sua poetica appare la vicenda biografia. Gabriele
d’Annunzio nasce a Pescara il 12 marzo 1863 da una famiglia borghese. Compiuti gli studi liceali a Prato, si trasferisce
nel 1881 a Roma, dove si iscrive alla Facoltà di Lettere che ben presto abbandona per dedicarsi alla vita mondana. A
Roma diventa collaboratore di alcuni periodici in veste di giornalista letterario e cronista mondano di quell’aristocrazia
della quale entra rapidamente a far parte .In quella che viene definita la “fase romana” (fino al 1890) si parla di
“D’Annunzio esteta, individuo superiore,di sopraffina sensibilità, che rifiuta il mondo borghese per un mondo di pura
arte, che disprezza la morale comune accettando solo il principio del bello. Tale fase attraversa una crisi negli anni 90
che si riflette sulla produzione e l’ideologia d’annunziane; ne scaturisce la ricerca di nuove soluzioni tematiche che
individua nel “mito del superuomo” (sotto l’influenza di Nietzche) incentrato sull attivismo, il protagonismo dell’eroe
che all’azione si accontenta tuttavia di sostituire la letteratura; il superuomo resta dunque un vagheggiamento fantastico
di cui si nutre tutta la produzione nella quale d’Annunzio punta a creare l’idealizzazione di una vita eccezionale diversa
dalle norme del vivere comune: questo tentativo si riflette nell’arredamento di una lussuosa villa di Settignano
(Firenze), “la Capponcina” dove si trasferisce dal 1898 al 1910, e in quello de “Il Vittoriale degli Italiani”dove trascorre
gli ultimi annidi vita. Nonostante il rifiuto della società borghese, d’Annunzio appare molto legato a questo mondo
perché legato ai meccanismi del mercato da cui dipendono le sue pubblicazioni. In seguito il principio dell’attivismo
diventa un credo politico e, a partire dal 1897 si lancia nell’avventura parlamentare come deputato di estrema destra
convinto che l’Italia dovesse mettere in atto una missione imperialistica guidata dall’aristocrazia al fine di ripristinare il
principio del bello tradito. Tuttavia tre anni dopo passa nella fila della Sinistra per protesta contro la repressione del
reazionario governo Pelloux. Al fine di ottenere una maggiore presa sul pubblico, intorno al 1898 comincia a dedicarsi
alla produzione teatrale; è di questo periodo l’incontro con la grande attrice Eleonora Duse.Nel 1910, costretto dai debiti
va in Francia dove compone opere teatrali in francese adattandosi al nuoco ambiente culturale (personaggio
camaleontico). L’occasione per dar prova del proprio eroismo gli viene offerta dallo scoppio della seconda guerra
mondiale che lo vede schierato tra gli interventisti e partecipe di imprese terrestri,navali e aeree. Animato da spirito
nazionalistico (fu precursore e poi seguace del fascismo facendosi nominare padre della patria), d’Annunzio ritiene la
vittoria italiana mortificata dalla mancata annessione all’Italia della città croata Fiume e perciò la occupa dio forza nel
1919 istituendovi un governo militare; ma dopo pochi mesi è costretto dalle truppe governative ad abbandonarla. Muore
ne “il Vittoriale degli Italiani” nel 1938.

L’estetismo e la crisi

L’esordio di d’Annunzio avviene giovanissimo sotto il segno di due grandi degli anni ’80 dell’800: Verga e
Carducci.Infatti le prime due raccolte liriche s’ispirano al Carducci delle Odi barbare (Primo vere pubblicato all’età di
16 anni e Canto novo)mentre le novelle di Terra vergine (1882) si riconducono alle novelle verghiane di Vita dei
campi .Il tentativo di d’Annunzio è quello di creare testi descrittivi; in Terra vergine il modello è il mondo rusticano
verghiano che tuttavia non fugge le impressioni idilliache e in cui la voce narrante resta onnisciente (senza retrocedere
alla realtà secondo la visione dei personaggi). Per quanto riguarda la produzione lirica le prime opere sono frutto
dell’estetismo secondo la formula “il verso è tutto”:al valore dell’arte vanno subordinati tutti gli altri valori; la realtà
deve essere sottomessa alla legge del bello cosicché le liriche sembrano nascere dalla letteratura ( molti gli echi letterari
classici) anziché dall’esperienza biografica. Il testo che rende l’idea di questa tensione incessante verso l’estetismo è un
romanzo, “Il piacere” (1889) che, tuttavia, allo stesso tempo ne prefigura la crisi evidenziando la debolezza dell’esteta
non in grado di opporsi alla borghesia. Protagonista è Andrea Sperelli, alter ego dell’autore ed eroe dell’estetismo. Per
Andrea l’arte è appunto il valore assoluto: la vita stessa è concepita come arte, “l’arte per l’arte” diventa non solo un
programma estetico ma anche uno stile di vita. La raffinatezza, la bellezza como dono aristocratico e prezioso vanno
raggiunte a ogni costo, in un processo sociale d’innalzamento e in un processo psicologico di affinamento del gusto e
delle sensazioni. Andrea è dunque tutto impregnato d’arte ma ha una volontà debole che presto diventa distruttrice che
priva di energia morale e creativa rendendolo sterile. La crisi si manifesta nel rapporto cpon l’altro sesso; Andrea vive
due storie parallele con due donne diverse:Elena Muti prototipo della donna fatale che incarna l’erotismo lussurioso e
Maria Ferres, la donna pura per antonomasia che rappresenta la possibilità di riscatto morale. L’ambivalenza verso le
due donne e verso le due situazioni lo spinge infine a pronunciare il nome di Elena mentre è abbracciato a Maria, così
che la donna infine lo lascia. La conclusione registra il fallimento del protagonista e del suo progetto esteta. Nei
confronti del suo doppio letterario d’Annunzio assume un atteggiamento critico, facendo pronunciare alla voce narrante
duri giudizi, ma ne resta anche affascinato nonostante la sua arrendevolezza. Importante sottolineare che il piacere,
nonostante si rifaccia al Naturalismo, si oriente sul genere psicologico. Piuttosto che avere un interesse documentario,
prevale la dimensione psicologica perché le vicende si sviluppano nella mente dei protagonisti. Va inoltre aggiunto che
nel piacere vi è la tendenza a far sì che al di là della trama del testo vi sia una dimensione simbolica. Anche alcuni
attributi femminili sono carichi di valore simbolico. Si tratta di un elemento che si affaccia nel piacere ma che
caratterizzerà la sua narrativa. Ma l’estetismo è in crisi: si apre infatti una fase definita come “fase della bontà”: la crisi
dell’estetismo approda a posizioni che riflettono la tipologia del romanzo russo. In particolare D’Annunzio legge i
romanzi di Dostoevskij e ne scrive due “Giovanni Episcopo” e “L’innocente”, dove c’è la volontà di ricostruire un
ambiente sociale e dove la degradazione sociale sfocia in degradazione morale. Inoltre c’è “Poema paradisiaco”, in cui
c’è il desiderio molto forte di recuperare l’innocenza dell’infanzia. La bontà è provvisoria e uno sbocco alternativo
viene trovato nella lettura del filosofo Nietsche (fase del superuomo).

I romanzi del superuomo

IDEOLOGIA SUPEROMISTICA

D’Annunzio coglie alcuni aspetti del pensiero di Nietsche, ma li banalizza e li forza a una propria visione della realtà:
rifiuto conformismo borghese, rifiuto dei principi egualitari (che piattizzavano la società), esaltazione dello “spirito
dionisiaco”, esaltazione di vitalismo gioioso, libero da costrizioni morali, il rifiuto dell’etica dell’altruismo e disprezzo
per la massa. Tutto ciò acquisisce una coloritura antiborghese, aristocratica, reazionaria e imperialistica. D’Annunzio
vagheggia l’affermazione di nuova aristocrazia che sappia elevarsi a grado superiore. Il motivo di Nietsche è
interpretato come diritto di pochi ad ergersi come guida della gente comune. Il dominio deve imporsi sulla mediocrità
della massa. A questa ideologia si affianca una nuova interpretazione dell’estetismo: sulla base di questa ideologia
aristocratica, ci deve essere comunque una componente esteta, solo che mentre il bello prima “appartava” l’uomo,
adesso va interpretato in chiave attiva per imporsi nella società, cioè come motivo di forza. Si passa così all’attivismo
dannunziano. I testi di questa fase: “Il trionfo della morte” (1894) che rappresenta una fase transitoria: c’è un
protagonista, Giorgio Aurispa, un esteta, travagliato da un’oscura malattia interiore, svuotato dalle energie vitali, vive
prima solo, poi in famiglia. Poi si innamora di Ippolita Sanzio, con cui vive in rifugio in Adriatico; qui il motivo
dell’amore diventa motivo di decadenza: amore sensuale che porta all’amore che consuma. Alla fine il protagonista si
suicida. Altro romanzo è “Le vergini delle rocce” (1895) che segna la svolta ideologica: non si propone più un
personaggio debole, ma Claudio Cantelmo è il superuomo che disdegna la società borghese, che odia il liberalismo e
che vuole concretizzare l’ideale dell’uomo latino. Deve trovare una moglie all’interno di una famiglia aristocratica e qui
sta l’ambiguità: sceglie una donna appartenente a una famiglia aristocratica decaduta (i Contaga). Claudio si orienta su
Anatolia e succede che questa donna è già stata promessa; quindi l’eroe si rivolge alla bellezza di Violante che incarna il
modello della donna fatale. La trama è labile, tutto si svolge nell’intensità dei personaggi. Forte è l’impianto simbolico:
dietro la realtà c’è una trama di immagini simboliche (bocca sensuale di Ippolita, i fiori). A questo punto c’è
orientamento teatrale per far presa sul pubblico. D’Annunzio scrive diverse opere tra cui “La figlia di Iorio” (1904) ed è
un testo definibile come tragedia pastorale che si colloca in antitesi con il teatro realistico-borghese del tempo. Mette in
scena questo dramma, in un Abruzzo primitivo, mitico, fuori del tempo: da notare il compiacimento per riti e credenze
dell’epoca: è come se volesse ricostruire una civiltà arcaica e pastorale. Quindi c’è fascino per popolo contadino.

Le laudi

D’Annunzio concepisce un progetto grandioso: vuole scrivere sette libri diversi dai titoli: “Le laudi del cielo, del mare,
della terra e degli eroi”: ogni libro prende il nome da una costellazione delle Pleiadi. Nel 1903 pubblica Maya, Elettra e
Alcione (quest’ultimo nasce come Diario e comprende il viaggio tra Fiesole e Versilia, marina di Pisa).

Pioggia nel pineto

Costituita da 4 strofe organizzate come movimenti di sinfonia. Prima strofa inizia con un preludio che segna il
passaggio dall’antefatto per poi rivolgersi alla donna amata. La seconda strofa costituisce una ripresa del tema generale
della pioggia che “cade sulla verdura” e che viene specificato musicalmente (distinzione del suono prodotto dalla
pioggia che cade sui diversi oggetti). Al termine di questa seconda strofa si ha la ripresa del motivo panico, cioè della
trasformazione degli amanti in parte della vegetazione. Nella terza strofa c’è ricordo del rumore delle cicale e
sostituzione di uno strumento: il canto delle rane. Dopo il canto delle rane riprende il suono della pioggia. È’ presente il
motivo panico. Con la quarta strofa si raggiunge il culmine del motivo panico: si sviluppa pienamente tale motivo che
prima era solo accennato: vi è un climax. Le creature ormai non sono più umane ma vegetali: c’è una specie di
“metamorfosi”. Strumenti formali: questa partitura musicale è costruita con accorgimenti molto sofisticati. Un primo
espediente è l’uso della metrica, estremamente libera, non soggetta ad alcuno schema tradizionale: si succedono versi
molto liberi (da senari a novenari più trisillabi). Si ha un’estrema frammentazione del verso che ha anche un valore
iconico (simbolico, effetto di immagine). Interessante è l’uso della rima molto libero. Musicali risultano coppie di versi
a rima baciata (silvani- mani; leggieri-pensieri; novella-bella; verdura-dura; cinerino –pino; ginestre-terrestre; lontana-
rana). Vi sono rime interne, consonanza (secondo le fronde; vana nell’aria), rime al mezzo (vv 97-99). Modulazione
fonica: alternanza tra toni chiari (a) a toni cupi (o) (vana nell’aria secondo le fronde). Per concludere, a questo
virtuosismo metrico, ci sono anche molte figure retoriche: anafora, epifora (stessa conclusione a fine verso),
allitterazione, ripetizione di alcune clausole (versi identici), ripetizione di Ermione e le apostrofi.

Maya

Raccolta abbastanza importante: si presenta come poema unitario di circa 8000 versi. Si parla di trasfigurazione, mitica
di un viaggio in Grecia realmente compiuto da D’Annunzio nel 1895. D’Annunzio si presenta come un novello Ulisse,
che fa ogni tipo di esperienza: immersione in un passato mitico alla ricerca dell’ideale di vivere nel sublime (il
superuomo). Inoltre c’è il motivo dell’esaltazione dell’età moderna.

Elettra

Di impianto mitico. Ampio spazio dedicato all’oratoria di propaganda politica diretta, di impianto ideologico.
Celebrazione dell’antica romanità in chiave eroica.

D’Annunzio e il “periodo notturno”

Dopo il “Forse che sì orse che no” (1910), D’Annunzio non scrive più romanzi e questo in armonia con le vicende
culturali del tempo: si affermano le avanguardie e l’impianto del romanzo entra in crisi. La cultura italiana si orienta
verso una prosa lirica, evocativa, fatta di ricordi, memorie, annotazioni personali, di carattere immediato, e quindi breve
e frammentaria, in cui si registrano le sensazioni, i pensieri: impronta memorialistica che sfocia in prosa lirica (d’arte) e
D’Annunzio si uniforma a questo nuovo bisogno e scrive prose liriche: ad esempio “Il notturno” (1916 ma pubblicato
nel 1921); scritto quando lo scrittore fu costretto a immobilità per distacco della retina dopo un incidente di volo; e
scriveva su striscioline di carta in cui annotava i propri pensieri: è tipo diario intimo (visioni, ricordi annotati). Quindi
D’Annunzio si allinea alle tendenze dell’epoca e recupera una dimensione più sincera (pag 445 e seguenti).