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GIOVANNI PASCOLI

Egli nasce nel 1855 a San Mauro di Romagna. E’ il quarto di dieci figli e conduce un’infanzia spensierata fino al
1867, anno in cui il padre viene assassinato per mano di ignoti. Si tratta di un episodio sconvolgente: per tutta la
vita Pascoli cerca di ricostruire il nido familiare andato perduto. Dopo la morte del padre, inoltre, una serie di lutti
familiari si susseguono: muore la madre e muoiono i tre fratelli maggiori. Pascoli, quindi, diviene capofamiglia e
deve preoccuparsi dei suoi familiari. Frattanto egli si inscrive alla facoltà di lettere all’università di Bologna.
Durante il corso di laurea ottiene una borsa di studio dopo aver superato un esame la cui commissione vedeva
anche la presenza di Carducci. Pascoli si laurea in letteratura greca. A questo punto l’obiettivo del poeta è
ricostruire il nucleo familiare e per questo vive con le due sorelle, Ida e Maria, alle quali è legato in maniera
morbosa tanto da escludere ogni altra relazione affettiva. Per questo egli disapprova il matrimonio di Ida e si reca
con l’altra sorella a vivere a Castelvecchio di Barda.
Per quanto riguarda le opere, nel 1891 pubblica una raccolta di poesie, Myricae. Essa sarà pubblicata in 5 edizioni
di cui la prima, quella del 1891, comprende 22 componimenti; l’ultima, del 1900, comprende 156 componimenti.
Nel 1892 vince ad Amsterdam un concorso di poesia latina e lo vincerà per altri dieci anni. Nel 1897 pubblica “I
poemetti”; nel 1903 “I canti di Castelvecchio”; nel 1904 i “Poemi conviviali”. Nel 1905 ottiene la cattedra
dell'università di Bologna che un tempo era di Carducci. Nel 1906 scrive "Odi e inni". Muore nel 1912 a Bologna.

Poetica e produzione

In una sua opera, "Il fanciullino" del 1897 egli spiega la sua poetica. E' importante richiamare il concetto
decadente di poeta veggente. Per Pascoli in ogni uomo c'è un fanciullino: negli uomini maturi esso è soffocato
dalla ragione; i poeti, invece, se ne servono per osservare il mondo. Il fanciullino vede il significato delle piccole
cose che agli altri sfuggono (poeta veggente). Si afferma la funzione sociale della poesia con il poeta come colui
che vede ciò che sfugge agli altri. La poetica di Pascoli, quindi, è anche detta "delle piccole cose". Lettura testo
pag. 378. La produzione più intensa è da cercare in Myricae, in Canti di Castelvecchio e in Poemetti. Questi 3
libri presentano testi la cui unità di fondo è rappresentata dalla poetica del fanciullino di Pascoli, cioè l’idea di
poter conoscere la realtà attraverso le immagini.

Myricae (pag 404)

Cronologicamente è la prima raccolta pubblicata. La prima edizione comprendeva 22 poesie (1891); la quinta
edizione invece, del 1900, ne comprende 156. Il titolo è in latino e vuol dire “tamerici”, ossia arbusti, cespugli
bassi tipici della macchia mediterranea. Questa parola è tratta da un verso delle Bucoliche di Virgilio: “Arbusta
iuvant humilesque myricae”. L’uso di questa parola è atta a indicare la poetica del basso, degli umili. Nel
momento stesso però Pascoli sostiene l’eleganza del contenuto, e così si giustifica il titolo in latino. Nella
prefazione alla terza pubblicazione, Pascoli affronta i temi centrali di questa raccolta: il tema della morte
(invendicata, impunita del padre con tutte le connesse sciagurali); altro tema è quello della natura, vista come
benefica, al contrario di Leopardi. Siamo in un periodo in cui la realtà risulta irriconoscibile agli storici: c’è
bisogno di un punto di riferimento, che Pascoli trova da un lato nella famiglia, visto come luogo sicuro e dall’altro
la natura perché è immutabile e serena e in molte sue liriche sarà contrapposta alla società moderna crudele.
Pascoli tenta di dare la parola direttamente alle cose (“Le campane cantano”). (pag 421) Pascoli si divide tra
vecchio e nuovo, cioè il rispetto della tradizione italiana è dato dall’idea della poesia come attività di pensiero
privilegiata: solo attraverso la poesia si conosce la realtà e quindi il poeta è un uomo privilegiato. Pascoli si sente
continuatore di Carducci per quanto riguarda la figura del poeta-vate: di conseguenza il rispetto della tradizione
consiste nel voler affermare il ruolo del poeta. L’elemento di novità è invece rappresentato dallo sperimentalismo
linguistico.

Lo Sperimentalismo Linguistico

Nelle liriche di Pascoli, vi sono termini che non avevano mai fatto parte del linguaggio italiano: Pascoli usa un
linguaggio preciso e rimprovera Leopardi per il “mazzolin di rose e viole” in quanto le rose e le viole nascono in
stagioni differenti e quindi è impossibile poter raccogliere insieme rose e viole. Sono presenti regionalismi, cioè
termini particolari di una particolare zona; importante il ricorso alle onomatopee; lo stile è nominale, cioè nelle
sue liriche Pascoli dà massimo rilievo a sostantivi e ad aggettivi piuttosto che ai verbi: è convinto del potere
evocativo della parola (il verbo racconta l’azione ma la poesia deve suggerire, non raccontare, e quindi basta solo
la parola). Inoltre nel suo verso è presente una interpunzione molto fitta che frantuma il verso in quanto non
esistono grandi verità ma piccole cose da mostrare. Lettura pag 406
AGGIUNTE BARTOLONI

Pascoli si impegnò politicamente: era anarchico, di tendenze socialiste e fu arrestato per qualche mese: fu
scioccato, tanto che in alcuni componimenti emerge questo shock. Pascoli è un poeta per cui la vita diventa
specchio dell’opera (molte tematiche sono legate all’esperienza della vita): il nido familiare, la morte del fratello
Giacomo e di Luigi (lutti contigui). La professione di professore incide sulla poetica. Era un latinista sopraffino:
vinse il concorso di Amsterdam per 12 volte e scrive alcune opere in latino.

Poetica

Si parte dalle piccole cose (curiosità del bimbo che tramite la fantasia, il candore di non essere condizionato
dall’esercizio della ragione, coglie il fascino delle cose); vede cose che altri non vedono. In Pascoli c’è il tentativo
di dare nuova dignità al poeta (mediatore tra la realtà e gli uomini): poeta superiore alla massa.

Stile e lingua in Pascoli

Pascoli è un gigante della letteratura anche solo per le innovazioni stilistiche e retoriche dell’età novecentesca.
Il modo tutto nuovo di percepire la realtà nella poesia di Pascoli, si traduce in soluzioni formali, fortemente
innovative che aprono la strada alla poesia del 900. Ciò che colpisce è il fatto che la sintassi è completamente
diversa dalla tradizione poetica italiana, che era modellata sui classici, era fondata sul complesso elaborato di
principali e subordinate incastonate. Invece la sintassi di Pascoli è frantumata, ellittica: si parla solo per immagini,
ricorso alla paratassi, con predilezione per i periodi brevi. Lo stile è nominale. Il testo frammentato permette l’uso
di parole in senso analogico ma per il loro valore evocativo, allusivo. C’è la ricerca del fonosimbolismo, cioè
scelta delle parole in base ai suoni che evocano a livello musicale. L’atmosfera è visionaria, onirica, cioè da sogno.
Pascoli non usa un lessico fissato in un unico codice come era nella tradizione. Mescola tra di loro codici
linguistici diversi e quindi allinea termini tratti da codici linguistici diversi e allinea termini tratti da settori più
disparati. Mette accanto termini normali insieme a termini botanici o contadineschi: uso quindi di termini tecnici
ma anche molto colti. Tutto ciò fa sì che la poesia si rinnovi completamente. Anche la metrica di Pascoli è
apparentemente tradizionale: usa versi consueti (dall’endecasillabo al settenario), così come gli schemi delle strofe
(rime baciate, incatenate, alternate), ma la frantumazione della sintassi crea numerosissime spezzature nel verso
(enjambement). A livello di figure retoriche c’è linguaggio analogico (effetto fonetico-simbolico creato
dall’accostamento delle parole).

Temporale

Vi sono imamgini giustappositive, cioè accostamento diretto di parole. Posi c’è pausa. Frizzante il “Rosseggia
l’orizzonte”. Tutta la poesia è basata su notazioni visive, cioè vi sono pennellate di colore; c’è un atmosfera
lugubre, angosciosa e sullo sfondo nero spicca il bianco casolare, legato al bianco del gabbiano.

Il lampo

Rispetto agli altri testi, è un testo in cui le impressioni riportate dal poeta non hanno più l’apparenza di oggettività,
ma sono legate al valore simbolico, dotate di un forte carattere espressionistico. Da notare la terra che dal chiarore
del lampo appare ansante, cioè il lampo mostra l’aspetto deformante della tempesta ed ecco che questo lampo si
staglia in cielo (pieno di nubi, tragico, portatore di un messaggio funesto), ed ecco che appare il bianco del
casolare che non è il solo elemento paesaggistico: c’è un valore recondito, cioè il paragone a un occhio che si apre
e che si chiude. I dati del reale perdono immediatamente il loro carattere realistico e diventano delle vere e proprie
personificazioni di una realtà sconvolta da un dolore tragico. Apprendiamo infatti da uno scritto di Pascoli che
questo componimento fu concepito come metafore degli ultimi momenti di un familiare. C’è connotazione
espressionistica, che si riflette nella costruzione stilistica: la anafora della e all’inizio (ripetizione in polisindeto).
Vi è un gruppo di aggettivi riferiti a terra e cielo (disposti in due serie ternare simmetriche) e c’è coordinazione
per asindeto. Tutti gli aggettivi sono trisillabici e quello di mezzo è sdrucciolo, cioè l’accento è sulla terzultima. I
verbi sono senza virgoli e contengono l’allitterazione in i.
Gelsomino notturno

Sembra un quadretto impressionistico. Vi sono quartine di novenari a rime alternate. La chiave che permette di
analizzare il testo, ci viene offerta da una nota di Pascoli nella prima edizione: questa poesia è stata scritta in
occasione delle nozze di Gabriele Briganti e per celebrare il concepimento del loro primo figlio. Nella parte finale
c’è un’immagine sensuale della cova (atto sessuale del concepimento). Pascoli aveva un rapporto morboso con le
sorelle ed ebbe sempre difficoltà amorose e un controverso rapporto con le donne (disagio, inquietudine, ansia, ma
anche interesse). Interessante il parallelo tra la fecondazione della natura e della famiglia. Il richiamo alla presenza
umana è dato dalla casa (nido protetto), la luce che sale per le scale, che si accede e si spenge. L’aprirsi della
corolla è un parallelo del rito amoroso. Il testo è un epitalamo (canto nuziale) e interessante da notare è che il
punto di osservazione della casa è all’esterno, è come se Pascoli fosse uno spettatore lontano, un voyeur.
C’è sempre una forte componente immaginifica (elementi naturalistici hanno doppio valore). Ci sono molte
immagini mortuarie che si alternano l’una all’altra con quelle che invitano all’amore. La morte è sempre presente.
Tema importante è la fedeltà nel ricordo dei cari (volontà di ricreare il nido originario) e quindi una sensazione
claustrofobica (ambiente chiuso, ristretto). Per lo stile, vi è un forte valore lessicale e l’uso di figure retoriche
come metafore e sinestesia. Inoltre vi è una musicalità ripetitiva, cantilenesca.

Digitale purpurea

È un componimento del 1898. Fonte rilevata dalla sorella di Pascoli, che scrisse una biografia del fratello. Da
sottolineare il contrasto tra conformismo e trasgressione in Maria e Rachele; costrizione e ambientazione al
chiuso; contrasto tra convento (vita pura e colori bianchi) e descrizione della digitale purpurea (colori rossi).
Importanti il tema dell’amicizia e della complicità; il rapporto di due amiche intime, rapporto morboso.
La punteggiatura è importante, vi sono frasi brevi e discorsive, assonanze e ripetizioni e il fonosimbolismo. La
natura è partecipe e vi è l’alternanza tra il presente, passato e ancora presente.